Grice ed Occelo:
la ragione conversazionale e la setta di Lucania -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucania). Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to Giamblico. Brother of Occilo di Lucania. O. held that
the number III is the key to understanding the world. According to Ippolito, he
also believed that in addition to the IV elements – earth, fire, air, and water
– there is a fifth principle which is circular motion. Filone says that O.
believes that it is possible to prove that the world is indestructible. Occelo.
Grice ed Occilo: la
ragione conversazionale e la setta di Lucania. Roma – filosofia antica – Luigi
Speranza (Lucania). Filosofo italiano. A
Pythagorean, cited by Giamblico. Brother
of Occelo di Lucania.
Grice ed Ocone: la ragione conversazionale e l’implicature
conversazionali dei liberali d’Italia – filosofia italiana – Luigi Speranza (Benevento). Filosofo italiano Grice: “Ocone has selected Croce as
the quintessential Italian liberal! That should please Oxonians like
Collingwood!” -- Grice: “I like Ocone’s idea of a liberalism without a theory –
‘liberalismo senza teoria’ – that should please J. M. Jack!” -- Grice: “Speranza has noted that if Bennett speaks of
meaning-nominalism, we could well speak of meaning-liberalism.” Grice: “While
meaning-liberalism requires that the limit of one’s liberty to make a sign
stand for an idea is your co-conversationalist, meaning-anarchism is Humpty
Dumpty (‘I didn’t know that!’ ‘Of course you don’t’) and
meaning-conventionalism is the idea that there is a repertoire on which
conversationalists rely!” Si
occupa soprattutto di temi concernenti il neoidealismo italiano e la teoria del
liberalismo. Allievo di Franchini, è borsista dell'Istituto Italiano per
gli Studi Storici di Napol. Qui ha l'opportunità di lavorare direttamente nella
biblioteca personale di Benedetto Croce e con l'aiuto di Alda Croce, figlia del
filosofo, raccoglie e analizza il materiale scritto nel mondo su di lui. Un
frutto parziale e selezionato del suo lavoro vede la luce nel volume ragionata degli studi su Croce pubblicata
dalla Edizioni Scientifiche di Napoli, che vince l'anno successivo la prima
edizione del "Premio nazionale di saggistica Benedetto Croce",
istituito dall'Istituto Studi Crociani. È stato direttore scientifico
della Fondazione Einaudi di Roma, dalla quale è stato successivamente
allontanato per le sue posizioni nazionaliste. Successivamente è entrato a far parte
della Fondazione Tatarella ed è diventato Direttore Scientifico di Nazione
Futura. È anche membro del Comitato Scientifico della Fondazione Cortese
di Napoli, del Comitato Storico Scientifico della Fondazione Bettino Craxi, del
Comitato Scientifico dell'Istituto Internazionale Jacques Maritain e del
Comitato Scientifico della Fondazione Farefuturo. Attività e pensiero Fonda
a Napoli, con un piccolo gruppo di laureati e laureandi della Federico II,
cittadini sanniti e napoletani, il trimestrale "CroceVia" edito dalla
Edizioni Scientifiche, che si propone di rinnovare il messaggio crociano e che
entra in poco tempo nel dibattito culturale nazionale. I suoi studi crociani
prendono corpo nel volume Croce, Il liberalismo come concezione della vita,
pubblicato da Rubbettino nella collana “Maestri liberali” della Fondazione
Einaudi di Roma. Il volume, presentando l'immagine originale di un Croce
partecipe del processo europeo di distruzione delle categorie epistemiche, ha
numerose recensioni. A partire dalla sua interpretazione di Croce, O. elabora
la prospettiva di un liberalismo senza teoria, cioè storicistico e non
fondazionistico. Il suo progetto filosofico può essere così formulato:
riconquistare il liberalismo alla filosofia; ritornare in filosofia
all'idealismo; ricongiungere il liberalismo con l'idealismo (si vedano, a tal
proposito, gli interventi di O. nella polemica fra neorealisti e
postmodernisti). In quest'ordine di discorso, O. ritiene che la critica rivolta
a Croce di essere un liberale anomalo, in quanto nel suo pensiero il concetto
di individuo sarebbe sacrificato, vada ribaltato: l'individualismo non è
affatto consustanziale al liberalismo, ma si è legato ad esso solo in una sua
prima fase di sviluppo (all'inizio della modernità). Quello di O. è un liberalismo
che non prescinde né dal senso storico né dal realismo politico.
Successivamente il pensiero di O. ha assunto molti caratteri propri dello
scetticismo politico di Michael Oakeshott, in particolare della sua critica del
razionalismo, del perfezionismo e del paternalismo. Egli ha pertanto insistito
sul carattere “anticonformistico” e “eretico” del liberalismo, sulla priorità
in esso del momento “negativo” o della contraddizione. La critica delle
ideologie, e in particolare del “politicamente corretto”, diviene in
quest'ottica il correlato pratico degli approdi antimetafisici della filosofia
contemporanea. E filosofia e liberalismo finiscono per coincidere Da
ultimo, la sua riflessione ha messo a tema il significato teorico e storico
dell’affermarsi dei cosiddetti “populismi” e “sovranismi”. Essi, prima di
essere ostracizzati, vanno per O. capiti: pur in modo confuso e
contraddittorio, lungi dall'essere un “incidente di percorso” incorso al
processo di globalizzazione in atto, essi ne segnalano la definitiva crisi
dell’ideologia portante: il globalismo. Questa ideologia può essere considerata
una radicalizzazione coerente della mentalità illuministica e progressista,
cioè da una parte del processo di secolarizzazione e razionalizzazione e
dall'altra dello speculare e connesso relativismo e nichilismo. I “populismi”
sono perciò per O. movimenti di reazione ai meccanismi di spoliticizzazione (e
connesso “disciplinamento” in senso foucaultiano) propri della globalizzazione,
che aveva definito la sua ideologia all’incrocio fra le idee di due
“deviazioni” dell’autentico liberalismo: il neoliberismo, sul versante
economico, e la cultura liberal sul versante di un diritto globale fortemente
eticizzato. Scrive su diverse riviste scientifiche e culturali e sui
maggiori organi di stampa nazionali. Attualmente è nella redazione della
rivista “LeSfide”, edita dalla Fondazione Craxi, e nel Comitato editoriale dell
quotidiano online “L’Occidentale”. Collaboratore de “Il Giornale” e de “Il
Riformista”, è opinionista politico di “formiche.net”, “Huffpost” e
“nicolaporro”. Molto seguita è la sua rubrica domenicale di riflessione
politico-culturale “O.’s Corner” sulla rivista online “startmagazine”. Un
estratto di un suo articolo (Intervista a Remo Bodei, in C. Ocone, Prendiamola
con filosofia, Il Mattino, è stato utilizzato dal Ministero dell'Istruzione,
dell'Università e della Ricerca come documento per la stesura della traccia
della prova scritta di Italiano negli esami di Stato conclusivi dei corsi di
studio di istruzione secondaria superiore a.s. (Tipologia Redazione di un
saggio breve o di un articolo di giornale2. Ambito socio-economicoArgomento: La
riscoperta della necessità di «pensare»). Nella sezione Dal dopoguerra ai
giorni nostri, Percorso Il dibattito delle idee Dall'“impegno” al postmoderno, Dal
periodo tra le due guerre ai giorni nostri) dell'antologia "Il piacere dei
testi", editore Paravia, è contenuto il suo saggio "Né neorealisti né
postmodernisti, "qdR". Altri saggi: “Coronavirus. Fine della
globalizzazione” Il Giornale, Milano); “La chiave del secolo. Interpretazioni
del Novecento” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Europa. L'Unione che ha
fallito, Historica, Cesena, “La cultura liberale. Breviario per il nuovo
secolo” Giubilei Regnani, Roma-Cesena); “Attualità di Croce” Castelvecchi,
Roma, “Il liberalismo nel Novecento: da
Croce a Berlin” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Il liberale che non c'è.
Manifesto per l'Italia che vorremmo” (Castelvecchi, Roma); “I grandi maestri
del pensiero laico, Claudiana, Torino); “Collingwood e l’Italia” Castelvecchi,
Roma); “Il nuovo realismo è un populismo” (Il Nuovo Melangolo, Genova, (Reichlin e Rustichini) Pensare la sinistra.
Tra equità e libertà, Laterza, Roma-Bari, Liberalismo senza teoria, Rubbettino,
Soveria Mannelli (con Dario Antiseri), “Liberali
d'Italia” Rubbettino, Soveria Mannelli (con altri autori) “Le parole del tempo.
Lessico del mondo che cambia” Pierfranco Pellizzetti, Manifesto libri, Roma); “Spettri
di Derrida, Annali della Fondazione europea del Disegno (Fondation Adami), Il Nuovo Melangolo, Genova); “Profili
riformisti. liberali per le nostre sfide” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Marx”
(Momenti d'oro dell'economia"), Roma); “La libertà e i suoi limiti.
Antologia del pensiero liberale da Filangieri a Bobbio, Laterza, Roma); “Croce.
Il liberalismo come concezione della vita” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Bobbio
ad uso di amici e nemici” (Marsilio, Venezia); “Manifesto laico, Laterza, Roma);
“Lessico repubblicano” (Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, ragionata degli
scritti su Croce; Edizioni Scientifiche, Napoli. Cfr. Archivio borsisti in
Istituto Italiano per gli Studi Storici
Premio Croce, su mediamuseum. Comitato Scientifico, su Fondazione luigi einaudi. Ficara, La Fondazione Einaudi allontana O.
perché "filo-sovranista", su Secolo Trentino, La Fondazione, su Fondazione
Giuseppe tatarella. Organigramma, su
nazionefutura. Fondazione Cortese di
Napoli in//Fondazione cortese/
Fondazione Craxi, Comitato Scientifico dell'Istituto Maritain, Comitato
Scientifico e di indirizzo, su fare futuro fondazione. rubbettino. Vattimo Pubblicazioni La
recensione, Caffe' Europa, Duccio Trombadori, Questo don Benedetto somiglia a
Nietzsche, su il Giornale, Il blog di VATTIMO: O. e la filosofia classica
tedesca, su Gianni vattimo. blogspot. com.
La filosofia politica è una pseudo-scienza. Parola di filosofo. E che
filosofo!, su reset. Attualità di Croce su
opac., Europa: l'Unione che ha fallito; opac., La natura del potere svelata dal
coronavirus, su il Giornale, Coronavirus: fine della globalizzazione, Store il Giornale,
Fine di una storia, il ritorno della politica? su leSfide. Chi Siamo, su loccidentale. MIUR Traccia
della prova scritta di Italiano per gli esami di Stato conclusivi dei corsi di
studio di istruzione secondaria superiore anno scolastico su archivio .pubblica.istruzione. Il piacere dei testi QDR Magazine Qualcosa da Raccontare, La
chiave del secolo: interpretazioni del Novecento, opac., La cultura liberale:
breviario per il nuovo secolo; Attualità di Benedetto Croce / O., su opac., Il
liberalismo nel Novecento: da Croce a Berlin /su opac., Il liberale che non c'è:
manifesto per l'Italia che vorremmo su opac., I grandi maestri del pensiero
laico ntroduzione di Massimo L. Salvatori, su opac., Collingwood, Autobiografia
Collingwood; prefazione di O., su opac., Il nuovo realismo è un populismo / Cesare,
Simone Regazzoni, su opac., Pietro Reichlin, Pensare la sinistra: tra equità e
libertà Reichlin, Rustichini, su opac., “Liberalismo
senza teoria”; su opac., “Liberali d'Italia”; Antiseri; prefazione di Giorello,
su opac., Le parole del tempo; M. Barberis; P. Pellzzetti, su opac., Spettri di Derrida opac.,
O., Profili riformisti: pensatori liberal per le nostre sfide opac., Marx:
teoria del capitale / [visto da opac., La liberta e i suoi limiti: antologia
del pensiero liberale da Filangieri a Bobbio, opac., Croce: il liberalismo come
concezione della vita, opac., Bobbio ad uso di amici e nemici, opac., Manifesto
laico / Enzo Marzo; contributi di S. Lariccia on un intervento di Bobbio, su
opac., Lessico repubblicano: Torino, Maurizio Viroli, su opac., ragionata degli scritti su Croce, opac., La
genialità di Marx agli occhi dei liberisti, riconosce i pregi dell'analisi, in archivio storico.corriere
Premio al Premio Croce di saggistica, in premiflaiano Ssu corradoocone.com.
Grice: “Speranza calls me a liberal, but then he calls Locke and Humpty Dumpty
a liberal too.” Grice: “Mussolini
set a puzzle for liberalism – the Italians, disorganized as they are, had to
create a party: they called it the ‘Partito Liberale Italiano’ – which is bound
to close down! It opened in 1922 – while I was at Harborne!” -- Grice: “The test of a man’s intelligence lies
in his ability to name his party – partito liberale italiano – partito liberale
democratico – partito liberale constituzionale – the addition of ‘italiano’ at
the end of ‘partito liberale italiano’ ENTAILS that what Borolli did at
Florence, by founding his ‘partito liberale’ – since he omitted to add the
‘italiano’ was not the partito liberale italiano – but fiorentino at most!
Similarly, the partito liberale democratico is NOT the partito liberale
italiano, nor is the partito liberale costituzionale. Mussolini had it clearer:
there’s only ONE partito – partito nazionale fascitsa – the infix ‘nazionale’
means that provincials should not appy!” Corrado
Ocone. Ocone. Keywords: liberali
d’Italia, liberalism, dal liberalism al fascismo, il partito nazionale fascista
e il partito liberale – Refs.: Luigi
Speranza: “Grice ed Ocone” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Oddi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Figlio di Oddo degli Oddi, convinto sostenitore della scuola di Galeno.
Professore per incarico del Senato veneziano assieme a Bottoni a Padova, dove
insegna e introduce senza ricevere emolumenti l'insegnamento della pratica
clinica nell'ospedale di San Francesco Grande, precedendo così tutte le altre
scuole. Commentari dell'Ateneo di Brescia
G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, coi tipi della Minerva, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Dobbiamo al chiarissimo signor dottor Montesanto (Dell'origine della clinica
medica di Padova ec.) la bella ed interessante notizia, che il nostro Bottoni e
il suo collega Marco Oddo, calcando le traccie luminose segnate dal famoso
Montano pochi lustri prima, diedero novella vita al la clinica medica nello
spedale di san Francesco in Padova, condotti dalla sola nobile brama di
giovare. E qui avvertire mo cogli sludiosi di medicina,che il dotto autore,
dopo aver dimostrato con incontrastabile evidenza che l'Università padovana, la
prima d'ogni pubblico Studio d'Europa, vanta la fondazione in essa di quella scuola,
base dellamedica scien za,ci porge il documento luminoso,che tanto onora li
ricor dati professori, e in particolare il Bottoni di cui favelliamo; il quale
non essendo da tacersi, lo riporteremo come ci viene fedelmente e con eleganza
vôlto in lingua italiana dal prelo dato signor Montesanto, che il trasse dagli
Acta nationis germanicae Facultatis medicae, quae,convocata natione, prae lecta
et examinata, digna judicata sunt,ut albo nationis insererentur. Consiliariis
Christophoro Sibenburger Carin thio, etKeller Hallense Saxone. Manoscritto
presso la biblioteca dell'Imperiale Regia Università di Padova. dette in
vita Boltoni , non è da passarsi solto silenzio quello d'essere stato dal Duca
di Urbino, unita mente ai altri quattro medici, chiesto del suo consiglio onde
togliere la città di Pesaro e il territorio da alcu ne febbri pericolose che
colà infierivano. N e taceremo , come a'dinostrisidimostròbellamente,che il Bot
Merita,a comune nostro giudizio, di essere celebrato con riconoscente memoria e
di venir rammentato in questo luogo il beneficio sommo impartito alla nazione
nostra dall'eccellentissimo uomo Bottoni , professore primario di medicina pratica
estraordinaria, il quale condotto dalla singolare benivoglienza che da più anni
a noi concede, oltre all'averci anche in quest'anno dalla pubblica cattedra con
ogni cura ammaestrati, a fine di giovare vieppiù alla nostra istruzione si
riuni nelloscorso inverno all'eccellentissimo Marco degli Oddi, medico
ordinario dello spedale di san Francesco e pubblico professore, e con esso,
finite la lezione, si trasferi sempre a quello speilale medesimo seguito da toni
fu, insieme al suo collega O., il primo che dopo il celebre Montano gettasse i
più so noi per visitarvi parecchi infermi afflitti da diversi generi di
malattie: per tal guisa egli aprissi l'adito ad accuratamente mostrarci come
sido vessero applicare alla pratica quelle dottrine che avevano fatto il
soggetto della sua pubblica lezione, esercitando così i suoi uditori in tutto
ciò che al dotto e sagace medico appartiene di osservare e dipraticarea pro
de'suoimalati. Cessate finalmente le lezioni, volendo Bottoni che neppure
durante le vacanze dell'Università mancasse a noi qualche mezzo di
ammaestramento, e potesse per noi esser posto a profitto il nostro tempo,egli in
una determinata ora della mallina recavasi ogni giorno a quello stesso spedale
:quivi, visitando alternativamente cob O. gli ammalati, andava instruendoci,
ragionando intorno a qualche caso tra i più gravi da lui osservati. Il Campolongo
perciò, vistosi promosso a medico di quel l'ospitale, sipropose egli pure, allafoggia
de'provetti nostri precettori, di dare ogni giorno delle pratiche istruzioni:
nel di susseguente alla sua nomina occupò quindiprimo di tutti con molta
insolenza e temerità quel posto chesoleva essere destinato ai nostri maestri; nè,
occupatolo, volle cederlo ad essi. Fermo in suo pensiero diragionare aigiovanida
quel luogo, non già una sola volta, o per un giorno solamente, rinnovò la scena
istessa per più giorni; e non valseroa ri muoverlo nè a piegarlo le nostre
istanze, direlte a far sì ch'ei lasciasse liberi ü luogo e l'ora occupati per
lo innanzi dai nostri maestri,e che per sè volesse scegliere altra ora ed altro
luogo. Ma, ostinato egli oltre ogni credere, giunse, coll'insistere per le sue
pratiche istruzioni, a turbare quelle solite a darsi dagli altri prima di lui.
Se dal Campolongo solo avesse dovuto dipendere, tutti saremmo stati esclusi
dal Mentre simili esercitazioni, con si maturo consiglio intra prese a
nostro vantaggio, andavano proseguendo, un certo medicoper nome Emilio
Campolongo,digiovanile età, col. lega nell Università e professore della stessa
cattedra , m a in secondo luogo, d’O., riusci,non sisa come, ottenere che la
ispezione a d siedeva e la cura de'malati, cui prima pre ilsolo O.,venissefra
entrambidivisa, permodo che quind'innanzi gli uomini fossero medicati longo, e
le femmine d’O,. dal Campo l'ospitale; il che pure minacciava apertamente
di voler far si che avvenisse. La quale insolenza, divenuta già intollerabile
ai signori professori Bottoni ed Oddo, meritevoli per ogni riguardo di molta
stima e riverenza, li costrinse a partire dallo spedale, e con essi partirono
quanti vi erano studenti della nazione alemanna,rimanendo così affatto solo
ilCampolongo nel luogo da lui tolto agli altri. Informati poscia bene del fatio
i governatori dello spedale , costrinsero il Campolongo con severi modi a
cessare dalla sua pretesa, ingiungendogli, sepur voleva intraprendere qualche
esercizio a vantaggio di taluno degli studenti, di scegliersi un'altra ora ed u
n altro luogo. Cosi, mercè la prudenza dei nostri maestri e la costanza degli
studenti alemanni, fu vinta l'altrui pertinacia, edinostri esercizii vennero felicementea
ricominciare. Essendosi allontanati, come sogliono, dall'Università glo ltaliani
per far le vacanze presso leloro famiglie, li signori Bottoni e O., eccellentissimi
uomini e della nostra nazione sommamente benemeriti, affinchè far potessimo
qualche profitto nello spazio di tanti mesi, continuarono le loro pratiche
istruzioni quasi ogni giorno nello spedale di san Francesco sino al principio
delle lezioni, con gran fatica e disagio loro, econsomma utilità nostra: della
qual cosa poco io dirò, potendo bene ciascuno dalla rela. zione del mio
antecessore rilevare le circostanze tutte che a ciòsiriferiscono. Aggiungasi, chevenendo
nella state invitati parecchi infermi alle terme di Abano, onde rendersi
vieppiù grati a'nostri, li condussero due volte colà, dando per tutti cavalli e
legno il signor O., e quivi gl'instruirono circa il valore medico delleacque
termali e deifanghi. Verso lafine poi dell'ottobre fattasi la stagione
opportuna per le sezioni anatomiche, iBottoni e O. stabilirono di aprire i cada
veri di quelle donne che morissero nello spedale ; e ciò col fine d'indagare
alla presenza degli scolari le sedi e le cagioni dei mali : fu però d'uopo
abbandonare ben tosto que lidi fondamenti della scuola clinica in Padova , che
precedette tutte l'altre in Europa. Lasciò il nostro Bot Bottoni e O.
continuarono anche nel successivo anno ad istruire nello spedale i giovani;ed
in quest'anno pure vennero ad insorgere nuovi dissidii, come ce ne informano
gli atti di quell'epoca, raccontandosiivi quanto segue: toni un monumento
del suo buon gusto nelle arti in un palazzo ch'ei fece erigere dirimpetto alla
chiesa degli Eremitani inPadova (intorno al quale allude la medaglia riportata da
Tomasini(1),cheacquistatopo sto si utile divisamento,poichè, mentre tutto era
disposto per eseguire nel giorno appresso la sezione di due donne, in una delle
quali importava esaminare lo sluto dell'utero, e nell'altra, mortaditabe, volevasidainostri
precettori scuo prire per dove penetrasse una piaga fistolosa esistente al
torace, Campolongo loro emulo propose a'suoi uditori d'intraprendere in quel
giorno medesimo l'anatomia dell'ute ro,esiserviper questa deidue
suddetticadaveri. Nacque da ciò che i governatori del pio luogo, resi avvertiti
dell’ac caduto e mossi dalle querele delle vecchie inferme, le quali temevano, morendo,
di dover essere del pari anatomizzate, prescrisserotanto ad’O., quanto al Campolongo,
di astenersi dall'incidere verun cadavere nell'ospitale, sotto pena di perdere
lo stipendio. In onta però alle tante opposizioni promosse dalla rivalità del
Campolongo contro Bottoni e O., perseverarono questituttavianell'utile loro
impresa d'istruirenellapratica medicina i giovani, conducendoli al letto dei
malati nello spe dale di san Francesco; poichè anche gli atti compilati dal
consiglieredella nazione alemanpa Pietro Paolo Höchstetter di Tubinga, ne
parlano cosi: A ciascuno di noi è palese con quanta diligenzasi diportasse
ilsignor Albertino Bottoni nelle sue quotidiane esercitazioni. Ogni giorno ei
ci conduceva al lettodi un nuovo malato, e c'istruiva intorno aldi lui morbo, indagandone
dottamente le cagioni, esponendone i segni e le indicazioni curative, non che
il prono stico :egli suggeriva inoltre non solo le più opportune medi. cine di
comune uso,ma quelle altresi chela sua pratica particolare gli avea comprovate
efficacissime; talche vennu ognora più a farsi manifesta la singolare bontà con
cui ila più anni questo insigne uomo ci riguarda. Ond'è che,seb. bene le teorie
mediche da noi apprese nelle nostrecontrade possano a tutta prima allontanarci
in qualche modo dal se guire le sue lezioni, la somma sua felicità nella
pratica e T'ottimo suo metodo di medicare serve però a ricondurci in. torno a
lui. Marco degli Oddi. Marco degl’Oddi. Oddi. Keywords: implicature: filosofia
naturale, Galeno.-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Oddi” – The Swimming-Pool
Library.
Grice ed Offredi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del lizio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cremona). Filosofo italiano. Gli era tributata grande autorità nell’ambiente filosofico.
Insegna a Pavia e Piacenza. In buoni rapporti con Eugenio IV, Visconti e Sforza. Saggi:“De primo et ultimo instanti in
defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum,” S.l., Bonus Gallus, Giambattista Fantonetti, Effemeridi delle
scienze, compilate da G. netti, Paolo- Molina, Rinascimento, Istituto nazionale
di studi sul Rinascimento, Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua
patria, raccolte da G. Robolini, pavese, Fantonetti, Effemeridi delle scienze
mediche, compilate da Fantonetti, Molina. OFFREDI
CREMONENSIS ABSOLVTISSIMA COMMENTARIA [ocr errors] VNA CVM QVAE STIONIBVS
IN PRIMVM ARISTOTELIS Posteriorum Analyticorum librum, Nunc primum
mendis oinnibus expurgati, et egregijs scolijs marginalibus
illustrata, AC DVOBVS INDICIBVS, ALTERO, Qy I RES IN
COMMENTARIIS tractatas, altero, qui quastionum capita copiosissime
comple&titur, PRAETERE A DVPLICI TEXTVS ARIST. INTERPRETATIONE
AVCTA IN LVCM RE DEVNT A PRAECLARISS. DOCTORIS Hoc aut contingit
propter posibilitatem intellectus D APOLLINARIS CREMONE N. noftri, qui à
principio est sicut tabula rasa, & non. 3. de anima tex. in librum primum
Posteriorum mouetur ad intelligendum, nisi de potentia ad actí
cap.is. reducatur sic autem intelligentia non cognoscunt, Aristotelis, exposition
cum semper in actu intelligendi existant, & eodem modo et nunquam in
potentia. Bruta etiam non Mnis doctrina, et discurrunt saltem discursu
pfe&to, quamuis in prin- omnis disciplina incipiosint in potentia ad
cognoscendum, & hoc est telleştiua , ex præpropter imperfectum eorum
modum cognoscendi; existenti fit cogni- Concedi tamen potest, q aliquo
modo, et impertione. Manifestum feétè discurrunt. Ex quo infertur, g per idem
medium euidenter concludere habemus, nostrum mia est autem hoc specu dum
cognoscendi imperfectiorem esse modo intelitia látibus in omnibus;
gentiarī, et perfectiorem modo brutorum, per hoc. f. mathematicæ enim
scientiæ per hunc cum difcurfu cognoscimus, qualiter neq;
intelli- modum fiunt, & aliarum unaquæq; argentia, neq; bruta cognoscunt.
Cũigitur intellectui tium. Similiter aút & orationes,quæ p nostro sit
potentia semper admixta, et cūdiscursu syllogismum, et quæ per inductionem;
scientiā acquirat, in discursu autem error, et recti- utræq; enim per
prius nota faciunt do tudo esse poffit, vbi etiam est admixta potentia, malum,
ö error cötingere poffit, vt colligitur de mente e &rinam; hæ quidem
accipientes,tanğà Arift.g meta. cum dicit, q malum naturaliter
eft tex.6. 19 B notis, illä uerò demonstrātes uniuersale poft potentiā,
& vlterius dicit, g in rebus æternis, perid, quod est manifestum singulare
que semper sunt actu, non est malum, neque error, Similiter aút, et
rhetoricæ persuadent: oportuit artem inuenire,qua in a&tibus rationis
di- aut enim per exemplum, et est Inductio: rigeretur humanus intellectus
in acquirêdo notitia aut per enthimema, quod quidem est vnius, ex notitia
alterius, et hæc fuit Ars Logicæ. Cum autem triplex sit intellctus
operatio, quarum syllogismus secunda primam fupponit, et tertia secundā vt
colli Mnis doctrina,omnisý disciplina gitur 3. de anima (Prima est simpliciü
intelle&tio, Tex. c.at. Secunda est simplicium compositio, vel divisio. Tertia
intellettina preexistente è co- est cognitio discursive His tribus
operationibus sed priores dus gnitione fit. Id, fi omnes que tres correspondent
logicæ partes, quarum prima magis conuenite fiant pacto consideremus,mani-
habetur in lib. prædicamentorum Arist. G admi- Lui, quatenus in feftum profeito
fiet. Mathematica nang; niculis ipsius scilicet lib. vniuersalium Porphiri,
tellcdwet. fcientiæ illo comparantur modo, caterarú ý lib. sex principiorum ,
obi logicè determinatur artium vnaquaque. Sanè circa orationes de generibus, &
speciebus predicamentorum , prout quoque, fiueille p raciocinationes fiue per
cunda est, quæ habetur in lib. Peryhermenias, vbi de cognitione quadam simplici
cognosci habent, sem inductioncm fiunt, feruari modusidem fo- propositione
determinatur, et speciebus ipfius tàną let: in utrisq; nanque, per antea
nota doctri de inftrumento aliquid compositiuè, vel divisiuè co-
C F na nimirum fit, quippe cum in altera tanğ gnoscendi. Tertia verò
in alys Logicelibris conti- à cognofcétibus propofitiones accipiantur,
netur, qui cõmuniter Ars Noua dicuntur, vbi de in altera
per singulare iam notüipfum vni. instrumento determinatur, quo discurrere
debet in versale oftendatur. Simili profe&to modo, telle&tus,o3.
de syllogismo, es consequenter de alijs modis arguendi. Diuiditur autem
tota illa pars hoc Goratoria rationes fuadent, aut .n.exem modo , quia
ficut in a&tionibus Nature diuersitas plis,quod est inductio,aut
enthymematibus reperitur, quxdam .n. funt, qua ex neceffitate fiunt,
g&quidē ratiocinatio est, facultas ipsafolet quædam vi plurimum, quedam
vero raro (propter oratoria fuadere. defe&tum aliquem in natura,ficut
monftra ) sicin discursibus rationis quidam sunt, in quibus est
nePro inductione expositionis huius libri Pofte- cefsitas, & ifti cum rectitudine
rationis habentur. riorum , fub brevitate, videnda funt quædam, v3. Ală sunt ,
per quos vt plurimum verum concludiqua fuerit necessitas, logicam inueniendi,
et confetur, non tamen necessariò. Alij verò funt, in quiquenter fcienciam
huius libri, Quis ordo huius libribus eft defectus rationis propter alicuius
principi ad cæteros libros logica Arist. Quis libri titulus,et defecttum. Pars
logice, in qua de primis determiquid fubie&tú, & fic consequenter
habebuntur ipsius natur, iudicatiua dicitur, & eft illa,quæ traditur in Non
pigeat hoc cause. Quantū ad primum fciendum est primò, q libris Priorum,&
Pofteriorī,dita autem' est iudiloco videre Aszi cum modus nofter cognoscendi
fit medius inter mon catiua à iudicio, eo q iudicium eft cum certitudine. dum
intelligentiarī, er modum Brutoră, ab vtrifq; Vocata etiam eft analetica .i. refolutoria,
co gisa diftinguitur in hoc, g intelligimus cum discursie. dicium certum
de effe&tibus baberi nö poffit,nisifiat. Con quelle stravaganze ed empietà
iusegnavasi cercare col commercio de'demonj , colle magie e le incantagioni i
rimedj delle malattie, e le maniere di preservarsene. Meritavano maggior
illustrazione e lode altri insignim e dici Cremonesi di questo secolo. Apollinare
Offredi s o lenne filosofo, astrologo e medico, lettore di metafisica nello
studio di Pavia e di Piacenza, caro ed accetto ad Eugenio IV, Filippo Maria
Visconti eFrancescoSforza. A Filippo Maria protettor suo dedica O. i suoi
Commentarj di Aristotile sull'anima, stampati poi in Milano, sui quali piacemi
di trascrivere il giudizio che ne fece l'illustre mio concittadino ed amico
Poli. Con quest'opera, dic'egli, pre venne O. in alcuni principii sull'origine
delle idee lo stesso Locke, ecome quegli che appartenendo a quell'onorata
famiglia de'filosofi peripatetici italiani, che al melodo naturale e
sperimentale aggiunsero quello della critica e delle proprie dottrine aveva
proposto nuove ricerche superiori al suo secolo, e di cui van tanto gloriose le
scuole moderne. I n p rova di che il prof. Poli ne'suoi saggi, e nella sua
storia della filosofia ita liana riferisce alcune proposizioni filosofiche
dell'Offredi tratte dalle opere sull'esposizione e sulle questioni de’libri
d'Aristotele de anima (che ebbero poi tante edizioni), dalle quali scorgesi
come l'Offredi svincolasse la filosofia dall'impero dell'autorità, e la posasse
sul sentiero della libera e coscienziosa verità. Quanto alla medicina
Apollinare e celebrato per cure maravigliose fra i migliori medici del suo
tempo, e pubblicava al cune opere, di cui puoi vedere i titoli nell'Arisi.
Il 312 Elogia clariss. virorum Collegii Pisan.1750
negliopuscoliscientificidelCalogerà). Secondo Volaterrado e Spacchio non scrive
quest'Offredi opera alcuna. Ma Ficino ne fa onorevole menzione in una sua
lettera del lib. V, ove dice che dalla salvezza dell'Offredi dipende quella
della filosofia de' suoi tempi. Non ricordato pure da'vostri sto rici e
biografi trovo Baccilerio Tiberio che è solo a c cennato nella Biografia medica
di Parigi, da cui apprendesi ch'egli fu professore di medicina a Bologna,
Ferrara, Padova e Pavia, e muore in Roma. Scrive un saggio intitolato Commentarii
sulla filosofia di Aristotele e di Averroe, che non sembra es sere giammai
stato impresso. Poche cose i nostri biografi ci tramandarono di Albertino de
Cattanei o de Chizzoli o Plizzoli da non confondersi coll'altro Albertino di S.
Pietro. Il Cattanei la dottissinio in varie scienze, dottrine e lettere, e
professore straordinario di filosofia, fisica, etica e teologia prima a P a
dova indi a Bologna, poi difilosofia morale e di medicina nello studio di
Ferrara e di Pisa collo stipendio di 495 fiorini d'oro (Alidosi, Borsetti
Storia del ginnasio di Bologna e di Ferrara. Fabbrucci, op.cit., in Calogera). Ficino
lo chiama doctrinæ et honestatis exemplar; e lascia alcune opera accennate
dall'Arisi. BOEZIO, Hugues de St Victor, Alberto il Grande di Bollstädt e
Alberto di Sassonia, AQUINO, Egidio Colonna, Guglielmo d'Alvernia, Enrico di
Gand, Henricus de Gandano, Roberto Vescovo di Lincoln detto Testa Grossa, il
francese Gianduno o da Jandun contemporaneo e amico di Marsilio da Padova e di
Pietro d'Abano. Giovanni Duns Scoto e Antonio d'Andrea, Antonius Andreae
Scotista, il Burleusossia Burleigh, Pietro d'Abano ossia Concilialor differentiarum,
Buridano, Vio, Gregorio di Rimini (Gregorius Ariminiensis generale degli
Agostiniani nominalisti), Jacopo da Forlì e Gentile dei Gentili discepolo di
Taddeo fiorentino filosofi e medici del medesimo secolo; knalmente Pietro da Mantova
logico, PaoloVeneto filosofo, Apollinare Offredi --filosofo e Pietro Trapolino
da Padova uno dei maestri di Pomponazzi autore di un'opera De Ilumido Radicali,
tutti del 15.0 secolo. Il Nifo e l'Achillini sono citati nelle Questioni
aggiunte. Di Marliano milanese detto il Calcolatore fanno menzione anche i suoi
libri anteriorie stampati especie quello Deintensione el remissione formarum.
La maggior parte di questi Commentatori sono noti e annoverati sia nelle storie
della Filosofia e della Letteratura, sia nelle Biografie universali, e nelle
Enciclopedie. Pietro d'Abano è uno dei più citati e studiati dal Pomponazzi;è
famoso e una sua accurata biografiafral'altresitrova nella Storia scientifica o
letteraria dello Studio di Padova del Colle.Sopra Jacopo da Forlì che fu
professore a Padova è da notarsi al proposito di questo lavoro che egli è
autore di un De Intensionc 339 titolo più particolare che sta in
testa alla prima pagina dopo l'indice delle Questioni si rileva che esso pure
si riferisce ai corsi dati dal Pomponazzi sul De Anima a Bologna. Difatti il
detto titolo è il seguente: “In nomine individuae Trinitatis incipiunt
quaestiones animasticae excellentissimi artium et medicinae doctoris, domini
Magistri Petri Pomponatii Mantuani philosophiam ordinariam in bononiensi
Gymnasio legentis. Sventuratamente il Codice di Firenze non ha che 57 fogli
invece di 267 che ne ha quello di Roma, e delle 79 Questioni di cui contiene
l'indice, 34 soltanto e non senza lacune vi sono trattate; queste corrispondono
generalmente per l'ordine in cui si ccedono, alle prime del Codice di Roma, ma
non sempre e talvolta con parole diverse. Le Questioni del Codice di Roma sono
114 ed esauriscono tutto il trattato di Aristotele, quelle del Codice di
Firenze non vanno guari al di là della metà dello scritto aristotelico e nelle
34 che sono esaminate e risolute non sono comprese le più importanti
dell'Indice come sarebbe quella della Immortalità dell'anima,soggetto del libro
famoso che porta questo titolo. Da un opuscolo del Brunacci è accertato che a
Padova ilPomponazzi comincið et Remissione Formarum , come il Pom
ponazzi,manoscritto registrato dal Tommasini nelle sue Bibliothecae Palavinae
manuscriptae publicae el privatae, Utin, L'Apollinare, Pietro da Mantova e
Paolo Veneto sano più d'una volta dal Pomponazzi citati insieme; e di fatto sono
tutti e tre in parte della loro vita contemporanei. Paolo Veneto ha fiorito
nella prima metà del secolo XV ed è stato professore a Padova; la sua Somma di
Logica e isuoi Commenti supra l'Organo sulla Fisica di Aristotele e
specialmente sul De Anima furono celebri e c m mendatissimi. Di esso parlano il
Tiraboschi e il Papadopoli (Storia dell'Università di Padova) e Poli nel
Supplemento IV al Manuale della storia della Filosofia del Tennemann.
L'Apollinare e della famiglia Offredi o degli Orfidii da Cremona (Vedi Francesco
Arisi, Cremona literata, Parma e Tiraboschi, Storia della Letteratura
italiana); fiori verso la netàdel!V°secolo; ebbe fama grandissima e fu chiamato
l'anima di Aristotele. Risulta dal De Anima del Pomponazzi a Carte che su
discepolo di Paolo Veneto « Paulus Venetus et Apollinaris ejus discipulus ». Fu
difensore della filosofia Cristiana contro l'Averroismo; insegnò a Piacenza evi
fu aggregato al Collegio medico. Il suo Commento al De Anima di Aristotele
esiste manoscritto nella Biblioteca palatina di Firenze. Esso fu stampato più volte;
la prima edizioneè di Milano (Vedi il Tiraboschi
e il Sassi, Storia della Tipografia milanese). In un volume stampato a
Venezia (esistente nella Biblioteca
Alessandrina di Roma) da Boneto Locatelli si trovano 1.o la Logica di Pietro da
Mantova; 2.o il trattatello di questo professore sul primo e l'ultimo istante (“De
primo et ultimo instante”) citato dal Pomponazzi nel suo “De Anima” ; 3.o un
trattato responsivo di O. Apollinare da Cremona al Mantovano in difesa della
opinione comune; 4.° un commento del Menghi alla Logica di maestro Paolo
Veneto. Le due opere del Mantovano portano questi titoli. Viiri praeclarissimi
ac subtilissimi logicim a incipit feliciter. Incipil sublilissimus tractalus ejusdem
deinslanli. Il trattato dell'Apollinare ha per titolo “Illustris philosophi et
medici Apollinaris Offredi Cromonensis de primo et ultimo instanti in
defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum seliciler incipil.
Ecco il principio di quello del Mantovano che il Pompovazzi cita colle parole
Petrus de Mantua o Mantuanus concivis meus: Incip il sublilissimus Tractatus ejusdem
(Magistri Petri Mantuani) de instanti. Dicemus primo naturaliter loquentes,
quod sola forma secundum se el quam libel sui proprietatem potest incipere el
desinere esse. Materia enim prima est ingenita el incorrutlibilis: el non plus
esl, -sul “De Anima” un corso che non potè finire. Forse ad esso si
riferiva il manoscritto che Tommasini (Bibliothecae Patavinae publicae et privatae)
dice di aver veduto nella libreria privata del Rodio. Quanto a quello di
Firevze, il titolo ci avverte, come abbiam detto, che esso deriva come quello
di Roma dall'insegnamento psicologico del Pomponazzi a Bologna.Si troverà
nell'Appendice l'indice delle questioni che vi sono registrate. È certo in ogni
modo che il manoscritto di Roma è il Commento intero del Pomponazzi sul De Anima
di Aristotele, e ciò che più monta e risulta dalla data apposta alla fine del
medesimo, è l'opera della sua età matura, l'espressione più completa del suo
insegnamento più importante, il corso da lui dato o compiuto sul “De Anima”,
nel tempo che segnò l'apice della sua attività, in quell'anno 1520 in cui egli
stesso datava dalla Cappella di S. Barbaziano in Bologna il De Naturalium
Effectuum Causis, fu ilvelerit de materia prima in rerum natura quam nunc sil, velminus.
Secundum tamen verilalem (cioè la fede) malaria ali quando desinil esse ulinc onsccralione,
plusaulem velminusali quando est de forma tam subslunliali quam accidentali.
Sed hoc proposilum non destruil. Er quo sequilur quod si aliquod ens nalurale
incipil vel desinil esse, ipsum incipil vel desinit esse propter cjus formam
substanlialem quae incipit vel desinit esse. Premessa la eternità della
materia, tutto il trattato si aggira sulle difficoltà e le antinomie che
possono sorgere dalla applicazione delle categorie del moto e della quantità
alla generazione e alla cessazione delle forme nella materia, e specialmente
dalla relazione della materia con la forma nei virenti. La qualità delle
argomentazioni giustifica la parola sublilissimus aggiunta al titolo del
Trattato e ricorda i ragionamenti della Scuola Eleatica e specialmente di
Zenone sul moto. Questo libro è uno dei più curiosi esempii dell'ardire pur
troppo sterile quanto ai risultati o b biettivi,ma non infecondo quanto alla
ginnastica della mente,con cui la Dialettica del Medio Evo e della Rinascenza
si accinse alla soluzione dei problemi più difficili. Nel manoscritto di
Firenze sopracitato come anche in quello che qui facciamo conoscere Pietro
Mantovano è spesso designato colle iniziali P. M. Il Sig. Fiorentino è rimasto
dubbioso se queste let tere indicassero Pietro Manna cremonese, che il
Pomponazzi nell'Apologia chiama viracerrimi in genii gravissimique judicii.
Essendo il Manna cremonese, è chiaro che il Pomponazzi non poteva chiamarlo
concivis meus. Di Pietro Trapolino, il più celebre dei due Trapolini che il Pomponazzi
ebbe per maestri, ecco ciò che dice il Papadopoli nella sua storia
dell'Università di Padova. Petrus Trapolinus Patavii nalus patricia genle philosophus,
malhemalicusel medicus declinante Saeculo XV celeberrimus, Medicinam in Gymnasio
palrio professusesl ut constatex Albis gymnasticis. Vixilannos LVIII; vivere desiitan.
MDIX caipsadiequa caplum direplumque Patavium estab exercilu Maximiliani, in
eaquererum catastrophe quaemulla conscripseralperiere. Superesiquem juvenis
ediderat liber de Ilumido radicali. Di Trapolino suo precettore in medicina Pomponazzi
parla nella12a delle sue Du Vilazioni sopra il4o dei Meteorologici di
Aristotele adducendo le difficoltà che egli scolaro gli opponera su certe cause
della mutazione delle forme nei misti. Ivi l'autore avvicina Trapolino a
Gentili, a Forlì e a Marsilio di Santa Sofia altri rinomati professori di
Padova. Di Roccabonella che fu pure suo maestro è menzione alla fine del De
Falo. Finalmente di Francesco di Neritone altro suo professore oltre al cenno
che ne fa. Grice: “Italians
are rightly obsessed with Pomponazzi. They complained he looked more ‘a Jew
than an Italian,’ but he predates Ryle’s Concept of Mind. One of his influences
is Offredi, a lizii – who wrote not just on Aristotle’s De Anima (a manuscript
Pomponazzi consulted) but who himself set to defend Pomponazzi – to prove that
he was a real lizio, he wrote on Analytica Posteriora too – “Only a true lizio
will comment on that!” -- Offredi. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Offredi,” The Swimming-Pool
Library.
Grice ed Olgiati: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei classici – filosofia italiana – Luigi Speranza -- (Busto Arsizio). Filosofo italiano.
Grice: “I’m impressed that Olgiati dedicated a whole tract to the idea of
‘soul’ in Aquino!” Si forma presso
Seminari milanesi. Collabora con Gemelli e Necchi alla Rivista di filosofia
neo-scolastica e fonda con loro il periodico Vita e Pensiero. Insignito da Pio
XI del titolo di Cameriere Segreto e da Pio XII di Proto-notario Apostolico. Inoltre
assieme ad Gemelli, uno dei fondatori dell'Università Cattolica del Sacro
Cuore. Presso tale ateneo insegnò nelle facoltà di Lettere, di Magistero e di
Giurisprudenza. Condirettore della Rivista del Clero Italiano insieme a Gemelli.
Autore di saggi relativi sulla religione e l’istruzione. I suoi allievi più
illustri sono Melchiorre e Reale. Tomba di Gemelli mons. O.. Il libro Le
lettere di Berlicche, scritto da Lewis, oltre ad essere dedicato a Tolkien, è
dedicato anche a O.. Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e
dell'artenastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della
scuola, della cultura e dell'arte — Università Cattolica del Sacro CuoreLa
storia: Le origini, su uni cattolica. Saggi: “Religione e vita” (Vita, Milano);
“Schemi di conferenze” (Vita, Milano); “I fondamenti della filosofia classica”
(Vita, Milano); “Il sillabario della Teologia” (Vita, Milano); “Il concetto di
giuridicità in AQUINO” (Vita, Milano); “Marx” (Vita, Milano); Il sillabario
della morale Cristiana” (Vita, Milano); “Il sillabario del Cristianesimo, Vita,
Milano) b I nuovi soci onorari della Famiglia Bustocca. Almanacco della
Famiglia Bustocca per l'anno 1956, Busto Arsizio, La Famiglia Bustocca, Treccani
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia. Francesco Olgiati. Olgiati.
Keywords: classici, il gusto per l’antico, ius, Aquino, sillabario, filosofia
classica, filosofia no-classica, logica classica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Olgiati” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Olimpio:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Giuliano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He lives in the middle of nowhere.
When he finds his city became an uncomfortable place for pagans, he moves to
Rome.
Grice ed Olivetti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’archivista – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.
Grice: “Olivetti deals with some topics dear to me and Strawson, like
subject, transcendental subject, and the rest – he also uses ‘analogy,’ which
is a pet concept of mine – I have been compared to Apel, so the fact that
Olivetti in his ‘conversational’ approach relies on him, helps!” - Professore a
Roma -- preside della Facoltà di filosofia. Formatosi a Roma, confrontandosi con i temi del
rapporto fede e ragione nell'ambito di un collegio di docenti orientato sul
versante marxista, storicista, postidealista, trova in ZUBIENA il suo maestro.
Con lui iniziò una collaborazione intellettuale che lo porta a studiare i temi
della filosofia della religione, partecipando ai colloqui romani inaugurati dal
filosofo piemontese, dapprima come segretario e poi, dopo la morte di ZUBIENA come
organizzatore. Dopo iniziali studi di estetica religiosa e di filosofia
classica tedesca, si dedicò alla ricerca di un approccio neo-trascendentale al
tema della religione, insegnando filosofia morale a Bari e poi sostitundo
Zubiena nella cattedra romana di filosofia della religione. Giunse dopo
l'incontro decisivo col pensiero di Lévinas, ad elaborare una concezione di
questa disciplina come antropologia filosofica e etica in quanto «filosofia prima
anzi anteriore» su base storica, nata dalla dissoluzione in età tardo
settecentesca, soprattutto ad opera di Kant e Hegel, della onto-teologia. Molta
rilevanza aveva nel suo insegnamento lo studio dei classici tedeschi, in chiave
storica, e da ultimo il confronto sia con la fenomenologia, specie con Lévinas
e Marion, sia con la filosofia analitica. In Analogia del soggetto, la sua
opera maggiore, l'autore elabora una teoria analogica del soggetto, riprendendo
suggestioni di Husserl, Apel e Lévinas, confrontandosi con Heidegger e
suggerendo una teoria dell'"umanesimo dell'altro uomo" su base
staurologica ed etico-interinale («espropriarsi del caritatevole nell'interim
interlocutivo» ibidem). La tesi è che non esiste un'essenza dell'essere
umano. Tale essenza è immaginata, e senza siffatta immaginazione l'essere e
l'umano non si coapparterrebbero. Così si dice, in un certo senso la fine
dell'etica. Tuttavia così si dice anche che l'etica, e non l'ontologia, è la
filosofia prima, anzi anteriore. Di seguito l'autore prospetta un ripensamento
del soggetto trascendentale, con un differimento dell'ergo rispetto al cogito
cartesiano, partendo dal “loquor,” ovvero «dall'origine analogica di ogni
logica, in modo da scomporre la presenza trascendentale in sum-prae-es-abest.
Si perverrebbe così all'abbozzo di un «ripensamento dell'appercezione
trascendentale, in modo tale da reimmettere il pensiero rappresentativo nella giusta
traccia della rappresentazione. Attività accademica e influenza Direttore
dell'Istituto degli Studi Filosofici Castelli e poi dell'"Archivio di
Filosofia", si fece promotore di colloqui e convegni nei quali conveniva,
a Roma, ogni due anni, nei primi giorni di gennaio, l'élite della filosofia
della religione europea e mondiale (Ricœur, Marion, MATHIEU, Quinzio,
Melchiorre, Lévinas, Lombardi Vallauri, Forte, Casper, Dalferth, Greisch,
Capelle, Courtine, Falque, Grassi, Paul Gilbert, S.J. Stéphane Mosès, Flor,
Prini, Peperzak, Swinburne, Gabriel Vahanian, Hénaff, Vitiello, Tilliette,
Henry, Taylor, tra gli altri). Nelle sue prolusioni e nei suoi contributi
introduttivi si prospettava lo sfondo su cui si sarebbero esercitati i contributi
e le discussioni del Colloquio, di seguito pubblicati in numeri monografici
della Rivista "Archivio di Filosofia". I temi trattati erano
spesso centrali nell'elaborazione di una filosofia della religione come
filosofia tout court e abbracciavano, negli anni ottanta e novanta del
Novecento, temi centrali come "Teodicea oggi?", l'argomento
ontologico, l'Intersoggettività, il Dono, la Filosofia della Rivelazione,il Sacrificio,
il Terzo. La sua personalità riservata entro l'ambito strettamente scientifico
e il rigore speculativo dei suoi scritti non ne hanno favorito una conoscenza
pubblica al di là dei circuiti accademici, e il suo insegnamento ha lasciato un
traccia significativa costituendo una vera e propria scuola di filosofia della
religione. Saggi: “Il tempio simbolo cosmico” (Milani, Padova); “L'esito
teo-logico della filosofia del linguaggio” (Milani, Padova); “Filosofia della
religione come problema storico” (Milani, Padova); “Da Leibniz a Bayle: alle
radici degli Spinoza briefe, “Archivio di filosofia”; “Analogia del soggetto” (Laterza,
Roma); "Filosofia della religione" in La filosofia, Le filosofie
speciali (Pomba, Torino); Avant-propos, in Le Tiers, Archivio di Filosofia Archives
of Philosophy, Considerazioni introduttive sul tema: Postmodernità senza Dio?,
in «Humanitas» a.c. di Ciglia e De
Vitiis Traduzioni e curatele: Kant I., La religione entro i limiti della
sola ragione, Romam Laterza); “La religione nei limiti della sola ragione, I.Kant
(Laterza, Roma); “Saggio di una critica di ogni rivelazione, con introduzione Fichte,
Laterza, Roma) ; Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. Francesco Valerio Tommasi, Archivio di filosofia
», Tommasi, Le persone, infiniti fini in sé. Un ricordo lettore di Kant, « Studi
Kantiani », Filosofia della religione Fenomenologia Ontologia Teologia Fede
Ragione Bruno Forte, Del sacrificio e
dell'amore_In memoria, su, Tributo dell'Roma, Istituzioni collegate, su
filosofia.uniroma1. E. Giacca: un
filosofo della religione", Giornale di filosofia, su
giornaledifilosofia.net. Archivio di filosofia, su libraweb.net. Marco Maria
Olivetti. Oivetti. Keyword: implicatura, l’archivista -- “philosophy of
language.” Cratilo, teologia del linguaggio, esito teo-logico della filosofia
del linguaggio, la religione razionale secondo Kant, l’idea de fine –
autonomia, il regno dei fini in Kant, religione e linguaggio, l’esito teologico
della filosofia del linguaggio, Jacobi. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Olivetti” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Olivi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Undine). Filosofo italiano Medico e storico italiano. Anche filosofo. Enrico
Palladio degl’Olivi.
Grice ed Onato:
la ragione conversazionale e la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A
Pythagorean. Fragments from his treatise survive. Grice: “But since they are in
Greek, CICERONE refuses to study him!” -- Onato. Onata. Onato.
Grice ed Onorato:
la ragione conversazionale del cinargo romano – Roma – filosofia italiana. Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.A
member of the Cinargo who takes to the habit of wearing a bearskin. Onorato
Grice ed Opillo: la
ragione conversazionale e l’orto romano -- l’implicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. Filosofo italiano. Segue l'indirizzo dell’orto. Liberto
di un membro dell’orto, insegna filosofia, ma sciolge la sua scuola per seguire
Rutilio Rufo a Smirne, ove compose varie saggi, fra le quali Musarum libri
IX. Aurelius Opilius.
Ueber die Schreibung “Opillus” statt “Opilius” vgl. F. Buecheler, Rhein. Mus.
Opilius lehrte zuerst Philosophie, dann Rhetorik. endlich Grammatik. Später
löste er seine Schule auf und folgte dem P. Rutilius Rufus ins Exil nach
Smyrna. Hier schrieb Opilius unter anderem ein Werk von neun Büchern mit dem
Titel “Musarum libri IX”. Nach den Citaten, die daraus von Gellius und
besonders von Varro, Festus und Julius Romanus gemacht werden, muss er sich
besonders mit Worterklärungen befasst haben. Ferner erwähnt Sueton einen Pinax
mit dem Akrostichon „Opillius"; da wir wissen, dass sich Opilius mit
Scheidung der echten und unechten Stücke des plautinischen Corpus abgab, werden
wir diese Schrift dafür in Anspruch nehmen dürfen. Zeugnisse. «) Sueton, de
gramm. Aurelius Opilius, Epicurei cuiusdum libertus, philosophiam primo, deinde
rhetoricam, nocissime premmetiram docuit. dimissa autem schole Rutilinm Rufum damnatum
in Asiam secutus ibidem Smyrnae simulque consenuit compositque variae eruditionis
aliquod volumina, ex quibus novem unius corporis, quia scriptores ac poetas sub
clientela Musarum indicaret, non absurde et fecisse et inscripsisse se ait ex
numero divarum et appellatione. huius cognomen in plerisque indcibus et titulis
per unam (L) litteram scriptum animadcerto, rerum ipse id per duas effert in parastichide
libelli, qui incribitur pinax 3) Musarum libri novem. Gellius, Aurelins
Opi-lines in primo librorum, ques Mexerum inceripoit (über indutine). Bei Varro
de lingua lat. wird er unter dem Namen Aurelins angeführt (proefica; i, 106,
unter dem Namen Opilins Vgl. H. Usener, Rhein. Mus., Bei Festus wird er citiert
als Aurelius Opilius, dann als Opilius Aurelius, ferner als Aurelio, endlich
als Opilius, O. M. Vgl. R. Reitzenstein, Verrianische Forschungen (Bresl.
philol. Abh.). Charis. (Julius Romanus) Gramm. lat., 1 at ait Aurelius Opilius.
Aurelio plaret. Vgl. O. Froehde, De C. Julio Romano Charisii anctore (Fleckeis.
Jahrb. Supplementbd.) Der lirres Vgl. F. Ritschi, Parerga, Zu den Verfassern
von indices plautinischer Stücke rechnet Gellius, auch ungeren Aurelius. F.
Osann, Aurelius Opilius der Grammatiker (Zeitschr. für die Altertumsw.); G.
Goetz, Pauly-Wissowas Real-encycl. Bd. 1 Sp. 2514. Die Fragmente bei E. Egger,
Lat. serm. vet. rel. und Funaioli (Oben v. u. ist statt (C'os.)* zu lesen. denn
P. Rutilius Rufus war Cos.). Grice: “Since he was a ‘liberto,’ CICERONE refuses
to study him!” -- Opillo
Grice ed Opocher: la ragione conversazionale l’implicatura
conversazionale della giustizia – IVSTVM QVIA IVSSVM – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Treviso). Filosofo italiano.
Grice: “There are two points that connect me with Opocher: ‘individuality’
in Fichte, since I love the problem of the in-dividuum, perhaps influenced by
my tutee Strawson (“Individuals!”) – and Opocher’s ‘analisi’ as he calls it, of
the ‘idea’, as he calls it, of ‘giustizia’, particularly in Thrasymachus, for
which I propose an eschatological study!” -- Enrico Giuseppe Opocher. Con Ravà e Capograssi è considerato uno dei maggiori
filosofi del diritto italiani del Novecento. Nacque da Enrico Giovanni,
ginecologo. Durante la Grande Guerra la famiglia, timorosa dei bombardamenti,
si trasferì dapprima nella periferia di Treviso, quindi a Pistoia presso una
parente. Gli anni successivi riportarono un clima di serenità e agiatezza, nel
quale Enrico crebbe, dividendosi tra la città natale e Vittorio Veneto, meta
delle sue vacanze estive. Dopo il liceo
fu avviato, secondo il volere del padre, agli studi giuridici, benché fosse
decisamente più inclinato verso la filosofia. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza
a Padova, ma continua a coltivare i propri interessi personali seguendo le
lezioni di filosofia del diritto tenute dRavà. Sotto la guida di quest'ultimo
stilò una tesi su La proprietà nella filosofia del diritto di Fichte, con la
quale si laurea brillantemente. Ottenuta la libera docenza, vinse il concorso
per la cattedra di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza a Padova,
succedendo a Bobbio che in Veneto era divenuto segretario regionale del Partito
d'Azione. Nell'ateneo padovano insegnò ininterrottamente per quarant'anni,
tenendo lezioni per i corsi di filosofia del diritto, di storia delle dottrine
politiche e di dottrina dello stato Italiano.
È ricordato in maniera particolare per i suoi studi sull'idea di
giustizia, e sul rapporto tra diritto e valori, nonché per la redazione di un
celebre manuale, Lezioni di filosofia del diritto, usato da generazioni di
allievi. Fu magnifico rettore
dell'Università. È stato Presidente della Società Italiana di Filosofia Giuridica
e Politica. Influenzato dall'amicizia con il cattolico Capograssi e col laico
Bobbio, fu azionista con Bobbio e Trentin, condividendo (a Palazzo del Bo) le
attività cospirative della Resistenza locale. Nel dopoguerra rimase amico
stretto di Trentin e di Visentini, divenendo a sua volta il maestro di Toni
Negri. Saggi:“Individuale” (Padova, MILANI); “Esperimentato”
(Treviso, Crivellari); “Giusto” (Milano, Bocca); “Filosofia del diritto” (Padova,
MILANI); “Gius-to” (Padova, MILANI); “Gius-to” (Milano); Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Fulvio Cortese, Liberare e federare: L'eredità
intellettuale di Silvio Trentin, Firenze University Press, 2citando D. Fiorot,
La filosofia politica e civile – filosofia CIVILE --. in Scritti, G. Netto, Ateneo di Treviso,
Treviso, Vedi G. Zaccaria, Il contributo italiano alla storia del Pensiero,
Padova, I rettori Unipd | Padova, su unipd. Denominazione attuale: Società
Italiana di Filosofia del Diritto, vedi.
Giuseppe Zaccaria, Il Rettore della tolleranza, in La Tribuna di Treviso,
Toni Negri: «Un uomo davvero libero nell'università chiusa degli anni '60», in
[Il Mattino di Padova] Giuseppe Zaccaria, Ricordo Omaggio ad un maestro, Padova, MILANI, 2Giuseppe
Zaccaria, Il contributo italiano alla storia del PensieroDiritto, Società
Italiana di Filosofia del Diritto, su sifd. Grice: “Opocher is concerned with ‘iustum quia
iussum,’ which while transparent to Cicero as analytically false a posteriori,
it is just impossible to express in Anglo-Saxon or English. Both iustum and
iussum come from the same root. So what is just is what is commanded. The
principle of positivism. Opocher finds this all too easy, so he rather examines
Fichte, who tries to express in his vernacular vulgar (Recht, Wesen, Gemein
Wesen, and so forth) all the ideas of contractualism – a contract between a ego
and alter – on the wake of the beheading of Marie Antoinette!”. Opocher. Keywords: giustizia – fairness, gius, il
concetto di gius nel diritto romano, iustum non quia iussum – verbal aspect
here --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Opocher: giustizia del
neo-Trasimaco.”
Grice ed Opsimo: la
ragione conversazionale e la setta di Reggio – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. A
Pythagorean cited by Giamblico. Grice: “Cicerone said that in proper Italian,
his name was Ossimo!” -- Opsimo.
Grice
ed Orazio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Venosa). Filosofo italiano. Orazio
fu attirato dai problemi morali ed estetici. Quinto Orazio Flacco. Muore a
Roma. Soltanto nelle "Epistole," Orazio dichiara di sentirsi attirato
dalla filosofia morale per la quale vuole abbandonare la lirica. Si è notato
che questa epistola è un protrettico. Ma anche negli scritti precedenti O.
tocca spesso argomenti filosofici. Scherzosamente, O. si chiama dall’orto “de
grege poreus” (Epist.). Effettivamente egli, che dichiara di non voler giurare
sulle parole di nessun maestro, non appartiene ad alcun indirizzo determinato.
Nei suoi studi in Atene conosce dottrine di scuole diverse, vede nelle sette filosofiche
una disciplina che non deveno essere ignorate. O. s’interessa soprattutto per
la morale applicata ai casi della vita. La sua indole, amante
dell’equilibrio, della tranquillità, della serenità, gli fa considerare con
simpatia l’etica dell’ORTO, di cui si scorge l’influsso nelle satire, che abbondano di reminiscenze a LUCREZIO
(si veda). O. ri-assume la teoria dell’orto sull’origine del diritto e della legge. Più
volte, satireggia paradossi del Portico: tutte le colpe sono uguali, il
sapiente è re e conosce ogni cosa. O. disegna la caricatura del Portico:
capelluti e barbuti che, predicatori ambulanti, espongono precetti ai quali non
sempre fanno corrispondere la vita. Ma O. mostra di apprezzare maggiormente la
severa nobiltà degl’ideali del Portico. O. si avvicina sia all’Orto che al
Portico quando loda la vita semplice e sana della campagna. Ma quando sferza la
caccia alle riechezze e al lusso, O. si collega al Cinargo, delle cui diatribe
si avverte l'influsso nelle sue satire. Nell'insieme, la morale di O. è
utilitaria ed è diretta dall’esigenza dell’equilibrio e della misura. La sua non
è una teoria filosoficamente fondata e perciò non manca di
incoerenze. Nell’"Arte Poetica" si riconoscono abitualmente
riflessi di teorie del “Lizio” e particolarmente di Neottolemo di Pario, che
assegna alla poesia il duplice ufficio di dilettare e di giovare. Da Panezio si
fa provenire il concetto del "decorum", che ha un posto centrale
nella dottrina estetica che O. propugna. He is sent
by his father to study philosophy. His studies are cut short when civil war breaks
out after the assassination of GIULIO (si veda) Cesare. His works, frequently
advocate the simple country life, and a number of letters he publishes indicate
a continuing interest in philosophy. Although he has friends that followed the
doctrine of The Garden, and he is clearly familiar with these doctrines, it is
not clear that he belongs to any particular ‘school.’ In an examination of O.’s
philosophy, we should not look for that comprehensive love of wisdom generally
termed philosophy by the ancients, including science, ethics, and speculative
thought. O. Is not the speculative type of man to be interested in the
composition of the universe. Quae mare compescant causae, quid temperet annum,
Quid velit et possit rerum Empe 00168 at Stert tan doddret acunen, fre Wetaer
the pLanete wander ad rol Fone spontareduer) 18 pedoedes or subt1e dtortinius
that Is Crazed."). O. Is a realist, concerned with the ethical side of
wisdom -- with the conduct of life. O. is thoroughly Roman, and the Romans,
except only a few lofty souls such as Lucrezio, Cicerone, and Virgilio, are of
a practical, mundane nature. The Roman philosopher cares little for the
abstractions of speculation. The Roman is born to rule -- parcere subleatio et
debellare superdos.*2 than oupire, titg Shail be tnite are, to ozdain the law
of peace, to be merciful to the conquered andbeat the haughty down. The
philosophy which appeals to the Roman is that which would give him mastery over
self, and hence over the world. But everywhere around him O. sees the
tremendous waste of human energy, struggling nen, feverishly pursuing the
bubbles that do not satisfy, frittering away their man-hood, consuming time and
not achieving the mastery of life to which their heritage entitles them. For
such an audience, then, in which the will to live is the dominant
characteristie, O., the sane, tolerant, and sympathetic man of the world, with
the insight which comes from contemplation and the inspiration which comes from
a realization of the dignity of his task, formulates his philosophy of living,
a simple, practicable code of ethios, to help men to saner, worthier, happier
lives -- a code which furnishes a solution to the problems of life. It is not
an explanation of life, but a way of life, something tangible, a touchstone by
which the Roman man may test his own worth and contentment. How keenly he feels
the importance of his mission we may know from "Sic nihi tarda fluunt
ingrataque tempora, quae spem Consitiumque, morantur agendi naviter id quod
alike to the poor, alike to the rich, and the neglect. O. Is unusually well
qualified to undertake this office of sage, monitor, and guide, for he is the
product of unusual home training, thorough training 1n the schools of
philosophy, and a very varied experience. O. is very fortunate in his home
influence. Born of a freedman father, who knows life from the point of view of
the toiler, O. early aoquires the common sense which is the basis of sound
living. His father gives him an insight into the things worth seeking, by
pointing out the conspicuous failures in his own vicinity. Instead of merely
advising his son to live frugally, he calls his attention to a certain
well-known fellow who squands his patrimony. Others he indicates as shameful
examples of the effects of lust. By taking as a precedent the action of certain
Romans whose lives are an example to the wole comunity, and shunning the
practices which had made others infamous, he may always have a criterion of
conduct. Further than teaching his son to distinguish clearly between vice and
virtue, keep his eyes open to the lives of those arourd him, and profit by
their mistakes, his father could not go, saying that others could explain to
him the reasons for shunning vice, and that he might learn these reasons, O. is
sent to the best possible schools, no doubt at no small sacrifice. It is the
finest possible tribute to the fundamental worth of this rustic freedman that O. speaks ever gratefully and without shame of
his humble birth and boyhood training. Just what O.’s life at the 'University'
of Athens may have been, we do not know. But he gives ample proof of his entire
familarity with both L’ORTO and IL PORTICO. The former, so ably expounded by LUCREZIO,
must have made a profound impression on O., the lover of life. That he had a
sympathy with their doctrine of impassiveness -- to them the duty of man being
to increase to the utmost his pleasure, decrease to the utmost his pain, and
the highest pleasure being peace of mind -- is proved by Tempora momentis
Tapora potent. Oat qua gordine Dulla -- Not to be exoited about anything,
Numicius, is almost the one and only thing that can make and keep a Ion sun and
stars and the seasons departing in fixed course there are who view with no
tinge of and again -- Gaudeat an doleat capiat metuatre, quid ad rem ntere 1, --
ral eerento ne has esea beeter oat matters it, worse than BotE In body and
soudii, hs eyes stare and he ds dased. In another place he allies himself
playfully with the more material enjoyments of L’ORTO. Once he admits, half
shamefacedly, his weakness for the hedonism of Ceristippus -- Now imperceptibly
I slip back to the terets of et, tot ne to the worla ate the rorta to. And in a
second passage he praises the adaptability of Aristippus, contrasted with the
cynic. But a man with the rigid training of O.s early years could not be
completely satisfied with the superficialities of L’ORTO and Cyrenaism. He
values happiness, but he has too much moral fibre to find it either in
impassiveness or pleasure for its own sake, and so in spite of his repugnance
to the sternness of IL PORTICO, and the severity of its "Sapiens", he
is drawn toward the positive virtue of IL PORTICO. No utterance could ring more
clearly of IL PORTICO than the following: "Vir bonus et sapiens audebit
dicere: 'Pentheu, 'Adiman bona.''Nempe pecus, rem, Comed bas entro toste httote
tenth maniodsette sub custode tenebo.'hoo sentit, 'Moriar.' -- The good and
wise man will make bold to say, 'Pentheus, Ruler of Thebes, what will you force
an undeserving man like me to suffer and endure?' 'I will take keep you under
the charge of a grim "The deity himself will free me as soon as I I
suppose thig is what he means, 'I will die.' Death is the final goal of things.
Although he appreciates the value of the tenets of IL PORTICO, he cannot take its
asceticism altogether seriously, nor adopt them in their entirety, and fling
this jest at them: "Ad summem; sapiens uno munor est cove, dives, Liber,
honoratus, pulcher, rex Denique Pree iple sanus, nisi oun pituita molesta est.
-- To sum up, the philosopher is inferior to jove alone; tingo inga aborea
noalthg, sare winen troubied Thus we see that O. is an eclectic, sifting from
all the schools of philosophy what wis finest, sanest and best adapted to his
needs. If there appear to be inconsistencies in his system of ethics, and there
are countless ones, we must remember that he regards himself as the physician
of morals, ministering to many kinds of ailments, each one demanding a different
prescription, and he knows all too well that life is too complex to be reduced
to a simple formula. To IL PORTICO O. owes his positive dootrine of self
control, of a life in accordance with nature and controlled by virtue, and his
superiority to misfortune. To L’ORTO, O. owes his theory of the wise enjoyment
of life, and to the Cyrenaics his theories of moderation. Of his own foibles
and changeableness he says Cone todtur t tale thdate pocune – I commend the safe ana humble when funds are
low, brave enough in a poor environment; but when aught better and more
sumptuous falls to my good fortune. O’s life experience ia a kaleidoscopic one.
His youth is spent in association with the sons of the wealthy and well-born, and
thus he acquires that tact and urbanity which are so valuable in his later
relationships, and which enable him to give advice on matters of social
conduct. Then follow his attachment to the hopeless cause of the Republicans,
with the disillusionment, loss of property, position, and purpose. such a
complete alteration of nis entire life scheme could not but have a tremendous
effect. Any faith that he might have had in politics as worthy of a man's best
efforts, is of course completely shaken. From that time on he philosophises with
thorough conviction of the insubstantiality of "ambitio". Besides he
realises keenly the moral evils that follow the civil ware, and pessimism and
general contempt for nis shameful countrymen. His fresh beginning in kome in a
most humble position, gives him the first taste of the real struggle of the
great mass of men for the mere means of existence. From this position he sees
the weaknesses of the poor, their unrest, and idle craving for the wealth which
they fail to see is not conducive to happiness. It is perhaps from this phase
of his existence that O. gains an appreciation of the simple joys of life wich
are attainable for all -- sunshine, the shade of tree, the river, wine, etc. Lastly
nis friendship with MECENATE (si veda), coming after the bitterness of life,
affords him the leisure to devote himself to philosophy. He learns too well the
instability of position to value it over highly, but from this relationship he
draws the principles which he lays down as guides for patron and client.The
burthen of O.'s PHILOSOPHY OF LIFE – cf. H. P. GRICE, “PHILOSOPHY OF LIFE” -- is
the attainment of HAPPINESS – H. P. GRICE, “HAPPINESS”. Since he tastes of the
sweetness and bitterness of life, and now by virtue of his devotion to philosophy
is somewhat removed from the toil and moil of the world, he thinks that he has
a better perspective, oa. better judge of the eternal values than the great
majority of men, blinded to the larger view by the details, and hence first
undertakes an explanation of the NATURE of happiness. Ultimately happiness is
the product of a definite attitude toward life. It is not a mere matter of
chance. It is within the reach of all who care enough for it to pursue it in
the right way. An idle, aimless, drifting existence will never attain the goal.
the thoughtless, short sighten so man world must be brought to realise this,
must be aroused to a contemplation of the issues of life, for he who neglects
them suffers for his neglect -- et miPosces ante diem librum cum lumine, si non
-- and if you will not call for a book with a light before dawn, if you will
not apply your mind to the pursuit of honorable ends, you will be kept awake
and racked with jealousy and 1ove. Men's bodily well-being, in wich they take
such a keen interest, is not half so important as right living. Si latus aut
renes morbo temptantur acuto Quaere fugen morbi. Vis reate vivere: Quis
non?"l who does not? -- And yet they place every other interest before the
wise regulation of life, either because they are too ignorant to realise its
importance, or because they are too slothful and cowardly to face the issues.
Nam our Bet andaum, ditters Surand tompue inatun -- When you make haste to
remove what hurts the eye, Then let every man take thought of whither his life
1s trending -- Inter cuneta leges et percontabere doctos, Qua ratione queas
traducere leniter sevum -- In the midst of all you must read and question the
what lessens care, what makes you your own friend, we aud walk, and tae pata of
a iise mo 10e4. -- When once men do come to acknowledge that happiness in not
an accident, but the logical outcome of & well considered and consistently
pursued course of life, they should give prompt attention to these matters of
vital moment, and thus H. indicates the first step toward the new life. Multit
e arttase fygere et sapteatia prine And once aroused it will not seem so
difficult, for -- Dope up taot que coopst habit; aapeze aude; If a man really
desires happiness he must have an aggressive attitude toward it, for what is
worth achieving can be won only at the expense of vigorous effort. -- Sedit qui
timuit ne non succederet. -- osame has beer afraid of fallure, has remained And
again -- Ho onus horret,10oodt at persert, ro cospore matus. One shudders at
the load as too great for his fueble spirit and feeble frame; another takes it
on his back and carries it to the end. Lest anyone should think that because
his past life has not been a worthy one it is useles or ridiculous to attempt
any serious reformation. O. invites him to draw inspiration from his own
altered ideals. Quem
tenues decuere togae nitidique capilli, quem sois immunem Cinarse placuisse
rapaci,Quem bibulum liquia1 media de luce ralerni,, Cena brevis luvatet prope
rivum sommus in led luglise puaet, sed non incidere ludum. "Leroa -- I, whom fine togas ana perfumed hair became, I whom you
know witnout a gift pleased grasping leinars,the rill; I am not ashamed to have
had my sport, but would be, not now to out it short. Inconsistency is no
disgrace, if you have veered to a wiser course, jut whatever you do, do not delay,
but act at once! -- Qui recte vivendi prorogat horam("He wao postpones the
season of upright living is like It gidea and will glide, rolling on to all
time.""out down. With this awakened interest, O. thinks it well for
each man to test to the fill each of the things wich men from time immemorial
have deemed the sunmum bonum – OPTIMVM – Grice: OPTIMALITAS -- [Indeed, Piso makes
this assumption, and it leads him erroneously to the conclusion that THE
PORTICO values scientia as its own end, as “QVOD IN EO SIT OPTIMVM”, as that
which is highest in one. Antiochus then attributes to IL PORTICO, whether
rightly or wrongly, the very LIZIO valuation of theoretical over practical life
that we, his readers, know IL PORTICO would refuse. When it comes to accurately
portraying IL PORTICO as philosophical movement, the fact that Antiochus, a
character in Cicero's dialogue, elides the difference between IL PORTICO and
Aristotle serves as no indication of the reliability or unreliability of
Cicero's or his sources. Cicero simply wants to show that, whatever the
original truth of orthodox PORTICO might have been, it lent itself to this
Antiochean interpretation. As he proceeds, the question he asks is whether the
PORTICO can indeed be accused of valuing theoretical over practical life
despite the fact that THE PORTICO would refuse the very distinction.] with a
view to adopting as HIS one, whichever one seems to have the most real VALUE,
to bring the calm and contentment that are significant of a life well lived.
The decision is a momentous one -- Non qui Sidonio contendere callidus ostro
lescit Aquinatem potantia vellera fucumOcrtius accipiet damnum propiusque
medullis, Quan qui non poterit vero distinguere falsun. -- He who has not skiil
to know now to distinguish from the purple of sidon, fleeces steeped in
Aquinun, will not sustain a more certain loss or one nearer his heart than he
who will not be able to discriminate the false from the true. Try virtue first
of all. Si VIRTUVS [andreia] hoc una
potest dare, fortis omissisHoo age delioiis -- If virtue alone can bestow this,
manfully give up pleasures, and make her your aim. Or try the pursuit of
wealth;1 Tme tepates ous, 108 postrene ontts. 2part that squares the
heap." Or try ambition:"Si fortunatum species et gratia praestat,
Meroemur servum qui diotet nomina, laevum Qui fodicet latus et cogat trans
pondera dextram Porrigere. If pomp and popularity secure bliss, let us buy a
slave to tell us the names, to nudge our left side, and force us to stretch our
hand over the counter. And"Caude quod spectant ocull te mille loquentem.
"elonge that a thousand eyes gaze on you as you Or test the pleasures of
food and wine--Ne let fileen Cruad Tumaigue trons, Quad deceat, guid non,
oblitt."b10tus 0 mere apetie eadenith tod unagesteproper, witt not
"gt us takebaths, forgetful what 18 Or the satisfaction of
mirth--jests.")Then, having advised each man to try for hinself, for each
must be the best judge of his own life. Metiri se quemque suo modulo ao pede
verun est. "2 a 100t-leht For caoh one to measure hamsel or hie And he
will never be sure that one of these thinge might not have proved the key to
happiness until he has used it and found its futility, O. sings up the decision
which each is bound to reach. Abstract virtue is a hollow thing,"Virtutem
verba putas etLnoun 11gna, -- You think virtue words, and a holy-grove sticks. As
CICERONE says, 4 suitable for a community of disembodied spirits, but hardly
fitted to men who consist of both body and soul. It is too cold, too remote,
andVre guan satte ca virea, ge petat naen-s Nor will men find wealth any more
satisfactory than virtue as a "summum bonun" (strictly, OPTIMUM, not ‘goodest'),
for its weaknesses are all too evident. Even granted that it does have many
undoubted advantages -- Soilicet uxorem cum dote fidenque et amicosL Bone numa doret Suadele eaus due, w2 -- For of
course queen Cash bestows a wife with a dowry,ney tan le acornid mith Sua bon
and Lode .ho man ofhundred; so you will be one of the masses. Yet how fleeting
wealth 1s!"Quiequid sub terra est in apricum proferet aetas; Defodiet
condetque nitentia. And the summum bonum must be a permanent thing.
rurther-more peace of mind and good health are not conferred by it--Non animo
curas."4ind poia gat ar res tover son the asting oods bratheir lord, or
troubles from his soul. Nor is pleasure a necessary accompaniment of riches. Nam
neque divitibus contingunt gaudia 80118. "I'or pleasures do not fall to
the rich alone. And his advice is bad who bide you get money rightly or not, by
hook or crook, just so that you may get a nearer view of the plays of PUPIO,
for after all, they are lachrimose plays, and why see them nearer? Besides, in
the gest for wealth alone, you are prone to lose the sense of all other values
-- "He has lost his armour, has deserted the post ofполог, who is always slaving, entirely absorbed in augmenting his fortune. Ambition
cannot satisfy any more than virtue or wealth, for see the ignominy that it
carries with it. One must seek the favor and the gifts of the fickle Roman mob "Plausus
et antoi dona Quiritis, "and make friends of all sorts of people Ut oulque
est atra, Tia quengue deotus adopta teand although the world applauds a man
today, tomorrow its fickle favore may be given to someone else, leaving 1ts
former favorite stranded, so that only a small taste of the pursuitof ambition
will convince a man that"Nex vixit male, qui natus moriensque fefellit.
" pass de not de bad life whose barta and deata have Furthermore the
unrestrained indulgence of theappetite is sure to result disastrously to both
body and mind,there is no ultimate good to be derived from a life of excess, so
men must rejectit, too, as the "summum bonum.""Sperne
voluptates; nocet empta dolore voluptas, "I•("Scorn delights; delight
bought with pain is hurtful."). None of these external things, then, can
be regardedas the "summum bonum" – OR OPTIMVM – quid in eo sit
optimum --, since not only do they fail to bring the happiness all men are
longing for, but are the osuse of so much of the uncertainty and distress which
plague the world. Qui timet hig adversa fere miratur eodem Quo cupiens pacto;
pavor est utrobique molestus,Improvisa simul species exterret utrumque.Sa guto
ue ast mette poutare sie ofe ad romDeflixis oculis animoque et corpore torpet? He
who fears their opposites excites himself much in the same way as he who covets
them, the flurry in both cases is a torment,whenever the unexpected
appearanceagitates the one or the other. Whether one joys orif at every-It is
not that in themselves these things are wrong--only that they are externals and
one must not attach too much significance to them. It is because men have
overestimated them that the three greatest ourses of the age have come upon the
world--superficiality, restlessness, and greed. Since men are always looking
for something tangible as the secret of happiness they have bedome shallow,
have grown to care far too much for outward appearance, and far too little for
inward appearance, and far too little for inward worth. Si curatus insequali
tonsore capilloslee mediai credis neo curatoria egere -- If I have met you with
my hair dressed by theha hare & hreed fa be ants beeatt a fosey tuno,or if
my toga sits unevenly and awry, you laugh; whole round of life, pulls down,
builds up, exchanges the square for the round?lou think mine an ordinary
madness and do not laugh, nor yet imagine I want a leech, or a trustee
appointed tortune 8, and tume aboutn 12-out na1102 thean ill-out nail of the And
this same belief that happiness lies in externals makes men restless -- a
feverishness that manifests itself in the iorm of travelling, forever pursuing
the happiness which forever escapes them. now foolish it is to try to escape
the things which batfle one by seeking another clime! -- Sed neque qui Capua
romam petit imbre lutoque Aspersus volet in caupona vivere; nee qui Frigus
collegit, furnos et balnea laudat Lt fortunatam plene praestantia vitam. leo si
te validus lactaverit Auster in alto, Idcirco naven trans Aegaeum mare vendas. Incolumi
Rhodos et mytilene pulohra facit quodr ben 11078, Sextl nonae oantnusrs. Dum licet et volutem servat fortuna benignum, Romae laudetur, samos et Chios
et Fhodos absene. "2 AAQpraise bake-houses and baths as fully making up
thebe praised, and uhois, and far-off Rhodes. The peace for which men are
searching may be attained anywhere if they only know the secret. Nam si ratio
et prudentia curas, Non locus effusi late maris arbiter aufert.Caelum non
animum mutant qui trans mare currunt.Strenua nos exercet inertia: navibus
atque("So that in whatmay Bay You have lared a pleasent Lite, tor seineit
is common sense and wisdom that remove cares, and not a spot which commands a
wide sweep of sea, their climate, not their mind,they change whorun across the
sea.An active idleness busies us,in ships and carswe seek to live aright.Te Por
totH at u20ra0, 1 a contented sptrit The people are merely consuming time, not
living, who are forever on the march. They exhaust their energies and gain
nothing but discontent. And of these curses of looking to externals for happiness
perhaps the worst is the curse of avarice. Why seek for much in the world when
one can use so little and more cannot delight? Quod satis est ous contingit
ninil amplius optet. "2' dia to whose lot 1a118 a competency, desire
nothingThe grasping continually after more only breeds dissatisfao-tion. There
can be no tranquillity so long as one is subject to an ever-increasing desire. Semper
avarus eget; certun voto pete finem. 3 praye iser 18 ever in want; aot a fixed
80a1 to your What a misshapen monster avarice is anyway -- Belua multorum es
capitum. Nam quid sequar aut quem? A many-headed monster you are; for wnat or
whom shall I follow: As soon as one head is cut off new heads appear, so that
it seems inconquerable."Verum Ta de po sun horan turare preantes, How
helpless men are in the olutch of such a power as this, which never gives them
a moment's real rest and peace of mind!How wretched the heat of their desires
has always made mankind, and how heroie 1g the figure of the man who has risen
above them, is well illustrated by Homer's tale of the Trojan war, wherein the
struggling, feverish, dissatisfied Agamemnon and Achilles and Paris
arecontrasted with sane, calm, and prudent men like Ulysses and Nestor. Nestor
componere litesInter Peliden festinat et inter Atriden; Huno amor, ira quidem
communiter urit utrunque Seditione, dolis, scelere atque libidine et ira
Iliacos intra muros peccatur et extra.Rursus quid virtus et quid sapientia
possetUtile proposuit nobis exemplar ulixen,aspera multa Pertulit, adversis
rerum immersabilis undis. "I ("Nestor makes haste to settle the
strife between the son of Peleus and the son of Atreus; the one is fired by
love and both in common by wrath.and anger There as Bannin nithin the valls o
ofun and with-Again as to what efficacy there is in virtue in Ulixes.many a
hardship over thewide ocean, a man not to be sunk in the adverse wave of
things.") If the seoret of happiness lies not in wealth, ambition, mirth,
or any of these external things, which in a limited measure may contribute to
the richness of life, but beyond the golden mean – AVREAS MEDIOCRITAS -- ,
pursued as an end in themselves, are the cause of so much misery, discarding
all such inoidentals men must look for the real source of happiness within
themselves. When men are dissatisfied, it is not the world which is wrong, but
their own attitude toward the world. In culpa est animus, qui se non eifugit
unquam. "Ihates his own. with the harmless place; it is the mind that is
at fault which never escapes itself.") Two great doctrines O. presones -- the
wise control of life and the wise
enjoyment of life. the first thing men must learn is to adapt themselves to
circumstances, to frankly face the fact of the evil and injustice in the world,
to realise that such a thing as periect happiness is nowhere existent and that
all life 18 an adjustment. -- solue puae posot eret estare beatum, Saost the
one ate ony thng Lhat on rate and keep a man happy. Chafing and fretting
against the established order of the universe, against life's seening
inequalities, only serve to augment their hardships. When once men do face the
facts of life and bring themselves Into
accord with them, things wich fornerly seemed of greatest moment will be looked
upon with indifference. Yon sun and stars and the seasons departing infixed
courses there are who view with no tinge of dread.") And it 18 not only
for his individual well-being, but for the benefit of the state as well, that
he have this philosophical outlook upon life. and Bet, to take up beae, Ios nen
to are deer toour country, dear to ourselves.")for ii we are dissatisfied
with our fortunes, our bitterness will taint every relationship in life, but if
we are sane, life will look back at us with the same calm expression. Sincerum
est nisi vas, quodoumque infundis acescit."?Brow Sout,, ressel 18 olean,
Whaterer jou pour 1aOf prime importance i8 integrity of life. It is not enough
that a man assume all the outward appearance of goodness and make a great
parade of virtue. Qui consulta patrum, qui leges iuraque servat;Quo
multae magnae que secantur iudice lites; Quo res sponsore et quo causae teste
tenentur. sed videt huno omnis domus et vicinia tota introrsum turpem,
speciosum pelle decora. "3evidence cases are gained.but all his household
and theNo Bod thout he 18, Wit beautoous brtn) taz Unless the people no know
him best find him honourable and sincere, he need lay no olaim to worth. Low
senseless 1t 18 to delight in being called good by the world in general,
forthat very world will perhaps tomorrow call him a thief, or unchaste, or say
that he strangled his father. de deserved the commendation they gave him
yesterday no more than the slander they heap upon him today.caliny terig put
ede manwao te Fosous and Leedeto be reformed? It is perfectly clear how
pernicious this false praise is and to what lengths it leads men."Leu, si
te populus sanum recteque valentem Dictitet, occultam febrem sub tempus edendi
Dissimules, donec manibus tremor incidat unctis. If the people keep saying you
are in sound and perfect health, you conceal a hidden fever up to the hour
ofR2E2™E60a:till paralysis seize your hands wile filledIn order to deceive the world
they offer sacrifices publioly to the gods, while secretly they are praying to
the gods of trickery to shield their crimes from detection. 3ecause one is not
a thief or a murderer he has no right to demand praise, for he has his reward
already in freedom from pun-ishment. or is it virtue to avoid evil merely for
fear of the consequences--"Iu nihil admittes in te formidine poenae.
"*("You will commit no crime through fear of punishment.")Good
men desire virtue for calm and peace that it brings them--"Oderunt peccare
boni virtutis amore."("Good men hate sinning through love of
virtue.")For it is what you are that really counts, not what the world
thinks. Even the school boy realizes this.("Yet the boys at their games
say: 'You will be king if you act rightly. However many of the externals of
life fortune man have given a man, if he is weighed down by the sense of his
own guilt or unworthines, he cannot enjoy them. But the man conscious of his
own rectitude fears neither loss of property or of life. Si forte in medio
positorum abstemius herbiscontestin 1lquidus sortunae ctrus inauret;vel quia
naturam mutare pecunia nescit, Val quia cunota putas una virtute minora. "2forward, even though Fortune's clear stream wereFreedom is
another element in this wise regulationof life--freedom from all these
externals which so often bring disaster."Ne cOtia divitiis Arabun
liberrima muto. Lor the riones or the drabs,"t freedon of my ledsuz1oon
oiet etterr sede fehe tbao edntere: when hestoops down for a copper fixed in
the orossings, not see; for he who shall desire shall also fear: further, the
man who shall live in fear, I will never regard as free. Once the love of
riches has fastened itself upon a man he cannot escape it. If he only realized
what a hard master it was he would flee from it as the fox did from the lion in
the old fable.Omnia te angersue pattent a renta retroraum."tad, an oe be aai0,
a2 polateIf then, he have wealth, he must place it in its proper position, else
it may take out of his hands the direction of his life--it will either be his
master, or his slave."Imperat aut servit collecta pecunia culgue,
"3("Each man's hoard of money is his master or his slave. O. boasts of his own freedom from the opinionof
the masseg-- Noamai ons anotre trote ot putpite afeo, I do not hunt for the
suffrages of the fickle crowd by expensive banquets, and a gift of threadbard
olothes.Not only must a wise man control externals toattain perfect freedom,
but he must practise self-control.He must restrain his anger lest it be a
source of shame and humiliation to him."Qui non moderabitur iraeinfectum
voletesse dolor quod suaserit et mens, dum poenas odio per vim festinat
inulto.Tiperat, hune ente, hune Tu oupese oatera, 2t.that whion vexation and
passion nace prompted, waitoehurrying on with violence the punishment for his
unavenged hate.Ilese 1t 1f the elave, It' 18 theo1ourb it with the bit, yea,
curbAnd his envy, too, must be mastered, or it willmake him utterly miseraole. Invidus
alterius macrescit rebus opimis, invidia Siouli non invenere tyranni maius
tormentum."2("The envious man repines at his neignbour's goodly•
treater foreat than atos t hare not dtscoveredFor while he is covetous of
others' material blessings, he poisons his enjoyments of what is his own.auriculas
citharae collecta sorde dolentes. "3Bre he sane peaure ta pantie faro to
theateof filth.")Let no man surrender to envy of his neighbor's lot, as
did the ox and the nag in the fable."Optata ephippia bos, pigre optat
arare caballugQuan soit uterque libens densebo exerceat artem. "IWhen men
do yield once to the domination of avarice, envy, anger, public opinion, they
have lost their freecom just as did the horse which summoned man to help him
drive out the stag, and then could not shake the rider from his baok.?And of no
less importance is self confidence.A man will accomplish only so much as he
feels himself oapable of. Let hin therefore trust in his own ability and others
will have faith in him.Dux reset examen,n3"Qus elb1 fldot,("Whoso has
self-confidence, will be king and head the swarm.")The second doctrine is
the wise enjoyment oflife. Happy indeed whould you be 11--"Di
tib1----dederunt artemque fruend1. The gods have given you the art of
enjoyment.")But at any rate men may develop their powers of enjoyment. Life
13 so uncertain and so brief, death so final and always imminent --"Ire
tamen restat Numa quo devenit et Anous. "5("It remains for you to go
where iuma and Anous have descended. There is no hope of a life after death in
norade--it ig an eternal exile. Yet he is not pessimistic about 1t. Death18
Inevitable; accept 1t as such, and since there is only this brief span of years
for every man, ending all too soon in oblivion, let him on that account make
the best possible use of each day -- Carpe Diem -- so that the doom of death
will appear only as a dark background enhancing the bright foreground of life.
Looking foward, looking backward breed discontent. Think only of the present. The
surest way to get all the possible joy out of life is to live every day as
though it were the last. Grata superveniet quae non sperabitur hora. Amid hope
and care, amid fears and passions, believe every day has dawned for you the
last; so, welcome shall arrive the hour your will not hope for.")If men
keep this thought ever in mind they will f1ll each moment so full of the
richness of living that there will beno regrets, no joys postponed to a future
day which will never be theirs, when the summons of death does come.This means
that to avoid disappointment men mustenjoy right now whatever the gods may have
given them--"Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam grata sum manu,
neu dulcia differ in annum;HE 200619e 2000 Ter18 133e 21beater. Whatever hour
the deity has blessed you with, dosoever you have been, you may say you have
lived apleasant life.If among these blessings wealth is numbered, let men not
hoard it, but enjoy its benefits--("Po what end have I a fortune if I am
not permitted The man who spares in anxiety for hisneima., no 18 all too severe
18 next door to a For there is much to enjoy in ine world--andmost of the
really worth while sources of pleasure are within the reach of all. shere 18
health. There are all the delights of the country and out-of-door life. Ego
laudo ruris amoenirivos et musco circumlita saxa nemusque.brown rocks and
wood.king, as soon as I have lorsaken tnose soenes you extol to the skies with
loud acclaim. And--"Novistine locum potiorem rure beato? Tenat ef Taoe
conle er onete ont ura Cumsemel accepit Solem furibundus acutum? Est ubi
divellat somnos minus invida cura?Deterius Mbyois olet aut nitet herba
lapillis?"4("Know you a place preferable to the blessed country?I
nore Leasant bree2e allays ailke te tury of treDogstar and the commotions of
the Lion, when once he has gone mad by receiving the stings of the Sun?Is there
a spot where envious care less distraots our slumbers? Is the scentThere is
simple food which nourishes without distressing--"Pane egeo iam mellitis
potiore placentis. "I"Besad, is what I want now more pleasant than
honded There is sunshine, free to all, of which norace is 8o
fond--"golibus aptum. How foolish it is to want more when these things, if
properly regarded, will make one's life rich and blessed--The wise nan will
learn to value and employ what is within his reach.Not the least of the joys of
life is friendship.There is a deal of the utilitarian point of view in orace's
advice about sooial interoourse. The life of a reculse cannot be the richest
one, contact with other people is both necessary and valuable. Ae Epicurius said,
"Friendship enhances the charm of life; it nelps to lighten sorrowe and
heighten ine joys of fellowship." Hence it is to a man's advantage to make
himself as agreeable as possible. temust not pry into people's
secrets--"Arcanum neque tu sorutaberis illius unquam. "1nYou must
never po dato secret on the meetbut when they have been confided to him, he
must keep them--"Commissumque teges et vino tortus et ira. "2"a
teraladon a trust, thouga plied alike mita vineFor"Et senel emissum volat
irrevocabile verbum. A word once let slip, flies beyond recall.")He must
not be boorish, merely to prove that he 18 a man of Independence and stannia,
for thereby he simply makes himself Obnoxioug~~"Asperitas agrestie et
inconcinna gravisque. A boorish rudeness, at once unlovely and
offensive.") When he takes up the oudgels in defence of some
trifle--"Alter rixatur de lana saepe caprina, Propugnat nugis armatus. Equally
disgusting is the fellow who slavishly bows to every opinion of his host merely
to keep his favour--"Sic iterat noces et verba cadentia tollit, Ut puerum
saevo credas dictata magistro Reddere vel partes mimum tractare secundas.
"6actor in a farce handling the seoond part.")Horace gives a deal of
sound advice about the relationship of client and patron. There are numerous
duties whioh a client owes to his patron in return for his favor.First, he
should be grateful for the gifts he receives:-An rapias. "Pistat, sunasne
pudenteror tense a tans erence waether you take with modestySeoond, he should
be willing to share cheerfully in his patron's chosen pastimes.or blamebe you
for composing poetry.")"¿u cede potentia amici"So do you give
way to the mild requests of your power-Because even the closest bonds of
friendghip have been broken because of dissimilarity of tastes and
unwillingness to compromise. It is foolish to try to dress and live in
anextravagant way as one's patron does. The patron knows only too well his
client's ciroumstances and will despise him for trying to imitate him when he
cannot afford it. By all means let him not complain of trifles, but bear
hardships without grumbling."Brundisium comes aut Surrentum ductus
amoenumQui queritur salebras et acerbum frigus et imbres, Aut cistam effractam
et subducta viatica plorat, ("He who has been taken as a companion to
Brundisium, or lovely Surrectum, and complains of the jolting roadsSion one ote
1059 014 Ba11 ao an ance,Beatet.-poon erer her real 10sse8 and sortowe get
noAnd further he should try to appear cheerful for the benefit of those around,
for--"Demesupercilio nubem; pleurumque modestus Occupat obscuri speciem,
taciturnus acerbi."3If the client finds that he is humiliated by
patronage, loses his independence and his self respect, if his patron i8 the
sort of man no makes presents only of what he cares nothing ior and dislikes,
as the host woo pressed upon his guest pears that were so plentiful that wat he
refused, went to the pigs, then he had much better break off therelationship,
for it is degradation.Wen should be most careful of their choice offriends, so
that when accusations assail one who is well known, they may protect him and
back him up. I and it pays to have a rezard for the wishes of others, even if
it costs a little effort, for--"Vilis ancorun est annona, bonis ubi quid
desset."? went are & of arlends
Low, when those who wantAnd it is a source of shame to a man to be
mock-modest and refuse to help another when it is in his power to do
so--("But I was afraid I might be thought to have undervalued my
influence, a dissembler of my true power, profitable to mygelf alone.") Tact
is absolutely necessary to success in a social way. There is a proper time for
everything, as Horace warns Vinius Asina when he commissions him to present
books to Caesar. One must be careful not to intrude upon the great, but must
await a suitable opportunity, lest by his excessive zeal he offends the one he
would please. Conceit is unbearable and will destroy friendship. Ut tu
fortunam, sio nos te, Celse, feremus. "5("As you bear your fortune,
so shall we yourself, Celsus.") Just how highly dorace valued social
interoourse isshown by his careful instruotions to orquatus on the duties of
host and guests. The host should be most discriminating in his choice of guests
so that all may be congenial--Jungatur que part, "loeat par("That
like meet and be associated with like.") and that all be the kind which
will not make friendly table conversation a matter of gossip outside--sit qus
atota forae edemthet. andoos("That amidst our faithful friends there be
none to carry our talk abroad.") A friendship of long standing is an
invaluable thing and not lightly to be broken, as he warns Florus, who has
become estranged from lunatius. The best possible summary of O.'s philosophy of
life is his own prayer. Sit mihi quod nuno est, etiam minus, et mihi vivamQuod
superest aevi,si quid superessevolunt diSit bona librorum et provisae frugis in
annumneu fluitem dubise spe pendulus horae.Sed satis est orare Iovem quae donat
et aufert;Det vitam, det opes, aequum mi animum ipse parabo. "4Inay ire
2or aselt the renaindes ofidarg, 1onsI may live for myself the remainder of my
gods will any to remain for me.May I havegood stock of books and of provisions
for each year, trembling on the hopes of the man. DIEQO RAPOLLA
VITA DI CON RAGGUAGLI
NOVISSIMI E CON NOTE DIFFUSE SULLA STORIA
DELLA CITTÀ DI VENOSA •-'; ' -r: ~ :*
^; ' POR TIOI Premiato Stabilimento
Tlpografloo Vesuviano 1892 ■ - \' e;. \* \ 1*1 V *L '*^ ^S^è» «&•
•&• «è» «A* «A* «A» «^ •'1^ •e* *-.'» SU''
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QVISTO OBAZIO FLACCO DI DIEGO
RAPOLLA o VITA
DI CON RAGGUAGLI NGVISSIBO E CON NOTB DIFFUSE
SULXiA 8TOBIA DBLLA OITTÀ DI VE1708A DI DIEQO
RAPOLLA MOBILB VKN08IMO CAVALIKSB DELL*0RDI1CK DELLA
CORONA D'ITALIA CITTADINO OMOKARIO DI POSTICI
PXOrSSSOKB OMORARIO B SOaO DI VARIB ACCADBMIB
PORTICI pTABILIMENTO JlPOQRAFICO yESUVIANO Corso
Garibaldi, 173 1893 L'ijf.S'^ :
\ j / Riproduzione e traduzione
vietate. Proprietà letteraria dell'autore, che si riserba tutti i
dritti che gli concedono le leggi vigenti. 'jfr^j^ **y^sP'
^^i^^'? '%S0^'-'''''*S^ '^S^ Dtnique quid psalterio canorius
? Quod in morem
nostri Flacci et Gratci Pindari, nunc Jamòo CHrrit, nuHC Alcaico
personal^ nunc Sapphico tumet, nunc semipede ingreditìtr. 8.
SlroUmo, pref. Cronaca ad Eusebio Sommo di poesìa mastro e
di vita. Pisdnnont*, ad Orazio Venosino cantor, sci tu
ì t'ascolto ! D'un si vivace Splendido colorir, d'un si
fecondo Sublime imagjnar, d'una si ardita Felicità secura,
Altro mortai non arricchì natura Xetattailo, Canto ad
Orazio. Et tenuit mastras Humerosus Horatius aures,
DutH ferii Ansonia carmina eulta lyra. Ovidio, Trist. 4. Elegia
to. il mastro dei poeti, Orazio La cui lira per
tutto manda il suono, E qual Pindaro Grecia, egli ornò Lazio.
Tansillo, Canto al viceré di Napoli. Mais fapprend
qu*aujourdhui Melpomene propose D'abaisser son cotAurne, et de parler en
prose, Voltaire, EpItre à Horace. Sume
superbiam Quaesitam meritis VenoBino.
AI LETTORI Dauti - /■/. Cult. XIV. // cittadino di Venosa sentir
devesi som- mamente orgoglioso per esser nato
in così celebre terra, pili antica di
Roma: splendida civitas, anche nel tempo dei
Romani, splendi- dissima nei medio-evo, e patria,
il che più monta, di Quinto Orazio Fiacco. Del grande Venosino smisurate innume- revoli sono state le produzioni
letterarie che ne hanno decantato il nome, criticata F opera
eterna, postillato e glossato ciascun verso o parola
Non havvi paese al mondo che non abbia offerto suir altare del
culto della poesia per- fetta di Orazio il suo attestato di
reverente omaggio: Sopratutto in Germania, hi Fran- eia, in
Inghilterra si son fatti studi prò fondi sulle opere del gran poeta
italiano, e bio- grafie e ricerche storiche pregevolissime su tutto
quello che riguarda la sua vita, ed i luoghi ove vissse. In Italia, ed in
Roma par- ticolarmente, si cmiservano reliquie
preziose di severe e dotte lucubrazioni su tal subietto. Duole non
poco però che in Venosa, fra tanto lume d ingegni preclari che ha
dato quel paese, non vi sia stato scrittore che ab- bia inneggiato
ad Orazio con serietà e pro^ fondita, e con opera particolarmente a
lui dedicata; ed era un dovere attraverso i se- coli venir lodato
Orazio da gente venosina. Neppure un bronzo od una lapide parlava
di lui sin oggi. '^ Ed invero il dottissimo cardinale
Giovan Battista De Luca venosino perchè nei suoi quaranta volumi in
folio non trovò il posto per seguire quello che un S. Girolamo
iniziò? Luigi Tansillo, Orazio de Gervasiis, Donato de Brunis,
sommi poeti venosini, Giovanni Dardo, anch' egli da Venosa, scrittore di
bel- lissimi e maestrevoli carmi (ingeniosa et ve- nustissima
carmina scripsit, disse M. Arcan- gelo Lupoli), perchè non composero
poema sult immortale loro concittadino ? Che anzi
giustamente Francesco Fioren- tino j nelle sue note ai sonetti del
Tansillo, redarguisce costui, perchè « discorre di quello ix^che
chiamava suo concittadino con un certo « risentimento che non è giusto,
perché Ora- « zio non sdegnò altiero il soggiorno di Ve- « nosa:
nei carmi del poeta latino ci è anzi (( un certo compiacimento nel
ricordare la sua a patria ». Orazio fuggì da Venosa, sia per fini
politici^ sia perchè stretto dalla necessità, sia perchè ogni genio
sublitne sorvolando per forza arcana, trova pure in tutto il
ter- restre spazio angusto confine! In luogo di e alitare
tante vuote lodi ad una componente r aristocrazia di quei tristi
tempi di feudalismo, che anzi lo sprezzava, non poteva il Tansillo
toccare la sua lira can- tando di Orazio, stella che illumina il
mondo e che egli stesso chiama ^maestro deipoetiy^ ? Hanno
voi/ do forse rispettare il suo testa- mento: (( Mitte supervacuos
honores ». Ma non è lecito negligere i sommi. Io,
benché non degno di venir noverato fra cotanto senno, ho composto questo
lavoro con gran fatica, con gran sudore, con gran reli- gione,
essendomi prefisso con esso diradare molte idee oscure circa la vita e le
opere di Orazio, riferire coti la maggiore esattezza quanto ad esse
si associa, mettere in luce tutto quello che sin oggi si è scoperto, e
che formava pel passato delle lacune negli scritti dei biografi
anche più esatti italiani e stra- nieri. Ho pure
aggiunto dei cenni storici sulla celebre Venosa, che si commettono con la
vita del suo immortale concittadino. Tutto ciò mi è riuscito
lieve, e mi è venuto » strenuamente compensato col
fatto, che ho aggiunto, io venosino, un fiore al serto, che
immarcescibile cinge la fronte sublime del grande italiano.
Oggi fra tanto tramestio di sentimenti di- sparati, atti a spegnere
ogni entusiasmo, ri- temprare gli animi alla fonte delle opere lei*
terarie immortali come quelle di Orazio, ed il seguirne le
norme che da esse emanano, o cittadini^ è quanto di meglio si può
fare. Si respira così aura piti pura ; si resta an- negato in un
Lete morale dolcissimo: si guar- da con occhio impassibile la vertiginosa
corsa del torbido torrente della vita umana, da una sponda secura e
tranquilla. Valete. Portici— Granatello 1892.
DZE&O BAPOLLA PROLEGOMENI L
mondo, questo pianeta, che pare sin oggi abbia il primato sul si-
stema universale dei pianeti, perchè in esso vive l'uomo, il re della
creazione, avverti , circa duemila anni or sono, una di quelle
trasformazioni , uno di quegli avvenimenti, che segnano date incan-
'cellabili, e che forse non più si verificheranno nei secoli futuri,
tranne quando avverrà la fine -dell' età. Neil' aria pregna dì
densissimi vapori guizzavano folgori rossicce ;
reboava il tuono ; poi appariva luce sfolgorante, bian- chissima,
divina. Le nefandezze, le turpitudini, la mollezza, la superbia, la
degenerazione del genio del bene in quello del male erano giunte
all'estremo limite del possibile. Era prossima l'ora delle
rivendicazioni, della re- denzione, della riscossa voluta dalla
ragione. Era vicina la nascita dell' Uomo-dio , an- nunziato, già
da secoli, come apportatore di pace ed amore. Roma, caput mundi,
impe- rava. Le aquile svolazzavano in liberi campi, ghermendo prede
facili in difficili e remoti paesi. La potenza e la protervia dell'uomo
si disegnavano al massimo grado. I grandi ed i piccoli, i padroni e
gli schiavi, i senatori al- bagiosi , i cresi onnipotenti ed i
gladiatori morituri. Roma già da sette secoli esisteva,
quando l'umanità parve potersi paragonare al vapore chiuso in forte
e potente recipiente che sem- bra prossimo a scoppiare. La civiltà dei
Greci, le gesta ed il ricordo degli altri popoli, come i Cinesi , i
Babilonesi ed i Persi , che vanta- vano maggiore e più antica coltura,
eran pres- sochè cancellati da questi violenti conati
di gente che era barbara e volea divenire inci- vilita. Neir
immensa Roma, per la quale po- poli al sommo grado belligeri
pugnavano sanguinosamente per potersi dire cittadini romani^
vagavano uomini quasi nudi, ed appena ornati da toghe e preziose
porpore, che ne lasciavano scovrire i poderosi garetti e le erculee
braccia ; e le altiere fronti pare- vano non use a piegarsi alle volubili
e spesso avverse disposizioni del destino. Da Roma partiva quella
voce imperiosa che comandava alle schiere invitte la conquista del
mondo intero. Tutto pareva nascer gigante in quel tempo,
e con l'impronta del misterioso e del sublime. Mario, Siila, Mitridate,
Ottavio, Cinna, Giu- gurta, Pompeo, Cesare, Bruto, Antonio, Cleo-
patra; Roma, Atene, Cartagine; Virgilio, Ti- bullo, Properzio, Ovidio,
Sallustio, Cicerone, Giovenale , Tito Livio , Orazio , Mecenate ,
Augusto I Gli uomini, dalla civiltà, che lentamente in-
vadeva, resi più chiaroveggenti, mal soffriva- no la schiavitù più
abbietta. Fremevano e le- vavano ruggiti di leoni. E Mario
era un leone della foresta : nato da vilissima gente, sorbì sin
dall'infanzia il veleno dell' odio contro i potenti ed i gaudenti. Era
smilzo, altissimo, nervoso, brutto, di volto terreo, come se quel
colore della pelle dovesse indicarne la mal- vagità dell'animo, come dopo
molti secoli in Marat. Di quei che vantavansi di nobile stirpe
solea far aspro maneggio. Gridava fremente alle turbe spensierate
e lussuriose : O voi altri, che vantate imagini lettighe e porpore,
ne avrete di giorni tristi; verrà Y ora della rivendicazione sociale.
II vostro cammino trionfale sarà arrestato da un fiume di sangue.
Le vostre pompe su- perbe saranno oscurate da montagne di ca-
daveri deformi 1 Eppure Mario avea sortito dalla natura il
genio uguale a quello di Cesare, suo grande nepote. Era guerriero nato.
Vinse i Cimbri, aggiogò Giugurta, si unì con Siila. Con Siila
stesso si misurò a suo forte discapito. Corse vagolante sulle rovine di
Cartagine. Dipoi iniziò la fatale guerra sociale. Morì atterrito da
visioni tremende 1 A Siila scorrea nelle vene sangue gentile
di patrizio. Avea fierissimo e troculento aspetto; era vendicativo
oltre ogni credere, ma celava in petto cuor generoso e forte.
Non poche migliaia di Sanniti restarono sgozzati al semplice
muovere del suo soprac- ciglio, e nel sangue restò affogato anche
lui, che invano entrava nel cotidiano bagno di es- senze per torsi
di dosso la miriade di paras- siti e microbi che lo dilaceravano e lo
spen- sero. E la lotta ferveva sorda, quasi ne fosse infetto il
sangue degli umani, tra i servi e gli strapotenti. I mirmilloni ed i
reziarii, nelle barbare e sanguinose lotte, formicola- vano, per
appagare la sozza cupidigia di vec- chi lussuriosi e donne ben pasciute e
coronate di rose, e briache e spossate dalla crapula e dal piacere.
Era il preludio delle guerre servili. Dugentoventimila servi e
Spartaco con centoventimila gladiatori produssero uno scoppio ed
uno schianto formidabile, come potentissimo vulcano che erutti lapidi e
lave. Licinio Crasso, quegli che rappresentava l'or- pellata
repubblica, ne fece crocifiggere sei- mila. ►^( 6 )»►- A spaventoso movimento, repressioni più spaventose. Licinio Crasso fu
favolosamente ricco per le opime spoglie e per
V oro rag- granellato con la confisca dei
beni delle sue vittime e dei milioni di proscritti. Ma
quell'oro di nefando acquisto vennegli fatto ingoiare fuso e bollente
dinanzi agli stessi suoi figli. E trentamila Romani sgoz- zati dai
Parti, ad Harron nella Mesopotamia, furono quelli che espiarono con lui V
inau- dita ferocia. Spartaco gladiatore, di razza nu- mida e di
regio sangue , morì da eroe nella fiera mischia sulla riva del Sele in
Lucania, condottiero di stanche e poche agguerrite schiere di uomini
oppressi. Fra Spartaco e Crasso, tra il gladiatore ed il potente, tra
quel povero oppresso e quel ricco oppressore, es- servi dovea odio
mortale. Perversi però e scelesti ambidue ! Cicerone e
Catilina, sommo oratore ma ambiziosissimo l'uno, patrizio romano
disso- luto l'altro. Dalla congiura del secondo, che mirava in
realtà al nichilismo dei nostri giorni, e dalla fine del primo si videro
strani risul- tati. Catilina cadde trafitto nel campo tra le
sue schiere pugnaci per un ideale. Cicerone ebbe il capo e le mani
mozzi e confitti ai ro- stri del foro romano, e la lingua
foracchiata dall' aureo spillone della proterva Fulvia. Splendidi
esempii agli ambiziosi I Mentre che alla magnifica Atene non re-
stava che il primato nel mondo per le let- tere e per le scienze, e
mentre V immensa Roma repubblicana si affraliva e s* incrude- liva
tra la mollezza, i vizii, le congiure, i mas- sacri e le guerre , nasceva
Cesare. Cesare lo si disse dapprima congiuratore con
Catilina. Gli scorreva però nelle vene il sangue vile di Mario. Era
rinfocolato da am- bizione smodata e livore. Fu uno dei più grandi
uomini che nacquero nel mondo. Lottò da atleta gigante con Pompeo, nato
da eque- stre famiglia e partigiano del nobile Siila, e Io vinse.
Ma pianse quando i vili cortigiani gliene recarono la testa mozza, e
volle punita la barbara adulazione. Era letterato di gran talento.
Era generoso, ma sotto il mantello di leone ascondeva animo felino ,
vendicativo, dissimulatore. Catone preferì trapassarsi di propria
mano il corpo con la spada, piutto- ^( 8 )»^ sto
che rendersi servo di Cesare. Cesare am- biva air imperio, alla tirannia.
Vinse i Ger- mani, i Galli e Scipione, ma venne pugnalato.
Bruto, il fiero repubblicano, il prediletto di Cesare, s' intinse
pure del sangue di lui; si macchiò di parricidio, perchè la dittatura
lo premeva come incubo, anelava alla libertà, E tale fu la
progenie umana sin da che vide la luce. Cristo, r Uomo-dio,
venne al mondo colla missione di pace tra gli uomini. Fatalmente
però gli uomini si mantennero sempre gli ' stessi. Adamo
ribelle al Dio creatore; Caino fra- tricida per invidia e per sete di
dominio. E da questi a Cesare, a Crasso, a Spartaco, a Bruto, tutti
ambiziosi e ribelli; e da questi a Tiberio ed a Nerone, che ricreavansi
degli spaventosi dirupi di Capri e delle fiaccole umane. *)
E da questi ai Torquemada, agli autori degli auto-da-fè, dei roghi
ove bruciarono Bruno, Savonarola, Arnaldo, Vanini. E da questi a
Luigi XI, il compare di Tristano, ed a Carlo IX che dalle finestre del
Louvre ( 9 )»^ aizzava le orde a fare
strage, e permise la tre- menda notte di S. Bartolomeo , a
Robespierre che allagò il bel suolo di Francia col sangue delle
vittime del Terrore ; al prigioniero di S. Elena, che seminò di stragi,
rovine e morti buona parte del mondo ; sino a quelli, innu-
merevoli, che in questo nostro secolo avven- turoso han messo a soqquadro
l'universo con lotte ferocissime. Una è perciò la linea che appare
precisa: l'odio dell'uomo contro il suo simile, contro qualsivoglia
supremazia, servaggio od oppres- sione; mista a malvagità ammantata, sia
dalla porpora, sia dai cenci; in diverse guise, nel- l'alto e nel
basso, tra plebei e nobili, tra so- vrani e sudditi, tra volgo profano e
menti elette, e persino tra letterati e tra i sacri mi- nistri
delle diverse religioni; il quale odio malvagio personificato potrebbe
raffigurarsi quale Encelado premuto dall' Etna. La scala
della nequizia in tutti i tempi ha toccato i cieli, come quella biblica.
. . . Tale era lo stato del mondo allorché nac- que Quinto
Orazio Fiacco; e nelle sue vene scorreva sangue di schiavo.
II. LA FAMIGLIA DEL POETA I ELLA
vetustissima Venosa [Venu- sid), città situata tra la Puglia e la
Lucania 3) , nel dì 8 dicembre dell'anno 689 dalla fondazione di Roma,
sessan- tacinque anni prima dell' era cristiana, essendo consoli L.
Aurelio Cotta e L. Manlio Torquato , essendo Cesare compro- messo
con la prima congiura di Catilina, per- chè sognava la caduta della
repubblica e la dittatura, nacque Quinto Orazio Fiacco. Il
nome di Quinto se lo appropriò lui stesso nel libro secondo delle
satire. Orazio ognuno lo chiamò, ed egli stesso così sempre si nomò
nei suoi scritti. Plutarco lo disse Fiacco nella vita di Lucullo, cioè
orecchiuto, ed egli stesso, nell'Epodo XV e nella prima satira del
secondo libro, così si cognominò. Ma tale soprannome non indicava
che avesse orecchie deformi, bensì può riferirsi a lui, quello che
egli stesso dice di essere di facilissima audizione, oppure che
quelli di sua famiglia fossero distinti con tal no- mignolo, tra le
non poche famiglie della tribù oraziana, della quale si discorrerà in
appresso. In un antico manoscritto che si conserva nella
Biblioteca Nazionale di Napoli, che vuoisi opera del dottissimo Jacopo
Cenna, venosino, si asserisce che Orazio nacque nelle case dette,
al tempo nel quale il Cenna scriveva, dei Plumbaroli, presso le mura
della città, e presso certi molini, che in appresso (come rilevasi
. nelle note del Cimaglia) ap- partennero ai Pironti venosini, e che
oggi son quasi di fronte alla cattedrale, venendo ^(
13 M^ dalla via di^S. Rocco, presso al luogo detto /e
Sa/me. Suo padre era uno schiavo fatto libero. La quale
condizione se non era tanto miserevole quanto quella dello schiavo,
poteva dirsi av- vilitiva oltre, ogni credere; imperocché il li-
berto ripeter doveva quella larva di libertà dal suo antico padrone; come
cittadino ve- deasi privato del diritto al suffragio; aspirar non
potea agli alti uffizii civili, e neppure a coprirsi le braccia e le dita
di anella d' oro perchè venivagli rigorosamente proibito. Lo stesso
matrimonio era per lui limitato nella cerchia dei suoi pari, perchè un
liberto spo- sar non poteva sia la figliuola d' un senatore o d* un
patrizio, sia altro essere nato libero od ingenuo, come diceasi allora.
Viveva il liberto sotto la tutela del passato padrone, e lui
malaugurato se a questo si fosse ribel- lato: ridiveniva schiavo. Spesso
il suo pas- sato padrone se ne avvaleva per servizii ono- rifici,
mediante lieve mercede. Malamente taluni vollero sostenere che il padre
d'Orazio fosse libertino nel senso voluto da Svetonio in altri suoi
scrìtti, e non nella biografia di -«( 14 ))^
Orazio, cioè figliuolo di liberto o figlio di schiavo fatto libero.
Orazio, alludeìtttea suo padre, usa sempre la parola libertinus^ ma
nel senso detto dapprima, volendo intendere che suo padre era stato
schiavo, ed aveva avuto poi la libertà. Non vi pjiò cader dubbio
al- cuno. \ . Il padre di Orazio prestava il servizio
di riscotitore di tasse del comune di Venosa e di banditore, era un
servus pubKcus; il Che dimostra che il suo passato padrone essere
dovea di alto grado sociale, assegnandogli tali uffizii rimunerativi e
non bassi, ed a ser- vizio della città. Nel suo stato perciò dirsi
potea felice ed agiato, stantechè possedeva presso la Rendina, luogo neir
agro di Ve- nosa, un fondicello che gli dava ( sebbene Orazio
dicesse esser suo padre macro pan- per ugello) un conveniente provento,
e quindi potette unire al suo impiego anche un negozio di
salsamentario, o salumiere; e come vuoisi da Svetonio, Tunico biografo,
così la- conico, ma purtroppo veritiero, veniva scher- nito il
giovanetto Orazio dai suoi compagni di scuola così: Quottes ego,
vidipatrem tuum ( 15 ) brachio se
emungentem ? ^) Ingiuria solita in quei tempi ai figli di salumaio, e che
Cice- rone riferisce così: Quiesce tu cujus pater cu-- aito se
emungere solebat. 5) Certa cosa è che non può ricavarsi da
tutto ciò che Orazio ha scritto sopra i suoi geni- tori, né da
altri scrittori suoi contemporanei, compreso lo stesso Svetonio, né il
nome di suo padre, né il nome e la condizione di sua madre.
Il Fabretto, celebre raccoglitore di iscri- zioni e sigle, riporta
un frammento d' iscri- zione che dice leggersi sopra una casetta in
Venosa, che erroneamente fu detta esser la casa di Orazio, così concepita:
HORATI C. L. Dio .... MlTULLEIAE UX. . . . e che
sì è voluta decifrare così: HoRATio DioDORo Caji Liberto
MiTULLEjAE Uxori 6) La quale interpretazione importerebbe che
il padre di Orazio nomar si dovesse Diodoro o Diocle, e sua madre
Metulla. Ma é questo -«( i6 ))^ un falso
indìzio, poiché in Venosa furonvi non pochi che si dissero Grazi, ed a
qualcuno di questi è riferibile l'iscrizione funeraria. I due
eruditi Grotefend, il Franke nei suoi Fasti Horatiani, ed il Milmam nella
sua splendida opera The works of Q. Horatius Flaccus illustrateci ,
opinarono il padre di Orazio poter esser un discendente dell' il-
lustre famiglia romana degli Orazii, e che ri- divenuto libero, avesse
ripreso, secondo il costume del tempo, il proprio nome. Ma il
Mommsen, nella sua opera Inscriptiones Re-- gni Neapolitani, riporta
tredici iscrizioni rin- venute in Venosa indicanti l'esistenza di
una tribù Hofatia, colonia romana, nella quale erano allistati gli
abitanti della città di Ve- nosa. Il padre di Orazio faceva parte di
que- sta colonia, non discendeva però dalla fami- glia degli
Orazii, nel qual caso farebbero op- posizione le continue lamentazioni
del figlio di vii nascimento. Né si potea concepire che , fra
tanta chia- rezza di prosapia, da darsi pure il lusso di un'
iscrizione sepolcrale , Orazio poi non enunziasse neppure il nome di
quelli che gli -«( 17 )f^ aveano data la vita.
Ed è poi noto, come si vedrà in appresso, che tutto venne
confiscato alla famiglia di Orazio dopo la disfatta di Fi- lippi.
Era anzi quella gente tenuta in bando, e del tutto sprovvista di mezzi,
il che per- metter non poteva ad essi il foggiarsi lapidi con
iscrizioni commemorative. G. Batt. Duhamel, nella sua opera
Philo- sophia vetus et nova ad usum scholae, opina che un avo del
poeta Orazio, assoldato nel- r esercito di Mitridate, venne nelle guerre
del Ponto fatto prigioniero, e tradotto in Roma, e comprato da un questore
venosino, dal quale si ebbe la libertà. Ma tale idea fanta- stica,
come moltissime venute fuori dalla pen- na del letterato e filosofo del
Calvados, non ha fondamento, mancando della parte princi- pale,
cioè del nome del prigioniero, schiavo fatto libero, dal quale deriverebbe
il padre di Orazio (di cui neppure sa dire il nome), che per tal
guisa sarebbe stato figlio di liberto, non liberto, come era infatti;
Orazio chia- mando sempre suo padre liòertinus, non nel senso
voluto da Svetonio, e mostrando sem- pre rammarico per tale causa.
3 ( i8) Altri poi (come rilevasi da
vecchissime edizioni del gran poeta ) credettero assegnare al padre
di Orazio il nome di Tubicino; ma pure questo va chiaramente emendato,
stante- che si è voluto confondere il nomignolo del- l'uffizio che
il padre di Orazio si aveva in Venosa, cioè di banditore. E siccome i
ban- ditori in quel tempo solcano annunziarsi a suon di tuba,
diceansi trombettieri ( tubicen^ tubicinis) quindi Tubicino ! Può quindi
asse- rirsi che s'ignora del tutto il nome del padre di Orazio e
quello della sua genitrice: se ne conoscono solo del tutto la condizione
e lo stato del primo. Orazio disse essere stato suo padre uno
schiavo, al quale venne concessa la libertà. Tale origine del suo casato
lo mo- lestava acremente. E qui cade in acconcio notare che mentre
Orazio non ha mai indi- cato il nome di suo padre e di sua madre,
non ha mai nominata la città di Venosa. Con molta lucidità indica il
luogo della sua na- scita e ne fa un piccolo cenno storico topo-
grafico così concepito: Io non so con preci- sione se son Lucano o
Pugliese, perché il colono venosino suole volgere l'aratro tra i
( 19 ) due confini di queste due regioni. E che
Luigi Tansillo venosino cosi traducendo imita nel suo canto al
viceré di Napoli: Io non so se Lucani o se Pugliesi Siam noiy
però ch'il venosin villano Ara i confini d'ambidue paesi..,,.
Ed una colonia romana fu spedita in tal luogo, abitato prima da
Sanniti, per iscacciar- neli, e per impedir poi che tale infesta
gente corresse sopra Roma a molestarla come pel passato. Ed invero
i Sanniti furono infesti non poco ai Romani come le storie
luculentemen- te asseriscono. E tale colonia romana spedita in
Venosa, secondo attesta Tito Livio, formar dovea guarentigia a tutta la
regione pugliese e lucana, e mostra ad evidenza V importanza della
città di Venosa in quei tempi. Orazio volle con precisione
dichiararsi ap- partenente alla colonia ronìana che discac- ciava
da Venosa i Sanniti. Eppure i Sanniti furono di razza Sabina,
ed Orazio non pensava che la Sabina, cioè la patria prima dei Sanniti,
formar dovea la sua seconda desiderata patria, la sua aspira-
^ 20 >»^ zione. Oh coincidenze misteriose! Oh
lumana commedia ! Eppure i costumi dei Sanniti furono
qual si conviene a popolo belligero, sobrio e buo- no. Governavansi
in austera repubblica, ed il sistema democratico formava la base
delle loro istituzioni. Pei servigi resi alla patria davan persino
le avvenenti compagne e le figlie come premio. O sacrifizio memorabile
\ Nelle lunghe guerre coi Romani mostraronsi i Sabini più destri e
valorosi. Venne però l'ora definitiva della sconfitta, e nell'eterna
guerra tra le genti, il più forte li debellò. I Romani 290 anni
prima di Cristo li espugnarono del tutto. A questo ricordo allude Orazio
allorché dice che la colonia venosina, debellati i San- niti,
divenne propugnacolo contro le ossi- dioni di tal forte e belligera
gente. Convien quindi notare che Orazio per quanto asserì esser
nato sul suolo venosino, per tanto sem- bra mostrarsi superbo di
appartenere alla co- lonia romana ivi residente: che anzi bisogne-
rebbe assegnargli meritevolmente la taccia d' ingratissimo, perchè oltre
a non nominare una sola volta in tutte le sue opere la patria
•^ 21 )»- sua, come non precisa il nome ( e li
avrebbe immortalati) né di suo padre, né di sua ma- dre, bensì il
nome del suo primo maestro Flavio venosino e della sua castalda, Fidile^
cosi sacrilegamente si esprime: Sic quod-- cumque minabitur Eurus
Fluctibus hesperiis, venusinae plectantur silvae, te sospite.....
E Gargallo, quasi arrossendo, in tal guisa traduce, cangiando le
venosine selve in lucani boschi: Còsi qualunque netnbo Euro
Minaccia^ Ai flutti esperii^ di là ratto il muova A* lucan boschi^
e n'abbi tu bonaccia, 7) E per giunta in tutte le sue opere
Orazio non nominando mai, come dissi, Venosa, spesso nomina
Forenza, Acerenza, Banzi, TAufido (l'Ofanto odierno), il Vulture, il
Ma- tino, Benevento, e con aspirazione invidiosa Taranto e Tivoli 1
E pure Venosa, lantichis- sima Venusia, era bella, com' è tuttora,
su- perba, attraente, forte più del suo Tivoli , e dei luoghi dei
monti Sabini. I grandi hanno tutti gravi e non poche mende, ma bilanciate
con le qualità individuali, superiori e rare, -«( 22
)»- vanno cancellate. Salve perciò, o Orazio, sovrano poeta,
onore della razza umana! Venosa, la patria tua, perdona tale non-
curanza, e tale al certo involontaria irricono- scenza. L' hai ricolmata
di gloria imperitura, indicando a chiare note che sorbisti le prime
aure della vita sulle sue opime colline ; e ciò bastar deve per fare
scomparire ogni traccia di livore o sdegno verso di te, se pur può
albergare nell'animo di alcun tuo concitta- dino livore o sdegno, come
invece alberga venerazione e maraviglia ! Salve, sommo poe-. tal Tu
certo vivi ancora. Il tuo spirito im- mortale aleggia benefico genio del
luogo su quella ancor bellissima terra; oppure da qual- che stella
lucente gitta raggio amico che mo- stra la via al viandante in quelle
selve lucane, od al nocchiero la via nera dell'antico mare Jonio,
ove il bollente e rumoroso Aufido an- cora oggi si annega ! Orazio
scrisse : Che qual figliuol di libertin trafitto Soft da
tutti. 8) Invero Guerrazzi da savio sostiene: La
-«( 23 )»- ignobilitàpiù che la chiarezza del
Itg^taggio riuscire stimolo acuto a ben meritare; aven- do la
natura concesso all'uomo maggiori po- tenze per acquistare, che non per
mante- nere. ^^ L'assillo nonpertanto che tormentava
Ora- zio era la sua nascita: perché non potendo schermirsi dai vili
ma pur tormentosi frizzi della plebe che lo dicea discendente da
schia- vo, rinfocolato dall'odio naturale di cui più su si è
discusso, che gli bolliva in seno, e che il padre vieppiù incrudeliva,
estolle la ma- gnanimità del suo genitore per averlo fatto educare,
istruii^e e porre a livello dei giovani di buone famiglie ed agiate. Che
anzi con boria e sicumere che mal velava lo struggersi interno,
asseriva potersi porre a pari, egli figliuol di schiavo, coi figli dei
senatori e dei cavalieri di quel tempo anche nella superba
Romal Si vedrà in appresso quanto fosse ampollo- sa questa
sua assertiva, allorché si noterà co- me egli stentar doveva per
accaparrarsi sia l'amicizia di altri poeti più fortunati, sia dei
grandi, che un solo fortuito caso gli permise avvicinare, e
come molte volte ingiustamente ne restava mortificato, mendicandone
le grazie, ed attendendo nove lunghi mesi per meritarsi l'onore di
venire annoverato tra i commensali di Mecenate ! Giunse a rendersi
maestro in cortigianeria a parecchi suoi gio- vani amici ed ammiratori
! Non è lecito credersi di più di quello che si è in realtà,
né fidar troppo sul proprio me- rito, per quanto incontrastabile esso
sia, in questa commedia umana nella quale regna sovrana V
ingiustizia ! Il suo orgoglio come poeta diveniva ridevole quando si
rivolgeva circa la sua condizione nella società nella quale viveva.
Ma quel marchio che al solo presentarselo alla mente lo straziava a
morte, il marchio di esser figliuolo di uno schiavo, gli faceva
talvolta aver le traveggole. Riesce sublime quando esclama:
Io disdegno e allontano Da me il vulgo profano Tacciasi
ognun Vo*cantar^ de le Muse io sacerdote. »o) Egli lodò
grandemente il padre, perché -«(25 )»- questi
gì* inculcò dì fuggire dal luogo ove molto era conosciuta la sua origine,
e di af- francarsi dalle prepotenze dei ricchi, dei se- natori, dei
cavalieri e di ognuno con Y i- struzione, col coprirsi di gloria: e tanto
ot- tenne. Orazio nacque, come si accennò, dodici anni
prima della congiura di Catilina. Cele- bri erano in quel tempo tra i
poeti Valerio Catullo, Licinio Calvo e molti altri. E tra i
filosofi Terenzio Vario e Numidio Fegulo. E per l'arte tribunizia
Cicerone, Ortensio e Quinto Catulo. In Venosa in quei tempi eravi
pure una classe sociale che si distin- gueva dalla volgare, la quale
frequentava la scuola di un maestro Flavio, del povero Flavio, che
non avrebbe potuto mai augurar- si di divenir celebre per l'eternità,
vedendosi consacrato nel libro di Orazio, che pur non dice il nome
del suo genitore, della genitrice, della patria. A questa scuola attinse
i primi rudimenti il piccolo Orazio. I suoi compagni lo
schernivano; ed egli si vendicò ad oltranza col farsi in seguito beffe di
essi e dei loro parenti nobili venosini I La povera nobiltà
-«( 26 ))^ venosina, ") quella nobiltà che ebbe
incisa in pietra pelasgica tale enfatica iscrizione : Ex
LUCULLANORUM PrOLE RoMANA Aelius Restitutianus Vir
Perfectissimus CORRBCTOR ApULIAE ET CaLABRIAE IN HONOREM
Splendidae Civitatis Venusinorum Consecravit ")
resta schernita e vilipesa dallo stile del sommo satirico. Quei
rampolli di famiglie nobili ed agiate della città di Venosa dovean tenere
a vile accumunarsi con Orazio e famiglia, stante che ne conoscevano
Torigine. Fu questa una delle ragioni per cui il padre decise
condurlo in Roma. Dovette poi notare nel giovanetto un ingegno
precoce e svegliato che promet- teva alcun che di grande, e pensò
abbiso- gnargli più ampli orizzonti e pabolo più ade- guato e
conveniente. Orazio aveva circa otto anni o dieci al massimo, secondo il
computo di Andrea Dacier, nella sua Chronologia an- norum Horatii,
allorché giunse col padre in Roma, e cominciò a frequentare quelle
scuole romane. Ed è caro quel vanto che -«( 27 )»-
trasse Orazio quando nei suoi canti, ricor- dando il padre ed i
felici giorni della pueri- zia, e sentendosi nella folla della
scolaresca deir immensa città susurrare airorecchio di esser
creduto di alto lignaggio, dice : Ma d'alti sensi osò condurre a
Roma Me fanciulletto^ ad apparar quell'arti Che un cavaliere che un
senatore insegna Ai propri figli, Allor se, come avviene In un
popolo immenso^ avesse alcuno Gli abiti visto^ ed i seguaci servii
Certo creduto avria spese sì fatte A me apprestarsi da retaggio avito
13) La quale ingenua confessione dimostra che il padre
di Orazio, sebbene appartenente alla bassa condizione di liberto, non
doveva essere scarso a pecunia, anzi bastevolmen- te ricco. Quanti
miseri studenti , figliuoli di coloni agiati e signori delle provincie^
non vanno oggi in Napoli o nell'alma Roma ad apprender lettere o
scienze ? Ma ben pochi vivono certo vita allegra, vestono panni di
lusso, e possono farsi seguire da servi e staffieri con panieri ricolmi
di succulenti ma- nicaretti od altre costose leccornie ! Orazio
però per generoso e riconoscente sentimento riferisce al
padre il potersi istruire con tanta comodità, né può tacciarsi di
parabolano o falso, né molto meno di orgoglioso, lui, che abborriva
dall'orpellato fastigio, e mordeva con denti velenosi i prodighi, i
ricchi ed i centurioni venosini! Sotto l'usbergo d'una morale
istintiva covava Tira repressa del figliuol del liberto 1
ni. ORAZIO IN ROMA ED IN ATENE L
padre d' Orazio condusse suo fi- " glìo in Roma nel 699 , cioè
cin- quantacinque anni prima dell' era cri- stiana, non raggiungendo
questi ancora i dieci anni di età. Forte baleno dì or- goglio e di
stupore dovette abbagliare il piccolo venosino, ma pur cittadino
romano, nel calpestare le aboliate strade della magnì- fica
Roma. Ergevasi la città , che imperava allora su
buona parte dell' orbe terraqueo, sui dodici celebri colli, dei
quali il Vaticano, il Citorio, e quell'altro dove Tazio venne a fissarsi
coi suoi Quiriti , rifulgono oggi maggiormente nel mondo , perchè
dominio di validissime potenze: la tiara, e la monarchia
costituzio- nale deir Italia unita e libera. Aveva ponti lunghi e
meravigliosi, porte monumentali, mura che potean vantarsi più durature e
in- concusse delle ciclopiche o pelasgiche o delle cinesi. Avea più
di quattrocento templi ador- nati di colonne preziose, archi trionfali,
obe- lischi fatti trasportare con ingentissime spese dalle più
remote regioni del mondo onde si fosse palesata la grandezza delle
vittorie ro- mane dalle spoglie ricavate dai potenti e riottosi
nemici. Se però Roma mostravasi tanto superba e potente alla
vista, il che poteva lusingare i sensi del piccolo viaggiatore (il quale
poi non proveniva da paese barbaro e povero , bensì da Venosa,
caput Apuliae, città monumen- tale e stupenda, siccome attestano le
antiche carte e le lapidi che hanno sfidata la corro- sione dei
secoli, "^)) non cessava di ascondere ( 31 )
nella sua ampiezza e magnificenza gente av- vilita dalle
discordie civili. Pel triunvirato di Cesare, Pompeo e Crasso (quel Crasso
di cui più sopra si delineò la proterva jattanza), quel popolo,
dapprima così forte e generoso, vedeva sfuggirsi, pel libertinaggio
prepon- derante, la libertà che offriva ai cittadini la repubblica
di Catone, repubblica ormai mo- ribonda. La mollezza ed il mal costume
tor- cer facean lo sguardo ad ogni onesto e probo romano. E perciò
Orazio stesso, allorché co- minciò a balenargli in mente il vero,
scrisse che le cure del suo buon genitore, che gli fu guida
permanente, fra tante grandezze e fra tanto scompiglio morale lo
ritrassero dal ca- dere in brutture ed ignominie e dal venir tac-
ciato di cattivo cittadino ; che anzi gli procu- rarono la stima dei
buoni e dei veramente grandi. Il padre soleva giornalmente
condurlo dai maestri più celebri della città, ed ai banchi di
quelle scuole famose sedevano con lui figliuoli di senatori e di altre
famiglie nobili ed alto- locate dell'alma Roma. Era sicuro il padre
che non si sarebbe rinfacciato al giovanetto ( 32 )»-
Quinto Orazio la nascita vilissima, perchè s' ignorava donde
fosse venuto : Y emporio immenso, oceano nel quale rifluivano tutti
i popoli della terra, lo assorbivano. E lo schiavo fatto libero
superava per lusso e per criterio sicuro moltissimi ingenui e
gentiluomini. Orazio gliene fu gratissimo ; e scrisse che se
avesse dovuto rinascere, ed avesse potuto scegliersi un padre, avrebbe
scelto quello che gli die natura, non trovando altro uomo più
coscenzioso, più perspicace, più amore- vole di questo ! Desta ammirazione
e mera- viglia questa confessione, se si rifletta che il padre di
Orazio era illetterato, e che era stato soggetto alla schiavitù 1
Ed Orazio nel parlar di suo .padre include pure la madre sua,
perchè dice: . ... io pago a' miei (genitori), di fasci E di
sedie curuli avoli adorni Saprei spezzar . . . . »S) Le prime
lettere gli furono apprese da Pu- pilio Orbilio da Benevento, che, come
narra Svetonio, fu dottissimo grammatico in quel tempo e tra i
migliori maestri sotto il con- solato di Cicerone. Visse
centenario; morì povero , solita fine dei non pochi lavoratori
coscenziosi ed indefessi. Era severissimo e non risparmiò la sua sferza
allo stesso Ora- zio, che se lo rammentava con satirica soddi- sfazione.
L'uso delle sferzate nella palma delle mani degli scolari, antico
più del tempo del quale si discorre , formava sin negli ultimi
nostri giorni un genere di punizione che la civiltà invadente va
oggi disperdendo, siccome si è tolto il barbaro uso di bastonare e
torturare i poveri folli ! Le cure morali debbono sosti- tuirsi a
quelle corporali e costrittive. Alla scuola di Orbilio Pupilio
cominciò Orazio ad alimentarsi della poesia latina; me- nando a
memoria e tratteggiando le scene drammatiche del poeta Livio Andronico
ed altri illustri. Come più sviluppavasi negli anni, cominciò ad
attingere alle fonti delle lettere greche, che egli stesso poi definì le
più pure e che dovevano occupare i dì e le notti degli scrittori.
Omero, Anacreonte, Saffo , Archi- loco, Alceo, Stesicoro, Simonide, e non
tra- lasciando i latini, a cominciar da Lucilio, che 5
gli fece acquistar gusto alla satira, furono i suoi modelli
nel bello scrivere, e da essi ap- prese quell'arte divina , quella
melodia am- maliatrice, che lo fecero addivenire il prìftio tra i
lirici del mondo. Ed egli solea paì-ago- narsi all'ape industre del monte
Matino (ser- vendosi per similitudine del nome d* un monte della
sua Puglia, ma non del Vulture *^^ presso del quale spento vulcano ebbe
la 'Cuna), cfee svolazzando di fiore in fiore ne suggeva da
ciascuno quel tanto di dolce e poetico da for- mar xumti immortali
1 Ed invero potrebbe qui riferirsi senza de- rogare l'aurea
massima di Ovidio del prin- cipiis còsta, nel senso inverso, per umU,
privo del tetto «npic.1, eha Bud«t ■ var»(EUr bnpuko . SctDW col cV»l. Io rad•- che, essendo gli scribi addetti al
contenziose amministrativo, od alla pubblica
contabilità, formavano un' autorità speciale, siccome la Gran Corte dei Conti dei nostri giorni.
Essi formavano un collegio a parte e
la carica era vitalizia ed inamovibile. Dalle antiche
iscrizioni scoperte in Tivoli, e presso la via Nomentana in Roma nei
pri- mi anni del secolo decimonono, come da altre che vennero con
esattezza riportate e com- mentate dal Gruter, da Fabretto, da
Donati, da Tommaso Reinesius, nella sua Syntagma inscriptionum, da
Creili, da Mommsen, e da Visconti, si rileva appunto l'importanza
del- Tuffizio di scriba. Hawene una di un Tito Sabidio
Massimo, scriba della questura, ed appartenente al sur- referito
collegio, al quale i Tiburtini innalza- rono un monumento in riconoscenza
dell'alta protezione accordata da lui a questa città: T.
Sabidio T. F. Pal. Maximo Scribae. Q. SEX. Prim. Bis. Praef.
Fabrum. Pontifici. Salio. Curatori Fani Herculis.
Tribuno. Aquarum. Q. Q. Patrono, Municipii. Locus Sepulturae.
Datus, •^( 69 )»- VOLUNTATE. POPULI. DECRETO.
SeNATUS. TlBURTIUM. Siccome quest'altra seguente
iscrizione a Manio Valerio Basso antico tribuno di legio- ne come
era stato Orazio, pubblicata nel 1854 nel Giornale di Roma dal comm.
Visconti, rende noto che la carica di scriba della que- stura
soleva assegnarsi alla miglior classe dei cittadini, e talvolta solevasi
contraccam- biare con la carica di tribuno delle milizie, acciocché
se qualcuno fosse stato esonerato o per età o per volontà, trovar potesse
un appannaggio adeguato al proprio valore, ed un meritato
guiderdone: Man. Valerio. Man. F. Quir. Basso. Trib.
Mil. Leg. III. Cyrenejae Scrib. Q. VI. Primo. Harispic.
Maximo. Testamento. Fieri. Iussit. Siri Et. Fratri.
Suo. Hs. L. M. N. Arbitratu. Heredum. Erroneamente quindi gli
antichi interpreti della parola scriba e dell' impiego ottenuto da
Orazio, e molti scoliasti e glossatori e biografi attribuirono solo il
senso di copia- tori di pubblici atti, oppure notai o
redatt di atti privati, all'ufficio di scriba. Tale dignità elevata,
ottenuta solo per ii pegno di altissimi personaggi, rese ad Oi zio
più facile V accesso ed il conversare e grandi ed i potenti di queir età,
come si \ drà in appresso. U importanza poi di tale impiego
ott nuto dal poeta si rileva anche da quello ci egli stesso scrisse
nella satira sesta del libi secondo : Quinto , Ti
pregano i notai che non ti scordi Di tornar oggi pel noto
affare Al collegio d* altissima importanza ... 32)
Anche il Gargallo spiega la parola scribi con la voce notato; ma
non credo aver voluta egli intendere quello che oggidì importa h
carica di notaio, bensì componente il collegio degli scribi questorii
suddetti. Il sommo poeta trascorse dunque i primi anni della
sua dimora in Roma tra Toccupa- zione che gli offriva tale dignità
onorifica e lucrativa e tra i diletti della poesia. Non può
asserirsi con piena conoscenza quanto Weichert, uno dei più indefessi
il- lustratori del poeta, nella sua opera Poe- tarum
latinorum, vuol sostenere, cioè che Orazio avesse solo ventisette anni
allorché venne presentato a Mecenate, cioè nel 715 di Roma. La
cronologia diventa un mito quando si ravvolge in date così lontane
e senza testimoni oculari. Volendo però se- guire tale opinione,
adottata pure da Andrea Dacier, la presentazione di Orazio a Mece-
nate successe quattro o cinque anni dopo la sua dimora in Roma. E
Mecenate, il gran protettore degrillustri letterati di quel tempo,
non lo ammise nella propria corte se non dopo averne conosciute le virtù,
i pregi dell'animo e l'ingegno portentoso, e dopo aver giudicato se
Vario e Virgilio, che glielo raccomanda- rono, avessero imberciato nel
segno propo- nendolo pel novero dei suoi favoriti, quando era a sua
conoscenza che Orazio aveva so- stenuto la carica di tribuno nelle
legioni di Bruto, ed era fiero ed ardente repubblicano. Riesce
quindi logico noverare la satira quarta del primo libro di Orazio come
scritta poco prima che fosse a Mecenate presentato, stante che in
essa si scusa con quelli che lamenta- •^( 72 )»-
vansi delle sue punture, e gliele rimprove vano come poco coerenti
per uno che int( deva guadagnarsi la stima dei grandi. ] egli vuol
farsi credere semplice moralista filosofo che castiga, ridendo, i
costumi, perciò egli si esprime presso a poco coi Il leggere
satire, il veder frizzata la catti gente non riesce certo piacevol cosa a
colo che hanno la coscienza poco monda. Ma e è puro ed integro ed
onesto, non teme scudisciate del poeta, siccome disprezza calunnie
dei malvagi. Poi non soglio io ai dar divulgando le mie composizioni
nel piazze, nei trivii, nei simposii od anche nel accademie. Scrivo
per semplice diletto, spini da forza arcana e per pura intenzione di
ù del bene e purgare la società inondata d; vampiri, dai viziosi,
dagli scelesti, dagVinv diosi, dagli scialacquatori di patrimoni eh
costarono sudori a generazioni di lavorator Confesso d' aver anch' io dei
difetti; ma ci: può mai tacciarmi d'aver tradita l'amicizia d'aver
calunniato chi merita lode, d'aver scemato il merito, anzi non aver
abbastanz; lodato i cittadini eminenti ed onesti? Un
uomo che parla così di se stesso me- ritava venire annoverato tra quelli
la cui ami cizia è un guadagno, un pregio, un onore. Vario e
Virgilio lo presentarono a Me- cenate. IO
VI. MECENATE iur> nurmi;
• Kt» pu prtgjo la noa. cliL nciFBnlI iDroliJ. poicha ftllm
lla^iu k ÉufanUl pad or nada td kncluopv. Gaxoallo — Trmd. di
Oraiìa AIO Cilnio Mecenate nacque in Arezzo l'anno di
Roma 686, e 68 prima di Cristo, ai 13 d' aprile, -■ dalla nobilissima famiglia
Cilnia, di- ì scendente dai re dell'Etruria, che erano quei guerrieri etruschi venuti a soc- correre Romolo nella guerra contro i
Sabini. Nacque tre anni prima di Orazio.
Visse i primi anni legato di amicìzia col giovane Ot- taviano, e fecero insieme gli
studii delle h tere e delle scienze in Atene. Egli pure,
seguendo le orme degli avi, intrepido guerriero, e seguì sempre il
vitt rioso Cesare in tutte le battaglie per demoli la repubblica e
difendere Roma dai nemi interni ed esterni. Non fu affetto
dal morbo dell' ambizion Allorché Augusto divenne padrone del
v stissìmo imperio, a Mecenate vennero ofFei i primi onori, i più
ampii poteri; ma tutto eg rifiutava. Accolse solo le premure di
Augusl di rappresentarlo quando si allontanava e Roma.
Preferiva il sistema governativo a regim monarchico assoluto,
piuttosto che quell retto a repubblica, e riuscì a far determinar
col suo savio consiglio Augusto a conservar quel potere sovrano che per
suoi fini particc lari avea deciso abbandonare. Si avvalse dell
propria influenza, dei suoi disinteressati am monimenti e del suo credito
per rendere Au gusto, imperatore e pontefice, proclive ali clemenza
ed a far più manifesto il fastigio della monarchia. Amante del lusso,
egli stes ( 71 >- so spronava Augusto
severo, economico e restio al grandeggiare, al rendersi sovrano per
magnificenza e per sublimi intraprese edi- lizie e monumentali.
Sposò Terenzia, donna di grandissima bellezza, ma altezzosa ed
infedele. La ripudiò: ritornò ad essa sommesso: che non hawi grande
uomo esente da mende , principal- mente dipendenti da procacia donnesca.
So- stenne lotte atroci per dimenticarla, e non ne ebbe la forza. U
illustre tedesco Meibom ^^^ la dipinge nel vero suo aspetto.
Era scrittore forbito, piacevole ed erudito. Compose ( ma non sono
giunte fino a noi ) una Storia naturale, la Vita di Augusto, e
diverse tragedie e poesie. Possedeva enormi ricchezze, potendo quasi
competere con Lucullo: largheggiava con ma- gnificenza regale. Ma quello
che lo rese pro- verbiale nei secoli si fu \ aver protetto e be-
neficato i sommi letterati del suo tempo. Virgilio, Vario,
Terenzio, Tibullo, Catul- lo, Marziale ed il nostro grande poeta
furono i suoi favoriti. Né la sua protezione si limi- tava a
piccoli sussidii, ad inviti ai suoi son- tuosi conviti od a
sterili raccomandazioni Bensì soleva rendersi splendido per largi
zioni tali da bastare ad assicurare l'agiatezze per tutta la vita del
protetto. Pochi sovran si sono succeduti sulla scena del mondo pro-
dighi come Mecenate, e tanto avveduti nei dare ed innalzare chi realmente
possedeva meriti personali così insigni da immortalare il
protettore, considerandolo nei frutti del lorc ingegno. Solo in questi
ultimi anni nelle ro- vine di Carseoli nel Lazio si rinvenne un bu-
sto marmoreo di Mecenate. Le rovine della splendida sua villa a Tivoli
non sarebbero bastate a rischiarare la sua vita e la sua gran-
dezza senza la Lucerna venosma, che lo ha fatto rifulgere di luce
splendidissima ed eterna. Il vero monumento imperituro a Mecenate
glielo ha innalzato Orazio Fiacco venosino. Virgilio nelle Georgiche così
decanta il suo insigne protettore: « O Mecenate, o decoro nostro e
parte massima della nostra fama. » Ma Orazio si mostra più virile.
Ritiene Me- cenate gloria, presidio, sostegno e forte scu- do della
sua persona; ma non attribuisce a lui, bensì al proprio ingegno la
propria im- -«( 79 )^ mortalità. La superbia
Oraziana (superbia derivante dai meritati allori ) non comportava
servilità comuni al volgo. Poteva forse il ricchissimo aretino
forjiir- gli una sola favilla di quel genio che il gran cittadino
di Venosa stesso definì particella di aura divina? Tutti i
tesori di Golconda non equivalgono a quegli slanci di lirica sublime che
non han- no avuto eguale in nessun mortale quaggiù ! Come si
accennò innanzi, Orazio venne presentato a Mecenate mentre vivea
occu- pato neir ufficio di scriba questorio, e nel comporre satire
ed altre poesie, che aveano già richiamato l'attenzione degli altri
eruditi del giorno. E ciò dovette succedere neir an- no 717 di
Roma, cioè avendo egli già sor- passato il ventisettesimo anno. Egli
stesso così descrive questa presentazione: r ottimo
Virgilio Da pria^ poi Vario dissero chi fossi, ' Né me
figliuol di genitor preclaro Né me opulento possessor che scorra
Suoi vasti campi su destrier pugliese^ Ma quel eh* io m* era espongo:
accenti pochi^ Giusta tua usanza^ tu rispondi: io parto. '«)
( 8o )m^ E dice pure: Fattomi al tuo
cospetto, singhiozzando Pochi accenti succiai^ poiché alla lingua
Era infantil pudor nodo ed inciampo . . . ^s) Donde nacque mai in
Orazio tanta umiltà tanta bonomia e tanta confusione vedendos al
cospetto dell' erudito e ricchissimo e pò tente Mecenate, se non dallo
scorgere in lu un amico sincero che cordialmente e senzc vedute
interessate lo proteggeva, e lo 'ponevc nel novero dei suoi favoriti, ciò
che formava l'orgoglio di altri in quel tempo più in fams di lui,
mentre pel contrario molti altri lo di- sprezzavano e lo invidiavano, e
per tal fine cercavano fargli il maggior danno possibile? Aggiunger
poi si deve che la magnificenza che circondava Mecenate, il suo palagio,
la fila dei cortigiani che colle teste curve sino a toccare le
lastre marmoree del pavimento, il suo prestigio dovettero colpire Orazio,
che, per quanto impavido fosse, dovette risentirne certamente
imbarazzo e confusione. Ti è occorso mai, o lettore, di
presentarti, dopo un' aspettativa lunga ed ansiosa nelle
anticamere, ad un sovrano? E se sei italiano. ^( 8i
)]»- ti trovasti mai alla presenza del gran Re Vit- torio
Emanuele ? Quella figura atletica, chiu- sa nella cornice che cinge i re
nelle reggie, colla divisa brillante di generale italiano, con
quelli occhioni vividi e fieri che ti scendeano come saette sin nelle
intime latebre dell'ani- mo, quasi a scrutarne le più riposte idee
e sentimenti, non ti produsse alcuna emozio- ne ? Nulla avvertisti
? E se quel sovrano ti avesse di sua mano largita un' alta onorifi-
cenza, od una lode schietta, non ti hai sentito sussultare il cuore di
gioia, riconoscenza e compiacimento? Se nulla hai provato, dir
debbo che l'animo tuo è insensibile come pie- tra fi-edda di sepolcro!
Garibaldi, Cavour, Thiers^ lo stesso Bismark ed il grande taci-
turno tedesco ebbero fieri sussulti dell'animo, quando la mano del gran
re strinse la loro ! Discordanti ben vero appaiono le
opinioni circa il tempo e l'età nella quale Orazio fu da Virgilio e
da Vario presentato a Mecenate. Molti sostengono (e si riscontra
nelle me- morie dei suoi moderni biografi) che siffatto avvenimento
accadde nell'anno 735 o 736 di Roma, così che fanno succedere nel 737 il
II •^( 82 )»- viaggio di Orazio con
Mecenate a Brindisi e quindi pochi mesi dopo questa data la pub
blicazione della satira quinta del libro primo che ne descrive
facetamente il viaggio , l evoluzioni, gì' incontri avvenuti ed altri
fat terelli piccanti. Ma nella Cronologia del Dacier, che
devt stimarsi la più esatta disposizione degli av venimenti e degli
anni nei quali Orazio com pose le sue poesie, attenendosi ai diversi
con- solati sotto i quali Orazio accenna scrivere, viene indicato
il viaggio di Brindisi nel 716, od in quel torno di tempo, cioè quando
Ora- zio avea ventinove o trent' anni, e riesce ciò più
presumibile. Poiché nelle opinioni con- trarie il poeta avrebbe fatto
quel viaggio por- tando sulle spalle mezzo secolo: ed avuto ri-
guardo alla sua salute un po' malandata ed alla circospezione a
conservarsi, ed alla sua vita ritiratissima allorché vivea in Sabina
e rifiutava perfino gli inviti di Augusto, non appare verosimile.
Sia però come si voglia, certa cosa é che Mecenate riserbossi nove
mesi per poterlo ammettere nel novero dei suoi amici stretti.
( 83 ) Orazio, giovane ancora, erudito,
giovialis- simo, baldo, perchè adusato agli esercizii aspri della
milizia: sperto del mondo, perchè provato dalle sventure e
chiaroveggente: a- mante del vivere allegro, buontempone, re-
sistente alle libazioni dei cecubi e dei falerni, uccellatore esimio di
donzelle e facile ad ade- scarle col vischio della poesia, dovea
venir ricercato nelle brigate e nelle accolte dei dotti e dei
viveurs di quel tempo. Era bel giovane, se non bellissimo, e
ne menava vanto; ed i malanni della precoce se- nilità (dovuta agli
studii indefessi), siccome la cisposità degli occhi ed i reumatismi,
non aveanlo ancora reso solibus aptum, né biso- gnevole delle stufe
calde di Cuma o delle fredde docce di Chiusi e di Gubbio. Tutto ciò
fé' propendere la bilancia a suo favore. Mecenate, gran conoscitore
degli uomini, ed indagatore minuzioso, specialmente trat- tandosi
di quelli che doveano essergli sempre vicino e sui quali doveva fidare,
lo volle con sé, dopo nove mesi di prove ed indagini, com- mensale
ed ospite nelle sue splendide reggie. Si sostenne (al dir di
Svetonio) da taluni -«( 84 ) detrattori
del sommo poeta, che nel temp in cui Orazio fu presentato a Mecenate,
ve nisse pubblicata in Roma una lettera sua i prosa, e dei versi
elegiaci supplichevoli, co quali, adulando il ricchissimo Mecenate,
n implorasse la protezione e l'accoglimento. Ms calunnia (e
Svetonio stesso lo asserì) apparv più atroce e vile; tutto era apocrifo,
si trat tava di libelli infamanti. Orazio non piatì sup plice
nessun onore, provando in petto senti menti di fiera libertà; sentiva
troppo di sé tanto che in luogo di adulare sferzava i cor tigiani e
lo stesso Mecenate sino a dargl dell'effeminato e del Malchino. Il
seguirsi de fatti di sua vita e le proverbiali espression di
superbia che si notano nei suoi scritti, at testano lalto grado della sua
alterigia , fie- rezza ed indipendenza. E non aveva poi h carica
autorevole e redditizia di scriba que- storio in Roma ? E a lui, cui
bastava tante poco, a lui nemico del lusso e delle albagie boriose
dei grandi, come potette addebitarsi tanta viltà ? Molti scrittori
dissero Orazio es- sere traduttore dei poeti greci. Frontone chia-
mò Orazio memoriabilis poeta, e nient'altro. -«( 85 )
È noto del resto che il gran Venosino nei più antichi tempi non fu
tenuto in quella no- minanza altissima, come ora si tiene. *^)
Oh che gli uomini sogliono vedere sem- pre il male nel prossimo, e
fingono non ve- derne il bene I L'adulazione, gli omaggi resi
da Orazio a Mecenate ed Augusto, sono, derivati dal suo animo
riconoscente e buono. Mecenate lo colmò di doni e favori. Orazio se
l'ebbe a gran fortuna ed insperata, e per aver ester- nata la sua
riconoscenza procacciossi la tac- cia di pettegolo e vile
adulatore. Gotthold Lessing ^7) così si esprime : « La
malizia regna sovrana negli apprezzamenti, come nelle altre cose. Che un
letterato espri- ma le proprie idee sulla divinità in maniera da
rendersi sublime, esponga le massime più belle sulla virtù, il volgo si
guarderà bene dair ammirare il cuore da cui partono siffatti
sentimenti, bensì gli si assegnerà la taccia di stravagante. Se poi, al
contrario, allo scrittore sfugge il benché minimo biasime- vole
fatto , lo si dirà derivante da un cuore cattivo, da un animo perverso.
» -«( 86 ) Così giudicano gli
uomini! Le massime così morali ed istruttive d Orazio, la sua
circospezione, la sua religio ne, la sua integrità, la sua indomita
fierezza il suo animo generoso ed affettuoso insieme la sua
amicizia, che si svelava sempre sin cera e disinteressata, non furono
bastevoli e liberarlo dal dente della calunnia e dai vita perii
degr invidi ed ipocriti suoi ammiratori Quando altro i suoi nemici
non potetterc fare, stabilirono la lega del silenzio, creden- do
che Toblio l'avrebbe ricoperto; ed infatti ben pochi scrittori di quel
tempo e soltantc qualcuno dei sommi furono quelli che ricor- darono
Orazio. Oh stolti ! Orazio era stella sfolgoreg- giante di
propria luce! Oh quanti avrebbero spedito (e ne spe- dirono
certo, perché pregavano Orazio stesso a presentarle, ed Orazio negavasi)
suppliche e petizioni a Mecenate per aversi quello che Orazio
ottenne per suoi meriti straor- dinarii, e perchè forse a sua insaputa
venne aiutato da Vario e Virgilio, i quali indi- pendenti e sommi
non mercanteggiavano ( 87 ) sulla virtù e
suiramicizia ! Orazio conservò sempre una virile dignità, né fu mai
pa- rassita o cortigiano di Mecenate, ma suo amico fedele, e fedele
gli fu sino alla morte che li colpì, per istrana fatalità, insieme
! Svetonio riporta l'epigramma faceto ed amichevole che
Mecenate ad Orazio diresse, che molto spiega e rischiara : Ni
te visceribiis meis, Morati^ Plus jam diligo^ tu tuum sodaUm ninno
me videas strigosiorem, (( Se io, o Orazio, non continuerò ad
amarti più di me stesso, possa tu vedermi ridotto più sfiancato del mio
muletto. » ^^) Al cardinale Ippolito d'Este, che non era certo al
livello di Mecenate, né per inge- gno, né per ricchezza e potenza, e che
ri- volse all'Ariosto quell'esclamazione avvili- ti va: « Donde
traeste fuori, messer Ludo- vico, tante fanfaluche ? » Ariosto scriveva
: Fa che la povertà meno m*incresca^ E fa che la
ricchezza sì non m*ami Che di mia libertà per suo amor esca.
Quel ch'io non spero aver fa eh* io non bramii Che né sdegno
ne invidia mi consumi ... '9) -«( 88 )»- Si noti
differenza di sentimenti ! Orazio così risponde al celebre
giurecon sulto Caio Trebazio Testa, che lo consi gliava a celebrare
coi carmi suoi immorta] le gesta di Ottaviano : Trebazio di
Cesare tinvitto Osa le gesta celebrar^ sicuro Che ne
otterrai ricca al lavor mercede, Orazio cedono ineguali A
tanto desio le forze inferme. . . . . fuor che in propizio istante
. . Mai non Jìa che di Fiacco accento voli, » 30) Ma
questa è apologia bella e buona, chse, sed c( si tibi natura deest,
corpuscolum non « deest. )) Dai quali brani si rileva che
Augusto non solo stimava Orazio al massimo grado, tanto da temere
che essendo le sue opere immor- tali, non curasse d'immortalarlo in esse,
quanto eragli amico intrinseco e con lui so- leva scherzare come con un
suo pari. Ed Augusto non addivenne l'erede testamentario del poeta?
Sono fatti che riescono incom- prensibili a quelli che non vogliono
riflet- tere quanto grande sia la potenza del genio, dell' arte !
Il volo sublime spiccato dal vate venosino è un fenomeno che merita uno
stu- dio speciale, e non altrimenti possono spie- garsi quelle
poesie nelle quali la superbia e lo sprezzo del volgo profano fanno
ma- nifesta quella grandezza sua, che chiarissima a lui stesso
appariva. ( no ) Di bronzo più
durevole Ho un monumento alzato.,.^ Non Jta che basti a
chiudere Me breve tomba intero Dair imo suolo alt
etere Diran eh* io seppi alzarmi Primier su cetra italica
Cigno d* Eolii carmi,,,.. Superba or va^ Melpomene Dei
meritati allori Tutto il terrestre spazio È angusto a me
confine,... Non io Da r urna e da la stigia Onda
sarò ristretto^ Già del figliuol di Dedalo Io spiego ala piti
ardita.... Laude fra tardi posteri Farà ch'io, guai per
fresca Aura, arbuscel piti vegeto Ognor m^ innovi e
cresca..,. La pompa è a me soverchia Che r altrui tombe onora,.,.
34) Colui che si esprimeva in questi termin sentir doveva di
essere di gran lunga supe riore a tutto il resto degli uomini, e non
rieso incomprensibile che abbia potuto divenire i favorito del
potentissimo Augusto, siccom( lo era del generoso Mecenate. E
che la superbia di Orazio fosse stafc -^ III )»-
sprone ad acquisto di ricchezze ed onori e vuo- ta supremazia sui
suoi simili, patentemente vien diniegato dal suo metodo di vita,
dalle sue massime radicate di sobrietà e morigera- tezza, dal suo
contentarsi del poco e godere della parsimonia. Mecenate ed Augusto
po- teaii certo offerirgli più che un podere in Sa- bina, potean
delegarlo proconsole in terre lon- tane, dove sarebbe ritornato ricco
come Lu- cuUo; ma ciò sarebbe stato un offenderlo, un ferire la sua
suscettibilità, un recargli fastidio, un attendersi un reciso rifiuto,
perchè non eran questi i voti del venosino. È notorio che
Orazio non usò altri di- stintivi di onorificenze se non lanello e
gli ornamenti di giudice, ^5) ma valevasene sol- tanto per
accompagnare Mecenate nei pub- blici ritrovi, perchè non amava certo che
si fosse detto che l'amico del potente signore fosse un figliuol di
liberto, bensì un cava- liere che comandato aveva una legione ro-
mana! Un poderetto in luogo ameno, salubre, tranquillo e
lontano dai rumori della gran città, un tetto sicuro, la certezza di
vivere ( 1J2 ) agiato, la vicinanza ai
suoi sinceri amici protettori, ai quali dimostrava ad ogni p
sospinto la sua riconoscenza: ciò gli era ne solo sufficiente
ma sovrabbondante, e ne rii graziava le divinità! Ah
che daddovero era una grand' anim quella di Orazio venosino ! O
divino Verd o sommo Cantù, voi siete oggi esempi vi
venti di uomini immortali aborrenti dalla st perba jattanza,
e modesti, e cari ai popoli e all'Essere eterno che vi stampò !
Riesce fs cile notare nel passato, fatte le dovute ecce
zioni, taluni pure letterati od artisti, ai qual riuscì
appena in certa guisa a far risonar pel mondo la tromba della fama,
che non pii si appagarono di piccoli poderi o rustich-
casette, ma bramarono s'innalzassero monu menti a loro stessi
viventi. Vollero onor sommi , castelli , parchi , magnificenza ,
fra stuono di accademie e di teatri, e scialo à superare i re
della terra ! IX. LA VILLA
SABINA SvsTomo — Vitt ili Orma L'ooohka eoM ■DgU kiL mlil non ibiHa, Qu«l oh* poHl*d«: PIA qaaL poco i mto^... Cari
rfciuip « M mtJ crvLI. immL Gaioallo — Tra4. ili Orati
I ell' esposizione della Promotrice del 1878 in Napoli si ammirava
un cjuadro ad olio, segnato Orazio in viiia, dell'illustre pittore
Camillo Miola, mio amico, autore della Sibilla, del San- sone al
torchio, delle Danaidi, del Plauto^ e di altre pregevolissime tele
riguar- danti r antichità, e dì cui l' Illustrazione ita- liana del
16 luglio 1882 faceva elogio som- ( "4 )
mo, dichiarandolo uno dei migliori artii moderni d' Italia.
Ed invero chi esamina quel quadro st pendo yien compreso d'
ammirazione p l'arte e per la precisione storica che vi nota. Non
palagio cinto da portici, o i parco, o da aiuole fiorite, non statue né
ca celli con grifoni e sfingi di bronzo; ma ui modesta costruzione
nascosta da un altissin albero, sul quale si arrampica un cespo g
gantesco, che lo fa assomigliar ad un eno me roseto; con semplicità di colore,
con pi cola corte, con finestrette modeste, da un delle quali pende
una gabbiolina con un capinera, e da cui compare il busto di On zio
che maschera una vaga donzella, dell quale si distinguono solo le belle
fattezz- rini e Batillì imberbi con lunghe chiome, che
saltellando ed agitando nacchere e tirsi, si versan dalle anfore colme
vini prelibati rac- colti nel podere. Una capretta randagia presso
il rustico cancello di legno, apparisce spetta- trice innocua di quelle
piacevolezze campestri. Basta veder quel quadro per formarsi una
idea della proprietà che Orazio si ebbe in dono da Mecenate, unico dono
che la sua modestia aggradì, e che confaceva al suo ideale.
Orazio cosi enunzia la topografìa del suo podere rustico:
Tutto di monti una catena il forma^ Se non che t interrompe opaca
valle Ma così^ che sorgendo^ il destro lato Ne copre il sole^ e con
fuggente carro Cadendo^ il manco ne vapora. Il clima Ne loderesti
»7) Nella terza satira del secondo libro per la prima volta
parla di tal dono che gli venne fatto da Mecenate nell' anno 721 ,
quando cioè Agrippa fu edile. Perchè, siccome opina il Dacier,
nella sua Cronologia delle opere oraziane, tale satira in quel tempo fu
scrit- ( ii6 )»^ ta. Ed Orazio ringrazia
cordialmente Mece- nate per tal dono che gli giungeva nel suo
trentesimosecondo anno di età. La voracità del tempo che ogni
traccia di opera distrugge ed oscura, fece del tutto scomparire le
vestigia della villa di Orazio in Sabina. Solo la pertinace ricerca dei
suoi ammiratori, e la religione che accompagnò i dotti archeologi
nel voler rintracciare i ru- deri di tal fabbricato e podere, guidati
dal lume nello stesso Orazio nelle descrizioni che ne fa nelle sue
opere, fece in questi ul- timi anni stabilire il luogo preciso, la con-
formazione e r area dove quella villa sor- geva, e dove il gran poeta, al
dir di Sve- tonio, visse molti anni nel ritiro fin secessu) e nella
quiete. Ch. Guill. Mitscherlich, dotto filologo prus- siano,
nelle sue Racemationes venusinae , stampate nel 1827; Obbario, nelle sue
no- te sulle epistole oraziane; e principalmente r opera che X
illustre letterato abbate Cap- martin de Chaupy pubblicò in Roma
nel 1767-69, nel terzo volume, sulla Scoperta della casa di Orazio,
possono offrire pre- -«( 117 ) zìose
notizie sulle ricerche pazienti e sulle in- vestigazioni profonde e
minuziose fatte per dar luce chiara a tale obbietto. Orazio
disse che al suo piccolo fondo ba- stavano cinque lavoratori per menarlo
a col- tura, i quali andavano a smerciarne le der- rate a Varia,
piccola città lambita dall' Aniene, ed avean tutti alloggio nei
fabbricati adia- centi a quelli che lui stesso abitava, e dove
ciascuno soleva vivere con la propria fami- glia, tanto che dai fumajuoli
delle cucine, sul far della sera, sprigionavansi cinque nuvo- lette
azzurrognole che ne indicavano il ru- stico convito (cinque fuochi), ed
il soggiorno tranquillo. Si costuma tuttodì dagli agiati
proprietarii di terre nelle province meridionali di vivere nel
proprio fondo circondati dai rispettivi coloni, e r occhio vigile del
padrone non nuoce alla prosperità di esso. Si comincia pure
oggi a comprendere dai ricchi possessori di latifondi che la pigra
vita delle popolose città non ridonda a vantag- gio della loro
fortuna. Si creino pure ca- stelli, e si viva in essi, ma si faccia
dimora -«( ii8 ) presso la sorgente,
donde si ricavano quel ricchezze che rendono disuguali gli uomii
fra loro. Si renderebbe così possibile e pei donabile tale
disuguaglianza!.... Il principale castaido di Orazio dovev
nominarsi Davo, marito forse a quella Fi dile alla quale dirige consigli
savissimi salutari con una sua epistola. Davo esser do veva un
cattivo castaido, come lo son per h più quei villici che abituati da
tempo a fa da padroni nel fondo, mal vedono un nuo vo signore
venire ad imporre ad essi leggi ( dettami ed a sorvegliarli. Orazio lo
rimbrotta acremente in una satira, ^s) perchè nelle fe- ste
saturnali, solendosi concedere ai subal- terni piena facoltà di esternare
i proprii sen- timenti senza poter venire redaguiti dal pa- drone,
ancorché gliele cantassero amare, (e tal costume si è conservato sin
negli ul- timi secoli scorsi, e Tansillo, venosino, nel suo sudicio
e laido poema, che intitolò // yendemmtatore^vciostvò quanto quella
libertà possa degenerare in licenza) svela il suo animo protervo,
indocile e poco amante delle rusticane usanze e prosperità derivanti
dalle ( 119 )^ buone e fertili annate, e
dall' amor del suolo opimo; che anzi si svela amante dei piaceri
della città per quanto spregiatore delle gioje campestri, e sotto la
veste del campagnuolo si nasconde un guattero tralignato, ed un
operajo invido ed infingardo. Davo prima di entrare nel podere aveva
servito dei signori romani nell* ufficio di mediastmus. Si figuri il bel
tomol Il fondo si componeva di una selvetta ce- dua (dove al
poeta successe quel fiero in- contro col lupo, ed un dio propizio lo
fé' restare incolume) ricca di elei ed altri alberi ghiandiferi che
servivano ad alimentare le piccole greggi. Vi si godeva nell* estate
fre- scura e raccoglimento. Eravi un pomiere, ed un orto, nei quali
pruni, susini e cornie ab- bondavano, con diverse altre specie di
frutta delicate : né mancavano ulivi; tanto che ben potea dirsi di
ritrovarsi a Taranto. La vite poi formava la parte più ricca del fondo,
e dalla quale Orazio solea distillare quel cele- brato vinello che
non disdegnava far gusta- re al palato di Mecenate. Nel mezzo
del fondo scorreva un rivolo ( I20 )»- di
acqua freschissima, che ricascando in gt terelli e piogge, e
purificandosi lungo le ghi je, formava poi una fonte limpida e
crisfc lina da potersi paragonare al celebre fon Bandusia, che
versava le sue pure linfe pres; la patria del poeta, e che ancora oggidì
qu di Palazzo S. Gervasio chiamano Fontah di Venosa, presso il
bosco di Banzi. La fontana D* acqua perenne a la magion
vicina,,, '9> è appunto \ attuale fontana degli Oratir
presso Tivoli. Il fonte Bandusia sta press Venosa nella strada che mena a
Palazzo £ Gervasio, e X ode ad esso fu improvvisai da Orazio in una
gita a Venosa per cacci, o diporto. Erroneamente si
confondono queste du\ cioè morirà il mio corpo marcescibile, ma Y anima
mia soprav- viverà I In che cosa si discosta dalle credenze del
cristianesimo, se si cangiano i nomi alla divinità che dall' alto
dispone, assiste e pro- tegge ? O Jehova, o Dio, o Giove, uno
è il prin- cipio, r esistenza d' un essere soprannaturale che tutto
vede e dispone, e che premia o punisce. Non è la sommissione
buddistica, bensì la virile sommissione ad una forza on- nipotente.
Orazio diceva: Che Giove fra celesti Tien regno ^ il
tuon creder ci feo primiero. ^^ E Vittor Hugo in questi ultimi
tempi, ben- ché ammantato di scetticismo volteriano, gri- dava: //
est, il est, il est! ■**) A tali credenze religiose mescolandosi la -c(a più dolce salsa alle vivande Procaccia col sudor. 5^)
Soleva in compagnia dei suoi familiari ed alle vezzose ancelle od
amiche, aggiungere a queste semplici vivande un buon bicchiere di
vino schietto e leggiero, che essi mede- simi avevano manipolato dopo la
gioconda vendemmia. La sua mensa era linda, lucente,
bianca, sulla quale campeggiava un vasello emble- matico ripieno di
sale: e V aveva per caro auspicio e quale usanza religiosa.
Il sale ha avuto grande importanza in tutti i tempi, persino nei
culti. Presso gli Israe- liti serviva per purificare e consacrar la
vit- tima nei sàcrifizii. L' acqua santa nostra è 19
( H6) mista al sale. Questa sua grande
mondezza, non lo dissuadeva dall' invitare a convito amichevole,
oltre ai suoi amici di condizione eguale alla sua, siccome Torquato,
Settimio, LoUio, Quinzio Irpino, oppure delle donzelle di vita
allegra ed avvenenti, come Fillide, Glicera, Cloe, Tindaride, anche il gran
Me- cenate, al quale scriveva: n nauseoso lusso
ammirar cessa. Grato ben giunger suole Sovente ai
grandi il variar di scena. Cerca mensa frugai^ là dove ammessa Non
è pompa d^ arazzi^ e non di porpora In pover tetto fa sparir le
impronte Che affanno incide in accigliata fronte. Viriti m' è schermo^
ed il seguir m' è pregio Povertà senza fasto e senza sfregio. 53)
Ed in tali circostanze straordinarie mo- strar si soleva galante a
modo suo. Inco- minciava col prevenir gli amici che se con-
servavano vino miglior del suo, Io portas- sero pure alla sua mensa che
non se ne sarebbe offeso, anzi ne avrebbe bevuto un bicchierino di
soverchio alla salute del do- natore. ( H7 )
Orazio ammetteva che il vino rinfocolasse l'estro poetico, e
perciò mal soffriva sedessero al suo desco gli astemii, sostenendo che
pu- tirono di vino sin dall' alba le dolci muse. Prometteva
ai commensali che li avrebbe collocati nel triclinio ciascuno presso a
per- sona che non gli riuscisse antipatica o me- ritevole di troppe
cerimonie. Né disdegnava riservare il posto ai più gai, ai più
giovani e baldi, presso quelle generose donzelle ro- mane di
bellezza e brio regine. La gentilez- za, poi, formava il principale suo
pensiere. Così scriveva a Torquato: Già il focolare da un
pezzo e le stoviglie Splendon rigovernate a farti onore
A bere^ a sparger fiori io già son primo,.,. Che sozza
coltre Che sordido mantil non giunga il nc^so Ad aggrinzarti^
che il boccale eh' il piatto Tal non sia che specchiarviti non possa
54) Né gli piacevano numerosi convitati, ma pochi, cari e
buoni: Che caprino sentore ammorba i troppo Folti conviti.
55) -«(148 ) Riesce in vero gradito e
dilettoso figi rarsi in mente il nostro Orazio, re del coi vito,
con quel suo faccione pieno e rose^ ilare, faceto, coronato di rose,
levigato terso colla cute, da sembrare un majaletl lustro e
pinzo. Levatosi da letto, soleva andarsene a zoi zo per la
sua terra, e dilettavasi a smuover glebe e sassi, adocchiare i filari
delle vit curare gì' innesti delle piante e degli albei da frutta;
della qual cosa solcano ridere vicini, 56) i quali conoscendo come
Grazi frequentasse la corte, e che di Augusto e e Mecenate e di
altri potenti fosse familiare non poteano persuadersi di questo suo
amor per così rustiche e basse faccende campe stri. Non
riflettevano essi che nella ment del venosino eravi fisso, incardinato il
« m admirari y> secondo l'opinione di Laerzic e di Democrito.
Orazio era dotato di « aia raxia » e le grandigie, il fasto, il lusso
nor lo lusingavano punto, anzi ne era al somme disgustato, siccome
ritrovava diletto in quelle sue. umili occupazioni. Ecco il suo
savie consiglio: ( H9 ) Alma al ben
fare accorta Tu serbi • inflessibile A V
oro abbagliator d* ogni pupilla. 57) E dopo le escursioni nel
podere ponea mano a coltivar lo spirito, scrivendo, leg- gendo,
meditando. Solca poi di tratto in tratto recarsi nella gran
città, in Roma, sia pel disimpegno della sua carica di scriba della
questura, sia per altre faccende, sia per coltivare le amicizie di
Augusto, di Mecenate e di altri che egli stimava, principalmente versati
nelle lettere e nelle scienze. Ma sen ritirava sfinito, perchè la
folla dei postulatori, degl'intriganti, dei finti amici invidi e malvagi,
degli zingani, dei ciurmatori, ruffiani, baratti e simili lor-
dure, e dei molestissimi e garruli falsi lette- rati non lo avevano
risparmiato. villa, e quando io rivedrotti^ e quando Potrò
dei prischi saggi or fra i volumi Or tra il sonno e le pigre ore
oziose Trarre de V egra vita un dolce oblio ì Li fave^ al Sannio,
in parentela aggiunte E i buoni erbaggi come va conditi Nel pingue
lardo, oh quando avrò sul desco I -«( I50 )»-
notti I cene degli dei^ dov* io Presso il mio focolar coi miei m'
assido^ E mangio^ ed alla vispa famiglinola Dei servii nati dai
miei servii io stesso I già libati pria cibi dispenso! S^)
Della sjpa persona soleva avere som cura, perchè quasi giornalmente
immerge nel bagno, e dopo ungere si solea di o profumato e
finissimo. Nel vestire most vasi dimesso e noncurante, ma non pe
privo di gran pulitezza o da potersi dir come vuole san- to
Attanasio, al dir dello stesso Lupoli e del Farao. ^^) Non mi è quindi
riuscito straordi- nario ed inesplicabile quanto in appresso verrò
esponendo circa le consuetudini do- mestiche di Orazio. Nelle
molteplici edizioni delle opere del sommo poeta, le quali riportano la
sua bio- grafia redatta da Svetonio Tranquillo, ho rilevato che si
è tralasciata una notizia in- teressante che riguarda una sua pratica
oc- culta, la quale può ben riferirsi al culto sur- riferito di
misticismo caldaico. La vita di Orazio composta da Svetonio
Tranquillo, che fu V unico che scrisse del gran venosino pochi anni dopo
la morte di ( IS7 ) lui, e che fa
accrescere certezza alle investiga- zioni fatte neir analizzarne le
opere, si com- pone non più di una sessantina di versi di stampa.
Tutto è laconico e scritto fugace- mente, come se si trattasse d* un
cenno ne- crologico. Sembra che Svetonio abbia vo- luto far notare
con certa diffusione Solo l'a- micizia intima che legava Orazio ad
Augusto, ed in essa si dilunga, fornendo preziosi brani di lettere.
La quale riproduzione di brani di lettere di Augusto ad Orazio dirette forma-
vano forse il soggetto che per la maggior parte dei contemporanei destar
doveva in- teresse maggiore, e far di Orazio un uomo agli altri
superiore per tanto onore. Il brano della biografia che è stato
cancellato ( forse per purgarla), V ho rilevato da un' edizione
olandese delle opere di Orazio del 1663, pub- blicata dal filologo
inglese Giovanni Bond, che la prima volta comparve in Londra nel
1614, e dopo se ne riprodussero diverse al- tre edizioni intere, ed è il
seguente : (( Ad res venereas (Horatius) intemperan- tior
traditur nani speculato cubiculo scorta dicitur , habuisse disposila , ut
quocunque -«( 158 ))•- respextsset, tòt et imago
e re f erre- tur....... )) Formava adunque per Fiacco un
culto (( / ars Venerea » , ed egli addimostrava- sene tanto
fervente, perchè nato nel luogo ove sorse il primo Succoth-Benoth.
Nella cennata antica cronaca venosina del Cenna , il quale era pure
investito della prima di- gnità del capitolo dell' insigne cattedrale
di Venosa, si leggono i seguenti versi che rin- forzano la mia
assertiva: « Alcuni, e spe- tialmente Nicolò Franco nelli suoi
Dialoghi, vanno dicendo che Horatio Fiacco fusse stato in sua vita
di costumi osceni, il che tutto è falsissimo, siccome lo testifica
Ludovico Dolce nella vita di esso Horatio. » E Luigi Poinsinet de
Sivry, eccelso poeta francese del 1700, nel suo poema. « L Emulation
» va all'eccesso contrario, proclamando Orazio (( modéle de
bravoure et de chasteté. » Ciò che forma adunque l'addentellato
al dispregio di molte produzioni oraziane, viene per tal riguardo
distrutto ; considerando che la sporcizia e l'oscenità, non erano poi in
quei tempi una qualifica essenziale dell' immora- (
159 ) lità e della disonestà. Egli stesso ripetuta-
mente bersaglia, bistratta, dispregia e colpi- sce gli adulteri, i
violatori delle vergini, gl'incestuosi I Eran questi per lui
grimmo- rali ed i disonesti. E se non è questo il cor- reggere i
costumi, qual altro fondamento di morale, mancando la cristiana, poteva
offrir- gliene sostegno ? Egli rampogna acremente i Romani d'
ir- religione e lascivia. Egli volle vivere sempre celibe. Del nodo
d'Imene aveva tale concetto d' alta responsabilità che non volle allacciar-
sene, né restarne tenacemente avvinto. La moglie di Mecenate gli forniva
un esempio troppo splendido d* incostanza, infedeltà e disonestà.
Terenzia seguì Augusto in Asia abbandonando lo sposo. E non parea
conve- niente al sagace venosino far la triste figura di Mecenate,
intendendo professare V opi- nione di Seneca a tal riguardo, quando
com- pose la biografia del marito dell' infedelis- sima Terenzia.
(^^) Il suo celibato vien confermato dal non aver scritto mai
carme o verso per donna che fosse stata sua moglie. (
i6o ) E lo dice esplicito e chiaro nell'ode 8* del
libro 3^: Te Mecenate il rimirar sorprende Che vivo cespo
ardente^ e incensi^ e altari^ Io cèlibe^ di ?narzo a le calende
E fior prepari. E solo ad un celibe sarebbe convenuto
far pompa di tante conoscenze di cortigiane e donne allegre.
Lagage, Gige, dori, Barine, Foloe, Leuconoe, Noebule, Lidia, Neera,
Glicera, Tindaride ed altre dimostrar posso- no, essendo state amanti
riamate di Orazio, che se egli non aveva moglie, godeva non poco
del benefizio inapprezzabile di essere li- bero e celibe.
ìÀjiS^Ì se. "*-Sj XII.
GLI ULTIMI ANNI DEL POETA GuOALio — Tml. di
Orm , N moltissimi punti delle opere di Orazio appare
che nella sua mente elevata si presentava l'immagine della morte,
questo indecifrabile, nebuloso, oscurissimo problema, questo fatto
in- cognito, pauroso e spaventevole. E dir ch'egli covava in petto
un cuor di ferro, e so- steneva che : Con impavido
ciglio Se delteteree spere in pezzi infrante (
l62 ) Valta compage piombi Sotto il suo minar
Jia che s* intombi, ^^s) Non poteva con tutto ciò esimersi da
quella paura istintiva, da quel senso di terrore in- generato dal
dover mancare alla vita, dal do- ver brancolare nelle tenebre
dell'ignoto. ...... Nato a morir ^ Tutti attende alfin
quella profonda Che non conosce aurora unica notte . .
Hctssi un giorno a calcar la stigia sponda . . . Presto rapì
t inclito Achille morte E a me ciò farse offrir vorrà la
sorte Necessità di morte Getta sovra ciascun
Legge crudeli Ma pazienza mitiga Ciò che non ha riparo
Tutti spigne tal forza ad ugual meta Che a pugnar seco è
mortai forza inabile. 66) Tutta la sua filosofia: le massime di
De- mocrito e di Epicuro, che facean precetto essenziale di
dispregiare e non curare gli orrori del sepolcro, non bastarono a
toglier questo pensiero ftinestissimo dalla mente di lui. In mille
maniere lo rimuginava, lo com- mentava, compiacevasi tormentarsene. La
lu- ce ed i fulgori delle verità cristiane non gli rischiaravano
l'intelletto e non gli molcevano ( i63 )
il dolore, promettendogli una patria lassù, sulle sfere, patria
immutabile, bella d' ogni godimento ed allietata dalla vista di quel Dio
rimuneratore e buono ed onnipotente. Ammetteva Y Èrebo e Y Olimpo,
come so- levansi ammettere quei miti inverosimili ed incredibili,
che acchetavano la bramosia di quei popoli privi di una fede
consolatrice, che prometteva la beatitudine ventura come compenso
alla vita onesta e laboriosa. Dato che il piacere terreno formar
do- vesse la meta della felicità, che poteva spe- rarsene dalla
vita futura? Il nulla, la distru- zione completa, la particella della
materia andava a ricongiungersi alla materia: Noi
cadendo Nella notte che non sgombra Più non siatn che polve ed
ombra . Degli anni il breve termine Vieta ordir lunga speme:
V ombre favoleggiate e la perpetua Notte già già ti preme, 67)
Nella distruzione completa del suo essere Orazio ammetteva
che soltanto una parte di se stesso sopravviver dovesse eterna: cioè
il (J60 frutto dei suoi sudori, il suo
monumento: r anima sua. E tale credenza, che non era dubbio,
gli scusava la fede nel!' immortalità dello spi- rito umano.
L* (( omnis moriar », espressione tanto concisa per quanto chiara,
spiega che non eravi dubbio in lui neir immortalità del- lanima. La
paura della morte comune a tutti, sebbene con tanta jattanza, dalla
maggior parte apparentemente sfidata, più che Ora- zio vinceva il
suo protettore , Mecenate. E siccome la paura è attaccaticcia e
conta- giosa, Orazio non addimostravasi meno al- larmato di lui. E
tal pensiero dominante trapela nelle sue opere, come quell'altro,
che lo mordeva sordo, della nascita vile ; né bastavagli a frenargli la
lingua, la sua for- tezza e valentia. La paura della morte era così
possente in Mecenate da fargli dettar quei versi riportati da Seneca, che
non fanno grande onore al valoroso romano: Vita dum superest,
bene est Hunc mihi vel acuta Si sedeam cruce^ sustine ! 68 ^
-«( i65 )»- Tanto grave e scoraggiante riusciva
per lui tale idea, che avrebbe meglio amato ve- nire inchiodato in
croce come l'ultimo dei malfattori e vivere, che farsi tragittar da
Ca- ronte nella palude Acherontea. Orazio venivalo consolando
con teneris- sime espressioni, perchè Orazio non era co- dardo, né
intendea scoraggiarlo maggior- mente. Ma le sue espressioni non
appro- davano gran che. Tentò alfine porre in ope- ra il savio
consiglio, che la pena gli sa- rebbe venuta scemata sapendolo
compagno nel dolore, ed è perciò che gli dice senza essere scevro
di paura : , Non piace ai numi Che i tuoi si spengano
pria dei miei lumi Un dì medesimo fia d* ambi estremo Ne il voto è
perfido, inseparabili Andremo^ andremo. Che pria se muori Pur teco
air ultimo comun mi trovi I nostri unanimi fuor S ogni esempio
Astri consentono 69) E tale profetica consolazione, per
istrana fatalità, si verificò pur troppo. Non è lecito veder tutto
con tinte soprannaturali. Buona parte di quello che molti direbbero
spirito -«( i66 )»►- profetico attribuir si deve alla
paura della morte che premeva così Mecenate come O- razio. E la
paura, il dubbio dell' ignoto, non è vigliaccheria, bensì è innata nella
natura umana. Anzi prode è colui che questa paura affronta, e
guarda imperterrito quella figura armata di falce, sfidandola sui campi
delle battaglie, al letto degli appestati. Se non vi fosse
terrore e spavento istin- tivo del morire, quale prodezza, qual
valentia sarebbe affrontare impavido la mitraglia e le pesti, il
mare irato ed il baleno delle armi nelle tenzoni cavalleresche ?
L' amistà che legava Mecenate ad Orazio, il sentirsi quel grande
consolato da lui così coraggiosamente lo fecero memore del poeta
che l'assisteva nelFora estrema a preferenza degli altri. Nel suo
testamento scriveva ad Augusto, al dir di Svetonio: (c Prendete
cura di Orazio Fiacco come prendereste cura e terreste memoria di
me stesso I » E riesce veramente straordinario come, morto
appena Mecenate, che era già soffe- rente e presentiva la propria fine ,
dopo pochi giorni, un subitaneo malore colpì il ( i67
)»- sommo poeta, da non lasciargli neppure il tempo di
dettare in iscritto le sue ultime vo- lontà. Andonne misteriosamente a raggiun-
gere r amico neir ima notte, siccome aveva promesso. Orazio
morì neir anno di Roma 746, es- sendo consoli Caio Mario Censorino e
Caio Asinio Gallo, nell'età di anni cinquantasette, due mesi e
qualche giorno, cioè nel dì 27 novembre. Già da qualche tempo
varcati i dieci lu- stri, Orazio non senti vasi sano: accusava sof-
ferenza ai nervi e malinconia che accom- pagnar sogliono per lo più
quelli che tra- scorrono molte ore del giorno a logorarsi la mente
coi severi studii. Perchè i visceri si rendono sofferenti per le
occupazioni men- tali, e defatigata la mente, la tetraggine invade
il cervello , principalmente quando gli anni incalzano. In
una lettera che il poeta scriveva ad un compagno d'impiego nella
questura, Cel- so Albinovano, suo amico, ma che giunto al- l'
apogeo della grandezza, perchè ben ve- duto e careggiato dal giovane
Nerone, erede ( i68 dell' imperio,
mostravasi altezzoso e superbo (sebbene non manchi la nota sarcastica,
ben- ché infermo , per questo favorito di ven- tura) così diceva
: Dritto né ameno è di mia vita il corso^ Perché men
della mente sano Che delt intero corpo^ udir vo' nulla, Nulla
imparar che il morbo sgravi, I fidi Medici fanno orror, gli amici
restia Perchè al sottrarmi al rio letargo intesi. 7o) Ed a
Mecenate . scriveva : Ma di cor debil troppo e troppo infermo
Me conoscendo^ chiederai tu quale Il mio far possa al tuo periglio
schermo ?... 70 Col corpo affranto dal peso degli anni, dalla
vita trascorsa nelle fatiche mentali e nelle avventure e nei godimenti
venerei, sopraggiunse ad Orazio la nuova della mor- tale malattia
del suo Mecenate e la fine dì questo. Il colpo fu troppo violento e
dovea riuscirgli fatale. La sua fibra debole non poteva resistere.
Pomponio Porfirio, che con lo scoliaste Elanio Acrone, dilucida le
la- coniche note di Svetonio, circa la vita di Orazio, dice che lo
stato suo di salute era ( i69 )
deteriorato assai con gli anni, che non gli conveniva più restar
l'inverno nelle monta- gne della Sabina, nella sua cara villa : che
svernar soleva a Tivoli (ed egli stesso lo scrisse) come il luogo più
aprico: ce Tiburi enimi fere otium suwn conferebat , ibique carmina
conseribebat.ì) E Tivoli desiderava Orazio infermo e pensava morirvi là.
Così egli scriveva al fido amico Settimio: Oh tregua al
vecchio fianco Tivoli dia Quivi piagnente di pietosa
stilla Spargerai la calda delt amico vate favilla. 7^)
Certuni erroneamente attribuirono la mor- te di Orazio a suicidio,
tanto apparve strana la coincidenza della sua con la morte di Me-
cenate. Ma deve venire del tutto bandita tale idea per le seguenti
ragioni. Orazio dei suicidi soleva fare aspro maneggio, so- leva
dileggiarli; e la storia di Empedocle, che ricorda ntìV^rfe poetica,
chiaramente lo dimostra. Empedocle per desio di molta vanagloria e
prodezza, invano precipitossi neir Etna. Ma la sua pantofola ne tradì
la inutile bravura. 22 ( I70
) Esaminando imparzialmente e con co- scienza la vita
di Orazio, si nota che ogni sua cura si volgeva a conservarla, sia
che militasse a Filippi, sia che vivesse in Sa- bina. Era poi
tarchiato ed obeso, e quindi facilmente proclive all' apoplessia. Che
era già fiacco e malandato in salute nel suo undecimo lustro. Che
il dolore della per- dita del suo più caro amico e protettore
Mecenate (egli così amante degli amici e riconoscente) doveva avergli
prodotto tale un rincrudimento dei suoi malanni da dar- gli la
morte con colpo apopletico. E son numerosi gli esempii di fratelli od
amici ancor forti e vegeti , che, toccati dalla re- pentina
disparizione d* un fratello o d' un amico, li han seguiti immantinenti
nella tomba sopraffatti da colpo di malore vio- lento.
Non altrimenti deve pensarsi di Orazio. E che fu tale il suo genere
di morte lo prova poi chiaramente il non avere avuto il tempo di
tesser un elogio funebre al suo sommo protettore Mecenate, che aveva
assistito negli ultimi momenti, mentre lo fé' con Virgilio e
-«( 171 )»-* con altri. Eppoi non ebbe forza di
scrivere il proprio testamento. Svetònio dice: (c Quum
urgente si va- letudinis non sufficeret ad obbligandas testa- menti
tabulas . )) 73) Dovette avvalersi di quello che, dice Giu-
stiniano, prescrivevasi dal giure civile di quel tempo, cioè della prova
testimoniale di sette cittadini, che dinanzi notaro provarono esser
volontà del moribondo Orazio che l'im- peratore Augusto fosse il suo
erede, Orazio per decidersi a lasciare erede \ imperatore , che
consentì ad accettare \ eredità, doveva esser fornito di non pochi beni
di fortuna. Che di fondi, che di valsente doveva aversi senza manco
veruno un buon dato, stante la sua parsimonia. E lo certifica
Svetònio quando accennando alle largizioni di Me- cenate e di
Augusto dice: (( Unaque et al- tera liberalitate locupletavit. »
Ma delle sue sostanze rimaste non ap- pare vestigio od accenno,
meno della villa e del podere in Sabina, che han formato, come si
disse, la paziente investigazione dei dotti archeologi e degli ammiratori
( 172 ) del grande poeta. L' aver lui posseduto
po- deri in Taranto, a Tivoli od a Roma, non è che una supposizione
dei comentatori delle sue opere, che di. ciascuna sua aspi- razione
han formato un dominio. Mentre chiaramente Orazio, nella sua
diciottesima ode del secondo libro dice: (c Satis beatus unicis
sabinis. » La quale esplicita dichiara- zione formò la base delle
rimunerate inve- stigazioni archeologiche del Capmartin de Chaupy,
siccome si accennò parlandosi della villa oraziana. Che anzi in Taranto è
comune r idea falsa che Orazio si avesse colà un po- dere nel luogo
detto ce Le Leggiadrezze ». Ma per quante ricerche siansi fatte dai
dotti, principalmente dal Tommaso Nicolò d' A- quino, autore dell'opera
Delle delizie Taran- tine, da Giambattista Gagliardo nella sua
Descrizione topografica di Taranto, e da Ate- nisio Carducci, illustre
letterato tarantino, nella sua versione dell' opera del D'Aquino,
con note, non si è potuto affermare che Orazio avesse dominio in Taranto,
ma soltanto ohe vi avesse fatto delle brevi escursioni per isvago.
In Venosa poi, sua patria, non evvi ( 173 )
vestigio di casa o podere a lui od ai suoi appartenuta, dovendosi
credere erronea V as- sertiva di Jacopo Cenna, venosino, nella sua
cronaca manoscritta, più volte mentovata, della città di Venosa del 1500,
nella quale si dice aver posseduto Orazio una casa presso le
antiche mura della città, a levante, forse alludendo a quella che si
accennò nei capi- toli precedenti, appartenente ad uno della tribù
Grazia romana, e di cui ritrovossi iscri- zione. E da tale ipotesi lascia
derivare che dalle finestre di quella sua abitazione in Ve- nosa,
Orazio spaziasse con lo sguardo sopra vastissime campagne, e da quella
veduta venisse ispirato a dettare i versi : « Lauda- turque domus
longas quae prospicit agros. » Perché non riferire invece con maggiore
pro- babilità air agro Sabino ? Ciò si dimostra chiaramente
erroneo, quando si riflette a tutto ciò che si è riferito nei capitoli
precedenti circa la dimora di Orazio in Venosa, ove si trattenne
solo adolescente : circa la con- fisca di tutti i beni della sua
famiglia, perchè seguace di Bruto, e particolarmente per non averne
fatto il menomo indizio in tutte le -«( 174 ))^
sue opere. Venosa ai tempi di Orazio era cinta da fitte boscaglie,
e la lunga esten- sione dei campi asserita dal Cenna è un
sogno. Che Orazio abbia fatto in Venosa qual- che rara
apparizione , forse per diletto ed in compagnia d'amici, lo lascia
desumere soltanto r ode al fonte di Bandusia, che rumoreggiava con
polla cristallina ed ar- gentea nei fitti boschi di Banzi , dove
es- sendosi recato Orazio a cacceggiare od a merendare, dovette
improvvisare quei versi. Ciò a seconda dei pareri dei più dotti
illu- stratori delle sue opere. Orazio, come si disse, nacque
a dì 8 dicembre del 689 dall' edificazione di Roma, essendo consoli
Lucio Aurelio Cotta e Lu- cio Manlio Torquato. Morì a dì 27 no-
vembre del 746 di Roma, consoli C. Mario Censorino, C/ Asinio Gallo ,
cioè nell' età di anni cinquantasette. Acrone scambia però, per
errore dei copiatori delle sue opere , il numero LXXVII per LVII,
assegnando ad Orazio anni settantasette. Ma Pietro Cri- nito
asserisce: « Alti supra septuagesimum ( 175 )
annum vixisse scribunt, quod ego tamen fai- sum existimo. »
Ed Eusebio, nelle sue cronache, siccome Svetonio, ritengono con
precisione gli anni della vita di Orazio essere stati cinquanta-
sette, il primo dicendolo morto nel XXXIV anno di Augusto, il secondo
asserendolo morto nelle date surriferite, e riportando i consolati
rispettivi sotto cui nacque e morì ; dai quali limiti precisi estremi non
è lecito discostarsi. Il suo cadavere venne trasportato ,
tra il compianto universale, in Roma, (non è indicato da alcuno
antico scritto il luogo preciso ove morì), e rinchiuso nella tomba
della famiglia Cilnia. Dacier sostiene, nelle sue annotazioni alla vita
di Orazio di Sve- tonio, che Mecenate possedeva un superbo palazzo
suir Esquilino, e presso ad esso una tomba monumentale. In questa
ripo- sarono Mecenate ed Orazio. Mecenate ed Orazio vissero
amicissimi, intrinseci, vera- mente uniti di pensieri e di amore ;
benché l'uno nato di reale famiglia e di sangue purissimo, e X
altro figliuol di liberto. -«( 176 ) Una
possanza inesplicabile ed onnipotente li fece incontrare, divenire tra
loro stretta- mente simpatici, e quindi insieme dormire nello
stesso Ietto V ultimo sonno I Di Mecenate i tardi posteri
ricorderanno le gesta e la gloria pel suono reboante della tromba
della fama procacciatasi col proteg- gere generosamente quella schiera
immor- tale di uomini che vissero nel secolo di Au- gusto. Il gran
venosino vivrà eterno pel suo nionumento. È tutta sua la gloria che
fa semprepiù, col trascorrer dei secoli, stupire l'umanità, e che
non cesserà sinché traccia di vita sarawi sul globo. Del
sommo poeta non si conservano sta- tue antiche o figure nei monumenti da
po- terne precisare la struttura corporale ed i lineamenti. Ma
dalle sue opere ne appare tanto chiaro il ritratto, che basta
coordinare le parole che si riferiscono al suo fisico, per
vederselo innanzi vivo e parlante. Egli de- scrive con certa vanagloria
la lussuria dei suoi capelli d' un bel color d' ebano , che
ombreggiavangli la fronte virile e balda, ma che gli anni e le cure
aveano resi argentei. -«- Questi hanno
improntata una certa tinta di pazzia benigna, che in luogo di
ammira- zione suol destare compatimento, antipatia e ribrezzo. Le
cellule del cervello, Y involucro osseo che le ricopre, il corpo umano,
non han bisogno di quella veste esterna non naturale, oppur
naturale, sian cenci o por- pore, adipe, globuli rossi, magrezza
estrema, capelli o calvizie per foggiare un genio od un cretino I
Si può essere profondo filo- sofo, saggio come gli antichi della
Grecia, e conservar forme aristocratiche, linde, ma- nierose,
affabili, con un corpo formato al pari di Antinoo. Orazio ne sia esempio
lu- culento, e Foscolo e Byron e Leopardi negli ultimi scorsi anni
così difformi tra loro. Assicura Giuseppe Ilario Eckhel,
celebre antiquario austriaco, nella sua opera « Doc- trina Nummorum
» e lo conferma Masson nella sua vita dì Orazio, nel capitolo inti-
tolato « De Horatii effigie », essersi rin- venuti dei medaglioni di
metallo, terminati nella loro circonferenza con un cerchio da tre a
quattro millimetri di larghezza, e che ( i8o )
possono ben rassomigliarsi alle nostre me- daglie commemorative o
di onore, nei quali si vede inciso in un lato un busto , ed intorno
ad esso la scritta chiarissima (( Horattus », mentre nell' altro lato la
scritta n' è illegibile e consumata. Il busto anzi- detto è
modellato esattamente a tenore di quanto più sopra si è esposto. Uno di essi
si conserva nel museo del Louvre. E certo appaiono riproduzione di busti
o medaglie d' onore di Orazio vivente, eseguiti nel quarto secolo
dell' era volgare. Tale almeno è r opinione del dottissimo barone
Walke- naèr. Nessun busto marmoreo, come si disse, «
o di bronzo si è rinvenuto che ricordi il gran venosino. Deve però
convenirsi che un uo- mo che ha da poco varcati i cinquant' anni,
raro è che si renda deforme e barbogio. Anzi la razza umana generalmente
suole giungere a questa età ancora atta a buona vegetazione, e ad
abbellirsi e conservarsi. Se r aureola che circonfuse Orazio non fu
il (( nomen imitile » e neppure X opi- nione che i suoi contemporanei
ebbero di lui ( opinione poco proporzionata ai suoi
-«( i8i )>9^ meriti, secondo che dottamente
asserisce Leopardi, ^s) e negli anni seguenti non ebbe tra i dotti
il primo posto, perchè Dante stesso chiamò Virgilio Aquila ed
Orazio Satiro), maggiormente risulta la sua vera gloria dal sempre
fecondo entusiasmo che per r eternità gli uomini risentiranno per
lui Trascorsi appena nove anni dalla morte di Quinto
Orazio Fiacco, nasceva Gesù Cri- sto, il rigeneratore dell'umanità. Oh
età por- tentosa ! t»**.**^!-*-^*»**-*»*-*^-*-!
^'^-^•S-^-f-fxf-****^»!**-?-^
XIII. L'ETERNO MONUMENTO ORAZIANO Ouao - za.
I/I. - Ode XXX. HE dire di Orazio poeta, creatore
nella letteratura latina di due ge- neri di poesie del tutto nuove, e
che seppe far giungere ed elevare persino I la lettera all'
eccelsitudine dì un ge- nere poetico? Quintiliano dice : '*' « Dei
lirici Orazio è quasi il solo che merita di esser letto, poiché
s'innalza talvolta con slancio ammirevole: è pieno di dolcezze e di
grazie, e nelle varietà -«( i84 )»-* delle
figure, delle espressioni, d' una felicis- sima audacia. » E Petronio ^7)
continua as- serendo che (( fra i romani Virgilio ed Ora- zio sono
accuratemente felici, come Omero ed i lirici greci. Perocché gli altri o
non vi- dero la strada che conduce al lirico stile, o non ebbero il
coraggio di batterla. » E que- st* opinione distrugge la miserabile
assertiva di Frontone, ^s) al dir di Leopardi, ^9) che chianja
Orazio Fiacco , siccome accennossi, appena poeta non isprezzabile
[memorabilts poeta). Tanto potevano in questo possessore degli orti
mecenaziani V invidia ed il livore, . che tra certi letterati sono solite
malattie I Ma Lucano, Marziale, Virgilio, Vario, Ti- bullo,
Ovidio, Petronio, Sidonio Apollinare, S. Girolamo, Venanzio Fortunato,
Persio , Giovenale, Lattanzio , Alessandro Severo , Dante, Voltaire
e cento altri, a coro una- nime, gridarono le lodi del gran
venosino. Moltissimi eruditi si sono occupati di stu- diare
precisamente le opere di Orazio. I più celebri fra essi nel mondo,
siccome il Bent- lejo, il Masson, il Dacier, il Sanadon, il Passow,
il Kirckner, il Franke, il Weber, ( i85 )>9-
il Grotefend, THart, il Milmon, lo Stalbaum, il Weichert, il Jahn,
il Mitscherlich, il Dab- ner, il Jacòbs, il Leissing, il
Margestern, il Walckenaer, il Siringar, il Manso, V O- relli, si
avvalsero degl' interpetri antichi delle opere oraziane, Elenio Acrone,
Pomponio Porfirio, e dell'altro che prendendo nome dal suo editore,
si disse Scoliaste Cruchiano, non meno che di Emilio e Terenzio
Scauro. Ciascuno di essi ha cercato desumere con pazienti
ricerche il tempo nel quale Orazio scrisse le singole parti del suo
eterno monu- mento. Cercherò notare le più interessanti investigazioni.
Orazio dapprima scrisse le satire e ne compose il primo libro
negli anni di Roma 713-718 , non avendo ancora raggiunto il
trentesimo anno. Pare che la prima di tutte sia stata la
settima fatta neir inverno del 713-714. In essa, siccome si
accennò, irrompe con impeto sarcastico contro un tal Rupilio
che con lui aveva militato nell'armata di Bruto, Segue poi la
seconda scritta nell' autunno del 714, nella quale parla in
generale dei vizii di cui la società romana era infetta. La
quarta 24 ^ i86 ) satira fu
scritta nell'estate del 715, ed in essa cerca scusarsi col pubblico dell'
essersi mostrato un po' virulento nello sferzare la cattiva gente,
e secondo il parere di Wei- chert fu questa la satira che i suoi
amici Virgilio e Vario presentarono a Mecenate, avendo inculcato al
poeta di scriverla per cattivarsi l'animo di quel potente. Scrisse
la terza nel principio del 716, ed in essa fa vedere che mentre gli
uomini sogliono cri- ticare i vizii altrui, son ciechi a vedere i
proprii. Il Vangelo dice : « Tu suoli ve- dere il fuscello nell'occhio
del tuo prossimo, e non vedi la trave che è lì lì per acce- carti ?
)) Dopo poco tempo da che tale satira venne pubblicata, Orazio fu ammesso
tra i commensali di Mecenate; infatti la satira quinta che descrive
con gran lepidezza e pre- cisione un suo viaggio da Roma a
Brindisi, vi fa risaltare la figura di Mecenate come attore
principale e come uomo politico, spe- dito dal governo per delicati
maneggi a quel luogo di sbarco ad abboccarsi con altri per- sonaggi
influenti, e che compagni insepa- rabili di lui furono Orazio, Virgilio,
Vario, ( i87 ))^ Cocceio e Tucca. Compose
poi la prima satira in omaggio al suo gran protettore, e
pubblicando il libro nel 717-718, la pose come principale, perchè a lui
dedicata e per testimoniargli la sua stima ed il suo affetto.
Scrisse la nona dopo circa un anno per cor- reggere quei miserabili che
invidiandogli la protezione di Mecenate, mostravano, .mor- dendolo
col dente velenoso della livida in- vidia, di non esserne a parte. La
bellissima satira sesta, nella quale pone la virtù come il vero
blasone che onora gli umani, e l'ottava con la quale schernisce i
superstiziosi e le donnacce, furono scritte, secondo l'opinione di
Spohn, nel 719. Il libro degli Epodi era già stato com- posto
da Orazio prima del cennato primo li- bro delle satire, ma fu pubblicato
non prima del 729. Vuoisi che abbia preso il nome di
Epodi dai versi Epodois di Archiloco, che fu l'in- ventore dei
giambi, al dir di Diomede gram- matico. Sebbene altri sommi scrittori,
com- preso il Gargallo nelle note, ammettano che epodi si dicesse
il libro compilato da odi pò- ^ i88 )m^ stume di
Orazio, fondandosi sul termine gre- co epodem, che significa
sopraccantare. Benteley, Weichert e Jahn sostengono che il
secondo libro delle satire sia stato com- posto negli anni 719 a 729. E
la terza del secondo libro delle satire sostengono essere stata
scritta nella villa Sabina, nel 721, dimo- strando che già poco più che
trentenne Orazio avea avuta donata quella proprietà. Riguardo
alle odi, furono scritte, se- condo il parere di Butman, del Dacier
e di altri dotti, nel 726 al 732 sino al 734, E da quest'anno ed i
seguenti sino al 744, cioè nella sua età di anni cinquantacinque,
solo l'ultima ad Augusto, come omaggio al più grand' uomo del secolo e
suo insi* gne benefattore. Orazio dalla sua villa aveva
spedito ad Augusto diversi scritti e molte delle let- tere
surriferite, e gliele indirizzò con un viglietto umoristico consegnato ad
un Vinio Frontone Asella, che è proprio l'epistola decima del primo
libro. Augusto dopo aver letto tali componimenti, gli rispose così:
(( Sappi che io sono teco sdegnato , per- -^( 189 )»►- che in molti di cotali scritti (come sono le satire e le epistole) tu non parli
principal- mente con me. E forse che temi
non ti sia per tornare ad infamia nella
posterità, se tu mostri d'essere stato mio amico ?» A questo onorevole ed amorevole rimprovero Orazio rispose colla prima epistola del secondo
libro, che è invero un capolavoro nel genere
sotto ogni rispetto. Il primo libro delle epistole venne
com- posto prima del quarto libro delle odi. Il carme
secolare scritto per condiscen- dere al volere di Augusto fu composto
nel 737, cioè nel quarantottesimo anno d'Orazio. L'Arte poetica,
che deve ritenersi il suo ca- polavoro, e che può dirsi una lettera
di- dasailica indirizzata ai fratelli Pisoni , può benissimo
classificarsi come terza nel secon- do libro delle epistole , e venne
composta nel 741-742, mentre la prima epistola del secondo libro
indirizzata ad Augusto vuoisi essere V ultimo lavoro del poeta, e fu
com- posta nel 744, avendo il poeta V età di anni
cinquantacinque. Nessun autore al mondo ha ottenuto tanta
^ 190 ))^ pubblicità e diffusione e celebrità dalla
sua opera, quanto Orazio Fiacco. È qualche cosa che sa quasi dell'
inverosimile. Basta però per convincersene notare il numero
straordinario delle edizioni delle sue opere, dacché ci furono
tramandate, siansi es- se rinvenute in tavolette, papiri o
palinsesti. Nessun erudito scrittore ha saputo sin oggi
precisare chi sia stato il primo scopritore dei canti immortali di
Orazio, né dove rinven- gasi la prima edizione di essi nei tempi re-
motissimi composta. Vuoisi da taluni che in un museo inglese se ne
conservi vestigio. Certissima cosa é che da molti secoli, sia in
Italia che in Germania, in Francia ed in Inghilterra principalmente, le
edizioni delle opere del gran poeta possono contarsi a cen- tinaia.
Ed in ciascun anno sempre ntìove ne sorgono, unite a nuovi commenti ,
chiose e note illustratrici. È proprio l'arboscello pro- fetizzato
da Orazio : Laude fra tardi posteri Farà ch'io guai per
fresca Auray arbuscel più vegeto Ogn* or m* innuovi e cresca, 80
"i Quante opere insigni di altri uomini nati in
Caldea, in Babilonia, in Cina, in Grecia ed altrove sono state composte
nei secoli scorsi I E sono ignorate o perdute e scom- parse per
sempre. E dei monumenti sanscriti di Persia, delle opere eccelse degli
arabi che scrissero nei tempi del califfi e dei sultani, e dei
codici vetusti dei dottissimi scrittori armeni, che invano i Mechitaristi
tentarono illustrare, che cosa rimane ? O sono cadute neir oblio, o
hawene un labilissimo ricordo, o giacciono ignorate in fondo a qualche
pol- verosa biblioteca. Soltanto la Bibbia ha pro- dotto un
fenomeno superiore, se pure non uguale, a quello del monumento
oraziano. Alle opere di Orazio avvenne un simile me- raviglioso
fatto. Sembrarono piccoli granelli di seme, che
fruttificando, e dapprima poco curati (che dai suoi contemporanei, come
si disse e lo con- fermò Leopardi, non furono tenute in quella
stima che meritavano) divennero poi giganti. Le radici dell'albero, ormai
reso smisurato, si distesero nelle viscere della terra, per tutte
le latitudini, con gagliardia non mai vista. -^( 192
)»- E per disperdersene le tracce, per abbat- tere tale
fenomenale vegetazione, bisogne- rebbe che la terra universa andasse in
fran- tumi. Dalla nostra Italia, avventurosa patria del
poeta, sino ai più ignorati angoli dei poli, appaiono vestigia del
portentoso volume, in tutte le lingue tradotto e glossato.
Ciascuna edizione, ciascun libro che tratta del monumento oraziano
è una fronda fre- sca e vegeta che ci ricorda uno dei più grandi
italiani. Non era scorso un secolo dopo la morte di Orazio ,
siccome attesta Giovenale, che già le opere di lui, dai suoi contempora-
nei poco apprezzate, servirono in presso che tutte le scuole di Roma come
libri di testo, unite a quelle di Virgilio; sicché deve arguirsi
che non poche edizioni dovettero farsene in quei tempi remoti. Ma il
primo editore conosciuto si è Vezio Agorio Ba- silio Mavorzio, che
nel 527 studiò, con Fe- lice grammatico, sui manoscritti e ne fece
redigere non pochi esemplari riveduti e cor- retti. ^(
193 /»- Riuscirà tuttavia interessante Tenumerarne le
seguenti edizioni principali antiche e mo- derne, che sono sparse pel
mondo, sopra tali esemplari condotte: Edizione primaria,
senza luogo ed anno, con 'caratteri romani, di fogli 147, di linee
26, in folio piccolo. Altra che non porta data, né firma del
ti- pografo che s' ignora. Si compone di un vo- lume in quarto di a
57 pagine, stampate in lettere rotonde, di forma poco graziosa. An-
tichissima. Se ne conoscono solo due o tre esemplari in
Inghilterra. Edizione pure senza luogo, senza data e senza
tipografo conosciuto. Forma un volu- me in quarto di 125 pagine, pure in
caratteri rotondi, ma molto belli, come quelli che si usavano verso
la fine del 1400. 1474. — Edizione di Napoli. In quarto per
Arnauld de Bruxelles, pagine 168. 1474. — Edizione di Milano. In
quarto. Ant. Zarolus. Fatta sopra quella dì Napoli.
1476-1477. — Milano. Filippo di Lavagna. 1477-78-79. —
Venezia. Filippo Conda- min. 25 ( 194
) 1481. — Venezia. Senza nome di tipo- grafo.
1482. — Milano. In folio. Per Antonio Miscomini, col comentario di
Cristofaro Lantini. 1482-1491. — Milano. In folio, con co-
menti di Antonio Mancinello e degli antichi scoliasti. Edizioni ripetute
molte volte. 1495- — Strasburgo. In quarto. Grunin- ger.
Opere di Orazio in latino, con testo stabilito sopra manoscritti preziosi
antichi. Con molte incisioni. 1501. — La prima edizione
Aldina. Ver nezia. In 8.° (primo formato piccolo) Aldo Manuzio. 146
pagine. Rarissima e preziosa. 1503. — Firenze. La prima dei Giunti
in 8.° Filippo Giunti. Rarissima. 1505. — La prima Ascenziana
in 8.° 1509-1519-1527. — Venezia. Aldo Manu- zio.
Riproduzioni. 1521.-^1^^^11^. In 8.° Paganini. 1553- —
Venetiis. In quarto grande, di 228 fogli. Petrum de Nicolinis de
Sabio. Con note erudite di Erasmo de Roterda- mo, Angelo Poliziano
ed altri. Rara. 1555- — Venezia. Con postille di Gior-
gio Fabricio di Basilea in 8.^ Antonio Mu- reto. 1561. —
Lione. Due volumi in quarto di Dionisio Lambino, che corresse ed
interpretò magistralmente Orazio, avvalendosi di dieci antichi
codici. Edizione ripetuta con molte correzioni ed aggiunte in Parigi nel
1567, in Francoforte nel 1577, ed in Parigi nuo- vamente nel 1577 e
nel 1587. 1566. — Anversa. Teodoro Pulman con critiche
rinomate. 1577. — Parigi. In 8^ Henry Stefano; anche con critiche.
1578. — Anversa. In quarto. Alfonso Cru- chio. 1597. —
Leida. Con lo Scoliaste. Da un manoscritto Blandiniano antichissimo,
ed altri della biblioteca dei benedettini di Gand andata in fuoco
nel 1568, manoscritto ac- creditatissimo. 1605. — Anversa.
Daniele Heinsius. Due volumi in ottavo. 1606. — Londra.
Giovanni Bond. Stu- penda, bellissima I -^( 196
)»- 1608. — Anversa. Sevino Torrenzio. In quarto con
dottissimo comento. 161 2. — Anversa. Edizione elzeviriana
con note di Daniele Heinsius. Con disser- tazione dotta di tale letterato
sopra le sa- tire. 1629. — Anversa. Nuova edizione del
medesimo, riveduta con note. 1653. — Leida. Variorum, Editore
Cor- nelius Schrevelius. 1663. — Lugdunum Batavorum. Ex
of- ficina Hackiana. Con comentari sceltissimi di varii per
Giovanni Bond. Rara. Corne- lius Schrevelius accurante.
Riproduzione. 1670. — Anversa. Variorum. Sulla pre- cedente
di Schrevelius, corretta. 1681. — Parigi. In 12.°. Volumi dieci
di Andrea Dacier. 1681. — Tolosa. In 8.°. Pietro
Rodellio, molte volte ricopiata. 1681. — Parigi. Ad usum
Delphini. Stu- penda. 1696. — Parigi. Jouvensy. 1
700-1 728 — Cambridge. Di Riccardo Bentley. ^ 197 )»►- 171 1. — Cambridge. Di Riccardo Bent- ley. Con gli studi i di tale scrittore
sopra Orazio. In quarto. Monumento
immortale dell'arte critica, lacerato dai contemporanei per livida
invidia. Ripetuta l'edizione in Amsterdam nel 171 3 più volte, ed in
Lipsia nel 1826. 1729. — Parigi. Due volumi in quarto.
Stefano Sanadon, con traduzione delle opere di Orazio molto
stimata. 1752, — Londra. Con note del Dacier. Ad usum
Delphini. Rarissima e preziosa. 1756. — La suddetta in Amsterdam,
ri- ■ veduta e corretta. Otto volumi in ottavo. 1752. — Lipsia. In ottavo di Mattia Ge- snero ripetuta con aggiunzioni di Zeunio
e Both nel 1822. 1770. — Parigi. Edizione classica in
ot- tavo di Giuseppe Valart. 1774. — Napoli. Michele Stasi,
con note di Ludovico Desprez. Due volumi in ottavo. Molto
stimata. 1778-1782. — Lipsia. Due volumi in ot- tavo,
contenente solo le odi, con note ed illustrazione di Ch. D. Jhan.
-^( 198 ) 1783. — Edizione Bipontina. Ripetuta
in Milano nel 1792. 1791. — La stupenda edizione del
Bo- doni in Parma. 1794. — Londra. Due volumi in ottavo
di Ghilberto Wakefield, con critica eccelsa. 1799. — La più
stupenda e magnifica si- nora edita di F. Didot. In folio.
1800. — Lipsia. Due volumi in ottavo di Guglielmo Mitscherlinch.
Mancano in essi le satire e le epistole, ma sono eruditissimi
pomenti e note sulle altre opere e partico- larmente sul carme
secolare. 1802. — Lipsia. Di Guglielmo Baxter con note di
Gessner e Zeunio. Composta sulla prima edizione dello stesso editore in
Londra. 1802-1824. — Lipsia. Ti^ volumi in ot- tavo del
Doering. Riputatissima edizione per uso delle scuole. 181 1.
— Roma. Due volumi in ottavo di Carlo Fea. Con critica e note
riputatissime. Edizione bellissima. 181 2. — Parigi. Due
volumi in ottavo di Charles Vanderbourg. Contiene solo le odi e gli
epodi. Ma è superba. ^ 199 )«►- 1815. — Breslavia, In ottavo di L. Fed. Heindorf, con conienti eruditi e note.
Con- tiene solo le satire. 1820. — Maneim-Baden. Due volumi in ottavo di F. Both. 1821. — Heidelberga. Ristampa dell'edi- zione di Carlo Fea di Roma con molte
ag- giunte. 1821. — Heidelberga. Due volumi in ot- tavo
di Grevio. Contiene le sole odi. 1823. — F. C. Jahn. Lipsia. Con
scel- tissime note ed aggiunte. 1828. — E. F. Schmid. Due
volumi in ottavo. Contiene solo le epistole. 1833. — Lugdunum
Batavorum. Un vo- lume in ottavo. Edizione di Perlkamp. 1838.
— Zurigo, Gaspare Creili. Con biografia di Orazio e note. Libro erudi-
tissimo e molte volte riprodotto, e partico- larmente l'ultima edizione
quarta, accura- tamente emendata e corretta, sicché con ra- gione
può dirsi la migliore. 1838. — Venezia. Premiato con meda-
glia d'oro. Di Giuseppe Antonelli, e con traduzione in versi e note del
celebre mar- -^( 200 )>»- chese Tommaso
Gargallo. Un volume in ottavo, preziosissimo. Della vita e
delle opere di Orazio scris- sero pure con profondità di vedute e
som- ma dottrina: Crist. Fred. Jacobs, Lecttones
Venusinae, 5 volumi in ottavo. Berlino 1817. Gotthold
Leissing, De Horatio, 1 871, Ber- lino. Giovanni Masson, Vita
di Orazio. Un vo- lume in ottavo. Leida 1703. Eichstedt ,
Critica ed osservazioni stille opere di Orazio. Jena, 1810, 181 1.
Eusebio Baconiere de Salverte. Osserva- zioni sopra Orazio. Un
volume in 8^. Pa- rigi, 1823. Cristofaro Martino Wieland,
Traduzione delle opere di Orazio^ con note. Quattro volumi in
ottavo, Berlino 1 824-1 827. Morgesten, Le satire e le epistole
ora- ziane. Un volume in quarto, Lipsia 1801. E fra tutti
primeggiano gli scrittori fran- cesi che convien notare: C.
Boudens de Vanderbourg, Traduzione delle odi di Orazio in versi francesi
con -«( 201 )l^ biografia ricavata da
vecchissimo mano- scritto. Andrea Dacier, Horace. Opera
latina-fran- cese. Dieci volumi in dodicesimo. Parigi, 1 68 I-I
689. Più sopra mentovata, essa può definirsi una delle più dotte e belle
edizioni delle opere del poeta. Sanadon, Les Batteux, Binet,
Campenon, Goubaux, Barbet, Patin, Janin, Cass-Robi- ne, Daru,
Ragon, Duchemin, Goupil, Cour- nol, Boulard, De Wailly, Halevy,
Michaux, Lacroix, Dabner, Boileau, e l'insigne poli- grafo barone
Walckenaèr, che nel 1840 compilò una Storia della vita e delle
poesie di Orazio, Parigi, due volumi in ottavo, opera dottissima ed
insuperabile. E redizione grandiosa del Didot del 1855 in
Parigi, con tavole topografiche e note e biografia, che può asserirsi la
più perfetta edizione del secolo. Riproduzione con ag- giunte di
quella suddetta del 1799. E tra gr italiani il Metastasio, il
Leo- pardi, TAlgarotti, il Corsetti, il Bertola, il Galiani, \
Alfieri, il Cesari, il Tommaseo, il Cesarotti, il Pagnini, Anton
Maria Sal- 26 ( 202 ) vini,
il Pallavicini, il Colonnetti, il Bindi, il Gligerio Campanella,
Emmanufele Rocco, ed altri molti scrittori di comenti e studii e
saggi critici. Ma in Italia tra le molte traduzioni delle
opere oraziane, la più perfetta e completa è quella del marchese Tommaso
Gargallo, e le edizioni ne sono innumerevoli. In essa, facendo
risaltare la bellezza della frase ora- ziana, tale ammirevole letterato
ha cercato inciderne il concetto, abbellendola con versi
armoniosissimi, che sembrano ispirati dalla musa stessa del gran poeta
venosi no. Mi sono avvalso in questa mia opera ap- punto
della traduzione del Gargallo, prin- cipalmente in quei passi della
storia, nei quali era necessario dar luce alla dicitura con le
stesse parole di Orazio, le quali forma- no, al dir del gran Fénélon, uno
dei pregi massimi del poeta : « Jamais homme n'a donne un tour plus
heureux à la parole Pour lui /aire signifier un beau sens, avec
brteveté et deli e atesse. » ^') E perciò ser- vendomi dei versi sublimi
frutto del forte ingegno del Gargallo, e dettati in purissima
lingua italiana , per illustrare uno dei più grandi
italiani, ho creduto far còsa grata ai miei concittadini, ai quali, per
questo mio lavoro, chiedo venia e benevola approva- zione.
M^ihr^^yr^'-i NOTE
«li^^illl^^^l
?^««j&>s>a«ji£iì^»ii^iufe«wuai'; (i)Da1
Municipio di Venosa nel 1 890 venne emesso il seguente proclama: « L'idea
di onorare la memoria deità orientale anteriore
r^( 212 y»^ all'epoca del frammento ove è incisa
l'iscrizione, e che nelle notizie sull' etimologia del nome della città
di Venosa si disse da Benoth -' Benotsa'- Venosa^ siccome
riferiscono Francesco M. Farao, nella lettera apologe- tica riguardante
la Menippea di Pasquale Magnoni (Na- poli MDCCXCV), ed il sommo Lupoli,
dal quale dovet- tero essere dal primo attinte molte preziose idee,
perchè scrisse due anni innanzi. Ed il Markolis del frammento trova
riscontro nell'iscrizione sopra pietra esistente in una antica casa della
nobile famiglia Rapolla in Venosa, riportata dal Pratillo, dal
Corsignani, dal Lupoli , dal Cimaglia, da Mommsen e da altri storici e
raccoglitori di sigle, che viene così tradotta : MbKCUKI
tMVIC. 8ACR. pro salute Pbassbmtis mostri Agaris
Acnc. Come pure trova riscontro in una pietra di corniola
incisa per anello, scoperta in Venosa ed appartenente alla famiglia
Lupoli, siccome attesta il Farao nella cen- nata sua opera, che raffigura
Mercurio coi calzari alati, con borsa a destra e caduceo a sinistra ed al
disotto la scritta di Michele Arcangelo Lupoli? Che cosa ag-
giungervi da stenebrare il passato? Chi desidera perciò aver piena
conoscenza di Venosa antica studii e pon- deri r e Iter venusinum » di
cosi eccelso scrittore. Il tradurre in buona lingua italiana tale
stupenda opera scritta in latino sarebbe una fatica vantaggiosa e
meritoria. (4) Svetonio Tranquillo — Vita Morati, (5)
Cicerone. Op. Lib. IV. Atl Herennium. (6) Fabretto. Cap. 9 — Num.
272. Inscrip. (7) Gargallo Tonìmaso — Traduzione delle opere
di Q. Orazio Fiacco — Lib. i.®, ode 28.*" (8) Idem Loc. cit.
lib. i.* satira 6.* (9) Guerrazzi G. D.— Orazioni. A Cosimo
Delfante. r^( 217 )»- (io) Gargallo. Trad. di
Orazio, lib. 3* od^ i.* (11) Della nobiltà venosina. — Non è
conveniente avvalersi deirautorità del Summonte circa il fastigio
della nobiltà venosina, perchè erroneamente si attribuisce al
Summonte quel brevissimo e misero accenno sulla to- pografìa e sulle
famiglie nobili di Venosa e privilegi annessi, il quale è opera di Tobia
Almagiore, che per mezzo del libraio Antonio Bulifon nel 1675 in Napoli,
fece inserire dopo Topera del Summonte « Istoria della città e
Regno di Napoli » un trattatello intitolato « Raccolta di varie notitie
historiche >, mentre con precisa diffu- sione si rilevano ragguagli in
altre opere di altri autori. Ed invero, si rileva dal manoscritto antico
più volte ci- tato, e che si conserva nella Biblioteca Nazionale in
Napoli, redatto nel terminare del 1500, e che vuoisi opera dell' U. I. D.
Jacopo Cenna, venosino, essere stata tradizione dei vecchi, che le mura
della città di Venosa, mura raffìguranti quasi le costruzioni ciclopiche
e che im- portarono spese colossali, fossero state innalzate da Lu-
cullo, il celebre milionario del tempo dei Romani, e che fii lui che fece
trasportare in Venosa buon numero di statue e preziosi marmi serviti di
decorazione ai monumenti di quell'illustre città, sicché videsi
creata per la conservazione di tali ricchezze artistiche, una
carica onorifica che vien riportata dal Corsignani, dal Lupoli,
siccome dal Cimaglia, dal Pratillo e da altri molti (non però dal Cenna
suddetto^ nelle seguenti iscrizioni esi- stenti in Venosa.
Bemusbi . MOMUMRNTUlf.
POBLICX . rACTUM D. D. M.
. MUTTIBMUS . L. F. C. Vibius . l.
F. M. Bfsssius . F. OB F. M.
Camillius . HONOREM. . l. F.
28 ( 2l8 >•- M. Mumnius « L*.
F. C. Vmn» . L. F. n . Vis . J. D. Statuas . KZ
D. D. Rbficivmdas e. Fece pure LucuUo
stabilire in detta città, attratte dalla magnificenza, salubrità e
bellezza di essa, non po- che nobili famiglie romane, dalle quali poi
derivarono quei componenti la nobiltà fiorente, che sino all'inva-
sione dei barbari formavano il lustro di quella bellissima terra
italiana. Né col seguirsi degli anni quella nobiltà scemò in prestigio,
fasto e decoro, perchè sin nel 1 500 e proseguendo poi fmchè fu abolito
ogni privilegio, nei prìncipii del secolo presente, si vantò in Venosa un
ti- tolo di. nobiltà da potersene fregiare con orgoglio. I
sovrani che si successero nel regno di Napoli arric- chirono la nobiltà
venosina di prerogative straordinarie, tra le quali primeggia quella
concessa dall'imperatore Ludovico I con la quale si definiva non poter
Ve- nosa venir data in feudo ad alcun signore o barone del regno (
il che poi per la instabilità di fede o per fini politici dei sovrani che
si successero, non venne man- tenuto, siccome ad altre città è avvenuto),
ma restar dovesse autonoma e libera di sé, governata dai suoi
patrizii illustri, scelti dal popolo. E Ferdinando I di Aragona,
che fece lunga dimora in Venosa, vi mandò l'illustrissimo suo figlio Don
Fe- derigo, a visitarvi quei gentiluomini, ai quali poi diresse la
seguente lettera : e Nobilibus et egregiis viris univer- « sitatis et
hominibus civitatis Venusii, fidelibus nostri e dilecti. Come altre volte
vi abbiamo scritto, noi de- E già precedentemente Ludovico
II, il giovane, im- peratore d'Occidente, era venuto in Venosa a
ripristi- narla dalle soflerte devastazioni; e della sua venuta
v*ha memoria in un'antica lapide esistente nell'attuale semi-
nario, un dì castello, prima che Pirro del Balzo avesse edificato quello
che tuttora si ammira, coi ruderi dello splendido tempio della SS.
Trinità, ove riposano le ce- neri di Roberto Guiscardo e di altri sommi
guerrieri e duci , sovrani e bali dell' ordine supremo di Malta, il
che fece dire a Giulio Cesare Scaligero : Gens Venu- Sina, nitet tantis
honorata sepulcrisì L'iscrizione è la seguente : StIRPS
LuDOVICUS FKANCOItUM UftBIS AMICUS DUM FUKHIS Sbupbr
Rxgmabis Jums POTKNTEB E nella venuta in Venosa
(riporta sempre il Cenna) del cardinal Consalvo, i nobili venosini si
mostrarono magnifici e splendidi quanto dir non si può, e formarono
un'accademia, che può porsi al pari delle più insigni ed illustri del regno.
In detta accademia presedeva lo stesso cardinal Consalvo, con suo
fratello, nel luogo detto Monte Albo, o MoQte Aureo, o Monte doro^ titolo
della nobile casa -«( 220 )ì9^ Porfido
venosina, (volgarmente oggi Montalto) che rap- presentava l'Olimpo.
E che la nobiltà venosina fosse fiorente e riuscita insigne per
tutto il regno, convien trascrivere quanto riferisce il Cenna suddetto,
l'unico cronista del 1500 per quanto disadorno scrittore : e
così si enumerano molti doni che i sovrani solevano assegnare, per
testimoniare fatti di valore e degni di stima e compenso.
Trascrivo V elenco delle famiglie nobili venosine riportate dal
surriferito Cenna, sino al terminare del 1500, e quelle riportate da
Pietro Antonio Corsignani nella sua opera « De Ecclesia et civitate
Venusiae — -«( 221 )•- Historica monumenta
selecta > edita, come si disse, ^el 1723, che rimontano sino al
precedente secolo deci- mosesto: Barbiani. — Dai quali nel
1434 derivò il conte di Cuneo, Alberico Barbiano, gran contestabile del
Regno di Napoli, e condottiere di cavalieri venosini, del quale
diflusamente parla il Giannone, nel quarto volume della sua Storia civile
del regno di Napoli ed altri storici. Deitardis.
Gomiti. Plumbaroli. — Da cui nel 1484 derivò un Corrado
Plumbarolo , duce preclaro di cavalieri venosini sotto i re
aragonesi. Maranta. — Che ebbe tre giureconsulti insigni, lu-
minari del foro, nel 1600, e due illustri vescovi, dei quali quello di
Calvi, di cui discorre a lungo il Gian- none, nel voi. 5^ lib. 32, in
occasione della scandalosa e celebre causa di suor Giulia di Marco da
Sepino, agitata nel 16 14 tra i teatini ed i gesuiti. E si dissero
Roberto, Lucio, Fabio e Carlo. Cenna. — Da essa derivò quel Jacopo
Cenna defi- nito dal Corsignani « Vir sapientissimus >. Era U. L
D. e si dice autore della cronaca antica di Venosa, che, manoscritta, si
conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Cappellani. —
Una Laura Cappellano fu madre del celebre poeta venosino Luigi Tansillo,
il cui padre era nobile nolano. Porfidi. — Celebre famiglia
fregiata del titolo di conte di Montedpro, ed imparentata con la nobile
casa Sozzi di Venosa, che tenea la gerenza del principe di Venosa,
Nicolao Ludovisio, nipote di Gregorio XV. Fenice.
-«( 222 ))^ Solimene. Casati,
Consultnagni. Giustiniani, Caputi,
Simone. Moncelli. Costanzo. — Famiglia
proveniente da nobili vene- ziani. Fuvvi un Costanzo/ vescovo di Minervino,
la cui nipote sposò nel 1641 1' U. I. D. Giustino Rapolla della
nubile famiglia Rapolla di Venosa, dei quali il figlio Nicolao fu nel
1693 protonotario apostolico. De Bellis. De Luca. — Da
cui derivò queir insigne cardinale Giovan Battista de Luca, onore della
città di Venosa, autore di opere preclare in circa quaranta volumi in
folio. Bruni. — Donato De Bruni fu celebre poeta ve- nosino.
E Giordano Bruno o de Bruni, figlio del nobile Giovanni de Bruni da Nola,
intrinseco del Tansillo (Gior- dano Bruno scrisse un epitaffio sulla
sepoltura di Gia- copon Tansillo, figliQ del poeta venosino Luigi
Tansillo, siccome attesta Minieri Riccio) non è forse da questa
famiglia venosina derivato ? Fioriti. Tramaglia.
Ttsct. Tommasini. Palogani.
Pagani. Balbi. Sperindeo.
Berlingieri. Violani. -«( 223 )»^
Gervasiis. — Orazio de Gervasiis fu il più insigne membro della
celebre accademia venosina, e poeta fa- moso. Abenanti,
Grossi. Protonotabilissimi, Capibianchi,
Campanili. Ferrari, Faccipecora,
Leonetto Troni, — Antonello Trono fu esimio nella
legale palestra. Aloisiis, Rosa. Biscioni.
De Vicariis. Rapolla. — Dalla quale derivarono il
Clarissimus D. Venanzio U. I. D. vicario generale nel 1663 — Diego
^ U. I. D. Il Corsignani parlando di lui dice : « Romae triginta
fere Annis Curiam laudabiliter prosecutus in legali f acuitale
excellentissimus fuit. Ib idem anno j*joi ex hac vita discessit.^ —
Donato U. I. D. — Ed il celeber- rimo D. Francesco giureconsulto,
presidente della Regia Camera della Sommaria nel 1760, senatore del S.
Con- siglio del regno di Napoli, uno dei settemviri del regio
erario. Le sue principali opere furono: De Jureconsulto (1730) Difesa
della Giurisprudenza. Risposta all'opera di Ludovico Antonio Muratori
(1722) De jure Regni (1750). Opera eccelsa in quattro volumi in ottavo.
Vitamore. Moncardi. Lauridia.
( 224 ) De Jura o Thura. Sprioli,
Leoparda, Sozzi. Altruda, . — Vito Altruda era
cavaliere deirordine di Malta. Delle quali famiglie nobili
riportate dal Cernia e dal Corsignani , due sole compaiono tuttavia
esistenti in Venosa: la Rapolla e la Lauridia. Della seconda di
essa si legge nella cattedrale di Venosa la seguente epigrafe, riportata
dal Corsignani. JOANMi Baptistab Lauridia, Blasio, U. I. D. Patutio
Venusino Et Ammae Fbrrabi Nobili Sbkbmsi Prognato
MaTMBMATICIS, PMILOSOPHXaS, LeOAUBUS, ThKOLOGICIS ASTIBUS OPTIMB
IMSTBUCTO U. I. LaUBBA, AC VbNUSIMAB ECCLBSIAB Canonicatu
Insignito, humanab salutis Ann. oca. abtatis suab xxyii ad Supbbos
Evocato, Dobunicus, bt Hibbonimus Fratbi DIGNI8SIM0 P
• E la famiglia Rapolla imparentata sin dal 1 566 con
la casa Cappellana e con la Casati, ed in appresso coi Costanzo nel 1641,
con la Sozzi, con T Altruda, iscritta neir ordine di Malta, e con la
Lauridia, conserva nella vetusta e stupenda cattedrale di Venosa V altare
gen- tilizio, che il Cenna bellamente esalta come uno dei più degni
di quel sacro luogo, e che appartenne prima alle nobili famiglie de
Bellis e Tisci, e nel quale si am- mira un quadro pregevolissimo di S.^
Maria di Costan- tinopoli, e vi si leggono le seguenti iscrizioni :
Sull* altare : HOC. S ACRU. BEAT AB .VIRGLNI. DIC AtEsCIPIO.
DE3ELLA.U.LD.BT.HOR. DE . BELLA . A. EF. M. D. EQUES . DE . ORDINE .VICTORIAE .TISCI .
EORUM. MATRIS . RESTAURANDUM . CURAVER . BIDCXVI.
-«( 225 )»^ àACELL . HOC . MENSE . EPLÌ . DEVO LUTO .
AEHUTAU . EPO . VSNO. FUrr . CONCESSO . VENANTIO . RAPOLL A . U . I
. D. PRIMICERIO . VICARIO . GENLI . SUISQUE . HBREDIB . LT.
SUCCESSO . ET . PATRONI . CONSENSUS . ACCESSIT . ANNO.
MDCLXVU. Sotto l'altare: SACELLUM .
HOC. NOBIUS . FAMILIAE . RAPOLLA . VENUSIMAB. . IN . VENUSTIOREM .
QUAE . CERNITUR . FORMA. RSDIGrr . U . I . D . DIDACUS . RAPOLLA.
Ed in un istrumento redatto da notar Nicola li Frusci di Venosa del
dì 28 gennaio 1722 si rileva che dinanzi al magnifico giudice regio della
città di Venosa, D. Saverio Compagno, e del vescovo del tempo ed
altri molti, nel monastero di Santa Maria la Scala si volle inaugurare
un'abitazione per uso esclusivo e pri- vilegiato delle monache educande
della famiglia Rapolla, e vi si fé* innalzare inciso su pietra in fronte
dell* ar- chitrave della porta che dà nel giardino di tal luogo, (e
vi si vede tuttora) e sotto lo stemma della famiglia Rapolla, la seguente
iscrizione: CUBICULUM . HOC . PROPRIO . SUO . ABBB. U .
I. D . AX.OISIUS . Rapolla . Patritius . Vbmosinus. EkBGI .
CUItAVtT . 121 . CRAT1AM . D. MaUAB . AnDRSAB. Rapolla . Momcalis •
Profkssas . suak . kx . rmA-ntc. MXPOTXS . OmnOMQUB . SDCCBSSOBUM .
DB . FAIIIUAB. UTBIUSQUB . SBZUS . QUAMDOCUMQUB . CASUS .
OCCIDBBIT. ANNO DOMINI MDCCXXII. La casa Rapolla poi si
è mantenuta sempre no- bilmente, tanto che nel 1807, essendosi recato a
visi- tar Venosa, nel suo viaggio nelle provincie del reame il re
Giuseppe Bonaparte, venne ospitato con gran ma- gnificenza per due giorni
con tutti i generali e gli altri personaggi della sua splendida
corte, dal nobile Venan- 29 •^( 226 )»^
zio Rapolla, al quale rilasciò certificato di sovrano com-
t>iacimento per la ricevuta accoglienza, non avendo vo- luto quel
fiero gentiluomo, già capitano sotto la repub- blica partenopea, e
tornato da poco tempo da emigra- zione politica in Francia, accettare
titoli, onori od altro compenso. Walckenaer nel 1° voi. pag. 4 della sua
opera « Histoire de la vie et des poesies d' Horace^ dice: « La
Venouse moderne à, malgré sa faible population , con^ serve quelque chose
de plus que son nom et sa position antique^ pouisqu* elle est le siege d'
un eveché, » Ormai ò noto, ed il Lavista nel suo opuscolo: Notizie
istoriche degli antichi e presenti tempi della città di Venosa^ Po-
tenza^ tipi Favata^ 1868 e Frediano Fiamma, rettore del seminario
vescovile venosino, nelle sue note alla necro- logia del nobile Giuseppe
Rapolla (Napoli, tipi Giannini 1883) riportano, che essendosi disposto
nel 181 8 di tra- sportare la sede del vescovado da Venosa a
Minervino, con grandissimo nocumento alla patria di Fiacco, Ve-
nanzio Rapolla tanto seppe destreggiarsi ed agire nella capitale del
regno, ove venne trattato l'affare in Con- siglio di Stato, con impegno
di illustri avvocati, da far distrarre tale improvvida risoluzione; ed
anzi vi spese a tale scopo più di lire ventimila, che non volle per
sua generosità gli venissero rimborsate. Veramente no- bile animo )
Splendido esempio di filantropia 1 (12) Riportata da M. A. Lupoli
nella sua opera 9^ quel preclara gentiluomo, mio defunto
genitore, nobile Luigi Rapolla, direttore degli scavi di antichità nel
di- stretto di Melfi, si legge quanto segue : « Mi aflretto
parteciparle che non lungi da Venosa un terzo di miglio, mentre si
attendeva allo scavo di arena in una grotta messa sul ciglione di una
collina verso oriente, sovrastante al fiume che scorre nella
vallata sottostante al tempio della Santissima Trinità, si è
rinvenuto un lungo corridoio con altre strade la- terali, con una
quantità di sepolcri scavati nel tufo, coperti da grossi mattoni antichi,
con delle iscrizioni indecifrabili, fra le quali se ne osservano talune,
cui soprasta una palma ed un'ampolla > E tale luogo
si dice il Piano della Maddalena^ e scovronsi dintorno ad esso dei
resti di fabbriche che indicano come un forte nucleo di abitanti viver
doveva in tale spianata , che aveva il suo tempio dedicato alla Maria di
Magdala, ed in quelle grotte scavate nel masso vi avevano la loro
necropoli. Da tutto ciò può benissimo e con cer- tezza arguirsi che
Venosa, chiusa nei limiti anzidetti, che si estendevano verso le colline,
che oggidì diconsi Monte e Montalto sino al fiumicello divento, formava
una va- sta città abitata da più di ottantamila uomini. Che ai
tempo dei Romani era splendida per monumenti, statue e nobiltà, e
conservossi tale sin presso al 1500, quando andò mano mano
assottigliandosi per danni solTerti dai tremuoti, dalle pesti, dalle
guerre e dall'aprirsi dei di- versi sbocchi a centri che cresceano in
importanza, gran- dezza e magnificenza sia in Puglia che in Lucania.
E venne tanto assottigliandosi da divenire un tempo un borgo,
fortificato però, di poche centinaja di fuochi, sin- ché poi non risorse
a novella vita. Quei pochi fieri abi- tanti, che avevano per emblema il
basilisco che si morde -«( 231 )»- la coda, e la
scritta: Respublica Venusina^ si conservaro- no però sempre eguali a loro
stessi ed alla loro origine. In essa nacquero e vissero baldi guerrieri,
come si disse, e letterati insigni e sommi giuristi ed eminenti
ecclesiastici, sempre altieri, nobili e pieni di genio, de- stinati a
grandi imprese. L' antica grandezza lasciò uno stampo in
ciascun abitante di tale ameno e forte luogo. Ciascun abitante
porta con sé una particella dell'aura divina, che emana da questa terra
benedetta dal cielo, e tra le più belle e feraci dltalia. Il Bestini,
nella sua opera Monetarii antiqui^ sostiene essersi coniate in Venosa
delle monete raflìguranti Giove che gitta fulmini. Come esprimere
me- glio figuratamente la potenza della città di Venosa ? Oggi
Venosa colla libertà e col progresso è nuovamente ri- fiorita, e per
ricchezze e lustro non è inferiore che a poche città meridionali
d'Italia. (15) Gargallo Tommaso. Traduzione delle- opere di
Quinto Orazio Fiacco — Lib. i." sat. 6*. (16) Il Vulture. — I
due versi di Orazio nella sua ode quarta del libro terzo ed il «
pios errare per lucos > han dato campo a non poche dispute tra i
dotti e gli antichi scoliasti. Fuvvi tra gli altri per- sino il Bentley,
il quale sostenne essere esistita una balia di Orazio nomata Apulia^ che
in quel sogno del pargoletto prese parte, tenendolo addormentato in su
le ginocchia, fuori la porta della sua casa rurale in Ve- nosa.
Gargallo traduce : Da pueril trastullo Mentre io lasso, e dal
sonno oltre alla soglia -«( 232 )»- De r
Apula nutrici, amar faruimllo Giaceva sul V\lL?r appulo, di faglie
Tutu a nuazi arhuscelli Fer siefe int4fniù a wu, gt idal^ mmgelli.
Ma ben considerando questo bisticcio di Voltar appulo oltre
la soglia (i confini) delt Apula nutrice^ si chiarisce che T Apula
nutrice per Orazio era Venosa , usando il tutto per la parte, cioè la
Puglia Daunia. Plinio, (libro 2. capo 12.) disse e Dauniorum
colonia Venusia >, ed il Voltar appula alla soglia indicava la
re- gione del Vultore, mentre il Vulture era situato nella Puglia
Peucezia , quindi fuori dei confini della Puglia Daunia, patria di
Orazio. Con tale criterio resta dilu* cidato questo passo di Orazio, il
certo un po' oscuro per chi ignora la topografìa delia regione pugliese.
È certo che Orazio intese parlare, nominando il Vulture , della
catena appenninica minore dopo il Vulture, cioè i monti alle cui pendici
Venosa era situata, che in quei tempi erano copèrti da fitte boscaglie,
come una buona parte lo sono tuttora (contrada Monte, Monte Alto
ecc.). Infatti accenna in seguito alla foreste di Banzi, {saltu-
sque bandinas\ ad Acerenza {celsa nidum Acherantiae)^ a Forenza {humilis
Ferenti)^ che son tutti luoghi che fan seguito anche oggi a tali boschi,
che bisogna tra- scorrere per giungervi partendo da Venosa. Se
Orazio avesse inteso parlare delle pendici del Vulture, come oggi
s' indicano, avrebbe dovuto far cenno di Atella, RapoUa, Rionero, Barile,
e di altri paesetti, che se non esistevano in quei -tempi , certo in
tutto il perimetro della pendice del Vulture doveva esistere qualche
traccia o zona di terra abitata, come la Rendina attuale, ove la
taberna celebre è anteriore all'epoca romana della quale si
discorre. I (J33j Del Vulture
hanno ampiamente e dottamente trat- tato r abate Tata {Lettera sul
Vulture 1778), Dau- beny {Narrative of on excursion to mount Vultur
in Apulia— Oxford 1835), il prussiano Ermanno Abich, ^.. ^. .. g .É|..^ ^
.y ^, .ly.., ».^ ..^ ^ ^. | ^^ >.. ^ .L.. ^IfcHiilnlfcjtUlt^
3 ■^ : '^ '' 7 '3 P PERE DELLO STESSO AUTORE n Patrizio e l'Abate — Un volume in i6», pag. 250, Tipi Di Angelis — Napoli, 1870. XTobiltà e 1)0rgh68ia — Un volume in 8*, pag. $00, Tifi Tarnese — Napou, 1877. Uemorìe storiche di Portici — 3* edizione — Un vo- lume in 8^ pag. 176 — Stabilimento Tipografico Vesuviano — Portici, I891. Presso Tautore — Napoli, Riviera di Chiaja, N. ijo Dei Conti Sì Bavoja— Un volume, in g*. pag. 109, Tipi
Giannini — Napoli, 1886. ì Quinto Orazio
Flacco. Orazio. Keyword: Il Giardino. Luigi Speranza, “Grice ed Orazio” – The
Swimming-Pool Library. Orazio.
Grice ed Ordine: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di BRVNO al rogo – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Diamante). Filosofo italiano. Professore
a Calabria. Rriconosciuto come uno dei massimi studiosi del Rinascimento e Bruno.
Ben noto ai lettori per i suo eccellente saggio su Bruno, è anche uno dei
migliori conoscitori attuali del milieu sociale, artistico, letterario e
spirituale dell'età del Rinascimento e degli inizi dell'Età moderna.Sigillo
d’Ateneo dell’Urbino. Centro di Studi
Telesiani, Bruniani e Campanelliani. “L' utilità dell'inutile” (Milano,
Bompiani). Opere: “La cabala dell'asino”, “Asinità e conoscenza in Bruno” (Teorie
& oggetti, Napoli, Liguori, Collana I fari, Milano, La Nave di Teseo); “La soglia dell'ombra -- Letteratura, filosofia
e pittura in Bruno” (Venezia, Marsilio); “Contro il Vangelo armato: Bruno, Ronsard
e la religione” (Milano, Cortina); “Teoria
della novella e teoria del riso” (Napoli, Liguori); “Tre corone per un re. L'impresa
di Enrico III e i suoi misteri” (Milano, Bompiani). Classici per la vita. Una
piccola biblioteca ideale, Collana Le onde, Milano, La Nave di Teseo, Gli
uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere” (Milano, La Nave di
Teseo). Grice: “Some like Bruno, but I don’t – for one, he was
a PRIEST before he was burned – no philosopher *I* know is a priest. Being a
priest, as A. J. P. Kenny well knows, disqualifies you as a philosopher.
Campanella was a priest too, and I’m not sure about Telesio. I mention the
three because while there is a Keats-Shelley Association in Rome, only the
Italians can think of ONE centro di studi TELESIANI, BRUNIANI e CAMPANELLIANI –
enough to have a triple split personality!” Nuccio Ordine.
Ordine. Keywords: Bruno, futilitarianism, riso, risus significant laetiia
animae – il sorriso di Macchiaveli, centro di studi telesiani, divenne centro
di studi telesiani, bruniani, e campanelliani! – telesio not a priest!--. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Ordine: l’inutilita dell’utilitarismo di Geremia
Bentham” – The Swimming-Pool Library.
Grice
ed Orestada: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean cited by Giamblico. He frees Senofane
from slavery – as cited by Diogene Laerzio.
Grice ed Orestano: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’opzione eroica – filosofia
siciliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Alia). Filosofo italiano. Self-described as a ‘Federalista
siciliano’ --. Grice: “There is something pompous about Italian philosophers
and their isms – Orestano’s ism is the superrealism!” Grice: “When I was invited to deliver my
lectures on the conception of value, I was hoping it was a first, but Orestano
had written two big volumes on it!” – Studia a Palermo. Insegna Palermo, Pavia, e Roma. Collabora con Marinetti
nella concezione del futurismo, e lavorando ad alcune pubblicazioni comuni. E inoltre
vicino alle idee politiche, collaborando tra l'altro con “Gerarchia.” Invitato
da Balbo nella Libia italiana, difende gli ideali e gli intenti italiani in
contrapposizione al nazionalismo. E eticista, fenomenologo e promulgatore
d'un'idea filosofica positivista che egli stesso denomina “super-realismo.” Si
ritira a vita privata nel su palazzo di Roma per dedicarsi alla sua opera
principale “Nuovi principi” (Milano, Bocca). Membro dell’Accademia d'Italia e della
Società filosofica italiana e dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed
Economici. Autore di noti aforismi, a lui sono intitolate una via di Roma e una
scuola di Palermo. Saggi: “Opera omnia” (Padova, C. E. D. A. M.); “Comenio”,
Roma, Biblioteca Pedagogica de “i Diritti della scuola”, Angiulli, Roma,
Biblioteca Pedagogica de “i Diritti della scuola”, A proposito dei principi di
pedagogia e didattica” (Città di Castello, Alighieri);“Un'aristocrazia di
popoli -- saggio di una valutazione aristocratica delle nazionalità” (Milano,
Treves); “Verità dimostrate, Napoli, Rondinella); “Opera letteraria di
Benedetta, Roma, Edizioni Futuriste di Poesia); “Esame critico di Marinetti e
del Futurismo” (Roma, Estratto dalla "Rassegna Nazionale"); “Civiltà
europea e civiltà americana” (Roma, Danesi); “Nuove vedute logiche” (Milano,
Bocca); “Il nuovo realismo” (Milano, F.lli Bocca); “Verità dimostrate, Milano,
Bocca); “Idea e concetto” (Milano, Bocca, Celebrazioni I, Milano, Bocca
Editori, Celebrazioni, 2, Padova, MILANI, “Filosofia del diritto” (Milano, Bocca,
Gravia levia, Milano, Bocca); “Saggi giuridici, Milano, Bocca); “Verso la nuova
Europa” (Milano, Bocca); Prolegomeni
alla scienza del bene e del male, Milano, Bocca); “Leonardo, Galilei, Tasso” (Milano,
Bocca); “La conflagrazione spirituale e altri saggi filosofici” (Milano,
Bocca); “Pensieri, un libro per tutti”; Studi di storia della filosofia”; “Kant”;
“Rosmini-Serbatti”; “Nietzsche”; Contributi vari, studi pedagogici, studi
danteschi; Aligheri e saggi di estetica e letteratura; conversazioni di varia
filosofia; corsi, ricerche e conferenze, studi sulla Sicilia, Filosofia della
moda e questioni sociali, Dizionario Biografico
degli Italiani, E. Guccione, L'idea di Europa in Federalisti siciliani, A. R. S. Intergruppo
Federalista Europeo, Palermo, Guccione, Da un diario una nuova pagina di
storia, in La politica tra storia e
diritto, Scritti in memoria di L. Gambino, Giunta” (Angeli, Milano); Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Quando i vincitori scrivono la storia della
filosofia: il caso di Lamendola, Arianna, O. Castellana, Il rapport tra stato e Chiesa nel
pensiero politico, Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici. I valori
egoistici risultano espressi con le lettere T e e te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli
valori altruistici sono espresso con le lettere: i. I valori neutrali sono
espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone di dare una teoria compiuta
dei fatti concomitanti di questo o quello valore, ma solo di ANALIZZARE tal unicasi
va speciali, così, quando adopera
i simboli senza l'indice soscritto, intende significare il valore egoistico –
con la lettere ‘e’ sottoittesa. Questi simboli possono esprimere questo o
quello BENE, ma anche questa o quella volizione a questo o quello BENE riferentisi.
Per indicare una volizione, si adopera il stesso segno *fra parentesi quadratti*.
Infine, si suppone, di regola ceteris paribus,che la circostanza concomitante
sia sempre una sola, la quale, insieme alla volizione, formi ciò che chiamamo
il “bi-nomio” della volizione. Se le circostanze sono più, allora si forma un “poli-nomio”
della volizione. La precedenza di una lettera in un binomio o un polimonioindica
il valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che modo i fatti
concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione? Siccome ogni
scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda può formularsi
così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si noti però che
la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della volizione, giacchè
questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali restano
naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della
valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione
d’identità. Ciò che il artista o un
politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in
qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione
italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa, o
anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un
bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia
molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora
bene (+), ma che fa rumore e fumo (-) ,ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due
forme: a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per
esempio, promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad
arricchire la sua nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si può
raggiungere che come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un fabbricante
per . Ora torniamo alla domanda principale. In che modo il valore morale
di una valutazione dipende dai valori concomitanti, e,in caso di un simple bi-nomio
della volunta, dal valore concomitante? Abbiamo distinto quattro categorie di
valori, “g”, “T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche ai fatti
concomitanti. Però il caso u si può omettere, perchè non accadrà mai, CHE SI
VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre possibilità, le
quali, liberamente combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono la tavola
dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un oggetto di
volizione si aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e osservare le
variazioni di valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE ‘POSITIVAMENTE
ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è data da una formula. Il momento più
importante è qui l'associazione della circostanza concomitante u, IL PROPRIO DANNO.
È evidente che l'aggiunta di questo secondo momento accresce il valore di (i) e
di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio proprio. Indicando il valore con
“W” ,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI,
sia dello stesso beneficato (quando il beneficio produce pure un MALE al
beneficato), sia di persone estranee al rapporto (quando per beneficare uno si
danneggia altri), allora il valore della volizione con questa circostanza
concomitante diventerà minore. E la formula sarà: W(ru) < W(r). Se la
circostanza concomitante è pure in favore del beneficato, allora la formula
sarà indubbiamente: guadagnare di più deve migliorare la condizione
materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr. glianze. Invece
L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè diminuisce, nè aumenta il valore.
La volizione egoistica è espressa dalla formula, la modificazione più grave qui
si ha, quando al caso si aggiunge la circostanza del MALE ALTRUI. Allora si avrà: W(gu)<W(9). Se
la circostanza concomitante è invece “r”, il valore della volizione egoistica
si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione egoistica si aggiunga la
circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO (plusvalia) o anche di un
proprio danno, non modifica il valore di (g). Si avranno quindi le due egua W
(99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta il non-valore, se oltre al
danno principale si aggiungono altri danni. Epperò: W (UU)< W (U). Per
quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che al male altrui si
associ una qualche conseguenza buona, indiretta, W (rg)= Wr. La volizione
altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con una formula. Se per
attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, questa circostanza
aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W (u). W(UY) > W(u).
Il fatto concomitante della propria utilità non aggiunge nè toglie al valore
della volizione principale anti-altruistica. Si avrà quindi l'eguaglianza: W
(ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può disporre in un Quadro. W(rr) >
W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)? W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U) W(ru)<W(Y)
W(gu)<W(g) W(UU)<WU) W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0 W(uu)<W(U). Da questo
quadro si rileva che le circostanze concomitanti con segno negativo non sono
più feconde di effetti di quelle con segno positivo. Di queste ultime, “g” non
modifica nulla, e “r” non dà risultati sicuri, come indica il punto interrogativo.
L'influenza dei fatti concomitanti si può dunque riassumere così. Agisce
aumentando debolmente il valore. ‘g’ non modifica nulla. ‘u’ diminuisce
grandemente il valore. ‘u’ opera secondo lo scopo della volizione -- ora
aumentando, ora diminuendo e ora non-modificando il valore. Si è già detto che
sarebbe uni-laterale il voler giudicare del valore morale di una volizione
dallo scopo ;che però, in quanto lo scopo prende parte alla determinazione del
valore, l'altruismo positivo è buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO
(malevolenza e maleficenza) è cattivo. Ora è importante constatare, che il
senso in cui i tre momenti valutativi operano sui fatti concomitanti è
completamente lo stesso La validità della tavola dei valori, dianzi
tracciata, ma pure prevista. Allora il non-valore si ridurrà, nel modo
indicato dalla in-eguaglianza: subisce variazioni, se cambia la qualità della
volizione? Itendendo per qualità la differenza tra appetizione e repulsione, che
però non deve equipararsi a una contra-posizione logica tra affermazione e
negazione, i cui termini si escludano a vicenda, ma considerarsi come una
doppia possibilità psicologica, di cui l'una abbia altret tanta realtà
indipendente, quanto l'altra. Un'analisi della NOLIZIONE mostra, che esse si
comportano egualmente come la volizione, solo che si applicano di regola ai
valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO (IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL
PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U)
(U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo stato subbiettivo di rappresentazioni
ed i predisposizioni anteriore alla volizione è indicato con il concetto di
“Progetto”. E siccome in questo stato abbiamo supposta anche la cognizione
delle circostanze concomitanti valutabili, così al binomio della volizione o al
polinomio della volizione corrisponde un binomio o un polinomio del progetto.
Per indicare questi stati si adopera gli stessi simboli *senza la parentesi
quadratti*. Osservando le volizioni in rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi
delle valutazioni dei fatti concomitanti può rendersi più esatta. (ū) si possono
fare le seguenti sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore nella
tavola relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della
volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno,
a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze
dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si
avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è
risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo che questa
volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma
positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale
negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra
loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente
concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra
loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la
maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col
proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui.
Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui
si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o
grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s
duty). La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL
CORRETTO è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione
che va dal punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde
alla negazione di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi
tutti i casi che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose
dell'altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal
semplicemente dove ROSO ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due bi-nomi
comprendono adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati in
principio. I due bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non coooperazione) fra
l'interesse proprio e l'interesse altrui. È evidente che dalla grandezza di
questi interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il valore morale della
valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella negazione di “g” e “y”.
Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è congiunto con “u” , “W(gu)”,
si trova sempre al di sotto del zero della scala, ed ha segno negativo. Mentre
il valore altruistico in cui è congiunto con “u”, “W(ru)”, si trova al di sopra
del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la funzione valutativa tra i
termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire agevolmente con una
semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio a un grande
interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il sacrificare a un piccolo
interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra parte chi non pospone a
un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio produce un non-valore
morale più basso, che non colui il quale per una utilità propria rilevante non
tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo abbozzo di una LEGGE del
valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C” e “C'” indicano le
costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla qualità delle due unità “g”
e “r”. Nell'applicazione di queste due formule all'esperienza si rendono
necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori “r” o “g” eguali ai limiti
0 e 0 ,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g per g. L’ESPERIENZA NON è
però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse
altrui si accosti l punto morale d’INDIFFERENZA, quanto più grande è
quest'inteesse; e che il trascurarlo divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u”
pposto costante e limitato l'interesse proprio da sacrificare. È F , 1
W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = - C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)=
0, lim W (ru)= 0 , , limW(ru)= 0, lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0
lim W (gu)= – 00. pure evidente, che
la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto più
IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il valore
dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula. Osservando
però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si contrasterà
pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui, cresca colla
grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza prova che
l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene cui si
sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta formula.
Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè NON si
determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si debbono
mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla realtà. Per
far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere aggiungendo a
“g” ogni volta una costante “c” o “c '”. Queste formule non modificano i limiti
funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la
formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C , lim W (gu) = - ' Sin qui
abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però,
se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente,
supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore?
Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così
le formule. T r W (ru) = 0 9 + c g +di e
Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore
deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il
valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può
riscontrare agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso
valore per chi lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà
un valore più alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E
se si contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare
quella di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL
CONTRARIO DI ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere
le formule e per far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande
dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno
così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si avranno i seguenti limiti. A questo
punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di alcun'altra correzione. Per
semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula del binomio divienne W(gu)=
T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y gkilt o W(gu)= W (ru)= C
per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W (ru)= e Y e
limW(ru)=00 lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente non si ne
ricava alcune conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà reagire con
una volizione,l a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le due volizioni
staranno, secondo la formula principale or ora ricavata, in un
rapporto di RECIPROCITà negativa, per ciò che ri guarda il loro valore morale.
In secondo luogo, siccome una volizione di grande valore (positivo o negativo)
o e MERITORIA O RIPROVEVOLE. Quella volizione di piccolo valore o e CORRETTA o
TOLLERABILE, così potrà dirsi in generale che quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE
E IL DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto
più il valore della volizione e indicato dalle parti estreme superiore o
inferiore della linea dei valori. Quanto più vicini o meno distanti sono invece
quei numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il punto di mezzo di
detta linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di una volizione I cui
scopo non siano accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1).
UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la
caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O
COOPERAZIONE O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui, positive, o,
come nella guerra o il duello, negativi. Se il progetto offre l'occasione di
congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi rappresenta un pericolo altrui
nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione corrispondente e espressa con
(gr). V'è però anche la rappresentazione del desiderio di un male altrui, cui
si associa anche la previsione di un danno proprio. La corrispondente volizione
e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”,
cio è fra “g” e -Y Questa riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la
formula principale del primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >. Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di
binomi: gr g+1 1 T (go+ 1)r.
Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due
binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula
principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in
queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione
tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili
concomitanti, com’era di sperare! Recenti studi sui valori morali in Italia. TAROZZI
comunica al congresso di psicologia (Roma) un programma di etica scientifica,
sotto il titolo: Sulla possibilità di un fondamento psico logico del valore
etico. I risultati dell'indagine psicologica sono capaci di assumere importanza
di fondamento e di criterio nella determinazione del valore etico delle azioni
umane e nell'apprezzamento etico degli individuiumani? Questo il
problema.Tarozzi crede possibile una risposta affermativa, e ne dà le ragioni.
Il valore etico è il risultato di un apprezzamento morale. L'apprezzamento
morale è funzione della coscienza morale, che si forma in noi storicamente e
psicologicamente. E siccome lo studio della formazione storica si risolve pure
in un'indagine psicologica, così la vera sede della dimostrazione del valore
etico è la psicologia. A ciò non si può opporre, che il valore etico dipenda
direttamente dal fine etico, e che questo per l'assolutezza sua (o teologica o
categorica) sia indipendente dalla causalità psicologica e antropologica. Giacchè,
anche ammessa questa indipendenza del fine etico, nulla vieta che essa riceva
una interpretazione psicologica e antropologica. Si può cioè voler sapere come
sia possibile nella realtà (umana) il fine etico, e ciò conduce anche a
interpretare la relazione dei valori etici con quei fini, e a trovare il
criterio per la valutazione morale degl’individui umani. Fra il principio
assoluto e l'atto concreto,più ancora fra quel principio e l'individuo, intercorre
la eterogeneità più radicale. Per giudicare quindi se l'atto compiuto o da
compiersi stia in un giusto rapporto col principio, è necessaria una
interpretazione psicologica. Senza questa interpretazione la valutazione etica
alla stregua dei principi assoluti non può farsi. Ove poi si abbia un concetto
non teologico, nè categorico del fine etico, la psicologia può darne non solo
l'interpretazione, ma anche, coll'aiuto dei dati dell'antropologia e della
sociologia, una vera e propria dimostrazione. L'ufficio della psicologia nella
dimostrazione del fine etico è anzi assai più rilevante, perchè da questa dimo
strazione dipende. Primo se il principio sia ammissibile oppur no. Secondo, quale
valore etico abbiano le azioni e gl'individui in base al principio dimostrato.
Ma non a questo si ferma l'ufficio dellapsicologia nella morale. Volendo
fondare un'etica, umanistica nelle sue basi,e umanitaria nelle sue norme,
un'etica cioè rispondente alla concezione di un significato morale della vita
umana,la coscienza del quale giusti fichi, non in senso di fine, m a in senso
di fondamento, i particolari propositi delle volizioni umane, la psicologia
porterebbe i più decisivi elementi a una tale concezione della umanità. La
psicologia è scienza sovrana nell'àmbito dell'etica umanistica. Senza di essa è
impossibile la ricerca di un significato morale della vita, che assuma valore
di fine dopo essere stato fondamento e criterio, e risponda alle tendenze onde
la moralità positiva si svolge nella storia dell'umanità. Oltre a questo
contributo diretto della psicologia all'etica, vi sono gl'indiretti,
consistenti nella difesa,che solo la psicologia può fare contro lo scetticismo
morale. La legittimità di una valutazione etica, che abbia forza di per sè, si
suole negare da chi crede che il bene e il male siano risultato di convenzioni
sociali più o meno inveterate, mutabili secondo i vari tempi e I bisogni, e non
rispondenti a una costante necessità della vita e della natura umana. Per
riparare dallo scetticismo si è ricorso o all'utilitarismo o alla metafisica. Ora,allo
scetticismo e anche ai suoi falsi rimedi (l'utilitarismo e la metafisica) non
può opporsi efficacemente che la ricerca psicologica. Essa sola, riuscendo a
determinare positiva mente le concezioni fondamentali del valore morale, porge
argo menti di difesa sia contro la negazione di un fondamento reale e
necessario del valore etico, sia contro le affermazioni erronee od arbitrarie
di esso. Un esempio importantissimo dà Tarozzi dell'ufficio della psicologia
nell'etica, accennando ai problemi concernenti la ricerca dei fondamenti
psicologici della solidarietà o dei fondamenti naturali di essa, come li chiama
GENOVESI, opportunamente ricordato dall'autore. Questo esame particolareggiato
comprende la crudeltà e le sue varie forme, la simpatia, così in generale, come
nelle sue due manifestazioni principali, gl’atti di cortesia e di protezione. Le
dispute sulla natura umana, così conclude Tarozzi, attendono la loro decisione
non dagli argomenti del razionalismo, ma dai fatti che la psicologia può
rivelare e valutare. Quando fosse dato di stabilire, che non è generale
nell'uomo l'avversione al potente, ma allenatureavare, fredde, crudeli, quando
si potesse esplorare in un àmbito sempre più vasto l'estensione dei fatti e
degl'istinti della simpatia, sì da rendere legittimo il costituire con essi il
concetto dell'umanità, questa umanità sarebbe il fondamento di una morale
immanente, estranea, benchè non opposta, all'utilitarismo. Quando si potesse
attribuire positivamente, cioè psicologicamente e antropologicamente, un valore
definitivo al rapporto di solidarietà, e stabilire che esso risponde a un
istinto originario, valido per se stesso,e non per l'esperienza della sua
utilità, sarebbe tolta all'utilitarismo quella base consistente nella
proposizione universale, che l'uomo agisce per il suo utile. Ne c'è da temere
che i dubbii della ricerca psicologica si riflettano nella morale, perchè i
risultati che la psicologia ci potrà offrire non avranno valore di
modificazione del contenuto normativo della morale, ma bensì tenderebbero
a modificare il carattere formale di essa, come dottrina del dorer essere e
come scienza. Al Congresso medesimo Calò presenta una comunicazione intorno
alla Calderoni ritiene che l'assenza della ricerca e della sufficiente analisi
di quello ch'è il fatto ultimo e irriducibile su cui poggia tutta la vita
morale, il giudizio etico, ha impedito il costituirsi dell'etica come scienza.
Molto ha anche nociuto “la nessuna, o quasi, distinzione che si è fatta tra il
giudizio etico e il giudizio teoretico o conoscitivo, La morale deve invece
ricercare come ogni altra scienza, dei fatti ultimi, elementari, irriducibili
su cui fondare l'edificio autonomo delle proprie investigazioni. L'elemento
irriducibile, la realtà ultima, da cui deve prendere le mosse ogni dottrina
morale, è un fatto psicologico, un sentimento, non uccidere per esempio, apparterrà
sempre al contenuto normativo della morale, qualunque conclusione possa trarre
la psicologia intorno agl'istinti di pugnacità e di ferocia. Ma se le
conclusioni intorno al fondamento umano delle tendenze alla solidarietà e alla
simpatia saranno negative, l'etica e un sistema dottrinale, la cui imposizione
presenta i caratteri della accidentalità e della fluttuazione dei fatti
sociali, oppure i caratteri trascendentali metafisici o religiosi; e perciò la
valutazione etica e una gradazione fondata su altra base, non su quella della
realtà effettiva dei fatti umani. Se invece quelle conclusioni saranno
positive, l'etica, assumendole come sue proprie, avrà a fondamento il
significato psicologico e antropologico dell'umanità morale e potrà
scientemente stabilirei valori umani in relazione conesso. Infine TAOROZZI ri-assume
il suo credo in queste parole, che tutto si debba attendere dalla scienza, e
che essa sola possa spiegare un giorno perchè abbiano universale valore massime
conversazionali come queste: Non uccidere u ‘non mentire,’ “Ama il tuo prossimo.
Ogni qual volta noi giudichiamo del valore morale d'un sentimento, d'un'azione,
d'una determinazione volitiva, tale giudizio si presenta alla nostra coscienza
con un sentimento particolare di approvazione o di disapprovazione. L'esame
retrospettivo ci dice, che quel giudizio non risulta da un meccanico
sovrapporsi dei concetti del soggetto e del predicato (buono, giusto, ecc.),
dal paragone delle loro estensioni e connotazioni rispettive, dalla rivelazione
pura e semplice del loro rapport. Ciò che interviene, e ciò che più importa, è
il sentimento di approvazione o di disapprovazione, di adesione o di
ripugnanza. Qui si presenta un problema fondamentale. Trattasi di vedere se il
sentimento di approvazione o di disapprovazione accompagni semplicemente, come
effetto o come carattere, la rivelazione del rapporto in cui l'obbietto
considerato è con quel predicato. O se quel sentimento appunto renda possibile
la costituzione del predicato e quindi, mercè la capacità di riferimento
propria della ragione, l'enunciazione del rapporto. Questo problema non può
essere risoluto senza una analisi comparativa del giudizio conoscitivo e del
giudizio valutativo. E quest'analisi mostra appunto che, mentre nella funzione
conoscitiva il sentimento è un sopraggiunto, nella funzione valutatrice è, al
contrario, costitutivo del rapporto. Conoscere è constatare, attingere ciò che
è; mentre nel valutare, l'atteggiamento dello spirito non è di chi constata, ma
di chi reagisce. Non di chi afferma e riconosce l'essere, ma di chi vi aggiunge
qualcosa risultante da ciò che in lui non corrisponde, ma risponde alla realtà
conosciuta. E l'atteggiamento non di chi afferma o nega, ma di chi si
sovrappone alla realtà, o che le assenta o che le si ribelli, sia che lodi, sia
che condanni. Mentre, per il teoretico, il sentimento è un accessorio
trascurabile, per il moralista, esso è la vera realtà etica, poichè il senti
mento serve a caratterizzare qualsiasi obbietto di giudizio etico. In ultima
analisi, ogni giudizio etico si riduce ad approvazione o disapprovazione d'un
sentimento, d'un istinto, d'una volizione, d'un'azione. Ora l'approvazione e la
disapprovazione non sono che due speciali sentimenti, due forme diverse
d’uno stesso sentimento, il sentimento del valore. Il giudizio etico, dunque, intanto
è possibile in quanto si compie una sintesi fra l'obbietto conosciuto e la
ragione valutativa ch'esso suscita in noi. E, insomma, questa stessa reazione
che costituisce tutto quanto noi diciamo di quel fatto qualsiasi ch'è assunto
come soggetto del giudizio. Si direbbe che quel fatto tanto ha di realtà etica
quanto e come vive nel senti mento valutativo. Questo poi varia e quasi si
determina e si atteggia diversamente secondo gli obbietti a cui si riferisce, e
di venta volta a volta sentimento del giusto, del buono, del santo, dell'eroico
o dei loro contrari, di rimorso o di auto-sodisfazione, di rimpicciolimento o
di stima di se stessi,di pace dell'anima, ecc.; di modo che può dirsi che
ognuna di queste determinazioni del sentimento di approvazione e di
disapprovazione ha una sua individualità e che l'analisi di esse ci dà
l'analisi di tutta la coscienza morale. Il sentimento del valore, come fatto
fondamentale della coscienza etica, si pone a norma della realtà interiore e
dispone gerarchicamente i vari istinti e le varie tendenze. Un'altra sua
proprietà è anche quella di avvertire ogni atto che rappresenti un non-valore
come un'intima contradizione, il che dà luogo al sentimento particolare
dell'obbligazione. Il sentimento del valore è dunque di sua natura tale da
assumere, di fronte al resto della realtà psichica, un'attitudine speciale e da
contrapporre all'esistenza di fatto un'esistenza di diritto. Esso si distingue
profondamente dal piacere e dal dolore, perchè questi sono stati subbiettivi
interessanti semplicemente l'individualità del soggetto, mentre ilsentimento
del valore è obbiettivo anche rispetto alla individualità del soggetto che
giudica. Il sentimento del valore oltrepassa la sfera della mia utilità o del
mio benessere individuale; sono io che sento, ma non perme. Altro carattere
differenziale è questo, che nei sentimenti di piacere e dolore lo stato
subbiettivo è confuso con l'oggetto della rappresentazione, mentre nel
sentimento del valore, l'oggetto è nettamente distinto dall'atto valutativo e
può essere rappresentato come obbietto di conoscenza teorica. Ciò ch'è
piacevole e spiacevole non esiste che nel sentimento e per il sentimento, mentre
ciò ch'è valutato è chiaramente rappresentato di fronte all'atto giudicativo, è
insomma conosciuto. Non si può valutare se non ciò ch'è ben noto, tanto è vero
che la valutazione si presenta spessissimo sotto forma di preferenza e il
valore viene appreso comparativamente ad altri come plus-valore o come minus
valore. Sebbene il giudizio di valore abbia il suo punto di partenza nel
sentimento,esso non esclude, anzi richiede necessariamente l'intervento della
funzione conoscitiva, la quale prepari il terreno su cui possa esercitarsi la
funzione apprezzativa. La grande varietà dei giudizi morali osservabile fra
individui diversi dipende appunto dal diverso modo come sono appresi e
considerati gli obbietti,dai diversi elementi che ci pone in luce la funzione
conoscitiva. Così, mentre l'analisi del processo della valutazione etica è
compito della psicologia morale, gli obbietti a cui le nostre valutazioni
morali si riferiscono non possono esser tratti analiticamente dalla natura
stessa dei nostri sentimenti di valore. Essi possono essere determinati in
parte in base alla considerazione di rapporti for mali della volontà, in parte
in base all'esperienza storica e sociale, quale è studiata dall'etica storica comparative.
CALDERONI, nelle sue Disarmonie economiche e disarmonie morali, si è
recentemente proposto di porre in rilievo talune concordanze fra le leggi
economiche del valore e della rendita e le valutazioni morali sociali. In tal
modo egli crede che l'economia politica possa apportare un contributo positivo
alla scienza della morale e aiutarne il definitivo costituirsi. La vita morale
può considerarsi, così Calderoni, come un vasto mercato, dove determinate
richieste vengono fatte da taluni uomini o dalla maggioranza degli uomini agli
altri, I quali oppongono a queste richieste una resistenza, secondo i casi, maggiore
o minore, e richiedono alla loro volta incitamenti, stimoli, premi e compensi
di natura determinata. Questi stimoli o incitamenti prendono la forma sociale
di approvazione e di biasimo, di lodi, di gloria, di premio e punizione. Premesse
alcune nozioni intorno alla legge dell'utilità marginale e alla formazione della
rendita, non soltanto fondiaria, ma anche, in generale, del consumatore e del
produttore, CALDERONI accenna più particolarmente a due specie di disarmonie
economiche che si verificano nei fenomeni di rendita. La prima è conseguenza
del principio che, data la unicità del prezzo in un mercato, il compratore e il
venditore realizzano un vantaggio, rappresentato dalla differenza tra ciò che
sarebbe bastato a indurli a comprare o a vendere la singola dose in questione,
e ciò che, per effetto del mercato, vengono a ricevere. Ora, se i prezzi sono
proporzionali ai costi marginali delle merci, essi non sono proporzionali ai
costi di tutte quelle dosi che non sono al margine. Tutti coloro che si trovano
più o meno lontani dal margine di produzione o di i mezzi di produzione si
trovano infatti in quantità limitata e variano grandemente per qualità ed
efficacia, sicchè la produzione si compie in condizioni differentissime da
diversi individui,e l'au mento di produzione fatto con mezzi più costosi, mette
quelli che impiegano i mezzi più facili in una posizione privilegiata, ch'è poi
quella da cui la rendita deriva. Queste e altre considerazioni mostrano, che il
fenomeno della rendita non si può correggere mai assolutamente, e che dà luogo
a vere e proprie disarmonie economiche. La seconda specie è descritta da CALDERONI
così. Supponiamo che sia raggiunta in un modo qualsiasi l'abolizione dei più
stri denti ed evidenti fenomeni di rendita. In tal caso tutti iprodut consumo
si trovano a fruire di un prezzo, che basta soltanto a rimunerare quegli
individui, i quali cesserebbero dal produrre se il prezzo ribassasse; e godono
perciò di un vantaggio differenziale, o rendita, più o meno grande. Nè è
possibile la correzione automatica del fenomeno della rendita, mediante aumento
di produzione da parte di quelli che guadagnano di più, e conseguente ribasso
di prezzi, perchè non sta ad arbitrio dei produttori di ottenere in quantità
indefinita le merci in quistione. tori riceverebbero retribuzioni equivalenti,
per ciascun loro pro dotto, a ciò che è necessario e sufficiente per indurli
alla loro produzione. E nondimeno non si potrebbe ancora affermare che
all'eguaglianza di retribuzione per i produttori dei diversi prodotti
corrisponda una intima ed effettiva eguaglianza nei sacrifizi o nel lavoro che
il prodotto costa a ciascuno. La misurazione di questo rapporto implicherebbe
la conoscenza dei bisogni e dei desideri più intensi, dei sacrifizi più gravi
per ciascun individuo e porterebbe a risultati assai diversi. Dal fatto che due
individui sono disposti a dar la medesima somma per una merce o a contentarsi
di una data somma per un servigio, nulla può dedursi intorno alla in tensità
del desiderio che hanno o del sacrificio che fanno : come dal fatto che due individuisi
scambiano una merce, non puòde dursi che chi la cede la desideri meno di chi
l'acquista. Dal persistere di queste differenze è condizionata un'altra serie
di disarmonie economiche più sottili e più intime e per loro na tura
irriducibili, perchè persisterebbero anche quando si riuscisse a stabilire
rapporti equivalenti o eguali sul mercato. Dopo questi cenni CALDERONI passa a
rilevare le analogie tra fatti economici e fatti morali, le quali renderebbero,
a suo giudizio, possibile una concezione economica della morale. Anzitutto, non
meno in morale che in economia, ciò di cui effettivamente si giudica è, non il
valore complessivo o generale degli atti e delle attitudini, di cui s'invoca
l'adempimento o l'osservanza; ma il loro valore marginale e comparativo, valore
atto a variare e col numero di questi atti effettivamente compiuto dagli
uomini,e col numero altresì di quegli altri atti, cui si rinuncia per compierli
Vi è nella vita una gran quantità di
atti ed attitudini, che pure essendo di una incontestabile utilità, puressendo essen
ziali alla conservazione ed al benessere della convivenza umana, non entrano
nell'ambito di ciò che noi chiamiamo la morale. Perchè? Con ciò CALDERONI vuole
opporsi a tutta quanta la tradizione intuizionistica e kantiana in filosofia
morale. Gl’atti morali non hanno alcun valore assoluto, ma un valore
esclusivamente marginale e comparativo. Perchè nonostante la loro
desiderabilità astratta, nonostante i vantaggi totali che la società ritrae dal
loro adempimento, vantaggi certamente assai maggiori, nel loro complesso, a
quelli degli atti che la morale esalta; essi sono tuttavia atti di cui non è
deside rabile un ulteriore aumento, la cui DESIRABILITA marginale comparata, in
altre parole è zero o addirittura negativa. Gl’atti prodotti dall'istinto
personale di conservazione o da quello della riproduzione della specie non sono
considerati virtuosi, perchè, ben lungi dal richiedere un incitamento, essi
richiedono freni, gl’uomini essendo piuttosto proclivi ad eccedere che a
difettare in essi, e a sacrificar loro l'adempimento di altre funzioni che sono
marginalmente o comparativamente PIU DESIRABILI. Le nostre tavole di valori
contengono tutte quelle cose, per ottenere un aumento delle quali, in noi
stessi o negli altri, siamo disposti a de terminati sacrifice. Ma non già tutte
le cose che possono apparirci DESIRABILI. Col crescere delle azioni virtuose
esse tendono a diminuire di valore, come analogamente il diminuire delle azioni
viziose tende a render meno disposti a far dei sacrifici per diminuirle
ulteriormente. Ond'è sempre concepibile un limite, naturalmente molto diverso, secondo
i casi, oltre al quale il vizio, di verrebbe una vizio, viene infatti per la
domanda e per l'offerta etica lo stesso che per la domanda el'offerta economica.
In una società di completi altruisti avrebbe pregio l'egoista. L'ALTRUISMO è
una virtù il cui valore è strettamente connesso colla presenza di egoisti o
almeno di non altruisti nella società. Queste considerazioni confuterebbero la
legge morale di Kant, che prescrive di seguire massime capaci di divenire
universali. Nessuna virtù e nessun dovere resisterebbe ad un esame fatto
rigorosamente in base a questo criterio. Moltea zioni sono per noi un dovere, appunto
perchè gl’altri uomini non le fanno e rimangono tali a condizione che non siano
troppi gli uomini capaci e volonte rosi di imitarle. Come in una barca
sopraccarica, l'opportunità di sedersi da una parte o dall'altra dipende
strettamente dal nu e la un virtù, virtù, mero di persone sedute
dalla parte opposta. Se qui fosse seguito un imperativo kantiano qualsiasi, il
capovolgimento della barca porrebbe tosto fine ai consigli del pilota e alle
buone volontà dei passeggieri. Si può credere che si possa ovviare a questi
errori particola reggiando quanto più è possibile i precetti e le sanzioni,
individualizzandole in grado estremo. Ma alla stessa maniera che in un mercato
non si può variare il Prezzo secondo gl’avventori, così alla legge
d'indifferenza del mercato, corrisponde una legge d'indifferenza morale, per
cui sono stabilite regole comuni non troppo discutibili e sanzioni precise, non
atte troppo a variare e applicabili alla media dei casi. La necessità di dare
precetti e sanzioni generali dà luogo a fe nomeni analoghi ai fenomeni di
rendita. Alla generalità e rigidità della legge morale farà contrasto la
varietà delle condizioni individuali, per le quali si verificheranno vantaggi e
svantaggi differenziali da individui a individui. Il dovere per ciascuno sarà
di fare, non già quello che nel suo caso è il meglio o l'ottimo, ma ciò che in
media è meglio che gli uomini facciano di più,di quanto ora non facciano. Non
agendo così egli si attirerà una sanzione, che nel suo caso, potrà anche
talvolta essere immeritata. Le pene e i premi hanno un costo marginale che
cresce col cre scere della loro severità e grandezza,e colla loro estensione;
mentre colla loro estensione diminuisce la loro efficacia marginale. La gloria
e l'onore, come l'infamia, diminuiscono rapidamente di efficacia quanto
maggiore è il numero degl'individui che ne frui scono o soffrono. Così alcuni
si troveranno a godere di lode o gloria molto superiore al loro merito,
individuale, per avere compiuto azioni, poniamo, talmente conformi al loro
carattere che sarebbe piuttosto stato necessario punirli, se si fosse voluto di
ciò premesso, Calderoni trova le analogie fra le disarmonie economiche e
morali. stoglierli dal farle. Altri subiranno invece biasimo o infamia di gran
lunga sproporzionata alla loro colpa. Se poi i precetti e le sanzioni fossero
più particolareggiate e commisurate a ciò che è necessario e sufficiente per
indurre ciascuno al ben fare, rimarrebbe ancora una gran diversità nelle
condizioni individuali, delle quali non si potrebbe tener conto senza diminuire
l'efficacia dei precetti e delle sanzioni medesime. E questo dà luogo all'altra
specie di disarmonie morali analoghe a quelle che persi sterebbero nel campo
economico,se si correggesse la legge d'indifferenza del mercato. Queste
disarmonie morali infatti persiste rebbero,anche se le prime si venissero a
eliminare,analogicamente a quello che è stato osservato nei fenomeni di rendita.
Grice: “I love
Orestano loving Benedetta” – Grice: “Orestano takes Meinong very seriously – as
he should! Few outside Austria do! Meinong symbolses the I with ‘e’ from Latin
‘ego’ (Italian io), and the other with a, for Latin ‘alter, Italian altro. So
we have W for value (worth), and the possibilities that ego desires the evil for
alter – sadism. When ego desires the good, he is altruism. Altruism can be
reciprocal. In a purely altruistic society, things go well – but Pound knows
who’s against that! That’s why Orestano finds sympathy for Meinong, and so do
I” --. Francesco Orestano. Orestano. Keywords: l’opzione
eroica, Alighieri, Galilei, Tasso, Vinci, concezione aristocratica della
nazionalita, l’eroe Mussolini, l’eroe Enea, Weber e la teoria dell’eroe
carismatico, l’ozione dell’eroe non e una ozione. It’s not an option, Calderoni.
Luigi Speranza, “Grice ed Orestano”.
Grice ed Grice ed
Oribasio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Marte,
o la scuola di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. – Giuliano’s personal philosopher. He shares Giuliano’s
enthusiasm for paganism. His treatises survive, as does paganism – “Only you
shouldn’t use that vulgar adjective,” as Cicerone says!” – H. P. Grice.
Grice ed Orioli: l’implicatura conversazionale nella
logica della monarchia romana – i sette re – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Vallerano). Filosofo italiano. Grice: “Only in Italy, a philosopher,
rather than a cricketer, is supposed to take part in a revolution and write a
book about his shire!” -- Fondatori della Repubblica Romana. “De' paragrandini metallici” (Milano, Fondazione Mansutti). Il padre,
medico, lo condusse a Roma, dove si laureò brillantemente. La professione non
lo attraeva molto: lo troviamo, infatti, professore di filosofia nei seminari e
nei licei dell'Urbe. Da Roma si trasfere a Perugia, dove si laureò. Insegnò a
Bologna. Partecipò con gli allievi all'insurrezione delle Romagne;
successivamente fu eletto membro del governo provvisorio di Bologna, che fu
sciolto in seguito all'intervento militare dell'Austria. Tentando di mettersi
in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia con un altro centinaio di
rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato
dall'allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera
(padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio) e tutti i rivoluzionari
furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco dopo venne liberato, forse
per mancanza di risultanze gravi sul suo conto.
Iniziò così l'errare, costretto a fuggire da terra in terra, inneggiando
sempre all'Italia unita. Fu professore di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles
insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove tenne un corso dnell'università della
città. Quando Pio IX concesse
l'amnistia, poté tornare a Roma, dove tenne la cattedra di archeologia. Le sue
attitudini per il giornalismo non attesero molto per farsi notare, e così fondò
un periodico politico che ebbe però vita breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al parlamento della
Repubblica Romana. Quando il governo pontificio fu restaurato, in
riconoscimenti dei suoi meriti, fu nominato consigliere di stato. Pubblica
molti saggi di filosofia. Tra i più famosi sono da menzionare “Dei sette re di
Roma e del cominciamento del consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi
italiane e l'arte di comporle” (Roma). Prese parte alla polemica sui sistemi di
prevenzione contro i fulmini e la grandine, che coinvolse anche Bellani,
Beltrami, Demongeri, Lapostolle, Normand, Majocchi, Contessi, Molossi, Nazari,
Richardot, Scaramelli, Tholard e Volta. Le compagnie assicurative usarono
questi studi per valutare rischi e premi per i campi agricoli. Riconoscimenti Il comune di Vallerano lo ha
onoratocon l'intitolazione di una delle vie principali del borgo antico, quella
del Teatro comunale, e con l'apposizione di una lapide commemorativa sulla
facciata della casa in cui lo scienziato nacque. A Viterbo un Istituto Statale
di Istruzione Superiore -che comprende il Liceo Artistico e diversi indirizzi
di Istituto Professionale, A. Ghisalberti, nella voce della Enciclopedia
Italiana, vedi, riporta queste date di nascita e morte, A. Ghisalberti, Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fondazione Mansutti,
Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M. Bonomelli,
schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F. Mansutti. Milano:
Electa, Polizzi, Alla ricerca dello «specioso» e dell’«insolito». Leopardi,
«Lettere Italiane», Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. -- rità assai leggieri, e, se
grandemente non m'inganno, assai consentanei alla ragione, de'quali ho stiinato
aver bisogno, l'enunciazione de'puri fatti che costruiscono l'istoria della
dignità regale nella città de’ sette colli, ha dovuto essere da me
corretta, e ridottasotto la forma seguente. La successione al trono mai non
appartenne in Roma a figliuoli maschi de' re precedenti. Essa appartenne sempre
a' generi loro, quando ve n'ebbe di viventi -- Numa, Servio, Tarquinio il
Superbo. Lo sposo della figliuola Maggiore e a tutti gl’altri preferito -- Servio.
Quando i generi sono morti, la successione passa ai primogeniti del primo
genero -- Tullo Ostilio, secondo la mia correzione della leggenda che lo
concerne; Anco Marcio. Quando si tratta di DUE RE, in luogo di un solo, e di quella
magistrature binaria ed a vita che si surroga ne primi tempi alla dignità
regia, parimente non si rinunzia a queste medesime regole, e se non trovansi
due generi che potessero elevarsi al potere supremo, si'elevano egualmente a
quello, secondo l'ordine legale DUE FIGLI DI GENERO --- REMO E ROMOLO -- Bruto
e Collatino. La figliastra del re e equiparata alla figlia nel dritto di dare il
trono al marito, o a’ suoi discendenti maschi, in un tempo in cui probabilmente
figlie proprie non esistevano -- Tullo Osti. Quando non v'hanno, nè generi, nè
figliuoli di generi, il trono passa a’ nipoti che s'a mò riguardare, in sì fatta
contingenza, come legittimi eredi de’dritti degl’ascendenti loro -- Tullo
Ostilio, se si preferisce l'ipotesi , nella quale egli è NIPTE D’UNA FIGLIA DI
ROMOLO -- maritata ad Osto. Fuori della serie deʼre, o de 'magistrali che ne
tenner le veci, tra gli stessi pretendenti che, senza ottenerla, dimandano la
dignità suprema, uno di quelli, de' quali l'antichità ci ha trasmesso la
memoria, è stato ugualmenle un genero di re -- Numa MARCIO -- ; due altri, ne'quali'
non ci è dato riconoscere questa qualità, non hanno dimandato il trono per le
vie legali ma cercarono d'ottenerlo con un delitto -- i figliaoli d'ANCO --; due
di che solo si parla presso Plutarco se si ricusi di considerare l'Ersilia
dalla quale discende, come FIGLIA DI ROMOLO, e se si rispetta la tradizione,
secondo la quale l'ultim re non è che il patrigno o al più il padre adotetivo
della SECONDA ERSILIA. In un caso, nel quale il capo supremo non potè far
valere il dritto di successione alla sua dignità negl’eredi maschi delle sue
figliuole, ne in altro modo potè effettuare la trasmissione della suprema autorità
per via d'altre donne sue discendenti, almeno tramanda il suo grado nell'erede
necessario della moglie – BRUTO rispetto a LUCREZIO TRICIPITINO, suo successore
nella pretura massima, o vogliam dire nel consolato. Quando non vi furono eredi
quali che si fossero di lato di donna, il trono, sempre messi in non cale i maschi,
ricadde in una persona estranea, cioè non legata di piirentela colla famiglia
reale -- Tarquinio Prisco. Quando, non ostante l'aversi eredi legittimi per
parte di donna, una persona estranea consegue la dignità regia, ciò avvenne
contra il dritto, per la forza dell'armi: Tazio. Non altra è l'espression' rigorosa
de' fatti, cosi come sono riferiti dagl’antichi, o come io dovetti correggerne
la sostanza e l'enunciazione, secondo le regole di una critica, se posso dirlo,
in nessun modo 'temeraria.' Le mie autorità , i miei ragiovamenti , non
sofferirono contraddizióve ne’loro particolari, eme nechiamo felice. Si volle
solamente avvertirmi che nel mio sistema sono alcuni fatti dubbiosi, e ricavati
per conghiettura. stato . co: Voleso e Proculo, sono stati proposti senza
gran fatto fermarsi sopra la proposizione; non hanno preso sul serio la lor qualità
di candidati, e sembrano avervi rinunziato essi stessi; finalmente sono messi
innanzi in un tempo nel quale tutto che concerne le leggi relative alla
successione regia era evidentemente suggetto di controversia, e dispuldvasi
intorno alle basi stesse di questa parte della costituzione organica dello Io
risposta, io vi ho presentato l'analisi, per così dire più condensata, delle tradizioni;
lebo prese da prima quali si leggono; mi sono per 'messo unicamente qualche
volta. o. Spesso la successione al trono in Roma s' è fatta contra ogni
principio d'equità, d'utilità, e di convenienza reciproca de' cittadini. Perchè
-- per qui contentarmi d' un solo esempio il quale abbraccia un lungo periodo
d'anui -- non certamente a vantaggio del partito latino, o di quel deʼ sabini,
sotto la dinastia etrusca, la dignità regia resta sempre nella fazion toscana. Grice: “Orioli philosophised
on many topics. To Italian philosophers, who are OBSESSED, during their
unstable political history, with political philosophy, his ‘research’ on the
consulate proves helpful. He notes that Romolo had no son – so who to succeed
him? Other than that, he was almost shot (Orioli, not Romolo) after trying to
oppose what he called the Roman theocrazy – or theocracia – For Orioli there
are various cracies: theocracia, democrazia, TIMOcrazia, and ARISTO-crazia. PATRIZIO VITERBESE; CONSIGLIERE
ORDINARIO DI STATO DI 3. S. P. DI M. MEMBRO DEL COLL F1LOSOF. DELLA UNI
V. DI ROMA, PROF. DI STOR. ANT. ED ARCHEOLOG. NELLA STESSA UNIY fclA*
PROF. DI FISICA NELLA UNIV. DI BOLOGNA CC. CC. MEMBRO CORRISPOND. DELL*
A. SC. MOR. E POL. DELL’lSTIT. DI FRANCIA, ACCAD. BENED. DELL’
ISTIT. DI BOLOGNA , UNO DE'TRE SOCI ATTIVI DELLA CL.DI LETT. DELLA REALE
AC. DI SC. E LETT. DI PALERMO . SOC. ONOR. DELLA IMP. E R. AC. DI SC. E
LETT. DI PADOVA. SOC. CORRISP. E R. IST. LOMBARDO DELLE SC. DI
MILANO E DELL* IMF. E R. IST. DI VENEZIA , DELLA AC. DELLE SC. E LETT. DI
TOAINO...E DI MOLTISSIME ALTRE ACC. DI FRANCIA , GRECIA, E ISOLE IONIE ,
NAPOLI E REGNO , ROMA E STATI PONTIF. , FIRENZE E TOSCANA , LOMBARDIA CC.
CC. CC. : M l' ì(? 0 POLITICI FRANCESCO
ORIOLI j\r rro vjl Con giunte dell' A.
NAPOLI STAMPERIA DEL KIBRENO 18
51 « Faites , mon garcon, faites, ré{K>nd lo vìeux radicai, et
dites-leur aussi à ces hotnwes qui ont cbassé et. ..et tous ceni qui ont
osé ex printer un mot de se ns commun et d'humanité, qui lapident Ics
prophètes et éteignent l’esprit de Dieu, qui aiment le mensonge , qui
pensent ameoer le rógne de l’atnour et de la fraternité aree des piques , des
bouteilles de vilriol , aree le meurtre et le blaspbéme , dites-leur à
eui et à tous ceux qui pensent comme eux qu’un vieillard...dont les
ebeveux ont bianchi au Service de la cause du peu- ple..., qui contempla
lecraquement des nalions en g'3 et qui entcndit les premieri cria d’tm
monde au berccau, qui, lorsqu’il était encore un enfant , vit venir de loin la
liberté et qui se réjouit en la voyant comme devant une fiancée, et qui
pendant soixante pé ni- bles années , l’a suivie à travers les
soliludes ; - diles - leur que cet homme leur eovoie le deraie r
message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de
leurs convoitises et de leur r message qu’il envcrra sur cetle
terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de
leur r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les
esclaves de leurs convoitises et de leur s passioni, les esclaves du
premier coquin venu à la laogue reten- tissante , du premier charlalan
veuu qui dorlote leur opinion pcrsonnclle ; dites-leur que Dieu les
frapperà, Ics fera renlrer dans le néa nt et les dispenserà jusqu’à ce
qu’ils se soi- ent repentis , qu’ ils se soieot fait des coeurs purs et
de nobles ames , et qu'ils aieut re- lenu les lecons qu’il s’ efforce de
leur donner depuis quelque soixante ans ; dites-leur que la carne du
pcuple est la cause de celui qui créa le peuple, et que le malhcur toin-
bera sur ceux qui prennent les armes du diablc pour accomplir l’ceuvre de Dieu
? » Sandy Mackate nel Romano Alton locke di Kingsley Revue
des deux Monde* i, Mai i85i p»g. 447 Digitized by Google
DUE PAROLE A CHI È PER LEGGERE Stampo ancora una
volta , cedendo alle lusinghevoli istanze di parecchi amici miei, questi
Opuscoli , a' quali m’è altresì parulo bene d' aggiungere qualche annotazione
nuova dove V argomento s embravami o richiederlo , o me- ritarlo.
Certo, che, s'io pongo mente, non alla benigna acco- glienza
soltanto , la quale a essi Opuscoli fecero que' che m' onorano da lungo
tempo della loro pregiata amicizia , e le mie povere cose hanno abito di
giudicare con molta indulgenza , ma sì a quel che altri , a me per lo
addietro ignoti, o ,per fermo, non congiunti d' alcun vincolo di
an- tecedente amistà, ne scrissero ne' giornali , o con priva- te
lettere me ne significarono , io debbo tenermi come ba- stantemente
ricompensato della quale che siasi fatica dura- ta nel comporre le pagine
che qui appresso seguitano. Tra coloro che più contribuirono alla
buona fortuna della mia impresa ho debito di noverare principali i dotti
e bene- meriti scrittori del Giornale che ha titolo — Civiltà
Catto- lica — E so la mina degli sdegni a’ quali questo atto di
franca gratitudine è per metter fuoco nel campo nemico , poiché campo
nemico non manca. Ciò non mi sarà impe- dimento al fare lealmente il mio
dovere di render loro pub- bliche grazie. .
Jligitized by Google — 4 — II Giornale — la
Civiltà Cattolica — è a troppi , e in troppe sue parli un osso non poco
duro da rodere. Nel di- fetto d' argomenti logici , si può a libito
dirigere contro al valoroso drappello de' dieci o dodici campioni che
vi brandiscono cotidianamenle la penna, batterie, da ogni lato , di
que’ pessimi argomenti rettorici, che si chiamano, in arte , argomenti ad
odium , e ad invidiam : resisterà però illeso ed invulnerabile agli
strali spuntati de' loro sar- casmi , come le legioni romane restavano
salde ed immote agli urli co' quali i barbari , nella loro impotenza ,
ten- tavano spaventarle. Quando si sarà detto e ridetto , fa- cendo
l’ alto dello scherno e del vilipendio — È opera dei rugiadosi — che si
sarà provato con ciò ? Si sarà lascia- ta una prova di più della misera e
svergognata dialettica del nostro secolo, rotto a tutte le perversità, ed
avvezzato- si a dare alle villanie valore di ragioni.
Tornando al mio proprio libro , censure fino ad ora , le quali
valgano la pena d’ una speciale risposta, non le ho vedute , nè
udite. Sunt quibus in dictis videar nimis acer, et ultra Legem...
e , rileggendo
a mente fredda , conosco l' acrimonia di certe espressioni , la qual
forse sarebbe stato meglio tem - perare un po' più. Tuttavia , ben
ponderata ogni cosa , ho creduto dover lasciare tutto come stava ; e ciò
, in pri- mo luogo, perchè questa in somma è una ristampa , la qual
non dee mentir al suo titolo ; in secondo luogo , perchè , al postutto ,
muri può dire che , contro ad alcuno sin- golarmente, abbia combattuto e
combatta con armi ripas- sate alla còte samia. Il mio proposito fu ed è,
non di fa- re duelli, ma battaglie. Le persone io le ho sempre
rispet- Digitìzed bV Google — 5 —
tate e le rispetto , perciocché ho voluto , e voglio , esser libero ( ed
esco ornai dalla metafora ) di trattare /’ errore pervicace e spavaldo
con tutta quella severità ed austeri- tà di forme eh' et merita , e che
un uomo , , il quale ha sentimento di sua dignità , rifugge dall’
adoperar contro all’errante. L’errante è, quanto alla carne ed allo
spi- rito , consanguineo e fratello nostro. Niun può sapere s'e i
non sia più presto un fanatico ed un illuso , che un perver- so , od
almeno un gran perverso. Ha sempre diritto al fare in sé rispettare la
santa emanazione del soffio divino ri- cevuto , od ereditato , nella
fronte. È sempre la creatura celeste, che, se cadde , può rialzarsi , e
che, quand’an- che , per propria colpa, è in terra , e più al basso che
in terra , esser dee per noi , più ancora subbietto di compas-
sione , che obbietto di collera. Ma V errore staccato dalla persona , l'
errore lasciato in tutta la sua schifosa nudità, non ha diritto ad alcun
riguardo , e vuol essere trattato senza discrezione , senza misericordia.
Quanto a colui che avendolo in sé incorporato, sé da quello non
distingue, ed a sé stima dette le ingiuriose parole, che quello solo
feri- scono , tal sia di lui. Più di cosi non aggiungo. E
forse non era nè manco necessario dir così : tanto più , che , nell’
antica prefazio- ne , ciò stesso, comechè più brevemente , aveva
significato. 1 discreti perdonino. Gl'indiscreti riconoscano che
queste ciance premesse per lo meno non hanno il torto della pro-
lissità. zefl by Google Digitized by
Google wmmm PARERE D’ UN AMICO
INTORNO 11 MIO LIBRO Ho Ietto attentamente la prefazione , e
le due dissertazioni vostre. Io credo che abbiate ragione. Avete però del
pari prudenza? - II mondo è oggi troppo malato. Certe verità dette
con durezza qua e là soverchia fanno l’effetto del dito stropicciato
sulla piaga viva. Il meglio che vi possa accade- re è di non esser letto.
Se leggeranno , le grida saranno al- te .... terribili. Perchè stuzzicare
il vespaio? Ciò non è de- gno della vostra vecchia esperienza. Il passato
non vi ba- sta? Pensateci. RISPOSTA Ho pensato
.... e stampo la prefazione, e le dissertazio- ni. Le considerazioni che
mi schierate innanzi hanno molta verità, ma non mi rimuovono dal mio
proposito. Jigitized by Google La prudenza ! - Sta
ottimamente. La prudenza è però spesso il soprabito della vigliaccheria ;
e in questo caso non è niente altro che un belletto dell’egoismo.
Per non incorrere nel male proprio .... per non turbare la propria
pace .... per non tirarsi addosso disturbi o peg- gio .... per non
guastar, come suol dirsi, i fatti suoi, s’ban da lasciare, senza darsene
per intesi, le menti umane sem- pre più travolgersi , le opinioni sempre
più corrompersi , certa gente accrescer la pervicacia nell’errore, e
propagar- lo a tutto potere. Sentendosi bollire in corpo la
verità utile, ed affacciarlasi alla bocca , s’ha da ringhiottirla , o
sputarla ( scusate la pa- rola ) nel fazzoletto e poi rimettersela in
tasca, quand’an- che s'è persuasi, che a gittarla là alla palese sarebbe
bene ; che questa verità messa in pubblico sgannerebbe alcuni r eh’
essa suonerebbe alto all' orecchio d’altri, e servirebbe a svegliarne il
coraggio addormentato , o gioverebbe almeno a restare come testimonio a’
futuri che v’è, pur tra noi, qualcuno , il quale ricusa le complicità ,
protesta virilmente contro alle cattive e rovinose dottrine, se ne sdegna
com’è il suo debito, ed è disposto a mostrare, che chi sproposita e
minaccia scompigli e rovine, invano si confida d’avere il monopolio della
franca ed ardita parola. Io vi ringrazio, caro amico: ma voi
m’amate troppo. Non pensando , che al mio privato materiale vantaggio,
ave- te dimenticato a mio prò il resto del mondo. Io sento d’ a-
marmi men di quel che voi mi amate. Intendo benissimo , che
scrivere com’ io scrivo , è pre- pararsi disgusti .... e forse peggio. Ma
considero ch’io son — 9 — vecchio, e nell’
ordine naturale poco ancora mi resta a vi- vere. La mia povera e caduca
persona non è ornai di tal prezzo che siavi interesse per me a
risparmiarla. È lungo tempo da che ho perduto il sapor delia vita , e che
le sue dolcezze non mi fanno gran gola , nè le amarezze grave of-
fesa al palato. La lode è un amo che non mi passa la pelle. Il biasimo (
dove creda non meritarlo ) è un’ortica che non mi punge. La minaccia è
contro a sì poco che a tenerne con- to è una miseria. Di me sarà quel che
piace alla Provviden- za. Nella minuzia di tempo che a vivere mi rimane ,
vorrei pur fare il bene nella maggior misura che posso, a qualun-
que mio costo. E poiché il pubblicare queste mie carte mi sembra, che o
in una guisa o nell’altra qualche bene possa recarlo, perciò le pubblico.
Al mio male quale che siasi, dunque, non ci badate, com’io non ci bado.
Fate conto ch’io sia soldato. Sarebbe pur bella che al soldato si
consi- gliasse di pensare alle ferite, alle quali battagliando
s’es- pone ! Per altra parte, a me tocca ricomperare il tempo
perdu- to, ed affrettarmi a farlo. Troppo mi dorrebbe il lasciare
di me tal memoria in questo mondo che dia giusto diritto a suppormi
quale certe antecedenti particolarità della mia vi- ta possono aver fatto
credere ch’io mi sia. Non nego, e sarebbe ridicolo il negarlo,
d’avere avuto anch’io le mie politiche illusioni ( certo però non quelle
di gran lunga , le quali oggi corrono il mondo , e sono in gran
favore presso tanti ). Sento il dovere di far conoscere a qualunque
prezzo ch’io non sono mai stato da confondere col più de’ cosi detti
liberali d’ oggidì, e che istruito ornai "* Digitized by
Google — io- ti all’ esperienza, non sono nemmen da
confondere con quel- l’io che già fui, e molte mutazioni ho in me fatto.
Costi ciò tutto che s’abbia da costare al mio amor proprio, vo-
glio che Io si sappia. Gli altri posson tacere ; io non lo pos- so, nè Io
debbo. E so che dirassi da taluni ch’io adulo que’che
regnano. Veramente crederei che tutta la mia vita passata m’avesse
da essere scudo contro alla bassezza di questa accusa ; tanto più che
quegli stessi i quali la daranno (dove tuttavia que- sto ardiscano ) ,
dovrebbero ricordare , se quando essi re- gnavano pur testé , io li
adulava. Sarebbe avere aspettalo un po’ troppo tardi a mutar natura. . .
. Ma voi dite eziandio , che il mondo è troppo malato , e che
le sue piaghe non vogliono esser toccate com’ io qua e là le tocco ,
senza molta discrezione. Caro amico ! la vostra seconda proposizione
distrugge la prima. Se accordate che la malattia del mondo è grave ,
pretendete voi di curarla coll’acqua di gramigna? Eh si: vi son medici
che non curano le malattie, ma si contentano di guardarle. Se morte
soprav- viene, tanto peggio pel malato. Il medico se ne lava le
mani. Io non sono di questa scuola. Vi sono piaghe che han fatto il
callo, evoltano tutta la malignità aldidentro;ed allora l’arte insegna di
trattarle col caustico. Si fan cerimonie, e si ri- sparmia la sensibilità
quando il male é leggiero; e questo , per vostra confessione , non è il
nostro caso. Da ultimo io vi prego a considerare ch’io mi guardo
scru- * pelosamente dall’attaccare le persone. Il mio
dogma é - Parme personis , dicere de viliis. Contea il male non mai
congiunto al nome di tale o (ale altro, credo mio diritto, e
Digitìzed by Google — li — mio debito scagliarmi con
tanta più veemenza quanta mi sforza ad usarne l’animo grandemente
commosso. Delle per- sone io non sono, non voglio, e non debbo essere il
giudi- ce; nè v’è il prezzo dell'opera ad esserne il pubblico accu-
satore. Per altra parte il pubblico non perde nulla per ca- gione delle
mie reticenze. Le persone s’accusan da sè. La loro moda è di non
dissimulare quel che pensano , quel che vogliono, quel che van
facendo. ■Oigilized by Google SLsl^. PREFAZIONE Per chi’ scrivo? Pei popolo? Il popolo non legge.
Tra que’ che leggono , gli uni non han bisogno di
leggere ciò ch’io scrivo , perchè ciò
eh’ io scrivo è quello che essi me- desimi scriverebbero se avessero a
scrivere. . . quello che sanno già , e di che sono persuasi tanto
quanl’ io lo sono. Gli altri , nel maggiore lor numero , son
oggimai venuti a tale, che, quand’anche io fossi aitr’ uomo da quel che
so- no , cioè, quand’anche fossi più eloquente oratore di De-
mostene e di Cicerone, e più stringente ragionatore di Zeno- ne, e d’
Aristotele , non si lascerebbero smuovere dalle opi- nioni loro, delle
quali han fatto carne e sangue. . . una (falsa) religione... un culto...
una necessità... una parte prin- cipalissima , e la più soave, delia lor
vita interiore ed ester- na. Ove fosse pur possibile che consentisser
d’aprire gli occhi dell’ intelletto alla luce de’ ragionamenti , e si
lascias- sero illuminare nella cecità alla quale son venuti di
deli- berato e volontario proposito, e vedessero, perciò vinti, il bisogno
d’ abbiurare la politica fede in che Guor vissero e giurarono di morire ,
non oserebbero farlo, vincolati, co- Digitized by Google
— 14 — me sono (impavidamente diciamolo), alle sette
che li tiran- neggiano e ne tengono in catena ogni libertà. Cosi , solo
a pochissimi , posso io rivolgere la parola con qualche spe- ranza
che sia per tornare non inutile; e son que’ pochissi- mi, i quali non
tanto innamorarono del creder nuovo, che di questo credere abbiano a sè
fatto una passione , e non un legittimo atto della facoltà intellettiva,
al quale sian giunti per lavoro di ragionamento , soggetto , come tutti
i legittimi atti di ragione , alla necessità di sottostare alle
leggi che governano la potestà raziocinante , e che debbono
dominarla. Io m’inganno però anche rispetto a essi ultimi. Noi
vi- viamo in un secolo , nel quale la ragione stessa è come mor- ta
dell’abuso che se n’è fatto esagerandone i diritti , e fal-
sificandoli. Due già erano , dal tetto in giù ( e voglio dire nelle
que- stioni dove rivelazione non ha luogo ) gli elementi neces-
sari — coessenziali.... tendenti a rafforzamento reciproco, per dare
fermezza alla morale governatrice delle volontà e delle azioni umane,
ragione (d’individuo) , ed autorità (col- lettiva dei più savi , la cui
ragione siasi guadagnata , per ogni correr di secoli , maggior fede
presso l’universale, che le spicciolate ragioni di tale o tal altro o di
stuoli compara- tivamente piccoli, e d’un opinar dissonante ). Il qual
se- condo elemento ( l’ autorità ) è dunque ( a ben considerarlo
nella sua vera e giusta natura c quiddità ) ragione aneli’ es- so, ma una
ragione preponderante e superiore , come quel- la che non è il giudicare
soltanto d’ alcuni separatamente presi , e ristrettisi nella lor propria e
privata impotenza , fallibilità e pochezza, ma è la quinta essenza delle
ragioni dei più ( chè questa sola, dai tetto in giù, pur sempre ,
in certe questioni di senso comune , è l’ autorità vera o legit-
timamente sovrana ). £ dico dei più , o sia che si contino nel numero, -o
che si pesino nel valor loro intellettuale: i quali perciò , quanto son
maggiore stuolo nel lor consenso Digitized by Google
prestato a equipollenti sentenze .... quanto rappfesentan meglio,
colla lor somma , tempi e scuole e popoli diversi... quanto hanno
maggiore e più costante comunion di pareri, non ostante la diversità di
sangue, di luogo, d’educazione, e di tutte le secondarie influenze, tanto
fan più sicuramen- te una forza morale, clic è forza di natura, non
d’arte , e che è qualche cosa più potente e più salda che la tanto
og- gi predicata sovranità del popolo; poiché èia sovranità, non
d’un popolo, ma la sovranità della specie umana tutta intera , esprimente
il suo voto colla più legittima e la più autorevole delle maggioranze
possibili ad ottenersi. Or noi, uomini del secolo XIX, de’ due
soprannominali elementi, uno e il più gagliardo, ripudiammo... Y
autorità-, ed abbiamo chiamato sovrana unica la ragione
(d’individuo), cioè V anarchia! Noi , tutti o quasi tutti
(dico noi ragionatori nel popolo , e consenzienti a ragionamento )
abbiamo stabilito in cuore questo primo articolo del nostro atto di fede
politica. Io non crederò mai che quello che persuade il mio proprio
in- telletto; e quel che pèrsuade il mio proprio intelletto io io
crederò conira ogni persuasione degli altri , contra ogni dot- trina di
sapienti o di popoli , contra ogni sperienza di pre- senti, di passati ,
o di futuri, contra ogni domma di reli- gione, contra ogni legge di
governi... E stabilita una volta questa democrazia delle fedi...
decretato anzi , che, in ar- gomento di fedi d’ogni genere , non è
governo alcuno pos- sibile, ma gli uomini han tutti naturale e
iualienabile di- ritto d’indipendenza reciproca ed assoluta . . . dove
ornai vassi , ed a che? posto che le fedi , cioè le persuasioni
del- l’ intelletto , sono il perno, sul quale s’appoggiano per muo-
versi le volontà umane. C’è più possibilità di leggi? C’è più speranza
d’obbedienze, altre che tirate colla forza ma- teriale? C’è più virtù di
logica? C’è più società ? (1) (li ISullius addiclus jtirare in
rerba mtigtstri ama ogni giovane dire di sè slesso uscito ap|»ena dalle
scnole di quella filoso- — 16 — Persuadetemi , noi
diciamo , e mi piegherò ad obbedire , senza combattere il vostro comando
con ogni mio mezzo. Persuadetemi che quel che m’insegnate è vero, e quel
che lia , che oggi , sotto Dome d’ eclettica, invade un grandissimo
numero di scuo- le , e quel eh’ è il peggio , anche colla innocente
approvazione , e sotto il pa- tronato , di maestri ottimi , i quali
mostrano di non aver ben compreso a quale indirizzo con ciò guidano gl'
illusi discepoli. Se l'avesser compreso , si sarebbero accorti , che
professare eclettismo è professare la negazione d’ogni vera certezza,
riducendo quella maniera di certezza , che pur si concede, ad un fenomeno
d’individuo senz’alcun valore per gli altri individui liberissimi di
preferire ciascuno la stia propria certezza alle opposte altrui , comechè
d’un numero quanto sì vuol grande, c consenzienti in una medesima oppo-
sta sentenza. L'eclettismo non è una filosofia, ma una negazione
della filosofia quale scienza altra che opinativa. Essa è anzi peggio che
ciò , perchè mentre nega una certezza intrinsecaad ogni filosofia
d'individuoo d’individui (per numerosi eh’ essi siano nel consentimento
ad una stessa filosofìa) , e mentre non s’ av- vede , che con ciò viene a
negare, per conseguenza, ogni autorevolezza in- trinseca a tutte le
certezze individuali, confessandole tutte intrinsecamente incerte ,
accorda non pertanto a ciascuno il diritto di fidare nella propria
certezza , e , quel eh' è il più, il diritto di regolare le proprie azioni a
detta- to di questa incerta certitudine : ciocché viene a dire , che ,
nel tempo stes- so nel quale afferma la fallibilità di tutte le
certiludini individuali, afferma nondimeno f infallibilità loro nell’
applicazione all' individuo , dando a esse il diritto d’ingannarlo , e
all’individuo il diritto di seguitare unicamente que- sta guida fallace,
quando , a proprio esame , non gli paia tale. E cosi , in luo- go d’ una
morale , viene a stabilire e farne legittime tante quante piu vuoisi o
non vuoisi. L'eclettismo non è nè manco un metodo, come alcuni spropositando
dis- sero , perchè non indica- una speciale strada da seguire nella
ricerca del ve- ro. Esso è niente più che una professione di libertà e d'
indipendenza nell’opi- nare ; è un assoggettamento a niente altro , che
alla ragion propria. Filosofia eclettica è parola che non ispiega
nulla quanto alla natura delle dottrine. Dice solo che il libro , il
quale reca in fronte questa parola , è scrìt- to seguitando il dettame
della ragione dello scrittore , fattosi giudice supre- mo d’ ogni ragionamento
ed opìuamento altrui. Cosi , tutte le filosofie , per diverse che siano ,
c 1’ una all' altra contraddicenti , possono intitolarsi , del pari,
eclettiche, e tanto più eclettiche, quaulo più professanti indipen-
denza. Messo taluno alte strette , crede d'aver salvato a bastauza
la mala parola si fecouda d’errore, rispondendo che il filosofo
eclettico, quando accorda alla ragion propria l' autorità che pur le
accorda secondo il canone fonda- Digifized Wf Google
17 — che nii comandale è giusto . ... Ma siam noi tutti atti
ad es- sere persuasi? Gl’ingegni nostri son tutti di quella virtù, di
•* quell’addestramento, di quella purità e serenità, che li fa
esser buoni a intendere un raziocinio , a non lasciarsi illu- men
late dell’ eclettismo , parla della retta ragione, cioè convenientemente
usata e normale; e non s’ accorge, che , colla sua risposta o rinega la
scuo- la eclettica e la disdice , o ne lascia interi tutti gl’
inconvenienti ed i difetti. Che cosa è la retta ragione, e la
ragione convenientemente usata, e nor- male ? Ad esclusione de'
notoriamente pazzi ed universalmente tenuti per tali , e perciò per non
uomini , o per non più uomini ; e de’ rozzi ed incolti , che riscuotono
risaie da tulli, e son tenuti universalmente per incompetenti, ossia per
non ancor uomini (i quali ultimi tuttavia del ticchio dell’ eclettismo
non vanno immuni , nè si di leggieri della loro autocrazia e indipendenza
si lasciano spodestare ; e il fatto odierno di tutte le filosofìe di
piazza più che troppo lo prova ) , ognuno di noi , che abbiamo il mesticr
d’ occuparci di studi e di stampa, crediam d’ usare la ragion retta, e
convenientemente usar- la con ogni normalità, e troviam facilmente, con
poco impiego di senno ed industria, un coro grande o piccolo di lodanti,
il qual basta per darci persua- sione, che la ragion nostra è per lo meno
tanto retta e normale quanto quel- la di chicchessia. Peggio è che vi son
uomini , di ragione , per fermo , squi- sitissima , e universalmente riconosciuta
come tale, de’ quali, per conseguen- za , mal si potrebbe dir che non
hanno la ragion retta ed a ottima norma , e non sanno usarla ; e pur
mostrano , col fatto , che le loro ragioni li conduco- no a dottrine
opposte.... 0 vuoisi dire che la ragion retta e normale si
riconosce a certi criterii suoi , che non sono della ragione d’ individuo
, ma sono d’ una universale ragione, a' quali criterii debbono le ragioni
individuali commensurarsi, accet- tandoli per una norma estrinseca alla
quale debbano affarsi ? Ma ecco dunque rinegata allora e disdetta
veramente la scuola eclettica , e confessato il biso- gno d’un
dommatismo,' al quale debba soggiacere ogni opinar privato, per- duta la
libertà della ribellione c l' indipendenza.... Facciasi tutto che
vuoisi , ci è appunto nella filosofia necessità d’ un dom- malismo
dominante i capricci e le contraddizioni degl' ingegni in certe fon-
damentali questioni costitutive del viver morale e civile. L 'eclettismo
potrà permettersi all’ amor proprio d’ognuno nelle altre questioni , come
una con- cessione di poco o niun nocumento. E nondimeno , anche in quelle
, il giu- dizio dell’ individuo dee sottostare al senato degli uomini che
si chiaman competenti . . .. Ma questo non è un argomento per
una nota, per la quale il poco che se n’ è detto 6 troppo , mentre ciò
che ad una nota è troppo , ad una trattazione conveniente è men che poco
. 2 •o M Digitized by Google
— 18 — dere da un sofisma , da un paralogismo , a por
nell’ esame * delle questioni la necessaria preparazione di scienza, a
spo- gliarsi di tulle le prevenzioni dell' intelletto , dell' affetto
, dell’interesse? Siam tutti veramente uomini ed uomini ma- turi; o
molti di noi non sono, e non restano, fanciulli sem- pre , e non sono , e
non restano , bruti , o quasi-bruti ? A tutto questo nessun pensa a
rispondere. Il primo arti- colo del simbolo de’ nuovi pseudo-apostoli sta
pur fermo. Io non crederò , se non mi persuadete; e non farò di
buon accordo , e senza resistenza , che quello che sarà conforme al
mio credere ! Dirassi eh’ io esagero gli errori del tempo presente.
J)i- rassi , che non tutto alla sovranità del proprio intendi-
mento è dato , ma non è , nel fatto , chi non fortifichi , an- cor oggi ,
le suggestioni del proprio intendimento coll’ au- torità di numerosi
stuoli d’ amici e d’ uomini del proprio partito , ovunque sparsi , e in
più d’un paese predominan ti. Aggiungerassi , che la fede nou è atto di
libertà , ma di coazione morale , alla quale l’ intelletto-, che nou è
po- tenza libera , non può resistere : ma faci! cosa è dare ri-
sposta. Si , per fermo. Contro alle necessità imposte da
natura non cosi di leggieri vassi. O vogliasi , o non si voglia, non
si può restar soli del proprio parere , se nou s’ è monoma- niaci , che è
dire malati di cervello. L’istinto stesso ci spin- ge a metterci all'
unisono con altri , verso i quali ci attrag- gono simpatie naturali o
artificiali, e a’ quali si crede, per- chè si crede a noi medesimi : e v’
è in noi tendenza al for- marci un mondo di que’ che ci accostano , e che
accostiam noi , magnificando ed esagerando il valore e il numero
lo- ro. Cosi, quando il mondo che ci siaui fatto pensa e crede come
noi , e noi crediamo e pensiamo come quello , ci pal- elle qiiesta
universalità parziale e locale valga la vera uni- versalità potente a
vincere tutte le contraddizioni. Ma può ella esser questa l'autorità
destinata a fare spalla alla ragion Digitiz^fy Google
— 19 — privala di chicchessia, o ad essere uno de’ due
puntelli del I' uomo , postigli da due lati per impedirgli il cadere ?
La specie umana è forse un partito, ed è una ragion di partito la
ragione umana? I partili forse non s’ingannano , e non ingannano? Non
hanno passioni che velano il giudizio? Non hanno interessi che muovono le
passioni? O nou v’é obbli- go , nelle grandi questioni umanitarie , non
di misurare il proprio deliberare e credere col deliberare e credere di
((ud- ii , o pochi o molli, a’ quali ci stringono i nostri interessi
e i nostri affetti, ma di misurarlo con quel che delibera e cre- de
la sola legale maggioranza del genere umano, cioè quella che si raccoglie
in una somma, comprendendo nel computo i popoli di tutte le età, di tutte
le stirpi, di tutte le regioni, e dando particolar valore a que’ che si
reputaron sempre i più savi, i più probi; e riguardando un po'nella
verificazione delle dottrine ( in virtù di quell’argomentazione che i
dialettici chiamano ab absurdo) ai grandi ed ultimi conseguenti loro,
i quali , se contrari alla perfezione della specie intera, signi-
ficano , con ciò stesso, efficacemente, la falsità d e’ principii, donde
que’ conseguenti discendono? E istituita questa misu- ra e questa
comparazione , non bassi egli obbligo, per una generale norma , di dar
sempre più valore all’espressione ultima di quel sentimento della vera
maggioranza degli uo- mini, che al sentimento suo proprio, e de’ suoi
colleglli ed amici, per numerosi che paiano e siano? o siani venuti
a tanto stravolgimento di logica , che ornai l’ autorità di ciò che
si chiama il senso comune , ed è appunto il da noi de- scritto in ultimo
luogo , è distrutta ed annullata ? Dopo di che, qual forza ha più
l’altra obbiezione dedotta dal supposto, che l’inlelletto non soffra
violenza, e che, ri- spetto al credere, non si è liberi di credere quel
che si vuole, ma si è costretti a regolare la propria fede secondo la
luce in- teriore, d’onde essa fede ha unico procedimento? Ammetto
il fallo: sebbene, anche in ciò, molto dipende dalle prepara- zioni
estrinseche della monte, e dalle disposizioni del cuore. Digitized
by Google Pur liberalmente lo ammetto. Ma, dal fatto cosi ammesso,
qual diritto scaturisce ? Forse che regolar dobbiamo le nostre a-
zioni interne cd esterne, secondo la suprema norma di quel che all’
intelletto nostro pare unicamente vero? Non già. L’obbligo è d' umiliarci
, e di riconoscere , una volta per sempre , l’inferiorità del nostro
intelletto, quando ci accor- giamo che i privati opinamenli nostri son
contraddetti dalla grande universalità degli opinamenti dell’umana
famiglia , considerata nella totalità sua presente e passata; e di
lasciare allora da parte il falso lume del proprio intendimento per
diriger noi e le cose nostre coll’altro lume tanto più si- curo , eh’ è
il lume a cui demmo il nome di cornuti senso. Ed intendiamoci bene
, a evitar tutte le ambiguità. Qui non parliamo delle questioni , intorno
alle quali il cornuti senso non ha luogo, ne competenza, nè autorità...
di quelle questioni , che non son fatte per esser trattate da tutti ,
e che non bisognano a tutti per la -loro normale esistenza e
sussistenza... Qui si tratta di quelle questioni, le quali pos- sono e
debbono chiamarsi le grandi questioni del genere umano: le grandi
questioni teoriche, fondamento sommo da fatti appartenenti ad un
tem- po di tralignamento , a svantaggio e discredito delle aristo-
crazie , non può in nulla percuotere le dottrine che qui si professano.
La questione allora sarà al più , se i ceti aristo- cratici possano mai
realmente preservarsi dalle mutazioni che li fan perniciosi più presto
che utili , e ridursi a tale di conservare piena conformità col tipo
migliore , o di rigua- dagnarla ; ciocché per me non è nemmeno una
questione , e non può esserlo per alcuno , il quale tutta la potenza
del- le buone arti educatrici conosca. Risaliamo dunque ,
ripeto , al tempo di certe vere ed an- tiche aristocrazie cavalleresche ,
normalmente condotte a quella natura , che aver denno per essere
dell’utile specie da noi voluta , e spesso stata e vedutasi nel mondo. In
esse voi troverete familiari alcune virtù sommamente utili al
popolo , e diffìcilmente reperibili altrove nel numero e col- l’abbondanza
che più sono desiderabili. Chi noi sa ? Nelle prosapie
aristocratiche , principalmen- Digitized by Google
te , se non unicamente , può sperarsi- di trovare , ad ogni
necessità , i veri patres palriae , preparati a tutti i bisogni ; cioè
quegli uomini autorevoli , potenti , coraggiosi , avvez- zi a mettersi
fuori si dignus vindice nodus , godenti già il pri- vilegio d’essere
ascoltati con riverenza , con effetto , assen- nati , sperimentati ,
periti , probi , pe’quali è fatto naturai dono, ancor più che artificiale
, tutto che è generoso , no- bile , magnanimo , eminentemente civile ed
utile a civiltà ; e prima la lealtà oggi si rara , il eaudore , la fede ,
la in- corruttibilità , la fermezza , il disinteresse , la franca ed
in- violata parola , quella che proverbialmente pereiò si dice
parola di cavaliere ; il mantenere a qualunque costo i patti e le
promesse ; il non mai mentire ; il religioso astenersi da ogni cosa vile
o brutta... Non è la santità de'perfelti in religione , nobil dono
di Dio , e privilegio sommo di grazia , sdegnoso per solito di
queste cose terrene e caduche ; è la virtù antica e civile , una cosa
illibata , ingenita , uscita dai paterni lombi , ed avuta da natura , più
ancora che da innestato ammaestra- mento ; che perciò non costa fatica,
nè sacrificio, ma è ab ovo e per traducem, fin dal primo impasto
dell’uomo e della razza. — Con questo, è l’abitudine dell’ anteporre
l’interesse pubblico ed altrui al proprio e privato... è la naturale
ge- nerosità e larghezza... è il preferire quasi istintivo del
retto all’ utile... è la disposizione avita di tutte le cosi fatte
stirpi a eminenza di cittadine virtù ed attezze... il primeggiare
nel ci vii senno e consiglio... il gittarsi innanzi, come il ’ prode
destriero al romore delle battaglie , anche non chia- mati , nè pregati ,
né desiderati , in tutti i grandi e solenni bisogni della cosa pubblica ,
senza risparmio di sè e delle sue fortune... il trovarsi pronti e
preparali a soccorso , a protezione , a sosteguo , a sovvenzione , a
incoraggiamen- to , a guida , a ufficio di capitani e di porta-bandiera.
E I’ esser sempre caporioni agli altri nel bene , e caporioni
efficaci , ascoltati , sentiti , rispettali , obbediti... l’aver co-
Digitized by Googt — 63 raggio civile o
militare secondo clie fa d'uopo... il guarda- re dall'alto al basso il
puro e vile materiale interesse , e il cercar sempre nelle questioni il
lato della moralità e della giustizia... Non mi state a dire
che queste qualità preziose son rare come le mosche bianche. Rare forse
oggi , vi ripeto : ma non rare in ogni tempo ; non rare quando gli uomini
s’e- ducavano a modo antico. E se si riusciva ad ottenerle , quando
a quella forma s’ educavano essi , io non veggo , perchè richiamando le
stesse cagioni , non s’abbiano ad ot- tenere , e non si possauo , gii
stessi effetti. Non mi venite a soggiungere , che altrettanto e
meglio , per forza di conveniente educazione, puossi ottenere fuori
delle privilegiate caste. L’educazione è cosa sempre troppo artificiale ,
e troppo perciò difficile a condursi a buon ter- mine , se natura non
agevola , e condizioni intrinseche non favoriscono ; e l’una e l’ altre
non favoriscono , se fin dai primi istanti non concorrono ; e dai primi
istanti non con- corrono che assai di rado , e solo con qualche frequenza
, quando certe disposizioni son fatte dono abituale per lunga serie
di generosi avi , e quando ogni cosa che è intorno le seconda.
Imperciocché indipendentemente da quel che allo- ra è dato per una felice
armonia del fisico col morale im- prontata per concepimento , v’è lo
spontaneo innesto che nou può mancare a chi è uato in mezzo alle morali
qualità che si voglion generate ; a chi le ha trovale in casa , e
n’è stato cinto da ogni parte fin dalla prima infanzia -, infine a
chi non ha incontrato , anche uscendo" di casa, che quelle , come
cosa propria della casta in mezzo a cui vive. Le quali cose tutte non
sono , per fermo , allo stesso modo , in uno stato dove non è che
democrazia, pe'figliuoli degl’ingenliliti da un giorno , e degli
arricchiti. Perchè in questi per solito le ricchezze e l’innalzamento è
dall’industria mercantile o quasi-mercantile ; e l’industria delle
mercature e de’com- Digitized by Google —
fu- merei, pur troppo , a esser promossa, e tanto da
generare tesoro , ha bisogno d’accompagnarsi con amor di guadagno ,
e d’ esserne preceduta come da suo naturale stimolante : amor di guadagno
, che è passione per sè , non dirò vile , ma certo un po’ bassa , e non
troppo generativa di virtù po- litiche. Ed ha radice d’egoismo e
d’interesse materiale e per- sonale , due interessi che non poco penano a
subordinarsi all’interesse morale , tanto da contentarsi sempre delle
se- conde parti. Donde poi viene , che nelle case di si fatti (non
ch’io neghi molte onorevoli eccezioni) gli esempi non soglio- no esser
quali in quelle della vera e buona aristocrazia ; e colla rarità di
questi esempi va proporzionata la difficoltà della fruttuosa educazione
di che favellavamo. Che se, pe’fin qui discorsi argomenti , s’ è
dunque cercalo di provare, che utile pertanto è l’aristocrazia, rispetto
al crea- re , con un buono e conveniente indirizzo , una schiera di
cittadini egregi, quali con arte di speciale istituzione appli- cata a’
primi che presenta il caso , o la fortuna , è difficile ot- tenerli; già
possiamo a un altro argomento venire, e sarà l’ar- gomento di un secondo
e ancor più elevato interesse politi- co, il qual consiglia a mantenere,
quantunque dentro giusti contini, un ceto aristocratico nello stato; c
questo è l’inte- resse cornai at or e. Il quale interesse, naturale
antagonista del- V interesse riformatore , molti non vogliono conoscere
utile , perchè non vi pongon mente : e , non avvertendolo , non se
ne fanno una chiara idea. Ma non perciò non esiste; e non è
rilevantissimo, e tanto anzi più importante, quanto le forme del governo
son più liberali, e tengono delle repubblicane, o delle rappresentative e
democratiche, e quanto v’è più grande l’autorità delle turbe
popolari. Perchè il proprio delle democrazie, come in generale
dei popoli e de’tempi tendenti a democrazia , è, in politica, il
moto perpetuo. Un paese dato o soggetto alla dominazione, od alle forti
influenze de’ capricci , di quello che fu e sarà Digitized by
Google — 65 — sempre varium et mutabile vuigus , è
come dire un terreno in man d’una compagnia d’ agricoltori , ognun dei
quali vuol coltivare a suo modo ; e dove , secondo che uno riesce a
prevalere sull’ altro nella lotta delle volontà, e nella perti- nacia e
nella validità de’ contrasti, distrugge l’opera de’com- pagni, e
rilavora, e risemina a suo modo. Il qual terreno la- scio decidere a chicchessia
se può mai prosperare , e dare un frutto che valga le spese, e le fatiche
periodicamente aborti- ve. Un tal paese è sempre sul disordinarsi, e
riordinarsi per disordinarsi di nuovo, e tornare ad ordinarsi: come ciò
ac- cade del mobile campo del mare a ogni nuova aura che spi- ri ,
non importa da qual parte. Le leggi non vi durano. L’e- spcrienze lunghe
non vi si maturan mai. Le fortune vi sono instabili , come le dignità ,
come le influenze , come le ric- chezze, come le risoluzioni. Ora un tal
paese, per avere una qualche speranza di requie, e di rallentamento
negl’impeti inconsiderati del moto, ; per non lasciarsi perpetuamente
al- lucinare da false apparenze di mali, da false apparenze di be-
ni, giudicate secondo la prima impressione, e guidanti a fatti spesso
inconsiderati e rovinosi, ha bisogno che sia , nel po- polo, un certo
numero di cittadini saldamente potenti (cioc- ché non vuol dir
prepotenti), i quali mettano nella bilancia disposizioni opposte ; cioè
appunto quelle disposizioni che si chiatnan conservatrici , com’é il
proprio delle aristocra- zie, alle quali tutto fa invito a temere i
troppo rapidi mu- tamenti , e a temperarli , facendo per propria essenza
l’offi- cio del regolatore nell’ orologio , e della scarpa nel
carro, non per arrestare l’ andamento, o per voltarlo io contrario,
ma per fare necessario contrasto alle accelerazioni dissenna te, e per
impedirne le aberrazioni pericolose. Né voglio, a provarlo , altra
dimostrazione che quella delle prove stori- che, dalle quali risulta che
nessun paese prosperò mai lun- gamente, dove un robusto ceto
aristocratico non si ponesse in mezzo tra le facili velleità delle plebi
e de' municipii, tra i piccoli e gretti interessi del terzo stato ... tra
le tenden- 5 Digitized by Google
zeagli abusi del potere in più alto luogo; c non concorres- se con
ciò validamente e in modo principalissimo alla costru- zione diffìcile
del buon governo. Finirò enumerando i beni accessorii , che a lutti
i prece- denti van connessi. Unicamente coll'aristocrazia, che si
tie- ne ancorala sopra una ricchezza immancabile ( non fluttuan- te
, non fortuita , non nata oggi o ieri , c non destinata a perire domani),
e sopra tradizioni antiche di potenza, e so- pra le aderenze numerose e
gagliarde che la corroborano , e la fan per cosi dire immortale , sono
possibili, od almen frequentissimi , tanti abbellimenti delie città ;
que’ palagi , de’quali parlavain sopra, che sffdano i secoli, e che son
co- me reggie; i musei, le ville, i parchi, le splendide ed ere-
ditarie proiezioni alle belle arti di lusso , alle lettere , alle
scienze; i costumi gcutili, il secolo di Leon X, la conside- razione al
di dentro, e al di fuori, la dignità c il decorodelle nazioni. Solamente
coll'esistenza di famiglie, la cui podero- sa influenza sugli uomini e
sulle cose abbia grande ed anti- co ed esteso fondamento , è lecito
sperare ad ogni privato facili appoggi e saldi nelle solenni necessità
d’ogui genere , ferma resistenza contra ogni nemico interno od esterno
che minacci lo stato e la città , c perfino la miglior guarentigia
possibile contra gli abusi d'autorità, procedenti da ogni alto luogo.
Questi abusi , possibilissimi anzi dove non sono che governo e popolo più
o meno minuto, e qua c là ricchi sen- za consistenza e senz’ altra fede
che nella loro pecunia, non possono esistere o sussistere gran fatto dove
quel terzo ele- mento dello stato è fortemente costituito su basi ben
radi- cate che non tremano ; le combinazioni ternarie , in queste
faccende, piu essendo valide ad impedire le abusive preva- lenze da
qualunque parte , c quindi le prepotenze di qualun- que origine. Ivi i
facili rivolgimenti c sconvolgimenti trova- no remora gagliarda e
principalissima, distrutta la quale i Ire- muoti politici si succedono a
ogni piè sospinto ; e dura prò- — 67 — va più d’un
paese n’ha falla in questi nostri lagrime volissi- ini tempi. Di qui è
che la sapienza antica , per voce di Plato- ne c di Cicerone, cosi
appunto sentenziava ne’ libri De repu- blica. Si ama favellare soltanto
delle soperehierie de’ nobili , di certe violenze che alcuni di loro si
permettono, di certi mali ch’essi han prodotto. Bisogna, com’ io diceva,
pesar più giusto, e mettere su la bilancia nell’ altro piatto i
vantaggi. Quando avrete distrutta la nobiltà , e avrete solo
tollerato quella ineguaglianza di fortune , che non siete padroni di
di- struggere, e che resisterà ad ogni vostro tentativo livellato-
re , avrete tanto e tanto le stesse violenze e le stesse soper- chierie
da que’che avranno la prevalenza di fortuna, ma le avrete senza il
correttivo ed il freno che per sua natura è chiamalo a mettervi il buon
patriziato per una dicevole edu- cazione e tradizione. Servio Tullio, fin
dai tempi regii di Roma , non annullò questo ; ne moderò i poteri ; e
provvi- de con ciò alla fuUira grandezza di quella ch’era destinata
ad essere la capitale del mondo. La elevazione di Roma re- pubblicana è
dovuta principalmente al suo senato di patrizi. Le successive invasioni
della plebe alzaron molli di quesla sino a quello, cd era giusto ; non
abbassarono quello fino a sè, che sarebbe stato follia. . . distruzione
di Roma. I Ce- sari lolser di mezzo, o snaturarono l’organo politico,
pel quale Roma dominò la terra ; eslcrminarono le grandi fami-
glie, fecer perire l’ antiche tradizioni , tolsero ogni impedi- mento ,
ogni potestà tra sè e il popolo , e con quale effetto non ho bisogno di
ricordarlo ad alcuno. Venezia ed Inghil- terra. . . la Venezia de’
passati secoli , l’Inghilterra d’oggi- di, son altra prova storica e
splendida della mia tesi. I so- prusi e gli abusi di potere si possono
correggere, impedire, medicare; il male della mancanza della nobiltà è
immedica bile nel materiale e nel morale. . . E la nobiltà è
zero senza ricchezza ; e la ricchezza è labi- le senza fedecommessi.
Dunque i fedecommessi, oltre al non ftgifeed by Googte
— 68 — essere ingiusti , oltre all'essere senza
detrimento al paese che li ammette, gli sono necessari (1).
(1) Di qui è , che, a mio senso guardando alla ragion politica , possono
nel- r eredita fidecommissaria difendersi anche certe sostituzioni , e
certi passaggi di famiglia a famiglia come mezzo di perpetuare i gran
nomi , la memoria de’ grandi servigi , e gli obblighi che queste memorie
traggon seco. L'argo- mento è degno per lo meno di nuovi esami. Non è il
mio Bne l’intraprenderli. N- B. Dopo stampale , una prima ed una
seconda volta , queste lettere , un vicino paese fu , nel quale i
maggiorati s’ abolirono , disputatone prima , co- me e quanto lo si
poteva aspettare , nella camera dei suoi deputati , e nel se- nato
de’sapienti del luogo. Nè negherò , che , vista la coedizione de'tempì e
delle opinioni , il conservarli sarebbe quivi stato un’ anomalia ; certo una
dis- armonia con tutto il resto. Nel fallo , si guardi meno alla
quistione assolu- ta , che alla relativa ; e meno la relativa al piti o
manco di vantaggio del po- polo, e in generale dello stato, ebe ia
relativa all' andamento politico in cui lo stato s'è colà messo, ed alle
necessità che ciò s'è tratte dietro. La questio- ne giudicata oggi cosi
sta donque forse bene. Bisognerà vedere se ugualmen- te starà bene
domani. Digìtized by Googl ■■' -1 OPUSCOLO II DELLA LIBERTA’ E DELL’EGUAGLIANZA CIVILE. -DEL GOVERNO E DELLA SOVRANITÀ’ IN GENERALE. - DELLA COSI DETTA SOVRANITÀ’ DEL POPOLO E DELLA DEMOCRAZIA. -DEL VOTO UNIVERSALE. - DELLE RIVOLUZIONI E DELLE
RIFORME NBI GOVERNI EC. Digitized by Google Al REPUBBLICA*! RICOVERATI IH IHGBlLTERRA E ALTROVE Il ne faut pas vous le dissiniuler. Le peuple, ainsi que la
bourgeoisie n’a nulle confianee en vous. Le peuple rii de vos pasquinades
politiqueset socia- les: il vous a connus à l’oeuvre : il a jugé la
puis- sance de vos moyens et la fécondité de vos res- sources; il a
vu poindre , sous volre iniiiative , celle réaction que vous condamne/.
aujourd'bui, mais dont le principe est loujours vivant dans
vos vues et pour rien au monde il ne se sou- cie de riimeltre
nne seconde fois ses destinées eulre vos mains.
Tranquillisez-vous donc , et quoi qu’ il arrive , ne vous excilez
pas le cerveau , ne vous écbaufl'ez l.oint la bile. Acceptez en tonte
résiguation le repos que vous fait l’cxil , et metlez-vous bien
dans la téle qu’à rnoins d'unc transformation com- plète de volre esprit,
de volre caraclèrc, de votre intelligence , volre ròte est lini....
Teuez, voulez-vous queje vous dise louie ma pen- sée? Je ne connais
qu’un mot qui caractérise vo- tre passò, et je saisis celie occasion de
le Taire passer de l’argot populairc dans la langue polili- que.
Avec vos grands mols de guerre aux rois , et de l'ralernité des peuples ;
avee vos parades re- volulionnaires , et toutee lintamarre de
démago- gues, vous n’avez été jusqu’à préscnt , que des
blagucurs. Journ. le Peuple ile l»bO Articolo di P. /.
Prudhon- Digitized by Google ARTICOLO 1.
Della libertà nel civile consorzio, e dei limiti che necessariamente
debbc avere. Che cosa volete , signori maestri del mondo, che si
rin- nova? - « Libertà ed eguaglianza nel consorzio civile, nco- «
nosciute e difese; e , come frutto della libertà e dell’egua- « glianza ,
la parte di sovranità nel popolo , che a ognuno « coegualmente spelta per
quel che concerne gl’interessi « sqoi, e gl’interessi dell’universale in
correlazione co’suoi. « Perchè , se gli uomini sono uguali per natura ( e
certo lo « sono}, è una iniquità il farli disuguali per arte; è una
slo- « Udita il lasciarsi far tali , ed ammettere maggiori di sé
so- ci pra sè quando piace , e quando non piace. E se gli uomini «
sono liberi per natura, è una iniquità il farli più o meno a schiavi per
arte, e stolidità il lasciarsi far tali, ed ammet- « tere padroni di sè
sopra sè , quando piace, e quando non « piace. » - Ma qui vale la
risposta celebre degli spartani a Filippo re - (1). « SE ».
La libertà! Innanzi tratto, parliamo un po’ sul serio: rac- cordate
voi veramente all’ uomo , voi che pugnate tanto per- chè vi si lasci
interissima , e quasi o senza quasi priva di vin- coli ? - Ma molti di
voi , che chiamano l’uomo una macchi- na fisica , so che il libero
arbitrio, cioè questa tanto richiesta libertà, dicono non esistere ;
poiché tutto che facciamo , lo facciamo, secondo essi, per coazione
prodotta in noi da im- pellenti motivi, interiori od esterni , che
prepotentemente, (I) Plutarch. fìe g.imililale. Edil. Rnisk Voi
Vili, 32. Digitlzed by Google benché
occultamente , ci spingono a fare o non fare , ed a fare una cosa
piuttosto che un' altra. Dunque , almen per tutti cotesti negatori del
libero arbitrio, le dimande d’ esser liberi hanno assurdità manifesta , e
mancan di senso , es- sendo in contraddizione perfetta colla loro intima
e confes- sata persuasione di non poter esser soddisfatti nelle loro
di- mande , nè essi , nè chicchessia (1). Essi sanno , o preten-
don sapere , che chiedono quel che non è possibile dar loro ; poiché quel
che chiedono , a lor detto , è un nulla , un non-ente; e niun può dare ad
altrui, se non illudendolo, un non ente, un nulla, una cosa, che nè ha
egli, nè alcun altro possiede, o può possedere. Dunque la libertà non
possono chiederla, che coloro i quali la credon possibile all’uomo
, e che non risguardano il mondo morale, ossia il mondo delle
volontà, come un conflitto di forze, ognuna delle quali non può non
esercitarsi , che nel modo col quale nel fatto s’esercita, senza che
alcuno possa iutervenirvi per azioni diverse da quelle con che ogni volta
in realtà v’interviene. La libertà , in altri termini , non posson
chiederla , che gli spiritualisti ; e già in ciò v’è molto di guadagnato:
perchè cogli spiritualisti , se sono veramenle quel che dicono di
es- sere, si può disputare con ferma speranza di giungere pre- sto
o tardi a spogliarli di certe idee, per così dire, superfetate ed
aggiunte, contro a naturatile loro persuasioni di spiritua- listi: idee
non compatibili con quelle persuasioni, e tali, che nonèdifficile alla
lunga di farle apparir loro quali realmente sono, riducendole al giusto
loro valore. . . (2). (1) È argomento ad hominem — Ex ore vestro
voi judico. Que’ cbe negano la libertà non solo non posson chiedere
questa , ma non possono , sul serio e da senno , chiedere o pretendere
nulla , nè accusar nul- la, nè lagnarsi o adirarsi di nulla, nè trovare a
ridire su nulla. Nella loro ipo- tesi lutto quel che è o sarà, tatto quel
che si la o si farà , non dipende dall'ar- bitrio 'di chicchessia. È o
sarà, à fa o si farà , perchè non puh essere nè farsi diversamente.
Dimande, lagnanze, accuse, saranno, per vero, esse pure atto necessario,
ma un alto senza significato, o d’ un signitìcato che non può stare.
(2) La proposizione non lo che accennarla. Il trattarla ex profitto non è
di questo luogo. — 73 — E che cosa è
questa libertà ? - « La facoltà ( rispondono } « d’usare delle proprie
forze , fisiche o morali, nel modo « che più aggrada, la quale ( dicono
que’che vi credono ) « è una facoltà primitiva e naturale, e tale perciò
che non si « ha diritto di toglierla. » Intanto , essi che l’
ammettono, si vergognerebbero di non ammettere però , che alcuni di
si fatti usi della libertà propria son buoni , altri cattivi , e che i
buoni usi ognuno è tenuto a praticarli , e i cattivi ad evitarli. Dunque
coloro che ammettono la libertà, .e che per- ciò ne chiedono alla
congrega civile la maggiore possibile in- dipendenza e franchigia,
concedono almeno una legge inte- riore, e naturale, e non abrogabile ,
data al loro intelletto , che comanda , consiglia , o proibisce; legge obbligatoria
per ognuno. Dunque concedono, che la libertà, per sua natu- ra ,
non è poi cosi sfrenata come lo si suppone , nemmen nell’uom solitario e
sottratto perciò ad ogni coazione estrin- seca de’simili suoi, da che è
limitata e vincolata da una legge interna, che notabilmente ne restringe
pur sempre i poteri. Anzi, poiché, conceduto il bene ed il male
nelle azioni libere o volontarie, vengono con ciò necessariamente a
con- cedere la distinzione tra l’uomo da bene e perfetto, e l’uo-
mo imperfetto e cattivo, conseguita da questo, che per essi il migliore
ed il più perfetto degli uomini è quegli che più limita le proprie
libertà , e che , per conseguenza , nel fat- to, è o si fa men libero; e
viceversa , che l’ uom peggiore e più imperfetto è quegli il quale più ai
vincoli della libertà si sottrae, godendo, nel fatto, d’un più illimitato
uso della li- bertà propria (1). (1) Qual è l'uomo il più
libero ? — Il ciallroue , che , senza un riguardo per sè o per gli altri
, va e fa e dice, e si veste o sveste , e s'accompagna o scom- pagna , e
si satolla negli appetiti suoi più disordinati e più bestiali ed immon-
di a tutto suo grado, gitlandosi panciolle o rotolandosi in istrada,
ubriacan- dosi nella taverna, appaiandosi colle sgualdrine, gridando e
urlando per via , spargendo motti , dileggiamenti , bestemmie , ingiurie
a questo ed a quello... Digitized by Google — 74
— Or, se la civil convivenza è ordinata a rendere gli uomi-
ni, non più imperfetti e cattivi, ma sempre migliori e piu perfetti (ed
aspetto che qualcuno voglia con moderna impu- denza negarmelo), è chiaro,
che quello è il consorzio umano più conforme alle leggi di natura, in che
il male è più difficile a farsi, ed il bene piu facile. Laonde , se un
modello di ot- timo civile ordinamento è a proporsi come un tipo al
quale si debbano conformare, quanto meglio ciò è dato, le uma- ne
congreghe , converrà dire l’ideal naturale ( come lo chia- mano ) dell’
ottima e perfetta civil convivenza esser quello dove alle volontà del
male è recato il massimo impedimento, alle volontà del bene il massimo
eccitamento e favore, alle volontà indifferenti quanto a bene ed a male
la massima indi- pendenza : quello dunque dove la libertà ha vincoli
molto maggiori de’ vincoli che le nostre leggi, anche le più rigo-
rose impongono. Tuttavia confesso, che chi cosi ragionasse andrebbe
trop- po in là col ragionamento, massime ove difendesse l’opinio-
ne, che questo ideale sia immediatamente riducibile ad atto nella odierna
condizione delle aggregazioni umane che si no- man popoli. Confesso, che,
conosciuto il mondo cosi com’è, e considerato quanto immensamente son gli
uomini ancor lontani, nella lor molta corruttela , dal tollerare
universal- mente d’ esser costretti a farsi ottimi, e ad incontrare
osta- coli ad ogni azion loro men che retta ed a bene rivolta; ve-
duto quindi che la legge troppo rigorosa incontrerebbe in- numerabili
ribelli, i quali sarebbe presso a poco impossibile frenare, e colla forza
ridurre ad obbedienza, o pur solo pu- nire; infine, richiamalo alla
memoria, che Iddio stesso, nella formazione dell’ uomo , mentre si è
contentato di dare ad — Lo 5cln 'rauo clic corre armalo le campagne
taccinlo silo tulio che trova , spogliando i viandanti ,
accoltellandoli.... — E qual uomo onesto , nel senso che questa parola
ottiene in ogni vocabolario di popolo civile, vorrebbe es- sere cialtrone
o scherano ? o eie' specie li ci' il consorzio è possibile ne' cial-
troni , e fra gli scherani? Digitized by Google
— 75 — ognuno le norme del bene e del male , ba però voluto
la- sciare, a tutto risico di chi devia da queste norme, la libertà
di si fatta deviazione ; di qui è che , per men danno , e per men difficoltà
, i savi , che dell’ ordinamento degli stati han fatto particolare
studio, avvisarono la necessità di abbando- nare al proprio libito di
ciascuno il più di quegli abusi di li bertà recanti a tristo o
sconveniente (ine, ma che non nuo- cono altrui, riserbato il vincolare
con leggi quegli abusi die agli altri recauo un più o men grave ed
ingiusto nocumento, od una indebita e non lieve molestia : ciocché
accordandosi a riconoscere e concedere ( e vi riflettati bene i capitani
e i campioni delle nuove dottrine) non credon già di aver, per si
fatti divisamenti, proposto quel che veramente sarebbe il meglio; ma,
proponendolo, o, a dir piu vero, confessando d’ essere stati costretti a
concederlo , compiangono di non aver potuto proporre c consigliare che un
men male. E tut- tavia questo men male non lo propongono, e non lo
accet- tano, che in modo , per cosi dire , precario , e finché ,
con un migliore indirizzo della educazione privala e pubblica , sia
lecito assai più recidere di questa libertà del non buono, senza troppa
resistenza , e per successivi sempre maggiori troncamenti giungere alfine
a quel minimo di libertà lasciata al mal fare , che costituirebbe de’
civili ordinamenti la vera normalità. Ed ecco ricacciate in gola,
io spero, a certi insipienti ban- ditori del sacro diritto (coni’ essi
soglion chiamarlo) d’ esser padroni delle azioni loro, tante balorde
cicalcric di pocosen so , che vanno eglino ripetendo , e che, se
dimostran qual che cosa, dimoslrau solo quanto è grande la ignoranza di
gri- datori si fatti in lutto che risguarda la vera filosofia delle
leg; gi e la vera natura dell’ uomo. — Io so però con qual
mutamento di linguaggio si sforze- ranno essi di riguadagnare terreno, se
non di fronte, almen per fianco. Senza osar troppo di negare, presi cosi
alle strette, che quegli usi della libertà , dai quali un altro , e con
piu Digitized by Google — 76 — forte
ragione più altri, o la comunità intera, possono essere più o men
notabilmente ed ingiustamente pregiudicati, deb- bono dalla legge
frenarsi , diranno però, ed in effetto dico- no ( abbassato molto il
tuono della voce e della superbia ) , che la forfattura de’ legislatori a
cui si chiede emendamento è appunto nel giudizio del male , operato o da
operarsi , il qual conviene, o prevenire perchè si tema, o punire
perchè si risguardi come fatto, e delle condizioni che si stima
utile all’ universale di lasciare in potestà de’governanti lo
impor- re a’ singoli , quale un debito comune di violenze fatte o
da farsi alia libertà d’ ognuno pel bene di tutti. Rispetto a che
ricusano il più delle norme stabilite dalla sapienza antica , senza un
riguardo eh’ ella sia stata sempre una e costante , sempre simile a sè
fin dalle prime manifestazioni sue, giun- gendo da gente a gente al
nostro tempo ; e trinceratisi so- pra questo terreno , vogliono , coni’
oggi dicesi , guarentite almeno certe principali libertà, o salvati certi
privilegi di li- bertà, di che fanno enumerazione, secondochè, per un
detto di detto, impararono (1). E qui non discenderò io a dispu-
tar loro ciascun palmo del nuovo terreno in che s’accampa- no, questo non
essendo per ora il mio proposito. Non ch’io non voglia, a miglior tempo,
a un per uno , espugnare cia- scun de'baluardi ove atlendon battaglia,
impotenti, come si sentono, a tener la campagna aperta. Ben, fermandomi
qui sulle generali, poche cose dirò, che importa stabilire, come
opportune premesse a tutte l'altre, quasi circonvallandoli in- torno d’un
regolare assedio, per toglier loro qualunque spe- (1) È degno
d’esser notato che si schiamazza e si pugna per si fatte liber- tà, e per
questi privilegi sempre ne’ tempi in cui più si vuole abusarne , e da
que’che di abusarne hanno il proposito deliberato. Que’ che non han
bisogno dell’abuso , e che non lo hanno nell’animo e nel desiderio , è
chiaro che sa- rebbe ridicolo se ciò curassero. Ed altrettanto è a dire
de’ secoli in cui raris- simi sono, o nessuni, gli abusa tori di fatto o
d'intenzione. Queste grida allora non si sa che siano. Si chiede il
permesso di quel che si vuol fare, e si muo- vono lagnanze di quel che ,
volendo farlo, non sì pub ; non di quello mai, che non occupa la mente, e
che non ispiace di non poterlo operare a suo grado. — 77 —
ranza di esteriore sussidio, e di futuro scampo. Dove, se per
avventura, io paia a taluno usare, a dispetto, un troppo su- perbo
linguaggio , valgami a scusa la salda fede che ho nel- l’animo, non
veramente del prevalere per senno, ma sì certo dello scendere a
combattimento con tale una soprabbondan- za di forze, che il far fronte,
negli avversari, più mi sembra presunzione ed insania , che coraggio e
bravura. E prima , prendo , come suol dirsi , atto del concesso ,
e dell’ ornai da essi perduto per non poterlo difendere : cioè ,
che tutte le declamazioni, le quali fannosi, a destra e a sini- stra ,
suonare sul sacro diritto della libertà umana , cosi in generale sfrenata
, e della intangibilità di questo diritto ( le quali declamazioni tanto
si vanno ripetendo a illusione e per- vertimento degli sciocchi, e col
plauso del codazzo lungo an- zichenò de’tristi, i quali approvano e fan
coro, perchè l’ap- provazione è come indiretta difesa di molte ribalderie
loro); tutte queste declamazioni , dico , bisogna ringhiottirsele ,
o riservarle a’ crocchi degl’ imburiassali a lor forma, e già non
più ragionanti, nè disputanti, ma credenti, e disposti a con- tendere
solo co’pugnali e colle contumelie. Per tutti gli altri un punto è vinto,
ed una verità è conquistata: la libertà, per sé medesima, dev’ esser
vincolala in tutti. Questo non ammette più disputa. Or, ciò
premesso, io dico poi , che, nelle azioni le quali necessariamente han ,
per cosi dire , contatto cogli altri , e sono usi di libertà che agli
altri possono riuscire o molesti o pregiudice voli, a rendere, non pur
possibile, ma solo reci- procamente tollerabile la consociazione degli
uomini, è chia- ro che l’interesse comune richiede il provvedere a tanto,
che i conflitti delle coeguali libertà siano evitati il meglio che
es- ser può, e siano del pari scansate le cagioni, quant’elle sono,
onde , per fatto delle libertà male-usate, si renda sgradevole ed
intolleranda ad altri, pochi o molti, la convivenza. E poi- ché nessuno è
giusto che sia giudice in causa propria, quando specialmente la causa
propria è in contrasto colla causa de- Digitized by Google
— 78 — gli altri, perchè niuno, negl’ innumerabili e
colidiani casi di si fatti contrasti, vorrebbe aver fede nella giustizia
e nella di- screzione d’un che ha interesse a favorire sè stesso
(massime considerando , che il momento medesimo del conflitto , al-
lorché più le passioni sono in presenza , in accensione, ed in tumulto ,
dovrebbe esser quello del giudizio ) , perciò è ne- cessario, che ognuno
anticipatamente sappia (da terzi ed im parziali, e parlanti con autorità
in guisa da comandare obbe- dienza ed ottenerla) quel che può e deve, e
quel che non può, nè dee. Di che poi si conclude, che, innanzi al fatto,
egli è della più grande evidenza , bisognare alcune regole presta-
bilite, ossiano leggi, per le quali si determini efficacemente il lecito
e l'illecito. Resterà dunque solamente a cercare, da quali, secondo
ragion naturale, debbano queste leggi emet- tersi , ed in che
misura. E la -questione giunta a questo termine, s’allarga.
Perchè, venuto il discorso alle leggi che stabilir denno i confini e
la misura della libertà civile, l’argomento facilmente trapassa
alla non meno astrusa ed importante trattazione del primitivo
stabilimento di tutte l’altre leggi obbligatorie per l’universale, e si
di quelle che fermano, o fermar debbono le originarie con- dizioni della
civile congrega, nelle parti onde si compone od hassi a comporre l’intera
macchina governativa, qual si ha, o qual si desidera averla, si di
quell’altrc, che, a volta a volta, si van facendo, o si vorrebbero fatte,
per nuovi bisogni che si stimano sopravvenuti, o per correzione d’antichi
e nuovi errori , de’ quali credesi avere accorgimento. Intorno a che
una opinione oggi , e da molli anni, a memoria di noi vec-r chi , cerca
di signoreggiare il mondo , secondo la quale , la volontà egualmente ed
il senno di lutti avrebbe in ciò a con- sultarsi, e a deliberare, per
quella dottrina che troppi pon- gono a di nostri in cima a ogni altra, e
che chiamano il dom- ala della sovranità del popolo , da cui , come da
vecchia sua radice , sorse già e prese forza l’altro domina del cosi
detto patto , o contratto sociale ; due domini a’ quali dassi
appunto Digitized by Google per fondamento ,
come la libertà originaria e naturale del- l’uomo, cosi l ’ eguaglianza
primitiva d’uomo con uomo. Or poiché, rispetto alla prima già vedemmo,
quantunque som- mariamente , quel che bassi a pensarne , favelliamo
adesso della seconda. — 80 ARTICOLO*
II. Della eguaglianza in generale, e quanto poco esista essa
nella specie utnana. Si pretende, che gli uomini, per naturale
diritto, sian tutti uguali , e , al solito , insegnando al popolo questa
supposta fondamentale verità, que’ che la insegnano si guardan bene
dal dichiararla con più esplicite parole , e dallo spiegare in che senso
, a lor senno , questa eguaglianza può affermarsi, in che senso non lo si
può. E il popolo fa di questa propo- sizione quel medesimo, che dell’altra,
la qual die e-Gli uomi- ni son lutti liberi - Ambedue le accetta così
come gli si dan- no, senza limitazione, e se le stampa bene in mente al
modo che suonano, per poi trarne le conseguenze dirette ed estre- i
me, che oggi pur troppo ne trae... conseguenze che la pace del mondo da
sessanta anni disturbano ed impediscono. Io spesso ho domandato a que’
difensori di si fatte stolte teori- che, co'quali è pur possibile tentare
un po’ di ragionamento, qual fondamento dessero ( parlando dell’egualità
) al domma che stabiliscono ; e i più di loro m’hanno risposto con
gran franchezza , che l’eguaglianza è da legge di natura, perchè la
natura ci ha fatti tutti della stessa specie, e della stessa car- ne;
tutti, gli uni agli altri, fratelli. Ma, quando li ho incal- zati,
chiedendo, se la natura facendoci uguali quanto a spe- cie e carne , e
con questo dandoci una comune fraternità , abbia poi col fatto mostrato
di averci voluto ad un tempo da- re anche le altre eguaglianze
qualitative e quantitative , ossia di modo, e di grado, che bisognano per
costituire l’assoluta eguaglianza naturale, la quale intende il popolo,
non ra’han Digitized by Google — 81 —
potuto più rispondere cosa che valga. Almeno avessero po- tuto
dimostrarmi che queste ultime sono una conseguenza necessaria di quelle
prime! Bisogna compatirli. Essi non po- tevan fare l’ impossibile.
La natura, certo, non ha voluto farci diversi da quelli che ci ha
fatto. Ora è chiaro, ch’essa ci ha fatto in ogni cosa dis- uguali. ( E si
noti , eh’ io qui uso il linguaggio de’ moderni filosofanti. Metto da
parte la fede, il peccato d’origine, e le sue conseguenze. Parlo , come
oggi usano tanti , della na- tura acefala , e separala dalle sue cagioni
, come se non le avesse ). Infatti che vogliamo ricercare? Il
fisico, o il morale? Ma, nel fisico , nessuno, per fermo , avrà l’ ardire
d’ affermare , che la natura, fabbricandoci tutti della stessa carne, e
collo- candoci nella stessa specie, abbia voluto altro farci che
dis- ugualissimi. Non forse ogni giorno ci schiera essa innanzi i
belli ed i brutti , i dritti ed i bistorti , i contraffatti a ogni forma
ed i ben composti della persona.... i sani e gl’ infer- micci, i
gagliardi ed i frolli , gli svegliati ed i pigri o buo- ni-da-nulla? Non
forse tra milioni di visi nessun ce ne pre- senta ben simile... ben
uguale ad un altro « imprimendo ad ognuno una fisonomia sua, che è la sua
e non d’altrui? Non forse disuguali dà le complessioni , la fazion
generale della persona, le idiosincrasie ? Pur la carne è una in tulli ,
e la stessa : la specie è una e comune. Più però l’originaria
e naturale disuguaglianza fassi palese, ove al morale riguardiamo, e si a
questo nella parte intel- lettiva e discorsiva, si nella memorativa, si
nella immagina- tiva, nell’ affettiva , nella volitiva, e in quante altre
le sotti- gliezze de’ filosofi distinguono... Ho io bisogno di dire,
che hannovi nati stupidi , e nati con ogni buona disposizione di
memoria, di giudizio, d’ acume... ? Ho io bisogno di ricor- dare le
portentose varietà d’ altezze , di capacità, d’umori , di tendenze,
infinitamente tra loro disparate e distanti ? Ho io bisogno di avvertire
, che Galileo , Newton, Eulero, La- 6 Digitized by
Googl — 82 — grangia non nacquero per esser
umili ragionieri di lor per- sona sopra un povero banco di libri tenuti a
scrittura-dop- pia ; Cesare, Carlo Magno, Napoleone, non erano
modellati alta stampa d'un piccolo caporale di milizie ; i Law non
fu- rono mai del legno di che si formano i Colbert , i Turgot ;
Omero non doveva essere Clierilo, nè Virgilio Bavio... , e tutta la
larghezza d’ un oceano doveva separare Marco Tul- lio Cicerone da Marco
figliuolo, Marco Aurelio Antonino da Commoilo, Tito da Domiziano...
Vaucanson da un costrut- tore d’organucci di Barberia... Giovanna d’ Arco
dalla mia donna di faccende ? Non favello delle disposizioni
di cuore... delle disposizio- ni di volontà... del più o meno di mercurio,
di zolfo, di sali, che, fino dal primo impasto, è infuso nelle nostre
crete; e del diverso rombo di vento a che si volge l’ago delle nostre
tra- montane. Nel vostro stesso campo , signori maestri del no-
vello mondo, consultate Gali , Spurzheim , Fossati, Combe. Crederanno
leggervi sul cranio, scritto e significato a grandi rilievi, se siete
della pasta dei Tersiti, de’Paridi, degli Ulissi, de’ Palamedi, o degli
Achilli.... E non solo differenti s’esce di prima stampa dall’utero
ma- terno. Altre cagioni soggiungono, da natura pur sempre, e dal
conflitto perpetuo delle sue forze , per le quali alle ine- gualità
fisiche e morali, cominciate fin dai primordi nostri, se ne vanno altre
aggiungendo finché dura la vita, ed alcune per effetto della stessa vita.
Imperciocché a questo lavorano giornalmente le infermità, e centinaia di
fortuiti accidenti che sopravvengono... le differenze di climi e del
tenor di vita... i nostri spropositi volontari ed involontari... : senza
di che molle cose al vecchio toglie P età , e al fanciullo non le
dà ancora... E l’arte , eh’ essa medesima è da natura , opera
forse , e conduce, a diverso fine? -L’arte è l’educazione, secondo
che ce la danno, secondo che ce la diamo. Or l’educazione, fac-
ciasi quel che si vuole, è per l'uomo una nuova grandissima
— 83 — cagione d’ inegualità , la quale niun potrà mai
governare in modo da impedirle il produrre questo ultimo effetto.
E , primo , è una potente cagione d'inegualità dalla parte degli
educatori. Perché come poterli applicare a uno stesso modo, a una stessa
misura, in tutti i luoghi ed a tutti? nelle città e ne’ villaggi ? nelle
campagne e ne’ boschi ? a que’ che vivono raccolti insieme, e a que’che
in solitudine, o grande- mente spicciolati e divisi ? Come trovarli, da
per tutto, uguali in eccellenza, per dottrina, per zelo, per altezza, per
l’allre molte qualità che aver denno , o dovrebbero ; o come non
piuttosto contentarsi assai spesso di non trovarne, di non a- verne, o di
averne de’mediocri, degl'insufficienti, o decessi- mi? Come, da per
tutto, avere o procacciarsi le stesse faci- lità secondarie , gli stessi
ausiliarii mezzi , senza di che la bontà degli educatori o fallisce, o
men vale? Come non avere riverberate sugli educati le diversità che
provengono dalla diversa natura de’ maestri, de’ metodi, degli aiuti
estrinseci? E, per tutti questi motivi, come non giungere all’effetto
ul- timo, che, se le differenze predisposte da natura erano già
grandi, più grandi ancora saranno esse fatte, dopoché di ne- cessità in
diversissimo grado e modo l'arti educatrici saran- nosi adoperate?
Secondo , è un’altra cagione d’ineguaglianze , dalla parte di
coloro che debbono educarsi. Imperciocché le inegualità già preordinate
in ciascuno nell’esser coucetli, come potran- no non avere accrescimento
e moltiplicazione, aggiuntevi le inegualità avventizie, prodotte
dall’azion di coloro, che, più o men bene, o più o men malamente,
educheranno? Dove, tra inegualità ed inegualità , sarà pur talvolta che
accadano compensazioni: ma sarà più spesso ancora, che le
inegualità si sommino, e s’alzino a maggior valuta... Terzo,
son molte più, accidentali, cagioni, che necessaria- mente faranno anche
maggiore essa differenza : come dire , il più o men bene, o male affetto
stato di salute, o di vigo- re , il più o meno di fortuiti ostacoli , o
di fortunate agevo- " "Digifeed by Google
lezze sopraggiuugenti : la nebbia delle passioni viziose che alcuni
offuscalo la loro forza che molti distrae; lo stimolo delle passioni
generose che ad altri é incitamento... cento al- tri e mille incidenti
della vita, che or turbano, or secondano, e fan mentire in bene o in male
ogni anticipato presagio da natura tratto... Ma v’ è una piu
generai considerazione , che vie meglio conferma la verità del mio detto.
Essa ci è somministrala dalla ricerca del fine stesso per cui la natura
ci diede delle arti educatrici il bisogno, l’istinto, ed il seme. Questo
fine evidentemente, e per sua essenza, è, sempre, e ogni giorno
più, disuguagliare, anziché uguagliare. Imperciocché la per- fettibilità
umana esse arti han persubbietto sul quale lavo- rano ; e la
perfettibilità è cosa sterminata. L'arte, cioè l’edu- cazione,
perfeziona, che è dire s’ aggiunge alla natura, ac- ciocché quello che in
essa è germe, tallisca, cresca in pian- ta, e fruttifichi. Ora il germe è
d’ineguaglianze: dunque ine- guaglianze raccoglierannosi dall’ educare,
tanto maggiori, quanto l’ educare sarà più perseverante, e condotto a
mag- giore eccellenza. In ciò sta il progresso, che è pure un altro
degl’ idoli del nostro tempo : in ciò la civiltà, effetto princi- pale
del progresso , che tanto oggi i nuovi dottori dicono di voler
promuovere, non s’accorgendo , che il suo vero fine è aumentare le differenze
tra gli uomini, non già scemarle. Gara infatti essa è per essenza , e
specie di palestra aperta a tutti, dove arte aiuta natura a far si che
ciascuno co’ vantag- gi che può e sa, si gitti innanzi quanto più può e
sa meglio, lasciando iudietro il compagno o i compagni di quanto
piu intervallo è possibile , nelle diversità di direzione che tutti
prendono. Cosi arte e natura a un medesimo scopo conven- gono. Quella
accresce 1’ effetto di questa. La disuguaglianza é data all’uomo per
legge; il disuguagliarsi per istinto, e per bisogno. Voi piu facilmente
fabbrichereste gli uomini della favola di Luciano, usciti dalla granata
magica , con metodo di successive dicotomie, che gli uguali i quali
sognale... Digitized biXÌQQgjg — 85 —
Arroge, die questa è una legge non esclusivamente pro- pria della nostra
specie. Chi ben considera, trova ch’è legge data all’intero universo,
come norma del suo modo d’esse- re. Tutto in esso è varietà e diversità.
Tutto è gerarchia. La materia è una nella sua sostanza , pur l’oro non è
argento, nè T argento rame, nè il rame piombo , nè il piombo arse-
nico , nè l’arsenico azoto od ossigeno. Vi son dunque caste nella materia
, come nella specie umana ; come nelle specie degli animali domestici
(cavalli , pecore, capre)... V’ è una gerarchia delle stelle tra le
stelle, delle comete tra le comete. V’é il grande ed il piccolo, il
luminoso e l’oscuro, quel che domina e quel eh’ è dominato. Un carbone è
cristallizzato ; è brillante; è la coli-i noor, la montagna della luce,
che brillerà sulla fronte di Vittoria regina d’ Inghilterra ; un altro
car- bone non è buono che a scaldare la pentola della massaia. Lo
stesso grano, dice il più santo de’libri, è trasportato dalla piena del
torrente nel mare , e vi perisce ; dal vento tra le sabbie , e non vi
nasce ; dall’agricoltore nel campo , e , se- condo le condizioni diverse
del terreno e de’ succhi , v’ in- tristisce c non viene a spiga ,
traligna ed è ucciso dalla gol- pe... prolifica ed è ricchezza della messe
e del granaio. Evi- dentemente queste diversità di sorte furono, sin
dalla prima origine, ne’ disegni del Creatore, nelle necessità imposte
al creato... Quanto agli uomini, ciò non è solo un fatto
cieco ed im- provvido : è una manifestazione splendente della sapienza
del divino architetto. La vita normale della civil congrega ha bisoguo di
simiglianti radicali disuguaglianze. È forza che v’ abbia chi non si
sdegni d’ esser destinalo ad metalla , alla coltivazione laboriosa delle
terre, alle meccaniche fatiche del- l’incudine, della sega, della
pialla... Come è forza che v’ab- biano altri ad altro buoni, ed a meglio,
secondo tutta la va- rietà degli uffici e de’ servigi che se ne
aspettano. Fede c fi- losofia s’ accordan poscia a proporci , affinchè
nissuno si la- gni , il sistema delle compensazioni in una seconda vita
— Digitized by Google Or, se tanto è innegabilmente
vero, come s’ osa insegna- re al popolo l’opposto di queste dottrine?
Come s’abusa della sua irriflessione naturale e della sua ignoranza per
falsificar- gli sino a questo segno il giudizio? Come s’ardisce
predi- cargli ogni giorno il domina supposto delVeguaglianza, o non
fiancheggiandolo con ragioni, o rendendolo credibile con mi- serabili
ragioni di fratellanza universale, d’identità d’origine, o simile? (1)-E
v’ha chi chiama perfino a complicità dell’in- ganno la religione , come
se vi credesse! V’ha chi usa come argomento: Siamo lutti figli d’Adamo;
lutti ugualmente re- denti sulla croce; tutti ugualmente fratelli in
Cristo! - Fra- telli si certo ; c figliuoli lutti della prima umana
coppia , e della seconda per Noè il diluviano; ed ugualmente
ricompe- rati col prezzo di sangue sul Golgota: ma non perciò
uguali; come uguali non erano, ancorché fratelli, più ancora
stretti tra toro che non un uomo a un altr’ uomo, Caino e Abele ;
come uguali non erano tra loro, ancorché fratelli, Isacco ed Ismaele,
Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e Beniamino, e gli altri figliuoli di
Giacobbe... Fratelli, e perciò tenuti a reciproca- mente amarci, ad
assisterci, a giovarci; ma non a modellarci ognuno sull’altro , ma non a
metterci tutti a uno stesso li- vello , ma non a interdirci ogDuno i
vantaggi delle nostre individualità , o a pretender di divider cogli
altri gli svan- taggi. L’ autorità della religione , della quale s’ abusa
, non ha mai consacrato queste massime , o , per dir meglio , ha
consacrato sempre le massime contrarie. Io dimentico però, che hannovi, a
di nostri, cristiani a’ quali par bello servirsi del vangelo per
falsificarlo, e spurii cattolici, i quali s’argo- mentano d’ insegnare
caltolicliesimo alla Chiesa , e teologia alla teologia! (1)
É facile intendere, se non il come, almeno il perchè. Si cercano nel vol-
go, e nel minuto popolo complici, ed uomini di braccio per l'opera di di-
struzione ebe si medita; e l’adescarli con si fatti miserabili e detestabili
ingan- ni par utile , se non bello. Digitized by
Google — 87 — Se non che intendo bene quel che vorrassi
rispondermi. Sorgeranno d’ ogni parte di coloro , che vorranno dirmi
, nissuno esser si stupido da pretender di negare il fatto visi-
bile e palpabile delle ineguaglianze di natura e d’arte, che son tra gli
uomini, troppe delle quali non possono non essere in un grado maggiore o
minore, si nel morale, che nel fìsico. Solo chiedersi oggi quell'
eguaglianza , che spetta agli uomini , in quanto congregati in società; e
questa esser Veguaglianza che chiamasi civile, cioè de’ fondamentali
diritti della vita di citta- dino; e pretendersi essa come dovuta per
legge eterna di na- turale giustizia. E avvegnaché, ristretta la
proposizione en- tro si fatti più precisi e più angusti termini , non è
poi si chiaro il comando della legge di giustizia la qual si cita ,
e resta sempre a superarsi la difficoltà del concepire come e
perché abbia a credersi di misurar giustamente, applicando a tanti fra
loro disuguali una misura uguale per tutti , fan prova d’ avviluppare sé
e gli altri in un tessuto di ragiona- menti , che è pregio dell’ opera l’
esaminare- Esaminiamoli dunque, c cerchiamo di far conoscere quanto essi
hanno po- co del solido, e quanto facilmente s’abbattono, e si
riduco- no a nulla. Digitized by Google —
88 — ARTICOLO III. Dell' eguaglianza nel civile
consorzio e su quali falsi fondameli ti si pretenda stabilirla.
Si vuole l ' Eguaglianza civile , cioè l’eguaglianza ne’ fonda-
mentali diritti della vita di cittadino! E per che buona ra- gione
?-Rispondono i pili barbassori: « non veramente per - « che siavi tra gli
uomini l’eguaglianza primitiva di natura , « o perché possa l’arte
giungere a distrugger mai le diffe- « renze che natura ha in noi
largamente seminate nel tisico « e nel morale j ma perchè , tra tante che
mancano , un’e- « guaglianza primordiale è pur veramente in tutti, ed
è « T eguaglianza di condizione primitiva , quando la vita civile «
ha per noi , secondo ragione , normale coininciamento. » E , a meglio
spiegare il concetto loro , cosi ragionano , tornando un tratto a
considerazioni relative alla libertà - « Sia quel che si voglia de’
limiti che la legge eterna ha se- « gnato al libero arbitrio d’ogn'uno ,
e della natura obbli- « gatoria de’ precetti ch’essa legge dà a tutti ;
se potente- « mente c’invila essa ad unirci in civil convivenza , non
, « per fermo , l’invito è coattivo (posto che niuu pretende «
esserci disdetto il segregarci per vivere in solitudine , « quando ciò ne
piaccia) ; e molto meno è obbligatorio a un « dato modo d’associazione
(posto che niun pretende esser- « ci da ragione naturale vietato il torci
all’ associazione , in « che , per esempio , ci troviamo inclusi dal
nascere , per « entrare , a nostro libito, in un'altra la quale
consenta « di riceverci). Dunque l’entrare , o il restare , in una
data « civil congrega, è , per sé, atto di libertà, rispetto al qua
Digitized by Google — 89 — • « le noi
conserviamo intero l’arbitrio. Ma lo stesso ragio— « namento può
ugualmente applicarsi ad ogni uomo. Dun- « que tutti gli uomini , debbono
, in ciò , riguardarsi d* li- ft guai condizione : lutti almeno coloro ,
a togliere qui ogni « soGstcria , che hanno sufficiente normalità coni’
uomini , « quanto alle facoltà naturali (salvo il diverso grado in
che « le posseggono) , per non dare evidente motivo d’ esser te- «
nuli come non liberi. Ma concessa l’esistenza d’almen « questa
eguaglianza , non v’è poi ragione perche da detta « eguaglianza non si
derivi un’altra eguaglianza , e vuoisi « dir quella per che , ne’
rapporti generali di cittadino a cil- « ladino , e da cittadino a tutta
la congrega , pesi c benefi- « zi , cioè doveri e diritti sian
parificati. Dunque sì fatta pa- li rificazione , che è l’eguaglianza la
quale aveva a dimo- « strarsi essere di diritto naturale , lo è
realmente. » Dal qual tenore di discorso è poscia uscita , nel passato
secolo , tutta la dottrina del palio sociale, c (connessa con
quella) l’altra dottrina , secondo la quale il popolo , cioè la
somma di tutti i concorrenti a civil consorzio, nell’atto del
concor- rervi , c dopo esservi concorsi , ha in sè la vera
sovranità e supremazia, per tal guisa , che ognuno ne possiede la
sua coeguale parte: ciocché costituisce poi quella che si chiama la
sovranità popolare , o la democrazia risguardata come il solo governo
naturale e legittimo. Donde molte conseguen- ze scaturiscono , c
principalmente questa « Che gli entrati , « od i liberamente restati in
una civil convivenza, se dispn- ee nendo di sè , come sovrani che ne sono
, tutti con egual « volontà e potestà si spogliano o si spogliarono
pacifica- le mente d’una parte della sovranità di sè stessi , per
forma- le re di queste parti riunite l’altra sovranità posta fuori ,
e ee depositata in mani terze , alla quale , in essa convivenza ,
ee liberamente si sottoposero, non però a questa seconda so- « vranità
non si serban sempre superiori. Nè , in quanto è « artificiale , e
procedente dal loro libero arbitrio , da cui « trae tutto il suo valore
su ciascuno , può questa sovra- Digitized by Google
— 00 — a nità fattizia distruggere la supremazia delle
volontà da « cui supponsi derivala. E perciò , quantunque
soprastante « per patto , essa è nondimeno in realtà soggetta , e
dalla « stessa volontà onde procede può quindi essere rivocata e «
distrutta ». Le quali teoriche con tanto animo i nuovi maestri le
difendono , che , non potendo non accorgersi , ciò , nel fatto , non
esser mai , perchè , storicamente par- lando , l’asserito patto sociale ,
mai , o quasi mai , non in terviene , ancorché per diritto dovrebbe , a
lor sentenza , intervenire « ciò dicono provar solo la spuria origine
delle « civili congreghe in che , per tal guisa , si è inclusi.
Don- « de è poi , che il pacifico e precario restarvi , il qual
fac- « damo , non può , a lor detto , chiamarsi nemmeno un « tacito
consentimento. Imperciocché secondo il proverbio, « chi non parla non
dice niente. Ed , essendo che ogni go- « verno é intanto una forza di
fatto alla quale difficilmente « si può resistere , cosi il non dir
niente esso medesimo è , « conchiudon essi , una necessità imposta ,
piuttosto che « volontaria. Il perchè , ora massimamente che i popoli
co- « minciarono a parlare , il diritto, il quale non poteva es- «
sere abrogato , o soppresso, risorge , dicon essi , con tanto « più
vigore , e legittimamente pronunzia illegittimi quc’ci- « vili consorzi ,
e sentenzia rivendicata e ripigliata da tutti « quella sovranità di sé ,
che natura diè loro , per esercitar- « la congiuntamente , dove ciò aggradi
, nella formazione « di consorzi nuovi e di nuovi governi , a tal forma ,
e con « tali leggi , che il libero ed effettivo consentimento
prece- « da consorzio e governi , e li accompagni , o , cessando ,
« cessi l’autorità di questi , c sia come se non fosse. Donde « tornan di
nuovo alla tesi , che la democmzia è nel diritto x di natura , in quanto
almeno poter supremo, cioè alto ed « indeclinabile potere , che sovrasta
ad ogni maniera di go- « verno , la quale il libero consenso degli uomini
abbia sta- « bilito , o sia per istabilire ; e che tutte le altre maniere
di « governo, anche consentite , sono artificiali e transitorie ,
Digitized by Googte — 9t — « mentre
quell’ una , o esista o no in alto , è permanente ed «
imprescrittibile... » Cosi presso a poco ragionano , quanto a tutto
cotesto domma dell'eguaglianza , e a’ corollarii che ne traggono ,
i più logici tra costoro, e nondimeno ragionano pessimamente e con
una molto povera logica. Perchè , in tutta l’esposta tela di raziocinii ,
s’afferma , più che si provi , quella sup- posta egualità di condizion
primordiale , che , o realmente , 0 per una finzione giuridica ,
precede , o debbe precedere, l’ingresso consentito d’ognuno nella civil
convivenza , e che è data come fondamento di tutta l’eguaglianza civile
in- torno alla quale si disputa. In questa vece facilissimo è
dimostrare che il fondamento , assunto per postulato non ha sussistenza
alcuna. Imperciocché sia pur dato e non con- cesso a’cosi ragionanti
d'assumer l’uomo nel momento d’en- trare con perfetta libertà di sè in
una associazione nuova , 1 cui patti abbiano allora allora da
stringersi , e, come mol- ti oggi dicono , da formularsi (ciocché , nel
fatto , non è mai) ; certo , anche in questa immaginaria ipotesi , di
che direm poi quel che è a dirne , falsissima cosa è , che , nella
turba de’ concorrenti a costituire la nuova congrega , cia- scuna arrechi
, non una quale che siasi equipollenza , od eguaglianza di requisiti , ma
quella equipollenza od egua- glianza che sarebbe necessaria per venire
alla conclusione a cui vuol venirsi. L’equipoHenza o l’eguaglianza che
v’è , è quella delle individuali libertà degli ancora sciolti, ossia
è l’eguaglianza nella autocrazia, o nella signoria di sè , che
ciascuno , per ipotesi , conserva ancora , e in virtù delia quale , come
padrone della propria individualità , concorre e consente per la sua
parte alla formazione d’ un sociale con- - sorzio (1). Ma da che si
viene all’inventario ed alla ricogni- ti) E tuttavia del rigore di questa
stessa speciale uguaglianza potrebbe di- sputarsi , cercando deulro quali
termini, e sotto quali condizioni ogni uomo è sui juris nel fatto. Ma il
cercarlo sarebbe un'iucidentu questione, la quale ci porterebbe troppo
lungi. Digitized by Google — 92 —
zione de’ capitali e de’ requisiti che ciascuno con sè reca ad
associazione, l’equipollenza o l’eguaglianza subito cessa , e cominciano
le disuguaglianze... tutte quelle disuguaglianze, che noveravamo nel
precedente articolo , e che non posso- no non essere messe in conto
rispetto al reciproco interes- se degli stipolanti , c a quanto esso
comanda. Imperciocché sia pure un contratto quel che trattasi
di formare , e sia pure in libertà d’ognuno il preordinarne gli
articoli a suo proprio grado , o il ricusare la stipolazione. Ma si abbia
in memoria , che qui si domanda al postutto , a stipolazione da farsi ,
non quello che ognuno , con un pensiero egoista di superbia , d’invidia ,
e di gelosia , non volendo esser da meno degli altri , pretende a
perfetta pari- tà cogli altri , per prezzo d’adesione , o sia o no
interesse degli altri il concederlo ; ma quello che gli eterni
principii di ragione c di giustizia in questo proposito consigliano
ed ordinano. Perchè , insomma , bisogna ricordare quel che dicevamo
nel nostro primo articolo. Non è il libero arbitrio puro e semplice la
norma direttrice degli atti umani , e non esso è l’autocrate, oil sovrano
legittimo; nè alcuno ci ven- ga a dire , secondo filosofìa , stai prò
ralione voluntas. Il ve- ro e legittimo sovrano è il Xòyos", e il
Xòyos , cioè la ragio- ne , non di tale o tale altro individuo , ma si
l’universale ; quello che è la espressione del senno raccolto dalle
ragioni più squisite di tutte l’età e di tutti i luoghi. Rispetto a’
cui precetti non si può nemmen dire che nel caso nostro siavi
oscurità , o incertezza , chiari essendo e non contrastati i principii
generali regolatori de’ contratti di società , non secondo tale o bile
altra legge scritta , ma secondo il natu- rale diritto. Insegna esso ,
che se un individuo contribuisce al bene della società men clic altri ,
non può pretendere d’essere accettato alla stessa dose di beneficii che
gli altri., i quali contribuiscon più. Nè se , quanto aU’amministrazio-
ne della società intera , sono in essa e capaci ed incapaci , è giusto
che gl’ incapaci pretendano il diritto dell'avere al- Digitized by
Google — 93 — Ira parte che indirettissima nella
direzione e nel governo degl’interessi sociali. Di che l’applicazione al
caso nostro non ha bisoguo d’altre parole. E tuttavia l’ altre parole,
che qualcun chiede a maggiore schiarimento saran dette a suo luogo.
Qui basti per ora t’avere indicato in che giace la fal- sità del
ragionamento su cui la pretensione all’eguaglianza civile si vuol fondata
; e- basti chiudere il discorso facendo riflettere , che , dopo le cose
dette , resta almeno a tutto ca- rico ornai de’difensori di cotesta
domandata eguaglianza il provare , che realmente , nell’ ipotesi del
libero convenire degli uomini a costituire una nuova civil convivenza ,
tutti arrechino in contributo , non una parziale ed apparente , ma
una totale e conveniente egualità di condizione primor- diale , e nè più
, nè meno di quella che il caso nostro ri- chiederebbe a rigore di
legge. Ma è una seconda parte , che non vuol esser passata
sot- to silenzio. Questa è l’esame di quel che si vuol dare per
conchiuso ed accettalo ; cioè che gli umani consorzi , come sono fin qui
stali c sono , abbian da considerarsi tutti ap- punto per illegittimi , e
spurii, perchè non consentiti nor- malmente da ciascuno nel popolo , ed
anomali , e non for- mali secondo quelle che sole si giudicano essere le
regole veramente razionali , destinate da natura a presiedere al
nuovo patto sociale , e a servire a stabilirlo. Intorno a che veggiamo un
po’ quanto , ugualmente, e con quanto perico- lo , vanno errati coloro i
quali cosi predicano , e cosi s’osti- nano a pervertire il piceol senno
delle turbe. • Sta bene mettersi in capo di sovvertire tutto ciò
che è stato , ed è, in fatto di civili convivenze , e volere
sconvol- gere da cima a fondo lutti gli stati , perchè vi sono
alcuni (e sian pur molti ) , che gridano che , negli stati , cosi
come sono , la distribuzione de’diritti civili non è esatta ! Sta
meglio che questi medesimi , i quali cosi propongonsi di tur- bare
violentemente la pace del mondo , giurino di non vo- ler cessare la
guerra da essi intimata , e già flagrante dal la- Digitized by
Google — 94 — to loro , contro alle congreghe
umane oggi esistenti , e di non posare le armi , e di non finire le
cospirazioni , finché non solo a una riforma in ciò siasi giunti , ma
quel , che è più , finché uon siasi pervenuti alla maniera di riforma ,
la quale , a lor senno , è la sola giusta ! Peccato che vi siano
certe difficoltà teoriche e pratiche , le quali combattono questo bene e
questo meglio... £ so che delle difficoltà oggi non s’usa occuparsi dai
proseliti delle nuove scuole. Chia- mali vigliaccheria, strettezza di
spirilo l'occuparsene. Chia- mano oscurantismo il proporle. Chiamano
forfattura il dir- le al popolo. Noi , che non siamo proseliti di quelle
scuo- le, diciamone alcuna cosa. Non saremo da essi ascoltati. Non
mancheranno tuttavia gli ascoltatori in tempi piu tranquil- li , se non
oggi. Questa è almeno la nostra fiducia. Digitized by Googli
ARTICOLO IV. Considerazioni contro al preteso diritto di
rinnovare le società umane per accomodarle alle proprie idee preconcette
, e contro alle tentale riduzioni ad allo di questo diritto.
« Il mondo'( vuoisi dirci ) ha bisogno di riforma , e di « quella riforma
che noi da lungo tempo andiamo indican- « do : e , poiché n’ha bisogno,
non resteremo colle mani in « mano. - Giovandoci d’ogni mezzo, tanto
faremo , finché « avrem pur conseguito quel che ci siamo proposto. »
- Quante proposizioni incluse nelle precedenti parole, ognuna delle
quali proposizioni, in argomento si grave , richiede- rebbe un libro a
parte per trattarla come si conviene, e per porre ben in chiaro quel che
debba pensarsene! - « Il mondo ha bisogno di riforma. - La riforma
che bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano, e non
altra. - Questa maniera di riforma si ha diritto di cercare
immediata- mente il tradurla ad atto , senza lasciarsi trattenere da
quale si voglia opposta secondaria ragione. - Tutti i mezzi son buoni
e leciti , se a sì fatto fine paian conducenti. » - Ecco quel che
vale il discorso con che abbiamo incominciato questo arti- colo! -
Non tutte , per vero , le dette proposizioni s’ osa dirle da tutti
: ma tutte son professate con cieca ed ostinata fede. Pro- fessarle, in
questo caso, è metterle in pratica, perchè la lo- ro natura c tendenza è
pratica più ancora che teorica. Due fini si hanno. Uno è terribile. Da
maniaci e per maniaci ; impossibile, grazie al cielo , a conseguirsi
interamente, ma purtroppo tale, che il camminare verso esso è impresa
fe- Digitized by Google — 96 — ■ conda de’ piu gran mali che melile umana
possa immaginare. L’altro è un castello in aria verso il quale non è pallon vo- lante che possa condurre, perchè tutti i palloni son condan- nali a precipitare prima di giungervi:
castello senza base , altra che di nuvole; castello
posto nella regione de’ turbini, e del fulmine; dove niuno durerebbe
tranquillo, e senza pe- rirvi alla lunga, corps el biens. Il primo è
mettere a soqqua- dro ogni cosa : città , terre, castelli , e ville, per
distruggervi gli ordini stabiliti , e, se bisogna, tutti che s’oppongono
alla distruzione. Il secondo è dare alla specie umana un altro or-
dinamento: ordinamento repubblicano; ordinamento di pura democrazia,
interpretata e stabilita nel senso il più largo. Se ne spera per gli
uomini d’un altro secolo (certo, non pe’vi- venli oggidi, e, men che per
tutti, pèr quegli stessi che ciò tentano ) quasi l’inaugurazione d’un’
era nuova tra gli uo- mini , era di felicità , di ragione, e di
giustizia! Cerchiam di mostrare quanto questa speranza è vana, temeraria,
fallace, e quanto questa impresa è colpevole, sottoponendo ad una
ad una, ma brevemente, ciascuna delle proposizioni a cri- tico esame.
- 1. Il mondo ( morale ) ha bisogno di riforma ? - Eh si. Ma
la perfezione, in ogni cosa umana, è un punto di mira piut- tosto che una
meta. Vi si guarda, ma non si pretende ar- rivarvi. Vi si guarda per
prendere la direzione, e per ac- corgersi se si sbaglia nell'andare, come
si guarda alla stella cinosura dal navigante, non che il guardarvi
significhi spe- ranza di raggiungerla. E bello è accorgersi
di quel che merita riforma. Per gran disgrazia - judicium difficile ,
experitnenlum periculosum - Si prendono spesso de’ be’ granchi a secco,
in questo mare, piu che in altro, e con più danno. E
conosciuto il bisogno vero di riforma , bello è spesso il tentare di
operarla. Spesso, ma non sempre. Perchè vi sono in medicina certe
malattie, che a volerle curare si fa peg- gio ; e ciò nel morale, come
nel fisico. Perciò un medico Digit sd by Googte
— 97 — savio , prima cerca di ben conoscere la malattia , e
di non ingannarsi nel giudicarla ( cosa, come testé notavamo, non
facile ). Poi cerca se si pnò medicare. Se si può intrapren- derne la cura
subito. Se non giova invece differire il rime- dio, e far vero il dinotando
restiluit rem. Od ancora se a tut- to non è preferibile il rassegnarsi
per non isdegnare il mafe ed intristirlo. E il medico savio al cito
preferisce il tufo; e , salvo pochi casi estremi , e disperati, che
scusano le più grandi temerità, non mai dimentica lo jucunde
d’Asclepiade. Gli stati sono grandi corpi , ne’ quali un'intera
sanità è impossibile. E guai se tutti pretendono di tastar loro il
pol- so, e di trattarli alla risoluta con ferro e con fuoco, alla
Browniana , od alla Rasoriana , dandosi patente di dottori senza diploma.
Turba medicorum occidit Caesarem , e Cesari, in subiecta materia siamo
tutti. Figuriamoci poi quel che de- v’essere, quando i medici non sono
che empirici. . ! Quel che è peggio, nel caso nostro que’ che si gittano
innanzi a tastare il polso, non sono nemmeno empirici; perchè
empiri- ci sono quelli che se non han teorica, almeno han pratica :
e che pratica possono avere di cose amministrative e poli- tiche tutti cotesti
innanzi tempo usciti, o piuttosto scappati, di scuola , a’ quali l’età
troppo giovanile e il non essere mai stati in faccende nega ogni
esperienza. . . ? 2. La riforma che bisogna è quella che le scuole
democratiche oggi insegnano , e non altra? Stimo la franchezza colla
quale in piazza questo è spaccialo come assioma , che non importa
dimostrare. V'ha egli in ciò buonafede? Quando lutti colo- ro ette
studiano a queste cose fossero d’ un medesimo avvi- so, potrebbe ben
dirsi a chi non lo sa : Ecco la verità in po- che parole. Le prove sono
inutili. Si tratta di quel che è con- sentito generalmente. Ma qui la
dottrina che si va spargen- do è contro a ciò che i più grandi Statisti e
Politici sempre ed uniformemente insegnarono. Trova oggi stesso una
forte opposizione nelle scuole e fuori delle scuole , presso il più
gran numero di coloro che a queste materie han volto Fa- 7
M - — Xligitized by Google — 98 —
nimo preparato da forti studi. Noi medesimistiam per pro- vare, che
è dottrina palpabilmente falsa; e lo proveremo, se al eie! piace.E si
tratta d’ana dottrina che minaccia gran- di interessi stabiliti ,
dottrina gravida di sconvolgimenti e di rovine .... forse e senza forse
di stragi : e affermo anzi senza forse, perché quei che la professano ,
stragi senza re- ticenza minacciano a ogni terza lor parola. Con che
corag- gio dunque persi fatto modo s’inganna il povero popolo in-
vasandolo a questa guisa di supposte certezze, che non sono che
grossolani e pericolosissimi errori , atti a scaldare le sue passioni le
più accensibili, le più feraci di mali quando sono accese ; o che , per
Io meno, son dottrine in nessun modo dimostrate? 3 La
riforma, la cui necessità si v# predicando con parole, si ha diritto di
cercar di tradurla immediatamente ad atto senza lasciarsi trattenere da
qualunque ostacolo d’opposta ragione? Ciò è ben qualche cosa di peggio.
Tal diritto in una proposizio- ne incerta , combattuta , negata da troppi
ed autorevolissi- mi I Bella legislazione iu materia di diritti ! Ciò è
il diritto in causa grandemente controversa ( e non tornerò ad
aggiun- gere , nella quale non è difficile dimostrare che si ha
torto marcio ) di sentenziare, non solo , in proprio favore, som-
mando in sé le parti di contendente e di giudice; ma ezian- dio quello
d'eseguir subito la sentenza che si è pronunziata dando a sé ragione !
S’ardisce dire : « Se gli altri negano la « certezza della opinione
nostra, noi ne siam persuasi, e « non possiamo permetterci di dubitarne,
ed operiamo co- « me persuasi e non dubitanti ». - Ma gli altri che
nega- no, negano perchè, con più persuasione ancora , od almanco
con pari fermezza di persuasione, hanno una certezza in sen- so
contrario. V’è dunque, per lo meno, lotta teorica e coe- guale di certezze
contro a certezze, delle quali nessuna , cosi di leggieri, cede alla sua
contraria (1). Or perchè, e (1) Io indebolisco l' argomento . e mi
lo torlo. Gli altri che uegano hanno Digitized by Google
— 99 per qual ragione, la certezza vostra dee prevalere
alla no- stra, e non la nostra alla vostra? Per la ragion della
forza, o per la forza della ragione ? Se per la forza «Iella ragione
; dunque ragionate, e vincete ragionando, cioè persuadendo, ciocché
solo è vincere in fatto di ragionamenti. Ma > finché ragionando non
avrete vinto, e non avrete guadagnato quella generai convinzione degli
intelletti, nella quale sola può con- sistere la vittoria , confessate
almeno ch’ei v'é la sola cer- tezza del non v’ esser certezza, e ciò
colla solenne forinola, Nonliquei; e lasciate le cose, nel generale, come
stanno , finché alla certezza clic si cerca non siasi veramente
giunti. Se poi la certezza vostra volete che alla nostra prevalga
per Tunica ragione della forza, abbiate almeno il pudore di non
parlar più di ragione. . . abbiate almeno il pudore di non parlar più
d'eguaglianza civile de’ difilli- Voi rinegate quest'ul- tima col vostro
fatto medesimo, mentre la difendete col det- to, e mentre pugnate (
solete dice) per conquistarla ad uni- versale vantaggio. Voi la rinegate,
perchè vi fate superiori, e prevalenti , per forza , a lutti coloro che
credono e vo- gliono il contrario di quel che voi credete e volete. Voi
la rinegate, perchè, prima di contar quanti siete, senza legit-
timamente poter sapere ancora se siete la pluralità , o il mi- nor
numero, vi tenete padroni di venire ai fatti, e di com- battere contro ai
dissenzienti da voi, pochi o molti che sia- no , sforzandovi di tirarli a
voi men colle ragioni , che ado perandovi le cospirazioni , e a vostro
libilo le armi , cioè la una certezza ben altrimenti salila die la
vostra. La vostra è ertezza di parti- lo, o di setta : quella degli altri
è certezza fondata sul senso colmine, cioè sul credere presso a poco
universale degli uomini di lutti i luoghi , e di tutti i tempi; di quelli
che si son sempre giudicati i più sapienti, ed i migliori ; de- gl’
interi popoli , i quali tra gli altri ebbero la riputazione di più savi, e che
me- glio prosperarono finché a questa certezza furono fedeli nella
direzione della loro azienda politica. Si può egli dunque istituir
confronto giusto fra la vostra certezza , e la certezza degli altri ? Chi
non ha il senno velato da passione ri- sponda e giudichi.
— 100 — frode eia violenza. Voi rinegate, perché non vi
vergognale di dire, clic, se anche una maggiorità evidente e contata
, dissentisse in modo esplicito da voi, voi minorità non più dubbia
, pur seguitereste la guerra per vincere, cioè per fare che il numero
minore soperchiasse il maggiore, e per con- seguente acciocché voi che
costituireste il primo dei due numeri aveste a valere ciascuno più che
ciascuno degli altri, costituenti il secondo numero. Voi finalmente la
rinegate , perchè, divenuti ancora maggiorità manifesta , nel voler
tradurre ad alto la opinion vostra, se voleste esser ben d’ac- cordo
colla dottrina vostra d’ universale eguaglianza ne’di- ritli civili,
dovreste concedere che il vostro solo diritto non potrebbe esser che
quello di formare un consorzio civile del modo che a voi piace con coloro
che con voi concordano , lasciando a’ discordi di formare un altro
consorzio a lor gu- sto , ma non di sforzare le volontà de’ discordi a
soggiacer- vi ; non di comandare ad essi , e di disporre delle lor cose :
ciocché è misconoscere il loro diritto, individualmente pari a quello di
ciUscun di voi . . . ciocché è dare alla forza il diritto supremo
d’annullare l’eguaglianza. . . ciocché é con- fiscare in ognuno
de’dissidenti I’ autocrazia di sé e delle sue cose , e ciò a profitto d'
una sovranità vostra su voi e sugli altri . . . E so che
risponderete : — « I dissidenti , che riescon mi— « nori di forza e di
numero, sgombrino il suolo, e se ne va- « dano altrove; o se voglion
rimaner tra noi, s’assoggettino « colle persone e colle cose loro. » — Ma
qual è il principio di ragione , col quale giustificate questa vostra
massima di governo ? Un patto reciproco di cosi fare , tra maggiorità
e minorità ? No : perché questa massima non può esser parie d’ un
patto, che non é fatto né consentito ancora, e per con- seguenza che non
esiste altrove che nel paese delle vostre spe- ranze e de’ vostri
desiderii ; donde poi si deduce, che non è obbligatoria per que’ che ai
patto da voi proposto non si son fatti spontaneamente ligi , e che , come
uguali a voi , sono _ — Digitized. b^Xàoogle
perfettamente indipendenti da voi. O volete insegnarci, che così dev’
essere per un diritto realmente superiore ed ante- riore a quello dell’
eguaglianza... per un diritto antecedente ad ogni patto... diritto
naturale... diritto che attinge la virtù efficace e la sanzione dal
fatto, in quanto è fatto; e dal fatto, in virtù di clic i più numerosi ,
i più forti, i più destri est in fatis, che faccian sempre la legge alle minorità
di numero, di destrezza, di forza? Guardatevi dall’insegnarlo. Quei che
sa- ran per avventura disposti a concederlo, potran per virtù di
logica dedurne ben altro da quello che voi ne deducete. Sic- come numero
maggiore, violenza, destrezza non sono lo stes- so che ragione ; siccome
sovranità di numero, di violenza, di destrezza non è lo stesso che
sovranità di ragione ; siccome , secondo la ipotesi assunta, numero
maggiore, violenza, de- strezza non han bisogno di consentimenti e di
patti per co- mandare ; siccome l’essenza di questa virtù di comando è
di misconoscere il principio dell'autocrazia nell'uomo, e quanti» a
sè, e quanto alle sue cose, e d’assoggettarlo, per cosi dire a
posteriori, ad una forza che gli viene dal di fuori , trasfor- mando il fatto
in diritto ( c sia poi, nella pratica, questa for- za , quella d’una
maggiorità, d’una minorità scaltra, o d’un solo ) : cosi, ammessa una
volta si fatta dottrina, s’accorge- ranno ch’ella assorbe ed annichila
tutte le altre. S’accorge- ranno, che non vi sono più , con essa , nè
uguaglianze , uè autocrazie di persona, nè patti che tengano.
Sentenzieranno che la forza, razionale od irrazionale, è l’unica
padrona... la tiranna degli uomini : la forza che ha la ragione di sè
in sè, o piuttosto in nessun luogo, ma che non ne ha bisogno. E
sarà con ciò giustificato non solo il vostro fatto, ma quello d’ogni
despota felice, d’ogni governo forte, qualunque sia- ne la natura,
l’origine, e la forma ; o sarà dispensato almeno dalla necessità di
giustificarsi, perchè sarà annullata la giu- stizia. E voi che avrete
messa in onore questa terribile mas- sima , n’ avrete guadagnato al
postutto di metter in onore un principio, che potrà esservi ritorto
contro da ogni for - — 102 — tunato avversario;
e ridurrà tutto il diritto pubblico al dirit- to d’una guerra perpetua
tra gli uodiìdì ; senza mai speran- za di concordia o di pace.
Nè ho qui toccato l’altro punto della proposizione la quale esamino
, contenuto nella seconda parte di essa proposizio- ne , dove si dice dai
nuovi riformatori del mondo , eh’ essi non son disposti a lasciar di
cominciare o di seguitare l’ opera per qualunque ostacolo d' opposta
secondaria cagione: ciocché, mi si perdoni d’ esser costretto a
risponderlo , è favellar da mentecatti. Imperocché i soli insensati
dancominciamentoalle imprese , e s’ostinano a continuarle, senza punto
attendere alle circostanze, alle opportunità, agl’ impedimenti.
Povera gente! Questo lo chiamano bravura! la bravura di Storlida-
no nella Gerusalemme liberata. È un amor idolatra della propria opinione
, la quale ha toccato i termini della infa- tuazione e della mania. Per
essi è vero Audaces fortuna ju- vat; non è vero — La fine de’ temerari e
degl’improvvidi è fiac- carsi il collo. Come tra tutti gl’ innamorati, le
difficoltà non servono ad essi ebe a far crescere in loro le furie cieche
del- 1’ amore. Caloandri fedeli , andranno per montagne e per
valli, colla lancia sempre in resta, contro a rupi e burroni, se non
basti contro ad uomini , e contro a giganti. La pre- videnza la chiamano
codardia, tiepidità, sacrilegio. Sacrile- gio, perchè questo amore è per
loro una religione ( perdo- nino la parola le orecchie pie). Son
sacerdoti dell’ idea, della quale si son fatti un idolo interiore ; e
purché l’ idolo so- pravvinca, muoiano tutti, e la patria stessa perisca.
E sorga un'altra patria, se lo può, e sia rifatto il mondo a pieno
lor grado... o sia disfatto!!! — Aspetto, intanto, che mi si pro-
vi, gl’innamorati ed i fanatici esser mai stati , o poter essere uomini
atti ad amministrare le cose umane, private o pub- bliche. Governali essi
male sé medesimi : può immaginarsi come governerebbero gli altri ! — Gran
miseria de’ nostri giorni, il dover perdere il tempo a confutare
monomanie si mostruose! Il meglio che si possa fare sul loro proposito
è non dirne altro. Digitized by Google —
103 — 4. Ed ultimo — Qualunque mezzo dee tenersi per buono e
lecito, se al fine conduca della universale Riforma che vuol ten~ (arsir
— Egregiamente , come il resto! L’assassinio... per- chè no? Questo s’
usa. Questo non radamente è necessario. Ha spesso una efficacia molto
sbrigativa ed unica. Dunque è bene. E se è bene I’ assassinio... un
pugnale dietro le spal- le... un assalto a tradimento... un’aggressione
di quindici armati cantra uno disarmato, perché non il veleno?
perchè non l’ incendio ? perchè non la calunnia ? perchè non » li-
belli infa manti? perchè non le falsificazioni di carattere? per- chè non
il furto, o la rapina? #alum ad bonum ■ ErgobonumH! E ciò sarà
chiamato riformare in meglio il mondo !... Togliete a! popolo ogni sentimento religioso. La religione, eh’
esso ha, favorisce i tiranni. Toltagli questa religione , il volgo sarà materialista ed ateo... M’inganno. Alzerà
altari Deo ignoto , come già in Atene ; ma ad un Dio , che non ha
fulmini per punire, non ha che indulgenze per chiuder gli occhi sui male
che fanuo gli uomini ; e gli uomini faranno il male allegramente, e con
piena sicurtà di sé. Ma per (sra- dicare nel popolo la fede nel Dio de’
Cristiani , nel Dio che lo ajutò ad esser buono colle sue speranze, co’
suoi spaven- ti , volete adoperar le scaltrezze d’una filosofia sofistica
e trascendente? Esso non la capirebbe, non la gusterebbe. Me- glio
vale creargli il bisogno di non crederla. Si renda vizio- so , e tanto
che disperi del perdono, e trovi più comodo il negare le pene d' un’
altra vita, che il paventarle. Si seduca- no perciò le donne, e
s’infiammino d’illeciti amori. Si cor- rompa la gioventù... Debbo io
seguitare questo tristo inven- tario di pratiche atte a pervertire? O non
qui scrivo un pic- colo brano della prima pagina delia storia
contemporanea ? Cosi, non è tanto una proposizione astratta, quella che
qui discorro , quanto un’ opera avviata a compimento e coti- diana.
Già non c’ è più bisogno di prediche. Le prediche son fatte, ed han
fruttificato. È in pien corso il nuovo insegna- mento. Aspettando la
universale Riforma, a chi minacciata Digitized by Google
— 104 — * sotto forma d'una ghigliottina,
(o d’una delle tante eleganze inventate 60 anni fa in Francia, coggi
pronte a risuscitare: u«e fournée, une noyade, una passeggiata di colonna
inferna- le) , a chi presentata nell’ abito verde della speranza
come un secol d’oro che si prepara a nascere per condurre in ter-
ra la perfezione fin qui ignota a’mortali; noi poveri contem- poranei
vivemmo, invecchiamo e morremo tra le delizie d’un presente tutto pieno
di perturbazioni. Ora i benefizi che si promettono agli eletti son per lo
meno nella schiera de’ fu- turi assai contingenti. Il male che s’ opera ,
e che si soffre purtroppo, è da lungo tempo una funesta realtà. Per
torna- re all’ argomento nostro , gli scrupoli si van togliendo. La
bella morale del fine che giustifica i mezzi corre il mondo , c lo
conquista. Noi siam cattivi abbastanza. I nostri figli, se Iddio nella
sua misericordia uon ci provvede, saran peggio- ri di noi. Qual riforma
della umana convivenza possa dive- nir possibile con si fatta educazione
degli uomini , altri mcl dica. Io non so indovinarlo. Il mio stomaco si
solleva dalla nausea veggendo i costumi nuovi, le abitudini nuove,
uden- do le bestemmie nuove. L’istoria ha sempre insegnato, che
tutte le volte nelle quali un popolo è stato condotto a que- sti estremi,
esso ha rapidamente degenerato, e finalmente è perito. Cosi fu spenta la
gloria di Grecia e di Roma antica. Cosi la gloria più antica ancora delle
Monarchie de’ Babilo- nesi, de’ Medi, de’ Persiani, degli Egizi. Le
stesse cause hau sempre prodotto nel mondo gli stessi effetti ... e
sempre li produrranno ! E qui fo punto. Fo punto; ma poche
altre parole mi per- metto d’aggiungere su tutto l’argomento di questo
articolo. Si vuol distruggere gli antichi ordinamenti del mondo
caule que conte, facendo sempre la vista di partire dai due princi-
pii, della libertà e della eguaglianza. E vedemmo quanto l’una e l’altra
si rispettino in tulli gli sforzi che si fanno per fas et nefas a fin d’
affrettare l’ ora della riforma. V’ é però ancor peggio di quel che ho
detto, sebbene ho detto molto. Ripi- Digitized by Google
— 105 — gliando da un’ altra parte il principio de\Y
eguaglianza , dopo averlo calpestato c manomesso, e ripigliandolo a
scapito del principio della libertà, si parla d’abolire lutti i diritti
acqui- stali anche per vie le più oneste. Gli uguali ban da essere
uguali, perdendo tutto quello per che con arti anche degne, e coll’
industria, e co’meriti, e colle fatiche, s’eran fatti mag- giori , e non
han da esser nè uguali nè liberi quanto al di- ritto di contrapporre il
loro no all’allrui si. Gli uguali s’tian da potere non solo spogliare
dagli altri uguali, ma da questi si ban da potere anche sterminare ed
uccidere , se voglion conservare intatta tutta la loro autocrazia , se
non voglion piegarsi a dar mano a queste spogliatrici dottrine... -Un
con- tratto sociale tra eguali ha da esser fondamento della società
nuova per libero consentimento di tutti; ma il patto, o con- tratto
sociale non dee poter aver forza , e il libero consenti- mento non ha da
esser libero di non consentire ai patti che vogliono i preparatori della
nuova libertà ed eguaglianza. E queste contraddizioni palpabili e
nauseose si dissimulano da- gli uni ; e dette agli altri non li
commuovono, ed è come se non fosscr dette, tanto è fermo il proposito di
non ragiona- re, c d’ostinarsi. Ecco a qual grado d’ accecamento e di
de- pravazione s’è giunti.... ! Con che torna vero quel che già
notavamo, chiudendo il 3. articolo. Cercar di confutare co- storo è
spendere parole ed inchiostro a pura perdita. — Scri- viamo a
preservazione dei non corrotti ancora, o ad emen- dazione di chi sta tra
due nè ben sano, nè tutto guasto. Gli altri Iddio li illumini. E
ripigliamo dal suo principio il dis- corso delle ricostruzioni , delle
costruzioni , o delle ripara- zioni dell’ edilizio sociale.
Digìtized by Google 106 — ARTICOLO V.
Altre considerazioni sulle riforme nel reggimento delle conviven-
ze umane in generale , e sul diritto e il modo di tentarle.
Quantunque d’un argomento si importante oggi tutti par- lino in
tuon di dottori , e quasi anche i fanciulli , qui «on- dimi aere lavanlur
, pur non è men vero , che il dire intor- no ad esso quel che veramente
la ragione insegni è cosa grandemente difficile per tutti , ed anche pei
più periti nel- le scienze dello Statista. Due sono i casi. O
alcuni inclusi in una convivenza civile già stabilita , e soggetti alle
sue leggi, se ne stancano , vi si trovan male, vogliono sottrarsene, e
ciò non collo staccarsi e irsenealtrove in cerca d’un’associazion nuova,
ma coi riformar l’associazion vecchia e spiacente, resistendo a questo
gli altri che pur vi sono ; o i venuti a desiderio di rinnovazione
del politico ordinamento, nella civile congrega alla quale s’appar-
tiene , non sono alcuni , ma presso a poco tutti , cosicché nessun
degl’interessati in ciò resista , e faccia notabile osta- colo. Nel secondo
caso, difficoltà gravi , quanto all’iniziare le riforme , di che si crede
aver bisogno , non possono es- servi (1) , perchè si suppone non esservi
lotta ; ed aversi , (t) Noq saranno le difficoltà quanto al
consenso nelle riforme , ed alla loro attuazione. Resterà peri) a vedere
pur sempre, se le riforme in che consentirono , avranno quel sommo genere
di legittimità che sola puh dar la giustizia e ra- gionevolezza loro , o
se uon l'avranno. E resterà a cercar se , non avendola , siano ciò non
ostante obbligatorie , ed in che senso , e fino a qual grado , o dentro
quai limiti lo siano : questioni difficilissime a trattarsi , ma che non
e questo il lungo di trattare . Digitized by Googli
— 107 — presso a poco , universalità di consenso. (Le
difficoltà co- minceranuo , quando si tratterà del modo , se vogliasi
che questo modo sia il più ragionevole , ed il più profittevole a
tutti). Ma , nel primo caso , non si può dire altrettanto. Quando
un governo è stabilito, e un ordine quale che sia- si già esiste...
quando in tutto il numero dei componenti la civile congrega i
sufficientemente contenti sono di gran lun- ga i più , e i veramente
gravati , e giustamente malcontenti sono di gran lunga i men numerosi ,
il vero diritto non è quello di turbare tutto lo stato tentando novità ,
e con ciò disturbare tutti i contenti e tranquilli , rimescolando e
rin- novando ogni cosa , e scomponendo e disordinando ogni privato
interesse , per fare ragione ai pochi che si lagnano perchè stan male ;
ma è il diritto di cercare , senza punto incomodar gli altri , o comunque
gravarli nelle persone e negli averi , che sia fatta ragione ai pochi che
lo dimanda- no , e che lo meritano. £ questo può esser difficile ;
può essere anche talvolta impossibile senza rovesciare intera -
mente la costituzione dello Stato. Tuttavia ci vuole un bel coraggio per
mettere innanzi la proposizione , che , dove ciò accada , la giustizia
negata a’ comparativamente pochi , debba essere ad essi buono e legittimo
motivo di spinger la reazione immensamente più in là di quel che porta il
loro diritto ; cioè , affinché questa sopravvinca , di scomporre e
distruggere tutta la macchina costitutiva della civil congre- ga , della
quale i più si trovan paghi , mentre ogni turba- mento un po’ generale
dell’ordine stabilito tutti inquieta , molesta , e danneggia (1).
Maggiore però fa d’uòpo che sia questo coraggio , se quei che si fatta
proposizione mettono (1) Può bene io questa ipotesi ater luogo il
principio (ed il più spesso lo de- \e)-Expedit unum hominem mori prò
cunctopopulo.-l pochi gravati, opera- to per ottener giustizia tutto
quello che non pub operarsi senza manifesto e mollo maggiore danno deli'
universale , se ascoltano la voce della coscienza, il meglio che possan
fare è rassegnarsi, come è forza rassegnarsi alle malattie, alle
disgrazie fortuite , ai tanti altri mali della vita. Digitized by
Google — 108 — innanzi , nessuna ingiuria ,
nessun (orlo ricevettero , e so- no unicamente duellanti , per cosi dirlo
, di malcontento , i quali non si lagnano per proprio conto , ma si
lagnano per conto di quelli che a loro spiace di non udire lagnarsi ,
e eh’ essi vogliono che si lagnino per forza ; o di quegli altri
che , pur lagnandosi a buon diritto , nondimeno par loro che non si
lagnino abbastanza , e non sian disposti a spin- ger le querele fino agli
estremi che a lor piacerebbero. Ven- gan di nuovo que’ehe cosi vogliono e
fanno , a parlarci d’e- guaglianza , e di tutte l’ altre loro frottole di
libertà , di giu- stizia , di ragione ! La loro eguaglianza diventa ,
come al- trove riflettevamo, superiorità de’ pochi su i molti. La
loro libertà diventa licenza di nuocere agli altri per giovare a
sé, o per soddisfare la propria passione. La loro giustizia è non tener
conto del diritto altrui , per non aver occhio che a quello che si crede
essere il diritto proprio , od il proprio talento. La loro ragione è la
ragione del più forte ; una ra- gione egoista , ostinata , feroce , senza
pietà , senza discre- zione , senza riguardi... una ragione che ricusa di
ragiona- re, e che vuol esser tiranna delle ragioni altrui... 1
Si difenderanno con dire , che , ncll’operare quel che ten- tano ,
il fine loro non è contentare sé stessi , pregiudicando indebitamente gli
altri , c dando loro motivo legittimo di querelarsi ; ma è proporsi cosa
in sé buona : cioè , consi- derato che gli stali son oggi , dove più ,
dove meno , in tal mala guisa ordinali da render possibili per tutti , e
inevita- bili per molti , una gran quantità d’ ingiustizie , d’avanie
, d’oppressioni cotidiane , senza facile riparo , e sovente sen- za
alcun riparo ; considerato per conseguente , che il mal- contento il
quale per gli uni è attuale , per gli altri è virtua- le , e che il danno
da tale o tale sofferto oggi , può percuo- ter domani , o doman l’altro ,
a volta a volta , quelli anco- ra che or sono contenti ; considerato
perciò , finalmente , che , a distruggere il vizioso edificio delle
odierne macchine politiche per sosliluirvene un altro migliore , è meno
anco- Digilized by Google — 109 — ra
contentare sé , che rendere servizio all’universale , e a quei medesimi
che ora per poca previdenza , per indolen- za , per egoismo rifuggono
dalle riforme e che ciò è poi promuovere la causa sempre bella ed onesta
della giustizia : per tutte queste ragioni far essi cosa degna d’
approvazione , anziché di biasimo , perseverando nella impresa alla
quale si danno. Ma l’apologià nulla vale. Primo : hanno eglino
ben pensato , cotesti temerari scon- volgitori delle civili convivenze,
la massima gravitò del fatto a cui s’adoperano? Uno stato è una somma
immensa d’in- teressi distribuiti e collegati tra tanti quanti sono in
esso gl’individui che sono, e que’che prossimamente , o più tar- di
, saranno. Ogni interesse si risolve esso medesimo in in- numerabili
subalterni interessi di cose e di persone , ed ha sempre due parti : una
che risguarda i privati , l’altra che risguarda il pubblico , ossia 1’
universale. Quanto più una umana congrega è matura a civiltà , ed in essa
progredisce, tanto più questi interessi crescon di numero e
d’importan- za. La prosperità privata e pubblica è tutta
principalmente fondata sul rispetto , sulla protezione , sui favore che
otten- gono si fatti interessi. È pur troppo certo (colpa delle im-
perfezioni umane !) , che non v’ha umana congrega , non v’ha stato, dove
gl’interessi qui mentovati riscuotano tut- to il favore , tutta la
protezione , tutto il rispetto che aver dovrebbero, acciocché la
prosperità fosse massima. Per con- seguenza è purtroppo certo , che tutte
le umane congreghe , tutti gli stati han sempre bisogno di qualche
riforma , e di molte riforme , e questo è bisogno che mai non cessa , per-
chè mai non cessano di rivelarsi e di generarsi i difetti di rispetto ,
di favore , e di proiezione di che parlo. Qualche umana congrega , o
qualche stato , tanto alle volte soprab- bonda di difetti di si fatto
genere , che il riformarli si fa un bisogno generalmente , e
fortissimamente sentito. Ma , do- po lutto ciò , può egli dirsi che sia
cosa lecita e convenien- te (per lo sdegno delle riforme che non si fanno
da que’che -©tgitized by Google — llO-
lo dovrebbero , polendole fare) l’opera cbe , con privala au-
torità , vogliono alcuni collocare in promuovere tali con- vulsioni
politiche , dalle quali , secondo le maggiori proba- bilità umane ,
queste immediate conseguenze sian per di- scendere , che tutta, o quasi
tutta la massa degl’interessi privati e pubblici sia improvvisamente e
grandemente tur- bata-che moltissimi di essi patiscano enorme ed
irreparabi- le offesa , od anche intera rovina-e cbe , per un tempo
più o meno lungo , e sovente lunghissimo , nata , e durando , la
lotta tra que’cbe si difendono, e que’ctie offendono , in- nanzi alla
vittoria decisiva , la quale di soprappiù non si può mai prevedere per
chi sarà , non s’abbia altro spettacolo cbe di fortune ile a soqquadro ,
di famiglie desolate , di uo- mini esterroinati , di civili battaglie e
guerre... del commer- cio rovinato , dell’industria spenta , degli studi
intermessi , d’ abitudini d’ozio , di turbolenza , e di licenza
introdotte , e di lutti gli altri mali di cui gli annali contemporanei
trop- pi esempi da più cbe mezzo secolo ci somministrano ? Per
poterlo dire , sarebbe almen necessario aver fatto un bilan- cio: il
bilancio de’ danni a’quali vuoisi portare riparo , e di quegli altri, che
, col fine d'arrivare a questo riparo, certa- mente si genereranno. Ma questo
bilancio , che , ne’ singo- li casi , i temerari sconvolgitori odierni
delle civili convi- venze non fanno , e non han fatto , l’ba già fatta
per tutti la storia , e lo ha pubblicato. Essa da lungo tempo ha
inse- gnato agli uomini , che , di tutte le calamità , le quali
pos- sono cadere sopra un popolo , nessuna calamità pareggia quella
di ciò cbe si chiama una rivoluzione , massime dei modo di quelle che
oggi si macchinano , e si hanno in pen- siero , od apertamente si
minacciano. I cattivi governi... le tirannidi d’ogni nome offendono
gravemente alcuni , od an- che molti ; ma , salvo certi casi rari come le
mosche bian- che , lascian sufficientemente tranquilli i più , e , nel
loro proprio interesse (voglio dire nell’interesse de’ governanti)
risparmiano il massimo numero : di guisa che le angherie , -
-Pigifoedb y Goo gle — lil- le ingiustizie , sodo enormi iu
pregiudizio d' alcuni; per molti sono grandi , ma pur tollerabili e
pazientemente tol- lerate , per non pochi nessune. Al contrario , le
rivoluzio- ni , a quel modo che oggi s’ intendono , se pur non siano
, come suol dirsi , colpi di mano , a coi per miracolo succeda un
immediafo e tranquillo riordinamento, per poco che du- rino (e durano
spesso una o più generazioni d'uomini) , of- fendono tutti... anche
que’che le han fatte , i quali , d’or- dinario , finiscono col perirvi ,
essi e i loro. Finché si pu- gna , è strage dalle due parti... la strage
delle guerre civili ; strage accompagnata di crudeltà mostruose e ferine
, d’ec- cessi contro a natura. Sono incendi , saccheggi , brutalità
d’ogni nome, e senza nome. Que’che non combattono , so- no vittime spesso
delle due parti combattenti. E chi può prevedere quanto durerà il
combattimento , quanto sarà esteso , quante volte ripullulerà , or
dall’un lato , or dall’al- tro ? Chi può dire a priori , se vincerà
Bruto, o Tarquinio... se interverrà Porsenna.... se si troverà sempre un
Muzio Scevola , un Orazio , una Clelia... o se piuttosto Roma non
finirà per servire al re di Chiusi , come pur troppo la storia
rettificata oggi dice? Habenl sua sidera lites.-E intanto le fe- licità
dell’anarchia per que’che non pugnano ! Le felicità delle dittature
militari nel campo , o ne’ campi di battaglia , o dovunque armati stanno
o passano ! Le terre le coltiverà chi può, ossia non le coltiverà più
alcuno 1 mercatanti po- tran chiudere i loro fondachi , se tuttavia lo
potranno , e se non li vedranno messi a ruba ed a rapina prima del
chiu- derli. I ricchi fuggiranno , se lor torna fatto , ma
fuggiran- no in farsetto , se nou perdano la testa per via. Palagi ,
mo- numenti , sa il cielo come saranno malmenati. Il danaro rubato
si dissiperà , come si dissipa sempre il danaro del furto. L’altro sarà
nascosto, o mandato all’estero. Poi la penuria , la carestia , la fame ,
e seguace della fame la pe- ste o l’epidemia. De’ costumi non parlo, né
della gioventù falciata innanzi tempo , o perduta ad Ogni buono
impiego Digitized by Google — 112 — per
l’avvenire... Succederà , quando Iddio vuole , la villo- ria ultima a chi
Iddio vorrà darla (spesso nè agli uni , nè agli altri , ma a' terzi
venuti di fuori... ai Porsenna : secon- do il proverbio , che tra due
litiganti il terzo gode ; con che sarà perduta l’autonomia , e da popolo
che obbedisce a sé stesso ed a’suoi , si sarà trasformati in popolo
conquista- to , in popolo assoggettato , in popolo profeto, in
popolo-co- lonia , in popolo vaceg-da -mungere ) , e colla vittoria
ultima sarà una specie di pace. Che pace però? La pace accompa-
gnata qualche volta da amnistie per tutti , se può sperarsi , che , come
è disposto a dimenticanza vera il Vincitore , co- si sia disposto il
vinto : ma , se a questa seconda dimenti- canza non si crede da esso
vincitore , mancherà d’ordinario la prima , e mancherà , alle volte ,
indipendentemente da ciò , s’cgli creda che bisognin giustizie ed esempi
, e se le collere non calmate cosi consiglino , o le circostanze
paia- no cosi comandare. Ed allora s’avrà un altro tempo , più o
meno lungo , che sarà di terrori più o meno grandi , e di severi gastighi
, od anche aspri , che i gastigali chiameran- no reazioni e persecuzioni
, i gastiganti chiameranno neces- sità , e opere di prudenza ; e chi
oserà dire , in massima generale , da qual parte sia la ragione ? — E
questa vittoria , e questa pace , e i migliori lor frulli , per chi poi
saranno? 10 l’ho già detto. Per chi vorrà Iddio : cosicché è
possibile (si torni bene a pensarvi sopra) , mollo frequentemente è
probabile , e facile a prevedere , se non si è ciechi , che non sarà
dalla parte di chi tentò la rivoltura : ma , o di quelli contro a’quali
fu tentata , o d’altri e d’altri, diversi , e non aspettati , c non
voluti , e non utili. Nel qual caso agli altri mali s’aggiungerà quello
che non s’avrà nemmeno il con- tento d’aver guadagnato ciò che si cercava
; e s’avrà invece 11 dolore e la pena di avere aggravato il male
che voleva al- lontanarsi, o d’ esser caduti, come s’usa dire , dalla
gradella nelle brace. - Anzi non basterà a’rivoltuosi nemmeno
l’aver essi per sè guadagnata la vittoria : perchè aver vinto è po-
Digili^fid by Google — 113 — co. Ciò significa
essere riusciti a distruggere , non significa avere edificato , e poterlo
e saperlo fare. L'opera della rie- dificazione resterà ad intraprendersi
: opera più difficile sem- pre che non quella della distruzione : opera ,
che , ne' pae- si , ove gli ordini antichi , colla violenza , si
spiantarono , richiede , per solito , anni moltissimi , e talvolta secoli
, in- nanzi all’ esser condotta a qualche buon termine : opera , in
questo mezzo , tutta di prove e di errori , tutta d’esita- zioni , tutta
di conti sbagliati e da rifarsi ; vera tela di Pe- nelope da far
disperare del compierla ; e che quando pur si compie si trova ben altra
da quel che s’era immaginato , fi- nita da altre mani , sotto l’impero
d’altre circostanze , so- vente di altre idee , tale insomma che , per
ultima conclu- sione si riconosce essere un imperfetto sostituito a un
altro imperfetto , dove ciò solo di sicuro che emerge è la certez-
za del male immenso che si è fatto a pura ed inutile perdi- ta....
(1). Secondo: e fin qui ho supposto che si parta almeno da un
motivo più o meno evidentemente giusto dell’ operare le ro- vine che
vogliono operarsi, col fine huono , sebbene con (1) Non si crede
vero? — Un’occhiata allo Stato d’Europa ila sopra a 60 an- ni in qua.
Veggasi piti che altro la Francia. Vcggansi poscia le tante repubbli- che
succedute alle mutazioni americane. E mi si opporrà, per avventura, il
solilo modello della repubblica degli Stati Uniti d’America ; cioè un
esempio sufficientemente favorevole contro a molti contrari. Questo è la
pruova del terno vinto , che è la rovina di tutti i dilettanti di giuoco.
La repubblica de- gli Stati Uniti d’America ha incontrato quattro fortune
piuttosto uniche che rare. 1. La fortuna d’ essersi imbattuta in un
Washington. 2. Quella d’essere stata , quando cominciava l'affrancamento
un paese nuovo , e d'una popola- zione assai sparsa In mezzo alla quale
le fermentazioni e i conflitti delle idee meno eran facili. 3. Quella
d’averne avuto a progenitori , uomini già educati a libertà , ed a
reggimento presso a poco repubblicano. 4. Quella d’aver do- vuto lottare
contra un potere lontano.... troppo lontauo , e con validi esteri aiuti.
E ancora , prima di giudicare il bene o il male del reggimento che si è
conseguito di stabilire, bisogna la sanzione d’ almeno un paio di secoli. Io
non lo credo fondato su base ferma. 8 Digitized
by Google — 1 ld — gravo pericolo , e spesso
quasi colla sicurezza di successo non buono, o non proporzionatamente
buono. Ma questa giustizia del motivo v’è ella sempre? Chi la giudica
d'ordi- nario? e quanti sono que’che la giudicano? Uomini d’espe-
rienza? Uomini i più sapienti nel popolo? Uomini che co- noscou bene lo
stato vero delle cose? Uomini, che non si lasciano illudere dalla
passione? Uomini capaci di pondera- re , non solo se il motivo è vero in
qualche grado, ma se è vero fino a tal grado da richiedere un pronto
rimedio, da non averiosi che per una rivoluzione? e da lasciare
sperare con qualche buon fondamento che per una rivoluzione di
leggieri s’avrà? Diamo un’occhiata al passato, ed al presente prima di
rispondere, e ricaviamo la risposta da quel che s’è veduto, e si vede. -
Ragazzi , e giovinastri, od uomini già noti per natura torbida, e per
naturale inclinazione a no- vità. Gente impetuosa, violenta, a cui natura
toglie il giu- dizio freddo ed imparziale dei fatti. Persone di mano, e
non di testa, facili a prestar fede al male che si dice di que’che
odiano, e ad esagerarlo, ed a misconoscere il bene: tali che .a
reggimento ed a governo mai non dieder mano, e che parlano di quel che
non sanno, per un dicium de dieta. . . tali che delle ponderate
risoluzioni non hanno nè la scien- za , nè 1’ abito, nè la capacità ; e
il cui maggiore studio non è curare, se quel che vogliono sta bene o male
a volerlo , ma cercare come possano cominciare a ridurlo ad atto. E
cotesti formano il fiore dello stuolo. Gli altri son quali pos- sono
accompagnarsi a cosi fatti gonfalonieri , come subalter- ni. Volgo
proletario, che è facile sedurre con immaginarie speranze, e mettere in
fermento con fanatiche predicazioni. Disperati e perduti per debiti.
Piccoli ambiziosi, che consa- pevoli della loro nullità e turgidi di
luciferesca superbia , non altro mezzo veggono per sorgere, che il
gittarsi a corpo perduto tra i motori di cose nuove. Giovani entusiasti, po-
veri di mente e di cuore , in cui l’immaginazione prevale al giudizio, il
bisogno d’agitarsi e di fare al bisogno di starsi Digitized by
Google — 115 — con uu libro innanzi o Ira le
pacifiche occupazioni d’ una vita di sedentari negozi. Altri che seduce
il mistero delle sette, nati per essere schiavi in nome della libertà , e
bruti in nome della ragione. I seguaci di Calilina , quali ce li
de- scrivono Cicerone e Sallustio.... gli scherani di Clodio ... i
guerriglieri di Spartaco. Ora il senno di questi può con giu- stizia
decidere il tremendo problema delle rivoluzioni , e della necessità del
farle...? Poveri popoli condannati a pa- tire la costoro malefica
influenza! I disordini d’uu governo cotesti son più atti ad accrescerli
che a conoscerli , e a ri- pararli. ,E il lor costume è di dire che il
desiderio loro è il desiderio di tutti, o almcn de’ più, perchè più di
tutti essi gridano , e s’ agitano , e accendon fuoco da ogni parte!
Gli altri che tacciono, e che col silenzio mostrano che non si
malesi trovano da dover gridare, non li contano. Son essi il popolo vero;
il popolo solo. Gli altri, che coraggiosa- mente s’oppongono e gridan
contro, non li apprezzano. Chi sta in casa e bada agli affari suoi non fa
numero. Chi s’oppone è zero ! ! ! Tanto basti avere avvertito
per giunta ali’altre cose dette nell’antecedente articolo, e nel
principio di questo. Si op- porrà — Stando al precedente discorso, le
rivoluzioni non si potrebber mai fare ( vedi calamità !) , e i gravi
disordini de- gli stali non mai correggere. E Bruto primo ( po'ni
esem- pio ), e Bruto secondo sarebbero stati o due pazzi, o due
furfanti. E Roma avrebbe dovuto tollerarsi in pace quella grande iniquità
del regno, e quella maggiore di Tarquinio secondo e di Giulio Cesare. E i
popoli dovrebber soflferir sempre, eie tirannidi sempre trionfare, lo
rispondo. — In- nanzi tratto non si abusi delle autorità. Sappiamo oggi
tutti la verità intorno ai due Bruti, non quale ce l'han trasmessa
menzognere storie, ma quale una bene illuminata critica cereò di porla in
chiaro in mezzo alle tenebre addensate su- gli antichi fatti. Del primo
Bruto poco può dirsi. Esso è mito più che personaggio certo. Stando a
quel che se ne narra. Digitized by Google — 116
— bene addimostrò s’egli amava la libertà o la schiavitù
diRo' ma, nella famosa storia del bacio dato alla terra. Oggi si
sa, e ben sa, che Roma, innanzi alla distruzione dei Galli, non fu
mai si florida come sotto i re etruschi. La rivoluzione di Giunio Bruto
contra il Superbo , se risguardiamo agli effetti, distrusse per lunghi
anni la prosperità della futura capitale del mondo, e non è sicuro che la
preparasse. A essa dovette Roma i mali d’ una lunga e disgraziata guerra
, che condus- se , come testé notavamo, all’assoggettamento a
Porsenna, il quale altro ferro non lasciò a’ vinti romani se non
quello che agli usi dell’ agricoltura sovvenisse. La città regina
deve la sua rivendicazione in libertà ai fatti della guerra
infelice del re chiusino contro ad Aricia e contro a’Cumani.E senza
Bruto , la tirannide del Superbo finiva al finir di lui : nè le due
catastroG, che successero , pel tentato repubblicano mu- tamento
sarebbero state. Se dal male venne poi bene alla luoga,ciò non è il
merito dell’ autore del male. I provviden- ziali destini di Roma
dovevansi compiere ad ogni modo. — Quanto al secondo Bruto, si conosce
nou meno a che buon fine usci il cavalleresco, e sufficientemente odioso
fatto del- l’ingrato bastardo del Dittatore. Il fanatico non conobbe
nè i suoi contemporanei , nè i veri bisogni del suo paese. Fu un
povero politico, siccome un povero guerriero. Nè com- batteva per la
riforma, ma a chi ben riflette, contro ad es- sa , voglioso di richiamare
a una vita impossibile la degene- rata e morta repubblica , la quale
Cesare per ben di Roma aveva distrutta. E il mondo che vi guadagnò?
L’aver per- duto un grand’ uomo qual senza dubbio era il vincitore
delle Gallie e di Pompeo, per fargli succedere un minore di lui, nè
manco despota di quello. — Nondimeno, io non voglio abusare di questa
maniera d’argomentazione. Certe rivolu- zioni, che , dopo i primi mali
prodotti, alla fine son riuscite ad utilità ( una ogni mille ) io non
voglio negarle. Voglio negare che il massimo numero delle volte siano
state atti considerati e degni di lode, anche quando una utilità se
ne Google — 117 — trasse. Voglio
osservare ch’elle sono giuocate di lotto , dove il vincere è un caso
assai raro, il perdere è la sorte comu- ne; con questo di peggio, che il
perdere non è mai di poca cosa, nè d’uno o di due, ma di tutto un popolo
, di tutta una nazione, perchè la posta ( 1 ’enjeu ) è la fortuna di
esso popolo, di essa nazione, nel suo presente, forse nell’avve-
nire; sono le vite, gli averi, gli onori , ogni cosa più cara che gli
uomini s’abbiano. Voglio per conseguenza dire , ch'esse possono esser
atto di disperazione o d’audacia, non atto mai, o quasi mai di senno; e
che sono un mezzo, e qualche rarissima volta il solo ( della cui natura
lecita od illecita quanto a coscienza di buon cristiano è questione
che lascio decidere a’casuisti ) per liberare l’universale da mali,
più o men reali, e più o meno intollerandi , son però un pessimo mezzo;
uno di que’ rischia-tutto , che chi sente d’an- dare a irreparabile ed
imminente rovina, tenta qualche vol- ta, come un’ultima speranza, quia
melius est anceps, quarti nullum experiri remedium , ma che aggiunge un
biasimo di più a chi , andando a rovina , per questa via l’ affretta , e
la rende più grave, più inevitabile. Or, data, contro alle
rivoluzioni in generale, questa sen- tenza di condanna , qual rimedio
dunque avranno i tiran- neggiati , gl’insoffribilmente angariati , i
giustamente e gran-: demente malcontenti de’ mali ordini politici sotto i
quali gemono ? Vuoisi eh’ io tratti la questione storicamente , o
teoricamente? Se storicamente, dirò, con franchezza, spesso nessuno.
Perciò gli annali del mondo son pieni delle storie di popoli non solo
lungamente malgovernati , e barbara- mente oppressi , ma sterminati senza
rimedio , e cancellali tutti interi dal libro della vita. Coraggio o
viltà ; resistenza e difesa sino agli estremi, od abbandono di sè, non ci
fanno nulla: chè spesso il tentar di liberarsi e di riscuotersi è
sta- to col proprio peggio , rendendo più tormentosa 1’ agonia ,
più terribile I’ eslerminio. In questa guerra , come in ogni altra, è
quale nel duello. Non vince sempre chi ha ragione. Digilized by
Googte Cosi le disgrazie dei mali ordinamenti , e le
pressure , son come le pestilenze , come le fami, come gli altri flagelli
che cadono a volta a volta sulla nostra povera specie, a ventu- ra
, come un decreto di calamità e di morte , al quale ci è forza
soggiacere. Se parliamo poi teoricamente , dirò , che in cielo non è
scritto , che la giustizia in terra sempre vin- ca. È nell’ economia del
mondo, che il male non rade volte domini il bene , e che la specie nostra
riceva , a quando a quando , dure lezioni per imparare umiltà e
rassegnazione; per accorgersi che non è qui il tribunale supremo dove
si giudicano le cause degli uomini in ultima istanza; per Ope- rare
o per temere una giustizia futura ; per credere un’ al- tra vita. Noi
tratteremo altrove questo argomento più alla distesa. Il rassegnarci
sarà dunque lo scoraggiante unico dover nostro? nè Iddio nella sua pietà
e bontà infinita ci avrà dato modo per ajutare la giustizia , se non a
vincere, almeno a generosamente difendere le proprie ragioni , a
virilmente protestare contro alla iniquità e al sopruso? Questo io
non pretendo, e nessuno lo pretende. Quel ch’io pretendo, e ciò t
che i savi pretendono , richiede un più lungo discorso. A chi ,
senza passione, studia i casi dei popoli quasi sem- pre appar chiaro, che
si fatta specie di mali assai radamente sono senza manifesta colpa o
cooperazione di chi vi soggia- ce. Si soffre perchè s’è meritalo di
soffrire. I figli pagano la pena degli errori de’ padri. E tuttavia, se
par non esservi rimedio, è che manca le più volte piuttosto la sapienza
e la virtù per emendare il danno, di quello che la possibilità
d’emendarlo. Un popolo che soffre ( giova ridirlo ) , soffre
ordinariamente, perchè è degno di soffrire; ed allora il sof- frire è una
pena meritata, e il non saper liberarsi di questa pena, e il seguitare di
essa è ugualmente sua colpa. Dove i probi , ed i sapienti, e i fervidi
amatori del pubblico bene abbondano, l'amor del giusto e del vero
necessariamente si prepondera, che l’ingiusto ed il falso non possono
alligna- Digitized by Google re , od allignando
non possono guadagnare rigoglio, e non finire col diseccarsi fino alla
radice , e col perire. Perchè dal retto apprezzamento , nel maggior
numero , di quel che è buono e cattivo, e dall’avversione per questo, e
dal biso- gno di quello , si genera di necessità ciò che si chiama
la forza della opinion dominante , che è tanta parte della forza
delle cose , la quale, allorché ha saldo fondamento di veri- tà , dura, e
non domina da burla. I cattivi , se vi sono, al- lora han più vergogna ,
e a lor malgrado , si nascondono , e non osano, o, se ardiscono , sono
presto repressi , senza strepito d’armi, dalla generale riprovazione, la
quale, in innumerabili , prende la forma di coraggio civile , che
dice animosamente, ma pacificamente, e con tulli i modi legali, il
vero : ciocché è possibile, ed alle volte è probabile, che nuoca a chi lo
dice , ma non è possibile , nè probabile, che non Gnisca col giovare
all’universale, secondo che gli esem- pi di sì fatto coraggio
fruttifichino , si moltiplichino , e si rinnovino. In altri prende la
forma di pubblica e franca dis- approvazione , tanto più efficace, quanto
men turbolenta, quanto meno esagerata. In tutti prende ogni legittima
for- ma , per la quale sia possibile arrivare , senza eccessi mai ,
nè disordini, all’emendazione del malfatto. E il malfatto bat- tutto da
tante parti, ed in modo si misurato, si degno, sì ani- moso^ nel tempo
stesso si prudente, potrà bene sbizzarrirsi ancora qualche tempo, ma non
vincerà la pazienza e la viri- le e nobile resistenza di quei che
giustamente si querelano , si bene sarà vinto con assai più prontezza che
altri non im- magini. Ma dove cittadini della forte e virtuosa
tempra ch’io dissi, o difettano al lutto , o sono in minimo numero, e gli
altri non sono che turba ignobile , impastata d’ egoismo e di vi-
zio , primo (torno a dirlo perchè bisogna) , la perseveranza e l’
immedicabilità del male a torlo è querelata. Essa è un effetto le cui
cagioni principali sono in chi si querela, come dianzi affermavamo:
secondo, è allora solamente che in mez- — 120 — zo a
popolo depravato si giltan fuori falsi medici ; cioè quelli che han fuoco
soprabbondante di passioni per isdegnarsi di ciò che materialmente si
soffre, e per accender lo sdegno al di là d’ ogni equa proporzione col
suo fomite ; ma non han- no , nè senno per conoscere e pesare quel che
conviene e quel che no , nè virtù per saper soffrire quel che non
può evitarsi , nè altro di ciò che bisogna a dar buono indirizzo al
pensiero riformatore. E son eglino che non contenti di sbagliar essi la
strada, traggon fuori di via gli altri, già pur- troppo , per ipotesi ,
poco alti a fare saper quel eh’ è il de- bito. Eglino che screditano la
moderazione, i mezzi legali e pacifici, e tutto che non sia l’impeto loro
sconsigliato e paz- zo. Eglino da cui nasce e prende piede la falsa
opinione del- l’ impossibilità del bene o del meglio senza ricorrere a’
loro forsennati e pericolosi divisamenti. E già troppo di
questo argomento s’ è favellato. Ma fin qui noi, per cosi dire, non
abbiamo che girato attorno al mas- siccio delle questioni nostre. Ciò è
la trattazione del governo in sè , che si vuole ostinarsi a considerare
come una ema- nazione pur sempre di quella sovranità del popolo, di che
ab- biamo già detto parecchie indirette parole, ma non le dirette
che si richiedono. Direttamente dunque ornai favelliamone, e cerchiamo
che il discorso abbia l’ estensione che l’impor- tanza del soggetto
richiede. --Digitized bv Copp ie ARTICOLO
VI. De’ governi, e delle sovranità in generale. Si :
nessun assioma più oggi è fitto nella mente degli uo- mini, che quest’
uno , tenuto come principale — La sovra- nità risiede , per sua essenza ,
nel popolo — Chiedete intanto a que’ che cosi pronunziano, qual cosa , in
si fatto assioma delle piazze e delle conversazioni, significa per essi
sovrani- tà , che cosa popolo : chiedete l’ analisi e la sintesi teorica
e pratica dell’ idea che innestano a questi due vocaboli : chie-
dete la spiegazione delle dottrine , che da esso assioma vo- glion
dedotte, od almeno de’suni più immediati conseguenti; e vi accorgerete
esser quello , al maggior numero di loro , niente altro che una frase
oscura e d’ indeterminata signifi- cazione, la quale permette
interpretazioni le più diverse, e, purtroppo, lascia sovente libero il
luogo alle più strane e le più assurde. Come intendete voi ,
brav’ uomo , questo che oggi tutti dicono — Il popolo è sovrano ? —
dimandava io, son or po- chi giorni, a un mercenario, il quale, per
prezzo, prestava alla mia casa non so che faticoso servigio — Rispose —
L’in- tendo , che tutti dobbiamo comandare — Io ripresi — Ma , se
tutti comanderanno, chi dunque obbedirà? — Senza per- dersi d’animo, egli
soggiunse — Que’ che han comandato fi- nora. I nobili ed i preti. I
ricchi e gli usurai. Quei che pos- seggono e possono, mentre noi non
abbiamo fin qui posse- duto , e potuto nulla — Ed io — Ma non sono essi
ancora popolo , e del popolo , e perciò , almen almeno , cosi
legit- ' — 122 — (imamente padroni della lor
parte del comandare , quanto I’ han da essere gli altri? — Ed egli — La
parte loro di pa- dronanza l’hanno esercitata e goduta anche troppo,
giacché l’hanno adoperata soli e sempre. Una volta per uno. Adesso
tocca a noi. Essi non eran popolo, nè del popolo , quando comandavano , e
lasciarono esser popolo, e del popolo, so- lamente a noi poveretti.
Dunque , giacché s’ erano separati dagli altri, ne patiscano la pena... —
Ecco come il volgo in- terpreta la sua sovrana potestà ! Un abuso
sostituito ad un altro abuso : una tirannide ad un’ altra tirannide (
conces- sogli anche, senza esame, nè disputa, che ogni poter sovra-
no dell’ antico modo sia stato, sia, e non possa non essere, che abuso e
tirannide ; concessione , la quale dicano i di- screti se possa farsi.
Certo , in coscienza , io non posso far- la. ) — Ritorniamovi
sopra. 11 secolo interroga — Di chi è per naturai diritto la
so- vranità ? — E son io questa volta , che voglio rispondere.
Nè tratterò prima la quislione , che chiamano pregiudi- ciale : se
quel che lilosolìcamente parlando , sembri a talu- no , od a molti , od
anche a lutti , di naturai diritto assolu- o più sono per anda- re
, innanzi , avvegnaché in si fatti popoli , le sempre cre- scenti
disuguaglianze stabiliscono , per legge di ragione , una necessità di
gerarchie , per le quali vuole giustizia , che gli uni siano maggiori
degli altri a vario grado , e la sovra- nità s’ attemperi all’ordine
gerarchico, il quale natura ed arte hanno stabilito , o son per
istabilire. Ma essenza della civiltà non è meno un immenso
campo aperto alle passioni ed ai vizi i più detestabili, come alle
vir- tù più nobili. Da una parte avarizia, invidia, rivalità, egoi-
smo , ambizione , tradimento, perfìdia, frode, broglio, se- duzione,
baratteria, truffa, usura, ladroneccio, mariuoleria, stupro, adulterio,
dissolutezza, maltolto, accattoneria , ac- coltellamento, assassinio , e
cento altre mila simili , o peg- giori, depravazioni e miserie d’una
civiltà volta a contrario fine : dall’ altra filantropia vera ,
generosità , carità , longa- nimità , sacrifizio abituale di sè , e delle
cose sue , date a pubblico e privato vantaggio, assistenza a chi è in
bisogno, disinteresse , rettitudine eminente, desiderio intenso del
be- ne, orrore del male , coraggio militare e civile , infaticabi-
lità , zelo, larghezza di consigli, d’indirizzi, d'aiuti... virtù
cristiane. . . virtù civili. Or ciò fa una seconda categoria di
disuguaglianze , maggiori ancora di quelle che precedente- mente
consideravamo in più special modo ; disuguaglianze Digitized by
Góogle — 153 — che hanno un gràdo intermedio de'non
buoni e non cattivi abitualmente, ma degli andanti a orza. Donde la
convenienza di tener gli uni come peste del popolo, e come non
popolo; di diffidare grandemente degli altri , c di non aver fede ,
a pubblica e comune utilità , che de’ già provati ottimi , nei
quali le altre condizioni pur concorrano. E di qui una nuo- va ragione
perché la democrazia pura a’ popoli civili tanto men s’ attemperi quanto
son più civili , e contenenti perciò nel loro seno , al fianco di molti
ottimi , molti (tessimi , e molti che stanno tra l’ ottimo e il pessimo.
Il perchè , se, a priori , e secondo le suggestioni astratte dal senso
comune , in essi popoli avesse a crearsi una sovranità, certo ogni
sua parte sarebbe agli uni negata assolutamente , agli altri non
concessa in ogni cosa, e ridotta , nel generale , a più o men ristrette
proporzioni ; e riservata o interamente, o nella mas- sima sua dose, a’
soli degni di questo privilegio. In che può ben essere una difficoltà
grande d’esecuzione; ma ciò non toglierebbe che in teorica ciò avrebbe a
giudicarsi il meglio da ogni savio. Per ultimo l’essenza
della civiltà è il creare innumerabili maniere d 'interessi , de’ quali
non è vestigio nella vita delle selve , o delle capanne : interessi
principalmente materiali , odiali e screditati da quei che vorrebbero
ricondurre gli uo- mini alla vita della selva e della capanna ( o lo
confessino , o no, perchè chi vuole il mezzo vuole il fine ); ma
interessi tanto connaturati a ogni società civile, che il turbarli a
qua- lunque grado è fare a un popolo uno dei maggior mali che
possano farglisi. Tali sono gl’ interessi di possidenza, gl’ inte- ressi
d’industria promossi da qùe’ primi , gV interessi di fami- glia,
gl’interessi di condizione , ed altri che non accade speci- ficare più a
minuto. I quali da due parti si possono riguar- dare: dalla parte di
coloro a chi spettano; e dalla parte del- I’ universale , in mezzo a cui
sorgono, e si moltiplicano. E, dal primo lato, giova dire, che hanno essi
una origine, della quale , se sono artificiali i modi , è da natura la
principale Dìgitized by Google — 154 —
radice. Perché è natura l'amare noi stessi , e i nostri con-
giunti , e il nostro e il loro bene ed agio ; natura l’ istinto della
proprietà, o del possesso di quél ciré ci troviamo avere, e di quel che
andiamo procacciando man mano ; natura il cercar di crescere questo
capitale nostro, che non siam pa- droni di non considerare come facente
colla nostra persona un sol tutto , per tal guisa , che , quanto fa esso
maggior somma , tanto fa più grande la nostra importanza , il
nostro ben essere terreno, il sentimento d’ esser meglio che altri
riusciti a soddisfare il bisogno ingenito d’alzarci con ogni nostro
onesto sforzo , non per soperchiare chicchessia , ma per obbedire, anche
in questo, alla legge di perfettibilità e di progresso ; natura quindi (
ciò che istintivamente a un modo medesimo ammise presso a poco ogni
popolo ) , il chiamare ed il credere legittimamente nostro l’ ereditato ,
il donatoci , il comperato , l’ottenuto , si nel peculio , e si nella
superiorità della condizion relativa a che s’ è giunti , o in che s’ è
nati... il guadagnato e l’avuto dal lavoro, o da traffichi di buona lega;
(ìnalmerite natura il riguardare l'in- teresse proprio d’ ogni forma come
non si esclusivamente proprio della persona , che non s’abbia a
riguardarlo quale un interesse, ad un tempo , dell’ intera famiglia alla
quale apparteniamo, finché sarà essa per durare e per estendersi. E
di qui categorie di ricchezza più o meq considerabile, in opposizione
colla povertà ; di patriziato più o meno emi- nente , in opposizione col
terzo stato e col volgo. Di qui tutta la scala delle fortune, per che uno
è Grasso, o Luculio; un secondo è un accattone di strada; un terzo è un
che vi- ve del suo, masotlilmente, con quel che basta, e con nulla
che avanzi — Da un altro lato, se gli effetti di ciò, nell’uni- versale
de’ cittadini, si considerino, quantunque a dì nostri molta sia la
proclività de’ novatori al gridare , questo esse- re, non pur soltanto
ingiustizia degli uni contro degli altri, ma ( quel ch’è peggio)
gravissimo danno, gl’imparziali e giudiziosi però non cosi vorranno
affermare quando ben vi Digitized by Googte —
155 — riflettano, e quando massimamente volgan l’occhio alle
con- seguenze ultime. Per chi ben guardaci! mondo è fatto in
modo, cosi aven- do il creatore disposto , che non può uscire di questo
di - lemma ; o dell’esser composto di lutti poverissimi , costret-
ti , per sussistere, alla vita selvaggia , e nomade , e di cac- ciatori ;
senza nemmen pastorizia , non che agricoltura ; o dell’ esserlo d’
uomini, i quali, cominciato a gustare le ma- teriali e miste dolcezze .d’
un viver più confortevole , più agiato , meglio congiunto con que’che
s’amano, e co’quali s’ ha strettezza di sangue , più che le gustano , più
ne di- vengono avidi, e più speronano la propria attività per pro-
cacciarsele , ognuno, nella maggior misura possibile , senza essere
impedito o disturbato , e più se ne creano quel che si chiama un loro
interesse individuale, a cui tengon tanto quanto alla propria vita : ed
allora, secondo che un s’ in- dustria più , un altro meno, uno piu è
destro, un altro ha manco attezza , ecco a poco a poco ricchi e poveri ,
possi- denti e proletari , banchieri , mercatanti in ogni ragion di
mercatura e di commerci, agricoltori , fabbricatori, merce- nari,
patrizi, e plebei... uomini accasati e vagabondi , capi di bottega e
garzoni , e manovali , padri di famiglia e sca- poli ricusanti la briglia
delle nozze per amore dell' allegra e libera vita, quegli che ha la casa
e la vigna, e quegli che non ha nè la casa, nè la vigna... E l’amore di
ciò crescendo, cresceranno le distanze tra gli estremi , o le differenze.
— Or quello è barbarie , questo è quel che sempre s’è chiama- to la
civiltà , il progresso , o della civiltà , e del progresso, . effetto, ad
un tempo , c causa e criterio e simbolo il più visibile. Volete voi una
civiltà , invece , ed un progresso , senza questi effetti? Voi vi fate
illusione. Avrete un ricadere infallibile nello stato barbaro.
Imperciocché , si pubblichi , a cagiou d’ esempio , una legge
domani, non dirò che abolisce ogni proprietà, ma dirò che abolisce, pur
solo , la libertà de’ cumuli, e degli accre-
DigifeeobyXìoogle — 156 — scimenti , nella
possidenza così detta , e che con una nuova divisione di tutte le terre
distribuisce per teste il suolo, as- segnando a ognuno tanti iugeri, e
non più. Aggiungansi al- tre leggi , che quanto è danaro faccian colare
spartito coe- gualmente , o più o men coegualmente , su tutti. Chi
non vede la conseguenza forzala? — Tu che non puoi coltivare colle
tue braccia , con quali braccia coltiverai? Con quelle d’ un operaio
preso a mercede? Ma l’operaio è possidente ai par di te , ed ha i suoi
propri iugeri da coltivare. Se ad- doppiando la fatica , pur si darà
braccia anche per te , si contenterà più egli di coltivare il tuo con
quello stesso sa- lario con che te lo coltiva oggi? Vorrà raddoppiarlo, o
aste- nersi , perchè non ha bisogno ; e tu dove troverai questo
doppio danaro che t’ è necessario, se vuoi che i tuoi pochi iugeri ti
faccian mangiare? Dove lo troverai , se sei di co- loro, i quali
s’avvezzarono a vivere col solo frutto della loro possidenza , e non
saprebbero far altro? (Oltre di che, se Io trovi, c glie lo dai, egli
diverrà comparativamente il ricco, e tu diverrai , viceversa, il povero ,
ristabilita cosi a rove- scio , comechè dentro piu ristretti limiti , la
differenza di fortuna , e ripristinato , per contrario verso , un nuovo
bi- sogno di livellazione ). Ma, educato come sei, non ti
basta, pe’ pochi iugeri che ti son dati , o che ti restano dopo lo
spoglio, il trovare col- tivatori. Ei ti bisogna trovare un che dell’
amministrazione s’intenda, più di quel che tu ne intendi, tu che,
probabil- mente , non vi pensasti mai , volto ad altro il pensiero ,
e solito a farti servire in tutto ; e questi ancora non vorrà
spartire il suo tempo tra l'azienda della propria coltivazione e della
tua, senza esserne ben pagalo egli stesso. Ecco dun- que per te una nuova
necessità di pecunia , che non saprai donde trarre. Ecco, se tu arrivassi
a trovarla su i risparmi eccessivi che t’ imporresti , una cagione per esso
di sopra- stare a te nell’ avere, e di turbare il livello, quanto
almeno il misero sistema che analizziamocomporta (colla conseguen-
Digitized by Googl — 157 — za poi del bisogno
di sconvolgere nn’ altra volta la società, per novamente livellarla,
quando il ricco sarà diventato po- vero, e il povero ricco). Ed ecco, se,
non ostante ciò, non potrai trovarne quanta te ne bisogna, ecco dunque,
ripeto, cbe i tuoi pochi iugeri non ti serviranno a nulla , e re-
steranno incolti , con danno anche pubblico , e tu morrai di fame.
— « Muori pure, tu fuco nell’alveare della nazione , tu il «
quale non meriti vivere» dirà la legge nuova, che, senza scrupolo, e
senza badare a numero, vuole uccidere una eletta parte della popolazione
a profitto del nuovo mondo, il quale s’avvisa di fabbricare. « Muori tu,
con tutti i tuoi. « Resteranno , con maggiore utilità, cittadini più
laboriosi, « tra’ quali que’cbe prestan le braccia e la direzione
per « coltivare, saran pagati con quel cbe lucreranno i non col- «
tivanti con altre occupazioni retribuite. » — Ma che oc- cupazioni
potranno esser queste? Arti, per esempio, di lusso? Tu burli. Queste no :
perchè il lusso è una superfluità per que’gran birboni de’ ricchi, cbe
necessariamente costa cara, essendo cara la materia prima, care le
operazioni de- stinate a trasformarla , e le spese di manifattura ;
ciocché fa , che il prezzo loro è necessariamente alto ed altissimo
, e perciò irreperibile in un popolo dove ricchi più non sono.
Dunque non più carrozze, non più arredi preziosi , non più drappi
sfoggiati , non più cristalli e porcellane di Sevres , non più ori e
gemme ed argenti , e per analoghe ragioni , non più statue , non più
pitture, non più palagi , non più parchi , giardini di piacere , cavalli
di pompa , vil- le... cose tutte riservate a’ paesi infelici dove duri la
servi- tù degli uomini... Quali pertanto , nella beata tua Sparta,
saranno le arti, a che que’chenon vogliono, o non sanno, o non possono,
coltivar la terra, o fare al più vita di pastori, potranno darsi , per
isperare sostentamento, e possibilità di coltura alle poche terre, che la
legge agraria avrà voluto as- segnare alla loro incapacità? Siccome la
consumazione è quel- l>p i _ d by Coogle — 158
— la che regola sempre la produzioiìe , saranno > salvo
poche eccezioni , le arti che si chiamano di prima necessità , ed
elle stesse ridotte alla loro pili grossolana e più rozza e men costosa
espressione.... E questo non si chiamerà rendere la spezie umana retrograda
, e distruggere la civiltà ! ! ! Que- sto sarà il secol d’oro ( senza
l’oro , e ricacciato nel fan- go dei consorzi umani che sono in sul
cominciare, e che tengono ancor molto della primitiva creta senza
ver- nice ). E io qui non parafraso l’argomento, e non lo-scorroper
ogni suo punto, piacendomi a descrivere tutti gli altri con- seguenti:
gli studi scaduti, le occupazioni geniali vegnenti meno , lo slaucio, il
potere degl’ intelletti inceppato ... a dir breve, la condizione di tutto
il popolo condotta solleci- tamente a quella forma, che oggi, per
trovarla, dohhiam salire le montagne più selvagge, insinuarci ne’
villaggi i più rozzi.... Pur so qùel che si risponde dai gros
bonnels delle nuove filosofìe politiche. Non son essi cosi bestie da non
vedere tutto ciò , per poco che vi riflettano, cosi limpidamente
come noi lo veggiamo... Ma essi han due lingue in bocca. Una colla
quale parlano al volgo; un’altra colla quale parlano a noi. La prima
delle due lingue favella alla faccia del popo- lo. — Divisione de’ beni —
Distruzione de' ricchi — Abolizione dell’ odierno ordine di cose col
ferro e col fuoco — Sovranità della moltitudine proletaria.... senza
comento , senza restri- zione. E la feccia del popolo accetta con
alacrità questo sim- bolo della sua fede politica nel senso il più
letterale , il più largo ; e vi crede ; e se ne infatua ogni giorno più ;
e affretta co’desiderii l’ istante , in che la legge agraria sarà
promul- gata; e odia intanto, e minaccia que’ che hanno, consi-
derandoli , come usurpatori del dovuto (!) a que’ che non hanno ( e che
non hanno fatto niente per avere ). Come potrebbe essere diversamente? —
La lingua, in questa vece, che parla con noi, rinega, o piuttosto
maschera — 159 — sì fatte enormità. Va per giravolte.
Sostituisce alle idee trop- po urtanti, ch’esse enormità rappresentano,
altre idee che mostran meno quel che è celato sotto. Propone
tempera- menti e sistemi , che creeranno una civiltà nuova, capace
d’ evitare, o d’attenuare Uno ad una proporzione innocua i precedenti
sconci. Utopie. Le Icarie d’ un Cabet ( da an- dare a cercare in America
, lontano lontano dagli occhi di coloro, che potrebbero screditarne gl’
incunaboli , e rife- rirne le miserie). I ComuniSmi sotto certe forme. I
socialismi de’Fourieristi e di Considerane diLouisBlanc, e di
Prudhon: sistemi confutati ogni giorno lecento volte da uomini sommi..
. da uomini i più grandi, i più competenti della Francia, e del- l’
altre nazioni d’Europa, e pur messi sempre innanzi colla stessa impavida
sfrontatezza , colla stessa subdola destrezza , fingendo, che
confutazioni nou vi siano. ..che le dispute ab- biano cessato , o non
meritino la pena ’d’ essere intraprese e siano state vinte ... che il giudizio
dell’ universale ( non quello delle proprie sette soltanto ) sia già
intervenuto , e sia stato favorevole : sistemi , uno de’quali è la
confutazione dell’altro: sistemi, non pertanto, ciascuno de’quali ,
cosi ancor controverso, cosi ancor contrastato tra le file stesse
degli odierni rinnovatori del mondo , non si è già contenti dell'ofirirlo
solo all’esame ed alla disputa de’ ginnasi, com’io pur altrove
considerava, ina, prima d’averne posto fuor d’ogni controversia la certa
utilità presso almeno il maggior numero degl’invitati a subirlo, si vuol
pervicacemente tra- durlo ad alto ; si vuole imporlo a tutti colla forza
, e gua- dagnargli la prevalenza del numero, colla seduzione, e con
arti di cospiratori ! Nè io, deviando troppo dall'argomento principale
e diretto di questo articolo , debbo qui imprendere d’ aggiungere
una confutazione di più alle tante che corrono il mondo, e che si
rimangono senza adeguata risposta. A me, per l’oggetto, che mi son
proposto , basterà fare una dimanda (lasciato da parte il trattare, se quello
di si fatti sistemi, che ciascuno .ole — 160 —
de’ parliti nuovi preferisce, e che, ad ogni costo, vorrebbe
sostituito, senza dilazione, al presente ordine di cose, bada esser
liberamente consentito, o si vuol che sia una confisca violenta delle
libertà di troppi a profitto d’ una futura rior- dinazione degli uomini
secondo la prestabilita formola d'al- cuni, che non si vuol disputata ,
né sottomessa ad arbitrio di rifiuto , ma si vuol accettata da chi non la
crede buona ed utile , come da chi la crede , ancorché chi non la
crede s’ostini invece a riputarla un esperimento eminentemente
dannoso ed assurdo, o per lo meno grandemente rischioso, e pieno di
pericolosa incertitudine). — Io farò la dimanda, che sola qui m’ imporla.
— 1 nuovi sistemi di congrega ci- vile ( si risponda con franchezza )
manterranno si o no , la diversità , più o meno , di specie e di grado
negl’interessi , anche materiali, de’ singoli, come in generale,
l'ordine della civiltà mostrammo, per sua natura leudere a produr-
re? — Se no: dunque ( levata pure ogni maschera ) tutti , ne’ materiali
profitti , avranno lo stesso ; tutti spereranno lo stesso, o presso a
poco lo stesso. Sparirà , o tenderà a sparire , la libertà del mio e del
tuo, almeno quanto alla misura. L’attività, la solerzia, per ciò che
spetta al ben es- sere fisico d'ognuno, non recheranno alcun maggiore
van- taggio, che l’infiugardia, l’inerzia. La perizia più grande
nello stesso genere sarà materialmente trattata come la mi- nore. Nella
comunità nessuno avrà alcuno di quegli stimoli stali sempre, che più
energicamente e più universalmente ed infallibilmente son motori al fare,
non che al ben fare. — Vi sarà ( vorrà dircisi ) il premio della maggiore
stima che si godrà da chi la merita, oltre alla soddisfaziou gene-
rosa dell’ animo proprio. Vi sarà il piacere di sentirsi loda- to j di
vedersi onorato, consultalo sopra gli altri. Ma que- sto é dimenticare,
che si fatto premio già c’é nell’ordine odierno, e pur non basta senza
quegli altri che oggi vi sono, anzi non basta nemmen con quegli altri.
Questo é dimenti- care che noi siam composti d’anima e di corpo, 1' uno
e Digitized by Google — 161 —
l’altra co’ suoi speciali bisogni , e perciò cogl'interessi , e co’
diritti suoi ( purtroppo i secondi essendo , di più , me- glio sentiti
che i primi ). Questo è il togliere de’ due ordini di molle, che natura
ci ha dato per impulso al progredire , uno de’ più efficaci; il più
efficace de’due; il solo efficace pel maggior numero de’viventi : i
quali, se anche colla giun- ta della potente azione di si fatta specie di
molle, si spesso, tra color pure che son meglio educati e disciplinati,
si ri- stanno , c non progrediscono , o vanno all’ indietro, può ben
prevedersi quanto più si ristaranno dal progredire , od an- dranno all’
indietro dopo la sottrazione che lor si minaccia. Ma qui non si
fermeranno gl’inconvenienti, poiché biso- gnerà bene esser preparati al
subire molti altresi di quelli che già di sopra toccavamo , od analoghi a
quelli. Tradotto a pratica, uno od un altro di cotesti sistemi* per
ipotesi , livellatori , senza bisogno di speciali leggi suntuarie, il
na- turale loro effetto sarà che diverranno per tutti ugualmente
interdetti certi innocenti , ma vivi, piaceri della vita, a che pur ci ha
preparato natura , e non ci è a disgrado che ci educhi l’ arte ; cioè il
magnifico vestire , la buona tavola con una corona d’ amici del cuore,
servita di costosi mani- caretti , e di squisiti vini , e le altre , o
simili cose ch’io di- ceva ; come dire argenterie , oreficerie , tappeti,
arazzi, bei quadri , le sontuosità de’ palagi , le scuderie popolate da
bei palafreni , o da generosi corsieri .... cocchi , cacce , viag-
gi , villeggiature , libero ed ampio sfogo a’ propri generosi impulsi , e
ad altri , che, per essere men nobili, non ci son però men cari, nè men
sono innocenti.. ; il poter direasè stesso. — Y’è qualche cosa... v’è
molto , di cui son io pa- drone... di che posso disporre a mio pien beneplacito,
e di che posso , con oneste arti, a me accrescere il godimento ,
quanto a farlo mi basti la volontà e l’ ingegno, chiamandolo mio senza
che altri me ne turbi, o me ne coarti ad una data invidiosa misura, l’uso
ed il possedimento. Questa è la vera libertà del progresso. Questo è il
progresso della libertà. 1 1 _ Dioifeed-bv
Google — 16-2 — Libertà dell’ industria. Libertà
piena «senza limitazioni. Li- bertà , non della sola persona , ma di
quello , che , com’ io notava altrove, noi consideriamo qual parte , e
connaturale contorno e complemento della nostra persona terrestre,
nel senso che già esponemmo. Or si ponga ben mente alla con-
traddizione. Si dice, che, ne’ sistemi presenti di reggimento de’ popoli
le libertà son troppo vincolate , e non hanno il loro legittimo slancio,
tiranneggiandole soverchiamente tutti più o meno i governi. Si dice, che
il diritto al progresso è inceppato ; che è giunto finalmente il tempo d’
affrancar l’uomo dalle infami antiche catene; ed intanto i nuovi
siste- matici preparano al mondo forme di schiavitù inaudite , e
che non sono mai state. — La vita comune è d’ alcuni con- venti, e si sa
quanta abnegazione del proprio volere ed istin- to costa, e quanto pesa ,
e quanta virtù esige perchè si giun- ga a patirla senza lamento.
Altrettanto è dello stare a parte in mano , e del vivere a misura quale
che siasi , ed a spil- luzzico in ogni cosa , secondo che altri assegni o
conceda. Quel dover più o manco, giusta la diversità de’ sistemi,
la- mentare tra sè e sè con queste voci : « La famiglia me la «
usurpa in gran parte lo stato. La rendita me la limita lo « stato. La
nobiltà me l’abolisce lo stato. La eredità me la « sequestra e me la
impedisce lo stato » ( parlo qui special- mente nella supposizione sempre
dalla quale son partito , cioè in quella de’ livellamenti , qualunque
siane il metodo e la forma), non è egli un costringere ad esclamare chi
cosi considera « Io non son più meijuris ! — Io mi son fatto servo
« dell’ associazione d’ uomini nella quale sono entrato ! — « Questo è
ben altro che società sinaliagmatica di buona fe- « de 1 — Questa è una
società leonina , o una società da « volpe ( ripeteranno ) , dove il più
poltrone , il più ga- « glioffo , il più stupido , il più disadatto,
iLpiù vivente a « peso degli altri è il più favorito o il più furbo, ed
ha sti- « polato in suo favore il monopolio del massimo vantaggio;
« mentre il più attivo , il più industrioso, il più ingegnoso,
Digitized by Google — 163 — « il meglio animato
a fatica, quegli che del suo piu contri- « buisce , è quegli eh’ è
sopraffatto , eh’ è derubato , eh’ è « vittima ! — Questo è il mondo alla
rovescia ! — ? — Cosi combinisi ogni cosa come lo si voglia, diasi d’ oro
alla pil- lola meglio che si sappia , cuoprasi con tutti i nastri che
si voglia la trappola , mal s'ha fiducia del riuscire a ingannare
altri che i più sciocchi. Da che l’ effetto ultimo sai che ha da essere
l’averti tirato dentro ad una società a capitale mor- to, dove, nella
liquidazione de’frutti , a te principale azioni- sta , o dei principali ,
dee toccare un dividendo pari al divi- dendo di chi non ha messo nulla,
per poco che abbi saviez- za, non si sarai gonzo da lasciarviti
accalappiare. Dopo tutte le quali considerazioni , per ultimo risultato ,
e per giunta alla derrata , a si fatta conclusione non si sfugge , che
l’al- zarsi al postutto degl’ infimi , e di essi stessi fino a un
limite poco lontano e di piccola elevazione , gioverà ben poco alla
causa della civiltà e del progresso, e rabbassarsi a precipi- zio, de’
nati per esser sommi, gioverà a questo ancor meno; e perciò , che ,
contata ogni cosa , la conclusione finale sarà il regresso sollecito
degli uomini verso quella che sempre s’è chiamata barbarie, non certo
un’accelerazione di passo nel verso opposto. Se poi.ne’nuovi
ordinamenti politici, che si ci si vantano, per salvar la legge di
progresso, e di civiltà, e della naturale libertà di sé e delle cose sue,
che alla civiltà ed al progresso è tanto incitamento , vogliansi
conservate le diversità negli interessi di vario nome, si quanto a
specie, sì quanto a gra- do (ch’era la seconda parte del mio dilemma),
dunque co- stituirà ciò una terza categoria di disuguaglianze ,
crescenti col grado del progresso e della civiltà ; e ammessa la
realtà di queste nuove disuguaglianze, come non dovranno gene- rare
elle ancora una disuguaglianza ne'diritti in ragione delle disuguaglianze
suddette ? Perchè , io non sarò di coloro , i quali esclusivamente le
convivenze umane risguardano sotto l’aspetto di quelle società
A’azionisli eh’ io poco là mentova- Digitized by Google
— 164 — va , dove i soli valori de’ puri interessi
materiali d’ognuno , tradotti nell’ idea del proprio tornaconto ,
rappresentino le azioni messe in comune, e quindi le correspettività de’
diritti politici da godersi. Certo v’è altro eziandio, a che gli
eterni principii della giustizia distributiva comandano che s’
abbia riguardo , e spesso un maggior riguardo; e alcune delle cose
dette di sopra mostrano in ciò la mia persuasione in questo senso. Ma non
son io nemmen di quegli altri, i quali la som- ma e l’importanza disi
fatti interessi non considerano affatto nella ripartizione de’ poteri e
de’ diritti a’ poteri ; e per que- sto lato, tanta voce vorrebber data al
mascalzone, il quale non ha interessi di possidenza, non d' industria...
non di famiglia (od ha interessi tutti negativi , cioè tutti in
opposizione co- gl’ interessi di coloro, i quali nell’ alveare sociale
sono Tapi operaie e produttive ; tutti interessi di far guerra alla
pro- duzione, alla possidenza, all'industria... alla famiglia... ;
tutti interessi di disordine per pescare nel torbido) , quanta agli
altri pe’ quali la società va prosperando, cresce in affluenza di beni,
ed è corpo , regolare, utile , e conducente al fine , per cui
principalmente le convivenze umane sono stabilite.
Digitized by Google — 166 — si dato mano , e
solamente lo patiro- no , di che il bene susseguente è poida
ricompensa. Digitized by Google — 187 —
mili , esso uomo abbia or buono avviamento od indirizzo alla riuscita ,
or non l’abbia , e ciò , alle volte per colpa propria , o rispettivamente
per proprio merito , altre volte senza ciò, e contro a ciò: cosicché
l’impiego de’ mezzi aberra più o meno dal fine , e radamente vi conduce ;
e , quando vi conduce , lascia sempre molto e moltissimo di
desideralo e non conseguito. Dove le volte , che più o men si riesce ,
servono a mantenere l’attività nostra , e la spe- ranza, e il coraggio, e
a preservarci dal precipitare nell’i- nerzia ; le volte che non si riesce
, servono a ricordarci , che un potere superiore al nostro è dietro la
tela , il quale regge le coso umane , e con occulta sapienza, or ci dà i
be- ni della terra , or ce li leva , o ce li nega , acciocché pen-
siamo che non son questi il fin proprio e sommo a noi pro- posto.
Ma poiché insonuna , concedo io pure , che al mal go- verno l’
opporsi con onesti sforzi , invece di esser colpa , è anzi spesso dovere
, o quasi dovere (l’acquiescenza pura e semplice , e la rassegnazione ,
quando fosse di tutti , poten- do in alcuni casi divenire condannabile ,
rispetto almeno ad alcuni: perocché è alto , non di sola virtù , ma di
debi- to , per quelli che han di ciò competenza : 1. l'illuminare,
a il cercar d’ illuminare , i depositari del potere, in quel che
veramente abbiano errato , od errino , massime quan- di l’errore sia
grave ed abituale : 2. l’adoperarsi a promuo- vere la medicina de’ vizi
radicali con indefessi , opportuni , e convenienti mezzi) , come dee
procedersi iu questa dilli - cile e delicata faccenda? — 'fiuti is thè
qmstion — Ciò sia ma- teria d’un Digilized by Google
— 188 — ARTICOLO XII. Di quello che al popolo non
ispelta , e spelta , in fatto di go- verno e di sovranità , e del modo e
della misura in che gli spetta. L’argomento io l’ho toccato
qua e là più volle , forse con un po’ di disordine , ma esprimendo con
forza ogni volta l’opinione della quale sono persuaso. Giova
nondimeno tornarvi sopra in quest’articolo , e dir con più grande
asse- veranza ancora , che in ogni altro luogo — la principal fon-
te degli errori , i quali sul proposito nostro si spacciano , e corrono
oggi il mondo , stare appunto in questo atto d’u- niversale superbia ,
per che , in cosa , la quale tanto è le- gata a fatti providcnziali che
si burlano, per cosi favellare , di tutte le previdenze umane ; la quale
tanto poco dipende dalla volontà de’singoli ; la quale tanto è superiore
alla in- telligenza delle turbe ; tanto è diffìcile ad essere trattata
co- me lo si addice ; tanto è poco alla a condursi per sole deli-
berazioni d’uomini quali che siano , a grado delle passioni loro , e nel
conflitto de’loro interessi perpetuamente fra lo- ro lottanti :
s’argomentano di credere tra tutti distribuita , ed a tulli appartenente
la competenza del trattarla per Io meglio loro. Don^c è poscia l’opinione
si da noi combattu- ta , che la sovranità , in radice , è di tutto il
popolo , inalie- nabile da esso , reversibile in esso , e rivendicabile
per es- so , tutte le volte che lo vuole ; esercitarle da ciascuno
, individuatamente , ed individualmente , nella porzione più o men
coeguale che gli spetta ; residente di fatto , come po- tere attuale ed
accidentale nella maggiorità ( più o meno Digltized by
Googte — 189 — istabile di sua natura) de’cittadini ,
che sendosi data la pe- na di concorrere ad esercitarla , convennero in
un mede- simo voto ; ma non ispettante di diritto normale ad essa ;
perchè la parte non può equivalere al tutto ; perchè chi non ha parlato ,
non ha detto niente , e non s’è interdetto di poter parlare quando che
sia ; perchè il diritto delle mi- norità , tanto piccolo quanto più si
voglia , può essere op- presso , ma non annullato , nè distrutto ; perchè
, infine , non può non esser lecito a queste il cercar di farsi
maggio- rità la loro volta , acciocché il fatto della sovranità ad
essi o passi , o ritorni. E , per vero , i fautori stessi
delle anzidette sentenze , non osapo analizzarle , od almen confessare ,
i naturali con- seguenti loro , de’quali conseguenti il principale è ,
che , cosi insegnando essi , vengono a dire, insomma , che la so-
vranità, comunque affidata come potere esecutivo, legisla- tivo ,
giudiziario , o quale altro potere che siasi o che si chiami , obbliga in
diritto i soli consenzienti. : quanto agli altri , li violenta , ma non
può obbligarli ; o , ciò che vale lo stesso , vengono a dire , che la
sovranità è obbligatoria di diritto per nessuno , giacché que’che le
obbediscono , in quanto sono consenzienti , evidentemente obbediscono a
sè e non a quella , cioè obbediscono alla propria volontà di
obbedire, nou alla forza imperante della sovranità, attinta, in massima
parte, dagli eterni principii della ragione e della giustizia ; ed
obbediscono perchè son contenti di farlo , non perchè si credano
obbligati a farlo ; ed , in que’che obbedi- scono , in quanto , a lor
malgrado , vi sono costretti , non dall’autoriLà , ma dalla forza
materiale , in essi ancora l’ob- bedienza è un fatto sofferto , e non un
dovere adempito ; e un’ obbligazione estrinseca , e non un obbligo di
vero nome ; o , a dir meglio , è violazione di diritto , e non diritto ,
con- tro alla qual violazione si ba invece il diritto di mettersi
in istato d’ostilità , di cospirare, di muover guerra flagrante ,
in detto ed in alto. Il che dire è negare la sovranità , e enn-
Digitized by Google — 190 — siderarla come ud
fallo pur sempre , non come un diritto ; Tatto di alcuni che soperchiano
tutti , non diritto di tutti contro a ciascuno ; tirannide , e non
sovranità , pe’ dissen- zienti ; cosa inutile , superflua , ed illusoria
, o simulacro di cosa pe' danti libero consentimento : ciocché bene
inter- pretalo , significa poi , che la sovranità , in quanto è
pote- re , pe’soli dissenzienti esiste ; ma esiste per essi soli
come una iniquità ed una ingiustizia , non come cosa mai legit-
tima e normale : verità si vera , che lo spirito logico d’ uno de’ più
sinceri , e de’ più espliciti tra gli antesignani del nuo- vo liberalismo
(Prudhon) non ha dubitato di confessarla e dichiararla ad alta voce , e
per istampa. In si fatto sistema , pertanto , gli attualmente
investiti della sovrana potestà , e d’ogni sua grande o piccola
parte, quali e quanti pur siano , non sono che semplici incaricati
d’affari , privi di plenipotenza , e quasi direbbesi ad referen- dum , o
piuttosto godenti d’una plenipotenza frodolenta di l'alto a tutto loro
risico , e sotto la loro perpetua responsa- bilità , come i generali di
Cartagine ; sempre revocabili , sempre soggetti al sindacato di tutti e
di ciascuno ; posti in una siugolar condizione innanzi al popolo : perchè
, ne’pae- si dove tutto il popolo non è stalo chiamato , e non è
con- corso a farli (messo dietro le spalle ogni diritto di prescri-
zione e d’usucapione) sono come se non fossero; usurpatori posti fuori
della legge ; nemici pubblici , e niente meno di ciò : ma , ne’ paesi
stessi , dove il popolo è quegli che li elesse negli universali suoi
comizi , non hanno , per le ra- gioni esposte di sopra , solidità e
realtà alcuna di potere ; burattini da filo quanto a tutti , e tali
burattini , il cui filo dev’essere spezzato il più presto , o quando il
destro uc vie- ne , quanto a’dissidenti. Che se tutto ciò è
rispetto alle persone, poco diversamen- te dee dirsi rispetto agli atti
loro , il cui valore intrinseco è subordinato sempre all’apprezzamento libero
e capriccioso d’ognuno. Ed altrettanto è ancora delle leggi ; o sian
pure Digilized by Google — 191 —
quelle che si chiamano Costituzioni , Carle , Statuti , o simi- le... E
cosi dislruggesi allatto , e si demolisce l’idea di go- verno , e si
sperperano le convivenze civili , rimettendo ogni umana congrega nelle
condizioni primordiali del viver selvaggio , ricondotto a’suoi naturali e
radicali elementi d’indipendenza degl’individui , e di forza brutale del
più potente , o del numero maggiore , centra il più debole , o
contra il numero più piccolo. Io invece , per finirla , riduco a
queste non molte propo- sizioni i dettati della ragion pura in si fatta
perplessa mate- ria, sottoposti nondimeno alcuni di essi,
nell’applicazion lo- ro, al prudente apprezzamento delle circostanze.
— 1. Iddio , a farci appunto conoscere, nella presente im-
perfezione ed ignoranza nostra , eh’ egli è il padrone ( domi - tius
dominanlium ) , e che noi , per molto che immaginiamo di esserlo , non lo
siamo punto , o lo siamo assai poco , c sotto sempre la legge della sua
supremazia , dispose , c di- spone, colla sua direzione occulta del mondo
morale, come del tìsico , le cose in modo , che lo stabilimento de’
gover- ni , nel materiale , e nel personale , è (storicamente
parlan- do , cioè nella pratica , cosi come dalla storia universale
e particolare de’ popoli ci è dichiarata) un mero previdenziale
fatto , dato o coadiuvalo , sempre , o quasi sempre , da for- za di
circostanze , indipendenti il più spesso da ogni preor- dinala volontà
delle turbe ; per le quali circostanze , o con- trastato , o no che sia
ne'suoi cominciamenti , esso , da una esistenza precaria , e spesso
irregolare , passa , a poco a poco , ad un'altra esistenza tacitamente
consentita dall’uni- versale , e pacifica , e con ciò legittimata ;
rispetto alla qua- le , l’azione indesinente de’ due principali fattori
di quest’or- dine di fatti ( e voglio dire , 1. il reggimento divino delle
cose umane , 2. quella dose di politico senno , che giunge per solito ,
da ultimo , a scaturire da qualche parte) , più o meri laboriosamente ,
viene a galla , a traverso d’ogni diffi- coltà , in mezzo ai popoli ,
come una manifestazione inevi- Digitized by Google
— 192 — tabile alla lunga , dell’idea insita in tutti , ed
eterna , tutto- ché più o meno oscurata , di giustizia, di verità, di
dovere; ed allora quest’azione , or lenta , or sollecita , opera in gui-
sa , che l’intollerabile alla fine si fa tollerabile e tollerato ,
l’ingiusto si fa giusto, o meno ingiusto , l’improvvido o provvido , o
meno improvvido ; e nascono sistemi e vie di compensazione , lenitivi ,
palliativi , rimedi ; e il male che c’è , o che resta , non può superare
una certa misura (tran- ne quando un decreto terribile di Provvidenza
vuol che le nazioni periscano , o si consumino , e decadano umiliate
e contrite) , nè può non avere un contrapposto di beni : co- sicché
di questo misto si componga quella dose d’ infelicità terrena , più o
meno temperata , che è necessariamente com- pagna di questa vita ,
punizione meritala agli uni ; scuola di virtù , e mezzo di merito agli
altri. 2. A vie meglio mostrarci la verità di questa dottrina
, la Divinità ha in tal forma ordinato il mondo morale , che in
que’ secoli di contumace superbia , o tra quelle superbe nazioni , in cui
la verità c la presunzione della propria sa- pienza più prevale tra gli
uomini , e li spinge a voler tutti fare e non lasciar fare , ognuno
mettendosi innanzi , e cer- cando d’esser primo, o de’ primi , ognuno
volendo esser dio a sé stesso , e governo , e governante ; ivi , ed
allora, è l’infelicità massima , il disordine massimo , lo
sgoverna- melo massimo , la guerra civile imminente o flagrante ,
l’anarchia , lo stato convulsivo , od epilettico , delle umane congreghe
: disordine , sgovernamenlo , guerra , anarchia , convulsione , epilessia
, che seguitano finché questo perio- do di presunzione non passa, e
finché principii migliori , e più giusti , non tornano a prevalere la
loro volta. 3. Intanto perù è giusto confessare , che , se da un
lato, il Creator delle cose , per le ragioni che più volte adducem-
mo , non ha concesso agli uomini la perfezione in nulla , e nè manco
ne’governi , ed ha voluto tollerare , e permette- re , a volta a volta,
l’imperfezione, anche condotta , in Digitized by Google
— 193 — essi governi , fino all'abituale imperizia ,
imprevidenza , inettitudine , ingiustizia , e tirannide ; da un altro
lato , ei non ba voluto , in generale , abbandonare si fattamente
la specie umana all’ impero del male , anche sulla terra , che non
abbiale concesso , nella sua benignità , mezzi normali di riparo , di
resistenza , di rimedio (renduti, egli è vero, per suoi segreti disegni ,
ora più , or meno efficaci) , e non abbia perciò inserito nelle ragioni ,
le meglio addottrinate , de’ saggi in mezzo ai popoli il lume più o manco
opportuno a conoscere in ogni caso quel che è lecito , e conveniente ,
e necessario di fare per tentar diuscire di pena , d’ingiusti- zia , e
d’oppressione. Questa è almeno la regola generale , sebbene , purtroppo ,
convien dire , che talvolta , nel se- greto della sua sapienza , esso
Creatore , permette e tollera, come altrove notammo, che sì fatto lume in
pochissimi splen- da , e quasi in nessuno : di che poi la conseguenza è ,
che il male del malgoverho , o dura , o quel che è peggio, per gli
sforzi inconsiderati di que’che non vogiion patirlo s’ag- grava , o sia
che conservi , o non conservi le prime sue forme. 4. Or
quando a si fatto ultimo flagello non si è condan- nati (pena , per
solito , del lungo tralignare d’una civil con- vivenza , confermata nel
vizio, e nella cecità d’intelletto) allora il rimedio , e il riparo , c’è
, sol che tutti facciano il dover loro ; e c’è senza le maledette
rivoluzioni , senza le illecite cospirazioni e sette. C’è per la forza
pacifica ed in- fallibile delle persone , e delle cose. Del quale riparo
e ri- medio le massime io le ho sostanzialmente , qui indietro
dette , nell’articolo 5. 5. E non è , che , in si fatto ufficio non
abbia ognuno la sua parte legittima. Solo bisogna confessare, che la
parte non può nè dev’ essere in tutti uguale, e la stessa. La pri-
ma e principal condizione è il coraggio civile (giova ripeter- lo : il
militare guasterebbe tutto, infondendovi dentro le sue furie), coraggio
prudente , ponderato , modesto , man- 13 Digitized by
Google — 194 — tenuto sempre rigorosamente dentro i
limiti del permesso dalla legge, ma perseverante, istancabile, non in
alcuni , ma nel maggior numero. Le leggi in nessun luogo son cosi
cattive , che non aprano più di un adito a raddrizzare i torti, e a far
fare giustizia. Bisogna non perdersi d’animo. I forti debbono aiutare i
deboli , dirigerli , farsene avvoca- ti (1). 1 savi debbon dar mente agl’
insipienti. Questi debbon ricorrere a coloro che la fama universale
indica in ogni luo- go come sapienti ed uomini da bene , per cercar lume
, e co- noscere se veramente ban ragione e diritto di lagnarsi , e
dentro che misura. Gli uomini da bene e sapienti non deb- bono negarsi
agl’inferiori.Tutti insistendo nelle vie consen- tite da ragione e da
legge , e facendo concerto perpetuo di sforzi , ciò, senza essere una
cospirazione illecita, e di set- ta , e d' armati , è impossibile che non
produca il suo frutto. Ma non bisogna che i primi , a’ quali questo
coraggio sia di qualche danno personale , faccia» perciò meno il debito
lo- ro, o che l’esempio del loro danno distolga gli altri dali’i-
mitarli. Ciò ha da essere, come nella guerra. 1 feriti, non perchè
feriti, finché possono, lasciano il combattimento, se aspirano al titolo
di bravi : e i non feriti non fuggono per- ché altri al loro fianco son
feriti od uccisi. Solamente biso- gna ben guardarsi dall’ uscir dalle vie
rigorose della legali- tà , e del rispetto che è interesse di tutti il
non dimenticare; e dall’ immaginare , o pretender gravami e torti, dove
non sono. Cosi adoperando, colla metà della ostinazione che gli odierni
settarii pongono nelle loro inconsiderate e criminose mene , certo non è
abuso di potestà , il quale non debba con ( I) Ecco mio de'
vantaggi innegabili dell' aristocrazia. Dov’ella è in forza , e bene e
convenientemente stabilita , è 3i grande l' autorità sua , si connatura
to il coraggio civile , si spontaneo f intervento a tutela de deboli , che
diffici- lissimo riesce l'abuso del potere in cbi lo ha in mano , almeno
condotto sino a vizio abituale , ed a quell’eccesso ch'è tirannide
intolieranda , od insipienza equivalente a tirannide. V. pag. 66 ,
67. Digitized by Google — 195 — più
certezza essere corretto , die tentando pazze congiure a moderna
usanza. 6. Nè nego, perfino , che quando i’ abusare nasca da
im- perfezione di legge , o di leggi, di questa o queste non pos-
sa legittimamente chiedersi il mutamento, e il raggiustamen- to a più
equa forma. Quando veramente costi, per consenso di tutti tsavi, che le
leggi sono cattive , o talmente imperfette da ren- dere necessario un
cangiamento, niun può trovare men che giu- sto il desiderarne e il
chiederne la rettificazione. Il male non istà nel desiderare , e nel
chieder ciò , ma nel desiderarlo e nel chiederlo in modo illecito,
arrogante, e perturbatore. Sta nel volere a forza cattivo, quel che non
lo è manifestamen- te. Sta nel non andare a rilento in si fatti giudizi ,
e nei non ben verificare ogni cosa a norma della sapienza scritta
di tutti i tempi , prima d'avventurarsi a pretendere che la cosa è
come la si pensa. Sta nel non aver occhio alle circostan- ze, agli
effetti probabili , agli scompigli possibili. Sta nel mancar infine di
buone bilance per non trascender mai la giusta misura in nessuna sua
parte : condizione più essen- ziale ancora, acciocché niuno possa
imputare di sedizione, di ribellione, di fellonia ciò che nel qui
discorso senso e modo va operandosi (1). 7. Da tutte le quali
cose vede ognuno che non discende, nè l’obbligo assoluto di rassegnarsi
al male , che evidente- mente è male, nè l’assoluta assenza di mezzi per
medicarlo. Ma non discende nemmeno la pazza politica massima degli
odierni , che per ultima panacea propongono date forme di v
(1) Queste sono le teoriche. Ma torno a dire , se i savi mancano, se
mancan d’ accordo , se v’ è funesto li svolgimento negl’ intelletti di
que’ che so» cre- duti tali ; se certi desiderii poco ragionati, e poco
ragionevoli, si confondo- no co’bisogni, solo perchè sono alia moda, e
perché sono intensissimi; se certe lagnanze son di minimi che si giudican
massimi , e che fatte suonar alto più disturbano che non giovino; se...?
Allora come non tremare ncl- P avventurarsi alla pratica? Iddio liberi i
popoli dall’ esser condotti agli estre- mi qui sopra ricordati; e dia
loro la sapienza vera che li aiuti a scegliere il miglior partito.
Digitized by Google — 196 — ‘ governo
applicabili a tutti i casi , come uua calza a maglia. Delle
democrazie pure già dicemmo quanto basta a provare la loro imperfezione
essenziale. L’antica sapienza rappresen- tata da Cicerone stava per le
Monarchie temperate, dove i veri ottimati , cioè dove le capacità e gl’
interessi han voce preponderante, e tra gl’interessi , meno ancora i
fluttuanti e transitorii ( sebbene questi eziandio ) , che i permanenti
e più tenaci, d’un buono e lodevole patriziato. S’ è perciò
giustamente levata a cielo la timocrazia di Servio Tullio — la sapienza
del Senato romano e dell’ aristocrazia inglese , corroborata dalle
tradizioni di più secoli. Ma non tutti gli ordinamenti ( ridiciamolo )
convengono a tutti i popoli e a tutti i tempi: e chi non ne fosse
persuaso, più d’un esempio recente potrebbe addurne , fatto per
iscoraggiare assai del supposto valor pratico di certe teoriche, le quali
poi, quando si traducono in iscena, si risolvono in bliteri, e in
peggio che ciò, vale a dire in danno evidentissimo de’ popoli.
Grandissimo ( a miglior prova di ciò ) è il male che s’è detto , massime
nel tempo nostro, de’ governi assoluti ; e i governi assoluti eglino
stessi han poi per loro essenza e na- « tura il grande ed
intrinseco male, che con tanta generalità oggi s’afferma? ( L’argomento
loabbiam già toccato alcune pagine indietro : pure importa tornarvi sopra
un’ultima vol- ta ). Messi a bilancia con tutte le altre forme di governo
, e contati , e imparzialmente pesati, i vantaggi egli
svantag- gi , traendoli dalla verità storica d’ogni età e d’ogni
con- trada, e non dalle menzogne sistematiche di tale o tale al-
tro declamatore odierno, io non so se un uomo di delicata coscienza
oserebbe giurare, che la parte degli svantaggi pre- ponderi, sempre
totale contro a totale, cioè somma intera di fatti contro a somma di
fatti , dal Iato delle monarchie pure, a quel modo che s’ama asserirlo.
Per Io meno questo conto, o vogliasi dirlo bilancio, non è mai stato
instituito colla debita accuratezza, e varrebbe la pena dell'
instituirlo: impresa tuttavia molto più difficile di quel che non si
pen- Digilized by Google — 197 — sa, e
da più dotti , che non sono di gran lunga i giudici di strada. Donde poi
deduco, che , assai più alla leggiera di quel che si dovrebbe , si
pronunzia la sentenza assoluta di condanna , la qual suona nelle bocche
di tauti , più per mo- da, che in forza d’ una dimostrazion rigorosa. Le
ingiusti- zie, le improvidità , le tirannidi s’incontrano in tutte le
for- me d’ ordinamenti politici ( cosi insegna la storia ) , e le
forme le più liberali n'ebbero , e possono averne all’ avve- nire , di non
minori che i più tristi degli assoluti governi. — Quidleges sine
moribusvanae profitiunt — (ridirò col poeta)? Uno o molti che siano gl’
investiti dell’ atto della potestà , possono del pari abusarne ; e , se
gli abusatori son molti , sarà il danno più grave assai , che con un
abusatore unico, tranne se alcun si piaccia del paradosso che più tiranni
deb- bono men nuocere d’un tiranno solo. Le responsabilità mi-
nisteriali , o d'altri ( nome vano ) si dovrebbe ornai sapere da tutti
quel che valgono. Le supposte guarentigie sono sempre un preservativo, o
un rimedio, più illusorio , che vero. Cb’ buoni sono inutili, co’ cattivi
sono insufficienti , per grandi eh’ elle sembrino. Dove furono concesse
Ano ad ogni richiesta misura, gl’incontentabili odierni se ne con-
tentarono forse? Le probabilità del maggior senno, che par- rebber più
facili ad incontrarsi nel consiglio di molti , di quello che in una mente
unica , non sono assai spesso , in tempi di civiltà corrotta, e
d’ambizioni flagranti, che un vantaggio presunto , più che bilanciato, ed
annullato dal- l’ altre probabilità delle discordie intestine tra senno e
sen- no, e delle lotte che quindi nascono. E sovente è più biso-
gno di guarentirai da que’che sono scelti à guarentire, che
ragionevolezza di speranze le quali in questi ultimi si ri-
pongano. Hannovi poi circostanze ( è giusto il ricordarlo ) ,
nelle quali solo le pure monarchie valgono ad operare il bene delle
nazioni; e sonovi beni che soltanto dalle pure monar- chie possono
aspettarsi. Ad esse principalmente, se non Digitized by
Google — 198 — unicamente, parche abbia
riservato la Provvidenza l'inca- rico de' grandi mutamenti da operarsi
ne’ popoli colla de- bita rapidità, rovesciando i maggiori ostacoli :
perchè il mo- dificare ampiamente , e radicalmente, con forza,
prontezza e conveniente efficacia , le sorti d’un popoloso dimoiti
popoli a uu tempo, è parte quasi esclusivamente concessa agli assolutismi
de’ Sesostri , degli Alessandri , de’ Cesari , degli Augusti, de’ Carli
Magni, de’ Federicbi, de’ Napoleoni, certo non alle disordinate e
burascose discussioni de’ sena- ti, de’ parlamen li, de’tribunali, delle
moltitudini deliberan- ti. Sono sempre, o quasi sempre, gli assolutismi,
che ta- gliano ultimi il capo alle rivoluzioni , e creano ultimi la
stabilità delle paci. Sono essi una necessità pe’ popoli che vanno in
bizzarrie pericolose e distruttive. Sono essi a volta a volta,
grandissimi benefattori della umanità, piuttosto- cfaè i suoi principali
flagelli. £ di questa particolare virtù de’ governi assoluti, quanto a
prevalenza d' efficacia e di rapidità , tanto hanno persuasione , perfino
i moderni per- turbatori, ( torniamo a dirlo sebbene altrove l’abbiamo
già detto ), clic solamente perciò hanno istituito, essi medesi-
mi, la obbedienza passiva delle sette, e l’assoggettamento senza
discussione, e sotto pene terribili, a’ capi di esse. Tuttavia non
voglio io qui farmi l’apologista esagerato dc’governi di si fatto genere,
e dissimulare gl’inconvenienti a’quali vanno per solito espósti. Non
voglio dare il piacere a’ miei avversari, di poter dire ch’io sono un
assolutista si- stematico , perchè abbia con ciò bella occasione la
rettorica di certa gente del gittarmi alla faccia questo rimprovero
se- guitato da una mezza dozzina di punti ammirativi. Ho vo- luto
solamente dire che ancora essi governi possono avere ed hanno il loro
tempo, e la loro opportunità; ed in subiecla materia esaminino (dirò di
nuovo) i capi-setta sé stessi prima di rispondere se è vero o falso. Mi
basta avere indicato l’ir— ragionevolezza della troppo universale
condanna la qual di essi governi è fatta, come di cosa assolutamente
contro a Digitized by Google — 199 —
natura , e necessariamente riprovevole. Mi basta aver dato a
conoscere, die vale, anche rispetto ad essi, la regola gene- rale, che
non vi può essere una regola generale di proscri- zione. Le circostanze,
anche a loro riguardo , entrano per molto nel giudizio, come in ogni
altra maniera di governo. D’ altra parte , i governi veramente assoluti
dove più sono? Tutti il tempo li modifica. Addolcisce i più severi.
Modera i più dispotici, e viene più o meno accostandoli alle forme
di temperata monarchia. Siamo giusti. Dove son più i Bu- siridi, i
Falaridi, i Tarquini Superbi, i liberi , i Neroni ? Se si voglia trovar
tiranni, nell'antica significazione del vo- cabolo , bisogna andar a
cercare nel campo repubblicano ultraliberale i Marat , i Robespierre. I
voti del vero popolo, di giorno in giorno, son più ascoltati di quel che
vuol con- fessarsi; e , se si é di buona fede, non può esser negato
, che le concessioni cominciate qua e là a farglisi , per tutta
Europa , nell’anno di grazia 1850 son bastantemente grandi per far dire
che nelle altissime regioni non si è tanto sordi, quanto da alcuni si va
spacciando. 1 bisogni reali finiscono sempre coll’essere ascoltati, non
per forza , ma per ragio- ne. Gli esagerati e falsi può colla violenza
costringersi a sod- disfarli per un momento, ma vale allora il proverbio
— Nil wolentum durabile. — Digitized by Google
— 200 — ARTICOLO XIII ED ULTIMO. Conclusione ed
epilogo. Per chiudere a quel modo che meglio per me si può
l’ar- dua discussione nella quale sono entrato, io Unirò dunque
cosi dicendo a chi tanto si preoccupa del male dei governi più o meno
imperfetti (come se per necessità non dovessero a, diverso grado tutti
esserlo), e a chi perciò, venendo a conseguenze estreme, niente ha più a
cuore ed in mente , che farsi autore e cooperatore di riforme radicali ,
da otte- ner subito , quasi a tamburo battente, ed a qualunque gran
costo , giuste ch’elle sianolo non siano, purché tali paiano a quei che
le dimandano , avuto a sdegno , e messo in non cale il più prudente
desiderio e consiglio de’ miglioramenti graduati , bene studiali , ben
maturati , e solo predisposti e promossi ne' legittimi e tranquilli modi
che rispettan la pub- blica pace, e servono ad assodarla, anziché a
turbarla. — Se veramente ami tu il bene del tuo paese , fa senno , e
pen- sa che qui non si tratta d’un trastullo da gioventù , e d’un
balocco da capi sventati, per darsi dell’ aria e dell’importan- za, ma
della somma delle cose pel presente e per l’avveni- re, od almeno per
lunga successione d’anni. Fa senno , e dà prova d’averlo fatto,
giudicando per anticipazione testes- so , prima d’assumere il terribile
incarico di giudicare gl’im- peri ed i regni. Discendi ,
Gracco, nel tuo interno, e chiedi, con buona fede, a te medesimo se t’è
lecito di crederti tale da ben sa- pere quel che è mestieri sapersi
nell’astrusissimo argomento de’ governi, per islendervi sopra una man
temeraria; e se Digitized by Gùogle — 201 —
ti puoi , senza farti rosso nel viso, chiamare uomo di stato, ose
, in questa vece, non senti, nel tuo segreto, d’essere niente altro che
un misero pappagallo , il quale ripeti su ciò, senza bene intenderlo,
quel che t’ha insegnato la piaz- za, o la setta. Non ti lasciare illudere
dall'orgoglio, nè dal- l’assenso lusinghiero de’ niente maggiori e migliori
di le, ma metti l’amor proprio da parte, e dà sentenza su te, co-
me la daresti sopra un altro. Tastati addosso, e cerca im- parzialmente
se trovi sotto il dito l’economista, il dotto nella filosofia delle leggi
, l’intendente ne’ misteri dell’ammini- strazione e della finanza, il
fino conoscitore della storia umana, l’uomo freddo, ponderato, esperto,
che nel giudi- care questioni si diffìcili , si recondite , si gravi , si
feconde di beni e di mali, come sono tutte queste delle quali stiam
parlando, sa, innanzi tratto, esaminare, prima del giudi- zio ,
gl’innumerabili particolari; che concorrer debbono ad illuminare la
mente; a spogliarsi d’ogni passione e d’ogni opinione preconcetta; e,
senza dar peso a insinuazioni d’a- mici, o di confederati e compagni,
discernere, e ben dis- cernere quel che il luogo, il tempo, le
circostanze, gli uo- mini, gli antecedenti, i comitanti, i conseguenti,
oltre ai principii eterni di ragione e di giustizia, suggeriscono e
ri- chiedono. Va intorno, e parla pettoruto alle genti in questo
linguaggio. — Miratemi , e sentenziate voi. Son io vera- mente l’uomo da
rifare il mondo, e da insegnare agli altri il come? Son io lo Zaleuco, il
Caronda, il Numa, il Licur- go , il Solone del secolo illustre ; o sono
almeno l’uomo da saper discernere, senza ingannarmi, que’ eh’ io possa e
deb- ba seguitar come capitani in faccenda di si gran momento ? — O
piuttosto la risposta non l’odi aver già preceduto la dimanda? Povera
mosca del carro (tu dei sapere la favola), va a scuola , e fatti vecchia
prima di toccar solo col pensiero problemi di tanta astrusità. Solamente
allora saprai ridurre al genuino valor loro tanti spropositi di moderne
teoriche assolute , che, messe in prova da già dodici lustri, non
ban Digitized by Google — 202 —
saputo partorire ovunque che continuati scompigli , e ine- narrabili guai
sempre ripullulanti a doppio cornei capi tagliati dell’idra! Povera
mosca, solo buona ad esser tafano atto ad inquietare i cavalli che tirano
il carro dello stato, finché un colpo di frusta ti schiacci. Riguarda (
se non hai le cataratte agli occhi ) nella Francia , prima maestra di sì
fatte novità, e spettacolo e scuoia delle lor conseguenze a ogni
gente... nella Francia già più volte rovinata, e data per queste a
scom- piglio, e le più volte, non da mani forestiere , ma dalie
pro- prie. Riguarda a’ be’frutti delle agitazioni tedesche. Riguar-
da a’ bei fruiti delle agitazioni di questa misera Italia, qual ella è or
fatta per colpa di simili tuoi ! Gusta il Progresso che han generato i
tuoi pari , la ricchezza e la prosperità eh’ è opera loro...! Basta
ornai. Basta. La terra ha bisogno di tranquillità , e , a tuo dispetto ,
saprà come darsela. Cosi ti risponderà , e ti risponde il mondo :
non quello veramente nel quale tu vivi , ma quello in mezzo al
quale dovresti imparare a vivere , per tua istruzione , ed emen-
dazione , e per l’altrui pace. Ma ti risponderà , e ti risponde anche
altro. Ti dirà, e ti dice. O tu , che ti proponi niente meno che di
metterti il grembiule di Prometeo, cioè di rifare la gran famiglia
uma- na in quella parte che rende a lei possibile il viver socievo-
le , cioè negli ordinamenti de’ suoi governi , comincia col rifare te
stesso. Volendo insegnare a’ tuoi contemporanei l'arte del comando ,
insegna a te medesimo l’ arte dell’ ob- bedienza , che non sai , o non
vuoi sapere. Con uomini quale tu sei nessun arte di comando , e per
conseguente di governo, è possibile , e l’ esperimento s’è visto. È forse
giovato in più d’ un luogo darti costituzioni , e rinnovarle? É forse
giovato accordarti assemblee deliberanti , libertà di stampa, libertà
d’associazione ...tutte le libertà? È biso- gnato finir col frenarle dal
momento che i pari tuoi v’ han voluto metter mano. E cosi
doveva essere ; perchè ogni governo , anche lar- Digitized by
Google — 203 — gbissimo e mitissimo , è legge e
dominazione ; e cbe legge, oche dominazione può esservi per tali come tu
sei? Tu ( quel tu eh’ io m’ intendo ) di Dio non accetti che H
nome. Tu sei di quegli uomini, quorum Deus venler est ( riconosci-
ti ). . ; degli uomini turbolenti, sfrenati , ricalcitranti ... che
chiamano ben pubblico il dar di naso abitualmente ad ogni autorità , sotto
colore di far la guerra agli abusi suoi , colla presunzione di giudicarli
in ultimo appello secondo il privato tuo senno. . ; degli uomini che ban
distratto ogni riverenza , ogni fede al senno antico , ai documenti de’
se- coli passati , alla sapienza accumulata per gli studi comuni
de’ migliori cbe in ogni età vissero. . ; degli uomini che ner gano ogni
efficacia d’ antica esperienza , e che queste massi- me non si contentano
di professarle per sè , ma le promul- gano giornalmente d’ ogni intorno....!
Or con te, e con tali quale tu sei, qual maggiore pubblico bisogno v’è,
del biso- gno di mettersi in guardia , e tirare a sè le briglie ? É
egli tempo d’allargar la mano alle redini , quando il cavallo dà
continuo cenno di rubarla, e di mettersi alla scappata ver- so
precipizi!? Pur troppo quando un paese ha la disgrazia d'avere a
ridondanza gente del tuo taglio, facilmente arriva a quella condizione di
tempi che o scusano , o rendono ine vitabili gli assolutismi i più
stretti e i più vessatori. Perchè , non accade dissimularlo. Ecco
la massima mise- ria della condizion nostra. È peggio che al tempo de’
guelfi e de’ ghibellini. L’ira tien luogo di ragione. Vendicarsi ,
ed esterminare sono ornai la parola di guerra. — Sangue! San- gue!
— Ammazza ammazza ! — Quel che non s’ osa fare aucora, si dice
pubblicamente che sarà fatto alla prima op- portunità. Designane adcaedem
unumquemque nostrum... Po- veretti! S’uccidono gl’individui, non s’uccide
la verità e la giustizia.... Ma anche a’Principi d’Europa
rivolgerò finalmente la ri- spettosa mia voce. Purtroppo hanno essi
bisogno d’una ri- vista severa del passato, e d'una ponderazione accurata
del Digitized by Google — 204 —
presente a previsione del futuro. Quel che è stato ed é ma- le, fa d’uopo
mutarlo. Quel che è giusto e doveroso in tanto mare di desiderii , di
querele , di mescolate richieste, bisogna farlo. Mai non ci fu maggior
necessità, per chi sie- de ne’ sommi scanni, d’esaminare gli antichi
ordinamenti , e di recarvi miglioramenti reali e legittimi. Mai non
richie- sero i secoli che sono scorsi maggior senno in chi regge i
popoli, e per conseguenza più grande opportunità di circon- darsi di
buoni , e probi , e saggi aiutatori, e subalterni. Ri- forma ! è la
parola favorita del nostro tempo. Riforma non è in sé medesima parola
d’errore. Le riforme bisognano sempre alle congreghe umane , come agl’
individui. Rifor- ma dunque anch’ essi dicano i re ma non ogni
riforma dimandata.... le riforme che la vera sapienza politica
consi- glia , e vuole. Eruditami qui iudicalis terram. Imparino le
genti col fatto , che amate di cuore il ben pubblico , odiate il male, e
vi studiate per quanto è da voi d’affaticare alla pubblica felicità correggendo
intorno a voi, per aver più di- ritto , e più facilità a correggere
intorno a quei che vi deb- bono obbedire. ' Digitized by
Google INDICE Due parole a chi è per leggere.
.... , pag. 3 Parere d’ un Amico intorno a questo libro 7
Risposta Prefazione Opuscolo I. De’ Fedecommessi
e dell’ Aristocrazia . . . Due parole al Lettore .
Lettera I. I Fedecommessi sono una istituzione apparte- nente a più
luoghi c a più genti e tempi , che non si crede. Conseguenza di ciò
27 Essi hanno una principale e giusta difesa nell’interesse
con- venientemente inteso di famiglia 23 Non sono
applicabili ai piccoli patrimoni, ma solo ai gran- dissimi ivi
Perennando lo splendore di tutta una linea principale po -
tentemente soddisfatto a uno de’ sentimenti connaturali all’ uomo 3
Q Senza i Fedecommessi , le grandi fortune, di necessità ,
tra breve, sminuzzandosi , periscono per V intera fami- glia , e
con ciò essa è condannata a rapido scadimen- to .... . ai 1
Fedecommessi salvano , per quanto esser può , il patri- monio dalle
imprevidenze, dall'incuria, e da’ vizi dei temporanei suoi possessori, e
lo conservano a que’che debbono in avvenire possederlo ivi
Digitteed by Google — 206 — Discussione delle
ragioni de’ cadetti. E maggiore il numero de'beneficali nel sistema che
qui si contempla di quello che nel sistema opposto pag. ivi
Infatti quei che nel i° sistema godono ( al contrario di ciò
che succede nel 2°) sonpiù numerosi de’ danneggiati. 32 I
vantaggi d’ognuno de' favoriti sono più grandi, che i vantaggi
d’ognuno de’ favoriti nell' altro sistema. . ivi Gli svantaggi de’
danneggiati nel secondo sistema sono più grandi che quei de’
danneggiali nel primo. ... ivi Lettera 11. Soluzione d’ alcune
difficoltà 35 Si risponde a chi oppone che il testatore dee
riguardare al bene massimo de’ prossimi ed esistenti , e non ,
collo scapito di questi , a quello de’ remoti , e non esistenti
ancora, o forse non destinati ad esistere giammai . 3fì Si prova che,
oltre al vero interesse delle famiglie , nel si- stema de fedecommessi ,
meglio che nel sistema con- trario , è provveduto anche all’interesse
dello stato . ivi Risposta alla obbiezione de’ supposti diritti degli
altri figli, che si dicon violali nel sistema da noi difeso . . .
38 Si torna a distinguere tra i fedecommessi utili, e i
danno- si , e si prova come ne’ primi i cadetti non sono pre-
giudicali in modo indebito 19 Risposta a chi oppone l’ accusa di
parzialità , e d’ eccita- mento alle invidie , a’ disamori, alle
discordie tra pa - dre e figli e tra fratelli. — Esposizione de’
rapporti tra V erede preferito cogli altri posposti 12
Convenienza del preferire il primogenito ai nati poi . . M Di
nuovo sull’ accusa del supposto fomite somministrato alle invidie
reciproche 45 Indirizzo da dare all’ educazione perchè queste
temute in - vidie non nascano . ? . . ? ; r • • . 13 Lettera
III. Seguita la soluzione delle difficoltà. ... 18 Non è vero che i
fedecommessi , favorendo il celibato lai- cale , favoriscano i vizi che
vi vanno connessi. . . 19 1 matrimoni son più incoraggiati nel
sistema qtrì difeso , Digitized by — 207 —
che in quello della divisione dell’ eredità per capita, p. 49 È
insussistente il nocumento che la sottrazione di molti be- ni
rustici , in virtù, de’ vincoli fidecommissarii , alle speculazioni di
compra e vendila minaccia di recare al pubblico ....... - ... . 53
Un certo numero di latifondi legati a fedecommesso , lungi dall’
essere un impedimento alla buona agricoltura , ed alla pubblica
prosperità , sono utili e necessari al- l'unae all’ altra , » . . .
, . , . . 54 Risposta alla difficoltà tratta dai creditori
dell’eredità de- fraudali talvolta , quando essa ha il genere di
vincolo del quale qui si tratta. . . . 53 Lettera IV .
Difesa dell’Aristocrazia 58 Proposizione premessa , che, distrutti
i fedecommessi , è di- strutto il patriziato . . . . 59 I
vizi de’ nobili che sono da degenerata istituzione non vo- gliono esser
contati soli , ma messi a confronto delle utilità , e delle virtù
ivi Essi vizi possono emendarsi , e le utilità e le virtù
accre- scersi : utilità e virtù le quali difficilmente possono
trovarsi fuori del ceto patrizio ivi È nella natura stessa
della Nobiltà un seme di migliora- mento nella specie umana , che ne
innalza la dignità e la perfezione 69 Caratteri propri
del genuino patriziato 61 La grandezza degli averi in famiglie non
patrizie non può dare i vantaggi eh’ essa dà o può dare nelle
famiglie patrizie .... . . . 63 Necessità politica in
uno stalo dell’ esistenza del ceto nobi- le , e particolari servigi , che
ad esso esclusivamente sono riservati ed appartengono. Conclusione . .
64 Opuscolo II. — Della libertà e dell’eguaglianza civile. — Del
governo e della sovranità in generale. — Della così della sovranità del
popolo , e della democra- zia. — Del voto universale. — Delle rivoluzioni
e Digìtizedby Google — 208 — delle
riforme de governi ec paff. G9 Art. I. Della libertà nel civile
consorzio , e decimiti , che necessariamente debbe avere. .
71 I più di qne’ che la dimandano oggi, da ette negano nella
loro filosofia il libero arbitrio, e sono materialisti , fanno una
dimanda assurda , cioè chiedono quel che credono non potere esse r
loro concesso ivi Per chiedere la libertà civile , bisogna essere
spiritualista , e cogli spiritualisti non è difficile giungere ad
inten- dersi in tutte le altre questioni da noi trattate. . . 72 Que’
che chiedono la libertà, quale e quanta la dà natura, debbon concedere
gli usi buoni ed i cattivi della mede- sima , ed una legge interna che
comanda i primi , e vieta i secondi , e con ciò debbon concedere di fatto
e di diritto che la libertà è limitata per natura ... 73 La
convivenza civile essendo ordinata a perfezionare l’uo- mo , e non a
deteriorarlo , la miglior convivenza ci- vile necessariamente dee dirsi
una convivenza ove la libertà naturale incontra nella legge vincoli
grandis- simi e maggiori di que’ che ordinariamente le si pre-
scrivono 74 È solo la difficoltà soverchia opposta dalla corruttela
uma- na allo stabilimento d’ una piena normalità nelle ci- vili
convivenze , quella che impedisce il comandare oggi tulli i vincoli che
bisognerebbero: ciocché non to- glie però che il vero progresso è quello
il qual favori- sce essi vincoli , e li promuove, anzi che produrre
ef- fetto opposto ivi È per effetto di questa difficoltà che
le umane congreghe si ristringono per solilo quasi al solo governo di
quelle libertà , gli usi o abusi delle quali risguardano i rap-
porti reciproci de’ cittadini co’ cittadini , non che il loro scopo
remolo non debba esser quello d’ordinare a poco a poco le leggi a una
sempre migliore siste- mazione , e per conseguenza a una sempre maggior
Digitized by Google — 209 — limitazione, di
tutte le altre libertà col fine d’ acco- star f turno alla perfezione
quanto più puossi. pag. H i Prime parole sulle leggi che legar debbono le
libertà , e su ' coloro che debbono stabilirle; c sulla genesi dell’
odier- no domma della sovranità del popolo , e del patto
sociale . . ... . 16 Art. II. Dèli’ eguaglianza in generale ,
e quanto poco esi- sta essa nella specie umana 80 Falsità
della massima che al volgo suole oggi insinuarsi che gli uomini sono
lutti uguali per natura. ... ivi Naturale ineguaglianza fisica tra uomo
ed uomo . . . 81 Naturale ineguaglianza morale . ivi
Altre cagioni artificiali ed accidentali d’ inegualità; e prima
per parte degli educatori 82 Degli educandi. . , gj
D’altre accidentali cagioni ivi E pel fine stesso che l’arli
educatrici si propongono , e pos- sono non proporsi Si Per
ultimo V ineguaglianza è la legge generale della natu- ra, in tutto il
creato So Una delle principali ragioni, per le quali il Creatore
volle questa disuguaglianza ivi Vergognoso abuso che si
fa della religione per cercar di persuadere la contraria dottrina
Sfi Passaggio al provare che inutilmente si limitano alcuni
ed difendere soltanto V eguaglianza ne’ fondamentali di- ritti
della vita di cittadino ........ si Art. III. Dell’ eguaglianza nel
civile consorzio , e su giudi falsi fondamenti si pretenda stabilirla. .
, . . 88 Paralogismi con che, dato un quale che siasi appoggio alla
qui combattuta dottrina , cercasi di ricavarne la dot- trina del palio
sociale, della sovranità popolare e della democrazia ; e conseguenze che
se ne deducono, ivi È falsa l'equipollenza di condizioni pel cui supposto
gli uomini liberamente entrando in una civil convivenza,
i4 Digitized by Google — 210 —
acquistati pari diritto di fermarmi palli . . pag. 01 Nè lo
stabilimento di questi patti è puro atto di libertà, ma dee conformarsi a
certe massime generali di ragione e di giustizia che impediscono appunto
l’affermata egualità di diritti 92 È non men falso ,
che gli umani consorzi quali sono e furono debbano considerarsi come
illegittimi e spurii perchè non individualmente consentiti da tutti e
da ciascuno. Passaggio al provare l'assurdità e i peri- coli della
dottrina che quindi si suol trarre per voler sovvertire il passato e il
presente a vantaggio d' un futuro ipotetico . ■ . 93 Art. IV. Considerazioni contro al preteso diritto di rinno- vare le società umane per accomodarle alle proprie idee preconcette , e contro alle tentale
riduzioni ad atto di questo diritto 95 Confutazione di quattro proposizioni, che corron oggi per le bocche di molli , e prima , risposta
alla i a proposi- zione , che il mondo ha bisogno
di riforma . . . 96 Alla 2. Che la riforma la qual bisogna è quella che le scuo - le
democratiche oggi insegnano , e non altra. . . 93 Alla 3. Che la
riforma la cui necessità si va predicando con parole si ha diritto di
condurla immediatamente ad atto; e che non è da lasciarsi trattenere da
qua- lunque ostacolo d’opposta ragione 98 Alla 4. Che
qualunque mezzo dee tenersi per buono e leci- to, se al fine conduce
della universale riforma che vuol tentarsi. . , s = , , = , . ! .
. . 103 Art. V. Altre considerazioni sulle riforme nel
reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto ed il
modo di tentarle . 106 Due casi che rispetto a ciò possono
darsi. E prima, del caso, in cui tutti consentano ivi
Secondo , del caso in cui siano divisi i pareri , e sia lotta
de' medesimi. Solo e vero diritto che allora si ha ■ ■ 1Q7 Digitized by Google — 211 — Grave torlo dei dilettanti di malcontento , e parole seve- re ad essi dirette quando tentano le rivoluzioni, pag. 108 Risposta a certi loro sofismi 109 Danni delle rivolture politiche , quanto a interessi di ogni
genere 110 Incertezza de’ loro successi Ili
Difficoltà del ben giudicare i molivi che spingono a rivolte, e
poca fiducia da aversi in coloro che per solito le tentano .
114 Vanità della querela che alcuni fanno , come se tolta la
li- bertà delle rivoluzioni, il migliore strumento fosse tol - to
del ritorno a giustizia. Esame d’ alcuni esempi so- lili ad addursi.
. . . , s . s , . . . 115 Rimedi più veri e più ragionevoli contro
alle ingiustizie an- che abituali de' gox'emi 117 Certi mali
sono conseguenza d’imperfezione della natura nostra , o decreti di
Provvidenza . . . . . .118 Essi sono il più spesso, generalmente
parlando , ineritali, ivi Doveri e diritti de’ cittadini sottoposti a
cattivo reggimento. 119 Art. VI. De’ governi, e delle sovranità in
generale. . . 121 Ignoranza del popolo quanto alle idee di ciò che è
sovra- nità , e di ciò che è popolo. Esempio ivi Se un
diritto , il quale anche realmente si abbia , sia sem- pre
perseguibile , e da perseguire 122 Idee preliminari sulla
socievolezza , come una delle con- dizioni di natura date all’ uomo 1
2.1 Il bisogno d" un governo è uno de’ conseguenti della
neces- sità d’ associarsi. Definizione del governo . . . . ivi
Distinzione fra governo normale, e governo legittimo in- dicata
124 Mentre il vivere in società è una necessità ingenita, la
for- mazione d’un governo è un bisogno accidentale, so- praggiunto
, e secondario 125 Dottrina intorno a ciò che discende dalla Fede
ivi Distinzionedi tre stati nell’uomo, cosi come oggi lo
cono- Digitized by Google — 212 sciamo
per sola ragione. E prima dell’ uomo ine- ducato e selvaggio e delle
conseguenze di questa con - dizione quanto a governo pag. 126
Secondo, del? uomo ipoteticamente perfetto, e di nuovo del
governo del quale è suscettivo 127 Terzo , dell’ uomo nè selvaggio
, nè perfetto , cosi come suol essere , c delle innumerabili varietà
delle sue condizioni , donde si trae che il governo il quale gli
conviene non ha nè può avere generali regole , tran- ne il principio
generico che dee possibilmente esser giu- sto e ragionevole ivi
Questo principio generico non insegna però,nuUa d’assoluto guanto a
necessità di determinale forme nell’ applicar zione, e negli altri
particolari a cui si suole applicarlo. 129 Niente dunque v’ha di
primitivamente fermo e comandalo intorno alle costituzioni primitive de’
governi da ap - ■ plicarsi alle diverse genti 131 Art. VII. Della sovranità
del popolo, consistente nella de - mocrazia pura , e rappresentata dal
voto universale. 135 Ragionamenti che si fanno per provarla
universalmente fondata sopra giustizia e ragione ivi
foro insussistenza. V’è egli un popolo uno ? Tutto ragio- nevole?
Tulio illuminalo ? Tutto probo ? Tutto una - nime ? Conseguenze che
discendono dalla risposta ne- galiva a si fatti quesiti. 137
Esame della famosa dottrina circa le maggiorità , e circa il
voto universale 138 Che cosa è il maggior numero ; come si compone
, e che cosa conseguila dai difetti della sua composizione. ■ _ ■ ■ 139 Se sia vero che col volo universale si può almeno ottenere il massimo contentamento del Corpo Sociale . . .141 Fino a qual segno le maggiorità siano maggiorità reali- . 1 44 Ari. Vili. Continuazione deli articolo
antecedente . — La democrazia de’ moderni non può convenire ad alcun popolo 147 , * Digitized by Google — 213 — Essa twn conviene a un popolo selvaggio. . . . pag. 143 Non a un piccolo popolo di pastori e d’ agricoltori. . . 118 Non a un popolo
piti o meno provetto in civiltà. . . . U9 per cagione
delle disuguaglianze , che la civiltà tende sem- pre ad accrescere
, e delle loro conseguenze . . . 150 per cagione della
lotta delle virtù co’ vizi — delle altre ine- guaglianze che da
ciò derivano — e delle necessità che ciò crea .
152 per cagione di ciò che costringono a mettere a calcolo
nella formazione delle società le diversità enormi d’
inleres- si tra cittadini e cittadini 153
Conseguenze funeste ed assurde del sistema tanto da deu- ni
idolatrato della divisione de’ beni secondo le leggi della
livellazione universale 155 Differenza sleale di
linguaggio che usano i propagatori del- le dottrine nuove quando
parlano col volgo , e quan- do colle persone educale a
ragionamenti «_ JL58 Dilemma ad essi proposto. Vogliono
essi o non vogliono ri- spettata la differenza di grado negl’interessi,
e tenu- lane ragione? Se no , conseguenze necessarie e lui-
(uose della neqativa 160 Se si , dire
conseguenze di ciò diametralmente opìwsle a quel che pretendono e
vanno spacciando ..... 163 Art. IX. Continuazione dello
stesso argomento. Traltazio- ne d’ deune obbiezioni die quali si
cerca rispondere. 165 Risposta die lagnanze di que’ che
lamentano il vilipendio e l’ oppressione del povero popolo , e
agli eccitamenti che gli danno a redimersi a ogni patto 166
Leggierezza , e spesso insussistenza de’ giudizi che su que- sto
proposito s avventurano ivi Mate usanze introdotte rispetto a ciò
, e perniciosi effetti di esse 167 Diritti esorbitanti
che si vorrebber dati alle turbe a fine di prevenire gli abusi dell’
autorità imperarne , c di' farli efficacemente cessare , ed estirpare
radicalmente. . 1 1Q Digitized by Google — 214
— Catastrofi inevitabili alle quali non potrebbe non condur -
re la riduzione a pratica di tutto questo ordine (Videe. 172 Parere
intorno a ciò di Cicerone e di Platone ed esempi moderni pag.
173 Contraddizione con sè stessi de’ difensori delle dottrine
fin qui impugnate , i quali mentre affermano di combat - tere per
la libertà, impongono servitù inlolleranda ai loro proseliti, e cosi
mostrano che colla libertà da essi predicata il governare comunque le
volontà uma- ne è impossibile anche a lor giudizio 175 Le
stesse ragioni colle quali lentan essi di scusare questa
contraddizione provano contro di loro 176 Art. X. Di nuovo
delle ragioni, per le quali la formazio- ne a priori d' un ottimo governo
, e lo stabilimento il più ragionevole della sovranità non ha regole gene
- rali , e costituisce un problema di difficilissima e qua- si
impossibile soluzione , massime quando la soluzio- ne al popolo
s’abbandoni 177 Pochissimo , e quasi titilla , rispetto a ciò, può
attinger- si, ne’ particolari casi , dalla sapienza generale , e
quasi lutto esige in essi le deliberazioni ad hoc d’uo- mini i più saggi
ivi Or 1. Alcune volte quest’ uomini non sono presso il po-
polo del quale si tratta • ♦ 178 2. Spesso non in sono in sufficiente numero, e tale da es-
sere facilmente trovati ed utilmente ascoltali . . . ivi 3.
Diffìcilissimo è distinguerli dai cerretani che simulati sapienza
ed esperienza , e tendono con male arti a mettersi inmnzi e prevalere
179 4. Non dirado, anche cotisultati, rendono
intralciatissima la deliberazione, non essendo tra loro accordo di
pa- reri ivi 5. Spesso ancora accresce la difficoltà il tnescolar
che ' essi fanno all’ interesse della causa pubblica , quello
delle private loro cause, delle loro passioni e simili, ivi
Digitized by Google 1 E tuttociò vale, quando , a
società non costituita an- cora in alcun modo, trattasi di costituirla.
Peggio è che il più spesso le società umane sono già costituite, e
v’ è la question preliminare , se sia giusto , con- veniente , e
possibile il disfarle per rifarle . pag. 180 Lotte per solito che in tal
caso nascono tra conserva- tori , e riformatori, e discussione de diritti
degli uni e degli altri e delle contitigenti conseguenze di esse lolle,
ivi Art. XI. Del perchè e del come il problema del governo e della
sovranità è presso a poco insolubile a priori por V umana sapienza
1 82 Cardine della questione. Doppia natura dell'uomo. . .
ivi Bisogni ed istinti numerosi della vita terrena, che non
son fatti per ottenere la soddisfazione loro durante essa
vita 183 Motivo e fine occulto , e non troppo occulto , di
ciò. . 181 Applicazione di questa dottrina anche al particolare pro
- blema qui discorso .183 E nondimeno non può dirsi che un
qualche rimedio alla frequente imperfezione degli ordinamenti civili
non sia dato in terra all’ umana specie. Ritorno , rispetto a ciò ,
a una quislione già altrove trattata. . . 186 Art. XII. Di quello
che’ al popolo non ispella , e spel- ta , in fatto di governo e di
sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta 1 88
Principal fonte delle false opinioni che intorno a ciò cor- rono
tra’ moderni ivi Si torna all’esame della presunta distribuzione
tra lutti del diritto competente a trattare e risolvere sì falle
questioni ivi Una conseguenza ultima ed inevitabile di si
falla dottrina è che la sovranità non obbligherebbe dunque che t ~
soli consenzienti , o piuttosto non obbligherebbe alcu - no , e
cesserebbe d’ esistere in altro modo , che come una cosa da giuoco ed
assurda 1 89 r. Qigtized by Google 216
- li altrettanto sarebbe di tutte le leggi .... pag. t90
Teoremi più veri eh’ io credo doversi sostituire alle opi- nioni dominanti
delle turbe male istrutte. Proposi- zione i , 2 , 3, 4, S » 6 ,7.
, ' 191 Due parole su i governi assoluti 197 Protesta
198 Art. XIII. ed ultimo. — Conclusione ed Epilogo. . . 200
Esortazione ai predicatori di rivoluzioni e di novità poli- tiche
ivi Poche parole a’ Principi 203 Indice ragionato ,.
206 P3K. Lin. ERBATA
CORRIGE 21 6 Urliamo
Gridiamo 22 8 fili
le 23 6 ristampa con emendazioni
edizione 3.* 2U 0 di lilosolia
di buona tilosofia 30 1 collaterali
) collaterali almeno prossimi ) IVI
40 in quella società in quel consorzio
ivi 27 nipoti nostri nipoti nostri ,
e, se non di tulli alme- no di (pianti più ci è lecito
31 3 civil società civil
congrega 33 28 all'opposto, per
all' opposto (almen quanto alla linea privilegiala), tra pe’
fratelli poi-nati lTl 30 pe"
cadetti 34 24 quello dico .
quello dico , pur mentovalo , conte- chè alla breve , 35
ir società consociazioni 48
28 son le difficoltà son difficoltà
53 3 le propensioni le
agevolezze IVI IVI pii uomini
gli uomini senza rovinarsi Kit 24 de'
Babilonesi degli Assiri 117 10
c clic e che se CONSIGLIO GENERALE DELLA
PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli 4. Luglio iH5i Vista la dimanda
del Tipografo Raffaele Marotta con che ha chiesto ri- stampare il primo
volume dell’opera intitolata = Opuscoli politici del Professore Francesco
Orioli. = Visto il parere del Regio Revisore Signor D. Giulio Capone. Si
permetta che la suddetta opera si ristampi, però non si pubblichi senza
un secondo permesso che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non
avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto essere 1* impressione
uniforme all’ originale approvato. il Presidente interino:
Francesco S averio j4 puzzo, ìl Segretario interino : Giuseppe Piktrocola
. Francesco Orioli. Orioli. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Orioli” – The Swimming-Pool
Library.
Grice ed Ornato: la ragione conversazionale o
dell’implicature conversazionali nella conversazione d’Antonino con Antonino – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Carmagna).
Filosofo italiano. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza
intesa soltanto allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la
filologia, la poesia, la musica e con singolare amore le discipline metafisiche.
Sii trasferisce a Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia
sabauda. Tra le sue amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli
Balbo. Dei concordi è insegnante di matematica nel collegio dei paggi
imperiali, impiegato nella segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e
successivamente professore presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai
moti rivoluzionari e nominato da Santarosa Ministro della Guerra della giunta
rivoluzionaria. Si rifugia in esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe
amicizia con Cousin e la sua casa è frequentata da numerosi patrioti italiani.
Ottiene di poter rientrare in Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le
visite dei patrioti Pellico, Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino
dove morirà e verrà sepolto nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode
a Roma di Erinna, traduzione dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii
e lettere inediti di Leone Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di
ricercheo, Becchio Calogero, Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ulteriori
approfondimenti possono essere reperiti nei seguenti siti: Comune di Caramagna
Piemonte, su comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione Culturale "L'Albero
Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi abiti, nota qui e
contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente dalla
IMPRESSIONE che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a
quello secondo che quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del
lasciarci guidare unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in
mente a caso, seguendo quelli che eccitano più la nostra attenzione. Due
stati passivi, dove l’uomo non esercita punto la volontà nè l’intelletto,
ma segue ciecamente, nel primo, il caso esterno, o nel secondo, il
caso interno, cioè quella che è stata nomata di poi legge di
associazione di due idee: due stati quindi dove l’uomo non ha scopo. Il
primo de’ quali ha luogo nella vita puramente ANIMALE, e il secondo
nel sogno. Quello, proprio del giovane troppo dedito al senso. Questo,
del vecchio rimbambito. E quindi, dopo avere esortato sè stesso a fuggire
il difetto del giovane si esorta a fuggire quello del vecchio. Il
carattere che fa riconoscere il vecchio per rimbambito è il vaneggiare,
cioè il parlar senza costrutto, ripetendo il già detto. Ma avverte sè
stesso che l’uomo può essere rimbambito già anche quando non parla ancora
senza costi itto, non vaneggia ancora in parole, se egli fa delle azioni
senza costrutto, o vaneggia nelle azioni: il che ha luogo ogni volta
che esse azioni non sono collegate tra sè, non hanno unità, cioè non
sono riferite tutte ad uno stesso ed unico scopo. Questo lodare la
compassione senza aggiungere con Epitteto che ella debba essere puramente
esteriore e non di cuore, è certamente una contradizione al principio stoico. La
compassione essere come tutti gli altri affetti un moto irragionevole dell’anima,
e contrario alla natura, il saggio non essei'c accessibile alla
compassione; una contradizione a ciò che è detto in questo medesimo §,
dovere il saggio mantenere il suo genio interno netto da passione. Ma è
una di quelle contradizioni magnanime per le quali IL CUORE corregge
talvolta gli errori dell’INTELLETO. Sul punto particolarmente della
compassione, come su quello dell’affezione verso gl’amici e i congiunti e verso
tutti gli uomini e Antonino uno stoico poco fedele al principii della sua scuola, e segue
piuttosto gl’accademici e i liceii, i quali insegnavano il sentimento
della pietà essere il carattere distintivo delle belle e grandi
anime; e quel detto di Focione, conservatoci dallo Stobeo: non togliete
nè Voltare dal tempio y nè dalla natura umana la compassione. Fu in
questa deviazione, almeno in pratica, dal rigore dell’antica dottrina del
Portico Antonino e stato preceduto da altri romani illustri del PORTICO. Il che
non potea non avvenire, perchè secondo un antico senario greco, il
cuore soltanto del malvagio non è capace di essere ammollito. E però
il severissimo CATONE minore, già deliberato in quanto a sè di
morire, pianse, come narra Plutarco, per pietà di tutti quelli amici e
concittadini suoi che eransi pur dianzi affidati ad un maro procelloso per
non lasciarsi cogliere in UTICA da GIULIO (si veda) Cesare vincitore,
come avea pur pianto alcuni anni innanzi per un fratello
amatissimo, quando trovandosi esso CATONE minore al comando di una legione
in Macedonia, alla novella che il detto fratello era moreute in Enos
città della Tracia, salpa immantinente con piccolo e fragil legno da
Tessalonica, contro l’avviso di tutti i nocchieri, per un mare
tempestosissimo, E GIUNTO IN ENOS TROVA IL FRATELLO GIA SPENTO (Plut., vita di
Catone). E pianse certamente TACITO, benché del PORTICO anch’egli,
quando, dopo aver narrato come e vissuto e morto, non senza sospetto
di veleno, Giulio AGRICOLA suo suocero, aggiunge queste patetiche
parole. Beato te. Agricola, che vivesti sì chiaro e moristi sì
a tempo. Abbracciasti la morte con forte cuore e lieto. Quanto a te,
quasi scolpandone il principe. Ma a me e alla figliuola tua, oltre
all’acerbezza dell’aver perduto un tanto padre, scoppia il cuore che non
ci sia toccato ad assistere nella tua malattia, aiutarti mancante, saziarci di
abbracciare, baciare, affissarci nel tuo volto. Avremmo pure raccolti
precetti e detti da stamparli nei nostri animi. Questo è il dolore, il
coltello al nostro cuore. Senza dubbio. o ottimo padre, per la presenza
della moglie tua amatissima, ti soverchiarono tutte le cose al
farti onore. Ma tu se stato riposto con queste meno lagrime, e pure
alcuna cosa desiderasti vedere al chiudere degl’occhi tuoi. Fra le varie
divisioni dei beni appo IL PORTICO, l’una è questa, che dei beni
altri sono finali, altri efficienti, altri e finali insieme ed
efficienti. I beni finali sono parte della felicità e la
costituiscono. Gli efficienti solo la procurano. I finali ed efficienti
insieme e la procurano e sono parte di quella. Del primo genere sono
la letizia, la libertà dell’animo, la tranquillità, ecc. Del secondo,
l’uom prudente ed amico. Del terzo, tutte le virtù. L’uom prudente ed amico è
un bene efficiente, perchè muove con la sua dispozione razionale la
tua diapoaizion razionale , cioè è occasione a te di buone azioni. E
nello stesso modo è un bene di quel secondo genere ogni cosa, o sia
pensiero o altro, che è occasione a te per camminare verso la
perfezione. Di questo bene parla ora ANTONINO (si veda). Il quale,
per l’esser solo efficiente, e non finale, cioè pel non essere
accompagnato ancora da quel sentimento intimo di gioia perfetta che
costituisce la felicità, non attrae invincibilmente il tuo volere;
ed è necessario quindi, perchè operi veramente sull’uomo, che questi si
sottragga da tutte le altre cose che ne lo possono sviare -- conferisci
quello che ne insegna la teologia intorno alla grazia. E quando ANTONINO
chiama questo bene razionale -- che è attributo generale del bene
appo IL PORTICO -- il fa per opposizione al preteso bene dell’ORTO, che è
sensibile. Seneca, epistola ultima. Chi riguarda il piacere come sommo
bene – o OTTIMO --, giudica che il bene sia sensibile: noi il giudichiamo
intelligibile. E più sotto. Non è bene dove non è ragione. Tutte queste
cose e necessario notare per ìscliiarimento e conformazione del testo, dove la
maggior parte dei cementatori ed interpreti ha voluto cangiare la
parola efficiente in “civile” o vuoi “sociale” con manifesto danno
del senso e del pensiero di ANTONINO. Dispensazione,
in greco “eco-nomia”, vale generalmente governo della casa, amministrazione.
E perchè molte cose si fanno pel governo della casa, le quali da per
sè sole non si farebbero -- come per esempio il risparmiare certe
spese perchè le sostanze famigliar! sopperiscano al mantenimento di
quella -- quindi è stata applicata questa voce ad ogni cosa che si
faccia con fine provvidenziale, benché sia di nessun pregio in sè od
anche noiosa; come p. e. il gastigare i rei. È usata sovente IN QUESTO SENSO [O
IMPLICATURA] dagli filosofi latini di tarda età, e del PORTICO ed altri. È
tra noi disusata perchè è DISUSATO IL CONCETTO ch’ella esprime. Ma per
provare la sua antica cittadinanza in Italia alleghera il passo
seguente di Cavalca, l’ultimo dei citati sotto essa voce nel V.
della Crusca (Medicina del cuore). Per divina dispensazione avviene che,
per li pessimi vizi e gravi, grave e lunga tribolazione ed infermitade
arda e salvi l’anima. Da una nota d’O. credo che, quando la scrive,
inclina per l’interpretazione di questo luogo, a dar ragione a Xilandro
contro i posteriori. Se non muta poi di parere, IL SENSO (O IMPLICATURA)
DI QUESTA ESPRESSIONE con libertà di
parole dovrebbe essere liberalmente cioè con liberalità di parole, o
generosamente poiché così anche lo Xilandro intende lo £À6u0£.'iu)5 del
testo. E con questo raccomandare la generosità nelle preghiere, ANTONINO intende
di biasimare le preghiere che non mirano che all’interesse proprio
di chi lo fa. E però loda quella preghiera degl’ateniesi, i quali,
al dire di Pausania, soleno pregare non solo per TUTTA L’ATTICA, ma anche
per tutta la Grecia. Auto nel senso peripatetico del Lizio e
scolastico, è l’affezione costante deWente: e per quel carattere di
costanza si distingue dalla disposizione che è variabile. Appo IL PORTICO è la
forza o virtù (andreia) che mantien l’ente in quella
affezione costante; o, siccome essi favellano, è spirito -- intendi
aria -- che mantiene il corpo e il contiene. Perchè l’ente ò corpo appo
loro. La mente dell’ universo, dice Senone, penetra per tutte le cose particolari
e le mantiene e governa: ma non tutte nel medesimo modo: perchè nelle une
si manifesta come abito -- pietre, legni --; nelle altre come natura --
intendi principio organico mero: piante, alberi --; nelle altre come
anima -- principio animrle mero: bruti --; nelle altre ancora come mente e+
ragione -- anima ragionevole universale e sociale appo ANTONINO;
uomini. Le cose governate dall’abito sono adunque i corpi dove non è
altro principio costituente che il generale di corpo, dove per conseguenza
non è altro carattere distintivo che quella affezione -- modo d’essere -- costante
por cui sono il tal corpo anziché il tal altro. Sono la classe infima e
generalissima di corpi, che noi chiamiamo inorganica. Nelle cose
governate dalla natura, oltre al carattere generale di corpo v’ ha già il
carattere d’organizzazione. Nelle cose governato dall’anima, oltre
al carattere di cor poreità e di organizzazione, v’ha di più quello di
animalità ecc. Le classi si van cosi ristrignendo e innalzando sino all’ultima,
che ha per carattere la razionalità. In questo il testo è. in più d’un
luogo corrotto, e verìsimilmente havvi anche qualche lacuna. Non potrei
dire precisamente quali sieno le emendazioni seguite o fatte da lui,
perchè una sua lunghissima nota sulle difficoltà di questo
paragrafo, oltre che è piena di cancellature e in gran parte non
intelligibile, è anche manchevole, essendone stato lacerato via, non so
da chi (forse dall’O. medesimo per aver mutato parere), un mezzo foglio.
Nel voltare in italiano io mi sono discostato il meno possibile dalle
sue parole stesse e ho serbato inalterato il senso della sua interpretazione.
Questo paragrafo, essendo corrotto in più luoghi, dei quali l’emendazione e
inutilmente tentata finora, è diversamente inteso dagli interpreti. O. lascia
scritto al principio di una lunga nota: Di questo veramente corrotto
paragrafo non so che partito trarre. La sua interpretazione che io seguii
nel volgarizzamento vuol dunque essere accettata con quella medesima
riserva con che egli la propose. La parte che segue di questo paragrafo è
assai guasta, e fors’anche mutilata.O. non la tradusse in alcun modo,
riserbandosi di farlo quando avesse trovato una correzione che gli
piacesse. Intorno a che lascia molte note. Nel mio volgarizzamento ho
letto il testo come fu letto da Schiiltz, non perchè egli approvasse
in tutto quella lezione, mna perchè non seppe trovarne una migliore. Il
testo di questo paragrafo è corrotto, e chi corregge in un modo e chi in
un altro, e chi ancora difendo la vulgata. Io ho seguito quella fra le
molte e varie emendazioni, dalla quale parvemi almeno di poter trarre un senso
chiaro. Poi sensori tutto il paragrafo conf. anche V, 33, e Seneca. More
quid est? aut finis, aut transitus. Tutti gli interpreti che io conosco
finora, compreso anche Gataker, il quale nondimeno si scosta dal vero meno
che gli altri, pigliano qui il granchio (fan pietà Dacier o Joly che
seguono ciecamente Gasauhono, come fa pure Barberini: iMilano poi è
la stessa pecora sempre, Hoffmann erra men grossamente com Gataker),
confondendo insieme, siccome fossero una sola cosa, la toù 3Xou
(fùaiv e il ToO xóojjiou ’hys.u Qvixdv; quando anzi nella
distinzione di queste duo cose è fondato il senso di tutto il paragrafo. La
toO SXou qjvlcjis è la potenza creatrice o facitrice primitiva; lo
•óyepwvixòv toO xóopiou è la potenza governatrice, dipendente da
quella prima, generata, o formata da quella prima. Siccome la natura dell’
uomo forma l’iomo, cioè la mente dell’uomo non meno che il corpo; e
la mente dell’uomo poi gOTema il corpo. Il senso adunque di tutto
il paragrafo è questo. La natura dell’universo decreta, determina con
deliberazione ragionevole il mondo, dan-dogli, per così dire, un corpo ed
una mente. Ora, o questa mente, a cui è affidato il governo del
mondo, segue la ragione (perchè la mente nel senso dello
^ìf£|jiovixbv può anche talora essere sragionevole). E allora tutte le cose
che ella fa, sono quali le ha determinate generalmente dà principio
la natura formatrice del tutto, sono involute in quella prima
determinazione, sono conseguenza necessaria di quella prima determinazione,
ecc.; ovvero essa mente non segue sempre la ragione, e
allora essendo essa soggetta a capriccio, dove accadere che non solamente
le cose di minor conto che ella fa, ma anche le cose principali
sieno sragionevoli. Ma noi non veggiamo mai che nelle cose principali
ella sia sragionevole. Dunque non può essere sragionevole nè anche
in quelle di minor conto; dunque tutte le cose vanno secondo ragione. Godo
di aver potuto deeiferare nel manuscritto d’Ornato e quindi trarre in luce
la precedente nota (la cui redazione sarebbe certo migliore se l’ autore
avesse potuto ripulire e pubblicare egli stesso il suo lavoro); perchè
l’interpretazione e illustrazione contenuta in essa è ingegnosissima,
naturalissima e confermata da tutto quello che conosciamo della fisica
degli stoici. La natura universale (n toù óXov (pdcjts), la potenza
facitricc o creatrice è il divino puro, il quale trae l’universo dalla sua
propria sostanza, è l’unità assoluta senza distinzioni e diversità di
parti, è la natura naturane; la potenza governatrice, la mente che
go- verna il mondo (TÓrìysixovixóv toù xó^jxou), generata da quella
prima, è all’incontro, nell’attuale diversità delle cose,' nella
nauìra naturata, nel mondo propriamente detto e composto di anima e di
corpo, è, dico, la provvidenza, l’anima di esso corpo. Al novero degli
interpreti che frantesero questo § è ora da aggiungersi Pierron. Ed è
tanto più da stupire che il sig. Pierron abbia egli pure sì mal
compreso, in quanto che, avendo egli già prima tradotto la Metafisica di
Aristotele, dovea essere suf- ficientemente versato nelle dottrine
filosofiche delle principali scuole della Grecia. Quasi tutti i
traduttori hanno franteso questo luogo, pigliando l’iwoia per
intelletto ragione e traducendo quindi: vide ne intellectus hoc feraf.... il
senso letterale, aggiungendo ciò che è sottinteso, è: vedi se la nozione
(che tu hai di te stesso come uomo) soffre cotesto, soifre cioè che
tu dica esser nato a goder dei piaceri. Pierron, seguendo l’ esempio
di tutti i suoi predecessori, pigliò anch’egli Vhvo'.a per intelletto
traducendo: vota a' il y a du bon aena à le prétendre. Colia bontà delle
singole azioni vuotai procacciare di ben comporre la vita. Il testo
e bravissimo. Talvolta troppo fedele alla lettera e studioso di
conservare tutta la brevità dell’ origi- nale, avea tradotto: ai vuol
comporre la vita mettendo inaieme le azioni ad una ad una; poi
comporre inaieme la vita accozzando le azioni ad una ad una; poi
allogando le azioni ad una ad’una. Non credo che so avesse potuto
ripu- lire e terminare egli stesso il suo la- voro, si sarebbe
contentato di alcuno di questi tre modi, che tutti peccano di
oscurità e di ambiguità. A costo dì essere men breve, io ho creduto di
dover essere piò chiaro non solo in questa frase, ma in tutto
questo paragrafo, svolgendo un poco il concetto dell’autore siccome io
l’intendo. Quasi tutti gli interpreti fran- tendono. 0. Nel
novero degli interpreti che fran- tesero questo luogo comprendi ora anche
Mr. Al. Pierron, che sdgue docilmente- Gataker e Schultz. L’errore sta
nel legare Io i^’oioy ctv xoti up^rìae col ófUTw che precede; laddove
si riferisce all’azione alla quale l’animale ragionevole
tendea e nella quale è stato impedito. E ciò pare che abbia poi capito lo
Schultz nella sua seconda edizione del testo greco, avendo egli posto una
virgola dopo il óutù. Se tu vo/eafi ftema la debita ri- tterva.., che da
lei etesaa; cioè a dire: se tu volesti assolutamente e non
a condizione soltanto che la cosa fosse possibile; questo atto della
tua volontà fu veramente un male, perchè, come è detto altrove, l’
animai ragionevole non dee voler nulla che non sìa in poter suo, ed
anche il bene re- lativo, non dee volerlo se non se con-
dizionalmente, cioè in quanto sia possibile; rimpossibilità essendo per
gli stoici sinonimo di non voluto dalla natura e dal destino, al quale il
savio non dee ripugnare. Che se poi la cosa voluta da te fu una di
quelle che non sono pur buone in senso relativo, e quindi il
volerla fu un appetito, pren- dendo il vocabolo volere nel
significato volgare, cioè un moto del senso, piut- tosto che della
volontà ragionevole; tu non ricevesti nocumento nè
impedimento veruno: perchè tu non sei «erwo, ma bensì mento, ragione
o volontà razionale, e come tale, in quanto operi secondo la tua propria
natura non puoi essere impedito da nissuna forza esteriore. Così intendo
questo luogo, così certamente è stato inteso dall’ Ornato (assai
diversamente dagli altri interpreti che io conosco, Gataker, Schultz e
Pierron, e questo senso ho procurato, di esprimere traducendo. O.
lascia una breve nota a questo luogo, ma in essa non fa che avvertire le
difficoltà del tradurlo, stante la povertà dell’italiano,comparativameute
al greco, e scusare l’ oscurità e l’ ambiguità della traduzione tentata da lui.
Di tutto questo paragrafo fa quattro tentativi diversi di traduzione,
tutti laboriosissimi, come appare dalle molte cancellature e correzioni.
In margine alla quarta od ultima prova scrisse: Sta qui fermo,
perche farai peggio se cangi. Non fu quindi senza molto bilanciare
che mi risolsi a fare io, come feci, una quinta prova, essendomi
sembrato che il miglior par- tito fosse qui di tradurre
letteralmente, e spiegare i sensi del testo nelle note. Ad
illustrazione del senso stoico di tutto il paragrafo ricordiamoci
priiniera- inente che secondo gli stoici: c Dio, considerato dal lato
fisico, è la forza motrice della materia, è la natura generale, e r
anima vivificante del mondo; conside- rato dal lato morale, è la ragione
eterna che governa e penetra l’universo, è la provvidenza benefica,
è il principio della legge naturale che comanda il bone e proibisce
il male. Ricordiamoci ancora che l’aria, come uno dei due elementi
attivi e parte essa stessa della sostanza divina, ò dagli stoici
considerata come il principio della vita sensitiva. Dice adunque
Antonino: non contentarti ora- mai di essere unito con Dio a quel
modo solamente che sono uniti con lui gli esseri solamente sensitivi,
cioè per mezzo della respirazione; ma fa’ ancora di unirti con lui
a quel modo che si appartiene agli esseri intellettivi, cioè con
cognizione e accettazione libera dello scopo che Iddio ha proposto
al- r accettazione libera di quelli. E però, siccome tu traggi
dall’aria ambiento gli elementi della tua vita sensitiva, traggi
ancora dalla ragione ambiente gli elementi della tua vita intellettiva.
L’esistenza delle' cose dissolvendotù (Tràvxa èv [xerai^oX-^. K«ì ocùrCg
cù év ^'.r,v£xet à^.Xoicoasi, \at xaxa ti (JiOo- p^). Qui mi pare che
fosse il caso di dovere assolutamente abbandonare la lettera e
contentarci di esprimere il senso del testo, piuttosto che cercar
di tradurne le parole, che non sono traducibili in italiano. L’Ornato avea
detto: tutte le, cose vanno soggette a mutazione. E tu stesso ti
alteri continuamente, e peì'^isci, per cosi dire. Ma egli non era
contento, come appare dall’usato segno. E in vero che significa quel
tutte le cose vanno soggette a mutazione f Significa, e non può
significare di più, che tutte le cose possono essere mutate e lo
saranno effettivamente quando che sia; ma ciò liou esprime quella
condizione delle cose, per cui non hanno stato, o modo di essere che
perduri pure un istante senza mutamento, che è la vera condizione
delle cose secondo la filosofia di ANTONINO e voluta esprimere da lui. Chi
dovesse tradurre questo luogo in tedesco, lo potrebbe fare, parmi,
benissimo dicendo: Alle (Unge aind in unaufhorlichem anclera-werden; come
si dice in werden non solo dai filosofi, ma anche nel linguaggio
famigliare, quando di una cosa che non è ancora, ma si sta incominciando
0 si va facendo, si suol dire: Die Saehc iat noch ini werden. Ma la
nostra lingua italiana non ha tutta la flessibilità del tedesco, uè sarebbe
chiaro, uè permesso il dire in italiano: tutte le coae sano in un continuo
mutarai. È una singolare coutradizione di Marco nostro e di altri del
PORTICO poateriori il venir cosi spesso parlando con tanto dispregio
della materia che aottoatà alle cose (tt,? ii7:oy.e'.[xi\rng uXin?, —
A"edi anche YI, 13, e altrove). Il mondo è tuttavia per essi un
animale perfetto e bellissimo, il cui corpo è la materia, e
l’anima, Dio. Le rughe sul volto del vegliardo, le screpolature delle
ulive e del fico vicini ad infradiciare, la bava del cignale ed
altre sì fatte cose hanno pure una certa grazia e venustà, perchè il
mondo è perfetto, e nulla è nelle suo parti che non conferisca alla
bellezza del tutto. Perchè dunque ora tanto dispregio non solo per tale o
tale altra parte, ma universalmente per tutta , la materia che
sottosta, quando questa materia, che non è poi altro per gli stoici
se non se il suhstratum indeter- minato di tutto il contingente
sensibile, è essa pure sostanza divina secondo la scuola? Intendi: « o tu voglia dire che il
mondo sia stato formato di atomi. ed abbia quindi origine dal caso; o
che sia stato formato di nature (essenze, entelechie, monadi), ed
abbia quindi per origino l’ intelligenza, o la natura, che qui è
sinonimo di intelligenza; que- sta cosa pongo io certa anzi tutto,
come tratta dalla mia osservazione immediata, che io sono
attualmente parte di un tutto governato da una natura. » Con altre
parole: « o tu faccia venire il mondo dalla pluralità, o tu lo faccia
venire dall’unità, ella è cosa di fatto che io ci ravviso
attualmente una pluralità governata da una unità. » Il qual me-
todo di filosofare, per cui, lasciata stare la disputa intorno
all’origine delle cose, si viene ad esaminare la realtà attua- le
di esse; lasciato stare il lontano e mediato, si viene ad osservare l’
imme- diato e prossimo; lasciata stare la co- gnizione dedotta, si
viene a far capo alla cognizione di fatto acquistata per
osservazione; è solenne ad Antonino. Ricordi il lettore che appo
stoici mondo, tutto, natura, Dio sono V sostanzialmente la
stessa cosa, e però quelle che poco innanzi furono chiamate parti
del tutto, qui sono dette della natura. Dìo, natura, mondo, tutto
sono espressioni diverse che corrispondono a modi diversi di
considerare una stessa cosa, e questa diversità è relativa alla
mente finita dell’uomo che non può si- multaneamente contemplare gli
aspetti e momenti diversi delle cose, e non alla realtà obbiettiva.
Quindi ò che le espressioni soprascritte sono non di rado usate runa per
l’altra, poiché sostanzialmente significano la medesima cosa. Il
mondo KÓrfixog), dice il Laerzio, er DAL PORTICO considerato: 1® come
causa 0 pbtenza informatrice di tutte le cose che sono {natura
nuturans, i; t£- Xvtxfi, -ij ToO òlo\j q>0ai<é ), la quale,
come artefice e informatrice di sé medesima, trae da sé stessa e
informa tutte le coso con suprema saviezza e divina necessità, cioè
secondo le sue leggi che sono quelle della ragione; 2" come la
totalità delle cose informate e ordinate dalla potenza informatrice
immanente in esse e go- vernatrice di esse (dotta allora xòv Toù
xd^fjLou) e quindi come l’opera vivente, il vivente organismo, o corpo
organato da quella {natura naturata); finalmente come l’unità dei
due, cioè dell’ organismo vivente e della forza or- ganatrice e
governatrice, in quanto l’uno non si distingue dall’altra se non se
per la contemplazione della mente finita deU'uomo. Vedi i Prologo
nell’edizione di Torino. Fa che tu vi sottoponga col pensiero di che io
ragiono. Ho conservato tutte le parole della interpretazione dell’O., perchè
non avrei saputo quali altre più chiare sostituir loro; atteso che
io non son sicuro di intendere qui nè che cosa abbia voluto dire r O.,
nò che cosa Antonino. Ornato volea faro a questo luogo una nota; ma non
la fece, e non trovo altro,, che si riferisca a questo luogo,
ne’suoi manoscritti, se non se un cenno pel quale è indicato che
egli lesse qui ò, ti risolutamente^ ove tutti gli altri, che io
conosca, lessero &ti; e che egli intese r Ù7TÓ0OU diversamente da
tutti gli altri interpreti. Gataker e Schultz che lo segue da
vicino, non sono più chiari. Le quali tu apprendi»,, considerazione del
tutto. Così O. svolge ed illustra la filosofia di ANTONINO espresso
brevissimamente e, parmì anche, poco chiaramente nel tosto. Non ho
mutato quasi nulla alla versione di questo paragrafo lasciata d’O., sia
perchè ho motivo di credere che ne fosse già poco meno che contento
egli stesso, trovando io questo paragrafo nettamente ricopiatom sia
perchè non avrei voluto correr pericolo -- li alterarne benché minimamente
il senso, trattandosi di un luogo che egli intese assai
diversamente da tutti gli altri interpreti. Vuol dire che non bastano
le impressioni buone che noi riceviamo per mezzo della sensibilità,
le quali possono e sogliono venir cancellate da impressioni contrarie, ma
ci vuole anche il lavoro deir intelletto che riduca quelle ad unità e le
fermi cosi nel nostro spirito, formandone come un corpo di scienza. Non
basta l’osservazione, l’applicazione dello spirito alle cose di
circostanza, ma ci vuole ancora la contemplazione, l’ applicazione
dello spirito alle cose permanenti, al generale immutabile. Solo
col ridurre ad unità il moltiplice, a generalità il particolare, si
possono radicare le cognizioni nell’ anima, la quale si compiace
dell’unità, e quindi della scienza: compiacenza cui la semplicità del
cuore dee far rimanere se- creta naturalmente nel cuore, ma non
artatamente celata; ed allora è l’ani- ma veramente grave e soda e come
chi dicesse, veneranda. Sul fine del para- grafo fa la enumerazione
delle diverse categorie alle quali si dee riferire l’oggetto osservato.
Questa nota d’O. che per le troppe citazioni del testo greco non
può qui darsi che in parte, trovasi intera nell’edizione di Torino. Grecismo,
per suole accadere. Non era possibile il tradurre altrimenti. Del
resto vada a rilento chi per la sola ragione del non potersi
tradurre sempre colla stessa voce una stessa parola del testo,
accusa ANTONINO qui ed altrove di arguzia. IL PORTICO crede che, là dove
è una stessa parola, debbe essere anche una stessa idea. Ed anche
Platone (vedi il Cratilo) il credette; e il credette VICO (si veda): e tanti
j altri il credettero: e noi il crediamo. Se quella idea generalissima
che l’antichità avea attaccata al:p:?.eìv non si trova più annessa al nostro
amare, ciò j non prova altro se non che il greco d’ANTONINO e
l’italiano sono due lingue diverse. E sap evadicelo. Il passo di Platone
è nel Teeteto dove parlando dell’ uomo filosofo liberalmente educato, dice, udendo
egli lodare e magnificare un tiranno od un re, gli par di udire
lodato e magnificato un pastore, perchè egli munga di molto latte;
e l’animale cui pasce e munge il re, gli pare anche più ritroso e
più infido di quello cui pasce e munge il pastore; nè men rozzo nè
meno ineducato stima egli l’uno che l’altro, mancando ad amhidue il
tempo per badare a sè, e vivendo il primo fra le mura della reggia a
quello stesso modo che l’altro nella capanna sul monte. Del resto, il
senso generale di tutto questo paragrafo, non bene inteso, secondo me,
dagli interpreti, mi pare che sia: Tu dèi farti capace sempre pih
cho tu puoi vivere da filosofo in questa tua corte come faresti in.
quella tua villa .che agogni. Non incontri tu ad ogni passo esempi di
quel che dice Platone: uomini che vivono nei palagi come farebbe un rozzo
pastore in sul monte: ingolfati cioè quelli e questo nelle cure materiali
del governo dell’armentoV E sottintende: se per costoro il palagio
non è altrimenti che una capanna, non può ella con più ragiono essere la
reggia per te come un ritiro filosofico? Gran ragione ha qui ANTONINO di
raccomandare a sè medesimo anche ' questo genere di contemplazione,
cioè a dire lo studio dei fenomeni, e delle maraviglie, come egli
dice sapientemente, dell’organismo corporeo degli animali e deir uomo
massimamente: perchè non è altro studio il quale possa per via più
compendiosa e sicura condurre alla cognizione della infinita sapienza, e
provvidenza infinita della causa reggitrice del mondo. Nè l’uorao può
presumere di conoscere sè medesimo, sé non conosce almeno un poco di
queste maraviglie, cioè come si formi, cresca, si conservi, si rinnovi e
deperisca il suo corpo, quale sia la natura e il modo di operare
della causa o principio a cui dehbonsi riferire questi fenomeni,
quali le relazioni di questa vita organica del suo corpo con quella del
principio che in lui sente, vuole, e pensa, e come possano questo due
vite modificarsi fra loro scambievolmente. In vero chi aspira a conoscere
sè medesimo, per quanto sia dato all’uomo di pur conoscere sè
stesso, e non cura di conoscere un po’intimamente anche questa delle due parti
di che si compone l’esser suo, porta gran pericolo di errare nel vano, e
di prendere astrazioni por realtà, il che avvenne appunto ai
filosofi del PORTICO, ignorantissimi di anatomia o quindi più ancora di
fisiologia. Perchè uno appunto degl’errori fondamentali della loro
filosofia, quello por cui mutilavano la natura umana escludendo da essa
la sensibilità che riferivano al corpo come a cosa straniera all’
uomo propriamente, il quale per essi non e altro che ragione e
volontà; questo errore, dico, è in gran parte da attribuire alla
imperfezione delle loro cognizioni, ai loro errori circa la costituzione
fisica dell’uomo e le relazioni in che ella si trova colla sua
costituzione morale e intellettuale; o per dire più veramente, alla loro
totale ignoranza dello leggi che governano i fenomeni dell’organismo
corporeo dell’uomo, delle relazioni intimissime della vita di esso organismo
corporeo con quella della mente, e della natura egualmente spirituale
di ambidue. Questi versi sono d’Omero e sono dei più famosi
nell’antichità, dei più spesso citati e ripetuti, imitati dai poeti
posteriori; o però ANTONINO non li scrive per intero, ma solo quei
brani che sono stampati in corsivo, bastando quelli a richiamare
alla memoria i versi interi, alle diverse sentenze contenuto in
essi alludendo egli poi nella parte seguente del paragrafo. Con questi versi GLAUCO,
(opo aver detto magnanimo Tidide a che mi chiedi il mio lignaggio?,
incomincia la sua risposta a Diomede, il quale, prima di accettare il
combattimento con lui, aveagli chiesto qual fosse la sua stirpe. Io
li ho tradotti letteralmente, giovandomi in parte della traduzione di
Monti, la. quale, come nota a tutti i lettori, avrei volentieri
dato qui inalterata, se in essa fosse più fedelmente espresso, e
nell’ ultimo verso non interamente guasto il senso delle parole d’Omero. Il
qual verso, voglio dire il 149\ è tradotto da Monti come segue: CosxVuom
nasce e così muor: il che fa fare un falso sillogismo a Glauco, il quale
secondo la traduzione del Monti, concludendo, affermerebbe dell’wo/
Ho ciò che dovea affermare delle schiatte umane, mutando, come
direbbero i loici, nella conclusione il piccolo termine, che nella
premessa minore- non era uomo ma schiatta o stirpe, come disse
Monti. E pure il verso d’Omero ò chiarissimo. Questo strafalcione
Monti non fa se, come quasi ignorante del greco, con tante altre
traduzioni avesse saputo consultare quella mirabilissima, non solo per
eleganza di stile ma ancora per fedeltà, precisione e chiarezza, del
Voss, il quale in cinque bellissimi esametri tedeschi traduce letteralmente
i cinque esametri greci. Anche Pope, sebbene i suoi lavori sui
poemi d’Omero, tutto die pregevolissimi per altri rispetti, non meritino
il nome di traduzione, non fa qui lo sproposito di Monti. Ed altri
ancora potrei nominare dei nostri che con nobilissimo intendimento
si diedero all’ardua impresa di recare nella nostra lingua italiana chi
l’una e chi l’altra di quelle poche reliquie che ci rimangono della greca
poesia -- dico poche rispetto a ciò che fu divorato dal tempo --; i quali
avrebbero meglio inteso e meglio tradotti moltissimi luoghi se
avessero potuto consultare, se non tutti gl’interpreti, cementatori ed
espositori, almeno i traduttori tedeschi. Ma basta che io nomini il più
valente, a parer mio, di tutti, Belletti, al quale, tranne forse
una più intima notizia del greco, nulla mancava, non valor d’arte,
non felicità d’ ingegno, a poter fare una traduzione perfetta, o prossima
alla perfezione, dei tragici greci. E in vero, leggendo io le traduzioni
del Bcllotti e riscontrandolo diligentemente cogli originali, ebbi in
moltissimi luoghi ad ammirarne la eccellenza, anzi direi quasi in tutti
quei luoghi dov’egli capì ab- bastanza intimamente il suo testo e non
erano difficoltà insuperabili a qual sivoglia traduttore. Ma anche in
molti altri luoghi io ebbi a lamentare che egli pure non abbia
saputo o potuto giovarsi delle eccellenti traduzioni fatte da* suoi
predecessori alemanni. Nel solo Agamennone, che anche considerato
in sè stesso e non come parte di una grande e sublime trilogia, è
forse il più bel monumento della scena antica, e certamente il più
grande di tutti per sublimità tragica, recondita filosofia,
splendore di immagini e copia di alti e forti pensieri, quanti errori
avrebbe evitati il Belletti, quante meno scempiaggini avrebbe fatto dire
a quella grande anima e colossale ingegno di Eschilo, so egli
avesse solo potuto pro- fittare della traduzione e dei Prolegomeni di Humboldt?
Non dirò del libro di Welcker sulla Trilogia di Eschilo^ che forse non
era an- cora pubblicato quando il Bellotti traducea l’Agamennone. Ed è
tanto più da lamentare che a Bellotti siano mancati questi sussidi,
quanto è meno da sperare che sia presto per sorgere un altro ingegno
italiano, il quale possa fare quello che avrebbe potuto
Bellotti. Ritornando al paragrafo di ANTONINO e al luogo citato d’Omero,
è da notare come siffatti pensieri intorno al poco o niun valore
della vita considerata in sè, e di tutte le cose umane e dell’ uomo
stesso, così frequenti nei poeti ebraici; frequentissimi in questo
scritto di An- tonino e divenuti quasi abituali nei cristiani dei
primi secoli, si trovino pure non di rado anche nei poeti greci più
antichi, voglio dire in quelli delle prime e più splendide epoche della
greca letteratura, sebbene i greci fossero un popolo di allegra
immaginazione. Forse non dispiacerà al lettore il vederne qui
raccolti alcuni esempi: nell’ Odissea la terra non nutre nulla di più
infermo che Vuomo. Nell’ottava delle pitie di Pindaro Che siatn noi
dunque o che non siamo f Leggiero veder d’ ombra che sogna. Letteralmente la
seconda parte. L’uomo è l’ombra di un sogno. Nel Prometeo di Eschilo e non vedevi l’imbecille natura a vano
sogno eguale onde è impedito il cieco umano gregge? Nell’Aiace di Sofocle,
perocché veggo non essere noi,
quanti viviamo, altro che larve ed ombra vana. Nel Filottete del .
medesimo Sofocle, Filottete chiama sè medesimo: ombra di un fumo.
Nella Medea di Euripide -- non ora soltanto incomincio a stimare tutte le
cose umane come un' ombra, E vuoisi notare come appo i tragici ed
anche appo i) lepidissimo Aristofane la parola effimeri, cioè quelli che
durano un giorno, è spessissimo usata come sinonimo di uomini. A
queste, o ad altre simili sentenze d’ antichi ed illustri poeti, le quali erano
nella memoria di tutti gli eruditi del suo tempo, allude evidentemente ANTONINO
con quelle sue parole: il più breve detto, anche di quelli che sono
i più noti ecc., accennava poi per esempio quelli d’Omero. Questa
nota e scritta in tempo che io, quasi appona ripatriato, e mandato a
stare in un cantuccio al tutto vacuo di studi e di lettere
(prendendo i vocaboli in un senso un po’ alto), e ridottomi a
passare nella solitudine i pochi momenti d’ozio che r esercizio di
un pubblico ufficio mi lascia, avea potuto, non saprei diro perchè,
immaginarmi che il valentissimo Bellotti fosse già del numero di quei
felici che più non vivono altrimenti sulla terra che per la memoria di
opere egregie che vi lasciarono. Avvertito ora del mio errore, non cangio
nulla a quello che ho scritto di lui; ma aggiungo l’espressione di un
voto, che deve esser quello di tutti gli amatori delle buone
lettere desiderosi di vedere vie più chiara e più grande la rinomanza di
un nobilissimo ingegno: ed è che l’esimio sBellotti, come sta ora, da
quanto mi dissero, rivedendo o migliorando il suo volgarizzamento
di Sofocle, così possa egli poi rivedere ed emeudare quello ancora
di Eschilo, il quale, a parer mio, ne ha maggiore bisogno; perchè quello,
tranne forse al- cune eccezioni, non pecca gravemente che nella
parte lirica; laddove in questo trovai, 0 parvemi certamente
trovare, molti luoghi da dover essere emendati non solo nella parte
lirica troppo spesso non traducibile in italiano (come è intraducibile
Pindaro, secondo che fu sentenziato anche da LEOPARDI non ismentito dal
tentativo più audace che felice di Borghi); ma eziandio nel
dialogo. Ella comjyie nondimeno..», si avea proposto. Mi sono scostato,
anche nel senso, interamente dall’ Ornato, il quale avea tradotto:
ella rende intero e com- piuto quanto ella avea fatto fino allora;
primieramente perchè il senso voluto esprimere d’O. non mi sembrava
abbastanza chiaro; e poi, e principal- mente perchè mi parve troppo
grande licenza il tradurre per quanto avea fatto fino allora, il tò
irpoTcOiv, il quale mi sembra qui usato nel senso il più ovvio del
verbo “7rp.oT{6T)|ju”, che è quello di proporre, e così l’ intende anche
lo Schultz contrariamente al’Gataker seguito d’O. Veggo bene le ra-
gioni che possono avere gl’indotto a interpretare a quel modo. Ma non mi
persuadono. Il pensiero di An- tonino mi sembra chiaramente, l’anima
razionale, la quale non si propone altro che di operare sempre
secondo ciò che richiede il momento presente, e di aver caro tutto
ciò che le interviene, come cosa voluta dalla natura, in qualunque
istante le sopravvenga la morte, compie sempre interamente il
compito che ella si avea proposto, e in modo soddisfacente a sè stessa;
ella ha tutto ciò che potea desiderare, ha totalmente esaurita la
sua parte come attrice sulla scena del mondo; e appunto il morire quando
la natura lo vuole, è la conclusione, il compimento della parte a
lei assegnata e da lei liberamente accettata nel gran dramma della vita
universale. Bone avverte qui Gataker aver già Socrate usato il medesimo
argomento per indurre Alcibiade a disprezzare la moltitudine, alla quale
peritavasi di farsi innanzi a concionare: qual è, diss’egli, di costoro
quegli che ti impau- risce? forse Micillo il ciabattieref Trigaió
il conciatore f Trochilo il ferravecchio? ora non sono costoro quelli dei
quali si compone V adunanza del popolo? Che se non temi di
favellare a ciascuno di essi separatamente, che è dò.che ti fa
timido a parlar loro riuniti insieme? Il ragionamento di Socrate era
giustissimo applicato ad una moltitudine di popolo riunito, e avrebbe
anche potuto ricor- dare ad Alcibiade l’antico detto di Solone ai:li
Ateniesi conservatoci da Plu- tarco: preni ad uno ad uno »iete
tante volpi; riuniti insieme siete tanti allocchi. Ma il medesimo
ragionamento applicato allo cose di cui parla Marco nostro non ò
molto concludente. E una melodia, per es., come qui avverte
opportunamente Pierron, è qualche cosa di più che una semplice
successione di suoni, e Antonino dimentica di considerare ciò
appunto per cui le note musicali hanno potenza da commovere T anima
sì intimamente. Avverta il lettore che idea tragica fondamentale ai poeti greci
era la lotta infelice della volontà e liberta morale dell’ uomo
contro l’ inflessibile necessità; o per dir più veramente, quella
fatale retribuzione di giustizia che risulta inevitabilmente alla
vita umana dalle leggi necessarie dell’ordine morale. Perchè quella
necessità che non era punto upa cosa cieca secondo gli stoici, apjio i quali il
/«<o non era altro che la concatenazione delle cause secondo le
leggi della na- tura, cioè della ragione e quindi della giustizia;
quella necessità, dico, non era punto una cosa cieca neppure nella
mente dei poeti: sendo che a Nemesi figlia appunto di essa necessità e
particolarmente incaricata di vendicare i delitti e rovesciare le troppo
grandi e- immeritate prospérità, a Nemesidico, e alla Giustizia
(5“tx-ri), che erano i due concetti più puri fra tutte le divinità
immaginate dall’ antico politeismo, il semplice, ma sublime buon senso
dei Greci riferiva tutto ciò che risguarda il supremo governo del
mondo. L’idea dunque della giustizia era congiunta con quella della
necessità^ sebbene in modo diverso, anche nella mento dei poeti,
come in quella degli stoici. Cho se Antonino non fa qui
esplicitamente alcuna allusione a quella retribuzione di giustizia,
che era l’elemento morale della tragedia greca, ma solo allude alla
inutilità della lotta contro alla necessità, e sembra così impicciolire l’idea
nobilissima dell’antica tragedia; egli è perchè questa inutilità
intendeano gli stoici e i poeti allo stesso modo, e quasi
esprimevano colle medesime pa- role; laddove intendeano in modo diverso quella
retribuzione: e non erano forse i poeti quelli clie la intendeano
in modo men vicino al vero. Benissimo il Gataker ricorda qui alcuni detti
memorabili di Pocione, conservatici da Plutarco, ai quali alludea
probabilmente Antonino in questo luogo. Già condannato a morte per
giudizio iniquo de’ suoi cittadini, in proposito. di uno che non
ristava dal dirgli vil- lanie, disse Focione: non sarà alcuno che
faccia costui cessare dal disonorar «è medesimo? E già vicino a
morire, questa sola ingiunzione fece al figliuolo: dimenticasse il
fatto ingiusto degli Ateniesi. Quanto alle parole che seguono di Marco
nostro: mpposto che non e in fingenac, non debbono esser prese come,
espressione di nn sospetto nel caso particolare di Focione, ma bensì in
un senso generale, quasi dicesse Antonino con istoica riserva, non
bastar sempre le parole a dar certo fondamento a un giudizio sulle
disposizioni interne dell’animo altrui, nè doversi mai fingere, neppur
quando il fingere potesse gio- vare a bene edificare gli uomini. Da
stólto (à|*vu/jiov). Traduce inìquo, seguendo lo Schultz che tradusse
iniquum. Ma non e ben risoluto di aver bene interpretato quello “ayvofxov,”
come appare dal consueto segno. E veramente non parmi che lo
ayvcofjLov possa esser preso in questo senso, sebbene abbia quello
ingrato, disleale, disamorato. Il senso più ovvio di questo aggettivo è
privo di senno, stolto, inavveduto, e parmi che 41 1 reo Aurelio
questo senso quadri benissimo in questo , luogo, meglio che non faccia
quello di inìquo. Dopo aver detto ANTONINO essere da pazzoy cioè a dire
da stolto, il volere che ì malvagi non pecchino; aggiunge che lo
ammettere in tesi gene- rale ed assoluta, poiché non si può fare
altrimenti, che essi debbano di neces- sità peccare, e il volere ad un
tempo che essi facciano una eccezione a favor tuo, è cosa non solo
às. stolto ma anche da tiranno: da stolto perchè l’eccezione, anche di un solo
caso non è possibile ai malvagi;.da tiranno perchè vuoi esser
distinto e che ti si abbia maggior rispetto che agli altri uomini.
Anche Gataker intende 1’ àyvwi^ov così; iPierron segue lo Schultz. Parole
di Epitteto malissimo interpretate da Pierron, che riferisce l’àiro OavTi al
padre, quando deve essere riferito al figliuolo, corno fece O.,
seguendo Gataker e Schultz. La medesima sentenza si trova anche nel
Manuale del medesimo Epitteto con parole poco diverse, e fu benissimo tradotta
dal Leopardi. Se tu hacer<fi per avventura un tuo Jigliolino o la moglie,
dirai teco stesso: io bacio un mortale. Manuale, Tutto è opinione. Il
lettore com- prenderà facilmente come il senso stoico di questa
frase, tante volte ripetuta da Marco nostro, è al tutto alieno da
quello della famosa sentenza del sofista Protagora: V uomo è misura di
tutte le cose. La sentenza del sofista si riferiva ad ogni cosa,
alla verità obbiettiva, alla moralità come alla sensibilità, e
tendea quindi a distruggere la possibilità' di ogni cognizione
teorica, la morale come la religione. La sentenza di Antonino al
contrario, il quale, per un errore direi quasi magnanimo, riduceva,
seguendo gli stoici anteriori, tutta l’essenza dell’ uo- mo alla
ragione e alla volontà ragionevele, non si riforisce ad altro che alla
sensibilità, cioè ai piaceri e ai dolori di cui essa sensibilità è
soggetto. Intendi raziocinio nel senso proprio dei loici, cioè facoltà del
sillogizzare, operazione propria dell’intelletto; e nota qui il carattere
esclusivo del Portico, il quale considerava e stimava un nulla, non
che la sensibilità ma l’in- telletto stesso, a paragone dei buon
uso della volontà, cioè della moralità della ragione. Traducendo ho usato
il vo- cabolo raziocinio piuttosto che intelletto, perchè in
italiano il senso della parola intelletto può essere troppo
facilmente confuso con quello di ragione, la differenza fra i due non
essendo così ben determinata nella nostra lingua, come è fra i due
corrispondenti tedeschi Verstandnis e Vernunft. Ornato. Keywords:
implicatura, Antonino, ad seipsum, ricordi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Ornato” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Oro: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- Grice e Trissino – la difficoltà dei segni di Trissino non
favorì la diffusione della sua filosofia – filosofia italiana (Vicenza).
TRISSINO-DAL-VELLO-D’ORO -- or ORO (Vicenza).
Filosofo italiano. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della
cultura rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente
il modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si
interessò, infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia,
di musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di
numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche
presso i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che
riguarda la cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva
rimodellare la poesia italiana. Fu anche un grande diplomatico e oratore
politico in contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali
Niccolò Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico
Ariosto, Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila,
Niccolò Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X,
Clemente VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per
conto del papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un
fedelissimo, come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse
l'architetto Andrea Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli,
vicino Vicenza, che venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato
al culto della bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. O.
nacque da antica e nobile famiglia. Suo nonno Giangiorgio combatté nella prima
metà Professoreil condottiero Niccolò Piccinino, che al servizio dei Visconti
di Milano invase alcuni territori vicentini, e riconquistò la valle di
Trissino, feudo avito. Suo padre Gaspare era anch'esso uomo d'armi e colonnello
al servizio della Repubblica di Venezia e sposò Cecilia Bevilacqua, di nobile
famiglia veronese. Ebbe un fratello, Girolamo, scomparso prematuramente, e tre
sorelle: Antonia, Maddalena, andata in sposa al padovano Antonio degli Obizzi,
ed Elisabetta, poi suor Febronia in San Pietro nel 1495 e dal 1518 rifondatrice
insieme a Domicilla Thiene di San Silvestro. Targa marmorea che
Trissino fece realizzare a ricordo del suo maestro Demetrio Calcondila in
S.Maria della Passione a Milano Trissino studiò greco a Milano sotto la guida
del dotto bizantino Demetrio Calcondila, sodale di Marsilio Ficino, e poi
filosofia a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Da questi maestri imparò l'amore
per i classici e la lingua greca, che tanta parte ebbero nel suo stile di vita.
Alla morte di Calcondila, fece murare una targa nella chiesa di S.Maria della
Passione a Milano, dove fu sepolto il suo maestro. Sposa Giovanna, figlia del
giudice Francesco Trissino, lontana cugina, da cui ebbe cinque figli: Cecilia, Gaspare,
Francesco, Vincenzo e Giulio. Trissino sostene l'Impero come istituzione,
come d'altronde era tradizione nella sua famiglia da generazioni, ma ciò venne
interpretato in spirito antiveneziano e, per questo, egli fu temporaneamente
esiliato dalla Serenissima. Nel 1515, durante uno dei suoi viaggi in Germania,
l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo lo autorizzò all'aggiunta del predicato
"dal Vello d'Oro" al proprio cognome e alla relativa modifica dello
stemma gentilizio (aurei velleris insigna quae gestare possis et valeas), che
nella parte destra riporta su fondo azzurro un albero al naturale con fusto
biforcato sul quale è posto un vello in oro, il tronco accollato da un serpente
d'argento e con un nastro d'argento tra le foglie, caricato del motto "PAN
TO ZHTOYMENON AΛΩTON" in lettere maiuscole greche nere, preso dai versi
110 e 111 dell'Edipo re di Sofocle che significa "Chi cerca trova",
privilegi trasmissibili ai propri discendenti. Stemma di
Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro come appare nel volume dedicatogli da
Castelli. In quegli stessi anni intraprese diversi viaggi tra Venezia, Bologna,
Mantova, Milano (dove conobbe Trivulzio, comandante francese) e Padova (dove
riscoprì il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri). Poi si recò a Firenze ed
entrò nel circolo degli Orti Oricellari (i giardini di Palazzo Rucellai) in cui
si riunivano, in un clima di marca neoplatonica e di classicismo erudito,
Machiavelli e i poeti Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai ed altri.
Qui il Trissino discusse il De vulgari eloquentia e compose la tragedia
Sofonisba. Questi anni agli Orti Oricellari furono centrali, sia per quanto il
poeta ricevette intellettualmente, sia per la forte impronta che lasciò sui
suoi sodali: si vedano le tragedie di Giovanni di Bernardo Rucellai e il
poemetto le Api (in endecasillabi sciolti, concluso dalle lodi del Trissino,
cfr. il paragrafo sul Profilo religioso del Trissino) o le poesie pindariche di
Luigi Alamanni, o ancora i punti di contatto fra le tante digressioni erudite
sull'arte militare contenute nell'Italia liberata dai Goti che rimandano
all'Arte della guerra del Machiavelli, elaborata proprio in quegli anni. Anzi,
le idee linguistiche del poeta spronarono lo stesso Machiavelli a scrivere
anche lui un Dialogo sulla lingua, nel quale difende l'uso del fiorentino
moderno (cfr. il paragrafo Opere linguistiche). In seguito si recò a
Roma, dove stampò la Sofonisba -- dedicandola papa Leone X -- la prima tragedia
regolare, e la famosa Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua
italiana (dedicata a Clemente VII), un arditissimo libello in cui si suggeriva
l'inserimento nell'alfabeto latino di alcune lettere greche per segnalare alcune
differenze di lettura. Intanto il figlio Giulio, di salute cagionevole, venne
avviato dal padre alla carriera ecclesiastica e, dopo il suo soggiorno a Roma
sempre presso papa a Clemente VII, divenne arciprete della cattedrale di
Vicenza. Sempre a Roma, O. diede alle stampe alcuni testi fondamentali:
la versione riveduta della Epistola, la traduzione del De vulgari eloquentia,
Il castellano (dialogo sulla lingua, dedicato a Cesare Trivulzio ed ispirato a
quello dantesco), le Rime (dedicate al cardinale Niccolò Ridolfi) e le prime
quattro parti della Poetica (il primo trattato ispirato alla Poetica di
Aristotele, da poco riscoperta), con le quali il programma di riforma
letteraria classicheggiante avviato con la Sofonisba può dirsi quasi concluso.
Per i prossimi 20 anni il poeta non stamperà più nulla. Queste opere
sollevarono un grande clamore per la loro arditezza e disorientarono (o meglio:
orientarono diversamente) la nascente letteratura italiana: nessuno aveva osato
finora riformare addirittura l'alfabeto, né aveva avuto ardire di cancellare
l'intero sistema dei generi in uso fin dal Medioevo (le sacre rappresentazioni
e il poema cavalleresco, in primis) per farne sorgere dal nulla dei nuovi, cioè
poi quelli antichi (la tragedia, la commedia e il poema epico). Da questi
libelli prese avvio la secolare questione della lingua italiana. A
Bologna, nel corso dell'incoronazione di Carlo V a Re d'Italia e Sacro Romano
Imperatore, egli ebbe il privilegio di reggere il manto pontificale a Clemente
VII e Carlo lo nominò conte palatino e cavaliere dell'Ordine Equestre della
Milizia Aurata. Secondo quanto riportato dallo storico Castellini,
Trissino rifiutò posizioni di potere offertegli dai pontefici a seguito dei
successi riportati come diplomatico (Nunzio e Legato), ad esempio
l'arcivescovado di Napoli, il vescovado di Ferrara o la porpora cardinalizia,
in quanto desideroso di una propria discendenza ed essendo il figlio Giulio
avviato nella gerarchia ecclesiastica. Rientrato a Vicenza sposa Bianca, figlia
del giudice Nicolò Trissino e di Caterina Verlati, già vedova di Alvise di
Bartolomeo O. Da Bianca ebbe due figli: Ciro e Cecilia. Alla nomina di Ciro
come erede universale, si scatenarono le ire di Giulio che per lungo tempo
lottò in tribunale contro il padre e il fratellastro per poi morire in odore di
eresia calvinista. Anche a seguito delle divergenze causate dai cattivi
rapporti con Giulio, la coppia si divise quando Bianca si trasferì a Venezia,
dove morì. Trissino manifestò il proprio fervente sostegno all'Impero
dedicando, qualche anno prima della morte, a Carlo V il suo poema in 27 canti
L'Italia liberata dai Goti, il primo poema regolare destinato, come si vede fin
dal titolo, ad essere importante per la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
Stampa anche la commedia I Simillimi, anch'essa la prima commedia
regolare. Villa O. di Cricoli (VI) Intanto nella villa di Cricoli alle
porte di Vicenza, già dei Valmarana e dei Badoer e acquistata dal padre
Gaspare, si radunava una delle più prestigiose Accademie vicentine. Qui
Trissino scoprì uno dei più grandi talenti della storia dell'architettura,
Andrea Palladio, di cui fu mentore e mecenate, che portò nei suoi viaggi con sé
ed educò alla cultura greca e alle regole architettoniche di Marco Vitruvio
Pollione. Morì a Roma l'8 dicembre 1550 e fu sepolto nella Chiesa di
Sant'Agata alla Suburra. Vennero alla luce le ultime due parti della sua
Poetica, la quinta e la sesta (dedicate ad Antonio Perenoto, vescovo di Arras),
che erano comunque già pronte, come si evince dalla chiusura della quarta
parte. Progetta e attua una imponente riforma della lingua e della poesia
italiane sui modelli classici, cioè la Poetica di Aristotele da poco riscoperta,
i poemi di Omero, e le teorie linguistiche esposte di Alighieri nel “Della volgare
eloquenza” riscoperto da lui stesso a Padova. Un programma in piena antitesi
sia con la moda del petrarchismo di P. Bembo, sia con quella del romanzo
cavalleresco incarnato supremamente dall' “Orlando furioso” di L. Ariosto, che
allora infuriavano. Il programma di riforma venne esposto attraverso saggi
diversi, cioè un saggio di orto-grafia e di orto-fonetica (Epistola dele
lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, dedicata a Clemente VII), un
saggio di teoria della lingua italiana (Il castellano, dedicato a C. Trivulzio),
due saggi di grammatica (“Dubbii grammaticali” e la “Grammatichetta”) e un
manuale di teoria dei generi letterari (“Poetica”). Tali proposte (specie
quella di modificare l'alfabeto inserendovi alcune lettere greche così da
rendere visibili le differenti pronunce di alcune vocali e di alcune
consonanti) e la riscoperta del “Della volgare eloquenza” di Aligheri) sono
clamorosi e fa esplodere in Italia la secolare questione della lingua,
idealmente chiusa da “I promessi sposi” di Manzoni. Questa intensa
speculazione teorica ha il suo sbocco fattuale in quattro saggi poetici, tutte
molto importanti: la Sofonisba (dedicata a Leone X), la prima tragedia regolare
della letteratura moderna (regolare si definisce un'opera costruita secondo le
norme derivate dai testi classici, essenzialmente la Poetica di Aristotele e
l'Ars poetica di Orazio), L'Italia liberata dai Goti (dedicata a Carlo V), il
primo poema epico regolare, e I simillimi (dedicata al G. Farnese), la prima
commedia regolare. Si aggiunga un volume di poesie d'amore e di encomio (Rime, dedicato
a N. Ridolfi) di gusto anti-petrarchista e ispirato ai poeti siciliani, agli
Stilnovisti, ad Aligheri e alla tradizione del Quattrocento, tutte cassate dal
Bembo. Anche queste opere sollevarono un grande dibattito, ma saranno destinate
ad avere un ruolo centrale nello sviluppo degl’umanita italiana ed europea, se
si considera l'importanza che la tragedia e l'epica, ad esempio, hanno in tutta
Europa. A lui si deve anche l'invenzione dell'endecasillabo sciolto (cioè senza
rima) ad imitazione dell'esametro classico, anche questa un'invenzione
destinata a fama europea. La sua produzione comprende diversi generi:
innanzitutto un Architettura, incompleto, ricerche sulla numismatica,
traduzioni, ed orazioni varie. Se ci si concentra solo sugli studi di teoria del
linguaggio, si ha a che fare con pochi testi, ma tutti rilevantissimi,
attraverso i quali struttura un coerente programma di riforma del linguaggio
sui modelli classici e sul linguaggio d’Alighieri ispirato alla Poetica di
Aristotele, ad Omero e al “Della volgare eloquenza”, un sistema da opporre sia
alle Prose della volgar lingua del Bembo di qualche anno prima, che aveva dato
come modelli solo Petrarca e Boccaccio (riducendo, quindi, i generi letterari
solo alla lirica e alla novella), sia all'”Orlando furioso” di L. Ariosto, che
è un romanzo cavalleresco e non un poema epico. Attraverso il proprio programma
iverrà a creare una tradizione di gusto classico del tutto nuova che nei secoli
a venire si affiancherà al bembismo sebbene agli inizi gli fu avversario. Il
suo sistema iinfatti, vuole sopperire ai vuoti lasciati dal petrarchismo
bembesco e proseguire lo sperimentalismo della tradizione antica e
quattrocentesca (la cosiddetta docta varietas). Né egli e l'unico convinto di
queste idee, come si dice ancora oltre, ma era affiancato da Speroni, Tasso
(padre di Torquato), Brocardo, Tolomei, Colocci, Equicola e altri ancora.
Volendo sintetizzare, le sue opere si raccolgono intorno a tre date: Dà
alle stampe a Roma la tragedia “Sofonisba” (composta prima agli Orti
Oricellari) e l'Epistola sulle lettere da aggiungere all'alfabeto. Tutte le sue
opere stampate in vita sono scritte secondo l'alfabeto da lui congegnato e non
con l'alfabeto usuale. Vengono date alle stampe sei opera: “Della volgare
eloquenza”, le prime IV parti della Poetica, il dialogo “Il castellano, le
Rime, i Dubbi grammaticali e la Grammatichetta. Dà alla luce il poema L'Italia liberata dai
Goti, e la commedia I simillini. Passeremo in rassegna le principali opere
poetiche, tranne gli Scritti linguistici, che hanno un paragrafo
apposito. La Sofonisba è in assoluto la prima tragedia regolare della
letteratura europea, destinata a vasta fortuna specie in Francia. Secondo il
modello antico, Trissino compone una tragedia in endecasillabi sciolti, che
imitano i trimetri giambici (il verso a questa data fa la sua prima
apparizione), divisa in quadri da cori rimati: alcuni cori sono canzoni
petrarchesche mentre altri, invece, canzoni pindariche (che fanno anch'esse qui
la loro prima apparizione e si ritroveranno nella poesia di Luigi Alamanni e
poi ancora di Gabriello Chiabrera). L'argomento (con sensibile differenza dai
classici antichi) è storico (preso da Tito Livio), non fantastico, mitico o
biblico. L'azione, come poi sarà canonico nel teatro regolare, si svolge nello
stesso posto (unità di luogo) e nello stesso giorno (unità di tempo) e prevede
in scena un numero limitato di persone. Venne recitata durante il carnevale di
Vicenza, messa in scena dall'amico e allievo Andrea Palladio. La proposta
piacque, tutto sommato, e riscosse successo: l'endecasillabo sciolto, metro
nuovo, fu approvato anche dal Bembo (come ricorda Giraldi Cinzio) e divenne da
allora in poi il metro quasi canonico del teatro italiano, specie tragico (vedi
sotto). Anche nelle Rime si mostra uno sperimentatore e il Petrarca,
modello obbligatorio a prescindere dal Bembo, si fonde con immagini derivanti
da altre epoche e da altri autori, in special modo la poesia occitana, quella
siciliana, gli stilnovisti e Dante, i poeti quattrocenteschi. Nel sistema del
Trissino è possibile usare ancora metri come, ad esempio, i sirventesi e le
ballate (cassati dal Bembo) o anche introdurre particolari nuovi come gli occhi
neri di guaiaco della donna amata, immagine inventata dal poeta su un referente
quotidiano della cultura cinquecentesca e non in linea con le immagini tipiche
del Petrarca (occhi di stelle e simili). Il Castellano è un dialogo sulla
lingua dedicato a Cesare Trivulzio, comandante francese a Milano. Si ambienta a
Castel Sant'Angelo e ha per protagonisti Giovanni di Bernardo Rucellai (il
castellano, appunto) e Strozzi, amici degli Orti Oricellari. Il Trissino espone
per bocca del Rucellai il suo ideale linguistico, preso dal De vulgari
eloquentia, cioè quello di un volgare illustre o cortigiano, mobile ed aperto,
fondato in parte sull'uso moderno e concreto della lingua, e in parte sugli
autori della tradizione letteraria. Questi autori sono soprattutto Dante e
Omero poiché dotati di enargia, cioè della capacità di rendere visibili a
parole ciò di cui stanno narrando. Le idee linguistiche del Trissino
sollevarono grande clamore (fondate com'erano su un testo la cui paternità
dantesca non era ancora assicurata) e fecero scoppiare il secolare 'dibattito
sulla lingua italiana' concluso, come detto, almeno idealmente, dal Manzoni tre
secoli dopo. Fra i molti che parteciparono al dibattito si ricordi il
fiorentino Machiavelli al quale il Trissino aveva letto il De vulgari
eloquentia sempre agli Orti Oricellari, il Bembo, ovviamente, Sperone Speroni,
Baldassarre Castiglione. Poetica Le teorie che soggiacciono a questo
vasto programma vengono esposte nella Poetica, libro fondamentale non solo per
il Trissino, essendo in assoluto il primo libro di poetica in Europa ad essere
modellato sulla Poetica di Aristotele, destinato a fama secolare in tutto il
continente. Né banale né senza rischi era, come potrebbe apparire, l'idea di
resuscitare dei generi letterari di fatto morti da millenni e lontani per gusto
e ispirazione dalla società rinascimentale. Sul piano linguistico
immagina una lingua di ispirazione dantesca e omerica, cortigiana e illustre,
che contempli l'innovazione e la tradizione, che sia aperta a una
collaborazione ideale fra varie regioni italiane e non sul predominio esclusivo
del toscano trecentesco, che ottemperi anche l'inserimento di neologismi e di
dialettismi. Nella poesia lirica si appoggia, sempre dietro Dante, alla
tradizione occitana, siciliana, stilnovista e dantesca e anche petrarchesca.
Nella metrica saccheggia ampiamente il trecentesco Antonio da Tempo che ancora
contempla ballate e sirventesi, generi cassati dal Bembo, come detto, e si
mostra vicino allo sperimentalismo della poesia quattrocentesca. Discorre,
inoltre, della possibilità di utilizzare in italiano metri di stile greco e
latino, come fatto da lui nei cori della Sofonisba, proposta che avrà grande
successo nei secoli a venire, specie nella poesia per musica e nel
melodramma. Discorre poi della tragedia, della commedia, dell'ecloga
teocritea e del poema omerico, i generi resuscitati dal mondo classico. A ogni
genere vengono date ovviamente le proprie regole tratte da Aristotele, cioè le
unità di tempo e di luogo, per la tragedia e la commedia, e le unità narrative,
per il poema epico. Vengono quindi stabilite le nette differenze fra il romanzo
cavalleresco e il poema epico. Mentre il romanzo cavalleresco narra una vicenda
fantastica costituita dall'intreccio di molte storie diverse (alcune delle
quali destinate a non chiudersi nel poema poiché non necessarie alla
conclusione generale della vicenda), nel poema epico, invece, la vicenda dovrà
essere di matrice storica e dovrà essere unitaria e conclusa: essa cioè dovrà
venire raccontata dall'inizio alla fine, e i pochi protagonisti dovranno
ruotare tutti attorno ad essa, tutti per un solo scopo, e le loro vicende
dovranno venire concluse entro l'arco del poema, non lasciando nulla in
sospeso. Il genere epico, inoltre, secondo una caratteristica che gli diventerà
propria, viene dal Trissino investito di un alto valore morale e politico, profondamente
pedagogico, ignoto al romanzo, che lo trasformano in un percorso di formazione
morale e culturale. Per questi tre generi nuovi, il poeta propone
l'endecasillabo sciolto, corrispettivo moderno dell'esametro e del trimetro
giambico classici (vedi paragrafi sottostanti). Sul piano dello stile e
dei registri il poeta rimanda alle teorie dei greci Demetrio Falereo e di
Dionigi di Alicarnasso, che ponevano come vertice dello stile poetico
l'energia, cioè la capacità di rappresentare visivamente con le parole le cose
di cui s sta narrando, prerogativa, per il Trissino, dello stile di Omero e
Dante. Sempre dietro Demetrio e Dionigi, divide la lingua italiana in quattro
registri stilistici e non tre, come voluto dalla tradizione medievale e
bembesca (la cosiddetta rota Vergilii, secondo la quale esistono 3 registri
stilistici soltanto: quello basso, esemplificato dalle Bucoliche, quello medio
dalle Georgiche, e quello alto o tragico dell'Eneide). Questo veniva a
reimpostare daccapo i rapporti ormai consolidati fra genere letterario e
registro stilistico, e fu una novità che avrebbe causato non poco l'insuccesso
di un poeta il cui punto debole fu proprio lo stile. Tornò in scena con
L'Italia liberata da' Gotthi, un vastissimo poema di endecasillabi sciolti in
27 canti, iniziato intorno nell'età di Papa Leone X. Esso è di fatto il primo
poema epico moderno e sarà destinato, come la Sofonisba, a inaugurare
un genere del tutto nuovo, in dichiarata antitesi alla tradizione
medievale del romanzo cavalleresco che in quegli anni stava sfondando con
Ariosto. L'idea che soggiace alla composizione dell'opera è illustrata
nella famosa Dedica a Carlo V che precede il poema, dove O. dichiara di essersi
ispirato ovviamente ad Aristotele e all'Iliade di Omero. Con la guida di Omero
e di Demetrio Falereo (e non di Dante, si noti), inoltre, reclama l'uso di un
volgare illustre che contempli l'inserimento di voci dialettali, arcaiche o anche
latine e greche, come infatti nel poema avviene. Come detto più volte, inoltre,
lo scopo del poema è 'ammaestrare l'imperatore', non solo attraverso dei
modelli cavallereschi, ma anche attraverso conoscenze tecniche di architettura,
arte militare e via di seguito. Il poema è ligio, insomma, a quanto
stabilito nella Poetica: la trama è tratta da un accadimento storico cioè la
guerra gotica tra l'imperatore bizantino Giustiniano I e gli Ostrogoti che
occuparono l'Italia (per la quale il poeta segue lo storico bizantino Procopio
di Cesarea), che viene raccontata dall'inizio alla fine, e i (relativamente)
pochi protagonisti ruotano attorno ad essa. I personaggi, a loro volta, saranno
specchio di altrettanti vizi e virtù da correggere, in questa crociata che
sarebbe anche un percorso di formazione bellica e morale del suo lettore
ideale, cioè Carlo V stesso. Il poema, atteso da vent'anni dai dotti
italiani, fu uno dei più clamorosi fiaschi della storia letteraria italiana,
come noto, anche se ebbe un impatto profondissimo. Critiche violente vennero da
Giambattista Giraldi Cinzio (che ne parla nei suoi Romanzi) e da Francesco
Bolognetti, ma non solo. I quali derisero il poema per la sua imitazione
pedissequa dei valori dell'eroismo classico (grandezza e generosità d'animo,
nobiltà e gloria), per l'attenzione estrema alla corretta applicazione delle
regole aristoteliche, più che alla fluidità della narrazione o al dare un
rilievo psicologico ai personaggi, assolutamente frontali. Inoltre, la ripresa
parola per parola del modello omerico (ma in generale di tutte le moltissime
fonti tradotte dal poeta) fu ritenuta noiosa, e la solennità dell'argomento
venne a scontrarsi con la prosaicità dello stile trissiniano, del metro senza
rima costruito in maniera formulare (come quello di Omero ovviamente) che rende
il dettato fiacco e stereotipato. I lunghi intervalli eruditi, inoltre, in cui
il poeta si dilunga nelle descrizioni degli accampamenti, dei monumenti della
Roma medievale, di città, architetture, armature, eserciti, giardini, mappe
geografiche dell'Italia, precetti morali, massime e apologhi eruditi e via di
seguito, soffocano la narrazione epica (nella prima edizione il poema è
addirittura corredato da tre cartine geografiche) e rendono il poema di
difficile lettura. Ciò non toglie, tuttavia, che l'Italia liberata abbia
un posto di rilievo nella letteratura: la visione di un mondo superiore di eroi
solenni e composti nella dignità del loro ideale e della loro missione,
tipicamente aristocratici, anticipava le preoccupazioni morali della
Controriforma. Sarà proprio alla fine
del secolo, infatti, che il poema trissiniano avrà la sua fortuna, col Tasso ma
non solo. “I simillimi” w l'ultima opera stampata dal poeta e i modelli
sono indicati da lui stesso nella dedica a Farnese: Aristofane e la Commedia
antica -- Menandro è stato riscoperto solo nel Novecento) -- sul modello della
quale il Trissino ha fornito la favola dei cori (con l'appoggio anche dell'Arte
poetica di Orazio) ma non del prologo. Dichiarata è anche l'ascendenza da
Plauto (essenzialmente i Menecmi). Il testo è costruito in versi sciolti,
ovviamente, mentre i cori sono costituiti anche da settenari e sono rimati.Le
opere linguistiche Frontespizio del Castellano di Giangiorgio Trissino,
stampato con lettere aggiunte all'alfabeto italiano da quello Greco. I
suoi saggi di filosofia del linguaggio sono essenzialmente quattro: l'Epistola,
Castellano, Dubbi, Grammatichetta, oltre, ovviamente la Poetica. Accese
discussioni suscita il suo esordio letterario, cioè la proposta di ri-formare
l'alfabeto classico italiano, di radice latina – Lazio -- contenute nell'
“Ɛpistola del Trissinω” delle lettere nuωvamente aggiunte nella lingua
italiana”, dove suggerisce l'adozione di grafia dell’abecedario di vocali e
consonanti della fonologia greca al fine di “dis-ambiguare” un segno diversi
resi allora, e ancor oggi, con il medesimo segno grafico: e e o aperte (“ε” ed
“ω”) e chiuse, z sorda e “z” sonora (“ζ”) – “Speranζa” -- nonché la distinzione
dell’“i” e dell’ “u” con valore di vocale (i, u), o di consonante (j, v).
Ri-propone questa idea, sebbene ricorrendo a segni diverse, anche l'accademico
della Crusca (cruschense) Salvini, sempre senza successo. Accolta fu nei
secoli a venire, invece, la sua proposta di utilizzare la “z” al posto della
“t” nelle vocaboli latini che finiscono in “-tione” (implicatione >
“implicazione” -- oratione > orazione) e di distinguere sistematicamente il
segno “u” dal signo “v” (uita > “vita”)
I punti principali dell'abecedario riformato sono i
seguenti: carattere fonema Distinto da Pronuncia “Ɛ”, “ε”; E aperta [ɛ] E
e E chiusa [e] “Ω” “ω” O aperta [ɔ] O o O chiusa [o] V v V con valore di
consonante [v] U u U con valore di vocale [u] J j con valore di consonante J
[j] I iI con valore di vocale [i] “Ӡ” “SPERANӠA” “ç” – Sperança -- Z sonora
[dz] Z z Z sorda [ts]. Tali idee vengono confermate. Nel Castellano,
propone il modello di una lingua cortigiana-italiana formata dagli elementi
comuni a tutte le parlate dei letterati della penisola, non solo nel lessico ma
anche al livello della fonetica (visibile ormai grazie al suo abecedario
ri-formato). La sua teoria si appoggia ad Omero e soprattutto alla sua
traduzione del “De vulgari eloquentia”, e vede amplificata nella “Poetica”, in
riferimento a tutti i generi letterari, ed e illustrata materialmente nella sua
Grammatichetta messa a disposizione da Trissino stesso e i Dubbi grammaticali.
Alla sua tesi si dimostrano particolarmente ostili i toscani, ovviamente, visto
che Aligheri stesso asserisce nel trattato che il toscano non è il volgare
illustre. Tra di essi spicca il Machiavelli, come accennato, che compose un
“Dialogo sulla lingua” nel quale reclama la specificità del fiorentino in
opposizione a Bembo e anche a Trissino, che nella grammatica di base parte
sempre dalla lingua letteraria, anche perché l'unica in grado di assicurare a
livelli profondi una similarità fra i vari parlari italiani. Un esempio: se nel
toscano di Poliziano è normale usare “lui” in funzione di soggetto, Bembo
invece rispolvera “egli” e lo stesso fa Trissino. Machiavelli, invece, difende
l'uso di “lui”, normale a Firenze. La riforma trissiniana dei segni
dell’abecedario italiano, applicata sistematicamente da lui in tutti i suoi
saggi (anche negli appunti!), è un prezioso documento delle differenze di
pronuncia tra il tosco toscano e la lingua cortigiana, fra la lingua letteraria
e la corretta pronounia Nordica (e vicentino) perché applica i propri criteri
nel pubblicare i suoi saggi o nell'interpretare alcuni segni del toscano. La
conseguente maggior difficoltà non favoresce la diffusione della sua filosofia
e porta diverse critiche da parte dei filosofi suoi contemporanei. Sebbene
sia noto come esegeta aristotelico, il Trissino si era formato, invece, sul
finire del Quattrocento e nei primi del Cinquecento nelle capitali culturali
italiane sature di cultura neoplatonica e mistica: non ci riferiamo solo agli
anni a Milano presso il Calcondila (amico di Marsilio Ficino) o a Ferrara
presso il Leoniceno, ma soprattutto a quelli trascorsi agli Orti Oricellari
fiorentini e nella Roma di Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici. Importanti
sono i due ritratti che ci vengono lasciati da due contemporanei. Il primo è il
quello di Giovanni di B. Rucellai, che
nel poemetto in versi sciolti Le api, dopo aver discusso dell’armonia cosmica e
della dottrina ermetico-platonica dell’Anima Mundi, specifica: «Questo sì bello
e sì alto pensiero / tu primamente rivocasti in luce / come in cospetto degli
umani ingegni O., con tua chiara e viva voce, tu primo i gran supplicii
d’Acheronte ponesti sotto i ben fondati piedi / scacciando la ignoranza dei
mortali». Insomma il Trissino viene riconosciuto come un interprete del
pensiero platonico e, si direbbe, democriteo. Il secondo, invece, riguarda le
esposizioni rilasciate al'Inquisizione, dopo la morte del poeta, da parte del
Checcozzi, il quale dichiara che il Trissino «faceva discendere le anime umane
dalle stelle ne’ corpi e diede a divedere come i passaggi di quelle di pianeta
in pianeta fossero stimate altrettante morti e dicesse essere pene infernali
non le retribuzioni della vita futura ma le passioni e i vizi» (in B. Morsolin,
O.. Monografia di un gentiluomo letterato, Firenze, Le Monnier). A questo si
aggiungano ancora la ripetuta ammissione di credere nella salvezza per sola
Grazia (Morsolin, confermata nell'Epistola a Marcantonio da Mula), cioè di
essere a rigore un luterano, e la lunga requisitoria contro il clero corrotto
contenuta contenuta nell'Italia liberata, requisitoria che però, come rilevato
da Maurizio Vitale (in L'omerida italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla
lingua dell'«Italia liberata da' Gotthi», Istituto Veneto di Scienze ed Arti,
), non figura in tutte le stampe del poema ma solo in quelle indirizzate forse
in Germania. Anche quindi, auspicava un riordino interno della Chiesa e
una sua restaurazione morale, in linea con il generale movimento di riforma che
scoppio' nel Rinascimento, con Lutero, Erasmo etc.... senza per questo farne un
luterano in senso stretto. Insomma, è un tipico esponente della tradizione
religiosa pre-tridentina, in cui il fervido sostegno alla Chiesa romana e la
vicinanza coi papi non escludono forti iniezioni di filosofia idealista e della
scuola di Crotone, di stoicismo e di astrologia, di tradizione bizantina e
millenarismo, in cui Erasmo da Rotterdam, M.Lutero, Agrippa von Nettesheim,
Pico, Ficino si fondono in una forma religiosa eclettica e ancora tollerata
prima dell'apertura del Concilio di Trento. Le persecuzioni inizieranno dopo la
sua morte e vi verrà coinvolto, invece,
il figlio Giulio, vicino al calvinismo, che subirà l'Inquisizione. Il suo
poema, una vera enciclopedia dello scibile, è molto interessante a riguardo, e
queste venature di pensiero religioso inquiete ed eclettiche sono evidenti in
maniera palese. Si ricordino gl’angeli che portano nomi di divinità pagane -- Palladio,
Onerio, Venereo etc... -- e che non sono altro che allegorie delle facoltà
umane o delle potenze naturali (Nettunio, angelo delle acque, ad esempio, o
Vulcano come metonimia del fuoco) come indicato nel De Daemonius di M. Psello e
nel pensiero idealista o accademico. E questo uno dei punti più bersagliati dai
critici contro lui, per primo, ancora una volta, Cinzio. Di Palladio cura soprattutto
la formazione di architetto inteso come filosofo umanista. Questa concezione
risulta alquanto insolita in quell'epoca, nella quale all'architetto era
demandato un compito preminentemente di tecnico specializzato. Non si può
capire la formazione filosofica ed umanistica e di tecnico specializzato della
costruzione dell'architetto Andrea della Gondola, senza l'intuito, l'aiuto e la
protezione di lui. È lui a credere nel giovane lapicida che lavora in modo
diverso e che aspira a una innovazione totale nel realizzare le tante opere. Gli
cambia il nome in Palladio, come l'angelo liberatore e vittorioso presente nel
suo poema L'Italia liberata dai Goti. Secondo la tradizione, l'incontro tra lui
e Gondola ha nel cantiere della villa di Cricoli, nella zona nord fuori della
città di Vicenza, che in quegli anni sta per essere ristrutturata secondo i
canoni dell'architettura classica. La passione per l'arte e la cultura in senso
totale sono alla base di questo scambio di idee ed esperienze che si rivela
fondamentale per la preziosa collaborazione tra i due "grandi". Da lì
avrà inizio la grande trasformazione dell'allievo di G. Pittoni e Giacomo da
Porlezza nel celebrato Andrea Palladio. E proprio lui a condurlo a Roma nei
suoi viaggi di formazione a contatto con il mondo classico e ad avviare il
futuro genio dell'architettura a raggiungere le vette più ardite di
un'innovazione a livello mondiale, riconosciuta ed apprezzata ancora oggi. Il
sistema letterario inventato dal lui non e il solo tentativo di preservare un
rapporto diretto con la cultura degl’antichi con Aligheri e con l'umanesimo del
Quattrocento, che il sistema bembiano esclude. Molti altri condividevano le sue
idee, infatti, come A. Brocardo, B. Tasso, anche loro intenti a inventare nuovi
metri su imitazione dei classici. Tuttavia, se si eccettua forse S.
Speroni, e uno dei pochi che struttura nella sua Poetica un sistema
totale, onni-comprensivo, aristotelico in senso pieno, dove ogni genere è
regolato in maniera specifica; e questo gli permette di essere un punto di
riferimento privilegiato. Bisogna fare a questo punto una distinzione
essenziale fra le sue produzione filosofica e le sue teorie letterarie. Le
opere poetiche, forse con la sola eccezione della Sofonisba e delle Rime, sono
notoriamente brute. Lo stile è fiacco e prosaico e la narrazione dispersa in
mille meandri eruditi, ragione per cui furono conosciute da tutti, lette e
ammirate, ma non apprezzate né imitate dal punto di vista stilistico. L’invenzione
del verso sciolto, che e centrale nella storia letteraria europea, infatti, non
e destinata a fiorire con lui ma solo alla fine del secolo perché venisse
accettata entro un poema di genere e di stile alto come quello epico. La sua
filosofia, invece, trova un successo secolare, non solo in Italia ma in molti
paesi europei specie nel Settecento, con la nuova moda del classicismo. Questo
specie per quel che riguarda i due generi principali del mondo degl’antichi, la
tragedia e l'epica, e con essi anche il verso sciolto. In Italia si può
dire che ha grande fortuna col verso sciolto e col poema epico, ma minore col
teatro tragico. La Sofonisba, quando usce, non era in Italia l'unica tragedia
di imitazione antica, anche se era la prima: vi erano, infatti, anche quelle di
Giovanni di Bernardo Rucellai, composte sempre agli Orti Oricellari. Ma la
tragedia ispirata ai modelli antici non trovò terreno in Italia e fu
soppiantata presto, già a metà del secolo, da quella 'alla latina' -- cioè
piena di fantasmi, conflitti, colpi di scena e sangue, shakespeariana insomma),
riportata in auge a Ferrara dalle Orbecche di Giambattista Giraldi Cinzio -- una
linea di gusto che, alla fine del Cinquecento e nel Seicento, si sposerà in
pieno col teatro gesuita, di ispirazione anche esso stoica e senecana.
Non così nell'epica e nel verso sciolto. Il poema del Trissino è nominato
infatti da tutti i principali autori epici dell'epoca (e spesso in mala fede),
da Bernardo Tasso (intento anche lui alla realizzazione del poema Amadigi, che
nella prima stesura era in versi sciolti) e Giambattista Giraldi Cinzio (che
compose contro l'Italia liberata il volume Dei romanzi), F. Bolognetti e via
via fino a Tasso. Quest'ultimo parla spesso dell'Italia liberata nei Discorsi
del poema eroico e, sebbene ne rilevi i limiti, la tiene presente chiaramente
come modello teorico e anche in molti passaggi della Gerusalemme liberata (fra
cui la famosa morte di Clorinda, ripresa da quella dell'amazzone Nicandra, ad
esempio). Vale la pena specificare che il titolo di “Gerusalemme liberate”,
infatti, non fu deciso dal Tasso (che nei Discorsi chiama sempre il suo poema “Goffredo”),
ma dallo stampatore A. Ingegneri, che doveva aver notato la somiglianza
dell'opera tassiana col poema trissiniano. Mentre nel Rinascimento i
critici iniziavano a discutere dei rapporti fra poesia epica e romanzo
cavalleresco, si assiste a un lento processo di 'acclimatazione' del verso
sciolto nei poemi narrativi. Dapprima viene usato nei generi minori, come le
ecloghe pastorali, i poemetti georgici, gli idilli o le traduzioni, ma alla
fine del secolo sarà impiegato in opere imponenti come l'”Eneide” di Caro, o
nel poema sacro del Mondo creato di Tasso, o nello stile fastoso dello Stato
rustico di G. Imperiale o quello classico di Chiabrera in pieno Barocco. Anzi, proprio Chiabrera
(non a caso allievo di Speroni) si può dire che sia il suo grande erede,
animato come lui dal desiderio di riformare la metrica e di ricreare i generi
letterari sui modelli classici. La Poetica è citata dal Chiabrera in punti
importanti, sia in difesa del verso sciolto, sia dei generi metrici non
bembeschi o nuovi, sia, implicitamente, nella ripresa del mito di Dante e di
Omero (cfr. il paragrafo apposito in Chiabrera). O. ebbe ancora fortuna
anche nel XVIII secolo, con l'edizione in due volumi Scipione Maffei di Tutte
le opere (Verona, Vallarsi, ancora oggi punto di riferimento indispensabile), e
con nove tragedie intitolate Sofonisba, una delle quali d’Alfieri. Grande fu l'influenza
anche nel melodramma: si contano ben quattordici Sofonisba, una delle quali di
Gluck e uno di Caldara. Ma a parte la fortuna della Sofonisba, considerando che
la riforma poetica dell'Accademia dell'Arcadia si ispira dichiaratamente alla
poesia e alla metrica del Chiabrera, possiamo dire che il Trissino sia stato
uno dei fondatori della poesia arcadica e capostipite di una tradizione
letteraria, anche quella del melodramma settecentesco. Non a caso è uno degli
autori più presenti nella ragion poetica di Gravina, maestro del giovane
Metastasio, la cui prima opera sarà la tragedia Giustino, una riproposizione
quasi parola per parola del III canto dell'Italia liberata dove si narrano gli
amori di Giustino e di Sofia. PCastelli dedica la poeta una intera monografia
(La vita di Giovangiorgio Trissino oratore e poeta). Si può dire, quindi, che
non solo nell'epica il Trissino abbia avuto fortuna, ma anche nel teatro
italiano, anche se nelle forme del melodramma e non quelle della tragedia, come
tipico della tradizione italiana. Questo grazie, soprattutto, alla mediazione
del Chiabrera, che seppe rendere le forme metriche del Trissino (prima fra
tutte il verso sciolto) di insuperabile eleganza. Nell'Ottocento si
ricordino l'Iliade di Vincenzo Monti e l'Odissea di Ippolito Pindemonte, che
proseguono la grande storia del verso sciolto nella traduzione italiana, e le
considerazioni di tre grandi scrittori. Il primo è Manzoni che, meditando sul
romanzo storico, rifletté anche sui rapporti fra creazione poetica e
verosimiglianza storica date da Aristotele nello scritto Del romanzo storico e,
in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione. Il secondo è
Carducci che stronca il poema ne I poemi
minori del Tasso (in L’Ariosto e il Tasso) e il terzo è B. Morsolin che compose
la biografia del poeta (Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato) che
ancora oggi è indispensabile.Francia In Francia, invece, si assiste in un certo
senso alla situazione opposta e le teorie del Trissino trovarono vasta eco più
nel teatro che nel poema epico, questo anche perché in generale il teatro
classico francese ha sempre prediletto i modelli greci ai latini e il teatro,
in genere, al melodramma. Nel teatro francese l'influenza della Sofonisba sarà
forte: la prima rappresentazione documentata in francese è nel castello di
Blois, davanti alla corte della regina, Caterina de' Medici, non a caso una
fiorentina. La corte di Francia era già abituata d'altronde alla poesia
italiana di stile classico da almeno trent'anni, dopo il soggiorno presso
Francesco I di Francia di Luigi Alamanni. Da qui in poi si conteranno otto
Sofonisba fino alla fine del Settecento, una delle quali di Pierre Corneille.
Non così invece nell'epica, genere che in Francia trovò poco seguito, e nel
verso sciolto, che non si acclimatò mai nella poesia francese, poco adatta per
suo ritmo naturale a un verso senza rima. Il Voltaire, che amava l'Ariosto,
ricorda l'Italia liberata nel suo Saggio sulla poesia epica più che altro per
rilevare le pecche del poema. In Inghilterra si ricorda la fortuna del
verso sciolto (blank verse) che avrà la sua consacrazione nel Paradiso perduto
di Milton, e le lodi tributate al Trissino da Pope nel prologo alla Sofonisba
di Thomson. In Germania si ricordano tre Sofonisba. Anche Goethe possede una
copia delle Rime trissiniane Opere: “Sofonisba, tragedia Ɛpistola del
Trissino de le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana; De vulgari
eloquentia di Alighieri; traduzione Il castellano, dialogo: Daelli; Poetica;
Dubbi grammaticali; Grammatichetta; L'Italia liberata dai Goti, poema epico I
simillimi, commedia Galleria d'immagini Gian Giorgio Trissinoincisione da
Tutte le opere non più pubblicate di Giovan Giorgio Trissino, Miniatura di O.. Incisione
da Castelli La vita di Giovangiorgio Trissino, Targa a O., in piazza Gian
Giorgio Trissino. Targa posta sulla casa natale di Gian Giorgio Trissino,
in corso Fogazzaro 15 a Vicenza, opera di Bartolomeo Bongiovanni.Medaglione
posto nel salone di Palazzo Venturi Ginori, a Firenze, raffigurante Giovan
Giorgio Trissino, membro dell'Accademia Neoplatonica che lì ebbe sede.
Bernardo Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, Pierfilippo
Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino. Bernardo Morsolin, Giangiorgio
Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI,Margaret Binotto, La
chiesa e il convento dei santi Filippo e Giacomo a Vicenza, Pierfilippo
Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino, Bernardo Morsolin, Giangiorgio
Trissino o Monografia di un letterato. L'incisione recita: DEMETRIO CHALCONDYLÆ
ATHENIENSIIN STUDIIS LITERARUM GRÆCARUM EMINENTISSIMOQUI VIXIT ANNOS MENS. VET OBIIT JOANNES O. GASP. FILIUS PRÆCEPTORI OPTIMO ET
SANCTISSIMOPOSUIT. Castelli, La Vita d’O, ernardo
Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato; Morsolin O. o
Monografia di un letterato del secolo XVI, Giambattista Nicolini, Vita di
Giangiorgio Trissino, Nell'originale sofocleo "τὸ δὲ ζητούμενον
ἁλωτόν", letteralmente "ciò che si cerca, si può cogliere". Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato, Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio
Trissino, Pierfilippo Castelli, La vita, Antonio Magrini, Reminiscenze
Vicentine della Casa di Savoia. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato. Bernardo Morsolin, O. o Monografia di un letterato,
Silvestro Castellini, Storia della città di Vicenza. Castelli, La vita d’O, nota. Morsolin, O. o
Monografia di un letterato del secolo XVI, 1Come i saggi di Lucien Faggion
ricordano, per preservare il patrimonio famigliare non era inusuale sposare
cugini di altri rami della medesima famiglia.
La decisione di scegliere Ciro come proprio erede ebbe ripercussioni
drammatiche per diverso tempo. Oltre al trascinarsi della causa civile
intentata da Giulio al padre e a Ciro, nacque una vera e propria faida tra i
discendenti Trissino dal Vello d'Oro e i parenti del ramo dei Trissino più
prossimo alla prima moglie, Giovanna. Le voci che fecero risalire a Ciro la
denuncia anonima alla Santa Inquisizione delle simpatie protestanti, spinsero
Giulio Cesare, nipote di Giovanna, a uccidere Ciro a Cornedo nel 1576, davanti
a Marcantonio, uno dei suoi figli. Quest'ultimo decise di vendicare il padre,
accoltellando a morte Giulio Cesare che usciva dalla cattedrale di Vicenza il
venerdì santo del 1583. R. Trissino, altro avversario dei Trissino dal Vello
d'Oro, s'introdusse nella casa di Pompeo, primogenito di Ciro, e ne uccise la
moglie, Isabella Bissari, e il figlioletto Marcantonio, nato da poco. Si vedano
al proposito vari saggi sull'argomento di Lucien Faggion, tra cui Les femmes,
la famille et le devoir de mémoire: les Trissino aux XVIe et XVIIe siècles. Dovette
affrontare una causa civile intentatagli dai Valmarana: negli ultimi decenni
ProfessoreAlvise di Paolo Valmarana perse villa e tenuta, giocandosele col
patrizio Orso Badoer, che rivendette la proprietà a Gaspare Trissino. Gli eredi
Valmarana tentarono di riprendersela ipotizzando un vizio all'origine, ma il
tribunale diede ragione ai diritti del Trissino. Si veda Lucien Faggion,
Justice civile, témoins et mémoire aristocratique: les Trissino, les Valmarana
et Cricoli au XVIe siècle,. Bernardo
Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI,
voce O. nel sito Treccani L'Enciclopedia Italiana. Achille, Trissino,
Giangiorgio, in L'Enciclopedia dell'Italiano.
"Palladio" è anche un riferimento indiretto alla mitologia
greca: Pallade Atena era la dea della sapienza, particolarmente della saggezza,
della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della
guerra; Pallade, a sua volta, è un'ambigua figura mitologica, talvolta maschio
talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata
soltanto nell'Eneide di Virgilio. Ma è stata avanzata anche l'ipotesi che il
nome possa avere un'origine numerologica che rimanda al nome di Vitruvio, vedi
Paolo Portoghesi, La mano di Palladio, Torino, Allemandi, Dal volantino della
mostra dedicata a O., in occasione dell’anniversario della promulgazione dello
Statuto del Comune, organizzata dalla Provincia di Vicenza, Comune di Trissino
e Pro Loco di Trissino. L. Cicognara,
Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia fino al secolo di Canova,
Giachetti, Losanna, 1824. Sull'autore in generale si vedano almeno tre testi
fondamentali: Pierfilippo Castelli, La vita di Giovangiorgio Trissino,
oratore e poeta, ed. Giovanni Radici, Venezia, Bernardo Morsolin, Giangiorgio
Trissino o monografia di un letterato del secolo XVI, Firenze, Le Monnier, Atti
del Convegno di Studi su Giangiorgio Trissino, Vicenza); Pozza, Vicenza, Neri
Pozza, Sulla Sofonisba: E. Bonora La "Sofonisba" del Trissino,
Storia Lettaliana, Garzanti, Milano, M. Ariani, Utopia e storia nella Sofonisba
di Giangiorgio Trissino, in Tra Classicismo e Manierismo, Firenze, Olschki, C.
Musumarra, La Sofonisba ovvero della libertà, «Italianistica», Sulle
Rime: A. Quondam, Il naso di Laura. Lingua e poesia lirica nella
tradizione del classicismo, Ferrara, Panini, C. Mazzoleni, L’ultimo manoscritto
delle Rime di Giovan Giorgio Trissino, in Per Cesare Bozzetti. Studi di
letteratura e filologia italiana, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori,
Sull'Italia liberata si vedano almeno (in ordine di stampa): F. Ermini,
L’Italia liberata dai Goti di Giangiorgio Trissino. Contributo alla storia
dell’epopea italiana, Roma, Romana, A. Belloni, Il poema epico e mitologico,
Milano, Vallardi, Ettore Bonora, L'"Italia Liberata" del
Trissino,Storia della Lett. italiana,Milano, Garzanti, Marcello Aurigemma, Letteratura
epica e didascalica, in Letteratura italiana,
IV, Il Cinquecento. Dal Rinascimento alla Controriforma, Bari, Laterza,
Marcello Aurigemma, Lirica, poemi e trattati civili del Cinquecento, Bari,
Laterza, Guido Baldassarri. Il sonno di Zeus. Sperimentazione narrativa del
poema rinascimentale e tradizione omerica, Roma, Bulzoni, Renato Bruscagli,
Romanzo ed epos dall’Ariosto al Tasso, in Il Romanzo. Origine e sviluppo delle
strutture narrative nella cultura occidentale, Pisa, ETS, D. Javitch, La
politica dei generi letterari nel tardo Cinquecento, «Studi italiani», David
Quint, Epic and Empire. Politics and generic form from Virgil to Milton,
Princeton, Princeton University Press, Tateo, La letteratura epica e
didascalica, in Storia della letteratura italiana, IV, Il Primo Cinquecento, Roma, Salerno,
Sergio Zatti, L'imperialismo epico del Trissino, in Id., L'ombra del Tasso,
Milano, Bruno Mondadori, aRenato Barilli, Modernità del Trissino, «Studi
Italiani», A. Casadei, La fine degli incanti. Vicende del poema epico-cavalleresco
nel Rinascimento, Roma, Franco Angeli,
D. Javitch, La nascita della teoria dei generi letterari,
«Italianistica», Gigante, «Azioni formidabili e misericordiose». L'esperimento
epico del Trissino, in «Filologia e Critica», Stefano Jossa, Ordine e
casualità: ideologizzazione del poema e difficoltà del racconto fra Ariosto e
Tasso, «Filologia e critica», S. Sberlati, Il genere e la disputa, Roma,
Bulzoni, Jossa, La fondazione di un genere. Il poema eroico tra Ariosto e
Tasso, Roma, Carocci, M. Pozzi, Dall’immaginario epico all’immaginario
cavalleresco, in L’Italia letteraria e l’Europa dal Rinascimento
all’Illuminismo, in Atti del Convegno di Aosta,
N. Borsellino e B. Germano, Roma, Salerno, M. De Masi, L'errore di
Belisario, Corsamonte, Achille, «Studi italiani», Claudio Gigante,
Un'interpretazione dell'«Italia liberata dai Goti», in Id., Esperienze di
filologia cinquecentesca. Salviati, Mazzoni, Trissino, Costo, il Bargeo, Tasso,
Roma, Salerno Editrice, E. Musacchio, Il poema epico ad una svolta: O. tra
modello omerico e virgiliano, in «Italica»,
Valentina Gallo, Paradigmi etici dell'eroico e riuso mitologico nel V
libro dell'‘Italia' di Trissino, in «Giornale Storico della Letteratura
Italiana», Alessandro Corrieri, Rivisitazioni cavalleresche nell'Italia
liberata da' Gotthi d’O., «Schifanoia», A. Corrieri, La guerra celeste
dell'Italia liberata da' Gotthi di Giangiorgio Trissino, «Schifanoia», Claudio
Gigante, Epica e romanzo in O., in La tradizione epica e cavalleresca in
Italia, C. Gigante e Palumbo, BruxellesI. E. Peter Lang, Corrieri, Lo scudo d’Achille e il pianto di
Didone: da L’Italia liberata da’ Gotthi di Giangiorgio Trìssino a Delle Guerre
de’ Goti di Gabriello Chiabrera, «Lettere italiane»,Alessandro Corrieri, I
modelli epici latini e il decoro eroico nel Rinascimento: il caso de L’Italia
liberata da’ Gotthi d’O., «Lettere italiane», Sul dibattito sui generi
letterari e la Poetica (in ordine di stampa): E. Proto, Sulla ‘Poetica’
di G. G. Trissino, Napoli, Giannini e figli, C. Guerrieri-Crocetti, Giovan
Battista Giraldi Cintio e il pensiero critico del secolo XVI,
Milano-Genova-Napoli, Società Dante Alighieri, Mazzacurati, La mediazione
trissiniana, in Misure del classicismo rinascimentale, Napoli, Liguori,
Mazzacurati, Conflitti di culture nel Cinquecento, Napoli, Liguori, A. Quondam,
La poesia duplicata. Imitazione e scrittura nell'esperienza del Trissino, in
Atti del Convegno di Studi su G. Trissino, N. Pozza, Vicenza, Accademia
Olimpica, G. Mazzacurati, Il Rinascimento del Moderni. La crisi culturale
Professoree la negazione delle origini” (Bologna, Il Mulino); M. Pozzi, Lingua,
cultura, società. Saggi della letteratura italiana del Cinquecento,
Alessandria, Dell’Orso, Per il rapporto fra l’epica del T. e quella del Tasso
(in ordine di stampa): E. Williamson, Tasso’s annotations to Trissino’s
Poetics, «Modern Language Notes», M. Clarini, Le postille del Tasso al
Trissino, «Studi Italiani», G. Baldassarri, «Inferno» e «Cielo». Tipologia e
funzione del «meraviglioso» nella «Liberata», Roma, Bulzoni, R. Bruscagli,
L’errore di Goffredo, «Studi tassiani», S. Zatti, Tasso lettore del Trissino,
in Torquato Tasso e la cultura estense, G. Venturi, Firenze, Olsckhi, Sulla
lingua e il dibattito dei contemporanei si vedano almeno (in ordine di stampa):
B. Migliorini, Le proposte trissiniane di riforma ortografica, «Lingua nostra»
G. Nencioni, Fra grammatica e retorica. Un caso di polimorfia della lingua
letteraria, Firenze, Olsckhi, B. Migliorini, Note sulla grafia nel
Rinascimento, in Id., Saggi linguistici, Firenze, Le Monnier, B. Migliorini, Il
Cinquecento, in Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni [e ristampe].
E.Bonora, "La questione della lingua", Storia Lettaliana, Garzanti,
Milano, C. Segre, L’edonismo linguistico del Cinquecento, in Lingua, stile e
società, Milano, Feltrinelli, O.
Castellani-Pollidori, Il Cesano de la lingua toscana, Firenze, Olschki, O.
Castellani-Pollidori, Niccolò Machiavelli e il Dialogo intorno alla lingua. Con
un’edizione critica del testo, Firenze, Olschki, Franco Subri, Gli scritti grammaticali
inediti di Tolomei: le quattro lingue di toscana, «Giornale storico della
letteratura italiana», I. Paccagnella, Il fasto delle lingue. Plurilinguismo
letterario nel Cinquecento, Roma, Bulzoni,
M. Pozzi, Trattatisti del Cinquecento, Milano-Napoli, Ricciardi,
Richardson, Trattati sull’ortografia del volgare, Exeter, University of
Exeter, Pozzi, O. e la letteratura
italiana, in Id., Lingua, cultura e società. Saggi sulla letteratura italiana
del Cinquecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, A. Cappagli, Gli scritti
ortofonici di Claudio Tolomei, «Studi di grammatica italiana», Maraschio,
Trattati di fonetica del Cinquecento, Firenze, presso l’Accademia, C. Giovanardi, La teoria cortigiana e il
dibattito linguistico nel primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, M. Vitale,
L'omerida italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia
liberata da' Gotthi», Istituto Veneto de Scienze ed Arti,. Sulla traduzione di
Dante e l'importanza del De vulgari eloquentia si vedano almeno (in ordine di
stampa): M. Aurigemma, Dante nella poetica linguistica del Trissino,
«Ateneo veneto», foglio speciale, C.
Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, in Geografia e
storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi,Floriani, Trissino: la
«questione della lingua», la poetica, negli Atti del Convegno di Studi su
Giangiorgio Trissino, etc...(ora in Gentiluomini letterati. Studi sul dibattito
culturale nel primo Cinquecento, Napoli, Liguori, I. Pagani, La teoria
linguistica di Dante, Napoli, Liguori,
C. Pulsoni, Per la fortuna del De vulgari Eloquentia: Bembo e Barbieri,
«Aevum», E. Pistoiesi: Con Dante attraverso il Cinquecento: Il De vulgari
eloquentia e la questione della lingua, «Rinascimento», Per le trafile del
codice dantesco posseduto dal Trissino, oggi alla Biblioteca Trivulziana di
Milano, cfr. l'introduzione diRàjna alla sua edizione del De Vulgari Eloquentia
(Firenze, Le Monnier) e G. Padoan, Vicende veneziane del codice Trivulziano del
“De vulgari eloquentia”, in Dante e la cultura veneta, Atti del convegno di
studi della fondazione “Giorgio Cini”, Venezia-Padova-Verona, V. Branca e G.
Padoan, Firenze, Olschki, Tutti i testi d’O si rileggono nei due volumi
intitolati Tutte le opere Scipione Maffei (Verona, Vallarsi), che non
riproducono però l'alfabeto inventato riformato. Alcuni testi hanno avuto delle
edizioni moderne: La Poetica si rilegge nei Trattati di poetica e di retorica,
Weinberg, Bari, Laterza, Il testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O.
Scritti linguistici, A. Castelvecchi, Roma, Salerno (che contiene la Epistola
delle lettere nuovamente aggiunte, Il Castellano, i Dubbii grammaticali e la
Grammatichetta). I testi sono riprodotti con l'alfabeto inventato dal Trissino.
La Sofonisba è stata curata da R. Cremante, nel Teatro, Napoli, Ricciardi, Il
testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O ed è dotato di un vasto
commento e introduzione. La traduzione del De vulgari eloquentia si può leggere
in D. Alighieri, F. Chiappelli, nella collana “I classici italiani”, G. Getto,
Milano, Mursia, oppure, assieme al testo latino, nel 2 tomo dell’Opera Omnia
curata da Scipione Maffei (vedi sotto). Per l'Italia liberata dai Goti e per I
Simillimi si deve ricorrere, invece, alle prime edizioni o all'edizione del
Maffei o alle ristampe sette-ottocentesche. Per l'elenco completo di tutte le
stampe, ristampe, studi ed edizioni sul Trissino vedi Corrieri, O.,
consultabile (aggiornata al 2 settembre ) presso// nuovorinascimento. org/ cinquecento/trissino.
pdf. A. Palladio O. (famiglia). Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Encyclopædia Britannica, Inc. O. Open
MLOL, Horizons Unlimited srl. O. Opere di Gian Giorgio Trissino, su Progetto
Gutenberg. O. Catholic Encyclopedia, Appleton. Italica Rinascimento: O,
L'Italia liberata dai Gotthi. L’uomo solo ha il COMERCIO del
parlare. Questo è il nostro vero e primo parlare. Non dico nostro,
perchè altro parlar ci sia che quello dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose
che sono SOLAMENTE ALL’UOMO E DATO IL PARLARE ,sendo a lui necessario solo.
CERTO NON A a gl’angeli non a GL’ANIMALI INFERIORI e necessario parlare. Adunque
sarebbe stato dato invano a costoro, non avendo bisogno di esso. E LA
NATURA certamente abborrisce di fare cosa alcuna invano. Se volemo poi
sottilmente considerare la INTENZIONE del parlar [parabola] nostro, niun'altra
ce ne troveremo, che il MANIFESTARE all’altro questo o quello CONCETTO della
mente nostra. Avendo adunque gl’angeli prontissima e neffabile
sufficienzia d'intelletto da chiarire questo o quello gloriosi concetto, per la
qual sufficienza d'intelletto l'uno è TOTALMENTE NOTO all'altro, o per sè, o almeno per quel
fulgentissimo specchio, nel quale tutti sono rappresentati bellissimi e in cui
avidis simi sispecchiano. Per tanto pare che di ni uno SEGNO DI PARLARE ha
mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando quei spiriti, che cascarono dal
cielo; a tale opposizione doppiamente si può rispondere. Prima, che quando noi
trattiamo di quelle cose, che sono che Q a bene esser , devemo essi
lasciar da 3 parte, conciò sia che questi perversi non vollero aspettare
la divina cura. Seconda risposta, e meglio è, che questi demoni a MANIFESTARE
fra sè la loro perfidia, non hanno bisogno di conoscere se non qualche cosa di
ciascuno, perchè è, e quanto è 1 : il che certamente sanno; perciò che si
conobbero l'un l'altro avanti la ruina loro. Agl’ANIMALI INFERIORI poi non e bisogno
provvedere di parlare. Conciò sia che per solo ISTINTO DI NATURA sono guidati. E
poi, tutti quelli animali che sono di una medesima specie hanno le medesime
azioni, e le medesime passioni; per le quali loro proprietà possono le altrui
conoscere. Ma aquelli che sono di diverse specie, non solamente non e
necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe stato, non essendo
alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi fosse opposto che IL SERPENTE che PARLA
alla prima femina, e l'asina di Balaam PARLA, a questo rispondo, che l'ANGELO nell’asina
e IL DIAVOLO nel serpente hanno talmente operato che essi animali mossero gli
organi loro. E così d'indi la voce risulta distinta, COME vero parlare; non che
quello de l'asina fosse altro che ragghiare e quello del serpente altro che
fischiare. Il testo ha: non indigent, nisi ut sciant quilibetde quolibet,
quia est, et quantus est. Parrebbe più proprio il tradurre cosi. Non hanno
bisogno di conoscere, se non ciascheduno di ciaschedun altro, che è,e quanto è:
ossia l'esistenza e il grado. Se alcuno poi argumentasse da quello, che OVIDIO
(si veda) dice nella Metamorfosi che LE PICHE parlarono, dico che dice questo FIGURATAMENTE,
intendendo altro. Ma se si dices che le piche al presente e altri uccelli
parlano, dico che è FALSO, perciò che tale atto NON è parlare, ma è certa
imitazione del suono de la nostra voce; o vero che si sforzano di imitare noi
in quanto SONIAMO ma non in quanto PARLIAMO (cf. ‘talk,’ ‘speak’, ‘speak in
tongues’). Tal che se quello che alcuno espressamente dice, ancora la pica ride,
questo non sarebbe se non rappresentazione , o vero imitazione del SUONO di
quello, che prima ho detto. E così appare agl’UOMINI SOLI e dato dalla NATURA il
PARLARE. Ma per qual cagione esso gli e NECESSARIO, ci sforzeremo brievemente
trattare. Che e NECESSARIO agl’uomini il COMERCIO, la CONVERSAZIONE. Ovendosi
adunque l'uomo NON PER ISTINTO DI NATURA, ma per *ragione*. E essa ragione o
circa la separazione, o circa il giudidizio, o circa la elezione
diversificandosi in ciascuno; tal che quasi ogni uno de la sua pro [La voce del
testo, “discrezione”, sarebbe resa meglio dalla parola discernimento. del
parlare, pria specie s'allegra; giudichiamo che niuno intenda l'altro per la sua
propria AZIONE o PASSIONE, come fanno le bestie. Nè anche per speculazione
l'uno può intrar ne l'altro, come gl’angeli – JARMAN, La conversazione angelica
--, sendo per la grossezza e opacità del CORPO mortale la umana specie da ciò
ritenuta. E adunque bisogno che, volendo
la generazione umana fra sè COMUNICARE IL SUO CONCETTO, avesse qualche SEGNO
SENSUALE e *razionale*; per ciò che, dovendo prendere una cosa dalla ragione, e
nela ragione portarla, bisogna essere razionale. Ma non potendosi alcuna cosa
di una ragione in un'altra portare, SE NON PER IL MEZZO DEL SENSUALE, e bisogno
essere sensuale, perciò che se 'l e *solamente* razionale, non puo trapassare.
Se *solo* sensuale, non puo prendere dalla ragione, nè nella ragione de porre.
E questo è SEGNO (SENNO) che il subietto di che parliamo, è nobile; perciò che
in quanto è suono, il SEGNO (SENNO) è per natura una cosa sensuale. E inquanto
che, secondo la *volontà* di ciascun, *significa* qualche cosa, egli è
razionale 1. Iltestoha: Hoc
equidem SIGNUM est, ipsum subjectum nobile, dequo loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est, esse. Rationale vero, in
quantum aliquid SIGNIFICARE videtur ad placitum. A noi pare più giusto
l'interpretare questo passo cosi. Questo segno, l'aliquod rationale signum et
sensuale di cui ha parlato poche righe più sopra, è per l'appunto il nobile
soggetto di cui parliamo. Sensuale per natura, in quanto è SUONO. Razionale, in
quanto che, se A che uomo e prima dato il parlare, e che dice prima, et in
che lingua L’UMO SOLO e dato dalla natura il parlare. Ora istimo che appresso
debbiamo investigare, a che uomo e prima dato dalla natura il parlare, e che
cosa prima dice, e a chi parlò, e dove e quando, e eziandio in che linguaggio
il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del
Genesis, ove la sacratissima Scrittura tratta del principio del mondo, si
truova la femina, prima cheniunaltro, aver parlato, cio è lapre sontuosissima EVA,
la quale al DIAVOLO, che la ricercava , disse , ‘Dio ci ha commesso , che non
mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo
tocchiamo , acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si
trovi la donna aver pri mieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che
crediamo, che l'uomo fosse quello, che prima parlasse. Nè cosa inconveniente mi
pare condo la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale
interpretazione stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di
troppo ; ma ,per com penso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col
senso di tutto il Capitolo. Anifesto è per le cose già dette , che a pensare, che
così eccellente azione de la il generazione umana prima da l'uomo, che da
la femina procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato
dato primier mente il parlare da Dio, subito che l’ebbe formato. Che voce poi
fosse quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in pronto e io
non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per modo
d'interrogazione, o per modo di risposta. Assurda cosa veramente pare, e da la
ragione aliena, che da l'uomo fosse nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò
sia che da esso,& in esso fosse fatto l'uomo. E siccome, dopo la prevaricazionedel'u
m a n a generazione , ciascuno esordio di parlare comincia da heu ; così è
ragionevol cosa , che quello che fu davanti , cominciasse da alle grezza, e
conciò sia che niun gaudio sia fuori di Dio,ma tuttoinDio,& esso Dio
tuttosiaal legrezza, conseguente cosa è che 'l primo p a r lante dicesse
primieramente Dio. Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo
aver prima per via di risposta parlato, se risposta fu,devette esser a Dio; e
se a Dio, parrebbe, che Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello
che avemo detto di sopra. Al qual dubbio risponderemo,che ben può l'uo mo
averrisposto a Dio, chelointerrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella LOQUELLA,
che dicemo.Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non si pieghino
secondo il voler di Dio,da cuièfatta, governata, econservata ,
ciascuna cosa ? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per comandamento
della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di Dio, di
maniera che fa risuonare i tuoni, fulgurare il fuoco, gemere l'acqua, e sparge
le nevi, e slancia la grandine ; non si moverà egli per comandamento di Dio a
far risonare alcune parole le quali siano distinte da colui, che maggior cosa
distinse?e perchè no? Laon de & a questa, & ad alcune altre cose credia
mo tale risposta bastare. Dove,& a cuiprima l'uomo abbiaparlato. ta così da
le cose superiori,come da le in feriori), che il primo uomo drizzasse il suo
primo parlare primieramente a Dio , dico, che ragionevolmente esso primo
parlante parlò s u bito,che fu da la virtù animante ispirato: per ciò che ne
l'uomo crediamo,che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire,
pur che egli sia sentito,e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, di
ogni perfezione principio & amatore ,inspirando il primo uomo con ogni
perfezione compi , ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale
non prima cominciasse a sentire, che 'l fosse sen tito. Se alcuno poi dicesse
contra le obiezioni, 11 Iudicando adunque (non senza ragione trat, che
non era bisogno che l'uomo parlasse, es sendo egli solo ; e che Dio ogni nostro
segreto senza parlare, ed anco prima di noi discerne ; ora (con quella
riverenzia , la quale devemo usare ogni volta,che qualche cosa de l'eterna
volontà giudichiamo),dico,che avegna che Dio sapesse, anzi antivedesse (che è
una medesima cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non
di meno volse che esso parlasse; acciò che ne la esplicazione di tanto dono,
colui, che graziosamente glielo avea do nato,se ne gloriasse.E perciò devemo credere,
che da Dio proceda , che ordinato l'atto de i nostri affetti, ce ne allegriamo.
Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale fu mandata fuori la prima favella;
perciò che se fu animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori: se dentro
, diremo che dentro fu il loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozii umani
si hanno ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che molti per le parole
non intesi da molti, che se fussero senza esse; però fia buono investigare
di quel parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che nacque senza sono
altrimente 1 Di che idioma prima l'uomo parld, e donde fu l'autore di
quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupil lare età
vide,nè adulta.In questa cosa,sì come in altre molte, Pietramala è amplissima
città, e patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo .Però qualunque si
ritrova essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua
nazione sia il più delizioso, che si trovi sotto il Sole, a costui parimente
sarà licito preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione,a
tutti gli altri; e conse guentemente credere essa essere stata quella
diAdamo.Ma noi, acuiil mondo èpatria, sì come a'pesci il mare , quantunque
abbiamo bevuto l'acqua d'Arno avanti che avessimo denti,e che amiamo tanto
Fiorenza,che pe averla amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del
nostro giudizio più a la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il
piacer nostro , o vero secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in
terra loco più ameno di Fiorenza;pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli
altri scrittori, ne i quali il mondo universalmente e particularmente si
descrive , e discorrendo fra noi i varj siti dei luoghi del mondo , e le
abitudini loro tra l'uno e l'altropolo,e'lcircolo equatore, fermamente
comprendo, e credo, molte regioni e città es sere più nobili e deliziose che
Toscana e Fiorenza, ove son nato, e di cui son cittadino; e molte nazioni e
molte genti usare più dilette vole, e più utile sermone , che gli Italiani. R
ir tornando adunque al proposto, dico che una certa forma di
parlare fu creata da Dio insie me con l'anima prima ,e dico forma, quanto a i
vocaboli de le cose,e quanto a la construzione de'vocaboli , e quanto al
proferir de le con struzioni; la quale forma veramente ogni par lante lingua
userebbe, se per colpa de la pro sunzione umana non fosse stata dissipata, come
di sotto si mostrerà. Di questa forma di par lare parlò Adamo , e tutti i suoi
posteri fino a la edificazione de la torre di Babel , la quale si interpreta la
torre de la confusione. Questa forma di locuzione hanno ereditato i figliuoli
di Heber, i quali da lui furono detti Ebrei ; a cui soli dopo la confusione
rimase, acciò che il nostro Redentore , il quale doveva nascere di
loro,usasse,secondo laumanità,dela lin gua de la grazia, e non di quella de la
confu sione 1. Fu adunque lo ebraico idioma quello, che fu fabbricato da le
labbra del primo par lante . ' Il testo ha: qui ex illis oriturus erat secundum
humanitatem , non lingua confusionis, sed gratiæ frue retur.E deve
tradursi:ilqualedovevanascere di loro secondo l'umanità , usasse della lingua
della grazia , e non di quella della confusione. Hi come gravemente mi vergogno di rin
15 e per De la divisione del parlare in
più lingue. A en ta nerazione umana: ma perciò che non possia mo lasciar di
passare per essa, se ben la fac cia diventa rossa , e l'animo la fugge , non
starò di narrarla. Oh nostra natura sempre prona ai peccati , oh da principio ,
e che mai non finisce, piena di nequizia; non era stato assai per la tua
corruttela, che per lo primo fallo fosti cacciata, e stesti in bando de la p a
tria de le delizie? non era assai, che per la universale lussuria, e crudeltà
della tua fami glia, tutto quello che era di te, fuor che una casa sola, fusse
dal diluvio sommerso , il male , che tu avevi commesso , gli animali del cielo
e de la terra fusseno già stati puniti ? Certo assai sarebbe stato; ma come
prover bialmente si suol dire,Non andrai a cavallo anzi terza ; e tu misera
volesti miseramente andare a cavallo.Ecco,lettore, che l'uomo , o vero
scordato,o vero non curando de le prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le
sferze, che erano rimase , venne la terza volta a le botte, per la sciocca sua
e superba prosunzio ne. Presunse adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo,
sotto persuasione di gigante, di , superare con l'arte sua non
solamente la na tura,ma ancora esso naturante, ilqualeèDio; e cominciò ad
edificare una torre in Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè confusione,
per la quale sperava di ascendere al cielo, avendo intenzione, lo sciocco,non
solamente di aggua gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore. Oh cle menzia senza
misura del celeste imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal figliuolo?
Ora innalzandosi non con inimica sferza, ma con paterna, & a battiture assueta
, il ribel lante figliuolo con pietosa e memorabile corre zione castigò. Era
quasi tutta la generazione umana a questa opera iniqua concorsa ; parte
comandava, parte erano architetti,parte face vano muri,parte impiombavano,parte
tiravano le corde ", parte cavavano sassi, parte per ter ra, parte per mare
li conducevano. E cosìdi verse parti in diverse altre opere s’affatica vano ,
quando furono dal cielo di tanta con fusione percossi, che dove tutti con una
istessa loquela servivano a l'opera , diversificandosi in molte loquele , da
essa cessavano , nè mai a quel medesimo comercio convenivano ; & a quelli
soli, che in una cosa convenivano una · Il Witte osserva che in luogo di pars
amysibus tegulabant, pars tuillis linebant, come leggeva erro neamente la
volgata nel testo latino , si deve leggere : pars amussibus tegulabant, pars
trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre : parte arrotavano sulle
pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano. istessa loquela
attualmente rimase , come a tutti gli architetti una , a tutti i conduttori di
sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di tutti gli
operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera , di tanti varj
linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più eccellente l'arti
ficio di ciascuno , tanto era più grosso e barbaro il loro parlare. Quelli
poscia, a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti nè lodavano lo
esercizio loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la sciocchezza de
gli operanti.M a questi furono una minima parte di quelli quanto al numero ; e
furono , sì come io comprendo , del seme di Sem , il quale fu il terzo
figliuolo di Noè , da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la
antiquissima locu zione fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er
la detta precedente confusione di lin gue non leggieramente giudichiamo , che
allora primieramente gli uomini furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per
tutte le re gioni & angoli di esso. E conciò sia che la P
Sottodivisione del parlare per il mondo, principal radice dela propagazione
umana sia ne le parti orientali piantata , e d'indi da l'u no e l'altro lato
per palmiti variamente diffu si, fu la propagazione nostra distesa; final mente
in fino a l'occidente prodotta , là onde primieramente le gole razionali
gustarono o tutti,o almen parte de ifiumi di tutta Europa. Ma ofussero forestieriquesti,cheallorapri
mieramente vennero, o pur nati prima in Europa, ritornassero ad essa; questi
cotali por tarono tre idiomi seco ; e parte di loro ebbero in sorte la regione
meridionale di Europa, parte la settentrionale, & i terzi, i quali al
presente chiamiamo Greci , parte de l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia
da uno istesso idio ma,dalaimmonda confusione ricevuto,nac quero diversi
volgari , come di sotto dimostre remo ; perciò che tutto quel tratto, ch'è da
la foce del Danubio, o vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali
(li quali da i confini d'Inghilterra, Italia e Franza, e da l'Oceano sono terminati),
tenne uno solo idioma: ave gna che poi per Schiavoni, Ungari , Tedeschi,
Sassoni , Inglesi & altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato ;
rimanendo questo solo per segno, che avessero un medesimo prin cipio , che
quasi tutti i predetti volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal
termine di questo idioma,cioè da iconfini de gli Ungari verso oriente,un altro
idioma tutto quel tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si
chiama Europa, e più oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che
resta , tenne un terzo idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia ;
perciò che volendo affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè
Spagnuoli , Francesi & Italiani .Il segno adunque che i tre volgari di
costoro procedessero da uno istesso idioma,è in pronto; perciò che molte cose
chiamano per i medesimi vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e
vive,muore, ama ,& altri molti.Di questi adunque de la meridionale Europa ,
quelli che proferiscono oc tengono la parte occidentale, che comincia da i
confini de'Genovesi ; quelli poi che dicono sì, tengono da i predetti confini
la parte orientale, cioè fino a quel promontorio d'Italia, dal quale comincia
il seno del mare Adriatico e la Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi
sono settentrionali a rispetto di questi ; perciò che da l'oriente e dal
settentrione hanno gli Ale manni , dal ponente sono serrati dal mare in 1 Il
testo ha : A b isto incipiens idiomate , videlicet a finibus Ungarorum versus
orientem aliud occupa vittotum quodabindevocaturEuropa,necnonul terius est
protractum. Totum autem , quod in Europa restat ab istis , tertium tenuit
idioma. E deve essere tradotto cosi: A cominciare da questo idioma, cioè dai
confini degli Ungari verso oriente, un altro idioma occupò l'intero tratto che
da quei confini in là si chiama Europa , e che si protrae anche più oltre.
Tutto il tratto poi della rimanente Europa tenne un terzo idioma. 19
glese, e dai monti di Aragona terminati , dal mezzo di poi sono chiusi da'Provenzali,e
da la flessione de l'Appennino. Noi ora è bisogno porre a pericolo 1 la ' Il
verbo periclitari del testo latino qui vale mettere alla prova, cimentare,
ragione, che avemo, volendo ricercare di quelle cose ne le quali da niuna
autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de la variazione, che intervenne al
parlare , che da principio era il medesimo. Ma conciòsiachepercammininoti più
tosto e più sicuramente si vada , però so lamente per questo nostro idioma
anderemo,e gli altri lascieremo da parte , conciò sia che quello che ne l'uno è
ragionevole , pare che eziandio abbia ad esser causa ne gli altri. È adunque
loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in tre parti diviso ,
perciò che alcuni dicono oc , altri si, e altri oil. E che questo dal principio
de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente provar si deve)
appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli eccellenti dottori
dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo il medesimo parlare
si muta , e de la invenzione de la grammatica. A la quale
convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne la edificazione
di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte cose
convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil , «
Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor.» Il re di Navara, «De'finamor
sivientsenebenté.» M. Guinizelli, « Nè fè amor , prima che gentil core, Nè cor
gentil,prima che amor, natura.» Investighiamo adunque , perchè egli in tre
parti sia principalmente variato,e perchè cia scuna di queste variazioni in sè
stessa si varii, come la destra parte d'Italia ha diverso par lare da quello de
la sinistra, cioè altramente parlano i Padovani , e altramente i Pisani : e
investighiamo perchè quelli,che abitano più vi cini,siano differenti nel
parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e Fiorentini;e ancora perchè siano
differenti quelli,che si convengono sotto un istesso nome di gente,come Napole
tani e Gaetani , Ravegnani e Faentini ; e quel che è più maraviglioso,
cerchiamo perchè non si convengono in parlare quelli che in una medesima città
dimorano , come sono i Bolognesi del borgo di san Felice , e i Bolognesi
della strada maggiore.Tutte queste differenze adunque,e varietàdi sermone,che
avvengono, con una istessa ragione saranno manifeste. Dico adunque , che niuno
effetto avanza la sua ca gione, in quanto effetto,perchè niuna cosa può fare
ciò che ella non è.Essendo adunque ogni nostra loquela (eccetto quella che fu
da Dio insieme con l'uomo creata) a nostro benepla cito racconcia,dopo quella
confusione,la quale niente altro fu che una oblivione de la loquela prima,
& essendo l'uomo instabilissimo e va riabilissimo animale , la nostra
locuzione ne durabile nè continua può essere ; m a come le altre cose che sono
nostre (come sono costumi & abiti), simutano;cosìquesta,secondo ledi
stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va riarsi. Però non è da dubitare
che nel modo che avemo detto,cioè,che con la distanzia del tempo il parlare non
si varii, anzi è fermamente da tenere ; perciò che se noi vogliamo sottilmente
investigare le altre opere nostre, le troveremo molto più differenti da gli
antiquissimi nostri cittadini, che da gli altri de la nostra età, quantunque ci
siano molto lontani. Il perchè audacemente affermo che se gl’antiquissimi
Pavesi ora risuscitassero, parlerebbero di diverso parlare di quello, che ora
parlano in Pavia. Nè altrimente questo, ch'io dico, ci paja maraviglioso
che iI qualici siano molto lontani (magis....quam a coetaneis per longinquis). ci
parrebbe a vedere un giovane cresciuto il quale non avessimo veduto crescere. Perciò
che le cose che a poco a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto;
e quanto la variazione de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto
essa cosa è da noi più stabile esistimata. Adunque non ci ammiriamo se i
discorsi di quegli uomini che sono POCO DALLE BESTIE DIFFERENTI, pensano che
una stessa città ha sempre il medesimo parlare usato, conciò sia che la
variazione del parlare di essa città non senza lunghissima successione di tempo
a poco a poco sia divenuta , e sia la vita de gl’uomini di sua natura
brevissima. Se adunque il SERMONE nella stessa gente successivamente col tempo
si varia, nè può per alcun modo firmarse, è necessario che il parlare di
coloro, che lontani e separati dimorano, sia VARIAMENTE VARIATO; sì come sono
ancora variamente variati i costumi e abiti loro, i quali nè da natura, nè da CONSORZIO
umano sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la convenienzia de i luoghi
nasciuti. Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale
grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi
tempi e luoghi. Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non
par suggetta al SINGULARE ARBITRIO di niuno – GRICE, Deutero-Esperanto,
High-Way Code --, e consequentemente non può essere variabile. Questa adunque
trovarono, acciò che per la variazionee del parlare, il quale DE LA
VOLGARE ELOQUENZIA. De la varietà del parlare in Italia dalla destra e sinistra
parte dell'Appennino. LA
VITA D I Gl OVAN GIORGIO ' TB.ISSINO.
k • t ■ l [ V j • • ' , / Digitized by Google I Digitized by Google LA VITA Gl OVAN GIORGI O T R ì S S I N O, ORATORE, E POETA SCRÌTTA DA PIERFILIPPO CASTELLI VICENTINO. IN VENEZIA, Per Giovanni Radici. M D C C LI 1 !■ Con Licenza de’ Superiori , e Trtvììegio. Digitized by
Google Digitized by
Google sAlli Kob. Kob. Sigg. Co Co. PARMENIONE, ED ALESSANDRO trissini, ^ier-Fuippo Castelli. **t «1 & egli fu fempre
le- cita non fo lamento , ma lodevol cojaa chiunque ha fatto
penite- lo di mandar a luce un qualche Juo componimento , lo
fceglìero a alca- Digitized by Googl
alcuno illujlre e ragguardevole perfonaggio , a cui intitolarlo ;
non fola mente per acquijlargli col nome di lui pregio e ornamen-
to y ma ancora per poterlo col favore di lui mede fimo dagl vi-
vidi morti de' malevoli difende- re , e ajfìcurare : mafiimamente
di ciò fare a me fi conviene , il quale avendo dìliberato di dare
alle luce il già condotto a matu- rità primaticcio frutto del poco
e debile ingegno mio , voglio dire la V ita del nobili fimo , e
dottijfi- mo Poeta e Oratore Gì ovan Giorgio T rissino, decoro e
fple udore am- pli filmo di que fi a no fi r a Città di Vicenda s a
nobile e buona guida con pili di ragione debbo accomandarlo , onde
poffa fi cura- mente ufcir fuori , Me migliore per tanto , nè piu
fidata fo ritro- varne di quella della molta Vo- fira Umanità , e
Genti legga , Jllu- * Digitìzed by Google
I Illustrissimi , e Nobilissimi Sigg. Conti-, concio [fi
ache Voi Germe fiele di queir amie hi filma , e fempre co- spicua
Famigliai Voi alla tefifi- iitra , e alla pubblicazione di quejì
Opera ni avete piu volte inanimito , e follecitato ; e Voi per fine
dotati fiete di sì illu- Jlri prerogative , le quali ( come- che un
largo campo me fe ne pa- ri davanti ) per lo timore di for- fè non
offendere la fingolar Vo- Jlra moaejlia ometterò. Non vo- glio
tuttavia la f dar di accenna- re V amor Vojlro alle lettere , e a
chi le coltiva , il quale ficco me dà a co no fiere quanto nobile fi
a la Vofira indole , e quanto colto il Vojlro ingegno , così Vi fu
e fi- fere in Patria e fuori fingo tar- me nt e chiari. In fatti e
chi e tra per la bre- ' ' C vita Digitized by Google
vita, e per ?ion piu fajlidirvi la f ciò di dire , io umilio e
dedico a Voi,. Nobilissimi* e Chiarissimi Cavalieri, quejia mia
prima Operai la quale y perciocché la V ita contiene del non mai
ablct- Jlan^a lodata Giovangiorgio Tr is- sino, fon ficuroy che da
Voi , che con lui comuni la patria , il cognome , e le virtù avete
, beni- gnamente e gratamente farà ac- cettata . E qui nella
pregevol grafia Vojlra r accomandandomi Vi faccia umilijftma
riverenza , PRE- PREFAZIONE l
A Vita di GIO V ANGIORGIO T RISSINO , poeta e orator ce-
lebre , ficcome per alcuni: è Rata già fcrirta, così parrà a prima
vi- lla , che inutii cola ila Hata Io /crivella .di nuovo ; ma
perchè que- lli tali Scrittori han di Lui molte cole dette, le ,
quali o non fono Rate per eflì .bene difeufle , o forfè .anche furono
dette a capriccio, perciò non Lenza ragione rilolvemmo .di così fare .
Tra efii uno fi fa eflere Rato il Signor ApoRolo Zeno, di
chiariffima memoria , il quale nella fine del le* colo paflfatodiede jh
luce la Vita del TRISSINO inferita nella terza parte della Galleria di
Minerva in Venezia prejj'o Girolamo jilhrivjj 1 696. in fo- glio ;
ma ficcome gli uomini 'veramente dotti ed ingenui non fi vergognano di
ritrattar quegli er- rori , che nelle proprie Opere conofcono aver
commefiì , così non ifdegnò egli non pure di dirci a bocca , ma di farci
fàpere eziandìo per lettera , mandataci da Venezia addi iv. di
Giu- gno dell’anno 1749. , che nè quella Vita , nè ciò , che col
fuo nome fu Rampato e in quel tomo , e negli altri ancora della detta
Galleria di Minerva , riconofccva per cola fua : e quelle
Digitized by Google ii PREFAZIONE,
fono le fue parole . Sono cinquanta e più anni , ch'io fcrijjì
quella Vita dell' infigne Giangiorgio T rijjìno , la quale fi legge nella
Galleria di Miner- va. Sappia però V. S. , ch’io prefentementc ,
an- zi da gran tempo in qua non ricono feo per mio la- voro y ma
per aborto della immatura mia età tan- to . la medejima Vita , quanto
tutto quello , che col mio nome fi legge flampato in quel tomo della
Gal- leria di Minerva , e in tutti i Jeguenti , Ci fono qua e là V'arj
punti effendi ali e importanti , che allora mi parvero con vero e fame
difcujfy , e che ora per migliori lumi fopr avvenuti ritratto , e
con- danno . Di tutto ciò mi è paruto avvi far la per fua regola ,
e mia giufìife azione . Sebbene quali lo Hello avea egli fcritto
affai prima al P. D. Pier-Caterino Zeno, Somafco, fuo fratello , di
fèmpre celebratiffima ricordanza ; men- tre tra le fue Lettere , di
frefeo fìampate in tre volumi in 8. col titolo di Lettere di Apoftolo
Xe- no ec. I n Venezia , apprcjjo Pietro Valvafenfe ; nel z.
Volume a car. 91. ve n’ha una a lui di- retta, fegnata di Vienna 14.
Dicembre 1719., in cui in proposito della riftampa dell* Opere del
Triffino allora ideata da’ Sigg. Volpi, così gli diC. fe : Vinti i fono ,
eh' io diedi fuori nel /. Volume della Gallerìa la Vita di effo (
Triffino ) : ma Je orai avejfi a ferriere, la riformerei tutta da
capo a piedi : onde fe io ne fo ora sì poco conto , av- vertite
anche i Sigg. Volpi a non far fopr a efja alcun fondamento .
Allor- PREFAZIONE. in Allorché in Verona preflò Jacopo
Vallarli fi fece la ri Rampa delle Opere del noflro TR ISSINO,
proccurata dal chiariamo Sig. Marchelè MafFei , ma primieramente ideata
da 1 rinominatiifimi Sigg.Vol. pi di Padova, tanto delle Lettere
benemeriti (co- me appare e dalle parole della lettera furriferi-
ta dei Sig. ApojRolo Zeno, e dal Giornale de’ Let- terati d' Italia ,
Tom. XXXII. a car. jj 3 . ) noi lappiamo edere Rato pregato il liiddetto
Signor ApoRolo, che vi lalciaflè premettere la detta Vi- ta ; ma
non avendo egli allora avuto tempo di r: correggerla , «Rendo occupato in
altro impiego , non volle acconientire . Ne fu tuttavia fatto un
breve Rjfìretto dal mentovato Signor Marchele , e fu alle Opere luddette
premeflo ; nel quale egli pur prele qualche sbaglio, eflendofì (come a
noi pare ) attenuto alla Vita inferita nella Galleria di Minerva, e
a MonEgnor Jacopo-Filippo Tomma- fini, che fu il primo a feri ver del TRI
SS INO a lungo , teifuto avendone un latino elogio Ram- pato in un
cogli altri fuoi Elogia Virorum literis , & f apienti a illuflrium :
Patavii , ex T ypographia Sebajtiani Sardi , 1644. in 8.
Datici per tanto con lollecito penfiere a racoorrc le cole fparfe
qua e là in varj libri , ed anche a cer. carne di nuove, trovammo a calo
in un Difcorfo intorno aìl'Opere del noRro Autore, del Sig. Cava-
liere Michelangelo Zorzi (Rampato nella Riaccol- ta dOpufcoli Scientifici
, e Filofojìci , toni. 3. a car. 398.) la quale cominciatali a pubblicare
per opera b del Digitized by Google
IV PREFAZIONE, del P. D, Angelo Calogero. M. Carnai, in
VencTja appreJJ 0 Crifioforo Zane 1730. in 1 z. leguitandoll
tuttora a produrre da'torchj di Sirnone Occhi è già arrivata
alTomoXLVII.) citato a car.441. una dia manulcritta Vita del TRISSI NO i
per la qual cofa torto ricercatala con molta diligenza , ci ven- ne
fatto , per mezzo del Signor Abate Don Bar- colommeo Zigiotti , non pure
di ritrovarla , ma di averla eziandìo cortefemente in noftra cala ,
Quella Vita rt conferva di prelentc appiedò i Sigg. Conti Triflìni dal
Vello di Oro, dilcenden- ti del noftro Autore , ed ha quefto titolo :
Rag- guaglio Jftorico , e Letterario intorno alla Vita di GIOVA NG
IO RG IO TIUSSJNO Nob . Vicentino , Co., Cav ., Poeta, ed Oratore infìgne
; con un Efame delle Opere da Lui fiampate , e col giudicio fatto
delle medefme dagli Uomini più cele- bri di quc' tetri pi , e con una
ccnfura J opra il fuo Poema Erpico intitolato L A ITALIA L 1 -
BERATA DA GOTI, eftratta da Cri- tici allora più famojì , e più
intendenti della Poe- tica Difciplina . Aggiuntovi un ,e fatto Catalogo
del- le Opere tanto pubblicate , quanto MS S. dello fìe f- fo T RI
S S INO , ed un Indice copio (0 d' Au- tori, che parlano di Lui, e che
fomminijlraron no - tifi e per compilare la Vita prefente , Il
Manofcrit- to è in 4., e comprende 653. facce. Da quello
titolo sì fpeciolo e pieno credeva- mo invero, che invano ci foffimo medi
all’opera, c che avedìmo perduta la fatica inutilmente ; ma
più Digitìzed by Google V
PREFAZIONE, piu cuore ci facemmo a profeguirla, ed a com- pierla ,
allora che letta e riletta la Vita fleflà trovammo ella poco piu in se
contenere di ciò,, che detto aveano i predetti Autori r oltreché o-
gnuno recherebbe!! a noja il leggerla a cagione delle parecchie lunghe
digreffioni , che F Autore vi frappofe , lontane affatto dalla materia ,
che e’ fi propofè di trattare ( vizio Colico nel Cava- liere Zorzi,
ma pure fcufabile in lui per la va- lla raccolta di letterarie
erudizioni, che egli, come in preziofà confèrva, nel teforo di fila mente
fer- bava ) , benché per altro cotali digreffioni in sé contengano
molte curiofe notizie . Non polliamo tuttavia non confeflàre, averci
quello Manufat- to varie cofè fommini firate , per cui vie più. ar-
ricchita abbiamo quella noilra fatica ;la quale ficcome cola nuova e
vera, fperar vogliamo , che non abbia ad eflère fèr non di diletto.
V'abbiamo per entro fparfe alcune notizie lette- rarie ed ifloriche
fpettand a varj perfonaggi, che fiorirono nell età del noflro T RISSINO,
oa qualche fatto notabile de! tempo fleffo , lenza però dilungarci
granfatto dal hlo principale dal racconto; le quali notizie vogliam
parimente cre- dale, che non faranno difeare. A non
oltrepafiare la brevità, che ci fiamo pre- fifla, abbiamo a bella polla
tra lafcia te alcune co- le di non tanto conto/ perchè altrimenti fé
avefà fimo voluto dir tutto ciò , che al TRIS SI NO 1 può.
appartenere, di tanto fi farebbe quella Vita. b z afiim-
Digitized by Google VI prefazione.
allungata, che, anzi che diletto, noja e fafiidio apportato avrebbe
. Quanto poi alle Opere del noRro Autore , cre- diamo di non
averne tralafciata pur una , come apparirà dal Catalogo , che fi pone in
fine di que- lla Vita y dove molte fé ne vedranno regiRrate , che
non furono mai Rampate , ed al Compilatore fopraccennato o non venute a
cognizione, o dalui per avventura non curate: e di molte eziandìo
fi favellerà, che da qualche Scrittore da fallace tra- dizione ingannato
a GIOV AN GIORGIO fu- rono attribuite . Tutti i Titoli per altro
delie Opere fleffe non ci fiamo curati di riferire ap- puntino ,
come Ranno ne’ Frontelpic) delie edi- zioni , non ci parendo cofa di
grande importan- za > e fimilmente se fatto nell’ allegare , e
cita- re qualche pafso di fue fcritture: e abbiamo tra- lafciato
eziandìo i Caratteri Greci dal noRro Au- tore inventati , non avendogli
giudicati quivi to- talmente neceflàrj , e non già credendo di
reìidcr così molto buon fcrvigio alla memoria di quel grand’ uomoy
come fi lafiiò ulcir della penna il per altro tanto benemerito dottiilìmo
editor della rifiam- pa delle Opere dei Trillino fatta in Verona j
im- perciocché tenghiamo per fermo, che Te il Trif- lino folle
vivo, figurerebbe a afare nelle proprie fcritture quelle lettere da se
con tanto Rudio ri- trovate , ulate, e difcle. Dopo di avere
così Icritto ci confoliamo , pa- rendoci di elserci in quefio particolare
uniti alla oppinio Digitized by Google
PREFAZIONE. vir ©ppìnione del fu Signor Apollolo Zeno, che
nel- la più fopra citata Lettera al P. D. Pier-Caterino fuo
fratello così Icrilse : Lodo /'edizione di tutte /' Opere del T
riflino . Ma fi farà ella con gli Orni - cron , e cogli Omega , e con la
foli t a ortografia di quel grand’ uomo? Si farebbe potuto
regiftrar anche il catalogo di quegli Autori'*,. che di Lui fecer
menzione ; ma liccome molti lì troveranno già citati per entro
quella Vita , e gli altri non ne parlarono più che tanto, così noi ci
lìamo dilpenlati da .quella forfè dilutile fatica . A quello però può
abbon- dantemente lupplire la Tavola delle cofe notabili , che alla
fine del libro abbiamo aggiunta ; la qua- le altresì mette in un tratto
lotto l’occhio del let- rore tutte quelle notizie letterarie ed illoriche
, che, come lopra è detto, abbiamo fparfe qua e là: Tavola che
lenza quelli ragionevoli motivi , lì larebbe dovuta certamente lalciare
in un’Opera di pochi fogli, liccome lì è quella nollra. Circa
poi le correzioni ed ofservazioni critiche per noi fatte lòpra gli errori
d’ alcuni de’ detti Autori, lì vuol qui dire, che non s’intende
giam- mai d’olcurar punto la fama , che e£Iì godono più che chiara
tra’ Letterari, ma fola mente di far apparire il vero nella lua luce; e
le allo ’ncontro qualche errore lì troverà in quella Vita da noi
in- navvertenremente commefso , lì feulì la piccolezza della nollra
luffìcienza ; riflettendo maflìme , che rari lon quegli, i quali vadano
in tutto efenti da que’ Digitized by Google
vm PREFAZIONE.. que’ difetti,, che ( come dicea l’Abate
Anton Ma- ria Salvini ) fono patrimonio e retaggio di nofircc
fievole umanità. Finalmente fe vedremo y che quello primo
par- to del noftro rozzo ingegno lìa gratamente rice- vuto,. come
ci giova iperare , dagli uomini lavji ed eruditi ,. noi allora con
maggiore follecitudine attenderemo a profeguire la già da parecchi
anni incominciata faticolìllima Opera delle Notizie Let- terarie ed
I (loriche degli Scrittori Vicentini da altri pure , ma Tempre
infelicemente ternata (a ) ; nella quale ,. le non andiamo errati r
fperiarno di inoltrare ,. che ( come lalciò Icritto il nollro Ba~
flian Montecchio nel- fuo- Trattato; De Inventario’ tLeredis , & c .
Venetiis apud Fransi feum Zilettum 1 574. in 4. a car. 160. a tergo, num,
joz.- J Vi- ceda foecunda fuit JvLxter & jiltrix poetarum
philofopborum , or a forum ,, thcologorum ,. jurif con- fiti forum y ant
i queir iorum medicorum , atque in qualibet facultate eruditorum ;
e che per ciò elsa noa è. a verun altra città inferiore ..
KOI! (4)Spcriarao prròdi vedere a luce rra fonazioni intorno all a
forte miilio- poeo tempo un’Opera ddl’cruditif»..! re della Storia
Ecclefiaftica r eSe~ Sig, Dr. D. Franccfco Fortunato Vi- J colare della
medefima noftra Patria,, gna, la quale conterrà V /fiorite Let- !
promclTe col dottifsimo fuo Preli- /er 4 r/ e ricca del pari di
facoltà» e di Sog- getti » che in ogni genere di profeffione
illuftri ella ha prodotti in ogni tempo . Ella è in parec- chie
linee divifa » e tra effe con particolar luftro fplendc quella , che
conofce per fuo gloriofiflimo afeendente quel Giovangiorgio, di cui
fcrivia- mo la Vita ; il quale alla nobiltà del legnaggio A
aven- Digitized by Google 1 L A VITA
avendo accoppiate le più eminenti prerogative# che render pollano
un perfonaggio e’n rarità di dottrine, e’n cavallerelche virtù
fplendentiflimo, non fedamente tra’ Letterati, ma in una gran par-
te del Mondo celcbratiflìma, ed oltremodo chia- ra lafciò la fama del fuo
nome. Nacque adunque Giovangiorgìo Trissino' in Vicenza il
fettimo, o, fecondo altri , l’ottavo giorno di Luglio dell anno 1478. ( 1
). Suo Padre fu Gafpare Trillino, uomo d’armi, e colonnello di
trecento fanti alToldati col proprio danajo a fer- vigio della Repubblica
di Venezia, appo cui ac- quiftò (ingoiar merito; e fua madre fu Cecilia
di Guilielmo Bevilacqua, nobile di Verona. L’anna 1487,
( 1) Non pure da un Epica- 1 luogo fi favellerà) cioè) che P fio
delle geftc del noftro Tms- anno 1487. per la morte di fuo SINO ,
collocato in S. Lorenzo j Padre egli rimafe orfano di fette di Vicenza,
di cui a fuo luogo ' anni . Ma liccomc egli non in diremo
didimamente > ma da mohiflimi Scrittori appare edere egli nato
l'anno fuddetto 1478., c fpczial mente da Monfignor Ja- copo
Filippo Tommafini nel fuo tuteli luoghi di fue feri tture
fida l’epoca del fuonafeimemo in un medefimo anno, fccondochè
lui bene tornava , e in utilità de* fuoi dcmeftici affari ( come ci
fe libro intitolato ; Elotia rirornm certi il Sig. Abate Don
Barto- Littris & ftpitntia illuftrium lommeo Zigiotti , che tutte
vi' &c. Patavii ex 7 ypo{rapkia Se- J de , e rivide le private
Scritture bacioni Sardi 1644. in 8. a dell’Archivio de’Sigg. Co.
Co. pag.48. Quello tuttavia potrebbe [ Tri dì ni di lui eredi); cosi ci
è non crederli, quando fode vero! paruto miglior cofa edere lo ac-
ciò, che il T r issino medefi- tenerci anzi alle autorità, e air irto
dica in una fua mirini* far- 1 unanime confentimento dei pre-
fic" come fu fuo maefiro quel Demetrio Calcondila
Ateniefe, la cui fama è sì chiara tra’ Letterati (5); al quale appreflb
fua morte erger fece il Trissino un bel Depofìto, ed Epitafio
Scolpi- to in marmo bianco nel facrario della Chiefa della Paffione
della Città Aefifa di Milano, co- me dicono Paolo Beni ( 6 ), c'1 P. D.
Francefco Rugeri Somafco (7), cd altri, il qual Epitaffio
non (4) V’ha un’epiftola addet- to Giraldi in vedi
Latini del Sacco di Roma, polla nel 2. tomo delle fue Opere della
edi- zione di 8 Mfilt.it per T nomar» Guarinmn , 15I0.
infol.pag.624. che autorizza il noftro detto cosi dicendo;
tt Aec dttfet Bembus , q*o » nere pr e fi art hot alter
„ A«e q»cm Ntbilitar gene . tt rit, f ac media triplex
» Irejigreem fAcit , & viridi mihi notr s ab avo „ T r 1
* s t N U s , In fibra dum tt Grecai difeimm Urbe. (5) Da una
Lettera aliai lunga del Trusino, fcritta da A-ii- lano li 26.
Novembre 1507. all' txc cliente Medie» ( così Ha ferir- lo ) M.
Uini tritio da Afalgra- dt , fi ha, che egli non pure era fcolare
del Calcondila, ma che anche abitava in fua cafa. (6) Tratt .
dell' Origin. della Famiglia Trijf. lib. 2. a car.33. (7)
Nella Declamazione la- tina intitolata : Trutina JOelpb»- htdrki
Tabellariatui Traiani 1 Boc- Digitized by Google
del TRissino. 5 non pur fi conferva manufcritto con altre
fue compofizioni fin ora non date a luce, appretto i Sigg. Co. Co.
Fratelli T riflìni di lui eredi*, ma fu anche ftampato nella Biblioteca
degli Scrittori Milanefi pubblicata dal Sig. Filippo Argelati Bo-
lognefe (8), e poi riferito fulla fede di quefto autore da
Criftiano-Federigo Boernero nel libro de' Dotti Uomini Greci riftoratori
della Greca letteratura nell’ Italia (p); ed è quefto. p.
m. DEMETRIO CHALCONDYLyE ATHENIENSI IN STUDIIS L1TERARUM
GR^CARUM EMINENTISSIMO QUI VIXIT ANNOS LXXVII. MENS. V.
ET OBIIT ANNO CHRISTI MDXL JOANNES GEORGIUS TRISSINUS GASP. FILIUS PRAICEPTORI OPTIMO ET
SANCTISSIMO POSUIT. E di fiat cui ini ice.
Alon.ìchii fuisfor- mis, CTfumptibmt cuffie Nicola hs tìmricHs ,
t6aa. in 4. pag.xxi 1 1. e xxiv. ove dice: „Hic ( JojGeor- u gius )
a viro do&ìllìmo De- „ inetrio Cbalcondyla Athc- ,» nienti ,
tanca ingenii foclici- „ tace, Gricci fcrmonis latices, » haufic
ut.... Attici cognomen, „ paucorununenfium cuiriculo, „ ex fui
prseceptoris fententia, „ verius proineruit : Magiftro i)
benemerenti gratiflìmu, , cui », McdioJani vita fun&o , mo-
» numentum marmoreum in „ tempio Paffioni Servatoti, no- „
ftri facrum excitavit. (8) Philip pi Arie lati Bono, nienfis
Bibliotheca Scriptorum Alcdiolancnjìnm , five Alla, & Elogia
Virorum omnigena or odi. tionc illuflrium , qui in Metro, foli
Infubrie , Oppidifquc circum. jacentibut orti funi lice. Medio. Uni
174J. In JLdibus Palatini t; Tom. ix. in fol. l’ Epitelio é nel
Tomo 2. col. 1091. ( 9 ) Chriftiani Frid. B temer i De
Digitized by Google 6 L A V I T A E di
ciò non .contento Giovangiorgio volle j in fegno di gratitudine maggiore
allo fteflò Tuo grande maeftro, farne altresì lodevole menzione nel
predetto fuo Poema (io). Donde fi deduce, che molto lontana è
dal vero la opinione di Giovanni Imperiali, Vicen- tino, il quale
fcrifse eflere fiato il Tassino af- fatto ignaro di lettere fino all’età
di ventidue anni; e che dipoi andato a Roma, al folo udì* re colà
le aringhe de’ Letterati, tanto fi accen. defle in lui la brama di
fapere, che giugnefle in breve tempo a quella letteratura , che lo
rendette poi così celebre, e così illuftre (11): il che difsero anche
Paolo Beni (i z), ed un altro autore (13). Allo
De dotti* Hominibn i Gr tris Li- Il Calcondilt , che farà, che t
trarum Gracarum in Italia in- ditene (taur attribuì Libtr. Làpfi*
in Bi- Verrà ftco in Italia , t pian- tliopolie Job. Frid .
Sledijtchii terawi 1750. in ii.gr. Qui l’ Epitaffio è II feme
elette della lingua a car. 185. Greta , (10I Ita!.
Libtr. da' Goti , lib. fit ) Gio. Imperiali Mufxum *4. nella fine con
quelli verli . Hiftortcum óiC.Venetiù apuajun- Vtlgett gli occhi a luti
pre- ; ttai . 1640. in 4. pag. 43. dori ingegni ; ( li ) Tratt.
dell' Orig. della Quello è BeJJarion , quell' altro Famigl. Trzff.
lib. 2. a carr. 33. i’I Gaxjt ; ( 13 ) Qiiclli fu un certo G»-
. leazzo Trillino in una Genea- QnelV altre t'I Gemijle col 1
logica Narrazione della fu a fa- Trapeftnxj», ■ miglia, da effo iraslatata di la- £ 'l C aleni’ dii e , f’I Lafcari, e[ tino involgare. Di
quefto vol-
*1 Muffure, 1 garizzamento fi trovano parec- * chic. Digitized by Google DEL T R ISSINO. 7 Allo ftudio delle Greche lettere
uni il noftro
Triss ino quello delle feienze Matematiche} e tifiche (14), e quello
ancora dell’ Architettura, in èhie copie, c una è
appretto il perfona del noftro Giovan- rnentovato Sig. Co: Parmcnione | G
1 o r gì o, c che da edo ci fu- ‘Triflino, della quale ci fiamo rono pare
con umanilTima gcn- ferviti a fcrivere queftaf'it.», e tilezza trafmede
a. Vicenza. For- ciceremla col nome di Gemalo- I le che detta Raccolta di
Scric* già delia Cafii Triffino di Galeaz. • ture queUa era, che da
Paolo zj> Triffino . Quello autore di- Beni viene citata nel
predetto ce nel proemio di avere ac- {no Trattato Manufcricto della
trefeiura eda Narr Azione da (e Famigl. Trifs. a car. 26. Ann. tradotta a
inchieda di parco» 1404. con quelle parole: Gic: chi fuoi amici e parenti
, i qua- Giorgi o Tr issino» il li voleano i che c’ia defle an- Poeta ,
di chì ragioneremo , nelP che in luce. Orazione che fece nel green Con
- Un’altra copia nc ha il Sig. figlio di Tentila fer ricupera
Abate D. Bartolommeo Zigiotti Alone delle fue Decime nella Til- in tutto
limile alla predetta . Un Im di Tal d’ Agno , che fi legge Tello poi di
quell’opera era già fcritta a penna nelC Archivio appretto i p. P.
Somafchi della del Sig. Co. Bonifacio Triffino Salute in Venezia! e
queftonoi j nel libro , che ha per titolo Rimiamo, dite potefte ctTcrc
I'IPrisca Triisjne^ Fami- originale. Con ctTo era unita) ti .€
Monumenta.* & c.., la citata Aringa di G 1 o v a n- facendo egli
menzione delle Giorgio, c ’1 Trattato mano- Scritture defle anche a car.
29. fcritto della Famigl. Triff. di I del primo libro dello Aedo
fuo Paolo Beni, ed altre feri t tu re Trattato della Famigl. Triff .
, concernenti alla detta Famiglia: che è dampato, di cui più in-
tutto in un libroin foglio, fui nanzi faremo menzione. Dilli, cui cartone
al di fuori lì legge- j che era nella Libreria de’ P.P. del- Vano quelle
parole: P r i se a t la Salute in Venezia, perchè og- Trusinea
Familismo-! gidi certamente ivi o non vi fono hu menta. Le quali Scrittu-
j ìe dette fcritture, o difficilmen- te prima erano appredo il P.D. te fi
podono ritrovare : conciof* Pier-Catcrino Zeno Cher. Rcg. fiachè io col
mezzo anche del Somafco, di gloriofa memoria} | P. D. Jacopo Maria
Paltoni, che come ci dide il Sig. Apoftolo j con tutta bontà mi favorì di
di- Zeno, fuo fratello, che di ede ligentemente cercarle, non abbia
tutte nc eflraflc quelle notizie, mai quivi potuto ritrovarla, che
credette più fpettami alla) (14) Che il Tr issino fof- — - - , fc
Digitized by Google 8 La Vita in cui
molto fece di profitto, come ne fa fede non pure un piccolo ir aitato in
cotal materia da lui comporto (15)» ma la fabbrica del fuo Palazzo
nella Villa di Cricoli a mezzo miglio lontana da Vicenza, che è tutto di
fuo difegno fulle regole di Vitruvio (i Quia 1 ri* del nome loro. Non fi
può * ,, Parthenius multaruni (cien-' veramente farne altro
gìudicio, >» tiarum homo, diù literas ibi i confederata con la
prontezza di „ docuit, erudivitquc canqu 3 m j cotefii ingegni , che voi
harete », in Lyceo Juvcnes nobiles Vi- da e fer citare , la finezza
delle », cetinos maximè, ac Vcnctos. veftre lettere, e la gentil
manie- ri) Queita lettera, che fi ra, propria di voi filo nel di-
lcgge tra la Lettere di xiu. mojtrarle . Entrate pure, Sig.Com - Uomini
illuftri ec. In Venezia pare con franco animo in quefia per Comin da T
rino di Alonfer - eroica imprefa , e commutile at e rato, 1561. in 8,, a
car. 180. e altrui i tefiri della vera dol- che fu anche inferita nella
terza trina , parte con la voce , e parie del V Idea del Segretario di
parte, ancora con la penna, che Bartolommeo Zucthi, In Vene- non ho
dubbio, che nell’ ameni- z.ia prcjfo la compagnia minima tà di quella
vaga fan zia non vi léso, in 4. a car. 8 1. ; Quella let- fi defti
defiderio di qualche bel - tera, dico, vogliamo qui rife- la poefìat al
che doveri fifpi- CÙe; cd £ quella.. ( [ gntrvi la rimembranti , che
ogni trat- Digitized by Google ti L
A Vita S’era già ammogliato il noitro Tassino nel 1504. in
età di 26. anni a Giovanna Tiene, nobile Vicentina (24) , da cui avea
avuti due figliuoli, l’uno chiamato Francefco, che morì giovane, e
l'altro Giulio (25), il quale fu poi Arciprete della Chiefa Cattedrale di
Vicenza (26)$ ed eflfendo effa morta, di tanto egli fi
ram- tratto il luogo vi darà del dot - tijfimo
Trisjino; in cui a giudicio mio chiiirijftmo efempio ha veduto Reta
noftra delle tre più pregiate lingue, cc» Di Venetia olii xx.
dì Maggio MDLV, Compari e fratello Paolo Mariano . Ciò» clic
della Villa (addet- ta di Cricoli lafciò fcritto il Sabellico nel
Poemetto intitola- to Crater yiccntinus, porto nel to- mo iv. delle
fue Opere, a car.550. ( nominato dal P. Rugcri nella ìua
Declamazione a car. xxv.) fu molto prima che ella fofsc ridotta
alla perfezione, c va- ghezza, che oggi fi vede; la qual cofa fu
osservata ezian- dio dal Beni nel luogo citato. Nel Palazzo
iftcfso di Crico- li ebbe diletto di foggiornare parecchie volte 1
’ Arcivcfcovo di Rofsano Monti?, nor Giovam- batirta Cartagna »
nobile Roma- no, Genovefc di origine , nel tempo , che era Nunzio
di Gre- gorio .irti, in Venezia; come dicono il P. Rugeri
Trutina&c. pag. xxv., c Paolo Beni Tratt. dell' Orig. della Famigl.
Trift. rtampato, a car. jj., e’lTom-{ I mafini Elogia
&c. pag. 49. e 50., ed altri; U qual Prelato fu poi [addi li.
del Dicembre dell’anno 1583. creato Cardinale, e poi a’ 15. di
Settembre 1590. fatto Papa col nome di Urbano vii. | Onde in
memoria di ciò fu la I cornice d’una porta d’una Ca- | mera del
mcdeìimo Palagio vi tu incifaquertaifcrizionc; B E a- t issi m 1
Urbani VII. Hos- pitium ; e fovrappoftovi il Bufto dello ftefso
Pontefice. (14) Nel Ri/fretto della Vi- ta dei T r 1 s s 1 n
o prcmcfso al- le fue Opere dell^ rirtampa di Verona, quella fua
prima mo- glie è chiamata erroneamente Giovanna T r 1 ss 1 n a,
quando ella fu veramente (come conila dagli Arbori) della Famiglia
de k Cor Co: Tiene. (15) Di quello Giulio avre- mo
occaGonc di fare pcculiar menzione , a cagione de’ fuoi lun- ghi
litigj contro al Padre. (26) Che due figliuoli avefsc il Tr
issino della detta fua moglie» lo dice ilTommafini negli Elogi pag.
30., cd altri; ma il Tr issi- no irtclfo nella citata lettera al
Reve - Digitized by Google del TR-Issino. 13
rammaricò, che non volle più dimorare nella Patria 5 ma partitofcne
tornò a Roma , dove già era ftato effe ndo giovane; e quivi col cuore
ingombrato da quello fanello penliero fi diede a telfere la celebre
-Tragedia della Sofonisba, della quale innanzi parleremo
minutamente. Frattanto eflendo morto il Pontefice Giulio 11 .
gli fuccedette Tanno 1513. a dì xi. di Marzo, o fecondo altri addì xv. ,
il gran Cardinale Giovanni de’ Medici» che fi fece chiamare Leo- ne
X., il quale, ficcome quegli che era princi- pal protettore de’ Letterati
, avendo conofciuto il Tris sino, s'innamorò ardentemente del fuo
raro ingegno, e poi lo amò fempre quanto ciaf- cuno illuftrc Perfonaggio
del fuo tempo, c l’ono- rò fommamente, impiegandolo eziandio in
varj uffizj affai riguardevoli. Godea egli pertanto in quella Corte
tutti gli agi, e gli onori tutti, che a un Perfonaggio diletto al
Pontefice fi conve- nivano; quando venutogli nella mente il già go-
duto rìpofo nella fua Villa di Cricoli, deliberò di
Reverendo Prete Francefco di j ra poi del medefimo, che non Gragnuola,
che fu fuo macftro , c fra le (lampare, fcritta da Aiu- dandogli
ragguaglio delle cofe ' ratto al detto Giulio addì iS. della fua cafa,
d’altri non par- M*rz,o 1542., fi ha, che elio la, fuorché dell’
Arciprete con Giulio fu primamente Cameriere quelle parole: Hebbì della
yri- di Papa Clemente vii. > c clic ma moglie un figliuolo , il qua-
da lui fu poi fatto Arciprete del. le è fatto-, ed è Arciprete di la
Cattcdtale della Cittì no- quefia Città. Da un’altra lette- j ftra
. Digitized by Google 14 L A V I T A
di rimpatriarli : laonde prefo commiato dal Pa» pa, tornò a Venezia,
dove fuori di rutto il fuo penfamento trovò materia, per la quale e’
dovet- te per lungo fpazio di tempo anzi inquieta, che ripofata
menar fua vita. Ciò fu una per altro temeraria infolenza di
alcune Comunità di certe Ville del Territoria Vicentino, fpecialmcnte di
Recoaro, e di Val d Agno, che prefa l’occafione delle turbolenze e
rivoluzioni , che travagliavano in que'tempi non pure la noftra Patria,
ma tutta la Lombardia, aveano dal 1511. fupplicata la Sereniffima
Signo- ria di Venezia (27) fotto palliato colore di one- ftà, che
volefle (gravarle dellobbligo, che aveano di dare le Decime delle loro
ricolte a'CorC.o: Trif- fmi della linea del noftro Giovangior.gi.o ,
i quali n erano i foli Proprietarj e Padroni, co- me quelli, che
dalla Signoria ilefsa ne erano (la- ti invertiti l’anno 1406. a di 3. di
Settembre. E benché addì 6 . di Ottobre dell'anno 1512. le dette
Comunità avefsero avuta fopra ciò con- traria fentenza in foro civile,
non però di me* no tentarono , fe favorevole giudicio ottener po-
tefsero io foro ecclefiallico: e perchè ne furono molto
(27) Della Repubblica di Ve- nezia fi gloria d’ cfscrc
volonta- ria prima fuddita la Città di Vicenza - , la quale anche
però è chiamata dagli Scrittoci Pri- mogenita d’cfs a
Repubblica , perche la Piuma fu, che fra tut- te le Città fudditc
le fi donifse fpontancamcnte: il clic fu l’ an-. no 1404. addì 28.
di Aprile. Digitizèd by Google DEI TRISSINO. 15
molto torto impediti (28), però efli per forza dal fuddetto obbligo
fi efentarono. Ma in que- llo mezzo per giurto motivo quefte Decime
ap- plicate furono al Fifco Pubblico (29). Tornato adunque
Giovanciorcio in Patria, co- me dicemmo (il che fu o verfo la fine
dell’an- no 1514., o nel principio deiranno 1515.) e trovati sì
fatti difordini, de’ quali dicea egli di non averne avuta, dimorante in
Roma, veruna •relazione (so)-, pensò di ricorrere alla Signoria
medefima, perchè almeno gli fofle redimita del" le fuddette Decime
la fua propria porzione- Se poi egli efFettuaffe perfonalmente quello fuo
pen- famento, o fe altri in fuo nome facefse la fup- plica, noi noi
fappiamo di certo: comunque ciò fofse, fatto ila, che cfsendo Hata
conofciuta la fua innocenza, e a riguardo fpecialmente di Pa- pa
Leone , il quale la iatercertìon fua in ciò frap- (28)
Ottennero i Co; Co;Trif- flniaddi ia.di Novembre Lettere Ducali
proibitive del non do- verli trattare in foro ecdefiaBi- co quella
lite. (29) 11 Tommafini negli E- legi pag. 51. dice, clic
furono confricati i fuoi Beni ita urgen- te belli fortuna : c poco
appref- fo parlando della refiituzionel fattagli de’ Beni Beffi dai
Vene-! ziani, accenna la cagione d’cf-| fa confifcazione, dicendo:
fai , cognita ifjìut innteentìa , Veneti Bona ab / enti
jujìa confanguinto- rum culpa ob defetHoncm erepra, benigni
reflituerunt . Noi vera- mente fappiamo qual folle cotal colpa}
maonefii rifpetti, e ne- cefsarj giuBi motivi non ci per- mettono
di riferirla. ( 30 ) Tanto egli afferma nel- la fua siringa-,
di cui diremo più datatamente a fuo luo- go. Digitized
by Google 15 L A v I T A Irappofe (31 ), gli fu
Tanno fuddetto 1515. re- flituita ogni cofa. In quello tempo
medefimo fu egli dallo ftef- fo Pontefice in aliai importanti affari
impiega- to; e primieramente finché folfe palfato il verno di
quell’anno, (dopo cui gli ordinò medefima- mente, che, prendendo la volta
di Dacia, fe n* andafsc Nuncio a quel Re (32)), lo mandò fuo
Ambafciadore all’ Imperator Maffimiliano ; nel quale impiegò fi portò con
tale prudenza, che e da ognuno in molta llima tenuto fu, e all*
Imperatore caro sì, che ne riportò grandilfimi onori (35): anzi è fama,
che da lui conceduto gli fofse, che nell’Arme gentilizia Tlmprefa
del Fello d'oro inferir potefìc, e che altresì Tri ss ino •
dal •( 31 ) Che Papa Leone frappo- nt(Tc in quello fatto la
Tua in- tercezione , non folamente lo dice Monfignor TommaGni
ne- gli Elogi , pag. 51., ove regiftra un frammento di una fua
lette- ra al Conte di Cantati, con cui gli raccomandava quefto
affare; ma lo accenna Giovangior. Gto fieffo nella già citata
fua lettera al Revtr. Prete di Gra- gnuola con quefte parole: Io
fo- no flato per varj cafl: prima per qitcfle guerre fletti ot
Panni exu- le, e privato di tutte le tuie fa- cult à, che per la
benignità de la felice ricsr dazione di P.P.... (il nome non è
quivi cfprelfo, ma fu Leone) mi fu reflituito ogni cofa, nel
tempo, che if ero Legato di Sua Beatitudine a Maxìmiliano
Imperatore ; e nel- la fua Aringa dice, che ciò fu de l' anno 15 1
5., che erano tre anni a ponto dopo che li Commu- ni aveano
occupate le Decime. ( 31 ) La Dacia, dove il Tris- sino dovea
andare, quella non è, che anticamente era unagran- diflìma e vada
Provincia dell’ Europa, c che oggidì c laTran- fil vania; ma
quella, che oggi sì appella Dania, o Danimarca, la quale giace a
fetrenttionc dell, a Germania. (33) Tanto afferma egli
(Icf- fo nella Dedicatoria del fuo Poe- ma dell’ Italia Liberata
eia'Goti. Digitized by Googl D E i. TASSINO. 1
7 dal vello d,' oro potefse denominarli .. Ma per- chè alcuni
dicono eSsergli flato conceduto ciò anche da Carlo V.» pero ci riferbiamo
a par- larne altrove a minuto. Di tutto ciò, che Giovan
Giorgio operava nel tempo di detta legazione, avvisò il Pontefice
-con una lettera inclufa in un’altra diretta a Gio- vanni Rucellai, Tuo
grande amico, e confidente, il quale poi addi 8. di Novembre del
Suddetto anno 15-15^ gli riSpoSe da Viterbo, che avea con- gegnata
al Papa la fila lettera; che elfo l'avea ■letta molto 'volentieri ,5 e che
non pur dai motti e gefti fatti nel leggerla conofciuto avea effergli -molto piaciuta, ma più affai da quelle fue pre- xile parole: egli hi fino a qui
proceduto bene y & non poteva meglio exequire li mia volontà dì
quello Jl * Soggiungendo appreffo aver dal mede- lìmo
commiffione di Scrivergli , che feguitaffe P ure , come avea fatto, a
conferir col Vefcovo FeU trenje gli affari che maneggiava; Siccome il
Papa fleffo gliel’ ordina-va col Brieve , che gli tras- metteva in
un con quella Sua lettera di rifpofta (34)* Dalla qual lettera appare
ancora avere avuto il Trissino ordine dal Pontefice di trat- tare
la pace universale, e l’impreSa contra degl* Infedeli; poiché il Rucellai
gli Scrive così: Per C li pie e ( 34 ) Quella lettera
del Ru- celiai fu ftampata a car. xv. del- la citata
Prefazione alle Opere del Trissino. Digitized by
Google iS L A v I T A U pace univerfale , e l* impre
fa c intra Infedeli vi ha- •ucte a d «per are totis v/ribut , perché Sua
Santi ita t ba mi In 4 cuore , come fapete , e crediate certo , che
ne/funa altra caufa particolare non lo muove , fi non la unione della Crifianitì
3 £ t/uefta fan ti firn a Impre- C*> benché fi, che vi ricordate la
COMMISSIONE fua y e con che affezione vi PARLÒ di t/ue/la cofa
(35). Ettèndo già intanto pattato il verno del pre- detto
anno 1 5 1 5» volea Giovamgiorgio profe- rire il Tuo viaggio verfo la
Dacia , giufta la committionc dei Pontefice; ma ne -fu impedito
dalflmperadore, il quale volle, che invece al Papa ritornatte, come Tuo
proprio ambafeiatore, e lo pregafle in Tuo nome, che volette
fermare una nuova lega tra sè, el Re d’Inghilterra, e’1 Re di
Spagna contro a'Franzefi, i quali dittimu- lando la brama di vendicarli,
voleano pattare in Italia; giacche la confederazione altra volta
con- chiufa tra sè, e’1 Re cT Aragona, s*cra fciolta per la morte
di quello Re; mandandogli anche per Giovan gidroio medefimo una ben
lunga Jette- (jj) Il Rucellai finifee detta j de’
Medici, cugino di Papa Leo- lcttcra con quefte patolc: Credo ine; il
quale poi anch’egli fu haremo pre/t 0 il Cardinal de' Medi- '.(aito
Pontefice col nome di Cle- ri, il quale è tanto vo/fro , quanto | mente
VII.; abbiamo però rife- dir fi pojfa ,pcr qualche lettera ,rér|rite le
parole fuddette del Ru- ha /cripto qui , dimojìra , che molto celiai ,
perchè avremo occaftonc v ama perchè ha fallo fempre ho- ', di dire gli
onori da quello Papa rtorevtle menzione di voi. I fatti al Tr issi no nel
tempo Quello Cardinale era Giulio | del fuo Pontificato.
Digitized by Googte DEL TRISSIN'O. 1 9 lettera,
pregandolo primamente, che Lui fcuCaf- fe, fé invece d’andare in Dacia,
come era Tua mente, alla Santità £ua ritornava* perchè ne 1* avea
egli coftretto; lignificandogli pofeia il pe- ricolo imminente, e la
necefiìtà dell’affare G z Rice- (3 6 ) Contenendo
quella let- tera dell’ Imperatore al Papa alcune curiofe
particolarità , fpczialmente intorno al noftro Tr issi n Oj abbiamo
(limato bene di qui traferivcrne buona parte; tralafciando di dire
ciò, Che punto o poco fa al noftro propofito. La qual Lettera ci
fu comunicata dal Sign. Apoftolo Zeno, di Tempre cara
memoria. >, Maximiliamus Di vi- « na favente Clementi^
Roma. „ norum Imperator S. A. &c >, Io. G e o r g 1 u
s de T m s- „ sino San&itatis fu. e apud ,» Nos Nuncius , Se
Orator . », &c. ... In primis idem Ora- ,, tor cxhibitis Litcris
noftris >, credentialibus Beat. Pònti fi- ,» ci, cum omni filiali reveren- ,,
tia. & obfcquiolàlutabitSan- ,, «Sitarmi fuam , Se commcn- »,
dabit Nos , Screnifs. Caro- », lum Regem Hifpaniarum , Se „ alios
Filios noiiros ad Suam ,, Beatitudinem. Deinde deda* „ rabit
banditati Sua: , quod „ licet idem Orator ftatuiffet » iter fuum
continuare juxta », mandata Beat. Ponti ficis ad „ Screnifs. Regem
Dacia:, fra- „ trem , Se gcncrum Noftrum ,, cariftimum nihilominus
Nos „ confidcrantes longè plus ex- ,, pedirc rebus Sux Sancfcitatis
,, „ Se fuis, ac univerfx Reipub. „ Chriftiana* redirc
propter oc- „ currenda* ad S. San&itatem , ,, quàm
profequi iter emptum, „ ob fingularem obfervantiam, „
Se affeàum , quem No* habe- „ mus ad San&ic. Pontificis,
„ Se )us , quod prxfumimus „ in omnibus miniftris, Se fer- „
vitoribus S. Beatitudinis , ,, ipfum Oratorem cùm venia „ noftra
defeendentem ab itinere „ retraximus, & ad S. E. redi- » re
computi mus, quo clarius». „ Se apertius rerum omnium ,, Sancitati
Sux per Creaturam „ fuam tàm Ei affe&am deda» „ ramus. Ideo
Bcatitudo Ponti- „ ficis hxc sequo animo accipiat, „ Se fi in
errore erracunv fit , ,, quod tamcnnonciedimus, id „ Nobis
imputet. „ Caufaautcm hujufmodieft „ quod cum jam Ser. Rex
An- „ glia: fratcr nofter cariffimus „ per Litcras , Se Oratorem
fuum: „ apud Nos degentem , Se Or a- „ torem Noftrum apud Se
ref- „ fidentem dcclaraverit Beat. „ Pontificis, cognito periculo,
,, quod imminer, nedum Ita- ,, lise, fed univerfx. Reipublicf m>
Chri- Digitized by Google 2© La Vita
Ricevette volentieri il Papa quefte (cute, e ac- colfe il noftro T
rissino colla folita benignità» e ( omettendo di riferire ciò, che Tulle
richie- fte dell’ Imperatore egli riiòivefse , come cofa
poco „ Cbriftian* ex magnitudine , », Se infoientia
Gallorum forc », optimè contentimi, & idem „ maxime defiderare
, quod ,» iidem Galli hunjilientur , Se n rebus fuis contcntcntur :
qux „ quidem fentcntia Sandlitatis », Su*,cùm Nobis
fempernedum „ opti ma, fed valdè neceflaria „ vifa eli, ex
periculo, quod „ omnibus imminet , Se prxfer- » tim Beau
Pontificis, & fu* „ Patri*, Se Familix, cùm il- ,, lud antiquum
odium, quem » Galli babucrunt ad Eum , », quùm fecerint ipfum
extor- », rem, & per xviil. annos.cr- », rare à Patria, cùm
maxime », calamitates compulcrint, nul- „ latenus remiferint, td
omni- „. nò auxerint, licei imprxfen- „ tiarurn negant , &
compri- „ mane , cxpedtantes tempus . „ vindidlx: Itaque
cogiraverit », SandlirasSua comprimere eos, » Se ad illum
terminum redige- ,» re, quod non liceat plus eis „
inSandlitat.Suam,quàmfiui-| » timos fuos, Se quam juftum fit . |
>, Et cùm Nos, & Scr. Rex j n Angli*, & Ci. mcm. olimj n
Rex Arngonumid apertd pcr-l « fpiceremus , fapienter cogita- j „
vimus de una confxderatio- ' », ne ad inumani defenfionem ! », ad
inviccm, Se etiam offèa-J ,3 fionem cantra eofdem Gallos, ,,
etiam crat Lex imer Nos , Se », ipfos conclufa : fed morte ,3
ipfius clar. mera. Regis Ara- „ gonum dilata. Se interrupta I ,»
eft •, fed tamen cùm ex hoc „ pcticulum > ncc fublatum » ,3 ncc
diminutura» immò nia- „ ximcaudtum fit, vidccurNo- „ bis omnino in
eadem dclibc- „ tatione perfiftendum, Se ro- », gamus Beat. Pontificis
ut , confiderata nccdlitate hujus> 3, rei, vclit fpfà quidem
intra. 3 , re foedus hoc,. Se tranfmitte- 3 , re mandatum fuum apud
Scr. >> Regfm Angli* » ut ibidem ». contradletur» Se
conciudatuu » Efficiamus autem , quod in. „ locum Clar. mcm. Regjs
dc- ,» fundìi fuccedar Se r. Carolus ,, Rex Hifpaniarum , Se
qui „ quidem in ca te proficerc poterir, idem Orator admo- „
ncbit Nos. Agct autem di- ,» dus Orator, tee. „ Dar. iu
Civitare noftr* „ Tridentina die odiava ,, Menfis Marti]
MDXVI. „ Regni noflri Romani „ triccfimo ptimex.
,, Locus 4 . Sigilli . „ Ad Mandatum Ccfa- „ re*
Majcflatis prò. „ prium ]o. de B&- », KL'ljjS- •
Digitized by Google DEI TRISS i n O. 12 poco alla
preferite materia confacente) pensò in- di a poco tempo di occuparlo in
altri impieghi • In fatti l’anno ftefso, che fu il lo inviò
fuo Nunzio alla Repubblica di Venezia (37) per maneggiar forfè 1
affare della Crociata contro a Selim Gran-Signor de Turchi , la quale gli
flava molto in fui cuore (38). Nel tempo di quella lua
ambafeeria trovò il Tr issino? che le Comunità, di cui s’è fatta
men- zione, pagata aveano 3I Fifco Pubblico la rendita della fua
porzione delle Decime fopraddette; ne- gando in oltre coftoro di
riconofccrne lui per Si- gnore: laonde egli ebbe novamente ricorfo alla
Si- gnoria di Venezia, la quale fubito con fue lettere in data
de’xvu f. Dicembre 15 itf. commife ai Ret- tori di Vicenza ( che in quel
tempo erano Er- molao Donato, Podeftà , e Girolamo Pefaro >
Capitano') che nel pofsefso dello Decime flefse lo riponefsero, come lo
era innanzi la pafsata guerra (39). Dalle quali lettere ebbe poi
co- mincia- (37) Lo dice il Tri ss imo Hello
nella Tua Aringa, d me- glio nella lettera al Prete di Cragmtol a
con quelle parole : Sua Beatitudine mi mandò .... Legato a Venezia,
ovt fui molto ben veduto da quella Jlluflr : f. Signoria .
(38) Al Papa quello affare premeva si, che perciò maneg-j
giòj c tlabilì una lega tra mol- j | ti Principi Crifliani ; ma
por ■ per la
morte di Maffimiliano li difciolfc, e di sì alta e pia im- presi fvant 1’ effetto defidera* to. (3 9 ) MTr issino in pro- pofito di ciò nella fua Aringa dice cosi : Per effer abfente la mia facoltà fu tolta nel Fifcho ; & detti Comuni però ,
quantunque ritmtjfero tutte le farti di que- fic
Digitized by Google DEL TRISSINO. 2.J tro Bembo,
fuo Segretario, la quale opportuno crediamo di qui trafcrivere
(40). JO: GEORGIO TRISS1NO y I C 1 H X I 11 o.
,, Cationi am opera, & diligentia tua , atquc „ virtute certis
in meis, & Reip. rebus uri quam- „ plurimum volo, quarum rerum caufa,
te ut » alloquar, magnoperè oportet: mando tibi, ut quod tuo comodo
fiet, Leonardo Lauredano „ Principe Venetiarum falutato , ad me
confe- „ ftim revertare. ,, Dat. Non. Januarii M. D. XVII.
Anno „ quarto. Roma. Andovvi egli prettamente, niente
penfando, che perciò iettar dovette in pendente l’efito del- la Tua
lite. Non lappiamo precifamente a che il Papa lo aveffe richiamato a
Roma: del retto non molto egli quivi dimorò, perciocché nello
ftef-' io anno 1517. ritornò a Venezia-, e fé fi vuol dar fede a
Paolo Beni, xitornovvi anche a que- lla volta come Nuncio Apoftolico per
trattare di ftabilire una lega contra 1 Imperio de’ Tur- chi (41) .
Vero è tuttavia', che il Papa in tale • ; occafio- (40)
Quella lettera fi legge ' Simonìe Vinctntii fin fine ) Dù- ncl libro
intitolato : Ferri Bembi , niftus ab Harfioexrndebat Lugdu • EfiftoUrnm
Ltonis Decimi Ton- j ni. M. D. XXX! r I 11 . in 8 ed è tif. Max. nomine
fcriptarum Li- ! la 35. del lib. xlll. pag. bri xvi. Ledimi apud Hercdts
\ (41 ) Paolo Beni nel T ratent. Digitized by Google
24 L a Vita occafione inviò per lofteflò Tr issino una
let- tera al Doge Leonardo Loredano, dalla quale appare, che egli
avea a trattare col Doge a no- me della -Santità Sua cofe di fomma
importanza: la qual lettera non vogliamo lafciare parimente di qui
traferivere, ed è la feguente (42). Leonardo lauredano
Principi Venetiarum. ,, IP Roficifcenti Venetias Jo:Georgio
TrissinoVì* 5, centino; quem quidem propter bonarum artium „
do&rinam , & politiores literas , excellentem- >, que virtutem
unicè diligo; mandavi, ut tibi „ falutem nuntiaret mcis verbis; tecumque cer-
tis de rebus ageret, quae cùm mihi cordi flint, „ tùm noftra utriufque
intereft ea confieri : tibi „ vero edam hone fiati, atquegloriae funt
futura- „ Dat. prid. Non. Septemb. Anno quarto . ■jj Ronitif Non oftante che in tanti e si
diverfi negozj notò del titolo di Legato ApoA (4») Quella lettera fi legge Jlolico inviandolo a Adajpmilia-ìahicsì nel citato libro delle Lct- no Cefare. Ritiratofi alla Pa- 1
tere fcrittc a nome di PapaLio- tria, fa di nuovo chiamato a &>-I
nc dal Bembo, lib. XI II. ma nel principio dell' anno IJ17. ; 16. pag.
jiy. Digitized by Google 0EL TRISSINO. 2f
Ciovangiorgio occupato forte, avea condotta* a fine la fbprammentovata
Tua Tragedia della So- fonìsbti y cui ( dopo eflere flato lungamente in
for- fè y come dice egli fteflo nella Dedicatoria) in- dirizzò al
luddetto Pontefice con lettera , che in poi flampata colla ftefla
Tragedia l'anno 152^ in Roma. Leone gradì fommamente qucfto com-
ponimento r e ficcomc egli era giudiciofiflìmo e. fapientiflìmo letterato
, ne fece tanta. Rima, che volle forte con reale magnificenza, e con
tutto lo sfoggio degno di se rapprefentata (43 K Non può negarli,
che il Tr issi no non ab- bia comporta quella Tragedia con tutto lo
sfor- zo dell’ingegno fuo; perchè quanto al Suggct- to, fcelto
avendo l’ avvenimento funefto di So- fonisba Regina di Cartagine r fi
fece conokcrc giudiciofo sì, che per teftimonianza (44) di Nic-
D colò (43) Di ciò veramente altra !»» mationibus
adjudicarus fuit.- ficura pruova addurre non pof- j Benché dalle
infraferitre pa- camo, fuor folamente la fama role , che Giovanni
Rucellai ag- c la tradizione, che fe ne hn; | giunfc in fine della
fopraccitata e in oltre l’ aurorità ( fe pur va- j fua lettera al Trmsino
fogna- le) dclTommafini, il quale ne. | ta addi 8. Novembre 1515.
di gli Elogi, pag. 50., cosi lafci b- yiterbo , fi potrebbe ancora
con- ferino :■ » Summa
duksdine , I ghietturar quello fatto. Abbiate „ Se majeftatis pondero calami - 1
a mente ( dice egli ) Sophonitb. 1 „ rofum Sophonisbi Regine voflra , che forfè Phalijco fari evtntum drnmatc exprcfiit .'ratto
fuo in qutfla venuta del „ Quod cùtn Leone X- li cera.- j Papa a
Fiorenza . ,, rum Moecenatc benignifiìmo I ( 44 ) Difcorfi intorno alla „ in Scenam magno apparata T rag*
dì a . /n P’icenz.a , appreffo „ eficc projuitum, primus illc Giorgio
Greco 1690. in 8 . c. 14» „ Italia: puòiicis lauree accia, [a tergo
. Digitized by Google 2 che (non oftante che ad
alcuni quefto compo- nimento non -fia perfettamente piaciuto, come
vedremo) elfo fu ftimatiflìmo, e non fidamente vivente il fuo Autore, ma
appreffo fua morte, e d’ogni tempo r e i noftri Accademici Olimpi-
ci elfo feelfero a rapprefentare l’anno 1562. nel- la Sala del Palazzo della
Ragione in occafione di provare il modello del famofo Teatro Olim-
pico di Andrea Palladio ( 45 ); e ciò fecero con sì ricca magnificenza ,
che, fecondo che dice Jacopo Marzari (47 1 , vi ccncorft quafi tutta
la Nobil m (45) Il Sig. Marchefe Maffci',» rem
Siphaci». filiam Afdru- nei preambolo a quella Trage-j„ bali», captam
Satina adama- dia riftampnea uri primo tomo „ vie, & nuptiis
fa&is nxorerrt del Tuo T entro Italiano, che d-|„ babuit ;
caftigatufque a Scr- 1 tremo a fuo luogo, dice intorno J „ pione »
venenum tranfmific* al Soggetto di dia, che chi leg- „ quo quidem baufto
illa de- gerà il trtnttjìmo libro di T . Li- [ ,, ceflir . vio ,
ravviferà y come ninna fe\ ( 46 ) Di quella notizia ci con- n' è fatta mai
, che fervafft fi* ( fediamo unicamente debitori al fide all' iftoria , e
che jì nel S ig. Abate D. Bartolommeo Zi- tnttoy come nelle farti fi*
infi- grotti , femprc intento a cercali fiejfe in effa : aggiugnendo, che
nuove cofc, onde ampliare la le fcgucnci foche farole dell ’ . fua bell’
Opera delle Memorie antico Efitomatore fremevo ne , del detto
Teatro. ffiegano i' argomento a ba]l alila : ( 47 ) Jft orla di Pie enza
CC. u Macinili.» Sophooiibam , uxo- | In Piceni,* > affreffo
Giorgio Qn- Digitized by Google DEL TR 1
SSINO. 27 Nobiltà dell* Lombardia , e delU Marca Trevigiana .
E da Manofcritti dell’Accademia Olimpica fi viene anche in
chiaro, non (blamente effere fiata ella Tragedia l’anno fuddetto 15 61.
magnificamente rapprefentata» ma tale e tanta efsere fiata la ma.
gnificema , che alcuni Accademici penfarono non doverfi mai più fare tali
fontuofe rapprc- fentazioni, temendo, che l’Accademia non fof- fe
per riportarne mai più lode e ftima si univer- fale. Ma gli altri più
giudiciofi Accademici a sì fatto penfamento non aflfendrono; laonde
meglio penfata quefta faccenda, e gravemente pondera- ta, tutti in
fine conchiufero, (e ciò fu l’anno I57P-) che moderata in buona parte la
fpefa, fi dovettero pure dall’Accademia fare tali pubbliche i-apprefentanze
. E’n fatti a’X. d'Agofto dello fletto anno fu ordinato , doverfi fare
feelta d* Lina Favola PajìoraU da recitarli pubblicamente nel
Carnovale dell'anno appretto 1580. (48): ben- ché per altro fotte
differito il recitarla ad altro tempo. Di Ma ri-
Greco , 1604. in 8. lib. 1. a ferratori delle Leggi, Contradi - Cai. 160.
c 161. 'centi. A: adertici, & Secretar j (48) Per ripruova di
ciò G deli' Ac adorni* delti Olimpici , vuol qui traferivere intero in-
\& delle Parti prefe nel Configli» tero l’atto deli’ Accademia , che
di ejfa Academia. Qual inco - fi legge \m un Litro manoferit- , mincia
adi 3. Maigio 1 579. An- ta pteJTo di me, Legnato » c no terno della
fejfa Olimpiade intitolato; Libro delle Crtatio- 'fino 7. Aprile 1581.
L’Atto è r-tdc Prencipi,Confalicri t Con- \ quello . j> Adi X. Agofto
1 5 79. In Cou- Digitized by Google
i-S La Vita Ma ripigliando il lafciato filo, eflendo morto
l'anno 152,1. addì 2. di Dicembre il lodato Pon- tefice Leone X.., il
quale? come s'è veduto, Sommamente amo il Tris si no, e ne fece
moltif- fima ftima ( anzi fu detto per alcuni , come ri-
ferisce , Coniglio , dove inrervencro » il Sign. Prencipe ,
Conlìglic- •99 ri doi , cioè il Sign Hicroni- >, mo Schio
follituto per il Sign. ,, Marco Brogia, & ilSign. Fau- >9
fio Macchiavelli, il Teforic- 9, ro contraddente foflituco, il „
Cavalicr CriHoforo Barbaran per nome del Co. Leonardo M Tiene,
& il Sign. Antonio Ca- „ mozza confervator delle Lcg- gì
foftituito per il Sign. Antp- nio Maria Angiolcllo , con ,, aie
Secretano; in tutti al nu- mero di 14. ,, Par che, la
rapprefentazio- ,, ne della Sofonisba Tragedia .*, dell’ Eccellerli
ifT. Sign. Ciò: ,9 Giorgio Trjssino già no- ,, flro Patricio fatta
l’anno 1562. „ pel Palazzo publico per la rip- „ feita Tua non
purcon fodisfa- „ tione, ma con meraviglia di 9, chi ne furono
fpettatori, hab- .9, bia caufato fin fiora in quell’ Accademia un
quali continuo 9, filentio a fpcitacoli publici, „ come che
potendoli diflficil- „ mente fperare più da lei im- „ prete tanto
illuBri,fofire meglio 9, per non declinare non rcetterfi » più a
veruna anione tale peri’ avvenire . Ma certamente cf- 99
fendo l’Acadcmia noflra fon- 9, data fopra i continui cfercizf ,9
virtuofi, &c dalFclperienza di ,9 molti anni, elfendo già co-
,, nofeiuta tale, che può fpcra- 9, re fempre d’ operare fe non ,9
cqfc uguali 9 almeno degne di 99 fe mede lima, & della Patria j
99 non deve da quello .troppo ,9 fevero rifpctto lafciarfi impe- 99
dir quel sì lodevol corto, a 99 cui dal genio > dallo (limolo 9,
virtuofo, dal debito della pro- ,t feflìone, dal defiderio, &
dall’ « afpettatione altrui lì fenteee- „ citata. Laonde andari
Parte* „ che quello proffitnocarnafcia- le venturo lia recitata
publi- „ camente a Cafa dell’ Acadc- 9, mia con quella minor
fpefa, ,9 clic fia poflìbilc, atccfa Isde- 9, gnità, una Favola
Ptjlor ale , „ come cofa nuova & non più „ fatta fin’ ora da
quell’ Acad. „ quelii cioè 9 che farà eletta „ dal Sign. Prencipe
nolìro, & da „ 4. Acadcmici , che per quello „ CanGglio faranno
a tal cari- ,9 co deputati, i quali habbiano „ ancoinfieme cura
d’informar- » lì da perfone perite della fpefa , 9, che vi potrà
andare, acciochè ,, fi porta f.\r la provi (ione dei den».
Digitized by Google DEL T RISSINO. -29 ferifce Ciò
vanni Imperiali (4 9 ), che efso volea conferirgli il -Cardinalato-» ma
che da lui fu ri- cufato per poter nuovamente prender moglie ) a
cui fuccedette Adriano VI. ; il noftro G10- •vangiorgjo fece da Roma a
Vicenza ritor- no • Quivi attendendo à’fuoi ftudj , e fpecial-
mentc alla Poefia, compofe tra le altre cofe una Canzone in loda d’
Ifabella Marchefa di Man- tova (50) , a cui mandolla, ed ella poi
ne lo -a» denaro io tempo, & dar prin- ”
cjpio ad imprcfa cosi hono- ,, rata , rifervata poi la elettio-
•'»» nc di Accademici , coni’ », è detto di /òpra , la qual
paf- » sò di tutti i voti. »> l'or ballottati i
fottoferitti. »> 11 Sign. Paulo-Cihiapino . • -• • •
« . . prò 1 1. 3. »9 -II Sign. Criftofano Darbaran
.Cavai ier .... prò p. 4. »» 11 Co. Leonardo Thiene . •
• » • • • - prò 8. 5. » Il Sign. Hicronimo Schio • - .
... prò io. 3. -9, Il Sign. Antonio Maria 9» Angiolello
. . prò ri. 1. »» 11 Sign. Alfonfo Ragona ■ * • • ..... j>ro 16. j.
„ Rimate il Sign. Paulo Chi*- », pino, il Cavalier Barbarano, „ il
Sign. Hieronimo Schio, & „ il Sign. Antonio Maria An- ,,
giolcUo » come fuperiori di ,, voti. ( 49 ) Mufeum Hifloricum
8cc. pag. 43.,, Munito libi ad Leo- „ nis X. gratiamaditu,
infplcn- „ didiflìmo Mularum & virtù» ,, tum atrio fic vixit,
ut Non- „ nulli delatum fibi purpurar ho- „ norem prolis gratia
rejc&utn ,, ab ipfo prodiderint. Da alcune Lettere man
uteri t« te del Tris si no appare vera- mente, avergli voluto il
Papa varie ecclefiadiche Dignità con- ferire, che ivi non fi
fpecifica- no, e che tutte da lui furono ricuf.ite. (jo
) Quella Principefla fu fi- gliuola d’ Eccole I. Duca di Fer- rara,
cd è quella ideila , cui tanto efalta il nodro Autore nc’ Ritratti
- Digitized by Google }0 L A v I T A
lo ringraziò con Tua lettera in data di Mantova del dì ics. di
Dicembre 1521. (51); e l'anno ap- preso 1522. addì 1 9. di Luglio gli
fcriflc pur da Mantova un* altra Lettera (52) , pregandolo, che
volefle a fuo agio colà andare dov ella era, perchè diGderava fornai
amente di vederlo non tanto per godere e gufi gre U amenità dell’
ingegni , e dottrina fu* y ma perchè volea, che nelle fcienze e
nelle lettere ammaetìxafle Ercole fuo figliuo- lo» da che fegno dava di
buona docilità, e di buon ingegno, e d’eflere allo Audio letterario
mirabilmente inclinato i pregandolo in fine, che pel mcfso a polla
mandatogli volefse farla av- viata del tempo della fua andata, acciocché
lo poteJGfe afpettare; noi per altro non abbiamo fi- cura contezza,
s’egii v’andafse. Sappiamo ben- sì» che l’anno apprefso 1523. addì 20. di
Mag- gio efsendo flato eletto a Doge di Venezia Andrea Grilli, di
glori ofiflìma memoria (53)» ( 5 1 ) Quella Lettera c Rampata San
Francefco della Vigna di nella citata Prefazione alle Opere , Venezia
entro un fuperbo depo- dcl noftro Autore a car.xvm. fito, fopra cui fu
fcolpitoquc- ( ji) Anche quella Lettera Ito .Epitafio: • Ha
nella fuddetta Prefazione, a Andre* dritto , Duci Opti - car. in. | mo ,
& Reipub. Amantijfimo , pa- ( 53 ) Non folanicnve nelle (ij
terra, mari^hepart* A*&*- ftorie di Venezia, ma in altre ri, ac
Veneti terejìris imperli ancora fi poflono leggere le ge- Vindici, &
Conferva! ori, Ha- fte di sì invitto e gloriofo Pria- rcdtt pientiffmi .
Vixit A», cipe, che mori dcì 1538. in eràLXxxui. Mtnf. vili. Dici
xt, di anni 83., e fu feppcllito in; Lecejpt V Cai. Jan. mdxxxvui.
Digitized by Google DELTrISSINO. 3 r ed efscndo cortume di
que* tempi, che le Città fuddite mandafsero Oratori a congratularli
col Principe eletto , fu dalla noftra Patria a ta- le uffizio
feelto il T rissino, unitamente con due altri ragguardevoli Cittadini
(54^ il quale avendo comporta perciò una elegante Orazione jn
lingua Italiana, in pien Collegio allo ftefso Doge la recitò \ della
quale orazione , che fi leg* ge tra quelte raccolte dal Sanfovino (55}, e
che fu anche più volte rift. rapata, favelleremo afuo luogo.
Nell'anno medefimo 1523. a dì 19. di No- vembre efscndo flato
afsunto al Pontificato il Cardinale Giulio de’ Medici, col nome di
Cle- mente VII., il quale (come già fi è detto) ama- va grandemente
il noftro Trissinov quertri una lettera gli fcrifse di congratulazione (e
forfè al- lora medefimo gl'inviò la Canzone (56), che fece in fua
lode ) facendogliela confegnare in proprie mani pel Cardinale Giovanni
Salviati , fuo ( J 4 ) Quefti furono Aurelio
dai!’ Acqua, e Piero Valmarana amendue gentiluomini Vienici- j
ni. ( 55 ) Oraziani di Divtrfi Huotnini Jlluftri raccolte
da Franctfca Sanfovino , in Pene- zia per AltobeUa S alleato 1584.
. in 4. Pait. 1. a car. 1 jy. ! (5 6 , Qucfta C tenzone ( che
fu j {Unipara da prima in Penezja j per T olomeo Janicolo da
Bref~ fa, in 4., fenz’anno; c poi it- Rampata più volte come in
fi. ne fi dirà) comincia cosi. SIGNOR , che fofii
eterna- mente elette Nel Conjìglio Divi n per il
governa De la fua fianca e trava- sata nave ; Or
thè novellamente ec. Digitized by Google 32 L A
* v ITA fuo amici filmo , a cui mandolla con altra Tua
letrcra. Aggradì Clemente la officiofità di Gio- va n giorni o sì
fattamente, che, dopo aver let- ta con molta giocondità d’animo la pillola
di lui ordinò- allo ftefso Cardinale , che gli fpedifsc tolto un
fuo Breve, col quale lo chiamava a Roma ( 57) Tenendo egli lo invito del
Papa r fi partì lubito , di confenfo eziandio della Si-
gnoria. (57,) Affinchè meglio appa-j ja la verità' di quante
s’è ora detto, vogliamo qui traferi vere la Lettera del fuddetto
Cardi- nale ferina al Trksino, entro cui tirandogli il Brtve
del. Pontefice } cd è quella. „ Magnifice Aniice, & tan*
quam Frater Garifllme. „ Io era ctrtiffimo della „ molta
allegrezza di V. S. pei „ la felice affunpuone della „ Santità di
Nollro Signore, ,, come fe preferite mi fulTì „ che mi
Benderei molto più,. „ fe- non fuffi certillìmo, che „ la S.V. per
fc medefima lo - „ cognofce. Del bene, & fc- ,» licita mia non
le voglio di- ,, re altro , fenonchè quanto* »> più farà , di
tanto più qucl- » la potrà a-ogni fuo benepla- „ cito difporre;
& quanto nc ,, difporrà più , farò io tanto 1 „ più contento .
La Lettera- » fua detti in mano propria » di fua Santità, là quale
con >, fornirlo piacere la lede : &c „ flato, come quello,
che al- j » più mi diflcndOrci intorno ,, cuno non cognofccvo, clic'»»
aqucllo» che amortvolmen» ,, più meritamente fe ne do-j», tc mi rifpofe ,
fe Sua Beati* „ vedi rallegrare; perchè la-'» tudine con uno Breve (
il „ feiamo Bare lo univerfal be* [ ,» quale con quella fari)
non- „ ne, che tutta la Criftianità | ,, avelie ordinato di
rifponde- „ ne afpetta, &: quali mani fe- », te- alla S.V. , la quale
cec- ,, (lamento ne vede » il che », tifico , che fetnpre che
ver-- „ tutti e buoni & virtuofi , 1 », rà, farà
vcdutadaSua-Bea- „ come è V. S. debbono fom- ■„ titudine come dolciilimo; ,, mamente deftderarc; chi più j»- amico; & da me come
dol- ,, di G-i anc! orcio è da ,, ci (Timo fratello; &• a
quella» „ fua Beatitudine amato ? ! « mi offero. Se raccomando*.. „
Chi più di lui fc ne può , Roma XI. Decembris Mdxxiii. „ ogni cofa
promettere ì In j ,, lo. Cardin.dc Salviate ,, Quc-
Digitized by Google DEL TRISSINO. 33 gnoria di Venezia
(58 ); e giunto a Roma fu da Clemente accolto con fegni di
ftraordinario affetto , e apprefso anche fu deftinato a rag-
guardevoli impieghi, come diremo più fotto. Ma avendo egli intanto
fatto pubblicare nel Luglio dell’anno 1524. colle ftampe di Roma la
fua Tragedia, pensò di dar fuora nuove cofe a -utilità della noftra
favella; e però fcarfo paren- dogli l’Italiano alfabeto di caratteri atti
a figni- fìcare tutti i varj fuoni delle voci , inventonne di nuovi
, o a dir di più vero , ne tolfe alcuni dall’alfabeto Greco , e all’
Italiano proccurò di aggiungerli. Ma non tenendofi pago di aver ciò
nelle propie fcritture ufato , diftefe nel Dicem- .bre dello fteffo anno
1524. cotale fuo penfa- mento in una lettera al predetto Pontefice
inti- tolata ^59). Circa il principio del Secolo XVI. vi fu
ve- ramente nell’ Accademia di Siena chi avvisò di aggiugnere
all’alfabeto Tofcano alcuni Elemcn* E ti per Quella
lettera fu flampata a \fubito mi fcrifft uno Brieve , ri- car. xv ir.
deila Prefazione alle j cercandomi che io dovtfft andar Opere del Tr issi
no più voi- a Berna-, & io con il confenfo , te citata . I
(he d'Jft fuori fìmil pcnfìcro. Gli venne non per tanto fallita in
buona parte quella fua bella intenzione (come chiamolla l'Abate Anton
Maria Salvini di chiariflìma ricordanza): imperocché ol- tre allo
avere egli fteflo a rovefeio, e non nel- la dovuta maniera, ufate da prima
le nuove let- tere, e così per lo modo del linguaggio Lom- bardo
indicando falfa pronunzia , ebbe più loda- tori, che feguaci, come
accenna Giovanni Im- periali (62) y del quale errore avvedutotene
poi egli Hello n € Dubbj Grama ricali , ftampati appref* fo a
difefa del fuo ritrovamento? fe ne amrnen* dò U3), Da
( 60) Corr.ment. all' ]ftoria\ della Polgar Poefìa-, Vol.i.Lib.vi.
; a car. 408. della ediz. di Venezia . j Fra l’ altre Lettere dal
Tris- sino tolte dal Greco alfabeto , ! due fono più offervabili,
cioè Fi, ci’ a, (6l) Pro/e Tofane, Par. 1, Lcz.xxxi. a
car.i9i. dcH’cdizio- ne di Firenze, apprejfo O'infep- pe Manni ,
1735. in 4. ( 6 1 ) Mufaum Hi/ioric. pag. 4Z.„ Rem paritcr
molitus per- „ arduam, charaftercs Graecos „ noflris immifeendi
litetis ad i » varios fonos aptius fignifi-j candos, ut repente
multosad » fui vel laudem , vel iurgi* „ traxit
Reclamante Do- „ ètorum ccetu , quod in tan- »> tis
dodtrinarum momcntis, ,, monftruofa elemcntorum no- „ vitate animos
haudquaquam „ turbandos putaverint. (63) Protelìa egli in
quefti Dubbi d’avere aggiunte le det- te Lettere al noftro alfabeto
a fine folamcntc di giovare agli ftudiofi della noftra lingua;
c foggiugne, che non tralafcerà^ fuo potere coti bello , e coti
no- bile injlituto : ringraziando i fuoi riprenfori , come quelli
, che per lo avergli fcritto con- tro Digitized by
Google del Trissino. 3? Da alcuni Scrittori fu il
noftro Autore per tal fua invenzione rigidamente appuntato; e pri-
ma da Lodovico Martelli? Fiorentino , il quale mandò fuori una Rìfpofta
all* Epì fi ola del Trissino delle Lettere nuovamente aggiunte alla
Lìngua volga - te Fiorentina (64); nella quale s' ingegnò di ino-
ltrare, che vana era Hata, ed inutile la di lui invenzione , allegando
fpezialmente , che non doveaA punto alterare la maniera dell'antico
fcri- vere Tofcano. Indi comparve Agnolo Firenzuo- la, Monaco
Vallombrofano, il quale oppofe al Tr issino tra l’ altre cofe, che poco
lodevole tra , e poco ncieffario , e infofficiente lo aggingnìmtnto
del- le nuove Lettere al fcmpliciffimo alfabeto Tofcano , per- ette
con effe gli fi toglieva la fua naturai femplicità . In quella fua
opera il Firenzuola trapafsò per verità i limiti di quella moddtia , con
cui fi vantò nel principio di voler riprendere la inven- zione del
Trissino, perchè fì moftrò nel fuo dire alquanto appallìonato , non
curandofi di ap- parir tale ancora nel frontifpizio ( 65 ),
taccian- E i . dolo tro furon cagione» che fi fa- 1
nell’ Eloquenza Italiana ec..... ce (Te paltfe la natura, t la uti- \ In
Venezia appreffo Criftofor » lità di effe lettere. Zane 1737. in 4. c.ir.
27J. Nell' (64) Non dille il Tu 1 s s r- Operetta del Martelli, chcè
in 4. no d’aggiugner le nuove Let - 1 non v’ha il fuo nome, nèqucl-
tere alla lingua volgare Fioren- lo dello ftamparore , nè l’anno; tina,
come avvisò il Martelli; 1 nel fine però fi legge pompata in ma alla
lingua Italiana r il che ■ Fierenzji . fu notato anche dal
Montanini ! (6 5) Quell’ Opera c così in- filo-
Digitized by Google 16 L A V 1 T A dolo in fine
d’ufurpatore degli altrui ritrovamen- ti, con dire, che prima d’efia e
l’Accademia Sanefe aveva avuti limili penfieri, e alcuni gio- vani
Fiorentini pi» per e fcr citare i loro ingegni , che per metterla in
Optra della medefima imprefa par- lato aveano ; i ragionamenti de’ quali
efsendo fiati naf cefi amente uditi dal T rissino, da eflo poi co-
me ftto proprio trovato fenza far di loro alcuna men- zione , furono
meli! in luce ( ) . Finalmente Claudio Tolomei, fiotto nome di
Adriano Tranci , ftampò egli ancora un libro l’opra quella mate-
ria, e lo intitolò U volito (67), Rifpofe il Tr issino a’ Tuoi
Oppòfitori colla fuddetta opera de’ Dubbj Gramatìcali j ed anche
col Dialogo intitolato il c aftcllano , e molto bene fi difefe -, ma non
fu fiolo in ciò, che anche Vin- cenzio titolata :
Difcacciamento delle nuove Lettere inutilmente ag- giunte nella Lingua
Tofana ; fenza efprcflìone di luogo , c di ftampatorc. Trovali
anche tra le Prtfe del Firenzuola ifteflo a car. 306. della
edizione di Fio- renza , apprejfo Lorenzo Tor- rentino, mdlii. in
8. Fu poi al- tre volte riftampata, ed ezian- dio nel Tom. 2. delle
Opere dei Tr issino della edizio- ne di Verona. ( 66 )
Non può negarfi » che l’Accademia di Siena non avvi- litile ella
prima, che il T R 1 s- si no pubblicane la fua Lette- ra ,
di aggiugncrc ( come già dicemmo ) nuovi elementi al noftro
alfabeto; ma che egli fi valeflc interamente di quello di lei
penfiero, come dille il Fi- renzuola, non è da credere , che troppa
ingiuria fi farebbe al fuo gran nome. E ’n fatti il Varchi nell’
Ercolano dell’ ulti- ma edizione di Padova , apprej- fo il Cornino,
1744. in 8. a car. 468., dice avere il Firenzuola ferino contra il
T rissino piuttofto in burla , e per giuoco , che gravemente , e da
dover 0. ( 6 ~ ) La (lampa di quell’ O- pera fu fatta in Roma
, per Lo- dovico Digitized by Google DEI
Trissino. 37 cenzio Oreadino da Perugia flampar volle a di fefa del
di lui ritrovamento un dotto latino opufculo, il quale eflendo flato per
lungo tem- po fmarrito, fu ritrovato per diligenza del Sig.
Marchefe Maffei, che Io fece ritlampare nel to- mo fecondo delle Opere
del medefimo noftro Autore per lui raccolte (tf8). Che
dovico Vicentino i j 30. in 4. Ve- vifato dall' Accademia Sane/e *
di fopra di ciò il Foncanini nel- per quel che fcrive il Firenzuo- la
Eloquenza Italiana , a car. la nel Trattateli del Difcac- 37 6. ciamento
delle Lettere , impref- 11 Crefcimbeni nc’ Commenta- fo tra le fue
Profe. Tutto ciò rj al! Jffor. della Volg.Poef. Tom. abbiamo noi voluto
riferire , r. lib. vi. a car. 408. dice, che acciocché (ì vegga quanto
po- pcrché andò r Accademia indù- co a ragione fia (lato il Tris-
giando di pubblicare lì fatto av- sino dal Firenzuola tacciato di vifo,
Giovanciorgio Trissiwo ufurpatore. La qual cofa più fu il primo che de ff
e fuori un fi- evidentemente appare in riflcc- mil penfiero : indi
regiftra FAI- tendo, che il Tr i s s 1 n o avea fabeto Italiano coi
caratteri dal già medi in opera i Tuoi carat- Tr issino aggiunti , che è
ceri anche prima di dar fuori quefto; abcdtfgche gh j quello fuo
penfamento ; cioè kiljmnopqrustfu nella Sofonitba , fcritta , e
far. z v q x 7 th ph h: e poi dice I ta leggere, come dicemmo, fot-
cosi: In quel medefimo torno , 0 to il Pontificato di Leone X.lad- poco
dopo, M. Claudio T olotr.ei dove folamente nel principio del non gli
parendo, tra l’ altre co - Secolo XVI., come dice ilcita- fe , buono il
penfier del Tris- to Crefcimbeni , 1 ’ Accademia sino, ritrovò un'altra
manie- diSiena avvisò lo aggiugnimcn- ra, togliendo la forma de'Ca- \ to
di nuovi caratteri. rat ieri, che avevano a duppli- ( 68 ) Il fuddetto
Opufcolo carfi, dagli fi effi caratteri del no- dell’ Oreadino in detta
riftampa fico alfabeto , Cime appare dall' è cosi intitolato : Vincentii
Orca- alfabeto , che fiegue : a (T c d dini Perufini Oprfeulum , in
ecf^gh lilmneopqr 1 quo agit utrum adjcìtio no va rum sftv-t/uz z . E
quefio | litter aratri Italica Lingua all- (foggiugne il Crefcimbeni) noi
quam utilitatem peperit : Ad crediamo, che fia l’ alfabeto av-^Thomam
Severum de Alphamt Vi- Digitized by Google
3$ La Vit a Che alquanti dementi di Greco alfabeto
pren- dere egli per aggiungerli al noftro Italiano, non. era
certamente per mio avvifo quella fconvcne- lezza, che gli antidetti
Scrittori (69) credetter- fi> condolila cola (come già notò il
foprammen- tovato Abate Salvini (70)) che l’Italiano alfa- beto fia
ftato altresì di parecchi altri caratteri Greci formato. Tuttavia non
riufcì affatto inu- tile il di lui penfamentoi perchè due delle nuo-
ve Lettere da lui propofte, cioè H, e Kv con- fonanti, veggonfì oggidì
univerfalmente abbrac- ciate dagli Scrittori, anche Fiorentini, come
ne- celfarie a torre ogni equivoco delle voci: onde a ragione diflc
il predetto Signor Marchefe Maf- fei (70j che * Luì » han» obligo’ le
Jlampe dì tut- ta C Italia , che le u fatto perpetuamente . Laonde
non bene fi appofe il celebre Signor Domenico Ma- ria Manni ,
Letterato per altro eruditismo , e dìgniflì- Virum
eruditijpmum , & Cenci- I la noftra lingua habbia bi fogno/ vcm
Optimum . Girolamo Ru- 1 delle Lettere aggiunte dal DRts- ccllai nelle
fue note all’ Orlon- sino, & dal Tolomei cc. doFuriofo dell’Ariofto
della cdi-| ( f>9 ) Cioè il Tolomei, e zionc di Penez.ia > aM re
J[° ] Firenzuola nelle Opere loprac- Eredi di rinccnz.io Talgrìfio , '
cerniate.. 1580. in 4 . a car. il. facendo! (7°) Profe Tofcane , In
Ft- un’ ofT.rvazionc gramaxicale fo - rence , nella Stamperia
diS.f. pra la voce corrò ( accorciato A. -per I Guiduecit e Franchi »
dal verbo coglierò) con cui l’A- 17 2 5 « 4 * P ar * P 1 * 012 Acz. 48.
liofto comincia la danza 5 8. del ; a car. 523. primo canto*, dice
cosi : Et in j ( 7 1 ) lucila Prefaz. alle Ope- qutjtt tai voti Ji
cottofee quanto , re del noftro Autore a car.xxx. • Digitized by Google
DEL TRISSINO. 39 dignifTimo Accademico Fiorentino > in
dicendo nelle , fue Lezioni di Lingua T ofeana ( 7 l)j che 1 ’ /
confonante i cioè quello , che j lungo fi appella , conte trovato dal T
RISSINO , e da Daniello Bar t olì po/lo in ufo , non è ricevuto da per
tutto : e pure egli ftefio Io usò nelle medefime Tue Lezioni (73)*
Mon- fignor Fontaninij da cui fu UTrlssino chiama- to
(72) In Firenze 1737. nella] sintonie Muratori , legnata dì
Stamperia di Pietro Gaetano , Venezia li 12. Marzo 1701; fì-
Viviani. in8. a car. 43. 1 gnificandogli la allora frefea e- (73)
Bene è vero, che l’ufo I dizione delle Poche degli anti- di quello j
lungo , o fia con - 1 detti d*ue poeti Vicentini, dif- fonance , ritrovato
dal T r i s- 1 fc , avere quelli in dette loro sino, fcfu abbracciato
univcr. poefic pretefo di ravvivare l’ or- falmente nel plurale de’ nomi
, I 1 agrafia fcrupolofa del vecchio che nel numero del meno fini- Lr
Trijftno , ftnza però quelli f cono in io di due fillabe , in epfilon , e
quegli omega , co' qua- cui Vi non lìa gravato dall’ ac- li voleva
imbrogliare iinejlro al- enato, come vizio t vario , eli- fabeto
Italiano. Colle quali pa- mili, i quali nel maggior nu- ! cole troppo
veramente difprez- mcro più rettamente il ferivo- jzòe quelli poeti, e la
buona vo- no col detto j lungo in ifcam-llontà del Trillino, la quale,
co- bio de’ due ir, come a dir vi- me è delio, non riufeì affatto
zj , varj ; fu rifiutato l’ ufario do- I inutile , vcggendoli abbraccia-
po l’L in luogo del G c dell* E | te dall' Accademia medefim* nella voce
EGLI, c in luogo del | della Grufca le due fopraddettc G nell’articolo
GLI, feri vendo ; Lettere J, e F* confonanti , come LJI, come fece fempre
il Trissi- ' fi può vedere nel fuo Focabola- no. La qual maniera di
fcrivere fu I rio alla lettera I. §. xi.j e alla poifeguitata, ma con
poca lode, j Lettera F. La lettera poi delZe- da Andrea Marana, e da
Antonio no è Hata ultimamente pubbli- Bergamini, amendue di Vicen- cara
in un coU’ altre lue erudi- za, uomini per altro di lette- 1 udirne
lettere in tre Volumi, ed ratura Italiana, Latina, e Gre-| è a car. 44.
del primo , che ha ca molto intendenti. Il Sign. I quello titolo :
Lettere di jìpo- Apoflolo Zeno, di Tempre glo- fole Zeno , Cittadino
Fcnezia- riofa, e a me cara memoria in ! no , Iftorico e Poeta Cefareo.
ec. una fua lettera al Sign. Lodovico I Folumt primo in Fenezia
1752. I * 1 - Digitized by Google 40
-La Vita tO (74) Novello Cadmo , C Cadmo Italiano , fu di oppinione,
edere ftata altresì invenzione del medefimo noftro Letterato 1* ufare la
z j n cam- bio del t dopo vocale , e innanzi all’ /, cui fegue
altra vocale, come nelle voci vìzio , malizia , e fomiglianti(75).
Ma, per pigliare il filo principale del noftro racconto, l'anno
1525 . ( nel quale il Re France- sco I. di Francia eflendo ritornato in
Italia, don- de l’anno avanti era ftato cacciato , e avendo già
prefo Milano , attediava la Città di Pavia, la quale fu appreflò liberata
dall’ efercito di Car- lo V- > che mife in Sconfitta 1* ofte Franzefe
, e fece affrtff» Pietro Falvafenfe . i n 8.
(74,) Nella Eloquenza Italia- na a car. 36. e 339. (75)
In proposto delle Let- tere aggiunte « Valerio Ccntan- nio. Medico
Vicentino, di cui parla lodevolmente il Marzari ■ella tua Jftoria di licenza, a car. 183. fcriffe al Trissino il feguente curiofo Sonetto , che ci fu comunicato dal più volte men- tovato Sign. sportolo Zeno . ì’O grande A» tji Urici nominato. A dijfertnlia Ai quel, cb‘ i tu ir. a ■ rii VE difl'
ignudo i 1 di pie» valo- ri, A luta ai Alph' al Giet"
accorti pugnato i Ch* nel fcnvir Tofcan ha ritrova •
to Voflr’ alt’ ingegno i facindo maggiori Numcr di Lettre :
eh’ in vano ti- no’i Si anno a chi nin ha 'l cervi !
fia catoi 1 Verrei faptr t Si noi Urica Scrittu-
ra Leggenda > dtbben ritener* il futi-, no,
Che nel Uggir Tofcan Kiara fi fin- ti. Ri ff tendete
Signore che la cenfura. Et gran judicio vofira , a mt tal
fono, Qual Sol ad g orno : a nette fio- co ardiate.
Andar mi vi in a minte D' addimandar 1 fi l' Ita Gri't
» timi La voce t eh' a V E Taf co fi ceti «
m». Et forfè dicttn bini Quelli, che voljan pir
ditti d' Hv miro L' Ita fuonar s cimi il Taf cu E pri-
miera . Bramo faper il vero. Adunque fa- fi l' O Tofcan
antico Terrà ’l fuun d' il Grt co 0 :cht mi- nor dico.
Il Servo di Veflra Magn. Valido Cintannio-
Digitized by Google DELtRlSSINO. 41 fece prigione il
Re fte{fo(7 Papa Clemente impiegò in varj negozj il notlro Giova n gì
orcio. e intra gli altri lo mandò una volta Oratore al- la
Repubblica di Venezia C 77)» e ' [ferma per la concordia degli Ma
quel [degnato , horntil-vente fiero * Scrittori , c per lo Elogio, che
Con Pungine, ri rofiroil batti , elo '^tfU Chiefa di San Loren-
dìmtna Si fai lamenti , eh' ci fuggendo a fina Hcrfer lo
[campo f ho trova fenderò . Tal che aebaffata in lui fi» con
gran fretta , Et forfè affatto fjenra l'arroganza ,
Che tutta Europa già foft in itlanza: ! dal Papa folte il T R I SJ I II
O Ottd'io tengo nel cor ferma fgtranza , mandato Nunzio prima alla
Rc- Che il Citi farà dei torti afpra ve »• pubblica di Ve.'CZÌa, e poi
all’ detta | Imperatore: ecco le fue parole: ACriflo fatti ,§
a tuttala fua fetta .1 >} Clemcr.tis Septimi acerrimi (77) Cosi
afferma il Tris-',, teftimatoris nutu ex Romana sino medefimo nella fua
Ari».',, Curia ad Carolum Carfircnt ga, dicendo: Papa Clemente fu' „
Nuncius cfl elc&us : inde ad eletto al Pontificato,.,. S. Santità ,,
SapicntifTìmum Vcnetorum fubito mi fcriffe uno P, rieve , ri- „ Scnatum .
« In ciò fu egli cercandomi , ch'io dove/fi andar (e guicato dal Signor
Marchefe a Roma , & io col confenfo, CT I Maffciìad Ri fretto deila
P'ita del I zo di Vicenza allato all’altare idi
detto Santo fi legge, e die I di fotto tra feri veremo . Gio-
ivano! Imperiali nel Afufeo Jflo - \rico a car. 44. lafciò fcritto,
che Digitized by Google 42 La Vita
gno dì parttcolar menzione fi è un altro pubbli- co contralfegno
deiramore , che gli portava. Ciò fu l’anno 1530. in occafìonc che dovea
corona- re folennemcnte in Bologna l’Imperatore fud- detto (79)1
imperciocché, fecondo che affer- mano alcuni Scrittori (80), e appare
chiaro da una del T r i s j i n o , e da altri :
ma ficcome quelli Scrittori non ci daono il tempo di corali
Lega- zioni , cosi noi non ci facemmo fcrupolo in notarne pri ma
una che l’altra; e tanto più, quan- to che può edere veramente
, clic andafle egli Nunzio a Sua MaclU Cefarea molto tempo
dopo di edere dato Oratore a Venezia , cioè dopo il Sacco di Roma
fatto dagl’ Imperiali nel IJZ7. , in cui effendo dato di- tenuto Io
Bello Pontefice, e poi liberato per commillìonc dell’ Imperatore,
edo lo mandò a ringraziare per un fuo Nunzio, accennato folamente
in una Let- tera di congratulazione, che Io Redo Imperadore al Papa
riferir- le in data di Burgos addi xxn. di Novembre di detto annoi
517.; la qual lettera Ci legge nei to- mo primo delle Lettere di
Pria- dpi » ecv raccolte da Girolamo Rufcclii , Ja Veneti a
appre/fo Giordano Ziletti, 1564. in 4. a car. no. a tergo; fe pure
ciò non fu l’anno 1529., cioè do- po la pace tra loro fatta in
Bar- cellona, di cui parla, tra gli al- tri , il Guicciardini nel
terzo degli ultimi quattro litri della fua Ifi$ria\ avendovi
una lettera di Sua Madia al Papa in data di Genova addi xxix. di
slgo/lo 1519., che fi legge nel citato tomo delle fuddette Lettere
di Prinnpi a car. 123.» nella qua- le fa menzione di un fuo
Nunzio con quelle parole : Ha- vendo intefo dal detto Duca ,- &
da' Reverendijfmi Cardinali . fuoi Legati ...., & dal SUO
NUNZIO ,. & Zmbafiiatore , cc.....; il quale può perle fud-
dette cofc fondatamente creder- li , foflTe Giovangiorgio. (
79 ) Carlo V. fu coronato da- Clemente il giorno di San- to Mattia
Apoftolo, cioè a dì 24. di Febbrajo: ed è JlTervabi- le, che nei
mede^mo* giomcr egli e Ila nato , ed abbia prefo i fegni e gli
ornamenti d’ Im- - peratore. Si vegga Alfonfo Ul- loa nella Vita di
Lui molto eru- ditamente feri tra- ( 80 ) Gio: Imperiali ,
Mh- faum Hi/l or. a car. 44. Toirmia- fini Elogiaste, a car. 53. e
Pao- lo Beni Trattato dell' Orig. del- la Famigl. Trijf. lib. 2-
manu- fcritto, a car. 34., ove nota anche di malevolo il
Giovio, che riferendo paratamente tale folcn-
Dlgitized by Google DEI T R I S S I N O. 45 una lettera
manufcritta del noftro Autore mede- fimo (81), da tanti Principi e
Cavalieri, che a tale folennità fi trovavano , Clemente tralcel- fe
il TiussiNoa portargli lo ftrafcico Pontificio; .onore» che per innanzi
era /olito farli a Perfo- naggi di nobililfima Schiatta, e molto
qualificati. Si trova fcritto apprelTo qualche Autore (Si),
che Carlo V. facefie conte e cavaliere fi noftro Giovangiorgio» e lui co’
Tuoi difendenti privile- giaffe, che potefse mettere nd/arme
dellaFamiglia la Imprefa del Tofone , c fi potefle in oltre
dinorni- nare dal vello d'oro. Noi non vogliamo ora di- làminare,
fe ciò fia vero, anzi il crediamo; che conte e cavaliere egli fteflò in
qualche Tua lette- ra s intitolò (83), e alzò la detta Imprefa» con
foprapporvi il mòtto Greco to zhtotme. ;non aax2ton (84), prefo dall’
Edipo di Sofo- F 1 eie folennkà , nulla facefle del
Tri jliN o menzione. ("8 1 JvQucfta lettera di prò. prio
pugno* del noftro Autore | c tra le altre lue manuferirte, cd è
'quella, che diramino più d’una volta in quefta Vita , fcritta da
Marano all’Arcipre- te Giulio fuo figliuolo, fegnata 18. A/arz.0
IJ42. In effa egli parla cfprcffamentcdi quefto ét- to ,
ricordandolo al figliuolo qual /ingoiar h*neficiodal Pon- tefice a
fe ufato. ( 8a_) Cioè approdo il Tom- mafjni, Elogia
cc.-, a car. 54. c ’1 P. Rugeri , T ratina ec. a car. xxxin.
( 83 ) Veggafi la lettera di lui al Reverendo Prete Francefco
di Grugnitola già fopracciiata, all’ annotazion. 3.C 26.
( 2 4) Il Fontanini nell’£/tf- quentLa Italiana a car. 380.
rife- rire e fvariatamctwequAlo motto, rcrivendo in quefta guifa T
o 2HTOTMENON A A ftTON* diche fu appuntato dal Signor
Marchcfe Ma fife i a car. 8j. dell’ Fiume d’ elio libro del
Fontani- Digitized by Google 44 La Vita
eie (85)} che lignifica conftguir chi cerca ma nsn chi trafeura ;
ed anche ftamparc la fece o ne’ frontefpizj, o in fine delle fue Opere.
Si vuole bensì avvifare, che fe egli ebbe dall’Imperatore
Maflìmiliano primieramente» come abbiamo ac- cennato al di fopra, e poi
ancora da Carlo V. il privilegio di potere l’arme gentilizia
adorna- re di detta Imprefaj come tengono alcuni (86), e come forfè
volle dire il Signor Marchefe Maf- ie i, quando difle (87), che il
Trissino imperaci ere Maffìmilian » riporto il Tofon d’ Or o\ e fe
; egli fu ni, che approdo citeremo, trat- to delle fue
OffervaiÀoni Lette- rarie , fn Serena nella Stampe- rìa del
Seminario per Jacopo Sal- tar fi 1738. in la. Articolo VII. a c.vr.
103. ('85. Verfo 110. (86) Nel fopraccinnaro Elo-
gio, che è in San Lorenzo di Vicenza, fi legge: Aurei fuci- lerie
infìgnibui , & Corniti* di- gnitate prò fe, & Pojlerit ab
iifdem Impp. ( MaKimiliano , & Carolo) decorato . Il Padre
Rugcri nella Trotina &c. a car. 33. pare che affermi , avere il
T rissino avuto il fuddetto privilegio da Carlo V. , poiché gli t
cbbc niarfdatoa donare (co- me diremo ) pel fuo figliuolo . Ciro il
Poema dell'Italia Li- berata da' Coti. Quelle fono le fue parole :
T itm vero P o s T- Q.U A m ledi 1T1 mai cjtjitm fiiius
Cyrus , poema iliaci eidem Caro- lo V. patrie nomine donariam
confccrauit , Aurei Velie- ri s Agalma dimidiato in Umbone fui
Aviti Stemmati! , Imperai or is auttoritate , & con- cezione
appingi voluìt , quo fa. cilius hac velati tejjcra, è fuo Pipite
dedali a Sobolet, ab aliis & Laude, & Vice ti * , f amili*
nobilijfm*, & numcro/tjfimafur- culit dignofeerentur .
Contutco- ciò noi troviamo* erteti* Gio- va» Giorgio denominato
dal Vello d' Oro ^rima che Ciro prc- feniaffc il detto Poema
all’Im- peratore. Può effere bensì, che avendo egli avuto da
Maflimi- liano il detto privilegio, con- fermato poi gli forte da
Car- lo V. { 87) Nel Riflretto della Vita del noffro
Autor , preme fl o la rirtìmpa delle fuc Opere. Digitized by
Google DEL T R I S S I N Ó. 45 ■egli fu veramente da’ Monarchi medefimi fatto Cavaliere; non dee perciò dirfi,
che forte egli da efli fatto Cavali er del Tofo» d'oro:
concioflìac»- fache non fia mai fiato il T rissino arrolato in
quell’ordine (88). Le fa- f88) Che ciò fia vero,
ba- Trissino, che non era da fievolmente è provato dal Fon- trafeurarfi ,
quando veramente canini nella Eloquenza Italia- vi [offe fiato; e ciò
tanto meno, va , ove a car. 380. dopo regi- che in quefio affare ci
entrano Arata la primiera edizione del anche gli Araldi, 0 Re £ Armi
, Poema dell’ Italia Liberata da' per ajfegnare a ciafcun Cavalie-
Goti, così lafciò fcritto. Qui re lo Scudo, e /’ Infegne , tutte in fine,
e in altri fuoi libri fi le quali Ji leggono efprejfe dal vede la pelle,
0 vello d'oro del C biffi elio . E a car. 474. dopo Montone di Friffo ,
da lui fof- j aver regi fi rato i Difcorfi ini or - pefo a un Elee in
Coleo, e cu- f no alla Tragedia, di Niccolò fi adito dal Drago
Volendo | Rolli., tornò a dire, come fc- il T R 1 ss 1 n o con
quefia fua 1 guc ; Effendofi già mofirato non Imprefa alzata all'ufo di
que' \fujfi fiere, che il T rissino, tempi alludere alle fue lettera - 1
comecnè talvolta fi dicejfe oAr. rie fatiche , e da fe ancora in- \ Vello
d’oro, e meritaffe per - titolanàofi dal Vello d’Oro . j altro ogni
onore, foffe perciò Ca- .Ala non per quefio egli intefe di valier del
Tofone , perchè meri - far fi Cavaliere dell'Ordine del 'tare non vuol
dir confeguire , qui T ofone - E poco apprelTo ; L'\fi può aggiugnere ,
che quefio Su- • Ordine del Tofone fu conferma- premo Ordine , detto in
latino to dai Sommi Pontifici Eugenio Vclleris Aurei , nelle lingue voi
- IV. e Leone X. ; e Gianjacopo gari fi chiamò del Tofone . ...
Chifflezio ha data la ferie de' Nè può effere inutile il ridurfi
Cavalieri » e de' Uro fupremi a memoria, come ne’ tempi del Capi dalla
prima fua ifiitud-o- Trissino fiorì /’ Accademia aie fino a Filippo I v.
Re di Spa - degli Argonauti conquifiat ori del gna, erede àe’ Duchi di
Borgo- Vello d’Oro, poco fipra acc ca- gna: e ne ba fcritto ancora un ,
nata* Se poi egli fi diffe Co- temo in foglio Giambatifia A/au-j me;
& Equcs , ciò nulla impor- rizio e altri pure han- ita, petchè non fu
foto a chia- na pubblicati gli Statuti dell' ' mar fi in tal guifa . 11
Mar- C'rdine, e gli Elogi de' Cavalle - 1 cii'eje Maffci nell’ E
fame del ri: ma fenza alcun merlo del [ (udektto. Libro del Fontanini
, Digitized by Google 4 fìccome l’altra volta,
la fentenza incon- tro. Tuttavolta collo ro infiftendo, agli
Auditore Vecchi appellarono di ella fentenza, dai quali fu poi
rimeffa la Caufa al Configli dì xl, civìl-Nuo- vo. Ma quella volta Gì
ovan Giorgio delibero di orare elio pubblicamente , e dire in
Configlio le fue ragioni : per la qual cofa comporta in comunal
dialetto Lombardo una forte Aringa (pi)» sì bene, e con tale efficacia
davanti ai Giudici la recitò, che all’ultimo (pi), con gran- de
feorno e rabbia degl’ incaparbiti Comuni, egli fentenziarono a di lui
favore (p$). Sera egli ammogliato la feconda volta a Bianca
(P4). figliuola di Niccolò Trillino, e di Cateri- na Ver-
» ( 9 1) Quella è l'Aringa da noi citata sì fpctfo nella
prefen- tc Vita-, e Cc nc conferva copia nella Libreria de’Cherici
Re- golari Soraafchi della nolìra Città di Vicenza.
(92) Avvitatamente s r è det- to all' ultimo , perciocché non
tappiamo, che il Tri ss ino per la narrata cagione piatile più
colle dette Comunità : ben è vero, che i di lui Poderi ap- po fua
morte ebbcro«a foffrir da colloro per lo ftctTo motivo nuo- vi
difturbi . (93) Crediamo ciò fofle o' nel principio dell’anno
x 5 3 1. ? 'o nella fine del precedente; e | lo argomentiamo
da ciò che e* 'dice nella citau Lettera al Pre~ ! re di
Grugnitola , ed è; Le cofe | della [acuità mia dopo molti tra- |
valji fono quaji tutte rajfcttate, e trovami manco povero ch'io '
fojft nati, I « ♦ quella
.ftponda fua | moglie fa il T r iss 1 no ono- ratole njènzione nc‘ fuoi Ritrat- ti > Citila» Re (fa fi parla
altresì con lo.Je’nel libro intirolaro:7" at- te U Dgnne
maritate , Vedove,, è’ I)ongeil/ \ ptr Lugrezio Bec- candoli
Bologne fé *»/ magnanimo’ Ai, Fr ance [co elei Scolari , Ere- siano
, Digilized by Google j N -
4? L A V I T A na Verlati (p?), e già vedova di Alvife Tri
Ar- no (ptf): la quale partorì a Giovangiorgio u n
figliuol [ciano, [no Signore . in 4» fcn- za
efprcffione di luogo» anno, e ftampatore. (9 5 ) Se il
Tommafini negli Elogi, a car. 53. dicendo:,, De- ,, funóto Leone X.
in Pacriam rc- „ diic.... Anno mdxxiii. fe- » cundas cum Bianca fui
Sxcu- 3, li Helena , Nicolai Triffini », Vidua nuptias contraxit :
« volle dire , che Bianca, quan- do fi fposò a Giovangior-
g 1 o foffe vedova di Niccoli Trillino» prefe certamente uno
sbaglio , come lo prefe il Sigi Apollolo Zeno nella Galleria, e gli
altri , che ciò affermano apertamente. Imperciocché Bian- ca non fu
vedova , ma figliuola di Niccolo Tuffino, come dalli fc- guenti
Alberi dal Sig.Co: Anco» nioTriffino del Sig.Co:Piero, corr
umaniflìma gentilezza fommini- llratici, evidentemente appare»
1. i. . i . Birtolommeo Trillino. NICCOLO' Tullio©» Cafparc
Trillino» in in in Chiara Mirtinengbi. Caterina Verlati»
Cecilia Bevilacqua. 1 L 1 ALVISE BIANCA.
CIOVANGIOR.GIOPoet.ec» in in in BIANCA di Niccoli 1.
ALVISE di Battolar»- BIANCA di Niccoli Trillino ; da cui la li- mio
Trillino . Trillino , da cui li Nob» nei del Nob- Sig.Co: a.
GIOVANGIORGIO Nob. Sigg. Co. Co. Ci- Piero. Tuffino Poeta ee. r® , e
Nepoti Trillino • Senza di che Paolo Beni ncljwe/rfe, figlio unico
(cioè di Ma- Trattato dell' Ori*. della Fa ! fchi ) ec. In oltre dalla
Scrittu- migl. Triff. lib. 2. Manofcritto, ! ra nuziali d’ effa Bianca ,
fe- dove parla delle Donne illufiri | gnata addì 18. di
Febbrajo.... della detea Famiglia, venendo | fatta col fuddetto Alvife
Trif- a Bianca, dice; Bianca peri fino, fi ha non pure che effo la
fuafingolare belletta merita-' fu il primo fuo marito, madie mente
chiamata l' Helena della j il valore della fua Dote fu di Du- fua età,
hebbe due mariti dell’ | cali tremillccinqucccnto , cioè ifteffa
famiglia: fu il primo . di lire Vi niziane 21700. ; Dote Luigi figliodi
SartoiomeoTrif-' affli Cofpicua 3 quc’tcmpi. EJ fino , & di Chiara
Martine ri ] anclie di q-uefta notizia ci con» ga, a cui partorì 6. figli
mafihi, fediamo debitori al predato Si- ti' 2. fenmine : fu il fecondo
gnor Conte Antonio Trillino. Giovangiorgio, Poetaf (96) Alvif: Triflino fe
te» Gr Oratore, & hebbe Ciro-Cl>- \ ttamento del ijìi, , c poco
di poi t I Digitized
by Google del Trissi.no. 4P figliuol mafchio,
appellato Ciro, ed una fem- mina . Ora dopo qualche tempo nacquero
dif- fenfioni tra Bianca, e l’Arciprete Giulio, fi- gliuolo della
prima moglie d’effo Giovangior- gio: delle quali principal cagione fi fu
, che amando ella teneramente, ficcome è naturai co- ti , il fuo
proprio figliuolo Ciro , s’ adoprò in guifa , che il marito Umilmente
facefle, e fee- mando l’affezione fua verfo Giulio, lui più cor-
dialmente inchinalfe ad amare . Le quali cofe diedero apprelfo motivo
all* Arciprete di piatire lungamente col padre, da cui prctefe* e in
fine poi confeguì non poca parte di fua facoltà. In quello
mezzo la Patria impiegollo in un affare molto importante . Ciò fu
fpedirlo fuo Oratore (in uno con Aurelio dall’Acqua e Pie- ro
Valmarana, Gentiluomini Vicentini,) a Vene- zia per contrapporre ad una
troppo altiera ri- chieda degli Uomini della Terra di Schio, Di-
llretto di Vicenza. Volevano coftoro non iftar più foggetti al Gentiluomo
Vicentino, che reg- gevagli, e regge ancora con titolo di Vicario;
e però nel principio dell’anno 1534. ardirono di chiedere al Senato
Veneziano, che rimolfò quel- lo, un fuo Nobile Patrizio defse loro a
Retto- re . Ma sì giulle furono le ragioni da’ Vicentini G
Ora- poi fopravviffe; ficcome colla \o in quell’ anno, o l’anno
ap- iolita gentilezza mi fc certo il preffo Bianca fi farà a G
iovan- Sig. Co: Antonio Trillino fud- ciorcio rimaritata, detto,
fuo difendente; laonde Digitized by Google 50 L A
Vita Oratori addotte in prò della Patria , che non ottante
che Baftian Veniero, gentiluomo Vene- ziano, incontra nringifse, i
Giudici conferma- rono la giurifdizione della Città noftra, e con-
dannarono gli avverfarj a rimborfarla delle fpele dovute fare pel detto
motivo: loro davvantag- gio vietando penalmente di più contravvenire
a tale deliberazione (57). E per dire di altri onori , a cui
fu egli dallaPa- tria elevato, troviamo, che nel 1536. addì 27. di
Maggio era uno dei Deputati alle cofc utili della Città (p 3 >;
ficcome nel mefe fufleguente era Confervatore dette Leggi ( 99 ) : e
pochi anni appretto, cioè nel 1541. (100), fu ricevuto nel numero
di que’ Nobili, che formar doveano il Configlio centumvirale > detto
anche Graviffìmo , dcll^ Città , allora allora riformato..
Morì in que’ tempi il celebre Poeta Giovanni Rucettaii tanto amico
delnoftroTiussiNoi il qua- le fin dall’anno 1524. (nel qual tempo era
Cartel- lano di Caftel Sant’Angelo in Roma) avendo com-
(97 ) Veggafi io Statuto no-| ( 9 8) Statuto noftro fuddet-
firo lib. 4. pag. 176. a tergo . to, Lib. Novm Partium , pag. Noi
ci fiamo ferviti dcli’cdizio- : 197. a tergo. Qui il Trissino nc fattane
l’anno 1567. con ! è schiantato Dottor , &£qnes. quello titolo ^ Jhs
À/nnicipale \ (99) "Statuto noftro, ivi » l'iccntinum , cum
sìddit ione Par- png. 19H. a tergo.. tium Jlluftrijfimi Dominii . Vt - 1
(loo)Statuto cc.. Ivi, pag. nttiit , Motxvii. ad infiantiam I 185. c 186.
a tergo, cdanchcqui BartMomei Centrini. infoi. | il Trissjno è detto
Cavaliere. Digitized by Google DEL T R 1 S S I N O'.
51 compiuto il belliflìmo luo Poema delle /#/>/, non volle
pubblicarlo infinoattantochè il Tassino da Venczia> ove era Legato di
Papa Clemente, non foffe ritornato, perchè volea farglielo rive-
dere.. Ma non avendo' potuto ciò effettuare fo- praggiunto dalla morte ,
al fratello Palla , nel raccomandargli prima di morire tra gli altri
Tuoi componimenti il detto Poema, notificò tale Ilio penfamento :
onde quelli poi fauna 1 5 39. mandan- dolo alla luce, al Tm ss ino lo
intitolò (101). Intanto effendo la fopraddetta feconda fua
moglie Bianca pallata di quella vita l’anno 1540.. C102), le liti già
incominciate tra fe e’1. figliuol’ G 2. Giu.- ( IO * )
La Dedicatoria di Pai- 1 Antonio Volpi , il quale poi lai ta Rucellai al
Tr issi no è . fece pubblicate in un col Poc- fegnata *li Firtnzj addi
li. di ma ftdlbdelle Api, ecollaC*/- Gennajo 1539.5.6 in e(Ta affer- ]
tivazione di Luigi Alamanni „ ma di efeguite in Dirar ai templi di
Ciprigna , e Marte Le mie vittoriofe , e chiare palme
, ( l0 5 ) Cosìdiceegli nella De- dicatoria del Poema fletto
a Carlo V.; ma in una Lettera al Cardinal Madrucci , che ap-
pretto allegheremo, accenna d" averne Cpcfi xxv.
Digitized by Google L A. V I T A glieli, per efsere
anch’efso malato di quartana;- accomandando con fua lettera al Cardinal
Cri- ftofano Madrucci, Vefcovo e Principe di Tren- to, il Dottore
medcfimoi e pregandolo, che ali' Imperatore lo facefse introdurre-
Quelli sì fece; el dono fu fommamente gra- dito alla Maellà Sua, che
moftrò nello flefso- tempo gran delìderio d’ averne: ancora il
rcftan- te.. La qual cofa da Giov angiorgio intefa, ritornò
prettamente a. Venezia, e gli. ultimi di- ciotto libri, colla maggior,
follecitudine: a perfe- zionar fi diede; e poi fattigli ttampare l’anno^
1548., a quella volta pel figliuol Ciro gliel’in- viò; elfo altresì al.
lùddetto Cardinale raccoman-- dando con maggiore affetto-,, dicendogli,
che per la fua giovanezza egli più abbifognava di con- liglio, e di
ajuto (106): i quali libri da fua. Maellà. ( 106 )
Vegganfi le Lettere \ fiche fùe cTAnhi Venticinque*. dall' Autor noltro
fcritte a Sua ! che le avea dedicate c manda- Macftà , e al predetto
Cardina- te, grate le foffero Hate, e ac- le in propoli to di ciò,
inferite ! citte .■ foggiuogendo*. che nont nella, già citata Prefazione del | a vendo
ardi mento a chiedere co- Sig. Marchefe Maffei alle Opere j fa
alcuna , al perfetto giudici» di lui a car.xxt. xxn.. xxit 1 . 1 della
Maefià Sua,
come fapien-' c
xxiv.; in una delle quali , I tiflìma , c liberali/fma che era,, che è
a car. xxwi. al Cardina* | fi rimetteva . le indiri eca * fegnata di
Venezia I Qui vuol novamente notar- Giovcdì, addì x.. di Dicembre fi ,.
che dalPcHferfi il Trissino 1548., dice , che dcfiderava ,! in quelle
Lettere foferitto. Dal che da Sua Maefià fojfe noti fi- ; Ve ilo d’OKo,
chiaro» appare, cato ai Móndo per qualche ma- ! non aver egli avuto da
Carlo nifeflo fegno , che le vigilie e fa- [ V. per la Dedicazione del
det- to Digitized by Google DEL T.RISSINO.
55 Maeftà furono ricevuti collo itefso .gradimento , che i
primi. Ma per pafsare ad altre cofe, fu il noftro T r issino
familiare eziandio del Pontefice Pao- lo III., a cui nel .1541. efsendo
per andare (come in fatti vandò) ad abboccarli la fecon- da volta
con Carlo V. a Lucca, indirizzò «un fuo Sonetto ( 107 ) : e altra volta
certo vino mandoglf ,3 donare ; del qual dono, e deH’efser- fi
ricordato di fe , il Papa Io fece ringraziare pel Cardinale Rannuccio
Farnefe (108), grande amico del Trissino (iop). Nel tempo,
che il noftro Autore era lontano dalla Patria, ed infaccendato nel mandar
a lu- ce i proprj componimenti, l'Arciprete Giulio, che pure
continuava la fiera lite contro a lui -, •tutte le fue rendite fece
ftaggire: il perchè in fran- to Poema la conceflfìonc
di co- si denominarli , comcpare, che voIeOTc il P. Rugeri nella
citata ' Declamazione; ma fc pur da lui ! l’cbbe, come dicefi anche
nell’ Elogio dianzi mentovato, che in San Lorenzo di Vicenza
fi legge, certamente molto rem», po avanti la ebbe, cioè
quan- do in Bologna alla Coronazio- ne dell' Imperatore medcfimo
fi trovò prefente. (107) Quello Sonetto, che
incomincia: Padre , fot to' l citi Scettro al- to rifofa,
cc. | e che non è tra le fue Rime dcllà prima edizione ,
eflcndo j Hate molto tempo avanti ftam- pare^ fi legge nella
Raccolta dell' Atanagi , par. pr. a car 89, a icrgo \ e nella
edizione di Ve- ronaTom.i.a car. 377. (108) La Lettera di
quello Prelato al T rissino (cricca d’ordine del Papa, c in
data di Roma a dì jy. di Febbraio ,548. (109) Nella
citata Raccolta dell’ Atanagi a car. 90. fi vede un Sonetto del T r
i s s i n o al predetto Cardinale indirizzato. Digitized by
Google 5 r> L a V i t a granditfima ira montato
egli, fe tc-ftamento, e in tutto e per tutto Giulio difereditando , Ciro
inftitui erede d’ ogni Tuo avere; aggiungendo, che moren- do quelli
fenza dipendenza, gli fuccedelfero nell’ eredità del Palazzo di Cricoli i
Dogi di Vene- zia, e nel rimanente de’fuoi beni i Procuratori di
San Marco con ugual porzione . Dichiarò CommelTarj del detto Tellamento
il Cardinal Niccolò Ridolfi , allora Vefcovo di Vicenza ,
Marcantonio da Mula, e Girolamo Molino; or- dinando, che appreffo la
morte di fe, folle il fuo corpo feppellito fui campo di Santa Maria
.degli Angeli di Murano in un avello di pietra ijiriana: la quale volontà
mutò dappoi in un co- dicillo, ordinando invece, che volea cfsere
fe- polto nella Chicfa di San Baftiano di Comedo * territorio di
Vicenza, ce» ornamento di rofe , e lidia fepoltura 'vi fofsc polla quella
fempliee breve iscrizione; £uì giace ciò : G io AG io t ris- sino .
(iio) Pur finalmente anche quello piato ebbe; fine ma
Giovangiorgio fuori di tutto il fuo penfie- ro n’ebbe la fentenza
incontro, e dal figlio fi vide fpo- (llo) Si può
credere fonda- \Janiculo, 1548. in 8., introdu- t. -urente, che per aver
egli do- ì cede il perfonaggio nominato vuto (offerire tante c si fiere ;
Sìmitlimo Rabbatti a così fda- liù , avvifatamentc nella fualmare contra
gli Avvocati ; c Commedia de' Simulimi* contro a ogni forte di Im-
para in Venezia , per T olmmeo j gio . O rra-
Digitized by Googl DEL TRlSSI.NO. 57 fpogliato d’una
gran parte de' propri beni. Del- la qual cofa sì fi crucciò} e difpettò
che rifol- vette di abbandonare affatto la Patria* e lafciati prima
fcritti due molto rifentiti componimenti in fegno di fua indignazione
(ni) , andofsenc H dirit- O maledette fian tutte le
liti » JT uni i garbugli , e tutti gli Avvocati ,
Nati a ruina de f umane Senti, . Che fi nutrifeon degli
altrui dif canài * Difendendo i ribaldi con gran
cura'. Et opprimendo i buoni ; che i feelefii •
Gli fon più cari , e di mag- gior guadagno: Nè cofa alcuna è
federata tanto , *Che non ardifean ricoprirla , e
farla Rimanere impunita da le Leggi , Di cui fono
la pefie , e la ruina . Sono rapaci , e fraudolenti , e
pieni ~D' in fidie , di perjuri , e di bugie , S
end alcuna vergogna , e fen- z.a fede , Servi de l'avarizia ,
e del denaro . Mentre che fiato fon f, opra 7
Palaz.zo Quafi tutt' oggi in una lite lunga D' un
mio Parente , l' Avvo- cato awerfo : Tanto ha ciarlato
tc. Da quelle ultime parole fi può dedurre , aver egli in
ciò avuta la mira alle proprie liti. (■ni) I Componimenti die c’ fece avanti la fua ultima par- tenza dalla Patria, fono primie- ramente il feguente Epigramma latino , che fi legge eziandio llampatO' negli Elogi di Monlìg. Tommafini pag. j 6., ed anche tra le OpcTe del noftro Auto- re della riftampa di Verona Tom. 1 . in fine. „ Quatramus terras alio fub ■ 1 , cardine Mundi, f „ Quando mihieripitur frau- „ de paterna T)omus. „ Et fovet hanc fraudem Ve-
netum fententia dura , ,, Qux Nati in patrem com- probat
infidias: >» Qux Natum voluit confe- &um xtate
Parcntem, „ Acque xgrum antiquis pel- lcre limitibus.
„
CharaDomus, valea*, dulcef- „ que valete Pcnates, „ Nam
rnifer ignotos cogor adire Larcs. Indi un Sonetto, che fu in- ferito
nella Biblioteca Potante del Cinclli, Scansìa xxn. ag- giun-
Digitized by Google 58 L A V I T A dirittamente
all’Imperator Carlo V. , al quale cariflìmo era* da cui apprefso
licenziatofi , da Trento, fenza purpafsare per Vicenza, fe n’andò a
Mantova r e quindi da capo, tuttoché vecchio fofse, e molto gottofo , fi
ritorno a Roma, do- ve era Rato tanto onorato, ed amato ( 112 ). Ma
poco quivi fopravvifse, concioflìachè l’an- no 1550. tra per lo cruccio,
e per la vecchiez- za, pafsò di quella vita in età di fettantadue
anni (113). Non fi fa veramente ove fia di prefen-
giunta da Gilafco Eut elide» fc, Pafiore àrcade , ( cioè dal P.Ma-
nano Rude Carmelitano cc. In Roveredo frego Pierantonio Per- no ,
1736. in 8.: a car. 82. e 83. il qual Sonetto fu comunicato all'
autore di quella S con zia dal ! Cavaliere Micbelagnolo Zorzi , |
di cuifeperciòa car. 8+. lodevol menzione, E' notabile
l’errore cotnmef- fo da Luigi Groto , fopranno- minato Cieco
d’sldria, in pro- poli to di quello Sonetto nelle tue Lettere
familiari. In Vene- zia , preffo Gioì sintonia Giulia- ni , 1616.
in8.a car. 124.; per- che quivi parlando del Tr is- si no lo chiama
Brlsci ano, e Padre deir Jtalia Illustrata. (na) In alcune
manoferitte memorie intorno al noltro Au- tore, comunicateci
cortefcrr.cn- te dalla gentilezza del lodato Sig. Apoftolo Zeno ,
dopo 1 ' Epigramma e Sonetto fuddetti , ili legge come
fcguc. M. Zan- ! zorzi fece ciò per una lite, che \ veniva tra ejjo
, & P Arciprete | M. Giulio fuo figliuolo di la Ca - \fa di
licenza , ove dillo M. Zanzorzi hebbe una fententia centra in
Quarantia , & con queftà opinione andò a P Impera- tore, e
ritornato in Trento fen- za venir di qua per la via di Mantova,
Ticchio , pien di got- ta Il rimanente non s’ intende per
edere rofo il foglio. ( 1 1 3 ) Che il Trissino moridc l’anno
15 jo. conila non folamente dal concorde confcn- fo degli
Scrittori, ma da una Lettera di Giulio Savorgnano , fcritta a Marco
Tiene, gentil- uomo Vicentino , fegnata di Belgrado addì 29. di
Dicembre 1150.: della notizia della qua- le al già mentovato Signor
Aba- te Don Bartolommco Zigiotti ci confefflamo unicamente
de- bitori. Digitized by Googli del
TRissino. 59 preferite il fuo monimento } ma Autóri parecchi
hanno fcritto, eflergli ftata data fepoltura in Ro- ma medcfimo nella
Chicfa di Sant’Agata entro lo ftefso Depofito, in cui era ftato fepolto
molto tempo innanzi il famofo gramatico Giovanni Lafcari (114); e
Jacopo- Augufto Tuano nelle lue Morie) facendo di Giovangior.gio
molto onorata menzione) accenna) che gli fofse ftata anche fatta
una lapida» poiché dicc 5 che efsen- H. 2 do ^114) Tra
gli altri Scritto - 1 della Città coltra, di cui il P, ri , che addurre
li potrebbono, Rugcri avea fatta menzione avvi Paolo Beni , che nel T
rat- nella detta fua Opera a car. xxvr. tato àell'OrigMlla P amigl.Triff.
| dice come fegue . ,, Quoniam lib. 2. manoferitto, a car.
34. cosi dice : Partitofi ( il noftro Autore) nell' A. 72. della
fua et 4 per di f gufi 0 dalia Patria-, il che egli efpreffe con
alcuni verfi latini & volgari ( cioè l’ Epi- gramma, c*l
Sonetto predetti) li quali ferini a penna nella li- breria
Ambroftana di Alitano con altre molte fue compojìtioni non ancora
fiampate fi conferva . no , andò in Germania a ritro- vare l' Imp.
Carlo r., & ritor- nato in Italia per la via di Trento , e
Mantova pafsb a Ro- ma , ove morì , & fu il fuo Ca- davere
poflo in Depofito nella fe- poltura del Lafcari. E Olindro
Trillino in fine della DeclamazJone latina del P. Rugeti, citata di
fopra, da elfo fatta (lampare, traferi ven- do il già mentovato
epitaffio, che fi legge in San Lorenzo „ meminit Au&or
Epitaphii , „ Cenotaphio loann. Georg. •„ Trifiini Vice ti*
infculpto „ (Relliquum cnim tanti Vi- ,, ri, quod Claudi poterat,
Ro- ,, M.C in Tempio S. Agatb* in „ Suburra Conditu.m Fuit)
il- lud hic &c.“ E finalmente an- che lo Beffo Rugeri nel
citato luogo afferma , che Eius offa-, ( di G 1 o V A N G IORG I o
) , Roma cum Jo. Lafcari cineribut affervantur . Comunque lia
di ciò, fatto fta che al prefentc in S. Agata di Roma tuttoché
fuf- fiffa il fepolcro del Lafcari , non fuffifte più veruna
memoria del Tr issino; come ci fe certi il P. Girolamo Lombardi
della Compagnia di Gesù con fua lettera fcrittaci da Roma
addi 11. di Novembre di queft’ an- no 17} 2. Digitized
by Google tfo La Vi t a do diroccato il monimento
nella reftaura2ione‘ del Tempio (non ifpecifica quale^, ove era
Ila*- to feppellito, gli eredi Tuoi un altro gliene pofe- ro in San
Lorenzo di Vicenza nell’avello de’ fuoi Antenati ( 1 1 5 ) -
In fatti in San Lorenzo fi vede l’infrafcntto e- pitafio, opiuttofto
elògio, tante volte in queft3 VitA citato, da Pompeo Trillino , e da’
fuoi affini' fatto ivi fcolpire , non veramente fa 1’ avello' degli
antenati fuoi , come erroneamente ha la- rdato fcritto ilTuano, ma allato
all’altare dr detto Santo , a perpetua decorofà memoria di; un sì
grande uomo.- IOAN- ( 1 1 J ) lllujhis Viri J m obi
Au~ Xufii T hunni Hiftoritrum fui tem. pori s Ab Anno Domini i J43.
nfque Ad annum 1607. libricxxxvt 1 I. Gcnev* apud
Heredet Pctri de U Roviere 1616. in fol. Tom. I. lib. vi. pag. 100.
Ann. 1550. Lite. D. „ Obli c & hoc anno « I. Georgius Triflinus
peran- » tiqua, nobiliquc Vicetise fa. » milia, ad virtuccm, Se
lite- „ ra* natus , linguarum periti f- j> fimus» Se omni
Scienciarum ,, genere exercitatiffimus »> Roma
laboriofz virar finem „ impofuic anno xtaris lxxii. >» Diruto Monumento» dum
„ Templum inftauratur , in quo „ conditus fuerac , Hacrcdes al iud
i» ei ad S. Laurentii in Majo- „ rum Scpulchro Vicctia pò- »
fuerunt. Digilized by Googli 61 IO' ANNI
GEORGIO TRISSINO Putriti o Vicent. tAtn nobilitate ,
quarti dottrina , (fi integt itato Leoni Decimo , & Clementi VII. p 0
„t. Max. necnon Alaximil. (fi Car. V. Impp. aliifique Pfincipibus
acceptijfimo , Legationibus prò Cbrifiiana Repub. temporibus
difficillimit fattici cum oxitu apud eofdem per alì is :
Dacia inde Regi desinato . Jn Coronai ione Caroli Imperatorie ad
Sacra Palla Pontificia nitentis ferendi Syrmatis Munus ,
infignioribus Principibus ad hoc ipfum afpirantibut pofi habitis ,
Bononia eletto . Aurei Ve Iter ij Infignibus » (fi Comitis
dignitate prò fi » & Pofieris ab eifdem Imperatori b.
decorato. Apud Ser. Remp. Venetam fapixs Legati nomine de
Clodianis Satin ù , de Ve. rona refi itut ione ( 116 ), De Pace ,
Deq\ aliis negotiis gravibus re ad votum tran fatta. Sublimiori
gradu Sobelis ergo r confato. Operibut plurimi e cum antiquitate ceri
antibus elucubrati s. Rebus finis* & Pofieris eidem Inclyta
Reipublìca Ven. ex tefi amento commendatis . Vitaq;
religiofijfimì funtto Anno Aitai is Sua LXXII. Virgìnei vero
Partus A4. D. L. P ompejus Cyri Comitis , & Eq. fil.
unicus Superfies, Nepes, (fi Hares , AJfinefq; T anti
Antecefioris Memores pii, gratiq; animi A4. P.P. An. Salu.
A4. DC. XV. Non (116) Di ciò non facemmo [nc abbiamo
trovate tipruovc più fpecial menzione, perchè nonjficure.
Digìtized by Google 61 L A V I T A Non dee
tralafciarfi di qui trafcrivere altresì l’ Oda latina da Giufeppe Maria
Ciria fatta in lau- de del noftro Trissino ( 117) - j) FAma
centenis animata linguis » Aureo pergat refonare cornu 3>
Trissini Busto fuper 5 & jaccntés 33 Excitet umbras. 33
Fas ubi trilli gemuere lu e Lamino Perugino nel MDXXjy in 4.
. e C^enza luogo > anno> e ftampatore ) in in 8. (120).
e (Cón la SofonUba , i Ritratti , e l'Orazione al Principe Oritti )
In renezJat per Girolamo Penzio da Le. che, MDXXX. in 8. C
Venezia per Agoftino Sindoni MDXLIX. in 8 e finalmente in rerona
coll’ altre Tue Opere ( 1*1 )• li. EPISTOLA de le
Lettere nuovamente aggiunte ne la 1 2 > Lin- (120)
Nel Catalogo della Li - oreria Capponi, 0 Jta de' Libri del fa
Afarchcfe Alejf andrò (ire. gor io Capponi, Patrizio Roma-\ no ec.
C on Annotazioni in di- j verfi luoghi cc.. .. i n R oma ap- preso
il Bernabb, e Lazza. : rmi 1747. in 4. a car. 377 .| vedcfi
regillrata tale edizione;) ma farà forfè quella fleila, che fic fu
fatta unitamente co’ Ri- ! tratti, e colla Sofonisba , cd al- ‘
tro, da noi per altro non ve-| duta, che ha quelle note in fi-|
j ne P. Alex. Benacenses F. Be- na. V. V.; fecondo che dice
il j Cavaliere Zorzi nel Ragguaglio ! JJlor. della rita del T r 1 s
s 1 n o manoferitto, in fine> cd anche nel Difcorfo fopra le
Opere di lui , llampato nel tomo 5. della Rac colta A'Opufcoli ec.
in Venezia apprcjfo Crijtoforo Zane, i 7 jo. in la. car. jp8. Di
quella Rac- colta ne è benemerito Autore il celebre P. D. Angelo
Calogerà. ( 121) Tom. a. a car. 2 7 p. . Digitized by
Googlc -. rugino nel MDXXIIII. di Ottobre, in 4.
e m Venezia ( Tenz’ anno , e ftampatorc ( 13*)) in 8. e
( COn la Sofonisba , l'Epiflola de la Vita ec. , ed al-
(*27) Tom. 3. a car. 993. ( ia8 ) Tom. 2. a car. 201.
{ 12 9) Il Fontanini nel regi- ftrare nella tua Eloqu. hai. a
car. * 75 - la fudJetta edizione, prete uno fbaglio, notando
Venezia in vece di Vicenza. (130) Tom. 2. a car. 243. (
l ì*J Nella Prefazione alle I Opere del rioftró Autore a
car. xxx. ( 1 3 2 ) Si legga il Difcorfo del I
Cavaliere Zqizì {opra C Opere j del noftro Autore a car. 440. Nel
Catalogo della Libreria Cap- [poni, a car. 377. Ih regiftrata
[un’edizione di qucft’Opcra in j 8. lenza nota di ftampa, ma
quella Digitized by Google 70 L A V l T A
ed altro ) In Venezia per Girolamo Pernio da Ischi mdxxx. in
8. e V* net. per Ago/lino Bindoni MDXLIX. in 8. e
finalmente in Verona colle altre Tue Ope- re (133). Il T
rissino fcrifle quell:’ Opera a mòdo di Dialogo , e in ella lodò
parecchie Donne rag- guardevoli del fuo tempo i facendo tra le
altre menzione )come fopra è già detto) di Bianca fua feconda
moglie, chiamandola beiuffima giovinetta . Vi. Il Castellano, Dialogo ,
nei quale jì trae. ta de la lingua Italiana . In Vicenza ( fenza
nome dello ftampatorc, nè anno della ftampaj ma ter Tolomeo
Janiculo IJ29. ) in foglio. e ( colla Volgar Eloquenza di Dante) in
Ferrara per Domenico Alammarelli M D L XX X 1 1 K in 8.
Fu riita mpato anche tra gli Autori del ben parlare (134), e in
Verona coll’altre fue Opere (135). II TrissiNO mandò quello fuo
Dialogo a lo ili ufi re Signor Cefare Trivulzio , fottO il nome di Arrigo
Dori a ; e iperfonaggi, che v’introdulfe a favellare, fono
Giovanni Ruceiiai col nome di Ca/iciiano, il quale di- fende l’Autore da
quanto gli fu fcritto contro circa le nuove lettere } Filippo Strozzi ,
che lo Cdlfura, e gli quella forfè farà, che abbiamo]
(133) Tom. 1. a car. 267. accennata al di fopra nell’anno- . ( 134)
Tom. r. a car. 41. (azione 120. I (133) Tom. 2. a car. 2 19.
Digitized by Google 71 DEL T R I S S I N
O. .c gii
oppone le parole medcfime de’fuoi avver- sari ; e Jacopo sannazx.aro y
che difende le ragioni del Trissino. VII. Della Poetica;
Divisone i. n. m.*iv, Jfu riceva perT olomeo Janiculo da Bretfa
MDXXIX. di Aprile. in foglio . Monfignor Fontanini
regiftrò nell’ Eloquenza ita. liana ( 136 ) quelle quattro prime
Divijìoni in tal guifa : Dalla Poetica di Gìangiorgio Trijfmo ,
Divijìoni iy. in Vicenda per Tolommeo Janicolo 1563. in foglio: ma
flc- come noi non abbiami vedute altre edizioni , che la
fuddetta del 152 p. , e quella di Verona ( «37 ); e di altre non facendo
menzione nè il Fontanini medefimo, nè l’Autore del Caia -
lego della Libreria Capponi , nè ’1 Cavaliere Zorzi in
nefliina delle due fue Opere intorno al Traino, (138), nè
finalmente chi compilò la Biblioteca italiana (i 39); così crediamo
agevolmente , che egli in ciò fi fia ingannato . Lo Hello diciamo
parimente della feguente impresone delle altre due Divijìoni , da lui
notata i 140) fotto il 1564. (136) A car. 354. j 1718.
in 4. a'car. 191. num. 16, ( 1 37 ) Coll’ altre fue Opere, e 17. e
nell’Indice: Il Com- Tom. a. a car. 1- ! pilatore di quella Biblioteca
fu (138) Cioè nel Difcorfo /o-jNiccoIa Franccfco Haym Ro- pra
le Opere di lui, e nella Vita mano. del medefimo manuferitta. ! (
140) Neil’ Eloqnjtal. a car, { li9)Biblioteca Italiana cc. In
354. Venezia prejfo Angelo Geremia . | Digitized by
Google 7 2- La Vita , 5 che pure non farebbe il folo
errore conv meflfo dal Fontanini in quella fua Opera. Vili.
Della POETICA; V. e VI. Divifione . In Ve . - per Andrea. Arrivatene ,
MDLXIII. in 4. Sono fiate tutte ultimamente riftampate ì*
a?»»* coll’ altre fue Opere ( 141 ). Quelle ultime due Divìfioni
furono dedicate dall* Autore ad Antonio Perepoto Vefcovo di Aras ?
con dirgli > non aver loro data 1' ultima mano per effere fiato
in quel tempo grandemente occupato nella teffi.- tura del fuo Poema dell’
Itali * Liberata da Goti , Nelle prime quattro Divìfioni tratta egli de’
Ver- fi , delle Rime , e delle varie maniere de’ Li- rici
Componimenti volgari : e dice in princi- pio » che fé bene da molti Poeti
tra fiato pot tic amen* te Jcrittoy e con arte , pure nefiùno fin al fuo
tempo avea deir^r/ a voffra Reve- ( 147 ) Furono più volte
flant-j rtndìffìm a Paternità molto , & pata. V. fopra car.31. annor
55. | molto mi raccomando. ove s’c favellato di quefta Ora- i Da Cric
oli-, di luni, cin- cone . V‘t di Marza del mille cinque - (
148) Tom. 2. a car. 28?. cento trenta/ette, il tutto di (149.) In fine di
quefta Let- \ Fopra RevcrenditfmaTatermta. tcra fa il Tris sino menzio -
1 Giovanceougio Trissino. ile fuccinta eziandio di certi al - 1 Quefta
lettera non (apremmo tri Villaggi del Territorio di perchè non fi a (lata
inferita nel- Viectiza ; c poi termina con | la edizione di Verona
, quefte parole: A 1 on faro più I ( 15° ) ^ P inrgia appreffo
lungo , perciocché effondo Monf,-\ Pietro dei Nicolini da Sabbio
gnore Brevio noftre lo apporta- \ mdm. in 4 * * Car> 3 ^ 1, a tcr S 0,
tare di quefta, egli fupplirà a I (iji) Ivi» ed anche a car. bocca a
quello , che io bavero [383. in fine. Digitized by Google
DEL T RISSINO. 75 XI. GRAMMATICES introduci ionie Libcr
Primus . Verona afkd jintonium Putellettum MDXL. in 8. Fu
rijtempato quello Trattatello in Verona uni- tamente coll’altre fue Opere
( 152.) dove fi pre- mette un breve avvilo al Lettore , dicendo in
eflb, che la detta Operetta forfè è quella, che fittone. me di
Grammatica fi cip* da quelli , C hanno fatto U Catalogo dell'onere del
*oJItq T*is«no, e forfè ancora nella prima edi. itone fi è dallo
Stampatore coti nominata > Libro Primo 5 per rifletto 4' altro
giceiolo Libretto » che contiene le inflituzioni della Grammatica del
celebre Guari» Veronefi , e che figuitando- gli immediatamente , fui far
le veci di Secondo diquejfa materia . Non fi fa in fatti che il Tri
ss ino altri ne fa- cefle i e certamente altri non ne avrà compofti
, concioffiacofachè nulla manchi alla perfezione dell’Operetta
medefima* in cui egli attenendoli alla Italiana Grammatùhetta, tratta
compiutamente delle otto parti dell’ Orazione . K i
OPE- 1 — . . . „ (iji) Tota. i.acar.197.
Digitized by Google 7 « OPERE i
DEL TRIS SI NO >. In Verlì Stampate. XII. T A
SOFONflSB A. ( in fine } Jfampata in I v Rama per Lodovico
Scrittore , & Lautitio Pe- rugino intagliatore nel MDXXllU- del Me fé
di Luglio con p rohibitione , che nefsuno poffa Jfampare queft opera per
anni die- ce t - come appare nel Brieve concedo al prefato Lodovico dal
San . tifiimo Noflro Signore Papa Clemente VII. per tutte le Opere
nuove che 'Iftampa. in 8. Laltefià. Jn Vicenzjt per T olomeoj
articolo MDXXIX. in 4. e In Venezia ( con li Aitratti
I* Epiftola a Margherita Pia Sanlevenna y f Orazione ai Doge
Gritdj e la Canzone a Clemente VII.) per Girolamo Pernio da Lecbo
MDXXX. in 8» e ivi ( lenza la Canzone ) per Agoflino Bìndoni
MDXLIX. in 8. Ivi ancora (reparatamente) prejfo u
Gioliti mdliii. in 12. c Ivi per Francefco Lerenzini
MDLX, in 8# * e Ivi P” u Gioliti ( tratta dal fuo primo
efemplare) mdlxii. in n. - ■ ■*' £ Jn Gntovrfapprtffo Antonio
Bellone MDLXXII. in * e Venezia per Ginfeppe Guglielmo MDLXXVl- in 12, >s T UO- Digitized
by Google DEL TASSINO. 77 * Nuovamente ** Venezia
prejfo Altobello Salica- io MDLXXXI. in 12. Poi In
Vicenza prejfo Perin Librar o t e Giorgio Greco compagni MDLXXXV.
in 12. e in V me zia prejjo li Gioliti mdlxxxv. e mdlxxvi-
in n. e Ivi per Domenico Cavale «lupo MDLXXXV. ili 8.
e Ivi preffo Michel Bocobello MDLXXXXV. in 12. " Poi
ancora inVicenzA appreffo il Brefcia MDCIX- in i2. e in
V inezia per Gherardo Jmbcrti M D C X X. in 12 . Fu
riftampara eziandio unitamente con la Dpijtola de la Vita ec. (con
li Ritratti , e X Orazione al Doge Gritti) fenza nota di ftampa,
con cer- te note in fine, in 8. (15?) Finalmente fu impreffà
tre volte , in re. rena prej/b Jacopo raiUrji, F una nel 1728. nel
primo tomo del 7 Wr» italiano (154), l’altra nel 1729, colle altre
Opere del noftro Autore, (155 ), e la ter- (153) V.
fopra annotazione l2c. a car. 67. ( >54 J Di quell’ Opera
ne dob- biamo laper gradoni Signor Mar- chefe Maffei, il quale v'
ha pre- mevo ancora una dotta Prefa- zione , da noi altrove
accenna- ta, in cui difeorre molto eru- ditamente della Sofonisba,
che occupa il primo luogo. Quell’ Opera è cosi intitolata t
Tea-\ tro Italiano , o Jìa Scelta di Tra- j gedie per ufo
della frena ; ec. i in reron a prefso Jacopo Vallar fi 171S. in
8. { 155) Tom. 1. a car. 297. Tralafciando di riferire
le vcr- fiotti fatte di quello Tragico Componimento in altre
lingue, fedamente vuol di rii , efTere cf- fo fiato tradotto in
metro Jam- bico latino da Giulèppe Trilli- no
Digitized by Googl 1 7$ b A Vita la terza
nel prima toma del fuddetto Teatro ita- liano ultimamente
rillampato- Qui dovremmo ftenderci a defcrivere a minu- nuto le
bellezze di quella Tragedia, aia per non dilungarci troppo, ci
riftringeremo (blamente a riferire ( come di fopra prometto abbiamo )
le oppenioni di parecchi illuflri e chiari Scrittori fopra la
fletta , £ primieramente Niccolò Rotti, tanta ftima ne fece* che non pure
ditte ( 1 5 . che ella tra tutte le Tragedie de’ Tuoi tempi te-
neva il primo luogo? ma la fcelfe di più per materia de’ Tuoi Dimorfi
intorno alia t rogo dia. Angelo Ingegneri? Veneziano, laido lcricto
(157), non efler troppo agtvol cofa P arrivar P Arìoflo nella
Commedia , atrissimo nella Tragedia r del qual fentimentO fu pure
Giovambatilla Giraldi da Ferrara , per al- tro rigido appuntatore del
Trissino, dicendo ( 158 ), che tra’ noftri Comici è recito p
Ariofio eccellentijfmo , & il TrHsino nelle Tragedie ha riportato,
& ragionevolmente grandijfmo honort . Benedetto Varchi poi, uomo di
molta erudizione fornito, non dubitò di dire nelle fue Leudoni > là
dove trattò dei no, Cherico Regolare Soma- 1 meffaa*
fuoi Difeorfi intorno alla (cor la qual traduzione fta ma- j Tragedia .
V.’car. 1j.aonot.44. nufcritta nella Libreria de' P. P. I (157) Della
Poefia Rappre- Somafchi di Vicenza con que- 1 fentativa , & del modo
di rap - fta femplice ifcrizione: Sopho- I prefentarr le Favole Sceniche
cc. NUB/t Tragedia metrico-latina 1 In Ferrara per littorio Baldini
Paraphra/ìt . IJ98. in 4. a car. a. (156) Lettera a’ Lettori pre -1
( 1 j8 ) Ne' fuoi Difeorfi in- torno Digitized by
Google DEL TRISSINO. 79 dei Traici Tofani (159), edere ftato
il noftro CjIOVANGIORGIO il P R 1 AIO » che fcrivejfe Tragedie in
queJU lingua degne del nome loro. E flOIl pure il Vàrchi gli diede quella
lode* ma eziandio il fopraddet- toGiraldi, il quale nel fine della Tua
Orbecche in- troducendo la Tragedia a favellare a chi legge, le
fece dire cosi: £’l Tr ISSINO gtWtH , che col fno canto Prima
d Ognhn dd Tebro , e dall UH f so Già trajje la Tragedia all’ end e et
Arno . E a tralafciar altri autori , non fu minore la ftimaj
che d’efia fe il Signor Marchefe Maffei , il quale nella fua raccolta di
tragedie date a lu- ce Col titolo di Teatro Italiano , dando all 1
Sofonisba nel primo tomo il primo luogo, dille ( 160 ) , che
ella il primo luogo altresì occupa fra tutte quelle Tragedie, che dopo il
rinafeere delle bell' arti in mo- derne lingue apparsero ( 161 );
foggiungendo cfler mira. HI terno al comporre dei
Romanzi,] (160) Nel principio della delle Commedie , e delle Trage-i
Prefazione, o Difcorfo, che vi dte , cc. in Vinezia appejfo Ga - premette
. briei Giolito de' Ferrari , &\ ( 161 ) Avverte qui dottameli.
Fratelli , 1554. in 4 . acar.14jr.Jtc il Signor Matchefe, che ben-
( l 5 9 ) Legioni di A 4 . Bene- j che vero fia, clic avanti la So- detto
Varchi Fiorentino lette da' fonisba il nome di Tragedia in lui
pubicamente nell' Ac ademia J Italia fia ftato a’ componimenti
Fiorentina, ec. in Fiorenza per | volgari impofto , poiché, die’ Filippo
Giunti 1590. in 4. a car.J-egli, con queji' ijtejjo belliffmo 681 • ,
argomento una Tragedia abbia- ' mo , Digitized by
Google 83 L A V I T A è il ctfa, come la [rim a
Tragedia riufcifle cui eccellente: C po- CO apprell'o a fieri , che
chiunque no n abbia » come in molti accade , il gufo del tutto guafto da
certe Romanzate ftra- mere, non [otrà certamente non fentir/ì
maravigliosamente com. muovere dalle belle vue di queftaTragedia, e da' p
a fi tenerijfimi, c Singolari , che in ejfa fono. E finalmente in
un altro luogo ( 162 . ) lafciò fcrittOj'che vera e regolata Tra-
gtdia in quefla , o in altra volgar lingua non fi vide avanti la
Sofonisba del T R i s s i N o » a cui il bell' onore non dee invi -
diarfi d'aver innalzate le nofir.e /cene fino a emulare i fiamofi
efemplari de' Greci* Ma degno di (ingoiar lode 5 e d’eterna
memo- ria fi rendette il noftro Giovangiorgio per aver ufata in
quefta Tragedia una nuova ma- niera di verfi, e da veruno non prima
ufata, dico i verfi fciolti , cioè non legati dalla rima*, di che e
il Giraldi e per la condotta tanto fi allontanano dal
regolato ufo del Teatro , e dalla furia degli antichi Mae- flri ,
che non hanno fatto confc- guir luogo agli slutori loro fra ^ Poeti
Tragici; onde la gloriaci' aver data al Mondo la Prima !
Tragedia , dopo il riforgiment» 1 delle lettere , e delle bell'
arti, è rimafia al T r 1 s s 1 n o . i (162) A car. iv. della
fud* j detta Prefazione , o Difcorfo p.renjeflfo al detto T entro
Italia * no . I ( 1 63) Difccrfi cc. a car. 23 6.
! Di f par crebbe non altrimenti ap* 1 preffo noi una
Tragedia fe di ver- 1 fifo tutti rotti , 0 mefcolati cogl’ !
intieri , o co gl' intieri foli c'h.u j veffero le rime, fifle tutta
compì- fi a , che havtrebbe fatto appreflo i Greci , & i Latini
, fefujfeft at a 1 ccm . Digitized-by Google del T Ri
s s i n o; . ‘
Si Ivlaffei (154) afsai lodatilo, e dicono, che per- ciò gli debbe
fentir molto grado la noftra lin- gua. Ben’è vero, che vi fu (16 5 ) chi
a Luigi Alatnanui., famofiilimo Poeta Fiorentino , attribuì la
gloria d’aver prima d’ognuno pofto in ufo co- .tal Torta di verfii e ciò
perchè egli -nella Dedi- catoria delle lue opere To/cane dille d aver
mejfi in ufo i .ver fi fenza le rime non ufati ancor mai da' noftri
migliori. ,Ma come notò molto giudiciofamente l’eruditif-
fimo Signor , Conte Giovammaria Maz 2 uchelli [166) , o che l' Alamanni
contezza non ebbe della Tragedia del Trissinoj e però fi pensò d‘
efsere il primo a fcrivere in detti verfi , o che accennar volle colla
voce migliori qué’foli anti- chi fcrittorij .che fon venerati per primi
Maeftri L della é compofia di Dimetri , di
Adonii,\ Fiorenti* 15S 9. in 4. a car. 7. di Jindec afill ahi , ovtro di
éjfa- come pure il Bocchi nc’ fuoi E Io- metri, perchè le fi leverebbe
con' gj a car. 68., ed altri allegati la gravità il verifimile ; le qua-
\ dal Sig. Co.'Giovammaria Maz- li due cof* levatele , firimarreb-\ne
ucheìli nella Pira dell’Ala- re ella fenz.a pregio. Et però manni per
etto dottamente ferie— debbono aver molto grazia gli' ta , e (lampara •
in Verona per huomini della nqfira lingua al ! Pierantonio Berno , 174 j.
in 4. T R 1 s s ino , eh' egli quefli ver- j unitamente colla
Coltivaz.icne Ji fcielti lor dejje, ne' quali la j dello ftcflfo
Alamanni, c colle Tragedia pigliale la fede della \ Api di Giovanni
Rucellai , fu* Maefià con vera fembianzut amendue gentiluomini
Fioren- atl parlar communi* I tini . (164) Nella Prefazione
al j (166) A car. 47. della pcc’ Teatro italiano. I anzi citata Tita di
Luigi Ala- ( 1 65 ) Il Poccianti nel Cata-j manni. logo
Scriptcr, Florentitiorum , I Digitized by Google
Sz L A V I T A della Poefia. Fatto fta però avere il T rissi
no» come già è detto» la Tua Tragedia comporta vi* ventc Leone X. a
cui la dedicò » cioè a dire prima che l’ Alamanni fcrivefle le Tue Opere»
che furono ftampate nel in 2 * (*^7)* E perchè v'ha una Commedia di
Jacopo Nar* di, Fiorentino, intitolata amicizia (j e dell' ortografia
antica della predetta Commedia , e fu Taverla il Nardi
chiamata nel Prologo fabula nuova , c primo frutto di Ytvovo autore in
Idioma Tofco , decife francamente > ef- fcr la piti antica , e la
prima di tutte le Commedie, che fi vedeffe feruta in 1/crf, Italiane:
aggiungendo, che dal- le quattro stante ftampate in fine di efla
Com- media ( 172), appar chiaro efier efifa finta compo- L 2
fila * I. ■ " L - - u j , j (170) Il Crefcimbejoi nella [che
egli verarnente prete yno Star, della l^olg. Poef. dell’ edi- 1 sbaglio, perchè il Varchi dille zione di Venezia* tom. r. lib.
folamcnre, che il Nardi usi in lib. J. a car. 1 1 V parlando del ! una
fua commedia i verfi fciolti. verfo fciolto j dice, cheiIVar| (171 ) A
car. 4J5. e fcg. chi, lafciando indubbio, fe il J (171) Quelle Stanze
fono le Tris e dì guerre accefe in Tofcana, e per tutta l' Italia :
il che (dice egli) pienamente corriffondt all' annoi 494. in
congiuntura del. la venuta del Re Carlo Vili, in Italia-, e della
cacciata de' Me- dici da Firenze . Ma quanto egli favellale a
capriccio? ognuno-, che fiore abbia di letteraria erudizione , può
agevolmente chiarirfene. Conciolfiacofachè quan- tunque Da
quel-, da cui ogni falute pende Letitia & paco: a cui
fitto- il tuo fogno Si pofa : & lieto ogni tuo be-
ne attende: j Et ceffi il Martial furore & /degno:
Cbe fa tremare H Mondo : Italia incende , Chel clanger
delle tube , & il fuon dettarmi Non laffa modulare i
dolci carmi. Ma quello Dio , che olii alti in- gegni
afiira: Et ogni opera dif prezza abie- tta dr vile:
Tanto- favor benigno oggi ne fint- eti pur la fronte
extollt il ficco umile. Ma fi lodore antiquo non re-
fi™ Stufate lo idioma : & baffo fHle. Et
fcujt il tempo Ihuom fag. gio & difereto Che molto
importa il tempo fri fio 0 lieto . ]_ Quando farà che in
porto al | ficco lido Salva (Fiorenza mia ) tua
barca vegna Secura in tulio homai dal mare infido:
T efio : Se il Sacro -Apollo il ver minfegna Segua pure
il Nvcchkr ac- corto & fido : Et viva, & regni pur
Chi vive & regna-, -Allhor (fé alcun difir dal
Citi' s impetra) Diro le laude tua con altra Cetra
. -Allhor mutato il Cielo in altro afielìo
Renoverà nel Mondo il Secol dauro-.- si libar farai
degni virtù re- cepto : Cipta felice: & di mirto,
& di Lauro Coronerai chi honore ha per
obietto. Et nota ti farai dallo Indo al Mauro. Ma
hor eh' il ferro & il fico it Mondo a in preda Convita eh' a
Marte ancor Minerva ceda* Digitized by Google
I DEI TKISSIMO. 8$ tunque di ciò, che il Nardi dice in
principio delle fud dette Stanze , (cioè che elle fi cantarono
falla lira davanti alla Signoria» Quando fi recitò la predetta Conr
media) racC ogli e r fi poflìi e (Ter efsa fiata rapprefen- tata in
tempo che Firenze non avea cefsato anco- ra d efsere Repubblica ;
nientedimanco nè da quefte parole > nè dalle stanze fiefse può
dedurli che il tempo della recita d’efsa Commedia cor . rifa
onde Piènamente all'anno 1494 . in congiuntura de- gli avvenimenti
fuddetti. E fe egli in dette stanze fe menzione di guerre moleftillime a
tutto il Mondo, non che all'Italia, non ne fpecifica pe- rò il
tempo j anzi le accenna in maniera che fi potrebbe più verifimilmente
conghietturare aver egli voluto in efse indicare le guerre dell'
anno 1527. in cui dall’ armi ddl’Imperator Car- f lo V. Roma fu prefa, e
Taccheggiata, il Papa (che era Clemente Vii. di cafa Medici) fatto
pri- v gione , l’Italia molto travagliata , e tutto il Mondo ,
dirò così, afflitto da gravilfime turbolenze. Oltreché non è
probabile, che la signoria in tem- po di guerre e di turbolenze inteftine
fi fofse data bel tempo, e fe la fofse pafsata (comefuoi dirli) in
allegrie, e in divertimenti di Gomme* die. Laonde con migliore
probabilità fi può dire, che la Commedia del Nardi fofse rapprefentata
nell’anno 1530. giacché in queft'anno e Clemente , Vii. ritornò a Roma
dopo la pace fatta col fud. detto Digitized by
Google t A V I T A detto Imperatore, e dopo averlo
anche folenne-^ mente coronato nella Città di Bologna; c Aleflan-
dro de Medici fu fatto Duca di Firenze dal mede- fimo Imperatore; fotto
il Dominio del quale la Città non lafciò in certo modo d’eflere tuttavia
Re- pubblica. E verifimilmente un de’ due accennar volle il Nardi
nella voce Nocchiero , ufata nel quinto verfo della terza ftanza, e ad
uno de’ due pari* mente, o fors’ancbc a tutti e due pregò egli PitA
t Rtgn? nel fedo verfo della ftanza medeilma r E viva > &
regni pur Chi vive & regna. Se poi egli chia- mo la Commedia fabula
nuova i e primo frutto di nuovo uè ut or e in idioma t ofeo , volle
con ciò indicare la novità dell’Argomento, ma non mai la novità del
verfo, come pretefe di farci credere il Fontani- ni nel citato luogo : c
perciò fu giuftamente cen- furato dal Dottore Giovannandrea Barotti nella
fila JOifefa delti Scrittori Ferrar e fi ( l 7 $ ) * A quel
che fi è detto fi può ancora aggiungere * che non fi troverà certamente ,
che lo Zucchetta, per cui fi crede, che fofle anche fiata fatta la
pri- ma edizione della predetta Commedia * libro al- cuno ftampato
abbia avanti! 1517.» 0 al più al più avanti il 1515. > quando il
Trissino avea già com- ( 175 ) Parte feconda A car.n
j. I tutori / opra P Eloquenza Italia- Queft’ Opera del Sig. Bacotei
faina del F anfanivi , Roveredo[ ma Campata tra gli Ejfami di Tarj
veramente Venezia) 173 9- in 4* Digitized by Google D
E L - T R 1 S S I N O. 87 comporta là fua sofonhba (174) . Ma
per- chè più chiaro appaia l’errore del Fontanini ? e del Guidetti
altresì nella fua relazione al Var- chi, e come a torto vuol toglierli al
Tr issino da alcuni moderni la gloria della invenzione dei Verfi
fcioltij vogliamo qui riferire ciò ? che al medefimo noftro Autore dille
Palla Rucellai nella lettera ? colla quale gl’ intitolò il Poema
delle Api di Giovanni Rucellai ? Ilio fratello? che che è fegnata di
Firenze addi lì. 4i Gennaro MDXXXIX- Voi fofte il Primo (gli dille) che
quejio modo di fcrivere in •verfi materni liberi dalle rime ponefte in
luce , il q»al modo fa Voi da mio fratello in Rojmunda primieramente, e
poi nell' ji- pi » 0 nell' Orefie abbracciato , ed ufato: e apprellò
chia- mò f Opere dello fteflo fuo fratello Primi frutti della
Invenzione del Trissino. Per le quali cofe tutte forza è, che
conchiudiamo? che a gran ra- gione non pure dagli antidetti Scrittori? ma
dal Tuano ( 175 ) ? e da altri ( ìycr ) fu il noftro Au- tore
. ( 174 ) Veggafi la foprallega- ! ( 175 ) FHJlor. &c. Toni.
1. lib, ta lettera di Giovanni Rucellai vi. Ann. 1550. pag. 200.
lctt. ai Trissino fegnata di Fi - \ D.„ Jo: G e or g i U s Tbis>
terboaddt 8. di Novembre mdsv. j », sihi's .... P ri m u s genu $
ftampata nella Prefaz. alle Ope-',> canninis foluti foelicitcr ufur-
re dello fteflo Trissino a car. ‘ „ pavit, cum a temporibus Fr. xv.} e a
car. xvm. v’ha una „ pcirarchae Itali Kythniis ute- Lettera della
Marchcfa Ifabclla ,, rcntur. di Mantova al nollro Autore; ( 176 ) Filippo
Pigafctta, Vi- de* di 24. di Maggio 1514. in ccntino, nel Difccrfo
mandata cui gli dice, che avea ricevutola Celio Malafpina in
materia una fua Lettera , Ferfi , & Ope- ‘ dei due Titoli del Poema
di retta, la quale fi può crede- Torquato Tallo , premeflò al re,
folTc la Sofonìsba, Poema fteflo delia edizione di Fette-
Digitized by Googl SS •' La Vita torc chiamato
Primo inventore di qucfti verfi . Ma per tornare alle
opinioni degli Scrittori fopra la Tragedia del Tassino» non fu ella
efen- te da’fuoi critici, rare eflfendo quell’ Opere, in cui non
fia ftato notato qualche difetto. Il Var- chi nel citato luogo (177)
volendo darne giu- dizio, la oenfurò fpezialmente per la locuzione
, dicendo COSÌ: Io per me quanto alla favola , e ancora in molte
cofe dell'arte non faperrei fe non lodarla -, ma in molte al* tre parti ,
e fpezialmente d’ intorno alla locuzione non faperrei , volendola lodare,
da qual parte incominciar mi dovejfi . E nell* JErcolano ( 1 78 )
diflfc: La La Sofonijba del Tr isslno, c la Rofmunda di mefier Giovanni
Rucellai , le quali fono loda - tijftme, mi piacciono sì , ma non
pia quanto a molti altri. 17 al C k Venezia per
Francefco de' Fran- j che come fi avea d aver grazia, cefchi 1583. in 4.,
dice, che \\\al Tr 1 s j i N o, c'havejfe dati T r 1 s s 1 n o fu il
Primiero; que verfi ( fciolti ) alla Scena , che in italiano abbia ofato,
e | così cc. Finalmente il Giti di faputo ..., camminare per fen - 1
medefimo in una delle fueLet- tiero erto, non più calcato da terc.tra
quelle di Bernardo l af- ' vernn altro dal tempo antico in fo. In / 'a
dova . , 1 7 3 ?■
apprefi
quà ,
faivendo in Verso dal- fo il Cornino-, in 8.; toni. a. a la rima Sciolto
, con avvefttu- | car. 198. apertamente chiamo 1 rato ardimento, la
Sofor.isba Tra - ITr.ssino Inventore di tali tedia ce.. HGiraldi poi ne*
Di fi ! verfi : la qual cofa fu olTervata cor fi cc. a car. 92.
favellando dei anche dal predetto Sig. Co: Maz- Verft Sciolti , chiama il
noftro ! zuchelli , a car. 47. annotaz. Gì ovangiorgio loro in- j 1 22.
della fuddetta l'ita di Lui- ventore-, e approdo dice qucdc' gi
Alamanni, parole: Veramente mi pare , che | (17 7 ) Lezjzioni ec. a car.
68 r,. Monfignor il Bembo, giudiciofo 1 (178) A car. 393. e 394
del- Scrittore ..... il vero dice fio, | la ciraw edizione di
Padove quando a Bologna mi diffe, che I 7 -H - ,n Digitized
by Google X» "E L T RI S S,I N O. Giraldi poi fu
appuntato il nollro Autore (179); per eflcrfi in quella Tragedia più dato
(come £ dlfle) a fcrivtre i co fimi , e- le m Anitre de i Greci,
che nonfi conveniva ad uomo, che firiveffe cofa Romano, nella quale
tn. traffe la maejlà. delle perfine, ch'entra nella Sofinisba, Alla
quale obbiezione veramente potrebbe nlpondcr- fi colle parole del
fuddetto Signor Marchefe Maffei (180), cioè che certe azioni, 0
detti, che ci pa - jonoJn Per finali grandi aver talvolta troppo del
famigliare > .non danno dif gufi 0 a. chi . ha cognizione de' Tragici
Greci, egra* ttìca de' co fi unti antichi * E sì . parimente
altri difetti furono appuntati an erta Tragedia, che per dir breve fi
ommet> tonoi ma con tutto quello farà elfa da tutti i dotti
Tempre in grandilfimo pregio tenuta: per- chè quantunque lì creda lontana
da quella per- fezione, a cui fi può condurre un componimen- to
teatrale! (oltreché Tiftelfo potrebbe forfè dir- li delle Greche Tragedie
ancora, come dice il predetto Signor Marchefe '('81 ) \) egli è per
al- tro certo, no» molte prelfo chi ben intende an- noverarli
Tragedie in lingue volgari, che porta- no gareggiar con la Sofinuha, la
quale fola fareb- be ballante a tener tempre viva gloriofamcnte
M appreC- f 179) Difiorfi del Giraldi e. liane luog.
cir, car. 179. in fine, e a car. 180. j ( 1 8 1 ) Prcfaz. alle Opere
de ( lio) PreCaz. al Teatre Jta.\ Trissino a car. xxvii.
Dìgitized by Coogle 5>S 'La Vita apprcfso i
letterati la memoria del Tuo Autore- A ciò che abbiam detto fi può
aggiugnere an- cora il giudicio del mentovato Signor Cavaliere
Zorzi, il qual dille (182), che la Sofonùba ì u n Tragico Poemetto,
migliare de’ Greci, e /nitriere ai Latini , Ita- liani » e Franzefi
Scrittori. ' XHL LA ITALIA liberata tia i Goti. Stampata in
Roma per Valerio , e Luigi Dorici a petizione di plutonio A/aero
Vicen- tino MDXLV1I. di Maggio, con Privilegio di N. S. Papa Paulo
Jll, di altri Potentati. Voi. I. in 8. (183)- Rarif-
(182) Difcorfo fopra l’ Opere \ al Clcmentijfimo ed Invit tijfimo
del Trissino a car. 415. 11 ^Imperatore Quinto CARLO Quadrio nella Storia
e Ragione > Maffimo : e quelli primi nove d' ogni Poefia Voi. 3. libi
1. Dift. ì libri fono di carte 175 I fc- I. cap. iv. Particcl 2. a car.
65. condì nove, che contengono regimando quella Tragedia, ac- carte 181,
furono Rampati l’an- Cenna i difetti fuddetti in clfa no approdo nel Mcfe
di Novem - notati dai predetti Varchi cGi- bre , come appare da quelle
pa- llidi ; ma apprelTo foggiugne , fole , che in fine fi leggono :
che efla ciò non cjtantc ha fem- Stampata In Pene zia per T 0- pre avuta
ejiimazJone non poca: torneo Janiculo da Brejfa nell' an- nominando anche
la traduzio- no MDXLV 111 . di Novembre . ne Iranzcfc di detta Tragedia
Con le grazie del Sommo Fon- fatta per Claudio Mcrmctto, c tifico , e de
la JlluHriJfima Si- imprcfla in Lione l’anno 1583. gnoria di Venezia , e
de lo Illu- ( Quello Poema fa dal Jlrìjfimo Duca di Fiorenza, che
Trissino, come è detto di ninno non la poffa riftamparc lopra, mandato in
luce in più per anni X. fot za efprejfa licen - tempi. 1 primi nove Libri
» i za de l’Autore. Gli ultimi no- quali hanno il titolo fuddctto,;ve
finalmente furono llampati ma co’fuoi nuovi caratteri, fu- janch* effi in
Venezia P anno rono llampati l’anno 1547. nel Hello MDXLVII . per Io
Redo Mcfe di Maggio ; attorno il qual Janicolo, ma di Ottobre (cioè
titolo v’ ha eziandio il motto un mcfe innanzi a'Scconai no. della,
imprcla da lui alzata TO ve) collo Hello privilegio. E / HTOTvevon A auto
>1 i e tutti quelli XXV II. Litui (che dopo fegue la fua Dedicatoria
XXVII. fono, non già XXXVM. come Digitized by Google
DEL T R1SÌIN Ov pi Rariflìma è quefta edizione } e due fole
copie n’abbiamo noi vedute in Venezia y una nella ce- lebre
Libreria Pifani? e l’altra nella preziofa Li- breria del fu Signor
Apoftolo Zeno (184) 5 ap- prefso cui Vera anche un efcmplare dell’
im- presone feguente. — — J tali a &c. riveduta e
corretta per /’ Abate Antonini ec. in Parigi nella Stamperia di
Ciovanfrancefco Rteapen AIDCCXXiX. Tom. 3- in 8. Fu
anche riftampata unitamente colle altre Ope- re del noftro Autore
nell’edizione tante volte da noi citata j (ma fenza i caratteri da efso
in- inventati) in Verona preffo Jacopo PalUrfi 1729. i n
e tiene il primo luogo nel tomo primo • Ma Anche
ionie diflero erroneamente il Fonranini nell’ Eloquenza ita- liana
à car. 580. . e 1 Autor del Catalogo della Libreria Cappo- ni a
car. 377.) fono uniti in un volume in 8. Il Cavaliere Zor- zi nel
fuo Dif offa intorno alle Opere del Tkissino a car. 4 y). sbaglio
prefe in dicendo, che i primi XVIII. libri furono ìmprtfft in Roma
, e gli airi IX. in Venezia . ( 184 ) Dal Signor Apoftolo
Zeno fu la detta fua Libreria donata con teftamento a P. P.
Domenicani della flrctta offer- vanz.a di Venezia nel mefe di
Settembre dell’anno i7jo.» nel quale poi addì xt. di Novembre
placidamente p.ifsò di quefta vi- ta. Della cui perdita li
dorran- no mai Tempre i Letterati , ed tifa da noi non pure in
quel tempo, in cui appunto eravamo in Venezia, ma
continuamente farà compianta. Cinqui abbiam voluto dire., per
Iafciare un pub- blico arredato, della noftra gra- titudine alle molte
cortcfie ufj- tcci dal meiefimo. Per altro un elogio alla memoria
di sì grand’ uomo col Catalogo delle fuc Opere ha pubblicato
l’erudito Autore della Storia Letteraria d'Italia (il P. Francefco
Anto- nio Zaccaria Gcfuira ) nel Voi. 3. lib. 3. cap. V. num. 1. c
fegg. pubblicata in Venezia nella Stamperia Polttiv 1752. In
8. Digitized by Google La Vita Anche
quefto Poema fu da varj letterati ITomi-^ ni e Iodato? e cenfurato in
molte cofe. E quanto alle cenfure, il Titolo primieramente non è
affat- to piaciuto ad alcuni, giudicandolo dii troppo lungo, e
ravvolto, diròcosì* dicendo, non bene diftinguerfi, fe i Goti, o pure
altri da' Goti ab- biano liberata f Italia (18*) . Scipione Erriccy
Poi nelle fue Rivolte di Parnafo (l8tf) Criticò 1 - AtJ- tore noftro, che
fece fare fenza necelfità veru- na ai Perfonaggi del Poema lunghi
ragionari, e che introduce la gente nella Zuffa, parlante a- guifa
di Dialogo, facendo che l’uno ricominci dove l’altro terminai il che è
lontano affatto dal verifimile j concioffiacofachè nelle guerre non
s’odano che poche voci, e folamente fi fenta, il fragore delTarmi : e in
altro luogo (187) ky criticò, perchè troppo alto cominciamento die.
de alla guerra i dicendo , che meglio avrebbe fatto', fe avefse porto
Belifario o dentro a Ro- ma, o per lo meno in Italia v e tacciando in
ol- tre gli amori di Giuftiniano di troppo goffi c lafcivi, c
d’indegni del fuggetto, a cui furono- appropriati (188): delle quali
cenfure dell’Erri-- CO fi (185 ) Veggafi Udcno
Nificli tic' Proginnafmi ec. (18 6) Rivolte di Parnafo
di Scipione Errico . In Me finn per gli Eredi di Pietro Urea
164.1. in iz. acar. 63. (187) Rivolte di Pam a fe
a car. 64. ( 188 ) Rivolte ec. a car. 581.
Digitized by Googli DEL T R ISSINO'. pj to fi dolfe
poi non poco Gafpare Trillino colla Lettera a lui indiritta ? la quale fi
legge nelfè efse Rivolte di Pimi/,, (i8p). Attché il Fontanirri
nella Eloquenza Italiana ( jpo ) notò qnefto fallo commefso dal Tr issino,
foggiugnendo, che egli Poi ravvedutoli, ne fece l’ammenda,
riftampan- do le carte, e mutando i verfi già fcritti (ip r ; s
pafiando appreffo a riprendere chi riftampò le Opere di lui, perchè
avendo tralafciata l’ortogra- fia dal Tri ss ino fieflb inventata, v’
avelie poi inferite le cofe ** M medefmo volontariamente ritrai -
utt (ipi). Da S * ÌV r ° lte J C - * car - «o-. |
eolie parole, e le parole io' ben- (iyo) A cai. 581. 1 fieri: le quali
fofto perciò fem- so^Aelìa Ubr^'r ^ C * ! * lo \t lici e P«re, e di
quando in quan. go della Libreria Capponi a car. | do con virgìnal
modeffia trasfe &Y.T„“fT ''jT'I’t'v" 4 CanonTo G fZt
d I Rissino, die*; nelle An- : ni Checozzi nella fùa dotta Ltt- TZntL
C alcll q0Cl1 ’ \ *»* di,enfiva ’ «tata al di fopra An!dli r q
'"'"^ont all 1 annotazione 101. , dice che {jù 1 ; isst {
;j:zz:iu f :rr ir ™ s - ìz o ìvT cho t bcmì ! 2 *’ 119
J. \ io ’ » ,iche > àoveglifcherzi qualche e 1 31. , che fi e tentato
di leva - 1 volta p affano aver Inaio ma UaVitìc *‘ r l ÌC l n ?***
}"**•{ molto pia nelle ferie, & ed ora- Ma Vincenzio Gravina
nella fua tcrie. * Opera intitolata Della Ragion
Poetica libri due cc. Jn Venezia frejfo singioio Geremia
1731. in 4. lib. a. a car. 106. non dubitò di lafciarc
fcrirtó non foiamen- (i?s) Le parole delFontanini nel luogo
citato fono quelle z Reca gran maraviglia (dic’egli j che
ojjendendofi la memoria , e riputazione dd Tritino nel ri- fi
n 1. ^ te chela Qifd. -r riputazione del J njf.no nel ri -
te che lojhle del Tassino \fiamparfi le fue Opere ( non pe- e
caffo e frugale; ma ancora che] ri con l'ortografìa da lui fi tifo tatti
ifitoi penfien fon mi furati j inventata ) fiafi voluto in onta fua
» Digitized by Google 94 LA .Vita' Da
Gio: Mario Crefcimbeni nella Stiletta dil- la Fdgar Totfm { ipj), fu il
Tr issino cenfurato di troppo efatto nella deferizione delle parti ,•
e particolarmente del veftire dell’Imperatore Giu- ftiniano;
concioflìacofachè gli abbia fatto metter prima la camicia, e poi 1* altre
robe di mano in mano fino alli calzari; foggiungendo, che l’efem-
pio d’Omero inventore di cotali foverchio dili- genti narrazioni, non lo
dee in ciò feufare. In fatti l’avere Giovangiorgio troppo efattamente
imitato quello Greco Poeta, fu la cofa princi- paliflìma, che. gli ha
nociuto. Di che eziandio Giovambatiila Giraldi ? Cintio , Ferrarefe ,
ap- puntollo, dicendo (194)5 che £ energia non iftà ì co- me il
noftro Autore fi credette, nel minutamente feri, ■vere ogni copicela , qualunque
volta il Poeta fcrive eroicamente; ma nel- fla, e non
fenza contumelia del- la Chrefa Romana fargli l' oltrag- gio di
preferire alia giufta fua correzione le cofe , volontaria- mente da
lui meclefimo ritratta- te , cantra le quali da onorato
gentiluomo-, e da buon Crifiiano altamente fi fdcg -crebbe , Je
foffe in vita. Con quelle parole ac- cennò il Fontanini la
rillaihpa» che delle Opere del T n i s‘s i n o fi fece in Verona ;
del che il Marchefc Maffci fe ne rifenri nell’ E fame fopraccirato,
a car. 73., dove dice, che il detto Boema fi è ristampato a
Verona | fecondo /’ impresone con Privi- legio di Papa Paolo
Terzo ufii- I ta . lo certamente non ho vo- ; Juro darmi la briga
di con- frontare la primiera edizione ; colla riftampa' del Poema
fief- fo, per chiarirmi» fe vere ric- ino quelle mutazioni
predicate dal Fontanini . (193) Bellezza della Volgar '
Poefia di Gio: Mario Crtfcim- j beni ; In Venezia , preffo Loren-
\zo Bafeggio, 1730. in 4. Dialog. Vili, a car. 157. (UH) Ne’
Di f cor fi ec . a car. 6 a. Digitized by Googlc
DEL T R I S S I'N Ó. 9? ■ma nelle cofe, che fono degne
della grandezza della materia* if'ha il. Poeta per le mani: e
prima ( 195 ) dille quelle parole: Come l'età di Omero e i collumi di que'
tempi, e le
fingo lari virtù, che
fi trovano in queflo divino Poeta , fecero to- ler abili quelle- cof e in lui',
così
l'averle il Trijsino in ciò imitato ne/r Italia, .altro non fece ,
che ffiegliere dall'oro del componimento di quel poeta lo fi creo ,
(il quale non per fuo vi- zio , ma dell età ci fi trapofe ),.e
imitare i viz,j , ( parendogli di avere affai fatto , fe bene gli
efprimeva ) , e accogliere tutto quel- lo, che i buoni giudicii vollero
trai affiate, moftrandofi in ciò foco grave. Oltreciò lo Hello
Giraldi (i 96 ) notò in quello Poema, vìziofe eflere le invocazioni;
e ( 197 ) la favola di Farlo e di Lìgridonia elTervi
introdot- ta, e fuori dì ogni bifogno, e fuori d'ogni dependenza ;
aggiun- gendo, quell’allegoria efler tolta da altri, e in parte
dall' Ar lofio nella favola et Ale in a, e di Logifiill * * C
finalmente in una. Lettera a Bernardo Tallo (198) dille , chele il
Tr ISSINO fiecome era dottiamo , così foffe fiato giudiciofo in
eleggere cofa degna delle fatica di venti anni , avrebbe veduto , ■ che così fcrivere , com'egli ha fatto ,
era uno fcrivere Smorti ] inferir volendole il Poema non era
letto. Ma chi dogni appuntatura
de'Critici a quello Poema parlar volette , llucchevole forfè e nojo- fo riufeirebbe ; elfendo già flato fatto que- flo dal ( 195 )
Difcorfi ec. a car. 33 .[quelle d’effo Taffo , ( Voi. a. t 9f> \ ^r 0T r
cc ‘ 3 car ' 49 - a Car. 196. e fegg. ) (lampare — l J cor fi cc e fopra i Poemi
di alcuni più chiari Epici non dubitò d’, innalzarlo. Nè minor conto ne
fece Benedetto Varchi, poiché in una deile fue Leeoni (20 6)
dille , che 1 Italia Liberata da Goti fe bene era lodata da
pochijfimi meno che mezzanamente , e da molti in finii amen. t e
biafimata ,.e quafi derifa , pareva a fe nondimeno , che -Quanto a quello
, che è prof rio del poeta , ella mcrìtdffc tanta lode, anzi tanta
ammirazione , quanta altra potft* , che JSj fia dogo
fico , ed a teffer lavoro Somiglian- te a quei di Virgilio , a d'
Ome- ro, e di quejlo fpezialmente eh' egli prefe a imitar del
tutto. (204) Lettere , Voi. 2. acar. 416. Il T rissino >
la cui dottrina nella noftra età fu de- gna di maraviglia, il cui
Poe- ma non farà alcun» addito di negare che non fia dijpojlo
fe- condo i Canoni delle leggi d' lArift utile, e con la intera
imi- tazione d' Omero , che non fia fieno d erudizione atto a
infe- gnar di molte belle cofe ec. 11 Trissino medefimo nel 1.
libro di quefto fuo Poema, a car.22.dcl- l’cdizione di Roma così
dice ; „ Ma voi beate Vergini, che „ fofte „
Nutrici , e figlie del divi - 1 a> no Homcro, [ „ Ch’i
ammiro tanto , e vo feguendo Torme „ Al me’, ch’io fo, de i
fui „ veftigi eterni; Reggete il faticofo mio
viaggio: „ Ch’ io mi fon pofto per „ novella ftrada,
„ Non più calcata da terrc- .^nc piante . E in quefti
ultimi verfi po- trebbe crederfi , che avefle egli voluto indicare
non pure d’eflere flato il primo a comporre Poe- mi a imitazione
d’Omero, ma d’effere anche flato il primo in- ventore del verfo
fciolto » in cui il Poema è dettato. ( 205 ) Lib. 2. acar.
ioj. 106. e 107. I ( 206 ) Lezzioni di M. Bcne- | detto
Varchi a car. 634. Digitized by Google s8 L A V I T
A f‘* dopo Omero fiata firitta, e dopo Virgilio:
foggiungcnclo appreflo, che deve molti fi ridono del T n. i ss i n ® >
che confi fio d'aver penato XX. anni a comporla » a luì pareva, che
ciò a gerle giudizio porre , e attribuire fi gli doVcHè >
Finalmente ( a tralafciare il fentimento di altri Scrittori circa
quello Poema, e fpecialmente del Tommafini (207), e dell’Imperiali (208))
l’Aba- te Anton - Maria Salvini, che fu uno de’ più be- gli
ornamenti, che abbia avuto in quelli ultimi tempi la Città di Firenze,
così fcrille (2op) in torno al Poema Hello, e al fuo Autore: 11
nofiro leggiadrijfimo Rutilai tefii in verfi fiiolti il fuo
poemetto dell' Api dedicandolo al Trissino, che nello fiejfo tempo
del- lo Alamanni » che la celebratifiima f u a Coltivazione mife in
verfi fiiolti > compofe alla gran guifa Omerica I'Itau a Liberata dai
Goti, il qual Poema fu tanto da un drappello diPaftori Ar- cadi confidar
ato ripieno di bellezza, e virtù poetiche , che ave a- no a varj /oggetti
dato un Canto per uno , per metterlo in otta- va rima , per farlo più
leggibile con quefio lenocinlo alle fihiz,. zìnafiy per dir , coti ,
orecchia Italiane ( 2 to) • ed in Un e nel primo tomo
delle fue opere della riftampa di Ve- rona j e con altre fue poefie nella
prima Parte della Scelta di Sonetti e Canzoni de' pi* eccellenti
Rimatori d'ogni fecolo (alj). XV. RI- Jm
^214) Mi pare, che qui da tralafciar non fia il Sonetto
da Benedetto Varchi mandato al noftro Giovangiorgio j giacché
con dio non pare lui lodò, ma avendo forfè la mi- ra alle altrui
critiche fopra il di lui Poema, inanimillo a?pro- feguire
gl’incominciati fuoi Au- di . 11 Sonetto è qticfio, e fi è
traforino dal libro intitolato: J Sonetti di M. Benedetto Var- chi
, ec. In Venezia per Plinio Pietra Santa , 155-5. in S.acar.
109.: Trissino altero , che con chia- ri inchiojtri
T e ’nvoli a morte , e 7 fo- co l noftro bonari ,
Rendendo Italia a' fuoi pajfa- ti honori. Di man de'
fin crucici barba- ri moftri Tu con nuovo cantar
l'antico' moftri Sentier di gire al Cielo , e
tra'migliori Le tempie ornarfi dì honorat i allori
Pi* cari a cor non vii , ohe gemme & oftri. Per te
l' Adria , la Brenta, e ’t Bacchillone Al dolce fuori de tuoi
graditi accenti Vanno al par di Pento , del T tbro , e
d'Arno . Deh, fe 'i gran nome tuo ftnt- pre alto fuone,
£ faccia ogni gentil pallido 1 e fcarno , Tuo corfo
l'altrui dir nulla rallenti. (215 ) Scelta di Sonetti e
Canzoni de’piìt eccellenti Rima- tori dì ogni Secolo ec. Parte pri-
ma Digitized by Google DEL TRI'SsrN'O-
roi XV. RIME. In Vicenza per Tolomeo lanicc- io MDXXiX. in
4. Diccfi j che l’anno medefimo fofler ivi riftampa- tc per
lo Hello janicoia in 8>; ma quella edizio- noi non l’abbiamo veduta.
Furono bensì riftam- pate 1» Verona coll’ altre lue Opere (215) .
Il Tris si no dedicò quelle Rime al Cardinale Niccolò Ridolfi,
Velcovo di Vicenza in quel tempo ( non a Leone X. , come fcrifle
erro* nearnente il Signor Canonico Conte Giovam- batifta Cafottì (
217) , che fu perciò ne[ Giornale de' letterati £ Italia (218),
modcllarrrente cor- retto) e nella Dedicatoria, la quale non ha da-
La, egli dice, che gli mandava w'ft* Tuoi giovanili componimenti per
ubbidire alle fue molte infianze . Di quelle Urne, non meno che del loro
Autore , favellò con molta lode il Quadrio nella più volte ci- tata
Opera fua della Storia e Ragione di ogni Ree* (219): c Federigo Menini
lafciò fcritto et* fere W4, che contiene i
Rimatori an- ( ( 21 6 ) Tom. prim.acar.349i fichi del 1400. e del
1500. fino j (217) Nella Prefazione alle al 1 5 50. In Venezia r 1739.
Vrofe e Rime de'due Buonaccor- preffo Lorenzo Rafcggio . in 12. 1 fi «
Rampate In Firenze nella Voi. iv. La Canzone è a car. ! Stamperia di
Giufeppe A/anni 303. del Vol.i.e di efla se fatta 1 1717.
menzione al di fopra all’annot. ! { 218 ) Tom. xxxvl. Arde*
56. Olitila Scelta , che era fiata ix. a car. 224. in 12. prima in
Bologna Rampata, fu poi j (219) Voi. 2. lib. I. Difi» riprodotta in
Venezia inpiùVo-’i. Cnp. 8. Parriccl» s. a car» lumi.
Digitized by Google IOÌ L A V i f A fere i Sonetti
del" noftro Autore e buri , fentenzàoft, e' patetici (220).
Sette Tuoi sonetti , i quali mancano nelle fud- dette Rime , furono
ftampati nella già citata Rac- colta delle Rime di diverfi nobili
PeetiTofeani fatta dall* Atanagi (22O: il primo de’quali fu da
Giovan* Giorgio indirizzato al Pontefice Paolo Terzo > e
l’abbiamo accennato altrove (222); il fecondo a Ottavio Farnefe, allora
Duca di Camerino} e poi di Parma c Piacenza* il terzo a Margherita
dAuftria* il quarto al Cardinal Farnefe fopram- mentovato (223); il
quinto a Girolamo Verità, gentiluomo Veronefej il fefto a Paolo
Giovio» Vefcovo di Nocera, e Storico di chiaro nome» il fettimo
finalmente è il fopraferitto, da eflo fatto poiché terminato ebbe il fuo
Poema dell 5 Italia Liberata da Goti. Ancora Un fuO Sonetto,
fcrittO al Cardinal Pietro Bembo (224;, fi legge tra le Rime
di quefto Autore (225)5 il quale un altro Sonetto
(220) Nel Ritratto del So- j cenza fua Patria. Sono chiarii netto 1 e
della Canzone In Vene- \ fent trizio ft , e patetici, zia apprejfo il
Bertoni > 1678.' (231 ) A car. 8?. a tergo, e in il. , a car.
io?. Ecco le fuc , feguemi. parole Giovan - Giorgio! (222) V* fopra &
car. 55. al. T rissino, nobile Vicentino , l annotazione 1 07.
oltre alla Tragedia delta Soft- j ( 223 ) V. ivi. nisba e oltre
all'Italia' ( 224 ) Quefto Sonetto C0- Liberata , Poema Eroico ,
che \ inincia : fu il primo ad ejfer dettato fe- j Bembo , voi ftet
e a qne bei condo It regole d'^driftotele , e ftadj intento .
fatto ad, eferr.pio di Omero 1 fe J ( 22 j ) Rime di M. Pietro
molti Sonetti ftampati in Vi- Bembo: In Bergamo appretto Pie- tro
Digitized by Googk DEL, TRI5SIN Q. j ^ .Sonato
nelle medefime definenze gli mandò in ril- pofta (22 6).
Altre lue Rime poi dono fparfe nelle Raccol- te del Varchi» del
Rufcelli, e d’ altri: ma dal Signor Marchefe Maffei tutte adunate furono,
e poi fatte Rampare in un colle altre di lui opere (227), colla
giunta ancora di altre poefie del mcdefimo (ma non di tutte), non prima
date in luce, e di alcuni Sonetti da altri Poeti a lui fc
ritti. Ma perchè alcune poefie , che fono tra quel- le del
noftro Autore, veggonfi altresì tra le ri- me o de Buonaccorfi, o di
qualche altro Poetai però egli è ragione, che diciamo intorno a ciò
qualche cofa, avendone già diffufamente parla- to altri Scrittori , e
fpezialmente il Cavaliere Zorzi (228). Tra le Rime adunque de’
Buonac- corfi Ieggonfi quattro Sonetti interi, e cinque foli verfi
di un altro Sonetto (225?). 11 fuddetto Signor w
tro Lanccllom 174 J. > in 8 . a car. 140. (
2*6) Quello Sonetto comin- eia: Così mi rentU il cor page
, e contente . e fi legge in dette Rime a car. 94
- (127) Tom. l. a car. 377. e fegg. ( 218 )
Difcorfo /opra l Opere'. del T r 1 $ $ t n o , a car. 404. e !
feguenti . ( 219 ) 11 -primo ^i queftiSo- nerti , che a car.
1. delle Rime del noftro Autore fi legge; ed a càr. 2 96. di quelle
dc'JBuonac. 1 corfi , della mentovata edizione di Firenze
1718. in 12., co- mincia coste La bella donna, che in
vir- tù d" Amore . il fecondo che principia: Li
occhi foavi , al cui gover- no Amore ; nelle Rime de’
Buonaccorfi c a car. 4 Digitized by Google
io4 La vita Signor Conte Cafotti incaricando (2jo)
mode- fìamente il noftro Trissino , favoreggia i due Poeti: e nel
domale de' letterati tf /taiu (13 1 ) fi accen- na folamente, ma non fi
feioglie cotal viluppo » Il Cavaliere Zorzi dice (232), che perciò
fare converrebbe andare a Firenze, ed ofservare fc Antico, o no,
fia il carattere, onde fono fcritte le poefie de’ poeti fuddetti •,
concioffiacofachè pofsaefsere, che da'copifti, (le copie fono)>
o come a car. 299. , cd in quelle del ine allenirne
de’ Buonaccorfi a Trissino a car. 4. Il terzo , car. lvi.
che ha quello principio: j (231) Tom. xxxvr. Artic. Qando 'l
piacer, che’l defia- to bene; \ b o> he 1 Sonetti^/ III. IX.
X. ; non fieno del piovane Buonaccor- ,è a car. 4. a tergo
delle Rime fi , offendo firitti a Palla di del noftro Autore, cd a car.
300 Noffcri Strozza, ea'fioi figliuo- li quelle de’ Buonaccorfi . 11 li
> tutti fuoi coni empcr enei - I quarto finalmente, clic fi leg- '.y
chc| (234) DelLi edizione di Ve- ti legge tra quelli di qucfto \nez.ia
1546. in 8. a car. 7..; la Autore dell’edizione di Firenze * qual
Canzone, che nelle Rime 1529. e comincia: (del Trissino è a car.'
5. Quanto più mi dijlrugge il ( principia.- mio pen
fiero-, . Amor, da eh' e' ti piace nelle Rime del Trissino cl
-Chela mia lingua parli-, cc a car, 18. j Digitized by
Google IOJ La Vita con vcrfi di Tette, e di undici
fillabe, tutti Tciol- ti, e ufolla in una Cantone indiritta al
Cardinal Ridolfi (235) : il qual modo ftravagante e fcon- figliata
cofa parve al Crelcimbeni (i* ma, come dille il Signor Marchefe Maffei
(2.37)» Tu bizzarria d’un iblo componimento. XVL I Simulimi
(Commedia in verfo fcioi- to) In P rnezja per Tolomeo J unitola da
Breffa ne tanno MDXLVIII. di Ottobre in 8. Quella Commedia (
dì cui non Tappiamo eflerci altra riilampa , Tuorchè quella Tatta in
Perona unita- mente coll' altre Tue Opere) Tu da lui compoftaa
imitazione dei Mtnemmì di Plauto, aggiungendovi il coro-, e varie coTe
mutando-, Teguitando in effe altresì le tracce degli Antichi, ed
accoftandofi Tpezialmente ad Arifto/ane . Nella Dedicatoria al
Cardinal Farnefe dice, che avendo in quefia lingua Italiana compoJ}
0 e l 4 Tragedia, e lo Eroicoy gli ' t* rut ° oU tra futili di
abbracciare ancora qaefb' altra farle di $“fia , cioè la Com
. (135) Quella Canzone end nd primo tomo ddla riftampa
di Verona,. a car. 371. cola.., c comincia; Paghi , fu feriti
, * venerandi Colli i cc. ( 23 ma non Tragedia, fi il
TafTo, che non compofe Commedia, fua non eflendo quella, che fu imprefla
col nome di lui (23P). A che volendo noi alludere abbia- mo fatto
di quattro differenti poetiche corone adornare il Ritratto del noflro
Autore , che in fronte di quella Vita fi vede. O 1
XVII. ( 3 3 8 ) Nella Prcfaz. alla ri- | Rampa di Verona a
car. Xxv. ( a 3? ) Tra’ lodatori della' Commedia del noftro
Autore , j uno fi fu il P. Rugcri , cosi parlandone nella citata
Decla- mazione a car. xxiiù ,1 Hic fior Georgivs) anti- „
quorum poetarum , qui Co— n mie® Poefis lauream adepti,! » Slori®
termino* pofteris cir. j » cumfcripfifle videbamur, Rre- ,»
nui adeò coocertationc inge- j„ nii adarquavir , eruditiflìmo !»
PoCmatc , metro jfcripto , | „ quod Sim itL r mos infcripfit
» * ut quonefeumque >» Comicum illuci Carmen le- »
ftionc parcarro , ipfa fe mihi » antiqure Poefis facies verert- ,,
do, gravique afpc&u referar ,» contemplanda. Digìtized
by Google jo8 La V r t a XVIL Egloga fafitrAie (in
verfo Italiano) nel- la quale Tìrfe pallore invitato da Bauo
capraro» piange la Morte di cefAre Trivuiào fotto nome di DAfm
bifolco. Quello componimento fu inferito coll’ altre fue
ogere nella riftartipa di Verona (240). XVIII. Altra Egloga
(parimente in verlo Ita- liano), in cui parla Batto Capraro folo.
E quella altresì fu llampata coll’ altre fue Ope- re (241)-
XIX. Pharmaceutria U4* )• De mtTU (*43 )• Anche
quella Compofizione , che è di clxxvil. verlì Latini, fu unita alle altre
fue Opere nella riftampa di Verona (244): e perchè nel Codice
v’era- (240) Tom. I. a car. 373. \ffripfft , quifquis
ille fiat , qm (241) Tom. I. a car 375. \titulum aididit, non ertim
ei,m À (242I Gli eruditici ini Signo- arbitror effe a manu Io.
Gìor- rì Volpi diPadova, i quali fic- gii Trissini , quei»
come aveano ideata Una edizio- ÌGracas litteras egregie caUuìJ- ne delle
Opere del Th iss l»o|/f. apud The ocn- ( comc è detto nella
Prefazione) J tum che ineptì hanc E- Fracaftoro. tlogam PiiAUM
aceutri am in- (T 440 Tom. U a car. 393. Digitized by Coogle DEL
TRISSINO, IOS V’ erano alcuni vani? perciò dal foprammentova-
to Gafpare Tri ss ino eruditamente furono em- piuti > e quivi fi
veggono contraflegnati con ca- rattere diverfo. XX. Encomium
MAximUiàni ctfarit . Sta quefto al- tresì coll’altre fue Opere della
detta riftampa{245) . XXI. Due Epigrammi latini. 11
primo di quelli Epigrammi (i quali furono dati a luce parimente in detta
riftampa (245); fu fatto dal Trissino in morte di Pulifena Attenda,
Ce- lcnate, piagnendo egli in perfona del Marito* Quefto fu tratto
da un libretto ftampaco in Ve- nezia» in cui fi legge anche un’Orazione
di Jo- vita Rapicioj da Rrefcia (247), detta in Vicen- za in morte
della ftefla. L’altro Epìgramm* è quel- lo, che s’è riferito al di fopra
(248), fatto da lui prima della ultima fua partita dalla Patria. •
XXIF. ( 2 45 ) Tom. 1 . a car. 389. più nella Seconda Parte, a
car. Qucùo Encomio è di CHI. Vcrfi 63.efeg.91.eieg. 192. c fcg.
dello eroici latini , e comincia Cosi. Specimen Paria Ut ceratura,
&c. Heor.rn Jì fatta mihi , laudcfvo Btixia 173 9. 4. pubblicato
dal -Dei-rum non meno per dignità, che per Quandoq; ut
ctlebrem permit - virtù inorali , cd intellettuali tii carmini Phàebe ,
Eminentiffimo Cardinal Qui. En tempus , ncque fallar , a- fini : e
nella Libreria Ere - defi} &c. feiana di Lion ardo C o^z^ando ,
(246) Tom. 1. a car. 398. \in Brefciu\ 6 vq. per Gio: Maria (
2 47 ) Di Jovità Rapicio ' Rizxxrdi in S. a car. 131. ove fi trova latta
menzione neli , £’r-|è chiamato Raviz.zat, c fr dice, colano del Varchi a
car. 427. o che fu lcctore di umanità in Vi- li ella Scan zia xx 1 1.
della Biblio- j ccnza . tcca Polamcz car.120.121. mal (248) all’
annotazione m. Digitized by Google tio L a Vita
XXIL Alcune poetiche Latine Compofizioni del Tr issi no non
inferite nella fuddetta riftam- pa di Verona, furono ftampate nella
Scambia XXIL della Biblioteca Volante- di Giovanni Cinelli ( MW •
Quelle fono primieramente due ode (250); dopo cuifeguitano due evitati in
morte dì Vincenzio Magre, fuo caro amico j e appreflfo feguita un
epi- gramma ad fonticuium /»*« (251): e finalmente una Compofizione
intitolata leges conviva les . L’Autore di efia scam.i a nel luogo citato
dice» che quefie Poefie ad intelligenti, che le hanno vedute ,
fembra- \ no cofe fatte dal TnissiNO ne'fuoi pii*
giovanili anni: ag>» giungendo, che il il Codice, onde le trajfe ,
benché fia ferie to net 1500;, mofira che già inclinava al fine il fecole
, ed in confcgutnz.a molto tempo dopo l A di lui morte. DÌCC 1U
oltre, che U Copifia era poco intendenti del Latine -, per. che vi fi
trovano > alcuni errori, che mai fi poffono ’ attribuire a n
illufire Autore. xxxrn.' (249J A car. 76. 77. 78 . 79-
80. c 81. E‘ mentovata da noi all’ annotazione in. {
ajo) La prima di quelle O- de comincia: Du&urus aurum
nobile per Mare Carafve gemmai n avita fluttibus
Non ante fe cautus mari . nis Crederet , & rapidi s
pro- cella 8 cc. L'altra' ha quello principio:
Pulcher o Sol, qui nitido s dies &' Das , & idem fubtrahis
, a eque ter rie Humidam noSlem *. & pla- cidam
quietone Riddi: avarie Sic. (151) Quello Epigramma
è diverfo da un altro dal noftro i Aurore Grecamente compollo
fopra il mcdcGmo fuo Fonti- cello di Cricoli , il quale di fotto
regiftriamo tra le fuePoe- fie non ancora date a luce, al num* xxxi
1- I Digitized by Google I
II D E L T R I S S I N O. XXIII. VOLGARIZZAMENTO .dì
alcune Ode MQrazio* Quelle noi non le vedemmo» ma follmente ci
atteniamo .all’autorità del Fontanini {252), e del •Quadrio (253)1 il
primo de'quali dopo avere regiftrato un libro intitolato: Odi diverfe d'
Orario volganzjzate da Memi nobilitimi ingegni , e raccolte per
Giovan- ni Nar ducei da Perugia : fy Venezia , per Girolamo Polo,
1605. in 40 foggiugne fubito come fegue. Q*tJH vdga- ■ fi datori fora XIJ. ai le f andrò Cofanzo , Annibal Caro Co fimo Mortili , Curzio Gonzaga ,
Domenico Ve-
nitro, Francefco Veranda, Francefeo Crìftiani , GiovangIOr- ■ cio Tri «ino, Giulio Cavalcanti,,
Marcantonio T ile fio. Sir . Jorio (152) Eloquenza Italiana , a
alleai»»? di luì ftampate in 5er- ‘ Car * 5 35 * falla fola autorità del
gemo per Pietro Dance dotti I7JX quale viene riferito quello libro in 8.
a car. xxtv. tra le opere anche nella Biblioteca degliauto- del Vcniero
regiftrando anche la ri Greci e Latini volgarizzati traduzione di
alcuneOde dtO- «nferita nel tomo jcxii. c fegg. hrazio da lui fatta,
taluna dice, » della Raccolta Calogeriana alla di quefte fi trova
fiammata in un yoceOrazio, dovr ai tomoxxiv. I libro, che io mai
non ho potuta 3 ° 7 * f' sggiange ; libro avere, e che ha penitelo :
Odi rari fimo , che non ancora abbi*. .diverfe ec. che è il libro da
noi mo avuto incontro di vedere . ; fopraeckato, E pure
grande Tappiamo cffcrc 1 ( 25+ ) Veramente il Signor ìiata la diligenza
del P. Paico- j Anton.Fcdcrigo Seghezzi , di m, autore di detta
Biblioteca, 'chiara memoria, nella Vita del per ritrovar un tal libro.
[Caro per lui dottamente ferir* V 2 J 3 ) Storia e Ragione dì ta, e
premcfTa alle lettere delio ogni Poefia-, tom. 2. lib. t, Dift ! ftcflfo
dell’ultima edizione di I. cap. vili. Particcl.iv. a car. I Padova,
apprejjo Giufeppe Comi* 394. e falla autorità di lui il|m> 1742. in 3.
tomo primo, benemerito delle lettere Sig. Ab. niente dice , che il Caro
tra- 1 icr-Antonio Serrani nella Virai dotte aveffe Odi eli Orazio,
di Domenico Venterò , premeffa I Digitized by Google
uà La Vita torio Quattr ornarti, e Tiùerio Tarfia. L'altro pòi
riferì' fee medefimamente quefta Traduzione, cd edi- zione, e i
nomi degli fteftì Volgarizzatori. OPERE DEL T
RISSINO In Profa non iftampate. YV IV T\ UE ORAZIONI di
Sereniffidee Mente di re. JL) mrje, ter ifirevere le Ci, ed dir*"™
*>“• imgoftn riedificazione delle J*e Mora.. XXV.
ORAZIONE , ovvero ARINGA ( dettata in lingua Lombarda) de, e.
2 M*U, ter ridare U D„m‘ * rei d ‘ ^ V,.ni,d di de,,.
Terre. Di quella Orazione s e già favellato a baftanza per entro
quella r „. . XXVI. Breve Trattato ài Architettura, coirai
cune Piante di Edifizj fecondo le regole di Vi- travio.. Di quello
Trattateli, abbiamo fatta meu- zione nel principio di quefta r,ta
IMD* XXVII. TRATTAT O intorno *1 Mero Arbitrio. XXVIII-
Due lettere latine a Monlignore Jacopo Sadoleto. XXIX .
(>5J) V. fopra paj- 8. annot. IJ. Digitized by
Google D EX T RISSINO. :I7$ XXIX. Un Volume di lettere , fcritte a
mol- ti ragguardevoli Perfonaggi del fuo tempo , tra le quali molte
ve n’ha da Soggetti cofpicui, e da dottiflìmi Letterati fcritte al T
RrssINO ; ficco- me altresì ve ne fono di Principcfle, e di Da- me
illuftri di quel fecoio . Da quello Volume fono -Hate eftratte dal Signor
'Marchefe Maflfei quelle , che leggonfi inferite nella iu a
Prefazione alla riftampa delle Opere di Giovangiorgio» nella •quale
egli nomina anche alcuni di que’Soggetti* 2e Lettere de’quali indiritte
al T RlS jrN© tro- vanfi nello ftelfo Volume* e di quelle Lettere-,
tanto llampate, quanto manuferitte , ci fiamo noi fpezialmente ferviti
per compilare quella vita . Gli Originali di tutte le fuddette opere in
Prof a manuferitte (fuori de\Y Aringa) > e delle feguenti pur
manoferitte in Verfo, fi confervano di prefen- te apprelfo i mentovati
Signori Conti Trilfini dai vello d'Oro , difeendenti dal nollro Letterato
1 le quali tutte fono Hate con molthTima diligen- za raccolte, cd
unite in due volumi in foglio dai Signor Abate Don Bartolommeo Zigiot-ti
, che colla Lolita gentilezza* e benignità -ce ne •ha data
contezza* e ci ha proccurato la como- dità di vederle. XXX.
Due LETTERE Volgari al molto Reverende Mejfer Hieronymo di Gualdo
Canonico . L’Originale di quelle Lettere , (le quali purcnon fono tra le
fud- dette)* fi conferva prefentemente nella Libreria P
de Digitized by Googl u 4 L A V I T A
tfc’PP, Somafchi della Salute in Venezia, in una raccolta di
lettere di diverfi fcritte ai Co: Co: Gualdi ; donde anche furono
eftratte quelle che fono ftate pubblicate col titolo di Lettere
dPUomini Jlluflri del Setolo decimo fettimp non fin fiampate ( 2 5 5 •
L’ una di quefte due Lettere è fegnata di Roma adi XXII. dì Aprile
MDXVlt; l'altra è fenza data (157)- OPERE (356
) he Venezia, nella li della Madre di Dio a canili. Stamperia Baglieni,
1744.108. della Prefazione al fuo S. Pier edizione p roccarata , e di
note Grafologo ltampato Venetiis a- corredata dal più volte nomi- pud
Thomam Bettinelli 17$** nato P. Paitoni. fol. „Ne... ingratiffìmis
quibuf- ( 257 ) La notizia di quefte «quevidearaccenfcndus,
illau. due Lettere ci fu comunicata «datura iri non panar ci. &
dal fuddetto P. Paitoni, a cui „do ut dr eorum fibi gratiam cónci-
liarit y & magnani apud omnet auiloritatem . Digitized
by Google del Trissino; 117 Ìli Italiano ) In Vicenza
per T olomeo Janiculo da Brejjfa > mdxxix. in foglio.
e ( col Dialogo del CafielUno ) In Ferrara ter Domenico
Mammartlli MDLXXXIII. in 8. e (nella Galleria di Minerva , parte
fecon- da , a car. 3 5 *) InVi inezia preffo Girolamo Albrix.z& >
16 $6. in foglio; e finalmente coll* altre fue Opere in
j 5 ? tona (261 ). H Libro è dedicato da Giovambatifta
Dona a l Cardinal de’ Medici. Si dubitò per lungo tempo ^ fe
Dantè fia ve* ramente fiato autore del tefto Latino di queft*
Opera, di cui a tempi del Tr. issino niuno v’ era, che ne a vette
contezza. Egli fu il primo a pubblicarla in Firenze, allora quando vi fu
con la Corte di Leone X., come dice il Fontanini, il quale anche
lungamente favella di molte let- terarie contcfe , alle quali die motivo
la pubbli- cazione del Libro fteflb (252), che finalmente fu
riconofciuto per vera fattura di Dante . Ma cosi non poniamo noi dice del
Volgarizzamen- to, di cui e fi dubitò, e fi dubita tuttavia, f e
fia del Taissinq: e non oftante che tra le fue Opere
(a6i) Tom. 2. a car. 141. 1 ( 262 ) V. il Fontanini nell’
Eloquenza lui. dalle car jjy. I tino alle car. 246. e ndl'Amin-\
ta di Torquato Tajfo difefo ec. In Venezia 1730. per Stbaftia
• noColeti , in 8. a car. 623. c fegg. Digitized by
Google r*8 LA VITA Opere d annoveri , molti letterati
vi Tono , i quali affermano non effere di lui . Tra quefti
fpezialmente v’ha il Cavaliere' Zora, il quale nel Difcorfo /ofra r-
opere del noftro Autore {26$ )> dopo aver regiftrate le Opere di lui
in Profé) dice di ommetter la verfione de’ libri de vvlgari
ELOQUENTI A di Dante, torchi non li giudica tra- dotti dal Tri ss
ino, nté fatalmente da Lui fatti /lampare', aggiugnendo, provar
egli ciò con buone ragioni nella «m del me defimo Tjussino da lui
fcritta ( 2 (*$5 ) A car. xj>o. a tergo » ciò riferito il
titolo nella Prefa- ,c feguenti» Digitized by Googk
DEL T-RIS.SINO. Jljj ;altro ci fcmbra affai frivola, perciocché
moke altre opere del noftro Autore han tralafciato di regiftrare
quefti Scrittori.) Oltre a ciò dice, che effendo detta -verfione
malamente dettata in Ita- liana favella, farebbe!! perciò «* affronto
patente ai. la fempre verter abil m (moria del T r i s s i n o ,
aggravando , . e sfregiando ing'mfiamente la fua reeognizione , col?
attribuirgli un lavoro male intefo, t malamente tradotto-, facendo
anche offervazione , che non dal T RISSINO , ma da
Giovambatifta Doria, Genovefe, è ftata quella Traduzione dedicata l’anno
1519. al Cardinale Ippolito de' Medici, con dirgli nella Dedicato-
ria, che Dante Jiccome ave a ferino f Opera fieffa in Latino idioma ,
cosi la trafportaffe nell'Italiano (2 65). Soggjll- gne di più lo
fteffo Signor Cavaliere , che fe Giova NG ioRGio foffe flato l’Autore di
quella ver- fione, e’ non l’avrebbe poi allegata nel fuo dia- logo
del Gabellano a fua difefa, come fe foffe fia- ta Opera di penna altrui
(257). Que- * . - • X \ v ' ^ B
, . .1 M — ( 266 ) II Fontanini neH’£/e- quenza
Italiana a car. 10A. dif- fc , eflere ftata la detta veriio- nc
pubblicata dal Trjssino ; c ’l Muratori nella Prefetta Poe- fta Italiana
tom. prim. a car. 2 3. della edizione di Modena ( 267 ) Il T
r 1 ss 1 ho nell’ accennato Dialogo fa , che Gio. vanni Rucellai
lotto nome di Caffettano dica ad Arrigo Do- ria quelle parole: Deh
per vo - fra gentilezza M. irrigo guar- date un poco nel mio ftudio
, e 1706. in 4. fende, che il libro portate qui il Libro della
Vol- De Volgari Eloquenti* trafporta-\gar Eloquenza di Dante
tradot- to in Italiano , fu dato alla Ite- J to in Italiano . et
dal Trissimo. ! Digitized by Google no L A V I T
A Quelle, ed altre rimili ragioni adduce il Si- gnor
Cavaliere a provare» che il Tlissi no non fia {lato l’Autore di tale
Volgarizzamento i alle quali aggiugner fé ne può un’altra piò
torte, cioè, che fé egli non ebbe alcun riguardo a pubblicare, come
è detto, in Firenze il tefto Latino di queft' Opera col nome di Dante,
Tuo vero autore, molto meno l’avrebbe avuto a iar fapere? che fua
propria era la traduzione Italiana*, e manco avrebbe comportato , che il
Doria nella Dedicatoria al fuddetto Cardinale dieeffe, che Dante
(il quale, fecondo il Tuo dire, l’Opera ftef- fa in Latino compofe ,
affinchè intefa [offe dagli Spagniuoì li, Provenzali, e Pranzo fi) la
TRASPORTASSE ancora nel r.oftro Idioma. Anche il Fontanini U,
con aggiugnere, che il noftro G io va n Giorgio net pubblicare
quella ver bone; fi f* r ì fervùo de\ fuoìcarat. t tri Greci,
perchè da lui creduti migliori per Pefprejfione perfet- ta di noftra Italiana
favella . Con quelle ragioni, e con altre, che ommet- tiamo a
motivo di brevità, foltengono i predet- ti Scrittori, non elfer del
nollro Autore la fud- detta verdone; e ’1 Signor Marcitele Maflfei fe
la fece (lampare, come abbiam detto, tra l’ altre lue Opere, non
però di meno non dice» elfer cflà fattura di lui. Comunque fi fia,
abbiamo giudicato miglior cofa elfere e non porla tra le Opere da
lui fenza dubbio compolle, e non tralafciare affatto di regillrarla , sì
perchè va at- torno col nome di lui» e sì ancora perchè avvi
qualche fcrittore> che la cita come di lui fattu- ra (271).
XXXVII. R ERUM ricent irtarnm Compendiane a Io. Georgio Trusjno
confcriptum . In fine leggonfi quelle parole : Ha* fìrhfi t*fi
dtpepulationtmUrUt Rome, dum Le. lattee tram apud Remp. renet am prò
Clemente rii. P.M. Que- llo Componimento non è mai flato Rampato 5
cd una ( 270 ) rita del Tr I s* 1 n o fima» ed
utilidìma Stor. e Re. manuferìt. a car. 294. a tergo, gion. d'ognì Paef.
Tom. I. lib. ( 271 ) VeggaG il Qua dr nè da niuno
certamente fi sa, dove effe fi tro- vino di prefentev e non oftante che
abbiano detto i predetti Tommafini, e Beni, che allora fi
con- (*76) V. fopra a car. jr. f { 179 ) Trattar, dell'
Orig. ( 377 ) Prefazione alle Opere * ec. tib. a. manoferitto a
car. tc. z ar. xxxi. jj. (178) Elegia &c. a car. (180 )
Difcorfo ec. a car. 44»» Digitized by Coogle
DEL TRISSINO. ;i2,y fi conferva vano preflfo i fuoi credi (28O?
pure quivi certamente non fono. Anche il Doni vera- mente ne
regiftrò il titolo fenza più nella seconda lì. ireria ( 2.8ì )* ma con
quella differenza? che T ultima d’efle Opere fu da lui chiamata
Frontefpi- xio delle clone. E benché nel principio di quella fua
Opera ^284) dica il Doni di aver mejfo infie- mt tutti i Cicalai tri da
sé veduti a ferma, de’quali 11 C aveva avuta notizia j e benché
foggiunga? che di tali litri etmfofii (e regiftrati in detta fua
Libre- ria, fochi c’credeva fodero per elfere ftampati» con con ciò
fofle colachè erano libri rari , e inma. no di per fané , thè non
li voleane dar fuori , mapiuttofio ardergli : nondimeno ci
accordiamo volentieriflìmo colla opinione del Sig* Marchefe Maffei (183 )
intorno a tali Opere? cioè che non fi fono vedute mai ; ma che
iono Hate alcune per equivoco , altre ridicolmente intitolate.
E crediamo parimente, che lo fteflfo fi debba dire d’un altra Opera
dal medefimo Doni (185), e dal (281) Tommafin. loog.
eie- ! ( 18 j ) Nella Lettera , die egli ■jQfud Comitcs T rijfnos iffius i'
colla fua lolita bizzarria intito- Fi are ics affervantur : La Bafe la A
coloro che non leggono , a del Chrifiianoì ec.Beni Trattar. car. io. eli. fc. lQ0g.cit.L4 Bafe del Chri- 1
{'184) Prefazione alle Opere Jtianoec.con altre Operette ferie.
1 ec. a car. xxx 1. te in prò fa, fono in Caf a de’ fuoi' (285) In un’ altra Opera, io
Utrcdi. cui regiftra le Opere ftampatc (282 ) La Seconda
Libreria ài Autori Volgari , intitolata.' del Doni ec. Jn Vincgia 5 jj.
La Libreria del Doni Fiorenti. in 8. a car. 91. i no , nella quale fono ferini
cut - ti ili Digitized by Google I2 c
dove ftampata 47 -»-? 4 - Meliini ( Giovanni) pittor
cele- bre non fece il Ritratto del Trillino. 64. effo
Ritratto premefTo a quella noftra Ope- ra perchè adornato di
quat- tro differenti corone poetiche 107. fua morte 6J.
Bembo (Pietro Cardinale,) lo- dato 4. ». 4. fue EpiftoU do-
ve Rampate 23. ».40. citate 24. «.41 due di effe fcritte a nome di
Leone X. riferite a 3. e feg. fcrivc regole di noftra lingua 69. fa
autore il Trifsino del verfo fciolto 88.». 17 6. fue Rime
pubblicate per opera del Sig. Ab.Sertaf- fi citate 102. ». 225.
rifponde nellemedefimedefinenzea un 5onerto del Trifsino.
103. c feg- Beni ( Paolo ) fi crede autore di certo
libro. 3. ». 2. filo Trat- Digitized by Google
Favola delle Cofie Notabili. 12.9 T ruttata del? Origine
della Famiglia T rijfino dove Ram- pato . ivi. iua erronea
opi- nione incorno al Trillino 6. e intorno all’ ifcrizione
dclfuo palazzo nella villa di Cticoli io. nora di malevolo
ilGio- vio 4*. n. So. fa il Trillino autore di «ree opere . 51.
». xoi. 1 1 J.a fegg. fina al fine . lo fa fepolto pel
Depofuo del L afe ari 59. n. 114. parla con lode di Bianca
feconda moglie del Trillino 48. ». 95. citato 4. ia. ». 23.
23. w.41. Benrivoglio( Ippolita ) a lei c indirizzata
un’ Ode latina dal Trillino 115. Bergamini ( Antonio )
imitò .con poca lode la manieradi Ceri vere tifata dal Trillino
• Bragia ( Marco ) , Con Agli e dell’ Accademia Olimpica vi
mette un SoRituto ». 28.48. Buonaccorfi . Vedi Montemagna.
c C Arco trote, a ( Demetrio ) fu macftro del Trillino
nel- la Greca letteratura. 4. dopo morte gli è dal medefimo
e- retto un Depofico con Epita- fio in Milano ivi. lodato
dal- lo RefTo nel fuo poema dell* Italia Liberata . 6. ». io.
Calogeri ( P. D. Angelo ) lodato per la fua Raccoltad'Opufcoli
Scientifici , cc.lll.e / allog. già nel Palazzo del Tri di no nella
Villa di Cricoli * e quando . 12. ». 23. fatto Cardinale * e poi
Papa col nome di Ufbano VII. ivi . Suo Bullo in pierra
colloca- to in detto palazzo con ifcri- zione, e quale, ivi.
Cartellano , uno degli interlo- cutori del Caflellano del
Tuf- fino , chi Ha ? t perche così detto 70. • ‘ ■ Cavalcanti ( Bartolommeo )fu® Giudizio /opra la C anace cc. dove ftampato 52. «.103.
( Giulio ) fuo volga- rizzamento d' alcune Ode d* Orazio,
tu. Centanni/) ( Valerio ) fuo curio- fo Sonetto al Trinino ,
rife- rito 40. ». 7J. Checozzi (Canonico Giovanni)
illuftta un luogo- del Poema delle Api di Giovanni Ru* celiai, a
difefa del Trillino - 51. rat 01. chiama pio e ca/ti- gato il
Trinino 93. ». I9T. Chiapino ( Paolo ) Vedi Bar- bar ano
. C biffi ezio l GiovanjaCopo ) (nell* Infatti* &c.
Antuerpix ex officina Plantinian* 1632. in 4. ) -non mette
tra’Cavalieri del Tofon d Oro il Trinino 4J. e fegg. ». 88.
Cindli (Giovanni) Vedi Raf- ie. Ciria{ Gìufeppe
Maria) Tua Ode latina in lode del Tuffino , ri-
Digitized by Googl I Tavola delle Cofe Notabili
. •*.#**■* -H CUt^ntt vi' Papa . Vedi &A D y
0 'J?%tfix doic^ftLpata ledici antt t ,cn .' - f :i te _
CoRoza, Villaggio deiscenti- , arre poetica - J »* « £lo , '
A m famo'o Covolo vie- Ilo latino de c.^1uon a «I"f |i
11-1 breria Brtffiann love Rampa- »o. * 4- da cbi .Btoccurateiw.
«•»**• Coment* j dove Rampati }4-| e /^' , . pentiluomo
ir. 6o. fa il T tiffino il primo, Dw-tfo ( Ermolao U Martbcfa di !
Mantova ringrazia il TrifTi- 1 no per certa Canzone man
datale . 29. e feg. lo invita a fe , e perchè . ivi. efaltata nei
Ritratti del Trillino. 39. » 50. lettera a lei fcritta dallo ftclTo
, citata 87. ». 174. F F arnese ( Duca Ottavio )
a lui viene indirizzato un Sonetto dal Tuffino, c dóve fi
legga. 102. * — ( Rannuccio Cardinale ) grande amico del
Tuffino, j j. icrive allo fieflb una lettera d’ ordine di Paolo HI.
ivi ». 108. dal Tuffino gli è dedi- cata la Commedia de’
Simu- limi. io 6. Sonetto dal Trif-i no a lui dove fi legga
55. ». 109. fioretti (Benedetto) V. Nifieli (Udcno).
Firenzuola ( Agnolo ) fuo Dif- (acciamente cc. dove Rampa- !
to 35. e feg. feri ve contro a! Tuffino . ivi. e 37. ». 67.
lo taccia di ufurpatore . 36. e fg. n.6j. quanto falfamcntc . ivi.
fcriffe piuttofto per giuo- co, che daddovero. 36. ». 66. è citato
nell’ Ercolano del Varchi ivi . citato 68* Fontane delia
Villa di Cricoli lodate dal Triffino con lati- na poefia. ito. e
con un c- pigr .mma Greco ivi ». 251. Fontattini ( Monfignor
Giulio) fuo libro dell' Eloquenza Ita- liana dove, Rampato 35.»
64- Efami fopra d'effa ftampati 86. ». 173. cenfurato
giuftamentc dal Si g. Marchcfe Mattici. 43. »j 84. difefo da
ccnfura dello lìdio 46. ». 88. chiama Novell 10 Cadmo, e
Cadmo Italiano • 11 Trillino 39. giudica in- venzione di lui
1’ ufare la Z, in vece del T. ivi. fuoi sba- gli. 69. ». 129. 71. e
feg. 83. e f e ii- 9i- »• 183. critica V Da- lia Liberata 93. non
viene confermata la fua ccnfura dal Catalogo della Libreria
Cap- poni ivi. ». i9i. riprende il Marchefe Ma Aci 94. «
1s2.il quale gli rifponde ivi. Vol- garizzamento d’ Orazio da
lui riferito , dubbiofatnente da noi riportato . ni. Aminta
del 7 affo da lui difefo ion le Offervazietti d' un Accademi-
co Fiorentino dove Rampato li 7. ». 262. luogo ambiguo di quell'
Opera lai. ». z6g. fua oppimene circa il iraduc- tor del Libro de
Volgari Elo. quentia di Dante. 120. e feg. Fortunio
(Francefco) feri ve re- gole di nollta lingua. 69. Fracafioro
( Girolamo) amicif- fimo Digitized by Google
1 Tavola delle Cofe Notabili. 1$; fimo di
Giovambatifta della loda la Sofonùba ivi . la bi*. Torre. 10S. ».
24.3. fimaS9. come gli rifpondail Francefco I. Re di Francia , è
Malici ivi. critica/’ balia li- fatto prigione dell’armi dell*
berata 94. nell’ Orbecchc la au- Imperator Carlo V. e ’1 fuo torc
il Trillino delle Trage- cfcrcito feonfitto. 40. gedic ferine in
Italiano 7 9. Erancefì, feonfitti dall’ armi di come pure del verfo
fciolto Carlo V. Imperatore , c cac. 88. ». 17 6. fua lettera
dove ciati d’Italia, ivi. fi legga ivi , citato 90. ».
Franti ( Adriano) V. T t tornei. 182. ( Lilio-Gregorio ) fu
con- G difcepolo del Trillino nel- lo Audio delie
lettere Greche. G aza (Teodoro ) nominato 4* ne fa menzione in
certo con lode nell* Italia lite- \ fuo Latino poema . ivi. ».
4. rata 6. ». io. ! Giulio II. Pontefice , fua mor- Gemi/lb (
Giorgio) nominato al- ! te quando fucceduta 13. tresi con lode
nella Refluivi. 1 G abbi ( Agoftino ) fua Scelta Ghilini ( Girolamo )
(nel fuo' ài Sonetti cc. dove publicji- Teatro d'Uomini letterati. Ve-\
t» 100. ». aij. 106. ». 137, nezJa perii G aerigli 1627. 4-) ; Gonzaga (
Curzio ) fua tradu- non regiftra tra le Opere deli zione d’alcuncOde
d’Orazio, Trillino il Volgarizzamento j citata ni. di Dante
de Fulgori Eloqucn~ j ti Gragnuola (Prete Francefco) tia. 118. j fu il
primo maeftro del Tril- Gilafco Eutelidenfe . Vedi Lue- j fino. 3.
lettera a lui fcritto le. , | dalTriffino ove fi legga ivi.
Giorgi ( Monfig. Gio: Domcni- { citata 13. ». 26. ai. ». 37.43
co ) Compilator del Calalo- 1 ». 83. 46. ».8p. 47. v.93. go
della Libreria- Capponi . Gravina ( Vicenzio ) fua Ka > Vedi
Capponi. , ' ' I adone Poetica dove ftampata Giorgio (Gio: Lorenzo)
Noda-| 93* »• 191. in efla loda il ro Veneziano 52. » 101. Trillino
itti, fa grande ftima Giornale de’ Letterati d’Italia del di lui
poema dell’ Ita- ccnfura il Cafoni 101. «.228. 1 Un Liberata. 97.
non decide fc alcuni Soneui Gritti ( Andrea ) Doge di Ve- fieno del
Triffinoio4. 9.231.) nezia , quando vi tulle elcr- lo fa bensì autore
dell' in- 1 to . 30. gli è recitata in tal venzionc del verfo fciolto
occaltone un’Orazione con- 82. n. 167. gratulatoria dal Trilfino a
Gìovio (Paolo) tacciato di ma- nome della città di Vicenza, levolo
da Paolo Beni, c per- 31. citata 67 . 73 e feg.76. fua che . 42- ». 80
gli è fcritto morte quando feguita 30. un Sonetto dal Triffino. 102.
»-JJ. dove fepolto , e con Giraldi (Gio: Battila ) fuoi Dif- qual
Epitafio ivi. cerji dove Campati 7S. ». tj8- Grato (Luigi)
fuprannominat» i Cie. Digitized by Google
1 3 Tavoli, delle Cieco. £ Adria , filo grotto sbaglio
. 58. ». in. Gualdo (.Girolamo) due lettere dal Tuffino aldi'
fcriue » ove. liano - 11 3. e feg..- - ( Paolo ) fua Vita-
di Andrea Palladio dove fi leg- ga 9. n.19. — . .
Lettere Originali a’ Guai* di dove fi. confcrvino- IV}- e
feg. Guarirti ( Guarino ) Vcronefc 5 fcriflc colè gramaricali
io lin- gua Latina. 7J. Guicciardini- ( Franccfco )
fuoi Quattro libri della fua Storia ( nott pia fiammati..
Venezia ftr Gabriel Giolito 1564. 4.) 1 ciati 41. ». 78.
Guidetti. ( Franccfco ) fua rcla- zioae a Benedetto. Varchi ,
. ccnfurata. 83.. H • . . I ! .
H a y m (-• Nicola- Franccfco ) fua Biblioteca Italiana do-
vei Rampata 71. ». 13?* I , ' , *** **S‘ ( • » .»
. I liingo , o fia confonante , trovato dal Trillino > e
ab- bracciato dagli Scrittori an. che Fiorentini. 39. ». 73
Jjenicol» ( Tolommeo ) folito Rampato» del Trinino .lai. Imperiali (
Giovanni )'■ fuo
Mu-
faum Hifioricum dove Ram- pato . 6 . ». 11. dove il fuo Mufaum Phyficum 8. ». 17- fua erronea opinione intorno ai primi Rudj. del Triffino.6. e intorno ad Andrea Palla, dio . 8., loda il’. Tuffino . éj. ». lift. c il di lui poema Co fé Notabili. deli’ Italia Liberata . 98. ci- tato- 29. *.4S*. $4- »• bt. 4**' ». 78 42- «.80.62.»; 117. 118.. Ingegneri
( Angelo ). fua Opera della Poe fia Rapprefentativa ec. dove
Rampata 78.». 157- loda la Sofonùba. del Tuf- fino.. *»»•
licrizione al Sepolcro del Cal- condila 5* — dell’Accademia
Triffina attorno alla porta del Pa- lazzo del Tuffino inCri-
coli io., a che fine vi. fotte collocala . . al BuRo di
Vrbano Vil- la. »•»?•• — «1 sepolcro di Andrea
Gritti Doge. 30. ». J3- — ■ al Sepolcro del T tifiino da lui fòrmatafi , ma non. metta in ufo» e perchè. 56.. , altra, in forma
diElogioéi- IL L ascari ( Giovanni) nominar- lo
con lode nell Italia /*- barata ». io. ove fia. fqr- polto. 59. »•
114- àttere di XIII - Uomini illit~- ftri dove Rampate n. ». 23.
d' Uomini Illuftri dei Se. colo XVII. dove» per cui
ope. ra pubblicate» c donde cavan- te XM* »• Z S 6,
Libreria Arobrofiana 52^ ». io».- 108. »• 14*- iij. - ■ Bertoliana di Vicenza 3. ». a. chi nc è. Bibliotecario ivi . — — • dei Nobili Uomini Pi- fanj in Venezia ; conferva la prima edizione rariffima della Italia liberata da’ Goti
- PI.. de’ Digitized by Google
T avola delle Co/e Notabili. 13 ' de’PP.Somafchi della Sa* I
Maffei ( MarChefe Scipione ) >b* Iute di Venezia, confervava
un MS.-de'Trifftni, ed uno del Beni originale7. ». 1 5. con •
fervagli originali di . olcilfi- • me Lettere fcrittc
a’Gualdi .114. '• j - dei detti PP. di SS. Fi-
lippo , e Jacop > di Vicenza conferva 1” Aringa MS. del Triffino
47. n.91. e una era- dazione in latino . MS. del- la Sofoniiba78.
«.157. Vedi C Apponi . Colando . Plutoni . Rude. Zeno ( Apportelo
). Lombardelli (t'razio ) lettera di Torquato Taffo a lui
fcritra • dove fi legga 96. n 101 Lombardi (P.Giroiamo )
Gefui- ta, citato 59. n. 114. Loredana \ Leonardo ) Doge
di Venezia. Lettera del Ponrefi- . ce Leone X. a lui ferina ,
-e prefen taragli dal Trifòrio, rife- rita. 24. Leone
X. Papa. Vedi de' Medi, ci (Giovanni). M M
acchiaveui (Faufto) Ac- cademico Olimpico , in. xerviehc a un
Configlio. della fua Accademia . 28. ». 48. Madrucci ( Criftofano )
Card ni. Vcfcovo , Principe di Trento, introduce a Carlo V. un
mef- fo dei Triffino. 54. lettere a lui feriteci citate ivi 1 06.
al lui c raccomandato Ciro 1 Triffino da 'Gioan.Giorgio fuo
Padre. 54. Mairi (Vicentino^ due Epi- grammi latini fatti dal
Ttif- 1 fino, per la mòrte di lai do-, • ve fi leggano no.
dizione delle Opere del Trif. fino da lui procurata, pre- mefiòvi
un Riftretto della Vita dello fteffo, citata 111. 3. 8. ». 14. 12.
». 24. 30. ». 51. e feg. 33. ». 57. 37- 41* «..78. 44.».87. 54.».
106.55. ». 107. 67. ». lai. 68. ». 123. 69. ». 131. 7c. e
fegg. 74. e feg. 77. 87. ». 174* 89. ». 181, 91‘ 99 • e fegg.
1103. 106. ».»35- e 237.107. e fegg. 113,117. 123. »•> 74*
x»4-».-S77. 1 25. foftiene, che il Trillino valeffc nella Filo-
fofia Platonica e Pitagorica 8. ». i^enore nel fuddetto Ri-
ftrettodi luicommcflb 12. ». 24. fuo Teatro Italiano ci. tato 26 .
». 45. 79» c feg. n. 161.89.». 180. più volte ftam. paro 77. loda
la Sofonisba. 26. ». 47. 7 9. 99. la difende dalle altrui cenlure
89- loda la Gramat iebetta del Triffi- no 69. e la Italia liberata
96. ». 203. e la invenzione dc’nuo. vi caratteri 38, fua falla
cp- pinionc intorno 1’ ufo che ne avrebbe fatto il Triffino .
VI. la fa autore del verfo fciòL to8l. lo difende dalCrefcim-
beni per una nuova maniera di Canzoni da lui ufata 106. interpreta
fi ni Riamente un dettodcl Fontanini 46. ». 88. lo ccnfura
giufiamente 43. ». 84. cenfurato da lui fc ne Tifcnte 94. fuo E
fame fatto all* Eloquenza Italiana dello fteflo dove Rampato 44. ».
84. 4 6. ». 88. '94- »• 192. fue Offer. vazMtni letterarie dose
ftam* pare 44. ». 84. lodato 77. ». 154. afferma non efierdi
Tor- qua~ Digitizcd by ' joogle
i I J/j Tavola delle Co fe Notabili. quato
Taflb certa Commedia che è ftampata col nome di lui 107. Vedi 7
'ajfo (Torqua- to ) . prova non effer del Triflìno certa opera
Latina 123. nè certe altre ridicole compolmoni 125. dn
Malgrado (Vincenzio) a lui fcrive il Trillino una lettera 4. ».
5. Mattiti ( Domenico Maria ) fuo detto cenfurato 39. lue
Lezioni dove (lampare, ivi. n.72. Mattux.it} ( Paolo ) fua
lettera a Bernardino Parremo riferirà. 11. ». 13.
Marana( Andrea) imita con po ca lode la maniera dì fcrive. re
ufata dalTriffino. 3». ». 73 - Martelli ( Lodovica )
fcrive contro al Trillino in propo- sto de Tuoi nuovi
caratteri. 35. fuo deteo coytrctto. ivi. ». «4.
Martintngo (Chiara) madre di Luigi Trillino primo marito di
Bianca feconda moglie di Giovan-Giorgio. 48. «.95. Martiri (
Jacopo ) fua Jfioria di ricetta, dove ftampata z6. ».
4". Maj]tmiiiatto , Imperatore, ono- ra il TrifGiro. 16.
fi crede , gli abbia conceduto il Vello ef Oro . ivi . non gli
falcia pro- fdguir Certo viaggio 18. lo rimanda fuo amb afe Latore
a Papa Leone X. ivi . fua let- tera latina al detto Pontefi-
ce . 1 9'.»?-»47._fuo Specimen varia litttrattcra dó- ve ftampato.
ivi. ' R R aoona ( Alfonfo) Accade- mico Olimpie
o. Vedi An- gioiello . • Rapido (Jovita) fua Orazione
accennata 109. menzionato da più autori . iviy ». 24.7. fu Lettore
di Umanità in Vi- cenza ivi. vicn chiamato Ra Cofe
Notabili. vizza dal Cozzando . ivi . Rccoaro, villaggio
del Viccnti- no.Vedi Comuni diRccoaro ec. Ridolfi ( Cardinal
Niccolò ) , Vcfcovo di Vicenza, eletto dal Trillino per uno
de'Com- miffari del fuo teftamenco . J6. gli fono dedicate
dallo Aedo le fuc Rime 101. Can- zone del Trillino in di lui
lode, accennata . 106. Roma, Taccheggiata a’ tempi del
Trifsino. 42. ». 78. 85. Rojp ( Niccolò ) fuoi Difcorfi
interno alla Tragedia dove ftampati 2j. ». 44. citati 45. »• 88.
loda la Sofonisba del Trifsino. 2J. 7S. Rucellai ^Giovanni)
fuo Poema dell ' sìpi quando ftampato 51. ». 101* io elfo loda il
Trif- fino. 8. ». 14. volea fotte ri- veduto da lui prima di darlo
in luce. 51. e 124. cosi le fuc tragedie dell' Ore/?*, e
della Rofmunda 123. e feg. luogo ofeuro di detto Poema dell'
Api illuftrato dal Signor Ca- nonico Giovanni Checozzi 51. ». 101.
è grande amico del Trifsino 17. rifponde a una lettera di lui ivi.
dove efta rifpofta fi legga ivi . ». 34. f*i. è Caftellanodi
Caftel S- Angelo 50. * e con que- llo nome c uno degl’ inter-
locutori dell’ Opera del Tuf- fino , che per ciò s’ intitola il
Cafiellano. 70. a lui è in- titolato il Poema dell’ Api. V.
Rucellai ( Palla ). la fua Rau fmunda non piace affatto al Varchi
88. corretta dal Trif- sino 123. e feg. fua morte jo. lodato dal
Salvini 98. citato 2J. ». 43. 87. ». 174. $ % ( Pai-
Digit ized by Google •- . V 140 1“ avola delle
Cefe Notabili» — — ( Palla) dedica al Trillino li |
poema delle Api di Giovanni 1 S filo fratello, c quando 51.».
' 101. 87. lo fa autore del ver- qabellico ( Marc’Antonio)
lo- fio fciolto 87. O dò in un fuo poemetto la £uele (P.
Mariano) Carmclita- Villa Cricoli , c quale 12. no, fua Stanzia aggiunta
al- 23. la Biblioteca Colante di Gio Sadoleto ( Jacopo ) gli
fono vanni Cinclli, dove Rampata fcritte due lettere latine dal $7'
c f e t' n ' in. regiftra alcune Trifsino. iti. compofizioni dei Trifsino
non Salviati ( Cardinale Giovanni ) più Rampate ivi . e 1 1 o. fa meta-
prefenta al Papa una Canzo- zione di J ovita Rapido 109. ne del Trifsino
31. fua lette. ». 247. ra al Trifsino , riferita. 32. Ruderi
( P. D. Francefco ) Soma- n. 57. gli manda un Breve dà feo . Sua 7
'ratina cc. dove Clemente VII. ivi . Rampata 4. rt.’j. da chi fatta
Salvini ( Anton-Maria) citato Rampare 59. ». 114. accenna Vili. 38. loda
il Poema dell’ T alloggio d’Vrbano VII. nel Italia liberata 98. e
feg. e P Palazzo di Crico/i 12. ». 23. Api del Kucellai, e la
Col- vuole che Carlo V. f»cefle tivazione dell* Alamanni ivi.
Conte, e Cavaliere il Tri fsi- fu c Profs To/cane dove ftanv
no 43. e quando 44. ». 86. paté 34. ». 61. 38. «.70. quanto
in quello egli s’ in- Sannazzaro (Jacopo ) uno de- ganni 55. ». 106. loda
il gl lnterlocutori del CaJleUa- Trifsino 6 J. e la fua Poeti. no del
Trifsino 71. ca 73. «.145. e la fua Coni- Sanfevcrina ( Margherita Pia)
a media Ì07. ». 239. accenna lei è dedicata un’Opera del aver il
Trifsino icritti Infe- Trifsino 67. gnamenti Rettorici 116. ». Sanfovino
( Francefco ) edizio- 260. come debba!! intendere ne della fua raccolta
di Orat- ivi. zioni di diverfi Uomini Ulte- Bufcelli (
Girolamo ) loda P /tri divifa in due parti, cita- invenzione
de’nuov! caratte- ta 31. ». J$. fa volte più ri del Trinino , c del
Tolo- volte pubblicata 74. ». 147. mci.38. «.68. fua raccolradi in e da
ha luogo un’Orazio- Lettere di Principi , ec. cita- ne del Trifsino, e
quale ivi . ta . 42. ». 78. nelle Rime Sajp (Giufeppc Antonio)
loda- pcr lui raccolte lì trovano to 108. Je. 243. delle
compofizioni del Trif- Savorgrtano (Giulio). una lette- fino . 103. fuc
note al Fu. radilui a Marco Tiene ftabi- riofii dcH’Arioflo, citate ivi.
| lifcc l’anno della morte del Trifsino. j8. «.113. Scaligeri
(Mattino, e Antonio) in qual tempo vi veliero. 71. Scamozzi
(Vincenzio) chiarif- fimo Digitized by Google
4 Tavola delle fimo Architetto . io. ».
«. difcepolo del Palladio ivi . di che non ne fa menzione nei
Tuoi libri ivi. Schio ( Girolamo ) Configliere dell’
Accademia Olimpica, a chi foftituito 28. ». 48. . Ve- di Angiolello
. — — Terra del del Vicentino, manda Oratori a Venezia
a a chiedere un fattizio Ve- neziano in Rettore in vece del
Vicario Vicentino . 49, difefo da Baftian Venicro Gen- tiluomo
Veneziano. 50. per. de in tutto, e per tutto, ivi. degli
Scolari ( Franccfco). Ve- di Bcccanuoli . Scotto (Franccfco)
nd fuo hi. nerarium ec. parla dtlh Acca- demiaTriflìna. m. ». 22.
Ve- di da Cap ugnano. Stghezii ( Anton-Federico ) fcri-
ve la Vita di Annibai Caro in. ». 274. dove flampata ivi. non
regiftra tra le Òpe- re di lui alcuna traduzione dell’ Odi d’
Orazio . ivi. fu a edizione delle lettere diBcrnar- do Taffo,
citata 88. «.178. Serra# ( PìcriAmoqiQjjpubbli. ca le Rime
del Bembo io». ». 21J. e quelle de’ Venie» ledendo la Vita di
Domeni- co, HI. ». 2 JJ. Co fé Notabili . I4I
Speroni ( Sperone ) Sue Opere dove ftampatc.. 52. ». 103.
Giudizio fopra la fra Canate da chi comporto , vedi Cavai, canti (
Bartolotnmeo ) . da Somacampagna ( Gidino ) ■primo Scrittoredc 11 ’ arte Poe- tica, in Italiano. 72. inqual tempo viveffe. ivi.
Statuto Vicentino citato 50. *, 97- ' feSS- Strozzi
(Filippo) uno degli In- terlocutori nel Cartellano . 70. Sub
a f ano . Vedi degli Aroma- tari. T T Asso (
Bernardo ) edizione delle Tue lettere ( proccurara da
Anton-Federico Seghezzi ) citata 88. ». 176. 95. ». 198. 99. ».
aia. loda 1 ’ Italia li- berata. 97. ». 204. "
(Torquato) fue Lettere dove ftampate . 73.». 144. 96. ». 200.
lodala Poetica del T tif. fino 7j. edizione della Aia ■Gerufrlemme citata 87. e frg. ». 176. edizione di altre fuc
Opere 96. ». aot. loda i’ Ita. ,, Ha liberata . 96. non è Au- rore
( feconde il Sign. Mar- ohefe Maffci (a) ) della Com- media
("intitolata gl' Jtrichid' -S } Amo- (a.) Facendo però
il Taffo menzione di certa Commedia, che andava lavo- rande in, Tua
Lettera a Giovambaiti'fta T.icinio, la quale fi legge a car. iff. del
Libro intitolato: Lettere del Sig. Torquato Tuffo, non più ftam . fate
ec. Bologna. por Bartelomto Cocchi 1616. 4. quand’anche non fia egli
l'autore della Commedia degl' Intrichi d" Amore , di che per forti
ragioni (e ne moftra.anzi dubb>ofo, che no, l’autore della Prefazione
alla nobiiillìma edizione dell’-Qprrr di Torquato Tuffo in Firenze per li
Tariini e Franehi 1714. iti VI. Volumi m fol. viene a renderli affai
vacillante la decisiva temenza del Signor Marcitele , cioè non avere il
Taffo compofte Commedie. Digitized by Google 14 *.
Tavola delle Cofe Notabili. Amore) febbene porta il fuo ne X. H. n.
31. vuole che il nome 107. fno Amine» da • Tri /Tino foffe fatto- Conte
, chi difcfo, vedi Font /mìni. t Cavaliere da Carlo V. T»rji»
(Tiberio) fuo volgnrìz- 43. fua cfpreflìone dubbio- zamento d’ alcune Ode
d'Ora- fa. 48.». 95. riferifce unepì. zio citato uà. gramtna del
Triffìno. 57. ». di Ttmfo (Antonio) fcrifle in rii. non fa menzione
del ItalianodcH’ Arte Poetica. 7a. Volgarizzamento dell’ Elo.
c quando ivi. quenza di Dante fatto dal T ibride » ( Antonio
) fua Lettera Trillino 118. attribuifee al dìfcnfìvAi citata (
della qua* Trillino molte Opere non le fi tiene eflcre Autore il
mai vedute. 124. loda laSo- Sig. Arciprete Girolamo Ba- fonisba 98.
afferma effere fta- ruffaldì ) 98. ». 1 io. ta rapprefentata con
grande Tiene ( Giovanna) prima mo. apparato per comandamento
glie del Trillino . 12. fua di Leone X. 25. ». 47. «itato
morte ivi . 12. ». 26. ij. ». » 9. 42. ».. ( Leonardo )
Accademico 80. 98. Olimpico * foflnuifcc ano » della Torri ( Giova
rrbattifta ) che intervenga a fuo no- fua mone pianta dal Tri/fì-
me a un configlio dell’ Ac- no . 108. ». 243. fu amico di
cademia. 28.0.48. citato 29. Girolamo Fracaftoro. ivi. 0.
ifteffa. ; j T rape futi z.io (Giorgio ) noroina- — ■ ( Marco ) .. Vedi Saver- 1 to con
lode nell’ Italia
libe-
&»»no* ! rata. 6. ». io. Tilefio ( Marcantonio) fuo voi-
Triffina Famiglia. Sua antichi- garizzamento d' alcune Ode tà, e nobiltà.
1. divifa in più d’ Orazio citato ni. linee. ivi. Autori, chen’han-
Tolomci (Claudio) fcrive con- no fcritto . 3; ». 2. Alberi tra il
Trillino in- propofito tre di quella Famiglia alle» dei nuovi
caratteri fotto no- g«*i . 48. ». 9 J. i difecndenti me di ^idriono
-f ranci fuo della linea di GioVan-Giorgio alfabeto > e
caratteri da lui inveititi delle Decime di ai- trovati . 37. ». 67.
citato 38. cune Ville del Vicentino. 14. »• 69. 1 fan lite per
rifcuotetle con- Tomafini ( Monfig. Jacopo Fi- tro ai Comuni d’effe
Ville., lippo) fuoi E log. yirar. Lit - ivi. vengono loro confifca-
ter. t ir fafitnt. Jlluftr. do- te effe Decime , e perchè . 1 j..
ve ftampati . 1 1 J. ». ». 1. fu pofledono l’ Opere manofcric- il
primo a parlar a lungo te del detto GiotGiorgio.nj. del Trinino . 111 .
lo fa ftu- Trijftno ( Co: Aleffandro) lodato, diofiffìmo dell’
Architettura . Vedi la noftra Dedicatoria . 8 .». 16. accenna l’alloggio
di — — . (Alvifej primo mari. Urbano VII. nei Palazzo di to di Bianca
Triflino . 48. Cricoli. ta. ». 23. regiftra un quando abbia fatto
il fuo Te. franamento di lettera di Leo» fomento , ivi. ». 96. ,
Co: An. Digitized by Google ] 7 avola delle Ceft Nut
abili. 143
__ . (Co; Antonio ) Iodato 48. ». 9 j. e 96.
(Bartolommeo) Padre di Alvife, primo marito di Bian- ca
feconda moglie di Giovan- J Giorgio. 48. ». 9j. — — (Bianca)
feconda Moglie di Giovan Giorgio, fuoi ge- nitori 47. e 48. ». 9
fua dote . ivi . fuo primo Marito chi folle ivi. di fomma
bel- lezza. ivi. detta V Eleva del- la fua età. ivi. di lei
parla il Beccanuoli , e dove. 47.». 194- f“o Teftamento. 51.
». 102. da chi rogato 52.». 102. lodata da Giovan-Giorgio 70.
— - (Bonifacio ) confervava on MS. appartenente alla Fa- miglia
Triflina. j. n.tj. *— • (Ciro) figliuolo di Gio- van Giorgio
Trillino . 49. ammalato. 53. , e feg. porta allTmpcrator Carlo V.
gli ul- timi diciotto libri dell’Italia liberata di fuo Padre. 44.
». 8 < 5 . 54. raccomandato da Gio- van-Giorgio al Cardinal
Ma- drucci. ivi. — — LEranccfco ) figliuolo di Gì
ovan-Giofgto^aaoti^io va- ne. za. ■ (Galeazzo), fuo sbaglio intorno a Giovan-Giorgio Trinino. 6 . ». zj. fuo trac-) tato della fua Famiglia, cita- to. ivi. e h. 18. ( Gafpare ) padre di Gio- van Giorgio Trifsino. 2. mi- lita a fue fpefe per la Repub- blica di Venezia . ivi. fua mor- te. 3. — fP.D. Gafpare Somafco) traduce in metro latino la j Sofonisba di Giovan-Giorgio ! Trifsmo. 77. h.ijj. dove fi
cenfervi. ivi. fi lamenta con Scipione Errico, per aver que-
lli criticato l 'Italia liberata 93. una lettera di lui dove fi
legga . ivi . riempie alcuni va- ni d’ un’ Egloga latina di effo
Giovan Giorgio. 109. — (Giovan-Giorgio) non llabilifce fempre nello
fteffo anno la fua nafeita. 2. ». 1. nominato nell’ ulpi del
Ru. celiai. 8. ». 14. fuo Sonetto riferito, e in qual
occafione fatto. 41. ». 7 6. fu creato da Mafsimiliano, c
daCarlo V. Conte, e Cavaliere , ma non del Tofon d’ Oro con
altri privilegj. 43. c feg. ». 86. quando. 54. ». 106. altro fiso
Sonetto riferito . 53. ». 104. quanti anni abbia fpc- fi nell'
Italia liberata . 53. e feg. ». 106. Suo Epi- gramma latino
riferito 5 7. ». in. fatto Brcfciano erronea- mente dal Cieco d’
Adria. 58. ». ilteffa. La fua Italia libe- rata è chiamata
erroneamen- te dallo Hello Italia il latra- ta. ivi . da una
iferizionc Sepolcrale riferita, appare ef- fe re flato Nunzio per
le iali- ne di Chiazza, e per la refti- tuzione di Verona, diche
in altri luoghi non ne abbiamo trovata memoria. 6 1. ». 116.
Catalogo delle fue Opere ftam. paté, e MS. tanto in Profa, quanto
in Vc.tlo.67 . , e fegg. la fua Italia liberata, come e quando
Rampata. 53. e feg. 90. ». 183. di quanti libri compofta. ivi .
errori in que- llo dclFontaniai , e del Com- pilatore del Catalogo
della Li- breria Capponi, ivi. ia pri- mi Digitized by
Google 14 4 Tavola delle ma volta ftampata per Privi-
legio di Papa Paolo IV. 94. w. 192. fi tentò vetfione del- la
fiefia in ottava rima. 98. ». 210. le lue Rime dedicate non al
Cardinal Ridotti , ma a Leo- ne X. 101. lue Opere ad altri
attribuite, cioè lette Sonetti a' BuonaccorfiJ. 101. -e feg. uno a
Guittone d' Arezzo ioj. ed una Canzone all’ Ariofto ivi . fuo
Ritratto in- tagliato dal Sign. Franccfco Zucchi perchè adornato
'di quattro CoroncPoetiche 107. fila Opera imperfetta da chi
compiuta. 108. e feg. — ( Giulio ) figliuolo di
Giovan-Giorgio -natogli dal- la prima moglie. 12. lette- ra
di fuo Padre a lui , cita- ta. 43. ». gì. ja. ». 103. fu Cameriere
di Clemente Vii. 13. ». 26. poi Arciprete della Cattedrale di
Vicenza, ivi. litiga contra il Padre, e per- chè 49. cui fa
ftaggire le ren- dite . 55. viene da lui di- fendalo . 5^. vince la
lite con tro di lui. ivi. ——( Niccolò ) Padre di Bian-
ca , feconda moglie di Gio- van-Giorgio . 47. , e feg. ».
95- ( Olindro ) pubblica un' Opera del P. Rugeri,
c qua- le. }9.«.ii4. dove facciafc- polto Giovan-Giorgio .
ivi. ■■ ( Co:
ParmcMiotie ) Bi- bliotecario delia Bere oliana di Vicenza. 3.». 2. confcrvaco- pia del Volgarizzamento di certa Genealogia di fua Fami- glia 7. n.i 3. Vedi la Dedica- toria .7 — ~ (Pompeo) Nipote diGio- Cofe Notabili. van-Giorgio fece in un cogli alrri fuoi affini fcolpirc un Elogio allo Zio , e dove 60. , c feg. lo Beffo Elogio riferito. 61. T r inizio (Ccfare) a lui manda il Trillino il fuo Cartellano forco il nome di Arrigo Do- na . 70. fua morte pianta
in un’ Egloga da Giov.n-Gior- gio^ xo8- V V
Consonante , invenzione del Trillino , abbracciata dalla Crufca 39.
». 7}. Faccari (Tommafo) avea traf- pottato in . ottava rima
un Canto dell’ Italia liberata 99. ». 2 io. Val
d.’Agno. Vedi Comuni di Recoaro cc. Fate» ararla (Piero) va
col Tuf- fino a Venezia Orator per la Patria. 31. ». 54- 4 9
- Farchi ( Benedetto ) edizione -del fuo Ercolano citata. 3
6. ». 66. afferma c!- e il Firenzuola fende contro il Trifsino
per giuoco, ivi . loda la Sofo- nisba. 79. la biafima . 88.
fue Legioni) dove ftampate 79. ». 159. loda l’ Italia libe- rata.
97. , e feg. no» decide la quertione circa l’ invento- re del verfo
ftiolto-82. feg. mal intefo dal Fontanini 83. ». 170. edizione de’
fuoi Sonet. ti , citata 100. «.a 14. Sonet- to al Tri (Tino
riferito ivi. loda Jovita Rapido 109. •»• 247. citato 90. ».
182. F'ewimi (Bartiano) Nobile Vene- ziano , avvoca in Venezia a
fa- vor della Comunità di Schio con- Tavola delle Cofe
Notabili. 145 contro Vicenza , e perde . I 50. I Z
«— ' ■ (
Domenico ) tuo Vol- garizzamento di alcune Ode rvr In cambio del T da chi, di Orazio citato ut. fue Ri- j /
j e come fi cominciò ad ufa- »< da chi pubblicate ivi. n. 1 re 40. 253.
\ Zaccaria ( P. Francefilo- Anto- Verità ( Girolamo) Sonetto ai
nio)Gefuira, fua StoriaLet- lui foriero dal Trillino, ove) teraria, dove
ftampata9i. »• fi legga roi. I 184. fa 1 * Elogio di Appofto-
Verlati ( Caterina ) madre di; lo Zeno ivi . Bianca , feconda
moglie del ' Zeno ( Apposolo ) ritratta la Trillino 47. e feg. n.9^. fua
Vita del Trijftno inferi. Vicenza, perchè detta Primoge- ta nella
Galleria di Miner - vita della Repubblica di Ve- va I. e feg. fue
Lettere dove nczia 14. n. 27. quando fi fia Rampate II. 40. ». 73.
citate donata alla flefla ivi. manda Vii. 98. c feg- «.210.
fquarci Oratori di congratulazione al j di lettere ferine
all’Autore Doge Andrea Gritti , e chi 30. j di quella vita II 4 6.
». 88. co* e feg. «. 54. c ne invia contrai munica all’ Autore
varie noti- la Comunità di Schio 49. do- zie per telTtrc quella Vita 7.
». ve manda un Vicario a go- ! 13. 19. «.36. 40. «.75. 41.».
vernarla ivi . è fatta piena | 7 6. j8. WI12. donde l’abbia
giuftizia alle fue pretefe 50. J eflratte 7. ». 13. fuo sbaglio
conlerifce al Trillino varie 48. ». 95. lodato L 39. «.73.
dignità, e quali . ivi. 38. ». 112. 91. ». 1S4. fua Vigna (
Dottor D. Franccfco ) fue | Libreria a chi donata ivi. Differì
azioni promeffe Vili. | fua morte quando feguitam. (a ) . fuo
Preliminare dove lodato dal P. Zaccaria con Rampato ivi. I lungo
elogio, ivi . non tcn- Volpi (Giovan-Antonio) lettera) ne, che il
Trillino folle piti a loi fctitja dal Sign. Cano- j per ufare i caratteri
da lui nico Checozzì iir-tèifcfa del' inventati VII. non tenne per
Trillino , dove fi legga 51. 1 fattura del Trillino certa ope- ri. ioi. |
ra latina 123. citato 82. ». — ( Giovan-Antonio (il fo j 168. Vedi
Giornale de’ Let- praccennato)eGaetano fratelli) I rerati d’Italia, (del
quale cf. furono i primi a idear una edi- clfedone egli il principale
un- zione di rottele Opere delTrif- tore con ragione a lui fi at-
fino U. u feg. 108. «.242. Io- 1 ttibuifee tuttociò, che inef- xo (
Ifcrvazionc erudita fopra j fo fi contiene). il titolo d’ un’
Egloga del Trif- ; ( P. D. Pier. Caterino So, fino m. | mafeo)
lodato II. 7. «.13. Vrbano VII. Vedi Cafiagna. j Zigiof ti (Abb. D.
Bnrtolommeo) 1 cfamina P Archivio de’ Co: Trilfini 2. ». 1.
conferva co- Digitized by Google (
14 # Tavola delle pia del volgarizzamento di certa Genealogia
della fami- glia Triflina 7. ». 13. lede un’ Opera delle Memorie
del Tea ■
tra Olimpico di Vicenza 26. «.46. citato 58. ». 113. rac. coglie
tutte le Opere MS. del Trifsino 113. lodato ivi. ZorzÀ (
Cavaliere Michelange- lo ) fuo Ragguaglio Jjlonco intorno al
Trifsino MS. ci- tato IV. fuo Difcorfo intorno alle Opere dello
Kctfo , do. ve fi fcgga III. 67. ». tao. citato 103 ». 228.
nominato con lode del P. Ruelc , c dove 58. ». in. fuoi
sbagli 6 5. 91. ». 183. difende il Trillino per l’invenzione
de' nuovi caratteri 68 . loda la Sofonisba 90. numera le cen-
. fare fatte alle opere del Tri f. fino» e dove 96* ». 1 99- at-
Cofe Notabili . rribuilce certa Opera al Tril- lino
ufi- ». 259. fua opinio- ne circa alcuni Sonetti, at- tribuiti a’
Iluonaccorfi 104. non vuole il Trifsino Auto, re del Volgarizzamento
dell’ Eloquenza volgare di Dame 118. e fegg. nò d’ un’ altra
Opera latina 123. lo crede bensì Autore di certe Ope- re , che mai
non fi fono ve- dute ivi. ». 275. 124. ». 280. ■ Zucchetta ( Bernardo ) ftampa- torc quando cominciò a pub- blicare Opere dai fuoi torch) 86 . Zucchi ( Bartolommeo) fua
Idea del Segretario ,ec. dove ftam- ta 11. »• 23. _____
( Franccfco ) intaglia il Ritratto del Trifsino premef- fo a quella
Vita 107. il Fine della Tavola Gian
Giorgio Trissino dal Vello d'Oro. Oro. Keywords: la riforma della lingua
italiana, filosofia del linguaggio, Alighieri, lingua e linguaggio, codice di
comunicazione, il parlare umano, il parlare solo umano, la prima lingua, la
parlata dei genovesi, la filosofia del linguaggio in Alighieri, l’eloquenza, la
filosofia del linguagio, only man speaks. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Trissino” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Orrontio: la
ragione conversazionale e la scuola di Roma – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A senator and
follower of Plotino – cited by Porfirio.
Grice ed Orsi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia fascista – filosofia siciliana – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Palma
di Montechiaro). Filosofo italiano. Grice:
“Orsi uses ‘psicologia speculativa’ where I would use ‘psicologia filosofica,’
since speculativa opposes to prattica, rather!” --Allievo di Ottaviano, insegna
a Catania. Pubblica nella sua attività di ricerca scritti minori di autori
italiani e il saggio “Gl’hegeliani di
Napoli.” Cura l'edizione dell'opera di Ottaviano su Campailla; “La psicologia
filosofica di Spaventa” – e stato nella segreteria della rivista “Sophia”.
Altri saggi: “Lo spirito come atto puro,” “La filosofia moderna,” “L'uomo al
bivio: immanentismo o cristianesimo? Saggio di realismo esistenziale, “Antropologia”;
“Psiche e meta-fisica” “Psicologia speculativa” “Sulla psico-patia”. Grice: “The D’Orsi – and
indeed a Domenico D’Orsi, back in the 1700s, are a very noble family in Sicily.
D’Orsi is associated with “Sophia”, founded by Ottaviano. His interests have
been many and varied – but most notably philosophical psychology, which the
Italians call ‘psicologia speculativa’ as opposed to cheap scientific
psychology. They have the great Spaventa, who philosophized on the most
abstract issues concerning the old Roman idea of an ‘animo’. Compared to what
Ryle’s and Watson’s psychological behaviourism is a no-no-no!” D’Orsi has
philosophized on democracy. I democratici can be ingenuii, as I prefer them, or
critici. He has also ‘cured’ the edition of Ottaviano on Campailla, and went
continental to study Napoli!” Grice: “Orsi has done a lot to allow us to
understand Spaventa. As most Italians, Spaventa was fascinated by the Hun, and
cared to trasnalte a book that the Hun never cared to read: Lotze’s Elementi di
psicologia speculativa. I can imagine Spaventa wondering what he was doing,
bringing Lotze’s ‘seele’ as ‘animo’. The ‘elements’ by Lotze, as translated by
Spaventa, are elementary enough – but the section on the ‘soul/body’
(anima/corpo), ‘animo/corpo, corpo animato, corpo inanimate) is interesting.
But far more interesting is Orsi’s unearthing Spaventa’s “Psiche e metafisica”
– not to be confused with LABRIOLA’s essay by the same name. This is a hodge
podge of reflections. But mainly anti-materialistic. While an emergentist,
Spaventa (as discovered by Orsi) struggles to understand the connection between
‘sentire’ and ‘sentito’ and more generally, between the ‘sentire’ as a processo
fisiologico – Spaventa goes on to distinguish three levels of the ‘sentire’ –
the first is the processo fisiologico itself, the second is what Spaventa, as
unearthed by Orsi, calls the ‘unita distintiva del sentito’, and the third is
the ‘unita reflessiva del sentito’ or ‘raprresentazione’. So if you feel cold,
there’s cold qua processo fisiologico of a ‘corpo animato’ – ‘uninanimated
bodies cannot FEEL cold’ – second there is the unity of COLDNESS as distinctive
from say, HEAT. And third there is the concetto ‘’freddo’ – so that there is a
‘unita reflessiva del sentito’ – the expression ‘freddo’ now NAMES or
represents, or stands for the sensation itself. Domenico D’Orsi. Orsi. Keywords: animo, amore,
Ottaviano, Campailla, Spaventa, gl’hegeliani di Napoli, Sophia. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Orsi” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Ortensio:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. A philosopher.
Grice ed Ortes – la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del verso -- filosofia italiana – Luigi Speranza -- (Venezia). Filosofo italiano.
Grice: “Being English, I was often confronted with that very ‘silly’ song
by Cleese and Idle, but then they were never the first! Which is good, since
they are Cambridge and Ortes is Oxonian! Viva
La Fenice!”. Considerato uno dei più dotati tra i filosofi veneti
settecenteschi, precursore nell'analizzare dal punto di vista della produzione
complessiva alcuni aspetti come popolazione e consumo. La sua impostazione
filosofica si fonda su un rigoroso razionalismo. Nel mercantilismo vide far
gran confusione fra moneta e ricchezza. Fu un sostenitore del libero scambio pur
con alcune restrizioni della proprietà che interessavano il clero, anche se
appartenevano al passato ed è considerato per questo un anticipatore di Malthus,
ma con qualche contraddizione. Malthus prevede l'aumento della popolazione, in
trenta anni, in modo esponenziale, quindi molto di più dell'aumento delle
sussistenze. Altre saggi: “Grandi, abate camaldolese, matematico dello Studio
Pisano, Venezia, Pasquali, “ Dell'economia nazionale” (Venezia); “Sulla religione
e sul governo dei popoli” (Venezia); “Saggio della filosofia degli antichi” -- esposto
in versi per musica (Venezia); “Dei fedecommessi a famiglie e chiese,” Venezia,
“Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all'economia
nazionale: errori popolari intorno all'economia nazionale e al governo delle
nazioni” (Milano, Ricciardi), Donati (Genova, San Marco dei Giustiniani).
Catalano, Dizionario Letterario Bompiani. Milano, Bompiani, Citazionio su
Treccani L'Enciclopedia. Quanto i suoi studi matematici influissero sul suo
metodo economico, vedremo; qui, brevemente, come in fluissero sulle sue
considerazioni filosofiche. Così, scrive egli delle opinioni ed ecco si studia
di ridurre a “Calcolo sopra il valore delle opinioni e sopra i piaceri e i
dolori della vita umana”, Venezia, Pasquali, ristampato dal Custodi, degli
ECON. MOD. FILOSOFIA IN FORMULE MATEMATICHE numero determinato il valore
dell'opinione, che alcun gode, per possedere certa qualità che lo pone innanzi
agli altri nella scelta degli oggetti piacevoli. Questa buona opi nione nasce o
dai natali,come la nobiltà,la patria ecc., o dallaprofessione,come la milizia, le
lettere ecc.,o da qualche prerogativa, come dall'autorità, dal merito ecc.
Ciascun uomo fornito di alcuna di queste qualità gode di qualche cosa che non
godrebbe se ne fosse privo. Ortes si studia di determinare il valore di questi
beni recati dall'opinione. Valga un esempio. Se si chiede quanto aggiunga di
valore alla nobiltà l'opinione della stessa, O. ragiona così: postoche
larenditagiorna liera di tutte le famiglie nobili sia 20,000, quella che
proviene da cariche, magistrature, commende ecc. 3,300, quella che vien data
dall'opinione,cioè coll'autorità di disporre di più posti, e colla riputazione
dei grandi sul volgo, a 700, posto che il numero di tutti i nobili sia 10,000,
il valore di tutta la nobiltà sarebbe espresso da 20,000 + 3,300 + 700 = 2. Falo
stessocoin 10,000 puto per le altre opinioni,di cui dice esser pretesto la
virtù, ma vero fine l’interesse proprio, poichè, dipendendo il valore delle
opinioni dalla ricchezza attuale o possibile, è manifesto che si deve prima
d'ogni altra cosa cercare l'utile proprio. Avverte che v'ha sempre un'opinione
predominante che varia col variare dei secoli: ai tempi di ROMA libera e la
conquista; sotto OTTAVIANO illusso; il platonismo ai tempi di Costantino;
l'investitura ai tempi di Gregorio VII; le lettere sotto Leon X ; finalmente l’ozio
a tempi dell'autore! Strana è questa classificazione, PIACERI E DOLORI.
tuttavia 1?O. mostra come il pretesto della virtù coprisse basse mire di
privato interesse. Lo stesso ozio ha il suo pretesto dell'ordine, benchè sia
figlio di vana alterigia. L'uomo che dee servire a molte di queste opinioni sarà
più civile, ma più timido e finto; chiapoche; sarà più rozzo, ma anche più
sicuro e più libero. E come O. si studia di ridurre a calcolo le opinioni, così
parimenti i piaceri e i dolori. Meno originale e meno astruso è O. in questo saggio.
Con molta inesattezza di idee e di lingua, espone da principio la dottrina che tutto
ciòche è conforme alla conservazione e sviluppo del nostro essere, genera
piacere; il contrario, dolore. Parla dei dolori e piaceri del senso, dei dolori
e piaceri dell'opinione. Mostra l'uomo naturalmente soggetto al dolore, e che
il piacere non è che un sollievo del dolore; con ragionamento curioso studiasi
mostrare che il piacere non può mai superare il dolore, perchè il piacere
essendo preceduto, secondo O., dal dolore, sopito che questo sia, tutto quel di
più di piacere che si volesse applicare generera dolore contrario -- come
l'indigestione dopo la fame cessata, la stanchezza dopo la danza ecc. Il
calcolo del piacere e dei dolori dipende dal grado della elasticità delle fibre
onde alcuno è fornito, e, quanto ai piaceri e dolori d'opinione, dalla stima
che ciascuno fa degli stessi. L'autore non pretende a novità di dottrina,
professa di avere scritto secondo la propria esperienza, con un temperamento
indolente é coi suoi sensi in un'età di mezzo.Vedrem poi com’egli stesso ne
abbia dato un giudizio severo. Due altre opere filosofiche si hanno di O.:
un ragionamento delle scienze utili e delle dilettevoli per
rapporto alla felicità umana; — e riflessioni
sugl’oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per rapporto
alle lingue. Ma si può dispensarsi dal tener dietro a questi discorsi, che, a
dir vero, son pesantissimi. In sostanza l'uno si riduce a mostrare l'ufficio
delle umane facoltà nella scienza e nelle arti belle, anche queste
intitolandole scienze ma dilettevoli, in contrapposto delle altre che chiama
scienze utili. Nelle scienze tiene il campo l'intelletto, nelle arti belle
l'imaginazione. Quelle hanno per oggetto il vero com'è, queste il vero ma
elaborato dalla fantasia. Quindi discorresi in quali termini sia concesso il
lavoro dell'imaginazione e concludesi sul tenore dell'epigrafe: Sol la scienza
del ver giova ed alletta. L'altro ebbe occasione dalla traduzione di Pope,
perchè volendo ragionare delle difficoltà del tradurre, si trova così
accresciuta in mano la materia, che piuttosto d’un proemio s’appiglia a farne
un saggio a sè. In fatto prende la cosa da alto, e filosofeggia sulla varietà
reale degli oggetti e sulla varietà nel modo di rappresentarseli, onde s'apre
l'adito a discorrere delle lingue e delle loro diversità, quindi intorno l'uso
della parola, e particolarmente intorno all'eloquenza. Infine ritorna donde era
partito, e conclude che se il traduttore può benissimo esporre le verità
apprese da altra lingua, non potrà tuttavia produrne tale impressione negli
animi, come ne è prodotta dall'originale, se non facendo sene come nuovo
autore, esprimendole cioè inmodo; tip. Pasquali. SUL MODO DI TRADURRE. Non si
può negare che osservazioni argute si tro vino spesso in O. anche in queste
riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi, e sulle cognizioni umane
per rapporto alle lingue; ma pur troppo è d'uopo cercarsele in una lettura
assai noiosa. Qualche volta dà risalto a quell'idea che vedremo poi sua
prediletta in economia, che cioè quello solo riesca ove siavi la pubblica
persuasione, non già ove questa non corrispondaagliimpulsi; e però egregiamente
dice, che allora un ammiraglio potea condurre gli’inglesi in America, come un tempo un romito potea
condurli in Soria, perchè gl’inglesi stessi voleano e avean voluto così.
Qualche volta, faticosamente sì, ma pur si conduce a qualche sentenza netta e
perspicua, come, p. es., dopo GOLDONI, COLTURA ALLAMODA, PUB. OPINIONE. Adatto
all'indolee ai pregi della propria lingua.
Chi volesse calcare l'autore straniero sarebbe come chi cre desse ricopiare un
ritratto con soprapporvi isuoi colori, coprendone così e confondendone
letinte,ecangiando il quadro in un mascherone o in un empiastro. necessità
invece che gli scrittori s'accordino sempre col carattere nazionale de'lettori;
e qui O. osserva, che il miglior poeta comico italiano de'suoi tempi potea
bensi starsene in Francia per passar quivi meglio i suoi giorni, ma non giammai
perchè il suo talento comico fosse così ben rilevato nella lingua francese a
Parigi, come il e già in Venezia nel dialetto suo veneziano. Qualche volta
sembrerebbe anche gaio,come quando si lagna che, temendosi la fatica dello
studio, si trascurassero le cognizioni vere, contentandosi di dizionari,
giornali, compendi o altri repertori per dilettare, divertire, o come diceano, per
amuseare! È USO DELLA PAROLA PEI GOVERNI avere deplorato che il mondo
governisi da chi più ciarla , non da chi più sa, egli conclude: se chi pretende
governar altri senza render ragione del suo governo, e uomo assai vano; il sarebbe
non men certamente chi pretende governarli per sola copia ed eleganza di voci.
Qualche volta infine dimostrasi d'animo aperto e sollecito per le innovazioni. Qui
cade a proposito, così egli, d'avvertire l'errore di quelli che si figurano di
richiamar nelle nazioni la verità e la ragione comune, cioè gli interessi
comuni, pubblici, universali in contrapposto ai particolari, privati, speciali)
perquantovi sifosse smarrita, col rinovar quelle leggi che ne prescrivevano le modificazioni
a'tempi de'loro bisavoli, progetto al tutto assurdo e impossibile. La verità e
la ragione comune potrà ben richiamarsi per leggi, per quanto a'tempi
trasandati fosse stata più riconosciuta per sè stessa in quei costumi, di quel
che il sia ai tempi presenti per costumi che la modificassero in contrario di
sè medesima; giacchè essa in sè stessa è una sola di tutti i luoghi e di tutti i
tempi. Ma il richiamarla al presente per le sue modificazioni antiche, quando
tali modificazioni debbon ad ogni tempo esser diverse, non può essere che una
miseria di mente, per cui si creda la natura non più capace d'invenzioni in sua
natura, di quel che siasi un po vero consigliere segreto che creda operar in
sua rece. Chi declama contro i nuovi costumi che si vanno in troducendo, e
deplora gli usati che si van disusando; ha molta ragione se inuovi costumi son
modificazioni di una ragion men comune, di quel che siano gl’usati che a
quelli dan luogo. Ma seinuovicostumi son » tanto buone modificazioni della
comun ragione, quanto gli usati che siperdono; ei declama inutilmente, come se
ciò fosse contro il variar de venti, essendo l’una e l'altra cosa quanto
innocente, tanto inevitabile e necessaria, e potendo, anzi dovendo, quella
comun ragione, per disposizione di natura e per sapienza illimitata del supremo
suo artefice, praticarsi sempre per modificazioni diverse, e comparire in
sembianze ché non siano giammai le stesse, essendo nondimeno la stessa per sè
medesima. Senza questo una simile verità o ragione correrebbe rischio di non
esercitarsi che per inganno; ed è ancor vero che talvolta con richiamare la
verità, la ragione, e la religione stessa per le sole loro modificazioni
esterne di tempi molto remoti, si riesce a perdere tutto il senso reale ed
interno di queste virtù, incariabili per sè stesse, riducendole a quelle
materiali loro modificazioni esterne, senza alcun rapporto a quell interno lor
senso e significato. Si pigli intanto O. in parola, poichè avrem campo di
trovarlo in seguito così reluttante a certe modificazioni che non sembra quel
desso. Meglio avremo occasione di riandare alcuni suoi pensieri dello stesso
libro, che con certo apparato filosofico mettono innanzi quell'armonia degli interessi,
da lui tanto raccomandata nelle sue opere economiche. Ma lasciamo per ora
queste meditazioni di filosofia. Errori popolari intorno all'economia nazionale considerati
sulle presenti controversie fra i laici e i chierici in ordine al possedimento
dei beni, 1771 ; Della Economia nazionale, parte prima, libri sei,
1774; Lettere concernenti la stessa (oltre quelle che si hanno nel
• Custodi, quelle publicatesi in questo libro); Dei fedecommessi a
famiglie, a chiese e luoghi pii, in proposito del termine di manimorte
introdotto a questi ultimi tempi nella econ. naz., 1784; Lettere in
proposito;Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto alla econ.
naz., 1790; Dell' ingerenza del governo nell'econ. naz., publicato
da G. Fovel. Venezia, 1863, tip. del Commercio ; Della eguaglianza
delle ricchezze e della povertà nel comune delle nazioni, 1853, publicato dal
Cicogna. Portogruaro; Riflessioni sulle rendite del Principato e sulle
rendite publiche in proposito di economia nazionale; Discorso sull' economia
nazionale; Popolazione perchè non cresca per l'agricoltura, per le arti e pel
commercio; Vari pensieri economici sull' interesse del denaro, etc. Tra gli
scritti d'Ortes nella Marciana. LETTERARI. Traduzione del saggio di
Pope sull'uomo, 1771 ; Saggio della filosofia degli antichi esposto in
versi per musica, 1757 ; Riflessioni sopra i drammi per musica e l'azione
dramma-tica, Calisso spergiura, 1757 ; Sonetti; Melodrammi; Traduzione
dei treni di Geremia (nella Marciana); dei sonetti, ve n'ha anche di publicati
in raccolte. FILOSOFICI. Delle scienze utili e delle dilettevoli
per rapporto alla felicità umana, 1785 ; Calcolò sopra il valore
delle opinioni, e sopra i piaceri e i dolori della vita umana, 1757;
Riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane
per rapporto alle lingue — 1775; Lettere relative; Calcolo de' vizi e
delle virtù (nella Marciana). ATTINENTI A MATEMATICA E FISICA. Vita
del P. Grandl, 1764 ; Calcolo sopra i giuochi della bassetta e del
faraone, con un estratto di lettera sul lotto publico in Venezia, 1757 ;Calcolo
sopra la verità della Storia; post 1815, Venezia; Sulla probabilità di
vincite o perdite nel giuoco delle carte; Problemi geometrico-matematici;
ed altri di matematica e fisica (nella Marciana). Parmi che molte sien cose
scolastiche; in ogni modo, non da trascurarsi per gli storici delle scienze
fisiche e matematiche nel secolo scorso. RELIGIOSI. Della religione
e del governo dei popoli per rapporto agli spiriti bizzarri e increduli de'
tempi presenti, 1780; Lettere di estratto; Della confessione fra i
cattolici; Delle differenze della Religione cattolica da tutte le altre (nella
Marciana). POLITICI. Dell'autorità di persuasione e di forza fra
loro divise; Della scienza e dell'arte politica; tutti due publicati
dal Cicogna. Portogruaro, 1853. Inoltre lettere, in parte stampate,
in parte inedite presso il Cicogna, e le memorie autobiografiche, publicatesi
dal Cicogna. Ometto gli scritti, che il Cicogna indica solo come
accennati da altri; e ometto pure alcuni scritti, che il Cicogna indica nella
Marciana, ma che in parte sono manifestamente cose scolastiche, in parte mi
sembrano ricordi sceltisi dall' Ortes per suo studio, senza che si possano
sicuramente dir cose sue, in parte son cose del momento. L'anno che ho
aggiunto qui sopra dei vari scritti, è l'anno della prima publicazione. Del
resto non importa aggiungere se non l'osservazione, che volendosi ripublicare
scritti dell'Ortes, converrebbe far collazione delle edizioni coi manoscritti,
che servirebbero a correggerle e completarle.Gianmaria Ortes. Ortes. Keywords: verso. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
ed Ortes” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Ostiliano:
la ragione converazionale e il portico romano -- la filosofia romana sotto il
principato di Vespasiano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A follower of the Portico. His claim
to fame is that Vespasiano (si veda) banishes him from Rome. Ostilliano.
Grice ed Otranto: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Otranto). Filosofo italiano. Grice: “Otranto wrote a tractatus
‘de arte laxeuterii,’ which is an art of ‘divination,’ as when we say that
smoke divinates fire!” -- Grice: “Had Otranto not written ‘scritti filosofici’
we wouldn’t call him a philosopher!” – Filosofo. Sull'infanzia e sulla formazione poco è noto. Non si
sa dove oggiorna e studia, né chi siano stati i suoi maestri. La sua filosofia,
però, lascia immaginare una formazione molto solida. Insegna a Casole. Tradusse
la liturgia di Basilio ed altri testi liturgici per volontà del vescovo. Le sue
competenze linguistiche gli valeno inoltre degli incarichi diplomatici. Interprete
al seguito dei legati papali Benedetto, cardinale di Santa Susanna, e Galvani.
E a Nicea al seguito del re Federico di Svevia. Saggi: “L'arte dello scalpello”,
con una raccolta di testi geo-mantici ed astrologici; traduzioni di testi
liturgici; “Dialogo contro i giudei”; Tre monografie o syntagmata “Contro i
Latini” -- su questioni dottrinali significative nella polemica fra cattolici
ed ortodossi (quali la processione dello spirito santo o il pane azzimo);
un'appendice ai tre syntagmata; lettere e frammenti di lettere;. J Hoeck-R.J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von O.
Abt von Casole. Beiträge zur
Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter Innozenz III. und Friedrich
II., Ettal. M. Chronz: Νεκταρίου, ηγουμένου μονής Κασούλων (Νικολάου Υδρουντινού): « Διάλεξις κατά Ιουδαίων». Κριτική έκδοση. Athena, L. Hoffmann: Der anti-jüdische Dialog Kata
Iudaion des Nikolaos-Nektarios von O.. Universitätsbibliothek
Mainz, Mainz, Univ., Diss., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Homosexuality in a textual gap in what was going on in Italian Byzantine
convents under Roman rules. Longobards being raped, or raping Greek monks. Nicola
Nettario d’Otranto. Otranto.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Otranto” – The Swimming-Pool
Library. Grice ed Otranto – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.
Grice ed Ottaviano:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nel secolo d’oro
della filosofia romana sotto il principato d’Ottaviano -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza. Filosofo italiano. il primo
principe. Historia augusta, scritta d’Ottaviano. His philosophical teachers are
well known. The education of a prince. O.
lascia alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae
Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lascia tre
rotoli, che contenevano: il primo, disposizioni per il suo funerale, il
secondo, un riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da
collocare davanti al suo mausoleo, il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti
soldati sono sotto le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era
nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali, oltre alle imposte pubbliche. Il
testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione in latino. E incisa sulle pareti
del tempio, dedicato alla città di Roma e ad O., situato ad Ancyra -- l'odierna
Ankara, la capitale della Turchia -- e pertanto è stata denominata Monumentum
Ancyranum. Altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano
essere incise sulle pareti dei templi a lui dedicati. In uno stile
volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto
riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal
popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi
con il suo patrimonio personale allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe;
i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da lui
compiuti in pace e in guerra. Il documento non menziona il nome dei
nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, con l'eccezione
dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare,
oltre al futuro imperatore Tiberio. O. e totus politicus, fin dall'adolescenza.
Forse lo rivendica egli stesso nelle sue memorie. L'unico frammento di una
certa ampiezza in cui leggiamo esattamente le sue parole racconta di lui men
che diciannovenne alle prese con una imprevista e imprevedibile circostanza
esterna, prontamente messa a frutto in termini politici. Si tratta di un
miracolo ed egli capì subito che anda capitalizzato. Durante i giochi da lui
organizzati in memoria di GIULIO (si veda) Cesare, in un momento di massima
incertezza politica, tra liberatori perplessi e cesariani frastornati - apparve
una cometa e rimase visibile per ben VII giorni. Il fenomeno fa molta
impressione. «l volgo – scrive O. nelle sue memorie - credette -- “vulgus
credidit -- che quella stella significa che l'anima di Cesare e stata accolta
tra gli dei immortali. Usando tale pretesto (quo nomine) feci subito (mox)
aggiungere quel simbolo al busto di GIULIO Cesare che fa consacrare nel foro.
Il brano è citato da PLINIO nella Naturalis Historia, il quale commenta. Queste
furono le sue parole, destinate al pubblico, ma una gioia intima gli suggere
che quella stella era NATA PER LUI e che lui nasce in essa. L'episodio ha avuto
una eco imponente nella letteratura poetica e storiografica, coeva e
successiva. La formale decisione del Senato romano - che stabili essere GIULIO Cesare
‘divino’ - ha luogo. Divus lulins. In tal modo O. diventa ope legis, figlio di
Dio, Divi filius. C'è chi pensa che già in concomitanza con la conquista a mano
armata del consolato, O. ottene tale prezioso riconoscimento. Ma di fatto le
premesse O. le aveva poste con l'operazione «cometa», alla quale del resto si
richiama una vasta tradizione superstite: da Seneca a Svetonio a Plutarco a
Dione Cassio. Ma al benefico astrum Caesariso fa già riferimento VIRGILIO, e
ormai rinfrancato, nell'Ecloga. La carriera d’O. e incominciata già l'anno
prima, quando, neanche allora in ottima salute, aveva raggiunto GIULIO Cesare
in Ispagna per esser presente all'ultima durissima lotta contro i pompeiani,
culminata nella battaglia, fino all'ultimo incerta, di Munda. Difficile
stabilire se GIULIO Cesare lo avesse già allora notato, se Azia - madre di O. -
abbia attratto l'attenzione di GIULIO Cesare su di lui, se O. forza la
situazione superando le esitazioni materne. Quanto ci sia di riscrittura post
eventum e quanto invece di autenticamente vero in questo passaggio, che i
biografi cortigiani d’O. esaltano come premonitore, forse non si potrà mai
accertare. In ogni caso spicca la capacità dimostrata da GIULIO Cesare di
scegliere un successore. In politica non accade quasi mai. I capi carismatici
hanno, oltre che l'idea della propria indispensabilità, anche la certezza della
propria superiorità. Di qui la loro sospettosa sfiducia verso il proprio
entourage, nel quale pur debbono pescare chi verrà dopo di loro. A sua volta O.
cerca per anni, e resta tra gli arcana delle sue ultime ore di vita se sia
stato davvero pago della scelta compiuta (Svetonio, Vita di Tiberio). E ben si
comprende. GIULIO Cesare sceglie un figlio adottivo ed erede che puo, se si e confermato
capace, diventare un capoparte; O., invece, pur avendo restaurato la repubblica
cerca un successore. Anche dal modo in cui risolse questa tormentosa difficoltà
degli anni finali viene fuori il ritratto di un politico totale dotato di una
visione in cui la certezza della propria insostituibilità' -- che rende, tra
l'altro, ancor più disperante la ricerca di un successore -- si sposa con la
tenacia nel perseguire l'attuazione di un disegno; coniugare conservazione e
rivoluzione, dare alle istanze fondamentali della rivoluzione cesariana una
salda cornice di conservazione. Il che era molto di più, e molto più
complicato, di una riproposizione aggiornata del principato di Pompeo. Gli anni
della lunga pace non sono facili. Non sono mancati, in quei lunghi anni di
governo solitario, congiure, insidie, e persino il rischio che i conflitti si
riaprissero. Da qualche cenno di Seneca si deduce che ce ne furono e non
irrilevanti. E se Seneca ne e informato vuol dire che ne trova la traccia nelle
inedite Historiae ab initio bellorum civilium che suo padre continua a scrivere
e ad aggiornare ma non se l'era sentita di pubblicare. E anche questa prudenza
di uno storico accorto, che fa a tempo a intravedere «il mondo di ieri», ci fa
capire che per O., alla fine, l'unica scelta possibile era quella della storia
sacra. Perciò, quando la lunga pace civile del suo interminabile governo non ha
più bisogno di una ravvicinata e puntuale messa a punto aderente alla quotidianità
politica, egli inventa un altro strumento che affermasse in modi essenziali e
monumentali, sperabilmente per sempre, la sua verità: il solenne e
sacralizzante ri-epilogo dei propri successi, da trasmettere a tutti i sudditi,
non soltanto ad una cerchia più o meno larga dell'élite dirigente. Così nasce
in lui l'idea delle Res gestae, diffuse su supporto durevole per tutto l'impero
e perciò salvatesi: covate e limate nel corso degl’anni, e alla fine pronte,
oltre che per l'impiego monumentale, per la lettura postuma, davanti al Senato
intimidito e allenato ormai alla servitù spontanea, attraverso la bocca
dell'erede designato, anzi, con ulteriore ricamo rituale, del figlio di lui
Druso. Per Roma e una radicale novità. E la via epigrafica alla storia sacra,
sul modello delle grandi epigrafi regie del mondo iranico -- Dario a Bisutun --
e del mondo egizio, faraonico e poi Il ruolo delle Res gestae e quello non solo
di dichiarare chiuse per sempre le guerre civili, ma di spiegare
anapoditticamente ai posteri, la perfetta riuscita di quel disegno e di fare
accettare questa verità come l'unica vera nel momento stesso in cui la
successio dinastica ne rivelava la principale crepa. Nel che risiede la loro
grandezza e, insieme, la loro fragilità. « VOX AUGUSTA » Francesco
Petrarca, nel secondo capitolo del primo libro delle Res memorandae,
racconta d’essergli avve- nuto, ancora giovinetto, di leggere un
libriccino con- tenente gli epigrammi e le lettere agli amici
dell’im- peratore Cesare Augusto, conditum facetissima gravitate et
luculentissima brevitate « adorno di forbita dignità di stile e di
eloquente brevità »; un volumetto quasi intonso e mezzo divorato dalle
tarme, che andò per- duto, e che, per quanto disperatamente cercasse, il
Petrarca non riuscì più a trovare. I dotti dubitano della veridicità
della notizia, ma forse dubitano a torto, giacchè nessuna ragione poteva
avere Petrarca di men- tire la notizia, e da nessun’altra fonte che dalla
diretta lettura avrebbe egli potuto derivare un giudizio così vero
e preciso sulle doti stilistiche degli scritti di Augusto. Non resta,
dunque, che dichiararci contenti che a rivelare al mondo la grandezza di
Cesare Augusto scrittore sia stato il primo umanista d’Italia, e che
a nessun altro sia riuscito meglio che a lui di definire, in fresco
e saporoso latino, le caratteristiche dello stile del figlio
adottivo di Giulio Cesare. 202 I GRANDI ITALIANI
Molti secoli passarono prima che si ponesse di nuovo mente ad Augusto
scrittore, e solo quando fu ritrovata l’iscrizione di Ankara in Anatolia
i dotti si diedero a raccogliere i frammenti degli scritti imperiali e a
ripro- durli più volte in edizioni belle e brutte, rintracciando
meticolosamente il benchè minimo frammento. Sulla iscrizione dell’
Augusteo d’Ankara storici e filologi discu- tono ancora, voglio dire che
ancora non si sono messi d’accordo sulla natura e significato di uno dei
quattro documenti che Augusto, nel 14 dopo Cristo, nel set-
tantesimo sesto anno di vita, consegnò, insieme col testamento, alle
vergini Vestali perchè alla sua morte fossero letti in Senato. I quattro
documenti erano le disposizioni per i funerali, il resoconto delle sue
gesta, una relazione sulla situazione militare e finanziaria
dell’Impero, i consigli a Tiberio sul modo come reggere e amministrare la
cosa pubblica. Ci è giunto intiero il secondo dei quattro documenti: ma
non già nell’esem- plare che Tiberio, obbedendo alla volontà di
Augusto, fece scolpire nel bronzo dei due pilastri collocati
innanzi al grandioso Mausoleo, che sorgeva, nella parte setten-
trionale del Campo Marzio, tra il Tevere e la via Fla- minia; bensì nella
copia che fu incisa nella pietra dell’Augusteo di Ancyra, capitale della
Galazia, cioè nell’Augusteo di Ankara, capitale della nuova
Turchia. Ivi, nel capoluogo di una provincia romana, le Res gestae
Divi Augusti furono incise nel testo latino det- tato dall’Imperatore e
nella traduzione greca fatta ese- AUGUSTO 203 guire
dal successore Tiberio, perchè le parole di Cesare. Augusto sonassero più
intelligibili alle popolazioni orientali. Questa è
l’iscrizione nota col nome di Monumentum ancyranum, da venti anni a
questa parte riprodotta in un testo sempre meglio corretto, essendo stata
rin- venuta un’altra copia dell’originale latino nella colonia
imperiale di Antiochia di Pisidia. Ma, come ho detto innanzi, i dotti
discutono ancora sul significato del documento, nel quale Augusto volle
rendere pubblica ragione delle cariche ricoperte, dei donativi elargiti
e delle imprese operate. E, purtroppo, anche in questo caso, taluni
critici, per cercare di scoprire i diversi momenti della redazione dello
scritto, hanno affermato che il piano generale dell’opera è disorganico e
disor- dinato, che molte sono le incoerenze di alcune parti, e che
però Cesare Augusto ha redatto il documento ampliandone uno precedente,
più modesto e meglio ordinato. Insomma... una quistione omerica, che,
a parer nostro, è facilissimo distruggere nelle sue false ed
ingannevoli argomentazioni con poche parole. DI Il
documento di Augusto non è un bilancio, non è un testamento politico, non
è un'iscrizione del tipo degli elogia; ma è rendiconto, testamento ed
elogium, perchè Augusto l’ha redatto quando si appressava il giorno
della morte. Per ciò stesso non rientra in nessun genere. La solennità
del latino del documento augusteo DI non è soltanto
nello stile, ma è nei fatti che vi sono 204 I GRANDI ITALIANI
LI esposti, e soprattutto è nel fatto che al Senato e
al Popolo di Roma parla il fondatore dell’Impero, il Padre della
Patria, Augusto, e non per esaltare la sua propria opera, ma per
proclamare che essa rimarrà in eterno legata alla fedele collaborazione
del Senato e del Popolo di Roma. Svetonio afferma che Augusto
soleva scrivere tutto ciò che dovesse dire, che scriveva perfino quello
d’im- portante che dovesse dire a sua moglie Livia; e che si era
assuefatto a scrivere meticolosamente i suoi discorsi al punto che,
quando la troppo cagionevole gola gl’impedisse di arringare la folla, un
araldo leg- geva ad alta voce il suo manoscritto: praeconis voce ad
populum contionatus est. Perciò io dico che anche questo documento è un
discorso al Popolo di Roma: l’ultimo discorso nel quale il Padre della
Patria, Cesare Augusto, rende conto dell’opera sua. E le
prove della mia affermazione sono la presunta incoerenza e il presunto
disordine scoperti e biasimati dai critici. Ma non sono malinconicamente
ridicoli quei critici i quali cercano di dimostrare in « sede scientifica
» che Cesare avrebbe copiato da Posidonio molti capitoli di un
libro dei commentarii della guerra gallica (e sono, purtroppo, Italiani);
o questi altri (e fortunatamente non sono Italiani) che scoprono in
Augusto un errore di cronologia? Giacchè, se dovessimo dar retta a
costoro, « Augusto avrebbe commesso l’errore di menzionare alla
fine del documento i due maggiori titoli del Pater AUGUSTO
205 Patriae e di Augustus conferitigli dal Senato e dal
popolo negli anni 27 e 2 avanti Cristo. Invece che nel trentaquattresimo
e trentacinquesimo paragrafo, Augusto avrebbe dovuto ricordarli, a
giudizio di cotesti critici, molto prima: chè insomma avrebbe dovuto
fare opera di storico mediocre e dimenticare di essere Cesare
Augusto. | Leggete il documento. Esso comincia: annos unde-
viginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi,
per quem rem publicam a dominatione fac- tionis oppressam in libertatem
vindicavi: « all’età di diciannove anni, di mia iniziativa e con danaro
mio apparecchiai un esercito, e con esso restituii libertà allo
Stato oppresso dalla prepotenza di una fazione ». E si chiude così: « Tra
il sesto e il settimo consolato mio, dopo ch’ebbi soffocate le guerre
civili ed assunto, per universale consenso di tutti i cittadini, il
supremo potere, trasferii dalla mia persona all’arbitrio del Senato
e Popolo romano il governo della cosa pubblica. Per questa mia
benemerenza, mi fu conferito, con decreto del Senato e Popolo romano, il
titolo di Augustus... Durante il tredicesimo mio consolato, il Senato,
l’ordine equestre e il Popolo romano mi acclamarono Padre della
Patria, e decretarono che questo titolo dovesse essere iscritto nel
vestibolo della mia casa e nella curia Giulia, sotto la quadriga che per
decreto del Senato fu eretta ad onor mio. Quando redigevo questo
docu- mento, avevo settantasei anni ». 206 I GRANDI
ITALIANI Comincia: annos undeviginti natus...; finisce:
annum agebam septuagesimum sextum. Non dimentichiamo questa chiara
e significativa corrispondenza tra l’inizio e la chiusa del documento,
nella quale sono compresi i cinquantasette anni della vita politica di
Cesare Augusto. O sembra, forse, strano che per sublime orgoglio il
primo cittadino della Roma imperiale, acco- miatandosi per sempre dalla
plebe romana, di tutti i titoli e honores ch’egli ebbe in vita, voglia
ricordare alle generazioni avvenire il nome di Augustus e il titolo
di Pater Patriae? | » Augusto era infermo, la morte si appressava
non temuta, ma serenamente attesa, chè infatti morì di «bella
morte». Egli parla per l’ultima volta al Senato e Popolo di Roma, come un
cittadino, che, amministrata la cosa pubblica, dimesso dall’ufficio,
consegni al suc- cessore l’incarico e chieda, con coscienza onesta e
proba, il benservito. C’è in questo documento un crescendo di tono,
che verso la fine raggiunge il maestoso: dal venticinquesimo paragrafo in
poi esso si fa solenne come litania: ... mare pacavi a praedonibus...;
omnium provinciarum populi romani fines auxi...; Aegyptum imperio
populi romani adieci...; colonias deduxi...; signa militaria
reciperavi...; Pannoniorum gentes imperio po- puli romani subieci...; ad
me ex India regum legationes saepe missae sunt...; ad me supplices
confugerunt reges...; a me gentes Parthorum et Medorum reges
habuerunt...; e finalmente i due ultimi paragrafi sopratradotti.
Sui AUGUSTO I | 207 «mari ha debellato i pirati, ha
allargato i territori di tutte le provincie dell’Impero, ha aggiunto la
nuova provincia di Egitto, ha fondato nelle più lontane regioni
colonie di Roma, ha recuperato bandiere e vessilli: a lui hanno fatto
ricorso in atto di supplica i re di tante nazioni, da lui le genti di
Oriente hanno avuto i re che avevano dimandati. Col trentesimo terzo
paragrafo si chiude il rendiconto delle imprese operate da Cesare
Augusto; nel trentaquattresimo e nel trentacinquesimo paragrafo risuona
il ricordo del nome di Augustus e del titolo di Pater Patriae. Al Senato
e Popolo romano, alle genti tutte dell’Impero, alle generazioni
avvenire Augusto si raccomanda e consacra, prima che la sua terrena
giornata si chiuda, con quel nome solo e solo con quel titolo.
* ws Cesare Augusto affidò il manoscritto alle vergini
Vestali perchè fosse consegnato dopo la sua morte al Senato e inciso sul
bronzo. Il successore Tiberio fece riprodurre il testo com’era, con una
brevissima appen- dice e in ortografia un tantino diversa da quella prefe-
rita da Augusto, ma certo senza nessuna sostanziale modificazione.
Dunque, noi possediamo un’opera intera di Augusto, la quale ci rivela la
sua grande personalità di scrittore. Il latino di Augusto non
è quello di Cesare. Augusto scrive in prima persona, ma si può dire che
in questo 208 I GRANDI ITALIANI scritto egli
raggiunga la stessa efficacia dei Commen- tari. Non giudica, non aggiunge
nessun commento ai fatti che espone pacatamente e senza enfasi, ma
dalla secca enumerazione dei templi fondati, degli edifici pubblici
restaurati o costruiti, delle somme elargite all’erario e alla plebs,
delle genti soggiogate, dei nemici sconfitti, delle terre conquistate,
delle leggi promulgate, spira il calore dell’epopea e della leggenda. La
sua opera appare, quale fu, colossale; e vien fatto di ripen- sare
ai primi quattro versi della prima epistola del secondo libro di Orazio:
«Se io tentassi di rubarti un po’ di tempo con una lunga chiacchierata, o
Cesare, peccherei contro l’interesse dello Stato, giacchè da solo
sostieni tante e così gravi cure, e l’Italia difendi con gli eserciti, e
ne incivilisci i costumi, e con leggi la emendi... ». Epico è
il tono di questo scritto di Augusto, anche là dove sono riassunte in
brevissime parole imprese che durarono anni: « Colonie militari ho
inviato in Africa, in Sicilia, in Macedonia, nelle due Spagne, in
Acaia, in Asia, in Siria, nella Gallia Narbonense, in Pisidia. E l’Italia
diciotto colonie possiede; dedotte per ordine mio, le quali, per tutto il
tempo ch'io vissi, sono state assai popolose e prosperose ».
Leggendarie appaiono le legioni, che, guidate da lui o dai generali
suoi « sotto ì suoi auspici», marciano, di conquista in conquista, verso
confini sempre più lontani; e avvolte nella leggenda sembrano le triremi
sue che fanno vela, =_= 1 -:-—=- esse poni “bi
ski AUGUSTO 209 audaci, verso nuovi lidi: « La mia
flotta corse l’Oceano dalla foce del Reno fino al territorio dei Cimbri
ad Oriente, dove, nè per terra, nè per mare, nessun Romano prima di
allora era giunto... ». Augusto ha uno stile sobrio, nient’affatto
enfatico, e tuttavia solenne. Egli adopera vocaboli che sono sempre
esatti e tecnici, censuit, decrevit, ussit, creavit, per dire che il
Senato e Popolo romano ordinò, decretò, comandò, nominò. La collocazione
delle parole è sem- plicissima, lineare, chiara, antiretorica, come in
questo periodo che è uno dei più ricchi sintatticamente: nomen meum
senatus consulto inclusum est in saltare carmen, et sacrosanctus in
perpetuum ut essem et, quoad viverem, tribunicia potestas mihi esset, per
legem sanctum est: « Il mio nome per decreto del Senato fu compreso
nel carme dei Salii, e che inviolabile io fossi in perpetuo, ed a
vita avessi il potere tribunizio, fu per legge sancito». Non fa mai
il nome degli avversari suoi; tace quello dei congiurati che
assassinarono il padre suo Cesare: qui parentem meum interfecerunt, eos
in exilium expulsi iudiciis legitimis ultus eorum facinus et postea bellum
inferentis rei publicae vici bis acie: «Quelli che assas- sinarono il
padre mio li cacciai in esilio punendo con procedimento legale il loro
delitto, e, in seguito, quando essi portaron guerra allo Stato, per due
fiate li sconfissi in campo ». E continua, pacato e grave: «
Guerre per terra e sui mari, civili ed esterne, in tutto il mondo più
volte ho combattuto, e vincitore 14 — Coppota. 210 I
GRANDI ITALIANI risparmiai tutti i cittadini che dimandarono
grazia. Le genti straniere alle quali fu possibile, senza peri-
colo, perdonare, preferii conservarle anzi che distrug- gerle. Sotto le
mie bandiere circa cinquecentomila cit- tadini romani militarono. Di essi
più che trecentomila mandai nelle colonie o feci ritornare ai loro
municipi, dopo ch’ebbero compiuto gli anni di servizio, e a tutti
assegnai terre oppure donai danaro a ricompensa del servizio prestato.
Seicento navi catturai, non inclu- dendo in questo numero quelle di
tonnellaggio inferiore alle triremi. « Entrai in Roma ovante,
due volte: tre ebbi trionfi solenni e ventuna volta fui acclamato
imperator, seb- bene il Senato mi decretasse un maggior numero di
trionfi, ai quali tutti rinunciai. L’alloro dei fasci lo deposi in
Campidoglio, e così sciolsi il voto che avevo solennemente fatto in ogni
guerra. Per le imprese feli- cemente da me o dai miei generali sotto i
miei auspici operate in terra e sui mari, il Senato cinquantacinque
volte decretò che si rendessero grazie agli dèi immor- tali.
Ottocentonovanta furono i giorni nei quali, per decreto del Senato,
s’inalzarono pubbliche preci. Nove re o figli di re furono nei miei
trionfi condotti innanzi al mio cocchio ». | Ascoltatelo
quando riassume in un periodo solo la sua opera di legislatore: « Con
leggi nuove da me promulgate richiamai in vigore le consuetudini
antiche dei padri, che già cadevano in oblio nella nostra gene-
AUGUSTO 211 razione, e io stesso ho lasciato alle
generazioni avvenire esempi di molte cose, degni d’essere imitati ».
Sentitelo quando ricorda gli onori che il Senato e Popolo di Roma conferì
ai suoi due figli adottivi, e leggerete in un brevissimo inciso il dolore
del padre per l’immatura morte di Gaio e Lucio Cesare, e l'umano e
affettuoso compiacimento suo nel ricordare che appena quindicenni essi
furono acclamati principi della gio- ventù romana e designati consoli: «
I due figli miei, che il destino mi strappò ancor giovani, Gaio e
Lucio Cesare, il Senato e Popolo romano per farmi onore li designò
consoli appena quindicenni, che entrassero in carica dopo cinque anni. E
il Senato decretò che dal giorno della loro presentazione nel Foro
partecipas- sero ai pubblici consigli. E tutti i cavalieri romani
li acclamarono principi della gioventù, e offrirono in dono scudi e
lancie di argento ». E, infine, ascoltatelo quando ricorda gli anni di
Azio e dell’ultima guerra civile: « Mi giurò fedeltà l’Italia tutta
intera, spon- taneamente, e mi volle condottiero della guerra nella
quale vinsi ad Azio. Mi giurarono fedeltà anche le pro- vincie delle
Gallie, delle Spagne, d’Africa, di Sicilia, di Sardegna ». I |
Augusto è scrittore accortissimo, che aborre da ogni lenocinio sintattico
o lessicale, ma che nel giuoco delle congiunzioni, del polisindeto e
dell’asindeto, riesce a far leggiero o grave il tono della voce, più
lento o più celere, ma non mai concitato il movimento della frase.
14* — Coppota. 212 I GRANDI ITALIANI Abbiamo
letto or ora un esempio di asindeto, in cui le pause tra un nome e
l’altro delle provincie rendono più solenne l’immagine del mondo romano
stretto nel giuramento intorno al suo Duce; eccone, invece, un
altro di polisindeto, là dove Augusto ricorda l’iscri- zione dello scudo
d’oro offertogli dal Senato il 27 avanti Cristo. — Il testo
originale dell’iscrizione era il seguente: « Il. Senato e Popolo di Roma
offrì ad Augusto questo scudo per il suo valore clemenza giustizia pietà
»: ... virtutis clementiae iustitiae pietatis caussa (e natural-
mente virtus sta a significare l’opera del condottiero di eserciti, e
pietas il profondo ossequio alle istituzioni religiose). Ma Augusto
riunisce più efficacemente in due endiadi le quattro virtù, essendo le
due prime proprie dell’opera sua di condottiero, le altre due del
magistrato civile e supremo amministratore dello Stato: virtutis
clementiaeque, iustitiae et pietatis caussa. Perciò io dico che è molto
difficile tradurre bene i trentacinque paragrafi delle res gestae di
Cesare Augusto. A questa grande iscrizione, che Teodoro Mommsen
chiamò la regina delle iscrizioni latine, è mancato chi la traducesse
nella lingua del « Principe », perchè è stata rinvenuta troppo tardi. Nei
tempi moderni avrebbe potuto tradurla solo il Tommaseo, ma non l’ha
fatto perchè non la conosceva. Ha tradotto solo le sette parole che
son citate da Svetonio nella vita di Augusto, ed io le ho ripetute nella
mia traduzione copiandole dal AUGUSTO 213 Dizionario
d’estetica, e le ripeto di nuovo con accanto il latino di Augusto: bis
ovans triumphavi et tris egi curulis triumphos... « entrai in Roma
ovante, due volte: tre ebbi trionfi solenni». Solo la collocazione
delle parole semplice ed efficace, e un raro accorgimento nella
scelta dei vocaboli e dei sinonimi potrebbero soddisfare il desiderio
nostro di una traduzione ita- liana che riproducesse gli effetti del
latino di Cesare Augusto. I Augusto fu scrittore elegante e
temperato. Svetonio riferisce che egli scrisse molte cose in prosa di
vario genere, alcune delle quali leggeva nella conversazione degli
amici, quasi dinanzi a un uditorio come le Ri- sposte a Bruto intorno a
Catone, che da vecchio essen- dosi messo a leggere, giunto un pezzo
innanzi, final- mente stanco dovè farne terminare a Tiberio la lettura;
le Esortazioni alla filosofia, ed alcune notizie Della sua vita che
espose in tredici libri giungendo fino alla guerra cantabrica e non più
in là. Compose anche qualche verso. Rimaneva, al tempo di Svetonio,
un volumetto in esametri sulla Sicilia e un altro di Epi- grammi, i
quali egli era andato componendo durante il bagno. Aveva anche
incominciata con grande ala- crità una tragedia, ma non essendo contento
della forma la distrusse, e agli amici che un giorno gli diman-
davano che facesse di bello il suo « Aiace », rispose che il suo Aiace s’era
buttato non sulla spada, ma in una spugna. 214 I GRANDI
ITALIANI Spregiava di fare uso di vocaboli dotti e difficili
o com’egli stesso li definiva reconditorum verborum feto- ribus.
Aveva a noia i leziosi e gli arcaizzanti, ciascuno vizioso nel suo
genere, e talvolta li metteva in deri- sione e sopra ogni altro il suo
Mecenate di cui conti- nuamente riprendeva «i riccioli stillanti unguento
», come li chiamava. Non la perdonò neppure a Tiberio che andava a
caccia di parole stantie, e dava del . matto a Marco Antonio, come colui
che scriveva più per farsi ammirare che per farsi intendere. Nei
di- scorsi, di alcuno dei quali leggesi in Cicerone menzione
entusiastica, sappiamo che si preoccupò di riuscire eloquente senza mai
ricorrere alla verbosità e pesante sentenziosità dell’allora decadente
oratoria. In una let- tera alla nipote Agrippina, lodando l’ingegno di
lei, l’ammonisce che si studi di non scrivere o parlare in modo
disgustevole e lezioso. E per riuscir chiaro, sì che tutti potessero
capire, preferiva una sintassi lim- pida ad una sintassi più armoniosa e
serrata, e adope- rava le preposizioni anche dinanzi ai nomi di
città, facendo cosa che un diligente maestro dei nostri tempi
sottolineerebbe con frego azzurro nel compito del ma- laccorto scolaro.
Svetonio, che ci racconta questi parti- colari della grammatica e
sintassi di Augusto, e che ebbe modo di consultarne gli autografi,
ricorda anche che egli non divideva mai le parole in fine di riga
per terminarle nella riga seguente, ma le ripiegava. sotto
chiudendole con una linea curva. E aggiunge che — AUGUSTO
215 l'ortografia di Augusto, abituato a scrivere per
parlare, era quella di chi scrive come pronunzia. Se dobbiamo
credere agli antichi, di Cesare Augusto restarono famose le lettere.
Raccolte per tempo in più volumi e alcune di esse rimaste vaganti, non
costitui- rono mai un vero e proprio corpus, ma andarono a poco a
poco disperse. Esse non ebbero la buona e cattiva ventura di entrare
nelle scuole come libro di testo, e neppure l’altra d’essere raccolte in
antologia. Restano però i giudizi degli antichi e alcuni frammenti
degni d’essere ricordati. Augusto discorreva alla buona, familiarmente,
sia che scrivesse di affari politici, sia che si rivolgesse ad amici e
parenti. Sollecitava Vir- gilio che gli mandasse almeno l’abbozzo dei
primi versi dell’Eneide; scherzava con Orazio rimproverandolo che
non parlasse mai di lui, e chiedendogli se per caso non credesse di
rimanere infamato presso i posteri, qualora dagli scritti suoi apparisse
chiara la loro inti- mità. All’amico Mecenate un giorno scrisse che
essendo infermo e tuttavia indaffarato in più cose, chiamava e
fargli da segretario il suo Orazio; lo richiamava cioè dal parassitico
desco del nobile etrusco alla sua mensa di pontefice massimo: veniet ergo
ab ista para- sitica mensa ad hanc regiam, et nos in epistulis
scri- bendis adiuvabit. E un’altra volta gli scrisse una let- tera
che si chiudeva con questa forbita apostrofe: « Salute o mio ebano di
Medullia (città etrusca), avorio di Etruria, laserpizio di Arezzo, perla
tiberina, sme- 216 I GRANDI ITALIANI raldo dei
Cilnii, diaspro degli Iguvini, berillo di Por- senna, carbonchio di
Adria, e, per dirle tutte in una parola, céccolo delle meretrici...
». Suo nipote Gaio Cesare era da lui chiamato in segno di
affetto, asellus tucundissimus; e al figliastro Tiberio egli scriveva
lettere gonfie di tenerezza e con- fidenza, raccontandogli come avesse
passato il giorno, quanto avesse perduto al giuoco, parlandogli dei
suoi digiuni imposti dalla cagionevole salute, e d’aver sboc-
concellato in lettiga, tornando al palazzo, un’oncia di pane e pochi
acini di uva secca. E quando Tiberio, il quale militava lontano con gli
eserciti, scriveva di essere smagrito per le continue fatiche della
campagna, ei lo supplicava di riguardarsi, chè, alle cattive notizie
della sua salute, et ego et mater tua (Livia), expiremus et summa
imperti sui populus romanus periclitetur. Alla figlia Giulia voleva un
gran bene, e la licenziosa vita ch’ella condu- ceva amareggiò assai
l’animo suo: soleva dire di aver due figlie, tutt'e due delicatissime, la
res publica e Giulia; e molto spesso nelle lettere, come riferisce il
vecchio Plinio, recriminava penosamente la dissolutezza di lei.
Umano egli era sempre e ricco di sentimento: qua- lunque cosa
scrivesse, politica o familiare, alieno da ogni lenocinio di forma e
incline piuttosto ad acco- gliere espressioni còlte sulla bocca del
popolo. Non scriveva die quinto ma diequinte, chè così comune-
mente dicevasi; e, per esprimere la celerità di un avvenimento, diceva
ch’esso era accaduto più presta- AUGUSTO 217 mente
che non cuoce uno sparagio, celerius quam aspa- ragi coquuntur; e per dir
« stolto » adoperava baceolus che corrisponde al nostro « baggeo »; e per
dire che stava male in salute diceva vapide se habere. ‘+
Abbiamo poco dei suoi scritti, di intero la sola iscrizione delle res
gestae in latino, e alcuni decreti ed editti in greco, non tradotti da
lui direttamente, ma certo da lui corretti e controllati. Svetonio
racconta che Augusto, sebbene conoscesse il greco e sempre lo
leggesse e studiasse, tuttavia non si provò mai a scri- verlo, chè temeva
di non conoscerlo abbastanza. Egli aveva studiato con retori greci, i
quali gli appresero cose di larga erudizione; ma scrittore, come ci
appare nel lapidario latino della iscrizione delle res gestae, egli
s'era formato sull’esempio di Cesare, nell’azione ed esperienza militare
e politica di tutti i giorni. Aveva innanzi tutto imparato ad evitare non
la facondia, ma la loquacità, e a reputare perciò che l’eloquenza
con- siste nel non far mostra di eloquenza: partem esse eloquentiae
putabat eloquentiam abscondere: che è poi la grande virtù della parola
destinata a commuovere i popoli e a guidarli alla vittoria e
all’impero. * * * I contemporanei lo salutarono
coi versi di Virgilio: « ecco Cesare Augusto, l’eroe che ci era stato
pro- messo e che resusciterà nel Lazio e nelle campagne 218
I GRANDI ITALIANI d’Italia, dove in antico regnava Saturno, l’età
del- l’oro; e l’Impero di Roma amplierà fino al Fezzan e all’India,
di là dalle vie delle stelle, fin dove l’instan- cabile Atlante sostiene
sulle spalle lo splendente astro dei cieli». Lo avevano veduto « entrare
tre volte in trionfo nelle mura di Roma, e pagare agli dèi d’Italia
l’immortale tributo dei suoi voti consacrando più di trecento templi », e
fra l’applauso della folla e i canti delle vergini e delle matrone,
mentre sugli altari fumanti cadevano immolati migliaia di tori, l'avevano
ammi- rato, « sulla soglia di marmo e di alabastro del tempio di
Apollo, ricevere dall’alto del trono i doni dei popoli sottomessi per
abbellire le magnifiche colonne del superbo porticato ». Sono
passati duemila anni, e l’immagine virgiliana dell’apoteosi di Augusto si
è trasmessa, di generazione in generazione, come l’immagine della pace
romana creata dall’eroismo e dalla vittoria delle legioni, e . dalla
volontà pura di uno spirito umanamente libero trasformata in religione
politica e ideale di civiltà: riformatore della costituzione, difensore
del territorio, organizzatore dell’amministrazione e della società,
Ce- sare Augusto rappresenta la maestosa dignità dell’Im- pero e il
diritto fondamentale dello Stato. I simboli del suo destino, l'adozione
di Cesare, la battaglia di Filippi, la vittoria d’Azio annunziano, nel
tramonto di Roma repubblicana, la luce di Roma imperiale;
più chiaramente ancora, il 16 gennaio del 27 avanti
AUGUSTO | 219 Cristo, l’annunzia il nuovo suo nome di
Imperator Caesar Augustus, che è un simbolo anch’esso e riunisce in
un solo destino l’eroe creatore e la volontà implacabil- mente
lucida del fondatore dell’Impero. Religiosa eredità fu quella di
Cesare: e infatti duravano ancora le leggi, le istituzioni e gli
ordina- menti, coi quali Cesare era salito al potere e il culto del
Divus Iulius era diventato il culto dello Stato, garanzia e patrimonio
dell’Impero. Ma rafforzando e difendendo la Romanità così che niente mai
potesse distruggerla, Augusto risolveva a favore dell’Occidente
l’antitesi tra l'Oriente e l'Occidente che Cesare aveva drammaticamente
vissuta negli ultimi anni della vita sua, e che s’era ripresentata,
fortunosa e tragica, nella lotta tra Ottaviano non ancora Augusto e Marco
An-. tonio. È però costruendo in Occidente la Roma impe- riale
sognata e creata da Cesare, Augusto che aveva da Cesare ereditato la
legittimità aggiunse alla gran- dezza del padre suo la gloria d’aver
tenuto a battesimo la civiltà europea. Insieme con Cesare,
egli è il simbolo della dignità imperiale, e il nome suo di Imperator
Caesar Augustus consacra da duemila anni l’identificazione
dell’Impero con l’Occidente. Il titolo di Cesare dava il diritto di
successione al trono, quello di Augusto concedeva la dignità imperiale:
il rito iniziato dai Flavii e ufficial- mente inaugurato da Adriano fu
poi consacrato nelle formule del protocollo. Creatore dell’Impero era
Cesare, 220 | O I GRANDI ITALIANI fondatore era
Augusto, il quale era riuscito a far sopravvivere l’opera e la gloria di
Cesare in cinquan- tasei anni di regno, e della santità di Cesare
aveva fatto il patrimonio e il fondamento dell’Impero. Appa- riva
dunque ricco di conseguenze per il mondo l’atto di adozione, col quale
Cesare aveva proclamato suo erede il nipote di una sua sorella, quel
giorno che in terra di Spagna, alla vigilia di una battaglia,
mentre faceva tagliare un bosco per costruirvi il campo delle
legioni, ordinò si risparmiasse una palma come augurio di vittoria, e
quella sùbito gittò polloni alti e fiorenti. Sul finire del Medioevo,
all’albo della Rinascenza, quando si inaugura la ricerca storica e si
annunzia fecondo di civiltà il quasi voluttuoso amore del passato,
e la Romanità risorge nella cultura e nell’arte nutrite dalla possente
vita dei sensi; allora i due nomi di Cesare e di Augusto tornano ad
essere creatori della religione dell’Impero. Allora il romanticismo
eroico del- l’Umanesimo celebra ed esalta l’idea imperiale di Roma
con tanto devota ammirazione che gli Italiani dei secoli futuri ne
trarranno motivo di orgoglio e di serena fede, quando il predone
straniero spoglia e insozza le loro terre; e da quel grido di amore
per l’antica grandezza romana nascerà un appassionato libro del
Risorgimento, sul primato della nostra gente e sulla universale missione
d’Italia. | Allora, all’alba della Rinascenza, fiorirono le leg-
gende sui monumenti ch’erano rimasti segni tangibili
AUGUSTO 221 della sua presenza, a testimonio della grandezza
di Augusto. Ed Egli apparve garante del miracoloso destino
d’Italia, come nella formula dell’ultimo Impero che salutava il nuovo
imperatore con l’augurio che fosse più fortunato di Augusto: felicior
Augusto. E si divulgò la fama che nel Mausoleo comunemente noto col
nome di Austa sorgesse circondata dalle tombe un’abside, e
Ottaviano e i sacerdoti suoi vi celebrassero sacrifizi solenni, fra
sacchi di terra raccolti d’ogni parte del mondo a perpetuo ricordo delle
genti sottomesse all’Im- pero. L’Austa divenne una fortezza
inespugnabile, la fortezza più contesa di Roma, e « fu strascinato
allo campo dell’Austa » il cadavere di Cola di Rienzo e là fu
bruciato «in un fuoco di cardi secchi », in quegli ‘anni che
Francesco Petrarca scopriva e vaticinava nella grandezza di Roma
imperiale l’ideale politico italiano, distruggendo ogni antitesi tra il
passato e l’avvenire. E dopo che nel duecento il maestro Mar-
chionne di Arezzo ehbe costruita presso il Mercato di Traiano l’alta
Torre delle Milizie, allora nacque, più suggestiva e più vera, anche
l’altra leggenda: che ‘sotto la torre fosse un palazzo incantato e
Augusto vi riposasse da secoli. E un giorno si desterebbe
dal sonno e tutto armato uscirebbe con milizie e legioni, quando
Roma fosse pronta a reggere e guidare per la seconda volta le sorti del
mondo. Ottaviano.
Keywords: vox augusta. Ottaviano. Luigi Speranza, “La ragione conversazionale: Grice
ed Ottaviano,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “ The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Grice ed Ottaviano – la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale e il collettivismo – filosofia italiana – Luigi Speranza (Modica).
Filosofo. Grice: “Perhaps with Holllinghurst,
and Hogarth, of course, Ottaviano is one of the few who have cherished in the
analysis of ‘la curva’ or ‘la linea’ – and it has revived a debate which should
fascinate a few!” Diplomatosi a
Modica, si laurea a Milano. Straordinario di Storia della Filosofia a Cagliari,
poi a Napoli, ottenne la cattedra, conseguendovi la libera docenza ne passò poi
a Catania, dove fonda e diresse l'Istituto di Magistero, insegnandovi. Fonda la
rivista “Sophia”. Grande conoscitore della filosofia del periodo medievale, di
cui peraltro ritrova e studiò molte opere inedite, elaborò una propria teoria. Delle due saggi, “Critica dell'Idealismo”
(Napoli,) e “Metafisica dell'essere parziale” (Padova), la prima ma fu ben
presto censurata e poi bruciata pubblicamente a causa della sua dura critica
all'Idealismo di Gentile. Questa sua opposizione a Gentile, nonché le sue
critiche a Croce, gli valeno dure vessazioni accademiche. Compone inoltre un ampio e comprensivo
Manuale di storia della filosofia (Napoli). Membro dell'Accademia d'Italia, si
occupa, per primo, della filosofia di Gioacchino da Fiore, esaltato d’Aligheri
nella Commedia, pubblicandone un saggio. Pubblica il codice di Oxford “Joachimi
Abbatis Liber contra Lombardum,” che attribuì a qualche seguace della scuola di
Fiore. Mentre celebrava, a Novara, Pietro Lombardo, riprese a parlare di Fiore,
presentandolo come un romantico "ante litteram" e un fautore della
nazione italiana. Segnalò pure due ignorati codici gioachimiti della biblioteca
Casanatense di Roma, occupandosi altresì della condanna di Gioacchino da parte
del Concilio Lateranense ed evidenziandone lo sgomento suscitato. Inoltre,
nella rivista Sophia, diretta da lui ed allora edita dalla MILANI di Padova,
diede spazio a vari studiosi gioachimiti. Sempre sull'argomento, ritenne
dapprima Gioacchino un triteista, ma, dopo aver visionato le tavole del Liber
figurarum, scoperto da L. Tondelli propese invece per un'ortodossia trinitaria.
Fonda e diresse un partito nazionale d'impronta social-liberale, che però non
ebbe seguito. Opere principali: Pietro Abelardo. La vita, le opere, il
pensiero” (Poliglotta, Roma); “Il "Tractatus super quatuor evangelia"
di Fiore, Archivio di filosofia, Padova, Testi medioevali inediti. Alcuino,
Avendanth, Raterio, Anselmo d’Aosta, Abelardo, Incertus auctor” (Olschki,
Firenze); Joachimi abbatis Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da
Fiore), Reale Accademia d'Italia Studi e documenti, Roma, Un documento intorno
alla condanna di Gioacchino da Fiore” (Rondinella, Napoli); Pier Lombardo, in
Celebrazioni piemontesi, Istituto d'Arte per la Decorazione e la Illustrazione
del Libro, Urbino); “Critica dell'Idealismo” (Rondinella, Napoli); “Metafisica
dell'essere parziale” MILANI, Padova); “La tragicità del reale, ovvero la
malinconia delle cose. Saggio sulla mia filosofia” (MILANI, Padova); Tommaso
Campailla. Contributo all'interpretazione e alla storia del cartesianesimo in
Italia, introduzione e note D. D'Orsi” (MILANI, Padova); E. Scarcella,
Dizionario Biografico degli Italiani, D. D'Orsi, Il filosofo della quarta età:
ricordo di O., quotidiano “La Sicilia”, Catania, di. D.'Orsi, Tra Socrate e
Gesù: quattro anni fa moriva, quotidiano “La Sicilia”, Catania,. E. Scarcella, Dizionario Biografico degli Italiani, stituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma,. Gioacchino da Fiore Massimiliano Pace, Info Magazine. Grice: “I
love Ottaviano: he had three main interests: philosophy, philosophy, and
philosophy. More
specifically, as a Sicilian he was not interested in Italian philosophy, which
he found too continental; he loved a mediaeval – and he loved Gentile – he
corresponded extensively with him! La
visione cristiana di Ernesto Buonaiuti, F. Campitelli, Foligno. A proposito di
un libro sul Prepositino, in «Rivista di filosofia neoscolastica», Traduzione,
prefazione e note di: Anselmus Cantuariensis, Opere filosofiche, trad. pref. e
note di O., Carabba, Lanciano. Metafisica del concreto. Saggi di una
Apologetica del Cattolicesimo, Angelo Signorelli editore, Roma. Ricerche
lulliane, in «Estudis universitaris catalans». Pietro Abelardo. La vita, le
opere, il pensiero, Tipografia Poliglotta, Roma. Otto opere sconosciute di
Raimondo Lullo, in «Rivista di cultura»; L'Ars compendiosa de R. Lulle, avec
une étude sur la bibliographie et le Fond Ambrosien de Lulle, Paris; ristampata
sempre in francese: L'Ars compendiosa de R. Lulle, avec une étude sur la
bibliographie et le Fond Ambrosien de Lulle, O., Librairie philosophique
Vrin. Guglielmo d'Auxerre. La vita, le opere, il pensiero, Biblioteca di
filosofia e scienze, Roma. A proposito di un libro su S. Anselmo, in «Rivista
di filosofia neoscolastica». I problemi del realismo, in «Giornale critico
della filosofia italiana». Le “Quaestiones super libro Praedicamentorum” di
Simone di Faversham, in «Memorie della R. Accademia dei Lincei». Roma. Traduzione,
prefazione e note di: Tommaso d’Aquino, Saggio contro la Dottrina averroistica
dell’unità dell’intelletto, Carabba, Lanciano. Traduzione, prefazione e note
di: Tommaso d’Aquino, Saggio sull'essere e l'essenza e altri opuscoli,
prefazione, traduzione e note critiche di C. Ottaviano, Carabba, Lanciano. Frammenti
abelardiani, in «Rivista di cultura», Prof. P, Loescher, Roma. Il
"Tractatus super quatuor evangelia" di Gioacchino da Fiore, in
«Archivio di filosofia», Padova. Osservazioni critiche sui presupposti del
problema della conoscenza. Il superamento dell'immanenza sulla base della
nozione di individuo, in «Archivio di filosofia». Il pensiero e il suo atto, in
«Archivio di filosofia». La riforma della logica di Aristotele, in «Archivio di
filosofia». Nota polemica, in «Rivista di cultura». Le opere di Simone di
Faversham e la sua posizione nel problema degli universali, in «Archivio di
filosofia». Traduzione, curatela e note di: Tractatus de Universalibus
attribuito a San Tommaso d’Aquino, a cura di O., Reale Accademia d'Italia, Roma.
Introduzione, traduzione, prefazione e note di: Anselmo d'Aosta, Il Monologio,
Palermo 1932. Antologia del pensiero medioevale. Per le scuole medie
superiori, Ires, Palermo. Testi medioevali inediti. Alcuino, Avendanth,
Raterio, S. Anselmo, Pietro Abelardo, Incertus auctor, a cura di O., Olschki,
Firenze. Riccardo di San Vittore, la vita, le opere, il pensiero, in
«Atti della Reale Accademia dei Lincei», Traduzione, prefazione e note di:
Bonaventura da Bagnoregio, Itinerario della mente verso Dio, traduzione,
prefazione e note di O., Antologia del pensiero medievale per le scuole medie
superiori, Palermo. Il pensiero di Francesco Orestano, Ires, Palermo. Il
superamento dell'immanenza in B. Varisco, in «Archivio di filosofia»,
Traduzione e note di: P. Abelardus, Epistolario completo. Contributo agli studi
sulla vita e il pensiero di Pietro Abelardo, trad. it. e note critiche di C.
Ottaviano, Ires, Palermo. Joachimi abbatis Liber contra Lombardum. La Scuola di
Gioacchino da Fiore, a cura di Carmelo Ottaviano, Reale Accademia d'Italia -
Studi e documenti, Roma. Critica del principio d'immanenza, in «Rivista di
Filosofia Neoscolastica», Il perduto “Liber de potentia, obiecto et actu” di
Lullo in un manoscritto romano, in «Estudis franciscans», Un documento intorno
alla condanna di Gioacchino da Fiore, Rondinella, Napoli (poi ripubblicato in
"Siculorum Gymnasium", Università di Catania). Storia,
filosofia della storia, scienza della storia, in «Rivista di Filosofia
Neoscolastica», Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, A.
Morano, Napoli. Il cosiddetto “riferimento necessario alla coscienza”
nell'idealismo, in AA. VV., Atti del IX Congresso nazionale di Filosofia,
(Padova), Padova, Novità in filosofia, Milani, Padova. Pier Lombardo, in
Celebrazioni piemontesi, Istituto d'Arte per la Decorazione e la Illustrazione
del Libro, Urbino. Critica dell'Idealismo, Rondinella, Napoli (Pubblicato
nuovamente da Milani, Padova 1948) Traduzione, prefazione e note di:
Pietro Abelardo, L'origine delle monache; e La regola del Paracleto,
traduzione, prefazione e note di Carmelo Ottaviano, Carabba, Lanciano.
L'unica forma possibile di idealismo, in «Rivista di Filosofia Neoscolastica»,
La scuola attualista e Scoto Eriugena, in «Rivista di Filosofia Neoscolastica»,
Riflessioni sulla polemica Orestano – Olgiati, in «Rivista di Filosofia
Neoscolastica», Curatela di: Campanella, Epilogo magno (Fisiologia italiana). Testo
inedito con le varianti dei codici e delle edizioni latine, a cura di O., Reale
Accademia d'Italia, Roma 1Kritik des Idealismus, mit einer Einfuhrung von
Fritz-Joachim Von Rintelen: Realismus-Idealismus?, Aschendorff, Munster. Metafisica
dell'essere parziale, MILANI, Padova. L'unità del pensiero cartesiano e
il cartesianesimo in Italia, MILANI, Padova. Scritti con giudizi della critica italiana e
straniera, Tipografia agostiniana, Roma. Panteismo o trascendenza, in
«Humanitas». Il problema morale come fondamento del problema politico, Milani,
Padova. L'idealismo trascendentale e la metafisica classica, in «Rivista di
Filosofia Neoscolastica». La soluzione scientifica del problema politico,
Rondinella editore, Napoli. Le incertezze della scienza moderna, Padova. Progetto
di un disegno di legge per salvare la Democrazia dalla dittatura, MILANI,
Padova. Dalla democrazia ingenua alla democrazia critica, MILANI, Padova. Che
cosa è il social-liberalismo, MILANI, Padova, Lineamenti programmatici
per una riforma della scuola italiana, MILANI, Padova. Presentazione di:
Agostino Sepinski, Cristo interiore secondo San Bonaventura, presentazione O.
trad. di Orgiani, Politica popolare, Napoli. La tragicità del reale, ovvero la
malinconia delle cose. Saggio sulla mia filosofia, MILANI, Padova. Critica del
socialismo: ossia Introduzione alla teoria della proprietà per tutti, MILANI,
Padova. Introduzione alla teoria delle proprietà per tutti, ovvero la mia
soluzione al problema economico-politico, MILANI, Padova. Didattica e
pedagogia. Ovvero la mia riforma della scuola, MILANI, Padova. La legge
della bellezza come legge universale della natura. Considerazioni teoretiche e
applicazioni pratiche, MILANI, Padova. Manuale di Storia della filosofia, La
Nuova Cultura, Napoli. Manuale di storia della filosofia e della pedagogia, La
Nuova Cultura, Napoli. Appunti di pedagogia contemporanea. Personalismo e
collettivismo. Introduzione alla teoria della proprietà privata per tutti,
Solfanelli, Chieti. Tommaso Campailla. Contributo all'interpretazione e alla
storia del cartesianesimo in Italia, introduzione e note a cura di Domenico
D'Orsi, MILANI, Padova. «Sophia: fonti e studi di storia della filosofia»
Palermo: Ires, Il complemento del titolo varia in: rivista internazionale di
fonti e studi di storia della filosofia; poi in: rassegna critica di filosofia
e storia della filosofia. Luogo ed editore variano in: Napoli, A. Rondinella;
poi in: Padova, Milani. Alcuni degli articoli più significativi scritti da
Ottaviano per Sophia: Le «rationes necessariae» in S. Anselmo, in
Questioni e testi medievali , in «Sophia», nNovità abelardiane, in Questioni e
testi medievali , in «Sophia». Storicismo attualista, in «Sophia», Storicismo
attualista, seconda puntata, in «Sophia». Controversie medievali. A proposito
della paternità tomistica di un “Tractatus de universibus”, e della data del
“De unitate intellectus”, in «Sophia», Intorno al IX Congresso nazionale di
Filosofia di Padova, in «Sophia». Intorno alla critica dell'immanenza, in
«Sophia», Critica del principio di immanenza, in «Sophia», A proposito della
storia, in «Sophia». I grandi idealisti contemporanei, in «Sophia». L'idealismo
sulla via di Damasco, in «Sophia». Contraddizioni idealistiche, in «Sophia». La
fondazione del realismo, in «Sophia». Postilla alla “Difesa del principio di
immanenza”, in «Sophia». Postilla a “Immanenza, idealismo e realismo”, in
«Sophia». Idealisti per forza, in «Sophia», Ancora sulla fondazione del
realismo, in «Sophia». Fanatismo idealista, ovvero l'agonia dell'Idealismo, in
«Sophia». Nuova illustrazione del documento intorno alla condanna di Gioacchino
da Fiore. Postilla, in «Sophia». Intorno all'idealismo e al realismo, in
«Sophia». Postilla all'art. di Chiocchetti: “A proposito dell'idealismo di C.
Ottaviano”, in «Sophia». Anti-moderno, in «Sophia». Intorno alla critica
all'idealismo, in «Sophia». Intorno alla valutazione della filosofia moderna,
in «Sophia». La teoria delle “species” e l'idealismo immanentistico, in
«Sophia». La natura della sensazione e la fondazione del realismo, in «Sophia».
Referendum ai nostri Lettori in occasione della ripresa delle Rivista, in
«Sophia», «Sophia», Il vero significato della relatività galileiana nel
movimento, in «Sophia». Natura pura e soprannaturale, in «Sophia». I fondamenti
logici della relatività, in «Sophia». Gli argomenti probativi
dell'evoluzionismo, in «Sophia», Intorno al significato storico dell'idealismo
italiano, in «Sophia». Intorno alla legge di conservazione dell'energia, ossia
del materialismo, in «Sophia», Intuizionismo e logicismo in matematica, in
«Sophia», Intorno alla gratuità dell'ordine soprannaturale, in «Sophia». Postilla
a E. Riverso, Aporie e difficoltà del Positivismo logico, in «Sophia».
Valutazione critica del pensiero di B. Croce. 1) L'estetica, in «Sophia»,
Valutazione critica del pensiero di B. Croce. 2) Lo storicismo assoluto, in
«Sophia», Bilancio di Benedetto Croce, in «Sophia». Einstein filosofo, in
«Sophia», Giudizio intorno alla Logistica, in «Sophia», Logica, matematica,
poesia, in «Sophia», Crolla l'idolo einsteiniano, in «Sophia», Il “compagno
Scioccherellov”, ossia la tragicommedia del comunismo, in «Sophia», Mi
intrattengo ancora con il “compagno Scioccherellov”, in «Sophia», “Individui di
tutto il mondo unitevi”, ossia Critica della democrazia come idea-forza, in
«Sophia», Giudizio su Benedetto Croce come uomo politico, in «Sophia». L'assalto
alla diligenza, ossia la scuola privata ecclesiastica e laica all'assalto del
tesoro della Stato, in «Sophia», Difesa della scuola statale, ossia l'Antistato
contro lo Stato, in «Sophia», L'“ordine della scuola italiana”, in «Sophia», In
difesa dell'umanità Abbasso gli scienziati, viva i filosofi!, in «Sophia». Come
integrare la dottrina relativistica di Einstein, in «Sophia», AA. VV., O. nella
filosofia del Novecento, Atti dei convegni tenuti a Milano e Catania, a cura di
Francesco Rando e Francesco Solitario, Prometheus, Milano 2008. A.
Cartia, Tempo, memoria e infinito. I temi del tragico nell'opera di O., a cura
di Ghisalberti e Francesco Rando, Prometheus, Milano/ Bontadini,
Dall'attualismo al problematicismo, Brescia. Coniglione, «Sophia». Nel segno di
Ottaviano: una rivista a tutto campo, in AA. VV., La cultura filosofica
italiana attraverso le riviste, a cura di Piero Di Giovanni, Franco Angeli,
Milano, Croce, Conquiste filosofiche a passo di carica e a suon di tromba, in
«La Critica», Orsi, Il filosofo della quarta età: ricordo di Carmelo Ottaviano
nel trigesimo della morte, quotidiano “La Sicilia”, Catania, Orsi, Tra Socrate
e Gesù: quattro anni fa moriva il filosofo Carmelo Ottaviano, quotidiano “La
Sicilia”, Catania, Orsi, Appunti autobiografici ed evoluzione filosofica di
Carmelo Ottaviano, in Archivium Historicum Mothycense, Orsi, Metamorfosi di
un'opera quale compendio di una vita filosofica, Introduzione a O., Campailla.
Contributo all'interpretazione e alla storia del cartesianesimo in Italia,
introduzione e note a cura di Orsi, MILANI, Padova, Noce, Il problema
dell'ateismo, Teismo e Ateismo politici: postulato del Progresso e postulato
del Peccato, Il Mulino, Bologna, Noce, Giovanni Gentile, Il Mulino, Bologna, Tommasi,
Compendio di una vita filosofica: Carmelo Ottaviano, in Voci dal Novecento, a
cura di Pozzoni, Limina Mentis Editrice, Villasanta Ferro, L'«antimoderno» di O., in «Rivista di
Filosofia Neoscolastica», Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Bari,
Mathieu, La filosofia del Novecento. La filosofia italiana contemporanea, Le
Monnier, Firenze Mazzantini, La riduzione ad absurdum dell'immanenza
gnoseologica, in «Rivista di Filosofia Neoscolastica», Vita e Pensiero,
Milano. P. Mazzarella, Il contributo di O. agli studi di filosofia
medievale, in «Sophia», Mazzarella, Tra finito e infinito. Saggio sul pensiero
di O., Milani, Padova, Mignosi, O., in «La Tradizione», Minazzi, Il principio
di immanenza nel dibattito filosofico italiano degli anni Trenta: il confronto
tra Giulio Preti e Carmelo Ottaviano, in numero monografico de «Il Protagora»,
Aspetti e problemi della filosofia italiana contemporanea, a cura di Antonio
Quarta, Scarcella, O. in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 79,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Sciacca, Di una recente critica del
principio di immanenza, in «Ricerche filosofiche», Sciacca, Il secolo XX,
Bocca, Milano. Carmelo Ottaviano. Ottaviano. Keywords. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Ottaviano” – The Swimming-Pool Library. Ottaviano.
Grice ed Ovidio: la
ragione conversazionale e l’implicatura convrsazionale – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Sulmona).
Filosofo italiano. Publio Ovidio Nasone. Muore a Tomi, rivela influssi
filosofici assai svariati. A Posidonio, mediato da Varrone, si fa risalire la
rappresentazione dell'età dell'oro e dello sviluppo della cultura (“Met.”; “Fasti”). Dalla
setta di Crotona deriva in larga misura il libro XV delle Metamorfosi, in cui
Pitagora -- di cui si dice che si innalza sino al divino colla filosofia e scorge
con l’animo ciò che la natura nega agli sguardi umani -- espone ai discepoli un
ampio insegnamento sulla natura, il divino, numerosi problemi naturali oscuri e
condanna l’uso delle carni animali, giustificando questa proibizione con la
teoria della metempsicosi. Nella tesi che nulla è stabile nella natura e
nell’uomo, che anche gli elementi si trasformano gli uni negli altri, si notano
invece influssi eraclitei e di Girgenti. La formazione del mondo dal caos
(Met.), in complesso, riecheggia il portico, ma include anche elementi che fanno
pensare a Girgenti, ad Anassagora e a Lucrezio. For a contemporary Roman reader of Ovid's
Metamorphoses – usually just the emperor -- who has made his way through the
labyrinth of mythological tales that comprise, one segment becomes in some ways
a fresh start. It begins the third and last pentad. As he marks this formal
boundary, Ovid introduces what he calls a *historical* emphasis. Troy is
founded, and from Troy's story that of Rome arises. Roman matter, settings, and
themes occupy ever more of our attention as the thing approaches its end. Ovid
includes some of the same tales that he had used in his less successful (less
read, not even the emperor read it!) in
the Fasti, his “most Roman work” in terms of its proclaimed matter: the very
Roman calendar – “tempora cum causis Latium digesta per annum.” – And the
Romans always found a cause to celebrate! As we read of Hippolytus deified as
Virbius, or encounter the list of Alban kings, the last pentad of the Metamorphoses,
too, begins to resursigate for a more imperial readership the “Fasti.” And yet
the latter ‘Roma historical’ part of of the Metamorphoses is fully continuous
with the first part, simultaneously a fresh start and a seamless continuation.
Ovid’s *Roman* historical emphasis is a development of long-established
patterns. First Trojan, then Roman subjects signal the work's conclusion,
wherein the large-scale historical progression promised in the work's opening
lines will be fulfilled: having set out "from the first beginnings of the world,"
primaque ab origine mundi Ovid's narrative will now reach "my own
times," mea tempora the present for both author and readers. Thus, if we,
after reading of so many nymphs and maidens transformed into trees or
waterfowl, are surprised to find Romulus and Julius Caesar turning up, Ovid's
development and fulfillment of narrative patterns also remind us that from the
start we had reason to expect such figures to appear. His vast work of
transformative myth embraces even them. Whereas Rome contribute something new
to the last pentad of the Metamorphoses, she also functions in a fashion that
Ovid has made throughly familiar. Already at the start, the council of the
gods, called by Jupiter to discuss Lycaon's crime, offers a striking
Romanisation of heaven's architecture and social distinctions, with mention of “atria
nobelium,” “plebs,” and the like." When Ovid represents Jupiter summoning
the gods to the “palatia Caeli,” Jupiter becomes not only Romanized but a
reflection of Ottaviano, whose casino stood on the earthly Palatine Hill.
Shortly thereafter, Ovid explicitly addresses Ottaviano in a context that links
Lycaon's assassination attempt on Jupiter to contemporary attempts on Ottaviano’s
life. Both crises cause astonishment throughout the world. “Nec tibi grata
minus pretas, Auguste, tuorum est, quam fuit illa loui.” Thus, in returning to
current events Ovid recalls to our minds their heralded arrival near the
beginning. Also familiar is the narrative use Ovid makes of the Roman matter.
Rome functions largely as a frame for other tales, which are often only
tenuously related to the newly-prominent national theme – or rather the theme
of the history of the nation. We are well aware, when we arrive at this point,
that traditionally important and familiar cycles of myth, such as those
concerning Theseus and Hercules function mainly as framing devices that connect
tales. Many of these are only tangentially related to the framing narrative, or
are even altogether remote from it. No sooner does Ovid introduce Troy than he
begins to employ it in this now-familiar narrative mode. The traditional story
appears to establish a structural pattern for the progress of the narrative,
but it is soon displaced, as tales succeed tales. Troy may be familiar ground,
but its familiarity does not enable us to predict our convoluted path through
Ovid's work with any confidence. Who could guess, when Laomedon founds Troy, that
Ceyx and Alcyone would occupy much of our attention? As we read their tragic
tale, we may observe thematic links to other tales in the Metamorphoses, as in
the personification of Somnus, which formally recalls those of Inuidia and of
Fames. Yet the topic of Troy has disappeared, at least for now, from view. So
has the new historical emphasis. For the tale of Ceyx and Aleyone is as
mythical, as fabulous, as anything in the preceding material. Indirection and
unpredictability remain characteristic of the narrative even as Ovid draws
Roman historical material within his scope. One might expect Roman historical themes
to alter the Metamorphoses. Instead, the Metamorphosis-motif alters them. An
especially powerful symbol of Ovid's transformative language is his last and
most ambitious personification, the House of Fame. After Ceyx and Aleyone, Ovid
abruptly returns to Trojan subjects with Aesacus, then recounts the sacrifice
of Iphigenia and the arrival of the Greek fleet at Troy. But before proceeding
with the Trojan War, he introduces a remarkable descriptive passage on Fama,
beginning with these lines: “orbe locus medio est inter terrasque fretumque
caelestesque plagas, triplicis confinia mundi; unde, quod est usquam, quamuis
regionibus absit, inspicitur, penetratque cauas uox omnis ad aures. Fama tenet
summaque domum sibi legit in arce.” There is a place at the middle of the
world, between land, sea, and the heavenly region, at the boundary of the
threefold universe. From here one can see anything anywhere, however distant
its place; and every voice comes to one's hollow ears. Rumor holds it, and selected
its topmost summit for her house. This is the last and the most ambitious,
though not the longest, of the large-scale personifications in the
Metamorphoses ambitious because, whereas with Inuidia and Fames Ovid achieves a
rich and grimly detailed impression of corporality through his descriptive
language, here indistinctness is paradoxically the goal of precise description.
The lines just quoted appear to establish theplace of Fama's house, but in a
way that defeats definition; for the house occupies a liminal site, hovering at
the boundaries between earth, sea, and sky. The structure itself if it can be
called a struc-scarcely separates inside from outside, for its porous nature defeats
such distinctions: “innumerosque aditus ac mille foramina tectis addidit et
nullis inclusit limina portis: nocte dieque patet; tota est ex aere sonanti,
tota fremit uocesque refert iteratque, quod audit. nulla quies intus nullaque
silentia parte.” She added innumerable approaches to the building, and a
thousand openings. With no doors did she shut its threshold: it lies open night
and day. The whole house is of resounding brass, produces a roar, echoes and
repeats what it hears. There is no quiet within, silence in no quarter. In and
out of the house issue personified rumors: atria turba tenet: ueniunt, leue
uulgus, cuntque mixtaque cum ueris passim commenta uagantur milia rumorum
confusaque uerba uolutant. A throng occupies its halls; they come and go, a
light crowd; lies mixed with truth wander here and there by the thousands; and
the confused words of rumor roll about. Only when this expansive description is
finished do we learn its relevance to its surroundings: rumors of the Greek
expedition have reached Troy. This house of Fama and her attendant rumors,
"lies mixed with truth," creates a remarkable preface to the
beginning of the Trojan War, inviting us readers to consider it as an
interpretive comment on all that follows. Feeney connects the passage to themes
of poetic authority in the Metamorphoses; indeed, the authority of Ovid's epic
predecessors, especially Homer's lad and Odyssey and Virgil's Aeneid, is at
issue in the later books of the Metamorphoses, where extensively adapted
sometimes severely distorted-versions of their tales are woven into a new fabric.
For much of the rest of Book 12, for instance, Nestor narrates the battle of
Lapiths and Centaurs, as he did in Book 1 of the liad: but Homer's version is a
brief summary, meant to illus-trate a point in its context, Ovid's a vast
expansion that engulfs its context, displacing the Trojan War in our attention
for hundreds of lines. Fama dominates the rest of Ovid's poem, from Book 12 to
the end, not only because of the formal introductory description of the house
of Fama, but also because of the increasing role of internal narration in the
later books: as the poem proceeds, the epic narrator recedes, and more and more
tales are reported by an internal narrator to an internal audience. Fama also
forms a boundary for Books 12-15, prominently recurring at the very end of the
Metamor-phoses, where fama provides the means of the poet's continued
sur-vival: perque omnia saecula fama,/ siquid habent veri uatum praesagia,
winam (15.878-79). The recurring presence of Fama serves as a reminder of the
fundamental lack of definition and stability characteristic of narrative style
throughout the work. Flux remains Ovid's theme to the end, and Fama provides
both a symbol and an embodiment of flux within the narrative. Fama resists the
tendency toward interpretive simplicity and transparency that the introduction
of historical and political topics might lead us to expect. As we proceed
through the last pen-tad, historical and historico-political modes of
understanding events, however pervasive their presence, ultimately never reduce
Ovidian flux to order. Fate, for instance, a cosmic principle beloved of some
Greek and Roman historians, whose workings they trace in the unfolding of
events, duly turns up from time to time in Ovid's Metamorphoses, and does so as
a theme of historicized myth that is likely to remind us of Virgil's Aeneid.
Yet, whereas the Aeneid is deeply imbued with a sense of fate, guiding the
reader to a teleological understanding of myth and history, fate is an
historical prop in the Metamorphoses part of the furniture of historicized
myth. Far from dominating its context, the context dominates it, as in the
summaries of the Eneide that Ovid employs as framing devices -- non tamen
euersam Troide cum moenibus esse/spem quoque fata sinunt.” These lines
introduce Enea’'s departure from Troy with unmistakable reference to Virgil's
plot and theme. WhereasVirgil integrates fate (fatum, il fato) into the
structure and architecture of the “Eneide”, however, Ovid reduces fate and its
impact on events to barest summary. Ovid acknowledges Virgil's historical
vision without permitting that vision to structure his narrative or his
readers' experience of it. Instead, Ovid shamelessly *appropriates* Virgilian turns
of phrase in the national epic for a characteristic Ovidian witticism, playing
simultaneously on the literal and figurative senses of euersam. Troy's walls
are physically overturned, but her hopes, conceptually and metaphorically are
not overturned. Sylleptic implicature of this kind saturates the Metamorphoses
and embodies its themes of transformation on the narrative surface: the loss of
human identity in metamorphosis, the shifting of boundary between human and
natural, indeed the obscuring of any such boundary are events typical of the
Metamorphoses;. Ovid now sets the plot of Virgil's Aeneid among them,
exploiting Virgilian language for his own transformative wit. Although there is
a shift to historical and this national theme, and with them a more direct
engagement with Ovid's epic predecessors, the Metamorphoses remains the same
poem it was. The porous, echoing, boundary-less, and visually indistinct house
of Fame incorporates all within it. Ovid's epic predecessors are a conspicuous
presence and readers familiar with them may try to understand Ovid's material
in similar terms. Yet Ovidian slipperiness remains. Ovid refuses to be pinned
down, to yield to interpretive stability, although his readers may crave it. In
fact, by introducing interpretive frameworks familiar from his
predecessors-Virgilian fate, for instance, in the lines quoted above Ovid takes
advantage of his readers' desire for clarity: he invites us to reach
conclusions, then fails to sustain them. The concept of fate drawn from the
philosophy of the Porch is one interpretive possibility that turns up in the
Metamorphoses, yet without the structured development that Virgil gives it;
Augustan historical vision is another. By introducing historical and political
subjects into his work, Ovid invites readers to consider the relationship of
the Metamorphoses to the world outside it -- not only to the Aeneid and earlier
Roman epic on historical themes, but also to Augustan ideology and its
expression outside poetry -- in the architectural projects, for instance, by which
Ottaviano “transforms’ the Romans' physical environment. When he introduces the
voyage of Aeneas alluding to the plot and eventhe vocabulary of Virgil's epic,
Ovid acknowledges his contemporary readers' awareness that the Aeneid has
overwhelmed other versions of this story. Ovid could not retell this story with
directing readers awareness from his own text to Virgil's. When Ovid
incorporates the apotheosis of Romulus into the narrative of Book 14, readers
are likely to find that their thoughts turn unavoidably to Ottaviano’s
identification of himself as Romolo – Roma’s first king -- , and to
accompanying images and slogans concerning the foundation of Rome. Because Ottaviano
eventually gains, like Romolo, a place among the dia, Ovid's apotheosis of
Romulus invites his readers at least provisionally to define the relationship
between this figure from the remote past and his contemporary embodiment. Ovid
presents a parade of heroes in the later books of the Metamorphoses. Hercules
leads the way; then Aeneas, Romulus, Julius Caesar, and Ottaviano form a triad
of apotheosised mortals. These three figures are already iconic when they turn
up in Ovid's poem iconic in the sense that they resemble images that are
powerfully identified with meanings, like the statues of these very heroes that
stood in Ottaviano's forum. Because Ovid's parade of heroes arrives accompanied
by preexisting interpretive baggage, it will be worthwhile to contrast these
two fundamentally different sites of meaning, each with its own ways of
associating ancient with contemporary heroes. The Forum of Ottaviano an
architectural space well designed and equipped to promote a unified and
coherent set of messages about the relationship of past to present; and Ovid's
Metamorphoses, a fluid narrative on the prevalence of change, whose author
enacts his theme by mischievous artistry, establishing patterns of meaning,
then disrupting and fracturing them. Historical patterns are among those that
Ovid deliberately reduces to incoherence. Each of these sites of meaning is
powerfully manipulative, and each achieves its impact by means well suited to
the message. Meeting a Roman hero in the “Forum Augusti,” the observer's upward
gaze would encounter not only an impressive image, but also a titulus,
identifying him, and an elogium, recording his achievements. Furthermore, this
experience takes place within an architectural complex, the Forum Augusti,
erected by Ottaviano in payment of a vow made while fighting his adoptive
father's assassins at Philippi.Within so structured an experience, the observer
of its visual images and inscriptional texts is unlikely to go far astray in
interpreting them. Although the battle occurred some time ago, the Forum
itself, dedicated, is a recent reminder of that event for the readers of Ovid's
Metamorphoses. In the parallel exedras along its longer sides stood statues of Enea
on one side and Romolo on the other. For Ovid to set the parallel apotheoses of
these same heroes near each other is to make inevitable the reader's
recognition of Ottaviano’s meanings attached to these deified heroes. At the
same time, in the Metamorphoses these figures are iconic in a far less tightly
regulated context of meanings than they are in the forum. Though now purely
verbal, they resemble ideological statements less than do the forum's statues.
Ovid presents his portraits, so to speak, without titulus and elogim to
regulate their interpretation. Thus exposed, the portraits lose their
interpretive transparency and become vulnerable to incorporation into Ovidian
flux. Consistent with the organization and coherence of the Forum Augusti is
the fact that its symbolism is easy to interpret. Within the temple of “Mars
Ultor,” for instance, stood cult statues of Mars – MARTE LUDIVISI – Romolo’s
father, parent and protector of the Romans, and Venus, the ancestress of the
Julian gens. Everything about these images directs the viewer's attention away
from the adultery of Marte and Venere so prominent in their mythological
tradition. Only the irreverent and satirical perspective that Ovid offers in
Tristia 2 resists the ennobling abstraction of such figures and drags adultery
back into view. There, Ovid describes the cult statues of Marte and Venere, who
stood next to each other in the temple's cella, as Venus Vitori ncta (Ir.
2.296), "Venus joined to the Avenger" -- an expression that invites
reflection on the sexual significance of “iungere." Venus's husband stands
outside the door, wir ante fores."? A myth of political origin, its
official representation in art, and resistance to it are prominent also in the
Metamorphoses in the tale of Arachne. It is enough to emphasize here that the
tale offers rich reflections on official interpretation of art. When Minerva
chooses to depict her victory over Neptune in the two divinities' dispute over
the naming of Athens, her tapestry, decorously ordered and balanced, promotes
its didactic message with unavoidable clarity, while offering an aesthetic
correlate to the power of enforcement that lies behind that message. Readers
often side with the Arachne and her irreverent depiction of divine misbehavior;
yet Minerva does not ask for our approval, nor need she take much thought for
the judges of the con-test. Her views of the story are enforceable and will
determine the outcome of the plot. Her power allows her to impose her
perspective on events. Because the historical subjects of the later books of
the Metamorphoses so often bring official interpretations within view, it is
worth noting that, according to one political approach to literature currently
in favor, only official interpretations are possible. On this view, all
activity of writing and reading takes place within a fixed political system,
often unrecognized by the participants, that "advances the interests"
of "elites."' Proponents of this approach offer a powerfully
reductive historicism: nothing is important about literature except the
historically determined power-relationships that govern its production and
reception; all attention to literary qualities of a text is sentimental and
self-indulgent aestheticism. Whereas this view contracts all understanding of
literature to the narrowly political, some recent writers on history in Roman
literature expand the historical to a larger field that embraces Varro's
theologia tripertita and the universal history of Cornelius Nepos, Diodorus
Siculus, and others. In the shift, for instance, from mythological to
historical subjects in the Metamorphoses, we can see a broad similarity to
Varro's “De gente populi Romani.” Wheeler's work on elements of history in the
Metamorphoses shows that Ovid's awareness of historical principles is far
deeper and more intimate than has been recognized before. For instance, the
poem's "alternation between diachrony and synchrony is a narrative
technique characteristic of universal history. The poem's chronological framework
from first origins to the present also reflects the aims of universal history;
yet Wheeler, like most critics today, does not view the poem "as a natural
process of evolution from chaos to cosmos, culminating in the peace and
properity of the Augustan age."' Arguing for a subtler and less overtly
political patterning of events, Wheeler traces historical principles behind the
increasingly historical subject matter of the last pentad. The movement from
myth to history represents "a shift," in Wheeler's view, "from a
theologia fabulosa to a theologia civilis." The terms are Varronian, and
invite us to contemplate the Metamorphoses alongside Varro's “Antiquitates
rerum humanarum et divinarum” -- a massive and comprehensive work, among whose
aims was to organize conceptions of divinity into mythical, natural, and civic
(Aug., Ci. Dei). Ovid is known to have used the “Antiquitates” as a source in
the later books of the Metamorphoses as well as in the Fasti, and it is surely
right to call attention to the presence of Varronian principles in Ovid's work.
Yet, Varro's conceptual organization does not structure Ovid's work, and
Varro's religio-historical vision only partly informs Ovid's. Ovid brings Varro
into the mix just as he does Ottaviano’s mythologizing and the historical
mythologizing undertaken by his epic predecessors, especially Homer, Ennio, and
Virgil. P. Hardie has recently argued for the presence of Livy in the
Metamorphoses, arguing that Ovid's vision is fundamentally historical. Ovid
writes the long historical epic that Virgil self-consciously had abjured.
Recent emphasis on history in Ovid has much to teach us about his intellectual
depth and awareness of contemporary affairs; yet it also runs the risk of
presupposing a conceptual tidiness and order that Ovid's work in fact thwarts
and defies. The historical vision of the Metamorphoses remains deeply
fractured, stubbornly resistant to schematizing, and intentionally incoherent.
Ovid acknowledges historical conceptions, but his work escapes their power to
shape his material and to govern our responses to his text.
Ovid's"historical" books are as strange, perverse, unpredictable, and
provocative as the "fabulous" books that precede them.In Book 11, the
Metamorphoses suddenly becomes historical: "the 'historical' section
actually begins at with Laomedon's founding of Troy. To be sure, the poem has
pursued the course of history from the opening lines of Book 1, while Romanization
on both a large and small scale has kept contemporary reference, analogies, and
allegorical interpretive options before our eyes throughout the progress of the
work. Yet the foundation of Troy, which turns up as a narrative topic just
after King Midas has received ass's ears, abruptly brings the poem's
subject-matter within the boundaries of history. For the Romans, in so far as a
distinction was made between history and myth, the Trojan War tended to mark
the dividing line. This, with its aftermath, occupies the next three books. Because,
however, Rome's origins are in Troy, this also begins a narrative sequence that
continues to the end of the poem, and indeed to the moment of reading for
Ovid's Roman audience. In the last pentad, "mythical" tales continue
unabated, but now jostle with tales from Roman history and even "current
events," all brought within the narrative sweep. Among "current
events" we may locate the transformation of Julius Caesar's soul into a
star. Yet this transformation is thoroughly mythologized, for it occurs among
the activities of the goddess Venus. With Troy's foundation, history arrives
well integrated into the poem's patterns of mythological narrative. We might
expect that lin-carity and clarity of narrative progress would arrive along
with historical subjects, and indeed the last pentad is sometimes described as
if this were the case. When we reach Laomedon's Troy the principle of
chronological sequence takes charge again: it is 'after that' rather than
'meanwhile' that sustains the illusion of reality. But Wilkinson's impression
is in fact illusory. The amount of material recounted by internal narrators
steadily increases in the later books, so that chronological movement is
constantly interrupted and postponed by tales of the past, recent or remote. Even
more remarkable is the fact that history arrives together with manifest
anachronism. It is often noted that the participation of Hercules in the
foundation of Troy -- his rescue of Hesione and his capture of the city after
Laomedon refuses him the promised horses -- occurs lines after the hero's death
and apotheosis. Ovid makes no attempt to reconcile the chronology. Wheeler has
explored Ovid's anachronisms in revealing detail, showing that at Hercules'
death. Troy is assumed to exist already in the world of the poem, and that
"Ovid could have avoided the anachronism by placing stories about the dead
and deified Hercules in the mouths of characters who report retrospective
events in inset narratives that temporarily suspend the main chronological
thread. Instead, Ovid flaunts his disruption of chronology, first recounting
Hercules' death and apotheosis, then introducing a narrator, Alemene, mother of
Hercules, to recount his birth. Chronology appears to reverse direction, but
chronological dislocation turns out to be more complex than simple reversal.
Wheeler's conclusions refute the common notion that Ovid's shift to historical
topics results in a more linear narrative explication and greater chronological
regularity. The reintroduction of Hercules is therefore part and parcel of a
larger web of anachronism involving the foundation of Troy and the marriage of
Peleus and Thetis, both of which should have occurred already in the poem's
historical continuum. It should be clear, furthermore, that Ovid's
transpositions of the foundation of Troy and the marriage of Peleus and Thetis
are a deliberate structural strategy to furnish new points of origin for the
narrative of the final books of the poem. That is, Ovid deliberately violates
his earlier chronological scheme to provide new beginning points for the final pentad
i.e., from the foundation of Troy and the birth of Achilles to the present) As
a result, the formality and regularity of the pentadic structure produces a
paradoxical result: on the one hand, it divides the work symmetrically into
thirds and hence to some extent structures the experience of the reader: we may
compare the division of Virgil's Aeneid into halves, in allusive reference to
the Odyssey and Iliad." On the other hand, in effecting a new beginning
for thelast pentad, Ovid reinforces the narrative indirection and
unpredictability that have characterized the Metamorphoses from its beginning. The
tales that follow the foundation of Troy both illuminate and obscure the newly
initiated narrative patterns of the last pentad. At this point, Ovid's readers
may expect him to expand upon the origins of the Trojan conflict. He does so in
his account of Peleus and Thetis, the parents of Achilles, but hastily
summarizes the elements of the story that are traditionally the most important:
Thetis receives a prophecy that she will bear a son who will surpass his
father; Jupiter, despite his passion, avoids mating with Thetis "lest the
universe contain anything greater than Jupiter" (ne quacquam mundus loue
maius haberet). Ovid alters the authority for the prophecy, substituting the
shape-shifting divinity Proteus for Themis as its source. He then develops the
story in his own way, dwelling upon a description of the bay frequented by
Thetis, Peleus's attempt to, assault her (which she thwarts by shape-shifting),
Proteus's advice to Peleus that he tie her up as she sleeps, and the successful
results. Some of this account will remind us of epic predecessors, for Proteus
is familiar from the Odyssey as well as from a brief appearance carlier in the
Metamorphoses and from Virgil's Georgics. Yet in emphasizing shape-shifting and
sexual assault, Ovid flaunts the unedifying nature of his account and its lack
of relevance to any of the large-scale themes, providential, historical, and
originary, that one might expect at the threshhold of events that lead to the
foundation of Rome. An account of origins this may be, with reference to
historical subjects, and formally analogous to Virgil's reworking of Homeric
material in the Aeneid. Yet Ovid offers it manifestly without the interpretive
guidance that would associate it with Virgilian themes. As an account of
origins, it explores causes of the Trojan War still more remote than those
developed by Ovid's pre-decessors, suggesting a line of interpretation that
traces events back to lust, violence, and deception at least as much as to
beneficent destiny. Ovid on the one hand traces Trojan subject matter from its
origins, and on the other characteristically takes his narrative into
unforeseen directions. The tales of Daedalion and his daughter Chione and of
Geyx and Aleyone are intricately linked to the matter of Troy; yet in them Ovid
pursues free-wheeling digressivevariety that is entirely consistent with the
earlier books of the Meta-morphoses, in no way more linear, predictable, or
goal-directed than formerly. At the end of Book 11, Troy, chronology, and fate
turn up in another tale of amorous pursuit. Ovid attaches his tale of Aesacus,
a son of Priam first known from Ovid's version, to that of Geyx and Alcyone,
whose unhappy tale of fidelity and loss has long occupied our attention.
Observing the royal couple, now transformed to kingfishers, near the shore, an
old man and his neighbor shift their conversation to another sea-bird, the
diver, who likewise turns out to have a human history and even royal lineage.
In a send-up of learned claims to poetic authority," Ovid's narrator
cannot tell us which of the two interlocutors is the source for the story:
proximus, aut idem, si fors tulit... dixit. The irony of this crisis of
authority is especially marked by the genealogical king-list that follows,
which approaches annalistic, even inscriptional style: et si descendere ad
ipsum ordine perpetuo quaeris, sunt huius origo Ilus et Assaracus raptusque
loui Ganymedes Laomedonue senex Priamusque nouissima Troiae tempora sortitus.
frater fuit Hectoris iste: qui nisi sensisset prima noua fata iuuenta forsitan
inferius non Hectore nomen haberet. And if you wish to follow his lineage down
to him in continuous sequence, his ancestors were llus, Assaracus, Ganymede,
seized by Jupiter, and Priam, allotted Troy's last days, That bird there was
Hector's brother. If he had not experienced a strange fate in early youth,
perhaps he would have no less a name than Hector's. Ovid appears simultaneously
to claim and to obscure authority for the tale. To complete the paradox, he
refers to the king-list as ordo perpetuus, "a continuous list": thus
the pretensions of his carmen perpetum to be a universal history, conducted in
unbroken sequence from first beginnings to the present, serve to introduce a
tale of admittedly indeterminate origin. The tale that follows is primarily a
natural actiology, incorporating both historical and epic subjects into an
account of how Hector's brother became the origin of a species of sea-bird.
Aesacus chasesHesperie, who in her hasty flight steps on a snake,
Eurydice-like, and dies of its bite. Her pursuer is introduced as hating cities
and devoted to rural life, yet unrustic in his susceptibility to love: non
agreste tamen nec inexpugnabile amori/ pectus habens. Amor agrestis is not
uncommon in the Metamorphoses and will soon be fully developed in the tale of
Polyphemus. What is unusual in Aesacus are his guilt and remorse at Hesperie's
death: uulnus ab angue a me causa data est. ego sum sceleration illo, qui tibi
morte mea mortis solacia mittam. The wound was given by the snake, the cause by
me. I committed a greater crime than the snake, and will send you consolation
for your death by my ow. When he throws himself from a cliff, the sea-goddess
Tethys pities him and transforms him into the diver; the verb mergitur at the
end of the story echoes the noun mergus at its beginning. Thus, the whole story
is framed as an aetiology of the bird's name, and so establishes a link between
the history of Troy and the origins of the natural world. Trojan history, along
with all notions of historical progress to the glorious present, becomes
naturalized and incorporated into aetiological explication; natural phenomena,
meanwhile, receive a history, and suggest that an historicized understanding of
nature is possible. Natural actiologies are prominent in Ovid's integration of
Trojan subjects into the Metamorphoses. As he introduces more Roman subjects
and Roman heroes into his narrative, his atiological focus turns from the earth
to the heavens. The poem's first apotheosis is that of Hercules. A sequence of
apotheoses and catasterisms follows. After Jupiter promises Venus to make the
soul of her descendant, Julius Caesar, into a star, she, although unable to
prevent Caesar's murder, snatches the soul from his limbs and carries it to the
heavens. There, having become a star, it rejoices to see its own deeds outdone
by those of Ottaviano. When Ottaviano forbids his own deeds to be preferred to
his father's, personified Fama reappears to thwart him: hic sua pracferri
quamquam uetat acta paternis, libera fama tamen nullisque obnoxia iussis
inuitum prefert unaque in parte repugnat. Although he forbids his own deeds to
be preferred to his father's, nevertheless Fame, free and not yielding to any
commands, prefers him against his will, defying him in this matter only. To
attribute modestia to a ruler is standard in panegyric, and equally standard
are the exempla that follow;'' but because these lines appear in the
Metamorphoses, they invite multiple perspectives on the events described.
Readers are already familiar with Fara as the source of "lies mixed with
truth," which issue from her echoing house, and have met her also as
"the herald of truth," offering an accurate prophecy about the royal
succession among Rome's early kings: destinat imperio clarum praenuntia
ueri/fama Numam. Later, Pythagoras claims Fama as his authority for predicting
the rise of Rome: nunc quoque Dardaniam fama est consurgere Romam. To be sure,
any claims of truth for Fama are problematic in the Metamorphoses. The
identification of Fama as praenuntia weri occurs in a context of manifest
anachronism, the irony of which would have been obvious to Ovid's Roman
readers. The succession of Numa, the second king of Rome, was an accepted part
of the historical record. But Ovid's readers knew well that the tradition of
his visit to Crotone as a student of Pythagoras is chronologically impossible.
Cicero (Rep.; Tusc.) and Livy point out that Pythagoras did not come to Italy
until the fourth year of the reign of Tarquinius Superbus, years after Numa's
death. The Ovidian narrator, however, exploits the audience's awareness of the
anachronism to launch one of the greatest non-events of the poem. After Fama's
appearance in the tale of Numa, her recurrence as an agent in the tale of Julius
Caesar's soul exemplifies the ambiguous natureof the politically charged
episodes at the end of the Metamorphoses. Few passages in the work provoke such
widely divergent views as the apotheosis of Caesar's soul, and all of them, I
would maintain, can find support in Ovid's text and are in fact generated by
it: that Ovid introduces the apotheosis and Augustan panegyric "in all
seri-ousness," and "employs the official terminology in an entirely
loyal fashion", that this material is ridiculous, satirical, even
subversive. This is intentionally incoherent, presenting the reader with
irreconcilable interpretive options. Certainly there is a striking dichotomy in
modern critical positions taken on whether the apotheosis is integral to the
larger work or loosely added as extraneous matter. The eulogy of Ottaviano and the
account of Giulius Caesar's apotheosis are not the organic end of a persistent
thematic development. It should be evident from the numerous examples of apotheosis
in the Metamorphoses that Julius Caesar's catasterism is the repetition of a
common tale-type, which is associated with the end of narrative sequences, books,
and pentads, and the poem as a whole, however. As for the apotheoses of Aeneas
and Romulus, we find that they prepare for and introduce not only the
apotheosis itself of Caesar's soul, but also the interpretive questions it
raises. Ovid resumes the engagement with Virgil's Aeneid that he had begun, and
intermittently pursued. Ovid takes over from Virgil the burial of Aeneas's
nurse Caieta as an initiatory gesture: in the Aeneid it begins Book 7, and
Ovid's version of Aeneid 7-12 begins here, too. Ovid adds an epitaph for
Caieta: hic me Catam notae pietatis alumnus/ ereptam Argolico quo debuit igne
cremauit. By emphasizing Caieta's rescue from one fire and cremation by
another, Ovid calls attention to an etymological explanation of her name from
kaiew, glossed by cremare. Thereby Ovid alludes to the derivation that Virgil
omitted. Ovid is in a sense commenting on Virgil's text, noting an etymology
that would later find a place also in Servius's commentary on the Aeneid. Another
effect of Ovid's revision is to fill out the earlier account, suggesting that
there is more to the story than what Virgil provides. There follows a severely
abridged summary of the Aeneid. After Aeneas's arrival, the subsequent war in
Latium up to Venulus's embassy to Diomedes requires only nine lines. Ovid here
resumes his earlier procedure in retelling the Aeneid. Most of Virgil's work he
reduces to brief, sometimes comically abbreviated, summary. Ovid also adds many
tales not in Virgil. In parallel fashion, Ovid had earlier refashioned the
lliad, expanding the inset tale of the Lapiths and Centaurs to great length,
and adding two tales not in Homer's account: a nearly inconclusive struggle
between Achilles and the invulnerable Cygnus, and a verbal battle, the debate
over the arms of Achilles. In both of them, Homeric heroism becomes attenuated
until it is barely noticeable. Ovid now reworks two tales from the Aeneid that
had offered accounts of transformation: the companions of Diomedes, transformed
to seabirds (Aen.; Met.), and Aeneas's ships, transformed to nymphs (Aen.; Met.).
In Ovid's account, the first of these becomes a tale of unequal justice typical
of the Metamorphoses, though thematically remote from the Aeneid: Acmon,
recounting the miseries that Diomedes' crew has endured at the hands of Venus,
impiously provokes her (Met.). Dicta placent paucis (Met.), "his words
picase few" of his com-rades; but Venus punishes both Acmon and those who
opposed him with arbitrary transformation. Her power is amply demonstrated; yet
the lesson of the tale remains at best ambiguous, and its conclusion seems to
transfer its uncertainties into the visual sphere. These are uolucres dubiae,
and any attempt to identify them must remain frus-trated: 'si, uolucrum quae
sit dubiarum forma, requiris,/ ut non cygnorum, sic albis proxima cygnis (Met.
14.508-9). The alternating pattern of severe abbreviation and vast expansion of
Virgilian material provides a context for the apotheosis of Aeneas, an event
foretold but not narrated in the Aneid. Jupiter begins his consolatory prophecy
to Venus in Aeneid 1 by mentioning the foundation of Lavinium and Aeneas's
apotheosis. Both are assurances that fate and Jupiter's established plans have
not changed: parce metu, Cytherea, manent immota tuorum fata tibi; cernes urbem
et promissa Lauini moenia, sublimemque feres ad sidera Caeli magnanimum Aenean;
neque me sententia uertit. Cease from fear, Cytherea: your fates remain for you
unmoved. You will see the city and promised walls of Lavinium, and you will
carry aloft great-souled Aeneas to the constellations of heaven; my decision
has not changed. Jupiter's prophecy, which at this point already has passed
well beyond the plot of the Aeneid, embraces all Rome's fortunes within a
reassuring teleological vision. Among the events prophesied is the
reconciliation of Juno with the Romans, which is to prove important both for
the Aeneid and for Ovid's recontextualization of Virgilian topics: quin aspera
luno, quae mare nune terrasque metu caelumque fatigat, consilia in melius
referet, mecumque fouebit Romanos, rerum dominos gentemque togatam. Furthermore,
harsh Juno, who now wears out sea, earth, and heaven with fear, will turn her
plans to a better course; along with me she will cherish the Romans, lords of
all, the people of the toga. We ought better to call this not the but a
reconciliation, for, introduced after Jupiter's mention of Romulus and the
foundation of Rome, it appears not to refer to the reconciliation that actually
occurs in Aeneid 12. There, shortly before the final encounter of Aeneas and
Turnus, Jupiter appeals to Juno to give up her wrath. Juno does so, stipulating
that the Latins not be required to give up their language and dress, and that
Troy remain fallen (Aen.). In Aeneid 1, however, Virgil follows Ennius's “Anales”
in dating Juno's reconciliation to the time of the second Punic War, Ennius's
own subject, as Servius notes on the words “consilia in melius referet: quia
bello Punico secundo, ut ait Ennius, placata luno coepit fauere Romanis.” Virgil
mentions the chronologically later reconciliation long before describing the
former. In Book 1 Jupiter takes a longer view of destiny, showing that a
conflict introduced but unresolved in the Aeneid, the future hostility of
Carthage, will eventually be resolved happily. Whether we take Juno's
reconciliation in Aeneid 12 to be incomplete, impermanent, or, limited to only
some of Juno's grudges, it contributes only a partial sense of closure to the
end of Virgil's poem. Ovid's transformation of Aeneas into the divine Indiges
more specifically recalls Aeneid 12 than Aeneid 1, especially the beginning of
Jupiter's address to Juno at Am.: 'indigetem Aenean seis ipsa et scire fateris/
deberi caelo fatisque ad sidera tolli' Ovid does not closely follow the
chronology of Juno's reconciliation in Aeneid 12, however, shifting it instead
to a time beyond Vergil's plot, and just preceding the apotheosis of Aeneas,
which indeed it serves to introduce: iamque deos omnes ipsamque Aencia uirtus lunonem
ucteres finire coegerat iras, cum bene fundatis opibus crescentis Iuli
tempestius erat caelo Cythereius heros. And now Aeneas's virtue had compelled
all the gods, even Juno herself, to put an end to old anger, when the resources
of rising lulus were well established, and the hero, Venus's son, was ripe for
heaven. The thoughts and language strongly recall the Aeneid, but Ovid
introduces these lines into bizarre, surreal surroundings of his own making.
Their immediate context is one of the strangest transformations in the poem-the
tale of Turnus's hometown, Ardea, changed into the heron. Turnus and the town
Ardea may be Virgilian in their associations, but Ovid's treatment is remote
from Virgil, and takes his own aetiological procedure to new extremes. It is
typical of Ovid's natural aetiologies that they account for the first animal of
a species, tum primum cognita praspes, and that they stress the continuity of
traits and features in the change from the old to the new shape. This case goes
beyond the typical in the sheer imaginative effort required to make the shift
from a ruined city, with all its attributes, to a heron. Cities, as human
social organizations, are characteristically distinct from the natural. This is
not just any city, but one embedded in the human history of Rome and Rome's
enemies, and familiar in Rome's national epic. Yet Ardea retains even its name
in its migration into the avian realm as the first heron -- et sonus et macies
et pallor et omnia, captam quae deceant urbem, nomen quoque mansit in illa
urbis et ipsa suis deplangitur Ardea pennis. It had the sound, the wasted
condition, the pallor everything that befits a conquered city. Even the city's
name remained in the bird, and Ardea beats her breast, in mourning for herself,
with her own wings. These remarkable lines, which immediately precede the
apotheosis of Aeneas, provide no contextual introduction to the apotheosis, no
invitation to form a close approximation of Ovid's and Virgil's Aeneas. Aeneas
and his virtus abruptly arrive. Yet no sooner do the gods and Juno give up
their wrath, introducing a new and impressive array of literary, historical,
and political associations, than the tone of Ovid's version of the apotheosis
becomes intrusively comic. Venus canvasses the gods like a Roman politician:
ambieratque Venus superos. She appeals to Jupiter's grandfatherly pride, and
seems to treat numen as a rare and valuable commodity in begging some of it for
her son, 'quamus parvum des, optime, numen,/ dunmodo des aliquod. All these
details are at least potentially comic, as is the argument wholly successful in
the event- with which Venus concludes her speech. One trip to hell is enough:
'satis est inamabile regnum/adspexisse semel, Stygios semel isse per amnes'. These
lines are a comic correction of Virgil. Later readers were to be distressed
that Virgil's Sibyl, otherwise a knowledgeable prophetess, was unaware of
Aeneas's apotheosis, which Jupiter had explicitly prophesied in Book 1 and was
to prophesy again later. Otherwise she would not have assumed a second trip for
Aeneas to the infernal regions after his death: quod si tantus amor menti, si
tanta cupido bis Stygios innare lacus, bis nigra uidere Tartara, et insano
iuuat indulgere labori, accipe quac peragenda prius. (Aen.). But if your mind
has so great a longing, so great a desire to swim the Stygian pools twice,
twice to look upon dark Tartarus, and it pleases you to indulge in an insane
effort, learn what must be accomplished first. Servius tries to reconcile the
death of Aeneas, implied here, with Ovid's apotheosis of him, though he could
have mentioned Jupiter's two prophecies in the Aeneid itself. Servius proposes
that simulacra of apotheosized heroes, no less than of ordinary folk, are to be
found in the underworld. We do not know whether readers and critics in Ovid's
time were already vexed about the Sibyl's evident lack of knowledge, but Ovid's
Venus, correcting bis with semel, sets the record straight. Once Venus has
asked the help of the river Numicius in washing away all that is mortal in
Aeneas, she completes the process of making him into a divinity whom Quirinus's
crowd calls Indiges, and has received with altars and a temple (quem turba
Quirini/nun-cupat Indigetem temploque arisque recepit). This information is
profoundly historical, for how Romans understand the altars and temples of
their gods, how they connect the remote to the recent past, depends on the
symbolic narrative or narratives that their minds associate with monuments in
their city. Ovid's revision of Vergil is the revision of a well known and
compelling historical vision. Ovid's concluding lines on Aeneas also, as
editors note, offer a parallel to the language of an inscription for a statue
of Aeneas found at Pompeii: appel/latus/g.est Indigens (pa)ter et in deo/rum n/umero
relatus (CIL = Dessau). Mention of the turba Quirini looks forward to the
apotheosis of Romulus later in Book 14, but first there intervenes a king-list
an annalistic structuring of the past remarkable in finding a place in the
Metamorphoses. Like the renaming of Aeneas, the list of Latin kings also
recalls to Roman readers their reading of inscriptions. This king-list also
recalls earlier lists in the Metamorphoses, such as the genealogy of Aesacus.
His transformation is a natural aetiology, and likewise Aeneas's shift to
divine status as “indiges” can be viewed as just another transformation, an
addition to the tale of Ardea transformed into a heron. We might almost think
of it as an undifferentiated item in a vast accumulation of
transformation-tales that could be arbitrarily lengthened by further addition.
The reason, however, that we cannot quite do so is the fact that it is not
isolated, but participates in a pattern of apotheoses. The apotheosis of
Hercules establishes a pattern that is reinforced strongly by the apotheoses of
Romulus and of Julius Caesar's soul. Their greater number toward the end of the
poem appears to signal both their own importance and their closural impact. Ovid's
list of Latin kings does not lead directly to the apotheosis of Romulus, but to
the tale of Pomona and Vertumnus, which he dates to the reign of Proca. The
tale is rich in closural features, cut from the same cloth as the apotheoses
that frame it. Viewed as an incident of deceptive seduction and
barely-suppressed violence, the tale of Vertumnus can also appear a
distraction, leading the reader's attention away from the transformation of
historically important heroes into gods. The tale is a "romantic
comedy," yet regards it as compromising its context. It is no secret that
it disrupts what might be called the Aeneadisation of what is otherwise far
from being a Roman epic just when it begins to show promise (or make fraudulent
promises) of turning a new leaf and beginning to be such an epic, and one in
the Augustan mode to boot. Coming as it does between Aeneas and Romulus, the
tale of Vertumnus defeats closure and deflates any last hope of the poem's
imagining Rome’sHistorical Destiny (or imagining the World's destiny as Rome's)
because an ample and effective representation of the myth of Romulus would be
crucial to a celebration of Rome's place at the end of history as the end of
history. When Ovid abruptly returns to his long-interrupted king-list, he
remarkably FAILS to mention Romulus. Rome's walls are founded in the passive
voice, and only Romulus's enemy, the Sabine king Tatius, receives mention by
name -- proximus Ausonias iniusti miles Amuli rexit opes, Numitorque senex
amissa nepotis munere regna capit, festisque Palilibus urbis moenia conduntur.
Tatiusque patresque Sabini bella gerunt -- Next the military might of unjust
Amulius ruled rich Ausonia, old Numitor received, by his grandson's gift, the
kingdom that he had lost; on the festival of Pales the city's walls are
founded. Tatius and the Sabine fathers wage war. Scholars have attempted to
explain by various means Ovid's drastic compression of Rome's origins. Ovid
avoids repeating what he writes in the Fasti. The foundation of Rome offers no
opportunity for metamorphosis, although Helenus is to represent Rome's
foundation exactly in such terms later, in another context. And Ovid wishes to
avoid competing with Ennius's account in the Annales. These explanations
themselves are speculative, but the text seems to call for explanation because
Ovid has so strikingly omitted an obvious opportunity to serve up an account of
Rome's origins. Ovid's critics easily fall into the his hermeneutic trap. His
text demands interpretation without providing the resources to arrive at one.
Romulus and his apotheosis are an especially impressive instance of the
self-consciously missed opportunity, the Ovidian narrative tease. Because
Romulus was so well-known to Ovid's Roman readers as a mythico-historical
parallel to Ottaviano, few topics are richer in potential for allegorical
exploitation and panegyric symbolism; and this potential goes almost totally
unrealized here. Ovid's approach to Romulus is no approach at all. Ovid omits
the founder's exploits and shifts all attention to the divine sphere. The
apotheosis of Romulus and, as it turns out, that of his wife Hersilia result
from divine actions, whose description is the province of myth. Historians who
record their exploits give them standing as historical figures. Deprived of
exploits, they re-enter myth. By remythologizing history Ovid incorporates it
into the world of the Metamorphoses, in which divinities are active and humans
largely are acted upon. He also opposes euhemeristic modes of interpreting the
shift from mortal to divinity, in accordance with which a human's heroic
actions approach and approximate the divine, resulting in the hero's veneration
as divine by other humans, and his reception among the divinities as one of
them. Ennius's historical epic, the Annales, reports that, at Romulus's death,
Romolo now has a life among the gods -- Romulus in caelo cum dis genitalibus
aeum/ degit. Ennius probably took a euhemeristic interpretation of Romulus's
deification. Virtue and political merit open the gates of heaven. It is highly
likely that the deification of Romulus, who performed the mighty benefaction of
founding the city, was the innovation of Ennius. Ennius here will have been
placing Romulus in the tradition of the great monarchs who won immortality by
emulating Hercules. Although the details of Ennius's account are far from
clear, Ovid's non-euhemeristic approach is apparently the reverse of his
principal source, the original and canonical version of Romulus's deification. History
appears to be going backwards as the divine agents in the Romans' war with
Tatius take action. Juno unlocks the gate to the invading Sabines despite
having so recently given up her wrath against the Romans -- inde sati Curibus
tacitorum more luporum ore premunt uoces et corpora uicta sopore inuadunt
portasque petunt, quas obice firmo clauserat Iliades; unam tamen ipsa reclusit
nec strepitum uerso Saturnia cardine fecit. Then the Sabines, born at Cures,
keep their voices muffled like silent wolves; they assault the Romans, whose
bodies are sunk in slumber; they seek the gates, which lia's son [Romulus] had
barred; yet one of them Saturnian Juno unlocked. She made no noise as she
turned it on its hinge. After all the emphasis on Juno's reconciliation
earlier, in the apoth-cosis of Aeneas, her behavior here is glaringly
inconsistent. We may try to rationalize Juno's actions by appealing to Ennius's
historical framework, by which Juno gives up her wrath at the second Punic War.
But Ovid makes no attempt to clarify and so rescue historical consistency;
indeed, he appears to mock the tradition of multiplereconciliations of Juno,
exploiting it for its comic absurdity. There are serious consequences as well:
the equation of history with destiny breaks down. Soon Juno will be favorable
to the Romans once again at the apotheosis of Hersilia, but meanwhile two other
divinities intervene: first Venus, unable to undo Juno's hostile act in
unbarring the gate, entreats the Naiads living next to Janus's shrine in the
Forum Romanum to come to her assistance. Their spring, normally cold, they
bring to a hasty boil, thus blocking the way to the Sabines and allowing the
Romans time to arm themselves. Next, Mars addresses Jupiter, requesting
deification for Romulus as the fulfillment, now: due, of a long-standing
promise. Mars cites Jupiter's original words, representing them as an exact
quotation: tu mihi concilio quondam praesente deorum (nam memoro memorique
animo pia uerba notaui) "unus crit, quem tu tolles in cacrula caeli"
dixisti: rata sit uerborum summa tuorum. Once, at an assembled council of the
gods, you told me (for I remem-ber, and marked the pious words in my retentive
mind),there will be one whom you will carry to the blue of heaven.' Let the
content of your words be fulfilled. The words Marte quotes appear to gain even
more authority by referential confirmation from outside the text of the
Metamorphoses doubly cited, as it were: for while Mars cites Jupiter, Ovid
cites Ennius's Annales. Readers of Ovid's contemporary Fasti will remember the
recurrence of Ennius's line in a third context, for Mars cites it there as part
of a parallel appeal for Romulus's deification. Although Marte describes his
son to Jupiter as the latter's "worthy grandson" (Met.), Romulus's
exploits have no part in the appeal. Deification results directly from
Jupiter's promise, so strongly emphasized, and at the beginning of the speech
Mars needs only to establish that now is the time for its fulfillment: tempus
adest, genitor, quoniam fundamine magno res Romana ualet nec praeside pendet ab
uno, praemia (sunt promissa mihi dignoque nepoti) soluere et ablatum terris
inponere caelo. Since, father, Roman affairs are well established on great
foundations, and do not depend on a single protector, it is time to pay the
reward it was promised to me and to my worthy grandson to remove him from the
earth and to place him in heaven. In all this there is no mention of Romulus's
great benefactions, such as might sustain a euhemeristic interpretation of the
hero's advancement to divine status. Far from avoiding comparison to Ennius,
Ovid ostentatiously quotes his predecessor's work, as if to flaunt the fact
that in stripping the hero of exploits he has eliminated Ennius's
interpretation of them. Ennius's words, transferred to so un-Ennian a context,
may appear well suited to a familiar allegorical parallel, reminding Roman
readers once again of their second Romulus, likewise destined for the skies. Yet
Ovid's apotheosis of Romulus functions but feebly as an Ottavian icon precisely
because of its lack of historical specificity. Lacking res gestae, Ovid's
Romulus offers readers little to go on in drawing conceptual parallels to the
achievements of Ottaviano. There are many similarities between the apotheosis
of Romulus in the Metamorphoses and that in the Fasti. In both works Ovid makes
an emphatic identification of deified Romulus with QVIRINVS, reinforcing
relatively recent developments in the story. In both Ovid quotes the line from
Ennius and repeats the apostrophe Romule, tra dabas (Met., F.) at the moment
when the apotheosis occurs. Yet in their larger contexts the two passages are
remarkably dissimilar. While in the Metamorphoses Romulus's apotheosis is his
whole story -simply one in a series of apotheoses extending from Hercules to
the end of the work, in the Fasti his apotheosis has a context in the life and
exploits of the hero. Romulus appears so often in the “Fasti” that the episodes
concerning him are numerous enough to trace out a biography of him, even if by
installments. Ovid's version of the Roman year gives Romulus an unprecedented
amount of space, far beyond the natural occasions offered by tradition (such
as, for example, Romulus's involvement in the foundation myths or in the actual
rituals of the Parilia or the Lupercalia). The identification of Augustus with
Romulus even to the point of his apotheosis demandd a 'positive' picture of
Romulus. If the violence and ruthlessness of Romulus's exploits in the “Fasti”
make him a problematic parallel to Augustus, we may suppose that Ovid gives
himself an easier task in the Metamorphoses by keeping Romulus's deeds out of
his narrative. In the “Fasti”, for instance, Marte mentions Romulus's dead
brother Remus always a difficulty in positive portrayals of the founder whereas
in the Metamorphoses Marte prudently omits *any* mention of Remus. Yet even the
attenuated Romulus of the Metamorphoses presents difficulties to allegorical
interpretation. As we saw earlier, Marte explains that it is now time for
apotheosis because Rome's condition, now well-established, "does not
depend on a single protector" (nec praeside pendet ab uno, Met.). Hence,
Romulus can be safely removed from the earth. Applied to Ottaviano, this remark
makes a poor allegorical fit. It calls attention to problems of succession that
afflicted the princes, on whom alone the res Romana manifestly did depend. The
apotheosis of Hersilia is even more remarkable, and Ovid's de-euhemerizing
revision of Roman history enters upon fresh territory with her. With Hersilia
there was probably no euhemeristic tradition for Ovid to work against. Ovid can
invent an apotheosis for her, representing it as a purely divine initiative. Tradition
granted her notable exploits without apotheosis; Ovid grants her apotheosis
without notable exploits. Romolo’s wife was well known to Roman readers for
being the Sabine wife of Romulus and for her active role in reconciling her own
people to the Romans. In several accounts, after the abduction of the Sabine
women and subsequent conflict between Romulus's men and the angry parents,
Hersilia sues for peace with Tatius and the Sabine fathers (Gellius; Dio
Cass.). Her other signal achievement takes place shortly thereafter. According
to Livy, Romulus blames the Sabine parents for the conflict, which resulted
from their pride in not allowing inter-marriage in the first place. Ersilia,
importuned by the entreaties of her sister Sabines, intervenes with Romulus to
argue that their parents ought to be pardoned and allowed to live in Rome: ita
rem coalescere con-cordia posse. Harmonious union of Romans and Sabines is,
according to Livy's patriotic interpretation, the whole point of the rape of
the Sabine women; and this view was widespread. It was not in wanton violence
or injustice that they resorted to rape, but with the intention of bringing the
two peoples together and uniting them with the strongest ties. So writes
Plutarch in introducing Ersilia. Dionysius of Halicarnassus also accepts this
pro-Roman motive for the rape. Ersilia's achievements, like those of her
husband, disappear entirely from Ovid's account of her apotheosis, as does the
whole story of the rape of the Sabines, in which she traditionally plays so
important a part. After Romulus's transformation into the deified Quirinus,
Juno sends Iris to bring instructions to the grieving widow, addressing Ersilia
as "chief glory of both the Latin and Sabine peoples": "o et de
Latia, o et de gente Sabina/praecipuum, matrona, decus.’ Has Juno become
reconciled to the Romans this time because of their union with the Sabines, a
people known for exemplary piety? We might suppose so, especially now that
Romulus is identified with the Sabine divinity Quirinus. For whatever reason,
Juno offers Ersilia a chance to see her husband again if she will go, under
Iris's guidance, to the Quirinale, Quirinus's hill, a place associated with the
Sabines' presence in Rome:53 siste tuos fletus et, si tibi cura uidendi
coniugis est, duce me lucum pete, colle Quirini qui uiret et templum Romani
regis obumbrat:Stop your tears and, if you care to see your husband, under my
guidance seek the grove that grows green on Quirinus's hill, and shades the
temple of Rome's king. Ersilia follows Iris's instructions and proceeds to
Romulus's hill. A star descends, causing Ersili's hair to catch fire a divine
portentand she passes into the air. Rome's founder receives her, changes her
name and body, calling her Hora, quae nunc dea tunca Quirino est (Met.). Of
course, Ersilia's apotheosis, like Romulus's, can be allegorized as panegyric.
There’s a parallel to LIVIA, so reinforcing the connection of Romulus to
Augustus. Yet if Ovid's goal in this double apotheosis is to promote
panegyrical identifications, he has lost an impressive opportunity. Especially
after his irreverent, even scandalous, version of the rape in Ars amatorial, Ovid
could now have made amends with Ottaviano and with history by serving up a
traditionally patriotic rape of the Sabines, including the achievements of
Romulus and Ersilia, both available for cuhemeristic treatment. Ovid's version
is once again conspicuously remote from Ennius's. It is unlikely that Ersilia's
transformation into the divine Hora occurred in the Annales, and Ovid probably
originated Ersilia's apotheosis. In doing so, Ovid remythologizes history,
reducing human agency and minimizing the potential of his Roman characters to
serve as flattering parallels. In evaluating the historical character of the
Metamorphoses, we can view apotheosis as part of historical progress in the
work. As we saw above Wheeler regards the movement from fable to history, from
the heavens to the city of Rome, as "a shift from a theologia fabulosa to
a theologia wilis"67 Another view is, however, possible, in accordance
with which the fabulous incorporates all else into its domain-including
history, politics, and current events. Terms like "fabulous" and
"mythological," of course, are not simply descriptive of the subject
matter that Ovid has taken up; he has entirely transformed the nature of the
fabulous, mythological, and the historical alike. He Ovidianizes them all,
Hersilia no less completely than the rest. When Iris reports Juno's words to
the bereaved Hersilia, she eagerly asks to see once again the face of her
husband, concluding her request with these words: 'quem si modo posse uidere/
fata semel dederint, caelum accepisse fatebor' (Met). Hersilia is using caclum
as a metaphorical equivalent for the summit of happiness, as Bömer aptly
notes, citing Cicero's letters to Atticus: in caelo sum (Att.); Bibulus in
caelo est (Att.). Hersilia supposes Romulus "lost" (amissum, Met.)
and evidently knows nothing yet of his apotheosis -certamly nothing about her
own. She simply uses a conventional, proverbial form of speech to express her
anticipated happiness. But events make her expression literally true, as the
star descends and Hersilia rises to the heavens. Ovid's transformative wordplay
often operates in just this way: words that initially appear figurative become
literal, the conceptual shifts to the physical, and a transformation described
in terms of plot is enacted first on the level of style." Hersilia's
apotheosis is a fine instance of Ovidian wit, yet is also a typical instance,
similar to many others that readers have enjoyed by this stage in the work's
progress. As they enjoy another of Ovid's transformative witticisms, they also
may reflect on the power of his transformative vision, which now incorporates
even their own history. As he exploits Hersilia's apotheosis for so fine a
joke, Ovid grants us an ironic perspective on Roman origins, compromising their
fated-ness and bringing out their contingent character. Throughout the last
pentad, historical events lose their connection to fata and pass under the sway
of Fama in its full range of ambiguity and contradiction: "lies mixed with
truth" (mixtaque cum ueris... commenta, 12.54) issue from the house of
Fama, while "Fame, the herald of truth" (praemuntia uri/ fama),
announces Numa's impossible visit to Pythagoras. Fama is a touchstone for the
fractured historical vision of the Metamorphoses. Fasti (Ovidio)Fasti Ritratto immaginario di Ovidio
(di Anton von Werner) AutorePublio Ovidio Nasone 1ª ed. Original edal 9 d.C.
Editio princeps Bologna, Baldassarre Azzoguidi, Generepoema epico Lingua
originalelatino Manuale. I Fasti sono un poema che espone le origini delle
festività romane, quindi è un'opera di carattere calendariale ed eziologico di
Ovidio, scritto in distici elegiaci, ad imitazione degli Aitia (Cause) di
Callimaco, di cui riprende, oltre che il metro, anche alcune soluzioni formali
e narratologiche. L'opera, scritta molto probabilmente per aderire alla
moralizzante propaganda tipica dell'età augustea, fu progettata in un totale di
12 libri, secondo l'andamento del calendario. Con essa l'autore, che
probabilmente attingeva a Varrone e a Verrio Flacco, si era proposto di
spiegare l'origine della differenza tra i giorni fasti (dalla parola latina
"fas", lecito) in cui i Romani potevano trattare gl’affari pubblici e
privati, e i giorni “INfasti,” nei quali era vietato. Al tempo stesso, Ovidio,
parlando con il dio di turno, indaga e rivisita, mese per mese, tutti i
molteplici riti, le festività e le consuetudini, tipiche del costume e
dell'uomo romano, che, al suo tempo, si praticavano senza ormai conoscerne
l'esatta origine o valenza. Tuttavia, dei Fasti si sono conservati
solamente 6 libri, da gennaio a giugno. Questo fatto si spiega con la famosa
relegatio (esilio che non comportava la perdita dei beni né tantomeno dei
diritti civili) che colpe Ovidio e che non gli permise di terminarla.
Indice 1Struttura 1.1Libro I: gennaio 1.2Libro II: febbraio 1.3Libro III:
marzo 1.4Libro IV: aprile 1.5Libro V: maggio 1.6Libro VI: giugno 2Note 3Voci
correlate 4Altri progetti 5Collegamenti esterni Struttura Libro I: gennaio Il
primo libro doveva presentare una dedica ad Ottaviano. Quest'ultima, ora
spostata al secondo libro, è stata sostituita (verosimilmente nell'esilio di
Tomi, l'attuale Costanza, in Romania) con una al nipote adottivo di Augusto
stesso, Germanico. Dopo la dedica, Ovidio ri-evoca brevemente la nascita del
calendario romano e il significato dei giorni fortunati o dies fasti, per poi
passare al mito di Giano, esposto dal dio stesso in colloquio con Ovidio, sul
modello degli Aitia callimachei e, dopo un distico sulle None di gennaio,
modellato sulle sezioni astronomiche di Arato, all'esposizione dell'origine dei
riti agonali, dei riti in onore di Carmenta, inframmezzato da una esposizione
sulle Idi, che divide questo mini-epillio in due sezioni, la prima delle quali
è una lunga profezia sulle origini di Roma recitata dalla stessa ninfa.
Libro II: febbraio Dopo un'apostrofe al distico elegiaco, che Ovidio afferma di
aver piegato alla poesia eziologica, dopo che in gioventù fu il suo verso
d'amore e ad una dedica a Cesare (forse Augusto), si passa a parlare
dell'origine del nome februarius, per poi discutere delle calende, con la
rievocazione del mito di Arione, delle none, con il mito dell'Orsa Callisto, di
Fauno, dei Lupercali e di Roma arcaica. Ovidio rievoca, poi, le feste
Quirinalia, le cerimonie ferali e la festa del dio Terminus e si sofferma a
parlare del regifugium, con la leggenda di Lucrezia. Infine, parla della festa
degli Equirria. Libro III: marzo Sezione vuota Questa sezione sull'argomento
opere letterarie è ancora vuota. Aiutaci a scriverla! Libro IV: aprile Festività romane Fasti (antica Roma) I Fasti di P. Ovidio Nasone; tradotti in
terza rima dal testo Latino ripurgato ed illustrato con note dal dottor
Giambattista Bianchi da Siena, Venezia, Nella stamperia Rosa, 1811 (on-line)
Traduzione in inglese dei Fasti, su tkline.freeserve.co.uk. V · D · M Publio
Ovidio Nasone Portale Antica Roma Portale Lingua latina
Portale Religioni Categorie: Opere letterarie in latinoOpere di
OvidioOpere letterarie del I secolo. Ovidio.
Grice e Paccio: la
ragione conversazionale e l’accademia e l’implicatura conversazionale nella Roma
antica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. An orator and firned of Plutarco. A
member of the Accademia.
Grice e Pace: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Boezio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Berga). Filosofo italiano
Grice: “I love the fact that Pace, like me, is a Protestant, and married
one! This should deduce the defeasibility of non-monotonicity: ‘all Italians
are Catholic;’ he surely wasn’t --- and neither is Speranza, or Ghersi, two
other fervent ‘protestanti’!” Grice: “I
love Pace – in a way he reminds me of myself when I was teaching Aristotle’s
Categoriae at Oxford! – A good thing about Pace is that he stopped saying that
he was commenting on Aristotle – his Casaubon edition is still very readable –
and tried to compose his own ‘Institutiones logicae,’ as he did – As Kneale
once told me, ‘This made Pace a logician, and not just a commentator!” -- Italian
essential philosopher. Studia a Padova,
dove fu allievo di Menochio e Panciroli. Aderì alla religione riformata e intimorito
dagli ammonimenti delle autorità religiose patavine, si rifugiò a Ginevra, il
principale centro del Calvinismo. Divenne professore. Traduce Aristotele – “In
Porphyrii Isagogen et Aristotelis Organum: Commentarius analyticus.” Ottenne la cattedra a Heidelberg. Pronuncia una famosa
prolusione, De iuris civilis difficultate ac docendi method, È coinvolto in una
polemica con Gentili. Gentili, non avendo ottenuto la cattedra di Istituzioni
alla quale aspira, accusa Pace di averlo boicottato e gli rivolse delle offese
in un componimento poetico indirizzato a Colli. Offeso, lo denuncia davanti al senato
accademico, costringendolo infine a lasciare Heidelberg per Altdorf. Ha
anch'egli fastidi con le autorità accademiche di Heidelberg per le sue simpatie
per il Ramismo. Insegna a Sedan, Ginevra, Montpellier, Nîmes, Aiax, e Valence.
Rese pubblica la sua abiuria al protestantesimo. Ha la cattedra a Padova e scrive
De Dominio maris Adriatici, un saggio a favore della repubblica di Venezia che
gli valse anche il cavalierato. La sua edizione dell’Organon d’Aristotele LIZIO
e inclusa in un'edizione delle opere d’Aristotele
edita da Casaubon ed ha ampia diffusione. Pubblica a Sedan le Institutiones
logicae e a Francoforte il suo importante commento In Porphyrii Isagogen et
Aristotelis Organum, Commentarius Analyticus. Altri sggi: Imp. Caes. Iustiniani
Institutionum libri IV, Adnotationibus ac notis doctiss. scriptorum illustrati
& adaucti. Quibus adiunximus
appendicis loco, leges XII tab. explicatas. Vlpiani tit. XXIX adnotatos; Caii
libros II Institut. Studio &
opera Ioannis Crispini At. In ac postrema editione accesserunt” Ginevra, Vignon.
Ἐναντιόφαν. seu Legum conciliatarum centuriae III, Spirae, Albini; De rebus
creditis, seu De obligationibus qua re contrahuntur, et earum accessionibus, ad
quartum librum Iustinianei Codicis, Commentarius; accesserunt tres indices,
Spirae Nemetum, Albinum; Tractatus de contractibus et rebus creditis, seu de
obligationibus quae re contrahuntur et earum accessionibus, ad quartum librum
Iustinianei Codicis, doctissimi cuiusdam I.C. commentarius. Accesserunt tres
indices, vnus titulorum, eo quo explicantur ordine descriptorum, alter eorundem
titulorum ordine alphabetico, tertius rerum et verborum in toto opere
memorabilium, Parigi: Lepreo; Isagogica in Institutiones imperiales, Lyon, Vincent, Oeconomia iuris utriusque, tam
civilis quam canonici, Lyon, Vincent, Methodicorum
ad iustinianeum Codicem libri, Lyon,
Vincent, Analysis Codicis, Lyon, Vincent, Artis Lullianae emendatae libri IV
Quibus docetur methodus, ad inueniendum sermonem de quacumque re, Valentiae:
Pinellum, De dominio maris Hadriatici, Lyon, Vincent. Benedictis, «Gentili,
Scipione, Dizionario Biografico degli Italiani,
Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, C. Vasoli, Scienza,
dimostrazione e metodo in un maestro aristotelico dell'età di Galilei: “Profezia
e ragione” (Napoli, Morano); Aristotelis Stagiritae peripateticorum principis
Organum, Morges, Operum Aristotelis. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. G.
Acquaviva e TuScovazzi, Il dominio di Venezia sul mare Adriatico, Milano: Giuffrè; Franceschini, Giurisprudenza, Venezia:Ferrari,
Larroque, P., compte-rendu du mémoire de
Revillout avec documents inédits, Paris: V. Palmé, Marine Bohar, P. et sa De iuris civilis
difficultate ac docendi methodo oratio, Revue d'Histoire des Facultés de Droit.
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Opere open MLOL, Horizons Unlimited srl. Grice: “A
very systematic logician, and especially interesting being from Vicenza. In
fact, he came from Berga, the centre of Vicenza. Quite unlike our Occam who
came from Surrey! My special interest is in the particular treatment of
‘interpretatio’ in general. He is one of the licei, i. e. peripatetics, which
is nice. By interpretatio in general he means ‘hermeneia’. And he distinguishes
then between the MATERIA – of the vehicle of expression, say, the physical
sound – ‘vox’ – or any other physical channel one uses to signify something –
and the FORM, the signatum itself. The term he uses is “NOTA”, so a particular
bit of something – say, a tear – is a SIGN or NOTA of some affection (pathos)
in the soul. On this he builds his whole system of communication. There are two
types of NOTA, in terms of subject-predicate terministic logic – conjoined by
the copula. He is a practical logician and does not much dwell on the topic of
what relation this “NOTARE” is. But he does make the usual point that while a
THING (res) gets ‘notated’ by an idea (or passion) in the soul – this notatio
is ‘naturalis’. Whereas the notatio between a particular physical bit (say, a
tear) and some idea or passio of the soul is artificial, as any cocrodile
knows!” Grice: “Lizio is a nice Italian way to avoid the proper-name reference
to Aristotle: it’s only his Lycaeum that matters, thus called because of that
infamous statue of Apollo Lizio in riposo!” -- CATEGORIA. V*
.»• ' w • ■« •*>■. I». ; -- , V m
Prolegometui. lOciCit partes tres
funt. I. De dicionibus. II. De
enunciationibus , qua: ex diclionibus , conftant.
III. De fyllogifmis,qui ex cnuncia- . ;
• funt,vt Socrates. 1.1,1. At ^jdc^
yniueriaha,qu* deTubipnojdifr,yp album, nigrum! I V .
Accidentia particularia, qua: dchubicdo non
dicuntur, in fubie&o autem ftint,vt hoc
album, hoc nigrum,- . , 16 H Ex
ditiis collige, aliud efle fu b replum. de,quo ,
id cll Tubitilum attributionis j:raUpd:fyJne$H|«
jinqqp , line yihfC" rentiajullo mpjclo parti
ailafie^iftcr/aij ; Kpc prodo lublbn}7 tu
accidentibus fubiicicm,, .j\ :;q‘ ,, ,fK..tr
17 f Quoniam igitur 'in flfxfq^ja folum
apeidens dicitur effe in fubieclouctlc
Arif1o.tpJc,sin lubip^o efle inquq,qpod ita in
fubic$o. cft,vt ne, « At cius pars, ppc
po$q qfle liqc co.c-r tenim accidens
non eft pars fubftantix , qua: cil
^in^fTubiqj ftum:nccpor?ftd^c^W^^eot>^Vjtfn -
18 f Indiuiduuro a fchy4^fi^5ljqjjiifu^q..vaSum.&:
hT gnatum i quorum illudpjfppri^yaca^ur
gulare.Particiilare vagum cli* quod nomine
viuucrfali ligni - heatur adicSa
notaparripuiari, vt aiiquisthomo. nam homo,
cft nomen vn.iuerfaleiaUqqjs^iVnotapafficularis^cl
eft,q{lp7 4it hominem hic n^ccip j ynii^ahtj^ iarc;feu
lignatu cft,qnod proprio nomfuqnpwc^, yt,SqffaT
tesvei C TUT E',G O H 13E. u
tcsrvd^rortominc dcrrianftcatiuo, aliavc
ccfaatidcmuftratio- nc-iodicacur, vt iduis
Sophromfci, ii' folus Socrates fit So-
ptecaiifcufillus. j .riinc.^bij rj.;;{ «u.
?!«u.uik; ; Ca p. I I L c i I d *h , i . *•*
ao:;.'- . it.r/ • a. j * : ;fl vw»r r.i &«nr.n
• 11 /'^XYicquid.fimplici vocabulo fignificatur ,
ad vnarrt cx Cap.4. is^^occra categoriis
refertur ;r,- ■ 14 Sf Categoria eft
gertcrum,fpcciefum, &C indiuiduorum
oomptchenfioiciorumque apta difpofitio,ica vt
indiuidua lub. fuafpccie/pccies fub luo genere,
Sc omnia fub vno gc»0rc gOBCraliftimc»
contincantun 0^3 dJarfidnb » -- • 14 >
flf.GatcgOrixfunt.decfcmivt dii^lumifuit K4gpgcs ^.17:,
tubdantia.vt homo,lapi&:quantita$ivt deccm:
quali,tas,vp ai-v borardata,vtfpatxrii£fihus:vb»,Yc im
ifo fq :: qua n do} v t hcri:fi*
tas,vc ilcercdwbcx^ytjvcftitumeficiagcrc , vt
fecarerpati vt. fccari. ..nr > .m di.;
n,-; ita-s 1F Deeategoriisitria
fantrtQt«ld«h.; IrVnanijtffccajq- g®riain
fubftitix,fdiqMXpmini^(rq acewb? ntift, U, orji
b 1 "fi C A T&COR.IA
fignificationem fubftatia dicitur ^uod.pcr
fc fubfiftit, vtho-
nK>;accide«svci^quodinfuhftanriataquam in fubicdo
in- haerct,vt albura.Ciim autem per
relationem ad alterum acci- piuntunfubftantia
vocatur,qux ad rei eflentiam pertinet : vt
animal pertinet ad fubftantiam liue
eflentiam hominis , co- lor ad fubftantiam
fiue.eflentiam albhaccidens vero appella- tur,
quod alteri praeter eius eflentiam accidit,
vt homo acci- dit animali, & album eoiori ,
& color corpori.Itaquc ii homo perii-
fpcdetur,eft fhbftantia: fi cum animali
conferatur, cft accidcns.conrra color fi
per fe coniiderctur,eft aecidcnsrfi ad
album referatur, eft fubftantia. 1 1 1. Ad
eandem categoriam referri concretum &
abftradum:vt homo & humanitas funt in
categoria fubftatix: albor &C album in
categoria qualitatis SC quahs.vna cft enim
categoria qualitatis, U qualis:ite quan- titatis^
quantitfimiliter rclationis,& relatorum, eadem
cft ratio cqtcrarum categoriarum. IV. Hxc,cum
accipiuntur per fc,nec aftirinare,ncc negare,vt
homo, vel currit: fcd horu compoiitioncfieri
affirmationem & negationem , vt homo
currit,homo non currit.Scd dc affirmatione &
negatione po- ftenus diffcremusuninc ipfx
categorie diftindius Sicnuclea- tius funt
cxplicandx. CAP. V. De fubtfantia.
* ^.igOVbftantia diuiditur in primam
Sc fecundam. Prima ^fubftantia hoc loco
appellatur , qux neque dc fubicdo dicitur, neque
in fubicdo eft, id cft, fubftantia
mdimdua^-vt SocraresjBucephalus.Secnn da fubftantia
vocatur ea , cui pri- ma fubiicitur : id eft,
fpecies , vt homo , equus : & genus, vt
animal. '• ; ‘ J‘J ■ irj Prima
fubftantia eft omniumaliarutn rerum fubic-
dum:fed refpedu fecund^
eftffubie6tum!awrrbutiariis,*te^c- ftu autem
accidemiseft fubiedum inhxrennx. naorfecun- .
dxfiibftantix de fubiedisfprirors dicuntur ,:vt
animal & ho- mo dcSocrate : accidentia verbm
futrkdisprimis fubftatiis infunt,vt albor in
cycno. x8 ^ Species eft magis
fubftantia, quhm genus: cum quia eft
propinquior primae fubftantia , tc magis eius
naturam -SC dfentiam dcdatatittOveciM»
qufctipecies-gcnwijaon-genus CATEGORJ^i ij
on tamen' foli, quia co- acnit etiam
quantis, vt duobus$tribus. V. Subftantia necdo-
L-.A b 3 i Cap.6 14 "
CATEGORI /E.-> teditur.ncc remittitur, hoc
excepto, quod fu psJfc dixi, fpccicm. dTo magis
fub Itantia quam genus,. 8c. minus
cllc fubikuuiam’ quam indiuiduum .Hxc proprietas
non conuenit foli fubilan tix,fcd etiam
quantitatnnon dicitur enim magis vel minis
rricubitum,ncc magis vel minus duo. V I.
Subftantra, ciim' vna ficcade numero
fit,poteft contrariafufcipere.vt idem ho- mo modo
eft indodus.modb dodus.Hxc proprietas coucniri
omni fltfoji lubltatix.Siobiicias liahc proprietatem tantum
coucnire primae lubftatix>qux fola videtur
dici polle vna nu- mcro:refpondcbo,etiam
fecundam fubftantiavnam numero* dici polfe.vt
homo,& animal rationale, funt vnum numero:i-»
tem vcftimentum,8£ indumentum.Pofter.lib.i.cap.j.
particjj. ScTopic.lib.i.c.7.partic.i.Rurfus fi
obiicias, orationem &c o- i • qjiiklGlA nPa
VI. : , I tf. j > , atut ) i', t De
quanto. jt '■ \r •*. *»’ jjTJf
Xpolica eftoategoria fubftantixrfcquuntur accidentias
riguorum alia priora, alia pofteriora dici
poliunt. Priora voco ea^qux cx
lolaiiibftatia orruntur.poftcriora autem, quas
a.lubftantia cum aliquo cx prioiib-accidentibus
coiunda or- tum ducut-PrioEis generis fune,
quatitas,qual itas, rclatio.Cur» enim fubftantia ex
materia, & forma confter: cx materia naf-
eitur quantitas, cx forma quahcas,ex refpcdu
materiar tc for-» mr relata. Ad
pofterius genus reducuntur c^terx categorix.
Nacx fohftantia Sfi quantitate oriuntur duq
categori^,Vbi Quado:iiquidc Vbi iumitur ex
locojin quo eft fubltatu:Qua-* do,cx tempore,
quo eft eadem fubftantia.Scd ex
fubllalitia&S qualitate proficifountur adio &
pallio:quia fubftaria per qua-i litatcm
aginemc dicatur do- mini feruusrctiam reciproce
dicetur ferui dominus. Sunt c- nim
duo relationis tcrmini:quorum primus ,a quo
incipit ac denominatur rclatio,vocatur
fundamentum relationis, alter, in quem definit
relatio, appellatur correlatiuum, vt cum fer- uus
dicitur domini feruus : tunc feruus eft fundamentum
re- lationis,qux nominatur feruitusrdominus autem
eftcorrela- tiuum.at fi dominus dicatur
ferui dominusitunc dominus efir fiindamentum
relationis, qus vocatur dominium:fcruus au- tem
eft correlatiuum. Omne igitur relatum, ad
fuum corrcla- tiuum referri debet. Sed
correlatiuum interdu habet nomen diucrfura a
fundameto relationis; vt pater refertur ad
filium, dominus ad feruum, fcientia ad fcibile:
ffttcrdum habet idem nomen ; vt cum focius
refertur ad focium, frater ad fratrem,
arqualc ad aquale, fimile ad fimileiintcrdum
nomine caret, vt »d*ad qnod refertur
caplit.Na fi referatur caput ad hominem,
&dicatuf hominis caput, nulla erit
reciprocatio, nec dicetur capitis homo.Hoc
autem cafu,quo correlatiuum nomine ca-
ret,nomen fingendortt eft, fumpta appellatione ab
ipfo rcla- tiohis fondam?td.vc a capite
dicendtfm capitatu.ficrecipro- cabitur,8t: dicetur
caput efie capitati caput,8c capitatum efle
cadite dipitatura. 1‘VvSiintfimul haturkVt
duplUtn & dirm- Ca.p8. 18
CATEGORIA dium.Hxc proprietas non couenit
Tolis relatis, fed etiam iis, qux in
eadem diuifionc Tibi inuicem opponuntur, id
eft,dua- bus differentiis oppofitis,qu^ diuidunt
idem genus, vt ratio- nali, & irrationali,vt
volucri &terreftri &: aquatih.inf.cap.13.
partic.j.Rurfus non conuenit omnibus relatis,
vt ex **, • C A P. I X. J ' * •'ty ,
|;i •■#»;.,• fl|1rj34,¥ 57 A Ctio cft,
fecundum quam agens dicitur in fubicdam
Cap materiam agerervt calefacere, refrigerare.
58 Adionis diuiiiones dux nocentur.
I. Velcftimma- ncns,quq in externam
materiam non tranfir,vt contemplari: vel
tranfiens in externam materiam , vt lecarc. 1
1. Aut cft naturalis, vt ciim lapis
defeendit : aut violenta , vt cum lapis
adfcendit: aut voluntaria,vt differere: aut
fortuita, vt fodien - tem terram
inuenire thefaurum/ 59 Proprietates adionis
funt quatuor. I. Recipit con- trarictatcm,
vt calefacere, &c refrigerare. 1 1 Intenditur,
6C remittitur.dicituremm aliquid magis, vel
miniis calefacere, vel refrigerare. Has
proprietates etiam qualibus, Sc nonnullis
relatis fupratribui,& paflioni mox tribuam.
III. Non fine motu fic,qui ab agente
procedit.Hxc proprietas conuenit c- tiam
paflioni. IV. Infert paflionem.velutifi quid
calefacit, neccflc cft aliquid calefieri.
Hxc proprietas omni 8c foli a- dioni conuenit.
60 Paflio eft,fecundum quam fubicdum
dicitur pati. 61 IT Paflionis duplex
diuifio notetur. I. Alia eft animi,
vt triftari,lxtari:alia corporis, vt calefieri,
refrigerari. 1 1. A- lia cft corruptiua,qux
fubicdum de fuo ftatu dimouct,vt ca-
lcfieri:alia pcrfediua,qux fubiedum non
corrumpit,fed om- nino perficit, quantacumque
lit,vtdifcere. 61 U Proprietates paflionis
funt quatuor. I. Recipit con-
trarietatcmrvt caleficri,&: refrigerari. II. Intenditur,
& re- mittitur. dicitur enim aliquid magis ,
vel minus calefiet#, aut refrigerari. III.
Non fit fine aliquo motu. Has pro-
prietates non conuenire foli paflioni , eonftat
ex his qux di- dafunt partic.59. I V. Infert adionem.velutifi
quid calefit, neccfle eft aliquid
calefacere. Hxc proprietas omni 8t foli
paflioni conuenit. 63 Quando eft,
fecundum quod aliquid dicitur efle in
cemporezvt cras,hcri,nudiuftcrtius. 64
Proprietates huius categorix funt tres. I.
Nihil ha- bet contrarium. 1 1. Nec
intcnditur,nec remittitur.Hx pro- ; . v ! . . v'
c 5 # •N 2i 'CATEGORIA
prictates conueniunt ctia aliis categoriis, vt
fubftantix,quan- titati,& vbi. III. Ad
cas tantum res pertinet , quae ortui 8c
interitui funt obnoxiae. Nam Deus non e ft
in tcmpore,quod fluit, fcd in xuo
permanente, idcirco omnia dicutur cfle Deo
prxfcntia , nihil prxteritum, nihil fururum. Hxc
proprietas conucnit omni &: ioli
quando. ‘ 5T Vbi cft, fecundum quod
aliquid dicitur cfle in loco. 66
IT Accipitur autem tribus
modis:circumfcriptiue,dcfi- nitiue,&:repletiu£. primus
modus eft phyilcus : reliqui duo thcologici.Primo
modo corpus eft in loco : fecundo modo
' angeli, &c humanus intellc&us a corpore
fe paratu s:tcrtio mo- do Deus. nam corpus a loco
circumfcribitur : angelus a loco definitur, ac terminatur,
quia non cft infinitus : Deus, cum fit
infinitus, nec circumfcribitur, nec terminatur, fcd
omnia re- plet fua virtute omnipotente.
67 5T Loci phyfici proprium cft,
I. Non intendi, nec re- mitti, 1 1.
Nihil habere contrarium, III. Cireunfcnbere
corpus locatum.Hxc poftrcma cft vera
proprietas ,• qux con- ucnit omni
&foli. nam duas priores
conuenirc etiam aliis categoriis, patet ex
fupra notatis. Cap.10 . 68 Situs eft
partium corporis apta difpofitio:vt ftare,fe-
derc,iaccre. 69 IT Proprietates fltus
funt tres. I. Non habet contra- rium.
II. Non contenditur, nec remittitur.Ex didis
conftat, has proprietates conuenirc etiam
aliis categoriis. III. Par- tium corporis
inter fe refpe&um fignificat a pofitione
fum- ptum: vt cum aliquis ftat , caput
eft fuperius cqteris partibus: cum iacet,
caput non eft fuperius,fcd xquo loco.
70 Habcre,eft circa corpus vel partem
corporis aliquid adiaccrc. 71 f Eft
igitur duplex : alterum in parte, vt habere
an- nulum in digito:alterum in toto,vt
togatum efle, armatu efle. 71 Proprietates
huius categorix funt tres. I. Nihil
con- trarium habet. 1 1. Non intenditur, nec
remittitur.Has pro prictatcs iam fcimus
etiam aliis categoriis coucnirc. III. Si-
gnificat relationem corporis habentis erga
externum corpus quod habetur. Hxc
fignificatio eft huius categorix propria,
nec vili ali; competit. * ... C A
I>. 1 CATEGORIA C a p. X.
- • De oppofitis. 73 /'''XPpofitorum genera
fune 'quatuor. I. Rdata : vt pa- Cap.
ii. V_y ter, Se filius. II.
Contraria: vt album, S>c nigrum. III.
Priuantia-.vt videns, & caecus. I V.
Contradicentia: vt,omnis homo eft iuftus, non
omnis homo eft iuftus. ■ 74 f De
relatis fupra diclum fuit prolixe: Se
inter cqte- ra di&um eft,relata id
ipfum quod funt,ad fua correlatiua re- ferri: vt
pater dicitur relatione habita ad filium ,
&! duplum dicitur refpcdu dimidij.
'75 f Contraria duobus modis diuiduntur. I. Aut funt firaplicia ,
vt album & nigrum : aut in oratione
fpc- dantur , vt, omnis homo eft
iuftus , nullus homo eft iu- ftus. II.
Alia funt immediata, alia mediata.
Immediata funt, quorum alterum neccffe eft
inefte in fubiedo ad ea recipienda apto :vt
omnis numerus neceffario eft par, vel
impar. Mediata funt , quorum vtrumque afubiedo
ad re- cipiendum apto abefte poteft. verbi gratia, non eft neceffe
vt omne corpus fit album , aut nigrum :
quia poteft effe ru- . brum, aut viride :
hi namque funt medij colores inter
album & nigrum. 7 6 f Poirb quae media
funt inter duo contraria , partim funt nominata ,
vt rubrum & viride albo 8 C nigro interieda:
partim innominata , vt inter iuftum Se
iniuftum eft id quod ncc iuftum nec
iniuftum eft. Atque hxc
dicuntur media per negationem cxtremorum:illa
verb , media per participatio- nem extremorum.
77 Vt priuatio r ede attribuatur , Primo
debet attribui fubiedo, quod poflit habitum
recipere : idedque excitas re- tbh tribuitur
homini, non lapidi. Secundo debet eo
tempore attnbui,quo fecundum naturam habitus
inefte poteft.itaque vir, fi careat dentibus ,
dicitur edentulus : infans ver 6 ne- quaquam.
78 Aliud eft priuatio, aliud eft,
priuatum effe : item aliud eft habitus ,
aliud eft habere habitum , fiue habitu
prxdi- tura effe : fed idem eft
oppofitionis modus inter priua- tum efte U
habere habitum , qui eft inter priuationem
• • ' c 4 i4 categoria: Sc
habitum.Similiter aliud cft affirmatio &c
negatio, aliud res affirmata vel negata:
fcd eadem oppofitio cft inter rem
affir- matam ic rem negatam , quae cft
inter affirmationem &: ne- gationem.
79 1f Notetur duplex diferimem inter
contraria , &c pri- uantia. I. Contrariorum
immediatorum femper ncceflc cft alterum in
fubietto ad recipiendum apto inefte; vt
femper ncceffe eft hominem vel bene
valerc,vel aegrotare.mediato- runt autem vel
vtrumque poteft abeffe, vt aliquod corpus
nec cftalbum,ncc nigrum,led rubrum aut
viride; vel defini- te vnum femper ineft,vt
ignis femper calefacit, numquam'
rcffigcratrpriuantium autem aliquando vtrumque
abeft, ali- quando alterutrum inelTc ncceflc cft;
vt homo recens natus, nec habet dentes ,
nec cft edentulus; quando autem natura
comparatum cft vt dentes habeat, tunc vel
habet dentes, vel cft edentulus. 1 1.
In contrariis cft regreflus, vt idem
ho- mo poteft ex fano fieri argrotus , &
ex aegroto fanus : a priua- tione autem ad
habitum non datur regreflus, vt videns
po- teft afpe&um pcrderc,fcd oculis captus
non poteft afpcftum reciperc.Hoc intellige
de priuatione,quse non folum aiftum, fed
etiam poteftatem tollit.alioqui multa exempla
obftabut: vt tenebrae funt priuatio
luminis, &C in acre lumen &c
tcnc- brx libi inuiccm fuccedunt. 80
H Contradicentium proprium eft,omnimod6 alterum
c(Te verum, alterum falfum:vt omnis homo
cft albus , non o- mnis homo eft
albus: item Socratcscft iuftus , Socrates non
eft iuftus.Nam oppofitis fimplicibus,vt patri 8 C
filio , videnti &: caeco, albo Sc nigro,
neque veritas neque falfitas conucnit: contrariae
vero orationes poliunt elfe ambae falfae,
vt omnis homo eft albus, nullus hpmo
cft albus.itcm mortuo Socrate, vtraeque hae
orationes contrariae funt falfae , Socrates
valet,' Socrates aegrotat. C A v. XI.
De eontrurijs. 8irV( Ufiu
kVod cft bono contrarium,vt iuftitiac
iniuftitia,ncccf- [farib eft malum. Quod
autem malo cft contrarium, modo eft bonum ,
vt iniuftitiae contraria cft iuftitiarmodd- malum,
vt profufioni contrarii eft auaritia.
8x11 Vnum i CATEGORIA. 1S
8a IT Vnum contrarium fine altero
clTc potcft, vtfanitas fine morbo. nam fi
omnes fint fani, nemo argrotat:Sc fi Socra-
tes bene valeat, Socrates non a,grotat. 8$
f Subie&um contrariorum vel cft vnum
fpecie, vt iu- ftitia &C miullitia
fpe&antur in homine : vel vnum genere, vt
(anitas Sc morbus fpe&antur in animali,
albori nigror in corpore. 84. ^7
Contraria vel funt in eodem gencrc,vt
albor & ni- gror funt fpccics coloris:vcl
in contrariis generibus, vt iufti- tia
cft fpecies virtutis, iniuftitia cft fpccics
vitij: vel contraria gcnera,vc bonum, &:
malum. Cap. XII. De priori.
8fT)Rius dicitur tribus modisitemporc,
natura,ordine. Jl 86 IT Tempore prius
cft, quod eftvetuftius,vt bel- lum Troianum
bello Carthaginenfi. 87 Naturi prius
accipitur tribus modis. E Id quod non
reciprocatur fccunduin exiftendi confecutionem :
vtv- num cft prius duobus:quia fi duo
fint, vnum quoque cft : at fi cft
vnum,non propterca funt duo.Hoc modo genus
cft prius fpccic: quiafi fit ( exempli
gratia ) homo , neccflarib cft ani- mahfcd fi
fit animal, non continui) eft homo , ciim
poflit cite cquus,vel afinus. II. Quod
cft prarftantius. qua: quidem fi- gnificatio
cft maxime impropria. IU. Caufa cft
prior cf- feiftu,vt fol lumine. 88
IT Ordine prius cft,quod priori loco
collocatur,vt pro- oemium narratione,narratio probatione,
probatio cpilogo. Cap. XIII. ^ De
modi» Simul. SpC^Imul dicitur duobus
modis. I. Tempore: vtCa’far&: jjPompcius.
II. Natura:vt relata, vcluti pater &:
filius: SC qua: in eadem diuifione
fibi inuiccm opponuntur, vt in animalis
diuifione rationale & irrationale. Cat. XII 1 1- Demotu.
Otus cft aftus , quem mobile , quatenus
mobilc,ha- bctil moucnte. 91
Motus genera quatuor funtrquia fpe&atur
in quatuor categoriis. I. In fubftantia ortus &C
interitus.Ortus eft motus ’°ME
Cap.ti. Cap.ij. Cap.14. x6
DE INTERPRETATIONE, a no cfic ad dTc.
Inccricus cft motus ab cffc ad non
cffe. II. In quantitate audio
deminutio. Audio eft motus a minori
quantitate ad maiorem-Deminutio cft motus a
maiori quan titate ad minorem. III. In
qualitate variatio , qua: eft mo- tus in
contrariam qualitatem, vt ex albo in
nigrum, & ex ni- gro in album. IV.
In categoria vbi, motus localis": qui
cft h loco ad locum, vt adfccnfus,8c
defcenfus. No eft ncccffe id quod
variatur,augeri vel minuirne- que id quod
augetur vel minuitur, variari. e lf
vt quadratum abde, addito gnomo- ne cbg,
fit maius, non tamen variatur, quia figura
eadem manet. e a e d g
9} Motui opponitur quies, vt habitui
priuatio.Sd fpccia- li motui opponitur fpecialis
quies, vt motui locali quies in loco.
94 % Praeterea motus motui contrarius
cft: vt ortui in- tcritus,audioni
deminutio, dealbationi denigracio, adfcen- fui
defcenfus. CA XV. De
modis habendi. xv. 95 T T Abere
dicitur feptem modis. I. Qualitatem, vt
albo- JnLrcm,velfcientiam. II. • Quantitatem, vt
magnitudi- nem duorum , vel trium cubitorum. III.
Circa corpus , vt veftimentumjvel circa
partem corporis, vt annulum. IV.Par-
tcm,vt manum,vcl pedem. V. Rem contenta ,
vt vas aquam. V I. Rem pofleffam , vt
domum , vel agrum. VII. Coniu- gem,vt
virum,aut vxorem. Hacc fignificatio
fecundum Ari- ftotclem impropria eft,Sc
tantum cohabitationcm notat. Ex Ilis fola
tertia fignificatio categoriam habendi conftituit.
DOCTRI- X DOCTRINA PER I-
PATETICiE TomvsI. Liber III. ' LOGICO
RVM TERTIVS. i> DE INTERPRETATIONE.
CAP. I. • De interpretatione.
Vatvor fubordinata funtrres, mentis concc- Lib .j
ptus,vocabula,3c litcra: fcu feriptura. Res
eft, vt £ap u' " equus.mentis
conceptus , funt rerum fimulacra, vt equi
intelle&io. vocabula funt conceptuum
norx:vtc£im aliquis profert hoc nomen
equus,' auditor equum me-nte concipit,
literx funt nota: vocabulo- ^ rum:nam
quibufeum loqui propter abfentiam no
poflumus, erga cos feriptura vtimur. i
IT Res & conceptus funt h natura, idedque pro
gentium * ijj varietate non variant.fed
vocabula & feripturq funt ex homi- * '
nam inftituto, proindeapud alios alia funt :
vt idem ab He- braeis vocatur tn«.Adam, i
Grxcis ajfofomos,'A Latinis homo. Loquor
enim de vocibus articulatis, qualia funt
nomina 8C vefrba,qux feribi poflunt. nam
belluarum voces inarticulatas Sc illiteratx,vt
latratus canu,&: vlulatus luporn, funt a
natura. } iT Cum vocabula interpretentur
conceptus animi no- ftri,merit6 ab Ariftotelc
vocantur interpretationes. 4 IT Et ex
diuifione conceptuu fumitur diuifio interpreta-
rionis.vr.nxonccptuu alij funt fimplices,vcritatis
&c falfitatis experteSjVt intelle&io equi,
aut ligni;alij coniun&i,qui in co-
pofitionc vel diuifione fpcdatur,&necc-2arie>
sQt veri aut fal- ii,vt homine currere,
homine no currcrerita etia alia sut
fim- plicia vocabula, nec veru nec falsu
fignificatia, vt nome homo, ■ & verbu
a/rroiUii coniuda , in quibus veritas aut
faliitas cer- d i L» z8
DE INTERPRETATIONE. nitur,quia vel
affirmant, vt currit-, vel negant, vt
homo non turrit. Hinc apparet aliam
elTe fimpliccm interpretationem, veri &:
falli expertfm ; aliam coniun&am, qur eft
vera , aut 'falfa. 5
IT Simplex interpretatio in nomen Sc
verbum fubdi- /" uiditur. C A P. I
I. De nomine. Cap.t. 6 X TOmen
eft vox fignificans ex inftituto, fine
tempore, 1 \| cui9 nulla pars feorfum
aliquid lignificat.vcl breuius. Nomen eft
interpretatio, line adlignificatione temporis, cu- ius
nulla pars feparata fignificac. Nam vox
lignificans exin- ftituto,nihil aliud eft, quam
interpretatio. .7 5T Ha:c definitio
fumitur a materia,forma,&: efficiente. Nam
interpretationis materia eft vox.y.dc generatione
ani- malium, cap. 7. lignificatio eft eius
forma: hominum inftitu- tum eft efficiens.
8 f Notandum eft,proprie loquendo,aliud elTe
lignifica- tionem, aliud adlignificationem , aliud
conlignificationem. lignificatio eft
principalis-.adligmficati» fignificationi acce-
dit:confignificatio in oratione fpe&atur.Nomen
lignificat a- liquem conceptum, vt curfus.verbu
lignificat conceptum, Sc adlignificat tcmpus:vt
currit, lignificat curfum in tepore prx-
fcnti:& praeterea confignificar, quatenus connc&it
partes o- tationisjvt ciim dicojiotno
connecto curium cum homi- nc.lVncatcgoremata
neque lignificant, neque adlignifkant* fed
tantum conlignificant, vt prxpolitiones , 8c
coniun&io- nes:proindc non funt
interpretationes. 9 % Quod igitur in
nominis definitione diftum eft, fine tempore,
non ita debet accipi , quali nullum nomen
lignificet tempus:haec enim
i\omina,tcmp/a,annrusnenJis,dies,{\%nifica.nt tempus. fed
nullum nomen adlignificat tempusrquia itarem
aliquam fignificat , vt non adfignificet quando
illa res iit. vt hoc nomen, curfta, non
lignificat quando currat :& tempta, vel
p™ lignificat, quando tempus, vel nox Iit.
"JriTFars nominis nCH fianificat
feparatim.necrefcrr.v- • trum lit nomen
fimplcx,an compolitum.vt fyllab a «5qu$ eft
pars limplicis nominis homo, per fc nihil
rignificat:&ni-.apii coniundi cum verbo eft,
nec verum nec falfum ligiiificant. C A
P. III. De Verbo. 11T TErbum eft
vox, qux fignificat ex inftituto, Se
adfigni- Cap. j V ficat tempus, & conftat
ex partibus nihil per fc figni-
ficanribus,& confignificat nexum attributi
cum fubicdo. vel breuiiis, Verbum eft
interpretatio fimplex, qux adfigni- ficat
tempus,8c vim habet nededi attributum cum
fubiedo. 15 Tres igitur funt verbi
vires: fignificatio alicuius rei feu
conccptus:adfignificatio temporis, Se confignificatio
il- lius nexus,qui eft inter fubiedum Se
attributum.prima eft il- li communis cu
nomine:reliqux dux funt eius proprix. fcd
poftrema vis in oratione non apparet.vt
in hac oratione, ho- mo currit, verbum
currit, conncdit curfum cum homine : fed
hic nexus non apparet in folo verbo
currit, vtin oratione, bomo currit. »
14 Qux differentia eft inter nomen
finitum , vt homo, & nomen infinitum, vt
non-homo : eadem eft inter verbum finitu m,vt
currit,Se verbum infinitum, vt non-currir. ij
Et vt cx nominis declinatione fit
cafus nominis , ita d 3 }o DE
INTERPRETATIONE, cx verbi inflexione fit
cafus verbi, dicitur enim proprii ver- bum,
quod cft indi catini modi , ac prxfcntis
temporis , non habita ratione pcrfonx,aut numeri :
vt curr a>curris, tum i,curr /- mus , curritis, currunt. Cafus
autem verbi appellantur, quicunque funt in
aliis temporibus, &C modis , vt currebam , curre ,
curreret, currere. 1 6 f Verbum fum,et,e
ytf.quandoqucnon habet aliam vim,
quhmconfignificandi,idcft,nedcndi partes enunciationis,
vt Deus eft iuftur.quandocpic prxter eum
nexum,figriificat te- pus,vt Socrates e fi
domi: quandoque etiam fignificat eflc in
re- rum natura, fiue effe ens , vt motus
eft.Deus cfi , centaurns non cft, chimera non
e/?.Primo , aut fecundo modo acceptum , non eit
proprii verbum, fcd copula verbalis: tertio
modo fumptum, cft veri proprie verbum.
Cap. IV. De oratione. 17 ^“'\Ratio
eft vox fignificans ex inftituto, cuius
aliqua pari V_y fignificat feparatim.vcl
breuiiis , cft interpretatio co- pofita,vt homo
currit. 18 Partes orationis funt
didiones, &: fyllabx ex quibus didiones
conftant,&: interdum orationes, nam ex
pluribus orationibus vna oratio componi
potcft.cxempli cauia , huius orat\onis,guales funt
in republica principes , tales reliqui ciues effe
folent,\ arix partes fpedari poffunt.vt puti
hxc pars, quales funt in republua
principes, eft oratio: hxc pars funt,
eft verbum : hxc pars, principes, eft
nomcn:hxc pars,^mcft fyllaba.Cum autem eft
oratio fimplex,vt , principes funt honorandi , tunc
eius partes funt fyllabx didiones,non
orationes. 19 Commune igitur omni
orationi eft, habere aliquas partes nihil
fignificantes,nempe fyllabas, Sc.aliquas per fe
fi~ gnificantes, nempe didiones. 20
Enunciationis fpecics odo funt. I.
Enunciatiua:vr, Deus nobis hac otia fecit.
II. V ocatiua:vt,9 pater , b hominum , di~ uuq-, aterna
poteftas. 1 1 I.Imperatiua,vel poftulatiua:vt: \Mufa
mi- hi caufas memor 4.1 V.Intcrrogatiuaivr,^#* te
Moeri pedes ? V. Ad miratiua:vt,6 fecula,o
moresi V I.Optatiua: vt , b mihi prateri- tos referat fi I
uppiter annos. VII. Coniundiua:vt,S/ fxturagregem
fuppleuerit. VIII. Infinitiua:vt,/o/ voluere cafus.Sc d
ceteris o- millisjdc cnunciatiua,qux folaadlogicu
pertinet, dicedu cft. 2i ^FEnun- D E I
KT ERPRETATIONE. -31 xi IT Enunciatio
eft oratio, qux verum aut falfum fignifi-
cat:vt horno eft iustusjiomo non eft
initus. ,Ca r. V. . ' ■ * . "
De enuntiatione. 11 5T Enuntiationum
tres funt gradus, in primo ponitur fimplcx
affirmatio:vt,& po- fterioris clalfis non
comparantur cum enuciationibus prio- ris
claflis.In priori clalTe collocantur,qux habent
fubie&um finitum:in pofteriori.qux habent
fubie&um infinitumnn v- traque autem prior
locus iis tribuitur , qux habent attribu-
tum finitumrpofterior iis quae habent attributum
infinitum. Vtraque clalfis vel ex indefinitis ,
vel ex definitis enuncia- tionibus delcribi
poteft,vt in fubie&is exemplis. Prima
clalfis ex enuntiationibus indefinitis. i •
x homo eft iuftus. homo non
eft iuftus. homo non eft non-iuftus.
| homo cft no»- iuftus. 3
4 Prima clalfis ex enunciationibus
definitis. 1 1 Omnis homo eft
iuftus I non omnis homo eft iuftus.
n»n omnis homo cft non-iuftus. | omni
homo cft non iuftus. 3
4 Secunda clalfis ex enunciationibus
indefinitis. non I DE
INTERPRETATIONE. z z non-hoitfo
eft iuftus. non- homo non eft iuftus.
non- homo non eft non-iuftus. non-
homo ejt non-iuftus 3 4
Secunda claffis cx enunciationibus definitis.
% i Omnis non- homo eft
iuftus. z non omnis non- homo
eft iuftus. no omnis non- homo eft
non iuftus .| omnis non-homo eft
non-iuftus. 3 4 VthxplafTes
intclligantur, notanda funt,qux fcquuntur. I*
Enunciationes prima & tertia affirmant.-
fecunda Sc quarta negant. 1 1. Prima
Sc fecunda fibi inuiccm contradicunt: item
tertia Sc quarta fibiinuiccm contradicunt.
III. Quar- ta fequitur primam Sc fecunda
tertiam: non e contrario pri- ma quartam, aut
tertia fccundarn,id eft, concefla prima nc-
ccfTe eft concedere quartam, Siconcefla tertia
necefTe cft co- ccdere fecundam, fcd
neque coccfla quarta necefTe eft con*
cedere primam, neque concefla fecunda
necefTe cft conce- dere tertiam. IV.
Secunda Sc quarta pofTunt efTe fimul
ve- rr. V. Prima Sc tertia
indefinitae pofTunt efTe fimul verx. V
I. Prima Sc tertia definitae non
pofTunt efTe fimul verx. 43 V Cum
fubie&um definitum conftct ex nomine,
Sc nota, quam Grxci «® appcllant,quantitatem
eius; nominis definiente: ( funt autem
notx,vt omnis,nullus, ali- quis) fi velis
ex fubie&o finito facere infinitum, debes
ne- gandi aduerbium apponere nomini,non notx.
verbi gratia, fit oratio definita ac
finita, omnis homo currit, fi vis eam
redde- re infinitam. non debes dicere ,non omnis
homo currit, fcd, omnis non homo currit,
hoc enim modo cft affirmatio infinita :
Illo modo eft negatio finita. 4+ %
Affirmatio & negatio ,qux fubie&o non
diffc- runt.fi altera attributum finitum
habcat,altera infinitum, x- * qui pdllent:vt,w
altera fal(a.Quod fi quis contradidioncm
ponat' in dido, non in modo : fequetur
euidens abfurditas, enunciationcs contradicentes
fimul veras eflc pofle : vcluti, pofiibile
efi hominem currere , pefitbile efi hominem non
currere. Ap- paret igitur, quam
rationem in fuperioribus enuntiationibus habebat
verbum, eandem hic clTc in modo. i
C A P. X I I I. De confecutione
emendationum modificatarum. $ IN^TOn cft
ignorandum.qupmodo ha: modificatx cnun- JL
>1 ciationcs, quas expofui.fe inuiccm
confequantur. Id facile apparebit in
fcqucnti deferiptione , in qua enuncia- tiones
xquipollcntcs collocantur in eadem cellula ,
contra- dicentes autem funt c regione pofitx.
Nece jfe efi e jfe. Non
pofiibile efi non e jfe. Non contingit
non e jfe. Impofiibile efi non e(fe.
Necejjie efi non effe. Non pofiibile
efi ejfe. Non contingit ejfe. lmpofiibile
est ejfe. Non nece jfe efi
ejfe. Pofiibile efi non effe. Contingit
non ejfe. Non impofiibile efinon
ejfe. Non necejfe efi non ejfe.
Pofiibile efi effe. Contingit effe.
Non impofiibile efi effe. Cap.4
4t 'DE INTERP RETAT1 ONE. In
his exemplis verbum ejfe, habet rajeipnem
di&i , Se fubau- diendum cft aliquid, vt
oratio pcrfc&a fit:vcrbi rratia , necejfe eft
hominem ejfe tuftum , non necejfe esi
hominem ejfe iufturn. Se ita de
ceteris fentiendum. Ca p, XIV.
•. .« • «tv. *\ y fint
enunciationes contraria. 59 T"*
Nunciationum oppofitio fpettatur potius in
affir- r >matione St negatione ciufdem
attributi de eodem fubie<fto,quam in
duabus affirmationibus contrariorum at-
tributorum.Excmpli gratia, huic affirmationi , omnis
homo eft initus, magis contraria eft
hxc negatio , nullus homo est tuitus, quam
haec affirmatio, omnis homo eftiniuftus. Similiter huic af- firmationi,
Socrates ejt tuitus , magis contradicit hxc negatio,
Socrates non eft iufius , quam hxc affirmatio ,
Socrates eft intufttts. Ratio cft : quia
negatio eiufdem attributi opponitur per fe,
affirmatio verb contrarij attributi non
opponitur per lc , fcd quatenus includir
negationem ciufdem attributi.vcrbi gra- tia, cum
per fe verum fit , bonum efle bonum : per
fc falfuin eft.bonnm non effe bonum:
per accidens autem falfum eft, bonum
efle malumjquia fi eft malum, non eft
bonum : vnde qui opinatur, vel dicit
efle malum j firou.l opinatur vel dicit
non efle bonum, St hac ratione aduerfatur
ei,qui dicit vel o- pinaturefTe
bonum.quoniam igitur magis opponitur ea quq
per fe opponitur , quam ea qux opponitur
per accidens : id- circo affirmationi magis
opponitur negatio ciufdem attri- buti,quam
affirmatio attributi contrarij. Opere. Giulio Pace. Pace. Keywords: dialettica, Aristotele,
Porfirio, Boezio, categoria, praedicamentum, lizio. Giulio Pace. Pace. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pace” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Paci: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale e la relazione – filosofia italiana – Luigi Speranza -- (Monterado). Filosofo italiano.
Grice: “Paci’s essay on Vico by far exceeds anything that Hampshire wrote
about him – magnificent title, too, “ingens sylva.” -- “There are many things I
love about Paci: first, he adored Jabberwocky, as he states in his “Il senso
delle parole.” Second, he loved Russell’s theory of relations, as he states it
in “Relazione e significati.” Third, he agrees with me that Heidegger is the
greatest philosopher of all time, as he states in his masterpiece, “Il nulla.”
Grice: “Paci used to say, with a smile, that it was ironic that he was born in
Monterado and that he had written an essay on ‘Il nulla,’ seeing that
“Monterado is, today, well, il nulla.”” Italian
essential philosopher «Avevo ben
presto compreso che il costume di Paci era quello di discutere liberamente con
chiunque di tutto, senza alcuna prevenzione o pregiudizio.» (Carlo Sini).
Tra i più espressivi rappresentanti della fenomenologia e dell'esistenzialismo
in Italia. Nato a Monterado (provincia di Ancona), intraprese gli studi
elementari e medi a Firenze e Cuneo. Nel 1930 si iscrisse al corso di filosofia
dell'Università degli Studi di Pavia, seguendo soprattutto le lezioni di Adolfo
Levi. Nel frattempo collaborò con Anceschi alla rivista Orpheus. Si trasferì
dopo due anni all'Università degli Studi di Milano dove divenne allievo di
Antonio Banfi, con il quale si laureò nel novembre del 1934 discutendo una tesi
dal titolo Il significato del Parmenide nella filosofia di Platone. Collabora
alla rivista Il Cantiere. Nel 1935 iniziò il servizio militare
nell'esercito, ma nell'ottobre del 1937 viene congedato. Richiamato nel 1943
come ufficiale allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne catturato in
Grecia dopo l'8 settembre 1943 e inviato presso il campo di prigionia di
Sandbostel. Trasferito successivamente nella struttura di Wietzendorf, qui ebbe
modo di conoscere Paul Ricœur, con il quale riuscì in quella sede a leggere
Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica di Edmund
Husserl e a costruire un rapporto di amicizia. Incominciò la sua carriera
di docente insegnando filosofia teoretica all'Pavia, mentre successe a Barié a Milano.
Dopo aver inizialmente collaborato con la rivista Filosofia, fondò la rivista
aut aut, che diresse fino al 1976; il periodico costituisce una testimonianza
dei suoi variegati interessi letterari e culturali. Il nome della rivista
richiama dei testi più famosi del filosofo danese Søren Kierkegaard, precursore
dell'esistenzialismo nel suo proposito di accogliere l'irriducibile
paradossalità dell'esistenza e l'ostacolo che questa impone al sapere.
Tra i suoi allievi più famosi ricordiamo Piana, Sini, Veca, Rovatti, Vegetti,
Neri.Sini individua l'inizio dell'intera speculazione filosofica di P. a partire da un saggio In alcune frasi della prefazione
vediamo il filosofo marchigiano, esprimere una specifica interpretazione della
filosofia dell'esistenza, dimostrandoun grado elevato di comprensione del
proprio tempo e delle proprie inclinazioni. P. giunge perciò all'esistenzialismo attraverso
lo studio dell’Accademia. Base dell'esistenzialismo di P. è la relazione,
intesa come condizione di esistenza di tutti gl’vvenimenti che costituiscono il
mondo. Evento è anche l'io, che si conosce come esistenza finita ed empirica in
rapporto ad altre esistenze. Dalla pura condizione esistenziale del fatto,
attraverso la conoscenza, P. define la condizione dell'uomo come persona morale.
L'io conoscente è la chiara forma della legge morale che fa sì che ogni io, in
quanto conosciuto e molteplice e in quanto esistenza, possa diventare soggetto
singolo come soggetto di scelta etica. Poiché in virtù del principio di
irreversibilità che, insieme al principio di indeterminazione impossibilità che
il conoscente si conosca a un tempo come conosciuto e come conoscente, è uno
dei punti di riferimento del sistema di P. la forma non è mai definitiva, e al
contempo ogni questione risolta pone sempre nuovi problemi, ne deriva che il
realizzarsi dell'esistente uomo nella forma significa un continuo progresso che
va dal passato, il quale non si può ripetere e non è annullato dal presente,
verso il futuro. Il non realizzarsi in questa forma, non seguendo il progresso
e arrestandosi a una forma di ordine più basso, costituisce l'immoralità, il
male. Il negativo come risorsa La riflessione filosofica di P. parte dalla
consapevolezza del negativo, della mancanza come base e nucleo iniziale
dell'esistenza umana. Un negativo che si fonda soprattutto sulla base del tempo
e della sua irreversibilità, che ci costringe a fare i conti perennemente con
un passato irreversibile, con un futuro sconosciuto e con un presente
inesistente perché continuamente in fuga. Ma il negativo si riflette anche
nella soggettività e nella limitazione del nostro punto di vista: non possiamo
avere nessuna visione della realtà che non sia filtrata dalla nostra
"singolarità", dal nostro essere un io. Tuttavia questa mancanza eterna,
questo limite, è nello stesso tempo una risorsa: il tempo, quindi, non è una
condanna per l'uomo, ma è ciò che permette la sua esistenza come temporalità;
d'altra parte l'alterità è risorsa proprio in quanto altro da sé. L'io infatti
si riconosce solo in quanto confrontato con un altro, e sono quindi gli altri a
dare conformazione e identità al nostro io, e questo processo è fruttuoso,
forte e orientato se il soggetto sa e si impegna a stringere relazioni.
Da qui si possono capire le due definizioni date alla filosofia paciana: l'una
dello stesso filosofo che define la sua filosofia come relazionismo, e l'altra
invece di ABBAGNANO (si veda) che lo define esistenzialismo positivo: positivo
proprio perché cerca di capovolgere l'insensatezza e la mancanza alla base
dell'esistenza in una possibilità, una risorsa di riflessione e progettualità.
La vita umana per P. si fonda infatti su un bisogno -- bisogno di senso nel
tempo, bisogno di altro. Questo bisogno si traduce in un lavoro esistenziale,
che implica un consumo: di tempo, di vita, di riflessione. Questo sistema
bisogno-consumo-lavoro sta alla base di ogni vita umana. Tuttavia l'uomo ha una
possibilità, una possibilità di salvarsi dall'insensatezza -- o di provarci,
quantomeno -- e tale possibilità si
trova nel lavoro. Il lavoro esistenziale -- inteso come l'impegno che si
investe nel condurre la propria vita -- può infatti essere orientato dalla
consapevolezza e dal continuo impegno intellettuale di ricerca di senso anche e
soprattutto mediante la relazione. Questa ricerca di senso si traduce, alla
base, nell'esercizio dell'epoché. L'epoché Termine fondamentale della
filosofia di Husserl, filosofo che P. ha come punto di riferimento, l'epoché si
traduce in una ricerca di senso continua e inesausta che presuppone un
abbandono di tutte le categorie di pensiero che siamo abituati ad utilizzare.
In questo senso è emblematico l'episodio che P. stesso racconta riguardo al suo
approccio all'epoché. Studente di filosofia, si reca nell'ufficio di BANFI, il
suo "maestro" per eccellenza, per chiedere spiegazioni sul concetto
di epoché. Banfi gli chiede di descrivere un vaso che si trova lì vicino a
loro. Tuttavia, qualunque definizione P. prova a dare -- colore, forma
geometrica, uso -- cade in una categoria di giudizio posteriore all'oggetto
stesso, o comunque soggettiva -- il colore dipende dalla luce, la forma
geometrica si rifà a categorie astratte che l'uomo ha inventato, l'uso è
indipendente dall'oggetto stesso. L'epoché, quindi, si costituisce come
ricerca di una visione originaria. Compito difficilissimo -- Husserl lo define
impossibile ed inevitabile -- l'esercizio dell'epoché non si deve tradurre in
un'impossibilità di giudizio, ma nella consapevolezza che qualunque giudizio è
parziale, soggettivo. Se applicata alla vita, all'esistenza, l'epoché si
traduce in una continua ricerca dell'originario, della verità, di una verità
ulteriore che si annida nel mondo, negl’altri, negl’oggetti, nei luoghi, in
tutto ciò che forgia la nostra esistenza. Una verità che l'uomo può cercare, e
che si annida nel percorso stesso di ricerca e riflessione, e soprattutto nella
capacità di creare relazioni autentiche. In “Tempo e verità” P. individua
nell'epoché quasi un carattere religioso, criticando la ridotta disamina del
concetto da parte di Heidegger ed Lévinas, che lo considerarono come se si
trattasse di un metodo puramente gnoseologico. Relazione e riflessione La
relazione è per P. qualcosa di fondamentale e ulteriore dotato di un profondo
significato esistenziale. P. scrive che la relazione prescinde i due soggetti
che la intrecciano. È un concetto nuovo, terzo, che è tanto più significativo
quanto più i soggetti sono disposti a farsi mutare consapevolmente da essa e
dal lavoro di riflessione che ne segue. La relazione va cercata, coltivata,
resa e mantenuta continuamente autentica, anche se conflittuale. La riflessione
infine, come salvezza dall'irreversibilità del tempo, ricrea e analizza il
passato per ricercarne ancora il senso, e proiettare questa ricerca nel futuro
di un progetto. Epoché, riflessione e relazione costituiscono, riassumendo, il
lavoro esistenziale di ricerca di senso. La filosofia di P. si traduce
dunque in una continua, consapevole e dolorosa ricerca di un senso che possa
capovolgere la situazione tragica dell'esistenza mediante il lavoro, l'impegno.
In questo P. si distanzia da Sartre e dalle conclusioni del filosofo francese che
P. ammira e considera uno stimolo continuo per la sua riflessione. Il negativo,
infine, sempre presente nell'investigazione filosofica di P. rimane punto
essenziale della ricerca umana, laica e faticosa di un senso, di una verità
ulteriore. Altri saggi: “Il Parmenide di VELIA di Platone” -- Milano_ (cf. L.
Speranza, “Grice, Wiggins, e il Parmenide di Platone” – Principato; Principii
di una filosofia dell'essere, Modena, Guanda; Pensiero, esistenza e valore, Milano
Principato; L'esistenzialismo, Padova, MILANI; Esistenza ed immagine, Milano,
Tarantola; Socialità, Firenze, Monnier, Ingens Sylva: saggio sulla filosofia di
VICO (si veda), Milano, Mondadori; Filosofia antica, Torino, Paravia, “ Il
nulla” Torino, Taylor, “Esistenzialismo e storicismo, Milano, Mondadori, “Il
pensiero scientifico” Firenze, Sansoni, L'esistenzialismo” in Rognoni e P.,
L'espressionismo e l'esistenzialismo, Torino, Edizioni Radio Italiana, “Tempo e
relazione” (Torino, Taylor, Dostoevskij, Torino, Edizioni Radio Italiana, “Ancora
sull'esistenzialismo” Torino, Edizioni Radio Italiana, Dall'esistenzialismo al
relazionismo, Messina-Firenze, D'Anna, Storia del pensiero presocratico,
Torino, Edizioni Radio Italiana, La filosofia contemporanea, Milano, Garzanti, Diario
fenomenologico, Milano, Il Saggiatore, Breve dizionario dei termini greci, in
Andrea Biraghi, “Dizionario di filosofia,” Milano, Edizioni di Comunità, Tempo
e verità nella fenomenologia, Bari, Laterza, “Funzione delle scienze e
significato dell'uomo, Milano, Il Saggiatore, “Relazioni e significati” Milano,
Lampugnani Nigri, Idee per una enciclopedia fenomenologica, Milano, Bompiani, Enzo
Paci, Fenomenologia e dialettica, Milano, Feltrinelli, Il senso delle parole, Pier
Aldo Rovatti, Milano, Bompiani. Sini. Civita. Sini. Pecora Storia, aut aut; Vigorelli. P..
Civita, degli saggi di P.i,
Firenze, La Nuova Italia, Miele, La cifra nel tappeto: note su P. interprete di
VICO (si veda), Bollettino del Centro di studi vichiani. Roma, Edizioni di
storia e letteratura, Ercolani, P., il caldo romanzo di una prassi teorica, in
Il manifesto, Costantino Esposito, Esistenzialismo e fenomenologia. La crisi
dell'idealismo e l'arrivo dell'esistenzialismo in Italia, in Il contributo
italiano alla storia del Pensiero Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Tempo e verità nella fenomenologia di Husserl, Bari, Laterza, Pecora, La
cultura filosofica italiana attraverso le riviste, in Rivista di storia della
filosofia, Giovanni Piana, Una ricerca ininterrotta. La lezione di P., in L'Unità,
Semerari, L'opera e il pensiero, in Rivista Critica di Storia della Filosofia, Sini,
P. Il filosofo e la vita, Milano, Feltrinelli, C. Sini, Enciclopedia ItalianaIV Appendice, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Vigorelli, L'esistenzialismo positivo Milano,
Angeli, Vigorelli, La fenomenologia husserliana Milano, Angeli, aut aut Husserl
Esistenzialismo Scuola di Milano, P., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Contributo per una nuova cultura, Saggiatore; Cenni per un
nostro clima, Orpheus, Problema dei giovani. Orpheus, In margine a un'inchiesta,
« Orpheus, Appunti per la definizione di un atteggiamento, Orpheus, Croce,
Poesia popolare e poesia d'arte, Bari, Orpheus, Il nostro realismo storico, Il
cantiere, Valore della polemica per il realismo, Il cantiere, Dialettica,
metodo diairetico e rettorica nel Fedro di Platone, Archivio di storia della
filosofia, Arte e decadentismo, Libro e
moschetto, Nota sull'ultimo Mann, « Nuova Italia, ósi - Nota sull'Etica
dScheler, Nuova Italia, La filosofia del dolore, Meridiano di Roma, La
filosofia della vita, Meridiano di Roma, La vita contro lo spirito, Meridiano
di Roma, Filosofia dell'immanenza,
Meridiano di Roma, Il mondo come induzione nemica, Torino, Meridiano di Roma,
Il significato del Parmenide di VELIA nella filosofia di Platone, Messina-
Milano, Principato, I dialoghi giovanili fino al Cratilo; Il Fedone, il
Simposio, il Fedro; La Repubblica, Il Parmenide; Il Teeteto. Il Sofista;
Politico, Filebo, Timeo e le idee numeri.
Filosofia della natura e filosofia della scienza, Rivista di filosofia,
Una metafisica dell'individualità a priori del pensiero, Logos, Nota sull'Etica
di Scheler, Nuova Ita lia, Disegno di una problematica del trascendentale
anteriore al pen siero moderno, Archivio di storia della
filosofia, La scuola di Marburgo, Meridiano di Roma, Appunti, Vita giovanile,
Orientamenti del pensiero contemporaneo, Vita giovanile, La logica del tuono,
Vita giovanile’ L'idealismo di Banfi, « Vita giovanile », Marconi genio latino, in Liceo scientifico
Marconi di Parma. Annuario, Parma.
Spinoza, Ethica, passi scelti, collegati e tradotti, introduzione e
note, Milano, Principato. Ree. di Lombardi, Kierkegaard, Firenze, Nuova Ita
lia; Principi di una filosofia dell'essere, Modena, Guanda, La dialettica
dell'essere; Il problema della fenomenologia; Il mondo ideale e la deduzione
dell'unità e del molteplice; Filosofia della natura e filosofia della scienza.
La natura come esistenza; L'esistenza dell'uomo, La scelta e la vita degl’altri.
L'essere spirituale; La filosofia e le forme dello spirito) La vita morale; La
vita dell'arte; La vita religiosa; Orientamenti del pensiero contemporaneo, DOTTRINA
DELLA FILOSOFIA FASCISTA, II senso della storia, « Corrente di vita
giovanile, -Parole di Antonio Pozzi, «
Corrente di vita giovanile », Pensiero, esistenza e valore, Milano, Principato,
L'atto come problema; Idea e fenomeno logia della ragione; Temi fondamentali
del pensiero di Husserl; La filosofia dei valori; Il pensiero di Lask; Scheler
e il problema dei valori; Personalità ed esi stenza nel pensiero di
Kierkegaard; Il problema dell'esistenza; Introduzione all'esistenzialismo di
Jaspers; X - Umgreifende e comunicazione nel pensiero di Jaspers; Jaspers e lo
scacco del pensiero; Esteriorità ed interiorità - La vita come ricerca; Valori ed opere;
Concretezza e dialettica dell'essere; La
struttura dell'esistenza. Introduzione all'esistenzialismo di Jaspers:, La
coscienza infelice, Logos, L'Umgreifende, Logos; LA COMUNICAZIONE, Logos, Il
problema dell'esistenza, Studi filosofici, Studi su Kierkegaard, Studi
filosofici, L'atto come problema, « Studi filosofici, Arte, esistenza e forme
dello spirito, Studi filosofici, Gli studi di filosofia, Meridiano di Roma,
Spirito e la filosofia dell'esistenza, Meridiano di Roma, - Esistenzialismo
gnoseologico, « Corrente di vita giovanile, Presentazione di K. Jaspers, «
Corrente di vita giovanile; Nietzsche, Antologia, introduzione e scelta di E.
Paci, Milano, Garzanti. Platone, Teeteto, introduzione, traduzione e note di P.,
Milano, Mondadori. Ree. di A. Guzzo, Sic vos non vobis, Napoli, Studi
filosofici, Ree. Di Volpe, Critica dei principi logici, Messina, Studi
filosofici; Ree. di Abbagnano, La struttura dell'esistenza, Torino, Studi
filosofici, Ree. di M. Sciacca, La metafisica di Platone, Napoli, Studi
filosofici, Il significato storico dell'esistenzialismo, Studi filosofici », n.
1, pp. L'uomo qualunque, Meridiano di Roma, Difesa della filosofia, Congresso
di Studi Filosofici, a cura del Centro Didattico di Padova, Padova,
Provveditorato. Romanticismo e antiromanticismo, Architrave, Platone, Fedro,
introduzione e commento di P., Torino, Paravia; Fenomenologia e metafisica nel
pensiero di Hegel, Studi filosofici, Personalità e forme dello spirito, Studi
critici, Milano, Bocca, L'attualità di Platone, L'attualità dei filosofi
classici, Milano, Bocca, Il significato pedagogico dell'esistenzialismo, «
Tempo di scuo- la », agosto-settembre, Ancora sull'esistenzialismo, « Gazzetta
del popolo, Heidegger, Che cosa è la metafisica, introduzione e traduzione, Milano,
Bocca; Jaspers, Ragione ed esistenza, prefazione e traduzione di P., Milano,
Bocca. Ree. di Pellegrini, Novecento tedesco, Milano, « Pri mato », Ree. di U.
Spirito, La vita come arte, Firenze, Primato, Ree. di P. Carabellese, Che cosa
è la filosofia, Milano « Primato, L'esistenzialismo, Padova, Milani,
Kierkegaard; Nietzsche; Heidegger;
Jaspers; ABBAGNANO; Conclusione; Nota bibliografica. Socialità della nuova
scuola, Firenze, Le Monnier. L'esistenzialismo in Italia, a cura di N.
Abbagnano e E. Paci, Primato, Il cavaliere la morte e il diavolo, Tempo di
scuola, Mann e la musica, Rivista musicale italiana, Mann e la filosofia, Studi
filosofici, Metodologia e metafisica, Studi filosofici, Nascita e immortalità,
Archivio di filosofi, Il problema della immortalità; L'uomo tra razionalismo e
romanticismo, Costume, L'uomo di Platone, Costume, Ree. di Scaravelli, Critica
del capire, Firenze Costume, Esistenza ed immagine, Milano, Tarantola, pp. 198.
Indice: I - Musica mito e psicologia in Th. Mann; II - Th. Mann e la filosofia;
Verità ed esistenza in T. S. Eliot; Rilke e la nascita della terra; Valéry o
della costruzione; L'uomo di Proust; Verità
ed esistenza in Eliot, « Indagine; Umanesimo e forma in Mann, « Indagine, P.
Valéry, Eupalinos preceduto da l'Anima e la danza, seguito dal Dialogo
dell'albero, introduzione di P., Milano, Mondadori. La storia come arte, Il
problematicismo, Firenze, Sansoni, La responsabilità e il problema della
storia, Studi filosofici, Unità ed esistenza, in « Atti del Congresso
Internazionale di Filosofia, Roma, Milano, Castellani. Huxley, Scienza, libertà
e pace, introduzione di E. Paci, Milano, Istituto Editoriale Italiano. Novalis,
Frammenti, introduzione di E. Paci, Milano, Istituto Editoriale Italiano. Ingens
Sylva, Saggio sulla filosofia di VICO, Milano, Mondadori, L'esistenza e
l'opera; Crisi giovanile e dualismo; Medium te mundi posui; Esistenza e
immagine; Natura e pensiero; Ada integer vere sapiens; Mito e arte; Mito e
filosofia; Storia e metodologia della storia. Studi di filosofia antica e
moderna, Torino, Paravia, Mito e logos; Eraclito; Sul Fedro; Lo Stato come idea
dell'Uomo nella ' Repubblica ' di Platone; Democrito, Platone, Aristotele;
Sulle opere di Vico anteriori alla 'Scienza Nuova; Sulla 'Scienza Nuova; La
malinconia di Kant’ Il ' Preisschrift ' di Kant; Negativo finito e fenomenico
in Kant; I Frammenti ' di Novalis e il loro significato nella storia della
filosofia; Fenomenologia e metafisica nel pensiero di Hegel; L'eredità di
Hegel. Filosofia e storiografia, Rassegna d'Italia, L'altro volto di Goethe, Rassegna d'Italia,
La concezione mitologico-filosofica del logos di Eraclito, Acme; Esistenzialismo trascendentale, Rivista di
Filosofia; Ree. di Wilder, THE IDES OF MARCH, Londra, Rasse gna d'Italia »
Ree. di M. Grene, Dreadful Freedom, Chicago
Rassegna d'Italia, Ree. di Lowith, Da Hegel a Nietzsche, Torino, Rassegna
d'Italia; Esistenzialismo e storicismo, Milano, Mondadori, Il significato
storico dell'esistenzialismo; L'esistenza e la aurora dello spirito;
L'esistenza e la forma; Poesia e COMUNICAZIONE; L'esistenzialismo di Heidegger
e lo storicismo; Il metodo e l'esistenza; Giudizio e valore; La politica e il
demoniaco; Pensiero e azione; La responsabilità e la storia; Filosofia e storiografia;
Eros e natura; Il problema morale; Le forme dello spirito e il valore; Il problema critico religioso. Il nulla e il
problema dell'uomo, Torino, Taylor, Introduzione all'esistenzialismo; Forme e
problemi dell'esistenzialismo; Neokantismo ed esistenzialismo; Mito ed
esistenza; Il nulla e il problema
morale; Esistenzialismo positivo. LINGUAGGIO, comportamento e filosofia,
Archivio di filosofia, Filosofia e LINGUAGGIO, Antologia del pensiero
scientifico contemporaneo, cur. P., Firenze, Sansoni, Il significato
dell'irreversibile, Aut Aut, IL
SIGNIFICATO DEL SIGNIFICATO, Aut Aut, Marxismo e cultura, Aut Aut; Sul
significato del mito, Aut Aut; Ripeness
is ali, Aut Aut », Moby Dick e la filosofia americana, Aut Aut, Umanesimo e
tecnica, Aut Aut, Possibilità della critica e della storia dell'arte, Aut Aut, Problemi
filosofici della biologìa, Aut Aut, Il nostro giardino, Aut Aut, Fondamenti di una sintesi filosofica, Aut Aut,
Arte e metamorfosi, Aut Aut , Dialogo e cultura, Aut Aut, Empirismo e relazione
in Whitehead, Atti del Congresso Filosofico di Bologna, Milano Ree. di Lion,
Cartesio, Rousseau, Bergson, Milano, Aut Aut, . Ree. di Mila, L'esperienza
musicale e l'estetica, Torino, Aut Aut,
Ree. di Bochenski, Précis de Logique Mathématique, Bussum, Aut Aut, Ree. di AYER,
Language, Truth and Logic, London, Aut Aut, Ree. di Weinberg, Introduzione al
positivismo logico, Torino, Aut Aut, Ree. di Russell, Le Principe
d'Individuation, Revue de Métaphysique et Morale, Aut Aut, Ree. di Pra, Sul
trascendentalismo dell'esistenzialismo trascendentale, Rivista critica di
storia della filosofia, Aut Aut, Ree. di Emmet, Time is the mind of space,
Philosophy, Aut Aut, Ree. Di Broglie,
Fisica e microfisica, Torino, Aut Aut; Ree.
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forma, Torino; Aut Aut », Ree. di G. Tagliabue, Le strutture del
trascendentale, Milano, Aut Aut, Ree. di G. Hegel, Propedeutica filosofica,
Firenze, « Aut Aut », Ree. di GENTILE,
La vita e il pensiero, Firenze, Aut Aut
», Ree. di Durkheim, Hubert, Mauss, Le origini dei poteri magici, Torino, Aut
Aut », Ree. di S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, Torino; Aut Aut »,
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Dewey e il pensiero pedagogico contem poraneo negli Stati Uniti, Firenze, Aut
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Firenze, Aut Aut, Ree. di Croce, Intorno a Hegel e alla dialettica, in « Qua
derni della critica », « Aut Aut; Filosofia dell'Io e filosofia della
relazione, « Aut Aut », Schoenberg..., «
Aut Aut, Sul problema dell'utile e del vitale, « Aut Aut » Civiltà e valore, «
Aut Aut », Schemi e figure, « Aut Aut », Alain e la paura dell'Europa, « Aut
Aut », Negatività e positività in Wittgenstein, « Aut Aut, Sull'estetica di
Dewey, « Aut Aut », Studi italiani di estetica, « Aut Aut », Relazione forma e
processo storico, « Aut Aut », Organicità e concretezza della forma estetica,
«Aut Aut» Presentazione di Whitehead, « Aut Aut », Sulla concezione
psicoanalitica dell'angoscia, Archivio di filosofia; Filosofia e
psicopatologia; Possibilità e relazione, Rivista di filosofia; Alain et notre
libertà, La nouvelle revue francaise, Paris (Hommage à Alain).Ree. di B.
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corno historia, San Paulo; Aut Aut », Ree. di R. Mondolfo, Il materialismo
storico di F. Engels, Firenze « Aut Aut »,
Ree. di E. Cassirer,Storia della filosofia moderna, voi. I, Torino, Aut
Aut, Ree. di Kelsen, La dottrina pura del diritto, Torino, Aut Aut », Ree. di
E. Garin, L'umanesimo italiano, Bari, Aut Aut », Ree. di P. Chiodi, L'ultimo
Heidegger, Torino; Aut Aut »Ree. di Finetti, Macchine che pensano e che fanno
pensare, Tecnica e organizzazione, Aut Aut », Ree. di Kelsen, Teoria generale
del diritto e dello stato, Milano, Aut Aut; L'esistenzialismo, in
L'espressionismo e l'esistenzialismo, a cura di Rognoni e P., Edizioni Radio
Italiana, Torino, Introduzione all'esistenzialismo; Heidegger; Jaspers; Sartre;
Marcel, Lavelle, Le Sen ne; ABBAGNANO; Esistenzialismo e letteratura. La mia
prospettiva estetica, in La mia prospettiva estetica, Brescia, Morcelliana, La
criticità della filosofia, « Aut Aut », La relazione, « Aut Aut », La vita come
amore, « Aut Aut; Relazione e tempo, « Aut Aut », Un convegno di filosofia, «
Aut Aut », Prospettive empiristiche e relazionistiche in Whitehead, « Aut Aut
Semantica e filosofia, « Aut Aut », Valéry precursore della semantica, « Aut
Aut », Implicazione formale e relazione temporale, « Aut Aut », Sul problema
della persona, « Aut Aut », Definizione e funzione della filosofia speculativa
in Whitehead, « Giornale critico della filosofia italiana », nArte e
comunicazione, « Galleria, Quantità e qualità, « Civiltà delle macchine », Sul
primo periodo della filosofia di Whitehead, « Rivista di filo sofia »,
Kierkegaard e la dialettica della fede, « Archivio di filosofia», n. 2
(Kierkegaard e Nietzsche), Ironia, demoniaco ed eros in Kierkegaard, « Archivio
di filosofia, Kierkegaard e Nietzsche), Sul principio logico del processo, «
Atti dell'XI Congresso in ternazionale di Filosofia », Bruxelles voi. Vili, La
nevrosi della filosofia, Congresso di
Filosofia », Roma-Milano Ree. di Mann, Nobiltà dello spirito, Milano; « Aut Aut
, Ree. di Wells, Process and Unreality, New York; Aut Aut », Ree. di J . Prévost, Baudelaire, Paris; Aut
Aut »,Ree. di R. Girardet, La società militaire dans la Trance con- temporaine,
Paris; Aut Aut», Tempo e relazione, Torino, Taylor, Intro duzione; I I -
Filosofia dell'Io e filosofia della relazione; Angoscia dell'Io e relazione; LINGUAGGIO,
comportamento e filosofia; Negatività e positività in Wittgenstein; Wittgenstein
e la nevrosi della filosofia; Il significato dell'irreversibile; Relazione e
situazione; Possibilità e relazione; Sul principio logico del processo;
Relazione forma e processo; Relazione e civiltà; Dewey e l'interrelazione universale; Tempo
realtà e relazione nella filosofia americana; Esperienza e relazione
nell'estetica di Dewey; Arte e relazione; Relazione e irrelazione; Relazione e
irreversibilità; Relazione e linguaggio filosofico; Implicazione formale e
implicazione temporale; Linguaggio perfetto e situazione quotidiana; Quantità
e qualità; La tecnica e la libertà dell'uomo; L’ORTO e L'epicureismo, in Grande
antologia filosofica, cur. Padovani, Milano, Marzorati, Appunti per i rapporti
tra filosofia, scienza empirica e sociologia, Filosofia e sociologia, Bologna,
Il Mulino, pp. Interpretazione del teatro, « Aut Aut », Il cammino della vita,
« Aut Aut; Appunti sul neopositivismo, « Aut Aut, Kierkegaard contro
Kierkegaard, Aut Aut, Angoscia e relazione in Kierkegaard, « Aut Aut; Angoscia
e fenomenologia dell'EROS, Aut Aut; Il cuore della vita, « Casabella »,
Ripetizione, ripresa e rinascita in Kierkegaard, « Giornale cri- tico della
filosofìa italiana; Unità e pluralità del personaggio, in Teatro, mito e
individuo, Milano, Laboratorio, Whitehead e Russell, «Rivista di filosofìa», Il
significato dell'introduzione kierkegaardiana al concetto della angoscia, «
Rivista di filosofia », Storia e apocalisse in Kierkegaard, « Archivio di
filosofia, Apocalisse e insecuritas; La tecnica e la libertà dell'uomo, «
Civiltà delle macchine », Ritorno alla sociologia, « Civiltà delle macchine, Nota
sul « Congresso intemazionale di filosofia di San Paolo », « Aut Aut »,
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della conoscenza storica, Napoli, Libreria Scientifica Editrice; Esistenza
natura e storia, « Aut Aut », Esperienza conoscenza storica e filosofia, Aut
Aut; Sul significato dell'opera di Einstein, « Aut Aut, L'ironia di Mann, « Aut
Aut », Due momenti fondamentali dell'opera di Th. Mann, « Aut Aut », Su due
significati del concetto dell'angoscia in Kierkegaard, « Orbis litterarum; Critica
dello schematismo trascendentale, Rivista di filosofia; Silenzio e libertà del
linguaggio nel neopositivismo, Archivio di filosofia (SEMANTICA), L'appello di
Einstein, « Civiltà delle macchine; Ree. di P. Romanelli, Verso un naturalismo
critico, Torino, Aut Aut », Ree. di Rogers, Perret, Milano 1955, « Aut Aut »,
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spirito del racconto, « No tiziario Einaudi », Aut Aut », Ree. di AA. VV.,
Omaggio a Th. Mann, in « Il Ponte », n. 6, 1955, « Aut Aut », L'opera di
Dostoevskij, Torino, Edizioni Radio Italiana,La notte bianca; II - La vita
vivente; III - Un nomade a Pietroburgo; IV - Il puro folle; V - Satira ed epica
del demoniaco; VI - Voci di fanciulli sulle tombe dei padri; VII - Viva i
Karamàzov! Ancora sull'esistenzialismo, Torino, Edizioni Radio Italiana: ntroduzione
all'esistenzialismo; Heidegger; Jaspers; Marcel, Lavelle, Le Senne; Esisten
zialismo teologico; Aspetti letterari; L'esistenza negativa in Sartre;
L'esistenza diabolica in Mann; La positivizzazione dell'esistenzialismo; ABBAGNANO;
Sartre e il problema del teatro; L'esistenzialismo nella filosofia
contemporanea; L'eredità di Husserl e l'esistenzialismo di Merleau-Ponty. Hegel
e il problema della storia della filosofia, Verità e storia: Un dibattito sul
metodo della storia della filosofia, Asti, Arethusa, Nota su «Altezza reale»,
«Aut Aut; Sul senso e sull'essenza, « Aut Aut, La natura e il culto dell'Io, «
Aut Aut », Appunti su un convegno, « Aut Aut; Filosofia e antifilosofia, « Aut
Aut; Filosofia e linguaggio perfetto (risposta a una lettera di A. Ve- daldi),
« Aut Aut, Funzione e significato del mito, « Giornale critico della filosofia
italiana », Processo, relazione e architettura, «Rivista di estetica», Sul
concetto di 1 precorrimene ' in storia della filosofia, « Ri vista critica di
storia della filosofia », Problematica dell'architettura contemporanea, «
Casabella », n. 209, Critica dello schematismo trascendentale (II parte), «
Rivista di filosofia », Immanenza e trascendenza (Convegno promosso
dall'Istituto di filosofia dell'Università di Milano), « Il Pensiero, Interventi di P.: Sulla relazione Dal Pra;
Sulla relazione Antoni, Sulla relazione Guzzo; Sulla relazione Allmayer; Sulla
relazione Spirito, Processo esistenziale, processo naturale, processo storico,
« Anais de Congresso Internacional de Filosofia de Sào Paulo », San Paolo, La scienza e l’enciclopedia
filosofica, « Civiltà delle macchine, Vivere nel tempo, « Civiltà delle
macchine », IF. Woodridge, Saggio sulla natura, introduzione di P., Milano,
Bompiani; Dall'esistenzialismo al relazionismo, Firenze, Anna: Prospettive
relazionistiche; Il fondamento storicistico del relazionismo; Il consumo
dell'esistenza e la relazione; La struttura relazionale dell'esperienza;
Whitehead e il relazionismo; Relazionismo e relatività; Relazionismo e schematismo trascendentale; La
verificazione nel neopositivismo; Relazionismo e naturalismo; Orientamento
estetico relazionistico; Permanenza ed emergenza nel LINGUAGGIO; Sul
significato del mito; Senso essenza e natura; Tempo e natura. Storia del
pensiero presocratico, Torino, Radio, La filosofia greca e i suoi rapporti con
l'oriente; Le origini autonome della filosofia greca; La scuola di Mileto o i
primi pitagorici; Eraclito di Efeso; Senofane e Parmenide di VELIA; Zenone di VELIA
e Melisso di Samo; Il pitagorismo nell'età di FILOLAO; EMPEDOCLE di GIRGENTI;
Anassagora di Clazomeno; La scuola di Abdera; Protagora di Abdera; Gorgia di LEONZIO;
Prodico di Ceo; Antifonte sofista; Ippia di Elide; Logos e natura; Letteratura
e pensiero filosofico; Eschilo e la polis; Pensiero e poesia in Sofocle; La
visione filosofica in Euripide; Antifilosofia e filosofia in Aristofane;
Scienza, tecnica e mito; Natura e cultura; Medicina e filosofia; Filosofia,
arte e musica;Filosofia e storiografia; La filosofia contemporanea, Milano,
Garzanti, L'eredità di Kant; Spiritualismo, positivismo e neocriticismo; Le
conclusioni dell'idealismo; Storicismo e filosofia dei valori; Pragmatismo e
realismo; Processo e organicità; La fenomenologia e il mondo della vita;
Esistenzialismo e ontologismo; Empirismo logico e fenomenologia della
percezione; Fenomenologia dei processi in relazione, « Aut Aut », Giallo e
nero, Aut Aut, Schematismo trascendentale, Aut Aut, Hartmann e la tradizione
?netafisica, Aut Aut, Banfi, « Aut Aut », n. 42, pp. 499-501. Per la logica di
Husserl, « Aut Aut » Sul significato del platonismo in Husserl, Acme,
L'architettura e il mondo della vita, « Casabella, Il metodo industriale, l'edilizia e il problema
estetico, « La casa », Roma, ed. De Luca. Scienza ed umanità nella storia del
pensiero scientifico italiano, in « Mostra storica della scienza italiana »,
Milano, Pizzi, Relazionismo e realtà sociale, « Criteri », nAntonio Banfi, «
Raccolta Vinciana. Necrologie », L'estetica come richiamo all'esperienza
(riassunto), congresso di estetica (Venezia) Torino, Edizioni della rivista di
estetica, Recc. di Husserl, Ideen zu einer Phànomenologie und phà-
nomenologische Philosophie, Die Krisis der europàischen Wissenschaften und die
transzendentale Phànomeno logie; Erste Philosophie, Den Haag, Aut Aut », Ree.
di C. S. Peirce, Caso, amore e logica, Torino « Aut Aut », Ree. di Beth Mays,
Etudes d'epistemologie génétique, Paris, Aut Aut », Ree. di C. Cascales,
L'humanisme de Ortega Y Gasset, Paris, Aut Aut », Ree. di P. Rossi, Bacone, dalla magia alla
scienza, Bari « Aut Aut », Ree. di R. Pettazzoni, L'essere supremo nelle
religioni primi tive, « Aut Aut »,Ree. Di Mumford, La condizione dell'uomo,
Milano, Aut Aut», Ree. di G. Friedmann, Le travail en miettes, Paris, Aut Aut
», nDizionario di filosofia, a cura di A. Biraghi, Milano, Edizioni di
Comunità. Voci: Eleati; Eraclito; Atomismo; GIRGENTI; Anassagora; Socrate;
Cinici; Cirenaici; Megarici; Platone; Aristotele; Romanticismo; Neopositivismo;
Relazione; Etica; Libertà; Arbitrio; Bene; Determinismo-indeterminismo; Dovere;
Respon- sabilità; Eudemonismo; Virtù; Saggezza; Azione; Violenza; Estetica;
Forma; Sublime; Catarsi. In appendice a cura di E. Paci: Breve dizionario dei
termini greci, pSamuel Alexander, in Les grands courants de la pensée mon-
diale contemporaine, a cura di M. F. Sciacca, Milano, Marzorati, pp. 27-48. Sul
mio comportamento filosofico, La filosofia con- temporanea in Italia, Asti,
Arethusa, La dialettica in Platone, in Studi sulla dialettica, To- rino,
Taylor, e in « Rivista di filosofia, Vita e ragione in Antonio Banfi, « Aut Aut
», In margine ad Heidegger, «Aut Aut»,
Meditazioni fenomenologiche, « Aut Aut », Schelling e noi, « Aut Aut »,
n. Tempo e percezione, « Archivio di filosofia », Il tempo), Ungaretti e
l'esperienza della poesia, « Letteratura »,
Fenomenologia e architettura contemporanea, « La casa », Roma, ed. De
Luca. Ristampato in 6601, parte prima, cap. XII. Sul significato dei Maestri
Cantori di Wagner, « L'approdo mu- sicale », La concezione relazionistica della
libertà e del valore, in « Atti del XII Congresso Nazionale di Filosofia, Venezia,
Merleau-Ponty, Elogio della filosofia, traduzione, introduzione e note di P., Torino,
Paravia. Neopositivismo e unità della scienza, introduzione di E. Paci, Milano,
Bompiani. R. Sanesi, Frammenti dall'Isola Athikte, prefazione di E. Paci,
Milano, Schwarz. Ree. di G. Pedroli, La fenomenologia di Husserl, Torino, « Aut Aut », Il nulla e il problema dell'uomo,
Torino, Taylor, Tempo, esistenza e relazione. Filosofia e antifilosofia (una
discussione con P.), GARIN, La filosofia come sapere storico, Bari, Laterza,
Sulla fenomenologia, « Aut Aut », Sartre e noi, « Aut Aut »,Sulla relazione
lo-tu, « Aut Aut », n. Esercizio sulla evidenza fenomenologic a, «Aut
Aut», Sul significato dello spirito in Husserl, « Aut Aut; Pagine da un diario,
« Archivio di filosofia, La diaristica filosofica), Filosofia e storia della
filosofia, « Giornale critico della filosofia italiana », Wright e lo « spazio
vissuto », « Casabella; Imbarazzi di B. Russell, « Inventario», Tempo e riduzione in Husserl, « Rivista di
filosofia », Per una fenomenologia della musica contemporanea, « Il Ver- ri »,
La crisi della cultura e la fenomenologia dell'architettura con- temporanea, «
La casa », Roma, ed. De Luca, Whitehead, La scienza e il mondo moderno,
introduzione di E. Paci, Milano, Bompiani. L. Actis Perinetti, Dialettica della
relazione, prefazione di P., Milano, ed. di Comunità. Husserl sempre di nuovo,
Omaggio a Husserl, a cura di P. Milano, Il Saggiatore, Garin, P., Prini,
Bilancio della fenomenologìa e del- l'esistenzialismo, Padova, Liviana. I testi
di P. sono: Bilancio della fenomenologia; Risposte e chiarimenti; Commemorazione
di Husserl, Wright e lo spazio vissuto, in Saggi italiani 1959 (scelti da
Moravia e Zolla), Milano, Bompiani, Aspetti di una problematica filosofica, «
Aut Aut », n. 55, pp. 1-9. La fenomenologia come scienza del mondo della vita,
« Aut Aut, Sullo stile della fenomenologia, « Aut Aut », La scienza e il mondo
in A. N. Whitehead, « Aut Aut », Sulla presenza come centro relazionale in
Husserl, « Aut Aut », n. 58, pp. 236-241. Il problema dell'occultamento della «
Lebenswelt » e del tra scendentale in Husserl, « Aut Aut », La fenomenologia
come scienza nuova, « Aut Aut », Indicazioni elementari sulla « analisi
esistenziale », « Aut Aut; Tempo e relazione intenzionale in Husserl, «
Archivio di filo sofia », n. 1 (Tempo e intenzionalità), pp. 23-48. Coscienza
fenomenologica e coscienza idealistica, « Il Verri, Ricordo di Luigi Stefanini,
Scritti in onore di L. Stefanini, Padova, Liviana; Tempo e relazione nella
fenomenologia, « Giornale critico della filosofia italiana; Scienza, tecnica e
mondo della vita in Husserl, « Il pensiero critico; Doxa e individuazione nella
fenomenologia di Husserl, « Rivi sta di filosofia; Nulla di nuovo tutto di
nuovo, in « Casa editrice II Saggiatore. Catalogo Il problema
dell'intersoggettività, « Il pensiero; Tre paragrafi per una fenomenologia del
linguaggio, « Il pensiero », Indicazioni fenomenologiche per il romanzo, «
Quaderni milanesi », G. Brand, Mondo, io e tempo nei manoscritti inediti di
Hus serl, introduzione di E. Paci, Milano, Bompiani. E. Husserl, Teleologia
universale (manoscritto E III 5), tradu zione di E. Paci, in « Archivio di
filosofia; Ree. di Hocke, Die Welt als Labyrinth; Manierismus in der Literatur,
Hamburg, Aut Aut », Tempo e verità nella fenomenologia di Husserl, Bari,
Laterza: Il senso della fenomenologia; Il signi ficato dell'intenzionalità;
Tempo e riduzione; Tempo e dialettica; Tempo e intersoggettività; Mondo della
vita e scienza del mondo della vita; Il tempo e il senso dell'essere; La
fenomenologia come teleologia universale della ragione. Husserl, Teleologia
universale (manoscritto E III 5) trad. P.; La concezione relazionistica della
libertà e del valore. Diario fenomenologico, Milano, Il Saggiatore, La
phénoménologie, in Les grands courants de la pensée mon diale contemporaine, a
cura di M. F. Sciacca, Milano, Marzorati, Qualche osservazione filosofica sulla
critica e sulla poesia, « Aut Aut; ESPRESSIONE E SIGNIFICATO; Aut Aut »,
Fenomenologia psicologia e unità della scienza, « Aut Aut », La psicologia
fenomenologica e il problema della relazione tra inconscio e mondo esterno, «
Aut Aut », Guenther Anders e l'intenzionalità della scienza, « Aut Aut », n.
Merleau-Ponty, Lukàcs e il problema della dialettica, « Aut Aut », I paradossi
della fenomenologia e l'ideale di una società razio nale, « Giornale critico
della filosofia italiana, Fenomenologia e obbiettivazione, «Giornale critico
della filo sofia italiana », Ueber einige Verwandtschaften der Philosophie
Whiteheads und der Phànomenologie Husserls, « Revue internationale de
philosophie; Relazionismo e significato fenomenologico del mondo, « Il pen
siero », Tecnica feticizzata e linguaggio, «Europa letteraria», Per una
fenomenologia dell'eros, « Nuovi argomenti, A Fhenomenology of Eros, in Facets
of Eros, The Hague, Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia
trascendentale, avvertenza e prefazione di E. Paci, Milano, Il Saggiatore.
Gellner, Parole e cose, introduzione di P., Milano, Il Saggiatore. Ree. di S.
Freud, Lettere, Torino, «Aut Aut », Ree.
di S. Freud, Le origini della psicoanalisi, Torino, Aut Aut, Ree. di W. Jensen,
Gradiva, Torino, « Aut Aut », Ree. di F.
Fornari, Problemi del primo sviluppo psichico, in « Rivista di Psicologia
», « Aut Aut », L'ultimo Sartre e il problema della soggettività, « Aut Aut »,
Nuove ricerche fenomenologiche, « Aut Aut », Nota su Robbe-Grillet, Butor e la
fenomenologia, « Aut Aut », Problemi di antropologia, « Aut Aut », Per una
sociologia intenzionale, Aut Aut, Struttura e lavoro vivente, « Aut Aut », A
proposito di sociologia e fenomenologia (risposta a una let tera di F.
Ferrarotti), « Aut Aut », A cominciare dal presente, « Questo e altro; In un
rapporto intenzionale, « Questo e altro, Banfi, GELLNER [cited by H. P. GRICE]
e Merleau-Ponty, « Casa editrice II Saggiatore. Catalogo Fenomenologia e
antropologia in Hegel, « Il pensiero », Bomba atomica e significato di verità,
« Il Verri », In Merleau-Ponty, Senso e non senso, introduzione di E. Paci,
Milano, Il Saggiatore. Funzione delle scienze e significato dell'uomo,
Milano, Il saggiatore: Crisi della scienza come crisi del significato della
scienza per l'uomo; L'oblio del mondo della vita e il significato del
trascendentale. La fenomenologia come scienza nuova; La correlazione universale
e la filosofia come trasformazione dell'essere in significato di verità; La
fenomenologia e l'ideale di una società razionale; Il paradosso estremo della
fenomenologia; La psicologia e la unità delle scienze; Materia vita e persona
nella teleologia della storia; La psicologia fenomenologica e la fondazione
della psicologia come scienza; La crisi dell'Europa e la storia dell'umanità;
La dialettica del linguaggio e il fondamento della storia; Il fondamento
fenomenologico della storia della filosofia; Esperienza e ragione; Scienza,
morale e realtà economica nella lotta della filosofia per il significato
dell'uomo; L'unità dell'uomo e l'autocomprensione filosofica. Natura e storia;
Soggettività e situazione; Ambiguità e verità; Prassi pratico-inerte e irreversibilità;
Uomo natura e storia in Marx; Il rovesciamento del soggetto nell'oggetto; La
dialettica del concreto e dell'astratto. Piccolo dizionario fenomenologico. Il significato
dell'uomo in Marx e Husserl, « Aut Aut », Il senso delle parole: Lebenswelt;
Struttura, « Aut Aut », nLa psicologia fenomenologica e la fondazione della
psicologia come scienza, « Aut Aut, Il senso delle parole: Epoche;
trascendentale, « Aut Aut », Il senso delle parole: Alienazione e
oggettivazione, « Aut Aut », Sociologia e condizione umana, « Aut Aut », Il
senso delle parole: Riconsiderazione; senso; causa; il cogito e la monade, «
Aut Aut », Fenomenologia e antropologia culturale, « Aut Aut », Il senso delle
parole: Sprachleib; soggettività linguistica; lan- gue et parole; strutturalismo,
fonologia e antropologia, « Aut Aut », Memoria e presenza dei Buddenbrook, «
Aut Aut », Il senso delle parole: Gradi della alienazione; strumentammo; il
corpo proprio inorganico; informale e nuova figurazione; tra dizione e
avanguardia, « Aut Aut », Follia e verità in Santayana, « Revue internationale
de philosophie », Problemi di unificazione del sapere, « De Homine », Die
Positive Bedeutung des Menschen in Kierkegaard, « Schweit- zer Monatshefte »,
Alcuni paragrafi sul romanzo contemporaneo, «Europa lettera ria, Omaggio a
Mondolfo, Omaggio a R. Mondolfo, Città di Senigallia, Atti del Consiglio
Comunale, Urbino, S.T.E.U., Problemi di unificazione del sapere, in L'unificazione
del sapere, Firenze, Sansoni, A. N. Whitehead, in Les grands courants de la
pensée mondia le contemporaine, a cura di M. F. Sciacca, terza parte, voi. II,
Milano, Marzorati, Annotazioni per una fenomenologia della musica, « Aut Aut,
Il senso delle parole: Scientificità; irreversibilità; entropia e informazione;
operazionismo; musica e modalità temporali, « Aut Aut », nn. Teatro, funzione
delle scienze e riflessione, « Aut Aut », Il senso delle parole: Prima persona;
fenomenologia e fisiologia; dualismo teatro e personaggi, « Aut Aut» Le parole,
« Aut Aut Il senso delle parole: linguaggio oggettivato; soggetto e com
portamento; la scienza e la vita, « Aut Aut », Fenomenologia e cibernetica, «
Aut Aut », Il senso delle parole: introduzione; cose e problemi; forme ca
tegoriali, « Aut Aut », Whitehead e Husserl, «Aut Aut», Il senso delle parole:
Percezione e conoscenza diretta; struttura, traduzione, e unificazione del
sapere; il simbolismo e la possi bilità dell'errore, « Aut Aut », Mann, Le
Opere, introduzione di E. Paci, Torino, Pomba. Relazioni e significati l
(Filosofia e fenomenologia della cultu ra), Milano, Lampugnani Nigri,
Filosofia e fenomenologia della cultura; Fenomenologia della vita e ragione in
Banfi; Il significato di Whitehead; Logica e filosofia in Whitehead;
Empirismo e relazioni in Whitehead; Whitehead e Husserl; Nota su Russell;
Neopositivismo, fenomenologia e letteratura; Caduta della intenzionalità e
linguaggio; Follia e verità in Santayana; Scienza e umanesimo italiano;
Fenomenologia e letteratura; Fenomenologia e narrativa; Fenomenologia,
psichiatria e romanzo; Robbe-Grillet, Butor e la fenomenologia; XVI - Problemi
di antropologia; Struttura e lavoro vivente; Sul concetto di struttura.
Relazioni e significati (Kierkegaard e Th. Mann), Milano, Lampugnani Nigri: Ironia,
demoniaco ed eros; Estetica ed etica; La dialettica della fede; Ripetizione e
ripresa: il teatro e la sua funzione catartica; Storia ed apocalisse; La psicologia e il problema dell'angoscia;
Angoscia e relazione; Angoscia e fenomenologia dello eros; L'intenzionalità e
l'amore; Kierkegaard e il significato
della storia. Musica mito e psicologia in Mann; Mann e la filosofia; Due momenti fondamentali nell'opera di Mann;
L'ironia di Mann; Su « Altezza reale »; Ricordo e presenza dei « Buddenbrook ».
Tempo e relazione, Milano, Il Saggiatore; Significato del significato; Semantica
e filosofia; Fenomenologia e cibernetica. L'infanzia di Sartre, in Le
conferenze dell'associazione culturale italiana, Cuneo, Sasto, Sull'orizzonte
di verità della scienza, « Aut Aut », Il senso delle parole: Processo;
percezione non sensoriale; il tessuto della esperienza, « Aut Aut », Sulla
struttura della scienza, « Aut Aut », Il senso delle parole: Pubblico e privato;
genesi, « Aut Aut », Struttura temporale e orizzonte storico, « Aut Aut », Il
senso delle parole: Logica forinole e linguaggio ordinario; metafisica
descrittiva, « Aut Aut », Antropologia strutturale e fenomenologia, «Aut Aut»,
Condizione dell'esperienza e fondazione della psicologia, « Aut Aut », Il senso
delle parole: i due volti della psicologia; sul principio della economia del
pensiero, « Aut Aut », Una breve sintesi della filosofia di Whitehead, « Aut
Aut », Il senso delle parole: Sul problema dei fondamenti; esperienza e
neopositivismo, « Aut Aut », La voce Sul problema dei fondamenti; Funzione e
significato nella letteratura e nella scienza, in La cultura dimezzata, a cura
di A. Vitelli, Milano, Giordano, Sul concetto di struttura in Lévi-Strauss, « Giornale
critico del- la filosofia italiana, Attualità di Husserl, « Revue
internationale de philosophie, Sul problema della fondazione delle scienze, «
Il pensiero », Il senso delle strutture in Lévi-Strauss, Paragone, Revue
internationale de philosophie, Nota su De Saussure, in « Casa editrice II
Saggiatore: Catalogo generale Preceduto da un'inchiesta su ' Strutturalismo e
critica ' cur. di Segre, Ideologia, parola negativa, in « Casa editrice il
Saggiatore: supplemento a l catalogo generale aggiornato; Husserl, Esperienza e
Giudizio, nota introduttiva di E . Paci, Milano, Silva. G. Piana, Esistenza e
storia negli inediti di Husserl, prefazione di E . Paci, Milano, Lampugnani
Nigri. C. Sini, Whitehead e la funzione della filosofia, prefazione di E. Paci,
Padova, Marsilio. Relazioni e significati (Critica e dialettica), Milano,
Lampu- gnani Nigri: Sulla poesia di Rilke; Sul senso della poesia di Eliot;
L'uomo di Proust; Valéry o della costruzione; Sulla musica contemporanea; Per
una fenomenologia della musica; Interpretazione d e l teatro; Teatro, funzione
delle scien- ze è riflessione; Sull'architettura contemporanea; -L'architettura
e il mondo della vita; Il metodo industriale, l'edilizia e il problema
estetico; Fenomenologia e architet- tura contemporanea; Wright e « lo spazio
vissuto ». Il significato della dialettica platonica; Dialettica, fenomenologia
e antropologia in Hegel; Paragrafi per una fenomenologia del linguaggio; Sulla FENOMENOLOGIA
DEL LINGUAGGIO; Dialettica e nalità nella critica e nella poesia; A cominciare
dal presente; In un rapporto intenzionale; L'alienazione delle parole. Per
un'analisi fenomenologica del sonno e del sogno, Il sogno e le civiltà umane,
Bari, Laterza, Kierkegaard vivant et la véritable signification de l'histoire,
in Kierkegaard vivant, Unesco, Paris, Gallimard, Il senso delle parole: Sul
problema della fondazione, Aut Aut, n. Ancora intenzio- Psicanalisi
e fenomenologia, « Aut Aut », Il senso delle parole: L'archeologia del
soggetto; psicologia e problematica della scienza, « Aut Aut », Ayer e il
concetto di persona, « Aut Aut », Il senso delle parole: Primitività della
persona e azione umana; linguaggio e realtà, « Aut Aut »,Per lo studio della
logica in Husserl, « Aut Aut », Il senso delle parole: Ricerca trascendentale e
metafisica; espe rienza temporale e riconoscimento, « Aut Aut », Tema e
svolgimento in Husserl, « Aut Aut », Il senso delle parole: Morfologia
universale; prima persona e linguaggio, Aut Aut, Fondazione e costruzione
logica del mondo di Carnap, « Archi vio di filosofia, Logica e analisi,
Modalità, coscienza empirica e fondazione in Kant, « Il pensiero », Husserl,
Logica formale e trascendentale, prefazione di E. Paci, Bari, Laterza. Ricordo
di E. De Martino, colloquio tra E. Paci, C. D. Levi Carpitella, G. Jervis, «
Quaderni dellTSSE », Filosofia e scienza, discussione tra P., Caldirola,
Arcais, Panikkar, « Civiltà delle macchine », Il nulla e il problema dell'uomo,
in E. De Martino, Il mondo magico, Torino, Boringhieri, Il significato di GALILEI
filosofo per la filosofia, in AA. VV., Studi Gali- leiani, Firenze, Barberi,
Fondazione fenomenologica dell'antropologia e antropologia del- le scienze, «
Aut Aut », Il senso delle parole: Fenomenologia della prassi e realtà obiet-
tiva, « Aut Aut », Il ritorno a Freud, « Aut Aut », Il senso delle parole:
Autoanalisi e intersoggettività, « Aut Aut », Fondazione e chiarificazione in
Husserl, « Aut Aut », Il senso delle
parole: Fenomenologia ed enciclopedia, « Aut Aut », Per un'interpretazione
della natura materiale in Husserl, « Aut Aut, Il senso delle parole: Decezione
conflitto e significato, « Aut Aut », Natura animale, uomo concreto e
comportamento reale in Hus- serl, « Aut Aut », Il senso delle parole: Struttura
e contemporaneità al nostro pre-sente, « Aut Aut, Il senso delle parole: La
motivazione, « Aut Aut », Informazione e
significato, « Archivio di filosofia » , n. 1 [Filosofia e informazione), Kafka
e la sfida del teatro di Oklahoma, « Studi germanici » Per una semplificazione
dei temi husserliani fino al primo vo lume delle « Idee », « Studi urbinati »,
Inversione e significato della cultura, « Aut Aut », Il senso delle parole:
L'altro, « Aut Aut », Per una nuova antropologia e una nuova dialettica, « Aut
Aut », Il senso delle parole: L'uomo e la struttura, « Aut Aut », Motivazione,
ragione, enciclopedia fenomenologica, « Aut Aut », P., Rovatti, Persona, mondo
circostante, motivazione, « Aut Aut », Il senso delle parole: Alienazione, «
Aut Aut », Keynes, la fondazione dell'economia e l'enciclopedia fenomeno
logica, «Aut Aut», Il senso delle parole: L'uomo stesso, « Aut Aut », Vita e
verità dei movimenti studenteschi, « Aut Aut », Il senso delle parole:
Razionalità irrazionale, «Aut Aut», Vico, le structuralisme et l'encyclopédie
phénoménologique des sciences, « Les études philosophiques », Domanda, risposta
e significato, Archivio difilosofia, Il problema della domanda, La presa di
coscienza della biologia in Cassirer, « Il pensiero », The Phenomenological
Encyclopedia and the « Telos » of the Humanity, « Telos », Ri Hegel:
Enciclopedia delle scienze filosofiche, in AA. VV., Orien tamenti filosofici e
pedagogici, Milano, Marzorati, voi. Antonio Banfi e il pensiero contemporaneo,
in Antonio Banfi vivente, Firenze, La Nuova Italia, II senso delle parole:
Sviluppo e sottosviluppo, « Aut Aut », Aldilà,«AutAut», Il senso delle parole:
Soggetto ed oggetto dell'economia, Aut Aut » L'enciclopedia fenomenologica e il
Telos dell'umanità, « Aut Aut», Il senso delle parole: Violenza e diritto, «
Aut Aut», Il senso delle parole: Istituzione totale, «Aut Aut», L'architettura
come vita, « Aut Aut », Dialectic of the Concrete and of the Abstract, « Telos
», Barbarie e civiltà, in « Atti del Convegno Internazionale sul tema: CAMPANELLA
e VICO, Roma, Accademia nazionale dei Lincei, Quaderno, La dialettica del
processo. Milano, Mondadori. Veca, Fondazione e modalità in Kant, prefazione di
P., Milano, Mondadori. Il senso delle parole: Ancora sul marxismo e sulla
fenomenologia, Aut Aut, Due temi fenomenologici: Fenomenologia e dialettica, La
fenomenologia e la fondazione dell'economia politica, « Aut Aut », Il senso
delle parole: La ripetizione, Aut Aut, L'ora di CATTANEO, Aut Aut », Il senso
delle parole: Ontico e ontologico, « Aut Aut », Il senso delle parole: Barbarie
e civiltà, «Aut Aut», Il senso delle parole: La figura, « Aut Aut », Vita
quotidiana ed eternità, « Archivio di filosofia », Il senso comune, Intersoggettività
del potere, « Praxis », Fenomenologia e dialettica marxista, « Praxis; Sui
rapporti tra fenomenologia e marxismo, in J. T. Desanti, Fe nomenologia e
prassi, Milano, Lampugnani Nigri, Astratto e concreto in Althusser, « Aut Aut
», n. Il senso delle parole: Sostanza e soggetto, « Aut Aut », La « Einleitung
» nella fenomenologia hegeliana e l'esperienza fenomenologica, « Aut Aut », Il
senso delle parole: La fenomenologia come scienza dell'appa renza e della
esperienza della coscienza, « Aut Aut », Hegel e la certezza sensibile, « Aut
Aut », Il senso delle parole: Storia e verità, « Aut Aut », nn. Considerazioni
attuali su Bloch, « Aut Aut » Il senso delle parole: Speranza e carità: l'uomo
nuovo, « Aut Aut », Per un'analisi del momento attuale e del suo limite
dialettico, Aut Aut », Il senso delle parole: L'homme nu di Lévi-Strauss, Aut
Aut , La phénoménologie et l'histoire dans la pensée de Hegel, Praxis, History
and Fhenomenology in Hegel's Thought, Telos, Bergson, Le Opere, introduzione di
P., Torino, Pomba. E. Minkowski, 17 tempo vissuto, prefazione di P>, Torino,
Einaudi, Scarduelli, L'analisi strutturale dei miti, prefazione di E. Paci,
Milano, Celuc. P. A. Rovatti, R.
Tomassini, Veca, Per una fenomenologia del bisogno, « Aut Aut, Life-World,
Time, and Liberty in Husserl, Life- World and Consciousness. Essays for A. Gurwitsch, cur. Embree, Evanston,
Northwestern Univ. Press, Ungaretti e l'esperienza della poesia, in G.
Ungaretti, Lettere a un fenomenologo, premessa di P., Milano, Vanni
Scheiwiller, pIl senso della religione in MaxHorkheimer, in Max Horkheimer,
Guerreschi, An Maidom e zum Schicksal der Religion, Milano, Arte Edizioni, due
pagine non numerate. A proposito di fenomenologia e marxismo. Considerazioni
sul « Dialogo » di Vajda, « Aut Aut », Il senso
delle parole: Lavoro e teologia, Aut Aut, La presenza nella « Fenomenologia
dello spirito » di Hegel, « Aut Aut Variazioni su Cattaneo, « Aut Aut, Il senso
delle parole: Il federalismo, Aut Aut,
Spontaneità, ragione e modalità della praxis, « Praxis, Che cosa ha
taciuto Croce, « Tempo », Ci sono strutture di strutture di strutture..., «
Tempo, B. Russell, Le Opere, introduzione di E. Paci, Torino, Pomba. Wahl, La
coscienza infelice nella filosofia di Hegel, prefazione di E. Paci, Milano,
Istituto Librario Internazionale; Zecchi, Fenomenologia dell'esperienza,
presentazione di P. Firenze, La Nuova Italia. Intervista con P., in Parlano i
filosofi italiani, Terzo programma, fase. Ili, Idee per una enciclopedia
fenomenologica, Milano, Bompiani, Attualità di Husserl; L'eredità di Banfi;
L'enciclopedia fenomenologica e il telos dell'umanità. Vico, lo strutturalismo
e l'enciclopedia fenomenologica delle scienze; Il significato di GALILEI (si
veda) per la filosofia; Modalità, coscienza empirica e fonda zione in Kant;
Hegel e la fenomenologia. I temi husserliani fino al primo volume di Idee; Sul
problema dell'INTERSOGGETIVITÀ; Per lo studio della logica in Husserl; Per una
interpretazione della natura materiale in Husserl; Natura animale, uomo
concreto e comportamento reale in Husserl; Fondazione e chiarificazione in
Husserl; Cultura e dialettica; Motivazione, ragione, enciclo pedia
fenomenologica. Il senso delle strutture in Lévi-Strauss; Sul concetto di
struttura in Lévi-Strauss; Antropologia strutturale e fenomenologia; Fondazione
fenomenologica dell'antropologia ed enciclopedia delle scienze; Il ritorno a
Freud; Psicanalisi e fenomenologia; Keynes, la fondazione della economia e
l'enciclopedia fenomeno logica; Fenomenologia e fondazione dell'economia
politica; La presa di coscienza della biologia in Cassirer. Parte quinta: I -
Problemi di unificazione del sapere; Sul problema dei fondamenti; La
fondazione delle scienze; La struttura della scienza; Il significato di verità
della scienza; Struttura temporale e orizzonte storico; Informazione e
significato; Whitehead in sintesi; Una sintesi di Ayer sul concetto di persona;
Astratto e concreto in Althusser; Modalità e novità in Bloch. Diario fenomenologico Milano, Bompiani,
Marxismo e fenomenologia, « Aut Aut, IL senso delle parole: Attualità della «
fenomenologia » di Hegel, « Aut Aut » Bisogni, paradossi e trasformazioni del
mondo, « Aut Aut », Il senso delle parole: Filosofia analitica e fenomenologia,
« Aut Aut », Il senso delle parole: I limiti dell'empirismo, « Aut Aut », La
negazione in Sartre, « Aut Aut », Il senso delle parole: L'istante, Aut Aut, Il
senso delle parole: Sul relazionismo, « Aut Aut », Cancellare la scrittura
morta per trovare la verità viva, «Tem po », L'uomo deve imparare a servirsi
della scienza, « Tempo », La pelle di leopardo ideologica, Tempo, Cosi vedo
Sartre, « Tempo », Amore e morte. Freud e la rivoluzione dell'uomo, «Tempo»,
L'enigma Ludwig: Visconti e Thomas Mann, «Tempo», L'uomo e la semiotica
universale, « Tempo », Ateismo nel cristianesimo e cristianesimo nell'ateismo,
«Tempo », Letteratura e reazione, « Tempo, La presa di coscienza dell'eros e la
trasformazione della società, « tempo », « Il Capitale » tra Shakespeare e
Kafka, « Tempo », Un congresso di filosofi che riscoprono la dialettica, «
Tempo », Linguaggio e silenzio in Wittgenstein, « Tempo », Quel superstizioso
di Freud, « Tempo », Filosofia Arte e
Letteratura, « Tempo », Quando la volontà è malata, « Tempo », Colloqui con
Sartre, « Tempo », Un messaggio contro il male, « Tempo », La realtà si ritrova
nella continua dialettica tra realismo e sur- realismo, « Tempo », Husserl e
Marx a Praga, « Tempo », Mito e vacanza della vita, « Tempo », Eclisse e rinascita della ragione in
Horkheimer, « Tempo », Lukàcs tra la vita e lo spirito, « Tempo », La
situazione limite di Bataille, « Tempo », Il progresso economico distruggerà la
specie umana, « Tempo », La filosofia della vita e della cultura di Simmel e di
Banfi, « Tempo », Trovare l'uomo partendo dalla solitudine, « Tempo », La
musica come mediazione tra la vita e il suo significato, « Tem- po », Ter
Marcuse la rivoluzione continuerà con l'estetica, « Tempo », Il filosofo del
senso comune, « Tempo »,- Il fallimento dell'uomo e la religione, « Tempo », La
vera neutralità della scienza, « Tempo », La nuova via tra Pitagora e Darwin, «
Tempo », L'idiota di famiglia e la guarigione dell'uomo, Tempo, L'eredità di G.
Marcel è anticapitalista?, « Tempo », n. Lukàcs inedito scoperto a Budapest, «
Tempo », I cervelli avranno un futuro, « Tempo »,Forse una nuova dialettica con
la vittoria del proletariato, « Tempo », L'uomo tra Tolomeo e Copernico, «
Tempo », Minkowski: psicopatologia e vita vissuta, Tempo, La costruzione logica
del mondo, Tempo, Lenin e la filosofia, Tempo, Jaspers e l'armonia di una nuova
storia, « Tempo », Fenomenologia e dialettica, Milano, Feltrinelli, Marxismo e
fenomenologia; La nuova fenomenologia; Fenomenologia dell'economia e della
psicologia; La trasformazione del mondo attuale; Fenomenologia e
costituente mondiale; Per un'analisi del momento attuale e del suo limite
dialettico. La filosofia contemporanea, Milano, Garzanti: L'eredità kantiana e
il marxismo; Lenin e la filosofia; Sul marxismo italiano; Lukàcs; Sociologia e
scuola di Francoforte; Sullo strutturalismo; Moore e la filosofia analitica
inglese. Vérification empirique et trascendance de la vérité, Vérité et
Vérification, La Haye, M. Nijhoff, Considerazioni attuali sul problema
dell'utile e del vitale in Croce, Croce,
cur. Bruno, Catania, Giannotto; Il senso
delle parole: Sulla fenomenologia del negativo, Aut Aut , Il senso delle
parole: Husserl e il cristianesimo, « Aut Aut », Undici studiosi alla scoperta
degli Evangeli, Tempo, Osculati, Fare la verità. Analisi fenomenologica di un
linguaggio religioso, Nota finale di Enzo Paci, Milano, Bompiani. Intervista
con P., in La filosofia dal '45 ad oggi, a cura di Valerio Verrà, Roma, ERI,
Dizionario di filosofia, Milano, Rizzoli. Voce: Esistenzialismo. Enzo Paci.
Paci. Keywords: relazione, significato del significato, fenomenologia del
linguaggio, comunicazione e intersoggetivita. Refs: Luigi Speranza, “Grice e
Paci: i principi metafisici di Vico” --. Luigi Speranza, “Grice e Paci:
significato e significati” – The Swimming-Pool Library.
Biraghi, andrea – “Dizionario di
filosofia,” Milano.
Grice e Padovani: la ragione
conversazionale e l’l’implicatura conversazionale nella filosofia classica – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo
italiano. Grice: “I like Padovani,
especially his focus on what he calls ‘classical metaphysics’ (‘metafisica
classica’) for what is philosophy if not footnotes to Plato?” -- essential
Italian philosopher. Figlio di Attilio Padovani, generale di artiglieria, e
di sua moglie, la ricca possidente veneta Elisabetta Rossati. Mentre, nelle
parole stesse di Padovani, il padre "educò i suoi figli ad una rigorosa
etica dell'onore e del dovere", ebbe un rapporto privilegiato con sua
madre che fu colei che per prima lo introdusse agli ambienti letterari di
Padova grazie alla vicinanza dei terreni della sua famiglia che erano posti a
Bottrighe, nel Polesine, dove tutta la famiglia si trasferiva durante il
periodo invernale. La solerte religiosità della madre, lo spinse a non
frequentare la scuola elementare pubblica (che ella riteneva troppo
"laicizzata" dopo l'unità d'Italia) ma a servirsi di un precettore,
un ex abate che per primo lo instradò alla filosofia. Si iscrisse quindi al
liceo di Milano dove ebbe i suoi primi contatti col positivismo che
procureranno in lui e nel suo pensiero una profonda crisi nel saper
controbilanciare il più correttamente possibile questa visione innovativa della
vita con la teologia cattolica. Il padre lo avrebbe voluto ingegnere, ma egli
terminati gli studi del liceo si iscrisse aa Milano dove seguì i corsi di Martinetti,
pur prendendo a frequentare Mattiussi (convinto tomista) e Olgiati, convinto
assertore della necessità di fondere insieme la metafisica classica con il
pensiero moderno. Olgiati (a sinistra) con Gemelli (al centro) e Necchi. I
primi due furono tra i principali ispiratori. Fu su consiglio di questi due
ultimi che il alla fine decise di intraprendere la carriera filosofica,
sviluppando una sua corrente di pensiero permeata di tutti gli spunti che nel
corso della sua carriera aveva saputo trarre dai pensieri dei suoi insegnanti e
ispiratori, basandosi molto anche sull'opera di Schopenhauer. Si laurea con una
tesi su Spinoza eproseguendo poi la sua carriera in ambito universitario
divenendo dapprima assistente e poi direttore della biblioteca. Divenne membro
della Società italiana per gli studi filosofici e psicologici e dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore da poco fondata a Milano da Gemelli. Grazie
all'influsso di Gemelli, P. iniziò a collaborare anche con la "Rivista di
filosofia neoscolastica" di cui divenne ben presto uno dei principali
rappresentanti. Venne nominato
professore di filosofia della religione e anche supplente di Introduzione alla
storia delle religioni. In seguito alla riforma Vecchi, si trasferì a Padova
dove divenne professore di filosofia morale, avendo per college Olgiati col
quale dimostrò una particolare sintonia.
Sempre affiancato da Gemelli, anche durante gli anni della Seconda
guerra mondiale riunì presso la propria casa di Milano diversi filosofi avversi
al FASCISMO (noti col nome di "Gruppo di Casa P.") come Dossetti e Fanfani.
Si avvicina durante questi stessi anni al pensiero filosofico e teologico di Gemelli
che puntava ad un rinnovamento attivo teorico e morale, affiancando personaggi
del calibro di Giacon, Stefanini, Guzzo e Battaglia, coi quali diede vita al
Centro di studi filosofici di Gallarate da cui poi scaturirà il cosiddetto
"Movimento di Gallarate" per il dialogo aperto tra i filosofi. Quando
Sciacca fonda il "Giornale di metafisica" egli ne fu il primo
redattore. Venne accolto come professore
di filosofia morale e filosofia teoretica a Padova. Morì ia Gaggiano. Volle per sua espressa
volontà che la notizia della sua morte fosse resa pubblica a sepoltura avvenuta
come estremo esempio della propria esistenza di stampo ascetico, come tale era
stata la sua scelta di non sposarsi. Il
pensiero filosofico La tomba di
Elisabetta Rossati, madre di Umberto Antonio P. e figura ispiratrice del suo
pensiero filosofico e teologico. È sepolta nel piccolo cimitero di San Vito di
Gaggiano (MI) Durante gli anni del suo insegnamento a Milano, l'attività
filosofica fu particolarmente prolifica: egli iniziò col pubblicare “Il
problema fondamentale della filosofia di Spinoza” (Milano), poi Vito Fornari.
Saggio sul pensiero religioso in Italia nel secolo XIX (Milano), “Gioberti e il
cattolicesimo” (Milano) e “Schopenhauer. L’ambiente, la vita, le opera”
(Milano). In questi scritti egli dimostrò di saper guardare attentamente non
solo alla storia della filosofia, ma anche alle suggestioni provenienti da
altri panorami filosofici e religiosi. Pubblica il testo più importante del suo
pensiero filosofico, “La filosofia della religione e il problema della vita”
(riedito “Il problema religioso nel pensiero occidentale”), dove per la prima
volta delineò chiaramente la matrice del suo pensiero, ovvero che la religione
era l'unica strada per risolvere il problema esistenziale della vita, ovvero il
male, elemento che limita le possibilità umane, rileggendo in questo la
struttura originale della storiografia filosofica e della metafisica
classica. Con la pubblicazione del suo
Filosofia della storia, egli si espresse anche riguardo allo studio della storia,
il quale s ci rivela quotidianamente il male, ovvero i limiti dell'uomo
rispetto al mondo che lo circonda, ma non è in grado (come del resto la
filosofia) di fornire soluzioni. Tali soluzioni possono pervenire unicamente
dalla teologia, magari nella sua declinazione di teologia della storia. Questo
pensiero si acuì particolarmente con una riflessione anche sulla morte negli
ultimi anni, in particolare dopo la morte della madre Elisabetta col quale egli
aveva sempre avuto un forte legame.
Altre opere: – Grice: “Cf.
Hampshire’s Spinoza”) Milano, Vito Fornari; “Saggio sul pensiero in
Italia,”Milano, “La storia della filosofia
con particolare riguardo ai problemi politici, morali e religiosi,” Como, “Aquino
nella storia della cultura” (Como); “Il fondamento e il contenuto della morale”
(Como); “Filosofia e teologia della storia” (Como); “Sommario di storia della
filosofia,” Roma, P. Faggiotto,Padova A. Cova, Storia dell’Università cattolica
del Sacro Cuore, Milano A. M. Moschetti, Cercatori dell’assoluto: maestri
nell'Ateneo padovano, Santarcangelo di Romagna Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia . And then there’s Pagani:
essential Italian philosopher difficult to find. Padovani.
Keywords: implicatura, metafisica classica, logica classica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Padovani,” The Swimming-Pool Library.
Grice e Paganini: l’implicatura
conversazionale di Roma – il Virgilio di Firenze -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucca).
Filosofo italiano.
Grice: “Paganin must be the only Italian philosopher who reads La Divina
Commedia philosophically!” -- Grice:
“Strawson never read Paganini’s ‘cosmological’ tract on ‘spazio’ but he should,
obsessed as he was with spatio-temporal continuity. Grice: “I’ll never forget
Shropshire’s proof of the immortality of the human soul – He told me he
basically drew it from an obscure tract by Paganini, as inspired by the death
of Patroclus – Paganini’s tract actually features one of my pet words. He speaks
of the ‘domma’ of the ‘immotalita dell’anima umana’ – Brilliant!” -- essential
Italian philosopher.Lucca stava passando dalla reggenza austriaca seguita al
collasso napoleonico al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compì
l'intero corso dei suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole
secondarie, alla filosofia. Insegnò filosofia negli istituti secondari
lucchesi. Prtecipò alla prima guerra d'indipendenza. Dopo la fine della guerra,
col l'annessione del Ducato di Lucca da parte del Granducato di Toscana fu
nominato docente nell'ateneo lucchese. In questo ufficio fu difensore della
dottrina rosminiana e nonostante venisse sorvegliato dalla polizia il governo
decise poi di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di Rosso.
Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati da due avvenimenti; la
espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei
di professare le dottrine del Rosmini e la condanna di certe proposizioni tolte
ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto. Muore a
Pisa. Annuario della R. Pisa per l’anno accademico. sba.unipi/it/ risorse /archivio-
fotografico/persone-in-archivio/paganini-carlo-pagano Opere. COLLEZIONE DI OPUSCOLI
DANTESCHI INEDITI 0 RARI DA
GT. L. PASSERINI VOLUME QUINTO
CITTA DI CASTELLO S. LAPI
TIPOGRAFO-EDITORE 1894 CARLO PAGANO
PAGANINI CmOSE i IUHI flSOFICI
DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE
E RISTAMPATE DI GIOVANNI FRANCIOSI
CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI
TIPOGRAFO-EDITOBE 1894 PROPRIETÀ LETTERARIA
CARLO PAGANO PAGANINI RICORDATO DA
UN SUO DISCEPOLO ... .In la
mente m'è fitta, od or m'accora, La
cara e buona imagine paterna Di Voi,
quando nel mondo ad ora ad ora
M' insegnavate come l'uom s'eterna.
In/., XV, 82-85. Carlo Pagano
Paganini, nell'aspetto e nell'a- nimo, fu
come uomo venuto da secoli lontani.
Io vedo specchiata nella mia mente,
che spesso lo ripensa con riverente
affezione di alunno, la sua testa di
bellezza antica. Fronte larga e pensosa,
naso aquilino, barba e capelli nerissimi,
labbra sottili e poco pronte al
sorriso, quando socchiudeva gli occhi e
chinava il capo medi- tando, era in
lui somiglianza più che fraterna col
San Paolo della Cecilia raffaellesca; ma,
nel- l'atto di alzare lo sguardo e la
mano verso gli alunni suoi, sillogizzando,
e' rammentava piutto- sto l'Aristotile della
Bettola di Atene. Rado e lento al
parlare per abito di raccoglimento e
per difficoltà di respiro, sopravvenutagli
nel col- mo della virilità, persuadeva: la
parola viva, stillando quasi dalla
forte compagine della sua 6
parola pensata o deW interna stampa,
cadeva ad- dentro negli animi anche men
disposti a ricever- la, come la goccia,
stillante giù dalla roccia, a poco a
poco scolpisce orma profonda nel sasso
sottostante. Natura di pensatore disdegnoso
e chiuso in sé, pochi lo intesero
e pochissimi lo pregiarono secondo verità.
Cittadino prode, va- gheggiò, lontano dal
volgo, un' idea nobilissima di paese
sincero, di popolo giusto e sano.
Edu- catore potente, ma non ricco di
propria virtù creativa, commentò dalla cattedra,
come forse niun altro seppe a' nostri
tempi, l'alta dottrina di Antonio Rosmini;
benché non possedesse le attitudini del
divulgatore: recò luce nuova, av- vivò la
forza visiva, ma nella mente di
pochi. Asceta del pensiero, un po'
per indole e un po' per fiera
volontà d'espiazione, esercitato in se- vere
continenze e astinenze di fantasia e
di spirito, non ebbe le geniali
divinazioni dell'estro; né quel lampeggiare
improvviso di parola ispi- rata, in che
s'aprono o s'intravedono lontananze ideali,
com'appunto in chiarore di lampo lonta-
nanze di mare e di cielo. La sua
prosa, nell'an- tica e salda semplicità
dell'espressione, rammen- terebbe la linea degli
edifici romani, se il pensie- ro non
vi apparisse talora frastagliato in minute
analisi, in distinzioni sottili, che
tengono della scolastica medievale. Tempra
di filosofo, mente austera e teosofica.
il Paganini nel Poema sacro vide
il tempio, ove l'arte umana, ispirata
dalla fede, fa sentire l'I- neffabile.
Questo egli principalmente dimostra, pur
rendendo onore all' ingegno sovrano del
Poeta, nel discorso " La teologia
di Dante „ ; di- scorso, che qui
non si dà, perchè fa parte di
vo- lume troppo noto. ^ Ma de' suoi
forti studi danteschi fanno, credo, miglior
fede le chiose, che qui si danno
raccolte e ordinate ; ^ dove, cer-
cando, con occhio chiaro e con affetto
puro, dentro al fantasma poetico l'occulto
e il divino, il Pa- ganini riuscì ad
avvertire per la prima volta o a
far meglio palesi germi preziosi di
verità filo- sofiche. ^ Cosi nelle
permutazioni della Fortuna (Inf., VII,
61-69) additò i ricorsi vichiani; e
nel sillogismo delle vecchie e delle nuove
cuoja (Pa- ' Dante e il suo
secolo: Firenze, Cellini, 1865, pag.
515. * Ordinate per ragione di
tempo. Soggiungo che questa ristampa fu
condotta con amoi'e di sincerità anco
nelle mi- nime cose. •'' Ho caro
che Tommaso Casini, già mio discepolo
nel Liceo di Modena, abbia rammentato
tre volte (Inf., IV, 144; VII, 73;
Purg., XVIII, 55), sia pure inconsapevolmente,
il maestro del maestro suo; e una
di queste tre volte (Purg., XVIII,
55) offerto a' letttri della sua
diligente esposizione del Poema la stillata
sostanza di chiosa paganiniana. Lo
Scartazzini, commentando la terza Cantica,
cita il Paganini due volte (XXIV,
91-94: XXIX, 46-63), ma la se- conda
volta, dopo averlo citato, se ne
discosta senza dir perchè; e noi
Commento all'Inferno (VII, 73; edizione mi-
nore) attribuisce a me, certo per errore
di trascrizione, ciò, che il Paganini
argomenta suU'apodosi della comparazione dantesca
tra gli splendori del mondo e quelli
de' cieli. 8 rad,, XXIV,
91-94) il sillogismo della stona, che
sì bene armonizza col sillogismo del
cosmo e col sillogismo della trinità
divina; ^ cioè le tre grandi età
della Preparazione a Cristo, àBÌV Avvento
di Cristo e della Santificazione in
Cristo. Cosi net- tamente distinse,
restringendolo alla creatura uomo, l'amore
naturale da quello à^ animo ;^ di- chiarò
da maestro il verso : " Averroè,
che il gran commento feo „ ;
segnò il giusto valore della frase
" uomo non sape „ là, dove
si tocca dell'o- rigine dell'idee, e
dimostrò da par suo che cosa valga
nel linguaggio degli Scolastici subietto
de- gli elementi.^ Le note dichiarative non
fanno una grinza : quanto alle altre,
io già ne apersi, o diedi a
divedere, l'animo mio nel Libro delle
Ra- gioni. * Ma, pur dissentendo
in parte, riconosco ' Paolo Perez,
in una sua lettera al Paganini,
scrive: " Intendo assai bene la
verità e la bellezza di que' tre sil-
"logismi della Storia, della Cosmologia,
della Teologia; ar- " monia del
creato e dell' increato, che non vidi
mai annun- " ziata in forma
somigliante „. Lettera di P. Perez al
prof. P. Paganini (Nozze Perez-Fochessati),
Verona, Franchini, 1884. ■^ Nicolò
Tommaseo si dice lieto d'esser corretto
dal Paganini, ch'egli giudica uno de'
più idonei a scrutare le intenzioni,
le dottrine, le origini del verso
dantesco; nobil- mente confessa d'avere errato,
restringendo ai corpi Vamor naturale, ma
insieme consiglia il Paganini di non
restrin- gere quest'amore, ch'è Varco fatale
nell'inno dell'ordine (Parad., I, 119),
entro i confini della creatura
intelligente. — Nuovi studi su Dante,
Torino, 1865, pag. 27. ^ Il Giuliani
in una postilla marginale, ohe Giacomo
Poletto riferisce (Dizionario dantesco, VI,
327), volle far suo, credo, il
pensiero del Paganini. * Nuova
raccolta di scritti danteschi, Parma,
Ferrari e Pellegrini, 1889, pag. 83-89;
183-184. 9 volentieri che tutte
queste chiose dantesche, co- me i lavori
più gravi " Saggio cosmologico su
lo spazio „ ' e " Delle
più riposte armonie tra la filosofìa
naturale e la soprannaturale „ ^ sono
bel- lissimo documento d'intelligenza acuta e
serena, d'abito di ragionare diritto e
spedito, di chiarezza viva di scienza
convertita, per lunga meditazione, in
nutrimento del pensiero, in forza operosa
dello spirito. Se non che la maggiore
e miglior parte dell'uomo, secondo me,
non si palesò negli scritti e nemmeno
nell'atto dell'insegnare dalla catte- dra; si
nel conversare casalingo e nel costume.
Tra le ricordanze della mia vita di
scolaro sempre mi sarà carissima quella
de le veglie pas- sate a Pisa in
casa Paganini : dove, spogliata la
toga del professore, l'uomo appariva in
tutta la sua grande bontà d'intelletto
e di cuore, e il maestro ci si
mutava in consigliere, in amico, in
fratello. Quante dispute gentili; quanto
fer- vore e quanta allegrezza, nella
serenità del con- fidente colloquio, di
pensieri e di affetti, sempre accesi
nel piacere del vero ! Io penso
che la sua natura di educatore per
eccellenza ben si pale- sasse allora. Chi
lo conobbe solo tra le pareti della
scuola dovette averlo in riverenza, ma
forse non lo amò; chi
lo conobbe in casa,
dovette ' Pisa, Nistri, 18G2 (Estr.
dagli Annali delle Università toscane).
* Pisa, Nistri, 186t. 10
amarlo come padre. Semplicissimo in
ogni ma- nifestazione del suo spirito, il
Paganini pur ser- bava costante dignità e
non cercata eleganza di veste, di
portamento, di gesto e di parola.
Quan- do lavorava nel suo caro orticello,
spampinando la pèrgola, potando qualche
pianta o zappettando con fretta allegra,
portava zoccoli alla contadi- nesca, rimboccava
fino al gomito le maniche della
camicia e, se la stagione lo
consentisse, stava contento a sommo il
petto, come quel del Nerli, a la,
pelle scoverta: chi lo avesse veduto
di lontano, poteva scambiarlo con un
forte, lindo e sollecito massaio delle
campagne toscane ; ma da vicino, an-
che nell'umile esercizio dell'ortolano, ciascuno
avrebbe notato quell'aura, che si diffonde
nel vol- to e nella persona da regale
nobiltà di pensiero. Uscendo dall'orticello,
lasciava gli zoccoli, indos- sava una veste
giornaliera, ma (direbbe un anti- co)
onesta, ed entrato nel suo studinolo,
ripigliava con alacrità nuova il lavoro
intellettuale per qual- che ora interrotto.
Amico di solitudine, mesto e pensoso
per lo piìi, terribile negl'impeti
dell'ira, ebbe grande gentilezza di cuore,
accorgimenti di bontà materna. Innamoratissimo
de' giovani e de' fanciulli, in mezzo
a loro si trasmutava come per incanto
: sorrideva amabilmente e ama- bilmente
parlava, temprando per affetto la sua
gagliardissima voce a modulazioni soavi; e
l'oc- chio, spesso pieno d'ombra sotto le
folte soprac- 11 ciglia aggrottate,
si aifissava, tutto schiarato, in quei
visi ridenti e lampeggiava d'amore. Edu-
catore di sé in gran parte, fidente
nella virtù del volere, ^ seppe
insegnare a' giovani, che lo avvicinarono,
il proposito e l'arte di migliorare
il proprio spirito. Io, mi gode
l'animo d'aver qui l'occasione di
confessarlo, riconosco intero da lui il
principio di un'educazione intellettuale, che
a poco a poco mi rinnovò, 'distruggendo
o morti- ficando i mali abiti della
casa e della scuola. Né le
meditazioni austere spensero o scemarono
nel Paganini il senso del bello, ma
lo fecero più delicato, più fine e
profondo. ^ Delle arti figu- rative, conoscitore
e giudice arguto d'ogni lor passo,
molto si dilettò ; e fu egli
stesso disegna- tore corretto. La poesia
senti come pochissimi ; ^ '
Notabili queste sue parole: "Quello
che è difficile, sia pur difficile
quanto si vuole, non è impossibile; e
quello, che non è impossibile, o
prima o poi, o da un uomo o
da un altro si fa „. (Cf. pag.
99 di questo volumetto). * Pur
negli scritti qui raccolti è qualche
vestigid, ben- ché raro e fuggevole, del
suo sentire gentile, come là dove
accenna l'evidenza pittrice del verbo
velare per ventilare (pag. 14) e dove
l'armonia della terzina: "Ma ella s'è
beata e ciò non ode „ chiama
anticipazione di quel nuovo modo d%
poesia, che l'Alighieri riserbava al
Purgatorio e al Pa- radiio (pag. 47).
' Né soltanto la poesia pensata
ed eletta, ma l'improv- visa e campagnuola.
Villeggiando sui colli di Pistoia, rac-
colse con amore motti e canti popolari,
e della Ninna nanna " Quando a
letto vo la sera „ disse cose
nuove e belle. (Lettera ai giovani
Alessandro Morelli e Antonietta Pieranto-
ni fatti sposi, Lucca, Canovetti, 18G8.)
12 e due tra tutti i
poeti predilesse, perchè meglio rispondenti
all'indole e all'educazione del suo spirito:
Dante, di cui ho già detto, e
Virgilio. Peccato che tante sue belle
considerazioni su questi due poeti, onde
nel conversare quotidiano non fu punto
avaro a' giovani, sieno fuggite con
la sua voce, o mutate in seme
di troppo diversa germinazione nella mente
di chi le ascoltò ! V hanno
uomini, che la scarsa loro ricchezza
d'intelletto e di cuore spargono subito per
mille rivoletti fuori di sé: altri,
possessori di grande ricchezza interiore,
somigliano a quelle nascoste e profonde
sorgenti della terra, che non si veg-
gono, ne si odono, ma si argomentano
da la più lieta verzura e dal
fitto fiorire del terreno sovra- stante.
Tra questi ultimi è da porre Carlo
Pa- gano Paganini, che molto seppe, molto
e bene amò; ma parlò poco e
pochissimo scrisse: eppure molti scritti e
molti fatti buoni, generati o cre- sciuti
dalla dottrina, dal consiglio, dall'esempio
di lui, attestano della sua ricca e
verace bontà. Roma, il 9 gennaio
del 1894. G. Franciosi. Di un
luogo del FargatoHo di Dante, che non
sembra essere stato ancora dichiarato pie-
namente. ^ Eagionando dell'amore,
Virgilio, nel canto XVIII del
Purgatorio, secondo la naturale filo-
sofia, dice: Ogni forma sujtanzlal, che
setta - È da materia, ed è con
lei unita, Specifica virtude ha in sé
colletta, La qual, senza operar non
è sentita, Né si dimostra ma che
per effetto Come per verdi fronde in
pianta vita. Però là onde vegna
lo intelletto Delle prime notizie uomo
non sape, E de' primi appetibili
l'affetto, Che sono in voi si
come studio in ape Di far lo mele;
e questa prima voglia Merto di lode
o di biasmo non cape. Or perchè
a questa ogni altra si raccoglia.
Innata v'è la virtù che consiglia E
dell'assenso de' tener la soglia. '
Da.IV Araldo cattolico: Lucca, 1857, an.
XIV, n. 13 (G. P.). '•^ II
Pagauini, lo avverto una volta per
sempre, nello sue oi- tazioni della
Commedia fu solito di serbar fede al
testo della Vol- gata; ma, venuto in
luco il testo di Francesco da Buti,
qualche volta amoreggiò con questo ;
come là, dove ai plurali verdi /ronde
e primi appetibili sostituì i singolari
bellissimi verde fronda e primo appetibile.
Cfr. pag. 75-76 (G. F.). 14
Quest'è il principio, là onde si
piglia Cagion di meritare in voi
secondo Che buoni e rei amori
accoglie e viglia. ' E queste cose
son dette per soddisfare alla questione
proposta da Dante colle seguenti parole:
Ti prego, dolce padre caro, Che
mi dimostri amore, a cui riduci Ogni
buono operare e il suo contraro.
Infatti nel canto antecedente Virgilio,
trat- tando il medesimo argomento, aveva
pronunziato: Né creator, né creatura
mai fu senz'amore O naturale, o
d'animo Lo naturai fu sempre senza
errore; Ma l'altro puote errar per
malo obietto, O per troppo, o per
poco di vigore. Mentre ch'egli è
ne' primi ben diretto, E ne' secondi
sé stesso misura, Esser non può
cagion di mal diletto; Ma, quando
al mal si torce, o con più cura
O con men che non dee, corre
nel bene, Centra il fattore adovra
sua fattura. Quinci comprender puoi
ch'esser conviene Amor sementa in voi d'ogni
virtute E d'ogni operazion, che merta
pene. Ora di quella terzina del
primo passo: Or perchè a questa, ecc.
trovansi nei commentatori ^ Questo
verbo vigliare, che dal Biagioli viene
erroneamente confuso con vagliare, e che
forse ha tratto origine dal latino,
si- gnificando esso pulire il mucchio del
grano con una granata o con un
mazzo di frasche dalle paglie, stecchi e
simili cose senza pregio (lat. viliaj,
ce ne fa tornare alla mente un
altro, che seb- bene ci paia bellissimo,
e sia vivente in bocca dei
oampagnuoli, con tutto ciò, a quanto
sappiamo, non ha ricevuto l'onore d'essere
accolto nei vocabolari. È questo il
verbo velare, ohe significa nettare il
grano dalla pula, gettandolo contro vento
; e se pure non è una sincope
di ventilare, conviene credere ohe i
contadini lo abbian tratto pittorescamente dall'
imagine d'una vela, che pre- senta la
pula fuggendo via portata dal vento.
15 della Divina Commedia tre
principali spiegazioni. Una, seguita anche
dal Venturi e dal Biagioli, è del
Daniello, il quale scrive : l'ordine
è: "la virtù che consiglia „, cioè
la ragione, " v'è innata „, cioè
nata insieme con voi, " perchè
„, affìn che ogni al- tra voglia, che
nasca in coi, si unisca, accompagni e
raccolga a questa virtù, la qual dee
tener la soglia, ecc. Un'altra è del
Lombardi, il quale cosi interpreta: Or
" perchè „, affinchè a questa
prima, naturale ed innocente voglia si
"raccolga „, si accompagni ogni altra
morale e lodevole virtù, " innata
v'è „, data vi è fin dal vostro
nascimento, " la virtù che consiglia
„, la ragione che vi deve con-
sigliare e regolare i vostri appetiti. La
terza, infine, è del Tommaseo, che, a
pag. 406 del Commento, n. 21 [F],
esprime il concetto dell'Alighieri in
questo modo : Acciocché questo primo
naturai de- siderio e intelligeìiza sia
quasi centro ad ogni altro vostro
volere e sapere acquisito, avete innata la
ragione, da cui viene il libero
arbitrio ; sicché tutti sieno non men
del primo conformi a natura. Qual è
il valore di queste spiegazioni?
Esaminiamole brevemente. A veder l'
improbabilità della spiegazione del Daniello
basta considerarla rimpetto alla ragione grammaticale.
Nel verso : Or perchè a questa ogni
altra si raccoglia dei due pronomi
questa e ogn' altra, che essendo ambedue
femminili e uniti in un sol membro,
ognuno riferirebbe ad un me- desimo nome,
egli al contrario riferisce il primo
al susseguente virtù, e il secondo al
precedente 16 voglia; attribuendo
cosi all'Alighieri un co- strutto non
solamente ardito, ma pur anco sì
strano, che non se ne trova esempio
ne pur forse negli scrittori latini,
tuttoché la lingua loro con- cedesse tanta
libertà d'allontanarsi dall'ordine naturale delle
parole. Lo stesso rimprovero può
farsi pure al Lom- bardi ; il quale
non si diparte dal Daniello se non
in questo, che il primo di quei
pronomi riferisce a voglia e il
secondo a virtìi, cioè mette innanzi
quel che l'altro avea messo dopo, e
pospone quel che l'altro avea anteposto.
Ciò non ostante ne risulta quindi un
senso tanto differente, da ren- dere la
spiegazione del Lombardi meno impro- babile
di quella del Daniello; perchè lascia
a soggetto della relazione, accennata da
Dante in questo verso, la prima
voglia, o V affetto dei primi appetibili,
come rettamente si dice, naturale e
innocente^ sebbene per termine di essa
relazione non si prendano poi le
altre voglie od affetti, ma piuttosto
le morali e lodevoli virtù. È vero
che le morali e lodevoli virtù hanno
per natura di dirigere e ordinare gli
affetti tutti dell'animo, e che perciò
nella espressione usata dal Lombardi sono
implicitamente contenuti anche questi, ma
ciò non basta a giustificarlo; essendo
che qui trattavasi appunto di mostrare
come gli affetti diventino virtù e
anco vizi, e nella chiosa del
Lombardi questa dimostrazione rimane un
desi- derio, avendo egli preso, come abbiam
detto, per termine della relazione le
virtù bell'e formate. 17 Con
mente più filosofica ha studiato, come
gli altri, così questo passo della
Divina Commedia il Tommaseo; ha riferito
tutt'e due i pronomi al medesimo nome
voglia, che li antecede, e ha scorto
fors'anco la vera relazione, che noi
cre- diamo essersi inteso dall'Alighieri di
porre tra l'aff'etto dei primi appetibili
e ogni altro affetto, che di poi
si svolga nell'animo nostro, senza che
però l'intendimento del poeta resti a
pieno il- lustrato. Imperocché, ritenuto per indubitabile
che questa valga questa prima voglia,
che è in noi naturalmente, e ogni
altra valga ogni altra voglia, che in
noi possa accendersi nel corso della
vita, v'è da risolvere la questione,
a cui fa luogo il verbo raccogliersi
; che è quanto dire quale relazione
precisamente abbia voluto il poeta espri-
mere con esso verbo fra quelle cose.
E qual è questa relazione secondo il
Tommaseo? È una relazione simile a
quella, che i punti d'una cir- conferenza,
o i raggi d'un cerchio, hanno col
cen- tro, giacché dice : acciocché questo
primo naturai desiderio e intelligenza sia
quasi centro ad ogni altro vostro
volere e sapere acquisito, ecc. E per
fermo, raccogliersi significa anco concentrarsi,
e più d'un esempio ce ne offre
lo stesso Dante. Ma siffatta spiegazione,
ci sia permesso di dirlo francamente,
non isnuda il concetto filosofico voluto
esprimere da Dante, lo lascia involto
nel velo della metafora, e però non
può essere avuta per sufiiciente. Il
poeta nel canto XVII avea fatto
dire a }i8 Virgilio che amore
è sementa in noi d'ogni virtù e
d'ogni vizio: nel XVIII vuol fargli
provare la verità di questo dettato,
comune alla pagana e alla cristiana
sapienza. A tale uopo egli, in
persona del suo duce e maestro,
risale col pen- siero alla costituzione
primitiva dell'essere uma- no : in esso,
egli dice, oltre la materia, v'è una
forma immateriale, fornita di una virtù
o potenza specifica, la quale non si
dimostra che ne' suoi effetti, cioè
nelle sue operazioni, come per verdi
fronde in pianta vita. Questa potenza
specifica può considerarsi da due lati,
in quanto è passiva e in quanto
è attiva : in quanto è passiva
è Vin- telletto delle prime notizie,
in quanto è attiva è V affetto dei
primi appetibili (S, Tommaso, Cantra gent.,
II, 60 e IV, 19). ^ Quindi non
è maraviglia che l'uomo non sappia
donde gli vengano siffatte cose, non
essendone mai stato privo e apparte- nendo
alla sua natura in quel modo
medesimo, che all'ape, per esempio,
appartiene lo studio, ossia l'istinto, di
far lo mèle. Ora quell'affetto dei
primi appetibili è senz'alcun merito,
perchè non dipende dal libero arbitrio
; il quale soltanto è principio, là
onde si piglia Cagion di meritare.
Non per tanto esso, non avendo per
oggetto altro che il bene conveniente
all'umana natura, è un affetto sotto
ogni aspetto irreprensibile. Non si può
concepire non solo una creatura, ma
né meno il Creatore senza amore
alcuno; sebbene » In Tece di
IV, 19 era da pozze : III, 45
(G. F.)« 1 19 nella
creatura ragionevole ne possano essere di
due sorte, uno naturale, o istintivo
; e Taltro à^ animo, o deliberato :
il primo dei quali è sempre senza
errore, perchè è l'opera della stessa
sa- pienza divina, mentre il secondo puote
errar per malo obietto, O per poco
o per troppo di vigore, secondo che
dalla libera volontà o è vòlto a
ciò che è intrinsecamente male, oppure
anco a ciò che è bene, ma senza
quella misura che risponda al suo
vero pregio. Come accade adunque che
sia Amor sementa in noi d^ogni
virtude E d'ogni operazion che merta
pena? Ciò accade: Imper- ché dal primo
amore, che Dio medesimo ha posto
nell'uomo, si svolgono altri amori, come
dalla forza vegetativa delle piante nascono
i ramoscelli e le foglie, che le
adornano, e dall'istinto del- l'ape i vari
movimenti, coi quali essa sugge l'umor de'
fiori, lo converte in miele e lo
de- posita nell'alveare; 2° perchè questi
secondi amo- ri possono esser conformi a
quel primo essenziale all'uomo e
rettissimo, ovvero anche difformi, siccome
avviene ogni volta che o finiscano in
oggetto per sé malo, o non serbino
il debito modo ed ordine nei beni
; 3*^ perchè la ragion pratica, o
assecondando o promovendo colla sua libera
efficacia cotesti amori, fa che la
rettitudine loro o la loro malvagità
sia imputabile all'uomo, e, divenuti
abituali, diano carattere alla sua con-
dotta, in altre parole, originino le virtù
ed i vizi. E da tutto questo si
fa manifesto, che, quel primo amore,
si rispetto agli amori secondi, 20
come rispetto alla ragion pratica
(convenientis- simamente chiamata da Dante la
virtù, che con- siglia, E dell'assenso de*
tener la, soglia, dall'uf- ficio a cui
è stata destinata), è come una cotal
regola od esemplare ; cioè, rispetto
agli amori se- condi, perchè non possono
esser ragionevoli e onesti se non
seguendolo e imitandolo, e rispetto alla
ragion pratica perchè deve procurare, che
essi nel fatto lo seguano e lo
imitino. E dicia- mo UE a cotal
regola od esemplare; conciossiachè la
naturai tendenza a quel bene, che
conviene all'esser nostro, per sé non
è che un fatto, e un fatto, in
quanto tale, non ha la ragion di
regola o di esemplare, ma solamente
può parteciparne in quanto è segno
d'un'idea (San Tommaso, ^'ttmwa, I* IP*
94, ^ "-della legge naturale^ e
al- trove). Se si vuol dunque, commentando
questo luogo di Dante, andare al
fondo, non bisogna contentarsi di rendere
il raccogliersi per concen- trarsi, ma
bisogna di più ridurre lo stesso
concen- trarsi al suo senso filosofico, il
quale non ci sem- bra poter esser
diverso da quello, che abbiamo indicato,
cavandolo dal valor logico dei concetti,
che Dante ha espressi nei canti XVII
e XVIII del Purgatorio. Che se il
nostro raccogliere è dal latino colligere,
e lex è detta, come pensò Ci- cerone,
da eligere, ognun vede la profonda
con- venienza che quel si raccoglia ha
coll'ufficio, che. * Per tutta
chiarezza la citazione dovrebb'esser così:
Prima secundae S. theol., quaest. 94
(G. F.)- 21 giusta la mente
di Dante, noi crediamo di do- vere
attribuire al primitivo e immanente atto
della parte affettiva dell'anima umana. La
in- terpretazione da noi proposta non
oontradice adunque quella data dal
Tommaseo, ma, se non c'inganniamo, la
compie, recandola fino a quel termine
dov'egli avrebbe ben saputo recarla, e
in maniera a pezza più conveniente, solo
che avesse fatto colla riflessione qualche
altro passo nella via medesima in cui
si era posto. ^ Ma se la
nostra interpretazione e quella di Tommaseo
si possono cosi accordare, è però
vero che in ciò che la nostra
piglia a suo fondamento dal canto
XVII non si accorda punto colla chio-
sa quivi fatta dall'illustre critico. Perocché
dove il poeta dice, che creatura non
vi fu mai senza amore, o naturale
o d'animo, egli spiega l'uno per amor
di corpi, l'altro per amor di spiriti
; noi al contrario, come abbiamo
accennato di sopra, ' L'OzANAM, che
alcuni noa sanno stimare senza esagerarne
i meriti, il principale dei quali per
noi è di avere coll'opera sua
additato agi' italiani che vi è un
lavoro da fare, intende ■p&s prima
voglia il primo moto o dell'irascibile
o del concupiscibile, che i moralisti
insegaano esser privo di merito e di
demerito. * Dio sa dunque in che
strano modo intendeva a collegare colle
precedenti la terzina che qvà abbiamo
esposto. * Dante et la philos.
catholique aa XIII siede fParis, 1872;
pag. 207-210). L'Ozanam. a proposito
di due luoghi del Convito (IV, 22
e IV, 26) commen- ta: «Il y a
trois sortes d'appetits. Le premier, naturel, qui
n'a point conscience de soi, et qui
est la tendance irrésistible Je tous
les ètres physiques a la satl-
sfactiou de leurs l>esoins; le second,
sensitif, qui a 30n mobile externe
dans les choses sensibles, et qui est
concupisaiife ou irciscible tour à tour;
le troisième, intellectuel, dout l'objecr. a'est
appróciable qu'à la pensée. Ces appótités
eux-mè- mes peuvent se réduire a un
seul principe commun, l'amour. » Ma
la prima vogliu di questo luogo del
Purgatorio è a lui « premier acte,
instantané et irra- fléchi » della
virtù speeipcu, «dispositiou «pécitìque,
natureUe, qui ne se révèle que par
ses eftets » (G. K.) 22
intendiamo pel naturale l'amore istintivo,
e per quello d'animo l'amore deliberato.
E ci pare che giustifichi questo
nostro modo d'intendere il contesto del
canto suddetto, e l' insegnamento comune
degli scrittori, da cui Dante traeva,
fra i quali a noi basti il
menzionare san Bonaven- tura, che nel
Breviloquio distingue, appunto, due guise
di operare delle nostre affezioni, cioè
per un moto naturale e per iscelta
deliberata. Di- remo pertanto, senza timore
di offendere il gran- d'uomo, che la
sua chiosa di questo sublime luogo di
Dante, il quale può dirsi in germe
un intero sistema di filosofia morale,
pecca nel punto di partenza, non
afferrando la giusta distinzione tra l'amor
naturale e gli amori deliberati, e
pecca nella conclusione, lasciando qualche
cosa d'in- determinato sulla relazione del
primo verso coi secondi. Di che però
non tanto vogliam fargli biasimo, quanto
rendergli giusta lode d'aver sa- puto più
addentro d'ogni altro vedere nel pen- siero
di Dante. Sopra un luogo della
Cantica del Paradiso 1. Beatrice nel
canto XXIX del Paradiso^ narrando
filosoficamente la creazione delle cose,
dice degli angeli: Né giugneriesi,
numerando, al venti Si tosto, come
degli angeli parte Turbò '1 subietto
de' vostri elementi. Tutti gli
interpreti, per quanto io mi sappia,
per subtetto de^ vostri elementi hanno
inteso la terra. Peraltro alcuni hanno
inteso la terra co- me elemento j altri
la terra come corpo. È de' primi,
per cagion d'esempio, Francesco da Buti,
che spiega la sentenza di questa
terzina colle seguenti parole : Da
chi numerasse da uno in vinti non
si giungerebbe sì tosto al vinti,
come tosto parte delli angeli^ poi
che furono creati, in- contanente cadder di
deìo in terra, e mutò o vero
turbò, secondo altro testo, lo subietto
de^ vostri elementi, cioè di voi
omini, cioè la terra '
Dall' Istitutore : foglio ebdomadario d' istruzione
e degli atti ujjicifdi di essa.
Torino, tip. scolastica di S. Franco
o figli, 1861, an. IX, n. 32
(G. F.). 24 che è subietto
dell'acqua, delVaere e del fuoco, poiché
a tutti è sottoposta / e bene
lo mutò e tur- bò, imperò che prima
era pura, e poi fu infetta. (Così
il codice Magli abechiano). De' secondi poi
è il Tommaseo, perchè dopo aver dato
terra per equivalente di subietto de'
vostri elementi^ ag- giunge questa ragione:
La terra è soggetto dei quattro
elementi^ aria, fuoco, acqua e terra.
Do- ve è chiaro che terra la prima
volta significa il corpo o globo da
noi abitato , e la seconda volta r
infimo de' quattro elementi distinti da-
gli antichi. Mi sia permesso di dire,
che né i primi né i secondi mi
paiono aver colpito nel segno. 2.
Il nome subietto o soggetto, come
sostan- tivo, appartiene alla lingua filosofica,
ed ha un senso dialettico ed un
senso metafisico. Nel senso dialettico
indica uno de' termini del giu- dizio
o della proposizione, quello cioè del
quale l'altro, che chiamasi predicato, isi
afferma o si nega. E di qui,
per estensione, nasce un altro senso,
esso pure dialettico, quando di questa
voce si usa a dinotare ciò su
cui verte, non una sem- plice proposizione,
ma molti ragionamenti ordi- nati e connessi,
siccome sono nella scienza. In metafisica
poi subietto ora significa la causa
ef- ficiente di qualche cosa, come in
quel luogo del Purgatorio, canto XVII
: Or, perchè mai non può dalla
salute Amor del suo subietto volger
yiso, Dall'odio proprio son le cose
tute; 26 ora invece significa
la causa materiale^ come in questi
versi del Paradiso, canto II: Or,
come ai colpi degli caldi rai Della
neve riman nudo il suggetto E dal
colore e dal freddo primai, ecc.
E quest'ultimo è il significato, che
io credo debba attribuirsi alla parola
subtetto nella ter- zina, di cui è
questione; cosicché altro non s'in- tenda
aver voluto Dante esprimere in essa,
se non che alcuni degli angeli,
partitisi dal divino volere, colla naturale
loro potenza indussero di- sordine nella
materia degli elementi, de' quali è
composta questa parte a noi destinata
del- l'universo. 3. Ciò si parrà
chiaro considerando che il nostro poeta
parla qui da teologo e da filosofo,
uffici ai suoi tempi inseparati, e
che ne' tempi posteriori, per grande
sventura delle due scienze sovrane, non
fu stimato assai di distinguere. Ora
che insegna la teologia a proposito
degli angeli ribelli a Dio? Ella
insegna che ministri, anche dopo la
loro caduta, della Provvidenza divina, si
aggirano in questo nostro mondo, tri-
bolandoci non solo colle malvagie istigazioni,
ma eziandio colle tempeste, colle pestilenze
ed altri mali di tal genere. Sono
notissimi i passi dell'epistola di s.
Paolo agli Efesini (II, 2; VI, 12);
dove cotesti spiriti sono chiamati principi
aventi potestà su quest'aria. Ma i
padri, appoggiati ad altre autorità della
scrittura ed ai fatti in essa
26 raccontati, ritennero che la
potestà loro si esten- desse su tutta,
in generale, la materia ed i corpi terrestri.
Valga, per ogni altra, la testimonianza
di sant'Agostino, lib. II, cap. 23,
" De doctnna Christiana „: Hinc
enìm fit, ut occulto quodam iudi- cio
divino cupidi malarum rerum homines tradan-
tur illudendi et decipiendi, prò meritis
voluntatum suarum, illudentìhus eos atque
decipientibus preva- ricatoribus angelis, quibus ista
mundi pars infima secundum pulcherrimum
ordinem rerum, divinae providentiae lege,
subiecta est. Ora gli scolastici, come
ognun sa, non fecero che ripetere le
dot- trine teologiche dei Padri, dando loro
una forma scientifica, secondo i principii
e il linguaggio della filosofìa
aristotelica; la quale per essi, al- meno
per nove delle dieci parti, era pura
e pret- ta verità. Quindi il miscuglio,
che trovasi nei trattati di teologia degli
scolastici, degl'incon- cussi dommi della fede
colle fallaci opinioni del- lo Stagirita.
Del qual miscuglio n'abbiamo un esempio
in questo stesso argomento, che qui
toc- chiamo. Gl-eneralmente gli scolastici
dietro ad Aristo- tile pensarono che altra
fosse la materia dei cieli, altra la
materia, onde è fatto il mondo sul-
lunare; quella fosse immutabile e
incorruttibile, questa soggetta a mutamento
e corruzione; pe- rocché, dicevano, quella
è in potenza alla sola forma che
ha, questa, al contrario, è in
potenza a molte forme e diverse. Dal
che san Tommaso di Aquino conchiude
che fra la materia de' corpi
27 celesti e la materia degli
elementi del nostro mondo non vi ha
una comunanza ohe di con- certo: Non
est eadem materia corporis coelestis et
elementorum, nisi secundum analogiam, secun-
dum quod conveniunt ratione potentiae
(Summa, p. I, qusBst. LXVI, art. 2).
E per questo ap- punto Dante, nel
citato canto II del Paradiso, appella
preziosi i corpi celesti. Ora, che
cosa è, conforme queste dottrine co-
smologiche degli scolastici, il subietto degli
ele- menti? Il subietto degli elementi è
la materia prima del mondo sullunare,
subiettata ad una certa forma, prima
nei corpi semplici, aria, acqua, ecc.,
e di poi nei corpi misti, minerali,
piante, ecc. Imperocché gli scolastici per
materia e su- bietto intendevano la
medesima cosa colla sola differenza, la
quale trascuravano ogni volta che loro
non bisognasse di procedere con tutto il
rigore dialettico, che il subietto ha
relazione con una forma attuale, mentre
la materia ha re- lazione con una
forma potenziale. Ista videtur esse
differentia inter materiam et subiectum
(dice Alessandro d'Ales, In Metaph.
Aristotelis, Vili, 13), quia materia dicit
rem suam in potentia ad formam, ut
transmutabilis est ad ipsam per viam
motus et fieri,' et ideo quae sine
fieri introducun- tur, non proprie habent
materiam ex qua: subie- ctum autem dicit
rem suam ex hoc, quod substentat formam;
et ideo omne quod substentat formam
potest vocari subiectum, licet aliquo modo
possit vocari materia. 28 4.
Pertanto ciò che Dante, ne' versi
rife- riti, chiama il sìibietto de^ vostri
elementi, corri- sponde a capello, a ciò
che Aristotile, nel libro II, cap. 1,
Della generazione e della corruzione,
chiama, con parole affatto equivalenti,
uTioxsifisvYjv \ìh]v. Nel qual luogo, se il
filosofo rigetta l'opi- nione di quelli,
che ponevano un unico subietto di
tutti gli elementi, è però manifestissimo
che la rigetta solamente in quanto
quel subietto pre- tendevano essere un
cotal corpo separabile e stante da
sé, awjAa xe òv xat Xopiaióv. Ed
invero, più sotto, divisando l'ordine delle
entità, che con- corrono a costituire i
corpi primi, ossia gli ele- menti, pone
in primo luogo la materia, in se-
condo luogo la contrarietà ed in terzo
luogo gli elementi: Ma poiché i corpi
primi son fatti in questo modo di
materia, di essi pure conviene de-
terminare qualche cosa, supponendo che una
ma- teria inseparabile, ma soggetta a
qualità contra- ria, sia il loro primo
principio; perocché non è il calore
materia del freddo, ne il freddo del
ca- lore, ma ciò che sottostà ad
entrambi. Laonde primieramente che il corpo
sensibile esista in po- tenza, è il
principio: di poi vengono le stesse
qualità contrarie, come il calore e
il freddo: da ultimo il fuoco e
l'acqua e le altre cose di tal
sorta. E questa ò la costante
dottrina degli sco- lastici, e a tenore
di questa vuoisi intendere quel- lo che
Dante accenna del termine dell'azione
perturbatrice degli spiriti perversi. Imperocché
da una parte troppo è inverosimile
che egli non 29 abbia parlato
a tenore di tal dottrina, solendo egli
esprimere nei suoi mirabili versi le
dottrine filosofiche della scuola e colle
stesse formole da lei celebrate:
dall'altra, ritenuto che la cosa sia
così, dal passo controverso esce un
senso, che a pieno si accorda coli'
insegnamento teologico cir- ca la presente
potenza degli angeli rei. All'op- posto
nelle altre due interpretazioni codesta
loro potenza si limita a capriccio a
farsi strumento dell'odio loro contro Dio
e gli uomini la sola terra, o vuoi
come elemento, o vuoi come corpo ;
né si tien conto del linguaggio
filosofico dell'au- tore, quanto è giusto
che si faccia, poiché la pa- rola
subietto, mi si conceda di ripeterlo,
appar- tiene al linguaggio filosofico, e
qui precisamente al linguaggio metafisico,
nel qual linguaggio su- bietto non
significò mai, se la memoria non mi
fallisce, un ordine di più cose per
la loro collo- cazione nello spazio,
siccome sembra che vogliano coloro che hanno
subietto de^ vostri elementi per una perifrasi
di terra. Finalmente osserverò che
coll'assegnare per termine all'azione degli
spiriti angelici ciò che di primo si
concepisce ne' corpi come corpi, non
si attribuisce all'Alighieri un pensiero
frivolo da sbertarsi, ma degno delle
più serie considera- zioni del filosofo. Il
dominio degli spiriti puri sulle cose
materiali, e l'origine di certe forze,
che su esse si manifestano, sono due
grandi mi- steri; i quali forse si
compenetrano in uno, e quest'uno è
riserbato di vedere svelato, quan-
30 to all'intelligenza nostra è
possibile, allorcliè i metafìsici s' intenderanno
un po' più di fisica e i fisici
di metafisica e tutt'e due di
teologia. Pisa, 14 luglio 1861.
L*Averroè della DiTina Commedia' È
notissimo che Dante fra i saggi
sospesi nel primo girone deW Inferno,
o per non avere ri- cevuto il
battesimo, o per non avere adorato
Id- dio debitamente, colloca ancora
Averrois, che il gran commento feo.
(Inf., o. IV, V. U4). Ora
l'editore pisano delle Lezioni di France- sco
da Buti sulla Divina Commedia a
questo verso fa la nota seguente:
Averrois, sebbene commen- tasse Aristotile,
professò dottrine opposite al greco
filosofo; onde i commenti di lui non
furono in molto credito appo degV
Italiani. Qui dunque " il gran
commento „ potrebb' esser anche detto con
iro- nia (T. I, pag. 141). Noi non
possiamo pregiare la novità di questa
osservazione, perchè ci sem- bra mancare
affatto di verità. E non intendiamo
come il benemerito editore non si sia
accorto di un difetto sì grave,
quando lo stesso contesto assai chiaramente
esclude il disprezzo e lo scherno
dell'ironico parlare. Invero, dopo
aver detto il ' DaUe Letture
di famiglia, tomo III, decade seconda (G.
F.). 32 nostro poet Qnaest.
Disput. 2>e Mente, quaest. VI. 87
ne, quanto semplice altrettanto sublime,
di Dio che si legge neìV Esodo :
^ ^ Io sono l'Essere „ cioè l'Essere,
che essenzialmente ed assolutamente è.
Quanto poi alla natura dell'intelletto
umano egli, confrontandone le operazioni
con quelle del sen- so, che solo
coglie gli esterni accidenti delle cose,
veniva a ravvisare che l'operazione sua
propria è circa l'essenza delle cose;
e poiché quelle es- senze ci riducono
all'essere in comune coll'ag- giunta di
varie determinazioni, il suo proprio og-
getto consiste appunto nell'essere in comune.
Ora se da un lato l'essere, in
quanto è essenzial- mente ed assolutamente
essente, è Dio, e dall'al- tro, in
quanto è appreso universalmente, è l'og-
getto proprio dell'intelletto umano, è piano
come l'Aquinate potesse dire, che il
lume dell'intel- letto umano sia una certa
partecipazione o simi- litudine di Dio o
dell'increata verità. Io non credo, debbo
pur dirlo si per non essere frain-
teso e si per amor di schiettezza, io
non credo che Tommaso di Aquino
giungesse mai a ren- derai cosi
esplicitamente ragione di ciò che in
tanti luoghi delle sue opere ripete
sulla natura del lume dell'intelletto e
sulla sua attinenza con Dio. Ma
qualunque siano state le cause, che
ne lo impedirono, certo è che questa
spiegazione giace implicita nel complesso
delle sue dottrine e si fa innanzi
quasi spontanea a chiunque pro- fondamente
le mediti e senza la
stolta paura • Etodo, oap.
Ili, V. 14. 88 che alcuni
dei suoi studiosi oggi paiono avere,
di dire una parola di più oltre
quelle dette da lui, come se la
scienza potesse star tutta rac- chiusa
nelle parole di un sol uomo. Del
resto la storia dell'umano intelletto,
giusta il modo on- de Tommaso d'Aquino
se la rappresenta, è in sostanza la
seguente. L'intelletto umano è un'at- tività,
che ha due movimenti; coU'uno si
costi- tuisce come potenza di conoscere, coli
'altro si svolge e perfeziona. Col
primo, onde si costitui- sce come potenza
di conoscere, incontra l'essere in
universale e l'apprende. Da tale apprensione
in cui sono virtualmente contenute tutte
le ap- prensioni e tutti gli altri
atti, che in queste si fondano,
incomincia il secondo movimento del- l'intelletto
e in esso si possono distinguere tre
principali momenti, per ciascuno dei quali
nel linguaggio della scuola tomistica vi' è
una frase particolare, che ne esprime
il carattere distinti- vo. Imperocché innanzi
tutto nell'apprensione dell'essere in universale
sono virtualmente con- tenuti i sommi principi
della ragione, che si ri- solvono nei
concetti universali dell'^wo, dell'e- denticOj
dell'assoluto e cosi via. Ora questi
con- cetti si fanno attuali nell'intelletto,
quando gli è somministrata una materia
di conoscere, lo che è ufficio
proprio del senso. Allora l'intelletto
mediante quei concetti : l** illustra
i fantasmi cioè la materia somministratagli
dal senso, per- cezione intellettuale dei
sensibili ; 2" astrae dai fantasmi
le specie intelligibili, concezione per via
89 di riflessione delle idee
astratte delle cose, ossia delle specie
e dei generi ; 3" compone e
divide le t^pecie astratte, giudizi e
raziocini, coi quali la riflessione,
comparando le idee astratte, si viene
formando una scienza più o meno
perfetta delle cose, secondochè discopre
più o meno delle loro relazioni.
Ma in qualunque di questi momenti
della sua evoluzione si trovi l'intelletto
nostro, è pur sempre vero, che tutto
quello che egli conosce, conoscendolo per
la verità dei primi principi, e quelli
essendo come i primi raggi di quel
lume che fa di lui una potenza
intellettiva; e questo venendo da Dio,
anzi essendo una certa parte- cipazione del
lume stesso di Dio a noi in
parte comunicato, ne segue che pur
nell'ordine natu- rale " Dio solo è
quegli, che internamente e principalmente
ci ammaestra come è anche la natura
quella che principalmente risana „. Cosi
l'Aquinate nelle Questioni Disputate de
Magi- stro, ' dove anche stanno
quell'altre belle paro- le : " Che
alcuna cosa si sappia con certezza,
av- viene per il lume della ragione
divinamente in- fuso, col quale Iddio in
noi favella „ ; "^ parole, colle
* Quaest. I, nel corpo dell'articolo
in fine. * Ivi, nella risposta
all'obiezione 13. Si considerino bene
quelle frasi dell' Aquinate : "
Utiiversales conceptiones, quaruni co- gnitio
est nobìs naturaliter insita „ (Qiiest.
cit. de Magistro nella, risposta alla
obiez. 5) — " Lumen rationis
.... per quod principi» cognoscimus „
(Tbid., nella risposta alla obiez. 17) —
'^ Mediantibas tmiversalibus conceptionibus, quae
statim lumine intellectus agcn- tis cognoscuntur
„ (Quest. cit. de Mente, nel corpo
dell'articolo in fine): e poi si
dica, se secondo la mente di S.
Tommaso d'Aquino 90 quali si
pone espressamente una cotale rivela- zione
naturale, come rimota preparazione a quella
soprannaturale rivelazione, che si fa
nell'anima del Cristiano. Io m' immagino,
ohe mentre veniva cosi nar- rando in
compendio i pensieri del nostro grande
filosofo sulla questione dell'origine del
sapere, la mente del lettore mi abbia
spesso abbando- nato e sia volata ora
a questo ora a quel luogo della
Divina Commedia, dove si leggono sotto
forma poetica dei pensieri somiglianti. E
se ciò è veramente accaduto, naturai
cosa è che si sia intanto rafforzata
in lui la persuasione, che il nostro
gran Poeta nei versi, che danno
argomen- to al mio dire, non può
avere avuto l'intenzione di esprimere la
impossibilità, da cui neppure il filosofo
vada essente, di scorgere la sorgente,
donde viene l' intelletto delle prime
notizie. Certo è che codesti pensieri
somiglianti nella Divina Commedia vi sono
e, ciò che ora io de- sidero che
si avverta e che importa al mio
pro- posito sommamente, i più somiglianti
si trovano appunto nel passo del Purgatorio,
che altri ha interpretato cosi
diversamente. In vero, se non si
guarda che alla sostanza della soluzione
di Tommaso d'Aquino, egli in- segna che
la cognizione dei primi principi, don- de
proviene ogni altra cognizione dell'uomo, è
il lume dell'intelletto o della
ragione possa esser altro ohe un
massimo universale, come appunto dimostra
che è il Eosmini nel Nuovo Saggio
sulla origine delle idee e in altro
sue opere. 91 una cognizione
in lui innata, in quanto che in
lui è innato il lume della ragione,
per il quale tali principi conosce. E
non ripete Dante in sostanza il
medesimo nei terzetti del canto XVIII
del Purgatorio, che furono riferiti da
principio ? Infatti quivi egli dice:
1" che la specifica virtù dell'anima
umana, forma sostanziale che nel tem- po
stesso è scevra di materia ed unita
con lei, è la virtù del conoscere
e la virtù dell'amare ; 2" che
ciascuna di queste virtù ha i suoi
propri oggetti, cioè la virtù del
conoscere certe prime notizie, che la
dirigono nelle sue particolari ope- razioni
e la virtù dell'amare certi primi
appeti- bili, che similmente la muovono e
la guidano nelle sue particolari
operazioni, e che 1' intelletto di
tali notizie e l'affetto di tali
appetibili pre- cedono perciò di loro
natura tutte le particolari operazioni di
esse virtù ; 3" che queste due
virtù per una legge generale, a cui
sottostanno tutte le forme della stessa
specie dell'anima nostra, sempre si
rimarrebbero occulte, se uscendo nelle loro
particolari operazioni non si facessero in
queste sentire e per queste non si
dimostrassero, come per verde fronda in
pianta vita; 4° che conseguentemente,
quando l'uomo opera o col- l'una o
coll'altra di queste virtù, gli si rende
bensì sensibile e gli si dimostra
quella, con cui opera, ma non anche
quell'atteggiamento prece- dente di essa, per
il quale è causa al tutto pro-
porzionata e pronta al suo operare, quindi
non anche l'intelletto delle prime
notizie nell'epe- 92 rare
della seconda; 6" finalmente che
quest'in- telletto e quest'affetto, solo
discopribili nel se- greto dell'anima all'acuto
sguardo d'una tarda riflessione filosofica,
sono tanto connaturali al- l'anima, quanto
le sono connaturali le specifiche virtù,
delle quali non sono che proprietà, e
da paragonarsi perciò agli istinti, che
differenziano le varie classi di animali,
allo studio per es. che è nell'ape
di far lo mèle. Lascio il resto,
perchè non legato strettamente col tema
del mio discor- so, e dall'esposto
raccogliendo quel che ne se- gue, dico
: che tanto è lungi che l'Alighieri
nel passo riferito del Purgatorio dichiari
insolubile la questione della origine delle
umane cognizioni e più precisamente dei
primi principi, che al- l'opposto egli
proprio in quel passo stesso ne dà
una soluzione, e questa sostanzialmente è
quella che già ne aveva dato il
Dottore di Aquino. Che se vi ha
qualcuno che non consenta meco nel modo
d'intendere o la dottrina filosofica del-
l'Aquinate o quella corrispondente di Dante
o tutte e due, io ora non gli
contrasterò. Intenda egli pure a suo
talento coteste dottrine; a me basta
finalmente che riconosca il fatto , che
in questo canto del Purgatorio Dante
una ne pro- fessa, qualunque ella sia.
Imperocché, ricono- sciuto questo fatto, bisogna
risolversi ad una di queste due cose
: o bisogna tener Dante per uomo
di tale grossezza e stupidità di
mente da non accorgersi della
contraddizione, in cui cade, sen- tenziando,
come pretende la nuova interpretazio-
93 ne, che all'uomo non è dato
di sapere là onde vegna lo intelletto
delle prime notizie^ e nell'atto stesso
esponendo, sebbene brevemente, una dot- trina
intorno a questa questione : oppure bisogna
rifiutare la nuova interpretazione, e
credere la intenzione di Dante lontana
le mille miglia da quella sentenza.
In verità io non so, se oggi
neppur un Bettinelli prenderebbe il primo
par- tito. A questo punto mi
pare eh' io potrei tenere per
sodisfatto il mio debito e quindi far
fine. Pure mi piace di aggiungere due
altre conside- razioni che mi sembrano
attissime a far sentire sempre più
quanto sia iuammissibile la discussa
interpretazione. Si consideri dunque in
primo luogo che Dante, comecché uomo
straordinario, tanto che possa dirsi di
lui quello che egli disse di Omero,
cioè che sovra gli altri com' aquila
vo- la, ciò non ostante è un uomo
del secolo XIII, e tutti si
riscontrano in lui i caratteri generali
degli uomini dei tempi suoi. Uno di
essi è la fede, presa questa parola
nel senso j)iù ampio ; cosicché,
oltre la fede soprannaturale propria del
Cristiauo, abbracci pur quella meramente
natu- rale dell'uomo, per la quale egli
fortemente as- sente a tutto ciò, che
la ragione gli mostri co- me vero o
come buono. I fatti pubblici e pri-
vati, le lotte delle fazioni politiche, le
dispute delle scuole, i monumenti sacri
e profani, i libri, che si leggevano
a istruzione o a trastullo, tutto in
una parola ciò che appartiene
a quei tempi 94 concorre a
farci intendere, che un uomo, che non
credesse con fermezza, sarebbe stato allora
quasi un assurdo. Per questo fra i
diversi modi di pensare, che anche
nell'età di mezzo regnavano nelle scuole,
restò ignoto del tutto quello, che
torna in fine in distruzione d'ogni
scienza e dello stesso pensiero, voglio
dire lo scetticismo. Ora che altro è
che puro e pretto scetticismo il dire
là onde vegna lo 'ntelletto delle
prime notizie, uomo non sape, se
questo si ha da togliere nel senso
che la nuova interpe trazione propone?
Imperocché le prime notizie son pure
quelle, sulle quali, come su fondamento,
s'innalza tutto il sapere dell'uomo; onde
il dubitare del suo va- lore si fa
inevitabile a chiunque s'attenta di pas-
sar i confini della riflessione volgare, se
la ori- gine delle prime notizie è
impossibile a disco- prirsi. Imperocché come
potrebbe egli abban- donatamente affidarsi a
principi d'origine non pure ignota, ma
avuta da lui per inconoscibile ? Non
potrebbero essere altrettante misere illusioni
della sua mente? E per qual via
liberarsi di questo terribile sospetto, se
tutti i giudizi della mente si fanno
a norma di quei principi? S'im- magini
pure chi vuole maestro di dubbio il
no- stro grande Poeta: io per me non
potrò mai farmi un' immagine tale di
nessun uomo dei suoi tempi e
dell'Alighieri anche molto meno, se l'Ali-
ghieri è quello che lo dicono le
storie e che lo manifestano tutte
concordemente e le sue prose e i
suoi versi immortali. Appoggiato
invece a 95 questi documenti
certissimi, dai quali tanta fede traluce
nella ragione e nella scienza umana,
io me lo immaginerò pieno di sdegnoso
disprezzo per cotesto genere di mendace
filosofia, quale egli si mostra nella
prima cantica della Divina Commedia,
quando, entrato appena nella città di
Dite incontra l'anime triste di
coloro, Che visser senza infamia e
senza lodo. Mischiate. ... a quel
cattivo coro Degli Angeli, che non
furon ribelli, Né fur fedeli a Dio,
ma per sé foro. ' Non è
già, ed eccomi all'altra considerazio- ne,
non è già che Dante creda illimitata
la sua ragione umana o che ne esageri
comecchesia il potere: no, egli riconosce
i suoi confini e al di- sopra di
questa naturale sorgente di cognizione ne
pone un'altra soprannaturale, la fede,
desti- nata per dono grazioso di
Provvidenza ad esten- dere e compire,
quanto quaggiù è possibile, la cognizione
derivata dalla prima. Però egli am- mette
due scienze distintissime, corrispondenti a
quelle due potenze o principi subiettivi
del nostro sapere, la filosofia e la
teologia; e come, menato dall'istinto d'un
animo eminentemente poetico, che tutto
contempla nella forma del bello, pren- de
Virgilio come simbolo della filosofia, così
Beatrice prende per simbolo della teologia.
Quin- • Inf., canto III. 96
di quelle parole, che servono
d'introduzione ac- concissima ai ragionamento,
con cui Virgilio nel canto XVIII del
Purgatorio si fa a dissipare diffi- coltà
sorte nella mente di Dante :
quanto ragion qni vede Dir ti
poss'io: da indi in là t'aspetta Pure
a Beatrice, ch'è opra di fede.
Ora in questa introduzione sta
appunto una nuova buona ragione per
riprovare la interpe- trazione, che fa
dire a Dante indefinibile per umano
ingegno là onde regna lo intelletto
Delle prime notizie. In vero qual era
precisamente lo scopo, a cui mirava
il ragionamento di Virgilio? A Dante, non
avendo inteso bene il principio da
cui era partito il suo Maestro nel
ragiona- mento antecedente, con cui questi
aveva voluto spiegargli la natura
dell'amore, era venuto a tur- bargli la
mente e ad impedirgli di comprendere
come l'amore potesse essere la radice
di ogni merito o demerito dell'uomo
che opera, questa obiezione : Ohe
se amore è di fuori a noi
offerto, E l'animo non va con altro
piede, Se dritto o torto va, non
è suo merto. Ora Virgilio, perchè
la mente di Dante ve- desse chiaro come
il merito e il demerito del- l'operare
dell'uomo stesse insieme con quello che
egli aveva detto circa il principio
del suo operare, cioè circa l'amore,
non doveva aggiun- 97 ger
nulla di nuovo, ma solamente ritornare
sulla natura dell'amore e più spiegatamente
dirgliene l'origine. E questo infatti è
quello che egli fa, quando, dopo
averlo avvertito che da lui non si
aspetti che quanto in questa materia
può sa- pere la naturale ragione dell'uomo,
prende a dirgli: Ogni forma sustanzial,
con quel che se- gue. Ora qui è
da riflettere, che conoscere e amare sono
cose cosi connesse, che un subietto
privo di conoscenza è impossibile che
ami, e privo di amore è impossibile
che sussista ; perchè col solo
conoscere non sarebbe intero, e un
subiet- to non intero è lo stesso che
un frammento di subietto. Dante la
sapeva bene questa con- nessione strettissima
dell'amare e del conoscere, che era
uno dei più comuni insegnamenti dei
filosofi dei suoi tempi e dei più
incontroversi; onde, se la opinione sua
quanto al conoscere fosse stata, che
non se ne può sapere l'origine, si
sa- rebbe sentito obbligato a professare
un'opinione simile anche quanto all'amare,
e per conseguen- za in questo luogo
del Purgatorio non avrebbe indotto Virgilio
ad ammonirlo : Quanto ragion qui vede
Dir ti poss'io, ma questi gli avrebbe
dichiarato a dirittura e senza andare
in troppe parole, che non poteva
dirgli nulla, perchè nulla la ragione
ne vede, e che per tutta questa
bi- sogna gli conveniva aspettare i più
alti ammae- stramenti di Beatrice. Pertanto
quell'womo non sape del luogo esa- minato
del Purgatorio non è da intendersi
se- 98 condo la nuova
interpetrazione, ma si in quello stesso
stessissimo significato che lia l' noni,
non se n^avvede in un altro luogo
della medesima cantica, dove il nostro
Poeta, esprimendo una delle più note
leggi dell'attenzione intellettiva, dice:
Quando per dilettanze ovver per doglie
Che alcuna virtù nostra comprenda, L'anima
bene ad essa si raccoglie; Par
che a nulla potenzia più intenda, E
questo è contra quell'error, che crede.
Che un'anima sopr'altra in noi s'accenda.
E però, quando s'ode cosa o
vede, Che tenga forte a sé l'animo
volta, Vassene il tempo, e l'uom non
se n'avvede. Ch'altra potenzia è
quella, che l'ascolta, Ed altra è
quella, che ha l'anima intera; Questa è
quasi legata, e quella è sciolta.
In ambedue i luoghi ci significa la
mancanza di una cognizione propria della
riflessione; ma ne l'una né l'altra
cognizione manca all'uomo per un
invincibile ostacolo, che stia nella sua
stessa natura, bensì per una accidentale
condi- zione in cui si trova. Onde,
finche egli rimane in questa condizione,
necessariamente rimane anche privo di
quella cognizione; ma egli può pure
uscirne e il potere uscirne non
consiste in altro, che nel potere
riflettere su di se e su quel- lo
che in sé avviene. Fin qui i
due casi, a cui si riferiscono i
due luoghi del Purgatorio, sono eguali
del tutto; la loro dififerenza comincia
solo a mostrarsi, quando si prende a
considerare la 99 natura
dell'oggetto, del quale si tratta d'acqui-
star cognizione per via di un ripiegamento
del pensiero su noi stessi. Perocché
nel caso con- templato nel canto IV quest'oggetto
è lo scor- rer del tempo, e nel
caso contemplato nel canto XVIII è
invece la provenienza delV intelletto delle
prime notizie. Or chi non vede, che
il ri- piegare il pensiero su noi
stessi per avvertire la successione delle
nostre modificazioni e il mo- vimento del
tempo, è assai più facile che il
ri- piegare il pensiero su noi stessi
per risalire fino all'origine prima di
ogni nostro conoscimento? Chi non vede,
che d'ordinario ogni uomo adulto,
eccettuate le circostanze di breve durata,
a cui l'Alighieri accenna nell'esporre il
primo caso, è capace di fare e
fa realmente quella semplice riflessione,
che è necessaria per accorgersi del
tempo che passa; ma che all'opposto
pochissimi degli stessi uomini adulti, o
per nativa ottusità di mente, o per
difetto di conveniente educa- zione
intellettuale, o per impedimento posto dai
casi e negozi della vita, sono capaci
di fare le molte riflessioni e
complicate ed astruse, colle quali soltanto
è possibile di elevarsi fino a quel
fatto primo, in cui s'inizia la
potenza stessa del conoscere? Ma quello
che è difficile, sia pur difficile
quanto si vuole, non è impossibile; e
quello, che non è impossibile, o
prima o poi, o da un uomo o
da un altro si fa; e cosi si
va effettuando quella idea di progresso,
che, se per i singoli uomini ha
il valore di una legge mo- 100
rale, per tutta insieme l'umana
famiglia ha quel- lo d'una legge
ontologica, voglio dire d'infalli- bile
necessità. E a chi quest'idea, in sui
primi albori della civiltà moderna, più
che al nostro Poeta illuminò la mente
e die potenza a operare? Luoghi
del Poema di Dante CHIOSATI O
CITATI DAL PAGANINI.
Jnf. I, 30. y,
III, 35-39. « IV,
144. VII, 73-96. Pura. IV, 1-12.
XVII, 91-96, 127. XVIII, 46-66.
XXI, 28. XXIV, 49-54. XXV, 63.
Par. I, 103-126. Par.
II, 19, 107, 140. X, 82-139.
XIII, 58. XIV, 1-9, 29.
XXIII, 25-30. XXIV, 91-94. XXVIII,
54. XXIX, 49-51. XXXII, 2.
XXXIII, 115, 124. Autori 0
libri allegati nelle chiose. Agostino
(S.), pag. 26, 54, 64. Aristotile. 26, 27,
28, 33, 34, 35, 37, 38, 39,
40, 42, 43, 80, 81, 85.
Alessandro Afrodisiaco, 36, 41. Alessandro
d'Ales, 27. Apocalisse, 66. Atti degli
Apostoli, 6'i. Averroè, 31, 33, 35,
36, 38, 39, 41, 44, 81, 82.
Bartolo da Sassoferrato, 57. Bettinelli
Saverio, 93. Biagioli N. G., 14, 15.
Bonaventura (S.), 22. Bossuet, 63, 64.
fiuti (Da) Francesco, 13, 23, 34,
52, 53, 76. Oano Melchior, 36. Cesari
Antonio, 74. Condorcet (de) M. G., 60.
Conti Augusto, 73. Daniello Bernardino, 15,
16. Epicuro, 48. Esodo, 87. Evangeli,
60, 84. Fichte G. T., 61, 68.
Fracastoro Girolamo, 82. Giustino Martire,
84. Hegel Giorgio, 68, 69. Ippocrate,
84. Livio, 57. Lombardi Baldassarre, 15,
16, 74, Lucrezio, pag. 48,
Muratori Lodovico, 36. Cenerò, 93.
Orazio, 54. Ovidio, 54. Ozanam
A. F., 21. Pacuvio, 45. Paolo
(S.), 25, Petrarca, 36, 37,
Platone, 36, 48, 80. Renan
Ernesto, 38. Retorici ad Erennio, 45.
Rosmini Antonio, 42, 61, 90. Sartini
Vincenzo, 73. Scoto Michele, 38.
Schelling Peder. Gugliel- mo, 68.
Seneca, 54. Socrate, 80.
Tolomeo da Lucca, 3G. Tommaseo
Nicolò, 15. 17, 21, 24, 54, 55.
Tommaso d'Aquino (S.), 18, 20, 26,
35, 39, 40, 43, 49, 81, 83, 84,
85, 86, 88, 89, 90, 92. Varchi
Benedetto, 74. Venturi Pompeo, 15.
Vico Giambattista. 41, 55, 58, 59,
60, 61, 62, 63. Vigne (Delle)
Piero, 38. Virgilio, 54. Vives
Gian Lodovico, 36. INDICE Cablo
Pagano Paganini bicordato da un suo
di- scepolo Pag. 5 I. Di
un luogo del Purgatorio di Dante,
che non sembra essere stato
ancora dichiarato pie- namente „
13 II. Sopra un luogo della
Cantica del Paradiso . „ 23
III. JuAverroè della divina Commedia „
31 IV. Alcune osservazioni sulla
Fortuna di Dante. „ 45 V. Sopra
un luogo del canto XXIV del Paradiso.
„ 63 VI. Di un luogo filosofico
della divina Commedia. „ 73 Tavola
dei luoghi del Poema di Dante
chiosati o citati dal Paganini „ 101
Tavola degli Autori o libri allegati
nelle Chiose. „ ivi cf. Alessandro Paganini. Carlo
Pagano Paganini. Paganini. Keywords: Alighieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Paganini” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pagano: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale dell’eroe – filosofi agiustiziati – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Brienza). Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Uno dei
maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un precursor edel positivismo, oltre ad
essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. Personaggio
di spicco della Repubblica Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni
filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli". Nato da
una famiglia di notai, si trasfere a
Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui apprese anche gli insegnamenti
del greco. Frequenta i corsi universitari, conseguendo la laurea con il “Politicum
universae Romanorum nomothesiae examen” (Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo
di Toscana ed all'amico grecista Glinni di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il
cui insegnamento fu fondamentale per la sua formazione, e amico di Filangieri
con cui condivide l'iscrizione alla massoneria. Appartenne a “La Philantropia,”
loggia della quale e maestro venerabile. Inoltre, i proventi dell'attività di
avvocato criminale gli consenteno di acquistare un terreno all'Arenella, dove
costitue un cercchio, alla quale partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna
a Napoli, distinguendosi come avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato
(di cui diviene poi giudice) nella difesa dei congiurati della Società Patriottica
Napoletana Deo, Galiani e Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte.
Incarcerato in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato
condannato per corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne
liberato per mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove
e accolto positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio
Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo
indispensabile per vivere. Tra i suoi seguaci e allievi, il rivoluzionario Galdi. La libertà è la
facoltà di ogni uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli
piace, colla sola limitazione di non impedir ad’altro uomo di far lo stesso. Il
Giudice Speciale lo schernisce dopo avergli letto la sentenza di morte.
Ritratto di Giacomo Di Chirico. Lasciata Roma, si sposta per un breve periodo a
Milano e, dopo la fuga di Ferdinando IV a Palermo, fa ritorno a Napoli, divenendo
uno dei principali artefici della Repubblica, quando il generale Championnet lo nomina tra quelli che doveno presiedere
il governo provvisorio. La vita della repubblica e corta e molto
difficile. Manca l'appoggio del popolo, alcune province sono ancora estranee
all'occupazione francese e le disponibilità finanziarie sono sempre limitate a
causa delle sovvenzioni alle campagne napoleoniche. In questo breve lasso di
tempo, ha tuttavia modo di poter realizzare alcuni progetti. Importanti in
questo periodo sono le sue proposte sulla legge feudale, in cui si mantiene su
posizioni piuttosto moderate e il progetto di Costituzione. Essa per la prima
volta stabilisce la giurisdizione esclusiva dello stato napoletano sul diritto civile
e, tra le altre cose, prevede il de-centramento amministrativo. Prevede inoltre
l'istituzione dell'eforato, precursore della corte costituzionale. Il suo
progetto rimase tuttavia inapplicato a causa dell'imminente restaurazione monarchica.
Si distingue sostenendo altre leggi di capitale importanza come quella
sull'abolizione dei fedecommessi, sull'abolizione delle servitù feudali, del
testatico, della tortura. Con la caduta della repubblica, dopo aver imbracciato
le armi che difendeno strenuamente gl’ultimi fortilizi della città assediati
dalle truppe monarchiche, e arrestato e rinchiuso nella "fossa del
coccodrillo", la segreta più buia e malsana del Castel Nuovo. E in seguito
trasferito nel carcere della Vicaria e nel Castel Sant'Elmo. Giudicato con un
processo sbrigativo e approssimato, e condannato a morte per impiccagione. A
nulla e valso l'appello di clemenza da parte dei regnanti europei, tra cui lo
zar Paolo I, che scrive al re Ferdinando. Io ti ho mandato i miei battaglioni,
ma tu non ammazzare il fiore della cultura europea. Non ammazzare P,, il più
grande filosofo di oggi. E giustiziato in Piazza Mercato, assieme ad altri
repubblicani come Cirillo, Pigliacelli e Ciaia. Salendo sul patibolo, pronuncia la
seguente frase. Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma
l'Italia, o signori, si farà. Italia si fara. Italia, o signori, si fara. Proclami
e sanzioni della Repubblica napoletana, aggiuntovi il progetto di Costituzione,
Colletta. Esponente fra i più rilevanti dell'Illuminismo merita di essere preso
in esame dalla nostra prospettiva per la visione consegnata ai Saggi politici,
un'opera a carattere filosofico -- di ‘filosofia civile' per l'ispirazione
complessiva e il disegno di fondo in cui i diversi elementi della sua
multiforme natura sono orientati verso un unico obiettivo. E anche per la
filosofia politica, che emerge in tutta la sua peculiarità da un lavoro pur dai
caratteri tecnici obbligati come il Progetto di Costituzione della Repubblica
napoletana, da lui personalmente redatto. Saggi: “Burgentini”, “Oratio ad
comitem Alexium Orlow virum immortalem victrici moschorum classi in expeditione
in mediterraneum mare summo cum imperio praefectum”; “Gli Esuli tebani.
Tragedia” (Napoli); “Contro Sabato Totaro, reo dell'omicidio di Gensani in
grado di nullità aringo” (Napoli); “Il Gerbino tragedia” e “Agamennone: monodramma-lirico”
(Napoli, Raimondi); “Considerazioni sul processo criminale (Napoli, Raimondi);
“Ragionamento sulla libertà del commercio del pesce in Napoli. Diretto al Regio
Tribunale dell'Ammiragliato e Consolato di Mare” (Napoli); “Corradino: tragedia”
(Napoli, Raimondi); “De' saggi politici”(Napoli, aRaimondi); “L' Emilia: commedia”
(Napoli, Raimondi); “Saggi politici de' principii, progressi e decadenza della
società” (Napoli); “Discorso recitato nella Società di Agricoltura, Arti e
Commercio di Roma nella pubblica seduta del di 4 complementario anno 6° della
libertà, Roma, presso il cittadino V. Poggioli. “Considerazionisul processo criminale”
(Milano, Tosi e Nobile); “Principj del codice penale e logica de' probabili per
servire di teoria alle pruove nei giudizj criminali”; “principj del codice di
polizia” (Napoli, Raffaele). Le opere teatrali non furono mai rappresentate in pubblico. Le mette
in scena privatamente nella sua villa dell'Arenella. Sono caratterizzate da
temi prevalentemente sentimentali mascherando i temi civili che pur in esse sono
presenti, con funzione quindi pedagogica nei confronti del popolo.
Intitolazioni e dediche Statua di P. a Brienza. Al giurista lucano sono
state dedicate alcune opere letterarie come Catechismo repubblicano in sei
trattenimenti a forma di dialoghi di Astore e P., ovvero, della immortalità di ROVERE
Nella Corte d'Assise di Potenza fu collocato un busto marmoreo in suo onore,
opera di Antonio Busciolano. Gli venne dedicato il Convitto nazionale P. di
Campobasso, con regio decreto firmato da Vittorio Emanuele II. Alcune logge
massoniche furono intitolate a suo nome, come quella di Lecce e di Potenza.. Nel
Venne inaugurato un busto in marmo ai giardini del Pincio (Roma), realizzato da
Guastalla. Il suo personaggio apparve nel film Il resto di niente di Antonietta
De Lillo, interpretato da Mimmo Esposito. Elio Palombi, Pagano e la scienza
penalistica; Giannini, Tessitore, Comprensione storica e cultura, Guida; Gorini,
Ricordanze di trenta illustri italiani, Minerva, Perrone, La Loggia della
Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione. Con la
corrispondenza massonica e altri documenti, Palermo, Sellerio, A. Pace,
Annuario, Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo Kluwer Italia, Addio,
Le Costituzioni italiane: Colombo, Lazzari: una storia napoletana, Guida, Cilibrizzi,
I grandi Lucani nella storia della nuova Italia, Conte, Alessandro Luzio, La
massoneria e il Risorgimento italiano: saggio storico-critico, Volume 1, Forni,
Vittorio Prinzi, Tommaso Russo, La massoneria in Basilicata, Angeli, Carlo
Colletta, Proclami e sanzioni della repubblica napoletana, aggiuntovi il
progetto di Costituzione di P., Napoli, Stamperia dell'Iride, Dario Ippolito,
il pensiero giuspolitico di un illuminista, Torino, Giappichelli, Nico Perrone,
La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione,
Palermo, Sellerio, Venturi, Illuministi italiani, Riformatori napoletani,
Milano-Napoli, Ricciardi, Repubblica Napoletana Repubblicani napoletani
giustiziati Deo. Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Considerazioni
sul processo criminale, su trani-ius. Progetto di Costituzione della Repubblica
Napoletana, su repubblica napoletana. Principii del codice penale, su
trani-ius. Relazione al Convegno di Brienza su P., dsu trani-ius. Dell origine delle pene pecuniarie. De' progresivi avanzmenti
della sovranità per mezzo de’ giudizi. Del maggior estabilimento de' giudizi.
Pruove storiche. Preso de' Creci giudica della Socieeta. Del duello. Degl’altri
modi aduprati ne’ divinigiu dizj. Della Fortura. Prüove storiche. Coltura inquest
'ultimo periodo della barbarie. Dello sviluppo della macchina; e del
miglioramento del costume, dello Spirito, e delle 79 quanto elle conferial miglioramento
del costume ca, e della origine del commercio, di antichitd LINGUE de’ popoli.
De’ giudizj degli’aprichi Germani, e de' Scioglimento di una opposizione alleco
Se dette. De principi della giurisprudenza de'bar De divini giudizj. Nuova
explicaziure di un famoso puntu della legislazione di questi tempi, dello stato
delle proprietà , e dell'agri. Dell;origine dell'ospitalitita, e come, delle
arti e delle scienze di cotest'epur 78 barbari della mezza età della religione. de principi e progressi delle
società colte. L'estinzione della indipendenza privata , la liberta civile, la
moderazione del governo formano l'esenziale coltura delle nazioni. Dell'origine
della plebe, e de' suoi drit 'ti. Delle varie cagioni, dalle quali nascono gono
dalla varia modificazione della macchina. De'climi più vantaggiosi all'ingegno ed al
valore Ea lerge non frena la libertà, mala garantisce e la difende vi e polite.
i diversi governi , e primieramente delle interne. Della educazione.
Dell'esterne cagioni locali, che sul diverso governo hanno influenza, Del clima.
diversi. Del rapporto della società colle potenze straniere; della libertà, e delle
cagioni , che la tolgono; come la legge civile pofanuocere alla De'diversi elementi
della Citta. Della legge universale, e dell'ordine cosi fisico, come morale.
Come le forze, ed operazioni morali for. Come secondo i varj climi nascono
governi libertà, inducendo la servitù. Della liberta politica. Delle due proprietà
di ogni moderato, Del dritto scritto, delle leggie giu e regolar governo
risprudenza de' colti popoli, La moltiplicazione degli uomini è maggiore
negli stati guerrieri, che ne'commer. del gusto e delle belle arti, del
piacevole. Del rafinamento del gusto,de varj fonti del piacere. Delle leggi agrarie
dell'antiche republiche. Della galanteria de popoli colti. Della galanteria de barbaritempi.
Delle arti di lullo de’ populi politi, Dela monetate dele Finanze, dell'oggetto
delle belle arti, e del gusto, dell'ingegno creatore, delloSpirito, e costume delle
colte nazioni. Delle sorgenti del Genio. Quali governi fieno per loro natura
guerrieri, equali commercianti Quali cose forminu la bellezza nelle arti
imitative. L'unit. forma e la bontd , e la bellezza degl’elleri. Proprieta.
bliche, e della violentari partizione de poderi. Di due generi di stati
o'conquistatori, o commercianti, di unterzogenere distato nè. com , Divisione
delle belle arti. De' contrasti, opposizione, antitesi, Del dilicato, del
forte, del sublime, dela delle grazie , e dell'interesse sempre vivo, decadenza
delle belle arti delle nazioni, e della prima di elle , cive dello sfibramento
della macchina dell'uomo, e delle zioni dalla prima, e del novello stato selvaggio.
Generale prospetto della storia del regno. Del progresso e perfezione delle
belle arti. Dell'epoche progresive de'varii ramı delle belle arti. Del corso
delle belle arti IN ROMA, e nella moderna Italia, conseguenze morali; della corruzione
de' regolari governi, la quile rimena la barbarie. La grandezza ne' popoli colti
ne'barbari, la dilicatezza, e sublimitd è maggiore. Delle Scienze , e delle
arti delle nazioni corrotte. Divisone dal dispotismo; della decadenza delle anzioni;
delle universali cagioni della decadenza. Diversità della seconda barbarie
delle na; del corso delle nazioni di Europa. Dell 'inondazione de'barbari, e
delri Jorgimeuto dell'europea costura. Le note segnate colle pa Dello
ftata degl’uomini, che sovravissero alle vi. focievole. cende della natura .
liare . Del secondo stato della vita selvaggia. Dei varii doveri, e dritti
de'compagni, coloni, Del primo stato della vita selvaggia. Del terzo fato della
vita selvaggia, delle cagioni che strinfero la sociesà fami Del vero principio
motore degli uomini al vivere. Delle due specie de' bisognififci, emorali.
Della distinzione delle famiglie, dell'origine della nobiltà, dell'incremento delle
famiglie e dell'origine de famoli, e delle varie lor classi. fervi. Del quarto
stato della vita selvaggia. re Società .
Della domestica religione di ciascuna famiglia, Dell'origine dell'anzidetta
religion domestica; Si Ricapitulazione de'diversi stati della vita
selvago. Degli affidati, e de'vafalli della mezza età. ST Paragone tra compagnoni
de’ Germani , fooj de Greci, e i cavalieri erranti degli ultimi barba L'impero
domestico ficonrinnòneleprime barba, dell'antropofagia y o fia del pasto delle
carni u m d ri tempi. 64 gia. Della religione de'selvaggi, de'costumi
de'selvaggi, Del secondo periodo delle barbare nazioni. e di coloro, che ghi . ins 116 se de'pa V. blici militari consigli,
dello stabilimento del le città e del primo periodo delle barbariche società.
conviti . Chene'tempi degli Dei fi tennero iprimi pub, della teocrazia, dello
stato della religione del le prime società, dell'influenza della religione in
tutti gli affari de'barbari. la componevano.
Del primo passo dele selvagge famiglie nelcorso civile , ossia
dell'origine de vichi. Dell'origine de' tempj, é di'pubblici, ésacri Della
sovranità della concione, i20 СА. Dell idee degli antichi intorno
allamonar· Della forma della romana
repubblica nel secondo, del governo de primi greci, de'costumi, del genio di
questa età, e della tral de'costumi di questa età della fo Dell'arti. Saggio. Dell’origine
e stabilimento Dello stabilimento delle città e del primo period, Che ne'tempii
degli Dei si tennero i primi pubblicimilitariconsigli, della teocrazia, dello
stato della religione delle prime società Dell'influenza della religione in
tutti gli affari dei barbari componevano. Dell'idee degli antichi intorno alla
monarchia Della forma della romana repubblica nel secondo Del governo feudale
di tutte le barbare 'nazioni, della sovranità della concione e di coloro che la
Del governo de’ primi Greci. De 'giudizi nel secondo periodo della barbarie di
periodo della barbarie ROMA. De'costumi,del genio di questa età edellatrasmi.
Continuazione de costumi di questa età della so, Del progresso delle barbare
società : del terzo ed ultimo loro periodo. De’ progressivi avanzamenti della
sovranitàper mezzo bari tempi esercitato da're. De'principii della
giurisprudenza de'barbari. Del diritto della proprietà . grazione delle colonie
de barbari Il potere giudiziario non venne negli eroici e bar. de'giudizi .
cietà Delle arti e cognizioni di questa età. Del maggiore stabilimento del
giudiziario potere. Del duellil degli’altri modi adoprati ne'divini giudizi. Dello
stato della proprietà e dell'agricoltura in Dello sviluppo della macchina e del
miglioramento del costume, DELLO SPIRITO ROMANO E DELLA LINGUA ROMANA. dconferi
al miglioramento del costume de popoli . Dell' arti e delle scienze di
cotest'epoca, dell'ori quest'ultimo periodo della barbarie . gine del commercio
. De'divini giudizi Della legislazione di questi tempi . Dell'origine
dell'ospitalità, e come e quanto ella Della tortura Della religione o
dest civile, la moderazione del governo formano l'essenziale coltura delle
nazioni. Dell'origine della plebe e de'suoi diritti verni, e primieramente
delle interne. Delle varie cagioni dalle quali nascono idiversi go hanno
influenza. Come le forze ed operazioni morali sorgono dalla Della società colta
e polita. L'estinzione dell'indipendenza privata, la libertà De'diversi
elementi della citt. Della educazione. Dell'esterne cagioni locali che sul
diverso governo Del clima varia modificazione della macchina De'climi più
vantaggiosi all'ingegno ed al valore. Secondo i vari climi nascono governi
diversi. Della libertà e delle cagioni che la tolgono Della legge universale e
dell'ordine cosi fisico co Delle varie specie della legge , e della legge
civile . La legge non toglie la libertà, ma la garantisce. Vera idea della
libertà civile. Come la legge positiva possa nuocere alla libertà civile. Della
legge relativamente alla proprietà. Del rapporto della società colle potenzę
straniere me morale, Della libertà politica. Della giusta ripartizione delle possession.
Delle leggi agrarie dell'antiche repubbliche,edella forme degli stati cianti
commercianti Di un terzo genere di stato né commerciante ne varia ripartizione
de'poderi . Leggi ed usi distruttivi della proprietà Delle varie funzioni della
sovranità e delle varie. Di due generi di stati, o conquistatori o commer.
Quali governi sieno per lor natura guerrieri e quali. La moltiplicazione degli
uomini e maggiore negli stati guerrieri che ne commercianti conquistatore. Partizione
della legge civile, qualità delle leggi Della moneta e delle finanze
Dell'arti di lusso de'popoli politi zioni
Dello spirito e costume della nazione italiana. Della passione
dell'amore de'popoli colti. Della decadenza delle na. . Della corruzione delle
società . Stato delle cognizioni in una nazione corrotta. Costumi e carattere
delle nazioni corrotte. Della galanteria de'tempi cavallereschi . Cagioni
fisiche e morali della decadenza della sociela Divisione del dispotismo. Del
civile corso delle nazioni d'Europa Dell'inondazione de'barbari e del
risorgimento del Discorso sull'origine e natura della poesia. Del metodo che si
tiene nel presente discorso Dell'origine del verso e del canto. Le barbare nazioni tutte son di continuo in
una vio leuza di passioni, e perciò parlano cantando Origine ed analisi delle
prime lingue dei selvaggi e Diversità della seconda barbarie delle nazioni
dalla prima, e del novello stato selvaggio l'europea coltura barbari
Dėll'interna forma ed essenza poetica, è propria mente della facoltà pittoresca
de primi poeti , Della maniera di favellar per tropi , allegorie e caratteri
generici; ANALISI DI ALQUANTE VOCI LATINE le quali fu rono traportate dalle
prime sensibili nozioni a rap Della
personificazione delle qualità de'corpi nata dalle prime astrazioni della mente
umana. Per quali ragioni tutte le cose vennero animate Continuazione universale
Della qualità patetica dell'antica poesia e de'co Ricapitolamento di ciò che si è detto
presentarne dell'altre . La poesia è un genere d’istoria, ossia un'istoria. rica
dell'antica poesia. Dell'origine della scrittura. Dalle vive fantasie
de'selvaggi lori dello stile. Più distinta analisi della lingua allegorica e
gene. Dell'origine della pantomimica , del ballo e della Dell ll'origine delle
feste. Commedia , tragedia , satira , ditirambo furono in Conferma
dell'anzidetta verità musica principio una cosa sola . Saggio del Gusto e delle
belle arti Dell'oggetto delle belle arti e del gusto. Della nascita della
tragedia Della tragedia. Dell'origine delle varie specie di poesia Delle belle
arti. Divisione delle belle arti. Del piacevole e dell'interesse sempre vivo
Dell'ingegno creatore. Quali cose formino la bellezza nelle arti imitative. L'unità
forma e la bontà e la bellezza degl’esseri. Del raffinamento del gusto ed e vari
fonti de lpiacere. De'contrasti, opposizione, antitesi. Del dilicato, del
forte, del sublime e delle grazie. Delle sorgenti del genio. La grandezza e
sublimità ċ maggiore nei barbari; la dilicatezza ne'popoli colli
Decadenza delle belle arti. Del corso delle belle arti in Roma e nella
moderna Continuazione. Del maggior estabilimenta del giudiziari opotere.
mente De progres sivi avanzamenti del la Sovranità per wieszo delGiudizj.
De principj della giurisprudenza di barbari. Del Duello Degli altrimodi ad opratine' d'ùinigiudizj.
Della Tortura . Della legislazione di questi tempi. Dello stato della
proprietà, e dell agricoltura in; Dello sviluppo della macchina, & del
migliora; il potere giudiziario non venne negli eroici; e bara bari tempi
esercitata da re . quest'ultimo periodo della barbarie. De divini giudiz].mento
del costume, dello spirito, e dellelina gue. Dell'arti, e delle scienze
dicorest'epoca, dell origine del Commercio . L'estinzione della indipendenza
privatą, la liber: D e diversi elementi della città nità per Della Religione
Ultimo Dell'esternecagioni locali,che suldivariopovera Dell'originedellaplebe,ede'suoidritti.
7wotere. 20 94 iebare Delle variecagioni dalle quali nascono i diversi governi,
e primi eraniente dell"interne. Della educazione rà civile, la moderazione
del gover formand l'essenziale coltura delle nazioni; Dell
originedell'ospitalità, e come, e quanto ella confert al miglioramento del
costume de popoli . leforzeed operazioni morali sorgono dala Come modificazione
dellamacchina. la varia lore i ed al vas P. X. Secondo i varj climi nascono
governi diversi. Delle varie specie della legge, e della legge ci vile . La
leggenon togliela libertà, ma carentisce la vera idea della libertà civile .
Della libertà politica. Del clima . De
climipiùvantaggiosi all'ingegno, CA Come la legge positiva possa nuocere alla
libertà civile . Dellaleggeuniversale, edell'ordinecasi fisico, come morale,
Della legge relativamente alla proprietà. no hanno influenza: Del rapporto
della società colle potenze stranie. Della libertà, e delle cagioni, che la
tolgono, Quali governi sieno per lor natura guerrieri ,e quali commercianti , Della
passione dell'amore de popolicolti. Delle varie funzioni della sovranità , e
delle varie forme degli stati. Di due generi distari, o conquistatori, o coma
mercianti. Di un terzo genere di stato nel commerciante nd conquistatore . La
moltiplicazione degli uomini a maggiore negli stari guerrieri, che ne
commercianti. Partizione della legge civile , qualità delle Lego gi. Dellagiust:ripartizionedelepossessioni.
Dello leggiagrarie dell'antiche repubbliche, e del la varia ripartizione
de'poderi. Leggi , ed usi distruttivi della proprietà . Della moneta delle
Finanze. Dello spirito e costume delle colte nazioni. Della galanteria de tempi Cavalereschie. Dell
arti di lusso de'popoli politi, Costumi , e carattere delle nazioni corrotte .
Diversità della seconda barbarie delle nazioni dala laprima, è del novello stato
selvaggio , Del civile corso delle nazioni di Europa . Dell'inondazione de
barbari, e del risorgimento delloeuropea coltura seri e delle crisi, per mezzo
delle quali si Dell'estrinseche morali cagioni, che turbano il
naturaleedordinariocorsodelleNazioni pag. Della varia efficacia delle anzidette
cagioni orientale Delle varie fisiche catastrofi. Delle differenti epoche delle
varie fisiche cata Ragioni del Vico contra l'antichità e la Sapienza. Dell'antichissima
coltura degli Egizie de' Caldei» De 'Caldei. strofi della terra Della contesa
delle nazioni sulle loro antichità. Dellà successione di varie fisiche
vicende Del disperdimento degli uomini
per mezzo delle naturali catastrofi
Delle morali cagioni attribuite dagli uomini igno ranti a'fisici fenomeni
Delle diverse cagioni delle favoleDelle diverse affezioni degli uomini nel
tempo delle crisi Delle crisi di fuoco -- continuazione dell'analisi degli
effetti prodotti nello spirito dallo sconvolgimento del ce Della verosimiglianza
del proposto sistema. VIantichissime nazioni orientali. Del modo
come sviluppossi l'uomo dalla terra Dello stato primiero della terra e degli
uomini , e delle varie mutazioni sulla terra avvenute »Seconda età del mondo
Originė degli uomini secondo il sistema delle . Sviluppo dell'anzidetta
platonica dottrina sui due Della favola di Pandora. Dello spirito delle prime
gentili religioni periodidelmondo. Prima età del mondo » 140 9 142 ed origine
della secondo l'antichissima teologia Sviluppo dello spirito umano ,
·religione Dell'invenzione dell'arti,e degli usi giovevoli L'ordine
della successione delle varie catastrofi Dello stato de popoli occidentali dopo
1°Atlantica catastrofe Del diluvio di Ogige , e di Deucalione Delle morali
cagioni che diedero all'anzidetta favola l'origine,ed'altre favole eziandio
porto. Ricapitolazione Diunaparticolarecrisidell'Italia alla vita si ritrova
solo nella mitologia Dell'Atlantica catastrofe . che alla medesima catastrofe
hanno rapDello stato degli uomini, che sopravvissero'alle vicende Del terzo
stato della vita selvaggia . Delecagioni,chestrinserolasocietàfamigliare, Del
vero principio motore degli uomini al vivere socie Della distinzione delle
famiglie, o dell'origine della Pag. 5 della natura . yole .Del primo stato della vita selvaggia.
Del secondo stato della vita selvaggiaDelle due specie de' bisogni fisici , e
morali . nobiltà. Dell'incremento dele famiglie, e dell'origine
defa Dei varjdoveri, ediritti de’ compagni, coloni, eservi. Degli affidati, e
de vassalli della mezza età. Paragone tra'compagnoni de'Gerinani,socj de Greci,
eicavalierierranti degliultimi barbari tempi. Del quarto stato della vita
selvaggia . L'impero domestico si continuò nelle prime barbare Dell'anıropofagia, o sia delpasto delle carni
umane . Ricapitolazione de diversistatidellavitaselvaggia.moli , e delle varie
ior classi. Della religione de' selvaggi
. Della domestica religione di ciascuna famiglia .' Dell'origine dell'anzidenta
religion domestica. e ' . società . De
costumi de'selvaggi. Del primo passo delle selvagge famiglie nel corso civile,
ossia dell'origine de'vichi,ede'paghi. Dello stabilimento delle città , e del
primo periodo delle Del secondo periodo delle barbare nazioni Dell'origine de
tempj , e de'pubblici , e sacri con. viti. Chene tempjdegli Deisitenneroiprimi pubblicimi
Dello stato della religione delle prime società . Dell influenza della
religione in tutti gli affari de' baru Della sovranità della concione , o di
coloro , che la componevano. Del governo de primi Greci , litari
consigli. Della Teocrazia. bari barbariche società. 1ell'idee degli antichi
intorno alla monarchia; DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo periodo
della barbarie, Del governo feudale di tutte le barbare nazioni. Di costuini, del
genio di questa età, e della trasmi Continuazione de’ costumi di questa età della
società; Dell'arti, e cognizioni di questa età; del dritto della proprietd; Della sorgente de dritti in generale, e di
quello della proprieta; Del progresso della proprietd, e dell'ori De’ costumi, del
genio di questa età, e del Delle arri, e
cognizioni di questa; Del progresso delle barbare società, ossia del terzo;
DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo -- Parlando LIVIO (si veda) dell'elezione,
che dove a farsi del re per LA MORTE DI ROMOLO (si veda), adopra sì, fatta
espressione. Summa potestate populo perinissa. E soggiunge. Decreverunt enim
(Senatores), ut cum populus jussisset, id sic ratum esset si patres auctores
fierent. Quindi tu convocata la concione, e VENNE ELETTO NUMA (si veda). E
l'istesso autore dell' elezione di Tullo Ostilio dice: regem populus jussit, patres
auctores facti. I senatori fiebant auctures. Perchè tutte le cose prima eran
proposte nel SENATO, indi alla concione recate. Auctor è l'inventore, il
proponitore , il principio , ed origine della cosa .periodo della barbarie. Questi
furono i QUIRITI, cioè gl’armati di asta : avvegnachè, come gl’altri popoli
barbari uella concione, ne’ comizi on differente affatto dal regno eroico è il
governo de’ primi ROMANI. ll re ad un SENATO prese deva, e con senatori prende
le deliberazioni, le quali nella grand'assemblea del popolo ricevevano la sanzione
di legge. Il POTERE de' primi re di Roma è LIMITATO così -- come quello di tutti i riegnanti
de' tempi eroici. La sovrana dello stato era la concione, che compone sida que'
capi delle tribù e delle curie, i quali sono detti decuriones e tribuni, che, uniti,
votano per le di loro curie, e tribù, come ne'parlamenti nostri I baroni
rappresentano le di loro terre , e città. E serva, E tal antico costume VIRGILIO
(si veda) dipinge negl’eroici compagni d'ENEA (si veda). DVCTORES TEVCRIM PRIMI
ET DELECTA IVVENTVS CONSILIVM SVMMIS REGNI DE REBVS HABEBANT SCANT LONGIS
ADNIXI HASTIS ET SCULA TENENTES -- e poi per varj gradi , e dopo molto correr
di tempo alla libertà pervenne, e tardi assai acquista il diritto alla
magistratura. Prima ottenne di es Da più luoghi di Omero si ravvisa il costume
medesimo de’ greci. Ed è questo un generale costume di tutte le barbare genti
adoprato nelle generali assemblee. Perché i barbari, temendo ognora le sorprese
de’ nemici, stanno sempre in su l'armi, nè confidano la di loro sicurezza
personale, anche tra’ cittadini, alla legge, ma al di loro braccio soltanto, TACITO
de' Germani: ut turbae placuit, considunt armati. Tum ad negotia, nec minus
suepe ad convivia procedunt armari – LIVIO 1. De’ Galli dice, In his nova, terribilisque
species visa est, quod armati -- ila mos gentis -- in concilium venerunt, OVIDIO (si veda) ci
attesta l'istesso de' Sarmati, degl’Umbrici STOBEO (si veda) radunavansi que'
capi coll'ASTA alla mano, la quale portano per SIMBOLO del loro impero, non che
per la propria difesa. La plebe è tanto serva in ROMA quanto presso i germani, i
galli, i greci. La plebe non ha parte nella concione. Questo argomento è dal nostro
gran VICO (si veda) ampiamente trattato. VICO sviluppa l'intero sistema del governo
romano, e dispiegando il corso della storia di quel popolo dimostra che per
gran tempo in Roma la plebe è dell'intutto ser affrancata, poi consegui il
bonitario dominio, cioè l'utile, e dipendente dal diretto, che i nobili possedeno.
Quindi fa acquisto del perfetto e compiuto dominio, detto QUIRITARIO, perchè è pria
de' soli quiriti, ossia de’ PATRIZJ e NOBILI ROMANI; e finalmente ha voto
nell'assemblea, e partecipe divenne della REPUBBLICA, CHE DA RIGIDA
ARISTOCRAZIA IN POPOLARE ALLA FIN SI CANGIA. Come nel prin [Populus de’ Latini
valse da principio , quanto “laos” de' Greci, che significa una tribù, una
popolazione. Quindecim liberi homines populus est. Apuleius in Apol. E GIULIO
CESARE dice nel de bello Gall. si quisant privatus, aut populus eorum decreto
non stetit. Ove dinota “populus”, popolazione, tribù. Ma se “populus” da
principio dinota una speciale popolazione, e tribù, nel progresso si prende tal
voce per la radunanza di tutte le tribù, che componeno la città. Ma venneno
rappresentate queste tribù da’ capi detti tribuni, nome che resta per dinotare
militari magistrati, come tribuni milia Eum. Ma prima significa anche i civili,
cio è i giudici, onde “tribunal” si dice il luogo ove amministravasi giustizia.
I Latini filosofi, che vennero in tempo, che ogni orma dell' antico stato e si
perdut , ed e si colle cose cambiato il vampulus trasse il nome da “populus”
pioppo . Perocchè questa popolazione radunasi sotto di un pioppo quando di
comune interesse trattasi, secondochè in alcune terre del regno ancor oggi si
usa, quando parlamentasi. E tal costume di radunare sotto degl’alberi il popolo
è ben antico, e secondo la semplicità delle prime genti. Ateneo scrive che
sotto di un platano i primi re della Persia davan udienza a' litiganti, e
decidevano le liti. E per avventura pocinio la plebe puo avere il diritto di
suffragio ne’ comizj, non avendo proprietà nè reale, nè personale. Tale è il corso
che fa la romana repubblica, come quel valentuomo dimostra, non dissimile da
quelle dell'altre barbare nazioni. Egli è però vero che un'intempestiva
tirannide turbo per poco il corso regolare di quella città. I re presero in
Roma sin dall'albore de’ suoi giorni vantaggio “grandissimo su gl’altri prenci,
e capi. Il popolo romano e più tosto un esercito, e la città un campo, e un
militare alloggiamento, quella feroce, e marziale gente e sempre in guerra, e, come
il lupo, verace emblema del suo genio nativo nutrivasi di sangue e distruzione.
Or se come ben anche Aristotile osserva parlando degl’eroici regni, era nella
guerra maggiore il poter del re presso tutte le barbare nazioni, meraviglianonè,
se il capitan dell'armi, il duce della guerra, il usurpato una straordinaria
potenza in Roma. Il potere esecutivo sempre ne’ empi di guerra, come il mare
nelle tempeste diffondesi sulla terra, guada gpa sul poter legislativo. Ma i re
di Roma sforniti di straniera milizia in vanu tentarono ritenere colla re
lor delle parole, ricevendo la tradizione, che il popolo ne' cominciamenti di
quella repubblica nell'assemblea radunato dispone della pubbliche cose, s'ingannarono
credendo che la plebe ben anche quivi votasse. Nella Scienza Nuova avesse forza
quel potere, che avean acquistato coll’autorità. Vennero discacciati da quella
repubblica, ed ella ben tosto ri-entra nel suo ordinario cammino. De’ giudizj
nel secondo periodo della barbarie di Roma. Le due ispezioni della publica asemblea
sono in Roma in questa epoca della barbarie la guerra esterna e la persecuzione
de’ ribelli cittadini. Ma le cose private, la personal difesa, la particolar
vendetta venne per anche ai privati affidata. L'impero domestico conserva il suo
vigore. I feroci padri di famiglia non cedeno ancora la di loro sovrana e regia
autorità, se non per quella parte che rimira la pubblica difesa, onde venne composto
l'unico sociale legame. Ma rimane intatta, ed illesa la di loro sovranità
riguardo alle loro famiglie, e alla privata difesa ed offesa. Viveno ancora
nello stato di privata guerra. Il ferro decide delle loro contese, e col
privato braccio prenden rendetta delle private offese. Il popolo dunque, che
radunasi in Roma in quest'età nell'assemblea, è quella popolazione, o truppa de’ servi, clienti,
e compagni guidata dal suo capo, e il voto suo è quello del suo signore che dove
sostenere, e difendere, ubbidire, e seguir nella guerra, da cui non forma persona
diversa secondo le cose già dimostrate. Niun'altra nazione ci conserva
monumenti più chiari dello stato della privata e civile guerra del popolo romano.
Il processo romano è la storia del duello, per mezzo di cui terminano que'
barbari abitatori dell'Aventino le loro contese, tutti gl’atti, e le formole di
tal processo altro non che i legittimi atti di pace sostituiti a que' primi
violenti modi. Quando la concione, ossia il governo, comincia a mischiarsi
nelle private contese, a poco a poco il duello abole, e cangia il modo d i
contrastare, rilasciando in tutto l'apparenza medesima, le formole, e gl’atti stessi:
la guerra armata in LEGALE COMBATTIMENTO è tramutata. Secondo che altrovesi è deito,
i riti, e le formole sono la storia dell'antichissima età delle nazioni. Ciocchè
l'acutissimo VICO (si veda) al proposito di alcune formole dell'antico processo
romano osserva. Sono. Ma il processo civile ci conserva le formole
dell'antica barbarie, e non già il criminale. Il civile nasce ne'tempi alla
barbarie più vicini. Più tardi ha l'origine
il giudizio criminale. I barbari soggettano prima i loro averi all'arbitrio
altrui che le proprie persone. L'ultima cui si rinunzia da costoro è la vendetta
personale. Meno si sacrifica della naturale indipendenza, rimettendo nelle mani
di un terzo i diritti della proprietà che quelli della persona. Quindi i
pubblici giudizii essendo sorti nel tempo della coltura, non serban gran vestigii
dello stato primiero. Francesco Mario Pagano. Mario Pagano. Pagano. Keywords:
eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo, Numa,
Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima
repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pagano” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Paggi: la ragione
conversazionale e l’implicature conversazionali degl’ebrei -- ffilosofia ebrea
– “Ebrei d’Italia” – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Grice: “C.
of E. folks are all over the place – but how many of them actually KNOW
Hebrew!?”” -- essential Italian philosopher. Filosofo. Insegna
a Lasinio, Tortoli e a Ricci. Svolge per diversi anni l'attività di mercante
nella sua città natale. Abbandona il commercio ed aprì un istituto. Insegnante
ed educatore nello stesso istituto, sviluppando un metodo logico, facile ed
ameno insieme. La Comunione israelita lo volle a Firenze, dove Paggi si trasfere
con la moglie e i cinque figli. Insegna nelle Pie Scuole fiorentine, mentre i
figli Alessandro e Felice avviarono una casa editrice. Tra i testi pubblicati
vi furono anche le opere del padre, apparse nella collana «Biblioteca Scolastica».
Scrive inoltre una grammatica e un lessico ebraici per i suoi figli. Per opera
della moglie sorse a Firenze un istituto. “Ebrei d'Italia” (Livorno, Tirrena);
“Una libreria fiorentina del Risorgimento” (Firenze, Ciulli). Mordecai Paggi.
Paggi. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paggi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Pagliaro: la ragione
conversazionale e l’implicature conversazionali dei siculi – filosofia
siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mistretta).
Filosofo italiano. Essential Italian
philosopher. Linceo. Fu uno dei fondatori della scuola di romana. Fra i padri
della semiologia, ha introdotto gli studi sul pensiero linguistico. Dopo
il diploma al Regio Ginnasio di Mistretta, si iscrisse al corso di laurea a Palermo,
dove ebbe, tra gli altri, come docenti Nazari, Pitrè, Gentile e Guastella. Si
trasfere poi a Firenze dove subì l'influenza di Vitelli, Antoni e Pistelli. Partecipa
volontario come sottotenente del Corpo degli arditi, e fu insignito della
medaglia d'argento al valor militare. Si iscrisse all'Associazione Nazionalista
Italiana e prese parte all'Impresa di
Fiume al seguito di Annunzio. Si laureò discutendo con Parodi e Pasquali la tesi Il digamma in Omero. Trascorse
un periodo di studio in Germania, seguendo corsi di linguistica latina di
Meister. Seguì i corsi di Kretschmer a Vienna. Ritornato in Italia, conseguì la
libera docenza in indoeuropeistica, quindi fu chiamato da Ceci ad insegnare,
per incarico, storia comparata delle lingue romanzi a Roma. Vinto un concorso a
cattedre, divenne ordinario di glottologia, nuova disciplina che ereditava il
corso di Storia comparata delle lingue romanzi. Insegnò anche "Storia e
dottrina del fascismo" e
"Mistica fascista.” Aderì al Partito nazionale fascista e ne fu uno degli
intellettuali di spicco, presiedendo anche alcune edizioni dei Littoriali della
cultura, che ogni anno raccoglievano i migliori universitari italiani. Fu primo
capo redattore dell'Enciclopedia Italiana, dove curò numerose voci, fin quando
non entrò in contrasto con il conterraneo Gentile, che dirigeva l'opera. Non
figura tra gli accademici d'Italia, ma fu eletto al Consiglio superiore
dell'educazione, dove rimase fino allo scioglimento. Fu voluto da
Mussolini alla guida del “Dizionario di politica” dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, una ponderosa opera che raccolse le migliori
intelligenze del fascismo, ma anche qualche intellettuale "eretico".
Il suo nome compare tra i 360 docenti universitari che aderirono al Manifesto
della razza, premessa alle successive leggi razziali fasciste, anche Mauro
scrive che egli dissentì dalla politica razziale del fascismo. Con la caduta
del Regime fascista, è sospeso ndall'insegnamento. Reintegrato nella cattedra,
insegna Filosofia del linguaggio a Roma. Presidente della sezione
"Archeologia, Filologia, Glottologia" della Società Italiana per il
Progresso delle Scienze. Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica
Istruzione e prima socio corrispondente poi, socio nazionale dell'Accademia
Nazionale dei Lincei. Fu anche direttore editoriale, per la Fabbri, della
Enciclopedia di Scienze e Arti. Fu rieletto, con larghissimi consensi, al
Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Nel comitato scientifico
dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Promotore e direttore
della rivista Ricerche linguistiche e presiedette la sezione filologica del
Centro di studi filologici e linguistici siciliani. Candidato alla Camera per
il Partito Monarchico Popolare nella circoscrizione Sicilia orientale e al Senato nel collegio Roma ma non e eletto.
La Rai trasse un sorprendente sceneggiato per la televisione da un suo testo
che dava una nuova interpretazione della vicenda di Alessandro Magno. Membro
della giuria del premio Marzotto. Lascia anticipatamente l'insegnamento
universitario. Palermo e la città di Mistretta hanno istituito, in sua memoria,
il “P.”. Esplora soprattutto l'antico e medio persiano, la lingua della
Grecia classica, quindi il LATINO classico e medievale, nonché l'italiano dei
tempi di ALIGHIERI cui ha dedicato varie opere e della scuola siciliana. Come
critico letterario e glottologo, diede nuove, originali interpretazioni di VICO,
ANNUNZIO e PIRANDELLO. In ambito linguistico, già nel suo Sommario di
linguistica ario-europea, che comprendeva oltre le lezioni dei suoi corsi
universitari anche innovative linee di ricerca e nuove idee, delinea una nuova
prospettiva di approccio e di indagine delle varie questioni linguistiche la
quale viene condotta parallelamente ad un confronto storico-critico con
l'evoluzione del pensiero filosofico dalla grecità alla filosofia classica
tedesca. Al contempo, P. abbozza in esso prime idee sulla NATURA DEL LINGUAGGIO
INTESO fondamentalmente come TECNICA ESPRESSIVA, allontanandosi così
dall'idealismo crociano per avvicinarsi piuttosto al positivismo, ed
analizzando in modo approfondito, ma al contempo trasversalmente alle varie
discipline, la natura e la struttura dell'atto linguistico fra due inter-locutori
basandosi sia sull'indagine semantica -- mediante un metodo che egli chiama
"critica semantica" -- che sull'interpretazione storico-critica, fino
a considerare il linguaggio come una forma di inter-azione semiotica
condizionata storicamente da una tecnica funzionale, la lingua. Nel simbolismo
linguistico -- soprattutto fonetico -- poi, afferma P. ne” Il segno vivente”
riecheggiano non solo l'individualità ed il vissuto dell'inte-rlocutore ma
anche la storia dell'intera umanità a cui egli appartiene come soggetto
storico. In estrema sintesi, si può dire che la sua teoria linguistica è
una posizione unificata tra lo strutturalismo saussuriano e l'idealismo
hegeliano. Altri saggi: “Epica e romanzo, Sansoni, Firenze; Sommario di linguistica
ARIA, Bardi, Roma; “Il fascismo: commento alla dottrina” Bardi, Roma; “La
lingua dei Siculi, Ariani, Firenze, Il comune dei fasci, Monnier, Firenze, La
scuola fascista” (Mondadori, Milano); “Dizionario di Politica,” Istituto
dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma); “Insegne e miti della nazione
italiana, la nazione romana: teoria dei valori politici – la romanita e la
razza romana, Ciuni, Palermo; Il fascismo nel solco della storia” (Libro, Roma;
Le Iscrizioni Pahlaviche della Sinagoga di Dura-Europo” (R. Accademia d'Italia,
Roma; Storia e Dottrina del fascismo” (Pioda, Roma); “Teoria dei valori
politici” (Ciuni, Palermo; Logica e grammatica” (Bardi, Roma); “Il canto V
dell'"Inferno" d’Alighieri” (Signorelli, Milano); “Il segno vivente”
(ERI, Torino); “La critica semantica” (Anna, Firenze); “Il contrasto di Cielo
d'Alcamo e poesia popolare” (Mori, Palermo); “Linguistica della
"parola"”(Anna, Firenze); “I
primordi della lirica popolare in Sicilia” (Sansoni, Firenze); “La Barunissa di
Carini: stile e struttura” (Sansoni, Firenze); “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO (Ateneo,
Roma); “La parola e l'immagine” (Scientifiche, Napoli); “Poesia giullaresca e
poesia popolare” (Laterza, Bari); “La dottrina linguistica di VICO” (Lincei, Roma);
“Il Canto XIX dell'Inferno” (Monnier, Firenze); “Linee di storia linguistica
dell'Europa” (Ateneo, Roma); “L'unità ario-europea: corso di Glottologia,” Ateneo,
Roma, Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia, Anna, Firenze, “Forma e Tradizione,”
Flaccovio, Palermo, “La forma linguistica,” Rizzoli, Milano, Vocabolario
etimologico siciliano, Pubblicazioni del Centro di studi filologici e linguistici
siciliani, Palermo, Storia della linguistica, Novecento, Palermo. Commento
all'Inferno di Dante. Canti I-XXVI, Herder, Roma); Romanzi Ceneri sull'olimpo,
Sansoni, Firenze, Alessandro Magno, ERI, Torino, Ironia e verità, Rizzoli,
Milano (raccolta di elzeviri). Sottotenente di complemento, 32º reggimento di
fanteria Aiutante maggiore in 2a in un battaglione di riserva, vista ripiegare
una nostra colonna d'attacco, riordinava i ripiegandi e li guidava al
contrattacco, respingeva il nemico che già aveva occupato un tratto della
nostra linea. In un successivo attacco, sotto un intenso bombardamento e il
fuoco di mitragliatrici avversarie, dava mirabile esempio di coraggio e di
fermezza indirizzando intelligentemente i rinforzi nei punti più minacciati e
facilitando così la conquista di ben munite e contrastate posizioni. Monte
Asolone. Cfr. M. Palo, S. Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana: da
Pagliaro a Mauro, Carocci, Roma,. La
scuola linguistica romana. Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto,
Unicopli, Milano, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Cfr.
Gabriele Turi, Sorvegliare e premiare. L'Accademia d’Italia, Viella, Roma, Cfr. Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli,
Milano, Cit. Cfr. Riunioni, Cfr.
Riunioni Accademia Nazionale dei Lincei
Centro di studi filologici e linguistici siciliani » La storia, su csfls.
Cfr. Mininterno Camera Mininterno Senato
//opar.unior//1/Filologia_dantesca_di_P. .pdf
Cfr. D. Cesare, "Premessa", Lumina. Rivista di Linguistica
Storica e di Letteratura Comparata, Cfr.
pure E. Salvaneschi, "Su Attila Fáj, maestro di «molti paragoni»",
Campi immaginabili. Rivista semestrale di cultura, Cfr. Tullio De Mauro,
Prima lezione sul linguaggio, Editori Laterza, Roma-Bari, Tullio De Mauro, La
fede del diavolo Istituto Nastro
Azzurro Studia classica et orientalia. Oblate,
Casa Editrice Herder, Roma, Münster, M. Palo, Stefano Gensini, Saussure e la
scuola linguistica romana. Da Pagliaro a Mauro, Carocci Editore, Roma, Vallone,
"La „Lectura Dantis” di Antonino Pagliaro", in Deutsches
Dante-Jahrbuch, Edited by Christine Ott, Walter Belardi: studi latini e romanzi
in memoria di Antonino Pagliaro, Pubblicazioni del Dipartimento di Studi
glottoantropoligici dell'Roma La Sapienza, Roma, Aldo Vallone, Enciclopedia
Dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma, M. Durante, T.
De Mauro, B. Marzullo, Pubblicazioni dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti
di Palermo, Palermo, Bonfante, Antonino Pagliaro, Pubblicazioni dell'Accademia
Nazionale dei Lincei, Roma, Belardi, Pagliaro nel pensiero critico del
Novecento, Calamo, Roma, D. Di Cesare, Storia della filosofia del linguaggio,
Carocci, Roma, Mauro, Formigari (Eds.), Italian Studies in Linguistic
Historiography. Proceedings of the International Conference in Honour of Pagliaro.
Rome, Nodus Publikationen, Münster, Pedio, La cultura del totalitarismo
imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista,
prefazione di Lyttelton, Unicopli, Milano, Tarquini, Gentile dei fascisti:
gentiliani e anti-gentiliani nel regime fascista, Mulino, Bologna, Battistini,
Gli studi vichiani di P., Guida, Napoli,
Mauro, Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Enciclopedia Italiana Dizionario di Politica Linguistica
Semiologia Filologia Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere d La Scuola linguistica romana, su rmcisadu.let.uniroma.
GRICE E PAGLIARO: IMPLICATVRA ARIA LINGUA E RAZZA Schlòzer da
per primo il nome di «semitico » al vasto dominio linguistico che ha il
suo centro originario fra la Mesopotamia e il Mediterraneo, le montagne
dell’Armenia e le coste meridionali dell'Arabia, e che per successive
migrazioni e conquiste si è allargato su una notevole parte del
continente africano. Tale denominazione si richiama alla tavola dei popoli
tramandata nella “Genesi” nella quale si
distinguono i popoli discendenti da Sem, primogenito di Noè, dai popoli
discendenti dagl’altri due fratelli, Cam ed Iafet. La parentela linguistica fra
l'arabo e l'ebraico, le due lingue più vitali del gruppo, e già stata
notata dai grammatici ebrei ma la precisa nozione di unità semitica,
concordante con quella che se ne ha nel mondo ebraico all’epoca in cui e
redatta la Genesi è ben più recente e, nella sua formulazione scientifica, è un
riflesso della precisa nozione di unità ario-europea costituitasi nel nostro
tempo. Oggi il gruppo semitico si suole distinguere in semitico orientale
che comprende il babilonese e l’assiro, e in semitico occidentale.
Quest'ultimo si distingue a sua volta in semitico nord-occidentale -- che
comprende il gruppo aramaico, di cui la più importante manifestazione è
il siriaco, e il gruppo cananco, a cui appartiene l'ebraico --, e in semitico
sud-occidentale, di cui fanno parte l'arabo settentrionale e meridionale
e l’etiopico. Ad indicare la vasta unità linguistica comprendente quasi
tutta l'Europa e buona parte del continente asiatico, scientificamente
accertata per primo da Bopp in uno studio comparativo sulla coniugazione,
appare per la prima volta nell'Asia polyglotta di Klaproth il termine ‘indo-germanico.’
Tale termine, divenuto usuale, intende riunire i due punti estremi del
dominio linguistico considerato e si è affermato in tedesco, nonostante che le
più vaste conoscenze posteriori pongano come estrema zona ad Occidente
quella del celtico e ad Oriente il tocario. Fra tutte le denominazioni
altrove usate, e cioè “indo-europeo”, “ario-europeo”, ed “ario”, questa
ultima è forse la più propria, poichè, se non nome unitario di popolo, è
certo una denominazione che parecchi popoli del gruppo usano darsi nei
confronti degl’altri popoli. Purtroppo, in linguistica l'uso di «ario» in
senso così vasto può ingenerare confusione, essendo esso abitualmente
riservato al gruppo indoiranico. Noi tuttavia l’accogliamo come il meno
impro- prio e anche per avere una terminologia uniforme con altre
discipline, ' come la paletnologia e l'antropologia che l’usano già
stabilmente nell'accezione più vasta. L'unità linguistica aria comprende
oggi i seguenti gruppi storicamente accertati: in Asia l’indiano, l’iranico,
il tocarico, l’hittito, l’armeno, il traco-frigio; in Europa l'illirico,
il greco, lo slavo, l’italico, il baltico, il germanico e il celtico. In
Asia delle lingue arie sopravvivono soltanto l’indiano, l’iranico e
l’armeno; in Europa tutte le lingue oggi parlate sono di derivazione
aria, fatta eccezione dell’ungherese, del finnico, dell’estone e del
basco. Nessuna scienza storica opera con metodo così sicuro come la
linguistica, la quale dispone di un materiale di osservazione vastis-
simo, sia attuale sia documentato nel tempo. L'unità linguistica aria e
quella semitica sono verità acquisite, assolutamente incontroverti- bili,
anche se le lingue che ad esse partecipano siano ormai profon-
594 damente differenziate. Compito della linguistica storica è per
l’appunto, una volta riconosciuta l’unità genetica originaria, di seguire
nel quadro di essa le modalità e, vorremmo dire, le leggi degli svi-
luppi e delle differenziazioni, che hanno determinato la fisionomia delle
singole lingue come noi oggi le conosciamo; compito a volte arduo, specie
quando dalla ricognizione dei fatti si voglia risalire alle loro cause,
cioè ai momenti umani che danno origine all'innovazione; ma tuttavia
ricco di risultati grandissimi, i quali dal campo della glottologia si
estendono a tutte le altre discipline, che studiano l’u- manità nelle
manifestazioni concrete della sua storia. Il linguaggio è una delle forme
più importanti, anzi la più importante, in cui l'u- manità realizza se
stessa come realtà spirituale, e perciò le lingue costituiscono gli
archivi, in cui si traducono con incomparabile ricchezza e fedeltà gli eventi,
le esperienze, le creazioni dei popoli at- traverso i secoli ed i
millenni. Le nozioni di razza aria e di razza semitica, come
nozioni scientifiche, sono certamente posteriori alle nozioni dell'unità
linguistica rispettiva. Per quanto si riferisce agli Ari,
prima della scoperta della loro unità linguistica non si ebbe nemmeno la
nozione empirica di una parentela etnica fra i popoli che la compongono.
L'affinità etnica è grossolanamente intuita presso i Greci, soltanto in
base alla comu- nione linguistica per cui «barbari», probabilmente «
balbuzienti », sono coloro che parlano un’altra lingua. I ROMANI, che
pure ebbero così vivo il senso della loro stirpe, non ebbero mai la
percezione che quei Galli, Germani e Parti, contro i quali strenuamente
combatte- rono, discendevano dallo stesso loro ceppo. L'autorità della
tradizione biblica con la babelica confusione delle lingue tolse poi del
tutto la possibilità di pensare ad un legame linguistico fra popoli
diversi e ad un legame etnico che non fosse quello indicato nella
Genesi. Tanta fu l'autorità delle Sacre Scritture, anche nel campo degli
inte- ressi linguistici, che, se tentativi si ebbero per ricercare la
derivazione di questa o quella lingua, furono sempre diretti a stabilire
la priorità e la paternità dell’ebraico, come avvenne nel corso del
Seicento e del Settecento; tentativi di nessun valore, al pari degli altri
diretti alla creazione di una « grammatica razionale », che valesse per
le lingue di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Anche presso
i popoli semitici, se se ne toglie il peso che la tradi- zione religiosa
contenuta nella Bibbia potè avere nel mondo giudaico, mancò il senso di
una propria reciproca parentela, mentre fu quanto mai vigoroso proprio
presso gli Ebrei il senso della propria indivi- duazione come popolo,
legato alla coscienza di popolo eletto. La scoperta e la fissazione
in termini scientifici di unità lingui- stiche originarie come quella
aria e quella semitica, a cui seguirono scoperte abbastanza numerose di
altri gruppi linguistici, aprirono la via al problema se a tali unità
linguistiche rispondessero unità etniche più o meno nettamente definite.
In un primo tempo, com'è noto, ad opera del De Gobineau, del Chamberlain
e di altri, si assunse senza discussione l'identità fra unità linguistica
ed unità etnica, fra lingua e razza, e si procedette alla ricerca delle
caratteristiche differenziali fisiche e psicologiche, che potessero ancor
meglio individuare sul piano razziale i diversi gruppi linguistici. Tale
procedimento, ispirato in genere a criterio polemico, è stato condannato
come dilettantesco e prescientifico tanto dai linguisti, quanto dagli
antropologi, asse- rendo gli uni e gli altri che la lingua è patrimonio
facilmente tra- smissibile da individuo ad individuo, da gruppo a gruppo
e non può essere quindi assunta a caratteristica etnica preminente ed
esclusiva. A rinsaldare questa convinzione, contribuirono tentativi, come
quello fatto da Federico Miiller, di far coincidere una classificazione
delle lingue con una classificazione antropologica, destinati
all’insuccesso, anzitutto per l'incertezza delle classificazioni
antropologiche, poi per l'intervento del fattore storico che fa talvolta
assumere da individui 596 e da gruppi lingue di
popoli etnicamente diversi. A questo riguardo, si suole richiamare il
classico esempio dei Bulgari, che dal punto di vista etnico sono genti
turaniche e dal punto di vista linguistico sono slavi, cioè ari.
D'altra parte, questo negare l’esistenza di ogni rapporto fra razza
e lingua con l’attribuire valore discriminante nella classificazione delle
razze ai soli caratteri strettamente biologici, non soltanto è contrario
alle nostre reali esperienze, ma verrebbe a togliere ogni valore a quelle
distinzioni ormai acquisite come fra razza aria e razza semi- tica, le
quali, come si è visto sopra, hanno come precedente storico e come
fondamento il riconoscimento della rispettiva individualità lin-
guistica. Dato ciò, sembra qui opportuno chiarire in quale misura
sia possibile fare valere il criterio linguistico nella
discriminazione delle razze. Esiste certamente una
differenza sostanziale e profonda fra la linguistica e l'antropologia,
sia nell'oggetto sia nel metodo, che ne rende difficile e poco proficua
la collaborazione. La linguistica è di- sciplina essenzialmente storica,
tanto che le sue classificazioni hanno vero valore solo se abbiano
fondamento genetico. Ciò si vede soprat- tutto nel campo della
linguistica aria, che fra tutte le discipline lin- guistiche è certamente
la più progredita. Qui dalla comparazione fra le lingue storiche si
riesce a postulare con sufficiente sicurezza la struttura originaria
della lingua comune da cui esse discendono; si riesce a fissarne i
caratteri propriamente genetici, liberandoli dalle modificazioni
successive determinate--da molteplici cause, fra cui principalissimi j
contatti e le mistioni con popoli di altra lingua. Così noi sappiamo con
relativa sicurezza qual’erano la struttura fonetica e morfologica e il
patrimonio lessicale dell’ario dell’epoca comune, all’incirca come potremmo
ricostruire dalle lingue romanze LA LINGUA LATINA, se non l’avessimo
documentata. E’ una ricostruzione che ha quasi una realtà matematica,
fondata com'è su norme di sviluppo fonetico che, se non sono leggi
ineccepibili, come si credeva alcuni decenni or sono, hanno tuttavia una vastità
e regolarità di applicazione che non ha riscontri in altri campi delle
creazioni umane. L'antropologia, invece, per insufficienza e
discontinuità del ma- teriale d'osservazione, è costretta a gravitare sul
presente cercando di classificare le razze umane in base ai caratteri
morfologici attuali, e solo eccezionalmente qualche importante trovamento
apre ad essa la possibilità di rintracciare precedenti sporadici,
generalmente assai di- stanti, di questo o quel tipo umano. Il materiale
antico rinvenuto è così scarso e frammentario che le conclusioni che se
ne possono trarre sono molto tenui e malsicure. Così avviene che, mentre
del- l’unità aria dal punto di vista linguistico noi abbiamo una sicura
no- zione, poichè la comparazione ci consente di risalire oltre i
confini della storia, della struttura somatica degli Ari nulla di sicuro
sap- piamo, poichè nell’osservazione delle caratteristiche somatiche
degli Ari attuali l'antropologia non è ancora in grado di distinguere
i caratteri geneticamente originari da quelli acquisiti in seguito a
me- scolanza. Oggi non si è davvero:in grado di dire se gli Ari
fossero, ad esempio, dolicocefali e biondi o mesocefali e castani, a
capelli lisci o a capelli ondulati. La ragione di ciò è dovuta al fatto
che non esiste un’antropologia genetica, la quale consenta di chiarire,
dato un tipo capostipite, quali siano i caratteri, permanenti nel corso
delle ge- nerazioni e quali quelli che si mutano o si acquisiscono. Teorica-
mente, nel confronto fra i vari tipi di probabile discendenza aria
dovrebbero potere risultare i caratteri specifici da attribuire ad un
Ario astratto della preistoria; praticamente ciò non è possibile per la
insufficiente conoscenza che si ba, delle modalità con cui si traman-
dano i caratteri biologici, sia ifisici, sia psichici. Avviene
così, ad esempio, ghe: l'Europa, mentre è fondamental- mente unitaria dal
punto di vista linguistico, da quello antropologico annovera numerose razze,
la mediterranea, l’alpina, la dinarica, la nordica, nè le differenze, che
caratterizzano tali razze, combaciano con le differenze che
caratterizzano i vari gruppi linguistici determi- natisi in seno
all’originaria unità. Nonostante questa mancata concordanza di dati
fra la linguistica e l'antropologia, le due discipline maggiormente
impegnate nella definizione delle razze umane, è certo che razze esistono
con carat- teri ben precisi e differenziati e che, nella pratica, anche
al più mo- desto osservatore non sfugge l’esistenza di tipi umani
diversi, i quali assommano i caratteri di unità razziali diverse.
Nell'ambito stesso dell'unità aria, a nessuno sfuggirà l’esistenza di una
unità aria medi terranea e di un'unità aria nordica, c, a un più attento
esame, nel- l'ambito di queste unità, sarà possibile rintracciare altri
tipi umani i quali danno fisionomia ai diversi popoli che le compongono.
Fuori di ogni dubbio è poi, nell’ambito della razza bianca, la
distinzione fra razza aria e razza semitica, anche se, per la prima più
che per la seconda, non si riesca a individuare i caratteri biologici
originari. Questo fatto è prova che non il solo dato antropologico
ha va- lore nella determinazione della nozione di razza. Poichè,
come sopra si è detto, la nozione di razza aria e razza semitica ha avuto
come suo precedente la nozione di unità lingui- stica aria ed unità
linguistica semitica, è indubbio che il fattore lingua deve avere un
valore determinante nella costituzione dell’unità raz- ziale. Qual'è
dunque il fondamento dell’obiezione in contrario, alla quale si è sopra
accennato, che la lingua, essendo facilmente domi- nata da fattori
storici e culturali, non sia elemento stabile nella conti- nuità delle
generazioni, per il fatto che può essere sostituita con quella di altri
popoli, e perciò sia inadeguata a fornire criterio nella discriminazione
delle razze? Bisogna, anzitutto, tenere presente che dalla nozione di
razza come dalla nozione di lingua esula ogni idea di purezza in senso
as- soluto, specie quando si tratti di popoli di cultura che hanno
dietro a sè una storia lunga e complessa. Gli stessi Ebrei possono
conside- rarsi razza pura, e relativamente pura, solo dal momento in cui
hanno cominciato a volerlo essere deliberatamente, a tradurre il loro
istinto dell'isolamento come popolo in norma di carattere religioso.
Tutti i popoli ari dell'Europa e dell'Asia sono, senza eccezione,
risultati dalla mistione fra la minoranza dei conquistatori ari e la
vasta massa delle popolazioni preesistenti nelle zone occupate. Non è
certo pre- sumibile che gli Ari al loro arrivo nelle loro sedi storiche
abbiano distrutto le popolazioni preesistenti, le quali, ad esempio in
Grecia, in Italia e sull’altipiano iranico, erano in possesso di civiltà
notevol- mente progredite. D'altra parte, di tali mescolanze ci danno
sicura testimonianza, oltre che i dati dell'archeologia preistorica, lo
inte- grarsi della lingua aria comune in nuove unità, che sono quelle
a noi storicamente note. 1 profondi rivolgimenti che alcune lingue hanno
subìto anche nella struttura fonetica, ad esempio le rotazioni delle
consonanti in germanico, non si possono altrimenti spiegare se non
riferendole all'influenza di un sostrato alloglotto. E' noto che una
parte non trascurabile del lessico del latino e dei volgari romanzi non
si spiega nell’ambito dell’ario e deve essere riportato al fondo
linguistico non ario su cui il latino venne a distendersi. Orbene,
che un popolo, come è il caso di quello bulgaro, abbia assunto una lingua
diversa non è altro se non un fatto di sincretismo in cui prevale la
civiltà di maggiore prestigio. Quello che importa te- nere fermo è per
l'appunto che il sincretismo, cioè la creazione di un risultato nuovo non
inferiore agli elementi che vi hanno concorso, si ha solo quando la
mescolanza sia guidata da un senso più o meno vivo di affinità
elettiva. Ciò si può osservare con sufficiente sicurezza sia nel senso
posi- tivo sia in quello negativo. Nella penisola greca la civiltà
minoica si è confusa con quella degli Ari sopravvenuti ed ha dato origine
alla meravigliosa civiltà ellenica. In Italia il senso di conquista degli
Ari nomadi e guerrieri si è trasfuso nell'ordine civile delle
popolazioni stanziali ed ha dato origine alla mirabile e grandiosa
civiltà romana che è poi la civiltà dell'Occidente. Evidentemente, fra le
genti arie sopravvenute e le popolazioni mediterranee si determinò una
facile intesa, dovuta al fatto che non vi dovettero essere fra esse
sostanziali differenze di ordine fisico e spirituale e tali da produrre
una corru- zione anzichè un miglioramento, dal punto di vista etnico e
cultu- rale. In Italia, in Grecia, e dovunque si affermò la lingua aria,
i ca- ratteri dominanti furono indubbiamente dati dalla stirpe aria e per
questo, nonostante le differenze che si osservano fra i diversi popoli di
questo gruppo, è facile cogliere in numerosi e cospicui tratti gli in-
dizi della comune origine. Vi sono invece casi in cui questa
affinità elettiva che dà la premi- nenza ai caratteri del tipo superiore
non ha luogo, per motivi che non è sempre facile individuare. La storia
di alcuni millenni di- mostra, per esempio, come fra gli Ari e i Semiti
essa sia comple- tamente mancata e che le due stirpi si sono sempre
tenute in reciproca difesa, quasi istintivamente conscie che da una
fusione si dovesse avere la perdita da una parte e dall'altra dei
rispettivi caratteri dif- ferenziali. Dovunque Semiti ed Ari si sono
trovati in contatto si sono sempre scontrati in lotta senza quartiere:
gli Irani contro l'impero di Assiria, Roma contro Cartagine, il mondo
cristiano con- tro l'Islam. Sia che vincessero gli uni, sia che
vincessero gli altri la barriera fra i due mondi non fu mai superata. Da
una parte e dall’altra, tranne sporadiche infiltrazioni, due mondi
diversi hanno conservato tenacemente la loro autonomia, e gli stessi
apporti culturali che l'uno ha dato all'altro sono stati da ciascuno svolti,
interpre- tati ed elaborati secondo la propria natura. Il Cristianesimo è
diven- tato universale nell’interpretazione romana. Il senso ario della
con- quista e dell'espansione assume nella coscienza e nella prassi
giu- daica aspetti e modalità, per cui non è quasi più
riconoscibile. Ed è certo bene che sia così, che cioè la barriera
sussista, poichè il suo abbattimento non è, come la storia
categoricamente dimostra, nella natura delle cose. Ciò si potrà rilevare
in molti campi, ma a noi preme rilevarlo proprio nel campo della lingua,
che oggi è senza dubbio uno dei più importanti fattori differenziali
degli aggruppa- menti razziali. Difatti, quando noi attribuiamo questo o
quel popolo al gruppo ario o al gruppo semitico lo facciamo soprattutto
in base al criterio linguistico che è alla base di tali gruppi, e dove
tale cri- terio sia reso fallace, com'è il caso dell'elemento giudaico
che ha assunto a propria lingua la lingua nazionale dei popoli presso i
quali vive, vi si sostituisce un criterio pure di ordine storico, quello
religioso. Per l'appunto, nel campo linguistico la differenza
costituzionale fra il semitico e l’ario, sia dal punto di vista fonetico
per il prevalere in quello di suoni laringali ignoti all’ario, sia dal
punto di vista mor- fologico per la diversità sostanziale della
rispettiva flessione, si rivela così profonda da non consentire un
sincretismo produttivo. L'elemento arabo, penetrato nel persiano in larga
misura in seguito alla conver- sione della Persia zoroastriana
all’islamismo, si è limitato al lessico e non ha intaccato la struttura
fonetica e morfologica squisitamente aria di quella lingua; vi è rimasto
così estrinseco, che, a seguito della ri- presa nazionale avutasi con la
nuova dinastia, l'elemento arabo viene progressivamente sostituito con
elemento propriamente iranico. Quan- do poi una lingua semitica è stata
assunta da popoli di stirpe aria i ri- sultati che se ne sono avuti sono,
nel loro aspetto negativo, profonda- mente significativi. Questo è, come
è noto, il caso di Malta in cui il primitivo idioma romanzo venne per
effetto della lunga occupa- zione musulmana sostituito con un dialetto
arabo magrebino: l'arabo, forzato in una impostazione vocale completamente
estranea, ne è uscito così malconcio e così, come si suol dire, corrotto,
da giustifi- care quasi le interessate fantasie della pseudo-scienza
linguistica bri- tannica, che nel dialetto maltese voleva riconoscere,
anzichè un dia- letto arabo storpiato da bocca romanza e sempre ricco di
elementi italiani, nientemeno che la sopravvivenza di un antico idioma
fenicio. Se ora ci poniamo il problema concreto della formazione
del- l’unità etnica, ci appare chiaro che il processo non è diverso da
quello della formazione dell'unità linguistica. Per l'una e l’altra unità
è er- rore gravissimo partire dall'immagine dell’albero genealogico dal
cui ceppo, quasi per virtù interiore di linfa, si siano venuti
staccando tanti rami, integralmente fedeli alla natura e alla struttura
di quello. Niente di più falso, poichè se ciò fosse si dovrebbe avere,
tanto nel caso delle lingue quanto in quello delle razze, propagazione
uniforme e non formazione di nuove unità più o meno nettamente
differen- ziate. L'albero genealogico sarebbe giustificato solo se in
esso potesse risultare il complesso degli apporti e delle cause che hanno
determi. nato la figura particolare di ciascuna unità. %
Prendiamo il caso della lingua. Non esistono lingue, specialmente a
larga diffusione, che non siano costituite da una più o meno grande
varietà di dialetti. L'unità neolatina, ad esempio, è divisa in tante
lingue, italiano, francese, spagnuolo, provenzale, rumeno, per dire le
maggiori, e queste sono alla loro volta distinte in varietà dialettali
più o meno nettamente individuabili. Qual'è il motivo di tanta dif-
ferenziazione, quando è noto che alla base di tante e così varie lingue e
dialetti vi è l’unità latina, cioè una lingua di cultura, affermatasi per
forza d’armi e prestigio di civiltà? Anzitutto, come causa di trasfor-
mazione appare la reazione del sostrato etnico-linguistico su cui il latino
si è venuto a sovrapporre, sicchè non di latino volgare bisogna parlare,
bensì di tanti volgari, per quante sono le zone linguistica- mente
individuate in precedenza, di cui il latino s'impossessa. Inter- vengono
poi i contatti che ciascun gruppo già delineato ha con popoli di altra
lingua, germani, slavi, ecc., e gli sviluppi particolari di cia- scuna
cultura che necessariamente si riflettono in ciascuna lingua, so-
prattutto attraverso il convergere delle varietà dialettali verso la lin-
gua comune, cioè verso una più piena e precisa unità. In altre parole, il
processo per cui le lingue sì determinano non deve essere guardato nel
suo aspetto di disintegrazione di un’unità, bensì piuttosto in quello
integrativo che la nuova unità veramente determina. Ciò ha ancor maggiore
valore, quando non si tratti, come è il caso del latino, di una lingua di
cultura, quindi chiaramente unitaria, che si sovrappone con il peso della
civiltà di cui è espressione su lingue di minore prestigio, bensì di unità
linguistica naturale, in cui il processo integra- tivo, lento e faticoso,
costituisce la modalità stessa di essere della lin- gua. Le unità
linguistiche, come si è detto, non esistono mai interna- mente
indifferenziate e ciò deve essere inteso come il risultato di quella
necessità naturale per cui il comprendere, e perciò l’esprimersi, avviene
prima fra i membri di una famiglia, poi fra i membri di una gente, di una
tribù, di un popolo, di diversi popoli, ed è questa necessità sempre più
vasta di esprimersi e di intendersi che costituisce quelle vaste unità
alle quali noi diamo il nome di unità aria e di unità semitica. Da queste
considerazioni deriva che nessuna teoria è tanto assurda quanto quella
della monogenesi del linguaggio, non meno assurda, o almeno altrettanto
poco giustificata, quanto quella che volesse scientificamente riportare
tutti i caratteri delle attuali razze umane nella loro infinita varietà
ai caratteri di una coppia capostipite. Come per questa altra realtà non
si può postulare se non quella dell'essere uomini, così per la lingua
originaria altra qualità non è possibile postulare se non quella di
essere mezzo espressivo di uomini. Ora, identico processo
integrativo è quello che dà origine alle diverse unità razziali. Anche qui
si ha uno slargarsi per accrescimento e mistioni: dalla singola gente si
arriva alla tribù, al popolo, alla na- zione. E’ chiaro che l’accrescersi
naturale delle generazioni amplifica al tempo stesso la natura del
processo e fa che i caratteri dominanti del nucleo più vitale guadagnino
sempre più vasto spazio. Vi è certo qualche cosa di misterioso in questo
propagarsi di caratteri superiori per cui l'umanità ci appare in una
continua ascesa, e ancor più grande mistero è quello che avvolge
l’occulta forza da cui ogni unità razziale è guidata nella sua istintiva
difesa da quei contatti e da quelle mi- stioni che ne altererebbero la
genuina struttura. Poichè l’uomo è essere spirituale, tale modalità del
suo divenire anche dal lato fisico ha forse la sua ragione nell’esigenza
di una maggiore spiritualità che si rifletta anche nella struttura
fisica, e in ciò è appunto il grande mistero dell’uomo,
nell’indissolubile legame che in lui si realizza fra vita biologica e
spirito. Da quanto si è detto appare chiaro che il fattore lingua
concorre in maniera dominante, almeno sino a quando le conoscenze
antropo- logiche non forniranno dati biologici più sicuri, a determinare
la nozione di razza; anzi essa costituisce il mezzo principalissimo di
coesione per cui una comunità più o meno vasta di individui sente di
essere popolo e nazione. « Le caratteristiche spirituali e la struttura
della lingua di un popolo -— ha scritto Guglielmo v. Humboldt — sono
l’una con le altre in tale intreccio che posto l’un dato, l’altro si
dovrebbe poter derivare completamente da quello ». La lingua, in- fatti,
riflette anzitutto l'ambiente fisico e una maniera nativa, natu- rale di
sentire il reale e di esprimerlo. Essa è fatto fisiologico e psi-
cologico al tempo stesso e, come tale, è legata intimamente con la
struttura psicofisica del popolo che la parla, è anzi la modalità più
essenziale con cui tale struttura si manifesta. Il complesso dei costumi,
delle tradizioni che si tramandano di generazione in generazione, tutto
ciò insomma che concorre a dare a ciascun popolo la sua pro- pria
fisionomia, trova espressione fedele e categorica nel linguaggio. Poichè
la nozione di razza non è in sostanza altro se non la nozione di
un'appartenenza ad una determinata comunità genetica, la co- scienza
della razza trova nel linguaggio uno dei suoi più forti so- stegni.
Non è senza significato il fatto che l'esigenza alla purezza,
quanto all’e4ros e quanto alla lingua, si manifesta presso i popoli nei
momenti della loro maggiore vitalità. Un popolo che ad un de- terminato
momento della sua storia voglia riconoscere i suoi carat- teri
differenziali e voglia segnare una netta linea di demarcazione fra sè ed
altre unità etniche, portatrici di caratteri spirituali ed etnici non
congeniali ai suoi, altro non fa se non riportarsi coscientemente alle
sorgenti più genuine della sua vita. Un aspetto di tale esigenza è il
desiderio di tenere immune la propria lingua da influenze stra- niere e di
eliminare le infiltrazioni che si sono verificate in momenti di
indebolita o distratta coscienza. Antonino Pagliaro. Pagliaro. Keywords: i
arii; la lingua degl’arii, la favella degl’arii, I fasci littori, dal lictor al
littore, il littorio, l’uso dei fasci nell’Etruria non-aria, la dottrina
linguistica di Vico, “scienze filosofiche – lincei” , ossesso dalla latinita
della Sicilia, Cratilo, discussion di Storia Romana, Romolo, proprieta private,
Cicerone, Empedocle, il fascino dei fasci – enciclopedia del fascismo, fascisti
gentiliani ed anti-gentiliani, l’uso di ‘ario’ – latinita, arieta, romanita –
il linguaggio, sessione sul linguaggio -- filosofia del linguaggio --.Tullio. --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pagliaro” – The Swimming-Pool Library.
Palazzani
essential Italian philosopher female?
Grice
e Palladio: la ragione conversazionale a Roma antica – Roma – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Known to have been a philosopher from references to that effect in
letters of Theodoret.
Grice
e Panella: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
sublime – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Benevento).
Filosofo
italiano. Grice: “Panella’s
conceptual analysis of the sublime poses the implicatural question: “x is
‘bello’; e SUBLIME’ – The Romans talked of ‘pulcher’ which complicates things!”
Grice: “Panella also wrote of ‘l’incubo urbano,’ to which I’ll add “l’incubo
suburbano’, and ‘l’incubo exurbano’!” essential Italian philosopher. Si laurea a Pisa, dove è stato insegnante. Si è occupato di
filosofia politica e storia del pensiero politico, ha insegnato Estetica nella
stessa università. È stato presidente
della giuria del premio letterario "Hermann Geiger" e membro della
giuria del premio letterario "ArtediParole" riservato a studenti
delle scuole medie. Si è distinto anche come poeta pubblicando otto volumi di
poesia, da ricordare Il terzo amante di Lucrezia Buti pubblicato a Firenze con
Editore Polistampa. In collaborazione con David Ballerini ha girato due
documentari d'arte, La leggenda di Filippo Lippi, pittore a Prato trasmesso da
Rai2 n e Il giorno della fiera. Racconti e percorsi in provincia di Prato. Ha vinto
il Fiorino d'oro del Premio Firenze. Gli è stato assegnato il premio concesso
annualmente dal Ministero dei Beni Culturali per attività culturali e
artistiche particolarmente rilevanti. Collabora
con l'associazione Pianeta Poesia di Firenze guidata da Franco Manescalchi
nella presentazione di poeti e incontri letterari. Giuseppe Panella con Franco
Manescalchi alla Biblioteca Marcellina di Firenze. Saggi:” Monografie Robert
Michels, Socialismo e fascismo” (Milano, Giuffré); Lettera sugli spettacoli di Rousseau,
Aesthetica. Palermo, Il paradosso sull'attore di Diderot, La Vita Felice, (Milano
Saggi); Elogio della lentezza. Etica ed estetica in Valéry, Aesthetica, Palermo);
“Del sublime, Frosinone, Dismisura Testi, “Il sublime e la prosa. Nove proposte
di analisi letteraria” (Firenze, Clinamen, Zola: scrittore sperimentale. Per la
ricostruzione di una poetica della modernità” (Chieti, Solfanelli); “Pasolini.
Il cinema come forma della letteratura” (Firenze, Clinamen); “Il sosia, il
doppio, il replicante. Teoria e analisi critica di una figura letteraria” (Bologna,
Elara) – cfr. H. P. Grice on P. H. Nowell-Smith as J. L. Austin’s ‘straight
man’ in their Saturday mornings double-acts! – il ‘replicante’ -- , I piaceri
dell'immaginazione, Firenze, Clinamen, Rousseau e la società dello spettacolo”
(Firenze, Pagnini); “Il mantello dell'eretico. La pratica dell'eresia come
modello culturale” (Piateda (Sondrio), CFR Edizioni (Quaderno 1), “ L'incubo
urbano,” Rousseau, Debord e le immagini dello spettacolo in La questione dello
stile. I linguaggi del pensiero, Bazzani, Lanfredini e Vitale, Firenze,
Clinamen); “Ipotesi di complotto. Paranoia e delirio narrativo nella
letteratura” (Chieti, Solfanelli); Il secolo che verrà. Epistemologia,
letteratura, etica in Deleuze” (Firenze, Clinamen); “Storia del sublime. Dallo
Pseudo-Longino alle poetiche della modernità” (Firenze, Clinamen); “La
scrittura memorabile. Leonardo Sciascia e la letteratura come forma di vita,
Grottaminarda, Delta); “Arbasino e la "vita bassa". Indagine
sull'Italia n cinque mosse, Prove di sublime. Letteratura e cinema in
prospettiva estetica” (Firenze, Clinamen); “Curzio Malaparte autore teatrale e
regista cinematografico” (Roma, Fermenti); “Introduzione al pensiero di
Vittorio Vettori. Civiltà filosofica, poetica "etrusca" e culto di
Aligheri” (Firenze, Polistampa); “Le immagini delle parole. La scrittura alla
prova della sua rappresentazione” (Firenze, Clinamen); “La polifonia assoluta.
Poesia, romanzo, letteratura di viaggio di Vettori” (Firenze, Toscana); “L'estetica
dello choc. La scrittura di Malaparte tra esperimenti narrativi e poesia” (Firenze,
Clinamen); “e Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide, L’'estetica dell'eccesso”
(Firenze, Clinamen); “Le maschere del doppio: tra mitologia e letteratura” (Editore
libri di Emil); Diario dell'altra vita. Lo sguardo della filosofia e la
prospettiva della felicità, Firenze, Clinamen. Panella. Keywords: “socialism e fascismo” del
sublime, cura di Mosca, Mosca, l’influenza di Mosca in Torino, Michels, il
fascismo di Michels, Mussolini e Michels, Michels ed Enaudi, la radice
proletaria di Benito, dal socialism al fascismo, pre-ventennio fascista, il
socialismo, l’ordine del risorgimento, la rivoluzione, la dittadura dell’eroe
carismatico, l’assenza di mediazione nel duce come proletario lui stesso,
l’aristocrazia del fascismo, applicazione della teoria di Mosca
sull’aristocrazia, l’aristocrazia della nazione italiana, la razza italiana, la
razza Latina, I latini e l’oltre razzi italici – latini, etruschi, sabini,
uschi, umbri, liguri, la questione della razza nel fascismo, la questione della
razza nel ventennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Panella” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Panfilo: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del bello -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Napoli). Filosofo
italiano. Panfilo Filoprammato – ‘busy body.’ He writes on art. Pamfilo Panfilo Filoprammato.
Grice e Pannico: la ragione
conversazionale nella Roma antica – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. An epigram by MARZIALE (si veda) addresses P. as
someone versed in the doctrines of various philosophical sects.
Grice e Pansa: la ragione
conversazionale e l’orto italiano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A consul, and a follower of the doctrines of The
Garden. Gaio Vibio Pansa
Grice e Panunzio: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale -- la filosofia italiana nel ventennio fascista
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Molfetta). Filosofo italiano. Grice: “There’s S. Panunzio and there’s S. Panunzio –
Italian philosophy can be a trick!” -- Essential Italian philosopher. Tra i
maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario, in quanto amico intimo di
Benito Mussolini, contribuì in maniera decisiva al suo passaggio dal
neutralismo all'interventismo nella Grande Guerra. Divenne in seguito uno dei
massimi teorici del fascismo. Nacque a Molfetta da Vito e Giuseppina
Poli, in una famiglia altoborghese, tra le più illustri della città: «un
ambiente familiare intriso tanto di sollecitazioni all'impegno civile e
politico quanto di suggestioni e stimoli intellettuali». Il periodo
socialista e il sindacalismo rivoluzionario Il suo impegno politico nelle file
del socialismo incominciò molto presto, quando ancora frequentava il liceo
classico locale, ove ebbe come maestro il giovane Pantaleo Carabellese.
Nel dibattito interno al socialismo italiano — diviso tra
"riformisti" e "rivoluzionari" — Panunzio si schiera tra i
cosiddetti sindacalisti rivoluzionari, cominciando al contempo a pubblicare i
suoi primi articoli sul settimanale «Avanguardia Socialista» di Labriola,
quando era ancora studente dell'Università degli Studi di Napoli. Durante i
suoi studi universitari il contatto con docenti come F. Nitti, N. Colajanni, I.
Petrone e G. Salvioli contribuì alla formazione del suo pensiero socialista. Il
suo percorso intellettuale fu altresì influenzato da Sorel e Francesco Saverio
Merlino, i quali avevano già da tempo incominciato un processo di revisione del
marxismo. Pubblica il saggio “Il socialismo giuridico,” in cui teorizza
l'opposizione alla borghesia solidarista e al sindacato riformista da parte del
sindacato operaio, il quale è destinato a trasformare radicalmente la società.
Il fulcro dell'opera era costituito dalla formulazione di un "diritto sindacale
operaio", spina dorsale di un nuovo "sistema socialista" fondato
non su una base economica, bensì su una base etica, solidaristica: «Il
socialismo giuridico non sarebbe dunque che l'applicazione del principio di
solidarietà, immanente in tutto l'universo, nel campo del diritto e della
morale: in se stesso non è una idea astratta balzata ex abrupto dal cervello di
pochi pensatori, ma efflusso e irradiazione ideale di tutta la materia sociale
che vive e freme attorno a noi. Si laurea in giurisprudenza discutendo una tesi
su L'aristocrazia sociale, ossia sul sindacalismo rivoluzionario, avendo come
relatore Arcoleo. Consegue presso lo stesso ateneo la laurea in filosofia. In
questi anni di studi ed esperienze intellettuali, intensifica altresì il
proprio impegno giornalistico in favore del sindacalismo rivoluzionario,
collaborando — oltreché con «Avanguardia Socialista» — con «Il Divenire
Sociale» di Enrico Leone, con «Pagine Libere» di Olivetti e con «Le Mouvement
Socialiste» di Hubert Lagardelle. Il sindacato ed il diritto La
concezione panunziana del sindacato quale organo e fonte di diritto — non
eusarentesi quindi in mero organismo economico o tecnico della produzione — fu
approfondita allorché vide la luce la
sua seconda opera, La persistenza del diritto, in cui egli «coniugava i
princìpi della sua formazione positivistica con una ispirazione filosofica
volontaristica». P. prende quindi le mosse affrontando il problema del rapporto
tra sindacalismo e anarchismo: la differenza tra i due movimenti risiedeva — a
detta dell'autore — sul ruolo dell'autorità (fondata sul diritto) che, negata
dall'anarchismo, non era invece trascurata dal sindacalismo: «Il
sindacalismo è d'accordo con l'anarchia nella critica e nella tendenza
distruttiva dello Stato politico attuale, ma non porta alle ultime conseguenze
le sue premesse antiautoritarie, che hanno un riferimento tutto contingente
allo Stato presente. Il sindacalismo, per essere precisi, è antistatale per
definizione e consenso unanime, ma non è antiautoritario. Le premesse
antiautoritarie dell'anarchia hanno invece un valore assoluto e perentorio
riferendosi esse a ogni forma di organizzazione sociale e politica. Il
sindacalismo non è dunque antiautoritario» (P.) In sostanza, Panunzio
sosteneva l'importanza fondamentale del diritto (ancorché non
"statale", ma "operaio") per il sindacalismo e la futura
società, dall'autore vagheggiata come un regime sindacalista federale sostenuto
dall'autogoverno dei gruppi sindacali, riuniti in una Confederazione, così da
formare quella che l'autore stesso chiama «una vera grande Repubblica sociale
del Lavoro», retta da una «sovranità politica sindacale. Fu poi dato alle
stampe Sindacalismo e Medio Evo, in cui l'autore indicava al sindacalismo
operaio il modello dei Comuni italiani medievali, esempio paradigmatico di
autonomia, la quale doveva essere perseguita anche dai sindacati
contemporanei. Dopo un periodo difficile, dovuto a problemi familiari ma
anche a un ripensamento delle sue teorie politiche, grazie all'interessamento
di Nitti, abbandonò l'attività di avvocato, inadeguata per mantenere la
famiglia (aiutava principalmente — raramente pagato — i suoi compagni di
partito), divenendo docente di pedagogia e morale presso la Regia scuola
normale di Casale Monferrato. Nello stesso anno pubblicò inoltre la sua
importante opera Il Diritto e l'Autorità, in cui erano messe a frutto le sue
rielaborazioni teoriche: oltre al passaggio da un orizzonte positivistico a una
concezione filosofica neocriticistica, egli ripensava lo Stato non più quale
organo della coazione, ma quale depositario della necessaria autorità. Con la
fine della guerra libica, cominciò a prender corpo la svolta
"nazionale" del suo pensiero. Dopo aver insegnato per un anno a
Casale Monferrato e un altro a Urbino, passò alla Regia scuola normale Carducci
di Ferrara, ove insegna, conseguendo al
contempo la libera docenza presso l'Napoli (l'anno successivo gli fu trasferita
nell'ateneo bolognese). È di quegli anni — poco prima dell'entrata dell'Italia
nella Grande Guerra — l'inizio di stretti rapporti politici e intellettuali con
Mussolini, direttore dell'Avanti! e leader dell'ala rivoluzionaria del Partito
Socialista Italiano. Panunzio incominciò dunque una regolare e intensa
collaborazione con il quindicinale «Utopia», appena fondato dal futuro capo del
fascismo per far esprimere le voci più rivoluzionarie, eterodosse ed
"eretiche" dell'ambiente socialistico italiano. In questo periodo
Panunzio comprende il potenziale rivoluzionario che il conflitto europeo poteva
esprimere, sicché manifesterà sempre più esplicitamente il suo appoggio
all'interventismo, che era invece inviso al Partito Socialista: «Io sono
fermamente convinto che solo dalla presente guerra, e quanto più questa sarà
acuta e lunga, scatterà rivoluzionariamente il socialismo in Europa. Altro che
assentarsi, piegarsi le braccia, e contemplare i tronconi morti delle verità
astratte! Alle guerre esterne dovranno succedere le interne, le prime devono
preparare le seconde, e tutte insieme la grande luminosa giornata del
socialismo, che sarà la soluzione e la purificazione ideale di queste giornate
livide e paurose, macchiate di misfatti e di infamie. Quest'articolo di
Panunzio, apparso sul quotidiano ufficiale del Partito Socialista, suscitò una
grave polemica, sicché Mussolini dovette rispondere sul numero del giorno dopo.
Tuttavia la replica di MUSSOLINI, il quale si sta convincendo dell'opportunità
dell'intervento, fu «debole, sfocata, piattamente dottrinaria, per nulla
all'altezza del miglior Mussolini polemista». Infatti, «al momento di
questa polemica, Mussolini era psicologicamente già fuori del socialismo
ufficiale ed è indubbio che le argomentazioni di Panunzio, sia per il loro
spessore teorico sia perché provenienti da un uomo di cui egli aveva grande
considerazione intellettuale, furono probabilmente l'elemento decisivo che lo
spinse a compiere il grande passo, il voltafaccia dal neutralismo assoluto
all'interventismo. La Grande Guerra All'entrata dell'Italia nel conflitto
mondiale, si arruolò volontario come quasi tutti gli interventisti "di
sinistra" (come Filippo Corridoni e Mussolini); tuttavia, in quanto
emofiliaco, fu immediatamente congedato, sicché dovette concentrarsi sulla
lotta propagandistica e pubblicistica, soprattutto sulle colonne del Popolo
d'Italia (i cui articoli erano sovente concordati con lo stesso Mussolini), in
favore della guerra italiana, ritenuta dal Panunzio una guerra non «di
difesa e conservazione, ma di acquisto e di conquista; non una guerra ma una
rivoluzione». Una guerra anche popolare, come avevano dimostrato le grandi
mobilitazioni del «maggio radioso», in contrapposizione alle posizioni
conservatrici di Antonio Salandra e della classe dirigente liberale. Anche da
un punto di vista più propriamente militante, Panunzio si impegnò nel ruolo di
membro del direttivo del neonato fascio nazionale di Ferrara, il quale diede
vita altresì al giornale Il Fascio. Oltre all'analisi politica e all'impegno
giornalistico, Panunzio lavora anche a una sistematizzazione
filosofico-giuridica delle sue idee riguardo al conflitto, con le opere Il
concetto della guerra giusta, Principio e diritto di nazionalità in Popolo,
Nazione, Stato), La Lega delle nazioni e Introduzione alla Società delle
Nazioni. Nel primo saggio, egli sosteneva l'utilità e la legittimità di una
guerra anche offensiva, purché essa fosse il mezzo per il conseguimento di un
fine più grande, ossia la giustizia e la creazione di nuovi equilibri più
giusti ed equanimi. Nella seconda, invece, individuava nel principio di
nazionalità la nuova idea-forza della società che sarebbe scaturita dalla
guerra, una volta conclusa. Molto importante è inoltre la terza opera (La Lega
delle nazioni), poiché in essa è sviluppato per la prima volta il concetto di
sindacalismo nazionale. La Nazione deve circoscriversi, determinarsi,
articolarsi, vivere nelle classi, e nelle corporazioni distinte, e risultare
«organicamente» dalle concrete organizzazioni sociali, e non dal polverio
individuale; ed essa esige, dove le nazionalità non si siano ancora affermate,
e dove esse non ancora funzionino storicamente, solide e robuste connessioni di
interessi e aggruppamenti di classi, a patto, però, che le classi, e le
corporazioni trovino, a loro volta, la loro più compiuta esistenza,
destinazione e realtà nella Nazione. Ecco la «reciprocanza» dei due termini,
Sindacato e Nazione, e la sintesi organica tra Sindacalismo e Nazionalismo, e
cioè: Sindacalismo Nazionale» (P.) Dalla fine del conflitto alla Marcia
su Roma Terminata la guerra, Panunzio partecipò attivamente al dibattito
interno alla sinistra interventista, intervenendo in particolare su «Il
Rinnovamento», quindicinale recentemente creato e diretto da Alceste De Ambris.
Il suo scritto più importante, che ebbe notevoli conseguenze, apparve: in
questo, P. sostene l'organizzazione di tutta la popolazione in classi
produttive, le quali dovevano essere a loro volta distribuite in corporazioni,
a cui doveva essere demandata l'amministrazione degli interessi sociali;
affermava altresì la necessità di creare un Parlamento tecnico-economico da
affiancare al Parlamento politico. In tale testo programmatico era
chiaramente abbozzato il futuro corporativismo fascista, tanto che l'amico
Mussolini, nel discorso pronunciato a Piazza San Sepolcro (alla fondazione cioè
del fascismo), riprese le tesi di P. per il programma dei Fasci Italiani di
Combattimento: «L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare;
vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi, perché io, come
cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter
votare secondo le mie qualità professionali. Si potrebbe dire contro questo
programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di costituire
dei Consigli di categoria che integrino la rappresentanza sinceramente politica»
(Mussolini) A Ferrara, P. assisté alla nascita del fascismo locale (e delle
squadre d'azione), intrattenendo rapporti di amicizia con Balbo (che sarebbero
durati per tutta la vita) e Grandi (che era stato suo allievo), pur non
aderendo ufficialmente al movimento, a causa dei rapporti di quest'ultimo — per
lui ambigui — con gli agrari. Risale a quel periodo, infatti, la pubblicazione
delle due opere Diritto, forza e violenza e Lo Stato di diritto. Nel primo,
riprendendo la tesi delle Réflexions sur la violence di Sorel, l'autore
precisava il suo discorso distinguendo una violenza "morale",
"razionale", "rivoluzionaria", la quale doveva essere il
mezzo per l'affermazione di un nuovo diritto (veicolo, dunque, di uno ius
condendum), da una violenza invece gratuita e immorale. Critica da un punto di
vista neokantiano il concetto hegeliano di Stato etico, lasciando intravedere
tuttavia margini di sviluppo per una visione totalitaria dello Stato. A seguito
dell'uscita dei fascisti dalla UIL e della conseguente creazione della
Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali per opera di Rossoni,
Panunzio collaborò con il settimanale ufficiale della Confederazione, cioè «Il
Lavoro d'Italia, vergando un importante articolo sul primo numero, nel quale
ribadiva le sue tesi sul sindacalismo nazionale. Dopo essersi speso invano, con
l'aiuto di Balbo, per una conciliazione tra Mussolini ed ANNUNZIO, appoggiò la
politica pacificatrice di Mussolini, sostenne la «svolta a destra» del PNF
(cioè per un ristabilimento dell'autorità dello Stato) e caldeggiò — con la
caduta del primo Governo Facta — la costituzione di un governo di
"pacificazione" che riunisse fascisti, socialisti e popolari
(prospettiva ritenuta possibile da Mussolini stesso), scrivendo un importante
articolo che individuava nel capo del fascismo l'unico in grado di stabilizzare
e pacificare il Paese: «Benito Mussolini — uno dei pochi uomini politici,
checché si dica in contrario, che abbia l'italia — ha molti nemici e anche
molti adulatori. L'uomo non è ancora bene conosciuto. Chi scrive può affermare
con piena sincerità e obbiettività che la storia recentissima dell'Italia è
legata al nome di Mussolini. L'intervento dell'Italia in guerra è legato al
nome di Mussolini. La salvezza dell'Italia dalla dissoluzione bolscevica è
legata a B. Mussolini. Questi sono fatti. Il resto è politica che passa:
dettaglio, episodio. Anche prima di Caporetto, anche dopo Caporetto, Mussolini
(è vero o non è vero?) disse dall'altra parte: tregua. Non fu, maledettamente,
ascoltato. La fine della lotta ormai è un fatto compiuto. Eccedere più che
delitto è sproposito grave. Ed ecco perché un Ministero in cui entrino le due
parti in lotta — per la salvezza e la grandezza dello Stato — è un minimo di
necessità e di sincerità. (P.) Tuttavia, con il reincarico di Facta e il
seguente sciopero generale del 1º agosto indetto dall'Alleanza del Lavoro (il
cosiddetto «sciopero legalitario»), scrive a Mussolini mostrando la sua
delusione nei confronti dei socialisti confederali, ritenendo quindi
impossibile una convergenza d'intenti con il PSI e reputando ormai sempre più
necessaria una svolta a destra: «Anch'io pensavo unirci con i confederali
che «senza sottintesi siano per lo Stato». Dopo lo sciopero un ultimo equivoco
è finito. Bisogna mirare a destra. Diciamolo, con o senza elezioni. Confido in
te e nel Fascismo, per quanto il difficile, dal lato politico, viene proprio
ora. Di lì a breve, il fascismo salì al potere. L'impegno politico e
culturale durante il fascismo Una volta costituito il governo fascista, P.
stringe legami sempre più stretti con il movimento mussoliniano, ottenendo la
tessera del PNF (su iniziativa dell'amico Balbo) e venendo eletto deputato. Nello
stesso anno divenne membro del Direttorio nazionale provvisorio del PNF, che
lasciò dopo neanche un mese in quanto chiamato alla carica di sottosegretario
del neonato Ministero delle Comunicazioni (diretto al tempo da Ciano). In
questo periodo, inizia a interrogarsi — assieme ai massimi teorici fascisti —
sulla vera natura ed essenza del fascismo, per il quale coniò la definizione di
«conservazione rivoluzionaria», che sosterrà per tutta la sua vita. La
filosofia fascista non è unicamente conservazione, né unicamente rivoluzione,
ma è nello stesso tempo — beninteso sotto due aspetti differenti — una cosa e
l'altra. Se mi è lecito servirmi d'una frase che non è una frase vuota di
senso, ma una concezione dialettica, io dirò che la filosofia fascista è una
grande conservazione rivoluzionaria. Quel che costituisce la superba
originalità della rivoluzione italiana, ciò che la fa grandemente superiore
alla rivoluzione francese e alla rivoluzione russa, è che, ricordandosi e
approfittando degli insegnamenti di VICO, di Burke, di CUOCO e di tutta la
critica storica della Rivoluzione essa ha conservato il passato, realizzato il
presente e orientato tutto verso l'avvenire, nei limiti della condizionalità e
dell'attualità storiche. Per certi aspetti il Fascismo è ultraconservatore: ad
esempio, nella restaurazione dei valori famigliari, religiosi, autoritari,
giuridici, attaccati e distrutti dalla cultura enciclopedica, illuministica,
che si è trapiantata arbitrariamente, anche nell'ideologia del proletariato,
vale a dire nel socialismo democratico, che è il più grande responsabile della
corruzione contemporanea. Per altri aspetti, il Fascismo è innovatore, e a un
punto tale che i conservatori ne sono spaventati, come per esempio per la sua orientazione
verso lo «Stato sindacale» e per la suademolizione dello «Stato parlamentare. Partecipò
inoltre attivamente al dibattito incentrato sull'edificazione di uno stato
nuovo, fornendo importanti spunti, alcuni dei quali avranno un seguito
costituzionale, come ad esempio il "sindacato unico obbligatorio",
l'attribuzione della personalità giuridica (istituzionale, non civile) ai
sindacati, o l'istituzione di una Magistratura del Lavoro che si ponesse quale
arbitro nelle controversie tra capitale e lavoro. Fornì anche, al contempo, le
basi teoriche del futuro Stato sindacale (poi corporativo): «La nuova
sintesi è l'unità dello Stato e del Sindacato, dello Statismo e del
Sindacalismo. È lo Stato il punto di approdo e lo sbocco, superata la prima
fase negativa, del Sindacalismo. È di questi tempi altresì l'evoluzione del
pensiero panunziano riguardo a una concezione organicistica dello Stato,
attraverso una critica serrata dello Stato democratico-parlamentare, uno «Stato
meccanico, livellatore, astratto» (sorretto dal «principio meccanico della
eguaglianza e cioè il suffragio universale»), che doveva portare a uno «Stato
organico, gerarchico», fondato su un sistema sindacal-corporativo, giacché «chi
è organizzato pesa, chi non è organizzato non pesa. In quest'ottica deve essere
considerata, infatti, la definizione panunziana del fascismo quale «concezione
totale della vita. Tutta la riflessione teorica politico-giuridica di questo
periodo fu riassunta e sistematizzata nel suo saggio, Lo Stato fascista, il
quale accese grandi dibattiti in ambiente fascista, tanto che l'autore ebbe
modo di confrontarsi su questi temi — spesso polemicamente — con importanti
personalità intellettuali come Costamagna, Gentile e Curcio. n virtù di queste
premesse teoriche e operative, appoggiò Mussolini durante la crisi causata dal
delitto Matteotti, al fine di incrementare il processo di riforma statuale
avviato dal fascismo, che si sarebbe di lì a poco concretizzato nelle leggi
fascistissime volute da Alfredo Rocco e, soprattutto, nella Legge n. 563, che
istituzionalizzò i sindacati, e nella redazione della Carta del Lavoro, il
documento fondamentale della politica economica e sociale fascista.
Terminata l'esperienza di governo, si dedicò all'insegnamento: dopo aver vinto
il concorso per un posto da professore straordinario in filosofia del diritto
presso l'Università degli Studi di Ferrara, divenne ordinario e si trasferì a Perugia,
di cui fu Rettore nell'anno accademico. Chiamato a insegnare dottrina dello
Stato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di
Roma, cattedra che detenne sino alla morte. Non appena insediatosi nell'ateneo
romano, incaricato dal Duce di organizzare, in qualità di Commissario del
Governo, la neonata Facoltà Fascista di Scienze Politiche di PERUGIA, che
doveva essere la nuova Bologna (la piu antica universita europea) – e fascista.
In tale veste, chiama a insegnare a Perugia docenti quali Orano, Michels,
Olivetti, Maraviglia e Coppola. E ancora deputato. Malgrado gli impegni
accademici, Panunzio continua a sostenere l'edificazione dell'ordinamento
sindacale corporativo del nuovo Stato fascista attraverso i suoi articoli
giornalistici, partecipando agli intensi dibattiti degli anni trenta sulla
legislazione corporativa. Più precisamente, egli si situava in quell'ala
sindacalista del fascismo che, nella nuova struttura statuale, perorava un
potenziamento dei sindacati all'interno del sistema corporativo, affinché essi
potessero intervenire più decisamente nella direzione economica del Paese. In
questo periodo, grazie a opere teoriche fondamentali, Panunzio sistematizzò e
definì organicamente il suo pensiero. In sostanza, lo Stato fascista, che è
sindacale e corporativo, si contrappone allo «Stato atomistico ed individualistico
del liberismo. Inoltre lo Stato fascista è caratterizzato dalla sua
«ecclesiasticità» (o religiosità), intesa come «unione di anime, al contrario
dello Stato liberal-parlamentare «indifferente, ateo e agnostico». Il giurista
molfettese introdusse anche il concetto di funzione corporativa in quanto
quarta funzione dello Stato (dopo le tre canoniche: esecutiva, legislativa e
giurisdizionale), proprio per fornire il necessario fondamento giuridico ai
cambiamenti costituzionali in atto, con la creazione dello Stato corporativo. Lo
Stato fascista, infine, si configura come uno Stato totalitario, «promanando
direttamente e immediatamente da una rivoluzione ed essendo formalmente uno
"Stato rivoluzionario". Con l'istituzione delle corporazioni
(attraverso la Legge) e la creazione della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni (Legge), P. redasse la Teoria Generale dello Stato Fascista, che
rappresenta la summa del suo pensiero in materia di ordinamento sindacale
corporativo: in questo, egli sosteneva la funzione attiva e propulsiva del
sindacato, al fine di evitare un'involuzione burocratica delle corporazioni;
sosteneva altresì il suo concetto di economia mista — la quale all'intervento
pubblico affiancasse una sana iniziativa privata — «ordinata, subordinata,
armonizzata, ridotta all'unità, ossia unificata dallo Stato, in quanto il
pluralismo economico e la pluralità delle forme economiche sono un momento ed
una determinazione organica del monismo giuridico-politico dello Stato. Partecipò,
con notevole peso specifico, alla riforma del Codice di procedura civile e del
Codice civile. Riguardo a quest'ultimo, in particolare, il suo contributo fu
decisivo, soprattutto per il terzo (Della proprietà) e quinto (Del lavoro)
libro: fu lui ad ottenere che un intero libro fosse dedicato al lavoro; volle
che la Carta del Lavoro fosse posta a base del codice; definì un più
circostanziato concetto di proprietà, in cui se ne enfatizzava la "funzione
sociale. Divenne consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni. Morì a Roma, in piena guerra. L'archivio di Sergio Panunzio
è stato digitalizzato ed è attualmente disponibile alla ricerca presso la
Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice in Roma. Altri saggi: “Il socialismo
giuridico” (Moderna, Genova); “La persistenza del diritto -- discutendo di sindacalismo
e di anarchismo” (Abruzzese, Pescara); “Sindacalismo e Medio Evo” (Partenopea,
Napoli); “Il diritto e l'autorità” ((POMBA, Torino); “Guerra giusta” (Colitti,
Campobasso); “Lega dei nazioni” (Taddei, Ferrara); “Nazione e Nazioni” (Taddei,
Ferrara); “Diritto, forza e violenza” (Cappelli, Bologna); “Stato di diritto” (Taddei,
Ferrara); “Lo stato nazionale e sindacati” (Imperia, Milano); “Che cos'è il
fascismo” (Alpes, Milano); “Lo stato nazionale nel veintennio fascista” (Cappelli,
Bologna); “Sentimento di stato” (Littorio, Roma); “Dittatura” (Forlì); “Stato e
diritto: l'*unità* dello stato e la *pluralità* degli ordinamenti giuridici” (Mdenese,
Modena); “Leggi costituzionali del regime italiano” (Sindacato nazionale
fascista avvocati e procuratori, Roma); “Popolo, Nazione, Stato: un esame
giuridico” (Nuova Italia, Firenze); “I sindacati e l'organizzazione economica
dell'impero” (Poligrafico dello Stato, Roma); “Sulla natura giuridica
dell'Impero italiano” (Poligrafico dello Stato, Roma); “L'organizzazione
sindacale e l'economia dell'Impero” (Poligrafico dello Stato, Roma); “La Camera
dei fasci e delle corporazioni” (Trinacria, Roma); “Teoria generale dello stato”
(MILANI, Padova); “Motivi e metodo della codificazione dello stato italiano” (Giuffrè,
Milano); F. Perfetti, “La conversione all'interventismo di Mussolini nel suo
carteggio, Storia contemporanea», “Il
sindacalismo ed il FONDAMENTO RAZIONALE DELLO STATO ITALIANO (Volpe, Roma). Non c'è dubbio che tra i molti
scrittori che tentarono di articolare l'ideologia del fascismo italiano e il più
competenti e intellettualmente influenti, come Gentile. H. Matthews, Il frutto
del fascismo” (Laterza, Bari). Fornisce con le sue teorie una patina di
legittimità rivoluzionaria alla dittatura. Z. Sternhell, Nascita dell'ideologia
fascista” (Milano). Il filosofo più importante del fascismo. Perfetti, Il socialismo giuridico, LModerna, Genova, Sindacalismo
e Medio Evo, Partenopea, Napoli. G. Cavallari, Il positivismo nella formazione
filosofico-politica in «Schema», L. Paloscia,
La concezione sindacalista, Gismondi, Roma, Guerra e socialismo, in «Avanti!», Mussolini,
Guerra, Rivoluzione e Socialismo. Contro le inversioni del sovversivismo guerrafondaio,
in «Avanti!», Mussolini, La guerra europea: le sue cause e i suoi fini, in Ver sacrum, Taddei, Ferrara. Sergio Panunzio,
I due partiti di oggi e di domani, in «Il Popolo d'Italia», Perfetti, La Lega
delle nazioni, Taddei, Ferrara, Un programma d'azione, in «Il Rinnovamento»,
Mussolini, Diritto, forza e violenza: lineamenti di una teoria della violenza”
(Cappelli, Bologna); “Lo Stato di diritto, Taddei, Ferrara). Il settimanale e diretto
da Rossoni e annove, tra i collaboratori più attivi e competenti, A.
Casalini. Il sindacalismo nazionale, in
«Il Lavoro d'Italia», Perfetti, Renzo De Felice, Mussolini il fascista, La conquista del potere, Einaudi, Torino. L'ora
di Mussolini, in «La Gazzetta delle Puglie», «Popolo d'Italia» per espressa
volontà di Mussolini. Lettera citata in
Perfetti, Che cos'è il fascismo, Alpes, Milano, Stato e Sindacati, in «Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto», gennaio-marzo Forma e sostanza nel
problema elettorale, in «Il Resto del Carlino», Idee sul Fascismo, in «Critica
fascista», L. Nucci, La facoltà fascista di Scienze Politiche di Perugia:
origini e sviluppo, in Continuità e fratture nella storia delle università
italiane dalle origini all'età contemporanea, Dipartimento di Scienze storiche
Perugia, Perugia. Loreto Di Nucci, Nel cantiere dello Stato fascista, Carocci,
Roma, Renzo De Felice, Mussolini il
Duce, I: Gli anni del consenso, Einaudi,
Torino, Il sentimento dello Stato, Libreria del Littorio, Roma; Il concetto
della dittatura rivoluzionaria, Forlì, Stato e diritto: l'unità dello stato e
la pluralità degli ordinamenti giuridici, Società tipografica modenese, Modena.
Leggi costituzionali del Regime, Sindacato nazionale fascista avvocati e
procuratori, Roma, Perfetti, XXX Legislatura del Regno d'Italia. Camera
dei fasci e delle corporazioni / Deputati / Camera dei deputati storico Il Fondo Sergio Panunzio. Fondazione Ugo
Spirito e Renzo De Felice. Giovanna
Cavallari, Il positivismo nella formazione filosofico-politica, in «Schema», Cordova,
Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, Roma-Bari, Sabino Cassese,
Socialismo giuridico e «diritto operaio». La critica di Sergio Panunzio al
socialismo giuridico, in «Il Socialismo giuridico: ipotesi e letture», in
“Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno”, Renzo De
Felice, Mussolini, Einaudi, Torino, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi,
Torino; Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Il Mulino, Bologna, Laterza,
Roma-Bari). A. James Gregor, Sergio Panunzio: il sindacalismo ed il fondamento
razionale del fascismo, Volpe, Roma. nuova edizione ampliata, Lulu.com,. Benito
Mussolini, Opera omnia, Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice, Firenze-Roma, Leonardo
Paloscia, La concezione sindacalista di P., Gismondi, Roma, Parlato, La
sinistra fascista: storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna. Giuseppe
Parlato, Il sindacalismo fascista, II:
Dalla grande crisi alla caduta del regime, Bonacci, Roma, Perfetti, Il
sindacalismo fascista, I: Dalle origini
alla vigilia dello Stato corporativo, Bonacci, Roma); Perfetti, La
«conversione» all'interventismo di Mussolini nel suo carteggio con Sergio
Panunzio, in «Storia contemporanea», Francesco Perfetti, Introduzione, in
Sergio Panunzio, Il fondamento giuridico del fascismo, Bonacci, Roma, Francesco
Perfetti, Lo Stato fascista: le basi sindacali e corporative, Le Lettere,
Firenze. Zeev Sternhell, Nascita dell'ideologia fascista, tr. it., Baldini e
Castoldi, Milano 1993. Fascismo
Sindacalismo rivoluzionario Sindacalismo nazionale Sindacalismo fascista
Corporativismo Italo Balbo James Gregor Francesco Perfetti. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Sergio
Panunzio,. Sergio Panunzio, su
storia.camera, Camera dei deputati.
Sabino Cassese, Socialismo giuridico e «diritto operaio». La critica di
Sergio Panunzio al socialismo giuridico in Quaderni fiorentini per la storia
del pensiero giuridico modern” (Giuffrè, Milano). Fervono oggi in Italia, nel
campo polìtico e filosofico, le discussioni e le polemiche molto vivaci su
Hegel, sulla idolatria dello Stato ovverosia sulla sua statolatria, sullo Stato
considerato da Hegel come l’Ente supremo. Forti correnti antihegeliane si
deiineano in Italia nel Fascismo contro le correnti e le scuole idealistiche
facenti, cora’è noto, capo al Gentile e alla sua interpetràzione attua-
listica, dopo (piella storica del Croce, dell’hegelismo. Non si vuole e non si
deve qui parlare di filosofìa. Il concetto « hegeliano » dello Stato si prende
qui nel suo aspetto sociale e politico, e da questo punto di vista è indubbio
il suo nesso storico ed ideologico con lo Stato fascista. A conferma di ciò,
basti notare che lo Stato fascista nega innanzi tutto e soprattutto Marx e Io
Stato marxista. Non a torto e significativamente il movimento hitleriamo in
Germania è e si chiama antimarxista e non antisocialista e si denomina anzi
nazionalsocialista. Ora Marx, per costruire ia classe, negò il suo maestro,
Hegel, e di Hegel prese il concetto della « società civile», risolvendolo
analiticamente nelle classi, donde la lotta di classe centro del suo sistema
teorico e pratico, riducendo anzi in ultima istanza la società civile in blocco
alla pretesa unitaria ed omogenea classe operaia, e negò lo Slato. Se, contro
la classe marxistica, si deve ricostruire e riabilitare lo Stato, è evidente,
per ciò solo, il ritorno necessario da Marx ad Hegel. Sta tutta qui, per me, la
parentela fra Stato fascista e Stato hegeliano. Riconosco, e lo disse, prima di
tutti, un nostro filosofo, MASCI, La libertà nel difillo e nella Sloria secondo
Kant ed Hegel, in Atti della R. Accademia di Scienze Morali e Politiche,
Napoli, che l’ideologia statale di Hegel si presta molto bene, nelle mani delle
classi reazionarie e fondiarie tedesche, alla fonda zione dello STATO
PRUSSIANO reazionario e conservatore. Ma altro sono le dottrine, altro l’uso e
lo sfruttamento che di esse tanno le classi sociaii secondo i loro bisogni ed
il loro spirito di classe; per quanto sia anche giusta l’osservazione dello
stesso MASCHI che LO STATO di Hegel per gran parte — rlducendosi la sua
Filosofia del diritto molte volte e in molti punti a mera trattazione empirica
di diritto costituzionale positivo germanico — non fa che, abbandonata la
fliosofia pura e speculativa, trascrive in termini di filosofia la realtà di
tallo dello STATO PRUSSIANO [citato da H. P. GRICE, ACTIONS AND EVENTS: the
only thing that exists is the kaiser of Prussia] del suo tempo. Per cui LO STATO di Hegel si
presta per questo verso a quel tale giuoco dic lasse, di piegare LO STATO filosofico
ed ETICO del grande filosoo alla propria situazione psicologica di classe. Ma
questi in dubbi aspetti stona e poiitici empirici dello STATO di Hegel, che lo
fanno passare -- non si di mentichi che Hegel vive e scrive dopo l’esperienza IMMEDIATA
DELLA RIVOLUZIONE francese, in un periodo, come oggi IL FASCISMO, anch’esso
accusato dai superficiali e dagli stolti d, reazionarismo, di restaurazione, e
appartenne al ciclo appunto della Restaurazione postrivoluzionaria -- per
reazionario e per il filosofo dello Stato reazionario non devono farci perdere
di vista gl’elementi filosofici essenziali non accidentali e fossili, e
specialmente il profondo vivo e vitale concetto della società civile di
corporazione e del NESSO FRA LA SOCIETA CIVILE E LO STATO. Ho piacere di notare
qui che un filosofo Bindek, Stato e Società nella filosofia poltlica, in Rio.
Inlernaz. di Filosofia del dirtto, fase. Ili, a proposito del mio saggio: Slato
e Sindacali, rileva il mio rifferimento a Hegel per la com penetrazione della SOCIETA
con lo STATO. Gl’elementi vivi e vitali non devono non separarsi attraverso la
critica e la scienza dagl’elementi morti e superati di Hegel. Per questi ultimi
non dobbiamo dimenticare i primi; anche se, per il suo tempo m cu. signora,
prima di Marx, la prassi e la teoria sviluppata poi dopo e fino a un certo
punto anche offre Marx da Sorci, del Sindacalismo. la concezione hegeliana
della Società e BUROCRATICA, e la concezione del governo, ossia dello Stato AUTOCRATICA.
Vedi su ciò le acute osservazioni e critiche a Hegel di CAPOGRASSI, già da me c
tate in questo saggio. Questo il giudizio obbieilivo sul Hegel politico A non
dire qui -- vedi su ciò il mio volume Lo Stato di diritto, Lo Stato noumeno
immanente di Hegel, Città di Castello, che la prima fase della filosofia politica
di Hegel e tutfaltro che reazionaria. Come pure non mi sembra che SI possa e SI
debba dire che lo STATO hegeliano, per la sua STATOLATRIA e uno Stato
panteistico. Non solo antico, ma addirittura uno Stato asiatico indiano, meno
nspettoso della libertà umana dello stesso Stato pagano platonicc»-aristoteìico
o ROMANO! Ve- di su ao, contro l’opinione di MASCI, l’appendice al mio citato
Stato di diritlo: Se lo Stato hegeliano sia Stato moderno. C'è si diflerenza
fra STATO FASCISTA o STATO NAZISTA e Stato hegeliano. Anzi è questo il punto
fondamentale per cui non si può e non si deve ridurre al tipo dello Stato
hegeliano LO STATO FASCISTA o nazista: che mentre, per MUSSOLINI, TUTTO E NELLO
STATO, NULLA FUORI DELLO STATO, NULLA CONTRO LO STATO, non è vero che nulla,
non dal lato politico, ma da quello filosofico e MORALE, E *SOPRA* LO STATO. Per
Hegel, invece, NULLA E SOPRA LO STATO per la semplice ragione che lo Stato è
tutto ed anzi Dio stesso realizzato nel mondo. Ma da questo a dire che lo Stato
di Hegel è più che antico asiatico, ci corre. Si può e si deve dire invece che LO
STATO FASCISTA appartiene al ciclo della filosofia idealistica trascendente mentre
lo Stato hegeliano è basato sull’immanenza, donde esso è Dio stesso. Del resto,
a questo proposito, sono anche note, nel campo filosofico, le premesse
trascendenti ed anche le interpretazioni net senso della trascendenza
dell’idealismo hegeliano. Vedi su ciò, in conformità dell’interpretazione
trascendente dell’idealismo hegeliano, il mio saggio Diritto Forza e Violenza,
parte IH. Orientata verso la trascendenza è la fase della filosofia idealista ITALIANA,
donde la dissoluzione t interna della posizione idealistico-attualistica
visibile nei rappresentanti dì questa scuola discendenti da GENTILEG. L
’idealismo attualistico, capovolgendosi la posizione del Gioberti, che dalla trascendenza
anda verso l’immanenza, da Dio alla Storia, fa oggi il cammino inverso DALL’UMANO
AL DIVINO, dalla storia d’ITALIA all’idea d’ITALINAITA. Vedi su ciò
sinteticamente ed efficacemente la prefazione di Giuliano al saggio di Rinaldi,
Gioberti e il problema religioso del Risorgimenlo, Firenze, Valleechi. Sulla
filosofia del diritto di Hegel, dal lato sociale e per le sue connessioni
ideologiche con il corporativismo fascista attuale, V., oltre ì miei saggi citati,
par ticolarmente, Lo Stato di diritto, Passerini D’Entreves (si veda), La
filosofia del diruto di Hegel, Torino, Sui rapporti fra LA VOLONTA DI TUTTI di
Rousseau e la società civile di Hegele fra la volontà generale dei primo e lo
Stato del secondo, vedi il mio Sfato di diritto, Rousseau e lo Stato di Hegel.
Sui rapporti fra società e Stato nella concezione fascista in rapporto aile mie
idee in poposito, vedi Leibholz, Zu den problemen des lascistisehen
Verfassangsreclds, Leipzig. Nessuna delle tre forme di dittatura sopra analizzate,
comprende LA DITTATURA DEL DUCE. Che cosa essa è? Essa è una forma ideale a sé.
Essa è uno sato di grazia dello spirito
italiano. È quella che io credo si debba chiamare la DITTATURA EROICA
CARISMATICA, figura storica o se vogliamo FILOSOFICA, non figura giuridica; ed
in quanto tale, eccezionale e soprannaturale, non ordinaria e comune. Di essa
non si occupano e non parlano i trattati di Dottrina dello Stato e di Diritto
costituzionale. Dovete, per comprenderla, se me lo chiedete, aprire un saggio,
il saggio su NAPOLEONE BUONAPARTE, EROE ITALIANO, degl’Eroi di Carlyle. Un
acuto filosofo, Michels, richiamando il concetto di Weber, parla; di Uomo e di
Capo CARISMATICO. La dittatura eroica è spirituale, non materiale, SOGGETIVA, o
INTER-SOGGETIVA, non oggettiva, prodotta e posta dal popolo; non imposta al popolo,
per cui essa è considerata dal popolo che la genera e ne è li geloso
proprietario e custode, come la cosa sua più intima preziosa e personale.
Dobbiamo, se mai, per inquadrarla in qualche modo in una delle forme stabilite,
ricollegarla, come si è dimostrato, alla dittatura rivoluzionaria. La
rivoluzione è un’idea; e la dittatura rivoluzionaria è la dittatura dell’idea.
Ma questa idea deve trovare il suo Uomo, il suo corpo, l’Eroe. Onde può dirsi
che la dittatura eroica è la soggettività, la coscienza dell’idea di un
popolo, nella sua marcia e nel suo cammino nella storia. LO STATO FASCISTA
NELLA DOTTRINA DELLO STATO. LO STATO NUOVO. Genesi dello Stato fascista.
La natura ideale del Fascismo. Il Fascismo come conservazione revoluzionaria. Gli
elementi dello Stato fascista. La restaurazione politica e rinstaurazione
sociale nello Stato fascista . Sindacalismo; Nazionalismo; Fascismo. Il lato
politico ed il lato sociale dello Stato. Il rapporto fra lo Stato e 1
Sindacati. Lo Stato-società ; lo Stato^asse ; lo Stato-popolo ; Io
Stato-nazione. In nota; rapporti fra lo Stato fascista e lo Stato di Hegel. Struttura
e funzioni dello Stato fascista. Lo Stato sindacale-corpo rativo . Stato ed
economia. La Corporazione. Lo Stato fascista neirordiiiamento giuridico. Leggi
costituzionali sociali ; politiche. La Carta del Lavoro. Le istituzioni e gli
organi fondamentali. Legislazione ed esecuzione. Lo Stato-Partito. Lo Stato
militare ed il cittadino-soldato. I caratteri, la qualilìcazione, e la
denominazione dello Stato fasci sta. La statocrazia come formula ideale dello
Stato fascista. La difesa penate dello Stato fascista.. LO STATO FASCISTA NEL
DIRITTO PUBBLICO POSITIVO. CONCETTI GENERALI E GL’ISTITUTI FONDAMENTALI. Criteri
di metodo e dì studio. Il diritto costituzionale fascista: le leggi ; la prassi
; la dottrina ; la storia. Il metodo giuridico ed i suoi limiti. Le leggi
costituzionali ; le leggi costituzionali rivoluzionarie. L ’in staurazione
rivoluzionaria. L ’atto fondamentale della rivoluzione ; il Proclama del
Quadrumvirato. I! diritto rivoluzionario: organi provvisori ; costituenti ;
costituzionali. . Il Potere politico o corporativo dello stato ed i suoi
presupposti sociali politi« e giuridici. La crisi della democrazia
parlamentare. Regime parlamentare e Regime fascista. La divisione dei poteri
come specificazione di organi e di funzioni, e la coordinazione dei poteri.
Critica della teoria dei tre poteri. La funzione di governo, ossia corporativa
o politica dello Stato. Natura dì questa funzione e sua denom inazione. L’Organo
supremo. Dalia funzione politica alla determinazione del titolare di essa. La
gerarchia degli organi costituzionali. 11 Capo dello Stato ; il Capo del
Governo ; il Gran Consiglio del Fascismo. L ’ Organo supremo come organo
complesso. Le relazioni statiche e dinamiche fra i tre elementi dell’Organo
supremo. La Monarchia e il Partito Nazionale Fascista.. La forma di governo: il
Regime fascista de! Capo del Governo. La forma di governo desunta dalla
posizione costituzionale dell’Organo supremo. Confronto fra il Regime fascista
e l’attuale regime inglese superparlamentare a • Premier ». Perfezione e
superiorità del Regime fascista nell’evoluzione delle forme di governo, in
quanto piena realizzazione del regime popolare. Il Capo del Governo ; ampiezza
ed intensità dei suoi poteri e delle sue attribuzioni. Sua posizione gerarchica
rispetto agli altri Ministri, suoi puri collaboratori tecnici. Gerarchia in
senso amministrativo e in senso costituzionale. La dinamica delle relazioni fra
il Capo del Governo e gli altri organi dello Stato, ed il Partito come fulcro
giuridico ed istituzione-cardine del Regime fascista. Nesso organico fra la
Monarchia e il P. N. F.. L’unità sostanziale fra il Re, il Popolo, il Partito.
Il Gran Consiglio. La prerogativa suprema del Re : la scelta e la nomina del
Capo del Governo. (In nota; la progressiva delimitazione della competenza
legislativa materiale del Parlamento e la crisi della legge formale. I gradi
del potere legislativo ed il problema della gerarchia delle nor me giuridiche
e della relativa Giurisdizione costituzionale). LE CORPORAZIONI E TEORIA
GENERALE DELLA CORPORAZIONE. PRINCIPI GENERALI. Il Corporativismo concepito
come principio filosoflco. Corporativismo economico e Corjiorativismo politico.
Errore <1i ridurre il Corporativismo al puro piano economico. Unità di
Fascismo e di Corporativismo. La corporazione e le Corporazioni. Sindacato e
Corporazione. Sindacalismo corporativo e Corporativismo sindacale. CHE COSA
SONO E COME SONO COSTITUITE LE CORPORAZIONI. L’essenza delle Corporazioni e le
loro proprietà costitutive. I,a costituzione organica delle Corporazioni. Le
lunzjoni delle Corporazioni. Preponderante rilevanza della loro funzione
normativa ed esame di quest’ultima. Il funzionamento pratico delle
Corporazioni. Il reale e l'ideale nella Corporazione. CHE COSA FANNO LE
CORPORAZIONI. I compiti e i problemi delle Corporazioni. La funzione
corporativa come esplicazione della potestà d’impero dello Stato. L ’unità
deH’attività dello Stalo. Le funzioni; gl’atti dello Stato. Attività economica
in senso materiale, ed in senso formale dello Stato. L ’attività giuridico-economica
dello Stato. I destinatari delle norme corporative. Che cos’è la produzione.
L’esecuzione produttiva. Sua differenza dalla esecuzione amministrativa. Lo
Stato e la produzione. Piano economico e piano produttivo. Direzione e
gestione. L’autarchia. Autarchia economica in senso formale. L’economia
corporativa come economia mista. Il diritto economico. Iniziativa privata ed
autarchia. IniziaUva pri vata e libertà economica. La libertà come categoria
spirituale e filosofica. Iniziativa privata e proprietà privata. Personalità e
proprietà; lavoro e proprietà. LE CORPORAZIONI ISTITUITE. IL PIANO DELLE 22
CORPORAZIONI. Il quadro delle Corporazioni ed i loro tre gruppi. Il ciclo
produttivo per grandi rami di produzione come criterio costitutivo delle
Corporazioni e della loro distinzione in tre gruppi. 154 3. La relatività come
criterio per la costituzione e la classificazione delle Corporazioni.
Esplicazione di questo criterio di relatività in due leggi : la organicità
decrescente e la generalità crescente delle Corporazioni. Natura strettamente «
sperimentale dell’ordinamento delle Corporazioni. Il Sindacato come elemento
attivo delle Corporazioni. Statica e dinamica delle Corporazioni. Mozione
presentala dal D U C E ed approvata dall'Assemblea Generale del Consiglio
Nazionale delle Corporazioni. TEORIA GENERALE DEL PARTITO. CONSIDERAZIONI
GENERALI DI METODO SUL PARTITO NELLA DOTTRINA DELLO STATO E NEL DIRITTO
PUBBLICO. Il partito rivoluzionario nella Dottrina dello Stato e suo posto
sistematico in essa. Il procedimento di formazione dello Stato fascista, ossia
il Partito rivoluzionario come origine immediata e formale dello Stato
fascista. Delimitazione dello studio de! Partito sotto l’aspetto politico e
sotto l’aspetto giuridico. Criteri di metodo e degli organi dello stato. Le
varie teorie sulla natura giuridica del Partito, particolarmente sul Partito
come istituzione politica autarchica e come organo dello Stato. Le varie specie
di istituzioni pubbliche. Nuovo concetto delTautarchia. IL PARTITO
RIVOLUZIONARIO, OSSIA IL PARTITO-STATO. Il partito rivoluzionario come nozione
pubblicistica a sè. .Il partito rivoluzionario nella Storia e nella Dottrina
dei partiti. Se il partito rivoluzionario sia ancora un partito e de. bba
chiamarsi partitoIl partito rivoluzionario come partito di regime. Partiti di
governo e partiti di regime. lì partito socialista ed il Partito fascista come
partiti rivoluzionari. Partito rivoluzionario e partito unico. Il partito unico
nella concezione socialista e nella concezione fascista. Stato dì partiti ;
Stato-partito. Il partito totalitario ed il partito unico. Differenza, non
identità fra le due nozioni. Il partito unico può intendersi in due sensi: in
senso giuridico o formale come ente processuale ossia come organo della
rivoluzione. In senso sostanziale come ente politico ossia come organo dello stato.
La giustificazione del partito rivoluzionario. Il partito rivoluzionario come
organizzazione militare . passaggio dal Partito-Stato allo Stato-partito. LA
DITTATURA RIVOLUZIONARIA. Considerazioni generali sul fenomeno storico-politico
della dittatura. Esposizione e critica di alcune opinioni sulla dittatura. Le
crisi dello Stato e le rivoluzioni. Distinzione, classificazione e analisi
delle varie forme dì dittatura. La dittatura costituzionale. La dittatura
rivoluzionaria.. La dittatura polìtica. La dittatura eroica . PARTITO - REGIME
STATO. Posizione e determinazione critica e metodica del concetto di regime. Il
concetto di regime nella recente dottrina politica e giuridica italiana . Il
concetto di regime in rapporto a quello di rivoluzione. Il movimento interno
ossia la dialettica del regime. Le istituzioni del Partito e quelle del Regime
: le istituzioni del Regime e quelle dello Stato . IL CONCETTO DI STATO-PARTITO.
Lo Stato-partito. Lo Stato dei partiti; delle leghe; dei sindacati (Partitismo;
Leghismo, Sindacalismo). Il partito rivoluzionario; il Partito-Stato; la
formula politica. Modernità del concetto di rivolurione e di partito
rivoluzionario. L ’unità e la continuità dello Stato ; la vicenda e la
successione delle forme di governo. Socialismo rivoluzionario; riformismo ;
bolscevismo ; Fascismo. L’esperienza sovietica russa. La classe. La Nazione. Lo
Stato-oggetto; il partito-soggetto. L’esperienza fascista. Contraddizione
sovietica; verità fascista. Il problema giuridico del P. N. F.. Dal
Partito-Stato allo Stato-partito. Insurrezione e dittatura come torme logiche
della Rivoluzione. Lo Stato-formae lo Stato-sostanza. Natura e scopo del P. N.
F,. Istituzione ed organo dello Stato. Nuovo concetto degli organi dello Stato.
L'uno politico: lo Stato; il pluralismo sociale. Sindacati. Il Partito e i
Sindacati . L’università del Fascismo; suo presupposto: il partito unico . SCRITTI
FIL030F1GO-GIURIDICI E DI DOTTRINA DELLO STATO. Il Diritto e l’autorità,
Torino, Pomba. Le ragioni della Giurisprudenza pura, Roma, Rio. Inier. di
Sociologia, Il concetto della guerra giusta, Campobasso, Coluti, Lo Stato
giuridico^ nella concezione di Pelrone, Campobasso, Coluti. Introduzione alla
Società delle Nazioni, Ferrara, Taddei. La Lega delle Nazioni, Ferrara, Taddei.
Lo Stato di diritto. Città di Castello, lì Solco. Il socialismo, la Filosofia
del diriilo e lo Staio, Città di Castello, il Solco, Lirillo, Forza e Violenza.
Bologna, Cappelli. Staio e Sindacati, Roma, Rio. Inter. di Filos. del Dir. Consenso
ed apatia, in Annaii dell'Universilà di Ferrara. Filosofia e Polilica del
diritto, Milano, Rio. di Dir. Pubb. La Politica di Sismondi, Roma, Rio. Inlern.
di Filos. del Dir., Il Sentimento detto
Stalo, Roma, Libreria del Littorio, Diritto sindacale e corporaliuo, Perugia,
La Nuova Italia, Stalo e Diritto, Modena, Le leggi cosittuzionu/i del Regime
{Relazione al F Congresso giuridico italiano) Roma, Popolo, Nazione e Stato,
Perugia, La Nuova Italia, Allgemeine Theorie des faseslischen Staales, Berlino,
Walter de Gruyter, SCRITTI POLITICI Il Socialismo giuridico, Genova, Libreria
moderna, Il Sindacalismo nel passalo, Lugano, Pagine Libere, La persistenza del
diritlo, Pescara, Casa Ed. Abruzzese, Sindacalismo e Medio Eoo, Napoli, Casa
Ed. Partenopea, Stalo Nazionale e Sindacali, Milano, Imperia, Che cos’è il Fascismo, Milano, Alpes, Lo
Stato Fascista, Bologna, Cappelli, Il riconoscimento rivoluzionario dei
Sindacati, Roma, Il Diritto del Lavoro
Sindacalismo, Torino, Pomba, Rivoluzione e Costituzione, Milano, Treves,
La fStoria» del Sindacalismo fascista, Roma, Quaderni di segnalazione, Riforma
Coslltuzionale {Le corporazioni; il Consiglio delle Corporazioni, il Se nato),
Firenze, La Nuova Italia, Economia mista {dal Sindacalismo giuridico al
Sindacalismo economico), Milano, Hoepli,Alighieri esalta nel suo De Monarchia 1’ordinamento
gerarchico del mondo conchiuso nell’idea imperiale; pocoappresso Marsilio da Padova
fonda sulpopolo 11diritto didarsiunproprioordinamento giuridico, secondo le
speciali esigenze di ogni gruppo sociale, e Bartolo espone nel trattato De
regimine sivitatis le varie forme dei governi, secondo l’autonomo diritto
delle cittàe dei regni; finché Enea Silvio Piccolomini avanti il definitive tramonto
dell’idea imperiale, traccia a grandi linee, nel Libellus de ortu et
auctoritate imperli, il disegno dell’ordine politico dell’ universo, secondo la
disciplina dei gruppi so¬ vrani gerarchicamente congiunti nell’impero. Solmi. Sull’autonomia
nel DIRITTO ROMANO, si veda Marquardt, ORGANISATION DEL’EMPIRE ROMAIN, PARIS, e
per il concetto giuridico moderno Regelsberger Pandekten, Leipzig, e la
letteratura ivi citata. Le dottrine dei giuristi medievali sono esposte dal
Gierke Deut. Genossenschaftsrect BerlinSuDante, sarebbe da vedere il mio
scritto in Bull, della Soc. Dantesca;su Marsilio e Silvio, cfr.Rehni Gesch.
Staatsrechtswissen schaft, Ereiburgi. su Bartolo, lo scritto del Salvemini, Studi
storici Firenze Solmi, la cooperazione, lo stato come cooperazione – lo stato
come la cooperazione ideale – cooperazione volontaria – cita. Sergio Panunzio. Panunzio.
Keywords: stato, nazione, razza, popolo, popolo e nazione sono cose distinte –
la nazione ha una valore plus sopra popolo. Razza e distinto a nazione – una
rivoluzione basata sulla razza – la concezione della razza e della nazione,
l’italianita, la romanita, il ventennio fascista – la filosofia giuridica
previa al ventennio fascista – morte di Sergio Panunzio. L’altro Sergio
Panunzio. Concetti. Citazione della teoria dell’aristocrazia di Mosca, non di
Pareto, citazione di Labriola, critica al stato prussiano di Hegel, l’ordine di
1848, Mazzini, la revoluzione causata per comunisti, la dittatura fascista, il
dittatore eroe, cita de Martinis, l’eroe non e senso sociologico di Martini, ma
filosofico. Il concetto di la nazione italiana, il concetto di Roma, la luce di
Roma, la storia italiana, il concetto di stato-nazione, il concetto di stato-razza.
Citazione di “La mia battaglia”, citazione di Mussolini. Scritti sistematici,
evoluzione della teoria dello stato fascista – positivismo, assenza di elementi
mistici. La revoluzione de perturbi e morbidi comunisti al ordine del
reglamento de 1848, la dittadura come reazione alla revoluzione, il concetto di
stato, popolo, nazione, antichita romana, i sindicati nella antica roma, i
sindicati nella Firenze medievale, il comune del comune, la citazione della
Monarchia di Aligheri, Marsilio di Padova, e Machiavelli. Il concetto di
‘stato’ nei romani. Definizione concise. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Panunzio” – The Swimming-Pool Library. Panunzio.
Grice e Panunzio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ventennio fascista – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Ferrara). Filosofo
italiano. Grice: “I like his
‘contemplazione e simbolo,’ for what is a symbol for if no one is going to
contemplate it!?” -- Essential Italian philosopher. FIGLIO di Sergio,
il più noto filosofo del diritto e teorico del sindacalismo rivoluzionario. Ligato
alle correnti conservatrici e contro-rivoluzionarie italiane. Studia a
Roma sotto ZOLLI. Insegna a Roma. Come Grice, alla Regia Marina, partecipa ad
operazioni di guerra nel mediterraneo contro Capt. H. P. Grice, e viene
insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Collabora
con “Pagine Libere”, “L'Ultima”, “Carattere” e altre riviste specializzate in
studi filosofici. Si muove nella direzione di un simbolismo esoterico pieno di
sacrali e regali elementi. Fonda a Roma la rivista del tradizionalismo, “Meta-Politica”.
Pubblica saggi in una collana a cui darà il nome di "Dottrina dello
Spirito Italiano". Il concetto di “meta-politica” è al centro del
dibattito sulle radici europee da parte degli esponenti della destra e il culto
del pagano (anti-cattocomune) di Benoist. Cerca di ri-condurne
l'orientamento tradizionale, iniziatico, e simbolico. L’imponente biblioteca del
padre è donata a Spirito che ne custodisce in gran parte anche l'archivio di
famiglia. Altri saggi: “Contemplazione e simbolo”; “Summa iniziatica occidentale”
(Volpe, Roma); “Simmetria, Roma); “Metapolitica, “Roma eterna”, Babuino, Roma);
“Luci di iero-sofia” (Volpe, I Classici Cristiani, Cantagalli, Siena); “La conservazione
rivoluzionaria. “Dal dramma politico del Novecento alla svolta Meta-politica
del Duemila”, Il Cinabro, Catania Cielo
e Terra, “Poesia, Simbolismo, Sapienza, nel poema Sacro, Metapolitica, Roma ; Cantagalli, Siena Vicinissimi
a Dio, “Summa Sanctitatis”, Gl’Eroi, Cantagalli, Siena, Vicinissimi a Dio,
“Summa Sanctitatis” Siena, Cantagalli, Princípio, Appello. Storia ed Eségesi
Breve. Precedente Storico e Agiografico, Roma, Scritti remoti L’anima
italiana, Sophia, Roma, Difesa dell’aristocrazia:
Pagine Libere, Roma Gismondi, Roma, Foscolo tra VICO e MAZZINI nello spirito italiano,
Gismondi, Roma, Sull’esistenzialismo giuridico” (Bocca, Milano); “Tradizione, L’Ultima,
Firenze; “Cosmologia degl’antichi romani, Dialoghi, Roma, Ispirazione e
Tradizione -- Città tradizionali e Città ispiratrici --, Carattere, Verona Lo spiritualismo storico di Sturzo, Per una
rettificazione metafisica della Sociologia, Conte, Napoli Scritti, S.
Benedetto, Parma La Pianura, Ferrara, Atanor, Roma. Schena,
Fasano, Ristampe e nuove antologie
Difesa dell’Aristocrazia, Quaderni di Metapolitica, Roma I
Quaderni di Metapolitica, Roma Vecchie e
nuove cosmologie, Avviamento alla “Scienza dei Magi), Per una rettificazione
metafisica della sociologia, Lo spiritualismo storico di Sturzo, Sull'autore: Testimone
dell'assoluto, “L'itinerario umano e intellettuale di Silvano Panunzio”,
(Eségesi di 12 noti Scrittori Italiani), Ed. Cantagalli, Siena, Dalla
metafisica alla metapolitica: omaggio, Simmetria, Roma. Inediti. In corso di stampa Note Olinto
Dini, Percorsi di libertà, Firenze, Polistampa, Scirè, La democrazia alla
prova, Roma, Carocci. Combattente nella guerra, rimane chiaramente, un teorico del fascismo. S. Sotgiu, in Il Giornale, Tradizionalismo (filosofia. Silvano
Panunzio. Panunzio. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Panunzio” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Paolino: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- dizionario filosofico
portatile per ginnasti -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “In England, we have it easy: we have Oxford
and we have Oxford. In Italy, small a country as it is, they have Bologna,
Bologna, Bologna, and Nappoli, Venezia, Roma, etc.” Autore di quattro
trattenimenti De' principj del dritto naturale, stampati a Napoli presso
Giovanni di Simone, di un supplemento al Dizionario storico portatile di Ladvocat,
ma è noto soprattutto per i due volumi della sua Istoria dello studio di
Napoli, uscita anch'essa dalla stamperia di Giovanni di Simone. Si tratta della
prima storia compiuta dell'Napoli, nella quale l'autore dimostra con buoni
argomenti (come ricorda Tiraboschi nella sua Storia della letteratura
italiana), che quello studio non e veramente fondato da Federico II di Svevia,
ma, prima di lui, dai Normanni, benché questi non le dessero veramente forma di
università e non la onorassero dei privilegi che a tali corpi convengono, cosa
che invece fu fatta da Federico, che così meritò la fama di suo vero
fondatore. Opere: Giangiuseppe Origlia,
Istoria dello studio di Napoli, Torino,
Giovanni Di Simone, Girolamo Tiraboschi. Grice: “Paolino is
a quasi-contractualist. His contractualist treatise is very accessible. Man is
the political animal, so politics is in the essence. Polis means civil, so a
man who is not civil is not a man. Paolino analyses a contract – in general, and
then the social contract in particular. This sets him to analyise such duties
which are addressed to the other members of the civitas. Paolino is alo the
author of a dictionary of antiquities, which has the nice alphabetical touch
about it, if you are into a first
thought on Julius Caesar or Cicero! He also traced the stadium tradition
to the ‘gym,’ ‘nudare’ as he notes. And notes that it started in the cities
where such as Athens or Rome where the athletes needed a place to get undress
and practice. He mentions Plato’s Academy (after Hekademos) and Aristotle’s
Lycaeum, after the statue of Apollo Liceo, reposing after extercise. It is good
to call Platonists accademici and Aristotelians liceii then. The gyms were
particularly popular in Italy – even before the great expansion of the Latins
and Romans over other ethinicities. In the South of Italy especially, due to
the weather, it is more natural for an athlete to feel the need to get undress
as soon as possible, and philosophers followed.” Di tutte adunque
le società del mondo non e ch'una ftetia l'origine , perchè tutte, giusta il vostro
avviso, nonsìmisero inpiè, nèsi formarono, se non secondo le diverse nécessità,
e bisogne degl’uomini. Anzim in tutte altre sìsi ha un istesso fine perchè non
si risguardò ad altro, se non al commodo, e dutile commune de socii. Ma quali sono
le società particolari, che sarebbero state mai nel Mondo inufo, semante nuta
si fofle ben falda, e stabile la società Universale (A )? (A) Egli è fuor di dubbio
che gl’uomini, essendo tutti in obbligo ed in dovere d'amarsi u vicenda; el'uno
come non nato, per se medesimo, dovendo non che al proprio anche all’altrui
commodo badare, quando ciò tutto esattamente osservavano, non venivano a
comporre che una società universale in guisa che niun diefi considerarsene potea
al di fuor. Quindi divero io non M. La
271 safidica l'Eineccio, il quale tutto scaglian, dosicontro il Puffendorfio,
che trattiavea, e deafai malamenge inferiti tutti gli obblighi, e gl’umani
doveri della società, soggiugneto, jto ch'era uom tenuto soddisfara tuttiquegli
che Uella ,ch'è la più vera, e la più saggia, antichità del e la sola
infallibile maestra dell'umana Ginnasio Na II. Cosa fossero prudenza si lasciarono in dietro di gran
lunga ogni altra nazione. Quindi, giustache scrive Dion Crisostomo agl’Alessandrini
sull'autorità d'Anacarside, non vi fu città della Grecia, che non avesse avuto
il suo Ginnasio. Questo solo basta di presente supporre per farci sicuramente
acredere, che Napoli Città oggi dall'eterna divina provvidenza maravigliosamente
fornitadi quanto in una ben nobile, e doviziosa potrebbe mai l'uom brą mare; e
sopra tutte l'altre ben culte città dell'Europa, e per le scienze,e per l'armi,
e per lo Erano presso de Greci questi Ginnasj alcuni grandi, stati i Ginnasi e
magnifici edifizii con ampii portici, e stanze d'ogni ca onde venifer opacità, luoghi
coverti, e scoverti, ombre, ed altrepref così deti: eso che infinite comodità, ove
la gioventù ammaestravasi qual fosse la lor forma. Oppinio non meno nell'ARTE
GINNICA che nelle scienze, e nelle fa pari celebre gran trafficodi
essendo stata, come tutti fuor versia asseriscono, fondata di ogni contro
l'altre da Greci, ha anch'ella come della Grecia il suo ginnasio finda' suoi cominciamenti
Infatti STRABONE, che vise che a’ suoi al tempo di OTTAVIANO, scrive, giorni questa
città avea ancora ti che Greche costumanze molte dell'an , come le Curie, le
l'Efebeo,e altre d ital Fratrie, fatta. E con queste ha il Ginnasio. Né v'ha scrittore
al tresì osi su questo muover di buon senno, che ombra di dubbio e ne di coloro
che arti liberali; onde sotto uno stesso tetto venivano a c o m avuto il luogo prendersi,
per così dire, due diverse accademie proprio per le, e due Scuole, ribut ta
varj, e diversi generi di Scuole, cioè: quelle dell'arte ta comefavolo- bellica
, e quelle delle scienze, e delle belle lettere. E niodi molti çe perchè a
coloro, che applicatierano alla Ginnica, e per lebri scritori. Io gran novero
loro, e per gli esercizi, che far doveano, come il corso, la lotta, il salto,il
pancrazio, il di Strab. 1.s. fco, . “γύμνοω”, det idioma, senza
aggiugnimento d'altro, semplicemente O ti Ginnasj. Per la qual cosa alcuni nel progresso
del tempo non badando che al semplice suono del vocabolom con cui chiamavansi,
li credettero non per altro essere edificati, che per un tal mestiere: opi
stati esi prima , forse il primo, Crasso presso CICERONE che porta la ne, e tra
gli altri , che in questi ultimi secoli sostennero fi furono MERCURIALE, e Pier
L a però avendo per certo, per quel, che ne scri sena. Noi Ginnica non e pove
Galeno a Trafibolo, che l'arte sta in voga nella Grecia, che alquanto prima
dell'età di Platone, e che in Grecia, come manifestamen te fi ravvisa nell'ingegnoso,
ed ammirabile poema di visselungamente prima di quel cele Omero, il qualee da
molti celebri scrittori, come bre filosofante avanti lo Lino, Filamone,
Tamiride , e altri fioriti stesso Omero, sono vị le Scuole delle belle lettere
fino da’primi tempi; stimiamo più ragionevole il credere, che s'introdussero i
giuochi Ginnici, ed Atle che dopo fatto, che amtici, I Greci altro allor non avessero
pliare que’ medesimi edifizj, fatti molto tempo prima non per altro fine, che
per le scuole, e chiamatigli per le ragioni, che testè noi accennammo, Ginnasj:poichè
Crasso steso, il quale e il primo, ed A2 inge sco, facea mestieri d'uno spazio
maggiore, e asai più grande diquello,che bisogna percoloro,che istrụi vansi
nell'arti liberali, e venivano per questo ad occupare buona parte di tali edifizii;
sono questi dal modo, con cui in es si faceansi quegli esercizj, cioè dalla
voce greca yújrow , che tanto vale quanto NUDARE nel nostro e . CICERONE De
orat. Apud Anson.Vandal differt. 8. de Gymnasiarcb. ingenuamente egli
anche lo attesta, a metter in campo un sentimento a questo del tutto opposto. Parlando
del suo tempo dà atutti a conoscere, che le pubbliche scuole delle scienze non
era allora in costume d'aprirsi in altro luogo, che ne' Ginnasi; e che per
quanto egli si studialle, non potea in niun modo fisar in cui queste erano colà
state erette. Ego alio modo interpreter (dice egli) qui primum Palæstram e
sedes deporticusetiam ipsos, Catulé, Grecos exercitationis, eg delectationis
causa, non disputationis invenisse arbitror; et sæculis multis ante gymnasia
inventa sunt, quam in his FILOSOFI garrirecæperunt; hoc ipso tem porecumomnia Gymnasia
FILOSOFI teneant tamen eo rum auditores discum audire, quam Philosophum malunt etc.
Per verità non v'e ginnasio nella
Grecia, in cui non vi fossero queste Scuole. Cosi leggiamo,che in Atene nel “CINOFARGO”,
il quale e un Ginnasio eretto molto prima del tempo di Platone, sono vi tra
l'altre Scuole, quelle della setta “cinica”, dalle quali egli anche ha il nome,
e nell'ACCADEMIA e vi l'uditorio di Platone come nel LIZIO quello d'Aristotele.
Anzi accolto, ovvero al di dentro d'alcuni celebri ginnasii trovavansi non meno
delle scuole, che delle famose, e celebri biblioteche; come sappiamo diquello
parimente in Atene, che avea dappresso la celebre BIBLIOTECA di Pisistrato,
rammentata da Girolamo, e da altri, e quello in Rodi, della cui celebre Biblio
Schol. Ariftoph. Pace Xenophont. In Hippar. Plutar. Symphofilo
vi11. q. iv. Suid. Pauf. in Artic. Hieron.de Beat. Pompbil. martyr. ep. Ad Marcel.14.
Gell. l.vi.c.17. Lucian. adverfus indo&um. Pauliin Atricis. Ifidor. orig.hiv1.3.
a Р ерос Suid. Pauf. in Attic. Schol. Ariftoph. ad Nubes ec. Ammon. vit. Aristot.
Plutarch. De exilio. CICERONE . q. TUSCULO] teca parla Ateneo; é per questa
stessa ragione per cui sempre ai ginnasii accoppiavansi le scuole delle
lettere, troviamo che molti valenti uomini, e dotti scrittori applicarono in
molti luoghi delle lor opere questo vocabolo, a significar non altro, che
queste, quasi per eccellenza; essendo lo studio delle scienze molto più nobile,
e sublime di tutti gli esercizi ginnici. – l’archi-ginnasio di Bologna – la
prima universita --. III. che h una con quello nello stesso tempo le Scuole nide
le Scuole Atben. Biblioth. l.1. dipnofoph.c.1. Senec. epift.76. ut 0 1,
Supposto adunque pervero, come lo è infatti, Tenimonianza che Napoli, come città
greca, ha il suo ginnasio fin di Seneca, e di da' suoi primi principi, egli
convien credere anchevero, tri autori Lati . di Napoli : delle belle lettere; senza
le quali nella Grecia, come Scienze che vi abbiam detto, non si forma Ginnasio;
e certamente s'insegnarono; di queste, di cui è solo or nostro assunto il
favellare ,vifiorirono. parla Senecainuna sua pistola, nella quale, come dalle
parole, che poco fa da noi fi allegarono di Crasso, con lui filagna presso CICERONE
di que’ giovani, che al meglio delle lor lezioni lasciavano i lor maestri nelle
Scuole per correre frettoloji a veder il disco, la lotta, e gl’altri ginnici esercizi.
Così egli fiduole fortemente col suo LUCILI, che nelle scuole della nostra città
visto avea far cerchio ai filosofi, giovani in nove romolto pochi al paragone
di quelli, che a calca tra ftullavansi nel Teatro, il quale, come egli narra, e
in questa Città non guari distante dello stesso ginnasio, Pudet autem me
generis humani -- scrive egli -- Quoties Scho lam intravi, prater ipfum theatrum
neapolitanum Il fcis, transeundum eft, Metro
nacti spetentibus domum lud quidem farctum est: hoc ingenti studio, quis fit
Pithaules bonus, judicatur. Habet tibicen quoque Græcus du præco
concursum: at in i lo loco, in STAL: quo ritur, in quo vir bonus discitur, paucis
simisedent; et bi plerisque videntur nibil boni negotii babere, quod agant,
inepti cu inertes vocantur. i più nobili della Città non isdegnavano neppur d'inviarvi
per tal fine i propri figliuoli; poichè egli scrive, che portatosi in Napoli
con Giuliano, professor di rettorica udito vavea un giovinetto molto riccocum
utriusque lingua magistris -- per valerci delle stesse sue parole 00 meditans,
exercens ad caul'as Roma orandas eloquentia Latina facultatem. Quanto alla Filosofia,
la dottrina dell’ORTO, la quale venne da'più dotti dell' antichità ricevuta con
applauso, e fu universalmente se guita da tutti que'grandi uomini del tempo d'Ottaviano;
e quella , che in queste medesime scuole avea MAGGIOR VOGA; come par che si
conobbe da una iscrizione,che fi rinvenne in un Cimiterio fco verto nella Valle
della Sanità , non guari distante da quella Chiesa sopra alcune urne, che state
sono per quel che n'appare, dell’ORTO.. Poichè in alcune di quelle vedeası il
nome di alcuni celebri filosofanti di questa setta, scritti con caratteri Latini
leggevasi; manonbene, e oscuramente. E come apprendiamo da Gellio, che fa anche
di questo ginnasio onorata memoranza vir bonusque. 3 DELLA e fiori al quanto
dopo Seneca; al suo tempo in queste scuole nell'istessa guisa, che in quelle
del ginnasio di Cartagine rammemorato da molti Autori, s'istruivano i giovani
non meno nelle scienze che nelle lingue; e I più Salvion. Hieron. In Catbalog. Jone Proph. Aug.
conf. fc. Celan. Giorn. 3. delle notizie di Nap. STALLIVS.GAIVS.SEDES
HAVRANVS.TVETVR EX EPICVREIO.GAVDI.VIGENTE CHORO Quindi tra' maestri , che in
tali Scuole insegnarono le lettere umane e le lingue si conta Stazio Papinio
nativo di Silta, Città dell'Epiro, che fiorì circa al tem po dell'Imperadore
Domiziano; padre di Publio Stazio; il quale, come dal costui poema fi ravvisa
espose in queste Scuole l'opere de'più celebri poeti Greci, come Omero, Esiodo,
Teocrito, ed altri di questo genere; e tra coloro, che v'insegnarono le scienze
filosofiche, deve annoverarsi senza dubbio quel Metronatte,di cui, come prima
abbiam fatto vedere, fa motto Seneca; e fimorì molto giovine,che glifu
contemporaneo, co me questi medesimo attestainun'altra pistola diretta al lo
stesso fuo Lucilio;e febbene degli altrimaestri, e professori, che vi furono in
questi, o in altri più anti chi tempi,dato non ci siaora di tesser un ben
lungo,e distinto catalogo , poichè i lumi , e le memorie della Storia
totalmente ci mancano ; non però egli è certo , che essi furono tutti di tanto
sapere adorni,e di sì rara dottrina,che abbondando perciò laCittà digiovani let
terati venne ella d’ ROMANI concordemente non con altro titolo chiamata , che
di dotta, e studiofa ; e così per tralasciar degli altri,che cið fecero COLUMELLA
in parlando di Napoli, non con altro epiteto nominol la>,che con questo:
Doftaque Parthenope, Sebethide roscida lympha. E'l medesimo fece anche Marziale
col seguente verso: bi di 00 .1 >1 li
al Papir. Star. flvar. s. epiced. inpatr. Senec. ep. Er Oras. Epod.
Ad
Canid. Sil. Italib. Stor. Syluar. Ovid. Metamorpb. is. Napoli, quanto
Illo VIRGILIO me tempore dulcis alebat mente cari; ond'è,che niuna altra Città
più della loro Costantino. Sen.ritroviam nellaStoria, che avessero eglinofino
nel cadi li, che vogliomento dellor Imperio maggiormente frequentata; equel no,
aver Titali sopratuttolafrequentavano, se vogliam prestarfe in rifateleScuo-de
a Strabone che impiegavano ilpiù del lor tem le,con allega re'inpruovailpo
allostudio delle lettere, edelle scienze. marmo,cheog Et quas d o &t
a Neapolis creavit. Anzi Virgilio e riguardo scienze Parthenope, studiis florentem
ignobilis oci. E tra perquelto conto i Napoletani, e per laGin
comebenrifletteil Bembo inunasua pistola, fu mandato , e mantenuto da Augusto
in questa Città a proprie spese per farvi i suoi studj. E in fat ti nella prima
Egloga de' Buccolici, scrit ti anche in Napoli , egli riporta a' favori di quel
Principe il suo Napoletano ozio, cioè, studio con quelle parole: Deus nobis hæc
otia fecit. E confessa nella fine de'Georgici, che: che visicolei nica , la
quale nel si. lor Ginnasio esercitavano anche con vavanofofefta somma diligenza
e con tutta la magnificenza del Mon ta FREQUENTATA DA’ ROMANI; edo,divennero
universalmente agli stesiRomani somma anche dagl'Imperadori fino a gi fi
conserva Quindi LUCILIO, che fu ilprimo tra’Latini a scrive fopra la fontere
delleSatire, non solo visse, ma anche morir volle tra' .An
nunziata;mo:Napoletani, comeattefta Quintiliano,e Cicerone, il strato falso ; e
quale v’ebbe anche un'abitazione e Virgilio, dicui di che propriamente in
efoabbiam favellato, Orazio, Livio, Marziale, Silio Italico - fac cialimenzio
--, Claudiano , e tutti gli altri tra gl’antichi , ne mar che mo rapportato mercè
dellor saperelasciarono a'posteriillornome im in cuilafenzamortale, abitarono
in Napoli perpiù tempo; anzi dubbio fi parla delle Scuole . molti Bemb. lett. 27.
Strab.l.3.infin. Quintil. CICERONE ep. famil. Crinit. de Poet. Latin. Philoftr.
Icon. Sil. Ital. per 9 molti,come dal Poeta Archia narra Cicerone brama rono ben' anche di esservi ricevuti per
Cittadini; cosa, che i Greci non erano molto larghi a concedere; feb bene su
ciò non tuttiusassero lastesa moderazione: Ma non meno de’ privati CITTADINI
ROMANI,visita rono questa nostra Città glistesiImperadori ; poichè sal vo
Celare, il quale, come scrisve CICERONE inalcun tempo ebbe a sdegno i
Napoletani, forse perchè infer matosi fra esi Pompeo nelprincipio della lor
guerra, gli mostrarono,come scrive Plutarco,moltisegnid'af fezione, gli altri
tutti fino a Costantino, lebbero per le stese ragioni anche molto cari: così
che eglino molte prerogativen'ottennero. Il perchè TITO, chesuccef se a
Vespasiano circa l'anno 79.. dell'era Cristiana, essendo pe'violenti tremuoti
accaduti al suo tempo , a cagione di unobengrande incendio del Monte Vesuvio rovinati
molti luoghi vicini ; e traquelli, come scrivonoalcuni de'noftri Storici,in
Napoli anche il Ginnasio: egli pose ogni studio per farlo con pubblico danajo
ristorare: e comunalmente fivuole, che di questo fatto ne faccia anche oggi
giorno una chiara, e certa testimonianza quella Gre. eLatina Inscrizione, la quale
tuttaviaravvisiamoin questa città in un marmo elevato nel muro della Fonta na
dell'Annunziata , ch'è la seguente, riferita anche dal Grutero, non cheda
tuttiinostri Istorici, li quali vogliono, che in essa fi faccia parimente una
espressa memoria delle scuole, ch'esistevano nel Ginnasio. 100 Jens 1 CI,
22 > 1 00 TO са, fuz a . B Cic. pro Archia.
Ezechiel. Spanhem. Orb. Roman. CICERONE
Ad Attic.l.10. ep.11. Plutar.inPomp. V. l'Autor della Stor. Civil. Del Regn. lSueton.in
Tit. cap.12.b.i. Gruter. Infcript. oper. & locor. publicor. Capacc.ift. l. 1.
c.18. Bened. di Falco Antich. Di Nap.&c. TI ΙΤΟΣ -ΚΑΙΣΑΡ ΕΣΠΑΣΙΑΝΟΣ: ΣΕΒΑΣΤΟΣ
ΚΗΣ ΕΞΟΥΣΙΑΣ ΤΟΙ OE TIIATOE TO H TEIMHTHE OETHEAE·TOT: TYMNASIAPXHEAE ΥΜΠΕΣΟΝΤΑ
ΑΠΟΚΑΤΕΣΤΗΣΕΝ NI ·F ·VESPASIANVS ·A V G .COS.VIII.CENSOR.P. P. IBVS .CONLAPSA
·RESTITVIT Ma senza che quì noi ci distendiamo molto nepo co in far riflettere
agli abbagli, ed agli errori, che co munalmente han preso tutti nella
sposizione di questo marmo ; basta, che con qualche diligenza per uom si legga
, per dubitare se in esso si tratti del Ginnasio; o v ver più tosto
dell'antiche Terme , come più probabil cosa essercrediamo, nel fito delle quali
eglifu trovato ; ed ; il numero delpiù,il quale si vede in esso adoperato a
notare gli edifizj rifatti per ordine di Tito ,par che troppo chiaramente lo ci
additi ; nè per qualunque ftu dio vi fi faccia, potrà mai scorgervisi parola,
che colle Scuole, o cogli esercizj letterarj abbia coerenza ; onde quanto su
ciò fi dice sono tutte pure,e prette immagi nazioni de'nostri; egli v'ha però
un altro marmo rife rito dal Capaccio, ove espressamente leggasi: SCHOLAM. CVM.
STATVIS ET IMAGINIBVS ORNAMENTISQVE. OMNIBVS SVA: IMPENSA FECIT Capacc. Ift.
tom.I.h.1.6.18. . E per .I. 11 E perverità ebberoi Greci in costume
di adornardi statue, e d'immagini ilor Ginnasj, con riporre quellede più
celebri Atleti, ed icoloro, che si erano più nella Ginnica refi immortali, ne’luoghi,
ove l'arte esercitasi. E quelle de’ gran FILOSOFI nelle Scuole; come del
Ginnasio diTolommeo celebre in Atene narra Pausania Per la qual cosa se non a
Tito , sicuramente ad Adria no , che nell'anno 117. dell'Era volgare successe
nell Imperio a Trajano. Di quanto narrasi in questo marmo convien darsi il
vanto. Poichè questo Imperadore, come scrive Sparziano inomnibus pæne urbibus,com aliquid
ædificavit,o ludosedidit:efucotantoamatoda'Na poletani, che volontariamente lo
elessero Demarco; ch' è quanto dire Pretore della lor Repubblica. Come prug va
il Reinesio contro il Capaccio, ed
altri,che cre dettero esser questo un Magistrato:Greco;avendo avuto le colonie
a fomiglianza diRoma parimente un talMa giftrato. Orciðne fa chiaramente conoscere,
che il Ginnasio, e le scuole in NAPOLI sono ugualmente celebri di queste Scuo
non meno prima, chedopo che questa città fi: sottolefinoa Costan mise aldominio
de Romani; poichè febbene i Napole tanidall'anno diRoma,come sostienetraglial
triil Reinefio finoad Augufto, edanche molto tempo dopo, toltone il tributo,
che pagano a’Romani, essendo stati trattati da quelli con ogni piacevolezza,ed.
amore ,e reputati amici anzi, che soggetti ; fossero stati dopocircail tempo di
Tito,o diVespasiano,se si vuol credere al Caracciolo, ridotti in forma di
Colonia, Paulin Attic. Cic. De finib. Spart.in Adrian. Reinef. var. le&t. l.3.0.13.
Lo Meliovariar, bection 6.3. 6.16 20 CO) 210 eto 7h OV V. Continuazione CIT per
col ied che cole :ftu. onde magi 0 rife : e refi B 2 Cih e refi più
soggetti,preso avessero a dismettere gl’antichi greci inftituti. Tutta volta
seguirono pur eglino, come manifestamentedaquantoabbiam dettoappare,adeser
citarsi nella Ginnica , e tener te loro Scuole ben ordi nate ; con mantenervi
ottimi professori in ogni genere di scienze. Ma in quale regione della nostra città
situato esse le, e del Ginna-questo Ginnasio, molto'vario è il sentimento degli
Au tori. Alcuni credettero, che le Scuole state foffero ove nel corso degli
anni edificosi la Chiela di S.Andrea; non però questa oppinione quanto sia
folle, e vana di leggieri si mostra ; poichè o fi vuole, che queste scuole sono
divise dal GINNASIO. E ciò quanto sia lungi dal Summon. le cole che di sopra abbiam detto,bastante
mente lo appalesano; o fivuol credere,che queste era no , come in fatti
furono,accoppiate,ed unite, anzi in corporate con quello; e giammai si verrà a
mostrare esservi in tal luogo apparse vestigia di tali edifizj. E' ben vero,che
essisupposero laddove fuinappresso eret to ilCollegio
de'RR.PadriGesuiti,vifossestatoun altro Teatro, diverso da quello, che di sopra
divisam mo; ma questo anche quanto sia inverisimile, anzi impossibile
chiaramente appare da quel che in tutti i noftri İftoricisilegge; come dire: che
Napoli a tempo parimente di Ruggiero Normanno dopovarj, e diversiac crescimenti
diedifizj, ediabitanti, nonera, che'una Città molto picciola, etale,chefatta da
quel Remi. surare, non li rinvenne il fuo giro maggiore, che di pallil;onde
ove:mai figurarvifi voglia notanti diversi Teatri, e Ginnasi di quella
magnificenza,ed a m piezza , ch'era solito dagli antichi edificarsi, non po
trem VI. Sito delle Scuo vero , tremmo mai concepire; senza che in
sì picciolo spazio non vi farebbe rimasto luogo per abitarvi. Seguente sillogismo.
Appare eglidicono da Platone,che: il luogo proprio per li Ginnasj esser debba
il mezzo della Gittà: aveano questi, secondo gli antichi, il più dappresso le Terme;
e come si deduce da Stazio nel Ginnasio de’ napoletani era vi un tempio dedicato
ad Ercole. Orduppo Ito, che in Napoli il Ginnasio occupasse questa regione,
veniva egli ad aver tutto ciò; perchè ella quafiil mez: zo occupava dell'antica
Città; avea nel suo distretto le chi IK er qual sopra tutti ik prese a
difenderla, avendo preso, a scrivere di questo GINNASIO, che per la morte
sopraggiun tagli, non potè terminare; fi appoggiano del tutto sul Altri
all'incontro furono di parere, che il Ginna fro occupasse propriamente quella regione
della Città, la quale per le Terme, ch'erano nelsuo distretto, chiamossi Termense;
e si vede anche dagl’antichi filosofi chia mata Erculense, come chiamola
Gregorio nelle fue pistole perloTempio,cheiviancheera inonor di Ercole
oveoggièla Cappella detta S. M. Ad Ercole e dopo fu chiamata,comeparimente or
fichiama,di Forcella. Non già come vogliono alcuni,ch'è troppo follia il
credere dalla scuola di Pittagora,che quivi era, la qualeavea per insegna la
lettera biforcata Y ;ma si bene , giusta che fu il sentimento de'più favj, da
un antico Seggio, il quale facea per avventura per sua im-. prela, quelta lettera,
che finoggimiriamo scolpita in un antico marmo sopra la porta della Chiesa
Parrocchia ledi S.Maria a Piazza; e diede ilnome a tutto il quartiere. Quegli,che'fifostengono
inquesta oppinione, come sivede da quel dotto libro, che Pier Lalena, 1 Gregor.
Terme, Terme, ed un Tempio ancora consecrato ad Ercole. Dunque, eglino
conchiudono,deve credersi di necessità, che questo così fosse. Pur tutta volta,
posto che Platone non parli di quel che in fatti costumavasi nella Grecia al
fuo tempo, ma soltanto di quel che bramava, che si costumasse. Poichè sappiamo
per certo che tutti i GINNASJ eretti erano fuora delle porte della Città, o a
can to a quelle , come lungamente pruova Meursio, e tutti gli altri, che
dottamente hanno le cose deGreci co'lo roscrittiillustrato;e perchèleTerme
esser potevano, come realmente sono anche in altri luoghi di Napoli, e cosi
pure il Tempio in onor di Ercole , il quale ove fifuppone accoppiato al
Ginnafio,figurar non fideve moltoampio,e magnifico, ma per ben picciolo,e come
un nostro Oratorio, o Cappella; nè creder, che questo fosse stato solo, ma con
esso insieme congiunti, o dentro lo stesso ben molti altridellamedesima
formaerettiinonordiMercurio,di Apollo,di Cupido, e di altro Dio di questo
genere, del Teatro, e Somma piazza. E per verità quiviiveg gonfi!
ancheoggienellecase, che diciamo dell'Anticaglia , e in tutta quella vicinanza,
ove dopo fu eret: to il Tempio in onor de'Principi degli Apostoli S. Pie tro ,
e Paolo infino al vicolo della Porta piccola della Chiesa della Vergine
Avvocata, volgarmente detta l'A nime del Purgatorio, infiniti pezzi d'opera
laterizia, e condo costume era di farsi universalmente da Greci ne' Ginnasj; devequestosentimentoanche
con tutta ragione: ributtarfi. più koNon pochi finalmente contesero, eforsecon
saldo giudizio,econ maggior fondamento,che ilGinna fio, e 'l Teatro stati fossero
in questa città in una stessa,verso quella contrada, che anticamente dicevasi
saparte fe secolo, quella di Berito e
quella di Costantinopoli eretta teflandrini;te del pra Viil Celan. notiz. di Nap.
Giorn, 2. V.Plutar.inopusc.viramepicur. non
esse beatam.Strab.l.s.& Philostr. in Po lemon.] Spartian. In Adrian, Sueton.
in vit. Claud. Gronov. dissertat. de Museo. Juftinian. Conftitut. Ad Anteceffores
$.7.6 Dioclet. h.n.c.quietate velprofeffione fe excufat.6 l.10.c.eod. V.l'Autor
della Stor.Civile del Regnol.s. dur NON Comunque però ciò sia, rientrando
in nostro sentiero. Dopo che Costantino trasfere la sede dell’imperio dele Scuolede
nellanuova sua Città, non vihadubbio, ch'egli, echedopotraj. Lita ove crediamo
noi essere stato il Ginnasio , viene ad essere per avven tura fuor delle mura, ovvero
accanto a quelle. Continuazione quelli, che lo seguirono, tralasciaffero perla
lorlonta-dpeolrl'taItmapelraifoe de nanza, di frequentar Napoli alla guisa, che
ilorante - Costantinopoli. ceffori avean fatto; e che perciò venne ella anche
me- Womenerico da no da’ private cittadini romani frequentata. Ma non per tempo
di NERONE questo il suo Ginnasio fcemò dipregio :erano allora in letani, eglio
an di marmi Orientali di una maravigliosa bellezza,in gui fa , che in niuna
altra parte di Napoli se ne rinvenga tanta copia ; e vi si discuoprono
parimente le vestigia d’alcuni edifizj, che pajono non aver fervito che per
leTerme. Questo sentimento vien confermato oltre modo non solo da quelche
scriveSeneca a Lucilio,che come di sopra abbiam riferito,suppone in fatti ilGin
nasioaccanto alTeatro;ma benanchedalcostume di già ricevuto nella Grecia, il quale
come testé da noi notossi, e d'erigere questi Ginnasj fuora, o vicino le 1
porte della Città; poichè comunque tra levarie op 0
pinionide'scrittorifisupponga, che fosseilsitodell' anticaNapoli,questo luogo
veramente Oriente le scienze in un molto sublime grado. Per tro-rientali, accre
varsi in molti luoghi delle famose Università degli Studj, etonelIV.eV. delle celebri Academie , di
cuiquella d’Alessandria Coʻ Leterati A stimonianza dal medesimo Costantino il
Grande portavano 10-fa Agostino bilito netrai Napo 3 ita qual
cosamoltidiquesti, ed egli altri Orientali soprattutto in questi tempi, ne'quali
trovandosi la Sede dell'Imperio in Costantinopoli; rela era la‘nostra Città a
quella fu bordinata , capitando continuamente in essa; questo gran cambiamento
delle cose non solo non apporta niuno im pedimento alla letteratura napoletana.
Ma moffii Na poletani dall'emulazione di superar gli Orientali , che è troppo
naturale tra gli uomini,egli è incredibilequarto maggiormente ella fosse venuta
ad accrescerli. Ciò tanto è vero, che anche nel V. secolofiori vano perciò in
queste Scuole mirabilmente le scienze; e vi fioriva soprattutto lo studio
dell'eloquenza, come attesta Agostino, che allora altresì ,vivea. Perchè scrivendo egli contro gli. Grice: “You can see the difference
between Rome and other civilisations in that the philosophical gatherings – as
Austin’s were at my St. John’s – or the Athenian dialectics’ were at the Lizio,
the Accademia, and the Cinargo – the Romans preferred to meet at Scipione’s! Call it
Roman gravitas!” DE’ PRINCIPI
% DEL DRITTO NATURALE TRATTENIMENTI
IV; ** D I G I A NG I USEPPE ORIGLIA ,
PAULINO Filofofo,e Giureconfùlto Napoletano* IN NAPOLI
MDCCXLVL Predò Giovanni di Simone CON HCSNZJ P*’ SVfS RIQKl.
by Google Digitized AL SIGNOR
D. NICCOLO’ MARTINO " % Pubblico Profeffore
di Matematica ne’Regg j Studj di Napoli, &c.
v. LETTERA Dell ’ Autore , che ferve anche cP
introdu- zione all * Opera. • * Uefta
picciòla operet- ta , che ora ho rifo- luto di efporre
al pubblico , Stimatif- fimo Signor mio , fìt da me
comporta, fono già quattro anni , per foddisfare al defiderio di
\ina Dama , che per fu a propria a a i itru- f
Digitized by Google irruzione con premuro!! , ed
au- torevoli impubi mi avea coftretto a darle in ileritto una
chiara , e generale -contezza di tutte le parti , della
Filofofia , di cuiella fu. preifo che la conchiufìone . La ra-
gione più forte , per cui mi fono mcflb a farla comparir fola ,
lèn- za , che vi liano unite Y altre ope- re fi lo fo fi che ,
delle quali fu par- te , ella è la lpéranza di poter col fùo mezzo
, più , che colle altre contribuire in qualche parte , e per quanto
fia poffibile al profitto de* giovani , eh' è fiato fèmpre mai, e
farà’ il termine unico de' miei ardentifiìmi defiderj: poicchè
conofeendo quanto abbondevoL mente datanti valentuomini fiali
• «k 4 * *, travagliato a prò de’giovani, faci-*
litando con tante lodevoli manie-; * 4
Digitized by Google re tutte le più intricate q
milioni della fcienza fìlofofica , pareami , che quella fu blimc ,
enobiliflìma Tua parte della r agion Naturale , che pur
contiene non men’ una buona parte della Morale , e della Politica,
che la vera origine di tutte l’umane obbligagioni, man- cale di un’
ordine facile, e propor- zionato alla capacità de’ Scolari $ lo che
pareami non eil’erfi fatto fin ad ora in tante Opere di eccellenti
Giureconfulti , e fapientiffimi Fi- lofoii , che tanto bene han
tratta- ta quella materia , eflèndo gli di loro libri certamente e
foltanto adatti , e proprj per gli uomini provetti , e molto
avanzati nelle buone cognizioni . Onde rifletten- do meco fleffo a
queir occulta im- percettibile forza, che difpone per a 3
mez- Digitized by Google tnczzo di tanti improvifi
avveni- , e fapientiffimi Fi- lofoii , che tanto bene han
tratta- ta quella materia , eflèndo gli di loro libri certamente e
foltanto adatti , e proprj per gli uomini provetti , e molto
avanzati nelle buone cognizioni . Onde rifletten- do meco fleffo a
queir occulta im- percettibile forza, che difpone per a 3
mez- Digitized by Google tnczzo di tanti improvifi
avveni- menti di -noi, e di noftre forti, e che firn dal
momento in cui giunfi in gualche modo a comprendere per ' quelche a
coloro, che fon racchiufi Nel tenebrofo carcere , e nell *
ombra Del mortai velo ; vien permelfo , qualche cola dell*
ordine, e del decreto delfeterna , e di vina prò videnza, determina
varai alf elercizio della lettura, che dopo 4 tante
variazioni di mia fortuna, ho profeflhto per otto anni} a ni un’
altra cola mi ftimai obbligalo di porre maggior Studio , che in
prò-» vedermi d’idee le più chiare, e nette , come quelle che fono
le più neceifarie per ben comunicar a’ giovani gli precetti di
quelle fcienze , che vogliono apprendere, e lo-
Digitized by Google e lor tutto dì s’infegnano . E per- chè
a ben* illuminar la mente di coloro, ches’applicano allo Studio
> delle leggi tanto nella Città noStra coltivato, e giustamente tenuto
in * pregio, utiliffima, e quafi necefla- ria pareami la notizia di
tutte le rnaffime generali del Dritto Na- turale , come quelle ,
che fcuopro- no la. vera Sorgiva delle Società, de’ commercj , de’
contratti , de* pat- ( ti , ed’ una infinità dì altre cole di tal
fatta , profittevoliffime all’ intelligenza delle leggi medefime,
ed aj buon regolamento della vita umana, -credetti, che non efiendo-
vi ni un’ opera per quel , che io mi fappia , che ne tratti , e tratti
in modo , che ficuràmente dar fi pof- fa in man de’ giovani , il
profi tro de’ quali fopratutto ho avuto a 4 lem-
t w ’ \ Digitized by Google
'lèmpre a cuore , non farebbe data fuor eli propofito la mia
fatiga . Quindi proccurai di metter ciò , che avea penfato , e
fcritto per la divifata occafione nell’ ordine il più naturale , e
facile, 'eh* è quello de* Dialoghi , come dalla tavola de'
trattenimenti , e de’ lo- ro fommarj giunta qui da predo lì vede ,
Icrivendo colla maggior polli bil chiarezza 5 febbene per tju cl ,
che riguarda lo Itile delìde- rato 1* avrei più puro e femplice ,
di che farò compatito da Voi , c da tutti coloro, che fanno in qua-
li didurbi , e rancori io me ne vif- lì per più tempo nè men
dinanzi di badar a tale opera , che dopo , cd in quedo ideilo tempo
, che hò imprefo di darla alla luce 5 e con tal mia proteda
gentilmente farò altresì Digìtized by Googl
■i altresì fcufato preffo coloro , che non fanno il
tenor di mia vita. Ma comunque ciò fi a 5 e fe nel defideriò
di giovare a tutti io l’ab- bia fallita, pur non farà dannevo- le
quella mia volontà di procura- re f altrui profitto , poiché colui,
che fi affàttica per il pubblico be- ne , ancorché non vi riefca ,
pus non deve privarli del premio di effer creduto uòmo di buona
vo- lontà . Eccovi in poche parole fve- lato il mio pen fiero , e
quella mia fatica quafella fiali, sì per impul-» fo d* oflèquio al
fuo merito , sì per ragion di debito per tanti buoni infegnamenti
datimi , sì per infi- niti altri motivi ad altri non do- vea prelèn
tarla , che a Voi Stima- tilfimo Signor mio , perchè fem- pre con
una fomma , ed ineffabile gca». Digitized by Google
gentilezza avete riguardato me , e favorite le mie cofe . Tanto
più , ch’eflèndo Voi dotato d’una men- te fubiimc, che T avete
arricchita * di tante cognizioni coll’ indefejflò Studio , per cui
liete giuftamente reputato per uomo di profondo lupere, e.di
politiflìma letteratu- ra , di che fanno chiara teftimo- rianza gli
dottiffimi Libri delle • Icienze Matematiche dati alla lu- ce,
potrete ben garantire queft’ope- j retta dalle punture inevitabili
del- f invidia , eh’ elfendo la più abo- minevole tra tutti gli
vizj,pur Tempre inforge a mordere chiun- que li arrifehia di
fottoporre alla pubblica cenfura le fue fatiche. Contentatevi di
ricevere in buon grado quelT attefhto del mio rif- , petto , c di
quella profonda vene- raz o- Digitized by Google
razione , con cui ammiro Ja vo- ffra virtù, perche accurato
della voffra protezione mi lulingo di non incontrar difagio , e fac
end o- le riverenza mi raffermo . i Napoli
i8.Novembre 1745* ✓ « Di V.S. ! ^
Dhotifi. Obbligati y?. Servidore Giangiufèppe Origlia Paulino,
1 Digitized by Google TAVOLA
i t ' ' . - ^ De* Trattenimenti, e de’lor fomrnarj;
trattenimento I. I De’ principi del Dritto
Naturale in .Generale . SOMMARIO. I. Definizione
del Dritto Narrale. II. Sua immutabilità , o cojianza .
III. GiuJHzia , o ingiufiizia de IP azioni dell* uomo .
IV. Divario , che v* ha tra quefio , # r7 drit- to umano .
v. della fua pojfibilità , e fua oh- v libagione ,
avvegnacchè non vi avejje un ente necejfario , e increato .
VI. Obbligatone definita , e dìfiinta in va- rie , e diverfe fpecie
. VII. Modo, con cui un si fitto Dritto fu da Dio a noi
trafmejjo . Vili. Norma Naturale dell ’ azioni degli uo-
mini e alcune opprfzioni dileguate . TRATTENIMENTO
II. De* doveri deir uomo lòlo nello dato della Natura
. SOMMARIO. I. & uomo confi derato in diverf , e
ben dif- ferenti fati . II. Qt/anto comprenda , e f fenda mai
que- Jìa fetenza del drittO'Naturale . III. Del modo con cui
V uomo fa tenuto di conofcer Dio , e di amarlo 9 e venerarlo
in Digitized by Google in ogni fu a
azione i e degli altri obbli- ghi , e doveri dell * uomo inverfo
qucjìo ejjèr fovrano . IV. Obblighi , e doveri dell ’ uomo
verfo se medejìmo di/iinti in varie fpezie, V. Necejjìtà di
tonófcer se medejìmo . VI. Uffìzj , obblighi , e doveri deir uomo
Verfo del fuo fpirito . VII. Modi , e vie da perfezionar V
intel- letto , e dalle virtù intellettuali in par- ticolare .
Vili. Della perfezione della'nojìra volontà e delle virtù morali ,
di cui P uomo era tenuto guernirf in quefto flato della Na- tura ,
non che della cura del proprio corpo . IX. In che al fin fi
riducono , e fl reflrin- gono tutti quefli obblighi , e doveri
dell' uomo , e le fue virtù . TRATTENIMENTO III,
Degli uffìzj dell’uomo confìderato di bri- gata con gli altri
uomini nello flato Naturale . SOMMARIO. I.
HeceJJltà et un Filofofo et attender ere allo fin- Digitized
by Google Jì ndio di quello dritto ; e obbligazione di ci
afe uno d' ijiruir ferie . II. Fondamento degli uffizi umani
ifeambie- voli degli uni verfo gli altri , e quali quefti Jì Jìa no
. III. " Seguito delle virtù Morali . IV. Patti ,
e lor Natura , e origine. V. Contratti come rinvenuti ; in che con
- . fìjìono , e naf cimento de ’ dominj . VI. Della compra ,
e vendita in particola* re , e d' alcuni altri contratti .
TRATTENIMENTO IV. De’ Principj dell’ Economia, e delia Poli-
tica , ovvero degli obblighi , uftìzj , e doveri dell’ uomo nelle
fòcietà particolari . 1 SO M M A R IO. I.
Dejìnizìone generale della focietà ; ori- gine di ben differenti fccietà
; e lor f- ne. II. Obblighi , e doveri de' f oc j .
HI. Della focietà coniugale . IV. Della fccietà
paterna. V. Origine , e doveri de' Tutori. VI. Della
focietà infra padroni , e /irvi . VII. Dei- Digitized
by Google VÌI. Della famìglia , Vili.
Definizione , e origine della focietà ci- bile . IX. Doveri
de' Regnanti , e lor potenza , e maefià . X. Delle Varie , e
diverfe forti di gover- ni , de ' regolamenti , che lor appartengo-
no , focietà mifìe , c fijicmatiche ^ e della forma dell' Impero di
Germania. XI. Necefiìtà , che v' abbia in ogni Rep- pubblica
de' magiflrati ; ed obblighi , ,* * /
TRATTENIMENTO I. ' : ' ,DP PRÌNGIPJ; VII. cui un
sì fatto Dritto fu da Dio a noi trafmeffo . ’ ' Vili.
Norma naturale de ir azioni degji Uo- mini , e principio del Dritto della
Na- tura definito . IX. Come debba effer sì fatta norma , e
qual ella fi fa. i .;*• X. Qualità differenti (P un
vero principio. XI* Oppinioni dì molti intorno ciò rifiutate, e
, » . quelche realmente fi debba aver per tale, i
ytqbiHto:. « xu. Oneftà , e dofid delle nofire azioni
XIII. Doveri diverfi figli Uomini , e svra pietra da paragone delli
lor andamenti , . XIV. Pruove delle cqfe di /opra- offerite
tolte da' libri j agri . XV. Sentimento e dfe7/’ Ei neccio intorno
al pr\ncipio del Dritto Naturale ripro- vato , e alcune oppofizioni
dileguate . 24. Èrche il Perfonaggio, chea fé 30 Voi
conviene rapprefèntar nel fl Mondò , egli altro al fin non fa
r$(fe non m’inganno) che di un Giureconfalto, o Avvocato, guitta che
la voftra natura, o inclinazione, che dir voglia- mo, e l’
educaziojrede* propri Genitori, non fAoas^4 tyòxots M Òr'
aJ$j ine ’ e che non è la ‘ qt !i aIe **’ * ^ »* In/Ta*™
J l j mh fi nza ampiezza afille ,’ M“ i« alcun dì mi mortali d temi
„,/ J 9 » e»trant Jìa-,t oppojla alle fu* .Jan-
«**£•«* J/ r:> ikf'fr .ym^ A T * ^ .. 4 O) InftÙ DiVro.
vi. S. , i 4 ; Grot. de indul^. «$•««* ' TV V
*•; *.i fck» 5 4r • u ¥
. ^ Digitized by Googlè, * V • . k
DEL DRITTO NATURALE. 7 di più oltre pafiando fi potrebbe
altresì qon ogni naturalezza arguire , che la giustizia, o ingiuftizia
dell’ umane operazioni , in A4 fin fanti tà , 0 bontà
, non pub a patto alcu- no , dalle ojfervanze di si fatta legete in
modo veruno difobbligarci ( f ) . Il per- che agevolmente quindi pojfon
tutti appren- der quanto diffidi cofa fa , e malagevole il giugner
per Uomo alla cognizione non men delle leggi de 9 Romani , che più di
tutte V al- tre barbare Nazioni al Mondo travagliarono nello Jiadio
del Dritto della Natura , che de- gli fiatati , e delle confuetudini , 0
leggi del- la propria patria , fenza effer fuperfdalmen - te
almanco di ciò frutto , eh' è la fola , e la vera guida , che aÌP interpr
et amento di quello può mai condurlo , e con divilupparne il lor
Vero Jfenfo fargli conofcere , e capire quante elle giujìef ano , 0
ingiujìe . Quindi Ulpiano . quel che fopr atutto Jìimò nelle fue
injìituta tieccjTario da faperf per un Gìureconfulto , •* b°
ni » & «qui notitiam ( 6 ) , lodan- do Celf > 9 che defnito avea
al dinanzi lui il Gius : C r ) Idem de indulg. c. a.
& Uh. 1. c. I. de jur. Bell.
& pac. Pufendorf. c. ;.T. 2. §. 4. J. N. C 6 ) L. i.de
jud. Se jur. Digitized by Google 8 DE’
PRINCIPJ-' fin altro non fia , che quella conformità , e
convenienza , che pofiòn mai quelle ave- re , o non avere con sì fatte
regole naturali a tale, che confiderate lenza un tal ri/guar- do, e
di per se lòie , puramente come dall* Uomo fatte ( come che ciò fi fofiè
una me- ra ipotefi,ed un puro liippofto ) totalmente meritino d’
averfi per indifferenti (C) . M. Co- Gius : ars boni ,
& aequi : Cosi fecondo attefa Seneca ( 7 ) appellarono gli antichi Giare
con- flitti il Gius della Natura , il perche Cicero- ne imputava a
fomtno pregio , e gloria di Sulpizio che : ad aequitatem ,
facilitatemque omnia referebat , & tollere controverfias ma-
lebat , quam conftituere , per valermi delle parole del dottijfmo Vive s
( 8 ) . (C) Egli ha ciafcuna delP Umane azioni una tal
qualità , e condizione , che per fua natura , giujìa il fenlimento di
Platone nel fuo convito , non fa in guifa alcuna nè turpe, nè cnefa
; cosi , egli dice , è quanto adejjb noi facciamo : il bere , per ef
empio , il canta- re , il difputare ; nulla di si fatte azioni
racchiude in se fconcezza alcuna , 0 onefà , I . . , ma ( 7 )
Apud todovic. Vives coranaent, sd lib» xtx. c. ai. Ani?;, de Civit.
( 3 ) DvLoco . !.. xix. Digitized by Google
DEL DRITTO NATURALE. 9 ria dal modo filo con cui vien fatta ,
appren- de ella il cognome , che ha , 0 di buona , 0 di cattiva ;
imperocché quanto noi facciamo fag- giamente , e con rettitudine egli non
è fi non buono , e onejìo ; come quanto da per noi vi- zìof amente
fi opera non è , che turpe , e ifcon- cio : T* in diverf l-oghi delle fue
opere cer- cò Jiabilire , e mojhare il medefmo Platone , come è
molto ben noto a chi che non fa in quel- le del tutto forajìiere . Il
perche /ebbene a- zioni veramente indifferenti fano il dìfpu- tare
, il ragionare , il camiuare , e altre si fatte , non fi deve però il
medefmo dell* altre umane azioni afferire ; imperocché di tutte
quelle dalla cui nozione , o idea fi poffa con ogni ragione per Uom
ritrarre , e dimojìr are, che faccino , o no mai a nqfìra perfezione ,
e vantaggio , o utile , eh* è quell* appunto, per cui a ciafcuna di
effe V intrinfeca bontà, o malignità s* attribuire , e imputa , non f può
per niun ver fi mai da chiunque penfi, siffatta bontà , o malignità recar
in dubbiezza ; comec- ché ' ( T ? A D 1 omen]co Bernino Iflor. dell’ Ercfie . Tom.
i. c. a. del leccio 2. Digitized by Googl ■ v -
• C Wt } D * luogo fopra. ( ^ Heinec. v. nel luogo di fopra
. • * f\ - v».* »•* -■* 1 * ‘ ^ DE’ PRINCI P J
dijcorfiy e del ragionare insìangujii termi k m rijtretta ad altro
per lui frvir non var- rebbe $ che a fomminifìrargli una certa
Spedi- tezza per cosi dire , e dejìrezza vie maggiori di quella i
che fi ojjerva , e nell' operar de' bruti ,eper aggrandir in ejjò
in parte , « accrefcer le fue forze naturali , «w non miga ?..
;> per indurre nelle fite assoni , è recarvi la vera moralità , come
cofa del tutto imponìbile, fenza lo ftirito della leg0 , 0 un' infinità
dii: vite dinanzi , che non incìfe in noi quella ; egli e meJHeri dall *
altro DEL DRITTO NATURALE. U • lerfo , che da fernoi
Jì affermi , /z Ani , che per di- fetto di que/fo firgget to , che
ingiufo , o ma- lignò avjfe potuto e fervi mai , o che quefa .gi
ufi zia , o malignità aveffe pur potuto ri- durre in atto , non f pofi'a
quefia al meri in afratto concepir , da queìi'ijiejfo mentre ejfer
* rifiata , in cui la fantità vi fu , e la bontà f come ccfa a
quefa diametralmente, oppofìa % e con - 14 DÉ* P
R INC I P J $ contraria ; e ciò tanto più , che non ci Jì per-
mette in guifa alcuna dubbitare , che l idee di tutte quejì'e cape thè
qua giù noi leggiamo 4 . fiate non vi fojjero nel divino Intelletto
fin * ab eterno ; é che per . ragione in quefio mede- V fimo fi
ebbe altresì accoppiata 9 e unita all - idea deir Uomo , ch\in tempo a
crtàr fi aveq 9 • come un Sacerdote proprio della natura 9 !. r
idea parimente del male , xhe quefii , cerne creatura affai imperfetta» e
finita potè a , g dove a fare . Al dinanzi però dar fine a quefio
,• avvertimento , avvegnaché fii alquanto più lungo del convenevole. y
non tyalafciamo qui avvertir di vantaggi 0 » che fèbbene , que ’
mot- ti deir*Apofiolo,da noi al di fi òpra recati', pec- catimi non
cognovi , nifi per lesero &st. alcu- ni I interpretino per la legge
Mofaica , vo- lendo , che in noi per lo peccato la legge della
natura ottenebrata alquanto , pria della leg- ge di Mose JìaveJJ e
ciafcun portato a peccare fienza certa , e ferma feienza , e che di
quello fiato dell Uomo favellaffe in vqrj luoghi rApoflolo dicendo
: che (\£ ) iìnejege pecca- ta t , fine lego erat , fine lege puniebatur
: non già per al fermo perche molte delle fu e azio- ni dinanzi ìa
legge non erano in, guifa alcu- na peccaminofiè., mafoltantq perche : non
im- . V V ,./* V ’ f. ’g'ri .,A.i A V"V P9 T '-«fr
r ( ré ) .Ad Ronwa.vv r. ad GopqtN.P*?.; v. ai. 4
•r«rr-r- « ygn» ■ y yr - 1 .. .*“ ' ■ • * -& ’ - 4 » . ^
: a f| HPani-itn 1 o por meglio dire : 177. dell’ultima edìzion' r. iG. e
io. ( 1 3 ) Hiftor. verer.teftàm. diili • \ 1 9 )
ChrifolU hic. Aug. !ib. u contra duas epift, Pe. P ecu,n
Artibrofiaft. Eli. Giop «c. recati cìaCalmet. tield. luogo. ‘ ‘ • 1
C *0 ) .Hierorj. ep.ad Hedibaro.q.S. Paraeus gMa Cai- meu d. l.>
" ’ ’ ■' ' v '"' f *' •v.
a DE 9 I» " • ■'. . «» ';■. .’ -
PRINCrPJ •}-*} M. Così egli è appunto j anzi da quello
nd- * IV. l’ ifteflà guila parimente Ilom vede mol- to
manifedamente , che H dritto Civile , e il dritto pubblico, non che,
quello delle Genti , o qualunque altro, vai io , e diver- tì)
dritto j eh 9 è tra noi , altro in effetto e non Ira , o comprenda , che
quelle ideile regole della Natura diverfamente alle bi- fògne , e
necefiità degli Uomini applicate , e alle lor vàrie , e diverle operazioni
adat- tate , cpnfiderati or come membri di una lòcietà univerfalc ,
or come membri di una V - . : '*v lo- f ^ \ . * • • ,
credere il S. Apofioln avèffi' in quejh luogo voluto figurarci uri
tlomo'at dinanzi degli an- ni , in cui comincia ad ttfiar della ragioni
, dìfiinguerla j e che perciò non opera tutto , (he
indifferentemente queir ifieffo , che in appreft fio , e per la ragione
gli fiàrd imputato a pec- cato y e a vizio y dicendo egli di lui
meàejimo non guari dopo : ego autetn fine lege vivebamt aliquando (
il ) * Onde fifa chiaro , che Pilo- mo figurato da noi dopo il Grosdo , e
il Puff fendorfio fienza alcun In**? della ^oo,” r n - on fi debba
aver miga in effetto , e tener per V , mcraipotefi . ' / , .
'* ( zi )• V.9. è. ep.id Rotti, «bf v. Ang. Ics contri Ju- liamum
c. 1 1. Hicron. &t. apud Corndium'a I «pwt o. » Vi •* .
.• ù’ a DEL DRITTO NATURALE. j 7 focietà
particolare , or altamente in altro diverfo flato , e fortuna. D.
Si bene : ma come provarefte voi mai la V. poflìbilità , e
l’cflflenza di sì fatte rei gole ? M Egli è, vaglia il vero,
colà certiflìma, e • che non li può miga per niun verlò da
Uo- mo , che facci di fu a ragione un buon ul& recar mai in
dubbio ; * I. Ch’ ogni un di noi nell* operare egli fia Ifw
bero totalmente , e padrone della propria volontà: e che per una sì fatta
libertà nulla mai di vero , o di fermo unqua nell! giudizi delle
cofe, che naturalmente noi avertiamo , o appetiamo dal canto noltro
richiedendofi ( effondo pur il noflro intel- letto affai dappoco , è
fievole ) egli fi polla per buono , e pier utile , o per onerto , e
per retto, che dir vogliamo , agevolmente eleggere da cialcuno, e
avere non meu quel che in effetto e’ fia in fe tale; m 9 altre- sì
tutto altro, purché fi prezzi da noi , e fi reputi come tale ( D ;
. B IL Ch 9 ( D ) Due adunque fon le verità ,
che qui da noi fi propongono, e me t tonfi al dinanzi de nojtri
leggitori come ben certe, e Mimo - fra - 18 DE’
PRINCIPJ Jìrabili;come che ne ’ nofiri trattenimenti fulla
Metaffica fio no pur fiate elleno dffuf amente mojìrate appieno #
provateci quejìe fi è la pri- ma la libertà , eh' ha ciaf c un di noi da
poter fare#d eleggere quanto mai gli sa buono # gli và a grado ,
eh' è quello per V appunto , che da' Scolajiìci dicefi d'ordinario
indifferenza cPefer* tizio; la feconda ella è, che non da altro y
fal- vo dalla fodere hi a , e molto gran limitazione del noftro
proprio intelletto n avvenghi il fe- guir noi ben furente, ed eliggere un
bene falfo del tutto , ed apparente per un ben vero# rea- le . Ad
ogni modo per quel che può mai ri- guardare alla libertà della nofira
volontà , non tralafciamo qui pur di notare , ch' egli non v' abbia
a noftro credere tra le majfme pejiilenziofe , e nocivi: allo fato , e al
gover- no di una Monarchia , o Keppubblica y ch' ella ipeggior di
quella , con cui fi vie n quejìa a dinegare , o metterla in guifa alcuno
in for- fè j II perche per niun verfo mai ciò permet- ter fi deve
da Principi , e da Regnanti , giufia rinveniamo , che dinanzi ogni altro
fi fu l' av- vi fo di Platone ( 22 ) ; devendofi di neceffttà , ciò
pofio per vero , riconofcer Dio altresì per Autore , e per propagatore
de' peccati , e de ' mali degli Uomini , non che annullar to-
tal* C ** ) De Republ. lib. ili Digitìzed by
Google V ► DEL DRITTO NATURALE. j
9 talmente , e derogar ogni legge , ed umano fa-, tuto ;
Qgindi noi queir Ere/te piu di tutte E altre offerii amo , che fatto
e'aveffero mag- gior guerra alla Chiefa di Dio> e recato mag-
gior /pavento alla Reppubblica di Chrijìo ^ in cui una sì empia
affirzione Jì //enne mai , c difefe ; imperocché non v' ha al Mondo ,
va- glia il vero , chi non /oppia , per tralafciar di far motto
degli altri di tal fatta \ quanto/ fu mai quel fuoco , che v' accefe nel
primo fe- cole r empio Mago Simone , da cui la fetta de' Simoniaci
ebbe il fuo principio ; e quan- to/ fu quello , recatovi da Carpocrate ,
nel fecondo fecole , autore dell' abbominevol fet- ta de' Gno/i ci
, non che gli agitamenti gran- di , che ella fffetfe in quell ' ijìefo
fecola per un Cerdone , e per un Alarcene; e per un Curbico , o
Manes in appre/b nel terzo , Capo de' Manichei (21 ); del rcjto per
quelche ri- guarda all ’ intelletto , egli fi ha altresì altro- ve
moftro molto alla dijlefa>e nella nojira Me- ta/fica ; I.Ch' in ogni ,
e qualunque azione nojtra libera non men quejìo vi abbia la fua
parte , che la volontà • non potendo/ per la volontà inguija alcuna defiar
altro mai , 0 ap-\ petere , /alvo ciò che dall' Intelletto pria gli
• B * 2 . . /re- ( »? ) V. Il Semino nell» Ilìor. dell
’erefie ci. Se;, ^ c. 6 . Sec. II. c. 1 ». Sec. HI. . , . -
Digitized by Google io DE’ PRINCIPI II. Ch’ a tutte
le colè qua giu create , le quali dal vero , giufto , e dritto fentiero
fi *- partano , faccia medieri che fi reggano in ogni tempo , e
continuamente fi regolino giuda qualche norma ( E ) .
Il Jt recò , e mofirò per bene e per utile ; ne da el-
la evitare , o ifchifare altro mai Jappiendofì che quello , che per
quejìo le gli vene r appre- stato come malo e cattivo . 11. Che non
Jt pojfa Uom mai dar in colpa, ne accagionar di altro, che delle
azioni Tue libere , come quelle , che fono le Jole che pojfono per leggi
regol arf , giujia da quello , che qui al di fopra fi diffe ,
ciafcuno imprende ; Il perche in quefo tutto , fenza più ci rimettiamo
noi a ciò , che n ab- biamo ivi favellato . * ( E ) Chi che
porrà mente mai , e vorrà attentamente confderar le cofe del Mondo
, conofcerà , fenza dubbio , agevolmente la veri- tà di quanto qui
noi diciamo , niuna ejjendo - vene in realtà per cui Dio non abbia
preferit- to y e formato certe , e proprie leggi , e una qualche
norma proporzionata totalmente alla fua natura , e c^njìituzione
ifiabilito ; co- fa che fopr atutto miriamo in quelle di cui qui Jt
tratta , inguìfa , che non fembra fopra ciò pun-
Digitized by DEL DRITTO NATURALE, ’ir Il perche fe pur
quello egli è fi vero , e certo come noi lo abbiamo , egli fa meftieri
al- tresì aver come tale , che tutte 1* azioni dell’ Uomo libere, e
dipendenti da lui, debbano qualche norma avere , e giu- da quella
per l’appunto efier mai fèmpre difpofte , e ordinate ( F ) : lènza che l’
Uo- mo fomigliantiflìmo a colui eflèndo , che B 3
creo!- punto fia mefieri il pili dffufamente difen- derci ,
e di vantaggio . ( F ) Per quel che ben faggiamente egli vien
notato per un autore ( 24 ) abbiam noi due ben diverfe , é- differenti
fpezìe d' lnfìtu- zioni ; r una delle quali eli * è del tutta.
arbitraria , e dipendente da noi medefimi ; r altra come nella natura
della cofa ijiejfa conffente del tutto , e fondata., altro non è }
che una fegvela ben molto neceffaria di quan- to f ebbe al dinanzi
penfato , dove pur coll* . operar al r over fcio totalmente di ciò , che
pria fi abbia avuto in mente d'operare, non fi vo- glia fe medefimo
metter in /memoratine X e obblianza ; un Architetto per
efemploavve-'- •*•«•■ .•••'*! gna •> 4 ( 24 )
Pufendorf. fpecim cofltrov. Cf. Joan.
&rW.ùÌ fw* 1. J. N. c# ij, *v* ‘ 5 * • » V' > --‘A ...
Digitized by Google 1 aa DE’
PRINCIPJ l creollo dapprincipio , c a colè infinitamen* te ,
c da troppo più al di fopra di quelle, che qua giù guardiamo di detonarlo
fi compiacque , e contotuirlo , egli è per al fermo una
fconvenevolezza grande oltre mifiira figurartelo , che polla mai da
te, lènza qualche norma , o legge operare , la cui ofièrvanza , o
rifpetto dagli altri ani- mali divitendolo, gli vaglia non men per
indurre nelle lue azioni , oltre l’ ordine , e decoro , molto altresì di
bellezza, e di leggiadria , che per un gran argine , e ri-
tegno alle file sfrenate pa filoni , e alli fiioi licenziofi affètti ;
cote che vie più per cer- ta, e ferma deve egli averfi, che te
non ■» • * D v. x v * ho gnache in fio
arbitrio , e potefià egli abbia dì f ridare , o non fondar e , giufia ,
eh' a lui vie più aggrada un Edificio , o P alaggio , cF egli
fia> affai magnifico , ed eccellente , dopo aver «li iifpjb , e
ordinato da vero fabbricarlo fa mejiieri metta in affetto y e in punto
degli materiali tutto altrimente , che s* egli ne vo* leffe mai un
mero , e puro difegno ordinare , e difporre ; poiché fetiza fallo
apparirebbe un matto univerfalmente a tutti , e un melerfo y fe
fatto , e formato et? egli ri* avejfe qufi”,vo% Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE. 2* hò delle traveggole in
sù gli occhi della mente, la libertà, che all* uomo compete come a
creatura molto è diver/à , e diffe, rente da quella afioluta, e
indipendente propria di quell’ efier fùpremo , e increato che qui
quanto noi veggiamo confòmma providenza eterna regge pel continuo ,
e governa ( b ) . B 4 . D. Ma ( b ) Puf end; c. i
. /. J. N. & Cic. de LL. lejje egli mai tenerlo per quello ;
comeche tut- t avolta ciò non impedifchi punto , che la di -
fpofizione , e P ordine de* materiali JteJJi non fi riguardi come un vero
effetto del difegno , e del libero volere de IP Architetto ; or dell
' ijtejfo modo appunto dir pojfiamo di Dio , e prejjò poco per una
fintile ragione lìberamente offerire , eh 1 egli febbene aveffe avuto la
li- bertà tutta di crear , 0 non crear P Uomo , e formarlo animale
razionale , e fociabile ; per tutto ciò dove egli fi dì fpofe pur di
venir a IP opera , e di metterlo al Mondo , non potea non imporgli
, ne addoffargli tutti quegli obblighi e doveri , che dì necejfità
convenivano alla co - fctuzione, e alla natura di una si fatta
crea- tara ; il perche dicendofi , che la legge della natura dalla
divina Inflazione ne dipenda^ : : ■ do ’ -• Digitized
by Google t . I 14 DP-PRINCfPJ • 1
D» Ma le di quello mai avvenifle , che ne il - dovefie render
perfuafò un Ateo , qual modo tener fi potrebbe ? M. Egli
farebbe quefio di certo per Uomo una cofa a fare molto agevole , e facile
; imperocché non bramandoli da noi per na- tura , fe non ciò , che
utile ci fembra , o buono , e tutto altro , che malo , o per noi di
poco vantaggio Io fi crede , eh* e* fìa, nulla prezzando , anzi
ilcanlàndolo via to- \ talmente , ed evitandolo , non polliamo
naturalmente, e per una propria nofira inclinazione non operar quelche
riputia- mo mai per noi fruttuofò , e utile , e gio- . vevole: e
isfiiggir all’ incontro , e ifchifare che che tale non fèmbri , efièndo
non che del nofiro appetito fènfitivo , del razionale parimente
proprio , ed eflenziale rivolgerfi . vie Tempre, verfo l’utile, edaciò,
che alla natura umana pofià alquanto di con- fòr-
thnon è da intenderli miga di una incitazione avviti aria , come f
fu quella , da cui ne prove* ** ia n j » a , ma * ìnfiituzione
fondata , epojta del tutto nella natura medefma dell * uomo ,
e nella fapie n za di Dio increata , .quale vi modo alcuno mai non pub un
fine prò •' porfi, o volere 9 fenza li mezzi altresì jg* giungervi
neceJJarj . v Digitized by Google DEL
DRITTO NATURALE, ap forto recare , ed alleviamento , come della
iioftra averfione al rincontro egli è l’appar- tarfi da tutto ciò, che
mai può a diftrugger- la valere , o a nuocerle in modo alcuno ; li
perche nella natura ideila dell* Uomo , e delle colè create fi veggono
mille , e mille ben differenti ragioni", e motivi per cui a
quello egli anzi vadi appreflo* e lègua, che a quello, o a quello vie
più, che a querto;ciò che per verità, è (ufficiente , e baftevole
per obbligarci , e per trarci a quello , che mai potrebbe , o varrebbe in
modo alcuno a ripolirci , e a darci una perfezione mag- giore aflài
di quella, ch’or abbiamo , e tutto altro , che contrario abbiamo mai
co- nolciuto effèrci , e che nacevole , e di lini- ero abbiamo
unque potuto elperimentare, lalciar via in abbandono , ch*è quello
ap- punto in cui confide il dritto della Natura (c); Verità, che
conolcere , e compren- der fi deve da chi , che nello Audio della
Filolòfia altresì mezzanamente venghi verlàto, giufta pur liberamente
Icriffe il Maeftro della Romana eloquenza Cicero- ne ; fa fi: etiim
nobis , (egli dice nell* au- reo fuo libro de’ Tuoi Uffici ) (d) f
modo m (e) Gr»t. Prolef. I. B. P. $. xi. VPolf, Pbilof,
Zittiva/, f. t. Hrìnre.c. i. 7. JV. $. XI 1 1. XIV, ( d) %Àb,
j. ( V. l. Quante , e quali dunque fono le diverfe fpe-
( k ) De LL. natur. c, f. §. 17. Digitized by Google
DEL DRITTO NATURALE, 33 fpezie d’ obligagioni , che noi abbiamo
f M. Molte moltifiime ; ma due però fono le principali : le
naturali , e le divine; poiché a quelle due lòie /pezie , come a
proprj fonti e 5 par, che fi pqliòno mai dedurre 1 * altre tutte
infieme. J>. Quali: fono l’obbligagionì naturali ?
M. Quel le, ch’anno pera vventura l’origire, e la dependen^a dalla
ftefia natura del i’uo- mo , e delle cofe create , o per meglio
dire da’ motivi nell* ifìeffà bontà , o malignità ' delle azioni
confidenti . D. E quali abbiate voi per Divine ? M.
Quelle al rincontro , che ne provengono da* motivi diverfi del tutto , e
differenti da quegli , che il più gir fogliono al di dietro delle
naturali ; come fono per efomplo li favori , e le contrarietà tutte ,
che diconfi , ( ma non molto piamen- te , anzi con gran improprietà del
linguag- gio Cattolico ) della fortuna ; imperocché io mi credo,
che chiunque mai fia ben per- fàafo, e certo , come pur dalla ragione,
non che dalla noftra veneranda Religione , eh’ efpreflamente lo c*
infogna , imprendiamo, v neppur le foglia , e le chiome degli
alberi, e delle piante fi fouotano in modo alcuno , ofi muovano
fonza il voler divino , dine- » gar egli non potrà per verità , che
quanto 1 C di 34 DE’ PRINCIPJ di fecondo mai , e di
defilo ci avven- tili al Mondo, o di traverfò e di fènidro * fi
rincontra , non che giuda la bontà, o ma- lignità ifleflà delle nodre
azioni da noi il piu delle fiate fi fperimenta , come tutto dì la
fperienza altresì ( G ) lo ci dimodra, da quell’ idedò immenfò , ed
eterna fonte di tutte cofè non derivi ,* e confèguente- ' mente
tutti li nodri profperi , ocattivi av- venimenti guardar fi debbano come
tanti diverfi motivi , di cui accoppiati , e uniti alle nodre
azioni , o inazioni , che dir vo- gliamo , quell* efier fòvrano e eterno
fi va- glia ben fovente , e ferva per obbligarci di ben in meglio
operare , e per trarci a que- do anzi , che a quel genere di vivere
di ■ gran lunga vie più limile , e conforme al fuo fànto volere (
l). T). Ma la natura delle cofe , come altresì quella dell’
uomo provenendo da Dio, non • po- ( 1 ) W' o!f. FhUtf.
Prati, Univerf. c. 3 * 4 G ) Nel notar qui noi , che il piu
delle fiate gli uomini al Cren in quefio Mondo ven- gano da Dio
trattati bene , o male giufia la malignità , o bontà delle proprie
azionici fi am rattenuti alla /rafie di ÀuguJìino^ì^xumcpic %
{egli Digitized by Google DEL DRITTO
NATURALE. potrefcbomo noi parimente con ragione i’obbligagione
naturale dir divina? M. Senza alcun fallo nondimeno i motivi
dell’ una efTendo molto differenti da quel- li , e varj , che in
conflituir l’ altra concor- rono , come ben voi con far alquanto di
ri- flefiione ne’ cafi fpeciali alli buoni , o ti idi avvenimenti ,
che entrano in luogo de* motivi delle azioni noftre libere compren-
der potete, non dà bene ad uomo il confon- derle ; il perche molti vi
fono, che sì fatte obbligagioni naturali per difiinguerle an- che
totalmente dall’ eflerne , eh’ eglino C a me- ( egli
dice ) ( 2f ) & malis mala eveniunt ; & bonis bona proveniunt; ma
non ( femper ) tut- to il giorno ; perche ben fruente Reggiani noì
% per un occulta difpofizion divina, co* avven- ghi tutto al
contrario , e diverfamente , come notollo anche Seneca ( 26 ) .non che il
mede fi- mo ( 27 ) ; /ebbene molti /furono d' avvifio , che nella
dijìt ibuzione, che fi 'fa mai tutt ’ ora dalla divina provvidenza
de'benì , e de' mali tra gli Uomini ad ojfervar fi venghi fempre e
mantenere un ben perfetto , e vero equità . brio; (ir )
De Civìt. 1 » 10. c. t. ( i6 ) Senec. eie provid. t 17
) Auguft. d. 1 . 3 6 DE* PRINCIPJ medefimi ammettono,
le dicono altresì ob- bligagioni interne ( m ) , D. Ma fpìegatemi
didimamente quali fiano quelle alti e . 'M' Quelle che ne
pofiòno mai provenire da motivi , che non fi arredano , che nella
volontà di un ente , che avendo sù di noi tutta la podefià , e la mano,
può egli , e vale a qualche cofa buona in fe \ e one-
( m) Tbo'n.if.fund.jur.Tkit.fy §.LxV'&fe£U» brio ;
nondimeno convien confijjare , che quel- lo , che malo apparifce agli
occhi ncjìri , egli non fa veramente tale , e che quanto noi mi-
riamo come un difordine , e un /componimen- to della natura , egli Jìa in
fe un ordine mol- to ben injìgne , ed eccellente , non potendo mai
colui , che quejìo Univerfo regge , e governa com * Ente fommamente
perfetto , cE egli è , e la fefd fapienza , eJJ'er V orìgine , e la
caufa di male alcuno ; come altresì par che fi fife fiato di
fentìmento Epiteto : S> roÒis xapàt'ods, cioè r.eVuori, e ne’petti
degli uomini, fcritto , e incifo ; peroche non dob- biamo sù ciò
dar a audienza del Grozio ( o ) e del Clerico (p ) , li quali
detorcer trattarono cotali motti , e prenderli, per quanto e' potettero
in altro , e diverfò fenfò, giuda, che pria d’ogni altro rin-
veniamo alla difHifà, che provato avefle il Budeo ( q ). Per la qual colà
fi vede e com- prende chiaramente la milenfaggine di quegli antichi
Giurifti, non che di coloro, che negli ultimi tempi mifero ogni lor
ttu- dio , e cura in difènderli , o alla cieca fè- guirli , lì
quali divifàndo il dritto Natura- le in primario , e fecondano ( r ) , e’
volea- noche peravventura del primo cosipar- te-
( n Row. 11 . 14» Po') Ibid. C }> ) ArK
crìtit. p. 2. feci. i. c. ir. r. ( q ) in flit. Thenlog. Murai, p.
1. c. z, $ e cojìringerci di quelche al fammele all'eterno
Monarca compete , in cui in ogni tempo , e del continuo ,giujìa che ben
dijje V Apojìolo agli Ateniejì (33) : vfaimm , & movemur , $
fumus ? ( 3 ì ) A&. 1 7-1 v. i 5 . Digitized by
Google ( ? DEL DRITTO NATURALE.
49 vero come è in effètto ; bramando or noi, ed andando in traccia
fapere qua! fia il vero principio de! Dritto Naturale , o per mè-
glio dire , una verità-, o proporzióne prin- cipale , da cui trar li
debba , come da tónte pór via di giufle conlèguenze , e difcorfi
tutto quello, eh 4 è giuflo , e al’a norma della Natura conforme , che
giuda teffe noi detto abbiamo , è la volontà ideila di- JXI. vina ,
non fi può, miga con molto buon raziocinio un cotal principio dedurre
né dalla convenienza , che può mai effèrvi fra le noffre operazioni
, e la làntità di Dio ; o dall* imrinfèca bontà , e malignità ,
giufti- zia , ed ingiultizia dell* azioni dell* uomo; ne dal ben
dubbio , e incerto coniente) delle Nazioni , o delle Genti ; o dagli
precetti, di cui ne fanno , ma con una grande inve- ntimi laudine ,
l’autore Noè, giuda gli Ebrei ; o dalle diverfe , e varie
convenziCH ni degli uomini , o per meglio dir , dal Dritto , che
può mai a cialcqno in guilà al- cuna Ipettarc in tutte colè , come
veggia- monoi, che fatto egli abbia TObbelìo, ( t ) o dalle
leggi dell* umana locietà, giu- > fla al Grozio , ed altri ; ne dallo
flato deli 4 innocenza , fecondo 1 * Alberti Teologo , e D
-fi- [ t > L:b . de Ove & in Leviatb* v
jo • D E’ P R I N C I P J Filofofo di Lipfia ; o finalmente
da quell ordine naturale , che il fòmmo fattor del tutto nel creare
, e formar il Mondo lì può credere , che fi àVefiè mai propofio ,
fecon- do che dopo lo Sforza Pallavicini fece il Codino ( u ) .
Poiché quelli , e altri fcmi- f Pianti , e belli , e dotti trovati tutti
par. che difettino in ciò ( L ),che in qualunque di efTi aggraderà
mai > o piacerà ad alcuno contendere , che quello principio del
Drit- • - . • . : • j . • to ( u') Dìflert. de Jur.
Mundi. ( le) Egli r- uopo con tutta /incerila e
nettezza confejfamo , che vifi rinvengano non pòchi nella focietà degli
uomini , citi non deb- ba premer troppo lo /ìndio delle Jcienze fpec
il- lative , e che pojjdno in buona fede kj ciarlo ; ma non pojfamo
con ragion alcuna offerirli me deiimo della Triorale ? della Colitica j e
di oucjìafeienza del Dritto della Nat in a, ef- fendo ogni uom
tenuto fornir fene almanco Jtn a un certo fegne^dove egli pur voglia far
buon ufo di fua ragione. Il perche conforme in quel cenere di
Jcienze alcune fottigliezze molte fia- °tc fon tolerabìli , e laudevoli ,
purché non na- no di Soverchio fantajìiche , e fuor del cornuti ufo
: così in que/ìe ultime , non fio ncn meri- tano Digitized
by Google •r v ** DEL DRITTO NATURALE,
fi tordella Natura confida , non mai egli po- trà tutti li doveri
dell* uomo , come fi con- verrebbe veramente per far E uffizio di
vero principio, ritrarne; lènza che fon egli- no ofcuri del tutto , ed
incerti, ed in nulla evidenti ; il perche lafciando in non cale
(lare quanto ad uom mai intorno quello ar- gomento piacque dirne , o
lcriverne,fenza metterci così alla cieca l’altrui orme a le- gume ,
egli non mi pàr , che vi fii meglior mezzo per conofcerlo e dilcoprirlo
che considerar alquanto attentamente, e a fpi- luzzo la natura
dell’ uomo , e tutte le lue' 'inclinazióni; perche perni fermo ciò
fa- cendonoi , lo rinvenimmo, lènza fallo, fin dalla culla per così
dire , e da’ lùoi primi anni, in cui egli è cofa alfai lieve
conofcere, e vedere quejche gli fia naturale ( x ), e da Da -
qual« (. x ) Cic.dt fin.bonor.& malor.lli-.z. (
tanó da veruno ejftr approvate , e lodate , ma Jì devono altresì oliremo
do fempre mai come ben fofpette , vituperare ; poiché avendo sì
gran bìfogno e necefjìta d'ijtruircene , come tejie noi diffmo )
debbono elleno con tutta naturalezza trattarti, e /empiitila ; cofa che
bajìa (fui no- tare per far cono f cere ad ogni uno il mot ivo',
Digitized b yi DE’ PRINCIf J qualche abito, o
cofiumanza in lui non provenghi, fi porti mai fèmpre verlò ruti- le
(y), ne altro unqua vi fii , che quello , che meriti con ragione , e da
fènno per vero principio del Dritto della Natura d’ ayerfì ; lènza
che le vi piace paflar più oltre , e dar parimente una qualche oc-
chiata aerò, che n’imprendiamo dalle Sagre Carti nel mentre , eh’ e’ fi
rinveniva nello fiato dell’innocenza, il limile noi -rinveniremo ,
e non altrimente ; avvegna- ché allora, giufia che comunalmente fi
vuole , avuto egli non avefiè , come per al prefente il cuore di mille, e
mille paffio- ni , e di varj , e diverfi movimenti, e affet- ti
ingombro , e ilmoflò . Quindi lo fiefiò Dio alla prima fiata , che
favellò all’uo- > mo nel Paradifò terrefire , per obbligarlo
all’ ofiervanza de* luci divini comanda- menti, altro non lappiamo noi
avergli pro- pòfio , che l’ utile , che da ciò potea egli ’ ‘ ,
mai ( y ) EpMetus ErXEIPlAlON c. ;S.. r t , .
e la ragione , che Jì ebbe in quejìa Operetta , di non feguir
ninna deir altrui oppinioni circa al princìpio del Dritta della Natura ,
fenza darci la briga di piu a dijiefo rifiutarle , c con pili
Digitizedby Googl DEL DRITTO MATURALE, h mai trarne ,
e ’l danno , e difvantaggio* (2) che dal contrario operare gii
farebbe unqua avvenuto favella ufàta da lui con l’uomo altresì in
ogni , e qualunque altro ‘tempo dopo il peccato , non men per mez-
zo de* faoi Profeti , che per Io fuo fig Muo- io, Giesù Chriflo , com’ è
ben noto a chi- Chc abbia letto pur una fol fiata li làgri li- bri;
nè fappiamo noi, per al certo, altroché quello lòlo mezzo da Dio
praticato a de- terminar l’uoraògiufta alla fua divina vo- - lontà
; anzi io non mi credo , che tra noi fi rinvenghi perlòna alcuna, che
dovendo al- tri pervadere , e* naturai mente non penfi, che perciò
altro meglior modo non v’abbi, o fi rinvenghi al Mondo , che di propor-
; ,V ; > D 3 f ; \. > gli ( 2 y Gene/, c* z. 1 6. 17. èc
. — ■■ , " 1 1 * \ * pih motti impugnarle ;
rinvenendojì di già , ch'abbiano in ciò foditfatto appieno^ed
appaga- to ciafcuno fujjicientemente molti al dinanzi -, noi(ia)con
una fomrha e rara loda veramente^ td‘ g ( ) Puffèndof.
fpecim. controver. iv. 4. iz. Henri. Coccei. drfE de jqr. omn. in
omn.Thom.fondam.f. N» I. 6. 1 8.
Jurpr. Divin. IV. 40. feq.& de fundam. defmiend. canfs. Matr. haet.
recept. infufK XVllf.S.M.de Cocceis de princ. I.N. di/T.I.q. U.$.IX. feq.
& q. III. § . VlII.Petr. Dan. Huet.q. Alnetan. II. p.
173. &c. e eh * imperò prenda alcun il motivo di accagionarci ,
avvegnaché Jì trat- ti: Digitized by Google f 6
D E» P R INC I P J / no pur per il dritto iltefiò delia Natura, non
fia miga da metterli in dubbio ; Ad ogni modoconvien confeflarc, 1* uomo
lia totalmente quafi incapace dell* acquilo delle vere vir;ù , le
quali di vero non fon da reputarti d’ altri proprie , che di Dio ;
imperocché le l’uomo opera cola che onefta , e giufta , o di decoro
ella fia , lo fa lòlo , perche vien egli tratto a farlo , e portato
dal guadagno , e dall’ uti- le, eh’ egli mai riconolce poter
ritrarne, e non già per la bontà lòia e l’ oneflà dell’ Azione,*
colà che per i’ appunto è quello, che rende Tazion dell’uomo
imperfetta alquanto, e difettofa , perche della vera onefià , e
della vera bontà non par eh’ ella nè porti in effetto , eh’ affai picciol
fegno , a tale , che più non fembri d’efia • Al con- trario Iddio
operando con motivi infinita- . * rnen- tìdicofa mera arbitraria
, dì jlr alagli nza\ ■poiché lafciando pur da parte Jìare , che da
malti degli antichi (3 f ) tifato JiJoffe altresì in qucjìo modo , che
noi f t/Jìamo , non che ' da* / * C Jt )
Cic. lib. rie offic. ;• . * j Dìgitized by Gòojjlc"
DEL DRITTO NATURALE. S 7 mete d’ affai piu alti dell* uomo , non
fi lafcia così portare , ne trar mai le non dal giufio , e
dall’^onefto proprio dell’azio- ne , eflèndo quello giufio medelìmo ,
e quello anello, lo fteflò Dio . E così con- fórme l’operar
dell’Onnipotente, egli è come un acqua , che chiara , lucida , e
crifiallina ifcorrendo tutt’ ora da un ben terlò , e limpido , e polito
micelio , total- mente d’ ogni lòzzura , e laidezza, monda fi mira
e netta , così quello dell* nomò al rovelcio è come un acqua torbida , e
pia- cevole , che da una diverlà fingente deri- va
S ' A ’ 1 * _ ^ . t _ j . , . *
da' Padri della Chiefa (36)5 rinviene comunalmente in quefio Jfènfo
adoperato nelli fagri libri , come per alcuni pajfi, che apprefio
ne riferiremo agevole fa il riconof cereali per - che per dir tutto in un
motto , non deve recar maraviglia ad alcuno , che da noi non fi
ammet- ta mai dell' utile dij cip agnato è dif unito dalla pietóso
fa nonefiendovi ne pii* certame pili ve- ra di quefia gran majfima dell'
Epitteto ( 37 ) 0718 to' cvpyófop , **« to’ ìw'tfft* cioè l ubi
Ut!» " litas, ibi pietas. (3 6 ) DeGivit. Iib. 19.
c. ai. Si &c. ( 37 ) EFXEIPIAION C.3S. 58 D E’
PRENCI PJ va , Cozza, in fé tutta € fporca, non potendo egli
mai , per quanto fappia , e vaglia, non commanicarle delle lue
imperfèzzioni , e laidezze j verità , che la conobbero , e
comprefèro altresì li Gentili , fcrivendo Cicerone in parecchi luoghi
delle lue opere, e confed'ando., che nell’ uomo non s’ ileopriva
altro (b ) Gerttf.c.i, v. z6. ire, . /•; t Digitized
by Google. DEL DRITTO NATilR ALE . T9 propria , e fòia d’ un
Ente lùpremo , e infi- nito ; poiché al certo doverebbomo noi te- •
ncrci pur troppo beati , e avventuro!! al Mondo , quando ciò ottener da
noi fi po- tette ( M ) ; Non confittendo veramente in altro la
lèmma felicità , che per T uomo fi può in quella vita avere che in un
gran agio , e deftro , da poter del continuo in tutto il corfo del
viver luo vie meglio Tempre perfezzionarfi, e giu&here con ogni
aggevolezza , e lènza intoppo a far tutto dì progreflì maggiori in ogni
genere di virtù . Quindi il non mai abbattanza loda- to
( M ) Per quanto mai tratti V uomo dì - ne fiegue lènza dubbio ,
che dove purvo- • - gliamo noi le nolìre azioni regolare a » nolìro
utile, e vantaggio, damo obbligati altresì quell’ iftelfe determinarle a
gloria di Dio , acciò chiaramente da quello ap- parila di
conolcerlo , e quanto mai a noi è pennellò in quella mortai vita
com- prenderlo , e adorarlo ; onde I* uomo è te- nuto non folo a
molti obblighi e doveri verfo di le (ledo , ma altresì verlò Dio,
luo fattore , e Creatore. III. E per al fine elTèndo ogni
uomo natural- mente tocco da un gran piacere , e diletto - per T
altrui perfezione , dove egli pur non vengfii da ben contrari affetti
impedi- to ; e T azioni libere dovendo Tempre cor- rifpondere , e
convenir totalmente con le na- cofcienza godere , che
maggiore nè decelerare, nè bramar Jì potè [fé unque da uomo al Mon-
do , chi negar mai potrebbe da fenno non effer ‘noi li piu felici , e
benawenturati del Mon- do , ne a morte , ne a ccrruzzione alcuna fog
. a etti ? poiché giufta il faggio (41 ) , Cuftodi- tio legum ,
confumatio incorruptionis eli, in- C 41 ) Sij).
c.\n, Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE.
6f naturali , abBifògna conchiudere * eh’ ogni uno debba operar non
meno per lo proprio Tuo vantaggio, ed utile, che per l’altrui ; e
ch’imperò abbia a conofcerlì V uomo obbli- gato a molti doveri e uffizi
altresì verfò gli altri. Il perche effendo egli colà ben certa, ed
infallibile , chedovepur ci aggraderà con tutta la diligenza , e 1*
accuratezza del Mondo gli enti tutti, che ci danno dappreffo , o
allo ihtorno confiderà re , non iè ne rinvengano , che quefìi e tre fòli
ca- paci d’ uffizi ; ciò è : Iddio , noi medefimi, e gli altri
uomini , a noi per natura total- mente uguali , e fimili ; fi può con
ogni ra- *• g io * incorruptio autem facit efie
proximum Deo ; cofa che fa vedere , e concfcere quanto faggio
Jifrffe il di /correre , e il raggiera?' di coloro tra gli antichi , che
voleano , la vita beata fri nella virtù fi conìengki , gjujìa
Grifone, Senocrate , Speu/ìppo , e Polentone ; come quel- la ydf
era la fola , che un bene ben Jì abile , e fjfo , e durevole comprende a
; come eh e Epicu- ro altr etì , che fcritto avea la voluttà e/fer
il fine de ’ beni , negava , che per alcuno f avejje potuto mai
giocondamente vivere fe onejìa , e /ozia mente } c con gitjìizia
vivuto non Ditjjtized by Google
gione da per noi diftinguer T utile , e divi- dere in tre generi
diverfi , o fpezie , eh’ el- leno fi liano molti differenti alle
quali tutte e’fà meftieri,che per uomo fi raguar- > - di , dove
egli brami d’ operar veramente bene , e giufia il Dritto della
Natura, im- perocché fècondo.il numero degli enti , te- ttò
noverati, capaci di Aever da noi uffizi, altro è l’utile, e ’1 vantaggio,
che noi tragghiamo da Dio, altro quello, che abbia- mo dagli uomini
, e altro finalmente quel- lo , che provenir ne può mai dalla
noftra fletta per fona . D. Oliali dunque di quelli meritano
il primo lu^o. M. Ettendo ciafcun di noi , per quel
chedif- fimo non Jì avejfe ; fentenza veramente
grave , e degna dì un vero Filofofante , s' egli viuji a feirive
Cicerone (42 ), riferito non avejfe alla voluttà quejio medejìmo c
neramente , favi a - mente , e con giujiizia; Ma che che però di cil>
y ne fi conchiudiamo con queir aureo detto di S, Augufino ( 43 ):
Pax noftra propria, &hic eft ( 41 ) Tufcul. qu. 1 .
4”, ( 4? ) Ds Civic. 1 . xix.
c. 17. Digilized by Google DEL DRITTO NATUR
ALE. fimo al dinanzi , tenuto far tutto ciò , eh" e* conolce
ellèrgl i di vantaggio. , e d’ utile , e - non eflendovi Ente alcuno ,
Che maggior giovamento recar gli poffà giamai , o va- glia di Dio ,
da cui dipende ogni noflro be- ne , ed avere , e come Ente
perfettiflìmo mira fino all’ interiora del noflro cuore ; ip ogni
nofira opòrazione che che /òpratutto fiam in obbligo guardare , egli fi è
qdefto Ente fupremo , ed eterno., cui con tutte le potenze del
noflro fpirito fiam obbligati nonché nell’ efierno, nell’interno
ancora tutt’ ora oflequiare , e in ogni momento compiacere , e
venerare . In apprefiò per- che egli è affai più l’utile , che da noi
me- defimi poflìam ricogliere,di qualche da al- tro uom mai
ricogfiamo , egli è meftieri , che apprefso Dio nel noflro operare
da ciaf un di noi fi miri molto piu al proprio, che all’altrui
commodo, o per meglio dire, • alli diverfi doveri, che dobbiamo verfo
noi E ' ' ftef- • • *■ i .* eft cum Deo
per fidem , & in asternum erit c um ilio per fpeciem; fed hìc ftve
illa com- munisjfive noftra propria talis eft pax , ut fò- latium
mi/èriae fit potiùs , quam beatitudi-^ nisgaudium, . \ (N)
Niu- T v r -A
D E* P R INCIPJ fieflì vie molto più, ch’a quel li, che
dobbia- mo alla perfora altrui(N).Il perche per dir s 9 egli
a fi la finità del prrjjìmò membro traef- \
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE. 6?
, come da ciò , che fin qui hò detto , e diro- vi in
appreflo-potrete voi da voi medqfimo comprendere; poiché quanto da
quefto mai fè n’ inferire , ad altro infin non fi ri- duce , che
aquefto fòlo: ciò è : Che la per- fezione dell* uomo in nuli* altro mai
porta confifier , ne fondarli , che nel temer Iddio , ed ofièrvar a
/piluzzo , e con ogni efàttezza del Mondo ( giufia Pinfègnamen* to
( e ) del Savio ) li ìuoi divini comanda- menti . Il perche non fà miga
contro noi quel che difputano il Grozio , il Purtèn- - dorfio
, ed altri contro Cameade , e fuoi lèguaci , da cui fi veniva il proprio
utile ad ammettere per principio del Dritto della Natura;
pigliandoli da noi quefio vocabolo in altro, ediverfo lignificato d’afiai
più (ubi ime , ed eccellante ; anzi le non vado E 3 . .
er- *. C « ) Eccl. C, XII. I3, ’ . Omnia mihi
licent ,* at non omnia protent, (fcrive F Apcftolo ) omnia mihi li-
cent $ at non omnia aedificànt. Or appunto gìujìa queflo infegnamento
abbiam noi ere -- fiuto , che nel mifurare F utile di ciafcuna
delle nojìre azioni guardar fi debba , e aver la mirali, alti nojìri
doveri verfo Dio , eh ' è il nojìro Vero Padre , e la ver a origine d''
ogni n offro bene , poiché fecondo faggi amen te feri * ve
Auguflino (47) , fi diligenter attendas nec ntilitas fit ulla viventium ,
qui vivunt im- piè , ficut vivit omnis , qui non tervic Deo ;
**l ( 47 ) De Ciyit. 1 * i?.c. xù - Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE, 7* nulla più ,* imperocché pochi
giorni fono, ch’intefi peravventura un giovine far gran pompa, e
moftra delfoppihione delì* Ei- neccio all’intorno quello particolare,
e ' per dir il vero , come eh’ egli dille molte colè delle buone ;
in nulla però valle egli a rendermi ben perlualò , e convinto.
M. Il coftui parere non è miga men vero , • edifettófodiquel
che lo fono, quelli de- gli altri , da noi poco al dinanzi cennati
; non efiendo il Itio principio di tutte quelle qualità e
condizioni ben fornito, eh’ in Un E 4 vero *
r nel qual luogo Jl 'Vede il vocabolo d' utilità prefò
nel medejìmo f e nzo , e fgnijkato , che gli dbbiam noi imputato } e gì
ufi a che altrove con ben falde pruove altresì dimojira il Santo ,
niuna delle nojìre azzi ó ni per giujia e buona aver .fi pojfa mai , o
debba , dove ella fatta non Jìa a lode , e gloria di colui , eh* è il no
- jìro bene , e che perciò le virtù de* Gentili Jt furono realmente
anzi vizj , che vere virtìt (48); lhGh J egli fra meflieri conjxderar
in apprejfo , e ben dif aminare fe /’ azione , eh * imprendiamo a
fare pojfa mai recar qualche , ' incorna ( 4S ) De
Givit. L ip. c. xi. & Digitized by Google
N» 7 z D E’ F R I N C I P J vero principio , per qudch 9
egli medefimo c ^ confefia , fi richièggono; anzi è egli meftie- ri
di necefiHà ammetterne un 9 altro , da quello del tutto divello, da cui
e’ ne di- penda ; imperocché efièndo egli quefio • _
l’amo- ìncommodo , e dannaggio ad altri , giujta li
■precetti Vangelici , non men che naturali , e perciò fin d Gentili per
quel , che Jì notò al dinanzi affai ben noti ( 49 ) e pale fi : e
III. Che al dafezzo Jì debba guardare fe quejie ifteffe conformi e'
favo, 0 no alli doveri , che debbiamo a noi medejìmi ; Il perche dove
an- che un Jì rinvenghi per dir così povero in can- na ,
edagrandiffma fame cojìretto , non de- Ve per niun utile , cheritorne mai
potrebbe , rapir il cibo all 1 altro uomo , anche che fìfof- fe
qnejti un Falere , per cosi dire , un fc etera- co , un tirando , 0 un
uóm dappoco ; e tnelenfo> giujiaf fujìn il fent mento di Cicerone ( fo
); perche in niun modo più grata , e cara a me deve effer la vita
mia , che tale dìfpjìzìone dd animo yCÌf io non nuoccia ad altri per
pro- prio mio agio , 0 commodo •• ‘ * $) Egli C
49 } V. Not. . . ( r° ) De ofl; 1. j. c.j. • • . .
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE. , 79 , l’ amore (f)
; chi di api-mai- ad amar una colà. , o appeterla può da lènno
afferire d* elferfi unqua portato , lenza un qualche motivo ,.o
ragione quale per l’appunto fi farebbe la bontà ifteflà della colà , o
l’one- fià , o 1’ utile ? Chi è colui , eh* operando da uomo, ama ,
e delia , o quella , o quell’ altra colà, lènza che prima non la
jicono- (ca in qualche foggia del fuo amore , e delle lue brame ben
degna ? E lè ciò egli è vero , come lo è in effetto, 1* amore non
fi può miga in modo alcuno tener per princi- pio del noftro
operare, ma fi benetutt’ altro da cui la noftra volontà fi vegga,
ven- ghi mai a quello determinata tèmpre , eri- fòfpinta ( P)
. D. Or e amare venne filo da Pia • Può-
Digitized by Google 4 DE* PRINCIPJ -
ftro bene ,• io non sò mai comprendere i nò * capire , come f obbedirlo ,
non che il pre- dargli tutt’ ora omaggio a noi non fi fof- fè
connaturale j imperocché lalciando da parte dare , il dritto , che a Dio
compete , sudi noi, e tutto altro, che intorno ciò fi potrebbe mai
dire, confèrvandoqi egli per lo continuo , ed in ogni momento quali
che novellamente creandoci , nè moftran- dotì giamai refiio , e fchifo di
beneficar- ci così abbondevolrnente , che per quello conferò un
Pagano medelìmo : (g ) non che provvede egli a tutte nofire
bifogne,da Jui noi , ufque in deliriti amamur ; tot ar - bufi a mon
uno 'modo frugifera { foggiungc egli ) tot herbce fai ut ar et , tot
varictatet ci- borum, per totum annum digejia: ...... ut
omnti rerum naturce part tributum ali- quod nobii confert ; ancorché non
avefiè ( g ) Seneca de Bene f. lib.iic.ydt I. r uomo
formato , ed creato ; e in con f egri erosa per unirlo , è ajjoeiarlo con
qualche oggetto , la cui con f cerna, e 7 cui amore vai effe a prò
- dargli qualche felicita , e ripofo ; echéverfo quejìo egli
tuttora portar f debba ed incarni - narfi \ Il perche la prima, legge
dell' uomo y per . . ’ quel Digitized by Google
— ■«! DEL DRITTO NATURALE . 77 domandato mai da noi olTequio
, o ubi- dienza alcuna, pur dove conofcelfimo e£ lèrgli cotanto
tenuti , e obbligati , per • , gratitudine almanco , doverebbono in
tut- te le noftre azzioni fa r in modo , che non vi apparile nulla
, eh* aver fi potefiè per legno di non temerlo , o non adorarlo ,
nè compiacerlo incoia del Mondo. D. Ma di vantaggio : febbene
dubbitar noti polliamo , Dio niuna cola c’ im pónghi , re’ comandi,
s* ella nello ftelTò mentre per » v noi non fii a noftro prò , e utile ;
non però egli lèmbra ,* che come tale da lui ella ci venghi
comandata , o importa , mia lòlo perchè e’ fia alla lùa làntità, e
volontà con- fbr- ’ ' • w . . enei eh' egli
crede Jl è la pia derivazione al • la ricerca , ed all' amor di quejt *
ometto , che altro unqua non pub ejfer , eh' Iddio ,, eh' è il fola
, che può , e naie fidi far lo , e renderlo di tutto ben f atollo ; legge
la quale , confor- me egli ferine , effendo di tutte l' umane ob-
bligagioni P unica regola , e lo fpirito,e il fon- damento di tutti li
precetti del Vangelo , è al- tresì di tutte P umane leggi bafe , fojiegnc
, e principio ; anzi pere F ella obbliga tutt' uomi- ni fenza
eccezzione alcuna di perfona a unirfi tra gitized by
Google •4 *8 D E* PRINCIPJ . forme i e ip confèquenza
parcheconven- ghi dire che il giufto Ila affai al dinanzi dell’
utile j- M. Quello non è men falfp e vero j imperoc- ché
niuna cofa fi può mai fingere al Mpn- do , o imagi nar da noi, nè
contra,nè oppofta alla fantità divina , o al divin volere , che
parimente ella non fia d’utile, e di van- taggio per noi; e quefto in
niun conto fi può mai dalla giuftizia fèparare,e dividere, o quella
da quefto ; perchè Dio cpme en- . te perfettififinao , e fàpientiffìmo ,
eh’ egli è, non tra ejfi, e ad amarfi vicendevolmente
, ne rac- chiude in f e fiefià un ’ altra , eh * è la feconda;
imperocché t fìtti noi pef natura al pojfefiò di un unico , e foderano
bene defiinati , e per li - , game si fretto e fido uniti ejfendo , che
giu- fta fi legge in S. Giovanni non comporremo , ne fot'maromo
altro mai , che una fila per- fona (s i ) non pojfiatno giugner giamai a
far- ci degni di unità tale nel peffedimento del com- mun nofiro ,
ed unico fine fi non col comincia- te dianzi , e in quefia firada appunto
, che per colà giugner e fiam tutti tenuti battere , ad • •
.. Digitized by Google
> *o DE* »P RING! P J fri. Balli
dunque quello pef oggi ; imperoc- ché eflendolì illòle da gran pezza
ritirato: domattino per tempifiìmo , dove vi piac- cia , altresì in
quello ilìeflò luogo , tratta- - remo più agiatamente quélche vi
rimanga intorno quello particolare^ Addio .
, : de* . 1 * ; , ■ • • ■— . • .
1 */ ■ • ’deffo ; non lafciano perb elleno di fujfifiere , ed
ejjer immobili ; t come tali far che tutte le leggi per tui la focietà
degli uomini Ji regola nel prefente fiato non fiano ^ che una ben
fe- guela di effe ; onde non guari egli, in quejlé> Jlabìlìfce
un piano di tutta T umana focietd . f- ; V- . - _
Digitized by Googh f • Sr
DE’ PRINCIPI DEL DRITTO r * '
NATURALE , TRATTENIMENTO II. •jk De* doveri
deir Uomo folo nello flato delle) Natura SOMMARI
O. t I. V Uomo conjìderato in diverf , ebendiffe
di amarlo, e venerarlo in ogni fua azione , e degli altri obblighi
, e doveri delP Uomo inverfo quefo ejfer fovrano , IV.
Obblighi, e doveri delP Uomo verfo se me- le de*
Digitized by Google Si D E’ P R I N C I P J defimo
dijiintìin varie fpezie . . V . Neccjfità di conofcer se ntedefimo
. VI. Uffizj , obblighi , e doveri dell ’ uomo ver - fo
delfuo fpirito . VII. Modi , ? da perfiezzìonar P intellet-
to , ? delle virtù intellettuali in partico- lare . Vili.
Dilla perfezzione della nojìra volontà , e delle virtù morali , dì cui P
uomo era te- nuto guernirfi in quefio fiato della Natu- ra , che
della cura del proprio corpo . . IX. In Che al fin fi riducano , e
fi refiringa- no tutti ctuefii obblighi , e doveri delP uo- mo , e
le fue virtù . Dunque avete voi con maturezza, e
diligen- za le cofe , di cui jer qui ebbomo ragiona- mento ,
tra voi me. defimo ben di lamina- to ? V. Senza dubbio
, e vi dico con ifchiettezza, eh* elleno mi ferr.brano regalmente ,
ab- bino una grande aria dolce , e maefiofà di femplieità , e di
naturalezza . M. Or via alle corte,* oggi tratterò a tutto
mio potere di farvene conolcere e com- prendere 1* applicazione , e Tufo,
non che Digitized by Google 4
DEL DRITTO NATURALE. 83 , che T agevolezza , e la f cilità , con
cui li doveri , gli obblighi , e gli ufrzj un, ani tutti polloni]
da chi che lia mai da quelle dedurre. A . «■ 1 D. Ma con qual
metodo, od ordine in ciò voi procederete ? M. Elfendo pur
convenevole certamente ch’io m’ingegni favellarvi di tutto sì aper-
to , e chiaramente , che niun dubbio ri- fletto a quello particolare
d’aver mai vi rimanghi , vi rapprelènterò 1* uomo in va- ri , e
divel li rincontri di lùa vita , e in ben mille , e mille differenti fùoi
flati ; impe- rocché figurandomi io mirarlo da pria nel- lo fiatò
naturale , or tutto fòlo , e lènza altri in compagnia , or di brigata con
tutti pii uomini , ed in una lòcietà univerfa- le, or con la tua
moglie, e con li fùoi figliuoli, ovver con li lùoi fervi * e con le
Tue fanti , ed or al fine con quelli tutn ti uniti infieme ; in apprellò
dilcende- rò , e verrò paflò , palio a confiderarlo tra *1
riftretto , e tra li termini di una Cit- tà , o Repubblica Ha come capo ,
o rettor, di quella , fia come un membro , o infe- riore ; colà che
fàcendofì , le non vado er- rato, verrò a rìifpiegarvi molto
diffùlàmen- te, e trattarvi alla dillefà tutto ciò , a cui Vien
ferialmente per altri quello Dritto ' F 2 del- «
Digitfced by Google «4 D E» P K I N C I P J II.
Della Natura diftefo, cioè * l’Etica , P E- conomia , e la Politica per
non lafciar co- là alcuna da farvi su quello argomento of- fèrvare
( A ) . V. Che intendete voi per Etica ? Una Icienza ,
che non (i arreda *in altro , che in quelle fole regole , che pofTon
mai - riguardar l’uomo confidcrato o folo, o di brigata con gli
altri Uomini nello dato ./ della Natura. . V* Co-
» - — 1 ■ 1 ■ ■ ■ • • # * . . ( A ) Non v’ ha piu
laudevol co fa , nè piùfruttuofa , o piu utile in una faenza, che
uom mai imprende a trattare , d? if covrir - ne da pria , e fvelarne li
fuoi principi , ed in apprejfo pajfar al particolare , che di là ne
ri- finita . Il perchè avendo nei nel nojiro primo trattenimento
favellato de'veri principj delle leggi naturali , difendiamo ora alle
regole , che da quegli Jfe ne pofono unqua per alcuno inferir eycof
a che varrà altresì, fenzafallo,per facilitar li ncjìri leggitori , ed in
un tempo medefmo per un ben molto acconcio modo age- volarli a
render di quelli un affai fermo , e perfetto giudizio non effendovi per
quel che noi fappiamo , per metterli in quejio fato, al- tro metodo
, o Jìrada miglior di quejìa . DEL DRITTO NATURALE. 8f
D. Colà è Economia ? M. Ella fi è un altra fcienza molto
diver- • fa dall’antecedente , in cui'fì compren- dono ’foltanto
quelle regole, che apparten* gono alla condotta dell’ Uomo nelle
focie- tà fèmplici , non che in quelle che fi an- no per men
compofie. Chiamiamo noi iòcietà fèmplici quelle , che non fi forma-
no, che di fole, e (empiici perfone , co- me la paterna , ch’è tra
genitori , e figli la coniugale tra marito , e moglie , e T e- rile
tra padrone , e forvi ; diciamo men compofie al contrario quelle fòcietà
, che non formanfi, che delle fole fèmplici , qual appunto fi è tra
quefte la famiglia , che non vien compofìa , che di quefie fole ,
di cui qui or noi favellammo , rinvenendole- . ne dell’al tre molte
afiài eia quefie diverte, e differenti, e molte vieppiù compofie,
perchè non formanfi elleno , nè fi coflituifo cono , che delle fole
compofie , come per efemplo fi fono le contrade , o li borghi , che
compongonfi di più famiglie unite in- fieme in una fol fòcietà pe *1
comun lor mantenimento , o per la confèrvazione de* lor dritti
Gentilizi , fo per avventura e’di- foefcroda un folo , ed unico fiipide ,
come pur fi crede , che avvenuto mai fofiè nella prima ifiituzione
di tali fòcietà; o le Cit* F 3 tà a s
Digitized 86 DE’ PRINCI P J- tà , e le Repubbliche , o i
Regai , Pane de’ quali fòrmanfi di più. borghi , o contra le; e
Paltre di più Città , rette e governate da un folo • D.
Difpiegatemi il termine Politica ? M- Egli appunto quello è il nome
proprio di quella facoltà , o fcienza, che infogna Pob- , bligo , e
li doveri dell* Uomo in queff ul- ti me locietà . JX Dividete
voi adunque , fe non vado er- rato , tutto il Dritto Naturale in Etico
, Economico , e Politico ; ma rinvengono pur per'altri parimente
quelli e tre voca- . boli adoperati alla fletta guifà? M* Mai
sì , come che quelli fiano molti po- chi ; poiché afsai più d’ordinario
s’ ufano eglino a fpecificare , ed a diftinguere tre , e diverle
parti di Filofolìa , in una di cui li tratta delle virtù Morali,
nell’altra del buon governo delle colè domeniche , e fa- migliati ,
e nella terza, ed ultima di quel- le di uno Stato , o Repubblica, giuda
fi leggono , che adoperati furono da’ Greci, da cui travalicarono a
noi ; come che con ciò, vaglia il vero, lì venghi per poco a far il
medefimo , e lì noti lo ftefso . JD. Or via prendendo il filo di
quel che dir dobbiamo-, figurandovi al dinanzi d’ogni altro mirar
Puorno lolo nello Stato di Na- Digitized by Google
DEL DRITTO NATURALE. 87 tura, (piegatemi quali erano mai gli
ob- blighi , e li doveri di coftui in quello Sta- to (B). j .
Egli fi riducono quefti e tutti, lènza fallo, Iil.come U può di
leggier comprender da chi che penlà , a due (òli capi ; il.primo di
cui lo riguarda come a creatura , e opera di • Dio ; e il fecondo
come a creatura, ma ra- gionevole , che opera per la confervazion
di se medefimo , e delle (ùe parti . D. Spiegatemi didimamente gli
obblighi, F 4 v e li . ^ (B) Lo fiato d' una per fona
non confjte in altro , falvo che in alcune qualità , che rif-
guardandofi,ed avendo]! come proprie fue,ven - gon acofiituire la
differenza , e il divario, che v' abbia infrajei , e un altra ; tali
per efemplo fi fono ì’efier di majchio , 0 di donna, di giovine ,0
di vecchio , di libero , 0 dì fer- vo , di figlio di famiglia , 0 dì
padre , di ric- co , 0 di povero , ed una infinità d'altre di cotal
fatta . Il perchè altre di quejfe ejfendo naturali, ed in nulla da noi
dipendenti, ed al - tre al rincontro avventizie , e del tutto in no
- jìra propria balìa, ed arbitrio , altro è lo fiato naturale
,fifico, e morale di ciafcuno , al- tro quello, eh' è puramente civile,
od avventizio . V Digitized by Google
V * ^8 DK' PRINCIPJ e li doveri del primo
capo , che tra tutti ' gli altri , cui per natura 1* uom è tenuto ,
giuda , che da voi jer apprefi, fon li primi . M. Qual fia la baie, ed il
fondamento di que- lli , e come noi li conolciamo , le voi ben vene
rinvenite , alla diffhlà vi moflrai al- tresì io nel ragionamento pafiàto
,* il per- chè dipendendo eglino totalmente da que- gli principi ,
che in quello per quanto valli di ftabilir m’ ingegnai , non (limo
colà molto fuor di propofito , ed infruttuosi , ^ per voi, che pria
di più oltre paflàre* quanto ri fpetto a quella materia sì dille fe
pur così vi piaccia , mi ripetiate . D. Ecco tutto in pochi motti ;
fùppofto,che fi ebbe da voi per ben certo , e fermo I. Che l’uomo,
ogni qualunque volta , che d’ operar delia, lènza fallo , giuda la
propria natura, venghi obbligato, e tento to di regere, e regolar se
medefimo in gui- fà , che tutt’ora col far per quanto fappia , e
vaglia , qualunque cola per menomilfi- ma , eh’ è ila a fuo utile , e
vantaggio vie più fempre mai ottenghi , ed acquilìi del- la
perfezzione . II. Che le da lènno quelli ■ portar fi voglia , e trattar
in sì'fatto mo- do , e con aver un cotal fine al dinanzi di se
ftefio , metter e’ debba tutta la cura e la diligenza di ragione in
ordinar del con* i tinuo Digitized by Google t
» DEL DRITTO NATURALE. 89 tinuo le proprie azioni , e
regolarle sì fat- tamente ,^che mai fèmpre e* giungano quello Hello
fine ad avere , od ottenere 4 di cui Dio , eh* è 1 * autor della Natura
, per quanto noi comprender polliamo , fi valle mai nel regolamento
delle lue azioni puramente naturali , e non dipeni denti dal lui (
-C ) . III. Che v ( C ) La Concozicne , per ef
empio , e lo fmaldimento de' cibi , eh' in noi Jì vede far del
continuo mediante il ventricolo , e f fendo '• uri * operazione , 0
azione , che dir vogliamo f del tutto naturale , ed imperò il farla , 0
non farla non dipendendo da noi , altro fine giu* fa , che dalla
ragion ? imprende , non fi ere - de , Dio avejfe avuto mai al dinanzi in
or di’- vi aria , e infìituirla in ciafcun di noi , che di far per
quefia firada , e con quefio mezzo , al nofiro corpo ricoverare , e
riacquifiare quel che gli era mefiieri per poterfi ben fofienere ,
e mantenere al Mondo , non che per la continua tranfpir azione , e
per l' inf enfiti le trapela - mento delle fue parti da momento in
momen- to egli veniva mai a perdere , e logora- re . Al rincontro
/’ ufo de ' cibi , e della vivande y come cofa eh' è totalmente in
nofira ha- Digita by Google
* 9 o DE* PRINCIPJ III. Che quell’ efier fovrano l’ ultimo ,
e il principale fine , che fi propofe , ed ebbe mai al dinanzi
nell’ ordinanza delle noftre azioni non naturali egli fi fofie fiata
la pro- balia , ed arbitrio , elP è ut? azione in
tutto libera , e dipendente da noi ; Or dove pur ci Venghi in grado
, ed abbiam vaghezza , o vo- glia alcuna d* operar a nojìra confervazione
, ■’* e di reyveref e regolar una colai ncjira azio- ne in “ Tal
fatta foggia , egli è meftieri ab - • biamin ejfa quelVìfiejJb rifguardo
, e quel me - defimo fine che fu quello ( giujìa la nojìra credenza
) di Dio nel creare , e nel formar del nojiro ventricolo , cioè , la
JteJJa nojìra confervazione ; coJa> che produrrà f enza fal- lo
^ infra queJV azione , e quella del nojiro ventricolo un certo concerto ,
ed una certa ar- monia tale , cui non f vide mai da uomo altra pari
; imperocché arr.endue qnejie verranno elleno a riguardare un medejimo
fegno f ed un JiefJb fine ad ottenere ; Il perchè non fi deve in
niun modo qui pafar fitto filenzio , che pro- priamente azioni diconfi da
noi non men que- gli movimenti , che in noi provengono da noi ***
ovruv , /gì ìioixiy- ‘itov rù oKot Koiktùf /gì S ' inaio f , v, gì (Teano
v eie rivo xeimnvK- X^au , '7Ò irtifaStcu ocùvo'ts , /gì «xay ir ieri
vaie ytvof/ivoie, ygi et'xi\hòéiy ix,óvmuàf imo rijs etp Irne yyeùfjuif
'/y'reXvtiìvoii . \ ale a dire. Il lòmmo , e il principale
capo deila Religione egli fi è il far opera, e proc, curare ad ogni
Ilio collo di riempier se me. defimo di buoni opinioni intorno gli
Del immortali, (parla egli da Gentile) per poter giugnere a vivere ben
perliialò,e certo, eh’ eglino di vero efiflano; che con ogni retti-
tudine^ giufìizia tenghino la fignorìa dell* Univerlò : Che fi debba loro
preftar alla cieca ubbedienza in tutto , e contentarli di quanto
eglino ci comandano , come pro- veniente da quegli, che lono di
lunghi!! fimo Ipaz io vieppiù fàggi e vieppiù intelli- genti. di
noi ; perchè così non oferai nel corlò del viver tuo giamai
accaggio- nar- (a) ErXEIPIAION cap.tf.
Digitized by Google 94 D E’ P R I N C I P J narli di nulla ,
o . rr.tr mancarti in mo- do alcuno , che venghi da efio loro meflo
in abbandono , e negletto ( E ) . II. Ch’ ( E ) La
necejftà , ha V uomo di fod - disfare a queji' obbligo , o dovere ,
mani- fefiamente fi ccnofice da ciò , che com e egli f vedrà , Je
ne ritraggono per poco , fi filo , quafi che come una confeguenza tutti
gli altri doveri , od obblighi di qnefio genere , che lo riguardano
come a creatura Quindi ab- biavi gran ragione da poter con
franchezza ajjerire , che dalla negligenza , e trafcura - t agì ne
grande tifata da noi in quefio , egli venghi , che fi mettano quafi , che
del tutto in non cale , e fi trofie urino tutti gli altri , come
imprendiamo altresì dair Apofiolo in uno non molto diverfo propofito ( i
) . Il perche come a Santi Uomini la contezza grande , ch'eglino
ebbero , per quanto mai venne lor permefiò , e pojjederono de' divini
attributi , valje di lunghijfimo fpazio nel Mondo per portarli ad
un grado di perfezzione , in cui affai dirado uom giugne ; così la
mancanza eh' è in noi di quefia , egli è cagion fovente del noftro
o- perar al rovefeio , e del contrario procedere , la
( i ) Ad Rom. c. i. n.zo. Sex 3, \ Digitized by
Google • V fi DEL, DRITTO NATURALE. 9 f IL
Che gli convenghi per ogni verfò,e fia in obbligo d’ operare , e trattar
gii fia al di- vin volere, non che fervirfi di qutfio prefc fo che
per motivo delle lue proprie azioni efiendo cola pur troppo certa , e
fuor di dubbio , eh’ Iddio chiegga da Jui , eh’ e’ fi regga , e
governi fecondo le leggi della Natura : Quando mai pur da te fi
com- prende , che sì abbiano difpofio li Dei ( di- ce un Gentile
(b) ) sì fi facci « to'* Stois ■ .» - IV. Che fia
tenuto di neceffità amarlo^impe- rocche dalla cognizione delledivinè per-
r , fèzioni provenendone lènza dubbio nei cuor dell* uomo f -e
derivandone un cotal ‘ guftq, o diletto , che dir vogliamo e pia*
cimento , che non abbia chi. lo pareggi . quindi nafee in lui certamente
della bene- volenza, e dell 4 amore in. verfò quefìo etfèr . .
Supremo . ■ \ * ,V.Che quett’amore,e quefta benevolenza, che
Lanino è in obbligo , ed m doVer’ di porta- : rea Dio,convenghi,che
Tuperi di ìunghiffi- molpazio , ogni , e qualunque altroché a .cofa
mortale fi può da lui . portare i (F) ‘ r /c ■ G im- ( ,C )
ZX l.fupr. , • . ,( F ) Quefto appunto è quetV amore , che
in ptu luoghi di J agri libri (%) ci fi accoman- dai (3 )
Matt.ii.D^iter.c.^.é.exo3.io.icvìt.a().&c. Digitiaed by Google
f D £’ P R -I N C I V J imperocché ;1* amore, in noi
provenendo . dal pi acere , e d^l diletto, eh’ abbiamo deb .
Fai- • • .... •. : • -.. '• ••• v •’> * r ■■■■ — » r
f f .. ■ , •. V •• ... • ; . •• ' • \ da, e con tuie
motti del Decalogo : Dillges do- minum Deum tuum &c. Quindi il Vive:
(4): erutti* dicendo: ut paucis verbi s magnus il le Magifter
quemadmodum unicùique viven- dum fit docet , ama quem potes tnaxime
, qui (òpra te eft , & non ajiter , qui prope te eft , quam te,
quod fi Feceris , tu fòlus leges omnes , juraque feies , & fèrvabis
,* quae alii magnté Ihdoribus vix difeunt . . . , * Di-
liges, inquit , quid potefb effe dulcius dile- zione , non metuere
, non fugete , non hor- rere praeceperis , ( Domirium ) ut fcias
illuni effe reverentlum*, nam dominus eft ; , ( tuum ) etfi
multorum eft,tamen uniufcujuf- que *fit per cultum proprius . . , Ex
toto còrde diligere praeceperjs , utomnes cogi- tationeS tuas , ex
tota anima , ut omnem vi- tami tuamyex tota mente tua, utomnepi ,
intelle&um tuum in jllum confèras , a quo babes ea , quae confers .
Il celebre Lcibnizio in un fu 0 trattai elio (f)( intitolato .
Trito- ■ ti- - f 4 ) Tri not.ad lih.io.de CivIt.Dci c.
4. ( r ) C,i fecft. Ep.li fi ha rei voi. 1. de Recveil de
dlverfcs P5ec;sfur la philpfophie , !a Jteligion d*c. DEL DRITTO
NATURALE. (bit peint fenfibile à nos fens exteroes , il ne*
laifie pas d- étre très-aimabile , & de donner un tres-grand plaifir
. NoUs voyons combien les honneurs
font plaifir aux Hotnmes, quoi- qu’ils ne confiftent pokit dànsles
qualitez des fens extèrieurs . . . . E non
guari apprejfo i Gn peut méme dire , que dès à prèfent T A* mour de
Dieu nous fuit jov’ir d’un avant-goiìt de. la felicitò future .i„ CaV il
nous donne lune ’ perfaite confiance dans la bontè de notre Au-
teur & Maitre, laquelle pro&uit ime vèr*- table tranquilitè dè P
efpric i . . Et outre le plaifir prèfent , rien ne fauroit étre
plus utile pour T avefiir , car 1* amour di Dieu remplit encore nos
ef^èrances , & nous méne dans lechemin dù fopreme Bonheur
&c. ' i IOO DE’ PRINCl P ]■ le di tutte le
create cofe, qualunque pur el- leno .fi fiy.o , coltri , che fi bene
giugne a conolcerle, ed a comprenderle , come ad nom conviene ;
rincontrandovi egli un piacimento ed un diletto difmilurato , e .
grande oltre mifura , e fenza comparagiò- ne alcuna vie più di quello ,
che nel cono- Icimento delle perfezioni delle creature '• può egli
peravventura rincontrare , e a ■ quel co l’amore proporzionatamente-
Tem- pre mai guagliar dovendolgegli fà mefiieri, che altresì fia
tale , e non men grande ; e ; confcguentememe , che non abbi altro
“ mai al Mondo,che in modo alcuna lo lupe- 7 ri , o adequi . ’ * • . . •
. VI. Ch’ogni fua follicitudirie, ed attenzione impiegar e’
debba , e collocar tuttora in * non far colà., che polla io gui là alcuna
a quello lòmmo, ed unico Bene dilpiàcere, o • /gradire, l’ amor in
altro veramente non confìftendo , che in godere , e gioir , ’ per
l’altrui felicità. , non che in paven- tar del continuo , e oltre modo di
conv - metter colà, che dilàggradi , p pefi all* aggetto amato ;
còli che per l’ appunto^ ciò che^iù ferialmente appellafi timor fi-
liale ( timbr filiali: ) oppofio diametral- mente a*quello , che dicefi
lervile ( metti: fervili:) che da gafiigo provenir luole , o
da Digitized by Google DEL DRITTONI ATURALE,
jot *o da fùpplicio ; irqperocche* Iddio, febbenc altresì di quefto
pei: iftimular E uòmo ad operar rettamente , e lòllecitarlo .al'
ben fare fovente fi vagii , e che dalla cofìui gravezza (pèdo (pedo
quegli atterrito , . ed ifgomentàto ; venghi da mille , e mille
laidure e tèonvenevolezze a ritraerfi; " tutta volta quello
non hà vertm luogo , do- * ve aiutila pur dall’uomo quel amor
por- tato vero e reale , che naturalmente a* * Genitori gli
proprj figli logliono portare, e eh’ egli dev.e ,e convien che gli fi
porti* y jl. Che 1* abbia altresì a riverir , e vene-
'* rar lòpra tutto ; - imperocché in grado - emjnentiffimo in
le contenendo , tutte le - perfezioni.,- che nelle loda nze , che
da lui derivano , come effetti provenienti dalle - caule, fi
contengono» e imperò ellèndo egli * . ‘ un Ente infinitartiente
perfètto, onnipo- tente , giufto , e buono eftremamente , ed
amabile; di ragione deve egli preferirli - tèmpre mai * ed
anteporli a che che lia nel "novero delle colè create , nonché
aili ftek : fa noftra perlòna . ; • VIIE Ch’ in lui lòltanto
mettere e’ debba ' tutta la iùa fiducia , e confidenza , e
col darli pace in tutte le cote del Mondo , che o delire , o
finiftre peravventura l’av- veftgono , moflrarfi tèmpre mai làido
in G 3 lui DE’ PR'INCIPJ lui , e tutto tempo
reguiarvi ; imperocché da efiò lui gli averi , e le fortune notf re
tutte provenendo -e’ può e vale , come pur l’efperienza loc’ infegna,che
tutto dì egli facci , dove di farlo pur gli viene aggra- do ,
rivolgere , ^ contorcere a noftro prò, ed utile quanto mai di malo i e
di qattivo c’ avvenne , o può unqua av- venirci . Per verità egli
hà troppo di bel- lezza,^ di gravità, per non eflèr paflàto in
filenzio quel che fcrive Epitteto a quello propofito . C.egli dice ) ( f
) ’ wroxac'W^ « s.aì • &P*X ' as xòv ìmrx&nSaì
ire 6ÌM , * vx usti wìnov tù '• ErXEIPlAION. c. xj.
-, * ’* ‘ ••••,.•' y. / 1
M, Senza fallo ; anzi egli e quello una con- feguenz'a ben cej^ta ,
e ferma di quanto al dinanzi noi didimo ; comeche non fia fuor di
propofito , che voi dHà altresì ne rico- giiate , che le formole , eh’ in
ciò ufiamp, debbano efler da noi ben intefe , e capite , ' e che
elleno dovendo dettar in noi degli affetti , e dellarnemoria de’ benefici
diri* •-ni non fi debbano comporre, ne fòrmarda altri , che
da coloro, di’ anno un intera , e ■ , .1 ben rara cognizione delle colè
divine. D. Non vi fono altri doveri, e altri obbli- . ghi.,
che quelli dell 5 uomo comp crea- ? tura ? • ' M* Altri , che
quefli Hfcn riconolciamo noi ; con li lumi foltanto dèlia Natura ; per il
di più, come altresì per quel che fi richiede per determinar i modi
di bpn fodisfar ■- a quelli iftefii , troppo più fi ricerca di lu-
me , e di cognizione ( D {toiefi* per in?- >• • ■; ; -./tera-
S ' s (P ) Leibnizio in una • re
Digitized by Google io 3 ... D E* P IU N C I p J
teramente fidar qu-dloculto di ficonolcen- * Z a dovuta peb f uomo
al vero , e fhpre- mo edere, abbifogna pur., che confeflìa- itk)
con ingenuità; cheli lumi della natu- ra, lenza 1* ajuto della
rivelazione , nonfia- tio in niun modo di per fé baftevoli , e lùf-
^cienti ; ónde fa egli intieri dériggerci, ' in ciò , e regolarci ,
giufta quel che. im- prendiamo da quella . : D. Degnatevi
adunque d’udirmi, al dinanzi, • che non fi venghi ad'altro,lè pur
tutto fep- pi ben comprendere ; Pobblighi, e li doveri HelP uomo ,
come creatura , o per meglio dt-e , il' culto di riconolcenza , che P
uom deve a Dio * egli non confille , che nel Po- lo efercteio , e
nelPufo di quelle aziqni , eh’ anno pur per mira , e per motivo K di
- - vini attributi . Or fe quelle azioni fono el- leno
.* v ré( 6 ) fcrUta alla PrincipeJJif^di Gali?* nel
me/} diNo~)embre 1,7 if . mfirò fehza dubbio arem dolore , ed un vivo
fentimento di rama - fico , chela Religìon Naturale fi vede a da dì
in dì in Inghilterra indebolire , e corrompere; • ~ ‘ . -
( 6 ) Si legge nti voi. i. de recueil de divttfos l’ie- ces far la
l%flofophie;> el re fio io non dubbilo eh* alcuni aver ebbero fior f e
qui dejìderatò , che w favellando feMct ♦ ' ddeligies naturale mi avejjè
alquanto . vie pile * difiefo, e tratto dimojirare l'armonia maràvi-
' \ gfiofayChe il abbia tra quejìa , e la revelata t / Ora il Regno della
Nat ur fi , e quello della " . ì@ré&a,f£0fcjqr por mente
paratamente , e : ^fervane gcowe la natura ci vaglia per guida
' ‘ - v; ‘ “ alla DigitizeclbyC V
DEL DRITTO NATU R ALE. i r $ adoperi non meno 1’ uno , che P altro
di quello culto , e che facendone ufo del con- tinuo , cosi coni’
e* conviene, non gli polfa di lunghifiìmo fpazio fèryire a renderlo
tranquillo , e lieto in tutto il corto del vi- ver Tuo , ed ad
accrefcerlo da momento in momento, e vie più tèmpre aggrandirla
H nelle alla Grazia , e come quefia venghì quella a
ripolire , e perfezionare valendo f ne { agge- voli cofe Veramente tutte
, e facili a mofirarfi volendo ) poiché f ebbene dalla ragione
impren- der non fi pojjd il di piu , che dalla rivelazion s*
imprende , vai ella d? affai per renderci ben . certi e ficuri , che le
cofe fan fatte in modo, che non giungano ad ejfer comprefe da umano
intendimento . Ma mio principal difegno egli è di dilungarmi il men , che
fa pojfbile fuor * de ’ termini , che m ’ hu io in quefi
operetta prefijffó ; e regalmente affai ben faggio reputo r avvifo
di coloro , lì quali le cofe della nofira veneranda , e fanta fede, come
mirabi- le , e feci al fattura della mano di Dio guar- dando ,
mentre che quefio venghi da noi cre- duto Onnipotente , vogliono , che
fenza met- terle in ragionamento alcuno facilifimamen '*■ te ,e a
chittfi occhi creder fi pojfano , e fi debba- no i
Digitized by Google ir 4 D E* P R I N C I P J nelle
virtù , e nell’ abborrimento de’ vizj ; Ma or su fìendiamoci, fè così vi
piace , più oltre col difcorfo , e palliamo agli altri do- veri ,
obblighi, o utfizj de 11* uomo lòlo in quello Rato Naturale .
M- Quelli altri non lòno , a mio avvilo per IV. quelche
aldi'fòpra altresì fi dille, che quegli , eh’ egli dovea , ed anche per
al prefente egli deve verlb se medefiino ; ob- blighi , o doveri
tutti, che diftinguere fi tio ; or.de quel gentìlijflmo Italiano
Poeta ebbe motivo dì cantare , 1 fecreti del del fol colui
vede ì Che ferragli occhi , e crede. Non eflendovi flato vie
più al Mondo flcuro , e men in periglio di colui , che Jen vive
confrme le leggi della Vera pietà , e della vera virtù , imperocché ,
giufla al dire di tre gran uomini , come che difofpetta fede ; cioè
, dell' / reivefeovo T illot fon , di Mr. Pafcal , . e di Mr.
Arnaud ( 9 ) , in queflo flato nulla vi riman da temere di quelle
tempefle , e dì quelli malori , te muti , ed af gettati per coloro
che ne fon fuor a . C 9 ) V. l.eìJjnìz.nelIe note alla lettera sOi
l’ Entu Ha fT. mo del vi ylord Shaftsbury. voi. z. de Recusil de
diverfeS jiìeces&c. . • Digitized by Google
DEL DRITTO NATURALE. 1 1 r poflono, e divifare in tre divede , e
dif- ferenti Ipezie ; cioè in quegli , che riguar- dano il filo
Ipirito ; in quegli, ch’anno attinenza alcuna al fuo corpo , e in
quegli, che riferilconfi ^finalmente ad alcune quali- tà
accidentali del tutto, e ftiperficiali, come . per elèmplo fi fon quelle
, di ricco, di po- vero, di nobile ,.di plebejo, ed altre sì fat-
te in cui il Ilio fiato efierno confifie . Per tutto ciò efièndo pur egli
obbligato^ e te- nuto , come voi ben Oppiate, diriggere in sì fatto
modo le file azioni , e regolarle , che colpivano tututte ad un medefimo
le- gno , ed ottenghino un medefimo Ico- po ; cioè , tendino al
proprio vantaggio , ed utile, e alla propria perfezione; per giugnere
a ciò far di leggieri egli fa me- fiieri fi tratti al dinanzi a tutto
poter ac- quiftar un elàtta , e perfetta contezza di ciò, che può
mai giovar a se mede- fimo , o no in qualunque fiato , eh’ egli fi
guardi ; cofa che imponìbile efièndo da i .poter in guilà alcuna ottenere
Lenza una V. piena cognizione di se flefiò (H) , il H %
fon- ( H ) In quejto grufa gli antichi Filofqfi Jì riduce
quaji che tutta la Filofofta ; e fecon- do Digitized by
Google u6 DE’ PRINCIPJ' • fondamento , e la baie di
quefti doveri , o ulBzj che 1* uom deve in verfò se mede- fimo, e
il primole il più principale tra tutti egli è, fenza fallo, al meglio
,^che fia pofiibile , d’ imprender un sì fatto conofcin mento con
mettere ogni Audio , ed ogni cura in conofcer , e perfettamente fàpere
il fuo fpirito , il filo corpo , e lo flato , in cui mai peravventura fi
rinviene . V. E bene ! quali fono li modi , e le vie da
giugnervi ? ‘ M. Que- do S. Bernardo , ed altri Padri della
Chiefa anche la Morale Cattolica , ritingendola eglino foltanto a
due foli capi ; V un di cui ri - guarda la .piena contezza di se medefmo
, e V altro quella di Dio ; ad ogni modo noi pur confejjìamo chejìa
ciò cofa per uomo molto ma- lagevole , e difficile a metterlo in pratica
j e che quindi meffo in Greco Efìodo avejjè canta- to , avvegnaché
fol rifpetto al primo di quejti capi , in verji cor ri fpon denti a
quefìi : £fi nofee te ipfìrni non quidem ampia diétio ,
Sed tanta res fòJus , quam novit jup- piter; Ed
infierì) non deve recar maraviglia ad al- cuno f e un obbligo , o dover
di tal fatta molti pochi fan quegli, chef veggano che lo
JodisfiriOy DEL DRITTO NATURALE. 117 M. Quefte diftinguer.le
poftìam noi inge- nerali , e particolari ; le vie , e li modi della
prima fpezie eglino fi riducono a quefti duo ; 1* un di cui egli è d’
entrar in noi medefirni , e con la maggior accura- • tezza , e
diligenza del Mondo confiderar la noftra propria perfona , e V altro
di(a- minar bene dell* iftefiò modo quella degli altri , con cui
peravventura ufiamo ri- flettendo a tutto attentamente , e bilan-
ciando a fpiluzzio non men la diverfità del- le lor getta , e la varietà
delle lor azioni , che li cambiamenti diverfi de’ lor volti , e il
divario, del lor tratto , e linguaggio, e di tutto altro , che può mai
appartenerci con trattar di comprender chiaramente Ié colè, e far
della lor bontà , emalizigquer giudizio, che fi deve. Ma vaglia il
vero di quefio ultimo mezzo 1* nomo foto , ta- le quale lo ci figuriamo
nello fiato della Natura, non potea farne ufo alcuno; Per tutto ciò
noi , eh’ abbiam or agio da po- ter valercene, come vogliamo , ne
polim- mo , lènza follo , ritrarre una infinità di vantaggi . .
. D. E quali fon quefti ? ]M. Egli batta, che
generalmente voi lap- piate , che in cotal guitti da noi con una
agevolezza grande , e fuor di mifora H 3 giu-
Digitized by Google r 1 8 DE’ PRINCIPJ giugner
fi polla a conolcere quanto mai vi ila di bene, e di male in noi ftefii,
e le virtù tutte di cui abbiam fommo bifògno fornir- cgChe fi
venghi a rifvegliare in noi, e defta- re l’emulazione al bene , e
rettamente ope, rareiChe 3 dilcernere fi vaglia aliai palelè-
mente, e in aperto la lèmma bruttezza, e la laidezza de’ vizj ,* Che
venghiamo am- maefìrati, lènza nofira pena , ed alle altrui -a
Ipelè , imperocché giufta Menandro : ’2>hé7T(t T17T disivi/,'
Ut chè un intelletto tanto più fi deve per perfetto, e finato
reputare quanto più è 9 1 novero delle cofe , che da lui fi com-
prendono , e quanto più chiare , dilìinte , ed adequate fon 1* idee , eh*
egli ha di tali colè . Il perchè fi deve quantunque più fi può, e
fi sa riempierlo d’ ogni cognizio- ne , e trattar che quella Ila in noi
efire- mamente chiara , e diUinta ; comechè ef- fendo rilìretti di
foverchio , e di natura limitati , ed imponibile imperò riunen-
doci aver di tutte colè contezza appieno , Io Audio di quelle
meriti lèmpre avere il prU Digitized by
122 DE’ PRINCIPJ primo luogo , ed è ragionevole , e giudo , che fi
preferilchi a qualun’ altro , di cui abbiamo nel corlò del noftro vivere
un bi- sógno , ed una necefiità maggiore , non che vagliono di
lunghiffimo tratto per lo dilcernimento del bene, e del male;
imperocché obbligati effóndo noi , e tenuti vietare e sfuggir l’
ignoranza , e la grof- fezza, dobbiamo (òpra tutto quella i (chi
fa- re , che rifguarda quefio particolare ; non eflendovi ragione
da poterci in ciò nò con Dio , nè col Mondo difpolpare ; quel- 1 ’
ignoranza (òlo , e groflèzza nell’ uomo efièndo di (cufa degna , e meritevole
, che non è miga in fùa polla di poterla Ican- zare . Quindi uom
vede , che il vantag- gio, che fi abbia, da chi che s’invigila su
quefio dovere fia di tanto sì gran mo- mento , che la di lui olìervanza
giamai fi potrebbe ad alcuno a luttìcienza accom- mandare , non
potendoli in niun modo di- Icerner lènza ciò ediftinguer il buono
dal malo , colà che veramente , dove anche non vi fuflè altra
ragione , per cui ciò fi richiederebbe da noi , dovrebbe ballare
per portarci a fornir il noftro intelletto , e riempierlo di tutte quelle
virtù , che gli competono , e che come proprie Tue dir fi fògliono
intellettuali . , D. Qua- Digitized by
DEL DRITTO NATURALE, uj V. Quali fono quelle virtù ? M.
Quegli abiti di cui 1* intelletto è atto e Capace di far acquifio , e gli
giovano dire- ttamente fenza dubbio per giugnere al conolcimento
del vero , e làperlo dillin- guere da ciò , che punto non Ila tale
. D. Dinumeratemi didimamente cotali abiti. M. Grande ,
ed incomparabile attenzio- ne alle colè , acutezza , profondità ,
in- telligenza , Icienza , laidezza , invenzio- ne , ingegno ,
lapienza , prudenza , e arte. Z>. Che cftfa intendete per
attenzione ? M \ Quella facoltà o potenza della noftra anima
, mediante cui far polliamo , che alcune idee , o alcune parti di effe
fiano in noi vie più chiare , e diffinte dell’altre . Per
efemplo ; fe io miro un uomo egli è - in mia libertà , ed in propria balia
trattar eh’ abbia un idea molto più chiàra , e, di- ftinta del fùo
vifò , o degli luoi occhi , che dell’altre parti del fuo corpo ; e
fimilmen- te fe per avventura molti oggetti a difeo- prir fi
giungono, ovver più perlòne fi odo- no che favellano, egli regalmente
poffò oflervar più gl* uni , che gli altri di que- gli , o udir di
quelli , chi più m’ aggra- da, e piace udire ; /ebbene non fi pofià
da uom altrimente a quello giugnere, fe nor* con 1* efèrcizio , c
con 1* ufo . ‘ D. Qual Digitized by Google
124 DE* PRINCI.PJ D. Qual cola voi chiamate acutezza d’
intel- letto ?' M. Quella polfibiltà , o potenza ch’ egli
può acquiltare di poter diltinguere nello fteflò mentre più colè in
un medefimo oggetto ; poicchè non potendoli miga metter in dub- .
bio, o temere, ch’ella con lungo efèrci- zio non polla ridurli in noi, e
travolgerli . in abito, deve lenza fallo metterli alno* vero delle
virtù intellettuali ; come che per quelche mi làppia niun fi rinvenghi
, che fatto 1* abbia al dinanzi del WolfRo . D. Ma qual diligenza
deve mai ufarfi per acquetarla ? M Primo egli proccurar fi
deve a tutto co- ito .fin dalla puerizia, per così dire, di - non
avere lè non idee affai ben nette , e a difiinte delle colè , e mettendo
ogni Itudio in attentamente ponderarle, làperle sì fat- tamente
comparare, che comprender fi polfa la conneflìone , e la dependenza ,
di efiè . In apprefio lo Audio della Geome- tria, e quello dell*
Aritmetica vie più di qualunque altra cola del Mondo può per verità
agevolarci in quello , ed elìerci d’un eftremo giovamento; Vero è però
quel che Ipezialmente fi deve su quello parti- colare commendare ,
e lodar oltre milura a 9 egli fia, il far acquifto d’
idee chiare , e dii . ~ *' firn- ‘ H
DEL DRITTO NATURALE. i*r {finte del bene e del male ;
imperocché ciò eflendo per 1* uomo una delle più ne- cèdane
cognizioni , e delle più utili, e im- portanti , giuda , che non una
fiata fi è detto, può fèrvirgli altresì a formar un buon giudizio
delle proprie azioni ,. e con- fequentemente valergli non meno per
la quiete, e per la tranquillità della fùa co- fcienza, che di
quella degli altri ; non ef- fèndovi altra cofà inquedavita, che
va* glia maggiormente un uomo a rendere graziato , e infelice delle
riprenfioni , e rimprocci che lui medefimo fa a lui fìefib ( i ). .
Quindi molto a nofiro propofito fcrifle Seneca , che : Prima , &
maxima peccantium ejì peena peccojje , nec ulìum fcelin , licet
illud fortuna exornet , mu- neribtn fuis , licet tueatur , ac 'yindicet
, impunilum ejt , quoniam fcelerii in fede- re fupplicium ejì
. £>. Difpiegatemi il vocabolo intelligenza 7 JW.
Quefta , che giuda 1* oppinion commune de’Filofòfi, e la prima delle
virtù intel- lettuali , la fi rienvien definita per un abi* to
confidente del tutto in conofcere , affai bene , è didinguer le cole per
via de* lor principi, e col darei agio da poter fin all’in- terno
di effe penetrare , difvelarne , e ifeo- * - * >' • •
Digitized by Google CO E P- ii6 DE’
PRINCIP] piHrne altresì il modo con cui 1* une per V altre vengano
comprefè . Ad ogni modo le definizioni , e K giudizi intuitivi
elfèn- do il fondamento , e la baie delle noftre cognizioni , colui
fòltanto merita veramen- te da riputarli fornito di una tal facoltà
, che giunto fi vede già a tal legno che fap- pia tutto ciò molto
ben fare , e con pron- tezza,* Il perchè perriufcir in quello egli
è necefiario , che s’ acquifti al dinanzi T a- cutezza d’intelletto;
perchè le definizio- ni altro non eflendo in, effètto , che nozio-
ni difiinte complete , per ben formarle ab- bifogna che fi difiingua
nelle cofè, e fi veg- ga quanto di diverfò , e di vario vi fia ( I )
. V. Che colà è fcienza ? ' M* Un abito da fàper ben
dimofirare , e pro- " vare quanto mai da noi fi afferma , o fi
nie- ( I) Quindi egli Ji mira , che F idee , chiare delle
cofe agguardarf debbano come tanti princip] di quejta facoltà ; poiché
fonere- te quefìe fbben confufe alquanto , e inordi- nate y potendo
effer /efficienti , e bafevoli a difinguer una cofa da un ’ altra , e
denomi- narla nel modo , che conviene , e col proprio vocabolo
jonver tir f veggono in noi in idee di- finte , edefèrci di gran
giovamento agli giu- di/ intuitivi , che di quelle formiamo .
Digiiized by GoQgle V, ■ - • ( ■ •. • DEL
DRITTO NATURALE. 127 ga ; onde di niun altro! alferir fi può meri-
- tevofmente , che abbi la le ienza di qual- che cofa , lè non.di colui ,
eh* in molli aria sa , e può far ufo di pruove , e di fillogifl mi,
od argomenti concatenati , ? ed uniti infieme gli uni con gli altri in
guilà , che venghino tutti a terminare , ed iftiorfi in fempli ci
prem effe non fondate , che inde-, finizioni , ed in efperienze certe
totalmen- te , cd evidenti , od in afliomi , e propo- rzioni identiche
. Quindi ne viene : I. Che per l’acquifio di cotal facoltà fia
mefìieri al dinanzi fornirli d* intelligenza per ot- tener la
notizia delle definizioni , e degli altri principi d’ aliai manifefii ,
ed indu- bitati , che lòno il fondamento , e la baie delle
dimollrazioni . II. Ch’ ella fia ne- cefiària , ed appartenente a tutti
lènza ri- lèrva , od eccezzion di perfona , rinvenen- dofiogni un
in obbligo, ed in dovere di aver un diftinto, e perfètto conolcimento
del bene , e del male * che non fi può in altro diverlò modo da
quello conièqui re. III.C he polla di lunghillimo Ipazio giovarci
per f appagamento interno di noi medefimi , e per la quiete della
cofcienza ; imperoc- ché l’uom privo peravventura totalmente, e
sfornito di feienza, per non poter in guilà alcuna quel eh’ afferma , 0
niega dimolìra- , re .• « • iaS .DE* F1MN CtvP
f re, andando al didietro delle maffimeì, e degli lèntimenti altrui
, , il più delle fiate è in illato di poter travedere , od errare;
è perchè nulla opera (è non còti > una cofcienza molto dubbia , ed
erronea , quella che nelle lue azioni rampognalo di neghitto/o , ed
imprudente , vai per po- ' co in tutto ilcorfò delibo vivere, come
V efperienz.a lo c* infegna,a renderlo difgra- ziato , e infelice ; IV.
Che finalmente quella facoltà per elìer un abito egli fi ac- quifii
v alla guila di tutti gli altri , median- te feièrcizio; febbene , vaglia
il vero, quello agevolar fi polla oltremodo , e faci- litare con la
lettura de’ libri Icritti con un e buono , ed ottimo metodo dimofirativo
; .trattando di Iciorre tutte le dimofirazioni in (empiici
fillogifmi per conolcerne la di- pendenza , ed appieno la lor unione , ed
il lor concatenamento comprenderne , non che per attentamente
(guardare , e badar lòttilmente alla conformità, ed adórni- glianza
che v’ abbia infra cotali dimolìra- \ zioni , e il metodo, od ordine, che
dir vogliamo , il quale naturalmente dalla no- ftra mente, fi vede
lèguito nel peniate ; fèn- .za , che può efsercj altresì in ciò
giovevo- le , e di gran frutto il proccurare di ren- derci per
quanto fia pofiìbile , famigliari , * * e pron- Digitized by
Googl tr DEL DRITTO NATURALE, ijj ^ » e
pronti li precetti di una Loica , quanto t meno fi può , didìmili , e
diverfi dalla Na- turale A Ma fe pur egli è così , come voi
dite , che la fcienza fi fofiè un abito , come fi può ella tra le
virtù dell* intelletto , di cui ab- bifogna , eh’ uom venghi decorato
anno- verare ? credete voi forfè, che fi polfa dagli Uomini idioti
> e groflòlani , così come dagli altri altresì molto di Ieggier
confe- guire? M I» fatti quello abito agguasdar fi
luole comunalmente come proprio de* Mate- matici , e della gente da
lettere , e di fpi- ritoj ma pur un tal fornimento è lènza fallo d
? afiai lungi dal verone falfifiìmo^ imperocché , lalciando noi dare di
quanto gran ufo egli fia nella Morale, e quanto . neceflàrio in
quella , e quanta importante da più dotti tra Filofoli venghi reputato
; (k ) la Icienza, di cui, come voi ben làpete, tutti debbano
cercarne un intera contezza , e ftudiar per quanto; vaglionod*
iltruirfone; non deve a niuno recar maraviglia , o am- mirazione
alcuna , giuda , che lo c’ info- gna la fperienza , fo fia mai fin da
Uomi- ni , per altro volgari , e groflì acquiftato; imperocché il
metodo di ben dimodrare | ' ^on- t Hy V- Corife.
Pufendorf. Locb. Vytlf. èc? Digitized by Google \ i}o
DE’ PRINCfPJ convenendo del tutto , e uniformandoli col penfar
noftro naturale;può di vero avveni- nire , che da quelli in ciò fi
veggano avan- zar di gran lunga,’ e lùperare gli eruditi medefimj ;
avvegnaché dicendo io, che di quello abito fornir fi debba ad ogni
co- llo , ed adornar ciafcuno , intenda ciò fol- tanto ’ per quel
che rilguarda la cognizione del bene , e del male ; e non già delle
Icienze indifiintamente ; come colà , che è fenza dubbio , difficile , e
per poco im- ponìbile da ottenerli per uomo; lènza, che come in
tutte le virtù fi concepì (cono da noi alcuni gradi , alli quali non vien
per- meilo a tutti ugualmente, e dejlo Hello modo il poter giugnere
; così d’ ordina* rio parimente fi ofierva , eh* avvenghi ed accada
nelle Icienze; comechè fi deb- ba pur con feda re , che vi fiano ;
reali mente alcuni obblighi, fiano ufficj, o doveri umani dalla cui
obbligagione molti» non avendo dalla natura que’ pregi , o quella
doti, ottenuto , che gli altri ottennero, e che per ben fòdi§farli fi
richieggono , te-; * nerlè ne debbano totalmente immuni, q
lontani, non oliarne, che generalmente par« landò e’ lèmbrano tutti
obbligar, lènza ec-» cezzione alcuna V V., Spiegatemi qual
cofa dite voi folidIS tà, Digitized by Gbògl
DEL DRITTO NATURALE. 13 x tà, o laidezza dell’
intelletto . /V/. Un abito da discorrere , e ragionar con
diflinzione delle cotte , ed jn mòdo che fi vegga per ogni vertto , e fi
disopra jl con- catenamento, e r unione, che v’ abbia ne npttri
dittcorfi , o ragionamenti,- quin- di e che per quefio fi venghi un
certo grado di virtù a cofiituire alto , ttubli- me, eccel/ò o
perfetto vieppiù di quello, , f P er 3 ^ ,enza non fi cottjtuifce
come- chevi fi giungaperpoco alla fletta guitta, e per la medefima
ftrada j colui folo aver dovendoli veramente per più adorno, e
maggiormente fornito di un tal abito , che apprettar fi vegga nelle
pruove delle tee premette a gli primi principi , e alle pri- /
me nozioni fi avvicini • il perchè vero e pur troppo , che non
picciol contrai' legno egli fia, anzi una gran moflra di lolidità ,
o laidezza d’intelletto d’ un’uo- m .° ’ c " e P ro ppfizioni
ammette dagli al- tri lenza pruove e’ vaglia a confermare , e
mediante li primi principi moflrare ; o fé checché altri con efperimenti,
edocula- , . tamente afferma , e’ con ragioni, dimóflra c per via
de primi principi , febben fi deb - a di maggior pregio lèmpre reputar
co- lui, ed efiremamente lodare, ch’abbia fonquiflato un abito di
ben accoppiar , ed J 3 unir Digitized by Google
1*2 D E v PRINCIPI/, unir tra se molte verità , awegnàcchè
diverfè, e diffìmili , o di poterle da’ prìn-. cipj molto lontani, e
remoti con un non interrotto fri di raziocini, o fillogifmi ,
dedurre ; efiendo pur queflo , veramente un grado di perfezione del
nofìro intellet- to s in cui affai di rado uom giugne ,* co- la che
forfè fi fu il motivo per cui nè per Arifiotele , nè per coloro, che gli
andarono dietro, o al dinanzi del "W’olfio ne fcrifièro,
confuto avendolo con la fcienza non ne fè- tono verun motto, ne’l
diflinfèro da quella, Z>. Qual cola chiamate voi invenzione .
'Un arte , o abito , eh’ e’ fia da poter in- ferir dalle verità di
già divvolgate , epale-i fi dell* altre punto non note, nè conofciute
, t>. Ma quali vantaggi fi pofiòn ritrar mai da . queflo ?
JM. Queflo abito non fèto all’ intelletto ag- giugne perfezion
maggiore degli altri , di cui fin ad ora abbiam noi favellato, tn’
altresì può lènza dubbio nella vita e£ lèrci di un gran ufò ,* fòvente
volte avenen- do fpezialmente nelli maneggi della Re- pubblica ,
che facci mefliere nello fleflo mentre non meno formar buon
giudizio delle colè , che rinvenir li mezzi più co* modi, ed
opportuni per aflèguirle , e man- darle ad effetto $ oltreché tutte le
fcierfzq le Digitized by Google DEL
DRITTO NATURALE* i n le più utili , e profittevoli , o vantaggiolè
del Mondo, che fi trattano comunalmen- te, e s’ infognano , non eflendo
che un fàggio, o rifiretto, che dir vogliamo di quello, per quel
che mottrò un valente uo- mo (/ ), egli fi può di fermo aderire ,
di colui , eh 5 abbia peravventura cotal per. fèzione acquittato,
che contenga in se con quefta ìnfieme , ed unitamente le miglio- ri
feienze , o facoltà , eh’ abbiamo , o che . di leggieri lènza foccorfo e
fenza ajuto . d altri e' polla volendo conleguirie; come- chè di
quell’ abito , vaglia il vero , affer- mar noi polliamo ilmedefimo, che
tettò fi ditte pur favellando della fèienza , cioè,’ che. febbene
tutti , generalmente parlan- do , fiano in obbligo, ed ih dovere di farne
l’ acquifio , fi debban lèmpre tenerne dèn- ti ed eccettuar coloro , che
norv ebbero dalla natura forze baftevoli * e fiifHcienti da farlo
, X), Bene; ma avendo noi due dì ver lì modi * e vie da poter
rinvenire, e difeoprir il vero , non fi potrebbe forfè quelVabito
per quello motivo divìdere ih due differenti fpecie , l’una di cui
non confitta, che in , far degli buoni dperìmenti > e delle
buo- I 3 ne' (. 1 ) T* Scbirnb4t^Jen% ^£ in cui fi
trattano d’ in- venzioni , e di novelli trovati , li quali al-
manco fi devono tratèorrere . D. Colà intèndete Voi per fàpienza
? M. Un k 138 DE’PRI NCIP J
M. Un abito confidente del tuttò'in benac- conciamente prefcrivere
, ed afiegnar .alle fìie azioni del li giudi,, e convenevoli fini ,
non che in far una buona, ed un ottima fcelta dell! mezzi , che vi lì
richieggono per mandarle addetto , ed efèguirle, con coftituire li
fini particolari , e fubordi- narli in tal fatta guifà gli uni dagli
altri vicendevolmente dipendenti , che median- te li più profiìmi ,
e vicini giugner fi va- glia all! più remoti , e lontani j II
perchè efièndo.ella di un utile cotanto grande, ed impareggiabile
per la direzione , e per lo regolamento delle noftre azioni , giuda
le leggi della natura, che al dir di Leibnizio (w) è la vera fcienza
della felicità Umana , non fi può per niun verfò recar in quedio-
ne, che tutti non debbano proccurarne il filo acquifto * Ma bilògna però
ofièrvare , come altresì quindi mani fefia mente s’im- prende,
efier dimedteri; I. Che non fò- lo il fine dell* azione d’ un uom faggio
fia giudo, e buono, ma eh* altresì li mezzi fiano tali. Il.Che
quedo fine fia tèmpre mar fiibordinato , e codituito dipendente dal
principale , eh’ è la propria perfezzione . E III» m )
V. La futi prefazione al Codice diplomatico del Dr^to delle Genti .
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE, r 39 *
E III. Che li mezzi, li quali colà condur ci debbano e portare ; vi
ci conduchino , e portino per la piùbrieve * e corta ftrada del
Mondo * D. Ma come pòfliam far noi quello acquifio ? M»
Conviene per giugnervi provederci di molte , moltiflìme colè $ poicchè
primie- ramente noi fornir ci dobbiamo di fcienza, non potendoli in
altro modo format buon giudizio delle azioni noftre particolari , e '
' della vicendevole fobordinazione ^ e di- * pendenza de* fini
infra di loro * e delti mezzi , che vi ci conducono ; In fecondo
luogo fi richiede* che fi abbia un* erètta contezza* e Un intero
conofcimento non meno della malizia.* e della bontà dell* umane
azioni , che del li negozj li più ne- cefiarj, e ùtili, od importanti
alla vita ; con trattar di aver un’abito darèperben provar tali
colè * imperocché quel che peravventura otteniamo dalla Matemati-
ca , o dalle altre fetenze egli è d* un afiai picciol ufo , e prefiò poco
di niun momen- - to pel corfo del noftro vivere tutta volta ,
• che fiam totalmente sforniti, e poveri di quelle materie imcui
poggiar fi dovrebbe- ro * e fermare li nofiri aifcorfi ; In terzo
luogo v* ha mefiiéri , che fi fii profittato nell’invenzionejcome Che
giovi fòprà tutto, che Digitized by Google
i 4 o DE’ PRINCIPJ ghe fi fàppj quelche in quella
materia può • mai riguardare al buono , e fàvio modo da vivere . In
ultimo abbilognà perciò aver anche dell’ ingegno e dell* acume per
giti- gner sì fattamente ad ifpecular 1* altrui azioni, e
meditarle, die fi comprenda il fi- ne , che fi ebbe in eflè , e li mezzi
, che per .mandarle ad effettto fi prelèro, non che gl* impedimenti
, che intanto vi fi framefchìa* rono , anzi tutto ciò , che vi fi operò
mai di foverchio , e lènza che la bifogna 1* avelie richiedo ;
comechè , vaglia il vero , non fi pofià giammai formar un buon
giudizio della Capienza d’ alcuno dal lolo evenimen- to delle colè;
poiché. lòvente avviene, che per gl* impedimenti , e per gl* intoppi
* che non lèmpre fi poflòno al dinanzi molto ben antivedere , nò
pronofìicare , avve- gnaché fi fia operato con ogni ma tur ez- . za
, non abbiano avuto quel buon /uccello che fi affettava . D.
Qual colà intendete voi per prudenza ? 2\d, Quell’abito, o fia
difpofizione , del no- . ftro intelletto , per cui fi mette in opera
» e fi elègtiifce quanto al dinanzi da fenno , e faviamente fi fu
fiabilito . D, Vaglia il vero, lènza quello, la lapien- - za
è di un molto poco ulò per i’ uomo , e quali che di ni un pregio .
M. £ DEL DR ITTO NATURALE. 141 E quello è il motivo
per cui da lui fi de-* ve a tutto cofio trattarne 1* acquifio .
D. Ma perchè in noi la prudenza , e diverfà, e differente dalla
fàviezza . M» Egli è ciò un effetto della limitaziorìe del
noftro intelletto; Quindi, fenza fallo avvie- ne, che deliberando noi
delli mezzi, che ci / conducono ad un fine , fòltanto badiamo a
ciò, che rifguarda per all 1 . ora 1’ affare, talché per la gran
moltitudine , e per la gran varietà de’ contingenti * che del con-
tinuo avvengono , abbattendoci per avvefh tura ad alcune cofe, e ad
alcune partico- lari circoftanze , cui non così di leggieri fi
potea al dinanzi da noi guardare, e quelle rendendoci fòmmamente
perpleflì , e dub- biofì , fe mai sforniti totalmente fiam di
prudenza, non lappiamo a qual partito ren- derci ; Il perchè la umana
pfuderza in altro non confitte, che in fàper da se di- lungare , ed
allontanar gl* impedimenti x e gl’ intoppi tutti , che fi offerifcono al
di- nanzi delle noftre imprefè , e ne fiurbano l’effetto (K) J e
per quella ragion da’ > Pee- (K ) Quindi è; che r’ if
copra fidente Una cofa bene , e vìujlafrentefatta , ma non riga con
prudenza $ e che in Dio non oblia mun *•
* Digitized by G i • T, V» " ) . DE’
PRINCIPJ Poeti , i quali per inoltrarci , eh’ ella de- rivi
in noi dalla mente, eh’ è quali che divina , mediante cui confiderando ,
e ba- dando a tutto, abbiam gli occhi rivolti per' tutto
favoleggiarono eh’ ella nata!] ìbflè dal capo di Giove, ch’eglino
chia- marono Minerva , (1 ebbe per (ignora , e donna della fortuna
, e come la lòia , che contrariar poteflè , ed opporli a’ fuoi
disé- gni ; e di Bione dir li lùole , che avea in eofìume di
lòyente ridire , che quella in tanto maggior preggio era d’ averfì , e
flit marfi (òpra tutte l’ altre virtù , quanto più cari devono
tenerli gli occhi , e re- /putarfi più degli altri lenii , comecché
tra’ Greci furono pur di quelli , che la confu- sero del tutto con
la Sapienza ; ed imperò Afranio dèlcjivendola con luoi ver fi non
ebbe dubbio di metterle in bocca . La memoria mi t fe % ma
generata > DalP ufo ; i Greci vegli on , che fofia , Afa fapie n
za noi , eh' io Jìa chiamata » V. Ma perchè quefia virtù la sì crede
pro- pria degli attempati , e de’ vecchi ? M Per
n*. rfon le proprie parole di cottili ) (q)^ ÒSI iroKo
yvfivu^iStax , ÒSI tto\Ù ÌSj'ihv , J Si to\Ò irivay , CSi tto\ù iffira.TÒiv-p'x&jav-,
mùcu. f/sy zm Tjmpyp 'iroix.'riw , . Dinegatemi tutto qliefio più
chiara- mente con gli efempli . .Af. Volete voi Spegnere in
un uomo una gran gioja , o allegrezza? Quefto affetto provenendo in
noi dall* oppinione d* un ben pre lènte ; bafta pur per aver il
voftro intendimento ; che a coftui gli facciate comprendere , che
quello , eh’ egli crede bene nell’ oggetto , che cotanto lo fcuote
, non fia in effetto tale , ovver c’ abbia fol* tan-
t * 1 , ** X if4 D E* PRINCIPJ tanto un ben
lùperficiale , ed apparente , e quell* idea , eh* e’ crede convenirgli
aliai poco , o nulla gli convenga . AI rincontro volete torlo da
qualche trittezza , o dolo- re ? batta che pur voi vi portiate
diverlà- mente ; poiché ciò provenendo dall’ oppi- nione di un mal
prelènte , altro non è me- ftieri che fi facci , che dargli a conoscere
, quello , eh’ egli crede malo non Io fia , ovvero’ abbia fol 1*
apparenza , e non le ne debba miga far quell’ idea , eh’ e’ ne
forma . Allo tteflò modo 1’ amor verlò gli altri nafeendo in un uomo dal
dilcoprirvi egli in quegli peravventura , e rinvenirvi qualche colà
di lùo gufto , e piacimento, per convincerlo ed ammorzar in lui
que- ito affetto non gli fi deve provar altro, che quello da cui e’
riabbia quel piacere, e diletto, non fi rinvenghi nell’ oggetto
amato ; ower eh’ egli Ila tale , che dopo quello picciol piacere e
diletto apporti . del tedio , e del rincrelcimento in eftremo; comeche
potendo fovente avvenire, che non fi conolchi punto l? ragione del
filo amore , in quello calò per togliernelo al di fiiora fi
potrebbe altresì trattar di dettar in lui dell’ odio , non già verlò la
perfono, ower l’oggetto amato , ma si bene in ver- fo le laidezze ,
o li vizj di quella . L’odio ali* Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE. lsf all* incontro verfò
qualche oggetto deri- vando in noi totalmente dall* increlcenza, è
dalla moleftia , che n’abbiamo, braman- do vói torlo d’ akuno, non
conviene , che adoperarvi di renderlo perfùafò e convin- to , che
ciò che quefto produce non ila realmente nella perfòna odiata , e
fpiace- vole , ower eh’ e’ fia in fè ingiufto , e irra- gionevole ;
(ebbene per efler quefto un af- fetto, vaglia il vero, di natura pravo,
e cattivo; e imperò potendo fèrvir di grande incitamento a molte
azioni prave pari- mente , e cattive, fi pofla di vantaggio far-
gli badare a tutto quello , che fi abbia per virtuofò , e buona in altri,
ed in effètto non lo fia , o che fi reputa malo , e non fia tale ; Or
quefto fteffò modo e quefto me- defimo metodo dobbiate tenere,* e
ofier- Vare rifguardo tutti gli altri affetti ; per- che fèdi tutti
favellar ne doveffì partita- ménte, non ne verrei giammai a capo ,
e diverrei forfè a voi fteffò non che a me nojolo , e rincrefcevole
; tutta volta non deve lafciarfi in filenzio, che fè pur av-
venghi, come può di leggieri avvenire; uno per confùetudine , o per
coftume, ov- ver per natura fi vegga più verfò un affèt- to , che
verfò un’ altro pieghevole , dove fi voglia quefto ritrarre alle noftre
voglie fia Digitized by Google ir re DE‘
principi fia meftieri deftar in lui anzi quell’ affetto in
cui fi fcopre proclive , che un’ altro molto diverto , e vario da quello
; Verbi- grazia infingali pur , che Titio fia molto timido, e vile,
e che ci venghi a grado di ritrarlo dal male , ovver ad un’ azione
buona, e virtuofà ifiimularlo,* egli non v' ha fenza dubbio , altro miglior
mezzo per riulcirvi , che fporgli al dinanzi tutti quei mali , e
quei perigli in cui peravven- tura potrebbe egli incorrere operando
a filo capriccio , e contro il noftro confèglio; anzi come colà
degna di fomma ofiervag- gione è altresì da notarfi, degli affetti
gene- ralmente parlando, ch’eglino tra li lor giu- di, e lecitimi
termini riftretti fiano per noi d’ un utile impareggiabile e raro in
modo, che fè pur non f'ofTè così difficultofo , co- me egli è , di
sfornircene nel Mondo, ver- rebbemo con efiì a perdere parimente un
infinità di agi e di co m modi , che n’ab- biamo . D.
Annoveratemi le virtù proprie della vo- lontà. .M. Quelle
fono: Temperanza , cifra di fè medefimo, ovver della propria
perfona, cafiità , liberalità , modefiia, diligenza, pazienza , fortezza
, amor inverto gli al- tri , manfuetudine , amicizia , verità , e
gùiftizia. D. Co- .1 DEL DRITTO NATURALE,
ir? V. Cominciando dalla temperanza , ditemi che colà fia
? M. Ella fi è un abito , o per meglio dir una virtù morale ,
che confìtte in ben determi- nar il noflro appetito rifguardo al
man- giare , e al bere giuda le leggi della natu- ra ; imperocché
dovendo noi ne’ cibi , e nelle bevande, così come nell* altre cole
aver la mira tèmpre all* utile , e alla notìra falute, ed imperò
vedendoci tenuti badar romeno alla lor qualità, che alla quantità,
l’ obbligo , il dovere, 1* uificio d* un’uomo temperante rifpetto a
quefì’ ultimo, egli è di non appeterne tè non quanto quello fine
domanda ; vai a dire, tèi quella quantità , che per la falute , e per la
contèrvazione di fe medefimo la fi richiede ,* e riguardo al primo
, cioè , alla qualità , egli è me- (fieri , che fi porti da medico con
lui defi- lò , e ponga mente per lo continuo a tutto ciò che li può
mai giovare , o nuocere ; quel cibo tèltanto generalmente parlando,
tener dovendoli per molto buono , e làno, che fi lente di leggier
ilmaldito nel noflro ventricolo , e che vaglia a promuovere il
trapelamento delle parti ; imperocché non abbiamo sù ciò delle regole
filtè , e flabili ad oflervare, ne poflìam troppo trattener- ci , e
di tèverchio a contègli de* Medici, non % %
i Digitized by Google ifS DE’ PRINCIPI
non men per non eiTèr tutte le colè co- munalmente a tutti utili , e
profittevoli , che per la poca evidenza , e certezza di quelli
precetti , eh’ eglino n’ imprendono dalli libri della lor arte , come
sforniti to- talmente^ privi di quelle ofièrvaggioni da cui fi
ritolfero . D. Non credete voi $ che polla egli llabilirli
.qual quantità di cibi fi richiegga per un uom temperato , e ben ordinato
? M. No ,* poicchè per la diverfità del corpo fè nc richiede
in uno più che in un* altro , come che per alcuni legni fi polTa
lènza dubbio daciafcun conofcer , e compren- dere quando giufla
ella fi fòlfe per lui , e convenevole, e quando fi abbia ufcitodi
cotali termini , " D. Ditemi quali lon quelli
incominciando da quelli della lòbrietà . M. Li principali di
quella fono la legge- rezza , e l’agilità delle membra dopo il no-
(Iro pranzo , o la cena , ed il dormir con tranquillità , e lènza, alcun
interrompU mento . D. E quali dimortrano il troppo
riempìmen- to? * M . Gli opporti a quelli , cioè, la
lafle2za delle membra dopo tavola , e la gravezza, o fiacchezza del
capo , per là mutua , ed ilcam* «
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE; jf 9 itèambievole
corri fpondenza , che v’ è tra quello , e T noflro ventricolo ,* (ebbene
il ioverchio cibo ha tèmpre di meno fàrtidio per verità , e
pregiudizio per la teda di quel che lo fono gli eccelli del bere .
Z>. Ma come mai per uom fi conotèe (è il mal provenghi dalla
qualità , ovver dalla quan- tità de* cibi ? In più modi ;
porto però che fiam ben (à- ni , p liberi di quelle pafiìoni , che
fòvente fi veggono difordinarci, ed efièr di un grart impedimento
alle funzioni , o azioni noflrc animali ; imperocché per ciò (àpere ,
non tèlo paragonar noi polliamo , e far com- paragione.della
quantità de’ cibi dell’ulti- ma cena con quella dell’ antecedente ,
e dello flato del noftro corpo in altri tempi, in cui peravventura
ci rimembriamo aver fatto utè> delli medefimi con il pretènte,
m’ altresì dall’ incommodità , che (èntir fi fo- gliono tanto in
tempo della digeftione , eo- me i rutti , gli ardori interni del ventri-
colo , i dolori di tetta , ed altre di tal fat- ta , quanto dopo , e
(pezialmente nell’òre mattutine, come le languidezze, o Iaflazio-
ni, che dir vogliamo delle membra, dsendo tutte , e tali colè, ed altre
fimill tègni cer- ti ed evidenti della mala qualità de’ cibi ;
fcnza nulla dir delle feerie, e dell’ orine, - che ito
DE’ PRINCIP) che fògliono non che di una buona digeflio- ne , di
ciò parimente renderci ficuri (M) , D. Sup» (M) Ecco
qui un faggio .di quelle regole portate per regolamento della propria
fallite , in quella parte della Medicina , che comunal- mente la lì
dinomina Igieine , o Dieta mag- gior chiarezza de ’ nojìri leggitori
ridotte olii feguenti capi , Dell' elezzione del P ària
• Un aria dolce , ed amena , e temperata la il erede la miglior
del Mondo , e la più falubre perdei vita ; comecché Ji loda pure , e Jì
abbia in qualche pregio quella de ’ luoghi campejìri , o alti , e
fventolatì in modo , che agevolmente if gravar Jì pojfa , e fcaricarjì
de’ fu oi effuvj ; V altre tutte differenti da quejlejtan calde ,
o- fredde , fan umide , o fecche , ofan denfe di foverebio f anno come
molto nocive agli ammali e dannofe ; imperocché primieramen- te il
troppo calore dell'aria ifeiogliendo altre - sì troppo il nofro f àngue ,
e con rilafciar li pori della nojìra pelle più del convenevole fa-
cen- Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE ;
161 D. Supporti quelli principi dunque 1 * intem- peranza che fi
reputa comunalmente, e fi hà, come un vizio contrario interamente
ed opporto alla temperanza, non confìfte, eh’ in dirigere , e determinar
l’appetito quanto alii cibi , ed alle bevande in un mo- L '
do cendone ifeorger al di fuor a J, udori eccejfivi non vai
chea debilitarci oltre mifura;e al rin- contro il fuo freddo eforbitante
refringendo a maggior Jegno quejìi bocherattoli , ofian pori 9 e
con ciò fervendo a ojì acolo , e di impedimento alla rejpir azione e ’
può si fattamente ifpejfir gli vomori , e tonde n far li , eh' e' vengano
a recarci addoffo infiniti morbi^ciòè tutti quelli , di cui la fp
effe zza fuol ejfer cagione ; avve- gnaché F eccejfo del freddo veramente
fa di molto minor dannaggio per il nojiro corpo , che non è F
eccejfo del calore . In oltre la fio- ver chi a umidità rila fida ,■ e
fieude in eccejfo le fibre del corpo , e con ifpigner gli umori a
gran violenza , e forza inverfo le parti effe- riori fa che di legjgri vi
f accolghino , e fifa - gnino , e con ciò venendo del tutto a cor
rom* perfi , e viziare , fono F origine in noi e la caufa dì varj ,
e diverfi affetti catarrali ; e ffl rovefeio laficcifapiu del tfi&ert
cpl dijfec* ‘ care , \6% DE’ PRIKCIPJ do tutto
al roverlcio di quel che fi richiede per la noftra fàlute ; e poiché la
volontà in noi vien tèmpre niofTà da qualche motivo, 4 c per
contèquente imperò deve eflervene alcuno per cui uom brami un cibo , o
una bevanda di qualità, o di quantità anzi con- traria , che
confacevole a lui medefimo ; altro per (corta, o guida non avendo colui,
che • ! \ w care , e rafcìugar
incomparabilmente il cor* po facendogli perdere V agilità , e la
dejìezzQ delle parti lo rende inabile , per poco e netto al moto ;
(ebbene l' aria calda , e umida fa affai più peggiore , e pregiudiziale
alla fola- te di quefle , come quella , che piu d' ogni al- tra
vaglia a frodar negli animali degli fi ruc- cheVoli , e cont 'aggicf
vomori ; e finalmente dove abbia Joverchia ifpijjezza , e denfìtà ,
e con quefia una fopr abbondanza d* ejfiuvj come quella de* luoghi
fotter radei , e fenza ufcita y ifpeJfendofiH umori ,e cond enfiandoli li
di [pone ad una infinità- dj rifiagn(fowtti,e di differenti malori
con effer ben foverite''altresì la cagione de Ili Affogamenti degli
animali ; quindi è, che le càfe>e l* abitazioni nonfi figliono
lungamen- te tener iibanvCe , è Quelle fatte di ritenta v • * * •
non ‘""Digrtized by Googl DEL DRITTO NATUR
ALE. Ì6? che dalle leggi della natura lì diparte , che li proprj
lenii ; egli deve crederli , giuda eh* io m’ avvilo , non per altro 1*
intempe- rante ufi li cibi , e le bevande in qualità , o in
quantità più del convenevole , e del giudo fé non per il gufto , e per il
piacere, che vi rincontra. M- Quello è ve ri (Timo ; e vaglia
il vero per muoverci ad evitar quello vizio , ed aver- lo
in.abbominazione e in odio , ballar dov- rebbe T aver a cuore la nodra
vita , e la propria falute , rendendoci certi appieno , e peiTuafi
del nocumento , e pregiudizio grande , che ne pofiìam mai ritogliere; im-
L a . pe- ,, -, — . — i — non fi abbitano fe pria
non Jiano ben diffeccate , e riafeiufte , o per via de fuoghi , e de' f
uff u- migj purgate, - . . II. • m 2 . * %
Pelli Cibi e delle bevande , Egli fi hh quafi che per una
regola genera* fe ffavellandfi de ’ Cibi fodi , e non flùidi , che
li migliori , e lo piu f ani Jian quelli , che fi veggono meno fogge t ti
a corromperji , e a futrefarjì ; e -che quanti più f obietti
vengano^ ' e Jem - ?.. i*4 D V PRINCIPJ
perocché dall’ amore , e dall* affetto , eh* abbiamo alla noftra
confèrvazione non mi- ga disjunger potendoli e fèparare il gufto il
piacere, quanto è vie più quello e maggior di quello, che dalli cibi, e
dalle bevande rac- cogliefi, tanto più e, prevaler faprà in noi, C
dominare portandoci ad abbonir , come conviene , e renderci alieni da
ogni, e qua-, lunque fòrta d’ intemperanza , e ifregola- tezza ; e
comeche a ciò niuno giunger va- glia che pria non (àppia quello cibo, o
que- lla bevanda per la fca cattiva qualità , o troppe quantità li
rechi danno, aliai pochi non però fi veggono di quegli che badano
que- e femplicemente al gufto preparati , cotanto
piu giovino . _ Quindi ne Jiegue ; 1. Che V erbe f ano
mi- gliori eftremamente pii* delle carni , comeche quelle che rin
ferrano in fe maggior copia , e abbondanza d' acqua deir altre , fi
tengono in minor pregio , e per meno falubri ^ li. Che delle carni
quelle che fon d' una tejfttura non guari ne dura , ne fr agile jorne
quelle di va • III. ‘ .% * • ; - . Del
Moto, • Oltre tabu O'sa elezzione dell* aria , e de* cibi per
la J alate , egli Jì richiede altresì un moto moderato della per fona , e
fatto a tem*. fOy Jigitized by Google
I DEL DRITTO NATUR ALE. 1 7 r Per la qual cola infra
gli uffizj , che l’ uom deve al fuo corpo , eflendo la contervazion
della propria vita , la fanità del corpo, il fàperli ben guardare, e
munire centra riti- giurie delle ltagioni , 1* integrità delle
membra * e ’1 trattar d’ acquiftar tutti gli abiti Convenevoli al fuo
(lato , e acquifta- tegli, efercitarli , e mette rliin opera ; da
'chi che brama aver di fé quella cura che aver deve fà meflieri,che ogni
fio Audio, e tutto l’ intendimento rivolghi a cotali co- * fe ;
poiché in ordine alla (ita vita * uopo è , che fi rifletta quanto mai
reputar fi debba la (ua perdita con ragioni prete dal fuo proprio
flato , come a dire col por mente a Ipiluzzo a tutti li beni , eh’ egli
da quel- la po , cioè , non miga dopo pranzo ; eh è potreb-
be ejfer dP un gran impedimento alla concozion de' cibi , e in luoghi
debiti , come fon per efem - pio gli aperti * 0 li campejìri , che fono
li mi- gliori . Vaglia il vero venghìamo da tutti af- fé urati e
ref certi , che come quejìo ufato in quella guifa , che voi abbiam detto
, giovi a confervar in moto il fangue , e mantenerli il calore ,
non che per . la robujìezza , per la ga- gliardi , e per V agilità delle
parti , e per al-. tri Digitized by Google
I DE’ PRINCIPJ la può mai ritogliere , e alla
fùa famiglia* e agli altri recare; niuno nafcendo per fe
me~defimo,ma foltanto per Dio, e per gli al- tronde è che ad uomo
competer non pof. fa giamai dritto alcuno , ne poteftà (òpra la
propria vita ; e per nitina ragione al Mondo debba affrettar la fua morte,
effen- do ciò lo (letfò che rubellarfi , e fòllevarfi contea Dio ,
giuda fi moftraron di fènti- mento li migliori infra gli antichi
Filofòfi; ( r) come che gli Stoici foli avellerò tutto diverfàmente
fentito , in guifà che i Ro- mani avendo la maggior parte da Giure-
confulti avuti da cotal fetta, non filo niuna pena iftabilirono contro
coloro, che volon- tari a- (r) Cic.inCit.è de Rep. I. Vi. p.
io?. Ateneo i. 4* p. itj. Caujabm.p. 1S4.
PUt.in Pbadon. Piotivi. \X.En~ nead. 1. Senec.ep . 70. p. tri
si fatti commodi , ed agì : potendo fedirci di vantaggio fpszialmente per
un gran preferì vativo e argomento a poterci da morbi Cro «■ nici
liberare , non che dall ’ Ippocondria ; e dall' etica f opra tutto con
quello del cavalca - re : cosi al rincontro la f 'ua mancanza , e
la foverchia q f àe*e venendo il nofìro corpo pref. fa poco ad
ifnervare , ed qffiebolire lo renda ina - Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE. 175 tariamone trattato avefièro
ufcir di vita , ma altresì come Validi li tefiamenti ne fo-
fiennero,e l’ultime volontà ( s ). Anzi alcuni non foto infognarono, ma
ne diedero fin nella propria perfòna della lor dottrina l’efèmplo;
come di Caronda, di Cleanto, di Crifippo, di Zenone , di Empedocle , di
Democrito, e di pochi altri dicefi ( / ) ,• che nell 1 ultimi
lecoli altresì ebber di quelli , che ne prefè- ro le parti, e contra ogni
ragion li fèguiro- no ( u );ed il medefimo fi può dire riguar- do
alla propria fàlute , efiendo ogn’un tenuto por mente alli commodi , e
agli agi , che da eflà fi poflòn mai avere , e agli jncommcdi , e
difàgi , che portan (èco i , mor- ( f ) i {Ip'utn. D, /. ^8.
Paul. I. 39. ( c ) frodar. 1 . 1 a. p.Si .Lattant . de /alfa
fapientìa . /. 8.C.1S. ( u ) V. Alla erudlt.nd
ann.iyoi. menf Maj.p. 230, inabile del tutto al travaglio , e alla
fatica , e con fargli vmori foverchìo grojfolani dive- nire , e che
le digejìioni az/venghino fuor di tempo , infermiccio , anche e mal fano
; ma egli è uopo avvertirebbe dopo un moto violen- to , e forzato
non f debba tutto di rimbalzo come egli dicono, darjì alla quiete , e al
ripo- so , ma pajfo pajfo * acciò mediante V infenfì-
bile Digitized by Googl 174 DE* PRINCIPJ
morbi , di cui, vaglia il vero, farebbe lènza fallo , di gran nofro
giovamento , che a quefto effetto fè ne cercaffero,e fe ne ilifco-
prillerò le caule . In ordine poi all* integri- tà delle membra in tutto
il corfo del no- fro vivere , e in ogni moto , e fito del no- fro
corpo, uopo è badare attentamente alli danni , che comunalmente fi
veggono alli incauti avvenire ; e veggendofi per efpe- rienza , che
li fènfi in noi per l’ eccefiìvo , e fìrabocchevole ufo, che ne facciamo,
ven- ; ghino la lor virtù a perdere , ed a (minuir di forza , cioè,
che P applicar gli occhi per efemplo alle cofe minime , e
piccioliflìme, o troppo difcofie , e lontane , o vicine , d’afc fa
i fracchi la vifta , e la difminuifca; J’-oree- bile
trapelamento delle parti agiatamente fatto, fi dileguino le particelle
faline e fulfu • ree del j angue . IV, *
Pel fonno , e della vegghia. Ma ninna cofa vogliono, che
vagli vieppiù il nojiro corpo a fcemar di forze e debilitarlo
quanto il troppo Jìar defio , e la lunga vegghia. ' eh'
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE. i?f * T
orecchie a rumori troppo violenti , e grandi , ovvero a filoni foverchi
vehemen- ti efpofii perdano l’ udito ; e ’1 medefìmo egli lìa
trattandoli degli altri /enfi ; non abbifogna miga ufarvi negligenza , e
tra£ curagine , In ultimo rifpetto all’ abito , e al domicilio , di
cui fiam in dovere forbirci per poterci munire , e difendere dalle
fia- gionijè mefiierj , che fi oflervi non meno il decoro s e far
che I* azioni libere fian Tempre mai in concerto , che aver fa mira
agli averi , allo fiato , ed alla propria dignità , eperfonaj come che
di- cendo io di. efièr in obbligo provvederci d’ ab-
K * "2 eh' impero il fonno Ji abbia per la nojlra
con- fermazione a reputar £ ima ejirema necejfitày e bifogna ; come
che fi richiegga ufato pur con moderazione , e regola % y effendovi
meramente alcuni , che ne fiano piu degli altri bifogno - Jì, come
quegli che fono in una continua me- ditazione , cioè di un temperamento
molto umidofopra tutto però Jì avverta a far buona elezzione de'
luoghi per dormire , ejjcndovi al- cuni come i foverchi caldi per
efetnplo , che fono meno comendabili e f aiutati de' freddi,
stemperati, V. Dal, Digitized by Google
V iq6 DE’ PRINCIPJ- 4’ abitazioni , e di vedimenti per
liberar- ci , e (campar dall’ ingiure delle ftaggioni, non intendo
miga aderire non efièrvi altro motivo per cui alPuom convenghi ciò
fa- re ; imperocché in ordine agli abiti, li no- ftri (enfi venendo
modi (avente , e rifve- gliati dagli oggetti , e per mezzo di effi
ponendofi (pedo in moto l’appetito, egli ogni ragion vorrebbe , che
facedìmo nel noftro corpo ufo di quegli per coprirne , • e
nalconderne quelle parti, di cui pur trop- po i( tacer è bello, altresì
dove non vi avek V, Della fup effluiti , e degli
efcrementù Molte fon le regole altresì che ci vengono
preferite a queflo riguardo ; ma noi non ne riferiremo , che le
principali , le quali ridar fpojfono a quejie , cioè . Che le f ape
fluiti e gli efcrement\ tutti generalmente parlando , lungamente
rattenuti fano di un gran difea* pito alla falute . . ... . .
Che quelli che fono fcarrichi di foverchio , q fciolti di ventre
debbano di gran lunga evi « tar il freddo del corpo , e fpezialmente
quella àe' Digitized by Googk DEL DRITTO
NATURALE. 1.77 , fe alcun timore degli incommocji de’ Tem- pi j è
rifpetto alle calè, e abitazioni , con- verrebbe parimente averle per
cuftodir il noflrO 1 , e per attener pio agiatamente àlle
noflrebifoghe; e preparar il necelfa- no al noflro foftemamento , non che
le ftanche membra rìftorar col tonno . Quindi uom vede quanto
profittevole , e giove- vole e’fia per ciafcuno trattar di 1 far un
abito da poter riflettere, e badar anche alle cote piccioliflìme , e di
niun rilievo per non la/ciar nulla a dietro nelle colè . grandi , e
di maggior momento. ' ‘ D. Che colà è diligenza? ‘ ;
fri. E una virtù confìflente in ben deter- minar la fatiga, e’1
travaglio, non che tutti li noftri efercizj giufia ìe leggi della
natura ; imperocché efiendo colà pur cer- • M • >, tiiTì,
. ' . • * • . S v f ■■ ^ , - de piedi . Che
lìfudorì volontari gfovwo fuor di mi fura a quelli che fon cT un
temperamene to umorofo . Che la fa Uva ef'endo d* un gran u » e
ffZ\ a . dwjjìove j e per la def rezza , e l agiltta delle fbr e non Jì
déhba Jempre cac- ciar via ^ e rigettar al di fuor a ; ed in ulti-
mo eh iUoifo Venghi adoperato molto di ra- do ) e moderatamente ,
ejfendoyi alcuni tempi come * ' • * 7 1 .
• . 17 ? DE’ PRINCIPJ tilTìma che 1* uomo ingegnai* fi
debba in tutti modi di aver tutto ciò , che può mai abbifognargli
nella vjta per fodisfar , Com’ e* conviene al li lùoi obblighi , o
ulfitj, non puòdalènno dubbitarli , che non debba efTer afiiduo
nella fatiga , e nel travaglio, e non lalciar occafione alcuna àddietro
eh* efier gli polla di frutto , o di guadagno all* accrelcimento
de’lùoi averi ,* ogni volta eh* egli polla farlo a gloria , e loda
dell’ Onnipotente , e lènza 1* altrui danno , o difeapito ; potendo
egli avvenire , come il più .avviene d* ordinario , che per vec-
chiezza , o per indilpofizione , o per altra contrarietà della fortuna ,
in apprellò non polla s ne abbia cotàl agio , e commodo ;
co- ■■■!.■ Il-l I ■ v ' ’ ‘ VI. Vegli
effetti 3 e delle paffonì. ' > ■ ' ’ r ’ ■ r • • I ^
' Ter quel che riguarda quejìo particolare fionji ha
nìunacofa di rilievo dalla medicina j onde tra per quejìo , e perche fe
ne favella /#- . Cìicji ed by Googk del
DRITTO NATURALE. 1 79 cofa che fa cono (cere , e comprendere ì
quanto giutfo , e’ fia , e convenevole badar per 1* avvenire * e non
confumare , di bot- . to 1* acquieto ; Li vantaggi , che mai lì
ritraggono dall’ elèrcizio Coverebbero ba- care a non renderci
neghittofi, e pigri, m’ amanti , e vaghi dell’ abito , o Ila virtù
di cui di prefente favelliamo ,• come che il noftro travaglio , e la
noftra fatiga deve regolarfi lèmpre in modo , che nulla mai M
a di " ! ■ .. 1 !» 1 . ! .. ' ■ ■■ * ■» x
fufficientemente /opra, non /limiamo ne ce far io difenderci di
vantaggio • . * « , ' « • VII. Velie regole
proprie per la falute di ciafcunoy o per V età , o per lo fijfo , o
per lo mejìiere o per lo tem - per amerito* ' \ Oltre quefie
regole generali vi fono di quelle che non rif guardano , che lo /pedale
; ed alcune perfine particolari , o per f Jtà,o per lo fife, o per
lo temperamento o per lo pro~ prio mejìiere . Incominciando a trattar
delle prime , e di quelle riguardano tonfati feto al dinan
- Digitized by CjOOgle l«o D E' PRINCIPI
di fatata giuda teftè detto abbiamo , veru ga a perderli , o il
decoro , e la giocondità della Vita a /cerna re ; poiché non v’ è
colà lènza fallo , che fia cotanto commendabi- le , e lodevole ,
quanto d* un uomo eh’ in tutto d’ offervar proccuri y e tenere una
via di mezzo , eflèndo per poco tutti gli eftremi vizioff. V.
Che cofa è Pazienza? M, E una virtù , che ferve a diriggere ,
ed ' • v fri- •: (i io ) Libo la* c. io ; . ;
Digitized by Coogle DE’ PRIKC IP J ftieri
fòffrir pazientemente , e patire quel- f che non fi può in guife alcuna
fra fto mare* e rimetterci in tutto ài fuo divino * e fanto volere
; e ciò tanto più , che fecondo dàl- ia fperienzà s’ imprende l’
impazienza ad altro mai non ferve , che a fard 1* avverfi- •; tà ,
e 1* infortuni vie più maggiori diveni- re , e intolerabili ; Avvegnaché
(òpra mo- do giovar ci polTà per quanto fia poffibile ■' il
prevenirli anticipatamente , e nelle cofe feconde, e profpere avervi mai
fem- pre la mira , o con applicarci a più , e più cofe trattar in
effe di diftraerci nel miglior modo primo anno da far
far loro akufo de ’ cibi * e delle bevande per non renderli infermicci
in mille modi , t cagionevoli 5 anzi è bene anche /appiano il f
onere hio cullare , che fi ha in co* fiume comunalmente di far per tirar
lì ragaz- zi al fonnó , fovénte rechi loro un dif capilo , e un
danno notabile ; vero è però che il fonno nelli primi mefi, quanto egli è
pih grande Jane to vie pitt avér fi deVe , per meglior fegno *>
e per marca di fialute , come al rincontro la veg- ghia oltre P
ufato è fempre fegno y e indizio di qualche morbo . Rifguardo all'aere il
tem- perato è il più comendabile e lodevole per ejji t e
un Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE.
185 . modo del Mondo ; di vero la vita dell’ uo- mo ( dice un
attore Terenziano ( x ) egli è come il giocar a dadi , in cui tè quel
putito - non ayviene, che tu appetti, abbilògna che l’ arte corriga
la fortuna ; onde, giuda ’ Epitteto, ( j ) perciò non v’ ha meglio,
che . guardarfi di non applicare la propria av- verdone , e il
proprio appetito in colè, eh* . in nuila da noi dipendono, e
rifpettòa quelle ( z ) che fon il (oggetto del nodro - amore , o
del nodro piacere , o che pur va- gliono per qualche noftra bifàgna è
medie- ri che fi difàmini attentamente la lor natu- ra,
incominciando da quello che meno va- glia ; imperocché fe mai un Vetro,
oun pen- ( X ) Adtlph. atf. IV. fc. VI ri (
y ) irXEIFIAIOR f.7. (;z ) li il. c. s. è 9. 10. 11. n. 15.14. i?.
#ei I, e an refpir, amento al meglio che fa pojfibile
libero ; quindi li bagni lor Jt credono altresì pojTono ejiremùmente
giovare ; comeche tutta la diligenza e cura deve ejfer mejja in
man- tenerli di ventre liberi quanto f può , e fciol-i tip giunti
jbe fi Veggono a tempo in cui toglier Jt debbano dal latte,abbifojjia ,
che lungamen* . te (ì facci no ajìener non men dalle carni , cb*
eglino miga vagliono ancora allor a diggeri* M 4 re
Digitized by Google .184 DE' PRINCIPJ- pentolino, per
efempló , avvien , che ci piaccia', e diletta , perfiiafò vivendo noi
quanto e’ fia di natura corrottibile , e fra- - gilè, dove per avventura mai
e* venghi ; a frangerfi , o fiaccarli non verremo per- ' ciò miga
in difturbo , e perturbagione , Ei p' ìxcés-is 4- v X ee y a> y*
l ' !my i fi ir pittai viw , 5 yO(iiva>v , (lìfiJHro unKtyuv ,
ómìór tri v , cip 9 " O’fMKpi'itt'Wr upX'óptivos . ai xvrpav
ripypi-, ont xórpcat rtpyas.Kctntttyti* c»s yàp mùnti , « . a» * iraxhor
axjrts Kcentttpr X>ji , H yuttcùx-oc , om ausSabnrov]
’x.x.nu'piKàs «p5uuóvno M. Un abito , o virtù che ferve a difporre
, • e diriggere 1* azioni dell’ uomo nell» peri- coli
che fi ave zzinole éójUtmino far tutto Ordinatamente , e con
de- coro , non che li lor travagli , e li lorfiudj , cui per
avventura in un età giujìa , e conve- nevole fi danno , avvertendo dì
vantaggio , che quefii vengano ammifurati in gnifa , che . il lor
ingegno efiremamente non fi infievolii chi , e debiliti , ' \ \
r In oltre pafiando ad altro ; egli fi ac cornane da a vecchi
figuir tuttoccib,che fono cofiuma - Digitized by Google
ite DE» PRINCIPI 1 ceflìtà , eflèndo ciò contrario del tutto
. j reai mente , ed oppofto alle leggi della Na- tura , e quell’ eccedo
appunto, o vizio, * a cui comunalmente diam nome di audacia, o
tracotanza rOr finalmente quefti erano gli uffici , gli obblighi , e li
doveri dell* uomo fòlo nello fiato Naturale e non altri. D. Ma
perche voi favellando peravventura di quelli , che non riguardano che lo
fpi- rito , abbiate altresì tratto di quelli , che aveano attenenza
al corpo , e allo fiato -efierno ? M, Per . — ■-
É\ PRINCIPJ aggevole d’afiai e facile, dove pur cosi . v*
aggradi, ridurli sù quelli tre capi di cui vi feci motto fin
dapprincipio; imperoc- * che qual malagevolezza-, o difficultà mai
r. potrete voi rincontrare in conofcere ; Che quanto da noi fi diflè
della volontà , e del- . » rie- ’*« i x — — ■ ■ —
~ effer una feguela dell' applicazione e del ripo- fo ; .come
eh e V ufo del cioccolati o di tempo in tèmpo poffa firvir molto per fortificar
loro la JìomaCo , e rimetter lì f piriti nell'applicazione efauJtiyWn
che per corrigere gli acidi del fan* gite * «* " • '- * •' * .
■ - Al rincontro , a quelli , che fon peravveng tura Deputati
, e desinati a travagli ^ e fatt- olo e pili dure i e gravo fe y fi
concede feur amen* te U bere y e il mangiare in più gran copia , ed
abbondanza di quejii ultimi , ma fono avver- titi d' effer cauti , ed
avveduti di evitar del , tutto ribaldati , eh' e' pano le bevande
fredda ingenerale , potendo lor ìquefle apportar feco
/> DEL DRITTO NATURALI;. *8 9 ricchezze , agli abiti , ed
altre così di tal fatta non abbi attenenza, che al noftro • flato
efterno ? Onde ecco pur tutto con un motto rimeflo in quello
afiertOjeordinanza che voi lo defiderate,*ed egli è cofa t in
realtà di gran rimarco oflervare,come tutto inte- ramente quali che
da fonte, o forgente trat* to s abbia da non altro , che da quella,
no- flra maflima generale: cioè, che l’uomo debba far quantunque
più può , e sà a foo vantaggio e utile, fempre. mai che far lo
polfa - ‘ 'delle diarree ,foccorrenze , cacajuole ed
altri malorifmili . In ultimo venendo a quel che rifguarda
la diverjtia de' temperamenti , primieramente per quegli , che di f
over chiofopr abbondano di fangue ì egli vien fommamente lodato un a e*
• re molto, temperato , un vitto affai naturale , e fempliciffmo ,
un cibo di groffa corffjìenza , e una gran moderatezza nel vino , e nel
fon- 120 , non che negli affetti interni de ir animo • Secondo per
li colerici , e li biloffji approva , oltre un * aere altreiì temperato^un
cibo liqui- do ^ un vino acquofo , e il ripofo , e il forino „ ,
anzi , ' ■ m Digitized by Google- DEL
DRITTO NATURALE. 191 continuo e regolar fi, • poiché quell’
azioni, che fi riftringono per efèmplo fòtto la, tem- peranza
vengono da quelle ifteflè leggi , dirette, e regolate, da cui fon rette,
e ordinate quelle , che fi comprendono Cotto la giuftizia , o la
fortezza , egli v’hà ogni ragione d’ affèrire , eh* in effetto per
par- lar con maggior proprietà, non fia eh’ una fòla la virtù umana
, e quefta altro non fia, che il viver conforme le leggi della
natura, comeche gli uomini comunalmente o per non rinvenirti niuno
infra efii,che ne fia iru teramete ben fornito, veggendofì altri
eflèr fòi- * ♦ * » • l ^ r ni avvenendo
dinanzi il convenevole tempo, li ;* cibi aromatici , e difeccativi
Vagliano ad emen- dare , e corriere fe non del tutto ; almanco 1 *
in parte quefio difetto ; e come colripofifi Verrebbe ad acc re fiere ,
ed aumentare in efft ' il torpor delle fibre' r coi ì al r ove [ciò,
median - 4 te il travaglio fi vengono quefie a render vie >' piu
ferme , e fide ;e il [angue , che a produrr re delli mocci in abbondanza
è ben acconcio, con quefio fciogliendqfi conferva tutt ’ ora il
moto . Quindi per ejfi [ervir pofiòno e valer parimente d* un ottimo , e
buon rimedio li ne - gozj , e P occupazioni le piti ferie , e
fafiidiofi del ì 9 i DE’ PRINCIPJ Ibi
tanto faggio , altri lòl tanto prudente , e niuno aver in fe congiunte, e
unite tutte que- lle virtù particolari , over per formarlène un
adequata idea fecondo la diVerfà , e va- ria applicazione , eh’ eglino a
Ior divelli e varj doveri ne fanno , le diedero vari , e
diverfinomi, o vocaboli, di giufìizia, di temperanza , e di altri sì
fatti , nella guifà appunto , eh* a quelle medefime leggi , per
quella ilìelTà diverlìtà d* applicazione, or Civili , or delle Genti , or
Pubbliche , ‘ r or in altro , e diverfo modo le appellino.
• ì M. Si del Mondo . Quarto f crede commendabile fopra
modo , # lodevole per li Malinconici fpe - zialmente un aerfrefeo , che
vaglia , e pojja molto frvire per accufcere il trapelamelo , t V
refpiro della lor pelle , non che Per agran* dire le particelle del J
angue , li cibi / alzi , e d* Una fece a conjjjtenza , una gran
moderateti ta , e temperanza nel vitto , e negli affetti , • in cui
eglino fogliano per natura difettare ; e tutte le ccfe ifcioglienti >
che vogliono piai epojfcn in ejf promuover delli e fremen- ti ,
blighi 1 e li doveri dell’ uomo confederato di brigata con gli altri
rìfèrbarolli per ma- teria d’ un’altro ragionamento.
temperamenti mijìi ci fi ammonifce , che frati tandofi di ejfi ,fi
abbia fempre mai rif guarda a quel eh ’ in noi predomina , e fignoreggia
, Or. \ quejio è quafi il principale di quel che da Me» dici vien
preferito per coloro , eh' efiendo in una buona fai ut e y o difpofizione
amano mante - * fiervifi ; il di pii * , volendo , fi pub come cofa
poco appartenente al [oggetto di cui fi tratta* 4 a ejfi ftejfi imprender
di leggieri . Digitized by Google 194
DE P R I N C I P J DEL DRITTO NATURALE
trattenimento III. Degli llffizj deir uomo conf derato
dì brigata con gli altri Uomini nello Jìato Naturale .
SOMMARIO. I. NeceJJìtà d' un Filofofo d' attendere al-
lo fudìodi quejio Dritto ; e obbligagione di ciafcuno d'
ijtruirfene. . II. Fondamento degli ujfz) umani ijcam -
limoli degli uni cerfogli altri , e quali que« fì'i tifano. ■
. > III. Seguito delle virtù Morali , IV. Patti , e
lor natura , e origine . V. Contratti come rinvenuti ; in che co
fa ■ fJ to ' Digitized by Google f
DEL DRITTO NATURALE. i 9S JìJhno j e nafci mento de' dominj
. VI. Della compra , e Vendita in panico 3 /are e d' alcuni
altri contratti . U alunque volta per ve- rità da me fi pon
men« te , e fi bada al diletto il quale hò io quelli dì
fèntito in udirvi difcor- rere delle leggi natura- li, e confiderò
quanto egli fia profittevole , e vantaggiofo all’uo- mo 1* averne
contezza ; vera pur troppo ^ e certa mi credo , che fia l’ oppinion
degli Antichi (a ) circa all* aver per indegni , e immeritevoli del
tutto dell’onore, e dei nome di Filofofi coloro , che non n’ aveano
nel li lor ammaefiramenti divilàto a lcuna colà, e mediante le proprie
meditazioni cerco ilchiarirle , e renderne ammaeftra- - ti gli
altri ; niuna parte realmente della nofira vita rinvenendoli , giuda che
per E appunto quegli confefiavano nè nelle co- lè pubbliche , ne
delle private , nè nelle fo* renfi, nè nelle domeniche , nè le con
noi ftefli alcuna cola facciamo , nè lè con altri, • chiunque
egli fi fofiè contraghiamo , in .cui elleno non debbano aver luogo ,
come N 2 - quel* C * ) Cie. de OJfi f>r, 1. 1
. Digitized by Google 196 DE*
PRINCIPJ quelle nella cui ottervanza ogni ornamen- to , e fregio e
porto della vita, e ogni uma- na virtù confifte , e nel cui difpreggio ,
per quanto jer pur da voi imprefi, ogni vizio, ogni laidezza , e
ogni noftra bruttezza fi arrefta; Per la qual co là in apprertò in
me cederà ogni , e qualunche maraviglia, cd ammirazione in veder buona
parte degli miei uguali , per non dir tutti , o per pro- pria
negligenza , o defii loro genitori 3 o di altri alla cui cura vengono
peravventura commetti , o per un comunal pregiudizio, ed afiai
popolare reputando uno cotal fiudio per etti poco vantaggio^) , e utile ,
e nulla imperò applicandovi , sì difordinatamente Vengono l’ altre
fcienze ad imprendere , e direggere li lor efèrcizj , che dove credo-
no poter col tempo giovar , come devono, a (è, ed alla propria famiglia,
ed alla Patria, fi rinvengono all* ingrorto aver errato , e
totalmente ingannati . Ma cotali cofè , eh’ a noi nulla , o molto poco
appartengono , falciando per al prelènte per lèg uir il di- feorfo
di quello , ch^jer fi rimale a tratta- re , dopo aver confederato P uomo
lòlo nel- lo fiato naturale, infingendo ora mirarlo di brigata con
gli altri , e in una focietà uni- verfàle, vorrei lènza interrumpimento
udir- vi favellare degli uffizj , e doveri , ch’egli Di | ’t
iaed by Googic' f DEL DRITTO NATURALE.
197 dovea in quefto Rato fòdisfare. M. Quefti tutti
inferir lì poflòno, fènza alcun li. dubbio , da quefta propofizion
generale : cioè , che 1’ uomo naturalmente in fe fèn- tendo un
infinito piacimento , e diletto dell’ altrui perfezione , 0 utile , o
vantag- gio, che dir vogliamo, nulla inferiore a quello, eh* egli
hà dalla perfèzzion di fè Redo , dove dalle padroni non venghi tra-
■ volto in contrario, dirigger e’ debba , e re- golar le fue azioni
in guifà , che tendano non meno a utile , e vantaggio proprio, eh*
a quello degli altri ,* imperocché da ciò che reputar fi deve , e mirare
per lo pri- mo , e per lo principale di tutti gli obbli- ghi , o
uffizi umani fcambievoli , o per meglio dir di quefto genere di cui or
trat- tiamo , come tanti corollari , Porifmati , e vantaggi , che
dir vogliate , ne fegue ,* I. che non abbi fogni far ad altrui quel
che non fi vorrebbe per fe medefimo . II. Che fia meftieri
corrifponderci tempre mai con un ifeambievoie , e reciproco amore ,
im- perocché dovendo noi goder dell’ altrui iene, e i'elicità, come
della propria, e averne del piacere , e della gioja, quefta non può
in modo alcuno disjungerfi , o feompagnarfì dall* amore. III. Cile
dob- biamo in ogni- tempo operar in modo , che N 3 niu-
' Digitized by Google I?s DE’ PRINCIPJ niuno t abbia
a grado la noftra infelicità , o miferia , e giudo motivo di appeterla ,
o bramarla , purché far lo polliamo lènza muoverci un jota contro
alle leggi della Natura , la cui obbligagione è fempre mai la
ftefla , ed immutabile , eh* è quanto dire , renderci per quanto fia
pofiìbile a tutti cari , e amabili . IV. Che non v* ab- bia ragion
alcuna da renderci fùmofi, e al- tieri, o al di fopra degli altri, ma che
tutti fènza rifèrva , o eccezzion alcuna di perfo- ra dobbiamo
infra noi tenerci per pari , ed uguali con darne con parole , e con
fatti della venerazione , e del contp in cui l’uno fia predò
dell’altro fpreflò legno al di fuora. V. Che non dobbiamo in niun
modo met- ter in palefè , ed alla (coperta 1’ altrui ma- gagne , o
difetti ; ma prender tutto quan- to da altri fi fa mai, o fi dice in
buona parte, difendendo in tutto tempo , e avvo- cando 1* altrui
dima , e onore ; colà che fi dee far fopra tutto trattandoli de*
calun- niati , e gravati a torto , non efiendovi al- * tro
meglior modo , o mezzo di quello per renderci al Mondo ingraziati , ed
amabili . VI. Che non fi debba niuno mai offende- re, nè
dannificare per niun verfo , altro non effondo in fatti , quello tutto ,
che operar ad altrui dilvantaggio , e difeapito; il
per- DigitizBd DEL DRITTO NATURALE. 199 il
perche l’ off è fa , e ’I danno, che perav- ventura ad altri facciamo
fiam in obbligo in ogni tempo , ed in dovere rifàrcire a ogni
nofiro colto , e quello che da altri mai a noi li reca,fcanfàr a tutto
poter , ed evi- . tare ; eflendo per una cotal ragione , e per
quella pio pofizion altresì principale , ch’ai di lòpracennammo , cioè ,
che L’ uomo far polla Tempre quantunque più làppia , e vaglia a fuo
prò , giuda e lecita in quello calò di cui fi tratta la difefa . Vili.
Che Egli è certo , ed indubbitabile , che tutti . - -
noi Digitized by Google *04 DE* P R I N C I P J
r noi fiam obbligati , e tenuti operar in gui- fa , che P
azioni naturali corrifpondino in tutto , e concordino fèmpre con le
libere con aver un medelìmo fine ; II perche Pap- petito al coito
efièndoci fiato dato dalla natura , e concedo per la propagazione ,
e confèrvazione delia fiefià fpezie , ed impe- rò efièndo un azione
del tutto naturale, egli è mefiieri , che per quanto dipende da
noi, non lì adoperi giamai , ne s* impieghi d i ve rfa mente, o per altro
fine. D. Egli conviene adunque , che colui vera- mente , che
fia vago d’ effer netto , e ca- tto sfugga , e vita a tutto potere ogni
forte di congiungimento illecito , e contro le leggi , che non abbi
altro per fcopo , o per fine j che il mero piacere e la voluttà ,
co- me li ftupri , le fornicazioni , gli adulteri, ed altre sì
fatte fòzzure , e bruttezze , con trattar parimente di dilungarli da
tutto ciò , che vaglia mai ad iftimolarlo , e por- tarlo a quello ,
e vietar tutte le parole , le gefia , e P azioni lafcive , per cui ne
pofia rifultare quel gufio, e quella compiacenza, che il piu delle
volte porta (èco al di die- tro.quegli movimenti critici , li quali
con dedar in noi di fovverchio r e rifvegliar li fenfi , fanno, che
la ragione totalmente fi, addormenti • M Li
Digitized by Googli DEL DRITTO NATURALE, aof AI. Li motivi
per cui fpigner ci dobbiamo edilporci alfacquilìo di una cotal
virtù fono quegli fteflì per cui devono eflerci in abborrirhento ,
ed in odio li piaceri ; onde di quelli avendone parlato (òpra alla
diflfu- fa i non fa meflieri qui ripeterli al di nuo- va; Comeche
convenghi oltre a. quelli, che fi badi altresì alle pene, ed agli
gaflighi che in ogni ottima , e ben regolata Rep- pubblica vengono
dalle leggi inabiliti per - li fìupri , adulteri , e altri si fatti
delitti ; ' ed avvezzarli di buon ora a sfuggire, e vie- tar
Ogni occalìone , che pofTà fervi rei di motivo per portarci a qualche
azione libi- dinosi , e cattiva. D. Come definite voi la
modeflia ? M. Per un abito della noflra volontà , o per
meglio dire , per una virtù di ben deter- minare, edifporre fazioni
appartenenti ' all’ onore, fecondo le leggi della natura; Quindi il
modello , fèbbene operi in modo, v che Ila degno d 9 onore , e di flima ,
non pe- rò egli la brama , o 1* appetifeé; ed in ciò differilce
dalf ambiziolò , il quale al rin- ' contro brama gli onori e gli
appetilce , ed andandovi al dì dietro più del convenevo- le pecca
nell 9 ecceffò ; e fi diftingue altresì da colui ch’éfièndo d’ un animo
vile fòver- chioj ed abbietto pecca nel difetto ; impc- - -
roc- •. ,• * * v • , •• A. ♦ ’
* C. » * v Digitized by Google ao6 DE’ PRINCIPJ
i rocche avendo noi della compiacenza, e del piacere del conto , o (lima
in cui fiamo prefio altri, ed imperò venendo tratti dalla gloria
delle noflre iflefie perfezioni, può quefla,fenza fallo,fervircidi un
gran (limo- lo a condurci Tempre mai e portarci per lo dritto fenderò
a grandi , ed eroiche im- prefè ; II perche fi viene a conofcere in
un ifleflo mentre l* error di coloro , che con- fondono non meno 1*
amor proprio , che • nafce dalla virtù di fè ftefiò , con quello
, che non nafce che dal vizio , efiendo 1* uno molto vario , e
diverfò dall* altro , e il pri- . mo non così come il fecondo da
riprender- ci , e biafimare ; che la modeflia con que- lla battezza
e yiltà d' animo , in guifà , che • ; per torre alcuno d* ambizione
fi fludiano a tutto potere d’ ifpignerlo jn quella , eh’ è {
un vizio per verità miga inferiore a quella, facendo che la perfòna molto
poco fi caglia delle virtù morali , e delle morali non ne fègua
altro , che 1* ombra . Di Come adunque fi può mai far un
ambi- ziofò ufeir di fua ambizione ? M. E di fbmmo meflieri ;
I. Che capifea qual fia il vero onore , e come quello non dipenda
miga dalla perfòna onorata, ma fòltanto da colui , che onora , il quale
ab- bi fogna anche che fàppia formar buon giu- dizio *
. Ch’ intendete per amicizia? M. Un amor vicendevole infra
due o più perlòne , palelàto , e dato a conolcere al- tresì con
uffizj vicendevoli, giufta le leggi della Natura ; non ettèndo ad un
amico , inverfo l’altro lecito giamai , ne permetto far co fa per
menoma, eh’ e’lia contro que- lle. Quindi acciò tta ferma realmente ,
e Itabile , e collante un amicizia , e non ft (ciolghi cosi di
leggieri egli impiegar fi de- ve tutta la diligenza , e la cura del
Mondo nella (celta degli amici ; comechs ettèndo O 2 ,
»n Digilized by Google aia DE 1 PKINCIPJ
in vero co fa molto malagevole , e difficile che fi rinvenghi un
amico del tutto intero, e buono , come fi vorrebbe , e potendo di
leggieri avvenire che fi fia errato nella lecita , e che 1* amicizia
contratta fi fciolghi , o perche l’amico voglia da noi qualche cofa
non ben giufta , e buona , o per altra cofa sì fatta ; il più ficuro
modo, che fi può tenere nel praticare , e conver- far con 1* amico
, egli è quello , che dir Ib- lea Biante , celebre tra* Greci Filofòfanti
, cioè, di enervi si fattamente circofpetto e avveduto, come con
colui , che col tempo può per avventura divenirci contrario, e
nemico ,* del retto quefta è una virtù, ed un abito , che fi acquitta e
ottiene , come tutte P altre noftre virtù , e gli altri noftri
abiti , per via di molti atti ; come a dire : con P amare da vero l’amico
per le Tue vir- tuofe , ed eroiche qualità ; col praticarlo , e
fìar con etto lui, e col godere in ogni mo- mento del bene di lui , come
del proprio; A ogni modo non mi fèmbra neceflàrio ar- redarmi qui
in farvi vedere la neceflìtà , che abbiamo di far un cotal
acquiftojbafìa dire , che doppo la virtù, l’amicizia pofla e vaglia
a formare la nottra felicità , e che abbracci tutti gli flati , tutte le
condizioni,' e tutte le differenti noflre età ; ella giova a
rie- Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE, il 1
3 a ricchi, e a potenti per far ufo della lor fortuna ; a poveri ,
e fventurati per aver qualche folìegno, e lòllìevo; a giovani, per
aver chi lor confogli, e dirigga ; a vec- chi perche può forvir loro d’
appoggio ; e a quegli che fono nell’ età virile,* per for- nirli di
favori , e di affluenze ; e lafoiando ilare , che la natura ftefia ci
porti a quella virtù , avendo altresì ne’ bruti , e negli animali
inferito certe inclinazioni , per cui quelli della medefima Ipezie fi
portano tra elfi ad accoppiàrfi,ed a unire ; nelle Città e nelle
Repubbliche la concordia , e l’ami- cizia de’ Cittadini fi riguarda come
una parte principale, ed effènziaìe del{a felicità pubblica .
D. Ma ditemi un poco; egli dubbitar non potendofi , che il vocabolo
amicizia fia detto , e dirivi dall’ amore, e non amando- fi da noi
ugualmente ogni colà , quali fono quelle cole , che fono veramente
ama- bili? M. Di quelle n* abbiamo tre Ipezie ; altre ■
colè effondo amabili , perche fono buone , o per fe llefiè , come le
virtù , o relativa- mente , e per qualche circoftanza , come li
cibi per rilguardo della noftra làlute , o le medicine per le malattie ;
altre , per arre- carci del piacere , e della giocondità , per
O 3 cui ai4 DE’ PRINCIPJ cui altresì diconfi buone ;
ed altre per efièr utili (blamente , e di qualche emolumento, che
le fa parimente aver per buone; Quin- di ne rifùltano tre fòrti d*
amicizie $ 1* una - di cui, come fondata sù il vero bene, ed
utile ( dico utile , prendendo , quefto vo- cabolo giuda al
noftrofignificato ) è vera, e perfetta ; e l’altre, non riguardando ,
che o il bene apparente , o la giocondità , o T utiltà volgare ;
non fono che imperfet- te , e fecondane , ed improprie ; come che
altri v* aggiungano pur una terza , che la defini fcono per una reciproca
inclinazione e propenzione d’ animo tra uomo , e don- na , fènza
alcun moto fènfibile , e la chia- mano comunemente Platonica ; ma
tra perche quella dalle più delle Genti , fi hà per una amicizia
attratta , e miracolo^ , negardo elleno quegli principi Platonici,
mediante a cui fi (oppongono nelle mentì create , fènza alcun opera de’
(enfi, e ifcol- pite , e imprette le forme del bello , e del buono
, ed avendo per certo , che quetto •: impeto , o inclinazione come
proveniente da (enfi , in etti purtt mantenghi con tutto rigore , e
forza , giuda alle naturali leggi, a mifura , che ne fian capaci ; e
perche ne * defideriamo favellarne con p'ù agio a più -
convenevof tempo , non ne facciamo nep- ; ■- pur
Digitized by Googk DEL DR ITTO NATURALE. a \ f
pur motto per al prelènte . D . Perche avete voi per
imperfette quelle amicizie , che riluttano dalla giocondità, e
dall’utile volgare ? . - M. Sì perche una con quella fperanza
cefc fando l* amore , cotali amicizie non fono di lunga e gran
durata , sì perche la vera, e perfètta amicizia , non condite in altro
, le non in voler bene all’ amico , per Pam ir co. ■ /
D. Quella pratica , che fecondo voi , fìa di meltieri in tutte 1*
amicizie , hà ella luogo nelle amicizie tra fuperiore , ed inferiore
? il/. Senza fallo; a ogni modo deve efler aliai rara ; li
fiiperiori di leggieri annoiandoli degli inferiori , in modo , che
farebbe me- Rieri alle volte , che fi dim enticalfero del lor Rato
, fe folle potàbile . D. Ma con quali modi lì può mai conolcer
bene e comprendere una perlòna , che li confiderà per amica ?
M. Con praticarla qualche tempo con in- differenza , ed ofiervar
elèttamente quanto ella facci , e quanto operi; come penlà, per
elèmplo , come parla , come ama , come odia , e come fi duole ; quindi
giovarebbe molto a far tali olièrvagioni particolari dove
blfognarebbe , conolcer universi- mente li coftumi degli uomini , e le
diver- O 4 tè * w. Digitized by
Google ai 6 DE’ PRINCIPJ feloro inclinazioni nelle
loro diverte età, e nelli lor Itati differenti , con fàper per
efèmplo I. Riguardo all* età ; che li* Giovani eflèndo di gran lunga
dominati dalle paffioni , e principalmente da quelle del fenfò ,
venghino da quefte di leggieri trafportati , e vinti , come che fèmpre
va- riano per fazietà , e leggerezza , e Ciano in oltre di fdegnofi
, ambiziofi nelle gare, in nulla attaccati al danajo , liberali ,
/empii- ci , aperti per la poca fperienza , anzi im- però anche
creduli ; lieti, fperanzofi per lo gran favore del lor (àngue,
vergogno!] per non creder altro lecito , fuor di quello, che
apprefero dalle leggi, e dall’ educa- zione ; magnanimi , vaghi più
dell’onefto e della lode , che dell’utile ; e perciò ami- ci di
compagnie , e di convenzioni , e di tutte le fòrti di amicizie gioconde ;
nemi- ciflimi della mediocrità nelli lor affetti , peccando mai
fempre nell’ eccedo, e nel difètto , o che amino , oche odino , o
fac- cino altro ; e come facendo ingiuria ad alcuno , non la
faccino miga per malizia , o per recar a colui danno nella perfòna
e nella roba , ma fòltanto nella dignità , e nell’ onore ; e
ultimamente compafhone- voli , e pietofi , avendo ogni uno per me-
gliore di quelch* egli fìa in effetto ; che li ■ vec-
Digitized by Google I DEL DRITTO NATURALE. *17
vecchi tutto al Popputo , non eflèndo nel fervore , e nell’ aumento
de* /piriti , non fìanò d* ordinario /oggetti, ne* /ottopodi a
trafporti , ed operino mai /èmpre con len- tezza ; e geneiaimente /ìano
malizio/!, dif- fidenti' per la lunga /perienza , dubbj, timi- di ,
queruli , fàfìidiofi per T anguftia , e po- vertà del lor /pinco ; avari
per non riguar- dare , che il commodo , e 1 * utile proprio; di
gran memoria, ed imperò garruli , faci- li a /degnar/! , comeche non duri
il lor {degno per il freddo dell’ età, morti nella concupi/cenza ,
e volti del tutto al guada- gno ; e dove avvien che faccino mai
dell’ ingiurie , e delle /convenevolezze , le fac- cino veramente
per malizia; Infine e’ fiano mi/èricordiofi come li giovani ,
febben quefii per umanità , e quegli per imbecilli- tà ;
malinconici , proverbiofi , e di un ani- mo molto badò , e rifiretto ; e
che quegli, che (ono in un età virile , e di mezzo fiano di cofiumi
temperati , come a dire eglino non fiano ne troppo audaci , ne troppo ti-
midi , non credano , ne difcredano ; e il mede/imo fia dell* altre
pa/Tìoni ; li. con cono/cer rifpetto allo fiato, che li Nobili per
e/emplo fiano ambiziofi , fumo/! , mor- bidi , tenaci de’ proprj tituli ,
e che vadi- . no apprettò più ali' apparenza , che alla lò- tta n-
Digitized by Google a i8 DE* PRINCIPJ’ iìanza
; che li ricchi , per 1* abbondanza fiano ingiurio!] , fuperbi , vaghi di
Juflò , e di delicatezza , arroganti , ed alle volte anco
incontinenti , fe mai divenirono ric- chi di frelco ; e che li potenti
abbiano co- ltomi pretto , che limili a quelli , come che lor
moderi in parte la gloria , e li ten- ghi al dovere; e così degli altri,
che fi giungono di leggieri da quelli fieflì a com- prendere
. V. Ch’ è quello , che ci rende amica una perlòna? • -
M. Il farle bene , V ettèr amico de’ lùoi , il corri pattlonar la ,
1* ettèr verlò lei liberale , modello , temperante-, gentile ,
trattabile, faceto ; e in una parola la virtù , ci può rendere cari
a tutti , ed amabili, giufta che potette apprendere , dà quel , che al
di- nanzi notato abbiamo , parlando delle co- lè amabili .
D. Come dunque fi confèrva 1’ amicizia? M. Col mezzo della
benevolenza , o del vo- lerli bene Icambievolmente , non che con la
concordia , o con la fede vicendevole nelle co fe agibili ; e con la
beneficenza , o liberalità. Cont. L’ amicizia perfetta
ammette ella mol- titudine ? Fil. Mai nò , tra perche in ella
fi ricerca un amor Digitized by Google
del dritto naturale. 2 i 14. C g ) Dei ih 9. 1 .
1. ( h ) Tom. 1. p. 41. /. 1 6. f. de pani s Grot. in fior,
fpitrf. PbUoJìr. de vii. Apoll. nurn. 5?. Dsuter. 1 9. P/trullp. 29. v.
J. ^ I J ?2C *16 d e* p'R in c i p j -r '
grandi Grettézze, e bifogne, {botanti motivi, che mover ci doverebbero ad
effei ne vera- mente amanti , e farne un continuo ufo , oltre
lepromefie, che a veri li moli ni eri nelli Sagri libri della noftra
Santa , e Ve- neranda Religion rivelata fatte fi rinven- gono .
. ZX Che intendete per verità ?. JM. Un Abito di ben
diriggere lenoflre azio- ni conforme le leggi della Natura nel com-
- municàre, e ridir ad altri li noftri fonti- - menti:
imperocché colui , eh’ è veramen- te amante , e vago del vero , non men
fog- ge , ed ha in abbon imento il falfo , che la \
fìmolazione , e la bugia. D. Difpiegatemi quelli ultimi vocaboli:
fi- mulazione , e bugia . M. Col primo intendo quel difeorfo
, che vien fatto tutto al rovefeio di quello , che in noi fentiamo
, ma fenza alcun danno al- trui , o noflro proprio ; e col fecondo
quello medefimo, ma accoppiato , ed unito col pregiudizio proprio , o
degli al- • tri . Qujndi è , che il dir il falfo , e la fi-
molazioné fia fogno propriamente d’ uom fonza cofcienza , come colui ,
che proferi- > foe delle parole contra quello, che in se 'fonte;
comecché la bugia fia una còfa affai ; più deteftabile , e biafìmevQle
della fimo- . . la- Digitized by Google DEL
DRITTO NATURALE. 227 .. lazione , aniuno ettendo permetto offènder
se medefimo , e gli altri ; anzi quella ogni volta che fi vegga effèr 1*
unico mezzo per giovar a noi , ed a gli altri, può fenza fallo
divenir lecita , e permetterli , non ottante che per legge Naturale
rechidendofi , che vadino fèmpre mai in accordo le azioni in- .
terne con 1* etterne , fèmbra fèmpre per se mala, eù illecita . II perchè
fi vede altresì , che non fi debba giamai far ufo del noflro
difeorfò , e della nottra favella, fè non cattando per mezzo di elio
nulla fi venghi a notti i uffìzj, o doveri a mancare, eh’ è quello
in cui confitte il filenzio : virtù che, fi potrebbe a gran ragion ditti
ni re , per un abito di non proferir cos’ alcuna contraria a nottri
doveri . E vaglia il vero , ella non -è men comendabile di tutte P altre
virtù, potendo fervi rei di gran lunga a vietare mille , e mille
inimicizie , che potrebbono forfè dal contrario operare, provenire, e per
molte earriche nella Repubblica , che con- ferir non fi fògliono a chi ne
fia sfornito , e privo ; oltre una infinita d’ altri vantaggi . Ma
diam propriamente noi nome di conteftazionì alle parole , che fi prò
fe- ri feono in fegno, ed in tettimonio della fin* cerità, e fchiettezza
del nottro animo : av- vegnaché fu mettieri notarli, che non .do-
P 2 ven- ‘ Digitized by Google aaS DE* PRINCIPJ
. vendofi nulla fare , fènza la ragion /uffi- ciente, dove
non fi dubbiti di noi, nè fi met- ta in forfè quei che noi diciamo , ma
fol quando per efler creduti, abbifogna , e conviene . Per tutto
ciò quelle , che infra quefte meritano più dell’ altre la nofira '
attenzione , e rifl^flìone fono li giuramen- ti ; imperocché quefti
effendo un* invoca- zione , che per noi vien fatta di Dio in
vendetta del falfo , che diciamo, creden- dolo autore d* ogni noflro
bene, e vendi- cator del male , che commettiamo pe'r Io rifpetto ,
che dobbiamo alla Maeftà divi- na , non fi devono per niun verfb proferire
fe non in colè di gran momento , effèndo i cofà fòmmamente fàg rilega, ed
ingiufia in- vocarlo in cofè leggieri , e di affai picciol preggio.
Q/iid ejijurare (dice S. Augu- rino ( m ) nifi j us reddere Deo , quando
per Deum j i/ras ; jut filili tui: reddere , quan- do per filios
tuo: jura : . Quod autem ju: debentù : falliti nofira , filiis nofiris ,
Deo riofìro ; nifi charitatis , feritati : , è" non falfitati:
? eum dicit quifque per meam falutem , falutem fuam Deo obigat :
quando dicit per fillio: fuo: , oppignorar t)eo fillio: fuo : , ut hoc
vcniat in caput ipfo - rum i ' (m) /pud Groi.'m
fparfjioribi Digitized by Googli 1 * •
DEL DRITTO NATURALE. ** 9 rum , quod erit de ore ipfiui ; fiverum
, , Z'trum , fi falfum , falfum ,* cum ergo fi - /iosjuoty Vd
caput Juum , S'f/ falutem fuam quifque in Muramento nominata
quicquid nominat obligat Deo . Oltrecchò Epiteto ancora ( n ) con ii foli
lumi della Natura, vieta (dice) a tutto tuo potere, to- talmente 1
è mai può eder il giuramento , o fe ciò non puoi avvenire , tratta
ufar- lo quantunque piq di rado fia poUTbile . Ipxov
vtpiÙTnat , « {iti tuorrt , ài St che Venga ■ con A Jd ua h
Digitized by Google 234 DE 5 , PRINC1P J
nói) fummo noi medefimi gli autori del no* Uro inganno: o non fi fian
tali , che fcior- re non fi pofiono inguifà alcuna lènza il »
dannose il pregiudizio dell’ altro • III. Che qualche ejlerno
fegno dichiarato , o che queflo conffla in parole, o in fatti ;
avvegnacchè n n fa fuor di propofto far qui avvertire, che per
Dritto Naturale non f conofca quel divario o quella diverftà , che le
leggi Romane am- mettano infra Jìipulq , e patto femplice , e in-
fra V obbligatimi , che fciolgonf per Inr di- » fpofzione ( ipfò jure )
fòlutione , in fòlutum , datione , acceptilatione , o con altri sì
fatti modi : e quelle , che terminane per Infoia • equità , o
eccezzione . Li mezzi più femtilici , e piti acconci a torci d* impaccio
dogni obbli • gagione , giujìa il Dritto Naturale, o che pro- venga
da què' patti, che la producon pfltanto da un lato detti , o di anelli ,
che la producono da ambo de * lati , detti «T iirwpx , o f
tratta di quegli in cui fe ne viene a / tabi lire una nuova, fa da una
Parte fola , fa da tutte le parti , che li Dottori nominano, pacìa
ob- bligatoria , o d'vquelli in cui quella , che di- nanzi ffl
abili f toglie via, e diconf pacta li- beratoria , o nafca ella da altri
patti sì fatti ,=r Digilized by Googl r
• . DEL DR ITTO NATURALE. 2jr clafcun promettendo con
condizione , che ^li fia dall’altra parte ofièrvata la promefi- fa
, fe vi, fia mai qualche motivo da dubi- tarne, di ragione coftringer la
polfa , ed ob- bli- egli non fono , che quefiì ; cioè
; la fola zio ne , 10 sborfo , il pagamento di quello , chi è do
• vitto al creditore , il rilafcì amento volontario gratuitamente
fatto al debitore dal medejìmo creditore , il mutuo con f enfi de ’
contraenti , che concorre, e fi unifce a fciorre un obhligagio - ne
che fia dell 9 uno , e deir altro lato , il ri - compenfamento , che mai
fi pub far di debbilo , con debbi to , /’ inejìfienza della condizione
, con cui fi è fatta rébbi igagicne;La morte di al- cuno de ’
contraenti , dove /’ obbligagione fi fu contratta colla fola mira a lui ,
ed alle fue qualità per fonali , /* efiinguimento della cofa per
cui fu fatto il contratto , la novazione, eh’ è quando fi rilafcia a uno
, e gli fi rimette quel che egli dee , ed in luogo di quello fi
riceve nuova obbligagione , e fifa nuovo contratto \ • ed
infine altresì la delegazione, eh ' ' è quando 11 debitore conviene
col creditore e fi concor- da di cojiituir in fua Vece chi , ebe a cofiui
più* aggrada , e piace ; egli fembra ragionevole r attener ci in
quefie femplicit à, finza affollar. Digitized by Google
216 DE* P R I N C I P J • binarla a ciò fare al dinanzi ,
che non fi complica da lui , o almanco indurla a dar ficurtà , e
cautela di (òdisfarla . IV. Che li patti fatti non potendofi in apprefio
da uom fciorre lènza il conièniò dell’ altro , eflendo ogni un* in
obbligo, ed in dovere allontanar da se il danno , che gli può di
altri intra venire, ed incogliere, egli fia me- fiieri , che pria ben fi
confideri , e fi ponte- ri quel che uòm promette, o faccia. V. Che
adempiutefi da ciafcuji delle parti le pro- mefle, s’intenda altresì
adempiuto il patto, e ceffi l* uno d* efler all’altro obbligato , e
tenuto ; anzi fe mai avvenghi 1* uno li mofiri contento , che l’ altro
non adem- pia la fila prometta, merita d’ averfi altresi per
fòdisfatta, e la fiia obbligagione per fpirata, ed efiinta. VI. Che
nell’inter- pretazione de* patti le parole , e li voca- boli
pigliar fi debbono giuda , che fono co- munalmente in ulò , non efièndovi
ragion alcuna in contrario ; e dove le parole fiano
d’un • • \ — ■■ 1 di faverchio le
nojìr e oj/ervazioni , che pojjbno ♦ contro delnojiro intendimento feivir
anzi d* imparaccio y e di confusone per li principianti 9 thè per /chiarirli
CQme conviene . Digitized by Google DEL DRITTO
NATURALE. d’ un lignificato ambiguo , ó dubbio, inter* pretar fi
debbano in guilà*, che non ven- gano in se niuna ripugnanza , o
contradi- zione ad avere , e concordino mai tèmpre col fine , che
giuda ogni credenza , ebbero i loro autori , non potendoli già mai
uom cotanto tèiocco , o tèimonito rinvenire , c* abbia voglia
contradire , e ripugnar a se fiefiò con azioni con tra rie, ed oppofte al
foo fine ; Comechè per difiinguer cotali obbli- gagli , che non ne
provengono , che dà quelle di cui fin ad ora abbiam fatto paro- la,
par che cpn ogni ragione dir fi potrebbe- ro quelle condizionali , e
ippotetiche , e quelle a dolute. Af. Checché fiane di ciò ,
vaglia il vero egli è un grolfo errore , ed un abbaccinamento di
coloro , che andando alla cieca dietro alGrozio, e al Puffendorfio , e
patti, e contratti , e dominj confondendo , cd aflfa- fiellando
infieme in uno, trattano a lor po- tere renderci perfoafi , e cèrti , che
tali co- tè punto non diflferilcano , ne variano, e tutti ebbero
una medefimaiorigine, cioè, de- rivarono dall’efièr ellinto infra gli
uomini quel fervore di carità , e di amore, con cui fi amarono fin
dapprincipio ; ed avendo li Romani Giureconfulti il nome di
contratti propriamente a quelle convenzioni dato * che
Digitized by Google a*8 DE’ PRI NCIPJ che far,
fi fogliono circa quelle colò , che fono in commercio , e paflàr pofiòno
? o debbono nell’altrui dominio ; e patti' a 1 , rincontro chiamate
quelle , che fi fanno in colè di una natura totalmente differente
dalle prime, e che fon fuori d’ ogni com- mercio ; fi credettero cotal
differenza efièr propria del Dritto Romano , e ignota al Dritto.
Naturale; penfàndo , che fè gli vo- mini fi avefièro mai corri fpofto con
quel • reciproco affetto , ed amore giuffa che fon in dovere
corrifponderfi , li patti farebbe- ro fiati infra effì di
niun.ufo;imperocchè,gli uomini in quefìo fiato , avvegnaché por- '
tati fi folfero , come eglino dicono , ^volon- tariamente a far quell’
iftefiò , che op Icambievolmente fi obbligano fòdisfàr con quelli ,
da quefto però non v’ha miga ra- gion di conchiudere , che fiati fi
fòffèro all’ ora invalidi , ed inutili ; fenza che giu- . ffa ben
fovente detto abbiamo , eflendovi . molti uffizi >* che naturalmente
fiam tenu- '/ ti fodisfàre inverfo tutti' gli uomini , e nort .
verfò quefti ,«o quell’ altro in fpezialtà r ri- fguardato in quefto , o
quello fiato, egli fi potea altresì nello flato naturale dpve gli
uomini .fi fodero amati con un Santo ., e .. caffo amore ritrarre dalli
patti , e dalle t xpromeflè quefto vantaggiosi determinare ,
e ye- Digitized by Googld • w DEL
DRITTO NATURALE. 239 e relìfingere quelli generi d* uffizj genera-*
^ li inveriti quella , o quell* altra perlòna in particolare . , :
> - D. Che intendete voi per contratti ? M. Quelli patti,
che vengon peravventura V. a» tarli per lo trasferimento de* dominj
delle cole . V. Come s’ introduttero mai quelli dominj , *
nel Mondo? M. Ellinto tra gli uomini quello Ipirito , e quel
fervore di carità , e di amore con cui . • dapprincipio corrifpondeanfi,e
lì mantenea- no lungi da ognidittènzione e difcordia, la communione
delle colè , che era tra ellì, divenuta un occalìon continua di ride ,
e • . di piati , e da dì in dì rendendofi vieppiù Tempre moietta, e
difficile, fi pensò aliatine venire ad una divisone in modo, che
ciafcuv no contentato fi fotte del Ilio , e n’ avelie potuto
dilporre a lùo arbitrio , non difco- prendo altro miglior mezzo per
provedere alla commun làìute , ed al commodo gen- neral di tutti ,
e far , che a niuno mancato a vette il bilògnevole per fòdisfare a’
propri doveri (Ù); Imperocché per lo dominio •- - - - di
( D ) Egli è fuor di dubbio , che dap • prifj- Digilized
by Google 240 DE 5 PRINCIPI di una colà altro d’
intender non bramia- mo , che un dritto , ed un potere da poterli
di quella lèrvire in guilà , che ad altri non fìapermeflò farne quel
medefimo ufo, che noi ne facciamo . D. Aduti-
principio giujìa che comunalmente , da tutti Jì confeffa , o dalla
maggior parte de ' dotti egli è almanco offerito , le coffe tutte del
Mondo Jt furono in una communione negativa , cioè del tutto communi
a ciaffcuno , e fuor di qualunr quejìgnor aggio , e dominio ; imperocché
effen- do al ffommo , Onnipotente , Eterno Monar- ca piaciuto trear
gli uomini , egli non miga potea loro negar F affò di quello , ffenza cui
il dono della vita ad effìconceffa sfarebbe fiata drittamente piu
toffo di gran imbar azzo jh e di qualche preggio , e valore , e che dopo
F amo- re , e la carità infra efft, eh' era il ffojìegno di una \ì
fatta communione , intiepidita al- quanto , e diminuita ,refela dà affai
malage- J vole , e difficile , e di mille , e mille incom - modi ,
e diffagi abbondante y Jì foffe paffuto ad una certa tale quale
imperfetta dìgijìonc ; 9 per meglio dire nella communion pofftiva ,
fa- cendo , che qualunque delle create cof e fata Jì J offe
foltanto commune a piti perfine , e noi ? già -
Digitóed by“GOogIH a • DEL DRITTO NATURALE.
241- X?.Adunqu®-fi può con tutta ragione da queflo conchiudere, I.
Che tutte quelle cofèda cui provvenir non ne pofTòno quegli incon-
venienti , e difòrdini per riparamento de’ quali, a voftro avvifò , s’introduflero
al • Mondo i dominj , come fon per pfempi :> • 1’ acquaci!
aria , ed altrd$òfe si fatte , non . . CL' fia- gìà di
tutte * fecondo ch 'era al dinanzi , e ih co tal guija il Gènere Umano
con fa vatofi fcf ■ fe , e mantenuto ,Jlnc9e\ finalmente fpettta
to- talmente la carità tra ejìó , e non apparendo- ci più alcuna J
cincillà dì qftelV' amor primie- ro , ma piatì , riffe , odj , e nemijià
continue , fu meJUeri per provvedere al beri, commune , ed alla fai
ut s lìniverfale venir alla totale , e perfetta divisione delle cnfe , e
fiabìlìrne i do- minj ; imperocché con forme al colpo delle vir- tù
giammai uomjì porta di ordinario tutto di ttnfubbìto , ma paffo paffo ,/?
da grado , in grado ) cosi parimente egli procede ne ’ vizj ' , e
nel male fecondo V ejperierrza lo d infogna ; co- mechè quelle cofe quali
erano b ajì ovoli , e fo- ‘ # vrabondanti a tutti , e per cui rtafcer non
ne poteano delle controverfe , o Digitized by Google
i ' M 24$ D E’ P R I N C I P J * con ì’ altrui
danno , quefti abbia poterti .’•* e dimoftro , che quejìa
podefà , e quefio dominio , c* ha ciaf uno del fuo , non f dfebba
impiegar mai in danno d* altri , e che ciò , che non f defdera ,
che f faccia a noi , non f debba nep- pure ad altri fare ■, non jfembra ,
che pojìì per veri tali principi * e c oncejf debba averjt ,
ragione di approvarla ; ejfendo ella del tutto come ogni un sa malefa^e
noe cedole a'debbitori ; * « il perchè poco giova il foggfugnere in
con- trario , che ne* primi tempi della Repubbli- : . .. \ *
* r ‘ ca \ * . • - (\)
Dcjur.nat.&gent.lib.i.cap.i3.f.j73.Hert.a4Ptt- ^ fcntfor.V.io.
14 ^ ( 1 \ „ 'Digitized by Google • i DEL
DRITTO NATURALE. 249 : dall’efperienza s ? im prende, ben rovente
tac- cia meftieri il dominio di’ una cotà da uno paflar in un’
altro. XI. Che non potendo niuno da altri richieder mai, nè
dimandare quel.che ridonda al coftui utile , e vantag- gio , niuno
fia in obbligo , e in dovere di sfornirti , o itpogliurfi del dominio di
ama co. ■ ■ ■ ' — H" 11. ^ . — ; ' ■ ■ ■'
ca Romana fi ne fojfi fatto in quella del con - _ finito ufi , non
potendojì per niuno unqua a fi ferire , che i cofiumi de * Romani , 0 d'
alcu- na altra Nazione del Móndo , 0 viujli , 0 ingiuJH , che fi
furono , fi debbano aver per norma delle nojire azionile mirar come
tale\eà imperò noi vediamo , che gli ultimi Impera dori del tuttofa
riprovarono , e tra le antiche leg- gi Romane , per cui Veniva permefid ì
non f ero- no , che di ella vi fojje rimafio neppur un or- ma ( 4 )
0 vejiigio > : e dello fiejjò modo fi mai fi corifìdera il Dritto
Antitetico , egli fi rin- venir à , che dove fia fatto a tempo , fia
egli ben giuflo , ed equo , ma non già fi egli fia in perpetuo , e
continuo . IV. Che non fi richieg- go molto per comprendere ,
^Digitized by Google a ?4 DE’ PRINCIP J
der I’aggevolezza , e la facilità con cui voi favellate di tali
colè ,• ad.ogni modo egli è colà di formilo rimarco notare, che Eb-
bene dove la lòcietà degli uomini folle Ha- ta tra pochi, la permutazioné
farebbe Hata baftevole , e fufficiente per Io trasferi- mento det
dominio , avendoli potuto di leggier con ella non men ragguagliar
il prezzo delle colè , che fcanzar ogni ingan- ' no-
■ . — ~ r » ^ 1 * gliam dire , o il Dritto di
poterla dopo morto , adir e, non potendofi negare , e recar in
quifiio- ne , che ciafcano non pojjà il dominio delle co - fe fue
dt prefente , o in futuro, tra ferirlo in uf? altro , ofide he viene , 1.
Che le fuccejfio - ni per Dritto Naturate regolandrfi mediante^ i
pattile din quejti richiedendoli il confenfo dell' una, e dell* altra
parte, non riconofcain modo alcuno un colai Dritto gli Eredi necejjar j ,
di sui favellano te leggi Romane IL Che non. offa miga ne repugna
difporre in parte a. tutto , dell * eredità ? giufiq il fentimento
de* Romani Qìureconfultì . III. Che V ere- de , dato 'eh* egli
abili a il confenfo , non pojfq in modo alcuno ripudiare* , e
rifiutar 1* eredità . E 11C Che fe il teflatore fi ha ri- feriate
il dritte di rivocare , ed annullare , T 1
DEL DRITTO NATURALE, afr no , ed ogni frode , che vi poteatqai
in- correre ,* poiché r uno avendo deir altro bifògno , molto aggevolmente
rinveniva a permutar quelch’e* voleii ; non però nej progrefTò del
tempo aumentato che fu di . gran lunga 1’ Uman Genera , e crefciuto
cotanto, qual, voi di prefènte lo vedete , s avendo la fperienza fatto
conofcere a’ mor- ’ » tali • r • . — — '—- 11 ;
" — * ■ 1 1 ' ' la fua di fp opzione , pojja e vaglia molto
ben a farlo (7 ) ; Il perde uom vede manifepa - mente , thè da
quejio dritto non pano inniun modo lodati , o approvati i tejiamenti ,
fen- do per verità fomma ripugnanza , e contradiz- ziòne , che un
uomo voglia in tempo che non può nulla volere , e che traferìfca il
domi- nio di una cofa , quando non ne fa piu padro- ne , e f gnor £
; e poco gli giova fe V abbia , o quejìi , o quelV altrp ; fenza che il
pii* delle volte in quel punto ejìremo della vita , rinve- nendoli
ciafcuno in un Oceano di p afoni , e turbamenti interni \p fanno delle
difpojìzioni, che dove veniJJ'e mai permejjò peravvetotura r
arretrarf , ed ejfere in buon JennOyf ave - rebbe del pentimento , ejt
vorrebbefertza fai - io.. • , ■ • più
affai degli altri projjìmi , /’ eredità pajft di mano in mano dagli
uni agli altri , cioè , pria in quegli in cui V affetto del morto fi ere
- de che fiato foJJ'e affai grande , e maggiore , e dopo in
mancanza di quefii negli altri , ver fio cui quello fi crede chefia fiato
minore , e cosi di grado in grado , efiempre verifimile il cre-
dere , che in tal guifia gli uomini ri/petto a ciò fi convennero, ed
accordarono dal momento , in cui introdufi'ero i dominj , vedendofi utt
tal modo di fiuccedere in ufio apprefib le più antiche Nazioni del Mondo
, quali fiotto gli Ebrei ed altri di tal fiatta (io). Comecché rii
petto afigli egU vifia un'altro motivo, oltre ìl di già qui recato , per
cuìfiano da anteporfi ' . ; . 1 ; ‘ ‘ . . nel- . '
• ' (16) Num.i 7 . 5 . feq. Genéf.if.j.j.tf. & 4S.;
i.Deut.ij; 1 6. 1 7. 1 .Reg. 1 .jf
,Xenoph.Gycrop, 8.7.Taci t.de mor-Germ. cap.zo ' v 1 ' . *
» s Digitized by Google I
af 8 DE’ PRING l P J tutto ciò , che gli può mai efièr di meftieri
per le neceflità , e bifògne della Tua vita Ma per ritornar col dilcorlo
cola J donde ci dirpartimmo , e favellarvi di nuòvo de’ contratti ,
eglino non efiendo , che meri patti , in elfi vien richièdo Hconfenló
del- le parti dell* iftcfl'o modo , che li domanda in quelli, e
fono invalidi , e di niun vigo- ' re per le medelìme ragioni, come
pere- lem pio' , fe vengon mai fatti per timore , per inganno , o
fistio in altra forma contra- rj al Dritto della Natura . Quello
però, che tra quelli reputali per Io continuo ulò , ‘che gli uomini
ne fanno il più celebre egli è ilcontratto di vendita , e di
compra,, con cui per una determinata quantità di danajo fi
trasferire in altri il dominio di cma qualche colà ; Quindi è fi.
Chetraf* : ferendoli il dominio del noftro in un altro • . v t • ■
con nelle fuccefftOni de* loro padri a ogni , e qua-
lanche altro , cioè V ordine divino \ e h legx * ere del Signore Iddio ,
per cui venne Jìabih- lo, ed % ordinato , che quegli ottengano > e
abbia- no per mezzo di quejìi la vita , e in confequen- zu altreù
li beni , fenza cui quella non po- trebbe ejjèr a lor riguardo d alcun
ujo » Digitized by £»oc DEL DRITTO NATURALE. a/
9 con patto , e condizione , che quelli ci pa- ghi una certa fomma
, non li debba mai conlègnar la cofa per cui fi è fatto il con-
tratto al dinanzi , che quella non lì abbia . II. Che doveper lo
dilatamento del paga- mento provenghi danno al venditore , que-?. ‘
fto aver polla il contratto per invalido , e ' nullo, e farlo con chi più
gli fia a gra- do . III. Che dove il compratore lòdisfa , ' e paga
il prezzo della cofa , giufta la con- venzione al dinanzi fatta , il
venditore fia in obbligo , c in dovere confegnargliela , perdendo
con ciò il dominio , che pria vi avea ; IV. Che le fi abbia mai
convenuto di pagare dopo un certo tempo , richieder non fi polla il
prezzo , o domandare , pria che quello non giunga V. Che venuto il
tempo in cui fi convenne pagare j ilcom- peratore fia tenuto, ed
obbligato farlo , al- tamente debba per la dilazione, il danno ,
che peravventura ne proviene al vendito- • re , rifarcire . VI. Che tutte
le condizioni unite , ed accoppiate a quello contratto di- compra
,*e di .vendita fia di mefiieri lòdis- farle ogni volta , che fian giufie
, eque , e * conformi al Dritto Naturale . VII. Che rilàrcir lì
debba aduom^tutto il danno, che per quello contratto gli fi reca . Vili.
Che fe la colà venduta venga calvalmente R a dan-
( . \ Digitized by Google stè D
E’ P R I N C I P J* danneggiata molto ^emp° prima, che fia .
confegnata al comperatore, come che fi fia il contratto di già ben
fermato, fi debba il Hanno rifornire , e rifar da colai , da cui
fimanc£; e fè la di (azione^ nacque da am- be le parti , ambe altresrfon
in obbligo di rifornirlo.; anzi quindi fè n’ inferire, che ]’ uomo
efiendo tenuto di far ad altri qyell* ifiefiò , eh’ è obbligato far a se
medefimo, debba l’ ufo del lùo , purché non abbia bi- fognb e
necellità ad altri, che ne fia mai bifògnofo, concedere ;avvegnacchè in
que- llo cafo dandoli ad un altro il Co Io ufo della,
Gli non è fuor di propo- fito il credere, che gii uomini
tutti per natura Obbligati di vicendevol- mente gli uni
promuo- vere, ed accrelcere il ben degli altri * ed in ogni ,
c qualijnque cofa badar non meno al pi o- DEL DRITTO
NATURALE. . prio, che al. pubblico »commodo, e TéiW za difparità di
Volere , o diverfità di con- fcnfo,o co^ volger vieppiù ad uno che ad
un altro lo (guardo , amarli {a ) , fé a quello obbligagione mai,
come lor conveniva, (lu- ' disto avedèro (odisfare, ed imperò, man-
tenuti fi fodero (èmpi e in una una (òcietà universe, ed in quella , che
dicono com» rnunion negativa delle colè (.b\ > non fi /farebbero
Vidi miga bifògnofì portagli a coftituir delle (òcietà particolari, d ’
alcune poche in fìiora, npn volendo noi con quello vocabolo di
(òcietà altro intendere , eh’ un •patto da due, o più perlone fatto per
qukl- ’/ che fine, o per meglio dire, per poter con le forze dell’
uno , unite ^ e congiunte a quelle dell* altro , procacciarli
qualche commune utile , ò vantaggio ; irpperócchò dal momento,
ch’ulàrono eglino, ed ar- dirono di mancar a quedo , quella primfe-
ra communion delle cole tra edì , e’quella (òcietà dilciolta , per non
poter nell’ edèr Uro più aver (ùdìftenza alcuna , fi (labili in (ho
luogo la communion pofitiva^ e non guari dopo queda altresì , per aver la
fpe- liienza datala parimente a conolcere abbon- . dante di mille ,
e mille incommodi , e di- ‘ ' . fa- (a) V. tratt. u i i
. (b) V, tratt. 3 f. Digitized
by Google ' .y .* ? o DE* PRINCtPJ . fagi
difmefia , e lateia da parte dare, s’in- trodufiero, come voi ben fàpete
i domi- ci ( c ) . E in apprefiò per riparare fé non in tutto in
parte almanco alle brfogne v e alle necefiìtà, in cui ciafcuno, per
quel primiero difòrdine , e per quella poca ca- rità , che l’uno
all* altro portava , quali in profondo , e tempeftofò mare nuotar
fi vidde , non 'che immerfo, conforme lì or- dinarono de' commerci,
e de’ contratti , co- sì parimente mille , e mille fòcietà diverte,
e varie giuda I* umane bifògne metter in piè fi viddero , ed apparire ;
Il perchè do- po aver noi rifguardato p uomo belli parta- ti
jioftri trattenimenti, pria telo nello dato Naturale, e dopo di brigata
con gli altri in una fòcietà univerfaJe, veniamo or final- mente a
veder i fòoi obblighi , e doveri In quelle ultime, con confiderar al
dinanzi la natura della fòcietà in generale, ed in ap- •
prertò difcendendo al particolare trattar a fpiluzzo di quelle, che tra
tutte tengono * il primato , come infra le templici la con-*
jugafce, la paterna, e quella eh' è di pa- drone e tervo comporta ; ed
infra le meno comporte le famiglie, come ‘infra le più cómpoftede
Città fono e le Reppubbliche . (c) V- tratt.i.n.f. ■ .
ì DEL DRITTO NATURALE. *?f D, Di tutte adunque le' fodera
del Mondo non lu eh’ una lìdia l’origine , perchè tut- te, giuda il
voftro avvilo, non sìmifero . in piè , nè fi formarono , (è non fecondo
le diverfe neceffità , e bifogne degltuomini ; anzi in tutte
altresì fi ebbe uniitefiò fine , perchè non fi rifgtiardò ad altro , fe
non al commodo, ed utile commune de’ feci. Ma quali feno le fecietà
particolari , che fareb- bero fiate mai nel Mondo in ufo , fe
mante- nuta fi fofiè ben falda , e fiabile la fòdetà Univerfale ( A
) ? .. - n * ( A ) • Egli è fuor di dubbio , che gli
uo^ mini, ejjendo tutti in obbligo, ed in dovere d ì amorfi a
vicenda ; e /’ urto come noti nato per se medefmo , dovendo non che
approprio , anche all ’ altrui commodo badare ,. quando cib tutto
efat tornente ojfervavano , non veni- vano a comporre che una focietà
univerfale jj fa f dica V Eineccio , il quale tutto
/caglian- do}! contro il Puffendorfo , che tratti avea , e d* affai
malamente inferiti tutti gli obblighi , egli umani dover ide Ila
focieta/f oggi tigne to- fo ch\ era ucm tenuto foddisfar a tutti
quegli^ che Digitized by Google a 7* DE’
P R I N C I P J Là coniugale , e la paterna , fe pur efièr
non Vogliate del fèntimento de’ ftoici , che, come racconta Lattanzio,
che fi credevano,^ gli uomini vitti fi foderò dapprincipio .
fpuntar fuor della terra , 4 come or veggia- ino nafcere li funghi ; onde
per aver un v idea ben chiara , e netta delle focieta, di- ftinguer
fi debbono alla ftefià guifa , che fatto abbiamo de* patti , in quelle
che pro- vennero dalla mancanza di fcambievole af- fetto, ed amor
infra gli uomini, ed in quel- le, che furono in ulò per al dinanzi ,
come da ciò , che apprefiò ne diremo aggevole fia il comprendere .
; D . . Or che riguardavano la giufiizia , V
umanità e la benevoglienza anche fe Jtato foffe pior di cotal
focieta ; imperocché fecondo la definizio- ne della focieta , che qui
fopra abbiam noi re- cato , e eh ’ egli non mette in dubbio , fi
gli uomini ciò fatto avefièro,come conveniva , fen- za difeordar
punto tra efii lorojhe altro egli- no venivano a comporre , fe non una
focieta ? anzi da quel che noijquì fopra dello fiato Na- turale
abbiamo mojiro , fi viene parimente a conofeere la mel'enf aggine di
colobo, chef cre- dettero gli uomini in quello fiato vivuto avef-
f>'° Digitized by Cookie DEL DRITTO
NATURALE. * 7 * £>. Or per verità ne’voftri principi rinvengo,
.jj li. lènza alcuna pena, la natura della focietà in generale ;
imperocché ogni focietà non efi - fendo , eh’ un patto fatto da più
fedone unite infieme perpcocacciarfi tutti cori un concorde volere
qualche ben commune, o - 4 utile , fi può cop tutta ragion conchiùde-
re . I. Che la felicità della focietà in al- tro non confitta , che in
non rinvenire otta- colo alcuno , o intoppo in far quell* acqui-
S tto,* - • » fero • allo 9 uifa
delle fiere , e degli animali Jelvagai ; e che • Nec commune
bonum poterant (pela- re, necullis • ^ Moribus inter fe
feiebant , nec legibus uti ( 1 ) . Comecché quanto ne feriva
il Puffepdorfio y ( a ) ed Obbes ( 3 ) , non fa dì minor fojle -
gno : perche molti malori , come la povertà , la fame , ed altri sì fatti
, di cui eglino dico - no , che fopr abbondati fojjero quegli , che
vif fero in quella età primiera f veggeno altresì Jòvente nelle
focietà civili , in cuborS è divi- fi 1 (0
Lucret. I. 4 . v.jr?. , (*) De oft‘.
hom. & civis II. 1. 9. (Ó DeCiv. dt in Leyiath. Js
‘ Digitized by Google *74 DE’ PRI NCI P J ,
ito, per cui fu Inabilita . II. Che fi deb- ba da’ fòcj metter ogni cura
, e ftudio in far tutto ciò ; che può mai efiér per la lor fociem
di qualche utile , o vantaggio con anteporre mai Tempre il bene proprio
al ben commune . III. Che non, fi polla (cior i ih niun modo d’
alcuny di quegli ,• che vi ; « tòno al di dentro^fenza il contento degli
al- tri , purch’ egli non vi fia fiato introdotto o per forza , o
per inganno, o per timore, o non fia élla contro ildritto, e l’equità
Natu- rale , ovver da'ciò a’ compagni non avven- ga alcun danno .
IV. Ch 9 ogni focietà fi finifcha, ottenuto che fi ebbe il
fine,per.cui fu fatta", come .ogni patto eh 9 è fia, vien
che un uomo è obbligato inverfo !’ altro uomo; e che conforme due ,
o piu perfone afloc- ciar fi pofiòno, ed unir tra dì. loro per com-
porre una focietà , così due, o pm focietà unite per un medeCmo fine ne
poflon far ■ un’altra. Ma pollo per vero tutto ciò, eh
a ogni focietà appartiene , venendo a quel- la di cui voi vi fietc
propofio tenerne me- co un particolar fermane , come detemte di
grazia la focietà coniugale ? - per una lòcietà molto femphee
, ni. ta da un mafchjó , ed una donna a fin eli poter
procreare , e generar della prole , ea affai ben edurcarla . .
, V. Vaglia il vero per favellare fecondo li vroftri principi
fazioni noftre Naturali fa- cendo meflitr, che convengano fempre ,
e concordino , con quelle che fono in noftra balia, e arbitrio (/)■
e il coito degli am- mali , o fia la congiunzione tra rnafemo , e
femina , efTendo fiata dalla Natura in- di tuita, ed ordinata per la
propagazione, e ■ confèrvazione della fpezie (g ) , e per ciò
adoperar dovendoli dall’uomo, per quel che da lui dipende, per quefta
ifiefià ragio- ne , quella lòcietà , dove non f»a formata che per
quello riguardo , non v’ha dubbio ( t) Tt’AttfX.n^
(g) Traf Digitized by Google DEL DRITTO NATUR ALE. 37
/ chV fia lina delle fòcietà conforme del tut- to a* principi della
Natura; ma effondo cia- fcun in dovere , ed in obbligo d* amar 1*
al- tro non meno di lui medefimo ( h ) , ed im- però convenendo ,
che di quelli, che fi veggono di recente u/cir ( alla luce del
Mondo , e che non fanno se medefimi edu- care fi abbia tutta la cura , e
la diligenza pofiibile ; cui quella fpetta di ragione ? . M.
AUi medefimi loro genitori , poicchè ef- fondo quelli in vita, non v* ha
ragione alcu- na perchè una cotal briga addolfar fi debba ad
altri;onde la procreazione di nuova prò. • * le, non potendo in modo
alcuno , fopararfi dalla di lei educazione, in quefta fòcietà
coniugale aver fi deve nonmen 1* una che T altra ( B ) per fine ;
avvegnacchè come da quello ifiefiò, che detto abbiamo altresì ben
fi comprende , quegli foli fiano tenuti li padri educare , clje nafcono
da congiun- / zioni befl certe, e leggitime, e di cui vivon S
$ fi»- (h) Tratt.i.Hsi. (B) Quindi •viene , che fiano
inabili , a formar una tal focietà tutti , coloro , che non fono
atti non meri per la propagazione de? fi - gli che per la lo* educazione
. •V r , / Digitized by Google
278 DE* p R I*r C I*P J ' ficuri eh’ eglino fteftj fi furono, gli
autori . V. Credete voi , che per un uotno pofla ba- ” fiar una
donna c per una donna un uomo? M. • Efiendo il fine di un? tal fòcietà la
pro- creazione , quello egli non è miga da met- • terfi in
dubbio, pqtendofi in cotal guilà • lènza alcuna malaggevolezza
ottener un cotal fine . - ' . D. Ma vi è modo da
/ciotte sì fatta lòcietà ? M. Nò ; imperocché ogni fòcietà
difeiorfi • non potendo pria , che fi abbia ottenuto il fine per
cui fu inabilita', comeabbiam noi- detto al dinanzi , ed in quella
efiendo me- 1 {lieti non folo 'procrear della prole j m* al- '
tresì adoperarli di ben educarla-, e perciò fare , e ridurla in un fiato
, che non abbia neceflìtà alcuna de’ genitori , abbifognan-
doviilcorfò di più, e più anni continuo, e’ convien che fi mantenga da’ lòcj
lunga- -• mente , anzi fi conferva fin- alla Ior morte, >
e lalcino quella erede de’ proprj averi, Co- me Una lèquela della vita ,
che per mezzo di efiì ottenne . D. Dunque quefia lòcietà
naturalmente è in- (òlubile ? • M. Infòlubilifiìma • non efièndovi
altro, che - l’ adulterio commefiò da un de’ coniugati , che render
pofià giufto in qualche modo, e ragionevole il luo fcioglknento ; cioè ,
le la t- Digitized by GooLle
DEL DRITTO NATURALE. *79 la donna , o l’ uomo , venga mai a
conce- k ' dcr ad altri , che ne fia al di fuora Tufo del filo
coi^o , e della fiia carne ; imperocché in quello calò lòlo da un di
quelli venen- doli .contro' il patto fatto nella foci età ad
operare, e .ogni patto intendendofi fatto • con condizione di adempierlo
, dove F al- • tro, con cui vien fatto non manca dal filo ■ canto
altresì far il medefimo , quello (la la donna , lià 1* uomo , cui non fi
oflerva la fede non è in dovere neppur dalla fua par- - te di
olfervàrJa ( C ) ; in guilà che fe ciò non avviene, egli s’intende la
lòcietà di nuo- vo contratta, ed inabilita . D. Of il di più
, che mai appartiene alla na- tura di quella focietà io ritrovo , lènza
du- rar fatiga', negli flelfi volìri principi impe- rocché da
quegli vengo naturalmente a comprendere . I. Ogni focietà altro in
realtà non effendo , eh’ un patto,* e nelli ... S 4 pat*»
• « • • (C) Qui favelliamo foltanto fecondo
li lumi della Natura ; imperocché la nojìra J^e~ ne randa , e Santa
Religione neppur in quejìa cafo permette un vero e perfetto fcioglimento
l ma foltanto una femplite fepar azione di ma- rito , e moglie ,
quo ad thorum . y Digitized by Google *8o ' DE’
PRINCIP J* patti richiedendofi di neceffìtà il confènlò di
coloro , da cui fon fatti, non fi pofià que- lla lòcietà coniugale
cofiituire in modo al- cuno fenza il conlènfò di coloro , che la
contragono; o che qualunque volta que- llo fi fu dato Iciorre non fi
debba in anprefi- . fo da una delle parti, fenza il conlènio dell’
altra; ed al rincontro dove quello manca o vien dato forfè per inganno ,
o per timo- re , o per altra sì fatta guilà,’fia invalida , •
e di niun valore , come ogni patto fatto in . quello forma ( i ) . IL Ch’
efiendo ogni uno , eh’ è nella focietà obbligato promuo- . Vere il
vantaggio e l’utile di quella infic- ine con l’ altro , ed impiegarvifi
dal canto Ilio , quanto più vaglia , debbano il mari- to , e la
moglie operar dheoneerto fèmpre a lor prò commune , e de’ lor proprj
figli con trattar del continuo, lènza mai celiare di augumentare ,
ed accrefcere quelche può efier mai necellàrio per li bifogni,e per
• gli aggi non meno proprj , che di quegli, pur che far lo pollano lènza
mancar in nul- la agli obblighi ,e doveri, cui naturalmen* te e’
fon tenuti lòcjisfare . III. Che per quella médefima ragion per cui
conviene ch’ i focj operino concordemente tutt* ora .
♦per (0 Tratt.i liutai Digitized^by Coogle^
DEL DRITTO NATURALE. i8r per il bene della lòcietà, 1* uno
rimetter do- vendoli al confèglio , ed al parer dell’ altro, ogni
volta che quefto fi conofcd più vanta g- gielo , e profittevole del luo
per quella , faccia mefticri che la donna nella lòcietà coniugale
per torre , e levar di mezzo ogni materiali rifie , e di piati lègua il
coni- glio dell* uomo , e l’ ubbedilca in tutto , efièndo quefto
il* più delle volte di lunghi^ fimo Ipazio vie più di lei di buoni
conigli abbondante , e d' ottimi efpedienti fecón- do , come che
non fia cola miga fuor di propofito, quando bilògna , eh’ ella
altre- sì ammoniltha il marito, purché far lo.làp- pia a luo tempa,
e luogo, lènza moftra alcuna d’ autorità , o d’ impero IV. Che non
potendofi aver per perfètta , e com- piuta l’educazione, lè non dopo, che
i. figli aver poflòno un’ intera cura di se me* defimi , fiano
tutti li Genitori obbligati di locare , e maritar lé figlie con una
dote congrua , e proporzionata al proprio flato . V. Ch’ ogni lòdo
efièndo mai lèmpre il' padrone di quelche del luo abbia nella lò- cietà
portato , e non perdendone egli quel dominio , eh’ al dinanzi n* avea ,
nè di que- llo all* altro lòdo competer potendo mai nell* altro,
làlvo che 1* ulq frutto, non pofià il marito nella, lòcietà coniugale de’
beni t * Digitized by Google *Sz'' DE’
P1UNCI P J (13) Noft.Att.lib.xn.cap,i* , , zed by
Googh Digiti; V *88 T> E* P R I N C I
P j :. obbligo di far in modo , che P azioni de* proprj figli fiano
regolate, e rette giufta al dritto della Natura , egli è meftieri
da buon ora P avezzino e P accoftumino in guifa che non manchino
mai di foddisfare . a tutti gli uffizi, obblighi, e doveri che
devono inverfo.Dio, inverfò se ftefiì , ed in vetfò gli altri, ed
acquietino in.ciò col tem- po P abito ; apzi per far che non
abbiano tuttora bifogno di loro , e badar pofi- fano eoi tempo a
tutte le bifogne , e le ne- ► ... cef- . principio imbuta
paternis fèminis concretio- tie, ex matris etiam corpore, & animo
re- centem indolem configurat ; Neque in hominibus id
fòlum , fèd in pecudibus quoque animndverfum , nam fi ovium laéte
haedi , aut caprarum agni alerentur , conftat fcrme«in his lanam duriorem
, inillis capil- ium gigni tèneriorem . In arboribus etiam ,
& frugibus major plerumque vis , & poteftas eft,ad eorum
indolem, vel detreèfandam , vel augendam , aquarum , atque terfarum
quae alunt , quam ipfius , quod jacitur fèmi- nis . Che empietà £ qi/efìa
egli figgi ugne ì che modo dì madre imperfetta ? peperifie , ac
flatim ab fefè abjeciffe ? aluifie in utero fàn- gui- *
r- » # v •# i» tut- •* » • *
*. • ' % , • Digitized by Google 390 D E* P 8 I
N C.I P Jw \ proprio arbitrio efièndo fiato dato a* padri per
non faper quefii da se fiefli ben regge- re i ■*
J ■ • ‘ ..* • • ' ‘ tutti , e come cofa che richiede molto
dipen- denza , molto malagevole afarf. Egli vie n 1 riferito da
Xenofonte , fecondo che fcrive Ci- cerone (14), Hercole tantofo , che
princi- piò a fare la prima barba , tempo , che fu a cìafcuno dalla
natura dato proprio per, eleg- ger f qual fato di vii a f debba tenere ,
efer gito in un certo luogo f alitar io., ed ivi.pff *a federe ,
aver molto tra te, e lungamente , dnbbitato in qual delle due frade , che
egli avea dinanzi , dove a muovere il piede , e fe per quella del
piacere , 0 della virtù j dato , eh' una tal podefià tratto avejjì
/* ori- Digitized by Google 3t 9 4 D E r
PR'TNCIPJ chè quelli , che per quanto intefi comunal- mente , fi
nominano tutori , Succedendo realmente in luogo di quelli , è meftieri
, eh’ abbiano di necefiìtà quell* ifiefiò penfie- ro , e quella
fiefla cura delle perfòne , le quali vengono lor commeflè > o per
me- glio dir de’ pupilli , che n’aveano quegli vi- vendo , e ne
amminiftrino gli avveri lafcia- * ti loro; ed al rincontro egli è colà d’
affai convenevole , che i pupilli inverfò i tutori fi
gì ne dal dritto delle Gentile ''me che non fia mi- riore quello
del Obbejio^e del Vuff'endor fio grat- tala quejìì dalla focietà , e
quegli dalla oc c li- bagione ; vagliti il vero è di gran lunga
viep- più -ragionevole V oppinion di coloro , chevo- * gliono ^ cF
ella provenga totalmente da Dio ; ^perchè quefìi volendo che i figliuoli
fi conser- vino in vita , e ciò non effendo co fa che poffa in
alcun- m r do avvenire fenza V educazione de * loro padri , egli fi crede
, che Dio voglia , ■ alt r eiì che li padri badino attentamente a
quefìo , ed in conjeggienza abbino tutta quella pode/tà che naturalmente
a ciò Jì richiede , non effe n dovi alcuno , che voglia un fine ,
fenza thè 9. elio Jìeffo mentre non voglia parimente i mezzi, che a
giu gner vi , e\ reputa nedffarj . • Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE. 2 9r •* fi portino in quello
ifiefià guifà , eh* e* fi portavano inverfò i proprj padri ; quindi
conforme i contratti de’ figli di famiglia fènza il confènfo paterno fon
nulli, ed inva- lidi , così altresì quelli de’ pupilli , fènza 1’
efprefiò , e tacito voler de’ tutori ; e come per li benefizi , che i
figli dalla buo- na , e ottima educazion de’ padri ritrag- gono ,
devono efièr in verfò quegli fèmpre. mai riconofcenti , e grati , così li
pupilli per la medefima ragione ogni fòrte di gra- titudine devono
inverfo i tutori ufare , ed ‘ amarli , e temerli , edubbedirli , come a
• quegli appunto faceano; (ebbene non com- petendo a’ tutori de’
beni de* lor pupilli al-, * tro , che 1* amminiftragione , e la
podefià v di confumar de’ frutti , quanto può efièr mai necefiàrio,
ed utile alla lor buona edu- cazione , alienar non pofibno degl’
immo- bili nuli’ altro, (alvo quello, che perciò fi richiede , e
che non alienato , 0. (mal? dito, farebbe fènza fallo per quelli di
un gran nocumento, e difeapito; colà che , ‘mi crederei , nello
fiato della Natura pria non fi facefiè , che refi non fè ne fofièro
fidenti , e confàpevoli gli agnati , e gli pa- renti ; ed in difetto di
coftoro quegli della medefima contrada , o vicinato,. o gli ami- ci
del trapalato per dilungar da se , e tor- T 4 re ' ’
• 4 #• Digitized by Google *9* DE'
PRINCIP] re ogni qualunque cattivo „ e finiftrotò- /petto ,
che altri mai formar nè potefiè; poiché in realtà al Mondo non bada
miga che fi operano da noi, e fi facciano delle colè ben giufie,ed
eque,* m’abbifògna altresì, che tutti 1* abbiano per tali ; H perchè non
è del tutto fuor di propofito per 1* iftefia ragione creder
parimente, che in quello ifiefiò fiato i tutori portati fi folfero a
render un ben efatto conto , e ragione della lor ammini- ftragione
in un tempo fiabile, e certo,* come a dire, compita, che fi avea la
tutela a quefti ifieffi , che al dinanzi cennammo ; c che non
fiando bene danneggiar veruno , ed imperò dove avveniva, che li tutori
ren- deano qualche danno a’pupilli, effondo te- nuti di ri fa rio,
quando di ciò fi avea qualche fofpetto , niuno lènza il contentò di
quegli conveniva prefo avelie una sì fatta ammi-
niftragione.Tuttavolta non elfondovi alcuno in obbligo gratuitamente, e
lènza mercè al- cuna d’impiegarfi per un’altro, dove perav- ventura
avviene , che li pupilli , per una buona , e foggia condotta de’ tutori
ven- gono^ farli vieppiù ricchi,ed abbienti , egli fembra , che
debbano in ogni modo , ab- bordando delli flutti dj quelli beni,
che quegli amminifirano , compenforli in qual- J che parte al
manco, te non in tutto della I05 DEL DRITTO NATURALE, àft
efatta diligenza ; avvegnaché in fatti do • ve quefti frutti*, o
beni che fiano, non ba- ftano per la buona educazione , egli è di
vero una colà molto ingiufta, ed iniqua , il j ciò pretendere .
Finalmente comunque ciò fia,da quefti medefimi voftri principi fi
ri- trae, giunti , che quefti fi veggono a fàper ben diriggere, e
regolar se medefimi , Fin» compenza de’ tutori termina , e viene a
fine , come nello fletto mentre a terminar verrebbe , e finire la podeftà
de’ padri , il luogo di cui eglino , come noi abbiam te- fiè detto
, occuparono . Ma (è per avven- tura al figlio nello flato Naturale il
padre lafciato non avette tutore alcuno , chi cre- dete voi che ne dovea
imprender la cura ? M, Gli agnati, e li più profiìmi , ed in man-
canza di coftoro gli amici del morto , o gli più vicini , cui fecondo che
voi fàggia- mente detto abbiate , da* tutori dar fi do- vea conto
della lor amminiftragione , fèn- do ogni uno in obbligo , ed in dovere
per quelche v* hò più fiate moftro, far per gli altri , quelch* e’
vorrebbe , che quefti fà- ceflèro per lui ,* anzi quindi ne
fieguepa-' rimente , che dopo il total dipartimento delle colè,
coftoro altresì fiano in obbligo ed in dovere di fomminifttar a*
pupilli il Accettano per la lor educazione , e » •>
t r •i 298 D E’ P R I N C I P J
iòfientamemp fé gli averi de’ Ior genito- ri , non fian perciò
rhrga' (ufficienti , e ba- fievoli , o di quelli affatto nulla fe ne
rin- veniffe . * • . - .* D. Spiegatemi 1* origine della
lèrvitù , ed in Vl.che confida la lòcietà , che fi forma di pa-
drone, e fervo. v M. Molte moltilfime fiate abbiam di già noi
detto , che introdotte le fignorie , e li do- mini delle colè , gli
uomini per meglio po- ter (occorrere , e (ovenir alle lo r gravi
ne- ceflìtà, e bifogne, portati fi fodero ad infti- tuire , e
rinvenire una infinità di ben dif- ferentrcommercj per permutar a
vicenda tra di lóro non Che quelle cofe, con quelle, una fpezie altresì/)
un genere di travaglio con un’altra (pezie,o genere molto divel la;
Or tuttociò foppofto per vero, egli e veri- fimile, che facendo quello,
rinvenuti fi for- ièro pur infra di elfi di quegli, che fi con-
vennero in modo, gli uni agli altri fonami-. niftrato aveffero , e dato
il vitto , 1* abito,' ed ogni altra colà dsl Mondo necedaria al
proprio foftentamento , ovver qualche giu» Ha mercede, e quefti per
quegli intanto impiegati fi fodero con tutta l’ induftria e la
diligenza podìbile in colè lecite total- mente , ed onefte ,* e che così
paffj padò - introdotta fi foffe tra il Genere Umane)
que- Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE.
29* / quella sì fatta -focietà , che fi forma di padrone , e
fervo ; poiché con ciò in fin noi altro intender non vogliamo *, che un
pat- to in tal guilà , e con quello fine , da due, o più perfòne
fatto y fervi propriamente giuda la commune favella coloro nominan-
dofi , o ferve , che per altri impiegano il Ior travaglio, e padroni, e
(ignori al rincon- tro quegli in utile , ed in vantaggio di cui lo
s’ impiega, e che fon in obbligo ed in do- vere di fomminifirare a quegli
quanto allor foftentamento fi richiede; comecché oltre quello
genere de’ forvi refi tali dalla natu- ra (leda , che foggetta mai Tempre
il peg- giore al migliore , egli ve n’ abbia un’al- tro diverfo ,
eh’ è di quelli , che divennero - tali per legge , come per 1* appunto
fon tutti li (chiavi di guerra , che fervono lèn- za aver fatto al
dinanzi col padrone patto alcuno. * v' . D* Li doveri dunque
, ‘e gli obblighi de’ for- vi , e de’ padroni , riduconfi tutti a
quello* cioè , che formando eglino una focietà , la quale non
confitte in altro in fin , che in un patto, e li patti tutti conforme al
dritto della natura dovendofi ottèrvare , debba- no i forvi
efoguire tutto ciò,ch’ è lor impo- 1 Ilo , ed ordinato da’ padróni; e non
è nè al- le leggi , nè al patto fatto con etti opp; fio o
con- Digitized by Google 3oo DE’ P R IN C IP J
«contrario; ed quelli fiano in obbligo al rincontro , e in dovere di
fomminiftrar lo- ro tuttociò , che può lèrvire in qualche modo per
le lor perlòne , giuda la lor pro- metta ; in un motto il bene di un
lòcio in ogni lòcietà preferir dovendoli, ed antepor- fi a quello
d’un* altro , che n’ è al di fuo. ra , devono i fervi per li padroni , e
quelli per quelli far tutt’ ora quantunque più poflòno , e vagliono
con preferirli e ante- porli a qualunque altro del Mondo ; e per
che non v' è patto che fcior li pofia d’alcu- no lènza il confenfò
dell’altro tra cui inter- venne, non può in niun modo nè F uno
lalciar 1* altro al dinanzi del tempo (labi* lito , e fidò , nè l* altro
I* uno ; Ma come • volete voi che i fervi impieghino in tal
• guifa la lor induftria peri padroni, che del tutto non badino al
proprio ? M. Senza difbbio quando fono in ozio , e lenza
occupazione alcuna di rimarco de* lor padroni, pottòno far quelehe
vogliono- . non potendo ciò per quelli ettèr d’ alcun nocumento ;
ma ettendo occupati , ed in negozj gravi diltraer non lì pottòno in
nul- la, fenza aver il lor conlènlò. D. Perquelche rilguarda
gli Schiavi, fon eglino al tri/ come li fervi tenuti di dar elo-
cuzione agli ordini, ed alti comandi de’ p*. ; • “ ' dro-
4 - Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE.
301 droni ; purché quegli fian giufti, ed onefti , ed abbiano
eglino forzg bafievoii , e luffi- 1 denti -per efeguirli ; differilcono
però mol- to quelti da fervi in ciò , ch$ a* padroni in elfi
competendo quell’ ifteflo dominio, che anno nell’ altre colè loro ,
eglino vagliano ad alienarli e venderli altresì , come que- lle;
comecché un cotal dominio efiendo molto limitato e riflretto dal dritto
Natu- rale , e non convendo in modo alcuno ap- partarli da quello,
non venga mi ga lor permeilo , come di tutte l’altre colè , Rab-
buiartene; quindi è che proveder li devono di tutto quello, che al lor
follencamento fi richiede , e rattenerfi da impor foro del- le cole
luperiori , e al di lòpra delle lor forze , o che ridondino in qualche
modo in dilcapito della lor fallite ; Il perche al- tresì dove
quelli peravventura fi molìrafiè- ro redi , e ripugnanti a’
commandamenti de’ padroni, lèbbene ufàr fi pofiono contro, loro
tutti li mezzi poffibili del Mondo pgr ritraerli all* ubbedienza , ed
all* ofièquio a quelli dovuto, non però mi credo, che met- ter fi
debba in obblio,ch’eglino fiano uomi- ni come a noi , e per conlèquenza
mancar all’ amore , eh’ agli altri fi deve . 2 / 1 . Ma
vaglia il vero promuover dovendo ogni uno la felicità , ed il commodo
altrui non « Digitized by Google
3oi DE’ PRINCIPJ non meno eh’ il proprio ; perche lo flato
d’ una fefvitù perpetua , ed illimitata por- ta feco molti, moftillìmi
jncommodi , poi- . che è di leggieri converter fi può e palìàr in
abbuiò, non fi deve permetter molto vo- lentieri, 0 sì indifiintamente,
che vi fi lafci- >no marcir coloro , che liberi potrebbero di
lunghiflìmo fpazio giovar a le ed agli altri. D. Reputate voi del tutto
inutili li /chiavi rer una Reppublica , o per una Nazione? M. Nìa;(
H ) anzi ne potrebbe ella dedurre molto utile e vantaggio , con ritraerne
una infinità d’abbitati per le colonie,e farne al- tri buoni ufi;
ma farebbe egli meftieri, che da legislatori fi raddolcifiè in qualche mo-
do lalor {chiaviti! , e fi trattali renderne la idea, alquanto più
dilettevole ; con pro- # veder perefcmplo alla durezza de’ lor
pa- * droni , con afficurarli del notrimento in • tempo
di vecchiezza , o infermità , con fa- . vorir'li lor matrimoni , e con
altri sì fatti . modi , per non incorre in quegli inconve-
nienti , eh’ incorlèro rilpetto a quefto par- ticolare i Romani . •
- : D. Ve- (H) Vedrebbe • altresì per alcuni la
fobia- vitùfervir d* un gran mezzo per dilungarli dal male .
* Digitized by CjQOgl DEL DRITTO NATURALE. 303
V. Veniamo ora a trattar della famiglia. M. Quella come noi
dicemmo, è un corpo, o VII. una fòcietà comporta di quefie fòcietà
per l’appunto, di cui abbiamo fin adora fa- vellato;comecche porta
fòrmarfi ella di tut- 1 te , e tre quelle unite in uno , o di due
fòl- tanto ; e nel primo calò T abbiamoci real- mente per aliai ben
intera , e perfetta ,nel fecondo per imperfatta . D. A cui
credete voi ; che appartenga di ra- gione il governo di una sì fatta
focietà ? ÌM. Al padre , e alla madre di famiglia , che fono
quegli rteflì , che nella fòcietà coniu- gale portano il nome di marito ,
e moglie, nella paterna di madre , e padre , e nella fòcietà ,-che
fi compone di fervo , e padro- ne , eglino fi nominano padrone , e
padro- na . ■. ù D. Riguardo al padre di famiglia io ben
mi perfùado, che convenga egli fia il capo della famiglia , per la
rtefia ragione , che Vuole il marito fia il capo della fòcie- tà
coniugale , il padre della paterna , r ed il padrone in quella che fi
compone di lui e fervo ; ma per quelche s’ appartiene alla madre ,
io non comprendo , perche vo- gliate altresì, che fia fatta ella
partefice di quella fòvranità? flf, Dubbitar non potendoci ,
che alla madre non Digitìzed by Google 3
o4 'DE’ PRINCIPJi . non competa naturalmente parte della po- defià
, e dell’ autorità , eh’ al padre com- . pete ne’ figli, e come padrona
parte di quella , che ha il padrone ne’ fervi , e nelle ferve ; e
che poflà ella altresì quando con- venga ben configliare , e ammonire il
tuo marito , egli è certo che debba altresì di ragione efler fatta
partefice del comando , eh* hà il padtedi famiglia , o per efpreflò
, o per tacito confenfò di coftui. D. Quali fono li doveri ,
e gl’ obblighi di un padre , e di una madre di famiglia ? M.
Ogni focietà avendo un certo fine pro- prio , per cui fù inftituita , ed
ordinata , e dovendofi in effa attentamente Tempre mai a quefto
badare , ed aver l’occhio, dove far fi può lènza contrariar in nulla alle
leggi naturali j in ogni famiglia tutta la dili- genza , e tutto lo
Audio impiegar fi deve in far , che 1* azioni di ciafeuno ficrno in
tal fatto modo regolate , ^ rette, che il fine d’una focietà s’
ottenga fen za edere di danno alcuno , o pregiudizio all’ altra j e
confequentemente il dovere, e l’obbligo d’ nn padre, o d’una madre di
famiglia, che camanda in nome di quello , cui sì fi deve tutta la
poteflà, confifter deve in fare, che tutte l’ azioni de’ Tuoi domeftici
colpifca- _ no concordemente , e con ordine un mede- mo
Digitized by Googj^. • /- DEL DRITTO NATURALE.
30 r moline; cioè rifguardino univerfàlmente all* utile , e al
commodo di tutti fenza ri- ferva, o eccezzion alcuna di perfòna;
quin- di dove abbia peravventura *una fol fiata quelche far fi
debba a ciafcuno importo , e ordinato, e* non deve a patto alcuno
impu- nemente lafciare , e fenza galligo quelche fi opera , è fi fa
in contrario; e perche ogni fòcietà fi rifguarda come una fòla
perlòna , e il commodo , e 1* utile di ciaf- cun de 9 focj merita
pofporfi a quello di tut- ta la focietà,egli fi deve nella famiglia
tan- to dal padre , quanto dalla madre di fami- glia anteporre
fèmpre la fàlute di tutti ir» . generale a quella d 9 alcuno in
particolare ; come che trattandoli d 9 eflranei preferir fi debbano
a quelli ed anteporre tutto tempo quegli , che non fian tali.
D . Quali fono gli obblighi, e li doveri de* domeftici ?
M- Per dir tutto in un fòi motto , eglino in- gegnar fi devono di
non lafciar occafione al- cuna addietro fènza non promuovere il
commodo , e l 9 utile cominunedi tutti del- la famiglia , e di ciafcuno
in particolare. V. Or in fine palliamo alla fòcietà civile ,
e VlII.procurate in ogni modo, eh 9 io n’ abbia una idea d 9 aliai
ben chiara , e netta. jW. Qjicfla nonè a eh 9 una fòcietà comporta
C V di X 'Digitized by Google
J t E | 3 o$ DE* PRINCIPJ: ; f
- di più famiglie congiunte, ed unite tutte in uno a poter inlìeme
vie meglio promuove- re , e portar avanti il lor ben comune, e per
mettelli in iftato da poter con magior aggevolezza difenderfi , e
liberarli dagli inibiti, ed aflalti de 9 proprj nemici ; impe-
rocché edinto , che li viride infra gli uomi- ni quel cado, e fànto
amore, e quella carità fraterna, e lènza elèmpIo,che giuda più , e
più fiate dicemmo, l'uno all’altro dapprin- cipio vicendevolmente
portava, prefo aven- do ogni uno di gir a lèconda delle lue pro-
prie voglie , e delle fue isregolatezze , con aver in odio, ed in
abbonimento il compa- gno , l 9 amico , e fian anche il più a lui
congiunto di languc, o di patentato ,• e perche 1* obbligagione di quelle
fante leggi che indentro a fe portavano , e nel proprio feno
ilcolpitc,ed imprefie,non badavano in modo alcuno a rattenerli , ne a
reprimerli, e per efièr tutti uguali di natura e pari, ne Giudicp ,
ne Magidrato rinvenivafi dinan- zi cui metter termine fi potelTe , o dar
fine alle lor contefe , da per ogni parte, non ufandofi altro , che forza
, e furore , e fovente imperò venendo P innocenza op- prefia,eogni
giudizia sbandita e lafciata jn un cantone; rare volte , o non mai
rinve- nendoli una famiglia in idato da poter op. porfi
Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE , 507 porli ,
e far farsa alle violenze , che da* fuoi contrai] fin nel fa 0 proprio ,
e nazitf albergo l’ erano a tutto poter commefie , molte moltiflìme
famiglie in cui allora ve- niva devi fa il Mondo, per torfi da tanti ,
e sì gravi rifchi e perigli li unirono, e fi ob- bligarono di
difenderli ; e rilèrvandofi la libertà di poter dire il lor fantimento
nelle rilòluzioni delle cofe di magior rilievo, che fi prendevano
jn nome di tutta la commu- nità, diedero per lor maggior pace , e
quie- te , il governo della lor facietà , e P ammi- nifi ragione a
uno , o più per fanne , d’ af- fai più prudenza, e coraggio degli altri
(I) D. Vi è farle noto quando cominciarono que- lle focietà
al Mondo? fll- Nò comeche abbiam ogni ragion di credere che
per un lungo tratto di tempo, non vi fòdero fiati delle Monar-
chie, e degli Principati di gran valliti , ed eftenzione ; imperocché
quanto più in die- tro fi mira, e fi pon mente alla ftoria de* / V
a pri- ( I ) Cosi appunto rifurono le Reppubbli- the de%li
Oriti , e dì molti altri apprejjo U , Diluvio , come j * -imprende dalla
Storia del vecchio tejlamento. Digitized by Google
3c$ DE’ PRINCIPJ primi tempi , tanto più fi rinvengono de-
gli fiaùmolto, piccioli , e in gran novero , che non erano guarì gli uni
dagli altri di- ttanti , e che non aveano molto pena ad unirfi
quando bilògnava , e facea lor me- ttièri di tener conlèglio de’communi
inte- reffi , ovvero ilcampievolmente (correrli ' contro le
violenze de’ lor nemici . Egli è il vero , che comunalmente 1* Impero
de- gli Attiri fi abbia per la prima Monarchia del Mondo ; ma non
per quello fi può egli aderir di fermo, che quella fi fù la prima
focietà compolla di più , e più famiglie , non potendoli da lenno per alcun
dubbia- re , che ella ringraridir non fi vidde , ne gingner a
quello fiato pria di non afiòrbir in le, e divorare per così dire, un
infinito numero di picciole lòcietà , o Principati, pome la Storia
lo c* infegna . D. Spiegatemi diftintamente , e fenza alcuu
IX. interrumpimento quelche appartiene al buon regolamento di quella
focietà . yVf, Ragionando fecondo li flefiì nollri prin- cipj ,
egli è certo; 1 I. Che avendo quella per fine il ben co- mune
, e la ficurczza di tutti quegli , che la compongono , ottèrvar vi fi
debba come legge fondamentale di non far colà alcuna contraria , od
oppofla alla làlute , ed alla tra* Digitized by
Google DEL DRITTO NATURALE. 309 tranquillità pubblica ( K );
quindi formar dovendoti giudizio dell’ azioni de* parti- colari
Soltanto riguardo a tutta la (òcietà , ed a quello fine ; molte
moltiffime cote av- vegnaché giufte , e permeile dal Dritto
Naturale, (ovente efler pofiono in efià in- giufie , e irragionevoli .
II. Ch’ogni una di quelle (òcietà Civili, (ècondo che noi di- cemmo
favellando della (òcietà in genera- le , non confiderandofi nello (lato
Natura- le, che come una perfona , E uffizi dell* una inverfò 1 T
altra fian realmente pii (ledi di quegli d’ un uom inverfò 1* altro
uomo. III. Che acciò non v ’ abbia in quelle (òcie- tà chi diflurba
, o inquieta in modo alcu- no il ben pubblico, ne venga niuno impe-
dito , o diftolto , anzi fian tutti aggevolati a foddisfare a lor
obblighi ,' doveri , g uffi- zi ed òttenghino elleno (ledè il lor
fine, ‘ abbilògna che di tutto ciò fè ne commetta V 3
la ... / •' • ( K ) Per quejìo ir ogni Città , 0 Rep
pub- blica in tutti modi gajtigar si devono , e punir coloro , che
operano in contrariamoti ufar tut- ti mezzi pofìbili in far che le lor
arti non sia- no di difcapito , 0 di nocumento alcuno al pub- blico
. . . Digitized by Google 3io D E’ P RINCIPJ la
cura a certe perfone , e fi obblighino gir altri a far dal conto loro
quanto a tale ef- fetto venga mai da coftoro ordinato , e ^abilito;
ed in fatti ogni fiato , Regno , o Reppubblica par che fiiftìfta per un
cotal patto, fia efprefib , o tacito infra coloro , che la reggono
, come capri, e n’anno il comando, fiano Principi , Magifirati , o
al- tri , ed infra quegli, che ubbedifcono , e vi fono in luogo de*
luciditi , o di tanti mem- bri , IV. che tutti li patti conforme al
drit- to Maturale dovendofi offervare, quefti al- tresì , che
efprefiì , o taciti fi fanno, infra fòdditi , e Regnanti dar fi debbano
ad ef- fetto . V. Ch’ a tutti i Regnanti apparte- nendo la cura di
tutto ciò, che mai riguar- da la pubblica tranquillità, e fàlvezza
e’non, meno aver debbano una piena contezza de* mezzi necefiàrj per
poter a ciò pervenire , che un voler fermo, ed affai ben coftante
di non comandare ne far altro, che quello, che può unqua per quefto
valere ; e per- ch’ egli è impoffibile che a quefto giunga- no
lènza una efàtta ofiervanza delle leggi Maturali , fono in obbligo ed in
dovere al- tresì d’ inviggilare su quefto, e far che niu- no de’
lor fudditi manchi sù quefto* parti- . colare ; onde nello fteflo mentre
veniamo a conofcere che tutta la noftra felicità in
qtie- Digiti?ed b^Google ; DEL DRITTO NATURALE.
*n quello Mondo ottener non potendoli in al- tro diverto modo
diverto da quello (/) fi debba da Regnanti a tutto potete in tut-
te colè aver la mira a non altro, che alla fé licita di tatti coloro che
reggono , e go- vernano . VI. Efièndo quelli tenuti , come dicemmo
di fare che niuno Ila impedito di fòddisfàr a’iùoi doveri, e tocco ire
re, ed abi- tar ciatouno a farlo ben più volentieri , con
cofiringere e gaftigare , chi che ricula \ di farlo , egli abbisogna che
faccino quan- to polla non meno torvi r di mezzo a ciafi- cuno per
compir qvelch 1 egli deve , m’ al- tresì facilitarne l 5 efecuzione , e
l’effetto * V II. Poiché il fine d’ogni tocietà non è che di
promuovere il ben commune , e di- fenderli dagli infiliti de’lùoi nemici
fia uopo fare , eh* il numero de’ludrìiti in una Città , o
Reppubblica , non fia minor di quello , che perciò fi richiede, affinché
non Vi manca il bitognevole, ed il neceffario per la vita , o altra
cola avvenga contra- ria in qualche modo alla tranquillità pub-
blica . Vili. Ogni Città, o Reppubblica in fin non effendo ch’una
tocietà, ed a nino lòdo convenendo partirli di quella tocietà, in
cui peravventura fi rinviene con danno altrui , oon fi deve unqua
(offrire , eh’ al- V 4 ' cimo ( l ) Tratt. x. riuvn.xi
i. Digitized by Google 312 D E’ P R I N C I P J
cuno Ce nè parta , e vada ad abbitare in al- tro luogo con un gran di lei
difcapito ; e conforme un fòcio , che danneggia un’al- tro fòcio è
in obbligo, ed in dovere rifàrcir- glielo , così altresì riconofcer fi
deve quefti per ben obbligato di rifar quello , che me- diante la
fùa lontananza ha la Città, o Reppubblica ricevuto , IX. Gli avveri ,
e le ricchezze efiendo di un fòmmo medi eri per lo foftentamento ,
per Io decoro, e per la giocondità della vita dell’ uomo, devono
coìprche Regnano proccurar in ogni mo- * do , che i lor fudditi ne
fian tfen forniti ; X- La fpcrienza dandoci tutto dìacono- •
icere , e vedere , quanti vizj , e malori ne provengono dall* ozio , ed
imperò abbifo- gnando, che ogni uom fatichi e travaghi per ricchi
filmo eh’ e* Cia; in ogni fòcietà Ci- vile è meftieri dar in vegghia per
far che non manchi giammai il travaglio a coloro che lo chiedono *
e che ^abilito fi abbia perciò un commodo , e giudo prezzo, non (ì
fofferifea , eh’ alcuno fi confuma , e to- talmente fi perda nell’ozio .
XI. nonrin- venofi al Mondo alcuno, che che non fia in ohbligo , ed
in dovere fòddisfar a molti obblighi , doveri , o uffizj in verfo la
Mae- fià Divina , inverfo Ce medefimo* ed inveì* • lò gli altri, in
ogni , e qualunque Città , o DEL DRITTO NATURALE.
Reppubblica metter fi deve ogni Audio » ® ogni cura per riempier
l’animi di tutti di quelche e’ devono foddisfàre ; e perche non
tutti di tali , e d’ altre sì fatte cogni- zioni fon abbili renderne gli
altri ammae- ftrati, quegli eh’ anno un ingegno vie più degli altri
elevato , ed eminente , e che a farlo fi conofcono eflèr naturalmente
più acconci, in tutti modi poflìbili ajutar fi de- vono , e
foccorrere, affinché da fe far polla- no ben volentieri tutti progredii ,
e avan- zamenti del Mondo nell’ arti , e nelle fcìenze , e
proccurar eh’ i padri con ogni agevolezza educhino i lor proprj
figliuoli, e s’ ingegnino di far lor ottener quella per- fezzione ,
che ad uom abbi fogna, acciò lo- Itener poflono col tempo e
rappretentare con fomma lor loda e riputazione nel Mondo , e nella
propria padria , quel per- lònaggio , eh’ il fopremo Architetto
delle cole hà riabilito , ch’e’rapprefèntino . XI. Non efiendo miga
colà convenevole che un uomo danneggi un’ altro uomo , e quel danno
eh’ egli peravventura gli da, effondo • tenuto di rifàrcirlo; in quelle
ifiefiè focieti Civili fi deve proccurar altresì, che niuno. venga
offofo , o danneggiato in colà alcu- na , e eh’ in ogni forte di
contratti fi olfor- vi a minuto , ed elettamente ogni giufii-
zin, • t ‘ * Digitized by Google 314 DE’
PRINCIPJ zia, ed equità ed lì rifacci ad altri quel dan- no,
che gli fi reca. XII. Dovendoli da tutti noi vietare ogni e qualunche
periglio della vita , e conlèrvar la noftra fàlute , e E integrità
delle membra con adoperarci mai Tempre di non cadere in morbo
alcuno, e dove peravventura vi fi cada riftabi- Hrci ( m ) , egli è
di dovere , e di obbli- go in una Reppubblica , o Città, metter
ogni diligenza in far che niuno fi elpon- ga a pericolo alcuno, o venga a
far per- dita della fua làlute , o delintegrità delle- fue membra ,
con vitare , e sfuggire tut- to ciò che mai ne può efiere la cagione ,
come per elèmplo farebbe l’ebbriezza , eci altri vizj di tal fatta ; e
che abbia in pron- to tutti li mezzi proporzionati alla fuga de’
morbi, ed alla cura di quegli, che ilgra- .;ziatamente v’incorrono , ne
(òfifrir mai che uno dea la morte a fè medefimo , o ad altri XIII. Non
dovendoli nelle fpefe ne- celfarie a farfi , permettere cofa per ni
mi- miche fi fòlle contraria ed oppofta a’ luoi doveri , e 1’
acquifiato dovendoli tutto tempo conlér vare per le neceflità e le
bi- lògne, che pofion mai avenirci, egli è uopo che nelle focietà
Civili fi provegga anche con diligenza sù quello , con non permea
. ' ter ** a ( m ) Trcti . i l.vu n» J*
i Digitized by Google (
DEL DRITTO NATUR ALE . 3 1 r ter neppur la foverehia fòntuofità dell’
abi- tazioni ; come che dall’altra parte la me- diocrità ufàta
nella di loro venufià e bel- lezza Ila oltre modo commendabile,
poten- doci recar molto di piacere , e di diletto ; e con ciò
fèrvir non meno per un gran au- mento della nofira fàlute , e per
accrefce- re di gran lunga la nofira autorità fpezial- mente
appreflò il vuolgo , che altro il più delle volte non ha per guida , che
li proprj fènfi , che rendere pompofa e magnifica e fuperba la
Città , e dare una gran oppime- ne de’ Tuoi agli ftrani . XIV. ogni uno
e£ fèndo in obbligo prezzare , ed onorare chiunque e* fra di
preggio,e di lode degno, e non potendoli ciò da altri fare , che da
quegli , che può fender giudizio , e ragion ne delle azzioni altrui ,
‘.affinché tutti fia- no tali in ogni Città , o Reppublica bifò-
gna badar di rinvenire, o iitabilire certi titoli , certi legni d’ onore
, e certe prero- gative , per darle a quegli, che fè ne rendo- no
meritevoli , XV. Per mantener ben fèmpre fiabile e in piè la pubblica
quiete , e tranquillità, ed evitare a tutto potere gp incommodi , e
li difàgi che mai deriva- > no dalle private Vendette, far fi
deve, che gli offèfi fi r imanchino pur contenti del- le pubbliche
, e che colui , eh’ egli è punito c ga- f
Digitized by Google D E’ PUNCrPJ e gadigato non
abbia ardire , ne o(ì priva- tamente di nuovo vendicai^. XVI. In
dove in una.Reppubblica, o Città, è lì vede, che non bada 1* obbligagion
naturale a ; ratte * ner ciafcuno tra li fuoi obblighi , o doveri,
a quelle leggi naturali, la cui inoflervanza può in qualche modo , e vale
a difturbar la pubblica quiete , abbilògna , che vi (I accoppia una
nuova obbligagione,* cioè che fi propongano a quelli , .che le
trasgredi- rono delie pene , ed a quelli , che l’ofler- vano degli
premi, eh* è quello che condi- tuilce l* obbligagione , che noi
perdidin- guerla dalla naturale diciam per l’appun- to Civile , e
nominar altresì fi potrebbe umana ; e per la della ragione le le
leggi naturali- lòn troppo generali, ovvero fò- verchi©
indeterminate , e di doppio /ènlò per torre ogni letiggio , e ogni piato
di mezzo , che quindi ne potrebbe mai ri- fbrger è d* uopo-ch* in
quede medefime lò- cietà fi determinano, e fi redringano in tutti
modi , con decidere che che fi debba tener in ofièrvanza • e non
potendoli realmente da Regnanti ogni colà antivedere , dove quelche
una fiata credettero per li lor lùd- diti utile , e giovevole ftabilire,
la Iperien- za lor da a cònofiere efler inutile , e poco per quelli
profittevole, lafciar non lo devo- no Digitized by
Googl r DEL DR ITTO NATURALE. 3 li no in modo
alcuno di corrigerlo, ed emen- darlo ( L ) VII. Non mai uom potendo
la lue azioni conformar alle leggi di cui egli non ha contezza
alcuna, quanto fi ordina , e fi ftabilifce in una Reppublica da
que’ che governano in tutti que’ cali da noi te- de cennati non può
aver forza , ne vigor alcuno pria , che non ha promulgato . XVIII.
E (Tèndo giuda quelli noftri principi proprio de’ Regnanti il far leggi ,
l’obbli- gar i fudditi , e far ed ordinare tutto ciò che può mai
(èrvire per la pubblica làlvez- * za , e tranquillità , ed in qnefto
appunto confluendo ciò, che nominiam noi podellà 0 fuprema, aderir
poflìam con ogni ragione che quella fia propria di effi loro , ne
un- qua polla ad altri appartenere, comecché non potendo eglino in
niun modo obbligar i fiidditi ad azioni contrarie al dritto natu-
rale ed a que’ patti, che fecondo noi dicem- mo, fifoppone , eh’
intervennero tra Re- gnanti , e ludditi , fia ella in Un certo mo-
do molto limitata , e riftretta XIX. Ogni e qua- >
(L ) 'Quindi si comprende in guai casi sia mejìieri , eh* in una
Reppublica sijaccino delle t nuove faggi , e delli nuovi regolamenti
^ Digitized by Google *iS DE» PRINCIPI
c. qualunque Regnante, avendo una cotal podeftà d’obbligar i
(uddjti,egli hà altresì quella di ftabilir delle pene contro a’
pre« variatori , ed a trafgrefiòri delle leggi 9 delle pene, dico,
intendendo anche delle ca- pitali , dove 1’ altre non badino , e
fjan infufficienti alla quiete, e tranquillità pub- blica , cui
eglino (òn tenuti tutt’ ora di badare , e per cui anno ottenuta una
tal podeftà ( M ) XX. Eftendo le fpefè a’ Re- gnanti (òmmamente
neceflarie per la pub- blica quiete , ed imperò dovendofi elle da*
(udditi fomminidrare egli ha anche facoltà d* impor a codoro degli
tributi, e delle col- lette , o gabelle , ed altre (òrti di
contribuì zioni ; Ma XXI. metter non potendod in efecuzione quelche
bilògna per lo ben pub- blico, lènza che non da abbia della
potenza* cioè una certa poflìbilità , o agilità , per così dire a
poter tutto ciò fare , quefta è parimente perciò da rifguardirfi lènza
fallo come propria di coloro che governano , C confcguentemente
appartiene a’ Regnan- ti al- • (M) Ecco qui la ragione per
cui a * Re- gnanti compete il giu: di morte , e di vita ih de lor
fu àditi , Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE. 3
tf ti altresì il dritto di poter codringere* ed obbligar gli proprj
ValTàlli a fòmmini- ftrare , e dar tutto ciò , che fi richiede per
quelche fi deve fare ,* il dritto di codituire, e rimuovere i Magifirati
. necefiarj per efè- guire le leggi Civili , e giudicare e indur-
re ogni uno a lafciar all* altro quelche gli fi deve , non potendo tali
cofe giugnere a far da fè medefimi ; il dritto di conferire, « i
pubblici pefi , e le carriche , e le dignità Civili ; il dritto di far
leva , feelta , o rol- lo de* fòldati , che alla quiete tanto
inter- na , quanto edema della Città fon necefià- rj ,• e mille
altri dritti di tal fatta, lènza cui li lor ordini non fi poflono dare ad
effetto ; e perche quella podefià , e quella potenza che di
necellìtà fi richiede , giuda che fi è modro, ne* Regnanti e quella in
cui confi- ne per f appunto la lor Maefià,* in qualun- que Città ,
o Reppubblica gadigar fi deve feveramente chiunque ardilce in modo
al- cuno d* offenderla , ed aggravarla ; come che potendo ella
eflèr varia e diverfàmen- te oltraggiata, varj, e diverfi altresì intorno
ciò fian le pene , e i gadighi , che fi ftabi- Jilcano . In ultimo per
dir tutto in un mot- to l* utfizio , l’ obbligo , e,il dove de* Re-
gnanti elfendo , come più volte abbiam detto , e ridetto promuover in
tutto la Digitized by Google , D E* P R I N C I P
J pubblica quiete , e tranquillità, e difen- der i lor
fudditi dall' ingiurie de’ nemici lì sìdomeftici, che pubblici, eglino
devono tutta la lor attenzione impiegare in badar minutamente a
tutto quello , che a quefto può mai pi (guardare, con corriggere , e
rat- tener ne’ lor principi fin le picciole novità, non lòflrir le
inimicizie private , e le gare , che infòrger poflòno ifpezialmente
tra Grandi , e qualunche difprezzo , che ven- ga fatto mai della
lor perfòna ; impedir ogni ingrandimento flraordiuario de* par-
ticolari ; rinovar di tratto in tratto ordini , e leggi ; e ridurre tutte
le colè alla finceri - tà , e ilchittezza de’ lor principi :
venendo- ci col corlò del tempo a formar ne’ corpi Civili , alla
fteflà guilà , che ne’ naturali, tèmpre mai qualche aggregato
d’umori cattivi , ch’hà bilògno di purga • e perche non dico egli
ha malagevole , ma quafiche imponibile , che fappiano da le foli , o fac-
. cino tutto , egli è di gran lunga giovevole che fi fervano
fòvente dell’ altrui faviezza, e prudenza , o coniglio, per non far
cofa per menoma eh’ e’, ha contraria, ed oppofta al ben pubblico ,
efTendo molto irragione- vole , e come contro ogni ragione del tut-
to mal fondato, ciocche ne Icrivono l’Obbe- gio , e il Macchiavello , che
non dubbita- ro- Digitized by Googld
? DEL DRITTO NATURALE, jaf rono fin le cofòienze de* fòdditi
, e la Reli- gione fteflà fottoipettere a’ Regnanti . Del refio
ri/petto a i lor (ùdditi quefti elsendo cornei padri fono rifguardo a i
figli , con tutta agevolezza tutti gli obblighi , gli uffizi ,e i
doveri de’Genitori inverfo i lor fi- jgli,e quegli di un padre di
famiglia in ver- lò i Tuoi domefiici, generalmente parlando,
applicar fi pofiòno alla lor perfora , come que’ de figli inverfo i lor
padri, e de dome- fìici inverfo de’ padri de famiglia, a lor . *
fudditi . jp. Per verità y’hò intefo fin ad ora con pia-
X. cere , fenza ardir d’ interrompervi ; ma pria, che palliate ad
altro, dinegatemi al* cune co fe più paratamente , e incomin-
ciando , ditemi quante forte di Reppub- bliche , e di governi divertì vi
abbiano ? i M. Perche fecondo noi abbiam detto 1* am-
miniftragione delle cofe può elfer data o ad una perfona fòla, o a più ,
o od una in- tera moltitudine , fi rinvengono tre fòrti di
Reppubbliche regolari , l’ una di cui fi nomina Monarchia , Regno , o
Principia- to , la feconda Ariftocrazia , e la terza De- mocrazia ;
le quali di leggieri cambiar fi pofiòno , e tramutare in altre e tre
vizìofè, r ed irregolari ; imperocché il governo di una Reppubblica
o fi rinvenga in man di X uno Dtejitized by
Googl fMM de; PRINdIPJ ■ uno, odi piu, o di tutti , ciò non
faccn- dofi , fecondoche noi dicemmo , fè non col confenfò medefimo
de 1 Concittadini , e per la podefià / che da quegli s*òt- i tende
; èd- imperò ingiuftamente co- * loro tutti comandando , cui gli
altri miga • non fi fòmmifèro , o egli fia quefto un f uom
folo, che regni in cotal forma , e il fuo governo ncm è più
Monarchia , ma Tirannico ,o tòno foltanto pochi nobili , e non
tutti ,' e verranno eglino a coftituire non già una Arifiocrazia , ma un
Oligar- chia ; ovvero in vece di tutto il Popolo re- gna, e governa
la plebaglia , e la feccia del ~ Popolaccio , che quanto fà e’ rifòlve a
ca- • priccio e quefta noi diciam propriamen- * tè
Olhocrazia . I ; V. Egli vi mette qualche divario nella per-
fona di un Monarca, confiderato rifletto a ’ /- un altro Monarcati Titolo
di Re , Impe- radore , o Principe ? M. No ; qualunche di
quefii titoli egli abbia è tèmpre il medefimo; non offendo egli
rifguardo ad un altro Monarca, che uguale, e nello fiato Naturale , lènza
fuperiore al- cuno ; comecché ogni prudenza voglia, che » * nè
coftringere , nè obbligar potendofi 1* al- tre Reppnbbliche , e gli altri
Principi a onorario con quel titolo , eh 9 egli brama ,
pria - DEL DRITTO NATURALE, w pria, che Io s’
imputa convenghi con effi loro sù quello . D. Volete, che fia
necefiario regalmente per un Monarca udir ilconfeglio altrui ?
M. CertifllmÒx; imperocché febben polla egli operar tutto a Ìlio
arbitrio , non poten- do colà alcuna far contraria , od oppo. fta
al fine della focietà , eh’ hà in governo; tutto al roverlcio del Tiranno
, che non riguarda , che 1* utile , e la làlvezza pro- pria non può
egli da fé conofcer tutto-Non efiendo in ifiato di operar tutto in un
ifiefi lo modo , e penfar da voi ( dicea molto faggiamente , e con
prudenza a’ fiioì Mi- niftri per quel che s’inarra un Soldano) non
tralafcate giamai dar orecchie , nè ribut- tate per qualche gelofia , o
(lima ,che pof- fiate mai aver di voi medefimi quelch’ al- tri
penfano , con averlo per goffagini , e fpropofiti, non per altro, che per
non efier fiato dinanzi da voi antiveduto, , poiché lò- vente fiate
avviene , che fi ritolga del pro- fitto , e fi rabbia del utile dall’
operazioni le più chimeriche , ed iftravaganti del Mondo ; e per
verità è aliai più lode- vol colà , e di maggior momento fàper di-
‘ ftinguere il buono , ed elèguirlo, che pri- ma penlàrloda (è medefimo ;
lòvente vol- te egli avviene, che ad un Monarca convea- X i
8» ' . ! l Digitized by Google *334 DE* PRINC.IPJ
ga far paragone delle diverte aderenze , e circoftanze de* tempi ; o
conolcer la for- > za degli abufi , e difàminar attentamente le
leggi antiche ,* ffabi lire , e far degli re- golamenti , e degli ftatuti
per li Collegi, e per Partefeci ed altre sì fatte cote,le qua- ■ li
egli è predo che imponìbile , che far 11 pollano da un telo .
V . Nell* Ariftocrazia , e nella Democrazia per prender gli
efpedienti neceflàrj alla pa- ce , ed alla tranquillità pubblica, qual
colà credete , che far fi debba ? eltendo nella prima il
governo in man de’nobili,e nella teconda in poter del Popo- lo,
egli determinar non fi può nell’ una,cofa alcuna, lènza il contente de*
nobili , e nelP altra, lènza quello di tutti ; e come nell*
Ariftocrazia v’ abbitegna un luogo , dove i nobili fòvente fi convengano
, e prendano gli efpedienti necefiarj per quella , non che un certo
tepo (labile, e fiftò in cui fi raguni il Senato ; (alvo che nelle colè
improvilè , e gravi, nelle quali èmeftieri , che fi ra- duni fuor
d’ordine ; così nella Democra- zia di necedìtà egli vi fi richiede un
luogo per li comizi, ea un tempo certo, e fidò da poterli convocare
; con aver per fer- mo , e ftabile Ila in quella , fia in quella,
quel- ' DEL DRITTO NATURALE. *if quelche
venga dalla maggior parte deter- minato ; ma vaglia il vero,quefte e tre
fòr- ti di Reppubbliche irregolari , perche di leggieri , come da
noi fi difie , pofiòn cam- biar natura , e divenir difettofe , e
mo- fìruofè, molto ben di rado fi veggono, aven- do la maggior
parte unite o tutte , e tre quelle fórme in uno , o almanco due in
guifa, che Puna vaglia per rattener l’al- tra in uffizio , ed imperò fi
dicono vuol- garmente mille ; (ebbene vi fiano per al prelènte
alcune altre (òcietà compo- ne o di molti Regni dipendenti da un ca-
po , o di molte Città confederate , che componendo un certo fiftema , dir
fi pof- fòno con gran ragione , fòcietà fiflema- ticlie ;
avvegnacche di queffi Regni, che fian retti daunlòlo, altri
lèguendo, ciò non o (tante pur ad oflervar le leggi fon- damentali
, come egli è or 1’ Ungaria , e la Boemia , e non avendo altro di
conamu- ne , che la fòla perlòna del Principe, aver . non fi
debbano al novero di tali fòcietà ; al- tri effondo in tal modo uniti ,
che quelli , che fi furono (òggiocati, non guardandoli che come
Provincie, l’uno neppur coll’ al- tro viene acoftituire (Ulema alcuno ,
come fi fu un tempo ia Macedonia , la Siria, c X, 3
l’Egit- Digitized by Google 3*6 DE’ PRTNCIPJ
) l’ Egitto lòtto Y Impero Romano , ed altri finalmente fon in tal
guifacon le fòrze uni- ti ed accoppiati per difènderli, che non
ven- gono , che fòltanto una fòl fòcietà a corti- tuire ; e quelli
di vero formano un firte- ma , e quello di cui or trattiamo . Ma la
piu parte de’Regni fi cambiano col tem- po , giufia dalla Storia s’
imprende, di for- ma , e di figura j quindi quella dell’ Impe- ro
di Germania , hà sì fattamente trava- T gliato i Scrittori tutti, del
dritto pubblico, - che quanti eglino più fono , cotanto è
• diverfo il numero dell’ oppinioni , e delle ^ (èntenze, che
intorno quefìo particolare - ^ abbiamo ( n); imperocché alcuni
rifguar- ; dando foltanto alti titoli , all* onore , e al- •
l’infegne di Monarca, che dar fi fogliono • all’ Imperadore, fi
credono quello Impero • del tutto Monarchico ( po crefciuta appoco
, appoco l’autorità de- gli Stati , e fpezialmente dal Regno d’ Ot-
tone in poi , e dalla morte di Frederico II. quella oltremodo aggrandita
, mirata non fi fofie giammai in appreffò la podeftà imperiale in
quel fplendore e in quel 4 gola- . ( q ) Jlufwlin. ad A. B. diJJ’ert. i.$. 1i.pag.y6.
Bue- cìer. notit. Imptr. lib. zz. c. 3. p. zSS.- ( r )
Limnxus ad J.C. lib. j. c. io. Arnifav. lib. x, f* 6 .
( f ) Conriag. decapitai» C». Brumem. in estam. jur. pubi. e\
i.f.f. Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE.
3 a* di cui fi tratta alle leggi , e giudicarne » >
lènza che pria ben non fi difitminano , egli r . è meftieri che
deano udienza a tutti indi- ' fintamente , e li Tentano ben volentieri
e con ogni placidezza III. ogni uomo e (fen- do in obbligo di amar
l’altro,febbene odiar e’ debbono , ed aver a male il cattivo pro-
cedere de’ delinguenti e malefattori, devo- no amar (èmpre però quelli ed
averli ca- ri ; IV. per non aggravare li poveri , e mi- seri
litiganti di (peé, e di tedio, ingegnar fi devono con ogni Audio di
(pedir predame- le tutti i Giudizj , tanto civili , quanto cri-
minali^ V. finalmente abbifogna che pr oc- cura no di confervar in tutto
la autorità pro- pria, e de’Regnanti che rapprdèntano con rederfi
agli occhi di tutti perirreprenfibili, e lènza macchia. Per tutto ciò
efièndo egli colà certa, ed indubitata, che qualunche occupazione ,
o aff’ar di fiato e* fia guidar fi polfa , e condurre afiài bene, giuda
un fi- fiema particolare , e proprio , farebbe fen- za dubbio di un
efìremo giovamento per tutto il Minifìero, fi fòrmaflè un fiftema
generale di tutte le parti del governo sù mallìme fondamentali fofienute
da una ben lunga elperienza , e da profonde me- ditazioni di tali
colè ; divifoe (iiddivilò in modo, che ciafcun minifiro vaglia da
(è ' ' " ' " folo \ Digitìzed by Google
no DE’ PRINCIPI lolo a formartene uno, che fervir gli
po- tere per una gran guida alla Tua incotti- penza , e per
condurlo ficuramente, giuda certi principi al luo oggetto principale,
come che molte parti della legislazione fian cotante dubbie, che niun può
in modo alcuno viverne ficuro, non ottante gli gran lumi , eh’ egli
n’abbia dalle teienze , come quelle, che dipendono aflài poco
dall’uma- na prudenza . D. Qual cola volete voi , che fi
fàccia da’ Regnanti per far che quelli non fi abufino delia lor
autorità ? M. Eglino devono ingegnarli di non eligger per
quello le non perlòne ben degne , e , meritevoli ; avvegnaché alcuni
Politici sì per confervar in tutto 1’ uguaglianza , e sì per
temperar in parte, ed impedire lo ttra- bocchevole impeto , e l’
impazienza , che , quali necettà riamente accompagna i gran talenti
, credono necettàrio melcolar con quelli alle volte lì meno abili ; e far
che li Magiftrati non fiano fòverchio lucro!! Ipe- ziaimente ne’
Sgoverni , che fi partecipa dell’ Oligarchia ; poiché in tal fatto
modo i poveri per una tterile ambizione punto non curerando d’
abbandonare li lor pri- vati interefli , e li ricchi averanno del
pia- • cere dominare giufta la lor paffione , e lì s. ' ter :
r Digitized by Google del DRITTO NATURALE. ,
w terranno occupate più , e più perfòne a di* *erfione dell 5
ozio ; a ogni modo nelle ma- terie gravi , e di/gran momento ,
giulta ' T oppinion d* Arinotele , non (la bene , che quegli che
confìgliano , altresì delibe- rano , potendo avvenir, che quelli di
leg- gieri regolino li lor conlègli con fini , ed affetti privati ;
Quindi in Atene il colleg- legio de 5 privati avea foltanto la confulti-
va , e al Senato , e al Popolo fi lafciava la deliberativa ;
D. Ma in che crede finalmente voi che con- XII. fidano i veri
vantaggi d’una Reppubbli- ca , o di un Stato ? *. M' Nel
commercio . D. Ch 5 intendete per quello ; Ai. Una
facoltà di permutare il fùperfluo per il necefiario che non abbiamo , e
traf- portarlo da un luogo in un altro . X>. Come
confiderate voi quello commercio. M. In interiore , ed elìeriore ,
o maritimo. D. Quale di quelli abbiate per lo più nècef-
fario ? M. V interiore , come quello che cofiituifce il ben
attuale di un R egno , - o di un Stato. D. In che egli confilìe
? M, Nell’agricoltura , nell 5 indulìria de’pro- prj terreni
, e nella diverfa utilità de tra- vagli . - • ' • A Co-
.» Digitized by Google Di DE’ PRINCIPJ
T>. Come dunque credete , che mante- ner fi poflà in fiore un
cotal commercio ? M. Con la protezzione , con la libertà , e con la
buona fède . D . Quali perfone meritano la protezzione ? M.
Egli abbifogna pria che fi proteggano gli agricoltori , e li lavoratori
della terra; in apprefiò gli Artidi , e dopo gli altri,* con
raddolcire il travaglio d* ogni uno, e far . che P induftria de*
Cittadini tutt' ora s’au- menti , cd aggrefea , non lafciando a,
pat- to alcuno impunità la pigrizia , e l’ozio , - eh’ è la
(ùrgente di tutti vizj ,* imperocché l’ immaginazione umana avendo
continuo bifogno di notritura, ogni volta che le mancano degli
oggetti ben veri , e (labili, ella formandofene di quelli, che non fono ,
che larve , e chimere, deriggerfi lafoia to- talmente dal piacere , e
dall’ utile momen- taneo ; quindi la Monarchia la più foggia, e
meglio regolata del Mondo rincontra* rebbè tutta la pena pofiìbile in
fòftenerfi , • (è parte di quelli , eh* abbitano nella Ca- ■
pitale , altro non dico , marcifiero unqua nell ? ozio ; fenza che qual
cofa è mai altro in effetto il cercar da vivere lènza trava- glio ,
e fatiga , che un furto, o latronec- cio , ‘che dir vogliamo fatto per lo
conti- nuo alla Nazione ? e confequenteraente un - ~
de- Digitlzedby Google DEL DRITTO NATURALE . 3
35 delitto che merita la Tua pena. D. Mà’impiegate ,
ch’abbia un Regnante gli uomini neceflarj alla cultura, alla guer-
ra , e all 5 arti , come voi dite, del redo che volete , eh’ e’ ne faccia
? M. Egli fi deve occupare in opere di ludo , anzi , che
lalciarlo in una vita tiepida , e neghi ttòlà. D . Non farebbe
colà megliore , e più com- mendabile mandar tutti quelli a popular
nuovi Paefi, ed a ftabilir un nuovo Domi- nio fùbordinato totalmente , e
fòttopodo a quello , che lor fornì di un sì fatto afilo , efsedo a
mio avvilo quello il più bel modo del Mondo da far conquide lènza
perdita di dati , e de* Cittadini , e lènza efporfi a molti perigli
militari , e alla gelofìa de’ vi- cini e alli folletti di una lòverchia
eden- zion di dominio , o di qualche oltraggio, od onda, che
potrebbero mai eflì ritorne ? Mai nò ; poiché lèmpre mai fi è
elperi- mentato per più vantaggiolò , e di mag- gior 'profitto per
un dato redringere per quanto vieppiù fia polfibile li Cittadini al
1 luogo della lor propria dominazione in cui realmente rinvenir fi
devono le forze di una Nazione , che inviarli fuora , ed in lontani
paefi ; ne di un cotal elpediente a* Regnanti cpnvien l’ulò, (alvo chejn
ulti- ma Digitized by Google ’fc SI»
( &4: DE’ PRINCI P J . ma necefiìtà e
bifogno , e quando di Vero il lor Popolo veggono eftremamente ag-
• grandito ; imperocché una Nazione, che lì - difpopola per gir ben
lungi a Itabilirli del- le nuove abitazioni per ricca che ella ha ,
e poflènte divien ben tolto debole , e Ipofc fata, da per tutto, ed in
illato di perdere una con quelle 1* antiche , come dalla Storia
s’imprende. D. Ma qual colà voi intendete per ludo ? M. Tutto
quello che può mai lèrvirci per un maggior commodo della vita , c
che non confitte , che in drappi lini, tele, ed al- tre colè di tal
fatta ; imperocché non è in mio intendimento perfùavervi per
lodevo- , le e commendabile l’ufo de’diamanti, delle pietre
preziolè , ed altre colè tali, che non Valendo che per aggravar una tetta
, e per tener imbarazzate , ed impedite le dita , non già per
ifparambiarci di travaglio al- cuno , o per liipplire ad altra cofa
necefc faria al noftrofoftentamento,fi doverebbero con ogni ragione
in ogni ben’regolata Rep* pubblica vietare ,♦ vero però è ch s
alcuni confondendo quello diverfo genere di lufc io con il primo ,
anno lenza diftinzione al- cuna 1* uno e T altro riprovato , ma fenza
molto gran lènno ; imperocché non ba- ciando per dilungar gli uomini da
vizj nè • ' \ . . .. la Digitized by Googl
* ni • DEL DRITTO NATURALE, w la purità delle malfìme
della noltra vene- randa Religione nè. il dovere , e Tobbliga- .
gione propria lènza le leggi ;e tutti lènza riferva d 1 alcuno veggendofi
portati dalle \ paflloni , e dagli affetti , il faggio legisla- ,
tore non può, nè conviene,' eh* altro fàccia, che maneggiar cotafi
paflìoni , ed affètti , . -che fon la caula della cattiva condotta
de’ fìioi , in modo , che ridondano a utile j e vantaggio della
fòcietà , che compongono; così per ragion d’efèmplo vedendo egli,
> che Tambizione renda l’uom militare d’af ' fai valorofo , e
prode ; la cupidigia in- * duca il negoziante al travaglio, e tutti
Cit- e tadini generalmente vi fi portino per lo luffe e per
la fperanza di un maggior/.com- - modo , che altro vài egli a fare , che
met- ter ogni ffudio , e ogni cura in trovar mo- - do, come quelli
affetti giovar mai potreb- bero alla focietà di cui egli è capo ? L 5
au- torità grande , e la rigidezza de 5 Lacede- moni non fu di
maggior conquito la cag- gione , di quelle che agli Ateniefì recaro-
-, no le. delizie , e i maggior commodi della vita , nè il governo
degli uni fù-per quello * ' molto differente modo di vivere un
punto : megli ore di quello degli altri ; o quegli *
ebbero degli uomini illufìri , ed eccellenti - v «ffai più di quelli ;
imperocché al novero * • ' di ’ %• 1
Digitized by Google DE » P R J N CI P J di
coloro di cui favella Plutarco eglino non vi fi veggono, che quattro
Lacedemo- ni^ fette Ateniefi, lènza un minimo motto di Socrate , e
di Platone peravventura la- nciati in obblio ; e lo ftedf giudizio
far conviene delle leggi contrarie ^di Licurgo, non effondo elleno^
miga degne di maggior attenzione di quella, che lo fono 1* altre
lue leggi, con cui cercò egli d’ opprimere , e tor vìa totalmente da’
Tuoi il rofibre ; im- perocché come potea darfi mai a fpe- rare ,
che la dia comunità, che non affetta- va ricompenfà alcuna eterna,
confervato avefle lo fpirito d’ ambizione di far delle conquide,
efpoda a un' infinita di fatiche , adenti , e perigli fenza aver picciola
fpe- ranza da poter accrefoere i fùoi averi, o di- minuire , e
foemar in parte il fuo trava- glio , dove fi mirò la gloria fenza tali
van- taggi ,chevalfe per dimoio della moltitu- dine ? fenzacche
egli è certo, e fuor di dub- bio che quello, che fembrò ludo a
nodri avi , non lo fia per al prefènte , e quelche or lo è per noi
, non lo farà forfè per que- gli , che ci fègui ranno ; e che l'
ignoranza de* maggiori commodi lo refe a molti Po- poli per nojofo
, e (piacevole ; quindi le oodre leggi fontuarie foemarono di nume-
ro , e predo che andarono in difùfo , fècon* do
Digitized by Googl • , DEL DRITTO NATURALE.
337 do la noftra Politica fi andò da dì in dì viep- più
perfezzìonando,anzi molte non ebbe- ro neppur una fiata 1* elocuzione ;
impe- rocché al dinanzi che fi foffe una fòggia tralafciata
udendone un’ altra di maggior lufiò della prima , e facendo , che
quella di Ieggier fi obliafle, elleno non aveanoin che Ìuflìftere ;
e come fi può da chi fia di Ieggier oflervare, non altro che il iùfiò
ha quali che dalle Città tolto 1* ubriachez- za , e portatala nelle
campagne . D. Perche volete voi , che gli agricoltori, fiano
li primi da proteggerti ? àd. L* agricoltura , e 1* induftria de’
terreni effendo le baie fondamentale di quello commercio, lafciar
non fi può in un Reame, lènza una dilmilùrata perdenza ; imperoc-
ché non valendo il terreno da le a produr- re colà alcuna lenza una buona
, e perfet- ta coltura, nella fcarfezza , e penuria di quello, eh*
è d’ una neceflità afioluta per la vita dell’ uomo , qual appunto è
quella . delle biade, prò veder non fi può , nè reme- diare ad
accidente , o inconvenienza veru- na , con quella medefima facilità , e
agge- Volezza eh* s* incontra , trattandoli dell* altre colè ;
quindi egli fi hà per una maf- fima fòmmamente vera, ed
incontrafiabile, - che le forze d’ un Regno allor fiano lùpe- r Y
rio- Digiti by Google a;* .D E*
rRINCIPJ riori'. 9 e maggiori a quelle d’ un’ altro quando maggior
quantità egli abbia di quel che è d’ una neceffità realmente afiò-
luta per la vita ,e per lo lòftentamento de Cittadini ; effendo colà ,
feoza fallo d’af- v fai lungi dal vero il credere * c he i paefi
ricchi in Miniere fiano li piu graffi 9 e ab- • bondevoli del Mondo ,
tutto dì facendoci . la fperienza conolcere , che in quelle li ri-
chiegganoun numero aliai gradedi perlò- ne , che occupato, in altro
farebbero al pa- drone di maggior vantaggio , e utile, V. Ma
come vorrefle che s* incoraggifchino mai quelli camperecci , o forefi
applicati ...alla coltura» ù Per veriità non vorrei già che
lori! pro- - ponellèro perciò al dinanzi quanti Confu- si * e
Senatori , e Dittatori Romani , quan- ti Re fi tratterò dall’ aratro , e
dalla van- ca , o lor fi mottrafle quanto quello me- dierò fi fù
feriale a tutti e comunale Quand' era ciba il latte Del pargoletto
Mondo , e culla il bofeoi imperocché con la filza di quelle , e
altre sì fatte ciancie di cui compongonfi da Ret- torici le lor
itlampite, non fi verrebbe di vero altro a fare , che cantar a porri ; ed
il più delle fiate lor diverrebbomo ilpiace- voli , e nojoli ; ma
il miglior modo , che lì può DEL DRITTO MATUR ALE. 3
39 in quefto da uom tenetegli nonè-amio credere, che prometterli ,
e ridurli in ifpe- ranza*d una buona raccolta 9 e foccorregli, ed
aiutarli quando abbi fogna. V, Venendo al fecondo mezzo, eh
'abbiamo per i (labi 1 ir quefto commercio interiore, ch’è la
libertà, (piegatemi quefta in che confitta. M. Quefta , che è aftai
più neceftària della medefima protezione , potendo la fola for- za
del commercio efler in luogo di quella, non confitte che in una certa
facoltà data a’ Cittadini da poter cambiare e permutar il foperfluo
per quel che lor abbi fogna ? e * trafportarlo da un luogo in un altro ,*
onde ella per verità accoppiar fi deve sempre mai congiungere con
la facilità , ed agevo- lezza degli tralporti , e de 5 viaggi ,
dipen- denti del tutto dalle vie, dalli canali, e dalle riviere ;
comecché con quefto vocabolo di libertà , che malamente prefo hà mille ,
e mille fconcerEi recato nella Religione , e • nello Stato, non
intendo, che operar fi debba a capriccio * e contro il comun
vantaggio della focietà ,• ed imperniò re- ftringer fi devefoltanto a
quel che riguar- da il trafporto di quello, che avanza non men al
padrone, che al luogo , da cui que- fto vien fatto. D» Senza
dir nnl la della fedeltà , richieda Y 2 .io Digitized
by Google *340 I> E* PRINCIPJ ' • in quefto commercio,
avendone a fiufficien- za favellato al dinanzi, palliate al commer-
cio efteriore , o maritimo . M. Inquerto oltre quelle colè, che fi
ri- chiedono per lo ftabilimento del commer- ciointeriore ad avvilo
d’unlnglefè, fègui- to dal Signor Mellon, da cui imprefi quan- to
or vi dico intorno quello particolare egli è neceflàrio; I. L’aumento, o
ag- grandimento del novero degli abitanti y II. La moltiplicazione
de’ fondi del Com- mercio. III. Il render queflo commercio agevole
, e neceflario , IV. L’ ingegnarli che fia dell’ interefTè delle Nazioni
nego- ziar con noi ; Nel terzo egli reflringe non meno il tra
(porto de’ debiti, e de’ dritti de’ Mercadanti , che le fpefè
necefiàrie ' * perii Doganieri , e i buoni regolamenti intorno a’
cambj , e Tafficuranze marid- me,che porte in ufo dagli Olandefi , 1 * an
- no oggi gl’ Inglefì diftefe fin alle per/òne flefie , che vanno
con le merci; e nel quar- to e’ comprende tutti i tratatti di
commer- cio con le Nazioni. ZhPofto per vero,che l’aumento
degli abitan- ti fia cotanto neceflario e utile quanto voi dite per
un Stato , e per una Reppubblica, colà credete che far fi debba per
querto? JM, I. Egli è necertàrio , che fi proteggano i
ma- Digitized by Googfc DEL DRITTO NATURALE. 34
1 maritaggi con privi leggi , e foflìdj con cef- fi a genitori
di una numerofa prole, e con là diligenza ufàta irr ben educare , ed
allevar gli orfanelli, ed i putti efjxjfii alla vétura IL Convien
(palleggiar i poveri iti guifà, che non fi confumino nell’ozio, e nelle
miferie, e fìan perciò coftretti d’ abbandonar il lor \ Paefe .
III. Egli fi deve con tutta aggevo- lezza ammetter i Ara ni eri IV. Abbi
fogna che s’ abbia ogni cura de’Camporecci , e di quelli che firn
muojono nelle Campa- gne per le foverchie mitene . V. Egli ò
medieri proccurar di aggrandire quanto fia poffibile f indufìria, e
perfezzionar far- ti , e i meftieri , poiché con ciò venendofi a
tenervi minor quantità di perfòne occupa* . te , il di più fi guadagna .
VL fi doverebbe altresì trattare di non tenervi in quefio più di
quelli che vi fi richiegono ; comecché non fiuebbe (bordi propofit© con
una leg- ge torre la facoltà a oiafcuno di difporre ideila foa
libertà al dinanzi , che non abbia quella da poter difporre de’ (boi
beni. V. In molte oceafioni dunque fia per fàper quelli che
per travagliar fian buoni , fia ; per lo fiabiiimento., o leva di nuove
impo- ne , fia per conoteere li differenti progref- fi della
moltiplicazione degli uomini , fia per altra co fa sì fatta fon
neceflàrie in un “ Y * Re- Digitized by Google
Ì4* P R1NC I P J Regno le numerazioni degli abitanti.
*M. Certifiìmo anzi alcuni ti fon ingegnati fino di calcolare
quanto un agricoltore , o un artifla fi£ d’ utile allo flato,- vaglia
il w vero la colà ha molto del malagevole, e . del difficile,* a
ogni modo non vi difgrade- ■: rà un modo in ciò ufàto dal Cavalier
Pet- i ; t.ti t , cheto ci propone M. Mellon ,•
come- x che fèftfpr&'fia mólto più fpecolativo , che o pratico
^imperocché fòppoflo, ch’egli ha - per vero ; f. Che nella Scozia ,
è nell* In- i» gh interra .non v’ abbiano che fèi milioni c à?
ahbitariti . If. Ch’ogni uno di quefti fpenda 7; lfre fterline ,
che nel corfo d’un fi anno 1 vengono a far 4*. milioni di Ipe/è ; e
xlfl, Che l’ entrate de’- territori non fia al- ” tro che otto tflilioni
, e quelle delle Carri- multiplicando li 34.
DEL DRITTO NATURALE. 343 ' milioni d-* utile per li 20. in
cui fi ri» • ftringe tùtta la vita dell’ uomo ; e veden-
do:che con ciòd venga a far la fommadi 480. milioni , la quale divifà per
li lèi mi- lioni d* abitanti , per quotienfte fi rinveti- -
ca che abbia 80. lire (ieri ine, egli vuole -- eflèr appunto quella la
valuta di ciafeun di quegli 2 } - $). Ma rifguardo al
trafporto delle merci . maritime , porto che quelle fiano 1* avanzo
-di quel che abbi fogna iti un Stato, volete che permetter fì debba
indiftintamente , r e lènza dirtinzione ? M. Per altro giufta
la libertà generale del ‘ \ Commercio permetter fidoverebbe qua-
lunche reciproco tralporto ; imperocché * in una cotal guilà
quelche in una merce li perderebbe da una Nazione, fi guadagna-
rcele nell’altra,* ma uòpo làrebbe ch’in ciò f concorrere, e girte
dj concerto tutta l’Euro, pa ; colà che per li grandi , e lèmmi
pre- giudizi di cui ella abbonda è preflo che im- ponìbile , non
che malagevole ; quindi li ' ^vede , che molte Nazioni per
particolari - interelfì v’abbian una infinità di termini , e
di rellrizioni intramelfe. V. Ma non làrebbe egli un un maggior
van- taggio j e utile per noi , che gl’altri venif- fero da noi
anzi , che noi ne gifiìmo ad ef- - - ? 4 1 . Ditèoveritimi il
voftro fèntimento intor- Xlir. no la guerra ?* 2kf. Così noi domandiamo
quello Stato di una Reppubblica mediante cui , ella ob- bliga un’
altra a lòmminilìrarle quanto 'brama . -• ‘ v - ' • ■• *'> • '' 1
■ V. R* ella per dritto Naturale permeila ? M* Senza
fai lo -imperocché le Reppubbliche, conforme noi dicemmo efiendo alla
guilà di tante perlòne nello fiato della Natura ; v e dovendo ogni
uomo a tutto poter icàn- zàr che che di male gli può mai per colpa
altrui intraveni re, con adoperare in ciò tut- ti mezzi poffibih del
Mondo , egli è di ragióne, che l’una badi al rifàreimento del danno
, ricevuto dall* altra , e tratti con mezzi conyenieriti r ed anche con
la • forza , dove tutto manca , ripararvi . ;■ D. Che colà è pace ?
M '• Egli DEL DRITTO NATURALE. 34? M. Egli è quello
flato di uno Reppubblica i ' eh’ è ben ficuro, e libero dalla violenza
, ' e dalla forza de* ftranieri . » . D. A noftro
avvilo dunque nello flato Natu- rale , in cui fi conliderano le
Reppubbli* . che, eflendo peravventura permeilo d’ufar la
forza , o violenza contro la forza , o violenza , fòltanto dove non vi
fiano de- • gli altri rimedj , la guerra reputar non fi deve
, che come uno eflremo remedio , a cui non bifogna venir giammai, fé non
in *;• calò dilperato , e dopo aver tentato tutti ♦ gli
altri i II perchè ebbe tutta la ragione Livio di aderire che : jujìum
bellum , qui- * bui necejjarium , # pia arma , quibui nul -
■; la , nijiin armi 1 relwquitur fpei . M. Per verità da
Iperienza maeftra di tutte le colè, da tutto di adimprendere, comec-
1 chè lènza alcun profitto de’ Regnanti , che fia lèmpre vieppiù il danno
* ed il dilèapi* toy che recanò le guerre , che l’utile: t * Quindi
quelli metter dovendo, tutto lo - Audio , e la cura in promuovere
in qua- hmque modo la falvezza , e il bene della -
Reppubblica, egli conviene, che in un fido, calò fi portino a
guerreggiare ; cioè, quando lùpera di Iunghifllmo fpazio, e .
lènza comparagione eccede la fperanza * . del guadagno il timor del danno
, per va- ler-; 1 Digitized by Google '34* ;
DE* PRINCIP j lermi del detto di Àugufto ^ e dopo ado- perati tutti
gli altri mezzi pofiibili ; come a dire dopo , che perii Legati fi è di
già - ammonita la parte contraria ± e nemica a lafciar 1*
offefà , ed a rifar il danno , parte con la dolcezza , e parte con
l’afprezza; ovvero dopo averle recato qualche danno uguale al di
già (offerto , ed ufàto delle fcorrerie , o finalmente dopo
proccurato » terminar le controverfie mediante gli ar- bitri
,' o altra colà di tal fatto ; il perchè da quefto fi comprende quelche
ad uom mai vien permeffo di far nella guerra, rioè^ tutto quello
lènza cui il nemico coftringer non fi varrebbe, e obbligare in modo
al- cuno a quelche fi vuole , nè polliamo un- que per l’avvenire
viver ficuri, ch’egli le ne rattenga ; poicchè nello fiato Natu-
rale , come a voi è ben noto fèrvir ci pol- liamo di tutti li mezzi , che
fi poflono mai avere per riparar al male , che è per av- venirci ,
e frenar colui , che n’è l’ autore, fìcchè non damo certi , che non ci
dan- neggi in avvenire ; e perchè le guerre , q fon offenfive, o
difenfive ; diciam noi guer- re offertfive , quelle che fi fanno per
ripa- rar il danno , che fi può mai avere ; e di- ; fenfive ,
al rincontro nomeniam quelle , - che mai fi fanno per eflèr rifatti
di quel . - - * dan-* DEL DRITTO NATURALE. 349 '
danno , che fi è di già avuto , o per Schi- far quello , che altri tratta
d* apportarci; non meno nell* une , che nell’ altre > do- ve fi
vengono a terminare , fi deve total- mente alla parte offèlà rifarete
tutto il danno , eh’ ella ha /offerto , e darle mal- ievaria , e
ficurtà di non danneggiarla mai più inappreffò, con fòmminiftrarle
pari- mente tutte le fpelè , che nella guerra ella ha fatto, pur
che egli fia colà ageyole a noi e non imponìbile a farlo ; del refto ,
eh* ogni Regnante nello fiato della Natura fia tenuto dar fòccorfò
, ed ajuto all’ altro invaiò ingiuftamente, ed affali to , e che
non fi rinviene in fiato di poter difenderli , egli non lèmbrerà affatto
Arano a chi che è ben perfuafo dell’ obbligagione , e del do- ver
degli uomini di lòccorrerfi a vicenda. D. Quanti , e quali fono li modi
propri per XIV. acquiftar un Impero ? M. Due: l’elezzione, e
la lùcceffìone, giu- da dalli medefimi nofiri principi fi deduce ;
non potendofi da niuno aver in altro modo il governo nelle mani , le non
mediante il confenlò ffeffo di coloro, che governa, e ciò che
quelli anno una volta flabilito ; comecché per verità fi poffà altresì
ottene- re con Tarmi, e per conquida ; ma di quello ultimo modo non
abbiamo colà di ri** ■ffo D E’ P R I N C I P J
' rimarco da dinotare per aJ prefente; fé non che cotali
Regni dipendano del tutto dal capriccio, e dalla volontà di colui,
che . li conquida * - - ■' •. . D. Che intendete per
elezzione ? M \ Un certo particolare , e lòlendo atto ,
mediante il quale, o tutto il Popolo, o foltanto una parte , cui quello
concede il dritto , e la podeftà di eleggere, conferì* fce il
governo di una Reppubblica a chi più gli piace , D. Quando 1*
Impero è fùcceffivo ? M.‘ Ogni volta che li conferì
perawentura a una famiglia , con patto , e condizione, che fi
elegga fèmpre mai qualch’unodi quella per lo fuo governo ; il perchè
egli può in quello cafo avvenire, che lì fii di già {labbilito, e
determinato altresì chi fi deb* - ba di quella all* altro anteporre ;
cioè per efèmplo , cheli primogeniti fiano preferi- ti fèmpre mai V
fecondi , e quelli alle fu- mine , o che in altro modo venghi la
fùc- ccflìon determinata; ovvero eh’ e* concedo fi fu con facoltà
di difporne a lùa voglia in ' teflamer.to , e fuora ; comecché vi fìa
ri- fguardo a quello nella Germania altresì r ufo de’ patti
fòccefiorj tra alcune fami- glie de’ Principi, e Signori; come adi-
f- ilefò oflèrvar polliate da voi , dove vi piac- i .
. Digitized by Google DEL DRITTO NATURALE. *jT
piaccia negli Scrittori del gius pubblico y , (x) (ebbene per
quelche,(èmbra non (è ne rinvenca etemplo dinanzi all* Imperador
Ridolfo. Egli è il vero, che non meno quelli , che entrano nel Regno per
fuccef- (ìone , che quegli che 1* ottengono me- diante l 9
elezzione cofiumano di ferii coro- nare ; ma ciò non effondo in fatti ,
che una congerie di più atti (blenni - per v cui non già fi
accrefce , in qualche modo , o fi aumenta la. podeftà de 9 Regnanti , ma
fi viene foltanto a rifiabilire , e confermar - quella , che
di già anno , ed a render la lor perfona nota a tutti , e palefo
co- me quello , che non è fondato , che in un 9 ufanza , non merita
la noftra atten- zione . • V D. Finalmente avendo i Regnanti
una (bmrna XV. obbligagione di riempiere gli animi de* loro fodditi
delle vere mafiime di Religio- ne ; il governo del loro Stato
rifguar- - do a queflo particolare credete voi che in effetto
appartenga ad efii ? .Af. L’ obbligagione de 9 Regnanti
rifpettoa ciò non è altro , che trattar d 9 introdurre, , e
proteggere a tutto potere nel lor Stato -n laverà Religione, con dar a
coloro , cui lpet- ) Joatt. Ernifi , /. P. /. 3.
I DE’ P1UKCIPJ ’ Ipetta largo campo da poterla
efercitarej e delle Tue fonte ma/iime riempierne gli animi de* lor
fodditi ; appunto come per far che quelli foddisfino al dover , che
la natura lo rimpone di confervar la lor folute, e trattar, dove
avviene , che peravventura incorrono in qualche malore di
riffabilirfi, non fon miga tenuti farla da’medicanti, ma far
foltanto che nel lor Regno vi fieno de- gli ben efperti , e pratici in
quello meftie- re , o quandoabbifogniano non manchino; imperocché
lo Ipii ito della Religione , e la politica temporale d*un Stato eiìendo
infra se cofe molto diverte , e differenti ; trat- tando il primo
di ftabilire , e mantener tra gli uomini un ordine perfetto , e una
pa- ce folida , e ben ferma, ch’e’fia effètto d’ una unione de’cuori
, e di un vero amo- re dell* unico , e foverano bene eh’ e’ Dio,
mediante un gran difprezzo, e diftacca- mento dall* amore de’ beni
temporali , di cui non nè permette , che un ufo d’ affai fòbrio , e
parco , e il fecondo non ri /guar- dando altro , che 1* efleriore degli
uomini a fin di mantener la pace , e la tranquilli- tà pubblica ;
ed imperò fòddisfar non po- tendofi da una fleflà pedona ,
inùnffeffò tempo agli ebbi jghi,o doveri, o uffizi d’un .Principe
Spirituale, e temporale, egli eoo* vie- «
** ’• ; Digitized by Gpogle DEL DRITTO
NATURALE, ar? viene di neceflìtà,che fi dividino a due dif- ferenti
perfone , e fi cofiituifohìno , e for- mino due diverfo potenze ,•
comecché que- lle amenrìue tenute effondo totalmente, come abbiam
detto, di congiungere, ed unir gli uomini nel culto di Dio , e
nelP'offor- vanza di tutti gli obblighi , e doveri, che infogna lor
la Religione , e riguardando perciò quaficchè un medefinio fine ,
non poflòn effor tra se giammai di vifo , e l’una contraria in modo
alcuno all’altra, (al- vo che per la difunione, e difoordia di
colo- ro , che T eforcitano , e bramano dar all* una un* eftenfione
su dell* altra , che in guifà alcuna non può competerle ; Quin- di
conforme quegli , che fon proporti al Minifiero Spirituale, fon in
obbligo d’ ifpi- rar a tutti gli uomini , ed infognar loro il dover
dell’ ubbedienza alle Potenze tem- porali, e Pofforvanza delle leggi ', e
de-' gli ordini de* lor Regnanti ; così altresì coloro, cui Dio ha
fidato , e commeflo *il governo temporale d’ un fiato, fon tenuti
d’ ordinar a tutti lor fodditi l’ ubbedienza - alle Potenze Spirituali ,
e coftringergli agli obblighi , e doveri, che porta foco una tal
ubbedienza in tutto quelch’e può mai dipendere dall’ufo della propria Po-
tenza j ciò che comprende il dritto di prò- , teggere , difendere , e far
mettere efocu- Z z io- 3f 4 D E’ P R I N C I P J
. zione alle leggi della Chiefa ; punir» e gafiigar chi che opera in
contrario, e cerca iturbar T ordine efieriore , con far altresì
delle leggi per quello effetto , quando mai v* abbifògnano. V
, Vivon tutti ben perfùafi , e certi di que- lla verità ? M.
Venendoci ella altresì nel Vangelo fpre£ famer.te infegnata » non fi
legge giamai da’ Cattolici meffa in queflione ; a ogni modo li
Scrittori del dritto pubblico infet- ti il più , .ed ammorbati di Refia ,
e ripie- ni di falle mafiìme, oppofle , e contrarie non meno alla
rtoftra Santa Religione, che alla buona ragione » trattano comunal-
mente a tutto potere di pervaderci il con- trario . , • • - i
D. Ma su quali pruove , e ragioni fonda- no il lor difcorfò ?
M Secondo dicono . I. Con farli altrimen- te egli fi viene a
fòftener una di’vifione , ed unfcifhla continuo nello Stato, e nel
Re- gno, effendo molto malagevole, e dif- ficile, che due Potenze
diverte , operino concordemente in tutto , e 1* una non s’in-
gelofifca punto dell’ altra , e venga a diffi- denza . II, Nello fiato
Naturale tutto ciò effondo fiato proprio de’ padri di famiglia,
inftituite che furono le lòcietà civili, pafsò a* capi di quelle , cioè a
9 Regnanti . Ili, Digitized by Google DEL DRITTO
NATURALE. 3 rr Eflèndo il principal dover di quelli proc- curar in
tutto di mantenere la pubblica quiete della Igcietà , e niuna colà
valendo cotanto qùefta a dilminuire, quanto le con- troverfie , eh*
avvengono intorno la Reli- gione, egli fi deve per quefto tutto ciò,
che rilguarda quefio punto , confìderar altresì come proprio di
elfi loro ,• 'Ma di quelli , e d* altri sì fatti folleggiamenti, non fi
de- ve da chi che penfa far conto alcuno ; im- perocché per
rifpondervi con confonanza ; I. Dove a ognuna di quelle potenza gli
lì dà quell’ eftenzione , che gli conviene per natura, e viene in
quel modo, che noi detto abbiamo efèrcitata , non v* ha niun feifma
da temerli in un Stato , o Regno. II. Sebben egli fia vero, che ne*
primi tempi 1* elercizj della Religione, non fi fa- ceano,che da*
capi di famiglia, perché que- ‘ fio fàcevafi per una pura necelfità
, non ’ efièndovi allor altro da cui efèrcitar fi po- tefiero, non
ne polfiam noi, che fiam in uu altro fiato inferirne niuna colà di buono
, ■ in guilà , che quantunque e’ Aggiungano di vantaggio , che da
quelli pafiàti fòdero nell’ infiituzione delle locietà civili a*
Re- gnanti , ciò come colà , che non è da altro foftenuta , che da
conghietture , non deve 1 far in noi niuna impresone; imperocché
dalla lezzione della ftoria egli s’ imprende Z 2 '- al
Digitized by Google 3*6' D E*/P R I N C 1 P J al
contrario, che tutte le Nazioni del Mon- do , e tutti i Popoli della
Terra (alvo alcuni pochi che non fi vaifero della Reli- gione , che
per frenar la plebe , e per te- ziar la lor ambizione , ebbero due
poten- ze diverte , T una per lo buon regolamen- to di quelle cote,
chea quefta appartenea- no , e l’altra per lo buon governo di quel-
le , che riguardavano teltanto 1* ellerior della lor tecietà . E III.
Finalmente avve- gnaché i diflui bi , e le rivolte molte in alcun
Regno tetto pretefio di Religione fiano fiate le più perniciofe del Mondo
; a ogni modo , come la fipria lo c* integna , la caute , e il
motivo principale di quelle, non fu , che l’ambizione , e le pafiìoni de’
Cittadini ; Chi averebbe mai teguito nel- la Germania ( per parlar de’
tempi a noi più profiìmi) 1’ anfanie di Lutero , e la fila
malvaggia dottrina , te pur ella è merite- vole di un cotal nome , te
buona parte del- ’la plebaglia dal guadagno , e dal buttino , ed
alcuni Principi dall’odio eh’ e* portava- no alla cafa d’ Auftria, non vi
fofier tratti , ovvero dalla libertà di coteienza , e dalla
lafcivia rifpinti ? Ma egli mi tembra aver di già trateorte te non tutto,
almanco il più importante di quel, che ci propofòmo da trattare ,
il perchè non eflendo più ora da favellarne , riterbaremo il tettante ad
un* altra più agiata opportunità , Digitized by Googli
EMINENTISSIMO SIGNORE. ' . • • - f G T ?^^TV M
TP a ? re in ^ tede. nfìima Citta, fupplicando efpone a Voftra
Emi- nenza, come dentiera lampare un libro eh’ ha n* r ti- tolo :
De principj J e l Dritto ^aiutale di Giano.’u- leppe Origlia, Pau lino j
e perciò fupplica cornar terne la nvdione , e 1 ’ averà a grazia, ut Deus
&c Reverendiis Dominiti D.Januarius Verelius e ri' C.thfaUs
Vicari», C.ra,T“lcfrt refirT{ COea ,t EX ‘ ,m ‘" a ‘ ar Siedali,
rcvidear, £ 7 ... Dat x l ; m , Nea P* ha ^' die io. Decembris
174*. J DepZ. NlCO aUS 7 ° rntts E W C - ^chadiopof: Canon.
EMINENTISSIME PRINCEPS. 0 P xr ’ qU ? d inCcrlb ^ur , Trinchi
del Dritta di quod^fideì^ ’ at f ente ..! e §i > nihijque in eo
expen- q od ndei , vel moribus adverletur Ano a typis volgari polTe
cenfeo . a£IVerIetUr • de re £ J^tum Neap. hac die 18. Decembris 1745. fe c£iZ" m *-*-**■
*&££. Julius ^-Neapoh ^.Decembris 174^. Deput. 1 °
*** TornttS fy’fc- drchadiopol. Canon.
S.R.M. Digitized by Google Sa Ra Ma G
iovanni di Simone Stampatore fupplicando u* milmente efpone a V. M» ,
come defidera (lam- pare un libro intitolato: De * Principi ilei Dritto
Na- turate, Trattenimenti JV. di Giangiufeppe Origlia, Panlino;
Ricorre per tanto da V.M. e la (applica de- gnarli concedergliene la
licenza , e Pavera a grazia, ut Deus &c. Vtriufque Jurìs
DoBnr Jofephus Cyrillo in hac Re- gia Sttùlorum Vniverfìta/e rrofejjor
revide at 9 é*. jn fcriptis referat . Neap.
die 19. menfis Augufli 174^, C. GALIANUS ARCHIEP. THESSAL.
IlLU- Digitized by GooqIc . ** *
• ILLUSTRISSIMO SIGNORE . \ N EI libro di
D Giangiufeppe Origlia De ’ prìncipi del Dritto Naturale ; non è cofa,
che offenda i diritti del Rs,o’l buono e cìvil coftume : anzi
riluce in efTo la pietà non meno , che 1* ingegno del dotto Autore
; onde ftimo , che fi polla pubblicar colle Itampe , fe altrimenti non
iftima V. S. 111 . e Rever* e le bacio col debito ofl’equio le mani
. 'Di Cafa li 20. Novembre 174$. Degnifis. ed
Obbhgatifs. Servidore . Giufeppe Pafquale Cirillo . Dìe I.
mettjìs Decembri s I 74 f. Neapoli . * Vifo regali refcripto fub
die ?o. proximi elapfi menfìt Novemhris 9 ac approbatione fatta
ordine S.R^M.de commijjìone Reverendi Re gii Cappellani Afa - joris
a magnìfico V.J. D. D.JoJepho Pafcbali Cyrillo. Pepali! Camera
Santta Clara providet , decerni t , ntque mandat , qund imprimatur cum
infertafor - ma prafentis fupplicis libelli , ópou , V. not.
pag. 72. not. N. e per via , pag. i?i. e’ per, - -
ETXEIPIATÒR, * 4 p. ETXEIPIAION Non che imaginano , pag. 150.
non è che , ìfcorger , pag. 161. ricorrer, e. netto ,
pag. 162. inetto , li pefi , pag. 1 66. li pefci , e
doloro ibid. elfo loro , azzioni, pag. 168. azioni,'
metter liin pag. 171. metterli in ; da Giureconfulti , pag .
172. de , dal * pag. 175. del , cónvengha , pag. 199.
convenga, didelfo , pag. 203. diftefo , delle morali,
pao. 20 6. della buona morale, fia , pag. 210. fia , obbligo , pag.
2 12. obbligo , dimenticàffero , pag. 2 1 5. dimenticaflsro . ‘ fi
, pag. 22 7. fi , quel che noi diciamo ma fol quando , pag. 228.
nói tex: ur ° a, ™ n ° > - « *• Deo
Digitized by ** . % Dio obìgat , ilici, oblìgAt
, quid erìt de , pag. 229. exit de, Confifterla , pag.
2$t. confifter la prima , t ed un altro , pag. 232. ad un ,
piantai, pdg.233, giammai. fi (labili , pag. 2 >4. fi
flabill . di altri , pag. 236. da, imparaccio , ibid.
imbarazzo , foprabondanti , pag. 241. foprabbondanti ,
oltre modo , pag. 24$. altro modo , flato d’ occafione , pag.
247. è flato , paragonandole quelle , pag. 250. a quelle ,
venga , pag. 26$. venga . in una in una focietà , pag. 26 9.
in una focietà « Lattanzio che fi , pag. 272. Lattanzio fi ,
ammonifcha , pag. 28 1. ammonifea . in nulla ad offender ,
pag. 282. nulla offendere . Qualiier mulìer mulier liiber ,
pag.2%2, mulier liberi dos dicit » pag. 284. di ci tur ,
leggi contrarie , pag 334. fontuarie , per veruta , pag. 338.
verità. Tempre mai congiungere , pag. 339, e congiungere „
avende , pag. 345. avendo, • 5 dilcoprj , ùag. 34 6. difeopri
, Non abbiam notato qui , che gli errori li pit\ ef-
lenziall e Cll m aooìrkr rim *% a — * . J _ _1 * 1. • come
doppi punti &c. non polli dove lì doveano , lì fpera che
ilmrttfe leggitore non averi difficultà di plrdo- AVVISO
. y ' DELLO STAMPATORE al lettore. •
. • * * • ! * 1 * Autore oltre molte altre varie , e
diver- j fé opere , eh’ ha intendimento di dar al pubblico di
vario, e diverte genere di let- teratura , e tra l’ altre una, eh’ ha per
titolo : Jurii Canonici , ac civili s praleBiones criticai in
duóbtti Voluminibus congejìa ; incorni nce- rà ora l’edizione d’ un altra
intitolata : V ar~ ti , e mejlieri deferitti , con ogni efattezM
tofpbile , e ridotti a lor veri , e proprj principi . In Tomi 6. in 8.
Opera utiliflìma per coloVo , che bramano coltivare la teien- za
dell’ arti , ed averne di tutte una qualche cognizione.il collo diciateun
Tomo, che con- terrà de’ Rami , per 1* afiociati farà di carlini 7
. e per gl’ altri di . i Digitized by
Googlt * » Digitized by Google Giovanni
Giuseppe Origilia Paolino. A. Paolino. Keywords:
implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paolino” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Grice e Papi: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale nella scuola di Milano – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Trieste). Filosofo italiano.
Grice: “Papi’s ‘parola incantata’ is ambiguous, as ‘charmed word’ is, “Apriti
Sesamo” is Two words, and they charm, they are not charmed! “Abracadabra”
may be different!” -- essential Italian philosopher. Studia a Milano e Stresa. Insegna a Pavia. Politicamente
attivo nella corrente lombardiana del partito socialista italianoI, segue un
percorso che lo ve varcare le porte del Parlamento ed assumere la
vice-direzione e poi la direzione dell'Avanti! Sospettando un aumento del
tenore affaristico nella politica così come lui stesso dichiara in
un'intervista abbandona bruscamente la filosofia e si dedica alla filosofia. Fonda
“Oltrecorrente”. Saggi: “Filosofie e società. Marx risponde a Veca, prende le
distanze da Engels e rende omaggio a Papi. E’ questa un delitto clamoroso
che tenne le cronache dell’epoca deste anche per lo spessore di chi lo compì:
Francesco Starace assassino evasore e falsario. Cugino del gerarca fascista
Achille Starace. l’ing. Giovanni Castelli, di Busto Arsizio, industriale in
maglieria, vedovo e padre di un bambino, si recò a Milano. Ma la notte non
rincasò. Il giorno successivo giunge ai familiari un telegramma nel quale il
Castelli li informava che andava a Bologna per affari. Il telegramma era
firmato Giovanni, mentre per solito il Castelli si sottoscriveva Gianni. Questo
particolare e la mancanza di altre notizie indussero il padre del Castelli a
recarsi a Milano per rivolgersi alla polizia. Venne accertato che il telegramma
era falso. Del Castelli nessuna traccia. Il 9 febbraio Maria Mazzocchi, (1),
venne mandata dal suo convivente Francesco Starace (2) a ritirate un ombrello
che aveva dimenticato al Miralago, la Venezia dei Milanesi, in via Ronchi 24.
Il custode la fece entrare, considerato che l’inverno il Miralago era chiuso al
pubblico. La Mazzocchi recatasi nel locale indicatole dallo Starace trovò il
corpo di un uomo morto riverso sul pavimento: era il Castelli. Aperta
l’inchiesta e identificata la vittima emerse che la stessa era conosciuta agli
Starace perchè frequentava il Miralago. La pubblicità del Miralago
in piazzale Loreto, all’inizio di via Porpora Ma non solo. Francesco
Starace e Giovanni Castelli si frequentavano perchè avevano un’amicizia in
comune: Biasin. Starace aveva avuto rapporti con lei ancora sedicenne e il
Castelli la concupì in un boschetto del Miralago: Lidia li aveva fatti
incontrare perché entrambi, all’epoca, erano nel ramo maglieria. Lo Starace,
ormai fallito, doveva 12.000 lire al Castelli. Nelle more dell’inchiesta –
secondo la ricostruzione fattane dallo Starace – lo stesso avrebbe invitato il
Castelli al Miralago per ricordargli le sue condotte nei confronti della Biasin
e che per questo doveva pagare. La ricattatoria pretesa degenerò in una
colluttazione che ebbe come suggello l’esplosione di due colpi di pistola
sparati dallo Starace contro il Castelli. Caso volle che alla scena iniziale
assistette il garzone di un lattaio che indicò di avere udito anche degli
spari. L’arma era in dotazione in un cassetto del locale ristorante. Ma oltre
ad essere accusato di omicidio lo Starace derubò la vittima del portafogli,
dell’anello, di una penna stilografica in oro tanto che nè il denaro – il
Castelli doveva avere con sé almeno 10.000 lire – nè gli oggetti di valore
furono mai trovati. Da subito lo Starace sostenne che la sottrazione di tali
oggetti era stata fatta per creare l’apparenza di una rapina ciò non di meno fu
accusato di rapina In Assise i legali di Francesco Starace cercarono di
ottenere l’infermità mentale dell’assistito con l’aiuto di tre dottori: il
dott. Moretti Foggia aveva avuto in cura un fratello dello Starace per paralisi
infantile; il prof. Medea ebbe in cura uno zio dell’imputato affetto da una
grave forma di deperimento nervoso; il prof. Pini curava una zia dell’accusato
affetta da psicosi malinconica. Nessuno degli avvocati della difesa,
stranamente, parlò del più noto dei parenti dell’inquisito: quell’Achille
Starace ormai caduto in disgrazia anche agli occhi di MUSSOLINI. La Corte
respinse le tesi dei luminari volta a sostenere una certa propensione
patologica nella stirpe dello Starace e inflisse all’imputato 30 anni di
carcere. Inviato a Roma per espiare la pena lo Starace offrì la sua
collaborazione ai tedeschi e riuscì a ottenere la libertà. In carcere era
entrato in contatto con alcuni falsari. Ricercato perché aveva intrapreso la
remunerativa attività in Riviera venne arrestato a Milano per essere tradotto a
Genova. Ma mentre veniva condotto a Genova ammorbidì la sorveglianza di uno dei
custodi con un bel po’ di milioni, ritrovandosi di nuovo libero. Subito strinse
relazioni con gente che riuscì a spacciare circa 8 milioni di AM-lire, in
biglietti da 1000, nonché carte annonarie italiane e svizzere, clichés per la
stampa di biglietti da 100 lire. Il nuovo Corriere della Sera titolava a
pag. 2 Era la prima volta che il giornale faceva esplicito
riferimento a una consanguineità tra Francesco Starace e Achille Starace.
Addirittura si dilungò oltre a indicare che nella stamperia erano stato trovato
materiale copioso tra Nel 1949 allo Starace fu inflitta una pena di
22 anni, per l’attività di falsario. Ma tale condanna non ebbe effetto poiché,
in sede di esecuzione, gli fu computata la pena più grave comminatagli
per il delitto del Miralago.1) Maria Mazzocchi, separata, fu impiegata come
cassiera da Francesco Starace, allora caposala del Motta di piazza Duomo. A
seguito del verificarsi di frequenti ammanchi di cassa, dei quali fu sospettato
lo Starace, furono entrambi licenziati. 2) Francesco Starace, nato nel 1906 a
Napoli, ex caposala del Motta di piazza Duomo, e figlio di Germano Starace
gestore del Miralago. Separato. Dopo essere stato licenziato dalla Motta il
padre gli aprì una bottiglieria ma abbandonò il negozio per impiantare
un’industria di maglieria. “La parola
incantata”. Fulvio Papi. Papi. Keywords: il fascismo, il veintennio fascismo,
filosofi fascisti, enciclopedia di filosofia, filosofia e societa, la scuola di
Milano, fascismo, Giordano Bruno, fRefs.: Luigi Speranza, “Grice e Papi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice
e Papirio: la ragione conversazionale e l’orto romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A member of the Garden, and friend of CICERONE’s. CICERONE writes a
letter to him in which he rebukes P. for ‘his use of obscenities’. Grice: “In
my vernacular: ‘Fuck, you do swear, man!’! -- Papirio Peto.
Grice e Pareyson: implicatura
conversazionale – implicare, impiegare, ed interpretare – liberalismo,
risorgimento, fascismo -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Piasco). Filosofo italiano. Linceo. Nato da genitori
entrambi originari della Valle d'Aosta, si laurea a Torino con una tesi dal
titolo “Esistenza” – su Jaspers, che poi venne pubblicata all'editore Loffredo
di Napoli. Compe spesso viaggi di studio in Francia e in Germania, dove ebbe
modo di conoscere personalmente Maritain, Jaspers eHeidegger. Si fece
notare dai più importanti filosofi del tempo, tra i quali Gentile. Allievo
di Solari e Guzzo, dopo aver seguito in
Germania i corsi di Jaspers, insegnò filosofia al Ginnasio Liceo Cavour di
Torino e al liceo di Cuneo, dove ebbe come allievi alcuni futuri esponenti
della Resistenza italiana, tra i quali Revelli e Vivanti. Fu arrestato per
alcuni giorni, in seguito agì egli stesso nella Resistenza, insieme con Bobbio,
Ferrero, Galimberti e Chiodi, continuando a pubblicare anonimamente articoli.
Nel dopoguerra insegnò al Gioberti e in vari atenei tra cui Pavia e Torino
dove, conseguito l'ordinariato. Fu accademico dei Lincei e membro dell'Institut
international de philosophie, oltre che direttore della Rivista di estetica,
succedendo a Stefanini che la fondò a
Padova. Ha molti allievi, fra cui Eco, Vattimo, Tomatis, Perniola, Givone, Riconda, Marconi,
Massimino, Ravera, Perone, Ciancio, Pagano, Magris e Zanone, segretario del
Partito Liberale Italiano, ministro della Repubblica e sindaco di Torino. Considerato
tra i maggiori filosofi, assieme a Abbagnano fu tra i primi a far conoscere l'esistenzialismo,
facente capo principalmente ad Heidegger e Jaspers, e a riconoscersi in questa
visione (La filosofia dell'esistenza e Jaspers), in un quadro dominato dal neo-idealismo.
Si dedica anche a dare una nuova interpretazione dell'idealismo non più in chiave hegeliana (Fichte),
individuando in Schelling un precursore a cui l'esistenzialismo doveva la
propria ascendenza, sostenendo che «gli esistenzialisti autentici, i soli
veramente degni del nome, Heidegger, Jaspers e Marcel, si sono richiamati a
Schelling o hanno inteso fare i conti con lui L’'esistenzialismo anda ripreso
in chiave ermeneutica. Considera la verità non un dato oggettivo ma come
interpretazione del singolo, che richiede una responsabilità soggettiva. Chiama
la propria posizione personalismo ontologico. Si è dedicato anche a ricerche
storiografiche, individuando nella filosofia post-hegeliana due correnti, riconducibili
rispettivamente a Kierkegaard e a Feuerbach, e che sarebbero sfociate rispettivamente
nell'esistenzialismo e nel marxismo. Il suo percorso filosofico ha attraversato
principalmente tre fasi: una più propriamente esistenzialista, attestata
cioè su un esistenzialismo personalistico, in dialogo con Kierkegaard, che
riconosca come la comprensione di sé stessi è resa possibile solo dalla propria
relazione con l'Altro; una seconda incentrata sull'ermeneutica, ossia nel farsi
strumento di interpretazione della verità, volgendosi ad una comprensione
ontologica delle condizioni inesauribili dell'esistenza, che ripercorrendo
Heidegger si tramuta da angoscia del nulla in ascolto dell'Essere; l'ultima che
si richiama a un'ontologia della libertà, più vicina a Schelling, ritenuto un
filosofo talmente attuale da essere persino post-heideggeriano, la cui
interpretazione può essere innovata a partire da Heidegger proprio perché
Heidegger ha avuto Schelling all'origine del suo pensiero. Rreinterpreta le tre
fasi del suo pensiero alla luce del passaggio dalla filosofia negativa a quella
positiva di Schelling, ossia il momento in cui la ragione, prendendo atto della
propria nullità, si apriva allo stupore dell'estasi, in una maniera non
necessaria né automatica, bensì fondata su una libertà che non esclude tuttavia
la continuità. Solo ammettendo questa libertà si può approdare da una filosofia
puramente critica, negativa, ad una comprensione dell'esistenza reale, oltre
che della possibilità del male e della sofferenza. Il discorso sulla
negatività non sarebbe affatto completo se non si parlasse della sofferenza, ma
dato che la sofferenza è non solo negatività, ma è una tale svolta nella realtà
che capovolge il negativo in positivo, questo fa già parte di quella tragedia
cosmo-te-andrica – cosmos, theios, aner -- che è la vicenda universale.
Migliorini et al., Scheda sul lemma "P.", in Dizionario d'ortografia
e di pronunzia, Rai Eri, Per gli accenni biografici di questa sezione, si veda Vattimo,
Dizionario Biografico degli Italiani, come anche la biografia presente in
centrostu di pareyson. Regolo, A Torino Gadamer ricorda P., Repubblica, Cfr. Schelling,
in «Grande antologia filosofica», Milano, Marzorati, Palma Sgreccia, Una
filosofia della libertà e della sofferenza, Milano. Offrì un'interpretazione
del proprio percorso filosofico nell'iEsistenza e persona. Tomatis;
“Escatologia della negazione” (Roma, Città Nuova. cit. in: Roselena Di Napoli,
Il male – cf. Grice, “ill-will” --. Roma, Gregoriana, Tomatis. Altri saggi: “La
filosofia dell'esistenza” (Napoli, Loffredo); “L’esistenzialismo” (Firenze,
Sansoni); “Esistenza e persona” (Torino, Taylor); “L'estetica idealista del
fascismo” (Torino, Filosofia); “Fichte, Torino, Edizioni di «Filosofia); “Estetica.
Teoria della formatività, Torino, Filosofia); “Teoria dell'arte, Milano,
Marzorati, I problemi dell'estetica, Milano, Marzorati); “Conversazioni di
estetica, Milano, Mursia, Il pensiero etico” (Torino, Einaudi); “Verità e
interpretazione, Milano, Mursia); “L'esperienza artistica, Milano, Marzorati, Schelling, in Grande antologia filosofica, Milano,
Marzorati); “Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, Torino, Einaudi, La
filosofia e il problema del male, in Annuario filosofico, Filosofia
dell'interpretazione, Torino, Rosenberg); Kierkegaard e Pascal, Givone, Milano,
Mursia); “Filosofia della libertà, Genova, Melangolo); Ontologia della libertà.
Il male e la sofferenza, Torino, Einaudi. Le "Opere complete" sono
pubblicate a cura del "Centro studi filosofico-religiosi P.", Mursia,
Milano. Interviste principali Se muore il Dio della filosofia, Sbailò,
“Il Sabato”, anno Io, filosofo della libertà, Righetto, “Avvenire” Mario
Perniola, "Un'estetica dell'eccesso: Luigi Pareyson", in Rivista di
Estetica, Rosso, Ermeneutica come ontologia della libertà. Studio sulla teoria
dell'interpretazione di P., Milano, Vita e Pensiero, Francesco Russo, Esistenza
e libertà. Il pensiero di P., Roma, Armando, Furnari, I sentieri della libertà.
Milano, Guerini e associati, Chiara, L'iniziativa. Genova, il melangolo, Ciglia,
Ermeneutica e libertà, Roma, Bulzoni Editore, Tomatis, Ontologia del male, Roma,
Città Nuova Editrice, Ciancio, L’esistenzialismo, Milano, Mursia Editore, FTomatis, pareysoniana, Torino, Trauben Edizioni, Les
Cent du Millénaire, Aosta, Counseil régional de la Vallée d'Aoste &
Musumeci Éditeur, Conti, La verità nell'interpretazione. L'ontologia
ermeneutica, Torino, Trauben Edizioni, Pareyson. Vita, filosofia,, Brescia,
Morcelliana, Musaio, Interpretare la
persona. Sollecitazioni. Brescia, Editrice La Scuola, Palma Sgreccia, Una
filosofia della libertà e della sofferenza, Milano, Vita e Pensiero, Bubbio,
Coda, L'esistenza e il logos. Filosofia, esperienza religiosa, rivelazione, Roma,
Città Nuova Editrice, Bartoli, Filosofia del diritto come ontologia della
libertà. Formatività giuridica e personalità della relazione, Roma, Nuova
Cultura, Giudice, "Verità e interpretazione,” Atti dell'Accademia
peloritana dei Pericolanti, TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere open MLOL, Horizons
Unlimited srl. Opere Dizionario di filosofia Centro studi filosofico-religiosi
P. Pubblicazioni e critica Centro studi
filosofico-religiosi orino. vita e pensiero Gianmario Lucini, sito
"filosofico.net". Luigi Pareyson. Pareyson. Keywords: implicare ed
interpretare, “Liberalismo, risorgimento, fascismo” – la filosofia politica
fascista, la morale fascista, Pareyson e Gentile, fascismo, I saggi anonimi di
Pareyson, ‘Liberalismo, risorgimento, fascismo’ ---- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pareyson” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Parinetto: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale ed alchimia – la bucca del culo -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Brescia). Filosofo italiano. Grice: “Parinetto implicates, “Are
witches women?” “Sono donne le streghe?” Grice: “The question may be rhetorical but it ain’t –
since Italian allows for “lo strego,” and “lo stregone.”” Ha insegnato a Milano. Nella sua opera convergono
tanto lo studio delle filosofie orientali (fu traduttore del Tao Te Ching di
Lao Tzu) che influenze di pensatori sia classici, come (Eraclito, Nietzsche e
Marx), sia contemporanei della filosofia occidentale, quali Deleuze e Guattari.
È considerato uno degli interpreti eterodossi del marxismo. Particolarmente
importanti sono state le sue analisi sulle persecuzioni dei movimenti ereticali
e sulla stregoneria, nella cui repressione legge il tentativo di annichilimento
di qualsiasi diversità sociale da parte del potere (non solo religioso ma anche
economico e culturale). Ha contribuito, spesso, con queste sue analisi, alla
comprensione dell'emarginazione di tutte le istanze sociali e culturali
minoritarie, non solo del passato ma anche contemporanee. Altro tema centrale
dell'opera è l'alchimia, intesa come sapere contrapposto alla scienza moderna e
volto alla trasformazione dell'umano anziché del sociale. Ha anche una profonda
cultura musicale, tanto da essere stato collaboratore di “L'Eco di Brescia” come
recensionista. Fu anche collaboratore del periodico La Verità (organo della
federazione bresciana del PCI). È in via
di costruzione, presso la biblioteca di Chiari, la Fondazione Parinetto, che
raccoglie la sua vasta produzione. Saggi: “Alchimia e utopia, Pellicani”
(Mimesis); “Corpo e rivoluzione in Marx, Moizzi-contemporanea, Faust e Marx,
Pellicani” (Mimesis); “Gettare” (Mimesis); I Lumi e le streghe, Colibrì, “Marx:
sulla religione, La nuova Italia, “ Il ritorno del diavolo” (Mimesis,” La
rivolta del diavolo: Lutero, Müntzer e la rivolta dei contadini in Germania, Rusconi);
“La traversata delle streghe nei nomi e nei luoghi e altri saggi, Colobrì, “Magia
e ragione” Nuova Italia, Marx diverso
perverso, Unicopli, Marx e Shylock, Unicopli, Né dio né capitale” (Contemporanea,
“Nostra signora dialettica” Pellicani, Processo e morte di Bruno: i documenti, con un
saggio, Rusconi, Solilunio: erano donne le streghe?, Pellicani, Sulla
religione, Nuova Italia, Streghe e potere: il capitale e la persecuzione dei
diversi, Rusconi. Curatele e traduzioni Jakob Böhme, La vita sovrasensibile.
Dialogo tra un maestro e un discepolo, Mimesis, Bruno, La magia e le ligature,
Mimesis, Cusano, Il Dio nascosto, Mimesis, Dickinson, Dietro la porta, liriche scelte, Rusconi, Eraclito, Fuoco non
fuoco, tutti i frammenti, Mimesis, Rime sulla morte, Mimesis, Hegel e Hölderlin,
Eleusis, carteggio, Mimesis); Il teatro della verità. Massoneria, Utopia,
Verità, Mimesis, Angelus Silesius, L'altro io di dio, Mimesis, La via in cammino: Tao Te Ching, La vita (Felice,
Milano); Voltaire, Stupidità del cristianesimo, Stampa Alternativa, Vedi per
esempio Una polemica sulle streghe in Italia, riferimenti in. Vedi per esempio la recensione a I Lumi e le streghe Vedi di Renzo Baldo Cfr. Fondazione Micheletti Catalogo Emeroteca,
su //musil.bs. Movimenti ereticali medievali Stregoneria. Biografia da Nicoletta
poidimani Biografia da zam, su zam. Una
polemica sulle streghe in Italia -- nel
sito della ARFISAssociazione per Ricerca e Insegnamento di Filosofia e Storia. Parinetto.
Keywords: etymologia araba d’alchimia, processo e morte di Bruno, massoneria,
eretico, alienazione, la bucca del culo, anale, analita, il falo, il pene,
quando l’ano appare (da fece) – metafora – da fece in vece del falo, Bruno, de
magia, trattati di magia, processi a Bruno, gl’antichi romani, I corpo e la
revoluzione fascista – il veintennio fascista e l’analita -- Refs.: “Grice e
Parinetto” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Parisio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Figline Vegliaturo). Filosofo italiano. Grice: “I like
Parisio; he focused on rhetoric, as every philosopher should!” Come molti filosofi italiani senza titolo nobiliario,
ha una vita errabonda. Dopo aver fatto un viaggio di studio a Corfù, ritorna in
patria dove apre una scuola. Si trasfere a Napoli dove ottenne cariche e favori
dal re Ferrandino. Risiede per qualche tempo a Roma per poi trasferirsi a
Milano dove sposa la figlia del filosofo Demetrio Calcondila. Dopo aver abitato
a Vicenza, Padova e Venezia, torna a Cosenza, dove fonda l'Accademia Cosentina.
Recatosi a Roma, invitato da Leone X, vi insegna sia eloquenza nell'Accademia
Pomponiana che latino nell'archiginnasio. Rimame a Roma fino alla morte di
Leone X, dopo di che ritorna definitivamente
a Cosenza. Saggi: Q. Horatii Flacci Ars poetica, cum trium doctissimorum commentariis”;
“Acronis, Porphyrionis. Adiectae sunt praeterea doctissimae Glareani
adnotationes. Lugduni veneo: a Philippo Rhomano); Q. ORAZIO Flacci Omnia
poemata cum ratione carminum, et argumentis vbique insertis, interpretibus
Acrone, Porphyrione, Antonio Mancinello, necnon Iodoco Badio Ascensio viris
eruditissimis. Scoliisque Angeli Politiani, M. Antonii Sabellici, Ludouici
Coelij Rhodigini, Baptistae Pij, Petri Criniti, Aldi Manutij, Matthaei Bonfinis
et Iacobi Bononiensis nuper adiunctis. His nos praeterea annotationes
doctissimorum Antonij Thylesij Cosentini, Francesci Robortelli Vtinensis, atque
Henrici Glareani apprime vtiles addidimus; Nicolai Perotti Sipontini libellus
de metris Odarum, Auctoris vita ex Petro Crinito Florentino. Quae omnia longe
politius, ac diligentius, quam hactenus excusa in lucem prodeunt; “Index
copiosissimus omnium vocabulorum, quae in toto opere animaduersione digna visa
sunt, Venetiis: apud haeredes Ioannis Mariae Bonelli, Claudius Claudianus,
Claudianus De raptu Proserpinae: omni cura ac diligentia nuper impressus: in
quo multa: quae in aliis hactenus deerant: ad studiosorum utilitatem: addita
sunt: opus me Hercle aureum: ac omnibus expetendum, Venezia: Albertino da
Lessona, Bernardino Viani e Giovanni Rosso, Clausulae, CICERONE ex
epistolis excerptae familiaribus: ac in sua genera miro ordine digestae: plenae
frugis: & ad perducendos ad elegantiam stili pueros vtillimae. et recensuit
& approbauit, Vicentiae: per Henricum & Io. Mariam eius. F. librarios, Valerii
Maximi Priscorum exemplorum libri nouem: diligenti castigatione emendati:
aptissimisque figuris exculti: cum laudatis Oliverii ac Theophili commentariis:
Hermolai Barbari: Georgii Merulae: Mar. Antonii Sabellici: Raphaelis Rhegii:
multorumque praeterea nouis obseruationibus: indiceque mirifico per ordinem
literarum: ad inveniendas historias nuper excogitato: alteroque in usum
grammaticorum ad vocabula rerumque cognitionem” (Venezia, per Bartholomeum de Zanis de Portesio); “Habes
in hoc volumine lector optime diuina Lactantii Firmiani opera nuper
accuratissime castigata: graeco integro adiuncto:... Eiusdem Epitome. Carmen de
Phoenice. Carmen de Resur. Domini. Habes etiam Ioan. Chry. de Eucha. quandam
expositionem & in eandem materiam Lau. Vall. sermonem. habes Phi.
adhorationem ad Theodo. & adversus gentes Tertul. Apologeticum, Venetiis:
arte & impensis Ioannis Tacuini fuit impressum,); “Retoricae breviarium ab
optimis utriusque linguae auctoribus excerptum”; “Liber de rebus per epistolam
quaesitis. Henr. Stephani Tetrastichon de hoc Iani
Parrhasij alijsque quibus poetas illustrauit libris... Adiuncta est Francisci
Campani Quaestio Virgiliana” (excudebat Henricus Stephanus, illustris viri
Huldrichi Fuggeri typographus, Davide Andreotti, Storia dei cosentini” (Napoli,
Marchese); Ugo Lepore, «Per la biografia’ Biblion, Francesco D'Episcopo, Fondatore dell'Accademia
Cosentina, Cosenza: Pellegrini, A. Frugiuele, Dubbi ed ipotesi sui suoi natali,
in Il Letterato: rassegna di letteratura, arte, scuola fondata e diretta da
Pellegrini, Accademia Cosentina Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Indice. A quibus primumd C inventa rhetorica
et celebrata; qualis primu apud athenienses e!o^ quentia e usus ac stadium; quale
primu apud romanos; quid sit rhetorica, quid inter rhetorica et Dialc<fh*«»
AnFSietoricaiitars, quod utilis sit rhetorica; Sit 'nc ars necessaria; Quae
praeftarc oporteat rhetorica; Qualeseifedel eant Rhetoriesecan didati Quae fdre
eos oporteat ti»it; quod sit officium rhetoricae; quidintero fficiumdC finem; quis
rhetoricae finis; quae materia; De ciuilib quadfaonibus, SC earuhi generibius; De
circunftanda quae facithypOi» , the fim; De tribus generibus caufar; partes
Rhetoricae qumqi; De muenrione. Zo; Qufcotrouerfiaeno confidat zi^4z De conftitutionc*
zz»4^ Quotfint coftiturioncs, etquf; De ftatucomecdurah» De datu deiinitiuo. De
datu generali De datu tranflarivo Ex plurib conditutionibus quomcH do prmdpale quisinuemat
Quae caufa dmplexfit iuneda^ quae con^ zp.do De quaedione, ratione, iudicatione
&nrmamento, partes orationis; De genere deliberativo; Genus Demondratiuunit;
Genus ludiciale. Figlio da Tommaso, giureconsulto e consigliere del Senato
napoletano, e Pellegrina Poerio. Ha come primo maestro Pedacio, che lo avvia
alla conoscenza del latino. Si trasfere a Lecce, dove il padre e stato nominato
governatore, e intraprese lo studio del greco sotto la guida di S. Stiso. Si
reca Corfù per frequentare la scuola di Mosco, dove perfeziona la conoscenza
del greco. Rientrato a Cosenza, frequenta le lezioni di T. Acciarini. Ha
certamente una formazione giuridica, sollecitata dal padre, di cui resta
traccia nel “Vocabularium legale” (Napoli, Biblioteca nazionale), un elenco
alfabetico di quesiti giuridici tratti dai giureconsulti antichi. Ma
l’interesse per il diritto e le istituzioni politiche antiche deriva a P. anche
dalla frequentazione di Pucci, allievo di Poliziano a Firenze, attivo a Napoli.
Si trasfere a Napoli ma i suoi contatti con Pucci e con l’ambiente culturale
napoletano risalivano a qualche anno prima. Invitato a tenere lezioni sulle “Silvae”
di Stazio e nell’occasione pronuncia l’orazione “Ad patricios neapolitanos”, nella
quale elogia G. Pontano. Alla frequentazione dell’ambiente pontaniano risale
probabilmente l’adozione del nome latino Aulus Ianus Parrhasius. Nominato
da Ferdinando I d’Aragona maestro di camera e ricoprì incarichi nella cittadina
calabrese di Taverna e a Lecce. E in rapporti di amicizia con Ferdinando II
(Ferrandino), come evidenziano una lettera a lui indirizzata e l’epicedio in
versi per la morte della madre, Ippolita Maria Sforza. È probabile che segue
Ferrandino nella fuga da Napoli occupata da Carlo VIII ( e poi nella
riconquista del Regno. Dopo la morte di Ferrandino e la salita al trono di
Federico I si trova coinvolto in intrighi di corte e prefere abbandonare Napoli
per trasferirsi a Roma. Arrivato a Roma
segue le ultime lezioni di P. Leto e si lega a T. Inghirami, che gli fa assegnare
l’insegnamento di oratoria nello studio romano. In seguito all’uccisione di due
suoi allievi, implicati nelle trame che accompagnarono il pontificato di
Alessandro VI, decide di abbandonare Roma e di trasferirsi a Milano.
Nella città lombarda trova alloggio e occupazione nella scuola di Minuziano.
Collabora ad alcune edizioni date alle stampe da Minuziano e scrisse epigrammi
contro due suoi avversari, G. Ferrari, docente di eloquenza nella scuola
milanese, e il corso Damiano Nauta. Si trasfere presso Cotta, che gli dette
l’opportunità di aprire una scuola propria e che forma con lui un sodalizio
editoriale. L’allontanamento da Minuziano provoca polemiche e scambi d’accuse,
di cui danno testimonianza le tre orazioni di Parisio in Alexandrum Minutianum.
Sposa Teodora Calcondila, figlia dell’ateniese Demetrio, che insegna greco a
Milano. Furono allievi di Parisio a Milano, oltre a Cotta, anche il figlio di
Demetrio, Teofilo, Alciato, Giovio (che scrive su biografia nei suoi Elogia) e
il figlio di E. Poncher, vescovo parigino all’epoca presidente del Senato
milanese. Fu grazie a Poncher che ottenne la cattedra di eloquenza lasciata
vacante da Ferrari, fuggito da Milano dopo la caduta di Ludovico. La polemica
con Minuziano, dopo una temporanea ri-conciliazione, si riaccese in un contesto
politico meno favorevole a lui, in seguito alla sostituzione del Poncher con
Charles. A quest’ultimo Minuziano dedica l’edizione liviana data alle stampe, per la quale P. accusa l’avversario di aver
plagiato le proprie lezioni su questo autore. La polemica degenera in una
campagna denigratoria nella quale Minuziano e affiancato da Ferrari, rientrato
a Milano, Nauta e R. Panato da Lodi. Replica sotto lo pseudonimo di Furius
Vallus Echinate in un opuscolo stampato a Legnano da G. Giacomo assieme con la
ri-edizione del commento a Claudiano. Oggetto anche di un’aggressione fisica accetta
l’offerta di Trissino, allievo di Calcondila e si trasfere a Vicenza. Pubblica numerosi
saggi: il commento al De raptu Prosperpinae di Claudiano; i carmi di Prudenzio
e il Carmen Paschale di Sedulio (ambedue nella tipografia di Guillaume la
Signere e con il contributo della famiglia Cotta). Ancora presso Scinzenzeler e
con una prefazione di C. Cotta, il “De viris illustribus urbis Romae”, una
delle compilazioni tardo-antiche trasmesse sotto il nome di Aurelio Vittore, che
attribue a Cornelio Nepote (nello stesso anno Minuziano pubblica lo stesso
testo fra le opere di Svetonio); il “Libellus de regionibus urbis Romae” (tip.
Scinzenzeler), una versione interpolata della “Notitia regionum urbis Romae”
che attribusce a un inesistente Publio Vittore. Le iniziative editoriali sono accompagnate
dalla ricerca di codici antichi: nell’edizione di Sedulio dichiara di aver
utilizzato un antico codice scoperto in un monastero. A un codice di Parisio fa
riferimento T. Calcondila nell’edizione di Valerio Massimo a Legnano da G.
Giacomo con commenti dello stesso Parisio e di altri. Riusce a impadronirsi
anche di alcuni dei manoscritti bobbiesi scoperti da G. Merula e attualmente
nella Biblioteca nazionale di Napoli: i codici Lat. 1 e 2 utilizzati per le
edizioni di testi grammaticali di Probo e altri autori pubblicate a Milano da Scinzenzeler
e Vicenza da Zeno), e il IV.A.8
contenente l’“Ars grammatica” di Carisio, pubblicata da Ciminio (Napoli, G.
Sultzbach). I tre codici sono custoditi nella Biblioteca nazionale di Napoli.
L’attività editoriale prosegue a Vicenza, con la collaborazione della
tipografia dei Ca’ Zeno. Pubblica una raccolta di clausule ciceroniane tratte
dalle familiari, un manuale di retorica e la citata raccolta grammaticale. Non
fa in tempo a pubblicare il “De rebus per epistolam quaesitis”, una raccolta di
notazioni filologiche in forma epistolare incominciata a Milano e a cui dette
forma editoriale a Vicenza. Il suo nome si legge anche nell’edizione di
Lattanzio stampata a Venezia da Tacuino, ma non è chiaro se egli abbia
realmente contributo a questa edizione. Le sue note ai primi due libri dell’ “Eneide”
sono inclusi nell’edizione virgiliana stampata nel a Milano da
Scinzenzeler. Arrivato a Vicenza pronuncia “Ad municipium Vicentinum” e
tenne corsi fino all’anno successivo. E ad Abano, per curare la podagra di cui
soffriva. In seguito alle vicende seguite alla sconfitta di Venezia ad
Agnadello si trasfere dapprima a Padova e poi Venezia, ospite da Michiel. Vaglia
la proposta di insegnamento offertagli dalla città di Lucca, ma qualche mese
dopo preferì abbandonare Venezia per la Calabria, dove arriva nel giugno dopo
una sosta di alcuni mesi a Napoli, dove e accolto da A. Seripando e da altri
sodali dell’Accademia Pontaniana. All’attività svolta a Cosenza viene fatta
risalire quella che in seguito verrà denominata l’Accademia cosentina. Insegna
ad Aiello, quale precettore dei figli del conte Siscari. Nella scuola di
Taverna tenne corsi su Plauto e sui grammatici. E a Pietramala, dove apprese
dal cognato Basilio Calcondila che Leone X gli assegna un incarico di
insegnamento presso lo Studio romano (oltre a Calcondila, l’incarico era stato
raccomandato al pontefice da Inghirami e Lascari). Arrivato a Roma tenne i corsi. Ottenne da Leone X la dispensa
dall’insegnamento e una pensione. Progetta di trasferirsi a Napoli, grazie a un
legato d’Aragona, ma le precarie condizioni di salute lo indussero a
raggiungere Cosenza, dove muore. Oltre all’edizione carisiana di Ciminio, anche
altri pubblicarono inediti di Parisio. Suo figlio da alle stampe a Napoli le
lettere inviategli dal maestro, ma la stampa è attualmente irreperibile. Ne
resta una copia manoscritta nel codice della Biblioteca dei girolamini di
Napoli. IMartirano pubblica a Napoli (G. Sultzbach) il suo commento all’Ars
poetica di Orazio. Il “De rebus per epistolam quaesitis” e pubblicato da
Estienne II, che nella prefazione lo presenta come il maggiore umanista della
recente generazione, un giudizio ripetuto ancora da Sabbadini. Vennero date
alle stampe anche le sue esegesi alle Heroides (Venezia, Tacuino) e le
Metamorfosi di Ovidio e la “Pro Milone” di CICERONE. Lascia in eredità a Seripando
l’ingente biblioteca raccolta negl’anni precedent. Essa contava,
nell’inventario redatto dopo la morte, fra codici e libri, molti con
annotazioni dell’umanista. Seripando li lascia in eredità al fratello, il
cardinale Girolamo. La biblioteca passa poi al convento napoletano di S.
Giovanni in Carbonara, subendo perdite e dispersioni. Il nucleo più consistente
è conservato nella Biblioteca nazionale di Napoli. Parte degli inediti
parisiani (lettere, orazioni, prolusioni) sono stati pubblicato da Iannelli e Lo
Parco. Il De rebus per epistolam quaesitis, a cura di L. Ferreri, Roma. Fonti e
Bibl.: Iannelli, De vita et scriptis Auli Iani Parrhasii Commentarius, Napoli; Parco,
Studio biografico-critico, Vasto; Sabbadini, Le scoperte dei codici latini,
Firenze, passim; F. Lo Parco, P. e Alciato, in Archivio storico lombardo; Due
orazioni nuziali inedite, Messina; Lepore, Per la biografia, Biblion; M.
Ferrari, Le scoperte a Bobbio in Italia medievale e umanistica, M. Manfredini, L’inventario della sua biblioteca,
in Rendiconti dell’Accademia di
Architettura, lettere e belle arti di Napoli; C. Tristano, La biblioteca di un
umanista calabrese, Manziana, Lauletta,
Un inedito: la Praefatio in Flaccum, in AION, Sezione filologico letteraria; L.
Munzi, Prassi didattica e critica del testo in alcune prolusioni inedite, in
Studi umanistici piceni, Parrhasiana, I, a cura di Rosa et al., Napoli, Parrhasiana,
II, a cura di Abbamonte et al., in AION, Sezione filologico letteraria, XXIV, M.
Paladini, Appunti su Parrasio maestro, in Vichiana, Parrhasiana, III, a cura di
G. Abbamonte et al., in AION, Sezione filologico letteraria, D. Pattini,
Preliminari per un’edizione del commento di P. alla Poetica di Orazio in
Filologia e critica, L. Ferreri, L’influenza di Pucci nella sua formazione in
Valla a Napoli, a cura di Santoro, Pisa. lANI PARRHASII NEAPOLITANI VIRI CTISSIMI
RHETORICAE Compendium AQVIBVS PRIMVMETIN* uenta Rhetorica >6^
celebrata Cap,i» Rhetorics toresyqta^ leges tulerunt,
tllm pnmt creduntur exercuifjeieaq- duce feros animos eff^ciffe patientes
focietatis, coetus, Winc ex observatione, quum queere£ta, qu re& non
uidcbantur Marte etiam geni I RHETORICAE COMP. f
genitus Populus, tanfim defidice altricem rejpuebant» Et quia a Grcecis
petenda eratf ^gre ferebant ah illis quicquam accipere : indi-»
gnum putantes, quos armis rerunuygloria uicif» fentydiqua tamen in re
fateri fuperiores.Vnde fi ^ui Uteros callebant Gracas, magna eas
indu-» firia difiimukbant,ne apud fuos ciues autoritatc
imminuerent.Paulatim tame utilis hone/ia^ ap- paruittprimus^ L . Plocius
G alius, fub ipfi^ U Crafft extremis temporibus, eo ipfo die quo Vd
lenus Catullus natus eft , docere eam latine cce pittad quem ingens
cocurfus. Aegre ferebat CICERONE,non^idem fibiliceretquod doSiifiimoru autoritate
teneretur, qui extimarent, Graecis exercitationibus ali melius ingenia
poffe, LJtin de*Voltacilius,q Gn.Pompeiu docuit, primus^ hbertinoru
hi/ioria no nifi ab honeflifiimis traftrfr/ folitam fcribere aufus cfi,
rhetorica artem profeffus eUitantuml^ breui interieSio tempore
fumpfit incrementi , ut Cicero iam finior, cum Hircio & Panfa
grandibus pr rhetorica nulla pracepu ab autonhus defcripta funti
uel quod nulla materia diRans ah huma- nis rebus excogitari poteB , qua
in aliquo ex tri hus generibus propria rhetorica aliqua falte ex
parte non cadatiuel quia qua degena^ali dicen- da ^ent , ex propria
praceptis facile mtelligi pofpnt . Hanc igitur propriam ex fententia
M. Tullij breuiter ^ circufcripte definiamus-) par- tem effe
ciuilis fcientia,id efi politica, ciuilis au tem rationis una pars eR-,
qua in opere fine tu- ^ multuialtera-) qua in quaftionibus hteq^
cofiftit^ cuius magna et ampla pars artificiofa eloquetia* ayiT>
inter rhetoricam 8^ dialccfiicam. Cap» 5«. E t quonia d^aleRica
cognata putat An- ftoteleSyage fi lubet qd inter fe differat in
fpictamus . Nofttm eR illud Zenonis , qui manu prolata utriufque uim
expreffit . amba enim ad unum fere eundemq; finem argumentationes
re- periuntinec fecum, fed ad alios agunt, fola^ ex omnibus
fcientijs,de cotrarijs ratiocinantur.neu tra determinata quapiam re,
quomodo fe habeat^ fcientia eR: fed facultates quada funt inuenien-
darurationU , hinc idm quaft hAet fubieSiu^^ut ^ft diiddisy neutr i
perfeSie fcictU cfje duum certum proprium fuhieShum mdlu ha^ \
he^leorjum. Sed tiwie D Ule6ticofitione longe ab illius diuer fa,
contenta eR, acciditq; dialectico, ut appa- renti fyllogijrno uti nequeat
: fit enim fiam cd uillator, fi eum prudens elegerit. At oratori
tam eo quod eR , quam quod apparet , uti permtffum eC^:dum
tamenperjuadeat, ad quodunum omnis nititur ars oratoria, AN
RHETORICA SIT - ars^ Cap^» E St^ alia inter
eruditos cotrouerfia ,fu ne ars rhetorica: fuosi^hahet quceq^fin^
tetia acerrimos defenfbres,tantis^ animis non- nulli ex artiu numero eam
explodunt,ut ne coid tijs quidem fcriptis in eam calumnijs temperd
rinttillis maxime nifi argumentis, quodars reru fit qiue friuntur,
rhetorica opinionibus conflet^ no fcientiatnec cognitis penitus^
perfjpeCtis re- bus, et nunqfallentibus,ad unum^ finem fj^eCia
tibus cotineatur,utnec femper ueris agatidua^ femper fint caufe^ut
neceffe fit altera falfum tu A 5 ni tO
rri.Addm et illud, ob umadtSiiomsgenerdad mdgire popularem'^ fenfum
iccomoitnda, nui Um irteefje poffe,At^id poRremo ohijdut,ca put
totius rhetoricae e^e dicere:quod ipfum arte tradi non poteh,Ad c^uae
fmgula ne articuktim occurramus,in caufa nobis e^Qtantilianus,qui
libro fecundo omnes fententias confutando, eo rem deduxit , ut artem
effe crate ufurpatum : Qjw in re clarus quif^ efi,ht > ea
fe exerceat , ^ diei partem illi plurimam im-^ fy pendat, utipfefe
fuperk. G audeat, fi ad doShri- nam prouocetur: nec turpe putet docere
alios, id quod ipfis fuerit difeere hone^iijiimum,memine -
rit tit tmcn uirginem effe inuSim eloquentUmj
nec turpi lucdlo proflituendam, tuncq^ laborum 'EJoqucntt^ juormfruEtum
fat rm^um capere Je fiat, . quum occafionem adipifcitur publicandi qu.
♦ rit,non doceat : nec ingenia melius ahjs uacatu-^ ta
, detineat atque obruat . quibus deliramentis plenos ij»n tunc effe
grammaticorum cemmen^ • B 2 tarioi tO tortos,
conquerebamur Seneca et Quimilianfff, Exerceat poftremo difcetes, inflet,
molejius fit potejlatemq^adipipendcerhetoricte non minus in di
fcemium,quam docentium dm^entiojoliett datconfijiere, aVALES
ESSE DEBEANT Rhetori cf candidad«. Cap^ lo^ A Ge
nunc uici^im, quales efje debeant Rhetoricit candidati ,
inf^iciamus.neq» enim ex omni ligno fit Mercurius . Mali nihil m ea
proficienucum quia mens uitijs occupata, pid cherrimi operis jiudio
uacare non potefh tum quia omnem malum , /lultum effe oportet, Mti
autem iudicio carent , & confiiiotquibus maxi” • . me nititur
ars rhetorica, nam ut caterarum re- rum, fic etiam eloquentiae
fundamentum efifa- pentia,Sit liberaliter inftitutus,bonis corvoris
ap tbryne, prime ornatus i?hry nem meretricem Athenien- fes
prudentifimi eloquetifimiq> ,no tam Kyperi dis oratione,qiMnqud
admirabili, petfuap, quam uifo eius peSiore(quodfpeciofiflmum ,
diauStd ^ibiades* ueAent^erm)apfoluerHnuAlctbUdeSi cui R*P. relji>onfo
Apollinis, tanqtmmfortif^imo Gra eorum flatwtm in comitio erexit, populum
Athe tiienfem pulchritudine poti^ime habuit fihi ofc- noxium. Nec
mirum, fi illi populo placent, quos eximia j^ecie natura donare dignata e
^ : quum credatur ccele/lis animus in corpus uenturus, dignum prius
fibi metari hofhitium uel quo «e- nent , pro halitu fuo fibi jingere
habitaculum, unde aliud ex altero crefeat: esr quum fe pariter
iunxerint,utraque maiora fint .Vtcunque, fatis conRat,mirum effe quantum
^atice forma maie flasq- corporis fibi conciliet. Dotibus idem ani-
mi fit infhruSius , filiis qua ingenerantur ap-
pellantur^nonuoluntariatut docilitas , memo- ria,quaf^e omnia appellantur
uno ingenij no- mine : filiis , qua in uoluntatepofita, proprio
nomine uirtutes dicuntur ^ Ante omnia tamen ingenio opus eft :
quodquibufdam animi atq^in- gentj motibus eget oratio , qui ad
excogitandum acuti, ad explicandum omandumq^ uberes, et ad memoriam
firmi fiint (^dtuturm . magnamq-in oratione pofiident artem facetia,
lepores,lacef- findirej^ondendiq^ celeritas, /ubtii urbanitate
B 3 coniuttSia: tl conimSia : qu N Ec minor
dijfenfio eflin eius materia i illis orationem, abjs argumenta
perluaji* hdja,ciuilesabjs quce^iones jiatuentibus^ Noiy de ea
inter optimos conuenvtt , aperimusi t prius quid fit ipfa materia oRenderimus^Ejl
enim materia , in qua omnis ars, ^ ea facultas qiue conficitur ex
arte,uerfatur,Vt ergo medici nauulnerOy^^morbU fic rhetoricae omnes
res^ quacunque oratori ad dicendum fubieSla funt^ materia
appellatur.Nec obflat,quod fi deornni^ tus rebus dicat, propriam ergo non
habeat mato rianhfcdmultiplicem: quum alia quoque artei
VtatedaH mino* '5S
• DE CIVILIBVS Q.VAESTI- i*'' , _ -‘v onibus,
Sacarum gencru -r bus* Cap«. x6, S olent autem res oratori
fuhieBa cendum^ d plerifque (^uMones ciuiles ap pellari :
quod non omnia quk‘. pofhefitn uocant . 1« hdc genercttim
Jiquid ftueritHT , ut ExpetemU ne fmt liter ae . \n iU (t
definitcejunt perfonce^ C'onfiituti cum ad uerfario confligendum, ubi rei
dominus (qui fie^ pe alienus, fepe immicus eR ) quafi machinatio^
ne quadam, nuncadiram,odtum,triRiciam,ht^ ticiam,fexcenta oppoftta,eR
detorquendustillk magnum eR opus, & (ut inquit Cicero) nefcio m
de humanis operibus longe maximum^ DE CIRCVN STANTIA, QJTAB
fedthypothefim^. «. N Vnc quoniam thefimab
hypothejife-* perauimus,et quomodo quceflione uti de beat orator
oRendimus: reliquum eji,ut quid fit quod hypothefim faciat, demonRremus,
ER enim rerum quell^ere,auieqHid fit, enumera fione facilius ^uam
dehnitionc aeprchendttUK Sunt autem eius partes lex Quarum
coniun^iio^ onat.Elocutio,(]ua idonea uerba ^ fen tentias
inuentionibus dijhofitts acc6modamus„ MemorUyquie rerum uerborumq^fida
efl cuflo-- dia * Pronunciatio , quicej e,in quas fpeaes
diuidantur. Hermagoras, quo duce po ttj?ima rhetorum pars ufa efl,quatuor
modis fie- najjerit: per cequale,unicu, fine circunflantia, modi 4«
inexplicahtle.Aequale e/i, quum eadem ex utra- t que parte dicuntur: ut ,
Dj(o adolefcentes uicini f ormo fas uxores habebant,
noSiuobutamfa£H media uia,accufant Jeinurcemadulterij, Vntcu, t
quum ex una parte tantum con/iat, ex altera ni- hil affertur: ut Leno,
qua parte fciebat uenturos " adolefcentes, foueamfecit, quailli
pertere ,Smr ^ arcun/iantia,quum aliquid deeH in qtueflionei quod
faciat caufam : ut,¥iliumpater abdicat, neq; ulla additur caufa
abdicationis, Inexplicabi ^ le (fi, quum ludex haeret impeditus, nec f
nem iu dictj uidet ullum lUtLexeH, feptemiudicesde " * : reo
cognofeant , maioris partis fententia fanSia - • fit , duo quendam
abfoluunt, duo pecunia mul- ^ Siant, tres capitis condemnant :
rapitur ad pee- iiam,contradicit.\t€m,Alexander in fomnijs ad- ^
monetur^nonejfe credendum fomnqs,Plura de- / tndf 44 f
A^RRIfASIf wde oh ferumtpoftmtas cmofior ,nm Con^ ’ nertihile
id affelUtur^ qtmm tota a£do conuerti^ twr a litigantiusmcutn^ fuis
prioribus utitur rd tiomhuSyfrladunlarij . hocmodoiExigebatqtur “
dm A amico pecuniam cum ufura , quafi credi^ f i tamtofferebatilklineufurajquafidepofitim,ln^
. terim lex fertur denotas tAults : petit creditor
tanquamdepofitamyrtegat debitor tanquam credi € tS, Non uerijimile ecquod
contra opinione dici . turtut fi Cato ambitus accufetur.quodtame ft
m caute agatur , haud procul ahefi quin cmfiftat» 7 Jmpofme eR^quum
id dicitur quod fit contra re rum naturcefidm; ut fi infantem accufemus
adul f terij , quod cum uxore cuharit aliena .Turpe quod
omninoreijcitur :utfiuir precium pojcat ^adulterij.Sine colore efi, quum
nulla caufa faSH inuenitur:utdecemmilitesbelli tempore fibipol’-
Cdcofyfid' hces amputauerut,reifunt LtftreipuhUc4e. Sunt ta. f^alue
IpecieSyqtutcacojyRatayidefimale consislentia appellantur.ut^aticum , quum aut
ali^ quiserrorinhiRoria^yautinquamsexcircun-' * fiantijs.Impenfum,
quum penes unum omnis iudicijuis eftyparumq^mer habet in quo dicendo
Iere a ir ,Pr iunguntur: et fic accufatur
faailegus,utfur etia dicatur efje. In tranfuttm uero, uno tantum
ac- cu farnus crimine , fiue illo quod intendimus, fi- ueillo ad
duod reus tranfferri poHulat aSiio^ nem . Sed hcec multarum fitnt
nundinarum , qtue non una difceptatione pofiint abfoluLSum- ma tamen
h^c fit, expedire dificentibus quadri- partita fieri diuifionhuel
qafacdior fit,uel quod defendendaru caujaru ratio id exigere
utietur, ut primo fi pote fi negemus , proxime fi non id ^
obijctturfaSiu afferamus, tertio (quadefenfio e^ honefiifitmdjfi
reBefaSiu cotendamus.quco fideficiut,una fuperefi falus,aliquo
iurisadiuto- rio elabendi d crimineiquodfit per tranflatione^ DE
STATV CONIECTV- ralu Cap«. 24^ C Onk^iuralis autem fiatus,
quod incerta conieSittris Juj^iciomhus^ indaget, di- D yo
‘, £}us:re^'^a nonnullis nono uerho , nc nefch m LdUno-,
mutus f quodmeouideatur utrum maSia fit:tumfit-,quum quod ah uno
obijciturf alter pernegat. nec folumfaiium , fed et aiSium
,qucerit:poteflq;in omnia tempora Sflrihui.De prceterito enim
conijcimus,An fenatores Romn Ium occiderintide prcefenti ,Bono ne animo
er- ga Tullum fit Metiuside futuro, Num fi Alba no diruatur, Miquid
incommodi ad Romanos Jit per uenturum . In
his omnibus agit conieSiura^eafic ab aliquo manife^o figno, quod lege
moribus f liceat, nec necefarto rem arguat. Ac (utapei:^ tius
agamus) fex eiufmodi objeruantur. aut emm defa6lo tantum , non de perfona
conflat: aut ae ^erfona conflat, non defaSio: aut de de utroque non
conflat :aut fi defaSio, de uoluntate no con flat : aut quum de re ipfa
quaeritur, non dtfaSio /diquo, an aliquid fuerit illud de quoefl
qute^tiot 4Ut mutua eflaccufatio., '' PE STATV DEFINITIVO, D
Uflnmu€tiam commodum aliquod - . ' -i afferimus.
c? O X m i*
Genus. fZ de statv generaliJ Cap* 26 ^
A t quum quid faShtm i ^ quo nomine appellari debeat conuenitiet
tme quan tum, e^r cuiufmodi , & omnino fine ulk nominis
cotrouerfia quale fit qu tetnpus : illa , pdicet negocialiSj iudicial^
pnetmtmqi rejpiciant, ut fuo loco demonftra-^ hitur.Age uero
nunc iuridicialem , cuius contro uerfia ex re iam faSla
proficiJcitur,inlj>icidmus: negocialem poji paulo traSiaturi- In
iuridickli luxiiicialU, aut reusfeciffe quippiant,^uod uetitum
fit^fate- tunaut uetitum negat* ft negat, abfoluta ejl iuri-^
^ " lam ,af- , . Ahjoluta*
foluta duobus jit modis, faSti qualitate , & iuris
ratiocinatione . FaSli qualitas eji , cum ofiendir i mus nihil nos
fecijp pemiciofum.lurb ratiocm'. tio modis fit quatuor.lege,ut occidit
filiuindem^ natum quis : licet id lege,more, ut apud Scythas
fexagenarij e pontibus mittutur,Athenis id Scy tha fecit, tuetur fe more
gentis fu • ^ » Vietatioeri minis.
Remotio criminis.con^itutio, quatuor locis diuiditurt
com^aratioh ite, relatione criminis, remotione criminis, con-
cej^ione , Comparatio fit, qumfaSia compen- ftntur, ^ aut maiori
incommodo prolj^e^lurtt efje contendimus , aut deliSlo meritum compara
mus : comparaturq; id quod in crimen uocatur^ ad id quo fe reus profriffe
afjerit , ut quidam mu , ro ciuiMis deturbato hoflesfugauit, reus efl
Itt fe reipublicte.lbi comparatio efl^ quod enim mu
rosdeiecit,uideturl trem , eir Mfione m Clodium, At fi non in eum
qui paffus e^i,fed in alium,uel aliudcrimen tranf fertur,tunc remotio
criminis appellaturiut de eo qui porcam tenuit in fcedere cum
Numantinis, Vnde remotio criminis duobus modis con/iat: fi aut
caufam in alium tranfferamus , aut faS^um: uel fi in perfonm remonemus,
aut in rem ,ut pu tdtuH partibus in- jj>e6iis , legitimam
confideremus . Efl autem le Legitima, ^tima conRitutio , quum ex fcripto
controuer- RHETORICAE COMP* fia nafcituriin funt
in legitima confitutione , Quod fi ex plunbus [criptis controuerfia
ndfcatur, contra^ ^md de TranflationeaSiionis fit omnis
coHtro^ nerfiaM enim ah alio nos accufari debere dici^ musyoutnon
nos^aut non apnd hos , aut non had lege,non hoc cfimine^non hac pcena^
uel aete^ ris id genus* Illud tamen animaduertendum iit
Tranflatione^quodaut omnino de commutatio- ne ali 4
Tranfidtia undefiat^ .♦'-t 4p
huj; eds partes feantur,^uas pnefcripfimusSe^ quU iks
principales , alus incidentes effe dixr mus , lUud multos
implicitos hahetyjTi plures tus in caufa inueniantur^quem
potilsimum eliga^ mus, quem'ue principalem ejje iudicemusf
H«ic jcrupulo facile occurri per nos poterit , fi illud
imprimirobferuauerimus,quid fit quod compre' ' ■ • hendat ,
quidue fit quod comprehendatur ^ qui Trutcipdlis enim alteru in fe
habuerit, is erit principalis: qui uero quafi membrum accefferit ,
incidens erit is Incidens, iudicandus, huius proprium e^l ,
confirmire prin cipalem.Qupd fi neuter comprehendatur, tunc
principalis cenfendus , qui imperarit : incidens, qui
feruierit.Si uero nujqua aut feruire aut comprehendi Ratus
uHusapp^erit,tucuterq^prin- Copiexm • ^ efiappellandusieao;
controuerfia,quonu controuer^ J ^ i ' a ^ i duos m feplures
ue ftatus mpleqti^,cpmplexi Uanominatur. . QJTAE CAVSA
SIMPLEX SIT,* 8^ qu 2 c conmntfla,. Cap^ A Tque uel ob
hanc rem poti fimum fla- tim caufa difeutienda efl,fimplex'ne fit
tn comund^inet^enim eadem utriuf^ efl ratig. quoniam
St quonim multum intereR, utrum de unare an Se plurihus
agatur . Simplex , ahfoiutam continet qua^ionem,at ConiunSla,aut ex
pluribus quce Co/«'w^ /lionibus iunSiaefttut quum Verres accufatUTi
quodmulta furatus fit, quodciues Romanos nei carit, quod peculatu commi
ferit , autft ex com paratione , quum quid poti fimum fit
confidera-^ tunut utrum Cicero accufet,uelC(ecdius.qu(t , caufe
cognitio maximo efi adiumento ad conA tutioneminueniendam,
DE genere caufe, conftitutione ip utrum causa fimplex fit an
coniun6iainj^e6iis,qua^io,ratio,iudicatio,firma-
mentumq^funteognofeenda^nam defaipti& rationis controuerfia fatis
efi; a nobis eo loco de monfhratum,ubi de generali egunus
confiitutio- ne,C^^ipnem autem quum dicimusffummam illam in qua
caufa uertitur ,intelligi uolumust - - Sunt enim pleraque minores
exfummisdepen^ dentes,quasj^cialia nonnulli capita appelknt^
quum Mum fummas dias, generalia nominauerintEfl .QB^o
ergo auaftio hcec , materia , quce ex intentione . fmma.
depulfione'^nafcituriut,Oreflesmatremiure fe ocadiffe
att:qi{^efiio,an iure occiderit » Subfe tquitur ratio, qtue caufam continetiquia
quodfa^ ciu efje confiat, j^er eam defenditur . ut, Occidi matrem ,
quia patrem illa meum necauerat ♦ ex qua ratione necejfead iudicationem
peruenitur^ qu eloquentiae lumi moftendenda, licet TheophraHo
refragrante GENVSDEMONSTRAtiuum. D Emoflratiutgeneris praecepta dare,
funt qui minime neceffarium effe arhitren-, tur:quoduixcenfeatur
quifqua effe qui nefciaty, quaefmt in homine laudanda.cum tamen mu
fu. jit cottidiano,eoqs tandem excreueriti principi- PUS doRorum
confilia afpemantihus , pefimoq^ dicendi genere in iudicijs induSlo , ut
fere folum hodie materiam praeftet oratoribus : non erit ah, f hnnc
iplim etiam locum ddigeittius tradam E 4 uerimuSy yl uerims.Eiusfirtem
honefium effe diximus, fiue enim qumquam laudamus, fiueuituperamus,
id quod dicimus honefium effe contendimus. Nam fyoneRum bonum eR ,
ideo ergo laudatio, & potipima, d uirtutis dehetfon^ te
proficifci , fine qua nihil laudari poteji ^ Eam in quatuor laedes
^iferefapientesi in pruden- 'Virtutum tiam, Mittam, temperantiam,
fortitudinem, 4- praclara omnes quidem, et qua mutuis adiuuen tur
auxilijstaptiores tamen quadam ad laudatio- nem,Si enim uirtus
benefaciendi quada uis e^ certe eas partes qua plurimum
conferunthomi- mhus,maximas effe oportet^unde luftitia ^for
titudoiucundij^ima in laudationibus, qua domi foris^pra^o fint, nec tam
pofiidentibus quam generi humano fruSluofe putentur: prudentia uero,ac
temperantia, tenues ac pro nihilo exi/H , , mantur , iungenda tamen
fiunt omnestquod non minus fape moueant mirabilia, quam iucunda ^
^ata , Et quoniam fingularum uirtutum quada funt partes et ^tcia,
propterea euagandum e^, habet enim in fe Prudentia
memoriam,inteUigen ttdm, prouidentiam : Eortitudo,perfeuerantiamy
patientiam, fidentiam^magnifitentid: luflitia, re E Ugfonmp Ugionem,pietatm,ohferumim,ueritatem,uIti
enem : Temperantia uero continentiam, clemen tiam , modelham^
compleSiitur » His omniVus fuo ordine resgems accommodare,no
tamglo- riofum quam difficile ludicatur, Optimu aute mrtutum
condimenta, quod ornati fime dici facillime audiri po f it, fmper eji
exiftimatum,fi aliquid magno labore ac periculo fine aliquo emo
Jumento pramwuefaSium oRendatur . ea enim pneflantis ejje uiri uirtus
cenfetur,qu^efruSiuo fa altjs,ipfi autem lahoriofa , aut periculofa , uel
certe gratuita fit.Etneuirtutum tantummodo partibus immoremur , magna
fylua oritur lauda- tionum, ex hominum uita , deq; his qua cottidie
in ea emerguntt ut funt illa omnia quibus pramia funtpropofna,femperqs in
pramijs honor pecu- nia proponitur , Commendantur ^quamor- tuos
magis confequuntur, quam uiuosine fui gra tiaquenquam aliquid facere
arbitremur, Nec mi nus foletU celebrari, qua egifje nullus efi
metus, neq;pudor : quemadmodu fertur Alceo Sappho
refpondiffeMonimenta item,^ publica lauda- tiones, in d^unShs potifintum,
magnam faciunt adgdmtationmiquMquamliiudis fiunt gratia, nec ‘
> nobis, fed altjs utilitati funu^rafertim bene meri tis.
S unt etiam morerconfuetudinesq- earum gen tium,apud quas laudamus,
cottfiderand con^at.qui pe des uelociteragit,curfor:qui premere
poteji,^ retinere,luSlator:qui pulftndo pellere,pugil:qui utrumc^
hoc , id eft retinere ^ premere pote/l, pancratiafiestqui omnia fimul,
pentathlus ♦ Ma- gna fane junt hac cum geRu , tum ffe^atu bo-
na.fed nifi externis illis, id e^ fortuna bonis, op timis ad felicitate
infhrumentis,adiuuentur, man ca reddetur felicitas,et qua undecuq^
laudari no potefl.Vnde non mediocris laus ex fortuna to-
nisderiuatur.ea funt nobilitas , liberi, amicitia, glonOf ghria,
honor , eSr qtce fequttnttfr,Nohilitas,0' duitatis f/l, ^•jamiliceAlla
uetu^ate,libeitatey feliatate, rehuscj^geflis commendatmhac^illis
ipfis rehus , uiris etiam ac mulieribus, uirtute aut Jiuitijs,aut alia re
laudata claris, legitimisly nata lihus celebratur. Uberi
magno funt ornamento, fi multi funt, fi (ut uno completior
uerbo)boni* mares ultra corporis bona, temperantia placent,
t^fortitudine‘fixminie,forma,proceritate,pu-- dicitia, lanificio ,
Amicitia multorumbonorum . expetutunqua bona fore amico
putent,propter ipfium amicu agant , Diuitia nummis, agris,pra dtjs,
fupelle 6 iili,mancipijs,armentisq; continen tur: multitudine,magnitudine,
pulchntudine, ex ceUentialaudantwr, eafirma,amoena, utiliaq^ef- fe
debent. Gloria datur,haberi in precio, puta-- ri^ id conjecutum , quod
uel plures uel boni pru dentes dejtderent. gloria diti fimos beneficos
ple rumq- fequitur , uel eos qui conferre queant be- neficia ,
Honons autem partes fiunt,facra, cele- brationes , decantationes
carminum, panegyri- , d,fepulchra,flatua , alimenta publice :
^qticc barbaris placent, adorationes , inclinationes, ce-
bitus , in corporis /latu cernitur ^ Hiratioe/l infpicienda :
animi magnitudo tunc, potiffimu furgit, fortitudo uero illa bellica
(nam domeftica grauioris eflatatis) incrementum ha '
bettneq^fupereft quod fieres d fortitudine, nifi fe in iuuenta
patefecerit. Virili autem atati tantum demitur de laude, quantum de
uirtute de, fideratur ^Itaque oportet idatatis uiros effe per-
fe£liflimosi neq^qulcquam facere, cuius pudeat aut pceniteat. tunc
prudentia, rerum cognitio^, magnificentiaq; apparent. AtfeneSius
patien, tiaplacet:dulcedine morum, comitate, affabilita •
teq;dHe^at.cenfeturq;praclara, fi corpus non reddat infirmum J rebus
publicis no auertittnon ' facit deni^ ut ueru fit illud , Bis pueri
fenes: qua- les funt creduli, obliuiofi,diffoluti, luxuriofnqui .
inomni atate turpes , in feneSia uerq funtfcedtf B.HBTOtt.ICAE
COMP, pm^ SeptimmiUHdfupereA tempus, qu6dj^ i^m hominis
infequi dixermus . in uerycn non femper dccafio efi : quod non
omnerfepul-* tos di^a memoratu feqimtur,Si quando tamen traSlare
cotigerit , teftimoma,fi qua allata funtyr ucenfeantur,tam diuina quam
humana . in qms dedicationes temploru, confecratmes , fiattuti ' A
mommenta, publica decreta numerantur, hahk &fuumlocum ingeniorum
monimenta^u^era^ . - ro laudem ante obitum confequutur.Afferunt et * ' ,
. ^ laudem liberi parentibus, di]cipulipr ■ ' >
^ ci Uerfus caperent, permijkAdem'que mfunehrr
laudatione hunc ordinem ofiendit , ut defunSii. prius Copiofelaudentur,
fuper^lites inde benigne moneantur, filij mox defimS^orum fratres^
aS tdntais ip forum imitationem inuitentur : parens
tumpofhremo&maiorum,fquifuperfunt^do^ BrawluSS confoktione leniatur,
Romani ambitio^ hoc genus troEtauerunt , rmdta fcripfhrutn: • eirch
I libr. dUctfaSia ^ no funttex quibus rerum rioflrarum Ro^a?. tiftorU
eflfaShimendofior .^am illas imerire rionfinebant familia , fed fua quafi
ornamenta tcmtmimenta feritabant, & ad ujpfm fi qunei^ .
. gmerisoccidif[et,&admemoriamla^ fnefticarum, illu&andamq;
nobilitatem fltam: ttec alius quifquam id ojficij fumebatfibi,nifi
quidefuniioeJfetcoiunSiifiimus, Sed iam fatis vituperan- dedimus
praceptoru in hominibus laudandis t et di eade qua exegiffet fane ratio ,
ut aliquid de uituperatione laudandi ra diceremus,nifi hic ipfe labor
eadem nobis exem I ; . uituperationis idem fit ordo, qui
laudadonis i praceptac^uituperandi contra* rijs ex uitijs fumantur
, non folum in hominis tata, fed^ ante hominem , &poft obitum,
itt it iePmle,MeliOyM:^>MoHid
memori^fro&Hf ‘ ^.Vridr fatis conf^y fine uirtutum ukiorut^i^
•m P» V f^wrww *■ 'I "JW* - - ■ ■■ tcSiaagams,
contentihisqtuediBafmtyadho thtiies laudandos pauca de cateris rebus in
mple^,laudibus extollendo, quoaonus fiufch pere uolentibus,imprimis a Deo
Opt. Maxjnci piendu efljnueniffel^ eum , oftendiffeq; nuptias
mortalihustid'^ ita pro confejfo effe,ut non mo^ do nos in hac pia uera4
t - ^ UiiuSytion auiditpudohs ji^ifjcatione, uocis t- m
’ V / 0 ^ po/?remo ^freyfjpme
pr ' lia, qu(t propter fdpfum aut ex confuetudinea^ eit , aut
ex appetitu uel rationali (}urluntas emm
coniefl,cumratiorteineq»quifquani)diqidduidt nifi honu putet)uel etiam
irrationali,cufnfacitit ira ^cupiditas.Neceffee^ ergo, qtuecun(j^ho
niines agunt, feptem tantum caujisfaceretfor--
tuna,ui,natura,confuetudine,ratione,ira,cuph 7* ditate . Fortuna
accidunt, quce nec femper,nec ^ plerum(y , nec ordine
fiunttcumipfaFortuna,ac cidentium rerum fubitus fit atf inopinatus euera
% tus ft^atura ea jieri dicuntur, que remus: neceffee]}, iucunda
omnia uelprafentii fentiendo,uel praterita repetendo, uel futura ff
e rando cotineri, Qjuecunq; tame prafentia dele Bat , eademq-
fferatibus memoriaq; repetentib, iucunda funtinec fecus e contrario^ Vnde
^ in prtimfi hi pra^enty qui ipfi laudandi funt, qui- bus'^ fidem
adhibeamus . cum eorum nihili fat iudicium, qui nullo m precio habeantur.
Amare etiam, amariq;, beneficia conferre, egentibus o- pem ferre,
fuauifima:quod his abundemus, qus- 'vr' ir T homines,
nam prd parente e^ conditor^ pr* maioribus populi a quibus origine
duxerint. junt ix fua auguria , eX uaticinia t multumq^ hahent
mBoritatis qui Aborigines, id efi indigenmplexi, laudibus extollendo, quod onus
fufch pere udentibus, imprimis a Deo Opr. Pto.inci
piendueflunueniffel^ eum , oflendiffeq^nuptias
mortalibusudcj-itaproconfeffoeffeyUtnonmo- do nos in hac pia
uera^ religione, fed etiam uetu flasloui lunonic^acc^tum connubium
retule^ rit , turbam^ dmrum ingentem proeffe nuptijs
uoluerit, nec contenti loueadulto,Iunoneriu efi^ j^ffnoHprM res
intueri prafentes,Uf^enimpf aut animi promotione cogatur^ d^obatio aut
earum rerue^h ^uaedb or^^reno :^cogitantur,fid d caujareisque defmmtunut
jqtubusfita^ fiiutabuLe,teftimoniayfa£hti Conuentayleges,et
Mteraidgenus.auttotaindij^utationeyautar^ ■' •gumentatione
orationis collocata eh : Mt in hae \ '^ear^unentis inueniendis y in
dia de traSiandis • ^ cogitandum. Conediatio fit dignitate hondt eSediatm,
ms, rebus geftiSyexifHmatibneuite remusi neceffe ejl, iucunda omnia
uel pr con- Jueta agere iucundum mauifeilo fit, quis credat tantum
afferre iucunditatis uicifiitudinem f necy iniuria, cum fittietafis mater
fit Similitudo , In- efi & fua indifcendoimitando'que
‘iucunditas: ifuce^ imitatione confequimur, etiam fi ipfa ni- hil
in fe haheant iucunditatis. ocium denique ip- fum^ac iram , ri/«m j
afferentia deleSiant ♦ Po- C z ftrema )
too fkcmOitludmmqtue fecundum naturmkctm* ditate ajferut,
idcirco quo coniunStiora fimt,eo funt iucundiora: ut homo homini ^ mas
mari* qua ex fententia feipjum magis homo amet necef fe e/lj quam
reliquosicum fua ipfius cauft ccete^ ros amet.Liberi deinde,& qua
inter chara adntt merantur^ quanto plus ad homine accedunt, tan to
plus afferunt iucunditatis. Et iucundo qui^ dem per^e6io,eademq^ ratione
iniucundo'(cwn eadem oppofitorum fit difciplina') facile erit co^
^ofcere, qua caufa fit inferenda iniuria : ad Vtiuria affj Juccedat
oportet, quales fint qui iniuria cateror dentes qui* afpcmt.Sunt autem,
qui facile inferre poffe ar^ hitrantur, uel celare jperant: aut fi
deprehenji fint, nullas, uel quam mmimas daturos fe pcenas: plusq;
in iniuria lucri, uoluptatis'ue, quam in luen da pcena damni mcerorisq-
inejfe exiftimantJniu riam facile fe poffe inferre eloquentes ,
diuiteSf aSiionihus exercitati, experti, multis nixi amici*
tijs,clientelis^:uelfi ipfi careant, in habenti* hus amicis, feu focijs,feu
miniflris,quod illorum fe patrocinio tutos putent,Praterea fi amici
iudi cibus fint , uel his qui iniuriam perpetrant* ludi*
rhetoricae COMP. tot cts enim leta moUil^hrachio in amicis
ag^^ann eorum iniurias acjuiore animo toleramus ♦. QeU re autem
feipfos poffeU^erant , qui omni uacare juf^e^ione uideantur,ut d^ormes
adulter'^-, fa* cerdotes flupri,dehdes pulfationis,&'ea qwt pa
idm ante oculos funt neque enim aperta ^ quaq^ ingentis laboris fit
tollere, ohferuantur , Caue^ muslj' potius nobis ab ufitatistut uidemus
in mor his accidere : quos illi timent , qui fiint experti. Clam
etiam fefaSiuros putant,ipiihus nullus ini micuSyUel quibus
plurimi.illhquod no obferuen^ turt hi uero,quum omnibus fere fufj^^^i fwt,no
mdeantur ob nimiam cu^odiam clam facere po- tuiffe^mukos quoque
locus,commoditas,moreSj que celant. Inuitant etiam ad iniuriam
facienda, iudicij propagandi , prop>uljandi , corrumpendi, uel
certe ob inopiam euadendi f^estlucrum quo que apertum,
prafens,magm,prafertim fi dm- num occultum paruum procutue fit.
maior etiam utilitas , quam ut par fupplicium excog^ari pof fit :
ueluti efl ^rannis . Sunt^ proni adiniu- riam, qui inde lucrum
petunt, neque quicquam malipreeter ignominiam uerentur, quibus que
id G } frcijjc fecijje laudi afcrihiturtut parentes quacim
fint qui inferant , quiq; patiantur , fatis arbitror ex his qua in medium
adduRa funt poa tere.Sed quonianon omnibus eadem uidetur in- iuria
, fapeq; ufu uenit ut plus doleant laft quam par fit,minusq; noctdffe fe
putR nocentes quam fecerintCquod aliena mala no fentimus, et noRra
maiora quam fint iudicamus ) idcirco de iniuria primu iureq^faRis,mox de
maiore minoreq^ iniu ria paucis differamus, Iniuria iureq^faRa
omnia legibus primUm duabus, deinde quibus funt bifa riam
determinantur, leges aut duas appellamus il las ipfas iu/li partes, qua
ternario a nobis nume- ro in iu^i definitione funt expojfita,
comunem fcilicet, qua fecundum natura fit: (^propriam, qua in
fcripta ^ non fcriptam diuidatur. Qui- bus uero iniuria fiat , bipartito
conflituimus.aut enim emunis laditur focietas, ciuitasq; ipfa of-
fenditur, ut in militUiaut unus alter ue iniuria af jiciturf tOJT
ftcitwr,ut in adulterio,qu horti quadam eleSiione, quadam uero
^eSiuconuiA * Cueiufinodi:quid jit illud de quo agitur de^ finiendu eB,ur
popimus iwre ne an iniuria querd^ tnur injpicere . pr quonia iuftorum
iniuftorumq^ ' duas partes connumerauimus, firiptas fdlicetle gd,^
no ficriptas, deq- fcriptis affatim demon* firatti eft : pauca de no
fcriptis funt recenfenda. alia enim per excejfum uirtutb uitijq;Junt, in
qui hus uituperatioes,honores , infamia^iut gratias habere
benemerito,amicis praflo effe,& his fi* milia.alia uero ex lega
fcriptarum defe6iu:deejl aut fcriptis legibus, uel qu^ latores aliquid
effi gerit,uel quod confulto pratermiferint,cu detet minare
figillatim omnia nequiuerint.ne^enint fi de tiuinere agatur, quo ferro,
quali , quat&ue, G y coth tO^constitui poteft, Eil
igitur aquum (juoddm ha^ numq;, quod praterlegefcriptamiufiu
cenfea- turimultaq^ etid lege fcripta putatur iniufla,qua aquo
homq; tutari Poffunt. Bade ratione no tan ti errores faciendi funty
quanti iniuria:nec*tanti qwt aduerfa eueniut fortuna, quati
errores.nam gduerfa fortuna feri dicutur,quacu<^prceter o-
pinione, non ex malignitate puntterror uero no 'praeter opinione, fed
fine malignitate ft. At iniu . ria cSt* opinio e^i O’ malignitas, Aequu
e/l etiatn jn rebus humanis ad ignofcendu commoueri: eJT* non
lege,(ed legis fcriptoreino uerha,fed fenten
ti^:nonfaSiu,feduoluntatetnon partem, fed to tminon qui nuc, fed qui
pepe, aut fere fmp fut ritconfuierareibenefciorupotii^qua
iniuriaru, accepti!^ quam collati meminilje : iniuriaaquo
gnimoferre, oratione potius Mam re difceptare, et ad arbitru magis quam
inforu defcendere,na arbiter ^equu bonuq^, iudexiuflumf^eSlaune^
gha ob caufam arbiter eligitur, nifi utaquum ho tiumq-fuperemineat.
Atq;hac deiniuriaiurec^ fa£tis di£lafufficiat,Haior aut minor ue
iniuria inultis modis cognofcitur i eaq^ maior exiflima i 07 htr,qH<e i nudori t
profcifcendi toh 4e <{uee minim funt aimiruty ttutxitM mterdu
td deturtcu ispr^fertim qui terunciufwctur^quid kis iudicetwr
ablaturus . Ma^itudo quoq; dam m maiore facit inturid , fi par mUum
juppliciurH ' excogitari, aut remediu adkiben pofit : na ultio et
pcenapro remedio fut.nec minor, cu qui ppef fus turpitudine ferre no
poteritiut qui accufatus ^ fibi uim intulit,maledico(y carmine laceratus
hh queo pependit .E/i et in maximis, foiu aliquid fd cere,uel
primu,uel cu paucis: pnefertim fiid fa* ciat fsepe, caufam'ue legi
nou<e dederit , aut cor- ceri,autfupplicio.QM»et maior cenfetur
im«- ria, quce plurimu dijiet ab humanitate,beftiaruL fit
quamftmillimaiet qiue cogitatojit,quaq; audi ta homines magb timent quam
mifereantur. Am plificatur aut omms iniuria,quod euerterit multa
iufta,iufiurandu, datam dexteram,hojpitium,fi dem , affinitatem'^
contempferit.Ad haec maius redditur peccatum , fi ibi deliquerit , ubi
iniufti puniunturiquod faciunt falft te/ies. ubi enim no nocebunt,
qui apud iudtcem peccauerintfEa etia ^maiora funt, in quibus fumma
turpitudo, ingrati- tudo^ I fOdtudoli^htgens.nm
bis pecatyquodnon lenefi^ €ity^j}i Umde.Sedhac&‘ longeflurayfij^
lidmitudii artis<^ adhibuerit , facile orator fuo
iiigenioaffequetur:nohisdemonflraffe fat fitge tueri iudiciali
neceffariay^uid potiffimu circa ittr luria uerfetur.Eius generis proprium
eR rita difcuteretomnes flatus capit, omne artis exi git
fupelleSiilem , omnia dicendi genera cu ufus ^ cxpoAulat: neiy ullum
genus e/l, in ^uo df^ , flcilius^oriofius'^fe poffk . orator
exercere, ab Optimis utriuscg lingug autoribus excerpti, quotn
perducendis ad eloquentia iliis adolefcentibus uttjfolebat. lli'k^
àrtaiì lì*. rflltllli hK i -'p FRANCESCO LO
PAECCy P. . - * - * » • I ■
- ■««■■^ ■I* 1
•» y W *J
^. \ Ili
■*^i**^-»- ^««««a •••aaa^ki^Mi^kirtH
• •* , Concludo qucmC appendice con un voto.
Bemékè ìm Jfibliotcca parroMÌana sia stata, or per a tarisia fratesca,
or per incuria dei custodi, deplorabilmente assottigliata, pure di codici
e di edizioni annotate avanza tanto da potersene fare uno studio accurato,
Che non ci abbia da essere niutw dei nostri guh vani filologi a cui
non nasca questo desiderio Cosi scrive il compianto Fiorentino, qnan;]So,
tratteggiando da par sao il sorgere ed il progressivo sviluppo della
gloriosa Accademia cosentina, rimaneva ammirato dinanzi al- Tulta
figura del suo fondatore, P. Dovendo, tre anni or sono, scegliere un
argomento por la tesi di laurea, molto opportuna ci parve P indicazione di
Fiorentino; sicché, per quanto fin da principio ci accorgessimo della
difficoltà dell'impresa, alla quale ci accingevamo, fiduciosi ci
mettemmo all’opera, non colla presunzione di adempiere il voto del
dotto filosofo, ma per mostrare che, dopo più di un ventennio, vi era chi
accoglieva il suo invito, Piorvntino, Tclesio. ^ Voi. !!« Firenze
Siieo. Le Monnler. Il II I II I *
I *m w l ,mtm >.1. m > por dar
prova, so non altro, elio la polvere ola tignuola non meltono poi tanto
spavento, da faro presto presto strizzare Poceliio ed arricciare il naso
scliifiltoso. Ora ò appunto quel lavoro, benevolmente giudicato prima
dalla commissione esaminatrice della facoltà letteraria di Napoli, e poi
da lla Eacolfii del R. Istituto superiore di Firenze, che,
riveduto e ritoccato nello sue parti, sottoponiamo al giudizio del
benevole lettore. Oli scrittori contemporanei di P. si mostrano addirittura
entusiasti di luì, non gli risparmiano le \ìì\i alto lodi, e no magnificano con
x>arolo altisonanti il valore e la grande erudizione; ma a ben
poco si riduco tutto quo! rumore, cbo menano intorno: suppergiù non trovi
che notizie inesatte, cbe gli uni copiano dagli altri, e che ripetono
sino alla noia, inni, ditirambi, epigrammi, tirate reto- riche e
che so altro ; ma la critica manca completamente, o appena si azzarda a
far capolino. Degna però di nota ò la monografia che pub-
blicava lo Jaunelli, nel 1S44, sulla vita e sui saggi di P. De vita et scriptìs
P. conscntini^ phiiologi celeberrimi, commeutarius a Cataldo JaimeUio, regio
bibliotecario acadeènìico herculanensi et conscntino^ cluciihratus ; ab Jamiellio^
ratris filio^ conseutinae Acadetniae pariter socio, cditiis, praefation$
et tuxis auctui, — NeapoU, tipis Alo^'sii Banzolii, mdccc^cliv.Con
tutto il rispotto dovuto al dotto e yalente archeologo, ci dispiace di
dovere fìn da ora asserire che il nostro giudizio sulPopera sua non sarà
molto lusinghiero. La vita da lui scritta è un magro e nudo
racconto, che si riduce alhi semplice esposizione dei fatti, alle
sole citazioni, senza che nulla si agiti intorno al x>ro« tagonista e
v'imprima un po' di varietà e movimento. P. professa a Napoli, a Roma, a
Milano, a Vicenza, a Padova, a Venezia, ha molti nemici, solivi
molte x)ersccuzioni, l\i torturato dalla gotta e muore a Cosenza. E
può mai questa chiamarsi biografia? Dov' ò l' uomo, che ti si presenta
innanzi coi suoi aifanni e colle suo miserie, colle sue x)assioni e
coi suoi disinganni, senza grave sforzo del lettore? Il Parrasio
corre errabondo di cittA in città, trova nemici acerrimi ed ostinati, che
gli si gettano addosso a guisa di cani mordenti ; ebbene, perchè
tutto questo ì Xe è forse egli meritevole per l' indole sua,
X>er l'incompatibilità del suo carattere, opx)nre quelle lotte, quelle
persecuzioni sono il portato legittimo dei tempi in cui visse, di quel
secolo d' interminabili litigi, il secolo dell' Umanesimo t
Non lo dice lo Jannelli : egli pare che faccia poco conto di quel
x>i'ecetto, che il valore esatto di un uomo non si ha se non quando un
tale uomo, come l>enis8Ìmo osservava il Graf (1), si considera
(l) Attraverso il -Ciwjucceuto.— Looschor, Torino.] nelP ambiente sao, in
mezzo alla vita. varia e com- plessa di cui egli è| al tempo stesso,
organo e pro- dazione. Per la qnal cosa, dopo aver letto il
commentario dello Jannelli, quaP è V idea che il lettore si è fatta
di P. f Oiò che si è detto di Gaio può dirsi di Tizio, non vi
è nulla che caratterizzi 1' uomo, non appare Tessere vivo di Dante,
l'individuo tutto intero, tutto d' un pezzo, la persona libera e
consapevole del De Sanctis. Oltre a ciò non ci dice lo
Jannelli se ò giusti- ficato quel lugubre lamento, cbe emana da tutti i
saggi di P., specie dalle orazioni inedite; se ò vero quello straziante
singulto, cbe erompo da quel mesto componimento, V elegia Ad Luciam,
in cui si sente lo sconforto di un' anima abbattuta, un phato9, cbe ti
aggbiaccia, un taedium vilae, che ti stringe il cuore. Su tutto questo
tace il biografo: Innanzi alle innumerevoli miserie, cbe affliggono
il suo protagonista, egli non si commuove punto, le narra senza commenti,
senza riflessioni, trascu- rando così completamente il lato artistico,
cbe non consiste nella semplice forma; ma richiede anche il
concetto, consistente in quelP elemento subiettivo, in quella speciale
maniera di saper spiegare e rior- V. nostro lavoro : L'elegia e Ad
Litciam » di P. e il Bruto mitiare di Giacomo Leopardi, Ariano, Stali, tip. Appaio
Irpino, ISOO. ] dinare i fatti, facendoli tutti dipendere da un'
idea unica, cbo abbracci in mirabile sintesi tntta la vita di
un individuo. Le copiose notìzie, con tanta pazienza raccolte, sono
gettate lì, senza essere state prima elaborate, non v' è sintesi, ma
lunga e pesante analisi ; sicchò manca completamente la riproduzione
artistica delle notizie trovate, che f^ apparire coi suoi pregi e
eoi suoi difetti la persona presa a tratteggiare. Bisogna però
convenire che, rispetto a P., non ò cosi facile riuscire neir impresa:
perchè si possa avere una completa conoscenza di lui, non bastano
le notizie, spesso inesatte, che ci danno i filosofi contemporanei ; è
necessario che il biografo sapx)ia ficcare lo viso infondo ai preziosi
manoscritti inediti dell' insigne filologo, e studii ed analizzi
soprattutto Pampio codice, che contiene le ora* zionl tenute dallo
stesso, al principio dei corsi, nelle diverse città, dove fu chiamato ad
insegnare. In questo codice V infelice umanista ci dà piena
contezza dei suoi mali, dei suoi nemici implacabili. MSS. R.
BibUoteca Nazionale di NapoU Cod. V. D. .15 — Cari. aut. del sec. XVI,
min. 317 per 223, di e. 164 non numerate, uè tutte interamente scritte,
oltre due o più bianche, già guardie di esso; ò legato di pelle. —
Incipit € Epithalamium », esplicit € Oratio ad. di- scìpulos. » — Come
tutti gli altri manoscritti parrasiani, questo, codice divenne prima
proprietà di Antonio Scripando, come dalla seguente di- dascalia finale :
€ Antonii Scrìpandi ex Jani Parrhasii testamento », e poi passò alla
Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara, di dove nel 1799. alla R.
Biblioteca borbonica, ora -Nazionale. Nella CaUibria Citeriore, in fonilo
a quel granilo ellis- soide, eh' è la valle del Crati, formata dalla
catena degli Appennini, che ai contini della Ba^^ilicata si dirama in
due opposti bracci, V uno lungo il golfo di Taranto o l'altro lungo
il mar Tirreno, sul fiume Crati e Busento, sorge la (Vii- sentia di
Strabone e di Appiano Alessandrino, la metropoli dei Bruzii, come la
chiamano LIVIO, PLINIO, Antonio, Pomponio Mela. Bella e
famosa città, dal territorio ubertosissimo, dove, facciamo nostra.
Pespressione di uno dei più fervidi apologisti di essa, il Sambiasem stan
gareggiando insieme Cerere e Bacco, Pallade e Silvano, e Pomona con Flora
i. Occupa una bella pagina nei fasti civili e militari d' I-
talia ; ma merita soprattutto un posto importantissimo nella storia dell'
umano pensiero. Basta dare un semplice sguardo alle opere del
Barrìo, deUo Spiriti, deUo Zavarroni, dell' Ughelli, del d'Amato e
di tutti quegli altri scrittori calabresi, che [Ragguaglio di Cosenza, Napoli. De
Siiu et antiq. CalaMae, Roma 1737. (3) Memorie degli scritton
coseèuini, Napoli. Biblioi. Calabra. Napoli Italia Sacra* \jSi)
Pantapologia calibra, Napoli. diuanzi alle gloriose mciuorie ili Cosenza,
entusiasmati, hanno sciolta la loro lingua alle più alte lodi, per
comprendere quanti forti e baldi ingegni abbia nei diversi t-empi dati
alla luce : Antonio Telesio, Galeazzo di Tarsia, Coriolano e Ber-
nardino Martirano e soprattutto la fenice dei moderni ingegni, Bernardino
Telesio, potrebbero illustrare, nonché una città, una nazione
intera. Ed Aulo Giano Parrasio non è anche lui nativo di
Cosenza! Sebbene tutti i suoi biografi lo credano tale, e non
sorga a negarlo che il solo Aceti, il quale con scarse ragioni,
gonfiate da un esagerato spirito di campanile, sostiene che il P. sia
nativo di Figline (1), villaggio presso Cosenza, puro noi, per varii
motin, dubitiamo che egli sia cosentino nel vero senso della
parola. Anzitutto perchè troviamo ritenuti per cosentini
parecchi valenti nomini di quei tempi, come Bonincasa, Cornelio, Mazzucchio,
che sono nativi di qnei diversi villaggi, detti volgarmente casali, che
circondano Cosenza e sono ritenuti come tanti sobborghi di essa. Poi
perchè il P. nelle sne opere, sebbene .ne abbia tante volte l'occasione,
non ricorda mai Cosenza come sua patria, a differenza di tutti . gli
altri scrittori di questa città, nei qnali, come notava il Fiorentino, si
vede una certa ostenta- zione nel determinare la loro patria, e
nell'apx)orre al proprio nome l'epiteto di cosentino. In una
lettera a Vincenzo Tarsia si congratula del risveglio letterario della
Calabria e specialmente di Cosenza. In un'altra, diretta a Pngliano, parla
dei [Animadcersiones in Barrium De Situ et antiq. Calabriae^ ed.
cit. € Vir iste inter omnet acvi sui erudi tissimus facile prìnceps, ad «
Fillooum, tire Felinum pertinet, patriam tuam ac meam. De Rebus per EpisL
quaesit.] cosentini^ mostra che non dimentica mai Cosenza, che anzi Pama
teneramente; ma non dice mai nnlla, da cui si possa dedurre che egli
stesso sia cosentino. Ne basta : nell'orazione inedita, tenuta e Ad
Patrieios Xeapolitanos > (1), il ?.♦ per ben predisporre gli animi
verso di lui, fa noto che, sebbene ancora giovane, ha già inse- rì
guato parecchi anni nella nativa regione dei Bruzii : e prìus I : aliquot
annos frequenti auditorio in Brutiis, unde nos ortum dncimus,
interpretandis auctoribns impendimus i. Ora perchè qui ricorda i
Bruzii e non Cosenza, dove realmente insegnò prima di andare a Napoli Non
crediamo parimenti trascurabile Fultra prova, che ci fornisce un codice
inedito di Bernardino Mnrtirano, cosentino,* discepolo del Parrasio, da
noi rinvenuto nella Biblioteca Brancacciaua di Napoli. In
questo codice iutitolato e De Famiiiis cousentinis i (3), il Martirano
non fa menzione della famiglia del maestro, e ciò non sembra fatto per
semplice dimenticanza, poiché in un sonetto dello stesso scrittore, sulle
famiglie di Cosenza, riportato dal Sambiase e riprodotto dal Fiorentino
(4), si' nota la medesima omissione. E in ultimo è
ravvalorata sempre più la nostra tesi da una lettera contenuta in im
altro codice inedito del P., che si conserva nella biblioteca dei PP.
Gerolamini (1) Cod. cit. V. D. 15. (2) MSS. Bibl.
Brancacciami di Mapoli. Cod. 3. A. 16. e De FamiliU coaseatinit
CommentarìuB. > Ai cultori di memorìe cosentine indichiamo i due
codici inediti, che ti trovano nella stessa Biblioteca: € Rclacion de la
Ciudad de Coson- zia — 5. 0. 1.
— De Syla Consentiae. ex historìcis — 2. C. S. » (?) • d) op.
cit. (5) A/S5. Bibl. dell'Orai, dei PP.
Gerolamini di Napoli. Cod. Pil. XI.2 Cari. mise, apogr., del secolo XYl,
mm. 219 per 158, leg. di pelle. È dello stesso formato dei codici della
Bibl. Nazionale^ e proviene. 0t0immjmtmi' I afti^fci
y** In quella il P. roccoinaucla caldamente a Tommaso Fedro
Inghirami, bibliotecario della Vaticana^ il caro amico Antonio Cesareo,
che egli chiama suo e conterraneus »• Non pare che il P. gli
avrebbe dato l'epiteto di e civis i, se anche lui, come quello (I), fosse
stato cosentino t Tenuto conto di tutte questo ragioni e delle
notizie enfaticamente forniteci dall'Aceti, il quale fa menzione di
un altare gentilizio dei P., di una lapide commemorativa del
Cardinale P. Paolo, esistenti in Figline, come pure di altri documenti
tratti e ex librìs Baptizatorum », ci sentiamo indotti a erodere che il
P. fosse realmente nativo di Figline. • Ma Cosenza fu per lui
la vera patria di adozione, l'amò sempre del più tenero amore, fino a
quando fluì in essa i suoi giorni, e sebbene non si sia mai dato
l'epiteto di cosentino, pare che non gli sia dispiaciuto d'essere st«ato
creduto tale. Anche noi x)erciò, pur sapendo di tradire in parte
la verità storica, continueremo a chiamarlo cosentino.
I biografi non sono d'uccordo circa le origini della fa- miglia del
P. : alcuni affacciano delle ij)otesi, altri fanno delle gratuite
asserzioni, fra queste degne di nota quelle del come
Morobfa, dalla stessa Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara, di dove pare
sia venuto in proprietà di Giuseppe La Valletta e da questo ai PP.
Gerolamlni. — Cont. « Campanarum Epist. Antonii Panhormitae », di e. 56
scrìtte, più 6 bianche, già guardie. Incip.
« Ad Nicolaum . Buezo- tom > ; expl. € et genus humanum ».
Seguono : € BpistoUe Jan! Parrhasii » di e. 30; incip. e
T. Phaedro, romanae Aeademiae », expl. e epistola Bernardino Minoritaiio
». (1) CiiioccARELij — De iUusiribtis scn'ptoribiis ecc. Ncapoli.] Come
vedremo Parrasio ò alterazione di Parisio. Gonzaga (1)| cho, fra lo altro
cose, chiama il marchese Giuseppe Parisi di Napoli, l'ultimo
rappresentante del ramo calabrese della famiglia Parisio ; mentrOi da
notizie da noi assunte', ò risultato che V ultimo rampollo di essa e
Ernesto Parisio,. marchese di Panicocoli, dimorante ora a
Benevento. Questi, con gentilezz«'> degna della nobiltà ed
eccellenza della sua famiglia, ci forniva le seguenti notizie, tratte
da diplomi e privilegi : Guglielmo, nativo di Parigi,
portatosi in Italia alPepoca del re Carlo I, lasciò il primitivo cognome
di Lancia e prese quello di Parisio. Da Ruggiero, suo figlio, nacque
Matteo ed Andrea, che, uniti al padre, militarono con grande onoro
sotto lo stendardo di Ferrante I d*Ai*agona, come apparo dal privilegio
d' immunità e franchigie, confermate poi da Carlo V (2). Avendo il
suddetto 5ratt.eo operati molti e prestanti servigi al suo re, ebbe in
premio il feudo Aconaste di Alipraiido, confermato dal re Alfonso
(3). Illustri discendenti di Andrea e ^latteo furono
Guglielmo e Gualtiero, i quali da Ferdinando il Cattolico ebbero in
dono il castello di Kalamo, nella terra di £se, come appare dal
breve di donazione, da noi osservato in Benevento presso il marchese
Parisio. Da Ruggiero poi nacque una delle maggiori glorie
della famiglia, .P. Paolo, valentissimo giureconsulto, che tenne
cattedra a Bologna ed in altre città d' Italia, e giunse all' o- nore
della porpora. Ora t^ma qui opportuno osservare che la famiglia Parisio
si diramò poi in Messina, Oastrogio vanni, Mineo, [Conte Berardo Candida
Conzaga. — Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali
d'Italia. — Voi. 6, pag. 136, Napoli 1883, (2) Archivio di S,
Agostino alla Zecca, — Documento XI, fol. 62, in quinter. Vili, fol. 200.
(3) Archivio di S, Agostino alla Zecca, — Privilegio registrato in
Privil. XI in quinter. Lcntini, Napoli, Bologna e Reggio; ma il ramo
principale fa quello di Calabria, il quale a sua volta si diramò
nei Parisio e ex Bugerio », da cui discese il Gardinale, e nei
Parìsio € De Thomasio »• Da quest'ultimo ramo, da Tommaso,
consigliere di S.» Chiara, e da Pellegrina Poerio, il 28 dicembre 1470
(1), nacque Giovan Paolo Pàrisio, che poi prese il nome di Aulo
Giano Parrasio. Discendeva questi dunque da illustre ed antica
famiglia, in cui pare siano stati ereditari Pcccellenza dell' ingegno e
Pamore alle >nrtn ed alle alto ed onorifiche imprese. Gli
scrittori del tempo sono concordi nel tessere gli elogi dei genitori del
P. , lodano la coltura e 1' alto sentire di Tommaso, non che la nobiltà
d' animo di Pellegrina, che fu rapita prematuramente aU'affetto dei suoi
(2). Non tardò molto a palesarsi nel P. quella grande ten-
denza ed attitudine allo studio, e quella grande tenacità di mente, che
fin dai primi anni fece presagire nel giovanetto uno splendido
avvenire. n primo suo maestro fta Giovanni Grasso Podacio
(3), detto cosi dalla patria, Serra Pedacia (4) : molti scrittori
no lofiano la dottrina e la bontà del cuore, sicché sotto la guida
di lui il P. fece rapidi progressi, dando presto chiare prove che il
discepolo avrebbe superato il maestro. Gi rimane una lettera,
indirizzata al Pedacio, in cui l'antico alunno scioglie alcune difficoltà
letterarie, che quésti gli aveva proi>oste ; ciò che in altri avrebbe
generato un [Loca Gaurico — Traci. IV Da Nat., T. II. Op., pag.
Id36. Jamtislli — Op. cit., pag. 1. (2) Parrasio. — De Rebiu
ecc. — Orai, in epist. Cic. ad Alt., pag. 242, ediz. Mattltaei, Neapoli,
mdcclxxi : e In optimam matrem mcam primo desaevit (Fortuna) integra
adhue aetata. '» (3) De Rebus ecc., pag. 121. (•^
Zavarroni. — Op. cit., pag. 63. * fnXk'^ lAk^Ài •-
-•»»T»* , che si legge nella cosi detta Apologia di Vallo. Passato un
cei*to tempo dalla sua venuta a Lecce, il P., come vedremo, incorse
nell'ira paterna per essersi mostrato poco disposto allo studio del
diritto. Essendosi però il padre piegato a più miti consigli, egb",
allettato dal bel nome, che godeva a Gorfù Giovanni Mosco, spar-
tano, al quale accorrevano da Veneziike da ogni parte d'Italia, non che
dalla stessa Grecia, tutti quelli che desideravano pe- {ì)
De Rebus ecc,^ ediz. cit., pag. 121. (2) Apologia del Vallo. — V.
Comm. del P. al e D^ Raptu Proserp. Claudiani > — 1505, Milano : €
Multa tamen in Graecia antea ilidioe- rat, admodum praetextatus, in
Japygla, quam regia potestata Tamìsiui, pater eius, obtinebat, usua
praeceptore Sergio Stizo, cui nihii ad sum- mam defuit erudi tionem,
praeter quam maiua nostrarum litterarum sin- dium. > [Jannblli
— Op. cit., pag. 4. . . ^to«Mi«^hMiA«Mta
1 . «■^«I *v
y- * v L^ ? ;. TT^
I notrare nello intimo bellezze del greco
(l), volle recarsi colà| e pare che vi si trattenesse poco più di un
biennio (2). Non possiamo dire con procisiono quando egli si
portasse dal nuovo maestro, se nel 1488 o nel 1489, pare però eerto
che ritornasse a Cosenza intorno al 1491, come ci aiTerma un passo del
suo Oommentario al De Baptn Proserpinae di Claudiano. Ivi il
P.) parlando della Delia Oliva di Catullo, ricorda che per fonte e non
per albero aveva interpretato quell' O- Uva, dieci anni prima, quando a
Cosenza aveva avuto a maestro Tideo Acciarino (3). Tornato a Cosenza,
riprese quindi il P. lo studio del latino sotto la guida di quest' ultimo
, tanto lodato dal Poliziano (4), e ben presto rivelò i frutti del savio
ed ordinato insegnamento del dotto maestro, riportando a Cal-
limaco quel carme, che ha per titolo e ri ahtx », o inter- pretando per
la fonte che esisteva nella Beozia, e non per albero, la Delia Oliva di
Catullo (5). (1) Liuo Gregorio Giraloi. — De Poctis sui
temporis. Dial. II. TiRABOSCUi. — Storia della letier. iud. — T. VII., P.
II, pag. 437. Roma. Anoelo Spera. — De nobil. profess. gramm, 1.
IV, pag. 288. (2) Apologia del Vailo. — e lode Corcyram profeotus,
operam Mosche dedlit 000. > (3) Parrasio. — Commentario al
€ De Raptu Proserpinae » — y« 188, lib. II : • (4) Poliziano.
— Epistolae, — lib. VII. (5) Parrasio. — Commentario al € De Raptu
Proserpinae », lib. III^ T. 288. »aA.i Parrasio
a Cosenza ed a Napoli — Relazioni cogli AragonesL
Non bisogna però tacerò che anche il P., corno tanti altri umanisti
(1). trovò nel paciro un fiero oppositore ai suoi studi prediletti
(2). Era ornai divenuta tradizionale nella famiglia Parisio
la tendenza alla carriera giuridica (3), sicché Tommaso si mo- strò
dispiaciuto verso il figliuolo, che preferiva lo studio dei classici a
quello del digesto e delle pandette. A quale perìodo della vita del
P. deve però riportarsi questo fatto! Lo Jannclli, esagerando
anche lo sdegno del padre verso il figliuolo, aiTerma che bisogna
riportarlo a quel tempo in cui quest' ultimo apri pubblica scuola a
Cosenza (4). (1) V. nostra monografia: Un Accademico
pmitaniano del secoli XYi^ precursore dell'Ariosto e del Pnrini^ pag. 13.
— Ariano — Stab. tip. Ap- piilo-Irpino — 1898. i2) De Uchus
per cpisloìam ecc., eiliz. cìt., pag. 242 : e Neque vero comineinoralH),
quod ut hune quantuluincuinque litterarum profectum ' iiiorarctur«
indulgciuU alioqui in me patria animum'depravavit (Fortuna), no sumptuA
ai ooìa Musarum auppcditaret, taroquam relieta a malori- bus trita semita
degeneri, quod, ut illi, leges ediscere neglexerìra ». (3>
Morelli — De Patricia consentina nofnlitaie, (4) De vita et
scriptis ecc. A. qia:«o paukasio
Ciò non ò prosaniibile, poiché Tommaso Parisio, da uo- mo
accorto ed intelligente quaPerai non avrà certo atteso che il giovane
avesse raggiunta l'età di 21 anno, per costringerlo a battere la e tritam
semitam gentis suae i. Più logico in- vece ci sembra che egli cercasse di
piegarlo ai suoi volerli prima che del tutto uwa^««»««^N!w' luuuincrcroli
quesiti di diritto, tratti dalle opere dei pia valenti giurecbusulti,
corno Ulpiano, Paolo, Modestinoi Pa- piuiiiDO ecc., bisogna notare il
lavoro paziente del giova- * netto, reso ancora più manifesto dai non
pochi errori grafici, in esso ibcorsi, ed eliminati evidentemente da una
futura correzione. Pare però che in Tommaso Parisio abbia
finito col trion- fare la generosità del suo animo; sicché, specialmente
quando vide l'altro, figlio Pirro battere la strada dei suoi
antenati, dovette certo venire a più miti consigli verso Giovan
Paolo, e permettergli di seguire la naturale tendenza del sud
ingegno* Xon crediamo punto di errare asserendo quindi che
egli stesso lo consigliasse a lasciare Cosenza, dove presto la
scuola di luL.cra salita in grande onore, ed a recarsi a
Napoli, dove già egli occupava la carica di regio consigliere
di . S.« Chiai-a (1\ Però inclineremmo a credere che il
P. non si recasso allora a Napoli per la prinia volta, poiché uelP Oraiio
ttd ratritios ncapoliUiìtos dice che, essendo venuto colà per sa- -
lutare gli amici, da questi, che già per prova dovevano conoscere il suo
valore letterario, venne invitato, anzi forzato, a tenere uù corso /li
lezioni sulle Sclì:e di Stazio (2). Non crediamo qui necessario
trattenerci a discorrere del Pontano e della sua Accademia, dopo il cenno
che ne abbiamo fatto in altro nostro lavoro (3} ; solo ci piace
osser-' vare che sebbene il P., ancora cosi giovane, si assumedse
il (1) Toppi. — Dj Orig. Tribun. — P. II, 1. IV, cap. I,
pag. 239. (2) MSS. Bibl. XoiionaU di NapoU. ^ Cod. V. D. 15. — € Ai
io praesontiaruui/ Viri patritli, quum ofiilii causa, ut amicos
inviseremas, A'I vostram rempublicaiu ornatisshnain aodique vorsum me
contulissem, ab eìndem post aliquot dies inissIoDem impetrare haudqaaquam
potala quod dicerent nostrae consuetudinis iucundltate teoeri eoe.
> (3) Un Accadeinico poHtaH'ano d€l secolo X Vi, precursore ddV
Ariosto e del Perini, pag. 21 e seg. — Ariano, Sub. tip. Appulo-Irpino.
»-:j ^tei*«*MÌB iimtaa^^
lm Pantapdogia ealabra, — Napoli 1725. (3) De
Patricia consentina nobilitate. — Venezia 1713. (4) Castiglione
Morelli. — Op. cit. e Ferdinando II regi admodum carut, cuius ingenita
servitia laadantur »; i5) MSS. Bibl. Nazionale di Napolil — La
lettera in doppia trascri- zione, si trova nel codice già descritto. — V.
P. 9. Il "-K*«b ■M«MkMd«M*^wv«*k#«J)A«
j *V^»^tlm, Dopo avere a lungo discorso
della divinità cgizianai il P. cosi pone termine alla sua lettera:
e Qui (Fortunae) si nonduin omncs ad unum bonos libuit excindore,
si nomon Aragouium propitìa rospicit, te, lapsis tuomm rebus, incolumen
servabit, discot abs te clcmcntiam, mitissimoque Principi mitis aliquando
fiet. Tu rnrsus maio- res tuos intueri debes, ascitos coelo, operamquo
dare ut, nude per iniuriam doiectus cs, industria virtusque te rcponant
>• Come ognun vede, questo Priucipo aragonese per iniu-
riam scacciato dal trono, non ò altro che Ferdinando II, il quale dopo la
battaglia di S. Oermano e l' insurrezione degli Abruzzi, non avendo
potuto mettere un argine ali* invadente piena, che si era rovesciata nel
suo regno, lasciò Napoli per fuggire alla volta di Ischia.
Merita similmente di essere riportato il seguente brano della
lettera in esame : e Audio (1) te esse egregiae iudolis
adolescentnlum, animo alucrem, iugenio pótentem, frugalitatis et
contincntiae in istis ani^is admirandae, patientem laboris, a
voluptatibus àlienum, firmiterque laturum quicquid inaedificare,
quicquid tibi fortuna voluerit imponere >• Dai passi
succitati, specie da quest'ultimo, in cui è descritto minutamente il
carattere di Ferdinando, chiara- mente si vede come tra il Principe ed il
giovane filologo sia esistita, pia che una semplice relazione, una vera e
cordiale amicizia, che crediamo abbia avuto origine fin da quando il
P. (1) Audio è qui adoperato noi significalo di conoscere ;
Cfr. Cicerone: 4 Audit igitur mena divina de s^ngalla ». . ..
.A--, -1- a . lait. "-Tfc'- i r» t - * m» . « i^ ^i i H m» » . - ; e
fo- ccndogli affidare V ufficio di e Oavaleris penes Oapitaneos
terrarum Montaneae et Civiteducalis, x>otcstatc substituendi, cum
gagiis et emolumentis, lucrìs et obvcntionibus solitis et consuetis et
debitis >. ^on ripetiamo tutti gli elogi proiligati nel
documento in parola ; ci limitiamo a riportare solo il seguente brano, in
cui chiaramente si vede l'alta stima, che il re Alfonso ed il
principe Ferdinando avevano del P. : ' e Nos autem habentes
respectum ad merita sincerae (1) Chàritio. — Endimione. ^
Canxooe Vili. (2) Le rime di BenedeUo Gareih, detio il Chariteo. —
Napoli — V. I, pag. XLIV. (3) Erroneamente il Tafuri crédette
di identificare nel Barrhasie dtà Chariteo, Giovanni Marrasio ; come pure
a* ingannarono coloro i quali supposero che fosse Francesco Barrasio, «
regio consigliere et presidente di Camera [Archivio di Stato di Napoli. —
Collaterale prìviL Aragon. clovotionis ot fide! praefati Pauli, ac
considerantcs sorvitia per oum Majostati nostrae praostita et
impensa iis et aliis considerationibas et causis digne moti,
praefato Paulo ad eius vitae decarsum iain dieta officia. ..;• haberi
volumus prò in- sertis et expressis et declaratis. > Pare
però che il P. non abbia occupato a lungo questa carica, che, se gli
procurava danaro ed onori, non doveva certo concedergli il tempo
necessario per dedicarsi ai suoi studi prediletti. Ecco
perchè nel 1405 lo troviamo a Lecce (1) in DeeU" iiam 8cribarum^
carica molto onorifica, alla quale non poteva aspirare e nisi honesto
loco natus, et fide ot industria co- gnita 1 (2). . - Di
queste due cariche sostenute a Taverna ed a LeccCi si rammenta poi il P.
con rincrescimento e disgusto quando^ svaniti i sogni dorati della
giovinezza^ si dedicò di nuovo e con pia lena allo studio delle Jettere :
e lam vero piget neminisse quod ab ingenuis ai-tibus ad calamum
militiamque me tradaxit (Fortuna) i (3): n P. né in questo,
né in altiì luoghi ci dice quando impugnò le armi ; non crediamo però di
errare, sostenendo che ciò sia avvenuto nella lotta degli Aragonesi
contro Carlo Vili e non dopo la caduta di questi, e ut consuleret
sibi patrique i, come crede lo Jannelli (4)« Come i suoi illustri
antenati, nei quali rifulge inteme- rato il sentimento della fedeltà e
della gratitudine, il P. corse subito a prestare Peperà sua in difesa del
suo signore, e se dopo, come abbiamo visto, egli si penti di ciò, bisogna
rl- (1) Apologia del Vallo, 1. cit. — € Ipse Janus in eam
provinoiam (Japjgiam), quam pater rexit, adolescens Scripturam fecit.
> (2) Ivi. (?) Ouaesùa per epi%i. — Orai, ante
pralect. in epist. Cie. ad Att. h ~'^ -*~'^
"' - r - I I i*' i ' 1 ^ 1 là i M "j i \ Mr '^ •"•" ''
cercamo la causa nel suo giusto risentimento, quando vide la sua
devozione ed il suo zelo indegnamente ricompeasati da re Federico.
Oi parrebbe quindi verosimile che il P. seguisse il prin- cipe
Ferdinando, quando con un corpo d'esercito fu mandato da re Alfonso nelle
Bomagne, e che prendesse parte a tutte le vicende di quella poca fausta
spedizione contro l'Aubigny, ed alla stessa battaglia di S.
Germano. Ciò non risulta chiaramente da alcun documento, ma
siamo indotti a crederlo da quello speciale interesse, che il P. mostra
di aver preso alla causa aragonese, e da quel continuo accenno alle armi,
a cui, altrimenti, non sapremmo dire in quale altro periodo della sua
vita egli si sarebbe rivolto (1). (1) Torna utile
riporUro i seguenti versi di un epigramma del P. contro il Nauta, suo
fiero nemico (Apologia di Vallo): Si fortuna levis de Consule Rhetora
fecit. Et ferulam gerirous qua prius arma manu. Nonne
eoe... La parola co9isìU ci farebbe credere che il P. fosse giunto a
qualche alto grado nell* esercito aragonese. \
■ W ■■ I !■ i«A>^i— •'^bA*
^a^^>*^»> >'•» »iy~- '««Jwti w>i>»i'
» .a ■■* IW »^f *m' ^rtèmtmr'nmmm .•••,• • • ...
CAPITOLO in. Il Parrasio in disgrazia di re
Federico. Integrità e fermezza del suo carattere — Dimora a Roma.
n P. conchiade la sua lettera a Ferdinando d'Aragona col
voto di poterlo rivedere, prima di morire, sul trono degli antenati : e
onte meos obitus sit, precor, ista dies >• n giorno desiato non
tardò molto a spuntare : dopo quattro mesi, il 7 Luglio 1495, Ferdinando
rientrò in Napoli, festeggiato dal popolo, e cosi il voto del fedele P.
fu piena- mente adempiuto. Allora questi fu reintegrato,
insieme col padre, nell'ufficio perduto dopo la conquista di Carlo Vili,
e ritornato a Lecce, si dedicò con ogni cura all'emendazione del testo di
Solino: (1) e Si quis alter in emaculando Solino laboravit, in iis
ego nomen proftteor meum : Ncapoli, Lupiis, in Japygia Apulia,
nactus antiquoe reverendaeque vetustatis exemplaria..... » Ma
Ferdinando II godette ben poco del possesso del trono ricuperato, poiché
dopo un anno appena morì, la- sciando la corona allo zio Federico, che,
inetto a regnare, diede V ultimo crollo alla dominazione aragonese.
(1) AtSS. DibL Nazionale di Napoli, — Da una lettera contenuta
nel Cod. cit. V. F. 9, diretta non sapremmo ben dire se a Oiovan
Battista Pio Bolognese o ad Aldo Pio romano. — Inc. € Atqul tua cum
bona venia fallit te ratio, mi Pie, » \
MiJII *!■. "-* Vii r J rrn ' " r '~ - V t
f'^-'f^J'^^^''^ come nelPavvei^a fortunai oltre che per
l'amore, che ad essi lo legaya, por la speranza e honestioris gradus,
maionunqae commodorum > (1); ebbene ora, invece del premio
dovuto, di quel posto onorato, di quegli agi sognati, gli si gettava
in faccia l'accusa di traditore. Il giovane letterato aveva forse
sperato di poter col tempo raggiungere l'alto grado del Beccadelli e del
Fontano; ma dinanzi alla dura realtà quei sogni dorati erano
svaniti, gettandolo nel più grande sconforto. Ecco come
dolorosamente egli esclama contro la maligna sua sorte: % € O
calliditatis inauditum genus ut (Fortuna) iuvando noceret, ad opes me
evexit et dignationem I Verum simulao animadvertit eius aura, simulatoque
favore de pristina vitae ratione nihU in me mutatum, passimque meas omnes
acces- siones industriae magis et probitati, quam sibi acceptas
referri, vehementer oiTensa, confestim passis alis evolavit, ne virtuUs
comes esse cogeretur > (2). Oh come questo brano tutto rivela lo
strazio di quel cuore addolorato I e quale triste verità nelle ultime
parole, che accennano allo spietato abbandono in cui tanto spesso
la fortuna suole lasciare il virtuoso I Ma l'abbattimento morale,
in cui era caduto il F., fli puramente passeggiero : fornito di quella
lealtà incarnata nella virtù e di quella gagliardia di propositi, che
reca in sé una potenza a cui nulla resiste, dopo la penosa impressione
del momento, si senti subito forte per vincere le diflBcoltà e sopportare
la sventura. Anzi questa, ben per tempo, rivelò in lui ciò che
Q Settembrini ben definì corona e gloria della vUa, cioè un nobile
(1) Parrasio. — Orai, ante praelect. epist. Ciò. ad AtL, Matthaai.
— Neapoli W. , \ '■ - ■■■'•- ■ -- -
-'^- i . iì_ I -r^ ■ ii - i --"- -'- ' ' ■ • ■ ■ ■ ■ - r^'ir s
6 grande carattere : al giovano inesperto successe V
uomo dalla fibra gagliarda, il quale, come vedremo, nelle lunghe
peripezie della sua vita, anche quando tutto gli venne meno, ebbe ancora
un terreno sul quale restò invincibile, il coraggio e l'integrità.
Ecco come egli nobilmente si esprime : € Ego nihilominus, ut
meum nunquam ratus, in qnod incostantia Fortunae ius haberet, quod alieni
foret arbitrii, quod auferrì, quod crìpi, quod amitti posset, in eodem
vultu prqposìtoque permansi, Quumque vicem meam dolerent omnes,
(quod indicat incolumi statu qualem me gessissem*) solus ego furienti
Fortunae laqucum mandabam » (1). Fiere parole, in cui tutta rifulge
questa splendida figura di calabrese, che nelle calamità della \ita resta
saldo a guisa della torre dantesca, e assicurato dalla buona compagnia
che V uom franclicggia, eleva baldanzoso la testa e con aria fiera
e calma volge ai suoi calunuir.tori uno sguardo, in cui si compcnctra
generosa compassioue ed odioso disdegno per la viltà, che striscia ai
suoi piedi. Ben diverso però è il P., che ci presenta lo
Jannelli: freddo ed insensibile dinanzi a quelle pagine palpitanti di
vita reale, in cui si sente tutta l'ambascia di chi si vede colpito
in ciò che aveva di pia caro : Ponore, il nostro biografo ci & del
suo protagonista! un girella della peggiore risma, che, ve- dendo e inane
Aragoniorum imperium fatali casu in dies ruere >) diviene, insieme col
padre, aperto fautore dei Francesi (2). Cataldo Jannelli, a
sostegno della sua asserzione, non adduce altra prova che qualche parola
di lode, che il P. a- vrebbe rivolta, molto posteriormente, ai Francesi,
durante la sua dimora a. Milano (3}; il nipote Antonio poi crede di
(1) Orai, cit., ed. cit., pag. %iA e seg. (2) De vita
et icriptis ecc. ed. cit., pag. dO e seg. (3) Op. cit., pag.
30. > ii^i'/" »■ iir.— . r>^.iin^ii -i.JMé ■ !■
m'imI mk^ i' V*««>i>hi^iiilW [j^WjiWiiM; M>iM»W li» IfiI^ l'^l 11 ^«yy
Q \»t ' ' 1 ' *> 'l ^^ l| tf »^rfi>>ii»WiW ■ T i K i * *iteto di
tiranno (3}« • Lasciata Napoli, non poteva fl P.
essere più felice nella scelta della citta, destinata quale agone dei
suoi studi : in Roma infatti l'Accademia, fondata (1) Jani
Parrh. — Epìstola ad Michaelciu Ricciura, ante Sedolii et Prudcntii cariuìna.
i«iw*i ^i«i^i*ii> «' 2da Pomponio Leto, aveva
raggiunta altissima fama, chia- mando colà molti fra' più dotti letterati
del tempo, quali Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, il grammatico
Sulpizio Venilano, il valente grecist-a Augusto Baldo e, per non parlare
di altri, Tommaso Fedro Inghirami, giustamente detto dftl P. e fiicilis,
expeditns, plenus humanitatis » (!}• Fin dai primi giorni in cui il
P. conobbe quest' ultimo si senti legato a lui della più salda amicizia,
che, per mutar di eventi, fu sempre viva e sincera (3). L' Inghirami,
all'alto sapere congiungendo una non comune bontà d'animo, fu uno
dei pochi veri amici, che abbia avuto V infelice P., ed in molti casi,
come vedremo, fu per lui la vera ancora di sal- vezza. Libero
omai dalle fantasticherie giovanili, e spinto da quel tiranno signore dei
miseri mortali: il bisogno, l'umanista calabrese si dedicò agli studii
con più amore ed alacrità che non avesse fatto x)er lo innanzi,
riuscendo, dopo non molto tempo, a completare la correzione del testo di
Solino e di quello di Ammiano Marcellino (4). Ben presto
occupò un degno posto tra' più illustri let- terati, che allora
professavano a Boma, e diede subito chiara Orat. ante praelec. epist.
Cic. ad Att., ed. dt., pag. 240. (2) Orat. cit., pag. 247 € ut me,
quo priroum die Romae \idit, aro- tissime complexus est; ut auctoritate,
gratia, testimonio suo prolixe iuvit, ot in omni fortuna semper idem fult
»• (d)MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. — Cod. V. D. 15. — Orat. ad
Sen. Medici. € Immo paupertas iampridem virtulis et doctrìnae
contubernalis est..... ; quippe qui dum integris opibus et incolumi
patrimonio floreha* mus, litteranim studia remissius assectabamur ; ubi
vero-communis illa tyrannorum procella no», ut bonos omnes, involvit,
ardenter adeo man- suetloribus Musis operam dedimus ». (4)
MSS. R. Bibl. Sai. di Napoli. — Cod. V. F. 9. — € Ammlani Marcellini
Rerum gestarum libri penes me sunt omnes quot extant, ex antiquissimo
codice Romae exserìpti.] prova del suo sapere, specie nella disputa avuta con
Antonio. Amiternino. Questi, quasi del tutto igniaro della lingua
greca, aveva messe fuori delle vuote e cervellotiche
interpretazioni, che voleva gabellare per irrefutabili. Il P. in sulle
prime cercò di fargli comprendere amichevolmente gli errori in cui
era caduto ; ma quando vide che si ostinava nella sua opi- nione, anzi
aveva osato finanche minacciarlo di morte, non ebbe più alcun ritegno di
rendere di pubblica ragione la poca valentia del protervo grammatico
(1). Essendosi cosi acquistata alta e meritata fama, gli fti
assegnata nell'Accademia la cattedra di oratoria, mandato molto
onorifico, che egli seppe disimpegnare con zelo e dot- trina (2;.
Appunto in quel tempo fu scelto a maestro di Ber- nardino Gaetani,
figlio di Niccolò, duca di Sermoneta, a di Silio Sabello, giovanetti di
assai belle speranze (3). Parva che un'era di pace e di tranquillità
fosse sorta per V infe- lice P. ; ma purtroppo allora Boma gemeva sotto
il giogo di Alessandro VI, lo scellerato pontefice, di cui, come
ben disse il MacchiaveUi, tre ancelle seguirono le sante pedate :
lussuria, simonia e crudeltà. Forse molti dei delitti di casa
Borgia saranno stati inven- tati dall'accesa fantasia dei romanzieri ; ma
non si può certo sconvenire che fu sparso innocentemente il sangue -di
nume- rose vittime, per sola sfrenata smania di potere. Tra questa
bisogna ascrivere i due cari ed amati discepoli del P., Silio e
Bernardino, barbaramente trucidati dagli emissari pontifici,
ri) Quaesita per epist.^ ed. di. pag. 155-168. (2) MSS. R.
BM. yaz. di SapoU. — Cod. V. D. 15 — Orai, ad Seti. Mediol.: € operain
dedìmas, ut et nos hactenus non poeniteat, et aK aliia idonei esistimati
»imas, qui Romae, io arce totios orbis terraram, oratoriam publice
profiteremur ». * • (3) Vallo. — Apologia; Orat. praelec. epist.
Cic. ad Att.« edix. Ciu
A --"-*-^^ ..i^^^j*-:— ^:.-»-^>.--^^ - 1'- -
'l^-l^r '.111 I IWH _m ■ ■ M ■ 1 solo perchè le
loro famiglie non si erano forse mostrate lige ai nefandi voleri del
Pontefice, che pur di fondare pel figliuolo Cesare uno stato, che
comprendesse tutta l' Italia centrale, non la risparmiava ad ogni sorta
d' immani scelleratezze. Poco mancò che il P. stesso non fosse
coinvolto nella disgrazia dei suoi alunni e, se ri usci a salvarsi, lo
dovette solo all' intercessione, ai consigli ed agli aiuti dell' amico
Inghi- rami (1). Allora, al x)rincipio del 1499, il P. si
recò a Milano (2), dove gli erano riserbati infiniti altri dolori.
(1; Oratio ante praelec. epist. Ciò. ad Alt., ed. cit., pag. 247:
€ quam Bollicite euravit Phaedrus, Alcxandri VI pootificatu, ne me
Bernardini .Caietani, neo Silii Sabelli tempestaa involveret ».
(2) Vallo. — Apologia : € inde quoque disoessit, ususque Consilio
lu- venalia, in Galliam citeriorem migravit »• * > Orat.
cit., pag. 247: € audivit in Gallia citeriore portolo iam me tenere^
Mediolanique publice conductum profiteri. U Parrasio a Aliano. Importanza
storico-letteraria di questo Lotta col Ferrari e col Nauta.
Luigi XII, oltre le vecchie pretese sul regno di Napoli, a causa
del matrimonio di Valentina Visconti, figlia del duca Gian Galeazzo, col
suo avolo Luigi di Turaine, affacciò queUe sul ducato di Milano, e,
vedendosi favorito nei suoi disegni dalle gelosie e dalle discoi*die dei
x)rincix)i italiani, si affrettò a mettere in opera il suo disegno.
Assicuratasi l'amicizia di Alessandro VI e della repub- blica di
Venezia, mandò in Lombardia un esercito, ohe in breve tempo costrinse
Lodovico il Moro a lasciare il ducato ed a riparare nel Tirolo, il 2
settembre 1499. Ma ben presto i Francesi con le loro soperchierie
fecero rimpiangere il governo del Moro: questi pensò di trame
profitto, e, disceso rapidamente con un forte nucleo di mercenari
Svizzeri, fu accolto festosamente dai Milanesi. Il suo trionfo fu
però breve ed illusorio, poiché venuto a battaglia, presso Novara, con
l'esercito francese comandato dal Trivulzio, i Buoi Svizzeri si
rifiutarono di combattere coaitro i loro compatriota del campo francese,
e cosi la sua rovina fu bella e decisa. I»!^"***
Mm iM 1 M ' i » * *^ h »S»>»mmi^*mm^^^i0mi
>m*^m ^t*a ■tfhrfi*»* ^■'h-
-««wAhAi** ':** Fallitogli il tentativo di
fnga, il Moro fa preso e man- dato a finire i suoi giorni nella torre di
Locheé ; cosi il ducato di Milano ricadde sotto la dominazione
francese. Laigi XII propose al governo di esso il cardinale Giorgio
d'Amboise, il quale, fedele ministro del sao re, vi riscosse ben trecento
mila ducati per le spese di guerra, inasprendo coUe sue angherie sempre
più l'animo dei Milanesi. Forse per coonestare in certo modo questa
sua condotta, il cardinale si adoperò a che fosse continuata in Milano
la nobile tradizione degli studi umanistici, ohe ivi avevano a-
vuto valenti cultori e pptenti mecenati. Si sorbava ancora colà
memorili della munificenza dei Visconti, degli onori tributati al
Petrarca dall'arcivescovo Giovanni, e degli aiuti largiti da Gian
Galeazzo, Giammaria e Filippo Maria agli umanisti del tempo : Uberto e
Pier Oandido Decembrio, Antonio Loschi, Gasparino Barzizza,
Francesco Filelfo e tanti altri ; come pure era vivissimo il ricordo
della protezione accordata ai letterati dagli Sforza, soprattutto da
Lodovico il Moro, che aveva fatto della ca- pitale lombarda uno dei
principali centri di coltura d'Italia (1). L'Amboise protesse anche
lui i buoni studii e fti largo di aiuto agli umanisti, ohe allora
professavano a Milano: Giovan Battista Pio Bolognese (2), Giulio Bmflio
Ferrari (3), e, per non parlare di altri, il celebre grecista Demetrio
Oid- oondila (4). (1) TiRABoecBi. — op. eit., T. VI,
pag. 19. Rosmini. — Storta diUUoM, T. HI, 1. XV, pag. 274, Milano
1820. ^) Sax. — Eiti. Lùter. Typogr. Mediai., pag. 431.
Aboslati. ~ BM. Script. Mediai., T. I, P. Il, col. 871, 893.'
TiRABOSCHi: — op. eit, T. VII, P. Ili, pag. 272. (3) AxoKLATi. ~
op. eit, T. \\, P. 11, eoi. 2111. Sax. — op. oli., pag. 38, 44, 332,
eoe. (4) Aboslati. ~ op. cit., T. II, P. II, eoL 871, 808. .
Sax. — op. oit., pag. 39, 43, 279, 420 ""•*•■'
"^ *"'.' •»■*» '" • * ' Vii" - ^ I • | --" i '-' iiii
r i r i rnij i nriV •"• - ii " lì rfcÉTliiiniiit\ Fiorivano
allora anche valenti poeti : Oiovan Mario Cattaneo (1), Lancino Curzio
(2), Stefano Dulcino (3), Gio- vanni Biffo (4), Pietro Leone (5), tutta
una flora di eletti in- gegni| in mezzo ai quali venne a brillare Aulo
Giano Parrasio. Como dicemmo altrove, questi giunse a Milano nel
prin- cipio del 1490, come ci attestano chiaramente oltre la sua
lettera dedicatoria del De Raiìtn Proserpinat all'amico Ca- tulliano
Cotta, pubblicata anno maturius dalla eua venuta in questa città (VII
Kalendas januarias MD) (6), la prima lettera inviata da Vicenza a Gian
Giorgio Trissino (ex aedibus tnis pridie Jdus decem. 1506) (7), e
l'asserzione di essere rimasto a professare e octoqne per annos in Gallia
Citeriore » (8). il tempo che il P. dimorò a Milano a ragione può
dirsi il periodo più burrascoso della sua vita, a causa delle
lottOi deUe persecuzioni interminali, e di quella sterile guerra
d'in- trighi e di basse calunnie, di cui egli fu vittima. Quel
periodo però fu anche il più produttivo del grande filologo calabrese, il
quale appunto allora a noi paro che (1) Sax. — op. ctt.,
pug. 524, 526« eee. Tirar. — op. c'Um T. VII, V. LI, pag. 201.
(2) Aroxlati. — op. cit., T. I, P. II eoi. 531. Sax. — op. cit ,
pag. 42, 359, eoo. Giovio. — Elogia Vir. Uu. iUustr.^ pag. 74.
L uo Creo. Girai/ 'I. — De poetit sui temperisi Dial. I. Rosmini. —
Vita ilei Maresciallo TrivuUio. Voi. 1, pag. 020. (3) Bakoell. —
Novell. LVIII, T. IL — Sax, pag. 307, .314. (4) Sax. — op. cit.,
pag. 39, 139, 310, 353, eoe. Mazzuchklu. ^ Scriu. d' ItaJUa; Rosmiki. —
Vàa dai Hear. Triwd.. pag. 020.
^ • (5) Sax. — op. cit., pag. 401, 403. **yM!' . ' . ■
* 'ortatì (L - IV) (4). Noi però più che ai versi di
Lancino Curzio, Cesare Sacco, Gerolamo Plegafota, Stefano Dulciuo,
Giovanni Biffo, quando non avremo assoluto bisogno della loro
testimonianza, ci at- terremo aUe orazioni inedite del Cod. V. D. 15,
pronunziate dal P. a Milano. Sono circa una ventina, di cui
alcune hanno interesse puramente letterario (5), altre ci forniscono
xireziose notizie biografiche. (1) Op. cH., pagg. 19,
37, 38« 57 ecc.' (2) Anecdoti Hi gloria^ bibliografia e antica,
pag. 12-18. —- Catania, Tip. Francesca Galati, 1395. (3)
Praefat., pag. XIX ; Op. 37, 38, 62, ecc. (4) € Ad Jan'uin Parrhaa.
neapol. — In nuptiis J. P. et Tbeodorae Calcondylae », pag. 14-18.
(5) Bpitalamla 11 — De Justitia — De Jore — ^ Praelectio —
Praefatio in.Lucium Florum ot Valerium Flaccum — lu Lucium Florum —
Praefatio in Liviuin— Praefatio in orationes Ciceronis^rraefatio in
Achilleldtm ecc. \ àmktw,titi ihi^t^ »•■■
^■«■haaa-^^i— • ^ Queste, che pobblieliereaio
ute^ralaieate is appevUee^ crediamo che debbano disporn ia questo nodo^
per ordìao di tempo: e Orationes II io lliootianaa. — Oratio ad
Seaa- tom Hediolaaenseoi. — Oratio ia Minattannm — la Loeiom Floram*
— PmeCitio ia Femoai. — Praelatio ia Thebaida ». Di capitale
importanza, per le ootizie che a foraiseoaa 8aografo, che coli' uno e
coli' altro wu9iicre si era formata una certa fortuna. Questi
non si lasciò certo sfoggire l'occasione di sfruttare a suo vantaggio fl
giovane filologo, già abbastanza noto nel mondo letterario, lo accolse
volontieri presso di si, e gli asse» gnò, oltre V insegnamento, fl grave
e diflScfle incarico della correzione dei codici (2), che egli poi
pubblicava per suo conto. n P. curò allora l' edizione di parecchie
opere latine, fra cui fl Cirii (3), erroneamente attribuito a Virgilio, e
la (1) Vallo. — > Apologia^ ediz. di.: € habetqua
(Mioatiaaut) pe- eoBÌAe samniani sludiani ; dignlutcs afleeUl noe
ad omamentoa Titat, ted ad quaestum, qao nttri omnia...... diligit ex
animo nemioem. Caias aiaieaa ae aimalat, io hooe loddiaa priaom
aoetit »• (2) XiSS. R. BtlfL Nas. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Oralio
10 ia kiontiaooa : € Meom foit iUod in to benefidom, ai noaela, mona
al la domi, fona, in ro privata, in ro publica, in atodlia invi,
anaUnni, ioyì ; podet lateri qui na vicarìaa, qol diadpaloa amdiebam
aohia» oC amen da n ^ provindaa aoatinabaa »• (3) PABaASio. —
Canim. D§ Raptu Pro$€r. L HI: e varsna tz Ciri ma n doaoa, ot aillaUa
olla vaoilUntiboa, in boa radaginina nnoMioa^ IpdqDO Mlnntiano dadhaoa
Imprlmaodoa ^« Vita di quest' ultìmo, cho attribuì a Tiberio Donato (1)
e non a Servio, come molti ritenevano ai tempi suoi (2). Ne
soltanto colla propria attività il P. mostrò ol Minn- ziano la propria
gratitudine: Questi più che dall' amore per le lettere, spinto
dalla smania del guadagno, aveva da poco pubblicate le opere di
Cicerone, in cui, con grande presunzione, aveva messo fuori tali e tante
cervellotiche correzioni, si vuote ed errate in- tei-pretazioni, da
suscitare giustamente contro di se lo sdegno dell' irritabile genus,
specie del grammatico Emilio Ferrari, valente cultore del grande stilista
latino (3). Si schierò poco dopo contro di lui anche un tal
Damiano , Nauta, corso di origine, insieme con molti altri, i quali tutti
gli si scagliarono addosso, mettendo in mostra gì' infiniti errori, di
cui erano rinfarcite le opere pubblicate. Il Minuziano, di natura
temerario ed aggressivo, cercò di lottare contro i suoi avversari e di
difendere il suo la- voro ; ma le sue argomentazioni furono abbattute dal
Fer- rari, il quale pubblicamente, manifestissimii argumentii omr-
niumque coìiseMH, lo chiamò reum lanciìuiti, praecerpti fNr^r- siqtte
Ciceroni$' (4t). (1) Anche il P., come molti altri dotti,
attiibuì a Tib. Claudio Do- nato la Vila di Virgilio, che altri poi,
corno parrebbe realmente, attribui- rono ad Elio Donato, il quale avrebbe
attinte non poche notixie dalla bio- grafia di Virgilio contenuta
neiropera di Sve'onio € De vlris illustribus »•' Il Valaraggi, che
Ri occupò poi della qui^tione (Rivista di fil. class. ▼• XIV,
luglio-agosto 1885, pag. 104) ritenne che la biografia appartenesse ad un
anonimo commento alle Ducolicì^e, fra le cui fonti bisognerebbe ascrivere
il commento di Elio Donato e forse quello di Servio. (2) Parrasio.
— Comm. De Raptu Proserp. 1. I., v. 2. € Tiberìos inquam Donatus, non
Servi us, ut vulgo fere creditur. Sed Donati iam titulo nostra
castigatione Minutianus impressit ». (3) ÀRGSLATi. — Dibl. Script.
Mediai.^ T. II, P. 1, pag. 611, 613, 615 ecc. (4) MSS. R. Bibl.
Nai. di XapoU. Cod. V. D. 15. — Orai. IH in Minutianum.
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''-^-■^—' ì n n f^_ 1 i ~ r - i " ìl i --- - — * -' -* • ^ "-
■r^tr Fu allora che il P.y vistolo in quel serio imbarazzo,
per quanto convinto e dolente nel tempo stesso di dover soste- nere
un' ingiusta causa, pure fece parlare al suo cuore la voce della
riconoscenza, e prese a difendere il suo ospite (1) e o- biecto Minervae
clipeo » (2). Essendo il Minuziano poco caro alle Muse, e non
sapendo maneggiare quell'arma perfezionata del tempo: l'epigramma,
il P. si senti cosbretto a scrivere dei versi, che quegli mandava ai suoi
avvei*sari, gabellandoli per proprii (3). Questi però non
toi'darono a scoprire il vero autore, ed a scagliai'si di conseguenza
contro di lui, costringendolo cosi a venire in campo aperto.
Xon si sgomentò puuto il P., con epigrammi vibrati e pungenti rintuzzò
la petulanza d^l Nauta, che l'aveva at- (l) MSS. R. Btbl.
Xaz. di ^apolt\ Cod. V.'D/IS. Orat. IH in Mi- nutianum : € Ego qucm tu
ingratum vocas (piget hercule iiiciDinissa) suscepi tuas partcs, et
quidem iniquissiinas^ quantumque in. me fuit, io- deftfusum non reliqui,
tucrìque conatus sum, cum sammo capitis mei pcriculo, ut vestrum
plcrosque meminisse confido ». (2* Vatlo. — Apologia.
(3) Crediamo cbe appunto allora Lancino Curzio, fiero nemico del
Minuziano, che egli per prima forse denominò Appura Musca, (Sax. Hiat.
Liti. Typograph. col. 401-403) scrivesse queircpigramroa (pag. 32, 1. Ili
Epigram., Milano. 1521) finemente ironico : Ad Fabium ParrhasiuM Calvum
Neapolitanum ^ sul quale il Mandalari richiamava raUcnzione del futuro
biografo del grande umar^is'a (op. cit., pag. 17) : DocU Parrhasii
delltlae, FaU, Vates nec modicus Pieridum in graft ; Ex
quo pr«csos opem dot, facit et rabl Ut sis Doctis docta
refer, die : studlis vaco. Vulgi turbae, age, die : Vale ; abl
Caeo. A queirepoca il P. non poteva aver figli, non avendo
sposatela Calcon- dila cbe intorno al 1504, né ebbe mai fratello o
parente di nome Fabio, sicché, tenuto conto di quanto abbiamo detto,
riteniamo che il Curzio nel- Tepigramma citato abbia voluto sferzare il
coroo pugliese^ che si faceva bello delle penne del giovane pavone.
tAceato più fieramente e fece
oomprendere al fiero eorso che quella mano, che maneggiava la bacchetta
del pedagogo^ aveva ben saputo in altri tempi brandire nna spada:
S fòrtana kris de coosale rbetora fecH, Et lierohuai garìnms
qua prìns arma mano. Nonne eee..... (1). Ed a mostrare che
alle parole sapeva far seguire i Catti, non ebbe alcun ritegno di
penetrare nella scuola del Ferrari- e di prendere pubblicamente le difese
del Minnziano (2). AUora gli odii si rinfocolarono e segui tra il
P. ed i due retori uno scambio di fieri epigrammi e di virulente
invet- tive (3), fino a che la .partenza del Ferrari (15, dopo avere però
ancora uua volta sfogata la sua bile contro il Minnziano ed i
tristi tempi, che lo costringevano a lasciare quella città. n
P. però non si lasciò sfuggire l'occasione di mettere in piena luce il
motivo della partenza di lui e di dare l'ul- tima scudisciata al suo
avversario: Noo te, crede mìhi, iactae quae tempora pelliint.
Aurea lalciferi qualia ficta Dei : Sed radia ioaulsae petulans
audacia lioguae, Luxua, et omento piaguis aqualicolus ^.
(1) Vallo. — Apologia. {Z) Op. di. (3) Lo
Jannelli ha diligentemente raccolti tutti gli epigrammi del P. In
Aemiliam — In Nautam », op. cit., pagg. 188-104. (4) Aroslati. —
op. cit., T. II, P. II, col. 2111. ^) Comm. De Baptu Proserp., P. I, pag.
42. Jakiuoxi. n Minuziano, data la bassezza dol
suo carattere, a la poca stima della propria dignità, e quam post unibram
la- celli semper habuit » (l), non comprese, né potè apprezzare il
sacrifizio che il P. aveva fatto per Ini. Appena messi a tacere i
suoi nemici, egli si dedicò con pin ardore di prima e qaaestuariis
artibus » (2), e poco o nulla riconoscente verso il suo valente
difensore, lo invitò a ritor- nare all'antico e faticoso ufficio, per
contribuire cosi, disinte- ressatamente, ad appagare la sua ardente sete
di guadagno. Non poteva certo il P. rassegnarsi più a lungo a
quel tenore di vita, che logorava le sue forze, senza nemmeno
procurargli una comoila e tranquilla esistenza ; sicché, ade- rendo al
consiglio di quelli che apprezzavano i suoi meriti, abbandonò la casa del
^Unuziano, ed apri scuola a so in casa del carissimo e bravo discepolo
Catulliano Cotta (3), che generosamente gli aveva offerto ospit>alità,
per strapparlo dalle unghie deU'avaro pugliese (4). Questi
finse di non dispiacersi di questa risoluzione del P«, e gli concesse
volentieri il permesso di eseguirla; ma in cuor suo giurò di vendicarsi,
e si apparecchiò a quella lotta vile ed abominevole, in cui spiegò tutte
le sue male arti per rovinarlo (5). (1) ìiSS. R. BM.
AVu. di yupoli. Cod. V. D. 15. — Oratio I io Miootianimi. (2)
MSS. R. BM. N(u. di NapoU. Cod. V. D. ISi — Oratio III in MinaUaiiiiiD
»• (3) Parrasio. — Epistola ante Comm, De Raptu Proserp., Milano
1501. e Qttom lualtos oronis onlinis aetatisque diacipulot habeam, monim
gratta earìssimos, noster in te amor praecipuus est et sìngularis
», (4) Comm. De Rapiu Proserp., 1. IH, v. I. — € tu nos
invidiae lelit eiectos opibus et otBciis cumulatissime iuveris
». (5) Vallo. — Apologia, — # Habeas confessum reum (Janum)
ab Alexandre vel unum discipulum abduxisse, praeter Catullianum
Cottam, euiua ospitio Janus est usus Alexandri permissu, nisi simulata
fuit eius ormtio ». I - ■*-**tr--'» i j > I I.''
nia'i ni> ih^l I» rliy-'a^iif Tf rtal^ J*
•l-fiiri.É" irnS "f'"\' i^ — [*--ì"fT1 — —
.-J*»^-^^pp««^^iit*=a (3). n P. in sulle prime
-non diede gran peso aUe tristi insi- nuazioni del grammatico, e si
limitò soltanto a proporre agli alunni il medesimo esperimento del
flautista tebano, Ismeneo, ohe invitava i suoi discepoli ad ascoltare
altri suonatori, per Cftr loro meglio comprendere ed apprezzare
recceUeuza dei- Parte sua (4). Incoraggiato dal plauso
generale, il P. si dedicò con maggior lena ai suoi studi e riusci a
pubblicare dopo non molto tempo il suo commentario al De Paptu
Proserpinae di daudiano, dedicandolo, quale attestato della sua
gratitudine, a Catulliano Gotta (6). • n lavoro del P., di
cui ora non daremo alcun giudizio, non poteva ottenere miglior successo :
il Curzio, il Mariano, il (1) Vallo. — Apóìo^.
(2) MS3. R. DM. No», di Napoli. Cod. V. D. 15. - Orai. I in Mi-
noiianum: € poetaram genera nostrìs tantum non verbis enumeraret,
qoaaque nos anno superiore ex auctoribns graecìs aceepta, vobiscum
oomanicavimua, eadem nuper ille quasi sua, quasi nova, inagno verbo- ram
strepitu blateraret ». (3) MSS. R. BM. Noi. di Napoli. Cod. V. D.
15. (4) MSS. R. Bibl. Noi. di NapoU. Cod. V. D. 15. * Orat. I in
Mi- natianom: € Id nos exemplum, quod maxime probaremus, in usum
revocare tentavimus, an aliunde factum putatis, ut illam pecudem vos
auditum miserlmos, quam ut recenti periculo cognoscatis quid inter
Apollinis et Marsiae cantom differat ». (^) CI. Claud. 2)é
R£^u Proserp.^ com Comm. A. Janl Parrhasii,.! MedioL 15». /
« • l^^lfirrfìiilfei
>jfÀiàlÌit'^Ìij.>i»;|ii.i'i| m »> 9i , 'r\ir ,tm, ^
VITA DI A. GIANO PABBÌ8IO 48 Cattaneo, il Motta, Tommaso Fedro
Inghirami scrìssero dogU epigrammi, in cui ne magnificarono le lodi ed
elevarono al cielo i pregi peregrini (1). In mezzo a qncsto
bel coro si fece sentire la stridula voce del Minuziano e di pochi altri
suoi pari, che, non potendo criticare il Commento, fecero dilToDdcre la
insulsa x)anzana che il P. aveva raffazzonato e spacciato per proprio
un codice di Domizio Calderine, morto pochi anni innanzi, di' cui
era venuto in possesso (2). Non s'accorgevano i ribaldi che in
questo modo ricono- scevano e sancivano essi stessi il merito
indiscutibile - del PaiTasio. Questa pubblicazione e le altre
due : De viris illustribuè, opera da lui attribuita a Coinelio Kepote (3)
ed il Carmen Paschale di Sedulio cogli scritti di Pioidenzio (4),
dedicati con bellissima lettera all'amico Michele Riccio (5), gli
procaccia-' reno maggiore stima presso i buoni, e soprattutto la
be- nevolenza e la protezione di Stefano Poncherio. coltissimo
(1) Coroni, al De Ra^du; Valix) - Apolotjia; Jannelli — pag. 45 e
seg. (2) RoLANOiNi Panati — livectivae in.Jaiiiim ParrhHsiuro. — Di
questo rarmiiuo incunabulo 8i conserva una copia nelli Biblioteca
Ambrosiana di Milano. . . (3; CoRNELius Nkpos — Ds viris
tUuslrihM, ab A. Jane Parrhasio et Catulliano Cotta, qui editionem
curavit, ix probatissimis codidbos emendatus. — Medici. 1500.
Nella seconda parte del nostro studio esarainercrao le ragioni
addotta dal P. a sostegno della sua tesi (Cod. V. D. 15 — De viris
illustrìbos cuius sit), che, per quanto ardita e ben sostenuta, non può
reggere ai* colpi della critica moderna. Cfr. AuGUSTUS
Reiffbrscueid « C. Sretoìfiii Tranquilli praeler Caesarnm libros
reliquiae, — Lipsia,^ Teubner, 1800. (4) Seoulii Cannen Paschale et
Prudentius. — Mediol. 1501. (5) Tirar. -;- Storia della Lett.^ T.
VI , P. II, pag. 259 ; Argblati — op. cit., T. li, T. I, pag. 1503;
Tafuri ^ Scrittori del Regno di Napoli] vescovo parigino e presidente del
Senato milanese, venuto in qualità di Gran cancelliere insieme col
cardinale d'Amboise. Grazie ai buoni ufBci del Poncherìo, il P.
potè ottenere che per quattro anni non fossero né stampate, uè vendute
le suddette opere, a danno delPautore, e in tote Mediolanensi
dominio sub poena aurei uuius prò singulis volumi- nibufl
> (1). n P. cercò di rendersi sempre più degno della stima
accordatagli dal Poncherìo (2), il quale, avendo conosciuto da vicino i
meriti di lui, gli fu sempre largo di beneficii e onori, sino ad
invitarlo spesso alla propria mensa (3). n Minuziano, che non aveva
potuto, o meglio aveva temuto di avvicinarsi al dotto prelato, temendo,
come la not- tola, la luce del sole, nonché il e controllo > di quella
giusta bilancia (4), senti macerarsi maggiormente dall' invidia ed
acuire il suo sdegno contro il Parrasio. Nel secolo dell' umanesimo
la calunnia era Parma a cui solevano spesso ricorrere i e gladiatori >
della penna, in queUe loro interminabili contese, destate per lo più
dalla loro am- bizione sconfinata, e da quello spirito insofferente di
giogo, (1) Mediolani, die primo Julii 1501, et Regni nostri
quarto — Per Regem ducem Mediolani — Ad Relacìontm Gonsilii.
Dal diploma originale, riportato dallo Jannelli, op. cit., pag. 48 e
teg. (2) MSS. R. BM. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orat. I in
Mi- not. : € In praeeentia diligenter seduloque caTebimus ne patria
am- plissimi Stephani Poncherii, Senatus principis, ac saerosancti nostri
regis Archigrammatici fallare iodicium videamur, quippe quum nos, qui
sumrous bonor est, sais annumeret, ac, ut est in bonos omnes munificns,
maio- ribns in dies anctet praemiis ». (3) Vallo — Apologia:
« Amplissimus Stephanus Ponoherius..... hnmanarum divinaramque rerum
perìtissimns, Jane oonviotore deleotatar ». (4) MSS. R. Biffi. Na$.
di Sapoli. Cod. V. D. 15. — Orat. I in Mi- nut: € cur ad salutandam
(Poncherium) nondum venitf Nempe quia Dootna solem fugit, neo audet Uli
tmtinae se committere »• ìckMMttMUépiaéUMaHiMfiaà cbe,
faecimno nostre le parole del Voigi (1), portò 1a Tite ed il faoco nel
campo sereso dcirarie, il malconiento e P in- trigo nel campo dei
letterali. Nelle invettiTe si prendevano a narrare fin dall'
infanria le vicende dell'avversario, mescolando al vero menzogne,
fingendo casi ed azioni infamanti, accamnlando le più atroci calunnie,
senza peritarsi di inzaccherare persino i pia sacri affetti familiari
(2). L'animo basso del Minnziano, nato per avvoltolarsi in
simili bruttare (3), non rifaggi daUe pia atroci accaso, dalle pia sozze
calunnie per rovinare il Parrasio. Quasi non bastasse il
discredito, che cercava gettare nel pubblico, ardi finanche d' irrompere
nella scuola stessa del suo avversario e di vomitare contro di lui, al
cospetto dei discepoli, ogni sorta di contumelie (4). Lo
chiamò ingrato dei henefidi ricevuti, lo tacciò d' im- moralità e di
tradimento, e, per colmo di spodoratezza, lo accusò di aver commesso a
Napoli un omicidio, causa della sua precipitosa fuga da questa città
(5). In questo genere di lotte infamanti, dopo i successi ot-
tenuti, il Minuziano doveva ornai stimarsi invincibfle: altre ne aveva
già sostenute contro Giulio Emilio Ferrari, Baffiaele (1)
OiOROio VoioT. — // RisargimerUo delCantichiià dassiea^ YoL 1, pag. 327.
Fireoza, Sansone, 1390. (2) ViTTomio Rossi. — Il QuaUrocenio. Ed.
cit., fase 7-8, pag. W. (3) ÌISS. R. DM. Naz. di NapoU. Cod. V. D.
15. — Orai. I in Minot. : « netnini parcit, oblatrat omnibus, omnium
dicfa factaque probrit insectatur, ac ut imroundus sus cum quibus
volutali qoaeiit ». (4) MSS. R. Bibl Noi. di Napoli. Cod. V. D. ìb.
— Orat. Il ia . Minut. : « Adests tantum frequentes, Konestissimi
iuTenes, inteUigetis profecto quantum profuerit vanissimo nebuloni
innoccntissimom hominaia tot immanibus calumniis provocassi ».
(5) MSS. R. Bibl. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Orat. m in Minut.
: « Ego si nescis, versntissime veterator, non patrata caedo, qood ipss
fingis, sed odio tyrannidis patria cessi. mti f ìtai'iMH»
k0mim:^mmmmmmtm^mUmam^mmmmmm,tmfmimmé»*^mÉ li !■■>
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»■>> I BegiO| Gioyan Battista Pio (1), Talenti letterati,
costretti dalla tristezza dei tempi a venire alle prese con on
ribaldo della peggior risma, ed a cedere forse dinanzi a lai, per
non scapitare troppo nella propria dignità. Però avversari
più fieri incontrò il Miunziano in Pietro Leone e soprattutto in Lancino
Curzio, il quale, come pare, per primo gli affibbiò il felice nomignolo
di mosca pugliese (2) : Ut vidi, mord&x visus et nimis Appulus,
atqae Dixi : Asini in tergo est Appola Musca trueit. n
Parrasio parimenti tenne fronte al rabula petulantis- j simus, però volle
aspettare, come disse ai discepoli, il tempo I ed il luògo propizio per
scagionarsi delle accuse, che gli •erano state inflitte (3;.
Oome pare, appunto allora il Poncherio volle dargli la più alta
prova della sua stima, ed offrirgli il mezzo per trionfare altamente sul
pedante avversario. Per la fuga del Ferrari vacava a Milano la
cattedra di oratoria; dietro proposta del degno prelato, il
Cardinale (1) MSS. R. BibU Noi. di Sapoìi. Cod. V. D. S5. —
Orat. HI in Minot: « Sic in Julium Novarionsem, sic in l^aphaelem Regium,
8ic in Baptistam Pium, perhumanos illos quidem, et, ut a multis audio,
bene doctos, quasi furore quodam percitus, olim debacchatum esse ».
(2) Lakcimo Curzio. — Epìgrammaton libri XX^ Mediolani, apud
Rocchum et Ambrogium fratres do Valle impressorcs : Pbilippus Poyot
fisdebat, 1521 in folio. Di quest'opera, importante per quanto
rara, si conserva nella Biblio» teca di Brera una delle poche copie che
rimangono. (3) MSS. R. Bibl, ^az. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orat.
II in Minut. : € Non veni responsurus, ut suKpicamini, maledictis
jurgationibus et conviciis, quibos hesterna die nequissimus ille bipedum,
non tam ma. In qaem illa minime cadunt, quam sanctissimas aures vestras
oneravi!. Aliad certe tempus, alium locum illa sibi poscit oratio, quod
ubi consti- tatnm mibi faerit, efficiam ut sciatis.] d' Amboise, con
bellissimo diploma, invitava il P.' a oo- capar (1). • Solo
dopo il discorso inaugurale, questi, dinanzi ni Senato milanese,
pronunziò la terza orazione contro il lilinuziano (2), bella per vigoria
e colorito d' immagini, per efficacia d,'e^ spressioni, e soprattutto per
la sicurezza e la serenità dei giudizii, dettati da una coscienza forte e
tranquilla, sotto Voshergo del sentirai pura. Degna poi di
speciale menzione è P orazione inaugu- rale tenuta anche dinanzi al
Senato milanese : se in essa trionfa, come generalmente nelPeloquenza
dimostrativa del secolo, la rettorica parolaia, ed abbondano le
digressioni| immaginate a sfoggio di erudizione, non mancano dei
pen- sieri nobili od elevati sulla vera missione dell' insegnante^
^ e dei precetti pedagogici, che ricordano alcuno massime di quei
due insigni educatori umanistici : Guarino veronese e Vittorino da Feltro
(3). (1) Chioccarblli. — De illusi, script. ^ pag. 232;
Jaknblu. — op. di., pag. 49, n. 1: « Georgius de Ambasia, tituli S.
Sixti, praesbyter Cardinalis, Archiepiscopus Rothomagcnsis, Comes
Sartiranae, Regius Ultramontes, Locumtenens Generalis Christianissiuii
Regia etc, vacante loco publico lecturae lectionis artis Oratoriae in
inclyta urbe Mediolani, per absenUam inagìatrì Julii Novarìensis,
egregius Janus Parrhasius Neapolitanus pelili 8ibi de ilio loco
provideri. Quare nos freti doctrina, moribus et ititeffritaU eiusdem
Jani, illi annuimus, et magistrum Janum constituimua ad pu- blicam
professionem ipsius artis Oratoriae in dieta urbe Mediolani, ad placitum
Christianissimi Regia nostri, cum solito salario (Vallo, Apol. ; centenis
quinquagenis aureis) — Datum in arce Portae Jovis, Mediol., die 14
augusti, 1501 ». (2) Questa orazione figura prima nel codice, e
tale fu creduta dallo Jannelli, il quale perciò non potette delineare
esattamente la vicenda della lotta. ' (3) MSS. R. Bibl. Naz.
di Napoli. Cod. V. D. 15. — Oratio ad Se- natum Mediolancnsem : « Non
enim parum refert quam quia initio di- sciplinam sortiatur, nam quae
.teneri percipiraus altius animis insidunt, ac ita penitus radices agunt,
ut nunquam vel certe difficulter evelli queant »• »
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■■■ L'oratore, dopo aver parlato dell'efficacia singolare che
un buon indirizzo educativo suole avere sull'animo dei gio- vanetti, sino
a decidere del loro avvenire, rivolge belle ed acconce parole di
ringraziamento al Senato od al Cardinale d'Amboise, per la carica
conferitagli, non senza però accen- nare, con bel garbo e fine arguzia,
alle molteplici prove alle quali l'avevano prima sottoposto, certo in
grazia alle calunnie del Minuziano (1). A differenza degli
altri umanisti, i quali tutti, ad esempio del Filelfo, con audacia più o
meno boriosa, si credevano ed amavano fiEU*8Ì credere dispensatori di
gloria (2), il P. rifugge dalla consapevole ciarlataneria adulatrice,
come pure non sembra affatto dominato da quell'orgoglio e da quella
grande vanita letteraria, riprovevole nel Filelfo, nel Poggio, nel
Valla ed in tanti altri. Ed ecco perchè egli, con una
modestia ammirevole per e quanto rara, prega i suoi
uditori di non voler ricercare in lui altri beni all' infuori di quelli,
che gli procacciò il bisogno (3). n P. non poteva meglio
corrispondere all'aspettazione dei Milanesi ed alla promessa fatta di
adoperarsi in dieg magie magisque, per non sembrare indegno della fiducia
riposta in lui. Gli scrittori del tempo, quali il Curzio (4),
il Giovio (S), (1) MSS. R. Bm. Nas. di NoU. Cod. Y. D. 15. —
Or. oit. € H^beo Tobit gratias et quidem maximat. Viri claiiasimi, ac ai
facaltaa daretor etiam referrem, qui de nostrìs stodiis adeo aolliciti
estis, ni me, licei illuatris amplissimiqae Cardinalis Rhotomagensis, qui
Chrìstianiariaii regia peraonam auatinet, iodieio comprobatom, non tamen
prius admiaeritis ad endiendam Mediolanenaem iuventutem, quam
Tigilantisaimia veatrìa ocalia exliibitom aliquod perìcolam faeere apecUTeritia
»• (2) Vittorio Roesi. — op. cit«, faac. 3-4, pag. 34.
(3) Orat. di., Cod. eit. • (4) Op. eli., 1. di.
9) Bugia Vir. Uu. iOusir., pag. 74. VITA DI k.
GIANO PABBASIO 49 il Giraldi (1), Q Bosmini (2), Q Tiraboschi (3),
n Plegafeta (4), e tanti altri ci attestano concordemente il plauso *
riscosso : non riporteremo qui integralmente le tirate rettoriche e
le lodi entusiastiche contenate nei loro pomposi epigrammi| ci
limiteremo soltanto a citare alcuni versi di Cesare Sacco (6), che nella
loro forma enfatica ci rivelano, più che tanti altri, quel vero
entusiasmo che il P. riusci a destare anche nella più eletta cittadinanza
milanese: Dam legit et Janot concenlibas aera compiei,
Doleis et in nottras perstrepit aure eonue. Qoae Veneree homini
dictant modulamina vocis f Hunc gratum innumerae, non Charia una
facit. Huiua in ore sedet trìplez Acheloia prole». Canina et
Astrorum porrìgit ipse manum. Ingenita eei illi mira quam vìtIì et
arie Actio. Goncinnum quid magia esae poieetf Adde quod hanc
ditat longisaima copia rerum : Fertile doctrinae quod gerii
ingenlum ! B in verirà il P«, oltre la grande erudizione,
possedeva tutti quei dati esteriori, che tanto contribuiscono a
procao» dare all'oratore la benevolenza del pubblico : il suo
occhio vivo e penetrante, la fironte ampia e serena, che anche nel-
l'effigie ti rivela l' ingegno potente e scrutatore, il gesto di- gnitoso
e la rara bontà di eloquio rapivano ed ammaliavano le moltitudini
(6).' (1) DmZ. i De Poetii sui t&mparii» (2)
Viia da MarudàjOù Triwdtw. (3) Op. eli., 1. di. (4)
AxfoxLo Oabriillo da S. Maku'. — BM. degli Senti. Vicendm, T. lY., pag.
XY e aeg. (^ Yallo. — Apologia. (6) PiSRio Yalxbiano.
^De infeUcitate Utterai.^ L I, pag. 2U OiOTio. — Slogia Vir. iOusir.^ Ed
ecco perchè dappertatto, anche da lontani paesi (1)| accorrcTano a lui
giovani e vecchi, valenti letterati e per- sone mezzanamente
istruite. Fra' più assidui uditori merita d'essere ricoi'dato
Gian Giacomo Trìvulzio, che carico di anni e di allori militari,
traeva grande diletto daUe lezioni del giovane retore (2). Questo
pieno, incontrastato trionfo impose silenzio al maligno Minuziano, il
quale, dopo qualche tempo, si senti spinto, forse costretto, a fare una
completa ritrattazione (3). AUora, verso il 1503, sia per
suggerimento di Stefano Poncherio, sia per non dare agli alunni il poco
lodevole e- sempio di una lotta indecorosa, il P. non -si mostrò
alieno dal pacificarsi col Minuziano (4). Con questo nobile
atto egli volle prendere sul suo avver- sario la migliore delle vendette
: il perdono, e mostrargli cosi chiaramente, come disse poi ai discepoli,
che e multo speciosius est iniurias dementia vincere, quam mutui odii
pertinacia > (6). (1) Vallo. — Apologia : « Diesque me deficiet,
si commemorare sin- gilUtim pergaui quot e finitimis et longìnquis etiam
re^onibufi Jani traxerit eruditio, qui ceteros ante eum rhetores
indignabantur ». (2) Spbra. — De nobilit, profess.^ 1. IV, pag. 451
; Spiriti. — Uo- morie degli Sf-rittori cosentini, pag. 24 e 8eg. ;
Zayarroni. — Biblioteca eaHabra, pag. 64 ; Tapuri. — Scrittori del Regno
di Napoli^ T. IV, pag. 236; Barrio. — De Sita et antiq, Ca'ab.^ 1. II,
pag. 90; Baylx. — DicUonnaire liistor. et crit,^ T. Ili, pag. .598.
(3) MSS. R. Bibl. ^az. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Praefatio in
Per- dum : € Quapropter omnia praotcrìta malcdicta, quae non voluntate,
non iudicio (qood ipse non negavi t), sed irapercitus, in noe effudit,
familiari- tati, qua mihi coniunctus olim fuit, et amicorum precibus
condonavi ». (4) MSS. R. BiH. Saz. di Napoli. Cod. V. D. 15. —
Fraefatio in Per^ sium : € Minutianus Alexander, ut acitis, annis abbine
duobas, an tertios agitar, ex hospite factus.hostis, utrius culpa dicere
supcrscdeo, quando fere iustum quisque afiectum indicai, quem agnoscit,
amicis auctoribus in gra- tiam mecum rediit, et eam (quod est in
me) mansuram semper Quum praesertim' intelligerem satis in eo
Pontifico meo (Stefano Poncherio) factu- rum,' ne morum facilitatem, ad
quam ipse natus est, in me desideraret. La soddisfazione morale
provatieno sempre più vasta, le sue osserva- . zioni sempre pia acute, i
suoi commonti sempre pia profondi. . Allora egli compose in parte,
o arricchì, quei pazienti * ed accurati lavori di compilazione, che
denominò excerpta. \ In primo luogo meritano di essere ricordati
gli e Excerpta mitologica ex Pindaro > (1), che ci attestano
chiaiamente quale fosse la sua erudizione in fatto di mitologia, nelle
cui CavoIo egli fra' primi trovò un' esatta corrispondenza eoi fe-
nomeni naturali (2). (2) MSS. R. Dibl. Noi. di NapoU. Cod.
Xlll. D. 10. ^ C&rt. Mi.,, di e. 119 non nom., oltre le guardie, mm.
291 per 175; è legato di pelle e attesta la medesima provenienza degli
altri codici : € Antonii Serìpandi ex Jani Parrhasii testamento ». Inc. €
Ex Qlympionicis Pindari », expl. eoa un rimedio contro la podagra € et
conforterà lo membro debole ». (2) Parrasio. — Gomm. al De Ra^u
Proserp., 1. 1, v. 109 : € qaod non Cjolopea tela. È parimente un
lavoro di compilazione fl codice (1) ohe contiene le sentenze tratte
dagli scrittori antichi, di cni egli si servii per qnanto non sempre
opportunamente, in tntte le sue opere. Da simile intento il
P. appare guidato nella raccolta degli e Excerpta ex Polisno et Polybio
> (2) e negli e Excerpta historica, grammaticalia et geographica >
(3), come pure nella compilazione del e Dictionarium geographicum >
(4)| lavoro di grandissima mole, che rivela uno studio lunghissimo
ed una pazienza sbalorditoia, per disporre alfabeticamente nomi di
regioni, citta, monti, fiumi, mari ecc., tratti come egli dice € ex
Strabene, Pomponio Mela, Tacito, Pansania, Am- miano Marcellino, Historia
tripartita, Eusebio, Apollonio Bhodio, Hermolao Barbaro, Appiano
Alessandrino, Nicandri interprete, Dione Gocciano etc... >r
Meritano similmente d'esser ricordati altri due codici (6),
contenenti notizie di vario argomento, ricavate da diversi (1)
MSS. R. DtbL Nat. di Napoli. Cod. Xlll. B. 24. * Cari. aot. di e* 21
interftmente scrìtta e non num., mm. 288 per 203; — Antonii Serìp. etc.
Ino. € si possent homiaes »; ezpl. « plenus unguenti pa* tere videtor
». (2) MSS. R. BiU. Nas. di NapoU. Cod. XIlI. B. 18. — Cart. aut.
di e. 70 non num., compresa le guardia e la e. bianche in principio
in ia mazzo ad alla fine, mm. 299 par 210. — Antonii Sarìp, atc. —
Ex- cerpta ex Poli»no inoip.: € Antoninus et Severus imperatorei
ezeroitnm dnxerunt in Parthos ». — Excerpta ex Polybio incip. : e
postaaquam oonsulas » ; ezpl. : € inde opima retnlit spolia. SS
autori, ed in ultimo un Tolaminosissimo e Nomenclator > (l), di
parecchie centinaia di pagine. In questo modo il P. poto
acquistarsi una coltura dar- vero straordinaria, da non rendere poi di
troppo esagerata la lode che gli tributaya Matteo Toscano (2) :
llle sul Janus sftecli Varrò, ille vetarnam Torpentem excussit^
torba magistra. Ubi, E non altro che lui, colla sua erudizione e
col suo se- vero metodo scentifico, poteva rinfocolare negli animi
l'amore per i buoni studi, e indirizzarli a più alta e più nobile
meta: Tra il 1458 ed il 1466 erano morti Alfonso d' Aragona,
Cosimo dei Medici, Pio n, Francesco Sforza, tutti potenti mecenati ; come
tra il 1457 e il 1463 erano morti Lorenzo Valla, il Poggio, il Guarino,
Flavio Biondo. Nel 1465 si era poi compiuto un assai importante
av- venimento, si era cioè impiantata la prima officina tipografica
noi monastero di Subiaco, por opera dei due tedeschi, Oor» rado
Schweinhcim e Arnolfo Pannartz. Notevole riscontro di date, dice il
Bossi (S), che par segnare il tramonto di quel periodo della Binasoenza,
che fu di preparazione e di fermento della materia letteraria.
Grazie alle insigni scoperte fatte dagli umanisti, la miglior parte della
letteratura antica, che era sfuggita all' Tariique argomenti
ex plurìbus auctorìbus digettae » : — Ine. € Persona Theodorìci », expl.
€ neo Xanthos uterqae »• MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. XIII,
B. 22 (*;. — Cari. aut. di mm. 278 per 199 — Anionii Serìp. eie. — Inc. €
Indice Galeoti et Me- rulae de homine » ; expl. € Indice Hermolai
». (1) léSS, R. BM. Naz. di Napoli. Cod. V, D. 3. — Cari. ani. mm.
325 per 227 — Antonii Serip. etc. — Inc. e Atticas et Marcus Bratos
»; expl. € ex Eusebio, de temp. 41 »• . (2) Peplum ludiae^
pag. 63. (3) Vittorio Rossi. — il Quattrocento, ed. oli.. dei
tempi, si oiTriva allo stadio dei dotti ; non restava quindi che saper
(are buon uso di quei metodi, meglio appropriati all'interpretazione e
alla critica. A qnest' ultima quindi spettava, come afTerma il
Bossi (1), di trarre dalle conquiste dei grandi eruditi trapassati
tutto il frutto possìbile, di affinare col savio uso i loro metodi,
di attuarli rivedendo, correggeudo, commentando la suppellet- tile
classica. Questo difficile comx)ito si assunse e disimpegnò nel
più alto modo Aulo Giano Parrasio, col quale si delinea netta-
mente la seconda età della Binascenza, in cui la critica e l'arte
raggiungono la loro maturità. La stampa ben presto si era propagata
in Italia, e a •non lunghi intervaUi di tempo Eoma, Venezia, Milano,
Ve- rona, Foligno, Firenze, Napoli avevano avuto la loro officina
tipografica. Non sempre però accadeva che nella revisione e
corre- zione dei classici vigilasse la mente esperta degli accorgi-
menti critici di un Giannantonio Gaiupano, o di un Gian-' nandrea Bussi,
di un Lascari, di un Erasmo (2) ; spesso le edizioni erano curate da
avari ed inesperti tipografi, che, spinti dal solo desiderio di guadagno,
al pari del Minuziano, stampavano e diffondevano nel pubblico le opere
degli scrit- tori antichi, riboccanti di errori (3). Contro
questi veri profanatori dell' arte antica si sca- gliò fieramente il P.,
e con tutte le sue forze si dedico alla correzione dei testi, che nel
triste stato in cui erano ridotti dai tipografi, come egli disse, non
sarebbero stati ; (1) Op. cit., pag. 216. (2)
Maittairb. — Annal. Typogr,^ ▼, I, pag. 122. (3) MSS. R. Bibl. Na:.
di Xap. Cod. \\ D. 15. — Orai. Ili in Mi- not* : € Et la unquaio poteri t
illum quaestom facere, quem non ex offi- cina, sed laniena libromm, quam
maùmam iadtf ». . T _ ' "l" - " pia
riconosciuti dai loro stessi autori, se fossero ritornati in vita
(1\ Fedele al suo programma, il P., dopo la pubblicazione
dello splendido commento al De Baptn Proserpiuae e degli altri lavori, di
cui abbiamo tenuto parola, nel 1503 mise fuori, dedicandolo a Stefano
Ponchorio, De Regionibus urbii Samae lihellus aureu» del psoudo Publio
Vittore (2), che, coUe ag- giunte già apportatevi da Pomponio Leto,
divenne la più iiiH portante guida topografica di Boma. Un anno dopo vide
poi la luce V opera dal titolo : Probi instituta artium et aliorum
grammaticorum fragmenia (3), che dedicò a M. Antonio Cu- sano, giovanetto
che alla nobiltà del casato 'congiungéva mente eletta e sentimenti
generosi (4). Intanto il P. con anlore incredibile emendava i
classici, apportando dovunque la sua opera di critico profondo ed
illu- minato. A questo periodo di lavoro intenso e geniale dobbiamo
i seguenti importanti commenti, sfuggiti all' avarizia fraieeea
(1) MSS, R. Bibl. Nat. di .VopoZt. Cod. V, F. 9. » De UtIÌ indice:
e De latinis vero quo me Vertam nescìo, ita mendose ecrìbuntar et to-
neunt. Utin&m non nostri temporis haec iustior easet querela ! certe
ego non plus in alienis erroribua confutandia, quam in exponendia
aoUquorum acriptia inaudarem. Sed affirraare iuratiia et aancte poaanm,
aio omnea ab Impressoribua inversoa esse codices, ut si auctorea a
postliminio mortìa in lucem revocentur, eoe agnituri non aint ».
(2) Il vero titolo deiropera del pseudo Vittóre è: Notitia regionum
Urbis Romane. (3) Aldo Manuzio. * Instit, grammai,^ 1. IV; Akoxlo
Spera. — De Nobil, profess., 1. IV,
pag. 451 ; Bayli. — Dictionnaire histor^ et crit.^ pag. 599, n. D.
ecc. (4) Parrasio. — Epistola ad M. Ant. Cusanum^ ante Probi Inst.
ete. \ ^'•^- -^TUM- l'-j'^ "■Hlf
^'ì^'-^-'- tjf -—- - •^- «^.-i^-^. .*^^«.— »■-
T&ania»i'iii— 4>^Mfc»» n i>i ft n i ■ fM Éi i -jfi 11 -'-v*-- !
' e all' incuria dei eustodi (1): e Valerii Maximi Prisoorum
exeui- plorum libri II (i) ; Kotulae in I Od. Q. Horatii Flacci (ii)
; In lOnvi Valerii Flaeei (iii) ; Commi'ntarii in Horatii Poeti-
Cam (iv) ; AdnotatUmei in Caesarie Commentarios (v) ; Adno- tationes in
Epistolae Ciceronii ad Atticum (yi) ; N'otae. in Statii Silvas (yn);
Adnotationes in Tibullum (vili); In Ciceronii Paradoxa adnotationes 7—
Commentarii in Livii libroe: De bello Macedonico, et in Lucium Florum
(ix) >• Parecchie altre opere, che sono andate perdate,
furono composte durante la dimora del P. a Milano ; fra queste
degnissima d'essere ricordata quella dal titolo : Quaeeitii per
epietolam, di^ cui non ci resta che un libro solo dei venti- cinque da
lui compilati (2}. Quest'opera da se sola baste- rebbe a. darci un' idea
precisa della profonda coltura del P. e dell'alta fama raggiunta. Da ogni
parte d'Italia si ri- Ci) MSS. R. DM. Naz. di Nap. — (i)
Cod. cart. aat. XIII, B. 14 ; (11) Cod. cart.
&at. XIII, B. 15 ; (ni) Cod. cart. aut. XIII, B. 20 ; (it) Cod. earU
aut. XIII, B. 23 ; (v) Cod. cart. ant. V, D. 3 ; ^ti) Cod. cart. aot. V,
D. 13; (tu) Cod cart. aut. Y, D. U; (viii) Cod. cart. aut. V,
D. 22; (ix) Cod. cart aot. V, D. 12. . A proposito di quest*
ultimo codice non sarà foor di luogo ricordare il seguente brano della
Frac fatto in Livium (Cod. V, D. 15) : e L. Flomm praelegi, qui carptim
compendioqae popoli romani scrìbit historias. In eo castigando simol
enarrandoqoe quantom Tigìlianim, quantom laborie exhaoserim, testes mihi
sunt omnes qoi tum nobis operam dabant. Qoorom nonnollos non tam mea,
quae mediocris est, eroditio trahebat ad aodien- dom, qoam qoaedam, ni
fallor, expectatio, qoa ratione curarem tot rol» nera, vel, ot verios
dicam, carnìficinam, qoam librarios (il Minoziano) in Floro sic
exercuerat (Id. Janoar. 1502), ut novae cicatrici locus non esset».
(2) OiOTANNi Pier Cimino. — Episi, nuncup. ad CorioL Mariyr. Inst.
Oramm. CharisU: e Brat enim ad editionem iamprìdem paratom, librisqoe
constabat cireiter quinqoe et viginU ». Enrico Stefano. -^ Epist.
ad Lud. Casuilvetr.^ ed. De Rebus 1540 ; NicoDBMi. — Addizioni alla Dibl.
Nap. del Toppi, pag. 87 ; Marafioti. — Cron. ed amie, di Calab., pag.
264; Tiraboschi. - Storia ecc., T. VII, P. III« pag. 330; Oinournì.—
iTótotiv Uu. d'Italie., V. VII, pag. 214, ParU 1810. volgevano a lui per
aver schiariineuti di questo o quel dubbio, per V interpretazione di
questo o quel passo con- troverso ; ed egli con una modestia, non meno
rara della sua affabile liberalità, non negava a nessuno il suo
giu- dizio, che, come canta il Salemi, era venerato al pari del
responso deli' oracolo di Delfo o di quello di Dodona (1): ....
credas Delp&is oracula Phoebum Aut Dodonaeas ornos, quercum|ue
locutat. Da ciò appare che il P. negli studi di erudizione
teneva incontrastabilmente il primato, da non temere punto di
schie- rarsi, alPoccasione, contro i più rinomati umanisti del
tempo, fosse anche un Poliziano (2). Certo, facciamo nostra
la giusta osservazione del Fio- rentino (3), il contendere la palma
all'eruditissimo Poliziano e il biasimarne i giudizii richiedeva non
piccola autorità, quando non fosse stata audacia e sfrontataggine senza
pari. Da quanto abbiamo detto chiaramente appare che un simile
rimprovero non poteva toccare al Parrasio. • • • A
questo punto crediamo opportuno far rilevare un altro grande servigio
arrecato dal P. alla scienza, durante la sua (1) Salerni. —
Sylvae*' In Jani obùu Epieedion^ pag. 110 e Mg. ed. Neap. 1596.
(2) MSS. R. BibL Kos. di Napoli Cod. Y. F. 9. — Lettera a persona
ignota : « Non vìdeo cur ad me acribas a Politiano Domltii sententiam non
probari in illad ex prima Papinii Sylvula : RKenus et atUmiH vidù ' domus
ardita Dati. Nisi forte vis ut Politiano sabtcribam, vel a calamuia
Doroifium defendam »• Quaesiux per episL^ ed. Matthaei, pag. 1Ó : €
Lia est mihi cum Po- litiano sinuosa (a proposito di un passo di
Virgilio) »• Op. cit., ed. cit., pag. 225 e seg^: € Et audet
PoHtianns asserere Trapezuntium multa fecisse rerum vocabuìa ex imitatone
veteram » eoe... (?) BiBXARDiKO TsLKsio. — V. I.« Flrenso, sncc. Le
Mounier.] dimora a Milano, quello cioè di aver contribuito non poco al
sorgere della Colia Oiurisprudenza, di cui fu caposcuola il suo
discepolo, Andrea Alciati. Senza punto occuparci dei primi due
periodi della col- tura del diritto romano, la Glossa e lo Scolasticismo,
ci limitiamo a ricordare che si deve esclusivamente agli uma- nisti
quel mo\imento reattivo all' indirizzo precedente, in cui avevano avuto
grande predominio le peripatetiche spe- culazioni, il vuoto formalismo e
l'arte delle infinite distin- zioni suddistinzioni, che avevano ridotta
la dottrina del diritto romano ad un convenzionalismo dogmatico.
La lotta contro i giuristi, cominciata dal Valla con la famosa
lettera contro l'opuscolo di Bartolo da Sassoferrato, De insigniii et
armi$, trovò plauso negli altri umanisti, soprat- tutto nel Poliziano; e
se suscitò al principio un grave scan- dalo, valse a rimettere in onore
lo studio negletto delle fonti ed a far conoscere la grande importanza
del metodo storico-filologico. Questo rinnovamento, iniziato dai
lette- rati, fu poi recato completamente in atto dai giuristi e,
primo fra tutti, da Andrea Alciati (1). Questi, mettendo a profitto
il suo sagace discernimento e la sua vasta erudizione, coll'aiuto di codici
da lui dissep- pelliti nelle biblioteche, riusci a restituire alla loro
esatta lezione molti passi di Erodoto, di Polibio, di Appiano;
altri emendò in Plauto, in Terenzio, in Tito Livio e special-
''^ (1) Gravina. — De ertu et progressu iurù civilis.
€ lurìspnidentiA Alciati manu ex humo sublata, oculos ad primordia sua
reflectens, vetera ornamenta nativamque digoitatein a priscis ropetiit
auctoribus ; cumque Alciati discipuli ex Gallia et Italia universa
conspirarent, eorum praesidio iurisprudentia se in prìmaeva eruditìone
atque elegantia cpllocavit* quaeque in Imeni, Accursii et Bartoli scholis
viret exsenierat, retonta rubigine, cultu eruditoruni et industria
littcrarum elegantiarum, exuit barbarìem el nativam explicuit venustatem
». y • !■ ■ rm^ nix DI ▲«mente in Tacito,
determinò l'indole dello stile dei migliori giureconsulti, per cogliere
il senso dei loro consigli nelle Pandette, descrisse «Uligentemente le
variazioni del diritto pubblico romano, i>er conoscere lo spirito
delle leggi in ogni età, e colla sua profonda critica gettò la luce sui
passi pia difficili e controversi (!)• Ora domandiamo :
l'Alciati a chi va debitore di questo critico indirizzo, a cui deve la
sua famaf Se qualcuno, neiracnme e ncireleganza di dettato
del- VAntore deWclegantc giHritpruiìemza, riconobbe i lieti frutti
deir insegnamento del Parrasio (2), la cui scuola egli firc^- quentò dal
1504 al 1506, compiendovi, ancora giovanissimo, gli studi d' umanità (3),
nessuno, per quel che sappiamo, ha aucora bene osservato che il metodo
tenuto dal grande giurista ncir emendare i testi degli antichi
giureconsulti è quello ^stesso tenuto dal P» nella correzione dei
clas- sici, e che da qucst' ultimo, molto probabilmente, apprese
anche i primi elementi della dottrina del giure. B e' indu- cono in
questa opinione due altre preziose orazioni inedite : « De iustitia, De
iure >, le quali ci attestano che il P. a Milano, dietro invito del
Canlinale d' Amboise, fece parte (1) Giuseppe Prima. —
Andrea Alciati. -* Orazione inaugurale letta neir Univ. di Pavia. —
Milano, Stamp. reale MDCGCXI. (2) RoBBRTELLO. — A»not. ad Var.
toc., 1. II : Tibi vero gratulòr, Alciate, quod Jannm Parrìtasium^ virum
doctissiiBuin, a puerìlia nactos fuoris praeceptorein. Nunquam enim tua
scrìpla lego, quin mihi illiua recordatio viri oecurrat, adeo diligentis
et perspicacia in veterum locit emendandis, atque expUnandìs
Homines qui ignorant talem prae- ceptorcm tibi a pueritia
contigiese admirantur postoa quantum eUam in hoc ttudiorum genere valeaa.
Ego, qui id iMsio, nec miror et laetor »• k3) Claudio Minois. —
Vita Alciati ante Emhlemata ; Quoio. -» Epiii, Clar, et doct, Vir., pag.
81 e^eg. ; Tiraboschi. Il P., nulgrailo lo tristi vicende toccategli/ senti
sempre per Milano U pia grande attrattiva, a segno da preferirlai
dopo Napoli, % tutte le altre città d' Italia, come con belle parole
dichian ai suoi discepoli (1). A rendetli cosi piacevole quel
soggiorno' contribuì, senza dubbio.prima V amicizia e poi la parentela
contratta col valente gecista, Demetrio Oalcondila. Questi,
chiamato a Milano daLodovico il Moro nel 1491, dopo aver inse-
gnato, per t^ti anni e con molto plauso, a Padova o poi a Firenze dda
cattedra resa celebre dall' Argiropulo, vi ebbe le più liete accoglienze,
venendo egli a soddisfiure quel vivo Uiogno sentito dalle menti, dopo la
meta del secolo XV, dponoscere cioè ed apprezzare le opere immor-
taU dei Gì (1) MS8. R.m. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. —
PrtefAtio ia Thebaida : « Egouom prìmum appuli in hanc inclytam civitatem
6t latÌ8HÌmo dignamiperìo, eìut amplitudine captua, hanc animo meo
proprìam sedem U Nam post illam felicissimam Campaniaa oram
in tota Italia nullii usquam secessum solo virisque meliorem,
qaiqiie mihi M«diolano mls arrìdeat, invenl. n P., appena giunto a
Milano, cercò di avvicinarsi al- l' illnstre ateniese, per potere ancora
niegfio apprezzare i tesori del mondo ellenico, e trovò in lui uia guida
sagena e illuminata e affetto veramente paterno. . l Frequentando
la casa del Oalcoudila, ej^li ebbe agio di ammirare la coltura o le belle
qualità mora! della figliuola di lui, Teodora: sebbene questa non potes»
vantare né grande bellezza, nò forte dote, se no invaghi\ la foce
sua sposa (1), intorno al 1504, come si desume daunepigramma
scritto in quelP occasione dall' amico Lancino Cil^io (2). D'allora
in poi il. P. abitò in casa del suocera, dove potè conoscere molti
valenti letterati, venuti a ^lilant per appren- dervi il greco, fra'
quali Giaugiorgio Trissino (1|0G), il quale pare abbia fatto dimora
presso lo stesso Calondila,. come « e' inducono a credere una lettera di
quest' ulmio «liretta a lui e sei altre del P*, da cui traspare la
pinjgrande fami- liarità e domestichezza (3). Cominciò cosi
un periodo di tregua nelUvita del P., ma nou fu molto duraturo, poiché
vennero ditinovo a tor* montarlo le strettezze finanziarie e i suoi
nmici, che gli piombarono addosso ancora più rabbiosi di praa.*
I Milanesi, se gli furono larghi di applauso onori, non
(1) MSS. R. DM. Noi. di Xapoli. Cod. V. D. 15. A Praefatio in
Thebaida: « placoit in spcm prolit ot rei faìnili» Thcodoram,
Demetrìi filiam, mihi adiungerc, in qua non forma, quan ea
inediocria est, ut appellat Ennius, non oiTertam dotein, quae ma «ine
morìbus ex|>etitur, animuroque ineum non facile capit, scd ingfiat
artes, intè- gritatein vitae, et super omnia |>atri8 eius affinitatem
Retavi ». ^ (2) Op. cit., ediz. cit.,
pag. 80 ; Jannelm. — optt., pag. n2« - (3) KoscoB. ~
Vita é PctUi ficaio di Leone X, trad./ Luigi JBossi. — Milano, Sonzogno,
1817, V* X pag, 143 e aegg. 11 traduttore ri u venne queste lettere
nella corrisddenza epistolare del poeta vicentino, conservata dai
Trìssino dal Yeld*Ofo. lo furono altrettanto nel ricompensare le sue
fatiche (1). Di ciò abbiamo chiara prova in un'altra orazione inedita, in
coi il P. candidamente fa nota ai discepoli la sua triste condì*
zionci ricordando loro, con aniarezza, il detto di Aristotele che cioè il
povero difficilmente e raramente giunge all'ac- quisto della scienza (2).
Quanto diverso era stato il suo giu- dizio sulla povertà nclVOratio ad
SetMlum McdioUinensem t Non deve recar punto meraviglia che questa
ed altre volte la miseria abbia bussato alla porta del P. • In quél
secolo, ben chiamato dal Graf il secolo dei ciarlatani, chi non si tirava
innanzi, chi non gridava e magnificava la sua merce, chi non prometteva
più di quanto potesse attenere, correva rischio di morir di fame
(3). ^ Bifuggendo il P. da ogni bassezza e dalle quae$tuarU$
artibìii dei letterati del tempo, era naturale che non guaz* zasse mai
nell'abbondanza/ Il Poncherio, conosciute le condizioni poco
floride in cui egli si trovava, non mancò di venire in soccorso di lui,
affi- dandogli il proficuo incarico dell'educazione e dell'
istruzione del nipote Francesco (4). Ma ciò, se valse a sollevare il
bi- (1) MSS. R. Bihl. Naz. di Napoli. Cod. Y. D. 15. — In L.
Flomm : € Nam quid aliud, ornatissimi ìuveoet, in tanta rerum
difficultate, quid a1ittd« inquam, facerem, quum publica stipendia non
procederent, et al qnae privatim consequor emolumenta, vix emendis
olusculit satis essentf » ^ MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. V.
D. 15. — In L. Flomm : « Quippe ai viatica desint, ut vocat Aristoteles,
omnia ad acientiam eo- nattts irrìtus est et inania, et quantocumque
labore diligentiaque, mille- simus quisque vix evadei ». (3)
AUraverio il Cinquecento^ pag. 110 e aeg. (4) MSS. R Bibl. Kaz. di
Napoli. Cod. V. D. 15. — In L: Florum : « Nunc autem quum pater
amplissirous Stephanus Poncheriua quo, quasi sacro atque inspoHato
quodam fano« boni omnes utuntur, non ho- nesta solum mihi praemia
constituerit, sed, quod magous honor est, nepotis ex fratre sui curam'milii
delegaverit »• \ • — i -^-- ■ ■ -•■*■-
--> ! I I ■ ■ > ' 0""'t_-' 1 -_t^' a I - 'c I ■ *• » r »j ' Il
M libili iiit — i j j I r II l ii — ^ - 1 " lancio domestico del
povero retore, noD potè ridargli la tranquillità dello' spirito, turbata
ancora una volta dagli antichi nemici. Primo ad uscire dal
suo agguato fu il perfido Minuziano, il quale, avendo corrotto un ribaldo
sacerdote, discepolo del P., fece sottrarre a quest' ultimo il commento
al De bello Macedonico di Livio, frutto di tre anni di assiduo
lavoro, pubblicandolo spudoratamente col proprio nome (1), e dedi-
candolo per giunta ai successore del Poncherio, Carlo GoiTredo.
Questo fatto indignò fortemente il P., che memore degli altri torti
ricevuti, senza alcun indugio, rese di pubblica ragione V impudente
plagio. H Minnziano, vedendosi brutto e spennacchiato, al pari della
cornacchia esopiana, per ven- dicarsi, non rifuggi da un' ultima
vigliaccheria, dal collegarsi' cioè col Ferrari, che era ritornato a
Milano, e col Nauta, contro i quali aveva lottato insieme col suo antico
ospite (2). A questi si uni un vero lanzichenecco della penna,
fac- ciamo nostra un'altra espressione del Graf, un tal Rolandino
Panato, che indettato e coadiuvato dai suoi amici, scrisse contro il P.
delle scandalose Inveetivae (3), che per oscenità non hanno nulla da
invidiare a quelle scritte dal Panormita, • da Poggio, dal Valla e dal
Trapezunzio. (1) Vallo. — Apologia : « Impudentior autem
praeceptor ille tuut, iropressorum postrerout, qui Jaai castigationes in
bellum Ltvil Mac«do- nicum, grandi pretio redemptaa, ab avarìssimo quodam
sacerdote (palam rea est) intervertìt, emendatumquo Jani labore Livium
suo titulo pabli- cavit (1506) ». • (2) Vallo. — Apologia : «
Neque erubuit homo com iis in Jannui conspirare, adversus quos certo
capitis perìculo se, nomen, doctrinani, ceteraque omnia sua tutatos
fuerat Parrhasius ». (3) RoLANDiKi Panati. — Inveclivae et Nautae
Carmina. — Questa pubblicazione, sebbene non porti indicazione né di
anno, né di luogo, pure, come notAva il Mazzucbelli, è certo che fu fatta
a Milano, al principio del 1506.
.mm^Smi^^mt^l^lCt TRA m A. 6IAXO TkWMAWm CS
Laudo contro fl P. o^ torto £ coBioBieliey ^ o^ sorto di
ribalderie, lo duamò msiumm mremdiemmt, Jmmm /o€di$$immm Mcarmhcuwi,
tmprmrimm, Ibtommw» jMrtjtfi Don eitore altri Tilissini epiteti, che
layia^o ndte 1/ infkaie rabula criticò i larori di Ini, ne^ loro o^
V'^fl^ letterario e li denomiiiò amwumtmriolm. do Irrìdo di
protesto eruppe daD'aniaio dei baoai per la basse ingiarìe lanciato all'
nomo dotto e morigerato : GioTanni Biffo, Tanzio Cornìgero, Antonio
Peloto, Pio Bolognese^ Bratt- gelisto Biadano ed altri molti alzarono la
roee contro i tìK diiEunatori, e scrissero contro di loro de^ epigrammi
di foooo, che non riportiamo, per non intralciare fl nostro racconto
(!)• n P. neppure questo rolto si diede per Tinto, e riden» dosi
delle nuoTe insidie dei suoi aTTcrsari, si ain^arecdiiò a schiacciarli
con pochi colpi, come scriTOTa all'amico Bolo- gnese (2). B non disse dò
per millantoria, polche rinsd complctomento nel suo intonto colla
pubblicazione della dtato Apologia di Vallo (3), la quale d ha fornito
tanto e ri im- portontl notizie. Nessuno dei biografi del P.,
compreso lo*Jannelli, ha ossenrato che il Vallo, se ebbe in essa la sua
parto, non fli certo la prìndpale: la grande erudizione, lo stfle, le
dta- zioni, comuni ad altri lavori del P., rivelano la mano del
provetto maestro più che quella del «liscepolo. Questa volto,
dobbiamo pur dirlo, il P. fu costretto a combattere i suoi nemici colle
loro medesime armi, oppose (1) Y. Jaio«blli. — Op. cit.,
pagg. 58, 71 e segg. (2) Jannblli. — Op. cit., appendic«, pag. 109:
« Risi de Jolio «t Musoa Appula, perque gratum fuit audire quid de
utroque seotiret - 8ed, ut spero, noo agam Aesopi calvum,,nec
expectabo Eiemis adrontùm : paucis ictibus conteram ». (3)
Furius Vallus Echinatus in Rolandinum, pistrìni yernam illauda- tnxn,
1505 ante sec. ed. Comm. De Raptu eto. . \
mmm r*^iM i> " I •
• .- • • «•^Ki^' •
"fc^i^i>B ap"'litT-r"i Una delle colpe attribuite
al secolo dell' nmanesimo ta qnel vizio abbominevole, per designare il
quale si e tolto a prestito il nome dai Greci. Fra le
ignominie che gli umanisti, a ragione o a torto, si gettavano in faccia vicendevolmente
havvi sempre in primo luogo la pederastia. H Bcccadelli rinfaccia questa
colpa al grammatico sanese Matteo Lupi, il Filelfo al Porcello,
Poggio al Valla, il Valla a Poggio e cosi via. Non dove
sembrare quindi strano che quest^accusa tanto comune si lanciasse anche
contro il P. dal corrotto cinque- cento, che ereditò, anzi rese più
morboso questo vizio del secolo precedente. Infatti tutti gli
strati sociali, come dice il Oraf (1), ne erano infetti, a comijiciare da
Leone X, se vogliamo prestar fede alle parole del Giovio ; Antonio
Vignoli e il Bibbiena ne accusano preti e frati ; il Firenzuola lo chiama
manza di maggior riputazioAe, e gli prodigsftio lodi Giovanni della
Gasa, Lodovico Dolce, Andrea Lori, Curzio da Marignolli ed altri
dieci altri cinquanta, aggiunge il Graf. B che dire dell' ac- cusa che
grava su Francesco Bemi e sulla figura pia eletto del secolo,
Michclangiolo Buonarroti Y Siamo lieti di notare che tutti,
concordemente, assolvano il P. del fallo imputatogli, prima di tutti lo
stesso Giovio, che non la perdona a Leone X (2). Ove non potessimo
ad- durre delle prove tanto convincenti, basterebbe per poco .
riflettere sulle sante massime dettate ai discHpoli nelle ora- zioni
inedite (3), osaaiinarc l'elegia in morte di Antonio (1)
Attraverso il Cinquecento^ |)ag.. 125-130. (2) Oiovio. — Ehgia ViV.
Un. t7/ii5fr., p&g. 208; Spiriti, r- ifemorM degli sct-iitori
Cosentini^ piig. 25; Qinqukns. — Histoire litt, d'Italie, Y. VII, pag.
214; Morcri. — Grand Dictionn, histor., pag. 828« ccc (3) MSS. R.
BiU. Nnz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — PraefaUo in Achillcidem, Cratio ad
di«cipulos, Oratio ad Scoatam Mediolanensem, Ad Mumclplum Vlncentloum
tic t'amili' ■ ma» w ^ ,n>»mt ^ t'-^ n
1 iT_ I liw ■! j I ■l'if^N» iw*iift*>ff ■ ."^ *■. ■■■'v'^'
ii»mifjtmv%'8ai, Tisusqae sum orator Quid igitur aateal dubilabant
ne conduxisseut Thucididem Bntannicom, vel Ranam 'Sobri- phiam? Sed
utramque suspicìonem disonstl ». Questa lettera e le seguenti sono
dirette al Trissino, che allora si trovava a Milano ad apprendere il
greco, presso Demetrio Calcondila* (3) MSS. R. Bibl. Nas. di NapoU.
Coà. V. D. 15. • " III wm^mf*
»Jfc^>»*M>W^ I ^ I 11 >WII^« fonati) quantum vix
olira Gares in Leloges, Arcades in Pe- lasgos, Laoed(cinono3 in Ilotost
»• Fiere e generose parole che mostrano ancora una volta
quanto fosse esagerata i' accusa di coloro che negarono com- pletamente
agli scrittori del secolo XVI la coscienza morale della nazione italiana
(1). B che realmente il P. avesse fede nel!' avvenire, d è
mostrato anche dalla seconda orazione, dove se si notano i medesimi
difetti delle altre, e soprattutto la prolissità e una troppo sìidata
erudizione, si ammirano similmente gli alti pre- cetti pedagogici e
didattici, e le sane norme dettate ai gio- vani e ai padri di famiglia,
circa i beneficii di una buona educazione (2). Gonosciutosi
in tal modo il valoro e la nobiltà d'animo dell' uomo bassamente
calunniato, dietro l' esempio deUa famiglia Trissino, presso la quale
egli aveva trovata, nei primi tempi, la più calda e sincera ospitalità,
cominciò una vera gara tra le più nobili famiglie vipentine, per
sempre più dégnamente onorarlo e cattivarseni) la benevolenza (3).
Nonostante tali prove di affètto e di stima, il P. non visse a
Vicenza in quella perfetta tranquillità, come credette lo Jannelli (4),
per aver ignorate le importanti lettere al • (l) Nencioni. —
Nuova Antologia, 1884, 3. bimestre. 2; MSS. R. Bibl. Naz. di NapoU.
Cod. V. D. 15. — Orai. II ad Mun. Vincent : « In quo nonnulli parontet,
ut hic ordiamur, obiargatione digni sunt, qui spcs quoque suas ambitioni
donant et precibus amicorom, non minus insulse quam si gravi morbo quia
Implidtus, ut amici grar tiam colligat, oinisso perito salutiferoque
medico, se committai ignaroii cuius inscitia fonasse peidatnr ».
(3) Roseci, op. cit.,. 1. eit. : € Qni (Trissiol) nihil ad oroaodam
tei- lendumque me domi forisque omisenint, exemploqoe coeteris, nt
Idem faeerent, oxtitere. Nam cerUnt inter se Thiend, Palelli, Portensea
et Cberigati quinam de me magia promereantnr »• (4) Op. cit.,
pag. 84. • ^ . ^ . \
immmà^J^amm^t0>m^' ^*« ^ , j. j i>^ 1 1 ^,n ^».w ».^,^»*.«i»i» . »!
I »« a «» «ii ' i^iai^ T i ri i ^ . ì .i
-. - ««-ìLm Trìssino: prima la podagra (l), che aveva
cominciato ad af- fliggerlo fln da quando si trovava a Milano, e poi gì'
invi- diosi e ignoranti grammatici gli turbarono, come ftl solito,
la pace dello spirito. n P. , irritato per i tranelli tesigli da un
tal Antonio da Trento e da un perfido sacerdote, di cui ignoriamo il nome
(2), accolto nella sua scuola in qualità d'hypodidascalos, aveva
già deciso di lasciare Vicenza, quando, per la opportuna ed elBcace
intercessione del Trìssino, non solo recedette dalla presa riso- luzione,
ma concesse anche il perdono all'infame sacerdote (3). Malgrado i
continui fastidii e le non lievi cure dell' in- segnamento, il P. non
tralasciò i suoi studii prediletti, che continuò a coltivare con amore e
profitto, pubblicando, a breve intervallo, i seguenti importanti e
pregevoli lavori: Claunulae Ciceronu ex epistolin familiaribus (4);
Breviarium Rhctoriec9 ex aptimU quibunque Oraccis et Txitinis
atictoribuM depromptum (5); Probiliistituta artium et Catholica (2*ediz.)
(6); Conieliìis Franto — De nominum verborumqM differentiU et Fhoca
grammaiiou$ — De /laudi nota, atqne de aspirationè libelluè (7) ».
Questa ricca produzione letteraria ci fa argomentare che
(1) RoscoB. — op. cit., 1. cit. : € torqueor incredibili po-
dagrac dolore : quicquid est mediconim, quicqutd phannacopolarain
din noci uq uè conti ncnter exerceo >• (2) L* indegno
prete era Irato contro il P., mal sopportando che que- Mlo avesse
chiamato nella sua scuola e prediligesse il cosentino Ant4)nio Cesario,
uno dei pochi veri e costanti amici delPinfelice umanista, '3)
RoscoB. — op. cit., l. cit, : « Sacerdos tuas est apud me laUs honcsta
condì tione (12 ag. 1508) ». (4) Veicetiab, MDVHI, per Henrìcam librarìam
Veicet et Jo. Ma- rlam oius flllum, in 4. (5) Kal. Jan., MDIX, per Henricnm «te. (6)
MDIK, per Henricum ete (7) VUI Id. Febr., MDIX etc..... ^
i/j » n i ì I II » * ! » m jÈJì iV
■■*'nM>-|f mk Iri i> i liikJ^'- • ••• .. .
m i0i ii\ Vii i^i ■!> ri tf i - •• - ♦
il P. negli aitimi tempi della sua dimora a Vicenza, se visse in
poco floride condizioni economiche, da essere costretto a ricorrere
talvolta al Trissino per qualche xirestito (1), non dovette però essere
più molestato, come per lo innanzi, da nemici maligni e invidiosi.
Allettato quindi da quella tran- quillità relativa, succeduta alle lotte
interminabili, forse egli non sarebbe cosi presto partito da Vicenza, se
non fosse sopraggiunto il pericolo della lega di Cambrai.
Appena salito sul trono di S. Pietro, Giulio II mostrò il suo fermo
proponimento di ricomporre lo stato della Ohiesa, che era andato in
frantumi, non per favorire il miserando nepotismo, come avevano .fatto i
suoi predecessori, ma per fondare una monarchia pontificia, che potesse
dare al papato il necessai*io prestigio. A tal uopo, appena si liberò di
Cesare Borgia, rivolse le sue mire contro Venezia, che si era im-
possessata di alcune terre della Ohiesa. La Serenissima, scossa nel
suo commercio per la sco- perta della nuova via, che conduceva alle
Indie, e per la crescente dominazione dei Turchi, aveva rivolta la sua
at- tività a formarsi uno stato in terraferma. Bra riuscita a mera-
viglia nel suo intento, ma si era procurato Podio del Papi^ e l'invidia
dei principi italiani e dei potentati stranieri, che^ il 10 dicembre
1508, conchiusero a Cambrai una formidabile le^a e per ispegnere, come
incendio comune, l'insaziabile capl- digia dei Veneziani e la loro sete
d'ingiusta dominazione (2) »« (1) RoscoB. — op. cit., epist.
V. : oco dopo II discorso inaogurale (1), lasciando al téAele Cesario,
che non aveva voluto abbandonarlo in qnella circostanza (2), la cara
del- l' insegnamento, al quale aveva dovuto assolatamente ricor-
rere per poter sbarcare il Innario (3). n P., ritornato a Padova al
principio dell' agosto, collo spirito rinfrancato per il miglioramento
ottenuto ai suoi mali alle acque di Abano (4), riprese con nuova lena
IMnsegna- meuto, lasciando cosi libero il Cesario di tentare a Roma
la sua fortuna (5). La Mumma anetoritas deUa storica cittì, in cui
per prima (X) MSS. R. BibL Sai. 4i Napoli. Cod. V. D. 15. —
Praefalio 'm Horatil odM : « Si qois aliuii, ornatUsioii iiivenes, ex eo
loco quem net iKKiettlstimàin Romao Madiolanique et dcmum Vcìcetiae
lonuìmas, ad hanc iniquitaUm tamporum radactos ataat, ut privai im
doc«ret, ilio qai- dom fato eooTieiain faeoret tiquidem summa buius
urbis auctoriiat, celeborrimum Fatarii nomon, ubique gentiunn
venerabile, com- peniat omao salarli dotrimootoni ». (2) Lo
Jannelli, noo avendo ieooto alcun conto della lettera del P, %1 Cesario €
ex Aponi baliceia », ritenne che quest* oltiiro € excessli Viooentia
(Romani) XI!! vel Xll Kal. Jonii ( op. cit., pag. 86, o. 3 ) ». (3)
Sputala JJ, ex Apani balinais, e. d.: « interea vale et cara
disdpuloe eraditioni fideiqne nostrae commlsaoe ». (^
Epistola II, ex Apani balineis : « Salve, Caetari, profuemnt alU
qvaatlsper Aponi Iwlinea Bqoidem me cupio ad vot recipera klo
enln me taediam eepit remm onnlom ». (5) li Cesario non fa
accontentato nei suoi desiderii, poiché nell^ lettera inviatagli da
Venesia, io data del 13 settembre 1511, Il P. %| rallegra con Ini « quod
incolurois in complexu suorum vivat accoptos (Bpist. IH) ». Da ciò
argomentiamo che la maggior parte delle Iutiere del P. gli furono Inviate
a Cosensa. ■ « « ■■ 1 1» jiil y « »
■mtl^Mm nm^mi ■■■■«■^■i^ n i* m,tmt, ^ mi
Mllb*^i^hUBk«la ì
iw«MHk«!fAi«^MiaMUHMUÀli^4b*iS
'^T». oon Albertino Mussato emno fioriti^ gli studi!
umanistioi, e il nomali celeberrimum da essa acquistato, por ^ aver
accolto nelle sue mura tanti illustri letterati| quali Giovanni da
.Ba- venna, Pier Paolo Vergerio, Secco PolentonCi Gasparioo da
Barzizza, Vittorino da Feltro e, per non parlare di altri, Demetrio
Galcondila, allettarono subito il P., sino a fargli dimenticare omne
salarii detrimentum. Però i tristi aweiii- menti sopmvvenuti lo
costrinsero a lasciare Padova* L' imperatore Massimiliano,
essendosi finalmei|te scosso dalla sua inerzia a causa dei continui
progressi dei Vene- ziani, nel tempo stesso che Bodolfo di Anhalt si
recavi^ nel Friuli, per occupare la tcpra di Gadore, e il duca di
Brunswick tentava di espugnare Gividale e Udine, in per- sona per le
montagne di Vicenza era sceso nel contada di Padova. Però e non essendo
ancora maggiori le forze sue, si occupava in piccole imprese con -poca
di- gnità del nome Gesario (1) » : saccheggi orribili, eoddi
spietati furono eseguiti dai feroci invasori, la cui indescri- vibile
licenza fece ricordare quella delle orde barbariche» Il P., visto
scoppiare un cosi furioso turbine di guerra, prima che Massimiliano
cingesse d'assedio la città coi suoi 100,000 uomini, verso la n^età di
agosto riparò di nuovo a Ve- nezia, dove fu accolto amorevolmente, come
forse anche nella sua prima venuta, da Lodovico Michele, che era stato
suo discepolo a Vicenza (2). (1) Guicciardini. —
7frecedente (Venezia, 13 settembre 1510), appare chiaro che sia sUU
seritU nel 1511. * .A * » '^^'i ^iy«
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>•— «^TV - .* •- -C- • ^- •• Garbono, i fratelli Anisio, i fratelli
Seripando, Gerolamo An- geriano e parecchi altri {ly, Col pia vivo
piacere il P. fre- quentò i geniali convegni «lei letterati napolitani e
fu accolto dovunque colle più sincero manifestazioni di ossequio.
Non mancarono, come al solito, i versi apologetici, fra' quali
citiamo quelli del prolifico epigrammista napolitano. Giano A Disio,
nella cui mente il P. destò il ricordo degli antichi soci della gloriosa
Accademia pontaniana: Qui8 non his tabulis dubia dipingitur
umbra Commeritas, qais non byali ridenta colore.
Insigni virtute vir, et spectatus amicus? Tene ego
praeteream, cui Musae tempora cireum Jusserunt hederaa, et amicaa
serpere lauros (2). ■ . • Il P. allora forse rinde Gjovan Tommaso
Filocalo da Troja, Gerolamo Garbone, Francesco Puccio da Firenze,
alle cui lezioni aveva assistito durante la sua prima dimora a
Napoli, ricavandone non poco profitto. Allora similmente rese sempre più
saldi i vincoli d'amicizia, che lo legavano^ al dotto e munifico Antonio
Seripando (3). Pare che egli conoscesse quest' ultimo alla scuola del
Puccio (4>, tra il 1492 (1) So questi scrittori, quasi
tutti poco noti, rìcbiaroava testé V at- tenzione degli studiosi 11
chia.mo prof. Flamini, cbe additava In essi « no territorio da esplorare
della gloriosa nostra letteratura umanistica »• Rassegna Bibl. della ìeU.
ital.^ VI. (2) Janl Anysii, Varia
poemata et Satirae ad Poropejum Colomnam cardlnalem, Neapoll, Suitzbach,
lib. IV, pag. 66. (3) Giano Anisio. — Op. cit., 1. Ili,
pag. 66; Bernardino Martlrano. Bplst.
ad Card, de AccoUIs Ante Comment. In Uoratii Artm Poeiie. Parrbasll,
Neapoll 1531. (4) Che realmente 11 Seripando sia stato alunno del
Puccio lo rile- viamo dair iscrìsione da lui fatta apporre nella cappella
gentilizia di Si. Giovanni a Carbonara : € Francisco Puccio quod bonarum
artlum sibl maglster foisset ». Mabill. Museum 2ud. T. I pag.
108; Jannelli, òp. cit., pag. LO. . ■— *i— i^i^Wi^^^—
fci^^ii^^ a*^ifc»*«^*i di Aulo Giano Par» raaio ecc.. Ariano, Stab. tip.
Appulo-irplno, 1890. (^ Op. cit. (3) Piccante V
ossenraxione dello Jannelli a questo punto (op. eh. pa|t. 94; : «
Quantumvis perditorum morum illum fuisse fiugamoa, indo- cere ne sani iu
animum possumus tam seno tantia votia meretrìMA procul abaentem ad ae
arcessere Parrhasium potoiasef ». Iu«
Per mancanza di dati, non possiamo ben dire se per pun- tiglio di
offésa vanità femminile^ o per non allontanarsi dai saoi vecchi genitori,
la Calcondila non segui il marito quando da MilanOi si recò a Vicenza
(1). Dalla lettera al cognato Basilio apprendiamo solamente che, malgrado
le continue insistenzci il P. non potè riunirsi con la moglie (2), se non
quando gli fu assegnato a Boma la cattedra d' eloquenza (3).
Quali che siano i motivi che abbiano spinta la Oalcon- dila ad
agire in tal modO| noi non possiamo non biasimarla sia come sposa, sih
come madre: come sposa perche resta impassibile alle preghiere
dell'infelice marito, che, per quanto colpevole, chiamandola a sé
ripetutamente, le aveva data la più ampia soddisfazione ; come madre
perche mostra di non sentire alcun affètto per l'unica sua creatura, che,
priva delle carezze e delle cure materne, a guisa di tenero fiore,
a poco a poco intristiva e periva miseramente. (1) Nella seconda
lettera al Trìssino ( Roscoe, op. cit. ) il P., dopo avergli detto
facetamente che dispone con piena libertà delle sostanze di Ini, eoque
forUusé plus, quia sunt uberiares, gli dà notisia dei compa- gni di
greppia^ senza fare alcun cenno della moglie : € Amanuensis item
graecus ex Creta Nicolaus, quem Trissineo Lisiae designave- ras
Accessit ^ Lario quoque lacu Simon Age nuno et lopos bospita
»• W OuDio. — op. cit., epist, XLVIII, pag. 137: € Sed in primis
a me salutem optimae socrui et uxori. Quum litteras ad eam dabis, de
onios Toluntate nihil ad hanc diem ex tuis literis intellexi, reditura ne
sit in gratiam contuberniumque meum, vel quid aliud in animum agitet.
Ego enlm statui vel secom vivere, vel aliud vitae genus hoc longe
(Cosentiae) quietius instituere ». . (3) Dopo la morte di
Demetrio Calcondila, avvenuta nel 1511, Teo- dora colla madre e col
superstite fratello Basilio (Teofilo era stato ucciso a Pavia e Seleuco
era morto in tenera età) aveva stabilita la sua di- mora a Roma. '
. -l -_ - 1 || _-- -ì| — l'i i fc ^ " ' ~ •" •
> . Jt f '', HfcaUfciifc^M 1 tuna querar, quam quod
ex illa mortis imperturba tissima quiete me nir> sue ad aerumnas vitao
revocavit; abibara laetus ex bac inutili corporis sarcina, si per faeroem
(Antonino Siscari; cui Servio licuisset. Is enim sani* mis opibus
effecit, ut ego diutius articularis morbi carnific}nam perpetlar »•
(3) Epistola XI, ex balineis Lisaniae, pridie Kal. Septembris : €
Bar linea visa sunt »liquid opis actulisse Ego propediem
revertar, ioterea tu cura pueros beriles ac meos, ut tui moris est
»• - (4} QuDio. — Op. oit., epist. XLVIII, pag. 137, ed cit
94 • poiché si recò a Taverna, parC| tra
l'aprile e il iiia^r^o dol 1513 (1), vi tenue un breve cor^b di lezioni*
di cui oi ò giuut4i solUiutH) V orazione. inauguralo intorno ali*
impor- t>anza o all' utilità della grauimatioa, che trascurata e
quas^i disprezzata! dai più, secondo V oratore« e la sola
disoiplina che possa far acquisUiro un vero e foudat-o sapere (1).
Questui spontanea relegazione del P. negli estremi conilni della Calabria
dovett'i^ 1 moA, oonvcnÌM, coiupolla uonilae oUro Piirrbasiuin
ne illum pratvUrl noìulnUY ìllum l|t«uui iot^uam Kd era lui
davvero, osserva il Fiorentino (3), il maestvro di scuola di Taverna, che
eni pure il miglior critico che avesse allora V It-alia, si ricca di
filologi. Durant-e la sua dimora in questo villaggio, il P.
rivelò up' altra bella dote del suo ingegno multiforme, cioè la sua
• ♦ (1) A/SS. R. DM. Siu. di ^^opoU\ CoiK V. D.
15. — Oralio ad TabornMtt : « Qao uullurn uialut pignua an>uHs erga se
nioi TaWrnatea hfbere queant, ai 'T « r grauile
perizia negli studi! atvheologici* Tare cli« nemiuMio A Tavoriia
nìaiica.sato calvgoricamento alTormaro che bisognava riconoscere presso
Taverna Tubica/iono doIPau* ticaSibari(3}* 11 P., non potendo sopportare
una ìmxÌA arro-r gan3uì« scrisse contro T ignorante mtttihit'HuH una
dottai ed ela- boratali dissert-a/ione, nella quale, basandosi sulle
testimoniaiuo di Aristotile, Mela, Strabone, Tolouìco, IMìnio e parecchi
altri, oltre a determinare che V antica citt«à sorgeva tra^ flumi
(1) .V^\ A\ DibL Sai. di SapiìU. Ceni. XUI. H. Itì — De
SyUri, Oratili AC Tliurìo :€.... sUm^ proivus in à\ho Upidd lincao,
nihìl oiunìno sìgnanK ìisipio shuiliMit ipii iH>r tonobran aiubulaiit^
apprehcMiduni (^uìo^uid ad maims oooiirrìt. IH qui bonis et iuali«
auotoribuH suflar- rinati, tcstimoniis utuntur, aut miniale necc»$arìi8«
aiit contra oausam certa suam », (2) .Vv« Sybari Crathi
ao Thurìo : « Ao ut agnoi^oant omnes ea quae tantum Crassus (1)
olfecisrìt ox inversi» Aristotelit rerbis e»s« nobis esplicata*».
il) Quoto Crasso non è punto GiOTffn&l Crasso da IVdaco, coma poco
ao- cortamentd cjr>Nlo(ta lo JanntlU «op. cit. |ui^. 8^), Anche
ainmettondo che e^U noi IMS fo»5e ancor vivo, si op porrebbe a una tale
assorclone quella nobile lettera del P. ( /V Kfbtis rtc.« pa^. ìi{ ; pr.
laY., pa^. 9 ), al >uo caro maestro, dalla quale appare che questi,
più che schierarsi contro 11 suo antico discepolo, ricor- reva a lui
|>er schiariinenU e constigli. (3> .Vò\^. /?. lUbL -Vai. di
Sapoti. Cod. XUI, B, 15. — De Sybari Crathi ao Tburìo : « Quantum fidei
sit habeadum crassae minervaa ma- gistellis, audentìbua atBrmare Sybarim
adhuc oxtara iuxta Tabemaa, Jt appallante oppidum, vel ex lioo iatelligi
datur ». > ■i"r'%ii
I ,1 ».
•TT'.'>«»^^««^faat*4t^^i*#«>aM«MM»«s%v>«ab«M^M>»^-■—«> .« ■•
-^' • ' 98 VITA DI ▲• GIANO
PABRAdlO L* animo sensibile del P. restò fieramente colpito
da si brutto fiittOy che aveva macchiata V onorabilità della saa
famiglia; sicché, volendo honesto nomine cancellare l'onta del nefandum
cHmen, pregò caldamente il cognato Basilio di . voler interessare, presso
il Pontefice, il Lascari e V Inghi-^ rami, a fine di ottenere la bolla di
dispensa per qnesto matrimonio (1). Durante la sospirata
attesa il P., per allontanarsi forse da un luogo per lui o. «j--^
,-.^'.'-. •^;.^'^, ■fWtiai.iliM.i^lÉY.^lÉr.f.lfarflAjBiiftVWi-JJ Se
nel secolo XV farono ben poche le corti che accor- darono ai letterati
una vera e propria protezione, nel secolo seguente esse si
moltiplicarono, gareggiando fra loro nel di- stribuire onori e
ricompense. Non solo le reggie e le corti dei principi potenti divennero
centri di coltura e convegni di letterati; ma le più piccole corti, i
principi più oscuri,, i cardinali e finanche i ricchi borghesi vollero
circondarsi .di letterati e artisti, che accrescessero pompa al loro
nome; di improvvisatori, novellatori, buffoni,' che li
divertissero. n principale centro di coltura nel Cinquecento fti
però Boma, dove nella corte di Leone X convennero da ogni .dove
uomini sommi e mediocri, attirati colà dalle pensioni, dai donativi,
dagl' impieghi, dai beneficii e dalle dignità eccle- siastiche, che come
manna benefica piovevano sul loro capo (1). Educato nella splendida
corte di suo padre Lorenzo il Magnifico, Leone X, al x>ar di questo,
fu prodigo e munift- (1) Per farsi un* idea del gran numero dei
lelterati, che allo, a in Roma godevano della protezione di Leone, X,
basta leggere il poemetto di Francesco Arsilli^ Depoetù Urbanis^ gli
Elogia Virar, litt, iUustrium, 4i Paolo Hiovo e il De infelicitate
litteratorum di Pierio Valeriano. Im- portante per conoscere la vita
romana di quei tempi è, fra* tanU studila r articolo del Gian» —
Gioviang. ( Oiom. stor. XVil, 277 e segg. ). .■.-«•^^««-^»
• iW.* W P 1jJ_i_«Ii iMi'uTiMiii •ir^i''*''' **■'■ I ■
* i»i^j«a>*-^ ■■f *t'--.-^.. .'^„»,^jì:^ Malgrado
ana tanta aspettazione e lo continue insistenze, il P., oome abbiamo
visto, non potè recarsi a Boma che verso la metà di febbraio del 1514;
sicohèy tenuto conto della lettera innata al Cesario, in data del 28
febbraio, non prima dei venti di detto mese egli potè iniziare il
sao corso sulle Selve di Stazio. Neil* orazione inaugurale,
pervenuta sino a noi, il Jf. mise a profitto tutti i suoi mezzi di retore
raffinato, non escluso quell'artifizio di parere nel suo esonlio
perplesso e titubante, per procacciarsi la benevolenza del pubblico,
giusta V ammaestramento di Oicerone. Dopo un accenno alla gran-
dezza del popolo romano, rivolge un cortliale saluto al La- scari e alP
Inghirami, protestando loro pubblicamente tutta la sua profonda
gratitudine (1). Non mancò naturalmente in tale circostanza di far cadere
destramente il discorso su Leone X e di tributare le più calde lodi al
munifico Pontefice (2). Oome concordemente ci attestano gli
scrittori contem- poranei, il P. destò a Boma il più schietto e generale
en- tusiasmo (3). Sebbene allora la città riboccasse di letterati,
alcuni dei quali di meriti indiscutibili, come il Cattaneo» il
(1) MSS. R. BibL Nai. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Praefatio la
Sylvas Statii : € Nibil it&que dcsperandum Jano «luce et auspice
Phaedro, in quorum blando obtutu, tranquillo vultu, bilaribua oculia
acquiesoo* Quibus ingentes ago gratias, habeboque dum vivam» quod me
gravissimis apud Pontificein sententiis ornaverunt^ ubi vel nominarì
aunimus honor est. (2) MSS. R. Bibl. Nas. ut Napoli. Cod. V. D. 15.
^ PraefaUo la Sylvat Statiì :€.... per quos ulrumque inibì contigli
indulgentia sacrosanctì Pontificis, divique Leonia X, qui maxime rerum
usu, incom- parabili prudentia, suprema gloria, incredibili felicitate,
admirabili elo- quentia, proroptissimo ingenio, castissima eruditione
polle! ». (3) Giovio — Elogia etc, pag. 208; Onofrio Panvinio. —
Proém. Deci. 1 2Xf applausu erudii. ; Filippo Briezio — Annales mundi, T
VU, pag. 130 ; SalemI — SylvlUae^ Parrhasii Epicediatt^ pag. 140 eco. • .
•*• . ^ -o-^ '' i»' Fra* tanti stimiamo degni di nota i
seguenti versi dettati allora da Antonio Telesio, V elegante e terso
poeta cosentino : Tlbrifl et obstupnit doctae modnlamtae
tocIs, Assonult riTifl haee quoque Tlbrl tnls. Fsf flus et buie uni es Teteres cestisse Quirites
; Tarn Latiis sonat hic dulce magis LaUum. Attice et Actaes
msgis Urbe loquutus et Ipsa est» Hospes divino dlctus ab eloquio.
(3) Affesionato come era ali* amico carissimo, il P. si adoperò a
tnt- t* uomo per procurargli a Roma conttitionem et ìocum ; ma il
Cesario, malgrado le continuo insistenze di lui, (Epist. XX-XXIX^ non si
mosse da Cownza. Forse era rimasto poco bene impressionato alla notizia
obe gli forniva il P. stesso ( Epist. XX ) : e In Urbe singulae regione»
sin- gulos babent praeceptores ex aerario conductos, et qui nibilominus
t prìvatls certam exigunt mercedem ». Troppa bollai
rfMUitflri ^>rfki««»«i''*Mh^
VITA DI A. GIANO PAERA8IO 103 uno
stipciKlio «li jxran lunga sui>oriorc a quello di tutti loro (1). Ma
il P. questa volta, reso ornai abbastanza pnitico ilolla vita, lasciò i>ure
olio i cani riu^irliiosi abbaiassero alla luna, li umiliò con un
dignitoso silenzio, che gli valse loo di letterato infelice per la sua
nota opera, volle caricare un po' troppo le tinte (!;•
Conoscendo poi la speciale protezione, di cui godeva il P«, non è
da credersi che gli fosse diminuito V assegna- mento, o per lo meno ne
fosse nt4irdata di molto la ri- scossione, come vorrebbe insinuare lo
Jannelli, il quale, temendo che al suo x>rotagonista dovesse mancare
il tempo per fondare V Accademia Cosentina, mostra gran premura di
rimandarlo in Calabria. InfaUi, adducendo a motivo la miseria di lui, la
morte del cognato Basilio e degli antichi protettori, Fedro Inghirami e
il Cartlinale d' Aragona, e in ultimo la partenza del Canlinale Adriano,
altro caldo am- miratore del nostro umanista, alTerma che questo lasciò
Roma ineunte anno 1521 (2). Non occorrono molti argomenti per
combattere questa gratuita asserzione, in sostegno della quale lo
Jannelli non sa addurre alcuna prova. Basta infatti riflettere per
poco su ciò che il P. scriveva a eratìooe ductnt....» (2) Op.
cit., pag. 115. (3) De Rebus etc. ediz. cit., pag. 143: « Certe 8i
quid ingenii, si «|uid eruditionis in me, si dicendi commodi'aa est, id
omne effundaa prodendis iis, quae tot anoonira varia Icctionc compcrta,
conquìsita, col- lectaque luihi sunt in usum studiosac iuvcntutis
ut siquidem fructum lostcritas inde percipiet, acceptum rcfcrat
Pontifici prìmum Maximo, deinde Sylvie nostro, per quem conciliata mibi
Pontìficis voluntas est ». ••. . »■• » ■ i >»'«'•..'# ^ t
• • » -te ■ detta partenza un anno pia tanli, quando cioè per la
morte di Leone X, avvenuta il 1 dicembre 1521, essendosi seccata la
fonte delle largizioni, e non potendo, per la malferma salute,
procacciarsi da se il necessario sostentamento, il P., come tanti altri
letterati, lasciò Boma e si recò a Cosenza. Quivi non visse a lungo,
poiché, come ci attcsta il suo contemporaneo Pierio Yaleriano, fu subito
colpito da febbre mortale, che, dopo penose sofferenze, lo trasse alla
tomba (1). Nessuno dei biografi contemporanei del P. ci ha tra-
mandata la notizia circa 1' anno della morte di lui ; sicché i biografi
posterìori (2), ignorando gli avvenimenti ora ri- cordati, solo perchè il
Salemi nel 153G aveva pubblicato tra le sue Sylvulae anche V JUpicedion,
scritto parecchi anni prima in lode del P., credettero di avere una prova
irrefra- gabile per ritenere che questi mori tra il 1534 e il 1535.
Senza punto trattenerci intorno a questa asserzione, che cade da sé, quando
si rifletta che i componimenti poetici raccolti e pubblicati dal Salerni
appaiono composti in tempi diversi (3), crediamo opportuno prendere in
giusta considera- (1) De infeliciUUe ZiM.» pag. 24 : € ... .
relìcta Roma, in Cala- briam cum secessisset, in febrim subito
inciditi Nicolai Salerai consentinl Sylvuìae Epicedicae,
Encomiastieae, Satyricae ac Paraeneiicae — Variariimque aliamm rerum
descripiiones fortasse non inutxles — Neapoli, SulUbach, MDXXXVI.
i••^•■*•^*!^*•*^p"**'**^*''^T^^^.. ! ' .. tf^.*.. .^•» '«■
-«•■•*.»>.« m„-*'mì^'%u',*. zione le testimonianze
del cosentino Antonino Ponto (1) e (li Giano Anisio (2), suggeriteci
dallo Jannelli (3). Tanto il primo che il secondo scrittore,
parlando di Adriano VI, eletto Pontefice il 9 gennaio 1522,
ricordano con rammarico la morte recente del Parrasio. Ora,
conside- rando che questo ricorilo di una delle più grandi
illustrazioni del Ginnasio romano non può riferirsi che ai primi
tempi del pontificato di Adriano VI, quando cioè non ancora era
nota la sua avvei*sione ai buoni studìi e quell' orrore per le cose
pagane, che gli procacciò 1' odio dei letterati e i poco lusinghieri
epiteti di e furibondo nemico delle muse, della eloquenza e di ogni arte
bella >, riteniamo che il P., ritor- nato a Cosenza, verso la fine del
dicembre del 1521, se- guisse ben presto nella tomba il suo protettore,
Leone X (4), nel seguente gennaio 1522 (5). Dopo
quanto abbiamo detto, non crediamo sia più il caso di affacciare alcun
dubbio circa V epoca della fondazione (1) Romiiypion — P.
li, Roi io 1524 : i Interpres, carusqno sacerdoi Parrhaslus, quem clara
femat monumenta per orbem (3) Op. cit., pag. 1 15 e seg.
(4) Salbrni — op. cit. : Leo PaMor ovllit Romani
aethereos tandem niii;ravit In arcea, Unile suum ius8lt propere ad
meliora Tenira Praemia Parrhasium v5) Lo Jannelli, sebbene
non traesse dalle prove addotte una con- vincente deduzione, non si scosu
di molto dalla nostra tesi, ritenendo che il P. morisse € desinente ipso
anno 1521, vel ineunte 1522. dcU' Accademia Cosentina,
attribnita al nostro umanista (1). Scy come crediamo di aver dimostrato,
e^li non visse che poco tempo dopo il suo arrivo a Cosenza, è chiaro
che questo notevole avvenimento non potè compiersi se non nel primo
ritorno in questa città, e specialmente in quel periodo di circa nove
mesi, che va dall'agosto 1511 all'aprile 1512 (2), Sebbene non
precisasse alcuna data (3), il Fiorentino, nel primo volume del suo Teìcsio,
pubblicato nel 1872, si mostrò di questo stesso parere, combattendo V
asserzione del Lombardi, che aveva riportata la fondazione dell'
Ac- cademia al secondo ritorno del Parrasio (-1). Due anni dopo
però il Fiorentino, avendo letto il commentario dello Jaunelli, mutò
avviso e stimò jiiù probabile che detta fondazione avvenisse nell' ultimo
ritorno (5). A quanto x>are, il dotto filosofo volle prestare
troppa fede allo Jannelli ^5), il quale, come abbiamo visto, oltre
a mostrarsi non molto esatto nel xirccisare dove e come il P. passò
in Calabria il triennio 1511 - 1514, non seppe teucre (1)
Spiriti — Memorie degli Senti coseni. Pref,^ pag. 0; Mattei — Vila
Patrìknsii^ odix. Dì Rebus ^ pag. XV e sog. : Tirahosthi — Sloria ecc., T
VJI, pag. l^; Signorei.u — Vicende della Coltura ecc., T. IV, pag. ^0 ;
Biografia Unicers, T. XLII, peg. 464 ; Nuovo Dizion. Ist. T. XX, pag.
174. (2) V. pag. 91. (3) Ignorando 1* anno preciso
della prima venuta del l*. a Cosenza, il Fiorentino opinò* € che 1*
Accademia cosentina fosse cominciata fra gli anni 1500 • 1514 ».
(4) Andrea Lombardi -* Discorsi accademici ed altri opuscoli, terza
edix., Cosenza — Pei tipi di Giuseppe Migliaccio, 1840. Fra* non
pochi errori commessi dal Lombardi nel Saggio storico sull'Accademia cosentina,
che P. S. Sai fi volle chiamare € quadro preciso e fedele della sua
origine e delle sue vicende » nella troppo benevola prefazione, notiamo
quello circa V anno della morte del P., secondo lui avvenuta nel
1534. (5) V. Op. oit., Appendice al Voi. II, Firenze, Succ. Le
Monnier.] giasto conto delle prove di scrittori autorevoli, attestanti
tatti concordemente che il P. morì poco dopo il suo iirrìvo a
Cosenza. L' Accademia cominciò quindi ad aver vita tra la
fine del 1511 e il principio del 1512, quando appunto si trova-
vano a Cosenza Antonio Telesio, Francesco Franchini, Niccolò Salemi e,
come pare, Galeazzo di Tarsia, il gentile autore di quelle tenere poesie,
che destavano nel Settembrìni il desiderio di altre. Mai come
allora Cosenza si era trovata in condizioni pia favorevoli per un vero
risveglio lettei-ario. Caduta la Calabria sotto il dominio spagnuolo,
dopo l' iniqua divisione del regno aragonese, essa, a prcrcrenza delle
altre città, era stata fatta sogno a speciale protezione. Vi erano state
raccolte le sa- preme cariche, riconfermati gli antichi privilegi e
creata quasi un' altra capitale del regno (1). Fu allora che venne
su tutta una flora di giovani baldi e volenterosi, che, spronati da vivo
desiderio d' imparare, si affollarono intomo al maestro insigne, che
capitava tanto opportunamente tra loro (2). Prive della pompa e
dell' ostentazione moderna, allora le Accmlemie, nei loro primordi, non
erano altro che amiche- voli convegni, in cui pochi amici dotti e di
buona volontà discutevano su questo o quel passo di scrittore
classico, oppure davano lettura di qualche componimento letterario.
Quest' umile principio ebbe anche V Accademia Cosentina, la quale pare
che per un certo tempo non fosse neppure denominata in questo modo : come
ben diceva il Fiorentino, ci ora il fatto e mancava il nome (3).
(1) Fiorentino — op. cit., edit. cit., V. I. ^ (2^ Fra ì
tanti ricordiamo i Martirano, Pierio Ciminio, CUrio Leo- nardo Schipanio,
Giovan Hattista Morelli', Andrea Pagliano, Carlo Giar- dino eoe
n P. contribui all' incremeuto di questa istitaziono anche
qaando si allontanò da Cosenza, poiché, come ci attcstano le lettere
inviate al Cesario (1), ad Andrea Puf^liano (2), a Giovan Battista
Morelli (3) e ai>itiM' ■ 1
4. 1 • « Or non parrebbe che
cote»ti scrifU« ( ParrasUnl > del quali pochiwlml sono siiti
impressi, valessero li predio della stampa, più che non tanto Insulsaggini
tramandate con tanta curai » P. PiORKNTiNO. ~ Bernard, Telesk^ T.
1. APPENDICE ^ « • w — «
^. ■ -^-^.^^,- ..- ■ r ■■■ I •■ 1 fi-rfaal i j nr- -W
• - ■"' I - *"■'-. ""'" '^^' '*'■ '■*"'
AULI JANI PARRHASn m
m PRIMUS AD VITAM EIUS NARRANDAM EX
R. BIBL. NAT. NEAPOL. CODICIBUS EXCERPSIT ET TEMPORUM
ORDINE DIGESSIT B FRANCISCUS
LO PARCO ^^M^V -k- — • ■ ' » . ^
>iin«">»»i OHAIIO AO PATHITIOS
NEAPOLIIANOS Ciro. 1493 s,2) (Cod. Y. D. 15)
0) Ponsitanti sacpo mociim, viri pntritii,
oruditissimi iavones, iuj;:cuiiiqiio adolcsccutuli et coatcmplnnti qnam
proeclarara pri- sci illi Romani publieae aclministrationis formam/in
postcrum rem populi susccpturì, per maous tradideruut, uihil
occurrit quod non summo in*renio exeogitatum, maiori studio expo-
litum, maximo Consilio ac prudentia gestum indicotnr: ut niilìi quidem
undecunique eorum non modo bella, sed etìam paces per historìas
exploranti, quam apud omnes obtinent, o)nnìone diguissìmi videantur. Sed
illud praecipue militane disciplinae institutum, quo adolesceutes ad
palum intra val- ium prius impense exercerì, quam serìae dimicationi
interesse iubentur, usque adeo me delectàt, ut, in re lioet
diversa, ab iuenntibus annis hactenus observarim. Haud enim
quodpiam vulgo unquam commisimus, prin- squam per doctissimos utriusque
linguae grammaticos, prò meo ingenioli captu, eruditus in ludis
litterariis satis superqne delituisse visus sum. Et, ne ab id genus
similitudine disoe- damusy quem ad modum tirones ad palum punctim
caesimqoe (1) V. hoius op. Gap. Il, pag. 13 et aeqq.
(2) In omnibus orationibus et cpistulis
annum et iascrìptionem Parrhasius non apposuit. ^ ■ ^M
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.;^ ferirò discobantur a vetoranis, ac
ex ilio commentitio pugnae Biinulaoro quod in vera dimicatione magno mox
usui foret imbibebant, ita et nos primo, quoad fiori potuit, haud
tamen 8cio an supra omnes nostri coeli ao aetatis homines, non
citra bonae valetudinis dispendium, sed eruditissimis viris non
modo nostratibns litteris, vorum etiam graeeanicis operam de- dimuSy nty
si quid in communem rei litterariae utilitatem excudere libuisset, perinde
ao in penuria cellam haberemus in promptu. Ao ne sio quidem, tametsi
pares huie oneri complnribns videbamnr, au- ^natus, P. Papinii
Statii, poetiu*um oppido quam doctissimi, quem urbs haeo florentissima
universo terrarum orbi, quo- cumque latini nominis fama percrebuit, non
iniuria queat imputare, Silvarum opus haud omnibus obvium, singulis
lectionibus, enodaturum promiserìm. Scio profecto, neo me fugit
quam arduam quamque difflcilem provinoiam sim aggressus, quamque
implicitos ao inextrioabiles paone nodos absolvendos assumpserim ,
et vestrum fortasse plerosque nostros hos conatus ut audaculi, ne
dicam impudentis, reprebensuros, quod huius aetatis ado- lescens in
totius Italiae celeberrima urbe, ubi omnium bo- narum artium studia
poUent, in tanto praesertim doctissimo- rum hominum conventa subgestum
hoc ascendere non eru- buerim. Insta sane et non
improbanda incusatio, si aut meo consilioi aut sponte, non dicam ultro,
hoc munus obiverim. Verum hoc erga amieos nimiae indulgentiae trìbuendum
potius I.' OKATIONK8 BT EPI8TCLAX
erity quibus dura in oinnibii9, iikmIo honesti spociom prae se fcranty
obsecumlo, iu aiudaciae crimon incarri. Sed quaeso vos per tlcos
iinmortales, viri pntritii, boui consulite, proqae Ycstra 8olit4i
hiimanit-ate statuite. Quuiu saepe niecum parcutis omniura naturae
exactum umlique opus inspicio, uihil oecurrit, viri patritii, quod
non magna cum sapieutia productum, maxiaiaqne diligcntia di-
spositum sit; scd illud imprimis ad hoiniuum coetus non solura tuendosy
veruni ctiaiu decorandos non par>i momenti visual est, quod omnibus
auimantibus gloriae ao laudis af- fectum iudidorit, praccipuum, ut
arbitror, ad implondos totins opcris numoros adiumentum. Nam quid
utilius, quid fnigins, quid couducibilius affectu hoc queat invonirì T
Quippe cai, si quid cxcultum, si quid politius immo utile
excogttatum est, iure ac merito referamus acceptum. Inde sunt
etenim tot ao tant;irum rerum iuveutioues, inde tot saeculis artes
incoguitae prodierunt, inde, indico, semper aliquid inventis adiicitur,
inde tot \irorum din noctuque elaborata monumenta. Kam si couditis usque
saeculis inventa altius repetamuSi omnia ab hoc affectu profecta
inveniemns. Missum facio Promethca, quem quid alimi, ut in
fabnlis est, ad snbtrahendum Superis ignora compulit, nisi ut
inventi gloriam reportarotf Omitto Liberum ao Cererera, quorum
uterque hac eadem causa a ferino ilio victu homines revooaviti quippe
quum alter, ut aiunt, >inura repcrerit, altera vemm frumcntum excogitarit.
Nonne litterarum notae ao dementai sive Cmlmus, sive alter invenerit,
inde ortnm habueret Quotusqnisque, ut ad rem litterariam adveniam,
tam maximos studiis labores impendisset, nisi uomen ao gloriam inde
adsequeretur T Eudoxus Gnidius complures sub montibns annos egisse
traditur, ut mathematica disciplina, anni ratio- nera solisqne meatus
perciperet. Sed haeo ut remotiora fortasse praetereo. Hac nostra
tempestate viri et ingenio et doctrina praecipui multa- et nova et
utilissima excudnut: \ ■■.'. ^
■.-.■>■■—*■> ■ ^ ' ^A . .. •. ■■tifc... .-'1? — ^ i "^--^-irÉ un I
>i' Tt t Kurw HI. ■ »u t:X, i L.l. patrum
nostroriim memoria cnleliographia, qnam Latini vocaut improssionom, a
Germanis excogit>at>a est non tam lucri quara gloriao cupiilitate,
nam eorum plerosqno huiuact>am : De Fortitudine he- roiva luculentissimum
opu?, de quo seor$um praeter eum nomo scripsit. rrincipvm vero ab
iucunabulis ito instituit, ut felicia rogna futura 8int quibuscumque,
qualem ipso in- formata princops obvenerit, Ohedientia^ vero partes it4i
dis- sorit, ut ad hanc onines virtut^es referantur. Quid eius Cha-
ronte gravius, quid rurs«us festivius aut elegantina T Quid Antonio
doctius, in quo illud prnecipuum duco duos totius romani eloquii
principe!*, Ciceronem ao Vergilium, sic ira- proborum caìumniis
absolutos* ^i u*ostrigilatores maiori qnam ipsi Maronora ac Tnllium
licer' 'i momorderit. Tacco Serto- riunij quo piane uuusquisque fat-etur
veterem illam scribendi felicitatcm revocat*am. Unde vero vir doctissimus
inter tot ao tanta^ occupationes din noctuque bis studiis
incubueritf Nulla alia re, quid enim sibi ad humanam felicit>atem,
Bege tam praesenti^ deesse pot-erat, nisi ut gloriam sibi apnd
posteros compararet. Atque sic habetoto nnllos satis improbos esse
ad vir- tutem conatus. Quis enim Lucanum accnset quod huius aet4iti8|
aut paululum, supra, PharsaHa^ bella detonuitf Nemo est profecto qui
Valerium Gatullum, Propertium Naut*am, Albinm TibuUum^ Oaium d'enique
Balbum non admodum laudet, quod omnium ore cant>anda adolescenies
edidernnt. Quotusquisqne invenitur qui mactum virtut^e esse non iubcat,
si poetam Oylicem Oppiauuui scripsisse compererit admotlum
praetexta- tunii quao etiam doctissimi soncs studiosissimo legantt
Qnod si aut illi quos diximusi aut oeteri, quos brevitatis causa
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rtM«*«Mk«teMii*«i«MÌNarfai*«»««MMMk
I^M^^aBM>Wfc»aque orationi modnm 8t^tuam, si illnd nnum piias
admonuorim. Si quid in his qnao dixero ofTondet, omnibus enim piacere
csset immensnra, roeminisse debebitis nihil es86 in humanis quod
nndecnmqne possit esse perfectum, vota- stissimosque granimaticos ante
oculos penero qui etiam in plurimis lapsi dopronduntur (ueque omnibus
esse Pont4Uì08, Aurolios, AltilioSy Actios ^^anazaros ao denique
Dionisios Superi coucessere, immo siugulis virtutes 6ÌnguIaS| ut
est apud optimum maximumque «^oetam}, et priscos illos, quomm adhuc
auct-oritas vigot^ mulUi scisse non omnia. \
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««, I M^»^li, ,,^,, „^ , , » ■•■ .*'W^^.^ .^ « n
PRIVILEGIDM « (In R. Archivo Ncapol. — CoUat.
Prìrileg. Aragonensium Voi. VII. 1494-1495. — fol.. 75).
J. PAULI DB PABISIO Alfonsos et cetera, uniTersis et
cetera, licet adioctione et oetera, sane prò parte nobilis et egregi!
viri J. Paali de Parisio de Gusenda, familiaris nostri fldelis, dilecti,
fait Maiestati nostre roverenter expositam et amiliter sapplica-
tam qaod Panlus ipse ex concessione sibi facta ad eius Ti- tani per
Serenissimum Ferdinandum, patrem et dominam nostmm colendissimam memorie
recolonde, habuit, tonnit et possidet, 6ÌTe exercet oiBciam magistn
Oamere et magistri actomm penes Justiciarios, sen Gapitaneos torre
Tabomei nec non officiom Gavàleris penes Gapitaneos terrarum mon-
tanee et Givite dncalis cam potestate sabstituendi, cam gagiis et
emolumentis, lacris et obveutionibas solitis et consaetis et debitis,
proat in qnibasdam prìTilegiis per dictnm genito- rem nostmm sibi
propterea concessis hoc et alia clarins (1^ Cum hoc unum
monumeotom nobis in R. NeapoliUno Ta- bulario invenire contigisset,
facile animum indaximat, ut hoe loco ederemns, codicis scrìptura
diligenter servata. — V. huiat op. Gap. li, pag. 19 et seq.
aatm n m »>t» . >id i >tr il .J
PBIYILBOIUX 135 aDQotantor. Dignaremur sibi ad eius
vitam dieta officia iaxte tonorem dictonira privilegiorum de speciali
gratia benignins coufirmare. Nos autem habeutes respeetum ad merita
sincera devotionis et fldei prefati Paali, ao considerantes servitia
por euin Maiestati nostre prestita et impensai qneque pre- stat
adpresens, et ipsnm de bone semper in melius conti- uuatione laudabili
prestiturum speramns, propter queqne in iis et longe maioribus a nobis
exauditionis gratiam ratìona- biliter promeretur, iis et aliis
considerationibns et caosis digne moti, prefato Paulo ad eius Tito
decursum iam dieta ofilcia actorum magistri et magistri Camere penes
Insticiarios seu Gapitaneos diete terre Tabeme et officium Oavalerii
penes Gapitaneos terrarum montanee et civite ducalis cnm potestate
in eisdem oIBciis substitnendi. De quorum substituendoram culpis et
defectibus Paulus ipse nostre Ourie principaliter tcncatur cum gagiis et
emolumentis, lucris et obventionibus solitisy consuetis et. debitis,
iuzta formam dictomm preno- minatorum privilegiorum. Ipsaque privilegia
cum omnibus et singulis in eisdem contentisi oxpressis et narratis,
qua licot presentibns non inserì 'itur, haberi tamen volnmus prò
insertis et expressis et dcclaratis, si et pront hactenus in possessione
sou quasi fuit cl in presentiarum existit. Tenore prosentium nostra ex
certa scientia specialique gratia oon- firmamus, acceptamus, approbamus,
ratiflcamus atque lan- damus, nostreque confirmationis, ratificationis,
acceptationis et approbationis muniraine et suffragio validamus et
robo- ramus, volentes et decernentes expresse quod presens nostra
confirmatio sit eidem Paulo semper et omni futuro tempore firma,
stabilis, realié, utilis et fi*uctnosa ; nullumque in iudiciis vel extra,
seu alias quovis modo sentiat diminutionia iucommodum , aut impugnationis
obieotum sive obstaon- lum, vel noxe alterius detrimentum, sed in sua
firmitatCì robore et officio pcrsistat. Illustrissirao propterea et
caris- simo filio primogenito Ferdinando de Aragonia, duci Gala-
•^•('«^*MtoiV4 PRIYILBaiTTX briO| vicario
nostro goncrali, nostram super iis doclaranios iotontnin Mamlamus magno
huius regni Camerario ciusque locumtenenti j presentibus et rationalibus
Camere nostre Summarìe^ Jasticiario seu Capitaneo terre Tabeme , et
tcrrarum montanee et Oivite ducalis, Universitatibusque et hominibus
ipsaram terrarum, aliisquo univcrsis et singulis ofTìcialibos et
siibditis nostris maiorìbus et rainoribus quo>ns officio auctoritate et
dignitate fungentibus nomineque nun- cupatis ad quos sea qucm prescntes
per\*enerint| et sxiecta- verint seu fuerint quoraodolibet presentate.
Qnatenns forma presontium per eos et unumquemque eorum diligenter
actenta X)refatum Panlum, seu eins substitutos ad dieta officia
exer- cenda recipiant et admittant, retincaut atque tractent de-
center et favorabiliter prout expedit in eisdem deque gagiis et
emolumentis, lucris et obveutionibns solitis consuetis sibi respondeant
et per quos decet responderi faciaut atque mandeut integre et indiminute
prout hactenus extitit con- suetum. Kt contrarium non faciant prò quanto
dictus Illn- strissimus Dux filius noster nobis morem gerore cupit,
Getcri vero offlciales et subditi nostri gratiam nostram caram ha-
bent et xienam ducatorum mille cupiunt evitare, in quorum testimoniorum
etc* Datum in felicibus Oastris apud Sulmonem per magni-
ficum virum Antonium de Alt^xandro locumtcnentem etc. Die Villi
Julii MCCCCLXXXXIIII Regnonim nostro- rum anno primo Bex Alfonsus. Dominus
rex mandavit mibi, P. Gablon Jo. Pontakub
Pasoasiub r MM^MaMHkaA^aadVAMaaataa
iM^kMBaw «MF*«# I .^M^*^^«— i— ^i^»— '
tm-*mdtt0mé^m^mmm>tk^tmm^^'^JmÌ^i^,^A^^^t^ ^
« I UI EPISTULA
AD FEHDINANDUM II ARAGOIilUM ^'^ Neapoli 1495 (COD. V. F. 0)
Quod a me de Sarapi quaeris, illustris ac omaiissiine
PrìncepSy utinara sic ad te reducendura prosit in avitam perditumqne
(?oIiuin, quo nulla tua culpa caresi ut olim Ptolomaeo, Lagi filio, ad
constituendas Aeg^'pti opes. Ilnic cnim recens comlitam Alexandriam
mocnibns sacris et no- vis religionibus excoleuti, per quietem dicitur
obversatos augustior humana forma iuvenis, atque monuisse ut
i>er cortes homines eius eflìgiem acciret e Ponto ; id antein
fe- lix fanstumque et amplitudini sibi gentiqne suae foro; enn-
demque iuvenom plurimo igni rutilantem cum dicto simnl in sublime raptum
evanuisse. Quo miraculo Ptolomaeus e somno excussuSy adhibitis Aegypti
sacerdotibus, imaginem nootumam visumque narravit. . Hisque extemorum
ignariS| remqne ex- pedire nescientibus, quidam nomine Sosibius, qui
vagis er- (1) ExsUt in codice 'duplex huiut epistuUe
exemplar. Manifeste ap* paret eara ad Perdinandum II Parrhasiuin misisse,
cum ille Neapoli in Aena-> rìam insulam confugerat (IX Kal. Mari.
1495). Quod mìnime mirarì debe- mu8, cum perpendaroas, ut Era smus
Percopo. in opere, quod inscrlbitor Benedetto Gareth^ luculente
demonstravit, infelicem regem semper, etiam in roaximis advenis rebuK, ad
animum tttum erìgendum, in bona studia incubuisse. — V. huiut op. Cap.
11, pag. 17 et seqq. \ ^>*. * ^«^ fa ■
m ^ m^»0>m.mi^mam à ■■ t»U » w i ■"■»* ■" ■■^—
i« ■» ■■ ■» ■ ii w ii » m m ^, fa ■ ■ >t'priorum tymnno, quis
haberi deorum vellet, ad hanc senteutiam graece respondit:
Siiin Deus ipse, tibt qualein me cannine pandam : Regìa celsa poli
caput est mihU caerula venter Unda roarìs, calccsque pedum tellurìs in
imo Cespite nituntur, mea tempoia lucidus aether Arobit, et
accendant oculos mihi lumina Pboebl. Dioilorus autem Siculus, in
Bibliotbecis, Osirim, Sa- rapim, Liborum, Ditem patrom, Ammonom Jovem,
Pana, eundom dcum esse existìmat. Aristippus, Arcadicorum primo,
■if -- • ì ■*- T — — ^ Il 'i ^ — ■^-r'i'—ii^ f-^tir-
ir-fitfirif i^^Tn- >»f^il«ii->- IT — — "^^^^r^-^Ti-'—tààìimi-
lìkimàéÀJi ORATI02fS8 ET EPI8TUXJLS refert Apim, Argivorum rcgom, Mempbim in
Aegypto sodém sibi ooudidissOy qiiem postoa Sarapim transnominatum
Ari- stcos Argivus autumat ot huno ab Aegyptis attonita sapereti-
tiono coli. Xymphodorus Amphipolitanos auctor est in bis quae de logibus
xVsiao composuit, Apis tanri, cum decessisseti salo duratum cadaver iu
arca, quara Graeoi acpÓ¥ voeant , esso comlitum, ex coque duplicato
nomino Soro-apim demnnique Sarapim, nnucupatum. Porphyrius
autem philosophus Sarapim cum Plutone con* fundity ut ca soli vis, unde
proveniunt opes, Orcus et Pln- ton et Dis pater appellotur, quatenus
autem vitium terra sentit ad Sarapim pertineat; abstrusique intra terram
ignis inditium purpurea Dei vestis, infemae vero potestatis basta
trunca, atque cuspis deorsum conversa sit. In Aegyptura translato
Sarapi, templum prò magnitudine urbis extruetum^ loco cui nomen Rhacotis
antea Aiisset. Apnd Tacitum iogimus : eius templi hostium anni certo
tempore patefaciebant ipsi sacordotes, admotis ad rem divinam aqna
et igni, quo4l baco dementa maxime praestent. Dominatu Julii
Caesaris incendio consumptum recitafc Busebius. Illud addimus ex
Plutarcbo Alexandriae primum indigitari coeptum Sarapim, Aegyptiorum
lingua Plutonem significante vocabulo. Is fingebatur hunc in modum :
prae- stanti forma atque aetatis iutegrae iuvenis, qui subieeto ca-
pite vetusti operis quasillum gestet. In quo Macrobins, is qui deos omnes
ad unum solem confort, ipsius sideris alti- tudinem siguificari
contendit, et vim rerum omnium terrena- rum capacem, quas immissis radiis
ail se rapiat. . Imago vero tricipitis animantis adiuncta
simulacrO| quid aliud quam tripartitum tempus ostendit, in id quod
est, quod fuit, quod futurum estt In leonis ergo capite qnod 6
tribus medium se altius erexerit, tempus instans exprimitori inter
praeteritum futurumque tam breve, ut quibusdam nxù^ lum videatur; iu
cui*sd enim semper est, it et praecipitafe, \
m - T. . - -^— ■ 1. T ri- ' I H j » i»»w*i r_'ìf 1 ' III ■ I n. i^i >
'ti ni IT | - l-i i i ' i *^ -A.^-^ ^ •«■ • -làr:.. ^.- .^^ . ^. ^_. ^ ut i m
^iin ante desinit esse qaam vonit. Est onim
leo natura fervens ac in agendo quod iinminet validus. Teinporis vero
praeteriti cervix lupi rapacis a sinistra parte oriens argumentum
ore- ditur, eo quod por id animai rerum transactarum memoria au-
fertur. Oeterum canis caput a dextra adulantis specie renidenS| futuri
temporis eventum declarat, de quo nobis spes licet incerta blanditur.
Quis enim non suas cogitationes in lon- gum porrigit! Maxima porro xìtae
iactura dilatio est; illa prinium quemque extrahit diem, illa eripuit
praesentia, dum ulteriora promittit; perdimus hmlicrnum, quod in manu
for- tunae positum, disponimus, quod in nostra dimittimus.
Olamat ecce poetarum maximus, velut divino ore in- structns: Maxima
quaeque dios aevi prìuia fugit* Quid cunctarisy inquit, quid
cessasi nisi occupas, fngit; cum occnpaverìs tamen fugiot. Itaque cum
celeritate tem- poris utcndi velocitate ccrtandum est, et velut ex
torrente rapido nec semper cnrsuro, cito hauriendum. Audio te
esse egregiae indolis adolcscentulum, animo alaorem, ingenio potentem,
frugalitatis et continontiae in istis annis admirandae, patientcm
laboris, a volnptatìbus alienum, fìrmiterque laturum quicquid
inaediflcare, quicquid tibi fortuna voluerit imponere. Cui si nondum
omnos ad unum bonos libuit excindere, si nomen Aragonium propitia
respicit, te, lapsis tuorum rebus, incolumem servabit, discet abs te
clementiam mitissimoque principi mitis aliquando fiet. Tu rursus maiores tuos
intueri debes ascitos coelo, ope- ramque dare ut nude per iniuriam
deiectus es, industria vir^ tusque te reponat. Ante meos obitus sit,
precor, ista dies. Deditus ac devotns JAMU8
PASBHASIUB »■■*■
•t^^tmmmii^mtmtmm^-im té^maif^tmnmrt i ii
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iiJfcéi^MiMiiiÒfai IV OHATIO I IN
ALEXANDRUM MHiUTIARUM Mediolani 1501 (Cod. V. D. 15) 0)
Ismcnias ilio Thcbanus, sammus oetate sua libiceli, quos in
arto discipulos habobat, iis auctor erat ut alios eiaa- dom studii
profossores ot quidem malos adiront. Quod ita foro putabat, ut ot illi
quid in canondo soqaondum aut fa- giendum essot ab alionis erratis
erudirontur, ot oius alioqniii non iniucundao modulationi, oomparationo
peioris, gratiae plus aoooderot. Id nos oxomplum, quod maximo
probaromus, in usnm re- vocano tentavimus: an aliunde factum putatis, ut
iUam pocudom (Minutianum) vos audituin misorim^ quam ut roconti
perìculo cognoscatis quid intor Apollinis ot Marsyao cantnm differatt
Non dubito, qnae vostra sagacitus ost, qnin onmes in- tolligatis
illum noo ingonio, noe oruditione valore, qui per se nihil unquam parit,
ab aliis omnia suppilat, ao ut igni^ vissima volucris relictis
cadaveribus saturatur, ot, quo nihQ impudentius, oiusotiam, quom tortio
quoque verbo crudelissime lacerat, quo se potiorom iactat, inventa
recitare -pro som non oruboscit. (1) V. huius op. Gap,
li, pag. 40 et aeqq. Audistis, arbitror, audistis, ornatisf^imi mveues,
cum, nu- dins quartns an quintus abbino est, poctarara genera
nostrìs tantum non verbis enumeraret, quaeque nos anno superiore ex
auctoribus graecis accepta, vobiscnm oommunicavimus j eadem nuper ille
quasi sua, quasi nova, magno verbornm strepitn blatteraret.
Et audety proh Superi, se nobis ilio eomponere ! qui negligentiae
nomon suae praetendit inseioiae, qui turpe non dueit oeoupationibns
excnsare, quod haotonus magistri per- sonam non sustinuisset et satis
buio inelytao ei>itati factum putat, si prò tot annorum iactura
recipiat in posterum foro diligentem. Quae cum dioit homo parum
consideratus non yidet alterutrum necessario sequi : aut ante adventum
meum ab ilio Tos esse despectos, ad quos illotis, ut aiunt, pedibns
et imparattts acoederet, ut, si quid in litteris curae posthao
adhibuerit, eius omnino mihi gratia deboatur, cuius opera sit effectum ne
vos, ut antea, scopas solutas existimaret; aut certe illud se non amore
disciplinarum, quas arrogantissime Sibi vendicat, non virtntis, a cuius
itinere iampridem longius aberraret, non suae denique existimationis,
quam post um- bram lucelli semper habuit, ad hoc adductum, sed
spemer- cedis, quam desertus erat a vobis amissurns. Et Ì8
unqnam poterit illum quaestum, quem non ex of- ficina sed laniena
librorura quam maximum facit, vestris ra- tionibus non anteponeref non
hercle magis quam pisois in Bieco TÌTere« Nam ubi cupido
diTitiarnm invasit, ncque disciplina, neqne artes bonae, ncque ingenium
ullum pellet, ut non minus vere quam graviter ait Sallustius. Sed fac eum
maxi- me velie: quid tandem praestabitf an alius nuno est quam olim
ftiit, cum per libellos a Senatn toties efiBagitatus ut ab aede Musarum raucus
hic anser exploderetur T nempe ille ipse est et aliqnando tot annorum
cessatione deteriora Sed quid hoc refert, si discipuli non
facilitate sermonis, ■ i^ ii . ■■«. »m n mwtt* fi
*»m,mii i ,Ama d j T b ^\''mì k 'ì è Ì%tV m0 m imi tì mktmmwt h mut m m^m T
»éb'^^mmmmÌèmiJÈm ORATIOXES ET SPISTULAB] non rerum
memoria, quod par esset, seti oviclianis ariibns alliciuDturf An non
illius earmiais in meutem venii: Pro- mittas facito ; quid enim
promittere laodit. Pollieitis dives quilibet esse potest. Invenias
aliquos adeo veeordes ut oas- sam spem precio mercentur et quo, dii boni,
precio ! iactar» temporis; quo nihil esse preoiosius in vita qui
Theophrasto mature non erednnt, exacta mox aetate, sero sentient.
Qnod ne nostris auditoribus usu veniai, si unquam àlias in
praesentia diligenter seduloque cavebimns, cum mea spenta vestrique
causa, quibns ut amantissimis nostri consnltam volumus, tum ne P. A.
Stephani Ponoherii, Senatus prìnoi- pis, ao sacrosancti nostri regis
Archigrammatioi fidlere iodi- cium videamur, quippe quum nos, qui summus
honor est, snis aanumeret ao, ut est in bonos omnes muniflcus, muo-
ribus in dies auctet praemiis, ut Glaudiani mei Carmen usur- pare iam
libeat: Crescite virtutes fecundaqne floreat aeUt, Nfciu patet
ingeniis campus, certusque inerenti Stat favor ; ornatur propriis
industria doni». Surgitae sopitae, quas obruit ambitus
artes : Nil licet invidiae, Stephanus dum prospicit orbi. Non
est amplius vulpi locus, nusquam iam nebnlones, nusquam Lysonis excussor
emissarius, iacet cmentus iUe da- lator, in acie linguae qui nccem
gerebat. Quod si verum non est, nec malis artibus, ut omnes afiirmant,
sed, nt ipso glo- riatur, industria pervenit ad opes et dignitatem,
dicai, db- secro, cur nuno cadem non assequitur, quando nberiora
tìp- tutum praemia sunt proposita , naetus indnlgentissimam
Praesidem, qui benigna fovet ingenia T cur ad enm sàlutan- dum nondum
venit? Nempe quia noctua solem fingit, neo audet homo lovissimus illi
trutinae se committere. Sed Tersipeìlcm, quem, ut Lysonis sui
suecessorem, intrinseoos odit, foris amare simulat, de quo ad aurem
garrit, eundem- que palam laudat, ita frigide tamen ut ad noTeroae
tomn- \ "•~ ^' rf H 111
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tf ì f ifci /T fu 1^ |^, Y-1 i ib» ri I gnitione doctiorum,
quo diatius in admirationc sui detineati apad quera quantum proficiat
quisque sontitf Sua cuiusque ros agitur ; per me sit omnibus integrum
audire quem maxime probat. Equidem neminem invitum
detineo, neque si velim posse confido, quod Appula musca saopissime
gloriatur. Quoties onim pracdicasse creditis ita discipulos addiotos
ha- bore, ut ne ipso quidem Varrò, si reviviscat, co plures Me-
diolani sit habiturust Scd illud gravins, dicam autem quod ab co
milies au- divi : Yos a pccudibus differro quicquam negat. Non onim
ratione, ncque iudicio, scd impctu quodam ferri, contuma- citerqne
contendere prò sententia, cui quisquo semel inhae- serit. In Tobis uunc
est enScorc, quominus nimiae licentiae littcrator ca vere dixerit, neque
committere ut patientia nostra diutius abntatur. .'
{ MM*riM ii i h r m-- \ • '■ — ' '
^^iJ::^--^^^-^^.-~^M^~^^*:M.^>~.i...m.ir^-MM.^'-^f,A-^2..ji^^.^^.^sL..^.2J.^^
ORATiO AD SENAIUM MEDiOLANENSEM ^'^ 1501 (Cod. V. D.
15) Gratulor litteris, |i:aiuIoo mihi, Patrcs optimi, qui
tandem iuveni qiiocl diu multumqne frustra clcsicleraram, ne nostri
temporìs priucipcs aut eorum ma;;istratus, in quorum manu rcs est, tcmoro
cuipiam docendi munus iniungeront, quo nihil indignius, nihil roipublicae
porniciosius excogitari poterat* Non cnini parum rofert quam quis
initio disciplinam sortiatur; nam quae teneri percipimus altius animis
insidunt, ao ita penitus radices agunt, ut nuuquam, vel certe
difficulter eyelli quoant. Intellcxit
hoc prudentissimus vates Horatins et hunc in modum testatus est:
Quod semel est iiubuta recens servabit odorem Testa dia.
Deinde subdit: . Sinccruin est nìsi vas, quodcumque infundis
acescit. Habeo vobis gràtias et quidem maximas, viri
clarissimi, ac si facultas darctur, etiara referrem, qui de nostris
studila adeo solliciti estis, ut me, licet illnstrìs amplissimique
do- 0) V. buius'op. Gap. V, pag. 47 et
taq. • k ... , . \
"'ili m i^>*i
■*i>**^M*MMMM«^«*aa«^ mini Oardinalis Bothomagensis, qui
Ghrìstianissimi regia personam sastinet| iudicio comprobatum, non tamen
prius admiseritis ad eradiendam Mediolanensem iuventutem, quam
vigilantissimis vestris ocalis exhibitum aliquod porìoolnm fa- cere
spectaretis. Non enim nobis exciderat illud
Plaatinum: Pluris est oculattts testìs unus, quam aoriti
deeoin. Novistis, Patres optami, novistis quid
hoius sanotissimi Senatns ordinem deceat: non oportero mmusoolis
bominnm, neque simplici cuinsqne testimonio facile credi. Oondonant
pleraque mortales odio, nonnulla etiam gratiae ; ncque reve- rendissimi
domini Gardinalis divina mensy gravioribus ne- gotiis occupata, minimis
quibusque vacare potest. Quid vero nnnc agam, viri clarissimi, quom
sere già- diator in barena consilium capiat mibique necesse sit in
consessu disertissimi Senatus, virorumque doctissimorumi quos adesse
iussistis, ex tempore verba faceref Fateor hoc etiam periculum bone
pcriculo nos quandoque fccfsse ; sed in ludo litterario, non in foro; sed
nostri generis hominibns, non tot eloqucntissimis viris et illa auctoritate
praeditis audientibus, qui, quoque me verte, virtutum fulgoribus
in- gentes occurritis. Sed unum me, Patres optimi,
consolatnr, quod apnd prudentes, ut in lucubratis operibus censura
severior est, ita in snbitis orationibus venia prolixior; nulla enim res
potest esse eadem festinata simul et examinata, neo esse quicquam
omnium, quod habeat et laudem diligentiae suae simul et gratiam
celeritatis; Bxstant a nobis evigilati commentarii atque leguntur, in
quibus non recuso vel.etiam malevolorum subire iudicium (1), dummodo ne
quid ingenio valeamus ex hac tumul- (1) TttDo Parrhaalat iam
ediderat laculentissimos commeDtarios, qui iDscrìbuDtar: Corneliut Nepos
De viris iUusiribus, MedioU. 1500; Sadalii Carmen Paschaie et Prudentins,
Mediol. 1501 ; Comm. De Rc^ffiu Pre- eerpinae CL Claadiani, Medici, prid.
Kal. Sext. . •• s MmMié
MM«.M^U^« MiteM«iM*^F««iid»w*i*MM*rn«kM^*«taa^k«Bi^M.*rt*««>w»rfkMkW«*««wAi«aitfkÌHa^^
ORÀTIOMKS BT BPISTUULB tuaria dictìone stataatis. Neo opes,
arbitror, in nobis exigitìs so!■ I nn , - ,., ^i TI ir ■• • f. P.A .-•. ,
^ Qnod si non tantum profecisti, quantum par osset,
tua non mea culpa taxi ; quid cnim facias homini tot quacstuariis
artibus occupato? lam vero illud cuiusmodi fuerit, omnes probe nostis,
quom Julius AeinìliuSy vir, ut a raultis accepi, plurimae lectioniR, ex
hoc loco, prò dii iramortales, (et au- debis negare ?) manifestissiinis
arguinentis, omniuinque con- sensu te reum lancinati, praecerpti
inversique Cicoronis ageret. Ego quom tu ingratnm vocas ( piget horcule
memi- nisse) suscepi tuas partes et quidem iniquissimas, quantumque
in me fuit, indefon^um non reliquia tuoriquo conatus snm oum summo
capitis mei periculo, ut vestrnm plerosque me- minisse conAdo.
I mine et confer illa sapidissima tua tuceta, illum pa- nem
secundarium, illam vappam, quam nobis appouebas. Neo eo dico ut
expostulem, qui potus cibique (quod tu non negas) parcissimus semper
oxtiterim; sed compononda fue- runt aliquando beneficia, ne tibi semper
ingratus viderer. Quod si nihil praeterea contulissom, nonne minerval mea
diligentia quaesitum satis est ad aequandas rationes f an tuas dumtaxat
in ephemeridem contulisti, quod facis cum papyri glutinatoribus, quos
semper aliqua summa defraudas f Vae tibi si non intelligis minorem lucri
quam fldei iacturam esse 1 In quo ingratus tibi videor ! an de vi queri
non debui, ne ingratus tibi viderer 9 Ao in illa querela quid est
dictum a me cum contumelia, quid non moderate, quid non remis- sins
quam scelerìs atrocitas exigebatf Sed alibi furoris arcem habet
callidissimus veteraton invidia miser aestuat, invidia coquitur, invidia
rnmpitor, nollet extare cuius comparatione detegeretnr, Andistis,
eru- ditissimi iuvenes, audistis cum clai*a voce clamaret :
descende de pulpito, si vis ut taceam. Egone descenderem, stolidis-
sime, ab ilio suggestu, in quo certa disciplinarum ratione locatus sum,
in quo me Pater amplissimus et divinus Car- dinalis Botbomagensis,
approbante universo Senatu, statuit t r r • *"- -^ I
------ — ■^■^ -^ •^*^''>'^'*-^'^' »•'»■'- 'i^^*- ■• • ««kri*«.k_M
***"■* ■■ ■ *'"''^"— ■»-^" ■ ■■ ■^■y-ni'
h«U W4 »s^ . A «^ , PBAEFAIiO IN
PEBSIOM^) Mcdiolani (Cod. V. D. 15) Chilo,
sapiens uuas e scptom quos votostas in Graecia consecravit, iam senez
eoqao prailentiori nam serìs venit usus ab annis, ut inqnit Ovidins, qnom
forte qnompiam glo- riantem audisset nnllam se inimicum habere, an nuUam
e- tiara amicnm haberet, interrógavit, amicicias et inimicioias
iuvicem consequi et addaci necessario ratus, ut apnd Gellium Plntarchas
memorat. e Hai >, in Aiace farente Sophocles ita monet, e hac fini amcs,
tamqnam forte fortuna osurus, bao itidem tenos oderis, tanqaam paulo post
amatams >• Per tot onim vitae salobras quis ita circomspecte potest
incedere qain offensiones aliqnando non incnrrant f Sammae illnd
qoi- dem felicitatis est dnas forocissimas affectiones amoris atque
odii intra saam qnamqne modom continere. Qnod si minns contingaty qaom
non omniam sit in Gorinthnm navigatìo, proximae laudis illad est ad
lenitatem nos qaam primom dare, nec in vita mortali inimicicias perpetnas
exercere. Minutianos Alexander, nt scitis, annis
abbino daobns, an tertins agitar, ex hospite factas hostis, utrins colpa
dicere (1) V. httius op. Gap. V« pag. 60,
• t I^i* * J 0i
m,^ m^m^mì^^ ORATIOIIKS BT SP18TUULX
147 superscum licuit, quod aliquando
receperam, sicut aes alieuum dis^olYere cessavimus, ut omnes
intelligatis, hactenus satisfaciendi votum mihi non defìiisse, sed
faoultatem. Quod si Fabius Quintilianus, ob eiusdem generis
iniunc- tam sibi provinciam, mores accuratius excolendos et studia
sibi duxit, quo Domitiani, perditissimi principis, opinioni responderet,
quantopere laboraudum mihi censetis in utroque, ne sapieutissimum
sacrosaucti Pontiflcis iudicium fefellisse yidear, qui sicut opibns et
imperio, quae malis indignisque plerumque contingunt, nitro co- .-..^^. ■
-.f^.^. -•-•,..--.>^j.-- ■^,>-a.-^^,.«j«^^-AÌjJ^-^y, EPISTULA
AD LAURENTIUM PEREGRINUM Mediolani, olro. 1505 (Cod. V. 1^
0> Non it4i iiiro oontubernii, qnoiitem, pnruin inilii
probatiSi ut in- dole inoruinque olo;raiiti:i ne bonnrum ariiuiu 8tmlio
potes a me expecUire oiniìia qiiae a, non ininria desideras expHoari, nam
neque Do- mitius, neque Piemia, interpretes alioqui diligentissimi,
mol- toque minus infra classem ma^struli eins verbi vim peroe-
perunt in hoc poeta. Juvenalis enim reponere non in si- ' gnificatione
scribendi sarciendive, sed prò eo qnod est parem gratiam referre videtur
accipere. Sieuti ad Lentulum soribenSi (1) V, huiut op. Gap.
11^ pag. IS. \ " ti' t ^mmfmm
*• " ■ IM»!! I» I . 1»!,^^, T* ''^ *■-•*'%■■ .• •■- - -', ^ ". , ^
^^. T-f - ■^- '■! A. JANI PABBHABn Cicero per
haec in Epistolarum famiìiarium libro primo: cCur, inqoit, vatdciiiiam
landarim, peto a te ut id a me neve in hoc reO| neve in aliis reqoiras,
ne tibi ego idem rcponam Cam veneris», idest eadem in te regeram. Atreus
apudSe- necam poetam : e Sceleri modos debetar, onm facias scelus,
non abi reponas >, idest nlciscaris. Metaphora sampta est ab iis qui
matitant, invicemque convivantar. Haec babai saper ea quae a me
qaaesisti ; integrnm sit seqni quod maxime probabis. Probabis enim quod
aptissime loco et sensuii qui sis ingeniosissimuSi congruct, Sed ben !
tn vide qnid agas, qui cursum reflectas ad Sirenas ; est sane
pericnlum, ne te mansuetioram Musaram delinimenta avocent a molestissimo
legam studio. Cogita tibi, vale. „ iuquit € Jane, qui
centra tui saeculi mores in uno altero ve libello tam lente sedeas t non
illa nunc aetas est, quom in- venes quod imitari vellent diu audiaut,
omnes ad vota fe- 8tinaut| ncc expectandum habent, dum mihi tibique
libeat prò re dicere. Sed saepe ultro- iuterpellant, atque alio
trans- gredientem revocant et propcrarc se testantnr. Utque Phi-
lostrati leones ex eadem praeda bis cibum non capiunt, sed ex calida
recentique semel pasti reliqiiias aspemantur, eodem pacto nostri temporis
homines una do re saepe disserentem non facile x>atiuntur. Quare nisi
novi quid in mcilium promas, quod discipuli probenty vereor ne solus in
scholis relinqaaris (1) >• Qnibus ego monitis, ut par erat> a
priore scntentia de- turbatus, animi dubius aliquandiu pepeudi. Nam quam
vis et ipsa res et auctor monebat, ambiguuiu iiuncn erat quam in
partem homines essent accepturi, si Lucium Florum nostra ope propemodum
convolescentemy nt parum periti medici, non penitus obducta cicatrice,
desererem ; *tlifficilis anceps- qne deliberatio , din multnmque agitata
, nostri innneris auspicia retardavit, donec animo sedit ocii^mei
rationem vestris commodis posthabere. Diebus itaque festis, quos
alii genialiter agitabunt, quae restabant ex Floro, pomeridianis
(1) Haec Demetrìi Chalcondylae moniU maximam Parrhasii
nostri laudem praa se ferunt, nam manifestis argumentis eins magnuin
et Msiduum in castigandis scrìptorìbus stodium nobis patefadont ».
^ •^■M*^'*"^ - ■-
tk é m u mtàutmm^tÈm^im^m^^mnm* itiàm
««M^«*laiM*É*«i OBATIOME8 ST EPI8TULAX horis
intoi-pretabimur, in eius vero locum (qaod (ànskiiii folixque sit omnibus
) Livionì sustitucmns illum, qnem ve- tustos adco suspoxit, adoo venerata
est, ut nihil ad hoo aeyi rcliqueriti qnod in eius no>'um praeconium
possit excitari. Quis euini post Fabium non dixit in conciouibus
Livium, supra quani narrar! possit, cloquenteinf Qnarum tanta vis
ad persnndenduni iam tuni crcdebatur, ut Metio Pompusiano capitale fuerit
apud Domitianum, quod eas excerptas ad usum uiemoriae circuaiferret.
Quanto niitius sacrosancti nostri Ro£^s in^^euium, per quein non haee
ediscere solum licet| sed ipso praeceptores nitro conduciti qui
iuventutem Hber»- liter institnant, Quis vero Livium nescit
in exprimendis alTectibnSi quoa mitiores appcllant, inter historìcos
primos obtineref Nam quoil ab ultimis Ilispaniao Galìiarnniqne
flnibus illustres in urbem viri venerint, ut unum Livium
salutarenti epistola Plinii Nepotis ita porcrcbruit, ut sit in tanta notioia
reforre supcrvacanoum. Furor est autem, furor in quaestionem vacare, quod
olim Valla, Sallustiusne doctior fìierit an Li- vins, et eos invicera
comparare, a quibus discere magis oon- venit. ntrique summi extit-ore ac
cadesti quadam providentia componcndis moribus alendis..
^ . ^t -- . • • » »
.EPISTULA Nli.-DE LIVII INDICE^') Mediolani, circ. 15(fó ( Cod. Y.
F. 9 ) Timon ìlio Phliasius, óloqueutiac sapicniiacquo
stadiosusi ut undecimo Successionum libro scrìbit Sotion,
iutcrrogatus ab Arato Solense quo pacto posset Homeri poema
consequi castigatuniy respoudit : e Antiqua lego exeniplaria, non
ea quae nuper emendata snnt >• Eius, ut reor, auctoritatem
secutns, Probus exemplaria undique coutracta inter se oou- forre coepit,
ex eorumque fide corrigere ceteraf atqne di- stinguere et adnotare
curavit et soli liuic noe ulli praeterea grammaticae parti deditus, ut
Suetonius auctor est, ad fa- mam dignationemqne pervenit. At, ut quidem
sentio, non i^ niurÌHi nam quam sit hoc laboriosum, quam non
omnium, Cioero testatur ad Quintnm fratrem. cDe libris, inqnit,
Tyran- nio est cessator ; Ohrysippo dicam, sed operosa res est et
hominis perdiligentis; sentio ipso, qui in summo studio nihil assequor
»• De Latinis verOi quo me vertam, nescio, ita mendose
(1) In codice V. F, 0, in quo omnes quae Parrhasii tupersont epi-
•tulae collectae sunt, nonnulla Quaesita^ ut hoc De Livii indice^ omni
indicio signoque careni, ad certuni signiflcandum viruro, cui inscrìpta
sint. — V, huios op. Gap. VI, pag. 55. N
•MklMU»* ll'^g''^ — ^-j^^Aat^*— i>fc^
«' •. -^ oratioubs xt
bpistui^àx 159 scribuntur et veneunt.
Utinam non nostri temporis haec io- stior essct querela! certe ego non
plus in alienis erroribos coufutamlis, quam in cxponendis antiquorum
scriptis inso- dsircm. Sccl afiirmare inratus et sancte possum, eie omnes
ab impressorìbus inversos esse codices, ut, si anctores a pestìi-
minio mortis in lucem revoceutur, cos agnituri non sint. In quo non
recuso quin mentiri indicer, nisi Livii Decada istao. apertissime probabunt.
Ao ut ita facile omnes iutelligant, ab ipsis argumentis incipiam.
Sjllabos et elenchos graece dicitur is quem latini vo- cant
indicem, cuins adeo studiosi fuerunt antiqui, ut PliniuB integrum volumen
elencho dederit, et Cicero per epistolam potati ut eius libris index
ailinngatnr. Lampius etiam, Pia- tarchi filius, hac una re claruit, quod
cleuchon operibus pa- tris addidisset, ut est apud Suidam.
Qais huuo indiccm Livio praetexuerit in obsouro est; a- liqui tamcn
Florum suspicantur. Ego nihil aiBrmo, sed qui- cumque fait, doctus certe
fuit et plenns auctoritatis in scholis, ut quidam de suo multa
addidisset, quae, licet a Livio transcripta sint, adulteraut et vitiant
alienar nm lucubrationum sinceritatcm, ut dcpreudimus iu antiquissimo
codice, qui ma- uavit ab cxemplari Fraucisci Petrarcae, viri, sua
tempestatOi dootissimi. PRAELECTiO AD DiSCiPULOS
Mediolani (Cod. V. D. 15) Tollite iampridem, victricia
tollita sigoa Virìbut utenduiD quatf'fecimos Libuity
adolescentes ingennii pomorìdianis iis aaspiciis, iisdom V08 hortari
verbis ad repetenda litterarum stadia, qaibas apud Lacanam Oaesar ad
instaurandum bellara mili- tos sao8, qaando non cnm aurìore maj^que
infesto ' hoste Oaesari fntura res erat, qaam nobis hoc tempore.
Stat ecce in nos ignorantia gravissima adversaria, centra qnam, cum
anno saperiore freqnentes mecnm strenne pngna- yerìtiSy frigoris atqne
solis patientissimi| nunc nisi reparata constanter acie consistemns omnes
prompti, labores emnt irriti, pessimeqne de rationibns nostris actnm.
Haeo enim nos omnibus omamentis et oommodis exnet; nam quid ant
conseqni potost ant praestare qui, quid optandnm, qnidve fngiendnm sit,
ignoratf Usns mnltarnm remm perìtia com- parat homini prndentiam ; nnlla
tamen re magis ignorantia prostemitnr, qnam litterarum cognitione, qua si
qnis a teneris annis imbntus, poetas et historiarum scriptores accurate
versat (1) Hano attalimas Pradectionem ad venim paternumqo«
Parrhasii in discipolot demoDStrandum amorem*
f> ab^i^mt^mimm'^'mmm^^ 111^1»»
1 1 r if , m I ■ ■ ■■ mi II \ km ru ^^ni^im OnànOVEB ET
BPISTULAX indeqae mores et instituta mortaliuiii disciti ao daoe
demaìn philosophiai Wtae probitatem cum eniditìone coniimgiii Ì8
sane diis immortalibus par in torris habetnr. Itaque ne tanto nos
pracmio spolict ignoranza, resamp- tis viribns, bellicis
exeroitationibusi antea firmatis, daòram qaoqae raonsiain requie
refeotiS| integri et reccntes ad ca- pcssenda denuo studia
consnrgite. ConsurgitOy inquani| adulesccntes optinii| consurgite
ad solitam litterarnm palaestram, et iam sublata atque explieita
signa prosoquimiui, ut adversus ignoi-antianii horainis acer- rimam
hostcnii fortiter et impigre mecum decematis. In quo quidem bello
commilitonis et non imperitissimi dncis offido fungar. Etenim nullum
laboremi nnllas vigilias, nullnm de- uiqne periculum recusaboi ut in
arcem sciontiae, ad quam nati sumus, victores triumphantesque vos
perducam, Atque, ut verba ad rem conferamnsi institutos auctores,
4°orum enarrationem vindeniiarum feriae intcrruperunt| resumemoa ab
eminentissimo poeta sumpto initio. \
.s . . » • Zi. ^m
-, ^^«P •«- XV
epìstola ad PIUM....^'> Mediolani circ. 1505 ( Cod.
V. P. 9 ) Atquiy taa cuni bona venia, fallit te ratio, mi
Pie, nam nec extat apud Solinum: e Armenia tigribus feconda >; nec
sic unquam scrìpsi, sed : e Armenia voi Hircania feta tigribus
est>, ut ait Soliuus; in quo velini dicas utrnm codicem mendosnm
su- spicaris ab antiqnis exemplaribus inter se collatis, an qnod ea
locutio latina non sit, ant parum tersa. Liceat apud te gloriari : si
quis alter in emaculando Solino laboravit, in iis ego nomen proflteor
meum, Neapoli, Lupiis ( nrbs ea^ Apn- liae est), Bomaeque nactus antiqua
reverendaeque vetustatis exemplaria, quibus adhibitis et cxcussis,
castigatissimum mihi codicem reddidi. Sed et hic alterum habeo
vetustissimum, qui Merulae fiiisse di^itur. In iis omnibus /e/n tigriÒM
est' et non fecìinàa^ et ita dixit, ut Maro feta armiè^ et feta
furentibut auètriiy alludens ad animàlium speluncas et sub- terranea
cubilia. Scio quis iUius emendationis auctor fiierit, sed is me perducere
non potuit, ut ei, magis quam vetustio- rum codicum fidei,
crederem. (1) Non prò explorato afArmare possamus cui
Parrhaslos hanc io- Bcripiierìt epistulam, oam daos illi hoc nomine
amicot fuisse compe- rimnt : Joannem Baptiatam Pium Bononiensem, et Aldam
Piam Roma- num. — V. haiui op. Gap. Ili, pag. 23, 34.
n t . ifc IWli^fc
•**i*"^^** ^ntU^tì^^ìimAm EPiSlULA NI. -DE
A. MARCELLIIO Mcdiolani ciré. 1505 (Cod. V. P. 9)
Ammianì Marcollini Btrum gestnì'um libri penes me soni omnos quot
extant, ex antiqaissimo codice Bomae exeriptì; nec alium prope
froqueutius in manibas habeo, qaod inde quaedam non vulvaria liccat
hanrire, Sed quid oportott iii>^ Illa Juliani mentione Marcellinura
citare, nisi qnotiens in rem meam faciebat ex rebus Juliani f Curiosi
certe nimis est inaccurate illud a me factum putare (1)
(1) V. hoiui op. Gap, Ili, pàg. 28, / \
* -•■ .-^-^^-1^ — v^^^ I — , ^ -^. 1^ ,1, I f n , i m T ,
^^^ ■« «»i».i>i> . .
■ ■■■% '^m^ »W ■ » ti wii^ I I OBÀTIONBS
BT XPISTUUUB piena fnigis optimae ; et haec in causa fuenmt ut
Latatium potius quam Lactantium nominarem, quom plus apud omnes
sanae mentis homines valere debeat antiqaoram codicum fldes, quorum magna
mihi copia Neapolii Bomaeque con- tigit, quam particnla vulgatis inserta
codicibns ab iis qui testimonium iuscriptionis ab se perversaesibi ipsi
conftnxeront. \ I ORATIO
HD MUNICIPIOM VINCENTililiM Veicetiao la07 (Cod. V. D. 15)
!IU (0 Veni, Patres optimi, tandem veni, 8oriu9
oxpcctatione Tostra moaquo voluntate, quod immanium barbarorum
grave diuturnnm iugum non facile fuit ab attritis excutcre cervi-
cibus, quippe qui necopiimta Victoria extulonmt aDimos, tantumque sibi
pcrmittuut in omnes Italos ( o miseram tem- porum conditionem ! quis hic
ita non ingcmisoat et frontem feriat ? ) quantum vix olim Gares in
Leleges, Arcades in Pelasgosy Lacedaemones in Dotos. Ilabeo
diis immoi*talibus gratiam, quorum uumine serva- tus hio a
-tJ^f,^^' - " -1 '"- -^* ' ^' -^ ^.-a. t I ■> - ^ ■ ^r->.
■ tf ■ ■!!> u# i'^i I •> iì iì I II ■ rfi 'I riaBiiiii
r '\x^è\ OBÀTIOmBS BT SPI8TUULX sanguine
gliscnut^ sic in omni crudelitate eznltanti nt vix acerbis sociorura
funcribns satientorf Errat, Patros optimi, si quis arbitratur ipsos
deos Ulyssi magis extitisse propitios, a cyclopum fanoibns elapso, qnam
mihi dum cruentas Gallorum manus effagi. Qydopos
enim dnmtaxat in advenas appnlsosqne saeviebanti ii ne notos quidem
saisque parcunt. Ulysses uno vini cado Poljphemum sibi pene conciliavit, ii
beneflciis obsequiisque redduntar importuniores. Nam quid in
eos a me publice priyatimque, domi fo- rìsque profoctum non est f Quis
centra ganeo, quis adulteri quae mulier infamis, quis corruptor
iuvcntutis ita iactatus est unquam, ut ab iis, innocentissimus optimeque
de se me- ritusy ego t Caput omnium, satorque scelerum fuit
AllobroX| qui virtutis praemia malis aiidbus assccutns ini rcSv oye^v
fiùaiìjQ'Aiktl^y Inito^ &pcv(jij idest ex asinis et quidem lenUs
repente cquus exiluit. Is enim nostri generis omncs odio
prosequitur ob in- testiuas inoxpiabilcsque simultates, quas cum
clarissimo nostro conterraneo Michaele Bitio, iurisconsultorum
nostri codi facundissimo, gerit, nude quave de causa susceptas in
pracscntia dicere nihil attinet. In me Tcro praecipue debao- chatur et
furit impotentissime, quod una alteraye epistola Bitium laudavi, semel in
editione Sedulii Prudentiique, Obri- stianorum poetarum, quos omnium
primus e pulvere situque vindicavi, iterum per initia patriae Historiae,
quam Bitius ipso condidit, mihique castigandam 'dedit (1).
lUud autem nullo pacto forre potuit me sua causa no- luissc
quorundam Mediolauensium liberos a nostris aedibus exturbare, quo vacuus
apud me contubernio locus Allobro- (1) Ritii opus
inscrìbitar: De Regibits Hispaniae^ HierusàUm^ GaOiae ete. Histort\ Romae
MDV. Parrhasii epistula, impressa in huias operit prìacipio, data est ad
Ritiuin Mediolani, Rai. Coi. Ì50S.
W lm é'^ m^i ••■•,. '^ p I, 168 A.
JANI PÀBItHASn gìbus esset snìs. Ex iUo Mioutulttin quendam,
nostrae prò- fessionis acmulnm, qui nihil quoestus aliquot annos prope
me fcceraty extollerey amplecti, fovere quo stomachum mihi faceret,
ìgnarus ineptiarum longe grandiores offas a me sae- penumero voratas ; ac
incidit in illam quoque suspicionem, quam garriens ad aurem Minutulus, de
quo iam dixi, dola- tor augebati a me sua notari tempora vitaeque sordes
eo opere, cui titulum feci : e De Rebus per epistolam qunesitis »,
quod adhuc domi sanatur, propediem vcstris auspiciis exi- turum {1\ Quare
non ita multo post a cena cuiusdam re- diens senatoris ad primam facem,
ex ictu lapidis in capite vulnus accepi ; nec alieni dubium quin homo
sexagenarins, qui plus in capulo, quam in curuli sella suspendit nates
(ut iSocete Naevius ait in Pappo) percussores immiserita indi-
gnamque caedem, quantum fuit in ipso, patraverìt, quom satis constet ab
emissariis eius excursoribus ingentis spe praemii soUicitatum Michat^lc'm
chirurgum, qui me curabat, ut malum venenum medicamentis infunderet. Exponere
su- persedeo quam gestierit, quantum sibi placuerit indomitis
moribus Allobrox, quod eo periculo motus in patriam me recipere
statueram, quanto rursus dolore sit affectus, ubi sensit ab amplissimo
patre Stephano Poncherio, Lutetiae Parisio- rum Pontifice, cuius immerito
vicem gerit, a decedendi Con- silio revocatnm. Quid itaf
nolite quaerere, Patres optimi, nolite quaerere, quando felicioribus
etiam saeculis tam perverso principes ingenio sunt inventi, qui prò
hostibus haberent eos qui excel- lerent in communibus studiis essentque
superiores ingenio. (1) Parrhatli aiteveratio valde congrùit
cam illis Ciminii verbis in Epistola nufte» ad Corìolanum Martyranun ante
Itist. Gramm. Charh : € In prìmiff autem deflenda est illios divini
operis iaotura, — > De Rebus •cilicet per epistolam quaesitis, — >
quod ipse saepenunìei'o vidi. Erat enim ad editionem paratura, libiisque
constabat quinque et viginti »• 1 «.
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Trahat anrì splendor et lucri capiditas alios : ego pecuniae captum
nauquam habui; sequantar alii annouae liberalitatem, vhiique
praostantiam, an^^uillarum saginara, quas Tester amnis Dutrit Eretenus,
ab Aeliano laudatasi ego, magistra philoso- phia cum Vairone didioi
sitienti therìacum mulsum, exurìeiiti pancm cibarium siligineum,
excrcitato somnum soaTem. Di- scesserint bino alii pecunia divites, ego
contentus ero yestra bencvolentìa, acri iudicio, gravissimo testimonio
parta gloria: quamquam nobis est in animo, si liceat, aetatis
reliquum vobiscum exigere, proqne mea virili parte oaptuque ingenti
sedulo commodis vestris inservire; sic enim publice priva- timque de
nobis meriti. Dies me deficiet, si commemorare volucro quibus ofBciis
florentissima vostra respublica, ye- strique cives me prosecuti sint et
x)rosequantur. Itaque ne cuiquam videar eorum magnitudinem non sentire,
quod unum possnm, pollicear industriam meam quantamcumqne vestrom
ncmini defuturam ; praeterqne publicum docendi munns, quod mihi
delegastis, epistolam tertio quoque die iuventuti ye- strae dictabo, quod
antea facturum perncgaveram: tantum bonefacta in omni re valont, ut est
apud Propertium.. Denique enitar ac elaborabo, si minus cmditionem,
qnae in nobis alioqui mediocris est, egregiam certe voluntatem
vobis omnibus omni ex pai*te probare, quibus existimationem meam commendo
meque dodo. Dixi (1) (lì Cum illa sola edere st&tuUsemus
monumenta, qoibns maxime ad narrandam Parrhasii vitam usi sumus,
permultas omisimus orationes, ut luculentissimas duae aliaa quas
Veicetiae habnit. \ li I ri— ■ ■ W ■ m
> 1^ i**»i^ t^j PBAEFATID IN HORATII ODAS PaUvii
1509 (Cod. V. D. 15) Si qais alias, ornatìssimi invenes, aat
litterator ani eloqaeutiae inagister, ex eo loco, qaem nos
honestissimniii Bomae, MediolaDiqao et demum Veicetiae tennimus, ad
hano iniquitatem temporum rcdactas esset, ut privatim doceret| ille
quidem fato convicium facoret seqae de fortnna praefa- tionibus
alcisceretur, nt olim Licinianns ex consnle rhetor in Sicilia. Sed ego
qui rerum omnium esso vicissitudinem non magis ex Eunuche Torentiano,
quam certa vitae experientia didiciy sic ad omnia quae Tel inferuntur,
vel accidunt homini me comparavi, ut prosperos optem successns, adversa
fàcile patiar. Quamquam, si yernm fateri Tolnmns et a Tobis o-
blatam conditionem recta via reputare, nihil est our agi no- biscnm male
existimem, qnod longe minoris solito profitear; siqnidem summa hnius
urbis auctoritas celeberrimumque Patavii nomen, ubiqne gentium
yenerabile, compensat omne salarii detriraentam (1) V. holQS op.
Cap. Yin« pag. 7S. i^
■'^^t*****'*'* r«M4^w»aM J
( EPISTULA AD LUOOVICUM MOITALTUM Agelli 1512 (
Cod. XIII. B. 16 ) (0 Admircutur alii
Siciliani^ quod omnia qaae gignit sive soli sive hominis ingcnio proxima
siut iis quae iudioantur optima; qnod in ea prìmutn inventa comoedia ac
mimica cavillatio; quod Giclopuin gentem testentar vasti specus et
Lestrìgonam sedes etiam nunc vocentnr; quod inde Lais illa, qaam propter
insignem formam Gorinthii sibi vindi- caront, et inde Oeres, magistra
satiouis framentariae, et Prosorpinae fama sit; qnod ibidem campus
Ennensis in florìbus semper et omni vernus die, et Daedàli manna
de- mersum foramen ostendat, quo Ditem patrem ad raptum Proserpinae
exeuntem fama est hausisse lucem. Gomme- moreut amnium, fontinm,
stagnorum, ignium et salinarum miracula, ao arnndinnm feracitatem tibiis
aptissìmarum. Laudent Achatem lapidem, quem Sicilia
primnm dedit, in Achatae fluminis ripa repertum. Tollat in coelum
vetns adaginm Syracusarum maximas opes aerìsque olementiamy qnod in
ea etiam cum per hiemem conduntnr serena, nnllo non die sol est. Addant
Alphe! et Arethusae fabnlosos (1) V. haias op. Gap. X, pag.
92 «t Mq. •; .
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» iniiiiri*' i «h j» . __ •• ; OBÌ.TIONB8 ST
XPISTUI«AS amores, et quicqaid mendacia poetaram vnlgaverant. BqoL-
dom non adeo principem nrbium Sidliae Syraoosas ezi- stimo, qaod ambita
moenium quatuor oppida oompleete- rotar, Aohradincm, Neapolim, Bpipolas
et Tychen, qaam qaod cxempla pietatis cdiderint, Emantiam et
Oritoncm, qui dao iavenes, iucendiis Aotnae exuberantibas, sablatos
parentes ovexcrunt inter flammas illaesi ignibas ; quam qaod Archimedis
incanabula fuorint, qui praoter sideram diaoipli- nam machinaiìas
conimentator extitit, oppugnationemqae liaroelli triennio distulit; quam
qaod Thcocritam protaUt illam rustioae Masae perurbanum pootam, multosqae
prae- terea qaorum immoHales animae loqaantnr in libris.
Inter qnos ipso tantnm praestas, qaantom ceteris mA^mtt»tìLiém^l£^^ PeAEFATIO
IN SÌLVAS SUTII ^'^ Roinae 1514 (Cod. V. D. 15)
Si quis in hoc honcstissimo eonsessu t4icitus secum forte qaaerat,
andò ovenerit ut ego, promtns alioqui paratnsqne som- per habitus ad
dicendum, quemque totics ex tempore perìcnluni bono periculo multis in
locis fccissc constons fama nunciabat, apnd T09 hacsit-are cunctarique
Bim visus, ac, voluti mutato solo vocis usum penlidisscm, quod in Agro
Locrensi cicadis acoidere Pliuii tradit historia, quibusdam quasi
tergiversa- tionibus extraxerim muueris obeundi diem, dabit is
facile mihi veniam, quom pluribus iustisque de causis id a me
factum sciet. Ego, ornatissimi viri, licet
in dolio flgulinam non discami quod agore vulgari quoque proverbio
vetamur, octoque iam per annos in Gallia Citeriore persouam rhetoris haud
inglorìe sustinuerim, tamen insolentia loci, diversitate auditorumi
nimiaque vestra de nobis expcctatione tardior efficiebar. Denique,
si res aliter ceciderit, malo ezistimarì magni- tudinem Bomanorum
ignorasse, quod apud eos audeam do- cere, quam humanitatem, si non
audeam, quom praesertim (1) V. huius op. Gap. XI pag. 101 et
teg. \ ■^**riSi"»rr.— »•;.
«e :'^-.— ^r-* --^.o»: it...»*..^** 4
prò me staro vidoara duos atriusqne linguae signiforos et qaos
nulla remotior latet oruditio : Janam Lascharim, non minus ingenaaram
artium studio quam natalibus et imperia toriis imaginibns illustrem ;
Thomamque Phaedrum, Bomanae Acadomiae principem, sacerdotiis et iugenio
partis opibus insignem, quorum tanta verbornm pondera semper esso
duxi, ut uno suo verbo cum mca lande coninnctOy omnia asseou* turum
me confldam. Nil itaque desperandum Jano duee et auspice Phacdro, in
quorum blando obtutu, tranquillo vultu, hilaribus oculis acquiesco.
Quibus ingentes ago gratias, ha- beboque dum vivam, quod me gravissimis
apud Pontificem sententiis ornaverunt, ubi vel nominari snmmus honor.
est, Nam Grispi Passioni sententia quorundam magis expo- tcndum
iudicium quam benoficium, quorundam beneftoium quam iudicium. Our iUis
ego non omnia debeam, per quos utrumque mihi contigit indnlgentia
sacrosancti Pontificis di- viquo Leonia X, qui maxime reram usn, incomparabili
pru- dentia, suprema gloria, incredibili felicitate, admirabili
elo- quontia, promptissimo ingenio, castissima eruditione pellet^
eaque morum sanctitate quo suus olim conterranous Leo, cuius ante vivendi
rationem quam nomen affectavit (1) (1) Reliqua deincept, ut
minime none « •"Nh
M il ^makttmtmamm^mmmt^* m^mir
■•iM^tfiM— ^yj PRAEFATIO IN ORATOREM» Roma (Cod.
V. D. 15) Antequani docendi muuus instaurem, coDsilii mei ratio-
nein vobis, auditores optimi, qaibas me maxime probatam oupioy rcddemlam
censui cor e tot aureis divinis CICERONE oporibas Oratorem potissimam
dolegerim, car, repudiata priore sootontiay Moronis Aeneidem prosecutums
accesserim, quom paucis abhinc mensibus ex hoc ipso sug^^esta a. me
enarra* tum ili Bucolica pronunciassem; quod nisi me insta de cansa
diotnm mutasse oonstiterit, equidem non recuso quin apnd vos levitatis et
inconstontiae culpam inourram • • • Nominem vestrnm latet,
auditores ornatissimi, qnantas invidiae procellas anno superiore sola
patiencia i)er(regerim; quodque lenti maleqne de me sentientis opinionem
subire maluerim, quam, quod Cicero turpissimum vocat, contentiosi
senis : huius meae lenitatis uberrimo fructu percepto sacro- sancti
augustissimique Leonis X indicio» quo nuUnm maios homini contingere
potest, a me «non difficulter impetravi, si qua deinceps huiusmodi
tempostas impenderet, aliquid de iure meo magis accedere, quam nomen boni
viri litiumqae fu^itantis emittore (1) V. buius up. PHAEFATIO
IN EPISTOLAS AD ATTICOM Roniae 1516 ( Cod. Y. D. 15 )
Quom scdnlo mccum reputo qnnm inulta nccidant ho- mini prneter
spein^ libot npud vos^ auditore? carissimi^ qnod Aenoas Ycrgilianuf^
oxclawat usurpare: Hcu nìhil iavitis fas quenquam fidere
divit. Etenim quem rcbar annum tranquillitatis et ocii plenum
foro, is acerbissimos mihi casus atque gravissimas attulit aerumnas, quae
nostrorum studiorum rationes tantum evor- teruut ; id quod eventurum non
temere quisquam iudieasset in tanto bonorum Principum proventn, quorum
opibus ao indulgentia benignissime fovebamur. Ut enim missa faciam
quae sacrosanctus Pontifex Maximus ex aorario mihi largitnr, ne iam
obductas imidiae cicatrices inutili recordatione re- fricemus ; ut etiam
taceam snffragia patris amplissimi Julii Medicis, quem nuper ad proximam
Pontifici dignitatem di- vinae virtutes OTexerunt ; ut hebraicae
latiuaeqne linguae instauratoris Hadriani mnniflcentiam in me transeam :
certe Lisias AragoniuSy antistes ille meus omni laude superior, ea
TÌtae mihi commoda suppeditat, quae studia possint igna- vissimi cuiusque
exoitare. % ^1) Y. httiuB op.
l«ow^ ^IN •«*■
i m i r ii»* »Ìkerii, in quo mihi eottidie lectissimorum
virorura subeunda censnra est} quos nulla, quamlibet remot^a, latet
eruditio, quique anres non hcbetes, oculos acres, ingeuia habent
acutissima. Proin- de vigilandum sompor, multao euim insidiae sunt
boni», ut ille Jove uatus suis praecipit filiis, et quo minus
ingenio possum co magis subsidio adhibebam industriam, qnae quanta
fuerity quia tempus et spaoium datum non est, intelligi tnm non potuit.
Nam post illa vit4ilibus mlaota vulnera, quae paucis ante mensibus apud
vos oratione perpetua deploravi, quid erat ineommotli, quod mihi deesse
videretnr, aut cui novae calamitati locus ullus iam relictus ! Eadera
tamen for- tuna, quae eoepit urgere, reperit novum maerorem,
afUictum- que duplici luctu senem tantulum respirare passa non est
(!)• Duum enim carìssimorum desiderio funestam domum,
diuturna couiugis insuper et mea valetudine concussit, et qua (dii boni
!) valetudine, coelitus iuvecta: quippe quam adversis sideribus conflatam
Gàuricus, astrologorum nostri temporis emineutissimus, certa matheseos
ratioue deprehendit; Lunae enim deliquium perniciem nobis erat allaturum,
nisi salutaris stella Jovis intercessisset (2}. Et mors mihi quidem
molesta non fuisset, ut in qua propositam mihi scirem laborum ac
mise- (1) Deflet hìc Parrhatiut Thomae Phaedri et Batilii
ChalcondylM mortem. — Y. huius op. Gap. XI, pag, 104 (2) In
Tractattt tistroìogico (TU Op., pag. 1635) Luca» Oàuricat horoscopum
pcrscripait, quein noi io hoc opere retulimus. — Y. Gap. XU pag. 104, n.
(?). \ r-:. ^ •
- Il- fciniiji' ( iti II' tmmu^Mbummmi
'^tf^^MUi-m^t^^M riariim omninm
qiiietem; seti illnd nmitn nos angobat, qnod apnd vos absolvero tiilem
moam, qnaeqne pollioitus in has Epistola^ ad AtUcnm fiieram praest-aro
non potnissem. Quo nuno lactAndam mihi mairis est, quod ex orci fnucibns
erop- tns, iiicnndissimo Ycstro conspeotu fruor, quod intuoor et
contcìnplor uunmqucmque vestrum, quorum nomo ost cui non mca salu^^ ncque
cava fuerit ac ipsi mihiy ctiius non extct aliquod in nos moritumi cui
non sim devinctns me- moria* benefloii sompiterna; ncque cnim vos
oculornm co- niecturay SiHÌ assiduam mihi frequcntiara praostitistis,
ego- quo non minus signiflcntione voluntatis et benovolontiae, qnam
robu9 ipsis astringor. Itaque vel hao potissimum de causa corporìs
inflrmitotcm animi virtute superavi, ut satis aliqua ex parte nostro erga
vos officio faciamus. Quod huo usque non distulissem, nisi memet quidam
casus incredibilis ac inopiuus oppressisset. Nam prìdie oius dici quo
rcditurus ad iutormissnm docendi mnnns eram, in summo pedo enatos
abscessus, (àjrocrrysux Graoci vocant) brevi ita altas egit radices, ut
igni ferroqne vix excindi potuerit. Ego nihilo- niinus, ulcere etiam nunc
manante, reclamantibus ad unnm medicis, quom prìmum flgere gressum
licuit, bue exilui: tam nihil autiquins habeo vestris commodÌ8.
Ncque vero hoc dico, quo me vobis venditem; our enim blandiar bis,
quorum erga nos amor, honestis artibus qnae- 8ÌtuS| odeo cre\ity ut non
haberet quo progredi iam possit t atqni potius haec ad impetrandam veniam
pertinent, ne qnis vestmm forte mihi succenseat, quoti ad diem praesto
non ftierim. Nano acquis animis attendite nostramque de hia
ambagibus ad Atticum coniecturam cognoscite. Nam si ns- quam alibi, hic
certe necesse est iuterpretem divinare ; nomo vero desperet od huius
operìs calcem nos aliqnando per- venturos quod hoc anno cessatum sit.
Temporis iactoram * focile reparabimns, si viatornm nobis exemplnm
proponemns, Ili si serins quam volnerìnt forte surrexeriuti proporando. \% «M^B#«**^à«««Ì»«^ÌA»«>«M
»mim»i*a^lìkmami^Jmt^mmm*t ■ •■ I IH
ìàH^ti^mtm^^^t^mim ri II t, 1 ■! •
• ORA^TIONES ET SriSTUULS 183
etinui citius, quam si tic noot4! vigilass^ent, perveniunt quo to-
luut. Quoiiiani vero, prinoipiis cogiiitU, multo fAcilius oxtrema
percipiuutur, autequam quae rtvtaut mloriamnri Epistolao argumcutuin
brevissime repet4im. Huius Episiolae superiore partieula noster
Oieero reti- ilebat Attioura certiorera de ratione suae petitioDÌ8,
idest quot in oa eompetitores haberet, atquo ex his qui certi quive
partim Armi viiloroutur. Nunc mldit etiam diem quo prensaudi initium
Taeturus ipso sit, et quorum suffragiis ao ope nit4itur ad cousulatum,
quidve in ea re Pompouium sua causa facere velit. • *
\ ^*'"-^*- - r*; •-*-
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«■w«*k>*« i^-«i»*iii^i»v' V »4» n .
I»^»«^l«fc — «nlBÉ PRAELECTIO IH EPISTULAS AO ATTICOM
^ ^•tei ■«iMa .jm i > i ■ r- > ir
>i Mj i a ni n i ■ ■ n i nr -— •" ■- , ■-■ ■ •"■ »— « - ■■ ■
arh^fc-Émli OBATIOXES ET EPISTULAB SBLBOTAK I. Oratio ad
Patritios neapolitanos • II. Privilogium . • • ; • III.
Epistula ad Ferdinandum Aragoninm IV. Oratio I in Alexandmm
Minutianum V. Oratio II in Alexandram Miuutiannm VI. Oratio
ad Senatnm Mediolanensem VII. Oratio III in Alexandrum Minatianum
vni. Praefatio in Persinm • IX. Praefatio in Tbebaida . X. Oratio
in L. Floram • XI. Epistola ad Laurontinm Peregrinum XII. Praefatio
in Livium XIU. Epistola NN. — De Livii indice . XIV. Praelectio ad
discipolos XV. Epistola ad Piom • • • XVI. Epistola NN. — De
A. Marcellino XVII. Epistola NN. — De Lotatio «^■«Mfc^lt ■ I» M II
■' • ■» *i»-^«—*-w r ^•fc. • ^ w ■.^,.. ^■l^-^r-^■■^^T«.L-^^^^;.^■-•^^■■■
■-.-^-- , .a£^&.-'-^jJ:-L^.-c'-.^a:ji::^ ^- ■^
niDiox XVIII. Oratio ad Municipium
VincentiDum XXI. Praefatio in Horatii Odas • XX. Bpistula ad
Ludovicum Mouialtum XXI. Praefatio in SUvas Statii . XXn. Praefatio
in Oratorem XXIII. Praefatio in Epìstulas ad Atticam
XXIV. Praelectio in Epistnlas ad Atticam -")
■,/ ,":■ : ■ ::,■-.:;■■■. ■■■■ / Dello stesso
autore L* Eleqfa. c Ad Lucia» > . di Aulo Uìaco Farrosio
« il Brnto minore dì G. Leopardi — Ariano — Stab. Tip. Ap- ''
pnlo-irpino ÌS96, pagg. 30, h. 0,70. Un Accadbmico Pontakiaito elei
seo. XVI PpeonrBOPe del- l' Ariosto ode) Panai — Stiano — Stab Tip Apputo
ir- pÌHO 1898 pagg X 489, \ 3,S0 Di prOBSima
pubblicazione Il Parrasio Filoloqo c la sua Biblioteca.
F. Paolo Pabzanbsb — Tita ed opere. Scritti ihrditi di P
Paolo ParzanoBo feon prefazione t noU). In preparazione
STunn Dahtebchi Anxcdoti HuvzoinANi FOLELOBB
iBPmO La Bcdola Sabda e i Codd d' Arborea Prezzo del pbesektb vomuE
LiB^ 3,Aulius Ianus Parrhasius. Aulio Giano Parrasio. Parisio. Keywords:
implicatura, implicatura retorica, Cicerone, filosofia italiana, gl’antichi
romani, Livio, Catullo, Orazio, Cicerone, Stazio, l’oratoria, il gusto per
l’antico in Italia. PARRHASIANA, Vico, Sabbaldini sull’importanza da Parisio,
grammatica speculativa, grammatica modista, ars grammatica, probo, la
grammatica, la dialettica e la retorica --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Parisio” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Parmisco:
la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Metaponto).
Filosofo
italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico Favorino says that the Pythagorean
Parmisco (he spells the name Parmenisco) frees Senofane from slavery – Grice:
“Which was the inspiration for Robin Maugham’s The Servant!” --.
Grice e Parrini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicare, impiegare, interpretare
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Castel’Azzara). Filosofo
italiano. Grice: “Italians are
supposed to be non mainstream and go ‘off the beaten road’ – Parrini proves
they shouldn’t!” Professore a Firenze,
membro di svariate istituzioni scientifiche internazionali e del comitato
scientifico di alcune riviste filosofiche italiane e straniere e condirettore
della collana "Epistemologica" pubblicata dall'editore Guerini e
associati, fu segretario nazionale del Comitato dei dottorati di ricerca in
Filosofia, nonché Presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica. Fu
invitato a tenere lezioni e conferenze in Italia, in vari paesi europei, in
Argentina e negli Stati Uniti d'America. Insieme a Roberta Lanfredini organizzò
un Corso di perfezionamento in Epistemologia generale e applicata che si tiene,
con cadenza biennale, a 'Firenze. Si occupò di filosofia analitica
contemporanea, dell'epistemologia di Kant e di Husserl, di vari aspetti del
pensiero scientifico e epistemologico, della filosofia italiana del Novecento.
Sin dai primi lavori ha sviluppato una nuova interpretazione del positivismo
logico e dei suoi rapporti con il convenzionalismo e la filosofia kantiana la
quale, in seguito, ha trovato ampia conferma a livello internazionale. In campo
epistemologico, i suoi maggiori interessi vanno al tema del realismo, alla
problematica della conoscenza a priori, alla giustificazione epistemica e alla
metodologia della ricerca storico-filosofica. Nel volume Conoscenza e realtà
avanzò una prospettiva filosofica cui dette il nome di "filosofia
positiva" e della quale sviluppò le implicazioni circa i rapporti con
l'ermeneutica, lo statuto epistemologico della logica e la natura della verità.
Lasciò più di un centinaio di pubblicazioni. Saggi: “Linguaggio e teoria: analisi
filosofica” (Nuova Italia, Firenze); “Una filosofia senza domma: materiali per
un bilancio dell'empirismo,” – Grice: “I can’t see why Parrini is afraid of a
dogma; Strawson and I loved them – and he knows it – he totally misunderstands
us when he thinks we are into ‘reductionism’! But at least he cares to call me
Herbert, as I never myself did! Don’t Italians know abbreviations?! H. P.!” – “In difesa di
un domma” -- Mulino, Bologna, “Empirismo logico e convenzionalismo,” (Angeli,
Milano); “Conoscenza e realtà: positivismo” (Laterza, Roma-Bari); “Dimensioni
della filosofia. Filosofia in età antica – antica filosofia italica (Mndadori, Milano);
“L'empirismo logico, Carocci, Roma); “Filosofia e scienza nell'Italia del
Novecento. Figure,
correnti, battaglie” (Guerini, Milano) – Grice: “Gentile was right when he
distinguished between classical liceo and the rest! We don’t need no scientific
education, we don’t need no thought control!” – “Fare filosofia, oggi” (Carocci,
Roma). Note "lanazione", Scheda docente presso il Dipartimento di
filosofia dell'Università degli Studi di Firenze, su philos.unifi. P. in
SWIFSito web italiano per la filosofia, su lgxserver.uniba. Lo studio del riferimento in Quine, “Rivista di
filosofia” Da Quine a Katz, I, “Rivista critica di storia della filosofia” [=
Rcsf], "Vero" come espressione descrittiva, Rf, Da Quine a Katz, II,
Rcsf, Di alcuni problemi di filosofia della logica, Rf, Recensione di R. G.
Colodny, The Nature and Function of Scientific Theories. Essays in Contemporary
Science and Philosophy (Pittsburgh), Rcsf, Recensione di M. Serres, Le Système
de Leibniz et ses modale mathèmatiques, Paris, Rcsf, Recensione di N. Rescher,
Essays in Philosophical Analysis (Pittsburgh), Rcsf, 2 Recensione di Papanoutsos,
The Foundations of Knowledge (English edition with an Introduction of J. P.
Anton, New York), Rcsf, Il carattere dei
giudizi esistenziali e alcuni problemi dell'empirismo, in Atti del XXIV
Congresso Nazionale di Filosofia: Bilancio dell'empirismo contemporaneo, Roma,
Società Filosofica Italiana: Recensione di M. Bunge (ed.), Exact Philosophy.
Problems, Tools and Goals (Dordrecht), Rcsf, Sulla traduzione italiana di
"The Development of Logic" di Kneale, Rcsf, Linguaggio e teoria. Due saggi di analisi
filosofica, Firenze, La Nuova Italia, Per un bilancio dell'empirismo
contemporaneo: contributo alla storia del positivismo logico, Rcsf, Edizione,
con Introduzione, di A. N. Whitehead e B. Russell, Introduzione ai
"Principia Mathematica", Firenze, La Nuova Italia Recensione di
Popper, Objective Knowledge. An Evolutionary Approach (Oxford), Rcsf,
Recensione di J. Danek, Les Projets de Leibniz et de Bolzano: deux sources de
la logique contemporaine (Laval, Quèbec), Rcsf, Le rivoluzioni scientifiche,
nella serie radiofonica a c. di Paolo Rossi "Storia delle idee", Rai
3, Scienza e filosofia nell'Ottocento: la scoperta del concetto di energia,
nella serie radiofonica a c. di Paolo Rossi "La scienza e le idee",
Rai Recensione di W. V. Quine, I modi
del paradosso e altri saggi (Milano), Rcsf, Filosofia e scienza nella cultura
tedesca del Novecento, in Storia della filosofia, diretta da M. Dal Pra: La
filosofia contemporanea: il Novecento, Milano, Vallardi: 2Materialismo e
dialettica in Geymonat (in collaborazione con Mugnai), Rf,– Linguistica
generativa, comportamentismo, empirismo,"Studi di grammatica
italiana", Tutte le parole per definire la realtà (a proposito del
Convegno fiorentino I livelli della realtà), "L'Unità", Fisica e
geometria dall' Ottocento ad oggi [Antologia di testi introdotti e commentati],
Torino, Loescher: Analiticità e teoria verificazionale del significato in Calderoni,
Rcsf, Una filosofia senza dogmi. Materiali per unbilancio dell'empirismo
contemporaneo, Bologna, il Mulino Introduzione a Quine, Logica e
grammatica, Milano, Il Saggiatore: Scienza, vita e valori (con lettura di testi
di A. Huxley e brani dal Quartetto per archi n. 15, op. 132 di L. van
Beethoven) per la serie radiofonica a c. di Massimo Piattelli Palmarini, Rai 3,
Lettera di risposta a M. Pera, Rovesciando si impara .
"L'Espresso", – Scienza e
filosofia: diamo a ciascuno il suo, “La Stampa”. Recensione di Cohen,
Feyerabend, Wartofsky (eds.), Essays in Memory of Imre Lakatos (Dordrecht),
Rscf, Recensione di Harrè Introduzione alla logica delle scienze (Firenze),
Rcsf, Recensione di S. Lunghi,
Introduzione al pensiero di K. Popper (Firenze), Rcsf, Empirismo logico e
convenzionalismo, Milano, F. Angeli Edizione, con Introduzione, di H.
Reichenbach, Relatività e conoscenza a priori, Bari, Laterza, Popper
indeterminista (Recensione di Popper, Poscritto alla logica della scoperta
scientifica, Milano), “L'Indice [dei libri del mese]”, Edizione, con
Introduzione, di Reichenbach, Da Copernico a Einstein, Bari, Laterza: Recensione di T. Nickles, Scientific
Discovery, Logic and Rationality e Scientific Discovery. Case Studies
(Dordrecht), Rsf [= Rivista di storia della filosofia; già Rcsf], L’ultimo
Preti e i suoi corsi universitari, "Quaderni dell'Antologia
Vieusseux", Empirismo logico, kantismo e convenzionalismo,
"Paradigmi", Edizione, con Introduzione, di Schlick, Forma e
contenuto, Torino, Boringhieri, Recensione di A. J. Baker, Australian Realism.
The Systematic Philosophy Anderson (Cambridge), Rsf, L'antidoto degli elettroni
(Recensione di Hacking, Conoscere e sperimentare, Bari), "L'Indice",
Preti teorico della conoscenza, Annali del Dipartimento di Filosofia
dell'Università di Firenze, (anche in Il
pensiero di Giulio Preti nella cultura filosofica del Novecento, a c. di
Minazzi, Milano, Angeli: Filosofia italiana e neopositivismo, Rf (also in
Filosofia italiana e filosofie straniere nel dopoguerra, a c. di Rossi e Viano,
Bologna, il Mulino: Vogliamo le prove (Recensione di A. Grünbaum, I fondamenti
della psicoanalisi, Milano), "L'Indice" La psicoanalisi nella
filosofia della scienza, Rsf, A ciascuno il suo sombrero (Recensione di P.
[Paolo] Rossi, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Bologna),
"L'Indice", Sulla teoria kantiana della conoscenza: verità, forma,
materia, in Kant, Bologna, Zanichelli, Tra empirismo e kantismo (recensione di
G. Preti, Lezioni di filosofia della scienza, Milano e Lecis, Filosofia,
scienza, valori. Il trascendentalismo critico di Preti, Napoli),
"L'Indice", Induzione, realismo e analisi filosofica, Rsf, Ancora su
filosofia e storia della filosofia, Rsf, Scienza e filosofia, Parte Quinta
della Storia della filosofiadiretta da Pra: La filosofia nella prima metà del
Novecento, II edizione, Padova, Piccin Nuova Libraria: Scienza e Filosofia
nella cultura tedesca, Empirismo logico
e filosofia della scienza: Con Carnap oltre Carnap. Realismo e strumentalismo
tra scienza e metafisica, Rf, Nota introduttiva a Evert W. Beth, Sulla
distinzione kantiana tra giudizi sintetici e giudizi analitici,
"Iride", Recensione di Sahlin, The Philosophy of Ramsey(Cambridge),
Rsf, Il pensiero peregrinante di un monaco mancato (recensione di Lyotard,
Peregrinazioni. Legge, forma, evento, Bologna), L'Indice, Ma Madonna non è Kant
(a proposito del Convegno del Centro fiorentino di Storia e Filosofia della
scienza “Kant e l'epistemologia contemporanea”,"Il Sole 24 Ore",
Origini e sviluppi dell'empirismo logico nei suoi rapporticon la filosofia
continentale. Alcuni testi inedita; Presentazione di R. Lanfredini, Husserl. La
teoria dell'intenzionalità. Atto, contenuto, oggetto, Bari, Laterza –
Reichenbach, la teoria della relatività e la problematica dell'a priori in
Dagli atomi di elettricità alle particelle atomiche. Problemi di storia e
filosofia della fisica tra Ottocento e Novecento, a c. di S. Petruccioli,
"Lezioni Galileiane", Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Conoscenza
e realtà. Saggio di filosofia positiva, Bari, Laterza, L'insegnamento medio
della filosofia in Italia. Alcune considerazioni scientifico-culturali, Rsf, Intervento/intervista
sull'insegnamento della filosofia nella Scuola media superiore, "Corriere
della Sera", Intervento/intervista sul X Congresso Internazionale
della Union of History and Philosophy of Science, F. Bordogna, Neopositivisti
rivalutati al congresso, "il Sole-24 Ore", Filosofi, vi esorto alla Bosnia,
"L'Indice", Mito e scienza in Ernst Cassirer. Considerazioni
introduttive, in Mito e scienza in Ernst Cassirer, a c. di Parrini, in “Annali
del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze”, Perchè è scorretto
(moralmente) dire che è uno di noi [Intervento sul Documento del Comitato
nazionale di bioetica sulla sperimentazione sull'embrione], "il Sole 24
Ore", Con i “continentali” il dialogo è aperto, “il Sole 24 Ore”, Filosofia
e storia della filosofia, in Filosofia analitica oggi, “Informazione
filosofica”, Le origini dell’epistemologia, in Storia della filosofia, a c.
diP. [Pietro] Rossi e C. A. Viano, L’Ottocento, Bari, Laterza: Immanenz gedanken
e conoscenza come unificazione. Filosofia scientifica e filosofia della
scienza, Rsf, Realismo, scetticismo e analisi filosofica [Risposta a P. Leonardi],
“Paradigmi”, Intervento in “Il documento dei Quaranta”: risposte e
considerazioni, “L’informazione filosofica”, Per un sapere senza assoluti su
Neurath, “il Sole 24 Ore”, La mia terza via nella ragnatela di concetti e
credenze, “Letture”, Presentazione e Curatela con Egidi di Forme di
argomentazione razionale, “Paradigmi”, Ermeneutica ed epistemologia,
“Paradigmi”, Presentazione e Curatela con Marconi e M. Di Francesco, Filosofia
analitica. Prospettive teoriche e revisioni storiografiche, Milano, Guerini, Dell'incertezza,
ovvero del "non raccapezzarsi" [su S. Veca, Dell'incertezza. Tre
meditazioni filosofiche, Milano], "Iride", Sull'insegnamento della
filosofia nella scuola media superiore riformata, Rsf, Aggiornamento delle voci
Causalità, Convenzionalismo, Teoria scientifica, Verità, Dizionario di
Filosofia, di N. Abbagnano, terza edizione aggiornata e ampliata da Fornero,
Torino, Pomba, Io difendo gli epistemologi, "Letture", Sulle vedute
epistemologiche di Enriques (e di Croce), Rsf, Una risposta laica alla fine
degli assoluti [Intervento nel dibattito sul nichilismo], "il Sole 24
Ore", La filosofia è ancora motore
di progresso [Intervento nel dibattito sulla riforma dell'università], "il
Sole 24 Ore", Filosofia delle occasioni mancate [Intervento nel dibattito
sulla riforma dell'università], "il Sole 24 Ore", Il conoscere tra
filosofia e scienza, in Atlante del Novecento, 3 voll., con la direzione di
Gallino, Salvadori, Vattimo, Torino, Pomba: Il declino delle certezze. Un
secolo e le sue immagini: Metafisica e filosofia analitica, in Annuario di
filosofia: Corpo e anima. Necessità della metafisica, Milano, Mondadori: Ancora
sul convegno fiorentino della SFI, Lettera alla Rst, Crisi del fondazionalismo,
giustificazione epistemica e natura della filosofia, "Iride" La
'terza via' della filosofia positiva, in AA. VV., La navicella della
metafisica. Dibattito sul nichilismo e la 'terza navigazione', Roma, Armando:
Internet non è fatto per i ‘verofobi’, "il Sole 24 Ore", Empirismo logico, tutta un'altra storia,
"il Sole 24 Ore", La verità (Discussione di Paolo Parrini e Marco
Messeri), "Palomar", Una
risposta laica alla fine degli assoluti, in Nichilismo Relativismo Verità. Un
dibattito, a c. di V. Possenti e A. Massarenti, Rubbettino, Soveria Mannelli:
Epistemologia, filosofia del linguaggio e analisi filosofica, in La filosofia
italiana in discussione, a c. di F. P. Firrao, Milano, Paravia e Bruno
Mondadori, Dimensioni scientifiche e filosofiche della conoscenza. Una
panoramica introduttiva, in "Annali del Dipartimento di Filosofia
dell’Università di Firenze": Miserie dell'epistemologia italica, in
Scienza Dossier, "il Sole 24 Ore", Sapere e interpretare. Per una
filosofia e un’oggettività senza fondamenti, Milano, Guerini, Conoscenza e
cognizione. Tra filosofia e scienza cognitiva, Milano, Guerini, Il ‘dogma’
dell’analiticità cinquant’anni dopo. Una valutazione epistemologica, in
Conoscenza e cognizione, Dimensioni della filosofia, vol. I: Filosofia in età
antica, Milano, Mondadori Università (in collaborazione con Simonetta Parrini
Ciolli Incompreso, o quasi, dagli Americani [K. R. Popper: “Il più grande
epistemologo mai esistito?”], in Karl Popper oggi. A cento anni dalla nascita,
“Reset”, L’empirismo logico. Aspetti storici e prospettive teoriche, Roma,
Carocci, Popper e Carnap su marxismo e socialismo, “Nuova Civiltà delle
Macchine”, Filosofia e scienza in Enriques, “Nuncius. Annali di storia della
scienza”, Più realista dell’empirismo [Ricordo di Wesley C. Salmon], "il
Sole 24 Ore", Crisi dell’evidenza e verità: due modelli epistemologici a
confronto, in La questione della verità. Filosofia, scienze, teologia, a c. di
Possenti, Roma, Armando: Filosofi italiani allo specchio: Paolo Parrini,
“Bollettino della Società Filosofica Italiana”, Reason and Perception. In Defense of a
Non-Linguistic Version of Empiricism, in Logical Empiricism. Historical and Contemporary PerspectivesNota su
Valore, Due convegni su Giulio Preti a trent’anni dalla scomparsa, Rsf, Il
pensiero filosofico di Preti, ed. by P.
and L. M. Scarantino, Milano, Guerini: Presentazione by P. and Scarantino), Preti filosofo dei valori, in
Il pensiero filosofico di Giulio Preti, Preti: ‘A Crossing of the Ways’, in Il
pensiero filosofico di Giulio Preti, Il pupazzo di garza: alcune riflessioni
epistemologiche, in Il pupazzo di garza, Papini e Tringali, Firenze, Tra
kantismo ed empirismo, in Scienza e conoscenza secondo Kant. Influssi, temi,
prospettive, a c. di Moretto, Padova, il Poligrafo, Recensione di Preti, Écrits
philosophiques (Paris), “Les Études philosophiques”, nPreti nella filosofia
italiana della seconda metà del Novecento, in Giulio Preti filosofo europeo, a
c. di Alberto Peruzzi, Firenze, Leo S. Olschki: L’insegnamento della filosofia
tra identità disciplinare e rapporto con gli altri saperi, in Rinnovare la
filosofia nella scuola, a c. di L. Handjaras e Firrao, Firenze, Clinamen: Su
alcuni problemi aperti in epistemologia, “Iride”, Filosofia e scienza
nell’Italia del Novecento.Figure, correnti, battaglie, Milano, Guerini A due
secoli da Kant: conoscenza, esperienza, metafisica della natura, in Itinerari
del criticismo. Due secoli di eredità kantiana, a c. di Ferrini, Napoli,
Bibliopolis: L’epistemologia di Popper e il “dilemma pascaliano” di Duhem, in Riflessioni
critiche su Popper, a c. Chiffi e Minazzi, Milano, Franco Angeli: Verità e
realtà, in La verità. Scienza, filosofia, società, a c. di Borutti e L.
Fonnesu, Bologna, il Mulino: Generalizzare non serve [titolo redazionale per
Patti chiari, amicizia lunga], “L’Indice dei libri del mese”, risposta alla
recensione di Massimo Ferrari. Quale congedo da Kant?, in Congedarsi da Kant?,
Ferrarin, Pisa, ETS, Quale congedo da Kant? Replica a una replica di Ferraris,
in epistemologica.it /images/stories/ /Note%20e%20 Discussioni/ Quale%20congedo
%20da%2 0kant. Filosofia e scienza, in Pianeta Galileo a c.
di Peruzzi, Firenze: I filosofi e la scienza: da Kant ad Einstein, in Pianeta
Galileo, Peruzzi, Firenze: La filosofia della scienza in Italia, in Pianeta
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conoscenza. Alcuni interrogativi epistemologici, in A priori materiale. Uno
studio fenomenologico, a c. di R. Lanfredini, Milano, Guerini Fra nichilismo e
assolutismo. Alcune riflessioni metafilosofiche, “Iride”, L’a priori nell’epistemologia di Preti, Rsf,
Analiticità e olismo epistemologico: alternative praghesi, in Le ragioni del
conoscere e dell’agire. Scritti in onore di Rosaria Egidi, a Calcaterra,
Milano, Angeli: A proposito di offerte filosofiche, in F. D’Agostini, Mari, P.,
La priorità del male e l’offerta filosofica di Veca, “Iride” Revisione delle
Voci: Broad, Causa, Causalità, Empiriocriticismo per l’Enciclopedia filosofica,
a c. del CentroStudi Filosofici di Gallarate, Milano, Bompiani Voci:
Circolo di Berlino, Costruttivismo, de Finetti,Empirismo logico, Fisicalismo,
Pap, Reichenbach per l’Enciclopedia filosofica, a c. del Centro Studi
Filosofici di Gallarate, Milano, Bompiani La filosofia della scienza in
Italia, Intervista a c. di Duccio Manetti per il Pianeta Galileo popparrini html Scienza
e filosofia oggi, Intervista a c. di Duccio Manetti, in Humana. mente, unifi.
bibfil/humana. mente/ Quine e Carnap su analiticità e ontologia: una
valutazione critica, in Questioni di metafisica contemporanea, a c. di Chiodo e
Valore, Milano, Castoro. L’approccio teorico-problematico nell’insegnamento
della Filosofia, in Insegnare Filosofia. Modelli di pensiero e pratiche
didattiche, a c. di Illetterati, Torino, Pomba: Presentazione di Luca M.
Scarantino, Preti. La costruzione della filosofia come scienza sociale, Milano,
Mondatori: i070 Il convenzionalismo epistemologico al di là dei problemi
geocronometrici, “Rsf”, Bisogna conoscere il passato per orientarsi nel futuro?
Risposta a Marco Santambrogio, “Iride”, Per la verità, ancora una volta [su Marconi,
Per la verità. Relativismo e filosofia, Torino] “Iride”, Mente, verità e razionalità. Tre modelli
epistemologici a confronto, in Razionalità, verità e mente, a c. Lorenzo
Ajello, Milano, Mondadori: Spirito
positivo e filosofia italiana, in Il positivismo italiano: una questione
chiusa?, a c. di Bentivegna, F. Coniglione, Magnano San Lio, Acireale-Roma,
Bonanno, Intervento alla Tavola Rotonda: Il positivismo italiano: una questione
chiusa?, in Il positivismo italiano: una questione chiusa? La rivista “Epistemologia” tra logica, scienza
e filosofia, in La cultura filosofica italiana attraverso le riviste: Giovanni,
Milano, Angeli: Intervista in occasione del conferimento del Premio Preti a c.
di Maionchi e Manetti: interviste_p. html
(Autopresentazione), in Storia della filosofia dalle origini a oggi,
Filosofi italiani contemporanei, Antiseri e Tagliagambe, Le grandi opere del
Corriere della sera, RCS libri, Milano, Bompiani: Il pensiero di Preti e la sua
difficile eredità, in Pianeta Galileo a c. di Peruzzi, Firenze: La scienza come
ragione pensante, Lectio Magistralis tenuta in occasione del conferimento del
Premio Preti in Pianeta Galileo a c. di
Peruzzi, Firenze Verità e razionalità in una prospettiva positiva, “Annuario
filosofico”, Milano, Mursia, Il principio di verificazione nell’empirismo
logico, in Portale Internet della Treccani, in aula/scienze umane e_sociali/ verita_
della_ scienza/ parrini. html Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
Roma Scienza e Filosofia, in Pianeta Galileo a c. di Peruzzi, Firenze, Relativismo
e oggettività. Il peso dell’esperienza, in Metafisica, persona, cristianesimo.
Scritti in onore di Possenti, Goisis, Ivaldo, Mura, Roma,Armando, Epistemologia [Kant e l’epistemologia], in
L’universo kantiano. Filosofia, scienze, sapere, a c. di Besoli, C. La Rocca,
R. Martinelli, Macerata, Quodlibet: L’esperienza neoilluminista nello specifico
pretiano, in Impegno per la ragione. Il caso del neoilluminismo, Tega, Bologna,
il Mulino Integrazione della Corrispondenza Pra-P. del Fondo Pra Università di
Milano: %20 Dal PraParrini. Laggiù dove tutto è possibile
(davvero), in Isole del pensiero. Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Antonio
Nunziante, a c. di Faccenda, Milano, Electa Mondadori: Metafisica, sì, ma quale
metafisica?, in Isole del pensiero. Böcklin, Chirico, Antonio Nunziante, a c.
di Faccenda, Milano, Electa Mondadori:
Il valore della verità, Milano, Guerini, Dimensioni epistemologiche del
kantismo, in Continenti filosofici. La filosofia analitica e le altre tradizioni,
Caro e S. Poggi, Roma, Carocci: Scienza
e filosofia: eredità del passato, prospettive per il futuro, in Una storia
delle scienze. Discussioni e ricerche, Atti del Convegno: “Orizzonti e confini
nella ricerca epistemologica” (Centro Congressi della Sapienza, Università di
Roma, Facoltà di Sociologia), Rinzivillo, Roma, La Sapienza: Relativismo, peso
dell’esperienza e valore della verità, in “Diritto e Questioni Pubbliche”
diritto equestionipubbliche.org //mono%2 0II%20-%20 Filosofia e scienza in
Italia nell’età del positivismo, Portale Treccani Croce ha accentuato il nostro ritardo
culturale?, “Il Riformista”, La pittura come scrittura filosofica. De Chirico e
la metafisica, in La questione dello stile. I linguaggi del pensiero, a c. di
Bazzani, Lanfredini, Vitale, Firenze, Clinamen: Fenomenologia ed empirismo
logico, in Storia della fenomenologia, a c. di A. Cimino e V. Costa, Roma,
Carocci, Salvare i fenomeni. Considerazioni epistemologiche sul caso Galileo,
in Pianeta Galileo, A. Peruzzi, Firenze: Presentazione del Convegno
internazionale su Preti per il centenario della nascita, in Pianeta Galileo a
c. di Peruzzi, Firenze: Realismi a prescindere. A proposito di realtà ed
esperienza,“Iride”, Lezione per le “Lectiones Commandinianæ” dell’Università di
Urbino) La scrittura filosofica, in La verità in scrittura,
a c. di Bazzani, Lanfredini, Vitale, Firenze, Clinamen: Etica ed epistemologia,
in Etica, libertà, vita umana. Commenti al saggio di P Donatelli, La vita umana
in prima persona, “Politeia”, Verità e razionalità in una prospettiva positiva,
in Filosofi italiani contemporanei, a c. di Riconda e Ciancio,Torino, Mursia: Presentazione
del volume Sulla filosofia teoretica di Preti, a c. di L. M. Scarantino,
Milano, Mimesis: A priori, oggettività, giudizio: un percorso tra kantismo,
fenomenologia e neoempirismo. Omaggio a Preti, in Sulla filosofia teoretica di
Giulio Preti, a c. di Scarantino, Milano, Mimesis Il problema del realismo dal
punto di vista del rapporto soggetto/oggetto, in Realtà verità
rappresentazione, a c. di Lecis, Busacchi, Salis, Milano, Angeli: Ontologia e
epistemologia, in Architettura della conoscenza e ontologia, a c. di R.
Lanfredini, Milano, Mimesis: Kant e il
problema del realismo, in Kant, a c. di Pettoello, “Nuova Secondaria” “Esercizi Filosofici”, 1: Esercizi di
equilibrio in filosofia, in A Plea for Balance in Philosophy. Essays in Honour of P. New
Contributions and Replies, cur. Lanfredini
e Peruzzi, Pisa, ETS: Discussione sulla materia: Una prospettiva epistemologica,
“Aquinas: Rivista Internazionale di Filosofia”, Mach scienziato-filosofo,
Introduzione a Mach, Conoscenza ed errore. Abbozzi per una psicologia della
ricerca, Milano, Mimesis, Epistemologia e approccio sistemico. Qualche spunto
per ulteriori riflessioni, “Rivista di filosofia neo-scolastica,
Logical-Empiricism: an Austrian-Viennese Movement? Or an Unsolved Entanglement
among Semantics, Metaphysics and Epistemology, “Paradigmi”, Fare filosofia,
oggi, Roma, Carocci editore (v. Intervista: letture.org/fare-filosofia-oggi-paolo-parrini/)
Epistemologia e approccio sistemico. La dinamica della conoscenza e il problema
del realismo, “Rivista di Filosofia Neo-Scolastica” Quine su analiticità e
olismo. Una valutazione critica in dialogo con Nannini, in Dalla filosofia
dell’azione alla filosofia della mente. Riflessioni in onore di Nannini, a c.
di Lumer e Romano, Roma-Messina, Corisco Né profeti né somari. Filosofia e
scienza nell’Italia del Novecento quindici anni dopo, “Filosofia italiana” Sulla
filosofia degli analitici, in Prassi, cultura, realtà. Saggi in onore di Pier
Luigi Lecis, a c. di V. Busacchi, P. Salis, S. Pinna, Milano, Mimesis: Scienza
e arte, ovvero verità e bellezza, in TBA, a c. di P. Valore, in corso di
stampa 2) Empirismo logico e fenomenologia. Uno snodo
fondamentale della filosofia del Novecento, relazione su invito presentata
all’International Conference “Experientia/Experimentum”, Napoli Filosofia e
storia della filosofia: una prospettiva epistemica, relazione su invito presentata
all’incontro “Filosofia e storia della filosofia: prospettive a confronto”,
Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Esplicazione e rielaborazione dei
concetti, in Metodi, stili e orientamenti della filosofia, a c. di R.
Lanfredini, Carocci Editore, Roma, Paolo Parrini.
Parrini. Keywords: implicare, interpretare, antica filosofia italica, Herbert
Paul Grice, in difesa di un domma – indice to ‘filosofia eta antica’. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Parrini” – The Swimming-Pool Library. Parrini.
Grice e Pascoli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Filosofo italiano. Fisio-logia. Grice: “An excellent
philosopher. He philosophised on the will, on the soul, and on a functionalist
approach.” Filosofo. Lingua. Fratello di Leone
P. Insegna a Roma e Perugia. Tiene dimostrazioni anatomiche mediante
dissezione di cadaveri, come il suo collega e concorrente Andrea Vesalio.
Intrattenne una vasta corrispondenza con intellettuali di tutta Europa.
Le sue opere filosofiche e scientifiche seguono i metodi di Descartes et
Malebranche. I suoi trattati di metafisica, medicina e matematica esibiscono una
filosofia coerente e metodico che dimostra la vitalità filosofica della cultura
italiana del periodo. Saggi: “Del moto che nei mobili si rifonde per
impulso esteriore”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazion de' geometri con
ordine, chiarezza, e brevità nelle più sottili questioni di filosofia
metafisiche, logiche, morali e fisiche” (Poletti, Andrea); “Del moto che nei
mobili si rifonde per impulso esteriore, Salvioni, Giovanni Maria); “Del moto
che ne i mobili si rifonde in virtù di loro elastica possanza” (Bernabò, Rocco);
“Delle febbri teorica e pratica secondo il nuovo sistema ove tutto si spega per
quanto e possible ad imitazione de gemetri”; “Il corpo umano o breve istoria
dove con nuovo metodo si descrivono in comendio tuti gl’organi suoi ed I loro
principali offij”; “De fibra mortice et morbosa nec non de experimentis ac
morbis”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazione de geometri con ordine,
chiarezza e brevita nelle piu sottil qestioni di filosofia logica, morale, e
fisica. Osservazione teoretiche e pratiche inviate per lettere”; “Sofilo Molossio,
pastore arcade PERUGINO e custode delg’ARMENTI AUTOMATICI in Arcadi gli difende
dallo scrutinio ne che fa nella sua critica Papi” (Roma); “Anatome literarum
sive palladis pervestigatio” (Roma); “SOFILO SENZA MASCHERA” (Roma); “Del moto
che nei corpi si diffonde PER IMPUSLO ESTERIORE, trattato fisico matematico ad
insegnare la possanza degli elementi quatro” (Roma); “Della natura dei NOSTRI
PENSIERI e della natura con cui si ESPRIMONO. Riflessioni METAFISICHE” (Roma);
“Del moto che nei mobile si rifonde in virtu di loro elastica possanza” (Roma);
“De homine sive de corpore humano vitam habente ratione tam prospera tam
afflictae valetudinis” (Roma); “Delle risposte ad acluni consulti sulla natura
di varie infermita e la maniera di ben curarle con una notizia della epidemina
insorta nel GHETTO GIUDEO di roma, e del congatio de’ buoi ne” (Roma); “Con una
breve notizia del mal contagioso dei buoi”; “Opuscoli anonimi in difesa di
Alessandro Pasocolo” – si credeno suoi soi. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Lalande, Dulac, Billy. Elogio. Bartelli,
letto con Lic. de' Superiori decimo lustro il secondo a n no già corre, da
che le suoi ceneri, filosofo perugino, sotto un'umi le sasso mute riposano in Roma,
dalla Patria,ahi! pur troppo neglette. Qui nacque, quà si educa, quì sparse per
decennale tempo i lumi della filosofia più sublime, insegnò ed esercitò qui
Medicina. E celebratissimo perfino oltre Italia; e tanta gloria egli accrebbe
alla perugina Medica Scuola, che forse questa per opera d'altrui a tanta
rinoman za non 'mai pervenne : nulladimeno sulla di lui tomba alcuna corona di
patrio lauro non siposò, nè del suo nome videsi ancor fregiato un'Elogio. Penso
peraltro che Tu non debba di ciò do lerti , ora che siedi puro ed impassibile
sull' eter no seggio dei Buoni; dacchè se vivente fosti il più fido seguace
delle profonde dottrine del forte animo di Cartesio, forse oggi di averne auta
pur anco comune la sorte oltre la tomba tu ti com . piaci Al vivere suo aprì
Cartesio le luci nel bel suolo di Francia , e sulle scoscese balze di Svezia le
chiuse e sebbene tornassero , dimandate le sue ceneri nelle Gallie, pure cento
anni pas opra il sesto decimo lustro Soprailsesto 0; sarono prima che di
lui si leggesse un encomio. Il nostro Alessandro in Perugia nacque e Roma les ue
ossar accolse, nè furono queste da'suoi concittadini manco desiderate; e
solamente dopo ottantadue anni, nella stessa sua patria, oggi al
cun poco di lui si ragiona. Piacciavi, accademici valorosi, che io ne parli
almeno ad onore di questa sua terra natale, ed'a gloria di quella medica fronda
di cui venne meritissimamente il suo crine ricinto', che quì splendeva allora
più ver de e più onorata. Nè voglio credere che siavi alcuno il quale reputi
vana cosa questo mio dire; imperocchè, Lui laudando, essendomi dato di e sporre
dottrine non'tutte convenevoli a' tempi ne quali si vive, ciò non torrà
certamente che Egli non debba essere reputato grande Filosofo e som mo Medico: essendo
che se lafilosofia e la medicina, o da meglio dire, se ogni umano sapere soggia
cé par troppo a cangiamento coll'andare dei se coli, è cosa costante che la
verità e l'errore só no di tutte le menti nostre retaggio ; sicchè tut ti i
secoli e tutti gli uomini da non pochi lati si avvicinano sempre fra loro.
Colprogrediredelsecolodecimo settimole scienze tutte di più chiara luce
folgoreggianti,per la via progredivano del possibile loro migliora mento
:Sciolto lo spirito umano dagli opprimen . Se questo Elogio di Alessandro
Pascoli potrà servire a qualche riparo del lungo silenzio in che ilsuo nome si
stétte ; se a sprone di studiosa gioventù possa per buona ventura tornare, se
del lo estinto encomiato e di Voi., dotti Colleghi, non tantoindegno riesca, al
fine da me proposto lietamente mi stimerò pervenuto. O ti legami del Peripato,
erasi finalmente avveduto della sua nobiltà; e la mente erasi accorta pote re
da se stessa pensare . Sembrava che la natura tutta fosse giunta a tale momento
di crisi, dalla quale aspettare si dovevano grandi cose e grandi uomini; e
grandi cose e grandi uomini difatti si ebbero. Fra questimolti, fiorirono Dracke,
Copernico, Ticone, Keplero, GALILEI, Bacone, e finalmente Cartesio, destinato
dal cielo a compiere il bramato rinnovamento negli studii moltiplici della
natura. Appena ilgrande Filosofo dell'Aja di chiarò al mondo intero non doversi
alcuna cosa ritenere per vera , quando che non venga dimo, strata per
tale; appena disse'che la umana mente deve tutto in dubbiezza riporre, finchè
alla cer tezza non sia pervenuta;'e di queste le fonda menta non che i
caratteri stabilì ; lo studio ed il filosofare degliuomini dialtropiù
nobilesplendo re si rivestirono. La geometria,la logica, lameta fisica, la fisica,
e la medicina medesima in più stabile e più onoratá sede allora si collocarono
. Il secolo diCartesio segnòmai sempre una delle e poche più luminose e
memorande nella storia del l'umano intendimento, imperocchè ogni1 dotto
partecipò del beneficio influssodi questo tempo; ed il nostro P. divenne
Filosofo col divenire Cartesiano. Se non che non solo di Filosofia ma di
medicina altresì ai nobilissimi studj sentissi da natura invitato; e cono
scendo la forza del proprio genio, nol poterono. Comincia con Cartesio dal
dubitare e quindi giunse a persuadere sè stesso , tro e 6 distrarre da
quelli ne i solerti padri di gesú che accorti iniziandolo nelle regole del loro
Istituto cercarono farne conquista.; nè il volere del padre il quale
all'officio del foro il destinava. Vide egli bene assai per tempo come a corre
merita mente il medico lauro, doveva alle filosofiche discipline tutto sè
dedicare. Perchè la filosofia di ogni umano sapere è fondamento primiero.
Accostumato come Cartesio a meditare più che a leggere, a pensare più che a
parlare, medita sul le opera di quell sommo e le studia intensamente, facendosi
propri i di lui principj , e tutta la filosoficacartesianatelasvolsee conobbe. Il
discorso sul metodo, le metafisiche meditazioni, le regole per la ricerca del
vero, il trattato sull’uomo di Cartesio sono a lui splendentissima face onde
dirigersi nel difficile sentiero della filosofia. Cosi lo studio di questa
precedette e quindi 'accompagna quello della medicina, non mai volendo egli
l'uno dall'altro separare. Tra noi, ai giorni nostri tristissimi , sembra
essere riserbato vedere non poca turba di gioventù male accorta gire in traccia
di medica scienza senza lo inestinguibile lume del più retto filosofare, senza
la conoscenza della natura , di sė medesimo, e perfino del proprio idioma
nativo. Vergogna s o m ima di que'paesi e di que'tempi che vogliopsi dire
illuminati! E per attribute diverse.Quin di dalla cognizione dell'Io personale
passa a quella pe ressenza perfetta che è Dio. Traicanoni della filosofia
cartesiana erayi quello di ritenere e gate si trovano le verità : donde poi le
idee in nate,dondela concatenazione diesse, la quale incominciando da dio
scende all'anima umana, quindi ai corpi, quindi ai bruti, quindi alle cose, tutte
della natura.E quifa duopo ricordare che mentre Cartesio col suo dubbio
universale prese la via delle speculazioni intellettuali a sta bilire i gradi
della verità , Bacone da Verulamio, coldubbio stesso fondamentale, prese la via
del le sensazioni, ed al fine desiderato pervenne in cammino più regolare e
meno incerto. Piega alquanto piùla sua mente al Cancelliere d'Inghilterra che
al pensatore dell'Aja. Ora chi potrebbe mai credere che dopo ise coli di Bacone
e Condillac sorgessero nuovamente, nelle dottrine delle idee, i secoli di
Cartesio e di Malebranche? Eppure oggi è cosi. Umana mente! Varsi esistenze
fuori di noi, erisultarel'uomo da un corpo e da uno spirito, sostanze
interamente fra loro per essenza e’che i sensi sieno ingannevoli guide alla
umana ra gione ; e che perciò l'anima nostra ha in se stes . sa e per se stessa
principj stabili, cui tutte le Ora tornando al nostro laudando diciamo che
parlò egli primamente della esistenza e durata d e glienti modali; poscia
diquelle sostanze che nelle loro idee inchiudono essenzialmente un qual
che modo di essere';e fondo le principali massi me della umana certezza sulla
esistenza de'corpi. Dalle essenziali proprietà degli enti corporei stu diò pur
egli l uomo sotto il duplice rapporto di sua materiale e spirituale sostanza; e
ragionando dell'anima, ne fissò la essenza sulla immateriali tá di lei, donde
le sue potenze intelletto é vo lontà . La credette immortale; e mentre Cartesio
ne tacque la dimostrazione, scrivendo in una sua lettera non essere necessario
di mostrare la immortalità dell'anima tostochè siasi provata la sua
spiritualenatura, non volle tacerla col pubblicare il discorso sulla
immortalità dell anima umana. Da troppa vanitàdinome; ed al desiderio di
piacere agli amici, motteggiando alcun poco, egli fu 'mósso a scrivere contro
Papi filosofo sabinese sostenendo a tutta possa, ma non con persuasione di
aninio, le dottrine del suo prediletto Cartesio sulla vita antomatica delle
bestie; volendosi però nascondere bizzarramente coll'intitolare il suo saggio
“Sofilo Molossio Pastore Arcade Perugino Custode degli’armenti automatici in Arcadia.”
Apparve preziosissimo a tutti questo saggio e se ne m e nò'romore in tutte le societá
dotte di Roma. Tali erano i sali attici in esso 'raccolti, i vivaci sar casmi, ileggiadri
concetti. Avvenne però che dopo sei annila suprema inquisizione con decreto solenne
condanna l'opera del Pastore Arcadico Sofilo Molossio. Ale 8 e e le
sue ferme opinioni sull’animalitá delle bestie. Protestandosi in mille modi
vero seguace di PITAGORA, e vero devoto a tutto ciò che la umana credenza
prescrivesi. Fu questa la sola nube che per poco offuscasse l'ottima fama di Pascoli
nel corso della lunga etá sua, é questa fu del suo animo la dispiacenza più
viva. песа. Applicatevi dasenno a filosofare, poi che per tale via depurate la mente
umana da gl’errori che la offuscano, e sollevata dalle passioni che la
opprimono, si eleva cosi libera e tranquilla a tale grado di serenità, dove
gode veramente di se medesima Stabilito avendo lora fu che P. accortosi
dell'errore cui con dotto lo aveva una sua male accorta vanità di spirito ,
ritrattò subito pubblicamente le sue opinioni; e nelSofilosenza Maschera
scuoprì il suo vero nome Erano pure a suoi tempi, quali oggi vivono, alcuni
falsi sapienti, che superbamente umili, abusando del comune adagio, id tantum
scio quod nihil scio, il più irragionevole scetticismo nelle coșe tutte
proclamavano , e di ogni credenza e di ogni filosofia si facevano dispregiatori
e nemici. Contra tale specie di stupidi pensatori si scaglia il nostro P.; e fa
conoscere come filosofare non altro è se non se rettamente pensare, essendo che
chi mal pensa conviene che male discorra, Sulle traccie di Platone, di CICERONE,
d’AQUINO, di Cartesio, ripete a tutti con se l’apprensione, al giudizio, al
discorso, al metodo; e a diligente disamina tutte prendendole, forma il suo saggio
di logica, seguendo ugualmente la prediletta sua cartesiana maniera. Espnse
quindi i precetti del ben' apprendere, del ben giudicare, del ben parlare, del
ben disporre. Prefere il metodo analitico che il pensiero è all’anima
essenziale, come alla materia è la estensione, parla delle operazioni del
nostro intelletto, le quali riduce all' per I studiare le cose, elo chiamò
metodo di risoluzione o di disciplina. Si servi del metodo sintetico per
insegnare ad altri, e lo disse metodo di composizione o di dottrina. Dopo che
la scienza del calcolo per la invenzione de' caratteri algebrici si fa più
ordinata, e di più estese applicazioni capace, lo studio delle matematiche
divenne universale ad ogni sapiente: e di quanta utilitá si renda allo sviluppo
dell'umano intelletto ed alla ricerca del vero, ognuno di leggeri il conosce .
Studio si fatto non poteva es sere dal nostro Pascoli trascurato, e sulle opere
del Gottigues, dello Scohetten, di BARTOLINO; dell'Ozanam , di FARDELLA, di
Cartesio si forma matematico. Scrive il saggio di logistica od arimmetica, nel
quale prendendo a trattarele quat tro operazioni fondamentali, non in cifre
numeri che, ma in algebriche, intitol il suo lavoro col nome di “Arimmetica
nova o speciosa,” ed applicando le stesse operazioni alla dottrina de'polinomii, la
quale perviensi a studiare le leggi del moto. A lui però non piace solamente
seguire le dottrine di questi sommi, ma cerca direnderle più facili epiù
sicure. Lascia di ragionaré del moto in astratto; e col tatto, colla vista, coi
sensi, in concreto lo esamina. Parla della natura, condizioni, proprietà, e
leggi del moto per impulso esteriore ed in virtù di elastica forza. Quindi si
lancia col pensiero, in alcuni moti possibili rispetto al vortice massimo del sole.
Con tale chiarezza di principi, con tale ordine d'idee egli ne seppe parlare
che meritò l'approfazione sincera ditutti i dotti e capace. Archimede, GALILEI,
Gassendo, Rohault, Cartesio hanno già insegnata la strada per la quale
perviensi ed alle equazioni, dette compimento alle sue fatiche sulla indole dei
nostri pensieri. Pose poi mano alla fisica, od a quella scienza vastissima , la
quale avvicinando al nostro pensiero le cose materiali che ne circondano, fà
che lumana intelligenza al più alto grado di sublimi tà siconduca L'uomo di fatti penetra con la sua scorta i
più nascosi secreti della natura; e con leipasseggiandolaterra e con lei
traversando glioceani,e su cieli passeggiando con lei,fache sopra tutto il
creato sovranamente s'innalzi. La prima verità che ci insegna la fisica è che
il m o to costituisce il fondamentale fenomeno de'corpi tutti. Ond'è che tutto è
movimento in natura,o tutto a movimento èdisposto, o tutto di movimento è. Il grande
matematico e fisico cremonese BIANCHINI glie ne dette la più solenne e pubblica
testimonianza Mi si dia materia e moto, dice Cartesio, ed io imprendo tosto a
crea re un mondo, il P. con maggiore umilta così diceva “ Materia e moto sono i
due prin n.cipali strumenti, donde con sua possanza si » vale Dio, dimomento
inmomento, aprodur 9. rac racoli, e miracoli di stupor infinito. Si ode oggi nelle
nostre scuole far menzione di un etere comune, di un imponderabile unico ed
universale, motore di tutti I fenomeni iquali hannoluo go "nei movimenti
della materia e degli animali. Le scuole Alemanne apreferenzadialtre risuo nano
di questa materia unica-eterea, capace a prendere diverse forme ed aspetti,
tutto pene trando investendo agitando il creato: La vide pure questa materia
motrice universale: ciò che dicono oggi con tanto entusiasmo, e for se con
troppa persuasione dinovità, Mesmer, Wohlfart, Sprengel ed altri sulfluido
elettro-magnetico universale; ciò che con tanto calore pro e con eguale
robustezza di argomenti dimo strato dal nostro Alessandro 1 e in natura, senza
miracolo , continuati min & clamano Lennosseck, Prokaska, ed Ennemoser
sulfluido biotico universale de corpi viventi, era stato già conosciuto non
meno chiaramente dilo ro, Finalmente volle ardimentoso inalzare i suoi sguardi
ai movimenti del sole e nel vastissimo campo dell'astronomia tentando
alcun passo quale ché suo opinamento volle manifestare. Si dichiara del sistema
astronomico di Copernico e di GALILEI oppositore fermissimo. Ma qui potrebbe
dataluno dimandarsi, se il facesse egli forse per tenere dietro alle massime proclamate
dalla romana corte nella quale viveva? Nò. Chè la saggia condotta dei prudenti
interpreti delle sacre corte ha assai già moderata la forza di quegl’anatemi
scagliati un secolo innanzi sulla tomba del riformatore di Thori, e sul capo
del pensatore pisano. Potevasi allora dalle pubbliche scuole o ne communi
discorsi dei dotti liberamente difendere (come ipotesi) ilmovimento terrestre e
la stazione solare, senza tema di contraire brutte macz chie nell anima, o a
spiacevoli incontri soggiace, re Ond'èchese con tutta la forza del suo'sapere alla
copernicana sentenza si oppose, ciò fece'con intima persuasione di mente , e
non per condiscendenza di basso cortigianismo. Nei e il solo che dalla credenza
di Copernico lungine stasse. Imperocchè fra i moltiche ridi re potrebbonsi,
quel grande onore d'Italia, quel l’astronomo profondissimo della dotta Bologna,
MANFREDI, basta per valente compagno del nostro Alessandro rammemorare. Vero si
fu peròche a fronte degl'ingegnosi sforzi di tanti uomini insigni, prosegui
ilsuo cammino la terra, è fermo il sole si stette. Qui terminarono le fi losofiche
laboriose occupazioni di lui, e conqueste sole poteva rendersi della Patria e
della nazione assai benemerito : ma fu pure medico Alessandro P., è inedico di altissima
riputazione. Se sono grandi i nomi dei restauratori della umana filosofia, non
meno grandi furono quelli di Silvio, di Lancisi di Baglivi, di Ramazzini, e di
altri che le medie che scienze ad alto grado di rinomanza condussero.
Alessandro P. visse nel tempo in cui la medicina seguiva tuttora le insegne
de'Jatro-chimici, dell'Elmonzio, e del Silvio; insegne che stavano già per
cangiarsi dal Santorio e dal Borelli,onde quelle trionfassero degl’átro-matematici
ed e meccanici. Nè si per verrá mai a spiegareun costante ed unico vessillo
sotto il quale si raccolgano in ogni tempo i cultori della medicina le che sia
proprio di lei in tutte le età che trascor. rono? Grande e funesto destino, a
molte scienze comune , alla medica comunissimo! Conosce in quali giorni vive;
quale del secolo suo fosse dominante lo spirito; e pieno di alto ingegno, nella
medica scienza si fè valente: Cartesio aveva per dodici interi anni
studiato'l'Anatomia a fine di ben conoscere l' uomo ; e il nostro P. per non
minore tempo applicò la sua m e n te allo studio profondo della struttura del
corpo umano. Annuncia sulle prime ai dotti un trattato riguardante i
cangiamenti che provengono agli organi corporei per cagione delle passioni:
pensiero veramente sublime sul quale però le speranze di ognuno restarono pur
troppo delase . Ai tempi del nostro Alessandro l'Anatomia non aveva ancora stretto
con altre naturali scienze quel sutile nesso di che oggi si onora; né quel filo
sofico linguaggio, nè quelle sottili applicazioni si trovavano in essa, siccome
in quella d'oggidi noi ammiriamo. Alle fatiche ed allementi sublimidi Scarpa ,
di Soemmering, di Mechel, di Portal, e dell'immortale Bichat dobbiamo la
eccellenza cui oggi l'anatomico studio è pervenuto . Nè Vicq d’Azir, nè
Geoffroy di Saint Ilaire', nè Blecard, nè Gall vissero in quella età; pure potevasi
quel tempo chiamare il tempo delle scoperte anatomi miche. Erano già nati gli
scrutatori sommi"dell’uman corpo Arveo, Senae, Asellio, Willis, Nuck,
Malpighi, Ruischio, Lancisi ed altri. Vive e studia con Redi. Ciò basta.
Insieme per più tempo in Firenze si occuparono indefessamente di anatomiche
dissezioni e quel dotto scrittore toscano ha caro Alessandro quanti altri mai,
al grande Cosimo presentandolo quale soggetto degnissimo di tutta la
considerazione sovrana. La fabbrica del corpo umano dal nostro encomiato
descritta non presenta, è ver, peregrine cose. Ma l'ordine, la chiarezza, la concisione
rendettero il saggio suo utile al pubblico insegnament , pel quale oggetto egli
stesso si protesa averlo unicamente composto. Quando il gran Malebranche si
avvenne nel libro dell'uomo di Cartesio, ed ipcontrò in questo filosofo un
ge vio simile al suo, prese (dice l'elegantissimo Fontenelle) il grande partito
di rompere ogni commercio con le erudite facoltà, ed in seno del cartesianismo
tutto si abbandona. Legge il saggio medesimo di Cartesio, lo medita profondamente
e scrive egli pure sull'uomo. Mentre però l'uomo di Cartesio e di Malebranche
fu l'uomo del metafisico e del filosofo, l'uomo nelle mani del P. e l'uomo
dell'anatomico e del medico. Ha somma intelligenza nell'osservare i fenomeni
dellaumana vita, sicchè lemas sime del suo Cartesio con quelle modificate del gran
Cancelliere d'Inghilterra, formarono in lui quello spirito di filosofia
induttiva, il quale alla ricerca del vero nelle cose di fatto e perciò in
medicina, è l'unica sicura via. Scrivendo dell'Uomo prese Alessandro il giusto
partito di primamente designarne le parti , quindi ad esse dare vita ed azione,
poi de'mali a cui vanno soggette tenere ragionamento, e fi nalmente l'opportuno
metodo curativo de morbi con tutta la modestia del dire proporre. In tale modo
ilnostro encomiato presentò alpubblicoun tesoro di dottrina, che per molti e
molti annida ogni medica scuola Italiana fu allo insegnamento de
giovani:offertoe prescritto, riputatolo per il prezioso e completo deposito
della medica scienza. Le opinioni di Galeno e di Silvio erano quelle che fra i cultori
d'Igea in quel tempo tut tor dominavano, Stava per sorgere la setta del più
solidismo, ed Elmonzio, Cartesio, Silvio erano ancorai tre grandi nomi
proferiti dalla bocca di tutti; cosicchè fra i conciliatori e moderatori di
questi tre Principi delle mediche scuole si e mento etereo piú sciolti gli
umori , ed il moto fer mentativo di essi prodursi. Questo elemento lá
presiedere alla circolazione sanguigna, qua tutto il fonte del calore animale
sostenere perenne. Era quest etere per Alessandro la fondamentale sor gente
delle fermentazioni non naturali, donde le febri tutte nascevano che ove accada
condensa mento di esso, le maligne; ove soluzione, le benigne; ove infine abbia
luogo latente glandolare fermento, originarsi le intermittenti opinäva. Poi te
dottrine fisiche di questo etere universale espone, la sua azione sulla vita
degli organi, finalmente l'applicazione di esso alle dottrine di Scrodéro, di
Hoffmanno, di Etmullero, di Lemery , e degli altri molti di quella età . E
forse che non potremmo noi parlare lo stesso linguaggio, sostituendo al nome di
etere cartesiano quello di elettro-magnetico? Io i l dimando Abituato il nostro
P. fin dall'infanziaa piegare la sua mente al metodo geometrico e a disporre le
sue idee con quell'ordine e successio ne, utile al buon’acquisto di tutte le
cognizioni il nostro P.. Quindi è che nelle sue opere parlasi dello
spirito di Willis, del fuoco di GIRGENTI,del l'archeo di Wan -Helmonzio, del
primo elemento di Cartesio :e si dice farsi per virtù di questo ele pose + 17 +
4 Oltre al suo trattato dell'uomo, che abbraccia l'intero studio della
medicina , sono numerosissimi i suoi Consulti, le sue Lettere, i suoi
Votiemessi in oggetti di pubblica sanità.Incau se dificili di Foro canonico e
civile, in Canoniz zazioni di santi uomini diede Pareri e Giudizj, che
guidarono le Autorità competenti a retti es en sati decreti Avendo inoltre il P.,
saputo unire a somma dottrina, urbanità di modi nel conversare , ed umiltà di
espressioni nel parlare e nello scrivere, non é a stupirsi se ai dotti d'Italia
ed oltremonte rispettabile e caro addiyenisse L'amicizia che seco lui ebbero un
Redi, un Magliabecchi, un Montemelini, un’Ottaviani, un Lesprotti, un
Zannettini, un Lambertini, un Segur, un Baglivi; da quali o dedicazioni di
opere, o non interrotte scentifiche corrispondenze, o laudi sincere egli
ottenne, siccome fecero pure un Bianchini, un Loy, un Marini, uno Sprengel, un'Aller
; ci ayvisano dovere riporre Alessandro P. fra gli uomini grandi, che in
filosofia ed in mea umane, e preciso nel descrivere gli organi, chia ro nello
esporre i fatti, esatto nella diagnosi, cautissimo nella prognosi. E poi
semplice quanto mai possa dirsi nel metodo del medicare, e dichiarossi nemico
di ogni farragine farmaceutica, ripetendo sempre a se stesso e ad altri che a
buon medico pochi medicamenti bastano o 18 di pintore pochi colori. come a buon
; dicina fiorirono fra il terminare del secolo decimo settimo e del
decimo ottavo sul cominciare, Il nostro P. legge in Roma anatomia e ,edicina
dalla più fiorente alla più tarda etá sua, grandi opori godendo e distintissime
cariche sem pre occupando. I papi Clemente XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII,
Clemente XII. lo hanno a medico, Archiatro lo salutarono, Protomedico lo
proclamarono, lo scelsero Conclavista. Del supremo tribunale sanitario, della congregazione
dei sacri riti, fè parte onorata e principale, tanta era la dottrina che quella
romana corte in Lui venerava . Potrebbe forse da taluno di noi dimandarsi se il
Pascoliavesse meritatosigrandeecomune conside razione come Medico
pratico,quanta ne ebbe come teorico;imperocchè pur troppo è duopo riguardare la
medicina sotto ilduplice aspetto diScienza edi Arte. Difatti non rade volte
accade che amedico quanto ésser si voglia dottissimo, manchi quel tatto
pratico, quella squisitezza di medica vista, e, dicia molo pure ,
quell'inesplicabile nesso di favorevoli 19 Dopo che per due lustri dalla
patria Univer sità degli Studj, e dalle private Accademie le fisi che,e mediche
scienzeinsegnò,Padova eRoma il chiedettero a gara , generosamente patria
novella offerendogli. Il Pontefice Clemente undecimo a se chiamatolo, fece si
che a Padova, cui era già sul punto di recarsi, Roma preferisse. E così Perugia
lo perdette per sempre e E quièbenforzacrederecheAlessandroPa scoli
vivendo dodici lustri in Corte, in Roma,tra Grandi , tra Principi sempre; cui
furono affidati in téressantissimi negocj delle Principesche Famiglie Albani, Chigi,
Rospigliosi, Sora ed altre, fosse di grande ingegno, di profonda politica, di
somma costumatezza dotato; dacchè, una di queste do ti che manchi, a sorte sì
grande non si pergie ne , o per poco di questa si gode. Difatti sappia m o come
tra le tante virtù che lo adornarono, erano prime il decoroso contegno in che
egli si tenne, l'essere del suo buon nome forte difenditore, il incontri e
di buone venture, che tanto valgono al la propizia riuscita dell'esercizio
clinico, e su cui la opinione e la fidanza di ottimo e felice medico riposa.
Nel nostro Alessandro sembra che tutto si riunisse a renderlo valente nell'arte
come nella scienza rinomatissimo. Ed in vero pel lungo corso che visse all'aura
del Campidoglio, non fuvvi personaggio distintocui non prestasse medica mano o
medica consultazione. Oltre ai pontefi ci sopraenunciati, la regina di Polonia
ed i suoi figli, gli Elettori Bavaro, Sassone, e Coloniense, la Regina
d'Inghilterra, ed ogni altro Principe e Grande, (a quali sifortemente il vivere
più ca le ) lui ebbero a tutela de' propri giorni bene ed ilparlar pensar bene
di tutti, siche tutti rispettando ed amando, seppe da tutti rispetto riscuotere
ed amore. Cosi Roma e ammiratrice di un filosofo Perugino. Ed il suo nome
onorato più spesso colà che tra noi si pronuncia forse e si ripete.
Lontano dagl'incanti del bel sesso, ne fuggi perfino, in quanto il potè, la medica
cura. Che più? Con religiositá e fortezza di animo sostenne una completa
cecitá, senza che in se stesso foss'egli meno tranquillo, nè meno fosse da
altri dimandato e compianto. Che se al possedimento disua vasta dottrina, se al
buon successo dell'arte sua, se al corredo delle nobili doti dell'animo che in
P. fece ro si bella mostra di loro, si aggiunga la felicità de' tempi nei quali
visse, dovremo anche meno stupirci che potesse egli giungere al più alto grado
di celebrità e di onoranza . Io voglio dire la felicità dei tempi; ossia quell buon
tempo ai dotti propizio, in cui dessi sono veramente stimati, e nel quale i
Principi, ei Grandi concorrono agara (siccome oggi) informar li, tosto chè i principi
e i grandi bene conoscono che le scienze e le lettere sono veramente il
sostegno de’ troni, e delle nazioni delle cittá dei paesi il primo ed il più
luminoso decoro. Ed alla estimazione de' medici credo che non poco in ogni
tempo contribuisca la buona Fidanza de'popoli, colsaldo tenersi di quel velame
che agli occhi del volgo i misteri nasconde d'Igea; velame tanto utile che sia
serbato; imperocchè la remozione di esso chi ne abbisogna e cui serve
reciprocamente danneggia. Dopo si grandi fatiche, carico di meriti e di onori,
questa misera terra abbandona e perenne ricordanza dei posteriche cirima
ve dilui? Laviva fama delle suetante virtù, ladi lui valentia nell'arte del
medicare; e più ci restano i suoi numerosi volumi , depositarii immanchevoli
del vasto sapere nelle fisiche e nelle mediche facoltá. Saremmo noi co tanto
ingiusti per dimenticare i sudori dei dotti che ci precedettero, solamente
perchè il modo loro di filosofare non è più simi le a quello de'tempi nostri? E
vorremmo noi far ci riputare così creduli e così inorgogliti nel lusin garci
che alle dottrine ed alle massime nostre del la filosofia e della medicina,
tutti coloro che ci suc cederanno coi secoli pieghino riverenti la fronte e le
venture età inalterato rispettino ciò che ad esse faremo noi pervenire? Non
siavi chi lo cre da , o la storia dell'umano sapere ne disinganni, Ond' è che
degli esimj ingegni, dei benemeriti cittadini, degl'insigni scrittori,sebbene
lunga serie di anni da essi ci divida, serbare si debbe ricor
danzavivissima,afronte decangiamentiaquali può girein control'umano filosofare e
il medico opinamento. Si, dotti Accademici, apprezziamo mai sempre le fatiche utili
de' trapassati, se nei miti noi buoni esempli, se ne rispettino i nomi ; ed il
titolo a non meritarci d'ingrati, le loro tombe di verdicorone di lauro con più
frequenza e con più giustizia si onorino. Rivolgendosi al Busto marmoreo
dell'Encomiato, che innalzavasi nella Sala dell' Accademia. Tutto ciò che vien
detto di Alessandro Pascoli in questo Elogio, come filosofo e medico , è tolto
dalla let tara ed analisi fatta delle molte sue opere , in diversi tem pi
pubblicate; il catalogo delle quali trovasi registrato nella Biografia dei Scrittori
Perugini delchiarissimo Cavaliere Gio. Battista Prof. Vermiglioli all'Articolo
P. Alessandro. Noi credemmo di non trascrivere ibra ni medesimi dell'Encomiato,
a conferma de' suoi detti e delle sue opinioni , e ciò per non aumentare la
stampa inu tilmente; sapendo che agli eruditi medici sarebbe ridire le cose
stesse le quali nelle opere di P. già bene conoscono, o potranno rilevare
quando lo vogliano . Quello poi che riguarda la di lui vita privata e so ciale
lo rilevammo dalla storia di sua famiglia, dalla Biografia sopracitata; nonchè
da quella degli illustri italia ni compilata dal chiarissimo Sig. Emilio de
Tipaldo, Venezia. Finalmente da non poche pregevoli notizie ms. lasciate da
Francesco Aurelio Ginanneschi, giovane di Alessandro P., ed ultimo che stet te
venti e più anni con lui, e perciò informatissimo della sua vita. Questo
ms trovasi presso di noi. Nacque da
Domenico P., e da Ippolita Mariottini. La famiglia dei P. fu originaria di
Ravenna, siccome ne scris se Celso , fratello del nostro Alessandro , nella
storia del la sua Casa. La prima di esse fu stampata in Roma, Zanobi, dedicata
a Paolucci, Segretario di Stato di Clemente XI. La seconda che contiene tutta la
di lui ritrattazione e pubblicata egualmente in Roma in 8° per il Buagni, dedicata a Banchieri assessore
del S. Officio. Ambedue queste operette interessanti la vita letteraria ed i
sentimenti morali del P. le abbiamo nella Biblioteca pubblica Scaff. Quando la
Regina d'Inghilterra in Roma lo chiama a medicarla, nell'atto di presentare il
polso, gli disse. É vero, Sig. Dottore, che voi non avete piacere di medicare
le donne? Alla quale dimanda egli risponde. É verissimo, ma non le regine. Muore
in Roma. confortato da tutti gli ajuti della Religione, Gl’ultimi18 circa dei quali
in una completa cecità Fù sepolto nella Chiesa di S. Silvestro a Monte Cavallo
de' RR.PP, Teatini- La Iscrizione sepolcrale umile, compostasi da se medesimo,
e che trovasi tuttora sopra l'avello, è la seguente. Hic Posuit Exuvias In Die
Irae Resumendas Alexander Pascoli Perusinus Verissimo. Non mi piace medicar le
donne, ma non le regine”,eforsedeglialtri,chesap di Antonio Blado); Trattato
della mutazione dell' altra Lettera si apprende che avea aria,in4. Roma per Alessandro
Gar. Pure scritto un trattato di Rettorica danoec.Di questo opuscolopro- eprincipalmente
sulla Invenzione dusse il suo giudizio il Bonciarioia dicui ne offer copia allo
stessoBon una letterainedita. Perchèi Digesti si allegano morie di sua famiglia
originaria di Ra iniscrittoperdueifedil paragra- venoa, epoistanziataio Perugia;
eda fo per due ss congiunti. queste memorie medesime passate quin 2. Del parto dell'Orsa
. piano e non siano appassionati. Da V. Conclusione del Tribuno della
scoli, ed. Ippolita Mariottini. Termi plebe, in 4. Roma per gl’Eredi di natii giovanili
suoi studii presso ipp. suo articolo, e dal Vincioli nell'opuscolo sullo stesso
argomento. I ràstampata velan anderò. Leco- Dizionario medico,che egli di e che
io farò non saranno da sco- morando in Firenze , studiò assidua »lare, e latine
per qualche mese, ma mente all’ospedale per fare osserva volgari, e contro tutta
l'Accademia zioni anatomiche, e per potere così fiorentina, massime sopra Boccaccio,
migliorare un suo Trattato sul cangia Gennajo da Domenico Pa. egli tolse a
seguire la medicina VI.Versiin Lode delleacquedi incuineotlenne le magistrali insegne
S.Galgano. Ci vengono ricordati dal. quando contava soli anni 21. Grisaldii o quelle
lettere rammentate al Posciasirecò in Firenze a meglio apprendere la scienza
salutare alla scuo e ciario. della Poesia,in CelsoPa. IIF. Questione di Giovanni
Osma. Romapergli Eredi rino Gigliotto Magistrato. anguste ma lucrose vie del
fo. PAPA scoli fratello di Alessandro, e di Leg IV. Risoluzioni di quattrodubbj.
ne, dimorando in Roma scrisse le me di a suoi posteri, noi raccoglieremo le
3.4. Del Perseo, e del Pesco, e brevi notizie di Alessandro, e Leone. loro
natura. Roma per gli Eredidi Nacque Alessandro in Perugia nel Gigliotti, in Giovanni
Gigliotti. E'questo un' Gesuiti, che conoscendolo di bello in opuscolo con cuisicoufutano
leopi- gegno, desideravano a loro condurlo, e nionidi Plutarco, del Manuzio edel
terminate gli studii legali, perch è il Sigonio, I quali credettero che il Tri-
padre voleastrascinarlo miserameate buoo della plebe in Roma non fosse per le
ro taliana, esopra Boccaceio. Gioviin- buone speranze, nonostante che si
tenderne poche parole: Sostato tardo riducesse agli estremi. Ristabilitosi torn’a
rispondervi perchè m'ha ingomnò a prospera meale esercitare la sua brato tutto più
di un mese una com- professione, e colfavore del dotto Mae »posizioncella che ho
fatta per un stro, potè presentarsi al Gran Duca »mio patrone, la quale subito chesa-
Cosimo I. Aggiugne l'Eloy nel suo ladi Kedi, e mentre co Da una lettera inedita
di Lorenzo si sotto di lui attende alla clinica, al Bonciario sembra che egli sia
ccin- fuda mortale malattia sorpreso, ma gesse a scrivere anche sulla Lingua i-
il Redi medesimo ne concepì sempre e èverissimo, ma non le Regine. Fu
Rimpatriato nuovamente si posea anche medico straordinario dei Ponte studiare le
lingue greca e latina sot- fici Clemente XI. Innocenzio XIII. Be to il Canonico
Guidarelli, dicuiveg. Pedetto XIII. e Clemente XII. incom gasil'articolo, e le Matematiche
sot- pagnia di Leprotti, il qua to il Dottor Neri, mentre non lascia- le molto profitta
de'consigli del Pa vadi attendere anche alla Medicina scoli. Dove aessere medico
primario pratica, solto LodovicoViti; nè passò pontificio, ma per non imbarazzarsi
poi molto tempo, che ottennein pa gui la giubilazione. Veggasi la dedica
premessa alla sua opera de Hom inc . Marini Archiatri Pontificj Caraffa de
Gymn. Rom. Com, in stud. Med. Borhe. Valen. e nuovamente tra le disputazioni mediche
raccolte dall' Halleer, per le approvazioni da farsi ne'miracoli Ad altri onori
fu innalzato in Ro- operatia di ntercessione de’Servi del Si ma, imperciocchè ebbe
luogo frai gnorenella loro canonizzazione e, e si XII. Archiatri del Collegio de'
Medici dique’ prodigjdistese pure alcunedi e fra gli Arcadicon il nome di Sofiló
squisizioni. Professa la Medicina con Molossio.Varie istituzioni sanitarie lo
semplicità, e dioesiche il rinomatissi ebbero a medico in Roma, ove cura mo Cardinale
Alessandro Albani Camer la Regina di Polonia , ed il suo figliuo- lengo, lo
ebbe in tanta stima, che non sole conferire impiego a perugin , se non gli
veniva raccomandato lo , gl’eleltori di Baviera e di Colonia, llo fante
Elettorale di Sassonia e la Regina d'Inghilterra, la quale da P. che solea chiamare
il Ca nell'ultima malattia volle il P. merlengo perugino. Fu avuto in isti. e
narra Celso suo fratello , che nella ma anche dal celebre Haller che ne prima volta
in cui Alessandro le tocca parla nelle opera sue,edilSeguer ilpolzo, glidisse la
Regina, onève àlui dedica la sua Schedula
monito. ro P., che voi non avete pia- ria ec. PA mentodegli organi corpore i per
cacere dimedicar donne?»cuirispose: gione delle passioni . PA 171 triauna Cattedradi
FILOSOFIA, che ten- ri; non ostante però fu continuamente neperapni10., ragunando
poi sem- in grazia degli stessi Pontefici, ed i pre in casa sua una Accademia aperta
venne medico del Conclave dopo la di Letterati. Intanto e chiamato aleg- morte di
Benedetto XIII. ee quando fu gere in Padova, e mentre si dispone creato Clemente
XII. Va arecarsia quel dottissimo Studio, Inoltre aveaeserci Clemente XI. lo chiama
a leggere nell' tata in Roma anche la carica di Pro Archi-ginnasio romano. Coldreca.
to medico di quella Metropoli, e dello tosi incomio cid tosto ad insegnare, la
Stato Ecclesiastico e la Consul Notomia,
che per anni continui tasole a sempre ricercare i suoi voti vi professò;
ottenne poi alire catte- in qualunque bisogno di medica poli dre di teorica e pratica
con vistosi zia. Fu similmente varie volte occu stipendi, finchè neconse pato dalla
Congregazione de, Riti nellaCorte, rifiutò sempre questi ono PERVGINVS
VIXIT OB.V. tica il Sig. Pietro Angelo
Papi M e 1. Delle febbri Teorica e Pratica dico e filosofo sabinese. Roma. secondo
il nuovo sistema, ove tuttosi per il Zanobj 8. spiega per quanto è possibile ad
im Dopo il lungo spazio di anni, mitazione de’ Geometriec. Perugia fu proibita quest'opera,
el'Autore X. Della natura dei nostri pensie; Osservazioni Teoriche e Pratiri, e
della natura concuisiespri che di Medicina inviate fonde in virtù di loro
elastica possan. Sofilo Molossio Pastore Arcade zaec. Roma presso Rocco Barnabò
perugino, e custode degli armenti automatici in Arcadia. Gli difende dal De
homine sive de corpore PA PA l pel Costantini 4. Sieguonoal- tocco da scrupolo
pubblica ilN.VII. cuni suoi discorsi in materie mediche. Anatome Literarumsive Pal.
Muore santamente in Roma di vallo con questa iscrizione nel suotu. anni edopoanni
dicecità,e mulo cheerasi composta per lui stesso. Le dolle opere che lasciò a'
poste- ri sono: lo scrutinio che nefa nellasua cri • II. Il Corpo umano o breve
Istoria dove con nuovo metodo si descrivono ladis pervestigatio ec. Romae In
ultimo vannoaggiun- per lo Buagni .Vedi il N. V. .M. HIC 0.POSVIT , EXVVIAS IN
DIE IRAE RESVMENDAS ALEXANDER P. typis Cajetani Zanobii8. in compendio tutti gli
organi suoi, furi prodotta per lo Salvioni in4. con cd i loro principali officj
ec Perugia pel Costantini in 4.Ven. qualche diversità nel titolo. VII. Sofilo senza
maschera. Roma te due Pistole del Baglivi a P.: De fibra motrice et morbosa, nec
non zioni di alcuni Servi di Dio.Roma de experimentis ac morbis ec. per
Giornale de Letterati Ven. Fu sepolto in
S. Silvestro di Monte Car Voti scritti per le Canoniza. Del moto che nei mobili
siri. Nuovo metodo per introdursi IX. Dei moto che nei corpi sidif ad
imitazione de' Geometri con ordi- fonde per impulso esteriore ne, chiarezza e
brevità nelle più, Tratta sotto fisico matematico ad insegnare la tili quistioni
di Filosofia, Logica, Mo- possanza degli clementi 4. Roma per rale, e Fisica.Ven.
per Andrea Po- 'lo Salvioni letti. in 4. vediil N.X. fig. (1) o lettere mono. Riflessioni
metafisich ecc. Ro agli eruditissimi Signori disuapri- ma Serve disecondapar
vata Accademiaec.Ven. per teall'opera data al N. I. Andrea Poletti 4.,ed ivi nuovamente
humano vitam habente ratione tampro- insegne; e continuando inessigiunse
spera et amafficta e valetudinis. Li- a cuoprire l'onore vole posto di Segre
bri tres. Romae in4. ex per Andr. Poletti (sò poscia a Ravenna, d'onde
alloscri. onori, che non versavansi allora con soil Barnabòcon varj discorsi. L'
tanta generosità, perchè al solo meri opera stessa fu ri-stampata in Venezia to
concedevansi. Scorsi pochi mesi di pel Poletti in 4. cuisiag. sua dimora in Firenze,
torna arive giunse una memoria di Seguerdiret de re la patria, da cuisirecò nuova.
ta a P. . mente in Roma sede degli studii lega XIV. Alcuni opuscoli anonimi in
li, verso de'quali Leonecra inclina. Difesadi Alessandro P., Sicretissimo, la quella
Metropoli diporta. dono suoi, esonoin risposta adal-si con tanta saggezza, che divenne
fa tri opuscoli del bresciano Cri- miliare del Duca d'Weda Ambasciado. stoforo Zannettini
già stato scolare del re del Re di Spagna alla Corte romu. Medesimo P.; ed in quelle
dispu- na. Ma circostanze politiche, che oscu. tealtri molti opuscolisi videro.
Ma raro no la riputazione di quel poco assennato Ministro, anche ad egli fe
delle sue opere mediche si fe ce altra edizione in Venezia in due cero cambiare
partitie siavviò per volume. Oltregli una carriera diversa. Dopo di averevi
Scritti che a P. indirizzarono sitate alcune delle primarie città d'Ita,
Baglivi, e Seguer glilia, torno a rivedere la patria, e ad fu dedicata la seconda
edizione delle una vastissima suppellettile di cognizio Maschere sceniche del
Ficoroni. CONVERSANDO gl’uomini tra sè, ed avendo in conseguen [ROMA ETCRIS
EMANUELE Donde è nico il] za necessità di COMUNICARE a vicenda i pensieri, e le
linguagio degl, a to Cà CO. Uomini partico idee, che passano intimamente loro nell'ANIMO;
nè potendo laze ciò conseguire in questo mondo sensibile, se non che in virtù
di qualche oggetto atto a muovere i sensi, CONVENNERO DI COMUN CONSENSO ad unire
in maniera i loro pensieri e le loro idee, ancorche al tutto insensibili, a
certi SEGNI SENSIBILI, ed in particolare alle voci, che queste, stimolando per
entro agl’orecchi gl’organi dell'udito, destino con un a tale alte razione
nell'ANIMO, di chiode, quei pensieri, e quelle idee, che concordarono di ESPRIMERE
per simili SEGNI, o voci, chiamate comunemente termini. I termini dunque in logica
non sono se non chele semplice voci inventate dagl’uomini a piacere per
esprimere con maniere sensibili le loro idee insensibili. Di qui è, che nato è
tra i popoli ogni linguaggi particolare. Di cosi fatto linguaggio, e delle idee,
che esso esprime, rispetto alle operazioni dette dell'intelletto, cioè rispetto
al raziocinio umano, nel corso del saggio presente facciamo esatta menzione. Alessandro
Pascoli. Keywords: fisiologia, corpo, galileo, il fuco di Girgenti, Cicerone,
Bianchini. Verissimo, non mi piace medicar le donne, ma non le regine” spiegazione
dell’entimema in termini dell’intenzione dei communicatori – chi da il segno e
chi lo receve – il segno sensibili dell’idea della cosa. Equivoco se il termine
e dunque la proposizione rippresenta due idee. -- Luigi Speranza, “Grice e
Pascoli” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pascoli: decadenza divina – l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Mauro). Filosofo italiano. Considerato il
maggior filosofo decadente, nonostante la sua formazione principalmente
positivistica. Dal Fanciullino, articolo programmatico, emerge una
concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla
valorizzazione del particolare e del quotidiano, e al recupero di una dimensione
infantile e quasi primitiva. D'altra parte, solo il poeta può esprimere la voce
del "fanciullino" presente in ognuno: quest'idea consente a Pascoli
di rivendicare per sé il ruolo, per certi versi ormai anacronistico, di
"poeta vate", e di ribadire allo stesso tempo l'utilità morale
(specialmente consolatoria) e civile della poesia. Egli, pur non
partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell'epoca, né mostrando
particolare propensione verso la poesia europea contemporanea (al contrario di
D'Annunzio), manifesta nella propria produzione tendenze prevalentemente
spiritualistiche e idealistiche, tipiche della cultura di fine secolo segnata
dal progressivo esaurirsi del positivismo. Complessivamente la sua opera appare
percorsa da una tensione costante tra la vecchia tradizione classicista
ereditata da Carducci e le nuove tematiche decadenti. Risulta infatti difficile
comprendere il vero significato delle sue opere più importanti, se si ignorano
i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e psicologici che egli stesso ri-organizzò
per tutta la vita, in modo ossessivo, come sistema semantico di base del
proprio mondo poetico e artistico. Nacque in provincia di Forlì
all'interno di una famiglia benestante, quarto dei dieci figli due dei quali
morti molto piccolo di Ruggero P., amministratore della tenuta La Torre
della famiglia dei principi Torlonia, e di Caterina Vincenzi Alloccatelli. I
suoi familiari lo chiamano affettuosamente Zvanì. Il padre e assassinato con
una fucilata, sul proprio calesse, mentre tornava a casa da Cesena. Le
ragioni del delitto, forse di natura politica o forse dovute a contrasti di
lavoro, non sono mai chiarite e i responsabili rimasero ignoti. Nonostante tre
processi celebrati e nonostante la famiglia ha forti sospetti sull'identità
dell'assassino, come traspare evidentemente ne “La cavalla storna”. Il
probabile mandante e infatti Pietro Cacciaguerra (al quale fa riferimento,
senza nominarlo, nella lirica Tra San Mauro e Savignano, possidente ed esperto
fattore da bestiame, che divenne successivamente agente per conto del principe,
co-adiuvando l'amministratore A. Petri, sub-entrato al padre dopo il delitto. I
due sicari, i cui nomi correvano di bocca in bocca in paese, sono L. Pagliarani
detto Bigéca, fervente repubblicano, e M. Dellarocca, probabilmente
fomentati dal presunto mandante. Sempre da lui venne scritta una poesia in
ricordo della notte dell'assassinio del padre, X agosto, la notte di San
Lorenzo, la stessa notte in cui morì il padre. Sull'intricatissima
vicenda del delitto Pascoli è stato pubblicato il saggio “Omicidio Pascoli”. Il
complotto frutto di ricerche negli archivi locali e che, oltre a pubblicare
documentazione inedita, formula l'ipotesi di uncomplotto perpetrato ai danni
dell'amministratore Pascoli. Il trauma lascia segni profondi nel poeta. La
famiglia comincia a perdere gradualmente il proprio stato economico e
successivamente a subire una serie impressionante di lutti, disgregandosi:
costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la sorella
Margherita di tifo, e la madre per un attacco cardiaco (di "crepacuore",
si disse), il fratello Luigi, colpito da
meningite, e il fratello maggiore Giacomo, di tifo. Da recenti studi anche il
fratello maggiore, che aveva tentato inutilmente di ricostituire il nucleo
familiare a Rimini, potrebbe essere stato assassinato, forse avvelenato.
Giacomo infatti nell'anno in cui morì ricopriva la carica di assessore comunale
e pare conoscesse personalmente coloro che avevano partecipato al complotto per
uccidere il padre, oltre al fatto che i giovani fratelli Pascoli (in
particolare Raffaele e Giovanni) si erano avvici tal punto alla verità sul
delitto da essere minacciati di morte. Le due sorelle Ida e Maria andarono
a studiare nel collegio del convento delle monache agostiniane, a Sogliano al
Rubicone, dove viveva Rita Vincenzi, sorella della madre Caterina e dove
rimasero dieci anni: nel 1882, uscite di convento, Ida e Maria chiesero aiuto
al fratello Giovanni, che dopo la laurea insegnava al liceo Duni di Matera,
chiedendogli di vivere con lui, facendo leva sul senso di dovere e di colpa di
Giovanni, il quale durante i 9 anni universitari non si era più occupato delle
sorelle. Nella biografia scritta dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni
Pascoli, il futuro poeta è presentato come un ragazzo solidoe vivace, il cui
carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue
reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo e
a cercare i mezzi per proseguire gli studi universitari, nonché nel puntiglio,
sempre frustrato, nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Questo
desiderio di giustizia non sarà mai voglia di vendetta, e Pascoli si pronuncerà
sempre contro la pena di morte e contro l'ergastolo, per motivi principalmente
umanitari. Dopo la morte del fratello Luigi avvenuta per meningite dovette
lasciare il collegio Raffaello dei padri Scolopi di Urbino. Si trasferì a
Rimini, per frequentare il liceo classico Giulio Cesare. Gunse a Rimini assieme
ai suoi cinque fratelli: Giacomo, Raffaele, Alessandro Giuseppe, Ida, Maria (6,
chiamata affettuosamente Mariù. L'appartamento, già scelto da Giacomo ed
arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in
uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del
primo piano», scrive Mariù: «La vita che si conduceva a Rimini… era di una
economia che appena consentiva il puro necessario». Pascoli terminò infine gli
studi liceali a Cesena dopo aver frequentato il ginnasio ed il liceo al
prestigioso Liceo Dante di Firenze, ed aver fallito l'esame di licenza a causa
delle materie scientifiche. Grazie ad una borsa di studio di 600 lire (che
poi perse per aver partecipato ad una manifestazione studentesca) ssi iscrisse
all'Bologna, dove ebbe come docenti G. Carducci e G. Gandino, e diventò amico
del poeta e critico S.Ferrari. Conosciuto A. Costa e avvicinatosi al movimento
anarco-socialista, comincia, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Durante una
manifestazione socialista a Bologna, dopo l'attentato fallito dell'anarchico
lucano G. Passannante ai danni del re Umberto I, lesse pubblicamente un proprio
sonetto dal presunto titolo Ode a Passannante. L'ode venne subito dopo
strappata (probabilmente per timore di essere arrestato o forse pentito,
pensando all'assassinio del padre. Dessa si conoscono solamente gli ultimi due
versi tramandati oralmente. Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera. La
paternità del componimento e oggetto di controversie. Sia la sorella Maria sia
lo studioso P. Bianconi negano che avesse scritto tale ode. Bianconi la define la
più celebre e citata delle poesie inesistenti della letteratura italiana. Benché
non vi sia alcuna prova tangibile sull'esistenza dell'opera, G. Lolli,
segretario della federazione socialista di Bologna e il suo amico, dichiara di
aver assistito alla lettura e attribue a lui la realizzazione della lirica. Arrestato
per aver partecipato ad una protesta contro la condanna di alcuni anarchici, i
quali erano stati a loro volta imprigionati per i disordini generati dalla
condanna di Passannante. Durante il loro processo urla. Se questi sono i
malfattori, evviva i malfattori! Dopo poco più di cento giorni, esclusa la
maggiore gravità del reato, con sentenza, la Corte d'Appello rinvia gli
imputati P. e U. Corradinidavanti al Tribunale. Il processo, in cui Pascoli era
difeso dall'avvocato Barbanti, ha luogo, chiamato a testimone anche Carducci
che invia una sua dichiarazione. Non ha capacità a delinquere in relazione ai
fatti denunciati. Viene assolto ma attraversa un periodo difficile. Medita il
suicidio ma il pensiero della madre defunta lo fa desistere, come dirà nella
poesia La voce. Alla fine riprende gli studi con impegno. Nonostante le
simpatie verso il movimento anarco-socialista, quando Umberto I venne ucciso da
un altro anarchico, G. Bresci, Pascoli rimase amareggiato dall'accaduto e
compose la poesia Al Re Umberto. Abbandona la militanza politica, mantenendo un
socialismo umanitario che incoraggiasse l'impegno verso i deboli e la concordia
universale tra gli uomini, argomento di alcune liriche: «Pace, fratelli!
e fate che le braccia ch'ora o poi tenderete ai più vicini, non sappiano la
lotta e la minaccia.» (I due fanciulli). Dopo la laurea con una tesi su
Alceo, P. intraprese la carriera di insegnante di latino e greco nei licei di
Matera e di Massa. Dopo le vicissitudini e i lutti, aveva finalmente ritrovato
la gioia di vivere e di credere nel futuro. Ecco cosa scrive all'indomani della
laurea da Argenta: "Il prossimo ottobre andrò professore, ma non so
ancora dove: forse lontano; ma che importa? Tutto il mondo è paese ed io ho
risoluto di trovar bella la vita e piacevole il mio destino". Su
richiesta delle sorelle Ida e Maria, nel convento di Sogliano, riformula il
proprio progetto di vita, sentendosi in colpa per avere abbandonato le sorelle
negli anni universitari. Ecco a tale proposito una lettera di Giovanni scritta
da Argenta, il quale, ripreso dalle sorelle per averle abbandonate, così
risponde: "Povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra
lettera così tenera, io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una
lagrima!." E ancora da Matera il poeta scrive. Amate voi me, che ero
lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate nell'ombra del chiostro. Amate
voi me, che sono accorso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti
di mite contentezza, m'amate almeno come le gentili compagne delle vostre gioie
e consolatrici dei vostri dolori? Iniziato
alla massoneria, presso la loggia "Rizzoli" di Bologna. Il testamento
massonico autografo del Pascoli, a forma di triangolo (il triangolo è un
simbolo massonico), è stato rinvenuto. Insegna a Livorno al Ginnasio-Liceo
"Guerrazzi e Niccolini", nel cui archivio si trovano ancora lettere e
appunti scritti di suo pugno. Inizia la collaborazione con la rivista Vita
nuova, su cui uscirono le prime poesie di Myricae, raccolta che continuò a
rinnovarsi in cinque edizioni. Con le sorelle Ida e Maria Vinse inoltre per ben
tredici volte la medaglia d'oro al Concorso di poesia latina di Amsterdam, col
poemetto Veianus e coi successivi Carmina. E chiamato a Roma per collaborare
con il Ministero della pubblica istruzione. Nella capitale fece la conoscenza
di A. Bosis, che lo invitò a collaborare alla rivista Convito (dove
sarebbero infatti apparsi alcuni tra i componimenti più tardi riuniti nel
volume Poemi conviviali), e di Annunzio, il quale lo stima, anche se il
rapporto tra i due filosofi e sempre complesso. G. Bernardo, a capo del
Grande Oriente d'Italia, esplicitamente dichiara l'appartenenza di P. e
Carducci alla massoneria, per un certo periodo nelle logge. Il nido di
Castelvecchio «La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera» (Giovanni Pascoli, La mia sera, Canti di Castelvecchio)
Divenuto professore universitario e costretto dalla sua professione a lavorare
in più città (Bologna, Messina e Pisa), non si radicò mai in esse,
preoccupandosi sempre di garantirsi una via di fuga verso il proprio mondo di
origine, quello agreste. Tuttavia il punto di arrivo sarebbe stato sul versante
appenninico opposto a quello da cui proveniva la sua famiglia. Infatti si
trasferì con la sorella Maria nella Media Valle del Serchio nel piccolo borgo
di Castelvecchio nel comune di Barga, in una casa che divenne la sua residenza
stabile quando (impegnando anche alcune medaglie d'oro vinte al Concorso
di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il matrimonio della
sorella Ida con il romagnolo Berti, matrimonio che il poeta contempla e seguito
i vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con S. Berti, matrimonio che contempla e seguito
vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con il romagnolo Sa. Berti, matrimonio che
contempl e seguito P. vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per
l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste
economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda
ferita dopo anni di sacrifici e dedizione alle sorelle, a causa delle qualia
causa delle quali ha di fatto più volte rinunciato all'amore. A tale proposito,
una vinte al Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla.
Dopo il matrimonio della sorella Ida con il romagnolo S. Berti, matrimonio che
il poeta aveva contemplato e seguito sin vivrà in seguito alcuni mesi di grande
sofferenza per l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le
continue richieste economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa
come una profonda ferita dopo mostra dedicata agli "Amori di Zvanì" e
allestita dalla Casa Pascoli nel, getta luce sulle sue vicende amorose inedite,
chiarendo finalmente il suo desiderio più volte manifestato di crearsi una
propria famiglia. Molti particolari della vita personale, emersi dalle lettere
private, furono taciuti dalla celebre biografia scritta da M. P., poiché
giudicati da lei sconvenienti o non conosciuti. Il fidanzamento con la
cugina Imelde Morri di Rimini, all'indomani delle nozze di Ida, organizzato
all'insaputa di Mariù, dimostra infatti il suo reale intento. Di fronte alla
disperazione di Mariù, che non avrebbe mai accettato di sposarsi, né
l'ingerenza di un'altra donna in casa sua, ancora una volta rinuncerà al
proposito di vita coniugale. Si può affermare che la vita moderna della
città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica,
nella sua poesia. In un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì,
in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di
microcosmo chiuso su sé stesso, come se ha bisogno di difenderlo da un
minaccioso disordine esterno, peraltro sempre innominato e oscuro, privo di
riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sul
tormentato rapporto con le sorelle il nido familiare che ben presto divenne
tutto il mondo della sua poesia. Scrive parole di estrema chiarezza il poeta
Mario Luzi. Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e
ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle
quali Ida è connivente solo in parte. Si tratta in ogni caso di una vera e
propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla
responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo
presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli
suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di
investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa
natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che
meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta
con durezza, gli altri fratelli. In pratica difende il nido con sacrificio, ma
anche lo oppone con voluttà a tutto il resto. Non è solo il suo
ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a
strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà
non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e
profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del
Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.» ([M. Luzi])
In particolare si fecero difficili i rapporti con Giuseppe, che mise più volte
in imbarazzo Giovanni a Bologna, ubriacandosi continuamente in pubblico nelle
osterie, e con il marito di Ida, il quale
dopo aver ricevuto in prestito dei soldi da lui, partì per l'America
lasciando in Italia la moglie e le tre figlie. Le trasformazioni politiche
e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe
bellica europea, gli gettarono progressivamente, già emotivamente provato
dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una
condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati, che lo conduceno in
una fase di depressione e nel baratro dell'alcolismo. Abusa di vino e cognac,
come riferisce anche nelle lettere. Le uniche consolazioni sono la poesia, e il
suo nido di Castelvecchio, dopo la perdita della fede trascendente, cercata e
avvertita comunque nel senso del mistero universale, in una sorta di agnosticismo
mistico, come testimonia una missiva a G. Semeria. Io penso molto all'oscuro
problema che resta. Oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra
sorella grande morte. Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse
abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la
cristiana, sono per così dire, Tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse. Mentre
insegnava latino e greco nelle varie università dove aveva accettato
l'incarico, pubblicò anche i volumi di analisi dantesca Minerva oscura, Sotto
il velame e la mirabile visione. Assunse la cattedra di letteratura italiana a Bologna
succedendo a Carducci. Qui ebbe allievi che sarebbero stati poi celebri,
tra cui A. Garzanti. Presenta al concorso indetto dal Comune di Roma per
celebrare il cinquantesimo dell'Unità d'Italia, il poema latino “Inno a Roma”
in cui riprendendo un tema già anticipato nell'ode Al corbezzolo esalta
Pallante come il primo morto per la causa nazionale e poi deposto su rami di
corbezzolo che con i fiori bianchi, le bacche rosse e le foglie verdi, vengono
visti come un'anticipazione della bandiera tricolore. Scoppiata la guerra
italo-turca, presso il teatro di Barga pronuncia il celebre discorso a favore
dell'imperialismo La grande Proletaria si è mossa: egli sostiene infatti che la
Libia sia parte dell'Italia irredenta, e l'impresa sia anche a favore delle
popolazioni sottomesse alla Turchia, oltre che positiva per i contadini
italiani, che avranno nuove terre. Si tratta, in sostanza, non di nazionalismo
vero e proprio, ma di un'evoluzione delle sue utopie socialiste e patriottiche.
Le sue condizioni di salute peggiorano. Il medico gli consiglia di lasciare
Castelvecchio e trasferirsi a Bologna, dove gli viene diagnosticata la cirrosi
epatica per l'abuso di alcool. Nelle memorie della sorella viene invece
affermato che fosse malato di epatite e tumore al fegato. Il certificato di morte riporta come causa un
tumore allo stomaco, ma è probabile fosse stato redatto dal medico su richiesta
di Mariù, che intendeva eliminare tutti gli aspetti che lei giudicava
sconvenienti dall'immagine del fratello, come la dipendenza da alcool, la
simpatia giovanile per Passannante e la sua affiliazione alla Massoneria. La
malattia lo porta infatti alla morte, un Sabato Santo vigilia di Pasqua, nella
sua casa di Bologna, in via dell'Osservanza n. 2. La vera causa del decesso fu
probabilmente la cirrosi epatica. Venne sepolto nella cappella annessa alla sua
dimora di Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella
Maria, sua biografa, nominata erede universale nel testamento, nonché curatrice
delle opere postume. L'ultima dimora dove morì, a Bologna in via
dell'Osservanza n. 2. Sul cancello si può brevi parentesi politiche
della sua vita. Venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere. L'ulteriore
senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del
tutore Carducci e al compimento degli studi con una tesi su Alceo. A
margine degli studi veri e propri, comunque, conduce una vasta esplorazione della
filosofia ttraverso le riviste francesi specializzate come la Revue des deux
Mondes, che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e la lettura
dei testi scientifico-naturalistici di Michelet, Fabre e Maeterlinck. Tali testi filosofici
utilizzano la descrizione naturalistica la vita degli insetti soprattutto, per quell'attrazione
per il micro-cosmo così caratteristica del romanticismo decadente in chiave filosofica.
L’sservazione era aggiornata sulle più recenti acquisizioni filosofiche dovute
al perfezionamento del microscopio e della sperimentazione di laboratorio, ma
poi veniva filtrata letterariamente attraverso uno stile lirico in cui domina il
senso della meraviglia e della fantasia. E un atteggiamento positivista
romanticheggiante che tende a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del
mondo umano. Coerentemente con questi interessi, vi fu anche quello per la
filosofia dell'inconscio di Hartmann che apre quella linea di interpretazione
della psicologia in senso anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi
freudiana. È evidente in queste letture come in quella successiva di J. Sully
sulla psicologia un'attrazione verso il mondo piccolo dei fenomeni naturali e
psicologicamente elementari che tanto fortemente caratterizza tutta la sua
poesia. E non solo la sua. La cultura filosofica ha coltivato un particolare
culto per il mondo dell'infanzia, dapprima, in un senso culturale più generico,
poi, con un più accentuato intendimento psicologico. I Romantici, sulla scia di
VICO (si veda) e di Rousseau, paragonano l'infanzia allo stato primordiale di
natura dell'umanità, inteso come una sorta di età dell'oro. Si comincia ad
analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia, portando
l'attenzione del individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di
riferimento. La filosofia produce una quantità considerevole di saggi che
costituirono la vera letteratura di massa. Parliamo delle innumerevoli raccolte
di fiabe dei fratelli Grimm di Andersen,
di Ruskin, Wilde, Maeterlinck; o come il capolavoro di Dodgson, Alice nel Paese
delle Meraviglie (cf. Pinocchio, Cuore). Oppure i libri di avventura adatti
anche all'infanzia, come i romanzi di Verne, Kipling, Twain, Salgari, London. Saggi
sull'infanzia, dall'intento moralistico ed educativo, come Senza famiglia di
Malot, Il piccolo Lord di Burnett, Piccole donne di Alcott e i celeberrimi
“Cuore” di De Amicis e “Pinocchio” di Collodi. Tutto questo ci serve a
ricondurre, naturalmente, la sua teoria della poesia come intuizione pura e
ingenua, espressa nella poetica del fanciullino, ai riflessi di un vasto
ambiente filosofico che e assolutamente maturo per accogliere la sua proposta.
In questo senso non si può parlare di una vera novità, quanto piuttosto della
sensibilità con cui sa cogliere un gusto diffuso e un interesse già educato,
traducendoli in quella grande poesia che all'Italia manca dall'epoca di
Leopardi. Per quanto riguarda il linguaggio, ricerca una sorta di musicalità
evocativa, accentuando l'elemento sonoro del verso, secondo il modello dei
poeti maledetti Verlaine e Mallarmé. La poesia come nido che protegge dal
mondo. La poesia ha natura irrazionale e con essa si può giungere alla verità
di ogni cosa. Il poeta deve essere un poeta-fanciullo che arriva a questa
verità mediante l'irrazionalità e l'intuizione. Rifiuta quindi la ragione e, di
conseguenza, rifiuta il positivismo, che e l'esaltazione della ragione stessa e
del progresso, approdando così al decadentismo. La poesia diventa così
analogica, cioè senza apparente connessione tra due o più realtà che vengono
rappresentate; ma in realtà una connessione, a volte anche un po' forzata, è
presente tra i concetti, e il poeta spesso e volentieri è costretto a voli
vertiginosi per mettere in comunicazione questi concetti. La poesia irrazionale
o analogica è una poesia di svelamento o di scoperta e non di invenzione. I
motivi principali di questa poesia devono essere "umili cose": cose
della vita quotidiana, cose modeste o familiari. A questo si unisce il ricordo
ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano continuamente nel “nido”,
riproponendo il passato di lutti e di dolori e inibendo al poeta ogni rapporto
con la realtà esterna, ogni vita di relazione, che viene sentita come un
tradimento nei confronti dei legami oscuri, viscerali del nido. Il duomo, al
cui suono della campana si fa riferimento ne L'ora di Barga Nella vita dei
letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre pressoché costantemente la
contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, intesi come
portatori di valori opposti: mentre la campagna appare sempre più come il
paradiso perduto dei valori morali e culturali, la città diviene simbolo di una
condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale
causata da un ideale di progresso puramente materiale. Questa
contrapposizione può essere interpretata sia alla luce dell'arretratezza
economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto all'evoluzione
industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza della divisione
politica e della mancanza di una grande metropoli unificante come erano Parigi
per la Francia e Londra per l'Inghilterra. I luoghi poetici della terra, del
borgo, dell'umile popolo che ricorrono fino agli anni del primo dopoguerra non
fanno che ripetere il sogno di una piccola patria lontana,che l'ideale unitario
vagheggiato o realizzato non spegne mai del tutto. Decisivo nella
continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli, anche se i suoi motivi
non furono quelli tipicamente ideologici degli altri scrittori, ma nacquero da
radici più intimistiche e soggettive. Scrive al pittore De Witt. C'è del gran
dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella
contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione,
la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino». In questa
contrapposizione tra l'esteriorità della vita sociale (e cittadina) e
l'interiorità dell'esistenza familiare e agreste si racchiude l'idea
dominanteaccanto a quella della mortedella poesia pascoliana. Dalla casa di
Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle del Serchio,
non usce più (psicologicamente parlando) fino alla morte. Pur continuando in un
intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e accettando di
succedere a Carducci sulla cattedra dell'Bologna, egli ci ha lasciato del mondo
una visione univocamente ristretta attorno ad un "centro",
rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra amore e morte.
Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi, il poeta avesse
trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico l'unico mezzo
per costringere le paure e i fantasmi dell'esistenza in un recinto ben
delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita di normali
relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò con
straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme che
la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, dai tempi di
Chiabrera. La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza,
delle strutture metriche scelte da P. mescolanza di novenari, quinari e
quaternari nello stesso componimento, e così viaè stata interpretata come un
paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica attorno
a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano dall'inconscio.
Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti francesi e le altre
avanguardie artistiche proclamano nei confronti della spontaneità
espressiva. Frontespizio di un'edizione del discorso socialista e
nazionalista di P. La Grande Proletaria si è mossa, in favore della guerra di
Libia. Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche
socio-politiche (Odi e inni, comprendenti gli inni Ad Antonio Fratti, Al re
Umberto, Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni, Andrée, nonché l'ode,
aggiunta nella terza edizione, Chavez; Poemi italici; Poemi del Risorgimento;
nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è mossa, tenuto in occasione di una manifestazione a
favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più
significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di
Myricae e dei Canti di Castelvecchio, nei quali il poeta trae spunto dall'ambiente
a lui familiare come la Ferrovia Lucca-Aulla ("In viaggio"), nonché
parte dei Poemetti. Il mondo di P. è tutto lì: la natura come luogo dell'anima
dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati. Troppa questa
morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza, cioè, religione, senza
quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo,
o stolido o tragico. D'altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in
campagna; e non c'è visione che più campeggi o sul bianco della gran nave o sul
verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle
comunioni che passano: e non c'è suono che più si distingua sul fragor dei
fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e
degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno
all'antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo cesti o stipe)
autunnali. Dalla Prefazione di P. ai Canti di Castelvecchio. Il poeta e il
fanciullino. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non
istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E
nemmeno è, sia con pace del Carducci, un artiere che foggi spada e scudi e
vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli
l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo
sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e
l'altra. Da Il fanciullino. Uno dei tratti salienti per i quali è passato alla
storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino, da lui stesso
esplicitata nello scritto omonimo apparso sulla rivista Il Marzocco. Influenzato
dalla psicologia di J. Sully e dalla filosofia dell'inconscio di Hartmann, dà
una definizione assolutamente compiutaalmeno secondo il suo punto di vistadella
poesia (dichiarazione poetica). Si tratta di un testo di 20 capitoli, in cui si
svolge il dialogo fra il poeta e la sua anima di fanciullino, simbolo:
dei margini di purezza e candore, che sopravvivono nell'uomo adulto. Della
poesia e delle potenzialità latenti di scrittura poetica nel fondo dell'animo
umano. Caratteristiche del fanciullino. Rimane piccolo anche quando noi
ingrossiamo e arrugginiamo la voce ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo
come di campanella". "Piange e ride senza un perché di cose, che
sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione". "Guarda tutte le
cose con stupore e con meraviglia, non coglie i rapporti logici di
causaeffetto, ma intuisce. Scopre nelle cose le relazioni più ingegnose. Riempie
ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi
(soggettivazione), trasformandolo in simbolo. Una rondine. Gli uccelli e la
natura, con precisione del lessico zoologico e botanico ma anche con
semplicità, sono stati spesso cantati da P. Il poeta allora mantiene una
razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, ma: Possiede
una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori
e misteriosi anche gli oggetti più comuni. Comunica verità latenti agli uomini
-- è Adamo, che mette nome atutto ciò che vede e sente (secondo il proprio
personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale). Deve saper
combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della
vecchiaia (saper dire). Percepisce l'essenza delle cose e non la loro apparenza
fenomenica. La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a parlarecon la voce
del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo
infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando
questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia
propriamente intesa. È una realtà ontologica. Ha scarso rilievo la dimensione storica
(trova suoi interlocutori in Virgilio, come se non vi fossero secoli e secoli
di mezzo. La poesia vive fuori dal tempo ed esiste in quanto tale. Nel fare
poesia una realtà ontologica (il poeta-microcosmo) si interroga suun'altra
realtà ontologica (il mondo-macrocosmo); ma per essere poeta è necessario
confondersi con la realtà circostante senza cheil proprio punto di vista
personale e preciso interferisca: il poeta si impone la rinuncia a parlare di
se stesso, tranne in poche poesie, in cui esplicitamente parla della sua
vicenda personale. È vero che la vicenda autobiografica dell'autore
caratterizza la sua poesia, ma con connotazioni di portata universale: ad
esempio la morte del padre viene percepita come l'esempio principe della
descrizione dell'universo, di conseguenza gli elementi autenticamente
autobiografici sono scarsi, in quanto raffigura il male del mondo in generale.
Tuttavia, nel passo XI del fanciullino, dichiara che un vero poeta è, più che
altro, il suo sentimento e la sua visione che cerca di trasmettere agli altri.
Per cui il poeta rrifiuta. Il classicismo, che si qualifica per la centralità
ed unicità del punto di vista del poeta, che narra la sua opera ed esprime le
proprie sensazioni. il Romanticismo, dove il poeta fa di sé stesso, dei suoi
sentimenti e della sua vita, poesia. La poesia, così definita, è naturalmente
buona ed è occasione di consolazione per l'uomo e il poeta. Pascoli fu anche
commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse inoltre la collana
editoriale "Biblioteca dei Popoli". Il limite della poesia del P. è
costituito dall'ostentata pateticità e dall'eccessiva ricerca dell'effetto
commovente. D'altro canto, il merito maggiore attribuibile al P. e quello di
essere riuscito nell'impresa di far uscire la poesia italiana dall'eccessiva
aulicità e retoricità non solo di Carducci e di Leopardi, ma anche del suo
contemporaneo Annunzio. In altre parole, e in grado di creare finalmente un
legame diretto con la poesia d'Oltralpe e di respiro europeo. La lingua
pascoliana è profondamente innovativa. Essa perde il proprio tradizionale
supporto logico, procede per simboli e immagini, con brevi frasi, musicali e
suggestive. La poesia cosmica L'ammasso aperto delle Pleiadi nella
costellazione del Toro. Lo cita col nome dialettale di Chioccetta ne Il
gelsomino notturno. La visione dello spazio buio e stellato è uno dei temi
ricorrenti nella sua poesia Fanno parte di questa produzione pascoliana liriche
come Il bolide (Canti di Castelvecchio) e La vertigine (Nuovi Poemetti). Il
poeta scrive nei versi conclusivi de Il bolide: "E la terra sentii
nell'Universo. Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella. E mi vidi quaggiù
piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella". Si tratta di
componimenti permeati di spiritualismo e di panteismo (La Vertigine). La Terra
è errante nel vuoto, non più qualcosa di certo; lo spazio aperto è la vera
dimora dell'uomo rapito come da un vento cosmico. Scrive il critico Getto:
" È questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la
realtà cosmica: al geocentrismo praticamente ancora operante nell'emozione
fantastica, nonostante la chiara nozione copernicana sul piano intellettuale,
del Leopardi, il Pascoli sostituisce una visione eliocentrica o addirittura
galassiocentrica: o meglio ancora, una visione in cui non si dà più un centro
di sorta, ma soltanto sussistono voragini misteriose di spazio, di buio e di
fuoco. Di qui quel sentimento di smarrita solitudine che nessuno ancora prima
del Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia". La lingua pascoliana P.
disintegra la forma tradizionale del linguaggio poetico: con lui la poesia
italiana perde il suo tradizionale supporto logico, procede per simboli ed
immagini, con frasi brevi, musicali e suggestive. Il linguaggio è fonosimbolico
con un frequente uso di onomatopee, metafore, sinestesie, allitterazioni,
anafore, vocaboli delle lingue speciali (gerghi). La disintegrazione della
forma tradizionale comporta "il concepire per immagini isolate (il
frammentismo), il periodo di frasi brevi e a sobbalzi (senza indicazione di
passaggi intermedi, di modi di sutura), pacatamente musicali e suggestive; la
parola circondata di silenzio. Ha rotto la frontiera tra grammaticalità e
evocatività della lingua. E non solo ha infranto la frontiera tra
pregrammaticalità e semanticità, ma ha anche annullato "il confine tra
melodicità ed icasticità, cioè tra fluido corrente, continuità del discorso, e
immagini isolate autosufficienti. In una parola egli ha rotto la frontiera
fra determinato e indeterminato". Pascoli e il mondo degli animali In
un'epoca storica in cui il mondo degli animali rappresenta un'entità assai
ridotta nella vita degli uomini e dei loro sentimenti, quasi esclusivamente
relegato agli aspetti di utilizzo pratico e di supporto al lavoro, soprattutto
agricolo, P. riconosce la loro dignità e squarcia un'originale apertura
sull'esistenza delle specie animali e sul loro originale mondo di relazioni.
Come scrive Solfanelli, P. si avvede assai presto che il suo amore per la
natura gli permette di vivere le esperienze più appaganti, se non fondamentali,
della sua vita. Lui vede negli animali delle creature perfette da rispettare,
da amare e da accudire al pari degli esseri umani; infatti, si relaziona con
essi, ci parla di loro e, spesso, prega affinché possano avere un'anima per poterli
rivedere un giorno. Saggi: “Myricae” (Livorno, Giusti); “Lyra romana ad uso
delle scuole classiche” (Livorno, Giusti, -- antologia di scritti latini per la
scuola superiore – “Pensieri sull'arte poetica, ne Il Marzocco (meglio noto come Il fanciullino) Iugurtha.
Carmen Johannis Pascoli ex castro Sancti Mauri civis liburnensis et Bargaei in
certamine poetico Hoeufftiano magna laude ornatum, Amstelodami, Apud Io.
Mullerum, (poemetto latino) “Epos” (Livorno, Giusti); (antologia di autori
latini) Poemetti, Firenze, Paggi, “Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione
morale del poema di Dante” (Livorno, Giusti); “Intorno alla Minerva oscura” (Napoli,
Pierro); “Sull’imitare. Poesie e prose per la scuola italiana (Milano-Palermo,
Sandron). (antologia di poesie e prose per la scuola), “Sotto il velame. Saggio
di un'interpretazione generale del poema sacro” (Messina, Vincenzo Muglia); “Fior
da fiore. Prose e poesie scelte per le scuole secondarie inferiori”
Milano-Palermo, Sandron, (antologia di
prose e poesie italiane per le scuole medie); “La mirabile visione. Abbozzo d'una
storia della Divina Comedia” (Messina, Vincenzo Muglia); “Canti di
Castelvecchio, Bologna, Zanichelli); “Primi poemetti, Bologna, Zanichelli); “Poemi
conviviali, Bologna, Zanichelli, Odi e
Inni. Bologna, Zanichelli, Pensieri e discorsi. Bologna, Zanichelli, Nuovi
poemetti” (Bologna, Zanichelli); “Canzoni di re Enzio La canzone del Carroccio”
(Bologna, Zanichelli); “La canzone del Paradiso” (Bologna, Zanichelli); “La
canzone dell'Olifante” (Bologna, Zanichelli); “Poemi italici” (Bologna,
Zanichelli); “La grande proletaria si è mossa -- iscorso tenuto a Barga per i
nostri morti e feriti (La Tribuna); “Poesie varie, Bologna, Zanichelli); “Poemi
del Risorgimento, Bologna, Zanichelli); “Patria e umanità. Raccolta di scritti
e discorsi” (Bologna, Zanichelli); Carmina” (Bononiae, Zanichelli); (poesie
latine) Nell'anno Mille. Dramma” (Bologna, Zanichelli); (dramma incompiuto) Nell'anno
Mille. Sue notizie e schemi di altri drammi” (Bologna, Zanichelli); “Antico
sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino” (Bologna, Zanichelli). “Myricae”
è la prima vera e propria raccolta delle sue poesie, nonché una delle più
amate. Il titolo riprende una citazione di Virgilio all'inizio della IV
Bucolica in cui il poeta latino proclama di innalzare il tono poetico poiché
"non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici" (non omnes
arbusta iuvant humilesque myricae). Pascoli invece propone
"quadretti" di vita campestre in cui vengono evidenziati particolari,
colori, luci, suoni i quali hanno natura ignota e misteriosa. Crebbe per il
numero delle poesie in esso raccolte. La sua prima edizione, raccoglie soltanto
22 poesie dedicate alle nozze di amici. La raccolta definitiva comprendeva 156
liriche del poeta. I componimenti sono dedicati al ciclo delle stagioni, al
lavoro dei campi e alla vita contadina. Le myricae, le umili tamerici,
diventano un simbolo delle tematiche del P. ed evocano riflessioni
profonde. La descrizione realistica cela un significato più ampio così
che, dal mondo contadino si arriva poi ad un significato universale. La
rappresentazione della vita nei campi e della condizione contadina è solo
all'apparenza il messaggio che il poeta vuole trasmettere con le sue opere. In
realtà questa frettolosa interpretazione della poetica pascoliana fa da
scenario a stati d'animo come inquietudini ed emozioni. Il significato delle
Myricae va quindi oltre l'apparenza. Compare la poesia Novembre, mentre nelle
successive compariranno anche altri componimenti come L'Assiuolo. P. ha
dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre ("A Ruggero P., mio
padre"). La poesia-pensiero del profondo attinge all'inconscio e tocca
all'universale attraverso un mondo delle referenze condiviso da tutti. Anche
autore di poesie in lingua latina e con esse vinse per ben tredici volte il
Certamen Hoeufftianum, un prestigioso concorso di poesia latina che annualmente
si teneva ad Amsterdam. La produzione latina accompagnò il poeta per tutta la
sua vita: dai primi componimenti scritti sui banchi del collegio degli Scolopi
di Urbino, fino al poemetto Thallusa, la cui vittoria il poeta apprese solo sul
letto di morte. In particolare, l'anno
1892 fu insieme l'anno della sua prima premiazione con il poemetto “Veianus” e
l'anno della stesura definitiva delle Myricae. Tra la sua produzione latina, vi
è anche il carme alcaico Corda Fratres, inno della confraternita studentesca
meglio nota come Corda Fratres. Ama molto il latino, che può essere considerato
la sua lingua del cuore. Il poeta scriveva in latino, prendeva appunti in
latino, spesso pensava in latino, trasponendo poi espressioni latine in
italiano; la sorella Maria ricorda che dal suo letto di morte P. parlò in
latino, anche se la notizia è considerata dai più poco attendibile, dal momento
che la sorella non conosceva questa lingua. Per lungo tempo la produzione
latina pascoliana non ha ricevuto l'attenzione che merita, essendo stata
erroneamente considerata quale un semplice esercizio del poeta. In quegli anni
non era infatti l'unico a cimentarsi nella poesia latina (G. Giacoletti, un
insegnante nel collegio degli Scolopi di Urbino frequentato da lui, vinse l'edizione
del Certamen con un poemetto sulle locomotive a vapore. Ma lo fa in maniera
nuova e con risultati, poetici e linguistici, sorprendenti. L'attenzione verso
questi componimenti si accese con la raccolta curata da E. Pistelli col saggio
di A. Gandiglio. Esistono delle
traduzioni in lingua italiana delle sue poesie latine quali quella curata da M.
Valgimigli o le traduzioni di E. Mandruzzato. Tuttavia la produzione latina ha
un significato fondamentale, essendo coerente con la poetica del Fanciullino, la
cifra del pensiero pascoliano. In realtà, la poetica del Fanciullino è la
confluenza di due differenti poetiche: la poetica della memoria e la poetica
delle cose. Gran parte della poesia pascoliana nasce dalle memorie, dolci e
tristi, della sua infanzia. Ditelo voi, se la poesia non è solo in ciò che fu e
in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è sogno! E dite voi, se il
sogno più bello non è sempre quello in cui rivive ciò che è morto".
Pascoli dunque intende fare rivivere ciò che è morto, attingendo non solo al
proprio ricordo personale, bensì travalica la propria esperienza, descrivendo
personaggi facenti parte anche dell'evo antico: infanzia e mondo antico sono le
età nelle quali l'uomo vive o è vissuto più vicino ad una sorta di stato di
natura. "Io sento nel cuore dolori antichissimi, pure ancor pungenti. Dove
e quando ho provato tanti martori? Sofferto tante ingiustizie? Da quanti secoli
vive al dolore l'anima mia? Ero io forse uno di quegli schiavi che
giravano la macina al buio, affamati, con la museruola?".
Contro la mortedelle lingue, degli uomini e delle epocheil poeta si appella
alla poesia: essa è la sola, la vera vittoria umana contro la morte.
"L'uomo alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può".
Ma da ciò non consegue di necessità l'uso del latino. Qui interviene
l'altra e complementare poetica pascoliana: la poetica delle cose. "Vedere
e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio anima, è la
lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose". Ma questa aderenza
alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza, ogni cosa deve
parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri della natura con
l'onomatopea, i contadini col vernacolo, gli emigranti con l'italo-americano,
Re Enzio col bolognese del Duecento; i Romani, naturalmente, parleranno in
latino. Dunque il bilinguismo di Pascoli in realtà è solo una faccia del suo
plurilinguismo. Bisogna tenere conto anche di un altro elemento: il latino del
Pascoli non è la lingua che abbiamo appreso a scuola. Questo è forse il secondo
motivo per il quale la produzione latina pascoliana è stata per anni oggetto di
scarso interesse: per poter leggere i suoi poemetti latini è necessario essere
esperti non solo del latino in generale, ma anche del latino di Pascoli. Si è
già fatto menzione del fatto che nello stesso periodo, e anche prima di lui,
altri autori avevano scritto in latino; scrivere in latino per un moderno
comporta due differenti e contrapposti rischi. L'autore che si cimenti in
questa impresa potrebbe, da una parte, incappare nell'errore di esprimere una
sensibilità moderna in una lingua classica, cadendo in un latino maccheronico;
oppure potrebbe semplicemente imitare gli autori classici, senza apportare
alcuna novità alla letteratura latina. Pascoli invece reinventa il
latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una sensibilità
moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi parlassimo
ancora latino, forse parleremmo il latino di P. (cfr. A. Traina, Saggio sul
latino del Pascoli, Pàtron). Numerosi sono i componimenti, in genere
raggruppati in diverse raccolte secondo l'edizione del Gandiglio, tra le quali:
Poemata Christiana, Liber de Poetis, Res Romanae, Odi et Hymni. Due sembrano
essere i temi favoriti del poeta: Orazio, poeta della aurea mediocritas, che
Pascoli sentiva come suo alter ego, e le madri orbate, cioè private del loro
figlio (cfr. Thallusa, Pomponia Graecina, Rufius Crispinus). In quest'ultimo
caso il poeta sembra come ribaltare la sua esperienza personale di orfano,
privando invece le madri del loro ocellus ("occhietto", come Thallusa
chiama il bambino). I “Poemata Christiana” sono da considerarsi il suo
capolavoro in lingua latina. In essi Pascoli traccia, attraverso i vari
poemetti, tutti in esametri, la storia del Cristianesimo in Occidente: dal
ritorno a Roma del centurione che assistette alla morte di Cristo sul Golgota (Centurio),
alla penetrazione del Cristianesimo nella società romana, dapprima attraverso
gli strati sociali di condizione servile (Thallusa), poi attraverso la nobiltà
romana “(Pomponia Graecina”), fino al tramonto del paganesimo (“Fanum Apollinis”).
La sua biblioteca e il suo archivio sono conservati sia nella Casa museo
Pascoli a Castelvecchio Pascoli frazione di Barga, sia nella Biblioteca statale
di Lucca. A San Mauro la sua casa natale è sede di un museo dedicato alla sua memoria
e dichiarata Monumento nazionale. Gli vengono dedicate importanti iniziative in
tutta la Penisola. Viene coniata una moneta celebrativa da due euro con
l'effige del Poeta. Il delitto Ruggero
Pascoli Omicidio Pascoli. Il complotto (Mimesis) F. Biondolillo, La poesia, Maria P.,
Autografo Memorie, Alice Cencetti, una
biografia critica, Le Lettere, G. Pascoli, L'avvento, in Pensieri e discorsi:
«Che è? siamo malfattori anche noi? Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle
catene, quella gabbia, quelle armi nude intorno a quell'uomo; vorremmo non
sapere ch'egli sarà chiuso, vivo, per anni e anni e anni, per sempre, in un
sepolcro; vorremmo non pensare ch'egli non abbraccerà più la donna che fu sua,
ch'egli non vedrà più, se non reso irriconoscibile e ignominioso dall'orrida
acconciatura dell'ergastolo, i figli suoi... Ma egli ha ucciso, ha fatto degli
orfani, che non vedranno più affatto il loro padre, mai, mai, mai! E vero:
punitelo! è giusto! Ma non si potrebbe trovare il modo di punirlo con
qualcosa di diverso da ciò ch'egli commise?... Così esso assomiglia troppo alle
sue vittime! Così andranno sopra lui alcune delle lagrime che spettano alle sue
vittime! Le sue vittime vogliono tutta per loro la pietà che in parte s'è
disviata in pro' di lui. Non essere così ragionevole, o Giustizia. Perdona più
che puoi. Più che posso? Ella dice di non potere affatto. Se gli uomini, ella
soggiunge, fossero a tal grado di moralità da sentire veramente quell'orrore al
delitto, che tu dici, si potrebbe lasciare che il delitto fosse pena a sè
stesso, senza bisogno di mannaie e catene, di morte o mortificazione. Ma... Ma
non vede dunque la giustizia che quest'orrore al delitto gli uomini lo mostrano
appunto già assai, quando abominano, in palese o nel cuore, il delitto anche se
è dato in pena d'altro delitto, ossia nella forma in cui parrebbe più
tollerabile?» La storia dell'I.I.S. Raffaello.
Bulferetti, L'uomo, il maestro, il poeta, Libreria Editrice Milanese, Piero Bianconi, P., Morcelliana, Giuseppe
Galzerano, Giovanni Passannante, Casalvelino Scalo, Ugoberto Alfassio Grimaldi,
Il re "buono", Feltrinelli, Per approfondire gli anni giovanili del
Poeta e l'impegno politico vedi: R. Boschetti, "Il giovane. Attraverso le
ombre della giovinezza", realizzato
in occasione della mostra omonima allestita presso il Museo Casa P. di San
Mauro P. Per approfondire gli anni di
ricostruzione del "nido" con le sorelle e scoprire nuovi elementi che
aggiornino la vecchia idea tramandata dalla sorella Mariù, in base alla quale
il principale desiderio del fratello era quello di ricostruire la famiglia con
le sorelle, senza alcuno slancio amoroso verso l'esterno, si veda: Rosita
Boschetti, Gori, U. Sereni "Vita immagini ritratti", Parma, Step. Il rinvenimento è opera di G. Ruggio,
Conservatore di casa P. a Castelvecchio, il documento fu acquistato dal Grande
Oriente d'Italia ad un'asta di manoscritti storici della casa Bloomsbury, e la
notizia fu resa nota al grande pubblico per la prima volta ne Il Corriere della
Sera, Filmato audio S. Ruotolo e G. Bernardo,
Massoneria, politica e mafia. L'ex-Gran Maestro: "Ecco i segreti che non
ho mai rivelato a nessuno", fanpage al minuto 2:28. Citazione: La loggia
P2 non è stata inventata da Gelli, ma risale alla seconda metà dell'Ottocento
in cui il Gran Maestro per dare una certa riservatezza a personaggi che erano i
vertici del Governo, i militari di altissimo livello, poeti come Carducci e P.
Si disse: «evitiamo che questi personaggi svolgano la loro attività massonica
nelle logge, almeno per evitare un fastidio»
Vi fu professore straordinario di grammatica greca e latina,Vi insegnò
letteratura latina come Professore. Fu nominato professore di grammatica greca
e latina. Le date sulle docenze
universitarie sono prese da Perugi, "Nota biografica", in P., Opere,
tomo I, Milano-Napoli: Ricciardi, Rosita Boschetti, P. innamorato: la vita
sentimentale del poeta di San Mauro: catalogo, San Mauro Pascoli, Comune,. Cfr. sempre Boschetti, op. cit, pag. 28. Scrive
da Matera a Raffaele la lista delle sue spese. 65 lire al mese per mangiare, 25
per dormire, 7 alla serva, 2 al casino (necessità), 15 in libri (più che
necessità)». Fondazione P.: la vita, Ruggio, P. Tutto il racconto della vita
tormentata di un grande poeta Vittorino
Andreoli, I segreti di casa Pascoli, recensione qui Testo dell'"Inno a Roma" Testo di "Al corbezzolo" Fondazione P.: la vita, Maria Pascoli, Lungo la vita di P.
Pascoli: il lutto, il triangolo, il classico e il decadentista. Andreoli, op.
cit Maria Pascoli, Lungo la vita (Milano,
Mondadori); Getto, poeta astrale, in "Studi per il centenario della
nascita di P.". Commissione per i testi di lingua, Bologna, Fondazione Giovanni
Pascoli Nuovi poemetti, Schiaffini, Disintegratore della forma poetica
tradizionale, in "Omaggio a P.",
G. Contini, Il linguaggio di Pascoli, in "Studi pascoliani",
Lega, Faenza, Maria Cristina Solfanelli, Gli animali da cortile, Chieti, Tabula
fati,. Vegliante. Alberto Fraccacreta, Le ninfe di Vegliante,
su Succedeoggi. Santo, Cammei Pascoliani: analisi, illustrazione, esegèsi dei
carmi latini e greci minori di P., Giacoletti, De lebetis materie et forma
eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus carmen didascalicum,
Amstelodami: C. G. Van Der Post, Ioannis Pascoli carmina; collegit Maria soror;
edidit H. Pistelli; exornavit A. De Karolis, Bononiae: Zanichelli, Ioannis
Pascoli Carminibus; mandatu Maria sororis recognitis; appendicem criticam
addidit Adolphus Gandiglio, Bononiae: sumptu Zanichelli); Poesie latine; Manara
Valgimigli, Milano: A. Mondadori, Giovanni Pascoli, Poemi cristiani;
introduzione e commento di Alfonso Traina; traduzione di Enzo Mandruzzato,
Milano: Biblioteca universale Rizzoli, Carte pascoliane della Biblioteca
Statale di Lucca, su//pascoli.archivi.beniculturali/. Museo di Casa Pascoli, su
polomusealeemiliaromagna. beniculturali. Regio Decreto Legge, Gazzetta
Ufficiale del Regno d'Italia, Franceschi, Giovanni Pascoli: cento anni fa
moriva il massimo autore latino dell'età moderna, in Il Sole 24 ORE, Gargano,
Poeti viventi italiani: G"Vita Nuova", Gargano, Saggi di ermeneutica.
Del Simbolo (Sul "Vischio" di P.), in "Il Marzocco" Gargano,
Poesia italiana contemporanea, in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", Emilio Cecchi,
La poesia, Napoli, Ricciardi, Croce, Studio critico, Bari, Laterza, G.
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Omaggio a Giovanni Pascoli nel centenario della nascita, Milano,
Mondadori, Walter Binni, P. e il decadentismo, in Omaggio a Giovanni Pascoli nel centenario
della nascita, Mondadori, Piromalli, La poesia di P. , Pisa, Nistri Lischi, Gianfranco
Contini, Il linguaggio di Pascoli, in Studi pascoliani, Faenza, Lega (poi in Id., Varianti e altra linguistica,
Torino, Einaudi, Maria Pascoli, Lungo la
vita di Giovanni Pascoli, Milano, Mondadori); Giuseppe Fatini, Il D'Annunzio e P.
e altri amici, Pisa, Nistri Lischi, Giannangeli, Le fonti spaziali del Pascoli,
in "Dimensioni", Ottaviano Giannangeli, La metrica pascoliana, in
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Pascoli, Poesie, Milano, Garzanti); Giannangeli, Pascoli e lo spazio, Bologna,
Cappelli, Maura Del Serra, Firenze, La Nuova Italia ("Strumenti", Debenedetti,
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spiriti. Pascoli, D'Annunzio e le riviste dell'estetismo fiorentino, Bergamo,
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dell'onomatopeia e dell'allitterazione ne "L'uccellino del freddo",
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Carducci e P., in Il richiamo di Virgilio nella poesia italiana, Napoli,
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Convegno di studi pascoliani/ San Mauro, 1-Comune di San Mauro P./ Comitato per
le onoranze a Giovanni Pascoli, Rimini, Maggioli, Pavarini, Pascoli e il
silenzio meridiano (Dall'argine), in "Lingua e stile", Stefano
Pavarini, Pascoli tra voce e silenzio: Alba festiva, in "Filologia e
Critica", Maura Del Serra, Voce Pascoli, in Il Novecento, Milano, Vallardi, Benedetto,
Frammenti su "Digitale purpurea" nei "Primi poemetti" di
Pascoli", in Poesia e critica del Novecento, Napoli, Liguori, Ruggio, Pascoli:
tutto il racconto della vita tormentata di un grande poeta, Milano, Simonelli, Franco
Lanza, scritti editi ed inediti, Bologna, Boni, Marina Marcolini, Pascoli
prosatore: indagini critiche su "Pensieri e discorsi", Modena,
Mucchi, Maria Santini, Candida Soror: tutto il racconto della vita di Mariù
Pascoli la più adorata sorella del poeta della Cavalla storna, Milano,
Simonelli, Le Petit Enfant trad. dall'italiano, introd. e annotato da
Levergeois (prima edizione francese del Fanciullino in Francia), Parigi, Maule,
"L'Absolu Singulier", Mazzanti, I segreti del "nido". Le
carte di Giovanni e Maria Pascoli a Castelvecchio, in Castagnola, Archivi letterari
del '900, Firenze, Cesati, Martelli, Pascoli, tra rima e sciolto, Firenze,
Società Editrice Fiorentina, Pietro
Montorfani e Federica Alziati, Giovanni Pascoli, Bologna, Massimiliano
Boni, Massimo Rossi, Giovanni Pascoli
traduttore dei poeti latini, in "Critica Letteraria", Mario
Buonofiglio, Lampi e cortocircuiti. Il linguaggio binario ne "Il
lampo" di Giovanni Pascoli, in "Il Segnale", ora disponibile in Academia Andrea Galgano, Di
là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido, Roma, Aracne editrice,
Colella, "Conducendo i sogni, echi e fantasmi d'opere canore".
Pascoli, Dandolo e l'onirismo 'conviviale', in "Rivista Pascoliana", Vegliante,
L'impensé la poésieChoix de poèmes, Sesto
San Giovanni, Mimésis,. Accademia
Pascoliana; Ruggero Pascoli Decadentismo Digitale purpurea Giosuè Carducci
Gabriele D'Annunzio Severino Ferrari Luigi d'Isengard Augusto Vicinelli
Socialismo utopico Thallusa. Treccani Dizionario biografico degli italiani -- italiana di Giovanni Pascoli, su Catalogo
Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. nello specchio delle sue carte. Fondazione
Giovanni Pascoli. Giuseppe Bonghi. testi
con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza Manara Valgimigli,
Poesie latine, Mondadori, Casa Pascoli. "Poemi
conviviali". CROCE, P. STUDIO CRITICO BARI LATERZA TIPOGRAFI
EDITORI L1BRAI PROPRIETÀ LETTERARIA. AVVERTENZA. La buona
accoglienza fatta alla ristampa in volume
separato del saggio sul Carducci ci
muove a ristampare nella stessa forma
il saggio che su P. Croce raccole nella sua Letteratura
della nuova Italia. Abbiamo fatto
seguire ad esso la risposta che Croce
fa ai suoi critici, e due saggi nei
quali egli ritorna sul suo vecchio
giudizio per ribadirlo e particolareggiarlo.
In appendice è un cenno e un
saggio delle discussioni sollevate di
recente sul Pa- scoli, a proposito di
questi scritti del Croce. L'EDITORE.
I P. I. Leggo alcune
delle più celebrate poesie di P., e
ne provo una strana impressione. Mi
piacciono? mi spiacciono? SI, no: non
so. Non mi smarrisco per questo, e
non me la prendo né con la
insufficienza mia né con quella del
poeta. So bene che il giudizio
dell'arte, benché si fondi sulla ingenua
impressione, non si esaurisce nelle
cosiddette prime impressioni, e che Ruggero
Bonghi fraintese quando scambiò e criticò
Tuna per le altre, la logica della
fan- tasia per la illogica del capriccio.
E so bene che artisti assai energici
disorientano, alla prima, il lettore:
s'impegna come una lotta tra l'anima
conquis tatrice e un'altra che non
vuole — eppur vuole, — lasciarsi
conquistare: lotta di amori estetici, arieggiante
quasi quella dei sessi che corre
attraverso tutto il mondo animale e
che testé il De Gourmont ci ha
descritta in un suo libro popolare.
Dunque, non mi smarrisco, mi rimetto
all'opera, rileggo e rileggo ancora. Ma,
per quanto rilegga, per quanto torni a
quella lettura dopo lunghe pause, la
strana perplessità si rinnova. Odi et
amo: come mai? Nescio: sed fieri
sentio et excrucior. Non è poeta
grande colui che ha concepito /
due cugini? I due bambini giocano
tra loro, e si amano: quando si
vedono, corrono, anzi volano l'uno verso
l'altro, con tale impeto di gioiosità
infantile abbracciandosi, che i loro ber-
retti cascano e i capelli biondi
mescolano i riccioli. Ma quei giuochi,
quegli amori sono spezzati: l'uno dei due,
il maschietto, muore: appassi come
rosa che in boccio appassisce nell'orto.
E l'altra resta legata a lui: è
«la piccola sposa del piccolo morto
». La bambina cresce: si cresce
rapidamente in quegli anni: si fa
giovinetta, già quasi donna. Ma l'altro
no: si è fermato: colà dove l'hanno
deposto, non si cresce. Sembra che,
quando rivede la sua cuginetta, che
si svolge e fiorisce col misterioso
irrefrenabile impulso della vita e del
sesso, egli le stia innanzi tra mera-
vigliato, smarrito e umiliato: col capo
non giunge al seno tuo nuovo, che
ignora. Quella l'ama sempre: sempre
le par di udir intorno a sé «
la fretta dei taciti piedi». Ma il
morto non le sorride: la giovinetta
fiorente non è più, per lui, la
compagna di una volta; sente che gli
è sfuggita, che non gli appartiene
più: piangendo l'antica sventura, tentenna
il suo capo di bimbo. Movimenti
ed immagini di grande bellezza, cer-
tamente. Ma, per un altro verso, già
nel metro adottato, la terzina di
novenari, si avverte qual- cosa non saprei
se di ba llato o di ansimante,
che stona con la calma sospirosa e
dolorosa del piccolo idillio triste. La
struttura generale è spiacevolmente simmetrica:
divisa in tre parti, che paiono le
tre proposizioni di un sillogismo. Il
principio è un ex-abrupto, non libero
di enfasi o di teatralità: S'amavano
i bimbi cugini; l'immagine, che
segue, è leziosa: pareva l'incontro di
loro l'incontro di due lucherini.
L'insistenza è soverchia, e anche di
effetti tor- bidi. È stupendamente detto:
Tu, piccola sposa, crescesti; man
mano intrecciavi i capelli, man mano allungavi
le vesti. E il crescere veduto
realisticamente, ma soffuso di gentilezza:
non ci vorrebbe altro. Ma no: il
metro continua per suo conto:
Crescevi sott'occhi che negano ancora;
ed i petali snelli cadevano: il fiore
già lega: fatica di paragoni, che
ottenebra e non potenzia l'immagine già
perfettamente determinata. E il metro
continua ancora, come un cavallo che,
nonostante gli abbiate fatto sentire il
morso, vi trasporta per un altro
tratto di via, che non si doveva
percorrere: Ma l'altro non crebbe.
Dal mite suo cuore, ora, senza
perchè, fioriscono le margherite e i
non ti scordare di me; dove
quel « senza perchè » mi sembra
davvero senza perchè; e la fiorita
sulla tomba è roba vieta, resa più
vieta ancora dalla romanticheria di quei
« non ti scordare di me », che
cascano mollemente formando la chiusa del
paragrafetto. Ahi! lo specchio tersissimo
si è appannato: il capolavoro è rimasto
a mezzo, come rosa che in
boccio appassisce nell'orto. Valentino è
un altro bambino. Solo un occhio di poeta
può scoprire e far valere un'immagine
tanto graziosa. È un contadinello tutto
vestito di nuovo, ma a piedi scalzi:
la madre, che lo ha visto tremar
di freddo durante il gennaio, ha
messo da parte a soldo a soldo
un piccolo gruzzolo; e il gruzzolo è
bastato per comprare il panno della
veste e non già anche per la
spesa delle scarpe: il grande sforzo
di quella veste lo ha esaurito: Costa
: che mamma già tutto ci spese,
quel tintinnante salvadanaio: ora esso
è vuoto, e cantò più d'un mese,
per riempirlo, tutto il pollaio.
Un solo aggettivo ben collocato è
atto a sugge- rire una serie d'immagini:
quasi si vede la povera donna, che
scuote e fa «tintinnare» il rozzo
salvadanaio di creta, per accertarsi del
tesoretto che vi ha accumulato con tanto
stento: é tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così, con le penne,
ma nudi i piedi come un uccello...
La figura si raggentilisce in questo
sorriso, fatto d'intenerimento: il contadinello
è magro, diventa leggiero, si associa
naturalmente all'immagine dell'uccello. Come un
uccello, egli non prova impaccio né
sente il ridicolo del suo abbigliamento a
mezzo: come l'uccello venuto dal
mare, che tra il ciliegio salta, e
non sa ch'oltre il beccare, il
cantare, l'amare, ci sia qualch'altra
felicità. Capolavoro? Neppur qui. Io
ho riferito versi e strofe singole,
trascegliendo nel piccolo com- ponimento. Ma,
se ve l'avessi letto intero, ve ne
avrei dato forse un concetto assai
minore. Lascio stare il lungo ricamo
che il Pascoli fa sul particolare dei
piedini nudi. « Piedini nudi », dice
tutto; ma il Pascoli, invece, non
senza giuoco di parole: solo ai
piedini provati dal rovo porti la
pelle dei tuoi piedini. E non si
contenta: porti le scarpe che mamma
ti fece, che non mutasti mai da
quel dì, che non costarono un picciolo...
Insopportabile è, che faccia poi un
simile ricamo anche al pollaio, che
aveva cosi bene e sobriamente evocato:
e le galline cantavano: Un
cocco! ecco ecco un cocco un cocco
per te! Il delicato poeta si è
messo a rifare il verso ai polli!
E si resta con quel grido fastidioso
negli orecchi, che pur non fa
dimenticare del tutto il «tintinnante
salvadanaio». Non meno originale, ossia
poetico, è il Sogno della vergine.
Anche la donna che non ha avuto
figli, la vergine, è una madre, madre
in potenza: esistono non solo i figli
che sono nati, ma i « tigli non
nati», bella immagine che il Pascoli
ha, a quanto credo, creata lui, e
che ritorna in molti suoi versi. La
vergine dorme, e la madre che è
in lei sogna in quel sonno: il
sangue, che scorre per le sue membra,
le si trasmuta e addolcisce come in
latte: Stupisce le placide vene quel
flutto soave e straniero, quel rivolo
labile, lene, d'ignota sorgente, che
sembra che inondi di blando mistero
le pie sigillate sue membra. La vaga
aspirazione si concreta in un piccolo
essere: il sogno s'intensifica: accanto,
ella sente un alito, un piccolo
vagito: Un figlio! che posa sul
letto suo vergine ! e cerca assetato
le fonti del vergine petto ! E
com'è materno quel sogno! Il bambino
non sorride, trionfante di vita: il
bambino ha bisogno della difesa di
sua madre, che tanto più lo sogna e
l'ama quanto più le par di doverlo
difendere: egli «piange il suo tacito
pianto >. Tacito: è un pianto
veduto nel sogno. Ma come, d'altro
canto, è lungo quel componimento, la cui
sostanza poetica sta tutta nelle poche
immagini ora ricordate! È diviso in
cinque parti: vi si descrive in principio
la vergine dormente e il lume che
vacilla nell'ombra della stanza: quasi che
tale messa in iscena possa pre- parare
in alcun modo la poesia, la quale
comincia solo con l'immagine del sangue
che si fa latte. Il Pascoli non
se ne sta alla espressione delle «pie
membra sigillate»: spiega: le gracili
membra non sanno lo schianto, non
sanno l'amplesso... e la spiegazione
ridondante, in materia così sca- brosa, era
da evitare. Neppure sta pago ad
escla- mare, all'improvviso sorgere del bambino
che brancola cercando avidamente il seno
della madre: 0 fiore d'un intimo
riso dell'anima! che è forse già
un comento piuttosto eloquente che poetico;
ma coraenta il comento e dà in argutezze
o agudezas: o fiore non nato da
seme, e sbocciato improvviso ! Tu
fiore non retto da stelo, tu luce
non nata da fuoco, tu simile a
stella del cielo, del cielo
dell'anima... Il bambino è allontanato
dal fianco materno e riposto
fantasticamente in una culla. E la
culla assume una grande importanza, tanto
che le si rifa il verso come
altra volta al pollaio: Si dondola
dondola dondola senza rumore la culla
nel mezzo al silenzio profondo; il
che è inopportuno, ma chiaro. E al
Pascoli non par chiaro, e aggiunge un
paragone: cosi come tacita al vento,
nel tacito lume di luna, si dondola
un cirro d'argento. E vi ha,
nel resto del componimento, esortazioni al
bimbo perchè sorrida un istante; e vi
si narra il sorgere dell'alba e lo
svanire del sogno : narrazione per lo
meno altrettanto esuberante, quanto prima
la descrizione della stanza e della
lampada da notte. Il padre del
Pascoli fu assassinato, una sera, sulla
via campestre, mentre tornava alla sua
casa. La mattina di quel giorno
d'inenarrabile strazio e terrore, l'ultima
volta che i suoi lo videro vivo,
è ricordata in ogni minimo
particolare: con quel perduto dolore
dell'animo che dice: — potevamo non
lasciarlo andar via, quel mattino, e
sarebbe ancora tra noi! — E la
memoria scopre, o l'illu- sione fa
immaginare, particolari quasi profetici. Il
padre stava per salire sulla carrozza,
circon- dato dai suoi, dalla moglie, dai
figliuoli grandi e piccini, usciti sulla
strada a salutarlo. Ma, nel- l'appressarsi
ch'egli fece al suo cavallo: la
più piccina a lui toccò la mazza.
Gli prese il bastone, come per
tirarlo indietro, e ruppe in pianto.
Non voleva ch'egli andasse via: non
voleva, così, irragionevolmente, come bimba
che era; ed egli dovette ingannarla,
per acchetarla: farle credere che rientrava
in casa, ed uscire da un'altra porta.
Quella manina di bimba è indimenticabile.
Si sfiora quasi la genia- lità propria
dell'artista, che coglie con un sol
tratto un mondo di sentimenti. Ma si
sfiora sol- tanto, e si perde daccapo.
Che cosa diventa quel tocco affettuoso
e spaventato di debole manina presaga?
E un poco presa egli sentì, ma
poco poco la canna, come in un
vignuolo, come v'avesse cominciato il nodo
un vilucchino od una passiflora...
Diventa Io-Studio di una presidi
manojnfantile. Al quale segue lo studio
della mano: Sì: era presa in
una mano molle, manina ancora nuova,
così nuova che tutto ancora non
chiudeva a modo. Andiamo innanzi: i
bambini attorniano il padre, chiamando
com'è lor uso: Egli poneva il
piede sul montante; e in un gruppo
le tortori tubarono, e si senti: —
Papà! Papà! Papà! Quell'episodio commovente
è accentuato in tal modo, e cosi
materialmente, nelle sue minuzie, che ogni
commozione sfuma. Tanto che io mi
distraggo, e mi par d'avere udito
altra volta un simile vocìo bambinesco,
ma in un'arte più alle- gra; sì, per
l'appunto, in un'opera buffa napole- tana,
emesso da un gruppo di bambini che
at- tornia il papà che li ha condotti
a una fiera. Solo che i bambini
dell'opera buffa cantano bene, per- chè si
tratta di opera buffa; e quelli del
Pascoli, nell'angoscioso ricordo, stonano. E
poi, se altro non fosse, basterebbe
anche qui, a turbare tutta l'ispirazione,
il metro ado- prato: un metro quasi
epico, lasse di dieci en- »
decasillabi con assonanze. — Lo stesso
sbaglio fondamentale è nell'altro episodio
della medesima tragedia domestica: La
cavalla storna, svolto ^jiel metro
di un'antica romanza. Eppuxe. c'è l'ab-
bozzo, o il_nòcciolo, di una grande poesia!
La madre, rimasta priva del marito
vilmente am- mazzato da uno sconosciuto, ha
sempre fisso il pensiero in quel caso
d'orrore. Chi, e perchè, gliel'ha ucciso?
Nessuno era presente; ma l'ucciso aveva con
sé la sua cavalla prediletta, una
cavallina storna, che riportò verso casa
il corpo sanguinante del suo padrone.
Quella cavallina è sempre là, nella
scuderia: ha visto, sa, un mi- racolo
potrebbe farla parlare. E la donna,
con quel pensiero in capo e con
quegli atti quasi da folle che
accompagnano il dolore, va a notte
silente nella scuderia, e si pone
accanto alla ca- vallina, e le parla
e piange e supplica: e vuole aiutarla
a significare ciò che sa. Pronuncia
un nome, il nome che ella sospetta:
lo pronuncia solennemente: «alzò nel gran
silenzio un dito:... disse un nome...
». Ed ecco s'ode subito, alto, un
nitrito di conferma! — La poesia si
trascina non senza fastidio con la
solita descrizione iniziale, con l'allocuzione
verbosa della madre, ripartita in quattro
parti e pause. Ma l'ansia della
povera dolente è resa con tratti di
grande efficacia. Sotto quell'ansia, sotto
quell'implorante confidenza, la cavallina si
umanizza, diventa una persona di casa,
cara tra i suoi cari, partecipe della
comune sventura: la scarna lunga
testa era daccanto al dolce viso di
mia madre in pianto: quadro
d'infinita commozione. E la donna incalza
nella sua preghiera, presa dalla brama
furiosa di sapere, di veder chiaro:
stava attenta la lunga testa fiera...
Essa l'abbraccia come si fa a
un figliuolo nel '-momento che è
stato vinto dalla parola affettuosa e sta
per confessarsi: mia madre l'abbracciò
sulla criniera. La madre muore anch'essa,
e la voce della morta il Pascoli
la risente come di chi chiami il
suo nome, il suo nome nel diminutivo
fami- liare e dialettale, per parlargli di
cose ed affetti domestici. Non è
difficile intendere che quel di- minutivo
familiare e dialettale non può essere
ripetuto, nell'alta commozione lirica, cosi
come par di sentirlo nella realtà.
Perchè ciò che deve entrare nella
lirica è il valore sentimentale di quell'invocazione,
il suo accento intimo e familiare, che
la riproduzione fonica delle sillabe
contraffa e non rende. Il Pascoli ha
un inizio spontaneo, commosso e vivo:
~ C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore:
voce stanca, voce smarrita, col
tremito del batticuore: voce d'una
accorsa anelante, che al povero petto
s'afferra per dir tante cose e
poi tante, ma piena ha la bocca
di terra. È questa veramente
l'immagine della madre nel suo gesto
d'abbandono al petto fidato del Aglio,
per isfogare ciò che le preme sul
cuore: della madre, così come riappare
attraverso la morte e il cimitero,
deturpata dalla morte, bagnata di pianto.
Ma il Pascoli riattacca: tante tante
cose che vuole ch'io sappia, ricordi,
sì... sì... Ma di tante e tante
parole non sento che un soffio...
Zvani... (l). (*) « Giovannino >
, in dialetto romagnolo. E codesta è
una profanazione, che non accrescerò col
mio comento: come l'accresce per suo
conto l'autore, che aggiunge altre sei
parti, della me- desima lunghezza della
prima che ho trascritta, e tutte sei
finiscono con quel nome, con quel
Zvani. Il soffio della voce della
morta si è vol- garizzato in un
ritornello! Pure, il ritornello, così
malamente scelto, non soffoca del tutto il
suono di quella voce di morta:
voce stanca, voce smarrita, col
tremito del batticuore... Ai suoi
morti è dedicato ancora TI giorno
(\,p,i morti, cosi pesantemente sceneggiato
e dram- matizzato, in cui ciascuno dei
morti parla a sua volta compiangendo
e lodando sé stesso. Vi sono accenti
commossi: il padre, ammazzato a tradimento,
dice: 0 figli, figli! vi vedessi
io mai! io vorrei dirvi, che in
quel solo istante per un'intera eternità
v'amai. Ma, pronunziate appena quelle
parole, par che ne resti come
affascinato, e le volta e rivolta in
varia forma: In quel minuto avanti
che morissi portai la mano al capo
sanguinante, e tutti, o figli miei,
vi benedissi. Io gettai un grido
in quel minuto, e poi, mi pianse
il cuore: come pianse e pianse e
quel grido e quel pianto era per
voi. Oh le parole mute ed
infinite che dissi! con qual mai
strappo si franse la vita viva delle
vostre vite... affinando, dunque, quel grido
perfino in un bistic- cio e, in
un'allitterazione. Il ciocco è un'altra
delle ispirazioni profonde del Pascoli, che
pur lascia mal soddisfatti, guar- dando
alla composizione e al complesso della
poe- sia. La prima parte è stata
biasimata pei tanti oscuri vocaboli del
contado lucchese che l'autore vi ha
introdotti, e che hanno resa necessaria
nelle nuove edizioni l'aggiunta di un
glossarietto. Ma non sarebbe poi gran
male se fossimo costretti a studiare
qualche centinaio di vocaboli per giuri
gere all'intendimento di un'opera bella.
Coraggio, pigri lettori! ben altre fatiche
di preparazioni godimenti artistici sogliono
richiedere. Senonchè quella taccia, come
accade, ne nasconde un'altra, che è
la vera, concernente rejccesaiva_preoccu- pazione
dell'autore per inezie di costumi e
di relati vj_ej^rjssioni, inconciliabile col
motivo fonda- mentale, della, poesia, che
si svolge nella seconda parte, in cui
l'anima si eleva nella contempla- zione del
cielo stellato. E anche questa seconda
parte, che ha tratti assai felici,
offende per le immagini incongrue o troppo
dilatate, e per le ripetizioni stucchevoli.
Così gli astri, che girano pel cielo,
suggeriscono al Pascoli un sottile pa-
ragone con le zanzare e coi moscerini,
che girano intorno a una lanterna
accesa, penzolante dalla mano di un
bambino che ha perduto una mone- tina
in una landa immensa e la va
cercando e singhiozza nel buio. Al
supremo momento lirico si giunge, quando
alla mente del contemplatore si affaccia il
pensiero della morte avvenire delle
le, cose tutte, la fine
dell'uni verso; e nel suo cuore sorge
una deserta angoscia pel morire non
già dell'individuo, ma della vita stessa:
per l'individuo che muore senza che altri
faccia splendere accanto a lui, riaccesa,
la fiaccola della vita: Anima nostra!
fanciulletto mesto! nostro buono malato
fanciulletto, che non t'addormi s'altri non
è desto ! ' felice, se vicina
al bianco letto s'indugia la tua
madre che conduce la tua manina dalla
fronte al petto : contenta almeno,
se per te traluce l'uscio da canto,
e tu senti il respiro uguale della
madre tua che cuce... Il sentimento
di questa inquietezza e di questo
quietarsi puerile è compiutamente espresso.
Che si possa continuare ancora,
indefinitamente, nell'enumerazione o nella gradazione
ascendente e discendente di tutti i
segni di vita che valgono a
rasserenare un fanciullo nella sua paura
della solitudine e a farlo addormentare
tranquillo, nessuno dubita: ma la lirica
non è enumerazione. Il Pascoli non
sembra di questo parere, e pro-
segue: il respiro o il sospiro
: anche il sospiro : o almeno
che tu oda uno in faccende per
casa, o almeno per le strade a
giro ; o veda almeno un lume
che s'accende da lungi e senta un
suono di campane, che lento ascende e
che dal cielo pende... Si fermerà
a quest'ultimo verso, del quale evi-
dentemente, cantandolo, si è compiaciuto? Tacera
contento di quest'ultima dolcezza che lo
sazia? Non ancora: ha ripreso il
\&* fettazione, sono caso assai
frequente; e rari sono invece coloro
la cui opera complessiva si pre- senta
con carattere di perfezione e di
sceltezza,-*/** perchè hanno lavorato solo
nei momenti di piena interna armonia,
o hanno esercitato tale vigi- lanza sopra
sé stessi da tener celate o da sopprimere
le cose loro imperfette. I più
affidano la cernita al tempo galantuomo
e alla critica. E la critica
suggerisce a questo propositojiue procedimenti,
che più volte i lettori mi hanno
visto adoperare in queste pagine. Il
primo è di tentare una divisione nel
tempo, e il secondo di tentarla (per
cosi esprimermi) nello spazio. Vi sono,
infatti, artisti che da una torbida e
divagante produzione giovanile giungono, nella maturità,
al possesso di sé medesimi; o che
a una produzione geniale fanno seguire
l'imitazione di sé medesimi, e, volendo,
validius inflare sese, come la rana
di Fedro, rupto iacent corpore; e, in
tali casi, si possono distinguere, con
limiti cronologici, le loro varie
personalità. Ma ve ne ha altri i
quali, durante tutta la lor vita,
alter- nano le varie personalità, e, per
esempio, nel periodo stesso che cantano
commosse poesie d'amore, ne compongono
altre falsamente eroi- che e politiche.
Essi posseggono due strumenti, l'uno
sinfono e l'altro asinfono, per dirlo nobilmente
in greco, o l'uno accordato e l'altro
scordato, per dirlo umilmente in volgare, e
suonano ora sull'uno ora sull'altro; e,
forse, di quello scordato, su cui si
travagliano e sudano, si vantano assai più
che non di quello accordato e docile
alle loro dita. Per costoro la
divisione si deve condurre secondo i motivi
d'arte, gli spontanei e gli artificiosi,
che muovono la loro pro- duzione. Al
Pascoli si è cercato di applicare ora
l'uno ora l'altro procedimento; e, per
cominciare dal primo, si è detto, e
si è scritto anche, che chi voglia
avere innanzi a sé il Pascoli vero,
il Pa- scoli poeta, deve lasciare in
disparte la sua produzione degli ultimi
anni, e risalire a quella più
vecchia, ai Poemetti, alle Myricae, quali
comparvero in pubblico nel modesto volumino
del 1892. E poiché, si sa, le
opinioni variano, si è anche manifestato
il parere inverso, che il Pa- scoli
vero non bisogni cercarlo nelle poesie giovanili,
ma nelle ispirazioni della piena maturità,
culminanti nei Poemi conviviali e negli
Inni. Ed io mi provo a seguire
l'una e l'altra indicazione; e, dapprima,
risalgo ai Poemetti e alle Myricae.
Rileggo la Senignja, che è tra i
più pregiati e pregevoli dei poemetti:
prima parte di un «poema georgico »,
come è stato chiamato. Accostarsi a
quei versi e respirare l'aria della
campagna, aspirarne gli effluvi, vedere il
casolare, i campi, le opere domestiche e
rurali dei contadini, udirne i discorsi
infiorati di proverbi e di sentenze,
sentire dappertutto il profumo agreste
delle cose e delle anime; è un'impressione
immediata. Il poemetto s'inizia con un risveglio
mattinale in una casa di contadini:
una delle fanciulle apre l'imposta, i
rumori della vita ricominciano e vi
sono orecchi che li raccolgono: la
cappellaccia manda dal cielo il suo
garrito, la gallina raspa sul ciglio
di un fosso, il cane di guardia
s'alza, scuote la brina scodinzolando, con
uno sbadiglio: si odono per la
campagna i pennati che squillano sul
raarrello. La fanciulla si accosta al
davanzale, monda le piante, coglie una
spiga d'amorino; e poi, a quel davanzale
stesso, co- mincia a ravviarsi i capelli,
come contadina, alla grande aria, in
faccia al sole: or luce or
ombra si sentia sul viso; che il
sol montando per il cielo a scale,
appariva e spariva all'improvviso. Così
è descritta l'intera giornata. Il fruscio
stridulo delle granate passa e ripassa per
la casa, che ha ormai tutte le
imposte spalancate: si ri- governa la
cucina, dove le stoviglie paiono rissare
tra loro nel silenzio del mattino.
Più tardi, si apparecchia il desinare
per gli uomini che lavorano nei
campi: sul tagiier pulito lo staccio
balzellò rumoreggiando. Il bianco fiore
ella ammucchiò : col dito aperse il
mucchio, e vi gettava il sale e
tiepid'acqua dal paiolo avito. Poi
ch'ebbe intriso, rimenò l'uguale pasta e
poi la parti: staccò dal muro il
matterello, strinse il grembiale; e
le spianate assottigliò col duro legno,
rotondo, a una a una; e presto
sì le portava al focolare oscuro.
Via via la madre le ponea nel
testo, sopra gli accesi tutoli; e su
quello le rigirava con un lento gesto
: né cessava il rullìo del
matterello. Tutti i gesti, tutti gli
oggetti, tutte le colloca- zioni spaziali,
sono individuati con nitidezza non facilmente
superabile. — E si assiste così anche
alla cottura degli erbaggi all'olio:
Ora la madre ne la teglia un
muto rivolo d'olio infuse, e di
vivace aglio uno spicchio vi tritò
minuto. Pose la teglia su l'ardente
brace, col facile olio, e solo
intenta ad esso un poco d'ora
l'esplorò sagace. L'olio cantò con
murmure sommesso; un acre odore vaporò
per tutto. Fumavano le calde erbe da
presso, nel tondo, ch'ella inebriò
del flutto stridulo, aulente; e poi
nel canovaccio nitido e grosso avviluppava
il tutto. E Rosa in tanto
sospendea lo staccio, poneva i pani
sopra un bianco lino, stringea le
cocche, e v'infilava il braccio.
Tornò Viola e furono in cammino.
La scena ci sta innanzi agli
occhi come in un quadro: è larverà
vita campestre. Sì: ma e l'in- tonazione,
cioè il significato estetico, cioè l'anima,
di queste descrizioni e dell'intero
poemetto? Il Pascoli non compone egloghe
più o meno alle- goriche, come nel
medioevo e nel Rinascimento; non vuol
rinfrescare le sensazioni erotiche im- mergendole
nella vita della campagna; non si
accosta ai contadini per curiosarne le
goffaggini, come nelle nostre vecchie
poesie rusticane, dalla Nencia del
magnifico Lorenzo giù giù fino ai
Cecchi da Varlungo degli epigoni e
tardi imita- tori del Seicento. Se non
m'inganno, il suo pre- cedente ideale è
piuttosto in quel rifacimento dell'intonazione
omerica, che già gli studiosi di Omero
nella Germania della fine del secolo
de- cimottavo tentarono, e che consigliò
a Volfango Goethe lo Hermann und
Dorothee. L'intonazione omerica si sente
non solo in certi collocamenti di
epiteti (il primo verso dice: «Allorché
Rosa dalle bianche braccia»: leucolena,
dunque, come Hera), e in certe
ripetizioni e minuterie, ma in tutto
l'andamento. Il metro non è l'esametro,
ma la terzina, col serrarsi deciso
dell'ultimo verso di coda, alla fine
delle brevi riprese: / t. A
monte a mare ella guardò : guardato
ch'ebbe, ella disse (udiva sui marrelli a
quando a quando battere il pennato) :
aria a scalelli, acqua a pozzatelli.
Domani voglio il mio marrello in
mano: che chi con l'acqua semina,
raccoglie poi col paniere; e cuoce
fare in vano più che non fare.
Incalciniamo, o moglie. L'intonazione
omerica, trasportata alla vita umile e
alle umili cose, ha del gioco
letterario; come si può notare finanche
nella meravigliosa ope- ricciuola del
Goethe. Ma presso il Pascoli vi si
mescola altresì qualcosa ora di fine
e squisito: (l'aratro andava, ne
l'ombrìa, pian piano: qualche stella vedea
l'opera lenta... una campana si
sentiva sonare dal paese: non più che
un'ombra pallida e lontana); e ora
di affettato, come nel racconto che
il cac- ciatore fa della fiaba della
cinciallegra, soldato di guardia degli
uccelli; o nella preghiera del- l'Angelus:
Tu che nascesti Dio dal piccolo
Ave, da la sorrisa paroletta alata:
(disse la voce tremolando grave) tu
che ne l'aia bianca e soleggiata eri
e non eri, seme che vi avesse
sperso il villano da la corba alzata;
ma poi l'uomo ti vide e ti
soppresse, t'uccise l'uomo, o piccoletto
grano; tu facesti la spiga e poi
la messe e poi la vita...
o in quest'altro suono di campane:
Era nel cielo un pallido tinnito:
Dondola dondola dondola/ A nanna a
nanna a nanna! — Il giorno era
finito. Ed il fuoco accendeva ogni
capanna, e i bimbi sazi ricevea la
cuna, col sussurrare de la ninna
nanna. E le campane, A nanna a
nanna! l'una; l'altra Dondola dondola! tra
il volo de' pipistrelli per la costa
bruna. A nanna il bimbo, e dondoli
il paiuolo ! Il poemetto parrebbe
legato da un filo sottile, una storia
d'amore: Rosa ed Enrico il cacciatore
s'innamorano. Un amore che prova pudore
a mostrarsi: appena accennato nel pensiero
di Rosa, che non può pigliar sonno
e, quando s'addormenta, sogna: Pensava: i
licci de la tela, il grano de
la sementa, il cacciatore; e Rosa lo
ricercava; dove mai? lontano. In una
reggia. E risognò... Che cosa? Similmente,
nella seconda parte intitolata l'Ac- cestire,
è significato l'amore del giovinotto:
E la sua strada seguitò pian
piano, e ripensava dentro sé: che
cosa? ch'era gennaio... ch'accestiva il
grano, ch'era già tardi... ch'eri
bella, o Rosa! È un episodio
nel quadro; ma, come si è notato,
non è l'afflato animatore del tutto.
Cosi anche questo poemetto ci lascia
perplessi: è nitidissimo alla prima specie,
e tuttavia non lo comprendiamo bene. Ora
ha dell'esercitazione letteraria, ora della
lirica tormentata: il tono ora ci
sembra quasi scherzoso, esagerato di
proposito nelle mi- nuzie come a prova
di bravura, ora grave e so- lenne. È
di un poeta? è di un virtuoso?
Dove finisce il poeta? dove comincia
il virtuoso? Se dalla Sementa risalgo
ancora più su, alle prime Myricae,
trovo, tra l'altro, un intero ciclo
di piccoli componimenti di dieci versi
ciascuno: L'ultima passeggiata, che si può
dire la prima idea del poemetto ora
esaminato. La figura di fanciulla, che
vi è accennata, « la reginella dalle
bianche braccia » , è una sorella di
Rosa, anzi è Rosa medesima. Sono
quadretti minuscoli: l'ara- tura, la massaia con
le sue galline, la via ferrata e il
telegrafo che percorrono le campagne
recando l'impressione della rumorosa vita lontana,
le comari che ciarlano in capannello,
l'osteria campestre sull'ora del mezzodì, il
partir delle rondini, l'apparecchio e
cottura del pane di cru- schello, la
ragazza che aiuta la madre nelle faccende
domestiche e fa da piccola madre ai
mi- nori fratelli e tiene le chiavi
del cassone della biancheria odorata di
lavanda, e vede accumu- larsi colà dentro
il corredo che fa presentire prossime
le nozze. E sono quadretti perfettamente
intonati: non v'ha niente di ciò che
stride o appare incerto nei poemetti.
Arano: Nel campo dove roggio sul
filare qualche pampano brilla, e dalle
fratte sembra la nebbia mattinai fumare,
arano : a lente grida, uno le
lente vacche spinge, altri semina: un
ribatte le porche con sua marra
paziente: che il passero saputo in
cor già gode e il tutto spia
dai rami irti del moro ; e il
pettirosso: nelle siepi s'ode il suo
sottil tintinno come d'oro. Le comari
in capannello: Cigola il lungo e
tremulo cancello e la via sbarra:
ritte allo steccato cianciano le comari
in capannello : parlan d'uno, eh' è
un altro scrivo /scrivo, del vin, che
costa un occhio, e ce n'è stato;
del governo; di questo mal cattivo;
del piccino; del grande ch'è sui
venti; del maiale, che mangia e non
ingrassa — Nero avanti a quegli occhi
indifferenti il traino con fragore di
tuon passa. Di poesie come queste
sono ricche le prime My- ricae, e
ce n'e anche nella serie di quelle
altre che ne continuano la maniera,
aggiunte nelle posteriori edizioni.
Un'impressione di campagna, mentre soffia
il vento freddo e agita un piccolo bucato
di bimbo, messo ad asciugare presso
un tugurio: Come tetra la sizza,
che combatte gli alberi brulli e fa
schioccar le rame secche, e sottile
fischia tra le fratte! Sur una
fratta (o forse è un biancor d'ale?)
un corredino ride in quel marame:
fascie, bavagli, un piccolo guanciale.
Ad ogni soffio del rovaio che
romba, le fascie si disvincolano lente,
e da un tugurio triste come tomba
giunge una dolce nenia paziente.
Una fanciulla cuce il suo abito
di sposa; a un tratto leva la
testa e ride: Erano in fiore i
lilla e l'ulivelle; ella cuciva
l'abito di sposa ; né l'aria ancora
apria bocci di stelle, né s'era
chiusa foglia di mimosa: quand'ella rise:
rise, o rondinelle nere, improvvisa:
ma con chi? di cosa? rise così
con gli angioli: con quelle nuvole
d'oro, nuvole di rosa. In queste
poesiole, nemmeno le onomatopee di voci
d'uccelli e di altri suoni e rumori
offendono j3iù. Perchè, a mio parere, hanno
avuto torto i critici quando per
quelle onomatopee hanno aperto contro il
Pascoli uno speciale processo: le cosiddette
onomatopee sono legittime o illegittime
secondo i casi; e quando il Pascoli
le adopera fuori luogo (ed^èu-JL-dir vero,
il caso pijij[requen.te), l'error suo è
una delle tante forme di quella
tendenza all'insistere eccessivo, alla minuteria,
alla riproduzione materiale, ossia di quell'affettazione
e disposizione asinfonica che è in
lui. Ma quando, nelle prime Myricae,
scrive per la prima volta l'ormai
famigerato scilp dei passeri e viti
videvitt delle rondini, io non trovo
luogo a scandalo, perchè in quel caso
il Pascoli mantiene un'intonazione bassa e
pacata; nota l'impressione immediata della
cosa, e aggiunge un'osservazione quasi
riflessiva: Scilp: i passeri neri sullo
spalto corrono molleggiando. Il terren
sollo rade la rondine e vanisce in
alto: vitt, videvitt. Per gli uni
il casolare, l'aia, il pagliaio con
l'aereo stollo; ma per l'altra il suo
cielo ed il suo mare. Questa,
se gli olmi ingiallano la frasca,
cerca i palmizi di Gerusalemme: quelli
allor che la foglia ultima casca,
restano ad aspettar le prime gemme.
E non può scandalizzare il rosignolo,
che ripete l'aristofaneo nò xió, topoid
XiX(£; o bisogna aver dimenticato che
la poesiola del Pascoli, da cui è
tolto il particolare tante volte citato
come esempio di stravaganza, è un
apologo scherzoso : il rosignolo è
allegoria del poeta, le ranocchie del
grosso pubblico. Comincia, infatti, cosi:
Dava moglie la Rana al suo figliuolo.
Or con la pace vostra, o raganelle,
il suon lo chiese ad un cantor
del brolo... In tale apologo, in
siffatta intonazione, la cercata reminiscenza
aristofanesca sta perfettamente a posto e
conferisce grazia. Il risultato medesimo
si ha ove si confrontino altri
poemetti, quelli di contenuto
filosofico e morale, con le Myricae
di simile contenuto. Il Libro vuol
far sentire l'ansiosa e vana ricerca
del vero, che l'uomo persegue: un
libro (l'im- magine deve essere stata
attinta a un noto luogo del Wilhelm
Meister, circa i drammi dello Sha-
kespeare), un libro, aperto sul leggio
nell'altana, e le cui pagine sono
rimescolate dal vento, sug- gerisce la
presenza di un uomo invisibile
che frughi e frughi e non trovi
la parola che cerca. " Ma
l'impressione solenne, che si vorrebbeotte-
• nere^è impedita dalla realtà determinata
di quel libro, sul leggìo dfquercia,
roso dal tarlo, di quel rumore di
fogli voltati a venti a trenta a cento,
con mano impaziente, « avanti indietro,
indietro avanti »; e dalla freddezza
allegorica onde il volume così determinato
si trasfigura, in fine, nel «libro
del mistero », sfogliato «sotto le
stelle». Nei Due fanciulli, malamente si lega
alla sce- netta dei due fanciulli, che
litigano e si graffiano e che la
madre manda a letto, ed essi nel
buio si cercano e si rappaciano e
dormono abbrac- ciati, l'ultima parte,
che dà l'interpetrazione allegorica
della scenetta ed esorta gli
uomini alla concordia: il quadretto
idillico impiccolisce l'ammonizione solenne,
questa appesantisce il quadretto.
Ma i versi gnomici delle Myricae
sono, nella loro tenuità, incensurabili. Li
ravviva, an- che nella loro tristezza, un
lieve sorriso. Il cane: Noi, mentre
il mondo va per la sua strada, noi
ci rodiamo, e in cuor doppio è
l'affanno, sì, che pur vada, e si,
che lento vada. Tal, quando passa il
grave carro avanti del casolare, che
il rozzon normanno stampa il suplo
con zoccoli sonanti, sbuca il can
dalla fratta, come il vento; 10
precorre, l' insegue; uggiola, abbaia. 11
carro è dilungato lento lento, e
il cane torna sternutando all'aia.
Parrebbe dunque che dicano bene
coloro che soltanto nel Pascoli delle
prime Myricae ritro- vano un poeta armonico
e compiuto. Ma si os- servi: che cosa
sono quelle poesie? Sono pensieri sparsi,
schizzi, bozzettini: un albo di pittore,
che può essere di molto pregio, ma
che rappresenta, piuttosto che l'opera
d'arte, gli elementi di essa. Le
Myricae sembrano spesso pochi tratti
segnati a lapis da un pittore che
vada in giro per la campagna :
Lungo la strada vedi sulla siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche. Vien per la
strada un povero che il lento passo
tra foglie stridule trascina: nei campi
intona una fanciulla al vento: —
Fiore di spina!... E lo schizzo
ha la sua attrattiva, ed anche la
sua compiutezza: quasi una compiutezza
dell'in- compiutezza. Sono anch'io dell'avviso
che nelle prime Myricae soltanto il
Pascoli abbia la calma dell'artista. Ma
bisogna essere pienamente con- sapevoli di
ciò che così si afferma, e che
è, né più né meno, questo: che
il meglio dell'arte del Pascoli è
nella sua riduzione a frammenti, nel suo
sciogliersi negli elementi costitutivi. Di frammenti
stupendi sono conteste anche le poesie
che abbiamo ricordate e criticate come
deficienti di fusione e di armonia:
solo che nel contesto artificioso perdono
la loro naturale virtù. E già
nelle prime Myricae l'arte del Pascoli,
non appena tenta maggiori voli, scopre il
suo solito difetto. In alcune saffiche,
ma specialmente poi nei sonetti, egli
è ancora sotto il freno e la
disciplina del suo grande maestro Carducci,
sicché, tolta la costrizione di quel
modello, non ha scritto più sonetti.
Ha continuato invece le odicine tra
l'agreste e l'oraziano, tra la campagna
e la letteratura, che formarono il
ciclo Alberi e fiori, al quale alcune
nuove sono state aggiunte fin nell'ultimo
volume di Odi e inni. In qualche
altro breve componimento, c'è un'ispirazione
er.ojifa: come nel Crepuscolo, in cui
egli celebra il doppio momento del
giorno, l'alba e il tramonto, quando la
bella si snoda dalle sue braccia «e
con man vela le ridenti ciglia», o
l'accoglie nelle braccia, « e il dolce
nido come suol pispi- glia ». La «
reginella dalle bianche braccia » non
è guardata con occhio indifferente, come
la Rosa degli anni più tardi. C'è
nei versi a lei dedicati, in mezzo
alle reminiscenze dell'omerica Nau- sicaa,
un calor di sentimento, che fa di
quelle tre poesiole alcune delle migliori
pagine delle Myricae. Felici i vecchi
tuoi; felici ancora i tuoi fratelli ;
e più, quando a te piaccia, chi
sua ti porti nella sua dimora,
o reginella dalle bianche braccia! Il
poeta si raffigura non senza
trepidazione le prossime nozze:
Quella sera i tuoi vecchi...
quella notte i tuoi vecchi un
dolor pio soffocheranno contro le
lenzuola. Per un momento sogna
di esser lui lo sposo
felice: Al camino, ove scoppia la
mortella tra la stipa, o ch'io sogno
o veglio teco: mangio teco radicchio
e pimpinella. Al soffiar delle
raffiche sonanti l'aulente fieno sul forcon
m'arreco e visito i miei dolci ruminanti:
poi salgo e teco — o vano
sogno!... Vano sogno: lo scolaro è
costretto a tornare al suo latino e
al suo calepino. Ma io sento in
questa lirica amorosa l'eco dell'Idillio
maremmano del Carducci, e più ancora della
poesia di Severino Ferrari; la quale
giustamente è stata più volte ricordata
negli ultimi anni, a proposito del
Pascoli (1). A ogni (l) Sul
Ferrari, si veda il volume secondo
della Lettera- tura della nuova Italia, pp.
280-9. Lo stato d'animo dei due poeti
(le prime Myricae e la prima ampia
raccolta dei Versi del Fer- rari furono
pubblicate entrambe nel 1892) era, per
molti rispetti ed anche per molte
circostanze estrinseche, simile. Gli autori
infatti si dimostrano scolari del Carducci
nella predi- lezione per le forme della
poesia trecentesca e popolare, in certe
movenze di stile, in quel piglio
robusto e semplice in- sieme, che fece
già lodare la poesia carducciana come
la più « parlata > di tutte
le nostre. Erano, inoltre, quasi
compaesani, con le medesime fonti materiali
d'ispirazione: i paesaggi, i costumi, le
consuetudini di vita, cui alludono nei
loro versi, sono gli stessi nel
poeta di San Pietro a
Capofiume e in modo, il Pascoli
non ha più ripreso^ codesti motivi: anzi,
dalle'posteriori edizioni delle Myricae la
lirica « Crepuscolo » è stata_espunta.
Ed egual- mente ne è stato espunto un
sonetto, in cui il poeta prendeva
atteggiamento e nome di ribelle di
fronte a un principe; come non ha
mai rac- colto i versi rivoluzionari, pei
quali era noto tra i suoi
condiscepoli di Bologna e dei quali
conosco alcuni, che credo inediti e
che cominciano: Soffriamo! nei giorni
che il popolo langue è insulto il
sorriso, la gioia è viltà! Sol rida
chi ha posto le mani nel sangue,
e il fato che accenna non teme
o non sa. Prometeo sull'alto del
Caucaso aspetta, aspetta un hel giorno
che presto verrà; un giorno del quale
sii l'alba, o Vendetta! un giorno il
cui sole sii tu, Libertà!... quello
di San Mauro, nel campagnuolo dell'estremo
bolo- gnese e in quello della confinante
estrema Romagna: en- trambi sbalzati come
insegnanti nelle più lontane regioni
d'Italia, e portanti nel cuore l'uno
il piccolo borgo «dove non è che
un argine, cinque olmi e quattro case*,
e l'altro «sempre un villaggio, sempre
una campagna», il paese do- minato dalla
« azzurra vision di San Marino » .
E furono, infine, coetanei, condiscepoli ed
amici, e si scambiavano versi, e
l'uno ricordò l'altro nelle proprie poesie.
Per la comunione d'anime che si forma
tra giovani fervidi di disegni e di
speranze, alcuni atteggiamenti artistici doverono
passare dall' uno all'altro; né è detto
che il « succubo » fosse sempre
il Pascoli, quando già nel Mago il
Ferrari celebrava l'amico come l'ar- tista
«dalla lima d'oro», dalle «fresche armonie,
dai baldi voli », e simboleggiava
l'arte di lui nel canto di un
lieto coro di « giovani capinere e
usignuoli ». Accade quindi che, alcune
volte, leggendo il Ferrari, par di
leggere il Pascoli della prima maniera.
Cosi in certe impressioni di campagna:
«C'è un zufolar sì tremulo che viene
Di fondo ai fossi... »; in certe
Ma da questo Pascoli amoroso e
ribelle, da questo Pascoli « preistorico »
, tornando allo « storico » , \
dicevamo, dunque, che nelle prime Myricae,
e soprattutto nella serie che le
seguì, già si vede ì com'egli
si sforzi ad una poesia più complessa
e personale ed intensa, e come dia
subito in disarmonie. Il buon piovano,
che passa pei campi salutando e benedicendo.
tutti, è una figura che ha tocchi
esagerati. Benedice anche il falco,
anche il falchetto (nero in mezzo al
ciel turchino), anche il corvo, anche
il becchino, poverino, che lassù nel
cimitero raspa raspa il giorno intero.
visioni di opere agricole: «Anco per
poco ondeggerete, o chiome De la
canapa verde...»; in certi interni di
case rustiche e di cucine : « Là
splendeva co '1 giorno nei decenti
Costumi la virtù della massaia... »;
e finanche nella descri- zione della vita
degli uccelli, nei pensieri dei rosignuoli
o negli amori delle capinere: «Come
un argenteo tinn di cam- panello... » 7
D'altra parte, nel Pascoli si risentono
accenti del Ferrari: « Cantano a gara
intorno a lei stornelli Le fiorenti
ragazze occhipensose... »; « Siedon
fanciulle ad arcolai ronzanti...». Ma la
poesia del Ferrari, se mostra una
cerchia di pensieri e di sentimenti
più ristretta di quella del Pascoli
ed è alquanto inferiore a questa per
maturità di forma, è poi fortemente
dominata dal sentimento d'amore, che manca
quasi affatto nel Pascoli: Se corso
d'acqua o ben fiorito ramo 6 strepito
di venti o di bell'ale chieda l'onor
del breve madrigale, non l'ottiene
però se una gioconda forma di donna
a la romita scena non dia '1
senso d'amor ond'ella è piena.L'affettazione
è già nel Morticino: Andiamoci a
mimmi, lontano lontano... Din don... oh
ma dimmi: ^on vedi ch'ho in mano il
cercine novo, le scarpe d'avvio?... e
nel Rosicchiolo (la madre morta ha
accanto un pezzo di pane, serbato pel
figlio), tutto rotto e ansante di
esclamazioni: Per te l'ha serbato,
soltanto per te, povero angiolo; ed
eccolo o pianto! lo vedi? un
rosicchiolo secco. Moriva sul letto di
strame; tu, bimbo, dormivi, sicuro. Che
pianto ! che fame ! Ma c'era un
rosicchiolo duro... e in altre molte.
Già vi sono le inopportune ma- terialità.
I versi Scalpitio: si sente un
galoppo lontano (è la...?) che viene,
che corre nel piano con tremula
rapidità; non sono da riprovare (come
è stato fatto) per l'ardimento metrico,
ma perchè la previsione della Morte
che sopraggiunge è diventata in essi
qualcosa di prosaico, quasi di un
treno che ar- rivi; e il verso,
lodato per bellissimo: «con tremula
rapidità», è di una precisione sconcordante
col soggetto; come sconcordante è il
triplice grido ultimo: «la Morte! la Morto!
la Morte!», che ricorda quello del
madrigale di Mascarille: « Au voleur!
au voleur! au voleur! au voleur! » .
Lo strafare appare già per molti
segni. Alla breve poesiola: II cuore
del cipresso, sono state aggiunte, nella
seconda edizione, altre due parti per
rincupirla e renderla enfatica; con
raffinati giochetti come: «l'ombra ogni
sera prima entra nell'ombra», e con
interrogativi a più riprese: «E il
tuo nido? il tuo nido?...». Finanche
la ottava quasi in tutto bella delle
prime Myricae: Lenta la neve fiocca
fiocca fiocca: senti: una zana dondola
pian piano. Un bimbo piange, il
piccol dito in bocca; canta una
vecchia, il mento sulla mano. La
vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c'è rose e gigli, tutto un bel
giardino. Nel bel giardino il bimbo
s'addormenta. La neve fiocca lenta lenta
lenta; — è stata esagerata, non
potendosi altro, nel titolo. S'intitolava
semplicemente: Neve, e fu poi inti- tolata:
Orfano; laddove è evidente che nessuna
ragione artistica costringeva a privar dei
geni- tori quel caro piccino, che piange,
« il piccol dito in bocca » !
Allorché, dunque, nelle Myricae si
prescinda da ciò che è eco o
incidente passeggero o semplice schizzo e
quadretto minuscolo, vi si trova in
embrione il Pascoli con le sue virtù
e coi suoi difetti. Le Myricae
contengono i motivi da cui si
svilupperanno i Canti di Castelvecchio e
i poemetti georgici e morali; i quali
danno poi la mano ai Poemi conviviali
e agli Inni. III. È da
vedere perciò se non convenga seguire
l'altra indicazione, che ci è stata
offerta: che cioè il Pascoli vero sia
da cercare nella sua poesia ultima e
degli anni maturi, neLJPascoli « maggiore
» contrapposto al « minore » , in
quello delle solenni composizioni in
terzine e in endecasillabi sciolti. È da
vedere se di quei difetti, di cui
è libero nelle prime Myricae perchè
si appaga del piccolo, non sia
riuscito poi a liberarsi anche e meglio
per altra • via, lavorando in grande,
componendosi un gran corpo. E poiché
non diletta sfondare porte aperte, lascio
da banda gl'Inni, che per comune e
concorde giudizio sono la parte più debole
della sua produzione ultima, e vado
difilato ai Poemi conviviali. Nei quali, a
tutta prima, sorprende un'aria di
compostezza, una facilità ed egualità d'intonazione,
onde par di avere innanzi un'altra
persona, o tale che si è sviluppata
cosi improv- visamente e magnificamente che
non lascia riconoscere l'antica. Che cosa è
mai accaduto? Il Pascoli, oltre che
poeta, è anche umanista: conforme alla
tradizione della nativa Romagna (clas-
sicheggiante, più forse che altra regione
d'Italia nel secolo decimonono), e
all'indirizzo della scuola del Carducci.
Non è un pensatore, e nemmeno
propriamente quello che si dice un
dotto, perchè la sua solida cultura
letteraria non è orientata verso la
ricerca scientifica o storica, ma verso
il godimento del gusto e la riprodu-
zione della fantasia. Perciò ha qualcosa di
antiquato rispetto al modo moderno della
filologia; e, insieme, qualcosa di raro
e di sorprendente. Da scolaro, faceva
meravigliare i condiscepoli che dicevano ch'egli
attendesse a mettere in prosa attica
l'autobiografia del Cellini; e ancora si
narrano le sue prodezze di versificazione
latina e greca. Ha presentato più
volte poemetti latini alla gara
internazionale di Amsterdam, e più volte
ha riportato il primo premio. Ha compilato
antologie di poesia latina, e postovi
introduzioni critiche, nelle quali si
trovano brani e pagine descrittive, —
gli aedi, Achille morente, l'agone tra
Omero ed Esiodo, Solone vecchio che
vuol imparare un canto di Saffo e
morire, ecc. — che ricompaiono nei
Poemi conviviali (*). Ora, in questi
poemi (*) Un esempio. « L'aedo
viaggia per l' Hellade divina e per
le isole. Si aggira spesso lungo il molto
rumoroso mare per trovare una nave
bene arredata, che lo tragitti: egli
paga i nocchieri con dolci versi, se
è accolto... Ma, se è re- spinto,
maledice... Così a tutti si rivolge
l'aedo, che a tutti canta, uomini e
dei: entra come nella casa dei re,
così nella capanna del capraio ;
chiede con la maestà del sacerdote sì
ai pescatori che tornano, sì ai vasai
che accendono la for- nace ; e canta.
Qualche volta dorme sotto un pino
della cam- pagna: qualche volta, sorpreso
dalla neve, vede risplendere in una
casa'ospitale la bella fiammata, che orna
la casa come egli sposa la sua
ispirazione poetica alle forme della poesia
greca, nella cui riproduzione ha acquistato
pratica meravigliosa. Come nei poemetti
presentati alle gare olandesi parla latino,
e in latino dà i primi abbozzi
o le varianti del Ciocco, dei Due
fanciulli e di altre sue composizioni
italiane, così nei Poemi conviviali parla
greco: greco con parole italiane, ma
con tutte le inflessioni, i giri, i
sottintesi di chi si è a lungo
nutrito di poesia greca. Il libro è
un trionfo' della virtù assimilatrice, un
capolavoro di aultura umanistica. Questo
linguaggio greco, adottato dal Pascoli,
conferisce alla sua nuova o/pera un
aspetto meno agitato e dissonante.
Ma, quando si afferma, com'è stato
affermato, che nel passare dalla lettura
dell' Odissea a quella dei Poemi
conviviali non si avverte diversità di
sorta, bisogna rispondere di star bene
attenti a non lasciarsi ingannare dalle
apparenze. Sotto l'acqua limpida e cheta
si muove la corrente ' 'jf /)
turbinosa e torbida. Pascoli è Pascoli
e non'l^y»*/ Omero: è, anzi, la sua,
quanto di più dissimile )J^ i
figli l'uomo, le torri le città, i
cavalli la pianura, le navi il
mare». (Epos, p. xxi). Si ascolti ora
II cieco di Ohio: Io cieco
vo lungo l'alterna voce del grigio
mare; sotto un pino io dorino
dai pomi avari; se non se
talora m'annunziò, per luoghi soli,
stalle di mandriani, un subito
latrato; o, mentre erravo tra la
neve e il vento, la vampa da
un aperto uscio improvvisa nella sua
casa mi svelò la donna, che
fila nel chiaror del focolare. si
possa pensare dalla poesia omerica: questa
così ingenuamente umana, quella cosi
sapiente nella sua umanità, cosi sorpresa
e stupita della sua ingenuità che sta
a guardarla e a riguardarla in viso,
e ad ammirarla; e non le par
vera! Si può scegliere a piacere
qualsiasi dei suoi poemi, giacché il
loro valore press 'a poco si equi- vale.
Anticlo è nato da due versi e mezzo
dell'Odissea.'. Anticlo, nel cavallo di legno,
sta per rispondere alla voce di Elena
che contraffa quella della moglie di
lui, quando Ulisse gli caccia la mano
nella gola (1), Il P. comincia con l'eseguire
variazioni intorno a questo motivo. Le
due prime parti del poemetto sono
quasi ripetizioni l'una dell'altra: un
granellino di poesia è diluito in
molta acqua: E con un urlo
rispondeva Anticlo, dentro il cavallo, a
quell'aerea voce, se a lui la bocca
non empia col pugno Odisseo, pronto...
La voce dilegua chiamando ancora .per
nome, finché non s'ode più nulla:
finché all'orecchio degli eroi non
giunse che il loro corto anelito nel
buio; così come, all'ora del
tramonto, mentre essi se ne stavano
chiusi nel gran cavallo, udirono lon-
tanare i cori delle vergini; e poi si
fece sera, e (4) ''AvxikX,05 5è
aé y' 0X05 à[igCi|>ac8ai èjiéeaaiv
fj8EXv, àXV 'Oòvaaevq è:tl nàaxaxa
xeQoi Jite^ev VO)X8|léa)5 KQaT8QTÌ,
come è stata argutamente chiamata. E
l'idillio di un animo piagato; è una
pace di conquista, non di natura.
La casetta e la famigliuola, che
sono le imma- gini consuete dell'idillio,
hanno accanto a sé, nella visione del
Pascoli, un'altra casa e un'altra famiglia
in cui egli vive non meno che
in quelle in cui trascorre la vita
materiale: il cimitero, e i fantasmi
dei suoi morti. Questi morti sono sem-
pre con lui: tornano sempre a quelle
pareti doraestiche da cui furono
crudelmente strappati: toccano e riconoscono
le loro masserizie, i loro abiti, le
tele che tesserono e cucirono, i
figliuoli che generarono e lasciarono
bambini, i fratelli coi quali divisero
le prime gioie brevi e i primi
pungenti dolori. Immagini di morti, che
si tirano dietro, nell'animo del poeta,
altre immagini affini: mendichi, vecchi,
ciechi, bambini deboli e pian- genti. È
un idillio, irrigato di pianto: il tesoretto
domestico, sul quale egli vive, è
formato dal ricordo dei mali e delle
angosce sofferte. L'ere- mita (del poemetto
cosi intitolato), nello scendere lungo il
fiume della morte, grida: Signore, fa
ch'io mi ricordi! Dio, fa che
sogni! Nulla è più soave, Dio, che
la fine del dolor; ma molto duole
obliarlo; che gettare è grave il
fior che solo odora quando è còlto.
Da questa contemplazione, fatta fine
e abito di vita, sorge una forma
di serenità: l'animo, non più interiormente
dilaniato, può volgersi al mondo esterno,
e guardare ed osservare e comentare, in
un modo per altro sempre intonato
alle sofferte vicende: calmo, sì, ma
non gaio: sereno, ma non agile e
leggiero. E sorgono insieme le gioie
modeste: l'attitu- dine a godere delle cose
piccole, del riposo gior- naliero, della
mensa, della passeggiata, dello studio; a
scoprire in esse un sapore, una virtù
ascosa, che altri, più fortunati o
più sfortunati, non vi scoprirebbero: come
nel fior d'acanto, che le api regali
disdegnano, le api legnaiole trovano il
miele e la contadinella sugge il
nettare ignoto. A te né le gemme
né gli ori forniscono dolce ospite, è
vero; ma fo che ti bastino i
fiori che cògli nel verde sentiero,
nel muro, sulle umide crepe dell'ispida
siepe. Non reco al tuo desco lo
spicchio fumante di pingue vitella; ma
fo che ti piaccia il radicchio, non
senza la sua selvastrella, con l'ovo
che a te mattutina cantò la gallina.
Questa disposizione d'animo è stata
dal Pa- scoli, negli ultimi tempi,
innalzata a una teoria etico-sociologica,
che egli non si stanca di pre- dicare
in tutte le occasioni: tanto che, per
questo rispetto, stiamo per avere, anche
noi italiani, il nostro Tolstoi (purtroppo,
solo il Tolstoi che filo- sofeggia!). La
natura è una madre dolcissima che sa
quel che fa, che ama i figli
suoi, e dal male ricava per essi
il bene. La vita è bella, o
sarebbe, se gli uomini non la
guastassero. Ma gli uomini avvelenano ogni
cosa con la discordia, con l'odio,
con la guerra, e con la cupidigia
insaziabile, che è il movente riposto
e ultimo. Bisogna dunque dichiarar guerra
alla guerra; non ammettere di- visioni
fatali, esser di nessun partito, addetti
so- lamente alla causa dell'umanità: non
ridere delle parole carità e filantropia,
ma accettarle meglio che quelle di socialismo,
individualismo e simili; il vero socialismo
è il continuo incremento della pietà
nel cuore dell'uomo. Tutte le cose
buone sono identiche, o s'identificano: il
patriottismo non sta contro il socialismo,
e viceversa: il so- cialismo dev'essere
patriottico, e il patriottismo socialistico.
Tutto è affar di cuore, di dolcezza,
di pietà. Anche la scienza e la
fede non debbono rissare: la scienza
deve tener della fede e la fede
della scienza. Codesta non già transvalutazione,
ma adeguazione o depressione di valori,
è sug- gellata dalla virtù del contentarsi:
contentarsi del poco, perchè, se il
molto piace, il poco solo è ciò
che appaga. « Uomini, contentatevi del
poco (assai, vuol dire si abbastanza
e sì molto: filosofia della lingua!),
e amatevi tra voi nell'ambito della
famiglia, della nazione e dell'umanità». —
Una filosofia, che è già bella e criticata,
quando si è mostrato che nasce da
uno stato d'animo in- dividuale; e del
resto, il Pascoli stesso, pratica- mente,
come uomo, la contradice quando, appena
qualcuno tocca ciò che gli è caro
(la sua arte, o i, suoi convincimenti
critici), corre alle difese e alle
offese; non esita a chiamare «stolti» o
« sciocchi » i suoi accusatori (si
veda la prefazione ai Poemi conviviali)) e,
insomma, conserit proelia, viene alle mani:
di che non lo biasimerò io
certamente, perchè mi par naturale che
ognuno protegga, come può, le cose
che ama. Nasce da uno stato
d'animo e ci conferma questo stato
d'animo, che è quello che abbiamo
definito come una varietà del sentimento
idillico. Ora, il sentimento idillico
è costante in tutta l'opera letteraria
del Pascoli: involuto, e qua e là
lievemente sorridente, nelle primissime Myri-
cae, chiaramente spiegato nelle poesie posteriori.
Non fanno eccezione i Poemi conviviali,
il cui contenuto sono la natura, la
morte, la bontà, la pietà, l'umiltà,
la poesia; e la poesia e la
morte più d'ogni altra cosa: pensieri
tristi e delicati, che risuonano sulle
labbra dei personaggi del mito, della
leggenda e della storia ellenica. Per
bocca dell'antico Esiodo parla sempre il
Pascoli: E sol com'ora anco è
felice l'uomo infelice: s'egli dorine o
guarda: N quando guarda e non vede
altro che stelle, quando ascolta e
non ode altro che un canto; il
Pascoli stesso è effigiato in Psiche,
che solitaria nella sua casa intende
l'orecchio al canto di Pan: Eppur
talvolta ei soffia dolce così nelle palustri
canne, che tu l'ascolti, o Psiche,
con un pianto sì, ma ch'è dolce,
perchè fu già pianto e perse il
triste nel passar degli occhi la
prima volta; o nell'aedo Femio, che
parla ad Ulisse e dice della poesia,
quel che già era stato detto nelle
varie allegorie ed apologhi delle Myricae:
Un nicchio vile, un lungo tortile
nicchio, aspro di fuori, azzurro di
dentro, e puro, non, Eroe, più grande
del nostro orecchio; e tutto ha dentro
il mare, con le burrasche e le
ritrose calme, coi venti acuti e il
ciangottio dell'acque. Una conchiglia breve,
perchè l'oda il breve orecchio, ma
che tutto l'oda; tale è l'aedo. Pure
a te non piacque. La medesimezza
dell'ispirazione nei Poemi conviviali, e nelle
Myricae e Poemetti, è stata concordemente
riconosciuta; e in questo senso si è
bene affermato che il Pascoli ellenico
è un elle- no-cristiano. Diversa
opinione è stata manifestata per gli
Inni', e si è detto che il
Pascoli vuol tentar in essi la corda
eroica, e fallisce. E gli si è
dato sulla voce, consigliandolo (per
parlare col suo poeta) a meditare
silvestrem musam tenui avena, ad attenersi
al deductum Carmen, al calamos inftare
leves, se non voglia stridenti miserum
stipula disperdere carmenì Ma gl'inni, nel
loro complesso, contengono nient'altro che
la predicazione del solito vangelo pascoliano:
si ricordino quelli sull'anarchico assassino
dell'imperatrice Elisabetta, sul negro di
Saint-Pierre, sulla uccisione di re Umberto,
sul Duca degli Abruzzi e la
spedizione al Polo, sulle stragi civili
del maggio 1898. E si deve concludere
che non vi ha luogo a distinguere,
nell'opera del Pascoli, filoni diversi di
pensieri, correnti diverse di sentimento, e
ad assegnare la parte geniale della
poesia di lui all'una delle correnti,
e l'artificiosa all'altra. Si deve
concludere che anche il secondo dei
due procedimenti critici, che abbiamo
ricordati, si chiarisce inapplicabile al
caso suo. E così l'arte del Pascoli
par che serbi sempre l'aspetto di un
problema. La genialità e l'artificio, la
spontaneità e l'affettazione, la sincerità
e la smorfia, appaiono uniti negli
stessi componimenti, nelle stesse strofe,
talvolta in un singolo verso. Il male
attacca la lirica nelle sue radici e
nelle sue fibre più intime, nel
metro; talché in mol- tissime poesie del
Pascoli la mossa metrica è come
staccata dall'ispirazione: quasi si direbbe
che, appena sorto il germe di vita,
un microbio vi si sia precipitato
sopra a contaminarlo. L'impressione del lettore
è quella che io ho notata in
principio: l'attrattiva e la repulsione, il
rapimento e il disgusto si avvicendano.
Abbiamo insieme un poeta ingenuo e
uno bambinesco; un lirico del dolore
e un « assassinato di dolore » ,
come avrebbe detto Pietro Aretino; un
commoso cantore della pace e un predicatore
alquanto untuoso; un uomo santo e un
sant'uomo, uno spirito religioso e un
prete. Stiamo a momenti per gridargli
entusiasmati: Quae Ubi, quae tali reddam
prò Carmine donaci, e donargli la nostr'anima
(unico dono degno che possa farsi ai
poeti); ma, nel- l'istante seguente, lo
slancio del donatore resta sospeso. E
il critico è messo in imbarazzo:
press'a poco nella situazione di Gargantua,
quando gli nacque il figlio e gli
mori la moglie, che non sapeva se
dovesse ridere o piangere: *Et ledóbufe qui
troubloil san en tende meni esloit
assavoir l'AS mon s'il devoit
pleurer poùr le deuil de sa femme,
ou rire pour la joie de son
filz. D'un coste et d'aulire, il
avoit argumens sophistiques qui le
suffoquoient, car il les faisoit tres
ìnen in modo et figura, mais il
ne les pouvoit souldre. Et,
par ce moyen, demeuroit empestrè cornine
la souris empeigée, ou un milan pris
au lacet». Ma il critico non
vuole escogitare « argumens sophistiques»:
vuol vederci chiaro, e non gli
riesce. Non è una consolazione osservare
che questa incertezza si ritrova
nell'opinione generale con- cernente il Pascoli.
Coloro che più ponderata- mente hanno
scritto della sua opera, mostrano sempre,
in modo espresso o tra le linee,
una tal quale insoddisfazione: e ora
concludono che il Pascoli non giunge
alla creazione spontanea e ^geniale; ora riconoscono
quel che c'è d'imper- fetto nelle sue
più belle creazioni; ora lo consi- derano
piuttosto come precursore che come ar-
tista compiuto in sé stesso; ora lamentano
che nel Pascoli ci sia l'imitazione
di sé medesimo, il pascolismo. Più
volte ho potuto osservare che alcuni
dei maggiori estimatori e lodatori di
lui non sanno celare la loro
dubbiezza e cercano come di essere
rassicurati sulla legittimità della loro
ammirazione; o alcuni dei più risoluti
avver- sari non si sentono, nella
manifestazione del loro dispregio, in
completa buona coscienza. Tanta è questa
incertezza, che si ode lamentare non essere
stato finora il Pascoli giudicato
degnamente perchè la critica italiana è
inferiore al compito suo; ed altri
scusano la critica con- siderando l'arte
del Pascoli come un'arte dell'av- venire,
che solo in una nuova fase spirituale
potrà essere compresa a pieno. Sarà
dunque così? Fallimento della critica? o
rinvio all'avvenire? Ma, prima di ricorrere
a codeste ipotesi da disperati (da
disperati, perchè non verificabili), bisogna
esaminare un'ipotesi più semplice. La quale
è, che ciò che si presenta come
problema sia una soluzione; che ciò
che sembra una do- manda, sia già una
risposta ; che questa mia cen- sura
critica, che finora sembra tutto un
prologo, sia già una conclusione. Il
Pascoli è, per l'appunto, quale lo
siamo venuti osservando: uno strano
miscuglio di spon- taneità e d'artifizio:
un grande-piccolo poeta, o, se piace
meglio, un piccolo-grande poeta (cosi come,
in una delle sue poesie, la terra
a lui appa- risce un « piccoletto-grande
presepe » !). In lui, anche dopo
le prime Myricae, sono sorti motivi
poetici felicissimi, anzi più ricchi forse
e più pro- fondi dei suoi primi; ma
codesti motivi non ven- gono padroneggiati
e ridotti a unità artistica, e non
acquistano quell'intonazione armonica, che è la
manifestazione dell'unità. Era uno squisito
poeta nelle prime Myricae, restio a
scrivere e a stampare, tanto che si
denominava da sé « Be- lacqua», e,
sfiducioso, non cercava la fama. Ma!
la fama l'ha raggiunto, e lo ha
eccitato a una produzione abbondante e
artificiale. Spirito poetico qual egli è,
non riesce mai a diventare del tutto
un retore; ma non riesce neppure alla
poesia compiuta, e s'indugia in una
semi-poesia. Perciò anche egli, ora, non
vede nessun termine alla sua produzione:
smarrito il senso della sin- tesi
artistica, di ogni commozione fa una
lirica, prima che sia diventata veramente
tale: la sua produzione si è resa
facile e meccanica. « Quanto più di
numero vorrei che fossero! (scrive nella
prefazione di Odi e inni, che pure
son troppi e troppi). Io sento di
non avervi ancor detto nulla di ciò
che avevo per i vostri cuori. E
temo di andarmene, volgendomi disperatamente
addietro per dirvi ciò che non dissi,
e che è sempre e ancora il
tutto. Bisogna affrettarsi, ora. Gli anni
non vengono, ora: vanno ». Perciò,
non s'acqueta in nessuna delle sue
creazioni. Ogni materia diventa per lui
inesauribile. Il tragico fato del _padre
gli è fonte perpetuajd^__pjoesia^,appunto perchè
nessuna perfetta poesia ne è nata. Egli
sente nell'aria il rimprovero per quel
suo inces- sante verseggiare i casi della
propria famiglia; e si difende: «Io
devo (il lettore comprende) io devo
fare quel che faccio. Altri uomini,
rimasti impuniti o ignoti, vollero che
un uomo non solo innocente ma
virtuoso, sublime di lealtà e bontà,
e la sua famiglia, morisse. E io
non voglio. Non voglio che siano
morti » . E non si tratta di
questo: i lettori non l'accusano di
parlar troppo di suo padre, ma di
non parlarne abbastanza poeticamente; ed
egli forse insiste nel tema, non
perchè spinto da dovere domestico, ma
perchè avverte, sia pure confusamente, che
non è giunto ancora a concretare il
suo sentimento nelle immagini. Quella
tragedia familiare gli sta dinanzi come
un grosso blocco di marmo, che non
sa come lavorare: ne fa con lo scalpello
saltare qualche scheggia, ma non v'incide
una volta per sempre la statua o
il gruppo. Per la stessa ragione, infine,
la sua opera poetica ha l'aria di
una poesia dell'avvenire: i motivi, che
vi sono abbozzati e non perfettamente
elaborati, paiono aspettare e provocare
l'artista, che li ripiglierà. VI.
Come dal suo stato d'animo idillico
il Pascoli ha tratto una filosofia
che è la conferma di quel suo
stato, cosi dalla sua arte imperfetta
ha tratto un'estetica e una critica, che
è il riflesso teorico di essa, e
insieme una conferma dell'analisi che si
è tentata in queste pagine. Il poeta
jegli dice ed io compendio), il poeta
vero è un fanciullo: è l'anima che
ama il poco, le piccole cose, la
campagna piccola, il campicello, l'orto con
una fonte e con un po' di selvetta,
il cavallino, la carrozzina, l'aiolina. E
l'ama con la dolcezza della pietà:
perchè il poeta non solo è il
fanciullo, ma è anche il poverello
dell'umanità, spesso cieco e vecchio. Per
conseguenza, in quanto poeta, è sempre
ispiratore di buoni e civili costumi,
d'amor patrio e familiare e umano: è
sempre socialista, perchè è umano: esclude
l'impoetico, e alla fine si trova che
l'impoetico è quello appunto che la
morale riconosce cattivo e l'estetica
dichiara brutto: l'esclude non di
proposito, non ragionando, ma cosi
istintivamente, perchè ne ha paura o
schifo. Ciò che esce fuori di questo
amore pel piccolo) non è poesia. Le
armi, le aste bronzee, i carri di
guerra, i lunghi viaggi, le traversie,
sì, perchè sono cose che il fanciullo
ricerca con avida curiosità, e le
vagheggia palpitando di gioia. Ma tale
non è l'amore, l'eros; tale non è
tutta la moltitudine irosa delle altre
passioni. Ciò il Pascoli chiama non
più elemento poetico, ma drammatico; non
più poesia pura, ma applicata; non
più di sentimento, ma di fantasia. Con
l'introduzione dell'elemento erotico, l'essenza
poetica diminuisce: le figure omeriche sono
più poetiche di quelle della tragedia
ellenica: Rolando della Chanson è più
poetico dell'Orlando innamorato e furioso
dei romanzieri italiani. La Comedia
dantesca, come tutti i grandi poemi,
i grandi drammi, i grandi romanzi, è
poesia ap- plicata: è un gran mare,
nel quale di tanto in tanto si pesca
una perla, un prodotto di poesia
pura; com'è, per esempio, nel Purgatorio
la descrizione dell' «ora che volge il
desio ai naviganti ■» . Questa estetica
è la base della sua critica
letteraria. Di Omero mette in mostra
l'intona- zione fanciullesca: « descriveva i
particolari l'uri dopo l'altro, e non
ne tralasciava uno, nemmeno, per esempio,
che le schiappe da bruciare erano
senza foglie. Che tutto a lui pareva
nuovo e bello, ciò che vi aveva
visto, e nuovo e bello credeva avesse
a parere agli uditori. La parola c
bello e ' grande ' ricorreva a
ogni momento nel suo novellare, e
sempre egli incastrava nel discorso una
nota a cui riconosceva la cosa.
Diceva che le navi erano nere, che
avevano dipinta la prora, che galleggiavano
perchè ben bilanciate, che avevano belli
attrezzi, bei banchi; che il mare era
di tanti colori, che si moveva
sempre, che era salato, che era
spumeggiante...». L'Eneide di Virgilio diventa
pel Pascoli quasi un duplicato della Georgica:
l'Eneide canta, si, guerra e battaglie; ma
« tutto il senso della mirabile
epopea è in quel cinguettìo mattutino
di rondini o passeri, che sveglia Evandro
nella sua capanna, là dove avevano da
sorgere i palazzi imperiali di Roma».
Nelle sue introduzioni aXY Epos e alla
Lyra, il Pascoli evoca la Grecia
primitiva coi suoi aedi e mendicanti,
ricchi di meravigliose storie, fanciulli
parlanti ad altri fanciulli, o ri-
sveglianti nell'uomo adulto il fanciullo:
evoca il Lazio primitivo, con la sua
vita agreste piuttosto che guerresca.
È da notare un'altra dottrina letteraria
del Pascoli, che si lega alla
precedente. Egli afferma che per la
poesia vera e propria agli italiani
manca, o sembra mancare, la lingua; e
che bisogna riproporsi il problema posto e
studiato dal Manzoni: il problema della
lingua. La lingua, che si adopera, è
troppo generica e grigia. « Pensate
ai fiori e agli uccelli, che sono
de' fanciulli la gioia più grande e
consueta: che nome hanno? S'ha sempre
a dire uccelli, si di quelli che
fanno tottavì e si di quelli che
fanno crocrol Basta dir fiori o
fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e
gialli, e non far distinzione tra un
greppo co- perto di margherite e un
altro gremito di crochi?». Ed insegna ai
fanciulli il segreto per diventar valenti
in poesia: «Chiedete sempre il nome
di ciò che vedete e udite; chiedetelo
agli altri, e solo quando gli altri
non lo sappiano, chiedetelo a voi
stessi, e, se non c'è, ponetelo voi
il nome alla cosa » . Anche questa
dottrina è base ai suoi giudizi
critici. Esamina il Sabato del villaggio
del Leopardi, e trova indeterminato e
vago il verso «un mazzolin di rose
e di viole»; & avrebbe desiderato
maggiore precisione per es- sere in grado
così di stabilire a quale mese dell'anno
si riferiva il poeta con la sua
descrizione: corregge altrove il Leopardi,
che accenna al canto degli usignoli,
notando che nella valle di Recanati
si odono invece le cingallegre; l'Elogio
degli uccelli gli suggerisce l'esclamazione
: « mai un nome di uccelli:
tutti uccelli, tutti canterini! ». Ora
è evidente, per quanto riguarda la dottrina
estetica, che il Pascoli ha equivocato,
scambiando e confondendo in uno l'ideale
fan- ciullezza, che è propria della poesia
la quale si libera dagl'interessi
contingenti e s'affisa rapita nelle cose, —
la fanciullezza che è imma- gine della
contemplazione pura, — con la realistica
fanciullezza, che si aggira in un
piccolo mondo perchè non conosce e
non è in grado di dominarne uno
più vasto. E l'equivoco lo ha menato
diritto a negare carattere d'arte
pura a quasi tutta l'arte; a
distinguer l'arte dalla fantasia confinandola
al sentimento, e a mutilare il sentimento
stesso confinandolo a quel solo sentimento
che non sia erotico o passionale, al
sentimento idillico. La sua dottrina
sulla lingua ha stretta affinità con quella
di Edmondo de Amicis e degli altri
linguai; vale a dire, si riduce in
fóndo al- l'eretismo delle piccole cose, agli
alberi che impediscono la vista della
selva. Dice il Leopardi nella Vita
solitaria: Talor m'assido in solitaria
parte sovra un rialto, al margine
d'un lago di taciturne piante incoronato.
E un De Amicis o un Pascoli
a domandare ; — Piante? ma quali
piante? di quale specie e sot- tospecie
e famiglia e varietà? Qui c'è
l'indeter- minato e l'impreciso! — quasi
che Leopardi dovesse essere, in quel
momento, non già un'anima assorta nel
problema del dolore e del fine dell'universo,
ma un dilettante di botanica; come
prima, nel caso degli uccelli, non un
filosofo pessimista, ma un cacciatore, esperto
a riconoscere lo voci e le forme
degli uccelli, a cui mirerà con lo
schioppo! La critica del Pascoli,
infine, è unilaterale ed esagerata. Dove
egli s'incontra con poeti e con
situazioni poetiche che rispondono al suo
proprio ideale e alla sua angusta
teoria, li sente e interpreta bene, e
vi fa intorno osservazioni assai fini.
Ma, trovandosi più spesso innanzi a un'arte
diversa, è costretto o a tacere o
a ridurla sofisticando alla sua personale
visione. Rare sono le eccezioni, dovute
allo spontaneo irrom- pere di un più
compiuto senso dell'arte. Ma è veramente
l'Eneide quella che egli ci presenta
nel giudizio riferito di sopra? E,
per esempio, il passionale episodio di Didone,
cosi importante e significante, come si
concilia con la veduta georgica
dell'essenza del poema? E, veramente, lo
stile di Omero quello che il Pascoli
ci ha descritto, o non è di un
Omero reso da lui alquanto puerile?
Anche i saggi di traduzione che il
Pa- scoli ci ha dati dei poemi
omerici destano i medesimi dubbi. Non
istituirò sottili confronti con l'originale,
convinto come sono che la poesia,
rigorosamente parlando, non si traduce; o, come
è stato detto di recente e assai
bene da un critico d'arte tedesco,
che chi traduce con la pretesa di
sostituire l'originale, fa come uno che
volesse dare a un innamorato un'altra
donna in cambio di quella che egli
ama: una donna equivalente o, su per
giù, simile; ma l'innamorato è inna- morato
proprio di quella e non degli equivalenti.
Né contesterò l'utilità grande che avrà
per la cultura italiana il possedere
un Omero messo in italiano da un
profondo grecista e da un espertissimo
letterato, quale il Pascoli: anzi affretto
coi miei voti il compimento del- l'opera.
Ma, considerando quelle traduzioni per sé,
come opere d'arte che stiano da sé,
a me pare che tra l'Omero alquanto
rimbambinito del Pascoli, e quello un
po' enfatico e accademico, ma pur
grandioso, di Vincenzo Monti, chi legga
per mere ragioni di godimento artistico
preferirà sempre il secondo: Elena dunque
venire vedevano verso la torre, e
l'uno all'altro parlava parole dall'ale
d'uccelli : — Torto non è che
Troiani ed Achei dalle belle gambiere
da sì gran tempo per tale una
donna sopportino il male... Il Monti
ha soppresso le ali di uccello e
le belle gambiere, sentendo che il
loro valore si falsifica nella letterale
versione italiana; ha aggiunto qualche suo
tocco: ne è uscito un quadro o
una statua alla David o alla Canova,
ma, a ogni modo, una pagina d'arte:
Come vider venire alla lor volta
la bellissima donna, i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa
voce tra lor venian dicendo : —
In vero biasmar né i Teucri né
gli Achei si denno se per
costei si diuturne e gravi sopportano
fatiche... Il fanciullesco non c'è
più; ma c'era veramente in Omero?
L'omerico neanche c'è più; ma si
poteva rendere? e l'ha reso poi il
Pascoli? — Parla Achille ad Ettore
caduto: Ettore, tu lo credevi
spogliando il mio Patroclo morto, d'esser
salvo, e di me ch'ero lungi, pensier
non ti davi bimbo! ma in parte
da lui c'era un molto più forte
com- pagno presso le navi cavate,
c'ero io dietro ad esso rimasto, che
i tuoi ginocchi snodai! I cani e
gli uccelli da preda strascicheranno ora
te; lui seppelliranno gli Achei! Anche
qui mi pare che sia più facile
gustare il Monti, che traduce nello
stile neoclassico, non senza qualche
svolazzo accademico: Ettore, il giorno
che spogliasti il morto Patroclo, in
salvo ti credesti, e nullo terror ti
prese del lontano Achille. Stolto! restava
sulle navi al mio trafitto amico un
vindice, di molto più gagliardo di
lui: io vi restava, io, che qui ti
distesi. Or cani e corvi te
strazieranno turpemente, e quegli avrà
pomposa dagli Achei la tomba.
Comunque, la critica del Pascoli,
quando non può interpretare in modo
rispondente al suo ideale di vita le
opere poetiche, divaga, come può vedersi
nei citati discorsi introduttivi alle
raccolte dell'Epos e della Lyra, i quali
sono i suoi migliori lavori critici:
serie di note sugli aedi dell'Eliade,
sulla condizione dei poeti nella primitiva
società romana, sulle leggende di Roma
confrontate con quelle dell'epos ellenico,
su Enea e Odisseo, su questioni
biografiche e cronologi- che, sulle varie
redazioni del testo dell' Eneide, e
simili, che non stringono dappresso il
problema critico. Nella sua inesatta
idea dell'arte è anche l'origine di quella
singolare opera critica, che sono i
parecchi volumi da lui dedicati
dall'esegesi dantesca. Il Pascoli non
sembra ancora investito dello spirito della
critica moderna, per la quale il
pensiero poetico e la grandezza di
Dante non sono riposti nelle allegorie
e nei concetti morali. La sua Minerva
oscura (prendo questo libro come esempio)
discute ancora con gravità e come di
problemi di alta importanza, se il
sistema delle pene e dei premi sia
il medesimo nell'Inferno, nel Purgatorio e
nel Paradiso; se delle tre fiere la
lonza rappresenti l'incontinenza, il leone
la violenza, la lupa la frode; se
il messo del cielo sia Enea; perchè
il conte Ugolino stia nell'An- tenora
e non nella Caina, e via dicendo:
questioni di nessuno o di assai
scarso significato non solo per
l'intelligenza artistica di Dante, ma anche
per la conoscenza della vita medievale
e delle intenzioni e dei sentimenti
appartenenti alla bio- grafìa di Dante :
inezie, che, di giunta, sono per lo
più questioni insolubili, per mancanza di
dati di fatto sufficienti; onde rendono
possibile quel raziocinare all'infinito, che
piace ai perditempo, e quell'acume a
buon mercato, che piace ai vanitosi.
Ed ecco il Pascoli, per le
scoperte del genere accennato, « raggiante
di solitario orgoglio » . «Aver visto
nel pensiero di Dante!... (dice nella
prefazione alla Minerva oscura). Io, la
vera sentenza, io l'ho veduta! Si: io
era giunto al polo del mondo
dantesco, di quel mondo che tutti i
sapienti indagano come opera di un
altro Dio! Io aveva scoperto, in
certo modo, le leggi di gravità di
quest'altra Natura; e quest'altra natura,
la ragione dell'universo dantesco, stava
per svelarsi tutta!». Sembra anche qui
Edmondo de Amicis, quando, dopo aver
veduta e toccata a Granata la
cassetta delle gioie d'Isabella di Castiglia,
si guardava le mani, esclamando come
incredulo o trasognato: «Io l'ho toccata,
con queste mani!». Ma il Pascoli si
ricorda, subito dopo, del doveroso
sentimento di modestia: scaccia via con
piglio risoluto l'orgoglio, benché, nello
scacciarlo, gli accada (disavventura in cui
incappano di solito i modesti) di
accentuarlo più fortemente: «Cancelliamo quelle
superbe parole! Mi perdoni chiunque ne
sia rimasto scandalizzato! Oh, se la
gloria è ombra di vanità... Via dal
cuore cosi perverso fermento!». Il che
non impedisce che, qualche anno dopo, egli
non sappia tenersi dal contare la sua
scoperta e la sua gloria ai fanciulli
delle scuole d'Italia: « E io vi
dico, o fanciulli, che il tempio (la
Divina Commedia) è ancora in piedi, e
che è bello dentro e fuori, e
più bello nel suo complesso che nei
suoi particolari che sono pur bellissimi, e
che nel tempio e si gode molto,
per la grande bellezza, e s'impara molto
per la ingegnosa verità; e che vi
si può entrare, perchè la chiave si
è trovata. E se vi soggiungessi che
l'ho trovata io, mi direste superbo?
Quanti trovano, figliuoli miei, una chiave,
in questo mondo, e non sono detti
superbi se dicon d'averla trovata e
la riportano! E poi, sapete dove l'ho
trovata? Nella serratura. Era nella toppa,
la chiave del gran tempio! Era lì,
e bastava appressarsi un poco per
vederla e gi- rarla ed entrare! Ma
nessuno s'era, a quanto pare, appressato
assai » (Fior da flore, prefaz.). E,
an- cora qualche tempo dopo, con rapida
mutazione di stile, rivolgendosi ai
critici, e alludendo ai suoi volumi
danteschi, scritti e da scrivere: «Essi
furono derisi e depressi, oltraggiati e
calunniati ; ma vivranno. Io morrò:
quelli no. Così credo, cosi so: la
mia tomba non sarà silenziosa. Il
genio di nostra gente, Dante, la
additerà ai suoi figli ». In
questi giubili, in questi vanti, in
queste stizze, in questa virtù che si
nasconde ma se cupit ante videri, abbiamo
innanzi, veramente, non il fanciullo divino
e poetico, ma il fanciullo realistico
e prosaico. E neppure nelle poesie
del Pascoli c'è solo il divino
infante. Anche colà, come nella sua
dottrina estetica e critica, i due
esseri, così all'apparenza simili, così nel
profondo diversi, sono abbracciati e
stretti in un amplesso indissolubile.
Questo amplesso del poeta ut puer e
del puer ut poeta è forse il
simbolo più ade- guato dell'arte di P. INTORNO
ALLA CRITICA DELLA LETTERATURA
CONTEMPORANEA E ALLA POESIA DI P. Il
mio giudizio sul P. ha suscitato — e
me le aspettavo — vivaci opposizioni
e contro- versie. E a proposito di
esso si è ripreso a discutere di quel
che sia o debba essere la critica
letteraria, e dei vantaggi e degli
inconvenienti di questo e di quel metodo,
e del metodo in genere. Ecco dunque
buona occasione per meglio chiarire le
idee non ancora del tutto chiare (sebbene
molto meno confuse di quanto fossero
alcuni anni addietro) sull'ufficio della
critica, e anche per aggiungere qualche
cosa circa la poesia del Pascoli.
Quale sia il metodo di critica,
che si professa in queste pagine, può
compendiarsi in poche parole, quasi in
un catechismo. È una critica fondata
sul concetto dell'arte come pura fantasia
o pura espressione, e che per
conseguenza non esclude dalla cerchia
dell'arte nessun contenuto o stato d'animo,
sempre che sia concretato in un'espressione
perfetta. Fuori di tale concetto, quella
critica non ha alcun altro presupposto
teorico, e rifiuta come arbitrarie le
cosiddette regole dei generi e ogni
sorta di leggi letterarie e artistiche.
Per giudicare d'arte non conosce altra
via che quella d'interrogare direttamente
l'opera stessa e risentirne la viva
impressione; e a questo fine, e solo
a questo fine, crede am- messibili,
anzi indispensabili, le ricerche che si
chiamano storiche o filologiche, le quali
hanno valore ermeneutico e servono a
trasportarci, come si dice, nelle
condizioni di spirito dell'au- tore nell'atto
che formò la sua sintesi artistica.
Ottenuta la viva impressione, ossia il
congiun- gimento con lo spirito dell'artista,
il lavoro ulteriore non può esplicarsi
se non nel determinare ciò che nell'oggetto
che si esamina è schietto prodotto di
arte, e ciò che vi si contiene
di non veramente artistico, come sarebbero,
per esempio, le violenze che l'autore
fa alla sua visione per intenti
sovrapposti, le oscurità e i vuoti
che lascia sussistere per ignavia, le gonfiature
e fiorettature che introduce per far
colpo, i segni dei pregiudizi di
scuola, e tutta insomma la varia
sequela delle deficienze e viziature ar-
tistiche. Il risultato di questo lavoro è
l'esposizione o ragguaglio critico, che dica
semplicemente (e, nel dir ciò, ha insieme
giudicato) wie es eigentlich gewesen, «
come sono andate propriamente le cose
», secondo la definizione, geniale nella
sua semplicità, che Leopoldo Ranke dava
della storia. Perciò critica d'arte e
storia d'arte, a mio vedere,
s'identificano: ogni tenta- tivo di critica
d'arte è tentativo di scrivere una
pagina di storia dell'arte (intendendo la
parola « storia » nel suo . senso
alto e compiuto, cioè nel suo senso
vero). La critica distingue e caratterizza
le forme prese dallo spirito artistico
nel corso della realtà, che è
svolgimento e storia. Mi ha recato
dunque meraviglia leggere su pei giornali
che questo metodo vuol « misurare la
fantasia e l'estro di un poeta col
metro di preconcetti pedanteschi » , o che
esso applica all'arte « i criteri
logici che sono propri della critica
della scienza » , o che si fonda
sui « caratteri estrinseci » dell'opera
d'arte; — quando vero è proprio
l'opposto, cioè che esso è sorto per
discacciare preconcetti pedanteschi e abitudini
di confusione tra arte e scienza, e
per ricondurre lo sguardo dall'estrinseco
all'intrinseco. E non so che cosa si
voglia dire con l'accusare quel metodo come
«sistematico», giacché, per quel ch'io so,
la mente umana è sistema, vale a
dire ordine; e si potrà censurare
come imperfetto un particolare sistema, ma
non perciò sopprimere mai l'esigenza
sistematica, la quale conviene a ogni
modo appagare. Non potrei neppure ammettere
che il metodo da me professato sia
bensi buono, ma che « accanto ad
esso ve ne siano altri egualmente
buoni per giudicare dell'arte », perchè
non intendo come una funzione dello spirito
umano possa avere altro metodo che
non sia quell'unico, che le è
proprio; e resto stupito quando poi
leggo, che « di un metodo in
critica non si dovrebbe neppur parlare»,
perchè rispetto troppo il mestiere che
qui faccio per considerarlo come cosa
capricciosa e priva di metodo, cioè
di giustificazione e di valore. Ma
confesso che la meraviglia maggiore è
nata in me dal timore manifestato dal
Gar- gano ('): che questo metodo,
risolvendosi in un «formolario », metterà
« d'ora innanzi alla portata di tutti
l'esame di ogni produzione letteraria, di
coloro specialmente che, sforniti della
dote essenziale del critico, cioè del
gusto, crederanno in buona fede di
poter giudicare applicando se- veramente i
principi della logica ». Lasciando stare
l'ovvia risposta già da altri anticipata
al Gargano (che di qualsiasi metodo
si può abusare dagli incapaci), io
osservo che la vecchia critica, fondata
sulle regole e i modelli, quella, sì,
era facilissima e « alla portata di
tutti » ; perchè non ci voleva
molto a sentenziare: « la tale opera
non risponde alle regole della tragedia,
e perciò merita condanna»; ovvero: «
il tale personaggio si conduce in
questa situazione precisamente come il pius
Aeneas, e perciò merita lode di
decoroso eroe da epopea». Ma la
critica mo- derna, richiedendo insieme idee
filosofiche sul- l'arte, cultura storica,
sensibilità estetica, acume di analisi e
forza di sintesi, è difficile. Tanto
diffìcile che io non l'ho vista mai
attuata se non (i) Nel Marzocco
di Firenze.] a tratti e lampi; e non
conosco se non un sol critico (l'ho
detto già molte volte), che l'abbia
degnamente esercitata sopra un'intera letteratura:
il De Sanctis. Per quel che concerne
me che, in mancanza di altri
volenterosi, mi sono provato ad adoprarla
per la contemporanea letteratura italiana, io
sono di continuo travagliato dal dubbio
(igienico dubbio) della mia inade- guatezza
all'alto ufficio. Faccio del mio meglio,
m'invigilo, procuro di correggermi; ma non
ho mai la sensazione di correre un
campo libero di ostacoli, o di
scivolare come in islitta sul ghiaccio.
Se altri prova questo godimento, beato
lui! Ma come mai l'enunciato metodo
critico, che è il più liberale che
sia stato mai concepito, il più rispettoso
verso tutte le infinite individuazioni
artistiche, il solo che non prenda il
passo sull'arte, viene ad assumere agli
occhi di molti aspetto minaccioso di
forza e di prepotenza, tanto da
spingerli alle proteste e alle accuse
malamente formolate con le parole di
« siste- matismo », « logicismo »,
« preconcettismo pedantesco», e simili? Chi
non ignora che le medesime accuse sono
state date ai metodi dei più vigorosi
filosofi, e le lodi contrarie largite
in copia ai filosofi molli e contradittorl
e inconcludenti, chi rammenta di quanto
odio siano stati proseguiti Spinoza o
Hegel, e di quante simpatie Mill o
Spencer, non dura grande fatica a
spiegarsi il caso. La ragione delle accuse,
non potendo essere fondata nella qualità
di quel metodo, deve cercarsi nelle
disposizioni degli animi e degl'intelletti
degli accusatori: in quelle tendenze che
io soglio riassumere con la parola
«pigrizia». È l'umana pigrizia che fa
preferire un metodo più comodo, o
almeno rivendica il diritto di un
metodo più comodo e benigno accanto
all'altro troppo severo; la pigrizia, che
rifiuta il peso e scansa la
responsabilità del concludere, e tenta di
eludere il problema, girandolando intorno
all'arte, cogliendone solo qualche lato,
divagando leggiadramente o sviandosi in
questioni estranee. L'orrore di molti
cosiddetti « eruditi » per la
cosiddetta «critica estetica» è l'istintiva paura
per un esercizio troppo aspro e
periglioso. Met- tere insieme la cronaca
dei pettegolezzi di Recanati è, si sa,
molto più facile che non analizzare il
Canto del pastore errante. La
pigrizia per altro è, nella critica
della letteratura contemporanea, rafforzata da
motivi particolari. Quella critica, a dir
vero, considerata intrinsecamente, non ha
problema diverso da ogni altra forma
di critica, che concerna le letterature
più da noi remote nel tempo; e anch'essa,
come si è detto, consiste nel
tentativo di scrivere una pagina di
storia letteraria. E se vi s'incontrano
condizioni sfavorevoli, che non si trovano
nella letteratura più remota, presenta
altresì alcune condizioni favorevoli, che
mancano nell'altro caso: se nella
letteratura contemporanea è assai malagevole
cogliere il carattere e il valore di
certi processi che sono ancora in
fieri o si sono appena conclusi,
laddove per l'antica si hanno innanzi
serie di svolgimenti compiuti e
nitidamente assegnabili, d'altro canto per
la letteratura contemporanea si ha una agevolezza
d'interpretazione e comprensione, che nella
più antica si ottiene di solito con
grandi stenti e solo in parte.
Vantaggi e svantaggi, in- somma, su per
giù si compensano, e gli uni e
gli altri sono poi affatto contingenti.
— Ma la cosa non sta allo
stesso modo circa le condizioni soggettive,
o meglio i sentimenti e le passioni
individuali; le quali, a dir vero,
nella letteratura contemporanea, operano assai di
frequente una vera pressione psicologica
per impedire la posizione esatta e la
soluzione giusta del problema critico.
Vi hanno, per esempio, tra gli
autori di versi e prose letterarie,
personaggi o ragguardevoli per situazione sociale
o rispettabili per altre forme della
loro attività o attraenti e cari per
la loro bontà e amabilità, la cui
opera artistica non risponde in modo
degno alle altre loro forze e virtù.
Il che più o meno tutti avvertono,
ma tutti o quasi tutti, come per
tacito accordo, si propongono di non
dire. A questo intento si ricorre a
una sorta di critica diplomazia, la
quale o si perde in vani suoni
o gira il problema o somiglia al
linguaggio di Alete, pieno di strani
modi, « che sono accuse e paion
lodi ». Si lasci balenare il più
lieve accenno di critica seria innanzi
a codesto tessuto di frasi abili e sfuggenti,
e ne nascerà uno scompiglio, come io
stesso ho potuto sperimentare in più
occasioni pei miei giudizi. Per esempio,
ho mostrato che nei volumi di un
egregio uomo, scrittore di versi, vi
ha cultura, elevatezza di pensieri e
d'intendimenti, pratica dello scrivere, ma
difetta quasi del tutto la sostanza
poetica, l'intimo ritmo e il canto.
Ed ecco una schiera di amici a
scandalizzarsi e a darmi sulla voce.
« Quello scrittore è una nobile
personalità». D'accordo; ma non è poeta.
« Quello scrittore sta solo in parte,
intatto dal- l'applauso volgare » . Ciò
vorrà dire che è uomo dignitoso, ma
non che sia poeta. « Quello scrittore
ha un aspetto tra di monaco e
di guerriero, e avrebbe potuto, se
fosse vissuto nel secolo de- cimosesto,
comandare una galea in battaglia contro
i turchi ». Sarà, quantunque sia
difficile provarlo; ma non è poeta. «
Quella sua poesia attinge il più alto
segno della poesia degli acca- demici e
professori » . Il che vorrà dire che
gli accademici e i professori, in quanto
tali, debbono astenersi dalla poesia; ma
non già che quegli sia poeta. «
Se verrà tempo che non si guarderà
più a un libro di poesia da un
punto di vista estetico secondo la
moda corrente, il suo libro sarà
studiato come un interessantissimo documento
psicologico». E ciò conferma, per l'ap
punto, che non è poesia, ma semplice
documento biografico. — Sono giudizi codesti
che, per quanto strani, potrei tutti
documentare, coi nomi degli autori e
con le altre relative citazioni; ma
prego i lettori di dispensarmene per
non allontanarci troppo dalla questione che
sola ora c'interessa. Sembra, in verità,
che il problema che i più cercano
di risolvere, sia di trovare il modo
di non fare critica, pur dandosi
l'aria di farne. . Innanzi a siffatto
proposito, tenace quantunque spesso
inconsapevole, di nascondere la verità come
a un malato si nasconde la gravità
della sua malattia, il critico ingenuo,
che ripeta il vecchio e arrogante «
Hic Rodhus, hic salta», il critico
che cerchi determinare chiaramente se una
data opera è o non è poesia, il
critico che, insomma, voglia adempiere il
dover suo, desta fastidio e impazienza
come personaggio importuno, e, non
sapendosi come combattere i suoi giudizi,
si rifiuta addirittura il suo « metodo»:
quel metodo che procede o si accinge
a procedere in guisa tanto indiscreta.
Guai a chi si prova ad accendere
una luce sfolgorante dove si desidera
l'ombra o la penombra. Ma il
contrasto del metodo da me professato
con quello che è consueto nelle
trattazioni della letteratura contemporanea, e
la parvenza di ri- gidità e violenza
che il primo assume, possono avere
origine anche da altre cagioni. La
più parte degli scritti sulla letteratura
contemporanea sono meramente occasionali;
concernono questa o quel- l'opera di uno
scrittore, non il complesso della sua
attività; e provengono da persone, che
di solito propugnano o avversano l'
indirizzo di quello scrittore o di
quella scuola. Non dico che per ciò
siano privi di buona fede e di
qualsiasi verità; e anzi concedo che
offrano sovente osser- vazioni delicate o
sottili e giudizi giusti. Ma sono di
necessità unilaterali, come unilaterale sarei
io stesso se, per esempio, amico ed
estimatore del Pascoli, seguendo il
mio desiderio o l'altrui in- vito,
scrivessi l'annunzio di un nuovo volume
di questo poeta : unilaterale e non
bugiardo o falso, perchè mi basterebbe
spigolare nel volume mo- tivi e strofe
e versi di molta bellezza (dei quali
nel Pascoli è sempre abbondanza), per
conciliare in qualche modo i miei
sentimenti personali con la verità: tacendo
sul resto, ossia schivando il vero ed
intero problema critico. Messa a para- gone
di quegli scritti occasionali e polemici,
la parola di chi, come me, è
costretto, per la qua- lità stessa del
suo assunto, a esaminare tutta l'opera
di uno scrittore (la peggiore e la
migliore, il periodo di genialità e
quello di artifizio o decadenza), e a
determinarne tutti gli aspetti per darne
giudizio compiuto, sembra ora troppo severa,
ora troppo indulgente. I lettori equanimi
e bene informati se ne sentiranno
soddisfatti ; ma gli autori di quelle
recensioni e annunzi (e chi non è
autore di qualche recensione o annunzio?),
no. Per ciascuno di essi, a volta
a volta, il critico è stato ingiusto:
una metà di essi invoca il
panegirista, l'altra metà il carne- fice.
Così, pei dannunziani, io che ho definito
il D'Annunzio un «dilettante di
sensazioni», sono, a stento, il «
migliore tra i critici volgari del
D'Annunzio», incapace di penetrare nel profondo
idealismo della sua arte; ma dagli antidannunziani,
avendo io, com'era mio dovere, riconosciuto
le bellissime cose che il D'Annunzio
ha prodotto nella sua ristretta cerchia
d'ispirazione, mi odo invece proclamare un
« bollente SI dannunziano», il
più «gran dannunziano sotto la cappa
del sole ». Ho parlato con sincera
simpatia dei versi di Severino Ferrari; ma
ciò non basta a chi è stato
amico del Ferrari e della sua poesia
si è fatto una predilezione o un
sacro ricordo; ed ecco che di quelle
mie pagine lau- dative, ma non
ditirambiche, non si sa dare pace
qualche cuore tenero, che sul Ferrari
ha stam- pato opuscoli col titolo: Il
rosignolo di Alberino, e vede con
isdegno che io considero il valente
Severino come un uomo e non come
un augello. E via discorrendo, perchè
gli esempi si potreb- bero accrescere. Che
cosa fare? Io non me ne dolgo,
perchè non mi dolgo dell'inevitabile; e
poi ci ho fatto la pelle; e poi
ancora ho qualche compenso, non solo
nella mia coscienza (« coscienza » è
parola rettorica, e non bisogna pro-
nunziarla!), ma anche nelle inaspettate e dolcissime
manifestazioni che ho ricevute da parte
di alcuni degli autori da me
liberamente criticati, i quali mi hanno
ricambiato col farmi l'amichevole confidenza
delle loro lotte e dei loro dubbi
e dei loro scontenti, quasi ad
illustrazione e conferma di quanto io
aveva spregiudicatamente osservato. Ancora
un'altra cagione che fa apparire rigido ed
eccessivo il metodo da me adoperato,
sta nel fatto che la prolungata
consuetudine con la letteratura del giorno
tende ad alterare il senso della
grande arte e a deprimere lo standard
of faste, il livello della vita
estetica. Di questo pericolo io sono
consapevole, e per mia parte cerco
premunirmene, rileggendo di tanto in tanto
i classici e giovandomi di tale
lettura come di un esercizio spirituale (di
una praepa- ratio ad missam) pel mio
ufficio di critico. Nondimeno, penso che i
miei saggi critici sulla letteratura
contemporanea siano alquanto indulgenti, e
che tali saranno giudicati da chi li
rileggerà fra un mezzo secolo. Ma, se
io forse non sono abbastanza esigente,
oso dire che i più dei miei
colleghi in critica, sempre tuffati nella
letteratura del giorno, hanno addirittura
fatto l'abito a con- tentarsi di poco.
Odo frequenti parole sulla « divina
bellezza » della forma del Pascoli.
Chi dice questo, quanto tempo è che
non rilegge un'ottava di messer Ludovico?
Il D'Annunzio ha osato ricordare V Aiace
sofocleo, a proposito del suo ultimo
dramma. Ma ha egli avuto ben presente
la tragedia di Sofocle? Quanto a me,
avendola ripresa tra mano dopo aver
letto la prefazione al Più che
l'amore, giunto appena alle parole di Odisseo:
èTCotxteipw Sé viv, ecc., balzai dalla
sedia e mi sorpresi a gridare
dantescamente al D'Annunzio: « Fa', fa'
che le ginocchia cali!... ». E, come
il senso della classicità, nella consuetudine
con la letteratura contemporanea si smar
risce sovente quello della storia, ossia
della lentezza e faticosità dello svolgimento
e della rarità del prodotto veramente
geniale: Tu che '1 diamante pur
generi, lenta, in tua mole, tu sai
su l'eterno quadrante quante ore di
secoli, e quante vigilie e che doglia
si vuole, o laboriosa gestante,
per dare un cervello di Dante,
o un cuore di Shelley, al tuo
sole! La letteratura italiana (che è
una grande letteratura) in sei secoli non
offre dieci o quindici veri poeti; e
si sarebbe preteso che io ne ritrovassi
una cinquantina, se non addirittura un
centinaio, nel periodo di un quarantennio
o di un cinquantennio, che è quello
che sono andato investigando. Quale
meraviglia se, per la maggior parte degli
scrittori che hanno avuto voga e
riputazione, il mio giudizio è o
negativo o circondato da molte restrizioni?
Ripeto: anche per tale rispetto credo
di essere piuttosto indul gente che
severo; e sono indulgente perchè comprendo
le angosce dell'arte, e tengo conto
anche delle approssimazioni al segno non
raggiunto, e persino ho qualche simpatia
per le disfatte non inglorioso. Chi
nei secoli venturi riscriverà la storia
letteraria dello stesso periodo trattato da
me, avrà (oh, non dubitate!) la mano
assai più ruvida e pesante della mia.
Per queste e per altre cagioni
simili a queste, che, non volendo
andare per le lunghe, lascio di
enumerare e illustrare, il metodo critico
da me professato sembra, e non è,
violento. Ma per un'altra cagione sembra
poi talora sbagliato: per l'incompiuta
preparazione mentale della maggior parte
dei critici che trattano di letteratura
del giorno. I quali sono di solito
(avverto che non faccio allusioni e
non penso a nessuno in particolare) o
persone^ che hanno tentato infelicemente l'arte
e hanno poi smesso (peggio se continuano
a farne, perchè in tal caso sono
tratte a preparare a sé medesime
l'ambiente della compiacenza); o uomini di
gusto che, leggendo poesie per proprio
diletto e acquistando cosi esperienza e
pratica dell'arte, via via passano dal
discorrerne oralmente allo scriverne sui
giornali, e diventano per tal modo,
senz'averci mai pensato, critici di
professione. Ma a costoro, pur tra
molte belle qualità particolari, manca
quello studio e quella annosa meditazione
sui problemi dell'arte e della critica,
e quelle cognizioni di storia della
critica d'arte, che spesso si provano
indispensabili; e ciò li mena a confondersi
innanzi a certi casi, pei quali il
gusto naturale e il semplice buon
senso non sono bastevoli. Talvolta, essi
non riescono a intendere esattamente
nemmeno i termini, che adopera il
critico addottrinato e meglio informato dell'odissea
secolare della sua disciplina. Se ne
desidera qualche esempio? E io ne
darò, restringendomi a quelli che mi
vengono forniti dalle dispute intorno al
mio saggio sul Pascoli. Nel quale
aveva scritto tra l'altro, di passata,
che « il pensiero poetico e
l'importanza di Dante non è nelle
allegorie e nei concetti morali ». E
un fervente ammiratore del Pascoli (*)
mi redargui- sce: «Le allegorie e i
concetti morali non son (!) Lettera
aperta del prof. Pietrobono a È.
C. sulla poesia di G. P., nel
Giornale d'Italia.] tutto Dante, lo sappiamo:
ma senza quelle e questi Dante non
è più lui. Chi rinunzia a render-
sene ragione, rinunzia semplicemente a capirlo.
Ora qual critico mai s'è sognato
d'insegnare che il pensiero dei poeti
non importa conoscerlo?». E qui, un
argomento irresistibile : — Se si tolgono
le allegorie, l'arte di Dante si
riduce a frammenti; resta una ruina,
sebbene una nobile ruina. — Ora, come
spiegare in quattro parole al mio
contradittore che il pensiero artistico non
ha che fare col pensiero allegorico o
extrar- tistico, e che la sintesi,
l'elemento unificatore, è data nell'arte di
Dante dalla sua possente fantasia e
non già dalle sue escogitazioni di
moralista e di teologo? Questa distinzione
di pensiero artistico (intuizione) e di
pensiero extrartistico è una delle più
sudate conquiste della scienza este tica.
E come spiegargli, in quattro parole,
che la critica è stata impotente a
comprendere la grandezza di Dante fintanto
che ha insistito sulle sue allegorie
e sulle sue intenzioni, e ha fatto
un gran passo solo quando (nel
periodo romantico) ha guardato Dante non
come un dotto e un filosofo, ma
come un poeta dell'anima pas- sionale,
quasi uno Shakespeare in anticipazione? e
che perciò il Pascoli, che crede di
poter assi- dere su più solide basi
la grandezza di Dante scoprendo la sua
ìmdvota, il suo pensiero riposto, è,
nella storia della critica, un
ritardatario, anzi un fossile? Un
altro esempio ci è fornito dalla
questione che è stata mossa: se valga
la pena, nella critica, di far tutte
le fatiche che io faccio per «
classificare » e mettere nel « casellario
» gli scrittori, che bisogna invece
soltanto gustare e far gustare. Dapprima,
a questa opposizione, sono cascato
dalle nuvole. Classificare?
casellario? Ma se io non classifico
mai! Ma se sono il più radicale
avversario delle classificazioni
e dei casellari (dei generi,
delle arti, della rettorica, e di
quanti altri se ne conoscono di
questa sorte), che sia mai comparso
nel campo estetico! 8e mi
rifiuto perfino a raccogliere gli scrittori,
di cui tratto, in gruppi di lirici,
drammaturgi, romanzieri, e via dicendo !
Ma, poi, ho capito : i miei
contradittori avevano confuso Vintelligere col
classificare, la comprensione col casellario,
tra i quali due procedimenti c'è un
abisso, perchè il secondo è la morte
della critica e il primo il suo
ufficio proprio. Anche qui, come spiegare
in poche parole una differenza, che
non si può giu- stificare se non
risalendo alle teorie fondamen- tali della
logica? Prendiamo il sonetto: « Solo
e pensoso i più deserti campi ».
Se io dico che è una «
lirica » , l'ho classificato in
uno degli schemi delle vecchie
istituzioni letterarie; se dico che è
un « sonetto » , l'ho classificato
secondo la metrica. E quella lirica o
sonetto rimane ancora criticamente intatto.
È bello o brutto? e quale stato
d'animo esprime? La classificazione, facendosi
per caratteri esterni, è impotente a
rispon- dere a queste domande. Ma se
si determina la si- tuazione psicologica
del Petrarca (e determinarla non si
può se non ricorrendo a concetti,
giacché, per sentirla così com'è, non
c'è da far altro che leggere il
sonetto stesso), e se si mostra come
quella situazione si è svolta nelle
varie parti del sonetto, e come tutto
bene si accordi ad essa e bene
l'esprima, non si classifica, ma si
cerca di comprendere il sonetto, cioè
di farne la critica. Ora, bene o
male, questo e non altro io mi
sono sforzato di fare pel Pascoli e
per gli altri scrittori, che sono
andato esaminando. Il « classificare » non
c'entra; e la confusione tra i due
procedimenti è di quelle in cui
possono cascare soltanto le menti non
abbastanza disciplinate. A talun altro il
modo della mia critica, in fondo, non
dispiace; ma gli sembra troppo freddo
e ragionatore e polemico, e preferirebbe,
per esempio, il calore e l'eloquenza
di Giuseppe Mazzini. E ciò andrebbe
bene, se io fossi Mazzini; ma, essendo
Cecco «come sono e fui», non posso
discorrere se non nel tono, che è proprio
al mio temperamento. Così il De
Sanctis, educatore e maestro nell'anima,
non poteva scrivere di critica al modo
del Carducci, poeta nell'anima. Voglio dire,
che non bisogna confondere il metodo
della critica, che dev'esser uno, coi
temperamento dei critici, che non può
non esser vario; e non bisogna
(codesto ci mancherebbe!) mettere tra i
requisiti della critica un particolare
temperamento. All'osservanza del metodo tutti
sono obbligati; ma nessuno è tenuto a
sforzarsi a un tono a lui estraneo:
che anzi ciò gli è assolutamente
vietato sotto pena di cadere
nell'artifizio, nella rettorica e nella l'aisita.
Amo grandemente il De Sanctis e ne
accolto le idee fondamentali; ma mi
sarebbe impossibile imitare il suo stile,
e mi guardo pur dal ten- tarlo. Mi
si prenda dunque come sono, con la
mia simpatia per gli schiarimenti e
le digressioni filosofiche, con la mia
tendenza alla polemica e alla controcritica,
col mio tono prosastico e talvolta
sarcastico, col mio dilettarmi talvolta
Bioneis sermonibus et sale nigro, perchè
posso bensi correggere i miei errori
quando me ne accorgo, ma non posso
e non debbo mutare il mio essere.
— Così anche non so come si sia
potuto far questione di bontà di
metodo pel fatto che, nell'esaminare il
Pascoli, ho esaminato altresì le opinioni
dei critici intorno a lui: dico «
anche», perchè non è vero che quello
sia stato il mio punto di partenza:
il punto di partenza (e l'introduzione
stessa del mio scritto ciò mostra
chiaro) fu l'impressione diretta, prodottami
dalla lettura dei versi di lui. Vi
ha questioni vessate o pregiudicate, perchè
già molte volte tentate e trattate; e
lo scrittore (che si riattacca sempre
agli scrittori precedenti e con essi
dialoga) non può non tenere conto di
quanto altri intelletti hanno osservato e
pensato intorno al suo argomento, non solo
per trarne aiuto, ma anche per
conoscere verso quali punti deve orientare
la sua esposizione critica. E basti
di ciò. Mi sembra di aver difeso
il metodo da me professato contro gli
appunti, in verità non gravi, che gli
sono stati mossi, e posso concludere
con tanto maggiore sicurezza e
franchezza, che quel metodo è buono,
in quanto esso non è mia privata
invenzione e possesso, ma è il
risultamento della storia della critica.
So bene che mi si osserverà: —
Tu hai difeso il metodo, ma, nel
caso del giudizio circa il Pascoli,
non si tratta di metodo, sibbene di
applicazione. « Il padre Zappata predicava
bene, ma razzolava male » , mi
proverbia il Gargano in un secondo
suo articolo (*); senonchè, nel primo,
aveva invece rifiutato, mi sembra, il
metodo e non l'applicazione, o questa
solamente come effetto di quello. Dunque,
procediamo per divi- sione. Di metodo non
si parla più? Il metodo è buono?
Si? Questo mi premeva soprattutto. E
la questione è terminata; e siamo
d'accordo. E possiamo ora passare
all' «applicazione», ossia al caso
particolare del mio giudizio sul Pascoli.
Dove mi si para innanzi una
pregiudiziale, perchè, a detta di taluno
dei miei contradittori, a me sarebbe
accaduta una piccola disgrazia, per la
quale potrei bensì utilmente discettare in
teoria, ma non potrei accostarmi ai
casi parti- colari. « Il Croce, grazie
alla prolungata rifles- sione e al
ripensamento della filosofia hegeliana, non
si trova più nello stato di fresca
ver- ginità, di docilità amorosa, che è
necessaria per seguire i poeti nelle
loro fantasie... » (2). Vera- ci) Nel
Marzocco, del 7 aprile. (2) G.
A. Sartini, nella rivista
Studium, di Milano.] mente, una
siffatta verginità, che consisterebbe nel
non meditare, non che io l'abbia
perduta, non l'ho mai posseduta; e
sono per questo rispetto in condizioni
gravi, quasi direi nelle medesime
condizioni di quella Quartina sacerdotessa, che
esclamava appo Petronio: Junonem meam
iratam habeam, si unquam me memine-
rim virginem fuisse. Ma conosco e
posseggo un'altra «verginità», che si
rinnova ogni qual volta il mio animo
corre a dissetarsi nella poesia: una
verginità, che potrà somigliare alquanto a
quella di Marion de Lorme (come si
vede, non intendo esaltarmi mercè i
personaggi coi quali mi paragono):
Ton soufflé a relevè mori àme.
.... Près de toi rieri de moi
n'est reste, et ton amour m'a fait
une virginité! Ma, naturalmente, concedo
subito che io possa avere sbagliato
nel giudizio sul Pascoli; anzi questa
concessione è già implicita in quel
che ho detto di sopra circa le
difficoltà della critica d'arte. E non
solo per ciò che riguarda il Pascoli.
Ho esaminato finora, nei miei saggi,
l'opera complessiva di parecchie decine di
contempora- nei scrittori italiani; e, quantunque
abbia adoperato ogni diligenza, se pensassi
di non essermi mai distratto, di aver
semptre reso esatta giustizia a tutti
quegli scrittori e a tutte le singole
loro opere, sarei un fatuo. E,
se avessi sbagliato circa il Pascoli, certo
me ne dorrebbe, e ne proverei una
qualche contrarietà e mortificazione di
amor proprio; ma stia tranquillo il
dottor Rabizzani, che ha pubblicato testé
un bell'articolo sul Pascoli ('), nel
quale, tra l'altro, si dà pensiero
della possibilità di un mio «postumo
pentimento», e mi ricorda sin da ora,
per incoraggiarmi, il nobile atto di
contrizione che lo Chateaubriand recitò pel
suo giudizio, nientemeno, sullo
Shakespeare : — ho fiducia che
troverei in me la quantità di coraggio
necessaria, e saprei consolarmi, pensando
che, costretto io a lacerare cinquanta
delle non poche mie pagine di prosa,
l'Italia avrebbe assodato io cambio la
gloria di un suo forte e perfetto
poeta. Ma ho poi sbagliato? Temo di
no, a giudicare anzitutto dai modi
tenuti nelle loro risposte dai miei
avversari. Uno dei quali, il Gargano
(un critico con cui in altre
questioni letterarie ho avuto il piacere
di andar d'accordo), in un primo
articolo, in luogo di difendere il
Pascoli, assalì il metodo in
genere, che, come si è
visto, è affatto incolpevole; in
un secondo articoletto, cercò
di farmi passare per uno
che sfuggisse alla discussione (laddove il
vizio del quale, se mai, debbo
correggermi, è l'opposto); in un terzo,
finalmente, cavò fuori uno strano pensiero
: che cioè « sembra avere io
ora scelto come bersaglio dei miei colpi
i poeti più celebri dell'Italia di
mezzo » (2): il che suona un
appello, vero e (!) Nella Nuova
rassegna di Firenze, aprile-maggio 1907,
pp. 457-479. (2) Nel Marzocco.] proprio,
alle brutte passioni del campanilismo. E
mi pare perciò che l'affetto pel suo
poeta gli abbia, questa volta, mosso nell'animo
sentimenti di stizza verso chi è di
avviso alquanto diverso dal suo: e la
stizza (ecco un adagio ben trito) non
giova alla causa che si difende.
Vediamo, a ogni modo, le
controcritiche ; le quali si sono
aggirate quasi sempre sui particolari delle
analisi che io ho date di alcune
poesie del Pascoli per illustrare il
mio giudizio generale sull'opera di lui.
Nella poesia La voce ho mostrato
come quel «Zvani», che fa da
ritornello, rompa brutta- mente la delicatezza
dell'ispirazione. Il prof. Pie- trobono (*)
dà al mio giudizio questo significato:
che io non ammetta l'uso del dialetto
nella poesia e nella prosa colta; e
mi ricorda il miscuglio dialettale omerico,
con erudizione alquanto remota, quando
poteva semplicemente citare ciò che io
stesso ho scritto più volte (2) per
difendere il dialetto e il miscuglio
dei dialetti. Ma no: quel « Zvani
» mi spiace come mi spiacciono di
fre- quente le onomatopee ornitologiche del
Pascoli, non perchè dialetto, ma perchè
mi sembra un modo alquanto comodo e
semplicistico di risolvere il problema
artistico, offrendo la materialità della
cosa invece del suo spirito. Come mai
il Pascoli, che freme e trema alla
voce della morta, (i) Si veda
la citata Lettera aperta del rev.
prof. Pietrobono. (2) Si veda, tra
l'altrev a proposito del Di Giacomo,
in Letter. d. nuova Italia, in, 97-100.
II alla voce di sua madre,
può, nel medesimo istante, mettersi
freddamente a contraffare quella voce e
rimodulatia dilettautescamente dentro di sé?
Quella voce dovrebbe sentirsi dappertutto
nella lirica, e non lasciarsi mai fissare
nella sua determinatezza estrinseca e nel
suo contorno preciso. È un « infinito
> di ango- scia e di nostalgia,
che non bisogna rendere finito e
tascabile. Il mio contradittore afferma che
«quel Zvani... ci sta d'incanto, specie
se si pronunzia a dovere»; e così
scopre egli stesso la sollecitudine di
salvare, per virtù di pronunzia, l'effetto
di quel ritornello. Che cosa dirgli? Io
mi provai a pronunziarlo in tutte le
più varie intonazioni; me lo feci
perfino leggere da un amico, valente
lettore di versi: e la stonatura mi
parve e mi pare sempre gravissima.
Forse, se lo sentissi pronunziare da
lui, sarei vinto, e qualche lacrima
mi sgorgherebbe; ma anche in quel
caso mi resterebbe il dubbio di avere
reso omaggio non alla virtù del
poeta, ma a quella del bravo
declamatore, che sa come si tappino i
buchi o si scivoli sulle asprezze
del- l'espressione poetica. Si dica lo
stesso del: « Papà, papà, papà »
dell'altra poesia Un ricordo. Qui il Gargano
anche osserva che io mi son «
fatto lecito di associare ad una
delle più soavi elegie pasco- liane
il ricordo di una canzonetta napoletana
volgaruccia anzi che no » . Mi son
fatto lecito? Si posseggono non so
quante parodie di Omero e di Dante,
anzi quasi non c'è verso di
quei grandi che non sia stato
parodiato e cui non sia appiccato un
ricordo buffo; eppure non mi accade
mai di ricordarmene quando leggo Omero
e Dante. Quella reminiscenza di opera
buffa mi è stata suscitata, e
comandata, a quel punto, dal Pascoli
stesso, per l'imperfezione, pel vano
sforzo, in quel punto, della sua
arte. Che poi (come nota il
precedente contradittore) « Un ricordo e
la Cavalla storna seguiteranno a commovere
i let- tori anche quando noi saremo
fatti vecchi, ecc. », sarà e non
sarà: ma sono affermazioni con le
quali il dibattito non fa un passo
innanzi. Per dare un piccolo e
curioso e quasi scher- zoso esempio del
modo in cui il Pascoli tende a
strafare, ho notato il mutamento del
titolo dell'ottava Neve in quello di
Orfano. Il Gargano risponde: « Quel
bimbo non è soltanto ora diventato orfano;
lo era già prima, quando lo cullava
sempre quella vecchia, che neppure allora
era sua madre». Perchè? La situazione della
poesia è nel contrasto tra lo
squallore nivale della realtà e il
bel giardino della fantasia, la dura
vita reale che quell'essere umano dovrà
una volta affrontare e l'illusione in
cui viene cullato. La vecchia può
essere la nonna o la balia, e
lasciar presupporre vivente o morta la
madre. Tutto ciò non cangia nulla
all'essenza poetica dell'ottava. Il nuovo
titolo lagrimoso, che richiama una sventura
al- quanto contingente e individuale del bambino,
mi sembra che impicciolisca e non
rafforzi. L'altro contradittore mi fa
notare che io ho sbagliato nel
parlare, a proposito della poesia Il
sogno della vergine, della culla come
di una culla reale, laddove è una
culla metaforica. E ha ragione, e lo
ringrazio di avermi fatto accorto della
svista in cui sono incorso nello
stendere i miei appunti; come anche
di avermi avvertito (altra svista) che
le strofe di Un ricordo sono composte
di dieci e non di nove versi. Correggerò.
Ma ciò non tocca il punto sostanziale
della mia critica, che sta nel notare
la soverchia accentuazione data alla figurazione
metaforica o no che sia (e peggio
ancora se metaforica) della culla: «Si
dondola, dondola, dondola» ecc., e
l'eccessiva dilatazione in una lunga poesia
di un motivo (i figli non nati),
del quale un gran poeta avrebbe fatto
appena un incidente e un tocco, che
in questa sua rapidità sarebbe rimasto
indi- menticabile. — Così nella poesia: /
due cugini, io credo che dopo la
strofa: Tu, piccola sposa, crescesti:
man mano intrecciavi i capelli, man
mano allungavi le vesti, — l'altra
che segue: Crescevi sott'occhi che
negano ancora; ed i petali snelli
cadeano: il flore già lega; sia
uno stento d'immagini, che ottenebra e
non potenzia le immagini della strofa
antecedente. Il mio contradittore vuole che
il Pascoli, in quella seconda strofa,
faccia sorgere accanto alla bam- bina
«l'immagine della madre, con
quel suo sentimento di grande
delicatezza, ond'è mossa a desiderare, come
tutte le mamme, che la figliuola le
resti sempre piccina », sentimento che
« fa eco e si sostituisce al
desiderio inespresso e ormai inesprimibile
del piccolo morto». Sarebbe un parallelismo
artifizioso e una lambiccatura; e, a
ogni modo, si veda se tutto ciò
è poi detto con la frase oscurissima
: Crescevi sott'occhi che negano
ancora... Il metodo ermeneutico qui
adoperato dal mio contradittore mi ricorda
quello di un erudito campano, il
quale, una trentina d'anni fa, inte- stato
che Pier della Vigna fosse nato a
Caiazzo, avendo trovato colà alcuni
frammenti di marmo con le lettere nus
M., aul, reas f. r., coraggiosamente
integrò: « Dominus Magister Petrus de
Vinea Magne Imperialis Aule Protonotarius
Edes Marmoreas Fecit Restituii » ; e
pretendeva aver ragione contro il Capasso,
che non gli me- nava buona la troppo
abbondante integrazione. — Vuole ancora il
mio contradittore che « il cadere dei
petali snelli, della fiorita d'ali che
la rassomigliava a un lucherino, esprima
un nuovo dolore per il morto, che
vede cadere quello che in lei principalmente
amò » : come se il pasticcio di
metafore, onde le metaforiche ali diventano
petali di fiori, accresca, e non
piuttosto confonda, le belle e dirette
immagini dell'intrecciare man mano i
capelli e dell'allungare man mano le
vesti. Vuole, inoltre, che « la
pennellata sobria e pudica del ' fiore
che lega ' dica come la fanciulla
cominci a diventar donna e annunzi
quel c nuovo seno ' che il
bimbo ignora » : come se, sempre
dopo la prima bellissima strofetta, ci
volesse il vieto paragone del fiore
per fare inten- dere il formarsi della
bambina a donna. — Ma perchè non
essere schietti e non confessare la
semplice e prosaica verità? Al Pascoli,
dopo la prima strofetta uscitagli di
getto, mancò la vena ; e, non
sapendo come riempire la seconda, che
pure il prefisso schema strofico
richiedeva, continuò alla peggio nella primitiva
redazione: Crescevi, come erba nel
prato. I petali dai ramoscelli
già caddero, e il fiore ha
legato (')• Questa strofetta, assai
scialba e sciatta, non poteva contentarlo;
e procurò di rabberciare, sostituendole
quella che abbiamo or ora esaminata. Ma
il lavoro di rappezzo poetico non gli
riusci, come non riesce ora il
rappezzo critico al suo difensore. E
lascio d'inseguire altri particolari, e mi
restringo ad osservare che il mio
contradittore ha frainteso il mio pensiero
circa i metri, quando ha creduto che
io volessi stabilire che un soggetto
non può essere trattato se non in
una determinata forma metrica, mettendo in
rapporto i metri in astratto e i
soggetti in astratto. Tutti sanno
(!) Con questa variante la lirica 1
due cugini fu pubblicata la prima
volta nel Marzocco.] c;he io ho
sostenuto sempre l'opposto, e ho negato
ogni valore alla dottrina metrica come
fondamento di giudizio estetico ('). Io ho
inteso sempre parlare della disarmonia di
molte poesie del Pascoli, la quale
dalla disannonia nel metro si stende
a quella nelle proporzioni del componimento
e nelle accentuazioni delle immagini, alle
materialità inopportune, e via dicendo; e,
se ho parlato di queste cose come
distinte, l'ho fatto per semplice
espediente espositivo o didascalico.
L'osservazione enfatica che « Dante nella
terzina ha gittato il bronzo di
Farinata, l'odio di Ugo lino, la
timida preghiera della Pia e il volo
dell'aquila portata da Cesare », può fare
effetto sui profani, ma lascia freddo
chi come me ha sempre affermato che
non solo ogni terzina è diversa da
ogni altra terzina, ma ogni verso da
ogni verso, anzi ogni parola da ogni
altra parola, anche quelle che il
vocabolario pone come iden- tiche: l'«
amore» di Francesca, nelle terzine: «Amor
che a cor gentil» ecc., (dice
benissimo il mio amico Vossler) non è
una stessa parola tre volte ripetuta,
ma sono tre parole diverse. Tanto il
Gargano quanto il Pietrobono e il
dottor Rabizzani si meravigliano che io,
dopo avere approvato come belle alcune
descrizioni nei poemetti georgici del
Pascoli, resti perplesso sull'insieme e mi
domandi: «Dov'è il mondo interno del
poetar». «Ebbene, in questo caso
(!) Si veda, per es., Problemi di
estetica, pp. 163-66. (scrive, e più
efficacemente degli altri due, il
Rabizzani, a cui do la parola) il
mondo interno del poeta è proprio il
mondo che sta fuori di lui e
che solo per opera d'intuizione vien riprodotto.
Dinanzi alla cosa veduta c'è l'occhio
che vede e modifica inconsciamente e
sceglie scientemente eliminando la scoria delle
impressioni inutili per far luogo solo
a quelle che possono determinare la
sua visione. Così la descrizione è
obbiettiva per gli elementi che la
costituiscono, ma subiettiva per il modo
nel quale sono costituiti. Ed è inutile
cercare dietro ad esso una corrispondenza
morale propria del poeta; tanto varrebbe
cercare i regni celesti oltre la zona
fisica del padiglione costellato. C'è nella
nostra coscienza estetica un residuo di
simbolismo per il quale la natura ha diritto
di vivere nell'arte solo a patto che
un'allegoria la giustifichi •» . Per- fettamente
d'accordo nel principio che non bisogni
cercare nelle poesie l'allegoria, e che,
se un residuo di allegorismo resta in
fondo alla coscienza estetica, occorra
liberarsene, io non sono poi d'accordo
nel credere al valore delle descrizioni
oggettive in poesia. Se una descrizione
non è soggettiva, ossia non ha
afflato lirico (e s'intenda pure la lirica
in tutte le sue gradazioni fino alla
ironia e allo scherno), non ò poesia.
E poiché questo afflato lirico non
manca in molti punti dei poemetti
georgici del Pascoli, io li ho ammirati;
e poiché non li investe tutti (pel
solito difetto che è in lui di
perdersi nei particolari e nelle
sottigliezze), ho notato in quei poemetti il
miscuglio di un poeta vero con un
verseggiatore e descrittore meramente virtuoso.
Nel giudizio sui Poemi conviviali,
anche il Pietrobono riconosce esatta la
caratteristica da me data dell'atteggiamento
spirituale tutt'al- tro che omerico, anzi
sommamente raffinato, del Pascoli; e
solamente crede che io faccia di ciò
un rimprovero al Pascoli, il che non
mi è mai passato pel capo. Io
ho insistito invece sul modo di
concezione e composizione di quei poemi,
che sembrano mucchi di frammentini
delicati: è tutta carne molle, e
manca l'ossatura; di qui la scarsa
loro efficacia. Chi ripensi, per esempio,
ai Sepolcri del Foscolo, intenderà ciò di
cui lamento la mancanza nel Pascoli.
E quando il mio contra- dittore si
duole che né io né altri abbia osservato
« che lungo e che grande amore
debba esser costato al Pascoli la
ispirazione di quei suoi Poemi conviviali,
in cui rinovera, analizza e rivive a
una a una ordinatamente le età di
Omero e di Esiodo, quella dei tragici
greci nei Poemi di Ate, quella
dell'arte plastica in Sileno, i pen-
samenti di Platone nei poemi di Psiche,
e ci denuda l'anima dell'età di Alessandro,
di Tiberio, dei popoli di Oriente in
Gog e Magog, e finalmente canta l'annunzio
dell'era novella cristiana, nella quale
tutte le altre si assommano e conluiscono
a produrre la civiltà moderna », —
sono costretto a rispondere ancora una
volta, che egli dimentica un principio
di critica, pel quale la ricchezza di
erudizione, l'ordine storico sapiente, la
giustezza del colore storico, e via
dicendo, sono cose tutte estranee all'arte
; tanto vero, che si trovano anche
in poeti mediocri, i quali, incapaci
di scrivere dieci bei versi d'amore,
sono poi resistentissimi nel comporre
trilogie e decalogie di drammi, cicli
di poemi e leg- gende di secoli, con
relative annotazioni storiche dottissime.
Senonchè, qual è poi il giudizio
complessivo e conclusivo che i miei
contradittori hanno opposto a quello da
me proposto e dimostrato intorno all'opera
del Pascoli? Ho innanzi a me i
parecchi articoli, che si sono pubblicati
a proposito del mio studio; e cerco
una conclusione diversa dalla mia, e
non la trovo. Ecco il Rabizzani, che
si dava pensiero di una mia possibile
e probabile conversazione: « Pur non
accettando le conclusioni a cui giunge il
Croce nella crudità della formola e
nel rigore dello spinto, dobbiamo ammettere
il carattere frammentario dell'opera pascoliana.
Il poeta ha uu grande mondo, ma
non è ancora riuscito ad esprimerlo
compiutamente. Per ora, la sua sovranità
è nell'abisso della sua mente. E
quand'an- che non riuscisse a farnela uscire,
noi gliene daremmo il merito, sebbene
l'Amiel abbia detto che le genie
latent rìest qu'une prèsomption: tout ce
qui peut étre, doit devenir, et ce
qui ne devieni pas n'ètait rien». Mi
pare giudizio assai più severo del
mio; e, se mai, ho paura che il
dottor Rabizzani dovrà fare una penitenza
più grossa della mia. Ecco la Rivista
di cultura di don Romolo
Murri, non certo avversa a Pascoli
e, a ogni modo, assai equanime»: Non
dividiamo, a proposito del Pascoli, il
giudizio recentemente datone dal Croce:
giudizio giu- sto nella sostanza, se
riguarda, nell'insieme, l'opera e l'ispirazione
poetica del Pascoli, ma ingiusto per
rapporto a molte particolari poesie. E
vogliamo dire questo: che il Pascoli
non ha una così ricca e possente
ispirazione poetica che non gli venga mai
meno nel suo molto versificare, né un
cosi fine e sicuro gusto da non
dare al pubblico, della molta opera
sua, se non quello che è Anito
o perfetto; ma, dall'altra parte, quello
che il Croce concede di strofe e
di brani di poesie, che sono di
un vero e grande poeta, noi pensiamo
si possa raramente estendere a poesie
intere » (i). Non dividiamo; ma,
viceversa, dividiamo. Un altro e temperato
critico affaccia un dubbio, ma comincia col
concedere: «Il Croce ha messo il dito
sulla piaga: lo smarrirsi dell'ispirazione universale
nel mare dei particolari è, presso il
Pascoli, un caso non infrequente. Ma
non sarebbe questo un segno de'
tempi, non sarebbe la parte caduca
dell'arte pascoliana, la quale vivrà
egualmente ne' secoli ad onta di
tutti i suoi difetti, ombra appena percettibile
a petto ai suoi grandissimi pregi?»
(2). Perfino il Pietrobono non sa
dire altro circa il carattere generale
della poesia del Pascoli se non
che quella è « una
gran bella (1) Rivista di cultura,
19 maggio 1907. (2) F. Pasini,
nel Palvese, di Trieste.] poesia»; lode
che, nella sua indeterminatezza, potrei
concedere anch'io. Perchè, se alla poesia
del Pascoli non avessi riconosciuto valore,
e molto valore, non le avrei fatto
(questo è ben chiaro) l'onore di un
lungo esame, e di questa non breve
discussione, che ora gli ha tenuto
dietro. 1907. Ili DODICI ANNI
DOPO 1. Ancora sulla poesia del
Pascoli (*). Da una dozzina d'anni
non avevo letto quasi più nulla del
Pascoli, saziato dallo studio che un
tempo feci delle cose sue per
scrivervi in- torno un saggio, il quale,
quando fu pubblicato, nel 1907, parve,
peggio che severo, ingiusto. E con
curiosità ho tolto tra mano la scelta
che delle poesie di lui ha testé
curata il Pietrobono {Poesie di Giovanni
Pascoli, con note di Luigi Pietrobono,
Bologna, Zanichelli, 1918); con curiosità (prego
il lettore di credermi) assai bene- vola,
animata dal desiderio di scoprire nel Pascoli,
dopo tant'anni, aspetti che allora potevo
non avere scorti, e di giudicare,
dopo tant'anni, con mente rinfrescata, non
solo la poesia di quel (»)
Dalla Critica, XVII, 1919, pp. 320-28.
poeta, ma lo stesso giudizio mio.
Il Pascoli non è più; e tra il
tempo ch'egli ancora viveva e il
presente sono accaduti tanti straordinari
avve- nimenti, che hanno respinto assai
indietro, nel remoto, gli anni anteriori
al 1914, comprimendoli in un periodo già
chiuso, quasi con lo stesso cangiamento
di prospettiva che la Rivoluzione francese
fece per gli anni anteriori al 1
789. Ho levato dunque gli occhi verso
il Pascoli come verso un autore del
vecchio tempo (del « buon » vecchio
tempo ?), pel quale non si può
non esser disposti a simpatia; e
perfino l'averlo criticato nei giorni
lontani accresceva il sentimento di
simpatia, perchè anche questo mi formava
un legame con lui, anche questo me
lo faceva parte di una parte della
mia vita passata. S'aggiunga che il
compilatore del volume, il Pietrobono, ha
molto amato il Pascoli ed è colto
e fino ingegno, e m'invogliava perciò a
rileggere quelle poesie sotto la sua
guida bene informata, esperta ed
affettuosa; e, a dir vero, per questo
riguardo, non mi è toccata alcuna
delusione, e credo che, posto che
giovi adornare di comento le opere
del Pascoli, non si poteva eseguir
tale compito in modo migliore di
quello tenuto dal Pietrobono, che non può
esser tacciato se non forse di
sottigliezza e ingegnosità eccessive, effetti
di eccessivo amore. Ma, pel resto,
ahi, ahi, come la mia buona
intenzione, la mia mite e sentimentale
e malinconica disposizione d'animo, è stata
presto tutta sconvolta! Come mi
son sentito riprendere di Ili
- colpo dall'antica ripugnanza, e
risospingere al- l'antica riprovazione, fotta più
acuta e più violenta dalla stessa serenità
con la quale mi ero messo a
riconsiderare, dalla stessa aspettazione che
avevo carezzata di poter temperare il
mio antico giudizio o integrarlo col
riconoscimento di alcune cose belle di
quella poesia! E la riprovazione si è
volta in isdegno, ricordando di aver
letto su pei giornali letterari, che
è ormai venuto il tempo d'introdurre il
Pascoli nelle scuole italiane, a modello
o incitamento stilistico per la nuova
generazione. Oh, no! Noi non abbiamo
il diritto di propagare nella nuova
generazione le malsanie e i vizi
nostri; non abbiamo, in ogni caso, il
diritto di toglier d'innanzi ad essa
quelli che la tradizione dei secoli
ha consacrati classici, per surrogarvi
gl'idoli delle nostre fuggevoli esaltazioni,
dei nostri morbosi sentimentalismi, e dei
nostri capricci. Ciò che altra volta
ebbi a notare, ciò che sempre mi
era sommamente spiaciuto nei versi del
Pascoli, e mi aveva fatto dubitare
della sua virtù poetica, mi s'è
ripresentato subito agli occhi, appena
aperto il volume, alle prime pagine. È
quasi la caratteristica della sua arte
: il dissidio tra ritmo e metro
: il ritmo del sentimento che
richiede un certo andamento, che s'intrav-
vede, si presente, si attende, e il
metro che gliene dà un altro. Donde
anche, introdotta questa prima scissione
nell'inscindibile, il compiacersi nel par-
ticolare per sé fuori della nota
fondamentale, e, per un altro verso,
caricare il tono per ottenere
l'effetto cercato : disarmonia ed
affettazione. Vedo che il comentatore
insiste su ciò, che la poesia del
Pascoli è poesia di dissidio; e
teorizza che € il dubbio è uno
stato d'animo anch'esso, e il poeta
che n'è vittima, e vuol essere sincero,
bisogna pure che, come sente, così si
esprima, e non rifugga dall'apparire nel
tempo stesso ot- timista e pessimista, ecc.
» . E starebbe benissimo, e non ci
sarebbe niente da ridire, se si trattasse
solo di contrasti psichici; ma i
contrasti psichici debbono, in arte, essere
composti in armonia estetica: ciò che
l'uomo divide, e ciò che divide
l'uomo, la dea dell'arte congiunge. Che
è poi per l'appunto quel che al
Pascoli, per infelicità d'in- gegno, non
veniva mai fatto. Si tagliò da
una siepe — era un mattino triste
ma dolce — il suo bordone, e, volta
' la fronte, mosse per il suo
cammino. Si sente che lo scrittore
vorrebbe esser sem- plice, ma la terzina,
invece, si gira e si dondola, come
compiacendosi di sé stessa. Si noti
quel «volta la fronte», che atteggia
il personaggio come un attore, che
prende a rappresentare la sua parte.
E non pago di aver dato quest'at-
teggiamento, lo scrittore vi calca sopra:
SI: mosse. Al che il
comentatore : « Si accorge di aver
ado- perata una parola forse superba, e
la ripensa come per correggerla; ma trova
invece che non la sua superbia, ma
la verità glie l'ha posta sulle labbra,
e la conferma » . Ora, veramente, non
si vede qual superbia ci sia nel
« moversi per il proprio cammino»; ma
ben si vede che il Pa- scoli ha
« ripensata » la sua parola, ossia,
al so- lito, l'ha vezzeggiata, compiacendovisi.
E quella era la siepe folta
d'un camposanto, ed era il camposanto,
quello, dove sua madre era sepolta.
Affettazione di semplicità che s'impaccia
nelle ampie pieghe del verso e della
strofa, e affettazione di sentimentalità, in
quella fantasia del bordone, tagliato dalla
siepe, e proprio da quella del
camposanto, e proprio del camposanto in
cui giaceva la madre morta. D'allora
ha errato. Seco avea soltanto il suo
bordone. E qua tese la mano, e qua
la porse. E ha gioito e pianto.
Solennità apparente, vuoto sostanziale,
tutte frasi generiche che paiono dire
grandi cose e dicono nulla. E le
frasi generiche continuano nella terzina che
segue: E vidi il fiume, il
mare, il monte, il piano: tutto...
Sì, tutto, perchè non ha visto
niente di particolare e di significante.
e a tutto era più presso il
cuore di quanto il piede n'era più
lontano. Sentimento, che potrebbe esser
vero, ma è reso in forma di
antitesi, e perciò falsato in un giochetto.
Invece di sentirci riempire l'animo da
quel sentimento, ci soffermiamo ad
analizzare, con lo scrittore, il giochetto.
Così si va innanzi sino alla
fine: peggiorando, perchè il bordone mette
poi foglie, germina, ra- dica, e, senza
diventare simbolo vivente, s' ingoffisce in
cattiva allegoria. Il secondo componimento
del volume è quello de Le ciaramelle.
Chi non sente come liquefarsi l'anima al
loro suonoj^Jfla appunto chi questo
-Tret*ter~c1:uè preso da un soave palpito
al riudire le ciaramelle, palpita così
perchè non è lui una ciaramella, ma
un'anima, che, ormai diversa e matura,
è riportata alle immagini e alle com-
mozioni della fanciullezza. Ricordo la vigilia
di "Natale, evocata- dal Di Giacomo
in una sua lirica d'amore: la Napoli,
verso sera, tripudiente, rumoreggiante, piena
di lumi, guardata dal poeta dal mezzo
della collina, che le sovrasta. Ci
sono anche le zampogne: Saglieva 'a
dinto Napule, nzieme, cu tanta voce,
cunfusa 'int' a na nebbia na luce
'e tanta lume: sentevemo 'e zampogne,
c''o suono antico e ddoce jenghere
ll'aria, e tutti sti voce accumpagnà...
Ma il Pascoli si fa lui
ciaramella, e ciaramelleggia con esse:
Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne. Sono
venute dai monti oscuri le ciaramelle
senza dir niente; hanno destata nei
suoi tuguri tutta la buona povera
gente... Una filastrocca tutta ripetizioni
di concetti, ar- guzie, insistenze, affanno,
piagnucolamento : una bruttura. E
sorvolo sul terzo componimento {La voce)
— quello di « Zvani », — perchè
l'altra volta già ne mostrai la
sconvenienza e sconcezza ; e libo
appena il quarto, in cui l'abbaiar di
un cane a notte alta è chiuso
in istrofe di questa sponta- neità:
là nell'oscura valle dov'errano sole,
da niuno viste, le lucciole, sonava
da fratte lontane velato il latrare
d'un cane; e, in tanto artificio
e scontorcimento e ballon- zolamento, il
cane abbaia davvero, fa bau-bau: Va!
va! gli dice la voce vigile, sonando
irosa di tra le tenebre... E,
infine, incontrandomi nel quinto compo- nimento
{Valentino) — con le galline che
schia- mazzano: « Un cocco! Ecco ecco
un cocco un cocco per te! » , —
mi arresto e non procedo oltre.
Cioè, smetto di percorrere ordinatamente il
volume e lo sfoglio qua e là; e
su qualunque cosa poso l'occhio, ritrovo
le stesse affettazioni. Ecco il tanto
celebrato Aquilone: nel quale lo scrittore
vorrebbe ritrarre un momento
della propria vita di fanciullo,
risvegliatosi noi suo ricordo alla vista
di una bella mattina, piena di sole,
che lo riconduce ad altra simile di
quei tempi lontani. Ma la sua
incapacità a fecondare un motivo poetico,
si che produca la propria for- ma, si
dimostra qui chiara dal suo ricorrere
(cosa che è sfuggita al Pietrobono) a
una forma bella e fatta, all'Idillio
maremmano del Carducci. Il canto del
Carducci comincia: Col raggio del mattin
novo eh' inonda roseo la stanza, tu
sorridi ancora improvvisa al mio cuore,
o Maria bionda! E il Pascoli,
sebbene col solito tono di appa- recchio
e d'affettazione, comincia allo stesso
modo: C'è qualcosa di nuovo oggi
nel sole, anzi d'antico: io vivo
altrove, e sento che sono intorno
nate le viole. Son nate nella
selva del convento dei cappuccini...
Il Carducci termina: Meglio era
sposar te, bionda Maria! Meglio ir
tracciando Meglio oprando obliar E
il Pascoli: Meglio venirci ansante,
roseo, molle di sudor, come dopo una
gioconda corsa di gara per salire al
colle! Meglio venirci con la testa
bionda, che poi che fredda giacque
sul guanciale, ti pettinò co' bei
capelli a onda tua madre... adagio,
per non farti male. Ma le
parole del Carducci sono schiette, il
tono eguale; e quelle del Pascoli una
sequela di abi- lita da virtuoso, frigidissime:
versi troppo vibrati non si sa perchè,
specie il terzo di ciascuna terzina;
versi che, non si sa perchè, fanno
spicco: tra le morte foglie che
al ceppo delle quercie agita il
vento; immagini leziose, come l'aquilone
che s'innalza: s'innalza; e ruba il
filo dalla mano, come un fiore che
fugga su lo stelo esile, e vada
a rifiorir lontano; e falsità di
ritmo e leziosaggini, che impediscono alle
più gentili immagini di acquistare la
loro musica: Si respira una dolce
aria che scioglie le dure zolle, e
visita le chiese di campagna, ch'erbose
hanno le soglie (bello!): un'aria
d'altro luogo e d'altro mese e
d'altra vita: un'aria celestina che regga
molte bianche ali sospese {troppo
[cincischiato !)... E tutto il
componimento ha un aspetto di con- gegnato,
di preparato («Sì, gli aquiloni! È
que- sta una mattina Che non c'è
scuola...»), direi, di ginnastico, alienissimo
della vera poesia. E a proposito
del Carducci e del Pascoli. Mi fu
raccontato, da chi v'era presente (uno
dei nostri più fini artisti), che un
giorno il Carducci, trat- tenendosi in casa
di amici e trovato sul tavolino un
volume del Pascoli, ne lesse qua e
là ad alta voce alcune pagine, e
poi, richiudendolo d'un colpo e posandovi
su la mano, ammoni gli astanti: —
Questa, non è poesia! — La stessa
sentenza mi sale dai precordi, dopo
avere riassaggiato le composizioni del Pascoli.
Gridate contro di me quanto vi piace:
questa, non è poesia. E se non
è poesia, eppure ha avuto tanta voga,
ed ha ancora tanti ammiratori, donde
la ragione della sua fortuna? Credo
da ciò, che essa giunse opportuna: la
grande poesia italiana, mercè i diversi
ma del pari alti esempì del Manzoni
e del Leopardi, era stata salvata dallo
scompiglio romantico, e, mercè quello del
Car- ducci, dalle mollezze dell'ultimo
romanticismo. E l'esempio del Carducci
operò anche sul D'An- nunzio (non solo
nel giovanile Canto novo, ma anche
qua e là di poi) come freno, e
come freno operò nel primo e nel
miglior Pascoli (le prime Myricae): ma,
più tardi nel D'Annunzio e più presto
nel Pascoli, quel freno s'allentò, e
proruppe in essi la letteratura decadente,
che era in ag- guato dietro le loro
anime, e l'uno e l'altro diventarono
precursori e avviatori del futurismo. Il
Pascoli, meno vigoroso del D'Annunzio, il
quale ha avuto una sua forza di
gioia sensuale, che è stata la sua
sanità e si è guastato soprattutto
con l'intellettualismo dell'eroico e ora
del reli- gioso; il Pascoli, che era
disposto al sentimentalismo, doveva più
gravemente soggiacere al de- cadentismo e
futurismo, alla spinta analitica, alla disarmonia,
al disgregamento, alle smorfie e alle
sconcezze dell'impressionismo inconcludente. E
poiché la sua corruttela estetica prendeva
per materia la pietà, la bontà, la
tenerezza, la tri- stezza, la morte
(diversamente dal D'Annunzio il quale si
compiaceva di altre cose, che davano
scandalo ai timorati), al Pascoli è
stato possibile soddisfare in modo decente
quel ch'era di mal- sano nelle anime timorate,
e persino nei preti : — come, per
un altro verso, il Fogazzaro è stato
il D'Annunzio dei cattolici, ed ha
scritto per le famiglie cattoliche il
Piacere e il Trionfo dello morte
sotto i titoli di Daniele Cortis, di
Ma- lombra e di Piccolo mondo moderno.
Con quali aspettazioni abbiano accolto
il Pascoli i cattolici si può vedere
dalla prefazione stessa del Pietrobono, che
è preso da quella condizione di lui
tra la fede e l'incredulità, interpe-
trandola quasi presentimento di cielo,
quasi persecuzione che il Signore faceva di
un'anima, che ancora gli riluttava. E
da essa si può vedere quanto potere
il sentimentalismo, lo spirito di pietà
e di carità, il desiderio e le
esortazioni alla pace, della quale il
Pascoli si era fatto professio- nale
rappresentante, abbiano avuto sui cuori te-
neri, a segno da far dimenticare che
tutto ciò in poesia non vai nulla
se non diventa poesia, ed è
addirittura odioso quando procura di surrogare
al mancante valore di poesia materiali
valori di sentimento. Così ora i
decadenti, gli stilisti (che sono poi
decadenti, perchè sol essi pensano allo
« stile » : i grandi, i
classici lo hanno e non vi pensano),
vorrebbero introdurre la poesia e la
prosa del Pascoli nelle scuole, nelle
scuole classiche, come ideale di finezza
artistica; e i cuori teneri, nelle
scuole elementari, come educatrici a
gentili affetti, e i preti nelle loro,
perchè non vi si parla di amore
(di quell'amore che è persino nel- Y
Adelchi e nei Promessi sposi]). Ma
per le scuole elementari è proprio
indispensabile il Pascoli? Non c'è di
più vecchio e di meglio? Non c'è
il poeta che facevano leggere a noi
ragazzi, e imparare a mente, il buon
canonico Parzanese, gloria di Ariano di
Puglia? Se è necessaria per certi usi
una poesia non poetica, una poesia
pratica, quella del Parzanese fa sempre
perfettamente al caso ; e quasi mi
vuol parere che essa dia, per questa
parte, la realtà di ciò che il
Pascoli invano si sforzò di raggiungere.
Volete onomatopee? Suona, o campana,
suona, o campana, suona vicina, suona
lontana. Tu sei la musica del
poveretto, che nel sentirti piange
d'affetto; ei sol comprende la tua
parola, quando sonora per l'aria vola.
Dig din, dog don, T'allegra, o
povero, questo è il tuo suon!
Volete riproduzioni di movimenti?
Dote non ho né panni, e pur
vo' farmi sposa. Passati son tre anni
che la mia man non posa. Ma il
tempo via sen va, e il caro
dì verrà che tanto il ciel
sospira; Filatoio, gira, gira.
Volete ninna-nanne? Dormi. La bella
luna prende del ciel la via; passa,
e sulla tua cuna un bianco raggio
invia. Pe' poveri Iddio vuole che
splenda luna e sole. Dormi, fanciullo
mio, dormi, ti veglia Iddio. Volete
figurini di curati? Zitto! Cessi lo
strepito e '1 baccano: che! non vedete
il nostro buon pievano? 8' inoltra passo
passo il vecchierello: traetevi il
cappello. E di poverelli? Se
vedete un vecchierello d'occhi cieco
e d'anni stanco, senza scarpe né
mantello, che alla figlia appoggia il
fianco, nel recinto del castello
date loco al vecchierello... E
di sventurati? Chi non ha lagrimato
per la cieca del Parzanese? Non
mi dite che torna il mattino a
svegliare le cose dormenti ; non mi
dite che d'oro e rubino sono i
lembi del cielo ridenti. Il mio
ciglio il Signor non aprio... Deh!
sia fatto il volere di Dio. Ed
era molto gentile, quella cieca:
Quando sento il profumo d'un giglio,
voi mi dite ch'è bianco qual neve.
Com'è il bianco? — In pensier lo
somiglio a quel senso che l'alma
riceve quando ascolta sull'ala del vento
d'un liuto il lontano lamento...
Che cosa mai sono venuto recitando?
Vecchi suoni dell' infanzia, anche questi
; ma, al tempo stesso, cosette
modeste, adatte al loro pratico intento,
ben intonate, che mi ridanno quel senso
di equilibrio, che gli spasmodici ritmi
del Pascoli mi avevano tolto: del Pascoli
che (per dir tutto in una parola)
in arte era un atassico, ossia non
coordinava i suoi movimenti. «
Quiconque ne sent pas ce defaut est
sans aucun goùt ; et quiconque veut
le justifier se rnent à lui mérne.
Ceux qui m'ont fait un crime d'étre
trop sevère, m'ont force à Vétre
vèritablement et à n'adoucir aucune véritè
» (Voltaire, commento sul Corneille).
2. Il « Paulo Ucello » (1).
Il Pascoli lesse nel Vasari che
Paolo di Dono dipingeva storie di
animali, « de' quali sempre si
dilettò, e per fargli bene vi mise
grandissimo (i) Dalla Critica.] studio,
e, che è più, tenne sempre per
casa di- pinti uccelli, gatti, cani, e
d'ogni sorta ani- mali strani che potette
avere in . disegno, non potendo tenerne
de' vivi per esser povero; e perchè
si dilettò più degli uccelli che
d'altro, fu cognominato Paulo Ucello >
(Vite, ed. Milanesi, II, 208). Lesse
e fraintese, perchè il biografo non
volle punto dire che Paolo amasse gli
uccelli e gli altri animali e, non
potendo farne acquisto, im- pedito da
povertà, se li dipingesse per suo
gaudio sulle pareti di casa, ma che
amava dipingere uccelli ed altri animali (compresi
leoni e serpenti e ogni sorta di
brutte bestie) e che, non essendo in
grado di possederne i vivi modelli,
aveva adunato in casa sua quanti
disegni potesse procurarsene. La notizia, data
dal Vasari, si riferisce alla comune
vita degli artisti, ed è psicologicamente
comprensibile e naturale; ma lo stesso
non si può affermare della interpetra-
zione o fraintendimento del Pascoli, perchè
(si rifletta un istante) a quale
verità psicologica risponderebbe questa
surrogazione del dipingere al possedere?
Chi desidera un uccellino reale, desidera
qualcosa di pratico, e, non potendo
ot- tenerlo, si dorrà o si rassegnerà;
ma non tro- verà mai un equivalente o
un sostituto omogeneo a quell'oggetto
nell'attività artistica, che trascende
l'uccellino come realtà vivente e si
compiace nel proprio creare. Chi ama
una donna, ama quella donna, la
desidera, .la brama; ma, se si mette
a dipingerla, l'abbassa a materia o
modello che si chiami, e, in
quell'atto, trascende il suo amore e
ogni altra cosa terrena, ed è Innamorato,
non più di una donna, ma di
un'idea. Tanto vero che raccoglitori e
amorevoli curatori di animali domestici non
sono mai i pittori di ani- mali, ma
le vecchie signorine e i vecchi celibatari;
e il pittore Dalbono, famoso in
Napoli per la sua mania di riempirsi
la casa di gatti, non dipingeva
gatti, ma festosi paesaggi di Napoli.
Ma forse il Pascoli non fraintese per
isvista di lettura, e volle deliberatamente
fraintendere, ossia sul testo del Vasari
ideò quella sua immaginazione di un Paolo
Ucello, desideroso di avere uccelli in
casa, e sfogantesi nel ritrarli, e
tuttavia tornante sempre al suo desiderio.
Perchè? Perchè quell'immaginazione gli parve
commovente, leggiadra, tenera. Pensate un
po'! Un gran pittore, che passa pel
mercato, vede un fringuello in gabbia,
rosso in petto e nero il mantello,
che gli somigliava un fraticino di
san Marco, vorrebbe portarselo a casa,
ma non ha un grosso per comperarlo,
e tira innanzi con quel mortificato
desiderio nel cuore, e va alla sua
opera della giornata, ma la sbriga il
più presto che può, per tornare a
casa e aggiungere ai tanti uccelli
che ha già dipinti sulle pareti, ai
tanti suoi desideri insoddisfatti, là,
sopra un ramoscello di melo, quel
«monachino rosso». Quanta gente non si
lascia subito prendere da queste
immaginazioni leggiadre, tenere, commoventi! Quanta?
Moltissima: tutta la legione dei
pascoliani, che, da alcune settimane in
qua, stanno dando prova dei gentili
sentimenti che siffatte immaginazioni
educano negli animi, e li dimostrano
nelle loro mansuete, francescane parole,
indirizzate a Sorella Critica! Ma quella
moltissima gente è anche di facile
contentatura; e, come si compiace nel
verso che suona e non crea, così
sdilinquisce per le immagini che paiono
attraenti e sono vuote, vuote di
schietto e profondo sentire. Che vi sia
o non vi sia una realtà psicologica
nell'atto attribuito a Paolo di Dono,
essa non cura : si attiene alla
superfìcie e scatta in entusiasmi, che
altro non chiedono e non aspettano
che di scattare. Comunque, ideata
quella prima arguzia o acutezza
sentimentale, il Pascoli non si fermò.
E perchè avrebbe dovuto fermarsi? Con
lo stesso metodo, e con lo stesso
buon successo, poteva foggiarne quante
altre voleva. E immaginò che Paolo
Uccello fosse terziario, e che nel
suo irrefrenabile desiderio di un possesso
terreno, fosse anche di quello -tenuissimo
di un uccellino, peccasse; e che, dunque,
san Francesco gli apparisse, là, sulla
parete, tra la sua pittura o dalla
sua pittura, e lo rimproverasse e lo
ammonisse, e lo purgasse di profani
desideri, e poi, andando via, attingesse
dallo scollo del suo cappuccio briciole
di pane e le spargesse per la
campa- gna, e gli uccelli volassero a
quel lieto convito, e Paolo, quetato
alfine, si addormentasse nel suo sogno.
La poesia s'iunalzava così, a suo
credere, a idealità francescana. Tale
fu, per chiunque abbia qualche pratica
di poeti e poesia, la genesi di
questo Paulo U cello, lodatissimo tra i
componimenti del Pascoli. Ed è chiaro
che non fu una genesi poetica, ma
senti- mentalistica, come di solito in quel
tempo della produzione pascoliana, quando
l'autore si era dato tutto in balia
a certe sue impoetiche tendenze, incoraggiato
e traviato da false lodi, specie da
quelle di amici, che par si fossero
proposto di addensargli intorno un velo
e fargli perdere il senso della
realtà, e un po' lo vagheggiavano attraverso
quel velo, un po' celiavano sulle sue
bizzarrie. Senonchè, la poesia non può
nascere da intenzioni, per gentili che
siano, perchè tutte le intenzioni sono,
in questo caso, aride, unilaterali, astratte;
ma nasce dalla piena umanità commossa, come
suono tra i suoni, accordato con gli
altri suoni, non mai tutta tenera o
tutta gentile o tutta leggiadra. Anche la
poesia dell'idealità francescana; della quale
uno dei più vivi esempi che mi
vengano ora a mente è un verso
e mezzo di Tommaso Campanella, in un
suo duro e nodoso sonetto, dove, ritratto
l'orrore dell'umano egoismo, le lotte, le
insidie, le calunnie, e, più di
tutto, gl'infingimenti interiori per cui
l'uomo « sé stesso annichilando si
converte alfine in istìnge», improvvisamente
esclama, come se gli si spieghi
innanzi un lembo di paradiso: Tu,
buon Francesco, i pesci anche e gli
uccelli frati appelli!... E, se si
vuole un esempio più a noi vicino, ricorderò
il sonetto del non professionale francescano
Carducci, quel sonetto, in cui
il poeta, alla vista della
fertile costa che pende dal Su-
basio, considera commosso su] piano
laborioso, che al sol di luglio
risuona di canti d'amore, Santa Maria
degli Angeli: Frate Francesco, quanto
d'aere abbraccia questa cupola bella del
Vignola, dove incrociando a l'agonia le
braccia nudo giacesti su la terra
sola!... Poiché la genesi non fu
poetica ma intenzionale, o, come io dico,
intellettualistica, il Pascoli non potè
indovinare la forma poetica, la quale
è tutt'uno con l'ispirazione, e nell'ispirazione
è già delineata e mossa. E prese
a stendere il suo estratto quintessenziale
di tenerezze e dulcitudini e francescanerift
in una forma artificiosa ed estrinseca,
che è subito dimostrata tale dalla monotonia
dell' intonazione, dalla semplicità troppo
semplice, che in essa si osserva. Si
desiderano prove di ciò? Come darle a
chi non ha orecchio per sentire il
tono falso? Come fissare in alcune
parole ciò che è diffuso in ogni
snodatura e spezzatura della sintassi, in
ogni inflessione della voce? La critica
(l'ho detto tante volte) ha un limite
o un presupposto che si chiami: il
presupposto che si abbiano occhi per ben
vedere e orecchi per ben udire.
Tutt'al più, essa può aiutare con
qualche indicazione: Dipingea con la
sua bella maniera sulla parete, al
fiammeggiar del cielo. E il monachino
rosso, ecco, lì era, posato sopra un
ramuscel di melo. Che la parete
verzicava tutta d'alberi.. 0 anche:
Oh! non voglio un podere in
Cafaggiolo, come Donato: ma un cantuccio
d'orto, sì, con un pero, un melo,
un azzeruolo. Ch'egli è pur, credo,
il singoiar conforto un capodaglio per
chi l'ha piantato!... Ma un rosignolo
io lo vorrei di buono... Un
altro aspetto di questa forma, senza
in- timo freno, senza intima sua legge,
e che ha accattato una legge
dall'esterno, da un proposito della mente,
da uno sforzo, da uno stento di vellicare
i cuori teneri e tenerli in dolce
spasimo, è il frazionamento nei
particolari, le lungherie, le materialità
inopportune. Il Pascoli, anche in questo
caso, non ci risparmia né le
nomenclature di uccelli, né le sensazioni
fìsiche, per es., dei becchi che beccano
le miche sparse ( « E, come un
bruscinar di primavera, Rimase un trito
bec- chettio sonoro»), né il solito
usignuolo onomatopeico, che, alla dipartita del
santo, canta chiedendo «dov'era ito... ito...
ito...». E conseguenza di ciò è
la perplessità nel lettore, che non sa
se il poeta scherzi o dica sul
serio, se sia in un momento di
festevolezza o non piuttosto di accoramento,
se voglia dilettare con un rifacimento
arcaico che susciti un sorriso, o se
esprima un suo serio sentire. Che
cosa è quel san Francesco, che
favella con vocaboli e formole tolte
di peso ai Fioretti e gestisce con
attucci che mal traducono le pitture
trecentesche? È una figurina grottesca, una
caricaturina, un follettino, da divertir
bimbi, o il santo del gran cuore,
che deve riempirci di riverenza? No:
nella figurazione del Pascoli egli non
mi riempie di riverenza e di amore,
ma non posso dir neppure che mi
diverta. E quale impressione, dunque, mi
suscita? Buona è codesta, color
foglia secca, tale qual ha la tua
sirocchia santa, la lodoletta, che ben
sai che becca due grani in
terra, e vola in cielo, e canta... E
sminuiva, e già di lui non c'era,
sui monti, che cinque stelline d'oro...
Quale impressione? Non altra che
quella, poco piacevole, della poesia
stentata e sbagliata. Sbagliata, ho
detto; ma sbagliata dal Pascoli, e
non già da un qualsiasi arfasatto:
dal Pascoli che non solo era un
letterato studiosissimo, ma era, o almeno
era stato una volta, poeta, il poeta
idilliaco e triste delle primissime
Myricae, e di tempo in tempo aveva
come un'apertura di cuore verso la
campagna, gli uccelli, le modeste opere agricole
e casalinghe, e un senso di gioia
e di malinconia schiette. Di questo
fondo spirituale di lui, guasto da
sovrapposte cattive tendenze e dal
cangiamento dello spontaneo nel professio- nale,
si scorgono le tracce anche nel Paulo
V cello, particolarmente nel modo simpatico
in cui egli ritrae (e. 2) la
parete dipinta da Paulo, quella parete
che verzicava tutta d'alberi, d'erbe, di
fiori, di frutta, e qua vi si
vedevano zappe e là falci, e qua
l'aratura e là messi biondeggianti, e
due bovi messi in prospettiva che
parevano grandi ed erano più piccoli
di un leprotto che fuggiva nel primo
piano. Peccato che anche qui la
lamentela del tono turbi l'effetto, e
la troppa semplicità tolga semplicità.
E questo è quanto si può
onestamente dire intorno al Paulo U cello.
A coloro che oggi lo esaltano come
un « capolavoro » , come il «
ca- polavoro dei capolavori pascoliani » ,
una « pu- rissima >, una «divina
poesia francescana > , e insolentiscono
contro di me perchè l'ho passato
sotto silenzio, e mi tacciano di non
« sentire la poesia » , di poca
« sensibilità * (o di poca mor-
bosità), mi contento di rispondere: —
Eh, via! APPENDICE Da qualche
accenno che è nelle noterelle critiche
raccolte nella terza parte di questo
volume, i let- tori avranno agevolmente
inferito che anch'esse fecero scandalo e
suscitarono un uragano di proteste e
d'in- vettive, maggiore e peggiore di
quello che si ebbe nel 1907, quando
fu pubblicato il saggio ristampato in
primo luogo. Cosa naturalissima: nel
dodicennio corso fra le due date si
era maturato e svolto a pi^no il
«futurismo», del quale il Pascoli è,
a mio avviso, da considerare precursore
e promotore, nella nostra letteratura; e
la reazione contro il mio giudizio, dopo
tanta devastazione e perversione prodotta
nel gusto, doveva essere, come fu,
violentissima. Una delle accuse che,
in quel gridìo, risonava come un
ritornello contro di me, concerneva la
mia «insensibilità». Confesso candidamente che
dapprima non compresi di che cosa mai
si volesse, con questa parola, lamentare
in me l'assenza. Ma, con pazienza
filologica ravvicinando i testi (e quali
testi !), e cercandone l'interpetrazione,
ho poi non solo com- preso, ma, quel
ch'è meglio, mi sono trovato affatto
d'accordo con gli accusatori. Mi si
tacciava, in fondo, di essere «
insensibile » alle seduzioni del pascoliamo,
del semifuturismo e del futurismo. Insensibilissimo:
sono, per questa parte, addirittura un
pezzo di marmo. Dopo di ciò,
non avrei niente da aggiungere, non
parendomi che quella critica d'opposizione
abbia apportato lume alcuno allo
schiarimento dei problemi artistici da me
trattati. Ma, poiché, per fortuna una
rivista letteraria, La ronda di Roma,
fu invogliata dalle mie noterelle critiche
ad aprire una discussione o referendum
sul Pascoli, che venne inserendo nei
suoi fascicoli tra il 1919 e il
1920 (a. I, nn. 7 e 8, a.
II, n. 1), mi piace rinviare i
curiosi e gli stu- diosi a quelle pagine,
che contengono molte cose istruttive e,
nel complesso, confermano il mio giudizio.
Anzi, come saggio di queste cose
istruttive, trascriverò qui alcuni brani
dell'articolo di uno di coloro che
presero parte alla discussione, il
Gargiulo, il quale ebbe, tra l'altro,
il buon pensiero di spre- mere il
succo dei principali studi sul Pascoli, pubblicati
dopo il mio del 1907, e, diversamente
dal mio, intonati ad ammirazione, o
addirittura a commossa tenerezza, pel poeta
romagnolo. « È recente, solo di
qualche anno fa, — scrive dunque il
Gargiulo — lo scritto che cominciò a
pubblicare nella Voce l'Onofri, sotto forma
di commento estetico perpetuo alle poesie
del Pascoli. Fu arrestato a mezzo
delle Myricae. Quando mi occorse di
leggerlo, tempo dopo, io dovetti
candidamente domandare all'autore come avrebbe
fatto a continuarlo, e qual vantaggio
si sarebbe ripromesso per la fama del
poeta, nel proseguire. Da quel che se
ne vide, la negazione risultava pressocchè
totale; d'altra parte, nel modo, talvolta
perfino un po' ingenuo, con cui rari
versi restavano additati all'ammirazione,
non si riconosceva punto l'Onofri,
che pur aveva dato prova di
possedere, oltre quella sensibilità che
conosciamo investita direttamente in saggi di
poesia, scaltrite facoltà critiche. Discussi
alquanto con lui anche i rari versi
e, se mal non rammento, urtai infine
contro un atteggiamento di resistenza passiva,
se non d'indifferenza. Ma certo conclusi
che per lo meno era passato dall'
Onofri il quasi entusiastico momento di
fiducia, che gli aveva dato lena per
proporsi quel lunghissimo lavoro destinato
a discriminazione e volgarizzamento delle
bellezze pascoliane. « Di R. Serra
— del quale non mi esagero il
valore critico, ma riconosco alcune buone
per quanto disgre- gate disposizioni, —
richiamiamo un po' il saggio sul
Pascoli, del 1909. È da notare che
il Serra, giu- stamente, fu detto un
temperamento pascoliano; e forse quel
saggio, da solo, basterebbe a provare
le affinità. Ora, in tutta la parte
negativa, che è ampia, le osservazioni
giuste abbondano, né certo l'amor
dell'argomento riesce ad attenuarne l'acutezza.
Si porta all'evidenza, nella parte
positiva, la « man- canza di forma »
del Pascoli, che sarebbe la « forma
propria» di lui: i versi del poeta
non si cantano, non si ricordano, non
si citano, se non forse : Romagna
solatia, dolce paese, ( che veramente
è un bello e dolce verso '. c
E se noi, richiesti, dovessimo offrire
in uno o pochi versi rappresentata
quasi in iscorcio la virtù propria di
lui, ci rifiuteremmo; per quanti ce
ne potessero passare innanzi, sappiamo bene
che di nessuno saremmo contenti a
pieno. Anzi, dicendone e mostrandone ad
altri, mi par che sempre si senta
il bisogno di soggiungere a ogni
tratto: a questo non badar troppo,
non ti fermare su quel particolare;
che il poeta non è lì '.E dov'è
mai? — dimandiamo al Serra, caduto in
così profondo oblio del proprio cosidetto
umanesimo? È nelle cose: c La poesia
del Pascoli consiste in qualche cosa
che è fuori della letteratura, fuori
dei versi presi a uno a uno;
essa è di cose, è nel cuore
stesso delle cose '. Ed è lo
stesso Serra che in altro scritto, in
difesa della forma, o della letteratura,
ebbe questo scatto: c Le cosel tutto
quello che c'è in me di meno ingrato
si rivolta dispettosamente. Nulla è così
vago, goffo, incon- cluderite, retorico,
come le cose '. Le cose dunque;
ed anche la persona; cioè, il Pascoli
bisognava vederlo: 'È un poeta. Ogni
timore, ogni inquietu- dine che la lettura
poteva aver lasciato dietro di sé,
subito cade; in lui non c'è falsità,
maschera, posa, artifizio. Tali cose non
esistono; non possono aver luogo in
quest' uomo eh' io vedo. Altri potrà
giudicare, pesare, classificare... \ C'è
altro ancora, e forse di peggio, che
tralascio, nello scritto del Serra; ma
non mi è mai accaduto d'incontrarmi
nella condanna di un artista concepita
in una forma più cruda e radicale
di quella che trascrivo: « Questa è
la sua gran forza e la sua gran
debolezza. Secondo che l'uomo accetti la
poesia di lui per quello che è
o per quello che vuole essere. Poiché
se io accetto la poesia di lui,
col significato ch'essa ebbe per lui
quando la fece, se mi trasporto, come
altri direbbe, nel suo punto di
vista, allora il valore ne diviene incommensurabile:
non è valore di cosa d'arte, ma
di cosa viva ». « Dove si
arriva? Eppure il Pascoli del Cecchi,
del 1912, ha queste parole nell'epilogo,
che non sono meno preoccupanti di
quelle ora riferite del Serra: f
Bisogna rifondere gli aspetti torbidi e
contrastanti, nei quali questa poesia
viene, mano a mano, rive- landosi, in
un misterioso aspetto solo nel quale
le sue contraddizioni, le sue incertezze,
i suoi errori, bì siano stratti
all'ardore del nostro affetto, della
comprensione nostra '. Osservavo, in una
recen- sione che feci del libro nella vecchia
Cultura, che in tale giudizio è c
come una confessione al lettore, la
quale suona: l'aspetto misterioso, in
questo libro, è rimasto misterioso; il
mistero non è stato svelato '. Di
quello studio dicevo in genere (mi
permetto di autocitarmi, perchè resto
precisamente a quel punto ora che
l'ho riletto) : c È animato dalle
più benevoli e indulgenti intenzioni; ma
riesce ad una condanna, quasi tutta
esplicita, in minima parte implicita, dell'opera
pascoliana. Pare che il Cecchi abbia impegnato
in questo suo studio tutta la propria
sensibilità inventiva, che è molta, e
i residui di un'antica simpatia pel poeta,
che doveva essere ingenua, non criticamente
illuminata. Pure, il risultato è quello
che è, vale a dire negativo '.
Non mancai di rilevare la sproporzione
tra la parte negativa e quella che
voleva essere positiva: c Egli non si
è neppure accorto che uno studio
costituito in massima parte da una
violenta negazione, e diretto, nel tempo
stesso, ad una affermazione energica,
doveva essere assai più svolto nella parte
affermativa, anche sotto il rispetto che
sembra puramente materiale, del numero
delle pagine. Il Pascoli è, pel
Cecchi, un poeta coperto da una
corazza di falsità? Ha sotto la corazza
una emotività delicatissima e nuova? Ebbene
bisognava che lo studio critico riuscisse
solidamente poggiato ed equilibrato sulla
parte affermativa '. Concentravo naturalmente
l'attenzione sulla parte del libro che
voleva essere di sicura affermazione,
dedicata c alla definizione della particolarissima,
intima ispirazione pascoliana, di cui poi
quasi tutta l'opera del poeta sarebbe
una deformazione '. Tale ispirazione
centrale si risolveva pel Cecchi in una
disposizione iniziaimente sensuale, oggettiva, di
pura dedizione alle cose, attraversata poi
dal brivido del dolore e del mistero.
E dovevo concludere: c Lo sforzo
grande, ma vano, del critico consiste
nel rendere questo brivido '. c Ma
ecco che il Cecchi, invece di
svolgere e sciogliere fino all'evidenza
l'asserito sentimento di dolore e di
mistero, il quale resta, nei termini
indicati, ancora sotto una forma schematica,
dura ed ambigua; invece di trarlo
alla vita piena, immergendo in esso
le opere del poeta; impegna tutta la
sua sensibilità inventiva, ed anche tutta
la sua industria stilistica, nel ridurre
quel dolore e quel mistero alle più
fugaci ed inafferrabili espressioni : ad
un brivido, un attimo, un baleno, e
via dicendo '. Il critico aveva paura
di fermare il brivido; le poche
citazioni restarono anch'esse sorde all'invito
di rivelarlo. Sulla poesia che ha il
privilegio del più lungo commento, la
Digitale purpurea, io avrei ora curiosità
di sentire da capo il giudizio del
Cecchi >. Così il Gargiulo. —
Del resto, la lode ottenuta, e in
parte ancora mantenuta, dalla poesia
pascoliana, e la difficoltà di far
prevalere un diverso e più pacato giudizio,
richiamano moltissime altre vicende consimili
della storia letteraria. Ci vuol pazienza
innanzi alle asserzioni dei poco perspicaci
e dei fanatici : A voce più
ch'ai ver drizzan li volti, e così
ferinan sua opinione prima ch'arte o
ragion per lor s'ascolti. Così fer
molti antichi di Guittone, di grido
in grido pur lui dando pregio, fin
che l'ha vinto il ver con più
persone (Purg..)Ancora sulla poesia del
Pascoli . . » 105
2. Il «Paulo Ucello» » 118 Appendice
» 127 EDIZIONI LATERZA zii:\
i::c (Estratto del Catalogo Settembre
1920) SCRITTORI D'ITALIA A cura
di FAUSTO NICOLINI ELKGANTE RACCOLTA
CHK 81 COMPORRÀ
DI OLTRE SEICENTO
VOLUMI DEDICATA A S. M.
VITTORIO EMANUELE III ARETINO
P., Cartéggio (Il I libro delle
lettere), voi. I (n. 53). (Il
II libro delle lettere), parte I e
II (n. 76 e 77). AMENTI (degli)
S., Le Porretane, (n. 66). BALBO C,
Sommario della Storia d'Italia, voli. 2 (n.
50, 60). BANDELLO M., Le novelle,
voli. 5 (n. 2, 5, 9, 17, 23).
BARETTI G., Prefazioni e polémiche, (n.
13). — La scelta delle lettere
familiari, (n. 26). BERCHET G., Opere,
voi. I: Poesie, (n. 18). Voi.
II: Scritti aitici e letterari, (n.
27). BLANCH L., Della scienza
militare, (n. 7). BOCCACCIO G., Il
Contento alla Divina Commèdia e gli
altri scritti intorno a Dante, voli.
3 (n. 84, 85, 86). BOCCALINI
T., Ragguagli di Parnaso e Pietra del
paragone politico, voli. I e II (n.
6, 39). CAMPANELLA T., Poesie, (n.
70). BARO A., Opere, voi. I (n.
41). COCAI M. (T. Folengo), Le
maccheronee, voli. 2 (n. 10, 19).
Commedie dei Cinquecento, voli. 2 (n.
25, 38). CUOCO V., Saggio storico
sulla rivoluzione napoletana del 1799,
seguito dal Rapporto al cittadino Carnot,
di Fran- cesco Lomonaco, (n. 43). —
Platone in Italia, voi. I (n. 74).
DA PONTE L., Memorie, voli. 2
(n. 81, 82). 2 Editori GIUS.
LATERZA & FIGLI - Bari DELLA
PORTA G. B., Le commedie, voli. I
e II (n. 4, 21). DE SANCTIS F.,
Storia della lettor, ital., voli. 2
(n. 31, 32). Economisti del Cinque e
Seicento, (n. 47). FANTONI G., Poesie,
(n. 48). Fiore di leggende. Cantari
antichi ed. e ord. da E. Levi,
(n. 64). FOLENGO T., Opere italiane,
voli. 3 (n. 15, 28, 63). FOSCOLO
IL, Prose, voli. I, II e III
(n. 42, 57, 87). FREZZI F., Il
Quadriregio, (n. 65). GALIANI F., Della
moneta, (n. 73). GIOBERTI V., Del
rinnovamento civile d'Italia, voli. 3 (n.
14, 16, 24). GOZZI C, Memorie
inutili, voli. 2 (n. 3, 8). —
La Marflsa bizzarra, (n. 22). GUARINI
G., Il Pastor fido e il compendio
della poesia tra- gicomica, (n. 61).
GUIDICCIONI G. - COPPETTA BECCUTI F.,
Rime, (n. 35). IACOPONE (fra) da
TODI, Le laude secondo la stampa fio-
rentina del 1490, (n. 69). LEOPARDI
G., Canti, (n. 83). Lirici marinisti,
(n. 1). LORENZO IL MAGNIFICO, Opere,
voli. 2 (n. 54, 59). MARINO G.
B., Epistolario, seguito da lettere di
altri scrit- tori del Seicento, voli. 2
(n. 20, 29). — Poesie varie,
(n. 51). METASTASIO P., Opere, voli.
I-IV (n. 44, 46, 62, 68).
Novellieri minori del Cinquecento —
G. Parubosco e S. Erizzo, (n.
40). PARINI G., Prose, voi. I e
II, (n. 55-71). Poeti minori del
Settecento (Savioli, Pompei, Paradisi, Cer- reta
ed altri) (n. 33). — (Mazza,
Rezzonico, Bolidi, Fiorentino, Cassoli,
Mascheroni, (n. 45). POLO M., Il
Milione, (n. 30). PRATI G., Poesie
varie, voli. 2 (n. 75, 78).
Relazioni degli ambasciatori veneti al
Senato, dei secoli XVI, XVII, XVIII,
voli. I, II, IIIi-ii (n. 36, 49,
79, 80). Riformatori italiani del
Cinquecento, voi. I (n. 58). Rimatori
siculo- toscani, voi. I (n. 72).
Editori GIUS. LATERZA & FIGLI -
Bari 3 SANTA CATERINA DA SIENA,
Libro della divina dottrina, volgarmente
detto Dialogo della divina provvidenza, (n.
34) STAMPA G. e FRANCO V.,
Rime, (n. 52). Trattati d'amore del
Cinquecento, (n. 37). Trattati del
Cinquecento sulla donna, (n. 56).
VICO G. B., L'autobiografia, il
carteggio e le poesie varie, (n. 11).
— Le orazioni inaugurali, il De
italorum sapientia e le po- lemiche, (n.
67). VITTORELLI I., Poesie, (n. 12).
Prezzo di ogni volume 7.50
La Bicicletta . .
. > 7,50 Olocausto, romanzo
» » 3,50 7.00 Quartetto
.... 7 50 il nemico (due
volumi) Oro incenso mirra .
t 6.50 Fuochi di bivacco
. . » 7.50
Matrimonio . .
. » 6,50 La disfatta,
romanzo . » 7.50 Gramigne (Sullo
scog io) » 6,50 Ombre di
occaso . . » 6,50
1 Il Teatro (voi. I) . »
6,50 OPERE VARIE. ABIGNENTE F.,
La moglie, romanzo L. 3.50
AMATUCCI A. G., Dalle rive del
Nilo ai lidi del «Mar no- stro», voi.
I: Oriente e Grecia 5,50 voi. II:
Cartagine e Roma 5,50 — Hellàs, voi.
I, (4a edizione) 6,50 Voi. II, (3a
edizione) (esaurito). BAGOT R., Gl'Italiani
d'oggi, (2a edizione) ....
4,50 BALSAMO CRIVELLI R., Boccaccino 20,00
BARDI P., Grammatica inglese, 10,50
— Scrittori inglesi dell'Ottocento 6, —
BARONE E, La storia militare della
nostra guerra fino a ... Caporetto
6,50 Editori GIUS. LATERZA &
FIGLI - Bari 11
BATTELLI A., OCCHIALINI A., CHELLA
S., La radioatti- vità 16,—
CAMPIONE F., Per i germi della specie
10,50 CARABELLESE P., L'e9sere e il
problema religioso . 4, — CECI
G., Saggi di una bibliografia per
la storia delle arti figurative nell'Italia
meridionale 8, — CERVESATO A., Contro corrente
3,— CHIMENTI G., Commercial English
& Correspondence (in ristampa).
COTUGNO R., La sorte di G. B.
Vico 4,— — Ricordi, Propositi e Speranze 1,
— DE CUMIS T., Il Mezzogiorno
nel problema militare dello Stato 3,50
DE LEONARDIS R., Occhi sereni,
(novelle per giovinette) 5,50 DE
LORENZO G., Geologia e Geografia fisica
dell'Italia me- ridionale 6,50 — I
discorsi di Gotamo Bnddho (2» edizione)
.... 35, — DEPOLI G., Fiume e
la Liburnia 2,50 DE SANCTIS F.,
Lettere a Virginia 5,50 DI GIACOMO
S., Nella Vita, novelle (esaurito).
FORTUNATO G., Il Mezzogiorno e lo
Stato italiano, 2 vo- lumi
15,— FUSCO E. M., Aglaia o il
II libro delle poesie . .
. 6,— GAETA F., Poesie
d'amore 12,— GENTILE G., Il carattere
storico della Filosofia italiana 2,50
— Sommario di pedagogia come
scienza filosofica, voi. I:
Pedagogia generale, (n. 2-i) 6,50 voi.
II: Didattica, (n. 2-n) 6,50 — Teoria
generale dello Spirito come atto puro
. . 15,50 JUNIUS,
Lettere politiche (di) 6,50 LOPEZ D.,
Canti baresi 3,50 LARCO R., La Russia
e la sua rivoluzione .... 9,50
LORIS G., Elementi di diritto
commerciale italiano 6,50 LORUSSO B.,
La contabilità commerciale (4» ediz.)
. 10, — MARANELLI C, Dizionario
Geogr. dell'Italia redenta 8,50 MEDICI
DEL VASCELLO L., Per l'Italia 4,-
NAPOLI G., Elementi di musica 1,—
NAUMANN FR., Mitteleuropa. Trad. di
G. Luzzatto, 2 volumi 15t — NENCHA
P. A., Applicaz. pratiche di servitù
prediali . 6,50 12
Editori GIUS. LATERZA & FIGLI -
Bari NICOLINI F., «li studi sopra
Orazio dell'abate «aliani 5,— OLIVERO
F., Saggi di letteratura inglese 5,—
— Studi sul romanticismo inglese 4,—
— Sulla lirica di Alfred Tennyson 4,—
— Traduzioni dalla poesia Anglo-Sassone 4,—
PANTALEONI M., I. Tra le incognite
5,50 — IL Note in margine della
guerra 5,50 — III. Politica: Criteri
ed Eventi 6,— —IV. La fine provvisoria di
un'epopea 7,50 PAPAFAVA F., Dieci anni
di vita politica it., 2 voi. 15,—
PASQUALI G., Socialisti tedeschi 7,50
PLAUTO M. A., L'anfitrione — Gli asini
2,50 — Commedie 2,50 PRATO G.,
Riflessi storici della Economia di guerra
. 6,50 QUARTO di PALO L., La
civiltà 18,50 RACIOPPI G., Storia dei
moti di Basilicata e delle provi noie
contermini nel 1860 6, — RAMORINO A.,
La Borsa; sna origine; suo funzionare .
3,50 RAMSAY MUIR, La espansione europea
7,50 RATHENAU W., L'economia nuova 3,50
RICCI E., Versi e lettere 3,—
RICCI U., Protezionisti e liberisti
italiani 6,50 SABINI G., Saggi di
Diritto Pubblico 4,— SCHURÉ E.,'1 grandi iniziati,
(4a edizione) .... 16.50 —
Santuari d'oriente . .
. 10,00 SCORZA, Complementi di
geometria 6,50 SOMMA U., Stima dei
terreni a colture arboree .
. 3,— TITTONI T., Conflitti
politici e Riforme costituzionali 7,50
TIVARONI J., Compendio di scienza
delle finanze. . 8,50 — I
monopoli governativi del commercio e le
finanze dello Stato 3,50 TOSO A., Che
cosa è l'Acquedotto Pugliese .... 1,50
WEBER M., Parlamento e Governo nel
nuovo ordinamento della Germania 6,50
584 U Giovanni Pascoli. Pascoli. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pascoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Pasini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – La
meta-meta-fora del cavaliere perduto -- Luigi Speranza (Vicenza). Filosofo italiano. Studia a Padova
applicandosi agli studi giuridici, che ben presto trascura per interessarsi
della nuova scienza è in contatto con Galilei e soprattutto della filosofia, seguendo
assiduamente le lezioni di Cremonini, impegnato nel commento mortalista della “Fisica”
e del “De coelo” di Aristotele e seguace dell'aristotelismo critico e
razionalistico di Pomponazzi, che mette in discussione l'immortalità dell'anima
e alcuni dogmi cattolici. Uno dei incogniti, uno dei circoli più attive, vivaci
libere. A tale adesione alcuni biografi settecenteschi attribuiscono le accuse
di eresia nei suoi confronti. Come invece dimostra una serie di documenti
dell'Archivio di Stato di Venezia, e un fatto di sangue a determinare il
provvedimento giudiziario che lo condanna all'esilio. Per un futile contenzioso
privato (un diritto di passaggio riconosciuto a dei vicini), insieme con il
fratello Vittelio e alcuni sicari, nella
villa Pavaran uccide Malo e ne ferì gravemente il fratello. Condannato a cinque
anni di esilio a Zara, poi ridotti di circa la metà, e assolto e liberato. Reintegrato
nella società vicentina, e vicario a Barbarano e a Orgiano, dove era già stato
agli inizi della carriera. La sua vita dove scorrere come quella di tanti
nobili di provincia, tra affari privati, responsabilità amministrative,
passione letteraria e interessi culturali, sempre presente l'ossequio al potere
della Serenissima: dediche e composizioni sono spesso dirette a podestà,
capitani e dogi. Si registra un stretto legame gl’incogniti e una grande produzione
letteraria. Fa parte della corrente poetica del marinismo, che ha in Marino il
proprio modello. ””Rime varie, et gli increduli, ouero De' rimedii
d'amore: dialogo. Dedicate al molto illustre Godi (Vicenza), esordio letterario
del Pasini, miscellanea di sedici componimenti in metro vario tutti di tematica
amorosa e un dialogo, “Campo Martio overo Le bellezze di Lidia, dedicato al
clariss. sig. Giulio da Molino, dell'illustriss. sig. Marco, componimento di
versi settenari ed endecasillabi sciolti, uscito a Vicenza presso Grossi e
dedicato a un membro dell'illustre famiglia Molino; “Rime” diuise in errori,
honori, dolori, verita, & miscugli (Vicenza); Il sogno dell'illustrissimo sig.
Pietro Memo.. Dedicato a Molino, Vicenza, di carattere politico-encomiastico,
racconta allegoricamente come il sogno trasporta il podestà attraverso i cieli
sino alla via Lattea, dove trova gli eroi che hanno illustrato la sua famiglia;
“Rime Marinistiche”, raccolta complessiva delle sue Rime, stampata a Vicenza;
fanno rientrare l'autore nel filone marinista dell'epoca. “La Metafora. Il
Trattato e le Rime. “Trattato de' passaggi dall'una metafora all'altra e degl'innesti
dell'istesse nel quale si discorre secondo l'opinione e l'uso de'migliori, se
senza commetter diffetto, si possano usare dai poeti e, oratori. Dedicato
all'illustrissimo, et eccellentiss. sig. Nicola Da Ponte” (Vicenza); “Historia
del cavalier perduto” romanzo erotico cavalleresco che indirizza il proprio
interesse su vicende e situazioni feudali di provincia. La sua opera più nota,
che si inserisce nella tradizione del romanzo barocco veneto e dei narratori incogniti,
secondo una linea che intreccia avventure cavalleresche amorose a tematiche
storico-politiche. -è da questo romanzo che Manzoni trasse poi spunto per la
stesura de “I promessi sposi.” Vicenza nella sua toponomastica stradale, "Le
Garzantine", Manzoni a Vicenza Firenze, Olschki). Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia e cantòinquestaforma. Nela
vagastagion, che l'Usignolo Dolenteancora dell’antico oltraggio Contragiche armonie
filagna, e plora, E che di novo amor fecondo il suolo Del gran Pianeta
altemperato raggio di verde giouentù gode, ès' honora, Con mano prodiga Flora
D'odorosi tesori Con superbia pomposa. D'ogni intorno spargea gemmati fiori; Ma
qual donna degli altri in maestosa monarchia sublimar parea la Rosa. Tributaria
di lei, versando l’urna, La figliuola del Sole Alba nascente Le offri adiper le
ruggiadose unnerabo; Et ella, della pura onda notturna. L’homaggio accolto in fen,
lieta, eridente Di sii 2 Diricca gravidanza empieafı il grembo;
Indi, il purpureo lembo Spiegando a poco a poco, Scopria l'aurato crine Del gran
lume del cielo al primo foco; Le volauano intorno a far rapine Preciofe d'odor l'inrevicine.
Superba citerea, ch'in Regia tinta Le imporporasse il suo bel piele foglie,
Incota i detti ingiuriosa eccede. Chianti Giuno homai, tua gloria è vinta,
Altro latte il mio fangne il pregio toglie, E'l tuo fio real mio fior s'humilia,
ecede. Cositumida fiede Con inportuno orgoglio L'ambitioso petto Dela Regina del
superno foglio, Che sdognando il suo Numeeller negletto, Lo sguardo oscura, e in
torbida l'aspetto. Frome, egal carrodi vendetta ingorda Di vampe, efocbi, e di saette,
e lampi . Grida lontana ancor ; Figlio vendetta, Con fretto lofaman richiama, e
lega Il vago augel da le flellate piume, E con la voce anco la sferza accorda,
Zosgrida, ebate, e impatiente il piega, Quevfa il mondo incanutir di brume.
Delarmi ilfjero Num e Quiui a funguignalite Sai Vandalici campi Alti Duci in fiammana,
e fchiereardite; Giungeellaa lui, cuiparche'l guardoaukāpe Ambo fiam vilipeli,
amboschernići, numi impotenti son MARTE, e Guinone; La tua pudica Dea, la tua diletta,
Quella, che del su’amor resegraditi Cillenio, e Febo, el cacciator garzone,
Questa del vago Adone Cole ancor le memorie Solo a tuo scorno, e in vno Al mio latte
dir infratia le gloriezn. Mirà d'orgoglio altierfasto importuno, Che di rosa
anteporsi ardisce a Giuno. S'ami la madre, e lei gradir desij, A la superba l'alterigia
Scorna, E la sua rosa le axuilisci o figlio Madre, non fia, ch'io le tue
ingiurie oblij (risponde) al cielo pur sagli, e ritorna, Ch'io ben far olle bumiliare
il ciglio: Di più fino vermiglio Distino ostro più grande, Per tinger rosa
altera , Di cui la gloria foltes fa ghirlande; Stella non splende, ou'è del solla
jpera, E appo la neuengnicandor s'annera. Cosidetto, ella parte, egli accore
Doue aßalito il Vandallo feroce Col Goto afalitor pugna, e contende: Di sanguinos
ifiumi ilprato corre, D'urli, e di strida una mistura atroce, Che difonde
terrori al Cielo ascende; Dubbio il success opende, Al fin scompiglia, efrange
il gran duce Adoino Lanemica Vandalica falange; Ma il ficro Dio, ch'adostro peregrino
Aspira, affrettailsyo mortal destino. Cade il prode signor, fugge disperso Semi
viva fi getta addosso al morto; El'abbraccia, e lofringe, el bacia, e’lterge
Condiluuij d'angoscia, elcrin s'afferra, E Straccia, efuelle infinda le radici;
I sulerose, chel buon sangue asperge, E che compagne fon de la sua terra,
Sperge presagi in vn mesto, e felici. Esclama. O fiori amicia Los tuol nemico,
il fuo trionfo sdegna Per sì gran danno il Goto lagrimose j j Goiodisco il german
nel duolo immersa Nela fortune gloriosa insegna Tra rose inuolue il busto sanguinoso,
E dono doloroso A Lutterial'invia, Cheil gran marito fcorto E sangue, e freddo ogni
diletto oblia, I d'amor piena, e dota di conforto, che Così
pullulerà la Rosa ORSINA. E così germinò, così dal cielo, Per lo mondo
abbellir, netrasse isemi, Nel suona tale ancor grande i ammirata: Sorge fecondo
il glorioso stelo, E ne' Gallici campi, e ne'Boemi Degni rampoli ITALIANE traslata
, D'api in vece, adorata Schiera d'altepirtudi Lovà suggendo, efaui Poi ne
compone di Reali studi, Onde il mondo i suoi cafi in fausti, e graui Per si dolce
liquor torni soaui. Defiudilaude dil Sole, acuis'aprica solo, e solo a'suoirai
s'avanza e gode, E l'irrigailfuddordi nobil onda; Duro, einduftre cultor glièla
fatica, Siepe l'ardire, il buon valor custode, El ' applauso de ' Cor i aura
gioconda Ondeè poi, che diffonda Cosi pregiato odore E di palma, e di Lauro
Ch'ın tal nel girdo e l età migliore Non neadunola Gloria in fuo tesauro Dal Borea
àl'Auftro, e dal mar' Indo, alM auto. Scritte sa in Cielo alettere difato, Là
de l'eternità ne’ cupi annali, Digermetal son le grandezze, e i pregi. Febo
m'inspira è colassu fermato, Ch'egli fioriscafolfreggi immortali, Alte imprese,
opreilluftri, èfattiegregi: Tiranni eftinti, Regi Debellati, daafflitti, Regni sommersi
in lutti, Espugnatecittà, Ducisconfitti, Prouinciescosse, esercitidestrutti,
Pergliopresileuar, fiano suoi fruti. Lieto verdeggi, eauuenturosogoda, Che'l
ciel gliarride, eporgela fortuna Grandi Che'l core hor m i pungete,
Insegna peregrina Del mio venire immaturo ancor Sarete; Cosi auuerrà, cosilo
ciel destina, Il diadema adorar veggio di Piero. Fortunata Dalmatia, borche
s'innesta Neltuoceppo Realfinobil pianta, attendi pure un secolo d'Eroi. Vomiti
incendihomai Chimera infesta, Stragede'campisiabelua Erimanta, Che
fienconcettii percussorisuoi; Altri indomiti buoi sbuffinofiamme in Colco,
C'hauralliubbidienti Adaratronouelnouo bifolco; Sorgan Procufti, elanguirandolenti
Ancola Famahà lingue, E fil grande, e facondo, Ei gesti degli Eroi spiega, ediftingue.
Bastià l'ORSIN valor, c'habbia giocondo Teatro Italia, e spettatore il mondo.
Gran di alimentià le r a dice prime. Beltesoroèvirtù;ma s'altaloda, Mase honori
laforteancogli aduna, Vie più chiaro Splendorne’raggiesprime Eccolohomaisublime
Gemmarfi intorno, intorno Sold'insegne d'impero, Manti, porpore, scettriilfanno
adorno; Mafouratuttiin maestà primiero Sotto noui Tesei gliultimi accenti,
Canzon chiudanlelabbra. La meta-meta-fora.
itopedelabiturates. daglianimal: corterdel'acquecitopedeèsolce Nec
tenoftra iuberfiericenfura pudican . Sentätha oppreffo Carulla DeXNptys Pelleic
Cerula verrentes abiegnis equora palmisan Verrentesperremigantı, palmisperremi
son metafore di poca comienienza; perche le mani non icopano come inftrumento
profimo. DS Fortetfolcodál foco et verrigins Jalmocodel la core circulari.
Sedtamen, uttentes disimularerogat. Cenfura è traslation dal Magistrato
Cenforio a } rigordell'atninre; oubetèmetaforaan ch'ega, che nonficonfaconla censura;
perchefebene: leges autiubescentvetant, quepermitan, AMAP Hiunt. La censura
pero non era legge, nè magistrato, che hau eflc auctorità di far legge. Ma a solo
gaftigauachi contrauenità a'buonicollumi, adalcuneleggi et
adalcunivnitalchequi? Pinnestodiduemetaforeinvafolo predicatos poilslacione
confaceuole alla vièpoi il pallaggio nelnornogar dell'altropredje viè censura. tom
1 Nel terzo de arte amandi, Ecco Ne quevliusitinntisim
per untitabii. Ne quifleprezesirefoue palmulis metaforam non producer ad extremum
nec ineaintere. Sed abvnaadaliamtranfilire; hicveroraliumiprie Prorumfecurses, och
Non è di giustitia chc CATULLO refiabbando pato Epiù sottodiffe. Qui
formula croftramentofumprofcidir quota Aoftrumè metafora trasportata da gli vecelli
allegalee, acuimancauailproprio perfignif carlofprone, equindian coallanaue
perde notarlaprora, e proscindere è pur METAPHORA, che Hon ha corsispondenza
con legalec, ma con quellecose, chetagliano: Ecco appresso v o trappasso da metafora
a metafora. Ecco VA alero inneftopuriuinell'aggionto, e nel softantiuo. Dide
currum wlitanumper ladate, che viag giava PHASELLUS illeguem videte hospittia'?
Siswiffenavium celerrimus. Oprisforeivolarejouelinteo. Ognuno sà che
Falelloèvna fpeciedi nauigio; nel descriver la celericà del quale nel naaigare
Paurore fi vale della metafora del nuotatore e fubitò palla al volo ch'è dell'uccello
e quianco favn'innestoin quel volarepairwisin cuivuo) direnauigar
coiremi:poichenen f volacon lepalme, maconl' aliscosiinnettal'operation!
dellyccello con l'inftrumento dell'huomo, ch'è la mano sopra il qualpaflo il Muretto
di fe.Aiuntvitiofumeffefernelsuscepram tolco da'legamini ]? wimruna è
2349 nato da Tibulloze da Propertio speiò fenciamo lianch'elli. Propertio nella
festa decimadlegiadel. cerzo ang niNini Sublime capulmafiflimunubar Afperala
Mefiffimosa sperme, chehannodicomune, Ring oluenparcela branquillità, ch'e
delmare cal P6 Sempere n im vacuos naxi fobriatorque rumares. Nox
fobristonguet, inpeito Pace Pasini. Pasini. Keywords: implicatura, il cavalier
perduto, la metafora, “dall’una metafora all’altra, galilei, cremonini, degl’incogniti, keplero,
Manzoni, rapimento, anonimo, incognito, meta-meta-fora. Refs.: “Grice e Pasini”
– The Swimming-Pool Library.
Grice e Passavanti: l’implicatura
conversazionale dell’eroe – filosofia italiana – Luigi Speranza (Terni). Filosofo italiano. Partecipa
alla Grande Guerra c sergente nel IV reggimento Genova cavalleria, in cui e protagonista
di incredibili atti di eroismo. Partecipa
alla occupazione di Fiume tra i
legionari di Annunzio. Da soldato, da caporale, da aiutante di battaglia,
fulgido, costante esempio, trascinatore d’uomini, cinque volte ferito, tre
volte mutilato, mai lo strazio della sua carne lo accasciò, sempre fu dovuto a
forza allontanare dalla lotta; sempre appena possibile, vi seppe tornare, ed in
essa fu sempre primo fra i primi, incurante di sé e delle sofferenze del suo
corpo martoriato. In critica situazione, con generoso slancio, fece scudo del
suo petto al proprio comandante, e due volte, benché gravemente ferito, si
sottrasse, attaccando, alla stretta nemica. Con singolare ardimento, trascinava
il suo plotone di arditi all’attacco di forte, munitissima posizione nemica;
impossibilitato ad avanzare, perché intatti i reticolati, fieramente rispondeva
con bombe a mano, alle intense raffiche di mitragliatrici. Obbligato a
ripiegare, sebbene ferito, sostava ripetutamente per impedire eventuali
contrattacchi. Avuta notizia di una nuova azione, abbandonava l’ospedale in cui
l’avevano ricoverato, e raggiungeva il suo reparto; trasportato dai suoi,
riusciva a prendere parte anche alla gloriosa offensiva finale. Soldato veramente,
più che di carne e di nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di acciaio e
di ottima tempra. Superdecorato,
volontariamente nei ranghi della nuova guerra, per la maggiore grandezza della
Patria, riconfermava il suo meraviglioso passato di eroico soldato. A capo
della propaganda di una grande unità, seppe dimostrare che più che le parole
valgono i fatti e fu sempre dove maggiore era il rischio e combatté con i fanti
nelle linee più tormentate. Nella manovra conclusiva, alla testa
dell’avanguardia del Corpo d’Armata, entra per primo in Korcia ed in Erseke,
inalberandovi i tricolori affidatigli dal Duce. Superba figura di combattente,
animato da indomito eroismo, uscì illeso da mille pericoli e fu l’idolo di
tutti i soldati del III Corpo d’Armata, che in lui videro il simbolo del valore
personale, della continuità dello spirito di sacrificio e della più pura fede
nei destini della Patria, che legano idealmente le gesta dei soldati del Carso,
del Piave, del Grappa con quelle dei combattenti dell’Italia. Mirabile esempio
di coraggio sereno, di alto spirito militare e di profondo sentimento del
dovere, rimase sul posto di combattimento, quantunque non lievemente ferito.
Nuovamente e più gravemente ferito, prima di esser trasportato al luogo di
medicazione, volle esser condotto dal comandante del gruppo, per riferirgli
sulla situazione. Pirro, Arrone: E Thyrus. L’arma dell’eternita, Roma, (Camera
Deputati), L’organizzazioe economica dell’industrai eletrica, Roma, Le
benemerenze e la tirannide degli idrolettrici, Roma, Risveglio e viluppo
agricolo, Roma, Bonifica integrale, Roma, Per una piu armonica distribuzione di
pesi fra I diversi cespiti della ricchezza e I diversi lavoatori, Roma,
Precursoi. L’IDEA ITALIANA, in Piemonte, Roma, La contabilita generale dello
stato italiano, Roma, lineamenti chematica di contabilita di stato, Siena,
Storia di Terni, dale origi al medio-evo (Roma), Interamna de Naarti,
“INTERAMNA NAHARS”, La contabilita di stato o economia di stato nella storia
italiana, Giappichelli, Torino, L’ECONOMIA DI STATO PRESO I ROMANI
(Giappichelli, Trino), La contabilita generale dello stato esposta per tavole
sinottiche, aRosrino, Attualita economiche, Roma, La contabilita dello stato”. “Nel
numero e l’univeso ma il numero e un segno che po cconviene interpretare. Elia
Rossi Passavanti. Passavanti. Keywords: eroe, Annunzio, Fiume,il concetto di
economia di stato, l’economia di stato presso i romani, la terni pre-romana, la
terni no-romana, la terni umbra, la terni osca, la lingua umbra, l’idea
italiana, economia di stato. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Passavanti” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice
e Passavanti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza -- jacopo – libro dei sogni.
Grice e Passeri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del Lizio -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Padova).
Filosofo
italiano. Grice: “He was Zabarella’s uncle – mine
worked in the railways!” -- Grice: “It’s amazing how much a little book like
Aristotle’s ‘Peri psycheos’ influenced those Renaissance and pre-Renaissance
Italians! Surely they were concerned about the immortality or other of the
soul!” Essential Italian
philosopher. Pubblica commentarii al “De Anima” e alla
“Fisica” – contro GALILEI (si veda). Dimostra la perfetta convergenza fra le
idee di Arstotele e Galilei sulla dottrina dell'unità dell'intelletto. “Disputatio
de intellectus humani immortalitate” (Monte Regali: Torrentino); “De anima” (Venezia, Iunctas Perchacinum); Paladini, “La
scienza animastica”. At cum Latini uideantur hoc negare, nosrem ita esse comprobare
possumus quoniam Aristotele cum dederit communem ANIMA. Animæ definitione subiungit
et propriam cuiusque gradus dicendam fore et prior rem natura esse vegetativam
sensitiva, quod in codem intelligitur, non autem in diversis quoniam in eodem
animato posita sensiti, uaponitur vegetativa et posita intellectiva ni mortalibus
alie ponátur, quia sicut ise habet vegetativa in sensitiva, ita et sensitiva in
INTELLECTIVA, quoniam in consequenter se habentibus polito primo non ponitur se
cundum ,atposito secundo ponicur primum. Itaque essentiæ gradum animæ cum se seconsequantur,
posita posteriori dabitur prior et per consequens communem animæ definitionem analogam
esse oportet. Secundum autem anobisposicum, ut intelligatur anima in scilicet intellectivam
immortalem fore secundum quid autem mortalem, intellectum IV modis dici, certum
est I depossibili II de in habitu III speculative et IV agente. Unus quisque
horum modorum arguir intelletum corruptibilem, quoniam omne quod incipit, necessario
definit: cum autem intellectus materialis in Sphæranon detur sed tantum in puero
nuper nato, cum inces perit in Socrate, ut ita dixerim necessario delinet. Similiter intellectus agens in
Socrate incipit, quo niáili copulatur, ut forma et cum agens ili copulatur, intellectus
in habitu, qui genitus est desinit intellectus etiam in actu speculans, cum de
non speculari transeat ad speculationem, videtur genitus cum autem amplius non speculator
actu, definit este intellectus actu speculans ita ut intellectus quodammodo et
propter diversos respectus quos suscipit, dicatur corruptibilis et factus secundum
autem substantiam cum eadem sit substantia intellectus agentis et possibilis
dicitur eternus et simpliciter immortalis, quod rationibus ab Aristotele acceptis
ita esse ostendi potest. Omne enim formas omnes materiales recipiens estim materiale
intellectus autem possibilis recipit omnes formas igitur est immaterialis, est autem
necessarium tale recipiens esse immateriale. Quoniam quod intus est extraneum
prohibet. Pomponatius [POMPONAZZI] tamenstuder destruere hanc rationem, primum
enim inquit illam non concludere proptere a quod si intellectcus. Eus materialises
et separatus sequeretur et suam operationem separatam fore, quia operatio ipsam
essentiam consequitur: at Aristotele inquit si intelligere est sicut sentire, ecce
quod comparat operationem intellectus operationi sensus, igitur videtur hæc
ratio, potius intellectum mortalem probare, quam immortalem. Nulla est hæc ratio
Pompo Ratij, quoniam sequeretur intellectum esse virtutem materialem, quod dictum
Aristotele omnino negat. Præterea videtur committere fallaciam a secundum quid ad
simpliciter, propterea quod non valet, possibilis obiective dependet, igitur omnis
intellectus. At cum Alexan, velit animam intellectiva sive intellectum possibilem
non esse formam, sed; præparationem quandam, qux et sirecipiat omnes formas, esse
tamen mortalem, peto abillo quid per preparationem intelligat, vel intelligit puram
privationem, vel privationem cum aptitudine, non primum. Quoniam privatio sola nihil recipit, igitur privationem
cum aptitudine illum intelligere oportet, igitur erit forma si forma, ergo materialis,
quare preparation hæc non, recipiet omnes formas. Adiungit præterea
Pomponatius, intellectus unicam tan tum operationem habet, propterea quid D i j
ynius Secunda ratio, qux nostram sententiam confirmat, accipiturab Arist. In
3.de Anima. 13.& isi in quibus proposita in 13. quesstioncan intellectus sit
intelligibilis quema ad modum alia materialia intelligibilia, soluit in15. Et intelligibilis
est sicut ipsa intelligi biliain his quæ sunt sine materia idem est, quod
intelligit et quod intelligitur, quilo unius virtutis unica est operatio
cum itaque; intellectus sit una virtus, que media est inter: pure materiales et
omnino abstractas, una driteius operatio:
esse autem mediam ex eoni titur ostendere, quoniam intelligit universale in singulari
et quatenus intelligit universale, comunicat cum abstractis, quatenusin
singulari comunicat cum materialibus, primum dictum sublatum fuit, non
inconuenire quod una virtus diversi mode se habens, diversas exerce ar operationes,
secundum dictum apud me nullum est, quoniam intelligere substantiarum quæ
omnino sunt separatæ, est intelligere per essentiam, intelligere autem intellectus
est universalis per speciem, si itaque; hoc intelligere non convenit substantiis
omnino separatis, quomodo na erit media participatione extremorum, qux re erit ad
hucex hoc fundamento intelles Aus pure materialis. Tertia ratio accipitura
quodamnorabia ti, Quoniam naturalis philosophus vide turdare duo eus non est cum
LATINIS interpretandus, sed intellectum esse intelligibilem, cum possibilis habuerit
intellectum agentem ut formam, tunc est intelligibilis per speciem, qu x actu est
scilicet per formam intellectus agentis et est intelligibilis vel uti intelligere
tixet enim si intellectus intelligeretur
quem ad modum dicut LATINI, esset intellectus do terioris conditionis lapide, quoniam
lapis per suam speciem intelligitur per se, intellectus vero per accidens, intelligendo
lapidem per suam speciem. Quare intellectus materialis et si videatur intelligibilis
sicuti alia intelligibilia materialia per speciem, non tamen eodem modo quoniam
intellectus intelligibilis per suam formam sit intelligents, intelligibile autem
materias lem in imè, de quibus fufius in explanatione eius loci diximus fundamenta
Metaphy. primum quod detur abstractum in natura, nam si Metaphy., ignoraret abstractum,
eum non determinaret, alterum fundamentum est quod naturalis supponit abstractum
et quod abstractum magnitudine sic intelligens,
quod tribuit animasticus sine quo Metaphy. Non haberet, quod abstractum sitina
telligens. Ad rem si intellectus esset mortalis, non daretur Metaphy. quoniam
per nullam naturam posset haberi abstractum esse intelligens, intellectus enim
qui mortalis est non potest habere eandem operationem, cum intelligere intelligentiarum,
quare si esset mortalis, non haberetur cognitio eorum, quæ per essentiam sunt separata.
Ultima ratio quæ immortalitatem animam confirmat, est quoniam felicitatem acqui
ri posse conveniunt peripatetici omnes, quam habere esset impossibile, si intellectus
esset mortalis. Pomponatius discurrit agens de felicitates, illam contingere hominibus,
quoniam omnes libiinuicem sunt auxilio alijeni magunt secundum intellectum pra: eticum; alijautem
secundum intellectum, Speculatiuum: rectem in hoc dicit, sed, falli, tur, cum
-velit hominem esse hominem per intellectum, ideo homo exercet operationes morales
per formam, qua est homo et propterea inquit Averroes p moralis capit si, nem hominis
ineo quod homo, qui quidem finis est cogitativa, ideo foelicitas non competit homini
ut homo, fedut in coquoddam divinum reperitur.10, Ethi. cap. 9. Aliauita et
finis potior isto, ideo nos li er
nos cum homines fimus, non debemus humana curare sed peruenire ad
immortale et sempiternum, per id quod in nobis divinum est. De quibus fufius in
expositione com.; de anima diximus. Ianua. Marco Antonio Genua. Marco Antonio
Passeri. Antonio Passeri. Passeri. Keywords: peripatetici, lizii, nous, intelletto,
etimologia d’intelletto, da lego – ‘to care’, ‘to decide’. Intelleto, nous,
animus vs. anima, mens, Boezio, l’intelletto, l’anima intelletiva, animistica,
animastica. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Genua," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia.
Grice
e Passini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
Grice
e Pasqualini: la ragione conversazionale e l’mplicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza -- difficult to find. M. Pasqualini, C. Pasqualini.
Grice e Pasqualotto: la ragione
conversazionale del trasmettitore/ricevitore – l’implicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Vicenza). Filosofo italiano. Grice: “I like Pasqualotto; for
one, he predates Oxonians in the ‘teoria dell’informazione’!” – Grice: “I never
took ‘information’ as seriously as Pasqualotto does – I do compare information
with money, and refer to the stupidity of ‘false’ information – “”False’
information is no information.”” – But Pasqualotto attempts to reconstruct a
‘teoria,’ a ‘teoria dell’informazione,’ i. e. complete with a model that has
room for the implicaturum, i.e. any x such that by a mittente ‘sending’ a
message, he may ex-plicate such-and-such and im-plicate so-and-so.””. Frequenta il Pigafetta di Vicenza, dove ha come
maestro FAGGIN (si veda). Sotto la guida di FORMAGGIO (si veda), si laurea in
filosofia a Padova, con una tesi sull'estetica tecnologica di BENSE. Diventa
amico di Brandalise, Cacciari, Curi, e Duso, ed è maestro nel suo stesso liceo
vicentino, dove conosce Volpi. Collabora attivamente ad alcune importanti
riviste di filosofia come Angelus Novus, Contropiano, Il Centauro. È professore
a Venezia; a 'Padova; è stato co-fondatore dell'Associazione “Maitreya” di
Venezia. Contribuito alla nascita della rivista “Marco Polo, rivista di
filosofia orientale” -- e comparata
“Simplègadi” è stato tra i promotori del Master in Studi Interculturali a Padova,
presso il quale ha insegnato Filosofia delle Culture. Direttore scientifico
della Scuola Superiore di Filosofia orientale e comparativa di Rimini. Contributo
teorico Nel saggio Dall'estetica tecnologica all'estetica interculturale, P.
descrive la sua avventura intellettuale e insieme l'evoluzione del suo
pensiero. In una prima fase si è formato all'estetica analitica e alla
filosofia analitica del linguaggio, ma ha rilevato il loro limitato significato
formale. In una seconda fase, si è rivolto al pensiero critico di Adorno e
della Scuola di Francoforte, e in questo caso ha valutato che la conclusione
alla quale essi giungevano, era la morte per utopia dell’estetica. In una terza
fase si è rivolto al pensiero di Nietzsche, tra la fine degli anni Settanta e
la fine degli anni Ottanta; Nietzsche nella Nascita della tragedia, considera
Apollo e Dioniso come due istinti complementari, tanto da consentire di poter
riuscire a «vedere la scienza con l’ottica dell’artista e l’arte con quella
della vita»’, e a dare importanza alla saggezza del corpo. Ma quello
Nietzscheano gli sembrò solo un tentativo eroico di coniugare filosofia e
vita, che alla fine si rivela solo come uno straordinario tentativo di scrittura
sulla vita. Un'insoddisfazione di fondo per gli esiti del pensiero occidentale,
e la ricerca continua di nuove possibilità per il pensiero, lo hanno portato ad
approfondire lo studioiniziato già in anni giovanilidi tradizioni di pensiero
esterne a quella occidentale. Il buddhismo, in particolare, ha costituito un
terreno ampio di indagine e di confronto con diversi temi o autori della
cultura europea; ma anche il pensiero taoista e l'esperienza della filosofia
indiana hanno rappresentato nel corso degli anni un importante ambito di
riflessione. Infatti, in un'ulteriore quarta fase del suo viaggio
intellettuale, P. si è rivolto all’estetica orientale come meditazione, ovvero
come cammino comune verso un possibile superamento della scissione tra
esperienza e riflessione. In una quinta fase, P. si è avvicinato all’estetica
di Garroni come uso critico del pensiero, quale comprensione dell’esperienza in
genere all’interno dell’esperienza: in un certo senso, quindi, l’estetica
andava coincidendo con la filosofia. Valutando la riflessione di Garroni
prossima a quella orientale, P. arriva a considerare l'importanza della
'meditazione' e del 'vuoto mentale’, in base ai quali, come l’assenza di
pensiero non può essere pensata senza idee, così non si possono pensare idee
senza pensiero, come era stato già pensato da Dogen. Nella sua sesta ed ultima
fase, guarda l’estetica con gli occhi
della filosofia come comparazione e della filosofia interculturale, quindi come
un ampliamento dell’orizzonte particolare dell’estetica verso una riflessione
generale sui problemi cruciali dell’esistenza. P., infatti, è stato il primo
pensatore italiano a elaborare la valenza teoretica di una filosofia come
comparazione, teorizzata con rigore in FILOSOFIA come comparazione,
distinguendola da un mero esercizio comparativo di pensieri appartenenti ad
ambiti geo-filosofici differenti. Il suo pensiero ha trovato echi e possibilità
di dialogo con filosofi italiani, come Cacciatore, Cognetti, Leghissa, e stranieri come
Fornet-Betancourt, Kimmerle, Jullien, Mall, Ohashi, Panikkar, Stenger, Wimmer. Duemila ha contribuito
all'introduzione in Italia della filosofia di Marco Polo sull’Oriente a
cominciare dall'importante opera di Nishida L’io e il tu, e poi con gli
altrettanto importanti Uno studio sul bene e Problemi fondamentali della
filosofia, accompagnati sempre da un saggio interpretativo che è rimasto
sostanzialmente invariato nel corso degli anni. Parallelamente ad altri autori,
si è misurato dai primi anni Duemila con il tentativo di delineare temi e
metodi per una filosofia interculturale che costituisce il campo di maggior
impegno e interesse della sua ricerca, congiuntamente a una riflessione
estetica sulle forme dell'arte dell'Asia orientale. Riassumendo gl’elementi
chiave del pensiero di P., potremmo individuare due componenti fondamentali: il
concetto di Ermenuetica interminabile e quello di Dialogo interculturale Il
concetto di Ermenuetica interminabile prevede come elementi: 1. il pensiero
come 'comparazione originaria'; 2. il sapere come 'ambito problematico sempre
aperto', rispetto al quale non si dà mai una verità stabile, ma sempre
problematica, inscritta cioè in un processo inesauribile di ricerca; 3. il
concetto di 'impermanenza' (mutuata dal concetto buddhista di 'anatta') come
struttura relazionale di tutto ciò che è, in base alla quale tutto ciò che è, è
un ‘nodo’ di relazioni in continua trasformazione ed evoluzione processuale. Il
concetto di Dialogo interculturale prevede come elementi: 1. la 'meditazione'
come ‘vuoto mentale’ e ‘consapevolezza’mindfulnessdel senso critico del
pensiero radicato nel presente; 2. l'apertura conseguente alla compresenza
degli elementi precedentidell’orizzonte di una riflessione generale sui
problemi cruciali dell’esistenza, orizzonte tipico della filosofia
interculturale. P. precisa chiaramente la specifica forma di rapporto
comparativo che viene attivato nell'orizzonte della filosofia interculturale,
rapporto detto 'a tre variabili interdipendenti. L’orizzonte di una filosofia
interculturale dovrebbe invece tendere a porsi come linea immaginaria di uno
spazio illimitato pronto ad ospitare quelle specifiche pratiche interculturali
che sono gli esercizi in atto di filosofia in quanto comparazione. Per evitare
le conseguenze contraddittorie a cui conducono sia le prospettive
multiculturali, sia le utopie universaliste, è necessario precisare la natura e
la funzione della specifica forma di rapporto che si viene ad attivare
nell’orizzonte della filosofia interculturale. La modalità di tale rapporto può
essere definita 'a tre variabili interdipendenti': due sono costituite da
pensieri o ambiti di pensieri tra loro diversi, e la terza è costituita da un
soggetto (individuale o culturale) che li pone a confronto. L’essenziale di
questa modalità di rapporto è che nessuna delle tre variabili sussiste
autonomamente, prima, dopo o a parte rispetto alle altre due: in particolare, è
importante evidenziare che il soggetto risulta sempre e necessariamente
implicato nella pratica della comparazione, al punto che tale pratica lo forma
e lo trasforma: il suo sguardo è ‘impuro’ fin dall’inizio, perché fin dall’inizio
viene condizionato e prodotto da una serievirtualmente infinitadi
osservazioni comparative. Fra i temi affrontati più di frequente dalla sua riflessione
ricordiamo: 1. il tema dell’identità, in base al quale essa non è alcunché di
rigido e identitario, ma poiché l’essente è nodo di relazioni, l’identità si dà
come intreccio di infinite relazioni, ovvero come compresa in una sua
problematica autonomia; il soggetto che, in quanto costitutivamente interessato
da molteplici relazioni, nel suo ricercare il senso del realtà del mondo, non è
un osservatore disincarnato e disinteressato, o imparziale, ma è compreso nel
rilevamento di quel senso nella trasformazione di sé e della realtà; il corpo,
in base al quale esso è la mente e, insieme, la condizione prima della
conoscibilità del mondo; in questo senso il tragitto di P. ha sicure relazioni
al tema odierno della ‘cognizione incorporata’ e della Filosofia del corpo; il concetto
di ‘processo’, in base al quale la realtà è un insieme di processi: ciò che è,
in quanto 'nodo' potenzialmente infinito di relazioni, diviene processualmente,
concezione che deriva direttamente dalle filosofie orientali, in particolare
dal buddhismo; l’illuminismo in base al quale i limiti della ragione possono
venir posti soltanto dalla ragione stessa, come era stato già perfettamente
considerato dalla Dialettica dell'illuminismo; l tema delle pratiche
filosofiche e della pratica artigianale;
il tema dei diritti umani che non è solo un tema accessorio rispetto al
suo pensiero; su questo versante pare giocarsi una partita più grande, che, ai temi
della ‘libertà condizionata', della natura dell’individuo e del fenomeno della
globalizzazione unisce una profonda
preoccupazione per i destini dell’umanità. A tal proposito pare essere
abbastanza pessimista, un pessimismo attivo non passivo. Egli dice, infatti,
nella premessa alla nuova edizione del Tao della filosofia, queste precise
parole. È da osservare tuttavia che le tematiche della filosofia comparata,
della filosofia come comparazione e della filosofia interculturale non hanno
avuto e continuano a non avere risonanze significative all’interno del
dibattito filosofico nazionale e internazionale. Le ragioni di questa
scarsa ricaduta sono molteplici e di varia natura. Forse vi sono alla base
difficoltà intrinseche ai modi in cui tali tematiche sono state formulate e
proposte; ma è anche da dire, a tale proposito, che finora non vi è stata
alcuna proposta critica che abbia messo in luce tali ipotetiche difficoltà. È
da ritenere, allora, che le ragioni di questa debolissima risonanza siano,
almeno in parte ma in primo luogo, da far risalire alle rigidità delle
discipline accademiche che mal sopportano non solo le contaminazioni
interdisciplinari ed interculturali, ma anche i semplici ponti che tentano di
mettere in comunicazione diverse discipline, culture e civiltà. In secondo
luogoma, dovremmo dire, ad un secondo, più basso, livellosi dovrebbero tener
presenti le ragioni o, meglio, i ‘sentimenti’ che hanno a che fare più da
vicino con germi xenofobi mai estinti, con residui di fondamentalismi religiosi
e con rigurgiti di tipo razzista che infestano non solo l’Italia e non solo
l’Europa. Ci sembra, anzi, che le tendenze che germinano da tali poltiglie
psicologiche e ideologiche si stiano facendo sempre più invadenti ed arroganti.
Questa riedizione del Tao della filosofia può forse costituire un frammento
ancora utile a tenere aperta qualche piccola fessura di luce in un orizzonte
culturale che, nonostante le aperture imposte dalla globalizzazione, si fa
sempre più stretto e più cupo. Al fondo delle intenzioni di P., c’è un
atteggiamento ecologico e agnostico,fino addirittura a concepire la possibilità
dell’essere ‘apolide’ -, e consapevoleuna consapevolezza nel senso di
mindfulnessnei confronti della natura della mente e della psicologia umane, al
punto che, alla disillusione per la possibilità di integrazione nella vita
psicologica occidentale delle pratiche meditative orientali, si unisce la
preoccupazione e l’impegno sociale e politico, forse considerando la
marginalità dell’intellettuale nelle grandi vicende della contemporaneità, ma
insieme sempre anche con un’apertura di orizzonte per una riflessione generale
sui problemi cruciali dell’esistenza. Saggi: “Avanguardia, tecnologia ed estetica
(Roma, Officina); “Teoria come utopia” (Verona, Bertani); “Storia e critica
dell'ideologia, Padova, CLEUP, Oltre l'ideologia: «Il Federalista», Roma, Ist.
dell'Enciclopedia Italiana); “Pensiero negativo e civiltà borghese, Napoli,
Guida, Saggi di critica, Padova, CLEUP, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Il
Tao della filosofia. Corrispondenze tra pensieri d'Oriente e d'Occidente, Parma,
Pratiche, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente,
Venezia, Marsilio, Illuminismo e
illuminazione: la ragione occidentale e gli insegnamenti del Buddha, Roma,
Donzelli, Yohaku: forme di ascesi nell'esperienza estetica orientale, Padova,
Esedra, East & West. Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Il
Buddhismo: i sentieri di una religione millenaria, Milano, Bruno Mondadori, Figure
di pensiero. Opere e simboli nelle culture d'Oriente, Venezia, Marsilio); Oltre
la filosofia, percorsi di saggezza tra oriente e occidente, Vicenza, Colla;
Dieci lezioni sul buddhismo, Venezia, Marsilio, Per una filosofia inter-culturale,
Milano, Mimesis, Taccuino giapponese, Udine, Forum, Tra Occidente ed Oriente:
interviste sull'intercultura ed il pensiero orientale (Pretto), Milano, Mimesis;
Filosofia e globalizzazione, Milano, Mimesis, Alfabeto filosofico, Venezia,
Marsilio); “Dall’estetica tecnologica all’estetica interculturale, in Studi di
estetica, Filosofia come comparazione in Simplègadi. Percorsi del pensiero tra
Occidente e Oriente, Padova, Esedra). Cfr. Davis, Bret W.,.) Kitaro, L’io e il
tu, Andolfato, Padova, Unipress, Nishida: dialettica e Buddhismo,
Postfazione, Kitaro, Uno studio sul bene,
Fongaro, Torino, Boringhieri, Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia:
conferenze per la Società filosofica di Shinano, Fongaro (Venezia, Marsilio); Buddhismo
e dialettica. Introduzione al pensiero di Nishida, Per una filosofia
interculturale, Milano, Mimesis, Tra Oriente e Occidente. Interviste
sull’intercultura ed il pensiero orientale, Pretto, Milano, Mimesis, Nietzsche o dell'ermeneutica interminabile, in,
Crucialità del tempo, Napoli, Liguori, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Intercultura
e globalizzazione, in, Incontri di sguardi. Saperi e pratiche
dell’intercultura, Miltenburg, Padova, Unipress, Per una filosofia interculturale,
Milano, Mimesis, Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle
culture d'Oriente, Venezia, Marsilio, Dalla prospettiva della filosofia
comparata all’orizzonte della filosofia interculturale, Simplègadi, East &
West, Venezia, Marsilio. Interessante può essere, sotto questo aspetto, il
confronto con il pensiero di E. Morin, nel suo La testa ben fatta” (Milano,
Cortina, La riforma di pensiero, Alfabeto
filosofico, Venezia, Marsilio, voce Corpo. Illuminismo e illuminazione, Roma,
Donzelli); Saggezze d'Oriente e d'Occidente come forme di vita, n Id., Oltre la
filosofia, Vicenza, Colla, Interessante può essere, sotto questo aspetto, il
confronto con il pensiero di Sennet, nel suo L’uomo artigiano, Milano,
Feltrinelli, Diritti umani e valori in
Asia, Studia Patavina, Alfabeto filosofico, Venezia, Marsilio,, voce Libertà.
Filosofia e globalizzazione, Milano, Mimesis, Il tao della filosofia, Milano,
Luni, Premessa. I termini 'ecologico' e
'agnostico' non sono propri dei supo testi ma depositati nel suo insegnamento
'orale', nonché derivabile da una semplice riflessione sulle finalità e
conseguenze della sua impostazione teorica Santangelo, recensione a Estetica
del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente Revue Bibliographique de
Sinologie, Ghilardi, Magno, Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente. in onore,
Milano-Udine, Mimesis, Fongaro,
Ghilardi, Filosofia come Pratica. A partire da Il Tao della Filosofia, in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Crisma,
Dao, ossia cammino. Note in margine al percorso di riflessione di in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Bergonzi,
Comparatismi e dialogo interculturale fra filosofia occidentale e pensiero
indiano, in Comparatismi e filosofia, Donzelli, Napoli, Liguori, Marramao,
Pensare Babele. L'universale, il multiplo, la differenza, in Iride, Pagano, Un
contributo ermeneutico per la filosofia interculturale, in Lo Sguardo: rivista
di filosofia, Ghilardi, Magno, La filosofia e l'altrove: Festschrift,
Milano-Udine, Mimesis, Yusa, Michiko, Porta, recensione ad Alfabeto Filosofico,
Daodejing, Mandukya Upanishad, Mimesis
Festival: Che cos’è la filosofia? d Schopenhauer tra Oriente e Occidente, di G.
Pensiero buddhista e filosofie occidentali, Panikkar e la questione dei diritti
umani, La compassione intelligente nella tradizione buddhista, Nirvana e
Samsara, Covid-19 e Libertà. Anteprima di Illuminismo e Illuminazione, Anteprima
di Per una filosofia interculturale, Anteprima di Taccuino. Anteprima di
Alfabeto Filosofico, Anteprima di Dieci
Lezioni sul Buddhismo, Materiali su Interculturalità e Oriente, Materiali su Interculturalità
e Oriente. Giangiorgio Pasqualotto. Pasqualotto. Keywords: Marco Polo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pasqualotto” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Grice e Pastore: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dia-lettica
romana di Varrone a Peano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Orbassano). Filosofo
italiano. Grice: “A proto-Griceian.”
Grice: “Pastore divides logicians by nationality, and he has a few for
Italians; he does not distinguish between Welsh Russell and English Boole,
though!” Grice: “Pastore has an excellent section on the ‘alleged’
imperfections of ordinary language, to which I refer to in my reference to the
common place in philosophical logic.” Grice: “Pastore lists six imperfections
of ordinary language, for which he notes how confusing the allegations are.”
“He ends by noting the moral of the formalist: “not everything that is
explicated is implicated, and not everything that is implicated is explicated!”
– Grice: “The Italian philosophers he mentions make an interesting list.”
Grice: “He has an earlier paragraph on “Roman logic,” which is charming.” Laureato a Torino con GRAF ed ERCOLE
(si veda), è insegnante di liceo e ottenne una cattedra a Torino. Fonda e dirigge
il laboratorio di logica sperimentale a Torino. Collaboratore della Rivista di
filosofia. I suoi manoscritti sono
conservati nell'accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria di
Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di Bruino. Saggi: “La logica
formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza” “Sillogismo e proporzione,” “Dell'essere
e del conoscere,” “Il pensiero puro,” “Causa ed esperienza”; “Solipsismo,” “Potenzia logica” “Logica sperimentale,””
L'acrisia di Kant” “La filosofia di Lenin”; “La volontà dell'assurdo. Storia e
crisi dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso, “Introduzione alla metafisica
della poesia,” Bazzani, Carte. Fondo dell'Accademia La Colombaria” (Firenze, Olschki);
Castellana, “Razionalismi senza dogmi. Per una epistemologia della
fisica-matematica” (Mannelli, Rubbettino); Dizionario di filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un filosofo triste: P. in Scienza e
metodologia. Saggi di epistemologia, Roma, Gregoriana). “È notissima la storia
della logica nell’antica Roma, in cui assai per tempo viene a prevalere la
teoria catechistica, sviluppata negl’innumerevoli manuali di logica ad uso
delle scuole, mutuanti l’insegnamento dalli saggi di VARRONE, di CICERONE, di
Aulo GELIO, e di Quintiliano. Questo indirizzo comprende altresi i saggi di Vittorino,
di VEGEZIO (si veda), e si spinge fine a quelle imporntantissimei di BOEZIO (si
veda) e di Cassiodoro che riduceno la logica all’uso d’una TABULA LOGICA o
combinazione di concetti secondo le regole della silogistica. BOEZIO, “Introductio
ad categehoricos syllogismos”; “de syllogismo categorico-hypothetico,” “de
divvisione”, “de definitione”, Cassiodoro (Venezia). In tutta quanta la
scolastica la sillogistica di BOEZIO è ripresa ed applicata con sottilissimo svolgimento.
Comincia, a vero dire, per essere incompletamente conosciuta. Si complete con
LOMBARDO. Quindi fa decisamente il suo ingresso nell’occidente per opera di AQUINO,
ABANO, e COLONNA – Summa theologica, cfr. BRUNO, “de specierum scrutinio”; de
lampade combinatoria lulliana, de progresso et lampade venatoria legocorum. S’istende
la lussureggiante vegetazione dei “terministi”, fra i quali appena è il caso
dei ricordare il nostro Paolo NICCOLINI (si veda) Veneto, TARTARETO, e NIGRI.
Per onore della filosofia, voglio dire che, in mezzo a tanta zavorra, i
pensamenti originali sono molto più numerosi ed important di quanto non si
creda comunemente. NIZOLIO, Pauli Veneti, “Logia parva”, tractatus summlarum
(Venezia). Le loro relazione possibili con le varie posizioni di certi
dischetti girevoli atorno un centro comune, sovrapposit l’uno all’altro, sui
quali sono segnai i concetti fundamentale. Questo tentativo di BRUNO (si veda)
contiene in gemre tutta la teoria della quantifiicatione del predicato e la
teoria della logica sperimentale. In seguito ai mie personali ricerche compiute
nella biblioteva comunate di Noto (Siracusa) la priorità della dottrina della
quantificazione del predicato si deve attributire al sottilissimo casista CARAMUEL
(si veda), che l’espose nella sua “Grammatica audax”. Zvsdilio, zinytofuvyio in
stidyyrlid lohivsm, ztoms. FACCIOLATI, Logia protehroai, rudimenta di Logica, TIZIO,
Arte di pensare. PEANO, Calcolo geometrico secondo l’ausdehnungslehre di
Grassmann preceduto dale operazione della logica deduttiva (Torino), arithmetica,
principia, nova method exposita, I principi di geometrica logicamente esposti
(Torino, Bocca); elementi di calcolo geometrico, principi di logica matematica
R d M, formule di logica matematica, sul concetto di numero, sui fondamenti della
geomentria, saggio di calcolo geometrico, studi di logica matematica, NAGYj,
Fondamenti del calcolo logico, Napolo, sulla rappresentazione grafica della
quantità logica, Lencei, lo stato attuale ed i progressi della logica, rivista
italiana di filosofia, I principi di logica esposti secondo le dottrine moderna
(Torino, Leoscher), I teoremi funzionali nel calcolo logico (Rivista di
matematica); La logica matematica e il calcolo logico (Rivista Italiana di Filosofia,
Roma), I primi dati della logica (Roma), Sulla definizione e il compito della
logica (Roma, Balbi), Alcuini teoremi intorno alle funzione logiche (Rivista di
Matematica), BURALI-FORTI, Logica matematica (Milano); Sui simboli di logica
matemaitca (Il Pitagora), Vacca, Vailati, Padoa, Pieri, Castellano,
Ciamberlini, Giudice, Nota di Logica matematica (Rivista di Matematica),
Vailati, un teorema di logica matematca (Rivista di Matematica), sul carattere della
logica: il sviluppo della logica formale (Rivista di filosofia), Vacca, “Sui
precursori della logica matematica” (Rivista di Matematica), Bettazzi, Chini,
Boggio, Ramorni, e Nasso. Tutti i logici italiani apparengono alla scuola di PEANO
(si vedùa), al qualse si deve la logica matematica o pura. In essa
introduzione, Peano, esposti lucidamente gli studio, dimostra l’identità del
calùcolo sulle classi, col calcolo sulle proposizioni. La sua opera contiene la
teoria dei numeri interi completamente riditta in formole facendo ricorso ad un
limitatissimo numero d’idee logiche Peano espresso coi simboli: e, > = + V ~ A. – sette simboli. Di qui trae origine
la sua ideo-grafia in cui ogni idea è rappresentata con un segno, e il su
strumento analitico anda perfezionandosi rapidamente. Arrichitta di numerose
indicazioni storiche per la collaborazioni di valenti seguazi, procede
alacremente, raccogliendo e trattando completamente in simboli tutte le
proposizioni della matematica. L’importanza filosofica di questo movimento
iniziato da Peano non e ancora stata apprezzatta convenientemente da ogni
filosofo, ma i saggi di Peano cominciano solo ORA a richiamare sola di se
l’attenzione dei filosofi. Il ritardo filosofico e tanto più strano quanto più
chiara è la filiazione filosofica di questa ideo-grafia. Peano stesso non cessa
mai di far notare che la sua ideo-grafia è casata su teoremi di logica. Ma se
con definizione opportune, si pote riddure le idee di logica anche si
incontrano in molte parti della matematica ad un numero sempre più piccolo d’idee
primitive, attualmente ancorsa si desidera una riduzione analogia di tutte le
idee di logica ache si incontrano nella LOGICA PURA. Questa riduzione presenta
in vero seriissime difficoltà ed e più facile il riconocere quante e quai siano
le idea primitive in aritmetica e in geo-metria che in logica. Continuando le
richerche mi convene supporre consosciuto tento di portare un contribute alla
soluzione del problema suddetto. Annibale
Pastore. Pastore. Keywords: implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica
rama della fisica. Refs: Luigi Speranza,
“Grice e Pastore,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice.
Grice
e Pattio: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico. Grice:
“Cicerone says that this is best spelt ‘Pazzio’!” -- Pattio.
Grice
e Paulino: la ragione conversazionale e il
portico romano, la ragione e l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Nola). Filosofo italiano. A wealthy man. He has a career in
public life before becoming a philosopher. He writes many poems and letters,
some of which survive. Some see the influence of the Portico on his views
concerning the ascetic life. His son is Giovio. Grice: “I like Paulino – for
one, that’s my Christian name!” -- Paulino.
Grice
e Pausania: la ragione conversazionale e la scuola di Girgenti – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. A friend of Empedocle di GIRGENTI
(si veda) – and the dedicatee of one of his poems. P. wites an an account of
his tutor’s life and death. Grice: “We English are lucky: there is only one
philosopher from Ockham: Ockham. From Girgenti, however, Italians have
Empedocle and Pausania!” Grice: “Strawson advised me that I should refer to
Emepedocle as Girgenti and Pausania as Girgentino, just for the sake of the
difference!” -- Pausania.
Grice e Peano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Spinetta di Cuneo). Filosofo italiano. Grice: “As I reduce “the” to
“every,” I am of course following Peano, who predates Russell!” -- important
Italian philosopher. Linceo. P.’s postulates, also called P, axioms, a list of
assumptions from which the integers can be defined from some initial integer,
equality, and successorship, and usually seen as defining progressions. The P.
postulates for arithmetic are produced by P. He takes the set N of integers
with a first term 1 and an equality relation between them, and assumed these
nine axioms: 1 belongs to N; N has more than one member; equality is reflexive,
symmetric, and associative, and closed over N; the successor of any integer in
N also belongs to N, and is unique; and a principle of mathematical induction
applying across the members of N, in that if 1 belongs to some subset M of N
and so does the successor of any of its members, then in fact M % N. In some
ways P.’s formulation was not clear. He had no explicit rules of inference, nor
any guarantee of the legitimacy of inductive definitions which Dedekind
established shortly before him. Further, the four properties attached to
equality were seen to belong to the underlying “logic” rather than to arithmetic
itself; they are now detached. It was realized by P. himself that the
postulates specified progressions rather than integers e.g., 1, ½, ¼, 1 /8,...,
would satisfy them, with suitable interpretations of the properties. But his
work was significant in the axiomatization of arithmetic; still deeper
foundations would lead with Russell and others to a major role for general set
theory in the foundations of mathematics. In addition, with Veblen, Skolem, and
others, this insight led in the early twentieth century to “non-standard”
models of the postulates being developed in set theory and mathematical
analysis; one could go beyond the ‘...’ in the sequence above and admit
“further” objects, to produce valuable alternative models of the postulates.
These procedures were of great significance also to model theory, in
highlighting the property of the non-categoricity of an axiom system. A notable
case was the “non-standard analysis” of Robinson, where infinitesimals were
defined as arithmetical inverses of transfinite numbers without incurring the
usual perils of rigor associated with them. Fu l'ideatore del latino sine flexione, una lingua
ausiliaria internazionale derivata dalla semplificazione del latino
classico. Nacque in una modesta fattoria chiamata "Tetto Galant"
presso la frazione di Spinetta di Cuneo. Fu il secondogenito di Bartolomeo P. e
Rosa Cavallo; sette anni prima era nato il fratello maggiore Michele e
successivamente nacquero Francesco, Bartolomeo e la sorella Rosa. Dopo un
inizio estremamente difficile (doveva ogni mattina fare svariati chilometri
prima di raggiungere la scuola), la famiglia si trasferì a Cuneo. Il fratello
della madre, Giuseppe Michele Cavallo, accortosi delle sue notevoli capacità
intellettive, lo invitò a raggiungerlo a Torino, dove continuò i suoi studi
presso il Liceo classico Cavour. Assistente di Angelo Genocchi all'Torino,
divenne professore di calcolo infinitesimale presso lo stesso ateneo a partire
dal 1890. Vittima della sua stessa eccentricità, che lo portava ad
insegnare logica in un corso di calcolo infinitesimale, fu più volte
allontanato dall'insegnamento a dispetto della sua fama internazionale, perché
"più di una volta, perduto dietro ai suoi calcoli, [..] dimenticò di
presentarsi alle sessioni di esame". Ricordi del grande matematico
(e non solo della vita familiare) sono raccontati con grazia e ammirazione nel
romanzo biografico Una giovinezza inventata della pronipote Lalla Romano,
scrittrice e poetessa. Aderì alla massoneria, iniziato nella loggia Alighieri
di Torino guidata dal socialista Lerda. Morì nella sua casa di campagna a
Cavoretto, presso Torino, per un attacco di cuore che lo colse nella
notte. Il matematico piemontese fu capostipite di una scuola di
matematici italiani, tra i quali possiamo annoverare Vailati, Castellano,
Burali-Forti, Padoa, Vacca, Pieri e Boggio. Peano precisa la definizione del
limite superiore e fornì il primo esempio di una curva che riempie una
superficie -- la cosiddetta "curva di Peano", uno dei primi esempi di
frattale -- mettendo così in evidenza come la definizione di curva allora
vigente non fosse conforme a quanto intuitivamente si intende per curva.
Da questo lavoro partì la revisione del concetto di curva, che fu ridefinito da
Jordan (curva secondo Jordan). Fu anche uno dei padri del calcolo
vettoriale insieme a Levi-Civita. Dimostra importanti proprietà delle equazioni
differenziali ordinarie e idea un metodo di integrazione per successive
approssimazioni. Sviluppa il Formulario mathematico, scritto dapprima in
francese e nelle ultime versioni in interlingua, come chiama il suo latino sine
flexione, contenente oltre 4000 tra teoremi e formule, per la maggior parte
dimostrate. Da un eccezionale contributo alla logica delle classi,
elaborando un simbolismo di grande chiarezza e semplicità. Da una definizione
assiomatica dei numeri naturali, i famosi assiomi di P. che vennero poi ripresi
da Russell e Whitehead nei loro Principia Mathematica per sviluppare la teoria
dei tipi. I contributi di Peano sulla logica furono osservati con molta
attenzione da Russell, mentre i contributi di aritmetica e di teoria dei numeri
furono osservati con molta attenzione da Vailati, il quale sintetizzava in
Italia il passaggio tra l'esame delle questioni fondamentali e l'applicazione
di metodiche di analisi del linguaggio scientifico, tipica degli studi logici e
matematici, e anche specifica gli interessi di storia della scienza, allargando
la prospettiva anche agli studi sociali. Per questo P. ha dei contatti molto
stretti con il mondo degli studiosi di logica e di filosofia del linguaggio
nonché gli studiosi di scienze sociali empiriche (Cfr. Rinzivillo, P., Vailati.
Contributi invisibili in Rinzivillo, Una Epistemologia senza storia” (Roma
Nuova Cultura). Ha ampi riconoscimenti negli ambienti filosofici più aperti
alle esigenze e alle implicazioni critiche della nuova logica formale. E affascinato
dall'ideale leibniziano della lingua universale e sviluppa il "latino sine
flexione", lingua con la quale cercò di tenere i suoi interventi ai
congressi internazionali di Londra e Toronto. Tale lingua e concepita per
semplificazione della grammatica ed eliminazione delle forme irregolari,
applicandola a un numero di vocaboli "minimo comune denominatore" tra
quelli principalmente di origine latina rimasti in uso nell’italiano. Uno
dei grandi meriti della sua opera sta nella ricerca della chiarezza e della
semplicità. Contributo fondamentale che gli si riconosce è la definizione di
notazioni matematiche entrate nell'uso corrente, come, per esempio, il simbolo
di appartenenza (“x ∈ A”) e
il quantificatore esistenziale "∃".
Tutta l'opera di P. verte sulla ricerca della semplificazione, dello sviluppo
di una notazione sintetica, base del progetto del Formulario, fino alla
definizione del latino sine flexione. La ricerca del rigore e della semplicità lo
portano P. ad acquistare una macchina per la stampa, allo scopo di comporre e
verificare di persona i tipi per la “Rivista di Matematica” da lui diretta e
per le altre pubblicazioni. Raccolge una serie di note per le tipografie
relative alla stampa di testi di matematica, uno per tutti il suo consiglio di
stampare le formule su righe isolate, cosa che ora viene data per scontata, ma
che non lo era ai suoi tempi. Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
Ufficiale della Corona Commendatore della corona L'asteroide P. è stato battezzato così in suo onore.
Il dipartimento di Matematica di Torino è a lui dedicato. Molti licei in
Italia portano il suo nome, come ad esempio a Roma, Cuneo, Tortona, Monterotondo,
Cinisello Balsamo o Marsico Nuovo, così come la scuola di Tetto Canale, vicina
alla sua città natale. Saggi: “Aritmetica”; “Algebra” (Torino, Paravia,);
“Forma matematica” (Torino, Bocca); “Calcolo differenziale”; “Calcolo integrale”
(Torino: Bocca); “Analisi infinitesimale” (Candeletti); “Calcolo infinitesimale
e geometria” (Torino: Bocca), “Logica della geometria” (Torino: Bocca)”; “Principio
dell’arimmetica” (Torino, Paravia); “Giochi di aritmetica e problemi interessanti”
(Paravia, Torino). Provai una grande ammirazione per lui quando lo incontrai
per la prima volta al Congresso di Filosofia, che e dominato dall'esattezza
della sua mente. Russell. Amico, Storie della scuola italiana. Dalle origini (Zanichelli,
Bologna); Celebrazione, Luciano e Roero Torino); “Storia di un matematico” (Boringhieri).
L. Romano, “Una giovinezza inventata” (Torino,
Einaudi); Racconta episodi del rapporto con il prozio Giuseppe. Assiomi di P., Glottoteta, Lingua
artificiale, Matematica, Latino sine flexion, Cassina Calcolatori ternari M. Gramegna
Treccani Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. E P. stregò Russell. The third kind of term, things,
are only the entities indicated by proper names, but they have no additional
relation with other terms. This leads Russell to consider the sole denoting
concept which presupposes uniqueness -- "the.” Russell admits the great
importance of this term, recognizes the merit of P.'s notation, and attributes
to P. the capacity to make possible genuine mathematical definitions defining
terms which are not concepts, the meaning of a word with its
indication-reference and the meaning of a denoting concept with its denotation.
P. does something more than provide the standard notation. The pre-eminence of a
description over other forms of denotation is definitive. The notation for a description
is inspired in the Peanesque symbolism (i.e. "laeb"). Membership to a
class is replaced by a propositional function (i.e. (l£)(<I>X)). A
propositional function is explained as a certain denoting function of
<l>x, which, if <1>£ is true for one and only one value ofx,
denotes that value, but in any other case denotes (P).p. Perhaps most
interestingly for us is the insistence on the indefinability of "the"
– P.'s inverted iota is already used -- together with the notion of denotation.
The article, as published, adds the expression of the main definition in terms
of propositional functions together with the previous manuscript definition in
P.'s terms of existence and uniqueness, albeit if not in symbolic form. The two
essential definitions are Principia, * 14.01.02: . \jI(IX)(epX) • =.(3b) : epx
•=~ .x=b : \jib E ! ( 7 X ) ( e p X ) • = . ( 3 b ) : 4 > x . =• . x = b.
This expresses the conditions of existence and uniqueness essentially with P.’s
resources, i.e., in terms of quantification and identity, although adding
propositional functions. P. has different vresources to eliminate the definite
article – his inverted iota -- from a proposition. P. actually recommends this
line in cases where the required conditions of existence and uniqueness are doubtful,
precisely through a sort of definition in use. The descriptor is by no means
indefinable in his system. Russell: "I read Schrader on Relations and found
his methods hopeless, but P. gave just what I wanted (Letter to Jourdain, in
Grattan-Guinness). If, as Russell maintains in Principia, following P., that a definition
is to be always nominal, the definienda is only an abbreviation. Russell
formulates his principle to preserve the admissible part of Bradley’s analysis
-- (his methodological and analytical resourses -- and almost the entire Moore,
in so far as they were compatible with the requirements of Peano's logic. Some
of the mostti mportant ideas and symbolic devices that made Russell's theory of
descriptions possible are already present in essays Peano that Russell knows
well. We may proceed by a detailed comparison between the relevant parts of
Russells theory -- including manuscripts now published-and some of Frege and ,
. . ht as well as a discussion of numerous possible obJectlons that P.’s mSig
s, . . fl db could be posed to the main claim. Even if Russell was not actually
influenced by those insights, the parallelisma are close enough to be worth
analyzig, especially in the case of P., whose writings are not very well known.
(r) can be clearly found in Frege and
Peano, that (2) was almost admitted by Frege and was admitted
explicitly-including the symbolic expression by P.. THE SYMBOLIC ELIMINATION OF
"THE" IN P.. The source in P. of the symbols relevant to Russell's
theory of descriptions have been noted and sometimes explained (see, .for
instance, 1988a and 199Ia, Chap. 3). I will confine myself to recalling that
they were the letter iota (i) for the unit class, and the same letter inverted
(1), or denied ("fa), for the only member of thiS class, i. e., the
definite article of ordinary language. P.'s ideas evolved in three stages
towards greater precision in the treatment of a description. This last P.
starts from the definition in terms of the unit class. He then adds a series of
possible definitions (the ones allowing an alternative logic al order),
one of which offers this equivalence. P. introduces his fundamental d~fimt~on
~f the u:l1t class as the class such that all of its members are identical. In
P.’s symbols, tx =ye (y =x). Likewise, P. defines indirectly the.unique member
of such a class: x = "fa • = • a = tx. However, concerning the
definability of the definite article, P. adds the crucial idea that any proposition
containing “the” can be reduced to. the for,? ta eb, and thiS, again, to the
inclusion of the referr~d .um~ class in the oth~r class (a ~ b), which already
supposes the elimination of the symbol t: Thus, P. says, we can avoid an identity
whose first member contams thiS symbol. Here we find the assertion that the
only individual belonging to a unit II As an anonymous referee pointed out to
me, one ~aj~rdifferenc~between P. and Russell's treatment of classes in the
context of descnption theolJ' is that, while, for Peano, a description combines
a class abstract with the inverse of the umt class operator, for Russell the
free use of class abstracts is not available due to the discovery of paradoxes.
P. does not explicitly state that the mentioned expression would be
meaningless, but rather "nous ne donnons pas de signification a ce symbole
si la classe a est nulle, ou si elle contient plusieurs individus.” But this is
equivalent in practice, given that if we do not meet the two mentioned
conditions, the symbol cannot be used at all. There are, however, other ways of
eliminating the same symbols according to P.. One which is very similar and
depends on the same hypothesis: laE b. = : a = tx. :Jx • Xc b(ibid). class (a) such that it belongs to another
class (b) is equal to the existence of exactly one element such that this
element is a member of that class (b). In other words: "the only member of
a belongs to b" is to be the same as "there is at least one x such
that (i) the unit class a is equal to the class constituted by x, and (ii) x
belongs to b" (or "the class of x such that a is the class
constituted by x, and that x belongs to b, is not an empty class"). This
seems to be equivalent to Russell's definition. P., of course, speaks in terms
of classes instead of a propositional function, i. e., in terms of the property
or the predicate, which define a class – P. often read the membership symbol as
"is" -- which expresses the same idea in a way where any reference to
the letter iota has been eliminated. We can read now "the only member of a
belongs to b" as the same as "there is at least one x such that (i)
the unit class a is equal to all the y such that y =x, and (ii) x belongs to
b" (or "the class of x such that they constitute the class ofy, and
that they constitute the class a, and that in addition they belong to the class
b, is not an empty class"). Thus, the full elimination underlies the definition,
although P., in lacking a specifically explicit philosophical goals, shows no
interest in making this point. Peano is totally aware of the importance of this
device as a way to reduce the definite article to more primitive logical concepts,
i.e. to eliminate it, as a result of which the symbol would cease to be
primitive. That is why P. adds that the above definitions "expriment la
P[proposition] 1a Eb sous une autre forme, OU ne figure plus Ie signe 1;
puisque toute P contenant le signe 1a est reductible a la forme 1aEb,OU
bestuneCIs, on pourra eliminer Ie signe 1 dans toute P.” Therefore, the general
belief according to which the symbol "1" was necessarily primitive
and indefinable for P. is wrong. By pointing out that in the
"hypothesis" preceding the quoted definition it is clearly stated
that the class "a" is defined as the unit class in terms of the
existence and identity of all of their members (i.e. uniqueness): Before making
more explicit the parallelism with Russell's theory, let us consider possible
objections against this rather strong claim. All of these objections are either
misconceptions or simply have no force with regard to P.’s main claim. This is why"a"is
equal to the expression ''tx'' (in the second member). The objection could
still be maintained by insisting that since"a" can be read as
"the unit class", P. did not really achieve the elimination of the
idea he was trying to define and eliminate, as it is shown through the
occurrence of these words in some of the readings proposed above. However, as I
will explain below, the hypothesis preceding the definition only states the
meaning of the symbols which are used in the second member. Thus, "a"
is stated as "an existing unit class", which has to be (1) It is true
that the symbol "1" has disappeared, but in the definiens we still
can see the symbol of the unit class, which would refer somehow to the idea
that is symbolized by ''tx'', so the descriptor has not been really eliminated.
The answer is very simple: for P. there were at least two forms ofdefining this
symbol with no need for using the letter iota (in any of its forms). However,
the actual substitution would lead us to rather complicated expressions,14 and
given P.'s usual way of working (which can be First, by directly replacing tx
by its value: y 3(y = x), as defined above. Making the replacement explicit, we
have: 14 Starting from this idea, we can interpret the definition as stating
that "la Eb" is only an abbreviation for the definiens and dispensing
with the conditions stating exist- ence and uniqueness in the hypothesis, which
have been incorporated to their new place. Thus, the new hypothesis would
contain only the statement of"a" and"b" as being classes,
and the final entire definition could be something like the following: la Eb •
=:3x 3{a =y 3(y =x) • X Eb}, a, bECls.::J :. ME b. =:3XE([{3aE[w, zEa. ::Jw•z'
w= z]} ={ye(y= x)}] •XEb), a E Cis. 3a: x, yEa. ~x.y.X = y: bE CIs •~ : ...
(Ibid.) understood in this way: " 'a' stands for a non-empty class su~h
that all of its members are identical." Therefore, we can replace
"a", wherever it occurs, by its meaning, given that this
interpretation works as only a purely nominal definition, i.e. a convenient
abbreviation. characterized as the constant search for shorter and more
convenient formulas), it is quite understandable that he preferred to avoid it.
In fact, the operation is by no means necessary, for the symbolic expression
above was already enough to obtain the full elimination of the descriptor. We
must not forget that the important thing is not the intu- itive and superficial
similarity between the symbols "la" and ''tx'', caused simply by the
appearance of the letter iota in both cases, or the intuitive meaning of the
words "the unit class", but the conditions under which these
expressions have been introduced in the system, which were completely clear and
explicit in the first definition.IS "k e K" as "k is a
class"; see also the hypothesis from above for another example). But this
by no means involves confusion with i~clusion,as. it is shown by the fact that
P. soon added four defimte properties precisely distinguishing both notions,
which made it po~siblefor.hi~~.~ for Russell himself, to preserve the useful
and convenient readmg is (2) The supposed elimination is a failure, for (i) it
depends upon Peano's confusion of class membership and class inclusion, so that
(ii) a singleton class (la) and its sole member (lX) are not clearly distinct
notions; it follows that (iii) "a" is both a class and, according to
the interpretation of the definition, an individual (iv), as is shown by
joining the hypothesis preceding the definition and the definition itself This
multiple objection is very interesting because it can be taken as proceed- ing
from the received view on P., according to which his logic not only falls s~ort
ofstrict logical standards, but also contains some import- ant confuSions here
and there. However, the four points can easily be s~own t? be mistaken.
(Incidentally, I think this could have been recog- mzed With pleasure by
Russell himself, who always thought of P. and his school as being strangely
free oflogical confusions and mistakes.) . Fir~t, it ~n hard~y be said that P.
confused membership and mcluslOn, given that it was he himselfwho introduced
the distinction through his symbol "e" (previously to, and therefore
independently of, Frege). If the objection means (which is rather unlikely)
that P. would admit the symbol for membership as taking place between two
classes, it is true that this was the case when he used it to indicate the
meaning of some symbols, but only through the reading "is" (e.g. full
clarity that"1" (T) makes sense only before individuals, and ''t''
before classes, no matter which particular symbols we use for these notions.
Thus, ''ta'', like "tx", both have to. be read as "the class
consti- tuted by ...", and" la" as "the only member of
a". Therefore, although P., to my knowledge, never used "lX"
(probably because he always which could be read as " 'a and b being
classes, "the only member of a belongs to b" is to be the same as
"there is at least one x such that (i) 'there is at least one a such that
for eve~,': and z belonging to a,.w = z' is equal to 't~ey such that y =. x' ,
and (ii) x belongs to b ,where both the letter Iota and the words the unit
class" have disappeared from the definiens. aeCis.3a:x,yea.-::Jx,y.
x=y:beCIs•~:. . l a e b . = : 3 x 3(a = t x . x e b), 15 There is a well-known
similar example in the apparent vicious circle of Frege's famous definition
ofnumber. the reply to objection (1). There are other, minor objections as
well. Second, "la" does notstand for the singleton class. P. stated
with thought in terms of classes), had he done so its meaning, of course, would
have been exactly the same as "la", with no confusion at all. Third,
"a" stands for a class because it is so stated in the hypothesis,
although it can represent an individual when preceded by the descriptor, and
together with it, i.e. when both constitute a new symb.ol as a w.hol~. Here P.'s
habit could perhaps be better understood by mterpretmg it in terms of
propositional functions, and then by seeing" la" as being somewhat
similar to <!>x, no matter what reasons ofconvenience led him to prefer
symbols generally used for classes ("a" instead of"x").
There is little doubt that this makes a difference with Russell. It could even
be said that while, for Peano, the inverted iota is the symbol for an operator
on classes, which leads us to a new term when it flanks a term, for Russell it
was only a part of an "incomplete symbol". I am not sure about P.'s
answer to this, but at any rate for him the descriptor could be eliminated only
in conjunction with the rest of the full express- ion "la e b", so
that the most relevant point of similarity again can be found in P.. Last,
there is no problem when we join the original hypothesis and the definition: as
I have pointed out in the interpretation contained in the last part of (3)
If, as it seems, "a" is affected by the quantifier in the hypothesis,
then it is a variable which occurs both free and bound in the formula (if it is
a constant, no quantifier is needed). I am not sure about the possible reply by
P. himself Perhaps he did not always distinguish with present standards o f
clarity between the several senses o f "existence" (or related
differences) involved in his various uses of quantifiers,r6 but in principle
there is no p'roblem when a variable appears both bound and free in the same
expression, although in different occurrences. At any rate, I cannot see how
this could affect my main claim; the important thing here is to recognize the
fundamental similarities between the elim- ination of the descriptor in P. and
Russell. However, in the several readings I proposed I hope to have clarified a
little the role of ".3" in P. . (5) P. could hardly have thought that
he was capable of eliminat- ing the descriptor, for he continued to use the
symbol and his whole system depended on it as a primitive idea.IS The only
additional reply is that only reasons ofconvenience can explain the retaining
ofa symbol in a system in cases where the symbol can be defined, i.e.
eliminated. (After all, Russell- himself continued to use the descriptor after
its elimination by means of his theory of descriptions.) But, as we have seen,
there is no doubt P. thought that the descriptor could easily be eliminated
from propositions. (4) Russell rejected definitions under hypothesis, therefore
he would have rejected the Peanian definition of the descriptor. Of course, we
must admit that Russell (like Frege) rejected this kind ofdefinition, but this
took place especially in the context of the unrestricted variable of
Principia.I ? Besides, he himself used this kind of definition for a long
period once he mastered P.'s system. It was because he interpreted these
definitions as P. did, i.e. merely as -a device for fixing the meaning of the
letters used in the relevant symbolic expressions. Thus, when for instance one
reads, after whatever symbolic definition, things like" 'x' being
..." or" 'y' being ...", this would really be a definition under
hypothesis, but, of course, only because the meaning of the sym- bols used
always has to be determined somehow. Anyway, there is no point in continuing
the discussion ofthis objection, given that it is hard- ly relevant to my main
claim. Even if P.'s original elimination of the descriptor does not work
because of its taking place in the framework of a merely conditional definition,
the force of his original insight could well have influenced Russell; at any
rate, it is worth knowing in itself (6) The reduction mentioned, even if it
really took place, was by no means followed by the philosophical framework
which made Russell's theory of descriptions one of the most important logical
successes of the century. Thus, P. did not realize the importance of the
elimination. This last point can hardly be denied, but P.'s goals were very
different from Russell's, so I think that to point out a "lack" like
this makeslittle sense from a historical point ofview. 16 I would like to recall
here that it was P. himselfwho discovered the distinction between bound and
free variables (which he respectively called "apparent" and
"real"), and probably-and independently of Frege-also the existential
and universal quantification (see my I988a and I99Ia for a detailed account of
both achievements). Quine wrote that "1" was a primitive and indefin-
able idea in P. However, now that we have exchanged several letters concerning
an earlier version ofthis article, I must say he has changed his mind. His
letter to me ofII October 1990 contains the following passage: "I am happy
to get straight on P. on descriptions. I checked your reference and I fully
agree. P. deserves all the credit for it that has been heaped on Russell (except
perhaps for Russell's elaboration of the philosophical lesson of contextual
definition)". As for the sense in which the philosophical consequences of
the elimination of the descriptor were not very important for P., I have faced
the problem in my reply to an objection. And also in previous stages, through
the (finally unsuccessful) attempt at a substitutional theory based upon
propositions, with no classes and no propositional functions. . For according
to him the descriptor cannot be defined in isolation, but only in the context
of the class (a) from which it is the only member (la), and also in the context
of the clas~ from which that class is a member, at least to the extent that the
class a is included in the class b, although this supposes no confusion between
membership and inclusion; see the second point of my reply to objection (2)
above. I think this is just the right interpretation ofthe whole
expression"1a Eb". In any case, I cannot help being convinced that
none of these objec- tions seems to have any force against my main claim: that
the elimin- ation of the descriptor was present in P. with essentially the same
symbolic resources as in Russell. This is equivalent to the first two claims at
the beginning of this paper: P. clearly stated the conditions of existence and
uniqueness as providing the true significance of the descriptor; and (2) he had
enough symbolic techniques for dispensing with it, including those required for
constructinga definition in use. We have a few relevant passages, but the
clearest one occurs. There we can read that" Ta" is meaningless if
the conditions of existence and uniqueness are not ful- filled. Thus, even the
third claim was made by P.. Perhaps under certain different interpretations of
P.'s devices it could be shown that his elimination of the descriptor was not
exactly equivalent (in the tech- nical sense) to Russell's. Yet even if so, I
think that from the historical viewpoint, which means to do justice both to P.
and Russell, it is important to know that P. had these resources at his
disposal,' and that they may have influenced Russell. However, we can see the
heritage from P. in a clearer way if we compare the definition with the version
for classes in the same letter: . The parallelism is therefore complete, but
before finishing this paper I want to insist on my main claims by resorting now
to one of Russell's manuscripts, "On Fundamentals. First, we find there a
definition stated in terms similar to P.'s, and with almost exactly the same
symbolic resources: Finally, I am not accusing Russell of plagiarism. I only
affirm that some ofthe ideas and devices which are important for the
eliminative definition of the descriptor were already present in Frege and P.,
including the conceptual and symbolic resources, and that these works are ones
that Russell had studied in detail before his own theory was formulated. Second,
the later improvement of this definition is precisely in the sense of making
clearer that, although the method of the propositional function was preferable
to the one of class membership, the symbolic expression of the conditions of
existence and uniqueness is preserved. Even the idea -- also coming from P. -- according
to which we cannot define the expression “la" alone, but always in the
context of a class (which in Russell became the form of a propositional
function), appears here. Benacerraf, and Putnam, Philosophy of Mathematics (Cambridge). The first appearance of Russell's
definition, under the form which was adopted as final, took place, not in
"On Denoting", but in a letter to Jourdain: According to that, all
other influences must be regarded as secondary. Concerning Meinong's influence,
for Russell the principle of subsistence disappears as a consequence of the
eliminative construction of the definite article, which was a result of the new
semantic monism. Russell's later attitude to Meinong as a "main
enemy" was only a comfortable recourse (v. however, Griffin). As for
Bacher, Russell himself admitted some influence from his nominalism. In fact, Bacher describes mathematical objects
as "mere symbols" and he advises Russell to follow this line of work
in a letter (only two months before Russell's key idea): "the 'class as
one' is merely a symbol or name which we choose at pleasure" (quoted by
Lackey [Russell). Finally, for MacColl it is necessary to mention his essay
where he spoke of "symbolic universes", which include things like
round squares, and also spoke of "symbolic existence". Russell pub-
lished his essay as a direct response to this author, and there we can see some
conclusions from the unpublished manuscripts, although still by solving
peculiar cases in a Fregean context. I agree with Grattan-Guinness that MacColl
was an important part of the context of Russell's ideas on denoting (personal
communication), but I have no room here to devote to the matter. There is,
however, a previous occurrence of this definition in the,manuscript "On
'JI(lX)(<I>x)•=•(:3b):<j>x.=x.X =b:'JIb. (Grattan-Guinness Substitution" written with only slight symbolic
differences. I am indebted to Landini for the historical point. 'JI(t'u)•=:(:3b):xEU.=x.X
=b:'JIb. Peano, G., as. Opere
Scelte, ed. U. Cassina, Roma: Cremonese, Studii di logica matematica".
Repr. Logique mathematique". Repr. Analisi della teoria dei vettori".
Repr. Formules de logique mathematique". CONGRESSO
INTERNAZIONALE DI FILOSOFIA BOLOGNA - APRILE 1911 Prof.
G. PEANO * * Una questione gram m atica
razionale STftBILIMEM ro iJOLICiKMNCO EMILIHMO - --
BOLOarifì 1912 Discorso del Prof. G.
Peano UNA QUESTIONE DI GRAMMATICA RAZIONALE Leibniz,
nel suo scritto « de grammatica rationali » pose le basi di un nuovo
campo di studi, che solo in questi ul- timi tempi comincia ad essere
coltivato. Il compianto Vai- lati, rapito or sono due anni da immatura
morte alla filo- sofìa, presentò al Congresso della Società Italiana pel
pro- gresso delle scienza, tenutosi a Firenze nel 190G, e pub-
blicò, nel 1908, un articolo « La grammatica dell’Algebra » ove studiò a
che cosa corrispondano gli elementi gramma- ticali nelle formule
algebriche. La presente comunicazione tratta del valore logico delle
categorie grammaticali. Le grammatiche latine classificano le
parole in cate- gorie o parti del discorso, chiamate sostantivo , aggettivo,
pronome , verbo etc. Il loro numero è generalmente nove; alcune
grammatiche ne hanno meno. Le grammatiche greche ne hanno dieci, compreso
l’ articolo. Questo numero dieci è fìsso nelle grammatiche francesi; le
italiane sono più variabili. Io mi propongo di esaminare se questa
clas- sificazione sia reale o formale, cioè se l’essere una parola
sostantivo, aggettivo o verbo, sia una proprietà dell’ente che essa
indica, ovvero solo della forma della parola. La questione presenta
un interesse di attualità, ora che molti si occupano di lingue
internazionali, più o meno ar- tificiali. Il Volapiik, in grande voga or
sono venti anni, termina tutti gli aggettivi colla desinenza indo-europea
-ico del tipo latino prosaico, publico , classico , e greco logico
, geometrico , conico, ecc. Questa idea, sotto forme diverse, fu
adottata da alcuni autori di interlingue più recenti. L’ Esperanto,
nelle varie forme, fa terminare i sostan- tivi in -o e gli aggettivi in
-a. Quindi gli autori di queste 4 ▼
lingue ritengono che la classificazione delle parti del di- scorso sia
reale e non formale. Un esempio rischiarerà la differenza fra
proprietà reale e proprietà formale. Le proposizioni: [1]
«L’uomo è animale razionale» [2] « uomo consta di quattro lettere
» esprimono rispettivamente una proprietà reale ed una for-
male di uomo. Si suol anche dire che la prima esprime una proprietà dell
'ente-uomo e la seconda una proprietà della parola-uomo. Si
tratta di vedere se la proposizione: [3] « uomo è sostantivo
» sia del tipo reale [1] o formale [2]. Un criterio che
spesso permette di distinguere una pro- prietà reale da una formale è la
versione della proposi- zione in altra lingua. Cosi se al posto di uomo
metto l’e- quivalente inglese man , la proprietà reale [1] rimane
vera, la formale [2] non è più verificata. Questo criterio non
basta sempre: per es. se sostituisco l’italiano uomo col latino homo o
col tedesco Mann, tanto la proprietà reale quanto la formale risultano verificate.
La versione della prop. [3] nelle lingue europee, non permette di
riconoscere chiaramente se sostantivo sia una proprietà reale o
for- male, perchè le grammatiche delle lingue europee hanno
adottato la nomenclatura delle grammatiche latine che si adatta loro
abbastanza bene, perchè le lingue neo-latine, germaniche e slave sono
tutte parenti prossime del latino. Esse non sono che varie fisionomie di
una stessa lingua. Qualche differenza già si intravvede. II latino
homo è certamente un sostantivo perché ha tutta la declinazione:
homo, hominis , homini etc. Invece l’inglese man è dato nei vocabolari o
come un sostantivo, = I. uomo , o come un verbo attivo, nel senso di
equipaggiare una nave, di provvedere di soldati un forte, etc
La differenza si fa più evidente, confrontando lingue di origine
differente. La distinzione fra le proprietà reali e le formali si
incontra pure in matematica. Il segno = indica sempre l’eguaglianza fra i
valori dei due membri. Da x~y, segue che ogni proprietà reale di a: è
pure una proprietà di y, ma le proprietà formali possono essere diverse.
Delle due proposizioni: */, è frazione minore di 1. s /
3 è frazione irreduttibile, la prima esprime una proprietà reale,
la seconda una for- male di s / 3 . Essendo */ 3 = */„ sostituendo alla
prima forma 5 la seconda, la prima proposizione
rimane vera, la seconda 6 falsa. Il grande glottologo
francese M. Bréal, nell’ Essai de sémantique , Paris, 1899, chap. 19,
dice: « Il y a des lan- gues qui ne disti nguent pas les categories ». La
stessa os- servazione è ripetuta più volte dal grande glottologo
in- glese Max Mùller. Per esempio nel libro « The science of
Thought », London, 1887, egli spiega che le dieci cate- gorie di
Aristotele: OvGlu , stoGÓv, tcoióv, xyóg ti, tcov. •xot £, xbìó9'CU
ì tytup sroiffr, nàd'ft tv, dopo essersi fuse, decomposte e
trasformate, diedero luogo alle dieci parti del discorso delle
grammatiche posteriori. Il Max Mùller osserva che Aristotele trasse le
dieci categorie, non dalle grammatiche greche ancora da scri-
versi, ma dalla lingua greca. E che se egli, invece che greco, fosse
stato semita o cinese, avrebbe latto una dif- ferente classificazione in
categorie. Ma possiamo osservare il carattere formale delle
cate- gorie grammaticali, nelle lingue nostre senza ricorrere alle
lingue non europee. Considero ad esempio la proposizione di Fedro
[1, fij « -Sic est locutus leo: ego primam tollo, nominor quia
leo». Qui ego = leo. Ma leo è sostantivo secondo le gramma-
tiche, ego è pronome, dunque: pronome = sostantivo,
cioò ogni pronome è un sostantivo ed ogni sostantivo può essere
rappresentato da un pronome questo , quello. La differenza fra
sostantivo e pronome non 6 pertanto reale; essa è formale e precisamente
morfologica; i pro- nomi latini hanno una declinazione differente dalle
cinque dei sostantivi propriamente detti, quindi conviene in gram-
matica di farne una categoria a parte. L’identità fra pronome e
sostantivo è indicata dalla stessa parola pronome , che significa
letteralmente: che fu le veci di un nome o sostantivo , ma che si deve
inten- dere che ha il valore di un sostantivo. Il valore di
un pronome cambia con il contesto del di- scorso, secondo la persona che
parla ed a cui si parla. Ma ciò non modifica l’eguaglianza fra pronome e
nome. Anche in algebra le lettere x ed g hanno un valore varia-
bile colla questione. Ma se in una questione risulta x = 2, segue che x è
un intero, pari e primo al pari di 2, cosi fi da eoo
— leo segue che ego ha la proprietà di essere un sostantivo, al pari di
leo, supposto che la proprietà di es- sere sostantivo sia reale.
Anche gli avverbi qua e là, hanno un valore dipen- dente
dalla" persona che parla; pure non si mettono in una classe a parte,
ma si mettono nella stessa classe degli avverbi: bene, liberciliter etc.,
che hanno un valore co- stante; e se ne fa una classe sola perchè tutti
indeclinabili. Chi scrive in una lingua europea, può fare a meno
di risolvere il problema se i pronomi siano o no sostantivi. Le varie
lingue si sono sviluppate per secoli prima che ad esse si applicasse la
nomenclatura grammaticale. Ma chi scrive in Esperanto, sotto una delle
sue varie forme, deve cominciare a risolvere questo problema per sapere
se ai pronomi debba dare o no la caratteristica -o. E mentre la
maggioranza non considera i pronomi quali sostantivi, una minoranza, con
a capo il Lemaire, celebre esplora- tore africano, li considera
logicamente come sostantivi e dà loro la desinenza -o. Passo
ora alla relazione fra sostantivo ed aggettivo. Il Larous.se dà le
definizioni seguenti. Nom
substantif: mot qui dòsigne une personue ou une chose. Nom
adjectif: mot qui seri à qualifier une personne ou une chose.
Considero i due giudizi: « Pietro è buono. Pietro è poeta
». Essi hanno la stessa costruzione; buono e poeta ser- vono
egualmente a designare e qualificare la persona Pietro. Sono amendue nomi
di classi di enti. Ma buono è agget- tivo, poeta è sostantivo;
dunque: aggettivo = sostantivo. ( fv ad -'iv ’ à La
differenza fondamentale fra aggettivo e sostantivo, è che in generale
l’aggettivo è accompagnato da un sostan- tivo, con cui concorda in
genere, numero e caso. Quindi la necessità di un capitolo della
grammatica che spieghi que- ste flessioni degli aggettivi e quelle dei
comparativi etc. Ma questa differenza evidentemente appartiene alla
mor- fologia; l’aggettivo può benissimo restar solo come in:
« veruni dico », « audaces fortuna juvat » « miscuit utile dulci ».
Cosi in Italiano: « dico il vero = dico cosa vera dico la verità », onde
risulta: il vero = cosa vera = la verità. La
concordanza latina vive ancora in Italiano, limitata al genere e numero;
il caso è morto; ed è del tutto seom- 7 parso in
Inglese. Quindi per esempio, nell’Enciclopedia Britannica, nell’articolo
« Gramolar » leggiamo che la di- stinzione fra nome ed aggettivo non è
applicabile in In- glese. Questa distinzione sta nella veste. Spogliata
la pa- rola della veste della concordanza, non c’ è più criterio
per distinguere il sostantivo dall’aggettivo. Dal fatto che
in latino bonus da secoli concordava col soggetto, lo chiamarono i grammatici
aggettivo. La gram- matica del Donato, che è la prima grammatica
importante, è del IV secolo dell’era volgare. Si commette un
anacro- mismo e si scambia la causa coll’effetto quando prima si
definisce l’ aggettivo c poi si enuncia la regola della sua
concordanza. Come si scrisse latino per secoli, prima che
nasces- sero i grammatici, cosi si può continuare a scrivere nelle
lingue moderne lasciando ai grammatici la cura di deci- dere se la
differenza fra aggettivo e sostantivo sia reale o formale. Ma chi scrive
in una delle forme di Esperanto è costretto a dire dopo ogni parola: «
questo è un sostan- tivo, questo un aggettivo e questo è un verbo ». Ciò
ha senso nella forma latina; ma questa lingua artificiale, avendo
soppressa la forma latina, la distinzione non è più possibile.
In conseguenza, i seguaci dell’ Esperanto, discutendo di una cosa
non esistente come se esistesse, arrivano a risultati fra loro
contradditori). Per esempio in un sistema si ha l’eguaglianza:
« Pietro è buono - aggettivo » = « Pietro è buono - so- stantivo»;
mentre in altro sistema solo la prima forma è lecita; ivi buono -
sostantivo significa bontà. Parimenti l’articolo è messo dalla
maggioranza degli esperantisti fra gli aggettivi. Ma il Comm. Lemaire
osser- vando che esso deriva da un antico pronome, che è un
sostantivo, lo pone fra i sostantivi. Poche parole sul carattere
formale del verbo. La pro- posizione latina: « Ars longa,
vita brevis » corrisponde all’Italiano «l’arte è lunga, la vita è
breve». In Italiano vi è il verbo essere che in latino non sta
scritto. Il latino brevis corrisponde all' Italiano « è breve ».
Ma « è breve » è il predicato della proposizione e quindi è un
verbo; dunque anche il latino brevis è un verbo. Ma questo è un
aggettivo, dunque . . V aggettivo — verbo / i u C ttj
* 8 Alcuni grammatici dicono che in « vita
brevis » il verbo è sottinteso, e che la frase è elittica. Ciò significa
che Vest non sta scritto ed è cosa evidente. Non bisogna intendere
però che la parola est sia stata sottintesa o soppressa; cioè che essa
sia l’ abbreviazione di una frase più antica contenente l 'est.
Man mano noi risaliamo nella storia, troviamo la man- canza della
copula est sempre più frequente. La incontriamo in greco ed è
ancora frequente in russo. Altri esempi dal Max Muller: « nix alba = nix
albet; sarculum acutum = sarculum caedit ». Quindi la forma
originale della proposizione era soggetto (-aggettivo; l’au- siliario
essere è posteriore. Pare che il suo significato pri- mitivo fosse di
respirare. Dice Max Muller: « All
auxiliary verbs are merely thè shadows of verbs wicli originali}’ meant
to grow, to dwell, to turi), to breathe. » L’identità
aggettivo = verbo può parere una novità al pub- blico moderno, benché
nota ai linguisti. Era evidente ad Aristotele il quale affermava
che: ftv&Qoxos (uomo) è o volici (nome), mentre levxóv
(bianco) è piifia (verbo). Se sostantivo = aggettivo ed aggettivo =
verbo, segue che sostantivo — verbo. Eccone alcuni esempi diretti. Nel
greco tivò'Qanog ùv&Qcòxcp òca jióviov « homo ho- mini deus » e nel
pessimista latino « homo homini lupus », il deus e lupus valgono « si
comporta come un amico » e « come un nemico », e perciò sono verbi.
Il chiar. dott. Giovanni Vacca che visitò gran parte della Cina
coll’occhio del matematico e del filosofo, mi citò la frase cinese che
risulta dalta triplice ripetizione del simbolo di uomo’, letteralmente
tradotta diventa: «uomo, uomo, uomo» e significa «l’uomo tratta
umanamente l’umanità» Nulla impedisce di dire che il primo simbolo
è un nominativo, il secondo un verbo, il terzo un accusa- tivo, ma nessun
segno indica questa proprietà. Cosi nella scrittura che noi
deducemmo dagli arabi 222, possiamo dire che il primo due rappresenta
centinaia, il secondo decine e il terzo unità, e cosi enunciamo
varie proprietà delle varie figure 2, non del numero 2. Le
parole soggetto e predicato di una proposizione, sono termini relativi
alla proposizione. Si potrebbe studiare se le parole « sostantivo » ed «
aggettivo » possano avere valore relativo. Ma mi basta l’aver provato che
non hanno valore assoluto, e che una definizione di sostantivo è
im- possibile. Vedasi sullo stesso soggetto un mio articolo
su « Discussione de Academia prò Interlingua », 1910, pagg. 20-43. Giuseppe
Peano. Peano. Keywords: implicatura, l’operatore iota. Refs.: Luigi Speranza,
“Peano e Grice sull’articolo definito,” -- Luigi Speranza, “Peano e Grice
sull’operatore ‘iota’, Deutero-Esperanto, l’errore di Quine, il carattere non
primitive dell’operatore iota. -- H. P.
Grice, “Definite descriptions in Peano and in the vernacular,” Luigi Speranza, "Grice e Peano: semantica
filosofica," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia.
Grice e Pecoraro: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del conflitto – filosofia italiana – Luigi Speranza (Salerno). Filosofo
italiano. Grice: “He must be the
only philosopher who philosophised about ecstasis!” Grice: “Many don’t consider
him an Italian philosopher seeing that he got his maximal degree without (not
within) Italy!” – Filosofo e storico della filosofia italiano. Dopo studi giuridici presso la Facoltà di Scienze
Politiche, si laurea in Filosofia presso l´Università di Salerno con una tesi
sulla filosofia di Cioran. Collabora con il Corriere della Sera, Il Messaggero,
Il Giornale di Napoli come cronista di nera e di giudiziaria. Si avvicina ad
alcuni artisti contemporanei che gravitano intorno all´Accademia di belle arti
di Brera organizzando due Mostre a Ravello e dedicandosi al coordinamento
editoriale dei rispettivi cataloghi. Tra i partecipanti:Paladino, Pisani, Galliani,
Knap, Montorsi, Melioli, Battaglia. Un'esperienza che è importante in seguito,
quando i tratti metafisici e di rivolta dell´opera d´arte contemporanea
verranno riscoperti in chiave nichilista. Fonda "Quadranti"
dedicato a Marotta dell´Istituto italiano per gli studi filosofici di
Napoli. È possibile dividere il percorso di studi e del suo pensiero in
due momenti distinti. Il primo, attivismo filosofico, comprende tutte le
attività e le iniziative tese a vivacizzare e svecchiare il dibattito critico e
filosofico; la divulgazione di temi e autori poco studiati -- tecnoscienza, Nichilismo, Filosofia del
suicidio, Metafisica e Teatro, Vattimo, Esposito, Agamben. Contatto con Vattimo,
Esposito, Givone, Volpi, Mattei, Ferraris. Studia nichilismo, suicidio e
filosofia negative, politica e morale. Una filosofia disperata e
negativa, assolutamente slegata da prospettive etico-politiche. Si tratta di
una filosofia fondata sul nichilismo e su una tradizione di filosofi maledetti.
I voyeuristic "esteticamente salvificano di un datato phatos
esistenzialista, del “tutto è vano” risultato ultimo della sua analisi
filosofica del suicidio, della psicanalisi e dei lacci concettuali e storici
tra nichilismo, nullae negazione. Il risultato è una filosofia
anti-fondazionale, che poggia le sue radici in una inter-soggettività
pessimista e malincolica, che nega qualsiasi etica, sociale e politica
estremizzando così l´accusa contro l´umano e tutte le sue costruzioni sociali,
storiche e morali. In questo orizzonte
di assenza di senso, decadenza e corruzione metafisica, l´unica, eventuale,
maniera di ribellarsi e resistere si concretizza, paradossalmente, nell´appello
alla responsabilità e all´azione di un noi (Freud ego et nos) tragico-nichilista
-- Ricerca un orizzonte di senso diverso
e più profondo che lo porta, però, alla perdita quasi totale dei suoi
precedenti fili conduttori. Interessi,
letture, pubblicazioni, ricerche si frammentano e perdono in intensità e
chiarezza. Decisive, in questa fase, sono le questioni etico-politiche, la
critica dell´umanismo sociale contemporaneo e l´impegno filosofico. In primo
luogo devono essere segnalati, per l´importanza che rivestono, i due Seminari
tenuti presso l´Istituto per gli studi Filosofici di Napoli dedicato al “Bio-potere"
e la Bio-politica" Riformula il concetto di bio-potere usando come chiave
interpretativa il "Bios" di Esposito. La bio-politica discute e mette
alla prova la sua lettura radicalmente sistematica”della volontà di potenza,
avvento dell´oltre-uomo e ultrapassamento del nichilismo. Oltre a questi due
temi, il rigetto del relativimo, lo studio delle relazioni tra massa e potere;
l´affermazione di una visione essenzialista dell´umano, la riscoperta della
psicanalisi, del movimento Modernista. Elabora di un percorso teorico che,
fondandosi sulla necessità di pensare il presente e non il future di una
filosofia dell’attuale e sulla
convinzione che le categorie filosofiche sono obsolete e dannose per spiegare e
trasformare il mondo, si concentra in due diversi ambiti di ricerca in una
complessa e non risolta tensione tra aspirazioni pluriversalistiche e l´impegno
filosofico nella realtà e nella cultura. Il primo etico-morale si occupa delle
condizioni di possibilità di forme dell’inter-soggettivo nell´epoca dei
"diritti di tutte le cose del mondo" e della reazione alla crisi di
fondamenti, delineando quindi le basi di una filosofia del dovere di stampo
post-illuminista. Il secondo opolitico-sociale– attraverso la
critica del politicamente corretto e della retorica democratica, la de-costruzione
del concetto di democrazia attraverso la ripresa dell´idea di servitù
volontaria, la lotta contro il fascismo tende a ripensare il concetto di democrazia
e la pratica democratica" nei sistemi di potere e, più specificamente, si
dedica all´esame delle possibilità di una trasformazione radicale del pensiero
filosofico e di una concezione del “politico” in senso non tecnicista e non
"sinistroide-reazionario". Saggi: “I voyeuristi” (Salerno, Sapere);
“Metafisica e poesia” (Roma); “Cosa resta della Filosofia?”; “Dal sacro al
Profano”; “Dall´Arcaico al Frammento” “Bio-potere, Bio-politica”. Rossano
Pecoraro. Pecoraro. Keywords: fascismo, voyeuristic. Leopardi, I voyeuristi, conflitto
e mediazione, voir, voyant/voyeur. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pecoraro” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e
Peisicrate: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this
Pisicrate, since he finds that dipthongs are un-Roman!” -- Peisicrate.
Grice e Peisirrodo:
la ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo
italiano. A Pythagorean cited by Giamblico. Grice: “Cicerone spells this
Pesirrodo, since he says that dipthongs are un-Roman!” -- Peisirrodo.
Grice e Pelacani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Parma). Filosofo italiano Grice: “At Oxford, Strawson used to
confuse Pelacani with Pelacani!”. Lettore (Grice: “reader or
lecturer?”) a Bologna, divenne consigliere di Visconti. In questa veste si trova più volte coinvolto
in processi per eresia montati da Giovanni XXII per gettare nella polvere il
Visconti. Grande commentatore di Avicenna e Galeno. Treccani Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Saggi: “Circa intellectum possibilem et agentem”; “De unitate
intellectus”; Utrum primum principium sive deus ipse sit potentie
infinite”; “De generatione et corruptione"; “Questiones super tre
metheorum.” Antonio Pelacani. Pelacani. Keywords:
passivo/attivo; non-agens/agens. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pelacani” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Pelacani: la ragione
conversazionale, la dialettica, e l’implicatura conversazionale -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Noceto). Filosofo italiano. “Dottore diabolico.” Parente di Antonio P. Della sua medesima casata un
altro filosofo. Frequenta la facoltà artium philosophie a Pavia dove come
titolare della cattedra di magister philosophie et loyce, delegato dal vescovo,
diploma in arti un certo Bossi. Insegna a Bologna e Padova. Contesta molte
regole della meccanica del LIZIO e sostenne l'applicazione di strumenti
matematici per sostituire le regole obsolete. In particolare conduce studi
sull'ottica ne “Quaestiones de perspectiva.” Nel “Tractatus de ponderibus” si
occupa di statica ed elabora nelle “Quaestiones de proportionibus” una teoria del
vuoto che si contrappone alle tesi del continuo dei fisici del Lizio. Si occupa
anche del moto dei pianeti in “Theorica planetarum” e mette in discussione la
cosmologia del Lizio negando che si puo sostenere l'incorruttibilità dei cieli
e l'interpretazione teo-logica dell'esistenza di un primo motore immobile, vale
a dire del divino. Nega quindi la possibilità delle dimostrazioni a posteriori
dell'esistenza del divino e dell'immortalità dell'anima individuale. Concepisce
la natura o l'universo come un ente ANIMATO -- ‘animismo – cf. Grice on ‘mean’
and ‘mean,’ ‘Smoke ‘means’ fire” --, un grande eterno animale in continuo
movimento dove gl’esseri nascono per generazione spontanea e, quando gl’influssi
astrali sono favorevoli, vengono alla luce anche l’anime intellettive umane.
Riguardo alla morale, è convinto che gl’uomini deveno conformarsi alla virtù
per sua libera scelta. Per il materialismo delle sue dottrine, il dottore
diabolico, com'è soprannominato, è accusato d'eresia e condannato ma ciò non gl’impede
d’essere apprezzato come un grande astrologo dai principi Carraresi di Padova e
dalle corti dei sovrani tanto da ottenere di essere sepolto nel duomo di
Parma. Gli si attribuiscono dei commenti a Witelo per una corretta
interpretazione della prospettiva e a Bradwardine nell'opera questiones super
tractatu "De proportionibus”. Beduerdini. Robolini, Notizie
appartenenti alla storia della sua patria, Pavia. Memorie degli scrittori e
letterati parmigiani raccolte da Affò (Stamperia reale, Bodoni), citato anche
per la sua avarizia in Veratti, De' matematici italiani” -- Commentario storico,
Majocchi, Codice diplomatico dell'Pavia, Enciclopedia Garzanti di filosofia, Camerota,
Nel segno di Masaccio: l'invenzione della prospettiva e la filosofia della
percezione. Giunti, La scuola francescana di Oxford. Altri saggi: “Le
Quaestiones de anima” (Firenze, Olschki); “Questiones super tractatus logice
magistri Petri Hispani” (Parigi, Vrin); “Quaestiones circa tractatum
proportionum magistri Braduardini” (Parigi, Vrin); “Questiones super
perspectiva communi” (Parigi, Vrin); “Quaestiones de anima: alle origini del
libertinismo,” Sorge, Napoli, Morano, Firenze, Sismel, Galluzzo. Scientia de
ponderibus. Tractatus de ponderibus, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia. Francesco P. is yet another of the P.. There are at least four of them:
two Antonios, un Biagio, and one Francesco. QUAESTIONES
DIALECTICAE Quaestiones super tractatus logicales Petri Hispani:
quaestiones dialecticae, incipit «quaestio principalis sit haec utrum
dialectica sit scientia •; 1) VENEZIA,, San Marco, ms, lat., Classe Vi,
63, collocazione 2550, sec. XIV, ff, 1r-92r, codice appartenuto a Giovanni
Martanova, in Padova, 1449: hune librum donavit eximius artium et medicinae
doctor Magister Johannes Marchanova de Venetiis congregationi Canonicorum
regularium sancti Augustini ita ut tamen sit ad usum dictorum canonicorum in
monte sancti Johannis in Vicocis, torate pund nd Hai Cananci d an Astio
da) Convento di san Giovanni in Viridario; F. 92r: «expliciunt regulae ae
questiones super tractatum compositae per reverendum doctorem magistrum
Blaxium de Parma, amen... Frater Johannes de Mediolano ordinis
Cruciterorum scripsit hunc librum in carceribus sancti Marci de Venetiis et completus fuit M.o trecentesimo nonagesimo secundo
die XXV mensis aprilis in festo beati Marci evengelisti»; 2) OXFORD, Bodleian
Library, Canonici, miscellanco, 471, sec. XIV, ff, 99ra-222vb: -explicit hic
codex per Simonis eque manumque». Si tratta della stessa redazione con leggere
varianti formali: possiede in fine alla ultima questione, prima dell'explicit
una raccolta di sophismata, diversamente dal ims, di Venezia. (Su cio efr. in
particolare il mio studio Le questioni dialetriche di Biagio Pelacani da Parma
sopra i trattati di logica di Pietro Ispano, "Medioevo"
*2 (1975), (Padova, 1976), pp. 253-287. Riportiamo i titoli delle 68
questioni contenute nel codice veneziano (Quaestiones dialecticae, ms, Venezia,
Mare, lat. el. vi, 63, 2550, ff. 1r-92r). 1, «De introductionibus de
dialectica» 1, 1, F. Ira (Oxford, Bodleian Lib., Canon, misc, 471, f.
99ra) «quacstio principalis sit hace utrum dialectica sit scientia et arguitur
quod non*. 1,2, 1. Iva (O.f. 100rb), «secunda quaestio utrum dyalectica
sit scientia scientiaram, arguitur quod non». 1,3, f. 2rb (O,f.
101ra), «tertia quaestio utrum in acquisitione scientiarum dialectica debeat
esse prior et arguitur primo quod non». 1, 4, f. 3га (O, f. 102ra),
«quarta quaestio utrum disputatio dvalectica sit sermo duorum, scilicet
opponentis et respondentis et arguitur quod non». 1,5, f. 3vb (O, f.
103ra), •quinta quaestio utrum a sono tamquam a priori sit incoandum et
arguitur quod non».1, 6, f. 4va (O, f. 104rb), «sexta quaestio utrum hace sit
concedenda: sonus est quiequid proprie auditu auris percipitur et arguitur quod
non*. 1,7, f. 5rb (Q,t, 105ra), «septima quaestio utrum vox significativa
sit illa quae auditui aliquid repraesentat et videtur quod non». 1,8, f.
6ra (O, f. 106rb), «octava quaestio utrum vos significativa ad placitum sit
illa quae ad voluntatem instituentis aliquid significat et arguitur quod
1,9, f. 6vb (O,f, 107г), «nona quaestio utrum vox significativa
naturaliter sit illa quac apud omnes dem segmticat». 1, 10,1.7rb
(O, f. 108ra), «decima quaestio utrum diffinitio data de nomine sit bona cum
dicitur nomen est vox etc.». 1, 11, E. Sva (O, 1. 109va), -undecima
questio utrum diffinitio data de verbo sit bona et arguitur quod non». 1,
12, f. 9vb (O, f. 111rb), «decima (sic) quaestio utrum diffinitio data de
oratione sit sufficienter posita et arguitur statim quod non». L, 13, F.
10va (O, E. 112rb), «tertia decima quaestio utrum propositio sit oratio verum
vel falsum significans et arguitur quod non» 1,14,f. 11vb (O,f. 113vb),
«quarta decima quaestio utrum omnis propositio sit cathegorica vel
ypotenca». 1,15,1, 13ma (O,f. 115vb), «quinta decima quaestio utrum omnis
propositio ypotetica sit quanta et arguo quod non». 1, 16, f, 14rb
(O, f. 117ra), «sextadecima quaestio utrum omnis propositio cathegorica sit
aftirmativa vel negativa et arguitur quod non*. 1, 17. f. 15va (O, f.
118va), «septima decima quaestio utrum quaecumque fuit contraria fuit
universalis negativa eiusdem subieeti et eiusdem praedicati et arguitur
quod non». L, I8, f, 16va (O,f. I19vb), «decima octava quaestio utrum
omnis propositio sit necessaria, contingens vel impossibilis et illa quaestio
movetur super illum passum propositionum triplex est materia et statim probatur
quod nulla sit necessaria et arguo sie, 1, 19, f, 17vb (O, f,
121ra), «decima nona quaestio utrum contrariarum si una est vera et reliqua est
falsa et statim arguitur quod non». 1, 20, f, 19rb (O, f. 122rb),
«vigesima quaestio utrum possibile sit contradictoria simul esse vera vel falsa
in aliqua materia, et arguitur primo quod sies. 1, 21, f. 21va
(O,f. 125ra), «vigesima prima questio quia magister dicit quod lex
subalternarum talis est quod si universalis est vera, particularis est vera et
non econtra et ideo quaeratur in quaestione utrum si universalis est vera
particularis cius debeat esse vera et statim arguitur quod non». 1,22, 1.
22vb (O, F. 126va), -vigesima secunda questio circa capitulum de conversionibus
sit illa utrum omnis conversio sit bona consequentia et arguitur quod
non-. 1,23, 1. 26v (O,f, 130va), «circa capitulum de ypoteticis sit prima
quaestio utrum diffinitio data de propositione ypotetica sit bona in qua dicit
auctor propositio ypotetica est quae habet duas cathegoricas principales partes
sui et arguitur guod non» 1, 24, f. 27г (©, f. 131vb), esecunda quaestio
utrum omnis conditionalis vera sit necessaria, falsa aut impossibilis, quia
illa quaestio duo quacrit, ideo argumentum (arguo O) primo contra primum,
secundo contra secundum».1,25, f. 28rb (O, f. 133rb), «tertia quaestio utrum ad
veritatem copulativae requiratur utramque partem elus esse veram er hoc
sufficiat et statim arguitur qu,27, 1 290b (O, E. 134va), «quata quaestio
urum ad veritaten distunative requiratur alteram partem erus esse veram
et hoc sufficit statim, patet qued non›. 1,27, f. 31ra (O, f. 136rb), «quinta
quaestio utrum ad veritatem causalis requiratur consequens sequi ex antecedente
et hoc sufficit et arguitur quod non». (Non si trova nel testo di Pietro: qui
Biagio sviluppa un tema della logica di Occam sulle proposizioni causali,
Scrive Biagio: «Si consideras consequenter quae sunt illae de quibus non
determinavit, ad hane respondetur und qui) proposa o, 1. 57 de una
illarum, scilieet de causali de qua 1, 28, f. 33ra (©, F. 142ra),
«septima quaestio utrum si aliquis terminus. positus in propositione steterit
ratione alicuius signi confuse et distributive contingat illum stare
determinate alio confundente et illa quaestio rationabiliter quaeritur propter
quaddam (sic) dieta in quaestione praccedenti, arguitur in questione pro parte
negativa.. 1, 29, t, 35va (O, 1. 143ra), «septima quaestio utrum si
alquis terminus qu,50, 1. 35vb (O, f. 143rb), octaya quaestioutrum omnes
duae propositiones modales ex cisdem terminis constitutae se mutuo
inferant in bona consequentia et statim arguitur quod non». II, «
De praedicabilibus» 11, 1, F. 39г (O, f. 146vb), «una quaestio utrum
praedicabilia sint quinque et non plura et arguitur quod praedicabilia sunt
plura quam quinque et deinde quod pauciora. Primum argumentum est hoce, III,
«De praedicamentis» III, 1, f. 43ra (O, f, 151rb), «sit prima quaestio de
pracdicamentis utrum quando alterum de altero praedicatur de praedicato
praedicetur de subiceto et statim arguitur quod non»- - 111, 2, f.
44va (O, F. 152vb), «secunda quaestio utrum substantia sit genus-
generalissimum in predicamento substantiae praedicatione essemill de
quelbe ponibili possibili Vin praedicamento substantiae, Ista questio
aliqua quaerit et aliqua praesupponit. Arguam de primo supposito, dende de
quacsito". III, 3, f. 46rb (O, F. 155rb), «tertia quaestio utrum
substantiae sit aliquod contrarium et statim videtur quod non*. 111, 4,
f. 48vb (O, f, 158rb), -quarta quaestio utrum ab co quod res est vel non est,
oratio dicatur esse vera vel falsa, vel sic, utrum omnis propositio habens
correspondentiam rei dicatur esse vera, non habens aulem
correspondentiam ex parte rei dicatur esse falsa; vel sie, ut ex co quad ita
est sicut propositio principaliter significat, ipsa propositio sit vera, ex co
quod non ita est sicut propositio significat, propositio dicatur esse falsa, et
statim arguitar contra partem affirmativam®.III, 5, f. 53ra (O, f. 164ra),
«quinta quaestio utrum substantia quanta distinguatur a quantitate eius vel
idem sit quod sua quantitas et extensio, sive quaeram sub his verbis utrum
omnis quantitas sit substantia vel qualitas»: III, 6, 6. 55rb (O, f.
168va), «sexta quaestio utrum eadem quantitas possit esse et dici continua et
discreta et statim arguitur quod sic.. III, 7, f. 56vb (O, f. 169vb),
«septima quaestio utrum quantitas sit genus generalissimum de predicamento
quantitatis et statim apparet quod sie per autoritatem et per
Aristotelem». II, 8, f. 57v (O, f. 171ra), «octava quaestio utrum hace
sit vera 'omne tempus est'er statim arguitur quod non» 1|, 9, f.59rb(O,f.
173va), «nona quaestio utrum numerus sit res numerata vel distinguatur ab eis
et statim probo qued numerus non sit ipsa res numerata, sed quod potius ab
ipsis rebus distinguatur. Primumargumentum» III, 10, f. 60ra (O,f.
174vb), «decima quaestio utrum puneta sint in linea et statim arguitur quod
sic». III, Li, f. 6Iva (O, f. 176vb), «undecima quaestio utrum quantitati
sit aliquod contrarium et statim videtur quod sic», temini qui sano radica)
e de de quiete in quie gue dio possibilles (sic) in praedicamento ad
aliquid et statim viderur quod sie». HIL, 13, f. 63vb (O, f. 179vb),
«tertia decima questio utrum ab uno correlativorum ad aliud valeat
consequentia». III, 14, f. 65ra (O,f. 181rb), «quarta decima quaestio
utrum relatio sit res distincta a rebus invicem relatis et importatis per
terminos de praedicamento ad aliquid ut velim quarere in illa quaestione utrum
paternitas sitilla res quae est pater vel distincta a patre, dependentia sit
res distineta a dependentia et statim arguo quod relatio sit res distineta a
rebus invicem relatis». 111, 15, f, 65vb (O, f, 182rb), «quinta decima
quaestio utrum quilibet terminus praedicabillis (sic) in quale si de
praedicamento qualitatis et statim arguo quod non». III, 16, f,
66vb (O, f, 183va), sexta decima quaestio utrum termini de predicamento
qualitatis sint de se invicem praedicabilles (sic) de suis inferioribus cum his
adverbis 'magis et minus' et statim videtur quod non». TH, 17, f.68rb (O,f.
185vb), «decima septima quaestio utrum proprium sit actionis ex se inferre
passionem et est quaerere utrum ab activo ad passivum valeat consequentia et
statim arguitur quod none. IV, «De consequentiis» IV, 1, F. 69rb
(O, f. 187rb), «decima octava quaestio utrum quaelibet Con, 2 1 70v (0,
189a), quina non quaestio utrum ex duabus premissis in modo et figura
dispositis de necessitare sequatur aliqua conclusio et statim viderur
quod sico, IV, 3, 1.7 1vb (O, f. 191va), «vigesima quaestio utrum
quilibet sillogismus sit bona consequentia et statim apparet quod non».
IV, 4, F. 74va (O, f. 195rb), -vigesima prima questio utrum licitum sit ex
puris negativis sillogizare et statim per plura argumenta videtur quod
sie». IV, 5, L. 75va (O, t. 197rb), «vigesima secunda quaestio utrum
negativa possit inferre affirmativam statim videtur quod sic».IV, 6, f. 76vb
(O, f. 199ra), «vigesima tertia quaestio utrum quacliber consequentia cuius
antecedens est impossibile sir bona et hoc est quaerere illud qued communiter
logici quaerunt, scilicet (utrum] ad impossibile sequatur quodlibet vel sequi
possit et statim arguo pluribus argumentis quod IV, 7, f. 78rb (O, f.
201rb), «vigesima quarta quaestio utrum quaelibet consequentia curus consequens
est necessarium sit bona et hoc est quaerere utrum necessarium sequatur ad
quodlibet et arguitur quod non.. IV, 8, f. 79rb (O, f. 202vb), -vigesima
quinta questio utrum possibile sit ex veris sequi falsum et arguitur primo qued
sic-proposit sob o teste), seguir esta quaria que quan per multa
inconvenientia», V, « De locis» V, 1,1. 82ra (O, f.207va), «circa
locos sit prima questio utrum quatuor sint species argumentationis, scilicer
sillogismus, inductio, entimema et exemplum consequentia bona et arguitur
quod non». V, 5, f. 86ra (O, f, 213vb), «quinta quaestio utrum
consequentiae tenentes. vel quae vigorantur per locum a toto in quantitate ad
cius partem sunt bonae, et statim arguitur qued non». V, 6, f. 87rb (O,
f.215rb), «sexta quaestio utrum consequentia qua arguirur a toto in modo ad
eius partem sit bona, et statim arguitur quod non». V, 7, f. 88rb (O, f.
216rb), «septima quaestio utrum a toto in loco ad cius partem sit consequentia
bona, et statim arguitur quod non». V, 8, f. 89rb (O, f. 217ra), «octava
questio utrum a toto in tempore ad eius partem sit bona consequentia et
arguitur quod non». V,9,f. 90г (O,1.217vb), «nona quaestio utrum quae
libet talis consequentia valeat: generatio huius castri vel civitaris est bona
consequentia, igitur hoc castrum est bonum vel illa civitas. Similiter quaero
de illa consequentia: corruptio istius hominis vel illius mulieris est bona,
igiur ille homo fuit malus vel illa mulier, er hoe est quaerere idem qued
sequeretur utrum a generatione ad generarum, similiter a corruptione ad
corruptum, sit bona bona 'equitare est bonum, igitur equis est
bomus'. V, 11, F. 91vb (O, f. 220ra), «undecima quaestio utrum a
estuneta cum CONCLUSIONES DE CONSEQUENTIS VENEZLA, Marc, fonde
antico 262 (proven. Bessarione), (Valentinelli, IV, 71), sec. XIv, f. 83vb-
84rb, quaestiones ordinatae per me Blasium de Parma, «quaccumque consequentia
posita nulla talis est mala, sed quaelibet bona». Si tratta dell'elenco
di 7 petitiones di logica 'de consequentiis', seguite da conclusioni; non di
Physica come ritenuto dal THORNDIKE (A History, IV. PP. 68 € 654) e E. GRANT
(Blasius of Parma, in Dictionary of scientific Biography, 11, ad vocem,
New-York, 1970, pp. 193 sgg.), A f. 83va si legge inoltre: -et sie sit finis
sententiae conclusivae totalis libri Ethicorum Aristotelis secundum in
domo filiorum quondam magistri Jofredi Ferrariae». Segue ff. 83vb-84r «Elenchus
quaestionum ordinatarum per me Blaxium de Parma» e art. 86-90 segue Tabula
quaestionum Johannis Buridani super decem libris Ethicorum. QUESTIONES PERSPECTIVAE
Quaestiones perspectivae, incipit :«quaeritur utrum pro visione causanda
necesse sit ponere species diffusas ab obiecto in oculum et arguítur primo quod
non»; 1) FERRARA, Bibl. Comunale, classe IL, n. 380, Pavia 1390, ff. 1r-52, 2)
VENEZIA, San Marco, classe XI, codes 57 (335) (Valentinelli, TV, 244), AD,
1399, I, Ira-97vb, expliciunt quaestiones super perspectiva scriptae anno
domini 1399; 3) OXFORD, Bdl. Canonici, misc. 177, sec. XIV, ff. 136vb-152vb,
Blasii de Parma quaestiones duodecim (in realtà 13) super aliquibus
propositionibus primac partis perspectivae (copia incompleta); 4) OXFORD, Bdl.
Canon, misc, 363, sec. XV, ff. 194;5) FIRENZE, Laurenziana, Plut. 29, 18 in
Firenze, 1428, 1t. 83 (ma 1403) efr. i micr Studi sulla prospettia
medtevale. Torno, Giappichelli, 1987- PP. 242-43 e per la mia edizione da
questo ms. delle questiones I, qu. 14 € 16, e Ill qu. 3, de iride, cfr. Le
questioni di 'perspectival di Biagio Pelacani da Parma,
"Rinascimento", XI (1961), pp. 163-223,6) FIRENZE, Laur.
Ashburnham 1042, 11. Ir-T14, sec:XV; 7) MILANO, Ambrosiana, 1, 90 sup., see.
XV, ft. Er-80%, (da ff. 74rb a t. Sov con figure) seguito da Opus Prosdocimi
super Jo. de Sacrobosco tractatum de sphaera, 11, 81-157; a H. 161-193 segue:
Collectanca ex Thadeo de Parma super Theorica planetarum Gerardi Cremonensis;
8) MILANO, Ambrosiana, F. 145 super, see. XIV, ff. 28va-56rb, si arresta alla
quaestio XV; 9) MILANO, Ambrosiana, C. 71 sup., in Pavia, 1455,
ff.2ra-46rb: «Explicit opus eximii viri artium et mediciac doctons magistri
Blasi Parmensis super propositionibus et conclusionibus perspectivis scriptum
per me magistrum Marinum sacrac theologiae doctorem de Castignano ordinis
Minorum provinciae Marchae Anchonitanae dum Papiae studens essem discipulus
magistri Francisci de Pellacanis film supradicti auctoris anno
domini 1445: 10) CITTA DEL CANO, Vat. Barb., lat. 357, 1t. 61-108, datato
1$69; dopo la tabula quaestionum a f. 108rb si leage: «Explicit opus eximii
viri artium et medicinae doctoris magistri Blaxii Parmensis super
propositionibus et conclusionibus perspectivis scriptum per me Theodoricum Goth
almanum 1469 undecima die mensis iuli deo gratias», seguito probabilmente dalla
perspectiva communis diPeckham ff. 109r 122v (non menzionato da David Lindberg
ed., JOHN PECKHA, Perspectiva communis, Madison, 1970, pp. 54-55); 11)
VATICANO, Vat. lat., 2161, sec. XV, ff, 1r- 40vb: vet sic finitae sunt
quaestiones perspectivae secundum Blaxium de Parma, deo gratias; expliciunt
quaestiones super perspectivam communem secundum famosissimum artium monarcham
et philosophum dominum magistrum Blasium de Parma». A f. 40 rb si trova citata
'l'illusione ottica che gli capito a Busseto nel 1403, che non si trova,
ovviamente, nelle copie anteriori a quella data e che costituiscono un diverso
gruppo di questioni di prospettiva; 12) VIENNA, Nationalbibliothck, 5447, sec.
XV, ff. 24y- 131r (edizione delle questioni 1-10 del primo libro da questo ms.
a cura di FRANCO ALISSIo in "Rivista critica di storia della
filosofia", xvi (1961), PP. 79-110, 188-221); 13) VIENNA,
Nationalbibliothek, 5309, anno domini 1437, ff. 67г 126v; 14) LODI, Biblioteca
Comunale, ms XXVIII, 9, secolo XVI, datato 1506; 15) PARMA, Bibl. Palatina,
fondo parmense codex 3572, trascritto nel 1851 dal sacerdote veneto Antonio
Maria Pasini dal codice 335 della Biblioteca Marciana di Venezia con una
dichiarazione del Valentinelli; 16) NEW YORK, Columbia Univ, Plimpton 181
(Boncompagni 561): 17) SIVIGLIA, Colombina, 82.1.18, ff. 111r- 158r (A.D.
1432). EXPOSITIONES e QUAESTIONES DE CAELO EXPOSITIONES DE
CAELO Expositiones o summa de caelo, datata in Bologna, 1380, incipit:
«obmissis causis aliis super libro decacloct mundo compilata per
famosissimum artium doctorem magistrum Blasium de Parma de Pelacanis in
Bononia«: 2) ROMA, Angelica, 592, sec. XIV,
ff. tr-34r: 3) VIENNA, Nationalbibliothek, ms. VPh 2402, sec. XV, FE. Ira-64ra
(copiata nel 1451, ma stesa nel 1380 a Bologna): «Explicit summa super librum
de caelo et mundo compilata per famosissimum artium doctorem magistrum Blaxium
de Parma de Pelacanis in Bononia recollecta anno domini M COCEXXx in scolis
reverendi doctoris.. scripta per manum Nicolinum artium nune studentem
M'OCCe LI die quarta Marti, amen, in felicissimo studio paduano». (efr, anche FRANz UNTERKRCHER, Die datierten
Handschriften der Oesterreicheschen Nationalbibliothel bis zum Jahre
1400, Band 1, Vienna, 1969). QUESTIONES DE CAELO
Questiones de caelo Alberti de Saxonia datae per magistrum Blasium de Parma: 1)
ROMA, Angelica, 595, f. 1ra-37 va, ff. 37va-68va: si tratta da f. Ira-37 va del
testo delle quaestiones de caclo di Alberto, seguite quindi da quelle di Biagio
(37va-68va), Imapit e, quindi, delle quaestiones de caelo di Al-berto: Prologo,
scaelo et mundo Aristoteles considerat de totali mundo et detractatu primi
libri partiali concludere et volo ergo circa illud tractare duas quaestiones
quarum prima est ista (incipit): utrum cuilibet corpori simplici insit tamen
unus motus simplex». Tale incipit corrisponde con quello del ms. Monaco
lat. 26838, ff. 158v-172r, del Vat. Palatino, lat. 980, ft. 88ra-117 ra, opera
ristampata a Parigi, 1516 come questiones de caelo Alberti de Saxonta; altra
copia è ms. Roma, Angelica, 592, ff. 76ra-110; a. f. 98r di questa copia si
legge: «Expliciunt questiones super primo libro caeli et mundi Aristotelis
secundum Albertum Novum de Saxonia per me Anthonium de Armannis de Regio tune
Bononiae studentem in artibus 1368 dic 18 februarto (cir. anche' L.
THORNIKE - P. KIRE, Catalogue of Incipits, Londra, 1963, col. 1638).
Dunque a f. 37va del ms. Angelica, 595 iniziano le questiones de caelo di
Biagio probabilmente dalla 12- questione perche corrispondono con la questione
12' del primo libro contenute nel ms. Milano, Ambrosiana, P. 120 sup-,
quacitur con sorenti in de nece ente e posit perpean parole: vexpliciunt
quaestiones primi libri de caelo et mundo secundum Blasium»: f. 68va:
«expliciunt questiones de caclo et mundo datae per magistrum Blasium de Parma
doctorem reverendum ».Su ciò in particolare cfr. G. FEDERICE ViscoviNi, Note
sur la circulation du commentatre d'Albert de Saxe an 'De caclo' d'Aristote en
Italie, in Itéraire d'Albert de Saxe, a cura di J, Biard, Paris, Ven,
1991. ROMA, Biblioteca Angelica, 592, quaestiones de caclo per Blasium
de Parma, sec. XIV, ff. 36r-75v (incompleto con ordine diverso delle
quaestiones rispetto alla copia di Milano, Ambr., P. 120 sup.): incipit,
«quacritur primo circa primum de caelo et mundo utrum omnis quantitas sit
divisibilis in semper divisibilia». A 1. 74r si trovano Notae di Problemata:
«Nota aliqua... problemata, primum quia causam agens in os sicut ignis prima
sui actione... et per consequens nigrum et hacc est causa problemas huus, has
veriticationes dixit magister ille Blasius in scolis suis in die 16 januarii
Hora quarta () MCCC82, amen». Alf. 73v si legge: *Sic sint finitae istae
quaestiones de caclo secundum Blaxium de Parma»: MILANO,
Ambrosiana, P. 120 sup, quaestiones de caclo et mundo scriptae pro
magistro Antonio de Abruzio, sec. XIV-XV, ff. 1r-69rh: «expliciunt Basi
de Faih iphe pro hig to Atono de Ardetoris hagsri Tabula questionum de
caelo CITA DEL VATICANO, ms. Var. lat. 9414, f. 138rb QUESTIO
DISPUTATA DE TACTU CORPORUM DURORUM 1JOXFORD, Bdl. Canonici, mise. 177,
sec. XIV, ff. 155r- 158v quaeriturutrum duo corpora dura possint se tangere
Blaxii de Pelacanis de Parma famosi doctoris parisini, incipit, «quaeritur utrum
duo corpora dura possini se tangere»: 2) VENEZIA, Bibl. Marciana, classe XI,
codex 18 (3377) (Valentinelli, IV, 230), ff. 105-112r: Dabitatur utrum duo
corpora dura vel plana possint se tangere;3) BOLOGNA, Bibl. Universitaria, n.
2567. Edizione, per Ottaviano Scoto, Venczia, 1505.UTRUM SPHAERICUM TANGAT
PLANUM IN PUNCTO 1)OXFORD, Bdi. Lib. Canonici, mise. 177, sec. XIV, ff.
153ra- 154vb, incipit: «utrum sphaercum tangat planum in puncto et posito super
planum tangat 121 ra) in cui dice espressamente che non è una questione
che riguarda la filosofia naturale, quanto invece la geometria
QUAESTIONES DE SPHAERA 1) PARMA, Bibl. Palatina, fondo parmense, codex
984, sec. XV, If, 56r-81v: «Incipiunt quaestiones super tractatum
sphaerac Johannis de Sacrobosco per Blasium de Parma, doctorem excellentissimum
mathematicum singularem circa tractatum de sphacra (incipit), primo quacritur
utrum diffinitio de sphaera sit bona qua dicitur sphacra est transitus.
Expletae sunt quaestiones de sphaera secundum venerabilem doctorem magistrum
Blasium de Parma Parisiensem"- QUAESTIONES e TRACTATUS DE
PONDERIBUS Quaestiones de ponderibus: 1) MILANO, Biblioteca Ambrosiana,
F, 145 sup., sec. XIV-XV, H. 18rb-28vb; f. 18vb: «Et ideo ad instantiam
amicorum ego Blaxius Lombardus de Pelacanis de P'armadum Parisius me visitabat
(sic), volui aliqua dubia super tractatum de ponderibus inquirere et illa
conclusionibus et corollariis posse meo declarare», Incipit, f. 18rb, «primo
quaeritur utrum omnis ponderosi motus sit ad medium, arguitur quod non=; f,
28vb: -Ad rationes potest patere solutio per ea quae dicta sunt. Expletae sunt
quaestiones super tractatum de ponderibus compilatae et ordinatae per magistrum
Blaxium de Pellacanis de Parma artium doctorem eminentissimum». Tractatus
de ponderibus: 1) HRENZE, Nazionale, Conventi Soppressi, San Marco, J. VI. 36,
8ra-16v, Tractatus de ponderibus magistri Blasit de Parma «Explicit tractatus
de ponderibus ordinatus per magistrum Blasium de Parma tempore magnarum
vacationame (codice appartenuto a Cosimo de' Medici, cfr. E. GARIN, Storia di
Milano, vol. vI, Milano, 1955, p. 571); 2) PARIGL, Bibl. Nat., lat.
10252, sec. XV, ff. 149r- 159v (ed. E.
MooDy-M.CLAGETT, The Medieval Science of Weights, Madison, 1952, PP. 238-278),
soc. XV, datato 1476, 5 gennaio in Napoli. CONCLUSIONES DE
GENERATIONE ET CORRUPTIONE Conclusiones de generatione et corruptione:
VATICANO, ms. Urb. lat. 1489, sec. XV, Ff. 104rab- 11Svab, conclusiones Blasii
de generatione et corruptione scriptae per me Antonium artium scolarem Bononiae
studentem. Incipit: *(DJe generatione iste est liber de generatione quem inter
alios libros naturales volo in tertio loco situari ut sie dicam»; f. 112ra: «et
sic finitur sententia primi libri de generatione edita ab eximio doctore artium
magistro Blaxio de Parma. (Dje mistione, iste est secundus liber»; f.
118vb: «Expliciunt conclusiones primi et secundi de generatione et corruptione
compilatae per eximium artium doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptae per
me Antonium artium scolarem Bononiae studentem»,QUESTIONES DE GENERATIONE
ET CORRUPTIONE Questiones de generatione et corruptione: 1) VATICANO,
Vat. Chigi, O, TV. 41, sec. XIV, ff. 1v-58vb (scritte a Bologna dopo le qu. de
caelo, cfr. ivi II, 11312, 913880 Padi de Mar hode Vinisa 0, au sa Nel
arigacura in legno del codice si legge, infatti, «Blasius de Parma,
Paduae doctor anno 1388 de generatione et corruptione, de meteororum, de anima
prin et secundi physicorum collezit Marinus de Lagoussao, Incipit: «circa primum
librum de generatione et corruptione quaeritur utrum sit nobis evidens aliquid
posse simpliciter generare; f. 58vb: «expliciunt quaestiones primi libri et
secundi degeneratione et corruptione secundum reverendum doctorem magistrum
Blaxium de Parma scriptae per me Marinum de Lagonissa». QUESTIONES
METHEORORUM 1) VATICANO, Vat. Chigi, O. IV, 41, sec, XIV, ff. 59г-105г.
Incipu: «Primo quacritur circa primum librum metheororum utrum iste
mundus generabilium et corruptibilium gubernetur a caclo»; f. 74va: «Expliciunt
quaestiones primi libri metheororum factae per egregium virum magistrum
Blaxium de Parma omnium liberalium artium protessorem et incipiunt quaestiones
secundi libri; f. 105va-106ra: Incipit tabula quaestionum pri-mi, secundi,
tertii et quarti metheororum: 2) ROMA, ms. Vat. lat. 2160, sec. XIV-XV,
11. 62ra-138va: «Expliciunt quaestiones super libris quattuor metheororum
secundum magistrum Blasium de Parma»; 3) FIRENZE, Laurenziana, AshburNham, 185,
sec. XIV. ff. 1r-99v, «Expliciunt quaestiones totius libri metheororum
recollectae sub reverendo et excellenti artium doctore magistro Blaxio de
Pelacanis de Parma et scriptae per me Barnabutium de Favero in monte Silice
tempore quo pestis vigebat Paduac et hacciannis Domini currentibus 1399
die XXVII* sectembris; +) CHICAGO, Universitaria, n. 10, sec. XIV, II.
Ira-37vab, copia non completa, alcune questioni de diversi libri mancanti:
«Expliciunt questiones super libro methaurorum Aristotelis quas compilavit
magister Blasius de Parma completae et scriptae per me magistrum Johannem de
Medicis deyter (P)*- Tabula quaestionum methaurorum CITTA DEL
VATICANO, ms. Vat. lat. 9414: Tabula delle prime 16 questioni del primo libro,
H. 138rb-138va CONCLUSIONES DE ANIMA D)VATICANO, Urb, lat. 1489,
ff. 74r- 103v: Incipit «[BJonorum honorabilium nottam... iste est primus
tractatus hurus primi libri de anma habens unicum capitulum quod dividitur in
tot partes quot sunt conclusiones in co... nobis necessario non insunt.
Expliciunt conclusiones super tribus libris de anima compilatae per magistrum
Blaxium de Parma. Amen». 2) PADOVA, Bibl, Univ, n. 1743, fine sec. XIV,
mutilo dell'inizio, ff. 3-53, ma carte 37: «in materia et hoe est philosophia».
F. 53v: -Expliciunt conclusiones super libris de anima secundum eximium doctorem
magistrumBlasium de Parma per me fratrem Antonium ordinis Servorume.
Biagio segue fedelmente il testo della translatio antiqua del de anma come è
pubblicato, con il commento di Averroé nella edizione giuntina del 1562.
Le due copie, una contenuta nel Var. Urb. lat. 1489, ff. 74-103v e l'altra
a Padova, Bibl. Univ. 1743, H. 37, corrispondono tedelmente,
compilata da Bragio come risulta dall'expliat: - expliciunt conclusiones super
tribus hbris de anima compilatae per magistrum Blaxium de Parma, Amen» Il ms.
Padova, Bibl, Univ. 1743 ha alcune carte strappate, ma è identico al Vaticano.
Differenza rilevante che abbiamo riscontrato da una collazione tra le due copie
è l'introduzione nel ms. Urb. lat. 1489, a f. 75va delle opiniones antiquorum
de anima, mancanti nel seguito del Padovano, Univ. 1743, e non perché la carta
sia stata strappata. In questo ms. Urb. lat. 1489, a F. 75va e scritto in
margine dalla stessa mano, a proposito dell'opiniones antiquorum. riferite per
esteso e mancanti nel padovano: «errores antiquorum et hoc secundum Bridanm,
quia hos Blaxius non recitavit de anima.. Inoltre esistono alcune
differenze tra le due copie, che sono, a nostro avviso, molto importanti. E
sulla base di questa diversità che abbiamo supposto che la copia del
manoscritto padovano sia un poco anteriore a quella del vaticano e da
collocarsi, forse, in un periodo anteriore alla condanna del vescovo di Pavia
del 1396, per la forza di una espressione che si trova nelle prime carte e che
viene por modilicata nella copia del manoscritto Urb. lat, 1489 compilata da
Biagio, Biagio corregge in altri termini l'espressione «materia regitiva totius
universi quae est ipse deus», con «natura regitiva totius universi quae est
ipse deus». Diamo qui la collazione delle due copie da cui risulta la
correzione. PADOVA, Univ, 1743, f. 9vab «Hic asculta quod licet in
conclusione dicatur quod generare sit generalissimum seu naturalissimum
viventibus etc., non intelligitur tamen qued hace operatio quae est generare
sit cateris perfectior et magis intenta a generante, quia non est dubium
quad unumquodque animatum principalius intendit
conservare seipsum quam generare. Sed tamen verum est quod
per conservationem specier hacc operatio est maxime
intenta ab agente particulari et materia regitiva totins inversi quae est
ipse dense.- CITTA DEL VATICANO, Vat. Urb. lat, 1489, f. 79va
«Hie asculta quod licet in conclusione dicatur quod generare sit
generalissimumseu naturalissimums viventibus ete., non intelligitur tamen
quod hace operatio quae est generare sit cacteris perfection et magis intenta a
generante, quia non est dubium quod uodque animacum
principa intendit conservare seipsum Sed tammen
verum per conservationem speci hace opera- tio est
maxime intenta agente particulari et a matura regitiva totins
universi gide est ip г7QUAESTIONES DE ANIMA 1) VATICANO, Vat. Chig,
O. IV, 41, ff. 112r-224r (vecchia numerazione): Inc. «Circa primum librum
de anima primo quacritur utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Expliciunt
quaestiones primi, secundi et terti libri de anima datae per excellentem artium
doctorem Blaxium de Parma, recollectae 191v: « Adsit principio Sancta
Maria meo, amen, MCCCLXXXV. Utrum aliqua notitia sit nobis possibilis.. 1386
Expliciunt quaestiones super libris tribus de anima, disputatae Paduae per
reverendissimum et egregium artium doctorem Magistrum Blasium de Parma
[.. Expletac Paduae, 21 ma prima augusti die. Tabula questionum de anima
secundum magistrum Blasium de Parma, doctorem dyabolicum». Queste due copie
corrispondono fedelmente. Liber primus Ms. Vat. Chig. O.
IV.41 1 f. 112ra (vecchia numerazione): Circa primum librum de
anima primo quaeritur utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Et arguitur
quod non. Primumargumentum: staliqua notitia esset nobis possibilis
maxime. 2 f. 110va: Consequenter quaeritur secundo utrum de anima sit
nobis aliqua notitia possibilis. 3 f. 112ra: Consequenter
quaeritur utrum cognitiones distinctae distin- guantur
proporzionaliter secundum distinetionem suorum obiectorum 46,
113rb: Consequenter quaeritur quarto utrum diversae scientiae
proportionaliter se excedant secundum excessum obiectorum. 5
f. 115ra: Consequenter quaeritur utrum scientia de anima sit alfis
scientiis difficilion. 6 f. 116rb: Consequenter quaeritur utrum
cognito unius rei possit causare cognitionem alterius rei. 7 f. 118rb:
Consequenter quacritur septimoutrumspericumpositum supri
planumtangatipsum praccisem puncto. 81. 121 ra: Utrum anima intellectiva
possit a corpore separari. Ms. Napoli, Bibl. Naz. VIII. G. 74
1 Adsit principio Sancta Maria meo amen MECCLXXXV. 1f.3m.
Utrum aliqua notitia sit nobis possibilis. Arguitur qued non. Pri- mum
argumentum: si aliqua notitia esset nobis possibilis maxime esset ilia. 2
f, 6r: Consequenter quacratur utrum de anima sit nobis aliqua
notitia possibilis. 31.9r: Consequenter quaeritur utrum cognitiones
distinctae distinguantur proportionaliter spundum distin- ctionem
suorum obiectorum. 4 f. 11r: Consequenter quaeritur utrum diversae
scientiae proportio- naliter se excedant secundum exces- sum
obiectorum. 5 1. 14r: Consequenter quaeritur utrum scientia de anima sit
aliis scientiis difficilior. 6 f. 17r: Consequenter quaeritur
utrum cognitio unius rei possit causare cognitionem alterius rei. 7 f.21r:
Consequenter quaenturutram spericum positum supra planum tangat ipsum
precise in puncto. 8 1. 25v; Consequenter quaeritur utum
animaintellectiva possitacorporeseparan.1f. 128 va: Quaeritur primo circa
secundum de anima et sit prima quaestio scilicet utrum omne vivens sit
compositum ex duplici substantia, ut puta ex amma et corpore. 2 f. 131ra:
Consequenter quacritur utrum diffinitio de anima sit sufficienter posita qua
dicitur anima est actus primus substantialis. 3 f. 134va:
Consequenter quaertur utrum ex anima et corpore fiatunum. 4 f. 137 va:
Consequenter quaertur utrum in qualibet creatura rationali anima intellectiva
sit distincta a sensitiva et vegetativa crus. 5 f. 143va:
Consequenter quaeritur utrum in homine anima intellectiva sit tota in toto et
in qualibet parte ipsius hominis, 6 t. 147vb: Quaeritur utrum in
latitudine viventium sit essentialis perfectio penes accessum ad summum
attendenda. 7 f. 150vb: Quacritur utrum naturalissimum sit
unumquodque generare sibi tale quale est. 8 f. 154va: Quacritur
utrum qualitas in vigore proprio possit formam substantialem
producere. sicombusebilenondehvataugeaturignis quantumlibet in
infinitum. - 10f. 1647b: Consequenter quaeritur utrum animal possit
nutriri ex impiei de Comequente quaerinur utrumomne animal dum
vivie nutsarur. 12 f. 166rb: Consequenter quaeritu utrum
exures sit appetitus calidi et sicci. 131, 167 rb: Conseguenter quaeritur
utrum sensus sit virtus paxiva. 1HConscquenterquaenturtrum species
conserventur in organo sensus temporaliter in abisentia obicetorum. 151.
169va: Consequenter quaeritur utrum omne quod apparet sit tale,
11 1 f. 38v: Quaero istam quaestionem circa materiam secundi utrum omne
vivens sit compositum ex duplici substantia, ut puta ex anima et corpore.
21. 42r: Quaero istam quaestionem utrum definitio de anima sit sufficienter
posita, qua dicitur anima est actus primus substantialis. 3 f. 47r:
Quaero istam quaestionem utrum ex anima et corpore fiat unum, 4 f. 49v: Quacro
istam quaestionem utrum in qualibet creatura rationali anima intellectiva sit
distineta a sensitiva et vegetativa eiusdem. 5 f. 56v: Quaero istam
quaestionem utrum in homine anima intellectiva sit tota in toto et in qualibet
parte ipsius hominis. 6T. 61v: Quaero utrum in latitudine viventium
sit essentialis perfectio penes accessum ad summum attendenda. 7 f. 65v:
Quacritur utrum naturalissimum sit unumquodque generare sibi tale quale
ipsum est. 8 f. 70r: Quacritur utrum qualitas in vigore proprio possit
tormam substantialem producere. 91.75v:Quaeritur utrumsi
combu- stibile non deficiat augeatur ignis quantumliber in
infinitum. 10 f. 81r: Quacritur utrum animal possit nutriri ex simplici
elemento. 11 1. 83v Quacritur utrum omne animal dum vivit
nutriatur. 12 f, 85v: Quaeritur utrum esuries sit appetitus calidi et
sicci, 13 1. 88r: Quacritur utrum sensus sit virtus passiva.
14 f. 91r: Quaeritur utrum species conserventur in organo sensus temporaliter
in absenta obrectorum. 15 f. 94r: Quaeritur utrum omne quod apparer sit
tale tantum et ubitantum et ubi, quale et quantum et ubi apparet quae quaestio
consucta est proponi sub hac forma, 16 f. 174rb: Consequenter quaeritur utrum
lumen multiplicetur per medium subito et in istanti. 17f, 175rb:
Consequenter quacritur utrum visio fiat in istanti. 18 f. 177 va:
Consequenter quaeritur utrum possibile sit aliquem sonum esse vel bert 19
f. 179ra: Consequenter quaeritur utrum idem sonus possit a pluribus
audiri. 20f. 180vb: Consequenter queritur utrum odor
multiplicetur spiritualiter per medium. 21 f. 183m: Consequenterquenturutrum sensus
tactus sit inus ct non plures, 221. 184ra:
Consequenter quaenturutrum duo corpora dura possint se tangere. 23f. 188rb:
Consequenter quaeritur utrum ad sentiendum tangibile requiratur
medium extrinsecum. 24t. 189ya: Conseguenter guaentur utrum quinque
sint sensus exteriores et non plures nec pauciores. 25 f. 190va:
Consequenter quaeritur utrum sensibile positum supra sensum causet
sensitionem. 26f. 192va: Consequenter quaeritur utrum evidenti ratione
ostendi possit sensum communem esse ponendum. 27 Hf. 194v-196va:
Consequenter quac- ntur urum oranum sensus communs sit in cerebro
vel in corde... Et hace hie sit finis questionum secundi libri de anima.
quale quantum et ubi apparet. 16 f. 104v: Quacritur utrum lumen
multiplicetur per medium subito et in istanti. 17 f 110v: Quaeritur utrum
visio fiat in instanti. 18f. 114r: Quacritur utrum possibi le sit aliquem
sonum esse vel hier. 19 E 117v: Quaestio sit ista utrum idem sonus possit
simul a pluribus audiri. 20 f. 120v: Quaeritur utrum odor multiplicetur
spiritualiter per medium. 21 f.
125v: Quaeritur utrum sensus tactus sit unus et non plures. 22
f. 128r: Quaeritur utrum duo corpora possint se tangere. 23 f, 136г:
Quaeritur utrum ad sentiendum tangibile requiratur medium extrinsecum .
24f. 138r: Quacriturutrum quinque sint sensus exteriores et non plures nec
pauciores. 251. 140v: Queriturutrum sensibile positum supra sensum causet
sensationem. 26 f. 144r: Quaeritur utrum evidenti ratione ostendi possit
sensum communem esse ponendum. 27 H. 149r-153v: Quacritur utrum
scnsuS commanis organum sit in cerebro vel potius in corde... explicit
secundus de anima. Liber tertius 1 6. 196vb (n.n.): Dubitatur circa
tertium hbrum de anima et quaeritur primo utrum intellectus humanus pati possit
ab aliquo agente. 2f. 199wh: Conseguenter guaeritar utrum possit
persuaderi quod intellectus humanus sit denudatus ab omni qualitate. 1 f.
153v: Incipit tertius: quaeritur utrum intellectus humanus pati possit ab
aliquo agente. 2 f. 159v: Quacritur utrum possit persuaderi
intellectus numanus sit denudatus ab omni qualitate. 196 of
226201 va: Quacritur utrum omnis veritas possit ab intellectu cognosci. 4
f. 204 va: Quaeritur utrum intellectus humanus possit
intelli- gere quod non est. 5 f. 206va: Consequenter quaeritur
utrum intellectus possit simul plura intelligere. 6 f. 208ra:
Consequenter quaeritur utrum per speciem lapidis intellectus intelligat
se ipsum. 7 f. 209rb: Consequenter quaentur utrum actus intelligendi et
habitus et cum hoe species, sint idem quod anima actualiter vel habitualiter
intelligens. 8 f. 210rb: Consequenter quacritur utrum voluntas sit
praccisa causa activa suae volitionis et nolitionis. 9f. 211rb:
Consequenter quaeritur utrum voluntas humana in utramgue [partem]
contradictionis sit libera. 10 f. 213ra: Quacritur utrum principium motus
localis in corporibus viventibus sit anima vegetativa vel sensitiva an magis
intellectiva. 11 1. 214: Ultimo quaeritur utrum natura in erus operibus
deficiat in necessaris et habundet in superfluis; f. 215ra, [224ra p.m.):
Expliciunt Guarde anima rima peredi leneri artium doctorem Blaxium
de Parma recollectae per me Marinum de Leonissa in studio Paduano in anno
domini 1385, deo gratias ad cuius finem me perducat qui vivit per infinita
saccula amen amen amen. Incipit tabula praccedentium quaestionum super
libro de anima. 3 f. 163v: Utrum omnis veritas possit ab intellectu
cognosci. 4f. 164v Quacritur utrum intellectus humanus possit intelligere
quod non est. 5f. 173v: Quacriturutrum intellectus possit simul
plura intelligere. 6. 5. 176v: Quaeritur utrum per speciem lapidis
intellectus intelligat sespsum. 7 E 179v: Quacritur utrum actus
intelligendi et habitus et cum hoc species, sint idem quod ipsa anima
actualiter vel habitualiter intelligens. 8t. 182r: Utrum voluntas sit
praecisa causa activa suae volitionis et nolitionis. 9 f. 183v: Utrum
voluntas humana in utraque (partem] contradic- tionis sit libera.
18 1. 187r: Quacritur utrum principium motus localis in
corporibus viventibus sir anima vegetativa vel sensitiva an magis intellectiva.
11 f. 189r: Quaeritur utrum natura ineius operibus deficiat in necessaris et
habunder in supertluis, f191rv: 1386. Expliciunt questiones super libris tribus
de anima. disputata Paduae per reverendissi-mum et egregium artium
doctorem Magistrum Blasium de Parma, deo Me si nome sei en
sicci Expletae Paduae 21 ma prima augusti die. Tabula quaestionum de
anima secundum magistrum Blasium de Parma doctorem dvabolicum.
CONCLUSIONES e QUAESTIONES PHYSICORUM CONCLUSIONES PHYSICORUM 1)
TREVISO, Bibl. Comunale, 420 A, 1. 1r-43v, raccolte da un discepolo nell'anno
138(2) (l'ultima cifra è andata perduta nella rilegatura): *Glose per Blasium
de Parma super librum physicorum utiles cumanima boni philosophi (Buridano
secondoil ms.), Incipiunt recolecte (.)per Blasium de Parma super libro
physicorum»; t. 43vs «Explicit compendium recollectarum super 8 libros
physicorum per dominum magistrum Blastum de Parma- (per Matheum de Tervixio):
f. 13va: «Et finis questionum secundi libri physicorum que sunt recolecte per
me Matheium de Tervixio philosophum minimum ex dictis valentium doctorum 138
(?)», QUESTIONES PHYSICORUM VATICANO, Vat Chigi, O. IV, 41, sec.
XIV, ff. 226r-280vb, prima redazione limitata al primo e secondo libro della
física, questione settima del secondo libro. Incipit« Circa primum librum
physicorum quaeritur primo et su prima questio in ordine, utrum nobis de rebus
naturalibus sit possibile aliqua cognitio sensitiva vel intellectiva»; f.
267rb: « expliciunt quaestiones primi libri physicorum recollectae per me
Marinum sub reverendo doctore magistro Blaxio de Parma in studio paduano
ordinane legente» 1386 Padova IUDICIUM In quodam
iudicio magistri Blasii de Parma anno currente 86, ms. CITTÀ DEL VATICANO, Reg,
lat., 1973, ff, 48rb-vb, incipit: «qui maxime se diligit»; cfr, la mia
edizione, "Rinascimento", 22 (1971), pp. 90-93.
388-1389 Firenze 389-1407 Pavia QUESTIONES SUPER
TRACTATUM DE PROPORTIONIBUS THOMAE BRADWARDINI Esistono due
redazioni diverse di questa opera. Le seguenti tre corrispon-dono salvo lievi
varianti formali sebbene una di esse sia stata corretta e rivista in parte da
Biagio e in parte da Pietro de Raimundis de Cumis, contengono 12 questiom; una
quarta copia non corrisponde e contiene salo 11 questioni. Primo gruppo:
1) VENEZIA, San Marco, lat. Classe vult, codex 38 collocazione 3383, sec, XIV,
ff. Sva-37ra, codice posseduto da Giovanni Marcanova, le questioni di Biagio
sono, Bradvardin anglico sacrae paginae professore scriptae et completae
per me Andream de Castello, 1391, die XX* mensis iuln, inter vigesimant secundam
et tertiam hora(m): f. Sva, Incipiunt questiones super eisdem proportionibus
secundum magistrum Blasium artium venerabilem doctorem. Incipit:
«счастисит ситса proportones utrum conungar omnem motum alteri
in velocitate et tarditate proportionar. Negative: arguitur primos;
t. 37ra: «expliciant questiones super tractatum de proportionibus utrum
contingat omnem motum alter in velocitate et proportionibus secundum
venerabilem doctorem magistrum Blaxium de Parma scriptae per me Andream de
Castel-lo Bononiae sub anno Domini 1391 19 die mensis iulii«:2) OXFORD, Bdl.
Lib., Canonici, mise, 177, sec. XIV, ff, 68vb (81vb)-96va (109v2),
«expliciunt questiones magistri Blaxii super tractatum proportionum
Bardvardini, amen»; 3) CITA DELVATICANO, Var. lat., 3012, soc, XV, ff. 137ra-
163rb, se-guito da carte bianche, testo rivisto in parte da Biagio e da
Raimondo da Cuma: incipit: quaestiones super tractatum proportionum magistri
Thomac Berverdini ab eximio artium doctore monarchaque domino magistro
Blaxio de Parma «utrum contingat ombem motum alteri in velocitate et tarditate
proportionarie; a f. 165rb si legges «istas quaestiones super tractatum de
proportonibus ego frater Petrus de Raymumdis de Cumis emi a magistro Jacobo de
Panicalibus (?) artium et medicinae doctore anno domini 1406 die 29 augusti et
ipsas pro parte correxit magister Blaxis de l'arma huius operis compilator, in
residuo autem pars ego correxi». Una redazione diversa, più breve che
comprende solo 11 questioni si trova AMILANO, Ambrosiana, F. 145 sup.,
ff.Sva-18mb: -Expletae suntquaestiones super tractatum de proportionibus
Tomae Bervardini compilate per magistrum Blaxium Pelacanum de Parma, incipit:
«utrum intensio qualitatis attendatur penes accessum ad summum gradum vel penes
recessum a non gradu-, la quaesto e mutta; segue la seconda, f, 6ra,
«consequenter quacritur proprianemi edit pre ioni, taranel dabi, si
sandra: ROMA, Angelica, 480 (D.7.6), sec, XV, ff, 79ra 91vb (anonimo). Su
cio cfr. in particolare il muo studio Due comment anonimi al "Tractatus
proportionum" di Tommaso Bradwardine, "Rinascimento", 30 (1979),
pp. 231-233, QUESTIONES DE LATITUDINIBUS FORMARUM Esistono tre
redazioni diverse con particolare riguardo alla prima questio-ne. Primo gruppo:
1) OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, misc. 177, sec. XIV(1392), fE. Sovb
(109vb)-100va (113va); esse seguono l'explicit delle «crusdem tractatus de
latitudimbus formarum». Incipit: «quaeritur primo utrum alicurus formae set
latitudo unforms quod non.., exphcunt questiones super tractatu de
latitudinibus formarum datae per venerabilem artium doctorem magistrum Blaxium
de Parma per me Donatum de Monte artium doctorêm et in medicina studentem, 1392
die 29 decembris regnante domino Francisco de Francia (2) Paduae secunda vice
Amen*: 2) MILANO, Ambrosiana, F. 145 sup., sec. XV, H, Ira-Sva. Incipit: «circa
tractatum de -latitudinibus formarum quaero primo utrum cuiuslibet formae
latitudo est coitounde l difinis con litur quad die (quesa prima
pratione, por questa prima questione si avrebbero dunque, tre stesure
diverse). F. «Explicitae sunt questiones super tractatu de latitudinibus
formarum editae et ordinatae per me Biaxium Pelacanum parmenseme, Un secondo
gruppo di mss, contiene le questioni de latitudinibus formarum in una redazione
quasi uguale, salvo licvi varianti formali, con le prime ediziom di questa
opera, Padova, per Matteo Cerdone, 1482. 1486, Venezia, per
Ottaviano Scoto, 1505. La redazione della I questione è diversa da quella
d ei 2 mss. sopra citati: 1) FIRENZE, Laurenziana, Ashburnham, 1348
(1272); 1フィコー
19vb: quaestiones de latitudinibusformarum, mapu quaeritur
primoutrum cuushbet formae latitudo sit uniformis vel dillormis et
arguitur primo quad non de forma substantiali ut de anima intellectiva quae est
indivisibilis»;19vb: «expliciunt quaestiones super tractatum de latitudinibus
formarum determinatae per venerandum doctorem magistrum Blasium de Palma (sic)
scriptae per manum Roberti de sancto Petro»; 2) CITTA DEL VATICANO, Vat.
lat, 4829, sec, XV, ff. 132-138v, datato anno Domini 1486; 3) SIENA, Comu-nale,
G. vi1, 40, ff. 201v-203v, sec. XV, «expliciunt quaestiones super tractatu de
latitudinibus formarum edito a magistro Blasio subtilissimo viro de Parma
Paduae vero scripto per me fratrem Johannem Angeli Senensem ordinis
praedicatorum 1462*; +) OxFORD, Bdl. Lib. Canonici, misc., 181, sec. XV, ff.
64r-66ra, incipit; «quaeritur primo utrum cuiuslibet tormae latitudo sit
uniformis vel difformis et primo arguitur quod non de forma substantial ut de
anima intellectiva quae»; f. 66ra: «expliciunt questiones utiles super
tractatum de latitudinibus magistri Blaxii de Parma per me Vendraninum
scholarem artium 1404 die 19ª Man stante discordia non modica inter Venetos et
dominum Pad.». Questa copia ha maggiori varianti rispetto alle altre tre.
QUAESTIO DISPUTATA DE INTENSIONE ET REMISSIONE FORMARUM 1) OXFORD,
Bdi, Lab., Canonici, musc. 17%, sec. XTV, ft, 24ra-39rb, in mar- sit
aliqua qualitas posse intendi similiter et remitti, arguitur primo de
supposito»; f. 39rb: «explicit questio de intensione formarum disputata per
reverendum doctorem magistrum Blaium de Pelacanis de Parma»; 2) VENEZIA,
San Marco, classe XI, codex 20, 2549 (Valentinelli, IV, pp. 233-34), sec. XV,
comprato nel 1440 dal Marcanova, lasciato ai frat di San Giovanni in Verdario
nel 1467, contiene una redazione un pò diversa, fatta da Biagio per il figlio
Francesco, ff. 1vb (con bella capitale miniata) - f. 18rb. Contiene dopo il
terzo articolo e prima dell'inzio del quarto articolo, dubia di statica e di
meccanica che non si trovano nella copia di Oxford sopra citata, ft. 13rb-tova:
vantequam condescendam ad quartum articulum pro declaratione matori doctorum
necnon dicendorum ego quaero adhue hane dubitationem utrum a proportione
acqualitatis vel minoris inacqualitatis proveniat vel possit aliquis ellectus
provenire» (con figure e note nel margine basso): f. Lova: «et hace dicta
sint pro toto isto dubio cum eis difficultatibus motis et etiam de isto tertio
articulo principalis questionise; f. 18rabi «expliciunt ca quae sufficienter sub
veritate dici possunt circa materiam de intensione et remissione formarum in
hac notabilissima questione secundum excellentissimum artium monarcham necnon
studiorum Italiae illustratorem magistrum Blasium de Pellachanis de Parma quae
quidem quaestio est mei Francisci fili cius». Il folo seguente porta la
copia dell'epitaffio della tomba di Biagio posto sulla porta della cattedrale
di Parma; 3) OXFORD, Bdl. Lib., Canonici, misc. 181, f. 66rb (anonimo emutilo
in fine); incipin cum sit evidens aliquam qualitatem posse intendi vel
remitti.CONCLUSIONES e QUESTIONES PHYSICORUM CONCLUSIONES
PHYSICORUM Seconda redazione: CITTÀ DEL VATICANO, Vat. lat, 2159, sec.
XIV, ff. Ir-59, incipit expositio primi libri physicorum per conclusiones
secundums serenissimum artium illustratorem magistrum Blaxium de Parma.
Incipi: «quoniam quidem intelligere et scire contingit circa omnes
scientias quarum sunt principia»;t. 49va: set in hoc cum der laude finitum
(sic) sententia actavi et ultimi libri physicorum secundum solemnissimum virum
artium illustratorem preclarissimum Blasium de Parma, Expliciunt conclusiones
octavi libri et ultimi physicorum secundum Blasium de Parma qui subtilis
doctorappellatur die JovisXVIIII' mensis Juli 1397 in studio papiensi scriptae
per me Bernardum a Campanea de Verona hora tertia noctis»; (sui codici copiati
e posseduti da Bernardo cfr. il mio studio A propos de la diffusion des oeuvres
de Jean Buridan en Italie du XIV au XVI siècle, in The Logicof John Buridan,
ed. J. PinnoRG, Copenhagen, 1976, pp. 31 5gg,) e S. CARor, I codici di bernardo
Campagna, Roma, Manziana, 1991. QUESTIONES DISPUTATAE SUPER OCTO LIBROS
PHYSICORUM 1) Seconda redazione, in Pavia, 1397, CITTÀ DEL VATICANO, Vat.
lat. 2159, sec, XIV, ff. 61ra-225ra, Prologo: «Gratia regis caelorum qui totius
are (2) elementalis summus est imperator in laudem et gloriam serenissimi
ducis. Incipit, utrum scientifiça notitia sit nobis a rebus naturalibus
passibilis-, Diamo qui di seguito i titoli di tutte le questioni da
questa copia. Questionum physicorum tituli: Liber primus L,
qu. 1, ff. 61ra-63ra: utrum scientifica notitia sit nobis de rebus naturalibus
possibilis, arguitur quod non. L, qu: 2, ff. 63ra- 65rb: secundo
quaeritur utrum cognita causa totalis alicurus rei cognoscatur statum illa res
et non aliter, arguitur negative. L, qu. 3, H, 65ra 68rb: tertio
quaeritur utrumin nacuralibus ordine doctrinae ab universalibus in singularia
sit processus, et arguitur primo negative. - 1, qu, 4,11. 68rb-69va:
quarto quaeritur utrum asserentes omma esse unum possint probabiliter in hac
opinione substentari, arguitur quod sie. 1, qu. 6, ff. 71va-74rb: sexto
quaeritur utrum asserentes omnem rem cxtensam et suam extensionem non
differre, possint probabiliter positionem corum substentare, et statim
arguitur quod sic. 1, qu, 7, Ff. 74rb-76vb; quacritur et septimo utrum in
materia quantum-cumque parva forma substantialis hora generationis producatur,
primum naturalium esse tantum tria possint potenter impugnari et arguitur
quod sic. 1, qu. 9, fl. 79vb-82vb: quaeritur et nono utrum per potentiam
finitam vel infinitam possit aliquid fieri ex nichilo, arguitur quod
sic.naturalie appela peranque rur de quadron Expibe ena estrale primi
libri physicorum secundum excellentissimum doctorem Blaxium de
quaestiones secundi libri physicorum secundum antedictum doctorem.
Bernardus antedictas quaestiones die XXVII Januari 1397. Liber
secundus H, qu. 1, Hf. 84vb-Sora: circa secundum librum physicorum primo
quaeritur utrum domificator vel faciendo domum faciat aliquid rebus
naturalibus condistinctum et sie ista quaestio duo quaerit, II, qu.
2, ff. 86ra-89rb: secundo quaeritur utrum quodlibet ens naturale habeat in se
principium motus et quietis, arguitur quod non. 11, qu. 3, 1. 89rb-91vb:
tertio quacritur utrum omnis forma in latitudine perfectionali entium sit
perfectior quam sit materia. Il, qu. 4, ff, 91vb-92va: quarto quaeritur
utrum diversae scientiae perfectione essentiali secundum proportionem
obiectorum proportionaliter excedant se, et arguitur primo negative.
El, qu. 6, It. 94ra-96ra: sexto quaeritur utrum possit evidenter probari
aliquid esse causa altenus, arguitur negative. 11, qu. 7, 11, 96ra-98rb:
septimo quaeritur utrum ad cuiuscumque rei naturalis generationem practer agens
particulare requiratur influxus causae universalis quae causa universalis
dicitur sol quia secundo huius dicebatur quod homo generat hominem et sol et
ita intelligitur de aliis planetis, arguitur '11, qu. 8, fF. 98tb-100ra:
octavo quaeritur utrum inter agentia particulani supposita semper
generali influentia superiorum possit qualitas una vel plures formam
substantialem producere et arguitur primo affirmative. H, qu. 9,
H.100ra-103rb: nono quaeritur utrum asserentes omnia de necessitate evenire et
nhil a casu vel a fortuna, possit corum positionem substentare et arguitur
primo affirmative: Liber tertius 111, qu. 1, FF. 103va-104rb: circa
tertium librum physicorum primo quaeritur utrum in aliquo casu necesse sit
ignorare naturam, probatur quod non. III, qu. 2, ff. 104rb- 106rb:
secundo quacritur utrum hacc propositio 'motus est' significans motum
esse et precise sie et non aliter, sit vera et arguitur primo
negative. III, qu. 3, ff. FO6rb-107vb: tertio quaeritur utrum motus sit
ipsum mobile, arguitur primo quod non. 111, qu. 4. H. 107vb-11
Iva:quarto quaeriturutrum contradictionemincludat aliquam magnitudinem esse
actu infinitam et arguitur quod non. Liber quartus quartur 1 i poss
sto ci gequari ato, aria quad primoIV, qu. 2, ff. 114va-117 rb: secundo
quaeritur utrum entia naturalia distantia ab corum locis naturalibus moveantur
ad illa, impedimentis subtractis, arguitur quod non. IV, qu. 3, M.
117rb-119ra: tertio quacritur utrum corpora naturalia ab corum locis
naturalibus distantia remoto impedimento moveantur ad illa per lineas rectas
tamquam per lincas breviores, arguitur négative. possiblis arguit pr-12
quo guinto quacritur utrum in vacuo sit morus IV, qu. 6, ff. 126rb-127vb:
sexto quaeritur utrum penetratio corporum sit possibilis et arguitur qued
sic. TV, qu. 7, ff. 127vb-130rb: septimo quacritur utrum rarefactio sit
possibilis, IV, qu. 8, 130rb-132rb: octavo quaeritur utrum hace propositio sit
concedenda "nune est tempus', et arguitur quod non IV, qu. 9, ff.
132rb-135va: nono quaeritur utrum aliquid sit praecise per instans, arguitur
quod sic. Liber quintus V, qu. 1, ff. 134vb-137 ra: circa quintum
librum physicorum quaeritur primo utrum agens naturale hom qua agit in passum
agat in ipsum secundum arguitur quod sic. V, qu. 3, 1t.
138vb-140vb; tertio quaertur utrum alteratio sit motus, arguitur quod
non. V. qu. +, ft. 140vb-143vb: quarto quaertur utrum augmentatio sit
motus PV.qu. 5. 1,143b-145raquintoguaritrucumcontadicionemindudat
motum localem esse et non esse motum, arguitur quod non. V, qu. 6, H.
145г- 147ta; sexto quaeritur utrum unitas motus sit principaliter attendenda
penes unitatem temporis aut magis penes unitatem mobilis, etista quaestio
quaeritur quia philosophus ad testum dicit quad ad unitatem numeralem motus
requiritur unitas temporis et mobilis et dispositionis secundum quam est motus,
primo arguo negative. V, qu, 7, H. 147ra-149rb: septimo quaeritur utrum
aliqui motus differant specie arguitur qued non. V, qu. 8, ff.
149cb-151rb: octavo quaeritur utrum in motibus sit penes contrarietatem
terminorum ad quos contrarieras attendenda, arguitur primo
negative. V, 9, ff. 151rb- 154ra: nono quacritur utrum possibile sit
contraria in codem simul complicari, affirmative arguitur. V. qu. 10, ff.
154ra-161rb: decima quaestio quaeritur utrum qualitas sit inten- legi ego
Bernardus a Campanea de Verona, anno domini 1397 in felici studio
papiensi, Explevi etiam ipsas vero recoligere die Mercurii XI' Juli hors
XXI,Liber sextus Incipiunt questiones sexti libri physicorum secundum praedictum
doctorem quas incepi recoligere die Jovis XII' Julii in civitate Papiac, f.
161rb. Vi.qu. 1, ff. 161va-164va: circa sextum librum physicorum primo
quaeritur utrum per bonas rationes concludi possit continuum esse ex
indivisibilibus compositum, arguitur quod sic. Vi, qu. 2, ff.
164va-169vb: secundo quacritur utrum continuum sit in infinitum divisibile, et
arguitur quod non. Vi, qu. 3, ff. 170ra-172ra: tertio quaeritur utrum
mobile velox per idem tempus vel aequale plus pertranseat de spatio tardiori,
arguitur primo negative. VI, qu. 4. ft. 172ra-173rb: quaeritur et
quarto utrum indivisibile moveri localiter vel alio modo rationibus obviet
philosophorum, arguitur quod non. VI, qu. 5, ff. 173rb-174va: quinto
quaeritur utrum sit possibile motum velocitari in infinitum, et statim arguitur
quod non. VI,qu. 6, ff. 174 va-178va: sexto quaeritur utrum omne quod
moverur prius movebatur et post hoc movebitur, et arguitur quod non. VI,
qu. 7, ff. 178vb-182ra: seprimo quaeritur utrum possibile sit magnitudinem infinitam
transiri tempore finito et finitam transiri tempore infinito, et arguitur primo
ad primam partem quod sit possibile. Vl. qu. 8, 1t, 182ra- 185rb: octavo
quaeritur utrum potenter possit improbari alquod moven localiter et arguitur
primo affirmative. Expliciunt quaestiones sexti libri physicorum secundum
Blasium de Parma. Liber septimus Incipiunt questiones super septimo
libro physicorum secundum Blasium praedictum, t. 185rb. VII, qu. 1,
ff. 185va-189ra: primo circa septimum librum physicorum quaeritur utrum omne
qued movetur moveatur ab alio, arguitur primo. negative. VII, qu.
2, ff. 189ra-190ra: secundo quaeritur utrum in motibus et motis sit processus
in infinitum aut potius sit venire ad primum motorem et arguitur primo
affirmative. VII, qu. 3, ff, 190rb-192va: tertio quaeritur utrum in omni
motu movens et motum sint simul et quia ista terminus 'simul* potest dicere
simultatem loci et temporis, ideo primo arguitur negative ex parte loci.
VI, qu. 4, 1, 192va 193va: quarto quacritur utrum morus rectus et circularis
sint invicem comparabiles, et arguitur primo affirmative. VIL, qu, 5, ff.
193va-194vb: quinto quaeritur utrum acqualiter gravia moveri, et arguitur
affirmative. VII, qu. 6, 1f, 195ra-197va: sexto quacritur utrum in
alteratione sit certa velocitas attendenda, arguitur quod non. VIL, qu.
7, ft. 197va-200vb: septimo quaeritur utrum in motu locali sit certa velocitas
attendenda, et arguitur quod non. VII, qu. 8, 1t. 200vb-203rb: octavo
quacritur utrum in augmentatione sit certa velocitas attendenda, et arguitur
quod non.VIl, qu. 9, ff. 203rb-209ra: nono quaeritur utrum in motibus proportio
velocitatum sit sicut proportio causarum, et arguitar quod non. VII, qu.
10, ff, 209ra-210ra: ultimo quacritur utrum agens naturale sit limitatum et
arguitur affirmative. Expliciunt quaestiones super septimo libro physicorum
Aristotelis disputatae et in scriptis traditae per magistrum Blaxium de Parma
doctorem famosissimum artium. Liber octavus Inepiunt quaestiones
super octavo libro et ultimo physicorum Aristotelis secundum praedictum
magistrum Blaxium de Parma, f. 210ra. VIII, qu. 1, ff. 210rb-213ra: primo
circa octavum librum physicorum quaertur utrum philosophicis rationibus
patenter concludi possit matum fusse ab aeterno et arguitur affirmative.
VIII, qu.2, HI. 213ra- 214ra: item dubitatur et secundum utrum 'deum non esse'
contradictionem includat, arguitur primo negative. VIII, qu. 3, H.2
14ra-214 va: tertio quaeritur utrun contradictionem includat caclum fuisse
acternaliter productum et arguitur quod sic. VIII, qu. 4, ff.
214va-215vb: quarto quaeritur utrum caclum moveri in instanti contradictionem
includat et arguitur quod sic. VIII, qu. 5, F. 215vb-218ra: quinto
quaeritur utram possibile sit primum motorem caclum movere in instanti et
arguitur quod sic, VIII, qu. 6, f. 218ra-218vb: sexto quaeritur utrum
inanimata sive gravia sint sive levia ex se moverntur vel nata sint ex se mover
et arguitur quod sici VIII, qu. 7, ff. 218vb- 219va: septimo quacritur utrum
motus localis sit primus motuum arguitur quod non. VIII, qu. 8, ff.
219va-22 Ira: octavo quaeritur utrum asserentes motos contrarios quiete media
interrumpi possint per rationes naturales improbari. VIII, qu. 9, ff. 221
rb-222ra: nono quaeritur ut rum praecise motus circularis sit perpetuus,
arguitur negative. VII, qu. 10, H. 222ra-223 rb: decimo quacritur utrum
per rationes naturales amar possit a quo protecta moveantur contra
inclinationes naturales cumab impellente recesserunt, et arguitur quad
non., VIII, qu. 11, ff, 223rb-224va: undecimo quaeritur utrum per
naturales rationes concludi possit primum motorem qui est ipse deus et vigore
et duratione esse inhnitum, et arguitur attrmative. VII, qu. 12, H.
224va-225rb: ultimo quacritur utrum primus motor st -ubique, tamen magis
in circumferentia quam in centro, arguitur negative sic. Expliciunt
quaestiones super primo, secundo, tertia, quarto, quinto, sexto, septimo et
octavo libris physicorum Aristotelis disputatae et in scriptis traditae in
civitate Papie per perspicuum doctorem Blaxium de Parma anno domini 1397,
Altra copia, stessa redazione, non completa, manca l'intero ottavo libro e
alcune colonne degli altri nonché aleuni problemata: 2) VATICANO, Vat. lan
3012, sec. XV, H.5ra-1 10vb, quaestiones physicarum: «Cratia re favente qui totus...
utrum scientitica noutia de rebus naturalibus sit nobis possibilis»; f. 91ra
«consequenter circa septimum physicorum quacritur primo utrum omne quod movetur
moveatur ab alio,.*; f. 110ra-110vb. «quaeritur trum omne agens sit in cius
actione limitatum et arguituraffirmative», si arresta a f. 110vb al primo
articolo; al f. 136y si legge: «istae questiones Blaxii super libros physicorum
sunt fratris Petri de Raymundis ordinis Praedicatorum quas scribi fecit anno
domini 1405:.. et sub ipso magistro Blaxio audivit» IN THEORICAM
PLANETARUM ALPETRAGI In Theoricam planetarum Blasii demonstrationes et
dubia Si tratta di opera diversa dalle semplici Demonstrationes
geometricae in theoricam planetarum: 1) Demonstrationes et dubia in theoricam
planetarum Alpetragii, VATICANO, ms. Vat. lat. 4082, sec. XV. ff.
47ra-60va, datato 1401 (o 1405): Prologo, Incipit •(S)uper theoricam planetarum
aliquas demonstrationes et dubia circa materiam gratiarum largitor
pulsando occultare ne me quis invidum reputaret qui non papirum
combustilem, sed pergamenum magis ignis extinctum gratus vobis cognovi
lineandum, quia etc. omnibus licitum est ordinem servare doctrinalem, consequar
quod promisi, videlicet primo orbes solis depingendo ut sic inde conclusius
videat apparentas et nequaquam naturalibus principiis derogando et naturali
obviat qui vacuum pont qui corporum penetrazionem admittit et minus qui orbes
facere fluere et stationes cum praedictis, deinde propositiones demonstrationem
parientes ut gloriosus deus concesserit discursu apodiacon demonstrabo et
ultima demonstrata pro tabulistis quantum ad corum proposita sufficit,
applicabo». Incipit «(Tres orbes mundo eccentricos et difformes per
applicationem speram solis eccentricam fabricare, Istam conclusionem propositam
non intendo demonstrare...; f. 60va: «patet quomodo respondetur ad
demonstrationes contra istam et sie sit finis per me Petrum de Fita 1401 (o
1405), Expletae sunt theoricae planetarum per magistrum Blasium de Pelacanis de
Parma editace: 2) FIRENZI, Laur., Plut, 29, codex 27, sec. XV, ff. 8ra-14v, non
completo, si arresta al commento della proposizione (f. 14r): *(Dunam sex
motibus moveri quibus datis», al f. 14v con le parole: set tertium ab eis
distat vel illud tertium quod a duobus coniunctis distat est Sol vel
epiciclus»; 3) BERLINO, Staatsbibliothek, ms. lat 246, fine secolo XIV, ff.
87ra-93v, Demonstrationes et dubia theoricae Blasii de Pelacanis de Parma; 4)
VENIZIA, San Marco, classe XI, codex 86 (3349), sec XVI, Demonstrationes et
dubia Blasii Parmensis super theoricam planetarum, 11. 175г-216v; 5)
HIRENZE, ms. di proprieta Leo Olschki, sec. XIV-XV, Prologo: «Super
theoricam planetarum aliquas demonstrationes et dubia secundum subiectam
materiam gratiarum• incipit «Tres orbes mundo eccentricos et difformes per
applicationem speram solis fabricare, istam conclusionem propositam non intendo
demonstrare», edito sotto l'attribuzione a Pietro da Modena da G. BoerTo E U,
MAzzIA, D'un ignoto astronomo del secolo XIV, Pietro da Modena, da un ms. della
collezione Leo Olschki, "Bibliofilia", 9 (1907), PP.
374-379; in realtà si tratta dell'opera di Biagio, cfr. anche L,
'THORNDIKE, Notes upon some medieval latin astronomical astrological and
mathematical manuscriprs at the Vaticana, "Isis", 17 (1956),
pp. 391-404; 6)PARMA, Bibl. Palatina, codex 984, sec. XV, ff. 87r-103v,
anonimo. In theoricam planetarum demonstrationes geometricae VATICANO,
Var. lat, 3379, sec. XIV, f. 52r-61r: Blas Parmensis demonstrationes
geometricae in theoricam planetarum, mapit: « Centrumsolis acqualiter distat a
centro eccentrici solis et a centro terrac existentis in duobus punctis
terminantibus lineas existentes»; f. 61r in fine: - plus sex signis luna
peragit cursum suum. Finis theorica lunae»; f. 61v branco: f. 62r: *Laurenti
Bonincontri Miniatensis (?) super Centiloquio Photomer». Nella prma carta del
codice se legge: «Nicolai comitis patavini de motu octavae sphaerac, Tractatus
sphaerae Johannis Sacrobosco, Demonstrationes Blasir parmensis, Comentum
Albertum magnum super sphacram, Eiusdem Blasti demonstrationes mathematicae
super theorica planetarum, Centiloquiam Ptolomei cum commento mei Laurentii
Bonincontri»; nell'indice, dunque sono indicati i due testi di Biagio, ma noi
ne avremmo individuato uno solo. VIENNA,
Bibl. Nat., 5303, sec. XVI, H. 51г- 83v: mapu, *centrum solis acqualiter distat
a centro eccentrici». Corrisponde salvo lievi varianti, fino a f. 66v (con la
proposizione 22a), con il Vat, lat. 3379, ff. 52г-61г, 3) VENEZIA, Musco
Correr, Provenienza Cicogna, 2289, sec. XV, 1. 111r; contienesolo l'explicit,
evidentemente errato: «finiant demonstrationes Blasii de Parma super theorica
planetarum compilata per ipsum in Gymnasio mia cdizione Il 'Lucidator'
dubitabilm astronomiae di Pietro d'Abano, Padova, Editoriale Programma,
1988). Le Demonstrationes geometricae sono pubblicate anomime
nell'edizione per Ottaviano Scoto, Venezia, 1518, Sphaera mundi cum
commentaris, ff. 143ra- 152v; efr. anche L. THORNDIKE, Notes upon some medieval
latin astronomical astrological, cit., pp. 391-404. JUDICIUM ladicium revolutionis anni 1405,
PARIGI, Bibl. Nat., lat. 7443, sec. XV, IT. 11v-17e: ludicium
revolutionis anni 1405, 11 martu cum hors et fractionibus secundum magistrum
Blasium de Parma, incipit: cantequam invadam pracsentem materiam pro mei
informatione et alterius cuiuscumque priesupponam aliqua in modum propositionum
iuxta formam et consuetudinem philosophantium•. (Su
questa opera efr. il mio studio Biagio Pelacani, una storia astrologica,
"Abstracta", 47 (1990), pp.Biagio Pelacani. Pelacani. Keywords:
implicature, prospettiva, filosofia della percezione, origini del libertinismo,
commentario in detaglio sulla semiotica di Occam – dialettica – segno, nota,
sermo. Refs.: Luigi Speranza, “Pelacani, Grice, e Shorpshire sull’immortalità
dell’anima.” Luigi Speranza, “L’animismo di Pelacani e Grice, ‘smoke means
fire, literally.’”
Grice e Pelagio: la
ragione conversazionale - l’implicatura conversazionale – la scuola di Giulano
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor of Celestio and
Giulano di Eclano. Pelagio
Grice e Pellegrini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore come affezione
dell’animo – e la sua manifestazione nei maschi nobili – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Sonnino).
Filosofo
italiano. Grice: “I like Pellegrini:
he found Aristotle’s ‘obscure’ for the youth the manual Ethica Nichomaechaea is
intended for!” È, secondo TIRABOSCHI, filosofo che
da' suoi meriti e dalle promesse fattegli da più pontefici pareva destinato a'
più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere alcuni beneficii
ecclesiastici. Tenne la cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il “De
affectionibus animi noscendi et emendandis commentaries” e un'edizione della traduzione
in latino di Lambin dell' Etica Nicomachea di Aristotele -- i “De moribus libri
decem -- corredandola di un riassunto e di commenti, nei quali altera il testo
di Aristotele di cui lamenta la difficoltà e l'oscurità. Benché Aristotele del
Lizio sconsigli lo studio dell'etica ai giovani, ancora immaturi per una retta
comprensione dei principi morali, al contrario, ritiene che lo studio
dell'etica deve essere impartito prima ancora di quello della filosofia della
natura, in modo che i giovani possano affrontare gli studi scientifici con
animo libero dalle passioni. È più oratore che flosofo. Nn pensa ad inovar cosa
alcuna, e segue costantemente insegnando i precetti del filosofo stagirita. Altri
saggi: “Oratio habita in almo urbis gymnasio de utilitate moralis philosophiae,
cum ethicorum Aristotelis explicationem aggederetur” (Roma); “De Christi ad
coelos ascensu” (Roma); “Oratio in obitum Torquati Tassi philosophi clarissimi”
(Roma); Tiraboschi, “Storia della letteratura italiana” (Società tipografica de’ classici italiani, Milano); Carella, “L'insegnamento
della filosofia alla "Sapienza" di Roma: le cattedre e i maestri”
(Olschki, Firenze); Renazzi, “Storia dell'università degli studj di Roma”
(Pagliarini, Roma – rist. anast. Forni, Bologna). P. scrive II important
commenti su Aristotele del LIZIO, uno in cui enumera gl’affezioni dell’anima –
dall’amore all’ira – amore, speranza, ira, audacia, temore, dolore, animosità.
Nell’introduzione, elabora un concetto generale di che cosa e un’affezione
dell’anima – il corpo non è menzionato. Ma P. elabora sulla questione
dell’anima e il corpo per l’affezione – chè è affetato nell’affezione? Il secondo
è un commentario sull’onore e la nobilità. Due trattati sono menzionato dai
storici della filosofia. Nel III trattato, P. elabora la questione di TASSO (si
veda) ‘filosofo chiarissimo’. Finalmnte, nella sua funzione di censore papale,
riceve un saggio sulla politica d’Aristotele da un filosofo tedesco. P. critica
la toleranza del filosofo alla posibilità del fraudo – ma il filosofo no
considera l’oggezioni di seria considerazione. P. è associato al ginnasio di
Roma. Il ginnasio è una istituzione laica – “for I cannot imagine naked monks,
playng around!” – Grice. Keywords: implicatura. H. P. Grice, “Il Tasso di
Pellegrini” -- DE
AMORE- C A P. P R 1 M V M. ' £X didis antiquorum
oHenditur , quanta fit eius vts , atque praeflantia .
^S8S8©Ii R I N C I P E M in hac difputa- ^ tione fibi locum amor
vendicat, quod fons fit atfe&ionum, quae bonum
fpe&antjiuxta illud Par- menidis 5 Cundorumq, Deum
primum quaefiuit amorem * nec non vi atque potelVate ijs antecellat •
ideo re- rum dominus , ferorum cordium mollitor, alijsq. honorarijs
principatus nominibus appellatur • quippe fera non eft adeo immanis ,
quae confpc- fto foetu non mitefcat.antiquifsimi mortales, ho-
mines agreftes atque truces, liberorum illecebris, & amore deiiniri
coeperunt , vt cecinit Lucretius; £f Fenus imminuit vires , pueriq.
parentum Blandicijs facile ingenium fregere fuperbum . Plato
in fympofio amorem dixit magnum dacmo na, praefidentem rebus humanis ;
quod eius du- &uomnia gignantur . Orpheus eundem aiferuit
C' a claues 3»qKi 3 6 DE claues
habere fuperorum & inferorum, quod artis & naturae opus
quodeumque extrudat in lucem; vnde inuentoris artium , atque magiftri
appella- tionem obtinuit, ferunt Poetae, (olis amantibus a Plutone
reditum ad nos concedi ; cum in ceteros exiftat implacabilis; 8r
folollri&o iure, vt Sopho- cles ait , vtatqr. quid ni? cum fub tutela
fint eius , quem claues tenere, atque inferna fuo arbitratu
referare fabulantur? Hefiodus mortalium & im-
mortalium mentes amore domari cecinit. Home- rus louemeiufdem mancipium
fecit. Plutarchus in Amatorio amorem coparat Di&atori , quo
crea to cedant omnes magiftratus. Indices criminum, cpnfcij
vehemccifsimae perturbationis delifta no pauca vel impunita, vel
leuifsitnecaftigatadimife runt,quod amoris impulfuadmiffa conftaret;
idq. non femel hoc feculo fa&itatum teftanturij , qui de
criminibus vindicandis confcribunt. Sclethum Crotoniatamdepraehefum in
adulterio fraternaq vxoris,cum fc amore vi&um peccaffe diceret, a ci-
uibus fuis exulare iuifum in lib. pro mercede con- dudis refert Lucianus
, capitis poen.aremifefed jllum,fcu pudore violatae germanitatis , Ceu
legun^ amore, quas nalletlabefa&atasjin ignem fponte i
infiluitfe,ac poenam fubiilfe, quam ipfe met fta- tuerst in adulteros.
Mundus» equeftris militiae du&or fab Tyberio, paulinam Romanam
deperi- bat;eam &uprauic in templo Ifidis ; facerdotibus
pecunia corruptis, facinore comperto ,Tyberius, in crucem eg i :,iemplu m
$uertir, fijup. V i A O R E . ftituam in
Ty berim coniecir ; Mundum vero exi- lio punire faris habuit ; quod,
amoris vehementia fu peratus, peccalfet;Charmo,vim amoris
edo&u$j illi aram in Academiae ingreffuexcit.iuit. Athc-
hienfes Aatiiam dicarunt in tempk) Palladis , a-u amico bonarum artium;
remq. ei diuinam inOi- tuerunt, Erotidia, ntincuparam:Samij in
ciu/dem honorem Eleutheria facra habuerunt. Anterota quoque
finxit,coluitq. mendax grae- corum antiquitas, ex Venere, & Marte
natum; vt eft apud Ciceronem . 3. de natura Deorum . in Themiftij
fermonibus Themis Dea hortatur Ve- nerem , vt Anterota gignat , fi amorem
adolefce- re,non perpetuo pufioriem elfe velit. Hinc Ouid.
\Almafkue dixi geminorum mater amorum .£& Horae. Mater faeua
cupidinum . qtio loco haeret Lambinusob Antcrotos vel obliuionem,vel
inco- gitantiam : InGymnafio Eleorum erant vtriufq. icones ; Eros
palmaccum ramum tenebat, quem * Anteros nitebatur eripere, ‘amicitiae,
vti reor,limii lacrum.amici enim ita fe mutuo diligfit,vtin amo re
alter alteri praeire Audeat. Crefcit Eros Antero tos ortu; quod reciproco
amore amans animatur & accenditur magis ad amandum . EA
autem haec de amore difputatio non parui- facienda; quam Socrates auide
cofe&atur; & cum fe reliquorum omnium profiteatur ignarum,
egte gium tamen amatorem ia&at, & haberi Audet • Neque vero
quis illu hic arguat impuritatis . adeO enim eafte amauit,vtnec
lycophantae acerbifsimi C 3 AnirtiSi I $$
D E tus,& Melitus impudicas ei obiccennt amores 5 nec
Ariftophanes, eidem inimicifsimus,tali accu- fatione hominem pupugerit ;
& cum pauperem , loquacem, fophiftam appellairet in fcaena;
impu- rum certe amatorem dicere nec potuit , nec au r us fuit . Phaedrus amorem maximorum bonorum cauffam
appellauit; quod ab eo {ludium in hone- flis, verecudia in turpibus
immittatur. Spartiatae cum hoftibus congreffuri , facrificabant
amori, quafi ad fortia egregiaq.impulforijquem morem, vtplerosq.
alios,aCrerenfibus eos accepi{Te,arbi- tror. eodem enim inftituto
Cretenfes ex parte vfos, Soficrates eft audior . Inde fa&um cenfeo,
ve /aera , quae appellabatur Thebanorum cohors , conflata ex
amatoribus , fregerit Spartanos . nec inutile fuerit in acie illos, qui
fe mutuo diligunt, flatuere vicinos; parentes, liberos,
fratres,confan- guineos, amicos ; exercitus enim eiufmodi aple-
risq. cenferur infuperabilis . notum eft feftiuum illud Pammenis didum a
Plutarcho in Pelopida , relatum ; ignoralfe Homerum vd foret acies
in- (Iruenda, cum iubet, Et tribui tribu* , & fua curia
curiae rt ad fit , Cum amicus apud amicum potius locandus vi-
deatur. Scribit Xenophon Aflaticos in bello cir- cum duxi (Te vxor
es & natos, vt eos defendere coa- di , fierent pugnaciores . Eorundem
occurfure- ilitutas acies non paucas, & vidoriam confequu- ras,
legimus, demum, cum Harmoniam Marte ac Venere prognatam fabulae tradunt,
eandem amo AMORE* risin re bellica vim
defcribunt. Verum ad (oli*' dam amoris commendationem nihil maius ,
vel accommodatius afferri poteft, quam quod ma- gnus Areopagita
protulit ; amore fuperiora ad inferiorum prouidentiam allici ; haec
vero,qua(i fomite igneo fuccenfa , refilire , atque ad fupei na
conuerti j fieriq* circulum a bono, per bonum, in bonum perpetuo
reuolutum . Proclus quoque pulchrum amorisprotulit elogiumjefle illum
cauf fam conuerfionis rerum omnium in primam pul- chritudinem ;quae
de purifsimo fandifsimoq. in Deum , ipfumq bonum amore dida ,ad
morta- les fluxasq. curas traduci accomodariq. non pof- funt.
Carolus Cardinalis vim amoris erga con- languineos perpetuo habuit
fufpe&am/ eosq. ali* quid populaturos libentius audiebat per
inter- nuncios; veritus, ne fangninis impulfu ad res ini* quas
concedendas imprudens adigeretur * C A P. II*
Explicantur Varia nomina huius affeftionis, & quotuplex
fit , declaratur. E laboremus ambiguitate vocum, quae varijs
amoris nominibus fubie&a notio fit , primo loco difpiciamus ; quid
fcili- cet inter amorem , dile&ionem , carita- tem, pietatem ,
cultum, amicitiam, beneuoleti- tiam interfit. Amor eftvt genus, &
quid vniuer- fum; locum enim habettumin homine, tum in brutis *
dile &io eft amor cum ele&ione, vt nomen C 4 indicati
40 DE indicat; nec repentur in ijs, quae non
deliberant*# caritas fertur in res pretiofasjdiftinguere veropre- tiofa
a vulgaribus vnius eft mentis, pietas eft in fu periores , quod bruta vt
plurimum non agno- fcunt; hi funt Deus, patria, parentes, cultus
eft fignum pietatis.amicitia eft amor mutuus, hinc in de perfpeftus
, officijs confirmatus . beneuolcn- tia eft effedus amoris . alias pro
leui amore vfurpatur; vtlib.p. ad Nicom.cap.^.ha&enusde
nomine. Amor duplicis generis exiftit; alter naturam fe
quitur, alter agnitionem.ille rebus omnibus ineft, etiam inanimis; hic
animantium proprius, de illo Hefiodusintdligendus,cum in Theogonia,
primo loco fadum Caos cecinit, poft terram, & Tartaru; tertio
amorem, ex terra Caoq. ortum.quis non vi deat hic accipi amorem pro vi
rei cuilibet a natu- ra indica, vt feipsa,quo ad poteft,expoliat,&
tuea- tur ? quod & Orpheus voluit, cum amorem irtmor talitatis
defiderium appellauit. fuit enim veterum poetarum haec de rerum ortu
fententia ; eundas ; fpecies , in obfcura , & confufa deformitate
impli- catas, ab initio iacuifte; tu defiderio lucis, & quie-
tis, impellente amore fui, difiundas,ad fedes na- turae conuenientes
migraffe ; vnde rerum vniuer- fitasjin ordinem difpofita, conftiterit.
Empedo- clea rerum principia, litem & amicitiam, non alio, quam
ad ifthaec poetarum commenta fpedafle dixerim . Amor vero , qui
agnitionem fequitur, & aftedio eft animi ; fi ad henefta fertur ,
recinet AMORE* 41 appellationem ; fin ad impudicitiam
, vel immd- deratum appetitum delabitur, fignificantius li- bido,
vel cupido ab effedu nuncupatur. Poe* tae diim amorem appellant , &
defcribunt**, eam potifsime cupidinem accipiunt , quae in Venerem
fertur ; & fub inuolucris fabularum multa recondunt ad rei, de qua
agitur,notitiam* attinentia. Puerum igitur defcribunt, nudum,
alatum , caecum , curarum plenum , arcu , & fagittis inftrudum ;
fatum Venere atque Vul- cano . puerum conftituunt , ob infipientiam 5
' nudum , propter infelicem condicionem ; feu quod occultari facile
nequit; alatum, quod ci- to aduenit, citius labitur; caecum, vel ob
im- pudentiam , (eft quippe pudor in oculis ,) vel quod mortales
plerumque amant fine deledu , fine iudicio , fine ratione ; & quafi
oculis capti fedantur deteriora , melioribus omifsis ; ple- num
curarum, quia eius arboris hi exiftuntfru- dus; inftrudum arcu&
fagittis ; feritenim cu- ris aegritudine plenis ; Venere demum & Vulca-
cano fatum, humore fcilicet, & calore ; quod ea temperatio cenfetur
apprime libidinofa . Hunc eundem Cupidinem ex node atque aethe- :
re natum voluit Acufilaus; hoc eft, ex tenebrofo & lucido; amantes
enim caeci finit, & vna vi- derit acutifsime. Simonides ex Venere, ac
Mar- te procreat ; quod viri bellicofi a Venere ple- rumque non
abhorrent. Alcaeus ex lite & Zephi- ro; diflenfione fcilicet, ac
reditu in gratiam; Olea 4 i -/ t> E
Olcn Lycius ex Ilythia, feu Iunone Lucina, quod ea maxime amemus,
quae a nobis prodeunt* llythia enim partubus opitulari credebatur*
Sappho demum ex caelo & Venere»* quod amo- rem viftellarum » &
gratia oris conciliari multis fuerit perfuafum . Pidores multos pingunt
amo- res, paruulos, colludentes, curfitantes , (quos Poetae faciunt
Nympharum filios) quoniam mul ta funt , quibus inaefcamur , &
capimur; vt nota- uit philollratus in imaginibus . Diotima mulier
faga ,fybillis a Socrate comparata, a qua aman- di artem fe haufifte
profitetur , amorem ex copia procreat, tanquam ex patre ; &
indigentia , tan- quam matre . vt eft inopiae ac indigentiae filius
, apparet aridus, macilentus, fquallidus, nudus pedes , humilis ,
fine domicilio , fine ftramentis * ac tegmine vllo ; perno&ans fub
dio ; femper egens . idem qua copiae filius, virilis, ferox, calli-
dus,infidiator, pulcher, fagax , venator, prudens, facundus , per omnem
vitam philofophans, po- tens fafcinator ,*vt non immerito bi&enrn ab
Or- pheo fit appellatus , vtrefert Paufanias apud Pla- tonem;.
Huius fabulae haec eft allegoria, vulgo amari , quae nec omnino funt in
poteftace noftra (cito enim ea vilcfcunt, ) nec diffidimus aliquan-
' do futura . ideo copiam & indigentiam amoris vulgaris parentes
ponit Diotima . quae vero inter f e valde pugnantia eidem adferibit,
affedus indi- cant eorum , qui re amata potiuntur , contrarios ijs
, qui infunt non potientibus . Ha&enus de fa- bulis i .
... - . _ i ( J ■ ni f- r* / • t ' -----
-BtQittz. AMORE. 4f bulis ; in quibus illud magnopere
damnandum» quod cupidinem Deum faciunt , vt libidini patro-
cinenrur • damnat hoc ipfum Phaedrae nutrix apud Senecam in Hyppol.
Deum efie amorem , turpiter ritio Jauens Finxit libido ; quoque
liberior foret , Titulum furori nummis fklfi addidit •
Cetera vero fabulis contenta non inutiles ad hanc luem arcendam
continent admonitiones • Admittit quoque amor, qui agnitionem
fequi- tur , aliam partitionem . eft enim amor amicitiae didus,
atque beneuolentiae,qui rei amatae com- modum intuetur; eft amor
cupiditatis, qui pro- prium commodum refpicit.fibi enim multi amat;
eoq. amorem traducunt , vnde vtilitatis aliquid fe percepturos confidunt
; amor ifte amicitiam pa- ritvtili innixam; fuperior vero eam producit»
quae ab honefto J>romanat . Poftremo Amo- rem vnum facere, qui feratur
in diuinam pulchri- tudinem , alium , qui fiftat in humana , non
eft praefentis inft ituti. agimus enim de affedionibuf inferioris
animae partis; etfi non pauca fint vtriq. amori communia;& pleraq.
vnius per analogiam» & metaphoram » ad alium transferantur.
CAP. i 44 t> E C
A P. III* : Quid fitt amor \ » P LATO
amorem dixit, defiieriwn pulchri * Arifloteles amare*ac beneuelle pro
eodem ac^ cipitlib.i.de arte dicendi . id Rhetori fatis, qui
hlfe&us vti commoueantur, nofie ftudet; limatio- rem cognitionem ad
philofophum remittit • D. Auguftinus 8* de Trin* cap. i o. cenfet
efie fturam duo copulantem*, in quam fententiam Leo Hebraeus ait,
efie -voluntarium ajfcffum qumco- pulatijjime fi nendi ijs , quae bona
iudicamws . deferi- ptiones hae funt , ab elfe&u petitae ; non
quae amoris explicent naturam , finitiones . nam defi- derium ,
benetiolcntia , appetitus copulae cum re amata fequutur amorem; vbi enim
quem amoj eidem bene efie cupio , eiusq. confuetudinem ap- peto .
D. Thomas definit efie complacentiam ap- petibilis . allubefcendam
appellat Ludouicus Vi- ues , qua amatum amanti allubefcic . hanc
fen- tentiam ita demum recipio, fi ailubefcenria, & *quae minus
latine, fignificantius tamen, com- placentia dicitur, pro motione illa
fumatur, quam appetens facultas elicit circa rem , quae illi allu-
befeit ;non pro illecebra appetibilis, qua excitat mouetq. appetitum.
atfe&iones namq. animi funt abappetitu,vta mouente moto ; quod
Ariftote- les voluifie videtur tertio de anima t. 54. Grego*» tiu$ Nvfaenus eleganter id ipfum
exprefsit ho- tnih 8 * AMORE. 4f mil. 8.
in Ecclefiaften, cum ait, amorem eflfe ha- bitudinem animi intimam in id
, quod animo eft jucundum . feliciter quoque D. Auguftinus 2. de
ciu.cap.28. amorem ponderi corporum compara- uit, inquiens, Animum ferri
amore quocumque fertur, vc corpus pondere. Neque vero exiftiman-
dum illam complacentiam efle cauffam amoris, nam inter cauflfas rerum ,
& ipfarum primos effe- rus daturneceftario medium; idq. vnum,&
folu, nempe res ipfae ; fed inter appetitionem potiundi re amata,
(haec prima eft amoris proles,adeoq. illi affixa , vt faepe pro amore
vfurpetur) & com- placebam nihil omnino intercedit; igitur
compla centia non eft amoris caufTa,fed ipfeamor; quan- doquidem
primus amoris cffedus , eam illicofe- quitur, adeoq. inuice haeret, vt ne
tenuifsimo qui- dem cuneo praebeant aditum . praeterea fi haec D.
Thom. finitio excludatur, nihil remanet in quo amoris naturam
conftituamus,praeterqua in defi derio, feu cupiditate fruedi. id fi
admittatur, amor &deliderium confunduntur.at funt feparatae af-
fedionesjre enim praefente ceflat dcfideriujamor vero natura fua magis
augefcit.na fi fatictas aman tem capit, culpa eft humani ingenij,quod vel
mu- tatione deledatur , vel voluptates impuras perfe- quitur;
fincera aute voluptas non parit faftidium, deniq.defideriueire amoris
effedii Arift.docet li.o # Et.c.^.vbi agens de beneuoletia,vt eft leuis
amor minimeq. adulta aftedio a.it,Beneucldtia no eflam a fflttff
'SuLTxar babst ncq. o^iv^uaa^nati.Mg 4 6 DE
confequuntur.o?i*tc defiderium eft ; feu vehemens & acuta
appetitio,quam Juuenalis cum rabie con iunxit, inquiens, rabidam fatturus
orexim . cum igitur of t£/f confequatur amorem , ab eo necefla- rio
diftinguetur ; Quod autem fubiicit Ariftot. cum qui forma dele&atur
non continuo amare» fed tum demum, cum abfentem defiderat, &
prae fentem cupit , ita eft accipiendum ; vt amori defi- derium
comitetur neceifario , fitq. eius indicium, leuis enim voluptas non
arguit amorem, qui vero cupit & defiderat , fc prodit amatorem . eft
igitur amor appetitus allubefcentia , feu complacen- tia in eo ,
quod vti bonum pulchrumue fuerit perceptum • C A P. IV.
' De caujjis Umoris. > 'l ’ - * ■ ONVM
integra eft amoris cauifa,& omnem eius exaequat ambitum, prae-
clare igitur D. Auguftinus 8. de Trinit. ait, non amatur nift bonum, huc
pulchrum reducitur & formofumjtum etiam vtile quodcum- que,
atque iucundum . pulchrum vero idem eft , quod bonum conceptum vti
iucundu m ; vt Areo- ’ pagita docet 4. de Diu. nomin . Deus quippe
im- mortalis , vt eft au&or atque feruator rerum , Cunfta
fouensy atque ipfe ferens fuper omnia [eft* bonum dicitur; vt vero ad fe
trahit, allicitq. om- nia , pulchrum, inde qui pulchritudine minus
ca- piuntur. AMORE. 47 piuntur ,
minus amant 5 vt barbari, ruftici,& qui duriore funt ingenio, &
moribus afperis, Aliae funt amoris caudae, quae etfi boni ambi-
' tu continentur, feparatimnihilorciinus ponuntur, quod aliquidbono
addant ; & alia , atque alia ra- tione ad amorem conciliandum
concurrant. Similitudo igitur morum , & ingcnij amorem pa- rit
firmum , atque conftantem. docuit hoc Areo- pagita ; fuitq. Menandri
didum,a comicis & Pla- tone vfurpatum , Deus femper fimilem ducit ad
fi- tnilem, & quidem fimilitudine inter amantes con- uenit ,
vtcuin amans diligit , fui ipfius fimilitudi- nem , ac proinde fe ipfum ,
in re amata diligat*, hinc animantia omnia ducuntur ad limiles fibi
formas ; non ad fpecies al ienas . Canis cani videtur pulcherrima , &
boui bos , ait Epicharmus . & For- mica grata ejl formicae ; cicada
cicadae ; accipiter pla- cet accipitri , Theocritus inquit in Idillijs .
hoc in- ftindu parentum amor in liberos augetur; funt enim nati
vjuentia fpirantiaq. parentum firnula- cra.nec alia Crafsi erga Sulpitium
volutatis cau£* fa exiftir, quam quod intellexiffct, ftudere Sulpi-
tium , vt ei dicendo fimilis euaderet, Euander apud Virgiliu
Pallanta filium Aeneae ca rii reddere nititur, quod illius fir imitator
futurus. Hunc tibi praeterea, (pes& folatianojlri ,
T * allanta adiungam ; fltb te tolerare magiflro Militiam graue
Martis opus , tua cernere faft a, Mffucfiat; primis & te
miretur ab annis . Illud non fuerim infitiatus; ob paria vitae
infliru- 0 48 DE ta creari aliquando
inuidiam , fieriq. aliquos adeo inimicos , quam fune artificij conditione
pares j nam & figulo figulus , & fabro faber inuidet ;
cuiuf- modi genus pugnacium artificum in conuiuijs Plutarchus
coniungi vetat.verum ex euentu id eft. cum
enim lucro faciendo impediant fe mutuo, in- ter eos oritur contentio,
eadem ceffatvbi cauetur, ne alter alterius cauffa damnum -patiatur
jeiusq. loco amicitia fuboritur. M. Cicero profelfuseft, cum
Hortenfio de eloquentiae palma ita fe contendiffe , vt vnius ad laudem
curiiis non effet ab alio impeditus ; ac proinde viuentem amaffe ,
dolereq. vita fundum . Saepe etiam qui ftudi js diuerfis
priuatimviuunt,fed in maioris momenti rebus conueniunt , funtamicifsimi .
Pelopidas > & Epaminundas, etfi vita priuata efient difsimi-
les , quod hic ftudijs philofbphiae , ille venationi- bus profufius
incumberent , quod tamen afferen- da patriae libertate , incredibilem
animorum con fenfionem retinuerint, certa illis amicitia confli-
tit ab initio ad finem . Sunt etiam ingenia inter
fedifsimilia,quaenihi lomiuus coeunt facile ad vitae focietatejhoc
enim habent,vtfimul aptari, & componi pofsint, quem- admodum
vox acuta iun&a grani certa propor- tione , harmoniam efficit s quod
fpedare licuit in Socrate, & Alcibiade. \Confuetudo
quoque, atque conuidus amorem gignit,:ei!dit enim homines moribus iifdem
affue tus , ac vnius mentis» eaq. vis efi confuctudims,
vt I» AMORE. 4P vt habitum nedum
animi, fed corporis quoque immutet ad rei amatae formam • notauit id
Piu- tarchus in Alexandri amicis , quos leniter inflexa ceruice,
facie furfum verfus con uerfa folicos ince- dere , fcribit, quali Alexandro
attentaturos ; cum nihilominus vi afluetudinis habitum illum impru
dentes contraxittent . Summopere igitur aduer- tendum, quo cum vitae
focietatem ineas ; praeci- pue vero monendi adolefcentes meretricum
coe- nis, nodibus,omniq.conuidu abftineant, qui- bus illae
magnopere ftudent ; cum norint confue- tudine amoris vincula fieri
tenaciora . Parem amoris conciliandi vim focietas in hono
ribus, & rebus, tum fecundis, tum aduerfis ha- bet , & quandoque
maiorem . vt enim maximum amoris vinculum ducitur, plurima & maxima
be- neficia accepitte, fic fimul accepiife, proximum iudicari debet
. Qui fimul fecere naufragium, vel vna pertulere vincula, vel canfilij
alicuius,coniu- rationisue focietate iunguntur, facile amant inui-
cem • tfnde adagium , Conciliant homines mala . Brutum , & Cafsium
inuicem infenfos Caefaria- rius dominatus conciliauitjac fumma fide
coniun xit. M. Aemilius Lepidus, & Iulius Flaccus, cum ettent
inimicifsimi, Cenfcres renunciati , fimul- tates illico depofuere .
Tacitus, Latiaris arque Sabini fermones, quibus vetita
mifcuerant,ardae amicitiae fpeciem fecifle , annotauic ; fpeciem
dixit; nam vr plurimum participes fcelerum non tam amore copulantur, quam
metu , atque noxa D con- 5° E E
eonfcientiae. Sunt etiam qui exiftiment, vi qua- dam occulta
ne&i animos; vel difiungi . quidam enim primo afpe&u amantur ab
omnibus; ali j contra contemnuntur . inter aliquos ftatim con-
uenit; alios nulla beneficiorum,officiorumq. con- fuetudo conciliat ; nec
vnde voluntatum ifthaec difcrepancia nafcatur, liquet, nulla enim hic
mo- rum fimilitudo, nullavitae communitas . Aftro- nomi » vt nodum
hunc foluant , ad Venerem , ce- teraq. aflra, quae benigna vocanr,
confugiunt; quibus homines ad amandum inuitari volunt, haec, vti
longe a nobis pofita , neque certam ha- bent fidem, neque manifeftum
errorem. Platqni- cafchola Daemonibus ad'cribit,qui vitae homi- num
praefunt.facit enim daemonum, hos quidem confimilisingenij, hos
diuerfi.qui difsident in- terfefe,d fienfionesad clientelas deducunt ;
qui vna fentiunt, amorem iis immittunt, quorum ge- • runt procurationem,
demum nonnulli gratia pol-‘ lent, & au&oritate; ali j odio
habentur a collegis ; qui vtrifque fubfunt homines , eandem quoque
gratiam inuidiamq. apud nos nancifcurur.ifthaetf f Platonicorum commenta
non aliter confutarim 9 quam quod tollunt funemum,ex euentu,peritUla
immerite* alicui creata conciliant amorem iriperpetieritem* D
$ Tacitii» Tacitus de Nerone Germanici filio . aderat \uutnH
modcfiia , & forma principe piro digna j notis in eum Seiani odiis ,
Stv, quod omnes ad fe vocet; abiitq.in prouerbium , quo Plato vtiturin
iyfide ; quod pulchrum femper amicum ; cenfeturq. a Mufis &
gratiis primo vfurpatum , vbi ad nuptias Cad- mi &
Harmoniae,puIchrirudinenouaf nupta? ore, fi Deo placet , immortali cecinerunt
; vr in I heo- gnidis epigrammate , cuius haec exiftit fententia;
Mttfae , & Gratiae , filiae Iouis , quae olim Cadmi jtl nuptias cum
veoijlis, pulchrum xeciniflrs carme, ‘ ' Quic- AMORE.
11 Quicquid pulchrum amicum e[l , non pulchrum au- tem non
eft amicum . Mimus dixit, formofam faciem effc mutam com-
mendationem } Ariftoteles vero ; habere illam longe maiorem vim ad
commendandum , quam accurate feri - ptam epijiolam . Carneades
appellauit C E hoc eft , dulce amarum . eft enim mors
voluntaria V vc mors ♦ amarorem, vt fponte fufcepta , volupta- tem
aflrert . amorem vero effe liiorcem , inde ap- paret maxime , quod amans
de fenon cogirat, fed de alio ; in fe igitur non operatur, fed in
alioj - qui in fe non operatur, in fe non eft ; qui in fe non eft
,in fe non viuit; amans igitur in fe mortuus eft .quare Plato in quendam,
qui perdice ama- bat , dixit ; h'ic in proprio corpore mortuus eft ;
viuit in alieno» & Plautus in Ciftellar. Trullam mentem animi
habeo ; vbi fum , ibi non fum . vbi non fumi ibi $1 1 animws « Cato
fenior aiebat , animum effe potius vbi amat , quam vbi animat . Quod fi
amans vicit Jim ametur , reuiuifcit in re amata j alias mortuus
cenfetur.has autem vicifsitudines atque mutatio- nes quoad aflfe&um
accipere oportet; non quo ad ipfam eflentiam animorum . appetunt
qui- dem amates fieri re ipfa vnum , iuxra di&um Ari- stophanis
ab Ariftotele 2 . polit, cap. 2 relatum ; fed quia illorum inde corruptio
fequeretnr , quae** runt coniunctioriem , quae faluis corporibus
ob-* tiqeri pofsit. haec autem afFe&u confuetudineq* habetur,
animis interim quo ad cupiditates per- miftis , & in tertiam quandam
temperaturam re- da mere contendit, quo conatu Lyfias Phaedro
fimi- lis euafit; & Macedonum proceres colli flexura,
orisq.ere&ione Alexandro fimiles redditos ex Plu tarcho fupra
retulimus . Pulchre vero 2.Rher. monet Ariftoreles,
vereri nos turpia committere apud illos,quos amamus; 1 vt inter
amoris opera pofsitreuei entia numerari; quod maxime declarat eius
aifeitionis excellen-- tiam. Crafsi illa funt;Equidem cuiri peterem
ma- gi ftratus,folebam in praehenfandodimitttre a me Scaeuolam, cum
ei ita dicerem , me velle efle ine- ptum .Nemo quippe curat probari ijs ,
ejuos ne- gligit; Et quidem apud eos, qui ius haoent pu- niendi ,
veremur turpia facere ob metum legum ; apud alios ob metum infamiae ;
fedapud eos, quos diligimus," obreuerendam & amorem .
Sed & fui, aliorumq. omnium, praeterquam' rei amatae contemptum
amor parit in amante*' lacob , rarum amoris exemplum, quattuordecim
annos aeftu geluq. vexatur, in morem ferae, vt pulchra Rachde potiatur;
ac tria fereluftrama* gnis tradu&a laboribus, paucas
exiftimatincom modi tolerati horas t certe diuinus Mofes paucos ei
dies prae amoris magnitudine vifos teftatur. et ficaftifsimo amatori
falaconem in exemplum* admngerdicet,ruiCM, Autonius incertum atque
preui- V 61 DE pr jaifum exitium ,
vt Cleopatra; morem gerat, fic fuidefertor, vt placeat concubina; falutem
pro- fundit, ne amati vultus turbet ferenitatem. Fuga- tur demum
Veteranus Imperator ab adolefcente, atque tyrone, quod prius fuiffet
dementatus ab aegyptia Syrene . his ftipendijs faeue cupido mu-
neras eos, qui nominibus datis, tua figna fequutur. G:gnit quoque
amor magnam voluptatem,vbi re amata potimur, cum enim affequi finem fit
om- nium iucundifsimum, quilibet eo habito, quod amat, contentus
viuit , vt Plato ait inPhaedro . faepe autem tanta voluptas adeptionem
rei ama- tae confequitur » vt multi in complexu rerum ca-
rifsimarum exfpirarint • Ex oppofito amor vehe - metior, fi quid
afiequutionem propofiti moretur, vel impediat , triftitiam , &
moerorem affert , vo- luptati, de qua diximus, aequalem, llafis
medi- cus am >re:n morbo melancholico proximum fa- cit, euolant
quippe fpiritus fubtiliores , & purior fanguis per teouifsimos poros
, excitati appetitio nis impetu , erga rem amitam tendentis;
fanguis vero crafsior, quod exitus non pateat , remanet conclufus;
vnde in at-um humorem, atque bilem facile concrefcit , cum fit meliore
fanguinedeftitu tus. inde vaporibus opplecur caput; animus tri-
ftitia premitur, ac faepe ad infaniamdeducitur* Lucretius amator primum
effe&us eftjtum de- mens ; ad extremum fui ipfius parricida .
Haec funt vehementioris amoris , & frequentius impa - dici ;
qui amittendi quoque timorem affert, atque trepi'
AMORE. 6 $ trepidationem 5 tum etiam furorem in eum, qui
auferre conatur; fufpicioneS vehementes , zelum amarum , aliaq. animo
lancinando , & excarnifi- cando inftrumentacommodifsima.
In eodem ordine raptum mentis collocamus: graecebts*^; quem amori
quoque diuino Areo- pagita tribuitjquafiDeusob amorem e&afim
paf fus fuerit, emergit quippe foras knimo,qui amat ; tum quod ad
rem amatam commeare appetit; tu quodafsiduode
illacogitat,fuioblitus;accurritq. aliquando fanguis tenuior ad cerebrum ,
vt iuuec contemplationem ; aliquando praefente re amata
adeamconuolatjfedfiftitin externis corporis par tibus , uehiculo
deftitutus . vtrumque ftupor fe- : quitur, opprefio cerebro vi nimij
caloris ,vel par- tibus vitalibus ab eodem derelidis . Inde
fequitur amantis valetudo & imbecillitas, debilitatur enim alendi vis
recedente calore; cor etiam , atque cerebrum vicifsim
conftringuntur! ob copiam fanguiu is, vt opem ferat parti laborati,
ab vno ad aliud comeantis . id enim ei natura in- didit, ut inferuiat
vitae principijs. Et quidem cor,, vbi feptum efi vi
fanguinis ,& quafi vallo circun-. datum, quaerit aggerem per
fufpiriaperrumpere ; quaevel non emergunt, vel omnino emittuntur^
difficillime, ac plerumque. non integra, verum, dimidiata , nec fine
magno conatu, ab eadem con ftridione ccrdis prodeunt cantiones
interruptae , a E" &ftatim dimittit ; modo aliud
quaerit, & propo- fitum illico mutat ,*paenitetq. caepti inftituti ;
vt prorfus ij faciunt , qui longo & acuto morbo de- cumbunt .
Huc maciem palloremq. amantum re- fero ; corrupto enim calore , colorem
quoque ob- fcurari necefle eft . fOuid. de Amante • Fugerat
ore color , maciefj. obdukerat artus. Opprefsionem vero cerebri lachrymae
fequun- tur . Sanguis enim fabrilior, cogente cerebri fri-
giditate, vertitur in lachrymas; quae , vti graues, defcedunt per oculos
; natura quoque remmole- ftam, nulliufq.vfus , foras propellente.
His adde oculorum tumorem, & inflationerii labiorum . Suetonius
de Tyberio . Sed & Agrip- pinam ab egi ftc pofi diuortium doluit ;
& femel omni- no ex occurfu vi[am,adeo contentis & tumentibus ocu
- Us profecjmtus e$t , vt cuftoditum fit , ne vnquam in
ciusconfpeftum veniret . eius fa&i caufla dft , quod ad praefentiam ,
vel memoriam amatae rei fpiri- tus petunt partes extimas, quali amatum
ample-* xaturi ; maxime vero feruntur ad oculos, qui fant afnimi
internuncij, & conciliatores amoris, inde fequitur tumor, &
plerumque etiam ardor. Nec eft praetereundum, ad praefentiam, vel
re- cordationem rei amatae commoueri pulfumvena rum, fiue
arteriarum, fieriq. concitatiorem, & inconftantem ; idq. vel quia cor
trepidat & pauet; vel quia nititur quodammodo de loco fuo
conuel- li, & in amari pedus transferri; quo argumen- to
dcpraehen dic Galenus amici vxorem amore r AMORE.
6f Pyladae cuiufdam laborare . Denique,vt etiam quae
leuiora fu nt, attingam, amor mutat mores . ex taciturno garrulum facit
, ex garrulo taciturnum ;ex focorde induftrium; ex afpero mitem
& fiiauem. quae omnia ftngilla- tim profequi,eifet immenfi laboris.
Antiquitas morum comitatem amori adfcripfit, quemadmo- dum Dionyfio
mifterium , vaticinium Apollini, Mufis poefim. Docet quoque muficen; quod
Pla- to a fpirituum vehementia deducit ; qui dum ma- gna vi erumpere
conantur, impellunt ad cantio- nem.Quid quod poetas facere non vno
depraehe- fiim eft experimento?Plato idipfum afsignat exci tationi,
agitationi, eleuationifpirituum.ij enim co moti, agi tatiq. apt funt
aliquid parere citra com- mune vfum;cuiufmodi eft oratio metro conftans,
minime vaga , vel foluta. Bion poeta in Bucolicis fub perfona paftoris
amorem facit fuorum carmi- num au&orem veriibus a Stobaeo
relatis,quos ad verbum conuerfos ita legimus . Mufae amorem
non metuunt crudelem , Quin amant ex animo & veftigia fequuntur
eius. Quod fi quis ingenio praeditus inamabili ipfiti
comitetur , Illum refugiunt , & docere nolunt • jit
fi amore captum gerens animum fuauiter cecinerit , o idipfum
fimul omnes feflinae confluunt; Quod autem hic fermo plxne verus fit
, ego te- flis ftim , )~ -v-i E (am
06 DE 7^am fi hominum quempiam , aut immortalium & , '
mine celebro C efflat mea lingua ; nec yt ante folebat , canit
. •At cum in Amorem > rei in Lycidam aliquid molior. Tunc
mibi laetum ore carmen profluit. • fli&um vecordis poetae
fceleratum , quodq. fati$ indicet perditos hominis mores, ac nihil
miraq- dum iq o impudico amore ad verius fundendos eum incitari
folicum, qui meliorem non agnofce- bat .agnouit autem Propheta Regius ,
iljoq. im- pe tu, quae Deus didabat, fuaiiifsimis yerfibus ef-
fudit. Hanc de amoris effedibus tradationem eleganti Caroli Cardinalis
dido cocludam : Amo re perfici fundiones humanas, quae enim abamg
fe prodeunt,, quam accuratifsime geruntur . i C A P, V I h ;
f fjf. r . ;; . . . jSv * * fi 'V De renfedijs
amoris» E M E D I A non nifi morbis quaerun- tur, quare de
impuro nobis amorehic fermo exiltit, prrrium igitur amorem
negofia > curae,hono- tu m cu p diras , labores , calamitates deterunt
, & corrodi unt; Otia flt Ilus , periere cupidinis ignes
. Sed &egeitas eijvaide aduerfatur. na flue Cerere dr
Daccb-j fliget Vtnus^t ait Chremes Terentianus, ia gr aecorum
collectaneis verius legitur , qui lati— 3 ne • AMORE. 47 «e cxprcfTus > fic habet .
Mortua res venus fine Cerere , & Baccho . Ariftophanes apud
Athenaeum lib.io. vinum lac Veneris appellat , quod alat libidinem
• Vinum bibenti fuaue lac Cypriae Deae , . 'Apuleius
in Metamorphofi ex Cerere , & Baccho Veneris /ytarchiam confici
fcribir. Sed & Menan- dri hi exfiant
Senarij . Amorem [edat fames , aut aeris penuria ; 7\
{emo mortalium viftum mendicans amauit ; Sed in opulentis puber hic
innafcitur . Huc fpe&at antiquum epigramma graecum an
&oris incerti , in latinum (ic verfum . Fames amorem fidat; id
fi fit minus , . . Tempus medetur ; fin nec i fla exttingucre
Flammam queant^ tum reflat , vt funem pares . quod epigramma ex dido Cretetis
Thebani Cy- nici philofophi confedum ett . tria enim ab eo af-
ferebantur amoris remedia , htftfe Cfiy?s , id eft , fames , tempus
, laqueus . digna cynica im- manitate fententia. porro paupertatem
prodefle amori pellendo > in confefToefi;tum etiam tem- pus,
& longam diem ; nam vt ait Ouid. lente
fiunt tempore curae • 7 & Martialis ‘ Quid non
longa dies , quid non confutuitis armi ? fedti haec duo minime pro finr,
a^liafunc remedia, praeter laqueum ; a quo abftinendum natura do-
cet, & humanae diuinaeq. leges praecipifit. quan- tum euim illud ad
amorem eiiciendum valet, fi E a quid 6Z t> E
quid vitij inre amata eft , faepc animo voluere, vfc illa tandem
apud nos vilefcat? inomnivero.hu- mana pulchritudine aliquam deformitatem
cor- poris, vel faltim animi nancifci , facillimum vide- turjmores
fcilicet improbos, impotentiam animi» auaritiam , faeuitiam ,
inconftantiam , & quando haec defunt, foeces fub uenuftifsima forma
laten- tes , fordesq. innumeras eo conceptaculo conci u- fas.
indignatio eti^mjquod a vili foemina, vel abie 6to mancipio quis
contemnatur ; vel in feipfum, quod adeo foedum toleret feruitium,cocepta
ira- cundia tenacifsimos frangunt amores; quibus li- beratum Heroem
illum ab amore Indicae Regin^ Ludouicus Arioftus perbelle finxit; cum
equitem induxit armatum, quem indignationem poftea nuncupauit,
taedis ardentibus foedam & imma- nem belluam, quae JReginaldum fub
vnguibus, praemebat, & moleftifsimeinfeftabat, fugantem»
& adtartarum detrudentem, quippe fera illa libi- dinem, &
amorem impuru referebat. Medici cmif- fionem fanguinis atque
defoecationem ad idem ‘ Cenfent non inutilem; quod ea minuatur calor,
& ardor coeundi . Platonici idiptom probant ; quod fanguis
morbida qualitate affe&us eiicitur,ac fin- cei^is de nouo gignitur .
quare medici amantibus ebrietati cenfent aliquotenus indulgcndum ;
tum vt fpiritus recentes procreentur ab illa tabe inta- I veteribus
per fudorem vino excitatum , exha- latis ; tum,
vtindudaobliuione,paulatim curae ; iuollefcant , & amatae rei memoria
deleatur.* * Reme- A M O R E *9
Remedium vero illud, clauum clauo pellendum , nec recipio , nec
ferendum cenfeo ,fi clauus de nouo adhibitus fit eiufdem cuni vetere
materiei, nam expellens, nifu tenaciore occupat expulfi locum . .
quare amantem, fi eo vtatur confilio, in peius dela bi, non eft
ambigendum, fin alterius naturae cla- uus affumitur, & cado, vel
omnino philofophico, & quod magis ampledendum, diuino amore con
tra Venereum agitur , medicinam falutarem , ne- mini refpuendam
iudico. Strabo lib. i o. fcripfit prope Lebcada promon-
torium cfie templum Apollinis , vbi faltus fit ad fedandos amoris aedus;
ex quo Deucalion ob Pyr rham, Cephalus ob Pterelam, Sappho item & Ca
licaefoeminaefefe praecipites dedere, viri feruati funt incolumes ,ab
amore immunes . foeminae interierunt; mifelfae; quod fcilicet faltus ille
Leu- chadius virilis edet, nec foeminis conueniret. Fabulofa haec
funt. Sed fi quid veri adumbrant» illud ed ; vehementifsimo timore amorem
interii re ; quod & nos fatemur . pericula enim ad me- liorem
faepe mentem homines reddunt; (io dat intelleftum 9
. • l „ v . .r & ifp i yJh
t ii; ; •OH ifttO rjorr- r hi
ibo:.» nlsr; ritBT&J' *> 1 '« : fyy \
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Vrn. 0 f <»! Vropommtur & diluuntur dubii non
pauca id * Amorem pertinentia # P tl I M V M dubiam . An verum fit, quod So- crates ex Diotima
retulit, amorem nafci indigentia. Plato in Lyfide affirmauit.
Cicero autem cenfet iftumefle miiiim. generofum amo- ris &
amicitiae ortum j alias lucri caufla amare- mus, & beneficia
foeneraremur ; quod fordiduol videtur i Sed Platonis dt&um de amore,
qui cu- piditatis dicitur, intelligencfeM, Ciceronis autenii de
amore amicitiae, quae nititur honefto « fic in- ter mentes Teparatas amor
intercedit, cum nihilo- minus non egeant - ^ecundam.Qaibus
maxime reperamentis inna fcitur amor? Iis, quaecalore, & humare
abudant. humidumenim facile concipit externas impref* iiones ;
calidum vero fouet amorem . quod fi cali- do fit admi xtum aliqu id
^ficcitatis,cupiditares exi ftunt acutae, & vehemente$,qu 2 fs
celerrimelrelfec expleri , nec retinent v^lde diu ; quod fanguine
fint tenui, atque raro* & in cpntinua motione po- lito . eiufmodi
funt adoleicentes, quorum amores leuis flammae vapori Seneca in Hyppoliro
com- parauit. Frigidioris vero naturae, ac triftioris in- gemj
homines tard^amorem admittunt, fed perfe u crint magis, 6b crafsitiem,
atque pigritiam fan- guinis » AKfORE. fi
gutm’s,& admixtionem atrae bilis,quae diffidi iut recipit, led
firmius reti net,quicquid imprimitur, ‘Vt argilla non adeo tenuisset
liquida, inde lenes ex- cipiendo amori duriores videntur jquem nihilo
mi hus femel imbibitum retinent lumina firmitudi- ne. illos dixeris
; quali ftipUlam * quae flammant bcyfsimeconcipit, & dimittir;hos ,
quili ligna fo- lidiora,quae non adeo funt ad exardescendum fa-
cilia ; fed admotam , ac tandem tecepraui flam- mam diutius alunt;
Tertiui Qua potilsimum via cocipiatur amor; Refpondeo , venenum
illud oculis maxime hauri- ri. vt Ariftot; docetlib.p.Eth.cap.^.tdlaturq.illc
apudPoetaifi. Vt vidi d vt perij Ivt me maltis abftulit error
d fcd& aures aliquando funt operis tanti admini- Urie; qua
ratione Medaea lafonem ardere coepit* lenotiniuiri per quietem abfoluente
phantafia. cd tadufi idipfurh praeftat ; vbi phanrafla pulchram tei
conta&ae formam effingit; fed in hac concert^ tione palmam oculi libi
vindicant, vt quibus eunt re ipfa commercium intercedit; qiiod aures no
hal ber,Vt Phylo noratlit lib.de ludice.iilaeenim occit fantur
circa fonos; obtutiis in rem ipfani fertur* aclimatifsimum aeque
fuperbifsimunide illa fert iudicium;conta6his verb cralsior eft,&
aptior ad fruitionem , quam ad iudiciumde re pulchra fa- fciendani
. allerunt Platonici amorem pulchritiidi lie potifsimum commbueri ; quae
oculis maxitrid feleipitur; contactui vero nullatenus fubiieitur j
£ 4 Itita b E r ideo amorem oculis potius
excitari, quam ta&u* amorem praeterea fpiritibus adminiftris gigni
vo lunt, hosq.per oculos emitti , & immitti . ex quo fic,vr qui
oculorum venuftate pollent,faci!ein alie nis pedoribus beneuolentiam (ibi
conficiant • Hanc ego fpirituum per oculos eiaculationem ne- gare
non poffum , quod multis experimentis com probetur.Scribit S.Bafilius
lib.de Virginitate, nos firmius aegrotos intuendo ccrrupijneque.n.irrpu
ne peltifera fpiramenta ocuiishauriutur.Teftatut Lapndius de Afexadro
Seuero,ad eius obtutu f^pe opus fuifle oculos dimittere; id no eflet;
nifi agens vis aliqua ab oculo in ocuju e£funderetur;qux illu
afficeret, & fubigeret. laeditur.n. fenfus a fenfili ve henrienti,vt
Arilbdocuit. Auguftus,referete Sueto- n 10,0 cui os habuit daros,ac
nitidos, quib. etia exi flimari volebat ineflfe quidda diuini
vigoris;gaude batque,fi quis fibi acrius cotuenti, quafi ad fulgo
re fblis, vultu fubmitteretjqua porro leuitare Sile- nus apud Iulianum
trasfugam facetifsime derifit. Quartum. Afpedu ne rei amatae
magis,an ofcu lo, complexuq. amantis expletur appetitus ? Re-
fpondeo; amantem quaerere coniun&ionem cum te amata; id vero complexu
magis obtinetur, qui intuitu, quare mater film ad fe peregre
reuerfum hon fatis habet oculis ad fatietatem intueri ; nifi etia
amplexetur, ofculodato, & repetito, quiefcit. maxima nihilominus
voluptatem oculis pefcipi, non eft negandum; elTcq. magis perennem,
quod, cum purior exiftat, minus amantem fatiget.. A M O R t.
7$ Quintum . An amor iit erga bruta & inanima.' Refpondet
Ariftot.8.1ib*Eth.c. ideft ama tione, in res quoque inanimas
conferri, quod lata acceptione Ariftot. loquutum crediderim. na
ina- nima etia fi timemus, non odimus, vt fulme. ergo nec amamus,
cii contraria circa idecontingat.qua re Arift.8. Eth.cap.
2 . magis proprie loquensait; ridiculu effe illu,qui dicat, fe vino bona
euenireve! le; fed vt qua liberalifsime agamus, dabimus ei, vt
velit vinu faluu,& incorruptum manere, vt ipfe ha beat.cu igitur
amoris effedus fit bene velle,fequi- turcrga inanima no efle proprie
amore ;& multo minus amicitia. Ariftippus cu perdite amaret Lai
de, nec ab ipfa amaretur,ab amico reprxhefus eft, qd eo amore
traduxifiet,vnde par no acciperet.fed cxcufabatfe Ariftip. quod etia vino
& cibo vtere- tur, pluri muq. caperet inde voluptatisjetfi no
igno raret,fe no amari ab illis.acute & appofite. neq.n. cude
vero amore fermo eflet,fe cibu amare dixit» fedab eo multu capere
iucuditatis. Quo ad anima ta rationis expertia, certu eft cu ijs non efie
amici tia;qa comunia cu hominibus officia no obeur,nec ferutur ad
eunde fine, nec habet ele&ione,nec ho- neftua turpi diftinguunt. Sed an hominis amor ad illa excedatur, in dubio
res eft.diligimus enim ca« nes,& vicifsim amamur ab illis. &
cum fintcapa- eia doloris, & voluptatis, illis bene, vel male
cupi- xnus.nonulli etiam ardenti fsimo amore foeda ani malia
funtprofequuti. Glauca Cythariftria an- ferem, fcu anatem amauic»
Xenophontis filius in Cilicia n .* tr r \
Oilicia canem,- & quidem obftinatifsfme ; f^der Spartiata
monedulam habuere in delitijs; quid quod adolefcens bonae fortUnae
ftatuam iri Fri* tanaeo ere&am deperi jtj eaq. pretio non obteri
ti* fibi manus intulit? quippe lapidem ilum qiiaii anima praeditum
ob mentis perturbationem exi* ftitnauit *,qUOd ex Xerxi vifutn tu ille
crediderim; Curii infarto Flatani amote captus* ad eam extrei* tum
illum immenfuin cohfiftere * atque choreas ducere voluit; nec ante
abfcefsit , quam armillis torquibusq. aureis amatum ornatTet ;
curatore quoque dato * qui cuftbdiret ; ac tueretur ab mili- tia.
Sed amorem proprie atque per fe&e ad ea tari tu elfe dixerim, qux
ratione polletit.eft enim amor Appetitus coniun&iohis, atque
conuictus; quis ve to cani,vel anati, vel cuilibet manfuetifsimae
bel- luae iungi velit,vel vfiaconuiuere?qu6d fi qui de* formes adeo
praetulere cupidi taces, eos irrationali amote du&os di xerim, &
feritati, i m mani tariq. ob' noxio ; cuius peruerfae appetitionis caullae
tre* ab Ari ftotele referuntur lib^'. £thicitap.$. Sed, (i tationem
fequimur , & naturae propenfionenT* inanima* cara habemus j bruta
adhuc noftri cauC- fa diligimus; vt equos nobiles, vt catulos
feftiuos; fed noti qrtaecumque cara nobis funt ; continui amamus;
etfi quae amamus, necelfario etiam ca^ ra habemus ; & omnino catum
elfe latius patet * quam amari * ••mieb'»- •.*!✓** p Sex tu . An
artiare praefiantius fit, quaniamd- ti « haec dubitatio accipienda eft
formaliter ; fci- * A M OH E. 'T licet, an amans vc
amans nobilitate antecellat amato, vt amatur * de quo Platonici non
dubi- tant, cum, vt Phaedrus ait apud Platonem, amans diuino furore
rapiatur, videaturq.particeps fadut diuini luminis* Equidem caeteris
par.bus flatum amantis celfiorem exiftimo. amate enim efta&u*
Caritatis, quae praedanti fsima elt omnium virtu* tum $ tum etiam quod
amare cum fundtione vir- tutis exiftit ; amari autem eft prorfus Ociofum
» il- lud vicem habet agentis , hoc patientis * '•'Septimum* Cur
amans amati vereatur afpe&u} vt faepe viri forti fsimi ad praefentiam
vilifsimae faeminae trepidarint,&ad infimas preces obce-
ilationesq. defcenderint . Refpondent Platonici , non eife quid humanum
quod eos percellit, fed fui goremdiuinitacis emicantem in humana
fpecie; quo pofito, confternationis eius cauflam fe tradi- diflfe
putanti& principium indicalfe, quo permul- tae difficultates de
a^pore diluantur, nam ad ama ti praefentiam faepe honot , plerumque
diuitiae Contemnunturjquod fottUnae bona non fint cum fummd bono,
cuius radij pulchritudine correptus efl amans, conferenda. Et amans cupit
vnum cum amato fieri, deferet e condicionem propriam, & fe in
amati perfonam transfefrejquia ex homine cu- pit fieri Deus, quis enim
efl,qui humanam condi- cionem cum diuina non libentifsime commutet
? Et amote capti vicifsim fufpiriapromunt,
& gau- dent. dolent quippe quod fe ipfos deferant^ aetan
turquod ad meliorem Ratum transferantur. . Calene DE
‘A M *0/R E. Calent etiam atque frigent ; deferuntur enim ca-
lore proprio; tum fuperni radij fulgore accendun- tur. demum timent &
audent , quod calor auda- ciam pariat, frigus metum. Ego vero
Peripateti- ca firmitate deledatus , pleraq. ex his vti fpeciofa
quidem didu, atreipfa non admodum folida reii- cio . alia etiam, vti ad
velandam turpitudinem Ve- neris induda, damnare cogor; Amantem id
cupe- re , vt per Metamorphofim fabulofam in alienam mucetur
naturam,plane fum antea inficiatus. effc dus vero illos amoris
varios,& multiplices ab & ebullitione fanguinis, per vim
phantafiae, dedu co; vt diximus in i j$,quae de amoris eflFedibus
at tulimus ; plura quoque in difpucatione de timore paulo poft
fubiiciemus. v 2 S 8 & 268 &
pWC2ihii P*‘t Hi Lellio Pellgrini. Pellegrini. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Pellegrini e Grice sulla etica nicomachea,” The Swimming-Pool
Library.
Grice
e Pempelo: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone --
l’implicatura conversazionale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Thurii). Filosofo
italiano. His name is attached to some surviving fragments of Pythagorean
writings on parenthood, or fatherhood – ‘patria’. Pempelo.
Grice e Pennisi: all’isola – la ragione
conversazionale del blityri, o dello spirito nazionale – filosofia dell’isola –
filosofia della sicilia – filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Catania). Filosofo
italiano. Grice: “I like Pennisi’s
irreverent tone – typically Italian! – to evolution – and especially evolution
of language. By obsessing with linguistic tokens, we have lost our capacity to
mean otherwise than non-naturally!” Grice: “His metaphor of ‘the price of
lingo’ is very apt – we win, we lose!” – Grice: “Pennisi is a Griceian at heart
in that in his study of both schizo ad paranoic (both psychotic) systems of
communication, he focus on what he and I call the ‘adequazione pragmatica,’
i.e. the ability or competence, to irritate Chomsky, to implicate!” Dirigge il Dipartimento di Scienze Cognitive,
Psicologiche, Pedagoche e degli Studi Culturali a Messina, presso cui è
titolare della cattedra di filosofia del linguaggio. I suoi interessi
riguardano prevalentemente la psicopatologia del linguaggio e, più in generale,
la relazione tra linguaggio, evoluzione e cognizione umana. Consegue la
laurea in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere e Filosofia a
Catania con una tesi dal titolo “I
presupposti ideologici della teoria della storia linguistica di B. TERRACINI,” sotto
la guida di PIPARO. Vince il concorso
libero per ricercatore e svolge la
carica presso l'Istituto di Filosofia della Facoltà di Magistero dell'Messina.
Diventa professore associato di filosofia del linguaggio nella Facoltà di
Magistero di Messina. Vince la procedura di valutazione per l'ordinariato-- è direttore del Dipartimento di Scienze
cognitive e della formazione della Facoltà di Scienze della Formazione e preside
presso la stessa Facoltà. -- è coordinatore del Collegio di Dottorato in Scienze
cognitive dell'Messina. Aree di ricerca Psicopatologia del linguaggio. L'ipotesi
di base per l'analisi del linguaggio psicopatologico parte da un confronto
sistematico tra il linguaggio psicotico nelle sue due declinazioni più
significativequella schizofrenica e quella paranoica con il linguaggio tipico
delle patologie cerebrali e con quello caratteristico dei soggetti normali. La
tesi di P. è che i soggetti psicotici, a differenza di quelli con deficit
cerebrali, non mostrino difficoltà visibili dal punto di vista
dell’articolazione fonica, della proprietà lessicale o della capacità
sintattica e semantica, ma che invece la cifra elettiva del loro linguaggio
consista in un depauperamento della complessità dei significati. Questo
impoverimento della dimensione della complessità si manifesta nella
schizofrenia con un linguaggio privato e pragmaticamente inadeguato, e nella
paranoia con un unico tema delirante che riassume e congela tutto il destino
del soggetto. La psicopatologia del linguaggio rappresenta inoltre una delle
sfide più difficili per le scienze cognitive, in quanto le psicosi, tra tutte
la schizofrenia, sembrano a tutt’oggi resistere ad ogni tentativo di
spiegazione neuroscientifica. Nella sua impostazionei, il linguaggio può essere
considerato una forma di tecnologia corporea. Il linguaggio è, in particolare,
la tecnologia specie-specifica di Homo sapiens che ne ha caratterizzato
l'adattamento a tal punto da rischiare di minacciarne l'esistenza. La cognitività
linguistica del Sapiens, infatti, modificando profondamente le regole stesse
dell'evoluzione biologica se da un lato ci ha consentito di essere i dominatori
naturali dell'intero pianeta, dall'altro è "ciò che beffardamente ci
avvicina alla fine, il messaggero della nostra imminente estinzione. In
continuità con le tesi sul linguaggio, propone un nuovo concetto di bio-politica,
in antitesi con il concetto sviluppato da Foucault. In particolare, propone di
investigare i fenomeni sociali e politici mediante la comprensione delle
dinamiche naturali che li sottendono. L'errore di Platone è, nel sistema di
idee proposto da P., l'idea di poter ingegnerizzare la società e di poterme
controllare ogni possibile esito. Ancora una volta, tale illusione è data dal
linguaggio e dalla razionalità linguistica che contraddistingue Homo sapiens.
Accadimenti come le crisi economicheal pari di altri fenomeni
socio-politicipossono essere compresi solo se si indagano i fenomeni naturali
che ne stabiliscono le dinamiche, come ad esempio i flussi migratori e la riproduzione. Altre
saggi: “L'errore di Platone – biopolitca, linguaggio, e diritti civile in tempo
di crisi” (Bologna, Mulino); “Il prezzo del linguaggio” (Bologna, Mulino); “L’isola
timida: Forme di vita nella Sicilia che cambia” (Roma, Squilibri); “Le scienze
cognitive del linguaggio” (Bologna, Mulino); “Scienze cognitive e patologie del
linguaggio” (Bologna, Mulino); “Segni di luce” (Mannelli, Rubbettino). “Psicopatologia
del linguaggio: storia, analisi, filosofie della mente” (Roma, Carocci); “Le
lingue utole: le patologie del linguaggio fra teoria e storia” (Roma, Nuova
Italia Scientifica); "La tecnologia del linguaggio tra passato e presente,
in Blityri, Pisa, ETS, Pievani, Linguaggio, proprio tu, ci tradirai. Eugeni,
Per una biopolitica a-moderna. Il pensiero del potere in Kubrick oltre, in Le
ragioni della natura” (Messina, Corisco, Piparo, Mauro, Eco. Dip. Scienze
cognitive, psic., ped. su unime. Pennisi. Keywords: filosofia dell’isola,
filosofia della sicilia, filosofia siciliana, cariddi, capo peloro, blityri. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pennisi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pera: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale e il ragionere -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucca). Filosofo
italiano. Important Italian philosopher. Si diploma in ragioneria all'istituto
Carrara di Lucca. Studia a Pisa sotto BARONE. Insegna a Pisa. Convinto che le
libertà civile si e riconduce alla dignità intrinseca della persona umana, che
permane quale che sia la verità delle convinzioni di ciascuno, rileva come sia
sbagliato fare del relativismo elitario il fondamento della società. Questa sorge
grazie a quel terreno fertile rappresentato dal principio della tolleranza Un saggio filosofico di rilievo riguarda il
metodo scientifico e l'induzione. Dedicato nell’”Espresso” ai filosofi che
avevano tentato di confutare Marx, il primo e Popper. Ulteriori studi furono
dedicati alle teorie sui metodi di ricerca di Hume e ai metodi induttivi e
scientifici. Saggi "Hume, Kant e l'induzione". Sviluppa ricerche sui
primi studi di elettricità compiuti nel settecento da Volta e da Galvani. Analizza
in dettaglio il rapporto tra scienza e filosofia, in particolare nel
rinascimento volgare italiano -- GALILEI, TELESIO. La metafora delle palafitte
(anche usata da Vitters): come le palafitte dell'uomo preistorico, la filosofia
(in particolare la teoria della relatività e la fisica atomica) non si fonda su
una base solida come la roccia, ma e soggetta a modifiche e revisioni, a
seguito della scoperta di nuove particelle, di nuovi fenomeni, o di nuove leggi
fisiche che in parte modificano quelle precedenti della fisica classica. C’e
progresso in filosofia. Non poggerebbe su un fondamento immutabile, ma su un principio
che puo essere oggetto di ulteriori analisi ed approfondimenti.. La filosofia
ha validità limitata a un determinato contesto – e. g. Oxford. Secondo questo
orientamento il griceianismo e modificabile. Fra le revisioni di sistemi
scientifici studiate da lui vi è la rivoluzione di TELESIO e GALILEI che reca
obsoleto il geo-centrismo. Sono poi analizzate le teorie elettromagnetiche, a
partire dalle prime formulazioni empiriche di VOLTA e GALVANI. Pera analizza il
progresso della filosofia in relazione a quella del metodo, basato su
procedimenti razionali ed induttivi. Altri saggi: "Induzione,
scandalo dell'empirismo", i "La scoperta scientifica: congetture
selvagge o argomentazioni induttive?",
"È scientifico il marxismo?", “Il canone del razionale” Craxi.
Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello stato di diritto, la
rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti. Quei politici che, come Craxi,
attaccano i magistrati di Milano, mostrano di non capire la sostanza grave,
epocale, del fenomeno. Si occupa soprattutto dei problemi della Giustizia in
Italia. La democrazia è quel regime di governo che permette a chi si oppone di
sostituire pacificamente chi prende le decisioni a nome della maggioranza. Lo istrumento
della democrazia non è soltanto il voto, ma l'argomentazione, il discorso, il
confronto. Per sostituire chi governa, prima di votare occorre confutare e
criticare. Allo stesso modo per governare occorre argomentare e convincere. Partecipa
anche ad alcuni temi di politica locale, in particolare in Toscana e a Lucca.
vivere “velut si Deus daretur”. "Se Dio esiste, ci sono limiti morali alle
mie azioni, comportamenti, decisioni, progetti, leggi e così via. Il denominatore
comune e il rinascimento e l’'illuminismo. Il concetto di eguaglianza fra gl’italiani
e di solidarietà sociale, che sono oggi alla base della costituzione dellea nazione
italiana. È lo stesso soffio del vento di Monaco. Defende nostra autonomia
individuale, che è la condizione su cui dobbiamo sempre vigilare (da ciò il
nostro liberalismo)”.
Altre
opere: “Apologia del metodo” (Pisa, Scientifica); “La scienza su palafitte” (Roma,
Laterza); “Induzione” (Bologna, Mulino); “Il razionale e l’irrazionale nella
scienza” (Milano, Saggiatore); “La rana ambigua. La controversia
sull'elettricità animale tra Galvani e Volta” (Torino, Einaudi)’ “Scienza e
retorica” (Roma, Laterza); “Persuasione” (Milano, Guerini); “Senza radici.
Europa, relativismo, cristianesimo” (Milano, Mondadori); “Il libero e il laico”
(Siena, Cantagalli); “Etica liberale” (Milano, Mondadori); “Il liberalismo di
Pannunzio” (Torino, Centro Pannunzio). La scienza non poggia su un solido
strato di roccia. L'ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire
sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte
vengono conficcate dall'alto giù nella palude: ma non in una base naturale o
"data"; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare
le palafitte più a fondo non significa che abbiamo trovato un terreno solido.
Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per
il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura. “Il
mio e un relativismo elitario” Marcello Pera. Pera. Keywords: implicature,
relativismo elitario, implicatura elitaria, ragione, filosofo come ragionere,
le radici romana del ragionere, ratio, ragionere, l’assenza del concetto di
ratio nella lingua greca, la ‘ratio’ di Pitagora, la ‘ratio’ della scuola di
Crotone. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e Pera," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Grice e Peregalli: la ragione converazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. I luoghi e la polvere
Incipit All'inizio della Genesi il serpente convince Eva a mangiare con Adamo
il frutto dell'albero della conoscenza. Così i loro occhi si apriranno e
vedranno per la prima volta la loro nudità. Comincia in questo modo la storia
della conoscenza e del desiderio. Vedere, desiderare e infine morire. Il tempo,
il suo scorrere nelle nostre vene, diventa dominante. Lo splendore
dell'attimo, la sua rivelazione abbagliante, ne sancisce la caducità. Il tempo
corrode la vita e la esalta. Insieme alla conoscenza e al desiderio nasce anche
l'amore per la fragilità dell'esistenza. Le cose si rovinano. Citazioni
Se si vuole vedere, o meglio, se nel destino è scritto che si veda a tutti i
costi, se si vuole desiderare, se si vuole conoscere (così si capisce quanto
poco la conoscenza abbia a che fare con principi puramente razionali), si deve
diventare mortali. Gli dei sono indifferenti. Per gli uomini inizia così la
differenza. Finché non conosci, finché non mangi il frutto dall'albero della
conoscenza, sarai eterno. Non saprai cosa sono il bene e il male, il desiderio,
l'attrazione dei corpi, la morte. Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di
tempo. Siamo il tempo. È una curva inesorabile che condiziona ogni gesto della
nostra vita, compresa la morte. La superficie di qualunque "cosa",
sia essa un oggetto o un luogo, è intaccata dal tempo, riposa nel tempo. Viene
corrosa, sporcata, impolverata in ogni istante. Sono la sua caducità e la sua
fragilità che la fanno vivere nel trascorrere delle ore, dei giorni, degli
anni. L'eternità è un miraggio, e non è la salvezza. Stare in casa significa
poter assaporare il piacere di sapere che fuori c'è un paesaggio meraviglioso
e, quando vuoi, apri la porta o la finestra e lo guardi. Deve esserci lo sforzo
del gesto. Il desiderio va centellinato, perché sia più profondo. Il bianco è
il profumo dei colori. Il bianco, ancora più del nero, laddove usato nella sua
purezza, è uno dei colori più difficili che esistano, e meno imparziali. Usato
in quantità massicce la sua forza ci si ritorce contro. Diventa indifferente
solo in apparenza. In realtà l'indifferenza non esiste. Nulla è indifferente. È
un abbaglio, un alibi. Equivale all'apatia. I vetri, il bianco sono materia,
colore, carne, vita. L'ombra, come la polvere, è il nostro fondo nascosto. La
si vuole cancellare. Deve essere un eterno meriggio. Così si elimina la
"carnalità del luogo", il suo erotismo sottile, la sua terrestre
caducità. Purtroppo in estetica la dittatura di un elemento è identica alla sua
democratizzazione. Il livellamento dei luoghi conduce alla dittatura della luce
e viceversa. Tutto diventa uguale nell'indifferenza. Di fronte all'ottusa
sicumera che ci avvolge esiste un tempo altro che non possiamo controllare,
dirigere, comandare e che può aprire nuove prospettive, trovando sentieri
tortuosi, o spesso non tracciati. Nelle sacche dell'errore (che è un erramento)
può ancora trovarsi un cammino. Il passato è stato messo in una teca,
sigillato, perché non nuoccia. Lo si può venerare, ma lo si teme. E comunque
non deve essere imitato. Gli antichi, invece, in ogni momento hanno sempre
guardato indietro. Da lì traevano ispirazione. Cancellavano per ricreare. Credo
che in quest'epoca falsamente luccicante e rassicurante, che vuole esorcizzare
la morte e la fragilità della vita a ogni passo, e dove colori sgargianti,
superfici nitide e sorde, luci accecanti circondano il nostro vivere, un
sentiero possibile sia quello di cercare negli interstizi delle cose prodotte
dall'uomo una crepa, una rovina che ne certifichi la fondatezza. In un mondo
che teorizza le guerre "intelligenti" e gli obiettivi
"mirati" la barbarie non è costituita dalle distruzioni, ma dalle
costruzioni. Il decadimento fa parte dell'essere. Tutto decade, crolla, si
disfa. Ma questo decadimento è un frammento di noi. Il concetto di
incontaminato è fondamentalmente falso. Tutto è contaminato dal tempo e
dall'uomo. Nell'attimo stesso in cui mettere le sue radici in un luogo lascia
un segno e l'incanto si sbriciola. Esistono nelle città, nei paesi, nelle
campagne, "rovine semplici"...Cascine abbandonate, un muro senza
aperture, uno spiazzo solitario con una fabbrica dismessa, una vecchia ciminiera
diroccata, una strada che non finisce, chiese, mausolei, tumuli lasciati al
loro destino, attraversati dal tempo. Luoghi che apparentemente non dicono
nulla di più della loro solitudine e del loro abbandono e in cui il motivo
delle loro condizioni non si legge più tra le pieghe dell'architettura. Le
ferite, se mai ci sono state, non mostrano la loro origine. Troviamo queste
rovine dappertutto nel mondo, sparse tra le nuove costruzioni, o isolate e
lontane. Quello che colpisce è la tranquillità, la pacatezza. Non servono più a
nulla, non possono essere sfruttate, manipolate. Possono solo essere cancellate
da una ruspa. Questa fragilità è la loro forza. Ci affascinano perché ci
somigliano. Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla sete
dei nostri attimi di felicità. Nel mondo c'è un'ansia di eternità. L'idea che
tutto debba tornare a risplendere com'era. È un'epoca, questa, in cui da una
parte si desidera l'infinito e dall'altra ci si spaventa per la fragilità delle
persone e dei luoghi. Pensare che un luogo possa cristallizzarsi in un'eternità
senza tempo è una chimera che denota, mascherato di umiltà, un senso di
presunzione infinito. La nostra vita è la nostra memoria. Attraverso il passato
guardiamo il futuro. Se lo distruggiamo e lo ricostruiamo in modo fittizio non
resterà più niente. La bellezza di un oggetto deriva in buona misura dalla sua
patina. Più che la frattura tra antico e moderno, ciò che dà consistenza alla
nostra vita e la rende accettabile è la patina del tempo. La certezza che le
cose e i luoghi deperiscono serenamente. È questa una "decrescita"
estetica, un principio che vede nella caducità la traccia della loro
bellezza. Una volta le cose erano fatte per durare ed erano caduche. Quindi
veniva calcolata la loro deperibilità per farle diventare sempre più belle.
Oggi le cose si producono per essere effimere, e al tempo stesso si proteggono
con vernici e altre sostanze, perché sembrino eterne. Una città per avere
un'anima non deve essere perfettamente pulita. Devono rimanere le tracce di
quello che accade. Così i resti della nostra vita possono affiorare, come i
ricordi dagli angoli delle strade, dai cespugli, dai muri. La materia di cui
sono fatte le cose deve plasmarsi sull'aria che si respira, deve ricevere
l'ombra. La durata delle cose nel tempo non si può comperare. Il corpo va amato
per quello che è. La sua fossilizzazione, invece, rischia di tradirne
l'essenza, la cui forza è la caducità. Il motivo per cui ci attrae, ci eccita,
ci tiene con il fiato sospeso in tutti i suoi anfratti più segreti, il suo
odore, la sua superficie, il suo colore, è la sua consistenza che muta negli
anni e si adatta a noi e al mondo. Parole come design e lifting hanno un suono
sinistro. Dicono lo stesso. La plastificazione degli oggetti e dei corpi, il
loro luccicare senza vita, come i pesci lasciati a morire sulla riva. Tracciamo
un mondo che dovremmo indossare come una muta per aderirvi perfettamente e in
cui però i nostri movimenti diventano falsi e rallentati, chiusi in un cofano che
toglie il respiro. Corpi rimodellati che abitano e usano luoghi altrettanto
rimodellati. Il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le
opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e
fecondo. I musei, che sorgono sempre più numerosi in quest'epoca, sono divenuti
edifici-scultura. Vengono chiamati a progettarli gli architetti più accreditati
del momento, che inventano dei mausolei per la loro gloria, prima ancora di
sapere a cosa serviranno. In essi la gente non va tanto a vedere le esposizioni
o le opere presentate quanto i monumenti stessi. Gli allestimenti museali sono
un riassunto e uno specchio drammatico dell'epoca in cui viviamo. I vetri
antiproiettile, l'illuminazione da stadio o catacombale, i colori sordi e
luccicanti dei muri, il gigantismo insensato, le ricostruzioni senz'anima. Via
la polvere, via la patina, via l'ombra, via la carne di cui siamo fatti. Tutto
è asettico. Cancellando la mortalità della vita, il luogo diventa eternamente
morto. L'arte è mimesi della natura. La mima, la reinventa, la accompagna
fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era contrasto e nemmeno violenza.
L'abitare sulla terra era una convivenza armonica in cui l'uomo beneficiava
della natura, e questa traeva profitto e bellezza dalla presenza dei disegni
dell'uomo. Così nascevano i luoghi. L'occhio che guarda questi luoghi, luoghi
diroccati e abbandonati, immagina il loro passato, sente attraverso la pelle
consumata dal tempo l'anima che li avvolge. La patina, come la polvere, si
deposita sulle cose. Dà loro vita. Le inserisce nel tempo. Un tavolo, una
sedia, un bicchiere parlano del passato, delle mani che li hanno toccati,
attraverso la pelle del tempo che li avvolge a poco a poco. Le tracce del
passato si leggono tra le crepe dei muri, oltre l'umidità della pioggia e il
calore riarso del sole. Roberto
Peregalli, “I luoghi e la polvere,” Bompiani. Roberto Peregalli. Peregalli.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Peregalli” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Perniola: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Asti). Filosofo italiano. Studia la filosofia del meta-romanzo a Torino sotto PAREYSON. Incontra
VATTIMO ed ECO, che si è fatto tutti gli studiosi di spicco della scuola di
Pareyson. Allegato alla all'avanguardia dei situazionisti. Insegna a Salerno e Roma.
Collabora a agaragar, Clinamen, Estetica
Notizie. Fonda Agalma. Rivista di Studi Culturali e di Estetica. L'ampiezza,
l'intuizione e molti-affrontato i contributi della sua filosofia gli fa
guadagnare la reputazione di essere una delle figure più importanti del
panorama filosofico. Pubblica “Miracoli e traumi della Comunicazione”. Le sue attività ad ampio raggio coinvolti
formulare teorie filosofiche innovative, filosofare, l'estetica di
insegnamento, e conferenze. Si
concentra sulla filosofia del romanzo e la teoria della letteratura. Nel suo saggio
“Il meta-romanzo:, sostiene che il romanzo da James a Beckett ha un carattere
auto-referenziale. Inoltre, si afferma che il romanzo è soltanto su se stesso. Il
suo obiettivo e quello di dimostrare la dignità filosofica del meta-romanzo e
cercare di recuperare un grave espressione culturale. Montale gli loda per
questa critica originale del romanzo come genere filosofico. Però, non solo
hanno un'anima accademica ma anche una anima anti-accademica.. Quest'ultima è
esemplificato dalla sua attenzione all’espressioni alternativa e trasgressiva. Un
saggio importante appartenente a questa parte anti-accademico è “L'alienazione
artistica”, in cui attinge la filosofia marxista. Sostiene che l'alienazione
non è un fallimento di arte, ma piuttosto una condizione dell'esistenza stessa
dell'arte come categoria distintiva dell'attività umana. I situazionisti (Castelvecchi,
Roma) esemplifica il suo interesse per l'avanguardia. Dà conto dei
situazionisti e post-situazionisti nel quale è stato personalmente coinvolto.
Ha videnzia anche le caratteristiche contrastanti dei membri del movimento. In
“Agaragar” continua la critica post-situazionista della società capitalistica e
della borghesia. Saggio sul negativo” (Milano: Feltrinelli). – cf. Grice,
“Negation and privation”. Il negativo qui è concepito come il motore della
storia. Post-strutturalismo. Offre alcuni dei suoi contributi più
penetranti alla filosofia. In Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazioni
culturali sulla base di Heidegger e GRAMSCI, include un discorso teorico
sulla organizzazione sociale. Sostiene la possibilità di stabilire un rapporto
tra cultura e società nella civiltà. Come l'ex interrelazioni tra la metafisica
e la chiesa, la dialettica e lo stato, la scienza e professione sono state decostruito,
la filosofia e la cultura rappresentano un modo per superare il nichilismo e il
populismo che caratterizzano la società. Pensare rituale. La sessualità, la
morte, Mondo contiene sezioni sulla Società dei simulacri e Transiti. Venite si
va Dallo Stesso allo Stesso (Transiti. Come andare dalla stessa per lo stesso).
Teoria dei simulacri si occupa con la logica della seduzione. Anche se la
seduzione è vuoto, è comunque radicata in un contesto storico concreto.
Simulazione, tuttavia, fornisce immagini che sono valutati come tali
indipendentemente da quello che effettivamente implicano riferiscono. Una immagine
e una simulazione in che seducono e ancora fuori loro vuoto ha un effetto.
Illustra il ruolo di tale immagine in una vasta gamma di contesti culturali,
estetiche e sociali. La nozione di transito sembra essere più adatto per
catturare l’aspetto culturali della tecnologia che altera la societa..Transit
di oggivale a dire che vanno “dallo stesso allo stesso” evita di cadere nella
contrapposizione della dialettica che avrebbe precipitare pensare nella
mistificazione della metafisica”. Postumano include altri territori nella
sua ricerca filosofica. In Del Sentire -- indaga un modo di sentire che non ha
nulla a che vedere con i precedenti che hanno caratterizzato l'estetica. Sostiene
che sensologia ha assunto. Ciò richiede un universo emozionale im-personale,
caratterizzato da un’esperienza anonima, in cui tutto si rende come già sentito.
L'alternativa è quella di tornare indietro al mondo classico e, in particolare,
all’antica Roma. In “Il sex appeal dell'inorganico”, riunisce la filosofia e la
sessualità. La nostra sensibilità trasforma il rapporto tra una cosa e gl’esseri
umani. Sex si estende oltre l'atto e i corpo. Un tipo organico di sessualità
viene sostituita da una sessualità neutra, in-organica, arti-ficiale, indifferente
alla bellezza o forma. Esplora il ruolo dell'eros, il desiderio e la sessualità
nell’esperienza estetica e l'impatto della tecnologia. La sua è una linea che
apre prospettive sulla nostra realtà contemporanea. La caratteristica più
sorprendente è la sua di coniugare una rigorosa re-interpretazione della
tradizione filosofica con una meditazione sul “sexy”. Si rivolge aspetti
perturbanti come rapporto sessuale senza orgasmo, apice o qualsiasi rilascio della
tensione. Si occupa dell’orifizio e l’organio, e la forma di auto-abbandono che
vanno contro un modello comune di reciprocità erotica. Tuttavia, attingendo
alla tradizione critica trascendentale, sostiene anche che ogni coniuge e una cosa,
perché in costanza di matrimonio ogni affida il suo la sua intera persona
all'altra al fine di acquisire un diritto pieno su tutta la persona dell'altro.
In “L'arte e la sua ombra” popone
un'interpretazione alternativa dell'ombra che ha una lunga storia nella
filosofia. Nell'analisi dell'arte e del cinema, esplora come l'artisti sopravviveno
nonostante la comunicazione di massa e la riproduzione. Il senso dell'arte è da
ricercarsi in ombra creato, che è stato lasciato fuori
dallo stabilimento arte, comunicazione di massa, mercato e mass
media. La sua filosofia copre anche la storia di estetica e teoria estetica. Pubblica
“Enigmi -- Il momento egizio nella Società e nell'arte” in cui analizza l’altra
forma di sensibilità che si svolgono tra gl’uomini e le cose. La nostra società
vivendo un “momento egizio”, caratterizzato da un processo di rei-ficazione.
Come il prodotto di alta tecnologia assume sempre una proprietà organica, gl’uomini
si trasformano in cosi, nel senso che si vedeno deliberatamente come oggetti
sessuali. In L'estetica del Novecento fornisce un resoconto originale e la
critica alle principali teorie estetiche caratterizzato il secolo precedente. Traccia
le tendenze basate sulla vita, la forma, la conoscenza, l’azione, il sentimento
e la cultura. In Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione universale
la sensazione di Cattolica. La forma culturale di una religione universale),
sottolinea l'identità culturale del cattolico (kath’holou”), piuttosto che il
suo uno moralistico e dogmatico. Propone il cattolico senza l'orto-dosso e una
fede senza dogma che consente il cattolico ad essere percepito come un senso
universale di sentimento culturale. “Strategie del bello: estetica italiana” analizza
le principali teorie estetiche che ritraggono le trasformazioni avvenute in
Italia. Mette in luce il rapporto tra i tratti storici, politici e
antropologici radicati nella società italiana e il discorso critico sorto
intorno a loro. La conoscenza e la cultura sono concessa una posizione
privilegiata nella nostra società, e dovrebbero sfidare l'arroganza degli
stabilimento, l'insolenza degli editore, la volgarità dei mass media, e il
roguery plutocratico. La filosofia dei media. La sua ampia gamma di
interessi teorici includono la filosofia
dei media. In “Contro la Comunicazione” analizza l’origine, il meccanismo,
la dinamica della comunicazione e suo effetto degenerative. “Miracoli e traumi
della comunicazione” si occupa dell’effetto inquietante della comunicazione
concentrandosi sull’evento generative: una rivolta degli studenti, la
rivoluzione iraniana, la caduta del muro di Berlino, World Trade Center
attacco. Ognuno di questi episodi sono tutti trattati con sullo sfondo dell’effetto
miracoloso e traumatico in cui la comunicazione offusca la differenze tra il
reale e impossibile, cultura alta e cultura di massa, il declino delle
professione, il successo del populismo, il ruolo della dipendenza, le
ripercussioni di internet sulla cultura di oggi e la società, e, ultimo ma non
meno importante, il ruolo della valutazione in cui porno star sembrano aver
raggiunto i più alti ranghi del chi è chi grafici. In finzione, e l'autore del
romanzo Tiresia, che si ispira all'antico mito greco del profeta Tiresia, che è
stato trasformato in una donna. Altra narrativa è del Terrorismo come una delle
belle arti (al terrorismo come una delle Belle Arti. Altri saggi: “Il meta-romanzo” ( Milano, Silva); “Tiresia,
Milano, Silva); “L'alienazione artistica” (Milano, Mursia); “Bataille e il
negativo, Milano, Feltrinelli); “Philosophia sexualis” (Verona, Ombre Corte); “La
Società dei simulacra” Bologna, Cappelli); “DOPO Heidegger. Filosofia e
organizzazione della cultura” (Milano, Feltrinelli, Transiti. Venite si va
Dallo Stesso allo Stesso” (Bologna, Cappelli); “Estetica e politica” (Venezia,
Cluva); “Enigmi. Il momento Egizio Nella Società e nell'arte” (Genova, Costa
& Nolan); “Del Sentire, Torino, Einaudi); “Più che sacro, Più che profane”
(Milano, Mimesis); “Il sex appeal dell'inorganico” (Torino, Einaudi); “L'estetica
del Novecento, Bologna, Il Mulino); “Disgusti. Nuove Tendenze estetiche” (Milano,
Costa); “I situazionisti” (Roma, Castelvecchi); “L'arte e la SUA ombra” (Torino,
Einaudi); “Del Sentire cattolico. La forma culturale di Una religione
universale, Bologna, Mulino, “Contro la Comunicazione” – Grice: “This poses a
stupid puzzle, alla Sextus Empiricus, how can you argue against communication
without communicating? But Perniola is
using ‘comunicazione’ the way Italian philosophers use it: pompously! And with that I agree! ” -- Torino, Einaudi, Miracoli
e traumi della Comunicazione, Torino, Einaudi, "Strategie Del Bello.
Quarant'anni di estetica italiana, Agalma. Rivista di studi culturali e di
estetica, Strategie Del Bello: estetica italiana” (Milano, Mimesis); “Estetica:
Una visione globale” (Bologna); La Società dei simulacra” (Milano, Mimesis, Berlusconi
o il '68 Realizzato” (Milano, Mimesis); Estetica e politica (Milano, Mimesis);
“Da Berlusconi a Monti. Imperfetti Disaccordi, Milano, Mimesis); “L'avventura
situazionista. Storia critica dell'ultima avanguardia” (Milano, Mimesis); “L'arte
espansa” (Torino, Einaudi); Del Terrorismo Come una delle belle arti, Milano,
Mimesis, “Estetica Italiana Contemporanea, Milano, Bompiani,“Pensare rituale”;
“La sessualità, la morte, Mondo, l'umanità “Estetica: Verso una teoria di sentimento”“Di
volta in volta”, “La differenza del filosofica
Cultura italiana”,“Logica della Seduzione”, “Stili di post-politici”, differenziazione,
“Venusiano Charme”, “decoro e abito da sera”. G. Borradori, ed.,
Ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana. “Tra abbigliamento e nudità”, Zona “Al di là di postmodernità”, Differentia “La
bellezza è come un fulmine”, Moderna
Museet, “Riflessioni critiche”, “Enigmi di temperamento italiano”, Differentia,.
“Primordiale Graffiti”, Differentia, “Urban, più di urbana”, Topographie, ed in
Strata, Helsinki, “Emozione”, Galleria d'Arte del Castello di Rivoli, Milano,
Charta, “Verso visiva filosofia”, la 6a
Settimana; “Burri ed Estetica”, Burri” (Milano, Electa); “Stile, narrativa e
post-storia” Tema celeste, europea, “Un
estetico del Grand Style: Debord”, Sostanza, Arte tra il parassitismo e
l'ammirazione”, RES, “Sentire la
differenza, Estetica, Politica, Morte.
“La svolta culturale e sentimento” “il Ritual nel cattolicesimo”, Paragrana,
Ripubblicato come “La svolta culturale
nel cattolicesimo”, il dialogo. Annuario della filosofica ermeneutica, Ragione,
Strumenti di devozione. Le pratiche e gli oggetti di Religiois Pietà; “Ricordando Derrida”, sostanza, “La
giustapposizione”, Rivista Europea.”, Celant, e Dennison, L’arte, architettura,
cinema, performance, fotografia e video, Milano, Skira, “Cultural Turns in
Estetica e Anti-Estetica”, Guarda anche Estetica Anti-art Internazionale
Situazionista simulacro cyberpunk fetish abbigliamento filosofia italiana; La
filosofia del sesso; filosofia occidentale; La sessualità, la morte, mondo -- è il più utile e punto di partenza per P., Fondazione
desanctis Perniola Reading. Un introduzione". Pensare rituale. La
sessualità, la morte, Mondo. E. Montale, “Entra in scena il metaromanzo”. Il
Corriere della Sera, Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un introduzione".
Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Bredin "L'alienazione
artistica" di P., Inverno Verdicchio, “Leggere P. Reading. Un
introduzione". Pensare rituale. La sessualità, la morte, Mondo. Con
//notbored.org/ debord a.html
I situazionisti, Roma, Castelvecchi, “ Pensare rituale. La sessualità, la
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sessualità, la morte” (Mondo). Verdicchio in, pensiero rituale. La sessualità,
la morte, Mondo. Sulla influenza della nozione di simulacri vedere Robert
Burch. “Il simulacro della Morte: P. al di là di Heidegger e la metafisica?” Sentire
la differenza, Extreme Beauty. Estetica, Politica, Morte. Stati di emergenza.
Le colture di Rivolta in Italia. Verso, Per ulteriori interpretazioni del
concetto di transito vedere White, "la differenza italiana e la politica
della cultura", Ricodifica. La filosofia Nuova italiana. Catalogo Einaudi
di Francoforte Fiera del Libro, Verdicchio, Thinking Ritual. La sessualità, la
morte, Mondo. catalogo IAPL, Siracusa. La Teoria Pinocchio, P., il sex appeal del
inorganica, Londra-New York, Continuum, Sulla ricezione della teoria di
Perniola in inglese vedi Shaviro, “il sex appeal della inorganica”, La Teoria
Pinocchio,//shaviro.com/Blog/ Farris Wahbeh, Critica d'arte, Filosofie del desiderio nel mondo
contemporaneo”, in Filosofia Radical (Londra), Anna Camaiti Hostert sexy cose,//altx.com/ebr/ebr6/6cam;
intervista tra Contardi e P. psychomedia/jep/number3-4/contpern
Prefazione di Per l'influenza di arte e la sua ombra v. Wahbeh, Recensione di
“arte e la sua ombra” e “il sex appeal della inorganica”, The Journal of
Aesthetics e Critica d'arte, Sinnerbrink,
“Cinema e la sua ombra: di P. l’arte e
la sua ombra”, Filosofia Film, film-philosophy /sinnerbrink Verdicchio,
Thinking Ritual. La sessualità, la morte, Mondo. Con una prefazione di
Silverman, tradotto da Massimo Verdicchio, Sulla ricezione di Enigmi. Il
momento egiziana nella società e Arte vedere; “Retorica postmoderno ed Estetica” in
“Postmodernismo", la Stanford Encyclopedia of Philosophy, Zalta, post modernismo “La svolta culturale del cattolicesimo”.
Laugerud, Henning, Skinnebach, Katrine. Gli strumenti di devozione. Le pratiche
e oggetti di pietà religiosa. Aarhus ulteriore lettura Giovanna Borradori,
ricodifica METAFISICA. La filosofia Nuova italiana, il simulacro della Morte: P.
al di là di Heidegger e la metafisica?, Nel sentire la differenza, Estetica, Politica,
Morte, New York-London, Continuum, Carrera, revisione a Disgusti, in Canada
Rassegna di letteratura comparata, Filosofie del desiderio nel mondo moderno,
in stati di emergenza: Culture di rivolta in Italia,la differenza italiana e la
politica della cultura, in Laurea Facoltà di Filosofia, Farris Wahbeh, Rassegna
di Arte e la sua ombra e il sex appeal della Inorganica, in The Journal of
Aesthetics e Critica d'arte, O' Brian, L'arte è sempre scivoloso, il valore dei
valori sospensione, in Neohelicon, Civiltà,
Dell'Arti Giorgio, Parrini, “Catalogo dei viventi italiani” (Notevoli, Venezia);
Roller, simulazione, una conversazione tra Contardi e P. psychomedia/ jep/number3-4/contpern
Recensione di “La sessualità, la morte, World” sirreadalot.org/religion/ religion/ritualR.
Recensione di Sinnerbrink di “arte e la sua ombra” /film-philosophy il rilascio
Il corpo dell'immagine /italiaoggi.com.br/not12/ ital_ ed Estetica (//agalmaweb./ ) Blog su “Feeling Thing” (in
italiano) (//cosachesente. splinder). Mario Perniola. Perniola Keywords:
‘seduzione’ ‘le strategie del bello’ ‘altre il desiderio e il piacere’ sesso,
sessuale, psychologia del sesso, Perniola’s misuse of ‘sesso’, eros. -– Luigi
Speranza, “Grice e Perniola” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Perone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo italiano.
Grice: “While Perone can be a pessimist, I
think the party is NEVER over!” Grice: “I especially appreciate two things in
the philosophy of Perone: his emphasis on the the intersection between modality
and temporality: ‘the possible present’ – vis-à-vis memory – a theme in my
“Personal identity” and also the implicature: what is actual is also possible”
– AND his idea of an ‘interruption,’ which I take it to the rational flow of
conversation!” Speranza, “The feast of conversational reason,” “The feast of
reason and the bowl of soul” -- important Italian philosopher. Studia a Torino sotto PAREYSON (si
veda). Studia la filosofia della liberta. Insegna a Roma e Torino. Si dedica alla filosofia ermeneutica. La politica è
l’invenzione dell’ordine che con-tempera il “per me” e il “per tutti”. Studia
la morale creativa, capace di forzare l’etica oltre se stessa, verso una
normatività più inclusiva. la secolarizzazione;
Una
metafora ha ispirato l'intero percorso di pensiero di Perone, quella della
lotta di un uomo, Giacobbe, con il divino, l'Angelo (Genesi). Nella
notte del deserto, uno straniero interrompe la sua solitudine e combatte con
lui in una battaglia che non ha vincitore. All’alba scopre di essere stato
ferito dall'angelo. La ferita significa anche la
benedizione e un nuove nome: Giacobbe, che ha combattuto con Dio e non è stato
ucciso, d'ora innanzi si chiama “Israele”. Il racconto è la cifra dell'estrema tensione
che sussiste tra il finito e l'infinito, tra il penultimo e l'ultimo, tra i
singoli significati e il senso complessivo. La filosofia ha un'obbligazione di
fedeltà al finito che la conduce a non rinnegare mai le condizioni storiche del
pensiero, ma anche a non rinunciare alla sua vocazione a trascenderle con
l'ascolto del non immediato, il lavoro e la fatica. Riconosciuto il moderno come
condizione, il pensiero non può illudersi di potersi semplicemente installare
nell'essere o nel senso, come se tra finito e infinito non si fosse consumata
una cesura. E tuttavia, ugualmente inopportuno e un
appiattimento sui semplici significati storici, dimentico dell'appello
dell'essere. La necessaria protezione del finito
(peiron) (protezione del finito anche nei confronti dell'essere, che in qualche
modo va sfidato, perché è coi forti che è necessario essere forti) non significare l'eliminazione di nessuno dei due
contendenti. Sulla soglia tra finite
(peiron) e infinito (a-peiron), tra storia e ontologia, si realizza una
mediazione, che non implica il superamento della distanza, ma la sua
conservazione. Al fine di preservare la doppia eccedenza del finito (peiron) sull'infinito
(a-peiron) e di questo su quello, è sbagliato cancellare la distanza tra essi,
sia trasformandola in identità alla Velia, sia indebolendola fino a un punto
d'in-differenza. Così, è vero, per esempio, che la memoria non conserva
che questo o quello frammento, né può pretendere di ricordare direttamente
l'intero (la totalita – cf. Grice ‘total temporary state’). Ma è altrettanto vero che questo o quello frammento
non va abbandonato a una deriva nichilistica, perché nel frammento – che la
memoria ricorda – non è un semplice istante, ma appunto l'essenziale (di una
vita, di una storia…) a dover essere ricordato. La filosofia resta ossessionata
dal tutto (cf. Grice’s ‘total temporary state’), ma questo tutto non ha
l'estensione della totalità, ma l'intensione di un frammento in cui ne va dell'intero,
il totto. Peiron ed apeiron, Modernità e memoria, Storia e ontologia: si tratta
di *dire* sempre insieme due cose, due poli opposti, secondo una dialettica
dell'et-et, dell'indugio e dell'anticipazione. Il finito, la parte -- il soggetto, il
presente, il sentimento -- e analizzato come una “soglia”, come un luogo che
non puo nemmeno essere vissuto senza la memoria dell'altro polo. Come nel caso
di Giacobbe/Israele, la ferita finite, parziale, e un luoo che porta la ferita
inferta loro dall’altro polo -- l’infinito, il tutto -- come una
benedizione. Elabora la filosofia ermeneuticamente, a partire da uno
studio in profondità – spesso svolto contro-corrente, Parte integrante della sua ricerca filosofica è altresì un
confronto continuo con Guardini. Altri saggi: Esperienza divina” (Mursia,
Milano); “Storia e ontologia” (Studium, Roma); “La totalità interrotta” (Mursia, Milano); “La memoria” (Sei, Torino);
“La lotta dell’angelo e il demonio” (SEI, Torino); “Le passioni del finite” (EDB,
Bologna); “Il gusto per l’antico” (Rosenberg, Torino); “Nonostante i soggetti” (Rosenberg, Torino);
“Il presente possible” (Guida, Napoli); “Sentimento vero” (Napoli, Guida); “Sentimento”
(Cittadella, Assisi); ” “Umano e divino” (Queriniana, Brescia); “Il racconto
della filosofia. Breve storia della filosofia, Queriniana, Brescia); Un tema
che è diventato predominante nella produzione più recente è la riflessione
etico-politica. Tra le sue pubblicazioni sul tema si ricordano: “Lo sspazio
pubblico” (Mulino, Bologna); “Identità, differenza, conflitto” (Mimesis, Milano);
“Secolarizzare” (Mursia, Milano). Givone, I sentieri della filosofia, Torino. Una
cospicua parte della sua produzione di si concentra sul finite e sul rapporto
tra filosofia e narrazione. Anche il tempo e la memoria: “Il tempo della
memoria” Mursia, Milano); “Memoria, tempo e storia; Il tempo della memoria, Marietti,
Genova); “Il rischio del presente”; “L'acuto del presente: una poetica” (Orso,
Alessandria); “Ateismo”; “Futuro”; “Memoria, Passato, Pensiero, Presente,
Riflessione, Silenzio, Tempo. Curato
e introdotto presso Rosenberg la scuola di formazione filosofica: “Dialogo con
l'amore”; “Metafisica”; “Dare ragioni”; “Coscienza, linguaggio, società” “Un'antropologia
della modernità”; Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia
dell'Occidente,; Estraneo, straniero, straordinario. Saggi di fenomenologia responsive;
“Valori, società, religione”. Vii fa esplicito riferimento, tra l'altro, in
Modernità e Memoria, L'Angelo – cioè l'IN-finito, ma più in generale l'oggetto,
il mondo – non è un limite che i soggetti poneno a se stessi, ma una barriera
che loro è posta e che, dunque, non si lascia ultimamente inglobare dal soggetti,
per quanto potente loro siano. Ai limiti estremi dell’estensione e la ptenza, i
soggetti incontrano la resistenza testarda del mondo e misurano così la propria
im-potenza di in-finito. Questa lotta scontro con la barriera lascia nei soggetti
una ferita che appartiene per sempre all'identità delle sue coscienze. L'angelo
può quindi essere definito quella misteriosa ulteriorità contro cui il finito
urta Il tema della tensione tra cielo e terra è centrale. Come dimenticare che la
teologia è forse l'unica rama della filosofia che osato vedere nella tensione
tra l’uomo e il divino non una tentazione, ma un guadagno tanto per il cielo
quanto per la terra? E attiva
un'originalissima interpretazione del rapporto tra il segnato e il senso. Con ‘segnato’
intendo una cristallizzazione storica di una scelta determinata, avente in sé
una ragione sufficiente. Con ‘senso’ intendo una direzione capace di UNI-ficare
una MOLTE-plicità in sé dispersa fra il segnato S1, il segnato S2, … il segnato
Sn, in modo da costituir il segnato come un progetto e un'interpretazione della
realtà. La definizione del gusto per l’antico come tempo della cesura risale in
“La totalità interrotta”. Il tema è ripreso proprio in apertura di Modernità e
Memoria, dove individua nella modernità l'epoca della cesura. Il moderno è
dunque chiamato a essere il tempo della memoria. La memoria è sempre memoria
della cesura. L’uso della categoria d’illuminismo non simpatizza per quella
interpretazione del moderno, dimentiche della tensione. Semplicemente pone l'umano
in luogo del divino come fonte di legittimazione -- puntando tutto sul continuio,
anziché sul dis-continuo della storia. Per un approfondimento a tutto tondo del
significato dell'ateismo, contro l'essere, ciò che è forte, è lecito essere
forti, perché la minaccia non lo vince, ma lo lascia stagliarsi in tutta la sua
maestà e incommensurabile grandezza. Per una trattazione sistematica del
concetto di "soglia”, che svolge con particolare attenzione cfr. Il
presente possibile -- il presente come soglia.
Se una totalità è interrotta, non possiamo ricordare se non frammenti, e
quasi istantanee del tempo. Tuttavia, se la memoria afferra brandelli e
frammenti, è perché in essi vi legge il tutto, perché li pensa capaci di dar *senso*
e di riscattare, perché in essi vi scorge l'essenziale. La memoria sa che non
tutto può essere salvato. Ma osiamo credere che nella memoria salvata vi possa
essere un senso anche per ciò che è andato perduto. Nel rivalutare la funzione
dell'indugio osserva che perlopiù la filosofia non ha seguito la strada
dell'indugio e del rinvio, puntando invece sulla funzione anticipative. Particolare
rilievo riveste a questo proposito la distinzione che traccia tra spazio
pubblico e spazio comune. Individua anzi
come rischio immanente della democrazia» il ri-assorbimento dello spazio pubblico
entro la semplice logica dello spazio comune. Lo spazio pubblico si espone al
rischio di un inglobamento nello spazio comune. Guglielminetti, ed.,
Interruzioni. il melangolo, Genova. theologie. hu-berlin.de/de/ guardini/ mitarbeiter/
li, su theologie. hu-berlin.de.vips/ ugo.perone, su sdaff. lett.unipmn/ docenti/perone/,
su lett.unipmn oportet idealismo su spazio filosofico. spazio
filosofico/ numero-05//il-pudore/#more-2052, su spaziofilosofico. Ugo Perone. Perone.
Keywords: implicature, peiron/apeiron, Velia, Grice on ‘other’; finito/ infinito,
Velia, Elea, I veliani, Guardini. Total temporary state, Israele, etimologia,
la ferita di Giaccobe dopo la lotta coll’angelo, nella Vulgata. Israele, la
lotta di Giacobbe e il angelo, la ferita, Giacobbe zoppo, iconografia,
controversia sull’etimologia di israele, ei combatte, la tradizione di VELIA,
l’infinito di Velia – il continuo e il discontinuo, l’infinito della scuola di
Crotone, Cicerone, l’infinito di Giordano Bruno. Infinitum, indefinititum, dal
verbo, finire, finio in romano, -- I due rappresentanti della scuola di Velia,
Melisso, peras, pars. Guardini, il sacro, il divino, I dei, uomo e dio,
opposizione, -- la storia della filosofia di Perone, il presente possible, la
totalita interrota, I soggeti, trascendentale e immanente. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Perone," per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Grice
e Persio: la ragione conversazionale e la filosofia nel principato di Nerone –
TREASEA CONTRO LA TIRANNIA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). He is best known as a satirical poet,
but he studies philosophy under Luccio Anneo Cornuto, to whom he wrote a
tribute and to whom he leaves his works on his death. A strong belief in the
value of the ethics of the PORTICO lies beneath much of his satire. He is a
friend of Trasea Peto (vide RENSI – TRASEA CONTRO LA TIRANNIA), and is related
to him by marriage. Through this connection, Persio becomes associated with the
PORTICO opposition to Nerone – but he dies before Nerone can take action
against him. Ed. Broad, Loeb. Flacco
Aulo Persio
Grice
e Persio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia
della dialettica – CICERONE – BOEZIO – TELESIO -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Matera). Filosofo
italiano. Dei lincei. Studia a Napoli. Conosce TELESIO di cui diventa
discepolo, e scrive diverse saggi a difesa e chiarimento: “De naturalibus rebus”
(Venezia, Valgrisio). Pubblica il “Trattato dell'ingegno dell'uomo” (Venezia,
Manuzio) in cui riprendeva la teoria di TELESIO di uno “spirito” come principio,
movimento, vita, e intelligenza. A Roma conosce CAMPANELLA (si veda) e GALILEI
(si veda) e pubblica “Del bever caldo costumato dagl’antichi romani” (Venezia,
Ciotti) in cui riprende diverse idee già trattate in precedenza riguardo allo
spirito e ai consigli per la sua conservazione. Altri saggi: “Digestum vetus, seu Pandectarum iuris civilis:
commentarijs Accursii praecipua autem philosophicae illustrates cum pandectis
florentini” (Venezia, Franceschi); “Novarum
positionum in rethoricis dialecticis ethicis iure civili iure pontificio
physicis triduo habitae” (Venezia, Sambeni).
“De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris” (Roma, Mascardo).
Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Dizionario di filosofia, Roma.
la dialettica di Telesio -- Campanella -- Gailei -- contro CICERONE (si
veda) – contro BOEZIO (si veda) – LIZIO -- vitium itium dialecticum, point Aristoteles.
PRO POSITIONES DIALECTICA FACVLTATE. I Dialectices artis magistros primos requiramus.
Non Aristotelem profecto fuisse cenfendum est. Sed multò antea, quun plurimos ex
stitiffe, mania i testantibus. Sed ne referas ad tam antiquos: neges etiam, Pythagora
eos fuisse logicos quod tamen falsumn, inde deprehenditur, cum mathematicis artibus;
quae sine logice tractari non possant. Itta accuratem sstuduerint Zeno tamen Eleates
[Velia, velino], ex Platone et Laertio, inventor efficitur quod et ad Parmenidem
nostrum I Dehip. Et Plar. plac.li.
gularis fuit, non infophifticis de arte ipla contentionibus, sed in explicatione
historiarum, incaricorum, Lucanum Galenus extendit. Clinomachus Thurius; noster
coterraneus primus deaxio DIALECTICIS IN METAPHORAM enumerar Aristoteles intervitia
dialectica. Grammaticum est et grammaticae syntaxeos vitium festum est; uel cum Platone Prometheum, velim
ci deorum interpretem existimabimus, quem in sacris litteris noeum docti existimant;
vel cum aliquot doctis, Mofis sacrum illum sacerdotisor natum, et vestitum ex hodiex
pressum. Itaque Logices exercitatio apud hebraeorum liberostin et epoëi natum compositione,
inque aenigmatum enodatione, doctis viris at matis seu enunciatis conscripsit si
Laërtio credimus quod si berum est, principi doctrine huiusci philosopho debeatur;
qua odeindecranslarakc ab Aristotele. In
libru “De interpretatione” Non ita que Democritum Dialectices inventionis dispositioni
SIGNARUM ut nec Protagora n elenchorum jutex Platorum et Peripateticorum sectae
manarunt. Dialecticen igitur, facultatem, seu virtutem bene differendi tenemus,
hocest disputandi, disceptandi ratiocinandi. Quotiesita que ratione utimur, toties
dialectico munere diendique ita Logicen hanc, esse facultatem, omnia disputandi,
intelligendique Recte itaque Aristoteles, omnes IDIOTAS quod ammodo uti
Dialectice, confirmauit. Duplex itaque; quin immo haec, uel utiilius magistra, cólatuitur;
cum omnis disciplinae principium sit experientia, ob item ne patet; principem
negare possumus. Quinneque
Platonem ipsum cum Socrate a dialectices perfectae cognitiones secludimus; de cuius
schola academico fungimur. Naturalis ergo logice facultas. Utenim visus et auditus
facultas est naturalis, videndi, au Standis, vel uti prudentia quaeda in
communis omnibus artificibus, quicum differunt, non sua quadam et propria, sed communi
dialecticorum facultate differunt. Si, ut ait Aristoteles, finisa discipline a habetur,
quando prac statur quod attisuiribu s continetur, dialectices finis erit, be a
ne differere. Subiecum uerum dialectices ponimus res omnes. Quod vel Aristotele
teste confirinamus. Quid etiam fi. Non ens, subiectum dialectices ponamus et iudicium.
Quas Adrastus Simplicii testimonio, peripateticus nobilissimus adprobauit, ad aures
fuisse Aristotelis. A servatio et inductio dialectice itaque communis oinnibus rebus.
Ratione tra: ut omnino quid libet seu verum seu falsum quid tractari, ac ratione
disputari et explicari possit. Dialectices
uerum partes duas esse tenemus, inventionem, licet, necessarium, verisimile, captiosum
dari potest; non obid enunciate logice partim necessaria, partim verisimilis, partim
capsiofa esse debet. Sed tota necessaria. “Genus” illud verem esse dicimus, totum
partibus essentiale. Unde hominem genus esse Catonis et Ciceronis. Catonem verum
et Ciceronem *speciem* esse hominis. Cum verum satius putemus; veri et propria
sermonis usum aiuris consultis et rei publicae principibus, quam a scholis in
ertium philosophorum petere; melius quae duo individua, vulgò dicunt et unam speciem
n, ili duas species et unumge nus dixisse videri debent. Sed sideri debunt consultos,
non ridebunt Platonem [ACCADEMIA] ne que Aristotelem [LIZIO], terse comparationes
intelligi. Genus item et speciem
ad locum de toto et partibus rectem ablegamus. Categorias etiani ad inventionem dialecticam sternere
viam, melius est ut concludamus. Paronyma ad coniugatare verti debere aestimamus.
Locum ad numeramus in subiectis et tempus in adiun rum referamus. Animi sensum,
aet intelligentiam, rerum similitudine mer itemque Cicero [CICERONE] e
Quinctilianus. Quam vis itaqueo pusali quod artis huius g enuntiatum scia. Differentiam,
quam Porphyrius declarare ad grediebatur. Vel ad formam et causam vel ad comparatorum locum et
ad inventionem rectius asscriberem. Accidentium nominee e rectius facta adiuncta
et rerum in ctis. Quae verum cum aliquo conferantur, ad speciem opposito: seu oluit
Aristoteles. Quae verum sint in voce, NOTAS ET SIGNA en forum mentis esse: utea,
quae scribuntur, eorum, quae fintin Puoc
essensa ila apud omnes eadem esse, SYMBOLA a et ligris non s cadem, deprehendamus. Quo sit ut dialectices
et grammatices lata differentia nis mentionem, sed syllogismi genesin et analysin, tribuster minis et PROPOSITIONIBUS conclusit et terminavit non enim AD EXTERNUM SERMONEM dirigi
voluit, sed ad internum. “Aliquis homo currit”. “Aliquis homo non currit”, nullum
cum sub-alternae dicuntur. Multum iustiore ratione collantur. Quiai: tem esse tenemus.
Ex causis itaque necessariis futurum necessarium, ex liberis liberum, ex physicis
physicum esse cue syllogismis maximem necessariam putamus. Quod et Graeci Aristotelis
interpretes profitentur, inventionem illam Theophrasti et Eudemi propriam ess. Cui et BOETHIUS desu omulta addidisse etiam, testatur;
sed utrum o m átio absolute vera; sit etiam necessaria, cami et si IN PARTIBUS
SERMO consistere. Rectem igitur in analyticis
nullam Aristoteles interpretatio sunt ambae affirmantes vel ambae negantes. Quales
sunt antecedentes causae, talem eventus veritamur. Nos logicen compositorum
enunciatorum et per se, et in 6. Nia rectem, alias dictum. Datur igitur enuntiatum,
compositum, eeu CONIUNCTUM, praeter simplex. Quod multas sententias coniunctas habet.
Cuius et sunt suae species, ar COPULTATUM difiunctum, con nexum et elatum et
cetera. Accamen in DISIUNCTIONE illud tenemus, ut
omnis disi un paratim nulla sit necessitasi. Nam difiunctionis necessitate penderee
partium non ucie ritate, sed dissentione, palam est contineatur, cum illatota sit
animi, eadémque apud omnes gea tes. Haectota SYMBOLICA in voce. Logice ita que sine
SYMBOLIS INTERPRETATIONIS potest in ani tradictionis nomen meretur. “Homo albus
est.” “Homo non albus est”, tantundem. “Omnis homo albus est”, s vidam homo albus et contra.
Quae praenotionem duplicem esse dicimus, verborum alteram, dum concluderetur ab
antecedente, Quid si hoc idein dixerit Aristoteles. Rerum autem praecognitiones,
et anticipationes genera sit. Definitiones et partitiones este principia omnium
ferèar, tium, uel in desumptas quasdam maximas. Principia uerum non tantum priùs nota, sed esse notiora,
ait, Aristoteles; immo verò ita clara, ut contraria quoque in de rerum verum
alteram. Et verborum illam
dicimus, quae in omnibus definitionis, requiritur. Rerum verum, quae debet esse
in definitione ad explicanberent. Immo eandem de terminis mediis et extremis ut consta hil explicaret. Itaque syllogismi
maior et minor hanc praenotionen habes et universales esse, unde speciales illis
comparatae ptotimus concipiantur et concludantur. At verum id praecipuè in
INFORMATIONE artis integra cue rifli mum esse putamus, ut a generalibus ad specialia
progresia unde modi per ee emanant. Et primum illum tenemus, quando attributum est
in essen et definitis totius et partium. Demonstrationis et demonstratii omnisque
Explicationis et eiuste rminorum vocabuli somnino dum quod definitur in
distributione ad explieta dum quod distribuitur, in demonstratione et qua vis expositione
ad demonstrandum et ad exponendum quod quaeritur. Alioquini ret essere sis SIGNIFICATAS. Conclusio ergo,
et problema, quod concluderetur, hang duplicem haberet praecognitionem Non: acciperet
aucem siant manifestissima. Cum autem quae in scientia sunt, per se finto portet,
sit, cum quid alicui aderit vel simpliciter vel quod amodoerit: cia
tiasubie et i, et ineius definitione ad hibetur. mus definitioni: quod uel
exempla Aristotelem .palàm faciunt. Accedit QUARTUS MODU. Per se in est quòd causa
sit certa et non fortuita generalis ergo hic modus per se, quotiessci licet causa
e de suis effectibus dicuntur. PROPRIORUM ACCIDENTIUM eritne ullus. Tertius hic enim modus affections
et accidentia cognata quod ammovo sensu, Aristotelis contextum declaratum iri.
Omnes itaque modos per se ab Aristotelem retinerit enemus nec ab iici duos
reliquos. Unde fit, ut consequentes artes antecedentibus subalternae sint, ubi aliquid
docent, superiorum decretis explitionis uel inueniendae, uel iudicandae. Omnem
disciplinam fieri autper demonstrationem, aut firmauit. Ac per definitionem et distributionem,
accuratiorem sci entiam confici, quam per demonstrationem, tenemus. Quare non sequitur, Scio ex causa, propter quam res est
quonia milius est causa. Nec aliter habere potest. ergo, Scio steriorum, e Platone
ferem sumpta es e qui v is animaduerterepoterit. Plato enim ad instituendas artes, definitionem et
distributionem proposuit. Syllogistica e demonstrationis, qualem Aristoteles cominentus
est, non meminit. Tunc enimartes bene
disputare, docere, demonstrare po secundus modus per se est primo contrarius.
Per se est quod est in essentia et definitione attribute qui inodus distribution
generis in species, aut differentias conuenit, ut pri 17 cabile. Ergo sic dialectice
omnes sub-alternaes intin genererat: per definitionem, concedimus quod et
Aristoteles rectem con per syllogisticam demonstrationem. De definitione uerò tam
multa, quae differuntur in lib. Po do complectitur. At quo pacto ex Aristotelis
littera Ex diffentaneo. Ideoque no terit Son3 terit quis, cum logicam
inventioneimn ipsarum natura, qua litateque tota, ex causis, effectis, subiectis,
adiunctis, ceterisque. Quirendam, recte fortassis affirmet Aristototele, tamen
illud falsum, quod ad percipiendam hanc disciplinam de moribus praecepit, ut paedia
in auditore praecedat. Quod autem ne adolescentes quidem percipiendis moribus esse
idoneos voluit Aristoteles. Falso. Certem pueros quos damui dimus divinitate quad
ammen ti, confirmarunt. Quae non protinus quid rectum, prauúinque sit; discar.
Quincum Chrysippo putarunt et ante trienniumil tis praeditos, ut in quibusdam,
multorum virorum iudicia ex E los 1 argumentis per videnda. Cum dispositionem, in
eadem vel uel syllogistico conclusionis iudicio a e vortino enunciati tandem
ordinanda, ab ini stimanda et iudicanda, universatio per media ad extrema exercuerit.
Et hoc pacto NOSTER
TELESIUS est progressus in sua philosophia conscribenda. Antonio Persio. Persio. Keywords: implicature, dialecticis, Telesio,
Campanella, spirito come vita, animo come aria, Cicerone, Catone, Boezio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Persio,” per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria.
Grice e Pessina: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Napoli). Filosofo
italiano. Studia a Napoli sotto
GALLUPPI. Cura la sua storia della filosofia. Di idee liberali, prende parte ai
moti. Pubblica un saggio sulla costituzione italiana che gli procura la
persecuzione della polizia e il carcere. Recluso nell’isola di S. Stefano,
sposa la figlia di Settembrini. Fugge dal regno, insegna a Bologna. Fonda “Il
Filangieri”. Dei Lincei. Muore nella suo
palazzo in via del Museo, strada che prese in seguito il suo nome: Anche il
palazzo dove visse. Aula a lui intitolata.
A lui è dedicato un busto alla passeggiata del Pincio. Saggi “Che cosa e
il diritto private?” (Napoli: Poligrafico); “Procedura del diritto (Napoli, Jovene);
“Il naturale e il giuridico – alla regia di Napoli” (Napoli, Accademia Reale
delle Scienze); Il piu privati dei diritti (Napoli, Marghieri, Diritto e
privacita (Napoli, Marghieri); Il privato del diritto (Napoli, Marghieri); Che
e private nel diritto privato? (Napoli: Marghieri); “Il diritto privato” (Napoli:
Priore); “Storia della filosofia” (Milano: Silvestri); Treccani Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. La scuola italica venne fondata da Pitagora che crea
una filosofia matematica a CROTONE e TARANTO. L’anima, secondo Pitagora, è un numero
che si muove. L'armonia dell'anima, o la sua rassomiglianza col divino
costituisce la virtù; e la giustizia è l'equa retribuzione. La scuola di VELIA
svolge pienamente l'idealismo dei Crotonesi; e la varietà, non negata da
Pitagora, esclusivamente affermata dalla scuola gionica, venne assorbita
dell'unità da Senofane, trascurata interamente da Parmenide – VELINO (si veda)
-- , e negata da Zenone – VELIA (si veda) --, il velino. Empedocle di GIRGENTI (si
veda) ed Anassagora seguirono l'eclettismo, ma il primo fu più proclive alla setta
dei crotonesi, ed il secondo alla scuola gionica. La scessi ha a fautori i
sofisti I quali sorgeano da tutte le scuole. GORGIA di di Lontino o LIONZO (si
veda), discepolo di Empedocle di GIRGENTI (si veda), è sofista, e tale era
benanche Protagora, discepolo di Democrito. Ma questi non pensano che a sedurre
il popolo colle loro vane disputazioni e colla loro effeminata eloquenza. Nulla
possiamo dire della filosofia appo i romani perocchè essi, rivolgendo il
pensiero alle cose pubbliche, non poteano ri-concentrarsi nella severa
meditazione filosofica. Epperò, anche quando la filosofia del dritto e la giurisprudenza
fiorirono del romano impero, i giureconsulti non fanno che freddamente seguire
ora la filosofia dell’orto o del portico. E se alcuno ci obbiettasse le opere
di CICERONE, di Senеса, o di PLINIO, risponderemmo che questi filosofi saranno
sempre degni di venerazione de’ filosofi, ma che non fondarono alcun sistema NUOVO.
Neander, origine e sviluppamento de’ principali sistemi gnostici. Walsch de
gnosticorum systematis fonte Lewald de doctrina gnosticorum. Olearii, De philos.
eclectica. stitui. D. Italia. Anco in Italia ebbe il sensualismo
degl’adetti. Ma in alcuni è originale, in altri una imitazione di Locke, di
Gassendi, e di Condillac. Fra’primi possiamo annoverare ZANOLLI, MURATORI,
BIANCHI, e VERRI. Il primo di questi,
7 2 be spazio è la relazione di due 'corpi di stanti l'uno dall'altro , che il
tempo è la successione o consistenza per gli es seri creati , e che la felicità
rattrovasi la scessi, tenta formare i principii più stabili dell'umana
credenza, assegna la sola probabilità alle idee morali, e riconosce che i sensi
ci fanno aperti i fenomeni esteroi ed il loro ordine successivo, ma non la
natura della causa. Kirwan sostenne che non possono aver luogo gl’esseri senza
una causa, che lo nello stato di piacere assoluto non-misto a veruna pena. Da
ultimo, Young, dettando un trattato sulla forza della testimonianza, la
rinchiuse ne’ confini della probabilità, e sostenne che essa è capace di un
convincimento superiore ad ogni altra esperienza, tentando la spiegazione di
molti fenomeni intellettuali colla dottrina sulla forza attrattiva delle idee,
dimostra che tutte le umane azioni si rifondono in semplici probabilità. MURATORI,
che è il solo curato fra’ filosofi ed il solo filosofo fra’ curati, indagando
le forze dell'umano intendimento, confuta la scessi mediante una morale
poggiata su’ principii della ragione e dell'amor proprio – cf. Grice,
SELF-LOVE, OTHER-LOVE. BIANCHI fa dipendere il piacere dalla cessazione del
dolore.VERRI vuole che si fosse a’ suoi tempi effettuata la dottrina del
sentimento o del senso morale. Fra’ secondi, BALDINOTTI nega che si puo discoprire
le essenze delle cose co’sensi o colla riflessione ed ammise il principio che
ogni nostra cognizione debb'esser di fatto. Lo studio di Locke, dopo l'opera di
BALDINOTTI attira in Italia molti proseliti, fra'quali possiam nominare a
cagion di onore SARTI, PAVESI, TETTONI, CAPOCASALE, e BRIGANTI. Iovano molti filosofi,
arversi per fede a’principii del Lockianismo, cercarono bandirlo; egli vi
avea radicato i suoi profondi germi che si estesero insino all’aurora del
secolo presente. Fra suoi seguaci si distinsero SOAVE, TOMASO, e VALDASTRI.
SOAVE, seguendo il sistema di Locke sulle idee acquisite, riguarda l'idea come
l'immagine degl’obbietti e fonda la certezza sulle tre evidenze di Condillac. VALDASTRI
fa derivare dalla sensibilità tutte le nostre idee, trasse il criterio del vero
dal senso intimo e sostenne nulla esservi di vero in meta-fisica se non fondato
sulla economia del nostro essere. An co Rezzonico, Corniani e Prandi danno
opera alla propagazione del condillachismo. Ma gl’italiani, benchè sensualisti,
non si nabissano nelle funeste conseguenze del materialismo francese, perocchè
risenteno ancora l'influenza della vera e sapa filosofia, la quale mai è, che si
scompagni dalle verità che crediamo DIVINA. C. Italia. Giovenale, Magneni,
Rufini, e Miceli segueno l'idealismo ed hanno a scopo comune quello di
determinare l'ideale principio costitutivo delle cose. Ma Pino da a luce la sua
proto-logia che, quantunque tenuta in dispregio da’ sensualisti, pure non
lascia di onorare l'autore e la patria di lui. Questo saggio venne diretto ad
indagare il primo della verità de' principii e delle scienze, l'uno che in se
racchiude il principio delle scienze tutte. Egli con prove ingegnose e con
sottili ragionamenti dimostra che le parole non ànno il primo senso nelle umane
convenzioni, che esiste un primo, causa ed origine dell'umana intelligenza, che
il primo principio della ragione è divino. Law e Hutton sono i suoi più
forti sostenitori – Law negando ogni realtà obbiettiva alle idee di spazio e di
tempo; Hutton inclinando alle opinioni del celebre Berkeley. è strato all'uomo,
che le parole non sono [Borovshi, Notizia sulla vita e sul carattere di Kant; Jachman,
Lettere ad un amico in torno Kant - Wasianki, Emmanuele Kant negli ultimi anni della
sua vita.- Biografia di Emmanuele Kant. - Rink , Tratti della vita di Kant.
Bouterweck, Em. Kant. Rimembranze. Grohman, Alla memoria di Kant. Cousin,
Lezioni sulla filosofia di Kant -- versione italiana di F. Triochera con note
del BENEMERITO [B.] Galluppi -- Kant, Idee sulla maniera di apprezzare le forze
vive Principiorum metaphysicorum nova dilucidatio. Considerazioni
sull'ottimismo. Sogni di un uomo che vede gli spiriti] SEGNI DELL’IDEE, nè le
idee segni delle parole, che il primo pensiero dell'uomo è il mistero nel senso
dell'uno o primo, ovvero del divino; che l'analisi è la distinzione della
pluralità costituita dall'uno; e da ultimo che non già la dimostrazione
matematica, sibbene la scienza del primo è la ragione primitiva della scienza. Dietro
l'impulso di Premoli, dietro gli sforzi di qualche altra e università che cerca
difenderlo, il misticismo ha in Italia parecchi coltivatori, fra'quali si distinsero
FERRARI e LETI. FERRARI fa derivare la filosofia dalla rivelazione del divino, dalla
esperienza, e dalla ragione, ed assevera che il filosofo dove seguir laprima in
preferenza dell’altre. LETI, attenendosi ad un principio rivelato o positivo,
tenta fondare un sistema cosmologico sul “Genesi.” Epperò, secondo lui, tutte
le cose han principio dal divino, lapima si congiunge con uno spirito materiale
costituito come la vera forma delle cose materiali, e contenente la luce, l'acqua,
la terra, che sono volatili o fissi, e formano gl’altr’obbietti. Ma la
riforma conoscendo la propria fallacia ed illusione, De ti intese della
massime a divinità determinare derivare di S. ,edi le idee Tomuniaso gli Secco
che immediatamente attribu, segue facendo da, le però il divino [Rousseau,
Discorso sulla quistione se il risorgimento delle scienze e delle arti hanno
contribuito a depurare i costumi. Discorso sull'origine e su’ fondamenti della
ineguaglianza tra gl’uomini Lettere scritte dalla montagna; Del contratto
sociale o principii del dritto Politico; Emilio o dell’educazione; Jacobi, L'idealismo
ed il realismo Lettera a Fichte Alcune lettere contro Schelling Delle cose
divine, Romanzi filosofici - Introduzione alla filosofia. Koeppen Della rivelazione
considerata per rispetto alla filosofia di Kant e di Fichte Trattati sull'arte
di vivere; La dottrina di Schelling Sul fine della filosofia. Guida per la logica.
Saggio del Diritto naturale. Esposizione della natura della filosofia. Filosofia
del Cristianesimo. Politica secondo i principii dell’Accademia. Teoria del
Dritto secondo i principii di l’Accademia. Lettere ad un amico su'] C C
filosofica sperimentale preoccupa gli spiriti per lo studio degl’obbietti
sensibili; ed è questa appunto la ragione per cui le speculazioni del
misticismo non ven nero accolte e ridotte ad una dottrina generale. tori.
L'eclettismo ha de’ forti e valenti sostenitori. Ceva confuta Gassendi e
Cartesio; la celebre Agnesi, prevenendo il Cousin, dice non doversi aderire a
setta alcuna, ma scegliere tra le sentenze dei filosofi quelle che rispondono
alla esperienza ed alla ragione. Corsini insegna non doversi seguitare ne i
Cartesiani, nè il Lizio, ma le migliori opinioni di tutte le sette con una
specie d’eclettismo. S. 7. venne sostenuto da molti 'Glo [L'Empirismo –
Razionalismo] sofi, tra' quali si distinsero Luini, Gorini, Scarella, Ansaldi,Vico
Stellini, e Genovesi. LUINI si oppone all'armonia prestabilita di Leibnitz
accostandosi al pensiero della forma sostanziale [viene le categorie di
Kant, ammettendo nello spirito certe idee prime, e discer de la percezione
della convenienza o discrepanza di due idee dall'assenso dissenso a tale
percezione. Secondo lui, la mente umana non può comprendere come convenienti
due cose che re dell'anima, distingue nell'anima la sostanza 'le potenze i
modi, afferma che nel percepire un oggetto noi ci distinguiamo dall'atto della
percezione, che le potenze s'argomentano col ragionamento, che le forze sono
una certa condizionata esigenza delle sostanze, che colla filosofia è dato di
scoprire nell'anima una certa sovra-esistenza, e che il razionale non debbe
superare il fatto. Gorini, elevando la dottrina dell'associazione, considera
l'idea come semplice rappresentazione dell'oggetto, e sostenne il principio
logico che la cognizione intuitiva è composta di due idee e la dimostrativa di
tre. Scarella concilia il principio di contraddizione e quello della ragion
sufficiente, prepugnano fra loro, il principio della cognizione stà nel predicato
che chiaramente si vede convenire o disconvenire dal soggetto. Infine egli
distingue gl’errori secondo le facoltà dello spirito, divide la psicologia in
fenomenale e PSICOLOGIA RAZIONALE, classifica le facoltà, spiega i sogni con
certe continue commozioni cerebrali, distinguel'anima umana da quella de’ bruti,
indica due specie d'appetito, l'una sensitiva, l'altra razionale; ed ammette
l'anticipazione in noi di qualche cosa innata, che dicesi idea. Ansaldi
dimostra che il portico non è atto a diminuire i momenti di infelicità, confuta
l'uomo macchina di Mettrie, il principio dell'associazione di Hartley, distingue
il sentimento dalla sensazione; e provando che è impossibile dedurre il fisico
dal morale, che le facoltà dell'anima sono indipendenti da’principii dell
organismo, fonda il principio morale sopra una virtù costitutiva dell'ordine
invariabile delle cose, lontanandosi dall’Utcheson e dalla dottrina dell’amor
proprio – Grice: SELF-LOVE, OTHER-LOVE. Gerdil divide l’idee in idee di modi, di
sostanze, e di relazioni, pone il criterio del vero nell’osservazione e nella
esperienza regolate dalla ragione, dichiara l'idea dell'ente un idea di
formazione, pone il criterio morale in un naturale criterio diapprovazione, che
indipendentemente dalla considerazione e del proprio utile determina il
giudizio o dettame pratico in virtù di una certa e conosciuta legge di
convenienza – il principio di co-operazione -- di che l'uomo si compiace per
natura; fa consistere l'ordine nel rapporto comune fra molti oggetti, deduce
l'immaterialità dell'anima dalla diversità tra la sostanza pensante e qualunque
sostanza corporea, dall'impossibilità che la materia contenga la prima
origine del moto di sostanza e di modo; deduce l'esistenza del divino dalla
necessaria esistenza di qualchecosa ab eterno; pone per principio che le regole
della morale per condurre al buon fine dove trarsi dalla natura umana, e colloca
il fine o la e dalle nozioni. Egli si eleva ad un sistema empirico razionale
fondato sulla storia e sulla ragione, e getta le fondamenti della scienza dell'umanità.
Il suo metodo è ricavato dalla psicologia, dalla natura della scienza, e dal la
geometria, ed in esso la facoltà inventrice, o la facoltà certa del sapere è
preposta a quella dell'ordinare o comporre. Esso è l'analisi geometrica ben
diversa da quella di Condillac. VICO venne a ridurre la filologia ad una vera
forma di scienza e da ritrarre dalla mitolo [Il nostro celebre
concittadino VICO, conosciuto più a’ tempi nostri che a'suoi, più dagli stranieri
che dalla sua patria, scrive la scienza nuova, monumento di gloria italiana, in
cui egli avea indagato i principii filosofici della storia, precedendo di un
secolo le teorie di Hegel, e Cousin . per а gia starei felicità nel bene sommo,
o nell'amore divino. dire una vera storia; ei pose il meta-fisica,
che in sostanza è una vera teo-logia, si è di stabilire un vero appoggiato al
senso comune ed all'ordine eterno delle cose, qual è il divino. Da questo
priocipio VICO deduce che tutte le scienze emanano dal divino, rimangono
comude 3 una na velle; che e criterio del vero: nel senso cerca surrogare
il principio dell'autorità universale a quello della ragione individuale.
Questo senso comune di Vico è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente
sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta nazione, o da tutto il
genere umano. Secondo VICO, il vero è diverso dal CERTO, inquantocchè quello è
riposto nella conformità della mente coll'ordine delle cose, e questo nella
coscienza sicura dal dubbio, quello fondasi sulla ragione, e questo
sull'autorità. La meta-fisica è quella che stabilisce l'ente e il vero, ed è
legata necessariamente alla religione romana cattolica. Lo scopo della sua , nel
divino, e tornano al divino solo; che il divino è l'infinito posse, nosse
, velle > ; corpo, contiene una virtù infinita di estensione che
va all'infinito, e che dipende dallo sforzo dell'universo; e che il conoscere
chiaro in meta-fisica è vizio, cosicchè approfitta in meta-fisica colui che si è
perduto nella meditazione di questa scienza. Nella sua Psicologia VICO
distingue la sostanza intelligente dalla corporea. Indi sostiene che quella è
l'anima ed ha la sua sede nel cuore, che
in essa esistono le facoltà della memoria, della fantasia, dell'umano arbitrio;
che la mente umana l'uomo è il posse, posse, nito, che tende all'infinito; che
l’Ea te è Dio, e le creature esistono per partecipazione; che la causa unica è
quella che per produrre l'effetto non abbi sogna d'altra; che l'essenza
consiste ia una indefinita virtù; che l'anima è diversa dal corpo e dalla
materia;che il 4 > 2 pe'pervi, che si danno gl’universali, o l’idee come forme
delle cose che queste sono create dal divino, e che l'anima distingue l'uomo
dalle bestie. Il non intende [VICO considera l'uomo come ente fioito
procedente dal divino, superiore agl’altri animeli per la ragione, e in cui
distinguesi la natura innocente dalla corrotta. L’uomo è naturalmente
socievole, onde in lui un LINGUAGGIO. La sua vita propria è quella che è
consentanea alla natura. A lui appartengono l'umanità o l'altrui
commiserazione, il desiderio dell'utile, il carattere d'una comune cognazione di
natura, l'istinto alla fede, il pudore, e infine la brama dell'onore. L'uomo
insomma è un essere costituito d'intelletto e di volontà, corrotto in entrambi
dagl’errori e dalle passioni, ma capace dello sforzo della mente al vero che
come equo bene è il giusto, conformità della mente all'ordine è l'onesto. La
giustizia, secondo VICO è la virtù universale. La virtù è la stessa ragione, e
distinguesi in prudenza, come, temperanza e fortezza; e causa della
società è l'onestà. Noi abbiamo verso il divino de’ doveri a soddisfare col
culto, senza onestà non può darsi società civile, la giustizia dev'essere
universale o architettonica, perchè uno è il divino. VICO nella sua Scienza
nuova parte dall'idea o cognizione del divino che illumina gl’uomini e tutto
dispone co'suoi ordini prestabiliti. A questa idea principale si rannodano le
seguenti. Questo mondo è diretto dalla provvidenza divina. Questo mondo civile
fatto dagl’uomini non è molto antico. In esso tutte le nazioni convengono sulla
religione, sul matrimonio solenne, e sulla sepoltura. Su questi surgeno le
nazioni più barbare. Tutte le nazioni percorrono III età: I età degli dei –
GIOVE, MARTE, QUIRINO --, II età degl’eroi – ENEA, ASCANIO, ROMOLO --, III età
degl’uomini – BRUTO, CICERONE, OTTAVIANO; III diverse lingue: I geroglifica, II
simbolica, III volgare – il latino. Le nazioni furo prima di natura cruda, indi
severa, quin di benigna, e poscia dilicala; la forma di governo è o teo-cratica
o è delle repubbliche democratiche o aristocratiche, o finalmente è quella
delle monarchie; formate le città nasco BO.le tras-migrazioni de’ popoli, ed il
dritto naturale delle genti. Cresciute le nazioni, l'equità civile rafforza il
dritto naturale. Tutto ciò dura finchè non sopravvengono delle grandi crisi per
mutare il mondo civile. Queste vicissitudini umane formano il corso e il
ricorso della nazione italiana nel quale si ravvisano III età, degli dei –
GIOVE, MARTE, QUIRINO – II degl’eroi – ENEA, ASCANAIO – ROMOLO; III degl’uomini
– BRUTO, GIULIO CESARE, OTTAVIANO; tre specie di natura: fantastica, eroica, e
intelligente; tre specie di costumi: religiosi, colerici, e officiosi; tre
specie di dritto naturale: divino, eroico, umano; tre specie di governo: I teocratico,
II aristocratico o III democratico, e monarchici; tre specie di lingue, I mentale,
II eroica e III di parlari articolati; tre specie di caratteri, geroglificii,
eroici e volgari, aleo VICO idea gli dini lesi doè nesto nė joni atri pri
-in SUI are ; elit 10 specie di giurisprudenza, divina, eroica, ed umana; tre
specie di autorità: divina, eroica ed umana; tre specie di giudizi: divini,
eroici, umani; tre specie di tempi: religiosi, eroici, e civili. Tutte queste
cose hanno apco un ricorso. Il corso e ricorso è fondato sul fatto. La storia
ideale non è propria de Romani , tre Tor oé Iri. del co ed ute ma
di tutto il mondo. La Scienza nuova si offre sotto gli aspetti di Te-ologia
ragionata, di filosofia, di storia delle umane idee, di critica filosofica, di storia
ideale eterna, di sistema del dritto. naturale e delle geộti, di scienza de’ principii
di storia universale. Questo grande uomo ha delle lodi e delle accuse, ma
sarebbe lungo e difficile il giudicarle per vedere se le une o le altre preponderano.
Epperò altro non facciamo che rimapere stupiti come intempi tantomeno
civilizzati de' nostri che si addimandano civilissimi l’Italia abbia dato alla
luce un ingegno sì 'straordinario e maraviglioso. La filosofia del VICO rimane
ignota per lungo tempo all'Europa. Ma ha anco ra de continuatori fra’ quali
vennero ad altissima rinomanza STELLINI e GENOVESI. STELLINI analizza le facoltà
umane, affermando che il bene o l'ottimo stato dell'anima dipende dalla
proporzione o dall'equilibrio di tutte, e fecede rivare la virtù
dall'equilibrio tra le facoltà e le affezioni umane. Nella sua opera sull'originee
su’ progressi de’costumi dimostra esservi tre epoche della natura umana, cioè
quella de’ sensi che servono all'animo, quella dell'animo che serve a’sensi, e quella
del mutuo commercio tra l'anima e i sensi. STELLINI integra, per dir così, la
filosofia vichiana , in quantocchè Vico cerca nella storia la morale delle
nazioni con quella degl’individui, e STELLINI fa la storia de costumi degl’individui
colla morale delle nazioni, comprendendo l'assoluta necessità di dedurre i
principii morali dalla natura delle cose che si offre spontanea alla nostra
contemplazione, dando una unità sistematica alla scienza della morale, e
riducendo la dottrina della virtù alla sola grandezza. FILANGIERI, PAGANO, ed
IEROCADES proseguino quasi in silenzio la via luminosamente segnata da VICO e
STELLINI, ma colui che si fa chiaro, e fra' Vichisti e tra gli’empirici razionali,
è GENOVESI, nostro concittadino. Egli nella sua meta-fisica sostiene che non
possiamo avere idee distinte intorno alla sostanza, che l'essenza consiste in
varie proprietà, e che si distingue in reale, nozionale e nominale. L'anima
secondo lui, è lo stesso subbietto pensante ed intelligente, ed è dotata
d'intelletto e di ragione della percezione, del giudizio e del raziocinio; per
ben filosofare è mestiere che si faccia uso di quelle idee che possiamo avere, che
la verità sia chiara ed evidente, mai il filosofo non il principio
dell’autorità e dell'arte critica, cità della mente umana e della estensione
della conoscenza. Secondo lui, la > 1 1 debbe scostarsi dalle dimostrazioni
stabilite se non quándo ci si presentano dell’obbiezioni. Egli dichiara
imperfetta la scienza teo-sofica e conchiude che ascendiamo al Verbo per via
della ragione. Segue il principio che rion sidapno nemmeno l’idee intellettuali
senza; un moto corrispondente nel cervello> ammette il principio del vero e
del falso il cui criterio è l'evidenza intelligibile sensuale e storica >
> . della capa ra umana morale è mossa dal conoscere la
natu in che trovansi due forze, l'una concentrica e l'altra diffusiva che
entrambe dalla morale devono esser di rette alla felicità. Scopo della morale è
quello di regolare e non distruggere l'uomo. La legge naturale è risposta de
dae precetti di attribuire i proprii diritti al divino a te ed agli altri, e di
fare tutto che conviene alla felicità del genere umano. Egli ripone la legge
morale nella ragione e distingue questa come facoltà calcolatrice dalla regola
che la governa e che consiste nel tenore dell'essenze e dei rapporti essenziali
delle cose ordinate, e per la quale v’ba un'obbligazione perfetta che è della
forza e della giustizia, ed un obbligazione imperfetta che è la legge
dell'umanità. Egli dimostra ancora che l'utile è il più bello indizio di una
legge generale che punisca o premii talune azioni, e che tutti i doveri si
riducono si a rispettare le palu rali proprietà di ciascuno che ad acquistar le
proprietà, perchè non s'invadano le proprietà di coloro i quali sono al
medesimo piano dell'universo con noi. GENOVESI non è un filosofo originale, ma
è originale pel suo metodo, per la sua chiarezza, per la sua critica; e se
talvolta si desidera in lui maggior ordine, maggior precisione, ciò nasce
appunto dalla difficoltà di riunire in un sol corpo l'intera filosofia
italiana. S all'immaginazione- De 2 Antropologia di Gorini-Luini, Meditazione
Ansaldi, Riflessioni sui mezzi di perfezionare la filosofia morale. Saggio in torno
traditione principiorum legisnaturalis- Elementa Logicae, Psychologiae, ac
Theologiae naturalis, auctore Scarella Gerd il., Anti Emilio o Riflessioni
sulla teoria e la pratica dell'educazione contro Rousseau. Piano degli Studii Logicae
Institutiones Storia delle sette de’ filosofi. Principii della morale cristiana.
Origine del senso morale. Memoria dell'ordine del divino e della immaterialità
delle nature intelligenti. Philosophicae Institutiones quibus Ethica seu
Philosophia practica continetur VICO: De nostri temporis studiorum ratione-
Dell'esistenza De antiquissima italorum sapientia. De uno uni versi juris
principio et fine uno liber unus. De Constantia jurisprudentis liberalter-
Principii di scienza nuova STELLINI: Ethices Opera omnia PAGANO, Saggi politici
Discorso sull'origine e natura della poesia. GENOVESI: Elementa metaphysicae. Elementorum
artis logico criticae. La Logica. Istituzioni di meta-fisica pe’ principianti. Diceosina
o sia Filosofia del giusto e dell'onesto. Per dar compimento alla esposizione
dell'attuale filosofia italiana e insieme allo svolgimento storico de'si stemi
filosofici non rimane che esporre lo stato della filosofia in Italia al secolo
presente. I filosofi italiani oggdì si dividono nelle V classi dei sensualisti,
degl’idealisti, de’ mistici, degl’eclettici e degl’empiristi razionalisti. La
tendenza della filosofia italiana al dì d'oggi è l'Empirismo Razionalismo
benchè si ravvisi qualche avanzo di sensismo, e som qualche
imitazione dell'idealismo alemanno non che del misticismo francese e del
eclettismo scozzese. È il chiarissimo Barone GALLUPI che, colla potenza della
sua dialettica, e colla severità del metodo analitico, rappresenta
eminentememente la filosofia in Italia, movendo guerra sì all'idealismo di Kant
che al sensualismo del Condillac. Noi per seguire l'ordine ideo-logico dei
diversi sistemi di filosofia esporremo pri mamente le dottrine degl'empirici.
Po scia verremo agl’idealisti, a’ mistici, ed agl’eclettici; e da ultimo agl’empiristi-Razionalisti.
POLI: Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di Tenneman. Gioberti:
Del Primato morale e civile degl'Italiani. I capi del sensualismo italiano nel
secolo presente sono Gioia, Romagnosi, e Lallebasque. GIOIA (si veda), fondando
la sua filosofia sul la ricerca de’fatti, non fa che mirare aduna scienza
popolare. Procedendo in tal modo egli trova tre facoltà fondamentali: la
sensazione, l'attenzione ed il raziocinio. Indaga l'origine delle sensazioni e
dell'istinto, ammise l’organizzazione e gli stimoli esterni come cause
dell'istinto, e spiega l'anomalia delle sensazioni, e le loro leggi, por gendo
un cenno storico sulle norme materiali che furono falsamente riguar date come
norme misuratrici della in telligenza. Riguardo a'prodotti intellet tuali e
morali , egli inclinò ad una i deologia fisiologica , che egli conchiude con
una teoria del piaceree del dolore, in cui considera il dolore come n o n
sempre proveniente da lesioni organiche, e il piacere come non sempre
effetto della cessazione del dolore , e stabilisce l'azione reale del piacere e
del dolore, e le loro sorgenti come inoti maggiori o minori del moto ordinario
delle fi bre. Poscia dimostra che essi influisco no sulla felicità, sulle
facoltà intellet tuali,sulle affezioni sociali, e sulle passioni ; e
rettificando le nozioni false sulla vita , mostra che le sensazioni u- nite
alla forza intellettuale cisvelano l'e sistenza del me e del fuor dime epro
ducono certe operazioni diverse dalle semplici sensazioni ; cpperò distingue la
sensazione dalla idea e dal giudizio. Nella filosofia morale, GIOIA dove
soggiacerealleconseguenzedelsuo si stema empirico ; ed infatti il suo prin
cipio è che la morale è la scienza della felicità, riponendo egli la felicità
dell'a vanzo delle sensazioni gradevoli su’mali; e che la virtù è una somma di
atti uti li disinteressati. Il sistema di GIOIA è erroneo e difettoso , perchè
tende a generalizzare il sensualismo, favorisce il sistema del piacere,
approssima l'ideologia alla fisica, analizza superficialmente ed inesattamente
i fenomeni psicologici, e deduce da un fatto incerto una teori ca o un
principio. Ma la comunicazio ne della scienza al popolo , una filoso fia
pratica e sociale, una mente vasta e perspieace, un giudizio avvalorato dalla
induzione ,una ammirabile chiarezza d'idee e di ragionamenti;ed una scelta
erudizione, sono le doti che se fossero andate disgiun
tedanonpochierroriavrebbero formato di Gioia un pensatore non mediocre. ROMAGNOSI
(si veda) segue, nel suo metodo, ne'suoi principii, e nelle suededuzioni, l'empirismo,
ma un'empirismo psicologico, da lui manifestato, cercando il principio del dritto
nale nelle relazioni appoggiate Pe all'es senza ed alle reali connessioni delle
co se, dimostrando che l'arte di governar la società deve riuscire l'ordine
morale di fatto perfezionato, e che nella spo sizione dell'ordine teoretico e
pratico debbe aver luogo la storia della natura umana e delle sue relazioni 3
nendosi la ricerca de'fenomeni e propo psicolo gici sperimentali , lasciando le
astruse indagini della metafisica psicologica. E gli definendo la psicologia ,
la dinamica dell'uomo interiore; stabilisce le tre funzioni psicologiche
del conoscere, del volere, e dell'eseguire , dichiara l'esi stenza del me e
degli altri corpi il cui carattere esclusivo è la pluralità di so stanze
compresa in un sol concetto ; e dimostra che le sensazioni sono i segni reali e
naturali cui in natura corrispon dono le cose e i modi di esseri reali che il
sentire è diverso dall'intendere che stà nel percepire l'essere e il fare delle
cose ; che il senso intimo è una facoltà occulta che unisce all'uno il moltiplice
, al semplice il complesso, che perciò è suo ufficio il conformare gliatti
psicologici che qualificano l'in tendere, il dettare un sentimento in ogni
giudizio , l'attrarre ciò che è ana logo e respingere ciò che ripugna ; che
laleggedell'umana intelligenzaè funzione in cui il senso dell'azione ri cevuta
e quello della reazione corrispo sta concorrono a produrre la percezio ne
dell'essere e del fare ideabile delle cose. Nulla,secondo lui,avvi d'innato o a
priori riguardo alle idee che tutte e una derivano dalla
sensazione combinata col la reazione o dalla competenza dell'Io combinata con
quella degli obbietti e sterni. Egli ripone il criterio del vero nel principio
di contraddizione , consi dera la causa come un non so che rac chiudente il
concetto d'una potenza pro duttrice di un atto o di un fatto; ne ga le idee
iunate pel principio che l'Io vedendo tutto in sè stesso non può di stinguere
dall'acquisito ciò che vi si rattrova d'innato; considera il valore della prova
nella certezza , e nel dubbio , e conchiude che lo stato esterno e sensibile
degli ele menti delle prove è fondamento univer sale e primitivo del loro
impero. La morale, secondo lui, stànel proporzionare la natura de' mezzi
secondo la speciale considerazione del fine. Il principio generale della sua
morale è l'ordine della perfezione , cheper leg ge di fatto reagisce su quello
della conservazione tanto coll'insegnare quan to col somministrareimezzi
delmiglior bilità , e nel dubbio nella proba Lallebasque congiunge alla
scienza del pensiere la filosofia naturale. Secondo [È comune opinione che sot
to il nome di Lallebasque tenga celato quello del caraliere BORRELLI:
essere umano; e che mira al benesse re all'utilità fisica o morale ed alla
umana felicità che costituiscono l'uomo attuale e le leggi naturali per cui
l'uo > mo , com 'essere perfettibile è tenuto a seguire l'ordine morale di
natura. E gli distinse l'incivilimento dalla civil ne pose le basi nella natura
nella religione, nell'agricoltura, nel governo, nella concorrenza; ed il prin
cipio nell'incivilimento sempre dativo. Una mente vasta, un ingegno acuto e
profondo ed una dialettica rigorosa formano tutti i suoi pregi; ma è in e
qualche modo oscuro e confuso , né fu tanto innovatore quanto lo predica rono i
suoi proseliti, e per l'empirismo da lui professato, e per le diffi coltà della
scienza, là; g
lui,lasensazioneèprimitiva, conti nuata, riprodotta ed aumentata; ed è
lo stesso che l'idea , tranne che questa si adopera più di frequente a signifi
care le funzionidell'intelletto. In quan to al giudizio, egli distingue quello
di occupazione da quello di attenzione;e riduce ogni giudizio a quello di diver
sità; considera il raziocinio come l'atto onde due idee producono un giudizio
per via d'una terza. Riguardo alla vo lontà egli sostiene che il calcolo voli
tivo e l'atto prelativo si risolvono in un giudizio di preferenza pel quale la
volontà sisviluppa come un'azionecon cui l'animo eccita i nostri organi a pro
cacciarci ciò che abbiam prescelto. In trattando della scienza etimologica, egli
ripartisce le lingue in radicali e produttive. Indaga l'origine delle parole e
le loro cause, che sono l'imitazione, il bisogno, il comodo, l'arbitrio. Riconosce
due mezzi per trovare le lingue radicali: la ricerca de'popoli che han
comunicato con quello per la cui lingua han luogo le indagini etimologiche,
e l'attignere dalla lingua derivata la noti zia di quelle che àn concorso a
formarla. Un luogo stuolo di empiristi tenne dietro a questi Àtre pensatori.
Gigli de finisce la filosofia la scienza di ciò che può conoscersi con esatte
osservazioni e con esperienze bene istituite. SAVIOLI è seguace di Locke e di
SOAVE. Troisi riconosce ne'sensi gli strumenti delle po stre prime idee.
MAZZARELLAriconosce l'attività e la sensibilità come proprietà costitutive
dell'essere semplice ;Bini dichiaratutte le idee provvenire all'ani ma col
mezzo de'sensi. PEZZI nega l'e sistenza delle appercezioni e delle idee
astratte. Accordino fadipendere tutte le facoltà dell'anima dalla sensibilità,
e riguarda l'uomo neiprimi momenti della sua esistenza come una tavola .rasa
ove non è impresso alcun carattere; MARA no distingue la percezione dall'idea e
preferiscel'analisi. ABBÀ fa dipendere le idee dal senso e dall'azione
dell'anima. ZELLI afferma che l'uomo riceve le losofico sulla coscienza. TESTA afferma
che il sentimento non può fallire al ve e che l'osservare la natura e fi -prime
idee per mezzo de'nervi ; Alberii dichiara pescibile tutto che esce dalla sfera
del mondo sensibile. PASSERI riconosce l'influenza del fisico sulla rettitu
dine delle nostre azionispirituali. SANCHEZ niega alla ragione la conoscenza
dell'assoluto e trae tutte le idee da' sensi. GATTI dichiara esser la
sensazione il risultamento di una conformazione spe ciale vivente. BONFADINI riconosce
il metodo induttivo come mezzo logico della verità, e spiega l'origine delle
idee coll'analisi e coll'astrazione. REGULEAS pretende nell'anima altro non
esservi che il sentire. BRUSCHELLI trae l'esistenza del mondo e del divino dall'osservazione
de' fatti che ne circondano. GRONES dichiara la metafisica la scienza delle
cose astratte conoscibili per mezzo dell'osservazione costante e delle esperienze
accurate. PIZZOLATO forma della filosofia una scienza fenomenical. BUTLURA poggia
il sapere ro, studiarne i fatti sono i soli mezzi sicuri d'ammaestramento.
BRADI riduce la certezza alla diretta cognizione del modo di essere speciale
degl’obbietti. FAGNANI fonda il suo sistema gloso-fico sul dinamismo e sulla sensibilità.
BRAGAZZI propone per facoltà d'apprendere l'osservazione de'fenomeni dello
spirito e per criterio del vero la verificazione. COSTA sostiene la memoria e
le altre facoltà a simiglianza della sensazione, ed ammette l'origine delle
idee generali e normali dall'idea individuale. FERRARI segue il principio dell'associabilità
interna e FELLETTI quello dell'utile umanitario. L'empirismo venne applicato
alla pedagogia da PASETTI, FONTANA, TOMMASEO, e RENZI, alla storia da ROSSI, alla
estetica da CICOGNARA e DELFICO, e dalla genealogia delle scienze da PAMPHILIS,
ROSSELLI, e FERRARESE, che riunisce tutti i rami delle scienze a quella
dell'uomo, seguendo il principio che in esse tutto è relativo a noi. [e Gioia :
Il nuovo Galateo ca Tavole Statistiche sofia ad uso delle scuole Logica
Statisti Elementi di filo Ideologia. Esercizio logico. Nuovo prospetto delle
scienze economiche. Del merito e delle ricompensa. Dell'ingiuria, de'danni, e
del soddisfacimento. Indole, estensione, e vantaggi della Statistica ROMAGNOSI:
Che cosa è mente sana? Indovinello massimo. Della suprema economia dell'umano
sapere. Vedute fondamentali sull'arte logica. Dell'insegnamento primitivo delle
matematiche. Assunto primo della scienza del dritto naturale. Introduzione allo
studio del dritto pubblico universale. Dell'indole e de'fattori dello
incivilimento. Biblicteca italiana. Vari articoli di filosofia. L'antica
filosofia morale. Genesi del dritto penale. Progetto del codice e della procedura
penale. LALLEBASQUE: Introduzio De alla filosofia naturale del pensiero
la - - - cu mo Fa il - - - cato su! si dal per Ista OS ette mali Fel en -ia oi.
Eila, alla . ea dal Fer àa cipii della Genealogia del pensiero. BORRELLI: Gia
Troisi: L'arte di ragionare. Istituzioni metafisiche. Mazzarel Intorno
a'principii dell'arte etimologica gli. Analisi delle idee la. Corso d'ideologia
elementare. BINI: Lezioni logico-metafisico-morali. PEZZI: Lezioni di filosofia
della mente e del cuore, riformata e dedotta dall'analisi dell'uomo. ACCORDINO:
Elementi di filosofia. Regole dell'arte logica. Marano ABBÀ: Elementa Lo
Pringices et Metaphysices. ZELLI: Elementi di metafisica. PUNGILEONI: Dell'udito
vista. Alberic: Del nescibile. Passeri: - e della Della natura umana socievole.
Sanchez: Influenza delle passioni sullo scibile umano. GATTI (si veda): Principii
d'ideologia. BERTOLLI: Idee sulla filosofia delle scienze morali e politiche.
GERMANI: Dell'umana perfezione. SCARAMUZZI: Esame analitico della facoltà di
sentire. BONFADINI: Sulle categorie di Kant. REGULEAS: Nuovo piano d'istruzione
ideo-logica elementare. BRUSCHELLI: Praelectiones elementares logico-metaphisicae.
BUTTURA: La coscienza logica. TESTA: Introduzio ne alla filosofia dell'affetto.
Filosofia dell’affetto. BRAVI: Teorica e Pratica del Probabile. FAGNANI: Storia
naturale della potenza umana. Elementi dell'arte logica. BALDINI: Cenni sopra
un corso di filosofia. RAMELLI: Prospetto degli studii filosofici nelle scuole
comunali. NESSI: Schizzo intorno i principii di ogni filosofia. OCHEDA: Filosofia
degl’antichi. GRONES: Ricerche metafisico-matematiche sulla lingua del calcolo.
PIZZOLATO: Introduzione allo studio della filosofia dello spirito umano.
SAVIOLI: Institutiones metaphysicae in Epitome redactae. ZANDONELLA: Elogio di
Bacone. COSTA:Del modo di comporre le idee. FERRARI: La mente di Romagnosi.
FELLETTI: In torno ad una nuova sintesi delle scienze. PASETTI: Sull'educazione
fisico-morale. FONTANA: Manuale per l'educazione umana. TOMMASEO: Scritti varii
sull'educazione. RENZI: Sull'indole de'ciechi. ROSSI: Studii storici.
CICOGNARA: Ragionamenti su bello. DELFICO: Pensieri sulla storia e sulla
incertezza ed inutilità della medesima. ricerche sul bello. PAMPHILIS: Genografia
dello scibile considerato nella sua unità d’utile e di fine. ROSSETTI: Dello
scibile e del suo insegnamento. FERRARESE: Saggio di una classificazione sopra
le scienze del l'uomo fisico e morale. Delle diverse specie di follte. Ricerche
intorno all'origine dell'istinto. Trattato della mòno-mania suicidia. Esame dello
stato morale ed imputabile de'solli mono-maniaci. Elementi di ito e dela.
PASERI Paseri: Sanchez:In - - umano Bertolli: 1 orali epolis perfezione- a
facoltà di orie di Kant uzione Praelectiones - Buttura : -latroduzio ilosofia
tiia delPro e delap e logica- del ideo orso dinilo spetto del ali- NESSI
filosofia – e sula oduzione a GRONES : lin - ee umano – in Epitome Bacone
elletti . For :lo S 3. Non ostante il gran numero di fautori che si procaccia
l'empirismo, pure si avverte ilbisogno di spiegare la natura umana non
dall'esperienza, ma dalla subbiettività dell'uomo. Epperò sorgeno i razionalisti
a combat, il secondo affermando l'assoluta necessità delle idee innate, o de principii
apriori, ed il terzo annunziando esser la filosofia una scienza degl’enti di
ragione. LUSVERLI considera le facoltà come COLUI il quale da una forma
siste ! un potere di produrre qualche effetto, dipendente dalla forza
spirituale. DEFENDI riconosce ne'sordo muti l'idea dell'ente in universale, e
PARMA nel fondo di ogni esistenza rattrova l'essere. CERESA afferma essersi im
battuti nel vero coloro i quali riposero il principio del conoscere nella pura
subbiettività che è sola infinita, spontanea, positiva, e tale che l'uomo per
suo mezzo elabora la sua obbiettività. o tere le tendenze empiriche; ed aspira
rodo a spiegare i problemi più difficili della filosofia; ma non si elevarono
alle chimere ed alle astrazioni del trascendentalismo alemanno. Maggi, Bianchetti,
e Receveur coltivarono il razionalismo pel suo lato obbiettivo. MAGGI cerca un
sommo archetipo logico e supremo, P 1aspira 1 dificili ronoale
Trascen ilBian: tempo , di spazio , di iriposero 0 ilha etiro, RECEVEUR an na scienza considera che tipolos afermando
ionate, 0 prodare Jalla fora nesont ersale; eld stenza rat essersi im pura
possibilità dell'essere medesimo. Secondo RECEVEUR, quest'idea è è innata, poichè
non proviene nè da'sensi nè dal sentimento dell'io, nè dalla riflessione; e da
essa derivado tutte le idee acquisite diforma e di materia , di sostanza. Egli
si propone di ricondurre la filosofia dell'intelletto sulla giusta via,
combattendo i sistemi che hanno perturbate le menti e disonorata la filosofia,
e stabilire un criterio saldo e irremovibile alla verità ed alla certezza.
SERBATI segue ilprincipio che l'idea unica ed innata si è quella dell'ente
nell'universale. Egli preferi che riducesi a’ due sce il suo metodo assiomi di
non assumere nella spiegazio ne de'fatti dello spirito umano, nè meno nè più di
quel che è necessario a spiegarli. Egli parte dal principio che l'uomo pulla
può pensare senza l'idea dell'ente; che quindi la qualità più generale delle
cose è l'esistenza nella pura suk 7 spontana I suo mez matica al razionalismo
si e SERBATI. Egli si di di essenza, di causa , rma siste moto, e di estensione. sso è il senti mento
intellettuale, l'intelletto medesimo. Ecco i punti principali della sua teoria.
L’anima ha due potenze originali: l'intelletto, che ha per obbietto essenziale la
forma e la sensibilità che è esterna se ha per obbietto un corpo, interna se ha
per obbietto l’io. La coscienza upisce la sensibilità all'intelletto con una
sintesi primitiva, il cui effetto è la ragione scorgendo i rapporti generali,
ed è la facoltà di giudicare congiungendo l'attributo al subbietto la
sensibilità esterna è tratta ad operare colla materia prima, e la ragione
produce le percezioni intellettive; donde la facoltà di generalizzare e la
libertà all'indefinito svolgimento delle facoltà dell'uomo. Egli distingue la
sensazione dalla percezione sensitiva, l'idea di una cosa dal giudizio sulla
sua sussistenza, la percezione sensitiva dalla intellettiva, un atto dello
spirito dall'avvertenza dell'atto. Finalmente dimostra che è impossibile che
l'uomo percepisca una cosa diversa da sè;
I che lo spirito comunica le sue proprie forze alle cose
percepite; che l'idea del l'essere è fonte e criterio del vero e genera la
cognizione de'corpi, di noi; del divino, ed anco la legge morale. Per tal modo
l'idea dell'ente è, secondo lui, il primo principio innato nella psicologia e
nell'ontologia, il criterio del vero e del certo nella logica, il principio
supremo del bene e del dovere nella m o rale. senti nedesi lasua Itoeso
chee le quattro idee di spazio , di tempo , rigio io огро, lacr eleto to| gene
CON Terce adal 0;he :cold acele Non rimane che dirqualche cosa in torno al
nostro concittadino COLECCHI, seguace in qualche modo della filosofia di Kant.
COLECCHI pone di sostanza , e di causa efficiente , colle quali espone le leggi
della ragione che egli dichiara comuni ad ogni sistema fi losofico.Il principio
del suo sistema è questo: l’io non potrebbe determinare la sua esistenza nel
tempo senza una esi stenza interna, dal quale deriva che la cagione movente la
sensibilità non può riponersi nello stesso me, cioè che il cel indef. uomo
berce 7atto atto. eche vario delle rappresentazioni nasce
all'occasione del di fuori che modifica il sen so; che la riunione del vario nello
spazio e nel tempo è opera della fantasia, è e quindi chel'unità sintetica
dell'oggetto nell'esperienza è un prodotto della fantasia di accordo con
l'intelligenza. Secondo lui, l'induzione fisica è diversa dall'induzione
matematica inquantocchè quella mena allo scetticismo e questa a cono scenze
necessarie ed universali; se il rap porto tra le idee è neeessario, le idee e i
termini di questo rapporto son tali anch'esse ; ogni nostra conoscenza in
comincia da'sensi , e passa da questi al la intelligenza. Riguardo alle leggi
della ragione egti sostiene che la ragione esi ge inogni esperienza come data
la to talità delle parti dello spazio e degli arti colideltempo non confondendo
quello che è con quello che appare,. lità delle parti del tutio dato nella
divisione, la totalità delle condizioni nella catena delle cause e degli
effetti, pro nunziando l'accordo delle due causalità la tota- della
natura e della libertà , il necessa rio nella serie de contingenti ed infine un
ente assoluto, dotato di tutte le possibili realtà, il divino. Nella morale, egli
sostiene che il principio della propria felicità non può elevarsi alla dignità
di legge morale, che le due idee del giusto e dell'ingiusto sono originarie e
non fattizie, e che le regole etiche, le quali dirigono l'uomo interno sopo
essenzialmente diverse dalle giuridiche che dirigono l'uomo esterno. Colecchi
non è solamente seguace del Kant; ma egli cerca armonizzare colla morale i
pensamenti del Vico sulla filosofia e sulla legislazione; anzi poichè le verità
del Kantismo eran sepolte nella scienza ila lica, Colecchi ha saputo
raccogliere un seme da'principii di questa per produrre novelli frutti e
contribuire allo a vanzamento delle filosofiche discipline. Receveur: Institutionum
philosophicarum elementa Maggi: Critica sistematico-univerle e guida alla
rigenerazione della filosofia. Bianchelti: Studii filosofici tuzioni logico
metafisiche. Lusverli: Isti Defendi: Sul dolore estetico e sull'entusiasmo,
ragionamento. Parma: Supplimenti sul sansimonismo. Serbati: Saggio sulla felicità.
Saggio sulla unità dell'educazione. Opuscoli filosofici. Saggio sull'origine delle
idee. Principii della scienza morale. Frammento di una storia dell'empietà pii
e leggi generali di medicina e filosofia speculativa, Colecchi: Quistioni filosofiche.
Ceresa: Princi.] Il sensualismo venne anco combattuto da taluni che, seguendo
l'esempio della scuola teologica Francese, si elevarono al misticismo e
fondarono la scuola de’ soprannaturalisti, che fanno prevalere la fede ed il
sentimento sulla riflessione e sulla ragione. Primo fra questi, Palmieri
attacca di fronte l'empirismo, mette in campo le idee innate come impressioni
permanenti e modifcazioni dello spirito, afferma che sonovi nello spirito delle
idee e delle impressioni non avvertite e la teologia hanno lo
stesso scopo, cercano un solo vero discutono gli stessi principii, esse non ponuo
essere due scienze. Mastrofini si vapta autore di una meta-fisica subli-
.attualmente che la ragione per giudi care debbe seguire certe basi e regole
impresse nell'anima; e ri-vendicando l'autorità de'libri sacri, confutando il
Kantismo e negando alla filosofia la facoltà di spiegare lo stato èdell'uomo
sostiene che tutti i suoi sistemi sono contraddizioni manifeste, e che il solo vero
è il soprannaturalismo che è l'unico, e non contraddittorio, quando anche la
ragione non potesse sentirne chiaramente l'evidenza. Manzoni stimando
incompiata la filosofia che anno gli uomini sul giusto e sull'ingiusto
indipendentemente dalla religione, e la distinzione tra la filosofa e la religione
come una imperfezione, si accosta al soprannaturalismo, sostenendo che la
filosofia morale va congiunta alla teologia, che la ragione naturale è
imperfetta, e che se la filosofia e. Il nome di Licinio Ventebranz è
anagrammatico ed é celato in esso quello di Albertini me in cui applica la
filosofia alla teologia; Ventenbranz predica una filosofia eclettico-cristiana;
Perolari Malmignati sostiene che la sola filosofia verissima è la morale
cristiana. Olivieri e Pasio sostengono una morale dedotta dalla ri-velazione.
Cesare Cantử dimostra che, dovendosi basare la giustizia positiva
sull'assoluta, non puo giammai mepare ad effetto questa sua condizione se non
colla religione positiva; che l'umanità è regolata dal divino, che il
linguaggio della parola è dato dal divino all'uomo e con esso tutte le idee
primitive di giustizia e di rettitudine morale. Parma pretende che ogni sistema
filosofico debba dipartirsi da un dato primitivo anteriore alla dimostrazione,
e che sola la filosofia religiosa assume tutti gl’elementi del materialismo,
dell'idealismo e dello scet Riccardi fa
consistere il difetto di ogni filosofia del vizio logico e morale di sostituire
la parola natura al divino; e pretende la scienza essere essenzialmente
religione, non potersi dar conto di alcuna cosa che risalendo al divino, la
filosofia non dover concludere contro i fatti della ri-velazione, la stessa
fisica esser falsa se a questa è opposta. Ventura cerca identificare la
filosofia alla ri-velazione. Secondo lui, la filosofia statutta nel metodo, il
fondamento della certezza è riposto nel senso comune, l'intelletto e la verità
costituiscono un tutto indissolvibile, l'uomo si rapporta al divino, la
convenienza dell'ente coll'intelletto forma ad un tempo il sommo vero ed il
sommo bene, l'uomo debbe conosce ticismo, epperò, secondo lui, la
teologia è un ingrandimento dell'umana ragione, o la scienza dell'umanità
illustrata da'più alti intelletti, la filosofia non è che la religione, essa
comprende la teo-logia, 1'etica, la logica e la fisica e debbe re Dio mos
[Gioberti è un sostenitore del misticismo. Egli cerca surrogare l'ontologia al
ta psicologia, e il metodo sintetico all'analitico; segue il dommatismo,
cercando dedurre ogni cosa con logica stretta e severa; unisce la filosofia
alla teo-logia, subordinando la prima alla seconda; e distinguendo la parte
razionale da quella che è superiore alla ragione, incomincia dal primo ente, in
relazione alla mente umana; e, dopo aver presentata una dottrina dell'assoluto
si intrattiene a mostrarne lo svolgimento in tutte le forme delle scienze umane
e divine. Secondo lui, la un tutte le sue parti decidere coll'autorità
generale. Intorno a Gioberti e mestiere leggere la nota di ROVERE (si veda)
SULĽ ONTOLOGIA E SUL METODO ed un articolo di Massari cui è titolo: CONSIDERAZIONI
SULL’INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA FILOSOFIA propo DI GIOBERTI (Progresso).
V. de e combinati con essa formapo tre realtà indipendenti dallo spirito,
cioè una sostanza ed una causa prima moltiplicità di essenze e di sostanze, ed
un atto col quale l'ente si collega alle esistenze; il nostro pensiero intuisce
questa realtà con un atto semplice e simultaneo che precede ogni intuizione
particolare, e per cui mezzo l'intelletto percepisce leproprietà essenziali dell’ente
mercè la ri-velazione; l'idea non può addivenire obbietto di riflessione senza
la parola interna, quindi è necessario l'intervento del linguaggio per opera
della ragione; vi è gran differenza fra l'intuizione e la riflessione, fra il metodo
ontologico e il metodo psicologico, e d'accanto alle facoltà che a p > >
sizione. L’ente crea le esistenze è la formola ideale che comprende tutte le
nozioni dello spirito umano; ogni suo membro esprime una realtà obbiettiva
assoluta e necessaria nell'Ente, relativa e contingente delle esistenze; questi
due membri son legati dalla creazio una > e non ha lasciato di
cadere in molti gravi errori, specialmente quando egli prendono
l'intelligibile, avvidell'uomo un istinto che mira al sopra intelligibile senza
poterlo giammai conoscere. L'ente si offre al nostro pensiero come lecido e
tenebroso; e da ciò sorge il legame e strettissimo tra la filosofia e la
teologia tra’dogmi ri-velati e i razionali. Egli applica la sua formola ideale
a molti problemi di logica, d'ideologia, e di meta-fisica; prova la sua
fecondità e larghezza in lei rattrovando la ragione e la fonte del sapere;
imprende a delinear nela storia attraverso le opinioni, le credenze, e le rivoluzioni
de'popoli, ed a mostrare che dessa abbraccia la ragione di tutti sistemi
potevoli di filosofia. La sua filosofia offre il primo esempio di una meta-fisica
ortodossa, ma ardita ed originale; sicchè può dirsi aver egli tentato di
mostrare i legami tra la filosofia e la ri-velazione cattolica estimando il
progresso delle scienze sperimentali e lo svolgimento della civiltà
ma attaccando il metodo psicologico, afferma che esso e la cagione del mate e quando
sostituisce al metodo analitico il sintetico. È principio riconociuto da ogni
sana mente che l'analisi di per sè sola non può menare allo scoprimento della
verità; ma è falso che la sola sintesi si adatta a darci la nozione del vero.
L'unico metodo è quello di conciliare l'analisi alla sintesi; perocchè vi sono
delle idee che conoscia mo per mezzo della sola analisi, e delle altre che
conosciamo per mezzo della sola sintesi. E poi l'accagionare Cartesio di tutte
le dottrine materialiste palesa una immoderata avversione al psicologismo che
da alcuni si vuole esser l'ultimatum della filosofia, ma dal quale noi stimiamo
doversi partire per giungere al l'ontologia, alla conoscenza della legge che
regge il mondo sensibile ed il mondo soprassensibile. Del resto Gioberti
evitando ed il pan-teismo ed il " rialismo che nel secolo scorso ebbe lao
go, · rolar [Malmignati : Lezioni filosofiche. Parma: Sulle opere di
Gerbet. Supplimento sul Sansimonismo. Cantù: Notizia di Romagnosi. Riccardi: Lapratica de'buoni studi. Discorso sulla
filosofia. Ventura: De methodo philosophandi. Gioberti: Introduzione allo
studio della filosofia. Errori filosofici di Serbati. Teorica del
sovrannaturale filosofia estetica. Saggio sul bello e Principii di Del Primato
Morale e civile Lettera sulle dottrine filosofi degl’italiani co-politiche di Lamenoais.
parallogismo nel dedurre con ragionamenti a priori la scienza de' Gniti da
quella dell'infinito, non fa altro che proclamare la verità della ri-velazione cattolica.
Palmieri: Analisi ragionata de'sistemi e de' fondamenti dell'ateismo e della
incredulità. Manzoni: Osservazioni sulla morale cattolica. Mastrofini: Le usure
Olivieri: La filosofia morale. Pasio: Elementa philosophiae moralis cum notis. Albertini:
Discorso critico intorno a’ pregiudizii ed errori ed a'tanto disputati due
metodi d'insegnare le scienze astratte. Lo Spirito della Dialettica. Pe C C
- osserva che i sensualisti hanno preso una strada erronea occupandosi
della quistione sull'origine delle idee e mischiandola con quella sulla realtà
dell'umano sapere che essi non han conosciuto l'uomo che per le sole sensazioui
tralasciando l'analisi dell'essere interno, che non hanno avanzato la scienza, non
potendovi essere scienza Glosofica filosofica senza la cognizione dell'uomo
intelligente e morale; epperò cadde in errore coloro i quali lo annoverarono
tra'sensualisti. Il suo metodo è di ricercare tutto che i filosofi italiani
hanno scritto intorno ad esso .1
ida e de ta scien emo 1 oried -A Pour tosul Ro studi ala ra : tro 2 cibi
do, iïdi osofi civile che zione della scuola scozzese. Oltre Sebastiani e Corradini,
dobbiamo poverare S 5. Sonovi in Italia alcuni filosofi che si addano a
coltivare l'eclettismo tra questi ROVERE (si veda) e WINSPEARE (si veda) Winspeare.
Rovere, comparando, sceglien e fondendo i loro trattati, ecco l'ecletismo. Il
principio che egli accoglie è di esaminare non solo i fenomeni sensibili, ma gl’interni,
cioè i fatti e rigettare tutte le idee non comprovate dall'esperienza come
fatti esteroi, o incompiute per aver trascurato una di queste serie; e, secondo
lui, le ultime conclusioni della filosofia razionale debbono combaciare con le
opinioni del senso comune, quindi pos sono tacciarsi di false quelle teorie che
credono mostrare che il genere umano sia caduto in errore. Ora se tali sono i
principii e tale è il metodo degl’eclettici e degli scozzesi, e se la scuola
cui appartiene un autore debbesi rilevare dal metodo e dai principii, possia modire
che l'autore si approssima all'eclettismo della scuola scozzese. Veniamo ora al
le sue principali opinioni. La filoso > venne dagl’uomini cercata; ma questi
hanno mancato di buon metodo non serbando proporzioni tra’ diversi elementi che
costituiscono la natura; ne’ filosofi italiani ben meditati e specialmente nel
Galilei vi è il vero metodo sperimentale. ROVERE lo riduce ad un mezzo che ha
per fia esiste, della coscienza materia lo scibile, per fine il vero e lo
fa consistere nelle V arti: preparatoria, inventiva, induttiva, dimostrativa,
distributiva. Egli pone il criterio di certezza nell'intuizione immediata, o
meglio nell'identificazione dell'oggetto con noi, distingue nella conoscenza
l'atto di giudicare dall'oggetto giudicato, e cercando un legame tral'oggetto
el'idea, lo colloca ove l'ente si converte col vero ed il conoscitore si
identifica col cogoito; ammette l'intuizione immediata o l'atto di nostra mente
il quale conosce le proprie idee e le loro vicende voli attinenze, nonchè
l'intuizione mediata o l'atto di nostra mente, il quale per la certezza
assoluta dell'intuizione immediata prova in un modo assoluto l'esistenza delle
realtà estrinseche o i loro rapporti con lo spazio e col tempo; fonda la
certezza sulla duplice intuizione sul senso intimo e sul senso comune, nega che
i principii apodittici e gl’assiomi siano atti a dimostrazione o aspiegazione, fa
derivar la causa dalla' > SCO unde 1. Sofia che me èil ile to eria pos Bano
di 001 clet cer cu Idee Cati dal dire 2 SIDO 080 LIO SCO successione
delle esistenze e ripone il criterio del vero nella conversione del fatto
operata dalla intuizione creatrice la quale è un prodotto della nostra
spontaneità e mette capo al senso comune. L'ultimo che sia venuto in campo
a sostenere l'eclettismo scozzese è Winspeare in suoi Saggi di filosofia
intellettuale. Dalla prefazione ove egli fa manifesto il piano del lavoro si
rileva che egli è parteggiano della scuola scozzese, pero chè la difende dalle
accuse promosse contro di essa, e sostiene che seguirla svolgendo la è il solo
mezzo per far progredire la scienza filosofica. Winspeare vuole ristaurare un
sistema che egli stima più atto a far progredire quelle verità necessarie al
progresso dell'intelligenza ed alla osservanza della morale. Un simile
tentativo gli apporta sommo onore , perocchè lo à immaginato ed eseguito con
molto studio e coscienza. Nul l'altro possiam dire intorno a lui poichè è una
rapida rassegna delle dottrine filosofiche da’ Greci infino al XVIII se. colo ,
non si può dedurre un sistema formolato ne’ principii e delle sue conseguenze .
- che dal solo primo volume dell'opera , Corradini: Utilità della filosofia
Prospetto delle Lezioni di filosofia razionale Sebastiani: Novum Systema Ethices-
ROVERE: Del Rionovamento dell'antica filosofia in Italia. Lettere a SERBATI. Dell'Ontologia
e del metodo Lettere a Mancini intorno alla filosofia del Dritto ed all'origine
singolarmente del Dritto di punire. Winspeare: Saggi di filosofia intellettuale.
Blanch: Articoli due sul Winspeare nel Museo di Scienze e Lettere. Per dar
compimento alla filosofia italiana non rimane che esporre le opinioni di coloro
che si diedero all'Empirismo-Razionalismo. Tamburini confuta Holbach,
Condillac, e Kant; ri l' pose l'obbligazione morale del bisogno l'altra
su’limmiti di essa. Riguardo alla prima, abbattendo la scessi, egli prova
essere in noi reale la cognizione, esistere le facoltà intellettuali come cause
delle della perfezione che si appoggia all'umana natura, al senso
universale ed all'ordine naturale, si oppose alle dottrine dell'amor proprio e
dello interes combatte le opinioni di Condorcet sul progresso o meglio
sull'umana perfettibilità da lui circoscritta al reale, al possile, alla
storia, e considerata non come infinita, sibbene come progressiva; stazionarla,
e retrograda. 1 se, per opera di Galluppi che combattendo le opposte dottrine di
Condillac e di Kant , ne viene salutato a buon diritto il fondatore ed il sostenitore.
Egli incomincia dal proponersi lo scioglimento di due importanti quistioni, l'una
sulla realtà dell'umana conoscenza Pa. Gli sforzi del Tamburini prepararono la nuova
era della filosofia italiana, la quale sorse insieme
coll’Empirismo-Razionalismo per opera 2 305 US idee , e lo spirito
giungere al vero al lorchè dietro la testimonianza del senso intimo afferma ciò
che è e piega ciò che non è. Ecco perchè Galluppi appar tiene alla filosofia
moderna, alla scuola psicologica di Cartesio. Nell'analisi dei fenomeni
intellettuali egli ammette le verità primitive di esperienza interna contenenti
principii a priori ed a posteriori riconosce il principio dell'oggettività
della sensazione e della intuizione inmediata in quella; dimostra il passaggio
dalla regione del pensiero a quella dell'esistenza per mezzo del punto di
comunicazione tra la conoscenza intellettuale e la reale, pel quale egli
ammette l’idea universale come legge dello spirito derivante dalla sua
soggettività, la quale forma il giudizio analitico e si risolve in due ordini
di conoscenze: le une di esistenza e le altre di ragione, queste servendo di
base alle verità de dotte, e quelle supponendo l'applicazione delle verità
razionali a’ dati dell'esperienza. Secondo lui, benchè tutti i giudizii puri
sieco identici, pure lo spirito allarga la sfera delle sue conoscenze, ed il
raziocinio ci istruisce, perchè ordina e classifica le nostre conoscenze, e perchè
ci mena a conoscenze che 1 1 pon potremno avere senza di esso. Per mezzo della
causalità da una esistenza sperimentale ci eleviamo ad esistenze che tali non
sono; la sensibilità è esterna ed interna, questa percepisce il me e le sue
modificazioni, quella ci rivela l'esistenza del fuor di me e delle sue
modificazioni. Riguardo a’limiti delle nostre conoscenze egli cerca
determinarli dimostrando esserci ignote l'essenze delle cose, e la natura divina,
ed ignoto il modo onde le cause effettrici agiscono non che quello onde gl’esseri
producono in sè o in altri quelle date modificazioni. Il sistema delle facoltà
dello spirito introdotto da Galluppi ha per iscopo la ricerca delle facoltà
elementari; e queste sono la coscienza e la sensibilità che presentano allo
spirito gl’obbietti, l'analisi che li sepa la sintesi che li riunisce, il
desiderio, e la volontà che mossa da questo dirige le operazioni dell'analisi
della sintesi. L'illustre filosofo di Tropea professa le medesime teorie in
tutti i suoi saggi filosofici; se non che degl’elementi e nelle lezioni di
filosofia, poggiate sull'empirismo-razionalismo , segue il metodo analitico
procedendo dal noto all'ignoto. Egli divide la logica in pura o scienza delle
idee e mista o scienza di fatti seguendo il principio dell'identità progressiva
ed istruttiva, considerando come ufficio del ragionamento il rapnodare e
subordinare le nostre idee, dichiarando il sillogismo un'analisi del discorso, e
stimando molto importante l'entimema. Secondo lui, la religione naturale è
l'insieme delle verità che si possono provare per mezzo della ragione, che ci svelano
come dobbiamo pensare del divino, e de'suoi rapporti cogl’esseri creati. La
ragione ne insegna che il divino è eterno immutabile uno iqboito; la sua
eternità, non ha ra, e } successione fisica nè meta-fisica. La
relazione fra il divino e le creature è quello di causalità cioè tutte le
creature sono state create dal divino. L’esistenza di due principii eterni
dell'universo è assurda. Il male non ripugna alla bontà divina. L’esistenza
de'doveri ne vien manifestata dalla coscienza ed è una verità primitiva. Il
dovere non può definirsi per e, chè è una nozione semplice, un’azione
soggettiva che deriva dalla natura umana. Le verità morali sono necessarie ma
sintetiche. Il principio del dovere è distinto da quello dell'utile che gli è
subordinat. La massima: si giusto è primitiva. Il principio di BENEFICENZA non
basta a mostrarci i nostri doveri verso gl’altri. Noi abbiamo de'doveri non
solo verso gl’altri, ma verso il divino e *verso noi stessi* (amore proprio) ,
la filosofia ci manifesta l'immortalità dell'anima umana, il congiungimento
della felicità colla virtù, verità che vengono dimostrate dal premio della
virtùe della pena del vizio, verità provate dalla naturale indistruttibilità
dell'anima e dal desiderio costante negl’uomini di un bene supremo, rità
enunciate dalla ragione non solo ma anche dalla ri-velazione che è un'azione
immediata del divino sullo spirito umano con che il divino produce nello
spirito le conoscenze che vuol produrre, e la cui possibilità deriva dalla
semplice nozione dell'onnipotenza. Egli riponendo la legge morale nella retta
ragione che dirige la nostra volontà al nostro benessere seguendo il sistema
del dovere indipendente dall'utile, introducendo qualche cosa d'innato nella
morale ed ammettendo il dovere come un principio sintetico a priori, si eleva
dall'empirismo psicologico ad un ragionevole idealismo nella morale. Ecco le
principali opinioni professate dall'immortale Galluppi, cui va tanto debitrice
l'attuale filosofia italiana de’ suoi progressi, ed in cui non sappiamo se sia
maggiore l'elevatezza e l'acume d'ingegno o la forza e la potenza del
ragionamento. Molti altri filosofi dietro l'esempio del ve GALLUPPI pure
si addissero all’empirismo-Razionalismo. Tedeschi la forza dell'anima come unica
ed divisa, sostiene le idee assolute ed immutabili, distingue le idee io
riflesse o prodotte dall'astrazione, e spontanee o prodotte d’un intimo impulso
che de mena dal sensibile all'intelligibile sino alla cognizione della
sostanza. Zantedeschi presenta un sistema di facoltà de dotto dal percepire dal
sentire, e dal l'appetire intellettivo, sensuale, e razionale, considerando la
logica come quella scienza che dirigela facoltà conoscitiva a perfezionarsi,
stabilisce il metodo induttivo sulla causalità e l'analogia. La sua melafisica
è la dottrina dell'ente che s'accosta alla teoria del VICO e degl’antichi
italiani. Nella filosofia morale egli racchiude i principii delle azioni, come
la coscienza, la libera volontà, e la legge morale, ed il precetto comune. Quod
tibi non vis alio ne feceris. Mancino concepisce la filosofia come scienza
dello spirito uma considera in sul > / 311 S corpo ; la filosofia è la
scienza dello spirito umano in sè ed in tutte le sue relazioni. Per conoscere l'anima
è me stiere l'analisi che scompone il partico lare per ridurlo a principii
generali; la vila dell'anima stà nella cognizione-azio pe no, e ne deduce
uoa filosofia eclettica cioè equitativa e completa che accoglie il vero da per
ogni dove; epperò divide la filosofia in soggettiva cioè diretta a disaminare
le forze dell'iplendimento . ed oggettiva o diretta a disaminare gli obbietti della
conoscenza; rionega l’Empirismo ed il Razionalismo ; e conside ra le iee come
prodotte dalle sensazio ni, dalla coscienza, e dall'attività dello spirito e POLI
è uno de'più for ti propugnatori dell'Empirismo-Razionalismo. Secondo lui,
l'uomo consta di due elementi, anima che si riduce all'atto del giudizio o
idea-volizione-coscienza; conoscere pon è che giudicare e giudicare non è che
conoscere, ma il giudicare è il modo del conoscere e il conoscere è l'effetto
del giudicare, il giudizio non è una sintesi tra l'attributo ed il subbietto
perchè l'anima non ha forza sintetica potendo solo percepire e vedere, il giudizio
ha le sue applicazioni come il bello, il buono, il vero, le sue perfezioni, che
sono il buon senso, lo spirito, il gusto, l'ingegno, il carattere l'istinto e
le sue relazioni che sono i rapporti dell'anima coll'età col sesso,
coll'indole, colla fisonomia, col clima, col vitto, col sodoo, colle malattie o
colle altre circostanze. Il giudizio è un tutto composto ed un effetto che non
può sussistere senza parti componenti e senza facoltà generatrici, che sono
due: volontà-intelletto ed intelletto-volontà fondate sul principio di
simultanea in divisibilità; tutte le altre facoltà son modi empirici di queste
due facoltà primitive che colle loro leggi sono attributi dell'anima. Il
giudizio e le rispettive facoltà dell'intelletto e della volontà hanno per
fattori supremi l'oggettivo ed il soggettivo messi tra loro in rap >
donde il commercio del fisico col morale nell'uomo; la filosofia si Altri
Empiristi-Razionalisti non hanno pubblicate delle opere; ma il loro sistema
traspare da vari articoli di giornali e ragionamenti disparati. RICCI è amante
del metodo empirico-speculativo; porto, rannoda alla religione ed alla teo-logia
perocchè questi fattori dipendono dal divino; la vita dell'anima e il giudizio sono
oggetti limitati perfettibili; questo perfezionamento è dato come legge di
natura e come scopo all'anima ed alle sue facoltà, esso è riposto nel maggior
aumento ed equilibrio possibile delle facoltà dell'anima congiunto al maggior
grado possibile di scienza e di felicità, esso può ottenersi avendosi de’ mezzi
facili e corrispondenti che si riducono all'uso reiterato e frequente degli stessi
atti o delle stesse funzioni; quindi l'uomo perrendersi perfetto al maggior grado
deve operare e usare per quanto può delle proprie facoltà, secondo la loro
natura e la loro destinazione. Rivato limita il sapere filosofico e
e > cioè il pro filosofico, sostenendo che l'uomo dee tutto studiare e nel
mondo esterno e nello interno tutto riferire alla coscienza, Riccobelli si
accinge a combattere il Trascendentalismo di Kant sullo spazio e sul tempo;
Devincenzi pone per primo fondamento dell'ecletismo la cognizione perfetta di
tutte le filosofie e scegliere il vero da tutte; e per lui l'eclettismo è
quella modesta filosofia che nulla sprezzando esamina tutte le dottrine e segue
il vero ovunque il rinviene. Cusani sostiene che lo spirito umano ha due sole
vie nella ricerca del vero, cedimento empirico ed il razionale, che i principii
assoluti sono anteriori nel loro stato fenomenale, ma contempora nei nella loro
essenza alle idee necessarie, che la tendenza filosofica dev'essere l'Ontologia,
e che dovrebbesi elevare una metafisica sul fondamento psicologico degli
eclettici francesi e sul fondamento ontologico dei filosofi alemanni. Molti
altri recenti filo C Supplimenti al Manuale della Storia della filosofia di
Tennemann Ricci: Articoli sul Cousinismo (Antologia di Firenze), Rivato e sul +
sofi han coltivate le scienze filosofiche pel lato d'un tal sistema ma i limiti
di brevità che abbiamo imposti a poi stessi ci vietapo di noverarli. Tamburini:
Introduzione allo studio della filosofia morale. Elementa Juris Naturae Cenni
sulla perfettibilità dell'umana famiglia. Galluppi: Saggio sulla critica della
conoscenza. Filosofia della volontà. Lezioni di Logica e Metafisica. Elementi
di Filosofia. Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia relativamente a’
principii delle umane conoscenze da Cartesio insino a Kant Introduzione allo studio
della Filosofia. Memoria sul sistema di Fichte o sul Razionalismo assoluto
l'idealismo Trascendentale di Kant Tedeschi: Sulla filosofia. Zantedeschi:
Elementi di Psicologia empirica, di Logica e Metafisica, e di Filosofia morale.
Mancino. Elementi di filosofia. Poli: Saggio filosofico sopra la scuola de’ moderni
filosofi naturalisti. Saggio di un corso
di filosofia. Primi elementi di filosofia. Intorno al vero e giusto spirito
filosofico. Riassum to sempre, identico stesso nell'India, nella Grecia nel
cadere del medio-evo, nella filosofia moderna, e nel l'attuale filosofia. del
Progresso. Gall è que gli che rappresenta eminentemente in Francia la filosofia
empirica spingendola sino al materialismo. Il razionalismo ha pochi adetti,
fra'quali la Baronessa de Stael; il misticismo ha de’seguaci; ma quegli che più
di tutti imprese a difenderlo si e Lamennais. L'eclettismo comprende gl’eclettici
propriamente detti o Cousinisti, gl’eclettici scozzesi, tra’ quali Jouffroy, e
i filosofi Storici che muovono tutti dal Guizot; cosicchè tre sono i grandi
campioni dell'ecletismo Cousin , Jouf ' In Francia la filosofia superando i
limiti dell'ideologia e della psicologia empirica , a malgrado alcuni avanzi di
sensualismo, ha cangiato la sua direzio ne ; ed ha dato luogo alle cinque scuo
le degli Empiristi, de'Razionalisti, dei Mistici, degli Ecletici, e de Filosofi
> profondità dell'Alemagna , si presenta una lotta di varii
sistemi.Qualche avanzo del sensualismo invalso nel secolo scorso as sume
l'originalità italiana; ma l'Idea lismo ben presto gli fa guerra benchè numeri
pochi seguai ; il misticismo non ha'che pochissimi coltivatori,e l'eclet
tissimo scozzese comincia ad introdur sinelleopere de'Filosofi italiani;
ma froy e Guizot. Il sansimonismo inva se i dominii delle scienze morali
e sociali ; ed a malgrado le sue stranezze attirò de'fautori, frà quali alcuni
sco standosene alquanto fondarono la filoso fia del progresso continuo, che è
addi venuta la filosofiapredominante in Fran cia ma che debbe esser posta in
accor do colla Religione Cristiana. Il fondatore del Sapsimonismo è
Saint-Simon; e Leroux è quegli che lo ha tra mutato nella filosofia del
progresso con tinuo. Nell'Italia , che è chiamata a tenere il giusto mezzo tra
la eccessiva superfi cialità della Francia e l'eccessiva 9
l'empirismo-razionalismo combatte tutti questi sistemi e viene a fondarsi
sulla ragione e sull'esperienza. Ogni sistema in Italia ha un grande ingegno
che lo difende. Romagnosi segue ilsensualismo Rosmini l'idealismo, Gioberti il
misticismo, Mamiani l'eclettismo scozzese e Galluppi l'Empirismo-Razionalismo.
Questo sistema, proprio de’filosofiitaliani, che è l'ultima espressione dello
svolgi mento della filosofia , debbe mirare ad una nuova formola più compiuta ,
e ten tare lo scioglimento de'più ardui pro blemi per mezzo dell'esperienza
combi nata colla ragione; esso abbisogna di un metodo e diun prịåcipio che spie
ghi il commercio de sensi colle idee del mondo esterno col mondo interno ; ed
al suo ampliamento contribuiscono non solo leversioni delle operestraniere, ma
anche altri lavori filosofici degli italiani che preparano una restaurazione
definiti va delle scienze filosofiche. Noi di que sto sistema abbiamo
lodevolmente par lato al cominciamento del nostro lavoro; e facciam voti perchè
tutti gli Italiani pensatori presenti ed avvenire di unanime consentimento siraccolgado
sotto una sola e medesima bandiera, sotto le inse goe
dell'Empirismo-Razionalismo, ricono scendo per loro capo e maestro
l'immortale filosofo di 'Tropea Pasquale GALLUPPI. Enrico Pessina. Pessina. Keywords: storiografia filosofica in Italia, la
storia della filosofia romana, Galluppi, diritto private. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pessina” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Petrarca: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale di Cicerone – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Arezzo). Filosofo
italiano. Grice: “There are a few
studies on Petrarca and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most
important contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or
Shakespeare.” Considerato il filosofo precursore
dell'umanesimo e uno dei fondamenti della filosofia italiana, soprattutto
grazie alla sua opera più celebre, il “Canzoniere”, patrocinato quale modello
di eccellenza stilistica da BEMPO. Filosofo moderno, slegato ormai dalla
concezione della patria come mater e divenuto cittadino del mondo, Petrarca
rilancia, in ambito filosofico, l'agostinismo in contrapposizione alla
scolastica e opera una rivalutazione storico-filologica dei classici latini.
Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropo-centrico
-- e non più in chiave assolutamente teo-centrica – P. -- che ottenne la laurea
poetica a Roma – gode la sua vita nella riproposta culturale della poetica e la
filosofia antica e patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo
un'immagine di sé quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La
storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto
dall'amore travolgente per Laura che una storia d'amore, e in quest’ottica si
deve valutare anche l'opera latina del Secretum. Le tematiche e la
proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento culturale
umanistico, danno avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi,
lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare dell'aretino.
Il padre appartene alla fazione dei guelfi bianchi ed è amico d’ALIGHIERI,
esiliato da Firenze per l'arrivo di Valois, apparentemente entrato nella città
toscana quale paciere di Bonifacio VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi
neri contro quelli bianchi. La sentenza emanata da Gubbio, podestà di Firenze,
esilia tutti i guelfi bianchi, compreso il padre di P. che, oltre all'oltraggio
dell'esilio, e condannato al TAGLIO DELLA MANO DESTRA. A causa dell'esilio del
padre, P. trascorre l'infanzia in diversi luoghi della Toscana. Prima ad
Arezzo, poi Incisa e Pisa, dove il padre è solito spostarsi per ragioni politico-economiche.
A Pisa, il padre, che non perde la speranza di rientrare in patria, si riune ai
guelfi bianchi e ai ghibellini per accogliere Arrigo VII. Secondo quanto
affermato dallo stesso P. nella Familiares, indirizzata a Boccaccio, a Pisa avvenne,
probabilmente, il suo unico e fugace incontro con l'amico del padre, ALIGHIERI.
La famiglia si trasfere a Carpentras, vicino Avignone, dove il padre ottenne
incarichi presso la corte pontificia grazie all'intercessione di Prato. Nel
frattempo, P. studia a Carpentras sotto la guida di Prato, amico del padre che è
ricordato dal P. con toni d'affetto nella Seniles. A questa scuola, presso la
quale studia, conosce uno dei suoi più cari amici, Sette, al quale P. indirizza
la Seniles. Anonimo, Laura e il Poeta, Arquà Petrarca (Padova). L'affresco fa
parte di un ciclo pittorico realizzato mentre è proprietario Valdezocco.
L'idillio di Carpentras dura fino ad allorché lui, il fratello Gherardo e
l'amico Sette sono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a
Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch'essa come luogo pieno di
pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al fastidio provati
nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier è funestato dal
primo dei vari lutti che P. affrontare: la morte della madre. Il figlio, ancora
adolescente, compone il Pangerycum defuncte matris -- poi rielaborato
nell'epistola metrica -- in cui vengono sottolineate le virtù della madre
scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la
scomparsa della moglie, decide di cambiare sede per gli studi dei figli
inviandoli nella ben più prestigiosa BOLOGNA, anche questa volta accompagnati
da Sette e DA UN PRECETTORE che segue la vita quotidiana dei figli. In questi
anni P., sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si lega ai circoli
letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Virgilio e BENINCASA
(si veda), coltivando così i studi filosofici e la biblio-filia. Gl’anni
bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non sono tranquilli. Scoppiarono
violenti tumulti in seno allo studio in seguito a LA DECAPITAZIONE DI UN
STUDENTE, fatto che spinge P., con il fratello e SETTE a ritornare ad Avignone.
I tre ri-entrarono a Bologna per riprendervi gli studi fino all’anno in cui P.
ritornò ad Avignone per prendere a prestito una grossa somma di denaro, vale a
dire 200 lire bolognesi spese presso Zambeccari. Ser Petracco muore permettendo
a Petrarca di LASCIARE FINALMENTE LA FACOLTÀ DI DIRITTO A BOLOGNA e di
dedicarsi agli studi filosofici che lo appassionavano. Per dedicarsi a tempo
pieno a quest'occupazione dove trovare una fonte di sostentamento che gli
permette di ottenere un qualche guadagno remunerativo. Lo trova quale membro
del seguito di Colonna. L'essere entrato a far parte della famiglia, tra le più
influenti e potenti dell'aristocrazia romana, permise a P. di ottenere non
soltanto quella sicurezza di cui ha bisogno per iniziare i studi, ma anche di
estendere le sue conoscenze in seno all'élite filosofica romana. Difatti,
in veste di rappresentante degl’interessi dei Colonna, P. compì un lungo
viaggio nell'Europa del Nord, spinto dall'irrequieto e risorgente desiderio di
conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera sua agitata biografia. È
a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, e Lione. Particolarmente importante
è allorché, nella città di Lombez, P. conosce Tosetti e Kempen, il Socrate cui
vede dedicata la raccolta epistolare delle Familiares. Poco dopo essere
entrato a far parte del seguito di Colonna, prende gli ordini sacri, divenendo
canonico, col fine di ottenere i benefici connessi all'ente ecclesiastico di
cui è investito. Nonostante la sua condizione di religioso -- è attestato che P.
è nella condizione di chierico – ha comunque un figlio nato con una donna
ignote, figlio tra cui spiccano per importanza, nella successiva vita del poeta.
Secondo quanto afferma nel Secretum, P. incontra per la prima volta, nella
chiesa di Santa Chiara ad Avignone, 7, che cadde di lunedì, la donna che è
l'amore della sua vita e che è immortalata nel Canzoniere. La figura di Laura
suscita, da parte dei critici letterari, le opinioni più diverse. Identificata
da alcuni con una Laura de Noves coniugata de Sade -- morta a causa della peste.
Altri invece tendono a vedere in tale figura un senhal dietro cui nascondere la
figura dell'ALLORO filosofico -- pianta che, per gioco etimologico, si associa
al nome femminile -- suprema ambizione del filosofo P.. P. manifesta già
durante il soggiorno bolognese una spiccata sensibilità filosofica, professando
una grandissima ammirazione per l'antichità romana. Oltre agli incontri con
Virgilio e Pistoia, importante per la nascita della sensibilità filosofica di
P. è il padre stesso, fervente ammiratore di CICERONE e di tutta la
giurisprudenza latina. Difatti ser Petracco, come racconta P. nella Seniles dona
al figlio un manoscritto contenente le opere di VIRGILIO e la Rethorica di CICERONE
e un codice delle Etymologiae di Isidoro e uno contenente le lettere di s. Paolo.
In quello stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la
Patristica, P. compra un codice del De Civitate Dei di Agostino e conosce e
comincia a frequentare Sepolcro, professore di teologia alla Sorbona. Il
professore regala a P. un codice tascabile delle Confessiones, lettura che
aumenta ancor di più la passione del Nostro per la spiritualità patristica
agostiniana. Dopo la morte del padre e l'essere entrato a servizio dei Colonna,
P. si buttò a capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a
visionare i codici della biblioteca apostolica -- ove scoprì la Naturalis
Historia di PLINIO il Vecchio -- e, nel corso del viaggio nel Nord Europa, P. scopre
e ri-copia il codice del Pro Archia poeta di CICERONE e dell'apocrifa “Ad
equites romanos”, conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. Oltre alla
dimensione di explorator, comincia a sviluppare le basi per la nascita del
metodo filologico moderno, basato sul metodo della collatio, sull'analisi delle
varianti e quindi sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagl’errori
dei monaci amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti
per congettura. Sulla base di queste premesse metodologiche, lavora alla
ricostruzione, da un lato, dell' “Ab Urbe condita” di LIVIO. Dall'altro, della
composizione del grande codice contenente le opere di VIRGILIO e che, per la
sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa:
l'Africa e il “De viris illustribus”; Marie Alexandre Valentin Sellier, “La
farandola di Petrarca”, olio su tela, Sullo sfondo si può notare il Castello di
Noves, nella località di Valchiusa, il luogo ameno in cui trascorse gran parte
della sua vita fino all’anno in cui lasciò la Provenza per l'Italia. Mentre
porta avanti questi progetti filosofici, P. intrattene con Benedetto XII, un rapporto epistolare -- Epistolae
metricae -- con cui esorta il pontefice a ritornare a Roma e continua il suo
servizio presso Colonna, su concessione del quale poté intraprendere un viaggio
a Roma, dietro richiesta di Colonna che desidera averlo con sé. Giuntovi nella città
eterna P. puo toccare con mano i monumenti e le antiche glorie dell'antica
capitale dell'impero romano, rimanendone estasiato. Rientrato in Provenza, P.
compra una casa a Valchiusa, appartata località sita nella valle della Sorgue nel
tentativo di sfuggire all'attività frenetica avignonese, ambiente che
lentamente comincia a detestare in quanto simbolo della corruzione morale in
cui è caduto il Papato. Valchiusa -- che durante le assenze di P. è affidata al
fattore Chermont -- è anche il luogo ove P. puo concentrarsi nella sua attività
filosofica e accogliere quel piccolo cenacolo di amici eletti -- a cui si
aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle -- con cui trascorrere
giornate all'insegna del dialogo filosofico colto – “un gruppo di gioco”. Più o
meno in quello stesso periodo, illustrando a Colonna la vita condotta a
Valchiusa nel primo anno della sua dimora lì, P. delinea uno di quegl’autoritratti
manierati che diventeranno un luogo comune della sua corrispondenza:
passeggiate campestri, amicizie scelte, letture intense, nessuna ambizione se
non quella del quieto vivere. È in questo periodo appartato che, forte della
sua esperienza filosofica, incomincia a stendere i due saggi che sarebbero
dovute diventare il simbolo della rinascenza classica: l'Africa e il De viris
illustribus. Il primo saggio, in versi intesa a ricalcare le orme virgiliane,
narra dell'impresa militare romana della seconda guerra punica, incentrata
sulle figure di SCIPIONE l'Africano, modello etico insuperabile della virtù
civile della repubblica romana. Il secondo saggio e un medaglione di XXXVI vite
di uomini illustri improntata sul modello liviano e quello floriano. La scelta
di comporre un'opera in versi e un'opera in prosa, ricalcanti i modelli sommi
dell'antichità nei due rispettivi generi e intesi a recuperare, oltre alla
veste stilistica, anche quella spirituale degl’antichi, diffusero presto il
nome di P. al di là dei confini provenzali, giungendo in Italia. L'ALLORO
con cui P. è incoronato ri-vitalizza il mito del filosofo laureato, figura che
diventerà un'istituzione pubblica in paesi quali il Regno Unito. Il nome di P. quale uomo eccezionalmente colto
e grande filosofo è diffuso grazie all'influenza della famiglia Colonna e SEPOLCRO.
Se i primi hanno influenza presso gl’ambienti ecclesiastici e gl’enti a essi
collegati -- quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona --
SEPOLCRO fa conoscere il nome dell'Aretino presso la corte del re di Napoli
Roberto d'Angiò, presso il quale è chiamato in virtù della sua erudizione. Approfittando
della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensa di ottenere un
riconoscimento ufficiale per la sua attività filosofica “innovatrice” a favore
dell'antichità, patrocinando così la sua incoronazione filosofica. Difatti,
nella Familiares, confide a SEPOLCRO la sua speranza di ricevere l'aiuto del
sovrano angioino per realizzare questo suo sogno, intessendone le lodi. La Sorbona
fa sapere al Nostro l'offerta di una incoronazione filosofica a Parigi. Proposta
che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunge analoga dal senato di Roma. Su
consiglio di Colonna, P., che desidera essere incoronato nell'antica capitale
dell'impero romano, accetta la seconda offerta, accogliendo poi l'invito di re
Roberto di essere esaminato da lui stesso a Napoli prima di arrivare a Roma per
ottenere la sospirata incoronazione. Le fasi di preparazione per il
fatidico incontro con il sovrano angioino durarono, P., accompagnato dal
signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per Napoli col fine di
ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino. Giunto nella città
partenopea è esaminato per III giorni da re Roberto che, dopo averne constatato
la cultura e la preparazione filosofica, acconsentì all'incoronazione a
filosofo in Campidoglio per mano del senatore Anguillara. Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di P. – la
collatio laureationis --sia la certificazione dell'attestato di LAUREA da parte
del senato romano – il privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli
conferiva anche l'autorità per insegnare filosofia e la cittadinanza romana -- la
data dell'incoronazione è incerta. Tra quanto affermato da P. e quanto poi
testimoniato da BOCCACCIO (si veda), la cerimonia d'incoronazione avvenne in un
arco temporale. In seguito all'incoronazione incomincia a comporre l'Africa e
il De viris illustribus. Gli anni successivi all'incoronazione filosofica sono
contrassegnati da un perenne stato d'inquietudine morale, dovuta sia a eventi
traumatici della vita privata, sia all'inesorabile disgusto verso la
corruzione Avignonese. Subito dopo l'incoronazione filosofica, mentre P. sosta
a Parma, sa della scomparsa dell'amico Colonna, notizia che lo turba
profondamente. Gl’anni successivi non recarono conforto al filosofo laureato. Da
un lato le morti prima di SEPOLCRO e, poi, di re Roberto ne accentuarono lo
stato di sconforto. Dall'altro, la scelta da parte del fratello di abbandonare
la vita mondana per diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero P. a
riflettere sulla caducità del mondo. Mentre soggiorna ad Avignone, conosce Cola
di Rienzo -- giunto in Provenza quale ambasciatore del regime repubblicano
instauratosi a Roma -- col quale condivide la necessità di ridare a Roma
l'antico status di grandezza politica che, come capitale dell'antica Roma le
spetta di diritto. È nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma,
mentre è nominato arcidiacono. La caduta politica di RIENZO, favorita
specialmente dalla famiglia Colonna, è la spinta decisiva da parte di P. per
abbandonare i suoi protettori. Lascia ufficialmente, l'entourage di Colonna.
A fianco di queste esperienze private, il cammino del filosofo Petrarca è invece
caratterizzato da una scoperta importantissima. Dopo essersi rifugiato a Verona
in seguito all'assedio di Parma e la caduta in disgrazia dell'amico Correggio, P.
scopre nella biblioteca capitolare le epistole ciceroniane “ad Brutum”, “ad
Atticum” e “ad Quintum fratrem.” L'importanza della scoperta consistette nel
modello epistolografico che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gl’amici,
l'uso del tu al posto del voi proprio dell'epistolografia medievale ed, infine,
lo stile fluido e ipotattico indussero l'aretino a comporre anch'egli delle
raccolte di lettere sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita
delle Familiares prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo
risalgono anche i Rerum memorandarum libri, l'avvio del De otio religioso e del
De vita solitaria. Sempre a Verona, P. ha modo di conoscere Alighieri, figlio d’ALIGHIERI,
con cui intrattenne rapporti cordiali. La vita, come suol dirsi, ci sfugge
dalle mani. Le nostre speranze furon sepolte cogli amici nostri. Ci rese miseri
e soli. Delle cose familiari, prefazione, A Socrate. Dopo essersi slegato dai Colonna,
P. comincia a cercare altro patrone presso cui ottenere protezione. Pertanto,
lascia Avignone, col figlio, giunge a Verona, località dove si è rifugiato
l'amico Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere
a Parma, dove stringe legami con il signore della città, Luchino Visconti (si veda: “Morte a
Venezia”). È, però, in questo periodo che inizia a diffondersi per l'Europa la
terribile peste nera, morbo che causa la morte di molti amici del P.: i
fiorentini BENE (si veda), Casini, e Albizzi; Colonna e il padre, anche Colonna;
e quella dell'amato ALLORO, di cui ha la notizia. Nonostante il dilagare del
contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della morte di
molti suoi amici, P. continua le sue peregrinazioni, alla ricerca di un
protettore. Lo trova in Carrara, suo estimatore che lo nomina canonico del
duomo di Padova. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il
filosofo il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato ottenne
una rendita annua di 200 ducati d'oro, ma P. utilizza questa abitazione solo
occasionalmente. Difatti, costantemente in preda al desiderio di viaggiare, è a
Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conosce Dandolo. Prende la decisione di
recarsi a Roma per lucrare l'indulgenza dell'Anno giubilare. Durante il viaggio
accondiscese alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini e decide di
incontrarsi con loro. L’occasione è di fondamentale importanza non tanto per P.,
quanto per colui che diventerà il suo interlocutoreL Boccaccio. Il filosofo e novelliere,
sotto la sua guida, incomincia una lenta e progressiva conversione verso una
mentalità ed un approccio più umanistico alla filosofia, collaborando spesso
con il suo venerato praeceptor in progetti culturali di ampio respiro. Tra
questi ricordiamo la la scoperta di antichi codici classici romani. P.
risiedette prevalentemente a Padova, presso Carrara. Qui, oltre a portare
avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere spirituali riceve anche
la visita di BOCCACCIO in veste di ambasciatore del comune fiorentino perché
accetta un posto di docente presso il nuovo studio fiorentino – meno
prestigioso dall’antichissimo di Bologna -- Poco dopo, e spinto a rientrare ad
Avignone in seguito all'incontro con Talleyrand e Boulogne, latori della
volontà di papa Clemente VI che intende affidargli l'incarico di segretario
apostolico. Nonostante l'allettante offerta del pontefice, l'antico disprezzo
verso Avignone e gli scontri con gli ambienti della corte pontificia -- i
medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente, l'antipatia d’Innocenzo VI
-- gl’indussero a lasciare Avignone per Valchiusa, dove prende la decisione
definitiva di stabilirsi IN ITALIA. Targa commemorativa del soggiorno meneghino
di P. situata agli inizi di Via Lanzone a Milano, davanti alla basilica di S. Ambrogio.
P. inizia il viaggio verso la patria, accogliendo l'ospitale offerta di Visconti,
arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche
degl’amici fiorentini -- tra le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio
-- che gli rimproveravano la scelta di essersi messo al servizio dell'ACERRIMO
NEMICO DI FIRENZE. P. collabora con missioni e ambascerie -- a Parigi e a
Venezia; l'incontro con l'imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga -- all'intraprendente
politica viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che
nella natia Firenze, bisogna ricordare l'animo cosmopolita proprio di P.. Cresciuto
ramingo e lontano dalla sua patria, P. non risente più dell'attaccamento
medievale verso la propria patria d'origine, ma valuta gl’inviti fattigli in
base alle convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la
protezione un signore potente e ricco come Visconti e Galeazzo II, che si
rallegrerebbero di avere a corte un filosofo celebre come P.. Nonostante tale
scelta discutibile agl’occhi degl’amici fiorentini, i rapporti tra il
praeceptor e i suoi discipuli si ricucino. A ripresa del rapporto epistolare
tra P. e Boccaccio prima, e la visita di quest'ultimo a Milano nella casa di P.
situata nei pressi di S. Ambrogio sono le prove della concordia
ristabilita. Nonostante le incombenze diplomatiche, nel capoluogo
lombardo elabora la sua filosofia, dalla ricerca erudita e filologica alla
produzione di una filosofia fondata da un lato sull'insoddisfazione per la
cultura contemporanea, dall'altra sulla necessità di una produzione che puo
guidare l'umanità verso i principi etico-morali filtrati attraverso l’accademia
e il portico. Con questa convinzione, P. porta avanti gli scritti iniziati nel
periodo della peste: il Secretum e il De otio religioso; la composizione di
opere volte a fissare presso i posteri l'immagine di un uomo virtuoso i cui
principi sono praticati anche nella vita quotidiana -- le raccolte delle
Familiares e, l'avviamento delle Seniles -- le raccolte poetiche latine -- Epistolae
Metricae -- e quelle volgari -- i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias
il Canzoniere. Durante il soggiorno meneghino P. inizia soltanto il dialogo “De
remediis utriusque fortune” in cui si affrontano problematiche morali concernenti
il denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al
quotidiano. Per sfuggire alla peste, P. abbandona Milano per Padova, città da cui fugge per lo stesso motivo. Nonostante la
fuga da Milano, i rapporti con Visconti rimanono sempre molto buoni, tanto che
trascorse tempo nel castello visconteo di Pavia in occasione di trattative
diplomatiche. A Pavia seppelle il piccolo nipote di due anni, figlio della figlia,
nella chiesa di S. Zeno e per lui compose un'epigrafe ancor oggi conservata nei
Musei Civici. Si reca a Venezia, città dove si trovava il caro amico Albanzani e
dove la Repubblica gli concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri sulla Riva
degli Schiavoni in cambio della promessa di donazione della sua biblioteca, che
era allora certamente la più grande biblioteca privata d'Italia. Si tratta
della prima testimonianza di un progetto di bibliotheca publica. La casa
veneziana è molto amata da P., che ne parla indirettamente nella Seniles,
quando descrive, al destinatario Bologna, le sue abitudini quotidiane. Vi
risiede stabilmente -- tranne alcuni periodi a Pavia e Padova -- e vi ospita
Boccaccio e Pilato. Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia
degli amici più intimi, della figlia sposatasi con Brossano, decide di affidare
a Malpaghini la trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La
tranquillità di quegli anni è turbata dall'attacco maldestro e violento mosso
alla cultura, all'opera e alla figura sua da IV filosofi averroisti che lo
accusarono di ignoranza. L'episodio è
l'occasione per la stesura del saggio “De sui ipsius et multorum ignorantia”,
in cui P. difende la propria "ignoranza" in campo del LIZIO a favore
della filosofia dell’ACCADEMIA, più incentrata sui problemi della natura umana
rispetto alla prima, intesa a indagare la natura sulla base dei dogmi del
filosofo di Stagira. Amareggiato per l'indifferenza dei veneziani davanti all’accuse
rivoltegli, P. decide di abbandonare la città lagunare e annullare così la
donazione della sua biblioteca alla Serenissima. La casa di Petrarca ad
Arquà Petrarca, località sita sui colli Euganei nei pressi di Padova, dove vive
il filosofo. Della dimora P. parla nella
Seniles. Dopo alcuni brevi viaggi, accolge l'invito dell'amico ed estimatore Carrara
di stabilirsi a Padova, in Via Dietro Duomo a Padova, la casa canonicale di P.,
assegnata a lui in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova
dona poi una casa situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui
colli Euganei, dove poter vivere. Lo stato della casa, però, a abbastanza
dissestato e ci vollero alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo
trasferimento nella nuova dimora. La vita di P., che è raggiunto dalla famiglia
della figlia, si alterna prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa
di Arquà e quella vicina al duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi amici
ed estimatori, oltre a quelli conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda
Seta, che daveva sostituito Malpaghini quale copista e segretario del filosofo laureato.
Si mosse dal padovano soltanto una volta quando e a Venezia quale paciere per
il trattato di pace tra i veneziani e Carrara. Per il resto del tempo si dedica
alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere. Colpito da
una sincope, muore ad Arquà mentre esaminava un testo di VIRGILIO (o CICERONE),
come auspicato in una lettera al Boccaccio. Peraga è scelto per tenere
l'orazione nel funerale, che si svolge nella chiesa di S. Maria Assunta alla
presenza di Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. Per volontà
testamentaria le spoglie di P. sono sepolte nella chiesa parrocchiale del
paese, per poi essere collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla
chiesa. Le vicende dei resti del P., come quelli di ALIGHIERI, non sono
tranquille. La sua tomba espezzata all'angolo di mezzodì e vennero rapite
alcune OSSA DEL BRACCIO DESTRO. Autore del furto e Martinelli, un frate da
Portogruaro, il quale, a quanto dice una pergamena dell'archivio comunale di
Arquà, venne spedito in quel luogo dai fiorentini, con ordine di riportare seco
qualche parte del suo scheletro. La veneta repubblica fa riattare l'urna,
suggellando con arpioni le fenditure del marmo, e ponendovi lo stemma di Padova
e l'epoca del misfatto. I resti trafugati NON SONO MAI RECUPERATI. La tomba,
che versa in stato pessimo, venne sottoposta a restauro dato lo stato pessimo in
cui il sepolcro versa. Il restauro però, a seguito di complicazioni
burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, e addirittura
processato con l'accusa di violata sepoltura. Avennero resi noti i risultati
dell'analisi dei resti conservati nella sua tomba ad Arquà P.. Il TESCHIO, peraltro
ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è riconosciuto come femminile e
quindi non pertinente a P.. Un frammento di pochi grammi del cranio esaminato
con il metodo del radiocarbonio, consente di accertare che il cranio ritrovato
nel sepolcro è femminile. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella sua tomba
è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il suo proprio cranio. Il
resto dello scheletro è invece
riconosciuto come autentico. Riporta alcune costole fratturate. Ferito da una
cavalla con un calcio al costato. Nello studio, affresco murale, Reggia
Carrarese, Sala dei Giganti, Padova. P. manifesta sempre un'insofferenza innata
nei confronti della cultura a lui coeva. La sua passione per i classici latini liberate
dalle interpretazioni allegoriche lo pone pongono come l'iniziatore
dell'umanesimo italiano. In “De remediis utriusque fortune”, ciò che interessa
maggiormente a P. è l'”humanitas”, cioè l'insieme delle qualità che danno
fondamento ai valori più umani della vita, con un'ansia di meditazione e di
ricerca tra erudita ed esistenziale intesa ad indagare l'anima in tutte le sue
sfaccettature. Di conseguenza, pone al centro della sua riflessione filosofica
l'essere umano, spostando l'attenzione dall'assoluto teo-centrismo all'antropo-centrismo
moderno. Fondamentale nella sua filosofia è la riscoperta dei classici,
sopra totto di CICERONE – E LIVIO (“Ab urbe condita”) e PLINIO (“Historia
naturalis”). Già conosciuti, sono ati oggetto però di una rivisitazione che non
tene quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state
scritte. Per esempio, la figura di VIRGILIO è vista come quella di un
mago/profeta, capace di adombrare, nell'Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita
di Cristo, anziché quella d’Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio
Pollione: un'ottica che ALIGHIERI accolse pienamente nel Virgilio della
Commedia. P., rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei
classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e
di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio
costante, come fa nel libro delle Familiares. Scrivere a CICERONE o a Seneca,
celebrandone l'opera o magari deplorandone con benevolenza mancanze e
contraddizioni, è per lui un modo filosoficamente tangibile -- e per noi assai
significativo simbolicamente -- di mostrare quanto a loro dovesse, quanto li
sentisse, appunto, idealmente suoi contemporanei. Oltre alle epistole,
all'Africa e al De viris illustribus, opera tale riscoperta attraverso il
metodo filologico da lui ideato e la
ricostruzione dell'opera liviana – LIVIO (si veda) -- e la composizione del
Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo innovativo approccio
alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si avverte, anche,
nell'ambito della numismatica, della quale P. è ritenuto il precursore. Per
quanto riguarda la prima opera, P. decise di riunire le varie decadi (cioè i
libri di cui l'opera è composta) allora conosciute in un unico codice,
l'attuale codice oggi detto l’Harleiano. P. si dedica a quest'opera di collazione, grazie
ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Prende la III decade, correggendola
e integrandola ora con un manoscritto veronese vergato da Raterio, ora con una
lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della Cattedrale di Chartres, il
Parigino Latino acquistato da Colonna, contenente anche la IV decade.
Quest'ultima è poi corretta su di un codice appartenuto al preumanista padovano
Lovati. Infine, dopo aver raccolto anche la I decade, P. puo procedere a
riunire gli sparsi lavori di recupero. L'impresa riguardante la costruzione del
Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già quand'era in
vita il padre, il lavoro di collazione porta alla nascita di un codice composto
di fogli manoscritti che contene l'omnia virgiliana (Bucoliche, Georgiche ed
Eneide commentati dal grammatico Servio), al quale sono aggiunte quattro Odi di
Orazio e l'Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto sono assai
travagliate. Sottrattogli dagli esecutori testamentari del padre, il Virgilio
ambrosiano si recupera solo quando P. commissiona a Martini una serie di
miniature che lo abbellirono esteticamente. Il manoscritto finisce nella
biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, Visconti conquista Padova ed il
codice è inviato, insieme ad altri manoscritti di P., a Pavia, nella Biblioteca
Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Sforza ordina al castellano
di Pavia di prestare il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi
il Virgilio Ambrosiano torna a Pavia. Luigi XII conquista il Ducato di Milano e
la biblioteca Visconteo-Sforzesca si trasfere in Francia, dove si conserva nella
Bibliothèque nationale de France, circa CCCC manoscritti provenienti da Pavia.
Tuttavia il Virgilio Ambrosiano è sottratto
al SACCHEGGIO FRANCESE da Pirro. Sappiamo che si trova a Roma, di proprietà di Cusani,
poi acquistato da Borromeo per l'Ambrosiana. Il messaggio petrarchesco,
nonostante la sua presa di posizione a favore della natura umana, non si
dislega dalla dimensione religiosa. Difatti, il legame con l'agostinismo e la
tensione verso una sempre più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti
all'interno della sua produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla
tradizione medievale, la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove
accezioni prima mai manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l'anima e
Dio, un rapporto basato sull'autocoscienza personale alla luce della verità
divina. La seconda, la rivalutazione della tradizione morale e filosofica
classica, vista in un rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in
chiave di contrasto o di mera subordinazione; infine, il rapporto
"esclusivo" tra P. e il divino, che rifiuta la concezione collettiva
propria della Commedia dantesca. Comunanza tra valori classici e cristiani La
lezione morale degli antichi è universale e valida per ogni epoca. L’umanita di
CICERONE non è diversa da quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi
valori, quali l'onestà, il rispetto, la fedeltà nell'amicizia e il culto della
conoscenza. Sul legame degl’antichi è significativo il celebre passo della
morte di Magone, fratello di Annibale che, nell'Africa ormai morente, pronuncia un discorso sulla
vanità delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche
terrene che in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale
discorso fu criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice
porre in bocca ad un pagano un pensiero così Cristiano. Ecco un passo del
lamento di Magone: Edizione dell'Africa stampata a Venezia, nella
stamperia di Manuzio. Nel particolare, l'Incipit del poema. Heu qualis fortunae
terminus alte est! Quam laetis mens caeca bonis! furor ecce potentum praecipiti gaudere loco; status iste
procellis subjacet innumeris, et finis ad alta levatis est ruere. Heu tremulum
magnorum culmen honorum, Spesque hominum fallax, et inanis gloria fictis illita
blanditiis! Heu vita incerta labori dedita perpetuo, semperque heu certa, nec
unquam Stat morti praevisa dies! Heu sortis iniquae natus homo in terris! Vista
del Mont Ventoux dalla località di Mirabel-aux-Baronnies. Infine, per il suo
carattere fortemente personale, l'umanesimo cristiano petrarchesco trova nel
pensiero di sant'Agostino il proprio modello etico-spirituale, contrario al
sistema filosofico tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura
teologica, visto come alieno dalla cura dell'anima umana. A tal proposito, REALE
(si veda) delinea lucidamente la posizione di P. verso la cultura contemporanea.
La diffusione dell'averroismo, col crescente interesse che suscitava per
l'indagine naturalistica, sembra a P. che distragga pericolosamente da quelle
arti liberali, che sole possono dare la sapienza necessaria per conseguire la
pace spirituale in questa vita e la beatitudine eterna nell'altra. La sapienza
classica e cristiana, che P. contrappone alla scienza averroistica, è quella
fondata sulla meditazione interiore attraverso alla quale si chiarisce a sé
stessa e si forma la personalità del singolo uomo. L'importanza che Agostino
ebbe per l'uomo P. è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il
Secretum da un lato, in cui il vescovo d'Ippona interloquisce con lui
spingendolo ad un'acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati;
dall'altro, il celebre episodio dell'ascesa al Monte Ventoso, narrato nella
Familiares, IV, 1, inviata seppur in modo fittizio a DSepolcro. La forte vena
morale che percorre tutte le opere petrarchesche volgare tende a trasmettere un
messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte
epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica
volta a risanare le deviazioni dell'anima attraverso la via della virtù. Tale
applicazione etica negli scritti (l'oratio), però, deve corrispondere alla vita
quotidiana se l'umanista vuole
trasmettere un'etica credibile ai destinatari. Prova di questo binomio
essenziale è, per esempio, “Delle cosa familiar”, indirizzata a CICERONE. Esprime,
in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la sua scelta di essersi
allontanato dall'otium letterario di TUSCOLO per addentrarsi nuovamente
nell'agone politico dopo la morte di GIULIO CESARE e schierarsi a fianco d’OTTAVIANO
contro MARC’ANTONIO, tradendo così i principi etici esposti nei suoi trattati
filosofici. Ma qual furore a danno di MARC’ANTONIO ti mosse? Risponderai per
avventura l'amore alla repubblica, che dicevi caduta in fondo. Ma se codesta
fede, se amore di libertà ti sprone come di sì grand'uomo stimare si
converrebbe, ond'è che tanto fosti amico di OTTAVIANO? Io ti compiango, amico,
e di sì grandi tuoi falli sento vergogna. Oh, quanto era meglio ad un filosofo
tuo pari nel silenzio dei campi, pensoso, come tu dici, non della breve e
caduca presente vita, ma della eterna, passar tranquilla vecchiezza. La
declinazione dell'impegno morale nella vita attiva delinea la sua vocazione
civile. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita
politica del tempo, dev'essere compreso nella sua declinazione prettamente
sociale, quale suo impegno nell'aiutare gl'uomini contemporanei a migliorarsi
costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del prossimo.
Oltre ai trattati morali si deve però anche registrare che cosa significa per lui
nella sua stessa vita, l'impegno civile. Il servizio presso i potenti di turno –
Colonna, Correggio, Visconti, e Carrara -- spinse i suoi amici ad avvertirlo
della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto costituire per la sua
indipendenza intellettuale. Però, nella “Epistola ai posteri” ribadì la sua
proclamata indipendenza dagli intrighi di corte. I più grandi monarchi dell'età
mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché. Questo
so che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non
favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall'alto loro grado io molti
vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu
forte l'amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di
avversarla mi tenni studiosamente lontano. Nonostante l'intento autocelebrativo
proprio dell'epistola, P. rimarca il fatto che i potenti vollero averlo di
fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì che il poeta finisse «per
non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese di posizioni». Il legame
con le corti signorili, scelte per motivazioni economiche e di protezione, getta
pertanto le basi per la figura del cortigiano. Se ALIGHIERI, costretto a vagare
per le corti dell'Italia soffre sempre per la lontananza da Firenze, fonda, con
la sua scelta di vita, il modello del cosmopolita, segnando così il tramonto
dell'ideologia comunale fondamento della sensibilità d’Alighieri prima, e che
in parte è propria di BOCCACCIO. La sua caratteristica è l'otium, vale a dire
il riposo. Parola latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani
dalle attività proprie del negotium, la riprende rivestendola però di un
significato diverso: non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella
tranquillità di un rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e
portare, poi, agli uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo
ritiro, come è esposto nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De
otio religioso, è vicino, per sensibilità del P., ai ritiri ascetico-spirituali
dei Padri della Chiesa, dimostrando quindi come l'attività letteraria sia, nel
contempo, fortemente intrisa di carica religiosa. Petrarca, con l'eccezione di
due sole opere poetiche, i Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in
latino, la lingua di quegli antichi romani di cui voleva riproporre la virtus
nel mondo a lui contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le
opere in latino, ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al
contrario d’ALIGHIERI, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con
la Commedia, P. decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi
dell'antichità. P. -- a parte una letterina in volgare -- scrive sempre in
latino quando deve comunicare, anche privatamente, anche per le annotazioni AI
MARGINI dei libri. Questa scelta del latino come lingua esclusiva della prosa e
della normale comunicazione scritta, inserendosi nel più ampio progetto
culturale che ispira P., si carica di valori ideali (Guglielmino-Grosser). P.
preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall'elaborazione delle grandi
opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel
Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale elegante divertimento dello
scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai
pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria. Il suo volgare,
al contrario di quello d’Aligheri, è caratterizzato però da un'accurata
selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie --
da qui la limatio petrarchesca -- per la definizione di una poesia aristocratica,
lemento che spingerà il critico Contini a parlare di monolinguismo
petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco. ALIGHIERI e P.. Dalle
considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda differenza esistente tra P.
ed ALIGHIERI: se il primo è un uomo che supera il teocentrismo medievale
incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano e dei classici
depurati dall'interpretazione allegorica cristiana indebitamente appostavi dai
commentatori medievali, ALIGHIERI mostra invece di essere un uomo totalmente
medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono antitetici
anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la concezione
dell'amore, per l'attaccamento alla patria. Illuminante sul sentimento che P.
nutrì per l'Alighieri è la Familiares, scritta in risposta all'amico Boccaccio,
incredulo delle dicerie secondo cui lui odia Alighieri. Afferma che non può
odiare qualcuno che conosce appena e che affronta con onore e sopportazione
l'esilio. Prende le distanze dall'ideologia, esprimendo il timore di essere influenzato
da un così grande esempio se avesse deciso di scrivere liriche in volgare,
liriche che sono facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del volgo. L“Africa”
è un poema epico che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle
gesta di SCIPIONE. Costituito da dodici egloghe, gli argomenti del “Bucolicum
carmen” spaziano fra amore, politica e morale. Anche in questo caso,
l'ascendenza virgiliana è evidente dal titolo, che richiama fortemente lo stile
e gli argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione del Bucolicum
petrarchesco è riportata dal codice Vaticano lat. Dedicate all'amico Sulmona, le
Epistolae metricae sono lettere in esametri, di cui alcune trattano d'amore,
mentre per la maggior parte si occupano di politica, morale o di materie
letterarie. I Psalmi penitentiales ne accenna nella Seniles, a Sagremor de
Pommiers. Sono una raccolta di sette preghiere basate sul modello
stilistico-linguistico dei salmi davidici della Bibbia, in cui chiede perdono
per i suoi peccati e aspira al perdono della Misericordia divina. Il “De viris
illustribus” è una raccolta di biografie di uomini illustri dedicata a Carrara
signore di Padova. Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva
trattare la vita di personaggi della storia di Roma da ROMOLO a Tito, ma arriva
solo fino a Nerone. In seguito P. aggiunse personaggi di tutti i tempi,
cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta ed è
continuata dall'amico e discepolo padovano di Petrarca, Seta, fino a Traiano. I
Rerum memorandarum libri sono una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo
d'educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et dictorum
memorabilium libri del filosofo latino VALERIO MASSIMO (si veda). Iniziati in
Provenza, furono continuati allorché P. scoprì le orazioni ciceroniane a
Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti, furono lasciati
incompiuti dall'autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri e alcuni
frammenti del quinto libro. Il “De secreto conflictu curarum mearum” è una
delle sue opere più celebri e fu
composta, anche se in seguito fu riveduta. Articolato come un dialogo tra lui stesso
e un santo alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità, consiste
in una sorta di esame di coscienza personale nel quale si affrontano temi
intimi del poeta, da cui il titolo dell'opera. Come emerge però nel corso della
trattazione, Francesco non si mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati
(l'accidia e l'amore carnale per Laura): al termine dell'esame egli non
risulterà guarito o pentito, dando così forma a quell'irrequietezza d'animo che
contraddistinse la sua vita. "La vita solitaria” è un trattato di
carattere religioso e morale. L'autore
vi esalta la solitudine, tema caro anche all'ascetismo medioevale, ma il punto
di vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita
monastica Petrarca contrappone l'isolamento operoso dell'intellettuale, dedito
alle letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di
amici e di altri intellettuali. L'isolamento dello studioso in una cornice
naturale che favorisce la concentrazione è l'unica forma di solitudine e di
distacco dal mondo che Petrarca riuscì a conseguire, non considerandola in
contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza
contenuta nei libri, soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia
con quelli. Da questa sua posizione è derivata l'espressione di "umanesimo
cristiano" di Petrarca. Il “De otio religioso” è un'esaltazione della vita
monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al “De vita solitaria”, esalta
però soprattutto la solitudine legata alle regole degli ordini religiosi,
definita come la migliore condizione di vita possibile. Il “De remediis
utriusque fortunae” è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina. Basata
sul modello del De remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano composto
nel Medioevo, l'opera è composta da scambi di battute tra entità allegoriche:
prima il "Gaudio" e la "Ragione", poi il "Dolore"
e la "Ragione". Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi
dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare
l'individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il De remediis
riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura trecentensca da
parte del Petrarca, vista come sciocca e superflua. Ut ad plenum auctorum
constet integritas, quis scriptorum inscitie inertieque medebitur corrumpenti
omnia miscentique? Cuius metu multa iam, ut auguror, a magnis operibus clara
ingenia refrixerunt meritoque id patitur ignavissima etas hec, culine
sollicita, literarum negligens et coquos examinans, non scriptores. Perché
persista pienamente l'integrità degli scrittori antichi, chi tra i copisti
guarirà ogni cosa dall'ignoranza, dall'inerzia, dalla rovina e dal caos? Per il
timore di ciò si indebolirono, come prevedo, molti celebri ingegni dalle grandi
opere, e quest'epoca indolentissima permette ciò, dedita alla culinaria,
ignorante delle lettere e che valuta i cuochi, e non i copisti. L’occasione per la sua “Invectivarum contra
medicum quendam libri IV,” una serie di accuse nei confronti dei medici e la
malattia che colpe Clemente VI. Nella Familiares gli consiglia di non fidarsi
dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani dalle idee contrastanti
fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici pontifici nei confronti
di Petrarca, questi scrisse quattro libri di accuse, una copia dei quali fu
inviata poi al Boccaccio. Il “De sui ipsius et multorum ignorantia” e composta in
seguito alle accuse di ignoranza che quattro lizij gli rivolgeno, in quanto
alieno dalla terminologia e dalle questioni delle scienze naturali. In
quest'apologia dell’umanismo risponde come lui e interessato alle scienze che
interessassero il benessere dell'anima umana, e non alle discussioni tecniche e
dogmatiche proprie del nominalismo. Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia
-- di carattere politico, e una nvettiva rivolta ad Hesdin, sostenitore della
necessità che la sede del viscovo di Roma e Avignone. Per tutta risposta
sostenne la necessità che il viscovo di Roma appartiene a Roma, sua sede
diocesana e simbolo dell'antica gloria romana. Di grande importanza sono le
epistole latine in prosa, in quanto contribuiscono a costruire l'immagine
autobiografica idealizzata che offre di sé e quindi la sua eternizzazione.
Basate sul modello di Cicerone, ricavato dalla scoperta delle “Epistulae ad
Atticum” compiuta da lui a Verona, le lettere sono aggruppate in quattro
raccolte epistolari: le Familiares (o Familiarum rerum libri o De rebus
familiaribus libri), epistole dedicate a Socrate; le Seniles, epistole dedicate
a Nelli; le “Sine nominee” -- epistole politiche in un libro; e le epistole
“Variae”. È rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte l'epistola “Ai
posteri”. Le lettere spaziano dagli anni bolognesi sino alla fine della sua
vita e sono indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei, ma, nel caso d’un
libro delle Familiares, sono rivolte fittiziamente a personaggi dell'antichità.
Sempre delle Familiares è celebre l'epistola incentrata sull'ascesa al Monte
Ventoso. Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond’io
nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore quand’era in parte altr’uom
da quel ch’i’ sono. Petrarca, Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, prima
quartina della lirica d'apertura del Canzoniere). Il “Canzoniere” è la storia
poetica della sua vita interiore vicina, per introspezione e tematiche, al
Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo. Voi
ch'ascoltate in rime sparse il suono: sonetti, canzoni, sestine, ballate e
madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Laura, celebrata quale
donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della
Beatrice d’Alighieri. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e
non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico
stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del “Canzoniere,” più che la celebrazione
di un amore, è il percorso di una progressiva conversione della sua anima. Si
passa, infatti, dal giovanil errore (l'amore terreno) ricordato nel sonetto
introduttivo Voi ch'ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che
di sol vestita in cui affida la sua anima alla protezione di dio perché trovi
finalmente pietà e riposo. L'opera, che gli richiese anni di continue
rivisitazioni stilistiche -- da qui la cosiddetta limatio petrarchesca -- prima
di trovare la forma definitiva sube ben varie fasi di redazioni. I
"Trionfi" e un poemetto allegorico in volgare toscano, in terzine
dantesche, compost a Milano -- è ambientato in una dimensione onirica e irreale
(strettissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Comedia). Viene
visitato d’Amore, che gli mostra tutti gl’uomini che cedeno alle passioni del
cuore. Annoverato tra questi ultimi, Petrarca verrà poi liberato da Laura,
simboleggiante la Pudicizia (Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della
Morte (Triumphus Mortis). P. scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno,
che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà
contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato
dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte
(Triumphus Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti
i più celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole
suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa
seguito una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo
trionfante (Triumphus Temporis). Infine il poeta, sbigottito per la precedente
visione, è confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio:
gli appare allora l'ultima visione, un «mondo novo, in etate immobile ed
eterna», un mondo al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un
giorno Laura gli riapparirà, questa volta per sempre (Triumphus
Eternitatis). Già quand'era in vita fu riconosciuto immediatamente quale
maestro e guida per tutti coloro che volevano intraprendere lo studio delle
discipline umanistiche. Grazie ai suoi numerosi viaggi in tutta Italia, gettò
il seme del suo messaggio presso i principali centri della Penisola, in
particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad aver conquistato alla causa
dell'umanesimo Boccaccio (autore, tra l'altro, di un De vita et moribus domini
Francisci Petracchi de Florentia), trasmise la sua passione a C. Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze e
vero trait d'union tra la generazione petrarchesco-boccacciana e quella attiva
nella prima metà del XV secolo. Coluccio, infatti, fu il maestro di due dei
principali umanisti: Bracciolini, il più grande scopritore di codici latini del
secolo ed esportatore dell'umanesimo a Roma; e Bruni, il più notevole
rappresentante dell'umanesimo civile insieme al maestro Salutati. Fu il Bruni a
consolidare la fama di Petrarca, allorché redasse una Vita di P., seguita da
quelle di Villani, Manetti, Sicco Polenton e Vergerio. Oltre a Firenze, i
soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti
culturali locali desti declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze
della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di
Decembrio e Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il
prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse,
invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente
della Serenissima, grazie all'attività di Giustinian, di Barbaro, e di Barbaro.
Bembo e il petrarchismo Magnifying glass icon mgx2.svgPietro Bembo e
Petrarchismo. Se nel '400 Petrarca era visto soprattutto come capostipite della
rinascita delle lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano
Bembo divenne anche il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo
una tendenza che si stava progressivamente già delineando nella lirica italiana.
Difatti Bembo, nel dialogo Prose della volgar lingua, sostenne la necessità di
prendere come modelli stilistici e linguistici P. per la lirica, Boccaccio invece
per la prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva
difficilmente accessibile: «Requisito necessario per la nobilitazione del
volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità. Ecco perché Bembo non
accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non
apprezzava le discese verso il basso nelle quali noi moderni riconosciamo un
accattivante mistilinguismo. Da questo punto di vista, il modello del
Canzoniere di Petrarca non presentava difetti, per la sua assoluta selezione
linguistico-lessicale.» (Marazzini) Gianfranco Contini, grande
estimatore di P. e suo commentatore. La proposta bembiana risultò, nelle
diatribe relative alla questione della lingua, quella vincente. Già negli anni
immediatamente successivi alla pubblicazione delle Prose, si diffuse presso i
circoli poetici italiani una passione per le tematiche e lo stile della poesia
petrarchesca (stimolata anche dal commento al Canzoniere di Vellutello),
chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei petrarchini,
cioè edizioni tascabili del Canzoniere. A fianco del petrarchismo, però, si
sviluppò anche un movimento avverso alla canonizzazione poetica operata dal
Bembo: allorché letterati come Berni ed Aretino svilupparono polemicamente il
fenomeno dell'antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento, la temperie
barocca, ostile all'idea di classicismo in nome della libertà formale, declassò
il valore dell'opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente da Muratori, P.
ritorna pienamente in auge in seno alla temperie romantica, quando Foscolo
prima e Sanctis poi, nelle loro lezioni tenute dal primo a Pavia, e dal secondo
a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un'analisi complessiva della
produzione petrarchesca e ritrovarne l'originalità. Dopo gli studi compiuti da
Carducci e dagli altri membri della Scuola storica, il secolo scorso vide, per
l'area italiana, Contini e Billanovich tra i maggiori studiosi del
Petrarca. Petrarca e la scienza diplomatica Magnifying glass icon
mgx2.svg Diplomatica. Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia i
documenti prodotti da una cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche
estrinseche ed intrinseche, sia nata consapevolmente con Mabillon nel 1681,
nella storia di tale disciplina sono stati individuati dei precursori che,
inconsapevolmente, nella loro attività filologica, hanno analizzato e
dichiarato l'autenticità o meno anche di documenti oggetto di studio da parte
della diplomatica. Tra questi, infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro
precursore e fondatore, P. Ifatti, l'imperatore Carlo IV chiese al celebre
filologo di analizzare dei documenti imperiali in possesso di suo genero,
Rodolfo IV d'Asburgo, che sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone
a favore dell'Austria che dichiaravano tali terre indipendenti dall'Impero. Petrarca
rispose con la Seniles in cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e
geografici e il tono (il tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data
topica e della data cronologica propria dei diplomi), negò la validità di
questo diploma. Onorificenze Laurea poeticanastrino per uniforme
ordinario. Laurea poetica — Roma. A P. è intitolato il cratere P. su Mercurio. L'epistola,
scritta in risposta a una missiva in cui l'amico Giovanni Boccaccio gli
chiedeva se fosse vera l'invidia che P. nutriva per Dante, contiene l'accenno
all'incontro, in età giovanile, con il più maturo poeta: «E primieramente si
noti com'io mai non ebbi ragione alcuna d'odiare cotal uomo, che solo una volta
negli anni della mia fanciullezza mi venne veduto.» (Delle cose familiari).
La critica, se l'incontro sia da attribuirsi a Pisa o ad altre località, è
divisa: Ariani e Ferroni, nota 6 propendono per la città toscana, mentre
Rico-Marcozzi pensano a un incontro avvenuto a Genova quando la famiglia di ser Petracco si stava
dirigendo in Francia. Pacca4 opera un'interpretazione intermedia tra le due
città, benché ritenga che sia più probabile Pisa come luogo effettivo
dell'incontro. Dello stesso parere, infine, anche Dotti. Si legga il brano
dell'epistola, in cui Petrarca ricorda il loro primo incontro e il
piacevolissimo periodo trascorso nella località francese: «e noi fanciulli
ancora impuberi partimmo in un cogli altri, ma fummo con speciale destinazione
per imparare grammatica mandati a scuola a Carpentrasso, piccola città, ma di
piccola provincia città capitale. Ricordi tu que' quattro anni? Quanta gioia,
quanta sicurezza, qual pace in casa, qual libertà in pubblico, quale quiete,
qual silenzio ne' campi!» (Lettere Senili). P. mostrò, nei confronti di
tale scienza, sempre un'avversione innata, come è esposto nella Familiares, in
cui P. scrive a Genovese che a Montpellier prima e a Bologna poi «ben altro in
quegli anni fare io poteva o in se stesso più nobile o alla natura mia meglio
conveniente: né sempre nella elezione dello stato quello ch'è più splendido, ma
quello che a chi lo sceglie è più acconcio preferire si deve.» (Delle
cose familiari). Come però ricorda Wilkins, la scelta di Petrarca di entrare a
far parte della Chiesa non fu soltanto dettata dalla cinica necessità di
ottenere i proventi necessari per vivere. Nonostante non avesse mai avuto la
vocazione per la cura delle anime, Petrarca ebbe sempre una profonda fede
religiosa. A sviluppare la tesi
dell'identificazione di Laura con tale Laura de Sade è la stessa testimonianza
di Petrarca nella Familiares, II, 9 a Giacomo Colonna, il quale cominciò a
mostrarsi dubbioso sull'esistenza di questa donna (si veda Delle cose familiari,
Più precisamente, nella Nota a379, Fracassetti fa riemergere la vita della
presunta amata del Petrarca: «Da Odiberto e da Ermessenda di Noves nobile
famiglia di Avignone nacque una fanciulla, cui fu dato il nome di Laura. Fa
fatta per man di notaio la scritta nuziale fra Laura ed Ugo De Sade gentiluomo
Avignonese. Due anni più tardi nella chiesa di S. Chiara di questa città, a
quell'ora del giorno che chiamavano prima, il Petrarca giovane allora di poco
più che ventidue anni la vide» Si
legga l'episodio di come fossero stati dati alle fiamme dei libri di Virgilio e
Cicerone, cosa che suscitò il pianto nel giovane Petrarca. Al che il padre,
vedendolo così affranto «d'una mano porgendo Virgilio, dall'altra i rettorici
di Cicerone: "tieni, sorridendo mi disse, abbiti questo per ricrearti
qualche rara volta la mente, e quest'altro a conforto e ad aiuto nello studio
delle leggi".» (Lettere Senili Il codice, dopo la morte di P. passa
nelle mani di Francesco Novello da Carrara, nuovo signore di Padova. Quando
questa città verrà conquistata da Visconti, anche il patrimonio bibliotecario
petrarchesco passò nelle mani dei duchi milanesi, che lo conservarono nella
loro biblioteca di Pavia. Fu poi sistemato nella Pinacoteca Ambrosiana, grazie
all'intervento del suo fondatore, il cardinale Federigo Borromeo arcivescovo di
Milano. Si veda: Cappelli. Da questo momento in avanti, Petrarca non esitò
a chiamare Avignone la novella Babilonia di apocalittica memoria, come
testimoniato dai celebri sonetti avignonesi facenti parte del Canzoniere. Oltre
a motivazioni di carattere morale, ci fu anche la profonda delusione che
suscitò la decisione di Benedetto XII di non recarsi a prendere possesso ufficialmente
della sua sede vescovile e ristabilire così pace in Italia (Ariani). Petrarca
scrisse, riguardo alla morte del vecchio amico e protettore, due lettere
commoventi: la prima, al fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni (Delle cose
familiari; la seconda, all'amico Tosetti, soprannominato Lelius (Delle cose
familiari, traduzione di Fracassetti). Nella Nota alla prima Fracassetti
ricorda come Petrarca, nella Familiares, V, 7, avesse avuto, in sogno, il
presagio della morte del Vescovo di Lombez venticinque giorni prima della sua
effettiva scomparsa. Cappelli 55.
Significativa la ricostruzione storico-letteraria compiuta da Amaturo, ove si rievocano le figure di intellettuali
che si legarono, tra XIII e XIV secolo, alla biblioteca capitolare veronese (Giovanni
De Matociis, Dante e Pietro Alighieri, Benzo d'Alessandria, Vincenzo
Bellovacense) e le rarità che essa conteneva (codici contenenti le lettere di
Plinio il Giovane; parte dell'Ab Urbe condita liviana che Petrarca utilizzò per
la ricostruzione filologica del codice Harleiano; le orazioni ciceroniane
citate; il Liber catulliano). Boccaccio
esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X
indirizzata a lui, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento
e a topoi letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome
letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato)
avesse osato recarsi presso il tiranno Giovanni Visconti (identificato in
Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum
Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et
muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum
pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores». Inoltre, bisogna
ricordare che la scelta di risiedere a Milano era anche uno schiaffo alla
proposta delle autorità fiorentine di occupare un posto come docente nello
Studium, occupazione che gli avrebbe concesso di rientrare in possesso dei beni
paterni sequestrati. L'arcivescovo Giovanni II Visconti, difatti, proseguì la
politica espansionistica dei suoi predecessori a danno delle altre potenze
dell'Italia centro-settentrionale, tra le quali spiccava Firenze. Le ostilità
tra Milano e Firenze perdureranno fino a quando salì al potere come duca dello
Stato lombardo Francesco Sforza, che intraprese una politica di alleanza con
Firenze grazie all'amicizia personale che lo legava a Cosimo de' Medici. Durante l'epidemia di peste milanese, morì il
figlio Giovanni (Pacca), nato da una relazione extraconiugale. I rapporti con
il figlio, al contrario di quanto avvenne con la secondogenita Francesca,
furono assai burrascosi a causa della condotta ribelle di Giovanni (Dotti) accenna
all'odio che Giovanni provava verso i libri, «quasi fossero serpenti»). Come
ricordato nella Familiares. Si separa dal figlio Giovanni, che tornò ad
Avignone in seguito a non precisati dissapori (Familiares); tre anni dopo
sarebbe tornato a Milano.» (Rico-Marcozzi) Il ravennate Malpaghini fu presentato da Donato degli Albanzani a Petrarca che,
rimasto colpito dalle sue qualità letterarie e dalla sua pronta intelligenza,
lo prese al suo servizio quale copista. La collaborazione tra i due uomini,
durata appunto si interruppe il 21 aprile di quell'anno, quando il Malpaghini
decise di lasciare l'incarico presso l'Aretino. Per maggiori informazioni
biografiche, si veda la biografia di Signorini.
Petrarca, nella Seniles informa il fratello Gherardo, tra le altre cose,
anche della sua nuova dimora sui colli Euganei, dandone un quadro piacevole e
ameno: «E per non dilungarmi di troppo della mia chiesa, qui fra i colli
Euganei, non più lontano che dieci miglia da Padova mi fabbricai una piccola ma
graziosa casina, cinta da un oliveto e da una vigna che dan quanto basta a una
non numerosa e modesta famiglia. E qui, sebbene infermo del corpo, io vivo
dell'animo pienamente tranquillo lungi dai tumulti, dai rumori, dalle cure,
leggendo sempre e scrivendo. Lettere Senili. La lettera non può essere considerata
"reale", ma piuttosto una rielaborazione voluta dal Petrarca.
Difatti, a quell'altezza, il giovane Petrarca non era ancora entrato in
contatto con il padre agostiniano, e la scelta della data (corrispondente al
Venerdì Santo) e del luogo (la salita al monte rievoca l'immagine della
Passione di Gesù sul Calvario) rendono ancora più "mitica"
l'ambientazione. Si veda, per quanto riguarda la ricostruzione filologica e
cronologica dell'epistola, il saggio di Giuseppe Billanovich, P. e il Ventoso,
in Italia medioevale e umanistica, 9,
Roma, Antenore, Il ventiquattresimo
libro delle Familiares è composto da lettere indirizzate a vari personaggi
dell'antichità classica. Per Petrarca, infatti, gli antichi non sono lontani e
irraggiungibili: la costante lettura delle loro opere fa sì che Cicerone,
Orazio, Seneca, Virgilio vivano attraverso queste ultime, rendendo i rapporti
tra Petrarca e i suoi ammirati scrittori classici vicini per la comunanza di
sentimento. L'Otium degli antichi romani
non consisteva unicamente nel riposo dagli impegni quotidiani, indicati sotto
il sostantivo di negotium. Per Cicerone, l'otium non era soltanto il riposo
dalle attività forensi e politiche, ma soprattutto il ritiro nella propria
intimità domestica col fine di dedicarsi alla letteratura (De officiis). In
questo caso, il modello petrarchesco è affine a quello stoicheggiante
dell'oratore romano. Si veda il riassunto operato da Laidlaw, che ripercorre la
concezione all'interno della letteratura latina. Per Cicerone, nello specifico
si vedano le pagine Laidlaw, Termine di origine catulliana, Petrarca lo prende
in prestito per descrivere le liriche come "diversivo, passatempo".
La questione delle nugae volgari e, più in generale, delle opere latine, è
esposta nella Familiares (Delle cose familiari) Guglielmino-Grosser I testi sono raccolti nel codice Vaticano Latino
come ricordato da Santagata, Bisogna
ricordare che Il Canzoniere non raccoglie tutti i componimenti poetici del
Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura: altre rime (dette
extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti (cfr.
Ferroni). L'inquietudine petrarchesca
nasce, quindi, dal contrasto tra l'attrazione verso i beni terreni (tra cui
l'amore per Laura) e l'aspirazione all'assoluto divino, propria della cultura
medievale e della religione cristiana, come ricordato da Guglielmino-Grosser. P.
mantenne, nell'ambito della lirica volgare, quell'aristocraticismo
stilistico-lessicale prima accennato, in cui si rifiutano molti usi lemmatici
presenti nella tradizione poetica italiana e che Petrarca rifiuterà,
accogliendone un preciso gruppo ristretto ed elitario. Come ricorda Marazzini,
Si delinea una tendenza del linguaggio lirico al 'vago', inteso nel senso di
una genericità antirealistica (al contrario di quanto accade nel corposo
realismo della Commedia), testimoniato anche dalla polivalenza di certi
termini, i quali, come l'aggettivo dolce, entrano in un numero molto grande di
combinazioni diverse. Eppure la lingua di Petrarca, selezionata e ridotta nelle
scelte lessicali, accoglie un buon numero di varianti canonizzando un
polimorfismo...in cui si allineano la forma toscana, quella latineggiante,
quella siciliana o provenzale...»
Di Benedetto170. Si ricorda anche che, seppur in forma minore, era
presente nel mondo letterario italiano del '400 anche un'ammirazione verso il P.
volgare, come testimoniato dalle edizioni a stampa del Canzoniere e dei Trionfi
uscite dalla bottega dei padovani Bartolomeo Valdezocco e Martino "de
Septem Arboribus" (cfr. Ente Nazionale P., Culto petrarchesco a
Padova.).Riferimenti bibliografici la
notte Casa Petrarca Arezzo, Regione
Toscana Wilkins Ariani21. Più specificamente Bettarini: «dopo essere stato
accusato di aver falsificato un istrumento notarile, fu così condannato al
pagamento di 1000 lire e al taglio della mano destra». Dotti Bettarini e Pacca Per informazioni
biografiche, si veda la voce Pasquini.
Il ricordo di P. al riguardo è riportato in Lettere Senili, Pasquini:
«Quanto al Petrarca, il magistero di C[onvenevole] si colloca indubbiamente. La
Casa del Petrarca, su arqua petrarca.com. Pacca Si legga il brano della Lettere
Senili, Il brano è ricordato anche da Wilkins Ariani Wilkins Rico-Marcozzi. Si
recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato...»; e Wilkins in cui
si ritiene che questo maestro avesse «l'incarico, almeno per Francesco e
Gherardo, di fungere in loco parentis».
Ariani Ariani, Wilkins, Dotti
Bettarini. Cappelli Pacca Rico-Marcozzi; Ferroni Wilkins, Wilkins, Rico-Marcozzi. Colonna reclutò Petrarca per
la sua corte vescovile di Lombez, in Guascogna: ne avrebbero fatto parte il
cantore fiammingo Ludovico Santo di Beringen e l'uomo d'armi romano Lello di
Pietro Stefano dei Tosetti, che P. battezzò in seguito, rispettivamente,
Socrate e Lelio.» Ferroni Pacca Alinari:..,
su alinariarchives La distinzione tra le due scuole di pensiero emerge in
Ferroni, Ariani ricorda che il primo
sostenitore del filone allegorico-letterario fu il giovane Giovanni Boccaccio
nel suo De vita et moribus domini Francisci Petrarche. Ariani28. Dotti, specifica che questo san
Paolo fu acquistato per procura a Roma e che il volume proveniva da
Napoli. Ariani35. Per maggiori approfondimenti biografici, si
veda la biografia di Moschella.
Moschella: «Suggello ideale dell'amicizia tra i due fu il dono, da
parte di Dionigi, di una copia delle Confessiones di s. Agostino.Billanovich, Wilkins e Pacca Wilkins; Wilkins Rico-Marcozzi. Nel frattempo
aveva raggiunto Roma accolto da fra Giovanni Colonna al termine di un
avventuroso viaggio, e dove nella sua prima lettera contemplando dal
Campidoglio le rovine dell’Urbe, manifestò la meraviglia per la loro grandezza
e maestosità, dando forma a quella riscoperta dell’antichità classica e al
rimpianto per la sua decadenza che divennero i cardini etici, estetici e
politici dell’Umanesimo. Pacca Dotti,
Dotti Mauro Sarnelli, Petrarca e gli uomini illustri, Treccani). Ariani Certo
il privilegio toccava, del tutto straordinariamente, a un poeta che ancora non
aveva pubblicato molto per meritarselo: ma la protezione dei potenti Colonna e
la rete di estimatori che aveva saputo intessere per tempo sono evidentemente
bastate a valorizzare al massimo le epistole metriche, la fama dell'Africa. e
del De viris, le rime volgari già note...» Dello stesso avviso anche
Pacca74 e Santagata19. Moschella. Dionigi
fa ritorno in Italia; dopo un breve soggiorno a Firenze, giunse a Napoli (cfr.
P., Familiares), dove l'aveva voluto il re Roberto d'Angiò, che per
l'agostiniano nutriva una profonda stima, oltre a condividerne gli interessi
per l'astrologia giudiziaria e per i classici latini.» Wilkins34: «La conoscenza dell'antica
tradizione e delle due o tre incoronazioni celebrate da singole città in tempi
moderni, insieme all'aspirazione a diventare famoso, accese inevitabilmente in
Petrarca il desiderio di ricevere a sua voglia quell'onore. Egli confidò
dapprima il suo pensiero a Dionigi da Borgo San Sepolcro e a Giacomo Colonna, e
ne venne a conoscenza anche qualche persona che aveva legami con l'Parigi.» Si legga il brano della lettera dove inizia
la decantazione delle lodi nei confronti del re napoletano: «E chi dico io, e
lo dico con pieno convincimento, in Italia, anzi in Europa più grande di re
Roberto Delle cose familiari, II, 4, traduzione di G. Fracassetti) Wilkins; Rico-Marcozzi. Sulla base dei
contraddittori racconti di Petrarca si dovrebbe dedurre che nello stesso giorno
questi avesse ricevuto l’invito a cingere la corona sia dal Senato di Roma sia
da Parigi e avesse chiesto consiglio al cardinal Colonna decidendo di scegliere
Roma (IV 5, 6), per ricevere la laurea "sulle ceneri degli alti poeti che
ivi dimorano".» Difatti Petrarca riteneva che l'ultima incoronazione
a Roma fosse stata quella di Stazio e che quindi, se vi fosse stato incoronato,
sarebbe stato direttamente un successore degli antichi poeti classici da lui
tanto amati (Pacca). Cfr., ad esempio,
Rico-Marcozzi; Wilkins, Ariani, Pacca74. Rico-Marcozzi. Sono le date fornite da P.
([Familiares]), e la più probabile sembra essere la seconda; tuttavia Boccaccio
situa l'evento il 17 e il documento ufficiale, il Privilegium laureationis,
almeno in parte redatto dallo stesso Petrarca, reca la data. Lacultur,
biografia di P., su lacultur.altervista.org.
Wilkins; Dotti. «In Avignone egli vedeva simbolicamente la corruzione
della Chiesa di Cristo e l'intollerabile esilio di Pietro.» Paravicini Bagliani. Moschella.
Petrucci. Wilkins, Così
Ariani, Wilkins sostiene invece che Cola sia giunto ad Avignone a Wilkins4
«Cola si intrattenne parecchi mesi e in quel periodo strinse amicizia con
Petrarca. Cola era ancor giovane e poco noto; ma i due uomini avevano in comune
un grande entusiasmo per la Roma antica e cristiana, una grande preoccupazione
per lo stato presente della città e una grande speranza per la restaurazione
dell'antica potenza e dell'antico splendore.» Il Mondo di Petrarca Ariani, il quale ricorda, a testimonianza della
rottura coi Colonna, Bucolicum carmen, VIII, intitolato Divortium (cfr.
Bucolicum carmen. Santagata16 ricorda inoltre come i legami tra Petrarca e il
cardinale Giovanni non fossero mai stati buoni come con il fratello di lui
Giacomo: «a differenza di Giacomo...il cardinale restò sempre il dominus. Rico-Marcozzi.
Pacca e Cappelli. Dotti, Wilkins, Ariani46.
Troncarelli. Waley. Pacca, Padova, sRico-Marcozzi: «Giacomo II da
Carrara, signore di Padova, che gli fece
ottenere un ulteriore e ricco canonicato da 200 ducati d'oro l'anno e una casa
nei pressi della cattedrale». Ariani49.
Una prospettiva generale del rapporto tra P. e Boccaccio è esposto in
Rico, Branca87. Rico-Marcozzi: «Solo in autunno si trasferì
ad Avignone, per scoprire (almeno secondo quanto affermato in Familiares) che
gli si offriva la segreteria apostolica, già a suo tempo rifiutata, e un
vescovado». Ariani, Ferroni; D. Ferraro,
P. a Milano. Le ragioni di una scelta, Rinascimento; Firenze: Olschki, Viscónti,
Galeazzo II, su treccani. Pacca, Amaturo. Ma è fuor di dubbio che tra il poeta
e i suoi nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo interesse: da un
lato egli si avvantaggiava della posizione di prestigio che gli offriva
l'amicizia dei Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente a essere
adoperato in missioni diplomatiche, non numerose invero, né discordanti con i
suoi ideali civili. Ariani Cappelli La riflessione petrarchesca si indirizza
sempre più ad hominem e ad vitam, all'uomo concreto nella sua circostanza
concreta, si nutre di meditazione interiore, progetta un'opera capace di
delineare una parabola esemplare in cui lo scrittore propone se stesso e la
cultura di cui è portatore come modello capace di confrontarsi su tutti i
terreni.» Rico-Marcozzi: «il
Secretum...composto in tre fasi successive. Ferroni Ariani Cappelli Wilkins
Vicini Retore originario di Pratovecchio, Donato degli Albanzani fu intimo
amico sia di P. che di Boccaccio. Per quanto riguarda i rapporti con il primo
si ricordano, oltre le missive indirizzategli dall'Aretino, anche alcune
egloghe del Bucolicum Carmen, in cui è chiamato con il senhal di Appenninigena.
Si veda la voce biografica Martellotti.
U. Dotti, P. civile: alle origini dell'intellettuale moderno, Donzelli
Editore, Wilkins, espone
dettagliatamente le trattative tra Petrarca e la Serenissima, citando anche il
verbale del Maggior Consiglio con cui si procedette all'approvazione della proposta
petrarchesca. Per ulteriori informazioni, si veda Gargan, Lettere Senili, traduzione di G. Fracassetti,
Si ricordi la visita dell'amico Boccaccio, quando però P. si era recato
momentaneamente a Pavia su richiesta di Galeazzo II. Nonostante l'assenza
dell'amico, Bocca ccio trovò una calorosa accoglienza da parte di
Francescuolo e di Francesca, trascorrendo giorni piacevoli nella città
lagunare (Cfr. Wilkins,
Rico-Marcozzi -- fece ritorno a Venezia dove fu raggiunto dalla figlia
Francesca maritata al milanese Francescuolo da Brossano.» Pacca,
Ma...bisogna dire che il vero valore del De ignorantia consiste nella
vigorosa affermazione della filosofia morale sulla scienza naturale. Ed è
questo il motivo della sua inferiorità rispetto a scrittori come Platone,
Cicerone e Seneca; perché per Petrarca la cultura "è subordinata alla vita
morale dell'uomo. Casa del Petrarca, Arquà.
Wilkins Ariani Wilkins, Billanovich. Petrarca designacon indicazioni
esplicite anche per noi remoti quale loro custode un letterato padovano,
Lombardo della Seta, mediocre per ingegno e per dottrina, ma cliente premuroso
del maestro, di cui in una intima familiarità negli ultimi anni aveva
lentamente conosciuto le abitudini e filialmente soddisfatto i desideri.
Così...era promosso subito a buon segretario. Ariani G. Baldi, M. Razetti, G. Zaccaria, Dal testo alla storia,
dalla storia al testo, Paravia Wilkins La tomba del Petrarca. Canestrini e Dotti, Millocca, Francesco, Leoni, Pier Carlo, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Si veda
Analisi Genetica dei resti scheletrici attribuiti a Petrarca. Si veda inoltre Petrarcail poeta che perse la
testain The Guardian sulla riesumazione dei resti di Petrarca. Ricchissima la al proposito: si ricordino i libri citati in,
tra cui Cappelli, L'umanesimo italiano da Petrarca a Valla; i saggi curati da
Billanovich (tra cui l'opera sua più importante, Billanovich, Petrarca
letterato, uno dei maggiori studiosi del Petrarca; i libri di Pacca, Ariani e Wilkins. Pacca e Cappelli, Garin. Si veda il lungo articolo di Lamendola
al riguardo, in cui si espone anche la chiave di lettura dei classici latini
nel corso dell'età medioevale. Dotti, Magdi
A. M. Nassar, Numismatica e Petrarca: una nuova idea di collezionismo, Il
collezionismo numismatico italiano. Una storica e illuminata tradizione. Un
patrimonio culturale del nostro Paese., Milano, Numismatici Italiani
Professionisti, Billanovich Per la datazione cronologica, cfr. Billanovich. Il
Petrarca formò tra i venti e i venticinque anni il Livio Harleiano»; Le
scoperte e i restauri degli Ab Urbe condita eseguiti dal Petrarca sul
palcoscenico europeo di Avignone; Cappelli, Billanovich, Billanovich, Un
riassunto veloce è esposto anche da Ariani63.
Cappelli42 e Ariani62.
Cappelli, Albertini
Ottolenghi, Albertini Ottolenghi. Significativo
il titolo del settimo capitolo di Ariani. Lo scavo introspettivo.
Ferroni10. Ferroni, Ferroni10 e Guglielmino-Grosser178. Petrarca, Africa, Cappelli e Guglielmino-Grosser Dotti,: I versi vennero
infatti riconosciuti bellissimi, ma tali da non convenirsi alla persona cui
erano posti in bocca, in quanto degni piuttosto di un personaggio cristiano che
di uno pagano.» Santagata. Il
gesto di fastidio con il quale si liberò quasi sùbito delle superfetazioni
scolastiche ha il suo esatto corrispettivo nel rifiuto dell'imponente edificio
logico e scientifico della filosofia Scolastica a favore di una ricerca morale
orientata, con la guida determinante dell'agostinismo, verso il soggetto e
l'interiorità della coscienza. Delle cose familiari, Guglielmino-Grosser, confrontando
Dante, il quale non ha trasmesso ai posteri dati biografici della propria vita,
e Petrarca, afferma che quest'ultimo «fornendoci una grande quantità di
informazioni dettagliate sulla sua vita quotidiana, vere o false che siano,
mira a trasmettere di sé un'immagine concreta».
Dotti, sulla base della Familiares delinea il senso del messaggio
umanistico lanciato da Petrarca: «...parlare con il proprio animo non serve:
bisogna affaticarsi ad ceterorum utilitatem quibuscum vivimus, per l'utilità di
coloro con i quali viviamo in questa terrena società, ed è certo che con le
nostre parole possiamo giovare: quorum animos nostris collucutionibus plurimum
adiuvari posse non ambigitur (Familiares). Il colloquio umano è dunque lo
strumento dell'autentico processo umanistico...Sua mercé si saldano e si
congiungono gli spazi più lontani...I comuni principi morali, dunque, e
l'indagine costante e irreversibile sono la molla di un processo che non può aver
fine se non con la morte dell'umanità medesima, e il discorso, il colloquio e
la cultura ne sono il filo conduttore.»
Viaggi nel TestoAutori della letteratura Italiana, su internetculturale.
Si ricordino i celebri versi di Pd in cui l'avo Cacciaguida gli profetizza la
durezza dell'esilio: Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è
duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale Guglielmino-Grosser Guglielmino-Grosser
Marazzini Santagata/ La riforma di Petrarca consiste nell'introdurre entro
l'universo senza regole della rimeria coeva la disciplina, l'ordine, la pulizia
formale, lo stesso aristocraticismo propri delle più compatte 'scuole'
duecentesche. Luperini, Il plurilinguismo di Dante e il monolinguismo di P.
secondo Contini. Delle cose familiari,
traduzione di G. Fracassetti, Pulsoni Giuseppe Pizzimentig Opera: Altichiero,
San Giorgio battezza Servio re di Cirene; Si veda, per maggiori informazioni,
Pacca, Per maggior informazioni, si veda
il saggio di Fenzi. Si veda il saggio di Dotti sulle Epistolae metricae. Pacca,
Pacca, Ferroni14. Amaturo,
Cappelli Ferroni, Pacca; Santagata;
Amaturo, Le epistolae retrodatate furono, secondo
Santagata, probabilmente scritte ex novo perché fossero aderenti al progetto
culturale-esistenziale idealizzato dal Petrarca. Guglielmino-Grosser; Ferroni; Ariani; Dionisotti.
Salutati e dopo la morte del P. e del Boccaccio, il più autorevole umanista italiano,
unico erede di quei grandi.» Dionisotti.
Dopo lungo intervallo, Boccaccio compose in volgare una succinta vita di
Alighieri cui fece seguire un'assai più succinta vita del Petrarca e un
conclusivo paragone fra i due poeti. Cappelli,
Di Benedetto Si veda la voce enciclopedica curata da Praz e Di Benedetto
Ariani Pacca, Petrarca e Bresslau, Lettere
Senili, traduzione di G. Fracassetti, M. Albertini Ottolenghi, Note sulla
biblioteca dei Visconti e degli Sforza nel Castello di Pavia, in Bollettino
della Società Pavese di Storia Patria, Raffaele
Amaturo, Petrarca, con due capitoli introduttivi al Trecento di Carlo Muscetta
e Francesco Tateo” (Roma, Laterza); M. Ariani, Petrarca, Roma, Salerno), Bettarini,
Petrarca, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G.
Billanovich, Petrarca letterato. Lo scrittoio del Petrarca, Roma, Storia e Letteratura,Giuseppe
Billanovich, Gli inizi della fortuna di Francesco Petrarca, Roma, Edizioni di Storia
e Letteratura, G. Billanovich, Il Boccaccio, il P. e le più antiche traduzioni
in italiano delle Decadi di Tito Livio, in Giornale Storico della Letteratura
Italiana, Vittore Branca, Giovanni
Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, H. Bresslau, Manuale di
diplomatica per la Germania e per l'Italia, Annamaria Voci-Roth, Roma,
Ministero per i Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici,
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Padova, Reale Stab. di Pietro Prosperini, Guido Cappelli, L'Umanesimo italiano
da Petrarca a Valla, Roma, Carocci); G. Contini, Letteratura italiana delle
origini, Firenze, Sansonie, A. Benedetto, Un'introduzione al petrarchismo
cinquecentesco, in Italica, Carlo
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familiari libri ventiquattro, Giuseppe Fracassetti, Firenze, Monnier, Francesco Petrarca, Lettere:
Delle cose familiari libri ventiquattro; Lettere varie libro unico, Giuseppe
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Umanesimo Canzoniere Petrarchino; Biblioteca di Petrarca Incoronazione poetica
Casa del P.. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
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Lamendola, Il culto di Virgilio nel medioevo, Centro Studi La Runa. Romano
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V. Pacca. Catalogo dei Compositori e delle opere Musicali sulle rime di su
Artemida. Le tre corone fiorentine della lingua italiana. Francesco Petrarca.
Petrarca. Keywords: implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina,
filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Petrarca.” Luigi Speranza, “Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone,
Petrarca e Grice.”
Grice
e Petrone: la ragione conversazionale dei sanniti e la setta d’Imera – il megliore dei mundi attuali – CLXXXIII, LX
LX LX I -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Imera). Filosofo
italiano. A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged
in the form of a triangle: LX on each side and one at each angle. Petrone.
Grice e Petrone: la ragione conversazionale
del determinismo dei sanniti e dei liguri – il fato o il caso? – l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Limosano). Filosofo italiano. Grice:
“I like some phrases by Petrone: ‘il mondo del spirito,’ ‘idealista’, etc.’” Grice: “Some
of his philosophese is totally untranslatable to Oxonian, such as ‘la nostra
guerra’.” Insegna a Modena e Napoli. Cerca di
conciliare l'oggettivismo dei lizij con il soggettivismo critico. Dei lincei. Collabora
a “Cultura Sociale politica e letteraria”. In “Il Rinnovamento” si espressa
criticamente sulla condenna del modernismo da Pio X. Altre saggi: “Filosofia
come analisi” (Pisa, Spoerri); “Psico-Genesi” (Roma, Balbi) – cfr. psico-genesi
nella teoria della comunicazione di Grice --; “I limiti del determinismo” (Modena, Vincenzi); “Idee morali del tempo” (Napoli, Pierro);
“Uno stato mercantile”; “La premessa del
comunismo” (Napoli, Tessitore); “Confessioni d’un idealista” (Milano, Sandron)
– cf. MAMIANI ROVERE – Confessione d’un meta-fisico – AGOSTINO – “Confessioni”
-- ; “Lo spirito” (Milano, Milanese); “A proposito della guerra nostra” (Napoli,
Ricciardi); “Etica” (Palermo, Sandron); “Ascetica” (Palermo, Sandron); “La vita
nova” (Cecchini, Roma, Storia e letteratura); “Filosofia politica”; “La terra
nell’economia capitalistica”; “Il latifondo siciliano”; “La legge aggraria”;
“Il diritto al lume dell’idealismo critico”; “La conezione materialistica della
storia” spirito”; “L’etica come intuizione” -- – contro LABRIOLA (si veda) --.
“La storia interna” “Il valore della vita”, “L’inerzia della volonta”;
“La’energia profonda dello spirito”; “La fase della filosofia del diritto”; “I
caratteri differenziati del diritto” -- Cf.
Tyrrell. (cf. A. M. G. – “Tyrrell e Tyrrell”). Avevamo già corretto le stampe
di questo articolo, quando ci giunse l'ultimo numero del rinnovamento di Milano
-- pieno di tutto fiele contro l'enciclica. Nella sostanza si accorda
pienamente col programma dei modernisti, ma nella violenza della forma e nella
irriverenza del linguaggio lo passa di molto; e trascende con P. -- L'Enciclica di Pio X -- a
stravolgimenti indegni dello spirito e del senso dell'enciclica. Ed ancora
sullo stesso periodico. Ma peggio ancora spropositò su questo punto nel
Rinnovamento mostrando di aver ben poco compreso e del modernismo e dell'enciclica
che lo condanna. Dizionario di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Per
saggiare a fondo il valore del realismo giuridico dell’antico DIRITTO ROMANO, è
uopo, anzitutto, indagare, se e fino a che punto esso risolva o dia
sicurtà di risolvere quei problemi che ogni ricerca del diritto, la quale
aspiri al titolo di FILOSOFICA – alla Hegel --, si propone e che non sono
del tutto ignoti alla filosofìa del dritto romano tradizionale. Tre sono i
problemi che ricorrono tuttora nella filosofia o che segnano l’intervento della
scesi filosofica bene intesa. Il primo concerne l’origine, .la portata, i
limiti del conoscere. Il secondo concerne la natura dell’ essere che è
l’oggetto del conoscere. Il terzo il valore e le leggi dell’operare. Il
primo è il problema gnoseologico e, nella filosofìa del dritto romano,
può formularsi così: quali atti e funzioni ‘psicologiche’ si richieggono
perchè si formi, rigorosamente parlando, una nozione del dritto – quale il
‘diritto romano’? Quale ne è il criterio, il principium cognoscendi? La
ricerca induttiva dei fenomeni del dritto presuppone o no una nozione del
dritto, una serie di abiti o (li
funzioni psicologiche, che valgano come premesse e come leggi del
processo induttivo ? II secondo è il problema ontologico ed è espresso da
queste domande: in che si sustauzia il diritto romano? Quale è il la
natura che subest , che sottosta immutabile alle sue evoluzioni
fenomeniche? e, nell’ ipotesi che la ricerca dell’ essere e della
sostanza sia illegittima, nella ipotesi cioè fenomenistica, quale è e
donde il nascimento del fenomeno giuridico? Il terzo è il problema etico
e la maniera onde può venir risolto corrisponde esattamente alla maniera onde
si formula e si dibatte il problema ontologico: esso si domanda, quali
sono le norme della condotta giuridica doverosa; se le disposizioni del
potere POSITIVO – del Hegel sullo stato prussiano -- siano, semplicemente
perchè tali, dotate di valore etico-imperativo; se, invece, non vi sia un
criterio normativo, superiore ad esse e giudice di esse , ottenuto
altronde; se ci si debba limitare alla semplice accettazione delle disposizioni
autoritative ossia del DRITTO POSITIVO o se, invece, non sia legittimo e
corretto domandare il titolo RAZIONALE di esse o IL DRITTO DI QUEL
DRITTO: è insomma, a dir breve, il problema del dritto naturale. Il
realismo giuridico non può evidentemente sottrarsi a questi problemi che ogni
uomo, conoscendo, non che filosofando, si propone e che, per quanto
egli premediti di sviare o eludere, non si lasciano rintuzzare in
verun modo. Ed in un modo o nell’altro, di dritto o per traverso, se li propone
e li agita lo stesso realismo giuridico. Il quesito cono- scitivo
non è per esso un problema, in quanto ue presuppone la soluzione che è,
come tante volte si è visto, volgarmente empirica. Gli altri due quesiti,
poi, quello ontologico e quello etico, sono (la esso piegati alle
esigenze del suo empirismo conoscitivo: il primo di essi è snaturato da
problema di essere in problema di origine ed al secondo si oppone un
diniego esplicito. Il clie per altro, non toglie che cosi quella
forma speciale onde si pone e s’ inter- petra uno dei problemi, come
quella esclusione o soluzione a priori che si ritorce all’altro non sieno
la conseguenza d' una scepsi critica, sottintesa se non espressa, ed
implicita nell’ assunto fondamentale dell’empirismo, quand’ anche non
condotta di pro- posito deliberato da questo o quello interpetre
dell’assunto stesso. Resta solo a vedere, se il problema vada posto
come vuole V empirismo o come vuole la filosofia, o, dove l’uno e
1’ altra lo pongono ad uno stesso modo, se vada risolto nell’ una forma o
nell’ altra. E dico a bella posta — LA FILOSOFIA— senza vermi predicato
che la determini in un senso più che in un altro e che la limiti ad
una scuola più che ad un’ altra. L’ empirismo si annunzia in antitesi non
a questa o quella filosofia, ma alla filosofia in generale, o, se si
vuole, è una for- ma di filosofia che si oppone a quella che fin qui
era tenuta per tale, alla metafisica, e non a questo ed a quel
sistema, ma al criterio comune a tutti i sistemi, al yenus proximum di
essi. Termine di contrapposizione all’empirismo sarà, adunque, per
noi l’assunto impersonale della filosofia, senza che le varietà
individuali di essa ci occupino punto. Il che va inteso in senso relativo
e limitato a quel possibile consenso che, traverso le lotte dottrinali,
è dato ravvisare, nella tradizione storica della filo- sofia, a
chiunque la interpetri con intelletto d’amore . Il criterio della esperienza ed
il problema gnoseologico della filosofia del dritto. Adunque 1 ?
esperienza, ossia la osservazione e la comparazione dei dati fenomenici,
è il criterio cono- scitivo universale del realismo giuridico, di guisa
che la critica di esso si traduce iu una critica della e-
sperienza. Questa critica non data veramente da oggi : essa è
vecchia, nè comincia dal Kant, come si peusa comunemente, ma risale a
Platone, che primo rivendicò le ragioni della scienza e della filosofìa
contro la doxa e 1’ empirismo dei sofisti. Per quanto vecchia, essa
non ha perduto, tuttavia, la freschezza della novità, e va rievocata oggi
che il positivismo, nella forma più matura della teoria delfassociazione
e di quella dell’ evoluzione, ha risollevato i fasti dell'
empirismo. Diremo, adunque, anche a costo di apparire no- iosi
ripetitori, che 1’ esperienza non è in grado, da per sè sola, di scovrire
il momento universale e ne- ccessario del dritto, nè il nesso causale dei
fenomeni .giuridici, più di quello che essa noi sia di scoprire il
momento necessario ed il nesso causale di altri ordini di
fenomeni. L 7 esperienza ci dice che una cosa è fotta così e non
altrimenti, ma non che la cosa non possa essere altrimenti che così. L 7
esperienza ci dà la coesistenza e la successione dei fe- nomeni e può
darci anche la legge empirica (la cosi detta legge di conformità che
impropriamente si chia- ma legge) di tale coesistenza e successione, ma
non ci dà nè può darci mai la legge di necessità. Essa ci dà la
ripetizione delle coesistenze e delle succes- sioni di dati fenomeni, ma
non la legge di tale ripe- tizione: essa ci dice che una cosa si ripete
cento, mille, diecimila volte, ma non che si debba ripetere .neces-
sariamente. L’ultimo dei termini della serie progres- siva e
faticosa delle esperienze non ci dice niente di più e di meglio di quanto
ci dica o ci abbia detto il primo, e l 7 ultima ripetizione vale le
altre. L’accresci- mento del materiale della esperienza è un processo
quantitativo, dal quale nessuna alchimia trarrà una qualità nuova.
Noi chiediamo il quia , ed il quid, doveccliè i progressi della
esperienza non ci promet- tono che una cognizione sempre più vasta del
quale. La teoria dell 7 associazione, che data da Hume, si avvisa
di eludere il problema, con l 7 apporre a questa legge di necessità una
portata puramente psicologica. La necessità oggettiva, essa dice, è un
inganno; la ne- cessità è puramente soggettiva ed è la coazione inte-
riore verso un dato nesso o una data serie di nessi logici delle
nostre rappresentazioni. La categoria della necessità è una
oggettivazione illusoria, una proie- zione al di fuori dell’abitudine
interna di un dato nesso ideale. Ma, checché si deponga in favore di
tale tesi, non si scema l 7 equivoco che la vizia. La coazione
interiore può ben nascere dall’abitudine, ma la necessità logica della
ragione è ben’altra dalla coa- zione psicologica del sentimento. Questa
ultima, non che necessaria, è accidentale di sua natura, perchè il
dominio psicologico è il dominio del variabile, del contingente, del
casuale (1). Del pari V esperienza^ non può colpire il momen- to
universale delle cose. La universalità alla quale essa può pervenire è,
tutt’alpiù, universalità sui generis , universalità relativa e
provvisoria, il che è tutt' uno che negazione della universalità
scientifica. Il maximum dello sforzo cogi- tativo al quale possa
pervenire l’esperienza, secondo un noto principio del Kant, è il seguente
« per quello che abbiamo appreso fin qui, non si trova veruna ecce- zione
di questa o quella regola data » non già quest’al- tro « questa è regola
universale e non ha veruna ecce- zione » (2). E ciò, perchè le
conclusioni dell'esperienza sono limitate e condizionate quanto la
esperienza, la quale è eminentemente analitica e non assicura e non
garentisce che il suo responso immediato. L’esperien- za ci dice
che date coesistenze e date successioni di fenomeni si sono ripetute fin
qui, ma non ci assicura che si ripeteranno in avvenire. È vero bensì che
noi » oggettiviamo ed universaleggiamo ogni giorno le ri- sultanze
di quella esigua e ristretta esperienza per- ii) Vedi la bella
illustrazione che di questi pensieri della critica kantiana fa il
Volkelt. Erfahrung und
Denken. Kritische Grundlegung der Erkenntnisstheorie. (Hamburg e segg.
* (2) Volkelt] sonale che ne è consentito
di fare e le atteggiamo sub specie aeternitatis , ma, con ciò stesso, noi
supe- riamo i termini della pura esperienza, noi invochiamo ed
applichiamo per la nostra cognizione un altro cri- terio che quello
sperimentale. In ogni giudizio che formuliamo v’ò un tacito sottinteso
che precede l’esperienza e la integra : ed il sottinteso è questo: che
quella ripetizione delle coesistenze o delle successio- ni, la qual
ripetizione non abbiamo osservato ancora 0 non potremo osservare in
avvenire, è conforme alle ripetizioni o alla serie di ripetizioni già
osser- vate. Il processo induttivo presuppone 1’ habitus, la
funzione mentale che si formula nel principio d ’ iden- tità : dal
quale segue che quanto si predica di una cosa o di un rapporto già
esperito va predicato, al- tresì, di tutte le cose e di tutti i rapporti
esperibili, le quali o i quali sieuo della stessa natura sostanziale
della prima o del primo (I). ^Ne l’esperienza è più atta a conoscere il
perchè delle cose, il cur , di quello che noi sia a conoscerne la
universalità. La successione dei fenomeni, sia pure conforme a regola,
non è causalità: e dall’esservi fra 1 fenomeni di una serie un rapporto
di prima e di poi non segue, per altro, che la mente dell’osserva-
tore, la quale nel supposto è tabula rasa , argomenti dal semplice
rapporto empirico di antecedente e con- seguente la possibilità di quello
ideale di causa e di effetto. L’esperienza ripetuta delle stesse sequele
di un dato fenomeno e di un altro non può creare ex nihilo sui quel
rapporto di causalità che ai primi (1) VERA A. Melanges
philosophiques] gradi ed ai primi passi di quella esperienza era in-
concepibile. Senza dubbio, il rapporto di causalità è nelle cose
(lo scetticismo di Hume non ha chiuso il problema) ma non è una specie
impressa sulle cose, visibile e palpabile a nudo, esperibile iusomma. La
nozione di quel rapporto è, direi quasi, un’anticipa- zione dell’
intelletto sulla esperienza e sulla stessa natura. Ogni nesso causale che
noi formuliamo pre- suppone 1’ habitus , la funzione mentale del nesso
causale in quanto tale. Noi diciamo « questa cosa è effetto di
quell’ altra » solo perchè sapevamo che, risalendo la serie regressiva
dei fenomeni, ciascuno dei termini di questa serie è un effetto, ossia è
un prodotto da una causa, finché si perviene al termine primo che
non è più effetto, ma causa sui. In vero, senza questa funzione mentale,
noi avremmo uu bel discernere delle affinità "e delle conformità
logiche tra l’operare di una cosa e la natura di fatto d’una altra
cosa che la segue: tra Luna e l’altra cosa noi non vedremmo mai un
rapporto causale, se a quel nesso di conformità non si associasse
spontaneamente, nel nostro pensiero, quella funzione mentale, che io
chiamerei il sottinteso della causalità. Chi analizzasse questa serie di
sottintesi e questa prescienza e vedesse quanto è facile e seducente, ad
un me- tafisico che sia artista ad un tempo, atteggiare quella
prescienza a forma di ricordo di una vita psichica oltremondana,
vedrebbe forse che la dottrina plato- nica « sapere è ricordare » è più
presto una defor- mazione poetica di un sano principio filosofico, che
un principio falso di sua natura. La nostra scienza, «e non è
prescienza, ha per sottinteso un certo grado di prescienza. A Corate enunciò lo
stesso principio in altra forma, quando disse « sapere è prevedere ».
La previsione di un fenomeno esperibile ma non esperito è,
evidentemente, prescienza intellettiva. Un logico recentissimo della scuola
critico-posi- tivista, il Masaryk, ci porge una indiretta conferma,
che qui ò opportuno ricordare, di questi supremi principi della
critica della conoscenza. I fenomeni particolari sono tuttora (così VA
del Saggio fri logica concreta) gli elementi costitutivi del
l’universo, come V oggetto proprio della conoscenza umana: ma noi
sono immediatamente. Il nostro intellet- to non può cogliere ed intuire
di un lampo l’unità delle cose : il suo processo è, per di tetti vità
connaturata, eminentemente astrattivo. Epperò esso conosce le cose
non per intuito diretto, ma mediante le leggi e le proprietà essenziali
che a quelle cose ineriscono. Queste leggi e proprietà sono il prins, non
il posterius della conoscenza. Y’ha due generi di scienze: scienze
astratte e scienze concrete: le prime cono- scono le leggi delle cose e
le seconde V essere di fatto delle cose. Or bene le scienze astratte sono
il fondamento, il presupposto delle concrete, appunto perchè le
cose non si conoscono che per le loro leggi e proprietà essenziali. La
biologia, che è scienza astratta, perchè ha per oggetto le leggi della
vita precede ad es. la zoologia, che studia gli animali vi- venti,
ed è la confritio sine qua non della sua esistenza. So le scienze
concrete presuppongono le scienze astrat- te, è assurdo supporre che le
prime forniscano la base delle seconde. Ciò sarebbe una inversione di
termini. Precisamente l’opposto è vero. Le cose non- si intuiscono o
esperimentano di un tratto solo nel loro essere, ma si conoscono in
funzione di una legge e di una proprietà essenziale che precede e rende
pos- sibile l’esperienza. Gli è questo che ci spiega come e perchè
le scienze astratte abbiano fatto progressi di gran lunga maggiori che le
concrete. Gli è che que- ste sono posteriori a quelle, onde la loro
maturità segue, in ragion di tempo, il progresso di quelle (1).
Questi principi del Masaryk sono fondati sul vero, benché il modo ond’
egli si esprime sia tutt’altro che proprio. La sua terminologia è mutuata
dall’em- pirismo per formulare una nozione so vraem pirica. Quello
che egli chiama processo astrattivo va chia- mato processo di sintesi
spontanea ed originaria, perchè 1’ astrazione presuppone la conoscenza
del concreto onde si astrae, il che contraddirebbe al supposto.
Prescindendo da ciò, resta, intanto, stabilito che non solo la
filosofìa, ma lo stesso positivismo cri- tico ed illuminato insegnano d’
accordo che alla conoscenza analitica delle cose particolari deve pre-
cedere la conoscenza della specie universale, che è come una
sintesi, una deduzione spontanea ed ori- ginaria, un’ anticipazione
mentale dell’ osservazione. L’ esperienza affidata alle sue forze sole è
così lun- gi dal fornirci un concetto scientifico delle cose, che
anzi essa, senza 1’ ausilio di una virtù intellettiva che è prima e
sovra di lei, non potrebbe neanche venire alla luce e legittimarsi come
esperienza. (1) Versucli eiiier coucreten Logik (Wien] Or bene, ripeto
quanto lio detto più su, questa difetti vità dell’ esperienza sussiste
nell’ ordine delle conoscenze giuridiche, come iu ogni altro ordine di
conoscenze. Anche ivi la nozione universale deve pre- cedere 1’
esperienza particolare: la scienza sintetica delle proprietà essenziali
del diritto deve precedere la scienza analitica dei fenomeni giuridici
particolari e non seguire da essa. Anche ivi una estensione, un im-
pinguamento del materiale di fatto può accrescere la notizia delle
cose, non la scienza , come bene afferma 1’ Hartmann. 11 materiale dei
fatti é il sottosuolo, non T oggetto della scienza (1). La osservazione
empirica di un fatto giuridico non ci dice nulla sul momento universale e
necessario del dritto, nulla sui nessi causali di quei fatti ed è, però,
inetta ad adempiere, non che una sintesi filosofica, ma una
semplice sintesi scientifica: di guisa che, sulla scorta di essa,
neanche la fenomenologia perverrà ad otte- nere quel principio sintetico
e quell’ universale lo- gico del dritto che, come tante volte si è visto,
rappresenta il suo termine ideale. Per dirla più (lì Die Bereicherung an Blossem
Stoff des Wissens vermehrt uur die Kuncle , aber nicht imraittelbar die
Wissens.chaft. In- dem aber die Wissenschaft erst da anfiingt, wo in den
Bezie- huugen des Stoffs und den allgenieinen in ihm wirkenden
Kràften oder Momenten das Gesetzmiissige, Ordnungsmiissige oder
Planmàssige, logiseh oder sachlich Nothwendige aufge- suclit wird, zeigt
sich eben, dass 'der Stoff als solcher nicht don Gegenstand selbst der
Wissenschaft bildet, sondern nur die Unterlage derselben, dass aber der
eigentliche Gegenstand der Wissenschaft dasjenige ist, was an den
Beziehungen des Stofìes allgcmein und verniinftig ist — Gesammette
Studien u. Aufsiitzc] esplicitamente, quella
osservazione empirica, ammes- so pure che la si estenda il più che sia
possibile, non ci darà, di per se sola, non che una filosofia,
neanche una scienza del dritto. Perchè egli è fuori dubbio che la
scienza abbia per soggetto V universale ed il necessario delle cose.
Platone, Aristotele, e fra noi, CICERONE, hanno del pari messo fuori
disamina, che oggetto della scienza é la vóyjaig nepi òoatav (1) e
che P esperienza, che apprende il parti- colare, non va confusa con la
scienza che apprende l’ universale (2). Gli stessi principi sintetici
della fenomenologia che siamo venuti divisando non pro- vengono
dall’ esperienza, ma dalla speculazione del pensatore. La storia consegna
al v. Ihering il fatto della lotta e del fine interessato , ma, quando
egli generalizza P esperienza di quel fatto a momento universale
del dritto, eccede i termini della espe- rienza, per soddisfare ad una
vocazione speculativa che è anteriore all’ esperienza. La ragione del
Dahn ed il giusto del Lasson sono cosi poco creature del- P
esperienza, che quella è un ricordo della opinio necessitati della
metafisica , ovvero una forni ola logica della razionalità della
Volhsbewusstsein (la qua- le, a sua volta, è una ipotesi demo-psicologica
che trascende ogni esperienza) e questo è P applicazione al dritto
di quel logos Hegeliano, che è P ultimo residuo di una notomia degli atti
conoscitivi, la quale ha il suo punto di partenza nell’ esagerazione
dell’ a priori. Il principio del rispetto verso la forza (1)
Rep. 534.' Vedi pure: Fed. 76 e passim. (2) Mat. XIII; 9; Mag. Mor. I,
4. V - .T$ imperante (Achtung) e
quello della pre volizione del- la norma ( Anerlcennung ) sono non fatti
di esperienza 0o - o'0£,ti va, ma impostasi intellettive di alcuni fatti
acci- dentali di esperienza psicologica. Il realismo giuridico si avvisa
di conoscere le proprietà essenziali e le leggi del dritto col mero
processo della induzione e della comparazioue. Noi abbiamo visto
testò il Post, nell’ analisi compara- tiva dei fotti particolari della
vita dei popoli, fer- mare il segreto del substrato universale di quei
fotti e di quella vita. Ma, l’osservazione e la comparazione non sono
possibili senza una teoria pre- esistente, la quale ci faccia discernere
quello die va osservato da quello che non va osservato, e che, nel
materiale disordinato dei fotti, ci consenta di sceverare quel momento
che concerne e preoccupa la nostra scienza da quegli altri momenti che
non ci concernono punto e che le altre scienze differen- ziano
dalla nostra. Senza il filo d’ Arianna della speculazione, V osservazione
e la comparazione dei dati di fatto diventano un labirinto inestricabile
e dal quale non v 7 è più uscita. Se non sappiamo prima, per un’
anticipazione intellettiva, che cosa è dritto, nè possiamo discernere i
fenomeni giuridici da quelli che non sono tali, uè negli stessi fenomeni
giuridici possiamo sceverare quello che in essi è proprietà
essenziale da quello che non lo è. Anche nelF ordine delle conoscenze
giuridiche è vero che V intuizione è cieca senza la categoria. Vi debbono
essere, nella moltitudine dei materiali storici messi a profitto
dall' indagine e e dalla comparazione, delle 'quantità conosciute ehe
permettano alP osservatore di orientarsi nei suo cammino. Il che è riflesso, nel-
F ordine del pensiero, di quello che, come vedre- mo, ha luogo
nell’ ordine delle cose. Perchè, eviden- temente, nel suo processo
evolutivo 1’ umanità de- ve pure avere avuto delle soste, deve pure aver
se- gnato delle fermate e dei punti di riposo, nei qua- li momenti
si è venuto deponendo, consolidando, sarei per dire cristallizzando, il
presunto fluttuare dei fenomeni. La pressura della logica e quella che
lo Schopenhauer chiamava die List der Idee domi- na, del resto, gli
stessi induttivisti della giurispru- denza e li trae a smentire coi fatti
quanto lian professato a parole. Dopo aver respinto 1’ a priori ,
essi sono ben lungi dal farne a meno: e di presup- posti a priori
tolti in prestito alle nostre odierne intuizioni giuridiche o alla nostra
speculazione filo- sofica le loro ricerche sono piene. Tanto egli è
arduo, impossibile anzi, nel rifare a rovescio il pro- cesso della
evoluzione giuridica, fare a meno di un contrassegno ideale di quello che
è dritto o di un criterio intellettivo che ci aiuti a discernerlo dagli
altri fenomeni del cosmo! Il metodo comparativo, adunque, che si
avvisa d’inferire dal semplice raffronto dei fatti la nozione del
momento giuridico di essi, è una vera petitio prineipii. Un’
anticipazione ideale di quello che si cerca bisogna averla per forza, se
no quello che si cerca non si trova. È una cosa molto elemen fa- re
codesta: chi non sa quello che vuole non trarrà mai un ragno dal buco.
Ottima la ricerca delle for- me storiche della proprietà immobiliare nel
mondo orientale, a mo’ d’esempio, o il raffronto tra esse e
quelle dei popoli occidentali, ma, se voi non avete prima una
nozione quale die sia della proprietà im- mobiliare, quella ricerca e
quella comparazione non la farete mai. La storia è pur sempre storia di
qualche cosa. L’ ordinamento
seriale dei fenomeni sotto il genere dritto e sotto le specie famiglia ,
proprietà ec. (scelgo a bella posta V ordinamento seriale più fa-
cile ed elementare) e tutta la serie dei principi e delle rubriche
e delle classificazioni della giurispru- denza storica e comparativa
sono, per necessità di cose, un presupposto e non un risultato della com-
parazione e della storia. Nò si opponga che il com cetto del dritto
emerge dal fondo stesso della os- servazione e della comparazione ed è
ottenibile mettendo a raffronto un gran numero dato di og- getti
affini tra loro, astraendo dalle differenze indi- fi) Schuppe. Die
Metkoden der liecktspkilosopkie. Man kommt nickt von der gesckicktlickèn
Betrachtung zu dem Gewordenen, sondern gerade umgekehrt: man suckt,
von diesein ausgekend , seine Erfahrung nack ruckwarts in der Zeit
zu erweitern Der Versuck, aus der Gesckichte he- rauszusammenfugend zu
ersckaffen, kame auf ein Mlsslingen oder eine Selbsttausckung kinaus: es
giebt nur Gesckiehte von Etwas. Wenn die sogenannte genetiscke Metkode die
vollkomneren Gestaltungen aus den unvollkomneren sick erzeugen, so solite
nie iiberseken werden, dass im Nackweise dos Keimes das Wozu er
sick entwickeln, Wessen Keiui er sein soli, sehon vor- sckwebt; nur vom
vollendeten Erzeugniss fragen wir zuriick nack den keimartigen Anflingen.
Stammler . Die Metkoden der geschicktlicken Rechtstheorie] vicinali di
ciascuno e ferrnaudo quel genere, quella nota universale e comune, in che
convengono tutti ad un tempo. Imperocché, appunto perché abbia
luogo quel raffronto, si richiede un’ anticipazione sintetica della
natura sostanziale del dritto. Per di- scernere in che gli oggetti sono
affini, occorro che vi sia, anzi tempo, un contenuto ideale, in rapporto
al quale 1’ affinità o la dissomiglianza è concepibile. La
osservazione e la comparazione vi darà il fatto della convenienza, solo
quando voi preconoscete di avanzo, sarei per dire presentite, per una
cotale anticipazione irriftessa dello spirito , quello in che si
conviene e la ragion formale della convenienza. La nota comune è una
premessa del processo astrat- tivo. Bisogna degradare il fenomeno della
conoscenza alla più volgare materialità per convincersi che gli
elementi, i quali in ipotesi sono conformi, si lascino connettere
in un rapporto di conformità per una percezione immediata del loro essere
di fatto. Per- chè gli elementi b. c. d. lascino vedere un elemento
comune con a. e si vadano sussumendo in un rap- porto comune A.
occorre almeno che a, ossia il termine di raffronto, abbia colpito il
pensatore e gli appaia come un momento di cosiffatta natura, da
servire di regolo agli altri, come a dire un equi- valente ideologico
preesistente del contenuto che si ottiene poi formulato nel rapporto A.
Se l’intelletto dell’osservatore è una tabula rasa , egli non vede
nè differenze nè somiglianze nei fenomeni, nè dritto nè torto nella
storia: le differenze sono percepibili, solo quando si sa quello da cui
si differisce e. del pari, le somiglianze, solo quando si sa quello cui
l ‘ì si somiglia: in altri termini i rapporti sono perce-
pibili solo in finizione del loro oggetto ò della loro ragione
formale. Egli, adunque, V osservatore, non vede che una serie di fotti
indifferenti che non sono nè il diritto, nè il suo rovescio : di cui noi,
messi al punto, non potremmo nè anche assicurare che cosa sieno:
perchè ci difetta la virtù astrattiva che sarebbe necessaria per vedere
come andrebbero le cose della nostra intelligenza nella ipotesi di un
processo anormale di questa. Alla induzione ed alla comparazione
deve, adun- que, precedere un intuito speculativo del dritto. ]Sel
campo della giurisprudenza, come in quello delle altre discipline, il
processo conoscitivo s’inizia da una sintesi primitiva e spontanea, si
svolge e dirama e differenzia per l’esperienza, l’analisi, la ri-
flessione e va a metter capo alla sintesi riflessa della deduzione.
La storia del processo fenomenico ed inventivo è un compito
meramente analitico che si esercita sopra una sintesi scientifica
preesistente. Per de- scrivere le fasi evolutive di una cosa bisogna già
possedere il concetto dell’ essere della cosa, ossia della sua
forma definita ed evoluta e della sua con- figurazione stabile e
consolidata (1). (1)... Es ist vor Alleni unumgiinglich, class der
Entwiok- luiigahistoriker das genaueste und deutlichste Verstiindniss
von der reiteri Gestalt besitze und bekunde, von welcber er die
Entwickeluug verfolgt. Die Eutwickelungsgeschichte ist steta und
lediglieli eiue analytischo Aufgabe. Scheinbar nai- ves Aufsuchen der
Verbindungsstiicke und gliickliches Probi- ren, ob sie passen, ist ein
ganz eitles Unterfangen. Di© Ent- La filosofìa speculativa del dritto
aveva adunque ragione. Di che una preziosa riprova ci forniscono
gli stessi empirici della giurisprudenza, la mente dei quali è
munita, anzi tempo, non che di un intuito o di un presentimento del
dritto, di tutto un corre- do di conoscenze speculati ve, più o meno
deformate, tolte in prestito precisamente a quella filosofia. E
senza il suo ausilio 1’ esperienza si sarta trovata a mal partito.
Ciascun fatto o ciascuna serie di fatti non malleva che se stessa: ed il
filosofo dell’ espe- rienza non avrebbe mai visto il lume dell’ idea.
L’induzione è sempre limitata ad un dato numero di fatti, il qual
numero, lo si moltiplichi a talento, dista pur sempre infinitamente dalla
universalità -che si estende a tutto il possibile. Gli stessi prin-
cipi generali non vi sarebbero più : 1’ allgemeine Reclitslelire è
un generale die, viceversa, è un parti- colare. A causare tali
perigli, resta che, in difetto di speculazione propria, si usurpi l’
altrui. Ed ecco, allora, che la premessa maggiore del realismo e della
fenomenologia è una premessa metafìsica. Que- sti declamatori dell’
esperienza e dell’induzione sono in fondo dedutti visti. La filosofia ha
trovate alcune verità con un procedimento misto d’ intuizione di
rapporti ideali e di esperienza psicologica: essi ri- provano
queste verità con l’allegazione di fatti spe- "wickelungsgeschichte
des Organismus setzt ein hohes Stadium der Anatomie voraus, das sie
alsdann erhohen kann. Aber die Entwickelungsgeschichte kann der
descriptiven Anatomie ni- cht voraufgeben. Cohen. Kant’ s Theorie der
Erfahrung Zw. Aufi. S. 7. rimentali, quando noi facciano
con nn tessuto di raziocini. Il loro metodo è analitico e regressivo:
onde quando essi rimproverano di deduzione la vec- chia filosofia,
questa potrebbe dir loro che essa della deduzione, accanto ai difetti,
aveva benanche i pregi, dovechè ad essi non restano che i difet- ti
soli. Il criterio storico-evolutivo ed il problema ontologico della filosofia
del diritto. Si è detto innanzi come la maniera, onde l’empi-
rismo concepisce il problema dell’essere del dritto, equivale
esattamente alla maniera ond’ esso conce- pisce il problema del
conoscere. Dopo aver detto die criterio unico della scienza è
l’esperienza, logica vuole che l’empirismo dica che l’oggetto della
scienza è tale, quale bisogna che sia perchè rientri nei li- miti
della esperienza, e che, quindi, il dritto non abbia altro essere che
l’essere mutabile, contingente e fenomenico, o, per dir breve, non altro
essere che il divenire. Come in tanti ordini di cose, così nel
dritto, il criterio scientifico si è venuto snaturando nel criterio
storico e, conseguentemente, il problema ontologico nel problema
genetico. Del dritto, come di altri oggetti, si studia non più la
sostanza ma la genesi, non più l’essenza ma l’evoluzione, non più
il substratum ma il processo; nè solo si studia l’una cosa e non 1’
altra, ma si afferma come inesistente quella che non si studia, o si
presume di non stu- diarla, appunto perchè la si dà per inesistente. È
il criterio storico-evolutivo , che riassume il genio scientifico (lei
secolo e che pervade scienza e filosofia. Se ne volete 1’ origine, dovete
far capo all’ aspetto* dogmatico del fenomenismo Kantiano e, più lungi
ancora, alla critica Lochi aria, alla teoria, cioè, della
inconoscibilità della sostanza. Tolta, invero, la ri- cerca della
sostanza, non rimane che il fenomeno- soletto al lievi, al divenire, alla
storia. Se questo criterio lo si proseguisse nella sua forma
logica e coerente, esso non porgerebbe ai suoi settatori un saldo
sostegno. Così coni’ è, esso è vi- ziato dalla radice, perchè poggia
sopra una inver- sione del problema filosofico e perchè confonde
volgarmente due termini che vanno distinti, scienza e storia. I fenomeni
particolari che registra la storia sono non solo inesausti, ma
inesauribili nel loro nu- mero: la umanità ha invocato sempre l’ausilio
delle idee per dominare l’universalità dei possibili, senza di che
non si sarebbe mai svincolata dalle strettoie di una perpetua ignoranza.
La storia ha per oggetto il nudo individuale; quello che sta a sè e non
può predicarsi degli altri; quello che può essere cono- sciuto solo
per un atto di esperienza ex professo e discontinua, e che, per essere
singolo, si consuma in un singolo atto mentale e consuma l’atto stesso;
quello che non ha nesso con altri e non può nè su- bordinarsi ad
essi nè subordinarli a sè, e che è in- comunicabile: quello che dà luogo
non ad un con- cetto, ma ad una moltitudine di percezioni saltuarie,
sempre esposte alla sorpresa del nuovo, dell’impre- visto, dell’
azzardo. Schopenhauer — Die Welt u. 8 .
w. — Ergiinz: z. 3° Buch — Kap: 38. L’empirismo, messo allo
stremo, li a studiato, pertanto, di sfuggire alla logica del suo criterio.
Invece di escludere la speculazione, esso fa atto di riconoscerla,
ma piegandola alle esigenze del suo criterio; nò nega la sostanza, ma la
traduce nel circolo del suo sistema, llesta, per esso, oggetto della
scienza l’essere, ma l’essere appunto sta, o si presume che stia,
nel divenire. Il suo intento non è, in fondo, negativo, ma dialettico. L’
esse della filosofia morale e giuridica è appunto il fieri della
evoluzione del costume e degl’ istituti giuridici. Quella serie di
proprietà sostanziali, quella es- senza specifica della natura e della
coscienza umana non sono negate o rimosse, adunque; sono sempli-
cemente interpetrate in un modo diverso. Esse non sono più un a
priori — della' storia, un termine che è fuori del processo storico e che
rende possibile lo stesso processo; ma si rappresentano come un a
posteriori primitivo, come un prodotto dell’esperienza collettiva e
della razza, un prodotto che si solleva, a sua volta, a causa di nuove
formazioni, di nuovi fenomeni, ma è ab initio una formazione, un feno-
meno esso stesso. Messo da banda il flusso Eracli- teo^ i settatori
del criterio storico-evolutivo si cre- dono licenziati ad ammettere delle
proprietà speci- fiche della natura etica umana, quando s’ intenda
che queste proprietà sieno non un essere, ma un divenire o, per
meglio dire, un divenuto; quando si intenda che esse sono forse un a
priori a petto alla esperienza individuale dell’ uomo che si trova in
uno dei momenti derivati, della evoluzione, ma sono certo un a
posteriori della esperienza delle g enei azioni preesistenti. Nella serie dei
momenti evoluti- vi, ciascuno di essi è un posterius delle esperienze
sociali trasmesse dal momento anteriore; solo clie queste
esperienze diventano generative di altre posteriori, a petto alle quali esse
sono un termine primitivo. L’esperienza collettiva che supera la
dispersione e la difettività dell’esperienza individuale, l’abi- tudine
(latamente intesa) e 1’ eredità che la trasmette e la consolida, la
tradizione storica che ne raccoglie le risultanze : ecco i supremi
presidi, con l’aiuto dei quali 1’ empirismo moderno si avvisa di superare
le difficoltà dell’antico, di trascinare l 1 essere della scienza e
della filosofia nel flusso del divenire e di evitare, ad un tempo, le
ritorsioni di quella logica inesorabile, che lo forza a dibattersi
sterilmente nell’ assurda impresa di logizzare la storia o di sto-
rizzare la logica, di formulare e dogmatizzare il mutevole, 1’
evanescente, 1’ individuale e di travol- gere, ad un tempo, nella rapida
scorrevolezza dei fenomeni transeunti quello che è e che sta, 1’ e-
terno, V immutabile, 1’ assoluto. Se. non che, anche in questo
contenuto più ric- co di valore ideale che assume il criterio storico-evolutivo,
esso è ben lontano dal sottrarsi a quella logica di sistema, . che,
volente o nolente, lo rimena all’ assurdo d’ invertire i termini del
problema filo- sofico e di scambiare la scienza con la storia, la
sostanza col fenomeno, le facoltà e le attitudini connaturate con
le esperienze e gli abiti acquisiti. Finché, in omaggio al paradosso, si
riconosce l’am- missibilità di un x>rocesso all’ infinito e, rifacendo
la serie regressiva delle esperienze, il primo termine di quella
serie si rappresenta come una esperienza a sua volta, il vizio radicale
dell'empirismo rimano sostanzialmente lo stesso. Finché la razza è una
moltitudine d’individui, la quale moltitudine non può fornire un
elemento nuovo ehe non sia orini- nari amente contenuto in ciascuno degl
'individui che la compongono, finche 1’ abitudine e Y eredità sono
forze trasmissive e non creative, le quali, quindi, presuppongono
un quid che si ripeta o consolidi o trasmetta, la contraddizione
implicita nell’ assunto empirico rimane tal quale. L’ empirismo
allontana, risospinge indietro il problema nella storia, ma non lo
risolve. Nella serie delle fasi evolutive v’ è sem- pre un priuSy un
termine primitivo, che, come esso c’ insegna, non è un essere ma un
divenire, non è una sostanza ma un fenomeno, non è attitudine all’
esperienza ma esperienza senza attitudine. Ed in questo termine primitivo
rinasce il problema elie si credeva composto: il divenire è possibile
sen- za 1’ essere ? ed i fenomeni giuridici sono possibili senza
l’essere giuridico"? senza una coscienza giu- ridica già data, senza
una facoltà connaturata del dritto, sono possibili le esperienze
giuridiche? Ogni momento individuale dell’ evoluzione giuridica, lo
si derivi pure da una serie inferiore preesistente, non ha forse
bisogno d’ un ciliquid che lo determini e lo differenzi come tale dal
momento anteriore ? e questo aliquid non è un essere che precede e rende
possibile il divenire ? Nella continuità dei fenomeni deve pure
esservi, non foss’altro, V infinitamente pic- colo di Leibnitz, che prima
non era ed ora è, ed è quindi la radice, il substratum di quello che v’ è
di nuovo nel rapporto reciproco dei termini suc- cessivi
della serie, di quello cioè che differenzia i singoli momenti della
continuità. Questo infinita - mente piccolo non può essere prodotto dalla
prima esperienza, se questa, per logica di cose, lo presup- pone.
Come mai quelle esperienze giuridiche o quella serie di esperienze, che saremmo
impotenti a far noi ex novo , se fossimo dello tabulae rasae , e che
noi possiamo Aire, secondo il criterio storico-evolu- tivo, solo
perchè 1’ eredità e la tradizione storica ha deposto e trasmesso nei
nostri poteri psichici tutto un contenuto ideale che tesoreggiamo di con-
tinuo, come mai, dico, quelle esperienze sarebbero esse state
possibili, senza verini possesso anteriore di una facoltà connaturale, a
quegli uomini primi- tivi, i quali, a quanto insegnano gli
evoluzionisti,, uscivano a mala pena dalla specie inferiore dell’ani-
malità? Perchè, senza dubbio, proseguendo a rove- scio il corso
dell’ evoluzione giuridica, vi sarà seni pre un assolutamente prius die
non è più specie ma individuo, che non è più esperienza collettiva e sto-
rica ma nuda esperienza individuale. Il criterio storico-evolutivo
che, per aver rico- nosciuto la legittimità dei processo all’ infinito,
ha posto, come termine primitivo delle esperienze, la esperienza
stessa e, come causa degli effetti, V ef- fetto o la serie degli effètti
stessi, deve raccogliere i frutti del suo inconsulto procedere e deve
togliere sopra di sè la contraddizione di un termine derivato che
si postula come termine primitivo. La filosofia tradizionale, la teoria
nativistica come per dileggio la chiama l’ Jliering, aveva adunque
ragione quando poneva a sostrato primitivo e cau- sale la natura
deir uomo e non il processo della storia, la coscienza giuridica e non le
esperienze edonistiche ed utilitarie. Il fenomeno della evolu-
zione presuppone il noumeno della creazione, nella filosofia del
dritto come nella cosmologia : il dive- nire presuppone l’essere che
diviene e che sussiste < lo stesso attraverso e non ostante il
divenire. Senza una coscienza giuridica bella e data, V esperienze
giuridiche non sarebbero nate, perchè è la facoltà che crea le
esperienze e non le esperienze la tà- coltà. Ed invero, senza una
coscienza giuridica uni- versale connaturata in ciascun membro della
razza o della specie, l’intimo consenso in certe verità giu-
ridiche fondamentali, attestato dalla stessa osserva- zione serena
dei fatti, non sarebbe mai venuto alla luce. L’esperienza, la quale
procede a furia di espe- rimenti, di correzioni, di prove rudimentali,
incerte, provvisorie e che è sempre varia da soggetto a sog- getto,
da caso a caso, non può aver potuto deter- minare, per la contraddizion
che noi consente 1’ uni- versalità e 1’ unità della ragion normativa e
della coscienza. Si riduca questa unità e questa univer- salità
alle semplici proporzioni di una funzione for- malo e vuota di contenuto,
ebbene non sarà mai concepibile come quella unità della forma della
coscienza inorale possa essere uscita dal fondo di esperienze soggettive,
senza un fondo comune di attitudini preesistenti, senza un addentellato
di sor- ta. 1/ antropologia dell’ evoluzione può aver pro- vato, si
conceda per un momento, che il contenuto della morale e della giustizia
varia da popolo a popolo, da tempo a tempo, ma non può aver provato che ne
varii altrettanto la forma. Essa, anzi, ri- prova indirettamente che la
materia infinitamente diversa del dritto reca in sè V impronta di una co-
stante unità di leggi e di funzioni, le quali sono, « alla
coscienza morale dell 7 umanità, quello che al pensiero le leggi e le
funzioni a priori della cono- scenza; e che muta il contenuto dell’ atto
morale, ma immutabile ne è la ragion formale; ossia le con- dizioni
necessarie all’atto morale come tale sono im- mutabilmente concepite e,
sarei per dire, plasmate nella forma assoluta d 7 un imperativo
incondizionale, d 7 un dovere. Si assuma il più semplice degl 7 istituti
giuridici del più semplice dei Natur-Viilker, ebbene l 7 analisi vi
scopre sempre questa proprietà ideale : il convincimento di una legge
estra- soggettiva, che è fuori e sopra l 7 arbitrio individuale ed alla
quale è doveroso prestare obbedienza. La pretensione giu- ridica
del selvaggio contiene un elemento spirituale che è condizione comune a
tutte le pretensioni giu- ridiche di tutti i popoli più culti. Quella preten-
sione è appresa come una legge impersonale, non solo rispetto ai
soggetti presenti sui quali si eser- cita, ma altresì rispetto a tutti
gli altri soggetti, che sieno per trovarsi nella stessa condizione dei
primi, e, quindi, rispetto allo stesso soggetto preten- sore, ove
egli in tale condizione venga a trovarsi. Motivo etico della pretensione
o del comando, quel motivo, cioè, per cui l 7 una o l 7 altro è appreso
come autorevole e fonte di obbligazione doverosa, è sempre la
conformità presunta di quella pretensione o di quel comando ad una legge.
Che la conformità presunta non sia conformità reale importa poco: resta
sempre stabilito ohe condizione necessaria dell' atta giuridico,
condizione universale e comune a tutti i popoli della terra, è l'intuito
dell'atto stesso sotto la ragion formale del giusto. Ohe questa proprietà
ideale non si trovi così nettamente distinta e differenziata nella
coscienza morale del selvaggio, importa ancor meno. L’analisi è creatura
della riflessione scientifica, laddove l’idea del bene e del giusto è un
intuito sin- tetico della coscienza: 1’ assenza del l'un a è ben lungi
dal provare quella dell’altra. L’analisi rende molte- plice e
successivo rispetto a noi quello che è uno e simultaneo rispetto alla
natura: confondere questi due aspetti è convertire in ipostasi reale un
fenomeno della nostra difettività conoscitiva. Senza dubbio, 1’
unità e la comunanza della sem- plice-ragion formale del bene e del
giusto non basta a fondare una morale, nò una filosofìa del dritto.
Un’etica senza contenuto è una logica del bene e del giusto, non
una nomologia. Quella unità della coscien- za si traduce in piena
iudifferenza e la percezione della ragion formale del giusto in un mero
momento psicologico. Ma, se questa unità formale della coscien- za
morale è poca cosa rispetto alle esigenze ed agli uffici dell’ etica
positiva (e però noi non ci ristiamo a lei, ma ammettiamo un contenuto
morale, quale quello che ci detta la filosofìa teleologico-cristiana, e
sulle orme della scuola di Max Mailer vediamo, nelle tristi
condizioni morali dei Natur- Volker il prodotto di un pervertimento
derivato) è molto rispetto alla critica della sociogenesi della
evoluzione. La quale si chiarisce così contraddire apertamente non solo
alla teleologia inorale, ma benanche alla critica, più ne- gativa e più
«pregiudicata, della ragion pratica. Come per avventura, le incerte
esperienze dei sog- getti sub-umani abbiano potuto determinare V unità
della ragione e dell’intuito formale del giusto, vale a dire quell’
unità che è il residuo non eliminabile di un’analisi corrosiva della
moralità umana: ecco un enigma che il criterio storico-evolutivo non
riuscirà a decifrare mai. Gli è che la presunzione della tabula
rasa non è meno infondata nella sociogenesi, di quello che lo sia
nella ideologia : anzi nell’ una è più insoste- nibile che nell’altra,
perchè il dritto è una idea cosi complessa che anche delle scuole filosòfiche,
le qua- li, nella serie regressiva dei fenomeni della cono- scenza,
pongono come termine primo la esperienza, hanno sentito il bisogno di
concepirne l’idea e la voca- zione come connaturata nell’ uomo, come un
habitus della natura. L’ atto giuridico e 1’ atto morale non
nascerebbero mai, ove nella volontà dei soggetti non vi fosse una
cotal disposizione naturale al bene e al giusto, la qual vocazione, a sua
volta, difetterebbe ove non vi fosse un intuito originario del bene e
del giusto. Ignoti (chi noi sa?) nulla cupido. La vo- lontà non è,
da per sè, una legge, come volle il Kant, ma nemmeno è indifferente a
qualsiasi legge, come vorrebbe il plasticismo degli evoluzionisti. Kon
è autonoma di fronte alla Legge Suprema ed al Supremo Legislatore,
ma è tale di fronte al resto, à o’ dire che nella volontà umana v’ è una
voca- zione primitiva verso quello che è buono e che è giusto,
vocazione indipendente dalle condizioni dell’esperienza e della storia. Dicendo
ciò, non si ol- trepassano i limiti della lìlosolìa per entrare nell’or-
* bita della teologia (benché un rimprovero siffatto, ci
affrettiamo a dirlo, sarebbe per noi un titolo di onore). Principio
conoscitivo del bene e del giusto rimane, con tutto ciò, l’analisi della
coscienza, co- me principio ontologico dell- uno e dell’ altro, la na-
tura umana. Noi siamo i veri positivisti, noi, die ci reggiamo sul
saldo sostegno della physis , ma del- la pliysis non deformata dalle
preoccupazioni mate- rialistiche. Rifacendo la serie regressiva delle
cau- . se, la filosofìa pone una causa prima che muove la natura
senza esserne mossa: intenta a discoprire V origine prima di tutte le
cose che sono nel tempo, la logica la costringe ad uscir fuori del tempo.
1/ e- voluzionismo può deridere questa logica, ma non rintuzzarla.
L’ esclusione di un assolutamente prius è impossibile. E ad esso, dico al
positivismo, non rimane che o attestare, con tacito assenso, la presen-
za del soprannaturale, ovvero rimaneggiare con ostentazione di
novità e di maturità quella pove- y ra teoria mitologica della
spontaneità creatrice degli uomini primitivi. Quell’ assolutamente prius,
quel termine primitivo delle esperienze, se non è una creazione del
soprannaturale, deve essere una ge- neratio aequivoca della natura primitiva
: una genialità eroica, un salto mortale degli esseri sub- umani.
Per. sfuggire alle ritorte della logica, il criterio storico-evolutivo
non ha altro spediente che quello di adagiarsi in esse, di accettarle
deliberatamente, di sistemarle anzi: quello, cioè, di bandire addirittura
il problema delle origini, facendo sorgere la risoluzione di un problema
insolubile dalla dispera- zione professata di risolverlo. Questa
esclusione del problema delle origini, come di cosa inconcepibile in
sé, è postulata dalla logica del divenire. La conti- nuità
evolutiva dei fenomeni dell’ universo esclude, per logica di cose, ogni
nozione di principio o di fine (1). Questi due termini estremi
rappresentano il discontinuo, il vacuo, il salto per eccellenza, on-
de sono fuori della evoluzione. L’ evoluzione è pan- teistica: è 1’
eternità trasferita da Dio al mondo: ora non va dimenticato che 1’
eternità esclude cosi l’o- rigine come la fine. Gli evoluzionisti odierni
lian poco compreso la portata del criterio evolutivo, per- chè ad
essi ha fatto difetto quella penetrazione, metafisica che la fece
comprendere cosi egregiamen- te al Leibnitz: ond’ essi, pur professando
la teoria dell’evoluzione, seguono ciò non pertanto a cinci- schiare
il problema delle origini ! Ma ciò non to- glie che la loro dottrina si
dibatta tra le strette di questo dilemma: o accettare la logica dell’
evoluzio- ne e quindi cessare di essere positivisti e confessar- si
per animali metafisici di una specie alquanto di- versa dagli avversari:
o deviare da quella logica e fi) b as Priucip dor Continuitlit
verbot in der Reihe der Erschein angeli alien Unsprung. Kant. Kr. d. r.
Vera. (Ed. di Ilarteustein III S. 201). E lo aveva ben compreso il v.
Savigny. < . . . . zwisclien Gesclilechter und Zeitalter nur
Entwickluug aber nicht absolutes Ende uud absoluter Anfang gedacht wer-
den kann ». Vom Beruf unsero/ Zeit u. s. w. Ili Aufl. cadere nelle
contraddizioni di un primitivo che è derivato o di un a posteriori che è
primitivo. La ritorsione del secondo corno del dilemma è sta- ta
analizzata parecchio fin Qui. Giova solo aggiungere qualche- cosa su
quella del primo. Ed anzitutto, che i positivisti, accettando la logica
del criterio evo- lutivo, diventino di punto in hello metafisici non è chi
noi vegga. L’ esperienza è limitata alla condizione del tempo;
l’evoluzione è, invece, fuori del tempo, è, ripeto, la eternità
trasferita dal mondo di là al mon- do di qua e, nello stesso mondo di
qua, dalla so- stanza ai fenomeni. Confessi, adunque, il positivismo
che il criterio storico-evolutivo è un criterio sovra- em pirico;
che esso non abolisce la metafìsica ma ne fa una per suo conto; che non
elimina il sopran- naturale ma converte invece ih naturale in sopran-
naturale. Confessi altresì, che, quando promette di darci il
nascimento ed il processo fenomenico delle cose, esso mentisce sapendo di
mentire. Il criterio dell’ esperienza e della storia, strettamente
conside- rato, ci dà i termini disparati e sconnessi e non il
vincolo di quei termini, i fatti compiuti e non la legge del loro
divenire. Il continuo sfugge alla sto- ria: essa non ci dà che una
moltitudine di vacui e di discreti, tra i quali la mente umana riconosce
un ordine che reca la impronta della metafisica che v’ è in lei,
ossia di quella somma di concetti che essa ha di già sulla natura degli
esseri soggetti al divenire storico. Ed ecco così che il realismo giu-
ridico, la filosofia del dritto genetica e fenomenolo- gica vien
meno del tutto al suo programma : non solo V essere dei fenomeni
giuridici, ma e il nasci- li Petronk mento e il
divenire di questi esseri esso ignora. Re- siduo positivo della critica
mossa alla filosofia è la scepsi pura nel campo del dritto; una scepsi
dog- matica più cbe quella filosofia e elie non soddisfa nò al
criterio filosofico, nè alla esperienza. GAP. III. li
positivismo giuridico ed il problema etico della filosofia del dritto —
Il dritto naturale. » Il dritto non è soltanto una idea ed una
sostanza, ma, altresì e soprattutto, una norma. Esso è idea umana
e, quindi, non è idea quiescente, ma forza, nè solo anticipa l’essere, ma
detta il dover essere. È una idea imperativa per eccellenza ed, appunto
perchè tale, essa, ripeto, è forza: forza ideale e virtù morale,
s’intende, e non coercizione fisiologica o psi- cologica. La
filosofia che attingeva lume da questi sovrani criteri riconosceva, in
correlazione al dritto positivo, un dritto ideale: questo era per lei una
legge e quello un fatto; un fatto che desume il suo valore dal
rapporto che ha a quella legge, dall’essere esso una forma di attuazione,
d’ individuazione di quella legge. Questo fatto poteva adequare, se non
in tutto, in buona parte quella legge, ma non l’adequava ne-
cessariamente: ed, in tutti i casi, il suo valore era misurato dal
limite di approssimazione al dettato di quella legge. Astraendo il dritto
positivo da quel parziale contenuto ideale che vi sta dentro, da quello
212 — die fa sì die esso sia non solo positivo ma
dritto^ di quel diritto positivo non rimane, per la fìlosoiìa r die
il fatto bruto, indifferente, sfornito di significa- zione. Così per la
filosofia seguiva un doppio pro- cesso: il dritto naturale conduceva al
dritto positivo- pel bisogno della sua effettuazione empirica ed il
dritto 'positivo rimenava al dritto naturale pel biso- gno di un
titulus jitris e di un sostrato razionale. L’ un termine non era 1’
altro, ma aveva rapporto air altro. Erano due correlata , non due
contrari. Perchè non erano tutt’ uno, legittima era la ragion d’
essere dell’ uno e dell’altro ad un tempo, e, per- chè erano tutt’ uno in
qualche cosa, in qualche ri- spetto, Fano dei dite non negava, non
contraddiceva assolutamente F altro. L’ ideale non era del tutto- inaccessibile
al reale e, perciò stesso, intrinseca- mente difettivo ed erroneo : il
reale non era del tutto contrario all’ ideale e, quindi, assolutamente
ingiusto e condannevole. Questo rapporto che era concepito tra i
due termini faceva sì che Puno con- ferisse all’ autorevolezza
dell’altro. Il dritto positivo attingeva la sua virtù imperativa dal
dritto natu- rale, ossia dall’esserne esso una varietà fenomenica,,
ed il dritto naturale desumeva da quello la possibi- lità di
trasferirsi, d’ individuarsi nei limiti del rela- tivo e del
condizionato, nella storia. Così la filosofìa era tanto più vicina alla
dialettica sapiente della vita, quanto più era lontana dalla dialettica
fanta- siosa della logica; e come, nell’ ordine delle idee r essa
segnava la via di mezzo tra Pottimisino ed il pessimismo, così,
nell’ordine dei fatti, tra P umore conservativo e P umore rivoluzionario.
Il positivismo si atteggia anche qui, anzi soprat- tutto qui, ad avversario
reciso della filosofia. Come » nell’ ordine teoretico esso
predica l’esclusione siste- matica dell’ a priori e V apoteosi dell’
esperienza ut sic, così nell’ ordine pratico esso dogmatizza l’esclii-
isione della norma doverosa e 1’ apoteosi del fatto. Ed è giusto. L’
esperienza gl’ insegna l’ essere o l’essere stato, non il dover essere:
la storia non gli dà che fatti o, tutt’al più, che leggi empiriche di
fatti: T evoluzione gli fornisce una legge di causa- lità naturale
che è la negazione recisa della legge morale: nessuno dei criteri, ai
quali esso fa ricorso, gli suggerisce la nozione del dovere.
Tuttavia, poiché la necessità morale è un rap- porto che è più facile
escludere tacitamente, per esigenza di sistema, che negare di professo, e
poiché il positivismo moderno é abbastanza raffinato per lu-
singarsi di fare a meno dei rapporti ideali della me- tafisica
(benché noi sia quanto é necessario per per- suadersi della loro verità),
esso si tiene ben lungi dal rassegnarsi al puro fatto del dritto positivo
; bensì non resiste alla tentazione di interpetrare questo fatto in
funzione di una legge che gli conferisca a priori valore ideale ed
assoluto. È dritto quello che é impo- sto dai poteri coattivi ed é dritto
in quanto e per- chè è imposto ; ma, quest’ autorevolezza giuridica, se
coincide col fatto stesso del comando, non coincide tuttavia col
fatto del comando attuale , ed è conse- guenza o espressione di una virtù
presupposta nel fatto del comando abituale , del comando in quanto
- comando. Il principio — est jus quia jussum ed è la formula del
positivismo e noi f abbiamo veduta assentita implicitamente e per ragion di
contrasto dal v. Jheriug e dal Daliu, professata espressamente dal Lasson
e dal v. Kirchmann, idealeggi ata, in omaggio allo psichismo , dal
Bierling. Quella forinola, per quanto positiva, implica un
sottinteso razionale. Ed il sottinteso è il seguente : il fatto del
comando è la sorgente appunto del dritto: o altrimenti: l’essenza del
dritto consiste nel comando. Il positivismo lia, pertanto, anch’esso la
spa massima: 1’ attitudine che esso assume di fronte al fatto non è
puramente passiva, o, se è tale, lo è o si avvisa di esserlo
coscientemente e razionalmente. Non v’è bi- sogno di analisi minute per
vedere quale e quanta conferma indiretta, (conferma formale, s’intende)
re- chi questa massima del positivismo alla metafìsica del dritto
naturale. Il compito razionale del dritto naturale non è propriamente
escluso, ma applicato ed atteggiato in modo diverso che prima; è una ma-
teria, nuova che si contrappone al contenuto antico di quel dritto,
non una nuova forma. La filosofìa aveva per criterio conoscitivo del
dritto naturale la ragione indagatrice dei tini dell’ universo e
della natura morale dell’ uomo : il positivismo ha per suo criterio
l’esperienza immediata dei precetti del potere positivo. La
filosofìa aveva per principio ontologico del dritto 1’ ordine morale
della stessa natura dell’uomo e degli stessi fini delle cose : il
positivismo, invece, il fatto stesso della coercizione potestativa, in
quanto tale : nell’ una come nell’ altro, le disposizioni posi-
tive sono un fatto che in tanto ha valore in quanto gliel
conferisce il rapporto vero o presunto di con- formità di detto fatto ad
una data legge o ad una data massima. Varia solo il contenuto della massima
e della legge, che nella filosofìa è sintetico, dovechè nel
positivismo è analitico : perchè nell? una è at- tinto altronde e nell’
altro è spremuto dal fatto stesso delle disposizioni positive o, che è lo
stesso, preim- plicato, con dialettica a priori, nel fondo di esso
fatto. E che la massima del positivismo si traduca in un’
analisi vuota, in una petizione di principio, non v’ è dubbio alcuno. La
forza coattiva del comando è criterio del dritto, solo perchè il dritto
si è precon- cepito come forza e forza fisiologica; solo perchè la
nozione di una potenza spirituale del dritto in quanto dritto,
ossia in quanto norma di ragione, si è anti- cipatamente esclusa, come nozione
che trascende l’e- sperienza,* solo perchè si è posto o postulato, anzi
tempo, il principio che la forza, che noi intendiamo morale , degl’
imperativi giuridici non si differenzia dall’ attuazione materiale e dal
successo di fatto ; solo perchè si è stabilito antecedentemente che la
condotta dell’uomo non può essere determinata che dai motivi
empirici e psicologici della sanzione po- sitiva ; solo perchè si è
presupposto che il dritto non è una idea, ma un fatto e che l’assenza
del* 1’ attuazione del dritto è sempre ed in tutti i casi assenza
del contenuto e della virtù imperativa del dritto stesso. Ed invero, se
la coincidenza della forza, etica con la forza fisica, del dritto col
fatto, non fosse un presupposto, onde e come il positivista si
farebbe a provarla ? Con T esperienza ? Ma l’espe- rienza gli
consegna il fatto semplice e nudo, la nuda e semplice forza fìsica ; se e
fino a che punto 1 uno e l’altra sieno dritto o forza morale, 1’ esperienza
non lo dice e non lo può dire, perchè ignora che è dritto e che è
forza morale. ]STè lo suffraga la sto- ria, la quale può provare
concludentemente la pre- senza o meno dell’attuazione di fatto del
dritto, non la presenza o meno deila necessità di tale attuazione. Il positivismo
deve, per necessita di cose, far capo alla speculazione, per dimostrare
il suo assunto; se non che, è appunto la speculazione che ne denunzia
l’ille- gittimità, perchè, se il dritto positivo ed il dritto natu-
rale sono termini semplicemente correlativi, il fatto ed il dritto,
la forza bruta e la forza morale sono termini addirittura contradditori,
tra i quali non vi è presunzione di coincidenza o di accordo che tenga.
Portando poi la questione in altro campo, è bene por mente che,
per tacciare di sterilità la idea ed il dritto e per predicare come sola
forza viva delle cose il potere coattivo e materiale (ed il convinci-
mento radicato di quella sterilità è il motivo psico- logico che
persuade al positivismo il culto del potere coattivo) occorre aver
dimenticato, o non aver co- nosciuto e compreso giammai, quanto la forza
spirituale di talune idee universali, di alcune esigenze morali, di
alcuni canoni giuridici sia stata superiore, nel corso della
storia, alla forza materiale dei poteri dominanti e quanti trionfi sulla
tenacità di resistenza dei tatti abbia ri portato tuttora la forza ideale
del dritto. Le quali conferme di fatto la filosofia le accetta e le oppone sorte di agli avversari, senza,
per altro, vincolare alla esse la sua, perchè (è bene ripeterlo) la forza
ideale, la virtù imperativa del dritto è, per essa, indipendente dal successo
di fatto o dall* osservanza <ìgì soggetti. Il (lovorG g dovere, clie
lo si adoni pia « no; e la violazione è un mero fatto che opera si
elie 1’ idea non divenga un fatto, ma non sì che l’ idea cessi di essere
idea. Doveehè il positivismo da questa confusione tra idea e fatto prende
le mosse e questa confusione solleva a sistema. Suo assunto è il
seguente: 1’ idea non è idea perchè non è un fatto : o altrimenti: l’
idea non esiste in quanto idea, perchè non esiste in quanto fatto. Il
qual paradosso non può essere legittimato che da un sottinteso non meno
paradossale: l’idea non esiste come idea, se non in quanto non è
più idea. Se, adunque, il secreto tentativo di conferire a priori
alla nuda forza materiale valore e contenuto ideale cade nell’
insuccesso, vien meno altresì quel1’ apparenza di legittimità, onde il
positivismo si fa- ceva bello. La logica delle cose rimuove quella pre-
tesa dialettica del dritto con la forza, denudando quest’ ultima di
quell’ involucro spirituale nel quale si veniva dissimulando. Ed allora
ai positivisti si pone un dilemma dal quale non vi è via di uscita:
o riconoscere la legittimità della nozione del dovere e, quindi,
rientrare nei termini della filosofìa del dritto naturale, o professare
apertamente 1’ immora- lismo della forza (1). Perchè tra 1’ una cosa e 1’
altra (1) Ist clas Recht nur Recht, uutorschieden von Willkiihr
mici Gewa.lt, wenn and soweit es eine dea Willen vcrjìjlichtcnde
Kraft in sich triigt, so Htellt sichjeder; der von Recht spricht
nnd Weiss was er sagt, auf dem ethischcn Stand]) nuli, aut doni
Boden des Scimollenden. Alle naturalistischen nnd miterialisti-
ficlien Doctrinen kdiìnen daher nur durch Iuconsequenz, dureli
Urklarheit und Confusion oder durch sophistische Rrsclileichun-,
gen vor der Identifìcirung von Recht und Gewalt siedi scliiit- ze n
— Vìvici — Naturrecht non v’è via di mezzo che tenga; il contrapposto tra
la physis ed il nomos, tra la necessità fìsica e la necessità
morale, è irriducibile: chi non voglia as- sentire alla logica della
seconda non può, ov 7 egli abbia mediocremente a cuore la coerenza
filosòfica, rinunziare alla logica della prima. E, quando si con-
fessi apertamente che il titolo che fonda la legittimi- tà
esclusiva del diritto storico e positivo è laforza materiale dei poteri
governanti, allora noi non avre- mo più alcunché da opporre e ci terremo
paghi di darci per vinti. Il problema, allora, non è più da
dibattere, nè da risolvere, perchè difetta quel consenti- mento in
un prius della ricerca, che pure è necessario per sostenere una polemica
qualsiasi. Il positivismo potrà, a buon dritto, millantare il privilegio
che go- dono tutte le forme di scepsi assoluta, tutti i sistemi
negativi, tutte le demolizioni dottrinali della verità e della
natura: il privilegio di esser fuori della cri- tica, perchè si è fuori
della coscienza umana. Se non che, di questa logica di sistema non
tutti sono accorti; ne sono, anzi, ignari pressoché tutti. Ed è
forse questa ignoranza il motivo della loro te- nacità. Essi usurpano,
senza volerlo deliberatamente, le esigenze ed anche un po’ le soluzioni
del dritto naturale, lieti che una materia presa d 7 altronde risparmi ad
essi la fatica ed il dolore di saggiare a londo la insostenibilità del
loro assunto originario. Del resto questa apoteosi del dritto di fatto e
del- la forza non è il sèguito di un proposito
meditato e rigorosamente positivo, ma di una esigenza tutta/
negativa che domina i nostri positivisti. La esclusi- vità che essi
appongono al dritto positivo, è la conseguenza della esclusione clic essi Inni
fatto dian- zi di alcune forme storiche del dritto naturale; for-
me storiche che essi hanno scambiato sul serio con la sostanza
stessa del dritto naturale, in orna ir- gio a quel vecchio espediente
solistico di fare un fascio della scienza e degli scienziati, della
idea e delle applicazioni, dell’uso e dell’ abuso, del- la realtà
oggettiva e della percezione soggettiva. E di sistemi o di concepimenti
individuali o collettivi di dritto naturale ve ne ha parecchi e di
diversa natura; onde la impresa d’ insinuare i propri criteri
positivisti tra una critica e 1’ altra di questo o quel sistema
sbagliato di dritto naturale sembra larga prò metti tri ce di successi.
Se non che, alla prima analisi cui si sottoponga (e parlo di un’ analisi
ele- mentarissima e superficiale) quel termine polisenso che è il
diritto naturale , i successi del positivismo, come di ogni cosa che
poggia sovra un equivoco, si dissipano d’ un tratto. V’ ha
anzitutto una forma di dritto naturale, la quale, benché prenda le
mosse dallo schematismo universale della natura umana e dalla premessa
del- lo stato di natura, ha tuttavia carattere e tendenze
originariamente empiriche e si presenta non già come una dottrina
creativa di dritti o di esigen- ze morali in contrapposto al dritto
positivo, ma piuttosto come una semplice astrazione ed ela-
borazione concettuale del dritto storico vigente: e questa scuola
procede dal secolo decimosettimo alla seconda metà del decimottavo (1).
V’ ha, indi, una (1) Ciò è messo discretamente in luce dal
Bergòohm risprudenz u Recktspkilosopkie 1 . S. 160-168. Ju-
altra forma di dritto naturalo, quella ohe, per abu- sata
terminologia si chiama diritto naturale (. Natur - rechi) per
antonomasia, ed è il diritto naturale del- V AuJhUirung e della ragione,
di cui è conosciuta la storia assai più, forse, che il carattere e V
indole vera, che è razionalista nel metodo, subi etti vi sta nei
criteri, antistorico nelle esigenze, umanitario nel con- tenuto;
che e la scuola in cui il diritto nou è pi 11 astrazione o
generalizzazione dell 7 esperienza storica, ma un lofjo della ragione
creativa, e nel quale lo stato di natura è (almeno in quanto ha di
meglio) meno una premessa di fatto storico, che una ipote- si
razionale postulata a legittimare una data serie di obbligazioni
giuridiche o la possibilità stessa di una obbligazione giuridica: che ha
nel suo attivo e nel suo passivo, ad un tempo, la dottrina (atteg-
giata in modo particolare) dei dritti delV uomo e la grande
rivoluzione. V 7 ha, poi, il dritto naturale della filosofia perenne; che
non è forma ma sostan- za delle forme; che è anteriore, per ordine di
tem- po, così al Natur recht empirico come al Naturrecht razionalistico
e che non è nè l’uno nè 1’ altro, ben- ché V uno e 1’ altro nella lor
parte migliore si ap- prossimino ad esso ; che emerge dalle profondità
della coscienza umana iu qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo e
che la cultura greca speculò non meno che la cultura moderna; che non è
patrimo- nio di questa o quella filosofìa personale, ma della
tradizione storica ed impersonale della filosofia ; che non è
contrario sistematicamente al criterio sto- rico, ma non lo è nemmeno al
criterio speculativo; che rifiuta la ragione, come virtù creativa delle
cose, ma la tieu salda come potenza conoscitiva dei rap- porti ideali e
delle norme - imperative; che supera il subietti vismo assoluto dell’
AujMarung , ma non ne trae argomento a rinnegare le esigenze oggetti-
ve della coscienza umana come tale ; che è illumi- nato da una
concezione teleologica dell’universo e- della vita, ma non profana per
questo il suo fina- lismo nelle aberrazioni del panteismo ottimista e
del pietismo storico; che si rappresenta i dritti del- V uomo
circoscritti dalla funzione correspettiva del dovere, ma non sconosce la
sostanza ed il valore im- perativo dei dritti attinenti all’uomo come
tale, anzi questi diritti rivendica tuttora e consacra. Ora è
questo dritto naturale che, in nome della filosofia, si oppone oggi al
positivismo, perchè è esso che segna il sostrato permanente delle forme
stori- che particolari; e questo dritto naturale è così lungi dall’
essere posto a mal partito dalla critica che i positivisti oppongono a
questa o a quella forma onde questo o quel filosofo, ovvero questa o
quella scuola di filosofi lo ha concepito: che anzi taluna di
quelle critiche se la potrebbe appropriare esso stesso, senza infirmare
per questo il suo contenuto sostanziale. E dico a bella posta: taluna:
perchè pa- recchie, la maggior parte, di quelle critiche, sono
del tutto infondate. Quelle, in specie, che si dirigo- no al dritto
naturale razionalisti co, ossia al dritto naturale , sono sì arbitrarie
e, ad un tempo, sì pre- tensiose che si rende urgente il bisogno di
rintuz- zarle in nome della sana e serena filosofìa. Di già quel
dritto naturale non ha avuto ancora, nella lotta delle dottrine, quella
piena giustizia, della quale i torti innegabili, ina pur
sempre largamente compen- sati non gli scemano la legittima aspettazione.
Da- gli avversari, che lo fraintendono o lo giudicano con criteri
unilaterali, agli amici (cito tra questi lo Spencer del The nxan versus
thè stette e della Jnstice ) che ne appropriano quello che esso ha di men
buo- no, è tutta una gara ad abbuiarlo, a rimpicciolirlo, a
deformarlo: alla quale non poca parte confermai suoi tempi, lo Stalli,
per aver voluto, in omaggio alla sua dialettica possente, predicare della
sostanza del dritto naturale le note e le categorie applicabili al
solo panlogismo Hegeliano, che si traduce, a sua volta, in un sistema
intrinsecamente realista e po- sitivista (1). È di moda, ad es.,
tacciarlo di astrazione con- cettuale, abusando del doppio senso della
parola astrazione , e non si pensa che esso rappresenta pre-
cisamente il contrapposto di ogni astrazione con- cettuale della
realtà empirica, differenziandosi, ap- punto per questo , da quel dritto
naturale che immediatamente lo precede. L’ astrazione non è punto
un procedimento trascendentale e sovraem- pirico, come si crede
comunemente: essa è, anzi, una delle tappe del processo induttivo.
L’astrazione è, propriamente, un processo di semplificazione logica
dei dati empirici, non un criterio conoscitivo che trascenda i dati
stessi. Assumere la parola Parrebbe averlo egli stesso confessato, là
dove (Geschi- chte der Recbtsphilosopliie S. 161, 162) illustra lo
aspetto em- pirico del haturrecht dichiarando apertamente che solo con
1 Hegel può dirsi « der ununterbrochene Faden logischer Forderung
durchgefuhrt. » « astrazione » nel senso di una « intuizione » sovra-
eni pirica è assurdo: bisogna aver dimenticato così l’etimologia
del vocabolo (ab -strabere) come fi ana- lisi del processo conoscitivo.
L astrazione è la via traverso la quale si per- viene all’
universale logico: il quale universale logico è 1’ unico sforzo
cogitativo che si possa consentire l’induttivismo e 1’ empirismo Se,
adunque, astrazio- ne non significa che questo, non è arduo vedere
quanto arbitraria sia la censura mossa al diritto naturale. La
ragione del Naturrecht è così poco ra- gione astratta da una serie di
concreti preconosciuti, che anzi essa è una creazione, una conoscenza ex
novo ed intuitiva. Il diritto naturale è, nel fondo, ont elogisti
co: ond’ esso ha per suo criterio l’intuito creativo della ragione,
anziché l’esperienza del reale, fi analisi, la riflessione, 1’
astrazione. Il genus proximum dell’ uomo, ossia del soggetto dei
dritti connaturati, è, ivi, meno un residuo dei- fi astrazione dalle
differenze specifiche, ossia dalle varietà contiagibili e storiche, che
una speculazione a priori e so vraem pirica delfi università reale della
natura umana. E dico che è tale nella sua esigenza e nel suo
interesse filosofico, senza punto giudicare se quella esigenza o quell’
interesse siano stati sem- pre e coerentemente soddisfatti. Ed è appunto
dal- 1’ essere fi intuizione, fi Anschauung, il suo processo ed il
suo criterio, che segue la sua virtualità, sarei per dire la sua
impulsività etica. L’ astrazione è puramente logica; è negazione
esplicita della vita, della forza, delfi attività, delfi ethos. Carattere
del dritto naturale è, invece, la sua potenza attiva, la sua forza
suggestiva di riforme e creativa di rivol- gimenti: suo prodotto
immediato è quella obsessione spirituale che investi V u mani ta,
tiascinandola in quel salto dal pensiero all’azione, dalFideale al reale,
dalla natura alla storia, vero salto nel buio, che fu la
rivoluzione. V’ lia bensì l’astrazione concettuale anche nel dritto
naturale: ma questa astrazione, an- ziché essere il prodotto d’ una
esigenza sovra-empi- rica come si crede dai piu, è più presto la conse-
guenza naturale di quella iuiìltrazioue empirica che vi si venne
formando, allorché i suoi cultori, non contenti di aver annunziato una
serie di principi e di averli speculati a priori , il che, metodicamente
parlando, era perfettamente giusto, vollero fare un passo più oltre
e costruire, per via di un'analisi concettuale di quei principi, la serie
degli atteggia- menti concreti della vita giuridica. Per una simile
costruzione logica miglior presidio non si offeriva ad essi che 1’
astrazione, ossia la semplificazione logica dei concreti ottenuti dall’
esperienza. L’intuizione non poteva servire alla bisogna, perche è
proprio- deli 7 intuizione cogliere i rapporti ideali e 1’ univer-
sale delle cose o, più brevemente, le idee, non i concreti od i
fenomeni. Essi, adunque, travagliati da una esigenza empirica, fecero
capo all’astrazione; e dal mondo reale e dalle condizioni sociali ed
economi- co-politiche del tempo loro astrassero tutto un conte-
nuto storico e particolare, il qual contenuto essi hanno predicato
dell’ umanità intiera, jiervertendo,. così, in universale logico,
l’universale reale e, nella indifferenza dialettica, 1’ unità della
natura umana. E qui che la critica dello Stali! e degli altri acerbi
rampognatoli coglie, senza dubbio, nel segno, ina non già
perchè il dritto naturale sia caduto nelle spe- culazioni a priori della
ragione, bensì perchè esso è caduto nel circuito dell 7 analisi e dell 7
empirismo, o, se l’astrazione si voglia assumere, per un momen- to,
nel senso che le conferiscono i nostri avversari, non perchè essi abbiano
astratto troppo, ma perchè anzi hanno astratto troppo poco. La natura
traccia le linee fondamentali : i dettagli dell’ esecuzione li
lascia alla stòria ed alla volontà positiva. Il vero dritto
naturale ci dà una serie di criteri o di prin- cipi del dritto, i quali
sono, bensì, un dritto, ma un dritto ideale e potenziale. Essi, quei
criteri o quei principi, sono un prerequisito del dritto feno-
menico, ma non sono ancora, propriamente parlando, un dritto fenomenico
bello e dato; il qual dritto è la risultante complessa di condizioni
empiriche, nel- le quali quei principi e quei criteri s 7 individuano
ma non si consumano. Questo principio è eflicacemente illustrato, uon
senza per altro un po’ di formalismo, da A. Feuerbach « . . . . Das
Reclitsgesetz, obgleìch durch sich selbst aUc/emcinf/ultig. kanu
dennoch als blosses Vernini ftgesetz nicht allgemeingeltend wer-
den. Soli es wirklioh
herrsclien. . , . so muss dieses Reehtsge- setz aus dem Reicke dei*
Vernunft in das Reich der Erfahrung, aus der intelligiblen Welfc in die
Welt der Sinne hiniibergetra- geu. . . . werdeu. In dem Gesetze des
Reehts erkenne idi nodi nicht dio Reclite selbst, in ihm habe ich nur das
Princip und das Criterium ihrer Erkenntniss; dio Frage ; worin besteht
das rechtliche uberhaupt; nicht aber die Frage: was Rechtens sei
uuter diesel* oder jener Bedingung, in diesem odor jenem Vor-
hiiltnisse. ...» Ueber Philosophie und Empirie in ihrem Ver-
liiiltnisse zur positivon Rechtsvnssensckaft=Landshut 1801: p: 16 e
segg. Petrone L’ esigenza
empirica che deforma il dritto natu- rale sta appunto in questo, nel
serbarsi infedele al suo assunto, nel sottoporre quello che dovrebbe es-
sere una speculazione del dritto naturale a quella serie di
condizioni alle quali è sottoposta la cono- scenza del dritto fenomenico,
nel trasferire alla no- zione di quello le note che sono pertinenti alla
no- zione di questo; di guisa che essi muovano come da un
sottinteso: il presunto dritto naturale va trat- tato alla stregua del
dritto fenomenico. Ad essi è mancata quella potenza o, forse meglio,
quella tenacità di tensione intellettiva che era neces- saria per
comprendere che il dritto naturale deve anzi tutto rimanere dritto
naturale, e che il giudizio sulla esistenza di esso non deve essere
sottoposto al re- golo o al criterio moderatore dei giudizi sull’ esi-
stenza del dritto positivo. Anche qui, adunque, essi sono in colpa
non già per aver voluto far troppo di dritto naturale, ma per averne
fatto troppo poco; e chi ha meno dritto di rampognarli di ciò è il
positi- vista. Ai principi del dritto naturale si potrebbe, a buon
dritto, torcere quel rimprovero che fece Ari- stotele alle idee di Platone
: essi, quei principi, sono ipostasi intellettive delle realità
fenomeniche indivi- duali. Di qui 1’ aspetto malsano del dritto naturale
: la realtà della storia contorta in un falso schematis- mo logico:
quello che sarebbe dovuto essere storico relativo provvisorio, rifuso in
una forma logica uni- versale e rappresentato come eterno, assoluto, im-
mutabile: la storia, insomma, negata come storia e riaffermata come
speculazione logica. Così, quel su- biettivismo, che era la realtà di
fatto del tempo dell’ AujUiirung > si predica come natura dell’ uomo
in tutti i tempi : alla proprietà ed al contratto si conferisce
quel contenuto rigidamente individualistico che corrispondeva alle mire
secrete del sistema eco- nomico che si veniva affermando in quell’
ambiente storico, del sistema capitalista (1) ; la nozione dei
dritti connaturati alterata e deformata dalla miscela inconsulta di
elementi positivi e di pretensioni e di attribuzioni acquisite.
Gli si appone a colpa, altresì, la nozione dello stato di natura. Ma, se
lo assumere uno stato primi- tivo della umanità governato da una legge
spontanea di natura e non da una legge o da un sistema di leggi
umane positive, se, dico, assumere questo stato di natura a rigore di
fatto storico può essere ed è un abuso della mitologia, assumerlo,
invece, come una ipotesi lìlosohca, è, fuori dubbio, un processo
rigorosamente scientifico e fors’ anco metodicamente necessario.
Ogni pensatore che voglia differenziare mediocremente il contenuto della vita
sociale, che voglia sceverare quello che è permanente da quello che
è transitorio, il substratum dai fenomeni, che voglia discernere
nettamente quello che in una data associazione di persone va attribuito
alla natura ori- ginaria di ciascuno dei membri da quello che vi si è
venuto soprapponendo per la reciprocità d’ influsso dei membri tra*
loro e per tutto il tessuto dell’ azione sociale, ogni pensatore, dico,
che voglia fare tutto questo, deve porre lo stato di natura e
contrapporgli (1) Cfr. il nostro libro « La terra nell’ odierna economia
capitalistica (Roma) lo stato sociale sopra v vegnente, deve distinguere
lim- pidamente l’uomo della natura dall’uomo della storia. È
superfluo qui ricordare lo Spencer, il quale a questa astrazione dell’
uomo della natura dall’ uomo della storia (che per lui, naturalista
reciso, si con- verte in un’ astrazione dell’ unità biologica dall’ unità
sociale) ha reso omaggio non solo nelle opere ultime nelle quali
egli restaura di professo il dritto naturale, ' ma anche nelle opere
anteriori, le quali segnano il climax del suo pensiero filosòfico : il
convincimento, anzi, della legittimità di una contrapposizione del-
l’unità biologica alla unità storica, o, che per noi è lo stesso,
della legittimità di una ipotesi dello stato di natura, è, forse,
l’anello di congiunzione del suo novissimo dritto naturale con la sua
sociologia ed in genere con tutta la sua filosofia sintetica, 1’ adden-
tellato dell’ uno nell’ altra. Ricordo, poi, un illustre positi
vista, come il Kirchmann, il quale ha esplicita- mente riconosciuto la
necessità che le scienze morali, prive come sono del sussidio
dell’esperimento, invo- chino 1’ ausilio di ipotesi scientifiche per
sopperire a quel difetto, e, tra queste ipotesi, rivendica, di pro-
posito deliberato, quella dello stato di natura (1). Non (1)
Es.... ist die Wissenschaft der Sittlichen genothigt, nicht bloss aut die
sifctlichen Zustande der rohen und attesten Volker mit besouderer
Sorgfalt einzngehen, sondern sie muss noch hinter die àltesten
gesehiclitliclien Zustande zuriiekgehen und durcli Hypothesen die
einfachsten Zustande zu ermitteln suchen. Diese Hypothesen kdnuen in ein phautastisches und fur
die Wissenschaft nutzloses Spiel ausarten : - allein mit Vorsicht
geiibt, ersetzen sie das Hulfsmittel der Experimente in der
Naturwissenschatt und sind nicht zu entbehren. Daher erklart es 8ich, das8 8chon Aristoteles
und spdter die Begriinder des Natur- 1’ uso di questa ipotesi va,
adunque, rimproverato al dritto naturale, ma l’ abuso : ossia non la
ipotesi come ipotesi, ma la maniera particolare onde la si
atteggia. Quanto poi all 7 altra nozione del contratto socia-
le , che è quella che più si rimprovera al dritto naturale (e,
tenuto conto delle conseguenze logiche di essa, a buon dritto) va notato
che nei più gran- di cultori di quel dritto (cito ad es. il Kant) il con-
tratto sociale non è già un fatto storico, ma una ipotesi razionale
evocata a legittimare l’ordine giu- ridico dei rapporti umani, anziché a
scuoterlo e corroderlo. La teoria del contratto sociale è la ri-
sultante di due fattori : del sottinteso o presupposto
contrattuale, secondo il quale unica fonte legittima di
obbligazione autorevole è il consenso dello stes- so obbligato; e della
esigenza, che animava i cul- tori del dritto naturale, a legittimare il
vincolo o la serie dei vincoli sociali, anche quelli che non
lasciavano trapelare o supporre la presenza di un consenso
preesistente. Il contratto sociale è quel di là dell’esperienza attuale,
quell’ assolutamente prius della storia, che sopperisce al difetto del
consenso attuale , con l’allegare una specie di consenso abi- tuale
, una Anerkenmmg , direbbe il Bierling, una mas- rechts nùt
TJrzmtanden des Memchen beginnen , welche uber die Geschichte
hinausreicheii. Der oft dagegen
erhobene Tadel trifffc nicht das Verfahren an sich, sondern nur den damit
getrie- benen Missbrauch. Es karrn desshalb auch hier dieses Mittel
nicht uiibeimtzt bleiben: aber die Vorsieht gebietet, es auf das
Nothwendige und Gewissere zu beschriinken. — Grimdbegrifte sima
dell’assenso. Il contratto sociale esprime quindi
la dialettica che il pensiero dei cultori del dritto naturale ebbe
tentato tra la premessa logica del contrattualismo e le esigenze della
conservazione sociale, tra la invincolabilità assoluta della libertà
naturale, postulata come principio, ed il complesso- dei vincoli
sociali, riconosciuti come fatto. Il che si deve al fatto , riconosciuto
dallo stesso Stalli,, che essi, se per la logica, sarei per dire per la
consequenziarità, del loro principio erano, o meglio avrebbero
dovuto essere, rivoluzionari , nel fondo del loro pensiero e della
tendenza loro erano, iu- vece, conservatori: senza dubbio degl’ ingenui
con- servatori! (1). Ohe se si voglia porre a carico loro appunto
il non aver compreso che il vero stato na- turale dell’ uomo è lo stato
sociale, che non v’ ha bisogno di una ipotesi razionale quale che sia per
legittimare vincoli sociali i quali si legittimano da sè, che si
pensi, almeno, che il torto innegabile (1) Da» Naturrecht .... ist
nachgiebig, wo es die Wirklich- keit gegen sich hat, es liisst sich jeden
Zustand gefallen und sucht ihu dnrcli IJnterlegung einer
stillschweigenden Einwilli- guug zu rechtfertigen, uni sein theoretisches
Interesse zu be- friedigcn : die Revolution, dagegen, will die Macht der
Wir- klichkeit brechen, sie vernichtet jede Einrichtung , die uicht
aus ihreu reineu Vernunftbegriifen folgt. Ienes erdichtet fiir jede
Verfassung, die Mensehen liiitten sie gewollt, darait es si© als frei
denken kdnne, diese duldet keine Verfassung, die sie niclit gewollt,
dainit sie wirklich frei seyen. — Gesch. d. R. phil. S. 290. Quest’
antitesi del dritto naturale alla rivoluzione è licondotta dallo Stalli
ad una causa diversa che da noi. Ma ciò non conta: importa che quell’
antitesi sia stata riconosciu- to da quel profondo intelletto.
— del dritto naturale va dovuto, in buona parte, alla difficoltà
di discernere i vincoli sociali, che sono davvero conformi alle leggi
della natura umana, da quegli altri vincoli clic non sono tali. L 7
errore loro, sarei per dire, è, in parte , un errore delle cose.
Niente più naturale all’ uomo dello stato so- ciale e pure niente, ad un
tempo, più violento di esso (antitesi questa che deve essere stata colta
dal Manzoni, non ricordo più in qual punto delle sue opere): perchè
lo stato sociale, accanto ad una serie di obbligazioni perfettamente
legittime, perchè perfettamente naturali, reca pure con sè (è il suo
lato debole come di ogui cosa di questo mondo) un cumulo di
coercizioni arbitrarie, giacobine , irrazio- nali che la natura
convellono, incatenano, deforma- no. Che meraviglia, dopo ciò, che il
dritto naturale abbia colto questo secondo aspetto delle cose sol-
tanto e niun conto abbia tenuto del primo, di gui- sa che si sia
reputato in dovere di legittimare quello che non sembrava legittimo a
prima giunta e di costruire con la volontà quello che non forni- va
la natura °ì Nei fenomeni di questo nostro mondo, che non adempie in sè
la perfezione e l 7 ideale, ma della perfezione del di là è soltanto un
baleno, v’è tante e così aspre antitesi! ed è così facile invertire
un solo dei termini dell 7 antitesi nella realtà tutta intiera !
Il dritto naturale può avere molti torti, ma que- sti sono
compensati ad usura dal molto di buono che vi è dentro: da quella nozione
di un dritto in- dipendente dalla sanzione positiva e superiore ad
essa, che si attiene all’uomo in quanto uomo, che è patrimonio ind6Ì6bil6
della sna natura, quello ap- punto die costituisce il suo essere di uomo,
la sua umanità. E V umanità-, ecco 1’ aspetto sano del di- ritto
naturale; che in esso è, fórse un universale logico e formale, una
formula del razionalismo del- V Aujklàrung, ma (die si deve ad esso se
sia potuto divenire nella mente dei contemporanei e dei poste- ri
un universale reale. Prima che esso ravvivasse il culto della personalità
individuale, si vedeva questo o quelV uomo, in questo o quel ceto, in
questa o quella condizione economica e sociale: grazie ad esso si
vide Tuo ino. Esagerò il suo assunto e cadde nello individualismo: ma 1’
umanità gli deve saper grado di questo individualismo, se da esso ha
potuto spri- gionarsi, con un processo di auto-correzione, la sana
individualità, ossia la dignità umana. In questo il dritto naturale
razionalistico si confonde col dritto naturale assoluto della filosofia
tradizionale; ed è la espressione di quel dritto che ogni uomo possiede
come la parte più sacra di se stesso, che 1’ uomo sente pria di
conoscere ed aspira nell’atto stesso di conoscerlo, che non si sa se sia
più un sentimento od un intuito, una idea od una volizione. Il dritto
naturale rientra, allora, nei termini della dottrina cristiana,
perchè il dritto dell’uomo è l’espressione della preziosità inestimabile
dell’ umana persona re- denta da Cristo; e, come tale, è inoppugnabile,-e
ri- marrà tale senza fallo, finche non declini la coscien- za
morale dell’ umanità. ^è io saprei per qual modo il positivismo, il
quale si è travagliato e si travaglia nella critica del dritto
naturale, possa col labile sostegno dei suoi angusti criteri oppugnarlo
davvero. Un sistema die predica V esperienza, come criterio scientifico
esclu- sivo, non lia altro argomento da opporci clic Questo: il
vostro preteso dritto naturale 1’ esperienza non ce lo attesta; nessuno
ci lia fatto toccar con mano la sua esistenza nel passato, o nel
presente; si può metter pegno che nessuno ce ne farà toccar con
mano V esistenza nel futuro: il vostro dritto natu- rale, adunque,
non esiste. — Orbene questo argomento è cosi innocuo che esso non tocca
nemmeno il drit- to naturale, nè i suoi cultori. I quali potranno ben
rispondervi: sapevamcelo ! ma il nostro dritto natu- rale è quello
che è, appunto perchè noìi è feno- menico, ossia oggetto di esperienza.
Koi siamo si poco scossi dal vostro raziocinio che lo abbiamo
prevenuto: il dritto naturale è, per noi, una idea e non
necessariamente un fatto, un dover essere e non un essere, una necessità
morale e non una cosa empiricamente esistente. Ohe il dritto
naturale sia esistito o meno nelle condizioni dell’ esperienza e della
storia, che sia stato attuato o individuato da 'questo o quel dritto
positivo, a noi importa, a rigor di termini, poco; perchè il nostro
quesito non è se esso esista o sia esistito davvero, ma se debba
esistere: onde 1 inesi- stenza di fatto di esso non è argomento contrario
alla nostra teoria, come non le sarebbe argomento favorevole la sua
esistenza. Quando, in nome del criterio sperimentale, si esclude la
nozione del diit- to naturale, si cade in una petizione di principio.
Si dà per provato quello che si doveva appunto provare: che unico
criterio conoscitivo della esistenza 0 n
delle cose sia l’esperienza, o, meglio ancora, che non vi sia altra
forma di esistenza che la esistenza empirica. Ed in questa petizione di
principio si risolve tutta la critica esercitata dal positivismo sul
dritto naturale. Gli studi di filosofìa del dritto del Wallaschek e più
di tutto il libro recentissimo del Bergbolim, nel quale è condotto
un esame molto accurato del drit*- to naturale (1), sono piene di
argomentazioni sup- pergiù del contenuto e del valore della seguente,
tormolata dal primo di quegli scrittori: Ausser dem bestehenden
Rechi gìebt es Icein anderes Recht , demi es ist ein Widerspnich ,
anzunelimen , dass, ausser dem bestehenden Recht, nodi ein Rcclit
bestelit , das nicht bestelit (2). É chiaro che un simile modo di
ragionare è il portato logico della ideologia positi- vista, come è
chiaro che ivi si confondono malac- cortamente duo cose, che vanno divise
o distinte, o, almeno, sulla diversità o pluralità delle quali vol-
geva appuntò il quesito. L’ esistenza empirica delle cose va
distinta dalla esistenza metafìsica delle cose stesse. Ora è appunto a
questa esistenza metafisica che fanno accenno i rivendicatori del dritto
naturale. Ai quali inopportunamente si fa rimprovero di as- surdo
paradossale, con una proposizione sofìstica di- quel genere, dove il
verbo essere vien preso in un membro in un senso e nell’altro in un
altro. Line andere ivichtige Frage bleibt ja immer , ob das Recht,
das bestelit , aneli bestehen solite , aber der Bcgrijj des Rechtes, das
sein soli, darf nicht verwechselt werden mit dem , das thatsàchlich vorhanden
ist, und nur dieses letztere ist Recht , das erstere soli es sein
(1). Ma, di grazia, quando mai il dritto na- turale ha preteso di
affermare la sua esistenza em- pirica di fatto , ossia la sua esistenza
di diritto positivo? Esso ha sempre preteso di essere quello che è,
e quando ha detto: io sono: intendeva dire, non già: io esisto davvero:
ma: io debbo esistere. L’ essere del dritto naturale è precisamente il
dover essere: il dritto naturale' è una norma ed è come norma, cioè
a dire come dover essere. Che non sia punto un fatto, il primo ad esserne
persuaso è esso stesso. Appunto perchè non esiste necessariamente nelle
leggi positive, esso rivendica il suo dritto di esistere. Ed in questo
dritto ad esistere, non già nell’ esistere davvero è riposto il suo
essere. È ve- ramente deplorabile che questi principi così elemen-
tari debbano essere ribaditi quando pareva che nes- suno potesse
dubitarne! L’ empirismo è così scarso di prove contro il dritto
naturale, ch’esso non può neanche fermare assolutamente che quel dritto
non sia possibile nelle stesse condizioni future dell’ esperienza. Vale
a dire, esso non solo non ha autorità di asserire che il dritto
naturale non sia . ovvero non debba esistere , ma non ne ha nemmeno per
assicurare che esso non possa esistere. Perchè il possibile ed il futuro
ecce- de il potere dell’ esperienza, la quale è limitata al passato
ed al presente; il poter essere o il sarà sono quasi così lungi dal poter
essere affermati e negati dal positivismo che aspiri ad essere logico,
quanto lo è il dover essere (1). Esclusa, così, la possibili- tà di uno
di quei richiami al futuro che sono tra i ripieghi prediletti dell’
empirismo, toltogli il modo di dettar legge alla storia, ad esso non
resta che contenere le sue negazioni nella sfera del presente.
Allora la scepsi che esso esercita sul dritto natu- rale va
formolata nella tesi seguente: il dritto na- turale non esiste come
dritto naturale, perchè non esiste come dritto positivo : una tesi
sbalordi toia che presuppone, in chi la . sostiene, il difetto asso-
luto della più elementare analisi ideologica e che segna, mi si
lasci dire la parola, la vera bancarotta del positivismo giuridico. Stammler. Igino
Petrone. Petrone. Keywords: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe stoico, l’eroe
sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della volonta, due
direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro Nietzsche, umano,
non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta dello spirito, il
limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore proprio, il
principio della benevolenza, amore proprio conversazionale, benevolenza
conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto, communismo
giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola, criticismo,
idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone., Croce
contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani contro i
sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza guerra
sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I romani
contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le
popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la
complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il
linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum,
limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore
della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo,
diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e
l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro
l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini;
l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i
limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello
spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Petrone” – The Swimming-Pool Library. Petrone.
Grice e Pezzarossa: la ragione
conversazionale della
fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano
discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome. l’eloquenza lombarda – l’implicature conversazionali –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova).
Filosofo
italiano. Grice: “He wrote a LOT!
Including a study (or ‘ragionamento,’ as the Italians call it) on the spirit
(spirito) of Italian philosophy, which reminded me of Warnock, the irishman,
and his search for the soul of English philosophy!” -- Giuseppe Pezzarossa (o
Pezza-Rossa – Grice: “In which case, he is in the “R”s”). Studia a Mantova. Insegna a Mantova.
Co-involto nella repressione che porta al martirio di Belfiore. D’idee
tendenzialmente liberali e preoccupato sulle
condizioni sociali disagiate create dalla sorgente rivoluzione industriale che
pure ai suoi occhi rappresenta un'occasione di progresso. La pubblicazione del
suo saggio di filosofia gli procura guai con la congregazione dell'indice. Partecipa
attivamente ai moti. Condanato al carcere. Pezza-Rossa e uno dei XX che partecipano
alla riunione costitutiva del comitato rivoluzionario. Saggi: “Critica della
filosofia morale” (Milano, Stamperia Reale); “Lo spirito della nazione italiana”
(Mantova, Elmucci); “Saggi di filosofia” (Mantova, Caranenti). C. Cipolla,
Belfiore I comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a
Mantova” (Milano, Angeli); Pavesi, Il confronto fra don Tazzoli e don
Pezza-Rossa in una prospettiva filosofica, in Tazzoli e il socialismo Lombardo”
(Milano, Angeli). La prova sull’esistenza esteriore. Confutazione dello scessi.
ALIGHIERI e la filosofia. Lo spirito della filosofia italiana. Sistema di
psicologia empirica. Il fondamento, il processo e il sistema della umana
esistenza. Il sistema politico e sociale della nazione italiana; il sucidio, il
sacrifizio della vita e il duello, supra il suicidio; “La grammatica ideo-logica;
ossia, la legge comune d’ogni parlare dedotta da quella del pensare” (Milano); la
Facolta inventrice. I romani vinti dai longobardi conservano la proppia legge.
La filosofia dell’esperienza. Il metodo sperimentale. Lo Spirito della filosofia italiana. Ragionamento.
Mantova. L'Autore non pretende io questo Ragionamento a novità di principii, nè
a confutazione di scuole, ma lo vien cercando le varie fasi della italiana
filosofia e lo spirito, che la condusse al grande rinnovamento opera tosi nel
secolo di GALILEI. Da Pitagora a Leone X , durante la fortuna romana, nelle tenebre
della barbarie, esotto il giogo della scolastica, gli parve discontrare, quando
più, quando meno, sempre conosciute e conservate le tracce del metodo vero e
positivo, ed intorno a questo espone le proprie impressioni, così semplicemente
come le ha a sentire. dome che dimostra la modestia dei padri nostri, i
quali, non del Pezza-Rossa, Prof. Giuseppe. Parlando dell'antichità della
filosofia italiana, osserva come l'Italia è la prima che da a questa scienza un
sistema, e le impose un nome. Acume e vero conoscitori, ma
piuttosto amici del vero s'intitolarono. Le basi principalidelloro metodo
consiste nell'esperienza e nella osservazione. Fanno quindi un altro passo onde
meglio procedere nella investigazione delle verità, ed è quello di riconoscere
l'ufficio che la ragione esercita sopra i fatti, sì nel mondo esteriore che
nell'interiore, sendochè, non al senso, ma alla sola ragione è dato il giudicare.
Di questo modo l'antica nostra filosofia seppe dare ai sensi, si sentimenti ed
alla ragione ciò che loro compete, e impede che i primi si levano al di sopra
della seconda, e questa rifiuta l'autorità e la potenza di quelli. Così dei
secoli anteriori al dominio romano. Ma la prevalenza delle scuole straniere non
tarda molto a comprimere la scuola nazionale, e la sopravveguente barbarie la fa
quasi dimenticare, sebbene del tutto non la spegna. Senonche, colla conquista del
mondo sube le influenze filosofiche dei popoli conquistati, accetta dottrine
d'ogni maniera, egizie, asiatiche, druidiche, ma greche sopra tutto; e de fe' tale
un amalgama che a stento potrebbe chiamarsi “filosofia”; o a meglio dire,
ciascuno appigliossi a quella scuola, che meglio sffacevasi alle sue tendenze.
Pare strano, ma è pur vero, Roma corrotta, e degenerata nei costumi,
affaticossi particolarmente a rialzar la morale, non tanto forse per rilevarla
daddovero, quanto per palliar meglio col suo manto la nutrita liceoza,
testimonio Sede ca. La scuola pitagorica, odiata, ma temuta e ammirata,
appalesavasi quindi di tratto in tratto nelle manifestazioni di alcune anime
forti. E CATONE, il censore, va me a capo della nobile schiera. Il nome di pitagorico
non mai cessa dal significare uomo virtuoso e incorrotto. La qual indole morale
e severa, dice il Pezza Rossa, sotto cui presentossi la filosofia italiana, fa
si ch'essa non venisse dal nascente Cristianesimo tanto combattuta, quanto lo
furono tutte le altre. Il Cristianesimo infatti sorgea potente e divino, non
figlio del l'umano pensiero, ma avvolto nel manto dei flosofi, ma rivelatore
della semplice verità. Al suo mostrarsi, tutte le scuole cadute erano in basso,
e le poche verità, alle quali eran gionte, rimanevano dalle violenti polemiche
siffattamente svisate, che impossibile omai tornava l’osceverare con certezza il
vero dal falso. Ami carle fra loro, no concedevan le gare e i particolari
interessi; ricondurle alla pristina semplicità, è impresa da nemmeno tentarsi. Che
fa dunque il Cristianesimo? Egli indisse guerra a tutte più o meno le
speculative dottrine, mostra che fallacierano, disutilieper piciose, e colla
santità della propria morale fonda la prima di tutte le filosofie: quest'è la
filosofia delle azioni. Scaduta la parte speculativa, non rimaneva all'
italiana filosofia che la parte pratica, la parte da lei coltivata sempre con
severa costanza e che meglio poteva rispondere agl'insegnamenti cristiani.
Apollonio infatti, di cui Girolamo dice ch'è un prodigio inudito, degno di
esser conosciuto in tutt’i secoli, avuto dal popolo in concetto di mago, ma
filosofo reputato dalla gente di senno, Apollonio chiede a sè medesimo che cosa
vogliasi in un filosofo per essere veramente pitagorico? E quindi risponde. Richiedersi
elevazione d’animo, gravità, costanza, buona fama, sincera amicizia, frugalità,
pace, e virtù. Fregiato di così belli ornamenti, il pitagorismo si propone in
morale un lodevole fine, il perfezionamento della umana natura, risultante
dallo speciale perfezionamento di ciascun individuo. Nessun'altra filosofia
poteva meglio consonare al vangelo. I primi sapienti del Cristianesimo, prima
di edificare, trovarono però di dover distruggere il vecchio edifizio fin dalle
fondamenta, e gridarono contro ogni filosofia. Tertulliano ed Origene vogliono
che, dopo il vangelo, non più mhaestieri
di ricerche, nè di curiosità dopo Cristo. Nessuna scuola è da principio ri. Se
non che, distrutta colla dialettica l'arte del ragionare, e affidati gl’uomini
al solo senso comune, in mezzo all'incipiente barbarie, nulla presentavasi
tanto naturale quanto la scessi: e questa infatti mostrossi. È noto che sotto il
nome della scessi, spesso è insegnato a sprezzare vergognosi pregiudizii. Non
devesi scordare che il dubbio è il padre della civiltà; e che, se il secolo di
Cartesio è di GALILEI avesse ardito dubitare, le scienze e le arti non sarebbero
per anche ripste. Foperò una scessi di sola teoria, doo di pratica; stette del
pensiero, non nelle azioni: e perciò, s'egli da l'ultimo crollo alla filosofia
speculativa, non porta alla morale un grave nocumento. Ed è appunto nella
morale che la italiana filosofia sopravvive. Il grande BOEZIO vide l'estrema
bassezza, in cui la sapienza era caduta, e saggiamente pensa a raccorre in un
sol corpo le positive cognizioni, che dal gusto generale si sono salvate, e
qual breve enciclopedia de’ suoi tempi le presertò sotto l'smabile nome: De
interpretatione e Consolazione della filosofia. Nomeche in sè solo abbraccia il
carattere di tutta up'êra. Cbi cerca le cagioni, in forza delle quali stelte
viva, anche nei secoli detti barbari, la pratica filo sparmiata: l'acqua
di Talete, l'infinito di Anassimaddro, il fuoco d'Eraclito, l'omeomeria di Anassagora,
l'etere infinito di Archelao, i numeri di Pitagora, gl’atomi di Epicuro, gl’elementi
di Empedocle -- tutte in somma le antiche speculazioni furono guerreggiate. I
santi padri non lemono chiamar sogoi molti pensieri di Aristotile, del Lizio, molti
di Platone delirii dell’Accademia. Ma in quello che gl’ecclesiastici scrittori
studiano le scuole per combatterle, non poteano a meno di scontrarsi qua e colà
in principii verissimi, ai quali non si poteva niegare adesione, e questi
raccogliendo insieme e collocandoli sotto il patrocinio del vangelo, se ne
giovarono a comprovare l'armonia del vero filosofico col religioso. leo
non sofia, le troverebbe in parte della politica stessa de' barbari
invasori. Semplici e rozzi, cupidi solo di bottino, occupano solo il
territorio, lasciando ai XX eleggi, e costumi, e religione, mutando l'aspetto
materiale, non quello degli spiriti; sia che l'ignoranza li rendesse inetti a
far mutamenti, o sia che li movesse rispetto per genti tanto più umane, sebbene
meno forti di loro. Oode che procede codesta loro maniera di conquista, o da
calcolo, o da impotenza, egli è certo che recarono desolazione senza recare
alcuna propria filosofia: a tal che la italiana , accompagnata da toote altre
in epoca di prosperità, ma sola rimasta in quella della sventura, anzichè
cedere e prostrarsi, potè parificarsi, alla guisa dell'oro sul crogiuolo, e
spogliarsi di quelle macchie, che la fortuna le ha apportate. Passa quindi la
dimostrare come la buona filosofia pratica comincia a fruttare anche ottima
teoria, sebbene il risorgimento fosse ritardato dalla scolastica, ed impedito
dall’accademia. Or ecco le vie, egli ripiglia, per le quali gradatamente lo spirito
filosofico avanza, guadagnando sempre terreno. Il Leoni coavea, pel primo,
portato allo stu dio padovano la cognizione di Aristotile genuino del Lizio, e
mostra to come inscientemente lo siavea contorto e dinon sue dottrine fatto maestro.
Quando sorge quel potente ingegno di Pomponaccio [POMPONAZZI (si veda)] che si dove
riguardare siccome il quinto anello della gran catena filosotica italiana, dopo
Pitagora, CATONE, BOEZIO ed ALIGHIERI. Pigmeo di corpo, ma di spirito gigante, penetra
meglio che altri nello spirito della patria filosofia, e siccome, a farla
rinascere, convene, prim ad’ogni altra cosa, abbattere il colosso peripatetico
del LIZIO, egli coraggiosamente sostende che, secondo Aristotile nel Lizio,
voluto sostegno della morale e della religione, potevasi dimostrare l'anima non
essere immortale, miracoli non potersi dare, non vi essere provvidenza, ma in ogni
cosa dominare il destino. Strabiliarono tutti a conclusioni di tanta
conseguenza, e pretesero che da lui solo derivassero tali dottrine, dal peripato
del LIZIO non mai. Accagionarono di empietà il gran mantovano, che ha senza dubbio
incontrata lama la ventura, se il cielo non avesse posto a capo della chiesa on
Leone X , e datogli un BEMPO per consigliere. La sapienza e la tolleranza
medicea permisero al POMPONACCIO quello che prima non è stato permesso,
separare dalla teologia la filosofia, conduce una linea di confine tra gl’obbietti
della fede e quelli della ragione. L'esempio del gran maestro fa seguito da
numerosi discepoli, tra quali hanno fama Scaligero, Sepulveda, Porzio,
Benamico, Giovio, e da Cardinali, Contarini, cioè, e Gonzaga. È imitato con
isforzi contemporanei da Cesalpino, da Cremonino, da Zabarella, e forse da quel
Vanini, che, mal comprendendo Pomponaccio, spinge lo sfrenato ingegno allo
stremo, e corge la miseranda fioe che tutti sanno. Imper ciocche, gli è pur
mestieri confessarlo, la fortuna del primo e la sinistra interpretazione
de'suoi principii, non solo a tutti ispira coraggio, ma ad alcuni fio an che
baldanza. Tale si fa CARDANO, a cui la fecondità del genio troppe più idee
somministra di quelle che il suo giudizio puo ordinare. Ma dice: loslu dio
della natura doversi ridurre all'arte ed alla fatica, e però venne salutato
come l'uomo delle invensioni. Tale BRUNO, che proclama sfrenatamente la
filosofia del dubbio, filosofia che ovunque dissemina, viaggiando Italia,
Francia, Alemagna , e che fu poscia da Cartesio abbracciata e sviluppata con
tanta gloria, com’ha a confessare lo giudice non sospetto, Leibnizio. Si
ridestarono allora i principali pensieri de’ pitagorici, e meravigliando si conosce
che la flosofia italiana, in tutte le sue fasi da CATONE IL CENSORE ad oggi, e
io tatte le sue manifestazioni, non ha all'ultimo che un fondo solo, il metodo
esperitivo e naturale. A questo metodo avvia l’Italia VALLA, e NIZZOLIO, ed
ACONZIO, e POLIZIANO, e finalmente CAMPANELLA, che, vent’appi, sale in
bigoncia, e disputa con tanta forza contro le fallacie scolastiche, che i
vecchi sclamarono maravigliati: essere in lui passato lo spirito di TELESIO. Egli
sostende che il senso è un fondamento della scienza, che dalla dimostrazione positiva
e sensibile vasce la intellettiva, perciocchè sentire è sapere. La ragione
tanto essere più certa, quanto più al senso vicina. Non però doversi andare
cogli empirici che pretendono ragionare per le sole apparenze variabili, accidentali,
sfuggevolissime, ma sìanche dietro verità costanti, che badoo principio
nell'anteriore sentimento, e del testimonio di tutti gl’uomini. Con longbe e perigliose
fatiche giunse quindi f palmente l’Italia a ridur in principii quello, che in pratica
ha sempre tenuto. Scaddero allora i sillogismi, le formole, le categorie, le
ipotesi, gl’a priori, con totti gl’altri vincoli della ragione, e sostenuto
dall' analisi e dall'esperienza, il nuovo metodo spiega il volo alle più
eccelse scoperie. Alla scuola italiana attiose Copernico il suo sistema
astronomico, da Galilei poscia rivendicato. Da GALILEI che mostra immobile e
improntato di macchie il sole, e Giove di satelliti circondato. Da Galileo,
che, per mezzo di nuove lenti, interroga l'armonia misteriosa dei cieli, e con
esperimenti sorprende la patora nei segreti delle arcane sue leggi. RUBERTI
TORRICELLI, colla invenzione de’ barometri e de’ microscopii, apporta alla
fisica novella vita. Cavalieri, Maurolico e Tartaglia rendano fruttuose le
matematiche colle applicazioni. VINCI (si veda) dà buona legge all'estetica. Buonarotti,
l'uomo delle IV anime, fisa il buon gusto nelle arti. MACHIAVELLI scopre ai sudditi
ei ai regnanti i segreti della politica. L’accademia del cimento affatica senza
posa delle esperienze, le dabbie verità rischiara, e le certe diffonde. La
fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano
discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome. Ogoi
arte insomma, ogni scienza, ogni di sciplina quasi per incanto risorge. Ed è
cosa per verità sorprendente il vedere nei dettati di quell'epoca gloriosa
tanta copiosità di filosofie, da contenere, quasi in germe, tutte le altre
scoperte verificate dappoi. Conserviamo adunque, conclude l'autore, il prezioso
retaggio, che da’ nostri maggiori ci è tramandato e, che più è, adoperiamo di
renderlo fruttuoso. Accioc chè, dopo aver portata agl’altri la scienza, non venghiamo
giustamente paragonati alle nubi, le quali si disfanno in quel medesimo che
d'amica pioggia fecondano le campagne. Esponendo i proprii pensamenti, il
Pezza-Rossa, con singolare modestia, non si erige a filosofo, ma stimola ed
invoglia gl’altri a frugare in questa materia, pago di poter dimostrare che noi
siamo ricchi di tanta domestica dottrina da non invidiare la forestiera. Che il
buon metodo non l'abbiamo a cercare lontano. E che sarebbe ingratitudine il
disconoscere l’antica sapienza di CATONE IL CENSORE, da cui tutto surge, per
seguire alcune splendide fantasie oltra-montane.
Giuseppe Pezza-Rossa. Giuseppe Pezzarossa. Pezzarossa. Keywords: il martirio di
Belfiore; lo spirito della nazione italiana; eloquenza lombarda. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pezzarossa” – The Swimming-Pool Library. Pezzarossa.
Grice e Pezzella: la ragione
conversazionale -- Cesare deve morire – l’implicatura conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “I like Pezzella – His “La
memoria del possibile” would make Benjamin think twice! – and I do not mean HIS
Benjamin, but mine!” Si
laurea a Pisa con una tesi su Benjamin. Presso la Scuola Normale Superiore
diviene ricercatore di ruolo. Collabora a un seminario con Derrida. Consegue
sotto la tutela di Marin il doctorat a Parigi (Grice: “the reason why which few
consider him Italian!”) e il DEA in Réalisation cinématographique seguendo i
corsi diretti dal documentarista Rouch a Nanterre. Insegna estetica ed estetica
del cinema. Tenne un seminario a Parigi in collaborazione con Michaud. È redattore
della rivista Altra-parola e collabora col centro per la riforma dello stato a Firenze.
La filosofia di Benjamin e quella di Debord sono punti di riferimento della sua
propria. Studia la persistenza delle forme del mito all’interno della modernità
-- e in tal senso si occupa di Bachofen, introducendo Il simbolismo funerario
degl’antichi, col sostegno del Warburg Institut di Londra. L’intersezione tra
mondo mitico e modernità estrema lo porta a interessarsi della poesia e del
pensiero di Hölderlin e della scuola di Francoforte. Vicino alla tradizione della
filosofia dialettica, apprezza soprattutto la versione esistenziale che ne viene
data nella filosofia dopo i seminari di Kojève su Hegel. Di Benjamin considera
soprattutto la polarità tra immagine di sogno e immagine dialettica, che
utilizza come strumento interpretativo di opere cinematografiche e letterarie
(cfr. La memoria del possibile e Insorgenze). Per P., lo spettacolo –nella
formulazione teorica che ne da Debord -- è la forma di vita dominante del
capitalismo, in particolare della sua industria culturale e del cinema. Secondo
la terminologia usata nel saggio su estetica del cinema, distingue lo stereotipo
spettacolare dalla forma critico-espressive. Si è interessato all’intersezione
fra tematiche politiche e psicoanalitiche: la dialettica del riconoscimento, la
formazione della soggettività nel capitalismo, l’incidenza dei traumi storici
collettivi sulla psiche individuale -- cfr. il saggio sulla voce minima. Esplora
la filosofia politica d’Abensour, con cui condivide la rivalutazione del
pensiero utopico e la rivalutazione del socialismo come prospettiva politica
alternativa al populismo. Collabora alla redazione e all’edizione dei volumi di
Altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, per conto della
Fondazione Micheletti di Brescia. Altri saggi: “L'immagine dialettica” (ETS,
Pisa); “Il tragico” (Il Mulino, Bologna); “Conversazione di Narcisso con
Narcisso – Conversazione con me” (Manifesto,
Roma); “Il volto di Marilyn” (Manifesto, Roma); “La memoria del possibile”
(Jaca, Milano); “Estetica del cinema” (Mulino, Bologna); “Insorgenza” (Jaca, Milano,
“Le nubi di Bor” (Zona, Arezzo); “La voce minima. Trauma e memoria storica” (Manifesto,
Roma); “Altrenapoli” (Rosemberg, Torino”; “I fantasmi” (Cattedrale, Ancona); “Il
volto dell’altro”; “L’ospite ingrate” (Quodlibet, Macerata); “I corpi del potere”
(Jaca, Milano); “Repubblica”; “Il bene
comune” (Il Ponte); “Gli spettri del capitale” (Il Ponte); “Il tempo del possible”;
“Attualità della Comune di Parigi” (Il Ponte); Utopia e insorgenza. Per Abensour”;
“Altraparola, Micheletti, Brescia); Alle frontiere del capitale. Comunismo
eretico e pensiero critico, Jaca, Milano. Pezzella. Keywords: Cesare deve
morire, Narcisso, “conversations with myself”, Antonino, nubi di Bor, Freud,
Narcissismus -- Refs.: Luigi Speranza: “Grice, Pezzella, Benjamin and Benjamin:
la memoria del possibile,” Villa Grice – The Swimming-Pool Library. Pezzella.
Grice e Piana: la ragione conversazionale e l’implicature
conversazionali dei merli – filosofia italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato). Filosofo italiano.
Grice: “I never cease to get moved when I read Piana’s notes, “Il canto del
merlo”! That’s the way to do philosophy of music – the Italianate warmth so
strange and contrasting to the coldness of Scruton!” Insegna filosofia a Milano e Pietrabianca di
Sangineto. Allievo di PACI, sotto il quale elabora la sua dissertazione sulle
opere inedite di Husserl. La sua posizione filosofica è caratterizzata dal
concetto di fenomenologia -- strutturalismo fenomenologico -- influenzato
particolarmente da Husserl, Wittgenstein, e Bachelard. Alcune indicazioni sullo
strutturalismo fenomenologico sono contenute in “L'idea di uno strutturalismo
fenomenologico”. La sua filosofia è orientata verso la conoscenza, la musica e
i campi della percezione e immaginazione. Allievi di P. sono Basso, Civita,
Costa, Franzini, Serra, e Spinicci. Uno dei più acuti e originali
filosofi italiani – L’Unità -- uno dei più interessanti interpreti e
prosecutori, in Italia, dell'indirizzo fenomenologico -- Paese Sera. Tra i
più lucidi, originali e fecondi fenomenologi italiani" -- "L'idea di
Europa e le responsabilità della filosofia". Vede l'esperienza della
fenomenologia di Husserl che costituì il centro d'interesse di un grande
maestro come Paci. Non è il caso qui di tracciare mappe di quelle vicende,
credo però che non sarebbe sbagliato sostenere che P., in quel gioco delle
parti, che è sempre l'apertura di un'esperienza plurale sul suggerimento di un
filosofo autentico, si è preso quella del fenomenologo più prossimo ai temi
duri di Husserl, agl’obbiettivi che stabiliscono la teoreticità della ricerca
fenomenologica come tratto distintivo ed essenziale rispetto ad altre figure di
pensiero -- L'Unità. Illustre filosofo della musica -- in "Il significato della
musica", relazione al convegno 'Approcci semiotico-testologici ai testi
multimediali', Macerata. In un intervento letto durante un convegno tenuto
all'Macerata. Franzini dichiara. P. è a mio parere uno dei filosofi maggiori
del dopoguerra italiano: mai prono alle mode, sempre originale e innovativo,
come dimostrano i suoi essenziali contributi alla metafisica della musica. In
sintesi, un maestro in cui si ritrovano sempre momenti di autentica filosofa. Il
più grande maestro della fenomenologia
italiana. Il suo stile filosofico rappresenta il centro di gravità attorno al
quale tendemo a condensare gran parte di quello che di eccellente la
fenomenologia italiana fa, convinti che i suoi meriti non sono ancora
adeguatamente riconosciuti. La vera filosofia tende all'elementare. E dunque
non ha fretta di correre oltre, indugia in quei punti rispetto ai quali si
potrebbe benissimo soprassedere. In certo senso, si fa custode del ricordo di
cose che si potrebbero facilmente dimenticare. La filosofia è un’arte del
ricordo. Ma vi è in ogni caso anche qualcosa di profondamente giusto nell’idea,
che si ripropone di continuo, di una scienza che deve in qualche modo liberarsi
dalla filosofia. È come liberarsi dai ricordie questo è spesso necessario per
procedere oltre. Altri saggi: “Filosofia dell’esperienza”; “L’idea di uno strutturalismo
fenomenologico”; “Il manifesto”; “La filosofia tende all’elementare e non ha fretta”;
“L’importanza filosofica di arrivare ultimi”; “Esistenza e storia” (Nigri, Milano);
“La fenomenologia” (Mondadori, Milano); “Elementi di una dottrina dell'esperienza”
(Saggiatore, Milano); “La notte dei lampi”; “La filosofia dell'immaginazione” (Guerini,
Milano); “Filosofia della musica” (Guerini, Milano); Mondrian e la musica,
Milano, Guerini); Teoria del sogno e dramma musicale. La metafisica della
musica” (Guerini, Milano); “Numero e figura: idee per una epistemologia della ri-petizione”
(Cuem, Milano); “Album per la teoria della musica”; “Frammenti epistemologici”.
I suoi saggi sono racchiuse: “II strutturalismo
fenomenologico e psicologia della forma”; “La notte dei lampi”; “Le regole
dell’immaginazione”; “Filosofia della musica”; “Intervallo e cromatismo nella
teoria della musica”; “Alle origini della teoria della tonalità”; “Teoria del
sogno e dramma musicale”; “La metafisica della musica”; “Mondrian e la musica”;
“Filosofia della musica”; “Estetica musicale”; “Introduzione alla filosofia”;
“Interpretazione del “Mondo come volontà e rappresentazione””; “Immagini per
Schopenhauer, “Interpretazione del “Tractatus” di Wittgenstein”; “Commenti a
Wittgenstein”; “Commenti a Hume”; “Prroblemi della fenomenologia”; “Fenomenologia,
esistenzialismo, marxismo”; “Fenomenologia”; “Stralci di vita”; “Conversazioni
sulla “Crisi delle scienze europee” di Husserl”; “Fenomenologia delle sintesi
passive; “Barlumi per una filosofia della musica”; “De Musica, rivista fondata
da lui. Spazio Filosofico, collana fondata da lui; "La fenomenologia come metodo
filosofico", “Linguaggio” Guerini, Milano); "Immaginazione e poetica
dello spazio", “Metafora Mimesi Morfogenesi Progetto” (Guerin, Milano); "Considerazioni
inattuali su Adorno", "Musica/Realtà", "Figurazione e movimento nella
problematica musicale del continuo", “La percezione musicale, Guerini, Milano,
"Fenomenologia dei materiali e campo delle decisioni”; “Riflessioni
sull'arte del comporre", “Il canto di Seikilos” (Guerini, Milano); I
compiti di una filosofia della musica brevemente esposti”; De Musica, Elogio dell'immaginazione musicale, De Musica,
La serie delle seriedodecafoniche e il triangolo di Sarngadeva, De Musica; Immagini
per Schopenhauer, Il canto del merlo” –
i merli – il canto dell’uccello, funzione del canto dell’uccello maschio. “Occorre
riflettervi ancora”; “Considerazioni in margine a Fantasia e imagine”; “
Leggere i poeti. Note in margine a Pascoli”; La sociologia della letteratura
(Milano); Questioni di dettaglio (Milano), Storia e coscienza di classe (Milano)
Ricerche logiche (Milano); Storia critica delle idee (Milano); fenomenologica
italiana; Fenomenologia, coscienza del tempo e analisi musicale; Variazioni dei
significati” - Burnout e risorse; Musicoterapia, alle radici fenomenologiche
del Cosmo antico; Fondamenti della Matematica; La scienza della felicita; La
fenomenologia dell’esperienza. Scuola di Milano – scuola milanese -- Giovanni
Piana. Piana. Keywords: il linguaggio di Spinicci, merli, la serie
dodecafonica, il triangolo di Sarngadeva. Oltre il linguaggio, linguaggio e
comunicazione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Piana” – The Swimming-Pool
Library. Piana.
Grice e Piccolomini:
la ragione conversazionale e le figure di retorica – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Alessandro
Piccolomini. I TRE LIBRI DELLA RETORICA D'ARISTOTELE A THEO
DETTE; TRADOTTI IN LINGUA... Aristoteles, Alessandro
Piccolomini 111 Digitized by Google m I TRE
LIBRI DELLA RETORICA B ARISTOTELE a Theodett0 5 s^rjòm TRADOTTI
IN LINGVA VOLGARE, T^a AI. (^Alejpindr Piccolomtm . NVOVAMENTE DATI
IN LVCE. Con laTauoIade' Sommarij. CON PRIVILEGIO IN VENEZIA. Appalto
Fiancelco deTranceichi SanefL. tri ALESSANDRO PICCOLO M
I&fetÀ A I LETTORI. '^VÈJjaf: 9**" E ben'io fimpre ho
fiimafà ( G enttlifiimi lettori) ejjer tanta la differenti a trai
cercar curio- famente occafìon di calunniare* morder, più toflo, che
di ri- prender >per o [curar Ì altrui gloria, gli Jcr itti altrui
5 0* l'opporfi dall'altra parte Jinceramete per filo %elo de Uà 'ver ita,
a quelle co/e, che paian manco vere in e fi 5 che fi come il far queflo
e cofa digni filma d'ogni libero * £f purgato intel- letto > co fi
il far quello a maligna, & maluagia volontà s appartiene :
nientedimanco io fino fìa to Jempre cosi nemico d 'offènder in quanto fi
vo- glia pi ce 10 la cofa, chi fi fìa y & ffetialmentecon me%o di
queflo infamtfimo vitio della morda- cità j che per vn non so che
d'apparente Jomi- filanda, che fra lor tengon le due cofidette^ ; io
voluto fiejfe volte non feguir fv nocche fa- ^pfe # ij rebbe
jjj rebbe per fi lodeuóle^per fuggir ogni pericolo , JoSpition di
biajmo-, che potefiè recare l'altra. *Da quefio nafte, che potendo parer
mara- uiglia ad alcuno , che doppo tante tradott:onr y fatte fin oggi
della Retorica^ 'Arinotele a Theodette^ 5 delle quali, quattro in lingua
la- tina, & due nella nofira volgare] ho fin hor ve- dute^ 5 io
nondimeno mi fìa pofio parimente a, tradurla 5 non ho voluto ajfegnar per
ragion di quefio, imperfettione alcuna, ch'in qual fi vo- glia delle
dette tradottioni, h abbia io giudicato , che fi ritruoui . ^Ma mi
contento fòla, che mi bafli d'addurneal pr e finte cjuefta ragione^
. è, chauend'io già fatto piena paragrafi in lingua nófira fipra
tutti li tre ùbri di e fifa ^B^tp- ricay & hauendo quiui nella margine
accen- nato, & cituto pajfo per pajfo i praprij luoghi d* Ar
fintele? cosi le fiejfe parole greche*, come te latine fecondo la
tradotttone del Trapezjzjun* ito $ accioche 1 Lettori della parafi aje con
minor fatiga potefierritrouare, & parragonar ti te fio con la
parafi aJL^ $ giudicai, che fufie ben fatto di far le cimtioni deltefio d
'Aristotele nella lin- gua nofira ancora. £f perche meglio fi potè (fc veder I 'veder
fondata la corresbondentìa della para- fi afe al te fio , fecondo il
fin/o, che più ho io /li- mato ejfer vero, et legittimo, feci penfiero di
far la prefènte tradottiones . et maggiormente ef fendo par ufo così
ben fatto a molti amici miei, giuditiofi, amatori di Ietterei . 6t a
queflo effètto, accio che più ageuolmente fi potejfer rincontraci luoghi
della parafi afe con uei delia lettera d* Aristotele dame tradotta
$ ò pojlo nella margine di quella tradottioncj alcuni numeri,
chabbian da rifpondera i nu^ meri, che faran parimente poftì nella
margin della parafi afi^j, che toflo vfcirà fiora riìlam-* poto in
tutti a tre i libri inferni . Ho coluto con quefie poche parole farui
ca- paci (benigni fimi lettori) della cagion, che ni ha moffo a
portar la Tietoriùa d 'sfrittotele nella nofìra lingua. Jnche
fare,Jeconofcerete, eh* io mi fa in buona parte appreJfatJ alla venta
le- gittima dei fenfì Juoi, & a fargli chiaramente apparir altrui
(che fon le due cofe, do in tradur- re mi sfòrzo d'andar cercando) filmerò
io, che ciò a me fta piena ricompenfa di quefia impre- fa : & con
maggior animo darò fine alla tradot- % tione tionc, eh e nella me de
firn a noftra lingua ,fo al prefente della Toetica d ^ ArtHotele^ fjf allapa- rafrafe
parimente ciò io le fo Jopra . lacjual nuo- ua tmprefa già farebbe
condotta al fne.fi più JfreJ/e, £f men breui triegue mi concedeffe
quefa lunga infermità-, che tanti anni già mi iteri op- preffo . Ada
fiero pur che la detta tmprefa farà condotta al fin fo per tutto Ì anno
feguente^j del fettanfnjno . Dio nofiro Signore vi con- ceda ogni
prosperità. Da c ' g encr demoliranno 5 & delle co
felodeir-> li, & delle vituperabili 5 &dci luoghi da trouarlc,
& da prouarlc . $6 Capo 10. Del Gcner Giudicialc, & prima
dell'ingiurie, &caufcdi quelle; & àquai capi fi poflbn ridurre.
66. Capo n. Delle cofe gioconde, o ver voi uttuofe,pcrca- gion delle
quali foglion recarli à far'ingiuria gli huo- mini . & dei luoghi da
ritrouarlc,daconofccrlc,& da moftrarle. 72 Capo 12. Quali fogli on'effer
quelli , che volontieri fan no ingiuria ; & quelli contra de i quali
fi fanno . 80 Capo 13. Quali attioni fi debbian dir veramente giufte
, o ingiufte, o ver guittamente, o ingiuftamente fatte . Et
dell'Equità 5 donde la nafea, & in che differifea dal rigor del le
leggi ;& alcuni luoghi da conofcerla. 88 Capo ia. Dell'ingiurie pofte
in paragone, & compara- tionfradi loro; quali fien maggior^ &
quali mino- ri : & alcuni luoghi da conofeerquefto. ^4 Capo 15.
Delle pruoue, & modi di far fede inartificiali, • o verfenz'artiheio,
96 NEL SECONDO LIBRO. CApo primo. Del bifogno,c'hà l'oratore della
co- gnitionedegli affetti, & paflioni h umane. 107 Capo2.
Dell'affetto dell'Ira. no Capo 3. Della Manfuetudine, ò ver Placabilità.
117 Capo 4. Dell'Amore, & dell'Odio . 122 Capo 5. Del Timore,
& della Confidenza . 128 Caporf. Della
Verecondia,&deU'Inuerccondù* 134 Capo 7. Della Gratia . -
142 Capo 8. Della Compatitone. 144 Capo?. DcH'lndegnationc.
148 Capo 10. Deirinuidia . 152 Capo 11. DdTEmulationc. ij? Capo Capo
12. Della Giouinczza, & conditioni di quella. 158 Capo 13. Della
Vecchiezza, & fue proprietà . 161 Capo 14. Della Virilità, & fue
conditioni . 154 Capo 15 . Della Nobilità, Si proprietà di quella . 1
6% Capoi£. De icoftumi,& proprietà dei Ricchi. 166 Capo 17. De i
coftumi di coloro,c'han grande auttorità, & potétia fopra de gli altri
5 &: de 1 bene fortunati,^ Capo 18. Continuation delle cofe dettc,con
quclle,chc s'han da dire nel reftantc di qucfto fecondo libro.
169 Capo 19. Della natura del poffibile , & delTeffere ftato
, & rlcll haucrcad efTcrej &dci luoghi loro : &
della gradczza,& piccolezza, còfideratein natura loro. 171 Capo
20. Dell' EfTem pio, o ver'Induttio rctorica,& del- le fpetie fue,
& lor conditioni .& del modo d'vfarle, Se collocarle
ncll'oratione. 17J Capo 21. Delle Sententi e Oratorie, Se di tutte le
fpetie loro,& dell' vfo,& vtilitàdi quelle. 179 Capo 22. De
gli Enthimemi, & dei precetti nccclfa ri j all'vfo di quelli. &
quali fieno gliEnthimcmi puri prò uatiui,& quali gli redarguitiui,o
ver rcprouatiui. 184 Capo 23.De i luoghi còmuni;& quali tra gli
Enthimemi fié quclli,che di nobiltà, & di pfettione eccedono.188
. Capo 24. Che fi truouino Enth.appareri:& quali efii
fic no:& de i luoghi comuni, che poffon lor feruire . 203 Capo
25.De i modi d'opporlì aU*auuerfario,& di difirio- glier le fue
ragioni.Et che cofa fia Inftantia,o ver ob- biezione oratoria, & in
quanti modi fi faccia. 209 Capo 2(5. Dell'Amplificationc, in ampliare,
& in dimi- nuire, over eftenuare. 213 NEL TERZO LIBRO. CApo
primo. Della continuatone de i primi due Li- bri con qucfto Terzo 5 &
del proponimento, o ver propofuion di quello, ches'hàda trattare in elfo .
Et # # della TAVOLA della pronuntia oratoria j& finalmente
della diftin- tione della locutione oratoria dalla poetica. 2ij Capo
2. Della virtù della locution*oratoria,& delle con- ditioni,
chclcconucngono : &quai forti di parole fi ricerchino per tai
conditioni: & della Metafora, & de gli Epithcti, ouer aggiunti .
219 Capo 3. Della freddezza, ouer inettezza, & difetto
della locutione oratoria. 226 Capo 4. deirimagine,ouer
Comparationc,& della diffe rétia,& cóuenicntia,ch'ella tiene co la
Metafora .22^ Capo 5. Della ftruttura della locutione oratoria , &
pri- ma del parlar grecamente: & quantc,& quali còditio- ni
fi ricerchino a qucfto . 231 Capo 6. Dell'ampiezza, magnificala, &
grandezza del- la locutione 5 & quai cole poflbno o nuocere, o
gio- uare a qucfto. 234 Capo 7. Del Decoro della locutiò oratoria,
& quarc, & quali fiélecòditioni,&rauuertetie, che perfuacagio fi
ricercano.& qual fia la locutiò proportionata,qualc la
coftumata,&: quale la pathctica,o ver afFcttuola.23 $ Capo 8. Del
numero,& ritmo oratorio,& in che fia dif- ferente dal metrico de i
Poeti:Óc d'altre cofe apparte- nenti al ritmo, & agli accenti .
238 Capo . 7(ilL fasi* Renella riga c .del iegiflatore, bygi
dal legatore. e.\o.canfagiÀ.cofagia\ f.tfiion ejfendo.&nonejjendo.
\.\6 efftndo.^ effendo. 9-*.& *£afide.& alle fedi. 113 4.U dell
altra pan*. Et dall'altra parte. 1 . Quefìe. Quelle. tg*no.congiungam. DELLA
RETORICA D'ARISTOTE L.L::^ aTheodettc, TRADOTTA IN LINGVA
VOLGARE Da Ai. ^Alejfandro Ttccolomini , dell'utilità della Teorica :
& delld Jò- mivltanz^a creila tien con la 'Dialettica . a A
retorica hà gran conucnien ria > & corrifpondentia con la
Dialettica; per- cioche coli l'vna, come l'altra per vna ccr ta forte
di vie procede, lequali fono in vn certo modo alla cognicione
commune- mente di tutti gli rinomini accommoda- re ; & non dentro
a termini d'alcuna par- ticolare fcientia, riftrette, &
determina- 3 te. 3c per quello lì vede, che tutti in vna certa maniera,
d'am- 4" bedue quelle facilità partecipano, & fon capaci :
vedendo noi, che niuno è, che fin'ad vn certo termine non fi metta a
impu- gnare le ragioni altrui, Se a foAener le fue;& parimente a
di- fenderli, & ad accufare, ogni volta, che gliene vien
bifogno. j & nella moltitudine di chi fa quello, alcuni fono, che
feonfi- deratamente, & inettamente lo fanno, & quafi àcafo, &
altfi A per 2 Della Storica d' Aristotele per il contrario lo
Tanno più ordinatamente, Se quali per habi- ( ro;dal'vfo, &
dall'edercitatione acquiftato. Vedendoli dun- que nell'vn modo , &
nell'altro far quello , chiara cofa è , che polli bil cofa
fiad'inuefligare,& veder come ciò con via, Se con ordin fi debba fare
: potendoli cercare, & trouar la cagione,on- dc fia, che confeguifean
parlando l'intento loro, cofi quelli, ch'in ftrutri dall'euercitation
procedono , come quelli, che pu- ramente a cafo . Se cofi fatta
inueftigatione, Se olTèruatione, no farà alcuno, che non confelTi efferc
opera, &offitio d'arte. 7 Di quell'arte del dire adunque,coloro, che
fin'a qui n'han trat- tato, Se comporto libri, vna picciola, Se breuc
parte n'han toc- S co . Conciofia cofa che clfendo il prouare, e 1 far
fede, l'cfien- tia& lafoilantiadi quell'arre, Se tutte l'altre cole,
che le ftan d attorno, accidenti, & aggiunti di quella ; eglino de gli
Enthi- memi, Se degli argomenti che fon'il corpo fodo della fede,
che s'hà da fare, non dican nulla : Se di quelli accidenti, che
fon fuora della foftantia, Se del negotio Hello, lungamente
parlino, 9 Se molte cofe trattino . L'affetto di calumniare , Se la
compaf- fione, & l ira , Se V altre* cofi fatte palfioni dell'anima,
non ri- guardan la caufa, che s'hà da trattare, ne toccan
propriamente la cofa ltclfa,ma folo han riguardo a commouer, lìorcere Se
in- 10 terellàrc il giudice . La onde fe in rutti i fori, &giudirij
auue- niile, fi come in alcune Città , fin'ancora in quello tempo
adi- uiene ; Se fpctialmente in quelle, che ben goucrnate,&: ammi- nilìrate
fono; certamente nulla harrebber, che dir quelli tali, 1 1 Conciolìacofa
che nelfun fia, che non giudichicene farebbe co- fa ragioneuolmente ratta
ìlprouedere, Se prohibir con leggi, chenon s'vfcille parlando maifuordei
meriti della llelTà cau- fa. Et alcuni fono, che di più, cotai leggi, non
folo con l'opi- nione, ma con l'olleriiantia, Se con l'vfo appruouano :
come fra gli altri fan quelli, che rifeggono,& giudicano nel
configlio dell'Ariopago . Et tutto quello drittamente è lìato
confidcrato, li Se con gran ragione . Pofciache non comi iene llorcere, o
pie- gare dal dritto il giudice con tirarlo, Se inchinarlo ad ira,
oa inuidia, o a compadrone, non cllendo altro quali il far quello
, che s'alcuno, c'haueifea feruirfi perla drittezza, dell'opera
fua d'vna regola, o d vna fquadra, cercaiTe prima di dillorcerla,
ór x 5 d'incoruarla • Oltra di quello è cofa molto manifella nó
elfere altro 77 Primo libro . j altro l'offiriodi colui, che
litiga, Se agita in giuditio la caufa Tua, fc non prouarc, Se moftrar che
la cofa di cui fi tratta, & che cade in controuerfia, fia veramente, o
non fia, over che 1a fia 4 ftata fatta, o non (la (tata fatta . Ma ch'ella
fia o grande, o pic- cola, o giuda, o ingiufta, in tutto quello, che di
ciò non fia fla- to nella legge del Legiflatorcefplicato , &
detcrminato , appar- tiene al giudice ftclTo, di conofcere,& di
difeernerper fc mede- fimo, & non d'odirlo, o impararlo da gli Oratori
, cheaj»itan la j controucrfia,& la caufa loro. Si dee dunque (limare
cola molto vtilc, Se conucneuolc , che nelle ben porte, &
prudente- mente ftaruitc leggi , fi truoui refoluto , decifo, Se
determinato quel più,che fi può delle cofe, Sede i cafi, ch'occorrer
poflbno: li che a coloro,c'han poi da giudicare con le lor fententic,
man- f co a determinar ne re(b,che fia poflibilc. Et ciò
primieramen- te, perche più facil cofa e di trouarc vn folo,o pochi, che
molti, li quali fieno di buon fentimento, Se di buon giuditio, Se
che fica atti a formar leggi, Se a difeerner la ragione, c i giudo
. 7 Di poi le formationi, Se le con ftitutioni delle leggi, con la
ma- tura confideratione,& pelato difeorfo di molto tempo fi
pollb- no , Se Ci foglion fare : doue che il giudicare, Se fenrentiar de
i giudici, fifa quali di fubito, Se ali 'improuifla . Onde
dimcil cofa è, che coloro , c handa fencentiare, Se da giudicare,
pof- fan per la breuità del tempo , il giudo, Se l'vtile drittamente
co- 8 gnofeere, Se difpenfare . Ma quel, ch'importa più di tutte
l'al- tre ragioni, è, ch'il giuditio del Lcgiflatorc nel formarle fue
leg- gi non riguarda le perfone in particolare,^ quelle, che fon
prc lenti nel tempo fuo ; ma le riguarda come lontane ne' tempi, che
deon venire , Se come in vniuerfale contenute ne* gener lo- 9 ro. Doue
ch'i Configlieri nelle lor confultc, &i giudici nelle lor fententic,
comedi perfone già prefenti, Se ne' lor panico* 0 lari determinate, ne
difeorrono , Se ne dan giuditio : Con le- quali afiài fpefib gli fuol
congiugnere, Se invìi certo modo in- tcrefiàre o amore , o odio , o vtil
proprio : in guiia che per tal cagione non pollo n con dritto, Se libero
occhio difeernerc, Se vedere il vero; ma rende lor l'intelletto offufeato,
ci giuditio ofeurato l'ombra , odcl proprio diletto, o della propria
molc- 1 ftialoro. Fa dibifogno adunque ( com'ho già detto) di
lafciar minor parte , che fia poflìbilc > dell'altre cofe in arbitrio ,
Se in A ij poter ^ Tfella Tt^torica d' Ariti otclz^> poter
del giudice, & folu il carico di vedere, & determinare fé la cola
fia,o nó fia,c neceilàrio di lalciare alla cognition de"
giudi- ci:non ellendo pofTibile,che cofi fatte noti tie,& coli fatte
cofe, il il Lcgiflator tanto innanzi antiuegga. Eifèndo adunque
quan- t ho detto veriffirao , può da quello clfer beniflimo
manifefto, che cofe fuor de meriti della caula toccan nell'arte, che
danno 6c trattan coloro, li quali altre cofe fuor di quelle, che pur
ho- ra ho dette, infegnano, & difhnifcono ; umiliando (com a
di- re) & determinando che cola habbianccellariamcnte da
conte- nerli nel proemio, o nella narratone, de in ciafeheduna
dell'al- tre parti dell oratione. perciochc nient'altro in inoltrar
cotai cofe fanno, fe non cercar come polfano formare,
rralmutare,& 13 porre qualche qualità nel giudice . Di quelle cofe
poi, ch'alio artifìcio di prouarc, tk far fede appartengono , cioè donde
pof- fadiucnirl huomo Enihimematico, & bene inftrutto in argo- 14
menta re, non infegnan, ne moltran nulla. Et di qui parimen- te nafee, che
abbracciando, & contenendo quella ftellaarte, 6c via, coli le caufe
concionali» & con luh.u me , come lclirigiofc, & giudiciali, Se
ellendo oltraciòpiu nobile, traile Città più vtile, & neceilàrio il
negotio delle confili re, che quel delle par- ticolari con uent ioni, eh
in giudi tio vengono i di quello nondi- meno rutti coloro , che di queft
arte trattano, non dicon nulla ; Se del negotio giudiciale dicon molto
> & fanno ogni s forzo di ir -darne l'arte. Et quello non per altro
adiuiene, fe non perche -manco hà luogo, Se men vien à bifogno nelle
catife , & ne' ma- neqgi coniu] tati ui , overdelibcratitii, il parlar
fuor de' meri ri .della caula, che non auuien ne' giudiciali, ik di manco
corrot- tone cV inganno è capace il trattar caufe dinanzi
aConfiglieri, che nel foro dinanzi a' Giudici; come che il far quello fia
cofa più communc, toccando non Ibi chi parla , ma chi afcolta an- %6
cora. Polciache le cole, che quiui fi dicono fon daquei,ch'afc coltano
odire » ponderate, & giudicate come proprie loro. 27 Onde nient'altro
a chi quiui conliglia con la tentenna fua fa di melìier di fare, fenon mo
Arare, & prouarc che la cofa verame- 28 te lia, qual intendcegli di
peiluaderla . Ma nelle controuerfie, & caule giudiciali non balta, ne
è lol'vtil quello, potendo haucr luogo & recar giouamento in ette il
cercar di poifedere, &ti- 29 rar dal fuo gli lìefli afcoltatori :
pofeiache di cole, non lor pro- prie, Jl Primo libro . prie, ma
ch'ad altri toccano , hanno cglinda far giudirio . La onde ponendo eglin
la loro attentione , & cófideratione à cofa, che non loro fteftì, ma i
litiganti tocca, &c in gratia,& diletto di eflì afcoltandogli ;
più tofto concedono alle lor domande, le 30 (Ielle fententiein dono, che
veramente giudichino. Perlaqual cofa in molti luoghi (com'hò già prima
detto) fi truoua prohi- bito per leggi l'vlcir punto parlando, fuoi dei
meriti della cau- 3 1 fa, di cui li tratta. Ma nelle caufe deliberatine
gli Aedi giudici di quelle, per lormedcfimi fenzvuopo d'altra legge, (on
ba- 31 ftantiflimi ad olleruarlo. Hor eflèndo caufagià manifefta,
che quefta ordinata, & (per dir così) methodica arte, di cui ragio- niamo,
intorno al prouare, & far fede principalmente còltile ; nó ellendo
altro le fedi, 6c le pruoue,che demoftrationi,ouero argomentationi;
pofeiache alhor principalmente diam fedcVid vna cofa, quando flimiamo, che
la fin. con argomento ben di' inoltrata-, elfendo oltra ciò l'enthimcma
non altro, ch'vna re- 33 torica demoftrationc, come quello, che (per
dir'in vna parola) di ogni altra pruoua, & fede retorica, è princi
paliamo ; ne fc- 34 gue da quello, ch'eficndo ancoragli fillogifmo, Se
appartenen- do alla Dialettica, o ad ellà tutta,o a parte d'elIà,d'ogni
fillogif- 3 j mo trattare, & confiderare; può elfcr per quello
manifclto , che colui, che grandemente farà habile,& inftrutto a faper
ben conofeerdi quai propofitioni, ÒVin che maniera fi componga, &
fabrichi il fillogifmo ; egli ancora grandemente enthime- matico, cioè
argomentator retorico, fi potrà (limare: Tea que- lla notitia saggi ugnerà
parimente il fapcre intorno a qual for- te di materie li fo: mino gli
enthimemi, & con quai dirlercntic fien dipinti, & diuerfida i
logicali , Se dialettici lìllogifmi, ^4 3 6 conciofiacofa che il
conofcer'il vero, Se il fimi l'ai vero, da vna 37 medefima forza, Se
potentia, Se virtù dependa, oltra ch'ai vera ftellb, & alla notitia d'erto,
par che gli huomini aliai foffitien- temente dalla natura formati, ÓV
inclinati nafeano; Se nel piò delle cofe la verità, fc punto lor fi
difeuopre, riconofeano, Óc aifeguifeano . Onde chiunque farà habilc, o pu
oro inftrutto z coniettu rare, &vcdcr'il vero; quel medefimofarà fimilmente 38
tale verfodel probabile, & fomigliantcal vero . Già può dun- que per
quel, che fi è detto, clfer manjfefto come gli altri, che han trattato di
quell'arte» habbian tocco folo quelle cofe, che fon f c De11a r
R^tprica d ' j4riftotelc^j fon fuora della foftantia, & della cofa
fletta ; Se per qual cagìort fi fieno piegati, & inclinati con li
ferirti loro verfo l gencr delle 39 caule giudiciali, più rofto ch'ad
altro genere. Quanto all'vtilità 40 poi, gioueuole, Se ville quefta arte
della Retorica; primiera- mente perche elTcndo le cofe vere, & le
giufte molto più de- gne, & più eligibili per lor natura, che le lor
contrarie ; non è duhio, che le i giuditij, & le determinationi delle
caufe non fi facetter per il mancar di queiVartc fecondo che
conuenillcr di farli ; non fullc necettario pericolo, ch'il vero, e 1
giufto non fufler conculcati, & vinti da i lor cótrari): & ciò
veraméte faria 41 degno di biafmo, &di riprenfione . Oltra di quello
appretto di alcuni, fe ben'haueffimo efquifitillima feientia d'alcuna
co- fa, non per quello ci faria facile di perfuaderla,& farla
creder 41 loro con vie, Se ragioni da quella feientia prefe. per ciò che
ef- fendo il parlare feientifìco accora modato, Se proportionato
a trattare, Se a infegnar dottrine, importi bil cofa faria con elio il perfuadcr
a quelli : ellendo necettario, che le fedi, Se i parlari, che fi fan loro,
procedano, non per vie lcicn litiche, ma popola- ri^ comuni ; li come
nella Topica habbiam detto, nel inoltrar 43 come s'habbia con la
moltitudin parlando à procedere. Ap- pretto di quello fà di mefticri d
cttcr'habilc à poter perfuader l'vna cofa contraria, & l'altra ; fi
come auuicn anche ne i dialct- 44 tici fillogifmi. Se ciò non perche l'vna
cofa Se l'altra fia ben di fare, non douendofi perfuadcr già mai le cofe
inique ; ma per- che non ci fia nafeofto come quefto fi foglia, o fi potta
fare : Se accioche vfando altri fuora del gin ito coli fatti parlari
contra di noi, potiamo noi elfer'atti, Se inftrutti adifciorgli, Se a
oppor- 4 $ ci lor'incontra. Et di tutte l'altre arti, Se facultà, nettuna
e, che fia più potente ad argomentar, Se a concluder con (ìllogifmo 1
vn contrario, Se l'altro; fe non fole la Dialettica, Se la Retori- ca:
come quelle, ch'ambedue, quanto à loro, l'vn contrario, 46 Se l'altro
vgualmente riguardano, quantunque le Itelle cofe co- trarie, che come
materie, & foggetti s'offerifeon loro, non v- gualmente trattabili, Se
fillogizabili in lor natura fieno; ma icmprcle vere, Se le migliori fien
naturalmente nell'ettcr loro, più facilmente, & più ragioncuolmente
fillogizabili, & per la maggior parte maggiormente perfuafibili, Se
habili a trouar fe- 47 de. A quello s'aggiugne, che le gli è cofa ali
huomo vergogno- fa, Se Jl Primo libro . 7 fa, & brutta (come
veramente c) il non elTer potere ad aiurarfì, Se difenderà* con le forze
del corpo Aio, contra di chi fé gli op- pone j fuor di ragione è, che no
gli debba recar'ancor macchia f Se vergogna il non poterlo far con la
lingua, Se con la fauella ancora : & maggiormente elTendo l'vfo di
quella, molto a lui più proprio, che l'vfo della corporal gagliardia non
farà mai. 8 Et fc ben'importantiflìmi nocumenti può recar con queft
arte, &c con quelli facultà di dir, colui, ch'in fauor delle cofe
inique ingiuftamente fe ne fcrue,& la pone invfojquefto
pericolo nondimeno è comune, non folo a tutte le cofe,
quantunque vtili, Se buone, fuor ch'alia virtù ; ma aquellc
maflìmamente, che di maggior vtilità,& profitto fono, fi come fono la
gagliar- 5? dia, la fanità, le ricchezze, le dignità militari ; pofeia che
col mezzo di sì fatte cofe grandifllmi giouamenri potrà recar
qua- lunque giuitamente, & drittamente fenc fcrui, Se
importane un'imi danni per il contrario, chiunque in fauor
dcll'ingiulti» 0 ria, contra di quel, che conuenga, le ponga in vfo. Può
già du» que per quel, che fi e detto, eiler manifefto , che la
Retorica non lì truoui obligata, Se riftretta ad alcun gcnerdi materia
li- mitato, Se determinato, Se che per confeguente in quello ven- ga
ad elTer limile alla Dialettica : Se che la fìa ancor' vtile, Se di- 1
letteuole. Se parimente da quel, che fi è detto, lì può dedurre, che
l'opera, Se l'offitio fuo ha, non il perfuadcre, ma il potere, Se faper
trottare, Se vedere intorno à ciafehedun fu ggetto, quel- le cofe,
ch'effer pongono accomodare, Se vtili à pcrfuadcrlo : 1 fi come parimente
in tutte le altri arti, & facilità cómunemen- 3 teaduicne. nercioche
l'officio dell'arte della Medicina (per ef. fempio) non e lintrodurre
effettualmente la fanità; ma il faper tanto oltra à punto curando, Se
medicando procedere ; quanto conuicne, & ricerca 1 in firmità, Se la
ragion dell'arre . potendo molto bcn'allc volte accadere, che alcun non
polla di qualche fua infirmi cà venir mai fano, ò tornar mai libero : il
qual non- dimeno beniflimo fecondo che richiede 1 arre, curare, &
medi- 4 car fi polla. Oltra le dette cofepuò ancor da quel, che li è
detto dedurli per manifefto,che non lolo fia offitio di quefta arte
del- la retorica il faper veder le cofe veramente pcrfuaiìuc, cioè
atte a perfuadcre j ma alla medelìma appartenga di conoicerc
,Sedi confidcrarc ancora quelle, che le non veramente pcrfuafiue,
al mcn 8- Della 'Reto rica d y Arili otele^ men fono
apparentemente tali : fi come parimente alla dialett i- ca fi ricerca d
hauer noti tia, non folo del vero fillogilmo>ma a n- j j cor
dell'apparente. Pcrciochcil Sofifta , non nell'arte, Se nella habilità
confide di fapcrconofcere,& vfareil fa ilo, ma più tolto 56 ncll
elettione»& nel volere viario, di maniera che in quello dif- f I-i
iicc dalla dialettica la re tori cacche in quelli coli colui che dea la
notitia , Se 1 arredi faper vfa re apparenti > Se non. legittime
ar- gomentationi , Se non le vuole vi. ne, fi domanda retore ,
come ancor qucll altro, ch'elegge, Se tien propofitodi volerlo
fare, doue che nella dialettica per il contrario s hanno diuifo i nomi
: pofeiache colui, ch'elegge di far quello, non dialettico, ma
fori- ila fi domanda; Se dialettico dall'altra parte fi chiama quello, eh
e 57 ha folo la facilità , la cognitione, c i poter di farlo»: Ma a quella arte,
di cui parliamo, venendo hormai,procuriamo,cV: facciam forza di dimoftrare
in qual maniera , Se con l'aiuto di quai cole, fiam per poter confeguire,
Se efeguire in elfa il fine , Se l'offitio fuo,che lon le cofe,c habbiam
propofte. Sarà ben fatto adùque, che quafi nuouo principio facendo ,
aflegnata prima ladiffini- tion di quell'arce, Se cfplicato, che cofa ella
fia,quindi à dichia- rar l'altre cofe, che feguiranno, di mano in man
crapafllamo. (apo 2. Della diffnition della r Rgtorica 3 de i modi di
prouare, dell' Gnthirnema, deWef /empio j de i Veri/imi li , de tftgrìu
& di 'va- rie Jpecie di Jègni, & d'Snthimemi . Oni am dunque
per hora efier la Retorica vna fa- cultà, mediante laquale fi pofià
intorno a qual fi voglia foggetto, che fe le proponga, trouarc, Se veder
tutto quello , ch'occorrer polla accom «io- dato , Se vtile àperfuaderlo ,
come che il far que- llo di nefluna altra arre fia ofntio , Se opera, che
di quella fola . 1 impercioche ciafeheduna dell'altre facilità d intorno à
determi- nato foggetto, Se materia appropriata ad ellà, và
infegnando,3c facendo le pruoue , Se le fedi fue . come fi ( per elfcmpio
) l'arte della medicina intorno alla l'ani ti, de ali infermi tà de i
corpi ; Se la Geo- Jl Primo libro . ^ la Geometria intorno a i
propri j accideti della quantità, ©Gl'A- ritmetica intorno a i numeri,
& il fìmil difeorrendo per l'altre arti,& feientie tutte.Mala
retorica, qual fi voglia (ftò per dire) mareria,& foggctto,che le
fiapropofto innanzi, paiec'habbia a poteri nueftigai e, Se conofeer ciò
che polla pervaderlo, Se far ne fede. Se per quello è Irato da noi decto
non hauere ella la for- za, Se l'artefitto Tuo d intorno ad alcun proprio
gener limitato, Se detcrminato. Hor quanto alle perfualìoni, Se alla fede,
alcu- ne d'elle fon priued'artifirio, Se altre artifitiofe fono.
Spogliate d'artificio intendo io elfer tutttc quelle, chenó pernoftra
ope- ra, Se difeorfo ritrouiamo, Se ci procacciamo ; ma
comcche'n elfer già prima fieno difuora ci fon porte innanzi : come
fono (per ellcmpio) i teftimoni, le torture, le fcritturc, Se fimili.
Ar- tifitiofe poi intendo io eller tutte quelle, le quali con arte,
& con ragione, ftà in poter noftro d' inueftigare,& di
procaccia- re. Onde l'vne fa di mcftieri,>non che le immaginiamo di
nuo- uo, Se crolliamo, ma che trouate, Se porteci innanzi, le
lappia- mo vfare; Se l'altre, cioè l'arti ficiofe han di bifogno d'cflcr
da noi cercare, Se formate. Hor di quefte arti ficiofe perfualìoni,
& fedi, che con arte, Se con via di ragione fi truouano, Se lì
gua- 0 dagnano, tre forti, onero fpetie fi truouano. alcune fono,
che cófifton nelcoftume, Se credito di colui, che parla : alcune
altre fon porte in difporre, muouerc, Se arfettionarc in vn certo
mo- do colui, chalcolta : Se altre finalmente fono ,chc
ncll'ora- tione, & nel parlare ftellb confiftono ; mentre che con la
forza di quelle, fi pruoua, ex fi mortra l'intéto ; ò almen fi fa
apparire, 1 che fi moftri. Per cagion del coftume adunque la
perfuafionc, & la fede, che da elfo depende, allhor shà da ftimar,
ch'ella ac- cafehi , quando in maniera farà formata , Se detta
l'oratione, ch'ella fia habileàfar'apparir il dicitor degno di fede, cVa
dar 1 1 credito alle fue parole, conciofiacofa che alle perfone tenute
da noi virtuofe, Se da bene, maggiormente, & più agcuolmente fogliamo
credere, Se preftar fede, & quefto generalmente in tutte le cofe : ma
principalmcte,& fenza alcun dubbio in quel- le, nelle quali nò appare
in lor natura cofi efatto, òvinanifertoil vero j Se per confeguente
nell'vna, Se nell'altra parte polfon ge- 13 nerar opinion di loro. Et cosi
fatto coftume, & buona opinio- ne, che s'habbia di buone qualità dell
oratore, fa dj merticri, B ch'acca- i o ch'accafchi , Se
nafca Colo dalla forza della ftefla oratione; Se Scnon perche giàs'habbia
prima quefta fama, & quefta opi- 4 niondilui. perciò che fi come fi
vede in alcuni,ch'hanno ; ci ir- to di quell'arte, non hanno in ella porto
la buona opinion, che a' riabbia da guadagnar con erta colui, che parla
squali che coli fatta opinione, Se cortame poco importi alla pcrluafione,
ma nel vero quali p ri nei pallili mo, Se propriiiTimo luogo
ricnil ir coftume in acquiftar'alle parole fede. Dalla parte poi de gli
a- fcoltatori la perfuafione, Se la fede, che per cagion d'erti ha
da nafeere, alhora s'hà da inrender che l adiuenga, quando
dalla forza dcli'oratione, a qualche paflìone & affetto d'animo
fon itf morti ,& tirati, conciofiacofa che, non nella medefima
gitila logliam noi giudicare, fentcn tiare, o fiumare le fteffe cofe,
qua- do lipieni di moleftia, & quando lieti fiamo,- ouer quando
a- 17 inumo, & quando odiamo. Et in quefta fola maniera di
per- vadere hauiam detto difopra haucr folamente me ilo
ftudio,& tentato di trattar coloro, che fin hoggidì di quell'arre
hanno Tcricto • Ma di tutte quelle cofe, che quefta maniera di
pcrrfua- fion riguardano rratraremo, Se daremo didimamente
cniarez*- 1 8 za, quando delle paftioni dell anima ragioneremo. Per
cagion della ftefìa oration finalmente, Se delle fteftc ragioni, alhora
li trouerà, & s'acquifteià fede» quando in ciafehedun
fo^getto, che ci verrà dinanzi, da tutte quelle cofe, che poflon eller
per- fuafiue d'elio, o il vero ftcflb, o l'apparente vero
concludere- te mo,& dimonftreremo. Venendo adunque Tartificiofa
perfua- fione, Se la fede da quefte tre cagioni, c'hauiam dette,
manife- fta cofa e, che fa di melh'eri, di iapere, Se di polfedcr quefte
tre cofe, cioè habilità, Se notitia di lyllogizare , cognitione
intor- no ai coftumi, & alle virtù dell'Intorno, & nel terzo luogo
fi- nalmente noritia intorno a gli affetti humani, conofeendo
che cofi fia ciafehedun d'erti, Se qual proprietà egli habbia, Se
do- lo de fi cititi, Se fi produca, Se in qual maniera . Per la qual
colà par, che fi porta dire, che la retorica fia quafi vn germoglio
tn- iteme della Dialettica, & di quella faculrà,chc dei coftumi
trat ta,la quale non fenza ragione fi può politica, ouer
ciuildoman- X 1 dare. Onde auuiene, che la retorica, Se con ella quelli,
che pre- fumon di poffcdcrla, foglion per quefto vfurpare in vn
certo modo, Se veftir l'habito d'eflà /acuità ciuile ; parte per
imperi- tu, Se Jl Primo libro . 1 / tia, Se per ignorantia,
parte per arroganza, Se parte per altre 11 caufe> che poflbn
far'errarcrhuomo. cliendo nódimen la reto- rica vna particella della
dialettica, Se (come fu dal principio det- 15 to) quauvn ritratto fimilc,
Se fipruoui, ouer fi faccia apparentia di dimo- ftrare, Se prouare, l'vna
è, fi com'ancor nella Dialettica, l'in- duttione, Se l'altra il fillogifmo
: chiamando io l'enthimema, t$ retorico fillogifmo, Se retorica
induttione, l'cflèmpio. Se tutti color, che vogliono prouando, Se
dimoftrando far fede, ocf- fempi adducono, o Enthimemi,& fuordi
queftedue, altra co- lf» fa, ai cui in ciò fiferuin, non hanno. La
ondeeflendo general- mente vero, che volendo chi fi fia in qual fi voglia
modo, qual fi voglia cofà prouare, è neceflàrio, che vfàndo o fillogifmo,
o induttion lo faccia, come appar manifeflo per quello, che det- to
hauiamo ne i libri refolutorij, fa per quella ragion di meftie- ri, che
quelle due cofe, ciocl Enthimcma, &i*ciIèmpio,à que- ft'altredue, cioè
al fillogifmo, Se all'induttionc, rifpondino in modo, che l'vna, con
l'vna, Se l'altra con l'altra, fìcn quafi vna 17 ftefla cofa. Qual fia poi
la dirTcrcnria tra l'eUèmpio, Se l'enthi- mema, facilmente per quel, che
fi c dichiarato nella Topica, può cfTer chiaro : eifcndofi quiui del
fillogifmo, Se dell indut- 18 rione a pien ragionato, douefù detto, che
quando in più cofe irà di lor fimili fi moftra trouarfi il medefimo di
quello, che prouar intendiamo j allhor il far quefto fi dee quiui, cioè
nella dialettica, ftimar'induttione, Se ani, cioè nella retorica,
ellèra- 15 pio. Et dell'altra parte, quando fuppofto in eficr alcune
cole» fi moftra, che qualch'altra cofa diuerfa da quelle col mezzo
lo- ro, o comunemente, o per il più per lor cagione adiuenga,
Se confegua ; alhora vncoli fatto progreflo, nella dialetti
cachia- mar U dee fillogifmo, Se in quell'arte del dire, enthimcma. B
h Seè 1 2 Ttella "Borica d'ArìHotel^ 0 Et è cofa manifefta che
l'vno, & l'altro di qnefti comodi, Se di quelli aiati ; cioè l'vna,
& l'altra maniera d'argomentare, riab- bia in vn certo modo vna Aia
propria fpetic di retorica : pofeia- che fi come e detto ne i libri, doue
con ragione, ordine, & via fi e trattato di quefto, così in quelli al
prelente affermiamo au- 1 uenir' il medelimo : trouandofi tra le maniere
de i parlari oia- torij, alcune eflcmplificatiue, come che delfcmpi per la
mag- gior parte abbondino; Se altre enthimematiche,come che per il 1
più d enthimemi iìen piene. Se quanto alla perfuafibilicà non manco fon
habili a far fede quelle orationi, che eircmplificati- ue fono ; ma ben
fon più impetuofe, Se con maggior veheme- tia commuouono renthimematiche.
Ma qual di tutto quefto fia la cagione, Se in qual maniera l'vnc, Se
l'altre s'habbian da trattare, Se vfare, più oltra al proprio fuo luogo
dichiareremo. 3 & al prefente della natura, Se delVcfler loro alquanto
più al vi- llo penetrando, diftintamente ragioneremo, &
determinere- 4 mo. Dico adunque che elfendo necelìario, che la cofa
perfuafi- c bile, ad alcuno habbia da eifer nerfuafibilc,& frollandoli
qual- che perfuafibilc, che per fc ftcno fubito, che gli è odiro,cosi
fat to appare, Se altro, che ha bifogno per apparir tale, d
cllcrdi- 6 dotto da altri per loro ftclTì perfualibili, Se olerà ciò non
tro- uandofi alcuna arte, che tratti, Se habbia in confidcration
gli diuidui, e i particolari, o fingolari, che gli vogliam chiamare
: non confiderando l'arte (per eflempio) della medicina, che co- fa
polla render fano Socrate, o Calfia ; ma quello, ch'a vn tale, oa vn tale,
cosi, o così difpofto polla fanità recare : pofeiache che'n far quefto può
hauer luogo l'arte,douc che per eller'i fin- golari infiniti, cader non
pollon fott'arte, o feientia alcuna, 7 ne feguc da tutto quefto, che la
retorica parimente non habbia da riguardare, o in cófideratione hauere
quei perfuafibili, che aquefta, o a quella perfona (ingoiare, com a dir a
Socrate,oad Hippia, polTàn parer tali : ma fedamente quelli, che a quella,
o a quella forte di perfone cosi, o così difpofte, Se nel tale, o
nel 8 tal modo qualificate, poftàn recar fede, Se perfuafione ;
come parimente auuicn nella dialetica. percioche ancor ella non
ac- coglie ne i fuoi lìllogifmi tutto quello, che lenza lecita
alcuna polla parer probabilea chi fi voglia: pofeiache a gliftolti,
Se 5 forfenaati pollon anche molte cofe parer probabili . ma
da quelle Jl Primo libro . 3l rj 3 nelle cofe guida ella i Tuoi
argomenti, che da forza d'arte, Se a ragion dependono, doue che la
retorica da quelle, guida, Se diducei Tuoi, le quali giafon'vfate cader
fotto configlio h uma- no, percioche 1 vfo Tuo Uà porto fpctialmente
dattorno a quelle cofe, nelle quali vfiamo l'clcttione, el configlio
noftro, & di cui arte alcuna detetminata non hauiamo : Se appretto
d'vna certa forte d afcoltatori fi esercita, Se fi pone in vio, liquali
no fon' habili, ò in (brutti a poter pervia di molte cofe, Se di
lun- ghi difeorfi, Se ragioni comprendere, & capir le cofe, che
ficn 40 lor porte innanzi, ne a difcorrerle molto eia lontano. Et è
po- lla l clettione, e l configlio noftro intorno a quelle cofe,
ch'a 41 noi paia, che poltan auuenire, Se non auuenire.
pofeiachedi quelle, che fon'impoffibili oa farfi, oad eflerc, oad
accalcar* altrimenti di quel, che fieno, ninno farà già mai, che (e per
ta- li le Itima, Se le giudica, s'aftatighi in configliarfcne : non
po- tendofenc determinar niente più con configlio,ch'a quella
ftef- fa parte, Se in quello fteflb modo, chcneceflàriamentc
adiuen- 41 gono. Hor'egli accade nel fillogizarc, Se concluder che fi
fan le cofe, ch'alle volte fi fillogizino, Se Ci diducano da altre
propo fitioni già fillogizate, Se conclufe prima, Se alle volte da
propo- fitioni non prouate, ne fillogizate, & nondimeno per non
ef- 43 fer in loro ftelfe probabili, bifognufe di fiUogifmo.
Diquefti due modi di procedere è neceflario in quell'arte, ch'il primo
no polla per cagion della fua lunghezza eflcr da chi afcolta
ben'in- tefo, Se feguito con l'apprenfionc j fupponendo noi gli
afcolta- tori non periti, Se più torto di femplice, che d acuto
intelletto. 44 Et l'altro modo c forza, che poca perfuafion porti fcco,non
na- feendo da propofitioni già co n celle, Se prouate, ne
parimente 45 probabili per fe medefime . Per la qual cofa fa di meitieri,
che coli l'cnthimema, come TelTempio contenga propofitionc per il più
contingenti, Se tali in fomma,che pollàn' ancor vcrificarfi dall'altra
parte, Se cflcr'altrimenti di quel, che fono . conue- nendo l'elfempio con
l'induttionc, Se col fillogifmo l'enthime- 46 ma. ilqual di poche
propofitioni fi contenta, Se fpefie volte di manco, Se di più raccolte,
che nell'intiero fuo fillogifmo non 47 conterrebbe. Imperciò che fe a
forte alcuna d'effe fi truoua efler a chi fi parla nota, non fa di bi fogno,
che vi s'efprima, poten- do colui, eh' afcolta fupplirla nel concetto, Se
nell'animo fuo, Se aggiu- / 4- Velia r R(torica d*
Jrìflotelc^ 4S &aggiugnerla per fc medefimo. come (per eflempio)
fcvolef-» fimo prouar, ch'il tale di narion Dorico ila flato quello, chab- bia
in publico, & folenne giuoco, & contefa, confeguico vit- toria, a
cui fi debba premio di corona, potrà ballar il dire, che fìa flato
vittoriofo nella pugna Olimpica: ne fa dibifogno ag- giugnerui, che alla
vittoria Olimpica iia douuto premio m coio 4P na, cflèndo ciò noto a tutti.
Hor perche tra le propofirionijdel- le quali fi compongono, & fi
formano i retorici fillo^ifmi, po- che fc ne truouan necellàric, come
ch'il più delie cofe, intorno alle quali confiftono i giuditij, & le
confiderationi, & confia- te humane fien tali, che variar potfono
l'eircr loro, & altrimen- ti eflex di quel, che fono : pofeiache di
quelle cofe accade a gli huomini giudicare, difeorrere, Se configliarfi,
nelle quali con- fifton le lor'attioni,nè d'altra forte fon lelor attioni
, che di auella,c'hauiameià detto; nefluna (per modo di dire)
cllcndo jo d elle , c'habbia (eco neceflltà : ne fegue da tutto quello ,
che non potendo quelle cofe, che per il più, & non
nccellàriamen- tc adiuengono, Se che contingenti fono, fyllogizarlì,&
conclu- derli, fe non per il mezzo di propofitioni limili a loro j ne
an- cor le propofitioni necelTarie, fc non per il mezzo d'altre
pari- mente necefiàri e, come può chiaramente apparir per quel,
che 51 fi è detto nei libri refolutori; ; può da tutto quello
eflèrmanife- flo, che le cofe, donde s'han da formar gli enthimemi,
alcune fon, checontengon necefiìtà, ma molte più fon quelle, che
fo- 51 lamente per il più fon vere, Se perla maggior parte .
Etperche gli enthimemi s'han da comporre di quelle due cofe, cioè di
fe- gni, & di verifimili, ne fegue che formandoli eglino (cora
llo detto) di cofe necellàric, Se molto più di contingenti, fia di
me- ftieri, che quelle due cofe, cioè i verifimili, e i fegni, a
quell'al- tre due, cioè alle contingenti, Se alle neccllìrie
rifpondanoin guifa, che l'vna di quelle contenga co fa, che fiavna della
con Fvna dell'altre, Se l'alrta parimente fia vna ftellà con l'altra,
Se 5$ cofi è veramente, pcrciochc vetifimile è quello, eh il più
delle ▼ohe fuorauuenirc. ma non già vniuerfalmenre è
vcro,ch'ogni cofa tale, fi poflà chiamar verifimilc, come lo diflìnifeono
al- 54 cuni : ma fcgli ricerca ancor d'eifer' in quelle cofe fole, le
qua- li efiendo contingenti, polTon variar l'eiler loro, &
altrimenti accalcare, de elTcr di quel, che fono, Se hà di più, da
riguardare la cofa , Jl Primo libro . ij la cofa, di cui gli e
verifimile, come l'vniuerfale, cioè vna cofa* che lì truoua in più,
riguarda il particolare, & vna cola, che fi ff truoua in meno. Quanto
a i (egni poi,vna forte ve nc,chequel rirpetto, & riguardo tiene alla
cola, di cui fon legni, che tien' vna cofa indiuidua, oucr (ingoiare,
all'vniuerlale. Vn altra for- te ve n e poi, che per il contrario riguarda
la cofa di cui gli e le- gno, come l'vniuerfale il particolare, o vogliam
dire come la co (à,chcintieramcnte,&
communementeaccafca,riguardaquel- j 6 la, ch'adiuiene in parte. & de i
fegni pure vna fpetic fi truoua , che portando fecondo neceflìtà, fi
domanda Temmirio,o certo 57 inditio, che lo vogliam chiamare. & vn'altra
ve n'è poi, laqual non porta fcco neceflìtà, Se proprio nome, che
dall'altre fpetic di fegni la diiliagoa* non tiene, ritenendo il commun
nome di j8 fegno. Et per cole, cheportin feco neceflìtà intendo io
quelle, f»cr virtù delle quali il fillogiimo, che fe ne forma diuiene (labi- e,
6c fermo, 6c per quefto e domandato Tcmmirio vn coli lat- to feeno.
concioliacofa che quando (limiamo, che la cofa, che noi diciamo, &
prouiamo, non fi pofla difeiogliere, o mandar* a terra, allhora ci
penfiamod'hauer formato il Temm;rio,quafi che ben fondato, Se ben
terminato, Se fermato lia 1 argomento 60 nolìro. pofeiache teemar, donde
vien teemirio, vna cofa (leflà con peras, cioè con termine, & fine,
lignifica nella greca lingua 6 1 antica . Tra i fegni, adunque, quello, eh
alla cofa, di cui gli e fegno, ha quel rifpetto, che ha vn particolare,
ouer (ingoiare al fuo vniucr(ale,può eflèr (per eflempio) in quelli guiia,
come fariafe alcun volendo prouar, che gl huomini faggi fien
giudi, aflegnalfe per fegno di quello, che Socrate era li uomo
(aggio 61 infiemcmente,& giullo. cosi fatto allègnamento adunque
fi può domandar fegno, madcbol molto, Se facilmente
folubile, quantunque fufle vera la cofa, che fi pighafle per fegno,
come 6 } che mala forma contenga di filloeifmo. ma fc alcun (per
eflem- pio) allègn a (Te per fegno dell'eder infermo, 1 haucr febbre,
o per fegno ch'alcuna hauefle partorito, 1 hauer ella latte,
cofi fatti aflìgnamenti portanan fcco ncccflìtà.& fol quefìo tra
l'al- tre fpetic di fegni, fi può domandar temmirio, come quello, che
(egli è vera la cofa, ch'ei reca per fegno, fi dee (limar in(b- 6jf
tubile, ficimpoflìbilca mandarli a terra, quella fpcric di fegno poi,
laqual riguarda la cofa, di cui l'è fegno, come rvniuerfal riguarda /
izarc, o far cnthimema non fi può dattorno alle naturali. Se il nmil
fi 7 8 può difeorrendo per tutte l'altre materie affermare. Et di
queflc due forti d'enthimemi , quelli , che pur' hof habbiara
detti,, cioè li retorici, e idialctici, non pofion far parer l huom
perito più in vn generdi cofè,ch'in vn altro, ne tirarlo detroa i
confi- C ni d'alcnna 1 / 8 Ttetta Itetprìca d
'Arìttotelt^ ni d'alcuna facilità particolare, non guardando eflì,
coméco* JS> -ranni che fono, foggetto, o maceria limitata alcuna. Ma in
quel- li di queft altra ione , cioè ch'appropriati ad altra facilità
fi truouano, quanto migliore, & più diligente lecita faremo
delle propofiaoni, tanto più verremo in vn certo modo ad accodar- ci
a i termini, & a i confini d'altra (cicncia, dincria dalla
dialet- tica, & dalla retorica, pcrcioche leai principij diquella
acca- fcarftidurfi, apparirà chiaramente che ne alla dialettica, ne
al- la retorica a p parremmo ; ma a quell'arte, o feientia di cui
faran- 80 quei principi). Son la maggior parte degli enthimemi
diquel- Jc forme, Se propolìtiom formati, le quali fono 1 penali, Se
pro- prie di qualch arte, ofrientia particolare : Se per il contrario
in aliai minor numero fon quelli, che da communi proporzioni , Si Se
a nell'una facultà appropriate dependono. Per laqual cola fa- rà ben
fatto, che lì come fatto fi e nei libri Topici, coli pari- mente in
quelli, andiam dilu'ngucndo tràdiloro le forme deli luoghi degli
enthimemi, donde cflì s'han da trarre, & da pren- ci dere. Se per
forme intendo io propoluioni a quello, o a quel determinato genere appropriare.
Se per luoghi intendo io poi quelli, ch'ad ogni genere, Se ad ogni
materia, communi vgual- 8j mente fi truouano. Primieramente adunque diremo
delle for- me: ma prima che ciò facciamo, è bene, chevcggiamo,óc
co- nofeiamo i generi di quelYarte della retorica, acciò
checonofeiu to, Se diftinto c haremo quanti chefieno, potiam poi
allegna- rc, & moftrarc in cialccduno d elìì appartatamente, quali
fieno i lor propri; elementi, Se lclor proprie forme, Se propolitionù C
a P° 3* Qjtanti fieno li Cj eneri delle caufe o~ ratorie $ quale fi a
etafehedun d'efìitf de i propri} fini, £f dei propri] tempi loro. R e
fono in numero i Generi, o vogliam dir le - fpetie della Rcttorica,
pofeiache d allietante forti, Se maniere ancora fono gli afcoltatori del I
orario- ni, c ha ella da fabricare, conciolìacola che da tre cofe
dependa, oucr tre cole riguardi Toratione, cioè colutene parla,la cola,di
cui fi parla,& colui,acui fi parla, &acoftui Jl Primo libro .
r 9 &• a coftui oltra di quefto, cioè ali afcol tato re, (là totalmente
in- 3 drizzato il fine, & l'intention della fteila oradonc. Se è
forza, che colui, c ha dafcoltare, o fia puro intenditore, Se
afcolrato- re, ouer'oltraciò habbia fopra lccofe,ch'afcolta da
fententiare, & da giudicare, Se douendo clfcr tale, fa di bifogno
ch'il giudi- tio, eh egli ha da dare, fia d intorno, o a cofe, che fieno
fiate, o 4 a cofe, che habbiano ad ellère Coloro che delle cofe future
han da giudicare, Se da determinare, fon com a dir,quelli,che
s'adu mino in confulte publiche. coloro ch'intorno alle patiate
han da dargiudicio, fon com a dir, quelli che propriamente giudi- ci
nominiamo. Se color finalmente, che folo prendon gufto di confiderare la
forza, Se l'arte, c habbia nel dire colui, che par- 5 la, puri afcoltatorì,
cVconiìderaton chiamar fipoiTono. Onde fa neceilàriamente di metti cri,
che tee fieno i generi dell'orario- ni retoriche, ouer oratorie, il coni
ul tati uo, il giudiciale, eldi- 6 moftratiuo. Il confultatiuo parte
confile in efortarc, Se parte in diltogliere, ovogliara dire parte in
fuadere, Se parte in dif- fuadcrc, peròche tutti coloro, che, o di cofe
priuate dan con fi- glio, o in publiche concioni a commun beneficio dicono
il pa- 7 rer loro ; tempre o 1 vna, o l'altra delle dette cofe fanno. Il
giu- dicai parimente due parti ancor' egli abbraccia, cioè
l'accuia- tionc, Se la difcnlione: pofeiache l'vna di quelle cofe è
forza, che facciali fempre coloro, chelitigiofc controuerfie, &
forenfi 8 caufe trattano , il dimoftratiuo gcner finalmente ancor egli
in 9 due partì e diuifo, che fono il lodare, e'I vituperare.
Ciafchedu- no medefimamente di quelli generi attribuire a (c,Se quali s
v- io furpa vna fina propria differentia di tempo, pcrcioche a
colui, che con ligi ia pare, che s'accommodi il tempo futuro ;
(olendo delle cofe, che Sconvenire configliar coli quello, ch'eforta,
Se 1 1 ("uade, come quello, che diftoglie, Se chedifliiadc. A colui
poi, che nel giudicial genere ha da parlare, par ch'appartenga,&
s'a- datti il tempo già pallato : po:uache lecofegiàfattte riguarda- 1
1 no Tempre coloro,ch accufano,o che difendono. Al gcner final- mente
dimoitratiuo,appropriatifilrao più di tutti gli altri tem- pie il
prefente, come che per il più coloro, che lodano, o biaf- mano habbian
dinanzi per oggetto quelle cofe, che di prelcnrc 1 3 fi truouano nella
cola lodata, o vituperata, quantunque fpeflè volte accalchi, che li
tocchili le cofe pallate, mentre eh a me* C ij moria 2 0' 'Della r
R^tprica d* Arinotele moria fi riducono, & le future ancora, in far
prefagio, 8c con- »4 icmira d'elfo . Parimente a ciafeun de i detti generi
vienadef- fer appropriato diuerfo, & diftinto fine ; & eflèndo
elfi tre, tre 15 conlcgucntcmene fon'ancor i lor fini. Colui, chcconfiglia
ha per fine l'vtilc, e'1 danno : conciofiacofa che chi fuade
riguardi Tempre come cofa vtilc la cofa, ch'egli fuade, de chi la
dilluade 16 per il contrario come cola dannolà ladiHuada. & tutte 1
altre cofe^che in configliar s adduce no, com'a dir' il ginftos Tingi
u- fto, l'honefto, el biafmeuole, fon prefe, & confiderete, come ch/alle
dette due cole, cioè al danno, & all'vtile fi riferivano . 17 Color
poi, li eguali litigando ingiuditio contendono, han per lor fine il
gfufto,& l ijigi ulto : & tutte 1 altre cofe, di cui acca- 18 fchi
loro di feruirfi, a quelle indiizzano, 6V referifeono . A co- lor fi nal
mente, che nel gencr ctiuioftratiuo lodano, o biafma- no, lìà ptopofto per
fine l'honcfto, el bruito, ouer dishonefto : & a quelle due cole, qual
li voglia altra cola, ch'occorra loro di r toccare, o di riguardare, tien
rifpetto, & riferimento . Et ch'a ciafehedun de 1 detti generi lia
appropriato, & accomodato il fuo già detto fine, a quefto, com a
chiaro legno fi può conofee- rc, che di tutte 1 altre cofe fuor che de i
detti fini, accade alle voi 10 tedi non contendere, Se non contrariare, co
m a dir (percfiem- pio) che colui, che dice in giuditio la caufa ina, non
opponine contenderà alle volte di non haucr coiti m elio il fatto
imputato- gli dali'auuerfario, & di non hauer nociuto,o recato danno,
ma d hauer egli ingiuraro, o ratto mgiuftamente, non confetterà
e- gli mai : pofeiache fe quello con f diàrie harebbe fine la
contro- ri ucrfia, & diuenebbe contra di lui chiara la caufa.
Medefima- mente quelli, che danno con la lor'orarion configlio, l'altre cofe
Ipellc volte lalcieran palliar per vere, nè s'opporrano, o cc>- t
[adiranno, ma che dannofefien le cofe, che con figliando fua- dono, o che
vtili, & profitteuoh ficn quelle, che dilluadono, non confeiTcranno,nè
concederan già mai : ma fe come cofa in- giunca shabbi a {limare il cercar
di ìoggiogarc, Se ridurre in fer- uitio i popoli vicini, dai quali non lì
iìa ncenuto ingiuria, di zi quefto, o d'altre fimil cofe fpeile volte non
terran cura. Parimé- te coloro, che con la lor orationc lodano, o
biafmano, non ten- gon conto,nc hanno in confideratione fe colui, di cui
ragiona- no» habbia con le Aie attioni procacciato a fe vtilc, o danno:
ari* ziipcllè Jl Tr imo libro . 2t foclTc volte attribuifcono
altrui a lode l'hauerpofooilo fall proprio, & tenuto in poco conto
cofa, che gli hauene potuto • ,
rcJr^rilità.pcrfarqualch'opcrationehonefta. come (perei, fero Pio) lodano
Achille, che quantunque molto ben i lapelìc, che vendicando la morte
deliamico fuo Patroclo, fuffe perfo- prauanzar poco in vita , non-s attenne
per quello di farlo : ei- Fendo nondimeno in fua potcftà di poter viuer
più lungamente non lo facendo, ne è dubio, chad elio il morir per li
honorata caeione, non fuilècofa fecondo l'honeftoj&i viuer
farebbe 14 ftato fecondo 1 vtilc. Può dunque per le cofe, che fi fon- dette, apparir
manifclto dfcr cofa necclfaria l hauere, ci poileder pri- mieramente
propofitioni accommodate a i tre generi, & a i lor zc
trenni,chedemhauiamo:ncaltro fono le retoriche propoli- tioni, che
temili), vcrifimili.&fcgni. Le quali propofitioni fa di meftieri (com
ho detto) d. procacciare : peròche componen- doli vnuicrfalmente ogni
fillogifmo di propofitiom.l enthtmc- ma, confegucntemcntceiTendo ancor
egli lillogifmo, farà co- pofto dipropofitioni,lequali han da elTer
quelle, che pur ho- 16 iahauiam dette. Et perche fatte efTcr mai, ouero
habiU a farfi non polion cflTer quelle cofe, ch'impoflibili al tutto fono,
ma folamcnte può atuienir quefto delle polTibilt : ne parimente può
elTer'in alcun modo, che fieno ftatc fatte quelle cofe, che non fono ftatc
mai, o c'habbian da farfi quelle, che mai non fa- ranno, fa per quella
cagion di meftieri, che colui, che congna, & quel, che>n giudicio
parla, Se quel finalmentcch il gencr di- moftratiuo clfcrcita > habbian
tutti ,& pollcpino propofi- tioni, che riguardino il poftìbile, &
Timpofiibile ; 1 edere faro,, ci non efTere ftato > Se 1 haucr ad
elfere, e 1 non hauer ad eflcre. 17 Appreiro di queftovperche tutti
coloro,i i quali o lodano,o biat- mano, o fuadono, o difluadono, o
accufano,o difendono ; non- folo tentano, & fan forza di prouare, Se
moftrar le cofe già da noi dette di fopra,ma tcntanancor oltra ciò di
prouare,& mo- ftrar, che grande, o piccola fia la cofa, che moftrar
vogliono , com adir l'vtile, o 1 danno, 1 honcfto,o 1 btafimeuolc, il
g.ufto, oWneiufto,& quefto cercan di fare, non folo confidiate
per loro ftclfe le cofeairolutamcntc, ma ancor ponendole in com- X S
paranon l'vna dcll'altra,nc fegue per manifefto da tu tto quefto, che
faccia di bifogno haucr procacciate ptopofitioni della gra- ' — oc zza
* 2 2 *Della ^Retorica d\Arittotele^> dezza, & della
piccolezza, & della maggiore, & minor gran- dezza: & ciò
nonfolo con fiderà te tai quantità in vniucriale , cioè in fé iteife,
& non applicate a materia alcuna, ma ancorap* plicate aciafcheduna
delle qualità già dette di fopra : com a dir qualità maggior', o
minoratile, & bene, qual fia maggiore, o minor ingiù ria, qual cofa
con maggiore, o con minor ragio- a$ ne, Se giù fiuti a fatta, c'1 iìmil
difcorrendo nell'altre cofcDi quai cofe faccia adunque di ne ce flit à
meftieri di procacciare, & ha- 30 ucrpropofirioni, hauiam fin qui
detto abailanza. & hauendo fatto quello, faràben'hora,che
ciòfepararamente in ciafehedun 31 de i detti generi fi diftingua, &
sallegni : com'a dir alìegnan- do prima quai cofe habbian da contenerfi
nelle confultatìoni , Se quindi quali nell orationi dimonltratiue j&
finalmente nel terzo luogo quali in quelle de i giuditij, Se del gener
giudiciale. Capo 4L. Quai cofe principalmente cadano fit- to la deliberazione^;
, & conjidtatione del- l 'huomo : ^ di quat cofi fi figlia per il
pm trattare ne i pub liei gouerni , & configli communi delle
Citta . Ri mi e r amente adunque dobbiam vedere in- torno a qual
forte di beni, o di mali cerchili colo- ro, che confultano, di prendere,
Se di dar conlì- glio. conciofiacofa che non in tutte le cole,
che fon buone, o ree polla 1 human configlio hauer luogo* ma fola
mente in torno a quelle, che fondabili inlorna» tura a poter eflèr, © non
clfcre, ouer'a poter farli, o non farfi. quell'altre cofe poi, le quali di
ncceiìità fono, o faranno, oucr* impoflìbil cofa è, che le fieno, o c
habbian' adelfcr mai, così fatte cole fotto configlio cader non polTono.
Ma ne anche cader vi pollbn tutte quelle, eh clfendo di natura
contingenti, elFer* & non clFer polFono : polciache tra coli fatti
contingenti beni, alcuni dalla natura, & alcunidalla fortuna vengono :
intorno a i quali , quantunque polFan'auuenire, Se non auuenire,
vana nondimeno, Cv fenza bifogno, o giouamento alcuno farebbe ogni Jl
Primo libro . £ 2 3 3 ogni confultationc. faràmanifcrto per quello
adunque, chele cole, nelle quali polla haucr luogo il conlìglio,faran
iurte quel- le, che fon'inlor natura, acre a depender dal volere, &
dal po- ter nolrro,& di cui la caufa, c i principio di farli, o non
farli, ila 4 porto in noi lleili, & nel nortro arbitrio. Et che ciò
fia il vero, noi vediamo, che nei prender conlìglio d'alcuna cola, tinto
ol- tra a punto andiam con la confiderationc, & col dilcorlo
prò' cedendo, fin che trouiamo, Se conosciamo fcanoi Ila polli bi- j
le, ouer'impotiibile il farla . Hor l'a (legnar' efquilìramentc,
&c porre in numero tutte particolarmente Iccofe, dellequali
Co- gliam configliarci, & formar le noltreopcrationi, & il
diuider- le didimamente nelle (licci e loro, & di quelle fecondo
Tefatta veritàloro, quanto poiiìbil da trattare, & determinare,
nónp- panien di far'in quello prefente luogo : non attenendo il
far quello alla prefente arte della retorica ? ma a facultà più
nobi- le, &acui s'appartenga piùalviuo in ciò riguardare, &
pon- C d crarc il vero. Se nòdi meno fiarn molto più noi per
concedere al prefenteaquert'artc di quel, che ricercante fpeculationi,
che 7 fon fue proprie, peròchc vero fi dee rti mare eflTer quello,chcgià di
fopra hauiam detto, cioè che la retorica fia in vn certo modo comporta
della Icientia. refolutiua apparrencnreal filIogilmo,&: 8 di quella
facultà ciuile, eh intorno a i cortumi è porta : Se par- te parimente
conuicnc con l'argomentationi dialettiche, ce par- te con le (bfiftiche,
dando eli a luogo fi come a i veri argometi , 5 cofi àgli apparai ancora.
Onde s'aTcun farà,che o la Dialettica, o quell'arte del dire tentarà
d'cfplicare, & trattare, non come facultà comuni, ma come efatte feien
rie; egli mentre che farà q u erto, verrà quali non s'accorgendo a
corrompere, cV a ror via la natura d'eile,trapairando con cfquifiramenre
trattarne,i pro- prij lor confini, Se enrrado dentro a quelli delle
feicntie, chab- bian per lor foggetti cole in lor natura determinate, Se
non fo- Iamcnte ragioni, & modi d'argomentare, com hanno
querte. 10 Có tutto quefto, noi tutte quelle cole, che pollonoeiler
vtili,&: recar lume al prefente propqfito noftro, non lalcicremo di
pré- derc di diftinguerc, & di trattare : lafciando nondimeno la
più efqutlita lor confideratione, alla Ci mie fcientia, di cui fon
pro- 11 prie. Dico adunque che cinque in numero li truouan
cflèr quafi tutte le cole più importanti, cV più principali,
dellequali foglion l 2 4 T>eHa Teorica
d'AriHotelt^ foglion perii piùconfukare torti quelli, che trattati
concioni, Se configli public!. & quelle fono l'entrate, &
foftantie publi- che, la guerra, Se la pace, la fecurezza, Se guardia del
paefe, Se del territorio, il veder quai cofe per labboncrantia, &
commo- do della citta, s'habbian da far venir d'altronde, Se quali
s'hab- bian da portar fuora, &da mandar'alrroue, & finalmente il
for mar leggi, Se ftaniti, fecondo, chc'l bifogno, & l'occalion
ricer. li ca. Per laqual-cofa colui primieramente, c'ha da poter ben
có- (igliar'in torno all'entrate, & foftantie publiche, fa di me m
eri, che molto buona notitia habbia di tutte l'entrate, Se
rendite della Città, di che qualità fieno, quante le fieno, Se quanto
im- portino : accioches'alcune ve ne mancalTer, ch/ellcr
nódimen vjpotcflero, vis'aggiungan di nuouo, & fe d'alcune fi
cauafle manco frutto di quel, che cattar fe ne poteiTe, fi polla
accrefee- i $ re, Se augumentare. Oltra di quello gli fa bifogno di molto
ben fapere tutte l'vfcite, & fpefe della Città, acciòche s'alcuna ve
ne fuife dauanzo, Se fenza bifogno fatta, fi tolga via : Se
s'alcuna ve ne fuire maggior di quello, clic ragtoncuol mente
lapotreb- 14 beerTcre, fi corregga, Se fi diminuifea. pcrciòche non folo
po£ fon diuenfr più ricchi,& più opulenti gli huomini con 1 aggi
u* gner femprc nuoue ricchezze, Se nuoue entrate a quelle, che
fi pofTeggono j ma ancor con riftringer le fpefe,& tor via,o
dimi- 1 j nuir l'vfcite. Se all'in ftrutione, & peritia di tutto
quello, non folo è vtilela notitia, che con la pratica, & con l'efperientia s'
habbia delle cofe della Città propria, Se del proprio itato, ma fà
dibifogno ancora a poter ben cófigliar'intorno a quel, c'hab- biam detto
delle rendite, Se foftantie publiche,l'hauer col mez- zo dellhiftoria,
piena cognitionc di quello, che d'intorno a tal 1 6 materia habbian'altrc
città vfatc, o vlìno . Della guerra poi, Se della pace colui, c'harà da
etìer'habile, a poter bendar confi- glio, fa di meftier, c'habbia buona
cognition delle forze,& mi- ìitic della Città, quante le fieno al
prefenre, Se quante bifogna- do fuffer per poter* edere : -óedi che forte,
Se qualità ficn quel- le, che ordinariamente parate fi tniouano alhor in
pronto , Se di che forte, Se qualità parimente potellero eiler quelle,
chebi- 17 fognando vi s'aggiugnelfero. E necelfario olrraciòdi faper tur- te
le guerre, c'habbia farro per l addietro quella Cirri, Se in ^ual maniera,
Se con che forze, Se con quai fuccefli li fica trat- tate. Jfl Primo
libro . ? 2 j 1 8 tate. Se non fol quelle della propria città, ma vtil'c
ancora l'ha- uet notitia di quelle, c han fatto l'altre potentie, Se città
conui- cine, Se quelle città fpetial mente, con le quali iì polla più
con- , o ftimardi porerageuolmentc hauer'vn giorno guer- ra :
accioche mediante quella notitia li polla, ponderate ben le forze proprie,
Se l'altrui, cercar di ftar in pace con le Città piti potenti, Se perii
contrario con le men potenti potiam cono/ce- re di poter' a voglia nolìra
confidentemente pigliar guerra, Ce 19 voglia ce ne vcga,o occafion ci lì
porga. Se a quello giona anco- ra il conofeer Ce le forze, copi e, Se
militie proprie,& l'altrui lieti tràdi lor limili, ouerdillimili :
pofeiachein quelli parte anco- ra polTòn con la dinerfa lor qualità
importar' aliai afarnediuc- ao nir luperiori, o inferior ncll'eiito delle
guerre. Medciimamé- te è n ecellàrio oltra ledette cole, il porli dinanzi
a gli occhi, non felo i maneggi, e i fucccllì delle guerre, c'han fatto la
città propria, & l'altre cirtà conuicine, ma di quelle ancora, e
han fatto altri popoli, Se altre nation lontane : pofeiache dalle
cole limili, foglion per natura ordinariamente vcnire,& nafecre
an- z 1 cora i fuccelTì, Se gli effetti limili. Quanto poi alla culìodia,
Se fecurezza della Città, Se del territorio, Se paefe fuo ; non ha in modo
alcuno a colui, ch'intorno a quello ha da con figliare, da ellcr nafcoflo
in qual guifa habbia daeflér potuto fecurarfì, Se guardarli ogni parte di
quello flato, Se di quel -dominio, cono- lcendo molto bene, chequantità,
Se numer di guardia faccia di bifogno, &di che forre, & qualità
più in quella, che in quella parte ; Se quai terre, Se liti di luoghi fi
debbian'clegger per for- ti, Se habbian per confeguenteda ellcr tenuti,
muniti, Se guar- ii dati. La qual cognitionc non porrà chi configlia in alcun
modo ha nere, fenon làià molto ben J cfperto, Se pratico per ogni
par- te del fuo territorio & del Ino paefe cacciò che hauendo
dai £ioi occhi ftefli di ciò notitia-, li conofee, che n qualche
luogo iia minor copia di munitione, o di gente a guardia di
quello, che vi taccia di bifogno, polla dar configlio che vi s'accrefea
; Se per il contrario fi tolga via da qualch'altro luogo quella,
che dauanzo, Se inutil vi lòprabbondi, per poter conellà fupplir douc
lìa più neceilaria, in maniera ch'i luoghi più importanti, Se più
opportuni habbian con maggior fecurezza da faluarfi,& 13 dacuAodirfi.
Quanto appartxcn poi alla grandezza, Se abbon- D dantia 2 6 Delia
Tigtorica. d Aristotele datiti* di quello, ch'ai vitto, Se foftentamento
dell'humana vi- • ta faccia di bi fogno, donerà colui, c'ha da
dar'intornoa ciò co- • figlio, molto ben fapere il logro, e'I bifogno di
ciafeheduna co- la, & quanto fia per con fu mar rntta la città, Se
quanto afofH- 24 cientia badar le polla, & quali delle cole a. quello
necellariena- feono, Se procacciar lì pollono nel proprio terreno, &
dominio d'ella j & quali per il contrario non vi fi trouando, bifogni,
che xj d'altronde vengano, di maniera chcbenfippia egli fupputare, Se
conofeer, non foloquai forti di merci, Se quate, come ch'al- ia città
foprabbondanti,s'habbian da lafciar cauar fuoradel do- minio, Se portare
altroue : Se quai per il cótrario faccia di me- fticri di procuracene
d'altronde lìen procacciate & portare dé- tro. ma ancora a qual parte,
ouer' a qual luogo s'habbian da mandar le cofe, ch'auanzano , & da
qual parte s'habbian da 16 procacciar quelle, che mancano : accioche
fapendo quefto fi cerchi di tener con buone conuentioni, Se capitulationi
con quelli, che fon (ignori, & padroni di quelle parti, buona
con- 27 cordia, Se amicitia infiemc. pcrcioche due forti (penalmente
di genti ha da guardar' vna città di non irritar có ingiurie,
Ardi non prouocarfi con orTeic incontra, cioè quelle, che fon più
po tenti, Se più gagliarde di lei, Se quelle, chepercagion del
com- mertio, in così fatti trafportamenti, & conduciinenti di
merci, 18 le pollon' ellcr' vtili. Hor tutre le cofe, c'habbiam raccótare
fin qui, fon per la conferuationc, &: ben'efìcr della città,
neceflarie d'etler fapute da colui, eh a benefirio della ha da
configliare, manó punto maco gli fa dibifogno d'eller inftrutto, Se
ben'in- telligcnte in quella, che retta del formare, Se propor leggi,
Se ftacuti : pofciache nelle ftclìe leggi ftà collocata
principalmcn- 257 re la fecura faluczza delle città. Perlaqual cofa cfommamente necellàrio
d'haucr cognirion di quante fpetie di Republiche, Se ciuiligouerni, fi
rirruouino, Se quai cofe a ciafeheduna fpe- tie poilan'efTer'vrili ; Se
quali perii contrario eflcr poflan'atrea cftinguerla,diftruggcrla, Se
farle danno,o appropriate, Se fauo- 30 reuoli, o neinichc, &
contrarie, che- rai cole le lìano.Et quefto, ch'io dico dell'erti nguerfi,
Se corromperli vna republica dalle 3 1 cofe, che le fon fàuorcuoli, Se
appropriare, dico io, perche tut- re le fpetie, & forti di republiche,
Scgouerni di città, fuorché quella fpetie, eh e ottima, Se eccellerne
lopra tutte l'altre, pof- fon ri- Jl Primo libro . " ' *
JP fon riceuer danno, Se corrottione, così per il troppo alien
rarfi, Se lafciarfi vfcir fuoradeilor proprij termini, com'ancor
per 31 troppo reftringerfi, & ritirarfi dentro di quelli, come (per
ef- fcrapio) adiuiene, che lo ftato popolare, non Iblo quando
trop- po s'allenta, vien'a indebolire, & a perder della Tua forza,
fino che finalmente nello ftato de i pochi fi cóuerte. ma ancor
qua- do troppo fi ftira, Se crefee, in fé ftclfo, gli adiuiene il
medeli- 33 mo. fi come fi vede auuenire dclnafo aquilino, Se del
(imo, cioè dell'incornato, Se dello fchiacciato. peròche non folo
con allentare, & partirfi da quella coruità,o da quella forma
Ghiac- ciata, vengon'a corromperli cosi fatte figure, & forme,
andan- do verfol mezo,~come verfo'l lor contrario, cioè verfo la
drit- tezza, Se profilatura, ma ancora fe troppo fi ftirailèro,&: li
ften- defiero, Se Ci hcefCc crefcerela propria figura loro, cioèfe
trop- po andaflc il nafo facendofi, o aquilino, o fimo, o vogliam
dire o corno, o fchiacciato, verreber tanto a corromperfi auella
ftef- facoruità, Se fimità, che non folo ne aquilino, ne fimo fi
po- trebbe più (limare il nafo 5 ma ne anche forma ili nafo vi refta- 34
rebbe. Per quel, chnpparrien dunque alle leggi, o ftaniti, che sliabbian
di nuouo occorrendo a formare, o proporre, non Ga- iamente ci lata vtile,
il fapere, ci confiderare, perlecofe, che fon'accadute, & liiccefte
nei tempi addietro alla noftra Cit- tà, quale fpetie di republica, de qual
forte digouerno le fia ftato più profitteuole, &e di maggior
profperità,& maggior faluezza. 35 mavtiliflìmo ancor farà 1 hauer
informarione, & notitia d al- tre ftraniere nationi, Se principati,
& d'altre Città foreftierc, quai forti, Se fpctiedi republiche, Se di
gouerni, a quai forti di Città, di popoli, Se di nationi, fiano fiate più
proportionatc,cV: 3 G per confeguente più profpcre, & più durabili .
Onde efier può manifcfto, clicgrand vtilità a così fatta peritia di
formare, Se di propor leggi pollòn recar le peregrinationi,e i viaggicene
fi fan- no in cercar nuoui, Se lontani paefi : pofeiache nel far qucfto
fi fjollonoauuertire, oficruare, Se imparar varie vfanze,
coftumi, eggi, Se ftatuti di diuerfe genti, Se nationi, da poterfene
acco- modar poi fecondo le occafioni, a vtile, Se beneficio della
pro- 37 pria republica. Puòmedefimamcnte (eruire, Se recar
gióuamc- to alle publiche ciuili cófultationi la cognitione, Se lcnion
del- l'In ftorie di coloro, channo nei lor libri tenuro memoria
del- D ij lanci- 2 8 "Della "Retorica
d'JrìFlotelt^ lantiquità, òv'lafciato ferini i fotti, Se lardoni
degl'hiromini. 38 Ma di tutte quefte cofe lauuerti re, Se difeorrer
minutamente, eoffitio, Se opera della ciuil morale Scienria,& non
della facul- tà retorica. Tante dunque, quante fin qui habbiam yedure,
Se non piò, fon lecofe, Se li capi più importanti, & pio
principa- li, liquali fidi bifojgnohauer per noti, & làpuri a colui, c
ha da 40 poter ben dar conlìglio nelle conful te nubliche . feguita
hora, che noi di damo da quaicofe faccia di bi fogno di prender
ma- icria d'argomentare, o in fuadere,o in difluadere, con"
intorno ai già detti capi, com'in torno ad altre cole, che ven i fin
deli* berationc, Se confulta pofTono. (apo f. "Dell'ultimo ,
vniuerfalifiimo fine dell' aftiont^ conjultaf ioni humane, che è
la. felicita dell'huomo : delle parti di quella . 1 N ogni attion (fi
può dir) dell' rinomo» cofi a eia* fchedun priuatamcntcóc particolarmente,
come conimnncmcntc a tutti , Ila propoito tempre di- nanzi vno (topo,
Se Tn fine, alquale in tu rie le co- fe, chefeguono, o fchiuano gli
huomini tengon volto, e indrizzato l'animo, & 1 occhio dcll'intention
loro. 1 &quefto none altro (per parlar così in genere) fc non la
felici- 3 tà, Se le parti di quella . La onde (ara ben fatto, che
veggiamo per modo più torto d'effètti pio» che di methodo, & via
dottri- nale, d'efplicare, Se di poi lede re, checofa fia, invn certo
mo- do grolfamenre, Se non cfqnilìtamcnte parlando, la felicità,
& 4 quai cofe contengano le parti lue. concio! iacofa che intorno
ad ella, Se a quelle cofe, eh ad eflà guidare, Se condur ne poffòno
, Se intorno parimente a i contrari) loro, confinano, Se f\
rauuol- gano tutte le fuafioni, & le dilfuafioni, che qual fi voglia
huo- mo faccia, pofeiache quelle cofe folamcnte opera, cerca, Se
ab- braccia l huomo, lequali procacciar gli poilono 1 intiera
felici- tà, o alcune parti almen di quella, o che di minori
glielepoflo- no accrcfcere, Se far maggiori» & perii contrario quelle
fola» mente fchiua, abhorrifce,& fugge a operare, le quali fono
atte a impedire, & corromperemo^ far minori la detta felicità,
& le parti Jl Primo libro . 29 f le parti Tue, Se a
riuolgcrlc finalmente ne i lor contrari) . Inten- dali adunque deferitta,
oucr diffinita per hora la felicità con di- re, ch'ella non fia altro,
ch'vn profper fucceilb delle attioni hu- 6 inane,congiunto cól nonetto
della virtù : ouer che la. fia vn ab- bondantia, o vogliam dir'vn
poiTetto, per fe (letto totalmente 7 baftante alla vita humana : o veramente
vna vita diletteuoliflì- 8 ma, Se piena di fccu rezza : oucr diciamo,
ch'ella non confida in altro, che n vn buon' elferc, Se in vn buono (tato,
così delle poifeflìoni, Se foftantie noftre, come de i.corpi noftri, con
etter noi habili, Se potenti alla conferuatione, al crefcimento,
&al- £ lWfo loro. Queftc adunque pottbno etter per hora quelle
cofe, nelle quali confitte la deferittion della felicità : pofeiache o
vna fola dette, opiu congiunte in fieme, confettano, &ftimano
có- lo munementc quafi tutti glihuomini, douer'etter la felicità,
cf- fendo adunque la felicità, qual'hauiam detto, verran
necetta- riamente ad etter leparti fuc la nobiltà, Tamicitia, & la
grafia di molti jl haucr'vtili,& buoni amici, le ricchezze, la buona, &
numcrofa prole, la vecchiezza commoda, tarda, Se facile, & oltra ciò
le ben difpofte qualità, Se virtù della pedona, come fono la fànità ,la
bellezza, la gagliardia, la grandezza del corpo, le forze habili, Se
accommodateadogni forte di pugna, Se ettcrcitation corporale, appretto di
quefto ancora la buona fama, Se buona reputatione, l'ctter'apprezzato, Se
honorato , la buona fortuna, la virtù, Se le parti, ouero fperie d ella,
cioè 1 1 la prudentia, la fortezza, la temperanza, Se la giuftitia. 1 m
per- ei oche etièn do al hora Ih uomo baftantiflìmo a
femcdcfimo, quando e» pottìede i beni così interiori, come gli citeriori,
po- feiache altri beni, fuora di quefte due forti non fi
ritruouano, interiori sbanda (limar' etter quei dell'animo,& quei del
cor- po, polia- mo commodamente vfare, Se ellerctare corpi,
&1. membri , 6 noftri ,n tutti quelli oftirij, c ha la natura
aftegnat, >«^P^« ' molti fi ttuouano, che fonin vn cetto modo fan., no
hauendo Jl Primo libro . 3 3 infirmiti, clic gli moledi, fi come fi
dice, che fi trouaoaHcro-' dico : & nondimeno niun'c, che
ragioneuolmentegli poteflc (limar, per quel, eh 'appartienila fanita,
felici : facendo lorbi- fogno d adenerfi per conferuation di-quella, da
tutte le corpo- rali opcrationi, & dilettationi, o dalla maggior parte
. La bel- lezza poi, laqual'c vn'alrra virtù, & buona qualità del
corpo» non è vna (leda in ciafeuna età dell'huomo, ma diuerfa in
di- uerfe età . percioche la bellezza ne i gioueni s'ha da (limar,
che fia polla inhaucr'il corpo habile, accommodato 6c vtile à
lo- ftener lefatighc; & fpetialmenre quelle, doue fadibifogno
il corlo, & l'altre edèrcirationi, die ricercan forza; con
hauer'in. uolto vna cerca fiorirà dolcezza, ch'attragga glianimi altrui,
6c caufi in edì godimento, 6c dilettatone, & per quello i
Pen- tathii (cioè habilia tutte cinque le maniere di
eilcrcitationt corporali) fon communementc ili mari bellifimii, come
quelli* ch'a tar'aluui violenti*, ik forza, & infiememente alla
veloci- tà, nubili, & atri fona. Ma in coloro, che tornici Li già
matura età virile, confittela bellezza in hauer la pcrlòna atta,&
poten- te a poter ben fupportarlc fatighc della guerra, &:gli
incom- modi della militia : con hauer nel volto vna certa
apparente giocondità, congiunta con vn non so che di terribile, & di
fc- uero. Nei vecchi poi finalmente fi può (limar ritrouarfi
bel- lezza ogni volta, che tanto di forze fia rimado nei corpi loro
, che glicoli* render badanti a comportare, &fodener le
fin- gile, che uccella ri amen te fuo! portarla vita: con modrar
nel volto vna certa più todo lieta che amara grauità, priua di
rao- ledia, quali eh indino fia del non tremarli in e(Tì quelle
corpo- rali imperfettioni , &ende, come quali comporta d'enee ; che
fono la grandezza dcl- » per fona, lagaehardia, & la velocità :
potendoli dir veramen- te gagliardo quello, che di celerità, Se preftezza
corporea è do- 44 tato . pcrcioche colui che fi truoua ben'atto a potcrin
vn certo modo quali fcagliar le gambe, Se muouerle con celerità
alla lunga a quiftando fpatio, fi può domandar corridore,
oucr'at- toal corlo : lì comelottator li domanda quello, che può
nella lotta bene (tri nger', Se ben 'afferrare, & faldo tenere. &
buon giocatore, Se contenditor di pugna quell'altro, che in
percuo- tere, Se fpinger chi gli flà incontra preualc. ma chi inficine- mente
nella lotta, & nella contefa delle pugna habil fi
truoua, Pancratialtico fi domanda: & Pcntathlio li chiama quello,
che 45 in tutte le forti di cofi fatti giuochi, & contefe eccede. La
buo- na vecchiezza fi dee diveller quando ella e tarda a venire,
Se fenz'incommodo, & moleftia viene, percioche s'ella tolto
ne alTale, ouer fc tardi venendo moleftie, dolori, Se trauagli
reca; 46 buona vecchiezza non la Itimarcm giamai . Onde all'cflcntia della
buona vecchiezza fon nccclfane alcune buone qualità dei 47 corpo, che già
raccontate riabbiamo, conciofia cofa che colui , che non farà libero da
infirmità, & non harà quella robulìezza, che quell'età può comportare,
non potrà ftar fenza continue moleftie, Se dolori, & lenz'aftli trioni
della nerfona fua; ne farà capace di lunga vira . Se mancandogli dei fuoi
beni la fortuna, 48 non potrà con profferirà conferuarii. Et bene in
verità fi truo- ua altra ragione, & via da poter più lungamente
viuerc, fenza che l'huom fia robufto, Se fano : pofeia che molti fono, che
vi- uon lunghiflìma vita, quantunque priui fieno di cofi fatte
vir- tù corporee, ma cofi cfquifitedifpute, & minate
confideratio- ni non pofion'al prefen te recar punto al noftro propofito
d'v- 49 tile, o di giouamento. L'hauer'amicitia di molti, & buon
ami- ci, che cofa importi, ageuolraente non ci farà nafeofto fe
noi difEnicndo Jl Primo libro . jj diffinicndo che cofa fia
amico, conofeeremo che l'amico, di cui $o intendiamo al prefente, s'habbia
da inrcnder'elTer colui, dona- le tutto quello, ch'ei penfa potere efTer
bene a chi egli ama, tutto cercadi fareper fola cagion di quello. Colui
dunque, c harà molti di quelli tali,fi potrà di r, clic ei pofTegga quella
par te della felicità, che copia d'amici (ì chiama . Se fc quelli tali fa- ranno
huomini virtuofi, honorati, SC da bene, colui che gli ha- rà per amici,
harà parimente qucll altra parte di felicità, che 51 copia di buoni amici
fi domanda. La prolpera fortuna s'inten- de cller quando a uci beni, de
iquali luolc-ller padrona, &cà- gion la fortuna, Ci confeguifeono, Se
duran di pollederfi, o tut- ti, o la maggior parte, o almen quelli, che
fon più importanti, 51 & di maggior momento. Cagion è la fortuna alle
volte d'alcu- ne di quelle cofe, delle eguali può eller'ancor cagione, Se
prin- cipio l'arte, ma per il più cagione è di quelle, che dall'arte
non pollon nafcerc;come fon quelle, che dalla natura ordinaria- mente
vengono, ma pollbn'ancofalie volte riufeir fuor dell'or» din d'ella, come
(per clìcmpio) fuol della finità eflTer cagione l'arte,& della
grandezza, Se bellezza del corpo cagion fuol'cfTcr la natura ; Se d
ambedue quelle cofe, cagion vediam'efleralle 55 volte la fortuna. Ma
communementc quella forte di beni per il più fuol dependere, Se
hauer'origin dalla fortuna, intorno a i 54 quali fuole eccitarfi inuidia.
Parimente alla fortuna, come eh 'a lor cagione s'attribuifeon quelle forti
di beni, liquali par, che 55 fuor di ragione, Se fenza cagione accafehino
. come (aria (per elicili pio, le di più fratelli, tutti gli altri ellcndo
eccelli uamente }6 brutti, vn fol tra eflì fulle dotato di bellezza :
ouero, fe non cflendo flato da molti trouato vn theforo, che cercato
haueiTe- 57 ro, vn fufle, che fenza cercarlo lo ritroualTe : o veramente
fé vn dardo andàdo a ferire, & percuoter chi pili lontan gli fulle
; haueile nel palTar lafciato chi gli era più vicino, fenza
toccarlo j8 punto . ouerfe venendo alcuni la prima volta in qualche
luo- go, doue non fien foliti mai di venire, fieno a punto arriuati in hora,
che ila occorfo lor di riceucrui o morte, o qualche fegna- lato danno; Se
vn'altro, ilqual fulle foliro di frequetafad ogni hor quel luogo, non vi
fia nondimen venuto in quel tempo, Se per confeguente habbia fchiuato quel
pericolo, Se quel nocu- mento. Tutti quelli adunque, Se altri coli fatti
cali, Se acciden- £ i) tali 3 6 T>ella T^torìca
d'Arìfìotelc^ tali (campi, polio n parere, che buone f ortune fianb, cV da
pf o- 5P (pera fortuna vengano . Reftarebber tra le già propolle
parti della felicità da dichiarare, Se deferiuerii le virtù dell'animo: ma
perche il far quello par, c'habbia piò proprio, & più accò-. mo dato
luoco nel trattar delle lodi; differì remo, & riferhere- suo 1
allegrar le lor deferi trioni, quando più di fotto del gcncr> che le
lodi riguarda, ragioneremo . (apo 6. Del fine del gener deliberatine r$
con la defirittron dell'elle, ouer del bene : fcf de i luoghi, &
propofittoni appartenenti a quello. V a i fien dunque quellecofc, c'han
daelTcr co- me lini dinanzi a gli occhi, di coloro, che
cercan consigliando fuadcr qualche cofa, così pulente, come futura,
già può per quel, che fi è detto elfcr manifefto, & parimente
qualicofe habbian'eglin da guardare per diHuadere,comc ch'altre quelle non
f uno che i le córrane di quelle. Hor perche al gener deliberatiuo ita
prò» polio, fecondo c'hauiam detto, come proprio, &: peculiar
Aio- li ne, 1 vtili u, non delibera, o prende conilglio 1
huomogiàmai del hne, ma delle coff* che fon perii fine, & chepolTon'a
quel condurre ; Se quelle fon tutte quelle cole, che nelle attioni
del- * l'huorao pollòno v r ìli :à recare ; ne fegue da quello,
ch'effendo l'vrilc parimente bene, non (ara fc non ragioncuolmente
fatto; ch'aflegniamo clementi, Se propoiìtioni. appropriate al
bene, 4 &aU'viil communemente prelo. Poniamo adunque, deferiuc- do
per hora il bene, ch'egli fia quella cola, laquale per cagion j difeitclfa
lìa dicibile : ouer ch'egli lìa qucllo,pcr cagion del o quale altre cofe
eleggiamo, potiamdiie ancora, ch'ei lìa quel- lo, che da tutte le cole
èdefiderato, o da tutte almen quelle, c'han lenti mento, oucr'intellerto,o
chclodefidcrarebbcr fe in- telletto haijelTcro & ulna ciò tutte quelle
cofe, cha chi Ilvo- glia, il proprio intelletto, & difcorfo nlfegnallè
per buone, Se quelle parimente, ch'intorno acìjfchcduna cofa follerdalui per
tali in chi fi voglia inoltrate, fi poflbn rifpetto a quel tale 7 ihmaf in
luogo di beni. Potiamo con altre delcritrioni mede- fi inamente due efler
quello il bene., il qual con la fua prefentia fa diuenir Jl Primo librò
. 37 fa diuenir la cofa, do u e ci fi truona, fi fattamente ben
corrditio- S nata, che d'altro per il Tuo bene clTcr non ha bilbgno. oucr
fi- nalmente diremo eflcr quello il bene, che per fe Hello e
baftan- 55 re alla perfettion della cofa, che lopoilìede. Ellendo
dunque tale il bene, qual noi l'habbiam deferitto, debbiam dire,
che tutte quelle cofe, che faranno produttrici, o confcruatrici
di quelle, e habbiam polle nell'alfe^natedcfcritcioni del bene fa- io
ran parimente beni, & quelle medefimamente, che confegui- 1 1 ranno ad
elTe. ne manco ancor quelle, che delle contrarie fono 1 1
impeditiue,odiltruggitrici. Et in due modi fi può mmar>ch'v- na cofa
legna ad vn'altra,o feguitandola inficine con cira,o lue* cedendole doppo.
come (per esempio) diremo, che all'impa- rar legni ti il laper la cofa
imparata) non infieme ; ma doppo : de ali elìcr fano confegua, non doppo,
ma congiuntamente, & 1 3 infiememente il viuere. parimente in tre modi
fi può dir, ch'v- na cofa fia prodottiua, & effettricc d'vrf altra :
in vn modo nel- la maniera, che noi diciamo, cheTefler ben difpofto del
corpo, & di buona valetudine, fia effettiuo della fanitài in vn'altro
mo- do fecondo che diciamo li tali, Se tai cibi cfler produttiui
della medefima fanità. de in vn'altro modo finalmente nella
manie- ra, che diciamo efler i'cllcrcitio caufa ancorcgli efrettiua d
ella fanità: pofciachcpcr il piùreflcrcitation corporale luol
réiler'il 1 4 corpo fano. SuppoAc adùque per vere le deferittioni, &
dilìm- tioni allignate, verran n eccita riamen te a potere {limarli
beni* così gli acquilti, & riceuimenti del bene, come le
liberano* ni, & li difeacciamenti del male : pofeiache a quelli
feguita convintamente concili ilnonhauer male, chi luogo di bene, 1 1
& a quelli feguita dopo, 1 hauer'il bene. Medefimamente il n- ceucr'vn
maggior bene in vece d vn minore, doucremo giudi- car, che fia bene, fi
com'ancor dee chiamarli tale il riceuer'vn minor male in luogo d vn
maggiore, cóciofiacofa che tutta quella parte, nella quale il
maggior'auanza il minore, li polla in quello domandar acqui (lo, oucr riceuiméto,&
in quello per 1 6 il contrario liberatione,ouer difcacciaméto.Le virtù
ancora ne- ceiiariarnente s'han da connumerar trai beni, pofeiache
me- diami quelle, color, che le pofleggono, ben qualificati
diuen- gono, & ben alia perfettion difpolti. olirà eh elle fon di
molti beni produttrici, & operatrici, di ciafcuaa delle quali
partico- larmente t j 8 T>eUa Teorica d %
'JriFtoteIc^ larmente che cofa lafia, & che qualità, & natura Ha
la Tua, ài 17 proprio fuo luogo dichiareremo. La voluttà parimente, o
pia- cer fenfual, che lo vogliam chiamare, farà ancor ella bene,
co- me quella,che da tutti gli animali è per natura cercata,
&ded- 18 dcrara. Laonde le cofcdiletteuoli, & le cofehonefte
verranno adedèrnecedariamentebeni. pcrcioche quelle fon
produttrici della voluttà, &c di quefte, alcune fon diletreuoli, &
altre dir 19 cibili per fc raedefimc. Et per venir* in quella afleenation
dei beni più al dipinto, de più al particolare, e di necedìtà, che be- lo
ni (limar fi debbiano quelle cole, che qui tratteremo . Et pri- mamente la
della felicità, come quella, che per cagion di fc della è eligibile,&
oltra ciò a fé mcdelìma è badante ; S: di più, 11 molte cole eleggiamo per
cagion d'ella. Doppo quella,bcni an- cor fono la giuftitia, la fortezza,la
remperantia, la magnanimi- tà, la magni hcentia, & gli altri cofi
fatti habiti, elTendo eMì vir- ai tu dell'animo. Medelimamente beni fono
la fanità, la bellezza, òc altre così fatte qualità, pofeiache virtù del
corpo fono & ef- 1 3 feltrici & produttrici di molti beni :
c(Tendo (per ch'empio) la fanità produttrice della voluttà, & dello
(ledo viuere. Perla- q ual cofa ottima fuol parer'ella tra gli altri beni
: come quella, che di due cofe e cagione, le quali da molti fon'in grandi
Aimo 14 pregio tenute, che ionia voluttà, & la vita. BeniTbn
parime- le le ricchezze, cioè l'vfo loro, clfendo veramente elle nó
al- tro, che virtù di faperle vfare, & di fapcr edèrne polfedbre,
& oltra ciò effetti uc,6v cagioni di molti beni, & di molti
còrno- x$ di. L'amico ancora, & 1 amicitia fon beni : edendo in vero
l'a- mico eligibil per fe mcdefimo, & operatiuo, ouefcffettiuo
di 16 molti beni. L'honor medefimamente, & la gloria fi deono
co- numerar tra i beni, fi perche fon cole gioconde, 6c dilctteuoli, &
che panorifcon'altrui di molti beni, & fi ancora perche per il più
par,chc confegua congiuntamele ad eflì il poifeder quel- le cofe, per le
quali è fatto altrui qucH'honore, & data quella 17 gloria. Leder nel
parlar efficace, & potente di lingua, Se l'cf- ier'habile, c\ potete
in trattar negotij,fon due cofe,che dcon* ef fer collocate tra i beni :
pofeiache di così fatta habilità molti 18 beni, 6e molte comodità
deriuano." Oltra di quefto l'indudria, Se la bontà dell'ingegno, la
tenacità della memoria, la facilità d'imparare la perspicacia, Se velocità
dell intelletto, Se tutte l'altre Jl Primo libro . J 9 l'altre
così fatte difpofitioni, fon daeilere (limate neceflTiria- niente beni :
ell'end'crte potenti mezzi a cagionare, & produr- 19 relacquifto di
molti beni. Perla medefìma, o limil ragion'an- 30 cora tintele feientie
fon beni, & tutte le arti parimente. Et il viuere ftelfo mcdeiimamentc
è bene: pofeiache dato bench'ai tro ben da elio non ne feguille, per
(efteflb nondimcn è co fa. 3 1 cligibile, & defidcrabile. Il giudo
ancora, & l'equità faran bc- 31 ni, perche comune, & publica
vtilità n'apportano. Etquelti, chabbiam fin qui allignati, fon, fi può
dir, quei beni, che da tutti concordeuolmente fon hauti, confeflì, &
(limati per tali. $3 Quelli altri poi, dei quali non s'hauendo la medelìma
cómu* ncopinion,chc fien beni, che foglion cader in cótrouerfia
d'ef- fcr', o non eilcr beni, fi pocrano come da proprij luoghi, in
compa- ration Tvn dell* altro . A perche fpeffe volre adiuicne, che
di due cofe, che ci fien propofteinnanzi,giudichercmo,&
có- fcllcremo, cialchcduna ellèr vtilc, & bene, ma qual di quelle
fia la migliore, & di maggior gioita- inen copercheremo, &
dubiteremo j larà ben rat- to di J7 Primo librò . 4. y to di
fcguitar di dir al preferire qualche cofa a rarconòfeere il % maggior
bene, e 1maggioratile. Prendafi adunque prieramete per cofa nota, che la
cola eccedente, ouer auanzante s'intenda clfcr quella, che fia tanta,quata
la cofa da ella ecced uta,& qual- che cofa di più ;& l'ecceduta
per il contrario quella, che ilia 3 comprefa, Se inchiuianell eccedente.
Oltra di quello la cofa maggiore, in rifpetto d vna minore e forza che fia
maggiore, Se 4 il più parimente, in rifpetto del meno è detto più. ma nel
dir grande, 6c piccolo, fi com'ancor nel dir molto, Se poco, il
ri- fpetto fi confiderà di molte cofe; nelle quali quella,
ch'eccede l'altra fi dice eiTer grande, Se quella, ch e auanzata, Se
eccedu- ta fi dice eiTer piccola, Se il fimile adiuicn nel molto, Se nel
po- $ co. Hauendo noi adunque già detto ciTerben quello, che non per
cagion d altro, che di fe ìleiìb è eligibile : & quello parime- le,
ilqual tutti appetifeono : & quello, che tutte lecotè,
c'ha- ueller'intellctto, Se prudentia eleggerebbero : & quello
mede- fimamente, che de i già detti beni iìa effètti uo,& conferimmo, olier
a cui li già detti confeguono, Se vengon dietro : Se elìen- do che quello,
per cagion delquale fi elegge qualch'altra cola , vicn'ad eller, come fin
di quella, per eller quello il fine, per ca- gion del quale fi eleggono
altre cofe : Se oltra ciò cflendo bene ad alcuno in particolare, non fol
quello, ch'alibi utamente con- tiene le già dette conditioni, maancor
quello, che, fenon allo- 6 lutamente, almen rifpetto aquel tale,
lecótiene; nefeguene- cclTariamente da tutto quello, che prefi inficine
più di così ratti deferitti beni* importeran maggior bene, che fc vn folo
d'elfi, oin minor numero fodero, purché queit vno, & quelli di
ma- co numero, fian dentro a quei tai comprefi. perciò che in
que- lla guifa, verranno quiui più ad ecceder , come che dentro
di lor coraprendan quelivno, oquei manco, i quali confcgucnrc 7
vengono a re ftar' ecceduti . Diremo ancora, che fe quella cofa , ch e
grandilfima nel gencr fuo, farà maggiore di quella, che fia grandi/lima in
vn'altro genere, faranno ancor maggiori vniuer- ialmcnte le cofe di quel
genere, che di quello. & ali incontra ancora, fe vniucrfalmctcle coied
vn genere fon perii più mag- giori di quelle dvn altro genere, farà ancor
la grandiflìma in quel genere, maggior di quella,chegrandi(Iìma farà in
quell'ai 8 tro.com' a dir(pcr clTcmpio)che le il gràdillìmo di tutti gli
huo- F ij mini mini è maggior della grandiflìma di tutte le donne ;
s'ha da (li- mar ch'vniuerfalmente gli rinomini fien per il più maggiori delle
donne. & all'incontra Te gli riuomini generalmente lon per il più
maggiori delle Donne; vien parimente ad elfcrc il grandiflìmo huomo,
maggior della grandiflìma donna, con- ci odacofh che con quella medefima
proportione vengano a ri- guardarti tra di loro gli eccedi tra gli ltefli
generi, con laqual fi } riguardano i grandiuìmi l'oggetti, che fono in
quelli . Medcfi- mamente quàdo ad vno di due beni feguitarà l'altro, &
a quel- l'altro non feguitarà quelPvno,diremo che maggior lia quel
pri 10 mo,ch'è feguitato,Cv fi tira dietro l'altro. Se ilfcguitard'vna
co- là ad vn'al tra, fi può intendere, o perche la feguiti
infamemen- te, cioè nel medefimo tempo con clfa, o perche le venga
dietro dapoi, oucr finalmente perche in virtù, & in potentia fi
truo- ui in quclla,per caufa, che l'vfo d'efla ftia pofto in vinù
ncll'vfo 11 di quella, a cui ella fegue. cV per aifegnar in tutti quefti
tre mo- di di confeguimento efiempi, diremo che infiememente, &
in vno fteifo tempo feguiti ali cller fano il viuere; ma non già
dire- mo, ch'alia vita, la finità confegm. Il fapere, & la feicntia
dire- mo, che feguiti ali im para re, non già infiememente con elio,
ma col tempo poi. In virtù, 6c in porentia finalmentedircnio,
ch'ai (àcrilegio, ch'c furio di cofe fagrc, feguiti il furto femplieemen- te
prem. peroche colui, che non s'afticne da commetter faci ile- gio,ftà
quanto a lui paratOjpotente, pronto, &difpofto a furar 1 1 ancor le
cofe,chenó fien (agre, fc Toccafion fegli porga. Appref- fo di quclto tra
quelle cofe, ch'vna medefima cofa eccedono, quella farà maggiore, che 1
eccede con maggioi'auanzo, ellcn- do uccellano ch'ella in tal calo 1
auanzi per quato trà gli eccedi 1 3 foprauanza il maggior eccello, quelle
cole ancor iaran maggior bcnijlcquali fono cfifètciue,& prodottnei di
maggior bene : pe- roche in qucfto con lìfte la natura dcH'clIcrvna cofa
effettiuadi 1 4 maggior bene, cioè in cfTcr maggior bene. Et limilmcntc
all'in- contra a n cora , q u el la cofa farà maggior bene, che farà
prodotta da vn ben maggiore. Onde eflendo (pcrellempio) le cofe
falu- bri, & che fon atte a render li corpo lano più cligibili, &
mag- gior bene, che non fon le gioconde, che non caufan fenon
di- letto, verrà parimente la lanitàad cAcr maggior ben della vo- I ;
luttà. Parimente la cofa,ch'c eligibile per fe ltefla maggior bene fi
dee Jl Primo libro . j-j fi dee {limar di quella, che non per cagion
di fe ftefTa,ma d'altra cofa s'elegge, come (per ellcmpio) diremo, che la
forza, & la ga gliardia corporale iìa maggior bene di quelle cofe, che
li fanno per acquetare la fanità : pofeiache quelle non sappctifcon,nè
fi cercan per cagion di fc ftefie, ma per cagion della fanità :
douc che quelle, quando ben non peraltro, lon nondimeno
defide- rabili per loro lleiFe m1 che propriamente alla natura del
bene 1 6 apparticne.Oltra di quelle le di due cofe farà 1 vna come fin
del- 1 altra, & l'altra non farà fin di quella ; maggior ben farà
quella prima,chc farà fine, pofeiache l'altra verrà ad eHer'cligibilc,
nó per cagion di fe ftella, maper cagion di quella, douc che
quella per cagion di fe medefima farà tale, come (per elfcmpio)
vedia- mo che l'ellercitio della pei fona fifa per cagion del ben eficrc
, 17 Se della fanità di quella. Medcfimamente quel di due beni
larà maggiore, ilqual non harà bilogno di quellalrro, ma ben quel- l'altro
di lui , ouer di manco cole harà di bifogno, che non harà quello. Et
quello adiuiene perche il non haucr bifogno nafee dall haucr foffitientia,
& ballanza dafe medelìmo, in che con- fitte la ragione, cVdiffinition
del bene. &per manco haucr bi- fogno inrendiamo 1 haucr mellieri o di
manco cofe, o di più fa- 18 cili. Apprelfo di quello quando di due cofe
vna ve ne, che non f>uò fenza l'altra (lare, o produrli in cllere, ma
ben lo può qucl- a fenza quella; fcnzalcun dubbio quella di quella farà
maggior bene.cóciofiacofa che per quello, vega ad haucr mcn
bifogno,& per confeguente maggior ballanza, & fofficientia a fc
medelì- 19 ma ; onde ragioncuolmcnte maggior bene appare. Quando
an- cor di due cofe l'vna farà principio, Se l'altra nó
principio,quel- la, che larà principio farà maggior bene . &
medcfimamente fe l'vna farà caufa, & l'altra non larà caufa, verrà ad
eller maggior benquella, che farà caufa, perla medefima ragione. &:
quella è chefenza la fua caufa, & fcnza'l fuo principio, impoflìbilc
e, 10 ch'alcuna cofa fia,o fi faccia, & fi produca mai. Oltra di
quello fefaran due principij, quella cola, che daquel principio
farà f prodotta, ilqual farà maggiorc,farà parimente
maggiofanch'cl- a. &c finnlmcnte quella cofa, che nafee da quella
delle due caufe, che fia maggiore, farà ancora ella maggiore di
quella> 11 che nafeerà dall altra caufa. Et all'inaura ancora, quello
di due principij farà maggiore, ilqual di maggior cofa farà
principio. & quella ^ ^ ^ella ^Retorica d' drìttotclt^ Se quella
dì due caufe maggior farà, che di maggior cofa (ara cà- 1 1 gione. Per
quel che fi c detto può eflèr manifelto, che vna me- deiìma cofa potrà
alle volte in rilpetto d vn'altra parer maggio- re ndl'vno, &
nell'altro modo, cioè cosi per vna delle condi- tori già dette, come per
la Tua contraria, perochc s'ella farà principio, Se quell'altra nò, potrà
ella parer maggiore: & pari- mente fe la medefima non farà principio,
ma più tofto fine, & quell'altra farà principio, potrà nondimen'etfa
parer maggiore, ellendo maggior bene il fine, ilqual nondimen non è
principio. xj Si come può apparir per quello, ch'vsò di dire Leodamantc
: ilqual nclTaccul.i, che fece contra di Calliftraro, dille, che
mag- gior colpa haucua in quel delitto, delqualc era l'accula,
colui, che configliato 1 haucua, che quello lteflo, elici haucua
com- incilo : pofeiache commellb non l'harebbe egli , fc non folle
! fiato chi rhauerfeaciò configliato : douendofi ltiroar il conli- 14
elio, principio, & caufa del delitto. Et in vn'altra accufa, ch'ei fece
poi contra di Gabrìa, affermò maggior colpa haucr chi ha>- ueua
commctfb il delitto, che chi coniigliato l'haueua : perche mai non fi
confultarebbe vn delitto, fc non fulTc chi lo com- rnetteflcjnon per altro
come fine configliandolo chi lo confi- glia, fc non accioche finalmente
commciio, Se efeguiro fia : di maniera che il commetterlo viene ad
ellcr'il fine, per cagion del X j quale vien configliato. Medefimamente di
due cofe diremo,che quella, ch'c più rara, & più di rado fi truoua,
fia maggior ben di quella,di cui più s'abbonda, (ì come (per ellèmpio fi
dirà) che Toro fia di maggior pregio, che il ferro, anchor che di
mi- nor vtilità fia di quello: pciciochela maggior difficultà nel
tro- uarfi, fa parimente, che di maggiore ltuna fia il pollederlo. 16
Et per altra ragion fi può incontra dire, che di due cofe quella , di cui
in maggior copia coromunemente s'abbonda, fia da an- teporre a quella, che
rara fi truoua : pofeia che nalcendodal .maggior vfo di quella,
maggior'ancor'vtilità, come che lo fpeilo vfarb auanzi il di rado vfaru;
vien per quella ragione a poterfi ftimar di maggior pregio, onde prefe
occafionc il prouerbio, 17 fecondo ilqual logham dire, ottima cofa efferc
l'acqua. Et in fomma da vna parte debbiam'dirc, chele cofe più difficili
deb- biano elTère antepofte alle più fatili» come quelle, che fon
più 18 rare, dando lor pregio la lor rarità : & doli altra parte le
più fa- cili Jl Primo libro . ^7 . cili han danteporfi a le più
difficili, come per quella facilità più 9 accalchi la cofa. fecondo che
noi vogliamo . Olerà di quello 0 quella cofa maggior farà, il cui
contrario farà maggiore; Se maggior parimente quella, di cui farà maggior
la priuatione . 1 Se U virtù maggior farà della difpofitione,che non è
fatta ancor virtù. Se il vitio parimente farà maggior della difpofitione» che
ancor non è fatta vitio : pofeiache quelle cofe, cioè la vir- tù, cil
vitio fon fini; Se quelle, cioè le difpofuioni non fatte 1 ancor nè virtù,
ne vitij, non fon fini. Quelle cofe ancora, le opere & gli erletti delle
quali faranno o migliori, o peggiori; eirc parimente, che gli producono,
faranno o nel bene, o nel j mal maggiori . Et medefi inamente di quelle
cofe, di cui le vir- tù e i viri; fon maggiori , maggior fono ancora gli
effetti, Se 1 opere, con ciofia colà che fecondo che fi ritruouano cfler
le caule, e i principi) ; fi truouano cllcr parimente gli effetti, Se
gli auueniraenri, che da elfi nafeono . & dall'altra parre ancora,
(e* condo che fon gli effetti, Se gli auucnimenti ; fon parimente
le 4 caufe, e i principi; loro. Oltra di quelto quelle cole fon
miglio- ri, Se più eligibili,nellc quali l eccedere fia più
eligibilc,& mag. gior bene, come (per ellèmpio) diremo, che ellendo
cofa più eli gibile l eccedefin vcdcr'acutamcncc, ch'in acutamente
odora- re; vien per quello a poterli anteporre il fentimcnto della
villa a quel dell'odorato . Se elTcndo più honclta colà 1 eccedere
in eiler amator d amici, eh in eifere amato r di danari ; farà
ancor femplieemente più honello l'amor, che fi porti a gli amici,
che f quel, che fi porti a i danari . Et parimente riuolgendo
quello luogo in oppolla parte diremo, che delle cofe migliori fian
pari- mente migliori gli eccelli, che fiano in elfe; &piu nonetti
delle £ piuhonelle. Migliori ancora, Se più lodatoli fon quelle
cofe, delle quali fon migliori, Se più lodeuoli i defiderij :
pofeiache 7 delle cofe maggiori, i deliderij fon'ancor maggiori. Onde
all'in- contra faranno migliori, Se più lodeuoli i deliderij, fe migliori
, 8 Se di maggior lode faran le cofe,chc s'appetifeono. Oltra di
que fto quelle cofe fon più pregiate, Se di maggiore fludio, Se
dili- genza dcgne,lc feientie delle quali faranno ancor/ette tali:
però cheproportionatamcnterifpondon lefcientie alla verirà,&
na- 9 turadc lor foggetti : hauedo ciafeheduna d eife riguardo a
tlar fopra di quei ioggetti,chc fon fuoi proprij . Ond all'incòtta
per la me- sf. 8 'Della Tigtprica d'^riflotelc^ la medcfima
cagione di queAa proponionc, migliori, Sedi pia Audio, & pregio fon
quelle fcientie, lequali di cole fono, che 40 migliori, & più pregiate
fiano. Quello oltra ciò, che maggior bene giudicherieno, o habbian altra
volta giudicato le perlune prudenti, o tutte, o molte di quelle, o la
maggior parte d'elfo, O almen le più faggie, & di maggior prudentia,
quello li dee nc- cefiariamente per maggior ben tenere, o Templi cernente,
& af- folutamente j o almeno fecondo quelle qualità, che
riguardan la prudentia, & peritia di quelle tai pedone ; selle non
atfblu- 41 tamente in ogni cola fon tenute tali. Et quello c habbiam detto del
riferirli al giuditiode i periti, è commune non folo al gui- dino, che fi
faccia de i maggior beni, di che parliamo al prelen- te y ma di tutte
l'altre cofe ancora ; come a dir delle foftantic del le cofe, delle
quantità, & delle qualità : douendou" in tutre que- Ae cofe per
la determination loro riferirfi a quello, che le pro- prie fcientie loro,
& i periti di tali fcientie determinano co 'llor 41 giuditio . ma noi
fpctialmcnte alla conlìdcrationc, & determi- nation de i beni, habbiam
così fatta regola, & luogo applicato • ; t conciona cola che hauendo
noi dirHnito il ben'efler quello, che ciafeheduna co(a,s'haucilc
intelletto eleggerebbe; vien per que* Ao ad elTcr manifcfto, che maggior
farà quel bene, che maggior 43 da chi habbia prudentia fia giudicato.
Quellr ancora faran mag- gior beni, i quali in miglior (oggetti, & in
più nobili porti-ilo ri Il rirroueranno, o fempli cernente, o almen
fecondo quella par- te, in che fon migliori, come (per elfcmpio) diremo,
che la vn- 44 tù della fortezza Ila maggior ben della gagliardia .
Parimente maggior ben fi dee 111 mar quello, che da miglior perfona, o
lem- pliccmente, & ordinariamente, o almen in quanto ch'ella è
mi gliorc, farebbe eletto. A come (perch'empio) diremo ellcr me- glio
il ricruere ingiuriarne il farla, pofciachc più tolto quello, 45
-chequcfto eleggerebbe chi maggiormente fuAcgiuAo. Appref- jb di quello fi
potrà maggior bene Ai mar quella cofa, che lia più xìilettcuole, & più
gioconda, ouer più voluttuofa, di quella,che fia manco tale, pcroche tutte
le cole feguon voluntieri la volut- tà ! & è ella oltra ciò
feguita,& defidcrata perengion di Ce nic- defima : cV già nel di
frinir la natura del fine, 6c del bene, l'vna, ficl altradi
qucAeconditioni glie data ài fopra aflegnata . Più gioconde poi, & più
diletteuoli s'intendon'ellcrlecofe, inelTer maggior- Jl Primo libro .
4 p maggiormente priuc di dolore, & diraoleftia; Se ineflcr
più lungo tempo durabile il diletto, Se la giocondirà,checontengo- 46
no. Le cole medefimamente, c'hanno in fe bellezza maggiore» fi pollono
(limar maggior beni, che quelle, che 1 han minore : conciofiacofa che la
bellezza infefiacofa dilctteuole, Se oltra 47 ciò, per Ce della eli gì
bile. Oltra di queft.j quelle cofe fideono (limar maggior beni, delle
quali maggiormente vorrebber gli huomini elfer cagione, o in (e (ledi, o
negli amici loro. Se per il contrario maggior mali faran quelle, di cui
eglin manco vor- 48 rebbero in fé, o negli amici clfcr cagione .
Medefimamente fra più beni, li più durabili fi deono (limar maggiori di
quelli, che 4P manco tempo fon per durare in ellere. Se li più fermi, Se
li più (labili ancora maggior beni fono de i màco (labili : perochc
ìv- fo, e l godimento di quelli, viene ad ecceder fecondo la
quan- tità del tempo; Se l'vfodi quelli eccede nello dar
maggior- mente nella volontà,&: ncll arbitrio noflro : pofeiache
quanto lacofacpiù ferma, Se più (Libile, tanto l'vfo Aio è
maggiore; 50 & p.ù fecuramenre parato ali arbitrio del voler noftro.
Apprcf fo di quello perche quelle Cofe, eh o congiugate, ò di (imil
cafo fi domandano, hanno quella proprietà, che quello, che fegui- ta
ali vna, feguita ancor all altra ; li come tal conditione ha luo- go in
elle nell altre qualità, cosi 1 ha parimente ncll'crter mag- 5 1 gior
bene. Onde le (per eflempio) quefto aduerbio,foncmente, porta feco maggior
bene, che 1 aduerbio, tcpcraramente.tal che l operar fortemente (la più
cligibil, che l operar teperatamenre ; la tortezza ancor farà più
cligibile, che la temperanza, Se 1 ellcr forte p:ù cligibil, che 1 ellcr
temperato. Le cofe, che tutti eleg- gono lon maggior beni di quelle, che
non tutti ; Se le cofe pari- mente, che da i più fono elette, fon maggior
beni di quelle, che da i meno, perciochc eflendo il ben quello, che tutti
delibera- no, nefegue, che maggior farà quello, che farà da i più delìde- 53
rato. Può medefimamente elfer tenuto maggior bene in noi quello, che tale
è giudicato da gli auuerfarij, co i quali conren- diam nella caufa, o
dagli (ledi nemici noftri, o da quei, che con giudici nella caufa.
percioche quanto ai due primi,(ìpuò (li- mar, come fc quel giudirio forte
di tutti . Et quanto a i giudici poi, fi fuppongono intelligenti in quella
caufa Se periti ; Se hà- 14 no autorità nella caufa. Oltra di quefto alle
volte maggior bene G accade, j o *Della € 2{etprica d*
Arì8otelt~> accade, che fia da noi (limato quello, che in tutti gli
altri, come d'eflb partecipi fi ri truoua : recandoci noi in vn certo modo
a vergogna il non hauere ancor noi parte in quello, come hanno gli
altri, c i non poter confeguir quello, che gli altri hanconfe- j $ guito.
Se alle volte per il contrario maggior ci parrà quel bene, che in
niflunaltro, o almcn'in pochi fi ri truoui : parendoci per quello di
poflTeder cofa più rara, Se che per tal rarità preda pre- f6 gio. Le cofe
ancora, lequali appaion communementc degne di maggior lode, fi deono
ftimar maggior beni, come quelle, che per tal caufapoflbno efler giudicate
più honoratc,più nobili,& 57 più honefte. Nè maco deon'efler tenute
per maggior beni quel- le, lequali, come a cofe di maggior prezzo maggiori
honori fi foglionfàre : eflendo l'honorquafi vn prezzo, che mifura
l'ec- 58 ccllentia, & la degnità delle cofe. Maggiori ancora s'han da
fti- mar quei beni,dclla perdita de i quali più importante, Se mag- J5>
giornerefultaildanno . Oltra di quefto quelle cofe s'han da ftimar
maggiori,le quali con maggiofauanzo eccedono quelle, che communementc da
tutti fon tenute per grandi, o almeno 60 quanto ad eflc poflbno apparir
tali. Sogliono ancor lecofc diui- ic in più parti, parer maggiori, che
ftando in Ce ftefle vnite : po- feiache con quella moltitudin di più
parti, vicn'a farfi apparecia 61 di maggior' ccccflò. Se per quefta ragion
dice il buon Poeta ef- fcrc ftato eccitato, Se perfuafo Mcleagro a
difender la patria fua con tai parole, ò quanti mali, Se quante miferie,
portano a gli huomini l'cfpugnationi, & prefure delle città; i
Cittadini, & glihabitatori ibnooccifi,& mandati a fil di
ft>ada,la Città tutta dal fuoco è ridotta in cenere, fono i proprii
figli, Se le donne i- ftefle in habito fu ccinre menate via, &
ftrafeinate prigioni in Ci feruitù dei nemici loro \ Se quel che fegue. Se
per il contrario ancora può l'adunar.comporre, Se accumular infiememente
in vno, far parer la cofa maggiore, chefepartita fimoftralfe
nelle parti fue, come fi vedeoiferuatoda Epicharmo. Se quefto
acca- de fi per la medefima ragioncjchcpur'hora habbiamo
allignata per la diuifione,faccndo apparir eccello ancor la
compofitione> Se fi anchor perche tal compofitione fa nel comporto
apparétia 65 di principio, Se di caufadi cofe grandi. Appretto di quefto
per- che maggiori habbiara detto eller quelle cofe, che fon più
diffi- cili, Se ancor quelle, che fon più rare, di qui è, che
loccafioni, l'età, Jl Primo libro . jt reti» i luoghi, i tempi,
& le forze, Se condiiionf aTrru?, vengono a recar grandezza, Se
crefeimenro alle cofe. pcrciochc fc le at- tioni fi moftrano cller fatte
da noi fopra le forze noftre, fopra l*ctà , fopra gli altri nolìri
pari,ouer nel tal modo, o nel tal luogo, o nel tal tempo, vengon per
quello a riceuefapparente quantità,& crefcimento,non folo nelle
cofchonefte, ncll vtili , 64 Se nelle giù (le, ma parimente ne i lor
contrarij : onde da quello prefe forza, Se foggetto quello, che fi
contiene in quello Epi- gramma, che fu fatto per vno, ch'era rimafto
vittoriofo ne i gi- uochi Olimpici, quando ei dice; Sopra di quelle
proprie fpalle hauendo io la cella graue, foleua da Argo portar già il
pefee in 6$ Tegea. Se perla forza del medefimo luogo ancora vsò
ificrate di dir quelle parole, Ih mandole a lode fua ; O da quai
principi;, CC a quai iucceffi fon'io venuto. Mcdefimamentequci beni,chc
fo no,innati,natij,&per natura tali,maggiori fon di quelli,
chad- uentitij,& aggiunti di fuora vengono : folendofi quelli più
dif- ficilmente acquiftare, Se trouar' in altrui, che quelli, onde
non fenza ragione quel Poeta dice, Io quel, ch'io sò ho imparato
per 67 me medefimo. L'edere ancor p ri nei pai idi ni a. Se grandi di
ma parte d'vna cofa, chenelTeder (uo fia grande, aggi tigne
gran- dezza : fi come (per edèmpio) ben conobbe Pericle, quando
in quella oration funebre intitolata l Epicaffio, dille non
altrimen- ti edere (lata tolta via della Città quella gioii entò, ch'era
morti nel fatto d'arme, che fe di tutto Tanno fuilè tolta, Se rapita
la 6Z primauera. Quelle cofe ancora, lequali in maggior bifoeno,
Se in più vrgente necedità fono vtili; come faria (per eilempio) net
tépo della vecchiezza,& neH'infirmità,fi deono (rimar mag- 6 9 giori,
Se più eligibil beni . Medcfi mamente di due beni, quello 7 o li potrà (limar
maggiore, che più farà, vicino ai fine. Se a ciafche duno anchor s'ha da
(limar, che fia maggior ben quello, che fia maggiore fpetialmente a lui,
che quello,chc fia tale femplieeme 71 te,c m natura fua.Quel parimele di
due beni, che ci fia polli bil'a cófeguire, maggiore habbiam da Mimar/che
fia di quello, che ci fia impodi bile ; percioche quello viene ad eller
bene a noi,doue che que(lo,dato bc che fia in fua natura bene, nódimeno a
noì,a 71 cuinòèpodìbilc,nófipuòdirchefiabene. Oltra di quello
le cofe,chcs'inchiudono,& concorrono nel fin della vita noftra
, fon maggior beni, come quelle, che più fon vicine, Se cógiunte G ij
alfine, j 2 usua x^crorica a jirisioreic^ 7j al fine, che non fon
quelle, che fon mezi al fine. Quelle cofe ancora fogliamo (limar maggior
beni, nel! elcttion delle quali fogliam riguardar più torto la flcHa
verità, & l elfcrc ifìeflo del- la cofa, che il parerà gli altri .
& in quello iìà pofìo, & s ha da intender l'eucr le cofe ad
opinione, ÓV parer de gli altri, che le non fi eleggerebbero, fe fi
penfalle, che le itetiero ignote, & na- 74 feofte altrui. Onde per
quella ragione può ad alcun parer'ellèr più cligibil cofa il nccuer
bencnuo, cheil farlo : perochc il ri— ceuerlo e cofa, che quantunque la fullèpcr
elfere appretto de gli altti non nota, ne manifefta ; in ogni modo per fe
medeflma £ eleggerebbe, don e che il far benefitio non clegercbbe
ognun, che lo fi, fe ciò do u elle refìar afeofo al mondo, & non mai
fa- 7J puto. Medefimc mente quelle cofe poiìon parer maggior beni, lequali
Ci defìdera più folio, che veramente fiano, che appaian d'efrerc :
pofeiache in tal guifa vengono a riguardar più tofìo il vero, che il
parere, ÒV l'opinion de gli altri . èv da quelìo cercan di prouar alcuni,
che la giuftitia in rifpetto della fanità, .fi deb- ba fìimar picciol
bene; perche nella gin flit la par, che ila più .eligibile il parer gi
urto, che l'cller giurto;douc che nella fa- 76 nità tutro il contrario
adiuiene . Quei beni ncoia fi debbono ili mar maggiori, i quali polTbno a
molti beni eilcrc vtili, com'a -dir (per eflempio) a vincre,a commodamente
menarla vira, al- la voluttà, & ad operar cofe honefle. Onde none
marauiglia, che le ricchezze, & la buona valetudine appaiano
communeme te grandiUìmi, & importanti mi beni, pofeiache tutte le
dette 77 cofe, par che polTeggono, ÓV portin feco. Oltra di qucfto
quel bc diremo, che fia maggior, il qual lìa priuo di molefìia,&
hab bia olerà ciò feco voluttà congiunta, pofeiache più bene
viene egli in tal guifa ad hauere, hauendo feco la voluttà, la qual è
be- ne,fì com ancora ha luogo di bene la macanza, che vi lì
truoua» 78 del dolore, cV della molcflia. Et quella ancor di due cofe
farà maggiore, laqnalaggiunta advn'altra terza cofa, produrrà
vn tutto maggior, che non fi produrrebbe 5 alla medefima s'ag- 79 gì
ugnelle quell'altra. Quei beni oltra ciò,li quali, quando fon prefirn ti,
manco pollono fìarafeofi altrui, maggiori vengono ad clìere, che per il
contrario quelli alm,liquali prefenti fi frano a- fcofi : pofeiache quelli
più vengono ad hauer parte nella verità, che non fan quelli, onde per tal
ragione 1 cilcr veramente ric- co lì Jl Primo libro . j j50 co fi
potrà Rimar maggior bene, ch'il parer d'edere. Mcdcfima- mence vna coCa,
che fia da edere hauuta fommamente cara, maggior ben farà in coloniche 1
haran (ola., che in quelli, che 1 hauefleraccompagnata da altra cofa
fimile, o vguale ad eflà. Etdaquedo nafee, chenond vgualgadigo faria
punito colui, che caliate vn'occhio ad vn lufco, che non n hauefle fé non
v- no, & chilo cauairc ad vno, ch'hauendogli ambidue, redatte 51
con l'altro libero. Da quai propofitioni adùque,& da quai mez- zi fi
pollàn così nel fuadere,comc nel dilluadercjtrar quali tutte le pruoue a
far fede,habbum fin qui detto, & mofhato, quan- to occorrcua. (apo
8. De gli Stati, G ouerni delle Città 5 di quante Jorti fieno ; & de
ifim loro . R a tutte le cofe, ch'à bene in condrite pervade- re,
& ottimamente configliare, come importanti fi ricercano; grandifli ma,
Se potentiffima fi dee (rimar, che fia la notitia, che fi pofl'egga di
tutte le forti di republichc, & ciuili amminidtarioni ,* & il
conofeer ben di (tintamente le confuetudini, i collumi, eli in- 1 dittiti,
i fini , & le vtilità di ciafeheduna . conciofia co(a che tutti
vniuerfalmente fi muouauo, & perfuafi reftino dallo dello vtile ;
& quel (blamente s'ha da (limar'efler'vcilc, che può con- 3 fcruar lo
(lato, & gouerno della cittì. Olita di quello le detcr- minarioni, e i
decreti s'han da intendere elfcr quelli, che na- feon dall'arbitrio, &
dalla pronuntia di chi tenga la Comma po- tetti nel gouerno ; che tanto è
a dir, quanto, da chi fia principe 4 in elio. Lcquali Comme poteftà, &
principati Con tra di lor di- dimi fecondo le Cperie delle republichc :
poCcia che quede Con tali Cpetic, altrerante Corti vengon necefiariamente
ad efler le 5 Comme potedà . onde eflendo cinque le Tpetic delle
republichc, prio fine, fe non la cuftodia, & faluezza fua . Può
apparir dun- que • f/ Primo libro . f j ^ue manifefto cfler
neceflàriamente di mcftieri d'hauer ben no- te, & ben diftintc quali
confuetudini, quali inftituti, quai co- fiumi, & finalmente quali
vtilità in ciafcheduna fpetie di repu- blica appropriatamente, Se
peculiarmente, riguardino il pro- prio fin di quella . percioche
nelldettion, che s'ha quiui da far delle cofe, s'had hauer Tempre
riguardo, che a quel tal fine fi 20 poftan come vtili riferire . Ma perche
le fedi, & le perfuafioni fi fanno, non folo con l'orationc
argomentati ua> & fondata in pruoue y ma ancor col mezo
dell'oration morata, ch'indi tio dia de i coftumi, Se delle qualità di
colui, che parla : pofeia che il parer noi, 8e efler tenuti della tale, Se
tal qualità, fuol tirar quei, ch'afcoltano a creder alle parole noftre ;
il che alhora fpe- tialmenteadiuienc, quando per huom da bene, o per
bencuol 1 1 loro ci facciam conofeere a l'vna cofa Se l'altra; fa di
meftier per quello, che noi beniflìmo potfediamo la notitia de i coftumi,
& qualità di ciafcheduna forte di republica : eflendo
neceflario, che in ciafcheduna di dette fpetie, fia principalmente
perfuafi- bile, & facihflìma ad elTcr creduta quella forte di coftumi,
che il ad efa fon proprij, & accommodati . Li quali coftumi
facil- mente ci potran venire in cognitione per quelle medelime
co- fe, che de i diuerfi fini d effe republichc, poco di fopra fi fon
di- chiarate, percioche tali i coftumi fi moftran fuora, quali
fon dentro l'elettioni, donde cflì nafeono; Se l'elecrioni nan
fem- *3 prc riguardo, & riferimento ai fini. Habbiamo adunque
fin qui, quanto conuiene alla prefente occafione, & proponto, di- chiarato
quai cofe habbi in da riguardare, Se da proporli di- nanzi coloro, c'han
da fuader qualche cofa, o come futura, o 14 come prefente : & donde
fien' per poter trarfedi, Se pruoue a i J moftrar l'utile : Se parimente
da quai vie, Se in quai modo pof- fan diuenir copiofi nel dire intorno a
quanto a ciafcheduna fpe x6 ne di republica conuenir polla . Ma di tutto
qucfto habbiara ne i libri della Republica, come in luogo a cosi
fatte materie proprio, con più cV efquiuta dot- trina, & con
maggior dili- genza fcritto. C*j)o nono s 6 j 6 Della
Retorica ci Aristotele^ Capo nono. T>el G enerDemoJlratiuo 5 &
del- le co/e lodeuolu & delle 'Vituperabili : & de i luoghi
da trottarle, £f da prosarle . g5/5 Ato nomai fine a quanto fi e dcrro fin
qui, regni- remo al prefente di ragionare della uircù, &
del vaio, &inliemcmcnrcdeirhonefto,& del brutto: eflendo
quelli i fini, & gli ("copi di coloro, che lo- dano, o biafmano .
Ol tra che in vn mcdefimo tc- po haremo dal far ciò quello di bene, che
nel trattar di tai cole, potrà fard ancor manifefto, da quai cofe potrem
noi procac- ciarci là via d'eller tenuti di quelle qualità, ch'ai buon
coftumc importano ; in che confitte il fecondo modo di far fede, con-
# ciofiacofa che da i medefimi luoghi, aiuti, & principi!
potrem far parer, cosi gli altri, come noi ftcflì tali per virtù, che ne
fac- 5 eia communemente tener degni di fede. Et perche in due
modi fuole fpeire volte accader d'hauere a lodar, non folamcntehuo-
- mini, o dì j, ma cofe ancor priue d'anima, & qualche fpetie, o indiuiduo
d'irrarionale animale ;& quelli modi fono,l'vno fenza che la neceffità
di qualche caufa Io ricerchi, fol per puro intertenimento , & diletto,
& quali per palla, tempo, &c per fcherzo j & l'altro perche qualche
ragioneuol caula n'inuiu , & ne tiri a farlo; farà ben fatto per
quella ragione, che feguen- dofi il medefimo modo, che fi è leguito nel
trattato precederei s afiegnino ptopofitioni, ch'a quel, che pur'hor fi e
propolìo, 4 pollano euer vtili. Noi dunque più toAo fcmplicemcnte ,
6c quafi per via d eifempio, che ùmilmente per via d 'efquilìte
ra- gioni: ci ingegneremo di dir, quanto ci parrà, che faccia a
pro- pofito inrorno a qucflo . L'honelìo dunque sintéde eflcr
quel- lo, che eirendo eligibilper fe medefimo, hà ancor di più, che egli
e parimente per fe ilcllb lodcuolc. potiam'ancor dir, che egli fia quello,
che elfendo in fe bene, e ancor diletteuole in quanto che gli e bene.
Hor'elTendo l'honctlo fccódo che 1 hab- biam deferitto, neceflariamente ne
feguc, che la virtù fia colk honelìa : pofcia eh elTendo ella bene, e
ancor olrra ciò cofa lo- dcuolc . & e la virtù per quel, che fuol
communemente pa- tere 9 i Jl Primo libro . " rere,vna
parata, cV pronra habilità, procaccia trice, Se confer* j uatrice di molti
beni, potiam'ancor dir la vinù efTer quella, che ne può render potenti,
& pronti a giouare, Se a beni fi care in molti commodi, e in molti
beni.& è in Comma tra i beni quella, che (com'in prouerbio fi luol
dire) è in tutte le cofe il 10 tutto. Parti, oucrofpcrie della virtù fon
la Giù ftitia, la Fortez- za! IaTempcrantia,la Magnificentiaja
Magnanimità,la Libera- 1 1 lira, la Manfuctudinc, la Prudentia,la
Sapicria. Tra lequali vir- tù fa necelfariamente di mefticri, che quelle
(ìano grandinarne reputate, lcquali fiano a benefitio altrui vtiliflime
fopra l'altre; hauendo noi già detto clfer la virtù diCpolìrione, Se
riabilita be- 1 1 neficariua per Tua natura. Se per quello i giufti, e i
forti, Coglio- no cifer Copra tutti gli altri huomini communemenre
honorati, Se reputati : pcrochc la virtù di quelli ne i tempi di guerra,
Se la virtù di quelli in tempi di pace, reca grande vtile, Se
gioua- 1 j mento a gli huomini. La Liberalità doppo quefte è
ancor'clla grandemente honorata : peroche i liberali largamente
Cpendo- no, ne (Un mai altercando, Se contendendo per conto di
dana- ri, & d'hauere, di che per il più Con cupidi communemenre
gli 14 altri. La Giuftitia adunque s'hà da intender'eiler vna virtù,
me- diante la quale ciaCcun poffiede le proprie coCe Cue, fecondo ij
ch'ordinano, Se diCpongon le leggi. Se l'ingiuftitia per il contra- rio
induce, Se è mezo a far pofleder l'altrui contrai ordin delle 1 6 medefime
leggi. La fortezza poi è vna virtù, per la quale s'indu- co n gli huomini
a operar ne gli vrgenti pericoli,che ne CopraftU no, ateioni valoroCe, Se
congiunte con 1 nonetto : oc ciò (ccódo, clic lor comandano,cV diCpongon
le leggi: come quelli, cheper 17 ral vinù fi rendono ad clfc obedienti, Se
volonticr Copgetti . M a la Timidirà, o codardia, che la vogliam chiamare^
dì tiirto'I co- 18 trario a punto c mezo, Se cagione. La Tempera n ria ì
vna virtù* mediate la quale intorno alle CenCuali voluttà corp oreCjIn q
Ue |, la maniera fi edificano, Se fi diCpongono gli huomini, che
le dell'eleggi comandano. Se al contrario a pi^ro fi diCpongon
per 15) cauta, òc incitation dell'inrempcrantia. La Liberalità poi ci
ren- de dupoftì agiouarcon i danari, &Coirantie noftre, & a far
be- nefitio a molti . a cui fi com'è oppofta l'atiaritia, cosi ancor a
fa- lò re il contrario ci diCpone, Se ci guida. La Magnanimità è
virtù, che rende rhuomo parato, Se pronto a far'altrui benefitio in H
cofe 1 1 cofe grandi, Se clumportin molto. & la mngnihccntia poi è
vir- tù, ch'induce ancora ella, Se difpone a operar cofe grandi,ma
fol rifpetto alla larghezza delle fpeie, ch'occorron farti in operar
rai colc,(i che nello fpcnderc in cofe importanti, moftra
fempregrà- 21 dezza. Li contranj poi di quelle due virtù fonala pu filladi
mi tà, *$ cV la Grettezza, & mefehinezza nella fpendere . La prudentia
è virtù del difcorfiuo intelletto, mediante laqualc
diueniainoha- biJi, & potenti a prcnderm noi conlìglio d'intorno a
quelle co- le, ch'o buone, o cattine, o vogliam dire, o cligi bili, o
fchiuabi- li, habbiam raccontate, come appartenenti alla felicità dell'huo- 14
mo. Ma della virtù, Se del vitio in vniuerfale confiderà», &
par ticolarmente poi delle parti, Se delle fpetie loro, può, per
quan- to ricerca ilprefcntc proposto, fumarti a balìanza, quanro
fin M qui ti e detto. Di quelle cofe, che in quella materia reftan
ancor 16 da ditti, non farà difficile il determinare . pcrcioche
primiera- mente può cller manifclìo, chequelle cofe, che faranno
prodot- tici, &c erTet trici della virtù, necetiariamentc per
riferirti all'ho- nefto della virtù,farano ancora etiehonefte,&
parimcte faran tali ancor quelle,chc fegtiirino, Se nafeerino dalla virtù:
come fono 17 gli inditij delle virtù, Se l'opere, Se Ieattioni di
quelle.Et perche gli inditi], Se tutte quelle forti di cofe, che fono o
arcioni, o paf- fioni di cofa honefla, fon confeguentemente cofe honefte,
ne lc- gue di neceffità, che tutte le cofe, che faranno opere, Se effetti
di fortezza, oueroinditij, & fegni di quella, o veramente cofe
fo- ftenute,& patite fortemente, haran congiunto 1 nonetto
feco. a.8 fi come l'haranno ancora le cofe, che faranno inditij di giù
fati a, 19 Se l'onere gin ftam ente fatte, ma non già fbroar fi doueràno
ho- nefte le cole, che ti lòftengono, & ti paton giuflamente.
concio- fiacofa che in quefta fola virtù della giù fu ria, trà tutte
l'altre vir- tù accalchi, che non fempre tia cofa honefla, & lodeuole
il pa- tir guittamente, anzi nel riccuer punitione, Se galìigo, più
brut- ta cofa, vergognosi, Se biafmeuol s'hà da fumar che ua il
ricc- io uerlo ciuflamcnte, che ingiu/hmence. ma in tutte l'altre
virtù,!! fomigìianreadiuiene, c'habbiam deno auuenir nella Fortezza
4 J 1 Appreflb di quello tutte quelle cofe, a cui e propoflo come
pre- mio l'honore, ti deono giudicar congiunte co l'hone/to.&
quel- le parimente,Iequali pia tolto con I honore flelTo, che con da- nari,
o con iofiantie, logliono efTer premiate, &
ricompenfare. Honefle Jl Primo libro. j p 3 1 Honefte, Se
lodeuoli ancor fono a noi quelle cofc,ch euendo per fe fteile eligibili,
noi più torto per curai d'altri, che di noi me- 33 definii procuriamo.
& traquelle cofe, che fono in lor natura femplieemente beni, quelle,
hanno in fe molto deH'honefto, le quali porta da canto l vtilità, ck
l'intereUe proprio, (blamente 34 per benefitio, ck vtilità della patria
operiarno . Pamapan pari- mente dell'honefto quei beni, che fon beni in
lornatura,& dal- 35 la natura dati. ck quelli ancora, i quali l'vfo,
e'1 godimelo pro- prio di color, che gli polleggono, non riguardano :
pofeiache il riguardarlo farebbe inditio, che roller. per cagione, ck per vtil
de 36 gli ftclTì lor poiTclìori, tk non de gli altri. Lodeuoli ancoFa,
& nonerti s'han da ftimar, che Cittì più torto quei beni, chefi
fo- glion concedere, tk dare a gli huomini doppo la morte loro,
che non fon quelli, che fi concedon lormcnrre che fono in vira, pe- roche
le cofe, che fi danno, ck gli honori, che fi fanno a color, che fono
ancora in vira, può più ageuolmenre parer,chc fi dieno, & fi facciano
in gracia loro, & perfol piacer ad erti, ck non per 37 caufa della
fola lor virrù, come ai già morti adiuiene. Hanno an- cor molto deH'honefto
quelle opere, che fi fanno per caufa d'v- tilc, tk commodo, che ne venga
ad alrri : come quelle, che in talguifa minorapparenria tengon d'efter
farrc per fola caufa di 38 femedefimc. Mcdefimamcntc i nego ti j, le
fatighe, cV le cure, ben maneggiate, & diligentemente trattate, &
condotte a fine , appartenenti ad altri, più torto, ch'a fe Hello, non è
dubio, ch'el- le non habbian cogiunto molto del lodeuolc, tk deH'honefto
fe- co : ck fpecialmcntcfe tai negotij a perfonc appartengono,
dalle quali shabbia riceuuto benefitij : pcroche in tal calò la
giuftitia 35 così ricerca, & s'opera giuftamente in farlo, tkin fomma
rutti li benefitij, che fi fanno altrui, tengon fcco, inquanto rali,
parte 40 non piccola deH'honefto. Quelle cofe medefimamcnre,le
cótra- rie delle quali foglion'indurrc alrrui adarroflìr per vergogna,
fi poflono ftimar honefte. percioche cofe brutte, & biafmeuoli
fon quelle, le quali quando diciamo,o facciamo,o già già fiam'in
ani mo parati, de pronti per dire, o per fare, ci foglion cagionar
ve- 41 «econdia. fi come bene ef^rciTc Saffo ne i fuoi verfi, quando
ha- ucndole detto Alceo, volontieri, o Saffo, ti dirci alcune
cole, ch'io hò nell'animo, fe la verecondia non mi ritcneffe, ella
ri- spondendo gli dine. Se ci foiTe caduto in animo, o Alceo, delì- H
ij derio 6 o % JJeua Jsetprica a yirmotti^ dcrio di cofc, c'haueflcr
dellhonelto, & del ragioocaolc, Se non furte acconcia, Se parata la
tua lingua a dir cola brutta, Se degna di nprenlionc, certamente la
verecondia non uoccupatebbe, ne t accenderebbe il volto, ma fecuramente
parlerei, non hauen- 41 do ad»r cola, che non fuOegiufta. Oltra di quello
quellccolc, che loelion tener gli huomini in angofeia, Se angonia di
mente, fc congiunto con elTa non è timor, o tcrror d'animo ; li
poùono Aimar cofe pendenti dahonorc,& dahoncftà, folcndo vn
tale accidente accafcarc aglihuomini percagion di quella forte di 4 j
beni,che riguardan la rcputationc,& la gloria. Appretto di que- fto
quelle virtù, & lodeuoli operc,chcfon proprie di (oggetti m lor natura
più nobili, faran parimente ancora elle più honeltc, Se più pregiate ;
come fon (per esempio) quelle dell h 11 omo n- 44 fpetto a quelle delle
Donne. & meddimamentc più congiunte con 1 nonetto fon quelle virtù,
che fon più atte ad eller godute. Se con diletto guftatc da gli altri, che
da color, che le poligo- no. Se per qudta ragione il giudo, & la
giuftitia fon giademen- 4 r te partecipi dell honefto. Maggiore fplendore
ancora d bonetti fi dee fornir, che fu nel prender vendetta de . fu 01
nemici, che nel riconciliarfi pacificamente con efli.cooaoliacofa che da
giù- ftitia nafea il ricompenfar fecondo lcqUalità, Se .1 render pari
a pari, & quel, eh è giufto, fia parimente nonetto, oltra che
cofa da huom forte è il non cedere alle ingiuricnecome infenor
loc- *6 comberc alla forza d'altri. La vittoria ancora,* ilpremio,
che vincendo fi confeguifcc> fon cofc da elTcr connumcrate tra le
co- fe honeue, comcqucllc, che quantunque al tro vtile. o frutto
no portin feco, fon nondimeno eligibili per fc ^edefiroe, & danno 47
infiemementeindino d ecceiro divina Olrra diqueitonguar- dan 1 nonetto
quelle cofe, che foglion cófcruar viua 1 altrui me- moria : Se quanto più
fono atte a rarqucfto,tamo han maggior- mente dell nonetto : ne è dubbio,
che più non fiano atte a tarlo 48 quelle,chc (èguitao 1 huomo doppo la
morte ancora. I arirocn- te lodeuoli, & honefte fon quelle cofc, alle
quali vien dietro ho- 49 nore, Se reputazione. Se quelle medefiinamentc fi
fan tenere per 4^ «uiv, v + ^orpn.ate lcaua i eccedon 1 altre
nel maegiormentchoneltc, Spregiate, ic qua» „ rtl r^, art
>«. nenVr loro, Se più ancora, te noi foli forno, che le
polliamo. Jofcnche per tal cagione vengon a ferii più -o«W.,^ P«
con- 50 Vegnente pili atte a reftar ncU aUrui memoria. Le pozioni an- Jl
Primo libro . 6 r cora, parche crcfcan di degnici, fe più torto amene, che
frur- ruofe fono : come quelle, che in quella guifa fan maggiore
ap- 51 parentia di liberalità. Apprcilo di ciaicheduna
nanoneancora, quelle cole, eh ad effa fon proprie, & peculiari, fi
deono (limar' 51 nonorate, Se habili a recar lode. Se parimente quelle,
che poflb- no efier inditij di cofa, appretto di quefto, o di quel popolo
lo- data, honefta, Se peculiarmente tenuta in pregio, come (per
ef- (empio) era cofa honorata appreflb de i Lacedemoni il nodrire, Se
conferuar lunga capigliatura, eden do quefto vno inditio del- la libertà,
& ingenuità loro, come che 1 vlo del portar la chioma lunga, non laici
agcuolmcnte elfercitarealcuna operation ferui- 5 j le . Cofa
medefimamente, che porti honeftà feco,s ha da ftimar, che fia il non
clfercitare alcun arte medianica, Se illiberale, con- ciolìacofa che
conuenga ali rinomo libero, Se ingcnuamete edu- /4 cato, il non
foftcntarla vita ad arbitrio d altri . Recherà gioua- mcnto ancora a poter
commodamente lodare, o bial mare, l'vfar di prender in luogo delle cofe
delle, quelle, che per vicinanza, Se fomighanza, che tengon con elle,
poflbn parer quelle delie me- de firn c. comcauuerrebbe (per ch'empio) le
vn,chcfullè ne i pe- ricoli cauto, Se auuertitamente animofo, futfc da noi
chiama- to timido» & inlidiofo: Se vno ftolido,& mezo matto,
chia- maflìmo femphee, Se puro : Se il nome di manfueto delfinio /; a
vno infenfaco. Medefimamente in ciafcheduna cofa s hàda procurar, che di
tutte quelle cofe, che fcguitano,& s'accom- pagnano, Se van dietro a
quella, fi prendi no in luogo d ella quelle, che più ci paia che tornin
bene, comefe (pereHem- pio) colui che fufle iracondo, & quafi
furibondo; nominaf- urno huomo femplice, Se li'oero : Se ad vn faftoib, Se
fupcr- jf bo delti mo il nome di magnifico, & grane . Et coloro
oltra ciò , i quali ne gli eccelli , & ne gli eftremi , tra i quali
dan ri- pofte le virtù , traboccatfèro , potremo cofi nominare,
comefe nei mezi,cioé nelle virtù fi trouallero : comauuerria nomi- 57
nando l'audace forte, & il prodigo liberale. Perciochc oltra ch'a i
più degli huomini,come impenti foghon communemen re parer virtù cofi fatti
eccedi ; ci s aggiugne quefto di più, che ingannando in vn certo modo co
fallace fillogifmo fe ftedi ; par loro, che ragione, Se caula ci fia , per
laqual fi pollano accettar j8 perhoncfti,& lodeuoli i già detti eccedi
. Conciofiacofa che s alcun'è* 6 2 Della Retorica d
Arisxotelt^ s'alcun' c , che doue non faccia dibifogno fi metta più di
quel , che conuiene ardito in pericolo,- può vcrifimilméte parere,
che molto più farebbe egli quefto quando la ragione,& lhoncfto
lo ricercate . Se fefenza diftintione alcuna farà largo in donare
il fuo à chiunque gli venga innanzi ; fi può ftimar, che molto
più fia per far quefto co gli amici fuoi,di maniera che può parer
vno eccedere, Se vno eilcreabondanre nella virtù, tf fare vtile, &
be- neficio à tutti. Fà ben meflier d auuerrire, Se di confiderare
al- la prefentia di quai per Ione fi prenda à lodar la perfona, ò la
co- fa, che noi lodiamo : percioche fecondo che folcua dir Socra- te,
non è diflficil cofail lodar gli Atheniefi,apprciTb de gli Athc- 60 niefi.
Et fi dee parimente auuerrir, che quelle cofe, che fon te- nute honcfte,&
lodeuoli appretto di quelli, ò di quelli, dinanzi ài quali parliamo ;
fiano accertate, Se lodare da noi, come che veramente,& in lor natura
fien tali, Se non perche eglino cofi le (limino : comeauuerria (per
ellcmpio) s'appreflb de' Scithi,dc* Lacedemoni j,dc'Filofofi,ò d'altre
narioni, ò profeflìoni occor- rere hau ere à lodar qualche cofa. doue
(perbreuementedire ) bi fogna fempre cercar di tirare all honefto timo
quello, eh 'ap- prcifo di lor fia hauutoin cóto,8c tenuto in pregio.il che
non fa rà difficile, per la vicinanza, c ha l'cifer tenuto in honor, co
Tho- 61 netto. Oltra di quefto quelle cofe fi deono come honcfte,&
de- gne di lode fumarci le quali può parer, ch'alia cofa lodata
con- tengano, Se quafi come fuc appartengano . come faria (
peref- Tempio) fc le fu 1 *" cofe degne de i fuoi maggiori, ò a i
ratti di quelli proportionate ; &cfe\c corri fpódeirero ad altre fuco
lo- ro proprie honorate anioni :
perochel'aggiugncrej&accumui lare honor fopra honore, molto porta fcco
d'honeftà , Se di feli- ci cita. Ridonda ancor grandemente in lodeil moftrar,
che fuor di quello , ch'ordinariamente, Se vcriGmilmcntc fc ne fune
po- 6} tutoafpettare,habbia proceduto la cofa lodata in meglio,
come -auuerria (per elTcmpio) fc diceilìmo, che coftui nella buona,
Se profpera fortuna fua fi fece fempre conofeer per modefto,per
hu mano, & per moderato ; Se nell'acerba, & auucrfa, per
magna- nimo, Se per co ftan te. ò fcd'vno , che fufteda balla condì
tion falito à ricchezze, Se à degniti, diceflìmo, chei fempre fulfedi- uenuto
in miglior coftumt, cV: più fempre affabile, Se più tratta- ta bile . Se
in quefto e fondato il detto, che folcua vfare Ificratc di feme- Jl
Primo libro . f j Ce medefìmo dicendo; O da quai principi j à quai fu
cecili fon io 6} venuto . Se quell'epigramma medefimamente di colui , c
haue- * ua ottenuto vittoria nei giuochi Olirrìpici, doueei dice;
Sopra di quelle proprie fpalle hauendio la celta grauej Se quel
chclc- 66 gue. & quel detto parimente di Simonide, Il padre, il
marito, 6j Se li fratelli di cortei furon tiranni. Et perche la lode principal-
- mente alle operationi attribuir (idee; Se è proprio di
color,che operano virruofamentel operar con elcttione ; fa di
meftierper quello di tentare, Se di far forza Tempre di fare apparir,
chele operationi di colui, che noi lodiamo, iìano fiate fatte
concon- 6% figlio, & con elettione. Et vtile à farquefto farà il
inoltrar, che 6? fpeflè volte habbia egli fatte quelle lidie attioni .
Onde fe ben vi fuircr di quelle , che rullerò accadute fortuitamente, Se
quafi lenza penfarui , fatte à cafo ; farà non di mcn ben /atto, che
con inoltrar, che fpeflo fiano auucnutc, fi faccia apparir, che non
à forte fiano accadute, ma con elcttione. concionacofa che fc
mol te,& tra di lor fomiglianti fi moftreran tali attioni, chiaro
indi- 7« rio farà,chc da virtù, & da elettion fian nate. Hor non
cllendo adunque altro la lode, che vna narratione, per laqual fi moftra
, Se fi fa conofeer la grandezza della virtù , fa di meftieri, che
le operationi fiano dimoftrate tali, che paia, chedalla virtù nate 7
1 fiano . ma la celebratione s'intende eller delle opre ftefle ; Se
le altre cofe, che di fuor fi prendono, Se fuor della ioltantia
dell'o- pre ; fi prendono in fede, Se in fegno della bontà delle opere;
co me fon ( per efiempio ) la nobiltà, & la buona educatone :
ed fendo verilimile,che da i buoni naicano,& deriuino i buoni;
Se che color, che con buona, Se honefta education nodriti , Se in- 72
(limiti fono ; buoni, Se honefti parimente fiano . Pcrlaqualco- ia
celebrar fogliamo altrui, hauendo principalmente rifpetro al- le opere, Se
alle attioni loro ; ellcndo le opere quelle, che dan- no inditio de gli
habiti, donde elle nafeono : perciochc lodi fi darebbeno ancora à quelli,
di cui non fi folTer vedute le opere, fi credette, Se s'haucilenotitia,
che in cfll fi troualfero habiti 7 3 da operarle. La beatifìcation poi,
Scia felicitatione, cioè il pre- dicare alcun per beato, Se il predicarlo
per felice, fono quanto à fe quali vna ftella cofa ; ma no già vna lleila
cofa con le già det- te, cioè con la lode,& con la celebrationt . ma
nel modo, che la felicità comprende, Se ricerca la virtù ; cofi la
felicitatione,ò ver prc- f 4 Della Teorica
dldriftotelcj predication del felice ricerca, & comptende ambedue le
già dec- 74 tecofe. Hanno il lodare , & il fuader configliando , vna
cena forma comune, nella quale in foftancia conuengono:
percioche quelle Ite Ile cofe, à cui fi cerca defortare, indurre, ò
ammonen- do fuader ne i configli ; le medefime, trafpofro alquanto
l'orditi 7J della locutionc,diuengonoairegnationi di lode. Per laqual
co- la hauendo noi già veduto quai cofe còuengon di fare a vo'huó da
bene, Se degno di lode, & qualmente diipofto,& qualificato debba
eilere ; tutto quello potremo mcdefimamente ammoné- do , Se iuadendo dire
; tralportando folo, in vn certo modo al- jC quanto le parole, Se
trafmutando l ordin della locutione. come ( per eirempio ) fe diremo , Non
conuenir gloriar/ì, ne fondar la reputatione nei beni della fortuna j ma
in quelli, che in poter di fe ftcilo fono, cV dall'in tri nfcca virtù
dependono ; verràque- flo concerto in cotal modo efplicato,ad elfer
vtile,& proportio- nato all'ammonitione , Se alla fuafione . Se il
medefimo diuerrà a lodare accomodato, fe murate alquanto le parole diremo,
che il tal non fi gloriatane da più fi repuraua punroper i beni eli
ci poilcdciia della fortuna ; ma folo per quelli , che
daii'intrinfcca 77 virtù fua depcndeuano . Per laqualcofa quando vorrai
lodare alcuno, andarai cólidcrando di che cofa l'ammoni redi , de
àche cofalo fuaderefti . Se all'incontro quando ammonire, ò fuader lo
vorrai, andarai vedendo che cola trouarfi porta degna di lo- de in chi fi
fia : folo il modo della locutioue, Se 1 ordin delle pa- role farà
contrario nelle due intentioni, Se efpreflìoni già dette; efprimendofi 1
vna per modo di prohibire,& altrafenza cofi fat 75 tomodo. Molti
ancora di quelli aiuti in lodar iarà ben di via- re, iquali han forza
d'amplificar le cofe. come le (per cileni pio) dicemmo, che colini nella
tale honorata attione, Se lodcuol fat- to, fu folo à operarlo, ò vero il
primo di tutti gli altri, òalmen pochi hebbein fu a compagnia; Se ch'egli
fuil principaliflìmo. Se quello in lomma, à chi principalmente fi debba
attribuirei! fatto . perochc cofi fatte conditioni, Se circoltantic portan
icco molto dell'honefto,cV alleattioni nó piccolo fplendoreaggiun- 75
gono. Tra le quai circoftantie quella del tempo, Se quella dcU Poccafione,
fon di gran momento in amplificare/ Se fpetialmcn te quando le portan cofa
fuora di quello, che vcrifimilmen te px lo rena, che fi po celle
afpcccare. Medcfiraaracncc amplificatione importa Jl Primo libro . 6
j imporra nella virtuofa operacion d alcuno, il moftrar,
ch'egli molte voice nel medefimo, ò nel fimil fatto , il medefimo
valor habbia moftrato : pofeiachein quefla maniera, oltra
ch'appari- rà più nonetto, Se più grande il fatto; farà ancor giudicato ,
che . non à cafo,ò per fortuna (la accaduto, ma per maturo
configlio, 8 1 & deliberata «lettion di lui ftctTo, che l'hà operato .
Verrà pa- rimente ad amplificarfi il fatto d'a!cuno,fe moltreremo,che per tal
cagione fi lìa per honorarlo trouaro, «Sé inftiruiro di nuouo alcun di
quei premij,& legni d'honore, che fogliono eccitar gli huomini à bene
oprare , tic recar lor gloria , & honorara fama . Si com'àdir, ch'egli
lia flato il primo ad eifer con oration publica celebrato; com auuennead
Hippolocho: & fi come Annodio, ÓVAriftogitone furono i primi, ài quali
fu ifer drizzale fta tue pu 83 bliche in honor loro . Et il medefimo
fimilmentc s'hà da mten / dere, & fi può confiderare, èV applicar
nelle cofe, alle già dette, 84 contrarie ; cioè à quelle che recan biafmo.
Ma fela perfona ftef ' fa, di cui prenderemo à parlare , non ci potrà co i
fatti fuoi pro- prij abbondanrc materia fom mini (tra re; potremo in tal
cafo ri- durlecolein comparatione , ponendola in paragon con altri. 8
5 fi come foleua fare Socrate ; come quello, ch'era molto vfàto , 86 &
alTuefatto nel gener giudiciale . Maja ben di metti eri di far la
comparation con perfone d ìlluttre virtù, 8c di chiara fama
: conciofiacoià che amplificata, Se ingrandita vien la virtù di
co- 87 lui, il qual fia à quelli, che vircnofi lono, ancepofto . Et in
vero non fenza ragione in teruiene^fc hà luogo l'amplificacion ,
nel laudare; come quella, che conulte in vn certo eccello: Se già fàp- piamo,
che l'eccedete hà in apparentia in fe del lodeuole,& del- 88 l'honelto
. Oride hafee chequando ben non fi pollon le per- fone , che lodiamo ,
paragonare , & comparar con perlone * egregie, &di gran virtù; li
doueran nondimcn porre in con- paratione con altre, quai fi voglian che
fieno . pofciache pur che s'ecceda,parchc il folo eccedere porti inditiodi
vrrcù , & faccia 85? accrefeimento alla lode . Hor per concludere,
pare, che di tut- te le fpetie, & forme d'argomentare, che fon cornimi
ni à tutti i generi delle orarioni, l'ampliflcation ita , piùaccominodara
, 6c 90 proportionata alle demoftratine. conciofiacofa clic color, c
hàn da lodare, pccndan di fuora, & come già manifefte
fuppongan le arcioni, c'han da narrare : di maniera che folo retta loro
di far con amplificatone apparir la grandezza d'effe, &
Ihoneflà 51 che le portan feco . Gli elTempi poi fon molto accommodati
, & appropriati alle orationi del gencr confultatiuo :
perciochc dalle cole già meccite per il Dallato , fogliamo decorrendo ,
Se 51 conictturando fargjuditio delle future. Et gli Emhiniemi
final mente pare, ch'allc gìudjciali orationi.4>ccomroodino, &
con- uengan principalmente: ( pofciache le Gftfe, che già fon pattate
, cVhan giàhauuto effetto, pollonpriocipalmctc tra tutte
l'altre* maggiormente dar luogo al ccrcarfene la cagione,& ad cifer
de- mottrate con fillogifmo, non elfendo elle manifcftc, poi che
ca- j$ dono in controuerlìa . Daquai cole adunque depcndano ,
& qua(ì nafeano tutte (lì può dir ) le lodi, & i biafmi : Se à
qtiai co- le parimente s'habbia da tener l'occhio volendo lodare, ò
biaf- mare : Se da quai propofitioni , come da luoghi , fi poifan
trar forme da celebrare, & innalzai lodando , ò da infamare , &
im- bruttir vituperando ; può effei mani fedo per le cofe , che fi
fon dette fin qui : potendo facilmente per fe medelìme , dalle cofe
, che dette fi fon della lode* apparir note quelle ancora, che
lor fon contrarie: pofciacjie dai contrari j dcllalode, Se
dellhonc- fto, rcfulra, Se d crina il hi*fmo . (apo io. T>el Gencr
giudìciale : & prima dell'ingiurie, tfcaujè di quelle 5
{fàquai capi fi poffon ridurr^ . Egueal prefente, che palliamo
fecondo I ordin'in- cpminciato, à dir dell accufationc, & della
difen- À ' (ione ; Se alfegniamoda quante cofe, Se da quali s habbian
da formare, & da concluder in quelle , le argomcnutioni . Fà dunque di
meftieri in que- llo propoli to di vedere, Se di potlcder tre cofe . L vna
e, per ca- cion di quali, Se di quante cole far fogliano ingiuria gli
huomi- ni . La feconda è poi, di che forte, Se come dilpoiti fien quelli
, chela fanno . Se la terza gli arTctti,& paflìon dell'animo, piò
di lotto al Tuo luogo dichia i j Jcremo . Reità al preferite che noi
veggiamo per cagion diquai \ cofe j Se in che maniera qualificati, &
difpofti , & contea di. che ò 16 forte di perfone, loglian fare
ingiuria ^li huomini. Primiera- mente adunque voglio , che distinguiamo ,
& moftriamo per \ .quai cofe conseguire,. & perquaifehiuarc,
fogliam noi rentaic, Se indurre l'animo a fare ingiuria: cirendo mani
fe&o, ch'a col uf chacenfa, appartien di cercare, Se di confiderarc
quali, Se quan tedi quelle cofe fi truouino nell auuerfano, lequali
appetir fo- glion rutti coloro, ch'ingiurian chiunque fia . &achi
difende, perii contrario, Quante, óc quali. di quefte cofe medefìru*
non 17 yi fi trottino . Dico adunque ohe tutte le cofe, che tutti gli
huo *ni ni fanno, parte fanno eglino non da fc ftcflì , nè per
arbitrio 1 8 proprio ; Se parte da fc fteiìì per lor proprio arbitrio. Se
di quel le, che non da fc ftefli fanno, alcune ne fan per fortuna,&
altre 19 fpinti da ncceflìtà . Se parimente tra quelle, che fan
petneceflì- tà, alcu ne ne fan violentati da forza eilerna, & altre
ipinti, & in io dotti dalla natura. Onde ne fegue , chetarne' le cofe
y che gli huomini, non da fc ftcflì fanno, alcune da fortuna , altre da
na- 21 tura, Se altre finalmente da violentia , Se da forza nafeono .
Di ueJlecofepoiJcqualicglindafe Itéflfì fanno, Se di cui elfi
me- efimi fon cagione,alcunc fan per confnetudine, & altre per
ap ai petito. & qucile ò per appetito rationale, ò per appetito non
ra rionale : eiTendo la volontà, rationale appetito di bene; po-
1 feiache nell'uno e, eh altra cola voglia, che quella, che già da
lui 13 (la giudicata, & accettata lotto ragtó di bene . L'appetirò
irrario nal poi fi truoua eiTcr di due maniere, quello dell ira, &
quello »4 della cupidità, over della concupifeentia. Per laqual cofa
ne- ceflàriamente da quel, che fi e detto fegue, che tutte le cofe,
che fanno gli huomini, da vna di quelle fette caufe per forza
nafea- no. cioè oda fortuna, òda violentia, ò da natura, oda
confite- li nuli ne-, ò da ragione, ò da ira, ò da cupidità .
conciofiacofa che il voler, con aggiugnere altre diuilìoni,
diilingnerlcattioni dcl- l'huomo, fecondo la ditlintion dell'età, de gli
habiti, Se dell'al- tre códitioni, Se qualità de gli huomini \ farebbe
cofa fupcrHua, 16 Se fenza bifogno fatta . Peroche fe a quelli, che fon ne
gli anni giouenili pare, che fegua quella proprietà d'eiferc iracondi ,
Se pieni Jl TrtmoTibro . 6 > pieni di cupidità ; non per
quello dalla giouinezza fon molli, Se indotti a far quel, che fanno: ma
l'ira, & la cupidità fon quel 17 le, che gli muouono . Ne parimente i
ricchi, Se quelli, chefo- no opprefli da poucrtà,fon dalle ricchczze,cV
dalla pouertà fpm ti alle loro attioni : ma per accidente accade, ch'i
poueri per ca- gion delbifogno, & mancanza loro, habbian cupidità di
dana- ri, dalia qual cupidità fon molli . &i ricchi per la confidenza
, c hanno di poter confegnir quel, che vogliono, appetifconole Cofe
più tolto voluttuofe, che necellarie. onde gli vni, &gli al- tri di
quelli vengono a operai e, non moflì, come da caufa , dal- le lor
ricchezze, ò dalla pouerrà, ma dalle lor cupidità folamcn- 18 te. Non
altrimenti ancorai giù iti, Se gli ingiulti, Se tutti gli altri,
ch'operano fecondo qualc'habito , ò difpofition , che ten- gono : operano
quel, che operano per alcuna di quelle cagiòn già dette: operando elfi, ò
per ragione ò per affetto dell'appeti- to : quantunque alcuni di loro per
collumi, Se per affetti buo- i ni, Se alcuni peri lor contrari j faccian
le loro attioni. E x beni vero ch'ad altre, Se altre forri d'habiti,
accufano,& confeguono parimente altre, Se altre delle già dette caufe
. conciofiacofa che l'ubico ch'vn fia temperato, gli confeguitin tal volta
per cagion di quella temperanza, intorno a i piaceri del fenfo opinioni,
Se appetiti honefti ; Se all'intemperato per il contrario intorno
à quelle {Ielle cofe, feguitano opinioni, Se cupidità contrarie. 3 o
La onde quelle così fatte diuifioni lì pollon ragioneuolmente la 3 1
feiarc indietro, Se Col balla quanto ad effe conlidcrare quali
del* ledette caufe, a quali conditioni, & qualità d'huomini,
feguiti- j i no Se vengan dietro . Però che fe ben per elTer Ih uomo ò
bian- co, ò negro, ò grande, ò piccolo, ò d'altro limile accidente ;
no per quello gli leguita più l'vna, che l'alerà delle dette caufe
delle attioni fue; nondimeno percller egli ògiouine,ò vecchio, ò
giù (lo, òingiulìo, ò limile, gran diuerlìtà li croucrà per quello
ncl- 3 3 le decce caufe, che lo feguiranno. Ec per dir breuemente in
tat- ti quelli accidenti , & in tutte quelle qualità , che fono habili
a variare, Se a far differenti i collumi nellhuomo , cometaria
lo (limarli ò ricco, ò pouero , ò in auucrfa, ò in profpera fortuna
, ò in fimil qualità ,• in tutte (dico) li troucrà dirTercn ria nelle
caii 3 4 fe deH'opcrare,che le feguiranno . Ma di quelle cole
ragionerc- 3 j ino poi nel proprio luogo loro . Se al preferire quel,che
celia per hora 7 o Del/a T^torìca d'drìBotelc^ $ 6 hora di dire,
anderem feguendo . Dalla forruna adunque fi di- con farli, & venir
quelle cole, le quali non han certa , & deter- minata caufa, & non
per cagion d'elle fon fatte, ne fempre, nè ii più delle volte, ne
ordinariamente adiuengono : le quali tutte conditioni poiron perla
diffìnition della fortuna venir manife- $7 (le. Dalla natura poi
vcngono,& lì fan quelle cofe,la caufa del- le quali è in clic in
trinfeca > & con ordin determinato le produ- ce ; come quelle , che
ò fempre, ò il più delle volte nel medefi- 3 8 mo modo il veggon fatte,
peroche quanto a quelle cole, che nel la natura fuor della natura fi
producono , non conuiene al pre- lente noftro propofito fottilmente
inueftigare, & moftrare, fe da qualche potentia, òc forza della natura
Iteflà, ò ver più torto daqualch'altra cagion deriuino : folendo parer,
chela forruna 1$ ancora, cllcr ne polla (limata caufa. Da violcntiadircm
poi far- li quelle cofe, lequali da quelli ItelTì, che le fanno, fon fatte
có- 40 tra la lor cupidità, cV contra i volere, & configlio loro . Per
có- fuetudin fidicon poi farfi quelle, che per haucrle l'huomo
fpef- 41 fi (Time volte fatte, le fa poi quafi come arfu efatto in elle .
Per difeorfo poi di ragione, cV per configlio fi fan quelle cofe,
dalle quali paia, che polla venir commodo, Se vtilità, & che
fondi quei beni, che già di fopra hauiamo allignati, ò come h ni,ò
co- me mezi indirizzati ai fini: & fi fanno ol tra ciò per cagione,
& 41 conintentiondiquelcommodo, &di qucH'vtile. quello
dico, peroche alcune cofe parimente vtili, può accader, che
faccian gli intemperati; ma non già le fanno per cagione, &a fin
di auelivtile , ma per cagion più tolto di quella voluttà, &
piacer 43 fen filale, che Ila congiunto con elle. Da animo accefo,& da
ira 44 vengon fuor quelle attioni, che rieuardan vendetta : & è
dipin- ta la vendetta dal gaftigo,ò ver dalla puni rione, perciocheil
ga- Itigo fi fa per caufa, ÓV per vtil di colui che lo paté, & io
riceue: doue che la vendetta fi cerca di far per caufa, & fodisfattion
di chi la fa, accioche egli col mezzo di quella renda fatio il
fuoani- 45 mo del danno d'altri . Ma intorno a quai cofe confi Ila , &
riab- bia forza l'ira, potrà efler manifcfto per le cofe, che poi al
luogo 46 fuo tratteremo degli affetti, & paffion dell'animo . Per
cupidi- tà finalmente fi fan quelle cofe, che fon voluttuofe,
^.'giocon- de : & tra cofi fatte cofe gioconde , fi deon connumerar le
co- fe fatte già confuete,& per il lungo vfo diuenute quafi
domeni- che, Jl Primo Itbro . 7 / che , Se naturali : pofeiache
molcc cofe fono, ch'in lor natii» ra non recan piacere, ne fon gioconde,
eV nondimeno per il lun- go vfo frequentate, con diletto, Se con
giocondità lì fanno. Per laqual cofa per raccogliere in capf, quanto in
quello propo- sto detto riabbiamo, tutte le cofe, che gli huomini da loro
Acuì fanno, o le fon buone, o vogliam dire vrili, o le appaion tali,
o uer fon gioconde, o gioconde appaiono. Et perche tutte le
cole, ch'eglino da loro flefli fanno, le fanno volontariamcnte,&
(pon- raneamente, Se non fpontaneamente fan quelle, che non fan
da loro fteilì, ne fegue da quello, che tutte le cofe, che
fpontanea- mente, Se volontariamente fanno, iianodi ncceilìtà buonc,o
vo gliam dire, vtili, o appaiilcon tali, ouer fian gioconde, o gioco- eie
appaiono. Et pongo io in numero frà i beni, Se fra gli vtili,
la libcratione, Se lo fchiuamento de i mali,& di
quclli,cnappaioa mali : Se parimente il riccuimento del manco malc,in
1uol;o del maggior male : emendo l vna, Se l'altra di quelle cofe in vn
certo modo, eligibilc. Et per la medefima ragione pógo in numero
fri lccofevoluttuofe, &c gioconde, la libcratione, & lo
fchiuamen- to delle cofe dolofe, Se molefte, Se di quelle, chappaton tali,
Se il riceuimento parimente del minor dolore, Se minor rooleflia » in
luogo della maggiore. Fa di mellieri adunque di cercar',& di veder
quante, & quali fiano le cofe vtili, & le gioconde. Et qua- to
alle cofe vtili, già di fopra nel trattar del gcner d ehb erati uo,fc- n'e
detto quantopuò ballare, onde refta, che delle gioconde, Se Yoluttuofcal
preien te ragioniamo. In che far' debbiamo (limar, poter lediffinitioni,
& deferittioni che daremo, fodisfàre a ba-» ftanza,fe tutte quelle
cofe, ch'occorreranno, faran non efatta- mente efquifite, ne con ofeurità
poco manifefle. Poniamo adun que per hora non elfere altro la voluttà,
ch'vn mouimen- to, Se titillamento dell'animo, Se vn fubito ritorno,
Se fcnfibilmcnte percettibile, a reftaurara natu- ra : Se il
contrario di quello s ha da in- tendere ellèr la molellia»Capo 7 2
'Del/a r R^tprtca dlArìttotelc^> (apo il. Ideile co/e gioconde , ouer
voluttuoje \ . per cagion delle quali ,Joglion recar fi a fa- re
ingiuria gli huomim. & de i luoghi da tro~ uarle, da conojcerle, £f da
moHrarle^j . Ssendo adunque la voluttà della forte,
c'habbiam dichiarato, già può per quello apparir manifefto, che
giocondo, & voluttuofo fi debba (limar tutto quello, chefiaerfettiuo,
& prodottiuo di tal crlet- to : & quello per il contrario, ch o di
quello (IciTo affetto faràdeftruggitiuo, o del contrario d eflb,
eflettiuo, dolo- ralo, & inolefto potrà giudicarli. Laonde
nectllariamente ci fa- rà per il più,giocódo il
lentireappro(lìmarciaquello,chcci paia, che ricerchi in noi la natura.
& ciò maggiormente quando fi fen ta,chc quelle cofe, ch'appetite in
noi dalla natura fono,fianoarri- uatea confeguir la natura loro.Et le
cófuetudini ancora>cV le co* fe per lungo vfo confuere, ci fon gioconde
: perochc quello, che per fiequcce vfo,& lùga alUicfattion diuien
cófueto, par che do- uenti colà quali naturale,hauédo aliai fomiglianza la
còfuctudi- ne có la natura. cóciofiacofa che appartenevo alla natura
ilfem- prc,& alla cófuetudin lo lpclfo,c'l frequétameto, par che lo
fpef- fo,& la frequétia,sauuicini in vn certo modo al fempre.Oltra
di quello giocóde fon quelle cofc,che violctia alcuna nó hàno feco, clTendo
la violentia, 6c la forza, cornra la natura, & a quella op- ponga. 8c
per quello lenccelTìtà fon fempre noiofe, & molcltc, onde non fenza
ragion fi fuol dire, che tu tre le cofe, che h fanno impofte, &c violentate
da neceffità, han feco congiunra noia, de moleftia. Per la qual cofa le
cure, gli ftudij, lediligcntic, & gli sforzi, cV le anfictà dell
animo, fon tutte cofe moiette, come quelle, che fono in vn certo modo
necellìtate, Se violentate, fc ià per lungo codumc, & inuecchiata
confuetudinc, non fune huomo aliucfatto, & quali riabituato in clTe:
percioche in tal 4 cafo l'vfo, 6c la confuetudinc le farebbe parer
gioconde. Ma li contrari; d elle tengono in fe giocondità, & per
confeguente la pigriria, l'incrtia, lo fchiuamento della fatiga, la
negligentia, il lolazzo del giuoco, il npofo, il fonno, & limili, fon
tutte cofe > che Jl Primo libro . 7 3 che trà la gioconde
connunierar fi pollbno, non eiTendo in effe 7 forza di neceflìtà, che
moleftclc polla rendere. Ogni cofa anco* ra, di cui fi tenga cupidità, fi
può (limar gioconda, non ertendo altro la cupidità, ch'appetito di cofa
gioconda, o (oaue, che vo- I gliam dire. Delle quali cupidità, alcune
fon'in noi difgmntc da $ ragione, Se altre per il contrario congiunte con
erta, ditgiunte da ragion chiamo io quelle, che fenza difeorfo, ogiuditio
di ra- gione, Se fenza che laiiuerriamo, o confidcriamo, cadon nel
de- fidcrio,& appetito noftro. tali fon tutte quelle, che fon dette
in noi cupidità di natura, come eccitate» Se nate da quella : fi co- me
lon quelle, ch'ai corpo dello per fuo foftenta mento, Se bifo- gno,
(penalmente appartengono : come a dir la lete, & la fame, 10 che (on
defidenj di nutrimento :& finalmente tutte le altre cu- fuditàjche
riguardan ciafcunaalrra fpctic di nutrimento.eHa r B^tprìca d 9 miriti
otelz^ che gioconde furono, fc doppo quelle, nel tempo, che fia
fegui- 16 to poi, qualche cola o honefta o vtile fi fia cófeguita. onde
non fenza ragione fuorviarli quel detto. Dolce cola è il ricordarli
dei palla ti pericoli, a chi già laluo fé ne vede fuora.cV quell'altro
det- to. Doppo li (udori, &lcfatighe gran diletto fente
qualunque molti mali habbia già (offerto, & molte cofe habbia
fatigofamen- tc fatto. & la ragion di tutto quello nafee dall cfierc
ancor cofa 17 dolce, cV gioconda il non hauer'il male. Et quanto alla
lperanza poi, quelle cofe nello fperarle ci pollbn parer gioconde, le
quali ci paia, che prefenti ci fu/Ter grandemente o per dilettare,
oper cflerc vtili, o che almen con l vtilità che porraifero, non fullc
có- giunta moleflia alcuna. & per dir breuemcnte,tutte quelle
cofe, che pofion prefenti recar diletto, & giocondità, potranno per
il iS più,& nel ricordarfenc, & nello fpcrarfi, parer gioconde. Et
per quella ragione l'accenderli d'ira porta giocondità, ÓV diletto
fe- 19 co. fi come Homeronefà teftimoniaza poetizando dell'ira,
qua- do dice, che l'ira moltopiù dolce del mele, cade diftillando
in- 20 noi. & quello auuienc perche nelFun s'accende d'ira contra di chi
polla egli (limar cofa imponibile il far vendetta: & contra di quelli
ancora, i quali potiamo (limar, che molto d'autorità* & di poter ci
auanzino, o non diueniamo irati, o molto meno. 21 Suole ancora alle ftellc
cupidità, Se fpetialmentc fc molto vehe- menti fono, feguitare, &
cógiugneriì le voluttà rpercioche dan- do cógiunto con fi fatte cupidirà,o
la ricordanza d'haucr già có- feguito, & goduto quelIo,di che fiam
cupidi, ola fperanza d ha- uerlo a conseguire, veniamo a fentir lieti vna
certa voluttuofa di- lettatane, come vediam (per elicili pio) aunenirca
quelli, ch'in- Marnati da potente fcbre,ardon di lete, peroche
ricordandoti di quando han ben uro, o fperando, & difegnado d'hauer
pur qual- che volta a bere, fentono in cosifatta imaginatione, piacere,
Se 22 diletto. Parimente coloro, ch'ardentemente amano, ogni
volta che ragionano, o ieri nono della cofa amata, o altra cofa fanno
, che riguardi, o habbia per oggetto quella, fenton piacere, Se
di- lettationc. conciofiacoia che tenendo eflì in tutte quelle cofe l'imaginatione,
& la memoria nella cofa, ch'amano, paia loro 25 in clfcd hatierla allo
(tciTblorfcnfo prefente. & per quello il più certo principio d'inditio
d'amore in tutti quelli, ch'amano, (i può (limar, che fia, quando non lolo
fenton diletto mentre che la cofa Jl Primo libro. fa cofa amata
ftàlor prefcnte, ma ancor nell'adentia di quella» conferuandola nella
memoria, l'amano, & piacer fcnton nel ri- cordarli di quella : &
per confeguenreallhor fi può dir, chada- mar comincino, quando per non
lhauer prefenrc s'affliggono, 14 8c molema fcntono. Oltra di quello nel
mczo dei pianti, cV dei lamenti fteflì, fuol parimente vna certa voluttà
mcfcolarfi: per- ciochc il dolore, & la triftezza quiui nafcc per la
mancanza del- la cola, della cui perdita piangiamo, & ci lamentiamo,
cornea dir della morte d'alcuna perfonacara : & il piacer nafcc dal
ri- cordarci, & imaginarci la prefentia di quella, che ce la fa
pa- rer quali hauer dinanzi a gli occhi, rapprefentàdocifi come
pre- fenti le tali, cV le tali cole, che ella già fatte haueua,&
particolar- mente ogni qualità fua, & tale in fomma a punto, quale era
fat- ai ta. Onde fu ragioncuolmcnte detto, Cosi parlato hauendo,
fece 16 in tutti nafecre vn defiderio di piangere . Medcfimamcnte il
far vendetta contra de' fuoi nemici, ha congiunto fcco piacere,
& giocondità : peroche quelle cofe, che in non confeguirfi
recati moleftia, vengon, fele fi confeguifeono a parer gioconde,
onde eflTendo fuor di modo molefto a quelli, che fon prefi dall'ira,
il non vendicarti, vengon, non folo in far la vendetta a fentir pia- 27
cere,ma ancor nello fperarla. Il vincer parimente è cofa giocon- da, &
non folo a quelli, che fon per propria condition loro, có- tcntiofi, &
auidi di vittoria, & di foprauanzarc, ma a tutti gli huomini
comunemente, conciofiacofa che nel vincerli venga a generare in chi vince,
vn certo concetto, & vna certa imagi- natione, & opinion
d'eccedere,di che tutti gli huomini,chi più, & chi manco, fon vaghi,
cV in vn certo modo per natura cupidi. aS Etdaqueftoeirer cofa gioconda il
vincere, nafee confeguenre* mente di ncceflìtà, che tutte quelle forti di
giuochi, rechin di- letto, i quali han feco congiunta contcntiofa
altercatione, emù- latione, & gara, come a dir quelli, c'hanno in fe
vna certa fomi- glianza di contefa, & di pugna : & quelli
parimente, ne i quali con harmonia di muficali inftromenti fi gareggia, o
con difpu- 19 tatiue dubitationi, & queftiqni fi contende, peroche in
cosi fat- ti giuochi accade fpefle volte, che fi vinca, la fpcranza della
qual vittoria c gioconda, onde nel giuocho parimente de i dadi,
del- la palla, delle tauole, degli fcacchi, & umili, fi come vna
fpetie di contention vi fi truoua, così ancor piacere, & giocondità vi
fi K ij gufta. 7 30 gufta. Se nei giuochi oltra.ciò più
fatigofi,& ferij,& chchan piò del graue,& cÌcH'ingcnuo,il
medefimo parimele adiuienc.perciò che alcuni di lor fi redon diletteuoli
per 1' vfo,& per 1 allucfattion, che fi faccia in elfi , & altri
dal principio per loro ideili lon gioco di ,comc fon le caccie có cani,
& tutte l'altre foni di cacciare, de porre infidie, & perfecutioni
a fiere: pofciache douuque fi truo- ua contcntionc, e con rialto , quiui è
forza, che parimente vi Ci 3 1 porta trouar vittoria. Et per quefto il
trattar liti in guidino, & le di fruì tat ioni piene di con n onci ha,
portan feco piacere, & gio- condità a quelli ch'ofonafiuefatti,&
confueti in eirc,o fi lenton 32 potenti, & habili a valere in quelle.
Appn Ilo di quefto 1 hono- rc, & la buona reputatone, che s'habbia di
noi, li dcono tra le cofe grandemente gioconde connumerare,per l'immaginai
ione* & opinion, che da quefto ne viene a ciafcuno d'efier virtuofo,
che gli impru* 5 j denti, & più tofto finalmente i molti, ch'i pochi :
ellcndo mol- to più verifimilc, che fien per giudicare, & dire il vero
qucfti ta- $6 li, che noi habbiam nominati, che i lor contrarij.
perciochedi coloro, che noi in niun conto, & in nell'una ftima
teniamo, co- me fon fanciulli, o fiere, o limili, poco fogliam curare, o
auuer- tir per le ftcftb honore alcun, che ci facciano,o qual li voglia
opi- nione, & rifpetto , chabbian di noi, dico per fe
fteifo,pcrciòche può accadere, che per cagion di qualche altro
interelTe,che vi fia 17 congiunto, fi tenga di tal cofa conto, &c
piacer fe ne prenda. Gli amici ancora fon da clTcr pofti in numero con le
cofe gioconde, effondo gioconda cofa in fe ftcftà l amare: pofeiache
neflun fi ve- de eller (per ch'empio) amator del vino, che nel vino non
lenta 3$ diletto. Dall'altra parte èancor cola gioconda l cHcr'amato:
per- cioche, quefto ancor vien'a generar in noi immaginatone, & credenza,
che in noi fia qualche virtù, & qualche bene, ch'at- tragga afe queir
araorc> della qual credenza comunemente tutti gli huo- Jl V rimo
libro . 77 gli huomini, che non fono infenfati, fon cupidi. cVgià fi e
det- ticene 1 ellèr'amato cófifte in efTer'hauuro caro per loia cagion
di 1 9 le ltello, Se non per cagion di chi ama. Oltra di quello
gioconda, cola è 1 cllere limi uro in n in mi rat ione, re can do giocondi
tà,& di- 40 letro 1 "e Ili-re honorato. & ladulation
parimente è dolce, & gio- conda cola, Se per confeguentc gli adulatori
ancora, conciolia- cofa che color, ch'adulano, tengano apparentia d
ammiratori, ò in vn altra iìcila qualità congiun- te, pare , che in
quella natura tra di lor con uengano ; di qui e* , che tutte quelle cofe,
che hanno in lor cofi fatto congiugnime- lo di fomigliaza,fono l'vna
all'altra per il più giocóde: com a dir 1 h uomo ali h nomo, il cauallo al
cauallo,i gioueni a i gioueni,& |4 limili. Onde fon nati quei triti
(fi mi prouerbij, il Coerano gode di dar col Cocrano j il limile
appctifee, & ama il fuo limile $ l'v- na fiera fegue,& conofee
l'altra ; La (la fempre con la et Cornacchia, & altriprouerbij limili
. Et perche à cia(cheduno fon gioconde quelle cofe, c'han qualche
congiuntone, (omi- glianza, & conformità con elTo ,* & ciafeheduno
ha cotali con- dirioni principalmente con fcco ftcflb ; ne fegue
neceilàriamen- te, che tutti gli huomini ò più, ò meno > fian cari , 8c
giocon- di a fc fteffi , & amatori di (emedefimi: verificandoti, &
ha- uendo luogo in ciTì tutte ledette conditioni, & modi di
con* ;6 giugnimento, principalmente in rifpetto di lor medefimi. &
da quello cfler tutti amatori di fc fteffi, nafee
ncce(fariamentc,che a tutti Jl Primo libro . 7 P a tutti
parimente paion gioconde le proprie cofe loro : cornea 57 dire i propri)
lor fatti, le proprie loro drationi , Se limili . Er da quefto nafee, che
per il più lògliono gli huomini elTer amatori degli adulatori, & degli
amanti, ò innamoracene vogliam di- j8 re; Se parimente auidi d'etfère
honorati; &vehcmenti ama- 5 9 tori de i lor figli ; ellcndo i figli
proprie opere loro. Medelìma- 60 mente gioconda cofa è il dar perfezione,
Se por l'vhima mano aimpreie, & cole incominciate da altri, &poi
lafciate imper- fette : parendo a quei che lo fanno , eh in quella guifa
vengano 61 a douentar quelle tai cofe, come opere lor proprie. Oltra
di quefto eflendo il regnare, ò vero il dominar , cofa
giocondilTì- ma per Aia natura, vien confeguentemente ad cilèr cofa giocon dal
clferhauuto per faggio, & per fapientc: pofciac'.e l eifer dotato di
fapientia, ha in Ce del regio, & ticn grandapparcntia di principato:
non e (fendo altro la fapientia, chefeientia, Se co gnition di molte cofe
egregie, nobili, Se piene d arnmirationc. 61 Etpcrche gli nomini per il
più fon cupidi d'honore; ne fegue necellariamente, che nell ammonir, Se
correggere gli altri , 6} Se inoltrar loro i loro errori, fi fenta
dilettatione . Appretto di quefto porta aU'huomo giocondità l'occuparli,
Se confu- mare il tempo in quelle attioni, Se nello ftudio di quelle
cofe, doue egli in fe ftellb fi perfuade d'eccedere, & di valer molto
; li come dice Euripide con quefte parore,Ciafcun fi vede elfer
fre- quente, Se follecito, &la maggior parte del giorno alfegna,
& (pende in quelle cofe, nellequali fi Itima eccellerne, & pare
afe 64 ftellb di valere aliai . Medelimamente perche il giuoco, ci
fol- lazzo, & ogni forte di rjpofo, Se di relallàtione, fon da porre
in numero tra le cofe gioconde, &il rifo parimente; ne
feguedi neceflìtà, che gioconde faranno ancor tutte le cofe fefteuoli,
Se atte, Se accommodate a muouer rifo, ò huomini che le fi fieno , o
in detti, ò in fatti, che le confiftano . Ma de i ridicoli fi è
trat- tato, & detcrminato appartatamente come in p.opno luogo, *S
nei Libri della Poetica. Et tanto balli hauer-dìn qui detto delle cofe
gioconde, delle noiofe,dolorofe, Se moleftc poi, fi potrà 66 facilmente da
i contrarij di queftehauer notitia . Tali adunque quali habbiam dette, fon
le cofe, per cagion delle quali foghont gli huomini offendere , Se fare ingiuria'. /
o tDella r R(torica dlArì8otele^> (apo 12. Quali Jogliono ejftr quelli
, che vo- lentieri fanno ingiuria , quelli , cantra de i quali fi
voglia farcs . Eguita al preferite , che noi diciamo , qualmente iicn
difpolli , & condmonati quelli , che fanno ingiurie, Se conerà qual
forte, Se condition d hiio mini fi foghan fare . Quanto dunque a quei ,
che le fanno, allhor primieramente s'inducono gli huomini a fare
ingiuria , quando penfan, che la colà in felia poffibile, & a loro
(ledi , che la machinano , poiTibile a tiu- icire. Se parimente s'eglino
(limano, ò fperano, eh il fatto rubbia da palla re occulto; ò quando pur
venga a luce, non n'habbian da eiTer puniti, Se da patir pena ; ò fe pur n
habbian d'hauer punitione , ila per ciTer nondimen la pena , e'1 galli
go minor del guadagno, Se del commodo, che dalla fatta
ingiuria fiaper venirne, òa loro fletti, òa perfone, che fian lor
care. Se delle quali ad elTe lìnterelio, Se la cura tocchi . Quai
fian poi le cofe, che poflbno apparir poffi bili, Se quali
impolTib.li, li dirà, Se fi dichiarerà, & saflegneran di poi al fuo
proprio luo go, per ciTcr quella, vna delle cole communi a tutte le parti,
& generi di quell'arte della Retorica . Hor quanto a quelli,
che fian per confidare, Se (cimar di potere ingiuriando palTare ,
im- puniti , Se fchiuarei! gaftigo ; tali principalmente fon
quelli, che fon potenti nel dire , &cono(con di valer aliai con la
loro eloquenza. & quelli parimente, che fono atriui , &
piatichi nelle attioni del mondo, & elperimcntati nelle liti, Se
nelleagi- tationi delle caufe, Se delle controuerfie ellercirati . Et tali
an- cor faranno fe molti amici, & la grafia di molti haranno.& fc
fa- ranno abbondanti di ricchezze. Et quella confidenza auuerrà lor
principalmenrc, fe conofeerano , che le dette condiriom, fi truouino in
elfi proprij : Se quando in lor non fiano, almen che le fiano in amici
loro , ò in miniilri loro , ò in compagni nelle ingiurie, che fian per
fare. Tuttequellc condiriom adunque polTon recare a gli huomini
poflìbilirà di fare, Se di celar i ingiù jia, Se di fchiuar, quando la non
fi celi, il gaftigo, & la punì rio- ne. Se Jl Primo libro . &
i % ne. Se il medefimo potranno fperare ancora, fe faranno amici
a gli ftcflì ingiuriati, o a i giudici, dinanzi a i quali
habbiadapen- 5 der la cauta loro, percioche gli amici non fi guardando, Se
non fofpettando, fi rendon come men cauti, più facili ad effere
ingin riati. Se oltra ciò fi può fpcrar, che per clFeramici, fiano per vo- ler
terminarla cauli dellla ricciiuta ingiuria, più rollo per via di 10
riconciliatione, che per viad'accufa, Se digiuditio. Se quanta a i giudici
fi dee credere, ch'eflendo lor amici, ccrchcran di gra- tificar fi loro in
tutto quel, chepoflono, Se per confcgucntc la- ranno, o totalmente per
liberargli, & lalciargli impuniti, o al- 1 1 men per dar piccolo, Se
leggicr gaftigo . Quanto poi al con- fidar di poter relhr'occulto, Se
ignoto l'auttor dell'ingiuria* quelli primicramcntcpollono ciò fperare, i
quali aquella for- te d'ingiuria, che fanno, pollbn parere inhabili , Se
poco pro- portionati, & tali, che da elfi afpcttar non fi douclic mai.
come faria (per ch'empio) ch vna pedona inferma, Se di dcbol forza,
fi fuflc pofta a dar delle battiture, o delle ferite ad vno, che
molto più gagliardo fufle : ouer eh' vno, chefuilc pouero di robba,
o brutto della perfona, hauelTc commetto adulterio con bella,
& il nobildonna. Pongono ancora Ilare occulte le ingiurie, & i
delit- ti, quando accafean farli intorno a cofe, che molto alla libera,
Se alla lcoperta efpofte dinanzi a gli occhi di tutti ftano .
perciòche per non crederli, ch'alcun mai ardilfe di por le mani in elTè,
fon 13 per quello con minor cura,& diligentia cuftodite. Et il
medefi- mo ancor lì può dire, quando le cole fulferdi tanta grandezza,
Se quantità, & di tal qualità, che non lì douelTefofpicar mai, che
in animo d'alcun cadclfe intention di commetter delitto in elle,
Se non fi fapelTe, ch'alcun l'haiieHe in fimtl cofa comincilo mai.
nel qual cafo non è dubio,che tai cofenon veniilero ad eller manco 14
guardate,^ molto alla fecurarcnute. conciofiacola che tutti gli huomini
comunemente, fi còme di quelle forti d'infirmità te- mono, Se da ciré fi
guardano, che foglion frequentemente acca- fcare,& di quelle perii
contrario non rengon cura,lequali non fi sà, ch'ad alcun fiano accadute,
così parimente da quelle forti d'ingiurie, Se d ofTefc, fi rcndon cauti,
& con diligentia procu- ran di cuftodirfi, che per il più fi foglion
fare,& più vfirate fono, Se a quelle, che nelfuno è c habbia commclfo
mai, non tengon i; l'occhio. Mcdcfimamente s inducon'a fare ingiuria con
la fpc- L ranza 82 T>ella lirica d* Jlrtttotelz^j panna di
rcftare occulti, coloro,i quali non hanno alcun nemico, 16 & color
parimene che molti nemici tengono; percioche gli vniprendon confidentiadi
pacare occulti, come quelli, che nó temon d ellerc olTeruati, 6c in
fofpetto hauuti : & gli altri, cioè quelli, c'han molti nemici,
(limano ancoreflì di re Ita re afcod,& di non ditienir palelì : per nó
parer verifimile, eh clfendo lofpet- ti , & del continuo olleruati, fi
mettano a far Tintinna quali 17 eh alla feoperta. oltra chcpolfon difegnar
d'hauer poi quella di- fendone in dire, che tapédo d'elfere hauuti in
fofpetto, & che fa- cilmente li farebbe attribuita la cofa a loro, non
lì farebber mai 1 8 melTi a tentar vi! fatto tale. Tengono ancora, in vn
certo modo confidenza di non elfer difeopcrti autori dell'ingiuria coloro
, c hanno occadonc, & coramoduà d afconderil fatto, & a
cuinó i manca ccmpo,o luogo,o altro modo, óc via di reftar'occulti .
Si foghon mededmamente indurre a fare ingiuria coloro, li quali non
riufeendo loro di celarci delitto, pollòno al meno fperar di fchiuare, ck
di tor via da fe,che la cauta vada in giudicio, o vera- mente di poter
prolungarla, & inandarla molto tempo in lun- 10 go, ouer finalmente di
poter corromper i giudici. Etilmedcd- mo fi dee (cimar di quelli, i quali
fapendo, che fc punition farà pur data loro, quella harà da eder' in
danari, polforVconfidarc, o di liberarfcne, 6c redime alioluri, o di molto
differire, & roan^ dare il pagamento in lunga, o Veramente in tanta
pouertà (i veg- ai gono, che nulla da retato lor più, che perdere.
Difpodrion pa- rimente atta a ingiuriare, fi dee itimarc elfcre in coloro,
ai quali per Ungi uria che fanno, iìa per venire il guadagno, c'1
commo- do o certo, o grande, o propinquo» Óc il gaftigo per il
contrario,- o piccolo, o cìubiofo, & incerto, o lontano, cioè con
djlarion di. 11 tempo. & maggiormente aucrrà qucfto fela punitione, ci
ga*« (ìigo, tiicna mai per venitnev quanto (i voglia grande clic
liaja- rà (empre minor dcll'ttile, & del còmodo» che iìa per recar 1
in-. 13 giuria, come par chegli adiuenga nella Tirannide.
Soglion'aa-s cor'wdurlì a fare ingiuria quelli, a cui per 1 ingiuria, che
fian per fare, dd per venite vtile, & guadagno, & il galhgo, che
ne polla- no haucrc, altro non damper importare, che .infardi » oc* ignomu
, 24 ma fola; & quelli per il contrario ancora, i quali veggono,
che dall' ingiuria, che facciano» da lor per multar lode, honore,
&. riputatone, comcauucrria (per cecropio) le con l'ingiuria
fuilc congiunto fi Primo libro • 8 $ congiunto il vendicarli
deH'orFcfe fatte al padre, o alla madre, (i coro auuenne a Zenonc;&
dall'altro canto la punitione, che fia per fcguimc, habbia da cller o di
danari, o d efilio , o d altra t$ colatale, percioche gli vni, & gli
altri di coftoro , & nell'vno, ffc òc nell'altro dei due detti
contrari) modi difpofti, logliono in- durli a fare ingiuria; ma non nelle
m ed edm e pedone , & nella medelìma forte d'huomini ; ma più torto in
perfone di coftu- mi , cV di qualità contrarie, haran luogo i due detti
contrarij z6 effetti. S'inducon parimente, & s'all'cairano a fare
ingiuria co loro, che hauendo molt altrcvolte ingiuriato, o non iono
(lari difeoperti, ne conolciuti mai, o non n hanno hauuto gartigo,
ti 17 né punitione alcuna . 8c color medefimamenrc , i quali
hauen- do molte volte tentato di farl'ingiuria,non è mai luccelfà lor
la cofa felicemente, percioche fi trouano alcuni, ch'in querto
fat- to dell ingiuriare , foglion far, come farfi fuol nelle cofe
della- guerra, doue (e ben più volte fi e riccuuto danno nella
batta- gliaci ritorna nondimcn con nuoua fperanza a tentare altra
voi 18 ta il fatto d'arme. Et coloro ancora agcuolmentc fi
difpongo- no a fare ingiuria, a cui dal farla il piacere , c i diletto ne
feguc alhorain fatto ; & la moleftia, chen'habbia loro a venire,
fia per fegu ir molto doppo: o veramente il guadagno fia per
eilèr pretto, Se prefente, & la punition neirauucnir molto tarda .
& coli fattamente difpoftì fono gli incontinenti: potendo
l'incon- tincntia hauer luogo intorno a tutte quelle cole, che fon
fotto- 19 pofte ali humano appetito . Et per il contrario dall'altra
parte poi, fogliono indurli a fare ingiuria coloro,a i quali la moleftia, o
la pena, che fia per feguirne loro, fia percllcr prefente , &
per pall'ar tofto ; 6c il guadagno, e 1 diletto fian, per fucceder
dop- po, & per durare aliai, pcrochc li continenti, 6c i prudenti,
co- 30 li fatti, Se in quella guila difpofti appaiono. Quelli ancora
a ingiuriar volunricr li recano, i quali fi perfuadon di poter
parer poi d hauerlo fatto ò a cafo, o sforzati da ncceflità,ò pei
impe- to di natura, o per confuetudine, & d'hauerlo fatto in
lomma 3 1 più torto per errore, che per mahtia, Se per far ingiù ria . Et
quel li parimente , che confidan d'ottener , che la caula habbia ad
e(- fcre in giuditio trattata più tofto con difereta equità, che con ri31
gorofa gi urti ria . Et quelli medefimamentc, i quali fon bilo- 3 3 gnofi
. ma di due maniere bifognofi fi foglion rrouare gli huo- L ij
mini Della r R^tprìca d * Ariti otelt^j mini , conciofiacofa che
portano efler bifognofì, ò delle cofe ftelTe neceilarie , come fono i
poueri, o mendici, chevogliam dire ,* o veramenre delle cofe fuperflue , Se
foprabondanti , & 14 quefti fono i ricchi. Due altre forti
ancora.dhuomini tradilor contrarie, polTon facilmente difporfi a fare
ingiuria : cioc quel- li, che fon tenuti, communcmcntc in buoniflima
opinione , Se di chiara fama : Se quelli per il contrario, che fono in mal
con- cetto d ognvno ,& quali tenuti infami . gli vni per
checonfi- don, che nelTun fia mai per attribuir quel fatto a loro; &
quefti altri perche non e reftato lor punto di buona fama, o di
buona }f opinion da perdere. Nella maniera dunque, chabbiatn
detto, fon difpofti,& qualificati quelli, che foglion tentare, &
met- terli a fare ingiuria . contra di color poi la fmno , che tali fono
, & tali qualità, & condition ritengono, quali noi hora
diremo. 1 6 Primieramente adunque fogliono elfere ingiuriati quelli, c'han no,o
pofleggon quelle cole , di cui han defidcrio , & bifogno quei, che gli
ingiuriano : o riguardi cotal bilogno le cofe nc- certaricaUa vita, o le
fuperflue, Se foprabbondanti, o il godimc- |7 mento delle dclitiofe, Se
voluttuofe . Faffi oltraquefto ingiuria a quei, che fon di lontan paefe ;
Se a qucHi, che ci fon d'appref- fo . peroche le cofe di quefti fono
in> pronto , & facili ad ctter prettamente tolte, &ariceuere
fpeditamentc offefa. & quanto a quelli, fi può creder, che la
vendetta, Se la punition, che ce ne lia per venire , fia per efter tarda ,
& per andare in lunga : come vediamo auuenirein coloro, che predando,
fan danno ai Carta 3% ginefi. Sono ancor efpofti alle ingiurie quelli, che
non fon cau ti in guardar/i, ne diligenti nel cuftodirfi ,• ma
liberi,& femplici fono, Se facili a creder ciò ch'è detto loro :
perciochc cotal forte d'h uomini facil cofa c d'offènder copertamente, Se
celatamcnte. $9 Parimente vi fono efpofti i pufillanimi, Se quei, che tono
in vna certa vile, Se negligente inertia inuolti. peroche eftendo cofa
da folleciti, Se da diligenti il chiamare, Se agitar caufe in giuditio
; non fi hà da temere, che coftoro, com'amici dell'odo, lo faccia* 4°
no . Son atti ancora ad erter offefe le perfone di natura verecon- de, Se
gelofe dell honor loro : perciochc di coli fatta folte d huo mini, non
foglion volontier volere eflcrvifti contender in giudi- 41
tiopercontodiguadagnOjodirobba. Mede/Imamente fono in pericol deflcre
ingiuriati coloro, li quali hajiendo da molti rice- uuta Jl Primo
libro ; ; Sf unto altre Tolte ingiuria, non han mai per alcuna via tentato
di tifencirfene . onde vengon ad clter quelli tali, (fecondo che
(1 42 fuol dir inprouerbio) preda dei Mifij . Sogliono ancora
gli huoraini indurfi ageuolmentc a ingiuriar cofi quelli , à cui
non hanno mai altra volta fatta ingiuria, come ancor quelli, che
fo- 43 no flati da loro molte altre volte ingiuriati, conciofiacofa
che coli gli vni , come gli altri fiano incauti, Se negligenti nel guar- dacene
: gli vni per che non elfendo flati altra volta da coloro ofte(i,fe ne
ftan lecuri fcnzafofpctto alcuno : & gli altri per che fumando lor
fatij dell'altre ingiurie fatte, non temon, che fian, 44 per farne più. In
pericolo ancoi d'cllere ingiuriati fi truouan quelli, che fon communemente
in mala opinione, & in mala fa- ma, & atti per la lor malavita ad
elici lor facilmente trottate cu 45 lumnie, o delitti addolìo . peraoche
coli fatti huomini non fi rcchcrebbcno a voler chiamare in giuditio
alcuno, perla tema c'harebber di rauuolgerfi d'intorno a Giudici . &
quando pur lo facclTero non pcrfuaderebber,nc farebbe datafede,ò
orecchio alle lor parole. Et il medefimo fi può fumare ancor di quelli
, 46 che ò odiati, o inuidiati communemente fono. Ci fogliamo
la- feiare ancor facilmente indurre a ingiuriar coloro, nei quali
ci fi porge occafionc di feufare, & colorire il fatto, per haucr
già o eglino fteflì, ò i loranteccffoti, o gli amici loto, offefo, o
ten- tato, & fatto opra d offendere o noi (tedi, o alcun de i noftri
prò genitori, o perfona in fomma,il cui interefTe,& la cui falutc
ap- partenelle, & toccaife a noi . perche ( come fi fuol di re
inpro- 47 uerbio ) fola la malitia ha mellier di feufa . Appretto di
quello ci lafcian facilmente tirare a offender coloro , che ci tengon
per amici : & quei parimente , che noi habbiam per nemici :
con- ciofiacofa che contra quelli ci fi renda l imprefa facile; &
con- 48 tra quefti ci fi renda dolce , & piena di diletto . Sono
efpofti ancora alle ingiurie quelli , chefonpriui damici in tutto;
& quelli non manco ancora, i quali non han potentia,o valo- re
alcuno» ne in dir , ne in fare peroche quefti tali , o non fi rifentono,
ne accula, o querela in giuditio pongono o per via di nconciliation la
terminano; ofeguendo pur la cauta, 45 reità lor finalmente imperfetta, cV
rielce vana . Quelli an- cora par, che dieno altrui animo di far loro
ingiuria ; a i quali non è vtile,nè mette conto di confumar tempo in
afpettarjch'o in gir*- g 6 \Deua \R$tortca d Aristotele^ in
giuditio la caufa fi termini, o che con I'efecution della giudi- cata
pena, fia lor ricompenfato , & fodis fatto il danno. & tali fon
(per elfcmpio) i fore(tieri,& quelli, che fi guadagnano il vit to di
giorno in giorno con le lor mani . pcrochc quefte tai (orti di pedone, per
pocacofa, che (la data loro, rimetton Tingi arie,: $o &c facili li
rendono a comporre, o abbandonar le caule . Soglia- mo ancor facilmente
lafciarci indurre a ingiuriar coloro» c han fatto ancora elfi molte
ingiurie ad altri,o le non molte,n'hanno fatte almen di quella (teda force,
che da noi riccuono : p o( el i- che quàdo alcun rimane orTelo di quella
(tclla orTefa,ch'eeli hab bia fatta ad altri, par che l'ingiuria, eli ci
riceue,s appretti quali a poter non elfer chiamata, o (limata ingiuria, vò
dir (per elTcm pio) come fe fu ile alcuno, che riceueitè fcherno,&
contumelia» 51 eflendo (olito di farne ad altri . Et il medclimo ci auuicn
con- traquelli, i quali in altro tempo han fatto danno, o mal t rat
ra- ta mento a noi, o l'hanno voluto fare; over lo voglian fare
ai prelente, o hanno in animo, & fi preparan di farlo ncll
auueni- re:perocheil nuocere , & l'offender loro , in tal cafo , ha
infc molto del giocondo, & deirhonefto ancora , & s a pprcll a
quafì 51 il non clìer veramente ingiuria. Sogliamo anche
noneilerc alieni da ingiuriar coloro, nell'ingiuria dei quali, vediamo
di far cofa grata, o ad amici no 11 ri , òa perfone da noi ammirate
, & tcnutein conto , ò a perfone, di cui lìamo innamorati, 6c d
a more accefi ; o ad alcuni, che ci lìan padroni, & habbiano
auto rità fopra di noi j ò a perfone in fomiti a, da cui in qual fi
voglia 53 modo dipendala vita noftra . Et ci aifecuriam parimente a
offen der quelli , la manfueta, &: modella natura de 1 quali ci dia
lpc-> 54 ranza, che lìan facilmente per rimetter l'ingiuria . &
quelli pa- rimente, i quali habbiamo già prima calumniari di qualche
de- litro,* & quelli ol tra ciò, dalla cui
ftrettaamicitia,fcopcrtamen« o non apparire -, Se co- ti fatte lon quelle,
che pre fta mente lilograno, & ti confumano ; come fon (per cllempio)
le cofe da mangiare; & quelle ancora , le quali fon arre a facilmente
vari u Ci , éc parer diuerfe per can* giamenro , o di figura, o di forma ,
o di colore, o di miftura , $c 61 temperamento. 6V quelle medehmamente,
che con gran com> modità fi poflono in quella, o in quel luogo
afeondere, ofe fu Uè fatta vnalìmil bruttezza di violcntia nella
perfona di noi fteffi, o dei 64 figliuoli, ò d altra perfona, che ci atten
elle. Et da quella ma- niera d'ingiurie ancora ageuolmente non ci
atterremo, delle quali , fe colui, che le riceue lì qucrelallè , &
accula ne mouef. fein giuditio, filile per etTere in ciò ltimato troppo
litigiofo , Se troppo amico di conrefe , & di controuerfìe . Et coli
fatte in- giurie fon quelle, che come leggieri, poco imporrano, & di
po- co momento fono ; & quelle parimente, cbeloglion perii più 6$
riceucrefcula, òc meritar perdono. Quelle dunque, che noi habbiam dette,
fon (lì può dir) r iute quelle cole, clioccorreua di dire SS
T>ella "Retorica d'AriUotelt^ di dire per far conofeer qualmente
conditionati, & difpofti, fo- gliano cfter quelli, che fanno ingiurie;
& intorno a quai cofe, & contra di quai perfone, & per quai
cagioni finalmente le fo- glian fare. (apo rj. Quali anioni fi
debbiati dir 'vera- mente giufte, ò ingiu/le, o 'ver giuflamente, b
ingiuftamente fatte . £f delt Equità , don- de la nafia , ^ in che differì
fca dal rigor delle leggi . £tf alcuni luoghi da conojcerla . Egve al
prefente che di fti tigniamo, & dichiaria- mo quali fian le cole
giufte, & le in giù Ite, cioè le guittamente, & le ingiuftamente
fatte: & prende remo il principio primieramente di qui. Le co- le
giufte, & le ingiufte pendon nella lor di ftin- rione, 6c
determinatione da due forti di leggi, Se da due ma in c- | redi perfone
.& quanto alle leggi, alcune dico efter proprie, 4 &c altre
communi . Propria intendo efler quella, che ciafchcdu- na Città o nationca
fc ftelfà particolarmente appropria, & de- termina . & di quefte
leggi proprie , alcune fcrittc non fono, 6c 5 altre fono fciitte. Le leggi
communi poi fon quelle, cheion nfcll huomo impreflc dalla natura .
conciofiacofa che vna certa forte di giufto, & d'ingiufto fi truoui al
mondo, il quale, quan- tunque neiruna communicanza, òconlènlo dhuomini
habbia con alcun patto , o condition, conuenuto , o concorfo in elio
; nondimeno tutti gli huomini, con vn certo con(en(o di natura, 6
conuengono in conofcerlo , & in approuarlo : lì come molti a d
intendere Antigona appreflb di Sofocle ; quando arìcrroa ef- fer cofa
giuda il dare a Polinice fepoltura, ancor che dal Re prò lubita, &
vietata fufle : elTendo il far queftacofa, giufto per leg- ge, non d
huomo, ma di natura . dice ella dunque ; non è nata, nè introdotta quefta
fortedi giufto, ne oggi, nèhieri,ma (em- prc è egli flato, 6c ha vilìuto
femprc , & neflun potè mai faper 7 quando gli hauefle origine . Et di
qucfto mcdefimo giufto in- tende Jl Primo libro . S p tende
Empedocle, quando parlando del non elfcr ben fatto l'vc- cidere, &
priuar d'anima le cofe animate, dice, chetai cofa, non appretto d'alcuni è
giufta, Se appretto d'altri non giufta, ma c in- trodotta, & dettata
da vna legge, che a tutte le genti è commu- ne, & per l'immenfo cielo
fi diffonde, Se per l'acre ampio Se fpa- S tiofo u ftende . Et Alcidamante
ancor, accenna, & adduce il me defirno nella fua oratione infcritta,
Se intitolata Meilcniaca. 9 Quanto poi alla diftintione per caufa di
perfone, due parti Bàri* mente ha la determination dell cofe giuftamentc,
o ingiuftamen- tc fatte . percioche nelle cofe, che dee fare , o non dee
fare l'huo mo, o s'ha refpetto a tutta vna Città, o natione, o altra
commu- nicanza d'huomini, confidcrati in commun tutti infieme : ò
ver s'ha rifpetto a quella, o a quella perfona particolare di quella
có- 10 municanza . Se pcrconfeguente in due modi potton
confiderar- fi, Se detcrminarfi le cofe, che dir fi pottono o
giuftamente,o in- giuftamente fatte: comequelle,che o riguardano alcuna
deter- minata particolar perfona; over tuttala Città
communemente. percioche colui, che commette vn adulterio, o percuote,&
bat- te ingiuriofamentc alcuno ; vien folo, a fare ingiuria , Se a
com- metter cofa contra di determinata particolar perfona. ma s ei
re- cufa di prender le armi per (aluezza della Città fua, tutta la
città 11 conlcgucntementc riguarda cofi fatta offefa. Eflendo
dunque in due forti, Se in due maniere diftinre tutte le ingiurie, Se
tutte le cofe, che ingiuftamente fi fanno ; riguardando alcune d'ette
il communc interefTedi tutto'l corpo della republica; Scaltre il
pri nato di vna, odi più priuate perionein particolare; feguirem
di dir quei, che reità, fc prima diffiniremo ,Se dichiareremo che 1 1
cofa fia, Se in che confifta il riceuere, Se patire ingiuria . Il
pati- re, Se riceuer ingiuria adunque non e altro che patir cofe
ingiu- fte da perfone, che fpon rancamente, & volontariamente le
fac- ciano : hauendo noi già di fopradiffinitoefier cofa
fpontanea,& 13 volontaria il fare ingiuria. Et perche necettariamen te
colui, che paté, Se riceue ingiuria, viene a riceuer lefione, Se danno,
& ciò 1 4 cótra 1 voler fuo proprio ; potrà facilmente per le cofe,
che fi fop. dette di fopra etter manifcfto in che confifta il danno, &
quali co fe fi polTan domandar dannofe : hauendo noi già prima
diftinta mente attignatele cofe che fon beni , Se quelle, che fon mali .
Se parimente habbiam dichiarato quaifianle cofe fpontancamen- M te
fatte, p o 'Della 'Retorica d * Arili 1 ottica te farre, determinando
elTer quelle , che conofeentemente fi fan- i f no . Da tutto qucfto
adunque ncceiTariamente fegue, che tutte le colpe, & tu tei li delitti,
che fi fanno, ò riguardino tutta la rc- publica communemente, over quella
, & quella pedona pri- uatamentc : Se oltra di quello o fon fatte non
conofeendo, & non volendo, o ver per il contrario volendo, Se
conofeen- 16 do. & quello in due modi può auuemre , cioè o con
demo- ne deliberatamente over per impulfo di qualche affetto, Se
paf- 17 fion dell'anima . Ma quanto a coli fatti impilili, lì darà
noti- 1 8 tia d elfi quando poi de gli affetti tratteremo . Se quanto
all'elee- tionc, già di fopra habbiam noi dichiarato prima, quali fian
le cofe, che con deliberata elettion lì fanno; Se come fatti
color, chele fanno, Se qualmenre difpofti fiano. Ma perche molte
voi te accade, che fi conceda, Se fi confeflfì il fatto,ma non fi confen- ta,
ne fi conuenga già nel nome del fatto, fecondo'l fitolo,chegli da
l'accufatore, o ver nel lignificato intefo da chi are u fi, nel det- to
titolo, Se nel detto nome : come le (per effètti pio ) concede/li- mo
hauer tolto, ma non già furato ; ellere dati i primi ad haucr dato delle
battiture, o delle ferite, ma non già hauer fatto fopr'v- fo, o contumelia
; hatiere ha miro commertio venereo con la tal donna, ma non hauer
commtiTb adulterio ; hauer furato, ma no commelfo facnlcgio , non eltèndo
cola facra , Se che il culto di- uin riguardi quello, che tolro habbiamo
,• hauer coltiuato terre» che non fien nollrc, ma non Liner per quello
fatta ingiuria al pti blico ; elTere (lati a parlamento co 1 nemici, ma
non hauer fatta 10 tradimento : di qui è die fa di bilojmo di faper dirrinire
, Se di- ftmramenredplicartutre aderte co(è>& quel, ch'i mportino i
no- mi loro : com a dir che cola in furto , che cofa fia contumelia
, che cofa fia adulterio; accioche volendo noi inoltrar, eh e tai
col* pc , Se tai delitti fi truouino,o non fi truonino nella perfona
di cui fi tratta ; potiamo con la detta nonna hauer fàcultà di
far ncllvna cofa , Se nell'altra , fecondo che più ci piace, apparire
il 11 guitto, percioche in tutte le dette con rrouerfie, nei porri
cfTèm- pwallegate, Se in tutte le altre limili, conlifte il pnnro della
que- ftione, Se della contronerfia, in veder feil fatto fia ingiù (lo,
Se li iniquo, o ver fc fia non ingìuflo : efiendo ringiultitia,&
l'iniqui 15 tà fondata nell'eledone.: &" demone importano, Se
dimoftrano tutti quelli già detti nomi ; come adir la contumelia, il
furto, & Jl Primo libro . p / i4 gli altri . conciocofa che in
hauer noi batruro,o percoffb alcuno, non per quello fi può vn tal fatto
veramente chiamar contume- lia , ma (blamente fc à tal fine , ò con tal
intention 1 habbiam fatto ; com'a dir fe habbiam voluto in far quello far
a lui contu- 1 c melia, o ver recar piacere, & diletto a noi . ne
parimente fi può in tutto dir, c habbia furato colui, che di nafcoflo
qualche cofa habbia tolto ; ma (olamente quando habbia fatto qucfto , o
con animo, & intention di far danno all'altro, o d'appropriar la
co- fa furata a fe fteflb. & il medcftmo fi può parimente allegare ,
Se difeorrer nelle altre cofe c'habbiam difeorfe , & allegate di
que- 16 ile. Horeifendo due forti, o ver due fpetie di cofe giufte, Cv
in- giufte, fecondo c'habbiam veduto, l'vnc feri tte, &c l'ai tre
non foriere ; quanto a qucllc,chefotto a fcritte, & promulgate leggi
fi ftan determinare, habbiam d'elle già detto, quanto occorreua. ty
Di quelle poi , che non fcritte fono, due parimente forti, ò vero fpetie
fi truouano. alcune fono,che fon porte in vn certo eccello, ouer
foprabbondantiadi virtù, odi vitio : de han luogo princi- palmente in
erti- i vituperi;, & lelodi, l'ignominia, cV gli hono- 1$ ri,
6cipremij ancora. & cosi fatte cofe fon, com'a dir (peref- fempio)
l'clfer d'animo grato de i beneficij, che fi riceuono, il ri- compenfare i
riccuuti, con altri beneficij ; l'eller pronto, difpo- ap ilo, cV parato
ad aiutar eli amici, & altre cofe cosi fatte. Alcune altre fon poi,
lequali altro non fono, eh vn certo fupplimcnto del difetto delle proprie
leggi fcritte : conciofiacofà che le cofe , 50 che fon
d'equità,parimentegiuitemmar fi debbiano: nóefiendo altro l'equità, fe non
quella parte del giuflo, che non e fiata có- prefa dalla legge fcritta, ma
è dita dal legiflator lafciata fuora di j 1 quella. Et quello in due modi
può, & fuole accafcarc. percioche alle volte lo fanno i Legiflatori
non volendo; & alle volte volen- $ 1 do. non volendo accade quando
eglino non fc n'accorgono, ne 53 l'auuereifcono. ma volendo occorre quando
elfi conofeon non cflcrlor poflìbile di comprendere, & di determinar
nella lcg- 3 4 ge, che formano, ogni particolare occorribil cafo. &
per quello fi lafcian tirar dalla neceffitàapor la legge in vniuerfale,
quan- tunque nelle cofe da lei comprefe, non fempre quell
vniuerfàli- rà, ma per la maggior parte, & per il più, debba hauer
luogo. $j Accade ancora alle volte quello mcdehmo,non fol per l'impoffi- bili
tà,com' habbiam detto, ma ancor per la gran dimcultà, che fi M ij
rruoua p 2 'Della r Rgtprìca d'Arìttotelt^ truoua in determinare
nella legge tutti li poflìbil cali, cflendo e£ fi, ii può dire infiniti :
come (per eflempio) fc nel prohibìr'il fe- rir con ferro, s'hauellè a determinar
di che quantità, Se di che qualità shabbia da intendere il detto ferro :
percioche prima man carebbe l'età d'vn'huomo, che egli potette tutte le
varietà d'elfo ferro accogliete, Se numerare. Se pcrquefto cflendo
tal cofadifficiliffima a determinare, &douendon pur farli
legge, chela prohibifea, e forza che non determinatamente, ma lem- fé
pliccmente fi faccia, & in vniuerfale. Laonde fc cafo
auuerrà, ch'alcun'hauendo in dito vn'anello di ferro, & alzando con
im- peto la mano percuota chi fi Cìsl con quell'anello; in tal cafo
fe- condo la forza della legge fcritta, farà co Qui obligato alla pena
, che fi contiene in ella, come ch'ingiuria habbia ratto. &
nondi- meno fecondo la verità non hà fatta ingiuria, nè cofa
ingiufta. 57 & quello è quello, ch'equità fi domanda. Eifendo dunque
l'c- 38 quitàqueiìaj che noi habbiam detto, ageuolmcnte fi potrà
hor far manifeflo quali fian quelle cofe, che contengono, o non
cu- tengono equità, & quali fiano gli huomini,chc non la
poifeggo- no, Se dir per quello fi pofion non ragioncuoli. Percioche
quel- le cofe primieramente lì pollono (limar ricercar equità, le
quali» Ce ben par che in efle fi truoui fallo, & errore, meriran
nondime- 40 no fcula, Se perdono. Equità ancor fi douerà ltimare il n5 giu- dicar
dvguale importantia, Se degni d'vgual gaftigo i falli, che fi fan per
errore, & quelli, chefi fanno con ingiulìitia, & per fare ingiuria
: Se il non por parimente in grado vguale quei, che per error fi fanno,
con gli infortunij, che carnalmente per contraria 41 fortuna accalcano.
& infortunij, ouer fortuiti falli s'intendono efler quelli, che fuor
d'intentionc,& di confideration di chi gli 41 fi, fon fatti fenza vi
tio, o malitia alcuna. Quei falli poi, chefi fan per errore, Ce ben non
adiuengono fenza intentione, o con- fideration di chi gli fà, nondimeno
ancora effi non davitio, o 4J da malitia vengono, ma in quei, che
veramente ingiurie fono, Se Ceco ingiuftitia tengono, non fol concorre in
tcn none, Se con- fidcratione di chi gli fa, ma ancor da malitia, & da
iniquità de- riuano : peroche da vitio, Se da malitia procedono i falli,
che da 44 impeto di cupidità, o di fi mi l'affetto nafeono. Oltra di
quello, equità fi dee ftimar, che fia, l'hauer femprc confideratione ne
gli errori, che fa l'huomo, alla fragil natura h umana, Se a quelli
dar 1 volon- jfl Primo libro . $ 3 4j volontier perdono. &
il non haucr principalmente rifpetto, de 4 'Della r R^tprìca d %
Arìttotel^J (apo 14.. 'Dell 1 ingiurie fotte in paragone ,
& comparation fra di loro ; quali fian maggio- ri, rjuai minori :
£f alcuni luoghi da co- nojcer quctto . 1 Ngivrie maggior! s'han da
(limare,e(Ter qucl- 2 h?j9 tsSI che da maggiore ingnilliti.! procedono :
per IrSki K?$J 4 UC ^° g r andiflìrnc vengono ad eiler quelle ,
ch'in | t^jr y^J j P» cco ^^ ma cofa confiftono . fi come
Caliiftrato in accufarMelampo aggrauaua l'accufa con dire , che della
facra pecunia desinata alla fabrica dei Tempio, haucf- fe egli di tre mezi
oboli, fraudato color, che la cura dell'edificio 4 haueuano. Ma nella giù
ftitia, &c nelle cofe,che fi fanno fecondo quella, il contrario a
punto adiuiene . Son dunque grauiflìme così fatte piccoli (lime ingiurie
per l'eccedo, de grandezza, che tengon nella forza, virtù, 6c pollanzaloro
: pofeiache colui, che fi pone a furar tre mezi oboli al culro diuino
confecrati, molto più fi può (limar, choccorrcdo, ingiù Ilo farebbe in
cofa di mag- c gior momento. In quella maniera adunque chabbiam detto,
li può (limare, & ponderare alle volte la grandezza della maggior* l
ingiuria. In altra maniera (ì può itimarancora in ponderarla,^ 7
giudicarla fecondo la grandezza del danno, che ne rifui ti. Mag- giore è
ancora l'ingiuria quando non par, chepunirione, & ga- ftigo fe le
polla trouar vguale , ma ogni pena Ga minor di quello, 8 che fc le
conuenga . Et parimente maggiore è quando il danno, che la reca, mal li
può medicare, o con remedio alcun rifarcirc : elTcndo cofa grandemente
acerba, & morella il mal'impofllbilca f rimediarli. Mcdefimamenre
maggior fi rende l'ingiuria quando a colui, che la riccuc, vicn tolta la
poffibilità di fodisfarlì , in ve- der che gaftigo, o vendetta ne venga
all'autor di quella, percio- che viene in quella maniera a rcflar
l'ingiuria fenza medicina, o rimedio : cflendo la vendctta,& la
punition dell'ingiuria, vn ccr lo to medicamento, 8c refarci mento di
quella. Si dee (limare an- cor l'ingiuria maggiore, quando colui, eh e
ingiuriato, Se che pa te, Se riceuc l'offcia, fente cofi
infopportabilmente il danno, o la vergogna, eh 'ci riceuc ; ch'impaciente
a tollerarla , riuolge il do- lor Ji Primo libro . pj lorcòntra
fc {teflb, & contra di fe proprio rliuien crudele . nel qual cafo non
è dubio che di molto maggior pena , & punirion li non fia degno colui,
che l'ingiuria fece; comallegaua Sofocle, perciochc fauorendo egli in
giuditio la caufa d Euttemone , il qual non hauendo potuto tollerar
hgnominia della riceuuta ingiuria, s'era da le Ite ilo vccifo ; dille non
parergli punto da ih- mar manco, & ili men gaitigo degna la contumelia
di quell'in- giuria, che colui proprio, che riceuuta 1
haueua,rhaueileapprez li zata, & (limata conerà di le medefimo.
Maggior parimente di- uien l'ingiuria, le colui, che 1 hà fatta larà (lato
lolo, oil primo,o 13 con pochi a farla . Et l'hauerc oltra ciò più volte
commeiro lo fteiro delitto, Se la lidia ingiuria, le reca grandezza,&
ampliano 14 non piccola. Maggiori medclimamente il deono (limar
quelle ingiurie, òcquei delitti, percagion dei quali (1 (ìcn per
rimediar gli, & vietargli, inueftigatc, & trouatc nuouc forti di
(uppluij, Se Ij di pene . fi come vediamo, che in Argo hanno ordinato
propria pena a punir colui, il qual con fuo delitto dia cagione di
trouar nuoua legge, o d cdificar'nuouo carcere, o di trouar
tormento 16 nuouo. Quei delitti ancora haran da ellerc (limati maggiori,
Se più graui, i quali più haran del ferino , & più s accolleranno
alla 17 natura più torto delle belile, che dell'huomo . Maggiori
pari- mente fon I ingiurie, e i delitti, fc pcn Guarnente, Se
daconlide- 18 rato configlio premeditati nalcono . Più graue oltra ciò fi
dee (limar qucllingiuria, laquale nell animo di chi l ode è arra ad
ec- 19 citar più torto affetto di terrore , che di compaflìone.
Appretto di quello fono ancor picnedi retorica ampli heation per
ingran- dir l ingiurie, alcune allegationi di circollantie cofi fatte :
come a dir, che cortili con la tale ingiuria habbia in vno Hello
tempo in molte cofe, & in molti modi macchiata, & corrotta la
giufti- ria, & trapallàtooltra'ldouer ìlgiufto; hauendo egli
infiememé- te il facto giuramento, la data delira, la promelTa fede, &
la fteilà inuiolabil legge del matrimonio, violato . pcrcioche cofi
dicen- do non è dubio, che raccolte nella detta maniera in vno
molte cofe ingiù He, non faccian nell'ingiuria apparentia d'vn certo
ec- 10 cello. Aggiugnej ancor grauezM al delitto, lcller commetto
in quello Hello luogo , doue fogliono clTcr condennati, &
puniti i delinquenti -, fi come lo commerton coloro , che falla
teftimo- nUnza in publico giuditio fanno.perciochc douenon pcccareb- beco p
6 T>eBa Teorica d' Arìttotelt~> bcro eglino, Se in qual luogo
s'aftcrrcbber da far cofa ingiufta, Ce di peccar non s'aftengon nel
publico tribunale, & nella propria il corte della giumtia?Maggiore
ancora apparirà l'ingiuria le fi mo ftrarà ertere intorno a cole, che
recar foglian rolTbr grandiflì rao ti di verecundia fcco . Medefimamente
-più grauc (limata farà l'in- giuria, fé contra di colui farà fatta, dal
quale habbia colui, che la fa riccuuto benefitij : peroche in più cole
viene egli in tal fatto a peccare , Se a vfar contra di colui l'ingiuftitia
fua ; cioè in fargli nocumento, Se in non giouargli per ricompenfa, Se
gratitudin a 3 dei benefitij. Più grauemente ancor potiam dir, che fi
debba ftimar, che pecchi colui, che delitto cornette contra'l giudo
del- le leggi no lei i tte: impcrochc gli è cofa da h uomo di maggior
vir tù,& di maggior bontà il feguir la giù ititi.», & operar
colcgiuftc, nò forzato da nccciììtà: & le leggi lentie fon quel le,
che vengona fare in vn certo modo forza col terror della punitionc : doue
che le leggi non Icrittc liberamente muouono l'animo fenza forza,o 24
violetta alcuna.Dalialtra parte per altra ragion diuerfa,pare,che per il
contrario maggior fia l'ingiuria, e'1 delitto,fc contra le leg- gi fcrittc
farà commetto . conciofiacofa che colui, che non s a- ftien da vfare ingiù
iti ria in quelle cole, che portano il terror del- la fcritta legge feco,
Se che punition minacciano; molto manco s afterrà dall'ciTer ingiuftoin
quei delitti, che fenza temenza di 2.5 gaftigo, o terror di legge , vegga
di poter commettere. Et tan- to badi fin qui d'haucr detto delle ingiurie
maggiori, Se del- le minori . (apo ij. 'Delle pruoue, £f modi di far
fede m- art fidali , 0 'ver fenz^a artificio . Ecvita alle cofe
dette, che noi alprcfcnte trafeor- rendo diciam qualche cofa di quelle
pruoue, Se fe- di, che fi domandano in artificiali , Se
d'arteficio priue : eflendo eflc aflai proprie, Se domeftiche al- le
caufe giudiciali : Se fono a punto cinque in nu- mero, cioè le leggi ; i
teftimonij ; le fcritture, o ver i patti ; la tor tura ; Se il giuramento
. Et cominciando dalle leggi, anderem di chiarando in che maniera nel
fuadcre, Se nel difiuaderc, nell'ac- cufa- Jl Primo libro . $
y cufare,& nel difendere, s'habbial'huomo a feruir dell'vfo
loro. 4 E cofa ramifcfta adunque che fé alcuno haràla legge feri tta
ce- traria alla caufa Tua, douerà rifuggire all'vfo della legge
commu- ne, & al giudo dell'equità, come che più ragioncuol fia, Se
più $ intrinfccamente congiunto con la giuftitia. Et douerà ancor
di- re, che il giudicar con fententia ottima, Se ragioneuoliflìma ,
no confifte principalmente in altro, ch'in non adherir puntualmen 4
te in ogni cofa alle leggi fcritte . Se che l'equità femprc vna
ftef- fainuariabil dura, fi come parimente immutabil dura, Se fi
con- fcruala legge commune ancora ; come quella , che nella natura è
fondata, Se con la natura nafec. doue che le leggi fcritte fpeflc 7 volte
fi mutano,& a variation fon fortopofte . da die prende for- za quel
detto di Sofocle nella fua Antigona : pcrochc difenden- dofi Antigona con
dird'haucrfartoconrralaleggedi Creonte, ma non già contra la legge non
fcritta ; parlando di tal legge di- ce; None nata, ne introdotta quefta
forte di giurto nèo^gi, ne hieri, ma femprc è ella ftata': Se hauendo
quefto giufto dal mio , non temo, o curo di quel, ch'in contrario comandi
qualfi voglia" 5 huomo . Si potrà mede/imamente dire, ch'il giurto
fia cofa real- mente vera, 6Vvtilc, &noninvniuerfa!e, &quafi in
ombra, & in apparentia;cVchepcrquefto la legge fcritta, emendo più
ro- tto ombra, che corpo del gì urto, non fia vera mente legge
;pofcia «> che far non può ella offitio di vera legge . Et che li
ludici fon porti foprai gitiditi; a guifa di quelli artefici, che fon
porti a cono iccre, & a difcerncie il falfo dal vero argento ; acciò
ch'ancor ef- . fi conofeano, Se diftinguan bene il vero giufto dall
adombraro, I o Se adulterino. Potremo parimente aggiugner,che fia cofa da
huo mo di maggior bontà, & di miglior coftumi, l'vfar nelle
fueattio nilamifurapiù torto delle leggi non fcritte, che delle fcritte,
Se li inquellcftarc,& fecondo quelle viuere. Etdoueremo
auucrtic a " cora (c la ie gg c > ch e ci e addotta incontrala
contraria a qual- che altra legge tenuta communementeper buona, &
perappro- uata ; o ver s'ella fia contraria a Ce medefima: come a dir che
da vna parte commanda/Te, Se difponcne, che fufic valido,&
fermo tutto quello,inchcgli huomini per patto conuengono
inficme; &dallalrra parte prohibitfc, che patto, o conucntionc alcuna
fi I» laceilc contra le fteirc leggi. Doucrem parimente confederar,
fe Ja detta legge, che ci e addotta incontra, fi truoua ambiguamen- N
te feri t- y8 'Della ch'ai le volte non ben con l'intelletto
capitici o le paiole , o 1 fen cimento della legge, non habbian da cadete
in pencolo di fpetgiuto nel pat- 1 5 tirli da quella. Potterao anche dite
non ciler alcuno, ch'in eleg- gete, Se ceteate il benc,elegga, o cetchi
quello, che fia in vniuct lale,& Semplicemente bene; ma che
ciafcun'elcgge quello, che 16 (la bene a lui. Et aggiugnci potiemo non
eflct di ifc renna alcu- na trai non efletc otdinattf, Se ftatuite leggi
fetitte, Se il non vo- 17 Jet poi vfatle, & olletuatlc, fetitte, che
le lono . Douetemo ol- tra di quello dite, ch'in tutte l'altre aiti, Se
facilità, è cofa più to- rto perni tiofa,chc vtilc, il volet pattiti! dal
giuditio dei peliti in quella : coma dir nell'arte della medicina, dal
patere, Se giudi- tio del medico . conciofiacofa che non tanto nocumento
rechi l'crror, che fatà alle volte il medico, quanto dannofo fatia l'af* fu
c far fi a ttafgtediie il parer di colui, il qual come petito ha da clTct
guida, &capo, & fupcriote in fomma in quell'arte, della I I qual
fi tratta. Et a quello potremo aggi ugner, ch'il cercar d'clTer più
prudente, più petito, Se più faggio delle leggi lteilc,è quello, che più
ch'altta cofa principalmente dalle communementc Io- li? date, òVappfouatc
leggi, Ci prohibifee . Quanto alle leggi adun- que , che fon la prima
pruoua inartifìciale, lìa per hora determi- io nato nella maniera, chabbiam
veduto. Quanto poi a i Telamo- ni, di due forti, o veto fpetie fi truouano
elTcre . alcuni fon'anti- chi> Se altri moderni o ver nuoui , Se di
quelli alcuni fono , che ven- Jl Primo libro l &
S>9 ^fgon nel teftimoniare a partecipar del pencolo; Se altri liberi li
ne fon fuota. Antichi teftimonij chiamo io i famofi Poeti, Se tutti gli
altri huomini , chiari, &illuftri, dei quali lìan rimarti
nella memoria de gli huomini, giuditij, Se fentcntie celebri , &
mani- li feftc. ficomc gli Athcniefiadduilero la teftimonianza
d'Home- 15 ro nella caufa lor dclTlfola di Salamine. Se quelli di Tcncdo
po- co tempo fa allcgaron per teftimonio Pcriandro Corinthiano 14
nella caufa lor contra de i Sigienfi: & Lcofronte parimente nel- la
caufa, eh ebbe ad agitar contra di Critia, lì valle d'alcuni verfi elegi
di Solone ; dicendo che la cala, Se fameglia di Critia era art ticamente
ftata macchiata d'effeminata lafciuia . percioche fc n5 fufte ftato coli,
non harebbe Solone ne i fuoi poetici verfi , par- lando d'vno di quella fimeglia,
detto, Fammi grana di dir a Cri- 1 j ria biondo , & crefpo , eh' a fuo
padre obbedifea . Coli fatti fon dunque i teftimoni antichi intorno alle
cofe, che fon già patiate. 16 Delle cofe future poi fono ancora antichi
teftìmonii gli oracoli, &gli interpretatori di quelli: come ( per
eflempio) interpretò Themiftocle, quando volendo perfuader, che fi
combattere coti pugna nauale, dille che quello lignificauanoi muri di
legno, che 17 nella rilpoftadell'oracol fi conteneuano. Mcdcfimamentei
Pro 15 ueibii fon tetti monii della fteiTa forte, che noi habbiam
det- to . come fc ( per cflèmpio ) fuilc chi volelTe perfuaderc ad
alcu- no , che non cercafie di riceuer nella fuaamicitia la
talperfona d'età fenile; potrebbe in reftimonianza addurre quel
prouerbio 19 trito, che dice non eflèr da collocar beneficij in Vecchi.
& chi volelTe perfuadere ad alcuno, ch'egli douefle leuarfi dinanzi,
Se far capitar male i figli di quei padri, ch'egli hauefie già
prima vecifi, potrebbe addurre in teftimonianza il prouerbio, che
di- ce, ftolto è colui, che lafcia in piedi i figli, hauedo lor prima
.mi- to in azzato i padri. 1 nuoui,ouer i moderni teftimoni fon poi
quel- li, i quali cllendo di celebre, Se chiara faina, Se noti al
mondb per faggi, hanno in alcuni cafi, ouer caufe datoinditio del
lor parere, Se dellor giuditio : percioche così fatti giuditij, Se
pareri polTon parimente elfcr'vti li a coloro, i quali hanno in altre
caufe ji fimihaquelle,vnamedefimaquaficontrouerfia. fi come
Eubo- loingiuditio contra di Charcte, fi feruì di quello, che poco
in- nanzi haueua Platone detto contra d'Archebio, cioè che per caufa,
Se colpa di lui haueua già nella Città prefo forza, & vigo- N ij re
il joo ^ ^Del/a ^R^torica djirìUotett^ re il non vergognarti p iù le
perfone di cónfellar defler vitiofe,& 51 inique. Nuoui, & moderni
teftimonij fono ancor quelli, i qua- li Tempre che fi trouaflcr fallì
nella teftimonianza loro, farebber tj partecipi nel pericol della
punitione. & così fatti teftimonij nó lon'addottia reftimoniar,fc
nóquado fi dubita del fatto, cioè /eia 34 cofa tìa ftara fatta, o no
fiaftata fatta, & sella iìa,onó fia. maquà- to alla qualità del fatto,
no fono eglino ammeifiper teftimonij,co m'a direa teftimoniar fc la cofa
fia giufta, o nó giufta, vtdc,o da- 1 5 nofa,& fimilc.Maquci
teftimoni,che nófon partecipi nel pcncol ma fono liberi, & lontani da
quello, fono intorno alle dette qua- lità del fatto,idonci, & legitimi
teftimoni, & grandemete di fede degni. Et fopra tutti, aurtorità»
& fede recan le teftimoniaze de i teftimoni antichi, come di quelli,
che a fofpetto alcuno di cor- rotrionenon fon fottopofti, &
dall'autorità de i teftimoni ha da jtf depender molto la fede delle
pruoue. Se noi dunque,non harem teftimonij, doueremo in tal cafo allegare,
& dire,che il giudicar habbia da cfTcr fondato principalmctc nei
vcrifimili, & negli ar- gomenti : & che quefto è propriamente
giudicar con fententia J7 ottima, 8c ragioncuolilTì ma, alla qual fon
tenuti i giudici. 3c che 1 veri (imi li non fon fottopofti a pericol
d'eller corrotti con danari» ne pollo no eflcr giàmai conuenti di falfa
teftimonianza, 38 come i teftimonij. Dall'altra parte fc ci trotteremo
hauer tefti- monij vtili allacaufanoftra, potremo contra di colui, che
non gli hà, trà l'altre cofe dire, ch i verifimili, & gli argomenti
non fon fottopofti, & tenuti a pericolo di fupplitio alcuno. &
che nó faceuadi meftieri d'introdur ne i guiditi) 1 vfo de i
teftimonij, fclc ragioni, & gli argomenti fodero ftati baftati alla no
ri tia della 40 verità. Sono li teftimonij,o intorno a noi ftc(Tì,& a
cofa,che toc- chi, & riguardi noi : ouero intorno a cofa, che tocchi
lauuerfa- rio noftro : & così ncllvno, come nell'altro modo, o
riguardano 41 il fatto fteilo, o la vita,& i coftumi. Per laqual cofa
è manifcfto, che mai farà per mancarci qualche forte di teftimonij,
chefler portano vtili alla parte noftra. pèrciòchc fe intorno allo nello
fat- to ci mancherà teftimonianza, la quale o confenta, &
conuenga in aiuto noftro con quello, che diciam noi, ouer fia contraria,
& difcrepantedaqucl, che dice l'auuerfario; almcn non cidouerà mancar
teftimonianza intorno alla qualità della vita, & de i co- ftumi,
laqual faccia fede della bontà, & dell equità noftra,
ouer dcll*ini- JL Trìmo libro \ iot 41 dell'iniquità, Se malitia
dcH'auucrfario • L'altre cofe poi, che polfono occorrer di ponderarli, Se
di conliderarlì intorno alle f erfone dei tcltimonij, com'adir fc
lon'amici, o nemici, o nè vn , ne l'altro ; fc fon pedone di buona fama, o
di mala fama, o tra l'vn, & l'altro, Se tnttelaltre in fomma così
fatte dirTcrentie di condirioni, & di qualità, da quelli fteffi luoghi
fipotran trar- re, & di inoltrare, da i quali lì poilbn gli Enthimcmi
intorno al- 43 le medcfimc qualità, trar fuora. Quanto alle fcritture poi,
doue lì contengon conuentioni, Se patri, intanto può hauer luogo
in eiYc 1 vfo deli'oratione,inquanto lì cerchi,o d'ingrandir il lor
va- lore, o di deprimerlo, & d'annullarlo : & oltra ciò di farlo
ap- Earire o credibile, Se di fede degno, o per il córrano di poca
credi ilità, Se di poca fede, peròche fe vedremo, che le pollano
cfle- r>evtili a fauor noftro, alhor c'ingegneremo di procacciar
loro autorità, Se credibilità* &c il contrario faremo fcle
conofeeremo 4J in aiuto dell'auuerlario . Et quanto prima all'aggiugnere,
o al toglier loro autorità, credito, Se fede, non e differente il far
que- llo, dal trattamento, che s'habbia da far'intorno ai
teftimonij. conciolìacofachc quali faranno i coltrimi, le conditioni, Se
qua- lità di coloro, c'habbian diftele, o fofcrittte ledette fcritture,
o lehabbiano apprelTo di lor cóferuate, Se faluate,talc ancora
riab- bia da effer la fede, l'autorità, Se la credibilità d'elfe
fcritture. 46 Cafo adunque cheli truouino, o lì pruouino autentiche
corali fcritture, Se tali in fomma, che confclTar fi debbi, o negar non
Ci 47 polla, che le lìano fiate fatte; alhora fc i patti, che vi fi
contengo- no, conofeeremo, che facciano a proprio fauor noltro,
doueremo ingrandir 1 autorità, & la validezza, c'han da portar leco i
patti , & le prillate conuentioni humane: dicendo non cllere altro
il patto, che propria, & prillata legge, trai particolari in
priuato 48 fatta. Se che i patti, Se le fcritture, che gli contengono, non
da- no validezza, forza, Se corroboratone alle leggi, ma ben le
leg- 4$ gi la danno a' loro. Et che in fomma la legge non e altro
ancora ella, ch'vn certo patto, di maniera che qualunque cerca di
tor forza ai patti di mandar'a terra il valor di quelli, viene a
cercar jo parimente di deltrugger le fteire leggi. Poucmo ancora oltra
ciò dire, che per la maggior parte i negotij, Se le facende, che trà
di lor conuerfando, Se contrahendo fanno fpontancamentc, Se
vo- lontariamente gli huomini, fi fanno col raezo di con tratti,
patti; Se fcritture , / o j Della Tintorìe* d 'driftotelcj Se
fcritturc, Se in quelle fi contengono. La onde tolta via, o fatta inualida
la forza, Se i'vfo de' patti, & delle fcritturc, verrebbe parimente a
mancare, Se a cadere a terra ogni cambieuol coiti- 5 1 mertio d huomo, Se
ogni trattamento di negotij Immani . Altre cole ancora fi potrebber dir*
accommodatc a ingrandir l'vfo, Se l auttorita de' patti : le quali aliai
facilmente pollono clTer com- f i prefe, Se confideratc per lor medefime.
Ma fc dall'altra parte ve- dremo, ch'i patti, Se le fcritturc fien
contrarie alla caufa noftra , Se in fauore, & commodo deirauuerfario,
ci potrà primicrame- te in lor deprelììon feruire, Se cfleraccommodato
tutto quello, ch'allegare alcun potefle per impugnare, & ofeurar
lauttorità j j della legge, quando gli fulfe contraria, perciochc molto
fuor di ragion (aria le ftimanflo noi non douerlì dar fede, ne
preftar'ob- bedientia alle leggi, ogni volta che iiano non drittamente
porte, Se che il Lcgi/lator habbia vfato inganno in porle jhaueiTero
i priuati patti a ritener inuiolabil neceflìtà nell'olTcruantia
loro. 54 Potremo ancor dire non clTerc altro il giudice, che
difpcnfato- re, Se amminiftratordel giufto : Se per quello non ha egli da
te- ner confidcratione, Se cura di quel, che importin le fcritture,
Se li patti; ma fol di furto quel, che contenga maggior giuftitia
. 55 Potrcm parimente dire, ch'il giù ilo non può cflergià mai
piega- re, Se dillorro dalla fua drittezza : ne ita fottopoilo a inganno,
o a forza, Se violentia alcuna, hauendo egli l'cilcr fuo dalla
natura fteira. doue che i pani, Se le conuentioni, che fanno glihuomi- ni,
nafeer polTon da inganni, o da forza, che gli induca a farle . t 6 Olrra
di quello fi dee por cura fc le fcritturc, & li parti, che
il producono, fon contrari] ad alcuna delle leggi ferine, o ad
alcu- na delle communi, Se fes'oppongon a cofe comunemente renu- 57 tegiufte,
Se honelìc. Si deeveder ancora, fe fon diucrlì, Se re- pugnanti ad altre
fcritturc, Se conuentioni, chedoppo,o innan- zi di quelli, fiano nate
fattcpcrciòche o le fcritture fatte poi fon valide, Se per confegucntele
precedenti han del falfo,o non han valore, oucr per il contrario le fatte
prima valide fi truouano, Se nelle fatte poi, fi conticn fraude, o altro
cosi fatto errore. Se di queiti duccafidouerem cercar di far parer vero
quello, che più 58 conofeeremo vtilc alla caufa noftra. Potremo andar con
la confi- deratione inueiligando ancora intorno all'vtilità, feda
qualche Cofa, che fi contenga in quei patti, che fi producono, o fe
dalla. fede , Jl Primo librò . / 0 3 fede, che fi predi a i
patti, può feguir'occauone dcfidcrofi di vederle. Contcngon dunque
le dette righe que- lle parole. Ju 5 *iynv fri Cvk «WaM»0hW/
Caffdurot •Tofà.oìyaf rtpoì, £ A/flo'- Jtpfjioh ù ttut 4^«T ( «vite
ìuvajoì, "flua/ert tyKAplipov rt rat t ivttyt&f* il j Jh A5Ì, ^
Ìu*MjC»7f ■vfo 70 v TctV Àva.yxct.i /A7k etw^/ ' X«t7*0et/:/fei/Vir, ù'vAV&t
ir/roV ìk (Sardi'oif. Legnai parole m no firn lingua pò- trebberò effer
quefìe^j. Mala di meftier di dire, che le torture non cótengon fecura, Se
certa verità, conciofiacofa che molti fi truouino, li quali hauendo
le carni, & la pelle quafi di fallo, Se l'animo forte, Se a
Sopportar potente, vincon con lalor coftantia, Se con la
lor'oflinatione ogni neceflìtà, che porti la pena, ci dolore. Se altri per
il contra- rio fi truouano, che vili d'animo, Se delicati, Se molli del
corpo loro, prima che fi veggano a pena dinanzi a i tormenti, reftan
fu perati daquelli. Perla qualcola none da preftar fede a
quella tcllimonianza delle torture. Qnefie fon dunque, in fiftantia
le parole, che eorrejpondono alle gre- che già dette^j. tJHa ritorniamo
hormai al legittimo te- li fio nostro, fegue adunque ^sfrittotele così
. 6 $ Quanto apparrien poi al giuramento, in quattro modi può
oc- correr, ches'habbia da trattare, Se da confiderare. perrioche
t» noi lo concediamo, & concedutoci l'accettiam di fare,o noi non
facciamo ne l'vna, nè l'altra di quelle cofe,o noi ficciam Tv- na, &
non l'altra. Se quello in due modi, peroche o noi conce- diamo il
giuramento, ma non accettiam di farlo, oucro accet- 66 tiam di farlo,ma
non lo concediamo. Se tutto quello altrimenti s'ha da confiderai quando fi
fi a altra volta giurato, & altrimen- ti quando non fi fia giurato. Se
quando fi fia giurato, altra confi- dcration s'hà d'hauer fe harem fatto
il giuramento noi, & altra 6j Ce l'harà fatta l'auuerfario. Se
offerire adunque Se conceder non gliel vogliamo, douerem dire non voler
metter'il giuramento in man fua, perche conofciamo,che facilmente faria
egli per giura- 6% rcilfaliò. Se potrem foggiugner'jchcrauucrlario
rcftarebbcgiu rando afibluro dei danari, ch'egli ci dee, doue che s'egli
non giura, teniam certa confidentia, ch'egli habbia in giuditio da
cf- 6$ ier condennato a pagarccgli . Potrem parimente dire, c
hauen- do noi pura depcnder da pericol di giuramento, vogliam più tolto;
Se molto più ragioncuol cofa è, depender da quello de gli Jl Primo libro .
1 oj fteffi giudici, pcrciòche nella bontà, & rcligion loro tcniam
fe- 0 de, Se non in quella ddl'auuerfario. Male non ci verrà
bene d'accettar Toner ta, che ci fa l'auuerfario di voler egli ftarc
al noftro giuramento ; doucrem dire, che per cagione di
danari, cagion così friuola, Se così leggiera, non ci par cola honefta
ii 1 giurare, foggiugnendo, che fé noi fulfimo impij, Se nemici
del giulto, non recuferemo di farlo : percioche lapedo noi, che
giu- rando ricupereremo, Se confeguiremo quello, che ci fi dee,
Se non giurando, nò, certa colà è, che meglio faria
1'efTer'ìniquo per cagion di qualch'vtilità, che per cagion di nulla. Ci
che per quello appare, che fol percaufa d'honeilà rccufiam di giurare, i
Se non per tema di cómetter fpergiuro in giurare il falfo . Et in quello
propolito potrà parimente quadrarci conuenir quello, che foleua dir
Senofane, non elìer pari la prouocatione,ch'a giu- rar faccia vn'impio, ad
vno altro che tema Dio : ma effer limile alla prouocation, che facente
vn'huom gagliardo, & robufto del- la perfona, in prouocarc a dare, Se
riceucr pcrcofle, Se pugna , 3 vn'altro, che debole, Se infermo fu Uè. In
calo poi, che ci venga commodo d accettar di giurare, ellendoci il
giuramento offerto dall'auiicrfario, potremo primieramente dire, che ciò
facciamo ; perche vogliam piutofto credere, alnoftro giuramento, &
ftar* alle fede di noi medefimi, cllendo in noi confapeuoli della
men- \ te noftra, ch'alia fede dell auuerfario. & potremo parimente
ri» uolgerc, &accómodar'amodo noftro ilmedelìmo detto
diSe- nofane,diccdo,andar la cofa vguale, ouer'cfler la cola pari,
qua- do vno impio prouoca a giurar'vn, che tema Dio, & egli
accetta c l'offerta, Se giura. Aggiugnereino ancora parerci cofa
indegna, Se fuor d'ogni ragioneuolezza il recufar noi di giurare in
quella (Iella cauta, nellaquale riccrchiamo,& afpcttiamo,ch 'i giudici
fe- condo il giuramento da elfi fatto, proferifean la fententia loro
. C Mafe finalmente ci tornerà bene d'offerire, Se concedere il
giu- ramento all'aiiuerfario, potremo dire, che ci paia cofa pia,
Se rcligiofa il voler commetter tutta la caula in man de gli Dij ,
Se 7 alla cura loro : Se che non vogliamo, che all'auuerfario
noftro faccia di bifogno di ricercarla decilìone di quella caufa da
altri giudici, che da fe nello, dandogli noi arbitrio, Se autorità
di deciderla, & giudicarla col luo giuramento da fe medelimo. 8
cV che cofa aito rda, Se fuor di ragion farebbe egli, s'eirecufaf- O fc
di 7 o 6 Isella r R(torìca d*^4riBotelc^ fc di giurare in quella
(tciTz cofa , nella quale egli filini eflcr do- 7^ ucre, che gli altri ,
cioè i giudici llcllì giurino. Hor'hauendo noi ad vn per vno patitamente
dichiarato , come fihabbian da trattar tutti li quatro modi divfar' il
giuraramento , potrà da quello effer raanifcfto ancora, come s'habbian da
trattare, & da vfare,fe più di vno di tai modi, fé prcndon
congiunti 80 infieme. com a dir fé noi accetteremo l'offerta del
giuramen- to, ma non già l offeriremo, o lo concederemo, ouer fc ci
pia- cerà di concederlo, & offerirlo, ma non d'accettarlo, o fe
vor- remo & accettarlo, 8c concederlo, oucro offerirlo infieme,
ofe finalmente non ci contenteremo di far nèlvnacofa, ncl'altia. 81
conciofiacofa chceflendo così fatti congiunti necelTàriamente comporti de
i già detti, & affegnati modi ; parimente farà necef- fario, cheli
trattamenti, & le ragioni di tai congiunti, fian com- pone de i
trattamenti, & delle ragioni, che già fi fon partitamé- Si te dichiarate,
&c inoltrate ad vn per vno ne i detti modi . Ma fe gli accafeherà, che
già riabbiamo per innanzi altra volta giu- rato cofa, che fia contraria a
quello, ch'ai prefente diciamo, & ci offeriamo, oucraccettiam di
giurare ; doneremo dire, che non dee per quefio il precedente giuramento
(limarti fpergiuro. Sj perciòchc cllendo lo fpergiurare vna fpetic di fare
ingiuria, & non potcndofi chiamate ingiuria quella, che nó fi fa
Ipontanca- menre, Se volontariamente, ne feguc, che non ellendo
fponta- nco, Se volontario quello, che l'huom fa, o neceflìtatoda forza
, 0 indotto da qualch'inganno, come e accaduto a noi nel giu- ramento
per innanzi fatto; non dee per confeguentc fpergiu- 84 ro nominarli. Et
qui farà ben di inoltrare in che la toltantia dello ("pergiuro
confida : affermando, che dalla mente dependa, 85 8c non dalla lingua, di
colui, che giura . E r fc dall'altra parte 1 auuerfarion olirò farà (lato
quello, che per innanzi altra volta riabbia giurato cofa, che ila
contraria a quello, ch'ai prefente di- ce; potremo in tal cafo dire, che
il voler* egli non tener valido, & non Ilare a quello, c'habbia vna
volta giurato, non è altro, ch'vn %6 confondere ogni cofa, &
fouuertere ogni ragione h umana, per- cioche non per altra cagione, fenon
per quella, cioè perhauer per fermo, & Ilare a quello, che fi fia
giurato, non ofano i giu- dici di fcruirfi delle llelTc leggi nelle
fententic loro, fe non fan giuramento prima. & riuolgendoci a i
medefimi giudici foggiu - gneremo . Jl Primo lìhro • / o 7 %j
gneremo. Noi dunque ricercherem da voi, Se flimaremo, che vificonuenga di
fhr collanti, & haucr per fermi i giuramenti noftri, & noi
tituberemo, & per validi non haremo i noftri ì 88 Altre cofe ancor
potremo aggiugnere, cioè tutte quelle, che fiano habili ad amplificare
ampliando la bruttezza delio fpergiu- S 9 tradotta in lingua
volgare da M. tsrfejfandro Ticcolomini . DELLA RETORICA D*
ARISTOTELE àTheodetto, TRADOTTA IN LINGVA VOLGARE Da M.
aAleJfandro Piccolomini, IL SECONDO LIBRO. (apo Primo. c Del
bifògno> eba l'Oratore della cognttton de gli affetti, (ef pafìoni
humanc^. Qva 1 cofe fàccia di bifogno d'haucre l'occhio in fuaderc,
in di (Fu ad ere, in biak mare, in lodare, in accufare,& in
difende- re, & quali opinioni, & propofitioni elTer pongano
vtili a far fede i n tutte quelle opc- rationi,può ellcr manifcfto per
quello,che fin qui li e detto, percioche di quelle cofe, & a
quelle cofe, c'habbiam noi allignate, deon dedurli, &deon hauer
riguardo gliEuthimemi, che (cpa- ratamente in ciafehedun gcncr d orationi
, addurre, Se vlar fi O ij deono. ioS ^Della Ttgtprìca d!AriBote[c_j 5
cleono. Hor perche qucft'arte della Retorica ha da terminar Tempre in
qualche adcnlo, o giudi tio, che ne faccia chi ode ; per cagion del qual
giuditio fi pone in vfo, pofeiache lcilcde con- fultationi ancora, nò
padan Icnza'l giuditio di color, ch'odono , Se il Tentennare dello nelle
caufe forenfi, non è altro, che giudi- 4 tio; è neceflano pcrqueito, che
non folo fi procuri, che la ora- uon fia tale, che pofla con pruoue, Se
con argomcti far fede, ma che s'ingegni ancor colui che parla, di far
parer fé ftedo della tale, Se della tal qualità formato, Se renda colui
ch'ode, & giu- dica, in qualche maniera qualificato a modo, &
commodo fuo. 5 conciofiacofa che alla perfuatìone, Se alla fede, che s'hà
da fare , grandemente importi, principalmente nelle confultc, &
dipoi nelle caufe giudiciali ancora, l'apparir più d'vna qualità,
che d'vn'altra qualificato, & difpolìo colui, che parla, Se
l'ederap- preflb di color, ch'odono in opinion d'affettionato, Se ben
verfo di lor difpofto, Se 1 edere oltra ciò più ad vna difpofition, che
ad 6 vn'altra inclinati, & volti color, ch'afcoltano. Et quanto
prima- mente all'apparir colui, eh e parla, della tale, o della tal
qualità difpofto, prcualc, Se e vtil quefta cofà principalmente nelle
de- 7Iibcrationi,&cófultationi.ficomedall'altrapartel'cflernella tale,onella
tal maniera inclinato, comroodò, Se alterato l'afcol- 8 tatore; preuale
fpetialmentc nelle caufe giudiciali : pofeiache nonlemedcfime cofe paiono
da edere approuateacolor, chea- mano, Se a color, ch'odiano, ne le
medefime a color, che fo- no accelì d'ira, Se a quclli,chc d'animo
mite,& placato fono : ma paion loro o in fe diuerfe,o totalméte
appofte, o almen'in quati- tà,cVgradezza differcti aliai,
imperciòcheacolui ch'ama,parrà fa cilmcte,checolui,dcllacui caula hà egli
da fai giuditio, o no hab bia fatto ingiuria,oleggieriiÌjmarhabbia fatta:
Se a colui,che l'ha f in odio>tutto'l còtrario pare.Parimcte colui,che
fuole auidaméte defidcrare, Se cófidctemctc fperarc ; fe cola futura fe
gli offenfee l'ani nio,ch' egli pcfi,che lìa per recargli
diletto,facilméte s'indu-r rà a creder , che fia per fucccdcre , Se a
ftimarla , per cofa hone- fta. doue che tutto'l contrario farà per parer a
colui, chela di- io (pregi, o non l'appetifca, o la ftimi difficile a
fucceder mai . Hor quanto all'cffer tenuti degnidi fede color, che
parlano, Se al- l'cfler lor creduto ; tre cofe poflbno efTcr di ciò
cagione , pofaa- chc ultre turile fon le cofe, mediami le quali, ultra le
pruo- ue, Se Jl Secondo libro . 109 ne, &r gli argomenti, ci
induciamo a dar credenza all'altrui paro- 11 le. & quefte fono la
prudentia> la bontà, & la beneuolentia, che 11 s'habbia in opinion
trouarlì in colui, che parla, cócioliacofa che per caufa della mancanza di
quefte tre cofe dette, o d'alcuna d'ef- fe, polli accader, che
s'ingannino, Se quel, che non conuenga di- I) cano color che parlano, o
dan configlio . peroche o per impru- dentia,& poco faper, non bene
(limano, o intendon la cofa, dcl- 14 la qual parlano, o le pur non
s'ingannan nella Iti ma, & nell opi- nion che n'hanno; nondimeno per
malitia, Se per iniquità non voglion dire , o far manifefto quello, che
veramente conofeono. 150 ver finalmente fé prudenti , Se non iniqui Tono ,
fon nicntedi- manco poco amici, o beneuoli, Se per tal cagion s'aftengon
da'l dir nei configli loro quello, che veramente conofeono ,
cirereil meglio, Se potere ellcrc vti le. Quelle tre dunque fon
lecaufe, Se non altra fuor di quefte, per vna, o più delle quali,può chi
par \6 la non dir quel, che conuenga. Onde è necelTario che colui,
che farà ftimato hauere inlìemcmenre tutte quefte cofe
habbiada trouar'apprellb di chi l'afcolta, credito, & fede alle fue
parole. 17 Hor donde, cV: in quii modo lìen per poter fare appari re
altrui color, che parlano, d eller prudenti, Se virtuoil ; fi può
facilmcn te trar da qucllo,chintorno alle virtù diltinto,& dichiarato
riab- biamo : pofeiachei medelìmi luoghi ci polfon feruirea fare,
Se 1 8 gli altri, Se noi apparir per honefti, Se per virtuofi . Della
bene- uolentia, & dell'amici tia poi, potrà quanto appartenga a
quella, renderli manifefto in quello, che verremo al prefentc a dire
de 15 gli affetti, Se palli oni humane . Et quelli intendo io efler gli
Im- mani affetti, liquali commouendo , & alterando l'huomo,fon potenti
a variare,& diuerlìficare in lui li pareri, Se i giuditij fuoi. a i
quali affetti, due di lor feguon dietro, cioè la moleftia , e'1 pia- cere
. Et gli affetti fono , come a dir, 1 ira, la compalfione , i l ri— 10
more, Se tutti gli altri coli fatti, Se li lor contrarij. Inciafchcdun de
i quali fa di bifogno, ch'in tre parti andiamo nel trattar
d'effi diftinguendo le cofe, che s'hanno in quelli da confidcrare.
com'a dir(per efTcmpio)ncirira, in che maniera (ìan dilpofti quelli,
che fi fogliono accender d ira ; & con tra di qual forte di perfonc
fo- glia Thuomo adirarfì j Se per cagion di qnai cofe foglia
finalmen 11 te quello auucnire. conciolìacofa chefenoi harem notitia
d'v- na di quefte cofe, o di due, Se non di tutte a tre , impoflìbil ci
fia dimuouc- no *DelU ^Retorica d* Aristotele di muouere, o
eccitar ad ira . Et il medefimo s'ha da intender 21 negli altri affetti.
Nella maniera adunque,che nelle già di fopra trattate materie habbiam
fatto in diltinguere, & allignare appro priate propofitioni ; parimente
in trattar di quefri affetti fare- mo diltmguendo, Se allegrando in
ciafeheduno affetto fpetiali propofitioni fecondo 1 già detto modo
. (apo 2. 'Dell' affètto dell 'Jra . Ntendasi per hora adunque effer
l ira vn pungi- tiuo, Se atfliggiriuo defiderio di vendetta, che fu a
chi la riceuc manifcfla ; nato in noi da apparente vilipendio, che ci paia
fatto fuor del douerc con- traili noi, o di pedona a noi congiunta, &
apparte x nente. Hor elfendo tale l ira, quale l'habbiam deferitta ; ne
fc- gue di ncceflità, che colui, che s'adira; s'adiri fempre
contradi perfona particolare, o ver fingolarc, o indiuidua, che la
vcgliam dire, com a dir coatta di Cleone, Se non contra dell
huomoin genere : Se che colui contra del qual'ci s'adira , habbia o
contra di lui, o contra d'alcun dei fuoi fatto qualche cola di maleo
mo- a Itrato euiden temente animo preparato a volerla fare.
Etèpari- mentc neccflàrio, che ad ogni ira fempre fi congiunga , Se
fegua vn certo piacere, & vna certa voluttà , che nafee dalla fperaza
del vendicarli : elfendo cofafoauc, & gioconda il penfarc,&
hauere opinion di confeguir le cofe, che ìì dclìderano ; ne alcun e ,
che defideri quelle cole,ch'cgli Itimi cllere a lui imponibile il
confe- guirlc : Se colui, che è prefo dal'ira ; defidcra cofe, ch'egli
lutila 4 clfcra lui polli bili . Onde accommodatamente, & con gran
ra- gione fu in proposto dell ira detto, che l'ira più dolce del
ben } purgato mele, cade ltillando ne i perti de gli huomin forti .
Se- guita dunque, Se Ci congiugne vn cofi fatto piacere, Se diletto
al- Fira, olerà la ragion detta, per quelì altra ragion'ancora ,•
perche ftàdi continuo l'irato in vna certa forte immaginatone, Se
cogi- tatione,& difeorfo d'animo intorno alla vendetta , ch'ei
penla € fare, laqual vehemente, Se gagliarda immaginationc , &:
rumi- natone viene a caular voluttà nel modo , che la cagionan
quelle immaginationi di cofa, che piaccia, lequali dormendo ne i
fogni 7 accafeano . Hor perche il vilipendio non e altro, eh' vna certa
eC preffio. Jl Secondo libro . / / / prefl!one,& attuale
inditio d'opinion, che s'habbia d'alcuna cofa 8 come fe di nefliin
conto,& di ni un pregio fia : pcrciochc le cote, che fon da noi
giudicate o buone o rce,o almen tali, che a cofi fac te conducano, Óc
rifpetto tengano, fon parimenieda noi tenute, in qualche confidcrationcodi
bene, odi male,* doue che quella, che noi giudichiamo, come fé niente
fulIero,o almen come che o nel bene, o nel male di piccolifllmo momento
fiano , vilipen- diamo, & non ne facciamo ftima,n£ le tcniam degne di
coniide- } tarli in elle; nefegue che habbia per quefto da (apere,che tre
for- ti, o vero fpctic fi truouan di vilipendio ; chef«no il puro
dilpre gio , il difpctto , & la contumelia , o ver oltraggio, o onta
che le 10 vogliamdire. Percioche quanto primieramente al puro difpre- gio>
colui che difpregia, non e dubio, che non vilipenda : pofeia che
difpregiando noi quelle cofe, che di ncllun conto degne te- niamo ; 6c
{'olendoli vilipender cofi fatte cole, ch'in nitìna ili ma fi tengono; ne
fegue, che il difpregio fiafpetie di vilipendio, i x Parimente colui, che
fa dispetto, moftra anche egli di vilipende- re : conciofiacofa che il
di/petto non fia altro, ch'vn cercar d im- pedire, interrompere, & d
opporfi in fomma a t voleri, & a i di- legni altrui : non perche a noi
di ciò qualche commodo, o vtil 11 venga; ma perche noni habbian gli altri.
Facendo noi dunque quello, non a fine> che cofa alcuna ce ne venga,
veniamo confc- guentemente a farlo per vilipendio quali che coli a vile
tcniam quel tale, che vilipendiamo, come s'ei non valellè nulla , ne
in 1 5 ben, nè in male: ellèndo chiara colà, che noi miniamo, eh egli
in cola alcuna non ci polfa nuocere : pofeia che quando ciò non
illi mallimo, temeremo del danno, ch'ei ci potette fare , ik per
con- feguentenon lo vilipenderemo . parimente (limiamo, che in co* fa
alcuna, eh importi nulla, giouar non ci polla : pofciachequani do cofi ili
ma filmo, procurammo, &c porremo fiudio di farlo be- 14 ncuolo, cV
amico noflro. Medcfimamenre colui, che fa onta, o ver contumelia, vicn
ancora egli a vilipendere; confiftendo la contumelia in cagionare in chi
fi fia qualche nocumento , o mo- leftia in cofe ch'imporrino
ignominia,& vergogna in chi le rice- ue. & ciò non per che colui,
che lo fa, penfi che habbia a refill- targli per quello altra cofa, che
quello Hello fatto, o perche altra fimil cofa na Hata fatta alni ; ma Coi
per cagione di quel piacere, j j & diletto, che gli ha di farlo .
percioche di coloniche ccrcan di render il 2 'Della ll^tprìca d *
Arili otelz^> render male, a chi male habbia fatto a loto, non diremo ,
che in 16 ciò contumelia facciano, ma vendetta . Et la camion del
piacere, & del diletto di coloro, che fan contumelia conliftc nel
parer lo- riche con fare oltraggio, & mal trattamento ad altri , ne
rifiliti 17 maggiorracrc ad cflì vna certa fuperiorità d'eccedere - y Se
per que Ao auuicn, ch'i gioueni, 5c i ricchi lìan per natura
oltraggiofi,& contumcliofi : come quelii,che con far contumelia
prendono in 1 8 loro fteffi opinion d'eccedere. Vilipende dunque chi fa
contu- melia per eilcr proprio della contumelia il non tenere in
alcun pregio, & in alcana ftima, cV chi non (urna, ne tien in
pregio,nó e dubio, che non vilipenda; pofeiache la cofa eh e tenuta a
vile,o per dir meglio, e tenuta in nulla, neilun pregio, o ftima
ritiene, 19 ne in mal, ne in bene. La onde Achille tutto adirato
dice,Non ha gli fatto conto,o ftima di me: perochc hauendolo a me
tolto, gode egli, & poflìede quello, ch'i Greci tutti in han dato in
do- no . & altroue dice, Egli non altrimenti mi tien in cóto,che
s'vn vii difeacciato ribello io fulfe . Le quai cofe dice Achille ,
come 20 chequefte fu (Ter folo le cagioni, che l infiammauan d'ira . Et
ci pare , ch'a color mafllmamente conuenga il far grande ftima
di noi, liquali ci fiano inferiori di nobiltà, di potcntia , di virtù ,
& di quelle cofe in fomma,nelle quali di gran lunga ftimiam
d'eccc % 1 dcrgli, & auanzargli ; come nelle ricchezze(per clfcmpio)
dal rie co è ecceduto il pouero : nella facilità del dire , dal facundo è
fu- ti 3 perato colui, che non può a pena la lingua feiogliere ;
nell'autori tàdal principe è fuperato il fiiddito 9 & da chi fia degno
di co- madare,& di dominarc,colui che fi a degno d'obbedirc,cV d
eller 13 dominato.Etperò fu ben detto,potcntiflìma è l'ira de i Rè,
quali che nutriti dal fommo Gioue . &c quell'altro detto ancora :
EeH ferba per doppo l'ira, per fatiarfi co lavendctta.& qucfto
accade, perche grandiftimofdegno concepifeono i potenti per il
lorocc- 14 cedere. Color'ancora ftimiam noi, che conuenga, &ragioncuol (ìa,
che ci habbiam d'hauer rifpetto, & da tenere in conto, da i quali ci
pardi poter con ragione afpettar di riceucr bene. & tali fon quelli, a
cui noihabbiam già altra volta fatto benefitio, o fac ciamo al prefente, o
noi fteflì, o alcun noftro congiunto, o perfo na, che ci appartenga, o
altra perfona perordin noliro : o vero 16 habbiam pronta volontà di
farlo,* o Ihabbiamo hauuta. Da que- lle cofe adunque, che fi fon dette fin
qui, potrà hora agcuolmcn- tc ren- Jl Secondo libro • / ; j te
render fi manifcfto,in che maniera difpofti , & qualificati
fiati quelli, che adirar fi fogliono : Se conerà di quali, & per
cagion di 27 quai cofiòs'acccndon di tararTetto.Perciochequanto
primierame te a quelli,chc s'adirano , facilmente a ciò s'inducon le
pedone, quado in qualche molcma, o dolor fi truouano . cóciofiacofa
che tempre in color, che fon punti, & afflitti da dolorc,bifogna che
fi 1 8 truoui desiderio di qualche cofa.onde qualuquc,o direttaméte
al confeguimento di qualche defiderio loro fi contraponc, come faria
(e ardendo effi di fete, non gli lafcialfc bere, o ver te non
di- rettamente, al meno in quaì fi voglia modo non adherifca loro
, mafia loro di ri tardati za,o d'impedimento ; nel mcdelìmo modo tp
para loro di Tettarne oftclì . Ers'alcun s'adopra incontra per im- pedirgli
, o s'alcun'altro non s'adopra per compiacergli, & per 30 louuenirgli,
o ver Te in qual fi voglia altra cofa, mentre che (tan- no in qucll eiTere
; alcun fia, che punto dia lor diiturbo ; contra 31 tutti quelli
s'accendon d'ira . Laonde quelli, che fon molcftati da innrmità,quelli,che
fono opprelTì da pouertà ; quelli, che fon grandemente innamorati; quelli,
che (cntono ardente fete, &c tutti in fomma quelli, che gran cupidità
tengon d'alcuna co(a,£\: quella non confeguifeono ; fon'iracondi, ella
%lortca dXriftotck^ fecondo ch'egli dclìdera, maggior piacere, Se diletto
fente, Ce 3 € quella fuor d'opinion Tua, & da lui non
afpcttata,adiuienc. On- de può da quefto apparir manifefto quali
occalìoni, quai tempi, quai difpohtiom, quali età Han più facili, &
più accommodar^ 37 a dar cau(a,& fomento all'ira ; Se quando,* doue
ciò più aeeuol 3S teaccaichi: Se che quate più di cosifatte condì rioni,
& circon- ftantic accommodatc all'ira, in chi lì Zìa concorreranno;
lanto più verrà egli atto & facile, ad cflèr con ci tato, Se mollo da
quefto 09 77*2; f «n dunque,* nella manicra,chc detto
habbiam, dilpoitifoglionoeircr coloro, che fon facilmente mobili
all'ita! 40 condia. Contra quei poi fuolqucft'ahWhauerluoeo, li
quali o prendono a rifo, o beffeggiano, o fchernifcono,o có acuti
mot- ti pungono : concionacela che tutti quelli tali vcgan'in fir q
uc- 41 Ito a dar fegno di cÓtumelia. Parimen te contra di quelli
s'accen- de 1 huomo in ira, i quali nuocono, o Ci moftran Contratti in
co- le, chcilcr pollano inditij, Se legni di contumelia, Se di
vilipen- 41 dio. Se così fatte par, che necetfanamete lì pollano ftimar
quel- V? i ncI,CqU 11 nuoce, non perche filia nccuuta qualche pitela,
Se nocumcto prima, ne perchcqualch'vtile, o comodo di ciò ne venga: &
per quefto può parer, che ciò Ci faccia per fola 43 contumelia. Contra di
color ancora fuole l'huomo aeeuolraétc adirargli quali lo biafmano, Se con
parole fegli oppongono, Se moftran di no tener di lui ftima intorno a
quelle cole, ncllcqua- 44 liei [faccia pnncipalmcicprofcflioncor ftudio.
come (pcrellem- pio) le cercando alcun d'eùer tenutoin pregio nella
filofofla,fuf- 4/ le chi moftrairc di rcneilo in ella in pochiftìma ftima
. o fc fti- mandofi egli dotato di bellezza, Se di quella s inuaghilfc,
fune chi come poco bello moftraife di giudicarlo, c i lìmil fi dee
dir 4* difeorrcndo nell altre cole. Et molto più ci Cuoi quefto
ancor* auucmr quado detro in noi folpichiamo,o opinione habbiamo, cnc
quelle cofc,ncllequaii ci gloriamo Se reputation cerchiamo, o totalmcte
non fiano in noi,o almcn non ci nano in quella per- fettone, che vogliara
che le fian tenute, o che fe pur v. fono, fo- 47 lpichiamo,che non paia
nondimen agii altroché le vi fiano. ma iemoltolalda, & certa farà
l'opinione, Se la certezza no ftra, che tai cofe fcnzaalcun dubio veramete
fiano in noi, nò ci farà tato a cuorc,nc terrem molto in cótoil bialmo, o
il difpregio, eli alcun 4» ne faccia. Appretto di quefto cótra di coloro,
che noi reportagi P amici, molto più,fc ci ofFendono,ci accediamo in ira
che cótra Jl Secondo libto . / rj di quei, che no ci fon amici:
peroche da eli] ftimiam concnir più torto d'haiicrc a riceucr bene,c'hauer
p il córrano a rice uer male. 4P Mcdefimamcte color, che fon (oliti
d'honorarci, Se d ilanerei m còro, Se in cófideracioiiCjfcgli accafea poi,
che non fegu in di far più qucfto, ci cóciran facilmente ad ira.
cóciofiacofa clic agcuol- nicrc potiam da qucfto cóicrtnrare, che ci
deprezzino, Ov a vii ci tégano.pofciache fe quello no fulTe, fegiiircbber
di far quel, che 50 faccuan pi ima . Color parimcte eccitar foglion córra
di le 1 nano ftra,i quali hauédo nceuuto benefitio da noi,nódimeno nelle
no ftre oc coi rene nó ne fanno a noi, ne fi curan di renderne il córra
- 51 cablo. Se quelli ancora, i quali nelle lor'arrioni (on conrrari]
alle ji noftre,eirendo etì] nódimen inferiori a noi. Se quello
ciauuicn perche tutti queftì, cioè gli virimi, c'habbiamdcrri, &li
precedé- 53 tedino indino di poco apprezzarci, Se di nó renerei in còro,
que 111 come ch'inferiori loi lìamo,& quelli, come che da inferiori
be 54 netìrio riccuuio riabbiano. Oltra di quello maggiormente
ancor prouocan conrradi (e 1 ira nolrra quelli, eh eilcndo huomini
di niun .òro, Se di niun valore.cV: tenuti in nulla, moftran
nódime- nodi deprezzarci, Se di vilipéderci.pofciachegià habbiam
deferi uédo l ira luppolto nafeere ella,c\: cagionarli dal viIipcdio,chc
có 55 tra di chi nó cóucnga, fuor di ragione, & del douer li faccia :
ne è dubio,ch'a gli inferiori nó cóucga nó vilipedcr i lor
fupeiiori,ma 56 più torto honorargli,& tenergli in cóto. Color
parimctc,chc noi teniam per amici, le non dico ben di noi,&: có
parolc,o con opre non lì moltrano in fauore, &: in aiuto nollro,
(oglion facilmente 57 prouocarci ad ira: & molro ancor p.ù fe il cótrario
fanno. Et an- cor fe cadendo noi in mamfelto biiogno d'alcuna cola, eglino
nó 58 rauuerti(cono,& nó vi volgo l'animo. lì come da Antifonte è
in- trodotto Pleirippo, che per tal cauia s'adira còntradi
Melcagro. rp Se quello auuicne perche quel nó auucrtire Se nó por cura, è
ma- nifeltofegno di ditprczzamcto,& di tenere altri in nulla : potei
a che le cole,che premono, èv lon'a cuore, nó (oglion
pallar'ignote 60 Se nó atterrite, òentiam medelimamcte inliamarci d ira
córra di quellljchene noftri infortuni) gioi(cono,& fi rallegra no. Se
córra di quelli 1 foni ma, che p quali li voghan noftre mi(cric,cel/a
^Retorica d y jérìttotelt^ 6} moleftia, o difpiacer ne venga. Et di qui è,
clic facilmente ci a- diriamo contra di quelli, che ci portan qualche mala
nouclla,ella Storica d'Arinotela mieramentc adunque altro non etter la
placabilirà , clic vn cer- | co quieramento, pofamenro , & ccllàtion
dall'ira . Hora cl- fendo , che gli huomini ( come già Ci e detto )
s'adiran prin- cipalmente contra di coloro , che gli difpreggiano , &
vilipen- dono ; &: ellendo il difprezzamcnto , ci vilipendio cola
(pon- tanea, o ver volontaria ; è mani fedo per quello , che verfo di
co- loro > 1 quali o non faran cola, eh cllcr polla a dilptegio , o
vili- pendio nollro ; o contra del lor voler la faranno , o almen ci
par- ia, che coli la facciano; manfueti, cV placati ci renderemo. 4
Et verfo di quelli ancora, i quali vorrebber volontieri haucre 5 fatto il
contrario di quello, che conerà di noi han fatto. Ver- fo di quei
parimente dineniam manfueti , & placati , i q tu- li quello dello
c'han fatto contra di noi, han fatto parimente vcrlo di loro fleffi : non
parendo vcrilimil , che alcuno vii di- fprezzamcnto » vilipendio ,&
Icherno verfo di le medefimo . 4 Et quello dello ci auuien verfo di quelli
altri ancora , i qua- li confcllano il fatto, & infiememente modran
pentimento di 7 quanto contra di noi riabbiano operato, percioche
accettan- do noi quel lor dolerli, & pentirti, in luogo quali di lor
ga- digo, & di lor punitionc ; viene in vn cerco modo a
fatiar- f\ , óc per confeguente a mitigarli 1 ira già conerà di lor
con- 5 cepura. di che ci può clfere inditio quel, che li vede tu
freni- re nelgalbgare, & punirci ferii i : pofeiache quanto più
opina- ti danno in negare il fallo, & in opporli contradicendo ;
tan- to più feueramentc , & con più irato animo gli
gattigliamo, doue che per il contrario le confettando cflì Perrorloru. «Se
di efler per tal'errorc a ragion galligati , feniiamo in noi (ubilo
in 9 gran parte mitigarli 1 ira. Et la ragion di quedo li dee dimar
, che fu, che il negare odinaramente le cofe apertamente mani- fede,
fa inditio, & argomento di sfacciata impudentia, & di mancanza di
verecondia : tk l'impudcntia, & l'inuerecondia, par che liano vna forre
di difprezzamcnto, & di vilipendio . Se che ciò da il vero, alla
prefenna di coloro, che noi nulla fil- miamo, & reniam grandemente a
vile; verecondia giamai aleu- to na non fogliamo hauere. Manfueti , &
placati ci lodiamo ren- dere ancora verfo di quelli» i quali ci li modran
o humili , fegue che noi moftria- mo : difHniendo prima,chc cola Iia
l'amici tia,& fa t£ mare ftclTo . Intendali dunque per hora, altro
non cfler l'amare, ch'il delìdera re all'amato cofe, che noi (limiamo
ellèrgli beni : Se ciò non percaufa nollra propria, ma per caufa
dell'amato (ietto : con procurar con ogni diligenti* 3 fecondo le forze
noftre, ch'egli le conleguifca. L'Amico poi s'hà 4 da fumare elfcr quello,
il quale amando lìa ancor riamato. Onde color fi Iti meranno,&
reputeranno d'elfer tra di loro amici,i qua liharanno opinione, &
credenza d'elfer cambicuolmcntc l vn verfol altro nella maniera, c'habbiam
diftìniro l'amare, Se l'ami- 5 co. Siippoiìodunqucpcr vero tutto quello c
habbiam detto,ne fegue nccclfariaraentc, che amico d vno farà quello, il
quale in- fiemeancora elfo lì rallegrarà delle prol perita di quello,
& li con dolcrà delle cofcauuerfc , Se delle infelici , Se non ad
altro fine, 6 ne per altra cagione, che per cagion di lui . percioche
rallegran- doli, Se fentendo diletto tutti gli huomini generalmente in
vede re effettuar le cofe fecondo ! volere, Se defidcrio loro , Se
rattrilìa- 7 doli, Se fèntcndo dolore quando per il contrario accafeano;
ne fc gue, chele tnftczze>ò\: fc voluttà lìen grandinami inditi) delle
vo 8 lontà de eli huomini. Color mcdclìmamentc fon tra di loro amici
, a i quali le medcfime cofe fono, o ver paion buon e, & le mede
11- Jl Secondo lìhro . fjj: f mededmecattiue. & quelli parimente,
ch'alle mededme perfo- nc fono amici, Sfalle medeìime fon nemici : percioche
in cai cad vengon nccedàriamente a rincontrar con le volontà nelle 10
medefimecofe : onde volendo, Se delìderando ciafchcdtin de (fi » le cofe
mededme a Ce dello, chei vuole, Se dclìdera ali altro, vien 1 1 per quello
a potere elfergli (limato amico . Quanto a color.che Sogliono edere amati,
fon primieramente da noi amati quelli, da i quali habbiam riceuuto
benefiti;, o noi ftedì, o alcun di quelli, che ci fon (ommamente cati, o
che fon lotto la protettionc > & cu ra nodra : & madì inamente
fé grandi fono dati li benefìrij , o fé prontamente fatti, o fe nella
tale,& nella tale occa(lone,& oppor tunità di tempo, o fe non ad
altro tìnc,chc per fola cagion di noi. ti Et parimente lon da noi amati,
fe quantunque non habbian fat- to per il pallato benefici j, com'habbiam
detto, conofeiamo non. 1 5 dimeno, c'han difpofta, Se pronta volontà di
farne. Sogliamo mcdefimamcnte amare gli amici degli amici nodri,&
coloro* 14' che amano quelli iteflì , che (on da noi amati : ne manco
quegli ij altri , che fono amati da quei, che noi amiamo. Et ol tra ciò
fo- gliamo amar coloro, che fon nemici di quei m edelì mi, de i q
ualt damo nemici noi ; Se color parimente, che portano odio a
quelli (ledi, che fon da noi odiati ; ne manco ancor quegli altri, che
fo- 16 no odiati da quelli, che noi parimente odiamo, percioche a
rut- ti quefti, c'habbiam raccontati, vengono a parer beni quelle
def- fc cofe, che paiono a noi ; Se per confeguente veniamo a volere
, Se desiderar cod fatti beni in loro : il chegià habbiam detto
eder 17 proprio degli amici . Amiamo medefimamen te coloro,che
fon foli ti, Se atti abenificarc, tk giouare altrui, Se madìmameute
in danari, Se in cofe, ch'importano alla faluezza della vita , Se
della 18 fallite noftra. Onde auuien, ch'i liberali, e forti fian ben
voluti, & honorati generalmente da tutti. Amate fon patimcntc da
noi le pedone amiche del giù Ilo, 6e tali (limiamo eder quelli, che
nò afpiran, ne cercan di viuer di quel de gli altri , o con
pregiuditio 10 di chi Ci voglia . Se cod fatti fon quelli, che ftan
contenti in pro- curar di foftentard con le propriefodantic,& fatighc
loro:quali fi dcono dimare eder mammamentc quei, che fono amarori
del- l'agricoltura , &: dalla cultiuation della terra viuono : Se
quelli mededmarnente, che con 1 induftria, Se opera delle proprie
ma. 11 ni, pi oueggono alla vita loro. Appredo di quello fogliamo ama
r Q_ ij qucll e I&jX Detta ^Rgtortca d2lriìl [
otele_j quelle perfone, che in tutte le loro arcioni foglion inoltrar
t'em* perantia Se moderna : conciofiacola che da coli fatte
perfonc,co- 11 me da non ingiufte, non fi foglia temei • d'ingiultitia
alcuna. Et per la mcdefima ragione amiamo ancoi coloro, i quali non
cu- riofi > & tra negotij , & liti Tempre inquieti ; ma
tranquilli nella *3 lor quiete viuono . Son da noi parimente amati coloro,
a i qua- li defideriamo di diuenireamici , feconolciamo, cheflì il
mede- 2^ fimo defiderio tengano. &: tali fon quei, ch'in qualche nobil
vir- tù preuagliono, & rifplendonotcv quelli parimente,chc fono
in gran reputatone, & ltima, o appreHo communementedi tutti
, oapprellbdci migliori, oappreilbdi quei,chcnoi
habbiaraoin ammiratione, o appretto finalmente di quelli, che (limano,
& t$ ammiran noi. Sogliamo oltra di quello amar coloro, che
fon per natura dolci, & giocondi nella conuerfatione,& tali, che
con diletto fi foglia con cflì confumare il tempo. Se cofi fatti lon
quel U> che di benigna, & fàcil natura fono,& non de eli errori
alttui curiofi oflfcruatori, o minuti riprenfori ; ne fono altercatiui,o
có- 16 tcntiofi, o amatori di liti . pofeiache tutte quefte perfone cofi
fat te fono amiche di contrariare, di pugnare, & d opporli
fempre in ogni cofaagli altri : nèèdubio, che quei, che fan
queft,o,non moltrino in ciò di non conuenir nella volontà , ma di volere
il 17 contrario, che gli altri vogliono . Soglion renderli amabili
an- cor coloro, li quali fon molto deftri, Se atti, cofi nel mordere ,
Se punger giocofamentc, & fcheizcuolmcnte, come ancor nel
fop-, fumare, Se riceuer con patiente, «Se amorcuolc animo i morii,
Se e punture, che fian date loro, conciolìacofa che gli vni, Se gli
al* tri, cioè quei, che pungono,&: quei, che puti fono, vn
medefimo fin della càbietiol dilettation riguardino;métre che co lieta
patié tia riceuono in fc fteflì i morfi,8c co accomodata deprezza
inor- ai dono. Amiamo medefimaméte quelli, da i quali fentii lodar
quel la forte di beni, che fono in noi : Se tra quelli beni,
ptincipalmc te quelli, del portello dei quali, noi non ben fecuri,
fofpichia- 50 mo alquanto, che veramente non fiano in noi . Ci fi rendon
pa- rimente amabili quei, che moftran fempre alla viltà altrui
vna certa delicata nettezza, Se politezza, così nella faccia, Se
ncll'a- fpetto, come ne i vcftimenti, Se in tutta finalmente la vita loro
. 5 x Non fiamo alieni ancor da amar quella fortedi perfone, che
no han per coflumc di rammemorare, Se gittarc al vifo altrui, o
gli errori Jl Secondo libro . / isj* errori da altri commeflTi ,
e i benefitij da lor già fatti : pofeiache l'vna , Se l'altra di quelle
cofe , fa argomento, & inditio, che limoni fia auido,& diletto
prenda d'eller reprenfiuo,& redarguì 31 tiuo. Se quell'ai tra forte d
huomini ancora amiamo, i quali non foglion tenere imprende molto nella
memoria 1 ingiurie, e i dan- ni, che fon lor farti: nècurioli indagatori,
oofleruatori fon del- le colpe, Se dell'ortelc altrui ; ma fon facilmente
riconciliatiui, Se 3 3 amici del pacificarli, pcrciòche quali noi gli
filmiamo eller vcr- fo degli altri, tali ancora ci diamo a credere
c'habbian da eller 3 4 verfo di noi. Ci li rendono amabili ancor coloro,
che non li di* lettan di dire, o di penfar mal d'altrui, ne cercano, o
braman di faper gli altrui o i noftri falli,ma folo il bene ; cilendo il
far que- 3j fio veramente ofHtio dell'huom da bene. Soglion parimente
ef- fere amati quelli, li quali non fi dilettan, ne han percoftumc
di contrapporli, o d'attraucrfarlì a color, che lì truouano accefi
d'i- ra; o a quelli, che con grande atrentione fono fedamente, &
fui graue occupati in qualche cofa: perciochc quelli, che fan
quello 3 6 non pollono eller, fe non perfone altercati u e, Se
contcntiofc.Fa- cilmente ancora ci induciamo ad amar quelli, che tali ci
lì mo- ftran verfo di noi difpolti, come chi ci riabbiano in
ammirano- ne, Se ci repurin virtuofi, Se da bene, & della conuerfation
no- 37 ftra diletto prendine Se malli mamen te le cosi fatte lor di
mo- Arationi, Se opinioni c'habbian di noi, fono intorno a quelle
co- fe, ncllcquali principalmente delideriamo d'ellerc ammirati,
Se di parere altrui virtuofi, Se habili a dar diletto có la noftra
cóuer 3 8 fatione. Sogliamo olrra di quello amare gli vguali , Se i limili
a noi,&: quei, che fan la medeiìma profelfion di noi; Se ne i
mede- fimi Itndij, &arti,elTcrcitio, & diligentia pongono : fegia
no ac cadclTe, che per tal caufa l'vn fulTe d'impedimcto all'altro ; o
che tutti hau eller dafoflentar la vira da vna arte, ouer
profeflione 3£ ftefla . perochein tal cafo fi verificherebbe il prouerbio,
chedi- 40 ce,IlVafaro odia il vafaro. Etmedefimamcnte ci fi
rendono' amabili quelle, che delle mcdefime cofe ci fi moftran defiderofi, che
noi parimente defideriamo : quando le cofe fon tali, che pof fono
iniiememcnte eflerda loro,& danoiconfeguite,eV pollèdu 41 te .
altrimenti quando quello accader non poteilejharcbbe luo* 41 go il
medefimo prouerbio pur'hora addotto . Olirà di quello color parimente
amiamo, co i quali così fatta difpofition tenia- mo, / 2 6 ^DeHa c
R^torica cT Àrìttotcl^j " mo, cFic ci fa non vergognarci apprclfo di
loro di quelle cofe* che più rodo in apparenti*, & in opinionc >
che in verità tengo- no in fe bruttezza : fegià qucfto non vergognarcene
non na(ccf- 45 feda poca, o nulla rama, che noi di lor faceflìmo.
Eramiamo ancor quelli dall'altra parte, appretto dei quali teniamo
rofloc di vergogna di quelle cofe, che più torto fecondo la verità,
che 44 fecondo l'opinione, habbiano in fe del brutro . Son
parimente da noi amati quelli, dai quali habbiam caro d'efler tenuti
in 45 buon concetto & in conto d honorc, & di (lima. Et quelli
me- dclimamcte o amiamo, o defideriamo haucr per amici, da i qua- li
delìderiamo eflcr tolti, & fcelti per oggetti dcmnlatfonc, Se 46
d'imitatione, ma non d inuidia . Siamo ancor pronti ad amar quelli,
inficmc, co i quali per acquifto, & confeguimcto di qual che bene, ci
fiamo operati : fe già per quello non fi vedeile poi , 47 che fulle per
venirne a noi mcnteamati. Et in fomma l'elìer grandemente amator de
Ria- mici, & il non abbandonagli, & reftar d'amargli per qual iì
vo- jo glia cafo> è cofa, che rende molto amabile I h uomo . peroche
fe ogni forte di bontà, cV di virtù, far fuol le perfonc amabili,
maf- 51 fimamence lo fa l'haucr bontà, & virtù nell'amare.
Sogliamo oltradi quello amar quelli, che nel lor conuerfar non
procedon con elTb noi con fintioni, & diflìmulationi de gli animi
loro, & tali fon coloro, i quali i falli loro non fi vergognan di
confeilarc, 51 cVmanifeftare; hauendo noi già detto, che con gli amici non
ci vergogniamo di far lor palefi quelle cole, che fon più fecódo
l'o- %\ pinione, che fecódo la verità colpabile. Onde fe colui, che
di ciò lì vergogna, non ama,vcrrà confeguentementc colui, che no j4
prendcdi ciò vergogna a moftrar d amare. Siamo ancor pronti ad amar
coloro, che formidabili, o tremendi non ci fi moftrano, & ne i quali
fecurezza, & confidentia habbiamo, percioche nef- funo è ch'arai chi
fia da lui temuto. Spctie dell'amici tia fono, lamicitia trà i compagni,
ofotictà chclavogliam chiamare, la- micitia trà i domeftici, &
familiari ; l amicitia trà i propinqui,©* f€ congiunti in (àngue, &
altre fpctic parimente così fatte . Trà le Jfi [Secondo libro.
Ì27 cofe poi) che producano, &: generano l'amici tia fon
primierame* te li benefìci), Se il fargli iponcaneamence fenza afpeccar la
forza dei prieghi. Se olerà di quello il no predicargli colui, che gli
fì; conciofiacofa che nel predicargli, & nell'often targli farebbe egli parer
d'haucrgli facci per caufa fua propria, Se non per cauta del" J7
l'alero,chegli riccuc. Quan co apparti en poi airinimiciua,& aU Thaucr
in odio, è co fa manifefla che da i luoghi con era ri j a quel- li, che
noi riabbiamo adeguaci dell'amicicia, Se dcll'amare,pocrà tS chi fi voglia
per le ileiTo difcorrere Se cófiderare. Prodocc.ici,óc generatici cagioni
dell'inimicicia fono l'ira ; il concrapporfi, o jS> conrrapponimenco,
chevogliam dire, Se la maladicencia ► Ma l'ira non fi fuolc ccciccarc in
noi, fe non per cofe» che riguardici noi tlellì : doue che l'inimicicia
può in noi nafeer conerà d alcu- no, fenza c habbia egli facco cofa, che
cocchi, o riguardi noi.pcr- ciochc fc della rale,& calcodiofa quali cà
lo fumeremo, fenza du- 60 bio alcuno, fenza altra caufa gli porremo odio.
Apprcilb di que- fio no s'eccita, ne ha luogo lira mai, fenon conerà di
pedono parcicolari, come a dir con era di Callia, o di Socrace. ma
l'odio può hauer luogo conerà d'alcuna force d'huomini in
vniucr- Tale, confideraca nel gencr fuo : conciofiacoia che nciTun
fia, chenonhabbia inodio il ladro, & il calunniatore in
genere» 61 A quello s'aggiugne, che l'ira lì vede elìcr mecficabilcol
cépo, 61 ma l'odio non riceue medicina da quello» L'ira olerà ciò fpinge a
dcfiderare di cagionar dolore, & molellia ncirauueriario : do- i ue
che l'odio hà fol la mira al male, &al dàno delia perfona odia 63 ca.
pcroche l'iraeo vorrebbe, che fullè da chi lo riceue fencico, & fapuco
donde gli viene il male, ÒV a colui» cheodia, purché t l'odiaco habbia il
male, poco alerà cofa importa . Ec fono i mali , che doglia, Se molellia
apporcano, in namralor fenfibili,&: dal- lo ilciTo fenfo percettibili
. ma quei maliche principalmente fil- mar fideono, manco di cucci fi
ftnfencire: & quelli fono l'In- giufìicia, Se Mmprudeneia, o
ScoIticia,chela vogliam dire, po- feiache neiTun dolore, o molellia la
prefentia del vicione fafen- *4 eirc . Olerà di quello l'vno dei decer
affecti ila icmpre accompa- gnato con afTlicrionc, Se molellia di animo :
doue che l'altro ne» hà fempre fcco cotal molellia: conciofiacoia che l
huomo nell'ef fere irato (enea fempre dolore , Se nel portare odio non
fempre 6 r il fenca . S'aggiugne ancora a quello, che l'irato nel veder
gran» demente / 2 S ^ella llgtprìca d '' 'Arili Wefcs demente
moltiplicare infortunij, & calamità nel fuo auuerfario, fuol
finalmente muouerli a compaflìone: ma chi odia, non ferire pietà già mai .
Et la ragion di quello e, che 1 irato altro non cer- ca, Se non defidera,
fé non che colui, contra del quale ha ira, fen tacon dolore,&
moleUiaellcr fatta contra di lui ricompera del la comincila orfefa . ma
colui, che odia , brama, & vorrebbe l'vl- timaannullanonc,&
deftruttionc, Se lo Hello non cller della pcr- 46 fona odiata. Hor per le
cofe, che li lon dette, può eifer manife- fto come lì polla fare altrui,
conolccre cllere amici , o nemici cuci, che veramente (bno : Se come
quando tali non fieno, lì pof- ùn fax diuenir tali : Se come parimente q
uando per amici, o per nemici fon porti innanzi ; fi polla difcioglier
quella apparcntia , 4y Se far conoicer , clic tai non fiano : & oltra
di quedo in che ma- niera , venendo in controuerfia s alcuna cola lìa
fatta o per ira, o per inimici tia,s riabbiada far parere, o 1 vna cofa,o
l'ai tra, lecon i 8 do che ci verrà ben d'eleggere . Quali fiano hor
quelle cofe , per cagion delle quali nafee timor ne gli huomini : Se quai
(orti di perfone fogliano cfTer temute , Se qualmente difpofti
ficn [liei , che temono, per quel , ch'ai prefente diremo , potrà
ci- ti manifcfto, / (apo j. *Del Timor e, & della Conjìdentia
. ?3TH Ohi amo adunque per hora, ch'altro non fia il Ti- more, ch'vn
con tri /lamento, Se vna pcrtnrbation dell'animo, nata da imninginatione,
Se opinione Kì . di detlrueeitiuo, oafìlittiuo futuro male, concio- r
— 32 ha cola che non tutti ì mali han tcrauu.comc a die | ledere in giù
Ilo, o tardo di mente, o fi mi le. ma folamen te quelli» i quali o
intentinomi dolori, Se molcftic, o l 'ideilo dellruggimc- 4 to, Se la (Iella
morte, recar ne polfono . Et quelli ancor non tem- pre fon temuti, ma
folamentealhota, che non per molto fpatio di tempo, lungi da noi fi
moftrano, ma come vicini, cV quali che adhora inhora fian per venire, già
già pendenti appaiono : po- (ciache i mali, che molto tempo flimiamo, che
fian per tardare j a venire, temer non fi fogliono. Se che ciò fia il
vero, nell'uno è , che non fappiaper cofa certa d'hauerca morire, Se
nondimeno perche c immaginiam la morte molto da lunga, non par,che
pen fiero, Jl Secondo libto . / 29 6 fiero,o timor ci mettale vicina
non la vediamo. Effondo adun- que il nmor tale, quale habbiam delcritto, è
uccellano che tut- te quelle cole ci liano da clfcr temute, le quali ci
paia, che hab- bian gran forza, Se facilità di recar la dcitruttiohc, Se.
la perdi- tione, o almen così graui danni, che molto acerbo dolorcóY pù-
> i 7 gente arili ttione ne partorì fcano. La onde li legni
ancoia,& gl'in- di rij di cosi-fatti mali fon da clfcr temuti; come
quelli,che ci fan- no apparire, 6c Itamar, ch'i mali, di cui fon legni, ci
llcn già vicH ni : ne altro che quello è il pencolo : cioè apprellamento
di gra- 8 ue, & tremendo male. Et così fatti legni fon primieramente
l'i- numana, & l'ira di quelli, c'han potere, Se facilità di nuocerci
, Se di firci qualche importante male: perochceilcndo per
quello manifefto, eh elfi polìbno, & voglion farlo, ne fegue che
molto 9 vicino, Se propinquo (la, che lo facciano. Da temere ancor
come indino di propinquo male lì dee ftimar, che fia l'ingiuftitia in man
di color, che potendo affai, han facultà d'eseguirla : con- ciofiacota che
liacon ella congiunto ancora il volere ; non eden- dò ingiufto colui eh e
ingiufto, fc non perche clfcr vuole, Se Te- lo legge, il valore ancora,
& la virtù dell'huoino, s'ella vicn di- fp rezza t i, & fchemita,
Se fe forza, & poter non le manca; dee Teri(imilmcnte clfcr temuta:
clfendo inanifefto, ch'ogni volta che la Ila dilprezzara, quel
difprezzamcnto fa, ch'ella elegga, Se voglia nuocere, Se la forza,e'l
poter che poi le le aggiugne,fa che 1 1 la polla farlo. La paura medelìruamcre,
che fia di noi hauuta da pedone potenti, & habili a farci male, dee
eller da noi temuta : perche clfendo elle tali, nccellàriamenre laran
fempre difpofle, li & pirite a offenderci pcrfecurarlì . Oltra di
queltu perche gli huomini per la maggior parte fon più tolto cattiui, che
buoni, Se non potenti a refìlterc ali auara cupidità d hauere, Se timidi
ol- tra cuS, Se vili ne 1 pericoli ; di qui è, ch'il più delle volte e
cola da temer come pericolofa il por la propria (ahi re io potcre,& in
ar- 15 bitrio d'altri . Onde vengono a douerc elfer temuti da noi
colo- ro, li quali fon confapeuoli di qualche nollro importate
delitto, o (celeraro fatto , o fon compagni in elio : potendo elìì
agcuol- mcreo palefar quel, che fanno, o inqual lì voglia altro modo
tra 14 dirci. Medclìmamente tutti color, che lon potenti, Se habili
a fare ingiuria, deono elfer femprc temuti da quelli, che tono
no- bili, Òe facilmente cfpofli àdellcrc ingiuriati : po.ci.iche
perii R p.ù^li ij più gli huomini, quando polfono, fan volonticri
ingiuria. Do» ucranno aacora elici da noi lemuri quelli, i quali o han
riceuu- to da noi qualche offcla, o almen fi credon d haucrJa riceuuta
: conciofiacola che femore quefti rali ftieno olferuado leoccalìo- il
ni, ci rempo per vendicarli. Dall'altra parre fondaeflcr tenuti ancora
coloro, c han fatto ingiuria, fe forza,& poter fi tritona in erti,
come quelli, che temono,che non fialorrenduto con la ve- detta il cambio,
hauendo noi già pofto quello tri le cofe, che te- 17 merli deono. Apprclfo
di quefto quelli, che per lacquifto, fc poifelfo d'vna ftefla. cofa quau a
gara tra di lorcontendono-, dcon temerli gli vni gli altri, ogni volta che
la cofa fia talc,chil luo ac- quifto non polla negli vni , & negli
altri hauere iniiemenicnre luogo: pcrochegli auuien fempre che quelli tali
fi oppongano, &c li nemichino inlìeme per impedirli in tutto quel, che
pollono. I 8 Coloro ancora, i quali fono atti a dar timore a quei, che lon
più. poteri ti di noi, dcon parimente elfer da noi remuti ; come
quel- li, che più atti, & potenti farebbero a fare offefa, &
nocumento 15? a noi, eh aquelli . Et per la mcdelima ragione temer
debbiam quelli, che noi vediamo ellcre effettualmente temuti da alcuni
, 10 che fian di maggior potere, & valor di noi. Et quelli
parimcn- re, c hanno orlclo, o vecifo perfona più potente, & più atta
a di- II fenderli, che non fata noi. & non manco ancor quelli,c
hanno airalito, & fatto fopr'vfo a pcrfone,ancor che di minor forze,
Se 11 di minor conto di noi. perochc eglino, o fon già habili a tentar quello
ftelìb contradi noi, c\r perconleguente da elfer da noi te- muti ; o fon
per pigliar da quel fitto accrefeimenro di forze, 6c 15 d'animo da doucrc
elfer da noi lemuri . Oltra di quefto trà tutti quelli, che pcrelfcrc
ilari ingiuriati da.noi, o per elfer nemici , èc auuerfahj no il ri, ci
dan caufa di temer di loro, fon principal- mente da elfer remuti, non
quelli, eh à curi, & i ubici nell'ira fo- no, & molto nel parlar
liberi ,• ma quelli per il contrario, che co di Hi mula rione, aftu ria,
cV calidità, placati di fuora appaiono. 14 conciofiacofa che di quefti
tali non ci polla mai elfer manifefto, ic il male, e il pericolo ci lia
dapprclfo ; &c perconleguente non ci potiamo aliccurar, ch'il mal, c
habbiamda temer,lia lontano. if Hor tutte le cofe, che ci polfbn cagionar
timore, alhor di mag- gior* fpauento, òVpiù da elfer temutefono, quando al
difordine, & al danno, che con erte venga, mal li può dar medicina, o
re- car reme- Jl Secondo Ithro . ijt ear remedio, ma o in tutto
correggere, Se rimediar non fi può, over (e remedio alcun ci fia, non e
egli in min noftra, Se in po- ter noftro, ma in man più rollo degli
auuerfanj, & nemici no- tò ftri. Et medeiìmamen terrà le cofe, cheli
deon tcmcre,qucllefon maggiormente da temere, per la cui ncompenfa, &
reltauro, o non da da trouarfi da alcuna parte aiuto, oaìmen molto
difficile »7 fiail trouarlo . Et per dire in lomma in vna parola, fon da
elfer temute tutte quelle cofe, le quali vedendoli accadute inalrn,o già
già pendenti per accadere, fono atte a generare affetto di có- 18
paflione. Queftc, che noi habbiam dette adunque, fon ((i può dir) tutte
quelle cole, che fon da elTcr temute, Se che per il più, foglion temere
gli huomini. fegue hora che noi diciamo, qual forre d'huomini, & in
che maniera difpofti, Se qualificati lien quelli, che temer fogliono.
Ellendo dunque il timor cógiunto femprecon immaginationc, Se quafi
afpettanon d'hauerea rice- ucr qualche lefione, o patimento corrottiuo, Se
dcltruggitiuo ; chiara cofa è, che timor non farà per cadere in coloro, i
quali habbiano opinione, & credenza di non hauere a patir male
al- io cuno, oalmen temenza non haran di quelle cofe, le quali eflì
nò 3 1 minino, ch'accafcarlor debbiano, ne di quelle perfone pan
me- re, dalle quali non habbiano opinione, che mal ne debba lor
ve- 51 nire: oalmen non ne temerannoin quel tempo, nel quale ma- 33
le alcun non n'afpcttino . Onde neceffariamenre fegue, che in quelli farà
timore, i quali haran credenza, Se opinione di potere elfer da
qualchegraue malcaflaliti, Se in quelli parimente, che da quefte, o da
quelle perfone, Se da quefte, o da quelle cofe, Se in quefto, o in quel
tempo, (ofpicheranno, Se (limeranno, ch'il 14 male, & il pcricol
venga. Tra quelli, che non ftiman d hauere ad eflerc aflali ti da grane
male alcuno, fon primieramente colo- ro, che fi truouan pofti in gran
profperità di fortuna : Se per ouefto vengon quefti tali ad ellcr
contumcliofi, infoienti, Se di- spregiatori d'ognuno, Se ripieni, 6V
gonfiati fempre d audacia, $$ Se di confidentia. & così fatti gli
foglion render le ricchezze, }6 la gagliardia,la copia degli amia,
l'autorità, Se Ja potcntia. Co- loro ancora non penfàn, che graue male
habbia da venir loro, li quali fumandoli, che già fien venuti loro addofTo
tutti i più gra- ui, Se più atroci mali ; fenrono agghiacciara, &
quali cilinta in elfi ogni fpcranza, ch'il futuro riguardar polla: come
auuiert R ij (per cileni- / $2 Ideila lirica
dj4rìttotc(z^> (per clTcmpioJin quelli, che all' vi rimo ftippìitio
condénari, all'è- 57 lecution di quello menaci (ono . mailumoic ha Infogno
itm- pre per l'elferè, Óc mantenimento (no di qualche Iperanza di
fa- llite, 3c di (campo in quel pericolo, & in quel m u, clic u u
me, 3S o pare. Di che chiaro indiiio ci può ellere il veder, eh il rimor reo
del huomo conlulratiuo, & nellunoc, che coniiglio cerchi in quelle
cole, in cui non lì in nmafte reliquie di fperanza alcu- 35? na. Pier
laqual cofa quando noi corniceremo, o ltunercmo ciìcr comodo alla caufa
noftra, che qualche timor ha negli alcol tarorij farà di mcftieri, che
procuriamo di preparargli in modo con la noftra orationc, che li dicno a
creder d'clfer tali, ch 'ancora erti polHin patire, 6c riceucr male, come
faria dicendo, che patito 40 habbiano altri maggiori, & più potenti di
loro : 3c facendo lor vedere, ch'alrri limili, òc pari loro habbiano il
medetimo patito, o patano,& da tali, che mai (limato nò l'harebbero;
& cai cofe,& 41 in tal tcpo,che non harebber creduto, calettato
mai. Hor per- che già intorno al timor dichiarato habbiamo,chc cofa egli
ha, genera parimente confidentia . Oltra di quello contìdentia fentirem
venire in noi, fe, o in più numero , o di maggior valore,o in maggior nu
mero, Se valore infieme,fari quel li , a cui tocchi il medeiimo interellc
noltro, che non faran dalla 49 parte di quelli, da cui ci fia per venire
il male. Le perfonepoi, nel le quali ha d'hauer luogo la confidenti!,
nella gin la, che fiora diremo, difpofte fogliono eflerc. Se primieramente
fon'cllc tali, quando par loro, che la maggior parte de i fatti , &
delle ini prete loro, lìan lor (uccedute profperamente:& che ninna
cofa attucr- jo fa, o pericolo fia lor venuto addotto . Et quelli d
uTaltra parte fo gliono eirer confidenti ancora, i quali fpelle voltein
graui peri- coli fi fon trouati, Se fempre nondimeno ne fon riufciti
liberi, Se fcampati falui. conciofiacofa che in due modi, o ver
perduceau- fe fogliano gli rinomini non fentire, o temere i pericolilo per
che prouati altre volte non gli hanno , ovcramenre perche ltimano 51
di potere hauercin pronto aiuti da liberartene, come fi vede
(per eirempio) auuenir ne i pericoli del mare : doue
coloro,chccomc inefperti del nauigare,non han prouaro alerà volta le
tempere marittime, ci ftan con animo confidente, Se fecirro di
qucllo,chc ila pendente per accafeare. ma color parimente liberi , da
timor quiui fi ti u ouano. ì n aiuto de i quali ila polla, Se parata l
cfpericn 5 3 tia,che tengono in tai pericoli. Soglion medelimamente in
qual- che pericolo elTcr conridenti gli huomini , quando conofeon
no haucr dato coli fatti pericoli terrore a perfone fimili , o vguali
a loro, o a manco potenti, eli cili non lono, o a tali, di cui eliì
più 54 potenti, Se maggiori fi {ramino . Et alhora filmiamo d clTer
più potenti d'alcuni altri, quando o quelli Iteflì, o altri maggiori,
Se più potenti di loro, o almcn fimili, Se vguali ad elTì ,* vinti,
f 55 pcrati riabbiamo. Diuengono ancor cófidenti gli huomini qua- do
ilimano, Se fi perfuadon di polTcderein maggior numero, Se in maggior
perfezione quelle cole, nelle quali color , ch'ecccdo- 56 no foglion dare
di fe timore. Se cofi fitte cole (ono copia di ric- chezze, gagliardia
della pcrfona,larghezza di dominio, Se di pof- fcffionij / 'Della r
B^torica d % Aristotele fclììoni, abbondamia d amici, copia d in
ftromenti, &mtinition da guerra, o d ogni torce, o almcn delie
maggiori, & delle più im- j7 portanti . Co nhden eia ancor fi fuol
trouarein coloro , i quali no han mai orfeio, o ingiuriato alcuno, o almcn
non molti, ÓV fpc- tialmcntc nelfun di quelli, chetali fieno, che debbiano
elfere a j8 ragion temuti . Et topra tutto grandemente diuengon le
perfo- ne confidenti, quando par loro, che quelle co fé, dalle quali fi
pof fa conietturar la mente, c'1 voler di Dio, fi inoltrino in lor
fauore, come frà più altre cole fon gl'indi ti) degli aulpicij, le
rifpofte de gli oracoli & limili : conciofiacofa che l'ira fia pe r
Tua natura at- ta a recar confidenza. Ondefolendo, non dal fare ingiuria,
ma 59 dal riceuerlanafcere, & generarli l ira : & douendofi ftimar,che Dio
habbia da elfere in aiuto de gli ingiuriati, viene a poter
con- ictturarfidai fegni del fauor diuino, d'hauer riceuuto
ingiuria» éo onde l ira nafee, che rende I h uom confidente. Suol
parimente diuenir confidente l'huomo, quando egli elfcndo quel, che
pri- mo aliale, viene a preuenir nel pericolo. perochc andandoui in
vn certo modo già preparato, Òc non improuifto,ii da a credere,chc la
cola habbia da nule ire a modo Tuo, o che le pur non riefee, no habbia
egli ne nel fatto ne doppo'l fatto da lenti rne lelione,o dan il no . Et
tanto baiti hauer detto delle cofe , che fono habih a dar timorc>&
di quelle parimente, che confidenza recar nepofTono. Capo 6. Della
Verecondia, £f del- • l Jnuerecondia . rSJpSTSa Vali fieno hor quelle
cofe, intorno alle quali fo- glion diuenir verecondi, o Inucrecondi gli
rinomi- ni, o vero sfacciati, 6c al conlpetto di quai pedone foglia
quello auucnire , & qualmente difpolti lìen quelli , che facilmente
fon tocchi da quelli affetti , a da quello , c hora diremo , potrà
renderfi manifcfto . Poniamo adunque che la verecondia fia vna certa
mitezza, & perturbatoti dcll animo per cagion di quella forte di mali,
che dishonore , & infamia riguardano, o prclcnti, o paffati , o futuri
, che li dimo- I ftrino . & 1 Inucrecondia per il conttario viene ad
elfere vn certo difprezzamento, óc vn non curarfi,& quali vn non
fentir cofi fai ti ma- Jl Secondo librò . i jf 4 ti maH, che (
come ho detto ) ignominia importano. ElTendo dunque la verecondia tale
nella Tua divininone, quale cfplicata 1 riabbiamo ; per quella forte di
mali verrà neceflanamentc a cau farli in noi vcreco ndia, li quali ci
pofla parer , che redondino in bruttezza, & macchia di biafmo, o di
noi (tedi, o di perfone,che ci lì.mo a cuore, Se ch'alia noltra cura
appartengano . Et coli far- ti mah fon tutte quelle opere, & quelle
actioni, che dal vitio de / riuano : come farebbe (per ciicmpio ) nella
maggior caldezza di vn fatto d'arme, ilgittarea terrai armi, o il fuggire,
&abbando- 6 nar la pugna, il che dal vitio della timidità derma: o il
negar di rendere, o ver d'hauer riceuuto vn depofito, il che dal vitio
dcl- 7 l'ingiufhtia nafee : o il mefcolarlì in commertio venereo con
per fone, che non conuengano, o ver in luogo, o in tempo, che non 8
ila lecito ; il che dcriua dal vitio dcH intcmpcrantia : o il
cercare ingordamenrc di guadagnar d'ogni minutezza, over da cole
no lccitc,cV poco honefte,o da cofe finalraente,onde fi a quali
impof libile il cauar nulla, come fon le perfone molto poucre,& gli
liel- f li morti . come fi (noi dire in piouerbio, fin da i morti voler ri- portar
guadagno, il che rutto nafee dal brutto vitio del fordido i o guadagno,
& dell'anal i eia . Medelimamcnte e cofa da poter ge- nerarein noi
verecódiail non fouuenir di danari ne i bifogni,ha- u e ndo il potere,
& la commodità di farlo: o fouuenir molto ma zi co di quel , che il
polla , & che faccia di mcllicri . Et parimente l'eflèr noi fouucnuti
da chi habbia manco il modo,chc no n hab- ix biam noi. Et il cercar di tor
danari in preftanza , cV con vfura ancora, quando ftimiam ch'alcun ne
voglia domandare a noi. 1 3 Et il domandar di nuouo in pretto da colui,che
noi penlìam,che voglia domandai ci, che gli relhtuiamo quel che ci habbia
già pre 14 (iato prima. Et il domandar ch'egli ci redituifea quello , che
gli habbiam prelbro innanzi, preuedendo noi, che ci voglia in prc- 15
fto domandar di nuouo . Et il metterci oltraquefto a lodar qual che cola
in vna certa coral maniera, che polla apertamente pa- rer, che il far
quello Ha più tolto vn domandar, che la ci fiaoner- 16 ta in dono. Et il
tornar di nuouo a domandar da coloro, dai quali hauendo domandati
dell'altre volte, habbiam femprcre- 17 pulfahaumo. Tutte quelle cole,
dico, fono atte a cagionarci rof- for di verecondia, per clfer tutte
induij del vitio dellauaritia : 18 come ancor cagionar ce la fuolc il
lodar molto alla feoperta al- cuno ij cimo in prefentia fua :
elfcndo il far quello vno indino del virio 19 dell'adii Licione .
Medefimamente il roiierchiamente lodare, & fino al Cielo innalzare in
alcuno quelle qualità, che punto,in pu to buone lì truouano in lui, &
(cancellar con le parole,& far co me incognite difparir quelle, che
grandemente degne fono in lui 40 di bialmo : & il inoltrargli, fc
punto lo vediamo afflino, di fen- tir molto maggior dolor del mal Tuo, che
non lente egli ftelfo , 3c altre cole in lumina lomiglianti a quelle , fon
tutte habili a cagio nar verecondia in noi, come quelle, che lono inditi),
& fegnidel li vitiodclladiilatione. Può parimente caufare in noi
rolTor di ve- recondia il non potere, o non voler loltcner quelle fatighc,
che foltener vediamo a perfone più vecchie, o educate , ck
ailuefatte in maggior delitic di noi , o vero a pcrfone,che fiano in
maggior licentia, de habilità di comandare, che noi non fiamo , o che
fie- no in lomma, men potenti,& men'atte a folìencr fatighe,che
nó fiam noi : percioche tutti quelli fon legni d'effeminata molline
. 1 1 Pare olirà quello, che ila caufa di verecondia 1 elìcr lempre
quel, che riceua benditi) , & cortelie : & il ricorrer molte volte
a vn medelimo per aiuto , Se per benefitio : & il rinfacciare ,
& rimprouerare i fauori, i benetitij,& gli aiuti fatti ; pofeiache
tut- te quelle cole fono inditi), & legni di pulillanimita , ded
animo 23 abbietto,& vile . Reca medelimamenre verecondia ri parlare
in lode di fc medelimo,& il predicarci promerrcr di fc gran
cole, cV l'artnbuirea fe ftelfo, & quali vfurparli iclodcuoli opere
de- gli altri : elfendo rutti quelli non altro, ch'inditi) di quella
Ione 14 di vino, che vantamenro li domanda . Et cofi decorrendo
nella mcdelima guifa per ciafeheduno de gli altri vitij, limili a 1 lor
vi. ti) debbiam dite elTef l'opre, de glinditij loro, & per
confeguen- te pieni di bruttezza, & atti a cagionar verecondia, Iti
mar fi deo- tj no. Oltra di quello ci luol recar verecondia il vederci
mancare alcuna di quelle cole, delle quali non han mancanza o gli
altri tutti, o almen tutti, o la maggior parte di quelli, che lon ùmili
a 16 noi, overovguali, & pari noltri . Et per limili, o vguali
unendo io coloro, che fono od'vna ItclTa nationc,od vna lidia citrà>o
dk vna Itella età, o d'vno lìclfo fangue, o vogliam dir d vna
parente- la, èV fameglia llclTa, o in qualcun fomma, fi voglia
conditione,; X7 &r piopinqmtà fon limili, o vero vgn ali . &
quello, chchodcc~ io, auuien per parer cofa indegna, Se che porci
imperferuone,& macchia Jl Secondo libro . 7^7 macchia il non
vederli partecipe di quello, in che tutti gli altri noftri vguali hano
partc.come laria(per cflèmpio)s'alcu li vedefle priuodi tanta alracn parte
d cruditionc,& difciplina>quanta co- munemente fogliono imparare,
Se apprender ruttigli altri della 18 città Tua . & il medefimo li dee
dire dell'altre cofe . Et alhor tue co quello fuol maggiormente dar
caufadi vergognarli , quando quella mancanza delle dette cole, che ogià
già fi fia villa, o al prefence fi vegga, o lìa per vederli in noi ; nafea
per no lira colpa, 1 9 di maniera che noi la propria cagion ne damo .
Apprettò di que fto il forieri re, &: patire, o l'hauer fonerto,Sc
patito, o il vedere di hauerc a forferirc,& patire cofe, che portin
feco infamia, & brut- ta dishonoranza, Se vitupcrofo obbrobrio, fon
veramétecaufadi no piccola verecondia, Se coli fatte cofe fon
principalmcnre quel le, nelle quali lì (ottoponela propria perfonaa brutto
vfo,& a foz zo leruitio,o ad opre Se attioni in fomma,chc cótumcIia,eV
brut 3 o ta- macchia d'ignominia imporrano . Et di coli fatte cofe,
quelle ch'importano ofeena, Se lalciua intemperantia,o
volontariamen te, o inuolontatiamente,che fe li fonerifcano,& fi riccuano,bruc tezza,
Se verecondia recano . doue che l'altre orfefe , che folo da violentia, Se
da forza nalcono, alhor folamente dishonorano, Se ignominia portano,
qnando fuor del proprio volere , violente- mente fi riceuono, & lì
fofferilcono: pcrochc da vile ignauia , Se timidità par, che nafcail
parire,& fopportar tali ingiurie, & non 3 1 cercare di
fcancellarle con la vendetta. Quelle dunque c'habbia- moairegnatc, Se
tutte 1 altre coli fatte, fon quelle cofe, per lequa 31 li fogliondiuenir
verecódi gli huomini. Hor perche la verecon- dia importa in fua natura
immaginationc, Se fofpition di mala opinion, che fia hauutadi noi> Se
ciò folamente per cagione, Se tema di tale opinione , Se non per qual fi
voglia altra caufa , che 3 3 da quella accidentalmente feguir ne polla ;
Se nell'uno è, che del- l'altrui opinione tenga conto, fenon in quanto
ticn conto di co- loro, nell'animo de i quali,quclla opinion fi truoui ,
ne fegue ne ccflariaméte da tutto quello che folo appretto di quelle
perfone, lcquali Himiamo J & teniamo in conto, lentiremo toccarci da
ve- 34 recondia. Et ltima,& conto fogliam tener primieramente di
co lor»da i quali llimiamo d eilerc hauuti in ammiratione,& di
quel li parimente, che noi ammiriamo, o che defideriamo,
ch'ammi- rino,& Himin noi; Se di quelli altri non manco ancora, co i
quali S in emù- jjS T>eSa Ttgtortca d % Arìttotclt-j in
cmulation d'honore contendiamo , & di tutti coloro in fom- ma,
l'opinione, & il giuditio de i quali non difprczziamo,nè re- 5 niamo
in nulla. Et quanto all'ammiratione, da coloro foglramo delìderar d'elTere
ammirati, Se color parimente fogliamo noi am mirare, i quali fon dotati
d'alcun di quei beni , che foglion ren- der reputati, cV: rifpettati gli
huomini, o veramente qualche cola pofleggono, della quale bifognolì, Se
grandemente deli«ècroÌj, ci ritrouiamo, come fi vede( per cflcmpio)
accadere a gli amanti. 6 Quanto poi alla contentiofa cmulation d honore,
tra color com- munemente ha ella luogo, trà i quali fi truoua parità,
& equalità. 7 Quelli poi finalmente, lacui opinion e, óc giuditio, che
di noi fac ciano non deprezziamo, ma teniamo in còro, fon
principalmé- te coloro,che ellcndo da noi giudicati prudcti,lì può lìimar,
che veraci,& degni di fedc.lìeno ne i lor giuditii, Se ne i lor
pareri.& cofi fatti fono quelli,che già lì truouano d'età fenile,&
maturi di anni: «Se quelli parimétcche fon bene educati, & di
ragioneuolc 8 eruditionc ornati . Le cofe mcdelìmamctc,che fon habili a
dar ve recondia, Se le perlone parimente, ver lo delle quali diueniam
ve recondi , maggiormére ci meneranno a quello, fe in pai ci e, o
ver fu gli occhi, & in prcicntiafi troueranno. Onde è nato il
pro- p uerbio, che dice»che la verecondia ne gli occhi alloggia . Et
da quello nafee, che molto più diueniamo verecondi apprcllb di co 0
loro, che fempre ci hanno da llar prefenti: Se appretto di quelli , che
atten tamen te pongono alle cofe,che facciamo,o diciamo di- ligente
auuertcntia, Se cura : pofeiachecofi gli vni, come gli al- 1 tri di
quelli, par che ci ilien iu gli occhi . Ci genera parimente/ verecondia il
ri ! petto, Se la prelentia di coloro, che non fon roac chiati di quel ma!
e (imo errore, del qua] ci accafea di vergognar- ci in qualche no lira
attionctcflèndo per qu cito cofa man ì fella do ucre ad elfi parere in
torno a tale anione, il contrario» che pare a i noi . A pprello di coloro
ancora ci accade di di ucnir verecondi , i quali poco inclinati fono a
feufare, Se a perdonar gii errori di quei, che peccano . peroche fi fuoi
dire, che l'huom facilmente quel, ch'egli Hello fa non riprende, ncavirio
attribuifee in altri. Onde può per il contrario elfcr chiaro,ch'ei lìa
agevolmente per riprendere, Se ftimar vitio in altri, quel, che conofee di
non fare egli . Diueniamo oltra quello verecondi apprelfo di quelli,
che fon volótieri diuulgatori,& diirorainatori di tutto quel, che
fan- no - Jl Secondo lìhro . / $p 4f no. Concioflacofa che
niente importi , & diffèrentia aterina non fia tra'l non apparire ad
alcun l crror noftro, Se il non e/Icrgli re- 46 ferito. Et coli fatti
diuulgatori, & diffamatori fogliono efTer due forti di perfbne; cioè
quclli,che hanno da noi riceuuto ingiuria> & per quefto foglion
Tempre ollcruar tutti li nomi errori per palefargli ; & quelli, che
Con maligni, & malcdi ci per natura: co me quelli, che (olendo per la
lor malcdiccntia infamar quci,che non errano, 8e attribuirlor quegli
errori, che non fanno,* molto più fi dee credere, chefaran quefto con tra
di quelli, che verame- 47 te peccano. Medeiimamenre apprcllo di color
fogliamo eller ve recondi, i quali foglion , come per lor profeffionc
confumare il tempo in riprender, notare, Se mordere i difetti, Se gli
errori al- trui: come fono i Poeti Comici, & quella forre d'htiomini,
che pare, che profeflìon facciano di muouerc, Se cattar
motteggian- do, & pungcndo,rifo co i deferti d'altri : pofeiache cofi
gli vni co megli nitri fi pollbn connumerar tra i maledici, 8cdiuulgatori;
, l 48 Oltra di qucfto rifpetta di quelli,! quali cofa alcuna, che mai
do mandato habbiam loroidincgato non ci hanno mai, ci fuol vere condi
rendere : potendofìper qucfto parere, che cofi fatte perfo- 49 ne ci
habbiano in conro,& in aramirarione. Etpcr la medefima ragione
diueniam verecondi con quelli, i quali per la prima vol- ta domandan con
prieghi da noi qualche cofa . pcroche non efc fendo ftara fino alhor punto
macchiata la buona opinione,cV co- fldcnza c'hanno in noi j andiam con
rifpetto per non macchiarla 50 in'quclla prima volta . Et tali s'han da
ftimare cflcr primamen- te quelli, che da principio cercan d'hauer l'amici
tia no/tra: pero- che danno inquefta guifainditiodinon hauer conofeiutoin
noi 51 fe non quelle qualità che migliori habbiamo. Ondea ragione
e giudicata buona la rifpofta, che fece Euripide a i Siracufani. 52
Et quelli parrimentc fon tali, i quali cflendo antichi domeftici nofrri,
non han per anco mai conofeiuto in noi cofa , che come degna di biafmo
habbia diminuito in lor la ftima,che di noi fan- J3 no. Sogliono ancora
gli huomini, non folo hauer verecondia delle cole già dette di fopra, ma
ancor degl'inditij, Se fegni di quelle : come a dir ( per elfempio) non
fol delPvfo venereo nello ftefTo fatto, ma di tutte quelle cofe ancora,
che dar poflbno indi- J4 tio di cofi fatta inconrinentia, Se lafciuia
noftra . ne (blamente prendiam vergogna nel far quelle cofe, che cagionar
la pollono, S ij ma ijLfiy "Della Teorica d'Arinotela SS
maancornon manco nel dirle . Similmente ancora non folo ap- preso delle
già di (opra aHegnatc Torti d'riuamini,ci iiiol verecón- dia artàlire, ma
ancora apprelfo di chi polla facilmente riferire, òcdarraguaglio a quelli,
come fono i lenii loro, cV gli amici lo- $6 ro. Quanto poi a quelli, la
prefenria, e'irifperto deiquali non ci cagiona verecondia, cofi fatti
totalmente lon quelli, il parere , e'1 giuditio dei quali (limiamo cfler
communemente difprezza- to, ne eflcre habilcadarpunto di momento alla
perfualion del vero : peroche nell'uno è, che perla prefen ria d'animali
irratio- nali,o di piccioli fanciulli fenta accenderli il volto di vereco
ndia. 57 Oltradiqucftonon per vna medcfima ragione, né intorno alle raedclìmc
cofe rende verecondi la prefentia di quelli, che fon fa- miliarmente
conofeiuti da noi,& di quelli, che ci fono ftranierr, & dalla
noftra familiarità remoti, conciofiacofa che appre/Io di quelli, che
domeftici,& noti ci fono, fentiam verecondia di quel le cofe, ch'il
vero fteflb fcuopran delle noftrc attioni.douc che ap predo di quei, che
lontani, & flranieri ci fono , ci fa verecondi quello, che la fteilà
legge,& per confeguente folo l opinion , che 58 shabbia di noi, riguarda
. Ma quelli , ch ailaliti fogliono cifer da verecondia, fatti, &c
difpofti fogliono erter nella maniera , che 59 noi diremo. Et
primieramente tali fogli on diucnir le perfone auando fi truouano appretto
haucrc alcuni di quelli, il lifpctto 60 de iqualihabbiam già detto folcr
caufar verecondia. Et quefti fono ( comeveduto habbiamo) tutti quelli, i
quali, o fon da noi ammirati, oammiran noi, o dcfideriamo,checi riabbiano
in co to,& in ammiratione ; & quelli parimente del cui aiuto
bifogno riabbiamo in cofa,chc noi no fperafllmo di confeguire,
feperdef- €1 fimo appreflb d'elfi di ftima, & di opinione. Il nfpctro
eli que- lli adunque fuol render verecondo l'huomo : & ciò fpetial
men- te in due cafi. L vno è fe quefti tali con gli occhi loro
itcflì,prc- lenti la cofa (certa veggono, fi come ben difleCidia in
quel- la oraoone ch'ei fece fopra ladiftribution, che fi trattaua di
fare in Athcne,de 1 campi,& delle poflcflloni dei Samij . peroche
pre gauagh Athcniefi,che volcfler nell'animo immaginarli, eh e
tutti 1 popoli della Grecia fuflèrquiui prefenti in corona, loro intor- no
: di maniera che non folo hauefler per relation d'altri a faper quello,
chequiui con fuffragij , cV decretili determinane; ma 9) eglino ftcflìlo
vedetìcr co ilorproprij occhi. L'altra cofa è fe quefti fi Jl
Secondo libro . quelli tali, quando pur non fian per veder prefenti cflì
ftcffi, fon nondimeno cofi propinqui, che facilmente, &
commodamentc polla elfernc fatta lor relatione, & venirne notitia ali
orecchie Io f 4 ro . Et da quello che fi e detto nafce, che quelli, che fi
truouan caduti in milcro , & calamitofo (lato, non vorrebbero in
modo alcuno edere in tale (lato veduti da coloro, ch'in altro tempo
già cmulatione hauuta verfo di loro haucllero : emendo proprio 6f
dell'emulare lhauereinammiratione, el tenere in conto. Oltra di quclìo ad
cller verecondi faremo difpofti ancora , quando co- nolceremohaucr cola,
ch'argomentar polla qualche anione, o fatto , che fia habilc a caufar
verecondia, o commcllb che Ila da noi fteflìjO da i nollri progenitori, o
da altri, che ci fiano in qual fi voglia propinquità congiunti,
odaperfonain fomma,lacui infamia polla in noi ridondare, & farci
partecipi di verecondia. 66 Et tali fono, oltra quelli, che pur hora
habbiam detti , quelli al- tri ancora, i quali nelle loro attioni, paia
che da noi dependano, & origin prendano, per efler noi o precettori,©
ver configlicri lo 6j ro . Sogliono elTerc ancor verecondi quelli , che
hanno altri lor limili, overo vguali, coi quali tengono honeftecontefe,
cVemu- lation d'honore . concioliacofa che molte cofe per fola caufa
de gli emuli, Ila tirato dalla verecondia a fare, o non fare l'huomo
. 6 8 Suole ancor crefeer la verecondia in quelli, i quali veggon
d'ha- ucre ad elfer fempre fu gli occhi, & a ri crollarli fpelTo
prefenti in 69 nanzi a coloro, a cui già fian noti, & palcfi i falli
loro . La onde Antifonte il poeta,cflendo per comandamento di Dionifio
mena to all' vltimo fupplitio ; 6c vcdcndo,che gli altri fuoi compagni
, chedoueuan parimente, morir con lui; nell'vfcir della porta del carcere
, s'haueuan, quali che fi vcrgognallcro , co l lembo della verte coperto
il capo , dille, A che cercate , o compagni,d'afcon dere, òc coprirei!
volto ? fc domane nellun di quelli, che fon 70 qui prefenti, vi potran
vedere. Della verecondia adunque fia a ba llanza quanto fin qui fi è
detto, dell Inucrecondia poi, o sfacciataggine , o impudentia, che
la vogliam chiamare; è cola mani fella, che dalle cofe , alle già
dette contrarie, fi potrà com- modamentc no- titia haucrc.
. Capo 14.2 fDeSa Teorica d'ArìHotcltj (apo 7. 'Della gratta
. Erso diquai perfonc, Se inquai cofe foglionoef- fcreratificatiuigli
huomini, Se qualmente difpo- fti (ogliono eiTer tali; potrà facilmente
farli mani- fefto, ciiffinita prima, che fi farà la Giada . Ponia- mo
dunque la Gratia eflerquclla, per laqual fo- gliarti dire, ch'alcuno,
ch'habbia facultà di farla, faccia gratia a perfona, che ne fia bifognoia
: & ciò non per render ricompenfa di qualche cofa riccuuta prima; ne
perche ad elfo, che la fi ila per venirne giouamcnto,o rilieuo alcuno ; ma
folo perche chi la \ riceue l'habbia. Grande poi fi dirà la
gratia,quando,o colui che la riceue ne farà grandemente bifognofo ; o la
confiderà in cofe di grande imporrantia, Se difficili molto, o farà fatta
nelle tali , Se tali opportune occalìoni, Se tempi, o colui che la fa,
farà da- to o folo, o il ptimo a farla, ofe al tri faranno frati
ancorargli ha- 4 rà nel farla maggior diligen ria, & fariga de gli
altri vfato. Et per bifogni debbiamo intender noi principalmente i
defiderij, che fon quelli, che mifurano li bifogni : & maiTìmamente
quei defì- dcrij, coi quali ftà congiunto dolore, & molellia in non
confc- j guir|c cofe, die fi defiderano. Et così fatti fon quelli
ch'inchiu dono in fe qualche vehemente cupidità : comeauuien nell
ardé- te amor de gl'innamorati; Se nelle intenfe nftlitrioni, &
dolor corporei, Se ne i graui pericoli, che ne fopraitino : pofeiache
in coloro, che fon polii in pericolo, cupidità fi rnioua ; lì come
pa- 6 rjmentein quelli, che fon da corporeo dolore afflitti . La
onde a color, che da poucrtà oppreiTì fono, o in mifero*filio
fcacciati ^ ritruouano, ogni quantunque minimo fooaenimento, che
ri- «jcuono, tari la grandezza del lor bifogno, Se la grande
opporrà- nità dell'occafion parere, che noa piccola gratia fi fia fotta
loro , 7 fi comeauucnne a quel, chediede con vnacefta aiuro a colui
, 8 ch'era in Liceo. Fidi meftieri adunque che i benefi tij, & le
gra- ne, che fi fanno, a voler chegrandi appaiano, ficn
principalmc- tefattc con tali, quali habbiara dette, occafioni, Se
circonftan- tic : & fele medcfimeapunto non occorrono, fieno almen
fimi- 9 li, o ancor maggiori. Per laqual cofà cffendolì già per quel,
che fi e detto fatto chiaro, quando, Se a chi fi debba intender la
gra- da fàrfi , Jl Secondo libro. %4A tiafarfi, S: qualmente
fien difpofti colof, che le Tanno, porrà da quello farli manifefto, che
volendo noi moftrar che lì ila fatta grada, fa di mcftieri,che con quelle
auu erteti e, & luoghi,c'hab- Siamo allignaci, fi faccia veder, che
coloro, che la riceuono, o l'hanno riceutita, fi truouino, o fi trouaifero
in quella forte di bifogno, o in quella forte d'afHitdonc, & di
dolore, che detto habbi amo, Se coloro, che l'hanno fatta, habbian
fouucnuto in quella opportunità, iSc n cecili tà, &: di quella forte
di fouuenimé 10 co, c'habbiam inoltrato, cVdifegnato di fopra.
Etparimétepuò eirer da quel, che fi e detto manifefto, come 11 polla
ofeurare, Se far quafi difparir quella grada, che 11 fulle fatta ad
alcuno, Se far si, ch'il fatto non parclle grada ; nc.gradficatiui,
ogratìofi colo- 1 1 ro, chel'haueller fatto, percioche dir potremo o
ch'eglino Io fouuengano, o Thabbian fouuenuto per cagion (blamente di
le 1 1 llclfi , il che già fi c veduto, che non conuienc alla gratia,o
che quello, c'han tatto, fia venuto lor fatto acafo, o che concia
lor 1 3 voglia fiano (iati quali forzati alarlo, o che
finalrncntejhauendo eglino altra volta riccuuto benefido,fia (lato quefto
più tofto vn ricompenfarlo, Se pagarlo, ch'vn far veramentegratia, o noto,
o 14 non noto,che fufle loro, l'efier debitori di ricompenfa.
peroche nell'vno, & nell'altro modo llvien veramente a
ricompenfare vnacofa per l'altra, Se per confeguentc non può, ne ancora
in 1 r quello modo fti mar fi grada. Doucrcmo medefimamente voien do
ofeurar , Se annullar la grada, che ci habbia fatto alcuno, an- dar
difeorrendofotto a tutti quei fommi generi, Se capi vniucr- fali delle
cofe, che predicamend fi domandano, cóciouacola che gratiala cofa dir fi
debba, quando lafia della tal foftan da, della tal quantità, della tal
qualità, nel tal tempo, Se nel tal luogo fat- ta j dellequali conditioni,
Ce alcuna gliene manca, viene a no ef- 6 fer grada. Et indino oltra ciò,
ch'il tal fatto, Se il tal fouueni- mento ftimar non fi debba grada, fi
dee (limar, che fia, fc coloro, c'han fatto quefto a noi»clTendo loro
occorfo altra volta di fouucnirci in vn fimil bifogno con fouuenimento
aflai minor di 7 quefto, non l'hanno voluto fare. Se Ce a i nemici loro
ftctTi hano dato altra volta vn medefimo, o vero vgual fouuenimento, o an- cor
maggiore, perciòche elTcndo quefto, chiara cofa c, che non 8 l'han per
cagione, Se rifpctto noftro dato quella volta a noi. Se Ce finalmente il
fouuenimento, che cihan dato>é fiato di cofa vile, ; ^ ^ T)eUa
Hftortcd d' Jriitotelcj vile, & di nulla ftima, tk di niun rilicuo,
& per tale erti parimé- If te lo ftimauano,& lo conofccuano. Et
tanto baftt haucr detto della eratia, così per far parer, che la fia
fatta,comc che la non fia 2 o fatta. Quai fieno hot quelle cocche generiti
compattone, & verfo di quai perfone generar fi foglia ; & come
dilpoftì, & Qualificati fian quelli, eh a compafllon h muouano, fegue
al pre- lente, che noi diciamo . (apo S. T>ella compapont^
. iIciamo adunque, chela compafllon fia vn pungitiuo dolore, che
fentiamo di qualche apparente gran ma e, ch'o dcftruttion della vita,o
grande affli mone,*: cala- mità fia per recare in perfonadi talcofa
indegna, a cui fia eia tal male, o prefente, o appaia già già vicino ;
& fia da noi ftimatotalcchcpoiraanoi parimente accafcare,o almeno a
per- a fona, che ci appartenga, peroche gli è manifcfto erter
neceflario, che colui,chc s'ha da muouere a copafllone fia tale, eh egli b
iti- mi, & fi conofea atto,& fottopofto a poter patire, o egli
itello, o altra perfona delle fuc, che gli fono a cuore, vn cosi fatto
male, quale habbiamo nella detta diffinitionc efpofto,o almen
fimile,o 3 propinquo ad elfo. Et per quella ragione nó fogliono efler
tocchi da cópafllonc,nc quelli,chc in eftrema mifcria iono,corae che
pa 4 ialoro,ch'altro mal nórcfti lorda patire; nè quelli parimente
1 quali fi reputan di ritrouarfi in ccceflluo grado di felicità, tk
per qucfto più tofto contnmcliofi, che cornpaflloneuoli lono :
et- fendo manifcfto, che parendo loro di pofleder tutto quello,
che fi puòtrouar di bene, parimente par loro, che male alcuno ve- nir
non porta loro addotto : pofciac he ancor quefta fecurezzafi 5 dee
connumcrar trai beni. Horquelli,chc ftimar fogliono d ef- fer tali, che
patire, & incorrer portano gl'infortuni) , & i mah , che in altri
veggono ; fon primieramente quelli, i quali han per innanzi altra volta
foffeni, tk prouati i mali, tk ne lon poi fcara- 4 pati, tk rimafti
liberi, de quelli parimente, che fon già peruc- nuti all'età fenile ; fi
perla prudentia, ch e conucrKuole a quella 7 età i tk fi ancor per
lifpcrientia, che porta la vecchiezza fcco . I deboli ancora di forze,
& d'animo, fon medefimamente tali : &c & molto più fc fon per
natura timidi,& vili, nè maco ancor quelli, * che di Jl Secondo
libro . 14. j che di dottrina, & dcrudirion fon ripieni ; come quelli,
che le 5 cofe con ragion difeorrono . Della medefima difpoiìtion di
Ar- mar di poter ne i mali incorrere, fon coloro ancora, i quali
han- no o genitori, o figliuoli, o mogli : conciofiacofa che quelle
forti di pedone, iìan come cofe loro, Se membri loro, Se atte, Se
(ot- topode tutte per le ragion già dette, a incorrer ne i già detti
ma- 10 li. Soglion medcfimamente (limar d efferc habili a patire, Se
ri- ceuer mal coloro, i quali non fi truouano in affetto d animo,
che riguardi la virtù della fortezza,comc fon l'affetto dell'ira, Se del-
t la confidenza : pofeiache così fatte paflìoni non lafcian
difeor- rerc, Se confiderai, che cofa habbia da fuccedere, Se da
venire. 1 1 & color parimente, ne i quali non fi truoua natura, o
difpofitio- ne, che gli faccia contumcliofi : folendocosi fatte perfonc
con- tumcliolenon penfar, ne cò ragion difeorrcred'hauer mai a
fof- ii ferire, o a patir male alcuno : ma color perii contrario lo
fanno clic nel mezo tra cofloro fi truouano, come remoti dalla
difpoii- ij tiondcgli vni, Se degli altri. Oltra di queflo poco foglion
fen- tir compafllon coloro, che per qualche lor gran pericolo fi
rruo- uan da ri more op predi, come quelli, che modi dallo
fpauento del mal proprio, mal poifono efler commoflì dal mal'altrui,
dan- do occupati con tutto l'animo nel male, che fon per patire elfi
. 14 Ma ben fogliano ad haucr compaflìonc efferc inclinati
quelli, che non han per opinione, che neffun fi truoui,che fia giufto,
Se da bene; ma ftiman pur, che ne fieno alcuni : perciòchc colui
, che nclfun ne flimafle tale, llimarcbbe per confcguctc elfcr
tutti ij degni d'haucre il male. Et perbreuemenredire, alhoi
finalmctc fuoldar luogo 1 huomo alla compaflìonc, quando tal
lìritruo- ua, che ricordar fi poira,che tali accidenti di mali, che in
altri ve- de, fieno in altri tempi accaduti,o a lui (ledo, o ad alcun de i
fuoi 1 6 o veramente teme, ch'accader poflan nellauucnire .
Habbiamo dichiarato adunque qualmente dilpofti fien quelli, che fono
atti 17 a muouerfi a compaflìonc. Quali fien poi quelle cofe, per
ca- gion delle quali foglia nafeerc in noi quello affetto, può
facilmc- tc apparir manifefto dalla diffinition, che fi e data della
compaf- 18 fione. conciofiacofa che trà le cofe afHittiue, Se dolorofc,
tutte quelle, fi deono fumar mifcrabili, Se arte a generar pietà,le
qua- li fono habili a recar corrottione ; Se quelle parimente che
fon 1$ dcflruggi triti della vita (leda: & tutti quei mali ancora,
de T i quali j^. 6 T>ella lìgtprica d* Ariti otclt-j jquali
la fortuna è cagione ; quando molto in gradezza, Se gra- io uczza fi
vedrano eccedere. 1 mali, che dir fi poìlbn doloroii, Se corrotriui,
oucrdcftruggitiui fon, le morti, le battiture, le afHit- tioni del corpo,
l'aggrauata vecchiezza, le infirmiti, la mancan- xi za del ncceflario
vitto . I mali poi, di cui la fortuna e cagione, 12 fono la total mancanza
d amici, & il rimaner con pochi : onde auuien, che il fc parar lì, Se
quali per dipartenza luellcrfi dagli amici, Se da gli altri cogitimi
cari,ha molto del miferabile Se del t j degno di cópaflìone. fono ancor
tai mali,la móltruofa bruttezza, la debilitatone delle corporee forzc,lo
ftroppiamento, ouer tró- 14 camentodi qualche membro. E v cola ancor degna
di compaf- fionc il veder, che donde fi fperaua, &: s'afpettaua, che
douelle venir qualche bene, quindi perii contrario fia qualche
danno,o %j qualche calamità venuta. Fa nafeer ne gli animi altrui
compaf- fione ancora l'ellcre fpelTc volte da quello ftellb male allalito,
Se z6 ilfrequenteincorrcrein cafiauuetlì . E' cola parimele
compaf- fioncuole il veder, che qualche aiuto, o fcampo > oucr
qualche cofa di bene venga a punto alhora, quando non ci fia più
reme- dio, cllcndofi già partito, Se riccuuto il male, ne più a tempo
lì 17 rrnouaquei benea fàrgiouamento alcuno- come (per ellerapio) accadde
a Diopitho ; ilquale, eilendogli mandato dal I no Re a* iuto, Se
fouuenimento, fù trouaro, che già poco prima era mor- 18 to. Parimente a
pietà d'alcuno fuol muoucre il non haucre c- gli quali conofeiuto mai
profperità, ne hauutobcncj Se fe pur cofa di buono qualche volta gli fia
venuta innanzi, non hauer t$ potuto goderla mai. Quelle dunque, & al
rre così fatte cofe fon quelle, che ageuol méte pofionorhuomo muoucre a
compaflìo* 30 ne. Vcrfo quelli li fuolc egli muouer poi, chegli fon
d'amore, Se di famigliarità, o cófanguinità cógiunti, fegià molto nó fia
la concimi non propinqua : pcròche in tal calo viene egli
adeller vedo di loro intere ila to, òv il il pollo, come verfodi fe
medefimo. Et per quella cagione A mafe vedendo vn fuo figlio elfèr
menato alla money nomando (per quel, che s'intede) lagrima alcuna
da gli occhi fuora t Se venédogli innanzi vnoamico fuo, per pouer- tà
a mendicar condotto ; non potè ritener le lagrime, il che d'al- tronde non
nacque, fenon perche il calo dell amico gli cracópaf fioneuole, Se il calò
del figlio gli era più tolto atroce, grane, Se 3 r acerbo, che miferabile
: cllcndo l'atrocitàcofa diuerfa dalla mi- icrabiltà> Jl Secondo
librò . 14.7 fcrabiltà, Se atta a fcacciarc, 6V a fuperar la itefTà
compaflìone,& 53 vtile fpeirc volte aindurrc il contrario di quella.
E' ben vero che coloro, che così fatti mali atroci, Se terribili non hanno
an- cor prefenti, ma in pericolo fon d hauergli, diucngon perque- 54
ftoattiadarcompalIìondiloro.Soglion medelìmaméce muouer cerei, ne ilor
mali a compadionefpctialmente quelli, che fimi- li, Se pari ci fono, o
d'età, o di coftumi, o d habiti d'animo, o di 3 c grado di degniti, o di
nobiltà, o fi in i 1 i : conciofiacofa che per tutte quelle parità, Se
cqualità maggiormente ci venga a parer d edere efpofti ancor noi a i
medclimi mali, Se ch'a noi ancora }6 polTan parimente accalcare, peroche
come vna verità vniuerfa- le lì dee tener per certo, che tutte quelle
cofe, che nel dubitar, che lìan per cadere in noi, cagionano in noi
timore, vedendole J7 noi accalcare in altri, fono atte amuouerci a
cópaflìone. Et per- che le aftlittioni, e i mali alhor muouer fogliono a
pietà, quando già propinqui fono; di maniera che quelli, che fono (lati
molti anni prima, o fon per tardare ad eder molti anni poi ; dato
ben, che lì lufpichi, che vcnii debbbiano, o che memoria
s'habbia, che lìcn venuti, nondimeno o totalmente non ci muouono a
có- paflìonc, o non in quella maniera, che farebbero, fé prefenti
fo(- 38 fero; nefegue da tutto quello necellariamen te, che Impiglian- do
aiuto dall attione, Se dalla pronuntia, rapprefenreremo, Se efprclfion
faremo d alcuno, co i getti, con la voce, co i veltimen- ti> Se con
altre in fomma rapprelentatiue attioni, più milcrabi- 39 li, & degni
di maggior pietà gli renderemo , peroche veniamo in quella guilaa far più
vicina, Se propinqua apparir la cofa,po- nendoaltrui il mal quali dinanzi
a gli occhi, come che o poco 40 doppo debba accafeare, o poco prima
accaduto fia . Per la me- dclima ragione ancora, i mali, Se
gl'infortunij,ch o di frefeo po- co innanzi fono auuenuti,o molto in breue
fono per accafeare, 41 più mifcrabili appaiono, & maggior pietà
muouono . Grancó- paflìone ancora aggiungon gl'inditij, e i fatti, Se 1
opere, che ri- mangono : com a dir (per euempio) gli (ledi vellimenti di
colo- ro, ch'hanno i mali, & le calamità forterto, Se altri cosi fatti
in- 41 ditij, legni, Se memorie d edì ; Se le parole delle da loro,
mentre che patinano il male,vfate : come a dir mentre, ch'erano in
ellre- 43 mo per finir la vita loro. Se madìmamentc ancora
vien'aaccre- feer la compadrone l'haucrc ed) nel tempo, che nell'acerbità
del T ìj mal fi / 4- & ^Della c R^tprica
d*Arìttotelt~> mal Ci trouauano, dimoftrato animo forte, & cortame
nel fop- 44 portarla, pcrcioche quelle cofe, che mentre che vengono a
far parer più propinquo, Se a moitrar quafi prcfcntetl male,
vcngon per conleguente a renderlo più compalfioneuolc : ó>
inlicmc- mente a fu- parer più indegni di quello, color, che fofferto
l'hab- biano : & lì viene infieme a inoltrar quali dinanzi a gli occhi
. (apo 9. \Deli 1 Jndegnationz^ . Ll'hàver compaflione soppone
principalmcn- te come contrario quell'effetto , che
domandano Inde^nationc : conciofiacola chea! dolerli, Se
al fcntirdifpiacer delle cole infelici, che indegname- tc in alcun (i
veggono, ltia oppoito in vn certo mo- do, Se da vna medelima qualità dt
collii me nafea, 1 hauer difpia- cerc, Se dolor dell'altrui profpcrità, le
indegnamente, accada- no. Et fono ambidue quelli affetti congiunti
colcolìumc ho- } nelìo, Se con difpofition lodeuolc : elfendo cofa
all'hiiom con- ueneuolcil conciolerfi, Se fentir difpiacere del mal di
quelli, che indegni ne fono, Se contrai meriti lorlopatono : & l'elfcr
pun- to da indegnation della profpcrità di coloro, eh indegni nefo- 4
no: peroche alla giuftitia s'oppone ciò che indegnamente, Se f fuor de i
fuoi meriti accafcaali'huomo. Et per quello a gli fteffi Dij ancora
fogliam noi attribuir l'elfcr tocchi da indegnationc . f Ma può forfè
parer, che l'Inuidia ancora s'opponga nel mede- fimo modo alla
compaflione, come che molto propinqua fia, Se 7 quali vna cofa ftefla con
l indegnatione. Ma molto c ella da quella diuerfa: pcrcioche fe ben
l'inuidia è ancora ella vn do- lore, che conturba, Se affligge l'anima per
1 altrui cofe pro- fpere ; tuttavia non è ella tale, ne fà ella quello,
per clfer colui che le profpcrità polfiede, di quelle indegno, ma per
elfer'cgli t pari, fimilc, o vero vgualc. Bene è vero che il rattriftarli
del be- ne altrui, non a fin, che da quel bene, non n'habbiaa venirqual- chedannoa
noi, ma percaufa, & rcfpctto fol di colui, c ha quel bene, s'hà da
Ihmar conditione, Se proprietà commune a tutti } due qucfti affetti ,
cioè* all'inuidia,& alrindegnatronc : cócio- liacola che fe ad altro
fine non tendelfc così fatto dolore, Se di- fpiaccre,fc non perche a
colui, che s'attuila del ben d'alcuno fuf- fcper Jl Secondo libro .
I fe per venir facilmente qualche nocumento, o miferia per i
felici auuenimenti di quello, non farebbe quello alhora affetto d
in- degnationc, nè ancor d'inni dia ; ma farebbe paflìon di
timore. 10 Appreflb di quefto, manifcfta cofa è, ch'aquefti due affetti
fc- guono, Se vengon dietro paffioni,& affetti contrari) frà di loro
. pcrcioche colui, ch e prclo da indignationc, fe fi rattrifta
dei profperi fucccfTì di color ch'indegnamente gli poflcggono ; fi
ral- legrerà parimente, o almcn non (enrirà dolore, odifpiacer
degli infortuni;, Se calamità delle perfone contrarie a quelle,
cioèdi 1 1 quclle,che fon degne di cotai mali . come a dir (per
eflempio) che nell'uno huomo giufto, Se da bene fi rattriftarebbe in
veder menare all'vltimo fupplicio,& punire vn parricida, o vn
fangui- nario aflTaiìino : elfendo verametecofa conueneuoleil fentir
pia il cere di cosi fatte punitioni : fi come ancora conuicn fentir
dilet- to della felicità di coloro, che ne fon degni, perochecofi
que- ftc,comc quelle, fon cofe ragioneuoli, &giuftc, Se che deono
a i 3 vn'huom da bene allegrezza portare : potédo egli
necclfariamé- tc fperarejch'ad effo pari mete pollàn venir quei beni, ch'ei
vede 14 nei buonifìmilialui. Nafcon dunque tutti quelli già detri
affet- 1 $ ti da vna ftefTa forte di cofìumc,cioc da buon coflumc ; fi
come 1 6 gli afletti lor contrarij , da contrario coftume nafeono .
pcrcio- che quella ftefTa perfona , che fi rallegra del mal de gli altri ,
non pct altra cagionc,fe non perche gli hanno male, quella della
hà ancora inuidia, cioè fi rattrifta del ben de gli altri , non per
altra 17 cagionc,fc non per che eli hanno bene : pofeiache colui, che
fen te noia, & dolore dell'eli ftcntia, Se prefentia d'alcuna cofa,
verrà neceirariamcnte a fentir diletto della priuatione,&:deftruttion
di 18 quella. La onde cofì fatte paflìoni fon tutte impeditiue,&
auucr urie della compaffione : Se fc ben trà di loro differifeono, per
le ragioni, che habbiam dette; tuttauiafon tutte vgualmente vtili \$
a far, che le cofe non appaiano miferabili, Se di pietà degne .
Pri- mieramente adunque diremo dell'haucre indegnatione : moftra do
verfo di quai perfone, Se per cagion di quai cofe fi foglia haue re : Se
come fatti , & difpofti fian coloro, che l'hanno. & detto c'harem
di quella, diremo di quegli altri afferri, che le vanno ap- preso . Hor
per quel che lì è detto, potrà facilmente quel, che fe 10 guc farli
raanifefto . percioche confiftendo l'indegnatione in do- lerli Se fentir
raoleftia, ch'ad. alcuno accafcjiin cofe profperc> il quai / f o
Della Hgtortca d Arisìotelt^ il qual non ne paia degno ; può primieramente
per quello efìcr chiaro che non intorno a tutte le forti de i beni , e
poflìbil , che l'indcgnationc habbia luogo, non effondo alcun, che
d'indegna- tion s'accenda in veder, che alcun fia giu/ìo, o forte, o altra
virtù i 1 poiregga: pofciache i contrarij di quelle viriù,nó fono atti a
muo 1 3 nere affetto di cópaflìonc . ma intorno alle ricchezze ha ella luo- go,
& intorno alla potcntia , & ad altri cofi fatti beni, de i
quali (per dir lìnccramcntc il vero) fon (blamente degne le perfonc
vir 14 tnofe, cVda bene . Et parimente fono attiamuoucre
indegna- tion color , che pofleggono beni di natura ; come a dir nobiltà
, ì y bellezza, altri beni cofi fatti . Et perche quelle cofe , che
fono antiche danno apparcntia d'effer propinque, &: fimili all'eller
na turali, nefegue necellà ria mente, che fra coloro, chepolTeggono vno
llcflb, o vero vn fimil bene, colui, che nuouamente l'habbia di frefeo
acqui flato, & per tal caufa felice fi (timi ,* fia maggior- 16 mente
per muouerc in altri ftoraaco , & indegnationc . concio- fiacofa che
maggior dilpiacere, cV conturbamento d'animo die- no altrui coloro, che di
nuouo , & quafi di fubito fon diuenuti ricchi, che non fan quelli, che
antiche ricchezze pofleggono, & 17 da i lor maggiori per fucccfllon
venute . Et il fimil dir fi dee di quelli, che nei mngiftrati, de nelle degnità
fi truouano, o diue- nuti potenti fono , o l amicitia , & la gratia di
molti tengono , o di molti, & ben qualificati figli dotati fono, o
altre cofi fatte prò 18 fperità pofleggono. Et il medefimo
parimenteadiuienc,fcad cf- fì per il mezo di quelli raccontati beni,
qualche altro bene acca- ip fchi di confeguirc. concioliacofache in q
netti beni ancora adi- uienCj che maggiormente ci rattrillinoA' ci
offendan l'animo co loro, che per il mezo di ricchezze nuouamente
acquiftate, fon faliti a qualche magiflrato,o principato,che fea tai
degnità venu *i foiTer con eflerc anticamente ricchi. & quel , ch'io
dico delle degnità, & dei principati, parimente fi dee ne gli altri
profpcri 30 fucceflì intendere . Et la cagion di qucfto è, che gli vni,
cioè gli antichi poflèflori pare in vn certo modo, che pofleggano
quello, che veramente fia loro . doue chcgli altri, cioè Ji nuoui
pofTcflb ri, par per il contrario, che non il loro, ma l'altrui pofleggano
: polciache le cofe, che mottran di flar fempre in vna guifa
mede* iima,&: in vno flato (letto, par,che vero, giudo, & naturale
hab- bianoreflerloro,& per cófeguentc in quegli altri la lor
nouitàfa parer , Jl Secondo libro . t y t 3 i parer: che non
potfeggan veramente il loro . Oltra di quefto per- che qual fi voglia bene
non può attamente conuenire a qual li vo glia perfbnaind (tintamente ; ma
vna certa proportionc,& con- uenientia fi dee trouar trà i potfeduti ,
&c color che gli poligo- no: comcadir(perellempio) vnafecura, 3c ben
temperata arma dura no propriamente conuiene,^ s'adatta all'huomgiulto,
ma ji fi bene al Ih uo m forte j & vn nobilillìmo, ik eccellenti (lìmo
par- tito di futura moglie, nona perfoni di nuouo arricchita»
conuic 15 ne , mi a perfona molto nobdc, ite d'illultre l'angle nata . di
qui è, che quando fi vedc.ch'vna pcrlon.i,quamunque virruola
pol- fegga, & riabbia qualche forte di beni, a lei non propornon
ita- mente conuenicnti ; genera per qucflo negli altrui animi
inde- 34 gnatione. Parimente la genera ancor colui, che ellendo ad
vno altro inferiore» 8c di minor valore, fi mette nondimeno a con r cu dere,
& a voler controuerlìacon elib,quanrunque fuperiorc , de miglior di
lui : & madlmamente auuerrà l'indegnatione, le l'in- feriorità, &
la fupcriorità loro fàran fondate in vno dello (Indio, 3 j & in vna
ftelìa cola . Onde non fenza ragione e detto, egli s'afte- neua, Se
fchiuaua di venire in pugna a fronte con Aiace figlio di Telamone; però
che Gioucera prefo da indegnarione contra di lui, ch'egli haueflè da
venire in con tefa, 6c parragon di duello $6 con huom più forte, & più
valorofo di lui » Ma le l'inferiorità , 6c la fupcriorità non faran
fondate in vna ftellà cola, & in vno ftcllb ftudio , in ogni modo,
come Ci voglia che l inferior fi met- ta a contendere, & ad hauer
controuerfia con chi fia di maggior valor di lui , viene a procacciar
contra di fc l'indegnatione : co- me auuerrebbe (per elfempio) Ce vn, che
valclle in ma fica, fipo- nelfe a controuedare, Se contender con vpo, che
poiredelìe a pie no l habito della giullitia: non cucendo ak .in dubio,
chela giu- 57 ftitianon ecceda di preggio, 8c di degnità la mufica : Già
può ef. Ter dunque manifcfto verfo di qual forte d'huomini fi foglia
ecci- tare indegnatione,cV per cagion ancor di quai cofe fi ecciti,
eltèn Sc di manco valor di loro . Et per dire in breuc, tutti coloro
, che ftiman fc ftcflì degni di quei beni, de i quali (limano altre
perfo- ne indegne , daran luogo contra di quelle, Se per cagion di
quei tai beni, alPindcgnationc . Et da qucfto nafee, clic quelli che
fon di coftuine, Se d'animo feruile, o perfone di viiiofa, Se poco
ho- nclta vita, o tali, che l'honor tengano in poco conto, non
foglio no etfer punto indegnatiui : pofeiache neiìuna cofa di pregio
ap- prellbdi loro è tale, cheiTi fc ne ftimin degni . Et per quel ,
che fi e detto dell'indcgnatione, potrà ancora apparir manifefto
di quai perfone conuenga rallegrarli, o al men non fentir dolore
, chabbian la fortuna auuerfa, Se infelicemente trattin le cofe
lo- ro, & cofa alcuna, che defiderino, non confeguifeano :
perochc dalle cofe dette, potran parimente diuenir noti li contrari;
loro. Perla qinlcofafc l'oration noftradifporrà , Se farà diuenir
tali i giudici, quali habbiam detto elfer quelli, che fon molli
dainde- gnarione : Se dall'altra parte moftraremo, che quelli, che
doman dano, che fia hauuta lor compaflìone ; Se quei mali elpongono
> onde confeguir la debbiano , non fiano indegni di quei mali>
Se per confeguentc degni fian di non confeguir la compalfion ,
che cercano ; impodìbil cofa farà che compallìone fia hauuta loro . (apo
io. c Dell y Jnuìdìa . Otra' elTere ancora ageuolmente manifefto
intor- no aquai cofe fi foglia nell'huomo eccitar l'inui- dia , Se
verfo di quai perfone, Se qualmente difpo- fti fien quelli, che facilmente
dan luogo a quefto af fetto : ellèndofi già veduto eiTèr l'inuidia vn certo contriftamento
del profperarc, che incucila forte di bcnj,c"hab- biam Jl
Secondo libro . / j j biam raccontati di Copra, ci paia, che faccia alcun
di coloro , die fono in qualche parità limili , & vguali a noi, &
ciò non perche ne venga qualche vtile, o cOmmodo a noi, ma folo perche ci
di- t fptacc,chc gli habbian bene. Quelli dunque a inuidia fi
foglion muouerc , liquali hanno , o par lor d'haucre perfone in
qualche | parità fimili a loro, per fimili , & pan intendo io di
natione, di (angue, d'età, di profeflìone, di reputatione, o ver'auroiirà
, di 4 ricchezze, Se beni di fortuna . Medefimamente inuidiofi
loglio- no cflerquclli, a cui pare d'haucr confeguito poco meno
«Fottìi | forte di bene, tal che pochi ne manchin loro . Onde nafee
che coloro, che grandi imprefe trattano, & in clic fi nuouano
h.iuer la fortunaamica,fon molto dediti a inuidiarealtrui:come
quelli, acuì par, che ciò, che tutti gli altri han di bene , l'vfurpino,
Se 0 tolganoad efli . Sono iuuidioli parimente quelli, ch'in qualche cola
fon fopra gli altri ecceflìuamctc honorari, & (limati ; 8c
maf /imamente fequefto loro accafea per ca ti fa di gran fapientia, o
di 7 fomma felicità, che fi credano elfer di lor creduta.
Gliambitiofi ancora, &auidi d'honore,più habili fono a cócepire
inuidia, che 5 quelli,che tal ambinone, Scauidità non hanno. Et quelli
pari- mcnte,che fono, o fi credon deflcre in opinion difaggi :
perochc vegono in queftaguifa ad efler cupidi d honore pcrc^to-di
qucl- ? lafapientia: & tutti color finalmente , i qualiintornoa qual
fi voglia cofa fon'auidi deflcr tenuti in grande opinione, fonoan- 10
cora habili intorno alla medefima a conciperc inuidia. Color medefimamentc
, i quali pufillanimi fono, de non punto alti di penfieri, 6c di fpirito,
fogliono efler facilmente inuidiofi : come 1 1 quelli, a cui tutte le cofe
paion grandi. Di quai forti di beni fien poi quelli , che foglion pungere
altrui d'inuidia, viene ad cflèrfi 1 1 parimente detto, percioche tutri
quei fatti, quelle opcrc,cV quel leattioni, intorno alle quali, auidi di
confeguirc gloria, & repu- tatione , Se nell'animo noftro ambitiofi,
Se cupidi in fomma di gloria,& di nome fiamo,& tutte ancorquelle
profferirà, Se quei beni, che da buona fortuna vengono, tutti (fi può dir)
fon matc- 1 $ rie, & oggetti dell'inuidia. Et maflimamentcquelli,i
quali noi fommamentc defideriamo, o ver pretendiamo, Se (limiamo
ch'a 1 4 noi ftia bene ; & apparrenga di confeguirgli ; o veramente
tali , che nella pofleflìon di quelli, odi poco eccediamo, o di
poco I j manchiamo, Se diminuti fiamo . Può medefimamentc etfergià V
manifcfto /JY T>ella r R^torica d'Arinotele^ manifelìo verfo di
quali perfonc fogliano elTere in u idioti gli huorainiiciTendoii in quel,
che fi e dctto,accennato inlìememcn \6 te di queiìoancora. conciofiacofa
che color primieramente ci fogliano eccitare inuidia, i quali propinqui ci
fono, o per fpatio di tempo, o per diflantia di luogo, o per età, o per
reputatone , 17 Se gloria, onde quali in prouerbio li fuol dirc,Trà quei,
che 18 fon d'apprctTo cade l'inuidia fpclfo. Ci foglion prouocarc
an- cora a inuidia quelli, co i quali teniamo competenza d ho- nore :
pofeiache così fatta competentia, de contefa fogliamo ha- 1$ uer co 1
limili, de pari a noi. percioche con quelli, che già mil- le anni fono (lati,
o doppo mille anni fon per elTere ,• o con quel- li, che già priuidi vita
fono; nelmno è, chedhonor contenda, 10 né parimente con quelli, che
habitano alle Colonne d'Hercole . 1 1 nè con coloro ancora d'honor
contendiamo , a i quali (limiamo d'elfcre fecondo ! parer noftro, o ver
fecondo'l giuditio d'altri, o 21 di gran lunga inferiori, odi gran lunga
fupcriori. Et quel, che delle pedone quanto all'eccedere, de mancare
habbiam detto, Ci t$ dee fimilmcntc intender delle cofe ancora. Et perche
con quel- li, che nell'acquido di qualche cofa, auuerfari], o duali ci
fono » cV con tutti quelli in fomma, che le medefime cofe defiderano
, & cercanil poiTederc,chc cerchiarli noi; par,c'habbianio
fempre vna certa contefa, de compctCntia, de quali gareggiamento; è
ne- celTario per quello, che verfo di tutti quelli tali, foglia
eccitarli 14 hi noi ma(fi inamente inuidia . Onde è nato il prouerbio , Il
Va- ij laro porta inuidia al Vafaro » Apprcllb di quello tutti
quelli,chc con gran fatiga hanno a pena confeguito qualche cofa
defidcrata da loro, over confeguir finalmente non 1 han potuta;
fogliano portare inuidia a chi fenza fatiga alcuna con facilità
conleguita *f l'habbia » Parimente fe conofeeremo , che fe riefee ad
alcuno il confeguire & felicemente mandare a fin qualche cofa, o qual- che
imprefa, fia ciò per tornare in obbrobrio , de ignominia no- ftra,non e
dubio che ageuol mente non riamo per portar loro in- a 7 uidia . percioche
ancor quelli vengono ad clfer con qualche pa- 48 rità rimili a noi : de
per confeguente può parer cofa chiara, che il non confeguir noi quello,
che ilan per confeguire effi, non pof- fa da altro procedere, che da
notìra colpa . Onde veniamo a fen- tir di ciò di (piacere , & con ti i
(lamento ; il quale inuidia final- mente douenca. Medcfiraaraentc foglion
cifer da noi inuidiati quelli , Jl Secondo libro
. quelli,liquali confeguifcono, ogiàpolfeggono quelle cofelequa li a
noi paia che per ragion conuengano, o che già prima , come 50 noflre
polfcdute riabbiamo. Et per quella ragione i Vecchi fo- 31 glion portare
inuidia a igioueni. Color parimente, i quali han confumaro, Se fpefogran
fomma di danari per madare a fin qual che cofa, fenton pungerli d'inuidia
conrra di quelli, che c5 mot to maggior vantaggio dì fpefa, la medefima ,
o lìmil cofa hanno ji mandato a fine. Può ancor da quel, c'habbiam detto
renderli ma nifcflo verfo di quali perfone, Se in che forte di cofe
Tentano alle grezza, Se piacer quelli tali inuidiofi, di cui ragioniamo
:& qual méte fian qualificati, &difpoiri per dar luogo alla detta
allegrez- za, cóciofiacofa che nella contraria maniera di quella, nella
qual trouandofi satrrillano, vengono a trouarfi, quando fi
rallegrano $5 delle cofe contrarie a quelle di cui fi dolgono. Per la qual
cofa ic tali prepareremo, Se difporremo coloro, nelle cui mani Uà
po Ila l'autorità del giudicare,quali habbiam detto eller
coloro,che inuidiano ; Se tali dall'altra parte, quali fono flati da noi
difegna ti color,che inuidiati fono,moftreremo efièr quelli,chc
(limano, Se cercan, che fia hauuto lor compaflìonc, o che qualche cofa di bene
ila lor conceduta; certa cofa e, chenècompafIìonc,nèqucl bene, ch'ottener
defidcrano, faran perconfeguirgiamai . fopo ir. T^eWSmulattonc^ . I
qual maniera fian color poi, i quali atti fi t molla- no ad emulare, Se in
quai cofe, Se verfo di quai per fone foglia hauer forza Pemulatione,da
quello che al prefen te diremo, potrà farfi manifcllo . percio- chc
efiendo l'emulatione vn con tri (lamento , che nafeein noi dal parerci,
ch'in perfone limili, Se pari a noi, fi truo ui prelente qualche forte di
bene, ch'importi honore, Se polla in noi parimente cadere; il qual
contrilìamcnto non è , perche in quelle perfone fi truoui quel bene,ma
folamcnte perche ne fiam j priui noi: ne fegue da quello, che l'emulatione
fia affetto honc- flo, eclodeuole, Se a perfone della virtù, Se
dcll'honelìo amiche, non difdiceuole . Si come per il contrario 1 hauere
inuidia è aA fetto brutto, Se biafmeuole , Se a perfone amiche de i vitij
pro- 4 portionato . pcrciochc con l'emulatione ci eccitiamo a
preparar V ij noi ijó Isella ^Rgtprìca dj4riBotelc~> noi
fceflì a confcguir quei beni , che vediamo in altri : douc che Ti nuiiiia
ad altro non ci muoue, oci prepara , fé non a defidera- 5 re, Se cercare,
che eli alcriquei beni non habbiano. E' necclla- rio adunque, chad emulare
fian primieramcnreinclinaci quelli, liqualidi quei beni, ch'in effi
nonhanno,& in altri veggono, fti- 6 man fc ftellì degni :pcroche
nell'uno è, che fi itimi degno di cofa, 7 che gli paiaimpollibildi
confegune . Et di qui è > ch'i gioueni,. S & li magnanimi fogliono
effere inclinati ad emulare . Sono emù latori ancor coloro, che poifeggon
quella forte di beni , che par che propriamente ftien bene, Se
conuenganoagli huomini ho- norati, Se di valore . Se cofi fatti beni fono
le ricchezze » la copia degli amici , o ver la graria dimoici, li
magiftrati,o ver principa- li ti, Se tutti gli altri beni cofi fatti .
pcrciochc conofeendo eflì con ucnirfi, Se dòucrfi cotai beni a color, che
fon virtuofi, Se merite- uoli, vengono ad ertere emulatori per cofi fatti
beni , come cheper ch'ere ancora erti virtuofi, a lor parimente conuengano, Se
co ro ragion fi debbiano-Sogliono elferc ancora indotti a emulatió
co- i i loro,chefon dagli altri (limati degni de i detti beni.& color
pari mctc,i quali hanno hauuto i lor progenitori,© quei del fanguc
lo ro, o i domeftici loro, o quei della lor natione, o quei della
iceila patria,in qualche forte di beni,repucaci,& honorati; fogliono
in turno a tai beni ellcrecmularoriicome quelli, che par loro,checo me
cofa lor propria, meri camere lor cóucngano, Se appartegano • n
Oltradiqucfto elìendoacca maceria deH emulacionc quella force di benijch
imporcano honore,& repucacione, verrà perqueftoad 13 efler le virtù
ancora eiTe materie, Se caufe di cale affecco. Ec cucce quelle cofe
parimcnce, che polfono ellèrc vcili>& recar commo- do, Se bendi
rio* altrui ; folendo cilcr da cucci apprezza cc,& hono race le
perfonc benefiche^ agiouare arte,& parimele levirtuo T4 fe. Et tutti
quei beni finalmente eccitar pollono emulatione,! v- fo, il godimento,
& lafruirionedciquali,olcracolui,chegli pof iiede, negli altri
redundar fuole : come fon (per eiTcmpio) le ric- xj chezze, & la
bellezza più che lafanità. Potrà cllcrc ancor per quel, che fi e detto,
facilmente manifeilo quai forti di perfone fogliano altrui prouocaread'
emulatione. concrodacofache tali ftimar Ci debbian quelli, ch i beni,c
habbiam già decco,oalcri fo- if miglian ti poiTeggono . & cofi facci
beni fono la fortezza, la fapic ua x 1 magjftrati, 0 vero i principati :
potendo quei, ch'in tal gra- do di JL Secondo libro . / j ? do
di principato fono, giouarc, Se far bcncfitio a molti . «Se oltr* di
queito gl Imperatori degli eUcrciti, gli Oratori eloquenti , Se tutti
quelli iu (omnia , c han potere, & autorità di quel , clic pu- 17
rchor fi e detto, del fargiouamenro altrui . Son medefi mani en- te atti
ad efTerc emulati quelli, i quali han molti, che detiderano,. 1 8 cV cerca
d'alTbmigliarfi loro . Se quelli ancora,c'han molti, 1 qua li fon
defiderofi d'cllcr da lor famitiar.mciuexonofciuti,o cTefirre 1 9 amici
loro, Se quelli parimente, che ibn da molti ammirati : fi co me quelli
ancora, i quali ammirati fon da quei , che s'inducono 10 ad emulargli .
Prouocaxe ad emulation fogliono ancor coloro , in lode, Se celcbration de
i quali hanno o Poeti, o Oratori, o al- tri fcrittori fcritro% Coli fatti
lonoadunque gli oggetti dcll'emu- x x latione. Se i contrari) lor fon
quelli,chc non emulare, ma più io ilo difprczzar fogliamo^ elTendo
all'emula tion contrario il di- 11 fprezzamento, Se l'emulare al difprezzare>&:
tenere in nulla. Per- laqualcofa c neccfIario-,che coloro, i quali nella
maniera già det- ta difpoiti, 8c atti fi truouano ad emulale alcuno, o
vero ad eflc- ic emulati, fian confeguerrtcmcntc difprczzatori di coloro,
nei quali fi truoui quella fottedi mali, che iìan contrarij a quella
for 13 tedi beni, che fono atti a generare emulatione. Onde fpefic
vol- te foglion diftfregiarc, Se tenere a vii coloro, che fortunati
fono, quando fenza alcun di quei beni , c honore, & reputatione
im- 14 portano, fi truoua quella buona fortuna loro. Habóiam
duribitte fin qui di quelle cole , Se di quei modi detto , onde eccitare ,
Se ammorzar fi poflbno quelli affetti, &paflìoni humane, e han. 1
y da. feruire a perfuadere, Se far fede . Segue che doppo qucfto diciamo
al prefentequai cornami fo- glion fecondo gli affetti, Se fecondo gli
habiti dell'animo , Se fecon- do lediuerfeetà, & fortu- ne de gli
huomini di- uer fa mente ac- calcare Capo /// 1 *DeHa
'Retorica d % ArtttotclzJ (apo 12. 'Della GiouineX&a , &
condì- fiorii di quella . Ntendo io per paflìoni, Se alfcrti
dell'animo l'ira f la cupidità, ìk gli altri limili a qucfti, de i quali
già di (opra ragionato riabbiamo . Per habiti incendo poi le virtù,
Se li viti; ; Se di cotali habiri fi è pari- 3 r"^ i iT^ 'i mente
trattato prima, 6c iniieracmcnte fi è dichia- rato quai cofe fecondo
cialchcdun di detti habiti, fogliano gli 4 huomini eleggere operare. L'età
poi s in tencion principale $ mcn te eflcr la Giouinczza, la Virilità, Se
la Vecchiezza. Fortu« ne chiamo io poi la nobiltà, le ricchezze,
lapotcntia,& i lor con crarij : Se la profpcrità finalmente della
fortuna, Se l'auuerfirà di 4 quella. Son dunque i Gioueni, quanto ai
cottumi appartiene, molto vehementi nelle lor cupidità, Se come che paia
lor d'eli e- 7 re a ciò potenti, fi mettono a fare ogni opra per
confeguirle . Et irà tinte le cupidità corporee, o ver leniuali , di
quelle malli ina- mente fon volontier feguaci, che fon compagne di lafciua
venc- 5 re , nelle quali fon fuor di modo incontinenti . Son parimente nelle
lor voglie, & cupidità facilmente fottopofti alla mutano- ne* Se torto
diuengon fatij, Se faftidiofi di quel,che prima appe- 5 riuano. Sono i lor
defiderij molto intenfi, ma poco durabili, Se i o pretto partano : eflèndo
i lor voleri, Se li loro appetiti , acuti ma non tenaci, o potenti, nella
guifa che fi veggono eflèr ne gli infec li mi la ietc,& la fame . Sono
oltra di qucfto i gioueni iracondi per natura, & acuta, sfottile e
Tiraloro, &fenza molto penfarui fopra, fon pronti a feguir l'impeto di
quella : come quelli , che ftar non potendo incontra all'ira, vinti lempre
da quella riman- 1 1 gono . conciofiacofa che per la grande (lima , che
fanno deiTer reputati, Se dellhonor loro, non pollano in modo alcun
foppor tar d'erter difprczzati,o tenuti a vile ; ma grandemente fi
fdegna- no ogni volta, che punto s'accorpano, che fia fatta loro
ingiuria. 13 Sono ancor per querto arabitiofi, &auidi d'honorei
gioueni, o vogliam dir più torto contcntiofi, Se auidi di vincere : emendo
la giouinczza molto cupida d eccedere, ne altro e il vincer, ch'vn 1
4 certo eccedere • Onde d'ambedue quefte cofe, cioè dell
honore, &dcl Jl Secondo lìhro . Q? / / > \ & del
vinccrc,fono eglino molto più amatorijchc non fono ama tori de i danari ,
dal dcfiderio de i quali molto poco fon mol dia- ti, per non hauere ancor
prouato,6V efpcrimeniato la potiertà,e'I i j bilogno: fi come ben mollra
Se accennala breue, & acuta rifpofta 16 diPutacoad Amfiarao. Sono
oltra di quello i gioueni non ma» litiofi,doppij, o maligni, ma più torto
fcmpljcj, aperti, cV liberi > come q,uclli, che non hanno ancor
conofciute,& prouate le frau 17 di, & l'aftiuicdcl mondo. Et
parimente Tacili fono a credere, & a dar fedea quello, che lui detto
loro ; non elTcndo flati per la lor xS breue età molte volte ingannati.
Sogliono appretto di quello i gioueni clfer facili a fpcrar bene .
pcrciochc non altrimenti eglin fon caldi per caufa della natura loro
(Iella, che fi licn caldi cola- li ro, che s'empion di fouerchio vino .
Oltra ch'aiuta ancor la lo- ro fperanza il non hauere ancora in molte cofe
prouato,& vedu- to to riufeir lor vani i difcgni,& Jc fpcranze
loro , Etoltra ciò i gio- ueni per il più viuono a fperanza, Se dietro a
quella menano i lor anni : conciofiacpfa che la fperanza riguardi il
futuro , fi come la memoria il pallàto :& ne i gioueni il tempo, c
hàda venìre,c lu- go aliai, & quel, ch e in lor già panato è breue,-
potendo nel prin eipio della fua età l huomo ricordarfi quafi di
nulla,&: fpcrarqua ai fi il tutto. Et quello ancor parimentec caufa,
ch'i gioueni han fempre efpoflia facilmente eflere ingannati, per clfer (
com'hò 11 detto) a pigliare fperanza facili . Più forti ancora, cV più
animo- li fono gli huomini nella giouinezza, che nell'altre età :
come quelli, ch'ageuolmentc s acccndon d ira , 8c fempre bene
fpera- no : delle quai due cofe la prima fa non temere, & l'alrra
confida re: conciofiacofache niun, chefiaaflalito dall'ira, tema; &
Io aj fpcrar qualche cofa di bene, generi confidentia. Sono
medefi- mamentc i gioueni dediti naturalmente alla verecondia . 8c
que- llo nafcedal non hauer eglino ancora hanuto cognition
d'altra forte di cofe honefte, & lodeuoli, che di quelle folamente,di
cui A4 fon dalle leggi inftrutti. Sono oltra di quello li gioueni,
magna nimi, come quelli, che non fono ftati ancora abballati, de
humi- liati d'animo dalle miferie, & necdfirà, che porta la vita
huma- 1 j na.01tra che la magnanimità fa,chc l'huomo fi (limi degno di
co fegrandijil che è* proprio di coloro, che pieni di fperaze
fono,co 16 me fono i gioueni. Anrepor fogliono appretto di quello nelle
lor attionirhoncftoaU'vule, come quelli, che viuó più fecondo
l'in- iìitution ftfo \ € DeUa r Retorica d *
Aristotele (litution ne i collii mi fatta, che fecondo'l calcili o della
fuppurt- tione: ne è dubio,che il difcorrere,& fupputar non riguardi 1
vti *7 le,& linflitution della virtù non riguardi l honefto.
Mcdefì- mamentc fo^lion ghhuomini in quella più, thcinqual fi
voglia altra età,elfer vaghi d'haiierc amici, & compagni : come quelli
, che molto godono, & diletto predono del cómun cóuitto,
&del la conuerfarione . Oltraehe non hauendo cominciato
a«coraa mifurar le cole con l 'inrereifo dcll'viile, parimente non
mifuran iS con quello gli amici , ma col diletto (olo . Sogliono ancora in tutti
gli errori, ch'occorra lor mai di fare, errar più tolto nel pjù, che nel
meno, Se più nel molto , che nel poco : Se contra la len tenda di Chilone
ogni cofa fan col troppo : come quelli,che ami 19 troppo , odian troppo ,
Se fomigliantc in tutte l'altre cole . Ol tra che fi perfuadono in vn
certotnodo di fapere ogni cofa, Se c6 vna cerca refoluta certezza
affermano, Se afTerifcono rutto quel , che dicono, il che anchora e caufa,
che gli aiuta a traboccar nel 30 troppo. Le ingiurie, Se 1 offefe, che
fanno i g{rìucni,fon più pre (lo in contumelia, & di 1 pregio, che con
iniquità, Se malitia far-* £X te. Sono oltra quello i gioueni inclinati ad
hauere altrui corti-' patti on e; pcroche tutte le perfonc (limano eglino
virtnofe , Se migliori di quel , che le fono , come quelli , che con h lor
fem- plicità , Se poca malitia mifurano i coftumi , 6c le attion de
gli gli altri : cVper confeguentc gli (limano indegni dei mali,
che 31 yeggan lor patire . Scnton per natura diletto ancor di (lare in
ri- foj Se per quello fon faceti , vrbani , & fcflcuoli ,
Se amici del motteggiare : emendo l'vrbanità vna certa delira,
honefta, Se ben moderata fpetie di contumelia . Coli fatti adunque
(come habbiam detto) fono i coftumi, che porta feco la giouinezza-
**4| Capo \ Jl Secondo libro . j 6 1 fi*po ij. Della
VecchieXzL,a y & delle prò- prieta dt quella . Vecchi poi, Se gli
hormai grani, Se carchi danni, han quali per la maggior parcc cortami, a i
già dee-! ci contrariamente opporli, perciochc hauendo vif il peggio
. pcrciochc fon di contraria di fpofition di fangue, che non fono i
gioucni, clTcndo eflì agghiacciati, & quelli caldi : on- de par, che
la vecchiezza venga in vn certo modo a dare adito, & a far quali la
ftrada alla timidità; non ellcndo altro il timore,chc 13 vn certo
agghiacciamento . Delideroli ancor grandemente, Se auidi della vitafono x
Se maflìmamente quando s'apprettano a i giorni e ftremi: (olendo elTere il
dcfidcrio propriamente delle co- le, che mancano , Se fono allenti ; Se di
quello ,di che l'huomo- maggionnente edefettuofo, Se
hàbifogno,maggiormcntcanco- 14 ra è defidcrofa . Coltume è ancor de i
Vecchi i cilèr Tempre que- ruli, Se lamenteuoli, & Tempre et ogni cola
rammaricarli , quali che non polFan contentarli mai. il che naTce dall'clìer
quella vna l$ lpetiedi pufillanimità. Viuono olerà di quello più fecondo
l'v- tile, che fecondo l honefto> molto più che non conuiene, per
ef- 16 Ter molto amatori di Te medefimi: nè e dubio, che l'vtil non
fia bene in refpctto di fe Hello, Se l honeftonon lìa bene in Tua natu- 17
ra, & allblutamente. Coftumcmedefimamcntecdiquci, che fon nell'età
fenile, l'eller più prefto inuerecondi, che verecondi, concioliacofa che
non tenendo effi il medefimo conto dell'hone ito, che dell vtile,tengon
per conTcguenre poca (Urna dell'opimo 1 8 che s'habbiadi loro Poca
Tperanza Togliono ancor nelle coTe ha uere ; parte per reTperientia, che
gli hanno, rrouandofi per il più nelle coTe Tempre più il mal, eli il bene
; Se accadendo per confc- i$ gucntcgliauuenimcnri dell'humaneattioni in
peggio : Se parte ancor per caufa della timidità, c'habbiam detto elfer
lor familia- xo re . Danno mcdeilmamentc maggior parte della vita Ioroalla
me moria, ch allafperanzarconcioliacoiachc riguardando la fperà- za
il fu turo,. & la memoria il pallàto, picciola parte della lor vita %
1 è quella» che Ila futura, &: grande quella v eh è già palla ta.Ec
que- llo parimente e la caufa, che gli rende loquaci, & gli fa fenza
mi- Cura pigliar diletto di raggionare . peroche nonrellan mai di
rac- contare, &c rirare in lungo le cofencllor tempo accadute, o
ch'e- glino habbian perii pallato fatte : come quelli, che nel
rinnouel Xt larfel e nella memoria, gran diletto,. & gran gu Ito
prendono. Gli Tdegni, i crucci» & l'ire dei vecchi fono acute, Se
fubite,mafner «5 uate, &: fiacche. Se li defiderij, Se le cupidità lot
o, parte fon man care, Se diuenutevanein tutto ; & parte fon fatte
languide Se de M biluatcLa onde non fon molto moleitati dalle fcnfualità
delle cu pidità Jl Secondo libro. 163 pldità,nc indirizzan le
loro attioni,o guidano la lor vira dietro i tj quelle, ma più tofto dietro
ali vtilc, & al guadagno. Onde ven- gon lcpcrfoncdi quella grauc età a
dare apparentia di Tempera- te : pofeiache lecupidità non fi veggon più in
loro dominarcela ucndoeflì totalmente l'animo applicato, & comeferuo
fottopo- x6 fto ali vtile, & all'affetto del danaro. Et da quefto
nafce,chegui danlalor vita più torto con calculato , Se fupputatiuo
difcorlo, ch'à modo dhabito, & di coltume : cllcndo vn cofi fatto
fuppu- tare, & difeorrerc appartenente aU'vtile , & l'operar come
per 17 .coftumc, più alla virtù propornonato . Onde le ingiurie, cV:
Tof fefe loro, portan (eco più prcfto ingiù ftitia, & mahtia, che
con*. 28 tumelia . Son pari mente i vecchi inclinati ancora etti alla
compaf (ione ; ma non già perla caufamedeuma, che fono i
gioueni.pcr ciochenei gioueni nafee quefto da vna certa Immanità , o
voglia dir benigno affetto verfo gli huomini : doue che nei vecchi
na- fcc da imbecillità , facendo ella lot patete , & in vn certo
modo dubitare, che tutti i mali poifono ellcr loro cofi vicini , che
age- uolmente poftonlor ventre addoifo : ti che giàhabbiam detto 2
cócorrerealle caufe della cópaffione. Et da quefto ancor viene, -che li
vecchi fian queruli, & duri, & amari nel conuerfare,&:
no punto atti alla vrbanità,& poco amici del follazzo,&: del rifo:
ef- fendo cofetrà di lor contrarie l'elfer fefteuolc, & 1 elfcr
lamente- 30 uole. Cofi fatti adunque fono i coftumi, & dei gioueni,
& dei 3 1 vecchi . Perlaqual cola folendo communemente tutti
volentie- ri abbracciare, & hauerc accette quelle otationi, che
conofeono accommodate, & conformi ai coftumi loro, &
affettionar- fi a coloro , da cui le vengono, come che a lor firn
ih; non potrà per quel, che fi è detto, efler nafeofto, in che
maniera pollan color, che parlano, ^ parlare in modo , che & elfi ,
& l'o- rationi,& parlamenti loro, pof- fan parer cofi fatti,
cioè li- mili a color, che gli alcol tano. t x ij fa /
6 '4* Della llgtprica d % Aritiotel^j /^Oi Virilità , ^ condttioni di
quella . Vahto poi a color, che fon nell'età virile, & vigoro fa,
può ellèr manifelìo, ch i lor coftumi lìan pofH nel mezo trà quelli (ielle
due età già dette: tollendo via da quei deli'vna, & da quei dell'altra
l'eccedo , de la ioprabbondantia . Non fon dunque effi tali , che
troppo trabocchin nella confidenza, il che è proprio dcll'au dacia , ne
troppo parimente temino : ma neH'vna,& nell'altra di | quelle cofe,
fon difpofti fecondo che fi conuienc . Non fon cre- duli, & facili a
preftare ad ogn'vno vgualmcntc fede : ne dall'al- tra parte han coli
fofpetta la veracità d ogn'vno, che cofa alcuna non credan veTa: ma dalla
verità delle cole ftclfe pendono , & fo- 4 no i guiditi), & gli
allenii loro . Medelìmamcnte quelli di que- lla età non fon ferui dell
auaiitia ; ne ancor fon prodighi , &c dif- fipatori : ma tra quel mezo
caminano, feconefo che le cofe ricer- $ cano.Et nella medefi ma maniera
parimente con mediocrità di- 6 fpofli incorno all'ira, & intorno alle
cupidità fi truouano. Son tcmperati,fcnza che manchi lor la fortezza, Se
fon» forti fenza che lor manchi la temperanza . Le quali due virtù ,
igioueni , & i yecchi s hanno l vna dall'altra fcparatamentc trà di
lor partite,cf /èndoi gioueni forti, ma intemperati, & i vecchi per il
contrario 7 temperati, & timidi . Et per raccogliere il rotto in poche
paro- le, tutte quelle cole, che di buono , & d'vtilc s hanno
lagioui- nezza, & la vecchiezza trà di lor fcparatarnente dillribuitc,
tutte 5 fi truouano infieme nella virilità congiunte. Et tutte quelle
al- tre cofe poi, leqiraii per fouerchio eccello , o defetto
traboccan nel troppo, o nel poco nelle due ellreme età già-dettc,tuttc
ridot te al mediocre, & al comieneuole , lì truouano in quella età
di 5 mezo . Ritien le fue forze nel Ino vigore quella età virile, & le
fi confidcrano in quanto al corpo ,• daU anno uigefimo fino al
trige fimo quinto : ma confidcratcquanro al vigor dell'animo ,
intor- lo no al quadragclìmo nont>,maflimamctcnorifcono.Et tonto
badi hauer detto de i coflumi,& conditioni del la giouinczza,&
della vecchiezza, & dell'età vigorofa, che nel ruezo di quelle è poda
. Jl Secondo libro . ì6j fapo if. Della nobiltà, condizioni
, proprietà di quella . V^ug^ Ecve al prefente, che noi diciamo
intorno aTij^È^!^^ della fortuna, quali, & quanti di quelli fiano atti
a variare i coltami de gli huomini, Se quali cofi
fatti coilumiaccafchino . Etcominciandodalla nobil- tà, coitumc
primieramente è di quella l eder chi la poifiede dedito molto ali
ambinone, Se a tenere in ogni cola c&- S | to dellhonore . pcrciochc
pare, che ordinariamente tutte le perfone » quando conofeono di polXeder
qualche cofa, che piac- cia loro, fogliari tempre porre ftudio
d'accrefcerla , & d'accumu- larle fopra : ne altro e in chi 11 lìa la
nobiltà , che honoranza , Se c 4 fplcndor d'honore de i fuoi maggiori . Sogliono
i nobili ellcr di- Iprczzatori d'ogn'vno; Se maiTì inamente di quei, che
fon fimi li a i lor maggiori . conciofiacofa che li medefimi honori
fogliano apparir più fplendidi, Se più gloriofì, quando Ci truouan per
lun- go fpatio di tépo già fatti da noi lontani, che fe vicini in tempo,
o 5 prefenti fono.Cófilte l'elfcr nobile nella virtù principalmente
del 6 la (tirpe, Se della fameglia : ma la generofità condite in non
vfei- 7 re, o tralignar dalla natura, & virtù dei fuoi maggiori, il
che il 5 più delle volte non fi vcdeaccafcar ne i nobili ; tremandoli
fpeflb S mol ti di loro vili, h umili, Se abbietti d'ani mo . Et pare in
vero» che eli adiuega nelle ftirpi, & fameglic dc'gli huomini vna
certa fertilità , Se abbondanza di ricolto per qualche tempo, fi
come fuole auuenirca i lauoratiui campi della terra alle volte ne i
frut ti loro . perche fe la ftirpe & fchiattad'vna fameglia farà
buona, fi vedran per qualche campo vfeir di lei perfone in virtù
eccellenti. & di poi all'incontro parrà , che come (tanca , Se quali
sfruttata 5 di tai perfone, rem" per qualche tempo di parturirne. Et
in coti fatti tralignamcnti di fangui, Se di ftirpi, loglion le fa m eglie
d'a- cuto intelletto, Se di fottile fpiriro,& fottile ingegno,
degenera- re, Se tralignare in perfone di coftumi adulti, melancholici>
Se fu riofi-, come fi vede elTer quelli, che fon difeefi da Alcibiade;
& io quei parimente, che dal primo Dioniùo per fangue deriuano .
Et le fameghe dall'altra parte, che fon di quieti, manfucti, Se
graui co (lumi « / 66 ^Detta r R^torica d*Arittotek^> co ftu
mi, tralignar foglion finalmente in perfone inerti, digrof- fo intelletto,
& quali ftolide, Se infenfate, come fi veggono elfer quelli,
chedaCimonc, da Pericle, & da Socrate difeeh fono, (aj?o 16. De i
cofiumi , & proprietà de i 'Ricchi . Vai maniere poi di cottumi
foglian feguitare, Se ac compagnar le ricchezze ftando etti, aperto può
cia- fchedun facilmente conolcere. pcrochc foglion pri mieramentc 1 ricchi
elfer contumeliofi , Se oltrag- giofi, & oltra ciò fattoli, &
fupetbi : facendo in effi coli fatte difpofitioni, il polfelfo , & l
abbondantia delle lor ric- 3 chezze . conciofiacofa che clfendo le
ricchezze la ricompenfa, Se quafi il prezzo della ttima,& del valore
di tutte l'altre cole, in mo do, che chi polTìcde le ricchezze , pare che
tutte le cofe compran- do cófcgnir polla -, vengon per quello i ricchi a
difporfi d'animo, 4 non altrimenti, che fe tuttel'altre cofe polTèdano.
Sonopari- mentei ricchi macchiati d'vna certa effeminata molline, &
deli- 5 catuta, & molto fattoli ,& arroganti di fe medefimi. molli
de delicati fono per l educationc delicata nata da i commodi, che 4
portan le ricchezze . arroganti, Se faftofi oftentatori fono, fi perche
foglionocommunementegli huomini volontieri occu- parli, Se confumarc il
tempo intorno a quello, ch'elfi amano, Se 7 che ammirano, & fi ancora
per che lì danno a credere, che tutti gli altri tengano altrui felice per
cagion di quelle ftclfc cofe , che 8 tengonloro. Nè forfè di ragion par,
che in lor nafcaqueftapre- funtione, vedendo elfi, che molti fono, che di
coloro,che polleg 9 gon ricchezze hanno di bi fogno. Il che fu efprclTo
daSimonide Poeta in quel detto, eh egli in proposto de i iapicnti , «Sedei
ric- chi vsòrvipondendo alla domanda fattagli dalla tnogliedi
Hiero ne . concioliacofa che domandato da lei qual delle due cofe fi
do- uelfe come migliore anreporre o l'elfcrricco, o l'clTer
fapiente; rifpofe, cheei vedeua 1 lapiditi raggirarli tutto'1 giorno, Se
(lare 10 allettando alle porte dei ricchi . S aggiugncancoraa
confermar Tarrogantia de i ricchi , il parer loro , che lor fi debba , Se
quafi per ragione appartenga vna certa maggioranza, Se imperio
(opta degli Dig Jl Secondo libro . 167 degli altri :
{limando lord'hauer quelle cofc,Ie quali chi poflìe- 1 1 de, (la degno di
dominare,& di comandare a gli altri . Er per dir breuemete fono le
maniere, Se li coitami de i ricchi quei medesi- mi, che farebber d'vno,
chefuflefortunatOjCV infiemementc ftol 1 1 to.E^ ben vero,che no poca
difFeren ria fi truoua tra i coftumi, che feguon le ricchezze di nuouo
acquillate, Se quelli , chaccompa- gnan Ieanticamcntc poffedute. peroche
tutte le cattiue,c\: biaf. mcuoli conditioni, Se proprietà, che ne i
ricchi fi truouano,mol to peggiori fi fan conolccre in coloro, che fon
fatti di nuouo rie- 13 chi . conciofiacofa chela nouità delle ricchezze
fia quali vna ini- 14 peritia del poflederle, & vna ignorantia dell'
vfo loro. Apprello di quello le ingiurie, Se le orlefe, che £mno i ricchi,
non (ò{;lion nafeer da pura ingiuftitia,& malignità, mapiù tolta o da
Scher- no, Se da contumelia, o vero da inconrinentia, Se da
inrempera- tia : come faria (per eflempio) il dar delle battiture, Se il
far for- za con violentati adulterij . fapo 17. De i coftumi di
coloro, che h ari gran- de autt onta > £f potentia Jopra de gli
altri* de i ben fortunati * Edesimamente li coftumi, che feguon la
poten- tia, l'autorità, Se grandezza di flato fon quah per la maggior
parte man ifelli . conciofiacofa che parte d'efli fian quei medefimi ne i
potenti , che fon ne i ricchi ; Se parte fian migliori, Se più
comportabili, perciochc le pedone potenti, Se di grande (laro tengon ne i
coftu milorpiù conto dell honor, & han più del virile, Se del
grande, che non auuicn nei ricchi . perche dando lor la potentia che
gli hanno facilità di poter far cofe preclare, applicano a quelle
l'ani- mo, & fon cupidi di condurle a fine. Sono ancor più diligenti
, & manco otiofi , pofeiache il pender di conferuar faluo il loro
fta to, gli sforza a dar vigilanti, Se a tener cura Se ftudio intorno
alle cofe, che appartengono alla potentia loro. Mcdefimamentc quel la
grauità, che fi truoua in loro, ha più tofto del venerabile, che del
molcfto, Se fempliceracntc graue ► peroche tendendogli quel la
de- \ / 68 T>eHa Ttgtoried d' sfrittotele^ ladegnità,&
autorità loro riguardcuoli , vengon per quello a j moderare, & a
temperare i modi, Se le maniere loro : non eflen- do altro in vero quella
venerabili tà, ch'vna mitigata , & ben co- 6 porta grauità. Et fc pure
eglino inclinano alle volte a fare ingiu- ria, fon leoffelc, Se le
ingiurie loro, non di cofe leggieri , & di 7 poca importanza, ma di
cofe grandi, Se d'aliai mométo. Quan to alla profperità poi della fortuna,
ritiene ella inlieme quei co- S (lumi, che noi leparatamente riabbiamo
clplicati. peroche tutte quelle, che fon communemente giudicate felicità
di fortuna, pa re, che tendano, Se inclinino, cornea puncipaliflìme parti
loro , 9 a quelli tre (lati d'huomini,ch" vi timamen te habbiam
detti.quan tunque a colmar coli fatta felicità concorrer foglia ancor l
hauer buon numero di ben qualificati figli, Se 1 hauer la pedona
dota- 10 ta di quei beni, che beni dei corpo fi domandano.Sogliono
adun que i ben fortunati più che tutti gli altri, traboccare ecce Ili
uame 11 te in fuperbia ; Se elfcr molto feonlìderati, Se poco
configliatiui> o difcoriìui nelle loro anioni : colpa della confidenza,
che recali lor la profperità della lor fortuna. In vna proprietà
nondime- no, Se in vn coftumc degno di lode , che feguc alla buona
fortu- na a canto, vengono ad eccedere i fortunati , Se qucfto è,
che.fon pij, Se deuori cultori, Se veneratori di Dio, & ripieni di ben
co- pollo affetto verfo la bontà di quello . conciollacofa che
veggen- dofi cfll profperar ne i beni, che dalla fortuna fon dati loro,
facil- mente lì danno a credere, Se fi perfuadono, che ciò adiuenga
lo- ij ro per hauere Dio amico, & bcneuolo. Et fin qui badi
naucr detto de i coftumi, Se proprietà, che feguono alle diuerfe età
del i'huomo ; Se di quelli, che portan feco i varij tlati della fortuna
. 1 \ peroche i coflumi, che feguono a quelli itati , che fon
con- traria quelli , c'habbiamo elpofti , cornea dire al- la poucrtà
, all'auuerfa fortuna , Se ali impo- tenza, Se poca autorità, potranno
ren- derli manifefti con volger ne i y.r;i.»..* f contrari; loro i
luoghi, Se le conditioni , che alfegnate riab- biamo
• C*po jfl Secondo libro . / 6 p (apo ìS. Continitafion delle
cofe dette con quel- le, che shan da dtre nel rejlante di quejìo
fe- condo Libro . Erta co /c e, che l' vfo d'ogni perfuafiuo parlare
riguar g Ha finalmente qualche giuditio, o parer, che nalca in B
colui che ode. peroche per cagion di quelle cofc, che alcun fappia eiTcr
da noi conoiciute, & giudicare feco- 5 do l'animo Tuo, non fa di
bifogno, ch'egli ce ne parli . & qucfto C'habbiam detto auuicne
parimente fc alcuno apprettò d'vn fo- lo,o fuadendo, o diifiiademlo via le
fue parole; come auuicne in color,ch'ammonifcono, o ccrcan di fare ad
alcun fede di qual- che cola : non douendo punto manco (li mar fi colui, a
chi fi par- 4 la, giudice di tai parole per eiTere vno . perche colui in
fiam- ma li può conucneuolmenre (limar giudice dell'altrui
parlare, nel qual fi cerca di far parlando nafeere perfuafionc, o
aiìcnfo, j o vno o più, che cofi fatti fiano. Il medefimo auuicne
ancora, così ncll'opporfi, col parlar nortroa chio litigando,o in
altro modo ci fia auuerfario ; come ancora in parlar fopra qualche 6
prò polla carila, conciofiacofa che ancora in far quello facciadi Difogno
d'vfar la forza delle noftrc parole, & cercar di difeio- ^lier le
cofc, che ci ficn contra, òc contra quelle, come qua- 7 li contri d va©
auuerfario, opporci col parlar noftro . Simil- mente fi può quello
medefimo dire, ch'adiuenga neli'orationi dimofrratiuc venendo noi in quel
genere ancora a contìituir, come quafi giudici coloro, cha modo di
fpcttarori , fi pongo- 5 no ad ascoltarci. Ma pigliando al tutto quella
parola giudice femplicemente, fi dee per giudice propriamente intender
quel- lo, che nelle controuerfie, & caule ciuili, le cofe che fi
dubita- 9 no , & fi propongono , determina con la fua (èli tenda .
concio- fiacofa che de nelle caufc,che fi trattan nel foro giudicialc,
Se in quelle, che fi maneggian nelle confulte, fi cerca in che ma- io
nicra le (licno,& qual detcrmination fi conuenga loro. Ma de i collumr
a ciafeheduna forte di republica accommodari, habbiam già a ballanza detto
pr ima, nel trattar del ncncr dclibc- ratiuo : di maniera che può parer c
homai fia fatto chiaro in che Y manie- *7 o. TteUaT^rtca, d*
Arìftotelt^> maniera, Se con L'aiuto di quai cofe, damo per poter far
le no- 1 1 ftre orationi coturnate. E t perche trouandou in ciafehedun
ge- 1 1 ncr d'oraiioni difhnto, Se appropriato fine, riabbiamo per
tutti i generi,. Se per tutti i finiailegnato loro, proprie, Se accomoda- te
opinioni, propofitioni, Se luoghi, onde fi polla perfuadere,& *3 ^ ar
fede confultando, demoftrando. Se litigando: &: habbia- mo oltra ciò
inoltrato de detcrminato donde, & come formar fi 14 debbian le
orationi, & li parlari coftumati ; reità ch'ai prefen te diciamo di
quelle cofe, che communi fono a tutti li generi di *S caufe, Se tutti i
modi di far fede abbracciano. Commune adun- que a tutti cnecclfario,
chefiail feruirfi del poflì bile, &deH im- poflìbilc, Se il tentar di
mofhar nell'oratione tal'lior che la cofa 1 6 habbia ad elfere, Se tal hor
che la (la fiata t Se oltra di quefto co- mune è ancora a tutti i generi,
delPoratione, il confìderare, Se 17 moftrar la grandezza della cofa :
conciolìacofa che tutti fuaden- do, o difTuadcndo nelle confultationi, Se
lodando» o vituperan- do, Se acculando, o defendendo^vfino, Se tentino di
cftenuarco d'ampliar le cofe, o vogliam dir d'impicciolirle, o
ingrandirle. tS Determinato charem poi quefte cofe, faremo pruoua di
dirqual che cofa degli Enthimemi, Se de gli eflempi confederati
ancora 1$ effi come communi a tutti i generi, accioche-aggiugnendo
poi doppo quefto fé cofa alcuna ne renerà da dirli, poriam por
final- io mente fine a quanto da principio fu da noi propoiìo. Et è da fa- pere,
che delle cofe, c'habbiara già propone come communi, I amplificar,
ch'appartiene alla grandezza, è alquanto più dome- nica, Se accommodata
alle orationi demoftratiuc, come già in al- ir tro luogo fi è detto prima.
La nn tura poi dell' elTer fiato, allegiudiciali è* alquanto più familiare
: riguardando lcfententie dei giudici , maflìmamente le cofe fatte.
Il poflìbil poi, & l haueread elic- le, alle confultatiue caufe
princi- palmente s'accommodano,. Se fi fan domeftici . Jl
Secondo Ulto. ìyj {apo t p. 'Della natura del pofòbile, dell' ejjère fiato,
& dell' hauere ad ejfere, & de i luoghi loro£t della grandeX^a,^
piccolél^a con- fiderate m natura loro . I ry»MK?| Omi sciando
adunque dal potàbile, òV dall'impof- 1 y2^gS£I fibile diremo
primieramente, che fé l'vn de' contra- èo^Sjtì rij farà poffibile ad e il
ere, o a farli, parimente l'altro contrario potrà parer poffibile. cornea
dir (per cileni pio) che fé gli è poffibile all huom farfi fano, gli farà
ancor poffi- | bilcildiuenhe infermo: conciolìacofa che vna medeiìma
for- za, & potentia fia quella di due contrarij, confiderà» come
con- 4 trarij. Parimente fe l vna di più cofe trà di lor fimili
faràpoffibi- 5 le,faranno ancor poffi bili quelle altre fimili. Etfc
poffibil farà vna cofa, che fia più difficile, farà poffibil quella, che
farà più fa- 4 cile. Et ancora teglie poffibile a fard vna-cofa in
modo,chc la fia ornata, bella, & perfetta ; potràmedefimamente farli
femplicc» mente fenza quelle conditioni : perochepiù difficile
(pcrciTcm- pio) a farfi, e vna caia ornata, & bella, eh* vna cafa, che
fia fem- 7 plieemente cafa. Oltra di qucfto di quella cofa, il cui
principio fia poffibile a farfi, farà poffibile il fine ancora : pofeiache
ninna cofa di quelle, che fono imponìbili, può mai farfi, o
cominciare 5 a farfi : come (per eifempio) diremo, che mai non potrà
farfi, ne cominciarti a fare il diametro del quadrato al lato, ouero a la
co- 2 fta di quello, con vna fteifamifura commenfurabilc.
Dall'altra parte ancora di quella cofa il cui fine fia poffibile, farà
poffibile il 10 principio ancora : hauendo tutte le cofe, che fi fanno ,
origine 1 1 dal principio loro . Oltradi qucfto fc di due cofe, quella che
in foftantia, & in natura fua, oucr per via di gencrationc fia
pofte- riore, farà poffibile ad efler fatta, poffibil parimente farà
quella , che e anteriore, & preceder dee. come a dir (per ellempio)
che potendo venire alcuno all'età virile, puòancor venire alla fan- 1
1 ciullezza; douendo per natura quefta età preceder quella.Et
me» defimamentc per il contrario, fc gli e poffibil diuenir fanciullo, poffibile
ancor farà venire all'età matura, elTcndo quella età prin 15 cipio di
quefta. Quelle cofe ancora fi deono ftimar poffibili» Y ij delle ìyf,
*Della c Retorica d 'drìftotele^ delle quali fi truoua per natura amore,
Se cupidità ncH'huomo : peroche perii più nó e chi nmi, o appetilca le
cofe, che fono im- 14 potàbili. Appretto di quello quelle cofe, pollbno
& cllere, Se I j farli, delle quali fi truouano in piedi le feien tic,
& le arti, quel- le cofe medclìmamente pollon da noi ellcr fatte, il
principio del cui edere, & del cui nafeimento dà porto in cole, che o
con for- 1 6 za, o con permasone in poter noftro (ia di valercene. Se tali
fo- no fc o più potenti d'elle, oucr padroni,o amici di quelle
damo. 17 Parimente le le parti d alcune cole laran potàbili, faranno
ancor potàbili li tutti loro. Se all'incontta fevn tutto farà potàbile,
fa- 18 ranno ancor per il più potàbili le parti fue. concioliacofa che
fe far (per esempio) lì pollon le fuola, Se le tomara, parimente
Ci pollon far Te (carpe : Se all'incontra fe lefcarpe far lì
polfono, faranno ancor pombilt a farfi le tomara, & le luola.
Mede/ima- mente fe tutto infamemente il gencr farà cofa podi bile, farà
pof. 10 libile ancora qual lì voglia delle fise fpctic. Se all'incontra fe
pof- II lìbil farà la fpetie, farà ancor potàbile il gcner tuo. come
adir (per cileni pio) che fe potran farli legni da naiiigafrc, potrà
f.irfi la galera ancora j Se potendoli far la g ilcra, potrà ancor farli
vn le- zi gno da nauigare.Ohra di quello le di due cofe, c riabbiano in
lor natura relatione, Se rifpetto di riferimento 1 vna all'airi a, farà
pof libile l'vna,potàbil farà parimente l'altra, come a dir
(pcrcliean- pio) ctiesVna cofa porrà eller, che fia il doppio d vn'altra,
porrà ancor quella eirer la metà, oucroil mezo di quella. 6c
all'incon- tra porendo ciTer quefta la metà di quella ; potrà ancor quella
cC *5 fer di quella il doppio. Parimente fepotàbil farà di farfi vna
co- fa fenza aiuto d'arte, Se lenza diligano*, o preparatione
alcuna, maggiormenre farà potàbile a farli fe vi s aggiugne
l'induftria 14 dclfarte, Se la oMigentia. Onde ben fu detto da Agathone,
che moire cofe li fanno alle voi te a calo; male medefimc facciam
noi a j con l'arte, e con l'induftria, che la nccetàtà ne mollra .
Mcdefi- mamente s'vna cofa può cfl'cr fatta da quei, che fono di mcn
va- lore, & di forza, o di potentia inferiori; mageiormen re
potrà x6 eiler fatta da perfone contrarie alle già dette, li come dille
lfo- crate, parergli cofa graue, fc quello, c haucua imparato Euthi- mo,
non fulle egli badante a poter trouare, Se a poter fapere. 17 Quanto poi
alle cofe impotàbili, chiara cofa è, che da i contrari j luoghi di quelli
chabbiarao adeguaci lì potran comprendere. Per Jl Secondo libro . i
?j 18 Per conofeer poi fc le cofe fiano fiate fatte, o non fiano
fia- te tacce, potiam difcorrere, & eonfiderare, nel modo, eh al
prc- fente diremo. Pnmieramence adunque (e quella cola , che man- co
in Tua natura è atta a farfi> nondimeno è fiata fatta, farà an- cora
Itara fatta quella, che maggiormente in fua natura afar- 19 fi è habile.
Et Ce quello, fi vede fatto, che fuol farli doppo, viene ad elfere ancor
fatto quello, che far fi fuol prima, cornea dir(perellèmpio) che Ce alcun
lì làrà (cordato di qualche cola, 30 l'harà ancora in qualche tempo
imparata, ouer faputa . Medefi- mamentc s alcuno è,chabbia potuto, &
voluto fate vnacofà, flimar lì dee, chei habbia fatta : conciohacofachc
tutti quando potendo fare qualche cofa, voglion parimente farla, lenza
alcun dubio la fanno, per non hauere in tal cafo cofa, che gli
impedi- 41 fca. Il medefimo fi dee dire ancora di chi habbia hauuto la
volo tà di farla, 6c nelfuna cofa eftrinfcca dalla partedi fuora
impedi- 31 tol'habbia. Parimente s*alcuno harà potuto far qualche cofa,5c in
quello Hello tempo farà flato accelo d'ira, ch a farla incitato 33
l'habbia ; fi può affermare, che l'habbia fatta . Et il medefimo s'ha da
dire di chi habbia potuto far qualche Cofa, & habbia in- fiememéte
hauuto qualche cupidi ù, di in fligato velhabbia. perciochc per il più
coloro, c 'han poter di far cofa,della qual fia- 34 no defiderofi, &
cupidi, la foglion fare, a ciò induccndogli,fe cattiui, &vitiofi fono,
la loro incontinentia, & le fon virtuofi» J5 l honcllà, & bontà
dei defiderij loro. Oltra di quello s alcuno era in vltima preparatone
totalmente in punto, 8c in ordin per fare alcuna cofa, fi dee filmare, che
l'habbia finalmente fatta: 36 efTendo verifimil, che colui, che Ila già
del tutto parato a fare v- na cofa, in modo, che nulla gli manchi per
efeguirla, laefegui- 37 fca, 3c la faccia per ogni modo . Mcdcfimamctefe
fi veggon fat- te tutte quelle cofe, che foglion per natura precedere,
&c andare innanzi a qualch'alrra cofa, ouer per caufa di quella fono,
fi può 3 8 (limar, che quella tal cofa fia fatta ancora, com a dire, che
Ce farà 35? balenato, fi potrà dir parimente, che fia tonato.
cVs'alcunoha- ràaifalito, o fatto forza, o attentato di far la cofa,
potremo ere- 40 der, che l'habbia fatta. 8c dall'altra parte ancora Ce lì
veggon fat- te tutte quelle cofe, che foglion per natura feguire, &c
andar die- tro a qualch altra cofa, o per caufa delle quali quella tal
cofa fia; fi dee (limar, che fia ancor fatta quella tal cofa, che di
natura và loro ijjf. ^Della r B^torìca dlArìSlotelz^j 41 loro
innanzi, o per caufadi quelle ha l'elfcrfuo. come a dir, che 41 fc gli e
tonato, bifogna, che ha balenato : Se s'alcu no harà dato effetto al tal
delitto, o alla tale ingiuria; fi potrà ancor credere 45 c'habbia prima
attentato, alTalito, Se fatto forza di farla. Et di tutti quelli, che come
luoghi habbiamo allignati , alcuni fon ncceilarij, Se ch'infcrifeono,
&" concludono di neceflìtà ; Se al- cuni fon più rollo
verifimiii; Se han la forza loro per il più,cVper 44 la maggior parte.
Quanto poi al poter inoltrar non effer la cola Hata fatta, potrà ciò clfer
noto dai luoghi contrari; a quelli, ch'a 41 moftrar chelafia Hata fatta,
alfcgnati habbiamo . Et da quelli medefimamente potrà diuenir manifefto
quanto occorre intor- 46 no al moftrar, c'habbia la cofa ad clTère.
percioche quelle cofe, che fono in poter di chi voglia farle, fi douerà
ftimar, c'habbiam 47 da ellerc in ogni modo. Mcdelìmamente fe con ira,o
con in ten- ia cupidità, o con rifoluco difeorfo di ragione, ch'in ftighi
a fare vna cofa, farà congiunto il potere ancora ; fi douerà
crcder,ch'el- 48 lafia per elici e, ouer per farli. Et perla medefima
quali ragione, le vedremo, ch'vna cofa ftiagiàgià in procinto, &
inordin per fai fi, o per clfcre, potiamo affermar ch'ella fia per haucre
effetto : 45? pofeiache per il più fogliono effettuar/i più tolto quelle
cofe,che fon parate, & polle in punto, Se inordin perfarfi, che
quelle, che co tal preparation non hanno. Olerà di quello fe fi veggon già
in cf fer quelle cofe, che foglion per natura precedere, & venire
in- nanzi a qualch'altra cola, debbimi credetene quella ancora
hab biada cllcre. come a dir, che fe il Cielo farà coperto di
nuuole, 51 potrà verilìmilmenteafpettarlì, che la pioggia venga.
Parimen- te fe fatta farà quella cola,laqual per cagion d'vnaltra fi fuole
or- dinariamente fare, vcrilìmil ria, che quell'altra ancora habbia
da effettuarli come a dir, che fe fatti fatano i fondamenti d'vna
ca- j 1 fa, verifimilmc te ancor fi fat à la cala. Quan to poi alla
grandez- za, Se alla piccolezza dellccofc, Se aU'efler quelle, o maggiori,
o minori, o finalmente grandi ,0 picciolc, può quello renderli 53
manifcfto per le cofe, che già habbiam dette innanzi . peroche nel trattar
noi dilopra delle cofe appartenenti alle confufte, Se al gencr
dcliberatiuo, fu da noi trartaro della grandezza dei beni; Se infienie
dcll'cirer maggiore, Se dell'efièr minore, fcmpliccmc- 54 te in fe
confiderati. Per laqual cofa elfendo in ciafehedun gencr di caule propoli
o per fin qualche bene, come a dir l' vtile, 1 bone- tto, e'1 Jl
Secondo libro . / 7 j $ $ do, c'1 giudo, può efTer manifedo, ch'a tutti li
detti generi, per l'araplincatione, che lor bifogni fare, pollon fcruir
lccofe, che j6 quiuida noi furori dctte.Onde tutto quello, choltra a
quel,ch'ap partiene a i detti generi, di più fi confideradc, 6c diceflè
della gra dezza, de dell'eccedere, confiderati in fefempliccmente,
fareb- 57 befouerchiamente, & fenza bilògno detto . conciolìacofa
che nelle facultà,chan da eder porte ncll'vfb,& nell'attioni,più
prò- prie fieno le confiderationi applicate alle cofe particolari,
che quelle, che fi fanno fernpliccrnentc intorno alla natura
dcll'vni- |S ucrfalc. Quanto apparticneadunque a veder, fe le cofe fon
po£ fibili, o imponìbili, & fc le fon fatte, o non fatte, Se le
l'hanno da edere, o non han da edere, Se quanto parimente
appartiene alla grandezza, & piccolezza delle cole, può badar, quanto
ha qui li è detto * (apo 20* Dell' Jffimpio, 0 vero Induritoti
reto- rica> & delle Jpetie Jue, lor condit ioni, & del
modo dyjarle^ collocarle nell'oratione. Està che diciamo di quelle pruouc,
Se vie di far fede, che fon communi a tutti li generi di
caufe; pofeiache già detto habbiam di quelle, che fono, o all'vno, o
all'altro genere appropriate. Sono le communi pruouc* & vie di far
fede, generalmente 3 due, l'edcmpio, &rEnthimema. percioche quanto
alla fenten- 4 tias'hadadimar, che la fia parte dell'Enthimema. Direm
dun- que primieramente dcirElIempio : edendo l'edcmpio fimilc al- j
l'induttionc, la quale ha ragion di principio,. & di precedentia 6
nell'argomentare* Di due fpetie adunque fi foglion trouar gli 7 edempi.
l'vna fpetie s'intende elfer,quando fi predono, &c sad- ducon
neli'edèmpio cofe, che veramente fonafbtc, 8c li doma- 8 da propriamente
edempio . L'alrra fpetie s'intende poi eller quando noi dedì fìngiamo, Se
neHimmaginauon trouiamo le 9 cofe, che neiredempio addur vegliarne* Et
cotale fpetie hà due parti, o vero è di due maniere, l'vna fi domanda
parabola, oucr 10 Similitudine : & l'altra fi chiama Apologo, ovogliam
noi dir fauola : come fon (per edempio) quelle d Efopo, & quelle,
che fi foglion, / ? 6 *DelIa Tlgtortca d' Àrìftotelc^> li fi
foglion chiamar le fauolc AtFricane. L elfcmpioadunqucche propriamente fi
domanda esempio, farebbe vn cosi fatto, co- me te noi diceflUmo eller ben
di far prouifionc, & apparato per opporfi contra'l Rè de i Pcrfi,
& non lafciare in modo alcuno, il ch'egli occupi, de Ci faccia padron
dell Egitto, percioche Dario non prima limette apalTar con reilercito in
Grecia, ch'egli ha- uclTe occupato 1 Egitto ; il che fatto, fi motte
fubito ad ailàlir la Grecia, parimente di nuouo Serfe non prima fece il
medefimo palleggio, che quella fìeilà Prouincia hauefl'e foggiogato, &
fog- giogara che l'hebbe pafsò ancora egli con le fue forze in
Grecia 1 3 onde al prefente ancora fe a quclìo Rè vien fatto
aimpadronirfi dell Egitto, fubito poi artalirà la Grecia: & per quello
non fi dee 14 permettere , eh* egli fenimpadronifea. Le fimilitudini poi,
le 15 quali per la frequentia, che tencua Socrate neH'vfod'cfie, So- lò
cratichc fi foglion dire, farebber, come fe (per efiempio) alcun dicefle
non eilcr ben fatto l'clcggere,o crearci magi (Irati a forte. 17
conciofiacofa che il far quello farebbe limile a punto, come fe alcun
volendo elegger giocatori di pugna, o di lotta, non pren- deilc quelli,
che più robufti, & più atti, & potenti fusero a tai 18 contefc,ma
quelli, che ne delTe la pura forte : ofe tra tutti quei, che fi trouaflcro
in vna nane, fi ponetfc in forte l elcttion del Nocchiero, o Gouernator di
quella : come ch'a gouernar Pha- ueiTe, non chi meglio hauefiè di ciò la
peritia, Se l'arte, ma chi 19 dalla cafual forte prò pollo fulle. Apologo,
& fauolapoi s'hà da inrendere elTer qual fu quella, ch'vsò già
Stcfichoro con tra di Falare, & quella parimente, di cui fi fcruì
Efopo nella difenlìon xo il' vn concitai or del popolo. Stefichoro adunque
vedendo che gl'Imerenlì haucuano eletto Falare per Capitan generale con
fu- jjtcraa potcftà, 8c confultauano oltra ciò, di concedergli
guardia di foldari per la fua pedona, fra l'altre cole, ch'egli a
diilliadcr qucfto dille, vsò ancora il prefenre apologo, o ver fauola,
dicen- 11 doloro, eli 'vnCauallo fi trouaua già in vno ampio prato, de
io? 10 tutto lo godcua,& lo polledeua.mil foprauenendo vn Ceruio, &
cu 1 aneto, difhirbando, & imbruttando tutto quel pafcolo , 11 Cai
ilio defidcrofo di vendicarti contra del ceruio, domandò configli o da vn
huomo, s'egli ordine con ofccllc alcuno da pote- re egli con lui infieme
galligarc, & punir quel ceruio. A che ri- fpoic l'huomo, ch'a ciò gli
baftarebbe ianimo, quando elio ca- Jl Secondo libro. 777 «allo
prendclTe nella bocca vn freno, o vero vn morfo, Se egli fopra di lui
falilfe, de con nafta, over lancia in mano, conerà del ccruio andante.
Piacque il difegno al cauallo, Se accettato ilmor- fo,& fotopoftofi al
caualcar deirhuomo,in cambio di vendicarli : contradel ccruio, rimafe
foctopofto, Se in potere Se fcruitù dcl- * 2.1 rhuomo. Così voi Imerenlì
(dicea Stclìchoro) guardate , che mentre che volete, Se cercate di
vendicarui contra dei voftri nemici, non veniate a patire, Se a prouar
quel, che patì quel Ca- uallo.concioliacofachegia vi r toniate hauereil
morfo in bocca, hauendo fatto Palare con tanta autorità Capitano, Se
Imperator voltro : onde fe concedendogli ancor la guardia della fua
perfo- na, ve lolafciarete in quella guifa falire addollb,
nonèdubio»' che perduta la libertà volìra, da recargli lerui, óc l'oggetti
non i. 13 riabbiate. Efopo parimente hauendo prefo a difendere in
Samo vn potente Cittadino, vfurpator delle loftantie publiche, Se per
t tal caul'a acculato, Se polio in pcricol d'cllcr condonato a
morte; 14 dirte trai altre cole in difenfion di lui, che vna Volpe
gia,volcn« do paflare vn fiume, era caduta in vn follo, Se non potendo
per la cupezza di quello vfeirne, era (lata quiui tutta afflitta
affai buon tempo con grande incomodo, & difàgio fuo. Se trà gli
al- tri mali fc le eran col morfo appiccati addollb molti tafanelli,
o \cfpe canine, che glivogliam chiamare. Eceflcndo ftata acafo villa
da vn Riccio, o ver da vno Hiftrice, che quiui errando an- daua j com
mollo a pietà di lei, la domandò s'ella lì contentaua , ch'egli le
leiiallc da dolio quei tafanelli, il che elTendogli da lei negato,&
domandandola egli per qual cagione la non lene con- i£ tentalTe, ella così
gli nfpofc. Quelli animaletti hormai fon quali pieni, & fatij
dellanguc mio, Se poco più horamai nefugono. Qfr doue che fe tu
cacciandogli mi libererai da quelli, verran (libito degli altri tutti
affamati, Se finiran di fucchiar tutto lauanzo del 15 fanguechc mi
èrimafto. In quello raedefimo modo o Cittadi- ni di Samo (diceua Efopo)
collusene voi cercate di gal^gar', fro- llandoli già fatto ricco, non vi
fa quafipiù danno alcuno, ina fe voi condennandolo a morte, ve lo leuaretc
via dinanzi, non ma- chcran di fucceder de gli altri in luogo fuo,poueri,
Se bifognoli, li quali vfurpando, Se furando, non refteran di confumar
quel , t6 ch'ancora reità delle follantie publiche. Mora così farri
apologi, ouerfauolc, fon molto accommodatc aquella forte d'orationi
, Z che jyg 'Della Teorica d 'ÀrìUotelt^ 27 che fi Tanno alla
moltitudine. & han quello di bene, chedoue chegliè cola difficile il
trouar cali, & fatti veramente accaduti, clic fien limili a quello,
che inoltrar vogliamo j il trouar così far- 28 te fauole, non c difficile
: eiTendo in poter noftro il fingerle, & formarle ad immaginatiooe, fi
come le parabole, ouer lefimili- 25 tudiniancora : purchel'huomo fiahabile
a fapercauuertire, & conofeer la fomiglianza, che fi truoua tra le
cofe. Il che potrà 30 rendere in gran parte facile, l'aiuto della
Filologìa. Son dunque 31 affai facili a poterne diuenir copiofe, le
fauole. ma nelle con- fulte fon più vtili gli eflempi, che proecdon
conlecofc dette, 32 veramente accadute: pofeiache per il più lecofe, che
vengon poi, fon fimili a quelle, che nel paflato fono auucnute prima
• 33 Quantoallvlo dcircifempio poi,a!hor farà bifogno all Oraro- re d
vfargli clTcmpi in luogo di demoftrationi,& d'Enthimemi, 34 quado nó
harà Enthimemi. ma quado nó gli raacarano Enthi- memi douerà vfar gli
efTcmpi,quafi in luogo di tcmmonij,ponc« 33 dogli peraggiuta,&
cófermationedoppo gli Enthimemi. Percio- chegli elfcmpi porti innanzi a
gli Enthimemi diuengon fimili a 36 vna induttione: ne è dubio, che
linduttione all'orati oni ora- 37 torie non fia punto propria, & vrile
fenon molto dr rado, ma fe fi pofpongono, vengono a renderli fimili a
temmonij, li qua- li inoqni luoj;o,che fi truouino , fono vtili, &
badanti a far 35 fede. Et per quello ènecellàrio a colui, eh antepone gli
clldn- pi agli Enthimemi , il porne, & 1 acidume molti : douc che
a chi gli pofpone, & pon doppo, balla, fenon più, daddur- 3
ne,& di porne vn folo : pcrochc vn fol te (limonio- degno di fede è
badante, 6V vrile a prouare* 40 Quante fperic adunque d'eikmpi
lic- no,& in che maniera Se quando s'habbian da trat ta r e,
& da porre in vfo, riabbia- mo a ba danza fin qui
ve- duto. Jl Secondo libro. j 2)^& Sententie oratorie ,
f^*// ///tf* / & per falute della propria patria : over s'vno altro
volen- do dare animo di combattere a quelli, eh in minornumero dei 45
nemici fulleio> dicefle, che Marrec cpmmune. o fe parimente qualch'aluo
fulTe, che volendoci efortarca cor la vita a i figl^chc iien reftati d
vno, che fia (lato vccifo da noi ; per inoltrai ci , che tal cola non fia
per eilereingiuflamente fatta , dicelle> lìolco,& lenza intelletto
e colui, c'hauendo vccifo il padre, lafcia i figli re- 44 ftareinvita.
Appretto di quelìo alcuni prouerbij (ono, che fen- ten tic (limar fi deono
,* cornee quel trito prouerbio, Foreftiero 45 in Athenc. Conuieneancora
alle volte, Se e lecito dir 'fen. lentie pppofte, & contrarie a
quelle, che già per innanzi diuulgate,& fa mofe fieno. & per
famofe, & diuulgate le intendo io, come è (pei efìempio) quella,
Cognolcc teflello> & quell'altra, Nell'una 46 cola vuole eller troppa.
Étalhora (penalmente fi dee, & Ci pup far quefto, quando (i vien con
quefto a porcr dare apparcntia di 47 maggior virtù, & di miglior
coftumc, o ver quando trouandofi colui, che parla grandemente conturbato,
manda fuor le parole 48 concitare da qualche grauc affetto . In calo di
pertuibation d'af- fetto farebbe (per eifempio) s alcuno frollandoli tutto
infiamma to d'ira, dicelle cfler fallò, & non ragioneuolmcntc detto ,
che biibgni conofeer fe medefimo : percioche fccoftui hauclfc
ben conofeiuto fe Hello, non fi farebbe giambi llimato degno
d'efler 49 Conduttiero, & Imperaror di quello cirprcuo. In cafo poi
di dareapparentia di miglior collume, farebbe ( per eifempio) s
al- cun diccire, che non con ui erre aruar, fecondo che dicono,
come fes'hauefle doppo ad odiare ; ma più rollo per il contralio
con- uicne odiare,come fe a qualche terupo dappoi s haiieUe ad ama che in
neiftina cola (ha bene il trop- po, Jl Secondo libro .
ifj po,cociofiacofachegli fruomini federati fi dcbbian fuor di mo- J5
eia odiare, Recan veramente le fenreniic molte vii] tra non pic- $6 ciolc
all'oratione . L'vna prende occafionc,& fomento dali'mi- J7
petfettione, Se \ anità de gli afcoltatori . percioche quando fen- con,
ch'alcuno in dir cjualchecofa in vniuerfale,li rincontri apu to con la
(leda opinione, ch'elfi n haueuan prima in particolare, jS godono, &
guftano in ciòdilctto. ma meglio quel, eh io dico potrà capirli, Se
renderli manifefto, quclto modo : & io fieni eme- te potrà farli
chiaro in che maniera s'habbian da crollare, & da }9 procacciar le
fententic Già fu da noi neldimnir di (opra la (crf- tentia detto, eller
quella vn proferimento,© alic i i mento, o cn m ciationc, chela vogliam
chiamare, fatta di qualche cofi in gene- ro rale r ondccoloro, che hanno
prima generato nell'animoopi- nion di qualche cofa in particolare, quando
poi Icnton confor- marli con quella tale loro opinione, quel, cheli
proferi fcc in vni 61 uerfalc ; prendono in ciò piacere, cornea dir (pei
elìèmpio) che salcun farà, c habbia incomporrabiIi,& pcllìmi Vicini
appretto; o vero fcelerari , Se viriofi figli ; accerrerà, & approuerà
per ra- gioneuolmente detto, s'ad alain fentirà dire in vniuerfale,
non eltcr la più moietta, & noiofa cofa, chel'haiier vicini : o ver
che non può 1 huom far cofa più (tolta , che cercar d hauer figliuoli
. 61 La onde fa di meitieri di procurar di conofecre, Se far
conicttura prima, &: fàper in fornma, quali fieno i pareri , & le
opinion de gli afcoltatori, & di poi con la fentenria adherire a
quelle, com- 6$ prendendolcin vniuerlale. Et quella» c'habbiam detta è vna
del- 6+ Letalità, che reca l'vfo delle fen renne. Vnalrraven'è' poi , Se
di maggior momento, & è, chele feruono a firl oration coltnnn- 6$
ta. tic alhor fi dee dire, chel oratione habbia collii mc,quando in> 66
elfi appari elettione , c'1 voler di colui, che parla, il
chetimele fenrentic fnno ; comequelle nellequali, colui,chcrvfa Se le
prò ferifee, altèrifcein vniuerfale quel, ch'egli ftima intorno
aqual- 6j che cofa theibile. Laondefe buone, Se honeftefiiran le
fentcn- ciefaran confeguenremente buono, & virtuofo apparir colui
, *S chele proferifee Della fententia adunque per conofeer che cola
ella fia, Se quante fpeiie di quella fiano, Se in quale occalione , Se
tempo fi debbiano vfare, Se quali vulirà finalmente rechino, può
ba- llar quanto fin qui fi è detto ► / S 4. TteRa 'Retorica d*
Arìttotdc^ (apo 22. TV gli Gnthimemiì & de i precetti necejfarij
all'vfi di quelli . Et quali fi ano gli ènthimemi puri prouatiui , £f
quali gli re- darguitimi & reprobami . I - leieciie loro .
concionacela che queite due conli- 3 derationi fiano tra di lor diuerfe.
Che l'Enthimema adunque fia vna certa forte di ullogifmo, già habbiam noi
detto prima, de pa 4 rimente di che maniera fiafillogifmo, & in che
cola dai iiliogif- 5 mi dialettici differifea. Pcrcioche in quefto da eflì
è diuerfo, che non bifogna nell Enthimema raccoglier lecóclufioni da
premei fc molto con la lor vniuerfalità remote : nè manco bifogna
prcn- 6 der tutte le cofe, a raccoglier con concluiìonc. pofeiache la pri- ma
di quefte due cofe con la troppa diftantia renderebbe la pruo 7 ua ofeura
: & l'altra darebbe apparentia di fuperrìuità, & di gar- rulità ,
raccogliendo, & fillogizando cofe totalmente manifelte» 8 ¬e.
Et quefta fi dee iti mare cAcr la cagione, che con mag- gior facilità,
perfuadono alla moltitudine coloro, che fon poco periti , & di
pocaerudirione ; che non fan gli eruditi, c i periti . $ come ben moftran
di conofeere i Poeti, facendo appreflb la mol- titudine parlare
gl'imperiti, & poco eruditi, piùgratiofamentc, 10 &
piùattrahibilracntc. concioiìacofa che i dotti , & gli erudiri nelle
pruoue loro procedano con caufe communi, & per vniuer- I I falità
remore : douechc gl'imperiti procedon con le cole, ch'in particolar fon
lor note, &c che più propinque, Seal fenfo (kclTo 11 più pronte fono .
Per laqual cofa non li deon formare, «Scdedur gli Enrhimemi da tutte le
propolìtioni , ch'in qual fi voglia mo- do pollono a qualunque fi lia
parer vere •> ma da quelle , che pof- 1 * fono a determinate perfone
parer tali ; come a dire a gli afcoltato 1 4 ri , c hanno da giudicare , o
vero a tutti , o alla maggior parte di quelli, il giuditio dei quali
fiaapprouato, &c (limato da gli ftefli , } giudici^ Ji Secondo
lihró . igy l $ giudici, o dalla maggior parte d'elfi . Parimente non fi
dee rac- cogliere, 3c concluderne gli Enthimcmi (blamente da
premefle necclFane, ma ancor da quelle, che fon vere per il più, over per
: 16 la maggior parte. Horquanto alle communi auuertcntic , che s'han
d'hauere intorno aìl'cnthimema vniucrlàlmentc confiderà 17 to,
primieramente s'hadauuertire, che di qual fi voglia colà, di cui s'habbia
da dire, de da fillogizare, o con lillogifmo di ma- teria ciuilc, o con
qual fi voglia altro, fa neccllariamenre di me- ftieri,chc fi pofl'eggan
per note, o tutte, o almeno alcune di quel x 8 le cofe, ch'in efiTa li
truoiiino, & d'cllà ii verifichino . pcroche fé nota alcuna di quelle
cofe non ti tìa, non barai confeguentemert te donde tu polla di quella tal
cola raccogliere, Oc dedurre con* 19 clulioneaLuna . Voglio dir (per
eficmpio) come potrem noi dar confìglioagli A theniefi fc dcbbiam pigliare
,0 non pigliare a far la tal guerra , non hauendo noi prima notitia delle
forze loro , 6c delle militie loro ? come a dir (e le fon marittime, o ver
fcrreftri, ol'vno, & l'altro, & quante fiano in numero, quai fian
l'entra-ic, quanti i danari, & quali, & quanti fiano o gli amici , o i
ne- 10 mici loro. Et oltr.i di quello quali fiano fiate per l adierro le guerre,
che gli hanno hauute, & in che manicra,& con quai fuc a 1 celli le
habbian maneggiate, & altre cofe tali . Medefimamcnre come potrem noi
parlare in lode,& gloria loro, fe non ci farà mi fintamente nota la
battaglia nauale fatta appretto di Salamina , o il fatto d'arme di
Marathone, o l'opre egregie fatte per la faluez- zadc idefeen denti
dHcrcole, oaltre lor cofi fatte gloriofe im- ai prefe? pcroche tu ti i
coloro, che han da dar lode ad alcuno, Ihan da cauarc dalle cole lodeuoli,
che o fiano, o appaia che fiano iti \ 13 elfo . Et perla medefima cagione
dalle contrarie han da dedurre il bial mo : confiderando (e alcuna di
quelle fi truoui veramente in colui, che biafmar vogltofro, o almeno
appaia , che vi fi truo- 14 «i . coroefe in biaùnar ( perch'empio ) gli A
theniefi fidiccfle, che eglino Aggiogarono , cVa fc fcccr fuddita, ck
fcrtu tuttala preda: & che clfcndo Itati gli Egincti, & li
Potideatiin aiuto, 8c ki cópagnialoro contra 1 barbari lor nemici ;-6c
ellendofi in cjò portati cgregiaméte,& có gran valore, erano Ilari
nódimcn da lo- ro in fcruitù ridottile*: fe finalmcntein altre coli ratte
co/e, hauef Icr cómelTo gli A theniefi errore; onde venir loro ne porcile
biaf- i; rao.Nó altrimcci ancora coloro, clic nelle caufegitidiciali
accufa- A a no,o / 8 slla r R^6rtca d 'Jrìftotelzj no,o
difendono,altróde nó traggon le nccufationi,& ledifenfio- ni, che
dalle cofc,che fi truouano,o fi verificano nella cola, del la 16 quale
eflì trattano . Ne importa punto, o fa dirferentia alcuna , per far quanto
habbiam detto chela caufa di cui fi tratta, riguar di gli Athenicfi, oi
Laccdemonij, oqualchc huomo, o qualche 17 Dio,oqual fi voglia cofa.
pcrciochc le (per ellcmpio) voleffimo dar qualche conliglioad Achille, o
veramete voleilìmo lodarlo, o bialiraarlo, o accufarlo, o difenderlo,
farebbe bifogno, che procacciaci mo, Se come note pofiedeflìmo le cofe,
che in Achil le fi truouano, Se che di lui verificar fi poflbno, o
ch'almcn fi eie &S dc,chc vi fi truouino, Se fc ne verifichino :
acciochc tra quelle prcndclltmo in lodarlo,o in biafimario fe alcune ve ne
fufler dcl- 19 l honefte, o delle brutte, Se in accufarlo, odi fenderlo,
fc alcune jo vi fu (Ter delle gi urte, o dell'i ngi urte :Se in dargli
finalmente con- figlio, prendemmo quelle, che vi lì
trouafleroodannofe,ovtili. 51 Ilfimil parimente in tutte l'altre cofe
intender fi dee, fecondo c'habbiamoin quella d'Achille detto : come a dir,
chefes'hada trattare, Se cercar fe la giuftitia fia bene, o non bene,
dalle cofe, chc # nella giuftitia, o nel ben fi truouano, o di lor fi
verificano , 31 harem da prender le parole, & le pruoue noftre.
pofeiache in qucftaguilafi vede, che procedon nelle loro argométationi
tutti coloro, che fillogizano, o più efquifitamente, o più
grollàmcn- tc, che qucfto facciano, peroche non tutte le cofe,che vengon lo ro
innanzi, fen za di ftintione alcuna prendon per dedurne le lo- ro argo
mentati oni, ma quelle (penalmente cleggono,c han qual- che ìnherentia. Se
verifica tion nella cofa,chc particolarméte han 3 3 da prouare. Et che
così fi debba fàrcoltra rcfperiétia(come hab- biam detto) ci s'aggi tigne
la ragione ancora : per erter manifefto, ch'impofllbil cofa fia di
prouare, Se di moftrarc altrimenti, che 34 nel modo, Se con 1 auucrtenria
detta. Onde è mani fcfto, che fi come fi è detto nella Topica, auuenir ne
i fillogifmi dialettici, è uccell ino d'hauer prima, che s'argomenti, la
fcelta di quelle co- fe, ch'intorno a qual fi voglia foggetto, pollbn d
ello verificarti , 350 per qual fi voglia occafion venir per caufa di
quello in vfo. Et in quelle cofe medefimamenre, le quali di prefente, Se
quali al- limprouiftaci fon pofte innanzi, fa di mcfticr di farla
medefima 3$ preparation e, Se viaria medefima auuertentia, d'hauer
l'occhio a elegger, non tutt c quelle cofe, che come indifUnce, Se
commu- ni di- Jl Secondo libro. j oi dinanzi vengono; ma quelle,
chadherenti fiano, &habbia« no in fomma a far con quelle, di cui s'han
da diffonder le pruo- j7 ue, & le argomentationi : procurando
nnalmcnted haucrne in maggior numero, che fi polla, Se quanto più fi polla
vicine Se ap $8 propriate alla cofa (Iella, concioiìacofa che quanto
maggior nu- mero haremo di cole c*'habbiano inhercntia, & verifìcation
ne i (oggetti, ch'a trattar s'habbiano, tanto più facil fia per elfere
il 59 trattargli, Se il far fopra quelli le pruouc noftrc. & quanto
dal- l'altra parte più faran vicine, Se congiunte con quei tai foggerei
, tanto più appropriate, & mcn communi, verranno ad ellcre. 40
per comuni intendo io,comc farebbe fé per lodare Achille lì di- cefie,
ch'egli era huomo, ch'egli era heroe, ofemideo, che vo- gliam dire j Se
ch'egli militò prefente nella guerra di Troia, tut- te quelle cofefi
poflbn dir communi ; come quelle, che in molti altri ancora conuengono, Se
fi verificano : Se per confeguente chi in quella gitila lodalfè Achille,
niente più verrebbe a lodar 41 lui, che Diomede ancora. Per appropriate
poi intendo io quel- le cole, che in nell'uno altro (oggetto fi truouano,
Se fi veririca- 41 no, che in qucllodi cui trattiamo, comeadire in Achille
l'ha- uer lui data la morte a Hettorc fortiflìmo fopra tutti gli altri
Tro iani ; l'hauere vcciCo Cigno, ilquale, hauendo da i fatti di
non potere ellcr ferito, impediua ai Greci lvfcir delle nani
peraccà- parfi in tcrra^'elfere andato all'imprefadi Troia di più renerà
e- tà, ch'alcun degli altri principi della Grecia, Se l'cllèrui
andato di fua volontà lpontanca,fcnza elfere a quello a(lrctto,come
tuc- 43 ti gli altri, da giuramene & altre cofe così fatte. Qucfta,
c'hab- biam detta, c dunque vna auuertentia, ch'intorno agli
Enthi- memi s'ha d'hauere, Se confitte nell'elettione, & fcelta delle
co- fe verificabili Se inherenti a quel, che s'ha da trattare,come
hab- biam veduto, Se è in così fatte auucrtentie, come primo luogo
. 44 Segueal prefente, che noi diciamo degli elementi degli Enthi- memi,
Se per elemento intendo io il medefimo, che luogo del- 4; l'Enthimcma. Ma
prima che facciam quefto, e ben fatto di dir 46 quello, che
neceflariamente fi dee dire innanzi , Se quello c,chc due fono le fpctie
degli Enthimemi : alcuni fono, che fi doma- dano aucrtiui,o ver prouatiui,
che direttamente molliano,& pruouan la cofa edere, o non elfere. &
alcuni altri fi domandano 47 redarguitiui, o vero reprouatiui. Se
differifeon quelle due fpe- A a ij tic i 8 8 T>ella ^tprìca
d'Aritiotele^> tic frà di loro nella maniera, che dillet ilcono
appreflo de i diale> 48 tiri l'Elcncho, & il (illogilmo. Lcnthimema
adunque allerti- uo, & puro pi (iii.it ; no è cj nello, che conclude
di rettamente col 45? mezo di premcllc confette, & conce iute per
vere. & il redar- gmtiuo è quello, che conclude cola repugnanre alle
già conce- do dute. Hor noi già riabbiamo intornoa cialchedun gener di
cau- (e allignati tutti lì può di*,quafi i luoghi, ch'ad elfi generi
polfa- 51 no eilere vtili, cV necellatij : hauendo con diligente (celta alli- gnato
a ciafehedun di loro, appropriate propolitioni, dalle qua* li,
comedaptopnj luoghi portoti dedurli , (k formarli cnthime- mi dell'vtile,
6c del nociuo, dell nonetto, & del brutro, del giu- ji fto, & dell
ingiù fto . Parimente intorno a 1 coftumi , cV intor- noa gli affetti , Se
a gli habiti Immani, lì truouano eletti, &de- / j terminati da noi già
prima appropriati luoghi . Onde al prefen- tc refta, che con altro nuouo
modo, di tutti i luoghi in commu- ne, & non più d vn genere, che d vno
altro , tra vniucilalmentc J4 confederati , ragioniamo, & didimamente
in far quello auucr- tiamo, & inoltriamo, quali feruir debbiano a gli
enthimemi rc- prouaciui , o ver redarguirmi, & quali a gli
a(1èrtiui,& pioua- e j uni . & medefimamente quali fieno vtili a
quelli enthimemi, che apparenti, & non veri enthimemi lono, come
quelli , che né an- j6 cor veri fillogiimi (limar li deono . Et dichiarate
c'harcrno turre quelle cole, difeorreremo, cV determinai emo delle
folunoni ,0 verdifcioglimenn,& dell'inllantico vero obbicrioni ,
ch'occor- ron farli contra de gli enthimemi, per annullargli, &
mandar- gli a terra. (apo 23. T^e i luoghi communi, & quali
tra gli Enthimemi fien quelli , che di nobiltà , £f di perfezione eccedino
. N luogo dunque appartenente a gli Enthimemi af- fcrtiui, o ver
prouatnu, dircmo,chc (iaquello,che dai contrari) li domanda . perochefì
deeeon elfo confiderà re, s vn contrario (ì verifica d'vno
altro contrario, o negatiuamente, fevorrem deftrugge- tc, &
concluder con necatione, oaficrmatiuameote le coniti iu- te,
& m Jl Secondo Ithro . iSjr f rr, Ce concluder con arici
mation vorremo . comc(pcr eflempio) diremo eli eccola ville il vuier
temperatamente, perche il viucre 4 jnrcmpcratamentc.ccata.dannofa,. ,comc
fc ne tede «(Tempio nell orationMetTcniaca, douedicc, Sclagucrraè caufadi
que- fti prelcnii mal», con la pace fi porri por remedio, & trouare
cine j daadcllì. vno altio cirempio può eller quello ; Senon è cofa
ra- gioneuole accenderli d ira conerà di quelli, di i quali lì fia.
con- erà lor voglia riccuuto male, parimente non lì dee co ragione
ha- uerc obligo, o render gratieachi contra fua voglia lia llaco
nccef 6 fttato a far giouamenco alcuno . Et in quello, altro ch'empio
an- cora, Se lì vede (peno accader fra gli huominì , che molte cole
fi rcndon credibili, lequali fon veramente falle, lì dee
parimente perii contrario Iti mar moire cofe folercauuenircagli
huomini 7 ch'eirendo vere, incredibili appaian loro . Vno altro luogo è r
che fi domanda da i cali o ver cadimenti limili . conciofiacola che
fi-, mi I mente faccia di mc(tieri,che tai cali o ver cadimenti fi
truoui- no cllerc, ononcifere. come (per cucio pio) diremo, che
non tigni cofigiuftafia bene, o ver cofa buona : pcroche fc
quello fuile farebbe ancor ben rutto quello, che nauuicn guidamente
. & nondimeno non e cofa, come bene ad alcuno cligibile 1 ellèe 5
tolto di vita «nuftamente. Vn altro luogo è poi, ilqual confitte in quelle
cofe, che l vnc all'altre fi riferirono, & vn certo cam- • bicnol
rifpet:o tengono, perciochc fc (perch'empio) il farla tal , cola,c
honclto,ò\:giulìoa colutene la fa,farà ancora aira!tro,che la riceuc.cV la
pate,honefto,& giudo il patirla, e'I riceuerla . & fc farà giù Ito
^ll'vno il comandare, che la tal cofa fi faccia, firà ancoc 10 guitto ali
altro l'obbedire in farla » come parlando de i Public.™ i, ( cioè di
coloro,checóprauano,& negotiaua fopral entrate publi che) foleua dir
Diomcdon te, ch'era vnodi quelli, diceua adùque, fea voi non e cofa
brutta,o infame il vender le publichc entrare» 11 ne ancoi dee eflcreanoi
cola brutra.il comprarle. puoflìdire ancora, che fc ad vno farà cofa
honefta,& gioita il riceuere,& pa tire il tal danno,farà ancora
all'altro Cofa guitta, & honefta il far- lo . & all'incontra fc
farà nonetto il farlo, farà parimente honc- 1 1 nello il panilo . Ma e
d'auucnire, che ncll vfo del prefente luo- go può alle volte accader
fallacia , & fallo lillogifmo: pofeiache s'aleno meritando la morte,
perdette guittamente la vita , none dubio, che guittamente non patine,
& riceucttc tal danno, ma non / p o T>eHa Storica
eUdrìHotelcj non per quello forfc patc egli tal danno giullamenrc da te ,
pollo 13 che giurtamentc non habbia ta fatto ad vcqdcrlo. Et per
quello fa di mellieri di conliderar teparatamentc colui, che patc,s ci
me ritamente, & guittamente pare, & colui, che fa, fc
meritamente, & grullamente fi , & fatto quello , feruirfi dellvna,
& dell'altra delle dette cofe , fecondo che più vedremo accommodarfi
alla 1 4 cofa $ che moftrar vogliamo, concipfiacofa che alle volte fia quan toal
giullo, Se nongiulìo, tra'l patire,^: fare,qualchc difcrepan- xj ria ; ne
ci e caufa, che prohibifea, che la non vi fia . come lì vede (
perch'empio) apprcilb diTheodettc nella Tragedia intitolata 1 6 Alcmeonc .
dice dunque Alfcfibca ad Alcmeone ; Chi è quel trà rutti gli huoraini,chc
nó odiane tua madre? a che egli rifpondc- dodilfc,chcfaccadi mellieri, che
quelle cofe,(cioc la mortc,cY li demeriti della madre) fi cótideralfcro
feparatamcrc,& diftintame te.cV domàdandolo Alfefibcn,in che
modo,foggiunfeegli,degna veramente di morte quei giudici la giudicauano -,
ma non giaap 17 partenerfi giuftamentea me lvcciderla. Ma tornando agli
ellcm del prefente luogo, vn tale è quello,che fu vfato nella
caufa,& giuditiodi Dcmofthene, & di coloro ,c*haueuano vecifo
Nicà- nore . percioche hauendo i giudici fententiato hauer
grullamen- te fatto coloro in vccidcrlo> fu parimente (limato da ratti
cflerfi implicitamente giudicato in quella fenrentia , hauer lui
giutta- 18 mente riceuuta quella morte. Mcdelìmamentc cflèndo ftaro ammazzato
vno in Thcbe, nel trattarfi in giuditio quella caula , tutta la forza
detta pofero i giudici in difeutere fe l'vccifo era (la- to degno di
quella morte : quali che per quello moftralTcr di (li- mare i giudici, non
edèr cola ingiuda IVccider chi fia degno , Se ts> guittamente meriti
d'etfere veci lo . Vn altro luogo è chiamato ao dal maggiore, & dal
minore, come adir (per eliempio)chc fe gli Dij no fan tutte le cole, non
le fapranno in modo alcuno gli huo mi . percioche quello modo di dire imporra
quello, che s'vna co fa non li ritruoua, nò fi verifica in quella, doue
più trouare , & verificar 11 douerebbe, è cofa chiara, che manco fi
rroucrà, olì a i verificherà in quella, doue manco douerebbe . Ma il dir,
che co- lui,che batte il padre,batterà ancora li vicini, &c congiunti
fuoi, prede forza da quello, cioè che s'vna cofa e vera in quello ,
doue manco douerebbe, farà ancor vera in quel, doue più donerebbe. a
i di maniera che può cflerc vtil quello luogo all'vna cofa, &
all'al- tra econdo libro . i f / tra : cioè a moftrar , che la
cofa fia , & a montar , clic la non ila , tj Parimente può feruirea
inoltrar , clic non più, ne ancor mene vna cofa, che l'altra , ma
vgualmente , Se parimente ambedue li 14 verifichino de i lor foggeti .
Onde ha forza quel detto, Tuo pa- dre dùque dir lì dee milerabile per
hauergli tolto la morte i (noi figli, & Oeneo non lì donerà due
anch'egli infelice,hauendo per tj dutoil fuo figlio, ch'era lo fplendor di
tuttala Grecia? Et ancor fé lì dicelle, che feThefco non fece cola ingiù
Ita in rapire Hele- 16 na, ne ancor l'ha fitta Alell'andro. Et fc il fatto
dei figli di Tin- daro, non fùingiulto, ne quel d Alellandro dee eller
tenuto ta- »7 le . Et fc Hettore in vccidei Patroclo, non macchiò la
giuftitia , 15 ne Paride ancor la macchiò in ammazzare Achille . Et fc gli
al- tri artefici, &. periti d altre facultà rton fon degni di
bialmo,li Ft- ij> lofofì parimente non ne dcono cller degni. Et fc a 1
Capitani de gli filerei ti, non dee recar biafmo,o macchia, alla lor repu
ratto- ne il reftarealle volte vinti, Se fuperati,mcdelìmameute non
dee 30 queltorccarbiafmoaiSofifti. Parimente s vlarebbe il medefì- mo
luogo, fc in Senato coli (ì dicelle, Se gli è conucncuole, che ciafehedun
priuato procuri, & habbia a cuore la publica reputa- tione, & la
publica gloria voltra, e cofa ancor con uencuole, che 51 voi a cuore
habbiate quella di tucta la Gre eia . Vn'altro luogo 3 1 Ci truoua,óc che
n'auucrnfcc, cheli cófiderino li tempi . del qual li feruìlfìcrate
nclL'oration , eh ei fece in fauor d Harmodio.q nar- do dice ; Certamente
fc egli prima, ch'ei fitccilH opera, c'ha. far- lo, vi hauefle domandaro,
che quando ei faccllè.vn tal latro , voi gli concedente l'crertion della
lhttua, non è dubioalcuno.che voi promelTb,& conceduto non glie
l'haueltc , hora hauendo egli 3 3 tfeguico il farro , non glielo
concederere ? non vogliarc dunque comportare, che quel premio, che gli
barelle promelfo nel tem- po, che voi hauellcafpetrato il beneririo come
futuro, hora in te 54 po, che nceuuto l'hauetc, gli fìa da voi quafi
ritolto. Fu parimé- te porto in vfo quello luogo da chi perfuadcr volena a
i Thebani chedouendo paffar Filippo per il dominio loro a i danni de
gli jj Athenicfì,gU co needellero il palio , eh' ei domandaua. dkeua adunque,
che fe prima che Filippo delfe loro aiuto con tra i Fo- ccnlijhauellc egli
domandato quclto paltò cglir» certamente glie i'harebber promelfo. onde è
cofa fuora d ogni comtencuolezza» c'hauendo lui in aiutargli proceduto con
elfi con tanta gencrofi- U, lenza / 9 2 Ttella Teorica cT
ArìftotciLj tà, fenza domandar conditionc alcuna , per la confidenza ,
ch'in 36 elfi teneua, non gli concedino al prefente il palio.
Vn'altro luogo e ancora, la forza del qual confitte in ritorcer le ftefle
cole dette, contra di chi le dice. & fi può trouar qualche
differcntia 57 nel modod'vfailo : fi come in vn modo fi vede vlato nella
Tra- 3 8 gedia di Teucro . & parimente l'vsò 1 liei .ne conerà d'
Ariftofon- tc. pcrochc elFcndo domandato A ri fio fonte da I fiera te,
s'egli per danari li fu Ile indotto a tradir lenaui, & hauendo
rifpofto , che •non ,* foggiunfc Ificrate, Tu dunque edèndo Ariftofontc
non le $2 tradire Iti , Se le harò tradite io ellendo Ificrate ? Ma in
quello modo d vfar quello luogo, fa di bifogno,chc colui, cótta del
qua le s'ha da vlare,fia communcmcnrc tcnuro più di(pofio,&
incli- nato a far cofe ingiufte, che colui, che 1 vfa: alrriroeoti chi 1 v
fas- ica ppanrebbe ridicolo,comc auuerrebbe a chi acculato da Ai
i- 40 Aide, nella detta maniera gli nfpondefle. In vno altro modo
fi può viar e] licito luogo con cercar di tor fede all'acculato re,
mo- 41 Orandolo lottopofto al medeiìmo delitto . percioche
ordinaria- mente pare, che fi ricerchi, Se sai petti, che color ,
ch'acculano , 41 -& riprendono, fieno migliori degli accufaci, Se de i
riprefi. Può eflcr dunque vtiliflìmo quello luogo vniuerfalmente a
contradi- re a qualunque fi mette a ri prenci ere altri di quello ch'egli
itefiò fa, o farebbe, o veramente ii mette ad eforrar,che fi Ceciati
quel 43 le cofe, ch'egli non fa , o non farebbe mai. Vn'alrro luogo
li 44 truoua chiamato luogo dalla dimni:ionc:come le diccflìmo,i
De moni non elfere altro, che o>gli ftcflì Di j,oopcre>& fatture
de (fi dij . onde qualunque (limai a cllcr 1 opra de gli Di j> verrà
uccella 45 riamente a fti mar, elicgli Di) lìano . Se come parimente d'
vno» ches'infuperbiua pcreiferdel fangued'Harmodio,.& d'Ari
ftogi ione, difie Ificrate, genero filli mo eflcr colui, che ila ottimo ,
& valorofiflìmo: conciofiacofa che in Harmodio» & in Ariftogito- nenon
ha 11 elle luogo cofagcnerofa alcuna, prima ch'operaro no 46 haticlTcr
quel gcncrofo farto . & che più congiunto , & prollìmp era egli
loro, percioche le mie anioni (diceua egli) & li mici gc- 4ti» fon più
propinqui, &: più congiunti a quelli d Harmodio, Se 47 d
A"(logitonc,che non fono i tuoi . Parimente in quella orazio- ne,
che/u fatta in fauord'Aleflàndro , fi legge folci li da tutti có- /cilarc,
eh i lafciui, Se poco in amare nonetti fon queili, che non fi contentano,
ne filàtiandi fruire, & godere vn corpo lolo. Socrate Jl Secondo
librò . Si i $3 48 Socrate ancora rendendo la ragione perch' egli non
voleua anda- re a crouarc Archclao,diceua douerfì ftimare efler contumelia
, Se vergogna il non poter rare in vn certo modo vendetta , &
ri- compcnià, cofmci benefitij, che lì riccuono ,corac nciroffefe. 49
Tutti quelli adunque ne i già porti cifcmpi , hanno primamente con
difrinir la cofa, che vogliono, moftrato quel, ch'ella fia,& di poi
con la forza di tal diflinitione, han proceduto a prouarc l'in- fo tento
loro . Vnaltro luogo e ancora, il qual prende vigore dalla moltiplicata
fignificatione dvna medefima parola, fi come nei libri della Topica fen'c
addotto eilcmpio dell'aiiuerbiogrcco hor thos, (che lignifica appreso di
noi, rettamente , & appretto de i 5 1 Greci è parola moltiplice, cioè
di più lignificati) Vnaltro luogo fi truoua poi fondato nella diuifionc :
come fc noi diceflìmo , le tutt» quelli, che fanno ingiuria, per vna delle
tre caufe la fanno , o per quella , o per quella , o per quell'altra ,* per
le prime due chiaramente è imponìbile, che coftui l'habbia fatta ; Se
quanto alla terza, gli accufatori (tedi non l'adducono, né 1 han per
vera, 51 Vnaltro luogo è poi, chedepcnde dall'indù ttionc ; come fc
ne 5$ ycdecirempioin quella lite, ch'accadde ncll'Ifola di Peparethia
. douc cercando vnodi prouarc, eh al giuditio delle ftefle madri
in ogni luogo fi fuol rimetter la detetminationc di chi fieno i
Égli 54 loro ,* diceua che in Athene dubitando Manthia oratore , fe
vno era veramente fu o figliuolo, fu decifa la caufa fecondo la
de- 55 termination , che ne lece la propria madre, quclìo
medefimo auucne in Thebe: douc efiendo controuerfìa tri Ifmcnia,&
Stil- bone di chi loro filile figliuolo ThcfiTalifco , Dodone fua madre fu
quella, che col fuo parer dichiarò, che gli era figlio dlfmcnia; Se per
quello fù poi fempre minato, Se chiamato Thefialifco d'If $6 menia.
Theoclcttc ancora vsò quello luogo in quella fua oratió 57 della legge,
douc dice,fe a coloro, che trafeurati, eUa T{etprica d* Ariti otelz^ quando
per prouar , clic eia nitri fono honorati gli huomini fa- 61 pienti, come
lì voglia che nel relìo fiano, dice clic quelli dell'I- tala di Parohebber
grandemente in honore Archilocho, nò ofta re che fu Ile mordaciflìmo
mnldiccnrc. quei dell'Itala di Chio, hebbero in honorc, & in
venerationc Homero, quantunque Cic tadin lor non fufTe . Saffo ancora, non
olìante che Tulle Donna , fu fopramodo celebrata, Se tenuta cara da quei
dell'Itala di Mi- €1 tilenc. I Lacedemonij parimente , ben che per
l'ordinario non fian molto amatori de gli ftudij delle buone lettere >
per honorar tfj nondimcnChilone, l'accettaron nel lor Senato. In Italia
ancora fu Pithagora tammamentc reputato, ancora ch'egli forclìicro
in ^4 auclla prouincia fulVc. fi come forelticro, & peregrino era
Anaf (agora a i Lamfaceni,& non di manco lhonorarono
d'ornatillì- hio fepolcro, Se aheora hoggi duran di celebrarlo , Se
d'hauerlo in pregio. V farebbe ancor quello ftelfo luogo
dell'induttione chi volendo prouar, che leCittà,che lì goucrnan col con
figlio di huomini fàpienti, viuon taliccinenic, dicefie, che gli
Athcnicfi mentre che vfarona, Se olìerwaron le leggi di Solonc, furon
Tem- pre felici : de il medefimo fi puòd'irde gli Spartani, mentre,
che vifTer con le leggi di Licurgo: Sé in Thebe parimente, come pri^ ma
in man d huomini fapieriti , pieni di hlofoha , venne la
po> renria,& l'autorità, cominciò quella Città a poter parer
felice. 66 Vn'ahroluogo fi truoua ancora, ilqual depende dal
giuditio,che altra volta lilla fatto, o della fìeUa cofa,o d Vna-fimUeo
d'vnftOó 67 traria . Se miiflìmamente fc diluii iti^^fcroprè farà flato
cengia dicato: Se tatton da tutti gli huomini , almen dalla maggior
par- te, o ver da tutti li fapicnti, o almen da ì;più, o da i migliori . 68
& parimente fe farà (tato fatto altra volta tal giuditio da
quelli Aedi giudici, dinanzi a i quali è la cauta ; o ver da pcrlonc, i
cui 69 pareri fian da loro apprezzati , o da perlonc finalmente,al cui
giù ditionon fia lor lecito opporli , come lana fe lor (ignorilo
padro 70 ni tallero, o vertali , che non fu ile cola honctìa d efler lor
con- trari) nel giudicare , quali ( per ellèmpio) fon gli Dij , i padri ,
li 71 precettori, Se fimili . fi come Autocle vundo il prefentc
luogo ditfc, contradi Miflìdemidc, le l'Eumenide , che fon Dee no
re- cufarono, ma fi compiacquero d agitare, Se tartopor la caula
lo- ro fieli Ariopago,recufcràMiiIìdemide,o non fi contenterà di 71
farlo? over come diflè Sarto eirere infelice, & mala cofa il
mo- rire, Jl fecondo libro. j pj rire, poi che gli Di; coli
giudicano : perche fe con" non haueficro ilimato.non edubio ch'ancora
em* nó haueiler voluto poter mo- 7 J rire. Arithppo ancor lì valfc di
quello luogo centra di Platone : concioiìacofachchauendo detto Platone non
io che alquanto troppo azeramente, & ouinatamente per quello, eh ad
Ariftip- po pareua , fc gli oppofe con dire, eh vna coli fatta cofa non
ap- 74 prouaua l amico loro, intendendo egli di Sociarc.
Hegelippo parimente nel domandar con àglio dalloracol d Apollo in
Delti, li feruì della ri (polk fattagli daiYOracol di Giouc in Oiimpo ;
do- mandando Apollo, fcil medefimo pareua ad elfo, che era al pa- dre
fuo paruto: come che lì itimilfoch ad Apollo haueueda pa 75 rer poco
bonetto l'oppor li al padre, liberate ancora per confer- mar che Helena
full!- virtuola fiata, dille che coli l'haueua «iu- 76 dicataThefeo. Se
per confermare il valor d Alcllàndro , allegò 77 che per tale le ftellc
Dee giudicato Ihauetiano. Il medelimo llo- cratc ancora per
mourar,ch'Euagora fuiìc huom d egregia virtù, addulTe il parere, cV giudi
tio di Cononc : il qtial nt gli auuerfi , & calamitoii cali fuoi,
pofpofti turti gli altri potenti Principi, cjcucdi rifuggirli ad Euagora,
Se di confidare alla v irt ù , Se alla 7* feded elio la ialine fua. Vn
altro luogo c poi , il qual li può do- mandar luogo dalle parti, fi come
nella Topica 11 è porto in cf- lempio, qual ione di mouimcntofia quello
dell anima: perche «ella fi muouc , bifogna che o di quello, o di quel
moui mento li 7) muoua . Se ne vede ancora edèmpio nella difen/ionc, che
di So- crate fece Th codette, quando egli dice, Qual Tempio , o altra
t* cofa facramottrò mai Socrate di non hauere in honore, odi
dt- fprczzarc? qual di tutti quelli, che la Città fua appruoua.cc ticn
• So per Iddij, non ri ueiK Se venerò egli tempre > Vn'altro luogo
fi truouapoi, che fi può chiamar da i confcgucnti,ilquale,
perche nella maggior patte delle cole accade, che fegua , & vada
dietro lor qualche cola di bene , Se qualche cofa di male ; c infegna ,
Se c inrtruifcc a confiderai quella cofa , che fegue, Se col mezo
di quella fuadere, o dilTuadere, acenfare, o difendere , & lodare ,
o *i vituperare, lecondocheci torna bene. come(percircmpio)all
e- nuluionc, Se di(ciplina delle buone lettcre.feguc di male l'Ulcrc inuidiato,
7 54 cafchi : come fc ne vede effe m pio in vna argomentation di
fi- orare . percioche hauendo egli vn figlio d'era molto renero,
«5c quafi fanciullo, ilqual per erfer di flaturadi corpo, alto adii
più, che l'età non comportaua, era ricerco dal magiilratoa fopporta- re
i carichi, Se le fatighe publiche ; dille in difcnlìon di Un Ifìcra te,
clic fc llimauano, che i fanciulli alti ,& lunghi della
perfona fuilèro huomini maturi , doueuano ancor ragioneuolmentc
fti- m.irc, Se giudicare, che gli huomini maturi piccioli, & bafli
dcl- $6 la perfona, fu itero fanciulli . Theodettc parimente fi feruì
dique fio luogo nella fua oration, che fece delle leggi, dicendo , Se
voi hauetc donata la città dinanzi a quelli de i nollri loldati
mcrcen- narii, ch'egregiamente fono fati vtili a quella Città , fi come
ha- uetc fatto a Strabace,& a Charideno, non faretevoi efuli,&
fcac darete dalla Città quelli, che le fono Itati con la loro infolcntia
, 57 & infame viltà dannofi ì Vn altro luogo è quello, che confitte in voler,
che fc vn mede fimo accidente nafee da più cofe, fian pari- j8 mente vna
ftelTa cofa quelle cofe, donde egli nafec. come (per ef- fempio)
argomcntaua Senofane, dicendo, che nonaltrimenti fi dimoftrano impii , Se
poco religiofi coloro , che pongon la na- fcitadcgli Dii, che quelli,
ch'affermano, e riabbiano ancora elfi a morire : conciofiacofa che all'
vna, &: ali altra di quelle pofitio # ni fegua, ch'in qualche tempo
gli Dii non lìano. Et fi può in fom ma vfar quello luogo in pigliar nella
conclulìone quelle cole vna per l'altra , come s'vna (Iella cofa fiano,
dalle quali vno Hello ac- xoe cidentenafec. come faria (per clTcmpio)
dicendo, Ilgiuditio, chefete per fare in quella caufa, & la fentenria,
che fetc per da- re, non riguardarà veramente Socrate, ma lo (Indio,
cheshab- bia a porre intorno a la filofofia, fe fi debba più lìlofofarc,
onò. 1 01 & in quello altro elfempio, ch'il dare acqua, Se rerra, non
lìa al- 1 01 tro, che darfi in feruitù . Se in quello altro, che il volere
accetta- re, Se entrare in quella pace commune, non fia altro,ch obligarlì 103
d'obbedire alle volontà de gli altri . Sidee dunque con la virtù di quello
luogo, delle due cofe, dalle quali vnollelTb accidente nafee , pigliar
l'vna per l'altra , fecondo che ci larà più vtile . 104 Vn'altro luogo
prende forza poi dal diuerfo volere , c hanno in ti inerii tempi gli
huomini, in non clcggcrco volere vna ftellà co- fa in vn tempo prima, o in
vn tempo poi, ma IpeiTc volteil con- 10; trario . come ne può eilete
elfempio qucll Endnmcma; Se quan per il quale deb biamo auuertir, fencl
fatto sinchiudon cole, ch'in elio f acciari 1 44 contradittionc , o
repugnantia alcuna . fi come l'vsòScnofanc re fpondendo a 1 Cittadini
Eleati ; li quali domandato haueuan da lui conliglio s'eglino doueuano
vfar di pianger quando facufìca uano a Lcucothea, (o Matura, che la
vogliam chiamare ) rilpofe lord unqiie Senofane, che s'eglino haueuano
opinione, ch'ella fu ile veramente immortale Dea, non doueuan piangere :
óc fe per Donna mortale la reputauano , non le doueuan
facrifìcarc, 14 j Vn'altro luogo riabbiamo ancora, la cui forza è porta in
confide- rai qnalch'crror di difauuertentia, &con laconfcflion di
quel- 146 lo accufatc, o difenderli, come ( per elTèmpio ) nella Medea
di Cai ci no, gli accufatori di Medea le imputauano, de l'incolpaua- no
, ch'ella hauclle vccilì i figli, poi che elfi in alcun luogo non 1 47
compariuano . Laqual accula haucua prelo occafione dall'crror, c'haueua
fatto Medea d'hauer fegrctamente fatto allontanarci fi- 148 gli per
faluargli . ÓVellainfua difenfion diceua, c hauendo da fare vecifione, non
i figli, ma Io fttlTb Iafone harebbe vecifo. Ór che quello era flato
veramente l'error fuo, il non hauerlo vecifo: & ch'in vero harebbe
ella peccato a non far tal cofa , fe quella al- 149 tra haueilc fatto . Da
quefto luogo, & da quello modo , & for- ma di dedurre Enthimcmi, è
comprefa tutta la prima parte, o ve i/o ro il primo Libro dell arre di
Theodoro. Vn'aUro luogo è anco- ra, ilqual prende forza da 1 nome della
colà, o ver dall Éthimolo c , Ce già: 202 Della llgtorica d 'Arìttotelt^ i
J i già : qual luojjo vsò Sofocle, quando parlando d'vna Donna
cru dele.chiamara Sidira,chc ridotta in lingua noitra lì può
chiamar Ferreria , dille , che conuenctiolmcntc portati^ ella quel nome
. i Ji vfato ancor lì vede nell'Odi, Se ne i Canti, che lì fanno in lode
de 1 Si g M Dei . Conone ancora folcita dir,chcThtalibulo,cra
veramé- tcThrafibulo (cioè remcrario,&: precipitofo ne i configli fuoi
. ) i J4 Medcfimamentc Herodico diceua , a Thralìmacho , che
femprc farebbe Thralìmacho (nome chea noi luona litigiofo, cV
audace i/f in contender femprc.) Et a Polo foleua dire il medefimo
Hero- dico, che femprc era Polo (nome, cha noi importa, di
fanciullc- \$6 fca lafciuia macchiato. ) Di Dracone legiflarorc ancora era
det- to, che le leggi fuc, non cran d'ini omo , ma di dracone ,
cllèndo i $7 in vero molto afpre, rigorofe, 6V difficili ad
ollèruaru" . Appretto d'Euripide ancora dice Hccuba conrra di Venere
, Non lenza ra- gione ri domandi tu Afrodi te,elfendo tu la Dea della
ftoltitia, Se il rifugio de gli (tolti (che cofi fuona nppreflo de i Greci
quel no- i j8 me.) Chcrcmon parimente dille, che Pcnthco fu cofi
chiamato, quali che con quel nome s'indouinallcr le future calamitofc
mi- ferie fue. Trà gli Enthimcmi poi li redarguitiui, o ver
reproua- tiui eccedon di gratta, Se di forza gli allertili : , & puri,
Se diretta- lo mente prouatiui . perochc raccogliendoti in vn ccrro modo
in 161 riftretto i contrari; infiemencll Enthimema redarguitiuo ,
ven- gon porti in quello modo in parragonc a farfi più nianifcfti a
gli 161 afcoltatori . Ma di tutti poi gli Enthimcmi, & liilogi imi,
coli re- darguitiui, comcaHertiui,quclli maflimamcnte fono atti a
com- moucrc,&: a fare imprcifion ne gli animi degli auditori, Se
con maggior quali applanfo fono acccttarì , liquali non ptima a
pro- ferirti fon cominciati, che chi gli ode, coniettura, Se
comprende i *3 il rcfto pcrfemcdelìmo. Se ciò,non perche caufa ne fia la
troppo 164 fu per fi ci al facilità, Se chiarezza loro ; ma perche fon
formati in modo, che gli auditori poflbn con 1 ingegno loro preuenire
l'in- 16 f tclligentia d'elfi, Se fentir di ciò gran diletto . Son
doppo quelli Eni h irne mi in fecondo grado d'cccellentia quel li, a
i quali tanto oltra a punto feguon dietro con l'apprcnnon quei, che gli
odono, quanto che Cubito , che fon finiti di proferirli , fon da
quelli fenza fatiga imeli . ìf C a P° Jl Secondo libro. 2 o
j 24.. Che fitruouino Snthimemi apparen ti, & quali epftano
h&dei luoghi commu- ni, che pojfon lor Jerutrc^j . Onciosi acosa
che poflìbil Ha, che fi rruoui vna for. tcdilillogifrai, che veramente fon
fjllogifmi, Se vna fortedaltri, chefillogifmi veramente non fono,
mano paion dellere; nè feeue necctfariamente.ch'eircndo afi Enthimcmi
ancora etti lillogilm., Ciccia di mcfhcri, che di loro ancora alcuni lian
veramenteenthimemi, & alrn non cllendo ve i ri enthimcmi , habbian
nondimeno apparentia d'effi . I luoghi adunque degli Enthimcmi, che non
veri, maapparenti fono! fa 4 ran quelli, che qui feguono. Et vno
primieramente è quello, / che pende dalla locutione , più che dalla cofa .
nel quale com- prendendoci più parti , vna di quelle shà da intendere
efler , c ( fi comeauuicncancor nella Dialettica , ) quando non ellendofi
ve- ramente ullogizato , fi proferire nondimeno nel finc,& fi
ter- mina a conclufione con tal modo, &con talcallèucratione,
co me fillogizato, & veramente conclufo fi fufie. come farebbe
a dire , adunque non è la tale, & la tal cofa, ncceirariamen- €
te e adunque la tal cofa, Se la tale. Et tanto più fi può faro ucfto ne
gl, enthimcmi , che nei fillogifmi, auanto,chc negli enthi- 7 memi .1 dir,
che fi fa implicato , Se inuolto, Se ripieno d'oppofi- tioni, può
facilmente parere enthimema : poi che vn colf fatto 9 proceder
nondillefamcnte ordinato, come nel fillocifmo, elfo 10 dee la regione,
& il fito deirenthimema. Et puòqucllo modo , ? 1 ? a ? n °' C ! a biam
derro ' P"er fimile a quella fallacia, chap - prello de 1 Dialettici
prende il nome dalla figura della locutione 1 1 Et a quefto modo di dir
fillog.iìicamente più tolto per virtù di lo cutione che di cofe è vtile
ancora il raccoglimelo d, più capi conclufi con altrifillogifmi . ilqual
raccoglimento fatto con ari 11 de efficacia,^ apparentia di nuouo
argomento, come fe (per ef- le ™P»o) diceffimo, A molti ha egli recato
falute, ha vendicatole U voftre ingiurie ha ridotto nella fu a libertà la
Greca. Gafcun aunquedi quelli capi con altro appartato argomento è flato
con cjulo: ma raccolti, & porti tutti iniìcmefanno apparentia,
clic Ce ij da lo- 2 o *Della 'Retorica d'j4riHotelc_j doloro,
quafida nuouo argomento, fi cócluda qualchal tra colà. 1 4 Quella dunque,
c'habbiam dcrta, è vna parre del primo iopradet to luogo. L'altra parte
poi Uà polla ncli'equiuocatione, ovo- 15 gliam dire ambiguità, & varia
lignification dclleparole; come auuerrebbe in dire, che mis, (cioè il
Sorcio) fulle molto Ignora- bile, 6c degno di lodceflendo da quello
denuato il nome di cola tra tutte le cofe facre, degni (Ti ma, «Se
venerabiliflìma. pcroche quelle cofe facrc,che fi domanda milleria, tutte
1 altre di degnirà, 16 de di venerationc auanzano. Il medelìmo auuerrebbe
ancora , s'alcun volendo con lodi innalzare, & celebrare il Cane,
com- prendere in tai lodi quelledellc llelle del cane in Ciclo, &
quelle 17 del Dio Pane ,clfcndo egli da Pindaro chiamato cane,quando
di ce, O veramente beato, poi che da gli Dij immortali lei chiama- 1
8 to vago, & delitiofo c ine della gran Madre, & grande Dea. o
ver fe periodar parimente il cane, li di cefle, che rcltando prillato
di molte cofe degne di lode, chi non ila in alcun modo cane, nefe- 1
s> gue, ch'ornamento, & pregio rechi lcller cane . Mcdefima men- te
vfarebbe il prefente luogo dellequiuoco, chi periodar Mercu rio, diceire,
ch'egli fulle, cenonico , ( cioè cornili unicati 110 di be- ndi tij, o
benefico, che vogliam dire) più che turti gli altri Dij , pofeiache Colo
egli frà tutti gli altri fi chiama, cenos, ( cioè coni- lo mune) .
Parimente Ivfarebbe, chi diccllè, che logos, (cioè il par- lare, o veri
oratione) Alile cofafopra tutte 1 altre pregiati (lì ma, pcroche gli
huomini di gran virtù , non fogliamo per ingrandir- gli dire, che lian
degni di ricchezze, ma che fian degni di logos , (cioè di Ai ma, & di
pregio) di maniera che quello, eh e di eia nm , affion logu, (o ver degno
di logos) contiene non vn folo fignifi- 2 1 caro, ma più, (cioè degno d
oratione, & degno di pregio). Vn'al tro luogo per gli E ut hi memi
apparenti fi truoua ancora, la cut virtù conulte in prendere, & dir
per modo di cópofitione, quel- lo, che diuifo intendere, & prender fi
dee , o ver per il contrario per modo di diuifione quel , che lolamente
compollo li truoua ti vero, pevoche potendo fpeilc volrc parer, ch'il
medefimo impor ti, 6V la mcdefima verità contenga il dir la cola ncll' vno
, & nel- 1 altro de i detti modi, quello d'elfi fi donerà pigliare,
che tome». 13 rà maggiormente a commodo. Et in cofi fatto luogo è
fondata quella argomctatione vfata da Euthidcmo a prouaread vno,
che fapelTe egli in Pireo efler 1 armata, o ver le galere : pcrcioche
l'v- Jl Secondo libro . 2 of na, Se l'altra delle dette due cofe
fcparatamentc fapeua , cioè fa- 24 pcuaeircnn Pireo, & fapeua le
galere. Il fimile auuerrcbbe sai enn volefVe prouare, che alcun (aperte il
tal verfo, per che egli hà notitia delle lettere, & charatteri di cui
gli e comporto nò cllcndo ij altro quel verfo, che quelle lettere, che
Iorio in elfo. Medclima- mente può ch'ere elfcmpio del detto luogo il
dire, che (e il dop- pio della tal cola e nociua ad vno infermo, non gli
potrà etfer ta- na, & gioueuolc Li metà di qucllajcrtendo cola all'orda
, Se fuora di ragione, cheduc cole buone, Se gioueuoli , facciano, Se
com- 1.6 pongano vna cola dannofa,& mala. Se in querta maniera vicn
de dotto quefto argomento per modo redarguiti uo,&
reprobatiuo. 17 douechepcr modo d argomento prouatiuo, Se moftratiuo, fi
de duria fe dicefìimo, nó potere eflerc vtile, & fanala metàdi
quel, eh e dannofo,pcrchc due cofe male, non po don congiunte
inlìe- mc fare vna buona. Se come fi voglia in (omma, che fi deduca, iS
riman per vigor di quefto luogo fallace l'argomento, fi come pa- rimente e
fallace quello, ch'vsò Policrate , quando volca proua- re,cheThrafibulo
haueuaeftinro trenta Tiranni. Nel qual'argo- mento peccaua egli per via di
compolìtione, volendo, che fi veri 19 ficafie comporto, quello, cheli
venficaua fcparato , & diuifo . fi come per il contrario per via di
diuifione pecca quello , ch'vfa 30 Theoderte nella Tragedia fuad Orcftc:
doue dice, Giufta cofa è, che qualunque Donna vecide il marito, fia
priuata di vita . cofa honeftaancorè, ch'il figlio vendichila morte del
padre fuo,il fat to dunque d'Orcfte fi dee ftimar giurto, Se honefto,
conrenendo- 31 fi in elio ambedue le dettegiufte cofe. nel quale argomento
rtà porto inganno , perche nei comporli, Se congiugnerli infieme
le dette due cofe diuifamentegiufte , non confcruan più forfè il
giù 31 fto, c'haueuan prima . Può ancor la fallacia di quefta
medefima difefad Oreftc depcnderda vn'altro luogo, che li chiama
luo- go dal difetto , o ver mancanza : pcroche nell'argomento viene
a lafciarfi indietro, da chi doueua elì'er p mira, de priuata colei
di | 3 vita . Vn'altro luogo condite poi in vna vehememe, Se di
caldez- za, Se d'efficacia piena efaggeratione, che o conferii! imlo,o
con- futando li faccia a ingrandir la bruttezza,& 1 enormità del fatto
. j4 Et quello accade quando lenza haucr dimoftraro,o prouaro.chc la
cofa fia ftata fatta, o non fia ftua fatta, s'ingrandi 'ce con
vchc- mcnua, Se con rtomaco Tingiurtitia, Se lindegnuà di quella,
pc- roche 2 o 6 ^eUa Tintorìe* d^rtttotelcs joche cotale ampli
fi catione , & ingrandimento, fa fenza altro,pa rcr,ch'il reo non
l'habbia fatta^'eghèquchcncrcfaggera,©^ 1 in grandifee, o ver ch'egli
l'habbia fatta, fc l'amplificatore, & lcfag- $ r getatorcè colui,
ch'accula. Quello modo dunque di procede- re, non è veramente enthimema :
concioiìacofachc vengan per elio a cader da fé (ledi ne i lacciuoli
dell'inganno gli afcoltatori , con lafciarfi in quella guifa tirare a
creder, che la cofa (la fatta , o 3 6 non da fatta, fenza che ciò fia
veramente prouato loro . Vn'altro luogo è poi , chiamato luogo dal fegno :
Se egli ancor non con- 37 ticn concludente ragione, Se forma di lillogifmo
. come(pcref- lempio) farebbe, s alcun diceile, che nelle Città fullcro
vrili gli amori lafciui, o ver gl'innamoramenti trà vn'huomo , Se l'altro
; perche vn cofi fatto amore, che fu trà Harmodio , &
Ariltogiro- nc, fù cagione, che fi mandalìc a terra la tirannide
d'Hipparcho . 38 9 veramente s 'alcun volelfc dall'elici Dionifio huom vi
nolo, in- ferire, Se prouar, ch'ei fulTe ladro . ilqual modo
d'argomentare ancora egli non conclude nulla, per nó elfere ogni vitiofo
ladro, 39 ma più torto per il contrario ogni ladro vitiofo . Vn'altro
luogq 40 è ancora, domandato luogo dall'accidente •> come, per
ch'empio, è quello, ch'vsò Policrate, quando parlando de i Sorci, diede
lor lode, c'hauellèro anch'elfi recato aiuto all'efferato amiepj
hauc- 41 do rolo, Se mangiato lechordede gli archi dei nemici . vn
limi- le elTempio farebbe ancora s'alcun di celle elTercofadi grande
ho- nore, &da tenere in grande llima, 1 elfere inuitato, o chiamato
a cena : conciolìacofa che Achille per non eflcrc ftaro chiamato
a cena in Tenedo li (degnali grandemerc conrradc i Gtcci, Se
s'ac cendclle d'ira . ma l'ira , Se lo fdegno fu , ch'egli per quello indi- no
di non elfer chiamato con gli altri a quella cena , fece coniet- 41 tura,
ch'eglino lo tencllero in poco còro: il che rifpetto ali ellere 45
inuitato a cena era cofa congiunta per accidente. Vn'altro lungo 44
parimente fi cruoua,chiamato luogo dal confeguente : come s v- erebbe, per
edempio, quando volclTe alcun inoltrar, eh Aief- fa miro fu ile flato
magnanimo, perche di fp rezza co il commertio, &; laconucrfation di
molti, fi rinrò nella fohrudin del monte Ida ballandogli di conuerlar con
fe fh-ffo. lì quale argomento daque, 45 Ho prende apparcntia, che per
folcrc cllerc i magnanimi coli fat- ti, può in apparcntia parere , eh egli
ancora per elfer coli fatto , 46 fuflè magnanimo . Il
mcdclìnioauucrrcbbcin dire, ch'il tal fia adul- Jl Secondo libro . 2
07 adultero, perche egli fi diletta d'andare tutto della perdona
orna- to, & culto di delicata attillatura, folendo gli adulteri andare
in 47 queftaguifa. Il fimile accaderebbe ancora in dir, ch'i
poucrcrri mendicanti , che logliono (lare alle porte de i Tempi) a
doman- 4S dare clcmofina, fi debbiano (limar felici , & parimente
coloro, che (banditi dalla lor patria , efulando per il mondo vanno .
po- feiache quelli fi veggon fempre ftar cantando, & ballando,^:
que (li pollono vfare vna certa libertà d'habi tare , Se goder che
parte del mondo vogliono, conciofiacola che vedendo noi, ch'in
quei, che moftran di menar felice vi ta,fi foglion tronar coli fatti
acci- denti di voluntier ballare, & cantare, Se di potei e a libera
voglia loro viuer, douc più lor per il mondo piace , viene all'incontra
a parer,chequclli,in cui tali accidenti il truouano,fi debbian
con- 4P feguenremente ancora cflì (limar felici .
nicntcdimancodirTcrif- con trà di lor nel modo,& nella caufa di
trouarfi tali accidenti in 50 elfi . Onde viene a poter conuenire in vn
certo modo la fallacia di quello luogo , con quella del difetto , o ver
della mancanza • ji Vn'altroluogoc poi, il quale con fide in aflegnar la
non caufa in j t vece di caufa : come auuien quando come caufa d'vna cofa,
s'ad- duce, quello, che o inficine con eflà, o feguendo doppo elfo,
ac- cafea , prendendo il doppo quello, in luogo del , percagiondi f 5
quello . & maflimamente foglion quello far coloro, che maneg- gian Io
flato e'1 goucrno della Città, & trattan le cofe publiche . J4 fi come
folcua dire Demade, che il reggimento , & l'amminiitra- tion della
Republica, che tenne Dcmofthenc nel fuo magiftrato, 55 era fiata la
cagione di tutti quei prefenti mali, della Cittàrpofcia- che doppo'l fuo
goucrno, era fubito nata, & feguita quella rerri- 5 6 bil guerra .
Vn'altro luogo fi truoua ancora, ilquale e pollo in far l'argomento
defettuofo per la mancanza del quando , & del co- J7 me. fi
comeaccafchcrebbe , perellempio, quando a prouar,chc AleiTandro giù
riamente tolta hauefiè Hclena , s'alIcgafTe per ra- gion di quello, ch'il
padre di lei le haucua data libertà d clegger- j8 fi quel marito, che più
le fulTe piaciuto . nel quale argomento fi commetterebbe fallacia per
cagió di defetto del tempo non le ha uendo fuo padre dato forfè quella
libertà da vfarfi fempre, & per ogni tempo, ma lolamcnrc da vfarfi
prima , che mai irata fullè: 55? polciachcfol fino a quel tempo era ella
in poteftà del padrc.ll me defimo auucrrebbc, fe airolutamentediccillmo ,
che nel battere vna 2 o 8 *Della 'Retorica d ' Arìttotclt\j Tna
perfona libera, fi commettefle ingiuria,o contumelia: perciò che non
Tempre e il far quello, allblutamemc ingiulto , ma fola- mente quando
altri fia il primo a battere , & a prouocar l'ingiu- éo ria. A pptclTb
di quello fi come nelle contcntiofe difputationi occorre ili farfi fpclfb
apparcnre,& fallace lillogifmo percaufadi prender le cofe, o come
femplieemente tali, o come cofi taIi,o 6 1 vogliam dir, per aggiùta tali;
nel modo che fra i Dialettici iì fuol tentar di prouar, che la cofa che
non c, fia per eflcr vero , che la Ci cofa che non è, fia la cola che non
è , Se che feientia fi pota ha- uer delle cofe, che faper non fi
polTbno,pcr etfer vero, che faper 6} lì polla, non li poter faper la cola,
che faper non iì può, cofi pari- mente nelle cole retoricali, & caufe
oratorie fi può trouare appa rentc,&: non vero euthimema per caufadi
prender per veramen- te, Se femplieemente verifimil quello , clic fia
condirionatamen- 64 te, o vogliam dir con aggiunta limitato verifimilc. Il
qual coli fatto verilimile non è puramente, Se vniuerfalmente verifimile
, 65 ma limitato, conditionato, Se rilìrctto . quale c quello,
ch'inten- de Agathone, quando dice, che non fi pattirebbe forfè dal ver
co lui , ch'arTermalTè cflTer verifimilc, che mohe cofe accalchino
in 66 quella humana vita, fuora del verifimilc . Nè fi parte egli dal
ve- ro in quello, accadendo fenza dubio alle volte cofe lungi dal
veri fimilc : & per confeguentc farà verifimilc ancor quello, ch'è fuo 67
ra del verilimile . & elTendo cofi, par che fi polla concluderete 6%
quel, che non è verifimile, fia verifimilc . ma in vero gliè verifi- milc,
non femplieemente, ma limitato, o vero in qualche patte . 6p perciochc fi
come nelle altercatine difputationi dal mancare, o ver dal lafciar
d'aggiugner, fecondo qual parte, o vero , in rifpct- to di qual parte, in
che luogo, & limili, fi viene a commettere in 70 ganno,& fallacia
nell'argomcntare; cofi parimente in quella ar- te della Retorica auuicn,
che commetter fi polla fallacia in pren- derfi per verifimilc, quello, che
non c legittimamente, Se fcmpli cernente verifimilc, ma è verifimil
limitato, Se riftretto da' qiul- 71 che aggi unta. Et di quello prefen te
luogo del difetro, ècorapo- 71 Ha, Se depcndel arte, che feri lìc Cora ce.
Impeiciochc feil ieo non firà lofpetto, nè parrà habile al delitto
oppollogli , come auuertia fe alcun di deboli, Se inferme forze fulfe
acculato d'ha- ucr battuto vn più di lui gagliardo, in tal cafo potrà
difenderlo > Se fargli fchiuar la colpa il non clfcr veramente vn tal
fatto veri- limile • Jl S econdo libro . r 2 7 3 finite • ma Ce
il reo porrà parer fofpcrto, 8c riabile a! delirro , co- me auuerrebbe
s'egli nel calo dcrro, robulto, cV gagliardo fiì iTc porrà fchiuar la
colpa con dire efe veri limi I, ch'egli non riabbia fiuto quello, che
hilìe domito veramente parer verilimi le. óVil 74 fimi! li può dir negli
altri cali, & delitti importi . concioliacofa che in qual li voglia
caufa lia forzaglie il rco,o fia fottopoflo alla 75 on del delitto
importagli, over fortopofto non le fia • & ali'vno,* all'altro di
quelli cai] può ferirne il verilnmlc,apparcn do venlimili ambedue le forti
del verHÌmile, clfendo nondimcn l vno (emplicemente, Se legittimamente
venlimile, & I alno no 76 fcmplicemcnte tale, ma nel modo, che detto
riabbiamo. Eg- ramente altro in foftantia, che la fallacia di quello luogo
non è quella arrogante offerta , eh alcuni fuperbamentc fanno di
voler con le lor parole qual Ci voglia caufa render 1 upcriorc , & fòr
vit- 77 toriofa rcrtar di fopra. Laonde non fenzagiufta ragione con
era de indegnarione , & ftomaco era abborrita dalle pedone l
arro 7S gantepromella.&profertlondi Protagora, conciò fu Uè
cofa,chc fai acc Alliccerai proraclfa, &in fclfità fondata, & da
non vero & legittimo venlimile, ma da apparente, & poco folido,
depen- 79 e i modi d'opporfi ali 'Auuerfario* (f di dife toglier le
Jue ragioni . £f che cofa fia Jnfiantia, o -vero Obbiezione
oratoria* & in quanti modi fi faccia . jN due modi può occorrer,
che d.fcioglier Ci poflan leargomcntationi : cioè o con fare argomento,
& lillogifmo incontra, o con addurre obbiezioni, 5c opporre
inlranrie. Quanro al proceder con fare op- delimi luoghi che fono vali a
filJog.zare impugnando , feruir D d pollbno ,2/0 Teorica d % Ariftotelc^> "J
poflbno ad argomentar difciogliendo, o verconfutando . Pero- che
componendoli 1 lillogifmi oratorij di propolìtioni probabili non è dubio
che probabili non fogliano Ipeifo parer molte cofe, 4 quantunque contrarie
fian fra di loro . Quanto alle obbicttioni, éc alle in lime poi,fi pollbn
porrare,o vero addurre, lì come anco ra appreflb de i Dialettici nella
Topica, in quatro modi, o ver da quatro luoghi, cioè o dai medefimo,o dal
limile, o dal contrario 5 o da cofe giudicate . Dal medefimo intendo io
elfer l'in Itanria , come (per clfcmpio) fc fi fufle con cnthimema cóclufo
ch'Amor fuire cola buona, in due maniere fi potrebbe a degnare
inftantia. 6 impcrcioche fi potrebbe, o vniuerlalmente dire, ch'ogni
bifo- 7 gno , o ver mancanza fia cofa mala ; o particolarmente allegar
% 8 che non fi vfarebbe di dire, il tale amore eller ottimo, & il tale
ef fcr peUimo, fi come fu quel di Cauno, fe non fi trouafiero ancor 9
dei non buoni amori. Dal contrario poi fi portan le obbietioni &
lcinftautie,come fc (per cllempio ) contcnendofi neil'enthi- mema, che
limoni virtuofo a tutti gli amici fabenefino, &gio- uaméto,
s'allcgalle, che l'huom cattiuo,o ver vitiofo non fa dan 10 no, 6c male a
tutti gli amici . Nel limile s'adducon le indinne, come (e
(pcrcflèmpio),ftando cóprefo neU'enrhiraema, che quei v C han riccu u tu
of$clà,odÌ in Tempre col oro, clic l'han loi fatta,s al lcgallc, che q
udii, c li .in ri cernito bendino, non tempre amano 11 chi l*hà fatto
loro. Quanto alle inftantic poi .% lcquali, fi porta- no, cos'adducono da
cofe giudicate, over da giuditij fatti , s'in- tendono dfer quelle, che
dal giuditio,& parer dependon di per- fone d illu lire nome, & di
chiara rama . come fe ( per eflempio ) contcnendofi in vnoenthimema, ch
agl imbriachi fi deon perdo narei loro errori, come aqueHi> che per
ignorantiapeccano, fi può recare in ftantia cucendo, che fc quello iulTe,
nondoucrebbe ellèr commendato Pittaco>hauendo egli poflo trà
lefueleggi,ef- fer di maggior pena degno colui, che commollb , Se
fpintoda IX imbriachezza pecca. Horquattro fon le cofe, nelle
qualififon- dano,& hanno luogo le retoriche argomentarioni : &
quelle fono il vcrifimile, l'ellcmpio, il Tcmmirio,(o vero inditio
certo) i 5 ci legno . delle quali argomcntationi, quelle, che fi
compongo- no di cofe, che perii più, o ver per la maggior parte fono , o
ap- 14 paiond ellere, fono argomentarioni fondate nei vèrinmili .
& quelle poi pei via d esempio procedono > lcquali
raccogliendo per Jl Secondo libro . j/g per via dinduttione da
vna, o da più cofe rrà di Ior rimili, alcuna cofaìn vniuerfalc,da quella
poi fillogizando concludon qualche t $ cofain particolare. Et quelle
argomen radon i poi, lcquali da co i£ Ce necellàric nafeono, fon fondate
in Tcmmirij . Etquellefinal- menteinfegnifondate fono, lcquali proecdon
dacofa, che,o co- me pul vniuei fale, o come (ingoiare, o ha ella in
etfere , o nó fia, viene ad eflerfegno della coliche fi conclude. Hora
ftando la cofain qacfto modo,in tutte le già dette forti
dargomentationi, 17 fi pollano addurre in ftantic. Se prima quanto a
quelle , che fon fondate nel verifimile, -perche il verifmiile non c
fempre,& vni- 1 8 .uerfahncnte vero, ma per il più, o ver per la
maggior parte; è co- fa manifeita, che a coli fatti enthimemi, &
argomentano ni fon- datene i vcrifìmili,fcmprc fi porrà recar difcioglimento
con ad- 19 durre ìnftantie. Bene è vero, che cotal difcioglimento ri 11
feirà Ipcilc volte apparente, Se non tempre vero', conciofiacofa
che colai, che centra del verifmiile adduce inftantia , non
difciolga feropfcla verifomigliarrza, ma la neceflìràdellacofa ,
inoltrando non cllcre ella necellària, ma non già inoltra cller non
verifimi- 10 le . La onde per cagion di quello apparente, Se non vero
difcio- glimento dcrverifimilc, colui, che nelle caufe tien luogo di
difen forc, harà fempre nel fuo prouar, più vantaggio, che non
harà 11 colui, che tien luogo daccufatorc. perciochedouedo colui,
che accufa proceder con legittimi verifimili,& non clfcndo vna
fletta cofail moitrarnel difcioglimento, ch'vna cofa non fia verifimile, &
il inoltrar, che la non fia ncceflariamente vera, Se oltra ciò nó mancando
mai inftantia contta di quello, che non fempre, ma fol per il più c vero ,
pofeiache fe inftantia non haucllè , non fa- rebbe vcrifimileA- vero perla
maggior parte, ma fempre, & ne- 11 ceijariameme vero; ne fegne da
tutto queftojCh'i giùdici nel fen tire addurre qual fi vogliamitantia
conrra'd vna propofition ve- rifimile, il dienoa credere, © che la
propofition verifmiile prima addotta, totalmente non fia verifimile, oche
fe pur qualche par te di verilomiglianza le reità, non fia tale, ch'eglino
polìàn fècon 13 doquclla giudicarci dar la fententia loro. In che
vengonocfll 14 ( c o«ie hò già detto) a ingannarfi quali per Ior medefimr:
come quelli, che non ben cólideiano , che non folo è Ior lecito ci fon- darle
lorfentcnne, & il giuditio loro nella nccclTìtà delle cofe, ma nella
verilomiglianza ancorasse che que-aoc veramente gi»»- . Ce ij dicar 2
1 2, T>ella r B^torica d'Jriflotelella Ustorie* d' JrìBotelc^ nalmenre
paia loro, che (Tori ragioni,^ con argomenti fi fia pro- 7 nato, Se lì lìa
moftrato il vero . Habbiamo medclimaracnteaire- gnato donde, come da
luoghi poflfa l'oratordiuenire abbondate, & copiofo denthimemi. dei
quai luoghi alcuni fi domandano fpctie,& forme d'enrhimemi, &
altri, come communi, propria- S mente fon detti luoghi. Refta al pi
d'ente, che feguendo l'ordi- ne incomincialo diciamo, & trattiamo
della locutione : concio- fiacofache non bafti l'h;iuer trouato,&
tener nel concetto leco- 9 fé, ches han da dire, ma e ncccilano ancora
d'cfpnmcrlc fuor 10 con paiole, nel modo che fi ricerca, Se che lor
conuienc . il che feca importante giouamento a far parer l'oratione nel
rale,& nel 11 ul modo qualificata. Primieramente adunque fu fecondo la natura
cercato, Se inueftigato quello, che fecódo lordin di quel la fi
conueniua,cioHe colerteli, donde trarre, & canaria credi- li bilità,
& la pcrlìiafibilità fi potciVe. Secondariamente fu cer- cato , Se
trattato poi in qual maniera le già ritrouatc , & con- cepute cofe,
s'hauelfeioad efplicarc, Se a difporfe con l'aiuto i 3 della locutione .
Nel terzo luogo poi doppo le due cole dette re fta vna altra
confidcratione, che l'opra tinte 1 altre hà forza, & pof fanza, la
quale all'anione, Se alla pronuntia appartiene : nè è fta- 1 4 ta per anco
dachiunque fia, rcnraia, o trattata . perei oche ancor nella fletta
tragica, Se epica poefia affai tardi fu ritrouata , tx vi I j ottenne
luogo : concionile cola che li Poeti mcdefimi da prima, 1 6 le Tragedie,
Se le fauole lor recitaiìcro, & rapprefenraflero.E' co fa mamfefta
adunque, che nell'arte della retorica ancora può ha- uer luogo
qualcheartifìtio, all'anione^ alla pronuntilapparte 17 nente, Yimilc a
quello, che nell'arte della poclia fi ritruona ; del quale alcuni han
diligentemente franato, & fra gli altri Glauco 15 Tcio. Horcofi fatta
anione,& pronuntiatione oratoria, Ibpriu cipalmcte collocata nella
ftctfa voce, in veder, come s habbia da ▼fare, Se da reggere
neircfprcflìone di ciafeheduno arTetto,ò\: có- 1 9 cctto d'animo, come adir
quando habbia da vfarfi grandc,quan- do piccola , Acquando mediocre. Et
intorno pan min re .ti tuo- no^ ver fuonodi quella, comes habbian da vfar
coli fatti tuoni, cornea dir lacuto, il graue, & quel, che partecipa
di quelli due. &-medefimamentc con qual rithmo, o ver numero s habbia
dcJU ao l cfprelTion di ciafeheduno affetto, o concetto a procedere,
con- cionacela che tre cole confiderar logliano intorno alla voce nel
i Jl TirZiO libro . 2 77 pronuncia coloro , che ne trattano, cioè fa
grandezza, Pharmo- 11 nia, e'irithmo, over numero. Le quai cofe coloro,
che fan ben nella pronuntia reggere, Se moderare, fon quelli, che Tempre (
Ci può dire) ottengono i premi/, Se la palina nelle
lorcontrouerlìe, 11 Se contefe oratorie. Et lì come nella poelia par, che
nei tempi d'oggi più vagliano, & maggior forza tengan coloro,chc con
ar- tione hiftrionica recitano, Se rapprefentano, ch'i poeti detti
; 13 coli parimente il medefimoauuienc nelle ciuili contentioni,
Se caufe oratorie : colpa dei già corrotti, &deprauati coftumi
del- 14 leRepubliche. Ma non c fiata per anco ridotta, Se comporta
in arte coli fatta attione, &ptonunciatione oratoria, ne
raarauiglia è di ciò: pofeia che intorno alla ftellà oratoria locutione
ancora, alfai tardi fu inueftigato, & trouato rartifitio,«5c lo
ftudiod'ador 15 narla, Se di coltiuarla . Et in vero,(e noi vogliamo ben
dentro al vino confidcrare, potrà veramente parer quella cofa della
locu- tione, Se pronuntiatione, cola più tofto poco honefta, che
pun- ici to conucneuole . nientedimanco douendo ogni trattamento,
Se Audio di quella arte della retorica hauere vn certo riguardo
d'ac commodarfì alla communc opinion di tutti, fa di meitieri di
por 17 re parimente in tal cofa , Ce non come in veramente honefta ,
aU mcn come in neceflaria, qualche ftudio , Se qualche diligcntia
. 28 conciofìacofa che fecondo la veri tà,gi urta, Se ragioneuol cofa
fa- rebbe, che cola alcuna non Ci doucllecon più Audio cercare
in- corno all'oratoria orat ione, che non far nalcerc o tri ftezza, o
di- 15) letto in color, che odono : eflendo cofa conucneuole , Se
giuda di contender folo nelle caufe oratorie con le cofe ftelìc , cioè
con le ftelTe pruoue: di maniera che tutte le altre cofe, laluo che
l'ar- gomentare, Se prouare, s'han da (limar fuperflue; come che
fuor 30 della caufa fìano . Ma elle nondimeno fon di gran forza, &
di gran momento, percagion (come habbiam detto) dellimperfcr- 1 1
tionc, & corrottion di coftumi de gli alcol tatori . Bene è
vcro,& negar noli può, che la forza,& l'efficacia della locutione
in ogni dottrina, Se feientia, ches'habbiaa infegnare, o trattare,
non 31 tenga in Ce qualche poca d vtilità neceflaria : clìendo fenza
alcun dubioqualche dirfercntia, quanto aH'efpreffione, Se
dimoftra- 13 tion de i concetti, tra 1 parlare in vn modo, Se in vn'altro.
ma non però ne tiencaltroue tanta , quanta in cjucrta arte del
dire: 54 douc tutte le cofe, che fi cercano > Se Ci trattano,
all'opinione» E e «Se im- zi Si &c immaginatione
altrui, &allo ftcilbafcoltatorcin fomma,han 3 j rifpctro . Et però
vediamo, che nella Geometria , o in altra coi! fatta feicntia, ninno c,
che con anifitio di locutione infegni . 3É Quando dunque atiuerrà,
chequeftaattione , 6c pronunciatio- ne oratoria apparifea fuora ridotta
fotto arti fi rio, il medefimo ef- fetto farà ella in quella aite della retorica
, che far veggiamo l'ar- 37 tifitiodella rapprefenratione hiftrionica
nella poefia. Et hanno " cominciato già alcuni a tentar di dir
qualche cofa d'ella , ma po- chi flì mi han proceduto innanzi, come fra
gli altri hà fitto Thra- fimacho ne i libri , ch'egli hà Icritto delle
cole compaflìoneuoli . |S Et e quella hiftrionica anione l'oratoria molto
congiunta con la natura, 6V per confeguentc poco depcndenre dall'arre . Ma
la forza dell'oratoria locutione e capace più d'arteficio,
cVallaftef. 39 fa arte concede luogo . Onde nafee, che quelli Oratori,
che nell'arti fi rio di qucftilocution fon potenti, riportan
facilmente ipremij, & la palma delle lor contentioni oratorie ; fi
come fan parimente quelli, che molto nell'attione, & nella pronuntia
va- 40 gliono. Perciochcgià vediamo, clic quelle orationi , che
com- por fi foglion , perche habbian da rimanere fcrittc , più
vaglion per cagion della locutione, che per cagion della fen tenda, &
del 41 foggetto dello. Et il dee ftimar, ch'i poeti follerò i primi
ainuc- ftigare, & à porre innanzi lo ftudio,& l'artefitio della
locutione 41 per quel, che pare, chela natura voglia : conciofiacofachcli
no 43 mi, & le parole altro non fiano , ch'imitationi : ne parte
alcuna trà tutte le parti del noftro corpo humano è più atta,& più
habi- 44 le ad imitare, chelaftella voce, da che vennero a comporli, &
a nafeere, & haucre 1 clic re, più fpctie dell'arre della poefia ,
come 4j adirei Epica, le Rapprcfcntatiuc, Se altre. Et perche
quantun- quei poeti molte volte diceuercofe, quanto alla fentenria,
infi- pide,inette, Se di ncilun fucco, nondimeno per caufa dell
artifi- tiofa, & ornata lor locutione, parcua, che reputationc, &
gloria ne riporraflero . da quello nacque, che quella poetica locutione cominciale
ad efler da prima accettata, & raccolta da gli Orato- 46 ri : fi come
trà l'altre era quella di Gorgia. Et fino ad oggi an- cora non mancan
molti imperiti, & poco gìadiriofi,iqualiap- pruouano cofi fatta
locutione, & fon d'opinione,che quelli ora- 47 tori , che l'vfano, ottimamente
parlino. Il che nondimeno no c cofi, ne per vero approuar fi dee >
eflendo in natura loro molto diuerfe Jl TerZjO lihro . 2 ìp 48
diuerfc la locutionc oratoria,& la poetica locutione . Et ci
con- ferma quefto l'efito della cofa, & 1 auucni mento fteflb , che
n'è feguito . conciofiacofa che li Poeti medefimi nel compor
delle lor Tragedie, non feguano d'vfar più quello fteflb modo di
locu 4$ tionc, cn'vfaron prima : ma fi come qnanco alla mifura dei
vcr- fi, hanno lafciato i vcrfi di quatro mi fu re, o ver d otto piedi,
che Tetrametri fi domandano, Se in vece d'elfi han riccuuto i
Iambi ci , per eflcrqucfta forte di vcrfi più di tutte le altre forti,
accom modata, Se limile al commune,cV ordinano parlare fciolto; jo
cofi parimente han difmellb, Se tralafciato tutte quelle parole, &
modi di locutione,chepofian parer fuora del cófucto parlare, ji che
communementc fi molcvfare. Et tutti quelli efquifiti ri- pulimenti di
dire, han ributtato, Se ricufato , co i quali (bieuano eglin prima
adornare le lor Tragedie, Se co i quali adornano an- j 1 cora oggi gli
Epici Poeti gli diametri verfi loro . La onde è cofa ftolta ,& degna
di rifo il volere in quella maniera di locutionc imitar coloro, i quali
non Tvfan più , ma abbandonata, Se tra- j$lafciatal'hanno.Pcrlaqual cofa
può ciìcr manifefto, ch'ànoi in trattar di queftarte, non fa di bifogno
d'andar con minuta,^ efquifitadiligentia ritrouando. cV trattando tutte
quelle cofe, ch'intorno all'artificio della locutione fi potrebber dire,
ma quel le cofe fole, ch'à quefto retorico negotio,c'habbiam per le mani
, /4 poflàno appartenere, eirendofi, per quel , che alla locution
dei Poeti appartiene, detto a baftanza nei libri, c'habbiamo
fcrit- 5J ti della Poetica. Suppongali adunque al prefente per manifefto quanto
quiui fi e fpeculato , Se detcrminato . (apo 2. T^ella virtù della
locutione oratoria 5 & delle condizioni, che le conuengono :
^ quai forti di parole fi ricerchino per tuli con- dizioni . della
Metafora, & de gli 6t>ithe- ti, 0 vero aggiunti . I i^V Vanto
allanoftra retorica locutione, intendali diffiniio al y 'prfffrrtr^ che la
perfettione, & la virtù di quella, confi- 1 ftain dlèr primieramente
lucida, o vero aperta, di che quefto ci E e ij può 220 'Della
"Retorica d Aristotele può eder buono indino, che fc Toratione non
mariifcfla, Se non rende chiari li concetti noftri, non viene a fare l
ottino, &. I effet- 3 to Tuo. Se di poi confitte in eder non troppo
luimile, abbietta , &vilc,nè troppo ancora alta, & gonfiata : ma
di conueneuol 4 mediocrità tra l bado, Se l alto . concioliacofà che la
poetica lo- cucione fi polla forfè (limar non humile; ma alla fciolta, Se
dtde- j fa noftra oratione non è ella cóucncuole,o accommodata.
Quan- to dunque a far la locution chiara, & aperta, quei uomi,&
quei verbi fono atti, Se vtili principalmente a quefto, li quali
proprij, o vero appropriati fi domandano. Quanto poi al renderla, no
hu mile, & bada, ma ornata, Se magnifica, quelle altre forti di
paro le, lo podbn fare, lequali fi fono aifcgnarc^cV: dichiarate ne i
libri € della poetica : perciochc il difcoftarli dal trito, Se commune
vfo 7 del parlare, fa parere il parlar più grande , Se più grane .
perche quel medefimo par, ch'in vn certo modo accalcar foglia a gli
huo mini intorno alla locutione,o ornata, o comune , ch'auemr
luoL loro verfo di quei, che forefticri, Se nuoui vengon nella lor
città, t Se de i lor Cittadini fteflì . Et per quello fi di bifogno di
fare ap- parire il no (Irò parlare, con vna certa nouità foreilicro :
polcia- che lccofe,chc dal commune vfoappaion lonrane,maggiore
am miratione apportano; Se dilctteuolc, Se giocondo par quel , che f
s'ammira. Ne i verfi de i poeti adunque a molte cole luogo, Se ricetto fi
concede, le quali poflon cagionar la detta ammiratio- i o ne, & diletto
; Se ad elfi parer podbno accommodate,come che le cofe, Se le perfonc,
intorno allcquali , la metrica orarion fi ra- i x uuolge,eccedino,cV
rrapaffinol'vlirato,c l cómunc.ma nelle prò fc,& ne i parlari
fciolri,nó fi da luogo a gran pezza a tante ; eden Il do qui ui i foggetti
di minor grauità,& di minor grandezza . Im- percioche quiui ancora,
appredo de i poeti (ledi , fe dalla bocca d'vn feruo,o d'vna perfona di
molto tenera età, fi fenti ranno vfeir parolc,&
locutioni.c'habbianoadai dell ornato,& del grade;par ràfenzadubiocofa
molto difdiceuolc,& fproportionata,& il me defimo ancora auuerrà ,
s'alcun farà da loro introdotto a parlar con la medefìmapolitezza,&
fplendordicofcfriuole, balìe, & vi 1 1 li.Ma in quefto (ledo parlare
fciolto ancora,non (là fempre den- tro ai medefi mi termini,
immutabilc,& fermo vno dello decoro; ma può ancora egli có
maggiore,& có minore ornanicto,& gra- dezza riftringerc,&
dilatare fecondo le occafioni, i confini (uoi . Ma fa Jl Ter&o
libro. 221 14 Ma fa di mefticri , che ciò fi faccia in modo , che non
appaia , Se alcollo rale artifìcio (fra; di maniera «ehe il parlar paia nó
hnro,nè da Itudio, Se da diligcntia nato, ma paia per il contrario
fcmplt- cc,& puro,& fecondo che la natura lo forma,& Io manda
fuora. 1 5 percioche in quella guifa credibil diuiene,& fede truoua :
doue 16 che in quella al tra maniera adiuien tutto'l contrario,
conciolia- cofa che coloro,che d'vn cofi facto parlar saccorgono,fubico
co- me inlìdiarore, & come che mefehiando il falfo col vero ingànar 17
gli voglin,rabborrilcon nó altrimenti, ch'abborrir fi fogliano i vi 1 8 ni
có altro liquor mcfchiaii > & falfificati.Ec auuic crà quelli,
ch'o nell'vno,o nell altro de i detri modi parlano,quel
medelìmo,chc fi vede auucnir tra la voce,& pronùcia di Thcodoro,&
quella de 1 9 gli altri hiftrioni, percioche la pronuciatió di
Theodoro,pare,no d'Iiiftrionc,o di perlona,che rapprcfencijma della
propria perfo- na Iccifa rapprclencara doucchcle voci, Se le pronutie de
gli al- tri hillrioni,comed hiicrioni,cioè di perfone aliene, Se
rapprefen 10 tati, fi fan conofeere. Etalhora potrà venir comodamente
facto il già detto nafcódimenro,quado il parlarli formi, «Se fi cóponga
co la fcelca,che dallo (ielTo parlar cómun fi faccia di quello , che
mi- 11 gliorcinelfolicruoui.il che bene olferua di fare Euripide, Se
è li egli llaco il primo,chà quello auuercico,&
moftraco.Efscdoadu que i nomi,& li verbi quelli,di cui 1
oracione,& il parlar lì cópo- ne,& rrouadofi càce fpeciedi
nomi,quà^c fi fono afferriate, & co- fideracc ne i Libri della
Poecica.di quelle fpecie,& oornijli ilranie • ri, i doppij,& li di
nuouo fatci,molco di rado, Se in pochi luoghi vfar fi deono.in quai
luoghi, ÓVin quali occalìoni ciò fi polfafare, »3 dire più di focco.&
la ragió di quello già di (opra toccato habbia mo;& e che có l'vfo di
cai nomi , vien croppo vedo la parce della gràdezza a trapalTàre il
parlare i termini del comune, Se dcll'vlìta 24 to.Ma li nomi,& le
parole proprie,leappropriate,&: le mecafori che,o ver crafporcace,fon
folamccc quelle,chc fono rtili,& accó- k$ modate alla locució del
parlar fciolto. Et di quello ci puòelTer in dirio il vcdcr,chc quelle
forci fole di parole fon da tucci nel lor co mun parlar frequaate,&
polle 1 vfo: pofeiache alcu nó c,chc par Udo nó vii le metafore, & le
parole appropriatele le jppncanco- x6 ra.Pcrlaqual cofa può clfer
manifefto che s'alcù laprà bc fare, qua toauuertico habbiamo.in vn
medefimo ccpoil parlar fuo,col ino ftrarfi alquanto forellic/o,fchiueràl
humil baiTczza,nafcódcrà lo arci- 222 T>ella Tlgtorica d*
Artttotelcj artifìtio della Tua grandezza, Se farà finalmente lucido ,
&aper- 27 co : nelle quali condicioni già habbiam detto confifter la
virtù a 8 della retorica locutione . Sono trà le parole, quelle,
ch'equiuo- che fi domandano, a iSofifti vtili, Se accommodate, come a quel li,
che grandemente fi feruon d'elle nelle lor fallacie, Se ne i loro inganni.
A i Poeti poi vtili, Se domeftichefono quelle,ch'vgual- |0 mente
lignificando vna ftcflà cofa , finonime fi domandano. Se intendo io parole
proprie, Se finonime, come farebber ( per cf- fempio) andare, &
caminare, eflendo ambidue quelli verbi pro- 31 prij, Se finonimi
fràdiloro. Hor che cofa s'habbia da intende- re oflcr ciafeheduna delle
dette forti di parole , Se quante fperic di trafportamcnti, o verdi
metafore li ritruouino ; Se che effe metafore fiano di fom ma efficacia,
& forza,& ne i poemi,& nel- le orationi,fi e dichiarato (come
già di fopra habbiam dctto)nc i 51 Libri dell'arte poetica. Et tanto
maggior fa di meftier che fia nell'oratore la diligentia, Se lo ftudio
intorno all'vfo delle meta- fore, quanto che di minor copia d'aiuti, Se
rimedij da ili u (trarli ha l'oratione, e'1 parlar fuo, chcnonhàlalocution
metrica dei 33 Poeti. Oltra che la metafora mafllmamente ha in fe del
lucido, o ver'aperto,hà del giocondo, Se hà del forcm'cro, Se del
nuouo, 3 4 Se è tale in natura fua, ch'vfata elfer non dee, come tolta da
altri, }) ma come nata dall'ingegno rtcfio di colui , che l'vfa. Horci
fa di bifogno che gli Epitheti, o ver'aggiunti, Se le metafore fi prcn '
dano, Se fi dicano in modo, che quadrino , Se conuenientia tcn- 36 gano.
Se quello auuerrà facilmente alhora,chc da proportion de 37 pendano. Il
che quando altrimenti fufle,vcrrcbbe maggiormc- te adifcopritfi
ladifconueneuolezza , Se ladifcrepantia, pofeia- chc le cofe, c'han
qualche oppofition trà di loro,alhora fi fan maflimamente conofeerc,
quando l'vna appretto l'altra fi pongo 38 no in parragone. Bifogna
dunqueauucrtire,& confiderar,chc fi come a vn giouinctto , Se
fanciullo ftà bene il veftir di color di 3 j porpora j cofi a chi fi
truoua nell'età fenile, conuiene,& quadra qualch'altro colore, non
eflendo ali vna, & all'altra età diceuole, 40 Se conueneuoleil vcftir
d'vn colore (tettò. Medcfimamente fi dee notare, che s alcun vorrà dar
lode, Se recare ornamento coi parlar fuo, douerà prendere, Se trar le
metafore da quelle cofe, che (otto di qualche genere , faran le migliori,
Se le più nobili, che in quel fi comprendano : Se dalle peggiori per il
contrario , Jl Terzj) libro. 41 Se più vili, s'egli infamia, &
biafmo vorrà recare • vogliodir (per eflcmpio)ch'cflcndocomprefe folto d
vno ftedu genere, co- me cofe in maggiore, o minore honcltà oppofte, il
dir, che co- lui, che và mendicando fi raccomandi, Se il dir,chc colui,
che fi raccomanda, vada mcndicandojeilendo cofi il mendicare, come il
raccomandarfi, fpetie contenute fotto'l chiedere* o ver doma- dare, fi
potrà col pigliar l'vna per l'altra, fare agcuolmente quan 41 to habbiam
detto . Si come fece Ificratc in chiamar Callia Metra girte (ch'importa
appretta di noi, mendicante, o ver Limofina- rio) in vece di Daducho (
cioè ceroferario, o vogliam dir, porta- 45 tor di face, o verdi torchio) .
Madicca Callia,ch'Ificratecofidi cendo, moftraua di non ch'ere inftrutto
nelle cerimonie di quei (aeriti ri; : perche fe inftruto ne futfe, non lo
chiamarebbe Metra 44 girte, ma Daducho , emendo ambidue qucfti nomi
contenuti ìotto'l nome d ofiitio, Se di minifterio nel facrificio della
gran madre Dea , ma 1 vno honorato, Se honefto, Se 1 altro vile, Se in- 45
fame. Mcdcfimamcnte coloro, che da gli altri cran chiamati adulatori di
Dionifio, chiaraauan fe ftcflì per ricoprir la bruttcz zadell'adulationc,
artefìci,o ver macftri di quello .li quali nomi fon ambidue metaforici, ma
l'vn trafportato da cofa fordida , & 46 brutta, Se l'altro per il
contrario da cofa honefta . I Ladroni an- cora, Se predatori, per
ricoprire in parte l'ignominia del lorocf- fercitio, foglion nominar fe
ftcìE bufeatorùo per dir meglio, prò 47 cacciatori, oguadagnatori, che
vogliam dire . La onde per U me- defima ragione fi può chiamare il peccato
per malitia , peccato 4.2 per errore, Se il peccato per errore, peccato
per malitia . Et di colui, c'habbia veramente furato, fi può dire, Se
c'habbia prefo, 4^ Se c'habbia rapito . Ma quello, che Tclcfo apprciìo d'Euripide dice
di coloro, i quali remauano, o ver vogauano, ch'efiì
figno- reggiauano,& imperauano a i remi, per delccndcr torto nella
Mi ila, ha del difdiceuole, Se dello fproportionaro, pofeia ch'il
do- minare, Se vfar regio imperio, eccede di troppo più, che non
có- uiene, il vile ellcrcitio del remare, o vogare, che vogliam
dire, 0 Onde non può pallàr nafeo fio l'arti fi tio di tal metaforica
locu- 1 tione. Può ancor cadere oltra di quefto nelle metafore errore intorno
alle ftclfe (illabe^uando nelle parole, douefi truouano, l non dieno
inditio di dolce, Se di foauc voce, nel quale error cad de (per ch'empio )
Dionifio , per cognome Chalcco , chiamando nei 2 24- tDel/a Hgtortca
d* Arìttotelcj ne i fuoi clcgi verfi la poefia, ftridor di Calliope ,
cflendo ambe- due quelle cofe voci, come che comprefe dalla voce fiano ,
come 5$ da genere . Laqual metafora fi vede eller di ferrilo la, non
conte- nendo ledetreduc voci,cioè la pocfia,& lo ftridore,ne i lor
figni 54 ficati,fomigl»anza,o con uenientia alcuna. Appretto di quello
nd conuicn nelle metafore trafportar le parole molto da tòtano, ma da
cofe,c*habbian congiugnimene, Se quali parentela con la co- fa, che
lignificar vogliamo, Se fian quafi d'vno (letto genere, o di 55 vna ftella
fpctie con quella, nominando le cofe in modo,chefubi to,che la cofa vien
proferita, appaia a chi ode manifcfta la fua có- 56 uenietia,&
fomiglianza . come fe ne vede ettempioin quel famo- 57 fo,& tanto
approuato Enigma, che dice , Io hò veduto huomo, il qual con fuoco
incollaua fopra d'vn'altro huomo il rame, nel quale enigma s'efprimel
appiccamene, che fi fa delle venrofe,iI qual non ha proprio nome, chiama
dunque incollamento lap- 5$ piccamene delle ventole, ettendo coli l'vna,
come l'altra di que- 55? fte cofe, accodamene. Ec in fomma dai ben formati
enigmi fi polTbnp rendei e, Se trarre eccellenti, Se lodate metafore:
pofeia- che cflendo le metafore quelle, donde fi forman quelle
oleine propofte, ch'enigmi fi domàdano, appar manifetto, che ne i
buo io ni enigmi con lodate metafore fi fia tralportato . Oltra di q
netto fa di meftieri, che le metafore fi prendano, cV fi portino da cofe
, che habbianoin fedeli bonetto, Se non contengano in fc bruttez fi
za. Et la bellezza, Se bontà delle parole, fi come ancor la brut- tezza,
confitte primieramente nelle due cofe, ch'aflegna loro Li- Ci cimo, cioè
nel ! non della voce , Se nel lignificato . ma vna terza cofa di più è
loro ancor neceflaria a quetto, con la quale fi può di feioghere, &
render nulla quella argomentarion fallace , che fo- 6j gliono i Sofifti
fare, conciofiacofa che vero, & ben cóclufo non fia, fecondo che
Brifon voleua , che bruttezza nò fia nelle paro- le, uè fia alcuno, eh e
fozzam ente parli, lignificandoti, Se dinota- dofi o con quefta, o con
quella parola vno ttcflb foggetro, & vna 64 fletta cofa. Ma quella
ragione ha infedcl fallo: pcrciocherrà due parole lignificanti vn fogge te
ftcttb, l'vna più appropriata farà, Se più fomigliantea quel foggetto,che
l'altra nó c,& più ac cómodara, Se habile a rapprefentarlo , & a
porlo quafi dinanzi a gli occhi. Oltra che fe ben lignificano , Se
dinotano vn medeii- rao foggetto, nicntedimanco nó cofi l'vna parola ,
come l'altra Io fieni fica Jl Ter z,o libro . ì 22j €6 lignifica
nel medcfimo, o ver fomiglianre modo, di maniera che perquefta cagione
ancora l'vna parola più honefta, opiù brutta, che 1 altra li può (rimare .
peroche qualunque amheduc le parole (lenifichino vna ftellacofa honclh, o
vna (Iella cofa brutta; tutta- uia nó ambedue la lignificano in quanto
honcfta,o in qtuto bruc 68 ta,ofepur tal bruttezza , o tale honeftà
denotano , non fan ciò 6p vgualmentc, ma l'vna lo fa più , & 1 altra
manco . Le metafore adunque han da elfer picfe, o ver dedotte da cole,
c'habbian del- 70 l'honeftojdel vago , & del bello ; o quanto al fuon
della voce , o quanto alla virtù , cV potcntia loro , o quanto al fenfo
del vede- 71 re, o ad alrro qual lì voglia fenfo : concioliacofa che non
piccola ditfciéiia li a dal didurla più nell'vno, che nell'altro de i
detti mo- di, come, perellempio, meglio fi dirà, l'Aurora
rododattila, (cioè che ticn le dita di rofe) che non fi dirà, l'Aurora
Fenicodac- tila,'cioè che tien le dita di porpora) &c peggio ancor fi
direbbe, 71 l'Aurora erithrodattila (cioè,che tiene le dita rotte) . Negli
Epi- theti ancora, o vero aggiunti , fi può trafportar quello
aggmgni- 7 5 mento, nó folo da cole poco honefte, & da cofe fozze ;
come fa- ri 1 (perellempio ) l'epithetodi matricida; ma ancor da cofe
mi- 74 gliori; come (aria l'epirheto di vendicator del padre.Et
Simoni de parimente, mentre che vidde, che colui, c'haueua
conlcguito con le fue mule vittoria, gli offeriuanon degna
merccde,ncequi- ualenre prezzo , non volfc co i verfi fuoi celebrarle :
allegando , ch'indegna cofa gli faria paruro di fare, in fpcnder fuoi vedi
in lo 75 de di quelle mezalìnc. ma come prima gli parue,che colui gli
of- fertile conueneuol prczzo,poetizò in lode di quelle,
comincian- do in quella guifa. j6 'Ben trattate* &
pafeiutes Siate molti , & molti anni , 77 Di veloci Caualli
inclite fi$lic_j; Ec non dimeno eran figlie 78 parimente d'aline.
Puom" ancor fare ilmedefimo effetto d hone- liare,& imbruttir le
cofe, col diminuir de i nomi, qual diminu- itone è quella , cheftenua , 6c
fa parer minore il male, e l bene; 79 come mordendo, &cauillando via
di fare Ariltofane in quella Coinedia, eh egli domanda li Babilonij :
quando in vece d oro, dice, oretto, o vero oruccio ; in vece di ve Ite,
verticali ola ; in ve- ce di reprenfione , reprenlìoncella ; in vece di
malattia, malat- 80 tiuccia. Bene e vero che fa di meilierid'auuercire,
& d haucr F f diligente 22 6 'Della ^Retorica
d'^friftotelcj diligente cura, che nell'vfo d'ambedue quefte cofe,cioc
cofi dcU le parole aggiunte, come delle diminutiiic , conuencuol
medio- crità s'offerui. £aj?o 3. c Della fredderà, ,
overoìnetteT^a* & defetto della locutione oratoria : &
quan- te* &. quali fìan le oc cafoni, onde e Ha najea. I UyJ=^Q
Vatro fon principalmente le cofe , che poflbn come cau fc render fredda
& inetta, lalocutione* Vna caufa conlifte nelle parole doppie, o per
me- glio dir, compofte; fi come fc ne veggono cilempi in Licofrone,
quando dice il molti/òrme, o ve- ro il moltiuolto Ciclo; la grandimon te
terra langufticallc, 4 o vero ftretticalle litto . Gorgia ancora
chiamauajmendicimufi, gli adulatori , & vfaua quefte parole
falfigiurante , & vcrigiu- 5 rante. Se Alcidamantc dice, egli con
l'animo colmo d'ira, & con la faccia colorifuoca . dice ancora, ei fi
penfaua , che quel- la ior così gran prontezza d'animo hauclie da elTer
fruttipor- tante. medclimamente la permasone dell oratorie
orationi,fo- leuacgli chiamar rerminifera, ovogliamdir finifera: &la
pia- nura del mare, coloricerula. Tutte le addotte parole
adunque fono- accommadare alla poefia, perlacópofitione, &
doppiez- za, che fi truouain elle. Et quella e la prima caufa della
freddez- 6 za della lodinone. Vnaltra caufa e poi, laqual confitte
nell'vfo 7 delle parole ltranierc, ouer peregrine, fi come l'vsò
Licofrone chiamando Serie, huom pelorio (parola, che ftraniera in
Athc- ne figniricaua huom di 1 midi rata gtadezza) Scironc ancora
chia- mò egli,huoma finmo, (cioè adognvn molefto, parola pur qui- 8
ui lira mera.) A lcidaman te parimente chiamò la poefi*,athirma (cioè
giocofa,) dille ancota I Arallhaliadclla natura (riocil pec- cato della,
natura) &c volendo dire d'vn, c'haucua l'animo da vn mero furor d*ira
punto, per efprimeret il participio, punto, vsò la parola, tethegmenon
(parola, lì come 1 altre due precedenti ftraniera in Attiene). Laterza
caula della fopradetta freddeza ftà porta ne gli Epitheti, quando, o come
troppo lunghi, & trop- po da lunga piefi, o come fuor di tempo, &
(enza bifogno porti , o final. i 3 Jl Tcrzj) libro .
227 • finalmen re come troppo frà di lor frequenti, Se inculcati,
s'v- 10 fano. conciofiacofa che apprcllb de i Poeti nò difeiica il dir
(per crfempio (il biàco latte, ma nelle oratorie orationi,alcuni di
così 11 fatti epitheti fon, come vani, difdiccuoli , & alcuni fe
confa- tieuol foprabbondantia s'inculcherano, diucrran
rcprenfibili, come che troppo fcuoprano,& manifcftino, ch'alia poefia
cóuc 11 gano. Perciòche fe ben conuiene all orationc l'vfo deflì
epithe- ti (pofeiache vengono a dare vna certa apparenria cTafpctto
forc- ftiero alla locutione,& a trarla alquàto fuora del cómune,&
dcl- 13 l'vfitaco.) nientedimeno biiogna tentar di fir quefto co
medio- 1 4 crità, 6c mifura. conciolìacoia che maggiore error fi farebbe
in traboccare in ciò fuor della douuta mifura, che non Ci farebbe, fe
(conlìderatamentc fidicclfe quel, che prima a cafo veni ile in 15 bocca:
perche la cafual locutione non ha il bene,che le conuie- 16 ne, ma la
troppo ornata ha il male, che le difeonuicne . Et per qnefta ragion gli
ferirti d'Alcidamanteappaion freddi, & inetri» pofeiache ci non lì
feruede gli Epitheti, ouer'aggiunri, come dì condimento delle folidc
viuande ; ma gli vfa come viuande ftef- fe, così frequenti, &
inculcati, così lunghi, & così aperti, & per 1 7 confeguente vani,
gli pone in vfo. Perciòche (per ciìempio) no 18 dice egli,i 1 fudore, ma
l'humido, o vero il molle (udore; nedi- 19 ce, agi 1 ! fth mij, ma alla
pompa, &folennità de gl'I fthmij; ne di- io ce le legej, ma le leggi
regine delle Città, parimente non dice, li il corfo dell'animo, ma il
corrente impeto dell'animo, ne man- co dice fera pi i cernente, ilMufeo(per
fignificare quel luogo in Athene dedicato alle Mu(e,& alle
lcicntie)madiceilMufcodel- 11 lanatura. medefimamentc non dice, le cure
dell'animo, ma le 13 pungenti, & trifte cure dell'animo, nè dice il
largitor delle gra- 14 tic, ma il d'ogni gcncr di gratie vniuerial largitore,
diccancora 15 ildifpenfator del diletto degli afcoltatoii. de in vece di
dtrc,l a- 16 feofe trai rami, dice Tafcofe tra i rami della lelua. &
in cambio di dire,gli coperfe il corpo, dice, eli coperfe le vergogne del
cor- 17 po. & in vece di dir, la concupifeentia, dice la
contrarintiua, o* uer la contra imitatrice dell'animo concupifeentia, in
che con- corre infieme, l'elfer parola doppia, con 1 ellerc Epitheto,
oucr iS parola aggiunta, onde poetica locution diuiene. Inqucita
ma- niera adunque c'habbiam veduta, veniuan coloro a trouare, o- uer
cagionare eccello di vitio nell'orationc. Onde pai Lindo più % Ff ij
tolto 2 2 S *Della "Retorica torto comodo poetico,
venerper mancanza di decoro, & di con- 11 cneuolczza, a render
ridicola, & fredda la locutione, & in vno lì elfo tempo a cagionar
con quel moltiplicar di ciancic,& di pa- ip rolevane, oicurczza prù
torto, che lucidezza., perche intefa che gli hà la cola ch'ode, colui, eh alcol
ta, ciò che per più manife- llarglielaglis'aggiugne, deftruggc ofctiiando,&
ditóni ba in erto 30 quel, che già prima, di manifelto, & dinoto vi
truoua. Ne/i dee negar,che gli huomini nel lor parlare ordinario nò vrtno
al- le volte le parole doppie, ouer comporte, ma ciò fanno, quando la
cola, che voglion lignificare, non habbia nome fempliccjche fia fuo,
&oltraciò le parole, eh iniieme Ci congiungono, fiano atte a far
facile,& comoda compofitionc : comeadiuien (per cf- lempio) in quella
parola, chronotribin, che lignifica ,coniuma- 31 re il tempo, ma è ben
vero, che fe ciò troppo frequentemente li 32 facelle, farebbe al tutto
diuenir la locution poetica. Et da que- llo nafee che le parole doppie,
&: compoftelono vtiliflìme ai poc ti Dithirambici, com'a quelli, a cui
non difdicc di procedere al- 3 3 ti,& gonfiati ne i verlì loro. Le
parole ftranierc poi quadrano , & fono vtili principalmente a i Poeti
heroici, feguaci dell'Epica 34 poefia, per haucr tai verfi in fe del
grande,& del magnifico. La metafora finalmente fi vede clfer più, eh
ad altri verfi, a i Iambi- ci accomodata: cllendo nei tempi nolìri quella
forte di verli ac- 35 cettata,cV porta in vfo, come di lopra fi e detto .
La quarta cau- fa dell'inettezza, & freddezza della locutione, depende
dall'vfo delle metafore : polciache ancor tra erte fogliono alle volte
tro- 36 uarfi di quelle, che fenza conucneuol decoro fono, alcune
per cagion d'vn non sò che di ridicolo, & di vile, che le
contengo- no ; folendo i Cornici poeti leni irli aneli erti delle metafore
nel- 37 le lor comedie. & alcune per il contrario per cagion d'vna
certa 38 gon fiat» altezza, & grau ita tragica. Pollonoancora elfcr
defet- tuofe,& cagionar freddezza le metafore, per troppa o (cu rezza
:& 3$ alhora adiuien, quando troppo da lontan liprendooo.
come (per ertempio) la prefe Gorgia, chiamando alle volte li
negorij 40 pallidi, Se alle volte fanguinolcnri : & altra volta
dicendo, Tu bruttamente feminafti quelli tuoi negotij, & bruttamente
gli gli hai poi mietuti. Le quai metafore non è dubbio, che troppo 41
del poetico in fe non ritengano, li come auuiene ancora in quel- le, eh'
via Alcidamante, quando chiama la Filolbfia, propugna- colo, Jl
lerZjO libro. 22 941 co!o,&: baftion delle leggi ; & l'OdilIea
lucido fpecchio dell'hu 4$ mana vira. Se quando dice, Nellun coli fatto
giuoco apporta al- 44 la poefia; nominando giuoco il diletto . Tutte
quelle metafo re adunque fono atte a render la locution poco habile a
perfuadc- 4 j re, per le ragioni, diedi fopra alìegnatc riabbiamo . La
metafora ancora, laq itale vsò Gorgia conerà d'vna Rondine, che nel
volar gli haueua fopra la tetta iafciaro cadere ilerco ; farebbe ftata
ec- cellcntiilìma per vn Poeta tragico, perciochc le dille, ah
Filome- na, quelto è ftato vno atto a te poco nonetto, il quale atto
ctten- do fatto da vno vccello, non li può domandar brutto,o poco
bo- netto ; ma farro da vna Vergine, poco nonetto fenza dubio fi
dee (limare. Buona adunque, & ragioneuol diuenne la riprenfion
di Gorgia, nominando quello vccello per quello, ch'era già
ftato, &non per quel, ch'eraalhora. (apo 4.. 'Dell' Immagine, 0
'ver Comparata- ne : (f della dtffèr enfia j & conuenientia , ciò
ella tiene con la Metafora . 'Immagine, o ver comparatone , è ancora
ella non altro in fottantia fua, che metafora ; poco ef- fendo
differente da quella. Imperciochc quando alcun parlando d'Achille
diccflcegli impetuofo veniua comevn Leone, farebbe vn coli fatto
di- re, Immagine : 6c fc fi dicette, impetuofo venia quel Leone,
faria metafora . peroche ellcndo coli in Achille, come nel Leone ,
fu- rore, 6c iraconda forrezza,fì vien trafportando a chiamar col
no- me di Leone Achille.PolTbn le immagini accommodarfi,&
ef- ferc vtili al parlare oratorio ancora : maalquanro più di
radeco- me quelle, c hanno aliai del poerico . & nella medefìma
maniera s'hannoda trafportare, & dedurre, chele fteiìe metafore;
non ellcndo elle altro in vero , che metafore 1 , differenti da quelle
nel modo detto . Sono adunquele immagini ( per ch'empio )
come quella, ch'vsò Androtione contra d'Idrico, dicendo ch'egli era
li milea quei cani, ch'elìcndo ftati buon tempo in catena, fciolti
fi nalmcnte ne fono, percioche fi comcquelli, fciolti che fono
mor don qualunque perfona venga loro innanzi , cofi Idrico vlcito
di carcere,2 30 Della Hgtorica d!Arittotelcj 7 carcere, e diuenuto
infoiente, & molcfto a tutti. Et come quel- la ancora, laqualc vsò
Theodamantc alìomigliando Archidamo 8 a Eulfcno, ignudo, &c priuo di
Geometria . Et fi può parimente con cambieuol proportione vfare, chiamando
Euifcno Archida- £ moin Geometria perito . Coli fatte metafore ancora fi
veggono nella Republica di Platone: douc egli aifomiglia coloro, che
fpo gliono i corpi morti, a quei cani, che mordono i laflì,chc/on
ri- to rati loro,& a color, che gli tirano non fan danno alcuno . Vn
al- tra vene, douc parlando egli della popolar moltitudine, dice
ef- fer quella fi mile advn gouernaroroi naue, chefiarobufto di
for il ze, ma mezo fordo .& quella altra ancor,quando in
propofito de i verfi de i Poeti, dice, che fon fimili a quei
giouinetti,che fen za hauerfolida, & foftantial bellezza hanno
folamente , vn nò fo che di fiorita vaghezza, che porta quella età .
percioche come pri ma perdon qucfti quel primo fiore, «Se quelli reftano
dalla lo- ro harmonia , & mifura fciolti , nonappaion più ne gli vni,
ne il gli altri, i medefimi, chappariuan prima . Mcdelìmamcnte
Pe- ricle parlando de gli habitatoii detllfola diSamo,gli
alTomi- giiauaai bambini, ì quali non ricufan di prendere il cibo, eh
è i 3 porto loro in bocca, &: mentre che lo prendon piangono,
diceua ancora eflere i Beotij limili a i Lem : conciofiacofa che i Leui
da fe tteflì co i rami loro fi perqtiotano, & fpezzino ; & i
popoli di Beotia nó celli n di contrattare , & combattere 1 vn con tra
l'altro 14 fempre . Demofthene parimente- aifomiglia il popolo , o ver
la moltitudine della Città a coloro, che nauigando paton continua 15
naufta. Et Dcmocrate diceua eflcrfimih gli Oratori alle nutri- ci, lequali
fucchiano,& inghiottifeon per compagnia con elio mi parti), nelle
quai parole fi vede, che più particelle s'interpongono prima, ch'ai fin fi
renda quello, che vi safpetta. 2 $2 'Della r R^tortca cT
j4rìttotelt^> 10 s'afpctra. & Te cofi fatra i nrcrpofitione fi
ftcndclfc molto in lun- go, prima che fi rendefle il verbo (mi par
ri;)fcnza alcun dubio 11 ofeura ncdiucrrcbbc. Quello è dunque lapri ma
cofa nccellària alla purità della locutionc, polla nelle particelle
congiuntiue, o li congiuntioni, che le voglia in dire. La feconda conlille
poi in nominare, & lignificar lecofe con gli fteflì fcroplici, Se ignudi nomi
loro, & non per modo di circonfcrittioni, & di delcnttio- 13 ni.
La terza ricerca apprendo, che nella locu [ione fi fugga l'ambi 14 guità.
& le dettecole han da ellèr fempre oflèruate ; fe già le co- lf trarie
di quelle con detcrminato conligho non fi eleegelfero. il che far fogliono
alcuni, quando non J unendo cofa che dire, vo- 1 6 glion pur parere, &
inoltrar di dir qualche cofa. Et co fioro in far ciò vengono a far parer
la lor locu non poetica : &c tra 1 poeti fa 17 quello malli inamente
Empedocle, conciolìacofa che quel cir- cuito, & giro di parole, che
troppo abbraccia, agevolmente in- 18 ganni : accafeando in quello a gli
afcoltatori quel, che fuole ac- calcare a molti, quado in odiie
gl'Involtini, & pronofticatoti del futuro,fenton dir le cofe
ambigue,& dubbio(e,& in anfibologia raccolte: che fc bc nó le
intédono,dàno nondimen loro alfenlo. j 9 vna così fatta locution fu
quella, Ci clo pallàio il fiume Hai 1, a vn 20 regno opulcnriflìmo da ri
fine. & acciochc manco polli apparir l'errore,& la falfità delle
lor predizioni, per quella ragione han per co fin me quelli, che
predicono, & pronolticano ilfuturo,di 2 1 dir le cofe fempre più in
genere,& in vniuerfal,che pollone po- fciachencl giocare al paro,
& imparo, o verdilparo, o caffo che vogliam dire, puòfacilmente pi 11
indouinar colui, che pronun- tia paro, oche pronuntia imparo, chequell
altro,che più al par- li ticolar venendo, a fpecifico numero voglia
determinarli. 6c più farà parimente per indouinar colui, che dirà la tal
colà hauere ad ellère, che chi fpecificando il tempo,dirà quando la fia
per ef (ère. & di qui è, che gli oracoli, & gli indonnii, non
determina* 13 no nelle lor predittioni il quando. Tutte querce
locuhoniadun 14 que vna fomigliantc ambiguità coregono , & per quella
cau la (chinar li dcono, fc già per qualche fine a iòmmo ftudio non
lì 2j eleggcllcro. La quarta cofa vtilc alla purità della locutione
ftà pofta in dillinguere i generi de i nomi, fi come Protagora gli 1
i- ibn^ucua in mafcolini,feminini,& neutri: pofciache cobi lacti
ge %6 Ben ancora, fa di bilogno, che quella conucncuolczza nel
par- lar lar fi rendano, Sz s'allignino, che fi dee loro : come (per
eHeui- 17 pio) dicendo, ella venuta chetò, Se fatia di confabular, lì
par- 1$ ti. La quinta cola finalmente (là collocata in bene efpnmere nelle
paro!e,la pluiitàja pochezza (cioè la dualità) & la (ingoia- mi, o per
meglio dire vnità delle cofe. come (per ch'empio) di- 1 cendo, eflì
amuati, dicderdclle battiture. Hora vniucrlaimen 30 te parlando q uelle
cofe, che fi dicono^o lì fcriuono,fa di mcllie- ri, che fiano ben legibili,
Se ben proferibili, che l'vna di quelle 3 t cofe, non puòftar lenza
l'altra, & mal potrà quello auuenire in quella locutione, doue molte
congiuntioni, o vogliam dir con- giuntine particelle, implicate, &
moltiplicate (i troueranno: 5 1 ne ancora in quelle, doue diffidimele lì
potran conolcerc le ÌQr tcrpuntioni, Se dillintioni trà parole, Se parole,
per meglio in- 3 3 tender' li (entimemi, li come fi vede auucnir nelle
co(c,che fcrif Ce Heraclito: concioliacofa che fatica lia di puntare, A:
diftingue re gli feri tri fuoi, per non li poter chiaro vedere in clTì con
qual parte, o con quella che fegue, o con quella, che precede, fi
deb» 34 ha comporre, o adattare qual fi voglia parte, come
(perclTèm- pio) li vede nello Hello principio dell'opera, doue ci dice,
Della diuina mente,chc nel fuoeficr li con ferii a e li lìen te (empre
inca- paci, & incomprenfiui fono gli rinomini. Nellequai parole
non li vede ben chiaro con qual parola s'habbia nel puntare a congiu gnere
la particella femprc, cioè ocon efiftente, o con incapaci. 35 Olrra di
quello fi cornette nella location foleci Imo, o vogliam dire, incongrua,
& imperfetra politura di parole,ogni volta eh a due, opiù cole, che
rcfpondentia d altre cofe ricercano, non (ì rende aciafeheduna la(ua
correfpon dente : le già non Ce n'an- dalle loro vna, ch'ad ambedue
comunemente s accomoda Ile, Se $6 quadralle. come per elfempical mono, Se
al colore 1 cllcr vedu ti non cconimune, ma l'eller lentiti, ad ambedue
cómunemen- 37 tequadra. Apprcllo di quelìo ofeura, Se poco
manifclladiuicn Ja locutione, quando occorrendo d hauere a congiugner
molte parole pervn fentimento principale, non fi pon verlo l
princi- pio la parte , c ha da chiuder quel fenrimento, ma tutte
quelle 38 parole s'interpongono nel mezo tra'l principio, eh abbia
io. Ce del brutto, Se dellabomineuo- le, fcciò farà pcrapparir
maggiormente con fa divininone, farà bendvfareil nome Se fc per il
conciario farà per apparir pio 6 la bruttezza col nome, doucrà prenderli
la diffinitione . Vtileè ancora all'ampiezza della locutione, il rcderla
lucida, Se manife- llacon le mcrafore, &con gli aggiunti, pur che
s'auuertifca, & fi guardi di non entrare in hi quello dentro ai
confini della poe- 7 ila. Giona parimente alla medehma ampiezza, &
grandezza, il nominare vna cofa, come fé la fulfe non vna,ina mo!te,come
fo- 8 gliono fpefloi poeti fare; dicendo per cflcmp!o y gli'
Achaici ? porti, intendendo nondimcnovn porto folo. Et quell'altro
Poe- ta dice, in tendendo d vna fola lei ttra, ot;cro epi (loia, quelìc
Ict- 10 tcre piene di lamenti, Se di pianto . Reca oltra quefto alla
già detta ampiezza giouamento ancoraci feparare alle volte co
qual che particella vn nome da vn'altro nome Tuo aggiunto: come 1 1
auuerria dicendo,la conforte la no (tra. dotte che fc vorremo ha- tier più
alla brcuità,ch'all'ampiezza rifpctto, diremo, la confer- ii te noftra..
Giona oltra ciò alla detta grandezza il ligare alle vol- te le parole con
la particella copulatiua: li come per il contra- rio rio alla breuità
e vtilc il dir fcnza così fatte eopulationi, pur che i j non redi la
locution dilciolta, Se dilfoluta in tutto, diremo a- dunque per ch'empio,
a ingrandirla, Se vi andai, & t>arlai con elfo. Se pcrcagion di
breuità diremo, Andatoui parlai conef. 14 fo. Vtihilìmo ancora alla
medefima ampiezza della locutione, fi dee ftimare l artifitio, ch'vfaua
Antimacho inalTegnare alle cofe, per mancanza ch'elle habbian d'accidenti,
le priuationi di quelli, che le non hanno, il che fa egli quando parla del
colle 1; Tcumelfo in quei verfi, che cosi cominciano, S
ergequiuivn itf certo picciol ventofo colle, Se quel, chefegue. Et fi può
con 17 quello artifitio ingrandir la locutione, quali ch'in infinito.
Se ciò non folo nelle cofe buone, Se che lodar fi vogliono ; ma
an- cor nelle cattiue, che a biafmar s'habbiano : alfegnando loro
, cofi alPvne, come ali altre, le priuationi delle qualità, che
non fono in elle, fecondo ch'il far più l'vna cofa, che l'altra ci
farà 15 vtile. Et daquefta maniera d'aitifitio hanno prefo occafionc
i Poeti di dedurre, Se formar di nuouo parole priuatiuc:
come pcrelfcmpio, chiamando il canto vocale, con cento
accordo,cioc lenza corde, Se aliro, cioè fenza lira, formando le parole
col mc- 1? zo della priuatione. Et è atta quella cofa a portar lode, &
va- ghezza a quella forte di metafore, che diproportion fidoman» 20
dano: come farebbe in dire, che il fuon della TróbafuiTe vn fuo* no, o
vero vn canto aliro, ciò fcnza lira • (apo 7. *Del Decoro della locutione
oratoria , & quante, £tf quali fiano le conditioni , le
auuertentie , che per Jua cagione fi ricer- cano . qual fìa la locution
proport tonata > quale la cottumafa 5 & qual la' Pathetica , 0
vero affettuofa . » •■] m»L 1 S*j^^3EcoRO fi potrà dire, c habbia la
locutione oratoria, j j^ )quana 0 la farà pathetica, (o voglia dire,bcne
efprcfliua gj^^B d'affetti) quando la farà coltumata, Se quando alle
cofe 1 loggette, delle quai li tratti, farà cóformc,&: proportionata.
Pro- G g ij portionata 2$f- T>eIIa r Retorka d'Arttlotelz^ portionara
primicrameic farà ella,quando delle cofe ampie,gran di> &
magnifiche, non fi parlaràcon Itile, Se maniera humile, àc vile : riè
delle balTe, picciolc,& vili, co maniera graue, fplcdida, | cVgrade.
Et quando parimele ad vna parola d'abbietto, humil fignificato, non fi
darà ornamento, Se compagnia di parola, che maieltà habbia, Se grandezza .
peroche quando quello fi facefie, 4 verrebbe ad apparir comica locutionej
come era folitodi far Cleofone,il qual moire cofe diceua fimili a chi
dicerie li vencran- $ di fichi . Pathctica, o vero cfprelTìua d'affetti la
locution farà, fe hauendo ella a moftrar,chc fi lìa riceuuta
contumeIia,farà efpref 4 fina, &e piena d'iracondia : Se fe hauendofi
a far mcniion di cofe, c'habbian dell'impio, Se del brutto, lì diranno con
vna certa in- degnationc, ftomaco,& naufea,& qua(ì sforzatamente,
Se có ve 7 recondia. Scper il contrario con vna certa apparente lctiria d
a- 8 nimo, fe di cofe honorate, Se lodcuoli fi donerà parlare . Se le
co femiferabili, Se calamitofc, con vna cena liumiltà, Se
iommiflìó d'animo fi proferiranno. Se il medeiimo intender fi dee
dilcorré- 9 do per gli altri affetti . Et ha in vero gran forza vna cofi
propria- mente efpreflìualocutionc a procacciar pcrfuafibilità ,
creden- 10 za,óc fede alle cofe. peroche elfendo notoagli afcoltatori ,
che per il più le perfonc, che ii ritruouano nel tale affetto, foglio
par- lare in quella maniera, che fenton parlar roratore,concludon
có falfo fillogifmo nell'animo loro,chc tale affetto lìacò verità
pari- 1 1 mente in lui . di maniera che fe ben non è veramente la cola
nel modo, the l'orator la moltra, o la dice, cglin nondimeno fi
dan- ii no a credere, che cofi fia . Et pare che foglia fempre chi ode
fen- tirfi in vn certo modo commuouerc, implicarli , Se diuenir
par- tecipe di quello ftelfo affètto, ch'egli (limi elitre in colui , che
pa- theticamenre parla, ancor che veramente non vi fia,& non fia
ve 13 ro quel, ch'egli dice. Onde molti oratori foglion cofi
commuo- ucre, Se perturbar d'affetti color , che gli odono , che ftupidi ,
Se 14 quafifuordi fe fpauen tati gli fan reftare. Coftumata
locution domanderem poi quella, la qual come con inditio, Se con
fègno i coftumi moftra, folendo feguire a ciafenn genere, òv a
ciafeuno ij habito, locutione ad elfo appropriata , Se accommodata. Et
per genere intendo io, fecondo l'età, come a dir fanciullo, d'età
viri- le,5c vccchio-,fccondo'l fedo, come a dire donna, o h 11 omo;
fecó- 16 do la nationc, come a dire Laccdcmonio, o Thcllalo . Per
habi- ti intcn- J l Ter ZjO libro. 237 ti intendo io poi quelli,
Hai quali può chi fi Ha denominarti nel cale, onel tal modo qualificato
nel viuer Tuo : pofeiache nò tutti gli habiti pollbn la vita dell huomo da
qualche qualità denomi- 17 nate, & determinare. Ogni volta adunque che
le parole s'acco- moderanno, & s'approprieranno a quello , o a quello
habito , fi 18 troucrà coftumc nella locutionc : conciofiacofa che non le
mede lime cofe, & nel medefimo modo dette farà per vlare
vn'huomo rozo, & nutrito in villa, che Tfcrcbbc vnohuom perito, &:
cl- ip uilmcntcdiiciplinato . Suol fai e ancora impresone , Se
effetto nell'animo de gliafcolratori quel, che fuole eiler da coloro,
che cópongono orationi principalmente per lafciarle fcrittc, con
fa- lò tieuolfrequcntia, & abbondantia vfato : quando dicono, Chi
e 2 1 quello, che quello non fappia? a tutti è nota quella cola .
perciò- che colui, che ode dir coli, ancora egli nell'animo Tuo vi
allenti fcc,comc quello,ch'in vn certo modo fi vergogna di no elTer
par- li tecipe di quello, che tutti gli altri fanno. Ma l'vlare
vn'artifitio tcmpeltiuamentc, o intempefliuamenre è commune, non folo
a quella auuertcntia detta, ma a tutte l'altre, ch'appartengono al 13
decoro. Bene e vero, ch'ad ogni trabocco, che nuoca al detto de coro , può
recare alquanto di remedio, de di medicina quel , che { 14 fuoleeifer
trito, & commune in bocca d'ognuno. Etèchcfàdi mellteri, chel huom nel
dir l'errore riprenda, 6c corregga fe ilcf* ij fo? perciochc vedendoli,
cha colui, che parla , non iia nafeo- flo quel, ch'egli fa, poi che egli
con la correttion lo dimoftra; vie 16 per quelto ad edere (limato vero
quel, ch'egli dice . Oltra di que- llo e ben fatto di non vfare inficme,
&in vno lidio tempo tutte quelle cofe, che poflon giouare a far la
locution proportionata : Ferciochc con quella auuertcntia verrà meglio a
natconderfi al- afcoltator l'artificio . voglio dir , per elle m pio , che
fe le parole faran dure, afpre, & terribili, farà bene, che terrore ,
Se durezza non appaia ancor nella voce, & nel volto,& in altre
cofe, che pa 18 rimente fian conformi . altrimenti fi verranno a
difeoprire , & a 19 paleiar cucii gli artifirij, come gli Hanno. Ma fe
delle cofe pro- poitionatc le vnc fi prenderanno, & l'altre nò, fi
nafeonderà l'ar- 30 tifino, vfandofi nondimen maggiormente quello.
Bcncèvcro chele le cofe piaccuoli, & priuedi durezza, éc di
turbulenria.là- ran dette có parlare , alpro , horrido, & duro, o ver
per il córra- li© co parlar mice,& quietone dure, noiofe, & afpcre
j priua di- ucrrà . Della c R(tprica d'Ariti otelts 1 1 ucrra la
locutione di pcrfuafibilità, Se di fede . Frà le parole poi, Ieaggiunte,o
ver gli cpitheti, le doppie di più compoite,& le (ha niere, a colui
maffimamentc quadrano , clic pathecicamcntc , 8c 3 1 có efprcflìon
d'affetti parla, percioche ad vn grandemente irato , farà dato perdono, fé
tirato dal furor dell'ira , per ingrandire vn male, lo chiamerà con parola
doppia , Empiecielo, o con parola ftranicra, pclorio , cioè vailo, 3c
immenfo , ch'c parola (tramerà 3 3 in Athcne . Polfon quadrar coli fatte
parole in vn'altro caio an» cora, 6c e quando colui, che parla conofeerà
di po(Tedcrc,& d'ha uer già tirati a le gli animi degli
afcoltatori,& d hauergli in Com- ma qua(i rapiti fuora di loro ftefll
, o con lodi, o con biafmi,o có 3 4 ira, o con amore, o con quafaltro mezo
fi voglia : fi come fa Ifo- cratenel fuo Panegirico verfo'i flne,&
{penalmente in quella par te, che comincia, La fama,& la memoria.
& in quell'altra parte, 3 5 Quelli che loftennero,6c quel che fegue .
percioche coli fatte im- pctuole, & vehementi parole foglion mandar
fuora coloro, che cómoflì, & alienati quafi di mente per qualche
potente affetto fo no : & per queflo non è raarauiglia le coloro, che
odono,cómo£- fi ancora elfi da vna limile alienacion di fc ftelfi , le
accettan per 3 6 vere, & le appruouan col loro aifenfo . Onde corali
locu tioni al- la poefia grandemente cóucngono, hauendo in fe la poefia vn
no 17 fòchedi fpirito, & furordiuino . Incofi fatti cafi adunque
può hauer luogo appreflb dell'oratore vna cotal maniera di
loamone & in altri nò : fegiànó facellcegli ciò códiflimularione, tk
con ironia, nel modo, che Gorgia foleua fare, &c come li vede nel
Fe- dro parimente vfato. {apo S. Del numero, & ritmo oratorio :
& in che fia differente dal metrico de i Poeti : & d'altre
co/e appartenenti al ritmo a gli Accenti . [SS A forma, Se la figura
del parlare oratorio ricerca de (fe- re , nè cofi miiuratamentc numerofa,
come fefullc metrica,nèfenza numero, & ritmo in tutto.
percioche l'elTcr metrica tolle Yialaperfuafibilità, & la fede ,
apparendo in tal Jl Terz^o libro . 2 5 tal guila finta, &
piena d'arrifitio. Er inficine olrra ciò viene a di- : ftrarre,& a
diftoglicr gli auditori daU'atrcnrió delie co fe,che fi di- cono; mentre
che falor por l'animo ad attederete afpettar,che ù, 4 mil mifura di nuouo
torni. di maniera che in preuedcrc&afpct- tarquel fine, auuicn
Ioro,quel, che fi vede accalcare a i fanciulli, quàdo nelle parole del
bàditore, antiueggono, & preoccupano il nome di colui, eh e eletto per
aduocato da chi fia alla libertà dona . $ to,come a dir,per effèrapio,il
nome di Cleonc-L'elfer poi la loca tionepriua,& lcioltain tutto di
rituio,cV: numero, porta fcco vna ; certa infinità fenza termine ; il che
a coi! fatto parlar difcóuiene, douédo egli per ragione haucre i fuoi
fini,*& i iuoi termini, ma no giàmctrici:pofciachepoco foaue,&
pocomanifeito,& noto è l'in 6 finito ; ne con altra cofa prendon fine,
de termin le cofe, che con lo Hello numero ; ne altra cola è il numero
della figura della lo- ttinone oratoria, che ritmo, di cui li metri
ancora, & li verfi Con 7 parti . Dee dunque l'oratione hauer ritmo ;
ma nó già quella fpe rie di ritmo, che fi domanda metro : pofeiache quando
quella ha neire, diticrrta poema. & il ritmo, ch'ella hà d haucre, fa
di me- ftier, che fia, nó grandemente cfquifito, & efatto , ma fino ad
vn 8 certo ragioneuol termine. Hor frà i rithmi 1 heroico primicra- 9
mente hà in fc del grande , & no molto è atto al parlar , che
fia fcioltoda metro, & pare, c'harmonia in fua compagnia
ricerchi. i o 11 Iambo poi è tanro domelrico all'vlitato parlar della moltitudi- ne,
eh e quafi vna ItelTa colà con cito . Et da quello nafee, che irà tutte le
forti, & fpetiedi verfi , maflfìmamente più d'ogni altra , fuol cader
frequente nel trito parlar comune, quella de i verfi ia- II bici. Dal qual
parlar comune della raoltitudine,dec l'oratoria
lo- cutionedifcoftarfialquàto : douendo hauerein fe qualche gran- ii
dezza, cVgrauità più, che nó hà quello . Il Trocheo poi par, che per la
fua celerità fia più atto, & accomodato adaccompagnarfi ij con le
laltationr, che alla locutione, della qual parliamo. &di ciò
nefainditio l'elTere ilverfo tetrametro fopra tutti gli altri . ritmi per
natura fua fai ta torio ; ilqual di trochei principalmcn- 14 te abbonda.
Retta dunque il Peane, ilqual molti, fenza auucr- tirlo, ne dargli nome,
han feguitod'vfare* cominciando a far ciò daThialìmncho, che fu il primo :
quantunque co chaobiam detti, continuato concili nel
terzo luogo 10 li 240 "Della Ugo/tea
d'Jrittotek 1 6 luoeo, come quel, che contiene in fc la proportione, o per
me- c l,o dir la ragione di tre a due. conciofiacolachc 1 vno di
quelli di l'opra dctti,cioc l'heroico, contenga la ragion, che tiene
vno ad vno, Se l'altro cioè il Iambo, o 1 Trocheo (eh vguali nella
mi- 17 fura fono) contenga la ragione di due ad vno . alle quali due
ra- Cioni feguea canto per ordine, come terza la (cfquialtera, &
que ,8 ftantlPeane fi contiene. Gli altri ritmi, & m. Iure dette
adun- que, repudiar da noi, Se laiciar li dcono,fi per le cagioni di
(opra io aWate, Se fi ancora per ciVer metrici, Se atti al vedo. Et il
Peane dcbbiam riccuerc ; come quello, elicalo fra tutti 1 ri tmi, c
hab- biam nominati,non fuolc entrar nel vcrfo:&: per conlcgucntc
po trà inaflimamente nafeonderu loueruantia d'elfo . Hor nell vlo, eh
al prefentc fi fadcl Peane , non è pofta in vfo , fc non vna (ola fpetie.
Se quella folamente nel principio del periodo : douendo nondimeno elTer
differente il fin dal principio . S. miouan dun- que due fpctic di
Peancoppolte in vn certo modo fra di orotdcl le quali 1 vna conuiene, Se
quadraa i principi), u come al prelcn- x 1 te l'vfano: Se è quella, la cui
prima f.llaba è lunga , Se le tre altre, che (V R uon breui . come fi
vede, per elTempio , in quelle greche parole, Dalogenes ite Licic, (ch'in
noftra lingua (uonan , nato m Delo, over di Licia) & inquefte altre,
Chrifeocoma e caete pc dios ( eh in lincrna noftra fuonano , Ornato di
chiome d oro , ri- al eliuoldiGioue). L'altra fpetie di Peane è quella ,
per il contra- rio di cui le tre prime lillabc fon breui, £v 1 vltima
lunga j come, per eirempio,in quelle greche parole, Meta de gan h.data t
ocea- non iphanife nix , ch'in noftr, lingua importano , (opra la terra
, & l'acqua, bloccano precipitò la notte. Et col» fatta (pene
di Peane quadra accommodatamente a chiudere, Se terminare. * c
concofiacofa che non cllcndo la (ìllaba breue d integra,* perfee tam.fura,
venga in vn certo modo a render tronca >*C mutilala % 6 la
locutionc,felaf.poncìn fine. Se per quello fa di b.logno di . 7 farla
pofarc,* terminare con lafillaba lunga,accioch* l'altra raccolta , £5* in
fi ritorta , & periodica . £cf che co fa Jia periodo , £c? de i membri
, che fin parti • di quello . & di più maniere qualità di periodi
. I tO^tttì ttf tX't t ' ' i 1 IO Zi lì Itili * 'Ij'ùtlltlf * Uìl»f»f'««J}
? tìyM 'Vna di due forti è neceflariamente forza , che fi rruoui la
locutione : cioè o pendente , Se dirtela, in guifa che con l'aiuto delle
congiuntine particel- le habbia la continuità, & l'vnitàTua , nella
manie- ra che fi veggono cller le Anabale tra le dithirambi che
Cantilene : o veramente in fe ritorta, &l quali raccolta in gi- ro, a
quell'altra forte di dithirambiche cantilene fomigliante , le x quali
Antiftrofe fi domandano • Di quelle due locutioni, la pen- dente è molto
più antica, & da Hcrodoto Thurio vlata , come fi vede, quando dice ,
Quella farà 1 efplicatxó dell'hirtoria, & quel, 3 chefeguc. Et da
tutti in quei tempi erada prima approuara, Se porta in vfo . ma ne i tempi
d'oggi non molti fon rettati più, che 4 l'vfino. Hor quella diftefa, &
pendente locutione intendo io etVer quella,che termine,o fine alcuno per
fe (Iella non reca mai, fin che la cofa, che fi cfplica,& che s'efpone
non termini nel fen- j timentoCuo. Et è veramente poco per fe gioconda,
per l'infini- tà) & intcrmination , che tiene: defiderando per natura
tutti 6 di conofeere, & preueder dalla lunga il fin delle cofe. Et
da quello nafte, che coloro, che per arriuarea qualche termine
> & a qualche meta corrono, Cubito, ch'arriuano alle Cuoltc del- le
ftrade, fi fenton rifoluer gli fpiriii, &quafi auuiliti lafcian
di ritener più il fiato: come quelli, a cui prima parendo loro
di vedere il fine, c i tei min del corfo, non parca per conCcguente
di 7 Cernir fatiga* Tale adunquequale habbiam detto s'hà da Iti
mar, 8 che fia la locution pendente. La in le ritorta, & raccolta poi
è $ quella, che in periodi Uà collocata, & di periodi fi compone,
tic per periodo intédo io vna locutione, che in fe rtclla raccolta,
pof H h legga 2^-2 ^eRa r R^tprica d' Arili otetz^> 10
feggavn fuo proprio principio, Se vn fuo proprio fine,
&fiadt grandezza tale, che facilmente tutta inficmc comprender
con 1 1 Fintelleteo, Se con l'apprénfion fi porta. Quella periodica
locu- tionc adunque ha in le del foaue, Se del giocondo, Se è
infierae- 11 mente bene apprenfibile, o percettibil, che vogliam dire .
Soa- uc, Se gioconda è ella primieramente, fi perche elfcndo ella in
Ce finita, viene ad effer contraria al non finito, Se non
detcrmina- 1 3 to, ch'è per fé noiofo;& fi ancora perche airafcohator'
odendola^ par fempre>di pofTeder di nuouo con l'appenfion qualche cofa
, per caula che Tempre periodo per periodo viene a (coprirti
qual- che termine : doue che perii contrario il non preuedere
inditio di fine alcuno, Se il non terminarti, Se fpcdirfi nulla,hà in
fedel- 14 l'infoaue, Se del difpiaceuolc Beneapprcnfibile,cv ben
percet- tibile e ella poi, per poterfi fino al fin luo con facilità
ritener nel- la memoria. Et quello le adiuicne per haucr ne i tuoi periodi
mi fura, Se numero, ch e la cofa, che fra tutte l'altre e atta a dar
bc- 1$ ne imprefla nella memoria. Et da quello viene,che
ciafehedun molto meglio conlerua nella memoria i verfi, che la profa, Se
il parlare fciolto, per haucr' i verfi più efatto numcro,chegli
mifu- 1 6 ra. Hor'ei fa di bifogno, che il periodo fi diffonda. Se s
incorpo ri con la fentcntia in modo,chc con ella proceda faluo,& fini
Ica infieme, ne in modo alcun la fpczzi, o la rompa , o la laici
len- za feguirla, andare: come fi vede auuenir ne i Iambici verfi 17
di Sofocle, Calidonia certamente la terra che già fu habitata 18 daPclope.
perciòchc può per la diuilion fofpicai fi il contrario di quel, che fi
drcan, come a dir nel detto eifempio, chcCalido- I j nia fia terra del
Peloponneflo. De i periodi poi, alcuni fon com- porti di membri, Se alcuni
altri fon femplici, o vgnoli, che vo- lo gliam dirgli, di membri cópollo s
intede cfler quello periodo il quale elfcndo perfetto, Se finito in fc
fldfo, Se dilli nto nelle par- ti fue, viene ad elfcr con commodo, Se
nonratigofo o impedito 21 fpirito proferibile. & ciò. nelle diuife, Se
inrenotte parti fue, fi come adiuien nel periodo pure hora per eifempio
addotto, ma 21 nell'intiero giro fuo . Et di cofi fatto periodo le parti
Con quel- 23 le> che fi domandan membri. Semplice, & vgnol periodo
intc- 24 do io poi erter quello, che Ila raccolto in vn membro folo.
Qua- to alla grandezza poi, deono clfer i membri, Se li periodi
non cosi corti, che parer pollali monchi, Se troncati, ne troppo
pa rimente Jl 7crzL,o Ithro . 24. 3 if rimente lunghi,
conciofiacofa che i troppo corti, fogliari fare in li vn certo modo
virare, Se inciampato 1 ascoltatore in odirgli. per cioche quando
procedendo, Se difeorredo egli con l apprenfion dell'animo in lungo, verfo
la mi fura di quel termine, alqual già nella mente, s'haconceputo, che
debba feguir colui, che parla , fe in tal cafo dà d'intoppo nella cedanone
& «ci finir di quello, prima ch'ei non s'afpctta, e uccellino, che
come ributtato da ta 17 le odacolo, in vn certo modo quali inciampi, Se
arredi. Dall'al- tra parte i periodi troppo lunghi vengono a
lafciare,& a far rima nere l'auditore a dietro, nella maniera che tra
q uei, che infieme paleggiano Se fpatij finno trapalando alle volte l'vno
d'elfi più olrra del rcrmin (olito, prima che in dierro torni, vienea
Ialciar, & abbandonar quali gli altri, che palleggiano, Se fanno
fpatij 28 fcco. Mcdelimamente hanno i periodi troppo lunghi, quello d
imperfcttione,chc finno apparentia più tolto di fermoni inte- ri, che di
periodi, che fon pam d'elfi, Se iì polìbn perquedo af- 19 fomigliarc a
quella forte di poema, che fi chiama Ànabole. on- de fi può a coli Tatti
periodi accommodar quel mordace detto, ch'vsò Democriro Chio contra di
Melanippide; il quale in vece d'Antiftrofi s'affarigaua in comporre
AnabolcdilfcdunqucCo- ftui, che noia , & fatica fabrica ad altri ;
fariga, Se noia fabricaa fe medefimo . Se in vero le lunghe anabolepeflìme
fono al Poe- 50 ta, che le fa. Qitcdo medefimo può co ragione ancora
adattarli, de dirli contra di quelli, che troppo lunghi membri
dicendo 31 fanno. Dall'altra parte i periodi, che troppo brcui i Ior
mem- bri tengono, non meritan d'elTer domandati veramente perio- di,
cioè giri, &circuiri, mandando pertrauerfo precipiti gli a- 3 1
fcolratori. Hor di così fatte locutioni, che fon compofte di mc- bri, Se
per quello fi podbn membruti periodi domandare, alcu- ne fono
fcioltejibcre, Se difobligatej Se altre fottopofte a oppo- 3 3 da
contrapolìtione. Sciolte, Se libere farien, come a dir (per ef. fempio)
queda, Spelte volte hò io hauuto in ammirarione colo- ro, Che quede ibléni
adunanzepanagiriche hanno ordinato, Secolor parimente, che quedi eiTercitanui
giuochi, Se conrefe han 34 no inftimito. D'oppodapoi contrapofmon fon
quelle, negli v- ni, Se ne gli altri membri de le quali, o fi fan
corrifpondef gli v- ni contrari] a gli altri, o vna delia cola fi fa
corrifpondere ad am- 3 5 biduc i contrarij. come (per elfempio) l'aria
dicendo, A gli vni,effa borica d'Arinotela Capo io. DeltVrbanita della
locutione orato- ria, che co/a la fia^tn che confijla ; quante coje
pojfon concorrere a rendere il parlare orbano . Avendo noi già
detcrminato di quelle cofea baftanza, fegue, che inoltriamo al prefente,
onde procacciar quelle fi poffanoje quali fono atte a rc- dereil
parlare vrbano,& a farlo apparir vago,&gra tiofo, perciochel
yfare, &porreinarto I vrbanità del dire, e cofa dahuomo, che fia, o
dalla natura bene inftrutto, Se accommodato a quejlo,o dalla lunga
confuetudine aciò artue fatto, cVerterci tato, mail inoltrare li precetti
, & le vie, che fi han da tenere in farlo, a quella prefente arte,
& methodica via J appartiene. Direm dunque di quello al prefente,
& affinere- mo, & raccoglieremo quelle colè, che poffono a ciò
effere vtili, 4 pigliando alquanto da alto il principio in quella maniera.
E co- la per natura a tutti gli h uomini grata, de gioconda il
facilmen- teimpararc: & e/Tendo le parole inditij fignificatiui di
qualche 5 cofa ; ne fegue, che giocódiflìme ci fatan tutte quelle parole,
che * cauferan lo imparare, cioè nuouanotitia in noi. Kor le
parole uranierc mal polìon far quelìo, come quelle, che ci fono
ignote: 7 & le proprie ci fon già prima note . ma le parole
metaforiche , o 8 ver trafponate, fopra tutte l'altre lopoffon fare,
peroche s'alcun ( per cllempio^ chiama la vecchiezza ftoppia, o ver
biadegià fcc che, viene a fare, a chi ode,imparare, & gullar nuoua
notitiaper cagion di quella cofa comune, che comè genere Ila lor di fopra
: efrendoambeducxioècofilavecchiezza^comc la ftoppia,o ver 9 tal
biade, cofefattearidc,&giasfioritc.Fannoancorqucfto me defimo effetto
Jc immagini, o ver comparationi de i Poeti,*: per quella cagion , quando
fon ben formate, po/Tbn fare apparire 10 il parlare vi bano; come quelle,
che fecondo c'nabbiam già det- to prima ; fono in foftantia metafore ,
differenti folo da elle, per 11 quella poca d'aggiunta, che le ricercano.
Onde viene a parer l'immagine manco gioconda, per la Iunghezza,nella qual
lì (ren- de j Jl Terzj) libro . * 247 iz de; n è dice breuemenre
quella cofa eller quella : onde non ha 1 3 occalìon l'incelicelo di chi
ode di cercare, & apprenderci qua- 1 4 fi guadagnarli la cofa egli
ftellb . Neceflàriamentc adunque quei modi di locurioni, & quelli
Enthimemi fi deono Itimare vrba- ni, i quali co facil prefiezza ci pollon
fare imparare, &c qualche 1 j nuoua notitia acquilìarc.Et per quella
ragione nè quelli enthime mi, che fon troppo fuperficiali, & patemi,
polFono vrbani,cV'gra tiofi apparire : ( òe per iupcrliciali intendo io
l'elferea tutti aper- tamente noti, Se leder di cola , che nó punto importi
il faperla , o l'inucltigarla ) ne parimente quelli, 1 quali proferiti che
lono , 1 6 ofeuri nondimeno,& non manifefti reftano : ma
folamentequel li, li quali mentre che fi proferifeono Tono infiememente
appre- fi, quantunque prima non le nhaueirc notitia alcuna: oalmen poco
doppo, che proferiti lìano, fon dall'intelletto di chi ode, Se 17 có
l'apprcnfion gli fegue, arriuati. Da qucfti enthimemi adun- que li viene a
guadagnare, o inficme, o poco doppo,qualche no- titia di cofa, che prima
non fi fappia . doue che da quegli altri , che poco fa diceuamo, nè
nell'vno, nè nell'altro modo li può tal 18 guadagnofarc. Quanto dunque
appartiene alla fentcntia,& feti timento della locutione, quelli c
habbiam detti fono gli cnthi- 12 memi, che fi pollbno (limare vrbani.
Quanto poi allaltellalo- cutione,rifpetto prima alla figura, Se forma di
quella ; alhora vr- banità vi fi trouerà, quando vi faràinfcrta
cótrapofition di con- io trarij : come , per ch'empio , dicendo, Quella,
che da tutti in pu blico è (limata per pace, da colloro in prillato e
giudicata per guerra : doue fi vede la cótentione, o ver
còtrapofitione,cirendo 2 1 la guerra cetraria alla pace . Rifpctto alle
parole vi fi tremerà pri- mieramente , fe vi fi conterrà metafora , &
tal metafora , che la nonhabbia, nè dell alieno, Se del remoto , pofeiache
cofi ver- Xi rebbe ad elfer quando la fi profenfee , difficilmente intefa
: nè parimente habbia troppo dell'aperto, Se del luperficiale ;
pofeia che cofi non darebbe ella occafion di diletto alcuno a chi
l'ode, a 3 Et vi fi trouerà ancora, fe fi porrà la cofa in vn certo modo
di- nanzi a gli occhi , come ch'in atto quali operante : peroche
per l'impreiììon , c habbian le cofe a far nell'animo di chi ode, fa
di mefticri, che più torto li mollrino, o vero appaiano, come inatto
prefente operanti, che come quiete, & atte a operare in 14 futuro.Fà
di bifogno adunque,ch'a quelle tre cofe,fi tenga l'oc- chio, 2 4- f
Tfella ^R^tortca cT frìttotelo chio,alla metafora,alla
contcntione,ouerc6trapofirion dei con- trariaci all'efficace euidenria nel
por la cofa dinanzi a gli occhi, i f & emendo le metafore di quattro
fpctie, quelle di degniti, & di grada fopra tutte le altre ccccdonoje
quali confiftono in propor i6 tione: ficomc (per eilempio) fu quella, eh
vsò Pericle, quando parlàdo di quei gioueni, cheran morti nella guerra
diccua, che costerà (tata quella giouentù, dalla città tolta via,
comes'alcun 27 togliclìe via dall'anno la primaucra. & Letine parlando
dei La- cedemoni) di ire, non douerh* cóportare, &c tener poca cura,
che 18 la Grecia hauefle da reftar priua d'vno de duoi occhi
fuoi.Cefifo doto ancora,vedédo,chc Charcte ccrcaua,& facca diligétia
di re der delle cole publichc da lui amminiftratc, conto, & ragione
a punto in quel tempo, che la Città ftaua occupata nella
guerra Òlinthiaca,indegnato di quefto fatto, dille cheCharcre
aJhor, che gli pareua d hauer quel popolo in vn forno,tentaua,&
facc- ia ua forza di rendere i conti,& le ragioni fue . & il
medefimoCe- fìfodoto ellbrtando già gli Atheniclì a mandar gente nell
lfola d'Euboca,per trar di lì frumento, per maggiormente
infumargli diire loro,e(Tèrdi bifogno,ch a quella imprela vfcille fuorail
de 50 creto di Milciade. Ificrate ancora, trattando, Se confutando
gli Atheniclì di far pace,& amicitia con quei di £pidauro,& di
tue ta quella riuiera,hauendo egli quefto a male,perditHiadergli
dif fe loro,ch'cglin cercauan di priuarfi del viatico delle lor
guerre. 5 1 Pitholao parimente foleua chiamar li (ola di Salamine,la
fruita, 3 2 ouer la sferza del popolo Atheniefe. & la città di Scilo
foleua e- 3 3 gli chiamar l'arca, o vogliam dire il granaro di Pireo.
Pericle me defimamentecfortando,che fi rogliclTc via la città d Egina,
dicc- ua che gli era da tot via quel fiocco da gli occhi dal porto di
Pi- 34 reo. Mirocle ancora elfendo con non so chi venuto in
mentio- ned'vnatal pedona, tenuta giufta, & da bene, dille non
parerli elfer punto peggiore huom di quello : perochc quello
(diceua egli) pone in atto la fua malitia con terzi tochi (cioè con
vfure, ch imporran quatro per ccnto,che fon maggiori delle decimali
, eh importan manco di due per cento) & io la pongo in atro
con decimali tochi (cioè con dicci figli, lignificando appretto de i
gre 3 j ci, la parola, tocos, co si rvfura,come i figliuoli.) Alclfandro
pa- rimente in vn de i fuoi verfi Iambici, parlàdo delle figliuole
fue, chaucuan già trapalfato l'età conuencuole a maritarli, dille,
Le mie Jl Ter ZJ) libro . 24. 9 mievergini hanlafciato fpi rare
il tempo di coparirein giuditio $6 dinazi al tribunale delle Nozze. MedelimamcntcPolicuto
cétra di Speufippo, il qual'cra grandemente molcltato d apoplcflìa,
di ccua,che quello nó potcua trouar mai fermezza, ancor chela
for tuna l'hauefle raccluufo in quella infirmiti penteiiringa (cioè
li- mile a quello inltromcnto da carcere, che in cinque parti tcneiu 57
la pedona ftretta, Se perciò pctelìringi li domàdaua.) Ccfifodoto |8
ancora foleua chiamar le galere, o ver le naui, molini ornati . Il Cinico
chiamaua le tauernein Athene,le Fiditiede gli Athcnie- fi ; (elfendo le
fiditic quelle femplici, Se modelle publiche cene 39 de i Laccdemonij.)
Elione parimece dille, che gli Athcniell ha- 40 ucuan verfata la Città
lopra la Sicilia. Se in quelle parolc,nó lo-, lo lì cótica metafora, ma fi
pone ancora in ella la cola dinàzi a gli 41 occhi. come li pone ancora in
quella, Onde la Grecia cfclaroaua, Se vocifcraua. doue fi vede in vn certo
modo la.*ietafora,&: il po 41 ni meco della cofa dinazi a gli occhi,
come lì vede ancóra in quer- elle già dille Cefifodoto,douerfi hauer
cura,che le publichc adu- naze,nó parelfer più torto incurlioni militari,
che ciuili raccogli- 4 5 raéti.óc il mcdclimo modo di dire vsò Kocratc
cótra di quelli, che a modo di tutbuléte,& inordinate incorfioni,in
quelle cómunif 44 fune adunaze panagiriche lì raccoglie u a no. Et ancora
in quella funebre oratione domàdata rEpitafHo,fi legge, che gi ulta cofa
fa rebbe,che fopraa quei fepulchro,doueeran fepolti quelli, ch'e- ran
morti nel fatto d'arme appretto di Salaminc,lileualTe i capc- gli la
Grecia,poi ch'infiemc có la virtù loro, era fepolta la libertà 45 di
quella, doue fc fi fulfe detto, chegiufta cofa farebbe, che la Grecia
piangere, Se facelfe fopraquel lepolcro lamenti per elTer quiui lepolta la
virtù di coloro, farebbe Hata metafora, Se inlie- 46 memente ponimcto
della cola dinazi a gli occhi, ma 1 hauere ag- giùto elici có la virtù
fepolta inlieme la libertà, vi ha fitto elici e 47 ancor di più la
contentione, Se contrapolition de i contranj. lu- crate ancora dille, il
camino della mia orationeattrauerlerà perii mezo de i fatti, & delle
attioni di Charete.doue li vede primiera- méte la metafora di
proportione,& in quel dir poi, per il mezo, 48 fi viene a por la cofa
dinazi agli occhi. Se parimente in dire, do- uerlì chiamare alle volte i
pericoli in aiutodc i pericoli, li cótien 4 tal metafora,chc dinazi a gli
occhi la cofa pone. Licoleone anco- ra difendedo Chabrio dille, Nó haretc
voi alquàto di rtfpetto (o ^ li giudici) 2j o 'Della ^Retorica d*
Ariti otelz_j giudici) Se di verecundia a quella ftatua di bronzo, che fupplica
a 50 voi per lui. Le quai parole,nó Tempre, ma per quel répo, cV
per quella occalionealhor prefente, contengono in le metafora, ma ben
fonoattea por Tempre la cofa dinanzi agli occhi, perochc in quello flato
di pericolo,in che Ti trouaua alhor Chabria,puòqua drar,che la (tatua
Tupplichi,dàdo(ì alle coTe inanimate,qucl, che conuiene all'animate,come
ch'altro non fiano e(Ic fiatile, che có- 5 i menrarij,& memonedelle
coTe,che Ti fanno per la republica.Co fìmil metafora di proportion Ti
dircbbe,crTalcuni co ogni manie ra di diligctia (Indiano, Se s'affatigano
per Taper poco, Se per ha- uer l'animo vile.cóciolìacoTa che l'attribuir
cura,ÓVdiligctia,pro- priamente s'accomodi al cercar d'accreTcere,& di
migliorare, Se 51 nodi palfàr nel male. Simile ancor metafora Taria
diccdo.haue- ic Iddio nel darci 1 intelletto, acccTo nell'anima noftra vn
lume, poTcil&i e aro beatole qu erte co(e,intelletto, &
lumc,conuengono 5$ in queftacótmwvc anione di far manifefto,& recar
chiarezza. Si- mile ancora è quella, con quefta pace non difciogliamo la
guer- 54 ra, mala proroghiamo : peroche ambedue quefrecofe, (cioè
la prorogarione,& vna così fatta pace) conuengono in guardar
co- 55 fa, c'hahbiaa venire . Simile ancora èquclla altra, che dice,
Le paci vantaggiofe elìer più egregij Trofei* che non fon quelli,
che j6 ti rizzano nelle battaglie, & ne i fatti d'arme . conciofiacofa
che quelli lì Togliono Tpeìlb Tir percoli*, ch'all'importantia di
tutta la guerra non Ton di molto momento, doue che quelle Ti
pógoi» 57 per il felice fine,che Ga porto a tutta la guerra . ambedue
que- ftecofe adunque (cioè corali paci,& li Trofei) conuengon
nel- 58 ladetta metafora, in elFcr fegni, & indi ti j, di vittoria. Se
cosi fatta metafora è quella ancora, Le città fono ancora elle
grande- mente fottopofteàcondciiation di pagar la pena degli error
lo- ro,laqual pena è il vitupcrio,nel quale apprello de gli huo- mini
errando incorrono : non eilendo altro il pagar la pena, che lettone, Se
danno guidamente rice- uuto. Habbiamo già veduto adunque, che la
metafora, & il ponimento della co- fa dinanzi a gli occhi, Terne ,
Se gioitamenro reca alla cotn- pofition del parlar vrbano
. f C«po Jl'Terzj) libro. aji (ajtoir. *Di quella locuzione }
che pon la cofa di- nanXi^ a gli occhi : come le metafore* & le immagini
pojfon fruire a rendere il par- lare : priue d'anima,per virtù delle
metafore. In tutti i quai lucghi, quell attribuiteli ei fa energia d'atto,
Se dopcrationeal- le cofe>reca gratia,& dilcuo,come(per eiTcmpio)
in quel luogo. 10 Di nuouo il fallo sfacciato, & lenza volto di
vergogna,daua voi ta in dietro, Se rotolando tornaua al piano. Si in
quell'altro luo- li ij go. Il 2 j 2 *Del/a r B^torlca come nell
liola di Carpatilo, il Jl Terzj) libro . 2jy Se già detto incom modo
é Quai cofc adunque rechin fo r za allalo- curionc vrbana ,* & onde
lìa che talcffecro facciano, già pienamé S 6 te ( :i può dire) la cagione
allegata riabbiamo . Frale hiperboli ancora, quelle che (on più lodate, 6V
ingegnofe, fono ancora clic 87 metafore; co me (per elfcmpio)quelta,chc fu
vfara conerà d'vno, c haueua la faccia tutta
punta, Kk Capo 2jS ' T>effa c B^tortca d %
Àrittotek_j (apo 12. ^Deìla diuerjìtà delle locutioni orato- rie,
fecondo la dtHintion de t tre generi di cau/e$£f fecondo che differenti
fino le Ora- zioni, che han da rnoHrar la firz^a nel r e ci- tar fi h
da quelle , che principalmente, accio- che habbtano da effer lette , £f da
reflarcj (critte , fi compongono . A di meftieri di fnpere, Se che nó
ad ogni gcner co- uicne, Se quadra vna ftc Ila forre di locutione,
ma cialcun defli ne ricerca vna, che (ia propria Tua. conciofiacola
che altra locutione habbia da efler quella, che hà da poter leggerli, Se
reftarc fcrirta , & altra quella, e hà da vfar principalmente la forza
fua nella con- tenderne, Se recitationc : fi come parimente diuerfa ha da
elfer la 1 locution dclibcratiua dalla giudiciale . Et ambedue
nondimeno 3 fa di meftieri di conofeere, & di fiipcrc . Pcrcioche la
prima , ri- cerca, clic fi fappia puramente, Se lenza errore parlar nella
legir- 4 cima lingua greca, Se di quello Ci contentarci 1 altra è
ncceifario di fapere,acciochc 1 huomo non habbia da cfler forzaro di
tacer con la penna, ogniuolta che defiderio gli venga di far
partecipi gli altri dei concetti fuoi: il che fuole auuenirea color, che
fcri- 5 ucr non fanno. Hor la locutione, c'hà da poter rimanere feri
t- ta , Se per quello fctittibil fi può domandare > ha da ellere
cfqui- fmfllma : Se la contentiofa grandemente, anione,
&rpronunv 6 tia ricerca* Della quale due fpetie li rruouano , 1 vna
pathciica , Se cfpreulua d'affetti , & l'altra coturnata , Se di
cofhime efprcf- 7 (ìua . Et da quello nafee che gli Hillnom van dietro
volun- tieri a rappxcfentar quelle fauole, che fon nella delta guifa
di 8 affetti , & di coflumi cfpreflute . Se li Poeri dall'altra pai te
vo - luniicri dan ricetto a cosi fatta forte d'hiftrioni, che ben
lìano 5 atti a tale efprelfionc. Sogliono ancor de i poeti elfer
lodati quelli > che nei lor poemi non tanto l'attione, quanto la
lct- ùon riguardano* de i quali (per elfempio) è vno Chcremone :
co me qucl- Jl TerZjO libro . 2jj me quello, che non altrimenti
è efquifito,& diligente in quello, ch'egli fcriue, che fé orationi,
che feritre hauelTer da reftare com ponellc. Se il medemo fi può dir di
Licinnio trà i poeti dithirabi 10 bici, o lirici, che gli vogliam dire .
Et Ce Ci pógono in compara- cionc, Se paragone l'vna, Se l'altra forte di
orationi, fi vede chia- ro, che quellcchc perche habbian da efler lette fi
fanno, pofte in atto di recitarfi nelle contefe delle concioni ; fneruate,
riftrette , Se angurie appaiono.òV quelle dall'altra parte,lcquali nel
recitar- fi, Se contenderfi, fon parure efficaci, Se potenti, venute poi
in mano, Se lcrtc; languide, & roze, Se (per dir cofi) plebee Con
riti 11 feitc. Di che altra cola non e cagione, Ce non ch'a quelle at
doni, il Se contentioni, accommodate, & proportionare fono .
Perla qua! cola quelle orationi, che ali amone, c\: alla pronuntia
fon deftinatc-, feda loro fi tollc via quella atrionc,c\: quella
pronun- tia, non potendo poi far lvfficio,& l'effetto loro, in fi pide,
fred- de, Se inette appaiono: come (per eflempioj accaderebbe
nel proferir quelle parole,chedifgiunrealle volte fi pògono, Se
fciol 13 tcdaligatura,& da copula. Mcdefimamentc il repcter più
volte in foftantia vna fteilà cofa ; nelle orationi fcrittibili (per dir
cofi,) che fi fanno acciò fian lette ; non fenza caufa è reprouato, &
po- co lodato : douc che nelle contentiofe, Se pronuntiabili
oratio- 14 ni, fi vede a^ai dagli Oratori vfato : eflendo così fatte
repetite 15 locutioni, molto bifognofe,di pronuntia,ó\r dattionc.
Maène- ceiTario che in così fatte rcpetitioni,faccia colui, che le
proferifee qualche agitatone Se mutatione nel proferirle,pcr inoltrar di
di- re con vna cofa,diuerfe cofe. la qual mutatione dàadito, Se
("pia- na in vn certo modo la via all'hiftrionica attionc oratoria :
come 16 fper ellcmpioj dicendo, Coftui e quello , c hi vfurpato, Se
fu- rato le cofe vofìre, coftui e quello, che vi hà ingannati, cortili
è 17 quello, c'hà finalmente tentato di tradirui. fi come Filemone
hi- ftrionc parimente faceua nel rapprefen tare, Se recitar la
fattola d'AnalIandridc, nominata la Gerontomania, o pazzia dei
vec- chi, che la vogliam dire, Se fpetialmente doue parlano
inficine 18 Radaraantho, Se Palimede. &nelprologo ancor di quell'altra fauola,
che i Religiofi, ouero i Pij n domanda, Se fpenalmétc in quel luogo, doue
più volte fi repctifee, Se Ci replica la parolaio. Xp Quelle forti di
locutioni adunque a chi non le aiuralfe con l'at- tionc,Óc conlapronuntiajdiuerrebbero^om'in
prouerbio fi di- Kk ij ce, co- 2 do *Della Teorica d
'ArìFlotelc^ 10 ce, colui, che la trine porrà. Se il medesimo fi dee
fouerchie,c\: inutili fono, Se più torto imperferrione, cheper- Ji
fettione apportano. Ma lcgiudiciali orationi han di memeri di maggior
politezza, & di piuefquifno Audio ; Se maggiormente fc dinanzi ad vn
giudice folo accalca, ches'habbia da narrar la 3 1 caufa , eiTendo quella
la minima dillantia, che nell'arte del dire 3 3 accafehi trà chi
odc>& chi parla, pofeiache in elfo vien
maggior- mente JlTerzjo libro. 261 mente veduto, & auuértiro
quello, che fia proprio, 6V apparte- nere alla cau fa; & quello, che
fiaalicno, &c remoto da quella, nò ha luogo quiui laconcenrio(a,&
cócitata attione : & per có- fegucuee reità in chi ode ilgiuditio
fchietto, ite incontaminato. 14 Perlaqual cola non tutti gli Oratori,
ch'eccellono in vn di que- lli generi di locutione, eccellon parimente in
tutti, percioche donerà matfìmamente ditneftien dell anione^ fa manco perii 3;
contrario d'cfquilita diligenti.! bi fogno. & quefto accade douc è
neccllària la voce, de mallimamcnte douegrande,alra, ÒV refo- }6 nantc fi
ricerca. La locutione dimollratiua adunque viene ad cf » fcr la più habile
a tettare feruta, & la più fcrittibil (per dir coti) eflendo quello quali
l'viUcio fuo, periiqual principalmcnre Ci compone. Nel fecondo luogo poi
larà attaaquelk> la giudicia- 37 le. Il voler poi aggi ngner nuouc
dioilioni della locutione, con dire, che biiogna>ch'eiia (la foaue,
&gioconda,& che la fia ma- 3 8 gnifica, c cofa vana,&
fupcrtìua. perochc perche più torto ha ci la da ellercosì, che non ha da
clfcr temperata, ex: liberale,!?»: d al 35? tra virtù, & coftumc tale
? Quanto adunque alla foauità,lc con- ditioni, che fin qui fi fono alla
locutione allignate, la faranno ^ tale, feda noi è fiata rettamente
determinata, de diffìnira la virtù 40 diquella. percioche a che fine s'hà
da credere, che ha flato det- to clìer necelìatio, che la lìa aperta, Se
lucida, Se non haimia del vile, Se dcll'humile, ma fia conucneuolmente
temperata in quel 41 naczo ? pofeiache così dal troppo ella abbondare nel
fupertiuo delle parole; come dalla troppo fuccinta brcuità,
puòdiuenirc ofeura, Se poco mani fella : & per confeguentc nó può
eller du- 41 bio, che mediocrità in tal cofa non le conuenga. Et alla
giocon dita, & dolcezza d'ella, le conditioni & qualità già dette
potran feruire bafìantemente, Ce ben tcmpcrate,Cv mifchiate, (arano
in- ficine quelle parole,che nó fon lungi dal parlare vfirato; &
quel- le, che tengono alquanto del nuouo,6V del forefticro : & le con- ueneuole
oratorio ritmo, o numero, che vogliam dire, non le mancarà ; ne parimente
il decoro,in modo,che credibile, cv per- 43 fuafibile, la poflà rendere.
Della Locutione aduque habbiamo a baflanzadctto,sì per quel, che tocca a
tutti li generi di caufe co- munemente; & sì per quello, eh a
ciafehedun d'eflj era lac- ualmente ncccllano. Rellachc dellordin delle
parti integrali dell Oiation ragioniamo . 2$2 i tDella Hgtorica d*
*ÀrìttoteÌLj (apofj. 'Delle farti integrali dell'orazione ì del
numero-, & Jufficientia di quelle . Et co- me diuerfamente errajfer
diuerfi altri Scrit- tori della Retorica, nella diutjìone dell'
ora- ti one, (f nel numero delle farti d'ejfa . Ve fon le parti
dell'oratione oratoria . percioche gli e ncccilàrio, che Ci proponga la
cofa, che s hà da prouare, & che fi proui la cofa, che ila
propo- nga. Onde il non prouare, & non dimoftrarclaco- 1IW fa
,che fi efpone, & propon nella caufa, o il voler duiiofìrarc,&
prosare, (e cola alcuna non lì fia cfpofta,&: propo 4 ila prima, fon
cofc in natura lor non potàbili : polciachc cohri , diepruoua, &
dimoitra, e forza che qualche cofa dimoftri : &c all'incontra colui,
che propone qualche cofa, percagion d ha- j uerla poi a prouare, &
inoltrar la propone. Delle quai due co- fe quella vi ti ma non e altro,
che Propo fi ti on e, o proponimento o propofta che vogliam dire, 6c
quella non e altro, che pruoua a 6 far fede : nella maniera, che s'alcun
diuideflc le fciennc in prò- 7 blemi, o ver propofti quefiti,&: in
dimoftrationi. Ma a i tempi 8 noitri hoggi vanaméte, & quafi
ridicolofamentcdiuidono:con- ciofucofa che la Narratione, folamentc nel
gcner giudicialealle $ volte habbia luogo, ma nel dimoftratiuo , &c
neldeliberatiuo, come eflerpuò chcfitruoui narratione, &c fpctialmente
tale, 10 quale eglino la intendono? o come vi fi può parimente
tro- ttar quella parte, nella quale fi procede contra dell auuerfario
ì 11 ol Epilogo ancora delle cofe già prima dimonrate ? Mcdefima- 1 1
mente il proemio, e il porre in parragone, 6c comparatone le proprie ragioni
con quelle deU'auuerfario , & il recapitularcj alhor nelle
delibciationi,cx: nelle codoni truouan folamctc luo- go;qufulo tra i
cófiglieri, che dicon la lor fenrentia, cade per ca- 1 3 io qualche
oppugnatione, & qualche controuerfia -, folcdo nel ocncr deliberati uo
accafcarc ancor molte volte accufationc, &; difenlìone ; ma non in
quanto è egli delibcratiuo, ouer conful- 14 tatiuo. Ma ne ancor l'Epilogo
e tempre necellario ad ogni giù - diciale ( ! Jl Terzj* libro .
V I j diciate orationc ; come a dir quando, o ella molro breue ila ;
o le cofe, ch'ella contiene, fiano per loro fterte atre a reftar
faciimé* \6 te nella memoria, di maniera che quando vi Ci truoua,
accade 17 ciò per la lunghezza dell'orarione, che Io comporta. Son dun- que
neceflaric la Propostone, o proponimento che vogliam di. re, &la
pruoua a far fede : & quelle due fon veramente effentia- 18 li, 5c
proprie parti dell'oratione. Qyellcpoi le quali al più ac- cader può, che
trouar vi Ci pollano, Con quattro, il Proemio, la 19 Propolìtionc,la
pruoua a far fcdc,& l'Epilogo-condoila cofàche l'opporiì, & il
contradire alle volte ali auucrfario, altro verame- xo te non riguardi fé
non lo ftelio prouarc, Se procacciar fede. Il porre ancora in comparatone,
& parragone le proprie ragioni con quelle dcll'attucriano,
(chccollationc da alcuni è detta) non e altro in ibftantia, eh
'ampliflcation delle proprie ragioni ; Se per conferente vien tal cofa a
inchiuderfi , & ad hauer parte nella fterfo far fede, perche colui,
che con quello parragonarc amplifica, qualche cofa di più vicnecgli
adimoftrare, cVapro- I I ilare in far quello . Ma non già quello medefimo
auuiene del proemio, & deli Epilogo; eflendo l vno, & l'altro
indrizzato a imprimer meglio nella memoria le cofe, che fi fon dette, o
che 11 s'handadirc. Mas'alcun vorrà far la diuilìon di tarparti nel
mo do, chcfolcuan fare li feguaci di Theodoro ; altra parte farà
la narratone, altra lafopranarratione, altra l'antenarratione, altra
' 13 laredarguirionc, & la fopra redarguì don e. Ma alhor fa dibifo- gno
di trouarc, 6c impor nuoui nomi,quado s'han da cfprime- renuoue parimente
nature, & differente nnouc. al- trimenti il volere imporre, &
formar nuoui no- 14 mi, è cofa vana,fuperrlua,cVnugaforia : fi ^ come
fece Licinnio nei libri che fcrif fc di queft arre; nominando
al* cune parti Corrobot ationi, altre digreflìoni, Se al tre
chiamando, rami* è 64. T>eUa ^Retorcia d* ArìHotele^j (apolli
T)i quella parte dell'orazione > ch'i chiamata Proemio 5 & quali
auuer tentici y , £g precetti sfacciati di b [fogno per la buona fir
maison di quello in ciafihedun gener di caufe ; £f de gli "vfficij^
che conuengono a co- tal parler L Proemio oratorio adunque non e
a!rro,che prin cipiotieirorarione; fi come nei Poemi il prologo, &
appreflb de i fonatori di tibie, o di Hauti, quel- la prima lonata, che
fanno di fantafia . conciofia- cola che tutti quelli fianoin vn certo modo
princi P»j,c habbian quali come a {pianar la ftrada a quelli, chan da
paf 3 iar per cita. Bene c vero, che così fatta prepara rione, che
dal principia fanno li fonatori, s'aflòmiglia Ire rial mente al proemio i
i 4 Jicl gener dimoftranuo. perochc i detti fonatori, (è in
qualche forte di fonata fi fenton particolarmente valere, quella
prendon per lor principio, & in quella vagando vanno ; &
finalmente có t x buon congiugnimcnto l adattano con la
fonata,cheprincipalmc j te incedono. Quefto medefimo
nclledimolìratiueorationi cie- 6 .cito, 6c s'appariico di fare, percioche
pigliando lorator da prin cipioadir di quella cofa,& di quel
ioggerto,che più gli aggrada, èv in quello eiUndo proceduto alquanto, dee
dappoi con deliro, & ingegnofo appiccamene congiugnerlo con fa cauti
fua ; co- 7 ine fi vede* che molti fanno. & n riabbiamo i c Ikmpio
dlfo#ra- ^ x te neirorationcjch'ci fece in lode d Helcna. cócioliacofa che
nef- funa conuenientiapaia, che fi tritoni tra l'i rigane noi e, cV
conren- S tiofa profefllon dei boli ih A I ' v lena, oc inficine ne viene
ancor quello di bene, ch'injcosi fatto digredirei allontanarli dal
fog- gerto parincipale, pare, che il corpo di turca
l'orarionenediucn- p ga vario, & nó tutto d'vna ftefla forma. Hora i
proemi) delle di- moilratiue orarioni fi poiIono,comeda lor luoghi trarre
dalla lo 10 deprimieramcce,o dal vituperio: come fece Gorgia nella Tua
ora rione Olimpiaca co quello principio,DigniiTìmi di
amniiratione (Nobilitimi Greci) fon giudicati da molti coloro,& quel
fegue. t perciò- fi TerZjO Uro . 2 eSa 'Retorica d'Arinotela ti
ditirambici , o lirici, che gli vogliam dire , fon limili a quei 14
delgener di inoltra ti uo . come (per eflempio) quello , Per cagió tua,
& delle cofe tue, & de i tuoi doni , & gran benefitij , &
per 1 $ cagion de i tuoi trofei, vengo io a te , o (acro Baccho . Nelle
fa- ttole adunque de i poeti, & parimente ne gli Epici poemi loro
, hà d'apparir dal principio vno indino, Se vna inoltra di tutta 1
o- 16 pera, che feguir dee : acciochc fi polla preuedere in vn certo
mo do innazi quello, che nel poema, & nell'opera fi contenga,^:
no habbiachiodeda ftarcin tutto fofpcfo, & pendente d'ani
mo,co- 17 me dubiofo di qucllo,che s'habbia a dire : ellcndo la
indetcrmi- qation delle cole atta per fu a natura a fare errando , &
vagando aS andare. Se fi darà dunque a chi ode, vn principio , come
che quali in mano, fi farà in quella gui fa, ch'egli a quello
attenendo- fi, polla andar feguendo con Tapprenfion le cofe, che fi
diranno . Et per quella ragione fù fatto quel principio . (anta Dea l
ira : Se que Ilo . Di (jHcU'buom dimmi 0 Afufa : Se quell'altro. 3 o
Siami Duce a narrar con nuouo carme , • j La guerra , che d'Europa in Afta
fiefej, 3 I I Tragici poeti ancora danno da principio qualche indino, Se
lu- me di quello, che nella fauola fi contenga : fe non (ubico da
prin 31 cipio, come fà Euripide, almcn nó mancan di farlo in
qualche parte dentro allo Hello prologo, come fa Sofocle, quando dice
, 3 3 Polibo fu il mio padre. & quel che fegue . Et nella Comedia
pi 34 rimentefifa il medefimo. L'importantiflìmo, &
necellàrifu- mo adunque orrido, c hà da fare il proemio,& che
ptopriamen- te gli fi con ni cnc, s'hà da (limar, che fia l'indicare,
& aprire i'in- 3J tentione, e'1 fine, per cagion del quale fia fatta
l'oratione. con- ciofiacofa che correndo, che la caufa, & la cofa
Itelfa , di cui s'hà da trattare, fia all'ai chiaramente nota , o di brcuiflìma
oratione j 6 Labbia bifogoo, fi può in tal calo foprafeder dal proemio.
Tut- ti gli altri effetti, & offitij poi, eh e loglio no vfar di farei
proemi;» fon quaficome medicamenti, cV remedij : ne fon propri; fuoi
, 37 ma communi all'altre parti dclloratione . Erquem fi pollon
prc derc, o dalla perfona di colui, clic parln,o da quella
dellafcolta- tore, o dalla ìtetfà cofa, doue Uà la caufa, o ver dalla
perfona del- 38 l'auuerfario. Da colui, che parla , Se cWlaunerfario , fi
polfon prender tutte quelle cofe , ch'appartenere, Se leruii
poilbnoadi- fcioglierc, Jl Térzj) libro . 2 tf? $9
fciogtiere,&a impor calnmnic : ma non già nella medefima ma- niera, Se
nello rtellb luogo . pcrciochc l'auuerfario, che fi difen- de, fe calumnia
gli è rtara importa, hi da cercar la prima cofa da principio di
purgarfene, Se di liberarfcne. doue che l'accu fa rorc 40 volendo impor
calumnia, nell'epilogo hà ciò da fare . Et la ca- 41 gion di querto non è
ofeura, ma Ila quafi in pronto, pcrcioche colui, che s'hà da difendere, fe
vuol farli adito, Se rtrada ad ede- re odito, actefo, Se creduto, fi di
meftieri , eh egli cerchi di i i- muouerc,&: tor via ogni impedimento
: Se per confeguenre hà da procurar di difeioglierfi, Se liberarli prima
dalle calamuie. 41 Ma colui dall'altra parte, chàintcntion di riprenderci
di ca- lumniarc, hà da far ciò nell'epilogo, a fin, che gli afcolratori
rac- 45 glio ciò riferbin nella memoria . Quanto poi a quel, che
riguar- da la perfona deH'afcoltatorc,ftà primieramente ciò porto in
cer- car di renderlo amico, Se bcneuolo a noi, Se irato , Se male
ant- 44 mato verfo deU\iuucrfario . Et alle volte ci hà luògo il
procurar di renderlo attento, o ver per il contrario dirtorlo dall
attentio- 4j ne: conciofiacofa che non fempre fia vtile, Se profltteuole
alla 46 caufa, l'haucrlo attento . Onde molti per tal ragione
s'ingegna- no, Se pongono ftudio di prouocardertramentea rifogli
afcolta- 47 tori. A render poi l'auditor docile, Se habile a intender
quel, che s'hà da dire, pollono eflTer vtili , Se condurne tutte l'altre
co- 48 fe dette fc ciò ci piace, Se torna ben di fare : Se oltra ciò il
procu- rar colui che parla , d'apparire huom da bene , Se della
giurtitia 49 amico : pofeiache a coli fatti huomini fi fuole ageuolmentc
pre- 50 rtare attcntione, Se credito. Attcntionc foglion predare gli
afeoi- tatori allccofe grandi, Se di gran momento, alle cofe lor
proprie, &ch'a loro particolarmente tocchino, Se a cofe,chc rechino
am- miratione, Se a cofe finalmente gioconde,& atte a portar
diletto. Se per quefto fa di meftieri d'accennare, Se prometter d
haucrea ji dir cofe tali.& per il c5trario,fe verrà commodo,&
vtilealla cau fa, che gli afcolratori poco attenti fiano, bifognerà
dcftramcnrc far credere, che le cofe, ches han da dire, fiano di poco
momen- to , che le fiano poco, o nulla attinenti, Se toccanti ad erti, Se
che ci finalmente noiofe, Se odiofe fiano. Ma dee ben non ci etfer
na- feofto , che querte coli fitte cofe, fon tutte fa ora de i meriti
del- la caufa, Se della foftantia dell'oratione : come quelle, c'han
loia mente luogo apprelTo d'afcoltatori non incorroui,0 non
finccii, L l ij Se parati 2 6& T>ella r B^torìca
d^riflotel^j tk parati in fommaa dar volonticri orecchio , tk ricetto
ancora 5 5 alle cofe, che fuor della caufa lono. peroche s'eglino coG
farti 54 non fuilèto, non farebbe vtilc , o necelfario il proemio , fe
non quanto con elfo saccennallero , «Se s'aprirò i capi , tk la
fom- madell'oratione ,& della cofa, eh à trattar s'haucllc:
accioche a guifa di ben formato corpo, haueli'e ancor ella il fuo capo,
tk non rcftalTc come corpo tronco . Apprcllb di quello il cercar
di procacciare attentione e cofa commune a tutte le parti
dellora- tione,quando ve ne bifogno. concioliacola che in ogni altro
luo go dell'oratione può più ageuolmentc accalcare , che gli
animi degli afcolta tori iiano fianchi, & rimeflì, che nel principio
di f6 quella. Onde par, che fia cofa fuor di ragione, tk degna
quali di rifo il volere, ch'alhora lì procacci attentione, quando
foglion J7 tutti mafiìmamente con attentione odirc. Per laqual cofa
ogni volta che loccafion fi porga, o 1 bifogno lo ricerchi, farà ben
di 58 dire, Attendete di gratis, & volgete la mente alle mie
paiole: peroche la cofa di cui vi parlo, non apparrien niente più a
me, 59 che s'appartenga a voi . Io fon per dirui cola tale,chc mai nò
ha- 60 uere ventala più atroce, & la p.ù marauigliofa . Et quello
era quello>chc intcndeua Prodico , quando diccua, che come
egli vedeua fare a color, chcl'odiuano, fegno d addormcn tarlagli
ec- citaua con dir loro, che direbbe , & proporrebbe loro innanzi
, €1 cofa, che valeua cinquanta dramme. Non e dubio alcuno adun- que
che li proemi) non riguardino gli alcoltatori, non in quanto 61
afcoltatori, tk propofii folo ad afcolrar la caufa . percioche
tutti quelli, che gli via no, cercano, o di dare in elfi qualche
caluronia altrui, o con difcolpar fe ftcflì, liberarli con feguen rem ente
dal ti- mor, che pollano hauer di chi gli debba odi re. come fece colui
, 6; che dille» Io dirò,o (acro Rè, non come, ne con quanto Audio» 64
cV quel, che fegue. & quel! altro dille, A che cerchi tu d
vlar proemio? a che vai tu proemizando 2 Color parimente, che
li truouano hauere il peggio nella cola, che voglion dire, o
nella caufa, che trattar vogliono, o almeno firmano, tk dubitan ,
che coli li creda, fogliono vfar proemio : conciolìacofa che in ogni
al tra cofa, che nella caufa ftctfa, ftimao,chc (ia lorpiù
vantaggio 66 di far dimora. Onde vediamo, eh 1 noftri ferui , non
nlpondo- no alle cofe, chclor fon domandate, ma van diucrtendo , tk cir- cuendo
d'ogn 'intorno con le lor parole, tk lunghi proemij fan- noJl Ter&o
librò. 2 6$ 67 ho. Onde, & come, scabbia poi da cercar di render
l'auditore amico , & bencuolo, Se di tatti gli altri cofi fatti
atFctti,già di fo- 68 praal luogo Tuo a baftanza fi è trattato. Et perche
molto a ra- gione, & con buon giuditio dilfe Ho mero -, Goncedemi
benigna Dea, chedouendo ioarriuarca i Feaci, vi venga creduto da
loro, 69 o per lor'amico, o per degno di compatitone ; ci vien con tali
pa rolcainfegnarc, eh à queftiduc affetti bifogna
principalmente hauer l occhio , per cercare, & cattar dall'auditor
bcneuolentia. 70 Et nel proemio del gcnc-F demoftratiuo fa di bifogno per
cagione della detta bcneuolentia di procurar , che gli afcoltatori fi
Itimi- no, che con le lodi, che a chi* hàda lodare fi danno, fian
con- giunte in vn certo modo le lodi parimente, o d'\ loro fteili , o
del- la ftirpc , & fameglia loro, o de i loro ftudij , o delle lor
profefc 7 1 fioni , o in qual li voglia altro modo riguardin loro .
Perciochc quello , che nel Dialogo intitolato l'Epitaffio dille Socrate,
non elTer cofa difficile il lodar perfone Athpnicfi , dinanzi ad
afcol- tatori Athcniciì, ina lì bene alla prefentia de i Lacedemoni
, 74 s'hà da ftrmar per giudiriofamente, & veramente detto.
Quan- to a i Proemij poi del gcner deliberanno , fa di
mcftien,che quando bifogno ne viene, egli dal gcner giudicial gli tolga ,
co- me quello, che per natura fua manco di tutti glialtii generi 73
ha neceffità di proemio, conciolìacofa chegià prima fiano in- formati gli
afcoltatori di che cofa s'habbia a trattare, & parlare, 74 &c nó
habbia nel retto la caufa bifogno alcun di proemio, fegià non accadente
coral bifogno per cofa, che guardante o la perfona di chi parla, o quella
dcll'auucrfario : ouer quando l'orator ve* delle, che gli afcoltatori non
ftimallcr la cofa di quella grandez- 7J za, ch'egli vorrebbe,mao maggiore,
o minore. Per laqual cofa gli fj di meftieri in tai cali, o di calunniar',
& riprendere, o di 76 purgarli, & liberarli dalle calunnie
impofte, od'amplificar la 77 cofa con ampliarla, o con eftenuarla, &
diminuirla. Per cagion di quelle cofe adunque può occorrere alle
deliberatine orationi bifogno di premio, o per cagion finalmente d'vn
certo ornamé- to, òc compimento dell'oratione : acciochc non habbiaella,
re- ftandone fenza, da parere in vn certo modo tronca, & quafi
fen- 78 za capo: come così fatta pare quella oratione, che fece
Gorgia 72 in lode de gli Elicnfi : pcrciòchc fenza altra prepararionc,^
feri za induio alcuno d incominciamento, entrando fubito nella
ma tcria, 270DellaHgtprìcad!driftotelcj teria,quafi
ali'improuifta dice, Elide è vna Città felice, Se quel che
firguc. £af?o ij. Del d'tfi'toglimento delle Calunnie^ , le quali
Juole alle volte imporre l >e vna par- te auuerfaria alt altra : &
de t luoghi njtilia far cosi fatto dtfeioglìmento . i l^^-^i^J Ntorno
alle Calunnie adunque vn luogo dadi- NVJ| tHB . | L , ci • 10 fri 1
nt 3Fi«« r*i\ i» 1 ^ , iv «ìLj'i j» , & dell' aff&ttuofo>
che può occorrer di far fi in ejfa . ?5?25| A narratione nelle
Orationi demoftratiuedee fàr- fi , non tutta inficine diilefamente
continuata: ma dee parte per parte cfler djlcontinuamenic pofta N
£prciòche fa di mcftieri di dimoftrare, & fare apparire, che fi
racconci la lode, o il biafmo , che Ci truoui in tuuc quelle anioni, &
quei Tatti, che fi con- M m tengono 2 ?4 T>eSa 'Retorica d y Arili
otel^j 3 tengo n ncll'orarione . conciofia cofa che di due
cofcl'orarion fia cópofta. lvna non ha bifogno d'arre, nó cllendo altro,
che le 4 ftelFc attioni, che fi narrano , delle quali colui , che parla
non è $ caula, & dallo Hello fattole prende. L'altra poi darti tino
hà bifogno : Se quella altro non c, ch'il moftrare, & far
conofeerc, 6 o che la cola veramente Ha , quando la fi conofea incredibile
, o 7 difficile a crederi! , o che la lia della tale , o della tal q uali
ù , o ver che Ha di tanta , o di tanta quantità , Se grandezza ; o
final- 8 mente tutte quefte cole inficine. Per quella ragione
adunque è ben fatto , che tutre le cofe, che s'han da narrarc,non fi narrin fempre
continuatamente l'vna doppo l'altra: concionacene dif- fidi fi renda il
ricordarli della pruoua, Se conflrmatione, che có 9 fi fatta continuationc
fi faccia poi : come farebbe dicendo, Da quefte cofe adunque, che lì fon dette,!!
può conofccr,chc coltili fia forte , da quefte , ch'egli fia prudente , Se
da quefte , ch'egli 10 Ila guitto. Et in vero con vn coli fatto modo di
narrare, diuien l oration più fempliee, Se vniforme . doue che l'altro
modo dif continuato, la rende più varia , Se più vaga, Se per
confeguente 1 1 manco humilc, & manco vile. Quelle attioni , Se quelle
cofe poi , lequali fon molto note, Se dalla fama aliai diuolgate, fa
di meftieri fol di toccare alquanto, Se con poche parole
accennare, il tanto a punto, che baftia ridurle in memoria altrui. Et
per quefto fon molti, che non han bifogno, che nel trattar con ora- i
j tione i Ior futi , s'vlì la narratione : come auuerrebbe ( per
ef- fempio ) a chi voledc lodare Achille, pofeia che i fuoi fatti ,
Se 14 le fuc attioni nori Ili me fono a tutti . Ondcfolofadi bifogno
di prenderle come note, Se fcruirfene, Se porle in vfo nella
confcr- I $ matione.doue che fedi Criria,& de i farri fuoi s'hà da
parlare,fa rà neccllaria la narratione : nó ellèndo i fuoi fatti, & le
fueattio- 16 ni molto note. Quanto a la duration della narratione
parmi, che facciano oggi cofa degna di rifo coloro , che dicon douer
la 17 narratione elTer breuc. A i quali fi potria rifpondere nel
modo chevno rifpofead vn fcruo fuo; il quale nel rimenar Ja parta per
fare il pane, lo domandaua le o dina, o tenera hauclTè egli da far quella
palla, rifpofcegli dunque, hor non fi può ella far, che ftia bene , Se
nella fua perfettione ? Et il medelìmo lì potria x 8 dire nel calo noftro
a coftoro: conciofiacofa che non bifogni nel narrare elTer lungo, fi come
nel proemio ancora > ne parimente nei Jl Ter zj> libro. 27
j f rie! prouare, Si far fede con la conferminone, perciochein
coli fatta lunghezza non confitte il bene edere, Se la perfettion di
rai cofe , fi come ancor non confitte ncllefter breue, Se
concifo,ma 0 foloin vna mediocrità conuencuole. quefta, quanto alla
narra- tione, in altro non è pofta, ch'in dite, Se narrare a punto
tutte quelle cofe, che poftbno etter baftanti a inoltrare , & aprir
bene 1 la caufa (Iella, Se la cofa, che s'hà da trattare , che poiron far
na- fccrc in chi ode opinione, o che la cofa fia ftata fatta, o che fi
fia nociuto, o fotta ingiuria con etta,o che il dano , & l'ingiuria
fia di quella importantia, Se grandezza, che noi vogliamo , che fi 1
creda . & all'auuerlario poflbn per il contrario ballare a moftra- 3
te tutto il contrario di quanto è detto . Appretto di qucfto ti fa di
biibgno d'interporre, Seinferir nella narratione tutto quello, che polla
importare a dare opinione, Se coniatura della bontà 14 tua . come faria
(per ettempio) dicendo, Io non mancai di con- figliarlo, Se cfortarlo
fempre a quello , che ricercaua il douerc, c'igiufto per pervadergli, che
non volefte abbandonare, ÓVtra- 1 j dire li proprij figli . O ver tutto
quello , che polla, fare apparir l'iniquità, Se malignità deH'auucriario,
come faria dicendo , Et egli tempre mi rifpondeua, ch'in qualunque luogo
fi ritrouaftè, 16 nonfarienper mancargli de gli altri figli. La qual
rifpofta fu parimente fatta, fecondo che fcriue Hcrodoto , già da gli Egitti) 17
al lor Rè, cirendo da lui liberati, oucr finalmente tutto quello vi
bifogna inferire, che polla piacere, Se parer giocondo all'o- 18 recchic
dei giudici, Se eie glialcoltatori. Oltra di quefto di mi- nor narratione
ha di bi fogno il difenfore, o vero il reo, chel'ac- ip cufatorcnon hà :
Se li punti delle controuerfie, ch'a lui di far narrando apparire
appartengono, fon qucfti, cioè la negation del fatro, o vogliam dire, che
la cofa non fia ftata fatta, o che no habbia recato danno, oche la non fia
cofa ingiutta, oche l'in- giuftitia, e'1 danno non fia così grande, come
l'accufatorc affer- 30 ma. La onde intorno a quelle cofe, che come note
non può c- gli negare, o non confcfTare, non ha da confumar con parole
il 31 tempo: faluo quando tirar le potette agiouamento d'alcuna delle
controuerfie dette, come faria confettando d'hauer fatta la cofa, over
commetto il fatto, ma non già d hauere per qucfto 31 fatto cofa ingiufta.
Dee parimente il difenfore olrra dùbbia- mente confettar d haucr fatto
quelle cofe, le quali operandoli M m ij non fono 2 7 6 T>eUa
Hgtorica d J AriBotelc^> non fono atte a muoucrc, o compalììone, o
indegnatione nel- 33 l'animo di chi l alcolca. diche cipuòellerc
eifcilfpio l'apolo- go, & ragionamento facto in commendation di (e da
Villi e ad Alcinoo,cheabbreuiato, Se nltrcrto l'elilinea vedi, fìj poi da
lui 34 fatto a Penelope. Ce ne può ellere ancora elìcmpio
qucllo,chc diceFaillo in quel fuo Poema, eh egli domanda Circolo. Se il 35
prologo parimente della Tragedia, intitolata Ocneo. Dee me- 36 degnamente
lanarratione ell'er collumara: Se quello non ci farà difficile di
confeguire, fc non ci farà nafco{lo,che cofa fac- 37 cianafecre, Se
apparir coftumc nel parlar no Uro. Et vna del- le cofe, che polfbn far
quello, conlilìe nel dar parlando inditio, Se (ìgmfìcacion della noftra
elcttione : pigliando il coftume co- dinone, Se qtialicàdaqucfta, lì come
quella prende qualità dal 38 fine , che nell'action s'attende. Et da
quello nafee , che le ra- gioni, Se li difcorfi machemacicali non han
coftume,pcroche e- lettionc alcuna non lignificano , ne manifeitano : come
quelli, 39 fine, percagion delqual s'operi, non contengono . Ma ben
lo contengono, & per confeguentc coilumaci chiamar li pollb- no
li ragionamenti, Se difcorfi, cheli leggon di Socrate : come quelli,
ch'intorno fono a così fatte cofe, ch'clctcion dernoflra- 40 no. Verrà no
parimente a far la narration coftumaca quelle co- fe, che per il più
feguono, Se van dietro aciafehedun collumc. come (per ch'empio) fe noi
d'alcun diremo» coftui, menti e che rifpondeua, in vn medefimo tempo
feguiua di caminarc ; ver- remo a moilrare vna cerca al fierezza, Se
rullichezza del fuo ani- 41 mo,Sc del fuo coflume. Parimente rende
lanarratione co- lìumata il narrare, Se parlar, non fecondo l'cfprcflìon
folamen- te del concecto, come vun quelli , che parlano hoggi ; ma
più torto conindicio d'intcntion dell'animo, Se d'elemonc. come 42
(ària dicendo, Io veramente voleua far quello : perche quan- tunque ciò
non fulle per giouarmi punto ; tuttauia elcggeua di farlo, come che più
honclìo fufle : pofeiache l vna di quelle cofe e cofa da huom diligente
conferuator del fuo, & 1 altra e cofa da huom da bene, conciona che
ali huom lagace, ÓV: pru- dente conferuator del fuo, foglia ellcr proprio
il feguir 1 vti- le,& dell'huomo amico della virtù > fu proprio 1
abbracciar 4J l'honello. Ma fel'elcttione, che nel narrar li difcuoprc, Se
Ci moftra, fufle di cofa, che parer potelTe incredibile;in tal
cafo (idi Jl Terz^o libro. 277 44 fa di
mcltierid'airegnarfcnefubito la cagione: fi come cilcm- pio lene vede
nell'Antigona di Sofocle, la qual nel fuo parlar molti*.! di tener più
cura, Se maggior penfiero del fratello, che del marito, Se de i figli,
allega adunque ella di ciò la cagion di- 45 cendo, che morti i figli, c'1
marito era pollimi di nuouo pro- cacciar degli altri : ma elllndole già
eltinti di vita la madre, e'I padre,& menando la vita lor nell
inferno; non era più pollìbil, 46 eh altri fratelli hauclfe. Ma le in
pronto cagione alcuna d'alle- gnar non hai, dei confeilare, Se dire in tal
calo, che ben non ti è nafcolta la incredibilità di tal cola -, madie non
hai potuto far 47 di non feguire in quello la natura tua. & quello dei
dire, per- che non lì fuol communemente credere, ch'alcuno di fua fpon- tanea
volontà cerchi di far altro mai, checofa, che gli fia vri- 48 le.
Deefioltra di quello formar la narratione in modo, ch'af- 49 fertuofa.o
vero el'prelliua d'affetti appaia. Se perche meglio ap- paia tale, lì
deono cipri mere per inditi) d'affetti quelli acciden- ti, chefeguon loro:
Se non folamcnte quelli, il cui confegui- 50 mento al tutto èmanifclto; ma
quelli ancora , che propria- mente, Se peculiarmente, o a quel, che narra,
o all'auuerfario , o vero a quella, o a quell altra perfona feguono. come
auuerria51 dicendo , coltui nel partirfi di là, doue io era, non reflò
per gran pezza di volgerli in dietro, per pormi gli occhi addotto. fi
Eccome ancor córra di Cratilo dille Elchinc, ch'egli daua altrui có bocca
il fifehio, o (per dir così) la filchiara,& battedo vna ma J3 con 1
altra, faccua Itrepito . Son dunque quelli modi di parlare molto atti a
rendere a gli afcoltatori credibile, Se perfualibil la narratione:
pcrcioche quelle cotai cofe,ch'cglin fanno foler fe- guire a i tali,&
a i tali affetti; vegonoadar loro inditio, che tali affetti (iano,doucelfi
nó fapeuano,o nó credeuano che fu itero. 54 Et molte di così fatte
narrationi, Se locutioni fi pollon prender da Homero : come (per eflempio)
quando dice, CosìdilTe ella aduque,& la vecchia Nutrice li mellefubito
le mani a gli occhi. 55 percioche coloro, che cominciano a fentit venir
fuor lclagri- 5 6 me, fogliono a gli occhi por le mani. Có li fatte
narrationi adu- quecfpieHiue di coftumi, Se d'affetti, dei procurar fubito
dal fmnei pio del tuo narrare,di fàreapparir te ftcllb d'honelte
qua- ità dorato, Se di contrarie lauuerlario, acciochegli
afcoltatori có fi fatta imprelGonc,& cócctto di tc,& di lui, t
afcoltin poi in fattoi 2? S Della Retorica d!AriBotelt*j |7
tucto'I corto ctela tua orationc. Ma bene auueritr dei di far quefto
occultamente, in modo che non fia conofeiuto talear- 58 tiritio. Et che
non (la ciò diffìcile a fare, fi può comprender da quel, che vediam fare a
coloro, che qualche ambaiciata ci $9 fanno , o qualche nuoua ci danno . percioche
quantunque di loro notitia prima non habbiamo alcuna , nientedimeno
l'ubi- to che cominciano a parlare , veniamo a formare vn certo
con- cetto, &vna certa opinion nell'animo noftro della qualità
lo- 60 ro, & del coftume, & natura loro • Fà oltra quefto di
bifogno d'vfar lanarrationc, noninvn luogo folo determinato, ma in 6
1 molti ancora , & alle volte non è ben di narrar nel principio
. Quanto al gencr deliberatiuo, manco, che in altro genere e
ne- ccllario in eflo il narrare : cóciofiacofa che nellun foglia far
nar- 61 ratione, & ragguaglio delle cofe future, chedeon venire.
Effe pure occorre nelle confulte bifogno alcun di narrare, tal
nar- ratone farà di cofe paifate, per cagion, che con la ricordanza
, & con la notitia di quelle, fi venga meglio a poter prender con- icttura,
& cófiglio nelle cofe, che han da farli, ÒV da feguir poi. 6j over per
cagion di lodarle, o di biafimarle a giouamento di 64 quello, che s ha da
rifoluer nelle coi u 1 te . di maniera che il far quefto in così fatti cafi,
non è propriamente vfficio, & opera di 6 j chi delibera, o di chi
confuka, ma per accidente. Et s'occorre alle volte, che la cofii, che fi
narra, polla parere a color, che 1 a- fcoltano, molto difficile ad efTer
creduta j fa di meftieri di pro- metter loro, che fubito fi farà lor
conofeere, & toccar con ma- no la cagion di quella: offerendo di
volerlcne in ciò ftare al giu- 66 ditio, & al parere fteifo di chi più
piaccia loro : fi come nella Tragedia di Carcino intitolata Edipode,
falo- cafta , in prometter femprc di fodisfare alla do- manda di
colui,chc quel,che fullè del fuo figliuolo la domandaua.il
medefimo parimente appreifo di Sofo- cle fà Emone. Jl Terzjo
libro \ J7/ Qipo 77. 2)/ quella parte dell'Or Attorie, che Jl domanda
Pruoua a far fede 5 laqual parte abbraccia la Confer mattone, & la
Confuta tionc_j. ^ come tal parte sh abbia da fir- mare : & quali
auncrtentie in ejfa fi debbia no bauere in ciajcbedun gener di caufLj
. E pruouc, che s'han da far per far fede, fa di medie ^/J>CL£*5|
ri j che nafeanoda dimoftrarione, & argomenta- li tione. Et perche
quatrro fogliono cller nelle caufe 5 p IgkgM giudiciali le controuerfie,
douc conliftono i punti ' " * delle caule, fa di bi fogno
d'indirizzar le pruoue, & le argomentationi a quella controuerfia,
nella quale farà po- rto il punto della caufa . cornea dir che fe lo ftato
della contro- uerfia farà del fatto,in negar cioè, che la cofa fia ftata
fatta,fi do- uerà nel trattar la caufa in giudi tio, indirizzar
principalmente a quefto punto gli argomenti, & le pruoue. & il
medclimo fi dee fare, fe la controuerfia confiderà in negar d haucr con
tal fatto nociuto, & recaro danno : o vero in moftrar, ch'il nocumento
, e'1 danno non lìa ftato di tanta importanza, di quanta
l'accula- tore afferma: o veramente che la cofa fia ftata giudeamente
fatta. Et nella medefima maniera fi dee procedere per la parte
afferma tiua della controuerfia , in affermar , che la cofa da ftata
fatta. Ne efTer ci dee nafeofto, che in quefta fola controucrfia,che
con fìftc nel fatto, è neceflario, che 1 vno de gli auucrfarij,o
l'accufa- tore,o il reo, fia veramente mentitore, o iniquo .
conciofiacofa che non pofla in ciò eflerTignorantia caufa della
contentione, & diferepantia loro,in modo, che feu far gli polla, come
potreb- be auuenire nell'altre controuet lìe : come faria s alcuni
d'elfere il fatto giufto non giufto contendellero, & diferepanti
foftero . La onde nel punto di quella fola controuerfia, in cui condite
la caufa, fa di bi fogno d'in lì iterc, & di confumar nelle puiouc il tempo:
& non nell'altre controuerfie, Se ftati di caule, doue el- la non
confiile . Nelle caule dimoftratiuc poi la lomma del prò uare 2 S o
^Della 'Retorica d' Arinotelo aare hà da eflcr l'amplificar rhoneflà,&
l'vtilità dei fatti, &: del- io le amoni , che fi narrano, percioche
quanto all'eller loro , già i i per vere fi deon prendcre,& fi deon
credere: come che rare voi te accafehi, che ricerchinpruona, &
dimolìratione del lor'elic- ii re : come a di re in cafo, che le fulfer
per parere increbili , o che 13 fufl'c opinione, che fi doueflero
attribuire ad altri . Nellecaufc deliberatine final mete potrà la
cótrouerfia accalcare, o in negar fi, che la cola dairauuerfario
conictturata , habbia da ellèrc, 14 o ver fc confettando, che fi a per
elfere, fi niega, che la fia gl'urta, o vrile, o di tanta vtihtà, &
giuftitia, quanta l'auuerfano arfer- ij ma. Deefi parimente auuertirc, fe
1 auuerfario fuor del punto della controuerfia , Se fuor della cola
lìclla, che fi nella caufa, 16 diccllc qualche cofa euidentemente falfa.
percioche quando quello ila, cofi fatte cole falfamcntc dette, verrebbeno
ad etfèr chiari inditij, ch'egli nell'altre cofe ancora, che fan nella
cauli, 17 non fulle veridico . Debbiamo appretto di quello
fapcrc,che trà lepruoue, & modi d'argomentare, gli Eilempi fon molto ac commodati,
Se proportionati al gencr deliberatalo: li come gli Enthimemi fi van più
accommodando, Se conuenendo al gener 1 8 gindiciale, ch a gli altri generi
. conciolìacofa che riguardando il deliberanno il tempo auuenirc, faccia
di bifogno, che dalle cofegià panate s'alleghino, & sadduchino eflempi
per inrtrut- tione, Se conlìglio dellcfuturc. doue che ilgiudicial genere
le cofe riguarda, cheo già pallate, o già prefenti fono:lequali
por tando feco necellìtà ( non potendo ellcr, che quello, eh è già Ila to,
o prefente è, non fia ) vengono a ftar fottopoftealle deduttio 20 ni
necellarie de gli enthimemi, Se delle demollrarioni . Nó deo no
oltraquefto gli enthimemi, che $ han d addurre, ellcr 1 vn doppo l'altro
fenza interpofition d'altra cofa, continuatamente porti : ma fa di
incineri d'interporre , Se tramezare tra cllì o^uaU 21 che altra colà,
altrimenti con inculcarli , Se quali premerli in- ai fieme, verranno a
impedirli , Se a dannificarhTvno 1 altro : po- feiache ancor nello Hello
numero, Se nella della quanrirà delle cole, fi dee trouar conucncuol
termine, Se fcruar modo» Se mi- 13 fura . come bene accenna Homero, quando
dice, Poi che nel ruo parlar (caro amico) tante cofe a piito hai
dettequanteogni huomo faggio, Se prudente harebbe detto , Se quel che
leguc. 14 dice dunque tante, Se non tali . Appretto di quello non lì
deon cercare fi ler&o li ho . 2 g 1 ij cercare. &
formare enthimemi a prouar qual fi voglia cola : altrimenti fata pericolo ,
che tu non incorra in quel raedefimo inconucnicntc, nel quale incorrer
fogliono alcuni di coloro, che fan profeffion di tìlofofirc. liquali
(illogizano alle volte, Se concludono alcune cofe, che fon più note, Se
più atte ad cf- fcr credute di quelle, dalle quali, comeda premette le
dedu- 16 cono,& le concludono. Et oltra ciò quando tu vorrai
muouer qualche arTetto,o paflìone,nó dei inficmemente vfar
l'cnthime 17 ma.pcrochc quando quefto fi facctte, faria pericolo ,
cheol'en thimema non (cacciatte,&: fa.cc(Tc quafi difparir l'affetto ;
o che l'addotto cnthimema,comcnó attefo, & nóauuertito, reftaù 28
fc vano , & formato indarno: pofeiachei diuerfi mouimenti dell'animo,
quando fi fanno inheme, vengono a ributtarli, Se impcdiifil'vno l'altro,
in maniera cheo totalmente tutti fpa- rifeono, Se diuengon vani, o almeno
indeboliti, 6cfneruati,cV: i fenza quafi alcuna forza Tettano . Nè
parimente quando vo- gliam rendere il nottro parlare coturnato , debbiam
cercar di 30 vfar Ten thimema in quello fletto tempo: conciofiacofa che
le argomentationi non dicno per lor natura inditio di coftume,o 3 1
di elettione alcuna . Quanto alle Sententie poi, fi p jtfbno vfa- re, Se
nella narratione, Se nel pruouare,& far fede, come quel- le, ch'in
efprimere i cottumi grandemente vagliono. fi come 31 auuerrian dicendo ,
Io veramente confidai quelle cofe in man di cottili, quantunque io fapcttc
molto bene, che l'huom non 3 3 doueria credere, Se hauer fede in alcuno a
cafo . Et fc cfpref- fion d'affetto, & commouimento d'animo vorrem
dimoftrare, 3 4 potremo aggiugner cosi , Et non ho d'haucr fatto quefto,
pen- timento alcuno, quantunque ottefo, Se ingiuriato ne fia
rima- llo : peroche a lui Tetterà il guadagno , Se l'vtile, & a me il
giu- 35 fto, Se I nonetto. Sono oltra di quefto le caufe
deliberatine $6 più difficili a trattare, che quelle del gener giudiciale.
Se ciò non fenza conuenienti ragioni . peroche primieramente le
có- fulte riguardano il tempo auuenirc, & delle cofe future
fono: 37 0cli.giudi:.ij delle già pattate: Lcquali a quelli fteffi, che
fan profeflìonc d'indouinare, Se palefar le cofe occulte, fon più
fa- 38 cilia diuenir note, come affi, ima ua Epimenidc Cretcnlc .
Pe- roche egli ucll'indouuiare, aprire, Se palefar le cofe occulte, N
n non 2 $2 'Della 'Retorica d *Àrìttotele^> non s'intrometteua
nelle cofe, che deon venire, ma in quelle fole, ch'elfendo già pafiate,
cran nondimeno occulte, ignote, 32 & d'ofeurezza piene A quefto
s'aggiugne , che nelle caufe, & controuerfic giudiciali, han da
fuupor,lc leggi come fonda- 40 menti (labili , & principi) ferrai : ne
èdubio, che coloro, che nelle loro argomcntationi, han fermi , & noti
principi) , non poflan piùagcuolmcte rrouarc, &
formarcargomenti,&: prno 41 ue. Et ci s'aggiugne ancora, che il
gcncrdeliDeratiuo non hà molti refugij diuerticuli, doue 1 orator porta l
oration ri- uolgcre: come a dir volgerfi contrala perfona dcH'aiuicrfario
, o ver dir cofe, che tocchino la fua propria perfona ftelìajO
vera mente cercar di muouere affetti nella perfona dclTafcolrato- 4$
re. ma meno d'ogni altro genere hà egli cotai refugii , ^: co ta- li
ftradc, fe già non vfciflfcinfar quefto dei confini propri; . 44 ma quefto
dee far Porator folamente quando mancandogli gli aiuti proprij di quel
genere, fi vedeneceffitato a ricorrer per 45 aiuto altroue : come fon foli
ti di fare gli Oratori Atheniefi, &Ifocrate fpctialmente, il quale
mentre che con le fuc deli- beratine orationi configlia, fi diftende
nell'accufarione , & ri- 46 prenfion di qualchuno : fi come fa
nelloration fua panegirica riprendendo i Lacedemonij : Se nell oration,
Sociale doman- 47 data, incolpando >& mordendo Charete. Nelle
orationi, èc caufe del gcner dcmoftiatiuo poi , per non lafciarfi mancar
ma tcria,fa di bifogno di fupplirc accumulando,& riempiendo
l'o ratione a gui(a d'Epifodij, delle lodi di quefta cofa, o di
qnel- 4 S la t fi come via di fare liberare . pcrciochcfempre nelle fue
de- moftratiue orationi prende, de introduce di fuora qualche al- 49
tra perfona. nèin altroché in quefto confi Itcua in foftantia quello, di
che Gorgia fi vantaua : cioè che mai non gli farebbe mancara materia da
diftender, quanto egli haueffe volutola fua oratione. percioche s'egli
haueflè( pereffempio) tolto a celebrare Achille, harebbe lodaro Pclco, 8c
di poi Eaco, Se quindi Gione. Er nella medefima man cia prendendo egli a lodar
lavinù della fortezza, liarchbc racconterò & cfalrarole atrioni forti
di quefto, o di quello . il c\it far non c alno , che ji quello, che
pur'hora derro habbiamo. Quando ti trouarai adunque non defcttuolo di
pruouc,& di demoftrationi perfarJl Ter z,o librò. 2S3 far fede nella
caufa tua, alhora harai da vfare, non folo l'ora- tion coftumata , ma
lcdimoltrationi , Se argomcntationi an- 55 cora, interponendo trà clfe il
coftumc. ma fe mancar ti ve- drai gli enthimemi , & le dimofhationi ,
alhora harai da riuol- gerti maggiorméte, & con ogni ftudio all'aiuto
del parlar co- ftumato : percioche a coloro, che fono ftimati huomin da
be- ne, pare che più quadri , &: ftia bene, òVgioui a far fede,
l'ap- parentia , Se l'opinion della bontà loro, cheì la forza
cfquuica 54 delle lor ragioni . Tri gli enthimemi poi li redarguinui,o
ver conuincitiui , o reprouatiui, elicgli vogliamdire, par che
fiati di maggiore ftima, & maggiormente approuati , che non
fo- no gli aiterei ni ( per dir coli) Se puri moftratiui , Se prouariui
. 55 conciofiacofii che douc fi truoua redargui rione, Se
refurano- nc, maggiormente fi rendcaltrui manifefta la forza della
con- cisione dell'argomento : pofeia che li contrari) porti l'v- no
appreso all'altro , quali ch'in parragone, più euidente- $6 mente fi fan
conofecre . Quanto a quelle cole poi , lequali shabbian d'addurre in
confutatione delle ragioni , Se delle pruouc dell auuerfario, non fi deono
(cimare altra fpetiedi- uerfa da quella della confermatione, che cófifte
nello Hello far fede : il che fa ancor colui, che confuta; parte con
difeioglier con inftantia, Se parte con addurre , Se formare in
contra- 57 rio fuoi proprij, Se nuoui fillogifmi . ApprelTbdi quello
dee colui, che è il primo a parlare, così nel gener deliberatalo,
co- me nel giudiciale,efporrc,& addurda prima gli argomenti ,
Se le pruoue, che fan per lui , cV di poi opporli, Se con tradire
a quelle cofe, che pollbno elTergli in contrario, difciogliendolc, jS
Se con nuoui argomenti cftenuandole , & confutandole . Ma le fi vedrà,
che molte, Se varie cofe fian quelle , che in contra- rio fi polfon dire ,
douerà in tal cafo da prima opporre, & con- J9 tradire a quelle : fi
come fece Calligrafo in quella oratione, ch ei fece al popol Meffeniaco ,
in gran frequentia adunato, perciochc hauendo egli da prima ripruouato, Se
confutato tutte quelle cofe, ch'egli fapcua, che incontra fi diccuano , o
li faricn potute dire di poi fatto quello , lefuc proprie pruoue, fo
Se ragioni adduiTe , Ma quando l'orator lari il fecondo a par- lare , douerà
da prima rilpondere alle ragioni , ck alle obbict- N n ij doni 2 S y
Tfella Ttgprkd d'Arinotela rioni fatte dall'ali ucrfarioj cercando di
difeiogliere i detti Tuoi, Q\ & d'argomentare ; & fillogizare
incontra: Òc mafll inamente fc le cole da quel dette , poflbn parer di
momento , óc habili a fi fàrcimpreflìone , & fede, pcrcioche fi come
vn'huomo hauu- to per infame, & granato di delitti , non fuolc ellcr
nò caro, nè accetto all'animo noftro , cofi parimente non farà accetta
, & con buono animo riceuuta la noftra oratione , fe partito
fa- rà, c'habbia ben detto, & ben prouato rauuerfario noftro. £3
Fidi meftieri adunque di far dar luogo, & procacciar nell'a- 64 nimo
dell'afcoltatorc adito, & palio alla futura oratione. Et quefto
ageuolmentc ti auuerrà di fare, fc da prima le cofe, che 6f ti fon
contrarie, confutarai, & annullami. Ter la qual cofa. fc prima harai
fatto ftudio , & diligentia d impugnarle, o tut- te , o le più
importanti , o quelle, che polTbn più parere atte ad clferc appruouate
dagli afcoltatori, o quelle finalmente, che almen fon più habili ad clTer
confutate , 6c mandate a ter- 66 ra; potrai in quella guifa poi più
fecuramente produrre, fic credibili render le proprie tue ragioni . come
fa colei, che di- 47 ce, Prima m'opporrò f 8c prenderò la pugna in fàuor
de gli Dei, Iofempre nò tenuto in gran veneration Giunone, 6c C% quel
, che fegue . nelle quai parole fi vede che nel far rifpo- fta,
&oppolitione, fa principio da quella cofa, ch'era più fà- 60 cile a
confurarfi. Et tanto può baftared'hauerne detto delle 70 pruoue , che
s'han da far per far fede . Quanto all'vfar l'ora- tion morata poi, perche
il parlare , & predicare apertamen- te lodi di fe ftellb , pare , che
facilmente polla, o prouocare inuidia, o parer cofa lunga, Se tediofa,o
trouar facilmen- te obbiettione, & contradittione, 8c il parlare in
poca lode 71 d'altri hà in fe, o deicontumcliolb , o dell agrefte , &
del 71 rozo , fa di meftieri per quefto, ch'à far ciò s'introduca
qual- che altra perfona, come che da lei tai cofe fi dicano, co- 73
me vfa di fare Ifocratc ncll'orarione chiamata Filippo , & in 74
quella, che Antidofc fi domanda : Et come parimente fuo- le Archilocho
biafraare, & mordere . pcrochc introduce, 8c fìnge che il padre ftcflb
parli contra della propria figlia, 7j in quei Iambici verfi , the
cominciano, Neftuna cofa im- maginar fi può, che non fi polfa afpettare,
& credere, che per I. JlTerzj) libro. 28 j per danari
habbiad'hauere effetto, c* che giurar {ipoteche non fia mai per eflèrc .
Et il medefirao Archilocho introduce parimente Charonte fabro, & lo fa
parlare in quei Iambici verfi, che cominciano, Non lo farei, fc ben le
ricchezze di Giec , Se quel che feguc . Sofocle medefimamente fa,
che Emone nel parlare a Tuo padre, in fauor d'Antigona, dica quel,
ch'ei dice, non come da (e , ma come ch'odito da al- trilhabbia. là
dibifogno parimente di trafmutare, & tras- formare alle volte gli
Ènthimemiin forma di fenten tic; co- me fat ia dicendo ( per esempio)
Dcono color, che fon di pru- dente intelletto fargli accordi ,& le
paci loro coi nemici, quando veggon, come fuperiori andar le cofe
profperc, po- feiache in quefta guifa le fanno con miglior conditioni,
& con più vantaggiofi patti, la qual fentcntia raccolta in
forma d'Enthimcma farebbe in quello modo , Perche le paci, i patti,
& le conuentioni alhor s'haa da far coi nemici, quando fi potlbn
fare vtihflìme, & vantaggiofiflìme, per qucfto adunque alhora
maf (imamente far fi deono> quando le cofe paflàn
feli- cernen- •!**^f * "* l te. :: ... 2 8 6
Della ^tprìca d'ArìHotela (apo 18. Del modo di domandarti >
di rifondere yche occorre alle 'volte di farà a gli Orafort nel
prouara, £tf argomen- tar, che fanno. & quante fiano le opportu- ne
occajioni di far fai domanda , ri- JJtofie 5 £f quali le auuertentie , che
shan d'hauere tn ejfa . & alcune cofe de i C R^ dtcoiiy £f
dell'Ironia, £f della Scurrilità . Vanto appartiene alle domande, che
Cogliono occorrer di fard trà gli Oratori, buoniflima oc- chione
alhor malli inamente, & primieramen- te, harem noi di domandare,
quando di due cole, che ci farien di bifogno per concluder con- tra
dcll auuerfariOihaucndoncegli per fc iteiTb detta vna, do- mandandolo noi
dell'altra, potiamo con ella condurlo a qual- che alTordo, Se inconuemcncc
: li come auuenne nella doman- da, che fece Pericle a Lampone, peroche
hauendol ricerco, che gli manifeiìafle la qualità dei legreti mifterij dei
facrificij, che li faceuano a Cerer falutarc Dea, Se elicendogli da
Lampon ciò negato, con dire, che non conueniua faper tai cofe a
chi non fulfe a cai facrifitij già confagraco ; lo domandò
Pericle, s'egli le (aperta, Se riipondendo Lampone, che sì ; fubito
fog- gimi fé Pericle, Se come gli fai tu dunque, non clTcndo an- cor
iù confagraco ? Vn'alcra opporcuna occaiion di doman- dare fccondariamenre
farà, quando di due propoficioni, che ci fan di bifogno , 1" vna farà
cuidencemence manifefta, Se dcl- 1 alerà non haremo dubio,che l'auuerfario
non ila per con- cederla, (e gliela domanderemo, fichauuto c'haremo la
do- mandata detta propofirionc , non è ben di domandarlo
del- l'altra, che è manifefta ; ma fnbico fa di meftieri d
inferirla conci ufione, Se chiudere il fillogifmo : fi come fece Socrace
. peroche Jl Terzo libro . i 8? peroche incolpando! Mclito,
ch'egli, non crccfcfle, che fuficr gli Di), lo domandò Socrate s'ei ftimaua,
ch'egli hauellc opi- nionc, che fufic falche diurno (pino, che Demone lì
do- mandale, il die ojfcrmando Melito, lo domandò Socrate, s'e- gli
ftimaua, chei Demoni fu(Tero, o figli degli Dij, o parteci- pi della
lordiuinirà. & confeirandogh ciò Melito, foggiunlc, Se conclufe
Socrate, Adunque fi truoua a!cuno,che crcda,che fiano li figliuoli degli
Dij,& no lìen gli Dij ? Walrraoccalìon di domandare, s'hà da ftimar,
chefia parimente quando fi può far coniettura di poter moltra re, che
ì'auucrfario dica, o cofe contrarie a fé ftcuo, o fuor dell'opinion
comunemente d'ogni vno . Vn'altra opportuna occafione (Se quella lari la
quarta) fi dee ftimar, che fia quando l auuet Cario altrimenti non
può fodisfare alla domanda noftra,fenon rifpondendo fofiftica- mente.
percioche s'egli in quefta maniera lifpondcrà dicen- do, che la colli (ìa,
Se che la non fia, o che parte fia, Se parre non fia, o veramente che in
vn certo modo fia, Se in vn certo modo non (latenza dubio gli afcoltatori
verranno a reftar nella loro apprenfion confuta, Se dubiofi per tai
rifpofte. Fuor delle dette opportunità , Se occafioni adunque non
è cofafecura il tentat I auuedario con cotai domande, con- ciofiacofa
che s egli con la Tua rifpolta facclfe reftare abbat- tuta,©^ fopita, Se
finalmente vana la domanda noftra, par- rebbe agcuolmente, che fulTemo
remarti vinti, perciochenó fi può riparar quello con domandar di nuouo più
altre cofe : non comportando ciò la debolezza, Se la poca capacità
degli afcoltatori. Se per quefta ragione e ancor benfatto, che gli
cu thimemi fi raccolgano in forma più ftretta, che fia
poHibile. Quanto al rifponderc alle domande poi, fa primieramente
di meftieri , cheallcdomandc fatte con doppiezza , & con
am- biguità, fi rifponda con diftmtionc, Se allegation di ragioni
, Se non conciìamente , Se con breue , Se (empiite affcrmatio- nc, o
negatione. Et a quelle domande, che poflòn conceden- doli parer contrarie,
Se dannole a noi, fi di bilogno (libi- to , che rifpondendo lì concedono,
alfegnar nella (iella rilpo- fta il difeioghmento di quella apparente
contrarietà, prima chel'auuerfario fegua di domandar quel , the gli reità
d ha- ute 2 88 Della Retorica £ frittotelo 1 6 ucr bifogno ,
& cerchi di chiudere il fillogifmo ; peroche dif: ficil cofa non c di
vedere > &c di conictturare douc fticn porte lefue infidie, &
la ragione, e il punto, eh' ci vuol concludc- 17 re. Ma ci ti poilon
render tai co fé manifcfte, fi quanto a cofi fatte domande, cV sì quanto
alle folutioni ancora, pcrquel- 18 lo, che fi e detto nella Topica. Oltra
di quefto,fc potendo già per le rifporte noùre concluder con tra di noi
l'auucrfario, ci farà nondimcn domanda della ftefla conclufionc, che
vuol fare, laqual già più non potiam non concedere , ci fà di
me- ftieri d'aflegnar lubito nella rifpofta, la cagion , che ci
muo- ip ue a quella : come accadde trà Sofocle , & Pifandro.
pcròche domandato Sofocle da Pifandro, s'egli haueua concorfocon gli
altri configlicri , fuoi Colleglli reformatori dello ftato a dare , &
a rtabilire col fuo fuffragio, & con la fua fententia , in mano di
quei quattrocento Cittadini l'integro, & allofu- to goucrno della
Città : 8c affermando che sì, feguì Pifandro, Hor non giudicarti tu cifere
vn tal fitto cofa iniqua, & per- nitiofa ? a che ri fpofe Sofocle, che
sì, & foggiugnendo Pifan- dro, con domandar la conclufionc Non faccfti
ancor tu dun- que cola federata, & ingiufta ? La feci certamente,
rifpofe e- gli, &: foggiunfc fubito la cagion, dicendo, perche non fu
pof- ao fibil di fare altra cofa, che miglior fulfc . Nella medefima
ma- niera vn Cittadino Spartano, cllcndo ftato del magiftrato de gli
Efori , & douendo rendere anch' egli ragion di non so che decreto
fatto in quel magiftrato ,* fu domandato fc gli patcua, che gli altri fuoi
Colleghi fufter guittamente flati puniti, & condennati a morte. &
rifpondendo egli, che sì, feguì colui , che lo domandaua,Hor non
concorrerti tu ancor có eflì a quel medefimo ingiufto decreto ? a che
parimente rifpofe egli che sì . & foggiugnendo colui con domandar la
conclufionc , No meriti tu adunque defletè ancor tu condennato alla
mede- ma pena ? Nò (rifpofe egli) tic foggiunfc fu biro la cagion di
ceialo, perche gli altri mici Colleghi feccr tai cofe, indot- ti , &
corrotti da i danari ; doue ch'io non da quefto fui mof- fo, ma dal
parermi, che così ricercane, èV comportane il giu- ii rto. Per laqual cofa
non fi dee mai far domanda, doppo la conclufionc , & doppo che fi è
conclufo - t ne la conclusone ftefla Jl Terzj) libro. 289 ftefla
domandar fi dee, Te già non conofeiamo efler molto aper il tamenre, Se
fccur.imcnte la verità dalla banda no (tra. Quanto appartien poi a i
Ridicoli, & a quelle cofe in fomma , ch'elfer pollbnoactca muouer nfo,
perche pare, che portano conue- neuolmente hauer luogo , Se vfo irà gli
oratori, Se fpctialmcn 15 te nelle contefe loro , Se Gorgia ftetfò diceua
( Se certamente con ragione) che le cofc,che fu'l ferio,& fui graue
dice l'auuer , fario { debbiarti cercar d'ofeu rare, Se far difparirecol
rifo : 6c il rifo di lui perii contrario, con la grauità delle cofe ferie
: 14 per quello fi è di tal materia trattato ne i Libri della
Poeti- ca : douc fi fon inoltrate , Se dipinte, quante fpetie, Se forti
fìa t; no di ridicoli . Dei quali alcuni fono, che conuengono ,
Se ftan bene a perfonc libere, ingenue, de ben nate : Se alcuni
al- tri fono, che non fhn lor bene . Onde ciafehedun dee pro- curar
di fare elettion di quelli, che più gli quadrino, Se gli 16 conuengano. Se
("penalmente llronia, o diflìmul.iuon , chela vogliam dire, più
parc,che ma bene a huomo ingenuo, & ho- 17 nclhmcnre educato, che non
fa la Scurrilità, conciofiacofa che chi dillìoiula, & vfa ironia, hà
per fine il diletto di fe ftellb , Se per cagion di fe (te fio fc ne fcrue
. doue che lo Scurra, o buffo- ne, che lo vogliam chiamare,hà neh"
vfo della Scurrilità per fi- ne il diletto, Se il piacer de gli altri
. (apo ip. DeHa parte dell 'orazione, chiamata Epilogo 5 & quanti
fi ano gli vffìcij , 0 'ver le partt di quello : & quali auuertentìe
in ciajcheduna d'ejfe fi debbiano hauere £c? penalmente quanti modi di
replicare, 0 re- capi t filarlo rammemorare, che vogliam dire,
pojfano hauer luogo in eJJL^ . V e l l a parte dell 'oratione, eh' Epilogo
fi do- manda, è compofta di quattro parti, le quali con- fìttone, in
bene animare, Se bene edificare ver- fo di noi fteffi coloro , ch'odono ,
& male ver- O o fo del- 2$ o i 'Della Tintorìe* d ' Arili
otel^j 3 (b dcli'autieriano ; In ampliare , & in eftenuare, o ver
etimi- 4 nuir le cole; in commuoucte , & eccitare arìetti paf-
| 5 (ioni dell anima nelle menti tic gli alcol cuori, &
rinalmen- xe in ridurre compcndiofunente in memoria di chi ode, le 6
cofe dette. Conciolìacola che paia, che l'ordin della natu- ra moftri ,
che primieramente, doppo c harem prouato , de inoltrato elfer la ragione, &
la verità dalla parte noitra, & ilfalfo,el torto dalia parte dell
auuerfario, iia alhora il tem- po di poter dir qualche cofa in lode
noftra, & in biaimo dcl- 7 lauueilario, de di potere in fomma dar
qualche perfettior r 8 ne alla caufa ,& qualche ripolimento alle cofe
dette. Etv- na di due cofe perconfeguir quanto è detto, ci fa di
raemeri di riguardare , de di procurare , cioè che gli ascoltatori ci
re- putino, o per perfone giù fte, de amabili aloro,o per
perfone giuitc, & amabili ailblutamcnte, de medcfimamentereputi- no
l'auuerfario noftro , o per pei Iona iniqua, de odiabile a lo- } ro, o
iniqua, de odiabile aholutamcnte . Hor le cofe, che poilon fcruire a fare
apparir le perfone tali, quali habbiam detto, fi podono hauer da quei
luoghi, che già di fopra riab- biamo allignati a poter da ed! trarre,
quanto faccia di bifo- gno per poter formare, de far parer le perfone, o
virtuofe, 10 o dei vitij amiche. Fatto quefto, pare che poi fia tempo
di amplificare con ampliatione, p con eftenuatione le cofe , che 11
già fi fon prouatc, de dimoftrate. perciochc a voler , che il pofTa
moftrar l importantia , de grandezza delle cofe , fa di meftieri , che
prima fi conofea , de fi conceda , che le fiano , o 1 2 che le fiano ftare
: fi come fi vede, che l'augumento , che fi fa ne i corpi , fi fà in eflr
doppo , che già fono in eflere . Don- 13 de poi s 'riabbia d hauerc aiuto
per ampliare, o per efrenua- re, già fono flati prima da noi pofti di
fopra, de affegnati i 14 luoghi. Doppo quefto , fatto che fi farà hormai
manifefto non folola qualità, mala quantità ,de grandezza ancor
del- le cofe, che Ci fon trattare; alhor pare , che fia tempo di
com- 15 muoucrc con afTcìti gli animi de gli afcoltatori . Et tali
af- fètti maiTìmamentc fono, la compadrone, lo fdegno , l'ira , 1 16
l'odio, Ti nuidia, l cmulationc , Tinimicitia. de di corali af- fetri ,
& paffioni , già fi fon prima alfcgnati di fopra i luoghi . ^ 17 Per
la qual cofa nieme altro refta, fe non i vltima patte de|- lepù Jl
Terz^o librò. 2$i •l'epilogo, che confitte in ricapitul.ire , de ridurre
nella me- 18 moriade gli afcolratori le cole dette neHorarionc . Il
mo- do di farqueflo fi dee ftimare aliai accommodato eifer quel- li
lo , che alcuni infunano per collocarlo nel proemio . Et tal luogo in vero
gli danno fuor di ragione; come quelli, i quali , accioChe le cofe fian
meglio apprefe, de ritenute da gli aicoltatori , 'vogliono, de dan
precetto., che non vna fa- lò la volta y ma molte, fi replichino
ncllorationc . Ma in ve- rità nel proemio balta lolamcncc, & fi riccoca
di toccare , & .accennare alquanto la cola , di cui s'hà da trattare ,
acciochc poira a gli auditori non eilerc nafeotto in fortantia
quello, li ("opra di che han da allentire ,& da giudicare, doue
chcncl- LEpilogo fi deon rcpetere, de replicare breuementc per ca- pi
le cofe, donde le pruoue, de gli argomenti fi lono for- 11 mari. Il
principio di cofi fatta replicatone , de ramracmo- ratione, potrà
conueneuolmcnte farfi con dire , che già fi fia efeguito , de mandato ad
effetto tutto quello fi era pro- metto : de fubito fi dee repcter quai
fian le cofe , che il fon 13 dette, de con quai ragioni fi fian prouate.
PuofTì ancor far la detta recapi tulatione-, & reperitone , con fare
ali incon- tra parragonc delle ragioni proprie, con quelle
dell'auuer- 14 fario. Et quefta comparatone , de parragonc fi può fare
in più modi, o ponendo, de rcpetendo fempliccmente le cofe Tterrcda
noi, - de le dette dall'anuerfario, come che porte a ij fronte l'vnc
incontra dell'altre, come faria dicendo, Hor co- lmi intorno alla tal
cofa, de fopra del tal Cupo ha detto le tai co ' Cede noi habbiam detto le
tali,& n'habbiamo alfegnato le tali, 16 Scie tai ragioni: o ver
repetendolc con dittìmulatione, de con ironia,come faria dicendo, Cottui
certamente hà detto,& pro- 17 uaro le tai cofe , de noi le tali . de
ancor dicendo , Che fareb- be egli Ce le tali, & le tai
cofehauettedimoftrato, & non le 18 tali, fiele tali ? over per mo Ho
di domanda, de dintcrroga- tione ; come faria dicendo, Che cofa è reftata
, che prouata, de dimottrata non fi lìa da noi ? & che cofa hà
finalmente di- ip moftrato,& prouaro cottui ? Nelle dette maniere
adunque fi può far la reperitone , ponendo a fronte in
comparatone, de in parragonc le proprie ragioni , & quelle dell
auuerfario • 30 Et ancor fi può far con via, e" hà più del naturale,
de men del- l'art- 2 p 2 'Della r R^torica
d'Arinotela. l'artifitiofo , ripigliando, & repctendo Iccofc
fcmplicemente 3 i con quel modo, & con quell'ordine, che fi fon dette
. Et di poi fatto quefto , fe ti parrà, potrai, da altro quafi capo
facendoti , feparatamcnte, Se appartatamente repetcr le cole dette $x dall
auucrlario. Nell vltima eftremità finalmente dell Epilogo, & pcrconfeguente
dcU'orationc, quadra, & conuiene aliai quella forte di locutione, che
fenza aiuto divnitiuc particelle, che la coniungano, difeongiunta fi proferifee
: & quello acciò che Epilogo appaia in quello c (tremo , de non orarion
dirtela: come l'aria dicendo , Ho detto, haucte vdito, già pollcdctc la
cofa, giudicate, detcrminate . ]l fine del Terreo & vltimo Véro della
1{etorica d x slr'iHotclcs a Tbcodetrzs : tradotta in lingua volgare^,
da Al.ssfltjfandro Piuolomim. IN VENETI^ MDLXXI. oAppreJfi
Francefco de Franceschi SancfL^ . Piccolomini
Grice e Piccolomini: la ragione conversazionale dell’implicatura
conversazionale del Lizio – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano.
Grice: “What Piccolomini is trying to do, but knowing, is providing what I
do in from the bizarre to the banal – a good functionalist interpretation of
the rather poor functionalist explanation by Aristotle of what the Italians
call the ‘anima,’ because it ‘animates’ the body (corpore). Insegna
a Macerata, Perugia, e Padova. Analizza il III libro del “Sull’anima” di
Aristotele del Lizio. Saggio: “Peripateticarum de anima disputationum”; “Academicarum
contemplationum”. Tutore di TASSO (si vieda), ricordato in “Il Costante; overo,
dela clemenza”. Formula una teoria
sincretica tra l’accademia e il lizio. ‘Unico’
dei Filomati. Altre saggi: “Universa philosophia de moribus” (Venezia,
Franceschi); “Comes politicus, pro recta ordinis ratione propugnator” (Venezia,
Franceschi); “Libri ad scientiam de natura attinentes” (Venezia, Franceschi); “Librorum
Aristotelis de ortu et interitu lucidissima exposition” (Venezia, Franceschi);
“In III libros de anima lucidissima expositione” (Venezia, Franceschi); “Instituzione
del principe”; “Compendio della scienza civile”; “VIII libri naturalium
auscultationum perspicua interpretatione” (Venezia, Franceschi); “In libros de
coelo lucidissima expositio” (Venezia, Franceschi). Treccani Dizionario Biografico
degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Garin, “Storia della filosofia”
(Torino, Einaudi); Malmignati, “Tasso a Padova” (Firenze, Riccardiana); Roma, Pieralisi
(Firenze, Biblioteca nazionale, Conv. Soppr. (S. Maria degli Angeli, Roma, Pieralisi,
P., Cavalli, La scienza politica in Italia (Venezia). Francesco Piccolomini.
Piccolomini. Keywords: apollo lizio, lizio, licio, liceo, lizeo, statua di
apollo lizio, in riposo dopo la palestra, il lizio, Aristotele lizio, i lizij,
i lizii, gl’aristotelici, i peripatetici – gl’accademici e i lizii,
gl’accademicij e i lizij. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Piccolomini” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Pico: la ragione conversazionale di Beniveni,
o l’implicatura dell’accademia di Cicerone -- io priego Dio Girolamo che’n pace così in ciel sia il tuo Pico
congiunto come’n terra eri, et come’l tuo defunto corpo hor con le sacr’ossa
sue qui iace – filosofia italiana – Luigi Speranza (Mirandola). Filosofo italiano. Grice: “I liked to say: some like
Pico, but Pico’s my man! Since I always preferred his cousin to the uncle!” -- philosopher
who wrote a series of 900 theses which he hoped to dispute publicly in Rome.
Thirteen of these theses are criticized by a papal commission. When Pico
defends himself in his “Apologia,” the pope condemns all CM theses. P. flees to
France, but is imprisoned. On his escape, he returns to Florence and devotes
himself to private study at the swimming-pool at his villa. He hoped to write a
Concord of Plato and Aristotle, but the only part he was able to complete was “On
Being and the One,”“Blame it on the Toscana!” -- in which he uses Aquinas and
Christianity to reconcile Plato’s and Aristotle’s views about God’s being and
unity. Mirandola is often described as a syncretist, but in fact he made it
clear that the truth of Christianity has priority over the prisca theologia or
ancient wisdom found in the hermetic corpus and the cabala. Though he was
interested in magic and astrology, Mirandola adopts a guarded attitude toward
them in his “Heptaplus,” which contains a mystical interpretation of Genesis;
and in his Disputations Against Astrology, he rejects them both. The treatise
is largely technical, and the question of human freedom is set aside as not
directly relevant. This fact casts some doubt on the popular thesis that Pico’s
philosophy is a celebration of man’s freedom and dignity. Great weight has been
placed on Pico’s “On the Dignity of Man.” This is a short oration intended as
an introduction to the disputation of his 900 thesesall condemned by the evil
pope --, and the title was suggested by his wife (“She actually suggested, “On
the dignity of woman,” but I found that otiose.””). Mirandola has been
interpreted as saying that man (or woman) is set apart from the rest of
creation, and is completely free to form his (or her) own nature. In fact, as
The Heptaplus shows, P. sees man as a microcosm containing elements of the
angelic, celestial, and elemental worlds. Man (if not woman) is thus firmly
within the hierarchy of nature, and is a bond and link between the worlds. In
the oration, the emphasis on freedom is a moral one: man is free to choose
between good and evil. Grice: “This irritated Nietzsche so much that he wrote
‘beyond good and evil.’ Refs.: H. P. Grice, “Goodwill and illwillmust we have
both?” L'esponente più conosciuto della dinastia dei Pico,
signori di Mirandola. L'infanzia di P., di Delaroche, Museo delle belle
arti di Nantes (Francia). Nacque a Mirandola, presso Modena, il figlio più
giovane di Gianfrancesco I, signore di Mirandola e conte della Concordia e sua moglie Giulia, figlia di Boiardo, conte
di Scandiano. La famiglia ha a lungo abitato il castello di Mirandola, città
che si era resa indipendente e riceve da Sigismondo il feudo di Concordia. Pur
essendo Mirandola uno stato molto piccolo, i Pico governano come sovrani
indipendenti piuttosto che come nobili vassalli. I Pico della Mirandola sono
strettamente imparentati agli Sforza, ai Gonzaga e agli Este, e i fratelli di
Giovanni sposarono gli eredi al trono di Corsica, Ferrara, Bologna e Forlì. Soggiorna
in molte dimore. Tra queste, quando vive a Ferrara, il palazzo in via del Turco
gli permette di essere vicino agli Strozzi ed ai Boiardo. P. compì i suoi
studi fra Bologna, Pavia, Ferrara, Padova e Firenze. Mostra grandi doti nel
campo della matematica e impara molte lingue, tra cui perfettamente il latino,
il greco, l'ebraico, l'aramaico, l'arabo e il francese. Ha anche modo di
stringere rapporti di amicizia con numerose personalità dell'epoca come
Savonarola, Ficino, Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Egidio, Benivieni, Balbi,
Alemanno, ed Elia. Entra a far parte dei Idealisti Fiorentini. Si reca a
Parigi, ospite della Sorbona, allora centro di studii, dove conosce alcuni
uomini di cultura come Étaples, Gaguin e Hermonyme. Ben presto divenne celebre
e si dice che ha una memoria talmente fuori dal comune che conosce l'intera
Divina Commedia a memoria. e a Roma dove prepara CM tesi in vista di un
congresso filosofico -- per la cui apertura compose il “De hominis dignitate”
-- che tuttavia non ha mai luogo. Sube infatti alcune accuse di eresia, in
seguito alle quali fugge in Francia dove venne anche arrestato da Filippo II
presso Grenoble e condotto a Vincennes, per essere tuttavia subito scarcerato.
Con l'assoluzione d’Alessandro VI, il quale vede di buon occhio la sua volontà
di dimostrare la divinità attraverso la magia e la cabala, nonché godendo della
rete di protezioni dei Medici, dei Gonzaga e degli Sforza, si stabile quindi
definitivamente a Firenze, continuando a frequentare l'Accademia di
Ficino. MUORE PER AVVELENAMENTO D’ARSENICO mentre Firenze è occupata dalle
truppe francesi di Carlo VIII. Sepolto nel cimitero dei domenicani dentro il
convento di S. Marco. Le sue ossa saranno rinvenute da Chiaroni accanto a quelle di Poliziano e dell'amico
Benivieni. Siamo vissuti celebri, o Ermolao, e tali vivremo in futuro,
non nella scuola dei grammatici, non là dove si insegna ai ragazzi, ma nelle
accolte dei filosofi e nei circoli dei sapienti, dove non si tratta né si
discute sulla madre di Andromaca, sui figli di Niobe e su fatuità del genere,
ma sui principî delle cose umane e divine. Uno studio coordinato del
dipartimento di Biologia dell'Pisa, del Reparto Investigazioni Scientifiche
dell'Arma dei Carabinieri di Parma dimostra che e avvelenato con l'arsenico. Il
volto di P. ricostruito con le moderne tecniche forensi Di P. è rimasta
letteralmente proverbiale la prodigiosa memoria. Si dice conosce a mente
numerose opere su cui si fonda la sua vasta cultura enciclopedica, e che sapesse
recitare la “Divina Commedia” *al contrario*, partendo dall'ultimo verso,
impresa che pare gli riuscisse con qualunque poema appena terminato di
leggere. Tutt'oggi è ancora in uso attribuire l'appellativo “P” a
chiunque sia dotato di ottima memoria. Secondo una popolare diceria, ha
una amante o una concubina segreta. Tuttavia ha un rapporto amoroso con
l'umanista Benivieni, sulla base di alcuni scritti, tra cui sonetti, che
quest'ultimo dedica a Pico, e di alcune allusioni poco chiare di Savonarola. E comunque
un seguace dell'ideale dell'amor platonico, privo cioè di contenuti erotici e
passionali. Anche la figura femminile ricorrente nei suoi versi viene celebrata
su un piano prevalentemente filosofico. La sua filosofia si riallaccia all’idealismo
di Ficino, senza però occuparsi della polemica anti-aristotelica. Al contrario,
cerca di riconciliare aristotelismo e platonismo in una sintesi superiore,
fondendovi anche altri elementi culturali, come per esempio la tradizione
misterica di Ermete Trismegisto e della cabala. All'interno del testo
delle Conclusiones si scaglia duramente contro Ficino, considerando inefficace
la sua magia naturale perché carente di un legame con le forze superiori nonché
di un'adeguata conoscenza cabalistica. Il suo proposito, esplicitamente
dichiarato ad esempio nel “De ente et uno”, consiste infatti nel ricostruire i
lineamenti di una filosofia universale, che nasca dalla concordia fra tutte le
diverse correnti di pensiero sorte sin dagl’antichi, accomunate
dall'aspirazione al divino e alla Sapienza. In questo suo ecumenismo filosofico
vengono accolti non solo i filosofi esoterici insieme all’accademia e il lizio,
e tutta la filosofia gnostica ed ermetica, anche mistica. Il congresso da lui
organizzato a Roma in vista di una tale pace filosofica inserirsi proprio in
questo progetto culturale basato su una concezione della verità come princìpio
eterno ed universale, al quale ogni epoca della storia ha saputo attingere in misura
in più o meno diversa. In seguito tuttavia ai vari contrasti che gli si
presentarono, sorti a causa della difficoltà di una tale conciliazione. Si
accorse che il suo ideale e difficilmente perseguibile. Ad esso, a poco a poco,
si sostitusce nella sua mente il proposito riformatore di Savonarola, rivolto
al rinnovamento morale, più che culturale, della città di Firenze. L'armonia
universale da lui ricercata in ambito filosofico si trasforma così
nell'aspirazione ad una moralità meno
generica. A differenza di Ficino, emerge un maggiore senso di irrequietezza e
una visione più cupa ed esistenziale della vita. Al centro del suo ideale
di concordia universale risalta fortemente il tema della dignità e della
libertà umana. L'uomo infatti è l'unica creatura che non ha una natura predeterminata,
poiché. Già il Sommo Padre, Dio Creatore, ha foggiato, questa dimora del mondo quale ci appare. Ma,
ultimata l'opera, l'artefice desidera che ci fosse qualcuno capace di afferrare
la ragione di un'opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la
vastità. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova
creatura, né dei tesori né dei posti di tutto il mondo. Tutti erano ormai
pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Dunque
l'uomo non ha affatto una natura determinata in un qualche grado (alto o basso),
bensì. Stabilì finalmente l'Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare
di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri.
Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del
mondo, così gli parla. Nn ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un
aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché tutto secondo il tuo
desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri
è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai senza essere
costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti
consegnai. Afferma, in sostanza, che Dio ha posto nell'uomo non una natura
determinata, ma una indeterminatezza che è dunque la sua propria natura, e che
si regola in base alla volontà, cioè all'arbitrio dell'uomo, che conduce tale
indeterminatezza dove vuole. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né
mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti
plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai
degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti. Tu potrai, secondo il tuo
volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. Nell'uomo nascente il
Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E a seconda di come
ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. se
sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celeste, se intellettuali,
sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito
solo con Dio.Quindi, sostiene che è l'uomo a forgiare il proprio destino secondo
la propria volontà, e la sua libertà è massima, poiché non è né animale né
angelo, ma può essere l'uno o l'altro secondo la coltivazione di alcuni tra i
semi d'ogni sorta che vi sono in lui. L'uomo non è né «angelo né bestia. La sua
propria posizione nel mondo è un punto mediano tra questi due estremi; tale
punto mediano, però, non è una
mediocrità (in parte angelo e in parte bruto) ma è la volontà (o l'arbitrio)
che ci consente di scegliere la nostra posizione. Dunque l'uomo è la più
dignitosa fra tutte le creature, anche più degli angeli, poiché può scegliere
che creatura essere. Il suo secondo grande interesse è rivolto alla
cabala, che viene da lui spiegata come una fonte di sapienza a cui attingere
per decifrare il mistero del mondo, e nella quale Dio appare oscuro, in quanto
apparentemente irraggiungibile dalla ragione; ma l'uomo può ricavare la massima
luce da tale oscurità. Non esiste alcuna scienza che possa attestare meglio la
divinità che la magia. Connessa alla sapienza cabbalistica è la magia. In fatti,
il mago opera attraverso simboli e metafore di una realtà assoluta e dunque, partendo dalla natura, può giungere
a conoscere tale sfera metafisica attraverso la conoscenza della struttura
matematica che è il fondamento simbolico-metaforico della natura stessa.
Se la magia è giudicata positivamente per quanto riguarda invece l'astrologia
egli ebbe un atteggiamento diverso, che lo porta a distinguere nettamente tra
astrologia matematica o speculativa, cioè l'astronomia, e l'astrologia
giudiziale o divinatrice. Mentre la astrologica speculative ci consente di
conoscere la realtà armonica dell'universo, e dunque è giusta, la astrologia
prattica crede di poter sottomettere l'avvenire degli uomini alle congiunture
astrali. Partendo dall'affermazione della piena dignità e libertà dell'uomo,
che può scegliere cosa essere, muove una forte critica a questo secondo tipo di
credenze e di pratiche astrologiche, che costituirebbero una negazione proprio
della dignità e della libertà umane. L’astrologica prattica (o giudiziale)
attribuisce erroneamente a un corpo celeste il potere di influire sulla una vicenda
umana (fisiche e spirituali), sottraendo tale potere alla Provvidenza divina e
togliendo agl’uomini la libertà di scegliere. Non nega che un certo influsso vi
possa essere, ma mette in guardia contro il pericolo insito nell'astrologia giudiziale
di subordinare il superiore (cioè l'uomo) all'inferiore (ossia la forza
astrale). La vicenda dell'esistenza umana e tanto intrecciata e complessa che
non se ne può spiegare la ragione se non attraverso la piena libertà d'arbitrio
dell'uomo. Tuttavia, alcuni concetti base furono ripresi e rielaborati da Savonarola nel suo Trattato contra li
astrologi. Altri saggi: “Lettera a Barbaro sul modo di parlare dei filosofi”
– cf. Grice: “Full of implicatures – of the worst misleading type!” ; “Commento
sopra una canzone d'amore di BENIVIENI” – amore accademico -- “Discorso sulla
dignità dell'uomo”; “Tesi su tutte le cose conoscibili”; “CM conclusioni
filosofiche”; “cabalistiche e teologiche in ogni genere di scienze”; “Apologia”;
“Heptaplus: della settemplice interpretazione dei VI giorni della Genesi”; “Expositiones
in Psalmos, “L'essere e l'uno”; “Dispute
contro l'astrologia divinatrice”; “Carmi”; Auree Epistole. Sonetti, “Le XII
regole”; “Le XII armi della battaglia spirituale”; “Le XII condizioni d’un amante”
“Preghiera a Dio”; “Tutte le cose e alcune alter”. A lui si attribusce anche la
paternità dell’ “Amoroso combattimento onirico di Polifilo”. Sebbene egli preferisse
farsi chiamare Conte della Concordia. È in particolare Grazias, dopo essere
intervenuto presso i reali Isabella e Ferdinando, ad essere incaricato da
Innocenzo VIII di confutarne l'Apologia.
Avvelenato -- caso risolto, in Gazzetta di Modena, Gallello et al. Già
all'epoca della sua morte si vociferò che e avvelenato (cfr. S. Critchley, Il
libro dei filosofi morti, Garzanti).
Recenti indagini condotte a Ravenna dall'équipe di Gruppioni di Bologna riscontra elevati livelli di arsenico nei
campioni di tessuti e di ossa pre-levati dalle spoglie del filosofo, che
avvalorerebbero la tesi dell'avvelenamento per la sua morte (cfr. Delitti e
misteri del passato, Garofano, Vinceti, Gruppioni (Rizzoli, Milano). L’avvelenamento,
la cui morte finora si ritene fosse stata causata dalla sifilide, e ad opera
della stessa mano che due mesi prima avrebbe uccide Poliziano, legato a P. da
grande amicizia. Risolto il giallo della sua morte, Pisa, La sua memoria straordinaria.
enivieni fa porre anche una lapide sulle spoglie tumulate nella chiesa di S. Marco
a Firenze. Sul fronte della tomba è tuttora inciso. Qui giace Giovanni
Mirandola, il resto lo sanno anche il Tago e il Gange e forse perfino gli
Antipodi. BENIVIENI, affinché dopo la
morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in
vita congiunse Amore, dispone d'essere sepolto nella terra qui sotto. Sul retro
invece, in posizione poco visibile, è riportato l'epitaffio, “Girolamo BENIVIENI
per lui e se stesso pose nell'anno. Io priego Dio Girolamo che 'n pace così in
ciel sia il tuo Pico congiunto come 'n terra eri, et come 'l tuo defunto corpo
hor con le sacr'ossa sue qui iace”. GARIN, Vita e dottrina (Monnier); Zeller, L’aristolelismo
del LIIO rinascimentale, Luria, Yates, BRUNO e la tradizione ermetica Laterza; Perone,
Ciancio, Storia del pensiero filosofico,
SEI, Torino, Garin, Vallecchi, Sul richiamo di Pascal a P., cfr. B. Pascal,
Colloquio con il Signore di Saci su Epitteto e Montagne in Pascal, Pensieri,
Serini, Einaudi, Torino, Secret, I cabbalisti, Roma, Conclusiones nongentae. Le
CM tesi. Biondi, Studi pichiani (Firenze Olschki). Conclusiones Magicae numero
XXVI, secundum opinione propria”. Fra le tesi redatte in vista del congresso
filosofico di Roma, Non vi è scienza che ci dia maggiori certezze sulla
divinità della magia (cit. da Secret,
ibidem, e in Zenit studi. P. e la cabala). La natura è una correlazione
misteriosa di forze occulte che l'uomo può conoscere tramite l'astrologia speculative
e controllare tramite la magia. Distingue due tipi di astrologia: matematica e
divinatrice. Nega il valore della seconda (Granata, Filosofia, Alpha Test,
Milano). Lo stesso Savonarola sostenne di aver scritto il suo trattato in
corroborazione delle refutazione astrologice di P. -- cit. in Romeo De Maio,
Riforme e miti (Guida, Napoli). Indizi e prove: e Alberto Pio da Carpi nella
genesi dell’Hypnerotomachia Poliphili.
Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto La scienza
in Italia, opera del Museo GALILEI. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, pubblicata sotto licenza Creative Commone, Mazzali, Basileae, per Sebastianum
Henricpetri, Basileae, per Sebastianum Henricpetri, Doctissimi Viri P.,
Concordiae comitis, Exactissima expositio in orationem dominicam, Bernardini, Apologia.
L'autodifesa di P. di fronte al tribunale dell'inquisizione, Fornaciari,
Società per lo studio del medio-evo, Galluzzo, Firenze); Barone, Antologia, Virgilio,
Milano, Studi Dario Bellini, La profezia, Oltre la C porta, Sometti, Busi, Vera
relazione sulla vita e i fatti, P., Aragno; Cassirer, “Individuo e cosmo nella
filosofia del rinascimento” (Nuova Italia, Firenze); Lubac, L'alba incompiuta
del rinascimento” (Jaca, Milano); Giovanni, La filosofia (Palermo, Boccone del
Povero); Frigerio, "Il commento alla Canzona d'Amore di BENIVIENI; Conoscenza
Religiosa, Firenze, Fumagalli Beonio Brocchieri, Casale Monferrato, Piemme, Garin,
L'Umanesimo (Laterza, Bari); Puledda, Interpretazioni dell'Umanesimo,
Associazione Multimage, Quaquarelli, Zanardi, Pichiana. delle edizioni e degli
studi, in "Studi pichiani" (Olschki, Firenze); Sartori,Filosofia,
teologia, concordia, Messaggero Padova, Zambelli,
L’APPRENDISTA STREGONE SODOMITA DELL’ACCADEMIA Astrologia, cabala e arte
lulliana in P. e seguaci” (Marsilio, Venezia); “Le fonti cabalistiche”; Busi,
"Chi non ammirerà il nostro camaleonte?" La bibliotica cabbalistica, Busi,
L'enigma dell'ebraico nel Rinascimento, Aragno Torino Campanini, Moncada -- Mitridate -- traduttore di opere
cabbalistiche, Perani, Moncada alias Mitridate: un ebreo converso siciliano,
Officina di studi medievali, Palermo, Jurgan e Campanini, con un testo di Busi,
Nino Aragno, Torino Saverio Campanini Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio,
Castiglione delle Stiviere; cabala; Ficino Filosofia rinascimentale Mirandola
Umanesimo Prisca theologia.Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia; Il Centro P., L’Umanesimo, la cabala cristiana,
Discorso sulla dignità dell'uomo, P., Orazione sulla dignità dell'essere umano,
prima parte, su panarchy.org. I
"Carmina" e l'"Oratio de hominis dignitate", su the latin library
The Kabbalistic Library of P., su pico-kabbalah.eu. Giovanni Pico, dei conti
della Mirandola e della Concordia. Giovanni Pico, conte della Mirandola e della
Concordia. Giovanni Pico della Mirandola. Pico. Keywords: amore platonico,
amore socratico, Pico e Girolamo – l’epitafio – amore platonico Ficino – la
dignita dell’uomo, la concordia degl’antichi, la magia, il platonismo di Pico.
Pico e Pico, i apprendisti stragoni sodomiti, o dell’amore accademico. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Pico: the dignity of man," per Il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Grice e Pico: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stregone sodomita –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Mirandola). Filosofo
italiano. Grice: “It is very likely
that Cartesio took the idea of the malignant daemon from Pico, who was obsessed
with him – with the daemon, I mean! “Demonio!”” Grice: “I like Pico. Ackrill
suggested that I should translate happiness as taking ‘daemon’ seriously. Pico
does: He allows Alberti’s use of ‘demonio’ as a direct translation of Roman
‘daemone,’ which is Grecian in nature.”Grice: “A daemon is always ‘maschile,’
succubus, or incubus – and stregus is gender-neutral, too, as Pico was very
well aware when he allowed the burning of a few male witches at Mirandola. On
the other hand, he uses Sextus Empiricus and Phyrro against Aristotle!” Grice:
“Like Gentile, and Rosselli, two other Italian philosophers, he was murdered –
by his successor to the county!” “A very sad thing is that he was murdered
along with his son Alberto.” Grice: “The murderer, a Pico, succeeded him
without much of a revolt – That’s the Renaissance forya!” --- Important if unjustly neglected, murdered,
Italian philosopher. Italian nobile e
filosofo, nipote di Pico. Grice: “He was murdered by his ‘successore
definitivo’ – along with his ultragenito figlio – Descendants of NERONE would
be surprised to learn that his primogenito did not seek revenge – perhaps he
couldn’t care less – MIRANDOLA ain’t ROMA!” Figlio di Galeotto I Pico, signore
di Mirandola. Come lo zio, Pico, P. si dedica principalmente alla filosofia, ma
ha reso soggetto alla bibbia, anche se nei suoi trattati, De monolocale divinae
et humanæ sapientiæ e in particolare nei VI libri intitolati examen doctrinæ vanitatis
gentium, si deprezza l'autorità dei filosofi, al di sopra tutti l’Aristotele
del LIZIO. Scrive una biografia dettagliata di suo zio (“Ioannis Pici
Mirandulae Vita”) e un altro di SAVONAROLA (si veda), di cui è un seguace. Avendo
osservato i pericoli a cui la società è esposta, lancia un avvertimento in
occasione del concilio lateranense: Oratio ad Leonem X et concilium Lateranense
de reformandis Ecclesiæ Moribus (Hagenau, dedicato a Pirckheimer). Muore a
Mirandola, assassinato dal nipote Galeotto, insieme a suo figlio. Mentre spesso
sostene che la filosofia raggiunta una parte della verità, dice in effetti, che
la filosofia da soli è una semplice raccolta di falsità confusi e internamente
incoerenti. In possesso di un tale punto di vista, si schiera non solo con SAVONAROLA,
ma con alcuni dei padri e con i riformatori pure. Su questo punto, è
insistente. Il cristianesimo è una realtà auto-sussistente e che ha poco o
nulla da guadagnare dalla filosofia, le scienze o le arti. Questa tesi centrale
si diffonde attraverso quasi la sua intera produzione filosofica. Scrive di non
lodare o estendere il regno della filosofia, ma di demolirlo. Saggi: “De
studio di divinae et humanae philosophiae,” “De imaginatione” – Grice: “This is
interesting. Pico starts by noting how Cicero mistranslated imaginatio from
‘phantasma.’ Vitters would not have
agreed!” – “De pro-videntia dei,” “De rerum prae-notione,” “Quaestio de falsitate
astrologiae,” “Examen vanitatis gentium doctrinae et veritatis Christianae disciplinae, “”Strix,
sive de ludificatione daemonum”; Libro detto strega o delle illusioni del
demonio,” – Grice: Pico is using ‘demonio’ literally; Descartes isn’t!” –
“Opera Omnia,” – C. Herbermann. Burke, "Stregoneria e magia: P. e il suo
stragone," di SAnglod, The Damned
Art: Saggi in letteratura di Magia, Londra. Herzig, "La reazione dei demoni
alla sodomia: magia e omosessualità nel stregone di P." Kors e Peters. La stregoneria in Europa, Una storia
Documentario. Estratti dal P. Lo stregone, Schmitt, P. e la sua critica al
Lizio (The Hague, Nijhoff); Pappalardo, “Fede, immaginazione e la scessi"
(Nutrix), Turnhout: Brepols. Centro di Cultura; Springer. Nobile, filosofo e
letterato italiano. Signore di Mirandola e conte di Concordia. Assassinato dal
nipote Galeotto II Pico, suo successore. Succede al padre nel governo dei
feudi, ricevendo conferma dell'investitura dall'imperatore Massimiliano I
d'Asburgo. I fratelli, non contenti, assediano e bombardano la Mirandola e gli imprigionano.
Rilasciato solo con la promessa di cessione dei domini. Si ritira a Roma. Critica
il paganismo classico. Scrive una biografia dello zio Pico, intitolata Vita, anteposta a un volume
che ne raccoglieva l'Opera omnia, e riprese alcune sue dottrine, come la lotta
contro l'astrologia. Seguace di SAVONAROLA, si batte inutilmente per la sua
assoluzione, e ne scrive una bio-grafia e tanato-grafia: la vita e morte di
SAVONAROLA. Sostenne da un lato la necessità di un rinnovamento della
disciplina ecclesiastica e dall'altro i problemi della filosofia. Scrive il “De
reformandis moribus,” che invia a Leone X, l'”Examen vanitatis doctrinae
gentium et veritatis christianae disciplinae,” nel quale attacca la filosofia
arcaica; e, non ultimo, “Libro detto strega o delle illusioni del demonio,” sulle
possessioni demoniache. L'”Examen” non attacca
soltanto la filosofia arcaica, ma si scaglia ugualmente contro Aristotele del
Lizio ed AQUINO. Dei due filosofi, contesta la fiducia nella conoscenza e nella
ragione, che permetterebbero con la forza dell'intelletto di intuire la verità
ultima. Al contrario, al pari della dottrina esposta dal Cusano nel De docta
ignorantia, nutre una profonda sfiducia nelle capacità umane, riconoscendo alla
ragione solo la possibilità di giungere a una conclusioni arbitraria. Riprendendo
alcune tesi tipiche della SCESSI di Pirrone e Sesto Empirico, nega la validità
dei sillogismi e dell'induttivismo, svaluta l'idea della causalità. Nulla è
conoscibile, mentre la fede può fondarsi solo su una rivelazione. Muore assassinato
dal nipote Galeotto II assieme a suo figlio. Altri saggi: “De studio divinae et
humanae philosophiae”; “Dialogus de adoratione”; “Quaestio de falsitate astrologiae”. Pompeo, Famiglie
celebri di Italia. Torino, Delumeau, “Il
peccato e la paura” (Bologna, Mulino); Pappalardo, "Fede, immaginazione e la
scessi" (Turnhout: Brepols). Assedio della Mirandola, Assedio della
Mirandola di Giulio II, Caccia alle streghe nella Signoria della Mirandola, Sovrani
di Mirandola e Concordia. Schizzo biografico a cura de Il Centro P.. Treccani
Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Giovanni Francesco
Pico della Mirandola. Giovanni Francesco II Pico della Mirandola. Gianfrancesco
Pico della Mirandola. Gianfranco Pico della Mirandola. Pico. Keywords. Refs: Luigi
Speranza: Pico. Keywords: demonio, demonologia – read excerpts of Stryx in the
Italian volgare under entry for translator. Refs.: “Grice, Acrkill, Pico and Alberti, on ‘demonio’,” Luigi
Speranza, "Grice e Pico," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia -- Gianfranco Pico della
Mirandola.
Grice e Pieralisi: la ragione
conversazionale o la teoria del segno – filosofia italiana – Luigi Speranza (Jesi). Filosofo italiano. Esalta il valore della pace fra i
romani e fra tutte le creature. L’anima è presente non solo negl’esseri umani,
ma anche negl’altri animali, ai quali appunto l'anima conferisce come agl’uomini
un'esistenza eterna al di là della morte. Per tali motivi sottolinea la
necessità etica di trattare gl’animali con rispetto ed amore. De anima
belluarum: sopravvivenza? Una domanda, Rocco, Venezia. “Della filosofia
razionale speculativa parte soggettiva ossia la logica” (Pace, Roma); “La
filosofia razionale pratica; ovvero, dei doveri naturali” (Pace, Roma); “Sui
vizi capitali dell'insegnamento scientifico: riflessioni” (Pesar). Segno chiamo
una cosa qualunque che colla manifestazione di se indica una qualche altre
cosa. Col vedere che e quell oche dico “segno” si viene a sapere che sia anche
l’altro di cui e segno. Segno ARBITRARIO chiamo quell oche per libera
disposizione degl’uomini e stato destinato ad indicar la cosa che significa. Nel segno naturale l’eistenza sua
coll’esistenza di quell ova naturalmente congiunta. Il segno è rappresentativo
si sta in lugo della cosa che significa, la rappresenta, ne tiene le veci. Come
l’immagine de un uomo si pone in lugo dell’uomo. Ci sono V massime della
conversazione. I la parola si adopre ad esprimere ci oche l’uso stablito vi
esprime. II si deve evitare la ambiguità: una parola che e equivoca non si
adopria almeno nei contribuzioni alla stessa conversazione, ora cosi, or cosa. Ora
nell’uno ora nell’altro dei suo significanti – o signati. Seppure la diversità
loro non è tale che togliesse ogni pericolo di equivocare. III Adoprando un
vocabolo oscuro, che non è di uso e non e di quell’uso che se nuo vuol fare, si
fefnisca il senso nel quale se adopra, onde far nota che s’intende signare con
esso. IV nell’esporre le cosa o dimostrare la verità, la parola è usata nel
senso suo priprio, evitando tropi, figure, ed altre eleganze, che, se giovano
al bello, pregiudicano spesso al vero; essendoche eccitano l’immaginazione a
figurarise le cosa, anziche chiamo l’attenzione a vederle nell’esser loro ad a
conoscerle quali son. V se per la scrazesa dei termini è necessario usare una
stessa parola in un senso alquanto diverso, non si tracuri, per amore di brevità,
di aggiugere ad essa quant’altre parole sieno necessario perche il senso che si
vuole che abbia, riesca caro e preciso. Sezioni: ‘Sopra-sezione: il segno
dell’idea. Segno. Segno naturale, segno arbitrario. Segno manifestativo e
suppositivo o rappresentativo. Segno dell’idea, segno del pensiero. Il gesto –
segno del pensiero. Parola è un segno articolato. La parola ha un aspetto
fisico e un aspetto logico. Quanto considerate semplicemente nell’esere materialmente
è un segno fisico. Se viene considerate in quate e segno di un’idea od esprime
un pensiero, è presa formalmente – logicamente. Le parole sono comune o propri,
di uno o piu eseri, la parola ‘pietro’ e semplice, un termine complesso e ‘uomo
eminentemente virtuoso’, o semplicemente, un santo. Termine categorematico e
sincategorematico. Una praole che da se soli nulla significa, ma solamente se
si aggiune ad altra – della quale modifica la significazione specialemente in
qualte all’estensione dell’idea de cui e segno. Essempli de segno sincategorematico
sono ‘ogni’ e ‘qualche’. ‘Leone’ permette una figura. Si usa ad indicare una
spezie di animale, una costellazione in forma di leone, o un uomo che si
comporta come un leone. Un termino analogo e ‘saludabile’ che si applica al
cibo, al scremento, ed al stilo di vita. Quando il segno è segno manfestativo d’una
idea o segno suppositivo della cosa rappresentata da esse. Il segno dunque
tiene nella conversazione il luogo della cosa della quali si parla, falle le
loro veci, la rappresentato. Questo loro officio chiamo la loro supposizione,
lo stare cio per le cose, il sustituirise, o, meglio, l’essere sostituiti ad
essa. La supposizione è materiale se il segno sta per se stesso materialmente
preso. La supposizone è formale se il segno e adoprato secondo il suo esser
logico, se sta per quello che chi parla ha destignato a segnare. ‘uomo’, dotato
di ragione. La supposizione formale puo essere semplice o logica reale. La
supposizione formale è logica si il segno sta per l’idea di cui è segno, e ch’è
la cosa da lui immediatamene espresso. ‘L’uomo e una specie’. La supposizione e
reale quando sta per la cosa stessa esistente nella natura sotto quella forma,
in cui l’essere è rappresentato dall’idea, di cui il segno è segno – L’uomo
vive. La supposizione puo esser reale, colletiva e distributiva. La
supposizione formale reale d’una parola puo essere colletiva o distributive. È
colletiva se la parola sta nel discorso per TUTTI e ciasccuno CUPULATIVAmente
gl’individuo di quell nome, ossia gl’essere che sonno nell’estensione dell’idea
dal segno espresso. Come se si dicesse, le parti equagliano il tutto. La
supposizione e distributiva se il termine sta per tutti e ciascuno
DISGIUNTIVAmente gl’esseri prappresentati dall’idea, di cui e segno, sta per
uno di esso, o queso o quell oche sia, e cosi sta per ognuno, ossia vale per ognuno
chi o che è detto delle cose rappresentate dalla idea significate al segno. Le
parti sono inferiori al tutto. Gl’uomini hanno forza minore di quella d’un
cavallo. C’è la possibilità intriseca dell’origine naturale dei segni. Non
pottrebe mai dimostrare dell’impossibilità in cui gl’uomini si arebero trovati
di costituirse un linguaggio per comuniare fra loro e manifestare
recipricamente i proppi pensiere. Sebeene molto e rilento e non senza gravi
difficoltà hanno tuttavia posti nella necessità di farlo putoto elevera a segni
delle cosa e costituirli cosi termini logici. Quelle che per una combinazione o
relazione e coll’aiuto d’un gesto hanno puotuo associare alle idea della cosa.
Nessuna ripugnanza in cio si vede, e finche ripugnanza non si vede, la
possibilità d’una cosa non puo essere a buon diritto negata. La parola serve
all’uomo mirabilmente per TRASFONDERE negl’altri le sue conosence, per mostrare
le ragione nelle quali egli ha scoperto l’essere di tante cosa, che
immediatamente non apparisicono e non si possoni in loro stesse vedere e
perceptire, per guidare in somma per sentiteri gia battuti alla conoscenza di
cose alle quali tutte ciascune da se solo sensa l’aiuto dell’altrui
intelligenza I cui acquisti gl imanifesta la praola non avvrebe trovato la via
di pervenire. Per intedere il discorso si tiene in cota tre fattori. I al senso
che colla definizione il parlante ha dichiarato di voler dare alla sua parola. II
a quello que aparisce DAL CONTESTO avvervi volute significare. III al CONCETTO
che si sa ch’egli puo avere delle cose di cui parla, perche nessuno puo volere
esprimere quell che non sa. Pieralisi. Keywords: segnare, segnato, segnante.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pieralisi.”
Grice e Pievani: la ragione conversazionale d’Enea
l’antenato, o l’implicature conversazionali dei maschi – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Gazzaniga). Filosofo italiano. Grice: “Only in Italy, Dietelmo
becomes Telmo –“ Grice: “I like Pievani – he defends Darwin when everyone
attacks him! Talk about rallying to the defense of the under-dogma!” Studia a Milano. Conduce ricerche in biologia evolutiva
e filosofia della biologia, sotto Eldredge e Tattersall presso l'American
Museum of Natural History, New York. Grice: “Some Italians would
not consider him an Italian philosopher seeing that he earned his maximal
degree without (i. e., not within) Italy!” – Insegna a Milano. Bologna, e Padova. Opere: “Il management dell'unicità
(Guerini, Milano); “Homo sapiens e altre catastrofi” (Meltemi, Roma); “Immagini
del tempo nel cinema d'oggi” (Meltemi, Roma); “Sotto il velo della normalità”
(Meltemi, Roma); “Il cappellano del diavolo, Scienza e idee, Milano, Cortina); “Introduzione
alla filosofia della biologia” (Laterza, Roma); La teoria dell'evoluzione.
Attualità di una rivoluzione scientifica (Mulino, Bologna); Chi ha paura di
Darwin?, IBIS, Como-Pavia, Creazione senza il divino, Einaudi, Torino; “In
difesa di Darwin. Piccolo bestiario dell'anti-evoluzionismo all'italiana” (Milano,
Bompiani); “Perdere la libertà per sante ragioni. Dal nascere al morire: la
mano della chiesa sulla vita dei luterani (Milano, Chiarelettere); Nati per
Credere (Codice, Torino); La vita inaspettata. Il fascino di un'evoluzione che
non ci aveva previsto, Cortina, Milano,
Introduzione a Darwin (Roma, Laterza); La fine del mondo. Guida per
apocalittici perplessi, Bologna, Mulino,
Homo sapiens. Il cammino dell'umanità, Atlante dell'Istituto geografico
Agostini, “Anatomia di una rivoluzione:
la logica della scoperta scientifica” (Mimesis); “Evoluti e abbandonati. Sesso,
politica, morale: Darwin spiega proprio tutto, Torino, Einaudi, Il maschio è inutile. Un saggio quasi
filosofico, Milano, Rizzoli, Libertà di
migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi, Torino; Lectures,
Giappichelli, Come saremo. Storie di umanità, Codice, Torino, "Homo
Sapiens Le nuove storie dell'evoluzione umana", Geografica, Imperfezione. Una storia naturale, Milano, Cortina,
Perché siamo parenti delle galline? E tante altre domande sull’evoluzione,
Scienza, Trieste,; Sulle tracce degl’antenati. L’avventurosa storia
dell’umanità (Scienza, Trieste). Fanto è vero, ammette Darwin, che
"forse in nessun caso saprei dire con precisione perché una specie abbia
riportato la vittoria su un'altra nella viande battaglia per la vita" (p.
143). La distinzione epistemologica con le sienze fisico-matematiche tornerà in
altri esempi cari a Darwin. Ciò che conta. per il momento, è notare la forte
accentuazione ecologica della sua pauposta teorica, che da un lato smitizza
l'immagine di un Darwin asserto-te della guerra generalizzata tra i viventi e
dall'altro rivaluta l'ambivalen-ta tra competizione e dipendenza. tra lotta per
le risorse e cooperazione, in una rete intricata di relazioni tra fattori
biotici e abiotici. Dalla lotta per l'e-sistenza discende, in ultima istanza,
"un corollario della massima impor tanza" che riguarda anche i
singoli caratteri delle specie: La struttura di ogni essere organico è
correlata, nel modo più essenziale ma anche spesso difficile a scoprirsi, con
quella di tutti gli altri esseri viventi con i quali viene a trovarsi in
competizione o per il cibo o per la dimora, o con quella degli esseri da cui
deve difendersi o di quelli che sono sua preda. (p. 144)* È da questa
trama di relazioni ecologiche che nasce la celebre immagine della "ripa
lussureggiante" (tangled bank) della chiusa di OdS: È interessante
contemplare una ripa lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi,
con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e
con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tume queste forme
costruite in modo cosi elaborato, cosi differenti l'una dall'altra, e
dipendenti l'una dall'altra in maniera cosi complessa, sono state prodotte da
leggi che agiscono intorno a noi. (p. 553)* Il mondo di Darwin è un mondo
di relazioni, concorrenziali o di interdi-pendenza, plasmate dal tempo.
Nell'artiglio di una tigre, come nella zampa di un coleottero o in un seme
alato, sono scritte storie sedimentatesi per migliaia di generazioni. 6.
Un sottotitolo fuorviante In tale contesto, non è ben chiaro perché Darwin
abbia allora accettato il sottotitolo proposto in fase di revisione
dall'editore Murray: "la conservazione delle razze favorite nella lotta
per la sopravvivenza". Molti hanno cercato strumentalmente in questa
espressione il "lato oscuro" dell'evoluzione dar-winiana, la
possibile giustificazione storica e scientifica di atrocità su base razziale ed
etnica. In realtà la teoria discussa da Darwin in OdS è ben lontana da un'idea
di guerra tra "razze". La competizione è prevalentemente tra
individui singoli. non tra gruppi. Ancor meno essenziale è che questi gruppi
siano "razze" o non piuttosto tribù e famiglie. Circa le "razze
umane" in par-ticolare. Darwin ha parecchi dubbi persino sulla loro
oggettiva esistenza, dato che gli studiosi le hanno classificate nei modi più
diversi. e considera il termine troppo vago. A p. 108, paragona la razza al
"dialetto di una lingua". Per il resto. le razze umane in OdS
sono citate raramente e incidentalmente, come casi aggiuntivi. per esempio alla
fine del capitolo dodicesimo a proposito di gruppi umani molto isolati in zone
montuose (p. 458).Dietelmo Pievani. Telmo Pievani. Pievani. Keywords: il
maschio, maschile, maschilita, maschilita fascista, fascist masculinities, il
concetto di maschio, dysmorphismo sessuale – sessualita e mascolinita, il
maschio – uso del maschio in opposizione a sostantivi astratti come
mascolinita, o maschilita. i macchi, homosociale, Romolo Enea l’antenato. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pievani” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Piovani: la ragione conversazionale d’Enea,
l’eroe al portico, o l’implicatura conversazionale assente -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo
italiano. Grice: “Like Austin, and
then again like me, Piovani could invent lingo. The whole point of
ordinary-language philosophy was an attack on ‘philosophical language,’ and
there we are, Austin, Grice and Piovani INVENTING unordinary philosophical
language! In Piovani’s case is ‘assenzialismo’!”
–Studia a Napoli. Insegna a Trieste, Firenze, Roma, Napoli. Dei lincei. Scrive
su alcuni fogli del regime. La sua ricerca filosofica ha avvio all'indomani
immediato della tragica conclusione della seconda guerra mondiale e di ciò
porta i segni anche nell'elaborazione della propria caratterizzazione
etico-politica, presto approdata alle ragioni del liberalismo democratico.
Dinanzi alla drammatica conclusione dell'esito volontaristico dell'attualismo,
la necessità di ripensare il modello idealistico lo induce ad un'intensa
riflessione sul significato e sul valore dell'individuo nel suo farsi persona.
Spazia dalla filosofia del diritto alla filosofia del concetto, soprattutto a
quello meridionale, ricopre incarichi nelle più importanti accademie italiane.
Fonda il centro di studi vichiani. Pratica una fenomenologia dell'individuale.
Per il pensatore napoletano l'individuo non è concepito come un'entità chiusa
ed ego-istica tendente all'assolutizzazione ma, al contrario, accettando egli
la sua natura di vivente limitato, afferma sé stesso nella responsabilità della
propria azione. Concorrono elementi esistenzialistici, l’analisi
dell’esperienza comune. Di ciò è documento “Norma e società” (Napoli, Jovene).
Utilizza anche temi della prima azione blondeliana. La necessità di fondare la
persona grazie a un criterio o norma, che è la ragione dell’agire e del pensare
-- la logica della vita morale -- fa scoprire il tema di fondo della filosofia morale. Il soggetto è un volente
non volutosi -- vale a dire che il soggetto, per quanto approfondisca il
proprio essere che è il suo esistere, deve arrestarsi dinanzi alla
constatazione di essere dato, di non essersi voluto. L’alternativa esistenziale
dell’accettazione della vita ne riscatta, con la volontà di essere a fronte
della possibilità contraddittoria del suicidio, l’originaria datità. Ma questa
accettazione, che è la sola possibile fondazione della vita morale, rifiuta
ogni ostinazione singolaristica e comporta che la vita è vita di relazione,
dove questa non è conquista ma condizione consustanziale del soggetto che si
accetta e dunque accetta l’altro, a iniziare dalla propria alterità rispetto a
se stesso. L’essenziale instaurazione personalitaria consente la fondazione del
diritto e della morale. Entrambe formazioni storiche, fondate dinamicamente in
quanto capaci di comprendere ogni forma in cui si sostanzi l’attivo desiderio
dell’uomo di soddisfare l’insaziabile bisogno di valori, anch'essi costruiti
dalla scelta esistenziale dei soggetti storici. Sostiene che l'essere umano non
possa fare affidamento su alcun tipo di fondamento poiché, essendo un essere
limitato e storico, è di fatto costretto a fondare continuamente i suoi punti
di riferimento. A questo proposito assumono appunto un ruolo primario il valore, considerate non come assoluto
bensì prodotto della specificità individuale. Del resto proprio il valore
esalta la responsabilità dell'azione degl’individui, che, altrimenti, verrebbe
mortificata nel riferimento obbligato a qualcosa di assoluto. Si può dunque
parlare di un pluralismo etico che non significa relativismo ma relatività e,
dunque, rispetto. Una posizione che sembra chiaramente riprendere il pensiero
di Kant e, in particolare, il tema dell'agonismo etico. Per il ricorrere di
questi temi, la sua filosofia può riassumersi nella formula tra esistenzialismo
ri-pensato e storicismo ri-novato. Tra questi, un numero di “Gerarchia”, su cui
scrive riferendosi alla partecipazione
emotiva degl’italiani al conflitto. Questo modo di sentire e di interpretare
gl’eventi deve essere posto in luce perché esso indica che un ventennio di
regime fascista è riuscito a dare agl’italiani almeno quel senso di
pre-occupazione della tutela e della difesa dei propri interessi, che è il
presupposto indispensabile per la formazione di una autentica e completa
coscienza imperiale. Roma e Tirana, in Gerarchia, Evoluzione liberale, in
Biblioteca della libertà, P,, Enciclopedia filosofica di Gallarate, Bompiani,
Milano. Altre saggi: “Il significato del principio di effettività” (Milano,
Giuffre); “Morte e tras-figurazione
dell'Università” (Napoli, Guida);“Teo-dicea sociale” (Padova, Milani);
“Linee di una filosofia del diritto” (Padova, MILANI); “Gius-naturalismo ed
etica moderna” (Bari, Laterza); “Filosofia e storia delle idee” (Bari,
Laterza); “Conoscenza storica e coscienza morale” (Napoli, Morano); “Principi
di una filosofia della morale” (Napoli, Morano); “Oggettivazione etica ed
assenzialismo” (Napoli, Morano) – l’implicatura assente; “La filosofia nuova di
VICO” ((Napoli, Morano); “ Per una filosofia della morale” (Milano, Bompiani);
Tra esistenzialismo e storicismo: la filosofia morale (Napoli, Morano);
Tessitore, Napoli, Società nazionale di scienze lettere e arti, Jervolino,
Logica del concreto ed ermeneutica della vita morale. Newman, Blondel, Napoli,
Morano, Acocella, Idee per un'etica sociale. Soveria Mannelli, Rubbettino,
Amodio, degli scritti su P., Napoli,
Liguori, Lissa, Anti-ontologismo e fondazione etica (Napoli, Giannini); Nieddu,
Norma soggetto storia: saggio sulla filosofia della morale (Napoli, Loffredo);
Nieddu, Incontri blondellani”; “Volontà, norma, azione” (Cagliari, Editore);
Perrucci, L'etica della responsabilità” (Napoli, Liguori); Morrone, La scuola
napoletana: lettura critica e informazione bibliografica, Roma: Edizioni di
Storia e Letteratura (Sussidi eruditi); Olivetti, Enciclopedia, Appendice,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Etica Enciclopedia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia, Centro di studi
vichiani del Cnr di Napoli. La lezione etica più che mai attuale di Tessitore,
Il Messaggero, di Tessitore, Napoli, 1 studi vichiani. Pietro Piovani. Piovani.
Keywords: “i principi metafisici di Vico”, Vico, principio. Luigi Speranza,
“Grice e Piovani: I principi metafisici di Vico”, filosofia nuova di VIco, la
Gerarchia, Roma e tiranna – colletivo, guerra, esperienza condivisa, ventennio
del regime – il debito di Vico a Roma --- la Roma di Vico e la Roma antica –
interpretazione filosofica – idealismo, Hegel, implicatura assente,
assenzialimso --. The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Piralliano:
la ragione conversazionale del gruppo di gioco dell’accademia – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A philosophical acquaintance of Elio Aristide.
Accademia.
Grice e Pirandello – la ragione conversazionale -- e dov’è il copione?
è in noi, signore – il dramma è in noi -- siamo noi – I ciclopu – identita
personale, l’uno, nessuno, decadentismo – reduzione siciliana – filosofia
siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Girgenti).
Filosofo. Grice: “Pirandello would say he is no philosopher, but then I’m a
cricketer!” --. Medaglia del Premio Nobel Premio Nobel per la letteratura. Per la sua
produzione, le tematiche affrontate e l'innovazione del racconto teatrale è
considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori
spiccano diverse novelle e racconti brevi (in lingua italiana e siciliana) e
circa quaranta drammi, l'ultimo dei quali incompleto. Io son figlio del
Caos. E non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra
campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma
dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino
e antico vocabolo greco Kaos. Figlio di Stefano Pirandello e Caterina Ricci
Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle
tradizioni risorgimentali, nacque in contrada Càvusu a Girgenti..Nell'imminenza
del parto che dove avvenire a Porto Empedocle, per un'epidemia di colera che
stava colpendo la Sicilia, il padre decide di trasferire la famiglia in
un'isolata tenuta di campagna per evitare il contatto con la pestilenza. Porto
Empedocle, prima di chiamarsi così, era la Borgata Molo. Quando si decide che
la borgata diviene comune autonomo. La linea di confine fra i due comuni venne
fissata all'altezza della foce di un fiume essiccato che taglia in due la
contrada chiamata u Càvuso o u Càusu, pantalone. Questo Càvuso appartene a metà
alla Borgata Molo e l'altra metà a Girgenti. A qualche impiegato dell'ufficio anagrafe
parve che non e cosa che si scrive che qualcuno e nato in un paio di pantaloni
e cangia quel volgare càusu in caos. Il padre, partecipa alle imprese
garibaldine. Sposa Caterina, sorella di un suo commilitone, Rocco Ricci
Gramitto. Il suo nonno materno, Giovanni Battista Ricci Gramitto, e tra
gli esponenti di spicco della rivoluzione siciliana e, escluso dall'amnistia al
ritorno del Borbone, fuggito in esilio a Malta dove muore. Il bonno paterno,
Andrea Pirandello, e un armatore e ricco uomo d'affari di Pra', ora quartiere
di Genova. La famiglia vive in una situazione economica agiata, grazie al
commercio e all'estrazione dello zolfo. La sua infanzia e serena ma, come
lui stesso racconta, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con
gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre.
Questo lo stimola ad affinare le sue capacità espressive e a studiare il modo
di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Fin
da ragazzo soffre d'insonnia e dorme abitualmente solo tre ore per notte. E molto
devoto alla Chiesa cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una domestica
di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, ma inculcandogli anche
credenze superstiziose fino a convincerlo della paurosa presenza degli spiriti.
La chiesa e i riti della confessione religiosa gli permettevano diaccostarsi ad
un'esperienza di misticismo, che cercherà di raggiungere in tutta la sua
esistenza. Si allontanò dalle pratiche religiose per un avvenimento
apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un'estrazione a sorte per
far vincere un'immagine sacra al giovane Luigi; questi rimase così deluso dal
comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere
a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità del tutto diversa da
quella ortodossa. Dopo l’istruzione elementare impartitagli privatamente,
fu iscritto dal padre alla regia scuola tecnica di Girgenti, ma durante
un’estate preparò, all’insaputa del padre, il passaggio agli studi classici. In
seguito a un dissesto economico, la famiglia si trasfere a Palermo. Frequenta
il regio ginnasio Vittorio Emanuele II e dove rimase anche dopo il rientro dei
suoi a Porto Empedocle. Si appassiona subito alla letteratura. Scrive “Barbaro",
andata perduta. Aiuta il padre nel commercio dello zolfo, e puo conoscere
direttamente il mondo degl’operai nelle miniere e quello dei facchini delle
banchine del porto mercantile. Studia a Palermo e Roma. Studia filologia sotto
Monaci. Studia Bücheler, Usener e
Förster. Scrive “Foni ed evoluzione fonetica del dialetto della
provincia di Girgenti.” Si trasfere a Roma, dove poté mantenersi grazie agli
assegni mensili inviati dal padre. Qui conobbe L. Capuana che lo aiutò molto a
farsi strada nel mondo letterario e che gli aprì le porte dei salotti
intellettuali dove ebbe modo di conoscere giornalisti, scrittori, artisti e
critici. Un allagamento e una frana nella miniera di zolfo di Aragona di
proprietà del padre, nella quale era stata investita parte della dote di
Antonietta, e da cui anche Pirandello e la sua famiglia traevano un notevole
sostentamento, li ridusse sul lastrico. Questo avvenimento accrebbe il
disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di Pirandello, Antonietta.
Ella era sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, causate anche dalla
gelosia, a causa delle quali o lei rientrava dai genitori, o Pirandello era
costretto a lasciare la casa. La malattia prese la forma di una gelosia
delirante e paranoica, che la porta a scagliarsi contro tutte le donne che
parlassero col marito, o che lei pensava che volessero avere un qualche tipo di
rapporto con lui; perfino la figlia Lietta susciterà la sua gelosia, e a causa
del comportamento della madre tenterà il suicidio e poi se ne andrà di casa. La
chiamata alle armi di Stefano nella Grande Guerra peggiorò ulteriormente la sua
situazione mentale. Solo diversi anni dopo, egli, ormai disperato,
acconsentì che Antonietta fosse ricoverata in un ospedale psichiatrico. Morirà
in una clinica per malattie mentali di Roma, sulla via Nomentana. La malattia
della moglie lo porta ad approfondire,
portandolo ad avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicoanalisi di Freud, lo
studio dei meccanismi della mente e ad analizzare il comportamento sociale nei
confronti della malattia mentale. Spinto dalle ristrettezze economiche e
dallo scarso successo delle sue prime opere letterarie, e avendo come unico
impiego fisso una cattedra di stilistica dove impartire lezioni private di
italiano e di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario.
Inizia anche una collaborazione con il Corriere della Sera. Il suo primo
grande successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, scritto nelle notti
di veglia alla moglie paralizzata alle gambe. La critica non diede subito al
romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non
seppero cogliere il carattere di novità del romanzo, come d'altronde di altre
opere di Pirandello. Perché Pirandello arrivasse al successo si dovette
aspettare a quando si dedica totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva
rinunciato a scrivere opere teatrali, quando l'amico N. Martoglio gli chiese di
mandare in scena nel suo Minimo presso
il Metastasio di Roma alcuni suoi lavori: Lumie di Sicilia e l'Epilogo. Acconsente
e la rappresentazione dei due atti unici ebbe un discreto successo. Tramite i
buoni uffici del suo amico Martoglio anche A. Musco volle cimentarsi con il
teatro pirandelliano: Pirandello tradusse per lui in siciliano Lumie di
Sicilia, rappresentato con grande successo al Pacini di Catania. Cominciò da
questa data la collaborazione con Musco che incominciò a guastarsi dopo
qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena di Musco della
commedia Liolà nel novembre al teatro Argentina di Roma: «Gravi dissensi» di cui
Pirandello scrive al figlio Stefano. La guerra fu un'esperienza dura per
Pirandello; il figlio venne infatti imprigionato dagli austriaci, e, una volta
rilasciato, ritorna in Italia gravemente malato e con i postumi di una ferita.
Durante la guerra, inoltre, le condizioni psichiche della moglie si aggravarono
al punto da rendere inevitabile il ricovero in manicomio dove rimase fino alla
morte. Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico,
dedicandosi soprattutto al teatro. Fonda la Compagnia del Teatro d'Arte di Roma
con due grandissimi interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero
Ruggeri. Con questa compagnia cominciò a viaggiare per il mondo: le sue
commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway. Nel giro di
un decennio arrivò ad essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come
testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto per il suo ardito e
ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale. Degno di nota fu lo
stretto rapporto con Abba, sua musa ispiratrice, della quale Pirandello,
secondo molti biografi e conoscenti, era innamorato forse solamente in maniera
platonica. Molte delle opere pirandelliane cominciavano intanto ad essere
trasposte al cinema. Pirandello andava spesso ad assistere alla lavorazione dei
film; andò anche negli Stati Uniti d'America, dove famosi attori e attrici di
Hollywood, come Greta Garbo, interpretavano i suoi soggetti. Nell'ultimo di
questi viaggi andò a trovare, su invito, Albert Einstein a Princeton. In una
conferenza stampa difese con veemenza la politica estera del fascismo, con la
guerra d'Etiopia, accusando i giornalisti statunitensi di ipocrisia, citando il
colonialismo contro i nativi americani. Pirandello e la politica: l'adesione al
fascismo. Non aveva mai preso specifiche posizioni politiche, tranne
l'ammirazione per il patriottismo garibaldino di famiglia, unica certezza in
un'epoca di crisi. La sua idea politica di fondo e legata principalmente a
questo patriottismo risorgimentale. Una sua lettera apparsa sul Giornale di
Sicilia testimonia gli ideali patriottici della famiglia, proprio nei primi
mesi dallo scoppio della Grande Guerra durante la quale il figlio e fatto
prigioniero dagli austriaci e rinchiuso, per la maggior parte della prigionia,
nel campo di concentramento di Pian di Boemia, presso Mauthausen. Non riuscì a
far liberare il figlio malato neppure con l'intervento di Benedetto XV. Nella
sua vita condivise alcune delle idee dei giovani fasci siciliani e del
socialismo; ne I vecchi e i giovani si nota come la sua idea politica e stata
oscurata dalla riflessione umoristica. Per Pirandello, i siciliani hanno subìto
le peggiori ingiustizie dai vari governi italiani -- è questa l'unica idea
forte che ci presenta. Nella prima guerra mondiale e un interventista,
anche se avrebbe preferito che il figlio non partecipasse in prima linea alla
guerra, cosa che invece fa, arruolandosi volontario immediatamente e rimanendo
ferito e prigioniero degli austriaci, situazione che e estremamente angosciosa
per lo scrittore. Nel primo dopoguerra non adere subito ai fasci di
combattimento, tuttavia pochi anni dopo esplicita l'adesione al fascismo, ormai
istituzionalizzato. E ricevuto da Mussolini a Palazzo Chigi. Chiese
l'iscrizione al partito fascista inviando un telegramma a Mussolini, pubblicato
subito dall'agenzia Stefani. Eccellenza, sento che questo è per me il momento
più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se
l'E.V. mi stima degno di entrare nel partito nazionale fascista, pregerò come
massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con
devozione intera. Il telegramma arriva in un momento di grande difficoltà per
il presidente del consiglio dopo il ritrovamento del corpo di Matteotti. Per la
sua adesione al fascismo e duramente attaccato da alcuni intellettuali e
politici fra cui il deputato liberale G. Amendola che in un a saggio arriva a
dargli dell'accattone che voleva a tutti i costi divenir senatore del Regno. Pur
non ritrovandosi caratterialmente con Mussolini e molti gerarchi, che ritiene
persone troppo rozze e volgari, oltre che poco interessati al teatro, non
rinnega mai la sua adesione al fascismo, motivata tra le altre cose da una
profonda sfiducia nei regimi social-democratici, così come non si interessa mai
del marxismo, solo ne “I vecchi e i giovani” mostra un leggero interesse per il
socialismo -- regimi nei quali si andano trasformando la democrazia liberale,
che ritene a loro volta corrotta, portando ad esempio gli scandali dell'età
giolittiana e il trasformismo. Pova inoltre un deciso disprezzo per la classe
politica che avrebbe voluto vedere, nichilisticamente, cancellata dalla vita
del Paese, e una forte sfiducia verso la massa caotica del popolo, che anda istruita
e guidata da una sorta di monarca illuminato. E tra i firmatari del “Manifesto”
redatto da Gentile. La sua adesione al fascismo e per molti imprevista e sorprende
anche i suoi più stretti amici. Sostanzialmente egli, per un certo
conservatorismo che comunque ha, guarda al Duce come ri-organizzatore della
società. Un'altra motivazione addotta per spiegare tale scelta politica è che
il fascismo lo riconduce all’ideale patriottico ri-sorgimentale di cui e convinto
sostenitore, anche per le radici garibaldine del padre. Vede nelli una idea
originale, che dove rappresentare la forma dell'Italia destinata a divenire
modello. Puo apparire un punto di contatto colli fasci il sostenuto relativismo
filosofico di entrambi. Ben diverso pero è il relativismo morale dei fasci,
fondato sull'attivismo e il suo relativismo esistenziale che si richiama allo scetticismo
razionale. Si fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato,
negatore di ogni certezza, incompatibile con l'ansia attivistica o il relativismo
ottimistico dei fasci Sempre nel solco di Amendola e dei critici anti-fascisti
vi è anche un commento più pragmatico alla sua iscrizione al Partito fascista,
la quale avrebbe avuto origine nel suo ricercare finanziamenti per la creazione
della sua compagnia di teatro, che ha così il sostegno del regime e le relative
sovvenzioni. Il governo fascista, pero, perfino dopo il Nobel, gli prefiere
sempre Annunzio e Deledda, anche lei vincitrice del premio, come letterati
ideali del regime. Ha molta difficoltà a re-perire i fondi statali, che
Mussolini spesso non vuole concedergli. Non sono infrequenti suoi scontri
violenti con autorità fasciste e dichiarazioni aperte di a-politicità. Sono a-politic.
Mi sento soltanto uomo sulla terra. E, come tale, molto semplice e parco. Se
vuole potrei aggiungere casto. Clamorosoe il gesto narrato da C. Alvaro in cui a Roma
strappa la sua tessera del suo fascio davanti agli occhi esterrefatti del
Segretario Nazionale. Nonostante ciò, una rottura aperta col fascismo non
si onsume mai. Si conclude senza troppa fortuna l'esperienza del Teatro
d'Arte. Dopo lo scioglimento, in tacita polemica con il regime fascista che a
suo avviso era troppo parco di sostegno ai suoi progetti teatrali, si ritira. Forse
a parziale compensazione di questo mancato sostegno, e uno dei primi trenta accademici,
nominati direttamente da Mussolini, della neo costituita Reale Accademia
d'Italia – i reali italiani! In nome del suo ideale patriottico, partecipa
alla raccolta dell'oro per la patria donando la medaglia del premio Nobel. Questa
scelta di adesione ai fasci è stata spesso sia minimizzata sia accentuata dalla
critica. L’ideologia fascista non ha mai parte nella sua vita o nel suo teatro,
abbastanza avulse della realtà politica, così che non fu in grado di vedere e
giudicare la violenza dei fasci. Il contenuto anarchico, corrosivo, pessimista
e quasi sempre anti-sistema del suo teatro e guardato con sospetto da molti
uomini del partito. Non lo considerano una vera "arte fascista". La
critica non lo esalta, spesso considerando il suo teatro non conformi all’ideale
fascista. Vi si vede una certa insistenza e considerazione della borghesia
altolocata che i fasci condanno come corrotta e decadente. Gl’arzigogoli
filosofici dei personaggi dei suoi drammi borghesi sono considerati quanto di
più lontano dall'attivismo fascista. Anche dopo l'attribuzione del Nobel
parecchi teatro e accusato dalla stampa di regime di disfattismo tanto che
anche fine tra i "controllati speciali" dell'OVRA. Nonostante i suoi
elogi al capo del governo, il Duce fa sequestrare l'opera “La favola del figlio”
cambiato, per alcune scene ritenute non consone, impedendone le repliche. A lui
e imposta, per contrasto, la regia dell'opera dannunziana La figlia di Jorio! Le
sue volontà testamentarie, che negavano ogni funerale e celebrazione, metteranno
in imbarazzo i fascisti e lo stesso Mussolini, che ordina così alla stampa che
non ci fanno troppe celebrazioni sui quotidiani, ma che ne fanno data solo la
notizia, come di un semplice fatto di cronaca. Il rifugio di Soriano nel Cimino
ama trascorrere ampi periodi dell'anno nella quiete di Soriano nel Cimino, un'amena
e bella cittadina ricca di monumenti storici e immersa nei boschi del Monte
Cimino. In particolare rimase
affascinato dalla maestosità e dalla quiete di uno stupendo castagneto situato
nella località di "Pian della Britta", a cui volle dedicare
un'omonima poesia, che oggi è scolpita su una lapide di marmo posta proprio in
tale località. Ambienta a Soriano nel Cimino (citando luoghi, località e
personaggi realmente esistiti) anche due tra le sue più celebri novelle Rondone
e Rondinella e Tomassino ed il filo d'erba. A Soriano nel Cimino, è rimasto
vivo ancora oggi il suo ricordo a cui sono dedicati monumenti, lapidi e
strade. Frequenta anche Arsoli per molti anni, soprattutto durante i
periodi estivi, dove amava dissetarsi con una gassosa nell'allora bar Altieri
in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che
egli stesso diede ad Arsoli chiamandola La piccola Parigi. Appassionato di
cinematografia, mentre assiste a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal
suo romanzo Il fu Mattia Pascal, si ammala di polmonite. Ha già subito due
attacchi di cuore. Il suo corpo, ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti
della vita, non sopporta oltre. Al medico che tenta di curarlo, disse. Non
abbia tanta paura delle parole, professore, questo si chiama morire. La malattia
si aggrava e muore. Per lui il regime fascista vuole esequie di stato. Viene nvece
rispettate le sue volontà espresse nel testamento. Carro d'infima classe,
quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni -- né parenti né amici. Il
carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. Per sua volontà il corpo,
senza alcuna cerimonia, e cremato, per evitare postume consacrazioni
cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono deposte in una preziosa anfora
greca già di sua proprietà e tumulate nel cimitero del Verano. Camilleri e
altri quattro dettero il via a un lento e travagliato adempimento delle sue
ultime volontà (in caso non fosse stato possibile lo spargimento). Far
seppellire le ceneri nel giardino della villa di contrada Caos, dove e nato. Ambrosini
trasporta l'anfora in treno, chiusa in una cassetta di legno. A Palermo il
corteo funebre venne però bloccato dal vescovo di Agrigento G. Peruzzo. Camilleri
si reca al vescovo, che rimase inamovibile. Propose allora con successo l'idea
di inserire l'anfora in una bara, che venne appositamente affittata. Il corteo,
per un breve tratto a piedi e poi a bordo di una littorina, giunse a Girgenti. Dopo
una cerimonia religiosa, l'anfora con le ceneri e estratta dalla bara e riposta
nel Museo Civico di Agrigento, in attesa della costruzione di un monumento nel
giardino della villa. Solo dopo parecchi anni dalla morte, realizzata una scultura
monolitica di R. Mazzacurati, artista vincitore del concorso indetto,
costituita principalmente da una grossa pietra non lavorata, le ceneri vennero
portate nel giardino e versate in un cilindro di rame inserito nel terreno, che
venne chiuso da una pietra sigillata con del cemento. Una parte rimanente
delle ceneri, trovata anni dopo attaccata ai lati interni dell'anfora, non
essendo più contenibile nel cilindro ri-colmo e ri-aperto per l'occasione,
venne dispersa, rispettando il desiderio originario di lui stesso. Davanti agli
occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque sistema
filosofico. (L. Pirandello, dai Foglietti). E convinto che qualunque filosofia e
fallita di fronte all'insondabilità dell'uomo quando in lui prevale la bestia
-- l'aspetto animalesco e irrazionale. La sua e una teoria della pluralità
dell'io. Pubblica i saggi “Arte e Scienza” e “L'umorismo” -- caratterizzati da
un'esposizione di stile colloquiale, molto lontana dal consueto discorso
filosofico. I due saggi sono espressione di un'unica identita artistica ed
esistenziale che ha coinvolto lo scrittore siciliano che vede come centrale
proprio la poetica dell'umorismo. In “L'umorismo” confluiscono idee, brani di
scritti e appunti precedenti. Sue varie chiose e annotazioni a L'indole e il
riso di L. Pulci di A. Momigliano e parti dell'articolo di A. Cantoni nella
«Nuova Antologia». Il suo umorismo si inserisce in un rigoglioso e più che
secolare campo di meditazione e ricerca sull'omonimo tema; e rappresenta il
momento ri-epilogativo probabilmente più soddisfacente di una serie di
acquisizioni teoriche che la cultura ha chiare e consolidate . Bisogna infatti
aspettare il saggio di A. Genovese, “Il Comico, l’Umore e la Fantasia o Teoria
del Riso come Introduzione all’Estetica” (Bocca, Torino) per avere un saggio di
ampia informazione e documentazione, di solido spessore speculative pur
nell'ispirazione idealistica da cui prende le mosse. Tecnicamente persuasivo,
insomma, e con ben altre fondamenta teoretiche, praltro, in un panorama di non
rara fossilizzazione culturale, va detto che l'opera di Genovese è stata
appaiata forse soltanto dal coraggioso saggio, e Homo ridens. Estetica,
Filologia, Psicologia, Storia del Comico” (Firenze, Olsckhi). Distingue il
comico dall'umoristico. Il comico e definito come avvertimento del contrario, nasce
dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Vedo una vecchia signora, coi
capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta
goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere.
"Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una
rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e
superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto
un "avvertimento del contrario. L'umorismo, il "sentimento del
contrario", invece nasce da una considerazione meno superficiale della
situazione. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che
quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un
pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente,
s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a
trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non
posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me,
mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro. Da
quel primo *avvertimento* del *contrario* mi ha fatto passare a questo *sentimento*
del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico. Quindi,
mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la
situazione *evidentemente contraria* a quella che dovrebbe normalmente essere,
l'umoristico nasce da una più ponderata ri-flessione che genera compassione e
un sorriso di comprensione. Nell'umoristico c'è il senso di un *comune sentimento*
della fragilità dell’uomo da cui nasce un compatimento per la debolezze dell’altro
che e anche la propria. L'umoristico è meno spietato del comico che giudica in
maniera immediata. Non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci
fa ridere adesso ci fa tutt'al più sorridere, o piantare. La filosofia dell'umoristico in nasce già quando pubblica
le due premesse de Il fu Mattia Pascal dove richiamandosi al “Copernico” di
Leopardi riprende l'ironia che attribusce l’eliocentrismo alla pigrizia del sole
stanco di girare attorno ai pianeti. Si vede una notazione dell’umoristico
nella contrapposizione di due sentimenti opposti. Dopo l’accettazione
dell’eliocentrismo, i terrestri accetano di essere una parte infinitesimale
dell'universo e nello stesso tempo la sua capacità di
compenetrarsene. L'analisi dell'identità condotta da lui lo porta a
formulare la teoria della crisi dell'io. Il nostro spirito consiste di
frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i
quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne
risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell'io normale,
ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in
atto, oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei
casi di vero e proprio sdoppiamento dell'io. Talché veramente può dirsi che due
persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo
individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre,
costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza,
con propria intelligenza, vivi e in atto. Paradossalmente, il solo modo per
recuperare la propria identità è la follia, tema centrale in molte opere, come
l'Enrico IV o come Il berretto a sonagli, nel quale inserisce addirittura una
ricetta per la pazzia: dire sempre la verità, la nuda, cruda e tagliente
verità, infischiandosene dei riguardi, delle maniere, delle ipocrisie e delle
convenzioni sociali. Questo comportamento porta presto all'isolamento da parte
della società e, agli occhi degli altri, alla pazzia. Abbandonando le
convenzioni sociali e morali l'uomo può ascoltare la propria interiorità e
vivere nel mondo secondo le proprie leggi, cala la maschera e percepisce se
stesso e l’altro senza dover creare un personaggio, è semplicemente “persona”. Esemplare
di tale concezione è l'evoluzione di Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno,
nessuno e centomila. Ancora sulla crisi dell'identità del singolo
impotente con la sua razionalità di fronte al mistero universale che lo
circonda, in Il fu Mattia Pascal, espone metaforicamente la sua filosofia del
lanternino, tramite il monologo che il personaggio di Anselmo Paleari rivolge
al protagonista Mattia Pascal, in cui la piccola lampada rappresenta il
sentimento umano, che non riesce ad alimentarsi se non tramite le illusioni di
fede e ideologie varie ("i lanternoni"), ma che altrimenti provoca
l'angoscia del buio che lo circonda all'uomo, l'animale che ha il triste privilegio
di "sentirsi vivere. Nella lanternisofia, il lanternino che proietta tutto
intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra
nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe se il lanternino non fosse acceso in
noi, ma che noi purtroppo dobbiamo credere vera, fintanto ch'esso si mantiene vivo
in noi. Spento alla fine da un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il
giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé
dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione? (Il fu
Mattia Pascal, capitolo XIII, Il lanternino) La sua sfiducia verso la fede
religiosa tradizionale lo porta ad accentuare così il proprio vuoto spirituale,
che cercò di riempire, come il citato personaggio del Paleari, con l'interesse
personale verso l'occultismo, la teosofia e lo spiritismo, che tuttavia non gli
daranno la serenità esistenziale. Il contrasto tra vita e forma Luigi
Pirandello svolge una ricerca inesausta sull'identità della persona nei suoi
aspetti più profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ogni persona ha
di sé, sia le relazioni che intrattiene con gli altri. Influenzato dalla
filosofia irrazionalistica di fine secolo, in particolare di Bergson,
Pirandello ritiene che l'universo sia in continuo divenire e che la vita sia
dominata da una mobilità inesauribile e infinita. L'uomo è in balia di questo
flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta,
inutilmente, di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi
riconoscere, ma che finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai
riconoscersi o alle quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso
alla propria esistenza. Se l'essenza della vita è il flusso continuo, il
perenne divenire, quindi fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è
impossibile fissare la vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e
forma, accompagnerà l'autore in tutta la sua produzione evidenziando la
sconfitta dell'uomo di fronte alla società, dovuta all'impossibilità di fuggire
alle convenzioni di quest'ultima se non con la follia. Solo il folle, che pure
è una figura sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla
maschera, e in questo caso può avere un'esistenza autentica e vera, che resta
impossibile agli altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le
maschere, la propria identità (Maschere nude è infatti il titolo della raccolta
delle sue opere teatrali). Questa riflessione, che si rispecchia nelle varie
opere con accenti ora lievi ora gravi e tragici, è stata, ad opera soprattutto
dello studioso Adriano Tilgher, interpretata come un sistema filosofico basato
sul contrasto tra la Vita e la Forma, che talvolta ha fatto esprimere alla
critica un giudizio negativo delle ultime opere precedenti al "teatro dei
miti", accusate a volte di "pirandellismo", cioè di riproporre
sempre lo stesso schema di lettura. Il relativismo psicologico o conoscitivo
«La verità? è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola Ah! E
la seconda moglie del signor Ponza Oh! E come? Sì; e per me nessuna! nessuna! Ah,
no, per sé, lei, signora: sarà l'una o l'altra! Nossignori. Per me, io sono
colei che mi si crede. Ed ecco, o signori, come parla la verità. -- Dialogo
finale di Così è (se vi pare)). Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il
relativismo psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel
rapporto inter-personale, e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha
con se stessa. Gl’uomini nascono liberi ma il caso interviene nella loro
vita precludendo ogni loro scelta. L’uomo nasce in una società pre-costituita
dove ad ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve
comportarsi. Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la
società impone, anche se l'io vorrebbe manifestarsi in modo diverso. Solo per
l'intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne
un'altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro,
come accade al protagonista de Il fu Mattia Pascal. L'uomo dunque non può
capire né l’altro né tanto meno se stesso, poiché ognuno vive portando consapevolmente
o, più spesso, inconsapevolmente, una maschera dietro la quale si agita una
moltitudine di personalità diverse e inconoscibili. Queste riflessioni
trovano la più esplicita manifestazione narrativa nel romanzo Uno, nessuno e
centomila. Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con
caratteristiche particolari. Centomila perché l'uomo ha, dietro la maschera,
tante personalità quante sono le persone che ci giudicano. Nessuno perché,
paradossalmente, se l'uomo ha centomila personalità diverse, invero, è come se
non ne possedesse nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi
nel suo io". Il relativismo conoscitivo e psicologico su cui si basa la
sua filosofia si scontra con il conseguente problema dell'incomunicabilità tra i
siciliani. Ogni personaggio siciliano ha un proprio modo di vedere la realtà. Non
esiste un'unica realtà oggettiva, ma tante realtà quante sono i siciliani che
credono di possederla. Dunque, ognuno ha una propria verità. Questa incomunicabilità
produce quindi un sentimento di solitudine ed esclusione dalla società e
persino da se stesso. Proprio la crisi e frammentazione dell'io interiore crea un
altr’ io diverso e discordante. L’io consiste di frammenti che ci fanno
scoprire di essere -- uno, nessuno – molti -- centomila --. Il personaggio come
il Vitangelo Moscarda di “Uno, nessuno e – molti centomila e i protagonisti
della commedia ‘a fare’, “Sei personaggi in cerca di autore” di conseguenza avverte
un sentimento di “estraneità” –
alienazione o alterita – strano – etimologia -- dalla vita che lo fa sentire
forestiero della vita, nonostante la continua ricerca di un senso
dell'esistenza e di un'identificazione di un proprio ruolo, che vada oltre la
maschera, o le diverse e innumerevoli maschere, con cui si presentano al
cospetto della società o delle persone più vicine. Il peronaggio accetta
la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gl’altro tende a identificarlo. Prova
ommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere. Incapace di
ribellarsi, pero, o deluso dopo l'esperienza di vedersi attribuita una nuova
maschera, si rassegna. Il personaggio vive nell'infelicità, con la coscienza
della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che laltro lo fa vivere
per come esso lo vede. Il personaggio accetta alla fine passivamente il ruolo
da recitare che lui si attribuisce sulla scena dell'esistenza. Questa è la
reazione tipica del personaggio più deboli come si può vedere nel romanzo “Il
fu Mattia Pascal”. Il soggetto non si rassegna alla sua maschera. Accetta pero il
suo ruolo con un atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno
esempio varie opere come: Pensaci Giacomino, Il giuoco delle parti e La
patente. Rosario Chiàrchiaro è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è
fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è sfuggito da tutti
ed è rimasto senza lavoro. Il presunto iettatore non accetta l'identità che gl’altro
gli ha attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono
convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato. In
questo modo ha un lavoro: chi vuole evitare le disgrazie che promanano da lui
dovrà pagare per allontanarlo. La maschera rimane – ma almeno se ne ricava un
vantaggio. L'uomo, accortosi del relativismo, si rende conto che l'immagine che
di sé non corrisponde in realtà a quella che l’altro ha di lui e cerca in ogni
modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Vuole togliersi la maschera
che gli è stata imposta e reagisce con disperazione. Non riesce a strapparsela
e allora se è così che lo vuole il mondo, egli e quello che l’altro credono di percipere
in lui e non si ferma nel mantenere questo suo atteggiamento sino all’ultima e
drammatica conseguenza. Si chiude in una solitudine disperata che lo porta al
dramma, alla pazzia o al suicidio. Da tale sforzo verso un obiettivo
irraggiungibile nasce la voluta follia. La follia è lo strumento di
contestazione per eccellenza della forma fasulla della vita sociale, l'arma che
fa esplodere la convenzione e il rituale, riducendoli all'assurdo e rivelandone
l'inconsistenza. Solo e unico modo per vivere, per trovare l’io, è quello
di accettare il fatto di non avere un'identità, ma solo frammenti -- e quindi
di non essere uno ma nessuno -- accettare l'alienazione completa da se stesso.
Tuttavia il colletivo non accetta il relativismo. Il soggeto chi accetta il
relativismo viene ritenuto pazzo dal colletivo. Esemplari sono i personaggi dei
drammi Enrico IV, dei Sei personaggi in cerca d'autore, o di Uno, nessuno e
centomila. Divenne famoso proprio grazie al teatro che chiama “teatro
dello specchio”, perché in esso viene raffigurata la vita vera, quella nuda,
amara, senza la maschera dell'ipocrisia e delle convenienze sociali, di modo
che lo spettatore si guardi come in uno specchio così come realmente è, e
diventi migliore. Dalla critica viene definito come uno dei grandi drammaturghi
del XX secolo. Scrive moltissime opera, alcune delle quali rielaborazioni delle
sue stesse novelle, che vengono divise in base alla fase di maturazione
dell'autore: Prima faseIl teatro siciliano Seconda faseIl teatro
umoristico/grottesco Terza fase Il teatro nel teatro (meta-teatro) Quarta fase Il
teatro dei miti. Generalmente si attribuisce il suo interesse per il teatro
agli anni della maturità, ma alcuni precedenti mostrano come tale convinzione
necessiti di una rivalutazione. Compose alcuni lavori teatrali, andati perduti
poiché da lui stesso bruciati (tra gli altri, il copione de Gli uccelli
dell'alto). In una lettera alla
famiglia, si legge. Oh, il teatro drammatico! Io lo conquisterò. Io non posso
penetrarvi senza provare una viva emozione, senza provare una sensazione
strana, un eccitamento del sangue per tutte le vene. Quell'aria pesante chi vi
si respira, m'ubriaca: e sempre a metà della rappresentazione io mi sento preso
dalla febbre, e brucio. È la vecchia passione chi mi vi trascina, e non vi
entro mai solo, ma sempre accompagnato dai fantasmi della mia mente, persone
che si agitano in un centro d'azione, non ancora fermato, uomini e donne da
dramma e da commedia, viventi nel mio cervello, e che vorrebbero d'un subito
saltare sul palcoscenico. Spesso mi accade di non vedere e di non ascoltare
quello che veramente si rappresenta, ma di vedere e ascoltare le scene che sono
nella mia mente: è una strana allucinazione che svanisce ad ogni scoppio di
applausi, e che potrebbe farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi! -- da
una lettera ai familiari. È in questa dimensione che si parla di teatro
mentale: lo spettacolo non è subito passivamente ma serve come pretesto per dar
voce ai "fantasmi" che popolano la mente dell'autore (nella
prefazione ai Sei personaggi in cerca d'autore Pirandello chiarirà di come la
Fantasia prenda possesso della sua mente per presentargli personaggi che
vogliono vivere, senza che lui li cerchi). In un'altra missiva, spedita
da Roma, sostiene che la scena italiana gli appare decaduta: «Vado spesso
in teatro, e mi diverto e me la rido in veder la scena italiana caduta tanto in
basso, e fatta sgualdrinella isterica e noiosa -- da una lettera ai familiari. La
delusione per non essere riuscito a far rappresentare i primi lavori lo
distoglie inizialmente dal teatro, facendolo concentrare sulla produzione
novellistica e romanziera. Pubblica l'importante saggio Illustratori,
attori, traduttori dove esprime le sue idee, ancora negative, sull'esecuzione
del lavoro dell'attore nel lavoro teatrale: questi è infatti visto come un mero
traduttore dell'idea drammaturgica dell'autore, il quale trova dunque un filtro
al messaggio che intende comunicare al pubblico. Il teatro viene poi definito
da Pirandello come un'arte "impossibile", perché "patisce le
condizioni del suo specifico anfibio":: un tradimento della scrittura
teatrale, che ha di contro "il cattivo regime dei mezzi rappresentativi,
appartenenti alla dimensione adultera dell'eco. È in questo momento che
Pirandello si distacca dalla lezione positivista e, presa diretta
coscienza dell'impossibilità della rappresentazione scenica del
"vero" oggettivo, ricerca nella produzione drammaturgica di scavare
l'essenza delle cose per scoprire una verità altra (come è spiegato nel saggio
L'Umorismo con il sentimento del contrario). Fondò la compagnia del
Teatro d'Arte di Roma con sede al Teatro Odescalchi con la collaborazione di
altri artisti: il figlio S. Pirandello, O. Vergani, C. Argentieri, A.
Beltramelli, G. Cavicchioli, M. Celli, P. Cantarella, L. Picasso, Renzo Rendi,
M. Bontempelli e G. Prezzolini -- tra gli attori più importanti della compagnia
figurano Marta Abba, Lamberto Picasso, Maria Letizia Celli, Ruggero Ruggeri. La
compagnia, il cui primo allestimento risale con Sagra del signore della nave
dello stesso Pirandello e Gli dei della montagna di Lord Dunsany, ebbe però
vita breve: i gravosi costi degli allestimenti, che non riuscivano ad essere
coperti dagli introiti del teatro semivuoto costrinsero il gruppo, dopo solo
due mesi dalla nascita, a rinunciare alla sede del Teatro Odescalchi. Per
risparmiare sugli allestimenti la compagnia si produsse prima in numerose
tournée estere, poi fu costretta allo scioglimento definitivo, avvenuto a
Viareggio. Prima faseTeatro Siciliano Nella fase del Teatro Siciliano
Pirandello è alle prime armi e ha ancora molto da imparare. Anch'essa come le
altre presenta varie caratteristiche di rilievo; alcuni testi sono stati
scritti interamente in lingua siciliana perché considerata dall'autore più viva
dell'italiano e capace di esprimere maggiore aderenza alla realtà. La
morsa e Lumìe di Sicilia Roma, Teatro Metastasio, Il dovere del medico, Roma,
Sala Umberto, La ragione degli altri, Milano, Teatro Manzoni, Cecè, Roma, Teatro Orfeo, Pensaci, Giacomino,
Roma, Teatro Nazionale, Liolà, Roma, Teatro Argentina, Seconda fase: Il teatro
umoristico/grottesco. Pirandello e Marta Abba Mano a mano che l'autore si
distacca da verismo e naturalismo, avvicinandosi al decadentismo si ha l'inizio
della seconda fase con il teatro umoristico. Presenta personaggi che incrinano
le certezze del mondo borghese: introducendo la versione relativistica della
realtà, rovesciando i modelli consueti di comportamento, intende esprimere la
dimensione autentica della vita al di là della maschera. Così è (se vi
pare), Milano, Teatro Olimpia, Il berretto a sonagli, Roma, Teatro Nazionale, La
giara, Roma, Teatro Nazionale, Il piacere dell'onestà (Torino, Carignano) La
patente, Torino, Alfieri, Ma non è una cosa seria, Livorno, Rossini, Il giuoco delle parti, Roma, Quirino, L'innesto,
Milano, Manzoni, L'uomo, la bestia e la virtù, Milano, Olimpia, Tutto per bene,
Roma, Quirino, Come prima, meglio di prima, Venezia, Goldoni, La signora Morli,
una e due, Roma, Argentina. Nella fase del teatro nel teatro le cose cambiano
radicalmente. Il teatro deve parlare anche agli occhi non solo alle orecchie, a
tal scopo ripristinerà una tecnica teatrale di Shakespeare, il palcoscenico
multiplo, in cui vi può per esempio essere una casa divisa in cui si vedono
varie scene fatte in varie stanze contemporaneamente. Inoltre il teatro nel
teatro fa sì che si assista al mondo che si trasforma sul palcoscenico. Abolisce
anche il concetto della quarta parete, cioè la parete trasparente che sta tra
attori e pubblico. In questa fase, infatti, tende a coinvolgere il pubblico che
non è più passivo ma che rispecchia la propria vita in quella agita dagli
attori sulla scena. Ha un incontro con Filippo. Conseguenza, oltre alla nascita di
un'amicizia e che Filippo sente come accadde in passato per lui, il bisogno di
allontanarsi dal regionalism dell'arte verista pur conservandone però le
tradizioni e le influenze. Incontra Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Sei
personaggi in cerca d'autore, Roma, Valle, Enrico IV, Milano, Manzoni, All'uscita,
Roma, Argentina, L'imbecille, Roma, Quirino, Vestire gli ignudi, Roma, Quirino,
L'uomo dal fiore in bocca, Roma, Degli Indipendenti, La vita che ti diedi, Roma,
Quirino, L'altro figlio, Roma, Nazionale, Ciascuno a suo modo, Milano, Dei Filodrammatici,
Sagra del signore della nave, Roma, Odescalchi, Diana e la Tuda, Milano, Eden, L'amica
delle mogli, Roma, Argentina, Bellavita, Milano, Eden, O di uno o di nessuno, Torino, di Torino, Come
tu mi vuoi, Milano, dei Filodrammatici; Questa sera si recita a soggetto,
Torino, di Torino, Trovarsi, Napoli, dei Fiorentini, Quando si è qualcuno,
Buenos Aires Odeón, La favola del figlio cambiato, Roma, Reale dell'Opera, Non
si sa come, Roma, Argentina, Sogno, ma forse no, Lisbona, Teatro Nacional. Alla
fase del teatro dei miti ase si assegnano solo tre opera. La nuova colonia
Lazzaro I giganti della montagna Romanzi Copertina de Il turno, Madella. Scrive sette romanzi: L'esclusa,
a puntate su La Tribuna (Milano, Treves); Il turno (Catania, Giannotta); l fu
Mattia Pascal, Roma, Nuova antologia. Suo marito, Firenze, Quattrini. (poi
Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, I
vecchi e i giovani, Milano, FTreves. Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze,
R. Bemporad & figlio. Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad; Novelle.
Le novelle sono considerate le opere più durature. I critici hanno cambiato
tale opinione ritenendo le opere teatrali più degne di essere ricordate. Fare
distinzione tra il contenuto di una novello o romanzo e un dramma è difficile. Molte novelle sono
state messe in opera a teatro. “Ciascuno a suo modo” deriva dal “Si gira”. “Liolà”
ha il tema preso da “Il fu Mattia Pascal”; “La nuova colonia” e presentata in “Suo
marito”. Analizzando le novelle si puo renderci conto che ciò che manca è una
delineazione tematica, una cornice. Sono presenti un crogiolo di personaggi ed
eventi. Il tempo in cui una novella e ambientata non è definito. Alcune si svolgono nell'epoca umbertina, poi
giolittiana e del dopo-giolitti. Diversamente accade nella novella siciliana. Iil
tempo non è fissato. E un tempo antico, di una società che non vuole cambiare e
che è rimasta ferma. I paesaggi della novellistica sono vari. Per quella detta
siciliana si ha spesso il tipico paesaggio rurale. In alcune si trova il tema
del contrasto tra le generazioni dovuto all'unità d'Italia. Altro ambiente
delle novelle è la Roma umbertina o giolittiana. Il protagonista e sempre
alla presa con il male di vivere, con il caso e con la morte. Non si trova mai
rappresentanti dell'alta borghesia, ma quelli che potrebbero essere i vicini
della porta accanto: il sarto, il balie, il professore, il piccolo proprietario
di negozi che ha una vita sconvolta dalla sorte e dal dramma familiare. Il personaggio
ci viene presentato così come appaie. E difficile trovare un'approfondita
analisi psicologica. La fisionomia e spesso eccentrica. Per il sentimento del
contrario, il personaggio ha un carattere *opposto* a come si presenta. I
personaggi conversano nel presentarsi per come essi *sentono* di essere. Ma
alla fine, e sempre preda del caso, che li farà apparire diverso e cambiato.
Novelle per un anno -- è uno dei più grandi scrittori di novelle, raccolte
dapprima nell'opera Amori senza amore. In seguito si dedica maggiormente per
tutta la sua vita, cercando di completarla, alla raccolta Novelle per un anno,
così intitolata perché il suo intento e quello di scrivere 365. Novelle per un
anno, Firenze, Bemporad; Milano, Mondadori); Scialle nero (Firenze, Bemporad); La
vita nuda, Firenze, Bemporad, La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo,
Firenze, Bemporad, La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio, Firenze, Bemporad,
VII, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, IX,
Donna Mimma, Firenze, Bemporad); Il
vecchio Dio, Firenze, Bemporad, La giara,
Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze, Bemporad,
Berecche e la guerra, Milano, Mondadori, Una giornata, Milano, Mondadori). Si
svolge la produzione letteraria di Pirandello meno conosciuta dal grande
pubblico, quella delle poesie che, contrariamente alla composizione teatrale,
non esprimono alcun tentativo di rinnovamento sperimentale estetico, e seguono
piuttosto le forme e i metri tradizionali della lirica classica, pur non
rimandando a nessuna delle correnti letterarie presenti al tempo dello
scrittore. Nell'antologia poetica Mal giocondo, pubblicata a Palermo, ma
la cui prima lirica risale quando Pirandello aveva appena tredici anni, emerge
uno dei temi dell'ultima estetica pirandelliana del contrasto tra la serena
classicità del mito e l'ipocrisia e la immoralità sociale della
contemporaneità. Sono presenti, come nota lo stesso Pirandello, anche toni umoristici,
specie quelli derivati dal suo soggiorno a Roma. “Mal giocondo” (Palermo,
Libreria Internazionale Pedone Lauriel); Pasqua di Gea, Milano, Galli (dedicata
a Jenny Schulz-Lander, di cui si innamora a Bonn, con una chiara influenza
della poesia di Carducci. Pier Gudrò, Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione
Cooperativa) -- il cui modello sono le Elegie romane di Goethe); Elegie romane,
traduzione di Goethe, Livorno, Giusti, Zampogna, Roma, Società Editrice Dante
Alighieri, Scamandro, Roma, Tipografia Roma, Fuori di chiave, Genova,
Formiggini, Pirandello nel cinema Inizialmente Pirandello non amava molto il
cinema, considerato inferiore al teatro, e questo interesse maturò lentamente,
negli anni. Il rapporto tra Pirandello e il cinema fu complesso, ambiguo,
conflittuale, a volte di totale rifiuto, altre volte di grande curiosità. E fu
certamente la curiosità per questa nuova modalità di narrazione per immagini,
che si era già strutturata come industria cinematografica, che lo spinse a scrivere
il romanzo Si gira, poi ripubblicato con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio
operatore. In questo romanzo il suo giudizio sul cinematografo è spietato sia
quando teme che il pubblico abbandoni i teatri per correre a vedere su uno
schermo "larve evanescenti" prodotte in maniera meccanica e fredda,
sia quando descrive il mondo della produzione cinematografica popolato di
personaggi volgari impeg confezionare prodotti commerciali per soddisfare il
palato delle masse e gli interessi degli uomini d'affari. Nello stesso tempo la
struttura stessa del racconto letterario e l'ipotesi, da lui stesso formulata,
di trarne un film prefigurano un'idea di linguaggio cinematografico di grande
modernità: il film nel film. Momento cruciale per la storia del cinema, nei
primi decenni del suo sviluppo, fu l'avvento del sonoro. Anche in questo caso
ad un iniziale rifiuto seguì una svolta significativa. In una lettera a Marta
Abba, Pirandello scrisse: "L'avvenire dell'arte drammatica e anche degli
scrittori di teatro è adesso là. Bisogna orientarsi verso una nuova espressione
d'arte: il film parlato. Ero contrario, mi sono ricreduto" Pirandello sul
set de Il fu Mattia Pascal con Pierre Blanchar e Isa Miranda Il lume dell'altra
casa di Ugo Gracci. Il crollo di M. Gargiulo, Lo scaldino di A. Genina. Ma non
è una cosa seria di Augusto Camerini, La rosa di Arnaldo Frateili Il viaggio di
Gennaro Righelli Il fu Mattia Pascal di Marcel L'Herbier La canzone dell'amore di Gennaro Righelli,
primo film sonoro italiano è tratto dalla novella In silenzio. Come tu mi vuoi di
George Fitzmaurice con Greta Garbo Acciaio di W. Ruttmann. Il fu Mattia Pascal
di Pierre Chenal, Questa è la vita di Giorgio Pàstina, Aldo Fabrizifilm a
quattro episodi, tutti tratti da una novella: La giara, Il ventaglino, La
patente e Marsina stretta. Come prima, meglio di prima di J. Hopper Liolà di A.
Blasetti Il viaggio di Vittorio De Sica Enrico IV di Marco Bellocchio Kaos di P.
e V. Taviani, adattamento da Novelle per un anno, Le due vite di Mattia Pascal di
Monicelli Tu ridi di P. e V.Taviani, adattamento da Novelle per un anno; La
balia di Bellocchio, adattamento da Novelle per un anno; Pirandello nell'opera
lirica La favola del figlio cambiato di Gian Francesco Malipiero, Liolà di
Giuseppe Mulè, Six Characters in Search of an Author di Hugo Weisgall, Sagra
del Signore della Nave di Michele Lizzi, Sogno (ma forse no) di Luciano
Chailly. Altre opere: Mal giocondo, Palermo, Libreria Internazionale Pedone
Lauriel); A la sorella Anna per le sue nozze, Roma, Tipo-Litografia Miliani e
Filosini, Pasqua di Gea, Milano,
Galli, Amori senza amore, Roma,
Bontempelli); Pier Gudrò, Roma, Voghera, Elegie renane, Roma, Unione
Cooperativa; Traduzione di Goethe, Elegie romane, Livorno, Giusti, Zampogna, Roma,
Società Editrice Dante Alighieri, Beffe della morte e della vita, Firenze,
Lumachi, Lontano. Novella, in "Nuova Antologia", Quand'ero matto....
Novelle, Torino, Streglio, Il turno, Catania, Giannotta); Beffe della morte e
della vita. Firenze, Lumachi, Notizia letteraria, in "Nuova
Antologia", Dante. Poema lirico di G. Costanzo, "Nuova
Antologia", Bianche e nere. Novelle, Torino, Streglio); Il fu Mattia
Pascal, Roma, Nuova Antologia, Erma bifronte. Novelle, Milano, Treves); Prefazione
a Giovanni Alfredo Cesareo, Francesca da Rimini. Tragedia, Milano, Sandron, Studio
preliminare a A. Cantoni, L'illustrissimo. Romanzo, Roma, Nuova Antologia, Arte
e scienza. Saggi, Roma, Modes, L'esclusa, Milano, Treves, Umorismo, Lanciano,
Carabba); “Scamandro” (Roma, Tipografia); “La vita nuda” (Milano, Treves); “Suo
marito, Firenze, Quattrini); “Fuori di chiave, Genova, Formiggini, Terzetti,
Milano, Treves); “I vecchi e i giovani, Milano, Treves); Cecè. In "La
lettura", Le due maschere, Firenze,
Quattrini, Erba del nostro orto” (Milano, Studio Lombardo); “La trappola” (Milano,
Treves); “Se non così” "Nuova Antologia", Si gira ( Milano, Treves);
“E domani, lunedì” (Milano, Treves); “Liolà” ( Roma, Formiggini); Se non così Con
una lettera alla protagonista, Milano, Treves); “Un cavallo nella luna” (Milano,
Treves); Maschere nude, Milano, Treves, Pensaci,
Giacomino, Così è (se vi pare), Il piacere dell'onestà, Milano, Treves); Il
giuoco delle parti. Ma non è una cosa seria. Milano, Treves, Lumie di Sicilia.
Il berretto a sonagli. La patente. Milano, Treves, L'innesto. La ragione degli altri, Milano, Treves, Berecche e la guerra, Milano, Facchi, Il
carnevale dei morti. Firenze, Battistelli, Tu ridi. Milano, Treves); Pena di
vivere così, Roma, Libreria nazionale, Maschere nude” (Firenze, Bemporad); Tutto per
bene. Firenze, Bemporad, Come prima meglio di prima. Firenze, Bemporad); “Sei
personaggi in cerca d'autore -- commedia da fare” (Firenze, Bemporad); Enrico
IV (Firenze, Bemporad); L'uomo, la bestia e la virtù” (Firenze, Bemporad, La
signora Morli, una e due. Firenze, Bemporad, Vestire gli ignudi. Firenze,
Bemporad, La vita che ti diedi. Firenze, Bemporad, Ciascuno a suo modo.
Firenze, Bemporad, X, Pensaci, Giacomino! Firenze, Bemporad, Così è (se vi
pare). Firenze, Bemporad, Sagra del signore della nave, L'altro figlio, La
giara. Firenze, Bemporad); Il piacere dell'onestà. Firenze, Bemporad, Il berretto a sonagli. Firenze, Bemporad, Il giuoco delle parti. Firenze, Bemporad, Ma
non è una cosa seria. Firenze, Bemporad, L'innesto Firenze, Bemporad, La
ragione degli altri. Firenze, Bemporad, L'imbecille, Lumie di Sicilia, Cecè, La
patente.Firenze, Bemporad, All'uscita. Mistero profano, Il dovere del medico.
La morsa. L'uomo dal fiore in bocca.
Dialogo, Firenze, Bemporad, Diana e la Tuda. Firenze, Bemporad, L'amica delle mogli. Firenze, Bemporad, La
nuova colonia. Firenze, Bemporad, Liolà. Firenze, Bemporad, O di uno o di
nessuno. Firenze, Bemporad, Lazzaro (Milano, Mondadori); “Questa sera si recita
a soggetto” (Milano, Mondadori); “Come tu mi vuoi” (Milano, Mondadori); “Trovarsi”
(Milano Mondadori); “Quando si è qualcuno” (Milano, Mondadori); “Non si sa come”
(Milano, Mondadori); “Novelle per un anno, Firenze, Bemporad, Milano,
Mondadori, I, Scialle nero, Firenze, Bemporad, La vita nuda, Firenze, Bemporad,
La rallegrata, Firenze, Bemporad, L'uomo solo, Firenze, Bemporad, La mosca, Firenze, Bemporad, In silenzio,
Firenze, Bemporad, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, 1Dal naso al cielo, Firenze,
Bemporad, Donna Mimma, Firenze, Bemporad,Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad, La
giara, Firenze, Bemporad, Il viaggio, Firenze, Bemporad, Candelora, Firenze,
Bemporad, Berecche e la guerra, Milano,
Mondadori, Una giornata, Milano,
Mondadori, Teatro dialettale siciliano, 'A vilanza, Cappiddazzu paga tuttu, con
Nino Martoglio, Catania, Giannotta, Prefazione a N. Martoglio, Centona.
Raccolta completa di poesie siciliane con l'aggiunta di alcuni componimenti
inediti, Catania, Giannotta, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze,
Bemporad, Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad, Prefazione a E. Levi,
Lope de Vega e l'Italia, Florencia, Sansoni, Introduzione a S.D'Amico, Storia
del teatro italiano, Milano, Bompiani); In un momento come questo, in "Nuova
Antologia",Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano,
Mondadori, Tutti i romanzi, Milano, A. Mondadori, Novelle per un anno, Milano,
A. Mondadori, Maschere nude, Milano, A. Mondadori); Lettere a Marta Abba,
Milano, A. Mondadori, Saggi e interventi, Milano, A. Mondadori. Oltre al Nobel
ricevette diverse onorificenze: Cavaliere di Collare dell'Ordine equestre
del Santo Sepolcro di Gerusalemme nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di
Collare dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme Arcade Minore
della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinesenastrino per uniforme
ordinariaArcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese —
Canicattì Intitolazioni. A lui è stato dedicato un asteroide. Enciclopedia
Italiana Treccani alla voce Girgenti. In A. Camilleri. Biografia del figlio
cambiato, Milano, Lettere da Palermo e
da Roma, Bulzoni, Roma, Il risorgimento familiare. Medicina e Insonnia. in..
Riferimenti autobiografici a questo problema che affligge si trovano in
numerose sue opere: Il turno, L'amica delle mogli, Il fu Mattia Pascal, L'uomo
solo, La trappola, La giara G. Bonghi,
Biografia di Luigi P., Edizione dei classici italiani A. Camilleri, In effetti, afferma in un
lettera ai familiari da Roma. I professori di questa università, nella facoltà
mia, sono d’una ignoranza nauseante (Lettere giovanili da Palermo e da Roma Bulzoni,
Roma, difese pubblicamente durante una lezione un suo compagno rimproverato
ingiustamente dal rettore. M. Manotta, L.
Pirandello, Pearson Italia S.p.a., Da
Album Pirandello, I Meridiani Mondadori, Milano, A. Camilleri, Biografia del
figlio cambiato, BU. La storia di Luigi e Antonietta è infatti quella di un
matrimonio di una Sicilia di fine '800, combinato per interesse, da parte di
due soci nel commercio dello zolfo. Antonietta porta la dote che assicura ai
giovani sposi sbarcati da Girgenti in continente e approdati a Roma, una vita
tranquilla e permette a Luigi di affermarsi come scrittore. Il matrimonio
d'interesse è sublimato grazie alla letteratura e diventa un matrimonio d'amore
con la moglie ideale (in Anna Maria Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e
Sciascia, Avagliano, S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano,
Principato, Storia, G. Mazzacurati, Introduzione e biografia, dalla Prefazione
a Il fu Mattia Pascal, Einaudi; Vita di Pirandello; Pirandello e la moglie
Antonietta, G. GiudiceTipografico Torinese, M. Manotta, Pearson Paravia Bruno
Mondadori, L. P., S. Pirandello, A. Pirandello, Il figlio prigioniero:
carteggio tra L. e S. Pirandello durante la guerra Mondadori, Motivazione del Premio Nobel per la
Letteratura. TUTTI I NO DI MUSSOLINI A P.. L'arci-fascista non piace al Duce; G.
Afeltra, Mia cara Marta, l'amore platonico di Pirandello Tra Pirandello e M. Abba ottocento lettere di
emozioni Einstein e l'invito. Lo scontro
che nessuno vide L. Lucignani,
Pirandello, la vita nuda, Giunti, Pirandello e la prima guerra mondiale. Chiede
di entrare nei Fasci (La Stampa); F. Sinigaglia, I volti della violenza a teatro,
Lucca, Argot. Non e l'unico filosofo che si iscrive al partito fascista nel
pieno della vicenda Matteotti. Ungaretti si iscrisse appena nove giorni dopo il
funerale di Matteotti (Stato matricolare di Ungaretti, Università "La
Sapienza" di Roma. La sua adesione al fascismo, G. Giudice, Pirandello (POMBA
Torino); Pirandello e la politica, su atutta scuola. G. Lagorio, Troppi
idiotic. E P. partì; P., nudità e FASCISMO; P.. Gli anni del fascismo; B. Mussolini,
Nel solco delle grandi filosofie -- relativismo e fascismo, in Il popolo
d'Italia. Le idee di Mazzini e di Sorel influenzano profondamente il fascismo
di Mussolini e Gentile (S. Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Rubbettino. Sorel
è veramente il notre maître (B.Mussolini, Il Popolo in Opera Omnia); Interviste:
parole da dire, uomo, agl’altr’uomini, Rubbettino; riportato da G. Giudice. Prefazione
alle Novelle per un anno, Milano, Storie dalla storia, L'oro alla patria Il
Sole 24 ORE M. Sambugar, Letteratura
italiana per moduli, Incontro. R. Dombroski, L'esistenza ubbidiente – la
filosofia sotto i fasci (Guida); L'Ovra a Cinecittà di Natalia ed Emanuele V. Marino, Boringhieri, Il Post); I giganti della montagna,
taote. Così, in una bara in affitto,
riportammo a Girgenti le sue ceneri. Malgrado i divieti prima del gerarca, poi
del pre-fetto, e infine del vescovo. In Camilleri e lo strano caso delle ceneri
di Pirandello. N. Borsellino, Il dio di Pirandello: creazione e sperimentazione,
Sellerio, R. Alajmo, Le ceneri di Pirandello, Drago, in Saggi poesie, scritti
varii Mondadori, Milano). I filosofi hanno il torto di non pensare alle bestie
e davanti agl’occhi di una bestia crolla come un castello di carte qualunque
sistema filosofico. D. Marcheschi, L'umorismo, Milano, Oscar Mondadori, X. Marcheschi rivela che copia intere pagine del
saggio da opere precedenti di L. Dumont, A. Binet, G. Séailles, G. Negri, G.
Marchesini, nonché dalla Storia e fisiologia dell'arte di Ridere di T.
Massarani. Vedi articolo de Il Giornale, in “Caro P., ti ho beccato a copiare. P., L'umorismo e altri saggi, Giunti; S.
Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, TP.: guida
al Fu Mattia Pascal, Carocci, Scrittori sull'orlo di una scelta spiritista
Sambugar, La sua filoofia s'inserisce in un contesto culturale in cui è
presente il concetto di relativismo: la teoria della relatività di Einstein, il
Principio di indeterminazione di Heisenberg, la teoria quantistica di M. Planck.
Simmel fonda il suo relativismo sulla convinzione che non esistono leggi
storiche obiettivamente valide. Dizionario di filosofia). E nelle arti
figurative il relativismo è ripreso dal cubismo caratterizzato da una
rappresentazione dell'oggetto considerato simultaneamente da diversi punti di
vista. S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario Milano, Principato, Maschere
nude, I. Zorzi, Newton Compton); E. Providenti, Epistolario familiare giovanile
Quaderni della Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze, Roberto Alonge, Pirandello,
Laterza, Bari, Elio Providenti, Luigi Pirandello. Epistolario, Quaderni della
Nuova Antologia, Le Monnier, Firenze); U. Artioli, L'officina segreta di
Pirandello, Laterza, RomaBari, Luigi Pirandello, una vita da autore, repubblicaletteraria.
C. Vicentini, Il disagio del teatro (Marsilio, Venezia). La prima
rappresentazione della commedia La morsa si ha a Roma, al Metastasio, ad opera
della Compagnia del "Teatro minimo" diretta da N. Martoglio che la
mise in scena assieme all'atto unico Lumie di Sicilia. Cedendo alle insistenze
di Martoglio acconsentì a che La morsa e Lumie di Sicilia sono rappresentate
nella stessa serata. I due atti unici hanno diverso esito presso il pubblico,
che accolge con favore La morsa, mentre non grade Lumie di Sicilia (in
Interviste, Parole da dire, uomo, agli altri uomini" di I. Pupo, Rubettino,
Legato a ricordi della fanciullezza di
Pirandello. Da. Savio, Il carnevale dei
morti. Sconciature e danze macabre nella narrative, Novara, Interlinea. l mio
primo libro fu una raccolta di versi, “Mal giocondo”. In quella prima raccolta
di versi più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non so
neppure che cosa e l'umorismo ("Le lettere"); “Il cinema di Amedeo
Fago Pirandello NASA. Enrico 4., Firenze, Bemporad e figlio, Esclusa, Milano,
Fratelli Treves, Fu Mattia Pascal, Milano, Treves, I Pirandello. La famiglia e
l'epoca per immagini, E. Zappulla, Catania, la Cantinella, R. Alonge,
Roma-Bari, Laterza, U. Artioli, L'officina segreta” (Bari, Laterza); R. Barilli,
La linea Svevo-Pirandello, Milano, Mursia, E. Bonora, Sulle novelle per un anno
in Montale e altro novecento, Caltanissetta-Roma, Sciascia, N. Borsellino,
Ritratto e immagini, Roma-Bari, Laterza, N. Borsellino e W. Pedullà (diretta
da), Storia generale della letteratura italiana, Il Novecento, La nascita del Moderno,
Milano, Motta, F. Michele e M. Rössner, L’identità italiana, Atti del Convegno
internazionale di studi pirandelliani, Graz Pesaro, Metauro, Arcangelo Leone De
Castris, Storia di Pirandello (Bari, Laterza); A. Benedetto, Verga, Annunzio,
Pirandello (Torino, Fògola); L. Lugnani, L'infanzia felice (Napoli, Liguori); G.
Macchia, “La stanza della tortura, Milano, Mondadori, Pirandello e dintorni, Catania, Maimone, F.
Medici, Il dramma di Lazzaro. Asprenas, A. Pagliaro,
“U ciclopu, dramma satiresco d’Euripide ridotto in siciliano (Firenze,
Monnier); G. Podestà, "Humanitas",
F. Puglisi, L'arte; Messina-Firenze, D'Anna, F. Puglisi, Pirandello e la sua lingua,
Bologna, Cappelli, Filippo Puglisi, L. Pirandello, Milano, Mondadori, F. Puglisi,
Pirandello e la sua opera Catania, Bonanno, C. Salinari, Miti e coscienza del
decadentismo italiano. D'Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, Pirandello” (Milano,
Feltrinelli); A. Sichera, Ecce Homo!Nomi, cifre e figure di Pirandello (Firenze,
Olschki); R. Scrivano, La vocazione contesa” (Roma, Bulzoni, G. Taffon, Il gran
teatro del mondo, in Maestri drammaturghi nel teatro italiano del '900.
Tecniche, forme, invenzioni, Roma, Laterza, G. Venè, “Fascista. La coscienza
borghese tra ribellione e rivoluzione” (Venezia, Marsilio); M. Veronesi (Napoli,
Liguori); C. Vicentini, “Il disagio del teatro” (Venezia, Marsilio); R. Vittori,
Il trattamento cinematografico dei 'Sei personaggi' (Firenze, Liberoscambio); E.
Zappulla, Pirandello e la filosofia siciliana, Catania, Maimone, Filosofi siciliani
del secondo dopoguerra, Catania, Maimone. Casa di Pirandello D. Fabbri Lanterninosofia
su Pirandello Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Conferenza Episcopale Italiana. nobelprize. Audiolibri
di Luigi Pirandello, su LibriVox. di
Luigi Pirandello, su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.:etteratura
fantastica, Fantascienza. Movie Luigi Pirandello, su Internet Broadway
Database, The Broadway League.Luigi Pirandello, su filmportal.de. Centro Nazionale Studi Pirandelliani, su
cnsp. Istituto di studi pirandelliani allo Studio Luigi Pirandello. E. Licastro,
Pirandello fra Spengler e Wittgenstein. Girgenti (das alte Agrigentum), einer
der sieben Haupt- orte, in welche sich Sicilien politisch teilt, liegt wenige
Kilo- meter von der südlichen Küste der Insel und zählt etwa 20 000 Einwohner. Gegen
Norden erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata, westlich bis Sciacca, gegen
Osten bis an den Flufs Maroglio, und umfalst die Gegenden Aragona, Favara,
Naro, Canicattí, Casteltérmini, Cianciana, Cammarata, S. Stéfano, Ribera,
Sciacca, Bivona, Re- calmuto, Raffadali, Licata u. a. Die mundartlichen Grenzen
entsprechen aber nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir finden deshalb, dals,
während es zwischen Girgenti und den kleinen es umgebenden Gegenden, wie z. B.
Porto-Empe- docle, Siculiana, Montaperto, Aragona, Recalmuto, Favara, aufser
einer gewissen Dehnung der Aussprache nur sehr seltene oder fast keine
Verschiedenheiten giebt, man das- selbe von den Gegenden, die sich mehr von ihm
entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí und Casteltérmini nähern sich
mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der Insel (Caltanissetta), wo die
Aussprache im allgemeinen sehr gedehnt ist, und in ihren Gegenden bemerkt man
besonders die Diphthongierung des e (g, e) und des o (e, ?), welche in Girgenti
(Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt ist. So nähert sich auch Licata
etwas den Mundarten der Südost- spitze, namentlich in der Entwickelung des kz
(aus pl, cl, tl) zu & (canu, occu, veciu, wie in Noto, Múdica); ferner
gehört Sciacca fast ganz zu der mundartlichen Gruppe der westlichen Küste der
Insel, da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die ge-wöhnlich in der ganzen
Provinz sind, fehlen: /+ Hiati =gy, statt =/ (filiu = figgyu, agrig. fitu);
Perfekt -avit = áu statt ú (purtáu, purtá); 9+a, 0, u=j: jammi, jaña (agrig.
gammi, gaña) u. s. w. Bei der Verfertigung dieser Arbeit habe ich besonders die
folgenden Werke benutzt: F. Diez, Grammatik der romanischen Sprachen.
Meyer-Lübke, Grammatik der romanischen Sprachen. Italienische Grammatik.
Leipzig 1890. H. Schneegans, Laute und Lautentwickelung des sicilianischen
Dialektes. Strafsburg 1888. M. Hüllen, Vokalismus des alt- und
neusicilianischen Dialektes. Bonn 1884. Gaetano Di Giovanni, Cinquanta Canti,
novelline, sequenze e scritti popolari siciliani. Palermo 1889. Gaetano Di
Giovanni, Venticinque Canti e novelline popolari siciliane. Palermo 1888. und manche andere, die ich in
derselben nicht unterlassen habe zu citieren. Sehr viel aber hat es mir auch
geholfen, dals ich aus der Provinz Girgenti gebürtig bin und in mir selbst die
beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe. Für die gütige Teilnahme an der
Arbeit sage ich Herrn Prof. Dr. W. Foerster hiermit meinen herzlichsten Dank;
ferner mufs ich auch dem Herrn Prof. E. Monaci, meinem hochver- chrten Lehrer
in Rom, danken und den Freunden Prof. E. Si- cardi von Palermo, Dr. Giovanni
Taormina von Siculiana für die mir liebenswürdig gesandten Nachrichten. Luigt Pirandello. Laute und
Lautentwickelung der Mundart von Girgenti. Halle a. S.,
Druck der Buchdruckerei des Waisenhauses.Herrn Prof. Dr. Wendelin
Foerster in dankbarer Verehrung gewidmet.Girgenti (das alte
Agrigentum), einer der sieben Haupt-orte, in welche sich Sicilien politisch
teilt, liegt wenige Kilometer von der südlichen Küste der Insel und zählt etwa
20 000 Einwohner. Gegen Norden erstreckt sich seine Provinz bis Cammarata,
westlich bis Sciacca, gegen Osten bis an den Flufs Maroglio, und umfalst die
Gegenden Aragona, Favara, Naro, Canicattí, Casteltérmini, Cianciana, Cammarata,
S. Stéfano, Ribera, Sciacca, Bivona, Re-calmuto, Raffadali, Licata u.a. Die
mundartlichen Grenzen entsprechen aber nicht genau den Verwaltungs-Grenzen; wir
finden deshalb, dafs, während es zwischen Girgenti und den kleinen es
umgebenden Gegenden, wie z. B. Porto-Empe-docle, Siculiana, Montaperto,
Aragona, Recalmuto, Havara, aufser einer gewissen Dehnung der Aussprache nur
sehr seltene oder fast keine Verschiedenheiten giebt, man dasselbe von den
Gegenden, die sich mehr von ihm entfernen, nicht sagen kann. So z. B. Canicattí
und Casteltérmini nähern sich mehr der mundartlichen Gruppe des Innern der
Insel (Caltanissetta), wo die Aussprache im allgemeinen selir gedehnt ist, und
in ihren Gegenden bemerkt man besonders die Diphthongierung des e (g, e) und
des o (8, p), welche in Girgenti (Hauptort) und an den Küsten ganz unbekannt
ist. So nähert sich auch Licata etwas den Mundarten der Südost-spitze,
namentlich in der Entwickelung des liz (aus pl, c, tl) zu c (canu, ou, veccu,
wie in Noto, Módica); ferner gehört Sciacca fast ganz zu der mundartlichen
Gruppe der westlichen Küste der Insel, da in ihr die Hauptmerkmale selbst, die
ge-wöhnlich in der ganzen Provinz sind, fehlen: /+ Hiat i = gy, statt = 1
(filiu - figgyu, agrig. fitu); Perfekt -avit = áu statt (purtáu, purtá); 9+a,
0, u-j: jammi, jaña (agrig. gammi, gana) u. s. w. Bei der Verfertigung
dieser Arbeit habe ich besonders die folgenden Werke benutzt: F. Diez,
Grammatik der romanischen Sprachen. Meyer-Lübke, Grammatik der
romanischen Sprachen. - Italienische Grammatik. Leipzig 1890.
H. Schneegans, Laute und Lautentwickelung des sicilianischen Dialektes.
Strafsburg 1888. M. Hüllen, Vokalismus des alt- und neusicilianischen
Dia-lektes. Bonn 1884.
Gaetano Di Giovanni, Cinquanta Canti, novelline, sequenze e scritti popolari
siciliani. Palermo 1889. Gaetano Di Giovanni, Venticinque Canti e
novelline popolari siciliane. Palermo 1888. und manche andere, die ich in derselben nicht
unterlassen habe zu citieren. Sehr viel aber hat es mir auch
geholfen, dals ich aus der Provinz Girgenti gebürtig bin und in mir
selbst die beste Grundlage meiner Arbeit gefunden habe. Für die gütige
Teilnahme an der Arbeit sage ich Herrn Prof. Dr. W. Foerster hiermit meinen
herzlichsten Dank; ferner mufs ich auch dem Herrn Prof. E. Monaci, meinem
hochverehrten Lehrer in Rom, danken und den Freunden Prof. E. Si-cardi von
Palermo, Dr. Giovanni Taormina von Siculiana für die mir
liebenswürdig gesandten Nachrichten.Diakritische Zeichen.*
Vokalismus. ç = offenes e, e = geschlossenes r, i = sehr offenes i,
beinahe e, a = sehr offenes u, beinahe o, !. Halbvokale.
Konsonantismus. *Kons. = gedehnte Aussprache des Anlautes: dumama,
decottu, bannera, ve, "Roma, k? = fl: zuri (flore), xmmi
(flumen), % = ts: carraratu, 2= ds: vurza, i = palat.
c, g = palat. g, J2 = ital. gh in ghiotto, $ = franz. ch in
„cheval", del = Il (es wird bei uns nicht mit Schneegans gebildet,
„in-dem man die Zungenspitze nicht wie bei d gegen die obere Zahnreihe drückt,
sondern gegen die Gaumen-höhle, nachdem man sie nach hinten umgeschlagen
hat"; denn es ist nicht das Gaumen-d der Sarden, klingt vielmehr palatal:
es ist ein mit dem Zungen-rücken auf dem Mittelgaumen hervorgebrachtes g, wobei
die Zungenspitze den Rand über den oberen Alveolen berührt, 4 =
mouilliertes / (ital. gl), ñ = mouilliertes n (ital. gn), += ti +
Vok. - ist die stimmlose zu der stimmhaften d!, Sf = sti+ Vok. — wobei die
Zungenspitze sich gegen den Mittelgaumen mehr nähert als bei s, i —
faukales n in sanu (sangue), le = ital. ch + Vok. im Hiat (liy =
liz), 'm) 'n) = Vokm, Vok.n. *) Man entschuldige die
Ungleichartigkeit ciniger Zeichen mit dem Fehlen entsprechender Zeichen
im Vorrat der Druckersi.I. Vokalismus. Betonte Vokale. §1. a
bleibt in der Regel sowohl in Girgenti (Hauptort) als in der Provinz
unverändert: capu (caput); fava (faba); lizavi (clave); amu (hamu); vraca
(braca); lagu (lacu); paci (pace); vaggu (radiu); maju (maju); gratu (gratu);
gradu (gradu); nasu (nasu); manu (manu); bañu (*baneu); "raru (raru); ala
(ala); pata (palea); cavaddu (caballu); annu (annu); gattu (cattu); passu
(passu); parti (parte); arcu (arcu); árbulu (arbor); ama (arma); marba (malva);
áutu (altru); cáudu (caldu); fúusu (falsu); canta (cantat); canca (cambiat);
santu (sanctu); latte (lacte); matressa (metaxa); labbru (labru); pati
(patre). Besondere Fälle - lat. mälum. Im allg. Sicilianischen fehlt die
entsprechende Form zum ital. melo aus griech. melon (u82ov); statt ihrer findet
sich nur pumu; ammilatu, d.h. „del sapore o del colore d'una mela" ist aus
ital. melo geholt und wird metaphorisch wie in „parlari ammilatu"
gebraucht. Mu-luni (aus Angleichung des i an das tönende u) ist der ital.
mellone. Lat. gravis (ital. grave und greve, cf. Canello, Arch. glott. ital. v.
III 3, 315) ist allg. siz. gravi adjektivisch und ad-verbial, aber gelehrt, z.
B. „casu gravi, malatu gravi"; zun ital. greve „con valore puramente
materiale" entspricht agrig. gravisu; sonst hat *grevis in grevu
„geschmacklos" „dumm" und „pesante nello scherzo", deshalb
grizanza, und in grevia „mal' umore, pesantezza di spirito" seine Stelle
ein-genommen. Lat. alacer hat sich nur im Sinne von „pronto, attivo,
vivace" im ital. alacre, alacrità, alacremente, aber ge-lehrt und
entlehnt, erhalten; im Sinne von „lustig, fröhlich, freudig, heiter" ist
vulglat. *alécrus an seine Stelle getreten: ital. allegro, allg. siz. allegru,
oft bei dem Volke: allégiru, mit i - Einschiebung. Lat. ceraseus hat sich
im ganzen Sicilianischen sing. crasa, plur. crasi erhalten; cf. sard. kerasa,
neap.-röm. ierasa, ¿erase (nicht ierase, wie Meyer-L., Ital. Gram. § 50
schreibt). Lat. Suffix -aria, -arius erscheint im allg. Sic. und im Agrig. a)
als -ara, -aru; 8) als ara, -are; a) als -cra, -eri; d) als -er, -
ergu. Beispiele: a) panaru, picuraru, nutaru, vurdunaru, azaru,
jin-naru, frivaru, murtaru u. a. (echt volkstümlich); B) sigritarzu,
calanar, ssafalaru, mancataru, nivis-sargu u. a.; 1) vueri, giseri,
camperi, lucanneri, luktigeri u. a.; d) rifrigger, maggisterzu, virser u.
a. Doppelformen: abbirsarm entgegenstehend und virseru Widersacher,
Teufel, adversarius; arginteri Silberarbeiter und Argintaru Name eines Berges
aus argentarius; cavaddaru Führer der Lastpferde und cavaleri (die Landbewohner
nennen cavalera eine Mandel, die harte Schale hat) aus *caballarius; galera
(auch galia Galere) Gefängnis, z. B. „mannari 'ngalera" zur Zwangsarbeit
verurteilen und gallaría (?), cf. Canello, op. cit. 305, aus *calaria von
sãñov; quartara Krug „la quarta parte d'un barile" und quarteri
Stadtviertel aus quartarius; cannilaru Lichtzieher und cannileri Leuchter aus
*candela-rius u.a. Man konnte hier auch svarzu, sbar (ital. svago) Belustigung
und sgarru, sbatu (ital. sbaglio) aus *ex-varius, varius = Badeós, cf. Canello,
op. cit. 302, hinzufügen. Die volkstümliche Entwickelung von -arius ist
aber nur -aru, wie Schneegans C. I, § 1, 8 gut erklärt hat; - arzu ist
besonders ital. Einfuhr, v. g.
calendario, proprietario, segretario, locatario „colvi che prende a pigione
casa, bottega etc.", Fan-fani, Voc. ital. 8f3, neben locandiere „padrone
d'una locanda" (statt lucataru oder lucataru findet sich aber agrig.
lucateri neben lucanneri in demselben Sinne wie im Ital.); - eri, - eru sind
besonders französisch oder italianisierend auf franz. Ur-sprung, vgl. boucher, agrig.
vucteri, altfrz. jusier, agrig. giseri, prov. campier, agrig. camperi u.
a. Allg. sic. jittari, jetta, jittatu dürfte nicht auf ejéctat beruhen
(Meyer-L., Ital. Gramm. § 50), sondern, wie im franz. *jecère, a durch j
beeinflufst sein. Lat. natare
(ital. notare, nuota) ist in Girgenti natari, nata in der Regel geblieben, und
so auch aqua — acqua; caseu - cau (s + Hiat i s. II. § 12). Zu dem calab.
miercu (Meyer-L., op. cit. § 50) entspricht agrig. mercu (ital. marco, marchio
Zeichen), miercu in Casteltermini, Canicatti, mircari (cf. altfranz. merc,
merchier). Lat. habeo = aju, neben e, eju; darüber ist zu bemerken:
a) e kann einfache Kontraktion von aju sein, vgl. t'e mannatu, l'e amatu
Licata = t'aju mannatu, l'aju amatu; 8) e= aju a + Infinitiv (von
aj'a..., cf. franz. j'ai à ...). Die einfachen Formen des Futurums sind in
Girgenti mundartlich ganz und gar ungewöhnlich: t'e fari moriri, t'e mannari a
"Roma = t'aj'a "fari moriri, t'aj'a mannari a "Roma (ital. ti
faró morire, ti manderó a Roma); y) die Form eju = aju, speziell aus
Casteltermini, kann so gebildet sein: zwischen e (gewöhn-liche, einfache
Kontraktion von aju) und a + Infin. ist ein j vorgekommen, vgl. z. B.
affirratu e janci (e = ai Artikel und hanéi, anci von ganci, ital.
gancio); ej a jiri = e a jiri; später wird ej a zu eja, wie in m'eja
namurari = m'aiu a "na- murari, danach wird eja zu aju analogisiert
eju. Sehr häufig ist ferner a von aju a, besonders in der Stadt Girgenti und an
den Küsten: m'a namurari, m'a fari 'stu piacri = mai a fari stu piaciri; d) die
literarischen Formen aja, ajamu, ajati, ajanu sind mundartlich ungewöhnlich;
nur in einer verwünschenden Ausrufung - "mannagga! (mal ne abbia) findet
sich agga von habea. Agrig. lizovu, covu in Licata, aus clavus ist nicht
klar; aber vielleicht läfst es sich aus clavr = clau-u = clau-v-u erklären. -
Lat. sapio (ital. so) ist in Girgenti saie (p+i im Hiat = ē) regelrecht
geworden. - Muncu (ital. monco) aus mancu ist nicht volkstümlich; statt seiner
sagt das Volk: ¿uncu (cf. ital. cionco), oder „sen:a manu", aber
mancari,mancu, mancanza (für monco neben manco im Ital., of. Ca- nello,
op. cit. 315). Suffix -abilis = abili, abuli: curabili, maniatuli; öfters
aber hat ital. -evole seine Stelle eingenommen: ludevuli, cum-
passiunevuli, durevuli u. a. Suffix-aticum = aggu; cumpanaggu (ital.
companatico); sarvaggu (silvaticu) u. a. - Gelehrtes -aticu is geblieben
in: stallaticu (ital. stallatico, auch stallaggio), viaticu, estaticu.
Mlat. amandola (ital. mandorla) giebt ménnula (cf. occ. amenlou).
Neben kuarke (ital. qualche) aus qualeque, findet sich uft, auch in agrig.
lorki, vielleicht aus *kaurki; möglich finde ich es, weil ich viele Male
kaurkidunu (ital. qualcheduno), be-sonders in Porto-Empedocle, gehört habe,
obwohl das k sonst immer u an sich zu ziehen pflegt; vgl. kuatela von
kautela (auch cotela). Endlich, der betonte Vokal a, sowohl in
offener als in geschlossener Silbe, wird in einigen Mundarten der Provinz,
besonders in Aragona und Recalmuto, nach Guttur, und Lab. in ua diphthongiert,
z. B. guaddu, cuani, curcuari, puani. §2. e @ (= è litt. lat.) bleibt gewöhnlich in
Girgenti (Hauptort) und im allgemeinen an den Küsten. Im Innern der
Provinz, und besonders in einigen Gegenden, wie z. B. Casteltermini,
Canicatti, wird e zum Diphthong ie. e bleibt: crepa (crepat); leva
(levat); tema (tremit); prega (precat); nega (negat); deci (decem); peju
(pejus); meti (metit); pedi (pede); sedi (sedit); teni (tenit); seru (seru);
feli (fel); peta (petra); lebbru (lepore); nela (nebula); merlu (merulu);
ecklqu (vetulu); metu (melius); teña (teneat); menzu (medius); ferru (ferru);
beddu (bellu); pettu (pectus); setti (septe); sé sex); vespa (vespa); festa
(festa); jinessa (genestra), erba (herba); certr (certu); perdi (perdit);
sempri (semper); centu (centí). frieri,
wieni, tieri, nierier, miete, mienzu, viers, viene, bieni, liévitu,
miévula, mierlu, mienzu, viersu u.s. w. (Casteltermini, Canicatti). Dieser Diphthong findet
sich immerim Munde des Volkes, und er ist das bemerkbarste Kennzeichen dieser
Gegenden. Dafs die gebildeten Stände beim Spre- chen versuchen ihn
zu vermeiden, versteht sich, weil er immer einem Ohre, das an gebildetes
Sprechen gewöhnt ist, unangenehm auffällt. Und so wird es kommen, dals eine
gebildete Person, nehmen wir an in Casteltermini selbst, um nicht mit dem
Volke: „viersu, mienzu, mierlu" zu sagen, „versu, menzu, merlu" sagen
wird, was dann nicht die Mundart von Casteltermini, sondern gewöhnliches
Sicilianisch ist, das von jedem Gebildeten in Sicilien gesprochen wird. Die
Leute aus dem Volke, die die Wörter am meisten dehnen, sprechen: „viersu,
miensu, mierlu" in einer noch mehr offenen und gedehnten Weise aus, als
die besser Gebildeten, welche die Diphthongen doch immer aussprechen, aber in
einer weniger unangenehmen Weise. Damit will ich sagen, dals die
Diphthongierung des e existiert in einigen Gegenden des Innern der Provinz,
abgesehen von der Affektation und der Dehnung, mit welchen sie ausgesprochen
werden kann; und dals es, nach meiner Meinung, unverantwortlich ist, aus der
einfachen That-sache, dals die Gebildeten diesen Diphthong zu vermeiden suchen,
zu schliefsen, wie jemand es gethan hat, dals es die blofse Wirkung
affektischer Rede sei. Dals der Vokal, welcher die folgende Silbe
schliefst, einen Einfluls auf das e ausübt, finde ich sicher (cf. neap. und
calab.). Wir finden ½ B.:
piettu, liettu, frummiente, priezza, lamientu, bieddu, mienzu, viellzu, bieni,
pietti, lamienti u.s.w. - und: erba, beddo, petta, picuredda, palummedda,
cublizaredda, petta, testa, terra, ichliga u. s. w. Wenn wir hierauf
keine Rücksicht neh- men, wie können wir die zwei Formen: „bieddu"
und „bed-da", „pietti" und „petta", „vieklizu" und
„velkza", „patum-mieddi" und „palummedda" erklären? Anmerkungen. Linnina aus lens,
lendis, mit den calab. lindine, campob. linenc (dagegen im ital. lendine)
scheint auf ein & zurückzugehen. Vestice aus bestia (ital. bestga)
würde zu Gunsten eines g sprechen, ist aber nicht volkstümlich entwickelt.Lat.
heri (ital. ieri) ist agrig. ajeri, wie im ganzen Sicil. (cf. span. ayer
= ad heri). Bei múntua (ital. méntova) ist e nach m zu a geworden,
ct. § 10. Ital. scendere, allg. sic. sinniri aus lat. descendere (kaum
vermischt mit discindere, wie Meyer-L., Ital. Gramm. § 62). 'Ntinna (wie
das ital. antenna) scheint auf ein lateinisches ® zurückzuführen. e
zu i im Hiat.: diu, auch "di (Deus): „Di nun móta" Gott behüte;
„pi l'amuri di di" um Gottes willen; miu (meus); in Casteltermini
findet sich ma = miu, mia (vgl. ia = iu) „ma pati", „ma mati",
in der ganzen Provinz aber auch me frati, me mati, und fraturzu me neben
fraturäll miu; endlich riu aus reus. § 3. alls vulglat. e = a) è, B) i, y) vulglat. i =
kl. lat. i wird agrig. i. a) aus lat. è: mi (me); ti (se); si (se); sivu
(sebu); fici (fecit); liggi (lege); sita (seta); cridi (credit); pisu (pesu);
vini (renes); sira (sera); tila (tela); cannila (candela). Besondere
Fälle: Volkstümlich (aber meist ital. Einflufs) e statt i zeigen die
Wörter: statera, neben statía (cf. ital. sta-dera); veru (veru); fera (feria);
tettu (tectu), sirenu, Unbe-wölktheit, heiterer Himmel (ital. sereno); kuatela
(cautela); iercu, cerki, cerca, cercanu, v. cercare; nettu (ital. netto);
tirrenu (terrenu); -emu (-emus); vulemu, facemu u. s. w.; ie (-U, i) in Casteltermini,
Canicattí: buliemmu, jemmu; vieru, niettu u. s. w. Ferner kuetu (quietus) vgl.
ital. queto, das Canello, Arch. glott. ital. III, 3, 316 „forma
semipopolare" nennt. Findet sich auch e statt i in den folgenden ital.
Lehn-wörtern: re (re); spera (spera); velu (velo); frenu (freno); reñu (regno);
sigretu (segreto); prufeta (profeta); debitu (debito); sinceru (sincero); eredi
(erede); cullega (collega); essemu (estre-mo); misteru (mistero); ecu (eco);
-esimu (-esimo); primavera (primavera).8) aus lat. I: ficatu (ficatu); liga
(ligat); siti (siti); vidua (vidua); pilu (pilu); mitr (miliu); sajitta
(sagitta); pinna (pinna); friddu (frigidus); siklza (sitla); ssita (strigile);
nivru (nigru); vitu (vitru); pudditu (pullitru); vinti (viginta); capissu
(ca-pistru); massu (magistru); virga (virga); pasi (pisce); viscu
(viscu); rissa (rixa). Besondere Fälle. e statt i zeigen auch hier die
Wörter: veci und 'mmeci = in + vice, ital. invece (vice); stelu,
gelehrt (stilu); selva, gelehrt (silva) - ital. stelo, selva; fermu
(fir-mu) wohl Eintlufs des r; ferner vor n in menta (mintha); ssega aus ital.
strega (striga); lenza (lintea); menu (minus); cumenia (aber auch 'ncuminia);
tenta (triginta): die Form tinta ist mir ganz und gar unbekannt. Die niedrigen
Leute zählen immer nach zwanzigen und sagen z. B.: 'na vintina e deci, di
vintini, du vintiari e deci, ti bintini, um tenta, quaranta, cinquanta,
sissanta zu sagen. E statt i zeigen auch empru (impiu) gelehrt; vérgini, neben
virgini als kirch-licher Ausdruck: Vergini Maria. Neben rissa (rixa), findet
sich ressa, gelehrt, wie im Ital. (Canello, op. cit. 322); dema- nu
gelehrt - Besitztum - neben duminzu ebenso gelehrt - Herrschaft -, Doppelformen
aus dominium. - Dagegen i zu a oder ai, etwa durch das franz., in ammáru,
ammáina, aus adminare (altfranz. amaine), heute amène, ist einfach
unmöglich und mufs andern Ursprung haben, vgl. Flechia Arch. Glott. IV,
372, Meyer-Lübke it. Gr. 292. 8) aus lat. i: ripa (ripa); lisía (lixiva);
lima (lima); amicu (amicu); fatiga (fatiga); radici (radice); viti (vite); nidu
(nidu); ritu (risu); vinu (vinu); carina (carina); suspira (su-spirat); filu
(filu); viña (vinea); milli, oft auch mirza (mille, milia); faidda (favilla),
scrittu (scriptu), lintikhzu (lentiscu); cincu (quinque). Anmerkungen. Es fehlen in Girgenti
die entsprechenden Formen zu den ital. trebbia (durch Vermischung von
tribulum und tribula, Meyer-Lübke, op. cit. § 52), merxo (wenn es zu mitis
gehört), segala, elce, stegola (stivula, stiva Caix, Studi 595, wenn man nicht
mit Mussafia Beitrag 111, 1 zu hasticula stellt); vetrice, artetico (s.
Meyer-L. op. cit. § 52): finden
sichaber in der Regel crisima, carina, lítica, ital. cresima, carina, letica
(von litigare). In Recalmuto, besonders bei den Landbewohnern, wird
i fast zu e, mit groser Dehnung ausgesprochen: decu (dicu); felu
(tidu); venu (vinu); veña (viña); durena (duzzina). $4. 8. ! (= ö
litt. lat.) bleibt o in Girgenti und im allgemeinen an den Küsten; wird
in Casteltermini, Canicattí in -uó- diph-thongiert. Beispiele: tova (*tropat);
prova (proba); novu (novu); vo (bovef); omu (homo); coc (cocu); jocu
(jocu); coct (cocit); rota (rota); sonu (sonu); soru (soror); scola
(scola); ópira (opera); sóggiru (soceru); folu (foliu); córe (coriu);
oggi (ho- die); okhiz (oclu), coddu (collu); fossa (fossa); notti
(nocte); cosa (coxa); postu (posto); nossu (nostru); forti (forte); corda
(corda); or (ordeu); corpu (corpu); corvu (corvu); porcu (por-cu); cornu
(cornu); morsu (morsu); sonnu (somnu); lonu (lon- gu) - und: uokki,
suonnu, suonu, tuovu, ruoppu, muoddu, muortu, juornu, buonu, suoru,
tistimuoni, cuoddu, cuornu, I. S. w., aber immer tova, ¿oppa, modda,
morta, "bona, cor-na, picotta, cosa, fora, u. s. w. Besondere Fälle.
Agrig. munti, frunti, funti (seltener fonti) scheinen auch auf ein
vulglat. ont zurückzugehen (im span. aber ?). Purpu, gruncu und gulfu,
urma, gelehrt, ent-sprechen den ital. polpo, grongo, golfo, orma; aber tornu,
oni, forsi, corpu ital. torno, ogni. forse, colpo (s. Meyer-Lübke Ital. Gramm.
§ 65). Zu bemerken sind auch arrustu cf. sard. arrustu; atturru (torreo)
cf. calab. atturru, sursu, neap.-calab. sursu, ital. smso, aber grossu (sard.
russu), sorba (calab. surba, lecc. survia) - lat. cofinu (ital. cófano) ist
agrig. cufinu, durch die Versetzung des Accents vortonig und ge-
schlossen geworden. Lat post, po in Girgenti, unterliegt in Casteltermini
energischer Diphthongierung: à zu úa, pua. - Endlich a statt o zeigen die
Wörter: nannu, nanna (Grofs- vater, Grofsmutter), = ital. nonno, nonna,
und vassa = ital. costra signoria, „vassa si ni va", vassa veni
ca'". - Schnec- gans erklärt das durch die mit der Häufigkeit des
Gebrauches sich einstellenden Lässigkeit der Lautbildung.Aus vulglat. o =
a) litt. lat. ü, 8) i, d) vulglat. e = litt. lat. u wird agrig. u. a) aus
lat. ö: pumu (pomu); duga (doga); vuci (voce); nute (votum); cuti (cote); rudi
(rodit); spusu (sposa); via (hora); zzuri (flore); curuna (corona); curti
(*corte); sulu (solu); tuttre (*tottus); furma (forma); curca (collocat, vgl.
altfranz. colche, ital. corica). 1 Anmerkungen. O statt u zeigen
die gelehrten Wörter vittora, groba (gloria), códici, nonu, nobili (nobuli bei
den Volke), mobili und doti, divoto, sacerdoti (sacardoti) schon volkstümlich
geworden. Neben ura (hora) findet sich gra aus há hora, Zeitadv.,
z. B. „pra veñu" (ital. ora vengo), „gra -¿i vajr" (ital. ora
ci vado). - Besonders zu bemerken ist auch "nomu (nomen, ital. nome), cf.
Romania X, 397. O ist auch in: prdini, firçõi, prontu, conta, 'Roma,
"Ragona, ripasu, pilu, tonaca, testimonu bemerkbar, und in den ital.
Lehnwörtern flora, votu, dom, conti, nodu (nicht mit p, wie Schneegans §
3, 11, 20 sagt; - überhaupt ist die Aussprache ganz im Süden charakteristisch
immer offen und gedehnt). - -Onem, -ionem, mundartlich zu -uni: añuni
(angone); rub-buni (von robba Priestermantel); 'mrzacuni (von 'mracu, ebriacu);
raguni, caguni, staguni u. s. w., bleiben bei gelehr-ten Wörtern als -igni:
lustioni (ital. quistione), naxioni, pas-sioni, tintazioni, suggizioni,
affizzioni, uccasioni u. a. — Neben forma Gestalt, gelehrt, findet sich
regelrecht furma, aber nur im Sinne von „Leiste". Dem ital. uovo (aus
*(vum) entspricht agrig. quu. Auffällig ist endlich culossa (colostrum,
s. Meyer-Lübke, Gramm. d. rom. Spr. § 119). 8) aus litt. lat. й: lupu
(lupu); cuva (cubat); guritu (cubita); guva (juvat); gúvini (juvene);
jugu (jugu); fuji (fugit); cruci (cruce); cútica (cutica); furza (furia); gula
(gula); сии (cuneu); rugga (rubia); puzzu (puteu); calunma (calumnia); uti
(utre); supra (supra); duppe (duplu); gulutu (glutu); stuppa (stuppa);
russu (russu); turri (turre); savurra (suburra); cunnuttu (con- 1) So
Meyer-Lübke, Fanfani hat corica.ductu); vucca (bucca); musta (mustu); crusta
(crusta); curtu (curtu); furca (furca); gurgu (gurge); turtura (turtura);
surcu (sulcu); vurpi (vulpe); súrfaru (sulphur); prúvuli (pulver);
curpa (culpa); sunnu (sunt); unna (unda); tuncu (truncu); runca (runcat); kumm
(plumbu); unnici (undeci). Anmerkungen. — ? statt u zeigen auch hier:
docca (*duc-tia); satoll (satullu); lonta (ital. lontra) alle gelehrt, und die
ital. Lehnwörter: tossicu (tosco); lotta (lotta); conzu (conio, neben ruñu);
vrigña (vergogna); culonna (colonna); gottu (auch" bottu: un bottu
d'acqua) ital. gotto. Moli aus mulier (ital. moglie) ist gelehrt und sehr
selten, ebenso gobbu aus *gublus (ital. gobbo); nozzi aus nuptias (ital.
nozze); das Volk sagt: muléri (*muliére), jimmu, nguayyu oder spusalizzu. Zu
bemerken ist Izoviri, lovi (pluere - plovere, Grundform plovia, of.
Foerster, Zs. f. R. Ph. III.): to, so (tuus, suus — vgl. ital. tuoi, suoi, aus
tü-i, sũ-i für tui, sui, Schneegans § 3 II, 41). - Colobra und colubra ist mir
ganz und gar unbekannt. Unklar ist jornu aus diurnus (Analogie zu notti? Mussafia).
Zu dem ital. scuo-tere (excutere) entspricht agrig. scotiri. Auffällig
ist Suffix -uru)lum = okku cunokka, finokkau, pidokku, gunoklizu. Fommu (fuimus), foru (fuerunt) und
die Formen des Condit. fora, foratu, fora, foramu, foravu, faramu sind nicht
klar. Zusatz. - In Casteltermini, Canicattí wird dieses ó (+ u, i) in nó
diphthongiert: juornu, aber Plur. jorna, vollizu, nolli, Tinuokkau, piduokhau;
fuommu, tuoru u. s. w. y) aus vulg. lat. u = litt. lat. u: fumu (fumu);
sucu (sucu); suca (sugat); lue (luce); mutu (mutu); crudu (crudu); fus
(fusu); una (una); muru (muru); mulu (mula); purci, puer (pullice); guñu
(juniu); lulu (juliu); gula (acuc|ulla); gustu (gustu); fruttu (fructu);
nuddu (nullu), susu (sursum). Anmerkungen. - Statt -itu Partizipendung
findet sich fast immer -utu: tradutu, finutu, zzurutu, partutu, sintutu.
- Ganz selten ist o statt y: unklar ist gró aus gruem; ebenso lordo aus
luridus, was D'Ovidio (Grundr. 515) als Anlehnung an sordo (?) erklärt.
1) Die Landbewohner sagen junettu, wie altfrz. juignet.§ 6. griech. v.
Griechisch i, i wird meist durch u, seltener durch i wie-dergegeben; doch
manchmal findet sich auch o und e statt u, i, wie im Ital. Beispiele:
vurza, grutta, cutuñu, tunnu, tuffu (mustárau, crókkmula, mit Versetzung des
Accents); aber torsu (ital. torsu, thyrsus), martorzu geistliches Schauspiel in
einigen Gegenden der Provinz während der Passionswoche, neben martirz, gelehrt
(Doppelformen aus martirium, wie im Ital., cf. Canello, op. cit. 32f.); lonxa
gelehrt (cf. ital. lonza); tollu (ital. stollo); brutiru, aber libezin,
ménnulr, cémmalu, gettu, die zwei letzteren gelehrt. In tapúnu (toúravor) kann
das a vom Verbum tapanari verschleppt sein (Meyer-L., Ital. Gram. § 16, 16)
oder aus Angleichung an den folg. lat. Vokal: - tepúnu - tapinn. § %. ae,
oe (schon vulglat. e) sind agrig. als & behandelt: celu, fenu, fetu,
neu (naevum); ¿ena, grecu, ebreu (Abbreu, Abbré), juden (judé), prestu, seralu,
spera, tedmo, fería, preda, eru, die vier letzteren gelehrt. (Foedus, laetus,
suepes, taeda, perit, quaesi, caccus fehlen). - In Casteltermini, Canicattí
wird dieses g in -ic- diphthongiert: fienu, fictu, griecu. $ 8. lat.
au. Es ist nicht leicht, eine bestimmte Regel für die Entwicke-lung des
lat. au festzustellen. Man kann im allgemeinen sagen, dals im Sicil. lat au,
sowohl primär als sekundär beibehalten ist, jedoch Ausnahmen fehlen nicht,
obwohl viele durch ital. Einflufs gebildet worden sind.
Beispiele: 1. Primäres au - a) bleibt au: táuru, addaure, vaucu, causa
(neben cosa, Doppelformen wie im Ital., cf. Canello, op. cit. 328), lausu
(neben lodi gelehrt), pause, gelehrt; canlu, Niculau, öfters bei Anreden
Niculá.Zusatz. — an wird oft zu aru agu verdehnt: túgurn, addáguru, cávusa,
rúcule u. s. w. P) au — 0: oca (ital. oca); robba (ital. roba), bei den
Landbewohnern ist robba das Landhaus; cos (ital. cosa); pocu, neben picca
(ital. pocn); póriru (ital. povero); cotu kann aus cautus kommen, obgleich es
keine entsprechende Form zu ital. chiotto, neap. hipte,' aus quietus |cf. Diez
13, 123 (kaum) durch franz. coit] ist; oru (ital. oro); o (ital. 0, aut); goja
(ital. gioja); nolu (ital. nulo), godu, júdivi, neben udiri (ital. godo), lodi
gelehrt (ital. lode), lodr, loda, lúdane (ital. lodo, loda, lodano) - tisore,
auch fisoru, tisole bei dem Volke (ital. tesuro); parole, palore (ital.
parola); frori gelehrt (ital. frode), lúnare (ital. lodola), foci, gelehrt
(ital. foce); clanstrum, anru, unsu, planta, guute fehlen. Zusatz. — o diphthongiert in no: prore, cuotu,
not 1. s. 11: (Casteltermini, Canicatti, puoru auch in Recalmuto).
7) « - ar (ital. al) vor m: rarma (sacua, ital. calma), sarme (sauma, ital.
salma aus oágua). 2.
Sckundäres - aut (Perfect - avit) ist in Girgenti (Haupt-ort) und in der ganzen
Provinz, aufser von Sciacca (-au), - geworden: amú, purtú, currú, mannú
etc. Das sekundäre aus al entstandene an hat in der Provinz von Girgenti
eine mehrfache Behandlung. Es ist merkwürdig. wie man in einer Gegend selbst,
nehmen wir an, in der Stadt Girgenti, zwei oder drei verschiedene
Entwickelungen des al hören kann: z. B. autu, ácute, neben utu, antu; srauzu,
siu-vuzu, scuzu, scanzu; sautu, sautu, satu, santu u. a. - Die volkstümliche
Entwickelung des al ist aber au: autu, scruzi; sautu, fausn, caudu u. s. w.,
das Zerdehnen des an zu avu ist ganz gewöhnlich; die Formen atu, satu, scazu
u.s. w. entstanden aus áu, «(u) (autu = atu); wichtig ist die Form untu, santu,
scanzu u.s.W., wo l zu n geworden ist. Diese Form findet sich nur bei dem
niedrigen Volke, besonders Landbewohnern. Meyer-Lübke, Ital. Gram. § 281, S.
162, er- 1) D'Ovidio (Arch. glott. IV, 136) erklürt das neap. kiuote aus
dem lat, plotus, und Canello das ital, chiotto aus dem neap. kivote.klürt die
Form antu (altru) aus der Verbindung unaltro; aber das, glaube ich, kann nicht
auf fanzu, canza, santu u. s. w. bezogen werden. Merkwürdig ist auch an aus
unbet. au in anceddi (Casteltermini). Vgl. altfrz. ancun. - In callu neben
caudu (ital. caldo), falla (ital. falda), nur bei den niedrigen Leuten zu finden,
ist Id zu ll geworden. - In Cianciana wird al vor d zu ai: caidu, faida, so
auch ale: caidára, caichúri. - S. Kons. $ 1. 4, S. 88. Unbetonte
Vocale. Vortonige. § 9. Ohne Einflufs von Kons. bleibt a bewahrt
als a: für die unter i und u zusammengefallenen Vocale (e, e, й, 0, й, й)
ist zu bemerken, dafs diese i- und u-Laute (sowohl vortonig als nachtonig)
nicht immer ein ganz reines i und u sind, sondern ein Mittellaut (i, 4)
zwischen e und i, o und u, cf. Meyer-Lübke, Ital. Gram. § 123, Schneegans S.
49ff. - Doch dieses Schwanken finde ich nicht so ausgebreitet und zuchtlos, wie
Schneegans leicht annehmen lassen würde. Auf die gewöhnliche Schreibung des sicil. Dialektes mufs man sich im
allgemeinen sehr wenig verlassen, und die selbst von Schneegans dargereichten
Texte zeigen es deutlich; in der That: uno, su-bito, solito, danno, anno,
successo (in den Cicalate), impie-gato, Municipio, saluto („le Maschere"),
tanto, spartavano, ognun, mode (bei Papanti), mio, argento, mano, lo esercixio,
pavento, eccidio, campo, immenso, obboé, dire, contento, dente, allegria,
mascherati, verità sind keine sicil. Wörter mehr, sondern ganz und gar italienische, mit
italienischer Schreibung. Wenn ich also kein Gewicht auf diese ungenaue
Schreibung lege, und mich nur an den echten Volksausdruck und meine natürliche
Aussprache halte, so finde ich, besonders in der Provinz von Girgenti: 1. dals
i und u im Auslaut den reinen und bestimmten Laut des i und u wirklich nicht
mehr haben, sie sind unklar, offen und fast lautlos: ital. anno ist sicil.
weder anno, noch annu, sondern annu; 2. dals dieser Mittellaut zwi-schen e und
i, o und « besonders in gelehrten und italienischen Lehnwörtern mit e und o zu
bemerken ist, z. B. alligrin, prisenti, filici, riggimentu, sicunnu, cmlentu,
prepositu u. a. Formen wie scordatille machen keine Ausnahme, weil es ein
zusammengesetztes Wort ist (scorda+ti+ lu, vgl. ital. scorda+ te+lo) und das o
von seinem Accent (córda) aufgehalten ist, sonst scurdári, scurdústi, scurdátu.
Teátu (Schneegans S. 51) neben tijatu ist gelehrt (ital. teatro), ebenso
mascherati volkstümlich mascarati (durch Einflufs des r). Lat. au ist als
au bewahrt geblieben in den Wörtern aurikki, Laurenzu (oft zu Lagurenzu, daher
Lagrenzu bei dem Volke, besonders Landbewohnern), ferner in audaci, au-tunnu,
rumentu, nauszatu, cautela (neben cotela s. unten) gelehrt und Lehnwörter;
sonst wird es zu a: agustu, ascuta, ascutari, agur (wie schon im Vulglat.
agustus, ascultare, agurium), Agustinu, aceddu (anceddu Casteltermini);
arikkini (ital. orecchini, Ohrringe), xzatari (flautare), ladari, ladatu
Castel-termini, Cianciana. Neben aurikli, arikki, arilkini, Laurenzu, areddu,
finden sich oft auch oribli, orillini, Lorenu, oceddi, wohl vom Ital., wo anl.
o unverändert blieb, während es inl. zu u werden mufste in: pusari, ripusari,
purureddu, gudiri (neben gódir), lydari, rubári. - Beachte au in auliva,
aulivi. Romanisches au entstanden aus al-Kons. bleibt au, wie in autirra
(altezza), oder durch Einflufs des l, das u an sich zieht, wird au zu va in kuadara
(caldaia), kuacina (calcina), luadári (caldicare), aus kaudara, lavina,
kaudzari; neben diesen finden sich aber auch die Formen callara, callari,
fal-laru, fallarinu (deriv. v. falda), caidara, caidiari, faidduzza in
Cianciana, fadali aus au verkürzt. In
cotela aus cautela und cocina aus caucina (calcina) ist au (primär und
sekundär) zu o geworden. Vor Labialen wird al nicht zu au, sondern zu ar:
par-ment (palmento), marva, arbulu, sara. Ferner in Girgenti vor Dentalen:
artaru (altare); farsari (falsare), s. II, § 14. § 10. Unter Einflufs von Kons. -
Der Übergang der unbetonten Vocale a, e, i zu a vor oder nach einer Labialis(s.
Schneegans § 7, 55, Meyer-L. § 128, S.
77) ist in Girgenti (Hauptort) sehr selten. Beispiele: cannavi, nie
cánnuru (cannabis), carrabbina, livari, rimita, rimiteddu, seltener rumitu,
rumiteddu (here-mita); birritta, carnalivari, arristitari, misura,
misurari, dimannari, addimanna neben dumannari, dumanna, aubi-
dienti, disublidienti, assimitari, súbitu, úrtimu, annivuricúri, simenza,
siminari, ammintuari, ammintuatu, addiminari, milincana, rivirsari; aber duviri
(debere); dumani (demane), cf. ital. dovere, domani. Dagegen findet sich häufig
u vor oder nach Labialis in einigen Gegenden der Provinz, besonders in Licata,
z. B. luvanti (levante); luvari, buvatuvilla (ital. levare, levátevelo),
rumitu, rumitedde, dumanna, burritta, pu-naru (ital. paniere), musura (misura);
ammuntuari, sulnitu (subitu); mulungana (melengiana), annuvricari
(anivricari), car- rubbina, sumenza, fumurar (fimus + ariu), sduvacari
(deva-care) - in Casteltermini: Musummulisi (die Bewohner von Mussomeli),
vutieddu (vitellu) u. a. Durch Einflufs des folg. p ist a an die Stelle
von urspring-lichem vortonigen e getreten in sapurtura (ital. sepoltura);
sre- purcru (ital. sepolcru). Einflufs des v: a) e, seltener i, o +
i= a + v: faraci (ferace); sarbari (servare); kuarela (querela); sacardoti
(sacer-dote); arsira (hersera); Arasimu (Erasmus) Cianciana; Sara-fina
(Seraphina); sarüzzu (ital. esercizio); viparedda (ital. vi-perella); arruri
(errore); carzaratu (ital. carcerato); purcaría (ital. porcheria); massaria
(ital. masseria); Castartermini (Castel-termini), viklareddu (ital.
vecchierello), battaria (batteria); sarvaggu (silvaticu); maravila (mirabilia);
arreprensilli (ital. irreprensibile); arasiluli (irascibile); marabinenne
(moribondo); tartuca (tortuca); partualle (Portogallo). Anmerkung.
In Girgenti, wie im allgemeinen im ganzen Sicilien, kann auch hier von
den Formen des Futurums keine Rede sein, weil keine eigentliche Form des Fut.,
sondern nur die Verbindung des Infinitivs mit den Verben aju, seltener rotu,
sich noch ganz deutlich in seinen zwei Teilen findet. - Formen wie arir, amiró,
saró u. a. sind Einfuhr der Schrift-sprache; doch habe ich manchmal amaró,
avaró (ameró, avró) gehört. 8) i, e + I = u + r in Girgenti: Gurgenti
(Girgenti), survigzu (servizio). p) r + e, seltener o = v + a:
rapprisintari (v. represen- tare); racenti (recente); raclúta (ital.
recluta); raccoliri (recol-ligere); valogu (horologiu); forasteri, Lehnwort
(forestieri) u. a. Dieses a wird zu ü in manchen gelehrten Wörtern,
rütturi (rettore), rüdattu (redatto), rütipunte (ital. dietropunto,
retro-puntu), rättorica (retorica). Einflufs des k auf au. - Das k zieht
u an sich: liun-dara, kuacina, lundiari, kuatela. Einflufs des n: e, i +
n werden a + n: antari (entrare), anconta (incontra), anutuli (inutile);
ancumenãa (incomincia), ssanuto (ital. sternuto), manziornu, manzió (ital.
mezzogiorno); vorñ: añuranti (ignorante), añumina (ignominia), añranza
(ignoranza). - Sporadische Veränderung: suluczu sulusiari von singultu,
singultare. otn=atn: eamusu, camsiri, ermasatu (8. cogno- scere);
anuri (honore) ricanusenza (riconoscenza), disanuratu (deshonoratu);
anniputenti (omnipotente). Vor der Gruppe mm wird i zu a: ammattutu
(ital. im- battuto); masate (ital. imbasciata); cmenagrute (ital.
imma- grito); Ammaculata (Immacolata). Vor m wird e zu i in:
mümorga (memoria) Lehnwort. Nachtonige. § 11. Ohne Einflufs von Kons.
bleibt nachtoniges a in-und auslautend bewahrt: stómacu, timpanu und tégula,
"rose, cosa, badda, cuda, canta, puma; für die unter i und «
4u-sammenfallenden Vocale (ẽ 7, i, 0, й, ù) s. Vorton. § 9. Kein
auslautendes e in cincu (quinque, ital. cinque); agrig. sunca (cf. altital.
dunqua) bestätigt ein schon im Vulglat. dun-qua aus dunque in Anlehnung an
unquam. Ferner zu bemerken sind puru (ital. pure); comu (ital. come, cf. senes.
como): conta, fina = cont'a, fin'a; fora = foras (ital. fuori und fuora);
manu bleibt manu auch im Plur. (cf. altital. le mano). Aus-laut. ae wird i:
curuni, culonni; auffillig ist die tonlose Par-tikel ca = ital. che (dafs) und
ca — quae Pron., wie z. B.: Sacêu di tértu ca | du soru siti, Ca
státi emmernu 'nrémmula abitati (Di Giov. 50 Canti etc. - VI, 9.
Cianciana.) und „vó ca veñu" (ital. vuoi che venga) u. dgl. - Für
die Weglassung einer Endsilbe s. § 17. § 12. Unter Einflufs von
Kons. - Vor r wird e, seltener o zu a: númaru (numeru); cámmara (camera);
vipara (vipera); ruccaru (ital. zucchero); vómmaru (vomere); Gásparu,
neben Gaspinu (Gaspero); Luñfaru (Lucifero); bifara (biffera); gámmaru
(ital. gambaro); misara Casteltermini (misera), cán-taru (ital. cantero);
cólara (xohepa); jüniparu (juniperu); Ettari (Ettore); Cristófaru (Cristoforo);
cárcari (ital. carcere) - nach i: érramu (onuos). Labialis +e, i =
Lab. +u: pruvuli (pulvere); murula (nubila); simuli (similis), súltu,
urtumu, Licata (subitu, ultimu); und Suffix -couli, -abuli, -ibuli (-abile,
-ibile). L verlangt u vor sich: áttula (dactilus, ital. dattero); utuli
(utilis), ácula (aquila), ménnula. Vor e findet sich a für i, seltener o:
calacu (calice), ca-nonacu, tonaca, cronaca, mantacu, sinnacu, monacu,
monaca, parracu, funacu, aber kúvica («f. ital. chiavica) neben cluuca
gelehrt, ital. cloaca - nie vor n: pampina, guvini, cufinu (ital. cófano);
órfan ist Lehnwort. Für den Schwund des tonlosen Mittelvokales s. § 15 §
16. § 13. Aphärese. Die Aphärese ist in Sicil. sehr häufig, weil
alle Würter vokalisch auslauten: 1. a-Aphärese. a) in einzelnen
Wörtern: cttula, Castel-termini (kleine Axt, ital. accetta); Ragona (Aragona),
Gur-gentz (Agrigentum), sañaturi Licata (lasañaturi, Rollholz, von lasaña);
rina (arena), gula, Nadel (acucula), ramu (aeramina), pretia (apotheca);
sparau, sporaci (asparagus); - @) bei mit « anlautenden Femininis, die mit den
Artikeln la, 'no (una)zusammentreffen: la'ffizioni (la affezione); la icetta
(la accetta), 'na marena (una amarena); - y) vor Nasalen: 'mmátula
(am-matula, Adver. umsonst, von griech. uárnv?) 'Ntonia, 'Ntuniktiza (Antonia,
Antonietta), 'nüddi Porto-Empedocle (ital. anguille), 'ncina (ital.
angina); 'ncinala (ital. anguinaglia), neuviceddi Porto-Empedocle (ital.
acciughine); 'naría (ital angaria), 'narsári (ital. angariare); 'mmasaturi
(ital. ambasciatore); 'mminsilatu, 'mminsitari (amminsitatu, amminsitari,
it. vezzeggiare); 'nusari (angosciare); 'ncunza (ital. ancudine); 'ntinna
(antenna). 2. i-Aphärese. a) in einzelnen Wörtern: munnizza
(im-monditia); rinnina (hirundina, aber hier scheint Umstellung zu sein:
hurindina statt hirundina); Nazzu (Ignatiu); - 8) bei Verben, vor Nasalen:
'mmarazzari (ital. imbarazzare), 'mmarrari (ital. imbarrare),
'mmasari (invasare); 'mmástiri (imbastire); 'ncarcari (incalcare);
'nzzammari (inflammare); 'mpinciri (im-pingere) und 'nnucienti (innocente);
'mmastu (ital. imbarazzo, impaccio); 'mmernu (inverno); 'mmeru (in verso,
verso, circa); mmesta (v. vesta, ital. federa); 'mminzioni (inventione); 'nien-tivre
(incentivo); 'nienzu (incenso); 'néura (ingiuria); - y) in formalhaft
gewordenen präpositionalen Verbindungen: 'mpuntu (in puntu); 'mpresa (in
prescia); mpiñu (in pegno); 'mparu (in pare); 'mpixzu (in + pizzu, in punta);
'mpró (in pro); 'ncapu (in capo, sopra); 'nkzaru (in chiaro); 'nima (in cima)
'ncostre (accosto, in + costu); 'ncoddu (in collo); 'ncanir (in cambio);
'nfunnu (in fondo); 'uninari (in denari); 'noceu (in cio'che) u. a. 3.
c-Aphäresc. a) in einzelnen Wörtern: rumitu, rimita (eremita), rumitorzu,
rimitorzu (eremitoriu), vispicu (episcopu), -réticu (ereticu), limósina
(Elenuocion); cillenza cillen:asi (eccellenza, eccellenza si); sarczzu
(esercizio); kgesa (ecclesia); ¿angel (evangeliu); - 8) vor Nasalen:
'mpiña (frz. empeigne) 'mmracu, mmracari (ebriacu). 1. 0-Aphärese
in: spitali (hospitale), riganu (origanu), ralogu (horologiu), auch roggu
([lo]roggu); micidaru (homi-cidariu); miupáticu (omeopatico); la 'bbidienza
obbe-dienza). 5. 1- Aphärese in: vindicu (umbilicu), 'na (una);
napocu (una + poco = etwas, z. B. nap d'acqua etwas
Wasser,cf. una picca Messina); lu 'ffizzu (lo ufficio); vor Nasalen
'nyuentu (unguento). 6. ae-Aphärese in: rúggini, rugga (aerugine);
ram (acramina), stimari (aestimare). Die Anreden und die Vornamen
erleiden oft stärkere Aphärese: ñuri und nu, ñura, ña von siñuri, sinura
(Herr und Herrin). Es
ist aber zu bemerken, dafs diese zwei For- men sich nicht für einen
wirklichen Herrn und für eine wirk-liche Herrin passen, sondern für einen Mann
und ein Weib aus dem Volke. Ferner:
ñuri taugt als Anrede eines Kut-schers; —'mpari von cumpari (ital. compare), z.
B. 'mpari Pé (compare Giuseppe); - ñursi, murnó und nasi, nanó (Signor si,
signor no). Die Eigennamen erleiden fast immer Aphärese: Minicu
(Domenico), Peppi (Giuseppe, cf. ital. Beppe), Sare (Rosario), Tanu
(Gaetano); Vanni (Giovanni) u. a Besonders ist zu bemerken: mu, mullu
gieb mir, gieb es mir (von dammi, dammelo: dammüllu); sutu = nisutu (aus nesiri
= ital. uscire, uscito); ncavà also (von dunca, unca, 'nca + va, 3. Pers.
Praes. Ind. von andare); emu (habemus); tidicari kitzeln (von ital. titillare
und solleticare, *(ti]tillicare); mótaca (von una vota ca = ital. una volta che
...); tellia Cianciana (= tantilika, ital. un tantino); ña! (von dunca,
anca); ici, ña (dunca von donique, cf. Foerster, R. E. 1, 322). § 14. Prothese. Die
a-Prothese ist besonders von den mit ad erweiterten Verben gebildet, die
oft den Urverben, des Sinnes wegen, an-geglichen worden sind; dadurch ist es
entstanden, dafs dies a anderen Verben vorgesetzt wird und endlich den
Substantiven, auf welche sie Bezug haben (cf. Meyer-L., Gramm. d. rom.
Spr. $ 383). Wir haben also: 1. mit arl anlautende Verben, bei
welchen die Präposition nd einen reellen Wert hat, sogar oft ihren lateinischen
Wert: ldummisiri und dórmiri (cf. oudormisco und dormo); appurtari und purtari
(of. affero und fero); abbanuri cintauschen und riñari wässern, baden; uurnari
tagen von jornu, all'aymur-nute bei Tagesanbruch; aldumari Licht machen von
lumi;2. und Verben, bei denen die aus Angleichung vorge- kommene
Präposition ad ganz und gar schmarotzerisch ist: accumenta neben cumenia,
abballari neben ballari, addi-mannari neben dimannari, assapiri neben sapiri,
addifén- niri neben difenniri u. a. 3. Substantive, auf welche diese Verben Bezug haben:
abballu, addimanna, addimanneri u. s. w. Ajeri, apprima könnten auch ad
einschlielsen. Die Resonanz des & entwickelt oft ein a: arridiri
(ridere); arriparu (riparu); arrinésiri (riuscire); arripezzu (rappezzo):
arraccuntari (raccontare) - fast alle Volksnovellen beginnen: si cunta e
s'arraccunta ...; arrazzimi (von razza); arrisettu (risettu); arriccamari
(ricamare); arriccamu (ricamo). ite bei Verben wird fast immer zu ar,
arra: arraccóliri (recolligere); arraccumannari (ital. raccomandare);
arrassumi-tari, arritiniri (retinere); arrispúnniri (respondere);
arristai (restare) u. a. Besonders ist zu bemerken: ad attia
Aragona (a lia = ital. a tc); unquániki Aragona = ital. qualche, aber
sicher von un + qualche; a-Prothese bei den femin. Substantiven auch ohne
Einfluls des Artikels la: aggenti, abbili, amenta, addan-nazioni; artá (etá);
ferner abboné = bonum est; accussi = cosi; abbasta = basta; accura = cura
findet sich nur in der Verbin- dung duna accura = ital. datti cura, es
kommt aber gewifs ron duna a + cura = ital. prendi a cura. § 15. Synkope. Die Synkope
ertolgt sehr selten und nur unter Einflufs des halbrokalischen v. So wird es
kommen, dals, wenn das / zu & werden kann, die Synkope erfolgt, sonst nie,
½. B. póllici (pollice) und purci, puci. Ein schönes Beispiel giebt
uns »salicem" mit seinen zwei Formen: sálair; gelehrt, neben sarcu;
surer (sorice); spirda (spiriti); purpu (polpo). Inlautendes ¿ aus e fällt vor r ab: o(i)ritá (veritá);
pri-culu (pericolo); oprari (operare); disperdri (disperdiri); krilhia
(chierica); mráculu (miraculu); tati (tirati); tari (tirare); vita-teddi
Cianciana (ritirateddi); dettu (dettiru); mitti (mettiri); vittu(vittiru)
Licata. Auffällig ist in érramu (ital. ermo) e vor i zu n geworden.
Abfall des inlautenden u vor r: sapritu (sapuritu) Licata; cruna (curuna);
'ncrunatu (incurunatu); frusteri (forestiere); crusu (curiusu)
Licata. Bei den Formen des Infinitivs + le (lo pronom. Artikel) erfolgt
die i-Syncope immer: mannarlu (= mannari + lu, ct. ital. mandarlo); purtarlu (=
purtari + lu, cf. ital. portarlo) u.s.w. § 16. Kontraktion. Die Kontraktion ist sehr
häufig, besonders unter Auf-hebung des Hiats. Es ist hier zu bemerken, dals dic Artikel lu, la, li nach
da, di (de), pi (per); a ihr / verlieren und dadurch haben wir: do
= da lu von da 'u, du = di lu von di 'u, da = di la von di'a,
da = da la von da 'a, pa= per la von pi(r) 'a, pu — per le von pi(r)
'u, pj = per li von pi(r) 'i, U= a lu von a 'u, e= a li von a
'i. Beispiele: Do munti = da lu munti (ital. dal monte); du mari =
di le mari (ital. del mare); da mati = di la mati (ital. della madre); pa
genti — pi la genti (ital. per la gente); pre menu = pi lu menu (ital.
per lo meno); scupittinu pj denti = pi li denti (ital. spazzolino pei
denti); u forti ca = a lu forti ca... (ital. una volta che ...); e
vintunu = a li vintunu (ital. al ventuno ...). Für e, eju = aju s.
§ 1. Betonte Vokale. Fina, conta sind aus finu ta, contu + a (cf. ital.
contra, oltra) gezogen; ebenso sa aus sia, ava aus avía: „sa ladatu
"diu" ital. sia lodato dio; „ava jutu" = avia jutu (ital. era
andato) in Cianciana; ma aus miu und mia: „ma pati, ma mati " in
Casteltermini, Licata; au, za aus xiu, xia (ital. zio, zia). Ferner jencu
aus ju(v)encu; orallannu = ora è l'annu; vosenia= vostra eccellenza; cossía,
vossa = ¿ostra signoria; Saru aus Saria (Rosario). Es ist zu hemerken,
dals der durch einen ausgefallenen Kons. hervorgerufene Hiat dagegen durch j
be-hoben wird in majisi (magese); pajisi (pagese); majulda (cf. ma-
gida); sajitta (sagitta); fajida (favilla); projiri (porrigere); fri-jüri
(frigere); rijuddu (regillu); fújiri (fugere) - beachte noch castzari
(castigare); und oj (hodie); raja (radia) - ferner frúula (fragola); aber
paúni (pavone). § 17. Weglassung einer Endsilbe. «) Sehr häufig bei
der Proklise: a list' ura, a 'st' ura =« ista ora; em' a-fari = emu
« fari; aj", ej a + Infinitiv = ju a, eju a etc:; $) nach betontem
Vokale: di = dui (ital. due); jü =jiu, in (ego); mi = mei (ital.
noi); qua' = guai; Di = Diu (Deus); me' = mcu, „me' pati, me' frati", auch
me'= mea, „me' mati" und „fratursu me'"; po'= puoi und poi (potes und
post); -a'=-au (-avit): purta', liga, curca; -i =-iu (-ivit): jiuniï, curri,
muri; se'= sci (sex); assa'= assai (satis); d) bei Anreden und
Eigennamen: rumpa' (cumpari, ital. compare); cura' (curatulu, ital.
cur- torc, castaldo); piccil (picciliddi Kinder); nu (nuri
Kutscher): do, don (donnu: "do Matteu, don Cola, aber donnu
Mi- nicu); Sa und San (Santu: Sa Lenardu, Sa Luigi, Sa Lenil, San
Franiscu, San Petu, aber Sannu Minicu, sannu statt santu, wenigstens so in
manchen Texten geschric- ben, ich glaube aber, dals man San Numinicu =
San Dumi- nicu (Domenico) lesen mufs, in der That wird nd immer zu
un, vgl. cannila = candela; ebenso vielleicht auch oben mufs donnu Minicu
= don Numinicu sein); pa, tr' (papa, tata); mả' (mama'); Li (Lina); Ti'
(Tina); Ste' (Stefanu); Anne' (Ametta); Nute' (Nuien u, 'Innocen:o); Ro'
(Roccu); Pe (Peppi) u. a.; d) besondere Fälle: in Licata
statt voli (ital. vuole); je Cianciana statt jeva (ital. giva): Giufa li je'
mittennu (Di Giovanni, 50 Canti et cet.XXXV, 21. Cianciana); mide statt milemma
(ital. mede-simo). § 18. Epenthese. 1. i-Epenthese zwischen: a) Labiale
+ r: Sittemmiru, Ottúviru, Nevémmiru, Diemmiru neben Sittemri, Otturru, Nuemru,
Duemii; úmmira neben ummra (umbra); piruni (prunu); 'mmirazza neben 'mmraxza
(in brachiis); () 9+r: sóggiru, soggira schon in früher Zeit socerus, ital.
suocero; mágiru statt magru findet sich in Girgenti sehr selten; allégiru neben
allegru; g) s + m bei fremden Wörtern: Cósimu (Cosmo); cataplasima (nataháoua);
biasimu; spasimu; asima neben d) 9+1: 'ngilisi (inglese); Ingilitterra
(Inghilterra) Casteltermini. Zusatz. Der Einschub eines 2, wie er in
ital. inchiostro, chioma, älter * inclaustrum, *cloma vorliegt, findet sich nie
in Girgenti: inlzossu, koma sind ganz gelehrte Wörter; das Volk sagt inca, coma
nur im Sinne von „sopore, disposizione al sonno", z. B. „coma
'ntesta"; ferner scuma neben spuma (ital. schiuma), rifutari, favu, furina
(lat. fuscina, ital. fiócina). 2. u-Epenthese, durch Guttural
hervorgerufen, zwischen «) guranu (grano), néguru (nigru), gulutu (gluttu); 8)
c+*: neuruc, curucifissu (croce, crocetisso), 'ncgrustari (incrostare), curudu
(crudo), curucelone (corbello). § 19. Epithese. 1. Die Formen aut
-ati, -uti an Stelle der ital. Sub-stantiva auf -á, -ú (roci tronche) sind
nicht epithetisch; sie kommen gerade von dem lat. vierten Falle auf - ate(m), -
ute(m) her: piatati (pietate), voluntati (voluntate); caritati (caritate),
cirtuti (virtute). In Girgenti sind diese Formen sehr selten, nur bei dem Volke
findet sich oft die Form auf -ái (von -«(1)i): aitai, nicissitai (etú,
necessitá). 2. Die Formen auf -aju, -au bei Verben (ital. -ó, -o)
sind auch nicht epithetisch: aju = habeo, saccu = sappio, seju = sedeo; —
staju, daju sind analogisch zu aju — neben daju findet sich auch duñu
analogisch zu suñu (sum).3. Die a-Epithese ist sehr häufig: Neben Lúnidi,
Már-tidi, Mércuri, Jóvidi, Vénniri, Silbatu, Dúminica (Namen der Wochentage)
finden sich: Lunidia, Martidia, Mercuridía, Juridia, Venniridia,
Sabbatulia, Duminicadia, cf. dia = dies span., prov. Bei Pronomen:
In Licata, Casteltermini findet sich jia von ji (ego), mia, tia statt mi, ti —
me, te (zur Vermeidung des Hiats mija, tija). - Gewöhnlich, bei dem Volke, ist
die Form Dia, Dija = Dii, Dei, Dee. In Casteltermini findet sich
ada = ad; vgl. sardisch. 1. Sehr häufig, immer bei dem Volke, ist auch
die ni- Epithese nach betonten Vokalen: a) bei Verben: eni = é
(est); pinsni = prinsú (ital. pensó); curcani = curcú (coricó), addivintani =
addivintá (diventú), funi = fu (fuit); $) bei Pronomen und
Zahlwörtern: jini = ji (iu ego), tini, seni, Casteltermini, — ti, sé (tre,
sei): d) bei Adverbien und Konjunktionen: nuni = line (plus);
rucussini - accussi (cosí); cúni — cú (qua); lani = da (lá): pirioni
(öfter pirco(n)i) = pirió (perció). Siddu, seddu in Licata = si †ildu
(ital. s'egli, si + illu). Vokalzusatz am Wortende zeigt auch das Sicil.
bei kon-sonantisch auslautenden Fremdwörtern: tammi (Tram), onni-bussi, lapisi,
gassi (gas), wie toscan. - c. Sonderbar und wichtig ist die Weise, in der
das Volk das geistliche Lateinisch in Gebeten ausspricht: „Stababat matri
ilclorosa | iusta croce lacrimusa | ed abbatti filiussu" (Dum pendebat
Filius), Casteltermini - „Oi cruxisi vada spissonia passionama tempori | piassi
cuci graxia | Reixi de la china" Casteltermini (Text: O Crux, ave spes unica,
- Hoc Passionis tempore - Plis adauge gratiam - Reisque dele crimina) -
„Posuarenti supra caputti causanti rexi o scrittu Jesusi Naxia-renu rexi joduro
omini (Text: Posuerunt super caput ejus causam ipsius scriptam: Jesus
Nazarenus, Rex Judaeorum), s. Di Giovanni, 50 Canti et cet. XLII, 29. XLIII,
27. XLVII, 30 u. a.; Di Giovanni, 25 Canti et cet. XXV, 30.20.
Angleichung. a) Angleichung des anlautenden Vokals an den betonten
Vokal: a - á: piatá (daher piatusu), matassa, gazanti (gigante), valanza
neben vilanza (bilancia), cf. altirz. garant, frz. balance — aquali
(equale), aquannu (hoc annu). i - i: birritta (baritta), filinza
(fuligine?), ficili (fucile). U —ú: ruñuni, sutuzzu aus
*si(n)glutiu. f)
Angleichung des nachtonigen Vokals an den betonten: á — a: ánasu (anisu),
cálacu, párracu, ássacu. i - i:
tírici (tiraci), pítila (pigliala) Licata. ù - U: disituti, anútui. %)
Der pronom. Artikel lu (lo) bei den Verbalformen hat den Wandel von unbetontem
sekundären i zu u hervorgerufen: facitulu, luvátulu, mittitulu, maritatulu
(Licata). Ferner
ist die Angleichung des unbetonten sekundären Vokals an den Endvokal u
besonders in Licata sehr häufig: avissur, vitturu, avissumu, scannulu. Zusatz. Aus Angleichung an die 1. Pers. Praes. (-4)
findet sich in Licata: appu statt appi (ital. ebbi), vittu statt vitti (ital.
vidi), persu statt persi (perdetti), vinnu statt vinni (venni) — in
Girgenti aber appi, vitti u.s. w. § 21. Vokal-Bevorzugung. Der
Vokal a drängt sich oft an die Stelle eines anderen anlautenden Vokals: aserätu
(esercito), assequiu gelehrt (osse-quio), assirvari (osservare), asistiri
(esistere): „un assisti "li" (non esiste piu), afennir (ofiendere),
affiru, gelehrt (officio), arcasioni (occasione), aduri, adurari (odore,
odorare), abbré, abbreu (ebreo), aternu (eterno), ammitu (invito) u. a., s.
Schnee-gans § 57.Il. Konsonantismus. Die Veränderungen, die der Konsonantenanlaut im
Satz-innern erleidet, hat schon Schneegans § 24, S. 145-50 sehr fleissig
nachgewiesen und erklärt. Es steht fest, dafs besonders ki (quid); a (ad); pi
(per); e (et); "kau (plus); fa (facit); va (vadit); sta (stat); si (es); é
(est); ddú (illac); ti (tres); 'nla (intra), wie übrigens alle vokalisch
anlautenden Oxytona, die Dehnung von p, 6, m, f, c, 9, d, t, n, s und die artiku-latorische
Verschiebung (wie Schneegans schreibt), von v - sowohl primär als sekundär — zu
b; j zu ge; d aus gi zu i;."— aus d— wieder zu d; n+j=n; n+o;n+6 =
m+ b = mm; bewirken: Beispiele - nach Schneegans loc. cit. 1. Quantitative Veränderung: Labiale: p: = i
ppezau di pani! a ppala:zu la ppinnin, a pperru a ppexsul. b: — s.
unten § 26. m: — pi mmati (per matrem) latti e mmeli. f: - si
ffoddi, ti fimmini. Gutturale: c: = ki ccosa: a ccasa! g: - a gyamm
a l'aria: Dentale: d: - dittu pi dditta; é dduci - s. unten. t: — a
ttia, é Hoppu — (é troppo). n: — ti notti, é menti. 8: — ddá
ssupra, lii ssonnu! 2. Artikulatorische Verschiebung: "
(sowohl primäres als secundäres aus & entstandenes 1) wird b: uncora
é biru; ste binenme; lizu bicinu; ...j wird zu ge = ti gudici; te gorna, á
grunta. ¿' aus gr entstanden wird zu vr: La mmidia di li ggenti é
rranni assá (Girgenti). mis donn in wie sei migans meint: Imfermu
mi la vita bedeutet nicht: Imfermu nni la vita, sondern: mi liidda (illa,
ital quella) vita; pri ddi junini, nicht pri li juvini, sondern pri kiddi
éuvini; trattamu a ddu siñuri! = a kiddu siñuri! pri ddi mobili = pri liddi
mobili. n tj=ñ: u ñardinu (un jardinu) u ñornu (un jormi); do
Nakinu (don Jakinu) u ñocu (un jocu). 1+01=m+6= mm: 'mmarca (in barca);
'mmucca n + 11 (in bocca) mmita (in vita) ni mmeñe (non vengo).
Doch eine wichtige Anmerkung habe ich bei Schneegans nicht gefunden; nämlich,
dals einige Konsonanten, besonders 6, d, r, g, manchmal auch m, n, & schon
im Anlaut eine gedehnte Aussprache haben, und dafür im Satzinnern nicht mehr
verstärkt werden. Das d, z. B. von decottu, duman-na, dannatu, dugana, ist
nicht dasselbe wie in deci, duñu, domu, dormiri, doti, dori, durz; während
dieses im Satz-innern verdoppelt wird: a deci, a deci (ich schreibe im Anlaut d
= dd) u. s. w.; bleibt jenes ganz und gar wie wenn es isoliert gesprochen
würde, weil es schon für sich selbst gedehnt ist. - Zwischen decottu, so
vereinzelt ausgesprochen, und decottre (ddecottu) in E mmi vinni decotti
Pi dormiri la notti giebt es gar keinen Unterschied. Immer als *Ъ
(bb) lautet das anlautende b: Tritturi, batia, buttana, bestia, bagganc u. s.
w. nur in Indienan, budienti, Aphärese aus ubbudienza, ubirdienti u. dergl.
findet sich das einfache b; wie obiges & verhält sich auch i: "ie,
riggina, veñu, rumitu, robba (in ranni, rossu, arusa ist das & aus gi
entstanden); g: gelu, ยู่เทน, "genti,
gilu, "golu; " nur in nome, nappa, norea, sonst nu (nos),
masiri, nespule n. s. W.; m nur in mermcar (marner)miraculu, mraculu, merda
(ital. merda), sonst mennula, menu, mari, munti u.s. w.; & nur in rippu,
sonst Ciccu, ruffu, celu, cima u. s. w. Über die Konsonanten im Auslaut ist wenig zu sagen, da
im allgemeinen das Sicil. sich hierin wie das Ital verhält. Auffällig ist suñu
= sum (vgl. neap. songo, donyo, stonyo, calab. ราทีห, *ponyo, *donyo). Lat. non
findet sich als nun, oft 'un: "'un ci volu jiri, un aju lii ti
fari", im Satzinnern wird das n t j zuñ: „pirli nu ñoki?" (ital. perché non giochi?), n + 0 = mb = mm „nu meñu
(non venio) - aber no, Verneinungswort; in ist ni geworden, ada = ad
findet sich in Cianciana, „ada mia, ada tia" (ital. a ma, a te), con
wird cu. In einsilbigen Wörtern bleiben 1, &, nehmen aber wie im
Italienischen ebenfalls einen Vokal an: feli, meli. sali, cori, aber pj = per
(pri, durch Umstellung er — ve tindet sich nie in Girgenti), in mehrsilbigen
Wörtern bleibt i nur in crru, marmaru, sonst frati, soru, ebenso 1, bar-came
(aus baccanal D'Ovidio Arch. Glott. IV, 410). - Iu sempri, quattu (wie schon im
Vulglat.) findet sich die Umstellung -er, re, welches oft nach st fällt, nicht
nur in nossu, vossu, die doch bei dem Volke ofters zu nosu, vosa
werden; sondern auch in capissu, maissu, aber auch masu. — S fällt in
einsilbigen Wörtern ab: nu, vu, ti, ve, "lu, po, sé, ha, da' (neben duna)
str; die Formen mit i: nui, rui, poi, sei. hai, düi sind nicht volkstümlich
(vgl. ital. noi, voi, poi, sei, has, das); -aut (avit) = -á in Girgenti: purtá,
amú, curcú; est =é, oft eni bei dem Volke, s. § 19; -nt verliert sein t nur bei
3te Pers. Praes. amanu, vidina, lodane; sonst fallt es ganz: amaru, rittira,
ludar. Labiale. §1. P - a) Anlautend wird gewühnlich beibehalten:
passu, pati, puru, ponti, pilu, peta, pirnici (perdice), putia ([a)potheca);
puse (pulsu); pirani (prunu); pifania (epiphania): - wird = 1 in badda,
baddóttule (ital. palla, vallottola),-busa (pasciá); ballaccuni (ital.
pollaccone); bizzocca (ital. pinzochera); buttana, buttaneri (ital. puttana,
puttaniere); — wird o in vastunaca (ital. pastinaca); vispicu (episcopu) durch
Dissimilation (bemerken auch die Umstellung vispicu statt piscopu, vgl. span.
(o)bispo). ®) Inlautend bleibt p: ripa, capu, lapa (apis + Artikel /
zusammengewachsen); pipi, lupu, scupa, sapiy in varvasapiu (zusammengesetztes
Wort: varva + sapiy, vgl. ital. barbas-súro) — wird = bb in cubbu (cupu z. B.
arz cubbo = it. aere cupo), cúbbula (cupola); lebbru, lebbiru (lepore); lebbra
(lepra) - wird = v in pouru, puritá - durch Binfluls des folgenden r, cf.
Meyer-L. Cons. c. II, 434 - riciri (recipere, cf. ital. ricevere). Vor dem Tone
— e nur in arrivari, sti- rari, cuverta Fläche des Schiffes, neben
cuperta Decke, sti-vari ist auch zum Seewesen gehöriges Wort — y mit f
vertauscht in gulfu (ital. golfo), tufeu (ital. trofeo), alle beide
gelehrt. 8) p + , im Hiat = ¿c: sicca (sepia), saccu (sapio), arca
(apium, *apia), saccenti (sapiente); bleibt im Anlaut in ital.
Lehnwörtern piatusu, piaté, tempu, pir, duppre, impiassu, piuma, esempiu u.
a. • pp bleibt pp: stuppa, ssuppre (struppu); cippu (rip-pu); lippu,
puppa, scoppu. &) in Verbindung mit Kons. y + Dent. wird gewöhnlich
an diesen assimiliert in: pt = tt: attu (aptu);
rutta (ruptu); accatta (captat); setti (septe); grutta (crupta); cattivu
(captivu), volkstümlich nur im Sinne von „Witwer", cattiva, Witwe, vgl.
dasselbe im Sard. battíu, battía. - In pt, griech. Anlaut, füllt p ab: tisana
(ptisana). ps = ss: jissu
(gipsu); kissu (eccum ipsum); scrissi (scripsi); = s in casa (*capsea); - nach
& fällt y ab: scarsu (excarpsus) — im Anlaut sarmu (psalmus). /:
crapa (capra); grúpiri (aprire); — wird zu 2 nurin liereri (cani livreri)
gelehrt. vgl. ital. lerriere, sonst supra, suprana, sapro u. s. v. Durch
Einflufs eines Nasals wird p oft zu l in Castel-termini: cumbitu (ital.
compito), cambana (campana), esembir (exemplu), timiniluni statt timpuluni
(Maulschelle), bleibt in Girgenti, tempu, rumpiri, tempru. Sporadisch sp - se
in scantari, daher scantu, scantusu, nach Traina, Sicil. Wtb. 872 ,viene da
*spantari, che a sur volta à scorciato de sparin-tari"; vgl. sard.
ispantu, ispantusi; und siche Schneegans S. 69. - Scattusu (nicht
scuttica, wie Schneegans schreibt) kommt nicht von dispettoso, sondern von
scattari, ef. Traina. Sic. Wtb. scattu 880, vgl. ital. schiattosn.
Für rascari, neben raspari, scuma neben spuma, vgl. ital. raschiare neben
raspare, schiuma neben spuma. Sonst sp bleibt: respa, vi- spanni,
cripu, nespola, spata, spalda, spissu, spusa, spusa U. S. W. Spl
findet sich nur in splumenti, splénnite, spleniri, splmuri, gelehrt und
Lehnwörter, sehr selten im Volksmunde, der shrannenti, sblémitu, sblemi,
solénniri, shamári aus-spricht. § in Verbindung mit 1. pl = lit: lzanu,
laga, lattu, kummu, lizazza, lioviri, lau, lizuma, culkia. - Volkstümlich in
Porto-Empedocle ist „plaga" im Sinne von Erdstrich - Ufer - pilaija
geworden, neben kraga, Wunde. Mundartlich in Licata pl = c: canu (planu),
caja (plaga), ñummu (plumbu), coriri (plovere), canziri (plangere) u. s.
w. Zusatz. Scola (scoplus) mufs ital. Lehnwort sein (vgl.
scoglio). Pruculi ist nicht aus *pluvure, sondern aus *pur- ruli,
mit Metathesis des v. In entlehnten und gelehrten Wörtern bleibt pl: plausibili
(ital. plausibile); placari (ital. pla-care); plebi, cumplimente (rumblimentr
in Casteltermini): plácitu (ital. placido) u. a. § 2. 1, - «) Anlautend,
mit starker und gedehnter aus-sprache, bleibt 1, in: "beddu, bedde, bon,
bone, boutire, bañn, bena, batia, batissa, basta, bastari, hitlivi, ballari; - bleibt auch in entlehnten und fremden
Wörtern, wie: hallakkinu, bagasa, battisimu, tuggacca, bajunetta, balena, baruni, battatuni, basalicó, 'bastardu,
battaria, bannera, barrera,
bamminu, botta, -benna, borza, bar- cuni; - wird = e in vo (bove); vivu,
viviri (bibere); vucca (bucca); vancu, rastuni (bastone); vilanza
(bilancea); vasari (basiare); varca (barca); vasu (basso); vutti (botte);
vestza (bestia); varba (barba); varbarottu Kinn; vastasu (von BaGrá(u);
vucceri (frz. boucher) u. s. w. - wird = m: matu, mia- tiddu (beatu,
beatu + illu); muniuré (t. bot. stirax benzoin, ital. belgiuino). 8)
inlautend, bleibt und wird verdoppelt in den Lehn-wörtern: robba, nóbbili,
débbuli, súbbatu, cible, (aber vollis-tümlicher civu „pasto degli
uccelli"), plebbi (plebe); sebba, rabina, neben volkstümlichem ragga
(ital. rabbia); parab-bula (parabula), aber parola, palora - nach r: varba
(barba); erba (herba); orbu (orbu); arbulu - wird volkstümlich = 2: cuvari,
cavaddu, duviri, lavuru, maravita, pru- vari, aviri, cannavu, nuvula,
fava, sivu, viviri, scrivu (ar-vule, neben arbulu, ist sehr selten); guvitu,
suvaru (suber). Von diesem o geht & oft in u auf, wenn nach & ein
u steht: neula (nebula); taula (tabula); diaulu (diabolu); faula (fabula);
parola, palora = paraula (parabula). - Auffällig ist jimmu (gibbus); mmiucr
(ebriacu), vgl. ital. imbriaco: calab. imine (gibbus); rogu, gelehrt (rubus)
entspricht dem ital. rogo - fabbro fehlt im allg. sic.; ebenso ove (ubi); unni
kommt von unde her. B
wird zu m in ssúmmula neben dem häufigen tottula (orgoußos), durch Einflufs des
vorhergehenden m. - Sporadisch / -- f in vifardu, ital. ribaldo. (ital.
nebbia, nibbio) können sich nur durch Abfall des b erklä-ren: *neha, *mihus
(miblius vgl. Wölflins Arch. IV, 131), affiliari (ital. affibbiare) von
*affilare. - & + u = pp: «ppi (habui); appimu, appiru, rippi
(*bibui); cippi (bibuit); rippine, minppire.d) in Verbindung mit Kons. bt
= tt: suttirrangu (sub- terraneu); suttili (subtile); detta (deb'tu);
sutta (subtu). les := ss: assenti (absente); assólviri, gelehrt fällt vor st,
se: sustanzn, astiniri (abst.); scuru (obsc.); entlehnt osenu (obscoenu). - mb
= mm: tumma (tromba); gamma (gamba); rummáttivi (combattere); kumm
(plumbu). - hr = vi volkstümlich: uraco (braca); vraxzu (brachiu); aber labra,
labbru, gelehrt, in frevi, frivaru (febris, februarius) ist die Umstellung des
i zu bemerken. e) in
Verbindung mit 1: Il = j in Sciacca janru, jan- lizz:a; in Girgenti:
Inancu, hiankia (vgl. ital. bianco, bian-chezza); agrig. gastima (blasphema?)
ist mir nicht klar. Bl bleibt in fremden und gelehrten Wörtern: blannu
(blandu): ble, oft bili (frz. bleu); blusa (frz. blouse); problema (pro-blema);
aber Iunnu (ital. biondo). Volkstümlich in Porto-Empedocle findet sich pilorca,
pilotili? (ital. blocco, blocchi), cf. § 1 pilaja (plaga). § 3. f. - a)
im Anlaut bleibt f: filu, fava, fusu, fim- mina, furnu, ferru, focu u. s.
w. — wird sporadisch zu b in -burietta, Iurcittata, hurcittuni (it.
forchetta, forchettata, for-chettone). buffet).— Tafánu (ital. tafano,
aus tabanus) ist nicht volkstüm- lich. — f zu bo in carabba (arab.
garâfi, ital. caraffa), spora-disch. Im Inlaut findet sich f verdoppelt in: riffa (cast.
rifa), goffa (cast. gafa). Schneegans
§ 11, 80; aber mafia (ital. mat-fia). - Cunortu, cunurtari, wohl von *rum +
hortari, nicht von conforto, confortare. y) in Verbindung mit Kons.
- fi bleibt fr: frenu, fra-pula, frati, friddu, frana, frunna u. s. w. - f
sogar zieht oft das & an sich: frevi (febris), frivaru (februarius),
friscari (fistulare, *fisclare, *fiscrare, - friscari), frummicula, neben
furmicula, sfrazcu (ital. sfarzo). - sf wird oft sp: spilari, spolatura =
sfilare, sfilatura; spunnari = sfunnari; spu- yari = sfogare; spogu =
sfogo; spari = sfare; spatte =sfatto. — of bleibt in Girgenti: 'nfami, nfunnu
(in fondo); cunfusu; nfattu (in fatto), 'nfernu (inferno) etc. — wird zu mp in
Porto-Empedocle: 'mpunnu (in fondo), 'mpami (in fame); 'mpattu (in fatto)
'mpernu (infernu) - zu mb in Casteltermini: mbami, mbiernu, mbrimmitati
(infirmitate), 'mbattu. d) In Verbindung mit 1: f = x, mit starker
Aspiration bei dem Volke, beinahe $ im gebildeten Stande: xamma (flamma);
xzatu (flatu); zuri (flore); xzumi (flumen); xzumara (flumara), xasc (flascu),
x2águr (v. flagrare) etc., sporadisch zu ke in gunkari, gunkratu (ital.
gonfiare, gonfiato) neben vun-curi, vuncatu. In gelehrten Wörtern bleibt fl:
femma, flim-máticu, flussu, riflussu, flora, floridu, fluidu, fluttu,
flas-sioni, flaggellu, flotta, flautu. §4. 0 - a) anlautend, bleibt v:
ventu, vuci, vucca, vernu, vuturu, orddan, indir - mit einer sehr weichen
Aussprache. - Wird = m in mascu (vascu), minnitta (vin- dicta), minniña,
minniñari bei dem Volke, neben vinniña, vinniñari (vindemia, vindemiare),
macabbunne (ital. vagabondo), mocaveña neben vocaveña (vo + ca + veña, vuoi che
venga, ital. viavai). - Das deutsche w findet sich durch gu wieder-gegeben,
aber schon als gu, wie Schneegans richtig bemerkt, ist es aus dem Ital. nach
Sicilien gekommen: guerra neben verra Kinderwut, guastu, quastari, quai,
guardari gelehrt, guadañari, guadañu; - vagina, ital. guaina, ist aber
agrig. vajina. 8) Im Inlaut bleibt v: navi, vivu, lavi, nivi,
moviri, cava, favu, lavari, novi (nove), leva (levat), novu (novu) - juvini
(juvene) ist gelehrt (ital. giovine), ebenso brevi (breve); - o schwindet
in neu, vo (bove), pau (pavo), pauni (pavone), paura, fauri (favore), Guanni
(Giovanni); fajulda, jina (avena), lisa (lixiva). - Übergang des o zu g in
núgula neben nu-vula, annugulatu neben annuvulatu, ragatusu (ravitosu); grugini
(juvene), purguli, pogir in Casteltermini; neben pau, paum, fauri, faurire
finden sich oft pagu, pagun, fagur, seltener pagura, Giuganni, wo sicher au zu
agu verdehnt wird, vgl. taguru (tauru), addaguru (lauru), Lagu-renzu
(Laurentiu), agulivi (aulivi) s. I, § 8. 9. - Unklar ist sinzli (gingiva)
männlich, statt * sincia (sard. sinzia), vgl. lisin; saliva fehlt im allgemeinen
Sicil., statt seiner findet sich spu-taxza; auch rivu fehlt. In addiminari
(ital. indovinare) ist der Einflufs des Nasallautes, der oft teilweise
Assimilation aus-übt, i -n zu m-n (vgl. minnitta, vindicta) zu bemerken.
d) In Verbindung mit Kons. n+o=mm (durch ne): mmintari (inventare) 'mmidiari, 'mmidguse
(invidiare, invi-dioso), 'mmidia (invidia), 'mmersu (inversus), cumméniri
(con-veníre) 11. s. w. d + 0 = bb (durch 22): abbente (adventu),
abbirsarzu (ad- versariu). r+ i=*+b: sérbiri, sirbútu (servíre,
servito), sarbari, sarbatu (servare, servato). s+ x=s+0: sutar,
sointariar (v. venter, ital. sven-trare), sbummicari (s + vomicare, vomitare),
sbinari, sbinatu ital. svenaro, senato, shinniri (ital. svendere) u. s.
w. § 5. m. - a) Anlautend bleibt m: minutu, maturu, munita, maravita,
mira, in marmaru, merda, mraculi (ital. miracolo) hat m die gedehnte Aussprache
des Anlautes, s. II, p.30. — m zu 2, durch Dissimilation, in videmma,
vidé, neben midemma, midé (ital. medesimo) - sporadisch zu b in minaca (nach
Avolio 42, von arab. menaca) - m zu n in nespula (mespilu) gemeinrom.; nillza
(mitulu), cf. ital. nicchio, niechia, also wie in nite = ital. nibbio, worüber
bereits S.34 gehandelt worden ist. 8) im Inlaut bleibt m: nomu, ramu
(ramu); fumu (fumu); premi (premit); lima (limo); amari (amare) — wird sogar
häutig verdoppelt: fimmina, cummedia, cummidianti, com-maru, tommaru, nummaru,
cucummaru, cámmaru. 8) mti =ñ: vinniña (vindemia), vinniñari
(vindemiare); • siña, neben sima gelehrt (simia), sparañari (ital.
risparmiare); aber lmia (ital. lumia) neben limuncellu. scanneddu,
culouna, anniputenti, autunnu, sonnu; — vgl. ital. ogni; balénu (BéDEuvOS, Diez
217, ital. baleno) ist gelehrt.ml, nd = nt, un: contari, conti, sinteri gelehrt
(ital. sentiero,
sem'tariu); nur nach Synkope des inneren Vokales; sonst limitu (limitu); linnu,
Ercumaru, circunnari. om bleibt
rm: furmicula, furma, furmari, fermu, firmari. Gutturale und
Palatale. §6. c. I. c ta, 0, U. - a) Anlautend bleibt gutturales c:
cavaddu, casa, cornu, cantari, cantunera, cura, cori, conta, cútina, cóppula
etc. - wird zu y in: gattu, gámmaru, júvitu, guvitata (neben vúvitu, cuvitata
durch Assimilation), garófalu, garrubba, ganiu, gamma, jagga (ital. gabbia, fi.
cage, cf. Wölffins Arch. II, 234). - gulfu (Ró2os) ist ge-lehrt, ital. golfo.
Die Wörter cantu, piania, peria, piriari, scurcari zeigen keine Palatalisierung
des c vor a, sondern erklären sich, wie schon Schneegans gesagt hat, aus
französischer Herkunft: cantu (chantre), piania (planche), perca (perche);
piriari (percher); scuriari (ecorcher). — ¿armu (charme), iar-mari (charmer)
fehlen in Girgenti; aus cheminée erklärt sich riminia. Franzosische
Worter sind ebenso tabare und tasen, taskettu, wo das c (cabaret, casque)
zu t geworden ist. - Famiari neben camiari „riscaldare il forno" ist nicht
klar; es kann keine Angleichung an flamma sein, da fl immer zu 2 wird
(flamma = xiamma); vielleicht aber an fum. P) Inlautend bleibt e nach dem
Accent: spica, littica, lattuca, fastuca, tartaruca, locu, focu, pocu, jocu,
sucu, dieu, ficatu; lagu (lacu) ist gelehrt (ital. lago), pregu (precor), pagu
nach Schneegans aus Angleichung an den Infinitiv prigari, pagari.
Inlautendes e vor dem Accent zu g: pagari, prigari, arrigurdari, arrigurdanti,
lagusta, addugari (adlocare); Sira-yusa; aber carricari, vucari (ital. vogare),
affucari (adfaucare, ital. affogaro), asucari (exsucaro, ital. asciugare),
cicala (cicada), sicuru (securu), jucari. - C schwindet in putia. II.
c+e, i = ie, ci. a) Im Anlaut: centu, cerou, cra, cmiri, ¿erca, cincu,
cimici, riveddu, ccir, tima, cu,cirasa etc. - è wird zu g in fremden und
gelehrten Wörtern: ginisi (span. ceniza), gileccu (span. chaleco), gitá, Licata
(cittá), gafaluni (cefaglione). 8) Inlautend bleibt ic, ii: viünu,
radici, paci, nuüi, dei, pici, cuci, cruci ete. — Unklar ist kirkiri (ital.
cicerchia = cicercula, nach Avolios p. 121 wahrscheinlich richtiger Erklä-rung
Rest der alten gutturalen Aussprache des c, vgl. sardisch). Sporadisch è
zu & in babalusi, Licata (span. baba + lueir, ital. lumaca). — è zu &
in sóggiru, sóggira, wohl weil Propar- oxytonon (soceru). 8) Ee, e
im Hiat. = ix: aaru, fasia (facio), laziu (laceu), mustarola, abbracari,
eraru, risu (ericiu), jarill (glacies); ¿occu (ecco hoe), -axu (-accus): ramurazza,
ca- tinain, vista, gintari, sicca,u, mula:u, cudar:u; - ux21
(-uceus): sanguzzu, santurru, curviäu, piduzau ete; aber face (facies),
minacer gelehrt. d) In Verbindung mit Kons. c+f(-x-) = ss: matassa,
rissr, tossicu, tessiri, fissu, lissu, lassari; - wird -s in Lisannaru,
Lisannara (Alexandru, Alexandria), lisia (lixiva), nésiri (exire), cosa (coxa):
seliri (exeligere), salari (exh.), asu- rari (exsuc.), masidda, - als s
findet sich in esempru, spiri-mentu (exper.), esilu gelehrt (vgl. ital. esempio,
esperimento, esilio). c+t=It: fattre, notti, otte, pettu, fruttu, dotta,
di- fette, aspettu, vettr etc. c+*= gr: grassu, gradila, gridari,
cunsagrari, sigri- tarm, sigretu; nach dem Accent in agru, magru, sagru,
aber auch agru, magre, sagiru. né = ni: cunzari (ital. conciare)
ammunciddlari (amon- cellare), dun«ellu (do'n'cella), vilanza (bilancia),
lanza (lancea), unza (uncia). e) In Verbindung mit 1 + Vok. cl =
liz: ohkzu, lizovu, logavi, kesa, kzaru, lanu, lavi, lugiri, finokkzu,
kizamari ete. Mundartlich wird è in Licata (vgl. & in Noto, Modica);
anu, caru, cesa, covu, cav, camar, speciu (speclujlu), macca (macla) etc. - In
einigen gelehrten Wörtern bleibt cl: clamurusu,clamuri, clavicula, aber
lizossu; cli, clac zu 1: quali, spirali, juli, graditi, armiti, nie zu ye:
quayga, gradigga, vie z. B. in Palermo. §7. qu. a) Im Anlaut bleibt
qu in quattu, quaranta, quannu, quantu, quinnici. Vor o wird oft zu cu, cutilan
(quotidian). - Für corki neben quarki, corkidunu, auch cor- runu neben quarkidunu,
quarkunu, s. 1, § 1. Vor e, i bleibt qu nur in gelehrten Wörtern:
quarela, questura, questurinu, quistioni, querannari u. a. Das Volk sagt aber
oft: curela, custura, custioni. Auffallig ist quetu, volkstümlich, s. I, § 3.
Quid (ital. che) ist lie' geworden; cu muls, wie Schneegans gut bemerkt, auf
cui Dat. beruhen. - Qu durch Dissimilation zu è in cersu, úncu,
cinquanto. B) Inlautend bleibt qu in gelehrten Wörtern: ossequzu,
ossequari, equipaggu; wird aber zu y in cunsiyuiri (ital. conseguire),
cunsiguenza (ital. conseguenza), aguali (ital. eguale). Mit verdoppelter
Tenuis findet es sich in acqua (ital. acqua). - Qu zu c in acula
(aquila), sicutari (sequitari); niculizia (ital. liquirizia), cincu (cinque),
cocu (coquus), licori (liquore), anticu, sunca (dunqua) — vor e zu è in cociri,
toriri. §8.. I. y +0, 0, U: a) im Anlaut bleibt ya, go, yu: gaddu,
gaddina, gódiri, yustu, yula etc. Nur im Satzinnern wird y manchmal zu h: ¿aju
hustu, piccatu di la hula be-sonders in Licata; jaddu, jaddina, justu (gustu);
jabbari, jabbatre, jabbillotu (von gabella), nur in den
Mundarten von Sciacca und Casteltermini. Häufig auch in Girgenti, wie in
vielen anderen Mundarten der Insel, findet sich die Pro-these des y vor
gutturalen Vokalen: gunu, juna (unu, una), gómini (omini), gavutu, yavutizia
(altu, altezza); in li gulivi (autivi), li yuriklie, könte aber in letzterem
Fall Aphärese des a sein, of. au zu ayu verdehnt, 1, § 8. In grapu, grapi,
grapiri, graputu (von aperire) ist auch die Metathesis des i zu
bemerken. P) Inlautend wird y +«, o, u in Girgenti gewöhnlich
beibehalten: ruga, laya, fayu, magu, fragula, liya, ligaturi, juyu, prigatoru,
prigari (von preyare aus precare), rinneyu,rinnigate, rinnigari, rigale,
arrigulari, annegu, annigari, figura, figurine, figurari. Seltene Fälle: allg.
sieil. ist h aus g in litica (litigat), wie ital. lética (vgl. § 11.8); in
Porto-Empe-docle findet sich pilaja (Erdstrich, Ufer) neben lzaga (plaga) und
in Girgenti gayanti neben gaganti (gigante). Ego (nach Schneegans) wird zuerst
zu eju, dann eu (wie z. B. in Ribera), dann, mit j-Prothese jec, und aus jeu
—jüu, wie Deu--Diu, meu — miu. In Girgenti findet sich nur in (ef. ital. io),
mit vanni, 50 und 25 Canti etc.) auslautend u mit a vertauscht. - Auf
älteres & führt garn „blafs", vgl. ital. giallo, wie denn auch im
span. portug. ein lautwidriges & vorausgesetzt wird; nur im fiz.
jaune ist es berechtigt. II. y te, i = ge, gi. a) Im Anlaut wird y to, i
volkstümlich zu j: jenniru (generu), jissu (gipsu), jimmu (gibbu), jinessa
(genista); bleibt ge, gi in gelehrten und fremden Wör- tern: genti,
genu, goa, gilatina, "gilatu, gebbia, giru, galle, gestu, gergu, ginia,
gilusía, gilusu, gelu, géniri, ginirali u.a. Auffällig ist agrig gunokly,
gunoklya, ayyunik-lizari, agyunilhzatu (also älteres *gunuclu durch
Vokalharmonie) neben dinokkzu (Dissimilation bei Ähnlichkeit y - k zu d -
li). Sporadisch zu s in sincili (gingiva), cf. sard. sinzia. 8)
Inlautend schwindet y te, i und wird i zu j: majisi, majissu, majidda, pajísi,
sajimi, sajitta, jitr (digitu), projii, rigiri (regere), frigri (frigere);
fujiri (fugere), fuj (fugit), rigiddu (regillu), bleibt als de, gi in gelehrten
Wörtern: priguni, vir-gini, virginitá, virtiggini, riggissu, riggissari,
greggi, leg-giri, riggina, magissatu, furmagiu, tragie u. a. d) In
Verbindung mit Kons. n + g nach dem Ton = i: saiu (sangue); staña
(stanga); linua (lingua); gana Zahn; fanu (fango); loir (longu); zu ñ aber in
añuni (angone); zu ni nur in san- csuca (sanguisuga) - n+ ge, gi = ni:
kjanciri (plangere); ssincri (stringere); tinciri (tingere); finüri
(fingere); nura (in-giuria); ancilu (angelu); munciri (mungere); nicñu
(ingeniu); funca (*fungea). Nur in Licata bleibt ng: mungiri, pungiri,
punigusu, ligangiri, tiniiri u.s. w.g + n verbindet sich zu ñ: puñu, mañu
(magnu), reñu, sinu, añeddu, liñu, stañu, cuñatu, piñu, diñu. Canusiri (ef.
ital. conoscere) kommt von dem vulglat. * conoscere, cf. Meyer-L., Cap.
II. 466. — ngi zu ni in sponia, nzunza (ital. spugna, sugna). - ngl zu i in
ciña, uña, ciñali, gelehrt (ital. cigna, ugna, cignale). yin = mm:
domma, enimma, frammentu, flemma, gelehrt. go bleibt go: griddu, granatu,
granula, grecu, gro (grue), gradu, gren, grivanza - manchmal fällt y in gra:
ranni, raufa, ravusu, rasta (grasta), radu, ranatu. Im Inlaut,
neben agru, mayru, allegru, findet sich agiru, mayiru, alle- giru, s. §
18; ferner nigure, xaguru (nigru, *flagrore). gl. = t: lommaru (glomere);
alannara (glande), abuttiri (glutire); qualari, vilari, ssiari, ssia, -
ylobu, ylora sind gelehrt, ebenso giarza, ital. ghiaccio. $ 9. j.
Anlautend bleibt j: jencu (juvencu); jiniparu (juniperu), jittari,
jettitu, jittena (s. *jecere), jugu, jocu, ju-culanu, jucari, jucata, jovidi,
jumenta, juntri, judici etc. - In gelehrten entlehnten Wörtern wird j zu
g: ga (jam), guvini (juvene); gustu, gustizza (justu, justitia), gudixm,
gu-dicari, gurari neben jurari, volkstümlich. Für Gesú, Gesuziu, Guvanni, ital.
Gesù, Giovanni. In den Mundarten von Cian-ciana und Casteltermini (manchmal
auch in Girgenti) findet sich 92 statt j: grugini Casteltermini (juvene),
gustizia, gustu, garnu, grattena, agruccu, agruccatu, agruccari (v.
guccu) (vgl. frz. juc). - So wird j - ge auch in den adverbialen
Verbindungen, wie z. B. a gocu, a giettito, a grunta, pi giunta u. s. w.
ß) Inlautend wird j volkstümlich auch als j bewahrt: peju neben peigu
(pejus) gelehit, majuri neben magguri (ital. mag-giore); maju (maju), dijunu,
dijunari. - Von dem golehiten & wird durch Einflufs des n, zu è in 'niuga
(ital. ingiuria).Dentale. § 10. t. - a) Sowohl im Anlaut als im Inlaut
bleibt t gewöhnlich unverändert: tantu, tauru, tu, tortu, tila, tempu, talari,
tizzuni; - viti, vita, latu, cuntata, batia, putia, ba-tissa, legitimu, ssata,
siti, rota etc. - Tonloses t vor dem Tone =d nur in padedda, gridari, rudeddu,
gradita (vgl. ital. pa-della, gridare, budello, gradella); gelehrt ist grada,
cf. ital. grada (grata); B) tt bleibt tt: gatta, sajitta, batti
(*battit), gutta neben yuccia, cf. ital. goccia (*guttea). - It gekürzt in t:
matinu (ital. mattino). — ut statt it findet sich in mintiri, minti, mintutu
(mittere) durch Einflufs des Nasals des Anlauts. y) in Verbindung mit
Kons. it bleibt rt: porta, marteddu, morti, murtaru, mur-tidda etc. -
wird zu rd in spirdi (spiriti). ut=nt: lisantu, lianta, cente, frunti,
munti, funti ete. st = st (nie st): agustu, mustu, gustu, testa, castedu
etc. ti=t: pati, mati, vite, tovati, quattu, metu, uti etc. str =
ss: ssata, assu, massu, nossu, rossu, culossa ete.; bei den niedrigen
Leuten findet sich manchmal & statt $$: masu neben massu (maistru),
nos2 (nostru), 2052 (vostru), ásacu neben ássacu (astracu, ital.
terrazzo). t=lil: veklzu, silliza, niklia; in fist'lare (ital. fischiare)
ist das l zu r geworden: fiscrare und dann durch Metathesis friscari statt
fishzari. Mundartlich in Licata i =й: vei, sicia, nicca; cf. cl, pl=. d)
t, volkstümlich = iñ: peru, maxa, ssaari (ex-tractiare), palar, prezal,
accarizari. Suffix - antia = spiranza, luntananza, crianza, mancania a.sV
entia - crsa: prisenza, sensa, sintenza, simenza, cusenza, pruvidenza; -
itia = ira: duczza, cuntintizia, frankirza; - atium = azzU:
minurza, palazau; - itiun = irzu: timulizzu, capizzu u. s. w. (s.
Schneegans, s. 111). - (angustiare), ef ital. angosciare. Rasuni, stasuni
u. dgl. sind,wie Schneegans gut bemerkt, eine Popularisierung der fremden Form
mit & - doch hört man sie sehr selten - Sir-vizu neben sirvizzu, prisenza
neben prisenza, stazioni neben stazzuni, oxzu, privinzioni sind alles gelehrte Wörter.
Unklar sind paien:a (patientia, ital. pazienza), wobei Schnee-gans an eine
volksetymologische Ableitung von paci denkt, und scorca (*scortea), das Avolio
von écorce ableiten möchte. § 11. d: a) Im Anlaut bleibt gewöhnlich d:
donu, duru, deci, dormiri, dinari, durari, doti, dari, mit weichem Ausdruck im
Gegensatz zu decottu, dugana, duguneri, dannari, dumannu, s. II: Cons. p. 51. -
Sporadisch d zu t in tusellu (span. dosel); zu s in sunca (dunqua); fällt in
attula (dactylus). f) inlautend wird d auch beibehalten: nidu, nudu,
gra-du, fidi, pedi, cuda, sehr weich ausgesprochen, aber nie in ? übergehend -
doch manchmal verstärkt es sich in t, bes. bei Proparoxytona: tispitu, stúpitu,
ácitu, vgl. ámitu. - D zu n, durch Dissimilation in lónara ([alaudula),
sporadisch zu / in ricala (vgl. ital. cicala, franz. cigale); schwindet in
'ncúnia (incudine). 1 8) dd zu on in rénniri, vgl. ital. rendere.
d) in Verbindung mit Kons. dr = t in quatu, citu (ital. quadro,
cedro). id bleibt id: tardu, pirdutu, pérdiri, virdi u. s. w. Id =
Il in calle (caldu), calliari ('caldicare), falla, ful- larr, fallarinu
(v. falda); callara, callaruni (caldaja), nur bei den niedrigen Leuten.
nd = nn: camila, funu, quann, bunnu, cunfún-niri, mannari u. s. W. &)
in Verbindung mit Hiat. i: de volkstümlich = j: jorme (diurnu), seju (sedeo),
viju (video), raja (sing. raju sehr selten, radiu), criju, ligeju (*cludeo);
oji (hodie); caju, appoju, appu-jari (v. podiu). - In gelehrten, entlehnten
Wörtern bleibt dị: darule, dialugu, dialette, mediu, rimedre u. a. — Segga
(sedia), 1) Keine Umstellung des d findet sich in mpatidiri, da es nicht
von impallidiri, wie Meyer-L. (It. Gram. § 201) glaubt, sondern von patedde
(Schalmuschel) kommt, das heisft, ,restringersi, per paura o per freddo, coma
und patella."raggu, gurnali, gurnalista, gurnaleri sind ital. Wörter,
ebenso pranzu, manzu (*mandium), roxzu, shixzu, frizzu. - Auffällig ist orzu
(ordeu) volkstümlich. In
menzu, mazzornu, man-inó (mezzo giorno) ist der Einflufs des Nasales des Anlautes
zu finden. §12. s. a) im Anlaut bleibt s gewöhnlich: sali, sucu, siti,
sonu, se (sex), soru, suitta, sudari, simen:a, sava, surfaru, sampuña
(sambagna), sirina ete. - wird zu & nur in sorba (sorba), salbara (arab.
sebbara). - Simia, neben siña, siroceu sind ital. Lehnwörter. - Nur st, sp, sc,
nie & () inlautend wird s auch beibehalten: risu, fusu, casa, rasu,
spusu, misi, cosa, rosa ete. Die Form riciñolu, Nach-tigall, ist in Girgenti
unbekannt, statt seiner findet sich vi-siñol, gelehrt (cf. ital. rosignuolo).
y) ss bleibt ss: russu, grossu, passaru, passu, grassi, missa, passari etc. -
Porau (possum) mufs, wie Schneegans bemerkt, analogisch zu fazu sein. Vasu,
grasa, nisun beruhen auf si. d) in Verbindung mit Kons. sc vor oder nach
Palatal-vokalen =$: camúsiri etc. s. § 6. rs bleibt rs: ursu, cursa,
scarsu, pirsuna, pirsuasu etc. - wird zu rz in vurza (bursa). ns = nz:
pinzari, 'nzémmula (insimul), lunitu, 'nziñari, 'ncusu (insursum),
'nzumma (in summa) etc. &) in Verbindung mit Hiat. i. Schneegans hat
kaum recht, nach meiner Meinung, zu sagen, dafs s + Hiat. i = e
(ital. g) wird. Diejenigen Beispiele, die er giebt, beweisen die Thatsache
nicht; denn occasionem, prehensionem, phasianus lauten nicht cacuni, pricuni,
facani, sondern prisuni, casuni, fasanu, alle drei sind aber aus dem Ital.,
prigione, cagrone, fagiano, entlehnt und sehr wenig gebraucht. Camisia lautet nicht camica (wie im Ital.), sondern
cammisa; *asium (ital. agio) nicht au, sondern asu. Also lautet von allen
Beispielen bei Schneegans nur caseus = cazu und dieses ist auch gelehrt (vgl.
ital. cacio), da das Volk statt seiner immer tumaxzu sagt.Welches ist nun die
volkstümliche Entwickelung von s + Hiat i? Ich lasse es bei den Beispielen
bewenden: cam-misa (camisia); vasu (basiu); vasari (basiare); ginisi
(cinisia); ¿irasa (cerasea); lizesa (ecclesia); riversu (ital. rovescio);
fasola fasoli (phaseolus) alle volkstümlich; dann cau gelehrt, asu,
rasune, fasam, prisuni Lehnworter: § 13. n. a) im Anlaut wird n beibehalten:
nodu, nasu, nudu, novu, niguru (nigru), nidu, natali etc.; — schwindet
gewöhnlich in nun (non): „un sacõu nenti, un ti ni volu dari, un ti porzu
ajutari, un & é bersu" u.s. W. - Zusatz eines n findet sich in nesiri
(exire), nguanta (ital. guanto), nita Geschwür, nxiru (seria). - Für nomu,
"nappa, "nocca siehe II. 8) inlautend, bleibt n auch fast
immer: luna, gaddina, fini, lana, manu, pani, jina, fenu, bona, finessa,
minutu, finokkau. etc. - N-n, durch Dissimilation, in 1-n in vi-lenu,
cunfaluni; n-m zur -m in arma (anima), armali (animale) - Dissimilation. 8) in Verbindung mit Kons. n vor s
schwindet, wie allg. rom. isula,
misura, spusu, spusa, misi etc. d) nn bleibt nn: annu, pinna, nannu,
nanna, pannu etc. 8) nị =ñ: cuñu, suñu, duñu, tiña, viñu. - In gelehrten
Wörtern bleibt n: calunma, crimoma, querimonia u. a. Auffällig ist ssamu,
ssamari, ssamatu (von extraneu), volkstümlich. § 14. l. a) im Anlaut:
liu, loda, lumi, locu, liggi, lattuca, luntanu, littica etc. - l zu g durch
Dissimilation in gitu, golu (aber schon vulglat. jilium, jolium). - I zu &
in rimarra (limarra von limu), rusiñolu (cf. ital. rosignuolo). B)
inlautend bleibt l zwischen Vokalen: gula, pala, mula, pilu, gelu, cuturi,
pilucca etc. - Wechsel des / und & miteinander in palora (parola), grola
(gloria), ¿artiri (barile), acqua-loru (acquarolo), rogu aus lorogu (horologu).
- 1- 1 zu r-1 in fragelle (flagellu), caramedda (frz. chalemel). - I zu t in
úmitre (amylum), cf. ital. ámido. - 1-1 zun - 1 in canollia (aber schon volkslat.
conucla); Filmena (für Filumela).d) Il = dd [für die Aussprache s. Diakr.
Zeichen]: idda (illa), -beddu, -ada (bellu, -a), sedda (sella); midudda
(medulla); cipudda (cepulla), nuddu (nullu), griddu (grillu), cavaddu
(ca-ballu), foddi (folle), peddi (pelle), stidda (stella) etc. - In ge-lehrten,
italianisierenden Wörtern wird Il beibehalten: bell, bella, billia neben beddu,
bedda, biddixza, pullu, satollu, valli, aber vadduni, abbaddatu (ital. vallone,
arvallato), villa (villa), aber viddanu, sogar milli (mille); beim Volke findet
sich aber öfters mira (milia). Ferner balla (frz. balle) neben badda. (ital.
palla Kugel), fratellu Klosterbruder neben frateddu Vetter; coll Last neben
coddu Hals (s. Schneegans 132). - U—1 zu un - 1, durch Dissimilation, in
pinnula (ital. pillola). d) I vor Kons., im Silbenauslaut. I + Labialis
zu r: tarpa (talpa), purpa (pulpa), corpu (colpu), curpa (culpa), purpu
(polpu), sarpari (salpare), vurpi (vulpe); arba (alba), sarvaggu (silvaticu);
sariza (salvia), sarvari (salvare); surfaru (sulfaru), parmentu (palmentu),
parma (palma), ermu (elmo). -— In pru-vuli ist die Metathesis des r (aus / +
Lab.) zu bemerken. l + Gutturalis zu r: arcova (ital. alcova); surcu
(sulcu); sapurcru (sepuleru); carcañu (calcaneu); 'ncarcari (incalcare); barcuni
(balcone); quarki, corki (qualisque, ital. qualche); curcari (collocare) -
cravaccari von cavarcari (cavalcare). 1+c= r in purci (pulce); sarõu (salice);
farci (falce). - l+ ¿ vocalisiert in caucu (ital. calcio); quacina (aus caucina
calcina). - I + & schwindet in puci neben purci, duci (dulce),
ducizza (dulcitia); - l+i = n in fanci (falce) bei den
Landbewohnern. l + Dental. 1. l + Dent. = v: artaru (altare); Marta
(Malta); Car- taggiruni (Caltagirone); surdatu (soldato); sordu (soldo);
ger-suminz (gelsomino); farsari (falsare); sarsa (salsa); nurtu (insultu);
garnu (afrz. jalne). Anmerkung. Wenn jemand aus dem Volke, der einen
Anstrich von Bildung hat, entweder durch Schulbesuch oder Dienstzeit, mit einem
aus höherem Stande spricht, wird er immer liardu (caldu), mortre (molto), artu
(altru), martempu (maltempo), farda (falda), sarsica (salsiecia), sarte
(saltu),sartari (saltart) u.s. w. sagen, in der Meinung italienisch, oder
wenigstens ein feines Sicil. zu sprechen. - Wirklich volkstümlich ist aber artaru
(altare), nie otaru, neben ataru; die anderen Wörter sind entlehnt und
fremd. 2.1 + Dent. vocalisiert: autu (altu), autu (altru), sau-tari
(saltare), sautu (saltu), fauda (falda), fausu (falsu), ceusa
(gelsu), meusa (milsa). - In diesem Fall ist die Einschiebung des o, 9 sehr
häufig: avutu, avutu, sagutu, cavudu, favusi, cevusu. In Cianciana findet sich
/ + Dent. in ¿ vokalisiert: fúida (falda), caidára (caldaja), cáidu (caldu),
caidiari (caldi-care), caidiatu caldic + atu) - nur bei den niedrigen Leuten
geht / + d in ll über, wie in falla, fallaru, fallaririnu, callu, calliári,
callara, callaruni. - Formen wie atz, atu, satu, satari, sasixxa, caxi
sind sicher contrahiert (ar = (), ebenso in pusu (pulsu), vuturu
(vulture), voxi (*volsi), ascutari (auscultari), cuteddu (ital.
coltello). 1. bei dem niedrigen Volke, besonders Landbewohnern, wird / +
Dent. zu n: antu (altu), antu (altru), santu (saltu), santari (saltare), fanzu
(falsu), canzi (calx), ascunta (auscul-tat), punsu (pulsu), sanzizza (salsiccia),
monta (volta), auch mota. 8) / + Hiat. i. h = 7 in der ganzen
Provinz, ausser von Sciacca und Ribora: fitu, mitu, gitu, golu, mutúri,
pita, tata, vota, cun-rilu, famila, olu, melu u. s. w. ohne Ausnahme. §
15. r - a) im Anlaut findet sich nur als scharf gerolltes alveolares y (v): re,
renniri, ridiri, russu, ris-tari, rasu, Roma, rosa u. s. w.; - ranni, varusu,
rat-tari sind aus gr entstanden. 8) inlautend, bleibt & gewühnlich
als weiches ungerolltes vaibberi (barbierc), feimmu (fermu) - nach
Labialen schwindet o in derselben Mundart: fevi (sicil. frevi), firaru (sicil.
frivuru), pimu (primu), pivari (privare). - Aus Dissimilation schwindet i aber
in der ganzen Provinz in crivu (vgl. kalab.neap. krivu). Zutritt eines &,
fast immer bei auslautendem t erfolgt in: anata (cf. ital. anatra), inhiossa,
gelehrt, (ct. ital. inchiostro), cilessi (ef. ital. vilestre), jinessa
(genista) - nach anlautendem t in tisolu (tesauru), tuniari, vgl. Diez
Wtb. trono. - /-* zur - 1, durch Dissimilation in: arbulu (arbore),
in- ruca, rasola (rasoriu). - Sporadisch & zu n in Gaspanu (Gas-par),
fisini (viscere); r zu l in siloccu neben siroccu. Metathesis der y in:
prevula (pergula), sfrazzu (ital. star. 20), ssanutu (stirnutu), scravalu
(scara-beu), vrigoña (ital. ver- gogna), friscari (fiserare), prevuli
(*purvure), tubbu (torbido), proji (porrigere), prummettiri (ital. permettere),
cravuni (car-bone) - crapa (capra), crastu (castru), frevi (febris),
frivaru (februariu), graniu (cancru), catteda (cathedra). - Dagegen
stehen furmentu (frumentu), purpama (propagine), tirdinari (tre +
denari). d) or bleibt er: ferru (ferru), terra (terra), carrettu
(v. carTu), cord (currit), turri (turre) u. s. w. 0) / + Hiat.
i. 1? + Voc. =• + Voc: argu= arus. §1 - fera (feria), munaster
(monasteriu), cannilaru (*candelaria), syarra (*ex- variu), axxaro,
jinnaru, fricara, murtare, panare, nularu, rurdunaru, panaru u. s.
w. In gelehrten Wörtern bleibt : coru, sigritarn, mug- gisterzu,
messaru, rifriggerne u. a. — Auffallig ist virsérge (adversariu)
volkstümlich.-Im letzten Augenblicke, als ich eben diesen meinen ersten kleinen
Versuch nicht ohne einiges Bangen in die Welt hinausschicken und den
Fachgenossen vorlegen wollte (9. März 1891), langte in Bonn eine neue Arbeit
über die sicilianischen Mundarten an von meinem durch eine Reihe
sprachvergleichender Arbeiten hochverdienten Landsmann, Herrn Dr. Giacomo de
Gregorio aus Palermo, unter dem Titel: Appunti di Fonetica Siciliana, Palermo
1890.* Indem ich dieses Zusammentreffen als einen besonders günstigen und
glücklichen Umstand betrachte und nicht wenig darauf stolz bin, dals meine
süfse Muttersprache Gegenstand einer solch vertieften und andauernden Forschung
zu sein gewürdigt ist, so habe ich noch andere Gründe, mich des Erscheinens
dieses wichtigen Buches zu freuen. Ich sehe nämlich, dafs wir nicht nur in fast allen Punkten, wo wir uns
mit unserem unmittelbaren Vorgänger, der vortrefflichen Arbeit von Heinrich
Schneegans (1888), dieselbe stellenweise berich-tigend, beschäftigen, jedesmal
zusammentreflen, was sich durch unsere Kenntnis des Sicilianischen als
Muttersprache ohne weiteres erklärt, sondern obendrein wir uns beide in
demselben Gedanken begegnet sind, unsere Arbeiten Herrn Prof. Foerster *)
Die Hindernisse, die das endliche Erscheinen des nach dieser Jahreszahl
offenbar schon länger als ein Vierteljahr fertiggedruckten Buches so lange
verzögert haben, sind in der Einleitung nicht angedeutet. Durch die Güto des
Herrn Prof. Foerster konnte ich das oben eingetroffene Wid-mungsexemplar sofort
benutzen. - Meine Arbeit wurde den 28. Januar 1891 bei der hohen
philosophischen Fakultät der Universität Bonn als Doktor-dissertation
eingereicht und den 7. Februar angenommen. Die Korrektur des letzten Bogens
erhielt ich den 10. März desselben Jahres.in Bonn zu widmen, der bereits vor
acht Jahren die erste wissenschaftliche Bearbeitung des Sicilianischen nach den
in Deutschland allein erreichbaren Schriftdenkmälern veranlalst hat in der
Bonner Dissertation von Matthias Hüllen (1884) und welcher der Untersuchung der
Mundarten unserer beiden grofsen italienischen Inseln seit Jahren liebevoll
seine Kräfte widmet. Durch die bis jetzt erschienenen Arbeiten steht die
Laut-Ichre des heutigen Sicilianischen im grofsen und ganzen fest und fertig
da; allein bei der unendlichen Mannigtaltigkeit der Lautentwickelung, die fast
mit jedem Orte wechselt, ist es klar, dals ein vollständiger Aufbau erst dann
wird vorgenommen werden können, wenn eine möglichst grofse Anzahl von
Einzelnuntersuchungen über die lautlich irgend wichtigeren Punkte unserer
herrlichen Insel, und zwar möglichst von Sicilianern, erschienen sein werden,
wozu ich mit dieser Arbeit mein bescheidenes Scherflein beizutragen gewagt
habe. Auf eine eingehendere Würdigung der Arbeit Dr. Gregorio's kann ich
mich hier nicht einlassen. Ich bemerke nur nebenhin, dals ich in einigen
Punkten, wie Erklärung des grevia von *grai-vius (S. 11, § 4) - ai kann sicil.
unter diesen Bedingungen nie e geben -, der analogischen Erklärung des - oklin
aus uculu durch Anlehnung an culu (S. 39, § 20), Ableitung von brui-cetta von
broccus S. 68, § 57 - ich kenne nur burietta, das ja irgendwo in brucetta
umgestellt sein könnte, das aber von furca kommt und dem ital. forchetta genau
entspricht, während natürlich brocca zu broccus gehört -, Anwendung des
Zeichens ti statt des einfachen t für lat. ti S. 95, § 100 (ich wenigstens
kenne es blols als einen einzigen Laut !, welcher bestimmt der stimmlose zu dem
stimmhaften da ist), die Annahme, dals lat. -ss- allein & geben könnte in
grasu u.s.f. (S. 103, § 113) - meiner Ansicht nach ist stets ein
folgendes i im Spiel, auch in casa, vgl. frz. causse, portug. caixa -, die
Ableitung des porzu von possum (statt von *potio) S. 104, § 113, die Au-wendung
des Doppelzeichens ij statt des einfachen n, da man nach ñ nichts einem /
ähnliches hören kann, u.ä; nurin einem Punkte möchte ich, weil es meine Heimat
betrifft, wiedersprechen: Auf S. 20, § 9 wird gesagt, dals in Girgenti sich
manchmal die Diphthongierung des & und des p findet, was aber nie der Fall
ist. Thatsächlich sind nämlich caétuóf-fuli, suoddi keine agrig. Wörter; statt
ihrer sagt man immer und nie anders als cacóciuli, sordu, sordi. Bonn, 16. März 1891. L. P.Luigi Pirandello. Pirandello. Keywords: e dov’è il copione? è in noi,
signore – il dramma è in noi -- siamo noi – R Chiede d’entrare nei fasci, La
Stampa, Gentile e Sorel, Mussolini e Nietzsche, Mussolini e Sorel. – ridotto in
siciliano. U ciclopu, decadentismo, identita personale, l’io e la societa, il
collettivo, l’intersoggetivo. Refs: Luigi Speranza, “Grice e Pirandello” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Pirro: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale rovesciata nel’idealismo di Gentile – filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Severo). Filosofo italiano. Studia a Roma sotto SPIRITO (si veda). Studia ALLMAYER
sotto PLEBE. Insegna a Perugia e Palermo. Studia GENTILE (si veda). Pubblica “L'attualismo
di GENTILE e la religione” (Sansoni, Firenze). Fra i suoi saggi si ricordano
anche “Filosofia e politica in CROCE” (Bulzoni, Roma). Si interessa alla
ricerca storio-grafica e svolse numerosi saggi su Terni. Esponente di spicco
della vita culturale della città umbra, studia gl’aspetti poco indagati di
quella che fino ad allora era una città ancorata ad una dimensione prettamente
industriale. Sotto la giunta di Ciaurro, co-ordina il progetto per la
realizzazione di un museo archeologico nel convento di S. Pietro sotto. Peroni. Nei
suoi studi di storia ricostrusce prima della pubblicazione de Il sangue dei
vinti di PANSA, episodi della guerra civile tra cui l'assassinio del sindacalista
CARLONI e del dirigente d'azienda CORRADI. Fonda il "Centro di studi
storici", un'associazione culturale di ricerca storica a cui viene collegata
la rivista “Memoria” L'obiettivo di “Memoria” è quello di porre fine all'amnesia
organizzata, facendo conoscere a tutti le vicende di una città figlia non solo
dell'industrializzazione. Accanto ad un nuovo sguardo per le vicende passate “Memoria”
inaugura una stagione di storiografia libera da condizionamenti ideologici e
basata sulle fonti. Suscita critiche per la ricostruzione d’alcuni
episodi di violenza avvenuti durante la resistenza anti-fascista, critiche di storici
locali, che lo accusano di revisionismo. In realtà il suo lavoro è sempre suffragato
dalla presenza della fonte documentale. Le vicende ricostruite, come ad esempio
quella dell'uccisione di CORRADI o URBANI, ad opera dei partigiani non sono mai
trattate dalla storio-grafia ufficiale. Consigliere dell'stituto per la storia
dell'Umbria e dell'stituto di cultura della storia dell'impresa Momigliano,
dell’istituto per la storia del risorgimento. Il saggio “Regnum hominis: l'umanesimo di GENTILE” fa parte
della collana della Fondazione SPIRITO e FELICE di Roma. Un saggio dedicato al risorgimento
pubblicato da Morphema intitolato “Risorgimento.” Un saggio "Dopo GENTILE dove
va la scuola italiana" (Firenze, Lettere). Il consiglio comunale di
Terni delibera di dedicare la sala Tacito di Palazzo Carrara in Terni a P.. Con
l'occasione si presenta il carteggio "La vita come Ricerca, la vita come
Arte, la vita come Amore", titolo riferito all’omonimo saggio di SPIRITO In
occasione delle celebrazioni della fondazione del Liceo Tacito di Terni, gli
viene dedicate nell'atrio della scuola, una targa con una dicitura tratta da
una poesia di Gibran. Altre saggi: "Italia e Germania", raccolta
di saggi da “Studi Politici". Pubblica una raccolta di memorie di scritti
di garibaldini intitolata "Corre l'anno” “Terni e l'affrancamento di Roma
nelle memorie dei garibaldini; il saggio "Filosofia e Politica e GENTILE"
(Aracne). Il comune di Terni delibera la posa di una targa in memoria presso la
dimora di P.. La soprintendenza archivistica
dell'Umbria e delle Marche dichiara il suo archivio di notevole interesse culturale
ai sensi del T.U. dei beni cultural. Viene scoperta sulla casa a Piazza Clai a
Terni una targa commemorativa. Viene pubblicato da Intermedia "L'unica
via è il Pensiero: scritti in memoria". Altre saggi: “Una missiva a SPIRITO”“Filosofia
e politica in GENTILE” (Firenze, Sansoni); “La riforma GENTILE e il Fascismo”, Giornale
critico della filosofia italiana” (Firenze, Sansoni); La politica dell’idealismo
italiano” (Firenze, Sansoni); “La prassi come educazione nella gentiliana
interpretazione di Marx” (Firenze, Sansoni); “Cultura e politica” (Firenze,
Sansoni); “Filosofia e politica: il problematicismo” (Roma, Bulzoni); “La
repubblica fascista”; “Per una storia dell'Umbria durante la repubblica
fascista” (Perugia, IRRSAE); “Terni nell'età rivoluzionaria e napoleonica,”Arrone,
Thyrus, Terni e la sua Provincia durante
la repubblica sociale” (Arrone, Thyrus); Ugolini, Petroni, dallo Stato
Pontificio all'Italia unita” (Scientifiche, Napoli); “Interamna Narthium materiali
per il museo archeologico di Terni” (Arrone, Thyrus); Le acque pubbliche gl’acquedotti
di derivazione e l’utilizzazioni idrauliche del territorio di Terni nei sommari
riguardi: tecnico, legislativo e storico” (Terni-Giada, ICSIM); Una scuola una
città: il liceo ginnasio di Terni” (Arrone, Thyrus); “Terni nel risorgimento” (Arrone,
Thyrus); “Sull'avvenire industriale di Terni, scritti di L. Campofregoso;
Perugia: CRACE/ICSIM, “Garibaldi visto da GENTILE” (Roma, Istituto per la
storia del Risorgimento Italiano); "Per Garibaldi" (Arrone, Thyrus);
“I giustizieri, La brigata GRAMSCI tra Umbria e Lazio, di Marcellini, Mursia,
Regnum hominis, L'Umanesimo di GENTILE” (Collana Scientifica Fondazione SPIRITO
e FELICE, Roma, Nuova Cultura); “Scritti sul Risorgimento” (Furiozzi), Terni,
Morphema); La vita come ricerca, la vita come arte, la vita come amore” (Terni,
Morphema); “Italia Germania” Saggi di Filosofia Politica, Amazon, Filosofia e
Politica in GENTILE” (Aracne, Roma); Carloni: Storia e Politica (Intermedia, Orvieto);
Manifesto del convegno su Petroni; Garibaldi Terni Mostra documentaria e
pubblicazione Istituto della storia del risorgimento Petroni, Dallo Stato
Pontificio all'Italia unita. Convegno di Studio Terni, La Rivoluzione Francese,
Terni, La nascita della Repubblica e gl’anni della ri-costruzione”; Biblio-media-teca,
Terni, 7ricerca storico documentaria; sezione della mostra in collaborazione
con archivio di stato di Terni e Biblioteca comunale di Terni; in
collaborazione con centro per la promozione, istituto per la storia dell'Umbria
contemporanea (Arrone, Thyrus); Intorno alle miniere di ferro e alle ferriere
dell'Umbria meridionale, scritti di Vaux et al.; Terni: CRACE/ICSIM; Passavanti,
Atti del Convegno di studi (Terni) (Arrone: Thyrus); Convegno dei lincei (Terni),
Cesi e i primi lincei in Umbria, atti del Convegno dei lincei: Terni” (Arrone: Thyrus);
dei lincei, “MAZZINI nella cultura italiana:”, atti del Convegno di studi,
Terni” (Arrone: Thyrus); Magalott, erudito, giureconsulto, docente di diritto” (Arrone:
Thyrus); “Per Garibaldi” (Arrone: Thyrus); Valentino patrono di Terni, atti del
Convegno di studi: Terni (Arrone: Thyrus); “La vita come arte” (Sansoni,
Firenze); “La vita come amore” (Sansoni Firenze); “La riforma della scuola” (Sansoni,
Firenze); “Il problema dell'unificazione del sapere”; “Dal mito alla scienza” (Sansoni,
Firenze); “La mia ricerca” (Sansoni, Firenze); “Dall'attualismo al problematicismo”
(Sansoni, Firenze); di GENTILE; Il
concetto di “pedagogia, in Scuola e Filosofia” (Sandron Palermo); “Giornale critico
della filosofia italiana” (Sansoni, Firenze); “La scuola laica” (Vallecchi, Firenze);
“Sistema di logica’ (Laterza, Bari); “La scuola” (Vallecchi, Firenze); “Che
cos'è il fascismo”; Discorsi e polemiche” (Vallecchi Firenze); “Saggi critici”
(Vallecchi, Firenze); Scritti pedagogici” (Treves, Milano); “Origini e dottrina
del fascismo” (Istituto Fascista, Roma); di Croce Contributo alla critica
di me stesso (Napoli); Conversazioni critiche (Laterza, Bari); “La letteratura
d’Italia” (Laterza, Bari); “Cultura e vita morale” (Laterza, Bari); “Etica e
politica” (Laterza, Bari); “Pagine sparse” (Laterza, Bari); “La guerra civile”;
“Memoria” (Thyrus, Arrone); “La storia rovesciata” – cf. PISONE – implicatura
rovesciata -- ; “L'umanesimo di GENTILE”
(Cultura, Roma); “L'uomo e la storia” (Thyrus, Arrone). Il percorso storico,
"Regnum hominis". L'ospite di passaggio, la difesa. Sull'avvenire
industriale di Terni; Rassegna storica del Risorgimento. La vita come ricerca,
la vita come arte, la vita come amore. Vincenzo
Pirro. Pirro. Keywords: l’idealismo di Gentile, Istituto Nazionale Fascista,
Origini e dottrina del fascismo, che cosa e il fascismo – discorsi e polemiche
vallecchi, Firenze, Mazzini, per una storia dell’umbria durante la repubblica
fascista, la repubblica fascista, gentiliana interretazione di Marx; la
filosofia di Gentile, filosofia e politica in Gentile, Gentile nella grande
guerra, il partito ha un capo che e dottrina vivente, Gentile e Mussolini, il
concetto di stato, il concreto di Mussolini nel astratto dello stato, Pirro
interprete di Gentile – la universita fascista di Bologna, la formazione dei
dirigenti del regime – la repubblica fascista, storia e filosofia, la critica
de Pirro alla damnatio memoriae di Croce, lo studio della filosofia nel
veintennio fascista, l’origine del fascismo filosofico – Gentile, filosofo del
fascismo – dizionario filosofico del fascismo, stato, spirito nazionale,
italianita, romanita, propaganda, democrazia, repubblica, Italia, stato italiano
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pirro” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pirrone: la
ragione conversazionale della diaspora, da Crotona a Meta-ponto – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Metaponto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico.
Grice e Pisone: la
ragione conversazionale del portico dell’orto – il gruppo di gioco del Vesuvio
-- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ricordato come seguace della filosofia del portico
un Pisone, che si è identificato con Lucio Calpurnio P. *FRUGI*, tribuno della
plebe, pretore e console della repubblica romana, combatte la rivolta degli
schiavi in Sicilia e la doma. P. ottenne la censura. P. lascia un’opera storica -- "Annales"
-- che si estende dalle origini. In essa, P. combatte le tendenze che si
introduceno in Roma e il ri-lassamento morale. Della gente Calpurnia. Politico,
militare e storico romano. Talora detto
Censorino – cf. P. Cesorino -- tribuno della plebe, si fa promotore della lex
Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che vuole punire l’estorsioni
compiute nelle province dai governatori. Pretore. Dopodiché, eletto console con
PUBLIO MUZIO SCEVOLA (si veda) e gli fu comandato dal senato di restare in
Italia per domare una rivolta di schiavi. P. riusce a sconfiggerli, senza però
ottenere una vittoria definitiva e dove passare il comando a PUBLIO RUPILIO. Autore
di “Annales”, un'opera in almeno VII libri, che andava dalle origini e che sono
tra le fonti precipue di LIVIO (si veda) e Dionigi d'Alicarnasso. Gl’Annales --
di cui restano una quarantina di frammenti -- si propone di descrivere la
pretesa onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea
corruzione operante a Roma. Che si tratta però di un'opera a tesi pre-costituite
lo dimostra il fatto che, durante il suo consolato, avvenne l'assassinio di TIBERIO
GRACCO, e che, nonostante l'estrema gravità del crimine -- che tra l'altro
viola il sacro obbligo dell'incolumità personale che s'accompagnava alla
tribunicia potestas – P. e l'altro console non prendessero alcun provvedimento
in merito. Smith, Dictionary
of Greek and Roman Biography and Mythology, Boston: Little, Brown and Company. Cicerone,
Brutus; In Verrem, De officiis, Catalogo Perseo; Cornell-Bispham, The fragments
of roman historians, Oxford, Historicorum Romanorum reliquiae, Hermann Lipsiae,
in aedibus Teubneri; discussione su vita, opere e frammenti). Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia, Dizionario
di storia, PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute, Predecessore Console
romano Successore Gaio Fulvio Flacco e Publio Cornelio Scipione Emiliano II con
Publio Muzio Scevola Publio Popilio Lenate e Publio Rupilio V · D · M Storici
romani, Portale Antica Roma Portale
Biografie Categorie: Politici romani, Militari romani Storici romani Militari, Storici,
Consoli repubblicani romani Calpurnii. P. is the father-in-law of GIULIO CESARE and spends
years of his political life trying to prevent the civil war. He is a follower
of L’ORTO, under Filodemo’s tutelage. Filodemo lives in P.’s villa at
Herculaneum -- his library has been discovered there. Pisone – Roma – filosofia italiana
(Herculaneum). Pisone Cesonino. When he moves to Rome, Filone becomes friends
with Pisone Cesonino, who gives Filodemo a room at his villa at Herculaneum in which to live. At the villa, Filodemo co-ordinates P.’s ‘gruppo di
gioco’. Filodemo composes
poems and a history of philosophy. After he died, Filone’s parchments remain in
P.’s villa, where they were subsequently buried by the eruption of Vesuvio. With
the excavations, a number of parchments from the library are recovered. More remain buried. Lucio Calpurnio Pisone Cesonino. Lucio
Calpurnio Pisone Censorino. Lucio Calpurnio Pisone Frugi. Kewyords: Portico.
Grice e Pisone:
la ragione conversazionale del DE FINIBVS o del lizio romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza. (Roma)
Del Lizio, con mescolanze del portico e dell’accademia -- cioè eclettico --
trionfa della Spagna, ed e console. Detto eloquentissimo e dottissimo, scrive V
libri "DE FINIBVS" He is a friend of CICERONE, although they
eventually fall out. Cicerone uses him
in his ‘On moral ends’ to articulate the philosophy of the Portico. P.’s tutors
had been Antioco and STEASEA di Napoli. Marco
Pupio Pisone Calpurniano. Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano.
Grice e Pitea: la
ragione conversazionale della filosofia ligure -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He settles
in Marseglia, and achieves fame as a philosopher.
Grice e Pitodoro:
la ragione conversazionale della la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. A pupil of
Zenone – il Velino. Grice: “We know who Parmenide’s lover – beloved – was:
Zenone. And P. is Zenone’s. Nella
bimillenaria tradizione filosofica occidentale il termine «essere» ha
gio- cato un ruolo decisivo, e questo ha contribuito a rendere a
poco a poco del tut- to incomprensibile il significato originario dei
frammenti che ci restano del poe- ma di Parmenide di Elea. Ho già notato
che la contrapposizione folkloristica di Parmenide, guru dell'essere e di
Eraclito, guru del divenire, è degna dei giochi te- levisivi a quiz, ed
ha lo statuto epistemologico della canzoncina della Vispa Teresa.
Tuttavia, è bene ricordare al lettore almeno alcuni significati principali
assunti dal termine «essere» nel pensiero occidentale dalle origini ad
oggi. Trascurando qui gli antichi Greci, il primo significato
rilevante di «essere» è quello che lo identifica prima con l’Uno dei
neoplatonici e poi con il Dio monoteista dei cristiani e dei successivi
musulmani. Si tratta di una vera e propria onto-teo- logia unificata,
come dirà poi Martin Heidegger. A questa onto-teo-logia unificata,
mirabilmente sistematizzata da Tommaso d'Aquino e dalla teologia
domenicana medioevale — che risacralizzò così in forma “razionale”
l’unità ontologica del ma- crocosmo naturale e del microcosmo sociale —,
reagì fortemente prima il nomina- lismo sia laico (Abelardo) che
religioso (Guglielmo di Occam), e poi il panteismo rinascimentale
(Giordano Bruno). Il periodo storico della costituzione formalistica del
soggetto, da Cartesio a Kant, è un periodo di declino storico della
onto-teo-logia, e questo non certo a caso, in quanto l’onto-teo-logia
consacrava in quel periodo sto- rico il dominio simbolico delle vecchie
classi signorili e tardo-feudali, e la borghe- sia nascente era
interessata ad infrangere razionalmente il nucleo metafisico di questa
onto-teo-logia, e cioè l’unità delle categorie dell'essere e delle categorie
del pensiero. Il grande filosofo Kant infranse questa unità ontologica,
sostituendo la nuova religione gnoseologica borghese alla vecchia
religione onto-teo-logica tardo- feudale e signorile, e si acquistò così
la riconoscenza perenne di tutto il nuovo clero universitario. La
restaurazione della categoria di «essere» da parte di Hegel è basata
sull’attribuzione all'essere di una genericità assoluta, che si concretizza
e si determina progressivamente mediante una logica dialettica (Scienza
della logica, ecc.). Per Marx e poi per Lukécs il termine «essere» non
può che significare l’insie- me pensabile concettualmente della totalità
espressiva della società e della storia. L'Uno-Tutto non è però più
declinato in modo religioso e bimondano - come per Plotino ed i
neoplatonici - ma è costruito concettualmente con l'intreccio della per-
manenza ontologica («ciò che è, ed è eternamente») e della determinatezza
storica («il proprio tempo appreso nel pensiero»). È questo l’unico
possibile “ritorno” a Parmenide, non certo la ripetizione ieratica e
sapienzale (più esattamente: pseudo- 69 CAPITOLO
X jeratica e pseudosapienziale) secondo cui è da “pazzi” (e tutto
il mondo moderno sarebbe pazzo, al di fuori di un professore
universitario in pensione di Brescia) ritenere che le cose possano mutare
nel tempo. Parmenide, di cui presuppongo qui l'appartenenza alla
scuola pitagorica, già ampiamente attestata dalle fonti classiche, pensa
radicalmente un numero solo, il Numero Uno. Sostenendo la cosiddetta
«sfericità» dell'essere, non bisogna pensare che alluda ad una sorta di
palla splendente in cielo. Il termine sfairikòs significa infatti
congiuntamente “sferico” ed anche congiuntamente “globale”, “totale” e
“complessivo”. In greco moderno, duemila e cinquecento anni dopo Parmenide
(la non conoscenza del greco moderno, custode semantico incomparabile dei
signifi- cati originari della filosofia classica, rappresenta uno dei più
pittoreschi elementi di ignoranza dei professori europei di filosofia),
il termine sfairikòs continua ad avere lo stesso doppio significato
semantico; si dice, ad esempio, «un'idea globale del problema», «mia
sfairikì andilipsi tou provlimatos»). Non avrei fatto questa
“deviazione” semantica se non avessi voluto sottoline- are il fatto che
il termine parmenideo di «sfericità dell'essere» non allude ad un
gigantesco pallone aerostatico in cielo, ma connota semanticamente e
concettual- mente lo stesso oggetto teorico che Hegel e Marx (senza
contare anche Adorno, Marcuse e Luk4cs) hanno più tardi connotato in
termini di totalità espressiva. Certo, sarebbe sbagliato “attualizzare”
eccessivamente questa analogia, perché da un lato Parmenide non poteva
ancora “isolare” l'essere sociale dall'essere naturale, ma li pensava in
strettissima unità ontologica (vedremo più tardi che questo “isolamen-
to”, parzialmente anticipato da Aristotele, dovrà aspettare il Settecento
illuministi- co-borghese per poter essere concettualizzato e sviluppato),
e dall'altro non poteva ovviamente ragionare sulla base della distinzione
kantiana e della successiva ride- finizione hegeliana di intelletto
(Verstand) e di ragione (Vernunft). È quindi chiaro che il concetto di
«sfericità» di Parmenide ed il concetto di «totalità» in Hegel e Marx non
ricoprono esattamente lo stesso spazio teorico. E tuttavia, pur non rico-
prendolo, sono largamente comparabili, e questa comparabilità deve essere
messa alla base del ragionamento. Ma qual è l'esatta natura
storico-genetica ed ontologico-sociale del concet- to parmenideo di
«essere»? Di quale «sfericità», cioè di quale totalità è il riflesso
astrattizzato? Ammetto che non possiamo saperlo con certezza. Non possiamo
ar- rivarci con il metodo deduttivo diretto, e neppure con il metodo
induttivo indiret- to. Dovremo arrivarci con quello che Peirce chiama il
metodo «abduttivo», e cioè non il metodo di Aristotele (la deduzione) o
il metodo di Stuart Mill (l’induzione), ma il metodo di Sherlock Holmes e
di Hercule Poirot: succede X, un fatto straordinario ed inesplicabile; se
però Y è vero, X smette di essere straordinario ed inesplicabile, e diventa
invece razionalmente spiegabile. L'«essere» di Parmenide è un
tipico esempio di sfida all'abduzione. È infatti “straordinario” decidere
di chiamare «essere» la totalità «sferica» di tutto ciò che può essere
pensato. È allora plausibile che ci sia un sostrato socialeche fa da
riferi- mento materiale a questa concettualizzazione ideale. Si tratta di
discutere spregiu- 70 L'Essere di Parmenide come
metafora della stabilità e della permanenza nel tempo della buona
legislazione dicatamente tutte le ipotesi che ne possono essere
date, scartare le meno plausibili, ed accettare la più plausibile.
Alfred Sohn-Rethel, che è stato uno dei grandi fondatori del metodo della
de- duzione sociale delle categorie filosofiche (e che appunto per questa
ragione è oggi trascurato e dimenticato), ha cercato di dare una
spiegazione materialistica della categoria parmenidea di «essere».
Sohn-Rethel nota acutamente che il concetto di Essere in Parmenide è
caratterizzato da una totale genericità indeterminata (è infat- ti
indeterminato come l’apeiron di Anassimandro), e si chiede allora che cosa
possa aver causato questa indeterminatezza astratta assoluta. Se infatti
io penso in modo astratto — sostiene Sohn-Rethel — ci vorrà qualcosa di
astratto che faccia sì che io pensi astrattamente. E Sohn-Rethel ritiene
di individuare la sorgente materiale e sociale di questa “astrattezza”
nella moneta coniata, moneta coniata originatasi prima in Lidia, poi
passata dalla Lidia alle isole greche di Chio e di Egina, e pro-
gressivamente diffusasi in tutto lo spazio economico e culturale greco. La
moneta implica il passaggio dal baratto “concreto” allo scambio
“astratto”, perché con una moneta si possono comprare le cose più
diverse, indipendentemente dai materiali con cui sono costruite.
Non c'è dubbio che la moneta, insieme con la fusione dei metalli (e del
ferro in particolare), abbia giocato un ruolo decisivo nella costituzione
materiale della civiltà greca. La moneta è stata anche un fattore
primario per il sorgere dell’econo- mia schiavistica antica, perché ha
permesso di comprare gli schiavi come si com- prano tutte le altre merci,
mentre prima ci volevano guerre di conquista di tipo assiro-babilonese. E
tuttavia a mio avviso Sohn-Rethel si sbaglia. E si sbaglia di grosso,
nonostante il fatto che almeno “ci ha provato”, e gli sciocchi che
continua- no a proporre un concetto indefinibile, ieratico, sapienziale,
sacerdotale e «falsa- mente profondo» (come direbbe Hegel) di «essere»
non gli arrivano neppure alle caviglie. Chi ci prova può sbagliare, ma
chi non ci prova neppure resterà sempre a pestare sul suo quadratino di
terra, come un tempo facevano i soldati nel cortile delle caserme.
Sohn-Rethel sbaglia perché proietta nel lontano passato greco
l’importanza che la «forma merce» — e quindi il denaro come merce
astratta per eccellenza - ha assunto a partire dal Settecento europeo,
importanza che ha determinato prima l'economia politica di Adam Smith e
poi la critica dell'economia politica di Karl Marx. Per i Greci, ed in
particolare per i Greci del tempo di Parmenide, ciò che contava non era
la forma astratta del valore di scambio e della moneta coniata che ne era
la portatrice “astratta”, ma era proprio l'esatto contrario, e cioè la
buona legislazione comunitaria che ne permetteva la limitazione e la sua
sottomissione al metron. Come si vede, la realtà storica e concettuale è
invertita rispetto a come se la rappresenta Sohn-Rethel. Il
concetto generale ed astratto di Essere, infatti, presumibilmente non
deriva dalla proiezione della funzione mercantile-astratta della moneta
coniata, la cui introduzione nel mondo greco equivale appunto (e qui
Sohn-Rethel ha ragione) all’irruzione del Nulla nel mondo dell'Essere, ma
proprio al contrario, e cioè dal 71 CAPITOLO X
” x concetto di buona legislazione comunitaria, che essendo
“buona” è pensata come non migliorabile e non modificabile, e quindi
eterna, stabile e permanente. Parmenide allude certamente alla sua polis
di Elea, ed i suoi frammenti descrivono proprio le cavalle che salgono
sulla akropolis della sua città per un sentiero erto e difficile. E sono
queste cavalle concrete le portatrici materiali del concetto astratto di
«essere» inteso come proiezione “metafisica” della buona legislazione
comunitaria, dotata per ciò stesso di stabilità e di permanenza, e quindi
di “eternità”. Riflettere su Parmenide in modo
ieratico-sapienziale, destoricizzato, desocia- lizzato (e quindi privato
di ogni chiave di interpretazione semantica) e pomposo- giornalistico non
serve a niente, se non ad incrementare quella particolare forma di
idiozia presente in molti filosofi di “professione” fondata sull'idea che meno
ci si fa capire, più si è profondi. Se invece ci si accosta a Parmenide
in modo storico- genetico ed ontologico-sociale, allora si guadagnano
molti punti di vista illumi- nanti, nuovi ed inediti. In
primo luogo, che i Greci pensavano in modo «sferico», sulla base cioè
dell'idea di totalità espressiva, e questo modo «sferico» è esattamente quello
che verrà poi “restaurato” in forma storica da Hegel e da Marx. In
secondo luogo, che la permanenza e la stabilità “eterna” della buona
legislazione comunitaria sta alla base dell'idea sociale di “eternità” della
cultura occidentale. In terzo luogo, che tutte le forme di sensismo e di
empirismo non possono giungere a questo tipo di comprensione, e
nonostante si presentino come più “concrete” sono paradossal- mente molto
più “astratte” della stessa idea di Essere, perché questa idea allude
alla cosa più concreta di tutte, e cioè all'idea della coesione sociale e
comunitaria, mentre l’empirismo sacralizza invece concettualmente la
dispersione caotica degli atomi sociali individualizzati. In quarto
luogo, infine, che il concetto di Uno non ha bisogno necessariamente di
un supporto teologico per essere pensato (il Dio monoteistico cristiano,
musulmano ed ebraico), perché l’Uno stesso è del tutto au- tonomo ed
autofondato in modo logico ed ontologico. Bisogna quindi rispettare
l'onto-teo-logia, ed io la rispetto mille volte di più dell’empirismo e
del sensismo, ma essa non può essere “l’ultima parola” di una trattazione
ontologica dell’«essere». In quanto a Parmenide (ed affermo voluta- mente
una cosa paradossale e provocatoria!) la sua trattazione dell'essere
socia- le del suo tempo è filosoficamente del tutto omogenea alla
trattazione che ne farà Lukécs (e sulla sua scia, ma più modestamente,
chi scrive) nel suo tempo. In en- trambi i casi, l'essere sociale è
pensato in modo unitario con una categoria «sfe- rica». La differenza
ovviamente sta nel fatto che in Parmenide non può esistere la “storia”,
intesa come concetto universalistico di tipo trascendentale-riflessivo
(concetto sorto nella seconda metà del Settecento europeo sulla base di una
ge- nesi ideologica “borghese”), e per questa ragione la buona
legislazione comunitaria, concepita in modo pitagorico, viene
rappresentata nella forma della stabilità, della permanenza e della
eternità temporale. Oggi, sulla scorta di Eraclito, sappiamo invece che
il polemos non si può esorcizzare. Pitodoro. Keywords: VELIA, VELINO.
Pitodoro.
Grice e Pizzi: la ragione conversazionale e la regola
conversazionale di Boezio – la causa della cosa – adduzione e prova – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano. Grice: “About
time an Italian philosopher takes ‘la regola di Boezio’ seriously!” Studia a
Milano. Studia il condizionale contro-fattuale.
Insegna a Calabria e Siena, “Logica della prova” a Milano. Cura Hughes e
Cresswell, ed offre una panoramica completa e aggiornata della logica
intensionale. Ampliando questa linea di ricerca, compila due antologie con
introduzioni. Una dedicata al tempo e una dedicata al condizionale (se-ismo).
Compone una serie di saggi in cui viene introdotta una logica dell'implicazione
consequenziale. Il scopo della logica dell’implicazione con-sequenziale è
riformulare le basi della logica connessiva nel quadro della logica modale.
Questa traduzione consente di assiomatizzare un sistema G-HP che risulta
complete e decidibile mediante tableaux con un sviluppo verso una
generalizzazione di questi risultati. Altri temi di ricerca sono il problema
della definizione a della reduzione della necessita ai termini di contingenza,
l'applicazione del quadrato dell’opposizione e del cubo dell’opposizione al
modo, l'approccio al modo in termini di multi-imodo, cioè mediante l'impiego di
un linguaggio base avente come primitivi una moltitudine d’operatori modali –
contro la tesi dell’aequi-vocita di Grice. Nel campo della scienza il tema su
cui filosofa in modo preminente è stato quello del contro-fattuale della causa,
a cui dedica saggi destinati a un pubblico interessato all'epistemologia
giudiziaria alla Hart/Honoré– causation in the law. If you are looking for the
cause of what he did, what he did was very wrong – implicature! Sempre in questo settore compone un saggio
sull’adduzione, dove analizza un caso giudiziario controverso, il disastro di
Ustica. Sul tema di Ustica compone un saggio che contiene una discussione
metodologica delle indagini ancora aperte sul caso, in merito alle quali cura
attualmente un blog. Altre saggi: “Introduzione alla logica modale”
(Saggiatore, Milano); “La logica del tempo” (Boringhieri, Torino); “Leggi di
natura, modalita, ipotesi” (Feltrinelli, Milano); “Eventi e cause: na
prospettiva condizionalista” (Giuffre, Milano); “Diritto, abduzione e prova”
(Giuffre, Milano); “Ripensare Ustica, Createspace); “Implicazione logica”; “Causalità (filosofia) “Adduzione”; “Strage
d’Ustica, claudio pizzi it. wordpress.com. Since 1952 the kind of implication known as connerive
implication has been the focus of an original research program. The main formal
contributions in this area are due to Robert Angell (1] and Storrs McCall (8),
but the basic idea of connexive implication was clearly outlined by Everett
Nelson in the Thirties (13). Nelson was critical of the so-called Law of
Simplification, viz. the principle that, for every p and every 4, the
conjunction of p with q implies each one of the conjuncts. Clearly inferences
of this form are valid when p and q are jointly consistent. But what should we
say when they are not, for instance when q is just -p or when q is
-(P→P), which states that p cannot imply itself'? The idea of connection
which Nelson was trying to capture is characterized by the property that, if we
have the truth of A - B (where "-" relation of connexive implication)
we cannot also have the truth of A 4 -B. If we accept the logical principle A →
B- -(A → -B) - which we shall name Boethias' rule following Kielkopf?- along
with unrestricted substitution, then this leads to a rejection of
Simplification in the form (p^q) → q. If we had, in fact, (pAg) → g as a law of
logic, we would have by Uniform Substitution both (pAp) - p (asan instance of A
→ B) and also (pA-p) - -p (as an instance A → -B), a result: which is
incompatible with Boethius' Rule, If we assume that p → pis a valid
formula, and there seems no reason not to do so, and we accept it as an
instance of A - B, then by applying Boethius Rule we obtain what is known as
Aristotle's Thesis: -(p - -p). Aristotle's Thesis is the cornerstone of
connexive implication, since it states a new version of the Principle of
Non-Contradiction. Indeed, in connexive logic p — -p is the paradigm
contradiction. If L is a symbol for an arbitrary contradiction, then it follows
from Aristotle's Thesis that L- p cannot be a connexive thesis since p could be
exactly L, that is, an arbitrary tautology. (Henceforth we will symbolize an
arbitrary tautology by T). It is thus clear that connexive logies are "non-Scotian"
in the sense that in such logics contradictions can imply only contradictions
while tautologies are implied only by tautologies. What is the correct
formulation of Boethius' Rule in the object language? In the first papers
written by Angell and MeCall we find the law : (p → q) - -(p → -g)-Angell's
original system PAI (see (1]) was axiomatized as follows. (p→4)→(19→7→0p→7) (р→
-(gA)) - ((дЛр) → пг)) (р - q) → ((рАг) → (г Л)) (рА
(q Аг)) → (дА (рАг)) (р → q) → -(р → -q) -(pA-(p/p)) (p → q) - -(p→ 7g) (g→p)→(p→g пр - р Transformation Rules: RL. IfF SandPS → S' then I S' R2. If S and F S' then FS
NS' R3. If S and v is a propositional variable occurring in S, and S' is
obtained by Uniform Substitution of any t for u, t S' RA If S, and S' is
got by replacing any part, or all, of S by an erpression equivalent through
rules of abbremation, then 5' It should be noted that Modus Ponens is
formulated in terms of "—" and the same holds for R4, which amounts
to a Rule of Replacement for - -equivalents. Axiom 3 is a strong version
of the so-called Factor Law (Factor for short). If we define S and = as
usual in terms of A, - and V; we obtain the standard propositional
calculus PC as a sub-system. Notice that Axiom 5 is equivalent to (p → q) →
(pD 9). Thus, thanks to R1, any theorem of the form A - B also holds in
the weaker form A B. We then have at our disposal the derived rule A ++
B/A = B, but we do not have the converse rule, which would amount to
having as a rule Replacement of Proved Material Equivalents. This restriction
leads to some paradoxical results, for example that (pAp) cannot be replaced by
p since (pAp) - p is not a theorem of PAL (Note that we cannot derive this wff
by using (pAg) - q since the latter is not a theorem of connexive
logic).McCall's system CC1 (see (9]) turns out to be equivalent. to a system
obtained by extending PAI with the following axioms: p - (pAp) Ap) (pAp) - ((p- p) - (pAp)) ((p → q) → q) - g) (q Aq) - (р - р) pV
(((p→ p) → p) V ((gq) → p))) For a detailed criticism of PAI and CC1 the reader
is referred to (11]. These criti-cisins were accepted by Angell (see [2]), but
the attempt to overcome the difficulties pointed out by Montgomery and Routley
involves extending the formal language of connexive logic as it was initially
formulated, McCall's recent reformulation of connexive logic - named CFL in 9)
- also requires a reformulation of the language of the original formal system
since its formation rules prohibit wifs with iterated 2. Analytic and
synthetic consequential implication The logic of consequential
implication (see [15]) differs from the logic of connex-ive implication in a
number of respects, which can be outlined as follows: Firstly. Boethius'
rule is represented in the object language by (p → q) D -(p - -q) and not by (p
→ g) - -(p → -q). We will distinguish these two wits by calling the
first the Weak Boethius' Thesis (WBT) and the second the Strong Boethius'
Thesis (SBT). Secondly, Factor holds only in the following weakened
form: (WWE)→(T→ →PAT))→((p→9)3(p^r)→(qAr)).
Thirdly, a distinction is drawn between the logic of "analytical" and
"syntheti-cal" conditionals. The latter are conditionals whose truth
depends on a set of true statements which are contextually understood but not
explicitely stated. Counter-factual conditionals are paradigm examples of
context-dependent statements, and so they should be formalized as synthetical
consequential conditionals. However, intuitions concerning the logical
properties of synthetical conditionals are not clear. It appears that in
ordinary language we have a whole family of different condition-als, whose
logical properties we frequently confuse. To clarify the situation we can state
two minimal properties of the so-called "circumstantial operator «** ,
which can be read as "ceteris paribus" ("other things being
equal") or "rebus sie stantibus" ("things being thus and
so")%. The minimal requirements for the logic of this operator are
axiomatized as fol- lows: (i)
(i) (*ート)3 (p→上) The most natural definition of a synthetical
conditional is A > B = D/ *A - B. But many other definitions are
possible which satisfy the properties required forconsequential implication.
The weakest connective of this family is defined as fol-lows: 1 > B =
D/ (T → (*A 5 В)) A (-(Т → -В) Л-(Т→ - * А)) 3. Translations between logics of
consequential implication and standard modal logics If we want to stress
the similarities between connexive implication and consequential implication,
we should note that they are both compatible with Nelson's informal treatment
of implication. Historically speaking they both have a com-mmon ancestor in
Chrysippus conception of conditionals and so may be called Chrysippean
conditionals'. If, however, we want to stress the differences,
apart from the analytical/synthetical distinction which is mirrored by
the proposed extension of the object language, the most important difference
between the two formal theories is just their attitude toward Factor.
Intuitions about Factor are not clearly related to Aristotle's Thesis and
Beethius' Rule and they should be subjected to a specific analysis. Indeed it
may be claimed that Factor is implausible in the light of the underlying
motivations for introducing the notion of connexivity. To see why consider the
following argument. Suppose that p→ q stands for "If Smith is a
bachelor is a male" pAr stands for "Smith is a bachelor and
married" gAr stands for "Smith is a male and is married".
Then p → q stands for a statement describing a necessary connection
and pAr stands for a contradiction, while q Ar stands for a contingent
statement. Since the conjunction of p and r in this particular example is
consistent, deriving r by application of Simplification is connexively sound.
So along with (p - q) D ((pA) → (gr)) (Factor), we have also (gAr) → r and so,
by transitivity of *-*", (p +q) → ((р\т) - r). So assuming the necessary statement p - q we
conclude that "Smith is bachelor and married" (pAr), connexively implies
"Smith is married" (r). But this result is connexively unsound, since
the conjunction symbolized by pAr is inconsistent while r is not. This
argument could of course be questioned since it relies on the presupposition
that some instances of Simplification should be accepted. Now it does seem
plausible that at least the following weakened version of simplification should
be a theorem of connexive logic, since it states that Simplification holds
provided the antecedent is not equivalent to a contradiction and the consequent
is not equivalent to a tautology: (WS) (-(IHPAS)AT(TAT))3(0Ar)-) In
fact, this law can be proved even in the weakest calculus of consequential
implication in the class of systems which will be introduced in the next section".It
should be pointed out that consequential implication has different origins from
connexive implication since it originated in modal logic as a variant. of
strict implication. Given that contradictions may imply and be implied only by
contra-dictions, and tautologies imply and are implied only by tautologies, the
key idea of consequential implication can be expressed by saying that it
connects two propositions A and B when we have: (i) A strictly implies B:
0(A B) (ii) A and B have the same modal status. The sense of (ii) is that
if A → B is to hold then A and B are both necessary, or both impossible, or
both possible, or both not-necessary. Summing up, a relation of consequential
implication holds between A and B when we have C(A > B) A(0A = 0В) A (0A = 0В) A (-DA = -OB) A (-0A = -OB), which is equivalent
to •(AD B) A (DA = OB) A (04 = 0B), a wif which in normal modal systems
equals the simple D(AS B) A (OBS DA) A (OB O QA). The equivalence between A → B
and the latter formula suggests that we look for a translation between the
languages of modal logie and consequential implication. At this point it
is useful to set out some results about the interrelations between modal
systems and systems of consequential implication. For sake of simplicity we
will confine ourselves to the analytical fragment of logics of consequential
implica- Let Lo be the set of wifs resulting from standard combinations
of propositional variables p, q.r, parentheses (.), the primitive functors {L,
5, ) and the standard definitions of -, A, v. 0. Let L. be a language
which is like Lo with the only difference that replaces Let us define two
mappings: @ from L.., to Lo and a from Lu to L., by the following
conditions: 1a, pip)=p 28.中( )=上 3a. o(AD B) =・A)コo(B) 1a. 0(4-B)=0((A) (B)^ (0(B)>0())^(0(B)0(A)
1b. 4(p) = p 2b. (上) 上 36.2(A3B)=4(4)つ(B)
4b. 0(0A)=T= 0(A) A normal system in L_ is a set X C L containing all the
truth-functional tautologies and the wiis derived from the following
axioms: (PC). All the theorems of the classical propositional calculus
PC (a) (p→q4→r))(pir) (b) (T → (рал -(Т → -р) Л -(Т → 9)) Р (р → q) (с) - (Т → - (рАг)) > ((р→ g) Р ((рАт) → (дЛг)) (d) (Jp→g)2(9→
(p → 1) D (1→p) (1→ p)D (p→L) p. - p The rules are Uniform Substitution (US), Modus
Ponens (MP) and Replacement of Proved Material Equivalents (Eq). We shall
call the smallest normal system of consequential implication CIw. If we add the
Weak Boethius Thesis (p - q) D -(p → -q) (WBT) to CIw then we obtain a system
which we shall call CI, and if we add (p → q) (pS q) we obtain another system
which we shall call CIO. Let us now consider the weakest normal system of
modal logic, i.e. the well known system K which is axiomatized by adding to the
standard propositional calculus PC K1. 0(p)q D (Op 3 0g) with
MP,US, Nec (F A → - DA) as the only rules of inference. We now define a
translation between the systems X C L. and between Y C Lo as
follows: We say that X translates Y when, for every A € L... we have A €
X iff ф(A) € Y. We will say that (A) is the modal
counterpart of A. We say that Y translates X when, for every A € Lo, we
have A € Y iff 4(A) € X. 4(A) will be called the consequential counterpart of
A. Using these definitions we can prove the following metatheorems
[19]): If Y translates X and X is normal in L..,
then Y is normal in Lo. If
Fk 4 then Fciw #(A) If X
translates Y and Y is normal in La then X is normal in L... If FCiw A then Fk (A) For all A € L, Fciw A = 4(ó(A)) For all A € La, Fa A =ф(@(A)) K
translates CIw and CIw translates K If
X is normal in L., and Y is normal in L, then X translates Y iff Y translates
X. Suppose that X° C L.., Y" C Lo and X
is the smallest normal system L_, such that X" § X; Y is the smallest
normal system in Lo such that Y° CY; (a) € Y whenever a € X"; 4(a) € X
whenever a € Y. Then X and Y translate each other. Proposition 9 states that
and induce a one-one embedding between the theses of any normal system of modal
logic and the theses of the system of consequential implication which
translates it. Hence we can show that there is a one-one translation between CI
= CIw + (p → q) D -(p→ -g) and K + Op 3 Op (ie. the deontic system KD) and also
a one-one translation between CIO = CIw + (p → 9) D(pOg) and K+Op 3 p,
i.e. KT. Since -(p → -p) is equivalent to (p→q) D-p→ ng), CI is the
weakest system containing Aristotle's Thesis®.These results about translations
provide us with a decision procedure for all extensions of CIw whose modal
translation is decidable. Tableaux methods which are appliable to normal modal
logics turn out to be practical methods to test the validity of consequential
wifs. A remarkable by-product of this modal translation is that it
provides us with a tool for analyzing typically connexive wifs, and for
studying the properties of systems which are intermediate between systems of
connexive implication and systems of consequential implication. An
example of the kind of investigation which can be carried out in this way
concerns what we labelled earlier the Strong Boethius' Thesis SBT (which is
axiom 8 of Angell's PAI). The first question to ask is, of course, whether SBT
is a theorem of the basic systems of consequential implication CIw, CI, and
CI.O. This question was anwered negatively in [17] using a result of
[22]. In fact, the system KT has the so-called double cancellation property
(DCP), which we can state as follows: (DCP) If X is a normal modal
system, -x CA = OB and -x 0A = B, then -x A = B. Let us suppose
that (p → q) - -(p- -g) is a theorem of CI.O; then, by Reductio, in KT we
should have @(p → q) 3 (-(p → -q)) as a theorem, hence also (T - p) = (-(T →
-p)), which we know to be impossible, since the latter wif is equivalent
to the non-theorem Op = Op. The Strong Boethius' Thesis SBT cannot then
be a theorem of any system at least as strong as CIO. Let us call e-normal
every normal modal system such that the "erasure transformation"
yields valid PC-wffs (see [4], P. 23). Then, since Op Op is consistent
with every e- normal modal system, SBT is also consistent with any
consequential system which translates an e-normal modal system. The next
question is: since SBT is consistent with CIw, which is the modal system
translating CIw + SBT? The answer is as follows. Let us call the required
system CIw- and let us call the smallest fragment of La which contains the
following Kdf: (1D) OT (2F) 00p 3 00p The semantic properties
of Kdf are obtained by standard correspondence theory and can be described as
follows: Quasi-seriality: Wwva(wRy 3y aRy) ofunctionality Vutzty (wRy
AaRya(ヨr(wRがへ♥ぱRつ2=3)) (The latter wif is equivalent to the simpler
VwVrVy(wRy AzRy AaRa 52 =By an application of the Henkin technique for
completeness proofs, we obtain the following completeness result: THEOREM
4.1. A is a theorem if and only A holds at all the frames which are
quasi-serial and O-functional. This characterization result allows us to
find a quasi-serial and (Q-functional frame which refutes the converse of SBT.
We have thus: THEOREM 4.2. T2. -(p → ~g) → (pq) is not a CIw→
theorem. (See (18)). This result is not a trivial one, since in the
light of the application of (DCP) we have, for system CI.O. (a) Fcio A -
Biff Icio B = A from which it follows by replacement of material
equivalents that (b) Fcto A → Biff Icio B → A. We thus have the
rather unwelcome result that if SBT were added to CI.O the system would contain
its converse as well, and also the equivalence + (A → B) - -(A →
-B). Even if not strictly trivial, Ciw→ has properties which throw a
negative light on the Strong Boethius Thesis. For example, it can be proved
that the Denecessitation Rule (- DA → A) is admissible in any modal system X
iff Modus Ponens for + (If Fcro A → B and Fcio A then Fcro B) is an admissible
rule of its consequentialist translation. Now in Kdf we have a proof of
the wff (Op = p), while (Op = p) is refuted (see (18)). This proves that
Kdf does not admit Denecessitation, and hence that CIw- does not admit
Modus Ponens for →. But it can be proved that every extension of CIw- which
admits Modus Ponens for -, (such as CI.O) contains the undesirable equivalences
(p → q) = (g - p) and (p → q) = -(p → -q). Having Modus Ponens for
"—" means the possibility of interpreting "—"
as an implication connective, but this destroys the very possibility of
entertaining non-trivially the Strong Boethius Thesis. It can also be proved
that adding the characteristic axiom of CI.O, namely (p → q) D (p D4), to CIw-,
yields the equivalence p = (T = p), whose modal counterpart is the
collapse - formula P= Op). 5. Factor and consequential implication
- Let us now consider the formula which distinguishes connexive logic
from consequential logic, namely Factor. In systems of connexive logic we find
two variants of this law, which we we will call "Strong Factor" (SF)
and "Weak Factor" (WF). (SP) (p → q) → ((р^т) → (gAr)) (For the latter see, for instance,
(9]). An equivalential variant of WE may also be found in the literature,
viz. which is of course equivalent to (p - q) ((pAr) - (g))(see for
instance (2]). WFEq is unproblematic, since it can be shown that it is a
theorem of even the minimal system CIw. Since K is the modal translation of
CIw, it may be proved that the following wils are K-valid (where "_"
is the symbol for strict equivalence). ((pニタコロ((p/r)→(9^z)) (E)((ニタ)^(ロp=D4))2(0(g^7)2口(pAr))
(m)((#=4)^(0p^04)) 2(0(g^r)3Q(p/r)) Thus by applying the so-called Theorema
Praeclarum ((PS q)A(r 5 s)) 5 ((PAr) D (gAs)) it turns out that (p → q) 5Ф(рЛг) - (gAr)) is K-valid, and hence that (p +q) 3((рлг) → (gA)) is a CI-theorem. The problem of derivability
then concerns the two wffs SF and WF The first result to be noticed is
that SF is inconsistent with any system of consequential implication which
contains the Weak Boethius Thesis or, which amounts to the same thing,
Aristotle's Thesis. If SF were a theorem of CI, in fact, we would have the
following proof: (р - -р) - ((рЛ-р) - (-рЛ тр)) (р- -р) - ((рАтр) - -р) 3) (p→ Jp) =1 1-
((рА-р) → тр) 1→
(p - T) SF(-P/g) 1), PC + -(p--p) = T, Eq , 2), Eq ,
Az. (d) The modal counterpart of line 5) is the wif -OOp, which is inconsistent
with every normal system containing OT, namely with the modal counterpart of
Aristotle Thesis. In fact an instance of it is -QOT, while in KD from T we
have However, it is to be noted that WF is consistent with every
extension of CIw translating some e-normal system. This can be easily proved by
replacing every occurrence of "—" with "=" in the axioms
and checking that (i) the resulting wifs are PC-valid and (ii) the rules preserve
the PC-validity of the transformed wffs. If we now apply the
transformation to WF we obtain (P=q) > ((pAr) = (gA)). which is a
PC-thesis. Thus, by a standard argument, we can prove that WE is
consistent with CIw and with every extension of CIw whose axioms have
PC-valid The problem with WF is indeed not inconsisteney but the fact
that adding WF to Cl yields counterintuitive results, which may be compared to
the result of adding Strong Boethius Thesis to system admitting
Denecessitation. It is remarkable, in fact, that by adding WE to CI we lose the
asymmetry of the arrow, since we may prove the equivalence between (p → q) and
(q p). This may be seen looking at the following proof, in which A and A are
introduced by the two definitions: (Def) 0A =DJ -(T→-A). Thanks to
such definitions (one of which is of course redundant) and to the mentioned
embedding results, we know that every theorem of K belongs to CI + DefO.It is
useful to recall that in CI + DefO (we have the equivalence (→)(口(pコg)^(コ(p) ^ (0g 3ロp)) =n→q We may
then exhibit the following proof: 1) (p→9)3((pAr)→(9^r))
(р → q) 3 ((р\-р) → (gA-р)) (р → q) D (1→ (g-р)) WF , тр/г ,
1= (р.Л-р) ,
(d), (e), (f) (→) ,
5), Defu K 7), (-) 6), 8). 6)(p→g)コロ(p=q) 7)ロ(p=4つ((ロp3ロ/)^(Op3^4) ^ロ(92p))
8) 0(p=q) > (9-p) 9) (p→9) 3(91p) A simple consequence of 9) is the theorem
(1)(p→g)=(g→p) which asserts the equivalence between → and
-. On the other hand, suppose we add (S) (p - g) 3 (g -p) as
an axiom to CI, so to obtain a system CI+S. Obviously we have (-) as a theorem
of CI+S. But since we already know that (p - q) > ((pAr) → (qA)) is a
theorem of CI, we have by replacement (p → 4) - ((р\г) - (gA)), i.e. WF, as a theorem of CI+S. So, if X is
any system containing CI, CIW is equivalent to CI+S. 6. Factor and a
non-contrapositive variant of consequential implication An interesting
property of systems of consequential implications is that by introducing the
definitions of the modal operators in terms of the arrow we may define
different arrow-operators which are variants of the standard arrow operator
which have the minimal properties originally required for connexive
implication. For example, we may define a new arrow in terms of O as
follows (→)4→B=Dロ(43B)^(QB3>4)
and also define a second couple of modal operators as (ロロ4=D/T=4 (ペ)4=Dr→ロ4、 Of course we have that A - B imples A → B but
not vice-versa, while it is straightforward to prove that D°A is equivalent to
CA and 0°A is equivalent to •A' The logie of = can be proved to be
slightly different from the one of →, even if it is clearly a logic of a
connective endowed with the properties of consequential implication. Among its
theorems we have in fact (WB→)(p=9) 3ー(p= -9)(AT →)
-(p→ p) (1→)((p34)^(p) コ(p=g)
(2=)(1=4=(4→1) We lose Contraposition for → in its standard
form but we have the advantage that Simplification holds in the manageable
variant (S →0(pAq) D((pAq) → q). It may be proved (but we will not
do so now) that the fragment of CI containing only truth-functional wffs, and
→-wfis can be axiomatized in a system which we will name CI→, and that the
truth-functional and →-fragment of CIO, CI.O=, is definitionally equivalent to
CI.O itself*. What we want to do now is to extend CI not with WF but with
its →-variant which is (WF →)(p → q) 3 ((рАг) → (9Л г)). Since (Og A Op) implies (gAr) @(pAr), a
straightforward result of this new axiomatization is that (3 →) ((р » q) A(0q> D)) О ((рАт) → (дЛг)) ЛО(дАт) рО(рЛг)) is a theorem (by Theorema Praeclarum). But
since (3 →) is indeed equivalent to (WF) thanks to (-), we have that every
theorem of CI+WF is also a theorem of CI+WF=. What we may now prove is
that there is a one-one embedding between CI= +WF and a modal system which in
the literature is known as KD!, where KD! is KD +045 DA (see [4), p. 83). An
established result concerning KD! is that KD! is characterized by the class of
the frames whose accessibility relation is both functional:
Vryz(rRy AaRz Sy = 2) and serial: VaZycRy. Now we can prove the following
two theorems: MTI: If -KD: A then Fci»+ WE WA MT2: If -cI»+WP A then
F-KD: ' A MT1 The proof is by induction on the length of the proofs. We
already know that the consequential counterparts of axioms of KD are theorems
of CI→+WF and that the rules of KD preserve such a property. What we have to
add to what is already known is the proof that Op D Opie.-(T → -p) (T → p) is a
theorem of CI+WF→. The proof is as follows: 1) (p→4)3((p^r)→(g^r))
(p → 4) Р ((рА тр) → (g Л -р)) (р → q) D (1→ (фЛ -р)) (p→q)
00(93 p)) 5) 0(pハリ→う(T→(9つ(P^q)) 6) 0(pAg) → (pAq) →9))
7) 0((p^4)つ(T→(92p^g))) WF , пр/т ,
1= (pA-p) 3.Dejo' 4)p Ag/p (S →) 6), 5)0p 2 0p 7)T/9,DefD%,F
D°p=Op MT2 (Sketch of the proof) We simply have to show that the modal
counterparts of the axioms of CI+ WF→ are valid in all serial and functional
frames, that is in all serial and functional models. We already know that the
modal counterpart of the axioms of CI hold in all serial models, so a fortiori
in all serial and functional models. We have simply to show that the modal
counterpart of WF→ is valid in every serial and functional model. This
fact is established by the following closed tableaux, where the first world w
sees one and only one world w10, w' The above wif is then KD!-
valid and, by the completeness of KD!, a KD!-theorem. Thus, since the wff
D(p 5 q) 5 0((pAr) 5 (gAr)) is a theorem of all normal systems of modal
logic, (Op 3g)^(ogコ 0p)) 3 (口((pAr) コ(gAr))^(>gAr)コ•(pAr)) is a KD! theorem. But this formula is the modal
counterpart of WF→. This completes the proof of the definitional
equivalence of the two systems. The partial collapse of modal
distinctions which occurrs in KD! is mirrored by a counterintuitive theorem of
CI+WF→: as we can easily check by using the KD!-tableaux, a theorem of CI+ WF →
is the converse of Boethius Thesis, namely (CB) -(p→ ng) > (p → q)
which can be proved also in a -version. 7. A recent connexive logic containing
Factor The preceding negative result about weak and strong Factor Law
casts a shadow over all systems of consequential implication containing WE. The
analytic fragment of the system named CA*1 in [14) contains WF and, being
closed under the replacement of material equivalents, it can be proved to
contain also the undesirable equivalence (p → q) = (q → p). This system
then has an interest only as a limit case of a connexive-consequential
system. Another example is given by McCall's system CFL (see [8]), whose
language does not allow the iteration of arrows, CFL is axiomatized as
follows: 1. (p-42((*→p)2(→g2(p34)つ(19コt)2(par)) 3. (p→9)コ((pAr)→(rAg))
(pA(g^r))→((p^q) ^r)) (pA-p)
- (qA-q) p - (pAp) (рАр) - р 9, -p → P ((p/9)→(P^→P))^(pV→4)) 3(p→g)) (р - 9) 3 -(р- -q) (9
→ -p) 5 (p--g) pコ(p→ (pap)) (p → (pp)) Рр The only primitive rules are Uniform Substitution and
MP for 3. In CFL p → (pOp) is assigned the meaning of "p is
true" (not. "p is necessary") and p - q turns out to be
equivalent to (T → (p q)) A (q p). In [9) R.K. Meyer showed that if we define
the arrow in this way: (*)A → B =Dj (A - 3B) ^ (A = B) then the
first degree fragment of the systems S1-S5 is exactly CFL. The result is
unwelcome, since the arrow seems to identify a particular subclass of material
equivalences. On this subject, note also that we have (A - B) > (B 5 A)
and ((A - B) A B) D A. So, if we want to interpret "—" as an
implication connective, we have to face something which recalls the fallacia
consequentis. McCall sees two possible ways to solve this problem: 1)
dropping the restriction to first degree wils, and 2) introducing axioms which
are not equivalential. It is worth noticing that the minimal system of
consequential implication CIw satisfies both McCall's conditions. Its formation
rules are here unrestricted, while axiom (f), ie. (L-p) > (p -L), is a
simple example of a wff which does not admit Meyer's interpretation: the wff
((1 -3p) Ap =1) 3 ((p- 3 1) Ap al) is in fact underivable even in S5, so that
(f) is not a theorem of CFL. However, a more direct move would be to remove the
factor law WE and replace it with some of the weakened variants of it which
have been examined in the present paper. If we introduce this
modification it is no longer true that the resulting system is coincident with
the first degree fragment of S1-S5. We conclude by noting that (p - q) D
((pAr) - q) is neither a law of connex-ive logies, nor of consequential
implication logics. If it were, by substituting p for q we would have (pAr) -
p, which is not a theorem of consequential implication logics. If we call (p →
q) > (pAr) - q) the "principle of monotonicity", we can then say
that → symbolizes a particular kind of monotonie implication. add that also
Weak Factor (WF) may justifiably be said to express a monotonicity principle of
implication". Thus the representation of the arrow as a symbol for
aparticular kind of non-monotonic implication receives a support from the fact
that we have to exclude Factor Law from logics of consequential implications
and to work only with suitable modifications of it 12. ANGELL, R.B. A
Propositional Logic with Subjunctive Conditionals, Journal of Symbolie Logic,
XXVII, 1962, pp. 327-343. ANGELL, R.B. Tre logiche dei
condizionali congiuntivi in Pizzi C. (a cura di) Leggi di Natura, Modalità,
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1-76. CHELLAS, B. Modal Logic, Cambridge U.P., Cambridge 1980.
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1977. LEWIS, D.K. Counterfactuals. Oxford, Blackwell, 1973. LOWE,
J. If 4 and B then A, Analysis, XIV, 1985, pp. 93-98. McCALL, S.
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The Logic of Relevance and Necessity, vol. I, Princeton U.P., 1975, pp. 434-
452. MEYER, R.K. The Poorman's Connexivo
Implication, Relevant Logic Newsletter, II, 1977. MONTGOMERY, H. e ROUTLEY, R. On systems Containing
Aristotle's Thesis, Journal of Symbolic Logic, XXXIII, 1968, pp. 82-96. NASTI
DE VINCENTIS M., Stoic implication and Stoic Modalities, in G. Corsi, C.
Man-gione, M. Mugnai (eds.), Le teorie delle modaliti, Bologns, CLUBB, 1989,
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Conditionals, in A. Carsetti, M. Mondadori, G. Sandri (eds.), Semantica,
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C. Implicazione crisippen e dipenden contestuale, Diancia 3, 1998, pp. 25-44. PIZZI, C. and WILLIAMSON T., Strong Boethius' Thesis
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Simplification Invalid?, Notre Dame journal of For mal Logic, XXXII, 1991, pp.
248-54. VAN BENTHEM, J.F.A.K. Essays in Logical
Semantica, Reidel, Dordrecht 1986. 122] WILLIAMSON T. Verification,
Filsification and Cancellation in KT, Notre Dame Journal of Formal Logic, 1990,
vol. 31, pp. 286-290.Claudio Pizzi. Pizzi.
Keywords: la regola di Boezio, la tragedia d’Ustica, il se, condizionale
contro-fattico, Grice, il modo, operatore di modo, cubo di Aristotele, il cubo
dell’opposizione, opposizione quadratica, opposizione cubica, prova, causa,
probabilita, l’idea di causa, ‘Actions and Events’ – causa ed aitia – il
significato di causa in Cicerone – di causa a cosa – causa come latinismo – uso
di cosa come causa – evoluzione della cosa dalla causa – della causa della cosa
– implicazione, interplicazione, explicazione, interplicazione. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Pizzi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice e Pizzorno: la ragione conversazionale -- J.
Grice è la politica assoluta – filosofia del sindacato, filosofia fascista – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Trieste).
Filosofo italiano. Studia a Torino. Insegna ad Urbino, Milano e Fiesole. Oltre
agl’importanti studi sulla materia sociologica conduce ricerche di sociologia
economica e politica, in special modo sulle organizzazioni sindacali e il conflitti
di classi sociali, sulla politica e i suoi aspetti, sui rapporti tra sistemi
politici ed economici nella società. Saggi: “Le V classi sociali” (Il Mulino);
“Comunità e razionalizzazione” (Einaudi); “Lotte operaie e sindacato”, “Le
regole del pluralismo”; “I soggetti del pluralismo”; “Classi, partiti,
sindacati (Bologna); “Le radici della politica assoluta” (Feltrinelli): “Il
potere dei giudici” ("Il nocciolo", Laterza); “Il velo della
diversità: studi su razionalità e ri-conoscimento (Feltrinelli); “Sulla maschera”
(Il Mulino). Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia. Grice: “The reason why Pizzorno – bless his soul – does not
criticise fascism, is that he possibly finds his theory of ‘communitarianism,
razionalization and community, and the appeal to Tonnies’s community, almost
too fascist to be true! – it’s the ‘bund’ – and other fascist conceptions against
which i sindacati had to fight during the ventennio fascista!”. Grice: “The
pity with P. is that he focuses on sindacati as from 1968, when he was getting
drunk in Paris! He should have studied the sindicati during the veintennio
fascista!” -- Grice: “I am pleased that P. quotes me. He apparently says that
he is not into ‘conversation’ in the *sense* (senso) of Grice. Footnote there.
When the index was compiled, P., who is at Oxford at the time and could have
asked (or axed), had no idea what my Christian name was, so he follows
Speranza’s advice: ‘when you do not know the first name or Christian name use
‘John’’ – so he did. (The corollary to Speranza’s corollary is: when you don’t
know the surname, use ‘Smith’). So
Grice, J. I became in his name index!”. Avrei dovuto annotarmi il giorno
esatto, in fondo cambio la mia vita (se mai si può dire che ci sono giorni che
cambiano la vita di una persona), ricordo solo che era l'estate del 1953, e che
era la prima volta in assoluto che andavo a un colloquio di assunzione.
Probabilmente ero intimidito, ma non poi moltissimo, anzi, piuttosto
distaccato, perché quello che mi stava accadendo, o meglio, che si disegnava
come un'assai evanescente possibilità che acca-desse, apparteneva a un mondo
cosi diverso da quello cui le mie vicende avevano appartenuto fino ad allora,
che il suo realizzarsi o meno non solo lo tenevo per incommensurabile con i
riferimenti di cui disponevo, ma non arrivava a suscitarmi nessuna precisa
emozione. La stagione parigina per il momento era inevitabilmente da chiudere.
Non avevo più lavoro fisso (da un anno non ero più lettore d'italiano ai licei
Louis Le Grand e Henry IV, e ci stavamo mantenendo, mia moglie Anne e io, con
il suo stipendio di giovane ingegnere in un laboratorio di disegno acronautico
e con miei incarichi saltuari e lezioni private). Concluso tra un anno il mio
diploma a Hautes Études, cosa avrei poi fatto? Mi avevano offerto un incarico
di Histoire et ciilisation italienne all'Università di Algeri. Non avevo detto
di no ed ero pronto ad accet-tarlo, un vagabondaggio dispersivo in più,
dopotutto, come lo erano stati gli anni di Vienna e di Parigi, ma questa volta
assai più per ripiego che per entusiasmo o curiosità; e speravo che mi
capitassero altre occasioni. Non erano quelli anni in cui le «occasio-ni» ti
capitavano addosso mentre camminavi per la strada, ma una me ne capito.
Il colloquio me lo aveva procurato un'amica dei tempi del-l'università.
Olivetti sta cercando giovani laureati, mi scrisse, per aiutarlo a mettere in
piedi un'organizzazione culturale. Quando vieni a Torino ti vedrebbe
volentieri. Mi trovai così dall'altra parte di un tavolo al quale era
seduto Adriano Olivetti, che mi guardava, in quel modo che poi capii era il suo
naturale, non dritto in faccia, ma quasi di sottecchi, con uno sguardo che si
muoveva qua e là verso il basso, timidamente, si sarebbe detto, ma di cui si
capiva la cura di essere insieme gentile e seriamente interrogativo, e forse
celava un'attenzione a non imbarazzare l'altro. Gli raccontavo di quello che
avevo fatto a Pari-gi, il lettorato, le ricerche alla VIème Section di Hautes
Etudes. Non ricordo se accennai al lungo lavoro antropologico-teatrale
sulla «maschera», frutto di quelle ricerche, e che avevo appena fi-nito. Se non
lo feci, malgrado mi stipasse ancora piena la mente, fu forse perché ero
trattenuto dall'incongruità di quel tema rispetto al mondo nel quale attraverso
quell'intervista mi si prospettava di farmi penetrare. Ma se la ragione era
questa sbagliavo. Non soltanto perché quel mondo, scopri poi, includeva
personaggi dai più vari e multicolori trascorsi culturali; ma anche per-ché, in
due sensi più specifici, uno facile da intuire, uno invece del tutto
imprevedibile, come si vedrà, proprio quel mio lavoro sarebbe stato una sorta
di chiave di entrata in quel mondo. Ritenni invece più appropriato raccontargli
che nel 1948-49, con lo pseudonimo di Andrea Marini, avevo scritto diverse
corrispondenze da Parigi per «Comunità», allora settimanale, e che negli anni
suc-cessivi, quando ero a Vienna, per «Comunità» mensile avevo scritto alcuni
articoli di critica d'arte. Lui mi chiese se avessi mai sentito parlare di
«Economie et Humanisme», la rivista dei domenicani di sinistra, le cui idee,
seppi poi, erano molto vicine alle sue. No, non ne avevo mai sentito parlare, e
lui, per non imbaraz-zarmi, attenuò subito il rilievo di quella circostanza.
Cercò di spiegarmi a quale incarico mi avrebbe destinato se fossi andato a
Ivrea. Sarei stato assunto in fabbrica, ma il compito non avrebbe avuto a che
fare con le attività produttive, si sarebbe trattato piuttosto di un compito
culturale, fuori della fabbrica, non era ancora ben definito, lo si sarebbe
definito un po' alla volta. Non siesprimeva del tutto chiaramente, ma pensai
che fosse logico per me non capire situazioni così lontane dall'esperienza che
avevo avuto fino ad allora, e non feci troppe domande. Invece le ragioni della
non chiarezza erano altre, lo avrei capito in seguito, e quando lo capii mi
trovai davanti, come dirò, a scelte non facili. Nei giorni seguenti non
dico che dimenticai l'intervista, ma non ci pensai troppo, non contavo che
avrebbe avuto seguito, e poi, come succede in questi casi, anche per chi non
abbia pratica dell'eserciziario stoico, si mette in marcia la premeditatio
malo-rum, quell'operazione mentale che censura ogni pensiero sui possibili
eventi desiderabili, in modo da evitare che ci si debba sentire delusi se poi
tutt'altro succede. Andai a Roma, dov'erano i miei, che volevo far conoscere a
mia moglie, che avevo sposato in Fran-cia, e anche per riuscire io a conoscere
qualcuno, dopo anni che di fatto mancavo dall'Italia. Inoltre, avevo mandato a
«Nuovi Ar-gomenti», se ben ricordo consigliato da Franco Lucentini, mio
compagno di disoccupate riflessioni nei caffè della rue de Tour-non, quel
saggio sulla «maschera» di cui ho appena parlato. Mi avevano risposto che il
saggio era piaciuto, ma era troppo lungo e poco adatto alla rivista. Era la
solita risposta, mi ero detto; ma poi aggiungevano che l'avevano passato a un
loro lettore, Bobi Baz-len, il quale ci teneva a parlarmene, eventualmente per
consigliarmi cosa fare. 2. Bobi Bazlen Si è scritto a iosa, a parer
mio esageratamente e imprecisamente, sul ruolo che ha avuto per una certa
cultura italiana questa sirena ombrosa e misteriosa, si è detto della sua
influenza su Montale per la scoperta di Svevo e di altre sue scoperte di
scrittori marginali e fuori della via maestra, e del suo gusto per l'inedito,
l'anomalo, l'inconsueto, il prezioso. Se ne è scritto molto, dicevo, e negli
anni è capitato anche a me di leggerne, ma allora, rientrando in Ita-lia, pur
montaliano e sveviano di adolescenza com'ero, questo personaggio mi era
sconosciuto. Ne chiesi a Giampiero Carocci (credo che anche a lui fossi stato
indirizzato da Lucentini, perché in quei giorni, rientrando in Italia dopo
anni, andavo un po' a ten- toni, soprattutto fuori da Torino,
quanto a incontrare persone in-teressanti); e lui mi parlò con molte, anche se
sibilline, esclamazioni elogiative, di questo Bobi Bazlen, delle sue vastissime
letture in molte lingue, del suo gusto raffinato e sicuro, della sua intuizione
critica e via discorrendo. Concludendo che era certo la persona più appropriata
per giudicare il mio saggio. I grandi elogi che Bobi Bazlen profondeva su
quel mio testo, quando, sorridente e cortesissimo, mi ricevette nel suo
appartamentino di via Margutta (o era via del Babuino?), per le vaste letture
antropologiche che vi trasparivano, di un tipo che nessuno in Italia, diceva,
si sognava di fare (ragione per la quale, del resto, era difficile pensare a
una rivista nella quale pubblicarlo...), per l'interesse della tesi che
esponevo e via discorrendo, mi lusingarono certamente assai; ma, senza sapere
veramente il perché, e pur ringraziando ripetutamente e con il dovuto imbarazzo,
rimanevo, come dire, un pochino sulle mie. Bazlen aveva letto bene il mio testo
- senza darlo a vedere avevo manovrato il discorso in modo da accertarmene -,
ma non volle entrare nella discussione del conte-nuto, Il suo, capii, era un
apprezzamento di gusto, di pelle. E, forse influenzato dall'impressione di
quell'incontro, quando lessi molti anni dopo alcuni suoi scritti, Lettere
all'editore (o un titolo simile), mi sembrò di capire che quello era in genere
il suo modo di giudicare. Apparteneva, ne dedussi, a quel tipo di persone che
leggono voracemente di tutto, senza qualche piano preciso, e hanno la capacità
di intuire immediatamente quali siano le cose di qualità e quali le altre, o
meglio, quali avranno successo e quali no, ma non sanno articolarne le ragioni.
Sanno mostrare, in un testo, dove stia la pepita d'oro e dove la spazzatura, e
quando te lo mostrano non puoi che dargli ragione, ma si astengono poi dal
tradurre i loro giudizi in un linguaggio critico. Probabilmente perché
rifiutano di costringere le loro intuizioni in concetti discipli-nati,
concetti, voglio dire, che siano ricevibili da una disciplina cri-tica, e
quindi sortoponibili a un uditorio non familiare, in grado, per dir così, di
valutarli autonomamente, staccandosi dal dialogo diretto con la persona che li
formula. Destinano i loro giudizi a pochi intimi, sottovoce, quasi in a parte,
pronti a ritrarsi di fronte a chi li metta in discussione; che poi diresti che
si sentirebbero of-fesi, se, ascoltandoli, ti venisse di chiedergli «perché?»
perché quel testo lo ritengano di gran valore, e invece quell'altro buttar via;
potrai tutt'al più mormorate qualche sfumato accenno didissenso, questo lo
sopportano, anche se con esclamazioni di meraviglia per tale inaspettata non
concordanza; o con congedante freddezza, se il dissenso dovesse venir
reiterato; ma la domanda di spiegazioni no, non puoi farla, perché non saresti
più uno dei loro, uno per il quale le ragioni dei giudizi debbono rimanere
ov-vie, intese tra affini, sigillanti l'implicita comune appartenenza.
Chi abbia conosciuto Bobi Bazlen meglio di me (io gli parlai a lungo solo quel
pomeriggio, e poi un'altra volta, in casa di amici, ma stava in un angolo
sorridente e silenzioso, mi accorsi che forse era timido), magari dissentirà da
questa mia caratterizzazione. Ma il tipo che mi sembrava di aver
riconosciuto era quello. Ed è un tipo che ritrovo in altri amici miei, pur
diversissimi per più di un tratto da Bobi Bazlen. Mi viene in mente, e la
collego con il tipo che sto cercando di ricostruire, una indimenticabile
performance di Fruttero e Lucentini in sei trasmissioni televisive, di alcuni
anni fa. Gli era stato dato l'incarico di commentare per il pubblico
televisivo, ogni serata, un certo numero di libri, recenti e no. Lo facevano
pantofolando con grande agio e ironia da una stanza all'altra di casa Fruttero,
da uno scaffale all'altro, prendendo un libro - potevano essere i Promessi
Sposi, piuttosto che la Cousine Bette o Il mondo secondo Garp o invece un
romanzo appena uscito - lo tenevano in mano qualche secondo, se lo mostravano
scambiandosi esclamazioni di compiacimento, approva-zione, entusiasmo o
visibilio appena trattenuto, raccontavano un po la trama, ma non più che in due
parole, indicavano quali erano i passaggi più straordinari, da non mancare, e
quando avevano riposto il libro su di un tavolo non si era ancora capito perché
mai lo dovessimo ritenere un bel libro. Uno spettacolo, fatto di nien-
te, ma a modo suo esilarante. Uscii contento degli elogi ricevuti, si è
sempre contenti quando qualcuno ti dice anche solo di aver letto con interesse
un testo che hai appena scritto, e che magari sei insicuro che valga; ma senza
che avessi l'impressione, per dirla un po' volgarmente, di aver intascato un
granché. Il saggio non mi aveva detto dove avrei potuto pubblicarlo (me ne
dimenticai, e solo alcuni anni dopo Edgar Morin, a cui l'avevano dato da
leggere, lo passo ai «Cahiers Madeleine Renault-Jean Louis Barrault», che lo
fecero tradurre in francese e lo pubblicarono), né mi aveva fatto altre
proposte di collaborazione o incontri. Insomma ero al punto diprima. Ripensavo
soprattutto, andandomene verso piazza di Spa-gna, a quella specie di elogio
della «non professionalità» sul quale Bazlen si era dilungato con esclamazioni
e giudizi che mi argomentava e amplificava come se fosse ovvio che dovessi
condividerli (e non erano giudizi estetici, in questo caso, ovviamente, ma
etici; o forse, è vero, etico-estetici). Essendo al corrente delle mie
peregrinazioni fuori d'Italia, ed essendo al corrente di quel mio, dopo tanto
andare, essere ancora senza un mestiere (e lo avevo informato che aspettavo una
risposta da Adriano Olivetti per una possibile assunzione), credette forse di
mostrarmi amicizia dicendo che anche lui era stato sempre senza un me-stiere,
perché appena si accorgeva che in qualche modo stava per venire imprigionato
nella gabbia anche dorata di un mestiere si ritraeva, come per istintiva
renitenza. E cosi che aveva sempre conservato la sua libertà, concludeva. Io
sorridevo annuendo, ma senza contribuire con miei argomenti, perché di quel
tipo di libertà mi sembrava di aver già goduto in eccesso, e mi sentivo ben
disposto a non ritrarmi se si fosse aperta la porta di qualche gabbia dorata,
come quella dell'Olivetti, appunto. Ma forse la vera ragione, di fronte al suo
elogio della non professionalità, della mia renitenza ad andare al di là di
quel mio annuire un po' stac- cato, era che quel mio testo stesso
su cui ci eravamo incontrati, pur non strettamente accademico, rifletteva per
me chiaramente una tensione verso qualche cosa che sarebbe proprio potuto
diventare mestiere (anche se poi il mestiere che ho acquisito, o che credo di
aver acquisito, è stato un po' diverso), frutto com'era di lunghi mesi di
letture concentrate su un preciso tema, giornate intere alla biblioteca del
Musée de l'Homme, a pranzare con un panino, storzi di chiarezza nell'esporre
una tesi, rigore, o speranza di rigore, nello sceverare la letteratura
antropologica attendibile da quella che non lo era. E in fondo ciò cui io
ambivo era proprio di impadronirmi meglio di quel mestiere. Sarebbe ora stata
interrotta, quella mia tensione, nel caso fossi entrato all'Olivetti?
L'incontro con Bobi Bazlen mi aveva lasciato al punto di prima. O così mi
pareva. Ma mi sbagliavo, come si vedrà. Quando si ha, era il mio caso, un
gran rispetto per le vie segrete del destino, ci si deve astenere dallo sforzo
ibristico di immaginarne le tracce prima di calpestarle veramente.Una settimana
o due più tardi ricevetti una lettera che mi convocava a Ivrea. Arrivai in
questa città un po' sformata, cosi fuori dal mondo in cui avevo vissuto fino a
qualche mese prima, ma che sarebbe stata per tre anni la mia - non so quanto
capace, durante quei tre anni, di infondermi il sentimento che vi appartenessi,
ma certo anche oggi, dopo più di quarant'anni, rimasta ben distinta e pesante
nella mia memoria -, lasciai la valigia all'albergo Dora, che avrei imparato
esser luogo celebrato nel folklore del mondo dirigenziale Olivetti per incontri,
intrighi, sollazzi e imbarazzi, ritornai sui mici passi, oltrepassai la
stazione, per imboccare la ben acciottolata via Jervis, costeggiai la
lunghissima facciata di vetro della fabbrica, mi sembrava di scivolare lungo
una pagina di «Do-mus» o «Casabella», e salii al Sancta Sanctorum, cioè negli
uffici della presidenza. Adriano Olivetti era già da qualche tempo ma-
lato, mi dicono, ma intanto avrei potuto incontrare qualche diri-gente, Mi
conduce prima degli altri nel suo ufficio, gentilissimo, Ignazio Weiss,
direttore del Servizio pubblicità, e il primo nome che mi fa è, sorpresa!
sorpresa!, quello di Bobi Bazlen, suo caro amico, mi dice, il quale gli aveva
parlato di me e del bel saggio che avevo scritto. Mi fa i complimenti per i
miei studi, si augura che io possa entrare all'Olivetti, ma che stessi in
guardia, mi avverte, il lavoro che mi avrebbero assegnato poteva anche non
corrispondere alle mie aspettative (non ne avevo), poteva essere più semplice
di quello che io ero in grado di fare (e io a quel punto non mi sentivo davvero
capace né di fare lavori semplici, né di farne di complicati), ma proprio per
questo anche noioso e magari deludente. Incoraggiato da quell'accoglienza che
lasciava prevedere un esito positivo del processo dal quale senza merito e
senza manifesta volontà ero ormai risucchiato, gli strologai una complicata
risposta sul fatto che anche quando i compiti appaiono più facili di quanto si
sia in grado di assolvere, rappresentano pur sempre una sfida, perché il
passare da impegni difficili a impegni facili può in un certo senso
considerarsi cosa difficile, e via cosi in-garbugliando. Spero che abbia
creduto che il mio ragionamento contenesse concetti più profondi di quelli che
in realtà contene-va, poiché, tradotto in soldoni, credo consistesse nel dire
niente più che quando a qualcuno fanno fare un lavoro poco interessan-te è una
bella noia per lui accettarlo, e se lo accetta, ma questo punto era lasciato
fuori dal concettoso ragionamento, lo fa solo perché lo pagano bene. Poi
passai nell'ufficio di Geno Pampaloni, che allora non sapevo ancora fosse colui
che esercitava il vero potere nei rapporti tra il mondo della cultura e
Adriano, e cioè la vera eminenza grigia di costui (o era forse soltanto
eminenza ligia, come sussurravano gli infaticabili ideatori di maliziosi
calembours aziendali? Ideatori del resto non da poco, avrei ben presto
imparato: erano Libero Bigiaretti, Franco Fortini, Egidio Bontante e simili, i
quali si divertivano a prendere di mira più di altri proprio il povero e potente
Pampaloni). Anche lui assai cordiale (ma la cordialità, si sa, è l'immancabile
sigla di questo tipo di incontri), mi disse che si era andato a leggere con
attenzione tutti i miei articoli su «Co-munità», che gli erano piaciuti, erano
ben scritti, soprattutto le corrispondenze del 1948-49 dalla Francia, aggiunse
qualche altro complimento, e poi incominciò a spiegarmi all'ingrosso cosa mi
sarebbe stato chiesto di fare nel caso venissi assunto. Il presidente
(incominciavo a imparare che a Ivrea questo era il nome con cui designarlo in
colloqui ufficiali, «Adriano» quello parlando tra amici) voleva dare impulso a
una rete di centri sociali con biblio-techine che andava creando in vari paesi
del Canavese, e appoggiandosi su di queste voleva far nascere una specie di
movimento culturale - non politico, diceva, anche se naturalmente Olivetti una
tendenza politica l'aveva, di sinistra, ma né comunista né de-mocristiana,
forse vicina a quella che era stata del Partito d'Azio-ne, e aveva appoggiato
Unità popolare contro la legge truffa (era- no, come sbagliarsi!, le
stesse mie posizioni) e poi aveva le sue idee su come trasformare il governo
locale, l'idea di piccole comunità, che io del resto conoscevo, e via
discorrendo. Pensai che avrei capito meglio quando l'avventura fosse
incominciata, e tornai a Ro-ma. Dopo pochi giorni arrivò la notizia che ero
stato assunto. Di fatto. Ma prima sembra che occorresse un ulteriore
passaggio formale, e di che natura fosse me lo chiari (ma «chiarire», si vedrà subito,
non è il verbo appropriato) un episodio che mi resta ruttora insondabile, e che
mi limiterò a raccontare esattamente come è avvenuto (o come me lo ricordo,
devo naturalmente di- re; ma mi sforzerò di mettere all'opera tutta la
mia perspicacia mnemonica, facilitato del resto dal racconto che a più di un
ami-co feci immediatamente dopo, quando speravo ancora che me lo decifrassero
loro). Manca ancora un colloquio con il capo del per-sonale, mi disse
Pampaloni, vai nell'ufficio del dottor Z. Il dottor Z. mi aspettava, mi
fece subito entrare, si sedette al suo tavolo, mi fece sedere su di una sedia
dall'altra parte del tavolo, io dissi: sono A.P., mi hanno indicato di passare
da lei. Sì lo so, rispose, e mi guardò. Aspettavo che mi facesse qualche
domanda, mi desse qualche istruzione, o insomma mi dicesse qualche cosa, ma lui
si limitava a guardarmi. Aveva sulla bocca un sorriso stereotipato che non
capivo bene se significasse incoraggiamento per me, o imbarazzo per se stesso,
Io gli restituivo lo sguardo, con un dovuto sorriso timido, ma lui taceva.
Cominciai a muovere lo sguardo sugli oggetti del tavolo, sempre mantenendo il
sorriso timido, che non avici saputo come mutare, ma lui continuava a tacere e
a sorridere enigmaticamente. Adesso mi dirà qualcosa, pensavo, è già passato
qualche minuto, e spostavo di quando in quando lo sguardo anche sui mobili o
sulle pareti. O forse che gli devo dire io qualcosa, mi chiedevo, ma cosa posso
dirgli? I minuti passavano, il silenzio totale continuava. Forse si tratta di
un test, mi dissi, vuol veder come reagisco al silenzio, come mi comporto in
una situazione imbarazzante (in quei giorni si parlava molto di test strani cui
venivano sottoposti futuri dirigenti aziendali, per verificare come si
comportavano in situazioni inattese). Ma più che restare zitto non mi sembrava
di poter fare. Forse gli devo raccontare qualcosa di me, ma se lui non mi fa
domande sarebbe sgarbato da parte mia aprire il discorso. Dirgli che son
contento di essere assunto all'Olivetti può essere fuori luogo, perché
ufficialmente l'assunzione non si è ancora perfezionata. Così continuavo a
tacere. E taceva lui. Il mio disagio cresceva. Forse anche il suo? Come
ca-pirlo, la situazione continuava ad apparire inscrutabile. Passarono diversi
minuti. Quanti? Non potevo ovviamente guardare l'orologio. Erano molti,
moltissimi, nella mia percezione soggetti-va. Dieci, quindici? Come finirà, mi
chiedevo, cercando di rilassarmi interiormente, e aspettando la fine. Che non
potrà manca-re, mi ripetevo. La frasetta che pronunciò alzandosi, l'unica, non
la ricordo esattamente, sarà stata del tipo «le auguro buon lavo-ro», o «spero
che si troverà bene». Mi strinse la mano e mi accompagno alla porta. Il
silenzio era finito. Ero assunto alla Ico (In- gegner Camillo Olivetti)
spa. (Gli amici cui raccontai l'episodionon seppero spiegarmelo, e,
stranamente, mi sembrò che non gli dessero importanza, Esclusero l'ipotesi del
test. Il dottor Z. lo ritrovai anni dopo, in una circostanza anch'essa un po'
imbaraz-zante, come racconterò, ma di altro tipo.) Ero quindi diventato
impiegato di un'azienda industriale di gran prestigio, con regolare contratto
del settore metalmeccanico. Quanto era esattamente il mio stipendio?
120.000 lire al mese, poi quasi subito aumentate a 140,000 se ricordo bene
(nello stesso periodo sembra ci fossero stipendi, fra i dirigenti, anche cinque
o sei volte superiori, e più); ma, fossero state anche meno, si trattava di uno
stipendio contrattualmente stabilito, il primo di questo tipo nella mia vita.
Tutto ciò senza che potessi dire di aver veramente scelto, o senza che fossi in
grado di spiegare, se mi fosse capitato di aprirmi con un amico, la parte che
questa vicenda poteva rappresentare in un mio progetto di vita. Forse avrei
detto che si trattava di un'«esperienza», termine magico, si sa, che è sempre
possibile invocare per giustificare a se stessi e accreditare di fronte agli
altri ogni attraversamento di giorni difficili o strani. Almeno per chi - è per
lo più il mio caso - è riluttante a sovrapporre lo schermo del «progetto di
vita» alla figura velata, ma riposante, del «destino». 4. Lavoro manuale,
ma non davvero Una regola per gli impiegati nuovi assunti, esclusi gli
amministra-tivi, voleva che prima di venir assegnati alla loro specifica mansione
dovessero lavorare per un mese come operai. Era un modo per far loro imparare a
conoscere bene l'oggetto (che allora era costituito dai vari tipi di macchine
per scrivere - e che non si dicesse da scrivere, veniva raccomandato - e per
calcolo) che l'organizzazione di cui entravano a far parte era impegnata a
produrre e vendere. Si trattava di un'esigenza di apprendimento, per dir così
terminologico, sapere cosa significavano i termini che designavano le centinaia
di pezzi di cui questo o quel tipo di macchina era composto; e naturalmente
sapere come funzionavano. Perché sarebbe potuto occorrere che ognuno, nel
compito specifico che svolgeva, vi si dovesse riferire. Ma si trattava anche,
più o meno esplicita, di un'esigenza moralistica: aver fatto provare a tutti i
di-pendenti di che natura fosse il lavoro manuale della «produzione» (parola
mitica, questa, del linguaggio aziendale, con connotazioni moralistiche il cui
pieno valore avrei ben presto imparato ad ap-prezzare), quello da cui, come
impiegati, ricevevano il contenuto ultimo del loro compito, e simbolicamente
quindi parificare i lavoratori del braccio e quelli della mente. Era insomma
una sorta di rito di passaggio che siglava l'appartenenza di tutti alla stessa
comunità, in nome della moralità della produzione. Cosi fui messo anch'io
a lavorare manualmente in un reparto dove si aggiustavano macchine difettose.
Me ne stavo seduto a un banco, insieme con qualche diecina di altri operai in
un grande stanzone, a smontare e rimontare, macchine, secondo precise
istruzioni, senza far nessuna fatica fisica, e semmai, soprattutto all'inizio,
con qualche fatica intellettuale perché dovevo sforzarmi di capire le
istruzioni che ricevevo su come andavano rimessi insieme tutti quei pezzi. Non
c'erano costrizioni temporali per completare la mia parte di lavoro. Avevo
anche pochi rapporti con gli operai che lì intorno facevano, meglio di me, il
mio stesso lavoro, e l'unica cosa che mi accomunava a loro era la bottiglietta
di chinotto, bevanda di cui avevo ignorato l'esistenza fino a quel giorno, e
che adesso avevo imparato a tenere sul bancone vicino alla macchina,
sorseggiandola di tanto in tanto; e non perché avessi sete, ma perché mi
permetteva, facendo finta di bere, ma in realtà limitandomi a bagnare la
lingua, di interrompere di tanto in tanto il lavoro. Insomma, non sentivo di
essere coinvolto in un esperimento serio. L'unica costrizione, importante è
vero, viste le mie abitudini parigine, era quella di entrare in fabbrica e
firmare il cartellino alle sette e trenta in punto. La sveglia mattutina, le
otto ore di lavoro giornaliero, l'andarmi a coricare presto la sera, la
sospensione del lavoro intellettuale, avevano così ben regolarizzato il mio
ritmo fisico, che in un mese, ricordo esattamente, ingrassai di due chili (da
60 a 62, o da 62 a 64, non ricordo esatta-mente, ma giù di li). Davvero non
un'esperienza stremante. In quei giorni so che anche in altre fabbriche
era d'uso la stessa pratica di iniziazione degli impiegati nella comunità
aziendale. E probabile che da tempo se ne sia perso ovunque, nonché
l'uso, il ricordo. Già all'Olivetti quando vi fui sottoposto io era molto
discussa per quella vaga tinta di ipocrisia che la colorava. È vero che se
fosse stata fatta seriamente avrebbe accresciuto fra gli altrimembri della
comunità aziendale la conoscenza delle condizioni in cui lavoravano gli operai.
Lavorare al montaggio, per esempio, sotto costrizione di tempo, poteva dar
l'idea di che cosa si provasse a fare quel lavoro - ma questo, d'altra parte
era difficile chiederlo a impiegati nuovi assunti, che avrebbero ritardato il
lavoro della linea (quella che in linguaggio giornalistico si chiamava a quer
tempi la «catena») in cui li si tosse inseriti. L'ipocrisia stava nel far
credere che chi lavora in un posto sapendo che ci resterà solo un mese, passi
attraverso la stessa esperienza di chi lavora a quello stesso posto ma sapendo
che ci resterà anni. E inoltre nel voler credere che l'esperienza operaia che
contava fosse quella delle condizioni tecnologiche, che si fa durante le ore
passate sul luogo del lavoro, e non quella delle condizioni economiche, che si
fa sui luoghi della vita, nelle ore dell'intera giornata e degli anni.
Una mattina chiesi un permesso, dissi che dovevo andare in un ufficio lontano,
o qualcosa di simile, sarei stato via una mezz'oret-ta, e appena fuori mi
intrufolai invece, quasi di soppiatto, nella bi-blioteca, che era proprio li,
vicino all'uscita dell'officina dove la- voravo. Avevo voglia di
interrompere quelle ore di forzata assenza di pensiero con un minima parentesi
di attenzione intellettua-le. Mi ricordo ancora nitidamente cosa lessi: era il
dibattito, in «Nuovi Argomenti» e in un altro paio di riviste appena uscite,
tra Ernesto De Martino e i suoi critici, sull'antropologia, se dovesse essere
storicistica o meno. Era estraniante leggere di questo dibattito tra un
montaggio di macchine e un altro. Ma era estraniante per me anche per un'altra
ragione. Negli anni precedenti in cui, a Hautes Études, i miei studi erano
stati essenzialmente di antropologia culturale, mai mi ero trovato di fronte a
un dibattito di quel tipo, così lontano dalla letteratura antropologica
inter-nazionale, così impasticciato di terminologia crociana, preoccupato più
di definire i rapporti con Croce che con la ricerca che si sviluppava nelle
discipline antropologiche dove queste erano più avanzate e scaltrite. Per cui,
scuotendo la testa, tornai in officina, più incerto che mai su cosa sarebbe
successo di me in questo sovrapporsi di mondi diversi. Dopo circa un
mese, si avvicinava la fine del rito di passaggio, Pampaloni mi chiamò e mi
disse che lo si poteva concludere e che mi avrebbe mandato in giro per il
Canavese, sotto la guida di un dirigente locale del Movimento di Comunità, per
farmi visitare lebiblioteche comunali che si stavano organizzando, più qualche
altra delle iniziative del Movimento. Si sarebbe trattato di una specie di
ispezione e alla fine avrei dovuto scrivere un rapporto. Durante questa
esperienza di visite «sul campo», che durarono qualche settimana, mi furono
presentate altre persone che avrebbero potuto orientarmi sulla realtà sociale
della fabbrica. Mi accorsi ben presto che sia l'ambiente dirigenziale, sia
quello intellettuale, intorno ad Adriano Olivetti, erano radicalmente divisi.
Chi mi prese per mano a farmi percorrere e ricostruire i nervi del governo
olivettiano, che Pampaloni si limitava a delinearmi a fior di pel-le, fu Franco
Momigliano, che allora reggeva quella che si chiamava la Direzione delle
relazioni interne, comprendente Servizio del personale, Servizi sociali e altre
funzioni affini. Momigliano era responsabile sindacale del Partito
d'Azione quando conobbe Adriano Olivetti, che lo assunse per occuparsi delle
relazioni del personale nella fabbrica di Ivrea, Era un liberal-socialista, di
colorazione vagamente marxista, ma senza nessuna ortodossia, semplicemente
incline a quella generica concezione economicistica, che più o meno tutti
avevamo nella pelle in quel periodo. Le categorie con cui analizzava la
situazione della fabbrica e dei rapporti tra proprietà e maestranze mi
sembrarono subito molto familiari ed efficaci, le conclusioni dell'analisi,
però, ina-spettate. Per spiegare il senso della mia sorpresa sarà utile che io
qui ricostruisca l'atmosfera di quegli anni nell'industria italiana. 5.
L'eccezionalismo olivettiano Erano gli anni di quella che si può
convenire di chiamare, col gergo allora usato, la «controffensiva padronale».
Le elezioni del 1953, con il fallimento della cosiddetta «legge truffa»,
avevano bloccato il tentativo politico di emarginare le sinistre e di
escluderle da ogni interferenza sul governo del paese. Ma l'esigenza di chi
guidava la ricostruzione capitalistica dell'economia restava quella di
annullare, nei luoghi della produzione, l'autonomia che le maestranze avevano
conquistato durante gli anni immediatamente successivi alla liberazione.
L'offensiva fallita a livello elettorale si era quindi diretta verso i luoghi
dove si concentrava la classe operaia di persuasione comunista. Lo richiedevano
le esi-genze del buon ordine produttivo, lo richiedevano soprattutto gli Stati
Uniti, che erano indignati, come si sforzava di far capire la famigerata
ambasciatrice Vera Luce, che nelle fabbriche italiane, anche quelle che
godevano di commesse americane, gli operai fossero rappresentati da
sindacalisti comunisti o loro alleati. O così almeno sembrava, e si diceva.
Anche se una domanda era lecita: erano veramente gli americani, cioè gli uomini
d'affari americani che trattavano con gli italiani, a essere così preoccupati,
o non piuttosto gli industriali italiani che volevano far intendere che fossero
gli americani a premere in quel senso? Mi ricordo che mi posi la questione un
giorno - alcuni mesi dopo che ero arrivato - quando Pampaloni, nel discutere i
risultati delle elezioni della Commissione interna, che avevano di nuovo
registrato una maggioranza della Cgil, mi disse con tono allusivo, quasi fosse
una cosa di cui non bisognava parlare in giro, che questo risultato avrebbe
creato difficoltà all'Olivetti con gli americani. Lì per lì rimasi
impressio-nato, ma subito dopo mi chiesi se quell'aria di segreto non avesse
proprio lo scopo di farmi andare in giro a divulgare la notizia. Ero però, lo
sappiamo oggi, più diffidente del necessario, e avrei dovuto credere alle convergenti
allusioni di parte padronale e rumorose denunce delle sinistre: il ricatto
americano c'era, ed era esplicito e pesante, e operava, fra l'altro,
condizionando le commesse alle fabbriche italiane (ma l'Olivetti ne aveva meno
bisogno di al-tre) e soprattutto della Fiat, alla loro capacità di eliminare
l'ege-monia della Cgil nelle commissioni interne e fra le maestranze!
Sostanzialmente il risultato che si voleva ottenere in quegli anni era quindi
la pace sociale nei luoghi della produzione, anche a costo di accettare una
limitata forma di condivisione del poterecon l'opposizione nei luoghi
istituzionali. Condivisione (si sarebbe chiamata poi, negli anni Settanta,
«consociativismo», quando il fenomeno divenne più esplicito) che era
inevitabile: la Costituzione repubblicana assegnava al Parlamento un ruolo
centrale, così che una minoranza forte, com'era quella delle sinistre già in
quegli anni, era in grado, volendolo, di bloccare i lavori parlamentari e
quindi l'opera del governo; senza contare il potere di scambio che poteva far
pesare sulla bilancia un partito che controllava le regioni rosse. Scambi di
favori legislativi e amministra-tivi, al centro e alla periferia, tra
maggioranza e opposizione, servivano a smussare il conflitto, che sarebbe diventato
drammatico se si fosse messo in opera con coerenza quanto era contenuto nelle
premesse dell'ideologia proclamata. Certo, servivano anche per, come dire,
ingrassare la macchina della politica, e ci potevano guadagnare gli uni e gli
altri, pur a spese della maggioranza dei cittadini, Dapprima limitati e
coperti, più tardi, negli anni Settan- ta, tali rapporti sarebbero
diventati la regola. Nelle fabbriche, invece, gli interessi si
contrapponevano con immediatezza e l'offensiva era senza quartiere,
probabilmente anche animata da personali sentimenti di vendetta da parte delle
dirigenze industriali che, nei non lontani anni successivi alla libera-zione,
avevano visto sfidata la loro autorità, quando non anche ferita la loro
dignità. Da qui, in molte di esse, il moltiplicarsi di licenziamenti arbitrari
di membri di Commissione interna e di attivisti sindacali in genere (fu a
proposito di uno di questi casi che udii in quegli anni per la prima volta il
nome di un operaio della Riv, che, quindici o venti anni dopo, mi sarebbe
diventato collega e molto amico, Aris Accornero), e anche di umiliazioni agli
operai comunisti, messi a spazzare i locali quando magari erano vecchi operai
abili nel loro lavoro specializzato, e contemporaneamente di corruzione di sindacalisti.
Leggendaria in quegli anni era la vicenda del cosiddetto «reparto confino»
(ufficialmente Officina sussidiaria ricambi) della Fiat. La direzione vi
aveva raccolto gli operai sindacalmente attivi, quasi tutti comunisti,
isolandoli completamente dal resto delle maestranze, obbligandoli, operai
qualificati o specializzati che erano, ai lavori più umili e inutili e
sottoponendoli ad angherie di ogni genere. Questi metodi erano possibili
sia perché perdurava (e andrà avanti almeno fino ai primi anni Sessanta) una
disoccupazioneche, pur decrescente, era sufficiente a mantenere alto, per un
ope-raio, il timore di perdere il posto; sia perché, come ho accennato prima,
si era formata una separazione tra livello politico e livello
sindacal-industriale nella strategia dell'opposizione. Come avrei imparato ben
presto, appena entrato in contatto con gli ambienti della Cgil, e come mi era
stato invece assolutamente impossibile capire quando vivevo all'esterno del
mondo industriale, il Partito comunista si interessava della situazione delle
fabbriche meno di quanto i sindacalisti di base, che erano isolati e depressi e
in perdita di consenso (era iniziata la serie di sconfitte nelle elezioni per
le commissioni interne sui luoghi di lavoro), sentivano di aver bi-sogno.
Togliatti viene a Torino e ci parla della situazione interna-zionale, mentre
alla Fiat funziona il reparto confino, mi disse un giorno un sindacalista
comunista. E ricordo ancora vividamente, alla fine degli anni Cinquanta, quando
partecipavo a un semina-tio organizzato dalla Società umanitaria nella sua sede
di Meina, con quadri operai della Cgil, il racconto di un operaio comunista che
qualche anno prima era stato arrestato dalla polizia di Scelba. Mi rimane
nella memoria la sua particolareggiata descrizione delle torture che la polizia
infliggeva agli arrestati: alcuni venivano picchiati, ad altri schiacciavano i
testicoli, mi preciso. In questo clima generale la Olivetti era
l'eccezione. Non licenziamenti arbitrari, non reparti confino, non maltrattamenti
psicologici di operai, non corruzione di sindacalisti, non interruzione degli
incontri regolari tra la direzione e la Commissione in- terna, nella
quale continuava a venir eletta una maggioranza della Cgil, senza che la
direzione prendesse provvedimenti repressi-vi, come appunto era comune in altre
fabbriche. Assunto in maniera così improvvisa ed enigmatica in questa azienda,
ero curioso di capire a cosa fosse dovuta la sua eccezionalità, di cui avevo
già sentito parlare. Soltanto alla bontà e onestà del padrone? Al suo
successo economico che sembrava folgorante? I colloqui che avevo con Momigliano
(e naturalmente anche con altri «in- tellettuali di fabbrica», che un po'
alla volta venivo a conoscere, soprattutto Michele Ranchetti, che era
l'assistente di Momiglia-no, e poi Libero Bigiaretti, Luciano Codignola,
Roberto Gui- ducci, Antonio Carbonaro, Luigi Ortina, che era il capo
dell'ot-ficina in cui avevo svolto il mio tirocinio di lavoro materiale, e lui
stesso figlio di un imprenditore, e qualche altro), mi permette-vano un po'
alla volta non solo di dare una prima risposta all'ingenuo quesito iniziale, ma
anche di delineare un quadro per molti versi inaspettato. La tradizione
di buoni rapporti tra padrone e maestranze risaliva ai tempi di Camillo
Olivetti, fondatore dell'azienda e padre di Adriano. Ingegnere geniale,
imprenditore ardito, padrone bona-rio, di idee socialiste (aveva organizzato la
fuga di Turati in Svizzera nel 1926), la sua grande figura barbuta era rimasta
leggendaria tra i vecchi operai, e più d'uno, quando cominciai ad andare in
giro per la fabbrica per il mio lavoro, mi raccontava in tono affettuoso buffi
aneddoti su questo vecchio, morto una decina di anni prima. Adriano, al suo
ritorno dalla Svizzera dopo la guerra, aveva ripreso in mano l'azienda (che
durante gli anni di guerra era stata diretta dall'ingegner Gino Martinoli,
altro dirigente industriale di riconosciuto carisma, fratello della moglie di
Adriano) e continuato una politica di buone relazioni con il personale. Adriano
aveva, sì, dato un forte apporto innovativo all'azienda nella riorganizzazione
degli anni Trenta e continuava a darlo soprattutto con le sue intuizioni
originali nel campo pubblicitario e delle relazioni pubbliche, ma la
considerava piuttosto uno strumento per i suoi interessi di natura generalmente
cultural-politica. O almeno, questo era il rimprovero che dall'interno
dell'azienda gli veniva fatto, soprattutto da quello che si poteva chiamare il
partito degli ingegneri. Non che costoro fossero nella loro maggioranza
reazionari e mirassero ad assimilare lo stile dei rapporti politici interni
all'Olivetti a quello delle altre grandi aziende italiane. Si trattava di
dirigenti in gran parte selezionati da Camillo, i più vec-chi, o dallo stesso
Adriano, o da altri selezionatori che condividevano le sue posizioni. Ma essi
ritenevano che Adriano sacrificasse l'efficienza della fabbrica ai suoi scopi
di innovatore culturale, e questi li giudicavano un po' troppo grandiosi, sia
in relazione alla realtà eporediese (imparai allora che questo era l'aggettivo
che si riferiva alla città di Ivrea), che Adriano voleva trasformare facendone
un laboratorio esemplare di buon governo locale, sia soprattutto in relazione
alle sue ambizioni di giocare un ruolo trascinatore nel mondo della cultura
italiana e internazionale. Chi difendeva Adriano sosteneva che l'attività
culturale di Oli-vetti, i suoi rapporti con il mondo dell'arte,
dell'architettura e dell'urbanistica, cosi come delle scienze sociali e della
letteratura,producevano una tale ricaduta pubblicitaria, che tutto quello che
veniva sottratto agli investimenti in fabbrica ritornava dall'espansione di
mercato che in quel modo si otteneva. Mi ricordo che un giorno un operaio con
il quale parlavo dei progetti di Adriano mi obiettò, non capii se con ingenuità
o con cinismo, che tutto quello che si faceva era buona pubblicità che serviva
all'azienda, perché in fondo, cosa produceva la fabbrica? macchine per
scrivere, no? e chi doveva comprarle, se non quella gente li, gli
intellettua-li, insomma! Altri sostenevano che soltanto rendendo la città di
Ivrea sopportabile a una borghesia colta si poteva far accettare al tecnici
d'elite di cui una fabbrica così avanzata aveva bisogno il sacrificio di
abitarvi (non c'erano ancora autostrade in quegli anni e la pendolarità con
Torino non era pensabile). Ma erano, come si vede, poco convincenti, o in ogni
caso parzialissime, giustificazioni funzionaliste. 6. Dialettica contro
paternalismo L'analisi di Momigliano muoveva da sinistra, ma concludeva
su posizioni che lo collocavano in qualche modo sulla stessa linea del partito
degli ingegneri. La sua critica era rivolta al paternalismo implicito, anche se
accorto e non sfacciato, di Adriano. Adriano, per i suoi fini, a volte dà agli operai
anche quanto non chiedono, mi diceva. In questo modo implicitamente li
corrompe, desta il sentimento di gratitudine, e per gli operai non è bene
sentirsi legati da gratitudine al padrone. Questi operai finiscono per essere
non soltanto dei privilegiati, ma anche dei viziati. Mi citò una volta un
episodio di alcuni rappresentanti operai della Cgil (di tendenza anarchica, se
ricordo bene) che dovevano andare a Torino al funerale di un sindacalista eroe
della resistenza. Sai cosa hanno chiesto alla direzione? esclamò: di essere
portati a Torino con una macchina dell'azienda! Te li immagini operai anarchici
o comunisti di quaranta o cinquanta anni fa chiedere favori di questo tipo al
«nemico di classe»! Occorreva invece, mi diceva, che i dipendenti dell'azienda
si ponessero con la direzione in rapporto dialettico (decisamente avrei dovuto
riabituarmi all'uso abbondantemente polisemico di questo termine che avevo
imparato come servisse ai miei amicifrancesi per ironizzare sul linguaggio
politico italiano), attraverso i loro rappresentanti, che questi avanzassero le
loro rivendicazio-ni, e se la direzione gliele concedeva, bene; se no, e se se
la senti-vano, che entrassero in vertenza. La direzione, d'altra parte, doveva
dare quello che il mercato le permetteva di dare, non offrire il non richiesto,
soltanto perché in certi momenti il padrone aveva determinati motivi di
politica personale per fare il generoso. Il mio compito qui, mi diceva, è di
governare il personale facendo gli interessi di questa azienda sul mercato, e
insieme rendere possibile ai dipendenti di perseguire gli interessi loro
autonomamen-te, assicurando, fino a che mi è possibile, che non vengano
alterate le regole del gioco: e cioè impedendo sia ogni forma di repressione
sindacale, come quelle che si verificano nelle altre fabbriche italiane; sia
ogni forma di corruzione dei dipendenti da parte del padrone. (Fu del resto in
uno di questi colloqui che mi accenno alla possibilità, ancora non ben
definita, che Adriano intendesse formare un suo sindacato, inglobando, che in
termini crudi voleva dire comprando, quello che restava della Uil locale,
collegarlo con il Movimento di Comunità e cosi rovesciare l'egemonia della
Cgil. In questo caso lui si sarebbe rifiutato di concedere qualsiasi trattamento
di favore a questo nuovo sindacato padronale, anche se Adriano, come era
probabile, glielo avesse chiesto.) In altre pa-role, Momigliano vedeva il suo
ruolo come quello del rigido guardiano delle regole quali l'ordine giuridico
del capitalismo le aveva stabilite. All'interno di quest'ordine i capitalisti
dovevano fare i capitalisti, gli operai fare gli operai, e formarsi la loro
coscienza di classe antagonista grazie al confronto, appunto, dialettico nelle
trattative sindacali. Mentre mi esponeva le sue idee non mi fu difficile
riconoscerle come quelle di un lettore assiduo di Sorel (io stesso lo ero
sta-to). Glielo dissi, e riconobbe infatti non soltanto che da giovane aveva
letto appassionatamente Sorel, ma che suo padre era stato sindacalista rivoluzionario
e seguace del pensatore francese. Non gli dissi invece che la sua strategia mi
ricordava un'altra figura, di cui probabilmente lui non aveva sentito il nome
(e mi sarebbe stato troppo complicato, e non interamente lusinghiero,
illustrar-glielo), quella di Bug Jargal, il protagonista di 1793, il romanzo di
Victor Hugo sulla rivoluzione di Haiti. Bug Jargal era il capo-ciur-ma dei
lavoratori schiavi del maggiore proprietario agricolo delpaese. Esercitava il
suo compito in nome del padrone, nella maniera più rigida e crudele, non
risparmiava una sola delle fustigazioni o altre punizioni che la legge del
luogo prescriveva, e verso la quale in tal modo attirava l'odio degli schiavi.
Quando la rivoluzione scoppia, viene alla luce che Bug Jargal ne era l'ideatore
e il cape. E il successo della rivoluzione sarà dovuto proprio all'odio contro
i padroni stranieri che i modi tirannici di Bug Jargal avevano contribuito ad
attizzare tra la popolazione. Non leggo quel romanzo da oltre cinquant'anni, e
forse il mio riassunto non corrisponde esattamente alla trama, ma cosi me la
ricordo, e cosi è rimasta in me da allora come metafora del dilemma drammatico
di chi vuol conseguire il bene passando per il male, e, più precisa-
mente, di chi vuol risvegliare la coscienza di quelli che ama, presentandosi
come il male che in tal modo, facendosi odiare, insegna a odiare. Dilemma che
si affaccia, anche se copertamente, in più di un rapporto, che voglia essere
eroico, di amore e formazio-ne, fra genitore e figlio, per esempio, o fra
maestro e allievo, che Nietzsche più di ogni altro ha scandagliato, e che Sorel
appunto ha saputo intravedere anche nella costruzione della politica
rivo-luzionaria. Naturalmente l'abbraccio in cui scoprivo allacciati gli operai
dell'Olivetti e il direttore Momigliano non aveva questa drammaticità. Non solo
perché Momigliano non faceva fustigare nessun operaio, né, fosse anche venuto
il momento, avrebbe capeggiato nessuna rivoluzione, ma soprattutto perché le
regole cui quei rapporti con il personale ubbidivano non istigavano odi né
impulsi rivoluzionari. Il merito di Momigliano era appunto quello di saper
mantenere i rapporti su quel tono di corretta intransigenza e di osservanza di
regole trasparenti. Ammiravo Momigliano e lo sentivo congeniale quando
discu-tevamo. Mi piaceva la sua moralità secca, senza pleonastici ricami
ideologici o fervori umanitari, una moralità laica per eccellenza. II realismo
delle sue analisi derivava dalle categorie economiche che usava per determinare
i moventi dell'agire dei soggetti con i quali aveva a che fare, il realismo
delle sue scelte personali derivava dalle categorie giuridiche che usava per
definire i ruoli suo e degli altri. Pensavo che fosse giusto il suo modo di
vedere la situazione e il modo di muoversi in essa. Che poi occorresse anche
prevenire che tra gli operai nascesse gratitudine verso il padrone mi giungeva
come un giudizio rivelatore cui non mi era difficile ade-rire in teoria (avevo
già a suo tempo riflettuto sul caso Bug Jargal), ma sul quale potevo aver
qualche esitazione in pratica. L'opposizione al formarsi di qualsiasi sindacato
giallo, invece, coincideva con le mie convinzioni di sempre, e non avevo dubbi
che sarei stato dalla parte di Momigliano e contro Adriano se l'evento si fosse
verificato (e vedremo che cosi fu). 7. Rifiuto Comunità Queste
analisi della situazione politica della fabbrica influenzavano ovviamente
l'animo con cui stavo conducendo il mio compito di ispezione dei centri
comunitari del Canavese. Certo non era senza una qualche attrazione per un
intellettuale capitare in quel di Aglie o Pavone o Strambino (eravamo, si
ricordi, nel 1953) ed entrare in una sala pulita e ben illuminata, con tavoli e
seggiole, a volte anche qualche persona che leggeva, e vedere negli scaffali
alle pareti allineati i volumi delle edizioni Einaudi o Laterza o Editori
Riuniti o altri di quel genere. Ma poi parlavo con il responsabile del centro e
mi accorgevo che non molto vi succedeva, che se c'era qualche segno di vita
associativa, mostrava ben poca vivacità e autonomia, e che se un significato
poteva avere la presenza di quella biblioteca in quel paesetto, era, oltre che
di farci venire al sabato qualche operaio della fabbrica che pendolava gli
altri giorni con Ivrea, quello di attrarvi qualche giovane che in fabbrica non
ci andava ancora, ma sperava di potersi far assumere un giorno proprio grazie
al mostrarsi interessato alle attività del centro co- munitario del suo
paese, Segretario del Movimento di Comunità del Canavese era allora Barolini,
uno scrittore colto e gentile, sposato a un'americana, il quale non aveva più
voglia di fare quel mestiere e voleva tor-narsene in America (probabilmente, ma
non ricordo bene, con una posizione nella Olivetti americana, che si andava
sviluppando in quegli anni). Si era mostrato subito cordialissimo con me; capii
più tardi, però, scontata la sua naturale gentilezza, il senso di quella
cordialità immediata, quando mi accorsi che Adriano, o, meglio, Pampaloni,
aveva in mente di offrire a me la sua carica, e Barolini non vedeva di meglio
che qualcuno arrivasse presto a so-stituirlo. Ma un po' per le ragioni che ho
già detto, un po' per co-me nel frattempo, con l'aiuto di Momigliano e degli
altri amici, riuscivo, o mi sembrava di riuscire, ad analizzare la situazione
complessiva, e in particolare i rapporti tra il movimento culturale e l'azienda
in quanto tale, io andavo rapportando a Pampaloni valutazioni abbastanza
negative di quello che osservavo, e quando a un certo punto, dopo qualche
settimana, lui mi propose di diventare segretario di Comunità nel Canavese e
impegnarmi a risollevare la situazione trovando modi di ravvivare l'attività
dei centri, gli risposi che non ero interessato e che preferivo svolgere
qualche compito nel quadro dell'azienda vera e propria. Mi ricordo che alla
fine di quel colloquio alzò la cornetta del telefono, chiamò Momigliano e gli
disse: «Hai vinto tu anche questa volta». Poi continuò dicendo che ora si
poneva la questione di assegnarmi qualche mansione nell'organizzazione
aziendale e che a questo doveva pensarci la Direzione delle relazioni interne,
quindi lui, Momigliano. A guardar bene, questa mia vicenda era
stata scandita da un doppia finzione. Olivetti mi aveva assunto per un compito
che al momento di assumermi non aveva chiarito bene in che cosa con-sistesse, e
questo perché non voleva farmi capire che, con uno sti--pendio pagato dalla
società, in realtà voleva farmi svolgere un lavoro funzionale ai suoi fini
privati, che poi sarebbero diventati, nel lungo periodo, fini politici. Né era
stato molto più trasparente Pampaloni quando mi aveva indicato il compito
specifico per quelle prime settimane di rodaggio. Io d'altra parte, rifiutando
un incarico che si era andato chiarendo dopo che ero stato assunto e assunto
con un contratto di impiegato metalmeccanico, mi facevo forte della posizione
sicura in cui ero stato messo da quel con- tratto. Mi sono spesso
domandato se avrei avuto lo stesso coraggio di rifiutare nel caso in cui
l'alternativa fosse stata non il riassorbimento nell'organizzazione aziendale,
bensi il licenziamento e quindi la disoccupazione nuda e cruda. (Vero è che,
come racconterò fra poco, la scelta mi si ripresento implicitamente tre anni
dopo, e non esitai a scegliere una assai probabile, e poi, ahimè!, realizzatasi,
condizione di disoccupato. Ma allora erano passati tre anni decisivi, in cui mi
ero rafforzato, avevo acquistato amici che sapevano apprezzare le scelte che
facevo, non ero più il tremante studente di Hautes Études, che aveva appena
lasciato la buia stanza dell'Hotel Marignan, in rue du Sommerard, nel
Cinquième.)In ogni caso presi quella decisione senza troppo riflettere sulle
conseguenze. L'unica difficoltà fu nel rimanere fermamente negativo durante il
colloquio con Pampaloni, per il quale provavo simpatia, anche se di un tipo del
tutto diverso da quella che provavo per Momigliano. Come del resto diversissime
erano le due personalità. Di finissima cultura letteraria ed elegante critico,
a Pampaloni era del tutto estranea la moralità contrattualistica rigorosa che
guidava Momigliano. Non mirava a metterti con le spalle al muro per via di
logica, piuttosto a sedurti con allusioni, ed era dovuto probabilmente a questo
stile il suo successo con Adriano, del cui cuore tenne in mano per un periodo
entrambe le chiavi. Sembrava allo stesso tempo capace di tortuose strategie
volte all'accrescimento del suo potere e di autodistruttivi, imbarazzanti
coinvolgimenti sentimentali. E l'avversione che poteva provocare il suo
machiavellismo veniva coperta dalla simpatia con cui si guardava alla sua
ingenuità, in fondo generosa. Cattolico di sinistra tormentato, quasi figura
uscita da un romanzo di Berna-nos o di Mauriac, non era chiaro se si trovasse
più a suo agio nei nidi di vipere o nei nidi di colombe. Lui, a dir il vero, preferiva
dichiarare la sua ispirazione a Péguy, il cui cattolicesimo impegnato e vicino
a idee socialiste offriva un modello di più immediato riferimento per il mondo
entro il quale Pampaloni in quegli anni voleva muoversi. Ma sia il suo stile
letterario - così diverso dal tono alto, a respiri lunghi, di Péguy - sia le
vicende politiche e giornalistiche in cui finirà per trovarsi coinvolto, hanno
finito per pot-tarlo lontano anni luce dall'immagine eroico-sacrificale che ci
è rimasta dello scrittore francese. A lungo rimasi incerto su come va-lutarlo,
o, meglio, su come capirlo. Qualche hanno fa vidi in libreria e immediatamente
comprai un suo libro, Fedele alle amici-zie, che è una raccolta di suoi
articoli ordinati in modo da comporre una specie di autobiografia. Ritrovai la
sua prosa sapientemente evocativa, lo stretto controllo di ogni narcisismo, il
suo raccogliere le «cose viste» e offrirle come un servizio al lettore. Un
lungo pezzo sulla «saga degli Olivetti», impeccabile per le cose che diceva, deludente
per quelle che taceva, lui che tanto aveva visto e avrebbe potuto dire, Allora
capii qualcosa del suo doppio modo di stare al mondo. Quello di viverne, senza
troppo discrimina-re, le strategie, gli intrighi, come anche gli impegni
generosi di parte e di amicizia; e quello, invece, di rappresentarlo agli altri
at-traverso la letteratura, scegliendo con tocchi leggeri ed evocativi gli
aspetti che proteggano il lettore, e in conclusione se stesso, da ogni scavo
della realtà che sia un po' meno accessibile di quella che non sta proprio li
sotto i nostri occhi. Cosi evita possibili drammatizzanti faccia a faccia con
l'inaspettato e il discrepante, e può invece passare alla pagina che segue con
il sorriso dell'accomodante e un po' ironica nostalgia. Non so se ho raccolto i
frammenti giusti di questa persona che in fondo ho conosciuto assai poco. So
però che le due o tre volte che lo reincontrai dopo Ivrea provai una non
forzata simpatia, e che quando mi disse che aveva letto alcuni mici scritti e
me li elogiò, me ne inorgoglii. 8. Spiegare la fabbrica Ero rimasto
senza compiti precisi e Momigliano ebbe l'idea di af-fidarmene uno nel quale
erano falliti, nel corso degli anni, tutti quelli che ci si erano provati:
redigere il manuale di fabbrica. Molte aziende americane, e qualche azienda
italiana, avevano pubbli-cato, in una forma o nell'altra, e distribuito ai
dipendenti, un li-bretto, la cui funzione consisteva nel cercar di far
conoscere agli operai la fabbrica nella sua complessità; con l'idea che, al di
la di quel settore con cui ognuno si trovava direttamente in contatto per le
sue mansioni, l'insieme della struttura produttiva era probabile restasse a
molti abbastanza misteriosa. Cosi l'operaio si sarebbe sentito parte della
fabbrica, e chissà che anche la produttività non ne avrebbe ricevuto vantaggio.
O cosi si immaginava potesse essere. La gran parte delle aziende italiane
mancava di questo manuale perché non era interessata, anzi probabilmente era
contraria, a che gli operai avessero una conoscenza della fabbrica più ampia di
quella strettamente funzionale al loro lavoro specifi-co. I sindacati d'altra
parte temevano che l'azienda descrivesse la realtà della fabbrica in maniera
diversa da come la descrivevano loro, e gli sottraessero quel monopolio, per
dir così, delle definizioni della realtà produttiva che per lo più detenevano.
All'Oli-vetti, invece, più di un dirigente, e Adriano stesso, ritenevano utile
che l'azienda si fornisse di un simile strumento, ma i timori su come esso si
potesse presentare erano molti, e così i timori che i sindacati reagissero
negativamente, e ne nascessero grane inutili.Momigliano mi illustrò tutte
queste difficoltà, mi raccontò dei vari tentativi andati a male, mi forni una
pila di manuali di fabbriche americane di vario genere e di altra
documentazione già esistente sull'Olivetti e mi elencò le qualità che il
prodotto che mi era stato affidato doveva possedere. Doveva essere
assolutamente obiettivo e neutro, senza valutazioni negative o positive di
questa o quella situazione lavorativa, doveva descrivere le diverse componenti
del processo produttivo e i rapporti di interdipendenza fra di esse, e la loro
rispettiva posizione nel flusso della progetta-zione, fabbricazione, montaggio
e distribuzione del prodotto. Linguaggio secco, senza fioriture e tanto
meno imbonimenti (di cui abbondavano i manuali americani che mi lessi
rapidamente senza troppo frutto) e tecnicamente preciso, ma semplice, alla
portata di un operaio comune. Mi son chiesto poi se Momigliano, che già
nell'illustrarmi le difficoltà aveva a malapena nascosto il suo pessimismo
sulla realizzabilità dell'impresa, non avesse gia deciso che quel manuale era
meglio non si facesse, e mi avesse proposto di lavorarci per trovarmi un
compito che mi tenesse nella sua Direzione, e nel frattempo mi permettesse di
impadronirmi dei dettagli dell'organizzazione aziendale, Avrei infatti dovuto
andare in giro per la fabbrica, capire la natura delle lavorazioni e della
logica produttiva, parlare con chiunque potesse farmi capire questo o
quell'aspetto dell'organizzazione aziendale, ingegneri, capi intermedi e operai
(ma con gli operai non avrei potuto parlare senza passare per il capo reparto),
e discutere sia del loro lavoro specifico, sia della visione d'insieme che si
facevano dell'organizzazione e della posizione produttiva in cui erano
collocati. Di tutte queste informazioni, era il compito, traessi
l'essenza e mi mettessi a scrivere un limpido manualetto! Mi fu subito chiaro
che, qualunque fosse stato l'esito, il valore di apprendimento che avrebbe
avuto per me il compito in cui stavo impegnandomi sarebbe stato assai superiore
al possibile valore che il prodotto avrebbe potuto avere se mai fosse arrivato
nelle mani di altri. Avevo tutte le ragioni visibili di mettermi all'opera
con entu-siasmo. Se ne aggiungeva però anche una invisibile, che la memoria è
ora quasi riluttante a far affiorare tanto si presenta con la parvenza di
un'improbabile testimonianza di ingenuità. Ma tant'è, perché ancora una volta
non cedere alla sollecitazione maieuticache ogni scrivere del proprio passato
esercita sui sentimenti più remoti? La ragione cui mi riferisco è
questa. Intorno ai sedici-vent'an-ni (spero di non sbagliarmi troppo indicando
quell'età) io mi ritrovai a provare un intenso e, ora mi sembra, inspiegabile e
quasi incredibile desiderio di capire esattamente, voglio dire, nel dettaglio
dei gesti, in che cosa consistessero esattamente gli atti del «la-
vorare». Non avevo infatti mai visto una persona nell'atto di fare un lavoro
produttivo. Del resto l'attributo «produttivo» è troppo specifico, e non credo
che allora mi fosse presente. Era il lavoro fisico in quanto tale che non
sapevo che apparenza avesse. Si noti che a quell'età, differentemente da tanti
mici compagni, trovandomi in Eritrea del tutto isolato per molti anni dalla mia
famiglia, io avevo già lavorato per guadagno, avevo lavorato come dattilografo
in uno studio di avvocato, poi come produttore di una piccola agenzia di
pubblicità, avevo fatto il capo-magazzino e capo- zona in
un'organizzazione di lotta contro le cavallette nel bassopiano sudanese, avevo
dato lezioni private di storia e filosofia per il liceo. Ma evidentemente non
consideravo che quello fosse lavo-ro. Né, prima, consideravo che tosse lavoro
quello che vedevo tate a mio padre, o a tutti quelli che lavoravano con lui
negli uffici che, quando andavo a prenderlo, visitavo. Si potrebbe quasi dire
che avessi - e senza averlo ricevuto dai libri, perché nessuno mi aveva certo
spiegato Marx al liceo - un senso innato della distinzione marxiana tra lavoro
produttivo e lavoro improduttivo. Di che gesti era fatto, insomma, il lavoro
materiale? Gli anni passati all'università tra filosofi o a Vienna tra artisti
o a Parigi tra antropologi e antichisti non solo non mi avevano ovviamente dato
la risposta (eppure era solo un'immagine che chiedevo, non avrei avuto bisogno
dopo tutto di vedere più che qualche documentario, ma a quei tempi non ne
giravano su questo tema, o erano irreali-stici); ma avevano semmai ispessito
l'arcano di quella mia curio-sità. Ecco che ora mi veniva assegnato proprio il
compito di descrivere il lavoro materiale dell'uomo, e nella sua forma più
mo-derna. Avrei non soltanto osservato la variegata tipologia dei possibili
gesti del lavoro, ma avrei imparato che esistono metodi per descriverli e
misurarli scientificamente (sarei cioè entrato in contatto con quella sorta di
metalavoro che svolgono coloro che operano all'Ufficio tempi e metodi, di cui
incominciavo a sentir parla-te come di una realtà misteriosa e dominante);
avrei capito, o cercato di capire, i problemi che il lavoro generava per la
persona che lo compiva e per chi doveva coordinarlo. Mi tardava di mettermi
all'opera. Pensai di farmi anzitutto un'idea d'insieme
dell'organizzazione parlando con qualche ingegnere che fosse in posizione un
po' meno specializzata di altri, al quale mi avrebbero presentato Mo-migliano o
Ranchetti. La mia ignoranza della realtà di un'azienda era assoluta. Persino
apprendere che un'organizzazione aziendale si divideva in amministrazione,
produzione, distribuzione, che ognuna di queste componenti dipendeva da una
direzione sepa-rata, che la produzione era composta di progettazione,
attrezzag-gio, fabbricazione e montaggio; che la progettazione era il cervello
dell'azienda, dove lavoravano gli ingegneri più originali e presti-giosi,
artisti del disegno di macchine; che l'attrezzaggio, dove si costruivano le
macchine utensili, cioè le macchine per costruire macchine, era l'officina dove
lavoravano gli operai specializzati, i migliori operai della fabbrica, per
preparare i quali, lungo cinque anni di studio teorico e manuale, l'azienda
possedeva un apposito severissimo istituto tecnico per meccanici, e che questi
operai erano anch'essi da considerare un po' come degli artisti nel loro
mestiere, guardati con ammirazione e invidia dagli altri operai, e non soltanto
per la loro posizione salariale, ma perché la loro figura appariva quasi come
quella di un'élite leggendaria nel folklore aziendale; che la fabbrica era
divisa in officine, le officine in reparti, i reparti in squadre - persino
queste nozioni elementari, che avrei potuto quasi tutte apprendere dalla
lettura di qualche libro di testo di organizzazione aziendale (di cui del resto
incominciavo a fornirmi, e che mi proponevano letture, non sto a dirlo, cosi
stridentemente discrepanti rispetto a tutte quelle che avevo fatto fino ad
allora), erano una scoperta viva per me. Mi inoltravo passo a passo in questo
ambiente, che, familiarissimo a tutti coloro che mi attorniavano, si presentava
invece a me come una terra incognita e avvincente. Avvicinavo con
apprensione dirigenti di questa o quella divi-sione, capi-officina e, con ancor
più interesse, perché erano di origine operaia e avevano asceso la gerarchia
aziendale, capireparto e capisquadra - timoroso che le domande che avrei fatto
potessero tradire la mia ignoranza, o che addirittura mi venisseopposta
preliminarmente l'inutilità del lavoro che andavo facen-do. A volte, essendomi
prima informato di chi fosse la persona da cui sarei andato, e avendone
ricevuto giudizi di rispetto e notazioni sul prestigio di cui costui godeva in
fabbrica, si acuiva il mio interesse a parlarle, ma anche la mia timidezza nel
presen-tarmi. In questo modo andavo costruendo un po' alla volta l'ambiente
della fabbrica come una cerchia di riconoscimento (per usare un termine che non
usavo allora, ma che mi è familiare oggi come appartenente alla teoria nella
quale, continuando a pensare a quelle cose, sono andato ingrovigliandomi), cioè
come un ambiente in cui le persone si muovevano quasi davanti a sguardi
virtuali dai quali si sentivano valutati e dai quali il loro lavoro riceveva
senso e ambizione. Un intellettuale senza radici - come mi sentivo certamente
io in quel momento, essendo state oramai trascinate via da successivi venti le
esili radici che mi avevano tenuto precariamente fisso a questo o quel terreno,
negli anni dell'università a Torino o in quelli di Vienna o di Parigi - un
intellettuale senza radici, dicevo, è generalmente capace soltanto di
immaginare cerchie di riconoscimento che siano pubbliche, che appaiono forti e
ambite solo appunto perché pubbliche, cioè sanzionate attraverso comunicazioni
che circolano apertamente tra tutti, per giornali, libri, premi, onori,
celebrazioni, nomine isti-tuzionali. Più tardi avrei imparato che anche per gli
intellettuali esistono, e tali da vincolarli intimamente, cerchie locali, assai
limitatamente aperte al pubblico: gli studenti, i colleghi di un'università o
di un istituto di ricerca o di un giornale, i propri pari di una determinata
disciplina. Ma li trovavo una cerchia che si chiudeva all'interno di una
fabbrica e del suo intorno formato da una piccola città più qualche paese, e
chiuso in questa cerchia vedevo costituirsi un sistema di moralità forte, in
cui le persone, per la qualità del loro lavoro, ma non solo, venivano
giudicate, am-mirate, imitate o evitate, fatte oggetto di affabulazioni e
leggende e motteggi, cui conseguivano rispetto o disprezzo, deferenza o
dileggio o noncuranza, ma senza che tutto questo fuoriuscisse, trovasse
corrispondenza in cerchie estranee, si comunicasse a persone non coinvolte.
Cosi mi sorprendevo a speculare su come fosse diverso per i Pampaloni, i
Momigliano, i Michele Ranchet- ti, i Libero Bigiaretti, i Luciano
Codignola, i Marco Forti, gli Ot-tiero Ottieri, i Giovanni Giudici, il senso di
ciò che facevano inquella fabbrica, del prestigio che vi potevano godere, dei
riconoscimenti da cui si facevano definire. La loro vera identità si era
costituita, o, almeno, mirava a costituirsi, in un mondo diverso, tra
intellettuali, cioè tra professionisti del far circolare il nome dei degni di
riconoscimento tra una cerchia larga di pubblico anche remoto; quell'identità
ognuno di loro avrebbe poi potuto arric-chirla, ma a suo beneplacito, se gli
fosse convenuto, con i giudizi che riceveva da quanto faceva nella fabbrica.
Come era diffe-rente, voglio dire, il senso dell'attività che costoro andavano
svolgendo quotidianamente dal senso del lavoro dell'operaio attrezzista Giovanni
Bovero, del caporeparto Giorgio Pautasso, dell'ingegner Carlo Corniglia e così
via e così via, tutto racchiu-so, quel senso, nella tensione verso il prestigio
che un po' alla volta si era formato fra i compagni di lavoro, fra i superiori,
nella loro officina, poi per «voci» nelle altre officine, poi magari tra
qualche conoscente fuori fabbrica: ché era questa la realtà che gli permetteva
di pensare a se stessi con un po' di orgoglio, pur senza che nulla si
trasmettesse a chi era fuori portata di quelle «voci». E mi sembrava di
poter estendere queste considerazioni alla situazione esistenziale dello stesso
Adriano Olivetti e all'ambiguità dell'immagine che di lui si disegnava in
azienda (in ditta, come si usava dire), al cui riconoscimento in qualche modo
egli sfuggiva. per la molteplicità delle cerchie remote, ed estranee alla
ditta, davanti alle quali, da gran signore della cultura internazionale, egli
andava rappresentandosi. Apparteneva troppo poco a loro, ai suoi dipendenti,
intendo, quel personaggio, troppo ricco di un patrimonio simbolico che andava
cumulando per il mondo senza che loro vi partecipassero, e neppure ne capissero
esattamente la natura, quando pur lui utilizzava il patrimonio materiale che
proprio il loro lavoro gli forniva. Andavo facendo queste riflessioni, o
mi sembra che andassi facendo allora queste riflessioni, mentre entravo in
contatto con una realtà che chiunque avrebbe considerato delle più normali; ma
io mi trovavo in quello stato d'animo stupito e prensile, proprio di chi viaggia
per un paese sconosciuto di cui ha sentito a lungo e vagamente parlare e ogni
osservazione che va raccogliendo gli offre l'occasione per completare qualche
percorso cognitivo già tracciato a casa propria, ma rimasto sospeso fino
all'affiorare di questo o quell'inedito frammento di realtà.Ho sottolineato che
quelle riflessioni «mi sembrava» che le fa-cessi, perché è probabile che allora
non ci fosse nulla di più preciso che il sentimento nebuloso che avrei potuto
farle. Soltanto in seguito maturerà lentamente in me la curiosità di capir
meglio la vera natura del fenomeno della reputazione, del prestigio, della
fama, che è poi a dire, con un termine comprensivo, del riconoscimento con cui
gli altri ci definiscono, e dell'effetto che questo riconoscimento, o
l'ambizione di esso, hanno su di noi, su quello che miriamo di compiere e
sull'idea che riusciamo a farci di noi stessi. In quei giorni tutto restava in
nuce, in uno stato d'animo di attenzione acuta, ma insieme di rinvio a sperate,
più chiare comprensioni future. Non potevo parlare con gli operai - «era
meglio che non lo fa-cessi», mi era stato detto - per la doppia ragione che non
andavano disturbati nel loro lavoro, il quale era quasi sempre a cottimo. cioè
pagato per la quantità di produzione completata ogni ora, e ci avrebbero
rimesso se li avessi costretti a interromperlo; e poi perché qualunque cosa
dicessi avrei potuto esser visto come un membro della direzione che
interpellava direttamente un operaio, e così commetteva un interferenza sia nei
confronti del capo del reparto in cui quell'operaio lavorava, sia nei confronti
dei sindacati, i quali erano l'altro organo autorizzato a parlare in fabbrica
con gli operai. Li osservavo lavorare passando lungo le file delle
lavora-zioni, dei montaggi, mi soffermavo davanti a questa o quella
ope-razione, cercando di mostrare interesse più per la tecnica che per i gesti
e il ritmo, ma dedicando attenzione nascosta proprio a quel- li. Mi
informavo poi con i capisquadra, o all'Ufficio tempi e meto-di, dei dati esatti
relativi ai ritmi. Purtroppo non li ricordo più ora con sicurezza, anche se in
quei giorni me ne ero impressi molti a memoria. Non erano ritmi chapliniani, né
alle lavorazioni, né ai montaggi, i gesti sembravano calmi. Unanime poi era
l'opinione - confermatami da sindacalisti e da operai con cui in seguito
parlai - che l'operaio preferiva fare operazioni di minor durata, e
ripetere sempre la stessa operazione meccanicamente, piuttosto che variare
operazione, o farne di più complesse da ripetere soltanto dopo passato un certo
periodo di tempo. Le operazioni brevi e sempre le stesse rendevano possibile un
atteggiamento meccanico verso il lavoro e assicuravano l'assenza assoluta di
impegno mentale, e permettevano di pensare ad altro mentre si compivano quei
ge-sti meccanici («penso alle cose da fare a casa» - «penso alla parti-ta»,
dicevano: le distrazioni generalmente non mettevano a rischio l'esattezza di
una operazione). Era l'opposto di quanto andavano scrivendo, su giornali e
riviste, gli intellettuali ben intenzionati che proponevano di riformare il
lavoro nelle fabbriche. Ed era invece in linea con quanto sostenevano i
sindacalisti, soprattutto di estrema sinistra, i quali consideravano che grazie
all'esecuzione meccanica dei gesti lavorativi l'operaio manteneva la sua
autonomia e il suo non coinvolgimento in quello che faceva, che non costituiva
il suo lavoro, ma sempre inevitabilmente il lavoro del padrone. Un altro
rovesciamento dialettico su cui meditare!? Erano tutti d'accordo invece
nel sostenere che si doveva affrettare l'eliminazione di quelle operazioni che
si prestavano a venire eseguite così meccanicamente da poter essere affidate a
una macchina. E infatti, in certi casi potevo osservare che la stessa
operazione che in un'officina qualche operaia eseguiva manualmen-te, veniva già
affidata a una macchina nell'officina vicina. Un'operaia prendeva da un
cestello un bulloncino, lo collocava su di un altro pezzo già preparato nel
quale doveva venir incorporato, con una leva spostava la testa di una pressa,
col piede azionava un pe-dale, la pressa schiacciava il bulloncino e
l'operazione era com-pletata. Erano passati dieci o quindici secondi. E subito
l'operaia ricominciava, prendeva dal cestello un bulloncino, lo collocava sul
pezzo... e avanti così (questo voleva dire che nella giornata di otto ore
quell'operaia aveva ripetuto quella stessa operazione circa duemila volte). In
un'officina vicina avevo visto l'identica operazione eseguita non dal braccio
di un operaio, ma da un braccio incorporato in una macchina e totalmente
automatico, che prendeva il bulloncino, lo collocava sopra il pezzo già
preparato e così via. Li un operaio si limitava a sorvegliare diverse di queste
mac-chine, e a intervenire solo quando s'inceppavano. Si trattava diuna tase di
transizione, mi spiegavano, tutte le operazioni di quel tipo sarebbero state
ben presto interamente automatizzate. Lo scopo dell'Ufficio tempi e metodi era
proprio quello di ridisegnare il lavoro di fabbricazione e di montaggio in
operazioni sempre più elementari, fino al punto che per eseguirle il braccio
umano poteva venir agevolmente sostituito da un braccio automatico disegnato
all'uopo. Dopo qualche settimana avevo girato la fabbrica in largo e in
lungo e paradossalmente la conoscevo meglio di molti che ci lavoravano dentro
da anni e sul serio. Quando arrivavano visitatori illustri mi chiedevano di
accompagnarli perché gli spiegassi le varie lavorazioni e funzioni. Avevo
oramai parlato con qualche decina di ingegneri, funzionari amministrativi e
capi-operai, e con alcuni di essi cominciavo ad avere, relativamente al mio
compito, un rapporto di familiarità. Mi accorgevo che alcuni si erano fatta del
mio ruolo - al di là dell'impegno che avevo in quel momento di redigere il
manuale di fabbrica - un'impressione tutta sbaglia-ta. Non al corrente del mio
rifiuto di adattarmi al compito originariamente assegnatomi da Adriano
(preludio di ovvia e prossima caduta in disgrazia cortigiana), e vedendomi
andare in giro per la fabbrica con la benedizione della presidenza, si
figuravano che fossi nelle grazie del presidente stesso, e che questi mi
avrebbe de-stinato, dopo una mansione ovviamente di iniziazione, a incarichi
dirigenziali importanti. Li lasciavo pensare cosi (a meno che non gli scappasse
qualche allusione sul tema, in questo caso smentivo animatamente) e
approfittavo della loro buona disposizione per trar vantaggi per il mio lavoro,
Malgrado però tale circostanza fa-vorevole, e malgrado avessi letto e riletto
manuali di fabbrica i più esotici, e incominciato a buttar giù pagine di questo
o quel previsto capitolo, cercando di semplificare, appianare, ammorbidire,
distendere, sciogliere la mia prosa, abituata a un anno di attorci-gliamenti
intorno al significato delle maschere dei Dogon o della tragedia greca, il
lavoro procedeva molto a rilento. 9. Adriano Intanto era ritornato
Adriano. Non mi disse nulla riguardo al mio rifiuto di occuparmi delle sue
biblioteche e centri comunitari. Miinvito a qualche riunione con visitatori
stranieri che volevano conoscere la realtà aziendale, e due o tre volte,
probabilmente su suggerimento di Pampaloni, mi chiese di scrivergli discorsi
che doveva fare agli operai o a qualche altro uditorio. È difficile ricostruire
ora l'atteggiamento che si andava formando in me nei confronti di Adriano
Olivetti mano a mano che lo conoscevo meglio e che si scioglievano i reciproci
atteggiamenti iniziali, di cortesia un po' convenzionale da parte sua e di
silenziosa deferenza da parte mia. A casa sua, durante qualche ricevimento, o
in casa di ami-ci, i Momigliano, i Pampaloni, avevo avuto qualche occasione di
parlargli a tu per tu di cose non attinenti al lavoro, ma senza mai andare a
fondo degli argomenti avviati. Una volta, a un gruppetto di persone in casa di
amici - c'era anche, ricordo, Vasco Pra-tolini, tutto sorridente e sperso in
quella realtà per lui nuova e verso la quale si sforzava di mostrare una
diligente curiosità di neorealistico visitatore -, Adriano parlava delle sue
idee sulla riforma sanitaria, e sosteneva, mi ricordo, che quando gli operai
erano in assenza per malattia avrebbero dovuto venir pagati più che con la loro
paga solita, perché dovevano sostenere maggiori spese. Gli ascoltatori
annuivano tra il cortese e il perplesso, nessuno notava ad alta voce come fosse
paradossale che proprio un imprenditore parlasse così, o osservava che in ogni
caso la soluzione andava raggiunta con altri mezzi. Quando non parlava a un
piccolo pubbli-co, durante i ricevimenti Adriano si sprofondava in un angolo di
divano, in silenzio, mentre la gente chiacchierava intorno a lui, guardava nel
vuoto tenendo in bocca l'indice di una mano, e ar-cuandolo, probabilmente
perché non gli scivolasse via dalla boc-ca, sì che nella guancia gli appariva
una sorta di rigonfiamento. Erano le occasioni in cui provavo per lui una
non ben determinabile simpatia, lo vedevo personaggio ricco e famoso e potente
e insieme insicuro, tormentato; ideatore di opere capaci di dura-re, ma anche
continuamente ansioso di fare più cose di quante gli riuscisse di ben definire;
seduttore con il gusto di attrarre a sé e influenzare (e, alcuni dicevano,
«intimamente corrompere») le persone che lo incuriosivano, o che gli era
capitato di ammirare fuggevolmente, per poi magari sentirsi in diritto di
lasciarle scivolar via per i rivoli non importa se fangosi del mercato; e
insieme persuaso di essere un incompreso, e quindi timido e sospet-toso;
calcolatore machiavellico e insieme compassionevole e ge-neroso; e lo vedevo li
su quel divano, circondato da persone, assai poche delle quali gli erano in
qualche modo familiari, in verità totalmente solo, forse consapevole che le
forze per fare quello che avrebbe voluto fare stavano declinando malattia dopo
ma- lattia, forse incerto se quello che gli restava da fare valesse la
pena di essere intrapreso. Si diceva di lui che fosse rimasto
profondamente colpito da giovane dalla preferenza che il padre, fondatore della
fortuna fa-miliare, aveva mostrato verso il fratello più giovane, Massimo,
dalla personalità geniale anche se labile, e morto precocemente subito dopo la
fine della guerra. Si diceva anche che al momento delle leggi razziali la
famiglia Olivetti si fosse riunita e il patriarca avesse deciso che uno di loro
si sarebbe dovuto sacrificare e iscrivere al Partito nazionale fascista,
indicando all'uopo Adriano, il quale del resto legalmente non era definibile
come ebreo, la madre essendo protestante (il nonno era un pastore valdese).
Così Adriano, pur furioso contro il padre, si era dovuto iscrivere. La leggenda
è solo in parte vera. I rapporti di Adriano col fascismo, e più specificamente
con la tendenza corporativa di sinistra che faceva capo a Bottai, risalivano ai
primi anni Trenta ed erano funzione dei suoi progetti di pianificazione
urbanistica e di riordino sociale in genere. Erano parte, cioè, di quell'onda
di speranza che aveva avvicinato al regime architetti e urbanisti e altri
intellettuali fascisti che si sentivano di sinistra e che immaginavano di poter
influire sulle intenzioni corporatiste e pianificatrici intravedibili nel
regime in quegli anni. Adriano vi vide qualche segnale di contiguità con le sue
idee e ne scrisse su riviste quali «Il Lavoro fa-scista», «L'Ordine
Corporativo», e fondò infine una rivista di tendenza corporativista, «Tecnica e
Organizzazione», che continuò anche dopo la guerra. Dopo 1'8 settembre
era passato in Svizzera, lasciando la direzione dell'azienda a Gino Martinoli,
suo cognato (era fratello di Natalia Ginzburg, oltre che della prima moglie di
Adriano), il quale l'aveva diretta con molta abilità e molto consenso tra le
maestranze e i dirigenti; tanto che al ritorno Adriano, sempre secondo «voci»,
era diventato geloso dell'ascendente del cognato e, con l'accordo della
famiglia, gli aveva fatto abbandonare la direzione. Martinoli, che poi
conobbi e con cui collaborai in diverse occa-sioni, persona dolcissima e in
qualche modo ingenua, ne rimaseassai ferito. Continuò poi una brillante
carriera di alto dirigente industriale e, quando in pensione, di generoso
organizzatore di ricerche sociali. In Svizzera Adriano era andato
elaborando le sue idee politi-che, aveva redatto un progetto di Stato
comunitario che aveva inviato per lettera a una serie di personalità allora
rifugiate in Svizzera come lui, e (mi raccontava anni dopo l'allora vicepresidente,
e poi presidente, dell'Eni Boldrini, il quale tra gli altri aveva ricevuto la
lettera) immaginato persino la bandiera che questo Stato avrebbe dovuto
inalberare, non mi ricordo il colore (forse era pur sempre tricolore), ma mi
ricordo lo stemma, una campana, la stessa che diventerà poi il marchio di
Comunità; ed era disegnata a mano in chiusura della lettera. Verosimilmente
quella lettera conteneva l'abbozzo del progetto che Olivetti avrebbe pubblicato
subito dopo la fine della guerra nell'elegantemente curato volume
L'ordine politico delle Comunità (dello Stato secondo le leggi dello spirito),
uno dei primi della nuova casa editrice da lui appena fondata con l'aiuto di
Luciano Fuà. Ne ebbi subito una copia, quando arrivai, e così l'avevano tutti gli
intellettuali e semi-intellettua-li, lì intorno, ma tutti ostentavano di non
averlo letto, e sorridevano (a meno che non fossero true believer comunitari, e
ce n'erano pochi), se uno glielo chiedeva. Come sempre in ambienti che vivono
sotto l'ombrello di un personaggio carismatico, circolavano le battute sul
linguaggio olivettiano; e così bisognava star attenti, in un salotto di Ivrea,
a non informarsi di che misura avrebbero dovuto essere le dimensioni di qualche
oggetto, piatto, mobile, edificio, macchina o territorio o altro di cui si
parlasse, perché la risposta era già sulla punta della lingua dell'eventuale
ben informato interlocutore: «né troppo grande, né troppo piccolo», che era
appunto la dimensione che Olivetti insisteva dovesse essereassai ferito.
Continuò poi una brillante carriera di alto dirigente industriale e, quando in
pensione, di generoso organizzatore di ricerche sociali. In Svizzera
Adriano era andato elaborando le sue idee politi-che, aveva redatto un progetto
di Stato comunitario che aveva inviato per lettera a una serie di personalità
allora rifugiate in Svizzera come lui, e (mi raccontava anni dopo l'allora
vicepresidente, e poi presidente, dell'Eni Boldrini, il quale tra gli altri
aveva ricevuto la lettera) immaginato persino la bandiera che questo Stato
avrebbe dovuto inalberare, non mi ricordo il colore (forse era pur sempre
tricolore), ma mi ricordo lo stemma, una campana, la stessa che diventerà poi
il marchio di Comunità; ed era disegnata a mano in chiusura della lettera. Verosimilmente
quella lettera conteneva l'abbozzo del progetto che Olivetti avrebbe pubblicato
subito dopo la fine della guerra nell'elegantemente curato volume
L'ordine politico delle Comunità (dello Stato secondo le leggi dello spirito),
uno dei primi della nuova casa editrice da lui appena fondata con l'aiuto di
Luciano Fuà. Ne ebbi subito una copia, quando arrivai, e così l'avevano tutti
gli intellettuali e semi-intellettua-li, lì intorno, ma tutti ostentavano di
non averlo letto, e sorridevano (a meno che non fossero true believer
comunitari, e ce n'erano pochi), se uno glielo chiedeva. Come sempre in
ambienti che vivono sotto l'ombrello di un personaggio carismatico, circolavano
le battute sul linguaggio olivettiano; e così bisognava star attenti, in un
salotto di Ivrea, a non informarsi di che misura avrebbero dovuto essere le
dimensioni di qualche oggetto, piatto, mobile, edificio, macchina o territorio
o altro di cui si parlasse, perché la risposta era già sulla punta della lingua
dell'eventuale ben informato interlocutore: «né troppo grande, né troppo
piccolo», che era appunto la dimensione che Olivetti insisteva dovesse
esserezione giusta, Olivetti a un certo punto si spazientisse e volesse metter
mano alla cazzuola, ma, bloccato al suo tavolo, finisse per ritrovarsi bambino
a combinare i cubetti del Lego. Si presentò con il suo Movimento, diventato
apertamente politico, e alcuni al-leati, alle elezioni del 1958, e dopo una
campagna costosissima ottenne un seggio di deputato, quello del capolista, il suo,
invece dei sette-otto, più almeno tre di senatore, che si aspettava. I maligni
sussurravano che con metà dei soldi che aveva speso la De di seggi gliene
avrebbe dati ben di più. In realtà trattative per presentarsi alle elezioni
nelle liste della democrazia cristiana se ne erano avute a più riprese, e la
segreteria romana, che era favorevole, aveva dovuto cedere all'opposizione dei
democristiani locali che invece non ne volevano sapere (probabilmente anche per
timore di dover cedere seggi; questo era soprattutto il caso di Pella, che non
voleva vedersi capitare Olivetti nel suo biellese). Adriano, del re-sto, aveva
molta ammirazione per Fanfani; e inoltre era recente la sua conversione al
cattolicesimo. Da documenti ritrovati dopo la morte si è visto che quella
conversione non era soltanto funzionale al matrimonio religioso con la nuova
moglie, come molti pen-savano, ma rispondeva a un reale atteggiamento di
ammirazione per il cattolicesimo come dottrina di ordine socialet Dopo
qualche mese si stancò di fare il deputato, si dimise e lasciò il suo seggio a
Franco Ferrarotti, che aveva avuto il secondo posto nella lista grazie a una
campagna elettorale molto attiva e abile nel Canavese. Negli anni prima
di morire Adriano lottò contro la malattia e contro la famiglia che voleva
togliergli il controllo della società, temendo che ne sperperasse le risorse
per le sue fantasie politiche. Seppi della sua morte a Teheran, dove mi
trovavo per il primo lavoro che mi era stato offerto dopo gli oltre due anni di
disoccupazione seguiti al licenziamento dall'azienda. Qualcuno mi disse che era
morto viaggiando verso la Svizzera, dove andava a trovare la figlia bambina, e
che quando si era accorto dell'attacco al cuore si era trascinato per il
corridoio, sballottato per gli urti del treno in corsa, da uno scompartimento
all'altro, senza che dapprima i viag-giatori che lo vedevano agitarsi capissero
bene di che cosa quell'uomo stesse in quel modo strano andando in cerca.
10. Organizzazione aziendale o corte del principe? Armanda
Guiducci, letterata pura, era sempre presente e attiva alle nostre discussioni
culturali e politiche, ma restava assolutamente estranea a tutto quanto
riguardasse la fabbrica e non capiva come invece noi, pur fondamentalmente
formati in una cultura filosofica e letteraria, ne potessimo essere coinvolti,
mostrandoci appassionati a interpretare quanto vi succedeva. Si stupì assai
quando, avendomi chiesto come giudicassi l'esperienza che stavo attraversando,
io le dissi che la consideravo fondamentale, un po' come una mia seconda
università. Me ne chiese il perché, e le parlai della straordinaria, almeno per
me, esperienza che era quella di operare quotidianamente all'interno di
un'organizzazione produttiva a vincoli forti, dall'ordine rigoroso, dove ogni
mossa è finalizzata a precise e prevedibili conseguenze, dove è necessario
entrare in questo gioco di ricostruzione delle aspettative diffuse riguardanti
il proprio comportamento se non si vuole che esso risalti subito non soltanto
come insipiente, ma come diretto a vuoto, vano, poco serio, egotistico.
L'osservazione delle interdipendenze produttive, delle prevedibilità
incorporate nel più minuto operare di ogni persona, della coerenza tra ambiente
tecnico e mosse umane, mi aveva aperto un mondo che era estraneo, sì, a quello
nel quale mi ero formato, ma che si mostrava capace di affascinarmi quanto più
mi accorgevo che stava diventando naturale muovermi in esso; quasi si aprisse
davanti a me, mi occorse ironicamente di pensare, in maniera analoga a come si
erano elettronicamente aperte davanti ai miei passi le portiere che dividevano
uno dall'altro i reparti della fabbrica, suscitandomi, la prima volta che le
avevo attraversate, una stupita incredulità (erava- mo, si ricordi, nel
1953), che mi aveva fatto sostare di botto, ritornare indietro, esaminare tutto
intorno gli stipiti, poi guardare in alto, riattraversare due o tre volte,
improvviso e non mimato Jacques Tati, per fortuna in quel momento senza
spettatori, prima di capir bene (ma l'ho mai capita bene?) la diavoleria. E
ri-cordo l'infantile vanità di ostentare confidenza con l'ambiente tecnico,
durante la visita di un mio vecchio amico parigino che condussi in giro per la
fabbrica. Passammo per quelle stesse porte che ci si spalancavano davanti, io
con una naturalezza che intendevo sottolineare stando attento a trattenermi dal
far com-menti, ché dovevo mostrare come per me fossero superflui, mentre però
spiavo con la coda dell'occhio le contenute espressioni di sorpresa dell'amico,
che anche lui si trovava per la prima volta di fronte a quel tipo di
marchingegno. Ma c'era di più, nell'esperienza che si faceva
all'Olivetti, che non i calcoli dell'organizzazione e gli stupori della
tecnica. Almeno per chi girasse negli ambienti della presidenza e dell'alta
diri-genza, la Olivetti non era soltanto una per quegli anni modernissima
organizzazione produttiva, era anche una corte. A chi mi avesse chiesto come
meglio prepararsi per andarci a vivere, prima dei lavori di Herbert Simon o Jim
March, gli avrei consigliato di leggersi attentamente il Castiglione o le
memorie del duca di Saint Simon. Un'atmosfera di corte la percepisci ai
primi imbarazzi. Ti accorgi che qualcuno si comporta nei tuoi confronti in
maniera che non ti aspettavi e capisci, o credi di capire, o credi che ti
vogliano far capire, che quel nuovo comportamento va riportato a qualche evento
che ha alterato i tuoi rapporti con una terza persona da cui lui e te in
qualche modo dipendete. Se tardi a capire, allora è lui che ti ci conduce con
qualche innuendo. Se la terza persona cui si allude, cui si sembra alludere,
risulta essere «il presidente» - che è come dire «il principe» - gli effetti di
questo comportamento inatteso non sono da prendere alla leggera, te li ritrovi
addosso per giorni. Vai a parlare con altri, cerchi di capire, sempre il più
obliquamente che puoi, se hai proprio visto giusto, se sei irrimediabilmente in
«disgrazia», a che cosa ciò possa essere dovuto, se intorno a te gli altri
pensano che questa situazione durerà. Rivedo una pagina di diario in cui
raccontavo di un amico che si era accorto di essere in disgrazia: A. mi
racconta - scrivevo - dei modi con cui il Presidente gli esprime il suo
malgarbo, o scarsa simpatia, oppure indifferenza. Capita che saluta tre o quattro
persone in mezzo alle quali si trova lui, e lui lo sca-valca, e poi magari,
come ripensandoci, ritorna indietro e gli dà la ma-no, ma assai
frettolosamente. Alcuni amici gli hanno riferito che il Presidente si è
lamentato con loro perché lui aveva svolto male il lavoro che gli era stato
affidato. E evidente che ad A. costa molto parlare con altri, anche suo amici,
quale sono io, di questi segni della sua 'disgra- zia', e che a lungo si
è sforzato di tenersela per sé. Mi dice: le racconto a te queste cose perché tu
sai di che natura sono, sai che cosa significa 'essere in disgrazia. Se
mi guardo dentro con attenzione - continuavo in quella pagina di diario - mi
accorgo di sentire una punta di soddisfazione ascoltan-dolo. Malgrado mi sia
amico e lo abbia in simpatia e sia riconoscente della gentilezza che mi
dimostra anche essendo io, appunto, in disgrazia [...] mi urta la sproporzione
tra quanto lui dà mostra di credere di sé e quanto in realtà vale. Adesso,
vederlo riabbassato dalla sua disgrazia lo giudico un riequilibrio dovuto. Ma
mi rimprovero immediatamente di questo sentimento, che per fortuna resta
tenuissimo e scompare. Occorre dare importanza a giudizi più fondati nei nostri
rapporti con gli altri. Si tratta di una pagina, è chiaro, il cui interesse
non sta tanto in ciò che racconta, quanto in ciò che implicitamente rivela;
poiché illustra la tortuosità delle situazioni cortigiane: scritta da una
persona che si trovava «in disgrazia», come era appunto il mio ca-so, la quale
annotava gli stati d'animo di un amico a sua volta «in disgrazia», e
osservandoli si faceva tentare da sentimenti di approvazione della disgrazia
altrui, subito però vergognandosene e cercando, con più o meno successo, di
espellerli. In simile clima si sviluppavano poi strane tecniche di
rapporti burocratici. Ti capitava di essere molto in confidenza con qualcuno, e
aver con lui rapporti normali e cordiali. Un giorno lo vai a trovare, ti
risponde appena, non ti guarda, se sei nel suo ufficio ti fa capire, o ti dice
esplicitamente, che non ha tempo per parlarti e che è meglio che te ne esci. Lo
incontri dopo qualche giorno e magari lui è ritornato alla cordialità di prima.
Incominci a guardarti meglio in giro e ti accorgi che questa tecnica del caldo
e freddo non è sporadica, la scopri in altri casi, la trovi applicata
sistematicamente, te la senti, insomma, tutt'intorno come una pellicola che ti
si può appiccicare addosso quando meno te lo aspetti e hai terrore di restare
poi incapace di spiccicartene. Capisci allora che si tratta di una
tecnica che ha la funzione di permettere a chi pur non sia collocato in
posizione gerarchica-mente eccelsa di auto-attribuirsi il potere di determinare
«micro-disgrazie» e «micro-fortune», sia facendo credere di possedere
autonomamente questo potere, sia alludendo che si tratta di un potere che
costui riceve dai suoi contatti con la fonte ultima di tutti i poteri
aziendali. E questo ti umilia ancora di più, perché ti rendi conto che a lui
non costa nulla comportarsi in quel modo offensivo con te, non teme tue
rappresaglie, quindi tu sei poco più che spazzatura, e neppur ha senso che te
la prendi con lui, la colpa evidentemente sta in te. 11. L'illuminismo
magico Aggiungi, altro tocco, come dire, rinascimentale, la presenza di
una dimensione che ti sfuggiva, nei confronti della quale tutt'al più potevi
difenderti ironizzando, una dimensione misteriosa, quella dei riferimenti
magico-religioso-junghiani di Adriano. Negli ambienti intorno ad Adriano se ne
scherzava, ma si sapeva anche che quei riferimenti, e le tecniche di
valutazione umana che ne derivavano, influenzavano i giudizi che Adriano si
formava delle persone che lo interessavano, e persino le decisioni su chi
assu-mere. Si diceva che Adriano si servisse di due grafologi (non intendo
assolutamente affermare che la grafologia sia magia, ma spesso chi bazzica con
l'una bazzica anche con l'altra), in due città differenti, e che mandava a
entrambi le domande di assunzione di dirigenti e collaboratori vicini (si era
imperativamente richiesti di scriverle a mano). I grafologi consultati erano
due perché, non si sa se per residuo di spirito scientifico o per diffidenza,
Adriano li controllava uno con l'altro. Un giorno, quando Adriano era via,
capito che alcuni amici che lavoravano agli uffici della presidenza avessero in
mano le chiavi degli schedari dove erano conservate le analisi grafologiche.
Vennero da me e da altri a raccontarcelo ri-dacchiando. Avevano visto tra le
altre anche la mia. Curiosissimo, chiesi subito cosa conteneva. «E buona, è
buona..» - «Ma cosa contiene esattamente?», cercai di insistere. Non me lo
vollero di- re, ripetendo solo «si, si, è molto buona». Ne dedussi che
doveva contenere anche qualche malevolo negativo giudizio, ma lasciai andare,
oramai i giochi erano fatti, ero già assunto, e da tempo «in disgrazia», in
ogni caso.Potrà sembrar strano che una persona come Adriano Olivetti. di
formazione tecnica, oltre che di ampia cultura moderna, frequentatore di
letterati, filosofi e intellettuali laici in genere, si muovesse poi, privatamente,
quasi nascostamente, entro questo «sce-nario magico-religioso», come lo
descrive Pampaloni in quel suo ricordo che ho citato prima, nel quale qualche
riga dopo definisce Olivetti «uno strano illuminista» («magico»). Ma bazzicando
in quegli anni, per ragioni di lavoro, tra la letteratura (libri e liberco-li,
riviste, opuscoli) di cui si pascevano i dirigenti industriali e gli
imprenditori, mi accorsi che la cosa era poi meno eccezionale di quanto a prima
vista si sarebbe potuto credere. Astrologia, erme-tismo, cultura magica varia
abbondavano tra le letture dei capi della nostra industria in quegli anni (e
oggi?). Cercai di darmene spiegazione congetturando che il grande,
incontrollato potere umano (potere sul destino di altri uomini) di cui quella
classe di persone arrivava a godere, a volte, per vicende varie, senza
esserselo aspet-tato, e quasi sempre senza esservi umanamente e culturalmente
preparati - preparati, voglio dire, a capire e osservare le regole che quello
specifico tipo di rapporti umani comportava - li lasciasse spesso assai incerti
sulla natura di quel potere, e sulla legittima-zione, non soltanto giuridica,
con cui giustificarlo. Ne scaturiva un desiderio di spiegazioni facili e rapide
(è gente che non ha molto tempo libero, si sa) del mondo in generale (magari
dei mondi, ancor più in generale), e quindi anche del loro ruolo nel pezzo di
mondo in cui qualche destino li aveva condotti a operare e co-mandare. Quel
tipo di letteratura glielo soddisfaceva. In quel mondo, dunque, o ai suoi
margini, mi andavo muo-vendo, cercando di spiegarmi le sue sottigliezze e i
suoi giuochi, in termini augurabilmente più razionali di quelli
dell'astrologia, non con l'ambizione di teorizzarlo, ma semplicemente per
sentir-mi, e apparire, meno impacciato, quando non sapevo se entrare
nell'ufficio di un incerto amico o non entrarvi; se salutare il potente
direttore amministrativo che faceva finta di non vederti o far finta di non
vederlo a tua volta, e rivolgergli, o no, la parola quando stavate quei terribili
secondi insieme nell'ascensore; se ritenerti offeso da qualche sgarbo, o invece
no, perché in realtà quell'atto nel codice di corte sgarbo non era, e in ogni
caso, poi, cosa avresti veramente fatto, una volta che avessi deciso che era
sgarbo, e che, si, ti dovevi sentire offeso?Mi resi conto ben presto che anche
a capirne il gioco non bastava a liberartene veramente. Fossi rimasto qualche
anno ancora, presagivo con un certo, non so quanto palesato a me stesso,
spa-vento, anch'io, nel mio piccolo, se devo dir cosi, pur restando, cioè, per
quel rifiuto iniziale di collaborare con «Comunità», nella mia situazione di
originaria e non superabile cortigiana «di-sgrazia», avrei finito per
omologarmi, avrei cioè adottato le stesse superflue strategie, le stesse mosse
felpate, le stesse calcolate cau-tele, e sarei stato percorso dalle stesse
subitanee agitazioni, e adombramenti segreti, e poi piccole agognate
soddisfazioni, che vedevo rivelarsi negli sguardi delle persone attorno a me.
Forse è anche per questo, senza rendermene conto chiaramente, che colsi
l'occasione di rompere radicalmente con quel mondo quando partecipai alle
elezioni del Consiglio di gestione contro il sindacato del padrone. O forse non
solo per questo, vedremo, ma, in- somma, così andò. 12. I primi
passi «miei» Prima però occorre che dedichi qualche riga all'unico lavoro
serio che riuscii a portare a termine in quella fabbrica. Stabilito, per
ammissione di tutti, che un manuale di fabbrica che accontentasse insieme il
presidente, gli ingegneri, i capi, la Commissione in-terna, e servisse poi agli
operai, era impresa impossibile, si pose il problema di cosa altro farmi fare.
La soluzione, per la direzione, fu semplice. Mi dissero: hai ormai esperienza
sufficiente della situazione organizzativa dell'azienda: pensa tu a un servizio
che possa essere utile, facci tu una proposta, compila un ordine di ser-vizio,
con un buon memorandum che ne illustri le ragioni. Mi chiusi
nell'ufficetto che mi avevano assegnato e mi misi a pensarci su. Si noti che
non mi dettero una scadenza, potevo prendermi tutto il tempo che volevo. Ero un
po' preoccupato, perché dovevo dedurne che la mia presenza contava poco, era
vista come un sopportabile costo e niente più. Ne parlai con amici, che però mi
rassicurarono: sappi che l'ingegner B. (uno dei dirigenti carismatici dei
«Progetti»), quando fu assunto, anni fa, restò sette-ot-to mesi senza che gli
dicessero cosa l'avessero preso a fare. Poi la sua carriera svetto. Sorrisi
all'idea che la mia carriera potesse maisvettare, ma pensai che era in ogni
caso nel mio interesse avere una mansione precisa al più presto possibile. Mi
informai di cosa fosse veramente un «ordine di servizio» mirante a istituire un
nuovo ufficio, come dovesse esser redatto, e dopo qualche tempo ne produssi uno
con il quale, in cinque o sei pagine, proponevo la costituzione dell'Ufficio
studi relazioni sociali (nome un po' barzotto, al quale però si dovette
arrivare dopo negoziati e veti vari) - praticamente un centro di ricerca di
sociologia del lavoro (ce n'era già uno per le applicazioni della psicotecnica,
ma non per ricerche che restassero autonome dalle richieste della direzione del
perso-nale). Con mia, e non solo mia, sorpresa (avevo già capito abbastanza di
come funzionasse l'organizzazione aziendale per non essermi armato del
necessario corazzante scetticismo), la mia proposta fu accolta, e ricevetti
persino lodi per come era redatto il me- morandum. Mi assegnarono
uffici e personale, e non mi sognai di lamentarmi anche quando ben presto mi
accorsi che si trattava sia di uffici sia di personale che non si sapeva come
altro impiegare. Gli uffici erano nel cosiddetto «convento» (immagino che
esista ancora - era appunto stato originariamente un convento), luogo sacro
nella tradizione della famiglia Olivetti, poiché era servito da abitazione a
Camillo, che da li aveva guidato i primi passi del-l'azienda, una quarantina di
anni prima. Nessuno voleva andare a lavorarvi perché era collocato in un posto
un po' staccato dalla fabbrica e dalla direzione, e ciò rendeva difficili i
rapporti quotidiani con gli altri uffici. Ma a me stava alla perfezione, tre o
quattro grandi stanze, in pieno verde, bosco e campi da tennis vicini. dove
potevo andare appena finito il lavoro. Quanto al personale, era anch'esso «residuo»,
per dir così, erano cioè impiegati che nessun altro ufficio desiderava tenersi.
La segretaria, mi informarono amici, era considerata una specie di strega (un
po' ne aveva l'aria, pur dovendo essere stata una bella donna da giovane), che
litigava con tutti e veniva quindi immancabilmente trasferita da un ufficio
altro. Ma con me andò d'accordo, fu gentilissima e lavorò senza una pecca, o
senza una pecca grave che io ricordi, al-meno. Era la prima volta in vita mia
che avevo una segretaria a mia disposizione, e probabilmente ero
particolarmente gentile anch'io (ma non è stato diverso negli altri otto o
dieci casi in cui mi capito di avere segretarie che hanno lavorato per me).
Quanto all'assi-stente, era un impiegato sulla quarantina, laureato credo in
legge (e, anche scontando il basso livello delle università italiane del
do-poguerra, mi domando per quali mai vie traverse), giudicato da chi lo
conosceva, e non se lo voleva vicino, un tipo un po' stram-bo, con vaghe ubbie
culturali. Devo dire che non riuscii a utilizzarlo del tutto efficientemente,
ma ci andai d'accordo, ogni tanto entrando con lui persino in discussioni
culturali, nelle quali mi spiegava le sue teorie del mondo, il quale mondo, mi
accorsi una volta, secondo lui esisteva dal 4000 a.C. (la persona, si noti, non
era credente). Quando gli obiettai che, a quanto si poteva sapere, esisteva da
molto più tempo, mi rispose che intendeva dire che era l'uomo che esisteva da
quelle sei migliaia di anni. Debolmente insistei che anche per l'origine dell'uomo
la data andava di molto anticipata. Sembrava pronto a negoziare anche la data
dell'origine dell'uomo, ma almeno qualcosa che ci fosse soltanto dal 4000 a.C.
gli sembrava necessario trovarlo. Il linguaggio? Anche su quello, gli dissi...
Infine gli proposi di considerare che quella poteva essere una buona data per
fissare all'incirca l'origine della scrittura, e lui sembrò pacificato e pronto
a riprendere il ragiona-mento; che non ricordo quale fosse, cioè che cosa
mirasse a dedurre da quella datazione, una volta impietosamente sottrattogli il
riferimento ad Adamo ed Eva. Avevo insomma di fronte un interessante caso di
disordinato provinciale desiderio di sapere - o meglio, bisogno di sistemare un
certo scarso numero di disparate informazioni - che si muoveva da
un'incredibile assenza di basi culturali elementari, supplita al più da alcune
nozioni bibliche ricevute forse in catechismo e non più corrette. Ne dovetti
concludere che in ben poche situazioni avrei potuto da lui farmi
as-sistere. Bloccata l'ansia del mio assistente di discutere sull'origine
del mondo, negoziai con la direzione (cioè, in questo caso, Momi-gliano, ma
credo che lui si consultasse con Pampaloni) il lancio di una ricerca sui
cosiddetti «capi-intermedi». In gran parte della letteratura aziendalistica di
allora la «questione dei capi» era considerata cruciale per l'andamento di una
buona organizzazione aziendale. Costituivano la mediazione indispensabile tra
la direzione che dava gli ordini generali e la mano d'opera che doveva eseguire.
Se di origine operaia, come era spesso il caso, non conoscevano i metodi nuovi
di organizzazione, o non li credevanonecessari. Se di origine tecnica (alcuni
capiofficina erano inge-gneri, la gran parte erano periti tecnici industriali)
potevano trovare difficoltà ad avere rapporti sciolti con gli operai. La
riuscita di eventuali innovazioni organizzative o tecniche (che erano
con- tinue) dipendeva inevitabilmente da loro. E da loro dipendeva anche
il cosiddetto «morale» dell'azienda, quell'entità che resta in-
definibile, malgrado gli sforzi definitori della letteratura azienda-listica,
ma che è assai facile, passati alcuni giorni in un'azienda a guardare e
parlare, capire se sia alto o sia basso: Lavorai diversi mesi e alla fine
consegnai un rapporto di ricerca di una cinquantina di pagine, corredato da
diverse decine di pagine di protocolli d'interviste. Credo di aver riletto per
la prima volta quel rapporto ieri, dopo - quanti sono ormai? - 43 an-ni! Mi
aspettavo di peggio, è ancora leggibile. E ho scoperto persino alcune cose
interessanti che avevo dimenticato. Feci, tutte io (mica potevo fidarmi
di mandarci il mio cosmo-gonico assistente), più di 50 interviste (34 scelte
con regolare cam-pionamento, le altre a informatori qualificati), a operai, a
capi, a dirigenti. Mi si rivelò allora quanto fosse forte in me il gusto
del- l'intervistare. Da allora per anni e anni, a ogni occasione di
ricer-ca, mi sono organizzato per intervistare io stesso il maggior numero
possibile di persone, e nel corso della mia vita di lavoro sociologico calcolo,
all'ingrosso, che avrò fatto, tra l'una o l'altra ri-cerca, da solo o con
aiuti, diverse centinaia di interviste. Ricordo l'ultima, quattro o cinque anni
fa, insieme con Donatella della Porta, e con solo iniziale imbarazzo, a un
politico locale in attesa di sentenza definitiva di condanna per corruzione.
Nella situazione di intervista «non strutturata» (così si chiamano nel nostro
gergo le interviste in cui non si usa un questionario predeterminato, ma soltanto
una traccia che puoi adattare a seconda di come procede il colloquio) ti attrae
il gusto di far parlare una persona che non conosci su temi che tu scegli, e su
cui magari lei all'inizio non capisce bene di cosa esattamente si tratta, ma
dopo un po' ti accorgi che le viene voglia di dire più cose di quanto tu le
chiedi, perché si trova di fronte a un'occasione rara: qualcuno che sta ad
ascoltarla su argomenti che lei conosce, o crede di conoscere, e che la lascia
parlare. Ti si apre così la possibilità di penetrare nella nicchia delle
immagini familiari di una persona (pensai una volta di chiamare questa
attrazione il «complesso di Asmodeo», ri-cordando il diavolo che scoperchia i
tetti delle case, caro a François Mauriac), scavando al di sotto dei riassunti
vaghi, che lei di primo acchito sarebbe pronta a darti, ma che tu ti sei
preparato a non accettare ciecamente per buoni, delle situazioni che
t'interessano, per arrivare ai gesti, agli atti visibili che le hanno create,
alle connessioni inattese con altre situazioni; e mentre l'ascolti cercar di
trarre da sé il più presentabile di sé, la vedi poi finir per rivelarti ciò che
lei stessa arriva a capire mano a mano che ti parla. La ricerca fece
venire alla luce - tra altre cose che ora hanno perduto il loro interesse - che
anche in un'organizzazione tanto attenta al cosiddetto «fattore umano», qual
era l'Olivetti, i germi dell'autoritarismo erano vivi, e cosi l'insofferenza
per esso. Ma la protesta oscura che veniva alla luce non era tanto quella contro
l'autoritarismo del comando aspro o ingiusto, piuttosto, invece, quella contro
l'esercizio dell'autorità che rende possibile l'indif-ferenza, il non ascolto,
lo sprezzo per la collaborazione offerta, il non riconoscimento della tua
esistenza. E capivi che quella forma di «potere culturale» (come altro
chiamarlo?), di cui si fa forte chi ti tiene condiscendentemente a distanza, si
rifiuta di prendere in considerazione ciò che chiedi o che proponi, ti ignora o
non ti par-la, ti esclude, mostrando la tua irrilevanza, dalle decisioni che
riguardano il modo in cui tu devi lavorare, insomma ti fa «sentire una merda»,
come mi si diceva, perché non sai quello che solo sa chi sa - era quel potere a
creare dispetto, o ribollimento interiore, e umiliazione. Mentre il puro comando
gerarchico, prevedibile, apparentemente anonimo, quasi prodotto da una
macchina, che non fa emergere responsabili contro cui indignarsi, è uguale per
tutti, stabilisce automaticamente chi deve ubbidire e chi corrispondentemente
deve comandare, si presenta come assai meno offensivo dell'altro, e tutt'al più
provoca risentimenti astratti. Forse in quelle deplorazioni e querele veniva a
galla una certa nostalgia dei rapporti paternalistici che avevano retto
l'azienda fino a poco tempo prima, e ancora vigevano qua e là, pur perdendo
terreno di fronte all'introdursi di rapporti gerarchici più freddi e
distanti. Ma c'è dell'altro, credo, in questo processo dello
stratificarsi soggettivo in termini di sapere, che lo fa più escludente e più
offensivo di altre forme di distanza sociale. Lo ritroverò quando, anni do-po,
condurrò ricerche nelle sezioni dei partiti di sinistra, e me ne rioccuperò con
più attenzione.Nello stesso tempo si manifestava, in chi aveva l'età per
con-frontare, la consapevolezza che gli atteggiamenti impositivi fossero assai
mitigati rispetto a prima della guerra, e che erano assai rari i casi di
scortettezza da parte dei capi; anche se si riconosceva che pure durante il
fascismo all'Olivetti il rispetto degli operai si era in qualche modo mantenuto.
Del resto, durante il fascismo, la dialettica interna di fabbrica, come
sembrava di poterla ricostruire dai ricordi di chi era stato operaio allora,
non era così linearmente determinabile come ce la si può immaginare sulla base
dei luoghi comuni. Il ricordo era che i fiduciari dei sindacati fascisti (e
questo mi sarà confermato in colloqui che ebbi altrove con operai anziani della
Cgil), quando c'erano controversie con la direzione, intervenivano spesso, non
senza effetto, in favore degli operai. Ritornando all'importanza del
possesso di sapere come criterio duro di separazione sociale, mi andavo
domandando se il prestigio che all'Olivetti veniva attribuito dall'alto agli
intellettuali non percolasse giù fino ai livelli inferiori dell'organizzazione
e rafforzasse la separazione tra chi vedeva incluso nei suoi compiti quello di
conoscere, informarsi, accrescere il suo sapere, fosse pure non immediatamente
funzionale alle sue mansioni, e chi di questa possibilità era privo. Simile
atteggiamento rafforzava anche quel contrasto, che è consueto in tutte le
organizzazioni, tra line e staff: o volendo italianizzarlo con la più
espressiva terminologia milita-re, tra comando e stato maggiore (di cui staff,
si sa, è la traduzione inglese). Lo staff include chi dice come si deve
lavorare; la line chi comanda che si deve lavorare. Nello staff risiede il
sapere, e la responsabilità di accrescerlo; nella line c'è il rapporto tra
persone, o, come ci si esprime con un certo orgoglio usando la terminologia
militare, il comando di uomini, con relativo possesso del-l'ascendente
necessario per farsi ubbidire. E non ci si meravigli se mi servo della
terminologia militare; non è soltanto per confronti che ho personalmente avuto
occasione di poter fare, ma anche perché si dà caso che lo stesso Adriano
Olivetti non trascurasse di notare le analogie tra una fabbrica e un'unità
militare. Pensava in particolare alla nave da guerra; tanto che aveva assunto,
per farli diventare dirigenti, una certa quantità di ex ufficiali di marina
(che nel dopoguerra si trovavano ovviamente in abbondanza sul mercato). Uno di
questi, l'ingegner Tufarelli, che arrivò poi ai vertici aziendali non solo
dell'Olivetti, ma anche, successivamente,della Fiat a cui era passato, fu
assunto lo stesso giorno in cui ero stato assunto io, e restammo a lungo amici,
comunicandoci i nostri primi disvelamenti della fabbrica; e mi diceva appunto
come Adriano gli avesse sostenuto l'importanza di quell'analogia, perché nave e
fabbrica richiedono insieme, per esser guidate bene, sapere tecnico e capacità
di comando di uomini. Per parte mia, mi colpiva una diversa analogia, la
quale richiama piuttosto una fondamentale capacità umana, la capacità di
investire di valore una situazione che in partenza appare di inferio-rità.
Cerco di spiegarmi. L'appartenere allo staff, allo stato mag-giore, proprio per
il prestigio del possesso di «sapere» che lo ca-ratterizza, comporta, a parità
di altre condizioni, una presunzione di superiorità, e quindi un potenziale
atteggiamento di spregio per chi non vi appartiene. Corrispondentemente,
lavorare nella li-ne (nel caso dell'esercito, «con la truppa») comporta lo
svolgimento di compiti altrettanto indispensabili di quelli dello staff, ma
assai meno prestigiosi. Per evitare frustrazioni e malcontenti occorre
riequilibrare le attribuzioni di prestigio. Ciò avviene attraverso un processo
di reinterpretazione dei significati dei compiti organizzativi. Di quelli che
rischiano di venir sviliti si mettono in risalto qualità arcanamente preziose, più
innate che acquisibili, la «capacità di conoscere gli uomini», il «saper come
si risolvono situazioni umanamente difficili», il «saper motivare i
dipendenti», e, in una parola, appunto, il possedere ‹«l'arte del comando di
uo-mini». La capacità di distinguersi in quelle posizioni organizzative viene
allora apprezzata per un suo valore intrinseco, e genera prestigio, che si può
contrapporre allo stesso sapere tecnico, quasi a permettere di tenerlo, o di
pretendere di tenerlo, a vile; e chi svolge quei compiti potrà inorgoglirsi. Si
capisce meglio, considerando questo meccanismo psicologico, anche il fallimento
del fordismo prima maniera, che, nella fabbrica, aveva mirato a ridurre tutti i
rapporti gerarchici a rapporti funzionali. Queste osservazioni
trasparivano nei colloqui che andavo fa-cendo, anche se non le ripresi
esplicitamente nel rapporto che scrissi. Nel quale, pur marginalmente,
trattai invece di un'osservazione curiosa che, dopo decenni di lontananza da
quegli ambienti, mi sono accorto che avevo scordato, e che leggendo il rapporto
mi è ritornata nella sua vivezza e nella sorpresa che mi aveva provo-cato: che
la capacità o meno di usare il disegno industriale distingueva due classi di
lavoratori, e l'accedervi rappresentava l'ambizione maggiore degli operai non
specializzati che ne erano privi. Era quasi commovente ascoltare come tra
molti di quegli operai l'idea di imparare un giorno a usare il disegno si
ponesse come una meta di emancipazione dal lavoro bruto cui erano in quel momento
impiegati. Esser capaci di disegnare una macchina, un meccanismo, un processo
produttivo, e operare poi con quel di- segno, rappresentava la
possibilità di avere a che fare con una realtà della mente, invece che con la
realtà delle mani, del corpo, con cui aveva invece a che fare il loro lavoro di
operai comuni. Era una manifestazione emotiva del riconoscimento di superiorità
che l'astratto gode sul concreto. E non era soltanto perché il possederlo
poteva rappresentare promozione sociale. Nelle loro parole si esprimeva forte
l'esigenza di liberarsi dall'indecifrabilità bruta della macchina, e ridurre a
segni ordinati la materia che li so- vrastava. Consegnai il
rapporto, fu lodato. Occorreva ora, mi si disse, discuterlo in gruppi più ampi,
organizzare riunioni con capi e diri-genti. Ma tutto questo non avvenne. Stava
succedendo dell'altro. Per qualcuno, il finimondo. 13. Il
finimondo Il Movimento di Comunità si era trasformato da culturale in
politico nel 1954. Nel maggio del 1956 aveva partecipato alle elezioni
amministrative, ottenendo una clamorosa vittoria nel Canave-se, e Adriano
Olivetti era diventato sindaco di Ivrea. Contemporaneamente viene fondata, col
nome di Autonomia operaia (sic!), l'organizzazione sindacale del Movimento, che
assorbe la socialdemocratica Uil. Contro il parere di Momigliano, che ne era il
superiore diretto, viene allontanato il capo del personale operai, Filiberto
Pomo, un ex capo partigiano carismatico, e il suo assi-stente, accusati di
porre ostacoli all'introduzione in fabbrica del sindacato di Comunità. A Franco
Momigliano vengono sottratte gran parte delle sue competenze (alcuni mesi dopo
verrà trasferito a un ufficio studi economici dell'Olivetti a Milano).
Luciana Momigliano Nissim, moglie di Franco, reduce da Auschwitz,
pe-diatra, che aveva a lungo diretto l'asilo ed era diventata da poco
direttrice dei servizi sociali, viene licenziata. In un'assemblea di fabbrica
aveva attaccato la politica di Comunità. Si rovesciavano amicizie di un
decennio. Mancavano pochi mesi alle elezioni della Commissione interna e
del Consiglio di gestione; un organismo, questo secondo, che non aveva potere
effettivo di negoziare per le maestranze, ma che conservava un certo valore
simbolico, poiché l'Olivetti era una delle poche aziende che l'aveva mantenuto
in vita dai tempi della sua diffusa introduzione nel dopoguerra. Si poteva
prevedere che la campagna elettorale sarebbe stata assai calda. Non c'era da
meravigliarsi che le riunioni allargate per discutere il mio rapporto di
ricerca tardassero a venir convocate. Un giorno vennero a trovarmi in ufficio
tre rappresentanti sindacali della Cgil; tra di loro c'era quella che nella
memoria Olivetti resterà poi come «la mitica Bertolè», un'ex partigiana
comunista, dal grande ascendente sugli operai e dall'abile capacità
negoziatrice negli incontri con la direzione aziendale. Mi chiesero se
accettavo di presentarmi alle elezioni del Cdg con la loro lista. Mi ricordo
che non stetti molto a pensarci su, dissi subito di si. Perché lo feci, e
con tanta immediatezza? Forse pesò (come in numerose altre occasioni, quando mi
sia capitato di accettare proposte di mutamento di lavoro o di residenza, o
anche per decisioni più intimamente personali) l'interiorizzazione di una
regola di condotta (chi sa per quali stratagemmi educativi instillatami) che
non manca mai di impormisi in questo genere di situazioni, secondo la quale è
doveroso, includibile, di fronte a una sfida che ti si presenta improvvisa,
rispondere senza stare a pensarci su, senza mostrare di calcolare le
conseguenze, ché a indugiare a calcolare ti sembrerebbe mancanza di coraggio,
grettezza, non sentiresti più di essere quello che ti eri immaginato di essere.
Non la ritengo una qualità positiva. Probabilmente deriva da qualche oscuro
timore che a prender tempo per deliberare calcolando non saprei tenere in mano
con chiarezza le fila dei criteri con cui determinare vantaggi e svantaggi. E
che forse dovrei accorgermi che quei criteri non ci sono veramente e mi
sperderei. Naturalmente, per tanta prontezza, che non è, dunque, sicurezza,
della decisio-ne, il contenuto ha da non essere disaccetto. Questa volta la
scelta rispondeva al bisogno di fare cose di sinistra, dopo avere perdiatra,
che aveva a lungo diretto l'asilo ed era diventata da poco direttrice dei
servizi sociali, viene licenziata. In un'assemblea di fabbrica aveva attaccato
la politica di Comunità. Si rovesciavano amicizie di un decennio.
Mancavano pochi mesi alle elezioni della Commissione interna e del Consiglio di
gestione; un organismo, questo secondo, che non aveva potere effettivo di
negoziare per le maestranze, ma che conservava un certo valore simbolico,
poiché l'Olivetti era una delle poche aziende che l'aveva mantenuto in vita dai
tempi della sua diffusa introduzione nel dopoguerra. Si poteva prevedere che la
campagna elettorale sarebbe stata assai calda. Non c'era da meravigliarsi che
le riunioni allargate per discutere il mio rapporto di ricerca tardassero a
venir convocate. Un giorno vennero a trovarmi in ufficio tre rappresentanti
sindacali della Cgil; tra di loro c'era quella che nella memoria Olivetti
resterà poi come «la mitica Bertolè», un'ex partigiana comunista, dal grande
ascendente sugli operai e dall'abile capacità negoziatrice negli incontri con
la direzione aziendale. Mi chiesero se accettavo di presentarmi alle elezioni
del Cdg con la loro lista. Mi ricordo che non stetti molto a pensarci su, dissi
subito di si. Perché lo feci, e con tanta immediatezza? Forse pesò (come
in numerose altre occasioni, quando mi sia capitato di accettare proposte di
mutamento di lavoro o di residenza, o anche per decisioni più intimamente
personali) l'interiorizzazione di una regola di condotta (chi sa per quali
stratagemmi educativi instillatami) che non manca mai di impormisi in questo genere
di situazioni, secondo la quale è doveroso, includibile, di fronte a una sfida
che ti si presenta improvvisa, rispondere senza stare a pensarci su, senza
mostrare di calcolare le conseguenze, ché a indugiare a calcolare ti
sembrerebbe mancanza di coraggio, grettezza, non sentiresti più di essere
quello che ti eri immaginato di essere. Non la ritengo una qualità positiva.
Probabilmente deriva da qualche oscuro timore che a prender tempo per
deliberare calcolando non saprei tenere in mano con chiarezza le fila dei
criteri con cui determinare vantaggi e svantaggi. E che forse dovrei accorgermi
che quei criteri non ci sono veramente e mi sperderei. Naturalmente, per tanta
prontezza, che non è, dunque, sicurezza, della decisio-ne, il contenuto ha da
non essere disaccetto. Questa volta la scelta rispondeva al bisogno di fare
cose di sinistra, dopo avere pertanto tempo espresso opinioni di sinistra.
Aggiungi il sentimento di voler mostrare solidarietà con le persone che in quei
giorni venivano colpite, alcune di loro molto amiche; forse il desiderio di
acquisire valore ai loro occhi. Per il Cdg si votava separatamente
secondo settori organizza-tivi. Quello in cui mi presentavo io era chiamato
«Uffici della pre-sidenza» e contava 61 elettori. Formato da personale scelto o
direttamente da Adriano o da suoi assistenti, era ovviamente ritenuto un covo
di comunitari. Ma andando in giro per parlare con questo o quel conoscente (non
si doveva trattare ufficialmente di propaganda elettorale) mi accorsi che ero
guardato con sorrisi di simpatia, e quasi con ammicco. Il giorno successivo al
voto il giornale di fabbrica della Cgil, il «Tasto», annuncio che io ero
risultato eletto con 31 voti. Il risultato era cosi inaspettato che i
comunitari chiesero una riconta, la quale concluse che io avevo ricevuto 30
voti, non 31, e quindi non risultavo eletto. Non me ne preoccupai più di tanto,
la carica non era attraente, mi bastava il successo ottenuto, molti venivano a
complimentarsi, e del resto complessivamente nella fabbrica il sindacato di
Comunità era stato sconfirto. Poi ci ho ripensato: fossi stato eletto, la
direzione avrebbe avuto difficoltà ad allontanarmi da Ivrea e poi licenziar-mi.
Che invece fu proprio quanto avvenne qualche mese dopo. Mi fu dato un anno di
tempo per trovare un altro lavoro e nel frattempo fui assegnato al Centro di
ricerca operativa dell'Università Bocconi (era finanziato in gran parte
dall'Olivetti) come assistente del professor Francesco Brambilla, che lo
dirigeva, spirito geniale e bizzarro dal quale, nell'anno che ci lavorai
insieme, imparai un po' di statistica, ma non molta. Il primo novembre
1956. 'I di dei mort alegher!, caricatici sulla Topolino che avevo comprata a
Ivrea di seconda mano, mia mo-glie, mia figlia di due anni, io e un po' di
valigie, ci dirigemmo verso Milano. A Rho al sole si sostitui un chiarore
lattiginoso sporco, impenetrabile, e, per mesi e mesi, piogge a parte, tale
sostanza plano tra il cielo e la città, tanto da convincermi che in quella
Milano dai camini ancora non filtrati, quello e nient'altro era da chiamarsi
«sole». Ma in qualche giorno di aprile anche il sole come usa nel resto
d'Italia riapparve. Si conclusero così quei tre anni di un'esperienza che
più inaspettata per me non avrebbe potuto essere, durante la quale di-ventai,
in qualche definizione di questo termine, sociologo, acquisii conoscenze
dirette del funzionamento di quella che veniva allora marxisticamente chiamata
la struttura dei rapporti di pro-duzione, strinsi amicizie alcune delle quali
durarono a lungo. A uno degli amici di allora, l'ingegnere che era stato
direttore delle costruzioni dell'azienda, che, malato da anni, usavo andare a
trovare quando mi capitava di passare da Milano, una sera raccontai che avevo
intenzione di scrivere delle memorie sul periodo all'Oli-vetti. Si mostrò
stupito, ma certo voleva leggerle appena le avessi scritte. Sul pianerottolo,
dove mi aveva accompagnato con fatica, lo salutai battendogli una mano sulla
spalla: «Ciao, vecchio», gli dissi. «Ciao, vecchio? Ciao morto, devi dire» mi
ribatté, in una delle sue abituali, esplosive esclamazioni di ironia. Era
Roberto Guiducci, il miglior amico tra i sopravvissuti degli anni di Ivrea, eta
l'ultima volta che lo avrei visto, gli posso solo dedicare, non far leggere,
queste pagine, che non ho scritto in tempo.Alessandro Pizzorno. Pizzorno.
Keywords: politica assoluta, razionalita e riconoscimento, razionalizzazione,
soggetti del pluralism, lotta operaia, sindacato, la politica assoluta,
fascismo -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pizzorno” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Plantadossi: l’implicatura
conversazioale e gl’universali -- l’implicatura conversazionale – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Ripatransone). Filosofo
italiano. Saggi: “Conclusiones”, “Lectura super I Sententiarum”, “Prologi”; “Questiones”;
“Questio de gradu supremo”. Dizionario Biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Not to be confused with FRANCESCO of Marchia. This is JOHN of Marchia. Nannini – metafisica,
idea, exemplaris. Cf. H. P. Grice, “The problem of the universals: from Ripa to
me.” Giovanni da Ripa. Giovanni da Ripatransone. Giovanni
Plantadossi. Keywords: implicatura, universale, il problema degl’universali, A.
Combes, Vignaux, Nannini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Plantadossi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Plauto: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale, o la filosofia nel
principato di Nerone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Scolaro di Musonio. Insigne. Roman noble
and a political rival of Emperor NERONE. A relative of the Julio-Claudian dynasty. He is the grandson of DRUSO --
only son of TIBERIO CESARE --, and the great-grandson of TIBERIO and his
brother DRUSO. Also descends from MARCO VIPSANIO AGRIPPA and MARC’ANTONIO. He is
descended from GIULIO CESARE. His father is Gaio Rubellio Blando. Blando’s
family originates from Tivoli and are of the equestrian class. He is the
grandson of DRUSO, his mother having previously been married to NERONE GIULIO
CESARE, without issue. P. derives his cognomen from his great grandfather LUCIO
SERGIO P., and may have used his nomen gentilicium SERGIO as his own prae-nomen,
as a lead pipe is attested with the name of SERGIO RUBELLIO P. But this person
may have been his son. He becomes an innocent victim to the intrigues of
Empress Valeria Messalina. One possibility is that P. is seen by Messalina as a
rival to her son BRITANNICO. Emperor CLAUDIO -- who was husband to Messalina,
father to BRITANNICO and maternal uncle to Julia -- does not secure any legal
defense for his niece. Consequently, Julia is executed. Julia is considered to be a virtuous person by
those who know her. P. marries the daughter to LUCIO ANTISTIO VETO. P.’s father-in-law
serves as consul, legatus of Germania Superior, and Proconsul of Asia. P. is
considered a loving husband and father. The names of his children are not known
-- none of them survived NERONE’s purges. P. appears to have been a follower of
IL PORTICO. According to TACITO, TIGELLINO writes to NERONE. Plautus again,
with his great wealth, does not so much as affect a love of repose, but he
flaunts before us his imitations of the old Romans, and assumes the
self-consciousness of the PORTICO along with a philosophy, which makes men
restless, and eager for a busy life." When he was exiled from Rome by NERONE,
P. is accompanied by the famous teacher of IL PORTICO MUSONIO RUFO (si veda). P.
is associated with a group of philosophers from IL PORTICO who criticise the
perceived tyranny and autocratic rule of certain emperors, referred to today as
the Opposition from IL PORTICO. Junia Silana, sister of CALIGULA's first
wife Junia Claudilla, a rival of Empress Agrippina the Younger and the ex-wife
of Messalina's lover GAIO SILIO, accuse Agrippina of plotting to overthrow NERONE
to place P. on the throne. NERONE takes no action at the time, but over time, NERONE's
relationship with Silana warms while his relationship with his mother sours.
After a comet appears, public gossip renews rumours of NERONE's fall and P.'s rise.
NERONE exiles P. to his estate in Asia. After rumors that P. is in
negotiations with the eastern general GNEO DOMIZIO CORBULO over rebellion, P.
is executed by NERONE. When P.’s head is given to NERONE by a freedman, NERONE
mocks how frightening the long nose of P. is. P.’s widow, children and
father-in-law are successively executed, victims of the increasing brutality of
NERONE. TACITO states that P. is old-fashioned in tastes, his bearing austere
and he lives a secluded life. He is greatly respected by his peers, and the
execution of his family is cause for consternation among those who know him.
Possibly named Gaio or Sergio. The Journal of Roman Studies, Society for the
Promotion of Roman Studies, TACITO, Annals, Holiday, Hanselman, P. the Man Who
Would Not Be King". Lives of the PORTICO. New York:
Portfolio/Penguin.Categories: Romans Julio-Claudian dynasty Rubellii. Rubellio Plauto. Keyword: Portico, Musonio Rufo, Nerone, la filosofia
nel principato di Nerone.
Grice e Plebe: all’isola -- la ragione
conversazionele o il dizionario della conversazione – filosofia siciliana –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Alessandria).
Filosofo italiano. Grice: “I think I love Plebe: he contributes
a beautiful chapter on Cicero and Latin rhetoric for his ‘brief history of
ancient rhetoric,’ and, like my tutee Strawson, he approaches Aristotle and
modernist logic in a genial way --.” I have been criticised for titling
‘Sicilian philosophy’ -- anyone from Sicily, even if he left Sicily when he was
three years old. In such a case, Plebe is a representative of Sicilian
philosophy, my critic would say. Born in Italy, he jumps to the isle to teach …
philosophy!” Seguo il verso di ORAZIO (si veda). Odio
la massa e me ne tengo lontano. Solo in questo sono uomo di destra. Studia a Torino.
Insegna a Perugia e Palermo. Filosofo inizialmente marxista, ha una clamorosa
rottura e viene annoverato fra i sostenitori dell'anti-comunismo
politico-culturale. Dopo una militanza con i social-democratici di Saragat,
aderisce al movimento sociale. Rompe anche. Adere al partito democrazia nazionale. Storico della
filosofia, in particolare la antica filosofia italica. Riavvicinatosi al
marxismo, è editorialista di “Libero”.
Si define come un illuminista della scessi sostenitore d'un anarchismo. Altre saggi:
“Hegel. Filosofo della storia” (Torino, Edizioni di Filosofia); “La teoria del
comico” (Torino, Giappichelli); “Gli hegeliani d'Italia” – VERA, SPAVENTA,
JAJA, MATURI, GENTILE (Torino, SEI); “Spaventa e Vera” (Torino, Edizioni di filosofia);
“La nascita del comico: nella vita e nell'arte degl’antichi italici e romani”
(Bari, Laterza); “Filodemo e la musica” (Torino, Edizioni di filosofia); “Processo
all'estetica” (Firenze, Nuova Italia); “Il problema kantiano” (Torino, Edizioni
di filosofia); “Breve storia della retorica” (Milano, Nuova Accademia); “La
dodeca-fonia” (Bari, Laterza); “La logica formale” (Bari, Laterza); “Discorso
semi-serio sul romanzo” (Bari, Laterza); “Estetica” (Firenze, Sansoni); “Storia
della filosofia” (Messina, D'Anna); “Termini della filosofia” (Roma, Armando);
“Antica filosofia italica” (Firenze, Nuova Italia); “Che cosa è l'illuminismo”
(Roma, Ubaldini); “Che cosa ha veramente detto Marx (Roma, Ubaldini); “Che cosa
ha veramente detto Hegel” (Roma, Ubaldini); “Atlante della filosofia: termini
di denunzia, categorie dell'anti-conformismo, formule di moda, vecchi concetti
in nuove filosofie” (Roma, Armando); “L'estetica italiana dopo CROCE” (Padova,
RADAR); “Che cosa è l'estetica?” (Roma, Ubaldini); “Che cosa è l'espressionismo?”
(Roma, Ubaldini); “Dizionario filosofico” (Padova, RADAR); “Storia della
filosofia” (Roma, Ubaldini); “Filosofia della re-azione” (Milano, Rusconi);
“Quel che non ha capito Marx” (Milano, Rusconi); “Il libretto della destra” (Milano,
Borghese); “A che serve la filosofia?” (Palermo, Flaccovio); “Un laico contro
il divorzio” (Roma, INSPE); “La civiltà del post-comunismo” (Roma, CEN); “La
filosofia italica” (Milano, Vallardi); “Il materialismo: fisica, biologia e
filosofia oltre l'ideologia” (Roma, Armando); “Semiotica ed estetica”
(Roma-Baden Baden); Il libro-Field educational Italia-Agis); “Leggere Kant” (Roma,
Armando); “Logica della poesia” (Palermo, Ila Palma); “Storia della filosofia”
(Palermo, Ila Palma); “Manuale d’estetica” (Roma, Armando); “Manuale di
retorica” (Roma, Laterza); “La filosofia” (Roma, Armando); “Contro
l'ermeneutica” (Bari, Laterza); “L'euristica” (Roma, Laterza); “I filosofi e il
quotidiano” (Roma, Laterza); “Dimenticare Marx?” (Milano, Rusconi); Politica (Milano,
Rusconi); “Filosofi senza filosofia” (Roma, Laterza); “Torna il comunismo?” (Casale
Monferrato, Piemme); “Manuale dell'intellettuale di successo” (Roma, Armando); Il
quinto libro del capitale. Marx contro i marxisti” (Milano, via Senato); Gl’illuministi.
Obiettivo libertà (Milano, via Senato); “Memorie di sinistra e memorie di
destra. Un filosofo negl’anni ruggenti” (Palermo, Qanat). Storia della
filosofia: Filosofi italiani (Bompiani, Milano); Il filosofo trasgressivo, cinema
gay, Sesso, politica e frecciate di un bastian contrario, La destra fece un
brutto affare. Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Armando
Plebe. Plebe. Keywords: il dizionario – Gentile hegeliano – Torino SEI – storia
della filosofia, antica filosofia italica, filosofia italica e filosofia
romana, antica filosofia romana, filosofia dell’antica roma, azione e reazione,
cicerone e la retorica Latina, la rhetorica ad herennium; Cicerone e la disputa
tra retorica e filosofia; la retorica come arte nel ‘De oratore’ ciceroniano;
la polemica di Quintiliano contro Seneca sulle sententiae; forma a contenuto
nella retorica ciceroniana; il dialogo de oratoribus; quintiliano, la decadenza
della retorica Latina; lessico logico, valore di verita, Strawson citato da
Plebe, testo di Strawson tradutto da Plebe in “Logica formale”, la polemica
Grice/Quine sotto Aristotele, connetivi, quantificatori, quadrato
dell’opposizione, indice alla storia della filosofia antica di Plebe, approccio
hegeliano alla storia della filosofia antica Latina – indice. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Plebe” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Poggi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – il ventennio fascista – incontro con Mussolini ad Ancona – filosofia
ligure – I fatti di Sarzana – lasciato in libertà da Mussolini – massoni
proibiti – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Sarzana). Flosofo italiano. Colpito dalla violenza
usata nei confronti del popolo durante le giornate milanesi e dal temporaneo
esilio che doveno subire alcuni socialisti amici di famiglia. Questo lo porta a
simpatizzare per quel partito che sta nascendo e al quale si iscrive. Studia a Palermo
e Genova. Pubblica “La questione morale: Kant e il socialismo.” Insegna a
Genova. Partecipa come delegato al congresso socialista di Ancona, nel corso
del quale ha un duro scontro con il massimalista MUSSOLINI (si veda) sul problema della compatibilità
o meno del socialismo con la massoneria. L'assemblea da in quell'occasione una larga
maggioranza alla tesi di MUSSOLINI dell'incompatibilità. Si reca nelle
domeniche d'inverno al palazzo genovese di via Palestro, dove RENSI (si veda)
anima un vero e proprio salotto – o gruppo di gioco --, arricchito dalla
presenza di illustri personalità quali PASTORINO, BUONAIUTI, SELLA, e ROSSI. MUSSOLINI
si ricorda di quel suo leale tenace avversario e lo libera, come attesta una
registrazione esistente nel suo fascicolo personale presso l'archivio centrale
dello stato, lasciato in libertà dal tribunale speciale per la sicurezza dello stato
per atto di clemenza di S. E. il capo del governo. Saggi: “Lo stato
italiano” (Firenze, Bemporad); “Cultura e socialismo” (Torino, Gobetti);
“Gesuiti contro lo stato liberale” (Milano, Unitas); “Filosofia dell'azione”
(Roma, Alighieri); “Concetto del ciritto e dello stato romano: saggi critici” (Padova,
Milani); “La preghiera dell'uomo” (Milano, Bocca); Meneghini, Socialismo spezzino,
appunti per una storia, Massa; Meneghini, Meneghini Sui luttuosi fatti del
luglio v. Meneghini, La Caporetto del fascismo Sarzana Mursia Milano, Pastorino, Mio padre Pastorino, Genova
Meneghini, Meneghini, Poggi Meneghini, Poggi, Pastorino, Mio padre Pastorino,
Genova, Liguria Sabatelli, Meneghini, Socialismo spezzino Appunti per una
storia, Massa, Centro Studi Bronzi, Fatti di Sarzana Social-democrazia. Anti-fascista
e uomo di cultura, da Testimoni del tempo e della storia di Carabelli. Alfredo
Poggi. Poggi. Keywords: stati pontificii, positivismo giuridico, filosofia
giuridica italiana contemporanea – il concetto di diritto, il concetto dello
stato italiano – incontro con Mussolini, lasciato in liberta da Mussolini, I
fatti di Sarzana, filosofia ligure, criticism kantiano, Adler, saggi sulla
filosofia dell’azione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Poggi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Pojero: la ragione conversazionale alla villa
Pojero e la setta iniziatica – filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Palermo). Filosofo italiano.
Grice: “Like me, he held symposia at his villa – Villa Amato-Pojero, The Giardino
inglese a Palermo – lots of Brits there!” Studia a Napoli e Pisa. La sua villa ai giardini inglesi
divenne luogo di incontro di un gruppo di gioco di filosofi. La sua biblioteca è
punto di incontro di filosofi come GENTILE, VAILATI, Brentano, e GEMELLI. Critica
il razionalismo, incapace di comprendere la meta-fisica. Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Giuseppe Amato Pojero. Giuseppe Pojero. Pojero. Keywords: la
setta iniziatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pojero” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Polemarco:
la ragione conversazionale della diaspora di Crotona– Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. Pythagorean cited by Giamblico.
Grice e Polemarco:
la ragione conversazionale o PLATONE IN ITALIA – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Thurii). Filosofo italiano. He comes
from a very rich family and owns the villa in Piraeus where the ‘Republic’ of
Plato is set, and in which he is featured as the host and participant. He lives
most of his life in his villa at Thurii, except for a very brief sojourn in the
countryside of Attica – across the pond --, where he unfortunaly falls foul of
the rustic rulers and is condemned to death. The events of his last days are
recounted by Plato in “Lisi”. Refs.:
Cuoco, PLATONE IN ITALIA. Polemarco.
Grice e Poli: la ragione conversazionale dell’implicatura
conversazionale del pappagallo di Locke– filosofia italiana. Luigi Speranza (Cremona). Filosofo italiano. Si laurea a Bologna.
Insegna a Milano e Padova. Pubblica il saggio di “Filosofia elementare”, un
eclettico sistema di empirismo e razionalismo. I “Saggi di scienza politico-legali”
considerano il diritto un insieme di scienza in quanto trattano dei principi e
di arte in quanto applicazione di un principio giuridico nella valutazione dei
singoli casi. Il diritto e un'espressione provvidenziale. Si distingue in
naturale e in positivo. Combatte il positivismo negli “Studii di
filosofia”, ri-vendicando la superiorità dello spirito sulla materia. “Saggio
filosofico sopra la scuola dei moderni filosofi naturalisti -- coll'analisi
dell'organo-logia, della cranio-logia, della fisio-gnomia, della psico-logia
comparata, e con una teoria delle idee e de' sentimenti” (Milano); “Elementi di
filosofia” (Napoli); “Elementi di filosofia teoretica e morale” (Padova); “La
filosofia elementare” (Milano); “La scienza politico-legale” (Milano), “Filosofia”
(Istituto Lombardo. Rendiconti); “Studii di filosofia” (Istituto Lombardo); Rendi-conti,
“Cenni su CORLEO (si veda): il sistema della filosofia universale, ovvero la
filosofia dell'identità” (Istituto Lombardo); Rendi-conti, “La filosofia
dell'incosciente”, Istituto Lombardo. Memorie, Studi CANTONI, Studio della vita
e delle opere. Milano, Filosofia Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Dizionario
biografico austriaco. Il linguaggio, presidendo dale grandi controversie de’
filosofi intorno alla sua origine e alla sua formazione, antro non è che il
complesso de’ segni destinati ad esprimere le nostre idee e i nostri sentimente.
E comeche vari sono codesti segni per la loro indole e per la loro origine,
cosi varia è la specia del linguaggio naturale -- ossie delle grida, dei gesti
e dell’azione – e del linguaggio artificiale -- ossia della parola e della
scrituttura. Fra tutte le opinioni, sembra incontrastabile, prima di tutto, che
gl’animali hanni i segni d’una specidie di linguaggio naturale nelle gride e
nei moti. Ma questi signi sono o incerti e inisignificanti. O quasi sempre
dubii almameno per noi, senza che sia in loro il potere di perfezionarli. In
secondo luogo, è dimostrate che gl’animali quantunque forniti dell’organo della
loquella e dell’udito, come anche della facultata di associare e d’imitare, non
poterono mai giungere all’invenzione del linguaggio veramente articolato, e cio
per difetto senza dubbio della facolta superior di della ragione. Sicche i
pappagalli – come il famoso riportato di Locke (Grice – si veda), che pur vanno
ripetendo le voci umana, non hanno, al pari delle scimie, ne’ loro gesti una
vera connessione mentale tra i suoni e le idee annessse, come il dimonstrano il
loro parlare a caso ne mai correlative alle domande nuove e straordinarie, e la
loro incapacita a ingrandire ed estendere il linguaggio gia appreso. In terzo
luogo, è sicuro che com’è impossibile che gl’animale reseano dell’uso d’un
linguaggi overamente articolato, non possedendo le idee astratte e generali
delle quali esso si compone, cosi riusicrebbe loro affatto inutile, non avendo
bisogno di espremiere tutti i nostri pensieri e tutti i nostri sentimenti. Baldassare
Poli. Poli. Keywords: naturalisti, organologia, craniologia, fisiognomia,
psicologia comparata. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Poli,” per il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria. Poli.
Grice e Pollastri: la ragione conversazionale delle conversazioni
sull’olismo hegeliano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Studia a Firenze.
Studia la filosofia della natura di Hegel. Si occupa in particolare di
filosofare con le persone, campo nel quale dsvolge la filosofia. Ha uno
sportello di consulenza presso il quartiere 4, centro di salute mentale della
ASL. Pubblica Apogeo Il pensiero e la vita, Consulente filosofico cercasi,
Il filosofo in azienda e L’uomo è ciò che pensa. Fonda Phronesis, una associazione
per la consulenza filosofica, IPOC. Collana
“Pratiche Filosofiche” diretta da GALIMBERTI (si veda) per Apogeo e cura la
collana “Dialogos”, sempre per l’editore IPOC. Insegna consulenza
filosofica in numerose università italiane. Ha inoltre all’attivo ricerche in
campo tradizionalmente filosofico come l’assoluto eternamente in sé cangiante.
Interpretazione olistica del sistema hegeliano (La Città del Sole), alcuni
articoli di filosofia politica e altri di filosofia dell’improvvisazione.
Accanto al suo impegno nella filosofia, si occupa di commenti alla musica, in
particolare nel campo del jazz. Collabora con “Musica Jazz”, “Il Giornale della
Musica” e “All About Jazz Italia”. Pubblica la biografia artistica di Tesi, Una
vita a bottoni (Squilibri). Attivo in campo teatrale, come amatore ha
esperienze di attore, recitando in lavori di Ionesco, Nicolaj, Feydeau, e Simon,
e regista. Direge Sorelle Materassi di Storelli dal saggio di Palazzeschi, “La
tettonica dei sentimenti” e “Siamo momentaneamente assenti” di Squarzina. La sua teoria della consulenza filosofica e tutt'uno
con una più generale concezione della filosofia e del filosofare. È all’interno
di questa idea generale, che comprende una visione della società, degl’orizzonti,
dei destini della filosofia e il ruolo che il filosofo si svolge, che può
essere inserita la sua visione della consulenza filosofica. Il punto di
partenza potrebbe essere posto in un’analisi della società e nel ruolo che in
essa giocano le psicoterapie e, più largamente il linguaggio e la cultura psico-terapeutica.
La sua idea sembra essere quella di chi vede in corso un processo di tras-formazione
del dolore del male in una pato-logia psicologicamente rilevabile e curabile. Oggi,
tanto i manuali psico-patologici come DSM-IV, quanto la cultura diffusa, da
rotocalco -- sovente però confortata da medici e psicologi che sui rotocalchi
scrivono --, tendono a far credere che ogni qualvolta si stia male ipso facto
si sia malato e che, di conseguenza, sia necessario un terapeuta che ci
guarisca. Ciò ovviamente porterebbe ad un estremo impoverimento nella capacità
umana di comprendere e affrontare la vita. In un mondo in cui ogni dolore è
SINTOMO e l’unica cosa che sembra avere importanza è che esso venga eliminato,
la filosofia e la consulenza filosofica -- che sembrano più essere due momenti
di un'unica disciplina piuttosto che due cose diverse -- non si presentano come
pensiero risolutivo. Prendere decisioni e risolvere problemi sono due modi
attraverso cui si banalizza la complessità e anche il fascino di ogni
esperienza vitale umana. Se c’è qualcosa di davvero originale e inattuale che
la filosofia offre agl’uomini ciò è giustappunto una prospettiva che vada oltre
l’agire tecnico finalizzato, l’intervento manipolativo sulla realtà e, dunque,
l’idea stessa di efficacia. Con questa impostazione non stupisce dunque che veda
in modo estremamente critico la presenza del concetto di aiuto nella consulenza
filosofica. Chi si concentra sull’aiutare il consulente rischia di fare
semplicemente una psico-terapia mascherata e poco efficace. Concentrarsi
sull’ausilio e la soluzione dei problemi posti dal consultante può
disperdere la realtà e originale potenzialità della filosofia nel campo della
considerazione dei problemi degl’individui e della loro vita. Può annullare la
capacità di ri-orientare il pensiero e l’agire che la ri-flessione filosofica
porta con sé come sua assoluta specificità. Può, infine, privare gl’individui e
la società di quella che è forse oggi rimasta l’ultima branca del sapere
svincolata dallo strabordante e a-critico dominio del produrre, del finalizzare,
e della tecnica. L’onni-presenza del paradigma tera-peutico non deve fare sì
che si dimentichi anche il rapporto sano che la filosofia può mantenere con la
psico-logia rettamente intesa. La psicologia cioè come ricerca di ciò che è
proprio del comportamento umano che ogni filosofo coltiva. Come studio
sull’uomo, e al pari di altre scienze umane che cercano di coglierne altre
limitate ma fondamentali dimensioni -- si pensi all’antropologia o alla
sociologia --, la psicologia e tenuta in considerazione dallo sguardo del
consulente. La psicologia è stata nient’altro che una conoscenza tra le molte
che la filosofia dove comprendere, criticare, porre nel giusto posto che a essa
spetta entro una comprensione filosofica del mondo. È se il filosofo non
disdegna di occuparsi anche di psicologia, perché oggi il filosofo consulente
dove temere oltre-misura di fare riferimento anche a essa? Posta in un orizzonte
conoscitivo e non terapeutico, la psico-logia non è evitata, al pari di ogni
altra disciplina, al consulente filosofico. Lo spazio entro cui colloca la sua
azione e la sua riflessione implica una lettura della filosofia come del tutto
connessa con la vita di ogni singolo uomo. Difficile cogliere la cesura tra
questi e il filosofo. Se questa differenziazione ha sicuramente un valore
indicativo, convenzionale, utile per distinguere chi ha fatto della riflessione
il centro della vita, è difficile invece trovare una differenza essenziale tra
costui e l’uomo comune. L’uomo è necessariamente filosofo. Le ragioni di questa
necessità sono connesse con nell’essenza fragile, limitata, mortale dell’uomo, è
da questa necessità che deriva l’urgenza dell’uomo a porsi domande, cercare senso,
aspirare alla conoscenza, essere, cioè philo-sophos, amante del sapere. Ma se
l’uomo è perennemente filosofo è anche perché è propria della filosofia
l’incapacità di arrestarsi a un dato, a un risultato che non sia ulteriormente
indagabile. La disciplina in questione così si mostra propriamente nella sua
attività più che nel suo corpus di conoscenze. Anche la filosofia pratica,
dunque, si conclude là dove produce qualcosa di pratico per diventare altro:
morale, politica, diritto. Da questa visione se ne deduce la inapplicabilità
della filosofia in generale e più specificatamente l’impossibilità di concepire
la consulenza filosofica come una sorta di filosofia applicata alla vita. Il
fatto è che la filosofia non si applica, oppure è sempre applicata: essendo
amore per il sapere, è infatti qualcosa di perennemente in movimento -- è un
agire, un fare. E non c’è fare che non sia fare qualcosa. Quello della
filosofia è il filosofare, vale a dire il cercare e ri-cercare, il ri-tornare
sempre di nuovo sul problema, inappagati dall’apparente soluzione, il
ri-flettere incessantemente per mettere a prova le nostre capacità di
comprensione. Questo agire, che è pura e semplice filosofia, non può essere
applicato perché lo è già sempre, non potendo avvenire senza un argomento, un
tema, un problema e senza individui pensanti sui quali esso agisce, produce,
come tutte le attività, effetti pratici concreti. Altri saggi: “L' assoluto
eternamente in sé cangiante”; “Interpretazione olistica del sistema hegeliano”;
“Studi sul pensiero di Hegel (La Città del Sole); “Il pensiero e la vita”; “Guida
alla consulenza e alle pratiche filosofiche (Apogeo); “Consulente filosofico
cercasi” (Milano, Apogeo); “L’uomo è ciò che pensa: sull’avvenire della pratica
filosofica” (Girolamo, Trapani); “Il filosofo in azienda: pratiche filosofiche
per le organizzazioni” (Apogeo, Milano); “Tesi. Una vita a bottoni, in A viva voce,
Squilibri); “La consulenza filosofica”; “Breve storia di una disciplina a-tipica,
in Intersezioni, Achenbach e la fondazione della pratica filosofica, in
Maieusis, La consulenza filosofica tra saggezza e metodo, in“Inter-sezioni, Razionalità
del sentimento e affettività della ragione”; “Appunti sulle condizioni di
possibilità della consulenza filosofica”; “Discipline Filosofiche, Teoria
pratica” e palle di biliardo”; “La consulenza filosofica come mappa-tura
dell’esistenza, in “La cura degl’altro: la filosofia come terapia dell’anima”
(Siena); “Il consulente filosofico di quartiere, in Aut aut, Analisi di Rovatti,
La filosofia può curare?, in Phronesis, Prospettive politiche della pratica
filosofica, in Humana.mente, Improvvisare la verità. Musica jazz e
discorso filosofico, in Itinera. Miccione,
La consulenza Filosofica, Xenia. Neri Pollastri. Pollastri. Keywords: olismo
hegeliano, etimologia di consultare, consolare, consultare, console – con-solus
--, mutuo consiglio, Böttcher Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pollastri” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Pollio: la
ragione conversazionale contro il lizio – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. He plays a leading role in Rome’s
political and cultural life. He is a friend of both VIRGILIO (si veda) and ORAZIO
(si veda), and wrote a history of the civil war. He is NOT a lizio, and his
most famous tract he entitles, “Contra Aristotelem”. He rather follows the
philosophy of Musonio RUFO (si veda), whom he deems superior to ‘that ginnasio
where an over-rated Stagirite used to ramble with friends.’ Historians debate
this, since Musonio Rufo apparently was born well after P. dies – but, as
Kunstermann says, ‘there is no obvious earlier candidate.’ Hohlertter suggests
that the work was written by a LATER Pollio – ‘most likely Pollio Valerio’. Gaio Asinio Pollio
Grice e Pollio: la
ragione conversazionale contro il Lizio – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). The author of “Contra Aristotelem” according to
Hohlertter. Pollio Valerio.
Grice e Pollio:
la ragione conversazionale dell’orto romano – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Orto. Patron
of Stazio (si veda). Pollio Felice.
Grice e Polluce: la
ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Giulio
Polluce or Polideuce – Friend of Commodo to whom he dedicates a treatise
entitled “Onomasticon,” a thematically arranged dictionary containing many
excerpts from different authors, mainly and especially the Roman philosophers
with which he was familiar and thought Commodo would find of slight interest.
Grice e Polo: la
ragione conversazionale e la scuola di Lucania – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucania). Filosofo italiano. He is said
to have been a Pythagorean, although some think he was a spelling mistake that
should be corrected to ‘Eccelo di Lucania.’ He wrote a treatise on justice. Polo.
Grice e Pompedio:
la ragione conversazionale e l’orto romano – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. According to the historian
Giuseppe, a senator who followed the Garden – Some believe that the reference
is to Publio Pomponio Secondo, a statesman and author. Pompedio.
Grice e Pompeo: la
ragione conversazionale e il portico romano e il diritto – Roma -- filosofia
italiana – Luigi Speranza. Le nozioni di stato e di proprietà in Panezio
e l’influenza della dottrina stoica sulla giurisprudenza romana dell’epoca
scipionico-cesariana. Il portico è un fenomeno che abbraccia un arco temporale
vastissimo ed è di difficile, se non impossibile definizione. Pohlenz ne ha
parlato come di un movimento spirituale, ma se si dicesse che è una ‘dimensione
del pensiero’ forse non si sbaglierebbe. Comincia con * Testo rielaborato
con le fonti e i riferimenti bibliografici essenziali della relazione alla
59ème Session de la Société Internationale Fernand de Visscher pour l’Histoire
des Droits de l’Antiquité. [Per un primo approccio alla filosofia del Portico
si v. POHLENZ, Stoa und Stoiker. Die Grunder, Panaitios, Poseidonios (Zürich);
ID., La Stoa. Storia di un movimento spirituale (Milano); Die Stoa. Geschichte
einer geistigen Bewegung (Göttingen); ISNARDI PARENTE, Stoici Antichi (Torino
l’età del suo fondatore, il cipriota Zenone, un fenicio dalla pelle scura e di
sangue semitico, attivo ad Atene, ma comprende anche ANTONINO. Non
dimentichiamo, in aggiunta, la rielaborazione del de officiis di CICERONE fatta
da AMBROGIO e, ancora, la fortuna medioevale dei precetti morali di Seneca che
è addirittura indicato con la sua felice formula honestae vitae da Martino di
Bracara come una sorta di cristiano occulto per aver intrattenuto una
leggendaria corrispondenza con S. Paolo e tentato di convertire al
cristianesimo un suo discepolo. La filosofia del Portico domina dunque la scena
culturale romana per molti decenni durante l’ellenismo e la prima età
imperiale, ma subì intorno al terzo secolo d.C. una repentina e considerevole
decadenza. Agostino, in epist. 118.21, infatti potrà dire: « [i seguaci del
Portico] sono ridotti al silenzio, al punto che le loro teorie vengono appena
menzionate nelle scuole di retorica ». In effetti della letteratura del Portico
a noi non è arrivato molto. A parte un “Inno a Zeus” scritto da Cleante e una
serie di citazioni più o meno letterali tramandate da autori di altre tendenze
filosofiche, a volte addirittura ostili come Plutarco o Alessandro d’Afrodisia,
conosciamo qualcosa attraverso le opere di Seneca ed Epittèto, ma dei pensatori
dell’era scipionica è sopravvissuto pochissimo. Ciò nonostante, credo che le
nostre conoscenze sul contributo dello ); ID., Filosofia e scienza nel
pensiero ellenistico (Napoli IOPPOLO, Aristone di Chio e lo stoicismo antico
(Napoli 1980); ID., Opinione e scienza. Il dibattito tra Stoici e Accademici
nel III e nel II secolo a.C. (Napoli HUSLER, Die fragmente zur Dialektik der
Stoiker (Stüttgart-Bad Cannstatt 1987- 1988); F. ALESSE, Panezio di Rodi e la
tradizione stoica (Napoli RADICE (Introduzione, traduzione, note e apparati a
cura di), H. von Arnim, Stoici antichi, Tutti i frammenti (Milano ARNIM,
Stoicorum Veterum Fragmenta (Lipsiae VIMERCATI (Introduzione, traduzione, note
e apparati di commento a cura di), Panezio, Testimonianze e frammenti (Milano
POHLENZ, La Stoa 978. 3 Si v. per un primo approccio M. POHLENZ, sv. Panaitios,
in PW. 18.3 (StuttgartWeimar L’epistula fu indirizzata al vescovo Dioscoro che
chiedeva informazioni sull’opportunità di studiare Cicerone. 5 Per un sintetico
sguardo d’insieme si v. anche REALE, Accettare i voleri della ragione, in
Valori dimenticati dell’occidente (Milano 2004) 101 ss. Revue Internationale
des droits de l’Antiquité LII (2005) stoicismo per lo sviluppo del diritto romano
come scienza, e in particolare in epoca scipionico-cesariana, possano ancora
migliorare. 2. I giuristi romani e la Stoa Sul rapporto tra giuristi romani e
la dottrina filosofica stoica esiste già una documentazione ricchissima6 .
Anzitutto, il cliché dell’uomo 6 Si v. sul punto M. POHLENZ, La Stoa
546-549. Senza alcuna pretesa di completezza segnalo KAMPHUISEN, L’influence de
la philosophie sur la conception du droit naturel chez les jurisconsultes
romains, RHDFE. FREZZA, Rec. a M.
Pohlenz, Die Stoa. Geschichte einer geistigen Bewegung 1 (Göttingen Göttingen
SDHI. 17 (1951) pag. 318-332; P. STEIN, The Relations between Grammar and Law
in the early Principate. The beginnings of analogy, in La critica del testo
(Firenze 1971) 757-769; P.A. VANDER WAERDT, Philosophical Influence on Roman
Jurisprudence? The Case of Stoicism and Natural Law, in ANRW. DUCOS,
Philosophie, littérature et droit à Rome sous le Principat, in ANRW. WINKEL, Le
droit romain et la philosophie grecque, quelques problèmes de méthode, in Tij. Da
ultimo per tutti SCHIAVONE, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente
(Torino Questi, a proposito della
‘rivoluzione scientifica’ che ha riguardato il modo di operare (e di essere)
della giurisprudenza romana nei decenni tra l’età dei Gracchi e quella di
Cesare e, in particolare, sull’influenza della cultura proveniente dalla Grecia
esplicita in questo modo il suo pensiero. In realtà, non di riduzione o di
impoverimento si trattava, né di un semplice e superficiale trapianto di
qualche metodica, priva di particolare significato sostanziale. Bensì di un
delicato e cruciale processo di integrazione, che riuscì a proiettare il sapere
giuridico romano al di là degli orizzonti che aveva acquisito, senza tuttavia
fargli smarrire il senso della propria fortissima identità: in certo modo a
rivoluzionarlo per dargli il compimento. Il risultato sarebbe stato, alla fine,
la nascita di un nuovo modo di pensare il diritto, che ne avrebbe tramutato le
procedure in quelle di una scienza senza eguali nell’antichità, non meno
compatta e concettualmente densa della grande filosofia classica ». Appare
evidente che nello studioso salernitano sia maturato un superamento della
posizione tradizionale risalente a F. SCHULZ, Storia della giurisprudenza
romana [Firenze Nocera Lo dimostrano ancora di più le seguenti parole
[SCHIAVONE, Ius] Ma perché Quinto Mucio aveva deciso di utilizzare a fondo gli
apparati diairetici, fino a farne il tratto caratterizzante – almeno agli occhi
di Pomponio – di tutto il suo trattato? La risposta più consueta cerca di
spiegarlo con un generico richiamo al clima intellettuale dell’epoca, cui non
sarebbero state indifferenti un paio di generazioni di giuristi: una parentesi
dovuta all’imporsi di una specie di moda. E’ un’interpretazione a dir poco
insoddisfacente, elusiva di un tema essenziale: la connessione fra l’uso della
diairetica e la qualità delle conoscenze per la prima volta elaborate
attraverso quei modelli. Il problema, cioè, della forma logica attraverso cui a
partire da Quinto Mucio e dalle sue innovazioni, l’esperienza del diritto
veniva costruita e pensata. Se non si ha lo sguardo fermo su questo intreccio,
si smarrisce il filo di ogni interpretazione plausibile. E non c’è da temere
solo il vecchio equivoco che portava a distinguere meccanicamente fra ‘metodo’
greco e ‘contenuti’ SACCHI virtuoso che è una caratterizzazione tipica del
pensiero stoico. Ateneo, citando Posidonio, ricorda la ferma presa di posizione
di Q. Mucio Scevola l’augure, Q. Elio Tuberone e P. Rutilio Rufo (tutti allievi
del filosofo stoico Panezio: Cic. Lael.), a favore della lex Fannia cibaria del
161 a.C.7 Proverbiali inoltre sono rimasti il rigore e la coerenza con cui
Scevola il pontefice esercitò la sua carica di proconsole nella provincia
d’Asia, coadiuvato da Rutilio Rufo suo legato proconsolare8 . A quest’ultimo,
prope perfectus in Stoicis (Brut.), si ricollega anche il famoso otium cum
dignitate che rimarrà come monito per gli uomini della sua classe; tanto che,
come è noto, Cicerone ne farà una strenua difesa contro l’epicureismo dilagante
soprattutto in Campania, quando scrisse, fra l’altro, negli ultimi due anni
della sua vita il de finibus e le Tusculanae disputationes. Riferimenti precisi
nel de oratore e nel Brutus ciceroniani indicano esplicitamente come stoici
anche Marco Vigellio (qui cum Panetio vixit), Sesto Pompeo e due Balbi: Cic. De
orat. Quid est, quod aut Sex. Pompeius aut duo Balbi aut meus amicus, qui cum
Panaetio vixit, M. Vigellius de virtute hominum Stoici possint dicere, qua in
disputatione ego his debeam aut vestrum quisquam concedere? Il primo, Quinto
Lucilio (Balbo), fu sostenitore della tesi stoica prospettata nel de natura
deorum9 . Mentre il secondo, Lucio Lucilio (Balbo), espertissimo in agendo et
in respondendo, fu discepolo di romani, quanto un rischio più grave e
sottile: quello di misurare il lavoro dei giuristi con i criteri adoperati per
valutare il dibattito filosofico ed epistemologico da Platone al tardo
stoicismo, suggestionati solo dalla traccia superficiale di alcuni evidenti
debiti della giurisprudenza verso la filosofia, e da qualche sporadica
contiguità di lessico e di categorie. Mettendosi su una simile strada, non si
può che arrivare alla conclusione di un drammatico impoverimento dell’impianto
logico del pensiero classico, quando passa dai filosofi ai giuristi, e alla
constatazione del carattere irrimediabilmente minore e senza vocazione teorica
del lavoro della giurisprudenza. Ma sarebbe un’indicazione infondata, anche se
è stata tante volte riproposta, da diventare un luogo comune storiografico. » 7
Athen. Dipnosoph. 6.274 c-e = Posid. Jacoby. 8 Per tutti CANNATA, Per una
storia della scienza giuridica europea. I. Dalle origini all’opera di Labeone
(Torino MÜNZER, sv. Lucilius, in PW. 13.2 (Stuttgart-Weimar Q. Mucio Scevola il pontefice e anche maestro
di Servio Sulpicio Rufo Il Circolo degli
Scipioni C’è poi il Circolo degli Scipioni 11 . Questo sodalizio culturale era
frequentato, come è noto, da letterati e filosofi come Terenzio e il 10
Cic. Brutus 42.154: Cumque discendi causa duobus peritissimis operam dedisset,
L. Lucilio Balbo, C. Aquilio Gallo, Galli hominis acuti et exercitati promptam
et paratam in agendo et in respondendo celeritatem subtilitate diligentiaque
superavit; Balbi docti et eruditi hominis in utraque re consideratam tarditatem
vicit expediendis conficiendisque rebus. Sul rapporto tra lo stoicismo e i
giuristi romani v. anche F. D’IPPOLITO, I giuristi e la città (Napoli Sul
circolo scipionico si v. in generale H. BARDON, La littérature latine inconnue.
I. L’époque républicaine (Paris 1952) 45 ss., 87 ss.; H. BENGTSON, Grundriss
der römische Geschichte, I, (München GRIMAL, Le siècle des Scipions Paris Il
secolo degli Scipioni. Roma e l’ellenismo al tempo delle guerre puniche
(Brescia, Plataroti, CANALI, Storia della poesia latina (Milano) Anche se è
stata negata l’esistenza di questo sodalizio culturale [H. STRASBURGER, Der
‘Scipionenkreis’, in Hermes l’espressione grex Scipionis usata da Cicerone in
Lael. e la considerazione, nel paragrafo 101 dello stesso dialogo, di Scipione,
Furio, Spurio Mummio, Tuberone, Rutilio, (Virginio e Rupilio); oltre che degli
interlocutori del Lelio: Mucio Scevola, Fannio e appunto Lelio, come aequales
per essere stati amici o giovani devoti di Scipione, lascia pensare che questo
circolo di intellettuali sia stato effettivamente sentito come tale dai suoi
protagonisti. Così, con somma erudizione CANCELLI, Cicerone, Lo Stato (Milano
scrive: Va da sé che non bisogna credere a un sodalizio, magari con tanto di
statuto, ma a un gruppo di uomini che seguivano stesse tendenze politiche, e
che facevano capo, in vario modo, a Scipione o al suo amico Lelio. Cicerone
assunse appunto a comune carattere dei suoi personaggi l’essere stati amici o
in relazione con Scipione e Lelio, e l’essere stati seguaci più o meno fermi
dell’insegnamento paneziano ». Fra l’altro, come rileva lo stesso Cancelli, a
questa lista di nomi manca solo quello di Manio Manilio, il famoso giurista (e
generale di Scipione Africano a Cartagine), per ricostituire il gruppo di
personaggi che partecipano al famoso dialogo del de re publica ambientato negli
horti suburbani di Scipione Emiliano dove Cicerone ambienterà l’enunciazione
della famosa definizione di res publica in 1.25.39 su cui ritorneremo più avanti.
Per l’uso di grex per indicare un ‘gruppo di amici’ o un ‘sodalizio culturale’
si v. Cic. Lael. Saepe enim excellentiae quaedam sunt, qualis erat Scipionis in
nostro, ut ita dicam grege. Anche Orazio che riferisce la parola proprio ai
seguaci della Stoa di Crisippo di Soli. Horat. sat. 2.3.44 Chrysippi porticus
et grex. Sul circolo degli Scipioni si v. anche F. LEO, Geschichte der
römischen Literatur (Berlin BROWN, A Study of the Scipionic Circle (Iowa
TATAKIS, Panétius de Rhodes. Le fondateur du moyen stoïcisme. Sa vie et son
oeuvre (Paris BRUWAEUM, L’influence culturelle du cercle de Scipion 330 OSVALDO
SACCHI campano Lucilio12 , ma anche da storici come P. Cornelio Scipione, C.
Fannio, C. Sempronio Tutidano e forse Emilio Sura. Altri possibili frequentatori
di tale circolo furono Cassio Emìna e L. Calpurnio Pisone Frugi che normalmente
viene ritenuto avversario dei Gracchi, ma la legge agraria del 111 a.C. lo
ricorda come il console che insieme a P. Mucio applicò la lex Sempronia: Lex
agr. l. 13 (= FIRA): Quei ager locus publicus populi Romanei, quei in Italia P.
Mucio L. Calpurnio cos. fuit. Quando però, nel 167 a.C., Paolo Emilio portò a
Roma per i suoi due figli la biblioteca di Pella13 , diventò possibile in
questa città accedere direttamente ai testi dei filosofi greci ed in
particolare a quelli degli stoici14 . Fu così che il circolo scipionico, a
ridosso dell’età graccana, diventò il luogo di incontro principale tra lo
stoicismo e gli intellettuali romani. L’amicizia tra l’Africano minore e
Polibio nacque Emilien (Schaerbeeck ABEL, Die kulturelle Mission des
Painaitios « Antike und Abendland BRETONE, La fondazione del diritto civile nel
manuale pomponiano, in Tecniche e ideologie dei giuristi romani 2 (Napoli 1982)
259, nt. 8; v. anche 358 ss.; H.I. MARROU, Histoire de l’éducation dans
l’antiquité. I. Le monde grec. II. Le monde romain (Paris WIEACKER, Römische Rechtgeschichte 1 (München
1988) 540, nt. 58; F. ALESSE, Panezio di Rodi e la tradizione stoica (Napoli
CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea 217. 12 Sul rapporto
tra il poeta Lucilio e il circolo scipionico cfr. Lact. div. inst. 6.5.4. G.
MAURACH, Geschichte der römischen Philosophie. Eine Einführung2 (1989, 1997) 22
ss. 13 Plut. Aem. 28.11: Møna tÅ biblºa to† basil™vq filogrammato†si to¡q
y™sin ®p™trefen ®jel™suai. [tr. M.L. Amerio (a cura di), Plutarco, Vite, vol.
III (Torino Fece prelevare soltanto i libri della biblioteca del re per darli
ai figli amanti delle lettere »; Isid. etym. 6.5.1: Romae primus librorum
copiam advexit Aemilius Paulus, Perse Macedonum rege devicto; deinde Lucullus e
Pontica praeda. Post hos Caesar
dedit Marco Varroni negotium quam maximae bibliothecae construendae. Primum
autem Romae bibliothecas publicavit Pollio, Graecas simul atque Latinas, additis
auctorum imaginibus in atrio, quod de manubiis magnificentissimum instruxerat. 14 Per i rapporti culturali e l’influenza della
cultura greca nel circolo scipionico si v. anche SACCHI, La nozione di ager
publicus populi Romani come espressione dell’ideologia del suo tempo, in
Tij. Adesso si v. A. SCHIAVONE, Ius. Quinto
Mucio, che non ignorava il greco aveva un accesso diretto a questi testi. Erano
in gran parte opere incluse nell’imponente biblioteca di Perseo di Macedonia,
trasportata a Roma nel 167, dopo Pidna, da Emilio Paolo – nella capitale non si
erano mai visti tanti libri – e poi utilizzata dal circolo di Scipione Emiliano.
infatti proprio grazie ad una richiesta di libri e alla discussione che scaturì
tra questi due personaggi Personalità di assoluto livello sul piano giuridico
che possiamo ricordare tra i frequentatori di questo circolo lungo l’arco di
almeno due generazioni furono Manio Manilio (ad Att.; ad Q.fr.; Lael.; de re
p.; Plut. Ti. Gracc. 11.2) e Gaio Lelio, definito dallo stesso Manilio, valente
giurista (de re p. Tum Manilius: Pergisne eam, Laeli, artem inludere, in qua
primum excellis ipse, deinde sine qua scire nemo potest, quid sit suum, quid
alienum?) che fu allievo prima di Diogene di Babilonia e poi di Panezio (de
fin. Nec ille qui Diogenem Stoicum adulescens, post autem
Panaetium audierat). Anche P. Mucio
Scevola, il pontefice massimo (console): Cic. de re p. Sed ista mox; nunc
audiamus Pilum, quem video maioribus iam de rebus quam me aut quam P. Mucium
consuli, l’antagonista di Crasso nella causa Curiana, prima di scegliere di
seguire con il fratello di appoggiare le riforme graccane (Cic. de re; Acad.
Prior.; Plut. Ti. Gracc.), pare che fu molto vicino a tale ambiente16 . Tra i
frequentatori del circolo scipionico che aderirono alla Stoa, troviamo infine
anche Furio Filo e Aulo Cascellio, che furono considerati insieme a Q. Mucio
l’augure, tre dei più famosi esperti di diritto prediale dell’epoca graccana:
Cic. pro Balbo Q. Scaevola ille augur, cum de iure praediatorio consuleretur,
homo iuris peritissimus, consultores suos nonnumquam ad Furium et Cascellium
praediatores reiciebat. Attraverso Gaio sappiamo anche cosa sia il diritto
prediatorio: Gai. 2.61 nam qui mercatur a populo, praediator appellatur 17 . Il
discorso tuttavia non finisce qui perché in base a Cic. de orat. apprendiamo
che anche Q. Mucio il pontefice massimo aveva subito l’influenza di Panezio di
Rodi: Quae, cum ego praetor Rhodum 15 Polyb. il rapporto tra costoro
iniziò da un prestito di libri e dalle conversazioni avute su di essi » [tr. R.
Nicolai (a cura di), Polibio, Storie. Libri XXIIXXXIX. Frammenti (Roma 1998)
245]. 16 Quadro storico in A. GUARINO, La coerenza di P. Mucio (Napoli Su P.
Mucio particolari prosopografici in C.A. CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica europea Particolari prosopografici con fonti e bibl. in C.A. CANNATA,
Per una storia della scienza giuridica europea 1.235 s. venissem et cum summo
illo doctore istius disciplinae Apollonio ea, quae a Panaetio acceperam,
contulissem, inrisit ille quidem, ut solebat, philosophiam atque contempsit
multaque non tam graviter dixit quam facete. Il quae a Panaetio acceperam mi
pare estremamente efficace18 . La corrispondenza tra il titolo di un’opera
famosissima di Quinto Mucio, il Liber singularis Œron, e quella di Crisippo di
Soli dimostra [insieme a D.: post hos Q. Mucius P.f. pont. max. ius civile
primus constituit generatim, in libros XVIII redigendo] la vicinianza del
giurista alla cultura stoica19 . 4. La Stoa e il diritto romano Alla luce di
questi dati, quindi, non stupisce se Paolo Frezza abbia dichiarato già nel 1951
di credere all’esistenza di una: « …profonda influenza della Stoa sulla
formazione e sull’evoluzione del pensiero giuridico romano »20 . Gli esempi
della fecondità di tale rapporto, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. Nel
rilievo che Q. Mucio Scevola dava alla bona fides si nascondono infatti i
prodromi di una svolta importante per la disciplina e la struttura dei rapporti
obbligatori in tema di emptio venditio e di locatio conductio Schiavone, credo
con 18 C.A. CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea 1.250
ss. 19 Cfr. anche Gai. 1.188. Diog. Laert. [= SVF. App. 2.42 (Arnim) = Radice
1370]; SVF. (Arnim 2.76) [Radice 424]. Già rilevato da F. LEO, Geschichte der römischen
Literatur 350. Mette in dubbio l’autenticità di quest’opera Schulz [Storia
della giurisprudenza romana] che si richiama ad
KRÜGER, in St. Bonfante 2.336], ma oggi si propende per l’autenticità.
Si v. sul punto P. STEIN, Reguale iuris. From Juristic Rules to Legal Maxims
(Edimburg BRETONE, Tecniche e ideologie
Storia del diritto romano4 (Roma-Bari 1989), 185; C.A. CANNATA, Per una storia
della giurisprudenza europea FREZZA, Rec. a M. Pohlenz, Die Stoa 326. Sul
rapporto tra giurisprudenza romana e filosofi stoici già il Cuiacio con dovizia
di indicazioni di fonti e bibl. in J. CIUAICI, Opera. Ad Parisiensem
Fabrotianam editionem diligentissime exacta in tomos XIII. distributa auctiora
atque emendatiora Pars prima. Tomus primus (Prati Utile, sebbene con meno
approfondimento anche J.G. HEINECCII, Historia Juris Civilis Romani ac
germanici qua utriusque origo et usus in germania ex ipsis fontibus ostenditur,
commoda auditoribus methodo adornata, multisque Observationibus haud Vulgaribus
passim illustrata (Venetiis Cic. de off. Si v. su questo argomento LOMBARDI,
Dalla fides alla bona fides (Milano 1961); L. FASCIONE, Cenni bibliografici
sulla ‘bona fides’, in Studi sulla buona fede (Milano TALAMANCA, La bona fides
nei fondatezza, ha sottolineato l’importanza e la pertinenza della già felice
intuizione di Nietzsche che giudicava la bona fides del linguaggio giuridico
repubblicano come una versione rielaborata in chiave ‘aristocratica e
proprietaria’ (è questo il punto) della più antica fides romana22 . La legge
agraria del 111 a.C. può essere vista, infatti, come una delle espressioni più
immediate di questa nuova sensibilità dei giuristi romani verso una concezione
di appartenenza dell’ager publicus distribuito ai privati in senso ‘proprietario’
23 . Inoltre, si può leggere un legame tra gli insistenti appelli di Antìpatro
di Tarso a favore del sentimento di solidarietà umana e il divieto individuato
dai giuristi romani fondato sul diritto naturale di approfittare dell’ignoranza
del compratore. Del resto, l’impegno profuso da Aquilio Gallo, il difensore
dell’aequitas, nel cercare il fondamento definitorio del dolus malus è stato
visto, insieme al rilievo della buona fede in Q. Mucio Scevola, esattamente
come conseguenza di una volontà di dare maggiore riconoscimento, nell’ambito
del diritto formale, al nuovo sentimento etico portato dalla Stoa tra gli
intellettuali romani. La sequenza evolutiva, almeno nel caso dell’aequitas,
passa dal secondo giurista che fu maestro del primo, e arriva fino a Servio
Sulpicio Rufo che seguì l’insegnamento dello stoico Lucilio Balbo e di Aquilio
Gallo a Cercina (D. Servius institutus a Balbo Lucilio, instructus autem maxime
a Gallo Aquilio, qui fuit Cercinae: itaque libri complures eius extant Cercinae
confecti) giuristi romani: ‘Leerformeln’ e valori dell’ordinamento, in Il ruolo
della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea.
Atti del convegno in onore di A. Burdese IV (Padova CARDILLI, ‘Bona fides’ tra
storia e sistema (Torino); E. STOLFI, ‘Bonae fidei interpretatio’. Ricerche
sull’interpretazione di buona fede fra esperienza romana e tradizione
romanistica (Napoli SCHIAVONE, Ius Per il riferimento a Nietzsche si v. Zur
Genealogie der moral, Eine Streitschrift (Leipzig Genealogia della morale, in
Opere (Milano Colli-Montinari) Su questi temi rinvio anche a SACCHI, I maiores
di Cicerone e la teoria della fides nelle scuole giuridiche dell’età
repubblicana a Roma, in Atti in onore di G. Franciosi (Napoli Rinvio sul punto
a O. SACCHI, Regime della terra e imposizione fondiaria nell’età dei Gracchi.
Testo e commento storico-giuridico della legge agraria del 111 a.C. (Napoli Si
v. C.A. CANNATA, Per una storia della scienza giuridica SCHIAVONE, Ius SACCHI
Si potrebbe anche parlare, poi, del concetto di utilitas (D.) e del suo
rapporto con la nozione di iustitia (Cic. de inv. 2.53.160) 25 . C’è poi la
nozione di matrimonio di C. Musonio Rufo, maestro stoico dell’età neroniana
(autore a detta di Prisciano di oltre 700 libri), a cui sembra essersi ispirato
direttamente Modestino (D.) con il suo celeberrimo consortium omnis vitae26 .
Ancora, possiamo citare il rapporto tra ius naturale, ius civile e ius
gentium27 , il famoso honeste vivere, alterum non laedere di Ulpiano [D. (Ulp.
1 regularum): Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere,
suum cuique tribuere] e il paradigma concettuale per la teoria della legge come
ente razionale obbligatorio per tutti gli uomini, che i compilatori di
Giustiniano scelsero da un’opera di Crisippo di Soli 25 Ampio ragguaglio
bibliografico sul tema in NAVARRA, Ricerche sulla utilitas nel pensiero dei
guristi romani (Torino 2002) 3 ss. Le parole ius, iustitia e aequitas nel mondo
concettuale di Servio acquistano rilievo come espressione del ricongiungimento
di legalità, legittimazione, etica e formalismo. La deduzione, ricavata da un
notissimo passo delle Filippiche di Cicerone è di A. SCHIAVONE, Ius Il passo è
Phil. Nec vero silebitur admirabilis quaedam et incredibilis ac paene divina
eius in legibus interpretandis, aequitate explicanda scientia. Omnes ex omni
aetate, qui in hac civitate intellegentiam iuris habuerunt, si unum in locum
conferantur, cum Ser. Sulpicio non sint comparandi. Nec enim ille magis iuris
consultus quam iustitiae fuit. [11] Ita ea quae proficiscebantur a legibus et
ab iure civili, semper ad facilitatem aequitatemque referebat neque instituere
litium actiones malebat quam controversia tollere. D. (Modest. 1 regularum):
Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae et consortium omnis vitae, divini et
humani iuris communicatio. 27
Sul rapporto tra ius naturale, ius civile e ius gentium mi limito a segnalare
C.A. MASCHI, La concezione naturalistica del diritto e degli istituti giuridici
romani (Milano LOMBARDI, Sul concetto di ‘ius gentium’ (Roma 1947); A. BURDESE,
Il concetto di ius naturale nel pensiero della giurisprudenza classica, in
RISG. NOCERA, Ius naturale nell’esperienza giuridica romana (Milano 1962); Ph.
DIDIER, Les diverses conceptions du droit naturel à l’oeuvre dans la jurisprudence
romaine des II e et III e siècles, in SDHI. ARCHI, Lex e natura nelle
istituzioni di Gaio, in Scritti di diritto romano 1. Metodologia
giurisprudenza. Studi di diritto privato 1 (Milano BRETONE, Storia WINKEL,
Einige Bemerkungen über ius naturale und ius gentium, in MJ. Schermaier-Z.Végh (ed.),
Festschrift für W. Waldestein zum 65 Geburtstag (Stuttgart KASER, Ius gentium
(Köln-Weimar-Wien 1993) 54 ss.; P.A. VANDER WAERDT, Philosophical Influence on
Roman Jurisprudence? The Case of
Stoicism and Natural Law DUCOS, Philosophie, littérature et droit; S. QUERZOLI,
Il sapere di Fiorentino. Etica, natura e logica nelle Institutiones (Napoli che
diresse la Stoa di Atene [D. 1.3.2 (Marc. 1 inst.)] La nozione di res publica
come effetto dell’influenza diretta del pensiero politico di Panezio Questo
elenco di dati non è certo esaustivo e può essere ancora integrato. Possiamo
tuttavia affrontare due argomenti che ritengo molto significativi per dare una
dimensione ancora più esatta dell’impor-tanza del rapporto tra Stoa ed
evoluzione del diritto romano. Anzitutto, la nozione di ‘stato’. Panezio, per
la prima volta rispetto a questo problema, mise in primo piano il momento
giuridico. Lo stato è considerato dal Portico un insieme di uomini che vivono
sullo stesso territorio e sono governati da una legge. Questo enunciato è la traduzione più o meno
letterale della celeberrima definizione di Scipione Africano minore in Cic. de
re p. Siamo in un momento di massima influenza culturale del circolo scipionico
e si cerca di dare un assetto costituzionale alla res publica31 . 28 perÁ
nømoy: Ø nømoq påntvn ®stÁ basileÂq ueºvn te kaÁ Ωnurvpºnvn pragmåtvn? de¡ d‚
aªtØn proståthn te eµnai t©n kal©n kaÁ t©n a˝sxr©n kaÁ “rxonta kaÁ Ôgemøna, kaÁ
katÅ to†to kanøna te eµnai dikaºvn kaÁ Ωdºkvn kaÁ t©n f¥sei politik©n zúvn,
prostaktikØn m‚n ˘n poiht™on, ΩpagoreytikØn d‚ ˘n oª poiht™on. [D. 1.3.2
(Marcian. 1 inst.)] « Bisogna che la legge sia sovrana di tutte le cose, divine
o umane. Deve sovrastare tutte le realtà buone e cattive e su di esse
esercitare potere ed egemonia; deve fissare i canoni del giusto e dell’ingiusto
e, per i viventi che stanno per natura in società, comanda quel che va fatto, e
vieta quel che non va fatto ». Su Crisippo di Soli v. M. POHLENZ, La Stoa
39-43. Su Crisippo di Soli si v. H. VON ARNIM, sv. Chrysippos, in PW. 3.2
(1899, rist. München 1991) coll. Dio Chrysost. or. [= SVF. (H.von Arnim) (R. Radice, Stoici
Antichi, Milano 2002, 1130)]: pl∂toq Ωntr√pon ®n taªtˆ katoiko¥ntvn ÊpØ nømon
dioiko¥menon. 30 Segnalo sul punto G. MANCUSO, Forma di stato e forma di
governo nell’esperienza costituzionale greco-romana (Catania 1995) 73; P.
DESIDERI, Memoria storica e senso dello Stato in Cicerone, in M. Pani (a cura
di), Epigrafia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane 6
(Bari) VALDITARA, Attualità nel pensiero politico di Cicerone, in F. Salerno (a
cura di), Cicerone e la politica (Napoli SACCHI, La nozione di ager publicus
populi Romani Cic. de re p. ‘Est igitur’, inquit Africanus, ‘res publica res
populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed
coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus’. Cfr. F.
CANCELLI, Marco Tullio Cicerone, Lo Stato 33 ss. Sul significato di res publica
si v. H. DREXLER, Res publica, 336 OSVALDO SACCHI Il riferimento di Cicerone
alla definizione dell’Emiliano è importante perché in essa rileva una nozione
‘costituzionale’ di populus che è costruita su un’idea di legge che a sua volta
è basata sul concetto di patto32 . Come in Papiniano D. 1.3.1 (Papin. lib. 1
def.): Lex est commune praeceptum, virorum prudentium consultum, delictorum
quae sponte vel ignorantia contrahuntur coercitio, communis rei publicae
sponsio, in cui si rileva un concetto di sovranità ‘orizzontale’ piuttosto che
‘verticale’. La differenza del pensiero di Panezio è tuttavia evidente anche
rispetto ad Aristotele33 . Lo Stagirita, si limitava infatti a dichiarare che
lo ‘Stato’ poteva essere la società perfetta, atta a promuovere la vita buona o
migliore (1252 b27) 34 . Il ‘vivere felice’ cui allude lo stesso in Maia
ANRW. Cosiderano res publica nel senso di ‘patrimonio comune’ ORESTANO, Il
problema delle persone giuridiche (Torino KOHNS, Res publica-res populi, in
Gymnasium MARTINO, Storia della costituzione romana2 1 (Napoli 1972) 494 ss.
Considera res publica nel senso di ‘organizzazione del popolo’ J. GAUDEMET, Le
peuple et le gouvernement de la République romaine, in Labeo Gouvernés et
gouvernants, in Recueil J. Bodin 23.2 (Bruxelles Per R. KLEIN, Wege der
Forschung (Darmstadt Der Staat ist das Volk. Su tutto SCHMIDT, Cicero ‘De re
publica’: Die Forschung der letzen fünf Dezennien, in ANRW. Si v. ora anche M.
KOSTOVA, Res publica на цицерон. Res publica est res populi (Sofia Sul concetto
di consensus si v. fra altri FRANCISCI, Arcana imperii (Milano) Forse il fatto
che Cicerone (Rep.) insiste sul consensus iuris, sul vinculum iuris, ha fatto
pensare che lo scrittore esponesse concetti e dottrine romane, mentre tale idea
del vincolo giuridico (nømoq) era già nelle definizioni stoiche». Il governo
secondo Cicerone si identifica nel consilium che è l’equivalente del platonico
logistikøn e dello stoico Ôgemonikøn. Si v. per questo F. CANCELLI, Cicerone,
Lo Stato 76. 33 Non si tratta di una convenzione artificiale come volevano gli
scettici e gli epicurei [F. CANCELLI, ibidem 59], né della realizzazione di un
bisogno materiale come in Platone [Rep. 2.369b; Leg. 3.676a-680c; 9.875a-d]. E’
lo spontaneo sentimento che spinge l’uomo a riunirsi in società. La congregatio
ciceroniana (fin. 3.65; 4.4) corrispondente al f¥sei politik©n zúvn di
Aristotele (pol.) che però fu recepito dagli stoici, secondo i quali, nell’uomo
vi sarebbero i semina della virtù e della ‘sociabilità’ stessa: Cic. de re p.
1.41; fin. 5.18; Tusc. 3.2. 34 Ô d| ®k pleiønvn kvm©n koinvnºa t™leioq pøliq,
˚dh pÅshq ‘xoysa p™raq t∂q aªtarkeºaq ˜q ‘poq e˝pe¡n, ginom™nh m‚n to† z∂n
’neken, o«sa d‚ to† e« z∂n. DiØ p˙sa pøliq f¥sei ®stºn, e¬per kaÁ a pr©tai
koinvnºai? t™loq gÅr a‹th ®keºnvn, Ô d‚ f¥siq t™loq ®stºn? oÚon gÅr ’kastøn
®sti t∂q gen™sevq telesueºshq, ta¥thn fam‚n t¸n f¥sin eµnai „kåstoy, Æster
Ωnur√poy Òppoy o˝kºaq. [Arist. pol.]: Cicerone in de off. 1.85 citando però il
solo Platone. Per Panezio, invece, lo ‘Stato’ doveva essere una società basata
sull’eguaglianza di diritti e mirare all’utilità comune fondata sul valore
vincolante della legge. Se questo è vero, dobbiamo allora riconoscere che il
filosofo di Rodi portò alla riflessione romana un dato assolutamente originale
e del tutto incomparabile con altre esperienze antiche del passato e anche
successive. Lo dimostra anche il confronto con un altro frammento, altrettanto
famoso, del de re publica di Cicerone in cui, l’Africano minore, parafrasando
Catone Censore, fa la differenza tra l’origine delle città greche e l’origine
della res publica romana. Qui, forse, si coglie ancora di più il dato di novità
apportato da Panezio. Catone parla del peso positivo di una tradizione (Cic. de
re p. nostra autem res publica non unius esset ingenio, sed multorum, nec una
hominis vita, sed aliquot constituta saeculis et aetatibus), mentre Panezio,
attraverso Cicerone, come abbiamo visto, parla solo del valore della legge come
dato fondante (iuris consensu et utilitatis communione sociatus). Se questo è
vero, sarebbe allora quantomeno da rivedere la nota affermazione per cui lo
‘Stato’/‘res publica’, e i principi che lo regolavano, avrebbero avuto origine
dall’idea di Catone fondata sui mores maiorum e che questa posizione ideologica
avrebbe segnato il pensiero politico romano anche negli ultimi decenni della
Repubblica35 . comunità perfetta di più villaggi costituisce la città,
che ha raggiunto quello che si chiama il livello dell’autosufficienza: sorge
per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una
buona esistenza. Perciò ogni città è un’istituzione naturale, se lo sono anche
i tipi di comunità che la precedono, in quanto essa è il loro fine e la natura
di una cosa è il suo fine » Viano (cur.), Aristotele, Politica (Milano BRETONE,
Pensiero politico e diritto pubblico, in Tecniche e ideologie dei giuristi
romani L’idea che lo stato, e i principi che lo reggono, abbiano la loro
origine nei mores maiorum, - l’idea di CATONE, - segna il pensiero politico
anche negli ultimi decenni della Repubblica ». La differenza di significato è
anche nel fatto che Roma era stata fondata da Romolo che fu abile e prudens
(titolare di ‘saggezza pratica’), ma non sapiens come si ritenevano i raffinati
intellettuali gravitanti intorno al circolo scipionico. Cfr. Cic. de orat.
1.37; de re p. 2.7 e per tutto CANCELLI, Cicerone, Lo Stato SACCHI 6. Idea di
‘proprietà’ fondiaria nel pensiero di Panezio Un altro profilo del pensiero
stoico che potrebbe aver influenzato sensibilmente la riflessione dei giuristi
della tarda repubblica, riguarda la nozione di proprietà. Anche questo punto
credo che meriti una riflessione più attenta di quanto non si sia fatto finora.
Il diritto romano, fino all’epoca dei Gracchi, come ben dimostra ancora tutto
l’impianto della legge agraria del 111 a.C., aveva conosciuto forme di
appartenenza come la possessio dell’ager publicus, la possibilità che i lotti
di terreno assegnati dal Senato venissero alienati e che i figli degli
alienatari potessero ereditare dai loro padri; o che questi potessero alienare
a terzi i loro cespiti immobiliari. Ma non la proprietà così come è intesa
negli ordinamenti moderni che la qualificano come un diritto assoluto (o
soggettivo perfetto) ovvero come la intendevano i giuristi dell’età classica, nella
dottrina dei quali, la differenza tra possessio e dominum fondiario appare
finalmente più nitida36 . Con Panezio, invece, e per la prima volta, la
consapevolezza di una sostanza ontologica della nozione di una proprietà
fondiaria, e la necessità di difendere tale posizione come dovere primario da
parte 36 D. (Ulp. ad ed.): pater
autem familias appellatur, qui in domo dominium habet; (Ulp. 50 ad ed.): Domini appellatione
continetur qui habet proprietatem; 41.1.13pr (Nerat. regularum): Si procurator
rem mihi emerit ex mandato meo eique sit tradita meo nomine, dominium mihi, ‘id
est proprietas’, adqquiritur etiam ignoranti [da ricordare al riguardo che
l’inciso id est proprietas è considerato una glossa da S. SCHLOSSMANN, Der
besitzerwerb durch Dritte nach römischen und eutigem Rechte (Leipzig KNIEP,
Vacua possessio 1 (Jena FRANCISCI, Translatio dominii (Milano) 28; ID., Il
trasferimento della proprietà (Padova BETTI, in Bullettino dell’Istituto di
diritto romano 41 (Roma) 183, nt. 1]; CTh. 9.42.4: bona capite damnatorum
fiscali dominio vindicare. Nel senso di dominium contrapposto a ususfructus si
v. D. 7.6.3 (Iul. 7 digestorum): qui possessionem dumtaxat usus fructus, non
etiam dominium adepti sint. Cfr. R. LEONHARD, sv. Dominium, in PW. 5.1
(München) coll. Si v. ora anche indicazioni in O. SACCHI, Regime della terra e
imposizione fondiaria 213 ss. Molto interessante il riferimento di [LEONHARD a
Varro r.r. 2.10.4: In emptionibus dominum legitimum sex fere res perficiunt: si
hereditatem iustam adiit; si, ut debuit, mancipio ab eo accepit, a quo iure
civili potuit; aut si in iure cessit, qui potuit cedere, et id ubi oportuit
[ubi]; aut si usu cepit aut si e praeda sub corona emit; tumve cum in bonis
sectioneve cuius publice veniit. In tale fonte tuttavia, ai vari modi di
acquisto della proprietà sullo schiavo, è riferito ancora il ‘parlante’ dominum
secondo un uso consolidato nel linguaggio anche tecnico latino della media
tarda repubblica. della res publica, vengono messe al centro di un dibattito
scientifico e culturale37 . Per avere un’idea più precisa al riguardo, si deve
fare riferimento ad alcuni noti passaggi del de officiis di Cicerone che
l’Arpinate potrebbe aver tratto direttamente dall’opera maggiore di questo
filosofo. Il più significativo è: Cic. de off. Sunt autem privata nulla natura,
sed aut vetere occupatione, ut qui quondam in vacua venerunt, aut victoria, ut
qui bello potiti sunt, aut lege, pactione, condicione, sorte; ex quo fit, ut
ager Arpinas Arpinatium dicatur, Tusculanus Tusculanorum; similisque est
privatarum possessionum discriptio. Ex quo, quia suum cuiusque fit eorum, quae
natura fuerant communia, quod cuique optigit, id quisque teneat; e quo si quis
sibi appetet, violabit ius humanae societatis. Il problema da cui parte Panezio
è che la proprietà privata non esiste in natura (sunt autem privata nulla
natura). Un approccio quindi comune anche al diritto romano più antico se è
vero che questo aveva conosciuto ab origine, a parte il problema dell’heredium,
forme di proprietà/appartenenza individuali soltanto mobiliari. Sennonchè, lo
‘stato’ e la ‘proprietà’ in Panezio hanno stessa origine e nascono da uno
stesso atto storico, perché il primo nascerebbe per proteggere la seconda. In
questo modo, entrambi acquisterebbero così anche una rilevanza giuridica.
Guardando de off., che è un altro dei frammenti che Cicerone potrebbe aver
preso direttamente dall’opera di Panezio CANCELLI, Marco Tullio Cicerone, Lo
Stato 61: « Se non è lo Stato sorto per bisogni materiali dell’uomo, è però nei
suoi fini primari favorire proprio anche le condizioni di benessere materiale;
e la direzione dello Stato deve essere rivolta al fine di attuare il motivo
stesso dell’associarsi degli uomini, Rep. 1,41, che è la migliore condizione di
felicità di tutti i componenti il gruppo sociale, Rep. 5,1, e naturalmente la
tutela stessa della proprietà privata, come si dirà in Off. 2,73 ». 38 Cic. de
off. Sed, quoniam de eo genere beneficiorum dictum est, quae ad singulos
spectant, deinceps de iis, quae ad universos quaeque ad rem publicam pertinent,
disputandum est. Eorum autem
ipsorum partim eius modi sunt, ut ad universos cives pertineant, partim,
singulos ut attingant, quae sunt etiam gratiora. Danda opera est omnino, si
possit, utrisque, nec minus, ut etiam singulis consulatur, sed ita, ut ea res
aut prosit aut certe ne obsit rei publicae. C. Gracchi frumentaria magna largitio exhauriebat
igitur aerarium; modica M. Octavi et rei publicae tolerabilis et plebi
necessaria; ergo et civibus et rei publicae salutaris. [73] In primis SACCHI
vediamo che il tema della necessità per lo Stato di apprestare tutela alla
proprietà privata viene esplicitato in modo chiaro e diretto. Leggendo Cicerone
apprendiamo che coloro che sono deputati all’amministra-zione dello ‘Stato’
(qui rem publicam administrabit) dovevano badare in primo luogo a che non ci
fosse una diminuzione dei beni dei privati (ut suum quisque teneat neque de
bonis privatorum publicae deminutio fiat). Questo perché il compito precipuo
degli ‘Stati’ e delle ‘città’ (qui l’allusione è chiaramente a de re p. 2.1.2:
nostra autem res publica non unius esset ingenio, sed multorum, nec una hominis
vita, sed aliquot constituta saeculis et aetatibus) avrebbe dovuto essere
quello di difendere le ‘cose di ciascuno’: Cic. de off. 2.21.73: Hanc enim ob
causam maxime, ut sua tenerentur, res publicae civitatesque constitutae sunt.
Nam, etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum
urbium praesidia quaerebant. Il rodiense su questo punto è originale anche rispetto
al pensiero stoico che lo aveva preceduto perchè il problema dell’inesistenza
in natura della proprietà privata, come è noto, era risolto da Crisippo con la
famosa metafora del teatro, dove lo spettatore chiama suo il posto che occupa e
si considera, questa, una cosa legittima. Si superava così il problema di
qualificare come ‘proprio’ qualcosa che nel mondo invece si sentiva come comune
a tutti. autem videndum erit ei, qui rem publicam administrabit, ut suum
quisque teneat neque de bonis privatorum publicae deminutio fiat. Perniciose
enim Philippus, in tribunatu cum legem agrariam ferret, quam tamen antiquari
facile passus est et in eo vehementer se moderatum praebuit; sed cum in agendo
multa populariter, tum illud male, «non esse in civitate duo milia hominum, qui
rem haberent». Capitalis oratio est. Ad aequationem bonorum pertinens, qua
peste quae potest esse maior? Hanc enim ob causam maxime, ut sua tenerentur,
res publicae civitatesque constitutae sunt. Nam, etsi duce natura
congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum urbium praesidia
quaerebant. Cic. de fin. Sed quem ad modum, theatrum cum commune sit, recte
tamen dici potest eius esse eum locum quem quisque occuparit, sic in urbe
mundove communi non adversatur ius quo minus suum quidque cuiusque sit. La
trasformazione del ius civile in ars iuris civilis e l’emersione del dominium
quiritario A questo punto credo sia difficile negare un’influenza anche solo
indiretta della riflessione paneziana sul processo di trasformazione della
possessio dell’ager publicus in dominium quiritario in età cesariana. Il
pensiero corre subito allora all’espressione dominium riferita al fondo di
terra come cespite immobiliare presente in un passo di Alfeno Varo [D. (Paul 4 epit. Alfeni dig.) Nella
ricostruzione di Lenel esso è collocato al n. 61 e si tratta del caso più
tipico di esposizione di un responsum, giustificato da una necessità pratica.
Ebbene, in questo frammento, la doppia locuzione dominium loci, potrebbe dirsi
un apax legomenon, dato che non abbiamo testimonianze di altri giuristi coevi o
anteriori in cui si ritrovi 40 D. (lib. 4 epitomarum Alfeni digestorum):
Qui duo praedia habebat, in unius venditione aquam, quae in fundo nascebatur,
et circa eam aquam late decem pedes exceperat: quaesitum est, utrum dominium
loci ad eum pertineat an ut per eum locum accedere possit. respondit, si ita
recepisset: ‘circa eam aquam late pedes decem’, iter dumtaxat videri venditoris
esset. LENEL, Palingenesia iuris civilis (Graz Sull’opera di Alfeno Varo cfr.
L. DE SARLO, Alfeno Varo e i suoi digesta (Milano FERRINI, Intorno ai digesti
di Alfeno Varo, in BIDR. JÖRS, sv. Alfenus Varus, in PW. 2.1 (Stuttgart VERNAY,
Servius et son Ecole 35 ss.; S. SOLAZZI, Alfeno Varo e il termine ‘dominium’
KUNKEL, Die römischen Juristen. Herkunft und soziale Stellung SCHULZ, Storia
della giurisprudenza romana BRETONE, Il responso nella scuola di Servio, in
Tecniche e ideologie dei giuristi romani 91 ss.; I. MOLNAR, Alfenus Varus iuris
consultus, in Studia in honorem V. Pólay septuagenarii (Szged TALAMANCA, La
tipicità dei contratti romani fra ‘conventio’ e ‘stipulatio’ fino a Labeone, in
F. Milazzo (a cura di), Contractus e pactum. Tipicità e libertà negoziale
nell’esperienza tardo-repubblicana. Atti del Convegno di diritto romano e della
presentazione della nuova riproduzione della ‘littera Florentina’. Copanello
(Napoli NEGRI, Per una stilistica dei Digesti di Alfeno, in D. Mantovani (cur.),
Per la storia del pensiero giuridico romano. Dall’età dei pontefici alla scuola
di Servio. Atti del seminario di S. Marino, Torino CANNATA, Per una storia
della scienza giuridica europea ROTH, Alfeni Digesta. Eine spätrepublikanische
Juristenschrift, « Freiburger Rechtgeschichtliche Abhandlungen. Neue Folge,
Berlin su cui cfr. V. CARRO (rec.), Su
Alfeno Varo e i suoi Digesta, in Index Si v. anche C. GIACHI, Studi su Sesto
Pedio. La tradizione, l’editto (Milano SCHIAVONE, Ius 215 e passim. SACCHI
un’espressione analoga . La supposizione è rafforzata dal fatto che il
legislatore del 111 a.C. non usa mai, in 105 paragrafi di legge, l’espressione
dominium; inoltre, dal fatto che tale termine è assente nel lessico di Cicerone
e, infine, che nel vocabolario festino troviamo la parola dominus legata a
dubenus (L. 59, 2)/heres (L. 88, 28) (dunque inquadrata semanticamente nel
lessico giuridico in una concezione potestativa), ma non ancora ad una
definizione giuridica di proprietà43 . Sempre che non abbia ragione Solazzi nel
considerare La vicenda dell’emersione della figura del dominium nel
lessico della lingua latina e nell’ordinamento giuridico romano si può
ricostruire attraverso una serie di indizi di carattere storico, giuridico,
etimologico che segnano il passaggio, nella mentalità giuridica romana, della
nozione giuridica arcaica di appartenenza espressa con la sequenza
herus/heres/heredium/hereditas, alla nozione di dominio assoluto espressa
mediante la sequenza dubinus/duminus-dominus/dominium/dominium ex iure
Quiritium. Quest’ultima indice dell’affermazione, nella mentalità giuridica romana,
dell’idea di proprietà in un territorio dello ‘Stato’(=res publica). Per
inquadrare tutto questo nella sua più esatta cornice storica bisogna valutare i
termini del rapporto tra la nozione di dominium ex iure Quiritium (che si
rileva dalle fonti romane tecniche e non) e le forme di appartenenza arcaiche
(fino ad una certa epoca potestas e, a livello processuale, il meum esse) di
beni mobili (mancipi e nec mancipi, le ceterae res di età tardo repubblicana) e
di beni immobili (heredium, ager privatus, res mancipi, fundi). Sulla
terminologia usata per indicare in età più antica le manifestazioni del potere
del pater familias si v. L. CAPOGROSSI COLOGNESI, La struttura della proprietà
e la formazione dei iura praediorum in età repubblicana 1 (Roma GALLO,
Osservazioni sulla signoria del ‘pater familias’ in epoca arcaica, in St. De
Francisci 2 (1956) 193 ss.; ID., ‘Potestas’ e ‘dominium’ nell’esperienza
giuridica romana, in Labeo., in part. sulla nozione di proprietà romana 32 ss.;
sul rapporto tra erus e dominus CORBINO, Schemi giuridici dell’appartenenza
nell’esperienza romana arcaica, in Scritti Falzea MARRONE, Istituzioni di
diritto romano (Palermo 1987) 302 e nt. 29; M. TALAMANCA, Istituzioni di
diritto romano (Milano 1990) 391; M.J.G. GARCIA GARRIDO, Derecho privado
romano. Casos. Acciones. Institutiones13 (Madrid 2004) 211 ss. 43 Il processo
di affermazione del termine dominium nel lessico dei giuristi della tarda
repubblica presenta in verità un percorso con andamento anomalo. Nelle opere di
Cicerone sembrerebbe essere assente [cfr. E. COSTA, Cicerone giureconsulto
(Roma FRANCIOSI, Usucapio pro herede. Contributo allo studio dell’antica
hereditas (Napoli Però Festo spiega la voce heres (L. 88) dicendo che heres
apud antiquos pro domino ponebantur [si v. G.G. ARCHI, Il concetto di proprietà
nei diritti del mondo antico, in RIDA. 6 (1959) 234]. Il dato è anche ripreso
dagli eruditi giustinianei Inst. 2.19.7: pro herede enim gerere est pro domino
gerere: veteres enim heredes pro dominis appellabant. Sennonchè Varrone,
affermando in r.r. Bina iugera quod a Romulo primum divisa dicebantur viritim,
quae heredem sequerentur, heredium appellarunt, stabilisce una derivazione di
heredium da heres. Siamo allora già in grado di stabilire una prima connessione
semantica: heres sta a heredium come dominus sta a dominium. In termini
schematici abbiamo spuria la presenza della parola dominium in questo famoso
passo di Alfeno Varo , nel qual caso il termine di emersione di tale figura
giuridica si abbasserebbe ancora di più . così le prime due
contrapposizioni di parole in senso soggettivo/oggettivo delle prime due
sequenze: heres/heredium e dominus/dominium. In base al nesso stabilito da
Festo (L.) possiamo anche riconoscere un legame tra la posizione dell’heres e
quella del dominus. Il che accrediterebbe l’etimologia (peraltro sin qui negata
dalla dottrina: cfr. FRANCIOSI, Usucapio pro herede 183, nt. 149) di heres come
un derivato da erus/herus. Lo conferma anche D.
(Ulp. 18 ad ed.): Legis autem Aquiliae actio ero competit, hoc est
domino; Serv. ad Aen. 7.490 nam (h)erum non nisi dominum dicimus; Cass. ex ps.
2.8(40): hereditates ab ero dicta est, id est domino. Su cui L. CAPOGROSSI
COLOGNESI, La struttura della proprietà La connessione è importante perché è
un’ulteriore indizio nella direzione di riconoscere l’origine potestativa della
posizione del dominus. Quanto all’etimologia di erus, questa parola è noto che
significa ‘signore’(era = ‘signora’). Sembra difficile pensare al gallico Ēsus
che è una divinità; ovvero all’ittita eŝha (signora) che richiama l’accadico
aššatu (sposa) o l’ebraico iššā (donna). Erus sembra derivato direttamente
dall’accadico ešeru (legittimo): ‘colui che porta lo scettro’ che ha
corrispondenti in aramaico hārā e in ebraico hōr (il ‘nobile’, il ‘libero’).
Cfr. sul punto G. SEMERANO, Le origini della cultura indoeuropea. Vol. 1.
Rivelazioni della linguistica storica Firenze Altrettanto complesso è il
problema della ricostruzione etimologica di dominus che parimenti significa
‘signore’. Si v. su questo É. BENVENISTE, Il vocabolario delle istituzioni
indoeuropee. 1. Economia, parentela, società. 2. Potere, diritto, religione
(Torino tr. rist. 2001) 1.231 s. Sul punto è interessante la glossa festina per
cui alla voce dubenus (L. 59,2) si legge: Dubenus apud antiquos dicebatur, qui
nunc dominus. Questa fonte consente di stabilire l’etimologia di dominus in
modo abbastanza affidante con un base di accadico dābinu, dappinu, dapnu (nel
significato di ‘potente’, ‘dominatore’). Più propriamente nel senso di dominatore
‘per titoli di valore specialmente bellico’ che, insieme all’accadico dannum
nel segno di ‘potente detto di re’ o ‘di divinità’, costituisce la base
semantica forse più risalente di tale vocabolo: G. SEMERANO, Le origini della
cultura europea 2.387. Il riferimento al significato di dominatore ‘per titoli
di valore specialmente bellico’ è interessante perché è un dato coerente con
l’uso di erus/dominus in Plauto e Terenzio nel significato di ‘padrone di
schiavi’ dato che in età antica la forma di procacciamento più diffusa di
schiavi era la conquista bellica. Secondo COLOGNESI, La struttura della
proprietà (a cui si rinvia per i passi di Plauto e Terenzio dove compare il
termine dominus) la sostituzione di erus con dominus sarebbe avvenuta nel de
agri cultura di Catone, dunque nel corso del II secolo a.C. 44 Cfr. MARUOTTI, ‘Proprietà assoluta’ e ‘proprietà
relativa’ nella storia giuridica europea, in Drevnee pravo-Ius Antiquum Mosca
che ribadisce a p. 17 ancora la mancanza nel II secolo a.C. di vocaboli atti a
esprimere compiutamente un’idea astratta della signoria giuridica su una cosa,
cioè un’idea astratta di proprietà. La parola dominium, che rappresenta per
l’autrice la conquista dell’astratto, sarebbe comparsa solo nel I secolo a.C.
ad opera di Alfeno Varo (D.) o del suo maestro Servio Sulpicio Rufo, senza
escludere però la SACCHI Ed allora, se crediamo che Cicerone abbia utilizzato
in Cic. de off. del materiale paneziano, e non vedo come si possano superare le
testimonianze di Gellio e Plinio (praef.), possibilità che l’autore
dell’espressione dominium loci riferita ad una questione di servitù prediali
sia stato il giurista Paolo. Già così però G. FRANCIOSI, Usucapio pro herede
Studi sulle servitù prediali (Napoli
riprendendo R. MONIER, La date d’apparition du dominium et de la
distinction juridique des res en corporales et incorporales, in St. Solazzi
PUGLIESE, Res corporales, res incorporales e il problema del diritto soggettivo,
in RISG M. LAURIA, Usus, in St. Arangio Ruiz BRETONE, La nozione romana di
usufrutto Così L. CAPOGROSSI COLOGNESI, La struttura della proprietà In senso
critico nei confronti del Franciosi v. L. CAPOGROSSI COLOGNESI, La struttura
della proprietà e la formazione dei iura praediorum in età repubblicana 2
(Milano Poi, però, ancora G. FRANCIOSI, Gentiles familiam habento. Una
riflessione sulla cd. proprietà collettiva gentilizia, in G. Franciosi (a cura
di), Ricerche sull’organizzazione gentilizia romana 3 (Napoli MANZO, La lex
Licinia de modo agrorum. Lotte e leggi agrarie tra il V e il IV secolo a.C.
(Napoli SACCHI, I limiti e le trasformazioni dell’ager Campanus fino alla
debellatio del 211 A.C., in Ager Campanus Atti del Convegno internazionale « La
storia dell’ ager Campanus, i problemi della limitatio e sua lettura attuale »,
S. Leucio Napoli L’ager Campanus
antiquus. Fattori di trasformazione e profili di storia giuridica del
territorio dalla ΜΕΣΟΓΕΙΑ arcaica alla centuriatio romana (Napoli GARRIDO,
Derecho privado romano 211, nt. 24. 45 Cfr. sul punto S. SOLAZZI, Alfeno Varo e
il termine ‘dominium’, in SDHI. Non è questa la sede per affrontare un tema
complesso come quello dell’affermazione della figura giuridica del dominium ex
iure Quiritium (proprietà privata immobiliare) nella giurisprudenza e nel
diritto romano dell’età arcaica e repubblicana, tuttavia, sulla storia della
proprietà arcaica a Roma si v. almeno A. WATSON, The Law of Property in the
Later Roman Republic (Oxford COLOGNESI, La struttura della proprietà DIOSDI,
Ownership in Ancient and preclassical Roman Law (Budapest GROSSO, Schemi
giuridici e società nella storia del diritto privato romano (Torino; GALLO,
“Potestas” e “dominium” nella esperienza giuridica romana, in Labeo KASER, Das
Römische Privatrecht; Ye.M. STAERMAN, La proprietà fondiaria in Roma, in VDI.
Gell. (Vimercati): Legebatur Panaeti philosophi liber de officiis secundus ex
tribus illis inclitis libris quos M. Tullius magno cum studio maximoque opere
aemulatus est. Non esclude un’influenza diretta di Panezio neanche Francesco De
Martino che ritiene possibile che questo filosofo possa essere stato fonte
comune di Cicerone e Appiano. Si v. sul punto F. DE MARTINO, Motivi economici
nelle lotte dei ‘populares’, in F. D’Ippolito (a cura di), Nuovi studi di
economia e diritto romano (Napoli E’ probabile che i passi ciceroniani [Cic. de
off.] derivino da Panezio, che è citato poco più sopra, il quale viveva
sicuramente ancora al tempo delle agitazioni graccane e scriveva dunque sotto
dobbiamo quindi riconoscere che attraverso Cicerone è possibile stabilire un
legame molto stretto anche tra la nozione di proprietà privata (come dominium
immobiliare), la cultura stoica, e il diritto romano dell’epoca
scipionico/cesariana. La cosa non sorprende se si pensa alla cd. ‘svolta
ellenistica’ di giuristi come Ofilio, Trebazio e Aquilio Gallo, o allo
stoicismo di Catone Uticense Lucio Elio Stilone Preconiano Il discorso sul
rapporto tra Stoa e giurisprudenza romana nell’ultimo secolo della repubblica
però non si esaurisce qui perché si possono aggiungere nuovi argomenti di
discussione anche in ordine alla vexata quaestio della trasformazione del ius
civile romano da esercizio di abilità pronetica in ars iuris civilis 49 .
l’impressione provocata da esse. Data la somiglianza degli argomenti di Appiano
e di Cicerone non è troppo ardito pensare che entrambe le fonti possano
derivare da Panezio o comunque da scrittori dell’epoca, il che spiega bene la
correttezza degli argomenti ». Sul punto si v. anche infra paragrafo 9. 47
Plin. praef. 22 = Vimercati 113 frgm. A79: (Tullius) de Republica Platonis se
comitem profitetur, in Consolatione filiae ‘Crantorem’ inquit ‘sequor’, item
Panetius de Officiis. 48 Cic. de fin. Nam in Tuscolano cum essem vellemque e
bibliotheca pueri Luculli quibusdam libris uti, veni in eius villam ut eos ipse
ut solebam depromerem. Quo cum venissem, M. Catonem quem ibi esse nescieram
vidi in bibliotheca sedentem, multis circonfusum Stoicorum libris. Erat enim ut
scis in eo aviditas legendi, nec satiari poterat. Parlo di svolta ellenistica
seguendo IPPOLITO, L’organizzazione degli ‘intellettuali’ nel regime cesariano,
in Quaderni di storia Si v. sul punto con indicazioni bibl. USSANI, Tra
scientia e ars. Il sapere giuridico romano dalla sapienza alla scienza nei
giudizi di Cicerone e Pomponio, in Ostraka, Mantovani, Atti del seminario
giuridico di S. Marino. Per la storia del pensiero giuridico romano dall’età
dei pontefici alla scuola di Servio (Torino L’ars dei giuristi. Considerazioni
sullo statuto epistemologico della giurisprudenza romana (Torino ALBANESE,
L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, in AUPA. Studi con Albanese, Palermo
Schiavone è tornato su questo tema che era già stato al centro di un dibattito
molto approfondito in storiografia. Nel suo più recente lavoro [Ius] lo
studioso parte dalla ricorrenza terminologica in de oratore e in Brutus della
parola ars riconducendovi, tuttavia, uno scarto di significato. Nel de oratore.
Per rif. bibl. e discussione critica cfr. A. SCHIAVONE, Ius] ars
significherebbe ancora ‘sistema’. In Brutus Cfr. per bibl. e disc. SCHIAVONE,
Ius] la parola sarebbe stata usata nel significato di ‘conoscenza
tecnico-specialistica di una determinata disciplina, senza alcuna SACCHI
All’interno di un dibattito certamente più ampio, in questa sede mi riferirisco
al ruolo svolto dalla figura di Elio Stilone Preconiano, un’intellettuale che
visse proprio negli anni a cavallo tra la fine del II e gli inizi del I secolo
a.C. Fu proprio grazie a questo personaggio che a Roma si cominciò a studiare
la struttura del latino. Proprio Stilone, che fu maestro di Varrone reatino,
oltre che dello stesso Cicerone, sull’esempio degli alessandrini, fondò una
scuola di filologia a Roma e per primo applicò l’etimologia al materiale
linguistico latino mettendo in primo piano il ruolo del neologismo. Ebbene, nel
processo di trasformazione del ius civile in una tèchne, insieme
all’acquisizione della metodologia diairetica appresa dalle scuole filosofiche
greche di varia estrazione culturale, un ruolo di primissimo piano potrebbe
essere stato svolto proprio dalla metodologia filologica che trovò in Stilone e
nella scuola stoica, il suo accentuazione degli aspetti sistematici’.
Alla lettera Ars traduceva sempre qualcosa che stava, in greco, tra la techne e
l’epistème: nel De oratore, sottolineandone le implicazioni sistemiche; nel
Brutus, il lato più genericamente gnoseologico ». A mio sommesso avviso il
grande salto di qualità dei giuristi romani formatisi alla scuola degli
eruditi/gramma-tici/filosofi/linguisti di derivazione stoica (che però non vuol
dire rifiuto o ignoranza della tradizione filosofica precedente; uno per tutti:
Cic. Tusc. Credamus igitur Panaetio a Platone suo dissentienti?) è stato di
passare, da una condizione di eccellenza nell’esercizio di un sapere pratico
(phronètico), vicino alla forma ‘doxastica’, dove ciò che contava era la
capacità di adeguare la conoscenza della norma al fatto concreto (in questo
senso, saggezza), ad una ricerca di ciò che è scientificamente esatto, che
appunto è campo di elezione dell’epistème. Su Elio Stilone Preconiano cfr.
FUNAIOLI, Grammaticae Romanae Fragmenta, Stuttgart. Non come soltanto
grammatico cfr. SACCHI, Il mito del pius agricola e riflessi del conflitto
agrario dell’epoca catoniana nella terminologia dei giuristi medio/tardo
repubblicani, RIDA. Per la posizione della dottrina prevalente su tale
personaggio cfr. F. SINI, A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui
giuristi del III secolo a.C. (Torino. Sul valore che gli stoici assegnavano
all’esatto significato delle parole si v. M. ISNARDI PARENTE, Filosofia e
scienza nel pensiero ellenistico 31 e passim. Sulle teorie linguistiche stoiche
cfr. C. ATHERTON, The Stoics on Ambiguity (Cambridge; W. AX, Der Einfluss der
peripatos auf die Sprachtheorie der Stoa, in K. Döring-Th. Ebert (a cura di),
Dialektiker und Stoiker. Zur Logik der stoa und ihrer Vorlaufer (Stuttgart
FORSCHNER, Die Stoische Ethic. Über den Zussammenhang von Natur-Sprach und
Moral philosophie im altsoischen System (Darmstadt 1995) 67 ss. Sul rapporto
tra le teorie linguistiche di Favorino di Arles e le teorie linguistiche degli
stoici si v. QUERZOLI, Il sapere di Fiorentino 231 ss. punto di massima
realizzazione51 . E’ questo un argomento che non credo sia stato ancora
sufficientemente approfondito in dottrina. A supporto di tale ipotesi si può
richiamare un frammento famosissimo del de oratore, in cui Cicerone, attraverso
Crasso, parlando degli Aeliana studia, rievoca con nostalgia le lezioni e i
corsi tenuti da questo maestro. A leggere con attenzione le sue parole, sembra
che in questo caso Cicerone stia facendo un discorso apologetico su ciò che si
potrebbe considerare anche una testimonianza del primo approccio allo studio
del diritto romano articolato in chiave storica. Un modello, fra l’altro, che
pare sensibilmente diverso nella sostanza dallo schema isagogico offerto dal
celeberrimo trattatello pomponianio: Cic. de or. Accedit vero, quo facilius
percipi cognoscique ius civile possit, quod minime plerique arbitrantur, mira
quaedam in cognoscendo suavitas et delectatio. Nam, sive quem haec Aeliana
studia delectant, plurima est et in omni iure civili et in pontificum libris et
in XII tabulis antiquitatis effigies, quod et verborum vetustas prisca
cognoscitur et actionum genera quaedam maiorum consuetudinem vitamque
declarant. Insieme a questo, vanno considerate altre situazioni che sono
tipiche del periodo che stiamo trattando. Mi riferisco alle dispute tra i
giuristi repubblicani sul significato della penus legata52 , agli adeguamenti
terminologici del testo decemvirale e anche al complesso Schiavone [Ius],
in una messa a punto molto interessante, pare voler superare il giudizio
negativo e minimizzante di Fritz Schulz sul rapporo tra filosofia greca e
giuristi romani. Sul punto, già con riferimento al contributo stoico, si v. la
posizione di Paolo Frezza per cui rinvio a retro, nt.6. Da tener presente anche
M. BRETONE, Uno sguardo retrospettivo. Postulati e aporie nella History di
Schulz, in Tecniche e ideologie dei giuristi romani [Festschrift für Franz
Wieaker zum 70. Geburstag (Göttingen che affronta il problema discutendo il
cosiddetto ‘secondo postulato’ di Schulz, ossia l’isolamento della scienza
giuridica. Significativa la seguente affermazione (p. 341): « E’ nota la
sensibilità grammaticale (ancora tutta da indagare) di parecchi fra i
giureconsulti. Come gli antiquari e i filologi, essi praticarono la ricerca
delle etimologie. Ma non è la ricerca delle etimologie, con tutto ciò che
sottintende, carica di significato filosofico? ». Sul metodo diairetico si v.
C.A. CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea Per la penus
legata cfr. ORMANNI, Penus legata. Contributi alla storia dei legati disposti
con clausola penale in età repubblicana e classica, in Studi E. Betti 4 (Milano
1962) 652 ss. (indicazioni bibl. SINI, A quibus iura civibus praescribebantur
(con altre indicazioni bibl.) 348 OSVALDO SACCHI problema della incorporazione
tra lex e interpretatio. Bisogna anche aggiungere che Elio Stilone fece molto
probabilmente un commento alle XII tavole54 . Ed allora, senza la svolta
determinata dagli studi di filologia importati dalla Grecia e sviluppatisi
intorno alla figura di Cratete di Mallo, che fu appunto maestro di Panezio e
Stilone, sarebbe semplicemente impensabile che i giuristi romani si fossero
potuti occupare di questioni del genere55 . 9. Lessus, bona fides e dominium
quiritario: ars diventa scientia. Qualche esempio pratico forse può aiutare a
chiarire meglio il discorso che sto facendo. Il primo, che per la verità è
forse poco più di una suggestione, riguarda la storia della parola lessus che è
causa di 53 Sul tema dell’incorporazione tra lex e interpretatio cfr.
BRETONE, I fondamenti 27 ss.; FRANCIOSI, Due ipotesi di interpretazione «
formatrice »: dalle dodici tavole a Gai. 2.42 e il caso dell’usucapio pro
herede, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana
alle esperienze moderne. Ricerche dedicate al professor Filippo Gallo (Napoli
SACCHI, L’antica eredità e la tutela. Argomenti a favore del principio
d’identità, in SDHI.; ID., Il privilegio dell’esenzione dalla tutela per
vestali (Gai. 1.145). Elementi per una datazione tra innovazioni legislative ed
elaborazione giurisprudenziale, in RIDA. I seguenti frammenti di carattere
lemmatico mi paiono sufficienti per giustificare l’ipotesi avanzata nel testo:
GRF. (Funaioli) [Cic. top.]: is est assiduus, ut ait Aelius,
appellatus ab aere dando; GRF. (Funaioli)
[Cic. de leg.]: L. Aelius lessum [suspicatur] quasi lugubrem eiulationem, ut
vox ipsa significat; GRF. (Funaioli 66) 36 [Fest.]: sonticum morbum in XII
significare ait Aelius Stilo certum cum iusta causa; GRF. (Funaioli 67) 41
[Fest.]: 〈transque dato nota〉vit
Aelius in XII signi〈ficare traditoque〉;
GRF. (Funaioli) 54 [Paul.-Fest. 77,1]: endoplorato implorato, quod est cum
quaestione inclamare; GRF. (Funaioli) [Paul.-Fest.; Cic. de leg.]: forum – cum
is forum antiqui appellabant, quod nunc vestibulum sepulchri dici solet; GRF.
(Funaioli) 57 [Prisc.]: Aelius: inpubes libripens esse non potest neque
antestari, prodiamartyreϑ∂nai; GRF (Funaioli) [Plin.]: inde illa XII tabularum
lex: ‘qui coronam parit ipse pecuniave eius, virtutis suae ergo duitor ei’.
Quam servi equive meruissent, pecunia partam lege dici nemo dubitavit. Quis
ergo honos? ut ipsi mortuo parentibusque eius, dum intus positus esset forisve
ferretur, sine fraude esset inposita; GRF. (Funaioli 76) 78 [Fest.]: viginti
quinque poenae in XII [8.4] significat viginti quinque asses. Sul punto v.
anche O. SACCHI, Il mito del pius agricola Sullo stoicismo di L. Elio Stilone
cfr. Cic. Brutus: Sed idem Aelius Stoicus esse voluit. un interessato dibattito
sin dall’epoca più antica56 . Sappiamo da Cicerone che un versetto delle XII
tavole (neve lessum funeris ergo habento) stabiliva che la donna romana avrebbe
dovuto conservare la sua dignità di fronte al dolore per un familiare
scomparso: Cic. de leg. Hoc veteres interpretes Sex.Aelius, L.Acilius non satis
se intellegere dixerunt, sed auspicari vestimenti aliquod genus funebris,
L.Aelius lessum quasi lugubrem eiulationem, ut vox ipsa significat; quod eo
magis iudico verum esse, quia lex Solonis id ipsum vetat. Il retore, come è
noto, tornerà sul punto nelle Tusculanae Cic. Tusc. Ingemescere non numquam
viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri quidem; et hic nimirum est
‘lessus’, quem duodecim tabulae in funeribus adhiberi vetuerunt. Come si vede
due espertissimi esegeti antichi, Sesto Elio e Lucio Acilio , misurandosi sul
significato di tale vocabolo confessarono di non comprenderne il significato
(non satis se intellegere dixerunt) e avrebbero tradotto lessus nel significato
di ‘abiti da lutto’ (auspicari vestimenti aliquod genus funebris). Cicerone,
invece, dichiarando apertamente di seguire Elio Stilone, dimostra di aver
optato per il significato di ‘lugubre pianto’ (lessum quasi lugubrem
eiulationem). Lessus, in sostanza, avrebbe il significato di ‘nenia
funebre’. 56 Si v. con rif. bibl. essenziali F. SINI, A quibus iura
praescribebantur Ritorna sul tema F.M. D’IPPOLITO, Problemi storico-esegetici
delle XII tavole Napoli che rileva l’uso di genus in accezione diairetica e
riconduce (da parte di Sesto Elio) il termine lessus nel circoscritto ambito
degli abiti funerari e quindi di un oggetto. Lo studioso napoletano [citando F.
BONA, La certezza del diritto nella giurisprudenza tardo-repubblicana, in La
certezza del diritto nell’esperienza giuridica romana] ipotizza che Stilone
possa aver ragionato prendendo come riferimento l’opera ‘canonizzata’ da Sesto
Elio. 57 L. Acilio fu detto sapiens nella stessa epoca di Catone Censore [Cic.
de leg.; Lael.; Pomp. in D. accettando l’emendazione di P. Atilius in L.
Acilius]. Così E. COSTA, Storia delle fonti del diritto romano (Torino BRETONE,
Cicerone e i giuristi, in Techniche e ideologie dei giuristi romani 2 75,
Rimarchevole per me che un altro Acilio (senatore) fece nel 155 a.C. da
interprete innanzi al senato in occasione della famosa perorazione di Carneade,
Diogene e Critolao ricordata anche da Cic. Acad.; Tusc.; Plut. Cato; Gell. Et
in senatum quidem introducti interprete usi sunt C. Acilio senatore. SACCHI La
soluzione di Elio Stilone, come è noto, prevalse. E la ragione è forse meno
complicata di quanto si sia ritenuto finora. La spiegasione di Stilone fu
probabilmente solo quella scientificamente più corretta ed è possibile che di
questo Cicerone fosse pienamente consapevole. Non quindi una scelta fatta
dall’Arpinate in base ad un confronto che avrebbe fatto lo stesso Stilone con
le norme soloniche; né una soluzione al problema interpretativo sulla
considerazione che Cicerone sarebbe stato convinto che la norma attribuita alla
decima tavola avesse delle ascendenze soloniche58 . Il ragionamento che
Federico Maria d’Ippolito fa al riguardo è sicuramente corretto. Se la
soluzione interpretativa proposta da Stilone (e accolta da Cicerone quando
attese alla compilazione del de legibus e nel 45/44 quando scrisse le
Tusculanae disputationes) avesse prevalso per la sua corrispondenza all’omologa
prescrizione solonica, Sesto Elio e Lucio Acilio non avrebbero avuto problemi
interpretativi e, aggiungerei, non avrebbero sbagliato in modo così vistoso. La
soluzione evidentemente va cercata in altra direzione (che, per altro, non è
certo quella ‘onomatopeica’)59 . La parola lessus (o le lezioni lausum e losum
indicate dal Lipsio commentando il famoso passo del Truculentus plautino in cui
Theti con il suo lamento ‘lessum fecit filio’)60 infatti potrebbe derivare da
una lingua di ceppo semitico, dato che in ebraico lahas significa ‘strazio’ 61
. Ebbene, uno dei maggiori esponenti dello stoicismo (alla cui scuola si
formarono proprio Panezio e Stilone) fu Crisippo di Soli, che aveva delle
origini semitiche, e scrisse, come Stilone, un trattato sulle proposizioni
giudicative. Evidentemente, senza l’influenza della cultura stoica, il problema
del significato etimologico di lessus sarebbe rimasto per i Romani insoluto. La
via 58 Così Fr. BOESCH, De XII Tabularum lege a graecis petita citato d’IPPOLITO,
Forme giuridiche di Roma arcaica3 (Napoli IPPOLITO, Forme giuridiche di Roma
arcaica Plaut. Truc. Theti quoque etiam lamentando pausam fecit filio. Questa
versione è quella accolta da LINDSAY, T. Macci Plauti Comoediae II (Oxonii che
segue l’integrazione del Valla, ma Schoell restituisce lausam e il codice
Palatino lausum. Nell’edizione di ANGELIO (traduzione e note di), Le Commedie
di M. Accio (sic!) Plauto (Venezia 1847) 1803 leggo: Thetis quoque etiam
lamentando lessum fecit filio, così tradotto: « A questo modo Tetide,
piagnucolando, cantò ancor la nenia ad Achille suo figlio. Si v. sul punto G.
SEMERANO, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino
Oriente e le origini del pensiero greco (Milano LE NOZIONI DI STATO E DI
PROPRIETA IN PANEZIO Revue Internationale des droits de l’Antiquité giusta è suggerita invece attraverso l’analisi
dei corretti significati che fu, come abbiamo visto, uno dei temi dominanti di
influenza della cultura medio-stoica. Una realtà che, dobbiamo presumere, non
risparmiò neanche il campo dell’interpretazione giuridico/antiquaria. Il
secondo esempio riguarda la teoria della fides bona nei giuristi della scuola
muciana dell’età tardo repubblicana. Bretone spiega molto bene come la fides
bona (ovvero la pistis) sia rientrata nel campo semantico della fiducia perchè
frutto di un pensiero giuridico evoluto. Esemplari sul punto le parole di
Bretone. Come la pistis, anche la fides bona rientra nel campo semantico della
fiducia. Tutti i contratti del diritto commerciale, e non solo la
compravendita, hanno nella ‘buona fede’ la norma che fonda il vincolo e misura
la responsabilità. Non è un valore giuridico del tutto nuovo, ma acquista ora
una grande portata. Nella buona fede, un pensiero giuridico evoluto potrà
individuare l’elemento comune di istituti diversi, anche nella stessa
tradizione civilistica. Si potrebbe ipotizzare che la teoria della fides
ciceroniana, come valore assolutamente originale per le conoscenze giuridiche
dell’epoca medio/tardo repubblicana, non sia frutto solo dell’ingegno di pochi,
ma anche conseguenza dell’incontro tra la filosofia stoica e le conoscenze dei
giuristi romani. La questione va storicizzata. Pensiamo al contributo offerto
per l’evoluzione del ius civile dalla scuola dei Mucii Ebbene, la nota teoria
della fides ciceroniana sul valore del giuramento richiama proprio
l’altrettanto nota teoria muciana sull’importanza della fides per la struttura
dei rapporti obbligatori della emptio venditio e della locatio conductio. Ai
tempi di Plauto era in voga ironizzare sulla graeca fides. I giuristi di quella
che all’epoca di Scipione Africano minore si credeva fosse una nascente res
publica (ma finse di crederlo anche Ottaviano Augusto) tentarono però di
costruire nuovi schemi giuridici confortati proprio da nuovi schemi teorici
provenienti dalla Grecia. Anche questo un segno della maturazione dei tempi.
Dobbiamo rifarci, allora, ancora al famosissimo frammento del de officiis
ciceroniano in cui il retore fa un discorso sul concetto di fides come ‘obbligo
di onestà sostanziale’ che è un concetto che si fonda BRETONE, Storia del
diritto romano Sulla scuola dei Muci cfr. CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica proprio sulla nozione di fides/pistis. Cicerone in questo caso rileva
con enfasi e consapevolezza: « un significato profondo in tutti quei giudizi
arbitrali in cui è aggiunta la clausola ‘secondo buona fede’, ex fide bona. Resta
quindi solo l’eco della fides arcaica intesa nel senso descritto prima, in
un’ottica pertanto marcatamente ideologica, circostanza che Gellio, in un altro
passo famoso, coglie peraltro molto bene66 . Possiamo pensare a questo punto
all’influenza del pensiero stoico data la forte incidenza dell’ethos nel modo
di impostare il problema da parte di Cicerone, cosa di cui peraltro ci dà anche
una chiara testimonianza Gellio. La cosa non deve sorprendere se si pensa che
la riflessione ciceroniana è tratta dal de officiis che, a sua volta, sarebbe
stato ispirato ampiamente (almeno i primi due libri in modo quasi letterale) al
PerÁ toy kau¸kontoq (« Sul dovere morale ») di Panezio. Se non bastassero i chiarissimi
riferimenti di Plinio e Gellio, citati prima68 , è lo stesso Cicerone che
elimina ogni [Rinvio per questo a SACCHI, I maiores di Cicerone e la
teoria della fides nelle scuole giuridiche dell’età repubblicana a Roma, in
Atti in onore di Franciosi Napoli Cic. de off. Sed, qui sint boni et quid sit
bene agi magna quaestio est. Q. quidem Scaevola, pontifex maximus, summam vim
esse dicebat in omnibus iis arbitriis, in quibus adderetur ‘ex fide bona’. Il
virgolettato è di BRETONE, Storia del diritto romano. Il significato della
nozione di buona fede pertanto nelle parole di Cicerone si slarga fino a
diventare operante: nelle tutele, nelle società, nei patti fiduciari, nei
mandati, nel comprare e nel vendere, nel locare: tutti rapporti nei quali si
manifesta la vita comune di tutti gli uomini -- fideique bonae nomen
existimabat manare latissime, idque versari in tutelis, societatibus, fiduciis,
mandatis, rebus emptis, venditis, conductis, locatis, quibus vitae societas
contineretur. Si v. su questo ancora BRETONE WIEACKER, Zum Ursprung der bonae
fidei iudicia Fra l’altro in questo passo rileva anche un uso suggestivo del
termine maiores: Gell. Omnibus quidem
virtutum generibus exercendis colendisque populus Romanus e parva origine ad
tantae amplitudinis instar emicuit, sed omnium maxime atque praecipue fidem
coluit sanctamque habuit tam privatim quam publice. Hanc autem fidem maiores
nostri non modo in officiorum vicibus, sed in negotiorum quoque contractibus
sanxerunt maximeque in pecuniae mutuaticae usu atque commercio. Sul punto si v. FEDELI, Il De officiis di Cicerone.
Problemi e atteggiamenti della critica moderna, in ANRW. 1.4 (Berlin dubbio al
riguardo 69 : de off. 1.6: sequimur igitur hoc quidem tempore et hac in
quaestione potissimum Stoicos; de off. 3.20 erit autem haec formula Stoicorum
rationi disciplinaeque maxime consentanea. Come non citare, infine, Lattanzio
che afferma Nella sua casa di Pozzuoli, Cicerone rivolgendosi ad Attico,
dichiara esplicitamente che i primi due libri del de officiis sono
deliberatamente ispirati al libro paneziano (ta perÁ toy kau¸kontoq quatenus
Panaetius, absolvi duobus) e che lo stesso titolo corrisponde alla
translitterazione del titolo dell’opera paneziana. Quod de inscriptione
quaeris, non dubito quin perÁ toy kau¸ kontoq ‘officium’ nisi quid tu aliud.;
sed inscriptio plenior ‘De officiis’). Quanto al terzo libro del de officiis,
mi pare che non si posa seriamente dubitare che sia stato ispirato dall’opera
di Posidonio, maggiore allievo di Panezio, ancorchè mediata dall’epitome di un
altro filosofo stoico che corrisponde al nome di Atenodoro di Tarso. A tutto
questo va aggiunto che il noto frammento ciceroniano del de officiis potrebbe
essere attribuito al pensiero di Panezio come mostra di credere Emmanuele Vimercati:
de off., Vimercati: Fundamentum autem est iustitiae fides, ‘is est dictorum
conventorumque constantia et veritas. Cic. ad Att. Haec ad posteriorem. perÁ toy kau¸ kontoq
quatenus Panaetius, absolvi duobus. Illius tres sunt; sed cum initio divisisset
ita, tria genera exquirendi offici esse, unum, cum deliberemus honestum an
turpe sit, alterum utile an inutile, tertium, cum haec inter se pugnare
videantur, quo modo iudicandum sit, qualis causa Reguli, redire honestum,
manere utile, de duobus primis preclare disserit, de tertio pollicetur se
deinceps scripturum sed nihil scripsit. Eum locum Posidonius persecutus est.
Ego autem et eius librum arcessivi et ad Athenodorum Calvum scripsi ut ad me ta
kefålaia mitteret; quae expecto. Quod de inscriptione quaeris, non dubito quin
kau∂kon ‘officium’ sit nisi quid tu aliud; sed inscriptio plenior ‘De
officiis’. Sono da considerare in questo quadro
anche: Cic. de off. [= Vimercati =
Alesse. Fides autem ut habeatur duabus rebus effici potest, si existimabimur
adepti coniunctam cum iustitia prudentiam. Nam et iis fidem habemus quos plus
intellegere quam nos arbitramur quosque et futura prospicere credimus et, cum
res agatur in discrimenque ventum sit, expedire rem et consilium ex tempore
capere posse; hanc enim utilem homines existimant veramque prudentiam; e de
off. [= Vimercati = Alesse. Iustis autem
et fidis hominibus, id est bonis viris, ita fides habetur ut nulla sit in iis
fraudis iniuriaeque suspicio. Itaque his salutem nostram, his fortunas, his liberos rectissime
committi arbitramur. Harum igitur duarum ad fidem faciendam iustitia plus
pollet, quippe cum ea sine prudentia satis habeat auctoritatis, prudentia sine
iustitia nihil valeat ad faciendam fidem. Quo enim qui versutior et callidior,
hoc invisior et suspectior detracta opinione probitatis. Quam ob rem
intellegentiae iustitia coniuncta quantum volet habebit ad faciendam fidem
virium. Iustitia sine prudentia multum poterit, sine iustitia nihil valebit
prudentia. Specialmente nel primo di questi due
frammenti, dove si dà rilievo alla posizione di coloro che mostrano si sapere e
di avere competenza in quello che fanno, è immediato il riferimento a Senofonte
(mem.) che dimostra quanto Panezio (e quindi Cicerone) si fosse ispirato, fra
l’altro, nella sua concezione del dovere, anche a modelli socratici. Cfr.
GARBARINO, Il concetto etico-politico di gloria nel div. inst.: Ab his
definitionibus (n.d.r., virtutis), quas poeta (n.d.r., Lucilius) breviter comprehendit,
Marcus Tullius traxit officia vivendi Panaetium Stoicum secutus eaque tribus
voluminibus inclusit. Quanto al rapporto tra pensiero filosofico della media
stoa e la scuola dei Muci, le fonti dimostrano che questo è stato molto stretto
e non se ne può dubitare. Basti ricordare, l’illius tui di Licinio Crasso
riferito a Panezio nei confronti di Mucio Scevola del celebre frammento del de
oratore di Cicerone: Cic. de orat. [= Vimercati = Alesse. Audivi Crassus enim
summos homines, cum quaestor ex Macedonia venissem Athenas florente Academia,
ut temporibus illis ferebatur, cum eam Charmadas et Clitomachus et Aeschines
optinebant. Erat etiam Metrodorus, qui cum illis una etiam ipsum illum
Carneadem diligentius audierat, hominem omnium in dicendo, ut ferebant,
acerrimum et copiosissimum; vigebatque auditor Panaeti illius tui [= Scaevola]
Mnesarchus et peripatetici Critolai Diodorus, de officiis di Cicerone, in Tra
Grecia e Roma. Temi antichi e metodologie moderne, Roma; ERSKINE, The
Ellenistic Stoa. Political Thought and Action, London; ALESSE, cur. Panezio di
Rodi, Testimonianze, Napoli. Insieme a questi, POHLENZ, La Stoa, ricorda:
l’altro genero di Lelio, insieme a Mucio Scevola, Gaio Fannio; il nipote di
Scipione Emiliano, Quinto Elio Tuberone; Publio Rutilio Rufo -- Cic. Brutus
Habemus igitur in Stoicis oratoribus Rutilium; Marco Vigellio e il nipote di
Scevola, Quinto Mucio Scevola il pontefice massimo, l’antagonista di Crasso
nella causa curiana; inoltre, Spurio Mummio (Cic. Brutus: Spurius autem nihilo
ille quidem ornatior, sed tamen astrictior; fuit enim doctus ex disciplina
Stoicorum) e Manio Manilio. L’elaborazione dell’editto provinciale, fatta da Q.
Mucio con l’aiuto di Rufo (che poi Cicerone riprenderà nel suo impianto di
base) è rimasto proverbiale (e non a caso inviso ai publicani) come esempio di
intransigenza stoica. Sull’esistenza di un rapporto strettissimo tra Stoa e
pensiero giuridico romano dell’età cesariana non si può quindi dubitare. La
questione della fides, e del suo rilievo morale, come espressione di un nuovo
sentimento etico, potrebbe quindi essere visto come uno dei tanti riflessi che
l’influenza del pensiero stoico produsse nelle persone di cultura a Roma a
partire dal secondo secolo a.C. Cfr. sul punto specifico CARDILLI, Bona fides
tra storia e sistema con riflessioni anche sul pensiero labeoniano. Ora anche
A. SCHIAVONE, Ius L’impegno profuso da Aquilio Gallo, il difensore
dell’aequitas, nel cercare il fondamento definitorio del dolus malus è stato
visto, insieme alla considerazione della buona fede in Quinto Mucio Scevola,
esattamente come conseguenza di una volontà di dare maggiore rilievo,
nell’ambito del diritto formale, al nuovo sentimento etico portato dalla Stoa
tra gli intellettuali culturalmente L’ultimo esempio ci consente di tornare
alla nozione di proprietà fondiaria di cui parlavamo prima e di avviarci anche
rapidamente alla conclusione. Proprio attraverso Varrone, seguiamo infatti una
traccia sottile che attesterebbe un collegamento diretto tra la metodologia
filologico antiquaria di Elio Stilone e i giuristi dell’età ciceroniana. Tale
traccia porta fino a Servio Sulpicio Rufo e alla sua scuola che Cicerone, come
sappiamo, considerava all’avanguardia. In un noto frammento di Gellio sulle
favissae Capitolinae è attestato uno scambio di corrispondenza proprio tra tale
giurista e Varrone e si riconosce in Servio curiosità grammaticale e un gusto
antiquario di marcato stile varroniano: Gell. Servius Sulpicius iuris civilis auctor, vir bene
litteratus, scriptis ad M. Varronem rogavitque, ut rescriberet, quid
significaret verbum, quod in censoris libris scriptum esset. Id erat verbum ‘favisae Capitolinae. Allo stesso
modo, Alfeno Varo, Servi Sulpicii discipulus rerumque antiquarum non
incuriosus, risulta coinvolto in una questione filologico-esegetica sul
rapporto etimologico tra i termini purum e putum -- Gell. Se queste
testimonianze sono attendibili, si potrebbe dire allora che la generazione dei
giuristi dell’età cesariana seppe trasformare in realtà concreta ciò che
all’epoca del circolo del terzo Scipione si potè più sensibili della
società romana. In questo senso mi pare molto indicativa la seguente
testimonianza di Varrone sulle conseguenze delle deliberazioni del pretore in
giorni nefas: Varro l.L. Praetor qui tum factus est, si imprudens fecit,
piaculari hostia facta piatur; si prudens dixit, Quintus Mucius abigebat eum
expiari ut impium non posse. Cic. Brutus Sulla scuola di Servio Sulpicio Rufo
v. M. BRETONE, Il responso e la scuola di Servio, in Tecniche e ideologie dei
giuristi romani Cfr. SCHIAVONE, Ius. Gell. Alfenus iureconsultus, Servii
Sulpicii discipulus rerumque antiquarum non incuriosus, in libro digestorum
tricesimo et quarto, coniectaneorum autem secundo: « in foedere » inquit « quod
inter populum Romanum et Carthaginienses factum est, scriptum invenitur, ut
Carthaginienses quotannis populo Romano darent certum pondus argenti puri puti,
quaesitumque est, quid esset ‘purum putum’. Respondi » inquit « ego ‘putum’
esse valde purum, sicuti novum ‘novicium’ dicimus et proprium ‘propicium’
augere atque intendere volentes novi et proprii significationem. SACCHI solo
teorizzare. Forse non si riuscì a determinare l’ideale della res publica che
rimase un modello meramente teorico, però si portò a termine il processo di
trasformazione della possessio dell’ager publicus in dominium quiritario che fu
uno dei problemi che afflisse di più gli intellettuali del circolo scipionico,
se è vero quanto Manio Manilio riferisce di Gaio Lelio sul suo interesse ad
applicare al diritto romano la distinzione tra ciò che era ‘proprio’ e ciò che
era ‘di altri. Sono veramente alla
conclusione e vorrei citare uno dei più grandi maestri della filologia moderna,
August Boeckh. Questi ha scritto, in termini solo apparentemente paradossali,
che i popoli o gli individui ‘colti’, avendo evidentemente la consapevolezza di
un passato da custodire e da tramandare, sentirono inevitabilmente, come segno
di maturità, l’esigenza di filologhéin (filologe¡n). Popoli incolti e privi di
senso della tradizione, poterono al più, filosoféin (filosofe¡n). Riflettendo
su quanto detto finora, questa affermazione forse ci conduce direttamente al
cuore del problema. I giuristi romani degli ultimi due secoli della repubblica,
sia pure con diverse sfumature di approccio, seppero infatti sentire l’esigenza
di filologhéin. Lo dimostra la cura con cui il testo delle XII tavole e
conservato fino all’epoca di Sesto Elio e ancora discusso e interpretato in
epoca scipionico-cesariana. Opere di taglio giuridicofilologico, come quelle di
Lucio Acilio, Elio Stilone, Aquilio Gallo e [Mi riferisco a Q. Elio
Tuberone, l’allievo di Ofilio, che riconobbe a Cesare e Pompeo la volontà di
salvare insieme la res publica come fine della loro contentio dignitatis (Suet.
Iul.). Augusto aveva adibito il principio della concordia cesariano-pompeiana
come postulato necessario per la costruzione della sua idea di res publica
appoggiata dagli intellettuali dell’epoca cesariana. In questo quadro si
chiariscono le famose parole riferite da Macrobio ad Augusto in cui si
definisce Catone Uticense buon cittadino perché non voleva che si modificasse
l’ordine costituito (Macr. sat. de pervicacia Catonis ait: quisquis praesentem
statum civitatis commutari non volet et civis et vir bonus est). Ampio
ragguaglio sui vari tipi di costituzione teorizzati negli ambienti colti romani
dell’epoca scipionica in CANCELLI, Cicerone, Lo Stato Cic. de rep. Tum
Manilius: Pergisne eam, Laeli, artem inludere, in qua primum excellis ipse,
deinde sine qua scire nemo potest, quid sit suum, quid alienum? Su Lelio come
stoico v. anche Cic. Lael. BOECKH, Enzyklopädie und Methodenlehre der
philologischen Wissenschaften, Leipzig, MASULLO, La filologia come scienza
storica, cur. Garzya, Napoli]. Verrio Flacco e le incursioni non sporadiche di
Servio e di Alfeno Varo in questo campo, ne sono una chiara dimostrazione. I
filosofi stoici smisero di considerare (come Platone) la filosofia come il
tutto di fronte alle parti e fecero entrare tale disciplina in rapporto con la
scienza parziale. L’attività della giurisprudenza romana, da usus consolidato
nella prassi (cavere, agere e respondere) ed espressione di un sapere -- si
potrebbe dire, alla greca phronètico -- seppe invece trasformarsi in ars. E
questo, probabilmente, non soltanto grazie all’uso della diairetica, cioè delle
metodologie importate dal mondo culturale ellenico, ma anche per effetto
dell’applicazione della filologia allo studio del diritto. Mi diverte allora
pensare, e concludo, che i giuristi romani potrebbero essersi comportati da
‘colti’, a differenza dei filosofi greci, che sembrerebbero essere rimasti
confinati per sempre nel loro meraviglioso, ma forse ‘incolto’, isolamento.
Parafrasando Nietzsche. Quae philosophia fuit, facta philologia est. Inutile
dire che in questo caso il filologo/filosofo tedesco si sta richiamando ad un
passaggio delle Epistulae di Seneca che fu uno degli esponenti migliori dello
stoicismo romano del periodo post paneziano M. ISNARDI PARENTE, Techne. Momenti
del pensiero greco da Platone a Epicuro, Firenze. Sul significato del concetto
di ars si v. retro nt. 42. 81 Sen. ep. 108.23. V. anche M. POHLENZ, La Stoa
608. Sulla figura di Nietzsche filologo rinvio alle belle pagine di M. GIGANTE,
Classico e mediazione. Contributi alla storia della filologia antica, Roma, [=in
Rendiconti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli].
Pompeo
Grice e Pompeo:
la ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. The uncle of Pompeo, the general.
He is well versed in the Portico and a man of considerable learning, especially
in the area of geometry. Sesto
Pompeo.
Grice e Pompeo: la
ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A statesman and general ultimately
defeated in the civil war against GIULIO (si veda) Cesare. A pupil of Posidonio
at Rome. It is said that this tutelage had a great effect on him – “It changed
my life” -- but it is not clear to what extent Pompeo himself became a follower
of the Portico. Gnaio Pompeo Magno.
Grice e Pomponazzi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale materiale - l’affair Pomponazzi – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Mantova). Flosofo italiano. Important
Italian philosopher. Studia a Padova
sotto Nardò, Riccobonella e Trapolino. Insegna a Padova, Carpi, Padova,
Venezia, Ferrara, Mantova, e Bologna. Pubblica “De maximo et minimo”. Publica
un commento al “De anima” aristotelico del Lizio. Scrive il “Trattato
dell’immortalita dell’anima” (Bologna), il “Il fato, il libero arbitrio e la predestinazione”
(Grataroli, Basilea) e il “De naturalium effectuum causis, sive de incantationibus”
(Grataroli, Basilea) oltre a commenti delle opere di Aristotele. Il “Tractatus
de immortalitate animae,” in cui sostiene che l'immortalità dell'anima non può
essere dimostrata razionalmente, fa scandalo. Attaccato da più parti, la
pubblicazione è pubblicamente bruciata a Venezia. Denunciato da Fiandino per
eresia, la difesa di Bembo gli permette di evitare terribili conseguenze. É condannato
da Leone X a ri-trattare la sua tesi. Non ri-tratta. Si difende con la sua
Apologia e con il Defensorium adversus Augustinum Niphum, una risposta al De
immortalitate animae libellus di NIFO (si veda), in cui sostiene la distinzione
tra verità di fede e verità di ragione, idea ripresa da ARDIGÒ (si veda). Evita
ogni problema pubblicando il “De nutritione et augmentatione”, il “De partibus
animalium” e il “De sensu”. Muore suicida. Per i peripatetici del LIZIO,
l'anima è l'atto – entelechia -- primo di un corpo che ha la vita in potenza.
L’animo è la sostanza che realizza la funzione vitale dei corpi. Tre sono le
funzioni dell'anima: la funzione vegetativa per la quale gl’esseri vegetali,
animali e umani si nutrono e si riproducono; la funzione sensitiva per la quale
gl’esseri animali e umani hanno sensazioni e immagini; la funzione
intellettiva, per la quale gl’esseri umani comprendono. La funzione
intelletiva è la capacità di giudicare le immagini fornite dai sensi. L'atto
dell'intendere si identifica con l'oggetto intelligibile, cioè con la sostanza
dell'oggetto, ossia con la verità. L’intelletto possibile o passivo è la
capacità umana di intendere. L’intelletto attuale o attivo o agente è la luce
intellettuale. L’intelleto agente contiene in atto ogni intelligibile, e agisce
sull'intelletto potenziale come la luce mostra, mette in atto i colori che al
buio non sono visibili ma pure esistono e dunque sono in potenza. L’intelletto
agente mette in atto una verità che nell'intelletto possibile e soltanto in
potenza. L'intelletto agente è separato, non composto, impassibile, per sua
essenza atto separato, esso è solo quel che è realmente. Questo è immortale ed
eterno. Bisogna esaminare se la forma esista anche dopo la dis-soluzione
del composto. Per alcune cose nulla lo impedisce, come, ad esempio nel caso
dell'anima, ma non dell'anima nella sua interezza, bensì dell'intelletto,
poiché è forse impossibile l'esistenza separata dell'anima intera. I
parepatetici del LIZIO a Padova si sono divisi in due correnti: gli’averroisti
e gl’alessandrini, seguaci questi delle interpretazioni di Alessandro di
Afrodisia. Gl’averroisti, secondo una concezione influenzata dall’idealismo
sosteneno l'unicità e la trascendenza non solo dell'intelletto agente, ma anche
dell'intelletto possibile, che per lui non appartiene agl’uomini ma è unico e
comune all'intera specie umana. Gl’alessandrini manteneno l'unicità
dell'intelletto agente, che fano coincidere con il divino, ma attribuisceno a
ciascun uomo un intelletto possibile individuale, mortale insieme con il corpo.
Va ricordato che per AQUINO (si veda) nell'uomo è presente un'unica anima per
sua natura – simpliciter -- immortale, ma per un certo aspetto -- secundum quid
-- mortale, in quanto anche legata alle funzioni più materiali dell'essere
umano. Trae spunto da una discussione con RAGUSEO (si veda) il quale,
avendo sostenuto che la teoria d’AQUINO sull'anima non si accorda con quella
aristotelica del LIZIO, lo prega di provare le sue affermazioni mediante mezzi puramente
razionali. Fanno bene gl’antichi a porre gl’uomini tra le cose eterne e
quelle temporali, cosicché gl’uomini, né puramente eterni né semplicemente
temporali, partecipano delle due nature e stando a metà fra loro, può vivere
quella che vuole. Così, alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio
essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri,
sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della
parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né
all'intelletto e né ai piaceri del corpo. Gl’uomini dunque, sono di natura non
semplice ma molte-plice, non determinata ma bi-fronte – ancipitis -- media fra
il mortale e l'immortale. Questa medietà non è il provvisorio incontro di due
nature, una corporea e una non-corporea, che si divideranno con la morte, ma è
la dimostrazione della reale unità degl’uomini. La natura procede per gradi.
Gl’esseri vegetali hanno un poco di anima. Gl’animali hanno i sensi e una certa
immaginazione. Alcuni animali arrivano a costruirsi case e a organizzarsi
civilmente tanto che molti uomini sembrano avere un'intelligenza molto
inferiore alla loro. Vi sono animali intermedi fra la pianta e la bestia, come
la spugna della scimmia non sai se sia uomo o bruto, analogamente l'anima
intellettiva è media fra il temporale e l'eterno. Polemizza cogl’averroisiti
che hanno scisso dalla naturale unità umana il principio razionale da quello
sensitivo e con’AQUINO, ri-levando che l'anima, essendo unica, non può avere
due modi di intendere, uno dipendente e un altro indipendente dalle funzioni dei
corpi. La dipendenza dell'intelligenza dalla fantasia, che dipende a sua volta
dai sensi, lega l'anima indissolubilmente al corpo e ne fa seguire lo stesso
destino di morte. È capovolta la tesi fondamentale d’AQUINO. L'anima è per sé
mortale e secundum quid, in un certo senso, immortale, e non il contrario,
perché nobilissima fra le cose materiali e al confine con le immateriali,
profuma di immortalità ma non in senso assoluto -- aliquid immortalitatis
odorat, sed non simpliciter. E ricorda che per Aristotele e il LIZIO l'anima
non è creata dal divino. Gl’uomini infatti sono generati dagl’altri uomini e
anche dal sole. Riguardo al problema del rapporto fra ragione e fede, solo la
fede, non le ragioni naturali, può affermare l'immortalità dell'anima e coloro
che camminano per le vie dei credenti sono fermi e saldi, mentre per quanto attiene i problemi etici che
la mortalità dell'anima potrebbe suscitare, afferma che per comportarsi
virtuosamente non è affatto necessario credere all'immortalità dell'anima e
alle ricompense ultra-terrene, perché la virtù è premio a sé stessa e chi
afferma che l'anima è mortale salva il principio della virtù meglio di chi la
considera immortale, perché la speranza di un premio e il terrore della pena
provoca comportamenti servili contrari alla virtù. Il Tractatus provoca
clamore e polemiche alle quale rispose, ribadendo le sue tesi con l'apologia,
dove risponde alle critiche amichevoli di Contarini, Colzade e Fiandino. Replica
con il Defensorium adversus Agostinum Niphum alle critiche di NIFO (si veda),
professore di filosofia a Padova. Panizza chiede a P. se possono esserci cause
sopra-naturali di eventi naturali, in contrasto con le affermazioni di
Aristotele del LIZIO, e se si debba ammettere l'esistenza del demonio anche per
spiegare molti fenomeniche si sono verificati. Dobbiamo spiegare questi
fenomeni con cause naturali, senza ricorrere al demonio. É ridicolo lasciare
l'evidenza per cercare quello che non è né evidente né credibile. D'altra
parte, poiché l'intelletto percepisce dati sensibili, un puro spirito non puo
esercitare un'azione qualunque su qualcosa di materiale. Uno spirito non puo
entrare in contatto con il mondo. In realtà vi sono uomini che, pur agendo per
mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, li hanno fatti
ritenere opera di santi o di maghi, com'è successo con ABANO (si veda) o con
Cecco d'Ascoli. Altri, ritenuti santi dal volgo che pensa avessero rapporti con
gl’angeli sono magari dei mascalzoni. Facessero tutto questo per ingannare il
prossimo. Ma, a parte casi di incomprensione o di malafede, è possibile che
fenomeni mirabolanti hanno la loro causa nell'influsso degli astir. È assurdo
che un corpo celeste, che regge tutto l'universo non possa produrre un effetto
che di per sé e nulla considerando l'insieme dell'universo. Cause naturali,
comunque, secondo la scienza del tempo: il determinismo astrologico governa
anche le religioni. Al tempo degl’idoli non c'è maggior vergogna della croce,
nell'età successiva non c'è nulla di più venerato. Ora si curano i languori con
un segno di croce nel nome di Gesù, mentre un tempo ciò non accadeva perché non
è giunta la sua ora. Ogni religione ha i suoi miracoli quali quelli che si
leggono e si ricordano nella legge di Cristo ed è logico, perché non ci possono
essere profonde trasformazioni senza grandi miracoli. Ma non sono miracoli
perché contrari all'ordine dei corpi celesti ma perché sono inconsueti e rarissima.
Nessun fenomeno ha dunque cause non naturali. L’astrologo che ha colto la
natura delle forze celesti, può spiegare tanto le cause di fenomeni che
sembrano sopra-naturali che realizzare opere straordinarie che il popolino
considera miracolose solo perché incapace di individuarne la causa. L'ignoranza
del volgo è del resto sfruttata da politici e da sacerdoti per tenerlo in
soggezione, presentandosi ad esso come personaggi straordinari o addirittura
inviati dal divino stesso. Se il divino crea l'universo ponendo su di esso
leggi fisiche precise, è paradossale che egli stesso agisse contro queste leggi
utilizzando eventi sovrannaturali come i miracoli. L’universo è controllato e
determinato dall'agire degl’astri e il divino agisce indirettamente muovendo
questi ultimi. Sviluppa quindi una concezione dell'universo deterministica. Se
tale e la forze che governa il mondo, se anche un fenomeno sopra-nturale ha una
spiegazione nell'esistenza della forza naturale così potente, esiste ancora una
libertà nelle scelte individuali dell'uomo? Nel divino, conoscenza e causa
delle cose coincidono e dunque egli è veramente libero. Gl’uomini si esprimeno
invece in un mondo dove tutto è già determinato. Rifiutato il contingentismo degl’alessandrini,
che salvano la libertà umana criticando gli stoici per i quali non esiste né
contingenza né libertà umana, è costretto dalla sua concezione strettamente
deterministica, ove tutto è regolato dalla forza naturale superiori agl’uomini,
a propendere per l'impossibilità del libero arbitrio. L’argomento è
difficilissimo. Il portico sfugge facilmente alle difficoltà facendo dipendere
dal divino l'atto di volontà. Per questo l'opinione del Portico appare molto
probabile. Nel cristianesimo c'è maggiore difficoltà a risolvere il problema
del libero arbitrio e della predestinazione. Se il divino odia ab aeterno i
peccatori e li condanna, è impossibile che non li odi e non li condanni. Così
odiati e reietti, è impossibile che i peccatori non pecchino e non si perdano.
Che rimane, allora, se non una somma crudeltà e ingiustizia divina, e odio e
bestemmia contro il divino? E questa è una posizione molto peggiore di quella del
Portico. Il Portico dice infatti che il divino si comporta così perché la
necessità e la natura lo impongono. Secondo il cristianesimo, il fato dipende
invece dalla cattiveria del divino, che puo fare diversamente ma non vuole,
mentre secondo il Portico il divino fa così perché non può fare altrimenti. Espone
la mortalita dell’animo con voce dolce e limpidissima. Il suo discorso è
preciso e pacato nella trattazione, mobile e concitato nella polemica. Quando
poi giunge a definire e a trarre le conclusioni, è grave e posato. Nulla tenero
con gl’uomini di chiesa, isti fratres truffaldini, domenichini, franceschini,
vel diabolini riassume il suo spirito ironico e motteggiante consigliando alla
filosofia credete fin dove vi detta la ragione, alla teologia credete quel che
vogliono i teo-logi e i prelati con tutta la chiesa, perché altrimenti farete la
fine delle castagne ma e serio e senza compromessi nelle sue convinzioni
scrivendo nel “De fato” che Prometeo è il filosofo che, nello sforzo di
scoprire i segreti divini, è continuamente tormentato da pensieri affannosi,
non ha sete, non ha fame, non dorme, non mangia, non spurga, deriso, dileggiato,
insultato, perseguitato dagli inquisitori, ludibrio del volgo. Questo è il
guadagno dei filosofi, questa la loro ricompensa. Epperò un filosofo è un dio
terreno, tanto lontano dagl’altri come un uomo o e dalla sua figura dipinta e
lui e pronto, per amore della verità, anche a ritrattare quel che dico. Chi
dice che polemizzo per il gusto di contrastare, mente. In filosofia, chi vuol
trovare la verità, dev'essere eretico. Trattati peripatetici del Lizio (Milano, Bompiani); Nardi (Firenze, Monnier); Badaloni, Cultura e
vita civile tra Riforma e Controriforma” (Bari, Laterza); Zannier, Ricerche sulla
diffusione e fortuna del De Incantationibus” (Firenze, Nuova Italia); Garin, Aristotelismo o lizio veneto, Peripatetici
veneti” (Padova, Antenore); Sgarbi, “Tra
tradizione e dissenso (Firenze, Olschki); Vitale, “Un aristotelismo
problematico: il «De fato», Aristotele si dice in tanti modi, “Lo sguardo”. Treccani
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
filosofia. Post expositiouem primi textus primi De auima Petnis Pomponacins
miiltas movet quaestioues, quarum
prima est: Numquid sit
verum quod peripatetici
dicuut animam scilicet
esse subiectum. Chartae In
qua materia suut
tres opiniones. Prima
est Alberti de
Saxouia quod corpus animatum est
liic subiectum et
non anima: et
ratio quia illud
est subiectum de quo
probantur passiones et
proprietates. Sed hic
iuvestigantur passiones corporis
auimati, crgo. Anterior est
nota; et bvevior
probatur, quia sentire
moveri et nutriri
sunt passiones corporis animati,
et forte intelligere;
si quis euim
dicat animam sentire,
diceret etiam tessere (sic)
vel filare (sic).
Item corpus
animatum hic consideratur
quod uon fieret nisi
esset hic subiectum. Alia est
opinio (') P.
V. et Apollinaris
dieentium quod ex hoc libro
De anima, et es
Pavvis naturalibus et
ex libro De
animalibus integratur unus
liber, cuius est
as- signare duo subiecta,
subiectum quod, scilicet
corpus aniraatum; et
subiectum quo, scilicet auimam:
ei colorant etiam
dicentes quod sicut
in libro Physicae
corpus rao- bile est
subiectum, tamen in
primis libris naturaUbus
principia naturalia sunt
sub- iectura. Sic in proposito
est, quia anima
est per quam
fiunt operationes, et
est subie- -ctum qim;
covpus vero auimatum
est subiectuoi qivod. Tertia
opinio est omniura
bene sentientium.AIexander, Theraistius,
Averroes. A (') Ch.
l veiso Aegidius; et
videtur etiam quod
sit mens Aristotelis,
quod dat definitionem
de anima et investigat
passiones et proprietates
eius. Non tameu
dico quod est,
ut demoustro; mihi tamen
magis phicct. Et
Aristoteles hoc ubique
videtuv diceve quod
sit anima. Advationes: «illud
est subiectum etc»
respondetur quod illse
passiones probantur de composito
et d« aniraa:
ut autem auima
est principium istavum
passiouum, istffi passiones sunt
auimae ut quo,
covpovis autem ut
quod. Ad secundum:
covpus animatum non
est hic cousidevatum
ut de eo
pvobentuv passiones eius; sed
ut est subiectum
animae, et ut
ponituv in eius
definitione: et si (!)
Pauli
Veneti. (-) rasura in
coJice. propter hoc ipsum
esset subiectum, cuiuscumque
scientiae possemus assignare
infinita subiecta. Ad
argumentum P. V.
dico quod argumentum
supponit falsum quod
corpus ma- teriale sit
subiectum in libro
Phj^sicae, imo principia
uaturalia sunt ibi
subiectuin. Quem locurn occupet
iste Liber. Quaestio
secunda. Haec est secunda
quaestio mota in
prima textus (sic)
de ordine liuius
libri, quem- nam locum
obtiueat iste liber
inter ceteros libros
pliilosophiae naturalis. Ordo
enim necessarius est iu
scientiis. et loquor
hic de ordine
doctrinae,et nou perfectionis;
quia ordine perfectionis est
primus iste liber. Ch.
2 recto In hac materia
sunt opinioues. Avicenna
in Naturalibus, qucm
fere omnes latiui insequuutur, tenet
quod sit sextus
in ordine; et
ponunt lil)rum De
plantis in septirao loco, et
librum De animalibus
in ultimo loco.
Huic sententiae multi
adversautur. De ordine priorum
omnes conveuiunt, quia
Aristoteles ponit illiim
ordinem in principio Metaphysicorum. De
aliis vero disseutiimt. Averroes in
primo Metaphysicorum tenet
quod liber De
plantis et De
auimali- bus praecedat librum
De anima; et ita volunt
Graeei. Isti tamen
discordant inter se, quia
Averroes in loco
citato vult quod
liber De plantis
praecedat librum De
anima- libus. Alii vero
volunt oppositum; et
ratio est quia
volunt quod liber
De animalibus praecedat librum
De anima, quia
partes animalium et
animalia, plantie et
partes plan- tarum habent
se ut materia
respectu animae: materia
autem est prior
forma. Amplius in
definitione animae plantae
et animalia ponuutur;
et sic secuudum
istos liber De
aui- ma est nou
sextus in ordine. Isti
autem bipartiti sunt,
quia aliqui volunt
quod liber De
aninialibus ponatur in sexto
loco et liber
De plautis in
septimo: et adducunt
pro se dictum
Aristotelis in libro Metaphysicorum, ubi
dicit: «determinato de
motu, oportet determinare
de ani- malibus et
plantis». Ecce quod
ponit librum De
animalibus ante libram
De plantis; et ratio
est quia a notioribus incipiendum
est; sed sic
est quod organa
in animalibus Ch. 2
verso sunt notiora
quam organain plantis,
quia tantum cognoscimus
organa in plantis
per si- militudinem ad
animalia. Unde Aristoteles
hic in secundo
huius dicit, quod
radices assimilantur ori; et
ista est opinio
Themistii et Graecorum. Alia est
opinio, quam tenet
Averroes in Paraphrasi
Metaphysicorum, quod liber De
plantis praecedat librum
De animalibus; et
ratio sua est,
quia natura teudit
de im- perfecto ad
perfectum: ideo (libro)
De plautis quae
sunt imperfectiores auimalibus
debet praecedere liber De
animalibus. Quae autem istarum
opinionum sit verior
indicium est difficile,
nec multi facio hoc.
Tamen Avicenna in
libro dicto dicit,
quod si alius
alium fecerit ordinem non
multi facit: et
Averroes in loco
dicto dicit, quod
si quidem est
ordo neeessarius sicut in
principiis, in aliis
vero non. Dico
tamen unum, quod
secunda opinio mihi magis
placet, et videtur
magis consoua veritati.
Quod autem Avicenna
non loquatur ad mentem
Aristotelis, patet in
extremis verbis De
motu animalium, ubi
dicit: «dixi- mus de
animalibus et plantis»:
et iu calce
libri De longitudine
et brevitate vitae
dicit: «perfecto libro De
auima et Parvis
naturalibus, est perficere
scientiam de animalibus». Hoc autem
non esset si
adhuc sequeretur liber
De animalibus. Scieudum
quidem quod ista clicta
possent glosari: sed
glosa destruit textum,
quia Aristoteles fuit
ordinatissimus. Quare
videtur dicendum quod
post librum De
mineriis ponatur liber
De animalibus; deiude liber
De plantis; deinde
liber De anima. Ad
opposita autem respondehir
quod Avicenna et
alii recte dicuut
loquendo de ordine naturae;
sed uotandum est,
ut beue dicit
Aristoteles qiiinto Metaphj-sicorum, quod non
est semper uude
natura incipit, unde
etiara apparet nobis: quia
autem liber De nnimalibus
est faeilior, imo
dicitur liistoria quae
aeque nota est
grammaticis ac phi losophis,
ideo ab eis
liber incipit. Ad Averroem
similiter dicendum est
quod verum est
quod ordine naturae
imper- fecta praecedunt perfecta;
sed quia nou
possumus coguoscere plantas
nisi cognoscamus
organaearum:baec antem uon
suutcognitanisicognitis
organis aniraalium,(hocest)quare
liberDeanlmalibus praecedit. Et
Aristoteles primo Metaphysicorum praepouit
librum De animalibus libro
De plautis: et
ita habet textus
graecus. Consuli enim
ego Graecos in
hoc. Nobilitas scientiae a
quo sumatur. Quaestio est
a quo sumatur
magis nobilitas scientiae,
an a nubilitate
subiecti, an a certitudine
demoustiationis, vel aequaliter
ab ambobus. Thomas eleganter
dicit quod irapossibile
est quod aequaliter
ab arabobus suma- tur,
quia sunt diversarum
specierum; et quia
suut diversarum specierum,
habent se secundum prius
et posterius. Sed
est dicendum quod
magis sumitur a
nobilitate subie- cti; et
ratio est quia
snbiectum est essentia
rei; modus autem
declaraudi est instru- menti'.m adventicium
superadditum rei, sicut
qualitas quaedam; ergo
magis sumitur a noliilitate
subiecti. Et Aristoteles
inprimo De partibus
animaliura, capite ultimo,
dicit: « melius est
scire modicum de
honorabilibus, etiam si
topiee illud sciamus,
quam mul- tum scire
de ignobilioribus etiam
demonstrative». Sed coutra argumentatur,
quia si a
nobilitate subiecti sumitur
nobilitas scientiae,
sequitur quod scientia
de Deo esset
infiuitae perfectionis. Consequentia
probatur, quia sicuti se
habet subiectum ad
subiectum, ita scientia
ad scieutiam. Assumo
ergo scien- tiam de
auima, quae cum
sit aliquants perfectionis,
situtunum: et probo
quod scientia de Deo
est infinita, quia
proportio Dei -ad
animam est infinita;
ergo et scientia
de Deo est iufinita.
Apollinaris rospoudet, et est responsio
Tlioraae in 3."
Contra gentiles ubi quaerit
an scientia de
Deo, quae habetur
in patria, sit
iufinitae perfectiouis, Isti
qui te- uent scientiara
capere nobilitatem a
subiecto, negant iliam
similitudiuem, quia illa scieutia
est in intellectu
humano qui finite
apprehendit, Ista responsio
non placet mul-
Ch. :i verso tis,
quia 'dato quod
Deus sit infinitus
et scientia sua
finita, sequeretur quod
daretur aliqua cognitio alicuius
creaturae uobilior coguitione
Dei. Sit euim,
verbi gratia, co- gnitio
quae habetur de
Deo, ut octo;
cognitio vero de
anima sit ut
unum: et cum
quae- libet cognitio ipsius
Angeli sit perfectior
cognitione ipsius animae,
erit, verbi gratia, cognitio Angeli
ut duo: et
cum Deus quocumque
Angelo dato, perfectiorem
eo possit producere Angelum,
ita perfectum, ut
eius proportio ad
animam no.^tram erit
ut decem; et ita
cognitio talis Angeli
erit perfectior cognitione
de Deo. Et
hoc est maximum
in- conveuiens. Sed uoscitur
quod uullum horum
argumentorum procedit secundum
Phi losophum, quia Philosophus
tenet Deum esse
finiti vigoris; nec
posse producere Angelura novum, nec
addere sibi illam
perfectiouem, quia ea
quae faMt necessario
facit. Quomodo sclcntia dc
anhna cxccdat alias
ccrtitudinc dcinonstrationis.
Quaestio est qiiomodo
scientia de aiiima
excedat alias scientias
certitudine demon- strationis, utdicithic
Averroes; cumtaraenipsemet AveiToessecnndoMetapliysicorumconi- mento ultimo
dicit qnod demousti-ationes matheraaticae
suntin primo gradu
certitudinis, naturales vero sequuntur;
et habet ibi
Aristoteles quod astrologia
et mathematica non
est in omnibus expetenda,
et in primo
lletaphysicorum enumerans conditiones
sapientiae dicit quod ipsa
habet demonstrationes certiores:
quare videtur contradictio
et ideo de- bemus
conciliare ista dicta. In
oppositum est Averroes
hic, pro quo
est notum quod
Thoraae et Averrois
ex- positio non se
compatiuntur ad invicera.
Dicebat enim Thomas
certitudinem de ani- ma
ideo esse quia
eani in nobis
experimur, et si
sic, expositio Averrois
uon potest stare, nec
potest dictum Averrois
verificari, quum hac
ratione etiam scientia
de ani- malibus et
libri Parvorura naturalium
excederent alias scientiss,
quum certiores de Ch.
4 recto
talibus reddamur, quia
in nobis experimur
ea; et etiam
scientiam divinam excederent, cum de
intelligentiis parum aut
nihil sentiamus, nec
eas in nobis
experimur. Dato ergo
hoc, non tamen
scientia de anima
haberet hoc privilegiura.
nec etiam divina
scien- tia excederet hoc
modo alias scientias.
Xec etiam si
teneamus expositionem Themistii, dictum Averrois
potest verificari; dicit
enim Themistius certitudinem
de anima, quia
con- sideratur de intellectu
qui omnium est
regula et mensnra;
sed hac ratione
etiam ista scientia excoderet
divinara. quum divina
non considerat de
intellectu nostro. Sequendo autem expositiouem
istorura patet solutio
ad argumeutum et
ad contradictionem. Ad primum
dicitur quod aequivocatur
de certitudine hic
et ibi, quia
in hoc loco
dicit qiiod scientia de
anima est certa
certitudine obiecti, quia
est de rebus
in nobis existenti- bus, et
in secundo Metaphysicorum loquitur
de alia certitudine.
scilicet demonstra- tionis. Et
iu aequivocis non
est contradictio. Ad secundum
respondetur ponendo distinctionem
quoad uos et
quoad naturam. Mathematica est
de maxime notis
naturae sed volendo salvare
dictum Averrois dicemus certitudiuem
demonstrationis duplicem esse,
quoad nos et
quoad na- turam: talis
distiuctio est manifosta
ex primo Posteriorura
sexto. Dicitur notior
quoad nos, quia est
minus diibia nobis:
quoad naturam veio
est cognitio rei
quae de se est
manifesta, sed si nos lateat,
hoc est ex
defectu nostri et
non sui, ut
dicitur se- cundo Metaphysicorura textu
coraraenti primi; et
ita dico quod
mathematicae quoad nos sunt
in primo gradu
coguitionis (?), qiiia
causae eorum sunt
nobis certiores quam
eft'c- ctus, abstrahunt enim
a motu; et
ideo Philosophus sexto
Ethicae, cap. nono,
dicit quod pueri possunt
bene in matheraaticis
iustrui, et ab hoc doctrinales
dicuntur cum bene possunt
doceri. In secundo
autera loco ponuntur
naturalia cum in
eis ab eifectu
sen- sibili noto in
cognitionem causae deveniauius:
sed cuni effectus
sint variabiles, uuum
et idem a diversis
causis poterit provenire.
Unde erunt plura
media ad unam
conclusio- nem, quia naturalia
non possunt esse
ita certa sicut
inathematica (?) tantum
unum Ch. 4 verso
medium habentia, sed
divina ipsa (scientia)
in ultirao loco
est ponenda cum
sub nullo sensu cadant
ipsa abstracta; et
ita uec de
causa noc de
effectu eorum sumus
uaturaliter certi. Sed si
volumus loqui de
cognitione quoad naturam,
est totaliter ordo
praepo- sterus; et in
primo loco divinam
collocabimus taraquam perfectiorem,
et quae est
ma- ioris entitatis; iu
secundo voro loco
pouetur naturalis quae
firraiorem entitatem habet —
97 — ipsis matliematicis; et
iuter eas scientia
de anima est
primum, qiiia anima
iutellectiva habet tirmius esse
omnibus a natiirali
consideratis, et est
certior in se:
licet quoad nos sit
oppositum, et propter
lioc forte Aristoteles
vocat scientiam de
auima liistoriam, propter non
esse tantam certitudinem
de illa sicut
de aliis. Et
ita hie vult
Commen- tator habere scientiam
de anima quoad
naturam excedere omnes
alias sciontias prae- ter
divinam, cum anima
ipsa sit perfectioris
entitatis omnibus generabilibus
et cor- ruptibilibus: et
ita patet solutio
quia est aequivocatio
de demonstratione. Sed si
diceret Commentator: diiisti
matheniaticam quoad nos
esse certiorem;hoc vi- detur
falsum, quia mathematica
est de sensibili
communi, naturalis vero
de seusibili proprio. Sed
iuxta Philosophum secundo
huius, sensibile commune
non habetur nisi per
proprium seutiri; ergo
et quoad nos
naturalis erit certior.
Tum etiam quia
ma- thematica procedit demonstratione propler
quocl (') naturalis
vero demonstratione quia (');
demonstratio autem quia
est notior nobis
demonstratiouQ, pro/iter quod.
Ergo. Item exemplum de
astrologia et geometria
non accomraodatur nisi
de notitia quoad nos;
quomodo ergo Averroes
loqui potest de
notitia quoad naturam?
Item idem esset dicere
habere nobilius subiectum
et certitudinem demonstrationis quia
unum de- pendet al)
altero. Ad primum
respondetur quod licet
naturalis scientia sit
de obie- cto certiori,
non tamen eius
scientia erit certior,
eum esse obiectum
certum dicat tan- tum
cognitionem simplicem: sed
esse scientiam certiorem
dicit relationem causae
super effectum, et ita,
licet obiectum scientiarum
materialium sit minus
uotum quoad nos,
ta- men eorum causae
sunt magis notae
et sensatae quoad
nos, ex quibus
procediraus. Ch. 5
rotto Et hoc nou
videnmt moderni. Ulterius est
alia dubitatio, penes
quod attendatur certitudo
quoad nos et
quoad uaturam. Respondetur quod
certitudo quoad nos
habet attendi penes
notitiam causae su- per
effectum, et perhocexcludunturoranesvelquasi omnes
dubitationes;quod si aliquando procedamus ab
effectu super caiisam,
est via indirecta,
et sodomitica proprie
dici debet, et semper,
sive a causa
sive ab effectu
procedamus, a notioribus
nobis procedimus; sed diversimode; aliquando
enim in mathematicis
procedimus a notioribus
nobis, et na- turae,
aliquando solum ex
uotioribus uobis, numquam
a notioribus uaturae
tantum. Utrum spectet ad
naturalem considerare de
anima. Cli. 9
ver.^u Dicendum igitur est
aliter quod consideratio
de omni anima
est naturalis. De vegetativa
et sentitiva uon
est dubium; sed
tota lis est
de intellectiva; quod
si tenea- mus eam
mortalera, ut teuuit
Alexander, clarum est
hoc quia educitur
de potentia materiae: sed
quia haec opinio
est falsa, ideo
relinquo eam. Dicimus ergo
quod sive intellectus
sit unus, sive
plures, est naturae
ancipitis, et Cb.
iMccto (est) medium
inter aeterna et non aeterna,
quia natura vadit
ab extremo ad
extremum cum medio ....
videmus ut in
animalibus; suut enim
quaedam auimalia media
inter plantas et animalia,
ut spungiae marinae,
quae habent do
natura plantarum, quae
sunt afBxae terrae, habent
etiam de natura
animali pro quanto
sentiunt. Similiter inter (1)
T6 «/o-i. [■)
TiiVi. 13 Ch. 14 lecto —
98 — animalia est
simia, de qua
est dubium an
sit liomo an
auimal brutum; et
ita ani- ma intellectiva
est media inter
aeterna et non
aeterna: et ideo
Plato ponebat eam
crea- tam in horizonte
aeternitatis. Quibus stantibus,
oportet ponere eam
duplicis naturae et habere
duplicem operationem. unam
nuUo modo depeudeutcm
a corpore, et
hoc patet se- cuudum
tiilem in anima,
et
etiamsecuudumP!atonem,utinfra
determinabimus de mente Aristotelis et
Averrois tenendo autem
quod sit unica.
Habet
etiam operationem de- pendentem
a corpore, de
qua non est
dubium: quo stante
patet quod non
est consi- deratio ic
dictis Aristotelis, quia
si anima est
naturae ancipitis, partim
est de con- sideratione naturalis;
in quantum mobilis
et trausmutabilis, est
physicae considerationis; in quautum
vero ad sUam
operationem separatam, est
considerationis divinae; et
haec opi- nio mihi
videtur concordare ciun
dictis Aristotelis il)i.
Mihi autem contingit
quod dicit Hieronymus quod
contingit de se:
«multi latrant in
foro contra me,
et scripta mea legunt
et honorant iu
thalamo »; nam
concurreutes nostri ascribunt
sibi nostra. Numquid scientia
de anima sit
difficillima. Ex quibus sequitur
quod nihil intelligitur
nisi sit iu
actu: anima enim
intel- ligit, et non
nisi reclpiendo; nihil
autem movet nisi
quod est in
actu: quod si
aliquid occurrat uostro intellectui
quod non sit in actu,
per accidens intelligitiir, sieut
est materia prima. quae
non est in
actu, vel parum,
saltem ita ut
non sit suflBciens
mo- vere intellectum de
se, sed per
suffragia et intellectiones aliorum
iutelligitur. Quia autem omnia
non sunt in
actu aequaliter, sciendum
est quod quaedam
sunt in actu perfecto, ut
merito debilitatis intellectus
nostri nequeant intelligi,
sicut Deus et In-
telligentiae, suut euim
hic in maximo
actu: imo Deus
est totus actus.
Unde quamvis intellectus noster
sit iu pura
potentia, et abstracta
sint multum activa,
non est cre- dendum
quod intellectus possit
ea recipere, quia
intellectus uoster est
debilis ita ut non
possit tautum lumen
sustinere, ideo non
movetur ab ipsis:
et propter hoc
poetae fingunt quod luppiter
quando accedebat ad
aliquam mulierem, deponebat
suam divi- Ch 14
verso uitatem. Sic
est de intellectu
nostro, quamvis (non)
sit in pura
potentia; quia tamen
est delnlis entitatis, non
potest recipere maximum
lumen Intelligentiarum et
Dei qui est purus
actus: et iioc
maxime est verum
secundum fidem quae
tenet Deum esse
infi- uiti vigoris. Aliqua
autem sunt quae
etsi sint in
actu, tamen intellectus
non potest illa recipere
ratione debilitatis quam
in se iucludunt
talia entia, et
ex hoc non
pos- sunt agere in
intellectu nostro, sicut
sunt motus et
tempus, de quibus
dicitur quod non sunt
apta intelligi ratione
debilitatis eorum, non
autem ratione intellectus.
Re- linquitur ergo quod
media iuter ista,
sicut proportionata intellectui
nostro et ex
parte modi cognoscendi et
ipsius obiecti, sunt
intelligibilia ab iutellectu
nostro; et hoc
est quod dicit Phiiosophus
secundo Metaphysicorum textu
commeuti noni, quod
ditficultas cognosoendi in nobis
nascitur vel ex
parte rei cognitae
vel ex parte
modi cognoscendi; ideo dicitur
ibi quod sicut
se habot oculus
noctuae ad lumen
solis, sic intellectus nostor ad
manifestissima in natura.
Intellectus ergo bene
cognoscit intermedia quae ipsi
suut proportionata. Aliud
est advertendum, quod
ex quo anima
intellectiva est naturae ancipitis
inter bruta et
abstracta, non intelligit
nisi cum admiuiculo
sensuum iuxta illud: «necesse
est quemcunque intelligentem
phantasmata speculari». Ex quo
■ —
99 — sequitur quod
quae offeruntur sensui
a nobis faciliter
possunt intelligi, quae
non pu- tantur difficulter:
et ista difficultas
(est) ex parte
nostri modi coguoscendi,
quia nounisi per sensum
cognoscimus. Aliud etiam
est notum, quod
triplex est anima,
vegetativa sensitiva et intellectiva.
Stantibus liis, dico
quod metapliysica est
in supremo gradu difficultatis; et
ratio est clara
ex praedictis, quia
difficultas creatur in
nobis ex eo
quod non sumus capaces
tanti luminis quautum
est Intelligentiarum ct
Dei, qui in
meta- Ch. ir.
recfo piiysica
considerantur. Ad hoc
accedit secunda ratio,
quia iutellectus noster
uon in- telligit nisi
per fenestras seusuum,
quae vero in
metaphysica considerantur sunt
re- motissima a sensu.
Sed dices: nonne
abstracta habent accideutia
per quae possunt
cogno- sci, ut motus
et tempus? Respoudeo,
ut beue dicit
Comraeutator, quod ista
aceideutia non ducunt in
cognitionem Dei et aliarum lutelligentiarum ut
sunt de consideratioue nie- taphysici, sed
ut de uaturali:
aeternitas euim niotus
creat notitiam naturalem:
quod enim sunt Intelligentiae pertinet
ad naturalem ; metaphysicus
autem considerat altiores operationes lutelligentiarum; non
quia est sed
propter quid Intelligeutiarum considerat. Ch. 24
rcclo Utrum dentur universalia
realia. Praestat maius perscrutandum, quia
dicit Aristoteles: «
Universale aut uihil
est aut posterius est». Quomodo
est de ipsis
universalibus, an dentur
univcrsalia realia; et ut obtrun- ceraus obtruucanda
et dicamus dicenda,
quatuor occuriunt opiniones,
quas intendo de- clarare
cum suis fundameutis.
Prima est opinio
Platonis, quae volebat
quod in rebus uaturalibus singulae
speciei corresponderetur sua
idea quae esset
aeterna. Ista vera
sin- gularia dependentia suut
propter participationem illius
ideae. Et ista
talis idea est
quae vere intelligitur et
quae vere scitur,
et quantumcumque habeatmultas
ratioues por se, tamen
adducemus solum secundas
(sequentes?) omues alias
comprehendentes. Plato, ut bene
recitat Aristoteles decimo
libro Metaphysicorum , imaginatus
est illara idealeni formam,
primo ut salvaret
gcnerationem; quia ut
bene ad lougum
habet videri iu duodecimo
Metaphysicorura textu coramenti
tertii et decimoctavo,
cum videmus ch.2t
verso Socratem generari mortuo
patre, tunc quaerebat
a quo generatur
Socrates. Non enim a
patre, quia ille
nou est: nihil
enim agit nisi
ut est in
actu; non a
virtute semiuali, quia est
imperfecta; nihil autem
agit ultra gradum
proprium; quare oportet
recurrere ad ideam quae
est vere agens,
Quod si hoc
est verum de
genitis per propagatio- nem, idem
erit de genitis
per putrefactionem. Similiter
est dicendum de
inaniraatis. Secunda ratio Platouis
ad ponendum ideas
fuit ex parte
scientiae et raodi
intelligendi: nam aliquando intelligimus
naturam horaiuis in
se esse risibilem,
et ita quia,
ut ma- nifestum est,
possumus intelligere hominera
in uuiversale absque
intellectione singu- larium. Ista
ergo inteilectio aut
est vera, aut
falsa. Non falsa,
esset enim inconve- niens iutellectus
ficticie operari; ergo
est vera; ergo
aliquid correspoudet ei
iu re. Non singularia;
ergo ideae. Ratione
etiam scientiae, quum
scientia dittert ab
opinione: quia opiuio, ut
singularium et contingentium, non
potest esse scientia,
sed tantum opinio; ergo
alicuius perpetui erit
scientia, et talis
est idea secuudum
universale: ergo. Hanc opiniouem
damnat Aristoteles primo
et septimo Metaphysicorura; prinio quum
destruit generationem univocam;
ni.m ideae sunt
aeternae, siugularia vero —
100 — siint corrtiptibilia; modo
si comiptibile ab
iucoiTuptibile geiieratur, ergo
genera- tio uou est
univoca, quia generabile
et iucorruptibile differuut
plusquam genere. Secundo, frustra
fit per plura
quod potest fieri
per pauciora, et
aeque bene; en- tia
euim non sunt
multiplicanda sine necessitate;
Sed generatio potest
absque ideis salvari, quum
sol et homo
generant hominem: ergo.
Tertio, ista opinio
destruit modum intelligendi; quando
volo iutelligere aliquid
artificiale, universaliter iwssum
iutelligere; Ch. 25vccto et nou posuit
Plato aliquam ideam
iu artificialibus. Quarto,
positis ideis destruitur scientia, quia
potest sciri idea,
et non ideata:
quod probatur, quum
definitio est prin- cipium
determinationis, et definitio
debet praedicari de
definito; idea autem
uon prae- dicatur de
ideatis; ergo ideata
non sciuntur; vanum
est ergo ponere
ideas ut sciantur ideata, quia
non possunt sciri. Secunda opiuio
est Kealium, quae
est monstruosior prima,
quam numquam potui recipere, cuius
iuveutores fuerunt Buridauus,
Paulus Venetus, et
Scotus, qui voluerunt quod, seclusa
omni operatione intallectus,
detur universale reale.
Qiiod probant: quum scientia
est de ente
reali, ergo subiectum
vel erit universale,
vel singulare: uon
sin- gulare, quum siugularium
non est scientia
ut singularia sunt;
ergo istud erit
uuiversale. Secundo, intellectus in
prima sui apprehensione
intelligit universale, quia
uni versale est obiectum
intellectus; sed non
potest dici quod
tale universale sit
causa- tum ab iutellectu,
qu'a uumquam fuit
ab iutellectu uisi
nunc; ergo tale
universale est reale: et
sic dicendum est
de omnibus. Tertio, desiderium
est . . . et potius
in universali et non huius
vel illius; sed
de- sideriura est ad
reale: ergo datur
universale in re. Quarto,
contractus est universalium,
quum emptio frumenti
nou limitatur ad hoc
vel illud frumentum,
sed ad frumentum
iu generale. Contractus
tiutem non fiunt
de couceptibus, sed de
realibus. Quiuto, Socrates et
Piato magis conveniunt
quam Socrates et
Brunellus: sed ista convenientia non
est conceptuum, imo
realitatum Secunda consideratio est
quod universale reale
realiter distin- guitur a
singulari; quae consideratio
probatur sic : illa
non sunt idem
realiter, de Ch. 25verso qnil'iis
praedicantur contradictoria; sed
universale et singulare
sunt huiusmodi ; ergo distinguuntur. Auterior
patet, et brevior
probatur; quia universale
est aeternum, et singuhre
corruptibile: universale non
est de numero
siugularium, uam universalia praedicantur de
pluribus, singularia nou. Et in
his duabus considerationibus videtur convoniri cum
opinione Platonis. Tertia consideratio:
licet uuiversalia sint
realia et realiter distincta
a singularibus, nou
tamen. propter hoc
universalia sunt separata a
suis singularibus loco
et subiecto; patet
es dictis Averrois
septimo Metapliysicorum
textu commeuti trigesimiprimi: Mi.xtio
universalis cum siugulari
est fortior mixtione accidentis cum
subiecto. Secunda raiio:
si universalia esseut
separata a singularibus, non videretur
quomodo possent declarare
essentiam singulariura; et
hoc est in quo
Aristoteles arguit Platoncm.
Est ergo consideratio
responsalis ad quaet.itnm
quod uni- versalia sunt
res distinctae realiter
a singularibus. Ista secunda
opinio raihi videtur
in extremo moustruositatis, non intelligibilis:
nam si
haec natura, ciuam
ponunt isti, esset
iucorporea, adhuc posset
esse tolera- bilis, quiim
f.d minus posset
iutelligi sicut unicns
intellectus Averrois, quamvis —
101 — esset una
cbimera. Sed ista
opinio iudicio meo
vult quod sit
una natura communis verbigratia liominis,
quod sit in
re, et eadem
in me, et
quod sit composita
ex ma- teria et
forma, et quod
sit in diversis
locis. Haec milii
videtur una fatuitas. Unde videtur
milii quod isti
fuerimt astricti propter
aliqua argumenta ad
incurren- dum in hunc
manifestissimum errorem, et
quod dixerunt hanc
opinionera ore, corde vero
nescio quomodo potueruut
hoc affirmare: et
isti mihi videutur
similes Zenoni qui patielmtur
infinita tormenta, et
videbat unum motum
causari, et propter
quan- dam ratiunculam negabat
motum esse. Secundo,
quando generatur aliquid
siugulare, ch. 26
lecto quomodo hoc singulare
ingreditur hanc naturam
compositam ex materia
et forma? Tertio, universale
debet praedicari de
suis singularibus, praedicatione dicente
hoc est hoc; sed
universale reale est
realiter distinctum a
singnlare per se;
ergo non poterit de
singulari praedicari praedicatione
dicente hoc est
hoc; ergo si
natura homi- nis est
de essentia Socratis,
quomodo poterimus concedere
naturam homiuis esse
aeter- nam, quum uatura
Socratis erit corruptiliilis? Diccs
lianc naturam non
esse corruptibilem per se
sed per accidens;
saltem habebo quod
haec natiira erit
corruptibilis vel per se
vel per
accidens. De hoc
nihil ad me.
Quarto, iutelligendo formam
et materiam Socratis videtur mihi
quod perfecte Socratem
intelligam absque consideratione illius
naturae,
quara nescio
si sit una
tuuica sicut in
rege. Quinto, uniTersale
est quid distinctum realiter a re reali;
ergo Deus poterit
facere universale et
singulare distincta reali- ter.
Ideo dimitto hanc
fatuitatem expressam. Tertia opinio
est Scoti in
hac materia, sicut
narratur ab ipso
secundo Senten- tiarum et
septimo Metaphysicorum, quaestione
propria, quae tres
habet considerationes; quarum prima
est ista, quod
universale est natura
communis realis apta
nata esse in pluribus
seclusa operatione intellectus;
et iu hoc
convenit cura secunda
opinione. Quae consideratio sic
probatur: si non
esset vera ista
cousideratio, sequeretur quod intellectus sua
priraa apprehensione falsa
intelligeret; quod probatur
quia si ex
parte rei non esset
nisi singulare, intellectus
semper intelligeret singulare
in quautum universale: ista
autem intellectio esset
falsa. Antecedens probatur
quia obiectum iutel- lectus
est universale et
non singulare; si
ergo obiicitur singulare,
intellegitur ut uni- versale,
et sic apprehendet
semper singulare sub
opposito actu, et
per accidens; et si
intellectus errabit in
sua prima apprehensione, errabit
etiam in pliis
intellectionibus, quum aliae a
prima depeudent: et
si haec prima
est falsa, aliae
quoque falsae suut,
nisi per accidens siut
verae; sicut ex
falsis verum concluditur.
Secuudo, obiectum alicuius potentiae semper
praecedit operationem illius
potentiae; sed universale
est obiectum inteliectus: ergo
quamlibet intellectionem praecedit
universale: ergo ('). Tertio,
obie- ctum alicuius poteutiae
praecedit operationem illius
potentiae: sed uuiversale
est obie- ctum sensus,
ergo universale est
ens reale uullo
modo spirituale. Anterior
est evidens; brevior probatur ;
quum aut obiectum
sensus est universale
aut singnlare: uon singulare, quia
dicas tu quod
obiectum sensus, ut
puta visus, sit
hic color: coutra obiectum alicuis
potentiae movet illam
potentiam; sed sensus
visus potest moveri ab
alio colore, quam
ab isto; ergo
iste color uon
est obiectum adaequatum
visus. (') Qai manca
la transiziune d.all'
argomentazioRe prcceJeute, funJata
sul supposto Jeiruiiiver- sale eome
obbietto deirintelletto, alla
segueute che pone
la tesi deiruiiiversale corae
oljbietto del senso. Ch.
2G verso — 102 —
Et sicut
dictiim est de
uno, ita dicatur
de aliis; quare
rclinquitur quod obiectum aJaequatum sensus
sive potentiae sensitivac
est universale. Ergo
universale est ens reale
et non spiriluale.
Quarto, scientia est
rei realis; non
enim determiuamus risi- bilitatem inesse
conceptibus, sed determinamus
Loc praedicatum reale,
scilicet risibi- litatem inesse
homini per se
primo : et similiter
definimiis res et
non eonceptus. Quaero ergo
aut ista res
realis, verbigratia risibilitas,
insit per se
primo singu- lari hominis
aut universali naturae
hominis. Non primum,
quia tantum iste
homo esset risibilis: ergo
haec risibilitas inest
per se primo
universali naturae hominis, et
sic est ens
reale sicut dictum
est. Ergo universale
est illa natura
commuuis reaiis. Qiiinto, in
omni genere est
uuum quoddam i.anquam
metrum et mensura
aliorum in eo genere,
sicut in genere
colorura est albedo;
sed mensura entis
realis est realis, Cli.
27 recto quia
mensuratum reale est
a mensura reali.
Quaero ergo: aut
ista mensura est
hoc singuhire, verbigratia
et quia
hoc singulare est
corruplibile, talis ergo mensura
erit corruptibilis; ergo
universale reale erit
hoc tale quod
est mensura. Sexto, contrarietas quae
cadit inter contraria
est realis; sed
calidum non contrariatur
frigido per lianc fvigiditatem
vel caliditatem particuhxrem,
quum etiam alia
caliditas et frigi- ditas
sunt contraria; ergo
contrariantur per calidum,
et sic in
universali; dabitur ergo universale reale.
Septimo, comparo eadem
inter species et
inter genera, sicut
dicit Aristoteles septlmo Metaphysicorum et
septimo Physicorum: sed in conceptibus
specificis potest cadere comparatio;
ergo Avistoteles per
genera et species
intelligit universalia rea- lia,
aliter dictum eius
esset falsum;ergo. Similitudo
fundatur super qualitate,
et non su- per.
qualitate secundum numerum
sed secundum speciem
in universali; sed
qualitates multae supra quibus
fundantur similitudines sunt
res; ergo universalia
eruut entia realia. Octavo,
si nou darentur
universalia realia, sequeretur
quod omnia entia
realia inter se solo
uumero differrent. Consequens
est falsum et
impossibile; ergo et
antece- dens. Consequentia probatur;
quia differentia est
ens reale: scd
per se nihil
est reale nisi singulare:
ergo omuis differentia
erit singularis; quare
uulla erit specifica;
sed quae differunt, tantiim
per differeutiam difterunt;
ergo omnia quae
differunt,tantum secuudum
numerum differunt. Cousequenlis
impossibilitas patet, quia
omnia aequaliter differunt. Stante ergo
hac prima consideratione, ponitur
secunda consideratio per
quam discrepat Scotus a
Buridauo quae talis
est: tmiversalia realia
non sunt realiter
distincta a singularibus: probatur,
uam quae sunt
realiter distincta, possuut
ad invicem separari; sed
per se universale
reale est distinctum
a siugularibus; ergo
singalaria possunt esse absque
eorum uatura universali.
Secundo, si sic
esset ut isti
volunt, universale nou Ch.27verso posset
praedicari de pluribus
praedicatione dicente hoc
est hoc. Terlia
consideratio: uni- versalia distinguuntur
a singularibns ex
uatura rei; probatur,
quia si non
distinguerentur ex natura rei,
sequeretur quod praedicata
contradictoria praedicarentur de
eodem; nam incorruptibilitas praedicatur
de universali, corruptibilitas de
singulari. Ista opinio
licet sit doctissimi viri,
tameu mihi videtur
esse falsa, et
primo contra primas
consequentias arguo unico argumento,
quod facit Thomas
iu libello De
ente et essentia:
prima euim consideratio fuit
quod secluso omni
opere intellectus datur
una natura communis
apta esse in pluribus;
sed contra dicit
Thomas: aut ista
natura commuuis apta
nata esse in
pluri- bus est ens
realc, aut intentionale
scilicet por opus
intellectus. Si secundum,
habeo inten- tum; si
primuni, ergo omne
praedicatum attributum speciei,
vel ei attribuitur
per se, vel per
accidens; si per
se, ergo quidquid
do intriuseca ratione
inest alicui rei
est aptum natiim praedicari
de quovis coutento
sub illa re;
et isto modo
cum singulare conti- neatur
sub universali suo,
praedicabitur de multis.
Si autem dicas
quod hoc praedi- catum, verbigratia
humanitas realis, attribuatur
speciei hominis per
accidens, quaero: aut hoc
praedicatum attribuitur huic
speciei per accidens
proprie, sicut esse
risibile attribuitur speciei hominis;
et tunc arguitur
ut prius; aut
per accidens attribuitur
speciei verbigratia quod primo
attribuatur individuis, secundarlo
et per accidens
speciei, sicut nigredo speciei
corvi; ergo hoc
praedicatum de pluribus
attribuitur prirao et
per se proprie singularibus,
secuudario vero et per accidens
universalibus, quod est
incon- veniens; et hoc
argumentum. Secunda
consideratio est admiranda,
quum si unum
et idem est
singulare cum univsrsale, quot
erunt singularia, tot
erunt universalia. Item
corrumpetur universale ad corruptionpm
unius singularis. Quarta opinio
iudicio meo est
Averrois, Thomae, A.egidii,
et Nominalium, licet
Nomi- Ch. 28
recto nales in solo
modo respondcndi non
conveniant cum istis.
Quae opinio dicit
qucd secluso omni opere
intellectus non est
ponendum universale, et
per universale intelligunt
quod est aptum natum
esse in pluribus
et de multis
praedicari, indifferenter se
habens ad multa singularia:
irao nullum reale
est indifferens ad
plura singularia, sed
omne reale est siugulare quod probatur
per Averroem hic
in commento octavo,ubi
dicit quod definitioues non
sunt generum et
specierum existentium extra
animam, sed suut
rerum particularium extra intellectum,
sed intellectus est
qui facit universalitatem in
rebus. Et
primoMetaphysicorum textu commeuti
sexti dicit speciem
esse intentionem existentem
in pluribus secundum numerum,
et adhuc evidentius
in textu commenti
vigesimisexti et vige- simiseptirai eiusdem
primi et iu
raultis aliis locis.
Advertendum tamen
est quod univer- sale
causatum ab intellectu
duplex est, unum
quod dicitur indifferens.
quod
sumitur pro quadam natura
commuui iudifferenter se
habente ad omnia
sua singularia. Alio
modo su- mituruniversale pro
quanto non intelligiturillanatura communis
indifferens.sedultrahoc attribuitur
huic naturae communi
intentio. Utrumque enim
istorum tit per
opus intelle- ctus, primum
enim fit per
intellectum agentem, quando
verbigratia intelligo hominem indifferenter se
habentem, et de
hoc intellexit Commentator
in hoc primo
commento octavo; et comrauniter
tale universale dieitur
primaintentio.Secundura
universale fit per
compa- rationem suorum siugularium
inter se, et
coliationem sirailitudinis inter
sua individua. Unde maxima
similitudo ex comparatione
individuorum inter se
per opus intellectus
ele- cta causat speciem
specialissimam; non ita
magna causat genus
respectu illius speciei; et
ideo minima similitudo
causat genus generalissimum, et hoc voluit
Averroes duode- drao Metaphysicorum commeuto
quarto. Unde in assimilanda individua
inter se potest
Cli.28veiso fieri intensa vel
remissa assimilatio, ut
large extendamus vocabulum. Sed dubitatur;
mirum enim videtur
quod tantum ex
parte rei sit
singulare, et intellectus habeat
potestatem causandi istud
universale. Unde enira
intellectus liabet tantara potestatem
causandi hoc universale
quod nou est
re ? Ad
hoc dicitur quod habet
hoc ex sua
perfectione et excellentia,
cura coniungit separafa
per collationem similitudinis sumptae
ex comparatione, et
coniuncta disiungit abstrahendo
quum . multura habet
de divino. Sicut
enim ideae omnium
entium couiunctae sunt
in mente, sic intellectus
potest congregare similia
iu uuo conceptu
et secundum altiorem
vel breviorem siiuilitudinem causat
genus et spesiem:
ex quo apparet
quod seomidtim diversas constructiones intellectus
causat diversos effectus. Altera dubitatio
est . .
. . si
ex parte rei
uon sunt nisi
singularia, quae sunt entia
determinata, et infellectus
ea indifferenter inteliigit,
intellectus ergo intelligit determiuatum in
quantum indeterminatum, et
sic intelligit res
aliter quam siut;
quare erit falsum. Ad
lioc dicitur quod
duplex est operatio
intellectus: una est
eius prima apprehensio, quae
est simplicium iutelligentia, in
qua sua prima
operatione causat primam intentionem,
abstraliendo a conditionibus
singularihus uuam naturam
commu- nem pluribus singularibus,
eam intelligendo uou ut limitatam,
sed ut se
habet indiffe- renter ad
hoc vel illud.
Seeunda operatio intellectus
est comparare individua
inter se, et ex
collatioue similitudinum attribuere
alicui naturae indiffereuter
(?) esse genus
vel esse speciem. Et si
quantum ad operationes
istas; sed potest errare
iutellectus quando attribuit
alicui rei quod
non est, sicut
si diceret liominem Ch.
29rccto esse asinum,
vel omnes liomines
esse unum liominem,
vel diceret lineas
consideratas a raetaphysico non
esse sensibiles; et
do exemplum de
lineis quae considerantur
a meta- pliysico; possunt
enim dupliciter considerari,
uno modo ab
intellectu abstrahente ipsas a
sensibilitate, et in
isto omnes confitentur
iu via Aristotelis
quod intellectus uon errat,
quum abstrahentium non
est mendacium; quamvis
enim illae liueae
sint sen- sibiles, tamen
intellectus non curat
considerare illam sensibiiitatem. Alio
modo possunt considerari illae
lineae, ut puta
dicendo illas non
esse sensibiles, et
si iutellectus assen- tiret
huic considerationi scilicet
quod lineae mathematicae
sint insensibiles, cum
sint in materia sensibiii,
mentiretur. Sic dico
ad rem quod
quando intellectus apprehendit Iiominem indifferentem, quod
non mentitur, quamvis
Socrates et Plato
sint entia determi- nata, hoc
enim nou inconvenit
quum iutellectus abstrahit
a consideratione talis
termi- nationis; si euim
intellectus assentiret huic
propositioui « homo
est animal » carenti
ter- minatione, capiendo huiusmodi
(?) homo prout
est idem quod
prima intentio, procul- dubio
mentiretur, sicut si
gustus comprehendeus dulcedinem
lactis, non sentiendo
eius albedinem, et tamen
non errat; ideo
intellectus etsi erret
componeudo et divideudo, tamen non
errat abstraheudo ('). Dubitatur iterum,
quia non videtur
quomodo sit verum
illud dictum quod
homo sit prior suis
singularibus, quum dato
pro possibile vel
impossibile quod uumquam
fueriut Iiomines nisi praesentes,
tunc singulare eius
in eodem tempore
vel aeque primo
est sicut natura humana
indifferens, tel arguitur
sic: ab aeterno
semper fuerunt singularia hominis; ergo
non est verum
dicere naturam conimunem
indifferentem esse priorem. (')
Conf. Coniniciito manoscritto
al Ilff i 'r^f/^.-iiv.-ia; esistente
nella Biblioteca deirUniversita di Bologna.
Ne tolgo il
seguente estratto: An in
secunda operalione iniellectus
solum sit veiitas
et falsitas. Videlur Arisloleles
sibi conlrarius in
primo De anima
el sexto Metaphysicormn, nam
hic dicit quod iihi
est enuntialio est
vcriim el falsum,
et rjus opjwsitum
dicit tertio De aiiima:
intellectus simplicium
semper vcrus cst;
et idern nono
Metaphijsicorum: sunt tongae
ambages de lioc Vull
ergo dicere quod
intelleclus aliquando judicat,
atiquando nonjudicat. Quando
esl sine jtuli- cio,
neque verus neque
falsiis est. Quando
vero judicat, est
cum vero et
falso. Quod vcro
alibi dicit quod intellectus
simplicium est verus,
tegitur de vero
qui est sine
judicio; unde icicndum
quod quando album vidctur
ct judicatur esse
atbwn, est verus,
quia specics repracsenlat
objcctum sicut est;
si vcro judicatur nigrum,
tiinc est falsum,
quia species non
repraesentat objectum sicut
cst. Ita etiam
dicatur Respondetur quod argummtum
concludit ex parte
rei homiueui uou
esse yrio- rem Socrate
vel Platoue: sei
p;'o tauto dicimiis
priorem quolibet suo
iudividuo. ut liujusmodi quoUbet
stat divisive, quum
potest esse liomo
et nou essa
hoc vel illud
Ch.20verso individuum
homiuis; et ideo
dicimus homiuem priorem
natura Socrate, quum
in ordlne ad naturam
prius est esse
hominem, quam esse
Socratem dicta de
causa. Secuudo dici- uuis
hominem esse priorem
Socrate ex parte
modi intelligendi; uam
possum intelligere hominem non
intellecto Socrate, quum
res primo concipitur
modo uuiversali quam raodo
particulari. Ad argum*.'nta in
oppositum adducta respondendum
est, nec volo
adducere ratioues Nominalium, quum
ille modus est
sophisticus. Ideo aliter
respondebimus, et magis physice. Ad
argumentum primae opinionis:
ad primum dico
quod salvatur generatio univoca absque
ideis, quumiu genitis
per propagalionem corpora
caelestia concurruut tanquam cauiae
uuiversales: iste vol
ille homo tamquam
causa particularis; semen cum
spiritu gignitivo tanquam
causae instrumentales: et
quod dico de
homine re- spectu generandi
hominis, est etiam
de aliis iudividuis
aliarum speciarum generandi individua propriae
speciei. In talibus
autem genitis per
putrefactionem corpora caelestia cum
aliqua causa particulari
sunt causa generatiouis
talium animaiium. Ad
secundum argumentum, cum dicitur:
«sicut se habet
res ad esse,
ita et ad
cognosci»; (concedo)
quantura ad secundam
operationem intellectus, non
autem quantum ad
primam, quae est simplicium
apprehensio; aliter sequeretur
lineas non posse
intelligi absque materia. Ad
tertium dico secundura
Thomam quod scientia
realis est de
obiecto reali quoad considerationem, non
quoad modum considerandi;
idest scientia realis
consi- derat ista particularia,
sed non sub
modo particulari, sed
secuudura quandara naturam communem illorum
consideratam, ut est
apta nata esse
indifferentem in iioc
vel illo individuo; et
hoc est idem
quod dicere secundum
modum universalem; sic
enira mathe- matici considerant
lineas sensibiles, seu
secundum modum abstrahendi
a sensibilitate. Mathematica enim
scientia considerat res
sensibiles, et quantum
ad hoc dicitur
scientia ch. 30
rccto realis, quum obiectum
suum ab ipsa
consideratura est reale,
modus tamen abstra- hendi
tale oliiectum non
est realis; ideo
mathematica et omnes
aliae scientiae reales dicuntur reales
ab obiecto, non
autem a niodo
consideraudi , quum talis
modus fit per opus
intellectus. Dices ' quomodo ergo
diftert scientia realis
a scientia rationali
? Dico quod differt
primo ab obiecto,
quum obiectura scientiae
realis est reale,
sed obiectum scientiae rationalis
esf rationale. Secundo
modus considerandi ens reale
est prima do guslv,
el aliis sensibus,
el de inlelleclii.
Unde quando species
repraesenlal rcm, sic
esl verus; quando non,
non est verus.
El sic proprie
est veritas et
falsirc.-Y i:i]i\ Aralolclis Ik
Ammalibii trcs ciimAvcrrois
Commenlariis -Vendiis cqmd .hinclasl^Qi. scilicet cogiioscatur
per propriam speciem,
an (m-o) ex
solo dibcursu ut
tenet Sco- tus, forte
bene pertractabitur teitio
liuius. Quia taiLeu
hic solet moveri,
ideo volo de hoc
alic|ua dicere. Multi modi
recitantur ab istis
quorum unus est:
Accidens ducit in
cognitionem substantiae,
quia sicut virtus
phantastica brutorum ex
specie rei sensatae
elicit insen- satam; sic
intellectus noster ex
specie sonsata accidentis
elicit speciem insensatam substantiae. Nam
agnus et ex
figura, facie, et
colore lupi, et
voce statim elicit
speciem inimicitiae quae est
insensata, et fugit;
et sic ex
specie sensata elicit
insensatan^ pa- riformiter, quia
nullus sensus profuudat
se ad substantiam,
sed intellectus est,
qui eam cognoscit cognitis
primis accidentibus per
sensum; et sic
per viam resoluticnis
acci- dens causat spejiem
insensatam substantiae; ex
quo enim aecidens
tantum causat suam speciem
ex accidentibus cognitis,
statim inteliectus per
quamdam congenitam natu- ram
elicit speciera substantiae.
Nolo autem recipere
impugnationem quam facit
hic Joannes. Secundus raodiis
dicendi est, quia
ita est in
actione spirituali sicut
in reali et materiali ; sed
in materiali non
inducitur forma substantialis
in materia nisi
prius inductis ciualitatibus accidentalibus in
rnateria; videinus euim
experientia quod in
ma- Ch. 3.3voro teria non
inducitiir foruia ignis,
nisi prius inducatur
caliditas et raritas
convenientes pro forma ignis;
sic et intellectus
non potest causare
couceptum substantiae nisi
prius dispo- natur per
conceptus accidentium; cum
actus aclivornra non
sint nisi in
patiente bene disj osito,
et actio ^piritualis
debet proportionari actioni
raateriali. Erit ergo
sensus buius opinionis: sicut
accidentia faciuut ad
generationem substantiae, ita
ad cognitionem eius. Etsi
multi sint conccrdes
in boc modo
dicendi, sunt tamen
adhuc diversi de
geueraiione speciei in intellectu.
Joannes imaginatur quod
in virtute phantasticasitsinuil species
sub- stantiae et accidentis,
et quod intellcctus
non potest recipere
speciem substantiae nisi prius
recipiat speciera accidentis
disponentem et praeparantem
pro receptione speciei substantiae; tamen
cum hoc etiam
species substantiae generat
notitiam substantiao, mediante tamen
specie accidentis. Alii dicunt
quod sicut in
actione reali caliditas
prius generat caliditatem
in vir- tute propria,
in virtixte vcro
substantiae formam substantialem, sic
in spiritualibus; et haec
est via Thoraistarum
volentium sensum se
profundare usque ad
substantiam; et talem cognitionem
substanliae Joannes, Caietanus
et Apollinaris appeilant
intuitivam, sed ' valde
improprie et raale,
quia notitia intuitiva
terminatur ad rera;
nullam autera taleui haberaus in
lioc raundo, sed
liabebimus iu patria.
Quod si in
hac vita cognitio
ter-
rainatur ad
rera, quia phantasraa
formaliter terminatur ad
rem, non propter
hoc esl intuitiva. De istis
raodis nihil dico
nunc, quia iu
tertio huius dicetur.
Ununi dico quod
Cli.34rccto nullus istorura est
ad mentem Philosophi,
quia in isto
loco non loquitur
de ista co- gnitione
intuitiva sine discursu,
sed loquitur de
cognitioue cura discursu
, ut patet per
Philosophum dicentem: videtur
autem non solum
quod quid est
cognoscere utile;ubi patet quod
loquitur de processu
demonstrativo, ubi per
coguitionem causae venimns
in cognitionem effectus. Et
qr.od verum sit
quod non loquitur
ad mentem Philosophi
patet, quiadicitPhilosophus:
non solum accidens
ducit in cognitionem
substantiae, sed etiam e
converso. Non potest
autem substantia ducere
in cognitionem accidentis
nisi discur- sive: non
(nim pcr speciera
substantiae duciraur in
cognitionem accidontis. Et
ideo aliter est dicendum,
per accidens ducimur
in cognitionem substantiae
et e coni^erso,
sed per discursum, nam
causa in aliquibus
est apta dare
coguitionem effectus, et
quia, et propter quid;
iu aliquibus vero
non solum propter
quid, ut in
regressii, nam ali- quando
cognita causa per
effectum, devenio a
cngnitione causae in
propter quid effe- ctus;
et prima uotitia
est perfectissima, secunda
vero non. Ideo
dixeruut et bene,
quod confert ; sed videatis
Tljemistium hic dicentem
quod est quasi
circulus, volens dare intelligere quod
quandoque causa notificat
effectum, et quia
et propter quid;
quan- doque vero propter
quid taiitum, et
tunc est demonstratio
causae tantuiu; qaandoque e
converso, et dicitur
demonstratio signi. Est et
alius modus quem
Thomas bene tauglt
diceus; quomodo ultra
notitiam di- scursivam accidentia
couferant; etest quia
multoties habemus cognitionem
accidentium propriorum et iguoramus
ultimas differeutias; et
ut dicit Commentator
octavo Metaphy- sicorum commeirto
quinto, loco ipsarum
ponimus accidentia propria,
et per accideus
de- Ch. 34verso venimus in
cognitionem substantiae. Unde
cum aliter non
possumus facere, facimus
si- cut possumus, et
substantia confertad cognitionem
accidentis non solum
discursive, sed quia substantia
ponitur in definitione
accidentis; et sic
in via definitiva
et discur- siva accidens
coufert ad coguitioneoi
substantiae, et e contra; et
ideo non approbo illos
modos dictos, non
quia sint falsi,
sed quia non
sunt ab intentionem
Aristotelis hic. Ex his
sequitur quod stat
me habere conceptum
accidentis, et conceptum
sub- stantiae; et tamen
quod accidens ducat
me in cognitionem
substantiae et e
contra ; sic quia cognitio
substantiae confert ad
cognitionem accidentis et
e contra, patet
de demonstratione propter quid,
quae babita prius
notificat quia est
ipsius causae per effectum,
et ducit nos
iu notitiam propter
quid ipsius effectus.
Similiter stat quod
co- gnoscam substantiam et
accidens, et quod
tamen accidens conferat
ad cognitionem substantiae, quia
stat et hoc est maxime
verum de uotitia
accidentis imperfecta prius
habita, perfecta enim
cognitio accidentis non potest
haberi nisi post
cognitionem substantiae; ex
quo patet nostram consequentiam esse
veram, scilicet quod
stat substantia et
aceidens ambo esso cognita,
et tamen
cognitio aceidentis confert
ad coguitionem substantiae
et e contra ;
et hoc iu via
discursiva et definitiva
nou oportet dubitare ,
nam ipsum accidens
definitur per substantiam et
e contra; et
sic non semper
est verum quod
substantia ducat in co-
gnitionem accidentis, sed
beue propter quid
et e contra,
ut dictum fuit.
Stat tamen cum hoc
quod uotitia s
.bstantiae ducat in
cognitionerc accidentis, ubi
piius nullam Cli.Sorecto notitiam
haberemus de accidente;
patet iu demonstratione simpliciter,
iu qua ex
cau- sa nota nobis
et naturae ducimur
in cognitiouem quia
est et propter
quid ipsins acci- dentis.
Similiter notitia quia
est accidentis ducitin
cognitionem substantiae, nulla
prius habita notitia de
ipsa; patet quando
ex notitia accidentis
proprii devenio in
notitiam substantiae. Ex lioc
patet quod cognitio
accidentis uou semper
causatur ab ipso
phan- tasmate, nbi per viam discursivam
devenioiu notitiam aceideutis
ex uotitia ipsius
sub- stautiae. Ex quo
patet quod ille
modus dicendi non
est universaliter verus: sicut
res se ha- bet
ad actionem realem
ita ad spiritualem;bene aliquaudo
est verum, non
tamen semper; quia nunquam
forma potest esse
et recipi iu
materia, nisi prius
materia fuerit disposita per
accidentia. Stat auteni
totum oppositum in
actioue spirituali,ut dictum
ost.In mate- rialibus prius
est substantiu quam
i>assiu; iu spiritualibus
multoties est totum
oppositum, — 111 — ut
qiuindo siibstantia esset
nobis ignota,passione existente
nota;et lioc modo
est veiiim de irapevfecta nolitia,
non autem de
perfecta; et quantumcumque
accidens notificet substan- tiam
et e contra,
verius tamen substantia
notificat accidens, quam
accidens substantiam, et definitio
definitum qiiam e
contm. Omnia sunt
clara. Unum tantum
liic esset dubi- tanJum,
quum ex causa uotificatur effectus
et ex definitione
accideutis, numquid iila
coguitio sit
habita pcr discursum
an per propriam
speciem; non euim
est verum quod quidquid
est per propriam
speciem cognoscatur; mnlta
enim cognoscuntur quae
non liabent speciem propriam
et substantiae separatae
et relationes: imo
tenet Scotus quod substantia solum
discursive cognoscatur. Sed
de hoc in
sequentibus. Ali-id oportet scire,
quod substantia ducit
in cognitionem accidentis
et e contra via
discursiva et demonstrativa; quia
dicit Averroes quod
definitiones et demonstra- Ch.Soverso tiones, quae
no;i declaraut accidentia,
sunt vanae; quod
eodem modo contiugit
quum accidentia declarantia ipsam
substantiam sunt maxime
propria; quae vero
non sic. non sunt
propria saltem eodem
modo. Sic enim
perfectissima definitio declarat
omnia ac- cidentia. Numquid
vero proprium et non
aliud ducat in
cognitionem sub- stantiae, credo
quod non semper;
beue verum est
quod quanto magis
est prcprium et esseutiale,
tauto magis ducit
in cognitionem substantiae. Et sic
fiuis imponitur quaestionibus
super pvimo libro De
auima. Deo favente. Cli.45 veiso QUAE3TI0NES MAXIMI
ILLItTS PHILOSOPHI PETRI
SCILICET rOMPONATII SUPER SECUNDO
DE ANIMA Cli.48v'erso Utrum
definitio animae sit
hene assignata. Visa definitione
auimae in miltis
textibus, Pampouuaciiis eam
exanimat iu textu imclecimo (').
Et prim) circa
p.imam particulam dubitatur
utrum sit actus,
et videtur quodnon, quia si
esset astus, esiet
forma; sed nou
est forma; igitur
etc. Autecedens patet, quia
forma et actus
idem sunt: brevior
probatur, quia si
anima esset forma,
esset vel substautialis vel
accideutalis; sed uon
est aliqua istarum;
ergo. Quod non
sit accidentalis patet per
Averroem secundo liuius,
coramento secundo, ubi
dicit quod secundum
quod dat nobis prima
cognitio naturalis, anima
est substantia, et
etiam pars substantiae
est siibstautia. Secnndura probatur
quod uon sit
forraa substantialis sic:
proprium est sub- stantiae
in subiecto non
esse; anima est
in subiejto; ergo.
Auterior patet ex
praeceden- tibus; brevior probatur,
quia Aris^oteles iam
probavit animam non
esse corpus, qnia est
in subiecto. Item
proprium est substantiae
per se stare
et accidentibus substare; sed
anima non per
se stat, nec
accidentibus substat; ergo.
Anterior patet ex
praece- dentibus, et brevior
probatur, nulla enim
est aniraa quae
per se stat,
nec intellectiva; nam dicitur
in primo liuius,
quod si quis
dixerit animam p3r
se intelligere, est
ac si diceret, eam
texere vel filare;
et hoc est
ia textu commenti
sexagesimiquarti, et haec
est prima quaestio quara
tangit Joannes. Dubitatur secundo
utrura sit actns
priraus; et videtur
quod non, quia
ille non est actus
primus quem praecedunt
alii actus; sed
animam in corpore
multi actus prae- cedunt
tara substantiales quam
accidenteles; ergo. Prima
patet. quia primo
non datur prius; brevior
probatur dupliciter, prhiio
quia animam ipsam
in corpore praeceJuut actus esseutiales
et accidentales; ergo.
Di accidentali patet,
quia actus activorum
sunt in patiente beue
disp )sito, nt
dicit Aristoteles; unde
quomodo aniraa posset
iuformare materiam, nisi illa
esset disposita et per debitas
organizationes et per
debitara pro- portionera qualitatnm
priraarum? Item praeceduut
in corpore animara
multae formae substaniiales tam
partiales quam totales:
non enim est
homo nisi prius
sit corpus, et nisi
sit cor et
epar, et alia :
quis enira diceret
omuia ista membra
unica forma informari, cum
habeat tam diversas
operationes et complexiones?
Deinde ponitnr actus priraus
ad differentiam secundi:
lioc non est
universaliter vernra qnod
auima sit actus priraus, ut
distingnatur coutra secundum,
quia quaudo homo
nutritur in homine,
non esset actus pr
raus, quura iu
eo uon est
actus secuudus; quare
ibi non esset
actus priraus, et iiic
tangitur quaestio quae
tangitur ab Averroe
coramento octavo. Dubitatur tertio
utrum anima sit
actus primus corporis ;
et videtur qnod
non, quia si ipsa
esset actus corporis,
tunc esset accidens;
hoc autem est
falsum; ergo. Con-
(') II
tcsto di Aristotele
e questo: 810
■^•JX^ s^rr/ svr=\cx^n-z
-h TZfirn auaaro;
fjTr/.0'j 8uv5t(/si fuvj/ E^ovTo,-.
Toiouro Ss, 0
av r^ ojyavizov.
De anima II.
1- 6. CoDsequentia probatur,
quia omiiis forma
adveiueus euti in
actu est accidens
ex secundo De generatione,
textu commenti quarti
huius seeundi; anima
autem estt alis
quia per se advenit
corpori, quod est
iu actu; ergo. Dubitatur quarto
super illud verl)um
« physici » quia
non videtur bene
positum esse, quia in
detinitione sribstautiae nou
ponitur accidens: sed physicus
ponitur in detiui-
Ch. 49recto tione auimae
et anima est
substantia; ergo. Brevior
probatur, quia si
loco « physici
» ponitur sua defiuitio,
quae est esse
principium motus et
qnietis; tuuc in
definitione animae ponitur accideus.
Item ablataista particula
«physiei» non minus
eiit peifecta ct completa
ista definitio animae;
ergo supevtiue ponitur.
Consequentia patet; anteeedens probatur. quia
dicunt quod ponitur
« physici »
ad ditferentiam artificialium,
modo suf- ficit pro
distinctione corporam artificialium
« in potentia
vitam habentis» et
estdefinitio completa; vera autem
definitio non continet
superfluum ut in
octavo Metaphysicorum.
Dubitatur quinto circa
illam partem «orgauici»
quia in definitioue
organici ponitur quantitas, qualitas
et .situs, quae
sunt accidentia quorum
nullum debet poni
in definitione substantiae. Secundo
anima est simplicior
formis elementornm, cum
magis accedat ad divinum;
ergo debet habere
subiectum simplicius quam
elementa; quare non
debet ha- bere pro
subiecto corpus organicum.
Consequentia potest patere,
quia nobilioris for- mae
nobilius est subiectum;
quanto autem aliquid
est simplicius, tanto
nobilius est, quia magis
accedit ad illud
quod ep . , citur
actus primus quia
ab ea non
proveuit operatio, quae
est apta uata
provenire, sequeretur quod cura
sentirem in rae,
nou e.sset (')
actus priraus; unde
Themistius di- cebat: cavendura
est ne vigilemus,
quia proderemus actum
primum. Pro hoc
argumento notanda est discordia
in defiuiendo aetum
primura et secundura.
Latini vohmt quod forraa
sit actus priraus,
operatio vero secundus.
Si ergo sic
defininius, secundum argu- raentum
uihil valet; non
enim probaret animam
nou esse animara
actu operantem , sed
non esse ipsam
operationera. Sed tamen
Theraistius, Alexander, Averroes
et Ari- stoteles videntur
velle quod actus
priraus sit forma,
a qua nou
provenit operatio apta proveuire, actus
vero secundus est
forma a qua
provenit operatio; sed
quoraodo- cumque
intelligatur nou est
magna difficultas. Nam
ipsi dicuut quod
debet intelligi disiunctive, scilicet
quod in aliqua
anima est actus
priraus et in
aliqua actus secundus; in
quibus non est
actus operans est
actus priraus; non
facit autera meutionera
de actu secundo , quia
non est dubium , quod
quando anima est
operaus in aliquo.
qued ibi sit
actus primus; bene
est dubium quaudo
non est operans,
an sit actus
primus cum appareat mortuus. (')
Probabilmente 6 sottinteso :
amplius. Uiruiii sint plures
foriuue substantiales in
eodeni cuinpusitu. Ch. 56
verso Quinta opinio qiiae
mihi probabilior videtur,
et est authenticorum
virorum scilicet Ch.62verso Thomae, Aegidii
et Alberti hic
iu libro De
anima, licet contrarium
videatur dicere in tertio
Coeli. Dicit haec
opiuio quod iu
uno composito non
possunt esse plures
formae substantiales
realiter distinctae sed
unica tantum; eadem
enim forma est
per quam So- crates,
animal, corpus, mixtum,
oculatus et huiusmodi;
et pro liac
duo tautum fundamenta adducam, quia
alia patebuut. Primum
de ratioue formae
substautialis est dare
esse simpiiciter,
accidentalis vero per
accidens, ut primo
De generatione dicitur.
Modo si quaelibet forma
substantialis dat esse
simpliciter, tunc tale
compositum habebit duo esse
simpliciter; quare nou
esset unum, sed
duo. Alteruui funJamentuiu est
quod Aristoteles semper,
ubi loquitur de
hac materia, dicit quod
omne quod adveuit
enti in actu
est accidens, quod
pariter vel esset
falsum vel limitatum. Volendo
ergo sustinere hanc
propositionem, quae mihi
verior videtur; restat solvere
argumenta. Ad id quando
dicitur: uude snmeretur
uumerositas praedicatorum, pro
hoc notetis, ut beue
notat hic Albertus
et Tliomas, non
inconvenit aliqua dispersa
in diversis con- cludi
eminenter in uno
perfectioii; est euim
substautia sine corporc
ut in abstractis, et etiam
corpus siue vivente ,
et vivens sine
auimali , et animal
sine homine. Ecce quomodo
ista sunt dispersa
in diversis. Cum
quo taraen stat
quod ista dicantur
esse collecta in uno,
ut in homiue
ratione suae perfectionis;
exemplum accommodatum dat Albertus:
in civitate suut
tribuni, praetor, et
consul; praetor est
perfeclior tribuuo, et consul
est prior praetore;
quae tamen omnia
sunt collecta in
rege sive in
principc: potest euim ipse
facere omuia quae
possunt ipsi de
per se. Uude
iste est ordo:
quando aliqua subordinantur ad
iiivicem, prius debet
esse in posteriori
eminenter, sicut trigo- uum
in tetragono: auima
iutellectiva ex sui
perfectione omnia quae
sunt iu aliis
di- spersa iu se
eminenter continet illa.
Quo stante faciliter
dicitur ad illud
argumeutura: dico quod est
Huica res raaterialiter
, taraen plures
virtualiter, a quo
sumitur ista uumerositas praedicatorura. Ex
onumeratione enim virtutum
sensatarum in ipsa
auiraa *^''- ^'-^
■'^'^t" iutellectiva
sumuntur iila praedicata;
quare patet quod
ista numerositas sumitur
a re continente illas
perfectioues eminenter, ut
patet in exeraplo
Alberti de rege.
Ad se- cundum: quando
dicebatur quod substantia
separatur a corpore
et corpus a
vivente, et viveus ab
animali in liis
quae sunt dispersa,
ergo ita debet
esse in liomine;
sed in rei veritate,
hoc potius arguit
oppositum. Nam in
imperfectis sunt dispersa,
uniuu- tur tamen iu
Iiomine propter perfectionem
auimae suae comprehendeutem omnes
gra- dus imperfectos ex
sui raagna perfectioue,
sicut verbigratia rex
continet onines ma- gistratus
qui snnt dispersi
in inferioribus; imo et Deus
qui est perfectissimus omnium continet emiuenter
omnes rerum perfectiones,
et hoc est
rmum ex fuudamentis
Thomae. DiflScuItas autem
est respondere rationibus
Scoti tenentis dari
formas partiales et formas
mixti distiuctas ab
aliis. Ad primum si
non remanet eadem
forma, quae- rebatur de
generante illam formam
ita nobilem , et
de generaute illa
accidentia , et idem eftectus
numero proveniret a
distinctis specie. Hoc
argumeutum est fortissiraum Ch. 64
recto quod eognoscitur es
diversitate respousiomim. Tliomistae
digladiantur inter se
iu hoc. Aliqiii dant
unam responsionem, alii
aliam. Gregorius dat
aliam in secundo
Sententia- rnm distinctione decimasexta,
quaestione secunda. Dicam
ego quod mihi
raagis placet. Videtur mihi
primo quod Scotus
et sequaces habeant
contra se easdem
angustias quas habet Thomas ,
quia si bos
interficiatur gladio, frigiditate
et quomodocumque morialur, semper
est idem bos;
modo est difficile
videre quomodo per
solum motum localem possit
corrumpi bos. TJnde
reflectitur argumentum contra
ipsum. Dieebat ipse quomodo
per solum raotnm
localem potest generari
bos nulla praecedente
alteratione; ero-o sicut omnes
generatioues praecedit alteratio,
ita et omnes
corruptiones; et sicut est
iuconveniens de uno,
ita est de
alio. Tunc refiecto
contra te hoc
idem argumen- tum. Si
bos corrumpitur gladio,
frigiditate , illa forma
substautialis corrumpitur et est
idem effectus numero
: ergo a
diversis secundum speciem
potest proveuire idem Ch.
C4ver5o effectus uumero. Ch.
6". verso Dices
et subtilius: hoc
non videtur verura
de effectu positivo,
sed bene de
privativo; quomodo enim est
possibile quod per
solura gladium geueretur
forma cordis et
epatis, et cadaveris, et
tot et tanta
luembra? Hoc argumentum
dixi esse fortissiraum,
lieet apud me non
concludat; nam sumo
dictum Aristotelis in
secundo De generatione,
ubi diciiur quod terra
potest generare ignem,
aerem, et alia
multa: si enim
terra agat in aerem
per siccitatem nec
non per caliditatem,
tunc generabitur ignis
qui est ca- lidns
et siccus; similiter
si agat in
aerem per frigiditatem,
tunc generabitur aqua, quae
est frigida et
humida. Ecce quomodo
est posdbile quod
idem agens secundum speciem causet
effectus diversos secundum
speciem. et quod
idem effectus secundum speciem proveniat
a diversis secundum
speciem. Hoc autem,
ut dicit Aristoteles,
pro- venit ex dispositione,
et quorsum hoc
dico? quod non
solum effectus privativus
sed etiam positivus potest
a diversis causis
secundum speciem causari,
et idem agens
secundum speciem potest diversos
effectus producere. Quare
patet quod non
inconvenit quod per frigidum
generetur cadaver et
per humidum et
calidum, sic et
iu aliis; quare
quando caliditas agit iu
hominem, cum hoc
subiectum sit maxime
dispositum pro forma
ca- daveris, ideo uon
est mirum si
ex eo generetur
cadaver. Similiter humiditas
ageus in hominem geuerat
cadaver, similiter et
siccitas, et gladius
et talia; non
ergo est mi- rum;
quia tale subiectum
est dispositum pro
forma cadaveris. TJude
si hoc est
incon- venieus erit destruere
processum Aristotelis in
secundo De generatioue,
ut supra di- ctum
est; et si
argumentum Scoti concluderet,
esset etiam coutra
Aristotelem. Respon- sio ergo
stat in hoc
quod non iuconvenit,
imo est uecessarium
ratione dispositionis passi, eundem
effeclum produci a
diversis causis; et
liaec cst nostra
responsio a nutla accepta, imo
idem effectus positivus
potest a diversis
cau&is proveuire, ut
dolor pro- venit a
calido, frigido, humido,
sicco et tamen
dolor est quid
positivum, quia est
tri- stis sensatio, sed
iustabilis. Ch. CG recto Ch. "Overso Utrum
omnis anima sit
divisibilis. Alia quaestio est
utrum omnis anima
dicatur esse divisibilis;
et ue iu
aequivoco labnrcmus, non est
sermo noster de
divisione seeundum speciem;
quia lioc modo
sunt divisibiles (imimae), quum
uon sunt eiusdem
speciei; uec est
iutentio uostra loqui utrum
sit divisibilis in
partes eo modo
quo compo.-itum dividitur
in materiam et
for- mara, uec de
divisione quae est
in partes essentiales.
quia in tertio
huius de hoc
vide- bitur: sed serrao
est de divisione
i)er accidens sicut
ad divisionera corporis
in quo est. De
qua Aristoteles quinto
Metaphpieorum capite « de quauto
» locutus est,
nec loquor utrura auima
sit divi^ibilis per
se, quia hoc
modo nihil est
divisibile praeter
quantitatera, ut dicitur
iu primo Physicorum
toxtu commenti septimi,
ubi dicitur quod omne
quod est divisibile,
ratione quantitatis est
divisibile; ipsa autem
quantitas per se est
divisibilis. Et notaraus
propter sophistas quod
nou surao hic
« per se
» in primo vel
in seeundo modo,
sed in tertio,
idest per se
solitarie; sic intelligendo,
substantia est per se
indivisibilis, idest solitarie
sumpta et considerata
secliisa qiuxutitate. Sed disputatio nostra
est utrum quaelibet
anima sit divisibiiis
per accidens sie,
quod ipsa extensa ad
extensionem corporis dividatur
ad eius divisiouera;
et sermo est
de ani- mabus eductis
de potentia materiae,
quia auiraa intellectiva
clarum est quod
non est divisibilis, dimissa
opinioue Piatonis et
Pythagorae, qui tenent
omnem animam esse indivisibilem. In
via peripatetica invenio
tres opiniones famosas.
Uua opiuio Thomae in
prima parte quaestionis
76 art. 8;
et etiam Albertus
est istius opiuionis.
Tunc haec opinio dicit
quod per se
ec per accidens
anima est indivisibilis: de
par se est
manifestum, et omnes concedunt
cum sola quautitas
sit per se
divisibilis;quod autem et
per accidens sit indivisibilis,probant raultis
rationibus. Pro nunc
duas tantura adducaraus:
priraa est Cli.
71 recto supponendo quod
totum animal aut
planta informetur per
auimam, totura enim
et quaelibot pars est
animata, quod non
est nisi per
praesentiam animae. Non
ergo di- eunt isti
est putandura. quod
auiraa sit in
una parte per
essentiara iit in
corde et in aliis
per virtutera. sed
iu toto per
essentiara. Secundo isti
accipiunt quod definitio de
anima sit vera,
scilicet anima est
actus corporis. Tunc
dicit Thcmas: sumamus
plan- tam; si enim
de quo minus
videtur inesse et
inest, ergo de
quo magis: cbrura
est quod anima plantae
est in tota
planta , et non
tantum in parte.
Impossibile autem est
quod aliquid extensum
sit in pluribus
partibus simul. Si ergo
aniraa sit extensa, uon
potest esse in
pluribus ipsius; et ita dicatur
de anima sensitiva
liominis. Dicit autem Thomas,
si sit indivisibiiis, quod
potest esse praesens
omuibus partibus cor- poris,
sicuti Deus qui
praeest toti universo.
Hoc ergo est
argumentura Tiiomae: aniraa ' informat totam
et quamlibet partem,
et est actus
corpoii.s ergo est
indivisibilis, quia si esset
divisibilis non posset
hoc facere. Hic etiam Albertus
facit rationem multum efficacem, quam
assumpsit Petrus Mantuanus
concivis meus in (scripto?) suo De
primo et ultirao instanti,
credo capite secundo:
i^atio est ista,
nisi anima esset
indivisibi- lis, non possemus
salvare identitatera individui
a principio usque
ad tinem. Proba- tur
quia homo a
principio sui , quando
erat embrj'o, erat
digitalis quantitatis, et nunc
tantao, quod non
potest esse nisi
quia actuatus est,
et materia est
variata pro- pter coutinuam
resolutiouem humidi ad
renovationem novae materiae
propter nutri- menium. Quoraodo
ergo si continue
a principio usque
ad finem uniatur
raateria, potest esse idem
numero? quia si
anima est divisibilis
ad divJsionem materiae,
cum continue varietur materia,
etiam et forma
variabitur; et ita
cum non remaneat
eadem mate- ria, nec
eadera forraa, nec
erit idem individuum.
Si autom ponatur
auiraa indivisibilis, Cli.71
verso remanet ideutitas individui,
quia esse insequitur
formam,et quia quando
anima est in- divisibilis seiuper
lemauet eudem aliam
iodiieus et aliam
matedam: ideo facit
ideuti- tatem iu supposito;
sicuti si esset
vas perforatum, iu
quo coutinue uova
aqua subin- traret, et
alia exiret, semper
utique esset idem
corpus, uon existente
tamen eadem aqua, quae
tamen iuduit se
iu alias materias.
Quae opinio multis
displicuit volentibus animas plantarum
esse divisibiles; quae
quidem multum assimilantur
formis elemeu- torum, iu
tautum quod Plato
in Timaeo uon
dignatus est eas
vocare animas sed
vo- cavit naturas. Ulterins
autem isti voluut
animas animalium esse
iudivisibiles et per se
et per accidens,
et ratio est,
nam videmus si
aliquid aniraal pungatur
iu digito pedis, statim
sentit puncturam per
totum corpus, quod
non potest esse
nisi quia anima est
indivisibilis cuiquam parti
corporis praesentis (sic).
Si autem anima
esset divisibi- lis, quouam
modo illa sensatio
trausiret tam cito
a calce ad
caput? et si
sensatio tiat per spiritum,
quomodo spiritus tam
cito potest trausire
de uno loco
ad alium. cura tamen
spiritus sit corpus?
Aliis uou placet
haec opinio; sed
volunt quod auima
ani- malium perfectorum sit
iudivisibilis, imperfectorum vero
divisibilis; quam opiniouem insequitur Thomas
iu secundo Contra
Gentiles capite septuagesimo
secundo ('). Imper- fecta
vero quae densa
(secta) vivunt, perfecta
quae densa (secta)
uou vivunt. Istam opinionem probaut,
quia si densantur
(secantur) talia animalia,
ut auguillae, partes densae
(sectae) vivunt; per
oppositum vero est
iu perfectis, quia
ipsa habent animam indivisibilem, prima
vero divisibilem (^). Tertia
opinio est, quae
magis mihi videtur
peripatetica, quae tenet
quod quaeli- bet anima
praeter intellectivam est
divisibilis, cum sit
constituta in esse
per subiectum, educta de
potentia eius. Quae
opinio magis videtur
sensata; et ratio pro hac
opinioue est, quia si
sunt formae eductae,
prima facie denotare
videutur quod sint
exteusae et divisibiles, quia
debent habere couditiones
materiae. Primum autem
iuhaerens mate- riae, disponens
eam pro eductione
foimarum, est quautitas;
ergo cum omne
receptum recipiatur secundum conditiones
recipientis, ipsae formae
erunt divisibiles et
extensae. Pro hoc facit
dictum Aristotelis tertio
Coeli textu commenti
septimi ubi probat passioues et
accidentia esse divisibilia,
ex eo quod
sunt in subiecto
divisibili ; quod (') Diciiur
crgo iolum ct
sccundum quanlilalciii cl
sccunduin csscnUac pcrfcciioncm.
Toiuiii uulcm ct parlcs,
sccunduin quantitalem dicla,
formis non conveniunt
nisi pcr accidens,
scilicet in quantum dividunlur
divisione subjccti quantikUcm
habentis; iolum autem
vel pars, secundum
per- fectionem cssentiae, invcnilur
in formis per
se. Dc hac igilur
lotalitale loquendo quae
per se formis compelil, in
qualibel forma apparet
quod csl tota
in toto et
tota in qualibel
parte ejus. Secus
auleni csl de totalitate
quae per accidens
atlribuilur forinis; sic
enim non possumus
dicere quod lola
albedo sit in qualibel
parle. Si iyitvr
est aliqua forma
quae non dividatur
divisione subjecli, sicut
sunt ani- mae animalium
perfeclorum, non erit
opus disiinclione, cuin
eis non competal
nisi una lotatitas;
sed absolute diccndum cst
eam lotam essc
in qualibet corporis
parle — Sancti
Thomac Gontra Genlilcs Lib.
II cajj. 72.
— Si avvfrta
che quaiido le
citazioiii di san
Tommaso non sono
accompagnate cspressamente
dal titolo Gontra
Gcnlites o da
altio titolo specificato,
ma solo dal
i-idiiamo a Parti, Questioni cd
Articoli, si intendono
riferite alla Sumnia
Teologica dell" Angelico. (-)
Uno dci passi
di Aristotele a
cui si riferisce
la questione qai
trattata e clie
giustifica la cor- rezione
proposta allo sbaglio
commesso dairanianuense, alle
parole dcnsa e
densanlur, u.!-i .... cuy.t^aTvov
sni tu-j s-jtouuv
sv to]; 5jaTS//vo^as-/oiv' v.a:'
ya.p «(VSvjgt/ sxaTSjS^v
xoiv fisfu^j sysi. xotl
■/.i-rriai'i t-rfi zara
Ttiffov capo 2
di,'l libro 11,
paragrafo 8. Cf.
capo -5 del
libro I, ultimi
paragrafi del De Anima
e Problemata, sezione
IX, paragrafl I3-G5
e 67 della
edizione Didot. si ratio
sua procedit de
iiiis accideutibus, eadom
ratione procedit de
istis formis edu- ctis;
et Commentator in
primo capite De
substantia orbis in
tine, dicit quod
ex eo quod forma
est constituta in
esse per subiectum,
est divisibilis et
e coutra; sic
quod se mu- tuo
inferunt divisum et
constitutum in numerum
per subiectum, in
diversis tamen ge- neril)us
causarum, quia primura
est a posteriori
et secundum a
prijri. Item Aristoteles iu
octavo Ph^^sicorum ubi
devenit ad primum
motorem, probat eum esse
indivisibilem, ex eo
quod est abstractus
a materia: modo
si auimae plan- tanm
essent iudivisibiles non
valeret suum argumentum
ex eo quod
primus motor est indivisibilis. Probat
quod est immobilis;
ergo etsi animae
plantarum essent iu- divisibiles, essent
etiam iramobiles. Item
corauniter dicitur si
anima esset indivisibilis idem moveretur
et staret simul. Ad
rationes in oppositum
potest dici; ad
primara quae est
Thomae cum dicitur unum
divisibile nou potest
inforraare aliud secundura
diversas partes ; dico
quod illa definitio «
anima est actus
etc. » debet intelligi
de una anima
totali et non
de partibus animae. Uude
sicut doraus est
forma camerae secundum
unam partem et
tecti secun- dum aliam
partem, ita et
anima est forma
nasi secundum unam
partera et pedis
se- cundura aliam; et
sic de singulis.
Ad rationem Alberti
dicitur quod licet
anima sit divisibilis et
materia semper fluat
et refluat, quia
tamen a principio
generationis est contractum humidnm
radicale, quod semper
raanet idem numero;
ideo salvatur iden- titas
numeralis. Nou taraen
expectes totam veritatem
in generabili, sicut
in aeterno, nec tantam
flexibilitatem. sicut in fluvio,
sed est niedia
inter illa. Ad
argumentum Mar- silii «
si pungatur animal
» dicitur primo:
si tenemus illam
sensatlonem fieri per
rea- lem tvansmutationem spirituum,
dico: non demonstrat
quod subito fiat
illa sensatio, sed in
tempore imperceptibili, sive
modo illi spiritus
currant ad cor
tanquam ad princi- pium
secundum Aristotelem, sive
ad cerebrum secundum
Galenum. Vel potest
dici et CL.T^verso melius quod
sensatio illa non
fit per realem
transmutationera, sed per
spiritualera, et hoc non
inconvenit sicuti et
camera in instanti
illuminatur. Ad aliud
quod dicit alteraopinio de Albertistis
dico quod illud est
pro uobis; et
cura dicithaec opinio
quodanimaest indivi-
sibilis. quia animalia
perfecta secta nou
vivunt: dicitur quod
hoc non concludit;
unde dico quod hoc
provenit pro tanto,
quia in animalibus
perfectis est complexio
temperata et mensurata respectu
aliorum animalium; et,
ut utar seraone
Aristotelis, una pars
de- pendot ab alia.
Ideo si dividatur
uua pars ab
alia, raoritur aniraal:
et haec est
ratio Aristotelis in quinta
particula Probleraatum problemate
vigesimosecundo, ubi quaerit proptcr quid
corpora maxime perfecta
de facili aegrotant,
et hoc dicit
esse propter ma- ximam
et optiraara suara
complexionem et compositionera in
partibus quarum una
de- pendet ab altera;ideo
una laesa, aliae
laeduntur; sicut in
cithara perfecta una
corda laesa tota laeditur:
non sic iraperfecta.
Quod ergo una
parte laesa totum
laedatur est ex sui
perfectione, et non
ex indivisibilitate aniraae :
quia enim in
talibus animalibus est complexio
et compositio,. ideo
partes sunt magis
unitae, et dependentes
ad invicera; ideo si
una pars taliura
animalium laeditur vel
separatur ab alia,
solvitur illa pro- portio , et
commensuratio membrorum talium
animaliura ad iuvicem ;
quare to- tum animal
moritur, quia vita
consistit in illa
proportione; et hoc
tamen secundum Averroem, quia
fides aliter sentit.
Quod si horao
in duas partes
divideretur, non statira perirct
anima loquendo de
ea quae est
educta; cuius signum
est quod manus Ch
7o recto abscissa palpitat,
et vidi capxit
sectum in decapitatis
palpitave; et multi
dicuiit loqiii, quod tamen
uegatur ab Aristotele.
Quare autem non
diu \ivat anima
diviso coriiore non est
ex indivisibilitate animae
sed ex sui
perfectione; quia liaec
anima est raaxime
per- fecta, ideo indig.^t
partibus ad invicem
unitis. Recitavimus qnatuor opiniones,
quarum quartam tauquam
magis peripateticam acceptavimus, quae
ceite est Commentatoris. Uuusquisque
tamen potest defendere
suam opinionem, sed non
ut puto ad
meutem Aristotelis; sed
pro clariori intelligentia
liuius quaestionis oportet raovere
unum dubium, quia
iu solntione unius
argumenti dictum est quod
prima definitio animae
intelligitur de una
anima totali et
perfecta non de- pendente. Modo lioc
est dubium, quia
per ea quae
dicta sunt aniraa
non tantum informattotnm sed unamquamque
partem; si sic,
ergo quaelibet pars
est animata, ergo
anima est ani- mata.
Quaero de
anima unius partis
vel est actus
corporis, vel nou. Si non, ergo
non est anima; sisic,
ergo ponitur quod
sit actus corporis;
ergo sibi competit
defiuitio animae quae est
actus corporis physici
organici ; quod tamen
est falsum, quia
illa pars non est
organica ut aliqua
particula carnis. Si
ergo sic sit,
iila pars nou
habebit animam, et sic
anima non erit
e.xtensa sed indivisibilis. Ad
hoc dicitur quod
anima informat totum corpus,
et quamlibet partem,
et quaelibet pars
est animata: et
(ad ea) quae
dicis contra, quia uon
est actus corporis,
dico quod eadem
quae primo informat
totiim, secundario partem; et
sic luiec pars
secundaria est animata
per animam totum
informantem. De- Jinitio autem
illa habet intelligi
de eo quod
primo informat et
non secuudario. Dices: ista
expositio est cavillosa,
neque solvit dubitationes.
Bene verum est
quod anima primo informat totum,
sed accipit animam
quae precise informat
miniraum carnis. Quaero
de illa: vel-est anima
vel non; si
sic, cum anima
sit actus corporis
physice organici istud niiuiraum esset
organicum.Multi moderni. quorum
caput est Petrus
Maiituanus, concivis raeus, respondent
quod quaelibet pars
est animata, et
quod in uuo
homine sunt infiniti homines, quod
quidem non consonat
viribus (sic), et
est contra Aristotelem
supra in textu comraenti
noni ubi dicit:
«si oculus esset
animal»; non ergo
dieit, quod sit
ani- mal, sed loquitur
dubitative « si
sit »; et
istud est contra
Aristotelem in quinto
De ani- Ch. 73verso malibus,
ubi cum devenit
ad hominem, docet
eum esse constitutura
ex carne et
osso. Et si diceres
Aristolelera loqui de
uno animali, hoc
nihil est. Verum
ojwrtet suam rationem salvare,
quia suraeudo tale
minimuni ut est
animatum vel non,
dico quod Aristoteles numquara
diceret tale rhinimura
esse animatum in
actu , nec animal
iu actu, quia definitiones
dantur eorum qnae
sunt primo et
per se et
sirapliciter et in actu.
Ideo illa definitio
debet intelligi de
anima per se
in actu, et
non potentia; quia antem
illae partes non
proprie dicuutur aiiiraatue
cura sint in
toto in potentia;
ideo illa definitio non
datur de illis.
Sed adhuc instant
isti, quia definitio
explicat essen- tiara definiti;
si ergo partibus
integralibus animae non
competeret haec definitio,
ergo iu defiuitione animae
poueret « primo
et per se»;
et cum hae
conditiones siut accideu- tales, et sic defiuitio
auimae esset data
pcr additamentum scilicet
per particulas « per
se, primo ». Hoc argumento
Petrus Mantuanus concedit
quod quaelibet pars
animalis estauimai. Sed
contra; quia similis
(ratio) est contra
eos, nara aninial
et unum animal convertuutur quarto
Metaphysicorum; sed per
se hoc est
animal, ergo nnum
animal tan- tum: quare
iu uno non
ernnt infinita aniinalia,
ut tu
coucedis. Sed quia
possent negare quod uuura
et ens couvertuntur;
ideo dico ad
argumentnm: primo quod
ad lioc quod aliquid
definiatur, oportet liabere
has conditiones, seilicet
« per se
primo»: nou ta- men
quod liae conditioues
siut iu quidditivo
conceptu definibilis. Alii
dicunt, et iu
idem
coinciduut, quod
in geueratis in
quibus terminus ut
liomo dicit secuudo
auimam et corpus; si
definiatur, semper est
cum connotatione, ut ex illis
partibus fiat unum per
se et in
actu; et sic licet liae
conditiones non ponantur
in definitione, tamim connotantur inesse
illi subiecto. Utrum potentiae
animae distinguantur reaUter
ab anima. Circa textum
trigesimum secuudum Pomponacius
dubitat utrum potentiae
ani- mae distiuguautur ab
auima rcaliter. Ista
quaestio est difficiiis,
et Iiabet nuiltas opiuiones. In
ea tamen tres
principales invenio; prima
est Tiiomae in
prima pavte, (^ij.
74 ,ecto quaestione septuagesima
septima articulo primo,
quam imitantur Aegidius
et Joanncs Gandaveusis, et
multi alii qui
volunt quod potentiae
animae sint de
secunda specie quali- latis
et sint reales
realiter distiuctae ab
esseutia animae ;
et licet de
lioc siut fereinflnita
argumeuta, ego tamen
potiora adducam. Primura argumentum
est Tiiomae in
prima parte quaestione
quinquagesimaquarta articulo
tertio, ubi quaeritur
utanu potentii Angeli
sit eius esseutia.
Argumentum est quia in
Deo esse et
essentia snnt idem;
in aliis vero
nou, aiiter euiui
divinae simplicitati
derogarent: sicut autera
esse et essentia
uon sunt idem
in creaturis, ita uec
essentia et potentia
erunt idem. Unde
si essent idem,
agerent sine aliquo
instru- mento, sed agereut
immediate p^r essentiam
solam, quod Deo
repugnat. Et propter
boc tenet Tliomas quod
esse et essentia,
essentia et poteutia
non sunt idera
nisi iu Deo. Secundum
argumentum est: actus
et potentia sunt
eiusdem geueris; cum
ergo actus animae, ut
visus, sit accidens;
ergo potentia ad
videndum erit accidens,
quare nou erit idem
quod aniraa.
Tertiura argumentum:
si anima esset
idem quod suae
potentiae, tunc anima semper
actu operaretur; quod
tameu est falsum,
quia aliquando ob
omni opere cessat. Consequentia probatur;
sicut enim auimae
est facere esse
vivum illud iu
quo est, et quamdiu
stat in subiecto,
ad eam sequitur
esse ; ita si
essentia animae sit
sua po- tentia ad
eaui semper sequitur
operari et esse
in actu. Quarta ratio
est, in qua
multum miratur Aegidius,
quia non est transire
de extremo in extremum
sine medio; es
quo ergo aniraa
est substantia, et
operatio est accidens, oportet dare
aliquid quod nou
sit totaliter substantia,
nec totaliter accidens,
et lioc est potentia
animae. Quinta ratio: poteutia
est de secunda
specie qualitatis, qualitas
autem realiter diflfert a
substautia, quia suut
praedicaraenta distincta; ergo
aniraa et eius
potentia non sunt idem. Sextani
argumentum: aniraa est
una, potentiae plures;
ergo anima non
est suae ^,^^
n^ ^.^^^^ potentiae realiter. Septimum arguraentura
: sequeretnr quod
in pede esset
potentia visiva, et sic
pes posset videre,
quod est falsum.
Consequentia probatvu-: si
enim anima sit
idem quod suae potentiae,
cum anima sit
in pede; ergo
potentia visiva erit
in pede. Octavo et
ultirao: quaecumque suut
eadem uni tertio
sunt eadem inter
se ; si ergo
potentiae animae suut
idem lealiter qnod
auima, erunt idem inter se;
quare potentia auditiva erit
visiva vel olfactiva
erit tactiva, et
sic de aliis. Alia
est opiuio huic
ex toto contraria ,
quae teuet quod
potentiae auimae sint idom
realiter quod auima,
et quod differant
ab anima, et
inter se sola
ratione. Cuius sententiae fueruut
Nomiuales, quorum primus
est Gregorius in
secundo Sententia- rum, dispiitatione
decimasexta, quaestione tertia,
articulo primo; et
liabet tres rationes priucipales, quarum
prima est haec
quae videtur efficacior:
frustra fit per
plura quod fieri potest
per pauciora et
aeque bene. Sed
omnia salvantur, ac
si pouamus eas
distingui realiter ab illis;
ergo. Anterior est
clara; brevior probatur,
quia non aliqua
ratio neque auctoritas est
quae cogat ad
hoc, ut patebit
in ratione ad
obiecta. Secunda ratio: si
anima et suae
potentiae diffeiTent realiter,
itaque potentia sit
accidens; cum omne accidens
sit in subiecto,
ergo ista poteutia
erit in anima
sicut iu subiecto.
Vel ergo erit in
ea mediante aliqua
potentia, vel non;
si nou, ergo
anima poterit es
se sola aliquid accidens
recipere, quare poterit.
recipere actum sine
potentia intermedia. Si priraum,
quaero de illa
potentia, et ita
vel procedetur in
iufinitum, vel erit
deve- nire ad aliquam
poteutiam quam auima
ex se sola
recipiat; quia anima
ex se sola poterit
aliquid accidens recipere;
quare erit standum
in primo, scilicet
quod anima es se
sola possit facere
suam operationem; quando
enim debemus resecare.
melius est resecare in
principio, quam in
fine ex secundo
huius textu commeuti
centesimi trigesi- misexti. Tertium
argumeutum: raateria prima
non differt a
sua potentia; ergo
nec auima. Et coufirmatur
quod caliditas agit
non mediante aliqua
potentia intermedia; quare videtur;
esse dicendum idem
de anima, quod
ipsa faciat suas
operationes debitas sine potentia
intermedia. Ch. 75 recto
Tertia est opinio
Scoti, quae est
raedia inter ista,
quae opiaio constat
ex dua- bus conditiouibus. Prima
conditio est, in
qua couvenit cum
nominalibus, quod anima est
idem realiter cum
suis potentiis ;
quod probant quia
eorum quae sunt
abso- luta, Deus potest
creare unum sine
altero, et quorum
unum non sit
pars alterius. Notamus: dicitur
absolutum quod de
relativis est impossibile,
ut de patre
et filio; et notamus:
dicitur « quorum
unum non erit
pars altejius »,
quia Deus non
potest causare compositum sine
materia; et hoc
quia materia est
pars illius: potentia
autem aniinae non est
pars animae, aut
relativum, sed absolutum.
Sed dices: non
potest facere poten- tiam
sine auima; ergo
suut idom realiter;
nec etiam potest
creare auimam sine potentia; quod
probatur, quia si
Deus crearet animam
nutritivam, certum est
quod nutriret, cum sit
nutritiva; ergo haberet
potentiam nutriendi. Itera
istae poteutiae sunt sicuti
propriae passioues, quae
non possunt esse
sine subiecto proprio.
Secunda con- ditio est,
in qua differt
a Gregorio, quod
potentiae differunt ab
anima non tantum ratione, sed
ex natura rei;
quod probatur, quia
illa quae secluso
omni opere intel- lectus
habent diversas denominationes, non
sunt distincta sola
ratione; anima autem et
suae potentiae se
habeut hoc modo;
ergo suut distincta
ex natura rei.
Anterior est; manifesta, et
brevior probatur, quia
secluso opere intellectus,
adhuc anima est
una potentiae autem plures.
Item anima est
causa suarum operationum;
ergo simt distin- ctae
plusquam ratione. Sed
dices quae harura
opiuiouum est raelior?
Dico quod quae- libet
potest sustineri, et
de hoc ego
uescio determinatara veritatem,
multa euim sunt problemata quae
omniuo non habent
de se veritatem
determiuatara, ut numerus stellarum; qiiis
enim scit uu
stellae siut pares
au impares? similiter
et graua arenae. Dico
tameu quod opiuio
Thomae mihi magis
placet, est euim
magis consoDa dictis
Ari- stotelis; fuit etiam
sententia Platonis et
Dionisii. Sustinendo ergo
eam dicitur ad
ratioues Ch. 75
vevso Nominalium voleutium poteutias
animae diiferre ab
anima sola ratione:
ex eo euim
quod anima potest videre,
dicitur potentia visiva,
et ex quo
potest olfacere, dicitur
olfactiva; et sic de
aliis dicatur. Ad
primum cum dicitm;
frustra etc, dicitur
concedendo ante- riorem; sed
negatur minor, quod
aeque bene potest
salvare. Et cum
dicitur: patebit etc. dico
quod argumeuta quae
fiuut pro Thoma
simt magis probabilia;
et multum ad hoc
cogunt ut patebit
iufra. Ad secundum, cum
dicitur: ista potentia
vel recipitur iu
anima mediate vel
nou; dico quod accidens
est anima, sed
non proprie ; sunt
enim in composito,
nec sunt iu coi-pore
solo; istae euim
poteutiae non producuntur
ab anima secundum
Thomam, sed producuntur a
producente animam qui
est Deus; et
ipse dicit hoc
modo iu prima
parte, quaestione sexagesima tertia,
articulo quinquagesimo, ubi
vult quod diabolus
in primo iustanti suae
creationis non potuit
peccare. Quidquid habebat,
a Deo habebat
et sic peccatum a
Deo esset; sicut
quando ex ligno
generatur ignis, tam
forma ignis, quam motus
eius sursum est
a generante. Et
cum dicitur: vel
recipitur iu auima
uiediante aliqua altera potentia
vcl non : dico
quod secus est
in principio et
iu principiato, quia priucipia
uou suut talia
proprie sicut principiata,
sicut prima principia
quae suut causa quod
alia sciautur; ipsa
tameu uon sunt
proprie scita, et
relatio quae est causa
referendi alia non
refertur alia relatione
quam se ipsa;
et quantitas quae
est causa extensionis aliorum
per semet extensa
est. Ita de
auima dicemus, quod
recipit actura mediante potentia,
sicut videre mediante
poteutia visiva, immediate
tamen et per se
sola recipit poteutiam
visivam, quae potentia
habet se sicut
priucipium ad videudum. Altera
responsio est. quod
sicut est de
potentia et de
actu, quia actus
est quid extrinsecum ab
ipsa aniraa, potentia
vero est quid
medium; uatura autem
nou transit de extremo
ad extremura sine
medio. Ad tertiura,
quod potentia raateriae
sit idera quod materia;
multi teneut quod
potentia materiae differat
a materia; sed
puto hoc esse falsum.
Quare dico uegando
consequentiam quia materia
recipit formam sub-
^], ^q ,.^^4^ stantialem, et
cum actus et
potentia sint in
eodem geuere, receptum
autem sit sub- stantia,
potentia quoque ad
illud recipiendum erit
substantia. Et cum
dicitur: potentia
caliditatis, per
quam agit uon
diifert a caliditate,
ergo iu simili
uec potentiae ani- mae
differunt ab anima;
dico quod, sicut
dicitur in secimdo
Coeli textu coramenti
sexa- gesimiquarti et sexagesimi
sexti, aliqua sunt
ita in fine
naturae , quae
propter sui imperfectiouera consequuutur
aliquam iraperfectiouem paucis
motibus; aliqua vero
suut quae et propter
sui maguam perfectionera
consequuutur perfectam bouitatem
paucis motibus. Alia vero
suut, quae babent
perfectam bonitatem siue
aliqua operatione ut Deus.
His habitis dico
quod si qualitates
primae agunt absque
aliqua potentia inter- media,
hoc est propter
sui maximam imperfectionem; uude
forma prima, quae
est imperfectissima
imraediate potest formas
substautiales recipere; auima
autem cum sit, pars
perfectissima omnium istarum
formarum inferiorura, non
potest agere absque potentiis intermediis. Ad arguraenta
Scoti, ad primum
quod eorum quae
sunt absoluta Deus
potest facere unum sine
altero, dantur duae
responsiones ; prima negaudo
anteriorem, et Ch.76 verso multi
eam negant quum
etsi niateria et
forma sint absolutae,
tamen Dens non
po- test uuum siue
altero facere. Et
Tliomas et Aegidius
teuent oppositiim; nec
forte posset producere formam
asini sine sua
materia, ex eo
quod ad invicem
dependent. Nec aliquam aliam
formam materialem, nec
a Tiionia oppositum
invenio; nec istam
pro- bavit Scotus. Alia
est responsio, quam
dabat praeceptor mens
concedendo Deum posse creare
unam animam sine
poteutiis; et cum
dicitur: ista vel
posset nutrire vel non;
dico quod posset
nutrire non in
potentia propinqua sed
remota; sicut si in
materia non esset
quantitas, materia posset
recipere albedinem non
in potentia pro- pinqua,
quia albedo recipitur
in materia mediante
superticie; sed in
potentia remota posset albedineni
reeipere. Quum vero dicitur
potentias distingui ex
natura rei ab
ipsa anima, diceret
Tiiomas negando illara distinctionem, quum
omnis differentia vel
est realis vel
rationis, nulla vero ex
natura rei; sed
quum argumenta Tliomae
non conclndunt, ad
ea volo respon- dere.
Ad pi-imum, quod
si anima ageret
sine aliquibus potentiis
intermediis esset ita perfecta
sicut Deus: istud
argumentum est probal)ile
sed non concludit;
ideo dico cjuod hoc
modo nou sequitur:
ad probationem dico
quod propter hoc
non sequitur esse ita
perfecla sicut Deus
quae a Deo
dependent et sunt
magis potentialia ipso.*
sunt enim composita ex
perfecto et imperfecfco,
quorum unum attestalur
forma, alterum materia. Deus
autem a nullo
dependet et est
purus actus. Ad
aliud, actus et
potentia sunt in eodem
genere, plures dicuntur
ad hoc responsiones;
ad Nominales qui
tenent sub- stantiam et
accidens esse idem
realiter, et quod
qualitas, excepta tertia
specie, sit idem reaiiter, sed
non in Deo;
ad hoc dico
quod anterior propositio
intelligitur de potentia obiectiva, unde
potentia caliditatis et
actu caliditas sunt
in eodem genere,
non autem intelligitur de
potentia subiectiva per
quam aliquid aecidens
in aliquo reperitur subiecto, et
ista est responsio
Scoti. Ad tertium
quaudo dicitur, si
essent idem ergo anima
semper actu operaretur,
cum ita se
habeat ad cperari
sicut anima ad esse:
dico quod licet potentiae
siut ideni realiter
cum anima, differunt
tamen ratione, et
propter hoc anima non
semper actu operatur
sicut in Deo
potentia creandi et
essentia sunt idem quod
Deus, et tamen
non semper actu
creat et hoc
quia istae poteutiae
diffe- runt ratione et
plus requiritur ad
hoc quod anima
operetur quam quod
det esse, si enim
debet exire in
operationem ipsa anima,
requiritur obiectum extrinsecum;
non autem ad hoc
quod det esse
requiritur aliquid extrinsecum,
quia dat esse
materiae quaudo in ipsa
est, et ideo
non semper actu
operatur sicut dat
esse, quia aliud
est in ratione essentiae,
aliud iu ratione
poteutiae. Ad quartum
non est transitus,
dico quod non est
necesse, si sit
transitus de uno
extremo ad alterum,
quod fiat per
omnia media, et sieut
qualitates primae agunt
immediate, ita et
anima potest agere
im- mediate. Ad alterum, quod
potentiae sunt de secunda
specie qualitatis, dico
secundum Scotum quod istae
potentiae ex quo
idem sunt realiter
quod anima, quod
erunt in eodem praedicameuto
in quo est
anima. Ch. 77 recto
Aliter dicimt Nominales
quod aliquid accidens
realiter est substantia
et tunc anima, ut
est potens, erit
in secunda compositione
qualitatis; sed istae
responsiones non videntur multum
valere, ut aliquod
accidens sit substantia,
et ideo dixi
opinionem Tiiomae magis verara
apparere. Ad ultimum quod
uua est anima,
et multae potentiae:
dicitur quod potentia dicit duo:
subiectum et terminum;
ratione termiui sunt
plures poteutiae, sicut
poten- tia visiva est
alia ab auditiva,
ratione coloris et
soni, respectu autem
animae et subiecti sui
sunt idem, sicut
in deo iusiitia
et misericordia realiter
sunt idem, in
ratione tamen termini sunt
diversa. Ad alterum
quod potentia visiva
esset in pede,
dico quod in
pede est potentia visiva,
in potentia remota,
ex eo quod
anima non videt
nisi mediante or- gano
debito quod est
oculus. TJltra enim
animam, ad sensationem
causandam requiritur debitum corpus
quod habeat adiuvare
animam in tali
sensatione ferenda; et
si dicitur: cum potentia
visiva sit in
pede in potentia,
ergo aliquaudo reducitur
ad actum et aliquando
pes videre poterit :
dico quod non
inconvenit aliquara potentiam
remotam numquam reduci ad
actum. Ad ultimum
quod istae potentiae
essent idem inter
se. dico quod sunt
idem in potentia
remota, nou propinqua. Quomodo potentiae
ab anima fluant. Viso
hoc restat videre
quomodo et quo
ordine potentiae animae
fluant ab aniroa, et
quomodo sit possibile
tot potentias fluere
ab essentia animae;
cum tameu sit
communis regula quod ab
uno non provenit
nisi unum. Thomas
ibi in quaestioue
sexta, arti- culo quarto
et septimo, dicit
quod duplex est
ordo, scilicet perfectionis,
et originis. Secundum primum
ordinem.potentiae
intellectivae sunt priores
sensitivis, sensitivae nutii- tivis:
secundum vero secundum
ordiuem, e contra
se habent, quod
enim est in
perfectione nobilius, in via
generationis est posterius,
et sic potentiae
nutritivae erunt priores sensilivis, et
sensitivae intellectivis, quae
sunt intellectus et
voluntas. Sed quaenam sit
nobilior potentia an
inteliectus vel voluntas.
Moderni theologi ut Aegidius et
Scotus tenent quod voluntas
sit nobilior, et
hoc quia magis
unimur Deo per
actum volun- tatis, qui
est amare, quam
per intelligere, quod
est actus intellectus;
secundum tamen Aristotelem et
Platonem et theologos
antiquiores, et etiam
secundum Thomam intel- lectus
est nobilior voluntate.
Habetis
ergo quomodo ab
anima quae est
una, possunt plura provenire
ordine qnodam, prius
enim via originis
producit potentias nutritivas, postea sensitivas,
demum intellectivas. Post textum
quinquagesimum, Pomponacius movet
miilta dubia; primum
quia in ch.79recto vigesimosecundo et
trigesimotettio textus, dictum
est quod operationes
suut notiores poten- tiis,
et obiecta operationibus: idem
vult in «
De somno et
vigilia »; ideo
quaeritur utrum hoc sit
veiTim, utrum scilicet
potentiae distinguantur per
actus et actus
per obiecta. Nec sermo
noster est de
potentia obiectiva aut
respectiva, sed de
potentia quae est de
secunda specie qualitatis;
nec est sermo
de distinctione essentiali,
sed de extrinseca,
hoc enim non est
possibile nec imaginabile,
quia actus non
snnt intrinseci potentiis, nec obiecta
actibus. Sed dices:
propter quid differant
intrinsece? dico quod
differunt per suas ditferentias;
et quia istae
difterentiae non sunt
notae, ideo Aristoteles
non facit mentiouem de
hoc, et quia
hoc est clarnm,
quia omnia difteruut
per suas ditfe- entias; sermo
ergo non est de differentia
intrinseca. In hac
quaestione ponam quatuor articulos; priraus
erit de distinctione
numerali, secuudus de
distinctione specifica,
tertius de generica;
in quarto dicetur
quid senserit Aristotiles
de omnibus his
articulis et alii de
quarto tantum loquuntur. Utrum unitas
obiecli secundum numerum
arguat operationem unam
secundum numerum, et e
contra. Quaei-itiir ergo de
primo articulo utrum
unitas obiecti secuudum uumerum argiiat operationem
unam secuudum numerum,
et e contra.
Si ita dicatur
de uiiitate operationum respectu
potentiarnm, de hoc
patet quod non
valet: si est
unum obiectum numero, ergo
una operatio nnmero;
quia ego sum
unum obiectum, quem
vos omnes videtis, et
tamen multae sunt
visioues, quia quot
sunt bomiues,tot sunt
visiones. Sed quid dices
respectu unius obiecti
et uuius potentiae?
adhuc non valet,
quia nunc Socrates videt hauc
albedinem, et prius
iufinities vidit; iu
hoc casu est
idem obiectum, eadem potentia, uon
tameu eadem operatio
numero; et hoc
est quod dicitur
in quiutoPhysicorum quod diversorum
motuum stat quod
sit idem terminus
uumero; et ita
de hoc dicatur,
quia licet terminus, scilicet
obiectum et potentia
sint una numero,
non tamen operatio
est una numero et
unitate numeraii obiecti
et potentiae sit
uua operatio numero.
Dico quod stat Cl).79verso operationem
non esse unam
uumero, staute uuitate
numerali omuium istorura;
nam sit ita quod
uua et eadem
res sit volita
et intellecta a
me; nam uua
pulchra puella siraul et
eodem instanti potest
esse intellecta a
me, non tamen
amata et desiderata, quia ego
non vellem eam,
et tunc patet
quod sunt diversae
operationes, et tamen
est idem obiectum; sed
hoc est quia
non est idem
obiectum forraale, sed
bene materiale, Obiectum re
formale intellectus est
Eus, et verum
obiectum voluntatis est
Bonum, niliil euim appetitur
uisi sub ratione
boni contra Scotum
; quod si
sic, semper ex unitate
formali subiecti licet
inferre unitatem operationis
stantibus aliis conditionibus, sicut mihi
videtur. Utrum autem
e contra valeat:
est una operatio
numero, ergo unum obiectum
numero; et videtur
quod sie, ut
vult Aristoteles iu
quiuto Physicorum, quando tractat de
unitate motus. Unde
plura requiruutur ut
ex uuitate obiecti
inferatur uuitas
operationis, quam e
contra; eoque una
operatio non potest
habere nisi unum
obiectum, sicut unus motus
unum terminum. Unde in quinto
Physicorum dicit Aristoteles
quod uuius motus est
tantum unus termiuus.
Sed
uumquid, si siut
duo obiecta numero
distincta, sint duae operationes
numero distinctae? Ex
una parte videtur
quod sic, quia
si duae sunt albedines numero
differentes, certum est
quod sunt duae
visiones numero differentes; si enim
visio, ut multi
tenent, est idem
quod species visibilis,
cum duae sint
species albedinis, duae quoque
erunt visiones numero
distintae. Si vero
dicas quod species visibilis non
sit idem quod
visio, sed visio
causatur a specie
visibili, tunc sunt
duae causae; ergo duae
operationes. Sed iu
oppositum videtur quod
ex diversitate obiecto- rum
non liceat iuferre
diversitatem poteutiarum, quia
vos estis plura
obiecta numero distincta, et
tamen uno intuitu
video vos. Etiara
et per boc
est ratio, quia
videtur, ut dicitur iu
quarto Topicorum, quod
qui imum non
intelligit nihil intelligit;
et con- firmatur a
Thoma, quia una
et eadem cera
non potest simul
informari a pluribus Ch.
SOiecto figuris, ut
triangulari et rotunda
simul ; ergo nec
visio potest plura
videre nec aliqua alia
potentia. In hoc
Scotus et Thomas
sunt oppositi; vult
enim Seotus quod una
poteutia possit simul
habere plures operationes;
Thomas vero vult
quod hoc non sit
possibile, et ideo
de hoc difficile
est inquirere et
bene determinare. Videtur
forte quod ambo beue
dicant, nec est
difterentia in se,
sed in verbis
tantum ; cum enim dicit
Scotus: sunt plura
obiecta visa, ergo
plures visiones; dico
quod est unum obiectum
primo visum actu,
et sunt plura
ia potentia; sicut
si viJeam domum,
tota domus est unura
obiectum piimo visum
in actu; partes
vero visae sunt
in potentia, et sicut
obiectum est uuum
actu, ita visio
est una in
actu. Unde si
audiamus barmouiam, in harmonia
est grave et
acutum, et tamen
tota barmonia est
unum primo auditun
in actu, pluresinpotentia, sicut
lapides in domo;
et ita ego
coucilio Scotum et
Thomam, quia quando Scotus
dicit quod sunt
plures operationes, si
plura sunt obiecta
ut de duabus albedinibus; dico
quod sunt duo
obiecta in potentia,
et aggregatum est
uuum obiectum numero in
actu; et ita
si sunt plura
obiecta totalia secuudum
actum, sunt plures operationes actu;
et si est
uuum obiectum totale
in actu, uti de tota
domo, est etiam una
operatio. Restat modo videre
de operatione et
potentia; et primo
utrum valeat «sunt
plures operationes numero, ergo
potentiae numero». Hoc
modo clarum est
quod non videtur valere, nec
valet quia eadem
poteutia est visiva
omnium colorum, quae
potegt habere diversas operationes
numero distinctas, successive
tamen; nec e
contra valet : est
una potentia, ergo uua
operatio numero: patet
hoc de his
quae sunt ab
una potentia in diversis
temporibus. Numquid vero
valeat: si sint
duae operationes numero
differentes in eodem tempore,
sint etiam diversae
potentiae? Respondeo quod
nonvaletargumentum; potest
enim una operatio
vel potentia simul
habere duas operationes.
De activis hoc est
clarum. idem enim
sol simul calefacit
me et te; et istae
operatioues sunt distinctae quia
istae calefactiones sunt
in me et
te; motus enim
est in moto;
in pas- sivis esset
forte hoc modo
etiam verum saltem
in actione spirituali
ut dicit Scotus. Utrum
ea- unitate specifica
obiecti liceat inferre
unitatem specificam actus.
q^ 80 ve- Secundus articulus
est: utrum ex
unitate specifica obiecti
liceat inferre unitatem specificam actus;
et ex diversitate
specifica obiecti liceat
inferre diversitatem actus specificam. Eodem modo
quaeritur de operationibus; et
primo videndum est
de obiecto et operatione.
Utrum, si obiectum
sit unum specie,
et operatio sit
una specie. Primo in
passivis hoc non
videtur verum; nam
potentia visiva canis
differt specie a
potentia visiva hominis, et
tamen obiectum quod
est color est
unum specie. Deinde
in activis dictant hoc
modo: si enim
homo comedat carnes
vitulinas et etiam
canis, obiectum est rmum
specie, scilicet caro
vituli; et taraen
poteutia uon est
eadem simpliciter. Sed forte
dices ad hoc,
quod istud obiectum
non est idem
formaliter, sed solum
mate- rialiter; et non
propinquum obiectum, sed
remotum. Sed esto
hoc; ego quaero,
si homo ab homine
et a cane
videatur, utrum hae
visiones sint idem,
cum obiectum sit
idem specie, imo idem
numero. Multi tenent
quod sint distinctae
specie, sicut istae
poten- tiae, ut est Thomas,
sicut etsi duae
intelligentiae intelligant Deum,
istae duae intelli- gentiae differunt,
et tamen obiectum
est unum. Alii
tenent, ut ApoUinaris,
quod istae potentiae in
cane et in
homine sunt eiusdem
speciei, de quo
infra dicam. Diceret ergo
aliquis, secundum primam
opinionem, quod valeat:
hoc obiectum est unum
spccie, ergo operatio
est una specie,
stando in eodem
homine, non in
eodem ani- mali; sed
hoc non videtur
verum quod sit
ita: in eodem
tempore oculus videret
o, et sensus, et
phantasia, et cogitativa,
et intellectiva potentia.
Obiectum est
unum specie, et unus
est homo; et
tamen istae operationes
difterunt specie, Quis
diceret has oranes operatioues sensus
scilicet et intellectus
esse easdem specie?
et ideo videtur
mihi ad volenclura lioc
concludere, opus esse
dicere quod si
obieclum est formaliter
uinuu specie respectu unius
hominis et eiusdem
potentiae, quod operatio sit
vina specie ;
et hoc Ch.Slrecto clanim
est uniFersaliter quod
si openitio est
uua specie, etiam
obiectum est unum speeie:
quia imus motus
est ad unum
termiuum tantum. Utmra autem
ex pluralitate obiecti secundum
speciera arguatur pluralitas
operationis secundum speciem,
milii videtur dicendum quod
sic. Utrum sensus
sit activus. Circa textum
sexagesimumquintura dubitat Pomponacius
primo utrum sensus
sit activus vel passivus.
Ad quam (quaestionem?) dico
quod est passivus;
et ratio est
quia omne quod de
novo recipit denominationem intrinsecam
et absolutara trausmutatur;
sed sensus est lioc
modo; ergo. Auteiior patet,
quia denominatio fit ab intrinseco;
quia si esset
ab extrinseco non esset
transmutatio in recipiente,
sicut si ex
paupere fiam dives.
Et dico absoluta, quia
relativus potest advenire
alicui absque aliqua
transmutatione facta iu eo;
sicut si aliquis
fiat pater: quando
ergo erit transmutatio
absoiute et ab
intrinseco,
erit trasmutatio
in subiecto iu quo est;
quod si in
illo erit transrautatio, talis
virtus erit passiva. Breviter
etiam probatur, quia
sensus est de
novo sentiens, et
similiter sen- satio est
absoluta, et est
ab intrinseco, quum
sensatio est iramanens,
ex uono Meta- physicorum. Non tamen negamus
sensus esse activos;
unus enim agit
in alterum, ut exterior
in interiorem; sed
sermo noster est
utrum ad sensationem
concurrat active. Nec etiam
loquimur de oculo
mulieris menstrualae, ille
enim agit in
speculnra infi- ciendo illud:
sed hoc non
est ratione visionis,
sed quia vapores
exeunt ab oculo,
qui inficiunt speculum; sed
quaestio est utrura
in sentiendo patiatur
vel agatur, et
nos diximus quod sie,
ratione dicta; et
sic patet sensum
esse virtutem passivam.
Viden- dum est modo
quid recipiant sensus,
ut puta oculus
aut auris. Peripatetici antiqui dicunt quod
recipit speciera sensibilera,
quae est repraesentativaobiecti, de qua infra dicit
Aristoteles quod sensus
est susceptivus specierura
sine materia; et
in «De sommo ct
vigilia » dicit
quod a sensibilibus
in sensu relinqiiuntur
quaedam imagines et
simu- Cli.84recto lacra rerum ;
sed istae compositiones non
habent esse cura
materia, sciiicet cum calido
et frigido. Verum
quidam pharmacopolae et
pigmeutarii sunt in
oppositum, et dixerunt contra
Aristotelem quod sensus
nihil recipit. Aliqui
dixerunt quod bene recipit
species sensibiles, sed
recipit istas (juxta?)
naturas rerum. Quae
opinio non est intelligibilis. Viso quod
sensus recipiat speciem
seusibilera, videndum est
modo quid sit
illud quod producit speciem
sensibilem, et brevi
dicendum est quod
obiecta sunt, quae producunt species
sensibiles, et hoc
dixit in textu
commenti quinquagesiminoni et
sexa- gesimi quod sensus
reducitur ad actum
a seusibilibus quae
suut ad extra;
sed tunc est dubitatio, quae
est mota ab
Averroe in commento
sexagesimo, quomodo est
possibile ut sensibile ad
extra, quod habet
esse in materia,
producat speciem sensibilem,
quae est perfectior obiecto.
Cum tamen nihil
producat aliquid perfectius
se, licet et
Joannes extorqueat illam auctoritatem,
quod Averroes movet
illud dubium per
sensationera, tamen rei vevitas
est quod illara
dubitationemraovet pro specie
sensibili. De hoc
suut diversi raodi dicendi.
Aliqui dixerunt propter
dictum Averrois, quod
quum obiectum, iit puta
color, producit speciem
sensibilem, quod producit
in virtute unius
intel- ligentiae
appropriatae ad hoc,
quae ducit de
potentia sensibilibus actu
sensibilia; sicut ponitur etiam
de intellectu. quara
intelligentiam aliqiii dixerunt
esse Deum, qui est
idem quod intellectus
agens, et pro
quanto facit de
potentia intelligentis actu intelligenda, dicitur
intellectus agens; pro
quanlo vero facit
de potentia sensibilis
actu sensibilia, dicitur sensus
agens. Aliqui dixeruut
quod bene intellectus
agens est Deus,
sed sensus agens
est intel- ligentia morens
orbem lunae. et
hoc quum sensatio
est imperfeetior intellectione, ideo eliam
requirit agens minus
nobile. Alii
dixerimt quod est
una intelligentia assistens
animalibus, ut anima,
siciit intel- lectus in
bovera. Sed isti
errant, si enim
intellignnt quod ista
intelligentia immediatR Cli.stverso concumt ad
sensationem, errant in
via Aristotelis qni
tenet nullam intelligentiam agere. Si
vero intelligant mediate.
non est ad
propositum. Aliqui tenuerunt
quod sit una virtus
quae sit in
organo, et per
illud organum agat
producendo speciem. per organum
vero recipiat speciem
; sed hoc
non videtur verum,
quia ego quaero,
quae sit ista actio.
Albertus videretur tenere
qund omnis forma,
ut forma est,
agit spiri- tualiter; ut
vero in materia,
realiter agit. Quae opinio
bene intellecta habet
veritatem quum, ego
puto, species sensibilis alteret mediura
et agat in
oculum. Sed tunc
est dubitatio quum
res imperfecta pro-ducit
rem perfectiorem se ;
Thomis et Aegidius
dicunt quod in
virfute superiorum agunt spiritualiter, ut
vero sunt entia
realia agunt realiter.
Non tamen nego
quod in virtute corporum
caelestiura agant actione
reali, sed hoc
non est ita
appropriate in ' rcali
ut in spirituali.
Quare nnn est
mirandum obiectum producere
species in virtute superiorum, et
hoc consonat dictis
Aristotelis liic et
in quinto De
animalibus, ubi dicit istas
forraas produci ab
elementis iu virtute
superiorum; quod si
ita est in
prima eorum perfectione, ita
et in ultiraa;
et si replicatur:
pariter non dabitur
intellectus agens, quum ego
dicam obiectum in
virtute superiorum producere
species intelligi- biles; respondeo
quod ex perfectione
hominis est ut
activiun sit coniuuctum
passivo; unde elementa quae
sunt multa imperfecta
non habent activum
sui motus coniunctum cum passivo,
qualiter estin animalibus'quae perfectiora
sunt, et sic
patet totum illud quod
dicis Averroes in
illo commento. Utrum species
sensibilis et sensatio
sinl idem reaHter.
^ Ch.85recto Altera dubitatio
est, quia dictum
est quod obiectum
in virtute superiorum
pro- ducit speciem. Quaeritur
modo utrum ad
talem sensationem requiratur
aliquid alte- rum praeter
organum et speciem;
et hoc est
quaerere uti-um species
sensibilis et sen- satio
sint idem realiter.
Videtur primo quod
non : quia sicut
est in intellectu,
ita est in sensu;
sed ad creandam
intellectionem in intellectu
requiritur aliquid alterum praeter intellectum
et speciem intelligibilem; ergo
ita est in
sensu. Anterior patet
per convenientem
similitudinem: brevior probabitur:
quia in iutellectu
aliquando sunt species, et
tamen nou est
intellectio. Item aliquando
in sensu est
species sensibilis. non tamen
tunc sentimus: aliquando
enim delata sub
oculis uon videmus,
ut dicitur in De
sensu et sensato,
nec tamen est
credendum tunc speciem
non esse in
seusu, quum istae species
agunt mere materialiter. Item
tertio apparet hoc
ex sententia Aiititotblis iu
secuudo luiius', textu
commeiiti trigesimiseptimi, ubi
dicit quod anima
est causa effectiva omnium
operationum, quae suat
in corpore: modo
si sensus ('),
et species essent per
se sutficientes causae
(seusatiouis?) tunc auima
non esset effectivaomnium suariim operatiorum.
Item ex nouo
Metaphysicorum intellectio et
sensatio sunt actioues immauentes; cum
autem actio immaneus
sit quae mauet
in agente, tunc
sensus erit causa activa
sensationis, cum etiam
concuvrat passive. Item
et est quintum
argumen- tum quod sumitur
a Joanne, in
quo multum insistit,
quia si solae
species cum sensu esseut
sufBcientes causae seusationis,
tunc sensibile esset
perfectius seusu: consequens est falsum
ut patet; ergo.
Falsitas consequentis probatur;
quia, ut dicit
Aristoteles in quinto De
animalibus, quod sentit
est perfectius eo
quod uon seutit.
Consequentia pro- batur quia
illud est perfectius
cuius perfectissima operatio
est nobiliw- iievfectissima operatioue alterius; si
ergo sensus coucurrit
passive ad sensationem
creandam, et obie- Ch.
85verso ctum active,
quum sit nobilius
concurrere active, quam
passive, tunc sensibile
erit perfectius. In oppositum
arguitur: « frustra fit
per plura etc. »
sed absque lioc
quod pona- mus aliquid
alterum praeter speciem
sensibilem et sensum,
possumus omnia salvare; ergo. Anterior
est per se
nota, brevior patebit
iu solveudo rationes
in oppositum factas. Item
dicit Aristoteles iu
textu commenti quinquagesimiuoni et
sexagesimi buius, quod sensibile reducit
sensum de potentia
ad actum. Item
hic et ubique,
et in De
sensu et sensato dicit
Aristoteles sensum esse
virtutem passivam. Item
dicit Averroes in commeuto
sexagesimosecundo,quod
sensibile reducit seusum
ad postremamperfectionem, et dicit
quod si (sensus?)
producereut colorem realem,
uon esset comprehensic;
quare credit ibi quod
species sensibilis et
sensatio sint idem realiter.
Eadem est seuteutia
Thomae iu secuudo
Imius super textum
commeuti centesimi
quadragesimiseptimi, ubi dicit
quod sensus est
tautum virtus passiva.
De hoc sunt diversae
opiniones. Aliqui teneut
primam partem, scilicet
quod sensatio distinguatur realiter a
specie sensibili, et
quod istae uon
sunt suSicientes causae
sensationis; et si quaeratur
quia producat effective
ipsam sensationem, de
hoc aliqui dicuiit
quod illa virtus quae
producit speciem sensibilem
producit sensationem, et
quod talis seusus agens
principaliter coucurrit ad
sensationem, sive modo
illud sit Deus,
aut aliqua alia intelligeutia, aut
uua virtus in
sensu. Aliis uou placet
hoc, quia tunc
uou solveretur, si
anima uou coucurrit
ad sensa- tiouem, quoiuodo
sensatio sit actus
immanens; ideo alii
aliter dicunt, et
(inter eos?) est Albertus,
quod sensatio producitur
a sensu mediaute
specie sensibiii; in
sensu euim reci- pitur
species, quae species
recepta et sensus
causant sensationem; et hoc dicit
ut solvet quomodo anima
concurrat eftective ad
operatioues suas, et
quomodo est actio
immauens ipsa seusatio. Coutra
istam opiuiouem multa
dicit Gandavensis, et
totum eius posse t'li.S6ivcto est
in hoc: quia
impossibile est eamdem
virtutem concurrere active
et passive ad
eam- dem operationem; ideo
si sensus coucurrit
passive ad sensationem,
non concurrit active. Item species est
dispositio ad sensationem;
ergo non concurrit
effective ad ipsam,
et imaginatur ipse alium
modum. Quod si ista
non sunt per
se sufiicientia ad
sensibile, tunc quid causat
sensationem? Dicit ipse
quod in omni
seusu suut duae
potentiae uiia passiva et
altera activa, et
quod per passivam
recipit seusationem, et
per (') Nel significato
di senso niaterirtlc
o di organo. activara eam
causat; et arguit
contra se Joannes,
quiaAristotdes non ponit
in sensu istam virtntem
activara: dicit ipse
quod bene Averroes
eam ponit. qnasi
velit praeponere Averroera Aristoteli.
Altera est opinio,
quae ut videtur
est Thomae, quae
ponit sen- sationem (?)
uon diiferre realicer
a specie sensibili,
et quod \iltra
speciem sensibilem non reqniiitur aliqnid
allerum pro seusatione
creanda; qnam expresse
ponit super textum coramt-nti quadragesiminoni, licet
aliqui Tliomistae non
coufiteantur istam esse
eius opinionem, quam opinionem
videtur ponere Commentator
iu fine commenti
sexagesimi secnndi, ut ibi
notavimus. Volendo ergo
sustinere istam opinionem,
sic potest dici
ad argumeuta in oppositum
facta: ad primum
quod sicut est
in intellectu ita
est in sensu, potestprimo dicinegando
breviorem. Ad probationem
aliquiThomistae coucedunt quod intellectio et
species intellectionis sunt
idem, et cum
dicitnr remanere species,
non tamen est intellectio;
dico quod illa
species est imperfecta,
et species iraperfecta
non est idem quod
iutellectio; aliter potest
dici negando similitudinem, et
ratio (est) quia
sensatio est cognitio quae
iramediate terrainatnr ad
rem; sed intellectio
terminatnr ad aliqnid alternm a re, scilicet
ad speciera intelligibilem, sicnt
in intellectione Beatorum
iu qni- bus ultra
intellectum possibilem et
intellectionem uon requiritur
aliquid alterum uisi Deus,
qui est eorum
species. Ad alterura:
« quia aliquando
delata sub oculis
non vide- raus »:
beatns Augustinus dicit
lioc esse quia
ad seutiendura oportet
ut intentio sit copulala
cnra virtute, idest
oportet ut anima
ndverfat, et velit
sentire obieetum. Quod
Ch.86verso dictum noii bene
intelligo, nisi velit
dicere hoc esse,
quia virtutes interiores
sunt rectae, et una
operante, altera non
operari potest, omnes
enim virtutes habeut
spivitus deter- minatos per
quos operantur; et
Avicenna in sexto
Naturaliura dicit quod
hoc arguit coUigantiara ipsarum
virtutum; et puto
istam esse copulalionem
virtutis, qua utnntur theologi. Staute
hoc, dico quod
species seusibilis non
est idera quod
sensatio, quorao- documque sentiatur
species sensibilis; si
enim species sensibilis
sit in sensu
depau- perato spiritibus, tunc
non est cognitio,
et hoc quia
subiectum non est
bene dispo- situm. Agens
enira non agit
nisi in agente
benc disposito; si
autem sit in
patiente optime dispodto, clarum
est quod est
sensatio. Ad alterum-
« quod aniraa
non esset causa effectiva
oranium suarura operationum
», ista ratio
est multum dilficilis;
pro quo notamus quod
sensatio es ea
parte qua est
cognitio, non dicit
actionem, aut passio- nera;
sed accidit cognitioni
quod sit cum
actione aut passione.
Unde intellectio Dei non
est cura actione
aut passione, nec
intellectio Dei formaliter
est actio, sed
iu nolds, qui de
novo intelligimus, accidit
quod nostra cognitio
sit cum actione
aut passione, ut bene
dicit Scotns in
Quodlibet, quaestione deciraatertia; et
licet (ut dicit
Burida- raus in Sex
principiis) existimetur quod
intellectio et sensatio
sint actiones gram- maticaliter loquendo,
philosophice tamen loquendo
sunt raagis passiones;
et quia ita ost
quod illud, quod
recipit sensationera aut
intellectionem, dicatur sentiensvel
intel-
ligens, non
autem illud quod
efiicit illara. Staute
ergo hoc, qnod
intellectio forraaliter non dicat
actionem vel passiouera,
dico quod revera
est ita, qiiod
anima non est
causa effectiva omnium suarum
operatiouum; et cum
dicitur: Aristoteles est
in oppositum; dico, ut
dicit Averroes ibi ,
quod existiraatur quod
sit causa suarum
actionum, non tamen est
ita quod sit
causa elfectiva earum:
imo dicit Averroes
ibi, ut quidam
repu- tant. Similiter ad
quartum quando dicitur,
quod sensatio est
actio immanens, dico quod
sensatio non est
actio, imo potius
est passio, quam
actio, licet fonnaliter
nullura Ch. Sirecto liorum sit.
Acl quiutura quando
dicitur, quod sensibile
esset perfectius seusu,
Thomas iii loco dicto
dicit, quod licet
sensibile agat in
seiisum, nou tameu
est eo periectius,
quia, (liabet?) tam perfectiorem
operationem, quam ipsum
sensibile. Possumus nos
dare duas respousioues ad
hoc; piimo quod
licet sensibile agat
in sensum, nou
tamen est eo nobilius,
quum non agit
in sensum in
\irtute eius: sed
in virtute superiorum.
Altera responsio est negando
cousequeutiam: ad probationem,
quaudo dicitur: «
obiectum con- cnrrit active
ad sensationem», dico
quod seusatio, prout
est coguitio, non
dicit forma- liter actionem
aut passionem: et
licet obiectum, iu
quantum agit, sit
perfectius seusu, qiii patitur,
non tamen absolute
est ^rfectius, quia
sensus seutit, obiectum
autem non sentit; quod
autem sentit est
perfectius eo quod
non sentit. Ista
ergo est opiuio
Thomae non multura usitata;
sed opinio Alberti
est multum usitata,
et qui vult
eam tenere potest ad
obiecta faciliter respondere;
sensus enim, ut
uudus, concurrit passive
ad sen- sationem, ut
informatus specie seusibili
concurrit active; Similiter
ad secundum dico quod
species concurrit effective,
non principaliter sed
dispositive. Opinio Joauuis
nullo modo est vera. Utruni
sensibilla comimmia coinprehendantur ab
omnibus sensibus. Kestat modo
dubitare circa seusibilia
communia; et primo
quaeritur utrum sen- sibilia
commuuia comprelieudantur ab
omnibus sensibus. Averroes
in commento sexage- simoquarto, Veprehendit
Themistium dicentem ab
omnibus seusibus compreliendi , et dicit
ipse quod tiia
eorum, motus quies
et numerus ab
orauibus comprehenduntur , alia
vero duo, scilicet
maguitudo et figura,
a visu tantum
et a tactu.
Dubitatur ergo, primo utrum
olfactus possit cognoscere
magnitudinem: et videtur
primo quod sic,
quia numerus percipitur ab
auditu, et numerus
cansatur ex divisione
continui; ergo si au-
ditus comprehendit'numerum, videtur
etiam quod comprehendat
continuum, scilicetfna-
gnitudinem. Sed dices
tu quod uumerus
qui seutitur ab
auditu, licet causetur
ex di- Ch.87verso visione
continui, non tameu
causatur ex divisione
magnitudinis; numerus euim
qui causatur ex divisione
continui permanentis nou
sentitur ab auditu,
sed bene numerus qui
causatur es divisione
continui successivi, ut
puta motus, sentitur
ab auditu; motus enim
est de uumero
contiuuorum, tertio Physicorum;
sed contra tu
dicis quod nu- merus
qui causatur ex
divisione continui successivi
sentitur ab auditu.
Cont-ra, quia si (quis)
sentit numerum, qui
est ex divisione
coutinui, hoc non
est merito auditus,
sed est propter sensum
interiorem, scilicet propter
memorativam; unde si
aliquis habe- ret debilem
memoriam, uon posset
sentire talem nuraerum,
sed semper putaret
tau- tum esse unitatem.
Sed dices
quod beue auditus
uon cognoscit istum
complexi- ve; sed talis
virtus est memorativa.
Sed
pro tanto dicitur
sensibile comrme, quia
me- morativa, raediante auditu,
cognoscit talem numerum
; sed tuuc
est dubitatio, quo- modo
numerus per se
sentitur. Ulterius etiam
probo quod magnitudo
per se com- prehendatur ab
auditu, (juia auditus
compreheudit differentias magnitudinis;
ergo et magnitudinem. Autecedens
prol)atur, quia cognoscit
utrum sonus veniat
a dextris vel a
sinistris , ab
ante vel a retro ,
a sursum vel
deorsum; et si
dicitur deci- pere circa
hoc, concedo; non
tamen sequitur ut
non cognoseat istas
differentias. Cou- sequentia proliatur,
quia si cognoscit
differentias magnitudinis, videtur
conveniens iit cognoscat magnitudiuem.
Item videtur implicaie
quod sit seusus
et non cognoscat magnitudinem, quia
sensiis nou coguoscit
nisi cum hic
et nunc; magnitudo
autem est cum liic
et nunc. Similiter
etiam arguitur de
olfactu qund ipse
cognoscit magnitudi nem; sed
est dubitatio utium
oliactus cognoscat numerum;
et videtur quod
non; si enim olfactus
coguoscat duos odores
in eodem tempore,
videtur qxiod cognoscat
eos in unum, non
autem duo. Si
vero cognoscat eos
in diversis temporibus,
lioc non videtur
oiHcium olfactiis sed memorativae,
quae recordatur praeteritorum. Si
vero dicas quod
cognoscat CU. SSrecto duo.«
odores specie distinctos.
ut duos iu
eodem tempore, contra
quia non videtur verum
quod ponat differentias
inter odores specie
diversos, in ista
positione videtur esse necessarium dicere
quod omnes sensus
cogooscant magniludinem; etideo
dicit Aristoteles quod omnia
sensibilia comraunia sunt
omnibus sensibus communia,
ut bene disit
ibi Tliemistius; sed puto,
ut dicitur in
De sonsu et
sensato. quod magnitudo
perfecte co- gnoscitur a
tactu et a
visu; certitudinaliter enim
comprehendunt quae et
quauta sit magnifudo; alii
autem sensus non
liabent hoc; et
ideo Aristoteles videtur
appropriare comprehensionem
tigurae tactui et
visui, non tamen
ita, quod alii
non comprehen- daut. Quod
vero dicitur quod
sensus exterior uon
cognoscit numerum, sed
illud est oilicium virtutis
interioris; dico quod
completa et perfecta
comprehensio uumeri est virtutis
interioris, sed initiative
est in sensu
exteriori: unde pueri
et letiiargici. qui non
habent bonam memoriam,
bene sentiunt horas,
non tamen possunt
eas numerare. Et aliter
potest di-i quod
hoc iutelligitur de
duabus campanis simul
sonantibus, quarum una sit
debilis soni, altera
vero mediocris; similiter
etiam de duobus
odoribus dicatur, quod simul
ab olfactu sentiuntur;
si enim sint
diversi specie, tunc
ol- factus poterit cognoscere
illos ut duos,
et uon tantum(?)
poterit hoc virtus
sensitiva iu- terior, verum
et exterior. Eestat
modo quaerere utrum
motus et quies
ab omnibus sensibus comprehendautur; et
videtur quod non.
Primo de motu;
quia motus est
de nu- mero successivorum; sed
successiv-a non possunt
a sensu comprehendi;
ergo. Anterior patet ex
tertio Physicorum, brevior
probatur. quia si
sensus exterior non
potest mo- veri nisi
ab eo, quod
actu existit, sed
successiva non actu
existuut, ergo. Anterior patet, quia
moveri est pati;
omne autem quod
patitur , patitur ab
eo quod est
iu Ch.SSverso actu. Brevior
probatur, quia de
ratione successivornm est
quod pars sit
praeterita, parsque futura sit :
si ergo sic
est , totum uou
poterit esse simul
in actu ;
quare non poterit movere
sensum. Similiter etiam
dicatur de quiete,
quum quies men- siiratur
tempore, tempus autem
non totum simul
est: cum ergo
per praedicta motus non
sentiatur, uec etiam
quies sentietur. Item
privatio per accidens
sentitur; quies est privatio;
ergo per accidens
sentitur; ergo uon
est sensil)ile per
se. Ad quae- stiouem
lianc est duplex
responsio: prima quod
argumeuta concludant veritatem,
quod sensus exterior formaliter
et proprie non
potest cognoscere motum
aut quietem; et cum
dicis: Aristoteles numerat
ea inter sensibilia
per se; dico
quod sunt per
se ad Inmc sensum.
quia seusus inteiior
non potest ea
cognoscere sine motu
et quiete: ex eo
enim quod video
hunc esse iu
tali , vel tali
loco, deinde in
alio esse in
taU loeo, comprehenditur a
sensu : quod autem
componit esse iu
hoc loco cum
esse in alio loco,
est virtus interior ;
similiter etiam et
quies. Coguoscere enim
quod hoc nuuc non
moveatur, est sensus
ixterioris: componere autem
prius cum posteriori
pertinet ad viitutem interiorem.
Alii vero dicunt
quod seusus exterior
cognoscit motum et quietem. Ad
arguraeiita in oppositura
dicunt, quod eo
raodo quo motiis
lia))et esse, eo
modo sentitur; et qiiia
motus nou est
nisi quia mutatum
esse est, ideo
projjterea quod istud mutatum
esse sentitur per
propriam speeiem. ideo
et motus sentitur:
et etiam quia in
sensu remanent spacies
praeteriti et futuvi
per aliquod tempus:
sed quantum ad hoc
quod dicunt de
praeterito . puto verum;
imo hoc dicit
Aristoteles in De
sensu et sensato , quia
per aliquod tempus
species remanent in
sensu. Quod vero
dicunt quod species futuri
sit in sensu,
hoc uon videtur
verum. Ad alterum
de quiete di- Ch.89recto citur,
quod seusus per
se cognoscit quietem;
est enim de
intrinseca natura sensus,
ut sentiat quietera: et
licet sentiatur per motum, non
tamen est per
accidens sensibile, quum hoc
tantum arguit, quod
non sit primo
per se sensibile,
non vero quod
non sit sensibile per
se. Ulrum sensibilia communia
comprehendantur ptr proprias
species. Altera quaestio est,
utrum sensibilia comunia
comprehendantur per propria
species. Joannes tenet quod
comprehendantur, et adducit
pro hoc dictum
Aristotelis in secundo huius,textu commenti
centesimitrigesimitertii,ubi
dicit quodseusibiliacommuniafaciunt
motum in
sensu. Alii vero,
ut Thomas, tenent
quod non cogiioscantur
per proprias spe- cies,
sed tamen cognoscantur
per species sensibiiium
propriorum, nec aliquid
faciunt nisi faciunt diversum
modum sentiendi; aliter
enim albedo sentitiir
in magna quantitate, aliter in
parva quum visibile a
propinquis et a
remoto potest per eamdem
speciem videri; aliter
tamen a remotis
movet, et aliter
a propiuquis. Ita dicunt
quod sensibile commune
sentitur per speciem
proprii, aliter tamen
et aliter immutat sensibile
proprium secundum quod
est in magna
vel parva quantitate. Alii volunt
(et haec tertia
opinio) quod magnitudo
et figura habent
proprias spe- cies per
quas sentiuntur. Alii
vero non; et
adducunt pro hoc
Aristotelem in secundo huius
textu commenti centesimitrigesimitertii, ubi
esemplificat de magnitudine,
et figura . et dicit
ibi quod alia
comprehendimtur magis per
suara positionem. sic quies
per motum. Tertia
opinio mihi magis
placet; sed opinio
Joannis non videtur
vera; opinio Thomae est
multum probabilis. Utruni sensibilia
communia percipiantur non
percepto sensibili proprio. Alia
quaestio est utrum
seusibilia coramuuia percipiantur
non percepto seusibili proprio; et
videtur expresse dicere
Averroes quod non,
in fine commenti
sexagesimi- tertii. Item expresse
opponit quod si non sit
color aut lux,
non percipitur quantitas. sicut patet
de igne, quae
e?t in concavo
orbis luuae, et
tamen non videtur. Ch.
89 verso Iu
opposilum arguitur de
tactu supponendo unum
(verum?) quod aequaliter
calida et aequaliter frigida
uon lentimus, ut
dicit Aristoteles inferius;
tunc ergo sit
una manus aequaliter calida
et aequaliter frigida,
sicut mea; tunc
manus mea non
sentit caliditatem aut frigiditatem
istius manus, et
tamen sentit quod
ista manus est
quanta; ergo quan- titas,
quae est sensibile
commune, sentitur absque
hoc quod sentiatur
sensibile propriura.
Confirmatur quia est
imaginabile et non
repuguat quod unus
tangat coelum: sit
ergo ita quod unus
tangat, tunc coelum
uon sentitur calidum
uec frigidum, nec
humidum nec siccum, et
tamen sentitur quod
sit quantum; ergo. Item
hoc videtur in
motu, quia aliquaudo
seutitur pulex serpens
super carnem meara; tiiiic
seutitur motus, uou
tameu seutitur aliquid
deusibile propriuui. Item
clato quod aliquis caederetur;
tuuc iste sentit
solutionem coutinui quae
est numerus; nu mei'us
autera est sensibile
coramune: tamen potest
essc quod iste
uon seutiat calidi- tatem
aut aliquid sensibilo
pruprium ipsius eusis. In
hac quaestione dico
quod sensibile commune
uou potest seutiri
sine sensibili proprio. Ad
rationes; ad primam:
dimitto rationes medicorum
qiiorumdam,qui volunt quod aequa'iter calida
possimus sentire; et cum dicitur:
niliil patitur a
simiU; giosaut quod
isla est vera in
actione spirituali tautum;
sed ista respousio
est contra Aristotelem
qiii ibi loquitur de
actione spirituali, scilicet
de sensatione; et
credo ego aliter.
Dico primo quod quautitas
uon percipitur nisi
primo percepta resistentia;
et ideo aeris
non per- cipimus quantitatem
ipsius, et hoc
quia aer uon
resistit tangenti. Ego
aliter dico con- cedendo
assumptum: et cum
dicitur; non percipitur
sensibile propriirra; uego,
imo per- cipitur durities,
quia est proprium
sensibile a sensu
tactus; ex eo
euim quod percipio quod
manus non cedit
tangeuti sentitur durities;
et ex cousequenti
sentitur quantitas. Ad contirmatiouem dico
quod si quis
ponat mauum in
coelo, sentiret quantitatem
coeli ex eo quod
sentiret coelum resistere
taugeuti; et si
dicatur: ergo coelum
erit durum; Ch.
90 recto dico quod
sicut sua quantitas
nou est eiusdem
rationis cum ista,
ita uec sua
duri- ties, quia est
magis quaedara soliditas
quam durities. Ad aliam
de motu, dico
quod aliquaudo sentimus
seusibile commune cum
sensi- bili proprio nobis
noto ; sensus enim
aliqua confundit in
istis sensibilibus propriis, bicut in
eraissioue spermatis sentitur
illa delectatio, non
tauien sentitur aliquid
sen- sibile proprium nobis
notuui; ita in
illo motu hene
sentit\ir aliquid sensibile
proprium, illud tameu non
est nobis notum.
Similiter cum dicitur
de solutioue continui
quae est numerus. dico
quod solutio continui
(est) ex mala
complexioue; ex eo
enim quod in solutione
continui causatur mala
complexio, ideo sentitur
dolor; mala autem
cora- plexio est qiialitas
per se seusibilis:
vel possumus dicere
quod uou seutitur
solutio coutinui nisi prius
sentiaraus duritiem et
compressiouem ensis. Alia dubitatio
est, utrum siut
plura sensibilia communia
quam ista quinque;
et videtur quod sic,
quia aequale et
inaequale, magnum et
parvum, simile et
dissiinile, intensum et remissum,
videtur quod ista
sint sensibilia corarauuia,
quia ab omnibus comprebeuduntur; et
tamen ista non
suut numerata ab
Aristotele. Aliqui dicunt
quod omnia ista iiabent
ad ista quinque
reduci, ut patet
discurreuti. Utrum scrvatis tribus
conditionibus datis a
Themistio. erretur circa
sensibile proprium. Alia
dubitatio est, quia
videtur quod servatis
illis tribus couditiouibus
datis a- Themistio, adhuc
contiugat errare circa
sensibile propriuin. Aliquando
seutitur color, non tamen
sentitur quis color
est; sic puto
esse dicendum quod
visus non decipitur in
colore in eo
quod color, sed
iu eo quod
talis color. Non
enim opus est
visura cognoscere iu qua
specie coloris sit
iste color, forte
quod potest dici
sensum visus decipi, quia
istae species coloris
confuuduutur ad invicem.
Sed quia superius
ad- ductum est argumentum
de coelo, utrum
sit tangibile, et
dicebatur quod sic,
quia coelum resistit tangenti;
contra hoc argumentum,
quum istud quod
dictum est. Ch OOversu videtur esse
contva Aristoteleiu iu
quarto Physicorura textu
comraonti septuagesimi-
sexti, ubi dicit,
quod si esset
aliquod corpus denudatum
ab orani qnalitate
sensibili, Ch. Oliecto adliuc
faceret distare tantum
quautum ipsum est;
si enim imaginemus
taxillum de- nudatum ab
orani qualitate sensibili,
tautura faceret distare,
quantura si liaberet
illas qualitates; et tunc
in tali corpore
non percipitiir qualitas
sensibilis, et tamen
perci- pitur eius quantitas,
quia tantum facit
distare quantum faciebat
prius: ergo nec
potest evadere in hoc
sicut iu coolo,
quum in coelo
est uua qualitas.
qnae est per
se sen- sibilis, scilicet
illa soliditas. Ad hoc
dicendura quod perficitur
(percipitur?) qualitas seusibilis:
imaginor enim quod tale
corpus, ut puta
taxillum, comprimat manura
raeam, et pars
compressa recipit figuram illius
corporis, et tunc
illa tigura seutitur
pro quanto recipitur
in manu mea,
non autem est in
tali corpore; figura
autem recepta in
manu mea non
sentitur nisi prius recepta
qualitate sensibUi, quae
est in manu
tantum. Breviter dico
quod figura quae sentitur
nou est in
tali corpore sicut
in subiecto, et
causatur iu manu
per compres- sionem. Alia dubitatio
est, quia ausi
sumus taxare Averroem
contra dicentem iu
commento sexagesimotertio et sexagesimoquinto huius
secundi, quod sensus
exterior cognoscit sub- iectiim,
eo magis quod
dixiraus eura sibi
contradicere in tam
parvo spatio hic
et in commento centesimotrigesimoquarto huius:
modo videtur esse
magna vereeundia quod eum
taxarim.Taxabam etiara iu
fine expositiouis textus
commenti sexagesimiquintihuius; et ostendi
expositionera Averrois non
esse bonam. Quidam
satis ingeniose diserunt
quod Aristoteles in textu
commenti sexagesimiquinti nun
debet stare ut
iacet. sed debet stare
hoc modo: unde
patitur ab hoc
sensibili per se,
sed patitur ab
hoc secundum ac- cidens;
et tunc est
congrua expositio Averrois,
quum si pateretur
ab hoc per
se, non pateretur ab
alio. Quautum sit de primo
dubio, quidara dixit
quod non est
intentio Aver- Ch. 9lversn
rois hic sensum
exteriorem cognoscere substantiara,
sed intelligit de
sensu interiori; et si
Averroes dicat quod
sensus exterior cognoscit
substantiara, debet intelligi
quod per accidens cognoscit;
quod per accidens
est duobus modis:
uuo modo quia
per sen- sura exteriorem
sensus interior deveniat
in cognitionem substantiae,
sicut ovis quae per
vocem agni cognitam
a sensibili auditus,
cognoscit agnum esse
siium filium; et ita
est sensibile per
accidens, quia per
sensibile proprium sensus
interior devenit in
eius uotitiam: non tameu
ita est quod
sensus exterior cognoscat
substautiam; et iste
modus per accidens est
comoiunis tam brutis
quam hominibus. Alio
modo est hoc
per accidens quum accidit
sensui, ut sensus
est, quod deveniat
in cognitionem substantiae,
ut sub- stantia est;
si enira ex
cognitioue coloris vel
figurae coguoscatur substantia,
ut sub- stantia est,
hoc nou est
seusus, ut sensus
est, sed ut
est sensus aniraalis
intelligentis. TJnde quod
sensus hominis interior
cognoscit equnm, ut
equus est per
sensus exteriores, . hoc
non accidit sensui
hominis, ut sensus
est, sed ut
sensus animalis intelligentis. Totura ergo
stat in hoc,
quod si dicat
sensum exteriorera cognoscere
substantiam, debet in- telligi
per accidens; quod
quidem est duobus
raodis: prirao, vel
ita quod per
seusum exteriorem deveniamus in
cognitiouem substautiae: alio
modo quod per
sensum exte- riorem deveniamus
in coguitionem substantiae,
ut substantia est:
in quo modo
includnntur duo modi per
accidens, sciiicet ut
per sensura deveniam
in cognitioneni substantiae, et quod
per seusum esteriorem
devcniam in cognitionom
substantiae, ut substantia est; et
hoc est illucl
quod dicit Aveiroes
in commento sexagesimotertio de
illis duobiis modis [lev
accideutalitates, et hoc
est etiara ad
mentem Thomae et
Aegidii hic, et est
verum in
se. Sed licet
hoc sit verum,
non taraen est
ad mentem Averrois,
quia aperte vult quod
sensus eiterior cognoscat
substantias; nam in
commento sexagesimotertio dieit
haec verba;quod sensus, circa
hoc quod comprehendant
sua sensibiliapropria, comprehendunt Ch.
02recto intentiones individuales
praedicamentorum. Kesponsio: quid
apparet apertius? Quid
enim comprehendit sua sensibilia
propria nisi sensus
exterior? Deinde in
fine commenti dicit quod
ista intentio comprehendilur a
cogitativa et ab
imaginativa, et dicit,
in ultimis verbis, quod
comprehensio, quae est
imaginativa, est magis
spiritualis. Tunc ego
quaero hoc « magis
spirituale » ad
quam coniprehensionem referatur:
non ad comprehensionem cogitativae aut
memorativae, quia illae
(istae?) apprehenduntur magis
spiritualiler ex li- bro
De soraiio et
vigilia; evgo hoc
magis refertur ad
comprehensionem sensus exterioris: quare secundum
Avcrroem sensus exterior
cognoscit substantiam. Item
confirmatur ex dicto Averrois
in commento sexagesimoquinto, quum
movet ibi dubium
Averroes, utrum seusibilia per
accidens sint sensibilia
per se, et
ponit ibi rationem
unam, quam dam- nat;
dicit quod aliquis
posset dicere quod
ideo non sunt
per se, quum
sunt comraunia omnibus sensibus,
et removet istara
rationem. Dicit quod
ista responsio nihil
(valet) quum iutentiones individuales
sunt comrauniores omnibus
sensibilibus propriis. Altera responsio, quae
correspondet illi suae
argumentationi, est quod
licet sensibilia per accidens
comprehendantur ab omnibus
sensibus, non tamen
ab omnibus simpliciter, sed taraen
ab omnibus sensibus
humanis. Ecce quod
in hac responsione
non ne- gat sensibilia
per accidens comprehendi ab
omnibus sensibus; quare
si ab om- nibus,
etiam ab exterioribus;
et si nollet
ipsa cognosci per
propriam speciem a
sensu exteriori, potuisset dicere
ad illam quaestionem
quod non sunt
sensibilia per se,
quia non cognoscuntur per
propriam speciem. Quare
est concludendum Averroem
liic non bene (dixisse) et sibi
contradicere. De altero
dubio, quod textus
sit corruptus, dico primo
quod in graeco
uon invenitur ille
textiis, quem tu
adducis, nec talem
exponit Ale- xander; nec
etiam Themistius, nec
etiam textus quem
nos habemus sic
iacet; nec textus Averrois. Et
esto quod diflferentia
sic staret; tunc
peius esset, quum
Aristoteles non diceret ibi
aliquid novi de
sensibili per accidens,
quum illud dictum
ita esset verura
Ch.92vcrso de sensibili proprio,
sicut de sensibili
per accidens; sensus
enim non patitur
ab ali- quo sensibili
secimdum quod. ut
tale; propterea in
textu dicitur: « unde
nihil pa- titur». Modo
ego quaero ad
quid referatur unde
dum ille textus
aeque bene pro- cedat
de sensibili per se, sicut
de sensibili per
accidens. Alter autem
modus expo- nendi est
bonus, quum non
volumus quod sensibile
per accidens sentiatur
per propriam speciem. Alia dubitatio
est, quia dicit
Averroes in commento
sexagesimotertio quod cogi- tativa
expoliat speciem substantiae
a quantitate. Contra:
si sic est,
ergo in cogitativa erit species
substantiae sine quantitate;
et cum quantitas
sit principium determina- tionis, ergo
ista species erit universalis.
Ad hoc non
est alius modus
dicendi nisi di- cere
quod substantia habeat
ecceitatera propriam, per
quam sit hoc,
et non sit
hoc per suam quantitatem,
sed per suam
ecceitatera, sicuti voluit
Scotus. Ch. 96 verso 18 —
138 — Quid sit
sonus. Post textum spptnagesimiim primiim
qiiaerit Pomponacius, primo
quid sit sonus; in
qua materia est
unus modus respondendi.
quod sonus formaliter
est motus, et ratio
sua est quia
Philosoplius hic et ubique
dicit quod sonus
est motus aeris,
et di- citur in
detinitioae vocis quod
est percussio; percussio
autera est motus;
et ratio, quia sonus
vel est res
permaneus vel successiva;
sed non est
permanens; ergo successiva. Anterior patet
ex sufficienti demonstratione; brevior
probatur, quia esse
soni constituitur in fieri;
si ergo est
successivus, vel est
motus, vel locus
(?) de praedicamento
quautitatis; sed non est
locus, ut patet,
ergo motus. Sed
tunc in qua
specie motus reponetur?
Di- cunt quod nnn
est generatio aut
corriiptio, quum generatio
et corruptio non
sunt motus, sed termini
motus; nec est
motus augmenti, quura
ille est tantum
iu animatis; sonus autem
est in animalibus;
nec est motus
alterationis, quia ille
est ad tertiam speciem qiialitatis,
sonus autem nou
est ad (istam?)
qualitatem, quum vel
esset ad primam vel
ad secundam: uon
ad primara, quia
per illara acquiritur
calefactio, et frigefactio, quae non
acquiruntur per sonum;
nec est motus
ad qualitatera secundam,
quia iihx non acquiritur
nisi prius cognita
prima, ex sexto
Physicorum, textu commenti
decimi- Cli.97recto quarti; si
autem debet esse
sonus, non oportet
ut prius acquirantur
qualitates primae. Item quia
qualitates primae et
secundae sunt res
permanentes, motus autem
est de numero successivorum; quare
sequitur quod sonus
erit motus localis;
et quia videbant quod
non omnis raotus
localis est sonus,
imaginati sunt, quod
tautum motus localis cum
illa percussione aeris
et cura illis
dispositionibus datis ab
Aristotele sit sonus; ita
tamen quod sonus
formaliter uon sit
nisi motus, sed
connotet istas conditiones dictas. Haec opinio
defecit, primo quia
motus est seusibile
coramune, sonus autem
est sensibile proprium, sensibile
autem propriura et
coramune distinguuntur. Sed
istud ar- gumentura non videtur valere,
quia licet motus
sit sensibile comraune,
quia a pluribus sentitur sensibus,
uon taraen sequitur
quod unus motus
numero sit sensibile
commu- niter, qualiter est
sonus. Sed licet ista
sententia evadat ab hoc argumento,
non tamen videtur
vera; quare quando dicitur:
sonus est formaliter
motus, ego quaero
an verberans et
verberatum imprimant aliquid in
aerera, vel non:
si non, quid
ergo facit illa
verberatio aeris? si
sic, ergo oportet per
verberans et verberatum
ponere unam qualitatem
quae formaliter est sonus.
Item aeris motus
non acquiritur nisi
ubi; si ergo
sonus est motus,
non acqui- ritur per
aerem uisi ubi;
et ita sensus
auditus non cognoscit
nisi ubi, et
cum ubi, velsit
locus, ut tenet
Tlioraas, vel respectivus,
ut dicit Scotus;
tunc a sensu
exteriori per se primo
cognoscetur respectivus. Si
vero est locus
et quantitas, cum
ista sint sensibilia communia,
non sentientur ab
auditu nisi per
sensibile propriura; et
istud erit sonus qui
est qualitas distincta
a motu, qui
est obiectura proprium
auditus. Ideo ponitur altera
opinio, pro qua
sciendum est: prirao,
quod sonus est
qualitas sen- sibilis de
tertia specic; vel
enim sonus est
substantia, vel accidens;
non substantia Cli 97
vor.-o ^'*' patet,
ergo accidens; vel
ergo in qualitate,
vel in alio
praedicamento quam in
qua- litate; ergo est
qualitas, et non
est in alia
specie quam iu
tertia. Ulterius oportet scire
quod esse soni
consistit in fieri;
et hoc apparet
experimento, quia cessante
raotu, cessat sonus. Ultoriusscire
oportet quod est
qualitas secunda sensibilis
distincta a — 139 —
primis, et licet
qualitates secundae genereutur
ex primis, ex
septimo Metapbysicorum,
textu comenti decimiquarti,
uon tamen sonus
praesupponit omnes qualitates
primas, vel solum uuam,
vel saltem non
omnes ; supponit eniin
humiditatem in aere.
Ad ar- gumenta dicitur;
ad primum de
Aristotele quod ista
praedicatio « sonus
est motus » non
est formalis, sed
est causalis, quia
sonus causatur a
motu. Ad secundum,
dico quod est de
numero permanentium; sed
quia est couiunctus
motui, ideo non
habet esse per- manens,
sed successivum; vel
potest dici quod
sonus est motus
alterationis, scilicet illius qnalitatis quae
est souus. Ad
aliud cum dicitur:
« vel est
prima vel secunda
qualitas»; dico quod est
secunda qualitas: et cum dicitur:
ergo generatur a
primis, dico quod non
generatur ab omnibus
piimis, sed beue
praesupponit aliquas primas,
nt disposi- tiones aeris:
vel dicatur quod
illud uon est
verum in sono,
ut videtur dicere
Averroes in septimo Physicorum
commento decimoquarto. Ad
alterum, cum dicitar:
omnis qualitas secunda est
permanens ; dico quod
est verum, si
non peudeat a
motu sicut est sonus, qni
in esse et
conservari dependet a
motu. Utrum S071US peycipiatur
ab auditu. Altera quaestio
est; utium sonus
percipiatur ab auditu,
et quomodo; et
videtur quod non possit
percipi, quia sensus
exterior non movetur
nisi ab eo
quod actu est; sonus
autem non habet
esse in actu
nisi per instans,
sicut et alia
successiva. Si ergo sonus
sentitur, tantum per
instans sentitur; hoc
autem videtur impossibile,
quia in- divisibile non
potest sentiri, ex
fine De sensu
et sensato. Ad
hanc quaestionem dicitur quod
istud argumentum potest
tieri de motu
quoad alios gensus,
quia de motu
non est in actu
nisi mutatum esse. Dicitur tamen
quod sicut motus
potest movere sen- sum,
esto quod non
sit in actu
nisi per instans,
ita ut sonus.
Ad
argumentum dico Ch.
98 recto quod non
plus requiritur movere
sensum quam ad
esse; ad esse
autem soni non
re- quiritur nisi instans;
ergo nec ad
motorem sensuum. Ad alterum
potest dici quod
illud dictum Aristotelis
in De sensu
et sensato est verum
de indivisibili iu
magnitudine, non in
tempore; illud tamen
iudivisibile quod est in
sono, licet sit
indivisibile secundum tempus,
est tamen divisibile
secundum magnitudiuem;
potest enim esse
ita magnum, ut
repleat hanc totam
scholam. Utrum motus anhelitus
sit cx pectore
vel pulmone. Ch.
102verso Alia dubitatio est
circa hoc caput,
utrum motus anhelitiis
sit ex pectore
vel pulmone. De hoc
enim Commentator commeuto
octuagesimo tertio facit
verba contra Galenum; pro
quo sciendum est
quod Galenus voluit
anhelitus motum esse
voluu- tarium, et ratio
sua erat quia
possumus anhelare et
non anhelare, maguificare
et diminuere auhelitum quando
volumus. Item motus
qui fit a
nervo est voluntarius; motus auhelitus
fit a uervo,
ergo. Anteriorem supponimus
tauquam claram; brevior probatur. Si
euim incidatur ner\us
rediens a cerebro
ad pectus, tunc
statim cessat anhelitus : ex
quibus concludit quud
si iste motus
est voluntarius, cum
pulmo de se non
sentiat, quod iste
motus non erit
nisi a pectore. In
oppositum est sententia
Averrois hic et
in secundo Colligeti
capite decimo- nono, quia
dum dormimns anhelamus.
Item motus
anhelitus proportionatur motui
pulsus; — 140 — sed
motiis pulsus est
natuvalis ; ergo et
iste. Item a^iparet
qucl aliqu:.udo uou
pas- sumus retinere aulielitum,
iit iu magnis
tristitiis, et iu
maguo timore; quare
conclu- detur liunc motum
esse compositum ex
naturali et voluntario;
magis tamen esse naturalem, sicut
motus palpebrae oculi:
quare si est
naturalis, nou tautum
procedit a pectore, sed
etiam a pulmone;
sed si partim
est in nostra
voluntate , tunc
argu- mentum concludit illud
quod nos dicimus,
quia est compositus
ex naturali et
volun- tario. Ad
alteram de nervo
dicit ibi Coiumeutator
qnod Galenus ignoravit
logicam, quia in tali
argumento arguit a
positione antecedentis ad
positionem consequenlis;
arguit enim sic :
si non est
nervus, non est
respiratio; ergo posito
uervo, ponitur re- spiratio;
quare motus respirationis
erit a nervo.
Alio etiam argumento
utitur Gale- nus, quia
qui vulneratur in
pectore non potest
respirare; ergo iile
motus est a
pectore. Ad lioc dicit
Averroes quod nou
est quia pectus
est causa liuius
motus , sed quia
per ingressum aeris
frigidi laeditur pulmo,
unde non potest
respirare: quare con- Ch.
103 recto cludendum
est quod cum
iste motus non
sit tantum naturalis,
et quia pulmo
desiderat aerem pro sui
refrigerio, quod iste
motus non est
tantum voluntarius, ut
dixit Ga- lenus, nec
tantum est a
pectore, sed a
pulmone causatur. Utrum hoinu
sit peioris odoratus
aliis animalihus. Circa textum
centesimum primo dubitat
Pomponacius, quia Aristoteles
videtur dicere iiic quod
liorao est pravi
odoratus. IJem quoque
dicit in Ue
seusu et sensato et
in primo de
Natura animalium capite
decimoquiuto; et non
est pro hoc,
quia ardor consistit in
calido et sicco;
homo autem hal)et
olfactum uimis humidum
et frigidum quia habet
cerebrum maius aliis
animalibus. In oppositum videtur
sententia Aristotelis in
quiuto De generatione
animalium capite primo et
secundo, ubi in primo dicit
quod omnis sensus
hominis est perfectis- simus. In
secundo specialiter loquitur
de odoratu ,
et ratio est
pro hoc quia
cum homo sit perfectissimura animalium,
videtur conveniens quod
habeat olfactum valde bonum. De hoc
uon oportet ulterius
quaerere, quum habemus
senteutiam apertam Ari- stotelis
in quinto De
generatione animaliurn capite
secundo; et Averrois
hic et in De
seusu et
seusato. Senteutia Philosophi
est ista, quod
quoad sentire a
remotis ipsa sensibilia, multa
animalia excedunt hominem,
quod vero ad
distincte peicipere ipsa sensibilia horao
excedit omuia animalia.
Quorum primum Philosophus
attribuit situi ipsius organi;
sicut enim si
mauus admoveatur oculo,
longius videt homo,
quam si non ponat,
ita propter situm
nasi, longius tale
auimal percipit odores,
quam homo. Quod non
distinote percipit odores,
adscribit Philosophus ibi
ipsi complexioui humanae quae
est nobilissima. Conciliantur
illa dicta ex his quae
dicit Aristoteles ibi;
nec ta- raen putes
quod sit idem
a longe sentire
et bene distinguere
inter differentias sensi- Ch.l03versu i.ijium^
quum aliqua a
longe percipiunt sensibilia
, nou tameu
sciunt inter ea di-
stinguere, sicut sunt
aliqui senes qiii
de longe vident
colores, non tamen
sciunt inter hos bene
distinguere. Alia est dubitatio
mota in textu
commenti nonagesirai secundi,
quia Aristoteles dicit quod
non est facile
determiuare de odore,
quia differentiae odoris
a nobis difficulter cognoscuutur:
uiodo nos diximus,
quod lioc videtur
falsum, quia difteientiae odoris bene
ab homine cognoscuntur.
Ad hoc puto
dicendum quod licet
differentias odoris bene cognoscat,
faciliter tamen non
pussit devenire in
notitiam eorum, sed cum
magna difficultate inter
ea possumus distinguere;
aliquando enim de
aliquo ha- bemus scientiam,
tamen ad illud
cognoscendum cum magna
diffieultate pervenimus.
Ulrum per tactum
cognoscatur hominis prudentia. Alia dubitatio
est quia dixit
Aristoteles quod per
tactum cognoscitur horainis prudentia et
non per alium
sensum. Ideo quaeritur
utrum hoc sit
verum; et videtur quod
hoc possit fieri
per alios sensus,
quum in primo
De natura animalium
Aristo- teles dat modum
quo cognoscantur mores
hominum per oculos,
nares, aures et
similia. Videtur autem quod
magis visus et
auditus hoc faciant,
primo quia per
visum iudi- camus de
corporalibus et incorporalibus, per
tactum vero solum
corporalia iudicamus; cum ergo
visus ad plura
se extendat, videtur
quod per visum
magis arguatur iuge- niositas, quam
per tactum. Item
quia nulhis sensus
ita certe iudicat
sieut (iste) sensus. Item
quia est magis
immaterialis ipso tactu; magis
ergo accedit ad
intellectum; quare \idetur quod
exillo magis argaatur
ingeniositas. Unde in
proojmio Metapbysicorum Cb.
104recto dicitur quod visus
maxime diligitur: videtur
etiam hoc esse
magis in auditu,
quia auditus est raagis
spiritualis tactu, et
magis accedit ad
intellectum. Item auditus
est sensus disciplinae. In oppositum
est Aristoteles hie.
Item tactus est
fundamentum omnium aliorum sensuum; cum
ergo nobiliori coraplexioui
attribuatur anima nobilior,
videtur quod ex tactu
arguatur prudentia raagis
quam ex aliquo
alio sensu. In hac
raateiia mihi videtur
esse diceudum quod
tactus magis faciat
ad pni- dentiam, non
quia per se
hoc faciat, ut
argumenta concludunt, sed
quia tactus est universalis sensus
per omnes partes
auimalis diffusus, et
fundamentum aliorum sen- suura
tam interioruni, quam
exteriorum; hinc est
quod tactus raagis
est argumentum ad prudentiam
alio sensu, ex
tactu enim percipiraus
quod cogitativa et
omnes alii sensus sunt
boni. NuUus autem
sensus potest hoc
facere, quia nullus
alius est ita universalis sicut
est iste; licet
enim ex visu
arguaraus aliquara dispositionera ;n ho-
mine, non tamen
arguimus universalem dispositiouem, sieut
arguitur ex tactu,
et hoc ■ est
quia tactus per
totum disserainatur. Ad
ratioues in oppositum
dicitur; ad primam, dico
quod visus per se ratione
eorum quae cognoscit
magis facit ad
hoc; sed tactus, prout
est fundaraentura omnium
virtutum, magis facit
ad cognoscendum prudentiam; non tamen
negamus quando ex
visu et aliis
sensibus cognoscatur bonitas
ingenii, sed diciraus quod
magis ex tactu
hoc cognoscitur. Vlrum se7isus
exterior cognoscat suam
operationem. Post textum 149
dubitatur prirao a
Pomponacio circa primam
rationem Aristo- telis qua
probatur dari sensum
coramunem, et dubitatur
utrum aliquis sensus
exterior cognoscat suam operationem,
et dicitur quod
sic; et primo
de visu, quia
Th^mistius in tertio huius,
coramento quarto in
fine, expresse dicit
quod oranis sensus
extevior co- gnoscit suam
operationem, et aliqui
in florentissimo gymnasio
patavino hoc tenebant. Ch.llSverso Et
ratio potest esse
quia si sensus
sentit se, evgo
et suam operationem.
Cousequeutia patet, qnia est
difficilius quod seusus
se cognoscat, quam
suam operationem , quia
est maior reflexio
cognoscere se. Antecedens
probatur , quia
sentio me sentire,
imo lioc nou potest
esse nisi per
uuam eteamdem virtutem,
ergo etc; et
confirmatur quia Aristoteles in
tertio huius, textu
commeuti noni, dicit
quod intellectus possibilis
se iu- telligit, quando,
intelligeudo alterum, illud
alterum fit ipse
iutellectus; sed si
haec ratio Ch. UOrecto
valet, valet etiam
de sensu, quia
sensatum fit ipsum
sensitivum, et ita,
sentiendo sensatum, sentiet se
ipsum. Item est
ratio Aristotelis quia
unusquisque cognoscit se videre.
Vel ergo hoc
est per visum,
vel non. Si
primum, habetur iutentum;
si se- cundum, scilicet
quod cognoscatur ab
alia virtute, quaero
de illa alia;
vel ergo pro- ceditur
iu infinitum, vel
aliquis sensus cognoscit
suam operationem, quare
et primus, quia melius
est resecare in
principio, quam in
fine. In oppositum est
sententia Alexandri, hic
iu Paraphrasi de
anima, ubi bene
con- cedit hoc de
intellectu, nou de
sensu; et etiam
Themistius iu fine
hujus capitis dicit quod
etsi supra dictum
sit quod sensus
cognoscit suam operationem,
non tamen est verum.
Et etiam Averroes
in textu commenti
centesimitrigesimisexti dicit hoc,
et omnes latini in hoc conveniunt,
sed quid plus ? Aristoteles
ipse in De
somno et vigilia
huius est sententlae, sed
licet hoc sit
verum, tamen ratio
non est adducta
pro hoc, ideo est
inquirenda ratio de
hoc. Alexander adducit
hanc rationem quia
seutire consistit in pati,
sed sensus non
potest moveri, nisi
a suo obiecto ;
sensatio autem non
est suum obiectum, ergo
non potest moveri
ab ea, quaie
nec eam sentire;
quae ratio vi- detur
frivola, quia Aristoteles
videtur solvere hanc
rationem, primo negando
assum- ptum quia Inx
et tenebrae videntur,
non tameu sunt
color. Aliam responsiouem
dat Philosophus quod visio
visus quoquomodo est
colorati(?). Themistius autem
hic iuoctavo commento nude
protulit hanc quaestionem
sine ratione, et
etiam in De
somno et vi- gilia.
Averroes adducit considerationem. Dicit
ipse: si oculus
sentiret visionem, idem ageret
in se ipsum
respectu eiusdem; quia
pro quanto reciperet
visionem esset patiens, quia
ageret in eum
visio, et pro
quanto ipse visus
esset, cognitus esset
agens in seip- Ch.llOverso sum,
quae ratio videtur
dubia. Primo, si
teneamus quod sensatio
realiter difTerat a specie
sensibili.ut multi Averroistae
teneut, haec ratio
non poterit stare,
quia idem sensus esset
agens et patiens:
agens prout producit
sensationem, patiens prout
recipit speciem sensibilem. Sed
vos dicetis illa
non est opinio
Averrois, sed coutra
quod de intellectu possibili
dicemus; qui intelligit
suam intellectionem, et
tamen haec ratio est
contra hoc de
hoc intellectu; quum
si intelligeret se,
idem esset activum
et pas- sivum. Si
vero dicas hoc
non inconvenire de
iutellectu quia datur
intellectus agens, pari ratione
dicam quod datur
sensus ageus, et
dicam quod sensus
potest sentire se, et
cum dicitur idem
esset nctivum et
passivum, dico quod
non inconvenit secundura diversas considerationes; nam
sensus ut est
passivus, non intelligit
se. sed ut
est acti- vus, et
per speciem sensibilem;
sic et iutellectus,
qui ut est
iu potentia non
potest se intelligere, sed
ut informatus speciebus
aliorum; et sic
idem potest (se)
movere, non primo: imo
Averroes in quarto
Coeli tenet quod
elementum potest movere
se secun- dum diversas
rationes; similiter et
ego dicam quod
sensus potest seutire
se, non ut passivus
sed ut activus
est per suam
speciem. Ideo latiui
adducunt aliam respon- sionem, q\iia
nuUa virtus materialis
super se ipsam
reflectitur ex libro
De causis; sensus autem
est virtus materialis,
ergo non potest
sentire suam operationem.
As- sumptum probatur ibi,
quia nihil potest se
ipsum movere; virtus
autem materialis, si iutelligeret
se, moveret se
ipsam. In rei
veritate auctoritas magna
est, secl ratio nou
videtur bona, quare
ipsi habent concedere
in motu loeali
quod idem potest
se movere, et ita
hoc potest esse
in sensu, et
etiam ego nou
intelligo quid sit
reflectere se super se.
Ego dicain quod
idem potest agere
in se secnndum
diversas rationes. Post hos
sequitur Joannes de
Janduno hic in
quaestione propria, qui
credit se demonstrare in
hoc; et ratio
sua est, quia
si sensus cognosceret
suam operationem, ch.
120 recto tunc idem
esset in aliquo
subiecto secundum esse
reale et spirituale,
quia sensus realiter habet sensationem
ct cognoscit eam
ipse sensus. Sed
contra, dato hoc,
intellectus non posset intelligere
suam intellectionem, quia
habet eam et
realiter et spiritualiter, quia eam
cognoscit: et hoc
non est impossibile,
quia in oculo
est qualitas, tamen
in eo reci- pitur
species quanti, et
etiam uon inconvenit
hoc, cum tale
esse rcale est
esse spirituale; et iu
proposito de hoc
non habeo aliquam
rationem. Credo tamen
considerationem unam esse propter
auctoritatem tantorum virorum;
probabiliter taraen potest
dici quod ratio latinorum
est vera, et
forte volunt dicere,
quod nulla virtus
materialis supra se reflectitur,
idest non cognoscit
se primo, et
istam rationem videtur
ponere Ale- xander in
Paraphrasi ista, capite
26, ubi tractatur
de intellectu in
actu ; et
hoc bene verum est
quia hoc est
diflficilliraum ipsi intellectui,
ergo raulto magis
virtuti materiali, et ratio
quia species repraesentat
illud obiectum cuius
est species; sed
quod repraesentat se et
suum obiectum, hoc
arguit magnam spiritualitatem, et
quia virtus materialis non
est multum spiritualis,
ideo non potest
se cognoscere per
speciem obiecti quod recipit.
Unde Deus qui
est maxime spiritualis
se ipsum per
se solum perfectissime cognoscit, nec
per species alienas:
sed sensus eo
quia est miuime
spiritualis et multum imperfectus, ideo
non potest se
ipsum cognoscere, quae
ratio videtur mihi
probabilis; illa Alexandri non
videtur bona, quia
Aristoteles eam solvit
in textu centesimotrige- simo octavo,
et ratio Averrois
nihil valet neque
illa Joannis. Ad argumeuta
dico quod Themistius
se ipsum retractat
infra, commento octavo. Ad
secundum dico quod
illud est per
figuram sinechdochen, in
qua sumitur pars
Ch. 120verso pro toto;
anima enim sensitiva
cognoscit se ipsam,
quare per unam
partem cognoscit etiam aliam
partem et per
sensum communem exteriores.
Ad aliud nego
similitudinem, ■quia
intellectus potest hoc
facere quia est
maxirae spiritualis, quod
non est in
sensu. Ad ultimum, dico
quod est devenire
ad intellectum qui
per se, et suam
operationem cognoscit
propter sui immaterialitatem. Eestat modo
videre quia Philosophus
dixit quod, si
seusus communis cognoscit contraria, ergo
patitur simul a
contrariis. Aristoteles dicit
quod sensus communis
est ruuis subiecto, non
forma: quae responsio
videtur accedere ad
dubium motum, ut patet,
quia arguit quod
contraria erunt in
eodem, et ipse
dicit quod est
unus secun- dum obiectum
(?) et ita
non respondet. Alexander, Themistius
et omnes dicunt
ad hoc; et
dicit Themistius quod
sentiens album et nigrum
non est album
et nigrum, et
breviter dicunt quod
secundum esse spiritualem non
habet veritatem, licet
secundum esse reale;
et cum dicitur
causae sunt contrariae, ergo
eifectus sui sunt
contrarii; dico quod
est veruni in
actione imivoca, et haec
est responsio Averrois
in quarto Metaphysicorum: speeies
autem et obiectum
sunt (liversarmn riitiouiim. Sed
quare Aristoteles uon
posuit (eas). dico
quod dimisit lioc,
quia erat notum. Sed
statim erit dutitatio,
quia male videtur
dicere Aristoteles dicendo quod
sensus communis est
unus subiecto, et
multa ratione, et
tamen ipse non
potest negare hoc, quia
est imus subiecto
et plures, quia
est visus, gustus,
et omnes alii sensus,
pro quanto terminat
sensationem omnium. Ad hoc dico
quod argumentuna Ch. 121
recto concludit, nec
Averroes negat hoc,
sed dicit qnod
melius est putare
quod sit unus secundura formam
et multa secundum
materiam, quam quod
sit unus subiecto,
et multa secundum formam.
Nec ista sunt
opposita; est enim
multa pro quanto
terminat omnes quinque sensus,
est autem unus
ut iudicat omnia
sensibilia. Et quia
potentia secuudum
operationem suam recipit
unitatem, cum dignior
operatio eius sensus
com- munis sit iudicare
de sensibilibus, quam
recipere sensibilia, et
iudicare sit a
forma, recipere Vero a
materia, ideo dicit
Averroes , quod dignius
est quod dicatur
unus secundnm formam, et
multa secundum materiam,
quam quod dicatur
unus secundum materiam, ct
multa secundum formam,
non tamen ita
quod istud non
possit dici; imo ita
est, quod est
unus subiecto, et
multa ratione, quia
est oranes quinque
sensus, ut supra dictum
est; sed quia
haec nnitas est
a materia, illa
vero a forma,
ideo di- guius est,
et non est
quod sit unus
forma, et multa
secundum materiara. Et sic
iu uomine Dei
et Beatae Virginis
finit secundus liber
quaestionum se- cuudi De
Anima. QAESTIONES LIBRI TERTII Ulrum
iski propositio: omne
recipiens dehet esse
denudatum- a natura
recepti, Ch l^flrecto sit
vera in actione
reali. In commento quarto
Pomponacius examinat istam
propositionem, scilicet: omne recipiens debet
esse denudatiim a
natura recepti, quia
Commentator secundo huius, commento sexagesimoseptimo. dicit
quod est vei-a
in actione reali
et spirituali. Primo videndum est
in actione reaii
quoad primam partem,
scilicet quod esseutia
uuius nou sit de
essentia alterius. Piimo
dico quod stat
ut sint diversae
genere, quum materia prima
est receptiva qualitatis,
et tamen recipiens
quod est materia
prima, et receptum sunt
diversa genere; et
quaravis sint diversorum
generum, non tamen
oportet esse ita diversa
ut uullo modo
conveniant, quia oportet
agens et passum
in materia convenire ideo materia
prima non potest
intelligentias recipere, quia
nnlla est uni- genitas
inter ipsa; possunt
ergo esse ambo
diversoram generum in
actione reali, sed quod
sint idem secundum
speciem irapossibile (est),
quia receptivum habet
rationem potentiae, receptum vero
actus; non autem
videtur duo in
eadem specie fundari,
et a forliori nec
idem numero poterit
se ipsum realiter
recipere. Statetiam quod
sinteiusdem praedicamcnti, sed
remoti, quando illud
genus dicitur de
illis analogice, ut
materia et forma, quae
non sunt sub
aliquo genere univoco;
forte etiam quod
possunt esse ejusdem praedicamenti nnivoci,
quia forraae elementorum
recipiunt formam mixti. Est
ergo vera de
naturali receptione. sed
hoc non facit
ad propositum, quia
qnae- ritur de esse
spirituali; nam iutellectus
recipit iioc modo;
ideo quaestio consistit
in hoc: Utrum aliquid
possit recipere speciem
suimet, vel alicuius
quod est idem
specie cum eo, et
primo dicamus in
quo est possibile.
Primo quod sint
distincta genere est certum,
nam oculus spiritualiter
recipit quantitatem; moJo
potentia visiva et
quan- titas non sunt
eiusdem praedicamenti. Quod
autem aliquid recipiat
speciem sui ipsius est
impossibile, nam idera
esset recipiens et
receptum. Ex qua
ratione concludebat
Averroes intellectum possibilem
esse immaterialem, et
videtur quod ista
ratio sit pj^
jq^ ^^,.3^ nulla. quia
ego dicam quod
intellectus est materialis.
et cum dicis:
tunc non reci- peret
omnes formas materiales,
dico quod hoc
verum esset si
intelligeret omnes formas materiales
per propriam speciem.
Sed si (se?)
ipsum intelligit per
speciem alienam ut infra
dicetur? Sed contra
tu dicis quod
si intellectus intelligit
se per speciem alienam.
alia tamen intelligit
per speciem propriam.
Sed contra arguitur, quia vel
cogitativa cognoscit se
vel non. Si
priraum, vel per
speciem alienam vel per
propriam; si per
suam ergo intellectus,
quamvis sit materialis,
poterit se per speciem
propriam intelligere; si
autem intelligit se
pei speciem aliorum
cogi- tativorum. cum sint
eiusdem speciei istae
cogitativae, recipiens non
erit denudatus in specie
a natura recepti.
Si dicas quod
cogitativa non cognoscit
se, sed intellectus eam cognoscit,
contra.- intellectus nou
cognoscit per se
, et directe
nisi ea quae prius
fuerant in cogitativa:
ergo debet intelligere cogitativam, quod
cogitativa prius se ipsam
intellexerit, quare et
idem de intellectu
dicetur. Si dicas
quod cogitativa intelligitur ab
iutellectu per speciem
aliarum rerum, pari
modo dicam quod
intel- lectus intelligit se
per speciem aliorum,
et sic nou
sequitur quod, etsi
intellectus sit materialis, quod
non omnia iutelligat.
Et si dicas
quod idem ageret
in se ipsum, respondetur quod
lioc nou inconvenit
in actione aequivoca,
ut concedit Scotus;
quando autem intellectus se
ipsum intelligit est
actio aequivoca. Item
experientia docet quod homo
potest se ipsum
in speculo videre,
ergo idem recipit
speciem sui. Sed ad
hoc potest dici
quod tu deciperis,
quia credis quod
quando oculus videt
se, idei^ sit recipiens
et receptum, sed
non est verum,
et recipiens est
potentia visiva, et
rece- ptum est color,et
idem non sunt
eiusdem speciei. Ad
iJ quod dicitur
de Scoto, commu- niter
dicitur quod est
contra Aristotelem in
septiiuo et octavo
Physicorum, sed contra adhuc
instatur, quia idem
amat se, et
amare praesupponit cognoscere. Ch. 127
recto Item equus
amat suos filios,
qui suut eiusdem.speciei cum
eo;sed dices quod' equus
scit tantum figuram
et colorem, contra
iu fiue secuudi
huius diciturquod homu sentit
se sentire; modo
si sentio me
sentire hoc non
potest esse nisi
refiectam me super me,
scilicet quod ego
me coguoscam, sed
ego sum virtus
raaterialis, ergo virtus materialis potest
se cognoscere. Ad hoc
respondetur quod non
est per idera,
quia cognoscens est
sensus comauinis, quod autem
coguoscitur est sensus
exterior, nec idem
est es toto,
unde seusus commu- nis
uou sentit se
sentire. Et ita
alias solvi hoc
argumentum. Sed hic sermo
non videtur verus,
quia Themistius iu
secuudo De auima
videtur dicere quod sensus
seutiat suam operatiouem.
Ad illud quod
dicebatur de Scoto quod
est contra Aristotelem,
de hoc Deus
scit veritatem. Unde
per accidens potest aliquid movere
se, et reflexe
intelligit se. Quare
videtur quod ista
propositio, omue reci- piens
etc. sit vera
in actioue reali,
sed in spirituali
est dubia, et
ideo videtur quod ratio
Philosophi sit vix
persuasiva, et nou
transcendat rationem probabilera.
Quauturasit de secunda parte suae
propositionis, scilicet omne
etc. secundum substantiam,
piimo dicemus de receptione
reali, et primo
dico quod receptio
alicuius entis realis habeat
aliquid reale, et
alterius generis ab eo; ut
materia priraa si
debet recipere qualitatem, oportet
ut prius habeat
quautitatem, sed hoc
est secundum diversa
genera, et aliquando recipiens
habet aliquid de recepto seeundura
idera genus, imo
uon potest recipere illud
nisi habeat aliquid
ex illo. Verbigratia
si materia debet
recipere qua- litates secundas,
oportet quod prius
habeat primas, sed
taraeu sunt eiusdem
generis proxirai; sed loquendo
de his quae
sunt in eodem
genere proximo. semper
recipiejis debet habere qualitatem
oppositam, ut si
materia debet recipere
caliditatera. oportet ut prius
habeat frigiditatem. Sed
loqueudo de his
quae suiit eiusdem
speciei, dico Ch. 127verso
quod in qualitatibus
intensibilibus et remissibilibus, recipiens
debet carere specie eius
quod recipitur nou
absolute. sed solum
sub illo gradu;
verbigratia si materia debet
recipere caliditatem ut
octo, debet carere
solum hoc gradu
caliditatis quae est ut
octo, et non
aliis, imo est
necessariuni ut habeat
caliditatem sub alio
gradu magis remisso. Et de
Iioc sunt duae
opiniones. Aliqui ut
Scotistae et raulti
Thoraistarura tenent quod accideutia,
solo numero differentia,
possuut esse in
eodera. Alii tenent
quod non, nec naturaliter
nec per potentiam
divinam quamvis putem
istos non esse
raul- tum discordes et
hoc quoad esse
reale; sed tota
dilHcultas est de
esse spirituali; pro quo
est sciendum, quod
lioc potest intelligi
tribus modis. Primo,
qnod recipiens aliquid secundum esse
spirituale, sit denudatum
a natura recepti
spirituaUter, ut si
debeo reci- pere speciem
«, oportet quod
uon habeam speciem
a. et iste
sensus non est
ad pro- positum. Alio
modo, quod recipiens
aliquid sub esse
reali, debet carere
eo sub esse spirituali, et
iste non est
ad propositum. Alio
modo, quod recipieus
aliquid sub esse spirituali debet
carere eo secundum
esse reale, el
iste tertius modus
est de inten- tione
Aristotelis et Averrois;
unde non est
necessarium, si debeat
recipere aliquid sub esse
spirituali, quod sit
denudatus omnino ab
esse spirituali. Nam
si ego de beo
liabere notitiam cousequentis,
oportet prius me
liabere notitiam praemissarum; scd tota
contentio est utrum
recipiens sit denudatum
a recepto secundum
genus, vel secundum speciem.
Es una parte
videtur quod sic
de oculo icterici,
qui, propter colo- rem
citrinum qui est
iu eo, non
potest alios videre ;
videtur ergo quod
receptivum rei alicuius generis
debet carere omni
eo quod est
eiusdem generis. Ex
altera parte videtur oppositura
quia tactus est
receptivus qualitatum extremarum,
et tamen habet illas,
quia habet medias;
quo stante est
magna difficultas, quare
ita sit in
tactu, et nou iu
aliis sensibus, et
ita rafio Philosophi
non videtur vera.
Contra e^perientia est iu
oppositum. quia visus
recipit speciem figurae
et tamen realiter
est figuratus. Item
Ch. l28recto cogitativa est
quanta et recipit
speciem quantitatis. Ad
hoc posset dici,
quod nou est simile
de istis virtutibus
ad intellectum, quia
intellectus ultra hoc
quod cognoscit alia, cogiioscit
etiam se, sed
istae virtutes nou
cognoscunt se, saltem
potentia visiva. Contra, quomodo
Deus et Intelligentiae sunt
immateriales et tamen
cognoscunt omnia sub ratione
sui, et etiam
cognoscuut se, ita
et intellectus, quamvis
sit materialis poterit tamen
omnia cognoscere sub
ratione illius formae
materialis, quam haberet;
cuius op- positum superius
dicebatur. Insuper ista
ratio fuudatur super
hoc quod omne
recipiens debet esse denudatum,
etc, sed contra,
quia ex hoc
probabitur illum esse
materialem, quia
comprehendit materialia, ergo
non debet esse
immaterialis. Item sicut se
habet materiale ad
immateriale, ita immateriale
ad materiale; sed materiale
poterit recipere materiale.
Et ita circa
hoc sunt diibia;
sed quia Aristoteles, Themistius, Averroes
et Thomas habent
hauc rationem pro
manifesta, et quia
Aristo- teles numquam dixit
aliquid nisi cum
ratione, et quia,
ut dicit Alexander
supra ser- mone istius
viri, quis est
magis remotus a
contradictione, ideo couabimur
defendere istam rationem, quae
ratio bene intellecta,
si uon est
demonstrativa, tamen ei
multum approximatur. . Pro qua
est sciendum duo
esse in mrmdo
multum similia: lutellectus
possibilis et Materia prima
in tantiira quod
aliqui dixerunt quod
essent idem. Ad
quae cogno- scenda philosophi
proeesserunt eadem via;
ex eo enim
quod materia prima
reeipit . omnemformam, concluditur
in primo Physicorum
quod non est
aliqua earura : ita
intel- lectus possibilis ex
eo quod recipit
formas materiales concluduat
quod nou habet
aliquam earum. Sed differunt
inter se, quia
intellectus recipit tantum
spirituaUter sub esse universali, sed
materia prima recipit
realiter sub esse
signato, et ideo
intellectus potest se intelligere
et non materia
prima. Videns ergo
Aristoteles hoc, ex
sensatis in sensata procedeus, cum
cognitum fit coguoscens
secundum esse spirituale,
sic amans amatum,
Ch 12S verso et
sensus recipit spiritualiter ; dixit
quod intelligere est
sicut sentire et
in textu tertio disit
quod oportet iutellectum
esse in potentia
ad intelligibilia. Ulterius
vidit Aristoteles quod esse
materiale impedit spintuale,
vel in toto
vel in seusibus
aliis a tactu, nam
oculus ictericus non
potest omnes colores
recipere; vel iu
parte ut in
tactu, qui cum habeat
qualitates medias inter
extrema quae habet
sentire, perfecte non
potest sentire qiialitates tangibiles.
Uude aequaliter calida,
et aequaliter frigida
non sentimus. Et i-i
dicatur quod omnis
sensus tam interior
quaui e.\terior recipit
quautitatem, non tamen est
denudatus a quautitate:
potest respondeii quod
quantitas, aut qualitas, nec
aliquid sensibile commune
sentitur per propriam
speciem, ut teneut
Thomas et Aegi- dius;etdato quod
cognoscantur per propriam
speciem, dico quod
non seutiuntur nisi permixta
cum propriis seusibilibus.
Et quod dicitur
de sensu exteriori,
dico quod non sentitur
per propriam spefliem;
scilicet vel si
sentitur, diminute sentitur. Resumendo ergo
dicamus quod cum
cognitum iiat cognoscens
secundum (esse) speri- tuale,
et quod esse
materiale vel impedit
coguitionem in toto
vel in parte;
cum ergo iutel- lectus
habeat omnia materialia
sub esse spirituali,
et sincere et
perfecto modo ea
coguo- scat, oportetutcareat omnino
esse materiali. Unde
cogitativa, quae est
materialis, nonnisi involute et
modo imperfecto istas
res materiales cogiioscit ,
et hoc est
illud quod dixit textu
commenti quadragesimiprimi, quod
si haberet aliquam
formam materialem, reci- pere
probiberet extraneam et
obstrueret ipsam, et
propter hoc Aristoteles
maxime laudat Anaxagoram ponentem
intellectum, ad hoc
ut imperet omnibus,
esse abstractum. Aristo- teles
autem hoc dixit
propter intelligere: nam
cum perfectissime materialia
intelligat, de- Ch. 129
recto bet ab
eis esse deniuiatus
et hucusque ista
ratio est probabilis;
videtur euim ratiouabile quod si
omnes formas recipit
ut sit denudatus
ab eis, sic
ut materia prima
est denudata ab omnibus
formis materialibus, et ideo dicit
Aristoteles textu commenti
sexti quod rationabile est
ipsura non esse
corpus, nec virtus
in corpore; nec
aliquis negaret hoc, quamvis
non sit demonstrativum, quia
aliqui tenent quod
cogitativa omnia materialia et
etiam se cognoscat,
et tamen ipsa
est materialis. Sed
alia ratio est
quae probat necessitatem huius,
quia scilicet omnia
intelligit, ut universalia
et particularia et
etiam abstracta; si esset
materialis. abstracta et
universalia efficerentur materialia;
quod pro- batur quia
omne quod recipitur,
recipitur secundum cgnditiones
recipientis; si ergo iutellectus est
materialis, cum intellectus
recipiat universalia et
abstracta, ipsa quoque abstracta efficerentur
materialia quia reciperentur
iu divisibili; quod
recipitur in divi- sibili
est divisibile, si
ergo sunt divisibilia
suut et materialia.
Unde quamvis omnes qualitates de
natura sua siut
iodivisibiles, tamen efficiuntur
divisibiles a subiecto quanto in
quo suut, ut
dicitur primo Physicorum
textu commenti decimioctavi
et ista est ratio
Aristoteles per quam
probat auimam esse
immaterialem. Unde in
textu commenti quarti dicit
quod si omnia
intelligit, necesse est
immixtum esse; non
dicit si tantum materialia
iutelligit. Et si dicas
quod ratio Aristotelis
fundatur super illam
propositionem: omne reci- piens
etc. ut dicit
Averroes, dico quod
Aristoteles fundat se
super illam propositio- nem, quoad
probabilitatem rationis, nou
quoad necessitatem; demonstrativa
autem ratio est supor
hoc, quod, quia
omnia tam materialia
quam immaterialia intelligit, oportet ut
sit abstractus. Ch. 129
verso — 149 — Vtrum
anima sit mortalis.
Ch. ISOrecto lu tcxtu
octavo qiiaerit Pomponaciiis
xitnira anima sit
mortalis, vel non;
et primo qiiaerendum est
utrum sit materialis ;
si enim est
materialis est mortalis,
si est imma- terialis est immortalis
; et
primo arguo quod
sit immortalis quia
in hac parte
arguit Aristoteles; et cum
duplex sit eflfeetus
animae intellectivae, silicet
intelligere et velle, ex
utroque probalnmus eius
immortalitatera. Prirao ex
intelligefe per rationem
Avisto- telis superius factam.
Cum enim Aristoteles
viderit auimae operationera
esse intelligere, ex quo
quandoque actu intelligiraus, quandoque
potentia, cum ista
(non?) sit operatio immanens. oportet
quod intelligere in
quodam pati consistat.
Ulterius vidit quod
cum liaec passio assirailetur
sensationi, cum sensatio
fiat per spiritiialem
receptionem, con- cluditur quod
iutelligere iiou fiat
per realem, sed
spiritualem receptionem. Ex
liis conclusit quod si
intelligit omnia materialia,
recipiet species eorum
spiritualiter, quare
rationabile videtur quod,
cum esse materialiter
irapediat spirituale, quod
intellectus sit
immaterialis; unde tactus
quia habet in
se qualitates taugibiles,
non bene oranes percipit. lutellectus
vero, quia perfecte
habet recipere oranes
forraas materiales, cura iutelligat recipieudo,
ratiouabile videtur quod
non sit materialis,
sed abstractus. Non euim
esse materiale et
immateriale beue si
compatiuutur iusimul (sic),
et nos diximus non
esse simile de
materiali et imraateriali,
quia materiale impedit
cognitionem: esse vero spirituale
et abstractum uon
impedit, imo auget
coguitionem, et ideo
immaterialia possuut
cognoscere materialia, et
uou e contra.
Sed Averroes adducit
aliam rationem: quod si
intellectus esset materialis
nou posset se
coguoscere, quia cum
iutelligat, reci- piendo reciperet
(deciperet?), quare se
raoveret: quod tameu
est falsum (')
in forma raate- riali,
qnamvis in forma
imraateriali hoc non
sit iuconveuiens. Unde
Deus se coguoscit,
et aliae intelligeutiae. Contra
hoc tamen sunt
adducta quaedam, quia
etsi haec ratio
ch. ISOverso videatur coucludere, nou
taraeu cogiE, quia
uos \idiuui3 tot
et tauta fieri
ab aniraa- libus brutis,
ut aliqua superent
uos in iustitia,
amore, et artificio,
ut scribitur iu Commento
de natura animaliura.
Unde et videtur
quod se ipsa
possent cognoscere ; non igitur
argumentum valet quod
sit immateiialis ex
hoc quod faciat
ita perfectas operationes, quia
et alia aniraalia
hoc faciunt. Etsi
ratio haec sit
iugeuiosa, taraen in ratione
Aristotelis (non) contiuetur.
Ad obiecta autem
dicit Avicenna in
prirao Natura- lium: esto
quod bruta habeant
tam perfectam operationem,
et quod se
cognoscant, quare hoc concedit,
tamen coguoscunt se, in quantum
compositiim illud, et non segregando
se a materia et a quautitate;
et dicit hic
Alexander, anima nou
rauonalis (non) cognoscit uaturara suam
distiugueudo se a
corpore, et a
quantitate, quia anima
rationabilis se distincte cognoscit,
auiraa vero brutorum
non coguoscit (distincte),
quia non estsepa- rata
a raateria et
quantitate, sed cognoscit
se totura cognoscendo,
et dicit ex hoc
apparere eara non
esse iramaterialem quia
non potest se
segregare a raateria.
Ope- ratio iusequitur esse.
Si ergo nou
potest se extra
materiam cognoscere, non
potest esse extra materiam. Amplius nou
possumus dicere quod
sit materialis quia
uuiversaliter coguoscit, quod nou
posset esse si
intellectus esset materialis
et extensus, operatio
euim insequitur esse ; (')
Nel senso di
causa di errore. Ch.
i:i! recto et hoc
notavit Aristoteles, cum
dicit qiiod si
iutelligit omuia necesse
est immixtum esse. Ad
hnc accedit quod
intelligit iudivisibilia; separat
euim punctum a
linea et longitudi- nem a
latitudine, quae virtus
materialis non potest
cognoscere, uullus enim
seusus exte- riorum aut
interioi-ura cognoscit indivisibile:
cognoscit etiam unitatem
quae est puncto abstractior. Item
iutelligit Deum, et
lutelligentias, quod nonposset
facere si materialis esset, quia
operatio supponit esse;
si ergo esset
materialis nou posset
operari circa imma- terialia. Unde
dicit Plato in
Phaedone: Quomodo purum
possit ab impuro
coguosci? Item nulla virtus
materialis liabet operationem
infinitam. Intellectus habet
operationem infi-
nitara,ergo non est
materialis. Anterior est
Aristotelis 8° Pliysicorum;
brevior patet quia intellectuSjintelligeudo uuiversalia,
infinita intelligit,ut intelligeudo
hominemin commu- ni, infinitos
homines intelligit, quia
homo est ut
horao multiplicatus in
infinitum; et etiara cognoscit
numeros infinitos et
dividit continuura in
infinitum, et intelligit
infi- nitum terapus, et
motum et relatioues,
quao sunt modicae
eutitatis, et secundas
inten- tiones. Item habet
operationes circa ens et non-ens ;
cognoscit enim utrumque,
et utrum- que raisurat
(niensurat). Itera
dispersa colligit et
unit, ut individua
iu specie: species vero
in geuere, quod
nou facit virtus
materialis, et ista
est prima ratio. Secunda ratio.
Nulla res in
sua perfectissima operatione
imperticitur. Unde aqua
si non raoveatur raarcescit,
et etiam ignis;
perfectissima enim operatio
animae est intelli- gere, orgo
maxiraum intelligere erit
maximaeius perfectio; cura
veroraaxime intelligat quando abstrahit
a corpore, ratiouabile
est quod ipse
quoque (intellectus) sit
abstractus; aliter enim si
esset materialis, quauto
magis esset iu
materia magis perficeretur; ipse vero
quanto magis a
corpore abstrahitur tanto
magis perficitur. Unde
videmns quod isti, qui
a sensibilibus istis
abstrahunt, magis intelligunt;
illi vero qui in istis materialibus versantur
ignarisunt, et hanc
rationem posuit Plato
iu Phaedone. Item
nulla ros uaturaliter sibi repugnat; iutellectus
maxime coipori repugnat,
ergo iutellectus uon est
materialis. Brevior declarabitur
in nobis, ratio
enim et appotitus
aliquando repugnant in raateria.
Corpus enim in
malum sua natura
inclinatur. Intellectus ab hoc
Cli. l;;i vcvso
retrahere nilitur: si
omnino esset materialis,
quomodo esset ista
rebelIio?Item intel- lectus liber
est et libere
agit; (quid) si
autem esset materialis?
Quia quae materiae
affixa sunt necessario aguut,
et quamvis mirabilia
agant, non tamen
ex ratioue sed
ex quadara naturali iuclinatione
id faciunt; unde
omnia talia animalia
simile oportet ut
consti- tuant, ut hirundiues
quae tanta arte
nidum faciuut, omnes
tamen uno et
eodem modo faciunt. Tertia ratio
ex voluntate sumitur.
Dixiraus quod ex
quo infinita intelligit est iramaterialis. Item
etiam potest dici
de voluntate, voluntas
enim nostra in
infi- nitum fertur; appetiraus
enira per infinitura
tempus esse ; virtus
autem materialis non potest
in infinitum ferri,
ex 8° Physicorum;
intellectus ergo non
erit materialis, quare nec
mortalis. Forte huic
rationi aliquis respondebit
qnod etiam bestiae
appetunt hoc: scilicet, semper
durare; videmus enim
quod fugiunt raortem;
vel ergo bestiae erunt
immateriales, vel anima
nostra propter hoc
non erit dicenda
immortalis. Sed istud nihil
valet, quia bestiae
non appetunt hoc
appetitu cognoscitivo, quia appe-
titus nou fertur
in incognitum, bestiae
autem non cognoscuut
infinitum sed tantura secundum hic
et nuuc, et
si fugiunt mortem,
hoc non est
quia futurum cognoscant, sed quoniam
videtur malum sibi
praesens; imo Themistius
in multis locis
clamat qiiod non cognoseunt
nisi obiectum praesens.
Sed adliuc iQstabitur,
quia iste appe- titus
erit vanus, non
autem naturalis, quia
appetitus naturalis ex
toto non fnistra- tur.
Iste autem appetitus
est ad impossibile,
quare istud non
arguet immortalitatem
animae. Pico haec
nihil valere, imo
appetitus iste est
naturalis, et est
a volun- tate nostra
intrinseee; cognito enim
aeterno cupimus et
nos aeternos fieri
et immor- tales;quod etiam
declaratur quia iste
appetitus est in
omni homine; homines
enim ». omnes appetunt
esse immortales; si
autem est in
omni. erit naturalis.
Quod vero dicunt istum
appetitum esse ad
impossibile nihil valet,
et contra eos
reflecto argu- mentum quia
iste appetitus est
in omni homine,
ergo naturalis; si
ergo appetitus ad esse
semper, est naturalis,
non poterit frustrari;
quare argumentum est
contra eos. Ch. 132 recto Unde
dico quod homo,
vel sit intellectus
ut voluit Plato,
et videhir etiam
esse sen- tentia Thera.
3' De anima
s.'" 27°, vel
saltem est (sit)
per illum, ut
tenuit Averroes, iste appetitus non
erit frustra: quia
homo est aeternus
saltem quoad animam
rationalem ; et facit multum
ad istud hoc
quod illa quae
propter animam sunt
necessaria iu inti- nitum
appetimus; existimatur enim
quod homo infiuitas
appetit divitias, etsi
istud sit impossibile ;
unde appetitus divitiarum
uumquam terminabitur, sensitivus
autem qui est magis
propter corpus terminatur.
ut si quis
sitiat et famescat. Item homo
cupit Deum maxime
imitare, ut intelligendo,
et huiusmodi quae
non potest virtus materialis.
Item cum duplex
sit scientia, practica
et speculativa, in operationibus practicis
multa animalia conveniiint
cum homine, ut
in construendo nidos hirundo,
et apes in
aedificando, araneae in
texendo, et in
virtutibus quoque mora- libus,
sicut rex apum
in iustitia, amore
et fortitudine et
pietate, sicut legitur
in 2" De historia
animalium. In speeulativis
vero nullus nisi
bomo mentis divinae
secreta intelligit, atqiie illa
ordinat; quare verisimile
non videtur quod,
cum homo ita
excelsa intelligat, et in
tam excelsis delectetur
speculabilibus, et a
voluptuosis rebus, et ab
omnibus materialibus (se)
retrahat, quod auima
eius sit materialis,
imo videtm- oppositum in
adiecto quod anima
intelligat et sit
materialis. Causa enim
intellectionis est
abstractio a materia.
Unde Deus qui
maxime est abstractus,
maxime intelligit et intelligentiae quae
sunt minus abstractae
minus intelligunt. Istae
tres rationes sunt physicae, sed
ex operationibus procedentes. Aliae sunt
rationes theologicae hic
multo fortiores quas
ex Divo Augustino
eUcio. Prima
ratio quae est
4' in ordine
est: quia videmus
quod inter omnia
alia terrena solus horao
potest suum opificem
cognoscere, quod testatur
figura recta hominis,
quae t;h. 132
verso ad hoc ei
donata est ut
coelum aspiciat, et
adorationes et templa
et similia ; cet^ra vero
non habent hoc
quia tantum terram
aspiciunt sicut mortalia
et terrena;homo ergo Doum
cognoscit, notitia vero
rei comprehensae semper,
ratione boni, causat
amo- rem, ergo homo
amabit Deum: cum
vero amans in
amatum transrautetur, sicut
intel- ligens in iuteliectum,
homo in Deum
transmutabitur. Ex his
autem duobus sequitur delectatio. Ista
autem unio Dei
cum homine, quae
fit per intelligere
et amare, non accidit
nisi in anima
purgata a vitiis
et istis sensibilibus.
Unde Eustratius in primo
Ethicorum dicit; etsi
virtutes morales sint
propter humanum genus,
sunt tamen ut se
Deo uniat, quia
non potest eum
homo coguoscere nisi
animns sit purgatus
a vitiis, et ista
praeparant nos ad
felicitatem summam. Forte
dices quod Aristoteles
non ponit ista. Dico
quod sic in
12 Metaphysicorum, textu
commenti £8 et
39, ubi dicit quod
voluptas iu amando
Deuni est in
nol.iis parvo tempore,
in Deo autem
seniper; liaec ergo est
vera felicitas (pev)
intellectionem et nnionem
Dei, quamquam non
potest haberi nisi mens
sit ab omni
vitio purgata; quaero
ergo an intellectus
noster istam felicitatem intelligat aut
non; si non,
qnoraodo ista esset
felicitas si homo
non cognosceret se
esse felicem? Si dicas
quod intelligit, et
per se anima
aliqnando non evit,
quia est mor- talis,
ergo homo cognoscit
se aliquando nnn
esse; si sciat
se quaiidoque non
esse, quo- modo erit
felicitas? quare opus
erit concedere quod
anima sit immaterialis
et immor- talis. quod
omnes philosophi fatentur. Qninta
ratio. Certum est
quod si aliquod
est animal quod
peccet in complexione, compositicne et
unitate vel infirmabitur
vel morietur, ut
dicunt medici : in
simili dicit Ch.l.33recto Aristoteles
primo Politicorum, quod
si sit aliqua
civitas in qua
non sit iustitia,
quod non potest mnlto
tempore durare; cum
ergo iniusti faciant
aliquod malum, qui
tameu honorantur a multis
imo ab omuibus,
et etiam corpora
eorum honorifice sepeliuntur post mortem,
quaero tum an
Deus scit ista,
an non; si
no-n, quomodo est
possibile hoc quod omniumcustos
isfca non sciat;
si scit, vel
punit istos vel
non; non est
intelligendum quod non, quia
esset iniustus, ergo
punit; si sic,
vel ergo in
vita vel post
mortem; si in vita,
hoc non videtur
verum quia isti
multum honorantnr in
terris et quasi
Dei habentur; si post
mortem, vel punitur
corpus eorum vel
anima, non corpus
quia videmus oppositum, quia
corpus solemniter tumulatur;
si anima punietur,
si esset mortalis non
posset puniri, quia
non esset; si
ergo debet anima
puniri, necesse est immortalem esse.
QuoJ si dicas
virtutes esse praemium
hominis virtuosi, vitium
autem esse damnum vitiosi
et pravi dum
sunt in vita,
hoc nihil esset;
tolleretur enim omnis iustitia,
quiasi aliquis rex
videvit aliquid malum
fieri ab aliquo
et eum nou puniret
ex eo quod
ex vitio quod
habet esset punitus,
iste rex iniustus
haberetur. Cum autera Deus
sit maxime ivistus
debebit hoc facere.
Unde et Aristoteles
ubique concessit omnia a
Deo provenire. Istae
rationes etiam contra
Averroem procedunt animarum pluraiitalem
negantem. Asserit enim
omnes animas, scilicet
rationales imam tantum esse. Sextum
argumentum est, quod
si anima est
mortalis nihil erit
homine infelicius; quod probatur
quia felicitas hominis
vel erit ante
annos discretionis vel
post; non ante, quia
nec prima movetur,
intelligit autem aliquid
aliud et facit
sicut servus. Sed
ista feli- citas est
post annos discretionis,
est mevito bonovura
corporis; et hoc
uon; quia multa Cli.
l33veiso auimalia fortitudine,
decore et talibus
nos viucunt, et
istud provenit mevito
natuvae, et non nostvi.
Item multae extalibus
rebus moriuntur. Vel
ergo est propter
bona fortunae ut honor,
divitiae, cognitio, et
hoc non; imo
ista impediirat uos
a felicitate et
aliqui illa spreverunt. Ergo
ista felicitas erit
in bonis naturae:
vel eut in
moralibus, vel in
spe- culativis (virtutibus); non
inprimo tantum, quia
illae non complent
felicitatera, sed suntpotius contrariae
et sicut praeparatio
ad felicitatem. Necfelicitas
est in bonis
intel- lectivis, scilicet in
scientiis speculativis. Aliqui
enim sunt qui
eas habent et
taraen non sunt felices.
Consistit
ergo felicitas in
utrisque bonis intellectus,
scilicet in moralibus et in speculativis.
Si ergo auima
coguoscit se quando
in folicitate est
con- stituta et per
se ipsam sit
raortalis, cognoscit se
aliquando non fore
et tunc trista- bitur
cognoscendo se morituram,
taleque bonum perdituram ;
tunc autem homo
felix non erit, nec
pvius etiam felix.
Sicut ergo nunquam
homo felix esse
ex siguo eognoscitur propter
qiiod homo verecundatur
solus inter cetera
auimalia, et solus etiam
synderesia habet; hoc
autem nou potest
esse nisi quia
solus cognoscit se
offeudere suum creatorem. Et istae sunt
ratioues probantes animae
immortalitatem tam piiysice quam
theologice. Pro qua
parte sunt viri
doctissimi et integerrimi:
Plato, Aristoteles,
Chaldaei, et omnes
leges et omnes
prophetae,quamyis aliqui dicant
quod Plato non
fuerit huius sententiae, et
quod ea quae
diserit, propter vulgares
dixerit; quod dicere
impium est, cum in
suis op?ribus tam
maledicit meudacibus. Aristoteles
etiam fuit huius
sen- tiae, quem, ut
puto, Alexander in
hoc non intellexit.
Est
enim sententia Aristotelis in primo
De anima, textu
commenti 49, ubi
dicit quod est
difBcile ponere animam corpori commisceri,
item textu commenti
63 et 66,
ubi dicit quod
est impossibile ipsum intellectum
misceri; item textu
commenti 92 secundi
De anima dicit
de intel- Ch.
134 recto lectu esse
alterum animae genus;
in textu commenti
11 et 21
idem clamat in
tertio isto, textu commenti
3, 4, 5
et 14 et
per totum hune
librum tertiura. Idem
in secuudo De generatione animalium
textu commeuti 3,
ubi dicit quod
solus intellectns extrinsecus accidit et
cum eo uon
comunicat actio corporalis;
et in secundo
Metaphysicorum, textu commenti 7,
dicit quod niliil
prohibet ut aliquid
post mortem remaneat,
scilicet intel- lectus, et
secundo Oechonomicorum dicit
quod mulieres debent
fidem viris servare, quia
a Diis in aUo seculo
felicitabuntur. Alii deinde sunt
etiam dicentes eam
mortalem esse. ut
fuerunt Epicurei nihil nisi
corpora cognoscentes, ut
Sardauapalus et Aristippus
quia omnia iu
luxuria pone- bant, et
eiusdem seutentiae fuit
impius Liicretius, quia
cum animam esse
mortalem scripsisset, etiam se
gladio interemit, et
istam senteutiam videtur
sequi Alexander in libro
De anima. Quam
nititur ptobare multis
rationibus, quas ponit
in commento 4° et
5° buae Paraphrasis.
Et
prima est talis:
omnis forma generabilis
et corruptibilis est materialis,
anima nostra est
talis, ergo materialis.
Auterior patet, brevior
probatur quia anima est
terminus generationis et
corruptionis; tunc sic
(generatio) est de non
esse ad
esse, ergo anima
prius non erat
ante geuerationem ; corruptio
vero est de esse
ad non esse
et anima est
terminus corruptionis, ergo
anima corrumpitur; nunc corrumpitur et
prius geuerabatur, ergo
est generabilis et
corruptibilis. Quod si
dicis hoc est verum
in asino sed
secus est in
homine, quia potius
est quaedam separatio animae a
corpore quam animae
corruptio: istud nihil
valet, quia motus
et terminus motus suut
in eodem genere,
et si motus
est materialis, forma
est materialis; motus autem
ad animam est
materialis, quoniam estperquantitates proprias
(qualitates primas?). ergo forma
(quae) est acquisita
per talem motum,
quae est anima,
erit materialis. Ch.
io4verso Item asiuus verius
generatur quam homo,
quia (honio) tantum
applicaret activa pas- sivis
sicut agricola in
generatione grani; quod
probatur; quia, si
anima est aeterna,
vel fit a Deo
vel non: si
fit a Deo,
tunc ergo non
edusit eam de
potentia materiae; asimis vero
educit formam asini
de potentia materiae;
eodem modo dicatur
si sit aeterna
et nou facta a Deo.
Secimda ratio Alexandri
est quod omnis
forma iuseparabilis a
materia est mate- rialis,
anima est inseparabilis
a materia, ergo
est materialis. Anterior
est manifesta et brc\ior
probatur, quia homo
est homo per
animam; sed id,
quo aliquid est
tale, est eius forma:
ergo auima est
forma hominis, ergo
est terminus; terminus
autem non potest separari ab
eo cuius est
terminus; ergo auima
non potest separari
a corpore; et
etiam quia actus noii
potest a sua
poteutia liberari; auirna
autem est actus
corporis, ergo non potest
a corpore separari,
quod patet ex
eo quod actus
et potentia suut
relativa; posito autem uno
correlativoruin, ponitur et
alterum, sicut posito
patre necessario ponitur filius.
Si dices, at
dicit Averroes, quod
Alexander peccat per
fallaciam aequi- vocatiouis, quuni
auima aequivoce dicitur
de rationali et
materiali, et quod
ea quae dicit Alexander
sunt vera de
materiali anima, rationalis
vero auima est a corpore separabilis, ut
dicitur 2" liuius,
textu commenti 11;
contra lioc subtiliter
arguit Ale- xander, quia
quando anima nou
est in corpore,
vel est substantia
vel accidens ; non est
accidens, ut dat
nobis prima cognitio,
ut dicit Averroes
secundo huius, textu
com-
menti 2;
ergo (est) substantia
quae est per
se stans. Ex
altera vero parte
etiam corpus per se
stat; ergo ex
anima et corpore
per se actu
existentibus unum fiet,
quod est falsuni quia
ex duobus entibus
in actu non
fit unum, quia
unum ab altero
non dependet, sed fit
unum per accidens,
sicut ex nauta
et navi; ex
quo patet quod
liomo non Ch.1.35 recto
erit quod est
per suam formam,
sed forma in
eo erit sicut
motor in mobili.
Item si anima potest
esse siue corpore,
quae est causa
quod corpori uniatur?
Vel lioc est
per voluntatem, vel in
potestate alterius; si
primum, erit ista
opinio Pythagorae et
anicula- rum; si secundum,
quod (quum) ista
unio fiat per
primas quaIitates,ergo anima
materialis erit, quia educitur
de potentia materiae
per istas qualitates,
corrumpitur per motum eorum,
et hoc sensui
apparet. Qui enim
bene sunt complexionati
bene addiscuut, unde molles
carne aptos meute,
duros vero ineptos
(esse) 2° huius,
textu commenti 94.
Insupcr quomodo hoc esse
posset quod iret
de corpore in
corpus, nisi esset
hoc per motum localem; anima
autem non movetur
locaI!ter, quia non
est corpus; quod
si dicas, ut tenet
uostra fides, quod
vadit ad paradisum,
quomodo hoc fit
nisi per motum
localem? Insuper per quam
viam vadit? Item
si est separata,
vel intelligit vel
non; sinon,esset frustra, quia
nihil est sine
sua operatione; si
dicas quod intelligit,
quomodo hoc fit cum
intelligere animae siue
immaginatioue non sit? Tertiaratio Alexandri:
si anima est
aeterna, immaterialis, aut
est una vel
plures; sed nec est
una aut plures;
ergo non est
immaterialis.- brevior probatur,
quia si dicas quod
sit una, aut
dat esse aut
non; si nou
dat esse sicut
Thomas, Albertus et
multi alii attribuunt Avenoi,
istud non est
iraaginabile quod sit
uua forma homini
tantum assisteus, quare homo
uou intelligeret sed
tantum cogitaret, quia
ego per aliquid
quod non est pars
mei (non) intelligo
sed tantum cogito.
Qaod si dicas
fabulam quam fingit Gandavensis, quod
homo, sumendo hominem
pro aggregato ex
corpore et intellectu assistente, intelligit,
non autem si
sumatur pro corpore
tantum ; contra hoc
arguit Thomas et bene,
quia hoc modo
paries videret, quia
aggregatum tale videt
per partem Ch. ISoverso
aliquam sui, scilicet
per oculum, dato
quod oculus videat
parietem. Eodem autem
modo se habent phantasmata
ad intellectum sicut
colores parietis ad
visum. Item aggrega- tum
ex curru et
bove intelligeret. Ideo
posteriores Averroistae melius
dixerunt intel- lectum dare
esse, et hoc
tangit Thomas in
2° Contra gentiles,
ut infra dicemus.
Sed tunc si dat
esse, ergo forma
Platonis erit idem
quod forma Socratis;
est enim una anima;
si dicas eos
diflferre per animam
sensitivam, contra: quia
per eam homo
non est horao. Postea
quaero quare uuo
intelligente alii non
intelligaut: quod si
dicas, ut dicit Averroes,
diversificari intellectum per
phantasmata, conlra: vel
intellectus recipit vel non:
si non, hoc
est contra Aristotelem,
qui dicit, quod
iba se habet
iutellectus ad
intelligibilia sicut seusus
ad seuslbilia. Sed
de lioc iufra
dicemus. Si recipiet, ergo idem
simul et semel
recipiet formas infinitas,
et idem siraul
coutradictoria recipiet.
Opiniones enim coutrariorum
siint contrariae; lioc
fuit argumentum Avicennae. Si
vero ponas animam
plurificatam, coutra: multitudo
iudividuorum est per
materiam quantam, ergo auimae
essent materiales, quare
et mortales, et
uon recipieut nisi
sin- gulariter, et uon
universaliter. Si vero
dicas animas differre
specie, hoc est
fatuum. Ulterius, vel ponis
diversas animas secundum
numerum individuorum, vel
quod anima suiBciat pluribus
individuis. Sit quod
quandoque est in
uno, quandoque in
alio, sed hoc est
fabulosum et opinio
Pythagoricorum. Demum vel
hoc fit per
motum localem, quia quod
mobile est corpus
est; si vero
per motum alterationis,
anima educitur de potentia
materiae, cum idem
sit subiectum motus
et terminus motus.
Si vero dicas piimum, ergo
vel mrmdus est
ab aeterno, vel
non; si sic,
ut est sententia
Aristotelis et Platonis, videre
(sic) meo, infinitae
auimae erunt, cum
iufinita individua processerint, Ch.
136 recto nam aliter
(?) non patitur
infinitum. Si dicas
mundum non esse
ab aeterno, erunt
quasi infinitae animae, cum
muudus fuerit per
tot saecuhi. Simplicius
vero, primo Coeli,
refert apudAegyptios fuisse aunales
de centum millibus
annis.etPlato de duobus
millibus.Item quaero si est
immortalis anima, quare
egreditur (ingreditur) corpus:
vel fit de
novo a Deo vel
non; si non,
ergo infinitae animae
eriint in aliquo
loco determinato.Deiude quaudo Socrates generatur,
quare una magis
iuformat Socratem quam
alia, et si
una informat quare non
alia, et cum
omnis uon informet,
nulla erit quae
informabit. Si primnm,
quod fiat a Deo
immediate, ergo est
novum et omne
novum est geuerabile
et corru- ptibile, ergo
anima erit generabilis.
Nam, primo Coeli,
omne quod incipit
esse desinit esse. Item
aut auima immediate
a Deo fit
vel mediate ; non
immediate quia ab
aeterno simpliciter non fit
aliquid novum, quia
aliter mutaretur (Deus);
nam nunc facit
etim- mediate ante hoc,
non faciebat, ergo
mutatur et in
Deo esset nova
voluutas, et electio; quod
eleganter dixit AverToes
8° Physicorum commento
15°; si fit
mediate erit mediante motu, ergo
generabilis erit et
corruptibilis, quia per
m-jtum inducta est
iu materia. Item masima
esset Dei iniustitia,
quia poneret animas
aetirnas et immortales
in materia corporali, a qua quodam
modo ligantur. Item
poneret auimas, quae
sunt ita nobiles. in
materia ita rudi
et admodum grossa,
siciit in aliquibus
hominibus, qui ignari
sunt. Item dicit Aristoteles,
primo Coeli, quod
immateriale non potest
formare materiale, dicit enim:
immortali immortale est
bene conflatum. Item
Aristoteles non fuit
huius sen- teutiae quod
anima esset immortalis,
imo iu decimo
Ethicorum ponit felicitatem
haberi in hoc saeculo
per scientias speculativas, et
primo Bthicorum cap.
15, dicit quod
Ch.i36verso mortuis uon contiugit
felicitas. Si ergo
non ponit felicitatem
post mortem signum
est quod non ponit
animam immortalem. Cuius
signum est etiara
quia Aristoteles num- qitam
de hoc determinavit,
et miror multum
de Alexandro quod
non fecit hauc
rationem, sed credo hanc
esse causam quia
ipse non putabat
aliquem esse huius
seuteutiae quod anima esset
una ; imo
nuUus ante Themistium
ct Averroem hoc
putavit. Et ista suut
argumenta facta pro
utraque parte. Si
euim ponis mortalem
hoc non est
con- souum veritati philosophorum
et legum; si
immortalem et ponis
sententiam Averrois, hoc videtur
impossibile ; si ponis
eas esse plnres
diflicile est salvare
quod non sint materiales. Etita
ego sum iu
maximo discrimine. De hac quaestione
ego vellem esse ieiunus.
Dicam tamen quod
seusit Alexander, et
quod ad obiecta
responderet contra se facta.
Circa quod est
notandum quod omnes
qui pouunt animara
intellectivam, cou- stituunt eam in horizonte
aeternitatis, et quod
est media inter
aeterna et mortalia. Sed
est differentia, quia
Christiani ponunt eam
abstractam et aeternam.
Alii vero, ut Alexander,
ponunt eam materialem
et mortalem;esse tamen
primam formarum materia- liuni. Clterius
est sciendum quod
medium participat naturam
extremorum. Unde The- mistius
in prologo Physicae,
commeutosecundo,
ponitquaedamviventiaesse
interplantas et animalia quae
participant natuvam extremorum;
anima ergo in
medio constituta habebit aliquid
in quo conveniet
cum aeternis et
hoc est inleliigere,
et aliquid in quo
convenit cum animalibus,
et hoc est
sentire; habet etiam
aliquid in quo
con- venit cum plantis
et hoc est
nutrire. Erainenter ergo
conlinet omnes formas
anima, licet forte hoc
non coucederet Averroes,
et ista opera
diversificantur ex modo
agendi; Ch. 137 recto
nutrire enim, secundum
esse, penitus materiale;
sentire vero, secundiim
esse, spirituale; quod tamen
non fit sine
conditione materiae, quia
cuni hic et
nunc recipit; intelli- gere
autem uon perficitur
cum materia, aut
cum couditione materiae,
sed uuiversaliter tantum sine
loco et tempore.
Christiani igitur volunt,
quod cum in
medio sit aeter- norum
et non aeternorum,
quod ipsa sit
iu latitudine aeternorum,
et quod iuduat matcrialitatem secuudum
vires sensitivas et
nutritivas, et hoc
est ratione suae
imper- fectionis. Alexander vero
ponit eam in
latitudine generabilium et
quod, secundum aliqud sni.
cum aeteruis conveniat,
scilicet per intelligere
et velle; quod
provenit ex eo
quod est media inter
aeterua et nou
aeterna et quod
est prima forraarum
materialium. Hoc (uon) dicit
Alexander quod auiraa
sit tantum facta
ex elemeutis, ut
sibi falso iraponit Averroes, sed
vult quod sit
facta ab Intelligeutia, et
videtnr sententia Aristotelis
2° De generatione animalium
capite tertio; et
secundum illud quod
appropinqnat aeteniis non indiget
corporeo organo, ut
recte dicit Alexander,
et ista est
sententia Aristotelis, quod auima
intellectiva est sicut
locus specierum; et
si beue consideres,
ista opinio non est
magis mirauda quara
opinio fideliura, et
ita est intelligendus
Aristoteles ubi- que, cuvn
dicit animam ratioualem
esse abstractam. Ad
argumenta ergo adducta Alexander sic
respouderet. Ad auctoritatem primi
De anima posset
dicere quod (ut
est sententia The.)
Ari- stoteles ibi loquitur
dubitative tantum, cuius
signum est quia
dicit Aristoteles: forsan vel
dicitur quod anima,
prout habet hanc
actionem quae est
intelligere, non eget
cor- poreo organo: et
ita dicitur ad
omnes auctoiitates prirai
De anima, secundi
et tertii. Unde quando
dicit Aristoteles quod
niliil est in
actu eorum quae
recipit, intelligitur hoc de
auima secuudum quod
habet illas operationes,
et Averroes sibi
falso imponit quoJ intellectus
sit tantum piivatio;
habet enim iu
coramento 2° quod
est magis Ch. 137
verso similis praeparatioui
tabulae, quam ipsi
tabnlae: dicit enim,prirao
ipsius, tabulao agra- plio,
id est inscriptiouis
carentiae (sic) est
quam tabellae similior;
ipsa enim praeparatio tabulae est
quasi quoddam separatum
a tabula omnia
recipiens lineamenta: ita
intel- lectus, quoad iilam
potentiam, abstractus est
et universaliter recipit
omnes formas mate- riales,
quae sunt(cum) hic(et
nunc). Quod vero
dicit quod solus
est abstractus, et
quod extrinsecus accidit, responditAlexander, commeuto
28, quod istud
est verum de
intelle- ctu agenti, imo
Aristoteles textu commenti
20 loquitur de
agente et non
de possibili. Quod vero
dicitur de libro
Echonomicorum, dico quod
illud est dictura
nt inducat homines in
amorem castitatis. non
quod ita sit. Ad
argumeutum: quomodo se
ipsam iutelligit, et
secuudum eam partem
uou est in materia,
et cum dicitur
quod cognoscit uuiversalia,
dicit Alexauder quod
cognoscit universale
comparando uuam rem
alteri, sed non
fit hoc per
virtutem immateiialem, sed per
materialem. Cum dicis
quod Deum intelligit,
dicit quod Deum
anima non coguoscit nisi
caecutiendo ex eo
quod non iutelligit
nisi per pliautasmata,et hoc
nou arguit eam esse
immaterialem; imo opponitur
es eo quod
non bene cognoscit,
et similiter dico quod
nou iutelligit infinitum
uisi caecutiendo et
confuse, pro quanto
aliquid de iufinito percipit;
et cum dicis:
implicat esse materialem
et intelligere, dioo
quod intellectus indiget abstractioue,
sed non omnimoda,
quia per phautasmata
intelligit; imo arguit nostram
seutentiam, quod, cum
per phautasmata intelligat,
partim sit abstra- ctus,
et partim non,
non ex toto. Ad
secuudam ratiouem respoudetur:
non omuimode abstrahitur
a corpore, quia
eget eo ut phantasmate,
et argumeutum uon
conchidit nisi quod,
secundum eas partes
per quas anima iutelligit,
non sit materialis,
sed a materia
abstracta, non tota
anima. Et cum dicis:
corpori repuguat, dico
quod hoc est
per accidens, unde
et canis se per
accidens interimit aliquando,
et ita quod
corpori repugnat, hoc
est per accidens
et per Ch.
138 recto illam partem
quae abstracta est.
Quod autem dicis
quod libera est,
respoudeo: ut est a
corpore abstracta libera
est, ut vero
est in materia,
serva est. Ad
tertium cum dicitur: apprehendit (desiderare)
se esse in
infiuitum, dicitur quod,
ex eo in
infinitum durare, cum hoc
esse non possit,
arguit eius imperfectionem et
materialitatem; apparet quod
im- possibile est esse.
Ad aliam cum
dicis quoJ implicat,
dico quod non
implicat, quoniam, quoad illam
partem quae iutelligit,
abstracta est. • Ad
rationes theologorum dicitur:
ad primam quae
est quarta inordine,
cum dicis: si auima
est felix et
cognoscit. se uon
futuram, ergo non
est felix, dicitur
quod oble- ctatur anima
et contentatur in
eo, quia cognoscit
se habere illud
quod est ei
possibile. Est autem impossibile
eam semper durare
sicut iu simili,
cum (sit?) secunda
iutelligentia, * intelligit: prinium
vol cognoscit se vel non;
non est dicendum
quod non; si
se intel- ligit et
iutelligit se non
esse ita perfeftam
sicut est prima.
ergo esset invida.
Unde intelligentia secunda est
felix et cognoscit
se hahere id
quod possibile est
ei. Textus autem Aristotelis
est contra te;
dicit"enim illud esse
nobis in modico
tempore, non autem dicit
semper. Ad quintum dico
quod est contra
te facere animam
immortalem et ponere
eam iu corpore mortali,
et dico quod
Deus ponit malos
reges qui huuc
mundum guber- nant, alios
autem non cognoscit,
quia quasi per
accidens sunt, sicut
magnus rex cogno- scit
tantum primitates et
proceres qui sunt
in regno, alios
vero multos non
cognoscit. Ad sextum argumentum,
scilicet quod nullum
auimal esset infelicius
homine, nego hoe, imo
aliquod auimal non
cognoscens se est
infelicius homine. Vel
dico quod, licet anima
cognoscat se morituram
quando est felix,
non tamen propter
hoc restat quod non
sit felix, quia
contentatur eo quod
est possibile ei
habere; est autem
impos- sibile eam semper
permanere. Cum vero
dicis quod pro
hac parte quod
anima est Ch.
13S verso aeterua sunt
viri optimi, pro
altera vero parte
impii, respoudeo quod
illud est per accidens;
imo multi docti
istnd coucedunt, ut
Alexauder et alii;
imo isti sunt
magis docti et virtuosi,
quam qui ponebant
esse eam immortalem;
uam si quid
boni fecenmt. propter proemium
fecerunt, scilicet venturum;
qui vero ponuut
eam mortalem non Cli.l3fl
recto fecenint bouum propter
pi-aemium, sed solo
virtutis zelo. Aliqui
eliam diierunt animam esse
immortalem propter vulgares. Ista sententia
non est ad
mentem Aristotelis, ut
puto, nec in
se vera. Primum probatur, et
prima huius coniectura
sumitur ex eo
quod Tlieoplirastus, ut
voluit The- mistius,in hoc
tertio, commento 39°,
voluit hoc de
mente
Aristotelis.Tiieophrastus autem
melius halniit mentem
Aristotelis, cum eius
discipulus fuerit; quam
Alexander. Item
quiaAlexander, commento 28°,
tenet intellectum agentem
esse deum,et piimam
causam, uec paitem esse
animae nostrae. Aristoteles
autem vult, ut
infra patebit, quod
slt pars animae nostrae;
modo si Aristoteles
vult quod sit
pars animae nostrae,
qucmodo hoc esse potest,
si unum sit
aeternum et alterum
non? Item Alexauder
se declaraus quo- modo
intellectus abstractus sit,
exponit dictum Aristotelis,
quando dicit, quod
est immixtus; dicit sic:
quoad est in
sui operatione, uon
indiget organo corporali
quoad illam
partemabslractam; ideoest abstractus,
et quoniam species
recipiuutur iu sola
ani- ma non in
organo corporeo, et
citat locum Aristotelis
textu commauti 6°,
quodanima est locus specierum
et non tota,
sed intollectiva, et in hac
operatione corpus concurrit (non) nisi
ut obiectum non
subiectum. Et secundum
De generatione animalium
glosam, iu- telligit de
intellectu agente, sed
ista glosa non
salvat suam sententiam;
quaerit enim ibi Aristoteles
utrum omnis anima
sit ante animatum,
vel nuUa, vel
aliqua sic et aliqua
non; et solvit.
quod illa quao
utitur corpore sicut
organo in sui
operatione, non advenit ante
aniraatum. Sed illa
que non utitiir
organo corporeo, extrinsecus
advenit; et hoc est
contra Alexandrum, quia
per eum ideo
est separata, quia
non indiget orgauo corporeo; ergo
si non utitur
organo, erit abstractus
(intellectus) per Aristotelem
ibi, et ve- niet
de foris; quare
non erit mortalis.
Ecce quomodo Aristoteles
ibi non intelligit
tantum de intelligentia agente,
ut tu dicis,
et istud nihil
concludit. Potest hoc
Alexander sol- vere, et
in se ista
opinio est impoesibilis.
Quaudo euim Aristoteles
vocat intellectum esse mortalem, respoudet(Alexander) quod
in ista operatione
sola sine corporeo
organo erit in opus;
et anima intellectiva
intelligit immaterialia, et
se ipsam et
etiam indivisibilia. Sed contra,
quomodo hoc est
possibile quod se
ipsam et immaterialia
cognoscat, ipsa tamen sit
mortalis; etsi sola
hoc faciat, et
non sit abstracta,
si uon habet
operationem pro- priam sine
corpore? Operari autem
praesuppouit esse; ergo
ipsaest a corpore
abstracta. Et ista est
ratio Avicennae optima.
Sed dicis, quod
in hoc est
aequivocatio, quia animam egere
corpore est duobus
modis, ut iufluente
(iufereute) et ut
organo; ita quod iutelligibiles species
in corpore etiani
recipereutur. Tuuc dico
quod si anima
posset ope- rari sine
corpore ut subiecto
et inferente species,
beue esset separabilis
a corpore: sed quia
eget eo ut
subiecto et inferente
species, ideo non
separatur ab illo;
pendet enim ab eo
essentialiter. Sicut uon
valet: oculus non
potest videre sine
corde, ergo visio est in corde;
quod ideo uon
valet, quouiam oculus
eget corde, tamen
ut ab eo species
ad oculum trasmittantur; ita
anima eget quoque
corpore ut subiecto,
et ut eo a
quo trasraittuntur species,
non autem eget
eo ut orgauo.
Sed ista respousio
est appa- rens et
non bona. quum
dicerc quod auima
uon est separata,
quia eget corpore
sicut subiecto, aut infereute,
nihil est dicere,
et omues hoc
coucedunf; sed secus
est de tuo Ch.
l39verso exemplo, et
de hoo quia
oculus non est
iu corde ut
in subiecto sicut
anima in corpore est
sicut iu subiecto;
cum autem omne
quod est causa
causae sit causa
causae in eodem geuere
causae, quomodo est
possibile quod cum
anima a corpore
causetur, et intellectio rccipiatiir
in anima, quod
etiam uou recipiatur
iu corpore? — Item est
mirum quod anima sit
mortalis iutelligatque semper
(secuudum?) eas potentias
quas (ille) ponit
in ea;quia ego credo
Alexaudrum ponere eam
exteusam, sed solum
in quo est.Tunc
quaero an intelligere fundetur
in anima, au
in parte animae;
si in tota
anima, cum sit
extensa non recipiet universaliter, sed
siguate mevito quantitatis.
Si dicas secundum,
cum non constet in
iudivisibili, erit iu
aliqua parte , ergo
erit orgauica ; cuius
oppositum tu dixisti. Sed
dicis coutra; istud
procedit contra Christianos,
quia per eos
anima est in corpore.
Dico quod non
procedit hoc contra
eos, quia ponuut
animam esse abstra- ctam,
non eductam de
poteutia materiae, et
non est in
corpore nisi per
accidens. Ale- xauder autem
vult quod essentialiter
sit in corpore
et ita ipsi
bene possunt dicere quomodo possit
se sola iutelligere;
et species recipere,
sine corpore ,
non enim per corpus
est constituta in
esse, ut Alexander
voluit quod ait
edncta de poteutia
mate- riae, et quod
constituatur iu esse
per subiectum; uec
potest salvare quod
cum omnis homo appetat
se esse aeternum
secundum iudividuum, et
iste sit naturalis
appetitus, quod iu totiun
frustretur. Licet enim
bruta appetant aeterno
tempore esse, hoc
nou est secundum individuum
sed secundum speciem;
nec beue respondet
rationibus theo- logorum quando
dicit quod auima
est felix, etsi
sciat se quaudoque
non esse, quod
est, quia cognoscit se
habere id quod
est ei possibiie
habere; et cum
est aeque felicitas sicut iu
Deo, Respousio satisfacit
quum tenet Alexauder
quod iutellectus uoster
Deo uniatur, et in
instauti omnia cognoscamus.
Sed quomodo est
possibile hoc, quod
res Ch. Ho
lecto mateiialis Deo uniatur,
quia ut dicit
Averroes in hoc
tertio, commento 36°
generabile efficeretur
aeternum et iiigenerabile? Quae
sententia quomodo valeat
infra dicemus. Item quod
dicit de diviua
iustitia non valet,
quia tuuc aliqui
mali non puniren- tur,
et qui bene
facerent non raererentur;
postea videatis quod
habeant isti dicere: scilicet, quod
si boui dicerent
animas esse immortales,
ut homines ducereut
in vir- tutem, tunc
omnes leges essent
delusiones. Item redeamus ad
aliam opinionem quae
teuet animam immortalem,
quae bipartita est. Aliqui
volunt quod sit
uua, et ista opinio videtur
magis fatua opinione
Alexan- dri. Alii vero
tenent quod sit
plurificata secundum substautiam
quae informat; et ra-
tiones primae opiniouis
suut: prima quae
est Themistii , hic
commento ^^''^■quod si esset
plurificata, ergo materialis;
multitudo enim individuorum
est per materiam quautam, 12."
Metaphysicorum, textu commenti
43°; secunda ratio,
quia ponendo muudum aeternum,
ut Plato et
Aristoteles volunt. si
animae esseut multiplicatae. vel essent
(ita) quia omnis
homo qui est
vel erit vel
fuit, habuit unam
aniraam, vel progredirentur de
corpore in corpus
animae: si primum,
lioc est impossibile,
quia da- retur iufinitum
actu, quod non
capit intellectus; si
secuudum, erit fabula
Pythagorae, quod una anima
modo intret corpus
unum, modo aliud;
et istae sunt
(rationes) fortio- res huius
opiniouis, et ista
aperte fuit sententia
Theraistii, licet Thoraas
in libro contra Averroistas non
dicit istam esse
sententiam Themistii, quaravis
ego non credam
illum esse librum Thomae;
et hanc opinionem
ex hoc couiectuvo
quod in commento
32° probat intellectum esse
unum, quia si
essent plures, esset
matevialis, eadem autem
est ratio de ageute
et de possibili
cum ambo sint
abstracta. Item ex
alio, quia in
commento 31° vult quod
intellectus agens non
sit Deus, sed
sit pars animae
uostrae ; modo si
isti duo intellectus faciuut
uuam aniraara numero.
quomodo uno multiplioi
existeuti Cli. I40verso alterum est
uiiicum? Item ex
alio. cum dicit
quod si intellectus
uon esset unus,
quo moJo discipulus addisceret
a magistro? Non
euim addiscimus aliquid
uisi sit aliquod commune nobis
et magistro. Quod
ista sit mens
Averrois est clarum,
licet ego audi- verim
esse quemdam venerabilem
doctorem senensem qui
tenet de mente
Averrois animam esse plurificatam;
quod evenit quia
in dies novae
opiniones insurgunt. Istud tamen
voluit Averroes, ut
manifeste apparet. Quod
autem senserit Aristoteles
dicemus in opinione Christiauorum. Sed
tunc restat diflicultas,
et est comurds
arababus opi- niouibus praedictis,
quia si anima
est aeterna, non
per corpus sed
per (se) stans,
tunc habebit se ad
liominem sicut gubernator
ad navim, et
motor ad motum,
nou sicut forma ad
subiectum; quare non
erit forma per
quam homo est
homo. Item esto quod sit
immaterialis, quomodo est
possibile quod unum
nunc districtum a
quocumque alio sit in
toto mundo? Ideo
posteriores Averroistae videntes
hoc, dixerunt quod
anima (est), iu quo
est forma, non
vera sed assistens
tantum, sicut rex
in regno; et
dicunt non incouvenire hoc in formis
abstractis, sicut dicunt
philosophi quod Deus
est ubique. Unde poeta
dixit: Jovis omnia
plena. Et istud
de mente Averrois
teuuit Albertus, Thoraas, Aegidius,
Scotus, Gregorius Ariminiensis,
Johannes de Gaudavo. Sed
ista opinio non
est intelligibilis nec
ad raentem Averrois,
ut aliqui propter rei
diflicultatera tenuerunt, et
propter verba in
coraraeuto 11° huius
secundi, cura dicit: nondum
est manifestum utrum
(anima) sit in
homine, sicut nauta
in navi. In
multis etiam locis dicit
quod est forraa
separata. Priraura quod dixi
probatur; si enim
anima intellectiva non
est forma intrinseca
ho- Ch. 141 recto
^nini per quam
liorao est homo,
tunc nullus homo
formaliter intelligeret. ex
eo quod uon est
forma nostra, Itera
ego experior rae
intelligere et scire
propositiones universales, qua- les
uon facit cogitativa.
Item est argumentum
Thomae quod tunc
homo non intelligeret; quod si
fingas fabulara Joannis
quod homo, pro
aggregato (sic) ex
corpore et intellectu, intelligit, sed
non pro composito
tantura, tunc, in
siraili, aggregatum ex
oculo et muro videret,
quoniara ita se
tenet murus ad
oculum sicut corpus
ad animara; nec
ista est mens Thomae, commento 27"
et 28", dicentis
intellectum agentera esse
formam et essentiam nostram. Primo
seeundum Averroem homo
est intellectus agens,
ipse auteni intellectus agens est
pars animae nostrae.
Item non est
luens Averrois ista.
Videte vos quanta
com- prehendimus in quaestione ista;ipse enira
in commento prirao huius
tertii,aperto dixit quod per
aniraam intellectivara distinguitur
homo ab omnibus
aliis speciebus, eadem
enim sunt principia differendi
et essendi.Item in
commentoSG" tertii huius,
dicitAverroes quod non est
moveus tantum, sed
et forraa. Item in
commento 36° dicit
quod ita se
habet anima ad horainem
sicut Intelligentia ad
orbem; sed Intelligentia
dat esse orbi;
ergo et anima homini.
Quod autem lutelligentia
det esse orbi
probatur, quoniam Averrois,
capitulo primo De substantia
orbis,dicit quod prius
Intelligentia uuitur coelo
quam dispo.sitiones et accidentia
coeli, ut quantitas,
figura, et alia
accidentia quae sunt
in eo; quod
si Intelligentia uuiretur coelo,
tautum ut motorem
eam praesupponeret. Coelum
esset quan- tum et
figuratum, quia nihil
movetur nisi corpus:
si ergo Intelligeutia
tantum moveret coelura, opus
esset orbem prius
esse quantum, quara
motum ab lutclligentia. Item prirao
Coeli, textu commenti
95°, dicit quod
dubiura est au
orbis per aliquid
alterum sit sensibilis et
intelligibilis, et dicit
quod sic: imo
de se est
tantum in pura
potentia, imo aliqui voluut
quod orbis de
se sit in
pura potentia ex
illo loeo : imo
2° Coeli textu commenti
3' Iutelligeiitia veriiis
unitiu- (ei) quam
materiae forma; quomodo
au- Cb.Hlvcrso tem lioc
esset nisi Intelligentia
daret esse orbi?
Istam seutentiam dicit
Tlromas; Al- bertus, et
isti alii imponuQt
hoc Averroi, et
istud ei ascripserunt,
quia viderunt quod altera
poteutia, scilicet quod
(quam?) intellectus, det
esse, videtur magis
impossibile. Cum vero dicis
Averroem dicere quod
intellectus est abstractus,
iuteliigit quod non
est edu- ctus de
potentia materiae. Sed
tunc augetur ditficultas:
si anima per
se stat et
etiam corpus, quomodo ex
duobus entibus in
actu tit per
se unum ? de coelo
et Intelligentia hoc salvare
non est diOicile
insequeudo Averrois verba,
quia lutelligentia est
quae dat esse actu
orbi; quoniam ibi
textu commenti 95'
dicit quod orbis,
seclusa lutelligentia, non est
nisi in potentia,
nec intelligibilis, sed
tantum sensibilis; et
ideo tit imum,
quia unum est actu
alter (alterum?) in
potentia (?). Sedin
homine est diificilius,
quia in homine
est cogitativa quae est
constituens bominem in
specie. Alias ego
dixi quod anima
intelle- ctiva realiter est
idem quod sensitiva.
et quod sensatio
corrumpitur quoad potentiam tantum, sicut
est sententia Thomae.
Marsilius vult hauc
sententiam Platonis; et
tunc multa possumus ex
hoc solvere, Sed
est duruui ponere
in intellectu abstracto
has po- tentias esse,
et non assevero
hoc, quoniam uullus
dixit aute me ,
et quomodo hae
po- tentiae possiut fundavi
in anima. Aliud
notabile est quia
lutelligeutia est vera forma
in orbe: quod
autem aliqui dicunt
quod materia coeli
est in pura
potentia, hoc non puto
verura esse, irao
Averroos in De
substautia orbis, cap.
ultimo, dicit quod
ma- teria coeli est
media inter materiam,
hoc est puram
poteutiam, et actum
inirura; et octavo Metaphysicorum textu
commenti 12': non
habent aeterna materiam
talem qualem ge- uerabilia
habent. Sed quoniam
auctoritates possunt glosari,
induco rationes, (ex
quibus hanc) quae olim
coneurrenti raeo fuit
difEciIis:quia si materia
coeli esset ens
in pura poten- tia,
ergo coelura cura
Intelligentia non esset
per se motum,
quia esse quod
per se rao vetur
dividitur iu partem
per se moventem
et per se
motam; pars per se movens
est Ch. 1-12
acto Intelligentia, pars per
se mota est
orbis, quae per
se, si est
in pnra potentia,
non po- terit resistere
Intelligentiae, unde non
erit motus. Ad hanc
rationem isti respondeut
negando primam compositionem, quoniam
in coelo pars per se movens
est Intelligentia, pars
per se mota
est materia coeli
una cum eius forma.
Sed si ista
responsio esset vera,
maxime in via
Averrois, tunc iu
elemento esset pars per
se movens et
per se raota,
quoniam forma elementi
esset per se
movens et compositum esset
per se motum,
quod tamen est
coutra Averroem 4."
Coeli, textu commenti 22.'
et in aUis
locis. Sed tunc
tu dices: si
materia coeli esset
aliquid ens in actu,
non posset fieri
iratim per se
cum Intelligentia, sicut
dicit Averroes primo Physicoriim commento
63"; et ideo
dico quod ex
anima intellectiva et
corpore infor- mato per
cogitativam iit per
se unum, quia
cogitativa non est
hominis essentia per se
complens, sed adhuc
corpus tale est
in potentia ad
intellectum; et si
dicitur ex primo capite
De substantia orbis:
impossibile est idem
habere duo esse,
dico quod est
verum de duobus esse
ultimatis, et aeque
perfectis. Vel dicitur
aliter quod hoc
non intervenit si unum
sit eductum de
potentia materiae, alterum
non; sed tunc
est angustia, quia omniura
horaiuum esset idem
esse, nee Socrates
a Platone distingueretur, eadem
enira sunt principia essendi,
et distinguendi. Sed
ista (positio) Averrois
potest persuaderi ex
eo cb. 142
verso quod Christiani etiam
teneut quod in
homiue sit una
tauttim anima iudicialis,
tota in toto et
tota in qualibet
parte, ut quod tota
sit iu mauu,
tota in pede.
Sic ergo dico
quod omiiiiim liominum est
idem esse intellectiiale, sed
quoad sensitivam et
cogitatiram dif- ferunt, ciiius
signum sunt proportiones
omnibus commimes. Sed
Alexander diceret utram- que
opinionem esse impossibilem;
ego tamen dico
quod opinio Cliristianorum est
ve- rior: potest etiam
persuaderi ex eo
quod una Intelligentia
dat esse orbi
ita magno, et tamen
una pars differet
ab altera per
accidens, ut stellata
a non stellata,
omnium tamen earum partium
est idem esse
intellectuale. Sed dicet
quis: orbis non
habet esse ab Intelligentia, siciit
est seuteutia Alexaudri
hic,in Paraphrasi de
anima, commento 8°; et
Thomas et Christiani
dicuut quod, quamvis
anima informet omnes
partes corporis, non tamen
per se primo
sed per accidens,
et per accidens
differuot istae partes;
sed iuteUectus dat per
se omnibus hominibus,
et inter se
difFerunt homines actu
etiam. Sed ad hoc
aliquis dicet quod
partes sunt actu
ab anima informante
et non in po-
tentia, et quod
inter se actu
differant. Sed est
dubium si anima
sit talis quod
sit una numero in
omuibus hominibus. Quomodo
intelliget, an recipiendo
an non reci- pjendo?
Et est quaerere
utrum dentur species
intelligibiles de novo
in intellectu rece- ptae.
De hoe est
una opinio Burlaei
7." Physicorum, commento
secundo, quae vult
quod anima non recipiat
de novo speciem;
quam inserunt aliqui
moderni, quorum scripta uon
vidi sed audivi
ab eis; erant
euim mei concurrentes,
et rationes istorum
snnt: primo est auctoritas
Averrois 12.° Methaphysicorum,
commento 25", ubi
dicit quod quae- dam
sunt substantiae quae
non recipiunt accidentia,
et substantiae abstractae;
intel- lectus autem est
abstractus et substantia
abstracta. Item si
habet species de
novo, hoc Cb. 143
lecto esset quia
phantasmata imprimerent in
intellectum illas species
et cum phantasma
sit materiale, tunc immateriale
a materiali pateretur.
Item si de
novo reciperet species, cum
istae species sint
singulares, non repraesentabunt universaliter; quare
intellectus non intelliget universale.
Item si anima
reciperet species, tuuc
plura accidentia, solo numero
differentia, essentin eodem
contra Aristotelem, 5°
Metaphysicorum, textu com- menli
15'. Item si,
respectu unius obiecti,
plures essent species
in intellectu, tunc
essent materiales, quia plurificatio
individuorum est per
materiam, ut dictum
est supra. Sed
tuuc quomodo fiat
intellectio , discordant
inter se. Unus
dicit quod fit
hoc modo quia anima
intellectiva est forma
mei, et omnia
intelligit per essentiam
suam ; non tamen ista
mihi dicitur intellectio,
nisi dum ego
cogitem, et quod
ego non intelligo asinum, uisi
prius cogitem de
asino; quia iste
est ordo naturalis,
quod, si debeo
anima iutelligere, debeo de
omnibus cogitare. Alii
dicunt quod bene
intellectus est in po-
tentia, sed non
ad species recipiendas;
sed per virtutem
intellectus agentis forma
asini eadeni realiter quae
est iu re
ad extra in
intellectum nostrum recipitur,
accidentalis tamen facta; et
istud est magis
impossibile primo; etenim
hoc intelligere non
possum sicut primum. Istae
tamen opiuioues sunt
impossibiles, nec ad
mentem Averrois et
Themi- stii: dixit enim
Themistiu? in commento
15." quod intellectus
est aptus et
(se) tenet ad rccipiendum omues
formas, sicut cera
ad figuras, et
dixit Aristoteles quod
ita se habet intellectus ad
intolligibiiia. sicut
sensus ad sensibiiia. Sed
aliqui dicunt, et
magis con- sentanee loquuntur,
quod visio non
fit per species,
ut dixerunt in
suo tractatu quem fecerunt, et
dicunt illud esse
contra intentionem Aristotelis
et Averrois, commento
4", qui oppositum huius
aperte dicit, quaud-o
dicit quod recipit
omnes species materiales; et prima
ratio est, quia
si nihil de
novo recipit intellectus
nisi aequivoce ut
tu dicis, Ch.HSverso quaero
tunc, quando Averroes
probat intellectum possibilem
immaterialem esse, ex eo
quod recipiens est
denudatum a uatma
recepti, et si
recipiens haberet aliquid
de na- tura recepti ,
tunc idem se
reciperet , et idem
iu se ageret;
do qua actione
loquitur Averroes? Si de
vera liabeo intentum,
quia tunc aliquid
verum aget et
recipiet iutel- lectus de
uovo; si de
actione aequivoca, tunc
non est inserviens;
idem ageret in
se ipsum actione aequivoca
ut dicitur ab
AveiToe; 8° Physicorum,
commento 4.' Secunda ratio:
si anima per
sui essentiam (inteliigeret), non
esset necessaiium ponere intellectum agentem,
cuius oppositum dixit
Averroes, commento 5°,
cum dixit quod Aristoteles intelligit
iutellectum ageutem et
(intelligit quod) habet
speciem, et intel- lectus
discurrit et componit
praedicatum cum subiecto;
quod non esset
si per essentiam intelligeret, et
tunc intellectus non
esset in potentia
sed esset actus
purus. Item si per
essentiam omnia iutelligit,
omnia eminenter continebit
et omnia crea- bit;
cum autem nou
dependeat asiuus ab
iutellectu, non intelliget
asinum. Sed aliquis dicet
ad hoc quod
hoc uon valet,
quia becuudura Averroem
in felicitate, quam
ponit Averroes, intellectus possibilis
iutelliget omnia per
essentiam intellectus agentis
et ta- men ipse
non est causa
omnium. Ad hoc dico
quod iutellectus agens
est causa omnium,
et si non
in esse reali, est
saltem in esse
spirituali; omnia enim
quae sunt potentia
intellecta facit actu
intelle- cta. Item quomodo
verificaretur dictum Aristotelis
quod se per
accidens intelligeret? Item intellectio
est (esset?) operatio
immauens absoluta, non
relativa, quae uon
potest esse absque aliqua
alteratione intellectus per
quam homo de
intelligente in poteutia fit
actu iutelligeus. Sed
dices quod denominatur
intelligens nou quod
fiat intelligens; contra tunc
homo non de
novo intelligeret sed
tantum de uovo
cogitaret, sicut (est)
de beatis in patria,
quibus licet Deus
non sit sua
iutellectio, tamen fit
eis nova spe- cies.
Ad rationes et
ad Averroem, dico
quod loquitur ibi
de Intelligeutiis perfectissi- mis; intellectus
autem possibilis est
infima intelligentiarum indigens
corpore in iu-
Ch. 144recto telligendo. Cuius
siguum quia dicit
ibi quod non
intelligunt ista inferiora
ipsae In- telligentiae. Loquitur
ergo de non
dependentibus a corpore. Ad
2", cum dicitur
quod phantasma imprimeretur
in intellectum, dico
quod intel- lectus agens
ea universalizat propter
quod possunt agere
in intellectum, et
ista est causa ponendi
intellectum agentem. Ad
3'", cum dicitur
quod siugularitas intelligentis aut speciei,
per quam intellectus
intelligit, nou excludit
uuiversalium intelligentiam,
alioquin cum Deus
et Intelligentiae ipsae
sint quaedam substantiae
singulares, non possuiit universalia
intelligere, (hoc uon
inconvenit) sed materialitas
cognoscentis et speciei, per
quam cognoscuut ipsae
res, universalem coguitionem
impediunt. Ad alterum quod
plura accidentia, numero
diftereutia, essent iu eodem,
dico quod est necessarium, quia
in (mundo?) sunt
plures species numero
distinctae, vel saltem
si est uua, habet
plures modos diversos
cssendi,uttenent aliqui Thomistarum.
Ad Aristutelem dico
ut ibi dicit scoliastes
(?) et ante
(?) eum Aegidius
loquitur ibi de
accideutibus quae bene
con- trarium habent acquisibilibus per
alterationem. Item si
per essentiam intelligeret
qua- tuor qualitates, intelligeret
(false, cum) altae
(tamen) Intelligentiae non
intelligunt falsa. Altera est
angustia quae (est):
cum contrariorum contrariae
sint operationes 4.°Metaphy- sicorum et
primo Posteriorum, si
auima situua, in
uno essent contraria:
ut quod Socrates sit
papa vel non
papa sicut nunc
est, et hoc
est argumentum Avicennae.
Sed dicet quis quod
hoc argnmeutum esset
contra Christianos, qui
tenent quod eadem
anima quae est in
pede sit
iu mauu; tuuc
sic est eadeui
anima vel sunt
contrariae. Sed Christiani
dicuut quod secus est,
quia etsi motus
gaudii et Iristitiae
eidem animae attribuatur,
hoc estper accidens; intelligere
autem est per
se in anima,
non enim est
anima quae gaudet
et dolet Cli. 144
verso nisi per
accidens, sed per
se est pes
aut manus, et
bene argumentum proceJit
contra po- nentes in
anima fieri immediate
seusationem, sicut est
Gregorius Ariminiensis. Sed
nos tenemus sensationem fieri
iu organo. Averroes
po.sset et ipse
dicere quod auima
con- sideratur duplieiter: in
se ut est
una iutelligentia, et
quoad nos, prout
est forma nostri; et
hoc secundum eius
duplicem operationem; quoad
primum intellectum ipsa
(intelligit) per essentiam intellectus
agentis, ut ego
puto; quoad alterum
qui dependet a
corpore intelligit per species,
et quoad hunc
non debemus dicere
solam animam intelligere
sed totum compositum, et
quod illa sit
per quam homo
iutelligit; unde, cum
compositum intelligat, non potest
dici unum homiuem
simul habere opinioues
contrarias, sicut di- cunt
Christiani, quod pes et manus
laetantur se nou
auima, contra: est
eadem anima et habet
opiniones contrarias; dicd
quod aliqua in
uno esse habent
contrarietatem non in altero,
puta iu reali
non in spirituali,
sicut albedo et
nigredo in materiali
esse sunt opposita non
in spirituali; possunt
enim eorum species
esse in eodem
puucto et simul iu
ocuio possent recipi,
et ista quae
eontrariantur in esse
materiali, in Deo et
Intelligentiis uniuntur. Uude
quae iu natura
inferiori opponuntur, non
opponuntur in natura superiori,
quare illa quae
sunt in iutelligentia
non habent contrarietetem sicut
ea que sunt in
cogitativa. quod provenit
propter materialitatem et
imperfectionem cogitati-
vae,et aliqua uuiimtur
insensu communi et
simul cOgnoscuntur;quare dico
quod opiniones contrariorura in
iutellectu non habent
contrarietatem; sunt enim
contrariae ut quod,
sci- licet respectu determinati
iudividui, quia dicitur
unum individuum potest
habere diversas
opiuionesirespectu de eodem
modo tamen sunt
contrariae ut in
quo, seilicet respectu
sub- stantiae in quo
suut; sunt scilicet
per respectum ad
animam quae est
una. Alterum argu- mentum
adducebatur: quomodo, si
est uua, potest
tot species babere
et tot falsitates
intel- Ch.HSrecto ligere? Dico
lioc non intervenire
(incouveuire) sicut nou
intervenit (incouvenit) uuam intelligentiam habere
duo opera, movere
in quo pendet
a corpore et
intelligere; ita anima iu
se non intelligit
falsa, aut habet
tot falsitatum species,
sed respectu individuonim
a quibus in hac
operatione depeudet, potesl
falsa intelligere, et
tot species habere;
est etiam in hac
operatione dubium an
sensitiva et intellectiva
sint idem. Alihi
videtur Aver- roem non
esse huius sententiae
inferius in commento
2 ' et primo
capitulo De substantia orbis, quia
necesse est, secundum
eum, quod in
mixto omni sit
una forma extensa
se- cundum subiectum, et hoc tenere
est durum. Sed,
si hoc sentiamus,
videtur esse contra eiperientiam, quia
ego scio quod
sum illemet quod
sentio, et intelligo:
quomodo autem hoc esset
si non tautum
una anima esset?
quod si dicas
esse unum aggregatum,
est multum dilBcile sustinere,
quia 2° huius,
teitu commenti 31
dicitur ut est
trigonura iu tetragouo in
poteutia, ista anima
imperfectior (est) in
perfectiori. Sed vos dicetis
quod uua (anima),
non ratione in
altera, sed analogia
(se habet?) sed tunc
ego non video
quomodo haec (propositio):
homo est animal,
sit in primo
modo di- cendi per
se, quia non
est plus dicere
quam dicere quod
habens sensum habet
intellectum, et ista:habens colorem
habet superficiem,nisi diceres
quod animal, pro ut a
(ut pro) sen- sitivo
tantum capitur, non
est de intellectu
formali homiuis; sed
si sumatur auimal
pro eo Ch. 145
veiso quod sentit
et iuteUigit, sic
est de intellectu
formali hominis, eo
modo capiendo animal,
quo dicis qiiod coelum
est auimal, et
ita auimal lioc
modo aualogiae sumptum
praedicabitur per se de
lioraine in primo
modo dicendi per
se. Altera est difficultas
quomodo una forma
aeterna informat corpus
generabile; et Aii- stoteles, octavo
Pliysicorum. dicit quod
aeteruum coaptatur aeterno.
Diximus supra quod cum
participet partim de
aeterno, partim de
mortali, cura sit
infinia intelligeutiarum, et generabile,
liabet uniri cum
aeterno per aliquid
medium, poterit intellectus
infor- raare aliquod mortale. Quod
vero dicis de
8." Plij-sicorum, dico
quod secus est
de anima intellectiva
et de Intelligeutia, quia
si Intelligentia iuformaret
corpus generabile, tale
corpus esset fa- ctura,
ergo ab altero;
et sic, nisi
esset aliquod cori.us
aeternum motum ab
Intelligentia, produceretur
in infinitum, et
ideo quoniam corpus
motum ab lutelligentia
est primum corporura, non
potest esse nisi
aeternum, ut beue
deducit Averroes 8."
Physicorum; sed quia non
liabent omnia ista
inferiora facere, non
oportet ut iustrumeutum,
per quod anima producit
suas operationes, sit
corpus aetermim, cum
non sit primura
coqwrum. His opinionibus expeditis,
quas puto impossibiles,
altera restat quae
tenet ammam aeternam esse
et plurificatam, iu
qua plures sunt
difficultates: prima, quia
tunc erit unum per
se stans in
actu, et etiam
corpus est in
actu ens; ergo
ex duobus entibus in
actu fit per
se ununi. Thomas
qui inter Christiauos
primus est, dicit
qiiodinho- mine non est
uisi una anima,
et quod unitur
ipsa materiae primae
sine medio, et cum
sit forma, potest
informare materiam primam,
et communicare ei
suum esse, et sic
non erunt secuudo
in actu. Si
vero volumus tenere
quod ex duobus
in actu potest
unum fieri, sieut ex
orbe et lutelligentia, quam
opinionem Thomas in
libro Contra gentiles attribuit Aristoteli,
iu textu commeuti
27', possimuis dicere
quod cx duobus
eutibus in Cli.
146 recto actu non
ultimato, quorum unum
ordinatur ad alterum,
fit per se
unum. Secunda difficultas: si
animae multiplicantur, quando
separantur a corpore,
quo- modo differunt, cura
differentia individuorum eiusdera
speciei sit per
materiara quan- tam? Ynde
12° Metaphysicorum: si
duo essent dii,
essent materiales; ita
anima. si esset pliu'ificata, esset
materialis, quod repugnat
eius simplicitati. De
hoc Aristoteles, sexto Naturalium, dixit
se credere esse
plurificaatam, sed se
igiiorare modum dixit.
Dicemus tamen nos, quautura
vires nostrae potejunt,
te.endo viam Aristotelis.
Argumentum est difficile, sed
eam non tenondo
non est difficile.
Nam in
via Platonis et
Scoti. ■qui dixerunt animas
differre per suas
ecceitates, argumeutum nihil
valet; concedendum est euim
. ex una specie
intelligentiarum, esse plures
intelligentias solo numero
dif- ferentes. Sed tota
difficultas stat in via Aristotelis.
Inter omnes alios
Thomas est minus ab
Aristotele remotus, et
Aegidius in secundo
Quodlibeti tenet, quod
distinctio iudividuorum
corapletorum fit per
materiam quantam, sed
prineipia difterunt per
lia- bitudinem ad materiam
quantam. Cum autem
auiraae non sint
ipsa individua, sed eorum
priucipia, non diff"eruut per
materiani c^uantam, sed
per habitudinem ad
eam. Sed tum est
difficultas de una
anima quae informaret
duo corpora, an
una an plures essent. Item
una est prior
istis respectibus; nullimi
autem diflfert ab
aliquo per id quod
est posterius eo, et istam
opinionem sequuntur multi Thomistarum. Ego
tamen puto aliter esse
dicendum, (scilicet) quod.
quaiido dicitur quod
differunt animae per
ha- bitudinera ad materias
diversas. quod sit
dicere hoc: quod
si istae animae
essent talis naturas, quod
(ut) n)n possent
informare nisi eamdem
materiam, non diiferrent
numero, sicut uuu lutelligentia,quae, quia
potest infoimare totam
suam materiam, non
babet plura iudividua sub
se; sed animae,
ex eo quod
possunt informare plura
corpora numero diffe- rentia, ut
esse per se
generabiles et corruptibiles,possunt esse
diversae,numero differen-
Ch. l-fC
vei-so tes, et
ita istahabitudo erit:
posse informare plures
materias, quae habitudo
uon differt ab anima,
cum sit relatio
quae non ditfert
a fundamento iu
via praesertim Tbomae. Et
ita auimae per
se ipsas realiter
distinguuutur, et circumlocutive tamquam
a signo per istas
habitudines. Sed dices
propter quod est,
quod non possunt
informare mate- rias specie
diversas? Respondeo quod
hoc est merito
imperfectionis earum; ex hoc
enim quod simt
aptae iuformare corpus
generabHe propter sui
potentlalitTltem, et idem corpus
non posset idem
numero permauere sed
tautum specie. Quod
enim nou potuit perpetuari in
individuo, saltem in
specie perpetuatur, secundo
huius, commento 34.° Ideo
et animae quae
babent informare ista
corpora generabilia, erunt
eiusdem speciei, solo numero
differentes; Intelligentiae auteui
quae, ex sui
perfectione, possimt informare totam materiam
eiusdem speciei, ideo
ipsae uon diiferunt
specie, et eorum
materia eadem numero semper
durare potest; quare
ulterius dico quod
si Deus crearet
duas animas simul, quod
puto possibile et
verum, licet aliqui
Thomistarum fueriut in op-
positum, qui Parisiis
fueruut condemnati, dico
quod non differrent,
ex eo quod
possunt duo corpora informare
ex sua natura,
et esse pars generabilis et
corruptibilis, non per diversas
habitudines ad materiam.
Sed dices: istud
non videtur satisfacere
Ari- stoteli 12° Metaphysicorum. Dico
quod bene sequitur
quod si essent
plures Dii, non esseut
puri actus, quia
non essent perfecti,
ex hoc quod
non possuut informare
unam materiam, nec etiam
anima est purus
actus, sed aliquod
habet potentialitatis, nec etiam
Aristoteles voluit ibi
quod Deus esset
materialis, sed quod
mundus esset ge- nerabilis
et corruptibilis. Et
opiuio Scoti (?)
mihi iu hoc
non placet. Altera difficultas
est quod, cum
mundus sit aeternus,
vel animae erunt
infinitae vel de corpore
iu corpus trausibunt.
In hoc variae
suut rationes. Quidam
dixerunt muudum esse aeteruum,
et quod animae
actu sunt iufiuitae,
et huius sententiae
fuit Ch. 147 rccto
(fueruut) Aviceuua, Algazeles
et Scotus dicentes
uon repuguare apud
Deum dari infini- tum,
licet Aristoteles hoc negaret.
Aliqui aliter dicunt
quod in essentialiter
ordinatis non datur
infinitum, sed uon inconvenit in
accidcntaliter ordiuatis, animae
nou suut accidentaliter ordinatae.
Et quod istud iufiuitum
uon sit simpliciter
infiuitum, sed secuudum
quid, sicut totum tempus
(est) simpliciter, sed
futurum est infinitum
secundum qiiid a
parte post, et
prae- teritum est infinitum
a parte ante,
ita auimae a
parte ante sunt
infinitae , a parte post
etiam sunt infinitae,
sed secundum quid.
Ista ratio mihi
uon placet, quia
da- retur etiam iufiuitum
in essentialiter ordinalis,
quia uumeri suut
esseutialiter ordi- nati. Istae
autem animae su-it
numeratae; est enim
una, duae, tres
et sic de
singulis; ergo si animae
esseut infiuitae daretur
in numeris processus
iu infinitum. Ad hoc
quidam dicunt quod
bene esset multitudo
infinita,sed numerus iufiuitus
non; quia numerus creatur
ex divisione continui;
non datur autem
continuum infiuitum, ex primo
Coeli, et 3°
Physicorum, ergo nec
datur numerus infinitus.
Ponunt ergo isti differentiam iuter
multitndinem et numerum,
et multi tenent
hanc responsionem, sed nugae
sunt, nec in
isto est disputandimi,
quia ego non
credo omnem numerum
creari cx divisiono coutinui,
imo numerus prior
est continuo et
illo abstractior. Unde
iu primo Posteriorum dicitur
quod uuitas est
puncto abstractior, et
aritlimetica geome- tria, et
hoc est contra
Aristotelem 3° Physicorum,
ubi cum probavit
non dari infi- nitum
in entibus materialibus,
probat etiam non
dari in spiritualibus, quia
implicat contradictionem, nec intellectus
mensurae (?) capit quod apud
Deum detur iufinitum,
nec Deus posset facere
unum corpus infinitum;
totum enim locum
occuparet, nisi fides sit
in oppositum; sed
puto eam ab
hoc non dissentire.
Ideo quod dicit
Scotus de in- finito
secundum quid, est
contra Aristotelem iu
tertio Physicorum; ubi
vult quod si
Ch. 147 verso
aliquod est infinitum
secundum quid, est
etiam iufinitum simpliciter.
Alii dixerunt, et fuit
Origenes, quod Deus
a principio mundi
creavit multa pro
una generatione, qua completa,
non amplius creabit
aliquas animas. Sed hoc est
voluntarie dictum, nec
habet aliquam auctoritatem ad
hoc cogentem. Alii
dicunt: in aliquo
certo terapore renovabi- tur, et
quod fit resurrectio
et regressum animarum
ad corpus, ut
disit Plato quod
mun- dus renovabitur iu
auno magno, quod
est in tribus
millibus annis, quum
orbis tuuc erit in
ea dispositioue, in
qua nuuc est.
Causae autem sioiilis
effectus similis est.
Haec opinio de resurrectioue
est contra Aristotelem
in 2° De
generatione in fine,
ubi habet quod idem
numero non potest
redire. Postea videtur
iuiustum quod qui
uunc sunt beati, possint ad
corpora iterum redire:
possent euim peccare
et a corpore
paterentur. Cuius opiniouis fuit
P^^thagoras et Plato.
Alii di.xerunt quod
mundus est aeternus,
sed per infinitum teiupus
homo non fuit,
et istud non
videtur esse rationabile
dictum, quia mundus eo
tempore non fuisset
perfectus. Tanta
enim perfectione, quanta
est homo, caruisset. Aegidius
dicit in 2°
quolibetico quod Aristoteles
putavit animas esse multiplicatas et
aeternas, sed non
vidit hoc argumeutum,
sicut forte non
vidit multa alia. Cuius
signum est quod
Averroes numquam videtur
formasse hoc argumentum contra se,
quod si vidisset
aliquod foriuasset. Thomas
tandem defaticatus dicit
quod ipse Aristoteles vidit
hoc argumentum. Certum
est euim quod
non est contra
Chri- stiauos poneutes muudum
finitum a parte
ante et a
parte post. Ego
non credo quod sic
(?) Averroes putet
animas esse aeternas
et plurificatas, et
forte ponit auimas
iterum ingredi in corpora
dimissa sicut Plato
tenuit. Cuius signum
est quod numquara
de hoc loquitur contra
antiquos. Sed de
hoc Aristoteles forte
fuit ambiguus, vel
tracta- vit de hoc
iu libris qui
ad nos non
pervenerunt. Et si
dicas tunc daretur
resur- Ch. 148
recto rectio: dico quod
forte Aristoteles non
negaret in homiuibus,
licet forte in
brutis. Kesolvendo ergo, sto
in ratione Thomae,
quod Aristoteles non
intellexit se sicut
forte nec iu aliis. Altera
est difficultas, quod,
cum anima sit
aeterna, utrum aliquando
inceperit esse. In hoc
Aristoteles videtur utrique
parti favere; quod
enim inceperit esse
duae sunt auctoritates; prima
est duodecimo Metaphysicorum, textu
commenti 16' et
17', ubi Aristoteles dicit
quod causae moventes
sunt animae effectuum,
sed causa formalis
incipit esse cum re
(?) etin quibusdam
formis, ut de
intellectu, nihil Philosophus
habet (censet) post mortem
remanere. Ecce ergo
quod secus (sic)
Aristoteles, ut iiti
notat Thomas: anima intellectiva
incipit esse cum
corpore, et remauet
post subiectum compositum. Altera
est in secundo
De geueratione animalium,
cap. 3°, ubi
dicit, quod anima
sen- sualis et intellectualis prius
suut in actu;
si ergo aliquando
sunt in actu
et aliquando in potentia,
non sunt omnino
aeternae. Pro altera
parte sunt auctoritates
eiusdem in capitulo eodem, ubi
quaerit utrum omnes
auimae sint aute
corpus vel non;
et dicit quod
solus intellectus est aute
corpus. Si est
auto, ergo nou
iuciiiit csso cuin
corporesimul. it,.ra
auctoritas est primo
Coeli, ubi vult
quod orane aeteruum
a parto ante
est aetemuin |,art,: post.
Item sequereUir quod
auima crearetur; vel
ergo iiuinediate a
Doo, vol luediaut
..■ Si primum, ergo
novitas esset in
Deo, quoniam actio
nova ab agento
antiquo imn ,, procederet, et
novitas quae est
in effectu debot
in causa reduci.
Si uiediauto coel
eri'o materialis, quare generabilis
et corruptibilis csset.
Sed ad istas
Averroes posset -i....: ad
illam de 12"
Met,hapiiysicorum, dicit quod
non fecit cxpressfr
mentionem dniic- ptione; est
euim clarum quod
omne aeternum a
parto post est
aetornum a part ontp, in
via saltem Aristotelis.
Sod tunc est
dubium quaro dixit
quod reiuanet post
m-tm, Ch. )4Svcrso cum
eadem ratione esset
clarum, aetenium enim
a parte anto
ost aeternum a arte
post. lu
lioc difficiie est
respondore, tamen pro
uuuc dico quod
Aristoteles it.r.iiit quia libitum
est ei. Ad alteram
dico dupliciter: primo
modo, quod hoc
intelligitur quoad op(.\tio- nem; prius
est enim in
poteutia futelligons quam
sit actu intelligens.
V«l alit' di- catur quod
si Aristoteles Joquilur
ibi de aniiua
et iion operationo,
dico quod aim.i in
se uon est
iu potentia priusquam
iii actu informet,
sod semper cst
actu. Si re- spectu
Socratis, est in
potcntia ad informandum
prius Socratom, quam
actu infuiiet. Teneudo tamen
aliam opiniouem possumus
dicoro ad auctoritatem
in opposituin: a-
iri- mum, quod auima
intellectuin praecedit ita
non secundum leinpus;
quaravis enim iim.1 in
eodem iustanti boetur
(creotur) a Deo
et in corpus
infuiidatur ut dicit
Augiisiu.s, prius tamen uatuva
a Deo creatur,
qiiam in corpus
infundatur. Aliao autem
non s se habent,
quia educuntur de
potoutia mato-iae et
non veniunt de
foris. Ad ultimum: quod
omue aeternum a
parto ante est
aeternum a parte
ist. Aliqui negant aporte
Aristotelcm in hoc.
Thoraas aliter dicit
quod illud inteiligiti
ci voluntate uon habet
verisimiJe illud dictura.
Ista (propositio) tamen
modo valoat quauim potest. Aristoteles
enim ibi universaliter
ost loquutus. Ad aliiid, cum
diciturquod i-a- ret(?) concedo
hoc; solus eiiim
Deus potest creare,
est enim primus
agens, nihil praesp- ponens. Et
cum dicitur meUate
vel immediate, dico quod in
creatione animae est dno oi- siderare. Primum
est creatio aiiimao;
secundum estcorpoiis organizatio.
Quoad primii, solus Deus
concursit: creatio enim
nulli creaturao tradita
est, sed solus
enim Deus cat uuUo
alio mediante. Quoad
secuudum concurrit Coelum
et causae secundao,
et hoc dico -
cundum ordinem naturae.
Cum autem corpus
ost debite organizatum,
anima in eo
intn- ditur, et cmu
dicitur ab antiquo
non provecit novum
quia Deus mutaretur:
dico q>d Cb.l49recto uon
sequitur hoc, quia
ista mutatio innovatio
non est ex
part« Dei, sed
ex parte corpis vel
auimae, et hoc
habent dicere etiam
illi, qui ponunt
Deum esse iutellectum
agentu, quia ipse immediate
causat species intelligibiles a
phantasmatibus abstrahendo eas. t
si dicereut quod
pariter Deus posset
mundum de novo
creare, ex eo
quod ista novitas
ni in Deum sed
in mimdmn reduceretur,
dioo quod ratio
Aristotelis, in 8"
Physicorum, ir quam ponit
mundum esse aetemum
uon coneludit, et
iu via sua
patitur angustii. Sed quautum
sit in proposito,
dico quod secus
est de anima
et do muiido,
quia bce Deus potest
de novo creare
animam, sod nou
mundum: quia si
crearetur muDdi mutatio non
esset nisi in
Deo et non in mundo,
quia novitas quae
est in efr ctu,
debet reduci in
causam suam, ergo
nihil aUud a
Deo esset. Ista
novitas n; — 169 —
«duceretur in aliud
corpus, quia non
esset, sed in
solum Deum qui
est causa: sed 1
anima novitas non
est in Deo,
sed in corpore
organizato. Alia difficultas est:
si anima simul
cum corpore non
corrumpatur, sed remaneat, uaero an
ingi-ediatur aliud corpus
an nou; primum
non est dicendum
quare est ibulosum; sed
si secundum, vel
vadit iu paradisum,
vel in infernum,
vel in purga- irium:
quaero per quid
fit iste motus;
vel per alterationem,
vel per motum
localem, . quaero de
via per quam
vadit. De hoc
nibil dicit Aristoteles,
forte quia nescivit. ed
argiimentum niliil valet
et est contra
Averioem, etiam quia,
quando Socrates ge- eratur,
quaero quomodo intellectus
incipit eum infomare,
et quando moritur,
quomodo .'sinit informare. Sed
ego dico quod
iste motus non
est contiuuus , nec
rationis iusdem cum istis
motibus inferioribus, sed
per generationem, intelligendo
et volendo, t voluit
Thomas, vel est
motus definitivus ut
voluit Scotus. Ch.l40ver?o Altera difficultas
est quod operetur
anima a corpore
separata. Si nihil,
anima erit luslra; nihil
autem videtur operari,
quia hoc maxime
esset intelligere, quia
anima cv phantasmata intelligit,
quae sunt in
corpore. Si autem
non habet infelligere,
nec abet velle. Dico
quod anima, cum
est separata, non
iutelligit per pbantasmata,
sed per pecies infusas
a Deo; anima
enim habet duas
operationes; prima est
intelligere cum iiautasmate, secunda
intelligere sine piiantasmate
quando est separata,
sed me lemitto lcclesiae, et
notetis quod de
inferno et paradiso,
non tantum memiuit
Ecclesia sed liam Plato
et philosoplii, praeter
sceleratum Aristotelem. Stat et
altera dubitalio: si
anima esset aeteraa,
homo non esset
vere generabilis et onuptibilis. Thomas
dicit ad hoc, quod
vere generatur quia
portat ipse tertiam utitatem distinctam
a partibus. Sed
ego puto non
dari illam tertiam
entitatem. Ideo lico quod
iiomo non vere
geueratur uec corrumpitur,
sed potius generatio
homiuis est luacdam unio
et corruptio (vel)
segregatio; et hoc
habet etiam dicere
Averroes; et Aristo- eles
sensit hoc idem
dicens, « separatur autem
hoc ab hoc
sicut sunt ». Stat
argumentum iro Averroe: quod
fci inteliectus non
esset uuicus, scientia
esset quautitas activa.
Ke- -pondet Thomas quod
magister et discipulus
iu aliquo conveniuut
nou ut subiecto, ed
ut obiecto, et
in primis principiis
quoad speculabilia, et
de quolibet dicitur
esse . el non esse,
et in operabilihus,
ut in isto:
quod tibi non
vis fieii alteri
ne feceris. UUima ratio
erat: quia singularitas
impedit iutelligere. Dico
quod uon, sed ma
erialitas est quae
impedit, et ad
rationem suaui, dico
quod non oportet
quod ex duo- ijus
numero distinctis causetur
tertius conceptus sicut
secundum Nominales. Isti
ter- luinus terlius signant
se ipsum lerminum
per se ipsum
et non per
aliquem clistin- ctum (sic).
Haec est quae
volui dixisse in
hac quaeslione. Volo
tamen unum dicere quod,
philosophice loquendo, potest
probaii (quod) anima
est aeterna contra
Scotum. Cb. loOrecto De
unitate niultum dubito.
Averroes Tiiemistius, Theophrastus
fuerunt huius opi- uionis,
sed tenendum est
quod est multiplicata
et aeterna secundum
fidem, quia ali- ter
periret iustitia divina
in qua Angelicus
multum insudavit. Utrum intellectus
intelligat se per se an
per aliud. Pomponacius in
textu decimosexto, omissis
nugis Joannis, breviter
dubitat an intellectus intelligat
se; de re
iu se nou
est dubitatio, qnia
in nobismet experimur
hoc, sed est dubitatio
(per) quod intellectus
iutelligat se. Certum
est quod non
per sui 22 — 170 —
essenti;ini, noii liabendo
concpptum disliiictum a
se, ut liabet
Commeutator primo Poste- riorum: quia
si sic, semper
intelligeret se, quod
est falsum, nisi
prius alia intellexerit: probatur autem
quod Iiae esseut
causae sufticientes intelligibilis, quia
esset intellectus
iutelligeus et ipsa
iutellectio, et etiam
scieutia et scibiie
essent idem. A priori
etiam probatur hoc:
intellectus possibilis est
in pura potentia,
modo omne quod intelligitur,
intelligitur quantiLm est
iu actu, nono
Metaphysiconim. Cum ergo ita
sit, videndum est
quid sit illud
per quod intellectus
se intelligit. Pbiloso- phus, in
textu commenti octavi,
dixit quod intelligeudo
alia se intelligit,
quia intelli- geudo asinum
quodammodo fit asinus;
videndum est ergo
an requiratur iina
species determinata magis quam
alia, sic quod
solum per unam
speciem vel per
quamcum- que possit se
intelligere; et quoad
mihi videtur, diceudum
quod per quamcumqTie
speciem indifterentem possit se
ipsum cognoscere, et
hoc docet experientia,
et Aristoteles dicit hoc
superius, quod non
determinat se ad
aliquam speciem in
loco illo; sed
stat tamen duhitatio: si
per quamcumqne speciem
potest se iutelligere,
qnomodo est possibile quod una
species, ut asini,
ducat iutellectuni in
cognitionem asini et
ip.sius intellectus, vel requirat
aliud, et in
hoc stat punctus.
Kequiruutur duo modi
dicendi, unus minus probabilis, et
est quod per
speciem solam intellectus
possit devenire in
stii cognitio- nem, quia
species habet diio
repraesentare: primura, illud
a quo deciditur,
et hoc per se
(patet?); secuudario, subiectiim
illius, cum non
debeat esse ingnota
suo subiecto. Sic Ch.
loOverso ergo per
quaracumque speciem duo
intelliguntur, subiectum et
obiectum; sed primo ducit
in cognitionem obiecti,
secundario subiecti, et
hoc est quodintellectus concurrit effective ad
hanc actionem, et
hoc videtur dicere
Averroes, commento octavo,
ubi dicit quod intelligendo
asinum iit asinus
aliqno modo. Sed
haec sententia videtnr
ambigua; quia si per
speciem se intelligat.
vel hoc est
voluntarium, vel naturale;
non volun- tarium quia
non semper hoc
possumus; et etiam
cum voluntas praesupponat
cogni- tionem intellectus, hoc
prius esset cognitum
de intellectu: si
naturale, cum naturalia eodem modo
se habeant semper
in omnibus, ideo
rustici intelligentes asinum,
per speciem asini etiam
suum intellectum intelligerent, et
nos quando aliquando
iutelli- geremus, semper nostrum
intellectum intelligeremus. Secundo,
hoc videtur inopinabile, quia, vel
per imam cognitionem
intellectus coguosceret se
et asinum, vel
per duas ; si per
unam, semper quando
una intelligeret, aliud
etiam intelligeret; si
per duas, sic etiam
cum sint distincta
obiecta, quaero quomodo
illi actus sint
distincti .... si
(ea) sint distincta, vel
sunt absoluta, velpraesupponunt aliquid
absolutum; ergo istae
duae intellectiones habebunt duo
absoluta distincta quae
erunt speeies vel
aliquid alterum, licet forte
sint ab eodem
agente; sic exempligratia
ego et tu
calefimus ab eodem
agente, igne, tamen hoc
est per diversas
caliditates; alia est
enim caliditas inme
etin te. Alius modus
dicendi est quod
non tautum intellectus,
intelligendo se, esset
specie aliena, sed ultra
illam requiritur aliud,
scilicet conceptus unus
distiuctus a specie;
ad quem causandum concurrit
species ut efficiens
instrumentale: et sic
cessat secunda dubitatio, quia dicam
quod duobus conceptibus
distinctis intelligitur asinus
et intellectus; et species
asini est ut
primo modo, et
fit ista intellectio
hoc raodo: ex
eo quod intellectus cst informatus
specie, agit in
seipsum causaudo intellectionera sui
aliam a prima
et hunc raodum videtur
tangere Averroes iu
commento octavo in
tine, ex mente
Alpha- rabii; nec credo
intellectum , statim quod
est informatus specie ,
ducere se in cognitionem sui,
sed requiritur discursus
et multa alia.
Considerat enim istam
speciem CU. 151
recto a quo causata
sit, et iu
quo modo suscipiatur,
et ita veniet
in notitiam sui,
et nota quod est
differentia inter conceptum
et speciem, quia de abstractis
liabemus conce- ptum et uon speciem;
de materialibus speciem
et non conceptum,
quia habemus de eis
pliantasmata, et intellectus
intelligitur conceptu diverso
aspecie asiui, specie
diversa. Numquid inlellectus suam
operationem intelligat.
Quaeritur quomoJo intellectus
suam operationem intelligat.
De'se non est
dubi- tatio, sed de
modo. Joannes bic
dicit fatuitates. Duo
sunt dicendi modi,
unus, quo, per eamdem
intellectiouem per quam
intelligo obiectura, intelligam
etiam intellectiones; nec hoc
inconveniret immaterialibus quod
idem duo reputet,
ut in divina
essentia repu- tantur omnia
entia et ipse
Deus; et hoc
dicit Joannes, sed
credo iioc esse
falsum; quia vel ista
actio est uua,
vel plures; si
piimum, cum aliquid
intelligam, semper
intelligam me iutelligere
quod est falsum;
si vero ita
quod sint diversae,
quomodo differunt istae actiones
inter se ? Altera
est opinio Thomae
in prima parte,
quaestione
octuagesimaseptima, articulo
tertio, quod non
sit eadem intellectio;
et quod potest
operatio esse tunc
cum ipsa quae intelligitur non
sit illud mediante
quo nos intelligimus,
sed est id
quod nos intelli- gimus cum
et ipsa sit
intellectus, et si
diceremus tuuc procederemus
in infinitum in actibus
animae. Dicit ad hoc
Thomas in prima
parte, quaestione octnagesimasexta,articuIo secundo, quod
in actibus anirnae
non est inconveniens
procedere in infinitum,
ut bene dicit Thomas,
et in hac
secunda operatione intellectus
concuirit effective. Sed tunc est
diffi- cultas utrum sensus
habeat talem actionem.
Themistius, in secundo
huius, videtur diccre quod
sic; tamen ut
est sententia Aristotelis
in De somno
et vigilia: nullus
sentit suam operationem. Ego puto
quod non, sed
quae est altera
ratio quare inteiligat
(se intellectus) non autem
seusus? Dico quod
quia intellectus est
super se retlesus,
potest se intel- ligere; nulla
autem virtus materialis
potest coguoscere se,
quia nihil potest
agere iu se in
his materialibus, licet
in abstractis hoc
possit esse verum;
aliquid enim est
in Ch. isiverso superiori quod
nou est iu
iuferiori, etideo abstracta
possunt se intelligere,
et hoc ex perfectione eorum. Altera
dubitatio est utrum
Aristoteles in hoc
capite tractet de
obiecto intellectus. Dicitur quod
sic, ut etiam
omnes Latini dicunt
in textu commenti
noni. Ex altera
parte videtur quod nou,
quia tunc Aristoteles
non observaret id
quod dixit in
hoc secundo, scilicet quod
prius est tractandum
de obiecto quam
de potentia. Scilicet
in primo capite huius
tertii, et in
secundo tractaret de
obiecto, scilicet in hoc capite
secundo et in lextu
commenti vigesimiprimi inciperet
tractare de ratione
intellectus. Forte dices quod
Latini male exponant;
Theophrastus autem et
Averroes melius; cum
ipsi aliter iutroducant. Istud
uihil est, quia
prius debuerunt determinare
obiectiim et operationera quam potentiam;
de hoc nullus
dicit, ego tamen
dicerem quod prius
quoquomodo determiuavit de obiectoquam
de operatione, et
hoc quum dicitin
textucommenti quarti: si ergo
omnia intelligit, ens
est suum obiectum;
et si diceremus: uou
desciipsit suum obiectura,
dico quod ens
non habet descviptionom, cum uihil
sit uotius ente;
ideo non descripsit,
et cum dixit
qiiod intelligit, tractavit
Je operatione: in Iinc
vero capite magis
determinavit de obiecto
et in textn
commeuti 21 magis determinato
locutus est de
operatione intellectus, imo
idom facit in
2" liuius iu cap. De
seiisu, quia prius
tractat de sensu
in communi et
deinde tractat de
obiecto scilicet sensibili communi
et proprio. Vlrum singulare
cognoscatur ab intelleclu
cl quomodo. Quaeritur etiam
quomodo singulare dgnoscatur
ab intellectu uostro
et utrum coguoscatur distincte,
quamvis aliqui dicant
quod non; sed
ista opinio videtur
falsa. Primo Aristoteles in
textu commenti noni
dicit quod singulare
cognoscitur vel a
diver- Ch. 15-2recto sis
virtutibns vel ab
uua aliter se
habente. Ecce ergo
quod concedit (?)
al) una virtute cognosci;
ista autem virtus
non potest esse
sensus, quia sensus
tantum circa singularia versatur,
ergo est intellectus,
quia ambo (') cognoscit. Item
intellectus separat
universale a particubari;
eadem autem est
virtus quae coguoscit
aliqua et ponit
difTe- rentiam inter illa,
secundo huius textu
commenti
centesimiqiiadragesiraisexti.
Item inductio est a
particularibus ad universalia.
Eadem autem est
virtus quae ex
par- ticularibus colligit universale;
nec est dicendura
inductionem fieri a
diversis virtutibus, quia lioc
est falsum; imo
audivi uuum doctorem
hoc inconveniens (esse)
concedere. Iteni nonne sunt
syllogismi particulares quos
non potest facere
aliqua virtus sensitiva?
Pro- cedunt enim ex una universali,
vel ex alia
particnlari, quia regulantur
pro dici de omni
et de nullo,
sensus autem nou
cognoscit universalia. Sed
videndum est de
modo ])er quem intelligitur
singulare. Hic simt
duae opiniones: prima
est Nominalium, quae etiam
videtur Alexandri, quae
stat in tribus
considerationibus. Prima oonsideratio
est quod singulare coguoscitur
per propriam speciem,
quia intellectus ponit
distinctam differontiam
inter universale et
particulare; hoc autem non
potest esse nisi
habeat distinctam
cognitionem de illis,
et hoc nou
potest tieri uisi
per eius conceptum.
Item vel cognoscitur per
propriara speciem, vel
per speciem universalis.
Si primum, habeo
iu- tentum; si secundum,
cura ista species
ducat nos in
cognitiouem omnium singularium
iu communi vel in
confuso, non potero
habere uotitiam unius
determinati individui ut
Soc '" aut Plat."''
Secunda consideratio patet.
Quod intelligitur ab
intelleetu est siugulare; quae consideratio
probaturquia illud prirao
inteliigitur quod primo
pliautasiatur; siugula- re autem
primo phantasiatur, ergo
primo intelligitur. Priraa
propositio est mauifesta
exeo quod intelligere nostrum
depeudet a phantasmatibus; brevior
patet quia phantasia
est sin- gularis. Item
sic se habet
singulare incomplexum, sed
singulare complexum prius
cogno- scitur quam uuiversale
complexum. Ergo et
ita est de
incompleso. Auterior patet
ex Ch. 152 verso
convenienti similitudine; brevior
probatur, quia sic
cognosco quod reubarbarum(sic)pur- gat coIeram(sic)sicut dicitur
in secundoPosteriorum in
fine,et est primoPoste.riorum, in capite
de ignorantia, quod
deficiente sensu deficit
scienlia illius sensilnlis
quod habetur jier sensum
illum. Item est
tertia ratio quod
uti non coguoscitur
nisi abstrahendo a par-
ticularibus, sed abstractio
non fit uisi
a noto, ergo
siugulare prius fait
coguitura ab intellectu. Tertia
consideratio (est) quod
uti non cognoscitur
nisi ex comprehensione mul- torura
singulaiium, et ex
similitudiue reperta in
singulari causatur universale,
sicut accipiendo Socratem et
Platonem, ita maxiraa
eorum similitudine, causant
conceptura specificum; et videndo
hominem et asiuum
ambos habere virtutem
sensitivam, causatur (I) Scilicet
singulare eC universale. aliiis conceptus,
iit puta genevicns,
quia noii habet
tautara similitiuliiiera quanta
est iu Socrate et
Platono. Non ergo
universale primo et
simpliciter fit, seJ
ex collatioue raul- tonuu
individuorum, et pro
hoc est auctoritas
Alexandri hic, et
iu Paraphrasi et in
capite vigesiraoseeundo, ubi
videtur hoc aperte
dicere: dico enim
quod cum sensus coguoverit hoc
vel hoc album,
statim intellectus es
his sensuum intentionibus
album cognoscit. Quid clarius?
idem videtur dicere
Themistius in primo
huius, capite quarto, commentoquarto;etAverroes,in duodecimoMctaphysicorum commento
quarto, dicit quod universalia apud
Aiistotelem sunt coUecta
ex particularibus in
intellectu, qui accipit inter
ea similitudincm et
facit ea unum
in actu. Haec
ipse. Quid ergo
clarius quam dicere particularia
sunt in intellectu?
Dicunt ergo quod
particulariter ab intellectu cognoscltur, et
ratio est quod
nulla alia res
videtur posse causare
universale, et ista
fuit opinio Buridani in
primo Physicorum, Gregorii
Ariminiensis in primo
Sententiarum, distinctioue
tertia, quaest. priuia,
art. primo, quod
scilicet cognoscatur singulare
ab intellectu per propriam
speciem; istam tamen
specie.m habet a
sensu, non enim
potest intelligere singulare nisi
prius id senserit
sensus, et quod
conceptus communis sit posterior
conceptu parlicularium.
Altera opinio est
quae huic ex
toto opponitur qnam
imitantur Albertus, Thomas,
Ch. loSrecto Scotus, quae
et ipsa stat
in tribus cousiderationibus; prima,
quod singulare non
cogno- scitar ab iutellectu
per propriam speciem;
prima ratio, quia
receptum non recipitur secundum naturam
recepti, sed secundum
uaturam re ipientis;
cum ergo intelloctus habeat recipere
ipsum, non recipit
secundum uaturam singularis,
scilicet singulariter, sed secuudum
naturam intellectns, id est universaliter. Item
nos diximus superius
quod intellectus in hrc
differt a sensu,
quia intellectus universaliter, sensus
singulariter recipit.Ergo
illud quod in
intellectu recipitur uou
siugulariter recipitur, sed
sub conceptu uuiversali recipitur.
Item non esset
necessitas ponendi intellectum
ngentem; quod probatur, qnia
intellectus agens uon
ponitur nisi ratione
ui.iversalis quoJ ab
intellectu debeatrecipi. Et isla
est opinio Averrois,
in commento decirao
octavo, in fine. Si autem singulare recipiatur
in intellectu, ad
quid esset ponendus
intellectus agens ? Item
arguuut moderni argumento
quod reputant Achiilem.
Si
intellectus haberet conceptus singulares ipsorum
singularium, sciret-ponere differentiam
inter duo individua
eiusdera speciei, et cognoscere
differentiam quae est
inter talia individua :
hoc autera est
falsura 'deduobus
repraesentatis, quorum unum
sit repraesentatura iu
una hora, aliud
in alia. Verbigratia pono
hic unum ovum.
Vel habeo proprium
conceptum buius vel
non. Si nou, habeo
intentum; si sic,
nolo quod aliud
ponatur: tu credis
illud esse idem
ovum. ergo non scias
ponere differentiam.Secuuda consideratio
(est) quod intellectus
non intelli- git primo
siuguIare,quod declaratur quia
inteHigit reflexe, ergo
non directe. Consequentia probatiu- quia
linea recta non
est retlexa;assumptum patet
hicin textu commenti
decimi. Item quod per
accidens intelligitur non
prirao intelligitur; singulare
per accideus in- telligitur, ergo;
assumptxrm patet qnia
per se nou
sunt idem numero,
(brevior?) pro- batur per
famosam propositiouem, quae
dicit universale per
se, singulare per
accidens iutelligitur ab intellectu.
Item quod est
priraum obiectum prius
intelligitur, nniversale est primum
obiectum iutellectus, ergo
prius cognoscitur ab
intellectu. Anterior est clara;
brevior probatur quia,
ut communis est
sententia, intellectns est
universalium, Ch. loSverso
seusus vero particulariiuu. Tertia consideratio
est qnani isti
in sna tertia
consideratione sibi coudicunt,
quia singulare prins iutelligitur,
et uuiversale non
intelligitur nisi per
compreheusioueiu s multorum singularium,
et coliectio siugularium
non est uisi
universaie. Ergo univer- sale
cognoscitur aute universale
quod est inconveniens;
restat ergo dicere
quod uni- ^- versale
per speciem universalis
primo cognoscitur, et
siugulare secundario coguoscitur; uec oportet
liabere couceptns piaedictos
primo, quoad hoc
quod universale intelligatur; sed tunc
ego quaeram si
particulariter non cognoscitur
ab iutellectu per
speciem pro- priam, quomodo
fiat intellectio siugularium
? Dicitur quod
species decisa ab
obiecto, secnndario
repraeseutat, vel per se prinio;
et quia est
imago decisa a
phantasmate, repraesentat
etiam siugnlare, licet
non primo, sed
reflexe; de qua
reflexiouo di- ctum est
iu commento decimo.
Utraque hornra partium
potest teueri, et
Dens de hoc scit
veritatem, ego antem
nescio; dico tameu
quod prima opinio
mihi ma- magis placet.
Quia tameu sua
argumeuta non concludunt
ad illa respondebimus. Ad primnm,
quod intellectus ponat
distinctionem inter nniversale
et particulare, lioc
argu- mentum non est
facile; dico tamen
quod ponit difterentiam
inter ea, non
per speciem particularem distiuctam
a specie universalis,
quia non potest
haberi speciem siugu- laris.
Sed dices unde
est quod ponit
ditferentiam (ad) intelligere
ea? Dico qnod
in prima operatione qnando
directe intelligit universale,
tantnm universale coguoscit.
Sic iu secunda quando
revertitur ad phantasmata,
pouit differentiam inter
universale et par- ticulare, sed
haec responsio non
multum valet; quia
si non est diversitas
speciernm, ergo nec iutellectiounm, cum
duae intellectiones non
proveniant ab eadem
specie; qnare si non
habebit speciem singularis
non poterlt inter
ea difiereutiam pouere;
cum tamen unum cognoscat,
scilicet universale, qnia
eins solius habet
speciem. Ad secuudum, qnod species
universalis causat confusam
cognitiouem particularium, dicitnr
quod species nuiversalis, quantum
est de uatura
sua, non causat
distiucte eognitionem paticularium: Cli. 154
locto per accidens
autem, in quantum
cansatur ab hoc
vel ab hoc
particulari determinato,
ducit in
cognitiouem alicuius particularis
et non alterius,
et ita per
accidens causat distinctam cognitionem
particularium. Ad argumeuta facta
pro secuuda cousideratioue, ad
probandum: quod primo
phan- tasiatur primo intelligitur,
negatur assumptum, et
ratio quia uos
phantasiamnr parti- cularia tantum
et particulariter, intellectus
antem tantum universale
et universaliter intelligit. Ad
secuudum sicut se
habet complexnm ad
complexnm etc, dicitur
primo concedeudo assumptum; ad
anteriorem, dico quod
nou semper necesse
est ad lioc quod
intelligam uuiversale complexum,
ut prius intellexerim
particulare complexum; quia possem
habere conceptum uuiversalem
complexum non habeudo
singularem. Quod autem dicitur
de Aristotele, dico
quod illud est
verum in principiis
quae habent ortum a
sensu, non de
principiis sicut accidit
in geometria, ubi
aliquando habemus couceptum universalem
alicuius considerationis, absqne
hoc quod habeamus conceptum siugularem
suorum singularium. Et in libro
De historia animalium
Aristo- teles docet nos
de moribus aliquornm
aniraalium, tuuc de his auimalibus
habemus conceptnm communem, nuniqnara
tamen haberaus conceptus
particulares istornm ani- malium.
Aliter
potest dici negando
assumptum et similitudiuem
illam, et ratio
est quia quando comprehenditur universale
incomplexum repraesentatur natura
communis, sed
comprehendeudo universale complexum
repraeseutatnr suppositnm ratioue
de limitatione «omnis» ; quod
si adiungitiir, licet
stet primo pro
natura in communi,
ut dicen- do omue
reubarbarum purgat coleram,
ratione de liraitatione
«omnis>, repraesentatur
suppositum; licet euim
stet pro natura
in communi, inter
tamen naturalia Iiabet
exerceri in suis suppositis,
et ita non
valet similitudo. Ad
aliud: universale abstrahitur,
et ista' absti-actio non
fit ab ignoto:
dico quod est
aequivocatio de abstractione
; non enim abstraliitur eo
modo quo argumentum
concludit, ut quando
notum a noto
abstra- liitur. Sed est
abstractio ad hunc
sensum, quia singulare
quod est in
potentia intel- lectus fit
actu intellectus. Ad illud
quod dicitur in
tertia consideratione, scilicet
istam esse sententiara Alexandri,
Themistii et Averrois,
dico quod suae
(tuae?) auctoritates non
Ch. l.^Jver.^o sunt verae
pro universali quod
est priraa intentio,
sed pro universali
quod est secunda intentio. Homo
enim et animal
possuut haberi sine
collatione multorum singularium, si pro
prima intentione capiantur;
si autem sumantur
pro secunda, ut
sunt genus et species,
hoc non potest
esse sine illa
particularium collatione ab
intellectu facta; quum genus
et species habent
de raultis praedicari,
quod non potest
esse sine illa
colla- tione; sed ista
responsio non est
ad intentionera Alexandri,
quia Alexander ibi
dicit de albo et
albo, et ita
non valet; nec
videtur esse illa
mens Averrois quia
arguit contra Platonem; non
est autem necessarium
quod Plato voluerit
alias iutenMones esse a
materia separatas qualiter
ponebat ideas. Si
uon voluraus tenere
quod intellectus intelligat singulare
sicut mihi videtur
esse tenendum. possumus
ad argumenta contra hoc
facta dicere. Ad
primum. quod recipiens
recipit secundum naturam
suam, possumus dicere: quod
intelle:tus,seoundum
scilicet quod sit
abstractus, et quod
sit forma materiae et
ultima intelligentiarum: quoad
primum habemus quod
tantum universalia intelligat;
quo vero ad secundum
quia est fonna
materiae, et quia
est naturae ancipitis
inter abstracta et non
abstracta^cum medium participet
naturam extremorum, habemus
quod singularia possit intelligere,
quia a raateria,
saltem quoad operari,
dependet. Ad secundum
quod est ista difterentia
inter sensum et
intellectum, dico quod
est differentia inter
sensum et intellectum quia
sensus non recipit
nisi singulare, intellectus vero
universale et singulare, sed
intelligit uuiversale pro
quanto est abstractus
a materia , singulare vero in
quantura a materia
dependet in operari.
Ad tertium
quod tolleretur neces- sitas
intellectus ageutis: dicit
Bur. (Buridanus?)
in prirao Physicorum
quod ideo ponitur intellectus
ageus, quia materiale
non potest agere
in immateriale. Sed
ista responsio non est
ad mentem Averrois
in commento decimo
octavo, ubi ponit
intelle- ctum agentem solura
per utilitatera faciendam.
Ideo dico aliter,
negando consequen- tiam, quod
si solum siugulare
iutelligeret non esset
necesse ponere ipsum;
sed quia Ch.
155 retto ultra hoc
et universale cognoscit,
et hoc est
magis proprium ei
quam singulare in- telligere, ideo
ponitur intellectus agens;
quod si diceres
a quo habet
cognitionem singularis, dico quod
habet a sensu.
Fit enim transitus
de ordine in
ordinem, a sensu
ad intellectum.
Ad quartum de
duobus ovis, dJco
quod si hoc
argumentuni conclu- deret, etiam
de sensu concluderet,
quia non cognosceret
sensus singulare. quia
virtus cognitiva nescit ponere
differentiam inter ea,
et tamen speeies
potnerunt in memoria conservari, et
ideo ad praesens
aliter non dico.
Ad arguraenta facta
contra secundam
consideratiouem: ad primum,
dico quod singulare
intelligitur reflese. Buridanus,
pri- mo Physicorum, dicit
de reflexione quam
dicit Averroes in
commento decimo; sed
quia illa expositio non
est ad mentem
Aristotelis, ideo aliter
dicimus quod illa
reflexio non — 17(3 —
est sicuti imaginati
sunt nostri Latiui;
sed cognoscit singulare
reflexe, quia sicut
linea reflexa est gemina,
ita est cognitio
singularis quia est
per sensum et
iutellectum. AJ secundum, quod
per accidens intelligitur:
dico qnod aliquaudo
accidit universali quod nou
est accideus in
particulari, ut visibile
accidit in auimali
et non homiui ;
ita in proposito quod
intellectus intelligat siugulare,
hoc accidit iutellectui
ut humauus est, iion
tamen aecidit ei
ut intellectus est,
quia ut humanus
potest intelligere singularia,
nou ut intellectus est;namduodecimoMetaph3'sicovum iQtellectus,
ut intellectus est
et abstra- ctus, non
inteliigit (singulare). Ad
tertium dico quod universale
est obiectum iutellectus per
exclusionem, ut dicit
Gregorius, quia intellectus
pro universali difl^ert
a sensu; potest euim
intellectus apprehendere uuiversale
quod non potest
seusus, quia circa particularia versatur,
sicut est in
sensu communi, qui
colores, sonos et
omnia seusualia cognoscit, quae a sensibus
particularibus cognoscuutur; et
ultra hoc (sensus
communis) cognoscit
operationem sensuum exteriorum,
et tamen non
distinguitur sensus communis a
particulari per hoc
quod talia sensibilia
cognoscat, sed quia
operationes sensuxmi Ch. 155verso
exteriorum cognoscit, ideo
distiuguitur. Ad quartum:
quod ante universale
cognosceret universale, dico quod
ista particularia quamvis
habeant causare conceptum
communem uou sunt universale
nisi in materiali,
sicut sensus cognoscit
duo alba quae
possunt causare conceptum communem,
et tamen non
sequitur quod sensus
cognoscat imiver- sale: ita
ista singularia, quamvis
possint causare couceptum
communem et universalem, non tameu
sequitur quod sit
universale in actu,
et ita non
cognoscitur universale ante universale. Utrum intellectio
et species intelUgibilis
sint idem realiler. Quaeritur ulterius
utrum iutellectus et
species intelligibiles sint
idem realiter; posset enim
aliquis ex praedictis
liabere quod non
sint idem realiter,
quum intellectus agens (ut
dictum est) est
etiam causa speciei
intelligibilis, non autem
intellectionis. De boc nulli
est dubium quod
diflerant ratione, quum
species repraesentet tantum
ipsum obiectum non autem
iutellectio. In hac
materia est una
opinio quae tenet
quod non Cb. 172
verso distinguantur realiter,
quia vel intellectio
adderet aliquid absolutum
vel respectivum ipsi speciei;
sed uullum liorum
addit intellectio ipsi
speciei, ergo non
difl^erunt rea- liter. Anterior
patet: brevior probatur
pro pvima parte,
quia si intellectio
adderet ali- quid absolutum,
per speciem non
acquireretur nova intellectio
nisi aliquid absolutum de
novo acquireretur. Modo
non est fiugere
tale absolutum quod
intellectio superaddat ipsi speciei.
Item uon videtur
quod iutellectio sit
aliquid absolutum, quia
illud non est absolutum
cuius esse est
ad aliud se
habere. Intellectio est
talis, ergo; anterior
patet ex praedicamento relationis:
illud enim dicitur
esse ad alterum
cuius esse est
ad alte- rum se
habere; brevior patet
quia intellectio. ut intellectio, est
alicuius intellectio. Item pulchrum
esset videre (quod)
si intellectio est
quid absolutum, uon
erit aliud nisi
species iutelligibilis
perfectior; modo quaeritur
an sint eiusdem
rationis istae species
an uon. Si sic, tunc
plura accidenlia, solo
numero difl"erentia, erunt
in eodem, quod
est contra Aristotelem quinto
Metaphysicorum, ubi dicit
quod quaecumque sunt
iu eodem subie- cto
numero, differunt specie.
Item tantum una
harum specierum esset
uecessaria, alia superflua. Nam
(aut?) uihil facit
superflua. Quod si
dicas istas speciesesse
diversarum ratiomim, primo non
est videre penes
quod distinguantur, cum
sint eiusdem suhstan- tiae
et obiecti, sicut
intellectio asini et
species asini. Item
in vanum esset
unum isto- rum, vel
species vel intellectio,
quum species est
illa per quam
res cognoscitur, et intellectio est
etiam perquamres infelligitur.
Probatum est ergo
quod intelleotio non addat
aliquid absolutum super
ipsam speciem. Quod etiam
non addat aliquid
relativum probatur, quia
si adderet aliquid
relativum tunc intellectio esset
de praedicamento relationis
quod est falsum,
quia intellectio est de
praedicamento nctionis vel
passionis;cum autem praedicameuta
sintimpermixta,iutellectio non
poterit esse de
praedicamento ad aliquid.
Item arguitur secundo,
et est argumentura Scoti in
decimatertia quaestione, nono
libro, quod illud iu quo
consistit fecilitas et
perfe- ctissima operatio hominis
non est relativum,
sed in intellectione
consistit fecilitas, ergo. Anterior probatur
quia intellectio dicit
aliquid quod perficit
liominein;relativum autem, ut tale
est, nuUam perfectionem
includit; brevior patet
ex primo et
tertio. Et liic
ubi vult Aristoteles quod
felicitas consistat in
uctu intellectlonis, idem
etiam vult Aver- roes
in prologo Physicorum,
et ita cum
intellectio non addat
aliqiiid absolutum aut relativum
ad ipsam speciem.
nou
erit ab ipsa
specie diiferens. In
oppositum, et pro
Ch. l73recto altera parte,
argiiitur quod illa
non snnt eadem
realiter quorum, uno
uon existente, alterum remanet.
Sed species et
intellectio tali modo
se habent inter
se quod uiium remaiiet altero
non existente , ergo.
Anterior patet quia
illa quae suut
eadem geueratione generantur et
corrumpuntur. Brevior patet
quia dormiens non
habet iu- tellectiones et
tauien habet speciem;
aliter enim si
species non reraaneret
in intellectu liominis (docti?)
non esset rammemoratio,
quod est contra
Aristotelem primo Poste- riorum. Item
illa non suut
eadem quorum unum
ab altero efJicitur,
sed species et intellectio hoc
modo se habeut,
ergo. Anterior patet
quia nihil potest
se speciem ef- iicere,
brevior patet quod,
ut dictum est,
ex specie .creatur
intellectum, et est dictum
Angelici quod ex
specie et potentia
fit cognitio rei.
Item quia ita se
habet intellectus ad
intelligibile sicut seusus
ad seusibile , quia
utraque cognitio termiuatur ad
obiectum proprium, modo
possum intelligere existentia
et non exi- steutia,
nec possibilia existere.
Tunc quaero ad
qnod terminatur ista
intellectio non-entis ; non ad
obiectum quia obiectum
non est uec
potest esse ; non
ad phan- tasmata cum
sint singularia, ergo
ad speciem intelligibilem: quare
necessario dabitur species intelligibilis, ad
quam cum torminetur
intellectio, erit ab
ea distincta sicut species
sensibilis est distiucta
a sensutione. In hac quaestione
sicut et in
aliis suut diversi modi
dicendi. Avicenna tenuit
quod species iutelligibilis et
intellectio sint penitus idem,
et quod cessante
intellectione cesset speeies
intelligibilis, quum ipse
non potuit videre qualiter
sit in virtute
coniprehensi\a et non
sit cognitio rei Hanc
opinionem quasi omnes
Latini impugnant. Ideo cmnes
fere Latini posuerunt
species et iutel- lectiones non
distingui realiter; sed
dubium est, si
differunt, quid superaddat
intellectio speciei. De hoc
sunt niuitae opiniones:
prima est quae
est usitata quam
tenuit Scotus in 13"
quaestione Quolibcti, et
Gregorius Ariminiensis, secundo
Sententiarum, disiin- ctioue septima,
quaestione secunda, articulo
primo. Tenent isti
quod intellectio formata Ch.
173 verso uon dicat
relatiouem. Connotat tamen
relatiouem et relativum
ad obiectum; et
lioc propter secundum argumentuni,
et hoc tenet
Tiiomas. Utrum
vero connotet duos
re- spectus, vel unum
tautum non est
praesentis loci, similiter
et utrum sint
relativa secundum dici et
uon secundum esse,
ut aliqui voluerunt.
Tenet tamen
Scotus quod species et
inteliectio uon sit
una et eadem
res formaliter, sed
tenet quod species
sit imperfectior
intellectione, ita quod
intellectio sit altera
species multo clarior
et lu- cidior ipsa
specie prima. Et
dicitur an sint
eiusdem rationis, an
diversae. Dicunt quod non
sint eiusdem rationis
formalis, quia intellectio
est essentialiter perfectior
specie; et lioc dicuut
esse quia natm-a
procedit de minus
perfecto ad magis
perfectum, et ita procedit
de specie ad
intellectionem; et si
dicatur quod est
necessitas ponendi spe- cies
intelligibiles, dicunt cum
(quod?) intellectio
terminatur ad speciem
sicut supra dixi- raus.
Ulterius cum dicitur
unde causatur illa
diversitas speciei ab
intellectiono, dicunt
provenire hoc ex
agente et passo
melius disposito, et
etiam quia in
puro iutellectu recipitur species,
iutellectio vero recipitur
in intellectu specie
informato. Tunc ad ra-
tiones iu oppositum
dicitur: ad primam
cum vel addit
aliquid absolutum vel
rela- Cb. l74reeto tivum,
dicitur quod intellectio
in se est
absolutum; dico tamen,
et coustat, relativum. Ad
aliam: cum dicitur
quoad istud absolutum
superadditum speciei, dico
quod est ipsa intellectio. Ad
aliam: cum dicitur
an sit eiusdem
rationis, dico quod
non, imo intel- tectio
est esseutialiter perfectior
specie. Ad alterum
cum dicitur uude
causatur ista diversitas, lioc
quod causatiir ab
agente et melius
disposito. Ad aliam:
cum dicitur iu vanum
poneretur una istorum,
dicitur quod non.
quia species sola
nou potest fa- cere
istud quod facit
intellectio quum species
sit (imperfectior) iutellectione
et ista opinio communiter
tenetur. Altera est
opinio quae tenet
quod species et
iutellectio sunt idem
realiter, et quod diffenmt
ut magis perfectum
et minus perfectum.
Species
euim est quaedam
in- tellectio imperfecta, et
ita videtur esse
quaedam additio non
iu alteram speciem
sed iu unum ab
alio esse, et
ita videtur dicere
semper Thomas, non
assevero hanc esse sententiam Thomae,
et dicitur species
pro quanto repraesentat
obiectum ad extra,
di- citur vero intellectio
pro quanto per
eam obiectum ad
intra intelligitur. Differt
autem haec opinio a
prima, quum prima
non ponit speciem
esse eadem qualitate
cum iutel- lectioue. Ista
vero ponit esse
eadem qualitate cum
specie et tunc
faciliter potest (re- sponderi) ad
argumenta in oppositum
facta. Utrum in rebus
sit veritas et
falsitas vel in solo intellectu. Circa textum
37 sunt aliquae
difHcultates, et primo
utrum in rebus
sit veritas et falsitas,
an in solo
intellectu. Et arguitur
quod iu rebus,
quia communiter dicitur aurum
est verum vel
falsum, et in
duodeoimo Metaphysicorum, textu
commenti quarti, dicitur quod
unumquodque, sicut se
habet iu veritate,
ita se habet
in eutitate, unde primum
ens est maxime
verum. Quod etiam
apparet ex theologia
nostra. Dixit enim Christus: Ego
sum via, veritas
et vita. Et
pvobatur etiam hoc
ratione, quia eus et
verum convertuntur. Ens
autera attribuitur rei,ergo
et veritas rei
attribuitur. Item verum est
obiectum intellectus, sed
quod est obieclum
intellectus non est
in intellectu, Ch. 174verso
ergo verum non
erit in intellectu.
Auterior patet quia
dicitur communiter quod
intel- lectus fertur iu
verumsicut appetitus in
bonum.Breviorpatet quia obiectum
praesuppouit potentiam. Item propler
quod uiuimqiiodque tale,
et illud magis
(est?); sed oratio
est vera propter esse
ad extra, ergo
res est magis
vera. Prima
nota (est); brevior
patet ex primo Physieorum,
ubi dicitur quod
ex eo quod
res est vel
non est, oratio
dicitur vera vel falsa.
In oppositum est
Aristoteles hic in
textu oommenti 27'
et 22' et
in primo Ph}'sicorum, iibi
dicit quod in
compositione et divisione
tantum consistit veritas
et falsitas, et in
6." Metaphysicorum, textu
nltimo, dicit quod
bonum et malum
sunt tantum in rebus,
verum et falsum
intellectu. Omissis quae
dicit Joanues quia
nescit quod dicat,
explicabo quod dicit
Tho- mas in prima
partequaest. decimaeseptimae, et
in fine libri
Metaphysicorum, et in
primo Perihermenias. Pro soluiione
accipio primo quid
nominis istius termini:
veritas. Dico quod ita
se habet de
veritate sicut de
sanitate: ut enim
sanitas consistit in
adaequatione humo- rum iu ordine ad
ipsum animal,ita veritas
est quaedaui adaequatio
vel commensuratio rei ad
intellectum, vel intellectus
ad res; ex
quo patet veritatem
intelligi non posse
sine iu- tellectu, etideo
in sexto Metaphysicorum, textu
coramenti ultimi, dicit
Aristoteles verita- tes tantum
esse in intellectu,
bonum et malum
iu re. Quia
autem veritas sit
analogum quoddam definita (sic)
est definitioue. Vos
dicetis in quo
consistit veritas illa
quae con- sistit in adaequatione rei
ad iutellectum et
intellectns ad rem?
Dico quod si
res com- paralur ad
intellectum practicum, talis
est vera pro
quanto comparatur ad
talem in- tellectum, et sic omnia
sunt vera pro
quanto comparantur ad
intellectum divinum : ex quanto
enim omnis res
est effectus Dei,
vel in geuere
causae efBcentis, vel
finalis, omnia habebunt ideam
suam in meute
divina, et res,
secxmdum quod habent
simili- tudinem ideae suae,
sunt verae, et quanto
magis assimilabuntur suae
ideae, tanto magis erunt
verae. Unde dicimus
aurum esse verum
pro quanto fert
veram similitudiuem suae ideae,
scilicet auri qui
est iu mente
divina. Res ergo
dicitur vera pro
quanto comparatur ad intellectum
a quo dependet,
et hoc non
est tantum platozinare,
sed est Ch.
175 recto acceptum ex
duodecimo Metapliysicorum, textu
commenti decimioctavi, iibi
Averroes aperte ponit omnia
esse iu Deo
sicut in Artifice
supeiiori. Nou enim est
peripateticum dicere Deum
nou habere scieutiamistoruminferiorum. Si autem
quaeratur: Tu dicis
quod res est
vera pro quaulo
comparatur (cum) intellectu practico et
factivo habente formas
rerum omuium; ego
quaero utrum iste
intellectus sit verus an
non. — Ego
credo quod sic,
propter intellectum speculativum;
intellectus enim practicus praesupponit
speciilativum, nam prins
concipitur domus quam
fiat. Unde infra dicit
Aristotelcs, intellectus speculativus
extensione fit practicus.
Idem quoque dicitur sextoEthicae, et
ideo si artifex
faoit domum secundum
imaginationem apprehensam, di- citur
vera domus; si
nou, falsa. Intellectus
vero practicns erit
verus in ordine
ad speculativum. Dictum est
igitur qualiter sit
veritas in adaequatione
rei ad intellectum; dicendum est
modo qualiter in
aliquo veritas consistat
in adaequatione intellectus
ad rem. Dico quod illud
veiitieatur maxime quoad
nos. Nostrae enim
intellectiones sunt verae quando
conformantur rei ad
extra. Itaque ita
sit ex parte
rei. sicut per
intel- lectum sequitur, et hoc modo
intellectus speculativus se
habet ad practicum,
et talis relatio est
mensurati ad mensuram;
nam in prima
veritate res est
mensurata, intel- lectus mensura,
in secunda vero
res est mensura,
intellectus autem mensuratum.
No- tamus tamen hic
quod scilicet res
non absolute dicantur
verae aut falsae
in ordine ad nostrum
intellectum: aliter enim
una et eadem
res esset vera
et falsa, quum
unus — 180 — horao
opinalur uiio modo
et alius alio
modo , quae opinio
iraprobatur qiiarto Meta- physiconim textu
commenti decirainoui; tamen
quoquomodo dicuutur verae
in ordine ad iios,
non quia intellectus
realiter habet mensurare
talem rem, sed
quia talis res
est apta facere talem
scientiam de se
in nostro intellectu;
sed res absolute
dicuutur verae iu ordine
ad intellectum divinum
qui maxime verus
est, et sic
patet detinitio veri- tatis,
qualifcer est adaequatio
rei ad iutellectum
et intellectus ad
ipsam rem. Si
autem quaeratur utrum Deus
sit verus, dico
quod in Deo
omnibns modis est
veritas, sicut dicit Ch.
nsverso ],jg Themistius
de agenfe quod
est verus, non
quoad alia. sed quoad
se tantum qui verus
est intellectus. Quauto
magis ergo Deus
hoc modo unus
erit et raaxime
verus, quum ex se
ipso verus est,
et non ex
alio extriuseco sicut
nostra veritas ! Est
etiam verus omuibus modis,
quum iu Deo
est adaequatio rei
ad intellectum et
intellectus ad rem; tanta
enim est sua
esseutia quanta est
sua intellectio, et
tanta est sua
intellectio quanta est sua
essentia, nec aliquo
modo de se
ipso potest facere
aliquam deceptio- nera. Ad
quaestionera ergo possumus
dicere quod veritas
semper habet ordiuem
ad intellectura. Poniuius taraen
aliquam veritatem iu
intellectu, quoad scilicet
ad intelle- ctum speculativura
cuius veritas niensuratur
a re. Ponimus
etiam aliquam veritatem in
re, seilicet quoad
iutellectum practicum qui
niensurat veritatem in
re essentialiter. In Deo
autem est mensura
et mcusuratum, uou
quidem realiter distiucta,
sed secuu- duni uostrum
raodura intelligendi. Si
quis ergo dicat
veritatem esse inter
iutellectura et verum, djcit
qmmi (quod?) iu
intellectu non intelligitur
veritas; sicut auteni
in subiecto, veritas potest
esse in re.
Ad rationes responsio
patet. Ad priraam, dico
quod aurum est
verum et eius
veritas cousistit iu
adaequatione rei ad iutellectum,
nou quidera uostruni
sed divinum. Est
enim verum quia
iraitatur veram ideam auri
qui est in
mente divina, et
nou ponimus veritatem
cousistere in ordine ad
intellectum nostrum, aliter
euim sequentur inconvenientia quae
adducit Ari- stoteles, quarto
Motapliysicorum coutra anliquos
putautes orania, quae
videbautur nobis, esse vera.
Ad alias quoque
patet solutio; veritas
enim, ut dictum
est, aliquo modo
est iu re, et
de deo iam
dictum est quod
iu eo est
veritas. Utrum substantia materialis
intelligatur per propriam
speciem. Quaeritur hic, propter
dicta Averrois, utrum
substanlia mateiialis intelligatur
per propriam speciem. Joauues
movet hanc quaestionem
supra, sed iste
locus videtur mihi convenieutior de
substantiis immaterialibus. Clarum
est quod non
intelligatur per spe- ciem
propriam, sed ex
discursu, et arguitur
quod sic, primo
ex dictis hic,
ubi dicitur quod lapis
non est in
anima sed species
lapidis; item in
textu commenti decimiquarti ubi dicit
quod est in
potentia ad omnes
formas. Confirmatur, quum
Averroes volens probare intellectum
possibilem esse immaterialem_',fundatur super
hoc quod, quia
est receptivus omnium forraarum,
et omne recipiens
debet esse denudatura
a natura recepti, quare nou
habebit aliquam materialem.
Supponit ergo Averroes
quod intellectus reci- piat
omnes formas, quod
uon est intelligeudum
secuudum esse materialem. In oppositum
arguitur: illud nou
intelligo per propriam
speciem quod non
habet propriura phantasraa. sed
substantia uon habet
proprium phautnsraa ergo
etc. Anterior Cli. 187
vcrso videtur esse
uota, et brevior
probatur quia, cum phautasma sit
motus factus a
sensu — 181 — secundum
actum, cum seusus
exteriores iiou possint
c .gnoscere suljstautiam,
quia seusut non se
profundat usque ad
subiectum rei, nec
etiam pbantasia poterit
sribstantiara coguoscere. In hac quaestione
sunt noanullae opiuiones
Joannis cum quo
sunt omnes fere
Aver- roistae; putaut substantiara
intelligi per propriam
speciem, et confirmatur
lioc ex dicto Averrois, secundo
buius, textu commeuti
163', ubi dicit
quod cogitativa recipit
intentiones omnium decem praedicamentoium; quod
si cogitativa potest
boc facere quanto
magis in- tellectus! Quomodo
autem pbanlasia cognoscat
substantiam et non
sensus exteriores, de boc
sunt divers3,e opiuiones.
Aliqui dicuut quod
sensibile producit speciem
suam et cum sua
specie est immixta
species substantiae, et
primo producit eam
in sensu exte- rioii,
deinde iu coramuni,
demum in phantasia,
et dicunt quod
species substantiae, licet sit
in sensu particulari
aut communi, ipse
tamen uou cognoscit
eam, sed sola
plian- tasia iuter omnes
virtutes eam coguoscit. Sed dices:
unde est quod
species substantiae cognoscitur
a phautasia, et non a sensibus
intermediis inter eara
et sensibile? Dico
quod agens non
agit nisi in
passo bene disposito, et
quia alii sensus
suut multum materiales
et imperfecti, ideo
species substantiae nonest apta
nata producerc sui
notitiam iu sensibus
aliis a pbantasia;
quia vero ista est
multum spiritualis et
perfecta, ideo potest
speciem substantiae cognoscere. Alii vero
sunt dieentes speciem
substantiae nou esse
in seusu proprio
aut communi tamen esse
iii phautasia. Et
si dicatur; unde
est quod non
est in intermediis
sicut in phantasia, dicuut
quod simile est
de hoc sicut
de existimativa in ove quae
iufert spe- ciem insensatam
ex sensata. Ovis
euim videndo torvitatem
et audiendo voceni
in lupo, ex istis
speciebus sensatis elicitis,
infert speciem inimicitiae
quae est insensata ;
Ch. 188 lecto quia
istud videtur dicere
Averroes iu De
sensu et seusalo,
ubi dicit quod
seusus exterio- res cognoscunt
(per) corticem, interiorem
medullam; pariforuiiter isti
dicunt quod ex
sen- sibus exterioribus creatur
species substantiae in
phantasia. Isti ergo
teneut substantiam cognosci jier
propriara speciem a
phantasia, sive modo
sit secuudum primam
opiuionem, sive secundum secundam,
et tenent uniuscuiusque
substantiae raateiialis esse
proprium phantasma. De cogitativa
non loquor uuuc,
quia de ea
inferius erit sermo.
Iste uiodus deinde improbatur
a quibusdam posterioribus, pluribus
rationibus. Sed ego
adduco tantum argumentum Scoti
quod est tale:
data hac positione,
tunc quilibet infidelis esset christianus:
probo, et suppono'quod
illud, quod per
propriam speciem cognoscitur, in sui
praesentia creat notitiam,
et eius absentia
non creat cognitionem;
sed quia lex
(?) per propriam speciem
cognoscitur, ideo in
sui praesentia creat
eius cognitiouem, et
ex sui absentia non
movet virtutem. Sit
modo ita quod
sit uuus sacerdos
qui consecret unara Eucharestiam, tunc
infidelis, antequara sacerdos
consecraverit eam, cum
per se pauis cognoscai^ur per
propriam speciem, species
panis potuit movere
seusum infidelis quia potuit
videre et cognoscere
illum esse panem.
Deinde vero, quiun
consecrata est, am- plius
non est substautia
panis, et si
prius videbat ibi
esse panem et
nunc non videat, cum
non sit talis
substantia, pro certo
cognoscet quod, ubi
prius fuit panis,
uunc non; quare efiiceretur
christianus hoc cognoscendo,
et sicut ipse
tenet (?) quod
nulla substantia cognoscatur per
propriam specieni, sicut
et Deus cognoscitur
a nobis ut ex discursu, scilicet ex
eo quod (est)
ut aliquid quod
est primum movens,
et quia uon
est procedere in infinitum
in causis efScieutibus
essentialiter ordinatis. Sed
istud argumentum non
Ch.l88versQ videtuv valere, quia
dato hoc modo
loquendi tunc nec
liorao aut Ijinitum
deciperentur aut raro. Cuius
experientia est in
oppositum; coutrarium probatur,
et ponemus exemplum de
quodam pictore, qui
ita pingebat uvara
ut aves credentes
eam esse veram
ad illam accipiendam volabaut(sic); tunc
ista avis quae
movebatur ad uvam
decipiebatur,et tamen ibi uou
erat vera uva,
ergo aliquid quod
sentitur per propriam
speciem, quam- vis sit
absens, potest creare
sui cognitionem cuius
oppositum dixit Scotus.
Sed contra quis diceret
nou esse similem.
quum uva non
cognoscitur ab ave
per propriam speciem, sed
tautiim avis cognoscebat
accidentia, panis autem
cognoscebatur per propriam
spe- ciem; contra sequitur
quod aliquid cognoscatur
per propriam speciera,
et tamen in eius
cognitioue sit deceptio;
quia si sit
aliquid album quod
videatur esse lac
ex colore modo substantiae,
et similibus, non
tamen sit lac,
tuuc movebor ad
tale obiectum ra- tione
dulcedinis: ergo per
propriam .speciera coguoscitur,
et taraeu decipior,
quia si tale obiectum
gustetur non est
dulce; ergo non
sequitur ut uon
decipiamur circa illud quod
per propriara speciem
cognoscitur. Sed dices
ad hoc quod
illa deceptio non
pro- venit merito sensus
exterioris qui habet
indicare talem dulcedinem,
sed provenit error merito
phantasmatis qui uon
habet indicare de
istis sensibilibus propriis;
quia enim aliqua pliantasia
videt albediuem coniunctam
dulcedini, cum tali
raodo substantiae, ideo nnnc
quoque putat qnod
in tali subiecto
sit dulcedo, sed
hoc est mutare
argumentum. Ideo et ego
do aliam responsiouem,
et dico quod
proprium est phantasiae
recipere spe- ciem substantiae,
dumraodo ipsa sit
bene disposita, et
recipiat accideutia propria
istius suhstautiae. V. gr.
si volo cognoscere
eudiviam [sic), uou
oportet tantum cognoscere
eam Ch. 189 recto
per sensum, sed
oportet multa sensibiJia
congregare ad invicem,
ut quod sit
tdis odoris, saporis, coloris,
numevi, substantiae, operationis
et sirailia; et
ista videtur esse
expressa mensPhilosophi
primo huius, textu
commenti undecimi, quando
dicit quod quando
cogno- veriraus raulta accidentia
propria, tunc de
substantia babebiraus aliquid
ultiraae dif- ferentiae; et
ita tuum argumentum
non valet, quia
infidelis, quando Eucharistia
nou erat consecrata, non
cognoscebat substantiam panis,
quum non habebat
accidentia propria ipsius panis
Si enim ea
cognovisset, etiam panera
cognovisset, cum accidentia propria sint
inseparabilia a suo
subiecto; sed hoc
videtur mirabile quia
videtur quod infidelis cognoscat
tam propria quam
coramunia accidentia panis.
Sed dices talia
acci- dentia esse commuuia
et non propvia,
quum ista accidentia
possuut separari a
paue, propria vero non
possunt; quae si
cognoscerentur ab eo ,
etiam panis cognosceretur. Sed breviter
isti tandem necessario confitentur quod
substantia cognoscitur per discursum ex
collatione plurium accidentium ad
invicera , propriorum
scilicet et communium.
Altera responsio ad
argumeutum Scoti posset
esse: pro quo
scieudum quod ali- quae
propositiones reputantu,- verae
et necessariae, interius
tamen speculatae apparent falsae, quaravis
ab aliquibns accipiantur
quara niaxirae, inter
quos Scotus, et
ita illa propositio quara
assurait taraquam concessara
nou est semper
vera: quauuo enim
diiMt: si est aliquid
quod habet propriara
speciem, in eius
praescntia movet virtutem,
non autem in sui
absentia, ista propositio
est vera et
habet veritatem in
sensu exteriori, et
ratio est quia immediate
movetur a re
et ad extra.
Sed in intellectu
aut in sensu
interiori non est vera
qualiter propositio debet
accipi iu proposito,
uam seusus interior
cogno- Ch.l89verso scit substautiam
et non exterior Ch.
100 recto Sustinendo tamen
opinionem Sfoti quia
contra eum non
est cleraonslratio, ad ea
quae sunt in
oppositum potest dici:
cum dicitur lapis
non est in
anima et intellectus est ia
potentia ad omnes
formas, dico quod,
etsi talis non
habeat propriam speciem, liabet tamen
proprium conceptum qui
quoquo modo reputat
talem rem, quo
conce- ptu iutellectus deveuit
in aotitiam ejus.
Sicut Deus non
potest cognosci a
nobis (') et ita
dicatur quod lapis
est in anima
per proprium conceptum,
similiter et intelle- ctus
possibilis est omnia
fieri per liunc
modum; dico tamen
unum quod Averroes
vi- detur esse iu
oppositum liuius, quia
dicit (?) in
secundo liuius, quod
accidit seusui,ut liumanus est,
cognoscere substantiam, licet
dictum illud possit
extorqueri , sed eius sententiam veram
esse ita concedit
etiam Scotus, quod
sensus aliquo modo
et iuvo- lute cura
ipsis sensibilibus cognoscit
substantiam. Cognoscendo enim
aliquid aggre- gatum ex
multis accidentibus, et
ipsam substantiam cognoscit,
sicut suut rustici
qui cognoscunt lactucam et
alias berbas es
aggregatioue multorum accidentium
simul.Fortc quod isti possent
simul conciliari, sed
de Imc vide
quae dicta sunt,
secundo Jiuius, cou- tra
espositionem textus commenti
sexagesimitertii. Utmm
suhstantia producat speciem
substantiae in phantasia,
an aliud. Altera est
dubitafio, si species
substantiae sit in
phantasia, quid est
illud quod producit eam
ibi? non substantia
quia substantia iinmediate
non agit, iguis
enim nou agit in
quautum ignis, sed
iu quautum calidus
ex libro De sensu
et sensato; si
accideus, quomodo accidens potest
producere speciem substantiae,
cum nihil agat
ultra termiuum proprium? Propter
hoc aliqui Thomistarum
putant quod species
accidentis proprii produ- cat
iu iutellectn speciem
ulriusque,sed producit speciem
substautiae iu virtute
substantiae. Aliqui putant
quod praeparato intellectu
per speciem ac:ideutis
proprii, introducatur
species substantiae ab
ipsa substantia, et hoc tenet
Joannes: et concedit
ipse substan- tiam immediiite
agere; vel potest
glosari illa propositio
quod substantia non
agit ira- mediate, quod
sit vera tantura
iu actione reali;
ista autera actio
uou est nisi
spiritualis. Utrum
intellectus in omni
sua actione egeat
phantasmate. Altera quaestio est
utrum intellectus in
omni sua actione
egeat phantasmate, et hoc,
loquendo de intellectione
coniuncta, quae est
respectu nostri, per
quam non de novo
denominaraur intelligeutes, iuxta
illud iu prirao
huius, quod intelligere
vel est phantasia vel
aou siue phantasia.
lu hac raateria
duo sunt quae
faciunt difficultateni. Vi-
q\^ igg ^£,.5^, detiu' enira
primo quod in
omni nostra intellectione
non egeamus pliantasmate,
ex textu Philosopohi, ubi
dicit quod si
omnia sunt in
imagine, non possumus
intelligere siae
phantasmate; quare cum
sit aliquid abstractum
a miteria ut
Deus, et lutelligeutiae, illud poterimus intelligere
sine phantasmate; et
pro hoc maxime
facit expositio Themistii super textum
trigesimum uonura. Item
est ratio, quia
si aliqua non
sunt iu materia ut
substantiae abotraetae et
iutentiones, ad quod
opus est uti
phantasmate ad iutelli- gendum illa?
Tuuc euim phautasraa
communicaret falsam cognitionem
de talibus rebus quum
phanta^Smata suut quanta
et materialia, talia
vero sunt abstracta
ab istis. (') In
se per la
sna so.stanza. — 184 —
Socundum, quod facit
difficultatem, est quia,
si post actualem
intellectionem, re- manent species
in intellectu, postquam
intellectus fuerit habituatus
per istas specles,
vi- detur quod nullo
modo egeamus phantasmate. In oppositum
est Philosophus primo
huius, textu commenti
duodecimi, et hic
te- xtu commenti 35',
ubi dicit quod
nequaquam est intelligere
sine phantasraate, et
expe- rientia est in
oppositum aeque, quia
si non egeremus
phantasmate ad intelligendum, tunc laesa
cogitativa, bene possemus
intelligere ac si
non esset laesa.
Similiter etiam di- catur
de qualibet alia
virtute interiori. Ad
nihil enim istae
virtutes prodessent intel- lectioni. Hoc
autem est falsum,
quia isti phrenesi
laborantes, etsi sint
viri docti, ex altera
tamen parte non
possunt intelligere, licet
in intellectu eorum
sint multi ha- bitus
et species. Mihi
videtur quod, peripatetice
loquendo, nihil possemus
intelligere sine phantasmate, loquendo
de intellectione coniuncta.
Cum vero dicatur:
ad quid de- Ch.
lOlrecto serviret iutelligendo
ea quae nou
sunt coniuncta materiae:
de hoc Plato
voluit quod intelligendo abstracta
non utamur phantasmate
et hoc est
verum secundum eius
opi- nionem, quia ipse
voluit quod ab
aeterno anima nostra
esset plena speciebus
a Deo datis et
uon de novo
acquisitis, eo modo
quo posuit Aristoteles.
Sed socundum sen- tentiam
Aristotelis alitor est
dieeudum, supponendo: primo,
quod si abstracta
intelli- gimus, solum in
ordiue ad ista
materialia intelligimus, negando,
et dividendo ab
illis conditiones materiae, sicut
dicit hic Themistius
quod immaterialia materialiter
co- gnoseimus; quod si
haberemus perfectiim notitiam
de abstractis, qualitor
habent Intelli- gentiae, aliter
esset diceudum ad
argumontum. Ergo dicitur
quod phantasmata desorviuut nobis ad
intelligendum abstracta, quia
aliter non possemus ea
intelligere, et non
con- cluderet si abstracta
perfecte intelligeremus. Ad
auctoritatem Aristotelis dicitur
quod suum argumentum peccat
per fallaciam consequentis,
quae est a
destructioae antece- dentis, qualiter
nou valet; vel
aliter, quod alludit
ad cognitionera illam
per quam sumus felices,
in qua non
egemus phantasmate; ideo
dicit Themistius quod
illa propo- sitio est
vera de intellectione
quoad nos. Ad alterara
difficultatem, quando dicitur: si
habitus sunt in
intellectu ad quid egemus
phautasmatibus? Hoc argumentum
non habet vim
contra Averroem, quum
in textu commenti trigesimi,
aperte dicit universalia
intellecta colligata esse
cura iraagi- uibus, et
ideo si sunt
cum eis colligata,
semper egemus phantasraate,
sed eontra Chri- stianos
et maxirae contra
Thomara argumentum habet
vim, quum tenemus
quod in anima separata
remanoant hae spocies
aequisitae in hoc
mundo, et taraen
tunc non egemus phantasmate;
ergo eadem ratione
videtur quod nec
nunc egeamus.Thomas sic
dicit quod iste est
ordo naturalis ut
quaradiu anima sit
coniuncta corpori, semper
egeat Cli. 191 verso
phantasmate ad intelligendum, non
autem cum separata
est a corporo Utrum
cogitatlva vel alia
virtus intcrior serviat
intellectuali operationi.
Altera quaestio est:
cum sint tres
virtutes inteiiores, imaginativa,
cogitativa, et memorativa, quaeritur
quaenam sit illa quae imraediate
serviat intellectiiali operationi. Notum est
enim operationem intellectus
dependere ab istis
virtutibus; nOn est
autem possibilo quod depcndeat
aeque primo a1)
omnibus tribus, quare
erit una quae
imme- diate sorviat ipsi.
Ista difficultas consistit
in hoc, quia
ex quo intellecta
universalia siint colligata cum
iutentiombus universalibus, ut
dixit AveiToes iu
commento 39°, et dependent
ab eis in
esse et conservari,
et cura ponimus
habitus remanere in
intellectu cessata actuali intellectione; licet
Avicenua sit iu
oppositum, tamen in
secta Peripa- leticorum videtur
sibi contradicere. Si
ergo habitus remanent
in intellectu et
dependent a phantasmatibus, videtur
quod cogitativa non
sit illa quae
immediate serviat iutelle- ctuali operationi,
quia cogitativa non
servat pbantasmata, sed
est in medio
imaginativae, quae servat species
sensatas, et memorativae
quae conservat species
insensatas. Cum ergo species
iu cogitativa nou
conserventur, sed statim
deleantur, videtur quod
si ipsa esset ministra
ipsius iutellectus, quod
etiam species nou
remanerent in intellectu,
ex quo species sunt
colligatae cum inteutionibus
imaginatis; quare videtur
dicendum quod virtus serviens
intellectui sit meniorativa
respectu specierum insensatarum,
aut ima- ginativa respectu
specierum sensatarum; ex
altera parte videtur
quod talis non
sit imaginativa aut memorativa
quum virtus immediate
serviens intellectui debet
esse uobilissima omnium formarum
materialinm, et propria
hominis ut homo
est, sed talis virtus
non est memorativa
aut imagiuativa, ergo.
Anterior patet ex
dictis supra et
Ch. 192rec(o raaxime in
coramento vigesimo et
trigesimo tertio; brevior
probatur quia memorativa aut imagitativa
non est forraa
nobilissima inter alias
formas uobiles, sed
talis est cogitativa quae
est propria hom'.nis
in quautura homo;
per eam enim
virtutem homo diflfert ab
aliis animalibus, cum
ipsa careant cogitativa,
licet memorativam et
iraagi- nativara habeaut, et
loco cogitatik'ae habent
aliam virtuteni ut
existimativam. In hac quaestione
ut in ceteris
multi sunt modi
dicendi. Joannes in
quaestioue 15* et satis
ingeniose, videtur dieere
quod ad creandam
inteliectionem non solura
requiritur species
intelligibilis, sed etiam
actus virtutis cogitativae,
quia actus est
sicut dispositio necessaiio requisita
ad creandam intellectionem; sed
ad hanc speciem
intelligibilem non requiritur iste
actus, scilicet immediate
quautum ad speciem
pendentem (?) a
virtute raeraorativa, quae, cum
sit virtus conservativa,
potest conservare species
existeutes in intellectu; et
ita tenet Joannes
quod ad causandam
speciem intelligibilem, in
intel- lectu, non requiritur
iste actus virtutis
cogitativae, imo niliil
facit ad hoc:
sed illud quod immediate
ministrat intellectui, quoad
causandas species intelligibiles, est
virtus iraaginativa aut meraorativa:
memoratjva qnoad species
insensatas, imaginativa quoad species
seusatas, et quia
hoc non vidt-tur
suflficere pro intellectione
causanda, ideo pro hoc
ponit alium actum
specialiorem actu imaginativae
aut memorativae ,
qui actus est sicut
dispositio necessario acquisita
ad intellectiones, et
quoad istum actum
im- mediate dependet a
cogitativa, et cessante
ista actione cogitativae
cessat actualis intellectio. et
ita vult quod,
quoad ea quae
remaneut in intellectu,
dependeat a memo- rativa
et quoad intellectiones a
cogitativa, et habet
pro se dictum
Commeutatoris com- mento 33°
ubl, iu fiue
commenti, dicit quod
sine hac virtute
imaginativa nihil anima intelligit. Si
quis teueret hanc
opinionera, haberet niodum
respondeudi ad hanc
quae- Ch. 192verso stionem satis
probabilera, et tunc
secuudum hoc patet
responsio ad arguraentum.
Quia enim dicebatur nou
reraauent in cogitativa
species, sed bene
in aliis virtutibus:
di- citur quod, quoad
istum actum qui
est conservare species,
non dependet a
cogita- tiva, sed bene
in hoc actn
dependet a raeniorativa.
Et patet etiam
respousio ad al. terum
quum dependet etiara
a cogitativa quoad
illum actam. Secuudura
sententiam Thomae
esse"F3TfficiIius
respondere. Licet non
viderira hanc materiam
iufinite tractam 24 ab eo,
ijosset tamen secundum
eum dici qund
immodiate operatio intellectus
dependet a cogitativa; et
cum dicitur: cogitativa
nou retinet species,
ergo nec intellectus
poterit eas retinere cessante
actuali intellectione, seciuidum
Tliomum esset negandum
quod species intelligibiles sint
coUigatae cum intentionibus
imaginatis, quia dicit
ipse quod anima separata a
corpore retinet habitus
et species quas
acquisivit in lioc
mundo. Mihi tamen videtur
quod dictum Averrois
sit magis sensatum,
scilicet quod species
intelligibiles sint coUigatae cum
intentionibus imaginatis, quum
si non essent
coUigatae, cum species
re- maneant in intellectu,
non deberemus unquiim
oblivisci, quod non
sequitur secundimi Averroom, et
licet istud argumentnm
non demonstret quia
posset dari aliqua
responsio apparens, est tamen
multum probabile; et
si dicatur quae
ergo est virtus
immediate ministvans
intellectui,vel dicatur ut
dicit Joannes,vel aliter
quod cogitativa sit
immediate serviens
iutellectui; et cum
dicitur species non
remanetin cogitativa, dico,
quoad con- servari, species
pendent ab imaginativa
seu memorativa; quo
vero ad produci
pendent a cogitativa, numquam
enim intellectus posset
intelligere aliquid qnod
sit in memorativa Ch. lOSreeto
aut imaginativa, nisi
cogitativa prius illud
cogitaret, et iste
modus posset teneri;
sed liabet contra se
instantiam, quia si
species quae sunt
in intellectu pendent
a cogitativa quoad produci,
et non conservari,
tunc non erit
idem producens et
conservans, quod vi- detur
inconveniens in istis
operationibus intellectus; sed
aliqui non Iiabent
hoc pro incon- venienti sicut
dant exemplum de
souo producto in
aure: qui sonus,
etsi obiectum pro- duceus
talem sonum, non
sit praesens, tamen
por aliquod tempus
durat in aure;
si- militer oeulus qui
diu versatus est in colore
viridi, licet auferatur
obiectum producens talem speciem,
tamen pcr aliquod
tempus remanet species
coloris viridis in
oculo. Ecce ergo qualiter
non est inconvenieus
agens producens non
esse conservans, quura
talis species conservatur in
ociilo, licet non
sit agens eam
producens. Si quis
ergo (non) habet hoc
pro iuconvenienti potest
istum niodum acceptare,
posseut et alii
modi imaginari de quibus
non loquor ad praesens
et sic finis
tractatus de intellectu. Utrum in
absentia sensibilis possit
creari sensatio. Quum dictum
est quod hoc
modo fit seusatio,
scilicet quod sensibile
imprimit suum simulacrum in
ipsum sensum, et
quod sensatio niliil
aliud est quam
illud simulacruui existeus in
potentia sensitiva debite
et sufficienter dispositum
per san- guinem et
per spiritus. cadit
modo dubitatio an
iii absentia sensibilis
possit creari sensatio; et
videtur quod non,
quum Aristoteles, iu
textu commenti sexagesimi
libri secundi, dixit quod
sensatio est alteratio
et passio sensus
a sensiliili; ergo
si non adsit sensibile
non alterabitur nec
movebitur ab eo
sensus, ergo non
fiat sensatio secundum Aristotelem,
quare. Item secundura
nos hoc videtur
impossibile, quia sen- satio
non est aliud
quam simulacrum; modo
si non existet
sensibile, non existet eius
simulacrum, ex quo
tale a sensibili
effective prcducitur; ergo
implicatur quod sensibili non
existente sit sensatio.
Oppositum tenet Commentator
in libello De
somno et vigilia et
in libro de
Golliget; unde, ut
ipse ostendit, duobus
modis accidit quod Cli.221
ver.so seusatio fiat
sine sensibili. Unum
modum pouit in
libro De somno
et vigilia et
alium modum in Coll.
In libro De
somno ponit quod
in somno accidit
quod sentiamus sine sensibili,
sicut quandoque iufirnii
sentiuut dulcedinem vini,
licet non biberint —
187 — viuum, vel
si biberiut, illiid
tameu uou est
dulce et est
alteiius saporis. Ecce
quod aeger gustat et
sentit dulcediuem viui,
licet dulce illi
uon sit pvaeseus.
Quomodo autem sit possibile,
dicat Commentator, et
dicit quod hoc
modo fit: uatura
primo sen- sibile agit
iu seusura exteriorem
impiimendo in illum
suum simulacrum, demum sensus
exteiior imprimit simulacrum
qiiod iu se
liabet iu seusum
communem, sensus vero communis
eodem modo agit
in imaginativa, et
in imaginativa reservatur
ipsa species et hoc
fit in ordine
recto. !n ordine
vero retrogrado fit
modo contrario. Ima- ginativa
enim quae sibi
reservavit speciera seusibilem,
eam imprimit in
seusum exteriorem, et sic
sensus exterior movetur
iterum a specie
sensibili, licet ipsum
seu- sibile actu uon
existat, et non
sit praeseus. x\lium
modum dat Gommentator
in libro CoU. quomodo
idem contiugat, et
diiit quod hoc
etiam contingit in
vigi- lia. Natura sunt
quaudoque aliqui ita
abstracti cogitando circa
aliquod quod prius senseruut, ut
eodem modo sensus
exterior priucipiet simulacriim
ipsius rei de
qua co- gitat, licet
talis res non
actu e.xistat; et
isti (ita?) sunt
angeli visi, dicit
Commentator, uou quod angeli
videautur, sed quia
aliquis ila iutense
cogitat de angelis
visls (ut) species angelorum
producatur ab iraagiuativa
iu sensu communi,
et a sensu
communi iu sensu exteriori,
et sic iudieabit
sensus exterior se
videre angelos, quod
nou erit ita. Qnod
si ita esset,
ut dicit Commentator,
quid edt de
lege nostra quae
pouit quod angelus Ranhael
visus est a
Tobia ? et
quid de augelo
Gabriele qui visus
est a cii.
222recto Beata Virgine ?
Possemus enim dicere
quod isti angeli
uumquam visi sunt
ab aliquo homiue, sed
homines cogiLant.'S de
angelis crediderunt se
vidisse angclos. Similiter possemus dicere
do Ciiristo quod
ipse non iutravit
ad apostolos ianuis
clausis, quia ita imaginabatur
de Christo, et
sic periret tota
lex nostra; quod
si ita esset
quid facereut isti raiseri
patres et maxime
isti zoculautes, qui
tantam abstiuentiam fa- ciunt
? sed peius est
quod Thomas, qui
fuit vir ita
divinus et sapiens,
fuit huius opinionis. Videatis
ipsum in Quaestionibus
disputatis, ubi expresse
affirmat quod dia- bolus
multoties mittit speciem
alicuius seusibilis delectabilis
ad sensus hominis,
ut in eis inducat
malas cogitationes et
faciat eos peccare,
et citat Rabbi
Moyseu qui dicit quod
homines aliqui suut
qui dicuut se
loqui cum Deo,
et falsum est,
quia uon est verum
quod cum eo
loquantiir, sed cogitando
de illo, videtur
eis quod secum loquatur. Si ergo
ita sentit Thomas,
quid erit de
lege uostra ?
Hanc opinionem iu- ■
uititur impugnare Gregorius
Ariminieiisis; et primo,
quia data ista
opinioue, auferretur tota lex
nostra et omuis
certitudo de lege,
clarum est ex
dictis, quum secuudum
illam opiuiouem possent multa
uegari quae les
affirmat. Quod autem
omnis certitudo au- feratur,
data illa opinione,
osteudo quum, secundum
illam opiuionem, nou
essem certus an essem
uunc iu schola
ista, aut in
aliquo alio looo;
sirailiter non certus
an vos essetis Iiic
au non; quia
facile mihi videtur
quod uos omnes
simus iu ista
schola quia cogito nos
esse in ista
schola, et sic
erit de quacumque
alia re, et
ita nulla erit certitudo in
nobis. Multa alia
sophisraata adducit Gregorius
ad destruendam istam opinionem quae
transeo ne sim
taedio. Credo quod in
parte verura sit
quod dicitur a
Commentatore; ueque ex
hoc aufertur cii.222
verso certitudo, quia, ut
huic vel simili
argumeuto respoudet Ccmmentator,
quod uuus sensus decipiatur est
possibile sicut oculus
iu visione baculi
existeutis iu aqua,
quia iudicat ipsum esse
fractum et quod
iu rei veritate
non est fractus;
sed quod omnes
uut plurcs — 188 —
seusus decipiautur circa
idem obiectum uou
couliugit, quia (uuus)
ceitificat alterum sicut tactus
certificat nos de
baculo quod non
sit fractus, quum
per visum iudicatus
est esse fractus. Si
ergo ibi dicit
Commentator quod cerlitudo
sensibilis non sumitur
ab uno seusu, solum
quia uuus sensus
potest decipi circa
uuum obiectum, sed
sumitur cer- titudo ipsius
seusus ab omuibus
aut pluribus sensibus
exterioribus, quia non
accidit quod plures sensus
decipiantur circa idem
obiectum, ita dico
ego in proposito
quod ex opinione Thomae
non tollitur omnis
certitudo, quia licet
in visione ipsius
Abraam coutigisset quod uuus
homo fuisset deceptus,
non possemus tamen
dicere quod totus populus
qui vidit Abraam
sit deceptus. Consimiliter
quaudo Christus apparuit
disci- pulis et iutravit
ianuis clausis, non
possemus dicere quod
hoc fuerit quia
ita visiim est omnibus
apostolis quia cogitabaut
de illo; quia
licet boc possemus
dicere de uuo, quia
hoc est satis
probabile, non tamen
de omnibus apostolis
possemus hoc dicere, quia
nou est credeudum
quod omues, qui
erant sexagiuta, imagiuareut
de eadem re, sed
uuus cogitabat de
uua et alter
de altera re;
ideo nou posseraus
dicere quod omuibus illis
per eamlem visionem
visum sit videre
Christum iutrare ianuis
clausis. Unde recitatur iu
uua epistola Sancti
Petri quod cum
apostolis suporvenisset Spiritus Sauctus, et
loquebatur unusquisque magnalia
diversis sermonibus. Credebant
apostoli, se esse hebraeos,
sed quum unusquisque
videret omnes alios
eodem modo loqui
diversis Ch. 223 recto
linguis, certificati suut
omnes se uou
esse hebraeos, sed
hoc esse quia
repleti spiritu sancto, et
ita cum uostra
opinioue salvatur veritas
legis, salvatur etiam
omnis certi- tudo, quia
sensus certificant me
quod sim in
hac cathedra; et
tunc ad argumentum dico quod
seusatio fit cum
sensibile agit in
sensum. Dicitur quod
Aristoteles loquitur de sensatione
quae est actio
recta, non de
actioue reflexa qualis
est sensatio quae fit
siue ipso seusibili,
et ad argumeutum
supra quod maxime
fuudatur Gregorius, scilicet: si
est sensatio oportet
quod sensus moveatur
a sensibili, ergo
si sonsus debet moveri
a sensibili, oportet
quod sensibile existat
in actu, quia
omne quod movetur secuudum
quid, movetur etiam
in aetu, ergo
repugnat quod sit
sensatio et seusibile uon
sit praeseus; item
Aristoteles infra, in
capite de olfactu,
dicit nihil aliud est
olfactus, nisi quod
olfactibile sit praeseus
ipsi olfactui et
moveat sensum, quare; dico
quod primuni argumentum uihil
est, quia infirmus
patitur a viuo dulci
quod sibi videtur
amarum; si ergo
fiat istud argumentum:
iste aeger sentit
et gustat hoc vinum
esse amarum, ergo
hoc viuum est
amarum, clarum est
(quod) argumentum nou valet.
Ita uon valet
argumentum Gregorii: sensns
patitur, ergo sensibile est
praesens, et in
re ad extra;
sed suflicit quod,
si habet fieri
seusatio, quod sensatio existat
secundum esse spirituale;
si autem habet
sentiri seusibile secuudum esse
reale, oportet. dicit
Themistius, quod solvantur
tres conditiones, scilicet debita
dispositio es parte
organi, et similiter
ex parte medii
et debita distantia sensibilis
a sensu. Sciendum
tameu quod, licet
sentiamus id quod
non est modo dicto,
non dicimus tameu
tunc quod seutimus,
sed dicimus quod
videmur sentire; sicut ego
cum eram iuvenis
delectabar mirum in
modum audire sonum
ti- biarum, et imraorabar
per duas vel
tres horas ubi
sonarent tibiae, dein
exibam et ibam domum,
et cum eram
domi videbar audire
souum tibiarum quia
adhuc reser- Ch. 223verso
vabatur spncies soui
tibiarum, et dicebam
videor audire quia
sciebam quod uon sonabant tibiae
ibi, sicut mihi
videbatur ; ratio autem
quare, verbigratia, dicimus —
189 — audii-e tibias
sonantes est quia
tuuc decipimur, et
non vere audinnis,
quia iu re nou
est sonus tibiarum.
Similiter dicimus quod
remus videtur nobis
fractus et uon dicimus
quod est fractus,
quia rei veritate
uou est fractus,
et sic verum
est quod nihil vere
sentitur nisi ilhid
sit existens praesens,
et hoc forte
volebat Gregoriusin secundo argnmento. Ad
aliud dicatis qiiod
de olfactu loquitur,
(de ea) quae
est actio recta, non
autem de ea
quae est actio
reiiexa, sicut ad
praesens nos loquimur
de sensatione. Utrum cogUatlva
denudet speciem substantiae
a sensihiUbus propriis et
communibus. Dicebat
Commentator quod cogitativa
denudat speciem substantiae
a sensibilibus propriis et
communibus. Circa hoc
dubitatur quia non
videtur verum; quia
si cogi- tativa deuudaret
speciem substantiae a
seusibili commuui et
proprio, tunc cognosceret speciem substautiae
sine quautitate et
loco, et similiter
tempore, et tunc
cogitativa cognusseret
universaliter, quia omnis
virtus cognoscens aliquid
abstractum a quan- titate
et loco cognoscit
universaliter, et sic
esset intellectus. Item
implicat quod recipiatur
species sulistautiae sine
quantitate, quum secun- dum
Commeutatorem, primo Physicorum,
quantitas est principium
individuationis. Ee- pugnat ergo
quod una species
sit in cogitativa
sine quantitate. Secundum
quod facit ditficultatem est
quia omne receptum
recipitur secundum naturam
recipientis; sed cogitativa est
cum quantitate, cum
sit virtus materialis
et estensa; ergo
species substantiae
recipietur in ea
secundum quantitatem. Ad
hauc dubitationem dari
pos- suut duo responsiones;
prima est, quod
argumenta differunt; sed
Commentator noluit quod cogitativa
denudet speciem substantiae
ab omnibus scilicet
sensibilibus commu- nibus, quia
de facto cognoscitur
talis species cum
quautitate, sed voluit
Comnientator quod ab aliquibus
sensibilibus commuuibus deuudet
speciem , scilicet
a motu et a
numero. Sed haec
responsio videtur extranea,
primo quod faciat
Commentator intel- lectum perfectum
; secundo, quia
cum video album,
video ipsum cum
quantitate et similiter cum
figura, motu aut
quiete, et cum
uumero.quia aut est
unum aut plura;
Cli. 224recto quare videtur
quod illa expositio
non sit conveuiens.
Ideo do aliam
responsionem concedendo quod cogitativa
denudet speciem substantiae
ab omuibus sensibilibus commuoibus. Et
tunc, ad primum
dicatis quod licet
cogitativa apprehendat speciem substantiae sine
quintitate et situ,
non tameu sequitur
quod cogiiativa cognoscat universaliter, quia
illa intentio esl;
una et siugularis
licet sit sine
quantitate; quod si quaeritur
per quod talis
species sit una,
dico quod est
una per se
ipsam et non per
ipsam quantitatem; formae
enim per se
ipsas sunt ununi
et nou per
quan- titatem, nec quantitas
est causa distinctionis
unius ab altera,
sed formae ex se
ipsis distiugurmtur et
priores sunt quautitale;
et sic ad
primum prima responsio.
Ad ■ secundum vero
dicemus quod, licet
species substantiae sit
recepta in cogitativa
per modum quantitatis et
extensionis, uon tamon
oportet quod extense,
et per modum quantitatis reputemus.
Aliter possemus dicere,
sicut Ttiomas et
alii, quod omnes
animae animalium perfectorum sint
indivisibiles, et dicunt
ad illud argumentum
quod fit contra eos;
omae receptum recipitur
secundum naturam recipientis,
sed materia est quanta
et estensa, ergo
anima quae in
ea recipitur est
extensa et divisibilis:
dicunt isti negando anteriorem
illam, secundum quod
sic absolute profertur,
quia secundum eos non
oportet si aliquid
recipiatur in materia
extensa, ut illud
receptum sit exteusiuu et
divisibile. Sed dicunt
quod iOa auterior
curreus per ora
pbilosophorum debet
intelligi secundum capacitatem;
sic dico ergo
ego in proposito,
quod non oportet ut
species substantiae recipiatur
cum quantitate, licet
recipiatur in virtute
mate- riali et extensa,
et ad illam
piopositionem omne receptum
etc secundum capacitatem. Quare. Utrum tactus
sit nobilior visu. Circa
textum et commentum
34" cadunt aliquae
difficultales. Prima est quia
videtnr contradictio iu dictis
Pliilosopbi bic, et
in principio Metapbysicorum. Similiter
et in De sensu
et sensato, quum
hic dicit quod
habemus perfectissimum tactum,
in prooe- Ch. 224
verso mio Metaphysicorum dicit
quod perfectior est
in nobis sensns
visus quia plus
(sic) nobis differentias ostendit,
ideo ipsum valde
diligimus quia et
subcoelestia et ipsa
cor- pora coelestia nobis
ostendit, quod non
sic est de
aliquo alio sensu.
Ideo talis sensus est
valde perfectus. Ifem in
De sensii et
sensato dicit Aristoteles
quod sensus auditus
est valde perfectus quia
est sensus disciplinae:
pe;' auditum enim
percipimus verba praeceptoris, quorum signis
(?) explieitis a
doctore fimus scientes,
et ita in
uno loco videtur
dicere Aristoteles visum esse
in nobis perfectiorem
tactu, in alio
vero loco ipsum
auditum: liic autem dicit
tactum esse perfectissimiim in
nobis, quare expressa
apparet contra- dictio. Dicatur
quod verum est
quod visus est
perfectior quantum ad
id quod facit cognoscere, quia
multa plura et
perfectiora cognoscimus per
visum quam per
taetum: per accidens tamen
tactus perfectior est
ipso visu, scilicet
ratione suae complexionis, tum quia
est fundamentum omnium
aliorum sensuum, tam
interiorum quam exte- riorum;
pari ratione dicatur
de auditu, quod
scilicet auditus est
perfectior quantuiu ad id
quod facit nos
cognoscere, tactus vero
ratioue complexionis. Utrum gustus
sit perfectior olfaclu
vel e contra. Tertia dubitatio
est quam hic
movet Themistius: quia
quod dicitur ab
Aristotele videtur falsum, scilicet
quod nomina odorum
transferautur ab ipsis
(aliis?) sensibilibus, quia gustus
est in nobis
(magis) raauifestus, seu
maior olfactu; modo
hoc, ut dicit
The- raistius, videtur falsum,
scilicet quod gustus
iu uobis sit
perfectior, quia gustus
videtur esse aeque perfectus
sicut olfactus, quod
probat Themistius assumendo
rationem Phi- losophi. qua
ipse ostendit quod
olfactus sit in
nobis imperfectissimus. Kalio
Philosophi fuit, quia non
olfacimus r.isi cum
laetitia aut tristitia,
ergo iste sensus
est in nobis valde
impsrfectus. Modo
dicit Theraislius eodem
modo arguo de
gustu, quia quae Ch.
220 verso equidem
gustamus, gustamus cum
laetitia aut tiistitia,
quia sapores sunt
dulces aut amari, aut ex illis
commixti; si dulces,
appreheuderaus a gustu
cum laetitia, si
ama- ros cum tristitia:
sic etiam est de mediis
secundum quod magis
appropinquantur dulci aut amaro;
ergo si ratio
quare in nobis
sit impcrfectus olfactus,
est quia nonolfacimus
nisi cum laetitia
aut tristitia, eadem
ratione coucludam gustura
esse in nobis ita
imperfectum sicut olfactum.
Ad hanc dubitatiouera, non
praeferens me Theraistio, credo quod
posset sic redici.
Notaraus, dixi «credo»
dubiose loquendo et
non assertive, quia responsionem
quam dabo, uon
dabo per modum
determinautis, quia si
Themistius non est ausus
solvere lianc dubitationem
. qui fuit
tantus philosophus , tanto
nia- gis debemus iios
modeste loqui; sed
quod dicam, dicam
coniecturando , pro quo sciendum
quod aliqui sunt
qui non laetantur
aut tristantur nisi
in re magna,
licet Stoici dixerint quod
nec iu magiiis
nec in parvis
debemus laetari aut
tristari. Verum Plato et
Aristoteles oppositum tenuerunt:
iii rebus magnis
licet nos tristari
aut laetari, quia hoc
est naturale. Neque est
opinio Stoicorum quod
non liceat in
re magna. Unde, ut
scribitur, cum quidam
stoicus haberet iter
versus Athenas, dum
esset in intinere cecidit ex
aere tempestas maxima;
ex cuius adventu
maxirae turbatus est
ille stoicus; quod cum
vidissent qui cum
eo erant, dixerunt:
tu qui stoicus
es turbaris ita
ista tempestate? At ille
dixit, conturbor quidem
quia in re
magna licet contristari.
Aliqui ergo sunt, qui
in re magna
solum tristantur, et
laetantur modo in
re parva; aliqui vero
sunt qui licet
piiidentes sint, ex
aliqua modica re
tristantur et laetantur,
quod est ex aflfectione
et amore. Sicut cum essem
Paduae accidit ut
ibi fieret praeludium.
Erat au- ch.
226
recto lemquidam senex, qui
habebat filiumin praeludio,
qui si modicumbene
se habebat, di- latabatur
os eius usque
ad aui^es pro
laetitia quam habebat
erga filium; si
non modice, male se
habebat et angustiabatur
senex pro tristitia.
Multi ergo in
parvis laetantur. aut tristantur.
Ubi autera non
sit affectio aliqua
aut passio, in
parvis non licet
lae- tari: hoc enim
faciunt stulti, sed
in rebus magnis
licet tristari aut
laetari. Hoc stante possumus arguere
quod olfactus sit
in nobis iraperfectus,
quia cum non
sit multa unigenitas naturae
hominis circa affectionem
ad sensum olfactus,
ideo si non
olfa- cimus nisi cum
laetitia aut tristitia,
hoc arguit quod
olfactus solum percipit
magnas differentias odorum, et
ita olfactus arguitur
imperfectior. Modo cum
sit unigenitas maxima naturae
hominis ad gustum
nt tactum, quia
suot sensus salvantesindividuura in vita,
ideo sive parvae,
sive magnae sint
saporum differentiae.in perfectione
earum laetatur aut tristatur
gustas, et ideo
licet non gustemus
nisi cum laetitia,
aut tristitia, non tamen
sequitur quod sit
gustus aeque perfectus
sicut olfactus: quia
ex quo non
est laetitia aut tristitia
in parvis, sed
solum iu rcagnis,
ubi non est
affectio et homo
non habeat affectionem ad
olfactum, ergo si
non olfaciat nisi
cum laetitia aut
tristitia non perci- piemus nisi
magna olfactibilia: et
ita sequitur olfactus
imperfeetio; modo cum
homo habeat affectionem ad
gustum, licet non
pereipiamus gustabilia nisi
eum laetitia aut tristitia. -non tamen
ex hoc sequitur
gustus imperfectio: quia
licet non gustemus
(nisi) Ch. 226verso cum laetitia,
aut tristitia, tamen
ex affectione quam
habemus ad gustum,
non solum circa magna
sed et cirea
parva gustabilia laetamur
aut tristamur in
perfectione eorura. Ideo non
sequitur etc. Quare. Quomodo gustus
sit quidam tactus. Circa
textum et comraentum
101' oritur dubitatio
quam movetThomas, et
praecipue circa iliam partem
in qua Aristoteles
probat quod gustus
sit quidam tactus.
Dubi- tatio ergo est
quia si gustabile
est quidam tangibile,
et. gustus est
quidam tactus, ut dicit
Aristoteles, non essent
nisi quatuor sensus
exteriores, non autem
quinque; quia giistus non
ponitur in numerum
cum tactu, quia
species non ponitur
in nu- merum cum
suo genere. Gustus
autem est species
tactus, est enim
quidam taclus, ut
Ch.228verso dicit
Aristoteles, quare etc.
Kespondet Thomas quod,
cum dicitur quod
gustus sit quidam tactus, hoc
potest iutelligi duobus
modis: uno modo.
qiiod sit species
tactus sic quod
et gustus percipiat qualitates
tangibiles, et lioc
modo est falsum
quod gustus sit
quidam tactus, imo gustus
et tactus sunt
diversae poteutiae diversa
obiecta respieientes. Alio modo
potest iutelligi quod
gustus sit quidam
tactus similitudinarie, et
isto modo in- telligit
Aristoteles cum dicit
gustum esse quemdam
tactum: similitudo autem
est quia sicut tactus
non indiget medio
extrinseco, ita gustus
eo nou indiget;
ideo gustus, se- cundum
hoc, videtur esse
quidam tactus: nihil
aliud dicit Thomas. Ista
responsio, licet sit
conveniens, non tamen
videtur ex toto
satisfacere, quia si ideo
gustus dicitur quidam
tactus quia, sicut
tactus, non iiidiget
medio extrinseco, sed solo
iutrinseco, ita ut
gustus ; pari ratione
olfactus dici posset
quidam visus, quia, sicut
visus eget medio
extrinseco, ita olfactus:
sed olfaetus non
diceudum qui- dam visus
; nullibi enim
hoc dixit Aristoteles,
quare nec illa
ratione assignata a Thoma
gustus deberet dici
quidam tactus. Dices forte
quod aeque bene
olfactus potest dici
quidam visus sicut
gustus dicitur quidam tactus,
licet Aristoteles dixerit
de gustu et
non de olfactu;
sed licet ita
posset dici, illa tamen
responsio Thomae non
quadrat responeioui quam
dixit Aristoteles quod ideo
gustus est quidam
tactus, quia gustus
est quidam humor,
et humor est
quoddam tangibile; et ita
videtur velle Aristoteles
quod ideo gustus
est quidam tactus ,
quia percipit humorem qui
est quoddam tangibile,
seu perceptibile a
sensu tactus. Dude, ut
dixit Commentator, impossibile
(est) quod gustus
percipiat saporem nisi
prius percipiat humorem, et
ita non vult
Aristoteles quod gustus
dicatur quidam tactus
rationc quam adduxit Thomas,
sed ratione quam
adduximus nos. Cb. 229recto
Sed tunc stat
altera difBcultas quia
humor nou est
sensibile proprium sensus tactus, quia
seusibile proprium est
quod per se
sentitur ab imo
seusu tautum; sed
humor non solum a
tactu percipitur sed
etiam a gustu;
quomodo ergo erit
humor sensibile proprium, quare.
Nec
nostra responsio videtur
sufficiens. Ad hoc possent
dari multae respousiones.
Primo dicerem quod
gustus non per- cipit
illum bumorem, sed
cum gustus et taetus
iu liugua fundetur,
iu eodem nervo,
ille nervus
est qui percipit
ilium hiimorem, non
autem gustus. Unde
gustus non posset percipere saporem,
nisi ille humifieret,
nec ob hoc
sequitur quod gustus
percipiat talem humiditatem. Non
enim sequitur: hic
sensus non potest
percipere sapores nisi
me- diante humiditate, sicut
non sequitur: visus
non percipit colores
nisi habeat humidi- tatem, nam
si distillaretur illa
humiditas ab oeulo,
nou posset oculus
percipere colores, ergo visus
percipit illam humiditatem,
quare. Sed ista responsio
non videtur consona
verbisCommentatoris, quia Commentator
non dicit quod gustus
non percipit sapores
nisi humetiat, sed
dicit nisi percipiat
humorem, et ita vult
Commentator quod sicut
gustus percipit sapores,
ita percipiat humorem.
Ideo posset aliter dici
quod Commentator erravit,
et fuit illius
opinionis, vel et
aliter susti- nendo Commentatorem, gustus,
in materia gustus,
percipit illumhumorem et
non potest gustus percipere
sapores nisi illius
materia scilicet uervus
percipiat illum humorem.
Ut etiam aliler dicatis
quod gustus in
rei novitate (veritate?)
percipit illum humorem,
et sic etiam percipit
saporem, et non
perciperet saporem nisi
prius perciperet humorem.
Et cum dicitur quod
tunc humor ille
non esset sensibile
proprium sensus tactus,
conse- queuter etc; cum
autcm dicitur quod
seusibile proprium est
quod ab uno
solo sensu sentitur; didtiir
quocl seusibile iiroprium
al) vuio solo
seusu sentitur per
se et solitarif,
Ch. 229vevso sed bene potest
tale sensibile ab
alio senau sentiri
non solitarie, sed
ut est coniun- ctum
cum alio sensibili;
et sic in
proposito, licet humor
percipiatur a gustu,
non tamen ex lioc
tollitur, quando sit
sensibile proprium sensus
tactus, quia a
solo tactu solitarie [lercipitur, et
non ut est
coniunctus cum aiio
seus'bili. Si autem
percipiatur a gustu, uon
percipitur ab eo
solitarie, seJ ut
cum eo est
sapor, qui est
obiectum proprium yustus. Et sic satis.
Teneatis respousionem quam
volueritis. Ulrum grave et
leve sint substantiae. Modo iu
hoc quod dixit
Commentator est dubitatio
an grave et
leve sint substan- liae. Pro
parte affirmativa est
Commentator, qui expresse
lioc f.itetur; pro
parte vero negativa suut
plurimae auctoritates Philosophi
st rationes. Prima
est auctoritas Phi- iosophi quiuto
Metaphysicorum textu commLMiti,
15' ubi expresse
dicit quod sicut
cali- ditas et frigiditas
sunt in terLia
specie qualitatis, sic
gravitas et levitas
sunt in tertia specie
qualitatis, uon erjo
suut gravitas et
levitas formae substantiales. ^''-
-^'^ '"'^^*'^ Secunda auctoritas
Philosoplii est iu
secundo De geueratione,
textu commeuU, ubi vult
idem , quare.
Aliquae auctoritates adducerem,
sed quia in
istis duobus locis, expressa iutentioue
et per se
determinat de gravi
et levi, si
vero alibi de
hoc dicit aliquid, ut
in septimo Metaphysicorum ex
iucidenti, et cum(?)
non
ex propria intentione, hoc modo,
scilicet ideo, volo
(vos) esse conteutos
his duobus rationibus.
Ratioues vero pro ista
parte adsunt plures,
prima vero est
haec. Nulla coutraria
sunt subitautiae, grave et
leve sunt coutraria,
ergo non sunt
substantiae. Alteram ponimus
per Aristote- lem iu
cap. de substantia,
ubi dicit quod
in substantia uou
est contrarietas, ergo
quao sunt contraria uou
sunt substantiae. Illud
idem dixit Aristoteles
in quinto Phyficorum. Quod autem
grave et leve
sint contraria pouimus
per Aristotelem quavto
Coeli et in secundo
De generatioue, quare.
Secunda ratio est:
nullum immediate productivum operationum est
substantia. Proposilio liaec
accipitur a Philosopho
in De sensu
et sen- sato, ubi
dieit quod ignis,
quatenus igiiis, uon
est activus, (sed)
quatenus calidus, et sic
non vult
Pliilosophus quoi iguis
concurrat ut agens
immediatura et per
se ad aliquam operationem effective,
sed grave et
leve immediate producunt
motus ascensus et de-
scensus, ut ponimus
ex primo Coeli,
ergo. Tertia ratio. NuIUim
per se sinijibile
a sensu exteriori
est subiectum. Ista
est communis conceptio, et
quasi una maxima,
quia, ut commuuiter
dicitur, sensus non se
profundat usque ad
substantiam rei. Verum est quod
Commentator voluit quod
sensus nou iu quautum
seusus, sed ia
quantum sensus humanus,
cognoscit substantiam. Sed
Commentator iu hac
sua fatuitate deviat
a veritate et
sibi ipsi contradicit.
Sed grave et leve
per se sentiuntur
secundum sententiam Aristotelis.
Non eiiim est
obiectum, sicut dicunt quidam
paedagogi, quod grave
et leve sentiuntur
per accidens, quia
Ari- stoteles vult quod
eontrarietas levis et
gravis cum coutrarietate
calidi et frigidi
faciat tactum esse plures
seusus; quod nou
esset si grave
et leve esseut
sensibilia per accidens; sensibilia
enim per accidens
non plurifioaut seusum,
qnare. Item vide- tur
irratiouabile quod substantia
cognoscatur a seusu
, quia vix
intellectus potest Cb.230ver.so 25 — 194 —
coguoscere ipsam siibstantiam;
imo, iit dixit
Scotus, substantia non
cognoscitur nisi per maginim
discursum, licet in
lioc opinio Scoti
contradicat Aristotelem. Cum
ergo laboret iatellectus ad
cognoscendam substantiam, irrationabile
est concedere quod
sub- stantia a sensu
cognoscatur, sive quatenus
est sensus, sive
quatenus est humanus;
imo concedendo quod gravitas
et levitas sint
substantiae, non solum
habemus concedere quod sensus,
qualis talis sensus,
sed qualis sensns,
cognosceret substantias, quia
non solum homo, sed
etiam bestiae sentiunt
gravitatem et levitatem.
Item secundum fidem et
secundum tenentes quod
substantia non suscipiat
magis et minus,
non possumus tcnere quod
gravitas et levitas
sint substantiae. Secundum
fidem hoc sustineri
non potest quia Eucharistia
est gravis, quia
videmus quod descendit,
et tamen illa
gravitas non est substantia, quia
in Eucharistia non
est aliquid de
substantia, quod erat
in illa ante- quam
consecraretur, neque substantia
corporis Christi est
gravis; ergo gravitas
a qua provenit ille
motus descensus est
accidens, et quaedam
qualitas. Secundum etiam
te- nentes substantiam non
intendi aut remitti,
non possumus hoc
sustinere quia gravitas et
levitas suscipiunt magis
et minus, et
nulla substantia recipit
magis et minus ; ergo
gravitas et levitas
non sunt substantia,
sed accidens. Sed
quod ad Commentatorem qui expresse
dicit quod sunt
substantiae? Primo, possumus
dicere quod Coraentator erravit, nec
est adhibenda fides
ipsi Commentatori, quia
in hac difficultate
roperitur solus Commentator et
in contradictione; in
pluribus enim locis
dixit oppositum , ubi
voluit quod sint qualitates
et non substantiae.
Ideo possemus dicere,
sicut dicunt legistae, quid quando
inveniunt aliquem suorum
doctorum in uno
loco dicentem unum,
et in alio oppositum,
dicunt quod est
una bestia, quia
sibi contradicit; nec
talis debetur sustineri, quia
nescimus quam partem
tenuerit pro firmo,
cum in uno
loco dicat unum Ch.2.31
recto et in
alio contrarium, sicut
uos possumus dicere;
volentes tamen honorare
Commen- tatorem, dicemus quod
una et propria
opinio Commentatoris est
quod gravitas et le-
vitas sint qualitates
de tertia specie
et non substantiae.
Quod autem dixitCommen- tator in
hac digressione, scilicet
quod sunt substantiae,
non dixit secundum
propriam opinionem. Unde non
possumus non mirari
de quibusdam fatuis.
quia adscribunt hanc opinioneraCommentatori tamquam
sit illius sententiae,quia solum
in isto Commento
hoc reperietis: in iufinitis
vero locis reperietis
ipsum dicere quod
sunt qualitates et
accidentia non autem substantiae.
Teneatur ergo pro
firmo quod opinio
propria Commentatoris est quod
grave et leve
non sint substantiae,
sed qualitates de
tertia specie. Sed
dices si haec opinio
est Commentatoris quomodo
vocabitur sua ratio,
quae probat quod
tangibile uon est unum
obiectum, quia scilicet
calidum et frigidum
sunt in praedicamento
quali- tatis, grave vero
et leve in
praedicamento substautiae? Dicatur
quod uon probat
illud per hoc, sed
quia grave et
leve habent diversum
(modum) immutandi sensum
tactus a ca- lido
et frigido, quumgrave
et leve immutant
per motum localem,
illa vero alia
sine motu. Ideo ex
diversitate modi immutaudi
sensum tactus sequitur
pluralitas in ipso
tactu. Utrum gravc et
leve cognoscantur absque
motiv. Circa idem commentum
107" cadent difficultates,numquid grave
etleve non cogno- scantur nisi
per motumut vero
(?) diceret Commentator.
Videtur enim quod
non possint cognosci sine
raotu locali, sicut
experientia testatur, quia
non sentimus an
aliquid sit grave vel
leve uisi illud
poiideremus , ponderatio vero
non fit nisi
cum motu — 195 —
locali. Haec etiam
videtur sententia Commentatoris
in digressione quae
dicit quod uon cognoscuntur grave
et leve uisi
mediante motu. lu
oppositum arguitur quod.cum
motus sit sensibile commuue,
ti non percipiatur
grave aut leve
nisi mediaute motu,
non sen- tiuuturni&i mediante
seusibili communi;cum autem
sensibile commuue non
percipiatur Ch. 231verso sine
sensibili contrario prius
percepto, per quod
ergo proprium sensibile
perciperetur motus ille mediaute
quo cognoscimus grave
et leve? Quod
si dicatis quod
sensibile proprium per quod
motus coguoscitur sit
calidum aut frigidum,
hoc non videtur, quia
possumus seutire gravitatem
aut levitatem uulla
liarum qualitatum percepta,
quod ergo eiit propiium
et per se
sensibile per quod
iste motus comprehenditur, nou
vi- detur esse nisi
calidum, quare. Ad hanc
dubitationem cousuevi alias
aliter dicere , sed
inveni unam aliam
re- spousionem quae melior
est quam illa
alia. Diceudum ergo
quod prius percipio
hoc esse grave quam
percipiam ipsum moveri,
et sic de
levi dicatur, et
mediante gravi- tate percipio
motumgravis qui cst
sensibile commune. Sed dices: quod
dices ad Commen- tatorem quod
dixit quod nou
seutitur gravitas aut
levita? nisi
mediante motu? Dico quod
hoc uon dicit
Commentator si bene
inspiciautur verba eius,
sed dicit Commeutator: uon sentitur
gravitas aut levitas
uisi grave aut
leve moveatur, et
diceret: ergo nou percipitur gravitas
et levitas nisi
mediante motu. Primum
enim verum est,
secundum vero falsum. Unde,
licet motus sit
prior natura quam
perceptio iUarum qualitatum, prius tamen
iliae a sensu
cognoscuntur quam talis
motus, quare. Ch. 233
recto Numquid sensus tactus
sint phires. Circa illam
quaestionem. numquid seusus
tactus sint plures
secundum sit uua potentia,
factum est argumentum
quod est tale:
si tactus essent
plures sensus, non tantnm
essent plures sensus
exteriores, sed plures
quam quinque; sed
tantum sunt quinque sensus
exteriores, ergo tactus
non est plures
seusus sed unus.
Katio est boua quia
cst coniradictio talis
facta ex destructione
consequentis ad destructionem
aute- cedentis. Argumentum declaratur,
quum si sensus
tactus uon esset
unus sed plures,
ad minus essent duo
sensus, quia minor.numerus
qui potest repeiiri
est numerus biuarius; sed
alii sensns exteiiores
a tactu sunt
qnatuor: visus, auditus,
olfactus et gustus: modo
duo et quatuor
faciuut sex, ergo
ad minus essent
sex, et sic
esseut plures quam
Ch.233verso quinque et uon
tantum quinque Aristoteles ubicumque
loquitur de sensibus erterioiibus et
etiam Ecclesiastes dicifc:
peccasti in quinque
sensibus; quare sequitur quod
seusus tactus non
sit plures sensus. In
oppositum est Aristoteles
in capite hoc.
Ad hoc argumentum
difEcile est respon- dere.
Kespondet enim Thomas
quod sensus esteriores
sunt tantum quinque,
et sensus exteriores sunt
plures quam quinque,
nec ista contradicunt,
quod declarat; nam
sensus ex- teriores, secundum
species, sunt plures
quam quinque, quum
tactus sunt plures
secundum speciem,cumplures
sint potentiae tactivaesecundum speciem;et
itaeuumerandopotentias tactivas
cum aliis quatuor
potentiis aliorum quatuor
sensuum exteriorum, secundum
spe- ciem plures sunt
quam quinque sensus
exteriores, seu potentiae
sensuum exteriorum. Se- crmdum
vero genus proximum,
tantum sunt quinque
sensus exteriores, quum
potentiae ta- ctivae conveniunt
omnes in uno
geuere proximo, ratioue.cuius
sunt ut ui.a
poteutia: et sic —
196 — sensus, secundum
genus proximiim, fit
unus sensus; et
sic numerando tactura
f um aliis sensibus sunt
tantura qninque. Genus
autem proximum secundum
quod potentiae tacti- vae
conveniunt seu in
quo conveniunt et
fiunt quodammodo una
poteutia, sunt (sie)
quia omnes potentiae tactivae
percipiuut proprias contrarietates, per
se, per medium
iutrin- secum, et per
accidens, per medium
extrinsecum; et ideo
quia omnes potentiae
tactivae in hoc genere
proximo, scilicet in
uno modo percipiendi
sua tangibilia, ideo
ratione huius generis proximi,
omnes firmt ut
una potentia et
tactus fit uuus
sensus; seciin- dum ergo
speciem sensus exteriores
sunt plures quam
quinque, secundum vero
genus propinquum sunt praecise
quinque; et hoe
modo loquitur Aristoteles
de sensibus exte- rioribus cum
dicit iilos esse
quinque, et non
prirao modo secundum
speciem. Sed ista
responsio licet videatur
prima facie satisfacere,
interius tamen perscrutanti
videtur non Ch. 23-1
recto posse stare,
quia si concedis
quod potentiae taotivae
sint plures quam
quiuque, et una
se- cundum genus proximum,
quod sumitur ex
modo sentiendi per
se, per medium
in- triusecum, et per
aecidens, per medium
extrin.^ecum ; si ista
sit causa praecisa
quare potentiae tnctivae siut
una potentia, quia
scilicet omnes sentiunt
per se, per
mediuni intriusecum,
sequitnr quod tantum
essent quatuor sensus
exteriores, quura, cum
gu- stus et tactus
eodem modo sentiunt,
scilicet per medium
intrinsecum, gustus et
tactus cssent unus sensus,
quia conveniunt in
uno geuere proximo
quod est sumptum
ab uno modo sentiendi.
Item non tantum
quatuor, sed duo
essent sensus exteriores.
Probatur quia tres sensus,'
visus, auditus et
olfactus sunt uuus
sensus, cum conveniunt
in uno genere proximo
sumpto ex eodem
modo immutandi seu
sentiendi, quia omnes
illi tres sen- liunt
per se, per
medium extrinsecum; gustus
vero et tactus
essent uuus alius
sensus, ut visum est,
quare tantum duo
essent sensus exteiiores.
Ideo Thomas in
prima parte et in
Quaestionibus disputatis dedit
aliam responsionem et
eura secutus est
Aegidius liie in expositione.
Dicunt enim quod
sunt quinque sensus
exteriores, quia simt
quinque modi immutandi ipsos
sensus: sumuntur autem
isti modi sic:
quia in mutatione
sen- suum exteriorum, aut
obieetum tantum specialiter immutatur, et
ex isto modo
immu- tandi sumitur una
potentia quae est
potentia visiva; aut
obiectum realiter immutatur per
motum localem, organum
vero specialiter, et
ex isto modo
sumitur iraa alia
po- teutia quae est
potentia auditiva; aut
obiectum conveuienter immutatur
per motum • alteratiouis
et orgauum specialiter,
et ex hoc
modo sumitur tertia
potentia quae est potentia
olfactiva, fit enim
olfactio per fumalem
evaporationem quae non
est sine motu alterationis; :n
tactu vero et
gustu est etiam
immutitio realis ex
parte obiecti, et
ex parte Cli.234 verso
organi et sensus,
sed aliter et
aliter. Omnia aliter
immutantur tactus et
aliter gustus. quia tactus
immutatur realiter a
qualitate propria et
tangibili cuius est
perceptivus: gustus \ vero
realiter immutatur non
secundum qualitatem propriam,
sed secundum qualitatem alienam,quia immutatur
realiter ab humore
et specialiter recipit
sapores. Non enim
opor- tet quod si
gustus habeat pereipere
dulcedinem, ut gnstus
fiat realiter (duk-is),
sed bene oportet quod
fiat actu bua.idus.
Oportet autem
quod, si debeat
percipere caliditatem et alias
qualitates tangibiles, ut
tactus fiat actu
calidus, frigidus et
sic de aliis.
Et ideo ex ista
diversitate, qnae est
inter irarautationem realem
tactus et immutationem realem gustus,
sumitur diversitas potentiae
tactivae a potentia
gustativa, et sic
sumun- tur isti duo
sensus. Priraura
ergo ex istis
quinque raodis immutandi,
quibus sensus cxteriores contingit
immutari, sumitur numerus
sensuum exteriorum. Kedeun^lo
modo — lO? — ud
propositum argnraei;ti, dicniit
qiiod liotentiae tactivae
in specie snnt
plures; in ge- nere
tamen proximo omnes
sunt ut uua
potentia, quia omnes
potentiae tactivae con- veniunt
in lioc, qund
eodem modo inimutantnr
ut dictum est.
Quare. Licet in quarta
re-ponsioue esset difficultas
quam. tetigi snpra,
dum legerem com- mentum
dc Inimido, quum
dicunl gustum percipere,
ad hoc nt
species saporis compre- liendat; quia,
ut supra diximu^,
non videtur possibile
quod gustus percipiat
hnmorem,
quia sensibile
proprium est qnod
nou conlingit altero
sensu sentiri: cum
ergo humor sit seujibiie
proprium sensus tactus,
quomodo pnssibile erit
talis humor a
gustir per- cipi? Sed
de hoc satis
dictum iam.... Verum circa
lianc responsionem Thomae
et Aegidii, insurgit
multo maior difficultas; quia, licet
venim sit quod,
si tactus debeat
percipere calidum, frigidum,
liumidum et sic- cum,
(debeat eadem fieri)
licet hoc de
sicco non appareat;
non enim mihi
videtur, nec ita est
quod si manus
mea sentiat aliquid
siccnm ut manus
mea fiat sicca;
non tamen vertnn est
in qnalitatibus sequentibus
quatuor qualitates primas.
Nec si tango
aliquid leve, ma-
Ch. 235 i-ecto nns
mea fit levis,
nec si dunim
dura, nec si
nuUe mollis, uec
si asperum aspera.
Dice- rera enim: hoc
est extrema fatuitas;
mihi videtur, quod
ratione continui (?),
quia asperum leve et
aliae qualitates taugibilcs
sequentes primas qualitates
non sunt qualitates
activae, sed bene eas
sequuntur; ideo uon
oportet quod si
tango aliquid grave
quod illud tale
indu- cat gravitatcm in
ra;inu mea, et
sic de aliis
et ita nou
videtur quod omnes
potentiae tactivae habeauteumdem modum
immutandi utdicit Thoraas,quia
ut diximus.licet duae
potentiae tactivae habeant eumdem
modum immutandi, scilicet potentia
perceptiva calidi et
frigidi, et potentia perceptiva
Iniraidi et sicci,
licet de sicco
nun videatur verum;
aliae tamen poten- tiae
liabent uiodum immutandi.
Ideo pctentiae tactivae
non possunt esse una
poteutia in genere proximo
si deberet sumi
genus proximum ab
illo modo immutandi
quem po- suit Thomas
in ipso tactu;
quia, ut diximus,
illud non potest
esse unum genus
pro- xiunnu, cuni uon
sit idem modus
immutandi omnes potentias
tactivas; ideo do
aliam respousioneff . Su;. Non
sic autem est
de tactu, quum
tactus per se
primo pereipit omnes contrarietates tangibiles.
Ideo ratio valet
de tactu quum
per se primo percipit plures
contrarietates, non valet
autem de sensu
communi, quura sensus
communis non est per
se primo perceptivus
plurium contrarietatum, sed
per se primo
percipit unam Ch. 236iecto
contrarietatem innominatara. Sed
ista responsio non
videtur sufficiens quum
ista dicam de tactu,
quod scilicet tactus
non per se
prinio comprehendit illas
contrarietates, sed per se
primo tactus est
perceptivus unius contrarietatis innominatae,
quae similiter vocetur a
et Ib; et
ita sicut sensus
communis' est unus, ita
sensus tactus erit
unus. Dixit Thomas, in
prima parte, in
Quaestionibus disputatis, quod
probabiliter potest teneri quod
sensus tactus sit
unus sensus, nec
aliqua ratio demonstrativa
est in apprehensioue; sed quod
dicemus sustinendo Aristotelem?
Sustinendo opinionem Aristotelis
dicemus, quod non est
eadem ratio de
sensu communi et
de tactu, quia
non est eadem
ratio deservo-et de domiuo,
quia enim sensus
coramunis est sensus
interior, et communis virtus pro
eius unitate non
requirit uuitatem contrarietatum ; imo
stat cum unitate eius
pluralitas contrarietatum; modo
in sensu par.iculari
et exteriori est
bene neces- sarium qtiod,
si seusus est
unus, debeat esse
unius contrarietatis tantum
per se primo perceptivus. Cum
ergo tactus sit seusus
particularis et exterior,
si nou erit
unius contrarietatis tantum per
se primo perceptivus,
nou erit unus
sensus: modo, ut ap-
paret,sensus tactus est
per se primo
perceptivus plurium contraiietatum, ut
contrarietates calidi et frigidi
et similiter contrarietates humidi
et sicci, quorum
nulla ad alteram •
reducitur, quare. Ideo
necessario tactus debet
poni plures sensus
nou autem unus;
non autem est sic
de seusu coramuni. Sed
adhuc contra nostram
determinationem insurgit difficultas,
quam (fugiemus) fugiendo ad
sensum particularem, quod
si talis sensus
percipit plures contrarietates est plures
sensus, et si
percipit tantum uuam
contrarietatem est sensus
unus. Modo obiicieudo dicet
quis quod non
possumus ad hoc
fugere, quum visus
est uua potentia particularis,
et tamen percipit
sua obiecta quae
magis distant quam
obie- cta sensus tactus,
visus enim perceptivus
est coloris et lucis; modo
magis distant lux et
color, quam calidum
et frigidum, humidum
et siccum et
quam aliae diffe- Cli.2.36verso rentiae ,
seu contrarietates qualitatum
tangibiiium, quum lux
est qualitas aeterna, color vero
est qualitas non
aeterna; omnes autem
qualitates tangibiles sunt
genera- biles et corruptibiles; modo
plus differunt aeternum
et corruptibile, quam
corruptibile et
corruptibile; ergo color
et lux magis
differuut quam qualitates
tangibiles, seu
contrarietates earum ad
iuvicem differant; non
ergo est coiicludendus
seusus tactus — 199 —
esse plures sensus
ex eo quod
est sensus particularis
perceptivus contrarietatum plu- rlum
omnino distinctarum, quia
videmus quod visus
est una potentia
ut communiter conceditur, et
tameu visus est
una potentia particularis
percipieus sua obiecta
magis differentia quam obiecta
et contrarietates sensus
tactiis, quare. Ad
hoc dari possunt duae
responsioues secundum quod
duae sxmt opiniones
de luce. Prima
respousio est secundum tenentes
quod lux sit
idem subiecto quod
color, licet color
et lus forma- liter
distinguantur; nam secundum
istos, color nil
aliud est nisi
lus obumbrata, et ista
lus et color
sunt idem subiecto
et materialiter, distinguuntur
autem formaliter, quia lux
est lux pura,
color vero lux
non pura. Secundum
ergo hanc responsionem negatur quod
color et lux
magis differant quam
contrarietates tangibiles, imo
sunt unum et idem
subiecto, licet formaliter
distinguautur. Secundum vero
alteram opi- nionem quae
teuet quod non
sint realiter idem
color et lux,
est dicendum quod
in comparatione ad ipsos
sensus magis differunt
obiecta tactu-j, quam
lux et color,
licet in se et
esseutialiter magis differunt
lux et color
quam obiecta tactus,
ut probat ar- gumentum.
Quomodo autem iu
comparatione ad ipsos
sensus altera est
diversitas inter calidum et
frigidum, et huraiJum
et siccum, verbigratia,
quam inter lucem
et colorem, declaro, quia
comparando lucem et
colorem ad visum,
lux et color
se habeut in
qua- dam aualogia; primo
enim percipitur lux
dein color: color
enim mediante luce
perci- Ch.237recto pitur, ut
supra dixit Aristoteles,
cum dicebat: color
est actus diaphani
secundum actum in actu
ilhiminati, ut exponebat
Commentator, et sic
color percipitur mediante
luce. Modo
in contrarietatibus tangibilium
non est talis
aualogia quum omnes
tales con- traiietates per
se primo percipiuntur
a tactu, nec
una percipitur mediante
alia. ideo remauet quod
tactus sit pUires,
licet seusus visus
sit unus sensus. Sed
circa totum quaesitum
est ima difficultas
per se et
seorsum distincta ab Jiis
quae hucusque dicta
sunt , quia non
\idetur omnino necessarium
quod ta- ctus sit
una potentia et
imus sensus, non
autem plures, quum
illa potentia, quae
iu- dicat circa plures
coutrarietates est una
poteutia ; sed tactus
iudicat circa plures contrarietates , per
tactum euim et
non per alterum
sensum iudicamus an hoc
sit calidum, frigidum,
humidum et siccum ;
ergo sensus tactiis
est unus sensus
et una potentia. Hae
ratione utitur Philosophus
hic inferius, ubi
probat quod datur
alius sensus a quinque
sensibus, qui est
sensus iuterior, quare.
Ad
hoc dicatur quod
non est tactus qui
ponit differeiitiam inter
tangibilium contrarietates, neque
est una ali- qua
poteutia tactiva, quae
afferat iudicium de
pluribus quam de
una contrarietate
tangibilium, sed sensus
communis est qui
de omnibus illis
iudicat. Decipimur autem nos
et credimus quod
sit sensus tactus
(illud) quod de
omuibus illis iudicet,
quum potentiae tactivae coucurrunt
initiative, sed non
principaliter ad hoc
iudicium. Cum enim unaquaeque
potentia percipit suam
contrarietatern , suut occasiones sensui communi
ut omnes illas
contrarietates comprehendens de
illis iudicet ; ideo cum
poteutiae tactivae sunt
ut principium occasionale
huius iudicii, credimus
nos quod hoc iudicium
fiat ab una
potentia tactiva, sed
non est ita.
Ideo error est in
ista existimatione. Sed
rursus iustabit quis
uostrnm quando ita
dicam quod visus non
est qui iudicat
de istis coloribus,
sed dicam quod
est sensus communis,
qui aftert hoc iudicium,
et ponit differentiam
iuter unum colorem
et alterum , sicut
tu dicis Ch.237verso de tactu ,
sed secundum communem
existimationem visus est,
quod iudicat de
istis — 200 — coloribus;ergo et
tactns iudieaMt de
oiunibus qiialitatibus tangibilibiis
et sic teuebimus quod sit
una potentia tactiva,
quae omnes qualitates
tangibiles compiehendat, ad hoc
ut inter
illas possit ponere
differentias et. conveuientiam. Dici
possit primo conce- deado
quod verum est
quod non est
visus qui iudicat
de coloribus, sed
est sensus communis ; visus
autem solum initiative
coucurrit ad hoc
iudicium, sicut quod
di- cebatur de tactu.
Vel aliter dicatis
quod visus est
qui ponit differentiam
inter ipsos colores, tactus
autem nou est
qui ponit differeutiam
inter tangibiies qualitates,
quum est aliqua diversitas
in visu et
tactu: sed super
hoc considera tu. Utrum
sensus tactus sint
fmiti vel infiniti. Cum
determiiuitum sit in
praeterita quaestione quod
seusus tactus est
plu- res, oportet secundo
loco videre an
sensus tactus sint
infiuiti, an finiti
et quia clarum est
quod non suut
infiniti . ergo fiuiti.
Ideo cum sint
fiuiti quaerimus de modo
eorum, quot sciiicet
sint sensus tactus,
seu poteutiae taciivae.
In hoc quae- sito
reperiuntur multae ac
vaiiae oidniones. Aliqui
tenueruut quod duao
tautum essent potentiae tactivae,
aliqui quod qualuor,
aliqui quod quiuque,
aliisex, alii septem,
ut diximus, ergo. Una est
opinio quae tenet
quod potentiae tactivae
sunt tautum duae,
una quae est perceptiva
calidi et liigidi,
et raediorum, alia
quae est pereeptiva
iuimidi et et intermediorum. Aliae vero contrarietates tangibiiium
aut reducuntur ad
has duas contrarietates primas
et ab eisdem
percipiuntur potentiis tactivis ,
aut sunt sensibilia communia. Uude potentia
perceptiva humidi et
sicci perceptiva est
duri et mollis, Ch.
238rccto qnum durum
siccum est, molle
vero esfc humidum.
Ideo per eauidem
potentiam hanc
coutrarietatem con,prehendimus per
quam comprchendimus humidum
et siccum; de gravi
autem et levi
dicit haec opinio
quod sunt sensibilia
coramunij, ut videtur
dixisse supra Comraentator, ubi
dicit quod ista
diio pe;cipiuntur sine
motu; et ita cum
motus sit sensibile comraune,
et grave et
leve aut sunt
motus, aut non
percipiuntur nisi me- diante
motu, erunt ergo
grave et leve
sensibilia commuuia; de
aspero autem et
leni aliqui dicunt quod
reducantur ad humidum
et siccum, quia
asperitas, scilicet in qua
una pars
supereminet alteri, provenit
ex siccitate: leuitas
vero ubi onines
partes sunt aequales et
nullum alteri supereminet,
provenit ab hiimiditate
et ifca reducitur
hacc contrarietas ad contrarietatora quae
est iu humido
et sicco. Pouimus
ergo, secuudum banc opiuiouem,
qualiter omues contrarietates taugibilium
percipiuntur a duobus
po- leutiis tactivis, et ita quod
tactus sit tantum
duo sensus. Aliquibus
autem non placuit liaec
opinio, et primo
quoad hoc quod
diximus de duro
et mclli, quod
reducuntur ad liumiduui et
siccura, quia non
coguoscinius durum per
solam siccitatem; non
euim coguoscimus aliquid esse
durum ex eo
quod est siccum,
sed ex eo
quod est comprehen- sivum (compressivum?) a
tactu non cedit
tactui; similiier nec
perapiraus aliquid esse raolle
percipiendo illud esse
humidum, sed ex
eo quod videmus
illud cedere tactui,
et sic haec opinio
videtur falsa. Nec stat
talis opinio cum
raeute C 'mmentatoris,
quia in hoc
capite Commentator vult quod
per aliam poteutiam
percipiantur oranes hae
qualitates tangibilium. Unde, secundum ipsum,
alia est poteutia
calidi et frigidi,
alia humidi et
sicci, alia gravis et
levis; non autem
secundum eius intentiouem
poteutia perceptiva calidi
et frigidi, et potenlia
pe.ceptiva humidi et
sicci suut potenliae
perceptivae oranium aliarum —
201 — contraiietatum tanglbilium,
quare secuudum sententiamCommentatoris non
tantum sunt duae potentiae
tacti\ae, sul plures
quam duae. Quod
etiam dixit liaec
jirima opinio Cli.238verso de gravi
et le\i, quod
sunt sontibilia communia
et non percipiuntur
uisi mediaute motu, non
videtur esse ad
mentem Aristotelis, quum hoc numquam
posuit Aristo- teles, scd
ista enumerat inter
differenfias tangibilium, tamquam
obiectum proprium sensus tactus,
neque videtur forte
necessarium quod percipiatur
motus, si debeat
gra- vitas et levitas
ccmpreliendi: quia si
ista duo perciperentur
mediante raotu, cum
motus sit sensibile commune,
per quod percipietur
ipse motus? Aut
enim per sensibile
pro- priimi, aut per
sensibile commune; sed
non videtur quod
motus percipiatur mediante sensibili proprio,
neque mediante sensibili
communi. Non viJletur
ergo quod si
debeam grave et leve
comprehendere, (oportere) ut
mntum i|isum comprehendam.
Quod autem dixit haec
oiiinio de aspero
et levi, quod
si'ilicet roducuntur ad
figuvam, videtur esse satis
tolerabile dictu. QuiS,
ergo haec opinio
videtur in multis
deficere, ideo altera
ve- peritur opinio quae
tenet quod potcntiae
tactivae sunt quatuor,
scilicet: prima quae percipit
contrarietatem calidi et
frigidi, secuuda quae
percipit contrarietatem humidi
et sicci, tertia quaeperciplt
contrarietatem gravis et
levis, quarta quae
percipit contrarie- tatem duri
et mollis. De
aspero autera et
de leni non
ponitur poteutia ab
illis quatuor distiucta, quae
talis contrarietatis sit
perceptiva, quia haoc
aut reducuntur ad
figuram, aut ad contrarietatem quae
est iu humido
et sicco, et
ideo percipiuntur ab
illa po- tentia, quare. Aliqui
alii, non contenti
his quotuor potenfiis
tactlvis, ponunt unara
aliam poten- tiam tactivam,
quae attenditur penes
dolorem et laetitiam.
Katio autem cur
po- nant hanc potentiam
tactivam, est quia
per tactum cognoscimus
delectationem et tri- stitiam,
sed nou peraliquam
potentiam determinatam ista
cognoscimus; quia aliquando sentimus delecfationem
aut tristitiam, et
tamen (non) comnrehendimus calidum
et siccum, Ch.
239 reclo durum ct
molle: sicut si
quis vestrum pingat
papillas mulieris, ex
illo tactu sentietis magnam delectationem, et
tamen in tali
delectatione nou sentietis
anil quod tangitis sit
calidum, frigidum, nut
humidum et siccum,
aut grave et
leve. Similiter si
quis patiatur magnum dolorem
seutit maxiraam tristitiam,
et in percipiendo
dolorem senfit iiuanta est
(sic), quum nescit
an sit calida
vel frigida, humida
vel sicca; ergo
delectatio et tristitia percipiuntur
per tactura, et
clarura est ad
sensum; et cura
non percipiatur ab ali(iua
quatuor potentiarum, videtur
esse necessarium ponere
quintam potentiara, quae sit
delectationis et tristitiae
porcepiiva. Istam opinionem
insequentes inter se diversificati suni;
quia quidam volunt
quod haec sit
tantum una pofentia
tactiva di- spersa per
totum animal, aliqui
vero voluut quod
sint duae potentiae,
uua quae est in
raerabris genifalibus, et
haec potentia percipit
maximam delectationem, qnae
possit csse in ipso
tactu: delectatio enim
quae datur in
actu venereo est
tanta, ut dixit
Divus Hieronimus, ut si
angeli coireut, duni
essent iu concubitu,
oblivis^erentur de oraui- bus
rebus. Aliqui alii ponunt
aliam potentiam tactivam
in gutture, et
haec perceptiva est delectafionis in
gusta secundum contemporautiam cibi,
in qualitatibus primis.
secnn- dum quam ipsum
cibura est conveniens
auiraali; ista autem
delcctafio gulae est
ibi vere et proprie
delectatio, sed non
est fanta quanta
in venereis. Cum
autem istae duae delectationcs non
suut lu (|uacumque
parte uostri corporis;
sed uuaquaeque illarum 26 —
202 — fit in
certo et determinato
loco; ideo iiosiierimt
isti has duas
virtutes sensitivas par- tiales
in membris nostri
corporis , unam scilicet
in membris genitalibus
et alteram in gula.
Aliqui alii ponunt
tertiam potentiam perceptivam
tristitiae et laetitiae,
quam Oh.239verso dicunt esse
dispersam per totum
corpus animalis, et
ista tertia potentia
est perceptlva laetitiae et
tristitiae, quae fiimt
iu toto corpore,
sicut quando liabemus
scabiem, sen- timus magnum
pruritum per totum
corpus, quem cum
quaerimus manu amovere,
car- pendo ipsam cutem,
sentimus raagnam delectationem
per totum corpus ;
verum post hanc delectationem
quae est iu
pruritu, insequitur maguus
dolor et tristitia,
qualiter non est iu
delectatioue venerea et
delectatione gulae ; nec
ista delectatio est
tanta, sicut sunt illae
duae. Licet Couciliator
fuerit vir magnus,
mihi tamen videtur
quod ista sua opinio
ponens illam quiutam
potentiam tactivam, quae
est perceptiva laetitiae
et doloris sit contra
Aristotelem, quum si,"
praeter iilas quatuor
potentias, essetponere hanc quiutam
potentiam, Aristoteles fuisset
vakle dimiuutus, quum
Aristotelis (sit sen- tentia),
ego credo quod
sit iu testu
commenti 119, quod
obiecta tactus sunt
diffe- rentiae corporum generabiliura
et corruptibilium. quatenus
generabllia et corruptibilia, quod non
est de dolore
et tristitia; ueque
Aristoteles in hoc
loco, neque alibi
ut in quinto De
animalilms enumerat dolorem
et tristitiam inter
obiecta tactus, sed
bene enumerat semper alias
contrarietates. Argumentum taraen
hoc non est
deraonstrativum sed probabile
, quia
posset respondere Conciliator
quod Aristoteles solum
enumerat obiecta tactus magis
famosa. Secunda ista
opinio non videtur
nimis suificiens, quia non
potcst bene evadere
difficultates, quia cum
tactus, secundum Conciliatorem, do- lorem
sentiat, tactus cognoscet
se dolere et
sic cognoscet tactus
suam operationem propriam. quae
est sentire, quare
tactus erit virtus
reflesiva sui super
se, quod est falsum.
Tertio deficit haec
opinio, quum, licet
laetitia et dolor
non fiant siae
cogni- tione tactiva, uon
tameu ista duo
sunt operationes potentiae
tactivae, sed operationes Cli. 240
rccto apprehensivae, quae
est una virtus
distiucta a virtute
tactiva; ideo cum
dolor et tri- stitia
non sentiantur a
virtute tactiva, sed
ab apprehensiva, non
est pouenda illa
quiuta potentia tactiva, quae
habeat laetitiam et
dolorem comprehendere, quare
nullo modo potest stare
opinio Conciliatoris. Quare
puto quod melius
sit tenere quod
tantum sint quatuor poteutiao
tactivae. Pro solutione
autem argumeuti Conciliatoris, est
tria con- siderare iu
ipso dolore aut
laetitia: primo causam
doloris et tristitiae
(sic), secimdo res quae
est dolor, vel
laetitia, tertio coguitiouem
doloris et laetitiae.
Tunc dico quod causa
laetitiae est impressio
conveniens iu ipso
tactu, causa vero
tristitiae est mala
et disconveniens impressio facta
in ipso tactu
a tangibili,et haec causa
percipitur ab ipso
tactu. Tristitia vero et
laetitia sunt qualitates
factae, seu genitae
in virtute apprehensiva,
quae qualitates insequuntur cognitionem
tactivam, scilicet illarum
passionum convenientium aut disconvNJuientium. Unde
si tactus cognoscat
impressionem sibi illatam
a tangi- bilibus sub
modo convenieutiae, virtus
apprehensiva, quae sequitur
cognitionem ta- , ctivam,
laetatur : si vero
tactus coguoscafc impressionem
sub modo disconvenientiae, vittus apprehensiva
contristatur; neque ex
I.oc quod virtus
apprehensiva dolet, aut tristatur
(sic) e.\ couveuienti,
aut disconvenienti impressioue
facta iu tactu,
oportet ut ipse cognoscat
laetitiam aut dolorem;
nou ergo est
uecessaiium pouere quiutam
po- tentiam tactivam ex
eo quod laetamur
aut tristamur , aut
ex eo quod
coguosci- mus laetitiam aut
tristitiara, sicut posuit
Conciliator, quia, ut
diximus, nou est —
203 — potentiae tactivae
laetari aut tiistaii ,
sed bene potentiae
tactivae est percipere
qua- litatem impressam convenienter
aut disconvenienter, ex
qua convenienti aut
discou- venienti impressione oiiginatur
dolor et tristitia,
quare argumentum Conciliatoris
nul- Ch.240ver3o lius est
valoris. S.d dices:
tu ponis quod
tactus nou est
qui doleat, sed
tamen oportet q>!od virtus
tactiva sit iu
operatione, si vii-tus
appreliensiva habeat dolere
aut tri- &tari. Sed
contra: quia in
usu venereo maxime
laetamur, et tamen
non sentimus ca- lidum.
frigidum, Immidum et
siccum, ergo non
oportet virtutem tactivam
esse in operatioue dum
percipimus laetitiara: similiter
dicatur de dolore.
Quomodo ergo hoc reducis
ad aliquam quatuor
potentiarum taclivarum cum
a nulla potentia
tactiva percipiatur ? Illud
argumentum reputatur insolubile,
sed istud argumentum
aeque bene vadit contra
Conciliatorem quam contra
nos: quum ycet
Conciliator ponat quod
lae- titia et tristitia
sint qualitates tactivae,
quae percipiuntur ab
illa quinta potentia; oportet tamen
ut det causam
ipsius delectationis, aut
contristationis, quod piius
debeat cognosci ab aliqua
potentia tactiva; non
possunt autem creari
laetitia et tristitia,
nisi a primis quatuor
qualitatibus; ergo oportet
illas esse coguitas
ab aliqua potentia
ta- ctiva, et ita
oportet etiam concedere,
quod virtus tactiva
perceptiva calidi et
fiigidi, et virtus perceptiva
humidi et sicci
sint in operatione;
si illa scilicet
quinta potentia debeat percipere
laetitiam et tristitiam,
quia laetitia et
tristitia non fiunt
sine cognitione praecedente: quare
aeque bene contra
Conciliatorem procedit argumentum
factum de venereis sicut
coutra uos, quia
in (iioc) casu
sentitur maxima delectatio,
et tameu non sentitur
calidum, frigidum, uee
bumidum et siccum;
quare ideo oportet
solvere argu- meutum pro
nobis, et pro
ipso Conciliatore. Dico
ergo itaque quod
iu actu venereo, ubi
sentimus tautam delectationem. sunt
calidum, frigidum, huraidum
et siccum re- ducta
ad temperamentum, sed
tamen tactus non
cognoscit an hoc
sit calidum au fvigidura,
humidum an siccura;
uec hoc inconvenit,
sicut videmus quod
boni coqui Ch.
241recto faciunt quaudoque sapores
adeo delicatos ut
nescimus an sint
dulces, aut alicuius
al- terius certi saporis;
similiter piotores, admiscendo
varios colores ad
invicem, faciunt unum quoddam
quod uon est
albedo, neque nigredo ,
uec per visum
iudicamus nos illud esse
albedinem aut nigredinem,
sed percipit visus
uuum quoddam, quod
nescit an sit album
aut nigrum. Bene
tamen, cognoscit visus
quod illud tale
commixtus est color, sed
quis color sit,
non potest discernere,
et similiter de
tactu in venereis
; in emissione euim
seminis illa delectatio
creatur ex commixtione
temperata calidi et fiugidi,
nec sentio an
ibi sit ealidum
(vel) frigidum. Sed
contra hanc responsionem
insur- git difficultas, quia
diximus quod in
emissione seminis est
caliditas, et tamen
uon cogno- scit tactus
an illud contemperaraentum sit
calidura, frigidum; sed
(itera) contra, quia
si ita esset, sequeretur
quod sensus deciperetur
circa proprium sensibile,
quod est couti"a sententiam Aristotelis
superius, ubi dixit :
quod sensibile proprium
est quod ab uno
sensu contingit sentiri,
et circa ipsum non
decipitur sensus ; quia
in illa emissione seminis est
calidum, frigidura et
tamen tactus non
percipit calidum ibi
existens. Si vellem ad
hoc dare responsionem
corarauuem, facile evadereraus
argumentum, dicendo quod seusus
non decipitur ciica
proprium sensibile secundum
genus, sed bene
deci- pitur visus (nou)
quum color, sed
quum est hic
vel ille color
ut albus vel
niger. Ita dicerem quod
tactus in emissione
serainis non decipituT
iu iudicando an
ibi sit qualitas prima, sed
bene decipitur in
iudicaudo quae illarum
quatuor sit ibi ,
sed quia — 204 —
haec respoiisio nou
est ad mentem
Commeiitatoris ut iiim
diximus , ideo do
aliam Ch. 24lverso
respousionem quam iudico
esse verara, et
ad mentem Arittotelis
et Averrois. Dico ergo
quod tactus non
decipitur circa proprium
obioctum secundumgeuus, uec
secim- dum speciem, similiter
uullus alius sensus,
si salventur tres
conditiones positae a
Tlie- mistio: scilicet debita
distantia sensibilis ab
ipso sensu, debita
dispositio ex parte orgaui,
et debita dispositio
ex parte medii.
His tribus servatis,
uou decipitur sensus circa
proprium sensibile , sed
bene decipitur altera
earum deficiente, et sic est in
actu veuereo; decipitur
enim sensus tactus
quia ibi est
defectus ex paite
organi, et propter talem
defectum non potest
tactus rectum iudicium
afferre de illo
sensibili; hic autem defectus
potest propter alteram
daarum provenire. Secuuda
causa est ma- xima
delectatio, seu appetitus
et passio: passiones
enim corrumpunt iudicium,
ex ni- mio enim
dolore aut laetitia
potest tactus impediri
a recto iudicio.
Altera causa est, quia,
sicut si oculus
habet colorem citrinum,
sicut habent aegrotantes
febre colerica, t.ilis visus
quodcumque videt iudicat
citrinum propter indispositionem orgaui
visus, ieu oculi, sic
dico qiiod in tactu, ex
eo quod iu
emissione sunt quatuor
qualitates multum commixtae cum
euiittitur semeu, una
species confundit aliam
et non permittit tactum rectum
afferre iudicium de
altera. Illud ergo
commixtum ex quatuor
primis qualitatibus percipitur a
potentia perceptiva calidi
et frigidi, et
a poteutia perceptiva humidi et
sicci. Sed non
recte percipitur calidum
et frigidum; quare
salvatur quoJ potentia tactiva
sit iu operatione
dum apprehensiva laetatur
aut tristatur, et
Conci- liator, iudicio meo,
ad hoc idem
debet deveuire. Sed
dices: ex toto
non solvitur difli-
? cultas quam tu uon potes
negare, quando sentiamus
dolorem et laetitiam:
et timc Ch.2-12rectu stat
argumeutum Conciliatoris: quum
cognoscimus dclorem et
laetitiam et non
per aliam poteutiam quara
per potentiam tactivam,
non per aliam
quatuor dictarum po- tentiarum , ergo
debet dari quintam
potentiam tactivam quac
cognoscet laetitiam aut tristitiam.
Quare si non
esset auctoritas Aristotelis,
adherirem opinioni Conciiia- toris: sed
quia Aristoteles uumquam
posuit laetitiam et
tristitiam inter obiecta
po- tentiarum tactivarum, ideo
puto esse aliter
diceudum, quae scilicet
sit potL'utia cogno- scitiva doloris
et laetitiae. Pro
quo debctis scire
quod circa hoc
suut variae et diversae
opiniones, quae scilicet
sit virtus c ognoscens
laetitiam aut dolorem.
Geutilis in secundo, ibi
iu illa parte
Doloris, et Jacobus
de Forlivio (qui)
est etim insecutus
dicuut quod virtus cognoscitiva
doloris et laetitiae
est sensus communis.
Ugo vero Senensis ponit quamdam
imaginativam imperfectam dispersam
per totum corpus
quae cognoscit dolorem et
laetitiam. Conciliator vero
vult quod sit
illa quinta potentia
tactiva, et sic circa
hoc quod sit
potentia cognoscitiva doloris
et laetitiae sunt
opiniones (?) iudi- cabiles
(judicabitis?) autem quae
sit melior; quae
enim opinio sit
veraDeus scit; sed
mihi videtur quod tristaii
aut laetari non
sit op^ratio virtutis
tactivae, sed est
operatio ap- preheusivae, quae
virtus, iu sua
operatione, insequitur cognitionem
potentiarum tactiva- rum, quae
sunt in operatione.
A qua vero
virtute cognoscatur laetitia, et
tristitia sum cum Ugone
aut Jacobo, nullo
modo cum Conciliatore.
Quare. " Et sic
Deo duce expliciuut
quaestiones Maximi Philosophi
Ponponatii Mantuani super tres
libros Aristotelis de
Anima. — 205 — SUrrLEMEXTA QUARUMDAM
QUAESTIONUM QUAE PRIU.S IMPEKFECTE
TEADITAE SUNT. Utrum ■nobilUas
sclmtiac sumatv,r a
nobilitate subiecli vcl
a certitudine dcmon-
Ch. 248rocto strationis. Circa quaestionein
illam piimi De
anima, numquid nobilitas
scientiae sumatur a subiecti
noLilitate, vel a
certitudine demjnstrationis, et
praecipue coutra rai-ionem qnae teuet
qnod a nobilitate
subiecti snmatnr nobilitas
soieutiae; ciica quam
ra- tionem dubitatur, quia
haec respousio uon
videtur vera, nam
magis videtnr quod pertectio scientiae
est sumenda a
certitudine quam a
uobilitate subiecti. Ratio satis
evidens est, qnia
cum certitudo sit
qnalitas, et se
babeat nt forma, subiectum vero
ut materia; modo
forma e.->t perfectior
materia; ideo, cum
perfectio certitudiuis sit ut
forma, perfectio vero
subiecti nt materia,
altior et nobilior
erit perfectio certitudinis, qnam
subiecti, (et) sequeretur
qnod scientiae, quae
sunt de eodem subiecto essent
aeqnaliter perfectae, quod
est falsura; quia
si una scientia
conside- raret Deum in
quautnm est iutjjligens,
et alia in
quantum est primns
motor, valde pjrfectior est
scientia quae cousideret
Deuui iu quantum
est iutelligens, quara
ilia quae cousideiet Deum
iu quantura est
piimns raotor. Coutraria
videtur nola, quia istae
duae scientiae considerant
de eodem obiecto,
ergo sunt einsdem
perfectionis, cum perfectio scientiae
attendeuda sit peiies
perfejtionem iu subiectis.
Tertio arguitur: data illa
positione, sequeretur, quod
scientia quae esset
de subiecto intinitae
per- fectiouis, illa scientia
essat infiuita, contraria
tenet quod si
subiectnm est ali- quantisper perfectum,
scientia est aliqnantisper
perfecta, et (si)
subiectnm sit iu du-
plo perfectius ,
scieutia erit in
duplo perfectior et
ita procedendo; ergo
si subiectum - sit
iutiuitae perfectiouis, scieutia
illius erit infiuite
perfecta; sed coutra
est falsum quia Metaphysica
et Theologia quae
considerant de Dec
sint infinitae, quia
cum lales scientiae sint
qnalitates in nostro
intellectu, qui est
actu finitus, non
possunt esse infinitae, aliter
finitum actu reciperet
actu infiuitum; tanien
quia soli Deo
conceditnr Ch.2-l8ver3o
infinitas perfectiouis, sustineudo
Tiiomam, dicitur vel
priuium: cum dicis
quod nobi- litds sit
a certitudine demonstrationis nego.
ct cum probas
quia certitudo se
habet ut forma, cum
sit qualitas, perfectio
vero obiecti ut
materia; modo forma
est nobilior mateiia; dico
quod iHa propositio:
lorma est nobilior
materia, iutelligenda est
in eodem genere; itaque
si aliquo duo
sint eiusdem generis
quorum unura se
habe.it nt for- nia,
alterum vero nt
materia; illud quodse
habet ut forma
est nobilius eo
qnod se ha- bet
ut materia, sed
si suut diversorum
generum, (dico) quia,
nt dietum est,
obiectum se habet ut
substantiale, et certitudo
ut accidentale. Ad
argumiutam, cum dicis:
sequeretur qnod scientiae quae
essentde eodem subiecto
esseut aequaliter perfectae;
dicas quod illa propositio: perfectio
scientiae attenditur penes
subiectum, habent intelligere
de subiecto formali. Ad
argumentum ergo non
iuconvenit id quod
deducitur si illae
scientiae sint de eodem
subiecto formali et
eodem modo considerato
, sed non
sunt duae scientiae quae eodem
modo considerant Deum:
nam una scientia
est, qiuie cousiderat
Deum iii quautimi est
iiitelligens, alia vero
quateuiis primus motor.
Prima cousidevatio est
valde perfectior,
quia Deus ut
intelligeus babet rationem
perfectiorem quam ut
pri- mus motor. Ad
tertium, si teneamus
uon esse aliquid
iufimtimi in actu,
tunc fal- sum esset
quod scientia Dei
esset infinita, et
sic faciliter solveretur
argumentimi; sed quia fides
catbolica tenet Deum
esse infiniti (sic),
ideo oportet respoudere
ad ar- gumentum, quod
est valde diflicile.
Ideo isti negant
similitudiuem ut primum
in quaestione principuli, quia
dicuut quod licet
Deus sit infinitus
tamen fiuite compre- Jienditur, ergo.
Ad quod aliqui
dicuut negaudo consequeutiam. Ad
probationem, dicuut ad anteriorem
negando eam, quia
secuudum quod isti
dicuut, non oportet
probatio- Ch. 249 lecto
nem scientiae adaequari
praecise perfectioni obiecti,
et ita falsum
est quod assmmebatur, quod si
obiftctum sit perfectionis
ut duo, quod
scientia illius sit
perfectionis ut duo, et
sic de aliis,
quare nou sequitur: obiectum
est iufiuitae perfectionis,
ergo scientia iliius est
infinita. Katio et
fandamentum Luius opiuionis
est quia iutelligeus
non potest perfecte iutelligere Deum,
neque est capax
infinitatis Dei, et
sic neque scientia
Dei estinfinita.
Ulrum anima
sit immortalis secundum
Aristotelem. Circa commentum duodecimum
dubitatur et moveo
quaestiouem quam etiam tetigi
iu quaestione mea
de immortalitate aiiimae,
quia tenent Tbomas
el Commentator, quod secundum
Aristotelem auima intellectiva
sit immortalis, licet
diversificetur in eorum positione.
Tunc arguo, sic
abiicieudo auimam esse
immortalem secimdumAri-
stotelem. Siintelligere est
pbantasia aut non
siue phantasia, ipsa
anima est inseparabilis a materia,
sed intelligere nou
est sine phautasia
ergo anima non
est separabilis a cor-
pore. Ratio est
conJitioualis cum positione
accidentis, qualiter arguraentum
valet de forma. Prima
propositio est Aristotelis
in textu 12°,
secunda etiam est
Aristotelis, quod apparet per
ipsum, nbique locorura
ubi loquitur de
ipso intelligere, et
in tertio De auima,
quod intelligere uon
potest esse sine
pbautasia, quia uecesse
est intelligentem phantasmata speculari:
boc idem habetis
ab ipso Pliiiosopbo
iu quiuto De
seusu et seu- sato,
et iu prinio
Posteriorum et in
infinitis locis, uee
prohibemur quod in
breviori propositioue uon acceperim
illa duo, sed
solum illud ultimum
« anima non
est sine phantasia», quia
idem est ac
si adeo illa
accipiam, cum ab
una parte disiunctive
ad Ch.2.50verso totum valeat
argumentum; quare sequitur
qnod auima sit
mortalis. Sed dices
quod illa absolute est
falsa, quia solum
est verum de
ipso intelligere animae
nostrae pro hoc saeculo,
non autem p;o
alio statu; vel
secundum Averroera, solum
habet veritatem illam brevior
de iutelligere auimae
nostrae secundum quod
anima est natm-alis
for- ma, non autem
secundum quod se
iutelligit, quia in
ista intellectione non
indiget phantasmate. Sic ergo
illa secundum Thomara
est vera iu
hoc statu, uon
autem iu alio in quo nostrum
iutelligere est sine
phantasia; secundum vero
Averroem est vera secuudum
quod uobis est
forraa, uon autera
secundura quod se
intel- ligit, Sed coutra,
quum ista dicta
Thoraae et Averrois
praesuppouunt animara esse immortalem, sed
hoc est quod
iuquiritur, utrum, scilicet,
sit imraortalis et
utrum habeat aliquam talem
operationem. Sed dices,
ut dicitThomas, quod
oportet primo probare utrum
anima sit imraortalis
et abstracta ,
deinde probare utrum
habeat operationem
propriam. Sed dico: si ita
est , quod soraniavit
Aristoteles in textu
12°, quod ista quaestio
est necessaria ad
cognoscendum abstractionem animae
, simiji- ter et
Commentator quod oportet
ponere ante oculos
nostros utrum anima
ha- beat aliquam operationera
sibi propriam iiecne,
si volumus coguoscere
abstractio- nem animae? Si
euim prius oporteret
probare quod anima
sit immortalis et
dein. hoc habito, quod
habemus aliquam talem
operatiouem propriam, quomodo
quaestio quaerens de anima
utrum habeat operationem
aliquam propriam sibi,
esset necessaria ad cognosceudum
quod anima est
abstracta, cum Ari.<toteles dicat
oppositum. ut di- ximus?
Similiter non oporteret
ponere istam quaestionem
aute oculos nostros,
scilicet utrum habeat operationem
aliquam sibi propriam,
in volendo cognoscere
qualitatem abstractionis
animae ad probandum
quod auima intellectiva
sit immortalis in
teitu quinto et sexto
et septimo. Prima
ratio quia reeipit
omnes formas materiales,
et secunda ratio quia
intelligere non est
in organo, cum
non intelligat anima
cum hic et
nunc. Cb. 251
recto Tertia ratio quia
in hoc est
differentia inter sensum
et intellectum, quia
sensus post magnum sensibile
non comprehendit minus
sensibile, intellectus autem
post magnum sensibile, intelligibile
appreheuJit etiam minus
iutelligibile: es quibus
concludit (con- cluditur!) quod
anima nostra est
immortalis. In omnibus
enim (autem?) istis
rationibus supponit
Aristoteles quod egeat
corpore tauquam obiecto,
ergo in omnibus
istis supponit Aristoteles quod
anima sit mortalis.
Vullis videre quod
ad principia Aristotelis
sequatur quod anima nou
possit separari a
corpore? Quia ponit
Aristoteles in definitione
il- lius corpus organicum,
ergo vult Aristoteles
quod anima intellectiva,
sicut et aliae animae,
sit virtus organica;
ergo secundum Aristotelem
anima semper est
cum corpore, et ita
non potest a
corpore separari. Dices
forte quod non
oportet ad sciendum
ani- mam esse immortalem
scire an habeat
aliquam operationem propriam
et abstractam, sed Toluit
Aristoteles qund, si
perfecle debeamus scire
quod anima sit
immortaIis,oportet scire
quod nec egeat
corpore tanquam subiecto,
et ita non
est necessarium scii-e
ista secundo De aniraa,
ad sciendum animam
esse immortalem, et
hoc est nltimum
ad quod possunt confugere.
sed contra hic
deficit una ratio. Item
vultis videre quod
secundum Aristotelem auima
non sit immortalis,
et quod uon habeat
aliquam operationem propriam
et abstractam a
corpore, (advertatis) quia tunc,
secundum Aristotelem, consideratio
quidditivain genere causae
formalis non staret usque
ad animam intcllectivam: quia
anima nostra in
aliqua operatione per
se non egeret materia,
et sic quantuni
ad istam operationem
qua, secundum Averroem,
intelligit semper, vel secundum
Thomam, pro aiio
statu, non consideraretur (a
physico) sed a me-
taphysico, ex quo
uon eget corpore
in ista operatione,
et sic dictum
Aiiototelis in seeundo (primo? De
auima) plus uou
esset verum quia
consideralio naturalis stat
usque ad ani- mam.
Itera ex felicitate
ad idem argno,
quia Aristoteles mmiquam
somniavit illam felici- tatem
Thomae, quia uihil
posuit Aristoteles post
mortem, sed existimavit
Aristoteles Ch.251verso quod felicitas
animae nostrae solum
sit in hoc
mundo et in scientiis speculativis.
Imo ipse Thomas, in
libro Contra gentiles,
asserit quod de
mentc Aristotelis omnis
feli- citas est in
hoc saeculo et
quod felicitas animae
est in cognitione
scieutiarum specu-
lativarum. et maxime
in raetaphysica, nec
somniavit illam felicitatem
quam ponit Averroes de
copulatione intellectus possibilis
cum agente; qniia
si videatis omues
libros Aristotelis ubi loquitur
de felicitate et
maxime libros Ethicae,
ubi ponit felicitatem in scientiis
speculativis, (videbitis quod)
felicitatem nou iu
alio mundo, quam
in hoc Cli. '2U'i
recto munilo, posuit Aiistoteles,
uec illaiii Thoniae,
quia aliam vitam
uon crididit; quare concludendum est
secundum Aristotelem animam
esse immortalem (sic)
('). Ulmm definitio de
anima sit bene
assignala. Contra arguitur quod
uon sit convenienter
assignata sic. Haec
dcfinitio non cora- petit
cuiiibet contento super
definito, ergo non
est couvenienter assignata,
patet consequentia: anterior probatnr
quia non competit
animae intellectivae, quod
patct quia iutellectus uullius
corporis est actus,
quia sic oporteret
intellectum uti organo corporeo, quod
est falsum et
eontra Aristotelem, et
omnes Peripateticos. Quare. Ad
hoc argumentum primo
respondeo secundum Thomam,
secundo secundum Commentatorem , tertio
secundum nos. Dicit
ergo Thomas iu
prima parte, inQuae- stionibus disputatis,
et in multis
aliis locis ubi
pertractat hanc materiam
semper dat hanc responsionem,
dicendo quod intelleetus
noster, quantum est de ratione
sui et ratione potentiarum
intellectivarum, sic non
est actus corporis;
sed ratione poten- tiarum
sensitivarum sic est
actus corpoiis. Quando
ergo dicitur iutellectus
nullius corporis est actiis,
intelligitur de intellectu
ratione potentiarum intellectivarura. Sed contra
hanc ratiocinationem arguo
sic: quia si
anima intellectiva, quatenus
intellectiva est, non est
actus, ideo quatenus
inteilectiva est, non
erit anima qiiod
est contra Ari- stotelem
ponentem illam esse
definitionem communem omni
animae; imo, secundum Thomam, dictam
univoce de omnibus
animabus, et sic
etiam non esseut
quatuor gradus animatoriim, quod
est contra Aristotelem
ponentem quatuor gradus
animae in qunrum numero
ponit animam intellectivam. Posset ad hoc
forte dicere Thomas,
quod intel- lectiva essentialiter, et,
quautum est ratione
sui intellectus, nou
est anima. et,
ut sic, non sunt
quatuor gradus animatorum,
sed tamen est
anima, prout (intellectus)
est coniuuctus sensitivae, et
sic,ratione sensitivae, sunt
quatuor gradus animae.
Sed miror de
hac ratio- cinatione, quia
expresse non potest
stare cum eius
sententia, quum ipse
ponit, quod Deus non
posset eam facere
quin essentialiter dependeat
a corpore, ideo
non videtur quod sit
actus corporis, nisi
quatenus iutellectiva est. Item
siimo essentiam animae intellectivae in
homine: tunc ipsa
est substantia, vel
ergo forma, vel
materia, vel com- positum.
Non compositum, quia
sic non esset
pars hominis; nec
materia ut omnes
con- cedunt, ergo forma
et non nisi
corporis; ideo intellectiva,
quatenus talis, non
est forma nisi corporis.
Item ipse dicit
quod intellectiva est actii
pars essentialis ipsius
liominis, ideo oportet, quod
cum ex ipsa
et corporo fecit
(fiat) imum per
se, quodipsa sit
actus et corpns potentia,
aliter non fieret
unum per se,
et per consequens
non videtur quod sit
alicuius quam corporis,
ideo non video
qualiter illa ratiocinatio
stare possit. Ad hoc
forte diceretur, quod
non oportet animam
iutellectivam actii semper
dependere a corpore, licet
corpus ponatur in
eiiis definitione, sed
sufficit quoad aptitudinem,
sicut raoveri sursum est
definitio levis, quantumcumque
leve non semper
moveatur sursum, sed sufficit
quod raoveatur, vcl
posset moveri, et
est simile illi
quod dicunt theologi de
accidente ut est
quantitas, quia quautitas
essentialiter dependet a
subiecto, sive sit Cli- 252
vcr-^o [i, subiecto,
sive sit non
in subiecto, ut
in sacramento altaris.
Istud videtur incredibile. (') II
MS ha immorlalem
in luogo di
morlalem. confusione cviclento
del copista corae
risulta da tutto il
contesto della questione,
il cui senso
complessivo non puu
esser dubbio, non
ostante qualcbe iiaeitczza clie
la tia.scrizione dcve
avei' fatto subire
alla compihiziuue primitiva. qtiod anima
iutollectiva esseutialiter et
iu se depeudeat
a corpore et
non dependeat ab ipso
in suo opere
quod (est) iutelligere.
Itera Deus et
uatura nih 1
aguut frustra; si ergo
Deus de necessitate,
ut teuet Thomas,
infundat auiraam corpori
sic quod uou posset
Deus creare animam.
quin iufuudat corpori,
valde frustratoria esset
ista unio auimae ad
corpus si iu
quacuraque sua operatione
non indigeret corpore.
Itera Ari- stoteles in
Prooemio Metaphysicorum; omuis
bomo natura scire
desiderat ; cuius si- gnum,
[tit ibi dicit
Phiiosophus, est sensuum
delectatio, ut ibi
expresse vult quod iutelligere animae
nostrae ortum habeat
a sensu. Ad
hoc credo quod
Thomas diceret, et est
ultiraa ratiocinatio qnam
possit dare , quod
verura est quod
intellectus eget corpore pro
sua operatione, sed
non semper, sed
pro statu isto;
pro alio vero
non. Sed haec ratiocinatio
non consouat auribus
(sic) Aristotelis, quia
esset maximum in- conveniens quod
Deus inoarceraverit ipsam
per tam paucum
tempus in corpore,
et de- fiuiatur quod
non egeat corpire
uisi pro statu
isto. Ad illud vero
quod dicunt tlieologi
de aceideute, quod
possit esse sine
subiecto et tamen seniper
dependeat a subiecto,
dico qnod accidens
existere sine subiecto
est merum impossibile apud
Aristotelem, et ad
illud quod dicunt,
quod non oportet
animam intellectivara actu semper
depeudere a corpore,
sed aptitudiue: istnd
uon est impossible,
quia si sola aptitudo
suflBceret in definitiouibus, tunc
diei primo posset
quod aliquid esset homo,
et actu taraen
non esset animal
ratiooale; sufficeret euim
secundum ratiocina- tionem quod
esset aptitudine. Quare relinquamus
istum modura dicendi,
et ponaraus illum
Averrois qui sic
re- spondet. Conveuit Commentator
auimam esse iramortalcra.
sed unicara in
oranibus ho- minibus, in
qua positione surrexit
quaedam nova secta
de novo incipientium
philosophari dicentium, ad mentem
Averrois, quod aniraa
intellectiva, in iutelligendo,
semper eget organo non
tamquam subieeto, sed
ut obiecto, et
ita anima intellectiva
est actus cor- poris.
De hoc uihil
vel parum dixi
in mea quaestione,
quia non credebam
aliquem Ch. 263iecto esse
ita fatuura, qui
lioc diceret. Sed
ista ratiocinatio est
contra sententiara Commen- tatoris in
commento duodecimo prirai
De anima, ubi
dicit quod non
est intelligendum, sicut intellexit
Alexander, quod iutelligere
non sit sine
imaginatione ('). Vult
ergo Com- raentator quod
anima intellectiva iutelligat
sine indigentia organi.
Itera est contra Commentatorem in
commento tertio" huius
tertii, qui dicit
quod intellectio qua
anima intelligit est siue
corporeo organo. Quare
opinio illa cum
verbis Commentatoris stare non
potest. Ideo aliter
dicuut alii et
magis ad mentem
Commentatoris, quod anima iutellectiva habet
duas iutellectiones, unara
iu ordine ad
nos, scilicet quoad
nos, et ut sic,
non potest intelligere
nisi mediante organo,
et ideo, ut
sic, aniraa intellectiva est actus
corporis. quae opinio
mihi videtur extrema
fatoitas: primo, quia
ponere illani ciconiam (sic)
est somnium, quod
somniavit Commentator praeter
oranera rationem, quia aniraa
iutellectiva non esset
quidditative considerabilis a
phisolopho nalurali, sed a
raetaphysico. Ideo omissa
etiam ista opinione
Commentatoris, remanet tertia
ratio- cinatio quara solam
puto esse ad
mentem Aristotelis, licet
in se falsa
sit ; et quod
haec sit opinio Aristotelis
confirmant sanctissimi et
sapientes viri, Gregorius
Nazianzcnus ' El non
iniendil per hoc,
hoc, quod apparel
ex hoc sennone,
superftcic tenus, scilicel
quod intelligere non sil
nisi ciiin imaginalione.
Vedi .\verroe al
Commento 12 del
De anima, versione
latina, Vonezia, 1562. et Gregorius
Nyssenus, quod scilicet
aaima intellectiva sit
mortalis, quae opinio est
impossibilis, quia opposilum
monstravit nobis redemptor
noster et attestatur
raa- gnis martyriis. Dico
ergo quod intellectus,
ut intelligens est,
non est actus
corporis , quia Deus benedictus
in intelligendo et
volendo non eget
corpore, quia ipse
est ante corpus, et
similiter aliae Intelligentiae in
intelligendo non egent
corpore; sed quia secuudum
Aristotelem lutelligentiae non
influunt in haec
inferiora, nisi per
corpora coelestia, ideo ut
sic Intelligentiae dicantur
animae corporum coelestium,
sed lioc est improprie, et
non vere. Cuius triplex
ratio potest assignari,
quod scilicet Intelligeu- Ch. 253verso
tiae uon sint
vere, nec proprie
dici possint animae
corporum coelestium. Prima
ratio, quia Intelligentiae sunt
vere et complete
existentes, absque aliqua
indigentia corporis
coelestis, cuiusmodi non
sunt verae auimae,
ideo. Secunda ratio
est quia Intelligentiae niliil recipiunt
a corporibus coelestibus,
imo dant aliquid
ipsis, verum autem
animae aliquid recipiunt a
corporibus. Ideo. Tertia ratio
est quia lutelligentiae creant
effective, etsi non
productive, tamen conservalive corpora
coelestia, sed verae
animae non effective,
sed formaliter creant sua
corpora. Quare Intelligentiae non
sunt vere et
proprie animae appellandae,
ideo istis non proprie
competit definitio, sed
aliquo modo. De intellectiva
autem dico quod,
secundum Aristotelem, essentialiter
et in essendo et
in intelligendo depeudet
a corpore, neque
potest esse sine corpore, neque
intelli- gere sine organo
corporeo; quod enim
post mortem iutelligamus
non est ratio,
sed in hoc mundo
quod intelligamus per
organum corporeum tanquam
per obiectum est rdtio,
quia videmus quod
dormientes uon iutelligunt.
Item quia iutelligimus
quodcum- que velimus; semper
enim se affert
nobis aliquid obiectum
corporeum, et ita
sive in- telligamus materialia,
sive immaterialia, semper,
in intelligere intellectus
nostri, apparet organum ut
obiectum intellectus; ergo,
quatenus iutollectus, non
iudiget corpore, quia non
omnis intellectus indiget
corpore, quia intellectus
quales sunt Deus
et Intelii- gentiae nullo
egent corpore in
suo intelligere, non
ut subiecto, sed ut obiecto;
et ita anima nostra
intellectiva est media
inter abstracta et
bruta, quia animae
abstractorum nuUo modo egent
corpore neque ut
obiecto, neque ut
subiecto; animae autem
bruto- rum omniuo egent
corpore , tanquam obiecto
et subiecto, quia
coguoscuut cum liic et
nunc ; anima autem
nostra secundum quod
est intellectiva realis
(utitur) in intel-Ch.
2.54 recto ligeudo
organo corporeo ,
nec ex toto
absolvitur ab organo
corporeo , uec
enim ex toto et
omni modo iu
intelligendo eget organo
corporeo, quia nou
eget eo ut
subie- cto, cum intellectio
non fiat cum
hic et nunc,
sicut vegetatio et
sensatio, quae sunt operationes eiusdem
animae; hic autem
et nunc est
conditio materiae; anima
autem uutritiva secundum quod
realiter eadem est
cum vegetativa et
sensitiva, et sic
in suis operationibus, quae
sunt pertinentes ad
vegetationem et sensationem,
indiget corpore ut subiecto,
quia omnes tales
operatioues fiunt cum
conditionibus materiae, quae
sunt hic et nunc;
ideo iu talibus
operationibus anima intellectiva,
quatenus sensitiva aut vegetativa, indiget
corpore ut subiecto;
modo cum operatio
eiusdem animae intelle- ctivae, quatenus
intellectiva est, quae
est intelligere, fiat
sine conditionibus materiae, quae sunt
hic et nunc:
ideo in ista
sua operatioue non
eget corpore ut
subiecto, sed bene ut
obiecto, quia quidquid
intelligatur ab anima
nostra intelligitur per
aliquid corporeum; ideo media
est inter animas
coelestium et brutorum. Quomo^o potentiae
anirnae fluant ab
anima. Circa quaestionem illam:
quomodo potentiae fluant
ab ipsa anima.
nota quod ista quaestio
est perfectior quam
illa sit quae
est in Expositione
magna. Est igitur videndum ex quo modo
potentiae fluant b
subiecto; utrum quodam
ordine germinent ab auima
vel inordinate, quod
est quaerere utrum
poteutiae animae servent
determina- tum ordinem sic
quod una sit
prior et altera
posterior, vel inordinate
fluant ab anima
sic quod il!a potentia'.
quae nnnc est
prior, aliquando erit
posterior, et sic
de aliis animao potentiis. Ubi
dicatis quod non
inordinate procedimt istae
potentiae ab ipsa
anima, imo servant ordinem
certiim ac determinatum,
quia natura in
operationibus ordinate pro- cedit;
si ergo inordinate
fluerent istae potentiae
ab anima, non
fluerent ab anima
se- cundum opus naturae;
tum qnia istae
potentiae differunt ad
invioem specie, ergo
ha- bent ordinem essentialem
ad se invicem.
Sciatis ergo quod
cum tripliees sint
animae Ch.254verso in genere,
scilicet vegetativa, sensitiva
et intellectiva, quae
talem ordinem ad
se in- vicem servant,
quia vegetativa, via
originis, prior est
sensitiva et intellectiva
, ita potentiae animae
vegetativae, via originis,
sunt priores potentiis
animae sensitivae et intellectivae. Similiter
quia, via originis,
auima sensitiva est
prior intellectiva , ita poteutiae
sensitivae, via origiuis,
simt priores potentiis
intellectivae. 8i er- go
sit Sorates generandus,
quaudo generatnr, prius
prodncuntur potentiae animae vegetativae , postea
sensitivae , demum intellectivae. Cuius
ordinis signum est quia
una potentia alteri
ministrat ; vegetativa enim
ministrat sensitivae , quod
(obii- citur?) nam si
quis vestrura ieiunet,
ita debiiitabitur ut
non erit (sic)
quasi in se,
nec quasi poterit videre.
Hoc non est
es alio, nisi
quod anima vegetativa
non ministravit sensitivae, sicuti
solet: nec loquor
de istis bouis
patribus, quia in illis hoc
ex ieiunio nou evenit;
similiter sensitiva ministrat
intellectivae, quia ministerio
sensus accipiuntur species intelligibiles in
intellectu. Cum ergo
anima vegetativa ministret
scnsitivae et sensitiva intellectivae, ideo
anima vegetativa, via
originis, prior est
sensitiva, et sen- sitiva
intellectiva. Loquendo vera
de ordiue perfectionis
est modo contrarium ,
quia intellectiva est prior
sensitiva. et seusitiva
vegetativa. Talis etiam
ordo intelligatur de suis
potentiis: quia hucusque
locJiti- sumus de
potentiis animae in
generali, nunc modo de
potentiis animae in
speciali quaerendum est,
ulrum potentiae animae,
puta vegitativae, ordinate fluant
ab anima aut
iuordinate. Ad hoc
dico, quod potentiae
cuius- cumque animae ordinate
fluunt ab anima,
ut si loquamur
de potentiis vegetativae, dico quod
tales potentiae servant
ordinem certum inter
se. Unde si
loquamur de or- dine,
secundum viam originis,
potentia vegetativa est
prior, quam augmentativa
et augmentativa prior quam
generativa; prius enim
Socrates genitus verbigratia
nutritur, quam augeatur: nutritiva
enim administrat augmentativae. Si
enim Socrates debet
augeri, opoxtet ut nutriatur,
si tamen potentia
augmentativa prior est,
via originis, quam
sit Ch. 255rccto potentia generativa,
quia augmentativa administrat
generativae; non enim
in quacnm- que aetate
potest Socrates generare,
sed cum per
virtutem augmentativam perveuit
ad aetatem idoneam (ad)
generare. Sed, via
perfectionis, generativa prior
est quam augmen- tativa, et
augmentativa qnam nutritiva.
Idem ordo est in potentiis
sensitivis. Via euim originis, sensus
exteriores priores sunt
sensibus interioribas et
illis ministrant, nam seusus
interior non potest
discurrere, nisi praecesserit
operatio alicuius sensus
exterioris. Via vero perfectionis,
seiisus interior prior
est exteriori. Idem
aecidit de poteutiis intellectiis, qiiae
simt duao, scilicet
intelligere et velle.
Via enim originis,
intelligere prius est qiiam
velle, et illi
ministrat, nam uon
possumus aliquid velle,
nisi iutel- ligamus illud.
Via vero perfectionis,
est iu contrarium.
Visum est ergo
quod, et in
gene- rali, loquendo de
potentiis unius animae
ad potentias alterius
animae, et etiani
loquendo de ipsis animae
potentiis iii speciali,
scilicet comparando ad
invicem potentias eiusdem animae, semper
potentiae auimae servaut
certura etdeterminatum ordiuem.
Oriturmodo dubitatio de sensibiis
exterioribus , utrum
sensus exteriores ordinate
proveuiant ab eadem anima
aut inordinate. Haec
quaestio est valde
difficilis, et causa
et ratio dif- cultatis
est quia, cum
nullus quinque sensuum
exteriorum ministrat alteri,
videtur quod nullus sit
altero prior, et
sic non videtur
quod habeant aliquem
ordinem ad se invicera,
nec videtur quod
inordinate proveniaut ab
eadem anima, cura
sint specie dif- ferentes; modo
ab eadem causa
non possunt effective
(poteutiae) differentes specie aeque
primo proveuire. Quare. Et
hauc dubitationem tetigit
Thomas in prima
parte. Ad quam
dixit quod non est
aliquis ordo inter
istas potentias, sed
bene servatur ordo
iuter eorum obiecta. Unde, via
originis, obiectum tactus
prius est quam
obiectum gustus; nara
taugibile Ch.255veiso est prius,
natura, gustabili et
obiectum gustus est
prius, natura, quara
sit obiectum olfactus, et
obiectum olfactus est
prius obiecto auditus,
et obiectum auditus
est prius, quam obiectum
visus, sed in
hoc mihi non
sitisfacit Thoraas, quia
necesse est inter istos
particulares ^sensus et
exteriores ponere ordinem
perfectionis et origiuis, cxmi uon
possiut, via originis,
simul ab eadem
anima provenire, ut
dictum est, ne- que
sunt aequalis perfectionis
secuudura Aristotelem. Ideo
cvedo aliter esse
dicen- dura in hac
materia, quara dixerit
Thoraas. Dico igitur
quod in sensibus
exteriori- bus est ponendus
ordo perfectiouis, et
similiter ordo originis.
De ordine perfectiouis non dubitandura
secundmu Aristotelem: visus
enim est perfectior
quam alii sen- suum
exteriores, et ita
vult Aristoteles quod
uuus sit altero
perfectior et ita
sit ordo perfectiouis ipsis
seusibus exterioribus; etiara
inter istos sensus
exteriores servatur ordo secundura
origiuera; ubi do
vobis regulam cognoscendi
quis sensus sit
prior, via originis, et
quis posterior. Ubi
advertatis, quod semper
seusus exteriov est
priov, via oviginis, qui
est imperfectior, et
ille est posteriov
qui est perfec^tior;
quia evgo visus est
pevfectiov oranibus aliis,
ideo via oviginis
est posteiiov oranibus
aliis. Visus enira pvaesupponit omnes
alios seusus exteriores,
nara in quocumque
est visus, simt
alii quatuor sensus, et
ila gradatira procedendo
semjer perfectiov est
posterior, via ori- ginis,
iraperfectiori, et ipsum
praesupponit. E contra
vero, sensus imperfectior
prior est, via originis,
perfectiori , neque imperfectior
praesuppouit perfectionera ; et
ita tactus, qui est
iraperfectior omnibus rliis
sensibus exterioribus, prior
est illis, via
originis, nec quemquarn illorum
praesupponit Non puto
tamen quod inter
hos exteriores sensiis sit
tanta conuexio sicut
in aliis potentiis
auimae, quia in
aliis animae poteutiis
sem- per una est
ministrans et altera
rainistrata; nec sic
autera est de
sensibus exterio- Ch. 25Crecto
ribus, quia nuuc
non est (unus)
ministvans et altev
raiuistvatus, sed bene
in extevioribus sensibus unus
praesuppouit alterum via
originis. Sed
contra hauc nostvam
senten- tiam avguituv quia,
si ita esset
ut diximus, omne
habens visura habevet
auditura. Consequentia
patet, quia, secuudum
nos, visus, via
originis, praesupponit omnes
alios qiiatuor sensus cxteriores,
secl couscquens est
felsum, quia dixit
Aristoteles in Prooemio primi Metapbysicorum quod
apes nou habeut
auditum et tamen
habent visum. Nam, ut
experentia constat, apes
habent oculos et
vident: nam dixit
Virgilius in Georgicis de
apibus quod iucedunt
per viginti millia
ad colligenda mella,
et etiam videmus
nos quod omnes ingrediuntur
in alvearium per
tam parum foramen,
quod non esset
si apes non haberent
visum. Item dictum
fuit mihi quod
duo simt genera
colubrorum, unum quod non
videt, sed audit,
aliud genus quod
non audit, sed
videt. Unde
dicitiir quod coluber ille
qui non videt
posset videre , et qui nou
audit posset audire.
Homines nou possent in
terris vitam degere
propter maliguitatem talium
serpeutium; propter hoc dicitur
quod natura uni
negavit auditum, alteri
visum; ergo in
aliquo animali repe- ritur
visus ubi noa
reperitur auditus, et
est contra uostram
opinionem. Stando ergo in
nostra opinioue quod
inter sensus exteriores
sit ordo originis,
ut diximus, scilicet quod
sensiis imperfectior est
prior, via originis,
perfectiori: ad pri- mum
argumentum possemus primo
dieere quod Aristoteles
in Prooemio Metaphysicornm tuerit illius
opiniouis, quod apes
non audiant, sed
in nono De
historiis animalium fuit alterius
opiniouis. quia ibi
dixit quod multum
delectantur apes sonis,
quia rustici cum volunt
adi'ocare exaraeu apum
dispersum, souant iustrumenta
rusticana , ad quem sonum
cuvruut apes, quae
cum sic adunatae
fueriut, rustici apponunt
aliquem alvearium in quo
intrant apes quae
erant dispersae. Possemus
aliter dicere quod
illud prooemium non est
Aristotelis, ut commimiter
creditur; fertur enira
communiter quod Ch. 256ver3o illud prooemium
fuerit Theoidirasti; et
dicatis quod, concesso
quod illud prooemium sit
Aristotelis, non tamen
assertive dicit Philosophus
quod apes non
audiaut, sed lo- quitur
cum hac particula
et dictione «
forte » et
ita in illo
prooemio fuit dubiiis
an apes babeant auditum
an non, sed
in nono De
bistoriis animalium, determinando
de apibus, dixit assertive
quod apes hal)eant
auditum, et dat
experientiam dictam quod
apes multum laetantur sono,
quare nostra opinio
est multum cousona
cum mente Aristotelis. Ad aliud
de colubro quod
habet auditum et
non visum, credo
quod illud mihi
dictum sit una fanfalucata
(sic) et impossibile.
Dedimus in hesterna
lectione nonnuUas ratiocina- tiones ad
argumentnm quod probat
contra nos de
apibus. Ultra illas
ratiocinationes possot dari una
alia ratiocinatio, quae
est quod verum
est quod omne
habens visum habet auditum;
sed non oportet,
si aliquid animal
habeat visum perfectum,
quod tale animal habeat
auditum perfectum, et
sic de aliis
sensibus dicatur. Dico
ergo iu pro- posito
quod apes et
habent visum et
auditura, sed visum
habent valde perfectum, auditum vero
valde debilem, et
ita debilem ut
nou audiant sonum
nisi sint prope ipsum;
nec inc^^nvenit quod
apes habeant auditum
et non perfecte
audiant, nee quod in
eis frustre^^ur perfecta
auditio. quia non
inconveuit secundum Aristotelem
, quod aliqua pote^/cia
frustretur in individuo,
sed bene inconveniret
quod in toto
genere ani- malium irustraretur
visio sine auditione;
videmus enim quod
in mulo et
mula sunt omuia organa
servientia generationi, et
vulva in mula
et virga satis
magna in mulo et
tamen non possunt
generare. Ecce quod
in Iiis frustratur
potentia ad generationera, nec hoc
inconvenit, nec dedit
natura mulo virgam
tam magnam nec
mulae vulvam ut ex
mulo et mula
proveniat generatio, sed
hoc fecit natura
ad ornamentura talium aniraalium; sed
bene esset inoonveniens
quod in quolibet
animali frustraretur potentia
Ch. 257recto ad generatiouem;
sic iu proposito
dico de apibus
quod apos habeut
orgauum auditus, Ch. 257
verso et aiidiunt sonos,
sed valde debiliter
audiunt, et non
uisi es loco
propinquo, et ex suo
debili auditu dicebat
Pliilosophus in prooemio
Metaphysicorum duljitative, quod forte
apes non habent
auditum, verum in
iiono De historiis
animalium fuit certificatus Aristoteles quod
habeaut auditum et
quod audiaut, licet
valde imperfecte. Quare. Utrum
species^ sensibilis et
sensatio sint idem
realiter. Circa quaestionem illam:
utrum species sensibilis
et sensatio sint
idem realiter, praeceptor meus
tetigit unam novam
opinionem quae est
unius excellentissimi doctoris. Iste enim
vir doctissimus, volens
salvare doctores antiquos,
dicit quod ad
visionem crean- dam, albedo
producit speeiera sui
in sensu, et
tunc ab ista
specie et ab
anima effective producitur sensatio.
Unde dicit quod
species, ut species,
producitur effective a
sensibili: ut autem ista
species est cognitio,
producitur ab auima,
et sic obiectum
concuriit mere etfective ad
sensationem, anima vero
active producendo cognitionem,
et passive reci- piendo
speciem, et sic
salvat iste vir
quod sensibilia reducant
animam de potentia
ad actum, scilicet mediate.
Salvat etiam quod
sensatio sit operatio
animae, quia non
solum passive concurrit auiraa
ad sensationem, sed
etiam effeetive cum
ipso simulacro; et
sicut dicit de sensatioue,
quod species dependet
eliective ab obiecto,
sed ut cognitio
ab anima, ita dicit
esse de voluntate.
Sed ista opinio
in multis est
defectuosa, primo quia
ista opinio contradicit doctori
suo Thomae, qui
dicit in e.xpositione
textus commenti cen- tesimi
quadragesimi huius secundi,
ubi digreditur disputando
de sensu communi
au sit perfectior sensibus
exterioribus proprii-;, expresse
dicit quod licet
sensus exterior agat in
sensum communem producendo
in illo speciem
sensibilem quae est
in eo, ut oculus
speciem albedinis, unusquisque
tamen sensus particularis
et proprius passive et
recipiendo concurrit ad
sensationem propriam. Esto enim quod
concurrant sensus proprii effective
ad creandam sensationem
alienam ut sensus
communis, non tollitur tamen propter
hoc , ut recte
dicit Thomas, quod
sicut seusus communis
solum pa- tiendo concurrit
ad propriam sensationem,
ita sensus exteriores
soli passive ad
suas proprias sensationes concurrant.
Ubi expresse fatetur
Thomas quod quilibet
pure pas- sive et
nullo modo active
concurrit ad proprias
sensationes. Dico, secundo,
quod illa opinio contra
Thomam est etiam
iu se falsa,
ponendo quod ad
cognitionem creandam, et simulacnim
et anima sensitiva
concurrant effective, quum
si duo ageutia
simul effective concurrant ad
productionem alicuius effectus,
hoc potest coutingere
tribus
modis: primo,
quod ambo agentia
sint eiusdem rationis,
quorum utrumque sit
insufficiens et impotens
ex se producere
talem affectum, sed
ambo eura possiut
simul producere; secundo modo
accidit quod duo
agentia simnl concurrant,
quorum utrumque est
alterius rationis ab altero,
et unum dispouit,
alterum vero inducit;
tertio modo accidit quod
duo agentia concu'Tant,
unum ut instrumentum,
alternm vero ut
principale, nec aliquo
alio modo possunt
aliqua duo concurrere
ad eumdem effectum.
Primo modo concurrant duo
agentia ad eundem
effectum sicut Socrates
et Plato concurrunt
ad traheudam navim; nam
si Socrates sit
solnm poterit movere
ut duo, similiter
et Plato, navis autem
resistere ut tria,
verbigratia, nec Socrates
de se nec
Plato de se
erit potens trahere navim,
sed ambo simul
bene essent potentes
trahere navim, et
Socrates et Plato suut
einsdem rationis in
potentia motiva; isto
modo prirao, non
potest haec opinio dicere
quod sensus et
sonsibile concurrant ad
sensationem creandam: primo quia
sensus et sensibile
suut diversarum ratiouum.
tum
quia si in
iufinitum augeretur potentia
sensitiva, similiter et
ipsi sensus poterunt
de se sine
altero producere
sensationes. Quare. Secundo modo,
accidit quod duo
agentia simul concurrant
ad eumdem effectuai, quorum unum
subordinatum alteri, et
est ut agens
instrumentale, agens in
virtute alterius; alterum
vero agens est
principale. Hoc accidit
in scissione lignorum
de scindente et securi.
Nam Socrates, verbigratia,
scissor lignorum concurrit,
ut agens principale,
ad istam actionem quae
est scissio, securis
vero conciirrit ad
eamdem actionem, ut
agens instrumentale, quod agit
in virtute priucipalis
agentis. Isto etiam
modo concurrit sol et
homo ad productionem
homiuum, quia sol
ut principale agens
concurrit, homo vero ut
instrumeutale et in
virtute solis. Isto
etiam modo non
potest dicere haec opinio
quod sensus et
sensibile concurrant effecti\e
ad sensationem, ponendo
scilicet quod unum
horum duorum agentium
effective concurrat ut
agens priucipale, et alterum
ut instrumentale, quum,
si sic, aut
sensus concurreret effective,
ut agens principale,
et sensibile ut
instrumentale motum a
seusu et agens
in virtute eius;
et est maxima fatuitas,
quia fatuum est
dicere quod coelum aut
pars coeli, ut
polus arcticus, qui a
nobis ita longe
abest, concurrat ad
visiouem motum (sic)
a viiiute mea
visiva, et in vii-tute
oculi mei; aut
erit e coutra,
scilicet sensibile concurret
ut principale, sensus vero
ut instrumeutum: et
hoc modo nou
potest dicere, qaia
tenet iste quod
sensus principalius concurrat
ad sensatiouem quara
ipsum sensil)ile. Item
si ita esset,
cognitio esset prior simulacro,
quia actio potentiae
sensitivae immediatius concurreret
ad sensationem quam
actio ipsius sensibilis,
sed actio sensus
non est aliud
quam cognitio, actio vero
obiecti est simulacrum.
Quare. Tertio modo contingit
ut duo agentia
effective coucurraut ad
producendum aliquem effectum,
unum disponendo materiam
pro actione alterius,
alterum vero inducendo
formam in materia
disposita sibi oblata.
Sicut si habeat
fabrefieri navis, in
ista factioue uavis, concurrit
agens seu artifex,
qui liabet secare
ligua, ex quibus
habet navis constitui; quae
cum fuerint secta,
alius artifex, machinator
et aedificator navium
Ch. ^oSverso compaginat et
format navim. Istae
autem duae actiones
sic se habent
quod prima, tempore, praecedit
secundam; nara sector
liguorum, prius, tempore,
secat ligna quam architectus inducat
in illis formara
navis; sed uec
hoc modo potest
ista opinio imaginari
quod sensus et
sensibile eftective concurrant
ad sensationem produceudam,
quum operationes talium agentium,
sic effective concurrentium
ad eumdem effectum,
sunt operationes diversae,
et diversorum agentium,
et sic operatio
sensibilis esset (Uversa
ab operatioue sensus; non
ergo concurrerent siraul
seusus et seusibile
ad sensationera, cura sensatio
sit sola una
operatio, sciiicet ipsa
cognitio; taraeu quasi
sic concurrerent sensus et
sensibile. Tunc sensibile
concurreret dispositive ad
sensationera, et sic
convei"teretur ista
opinio cura prima
opinione, quia tenuit
piima opinio quod
species sensibilis disponat auiraam
sensitivam ut reducat
se de potentia
ad actum. Item
multoties est imaginatio in
oeulo, et tamen
uon est visio,
scilicet cum non
e,st intentio ad illiid,
sed ad aliquid
aliud; cum vero
advertis, subito fit
coguitio et sensatio.
Aut ergo aliquid est
genitura de novo
iu iraagine, vel
intentio ipsius siraulacri,
vel aliquid aliud.
Non intentionem imaginis,
nec aliquid aliud
geuerat sensus in
simulacro; quomodo ergo concurrit
effective sensus ad
sensationem, cum recepto
simulacro, uihil in eo
generet? Dico e
contrario quod ista
opinio habet eadem
argumenta contra se quae
et priraa opinio;
nam cum ista
attribuat actionem sensni,
non recte dixisset Aristoteles quod
sensatio fit ab
ipso sensibili, qnia
sensibile solumraodo dispositive
concurrit, sensus autem
est principale eiHciens;
et ita tamen
saepe errasset Aristoteles
in attribuendo operationes
efficientl disponenti , quae
debebant attribui efficienti
priucipali. Quare non
evasit iste vir
ab argumentis quae
fiunt contra comuninem
opinioiiera. Alias autem
duas opiniones circa
hanc materiam videas
in expositione magua et
in quaestione propria :
numquid species sensibilis
et-sensatio sint idem realiter.
1 DEO AUSPICE, ET VALETUDINE BONA COMITE FINIS IMPONITUR
QUAESTIONIBUS TOTIUS ANIMASTICI
NEGOCII MAXIMI ILLIUS PHILOSOPHI PETRI POMPONATII MANTUANI DUM AN.XX PUBLICE PHILOSOPHIAM
PROFITERETUR BONONIAE Petrus
Pomponatius. Pomponatius. Pietro Pomponazzi. Pomponazzi. Keywords:
peripatetismo veneto. Pomponazzi. Keywords: paripatetismo veneto, lizio,
corpore, materialismo, animo-anima, Aquino, Nifo -- Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Shropshire and Pomponazzi
on the immortality of the soul," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Grice
e Pomponio: la ragione conversazionale e l’orto romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A statesman and author. Sometimes misspelled “Pompedio.” The
historian Josephus said he was a senator that followed the Garden. Publio Pomponio Secondo.
Grice e Pontara: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale, o se il fine giustifichi i mezzi – filosofia italiana -- (Cles). Filosofo italiano.
Grice: “I like Pontara: he wrote a whole essay on Kant’s problem about the
reduction of the categorical to the the prudential imperative, “Se il fine
giustifica i mezzi.” Uno dei massimi
studiosi della nonviolenza. Fortemente dubbioso dell’eticità del servizio
militare. Insegna a Torino, Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, e Trento. Uno dei fondatori di “Per la Pace”. Studia
etica pratica e teorica, meta-etica e filosofia politica. “Se il fine
giustifichi i mezzi” (Mulino, Bologna). Studia non-violenza, Pace, Utilitarismo,
in Dizionario di politica (Pomba, Torino); Neo-contrattualismo, socialismo e
giustizia, Democrazia e contrattualismo
(Riuniti, Roma); Filosofia pratica (Saggiatore, Milano); Antigone o Creonte.
Etica e politica (Riuniti, Roma); “Etica e generazioni future” (Laterza, Bari);
La personalità non-violenta” (Abele, Torino); “Guerre, disobbedienza civile,
non-violenza” (Abele, Torino); “Breviario per un'etica quotidiana” (Pratiche,
Milano); “Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte, Teoria e pratica della non-violenza”
(Einaudi, Torino). G. Pontara. Pontara. Keywords: Grice on the mythic status of
the contract in ‘Meaning Revisited’, Grice against the quasi-contractualist, se
il fine giustifichi i mezzi, contrattualismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pontara” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Ponte: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale maschile – filosofia italiana – Luigi Speranza (Lodi). Flosofo italiano. Studia a Genova. Insegna a
Pontremoli. D'impostazione tradizionalista, dopo gli studi classici vive a
Pontremoli. Storico delle idee e del diritto romano arcaico, studioso di
simbolismo, fonda la rivista di ispirazione evoliana “Arthos” -- cultura
tradizionale, testimonianza tradizionale, a cura di “Arya” di Genova. Cura il “Tractatus de potestate
summi pontifices”; La Cronologia vedica in appendice a La dimora artica dei
Veda. Tra i fondatori del movimento tradizionale romano. Collabora attivamente
con “Arya”, ispirate dall'O. I. C. L. Altre saggi: “Dei italici”; “Miti italici,”
“Archetipi e forme della sacralità romano-italica” (Genova, Ecig); “Il movimento
tradizionalista romano” (Scandiano, Sear); “La religione dei romani” (Milano,
Rusconi); “Il magico Ur” (Borzano, Sear); “I liguri: etno-genesi di un popolo”
(Ecig, Genova); “La città degli dei”; “La tradizione di Roma e la sua
continuità” (Ecig, Genova); "Favete Linguis!" Saggi sulle fondamenta
del Sacro in Roma antica” (Arya, Genova); "Ambrosiae pocula" (Tridente,
Treviso); "Nella terra del drago" note insolite di viaggio nel Regno
del Bhutan (Tridente, La Spezia); “Il mondo alla rovescia” (Arya, Genova); “In
difesa della tradizione” (Arya, Genova); “Le sacre radici del potere” (Arya,
Genova); “La massoneria volgare speculativa” (Arya, Genova); “Lettere ad un
amico” (Arya, Genova); “Hic manebimus optime” (Arya, Genova); “Etica aria”
(Arya, Genova); “Aspetti del lessico pontificale: gli indigitamenta”; “ “I LARI
nel sistema spazio-temporale romano”; “Santità
delle mura e sanzione divina,”; “Gl’arii”; “Via romana agli Dei”; Centro studi La Runa. RENATO DEL
PONTE IL MOVIMENTO TRADIZIONALISTA ROMANO NEL
NOVECENTO Studio storico preliminare SeaR
Edizioni 1987 RENATO DEL PONTE IL
MOVIMENTO TRADIZIONALISTA ROMANO NEL NOVECENTO Studio storico
preliminare Seconda edizione riveduta SeaR
Edizioni 1987 PREMESSA
Quanto segue è, nella sostanza, il contenuto di una conferenza
tenuta a Palermo presso ristituto Platone il 31 maggio 1986 e
successivamente, verso la fine di queiranno, riprodotto in un numero
limitato di co¬ pie, con aggiunte note critiche e documentarie, per
le «Dispense di Arx» di Messina, edite da Salvatore Ruta.
Oggi il testo viene ripresentato con maggiore digni¬ tà tipografica
e tiratura, onde favorirne la diffusione, con poche modifiche e aggiunte,
in questa nuova col¬ lana della Sear di Scandiano. Poiché è
certamente la prima volta che con una certa organicità viene affrontato
questo argomento, il presente scritto può a ben diritto definirsi una
novità. Tuttavia, dal momento che il nostro testo viene
presentato come uno «studio storico preliminare», il lettore potrà
dedurne che: a) i dati storici, biografici e letterari, le notizie
contenute ed ogni altra informa¬ zione non sono frutto di fantasia o di
illazioni avven¬ tate, ma desumibili nella loro grande maggioranza
da fonti documentarie (come dimostrato dai miei stessi
riferimenti); b) Tinsieme costituisce, d'altra parte, qualcosa di non
definitivo, in quanto suscettibile di essere ampliato ed ulteriormente
specificato da suc¬ cessive indagini e approfondimenti di maggior
respiro. Bisogna peraltro subito aggiungere che anche a molte
notizie documentarie non sarei pervenuto se non avessi tenuto conto, nel
corso di più anni, di in- 11 dicazioni,
suggerimenti, informazioni pervenutimi per via amichevole o riservata.
Quanto qui esposto, tuttavia, non fa parte di alcun segreto esclusivo
— come vorrebbero alcuni — bensì del patrimonio sto¬ rico della
nazione italica e come tale lo offriamo alla meditazione di quei lettori
che vorranno o sapranno trovarvi spunto di interesse interiore, nonché
agli sto¬ rici «laici», perché almeno in questa occasione si ren¬
dano conto del tipo di dimensione occulta che corre parallela e
interferisce nelle vicende della storia: nella fattispecie, prendano atto
dell 'esistenza, sinora igno¬ rata, delle correnti esoteriche che
tentarono di dare al fascismo queiranima priva di compromessi che
non fu capace di far sua. Renato del Ponte
Entrando il Sole nei Gemelli — anno MMDCCXL a.U.c. —
12 Nella prefazione da lui posta ad un recente lavoro
dedicato soprattutto alla cosiddetta «Nuova De¬ stra», il noto politologo
Giorgio Galli, a cui si deve senza dubbio riconoscere una notevole
apertura mentale e un’intelligente operazione culturale volta alla
riscoperta di alcune tematiche proprie della de¬ stra tradizionale, ha
potuto osservare come alla «Nuova Destra» sia mancata «precisamente una
ri¬ lettura della componente “magica” ed “esoterica” della cultura
di destra». La «Nuova Destra» si trove¬ rebbe anzi, attualmente, «in
difficoltà sul piano pro¬ priamente politico forse anche perché ha
trascurato l’analisi di fenomeni ai quali si dimostrava sensibi¬ le
(...) la destra tradizionalista “esoterica’^): tale fal¬ limento, dunque,
sarebbe implicito nel «completo abbandono di un bagaglio culturale di
indubbia ri¬ levanza» (1). Tale diagnosi ci pare esatta e le
acute osservazioni del Galli (al quale si debbono anche tentativi di
pe¬ netrare nel mondo oggi ancor poco conosciuto, pro¬ prio perché
poco adeguatamente studiato, dell’eso- (1) G. GALLI, prefaz. a:
MONICA ZUCCHINALI, A destra in Ita¬ lia, Sugarco Edizioni, Milano 1986,
pp. 7-14. Tale lavoro non merita, di per sé, alcuna annotazione di
rilievo, essendo molto superficiale e limi¬ tato nel settore dedicato
alia «destra radicale» (e in questo largamente superato da precedenti
pubblicazioni, per quanto decisamente a sini¬ stra, come La destra
radicale, a cura di F. Ferraresi, che è del 1984), ec¬ cessivamente ampio
e parziale nei confronti della cosiddetta «Nuova Destra», mentre la
«destra tradizionale» è pressoché inesistente. In so¬ stanza, ciò che dà
rilievo al libro, sono le poche notazioni preliminari del Galli, che
peraltro suonano da campana a morto per i profeti della fine del «mito
incapacitante»... 13 terismo del
III Reich) (2), che ben difficilmente, del resto, potrebbero essere
recepite nella loro portata da quanto sopravvive della «Nuova Destra»,
pro¬ prio per la sua impostazione profana e modernista (per non
parlare della destra «tecnocratica» missina, per sua intrinseca natura da
sempre impermeabile ad ogni discorso «intelligente») (3), potranno
ser- (2) In una relazione sul tema tenuta nel giugno 1984 a Torino
(pare per la Fondazione Agnelli), il cui testo abbiamo potuto leggere, il
Galli osserva come «la storiografia ufficiale e accademica abbia sempre
esita¬ to a muoversi in questa direzione, appunto per il timore di
spostarsi dal piano della storia a quello della fantasia». Ciononostante
il Galli, che dunque sembra muoversi tra i primi al di fuori di tale
logica paralizzan¬ te, afferma come «vi siano sufficienti elementi per
una riflessione stori¬ ca organica sulla componente esoterica soprattutto
dei nazismo, mentre per quanto riguarda il fascismo italiano questa
riflessione potrebbe con¬ cernere esclusivamente la personalità di Julius
Evola». 11 presente volu¬ metto dovrebbe dunque servire ad ampliare le
prospettive conoscitive del Galli e di quanti altri si interessino di
tali tematiche proprio sull’ulti¬ mo punto, quello concernente il
fascismo. Circa poi le correnti esoteri¬ che del nazismo, bisognerebbe
intanto distinguere fra ciò che ha prece¬ duto la sua presa del potere, le
gerarchie ufficiali dello Stato ed alcuni settori delle SS. In base a
ricerche che stiamo effettuando, possiamo an¬ ticipare che tali correnti
esoteriche poggiano su fondamenta assai fragi¬ li, contrariamente a quel
che potrebbe pensare il Galli stesso, che in que¬ sto caso pare essere
rimasto vittima di alcune «ingenuità» propalate sul¬ la scia del
famigerato Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier. Per un discorso
preliminare su quanto andiamo dicendo, si veda ora il mio sag¬ gio su La
realtà storica della «Società Thule», in introduzione alla pri¬ ma
traduzione italiana di: Prima che Hitler venisse di Rudolf von Se-
bottendorff. Edizioni Delta-Arktos, Torino 1987. Su Evola e certi am¬
bienti delle SS, pubblicherò in seguito documenti provenienti dall’archi¬
vio di stato tedesco (Quartier Generale di Himmler), in cui tali temati¬
che saranno ulteriormente trattate. (3) In un recente articolo che
vuole costituire una sorta di recensione del libro della Zucchinali, un
anonimo missino cosi sintetizza gli interes- 14 virci
qui da spunto iniziale per una breve indagine preliminare,
necessariamente per ora limitata, su una corrente di pensiero
indubbiamente assai mino¬ ritaria, ieri ed oggi, in Italia, ma come è
stato di re¬ cente sottolineato, «nel contempo assolutamente ne¬
cessaria per l’Italia» (4), che ha svolto ed è destinata a svolgere
ancora una funzione molto importante, per non dire essenziale, per la
nostra nazione: quella della conservazione dtXV identità delle nostre radici.
Essa, se è stata opacizzata nelle masse e in una classe dirigente
sclerotizzata e corrotta per incapaci¬ tà e colpevole negligenza,
nondimeno persiste im¬ mutata, come presenze e immagini primordiali,
ne¬ gli archetipi divini che presiedono alle nostre sorti. Il compito
di tale minoranza, al di là della pura e semplice azione conservativa, è
stato quello di saper ridestare nei momenti opportuni quelle immagini,
sì che divenissero presenze vive ed operanti, concretiz¬ zandole
nelle nuove realtà della nazione italica. Si tratta delle immagini
primordiali e delle epifa¬ nie divine del Lazio e dell 'Italia delle
origini, ovvero della Saturnia tellus: quelle che hanno reso
possibile la manifestazione sul nostro suolo della tradizione di
Roma — che simboli, funzioni ed attribuzioni si e i tentativi
controcorrente del Galli: «A cosa ciò possa condurre in concreto, è
imprevedibile. Forse a nulla» (in «Proposta», I, 2, marzo- aprile 1986,
p. 95). (4) Conventum Italicum, comunicato anonimo in «Arthos»,
XII- XIII, 27-28 (1983-84), p. 85. 15
hanno reso evidente essere emanazione della Tradi¬ zione
primordiale (5) — ed il suo rinnovellarsi attra¬ verso i tempi.
Il precedente riferimento del Galli all’esoterismo è, nel nostro
caso, più che pertinente, dal momento che la trasmissione e perpetuazione
della tradizione romana, almeno negli ultimi quindici secoli, ha
po¬ tuto avvenire, per motivi ben comprensibili, per via segreta,
cioè esoterica e di necessità sotto forme e vie anche molto diverse. Se
oggi si può parlare di «de¬ stra» esoterica è soltanto perché, per
circostanze sto¬ riche particolari, in un ambito (peraltro, assai
ri¬ stretto) della destra del nostro secolo certe tematiche hanno
potuto trovare parziale ospitalità (6): va da sé — e non sarebbe il caso
di insistervi sopra — che la .tradizione di cui tali correnti sono
portatrici si situa ben al di là e al di sopra di ogni miserabile
dialettica fra destra e sinistra, termini e concetti di derivazione
parlamentare moderna e quindi del tutto inadeguati ad inquadrare forme di
realtà spirituali quali quelle a cui ci riferiamo. Tuttavia,
dal momento che il presente intende es¬ sere semplicemente uno «studio
storico» su tale cor- (5) Per tali evidenziazioni, debbo rimandare
ad alcuni capitoli del mio Dèi e miti italici. Il ed., ECIG, Genova 1986,
specialmente in con¬ nessione con le figure di Giano e Saturno (con il
ciclo a lui connesso). (6) Si deve peraltro notare che ad interessi
esoterici inerenti anche alla tradizione romana non furono aliene certe
personalità della «sinistra storica» e nel corso della nostra esposizione
non mancherà un esempio concreto. 16 rente,
dovremo fare solo riferimenti indiretti e limi¬ tati al suo lato
esoterico, quanto invece insistere sui suoi riflessi politici, culturali
e religiosi. L’abbiamo definita «corrente tradizionalista ro¬
mana» (7) nel Novecento: un’élite che ha in ogni ca¬ so lasciato una sua
impronta in una certa epoca e che, nell’incertezza del «pensiero debole»
attuale, potrebbe ancora essere portatrice di un messaggio
radicalmente alternativo, poiché radicalmente (e qui l’espressione va
intesa, con coscienza di causa, nel suo pieno valore etimologico, a radicibus)
orientata contro gli pseudovalori che reggono la scena del mondo
moderno. Non è mio compito qui riassumere i termini della
questione intorno alla possibilità della trasmissione della sacralità e
della tradizione di Roma dall’epoca degli ultimi sapienti pagani sino ai
nostri giorni: è uno studio che, in riferimento soprattutto alle
gentes dei Simmachi, dei Nicomachi, dei Pretestati ed altri,
abbiamo da anni iniziato in varie riviste e pubblica- (7) Derivo
l’espressione di «corrente tradizionalista romana» dal po¬ deroso (e
ponderoso) lavoro di P. DI VONA, Evola e Guénon. Tradizio¬ ne e civiltà,
Napoli 1985, pp. 179-210, in cui, nel VI cap., intitolato ap¬ punto Il
tradizionalismo romano, l’A. studia la «corrente romana del
tradizionalismo, ad opera di Reghini, Evola e De Giorgio». È evidente che
col termine «corrente» noi non intendiamo riferirci (se non in singo¬ li
casi, che ben preciseremo) ad una linea di pensiero omogenea, bene
organizzata in un gruppo unitario e compatto dalle caratteristiche co¬
muni, ideologicamente e politicamente parlando, ma ad una tendenza che
potè assumere aspetti e sfaccettature diverse, come proprio i casi di
Reghini, Evola e De Giorgio (e non sono certo gli unici) sono a dimo¬
strare. 17 zioni (8) e che non
mancherà di ulteriori sviluppi. In questa sede sarà sufficiente
fare rapido riferi¬ mento a quell’epoca gravida di grandi e decisive
tra¬ sformazioni che fu il Rinascimento italiano. È so¬ prattutto
nel corso del XV secolo che tradizioni oc¬ culte, sopravissute per secoli
nel più grande segreto, paiono ricevere nuova linfa e l’impulso ad una
nuo¬ va manifestazione dal contatto con personalità del¬ l’Oriente
europeo di altissima rilevanza intellettuale, come quella di Giorgio
Gemisto Pletone, il grande rivitalizzatore della filosofia platonica
negli ultimi anni dell’Impero d’Oriente e fondatore di un cena¬
colo esoterico a Mistra, la medievale erede dell’anti¬ ca Sparta,
all’interno del quale, oltre a conservare testi dell’antichità pagana
(come le opere dell’impe¬ ratore Giuliano, che vi venivano trascritte),
si cele¬ bravano veri e propri riti e si elevavano inni in onore
degli dèi olimpici (9). La figura e la funzione di Giorgio Gemisto
Pleto¬ ne sono ancora troppo poco note in generale e, in Italia,
non ancora studiate (10). In genere, ci si limi- (8) Cfr. ad
esempio: R. DEL PONTE, Sulla continuità della tradizio¬ ne sacrale
romana, parti I e II, in «Arthos», voi. V, numeri 21 e 25 (1980-82), pp.
1-13, 275-281; parte III, voi. VI, n. 29(1985), pp. 149-157; vedi anche:
Q. AURELIO SIMMACO, RelazionesuH’altare della Vitto¬ ria, con
un’introduzione di R. del Ponte su Simmaco e isuoi tempi. Edi¬ zioni del
Basilisco, Genova 1987. (9) Si tenga conto che nel sud del
Peloponneso sono attestati, a livello popolare, culti nei confronti degli
dèi classici sino al IX secolo della no¬ stra era. (10) In
lingua italiana mancano ancora del tutto studi approfonditi.
18 ta a citare, a proposito di lui, la sua partecipazione al
Concilio di Firenze e l’istituzione dell’Accademia Platonica Fiorentina,
che ebbe sede nella villa di Ca- reggi (o «delle Cariti», o «Muse»),
concepita da Co¬ simo il Vecchio e realizzata da Lorenzo il
Magnifico su suggestione del Pletone. Ma gli effetti dovettero
essere ancora più interessanti e gravidi di conseguen¬ ze, se si
considerino i legami, ad esempio, fra Gior¬ gio Gemisto Pletone e
Sigismondo Pandolfo Mala- testa. Signore di Rimini: colui che ne
sottrarrà il ca¬ davere agli Ottomani (1464), i quali avevano occu¬
pato Mistra nel 1460, onde deporlo pietosamente in un’arca marmorea del
suo famoso «Tempio Malate¬ stiano». Lo stesso Malatesta dovette pure
essere in rapporto con la ben nota «Accademia Romana» di Pomponio
Leto (11), propugnatore, scrive il von Pa- stor, del «romanesimo
nazionale antico». Il capo Ci si dovrà pertanto limitare a
rimandare a: B. KIESZKOWSKI, Studi sul platonismo del Rinascimento in
Italia (vedi soprattutto cap. II), Sansoni, Firenze 1936; P. FENILI,
Bisanzio e la corrente tradizionale del Rinascimento, in «Vie della
Tradizione», X, 39 (1980), pp. 139-147 (ci viene comunicato ora, che a
cura dello stesso P. Fenili è in corso di stampa un’antologia di brani di
Pletone, dal titolo «Paganitas», lo squarcio nelle tenebre, per Basala
Editore di Roma). Di recente, ci è ca¬ pitato di leggere in un’insolita
pubblicazione, una rivistina satirica di si¬ nistra, un reportage da
Mistra singolarmente informato e documentato su Gemisto Pletone e la sua
scuola (cfr. P.LO SARDO, La repubblica dei Magi. Da Sparta alla Firenze
del '400, in «Frigidaire», 56-57, luglio- agosto 1985, pp. 55-63).
(11) Per mezzo del Platina (definito da Pomponio pater sanctissi-
mus), 1 ’Accademia Romana intratteneva rapporti col Malatesta, il quale
19 dell’Accademia Romana, riporta il
von Pastori «spregiava la religione cristiana ed usciva in
vio¬ lenti discorsi contro i suoi seguaci... venerava il ge¬ nio
della città di Roma. (...) Quale rappresentante di queU’umanesimo, che
gravitava verso il pagane¬ simo, si schierarono ben presto attorno a
Pompo¬ nio un certo numero di giovani, spiriti liberi dalle idee e
dai costumi mezzo pagani. (...) Gli iniziati consideravano la loro dotta
società come un vero collegio sacerdotale alla foggia antica, con alla
te¬ sta un pontefice massimo, alla quale dignità fu elevato
Pomponio Leto» (12). Si noti che sembra certa l’adesione alla
cerchia del Leto del principe Francesco Colonna, Signore di Pa-
lestrina, l’antica Praeneste, dai più ritenuto l’autore della celeberrima
Hypnerotomachia Poliphili, un te¬ sto molto citato, ma molto poco letto e
soprattutto compreso, dove, in ogni modo, una sapienza ermeti¬ ca
si sposa all’esaltazione, non tanto filosofica. fu notoriamente
nemico dei papi e ammiratore del movimento pagano di Mistra (cfr. F.
Masai, Pléthon et le platonisme de Mistra, Paris 1956, p. 344, nota.
L’opera del Masai è a tutt’oggi la più completa esistente sulla dottrina
e la figura di Giorgio Gemisto Pletone). Si noti che il Pla¬ tina fu
allievo a Firenze dell’Argiropulo, discepolo di Pletone, e che un altro
antico discepolo, il Cardinal Bessarione, si prodigò per la liberazio¬ ne
da Castel Sant’Angelo dei membri dell’Accademia Romana nel 1468, dopo che
furono accusati dal papa Paolo II — non senza fondamento — di
«paganesimo». 11 Masai (op. cit., p. 343) si domanda se l’Accade¬ mia
Romana «non fosse in qualche modo una filiale di quella di Mistra».
(12) L. von PASTOR, Storia dei Papi, voi. II, Roma 1911, pp.
308-309. 20 quanto mistica, del mondo della paganità
romano¬ italica, culminante nella visione di Venere Genitrice.
Se si rifletta al fatto che Francesco Colonna, rea¬ lizzatore fra
il 1490 e il 1500 del nuovo imponente palazzo gentilizio eretto sulle
rovine del tempio di Fortuna Primigenia (ancora oggi ben
identificabili nelle strutture originali), vantava discendenza
diret¬ ta dalla gens Julia e quindi da Venere (13), si potrà allora
intravedere come l’apporto vivificante della corrente sapienziale
reintrodotta in Italia da Gemi¬ sto Pletone si fosse incontrato col
retaggio gentilizio di una tradizione antichissima, gelosamente
custodi¬ to nel silenzio dei secoli col tramite di alcune fami¬
glie nobiliari italiane, in ispecie laziali, generosa¬ mente
fruttificando: nel senso di spingere ad un rin¬ novamento tradizionale
non solo l’Italia, ma persi¬ no, ad un certo momento, lo stesso papato,
se avven¬ ti 3) Risulterà forse sorprendente apprendere come i
Colonna posse¬ dessero ancora fino ai nostri giorni (è documentato almeno
sino al 1927) il «feudo» originale di Giulio Cesare, Boville (Frattocchie
d’Alba- no). Sempre fino al 1927 era visibile nel giardino Colonna al
Quirinale l’aitare antico dedicato al Vediove della gens Julia (notizie
ricavate da: P. COLONNA, I Colonna, Roma 1927, pp. 5-6). Tolomeo 1
Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul excellentissimus e Julia
stirpe progenitus (cfr. P. FEDELE, s.v. Colonna, in «Enciclopedia
Italiana», X, 1931). Ha compiuto un’attenta analisi deWHypnerotomachia
Poli¬ phili (editio princeps nel 1499, presso Manuzio) come opera di
France¬ sco Colonna, M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma
1980. Si veda anche: OLIMPIA PELOSI, Il sogno di Polifilo: una quéte
del¬ l’umanesimo, ed. Palladio, s.l. 1978. A.C. Ambesi, in
considerazione della dimensione iniziatica dell’opera di Francesco
Colonna, la conside¬ ra come un’anticipazione cifrata del movimento dei
Rosacroce (/ Rosa¬ croce, Milano 1982, pp. 76 e sgg.).
21 ne che poco mancò che salisse al soglio
pontificio quel cardinale Giuseppe Bassarione che fu discepolo
diretto di Giorgio Gemisto Pletone, da lui giudicato, come scrisse in una
lettera privata ai figli del mae¬ stro dopo la sua morte, «il più grande
dei Greci do¬ po Platone» (14). Ma altri tempi tristi
dovevano giungere, tempi in cui sarebbe stato più prudente tacere, come
dimo¬ strò il bagliore delle fiamme in Campo dei Fiori, av¬
volgenti nell’anno di Cristo 1600 il corpo, ma non l’animo, di Giordano
Bruno, rivivificatore generoso, ma impaziente, di dottrine
orfico-pitagoriche, che trovavano analoga eco — frutto di una linfa
non mai del tutto estinta nell’Italia Meridionale — nella poesia e
nella prosa dell’irruente frate calabrese Tommaso Campanella, lui pure
oggetto di odiose persecuzioni. Bisognerà giungere sino
all’unità d’Italia, parzial¬ mente realizzatasi nel 1870 con la fine
della millena¬ ria usurpazione temporale dei papi, per trovare una
situazione mutata. A questo punto bisogna chiarire una volta per tutte,
con la maggiore evidenza, che dal punto di vista del tradizionalismo
romano l’uni¬ tà d’Italia — indipendentemente dai modi con cui
(14) Si dovrà ricordare che il Bessarione raccolse cum pietate nel
suo studio le opere e i manoscritti del maestro, in particolare alcuni
fram¬ menti apertamente pagani delle Leggi, dotandone poi la
Biblioteca Marciana da lui fondata, a Venezia. 22
potè in effetti verificarsi (modi spesso arbitrari e prevaricatori
della dignità e delle sacrosante autono¬ mie di diverse popolazioni
italiche) e dall’azione di certe forze sospette (Carboneria, massoneria e
sette varie) che per i loro fini occulti poterono agevolarla — era
e rimane condizione imprescindibile e necessa¬ ria per ritornare alla
realtà geopolitica dell’Italia au- gustea (e dantesca): quindi per
propiziare il rimani¬ festarsi nella Saturnia tellus di quelle forze
divine che ab origine a quella realtà geografica — consa¬ crata
dalla volontà degli dèi indigeti — sono legate. È un dato che si
dovrà tenere ben presente, per meglio intendere certi fatti che avremo
modo di esporre in seguito. Intanto, negli ultimi anni del
XIX secolo è nell’a¬ ria qualcosa di nuovo e antico insieme, che verrà
av¬ vertito dalle anime più sensibili. Fra queste, il grande
poeta Giovanni Pascoli, con un equilibrio ed una compostezza veramente
classi¬ ci, valendosi di una sensibilità non inferiore a quella con
cui in quegli stessi anni conduceva l’esegesi di certi lati occulti della
dantesca Commedia, con il se¬ guente sonetto (e col corrispondente testo
in esame¬ tri latini, da noi non riprodotto) celebrava in una
semplice aula scolastica la solennità del 21 aprile 1895:
23 «L’aratro è fermo: il toro d’arar
sazio, leva il fumido muso ad una branca d’olmo; la vacca mugge a
lungo, stanca, e n’echeggia il frondifero Palazio. Una mano
sull’asta, una sull’anca del toro, l’arator guarda lo spazio: sotto
lui, verde acquitrinoso il Lazio; là, sul monte, una lunga breccia
bianca. È Alba. Passa l’Albula tranquilla, sì che ognun
ode un picchio che percuote nell’Argileto l’acero sonoro.
Sopra il Tarpeio un bosco al sole brilla, come un incendio. Scende
a larghe ruote l’aquila nera in un polverio d’oro» (15). Allo
scadere del secolo, nel 1899, è un fatto nuovo di ordine archeologico il
punto di riferimento im¬ portante ed essenziale per il secolo che sta per
aprir¬ si: la scoperta nel Foro da parte dell’archeologo Gia¬ como
Boni (un nome che non dovremo scordare) del cippo arcaico sotto il
cosiddetto Lapis Niger (VI sec. a.C.), in cui l’iscrizione in caratteri
antichi del termi¬ ne RECHI ( = regi) attesta documentariamente
l’ef¬ fettiva esistenza in Roma della monarchia e, con quanto ne
consegue, la sostanziale fondatezza della tradizione annalistica romana,
trasmessa nel corso di innumerevoli generazioni, dai primi Annales
Ma¬ ximi dei pontefici sino a Tito Livio e, al termine del-
(15) G. PASCOLI, Antico sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino,
Zanichelli, Bologna 1925, p. 29. 11 lettore esperto potrà notare come in
pochi versi il poeta abbia saputo sapientemente concentrare particolari
nomi evocativi di determinate realtà primordiali dell’Urbe.
24 l’Impero d’Occidente, alle ultime gentes sacerdotali ed a
quegli estremi devoti raccoglitori e trasmettitori della sapienza delle
origini, come poterono essere un Macrobio ed un Marziano Capella nel V
secolo. È come se, fisicamente, una parte di tradizione ro¬
mana si esponesse improvvisamente alla luce del so¬ le a smentire
l’incredulità e l’ipercriticismo della scuola tedesca, che, in nome di un
presunto realismo scientifico, aveva respinto in blocco le più
antiche memorie patrie, e soprattutto dei suoi squallidi se¬ guaci
italiani, come quell’Ettore Pais che nella sua Storia di Roma (ristampata
innumerevoli volte fino in piena epoca fascista) aveva negato ogni
tradizione da una parte, costruendo dall’altra fantastici castelli
in aria, senza alcuna base, né storica, né filologica. Risulta che
Giacomo Boni fu in corrispondenza con un altro principe romano, pioniere
degli studi islamici e deputato al parlamento nei banchi della
sinistra: Leone Caetani duca di Sermoneta, principe di Teano, marito di
una principessa Colonna. Suo nonno, Michelangelo Caetani, era stato
l’au¬ tore di un fortunato opuscolo di esegesi dantesca sin dal
1852, dove si sosteneva l’identità di Enea col dantesco «messo del cielo»
che apre le porte della Città di Dite con «l’aurea verghetta» degli
iniziati di Eieusi (16): quello stesso che nel 1870, già vecchio e
quasi cieco, fu il latore a Vittorio Emanuele II dei (16) Cfr. M.
CAETANI di SERMONETA, Tre chiose nella Divina Commedia di Dante
Alighieri, II ed., Lapi, Città di Castello 1894. 25
risultati del plebiscito che sanciva l’unione di
Roma all’Italia. Proprio Leone Caetani sarebbe stato
l’autorevole tramite attraverso cui si sarebbero manifestate al¬ l’interno
della Fratellanza Terapeutica di Myriam (operativa proprio negli anni
della scoperta del La¬ pis Niger) fondata da Giuliano Kremmerz (cioè
Ciro Formisano di Portici) — che la definì talvolta come Schola
Italica — determinate influenze derivanti dall’antica tradizione
romano-italica se, come scrive l’esoterista Marco Daffi {alias il conte
Libero Ric- ciardelli) (17) è lui il misterioso «Ottaviano» (altro
riferimento alla gens Julia!) autore nel 1910, nella ri¬ vista
«Commentarium» diretta dal Kremmerz, di un articolo sul dio Pan e di una
lettera di congedo dalla redazione in cui egli riafferma in tali termini
la pro¬ ti?) «Sotto tale pseudonimo si nascondeva persona
veramente auto¬ revole, autorevolissimo collega di ricerche ermetiche di
Kremmerz tanto da potere essere ritenuto portavoce di sede superiore
(...) Don Leone Caetani, Duca di Sermoneta, Principe di Teano» (M. DAFFI,
Giuliano Kremmerz e la Fr+Tr+ di Myriam, a cura di G.M.G., Alkaest,
Genova 1981, pp. 62 e 84). Gli scritti firmati da «Ottaviano» in
«.Commenta¬ rium» sono tre: La divinazionepantéa (n. 1 del 25 luglio
1910), Per Giu¬ seppe Francesco Borri (n. 3 del 25 agosto 1910),
Gnosticismo e inizia¬ zione (n. 8-10 di novembre-dicembre 1910). In
quest’ultimo scritto, con¬ sistente in una lettera di congedo come
collaboratore della rivista, si ri¬ manda all’opera di un altro
personaggio che, come «Ottaviano», doveva riconnettersi allo stesso
ambiente iniziatico gravitante alle spalle dell’or¬ ganismo kremmerziano:
l’avvocato Giustiniano Lebano, autore di un curioso libretto intitolato
Dell’Inferno: Cristo vi discese colla sola ani¬ ma o anche col corpo?
(Torre Annunziata 1899), in cui nuovamente si accenna al «ramoscello
dorato del segreto, ossia la voce mistica di con¬ venzione» (p. 66) che
Enea presenta a Proscrpina. 26 pria fede
pagana: «... non sono che pagano e ammiratore del paga¬
nesimo e divido il mondo in volgo e sapienti (...) volgo, che i miei
antenati simboleggiavano nel ca¬ ne e lo pingevano alla catena sul
vestibolo del Do- mus familiae con la nota scritta: Cave canem; ca¬
ne perché latra, addenta e lacera» (18). In quegli stessi anni (a
partire dal 1905) era co¬ minciata l’attività pubblicistica ed iniziatica
di Ar¬ turo Reghini (1878-1946). La sua importanza fra i più
autorevoli esponenti europei della Tradizione, e del filone
romano-italico in particolare, risiede cer¬ tamente non tanto nel
tentativo, vano e fatalmente destinato all’insuccesso, per quanto
disinteressato, di rivitalizzare la massoneria al suo interno (19),
quanto nell’attenzione da lui portata allo studio ed (18)
OTTAVIANO, Gnosticismo e iniziazione, cit., p. 210. (19) Tentativo
che si concretizzò soprattutto con la creazione del Rito Filosofico
Italiano, fondato nel 1909 dal Reghini, Edoardo Frosini ed altri (il 20
ottobre 1911 vi sarà accolto come membro onorario Aleister Crowley...),
ma dall’esistenza effimera, dal momento che sin dal 1919 si fuse con la
massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato di Piazza del Gesù. 11
Reghini seguirà le sorti e le direttive di Piazza del Gesù di Raoul
Palermi, molto favorevole nei confronti del fascismo, sino ai
provvedimenti contro le società segrete del 1925. Giovanni Papini ha de¬
dicato alcune pagine nel contempo pungenti e commosse ad Arturo Re¬ ghini
di cui fu amico negli anni giovanili, cosi concludendo: «Arturo Reghini
visse, povero e solitario, una vita di pensiero e di sogno: anch’e¬ gli
difese e incarnò, a suo modo, il “primato dello spirituale’’. Nessuno di
quelli che lo conobbero potrà dimenticarlo» (Passato remoto (1885- 1914),
ed. L’Arco, Firenze 1948, p. 129). 27
alla riscoperta della tradizione classica e romana, che gli era
stato dato in compito di rivitalizzare «in segreto», così come egli
stesso si esprime in una let¬ tera inviata ad Augusto Agabiti e
pubblicata nel nu¬ mero di aprile 1914 di «Ultra»: «sai bene
come il nostro lavoro, puramente meta¬ fisico e quindi naturalmente
esoterico, sia rimasto sempre e volontariamente segreto» (20).
In tal modo il Reghini ben si inseriva nel filone della corrente tradizionalista
romana, in quella sua variante che si può legittimamente definire
«orfico- pitagorica» (21), col contributo di numerosi scritti,
soprattutto sulla numerologia pitagorica, sparsi fra molti articoli e
opere impegnative, come Per la resti¬ tuzione della geometria pitagorica
(1935; rist. 1978), I numeri sacri della tradizione pitagorica
massonica (postumo 1947; rist. 1978), Aritmosofia (postumo
(20) A. REGHINI, La «tradizione italica», in «Ultra», Vili, 2 (aprile
1914), p. 69. (21) Allo stesso modo, di tradizione ermetica
«egizio-ellenistica» si potrebbe parlare per il filone essenzialmente
seguito dalla corrente kremmerziana. È chiaro come nessuna di queste
correnti possa preten¬ dere di identificarsi con il filone centrale deWa
tradizione romana (come vorrebbero, ad esempio, certi continuatori del
Reghini dei nostri giorni), rappresentandone, semmai, corollari
concentrici ed espressioni validis¬ sime, ma essenzialmente periferiche.
Il nucleo della tradizione romana è altra cosa: può includere tutto ciò,
ma al tempo stesso ne è al di sopra nella sua essenza originaria. Per
cercare di comprendere la cosa, si dovrà riflettere sul simbolismo e
sulla funzione del dio Giano, non per caso divinità unica e propria della
sacra terra laziale. 28 1980) ed il tuttora inedito
Dei numeri pitagorici (22). Con questa attività egli avrebbe
perseguito la mis¬ sione affidatagli da un’antica scuola iniziatica di
tra¬ dizione pitagorica della Magna Grecia (23) allorché, ancora
giovane e studente a Pisa, fu avvicinato da colui che sarebbe divenuto il
suo maestro spirituale: Amedeo Rocco Armentano (24), calabrese,
ufficiale dell’esercito all’epoca in cui lo conobbe il Reghini.
Ad Amedeo Armentano (1886-1966) apparteneva (22) Di recente,
per il quarantesimo anniversario della scomparsa del Reghini (1986), è
stata edita una raccolta di suoi scritti vari: Paganesi¬ mo, pitagorismo,
massoneria, ed. Mantinea, Fumari 1986, a cura del¬ l’Associazione
Pitagorica, un gruppo costituitosi solo nel giugno 1984 con un poco
iniziatico «atto notarile» (sic), ma che vanta diretta discen¬ denza dal
gruppo del Reghini. La raccolta è stata purtroppo eseguita con
dilettantismo, senza criteri ed inquadramenti storico-filologici e gli
scritti reghiniani (uno addirittura incompleto) non seguono nè un ordi¬
ne logico, nè cronologico. Il saggio suW Interdizione pitagorica delle
fa¬ ve si potrà leggere ora completo in «Arthos» n. 30 (1986, ma
stampato 1987). (23) DIOGENE LAERZIO (Vili, 56) ricorda come
il pensiero di Pi¬ tagora avesse trovato accoglienza presso gli Italioti
della Magna Grecia: «Come dice Alcidamante tutti onorano i sapienti. Così
i Pari onorano Archiloco, che pur era blasfemo, e i Chii Omero, che era
d’altra città (...) e gli Italioti Pitagora» (Die fragmente der
Vorsokratiker, a cura di H. Diels-W. Kranz; trad. ital. Bari 1981, v.
I). (24) Per alcune notizie su Armentano (ed una sua foto), cfr. R.
SE- STITO, A.R.A., il Maestro, in Ygieia, bollettino interno
dell’Associazio¬ ne Pitagorica, 111, 1-4 (1986), pp. 1-3. Di Armentano si
vedano le Massi¬ me di scienza iniziatica, commentate dal Reghini in vari
numeri di «Atanòr» ed «Ignis» (1924-25). Negli anni Trenta Armentano
lasciò l’I¬ talia per il Brasile, dove morì. È sintomatico come anche
«Ottaviano» in quel periodo si sarebbe allontanato dall’Italia
stanziandosi a Vancou¬ ver in Canada. 29
quella misteriosa «torre in mezzo al mare. Una ve¬ detta
diroccata, su di uno scoglio deserto» (25) dove, con gran dispiacere di
Sibilla Aleramo, il giovane protagonista del romanzo Amo, dunque sono
(Mon¬ dadori, Milano 1927), «Luciano» {alias Giulio Pari¬ se),
avrebbe dovuto «diventare mago» in compagnia di un amico non nominato,
vale a dire proprio il Reghini. Fu proprio nella torre di
Scalea, in Calabria, che il Reghini rivide nell’estate 1926 il testo
della tradu¬ zione italiana deirOccw//flr Phylosophia di Agrippa, a
cui premise un ampio saggio di quasi duecento pa¬ gine su E.C. Agrippa e
la sua magia. Vi scriveva, fra l’altro: «E perciò, in noi,
il senso della romanità si fonde con quello aristocratico e iniziatico
nel renderci fieramente avversi a certe alleanze, acquiescenze e
deviazioni. Forse si avvicina il tempo in cui sarà possibile di rimettere
un po’ a posto le cose, e noi speriamo che ci venga consentito, una
qualche vol¬ ta, di riportare alla luce qualche segno dell’esoteri¬
smo romano. Quanto alla permanenza di una “tradizione romana”, si vorrà
ammettere che se una tradizione iniziatica romana pagana ha potu¬
to perpetuarsi, non può averlo fatto che nel più as¬ soluto mistero. Non
è quindi il caso di interloquire con affermazioni e negazioni»
(26). (25) S. ALERAMO, Amo, dunque sono, cit., p. 15. Cfr. p. 50:
«Lu¬ ciano, Luciano, e tu vuoi essere mago! M’hai detto d’aver già
operato fantastiche cose, fantastiche a narrarsi, ma realmente
accadute». (26) A. REGHINI, E.C. Agrippa e la sua magia, in: E.C.
AGRIPPA, 30 Il 1914 è un anno molto importante, sotto
diversi aspetti, per i tentativi di rivivificazione della tradi¬
zione italica. Nel numero di gennaio-febbraio 1914 di «Salamandra», in un
articolo dal titolo fortuna¬ to, poi ripreso da Evola, Imperialismo
pagano, il Re¬ ghini coglieva occasione, scagliandosi contro il
par¬ lamentarismo ed il suffragio universale che favoriva cattolici
e socialisti, di riaffermare l’unità e l’immu¬ tabilità della tradizione
pagana in Italia, che, sempre ricollegata nella sua visione al pitagorismo,
si sareb¬ be trasmessa attraverso le figure di alcuni grandi ini¬
ziati sino ai nostri giorni (27). In ottobre, dalle pagi¬ ne di «Ultra»,
precisava nello stesso tempo, in un importante articolo dottrinario,
che: «Il linguaggio e la razza non sono le cause della
superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al suolo,
all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si manifesta
anche storica¬ mente come una di queste regioni magnetiche del¬ la
terra. (...) Se noi parleremo del mito aureo e so¬ lare in Egitto, Caldea
e Grecia prima di occuparci della sapienza romana, non è perché questa
derivi da quella, ché il meno non può dare il più» (28). Lm
Filosofia occulta o la Magia, voi. I, rist. Mediterranee, Roma 1972, pp.
XCIII-XClV, nota. (27) L’articolo fu poi ripubblicato in «Atanòr»,
I, 3 (marzo 1924), pp. 69-85 (oggi nella ristampa anastatica a cura
dell’omonima casa edi¬ trice di Roma). (28) A. REGHINI, Del
simbolismo e della filologia in rapporto alla sapienza metafisica, in
«Ultra», Vili, 5 (ottobre 1914), p. 506. 31
Intanto, nella notte del solstizio d’inverno del 1913, si
era verificato un insolito episodio, gravido di future conseguenze: in
seguito a misteriose indi¬ cazioni, nei pressi di un antico sepolcro
sull’Appia Antica era stato rinvenuto, a cura di «Ekatlos» (29),
accuratamente celato e protetto da un involucro im¬ permeabile, uno
scettro regale di arcaica fattura e i segni di un rituale.
«Ed il rito — riporta «Ekatlos» (30) — fu celebra¬ to per mesi e
mesi, ogni notte, senza sosta. E noi sentimmo, meravigliati, accorrervi
forze di guerra e forze di vittoria; e vedemmo balenar nella sua
lu¬ ce le figure vetuste ed auguste degli “Eroi” della razza nostra
romana; e un “segno che non può fal¬ lire” fu sigillo per il ponte di
salda pietra che uo¬ mini sconosciuti costruivano per essi nel
silenzio profondo della notte, giorno per giorno». «Il
significato, le vere intenzioni e le origini di tali (29) Lasciamo
ogni responsabilità circa l’identificazione di «Eka¬ tlos» con il
principe Leone Caetani, già da noi incontrato, all’anonimo autore (si
tratta, peraltro, certamente di C. Mutti, fanatico integralista islamico)
di una postilla alla parziale traduzione francese della rivista evoliana
«Krur» (TRANSILVANUS 1984, A propos de l’article d’Eka- tlos, seguito da
una Note sur Leone Caetani, in: J. EVOLA, Tous les écrits de «Ur» &
«Krur», 111 [Krur 1929], Arché, Milano 1985, pp. 475- 486). Ancor più
lasciamo all’autore di tali tristi note (in cui ancora una volta si
dimostra come tra fanatismo religioso e via iniziatica esista un divario
invalicabile) la pesante responsabilità delle poco ragguardevoli
espressioni usate nei confronti del benemerito principe romano.
(30) EKATLOS, La «Grande Orma»: la scena e le quinte, in «Krur», I,
12 (dicembre 1929), pp. 353-355, oggi in: GRUPPO di UR, Introdu¬ zione
alla Magia, voi. Ili, Roma 1971, pp. 380-383. 32 riti
pongono un problema», osserva il Di Vona (31), «ma il loro fine immediato
fu esplicito, e come tale è stato dichiarato. (...) Esso fu compiuto nel
dovuto modo da un gruppo che si propose di dirigere verso la
vittoria italiana la I Guerra Mondiale». Ma l’episodio ha un
seguito: il 23 marzo 1919 (giorno in cui cade la festa romana del
Tubilustrium, o consacrazione delle trombe di guerra) fu fondato a
Milano, nella famosa riunione di Piazza Sansepol- cro, il primo Fascio di
Combattimento (dal 1921 de¬ nominato Partito Nazionale Fascista). Fra gli
astanti vi fu chi, emanazione dello stesso gruppo che aveva
riesumato l’antico rituale, preannuncio a Benito Mussolini: «Voisarete
Console d’Italia». E fu la stes¬ sa persona che, qualche mese dopo la
Marcia su Ro¬ ma, il 23 maggio 1923, vestita di rosso, offrì al
Capo del Governo un’arcaica ascia etrusca, con «le dodici verghe di
betulla secondo la prescrizione rituale le¬ gate con strisce di cuoio
rosso» (32). Con tale atto dal sapore sacrale, come è
evidente. (31) P. DI VONA, Evola e Guénon, cit., p. 202.
(32) EKATLOS, art. cit., p. 382, nota. La notizia è riportata con
altri particolari nel «Piccolo» di Roma del 23-24 maggio 1923, p. 2 [cfr.
Ap¬ pendice 1]. Particolare curioso: la sera stessa del 23 maggio
Mussolini parti in aereo alla volta di Udine, onde potere inaugurare il
giorno dopo, 24 maggio, anniversario dell ’entrata in guerra, il
monumentale cimitero di Redipuglia, alla presenza del Duca d’Aosta. La
sera del 24, sulla via del ritorno verso Roma, l’aereo fu costretto, da
un inspiegabile guasto, ad un atterraggio di fortuna nei pressi di
Cerveteri, cioè l’antica etrusca Cere, donde forse proveniva l’arcaico
fascio. 33 le
correnti più occulte portatrici della tradizione ro¬ mana avrebbero
voluto propiziare una restaurazione in senso «pagano» del fascismo.
Altri episodi concomitanti concorrono a rafforza¬ re questa
supposizione. Dopo essere stata composta proprio nel 1914, fra il 21
aprile ed il 6 maggio 1923 (altre significative coincidenze di date), fu
rappre¬ sentata sul Palatino la tragedia Rumori: Romae sa- crae
origines (il solo terzo atto), col beneplacito e la presenza plaudente di
Benito Mussolini. La tragedia (o, meglio, alla latina, il Carmen solutum)
risulta opera di un certo «Ignis» (pseudonimo sotto cui si celerebbe
l’avvocato Ruggero Musmeci Ferrari Bra¬ vo), che risulta godere di
appoggi assai influenti, co¬ me quello di Ardengo Soffici [cfr. Appendice
11], e appare, specialmente in quel terzo carmen che fu re¬ citato,
più che una semplice rappresentazione sceni¬ ca, un vero e proprio atto
rituale: un rito di consa¬ crazione, certamente denotante nell’autore, o
nei gruppi restati nell’ombra di cui egli era emanazione, una
conoscenza non solo filologica della tradizione romana (si pensi che in
intermezzi scenici vengono cantati, al suono di flauti, i versi ianuli e
iunonii dei Fratres Arvales), ma anche di certi suoi lati occulti,
come lascia intendere il rito di incisione su lamine auree dei nomi
arcani deU’Urbe e l’esegesi, voluta- mente incompleta, dei significati
del nome di Roma. Quest’azione, occulta e palese, sulle gerarchie
fa¬ sciste affinché i simboli da esse evocate, come l’aqui¬ la o il
fascio, non restassero puro orpello di facciata, continuerà sino al 1929,
che è anche l’anno in cui 34 Rumon verrà pubblicata,
in splendida edizione uffi¬ ciale, dalla Libreria del Littorio, con i
frontespizi or¬ nati di caratteri arcaici romani, disegnati
apposita¬ mente nel 1923 da Giacomo Boni, lo scopritore del Lapis
Niger già da noi incontrato, il quale avrà il pri¬ vilegio poco dopo,
alla sua morte (1925), di essere inumato sul Palatino stesso (33).
Ancora noteremo come sintomatica l’uscita, nello stesso 1923, della
Apologia del paganesimo (Formig- gini, Roma) di Giovanni Costa, futuro
collaboratore delle iniziative pubblicistiche di Evola [cfr.
Appendi¬ ce III]. Fra il 1924 e il 1925 uscirono le due
riviste «di stu¬ di iniziatici» «Atanòr» ed «Ignis», dirette da
Arturo Reghini, e in cui iniziò una collaborazione il giovane
Evola: affronteranno con un rigore ed una serietà inconsuete, per
l’eterogeneo ambiente spiritualista dell’epoca, tematiche e discipline
esoteriche di parti¬ colare interesse: vi comparvero, per la prima volta
in Italia, scritti di René Guénon, fra cui a puntate, pri¬ ma
ancora che in Francia, L'esoterismo di Dante. È peraltro evidente come il
contenuto di queste riviste non avesse un valore puramente speculativo,
come dimostrano gli scritti di «Luce» suirO/7M5 magicum (Gli specchi
- Le erbe) negli ultimi due numeri di (33) Fu proprio Giacomo Boni
che, risalendo ai modelli d’origine, mi¬ se a punto il prototipo del
fascio romano (oggi al Museo dell’Impero) per il Regime Fascista: è
quello che compare sulle monete da due lire di quel periodo (cfr. V. BRACCO,
L’archeologia del Regime, Volpe, Roma 1983). 35
«Ignis», che preludono a quelli del successivo
Grup¬ po di Ur. Ma intanto l’auspicata svolta in senso pa¬ gano da
parte del fascismo sperata dalla corrente tradizionalista romana non solo
stenta a verificarsi, anzi è messa pericolosamente in forse dalle mene
de¬ gli ambienti cattolici e clericali. Nel n. 5 del maggio 1924 di
«Atanòr» Reghini con parole di fuoco de¬ preca alcune espressioni
pronunciate da Mussolini in occasione del Natale di Roma: «Il
colle del Campidoglio, egli ha detto, "‘dopo il Golgota, è
certamente da secoli il più sacro alle genti civiir. In questo modo l’On.
Mussolini, in¬ vece di esaltare la romanità, perviene piuttosto ad
irriderla ed a vilipenderla. (...) Noi ci rifiutiamo di subordinare ad
una collinetta asiatica il sacro colle del Campidoglio». E
nel n. 7 di luglio, dopo il delitto Matteotti: «... ecco un
clamoroso delitto politico viene a sconvolgere la vita della nazione, ad
agitare gli ani¬ mi. (...) Investito da popolari e da ogni
gradazione di democratici, a Mussolini non resterebbe che battere
la via dell’imperialismo ghibellino, se non esistesse un partito che già
lo sta esautorando... tengano ben presente i nostri nemici che,
nono¬ stante la loro enorme potenza e tutte le loro pro¬ dezze,
esiste ancor oggi, come è esistita in passato, traendo le sue radici da
quelle profondità interiori che il ferro e il fuoco non tangono, la
stessa catena iniziatica pagana e pitagorica, inutilmente e seco¬
larmente perseguitata». L’ordine del giorno Bodrero e le successive
leggi 36 sulle società segrete tolgono ulteriore
spazio all’atti¬ vità pubblicistica del Reghini, che peraltro conflui¬
sce, fra il 1927 e il 1928, nel «Gruppo di Ur», for¬ malmente diretto da
Julius Evola. A noi qui non interessa tanto esaminare il
lavoro di ricerca esoterico svolto dal Gruppo di Ur, cui par¬
teciparono, come è noto, personalità appartenenti alle principali
correnti esoteriche operanti in quegli anni in Italia, dai pitagorici ai
kremmerziani, dagli steineriani (antroposofi) ai cattolici eterodossi
come il De Giorgio, quanto sottolineare come in quella se¬ de
dovesse essere stato, almeno in parte, ripreso il programma di
influenzare per via sottile le gerarchie del fascismo, nel senso già
voluto dal gruppo mani¬ festatosi nel 1913 con la testimonianza di
«Ekatlos» (che, non lo si dimentichi, viene riportata proprio nel
terzo dei volumi che raccolgono le testimonianze di tutto il gruppo — in
apparenza slegata da esse — successivamente apparse col titolo di
Introduzione alla Magia). In un inserto per i lettori comparso nel
n. 11-12 di «Ur» (1927), Evola poteva scrivere: «... possiamo dire che
una Grande Forza, oggi più che mai, cerca un punto di sbocco in seno a
quella bar¬ barie, che è la cosidetta “civilizzazione” contempo¬
ranea — e chi ci sostiene, collabora di fatto ad una opera che trascende
di certo ciascuna delle nostre stesse persone particolari».
Del resto, molti anni più tardi, Evola stesso di¬ chiarerà
piuttosto esplicitamente nella sua autobio¬ grafia spirituale che
l’intento del Gruppo era stato quello, oltre a «destare una forza
superiore dr servi- 37 re
d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno», di far sì che «su quella
specie di corpo psichico che si vole¬ va creare, potesse innestarsi per
evocazione, una vera influenza dall’alto», sì che «non sarebbe stata
esclu¬ sa la possibilità di esercitare, dietro le quinte, un’a¬
zione perfino sulle forze predominanti nell’ambien¬ te generale» (34).
Un’indagine ben più approfondi¬ ta, come si vede, meriterebbe di essere
svolta sugli evidenti tentativi di rivitalizzazione, all’interno
del Grupo di Ur (35), delle radici esoteriche e dei conte¬ nuti
iniziatici della tradizione romana: a parte i con¬ tributi dello stesso
Evola (che firmerà come «EA» e, pare, anche come «AGARDA» e «lAGLA»), di
cui ricordiamo l’importante saggio (nel HI volume) Sul «sacro»
nella tradizione romana, ancora una volta fondamentale resta l’apporto
del Reghini (che firma come «PIETRO NEGRI»): egli, nella relazione
Sul¬ la tradizione occidentale, sulla scorta di un’attenta esegesi
delle fonti antiche (soprattutto Macrobio) e di personali acute
intuizioni, nonché di probabili «trasmissioni» iniziatiche, non esiterà
ad indicare nel mito di Saturno il «luogo» ove è racchiuso il sen¬
so e il massimo mistero iniziatico della tradizione (34) J. EVOLA,
Il cammino del cinabro, Milano 1972 (li ed.), p. 88. (35) Un esame
generale, storico-bibliografico, sul Gruppo di Ur è sta¬ to da me
compiuto in lingua tedesca, come studio introduttivo alla ver¬ sione
tedesca del I volume di Introduzione alla Magia (Ansata Verlag,
Interlaken 1985). Si tratta del notevole ampliamento, riveduto e corret¬
to, di un mio precedente studio già apparso in «Arthos» n. 4-5
(1973-74). 38 romana, un’indicazione utilizzata e
sviluppata ulte¬ riormente nel nostro recente Dèi e miti italici.
Intanto, nella seconda metà del 1927, una serie di articoli
polemici sui nuovi rapporti tra fascismo e chiesa cattolica, che Evola
aveva pubblicato in «Cri¬ tica fascista» di Bottai e in «Vita Nova» di
Leandro Arpinati, e la successiva comparsa, nella primavera del
1928, di Imperialismo pagano, che quegli articoli raccoglieva e
sviluppava, riversarono proprio sul Gruppo di Ur pesanti attacchi
clericali, fra cui è in¬ teressante segnalare quello particolarmente
violento e ambiguo, del futuro papa Paolo VI, Giovanni Bat¬ tista
Montini, allora assistente centrale ecclesiasti¬ co della Federazione
Universitari Cattolici Italiani (F.U.C.I.), che aveva come organo
culturale la rivista «Studium» (redazione a Roma e a Brescia).
Dalle pagine di «Studium» il Montini accusava «i maghi» riuniti
attorno a Evola di «abuso di pensiero e di pa¬ rola (...) di aberrazioni
retoriche, di rievocazioni fa¬ natiche e di superstiziose magie»
(36). (36) G.B.M., Filosofia: una nuova rivista, in «Studium»,
XXIV, 6 (giugno 1928), pp. 323-324. Oltre che del futuro Paolo VI
(certamente il più nefasto fra i papi di questo secolo), apparvero in
«Studium» anche gli attacchi del futuro ministro democristiano del
dopoguerra Guido Gonella {Un difensore del paganesimo, ivi, gennaio 1928,
pp. 28-31; // nuovo colpo di testa di un filosofo pagano, ivi, aprile
1928, pp. 203- 208), cui Evola replicò — dopo averlo definito «un tale il
cui nome esprime felicemente che vesti gli si confacciano più che non
quelle della romana virilità» — nell'«Appendice Polemica» di Imperialismo
paga¬ no. Contro Imperialismo pagano (le nostre citazioni sono tratte
dalla ristampa del 1978, presso Ar di Padova) si scomodò tutto
Ventourage del giornalismo clericale, da «L’Osservatore Romano» a
«L’Avvenire», 39
Imperialismo pagano fu l’ultimo deciso, inequivo¬ cabile e tragico
appello da parte di esponenti della «corrente tradizionalista romana»,
prima del triste compromesso del Concordato, affinché il fascismo,
come si esprimeva Evola, «cominciasse ad assumere la romanità
integralmente e a permearne tutta la co¬ scienza nazionale», così che il
terreno fosse «pronto per comprendere e realizzare ciò che, nella
gerarchia delle classi e degli esseri, sta più su: per comprendere
e realizzare il lato sacro, spirituale, iniziatico della Tradizione» (p.
162). A questo scopo Evola non ri¬ sparmiava taglienti critiche alle
gerarchie del Regime: «Il fascismo è sorto dal basso, da
esigenze confuse e da forze brute scatenate dalla guerra europea.
Il fascismo si è alimentato di compromessi, si è ali¬ mentato di
retorica, si è alimentato di piccole am¬ bizioni di piccole persone.
L’organismo statale che ha costituito è spesso incerto, maldestro,
violento, non libero, non scevro da equivoci» (p. 13). Di
più: Evola, nel 1928, prevedeva addirittura gli al «Cittadino» di
Genova, nonché tutta la pubblicistica fascista fautrice dell’intesa col
Vaticano, da «Educazione fascista» a «Bibliografia fasci¬ sta», sino alla
stessa bottaiana «Critica fascista» che aveva ospitato i primi articoli
evoliani. 40 esiti e gli sviluppi della Seconda
Guerra Mondiale: «L’Inghilterra e l’America, focolari temibili
dei pericolo europeo, dovrebbero essere le prime ad essere
stroncate, ma non occorre di certo spendere troppe parole per mostrare
che esito avrebbe una simiie avventura sulla base dell’attuale stato di
fat¬ to. Data la meccanizzazione della guerra moder¬ na, le sue
possibilità si compenetrano strettamente con la potenza industriale ed
economica delle grandi nazioni...» (pp. 88-89). Era dunque
necessario che il fascismo, che «bene o male ha messo su un corpo. Ma...
non ha ancora un'anima» (p. 13), si rivolgesse senza esitazioni a
quella della Roma precristiana prima che fosse trop¬ po tardi, sì da
«eleggere l'Aquila e il fascio e non le due chiavi e la mitria a simbolo
della sua rivolu¬ zione» (p. 138). «Nostro Dio può essere
quello aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in
piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni
vittoriose — non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si
implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio
animo» (p. 163). L’il febbraio 1929 il governo di Mussolini
firma¬ va a nome del Re d’Italia, dal 1870 considerato dai papi un
«usurpatore», il cosiddetto Coneordato con la Chiesa Cattolica (37) e
nasceva il monstrum giuri- (37) Che il cosiddetto Concordato abbia
sortito un effetto a dir poco nefasto sulle sorti, non solo dello stesso
fascismo (come le vicende stori- 41
dico della Citta del Vaticano (38). Veniva con ciò tolta ogni
speranza residua di azione all’interno de¬ gli ambienti ufficiali, sia da
parte di Evola che di Re- ghini e di altri autorevoli esponenti, restati
per lo più in ombra, del «tradizionalismo romano»: alcuni di loro,
come già si è accennato in nota, abbandonaro¬ no per sempre l’Italia per
il Nuovo Continente nel corso degli anni Trenta. Restava il
«programma minimo» indicato ancora da Evola in Imperialismo pagano,
secondo cui il fa¬ scismo avrebbe dovuto: «promuovere studi
di critica e di storia, non parti- giana, ma fredda, chirurgica,
sull’essenza del cri¬ stianesimo (...). Contemporaneamente dovrebbe
promuovere studi, ricerche, divulgazioni sopra il lato spirituale della
paganità, sopra la sua visione vera della vita» (p. 125).
che successive ben presto dimostrarono, avvalorando i timori di Reghini e
di Evola), ma della stessa Italia del dopoguerra, lo sperimentiamo an¬
cora oggi sulla nostra pelle, dopo che un quarantennale dominio
clericale-borghese ha provveduto, quasi in ogni campo, ad addormenta¬ re
la coscienza delle «masse» ed a stroncare, con un autentico «terrori¬ smo
di Stato», qualsiasi velleità di reazione delle minoranze coscienti della
necessità di mutare uno stato di cose ormai incancrenito. (38)
«Mussolini non si era reso conto che prima di lui uomini non so¬ lo
autoritari, ma dal potere assoluto — gli Ottoni, gli Svevi, perfino Carlo
V ecc. — si erano dovuti pentire di ogni intesa, patto e transazio¬ ne
con la Santa Sede. (...) ogni intesa tra Santa Sede e Stato italiano
avrebbe significato unicamente il riconoscimento giuridico della validità
42 Chi avesse pensato che la «Scuola di Mistica Fa¬
scista», fondata significativamente poco dopo la «Conciliazione»,
nell’aprile 1930 nell’ambito del G.U.F. di Milano per opera di Nicolò
Giani, avrebbe svolto una funzione del genere, avrebbe dovuto ben
presto ricredersi amaramente. In realtà, il sentimen¬ to religioso
dichiarato di quella che avrebbe voluto costituire Vélite
politico-intellettuale del fascismo si configurava con precisione come
cattolico. Lo di¬ chiara, in una maniera che non potrebbe essere
più esplicita, lo stesso fratello del «Duce», Arnaldo Mussolini, in
un discorso tenuto alla Scuola nel 1931: «La nostra
esistenza deve essere inquadrata in una marcia solida che sente la
collaborazione della gente generosa e audace, che obbedisce al
coman¬ do e tiene gli occhi fissi in alto, perché ogni cosa nostra,
vicina o lontana, piccola o grande, contin¬ gente od eterna, nasce e
finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico che si chiama talvolta
per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio nostro Signore,
creatore del cielo e della terra, e del suo Figliolo che un giorno
premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà,
spe¬ riamo, i molti difetti legati alle vicende della no¬ stra
esistenza terrena» (39). dei principii su cui si fonda l’ingerenza
della Chiesa nelle questioni del¬ lo Stato italiano» (N. SERVENTI, Dal
potere temporale alla repubblica conciliare. Volpe, Roma 1974, p.
42). (39) Cfr. «11 Popolo d’Italia» del 1° dicembre 1931. Sulla
«Scuola di Mistica Fascista», si veda: D. MARCHESINI, La scuola dei
gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976. 43
E il filosofo Armando Carlini, discutendo della
nuova mistica, ravvisava la nota più originale del fa¬ scismo proprio nel
suo presupposto «religioso, anzi cristiano, anzi cattolico» (40); perché
«il Dio di Mussolini vuol essere quello definito dai due dogmi
fondamentali della nostra religione (...): il dogma trinitario e quello
cristologico» (41). Quel programma che abbiamo detto «minimo»
cercherà Evola più tardi in parte di compiere con l’organizzare il lavoro
di alcuni suoi insigni collabo¬ ratori attorno al «Diorama filosofico»,
la pagina speciale che, con uscita irregolare e alterna, quindi¬
cinale e mensile, curò per dieci anni, dal 1934 al 1943, all’interno del
quotidiano cremonese di Fari¬ nacci, «11 Regime Fascista». La tematica
della tradi¬ zione romana, esaminata nei suo simboli, nei suoi
miti, nella sua forza spirituale, ritorna qui frequen¬ temente negli
scritti dello stesso Evola, di Giovanni Costa (già da noi incontrato), di
Massimo Scaligero e di diversi collaboratori stranieri, come Edmund
Dodsworth (appartenente alla famiglia reale britan¬ nica) e lo storico
tedesco Franz Altheim. Analoghe collaborazioni sono fornite dall’allora
giovane An¬ gelo Brelich, in quell’epoca sconosciuto, ma destina¬
to nel dopoguerra a ricoprire degnamente l’impor- (40) A. CARLINI,
Mistica fascista, in «Archivio di studi corporati¬ vi», voi. XI (1940),
p. 299. (41) ID., Saggio sul pensiero fUosofico e religoso del
fascismo, Roma 1942, p. 56. 44 tante cattedra,
che fu del Pettazzoni, di Storia delle Religioni nell’Università di Roma,
e da Guido De Giorgio, già collaboratore di «Ur» e di altre
iniziati¬ ve evoliane. Nel contesto della corrente da noi defi¬
nita del «tradizionalismo romano» il De Giorgio oc¬ cupa una posizione
piuttosto anomala e tale che il Reghini avrebbe visto con sospetto: egli
infatti con¬ cepisce in Roma la sede eterna, geografica e storica,
ma soprattutto metafisica, in grado di unire in sé stessa la religione
pagana e il cristianesimo, tesi ela¬ borata soprattutto ne La tradizione
romana, uscita postuma solo nel 1973 (42). D’altra parte, è lo
stesso De Giorgio a ribadire con sorprendente sicurezza la
persistenza del culto di Vesta in un misterioso cen¬ tro, nascosto e
inaccessibile: «Il fuoco di Vesta (...) arde inaccessibilmente
nel Tempio nascosto ove nessuno sguardo profano sa- (42)
L’uscita alle stampe di questa edizione (presentata come Ed. Fla- men,
Milano 1973) offre contorni alquanto misteriosi. In ogni caso, il
manoscritto dell’opera sarebbe stato consegnato all’autore della nota
introduttiva, «ASILAS» (che corrisponderebbe ad uno degli ispiratori del
«Gruppo dei Dioscuri» e nel contempo autore di due dei fascicoli omonimi
[si veda poi]), da un antico componente del Gruppo di Ur, che noi
sappiamo corrispondere al «TAURULUS» del 1929, cioè Corallo Reginelli,
tuttora vivente. L’uscita della Tradizione romana, in ogni modo, è
stata 1 ’occasione per una salutare riflessione sul tema da parte
dell’ambiente tradizionali¬ sta nella prima metà degli anni Settanta, sia
da parte cattolica (si veda¬ no il bollettino «Il rogo», operante fra il
1974 e il 1976 e la successiva rivista «Excalibur»), sia da parte
propriamente «pagana» (si veda la no¬ stra recensione dell’opera del De
Giorgio, confortata da un parere di Evola, in «Arthos» n. 8: essenziale
come punto di ripresa del discorso sulle origini della tradizione
romana). 45 prebbe
penetrare e a lui deve l’Europa intera la sua vita e il prolungamento
della sua agonia. Da questo fuoco occulto partono scintille che
alimentano le crisi e risollevano periodicamente l’esigenza del ri¬
torno alla Romanità attraverso le varie vicende di cui s’intesse la
storia delle nazioni europee conside¬ rata geneticamente, internamente e
non sul piano li¬ mitatissimo della contingenza dei fatti e degli
uomini» (43). Queir immane conflitto, già previsto da Evola
nel 1928, e che anche il De Giorgio giudicava del tutto inefficace,
«se non addirittura letale per lo spirito e il nome di Roma» (44), avrà
in effetti come risultato più manifesto, per i fini dello studio che qui
andia¬ mo conducendo, di occultare del tutto le fila della corrente
di pensiero di cui siamo andati ripercorren¬ do la trama.
Solo verso la fine degli anni Sessanta è proprio la ristampa
dell’evoliano Imperialismo pagano (e la scelta pare significativa),
curata nel 1968 dal «Cen¬ tro Studi Ordine Nuovo» di Messina (45), a
tentare (43) G. DE GIORGIO, op. di., p. 245 (vedi anche pp. 239 e
243). (44) ibidem, p. 296. (45) L’edizione,
ciclostilata, con copertina stampata in azzurro, venne tolta subito dalla
circolazione in quanto non autorizzata da Evola: la si può considerare
oggi una vera rarità bibliografica. 46 di riannodare
i termini di un antico discorso: «L’angoscioso grido d’allarme
rivolto dall’Autore in quel lontano 1928 a Benito Mussolini per
met¬ terlo in guardia contro il ventilato proposito della
cosiddetta “Conciliazione’)) — si afferma nell’a¬ nonima introduzione —
«risuona oggi con inusi¬ tata attualità e fa si che Imperialismo pagano
ven¬ ga guardato come un oracolo». Ed è proprio provenendo
dalle fila di «Ordine Nuovo», un’organizzazione che lo stesso Evola
ha tenuto in buona considerazione (46) — almeno fino a che, sul
finire del 1969, la sua ala borghese¬ modernista, condotta da Rauti, non
confluì nel MSI (47) — che comincia ad agire, tra la fine degli
anni Sessanta ed i primi anni Settanta, il «Gruppo dei Dioscuri», con
sede principale a Roma e dirama¬ zioni a Napoli e Messina. Pare assodato
che all’in¬ terno del «Gruppo dei Dioscuri» venissero riprese
- (46) Cfr. J. EVOLA, Il cammino del cinabro, cit., p. 212:
«L’unico gruppo che dottrinalmente ha tenuto fermo senza scendere in
compro¬ messi è quello che si è chiamato AeWOrdine Nuovo».
(47) L’interesse dei «tradizionalisti romani» nei confronti di
«Ordine Nuovo» si esaurisce sin dall’inizio degli anni Settanta,
allorché, da una parte, la frazione rautiana rientrata nei ranghi del MSI
si isterilì in fatui ed estenuanti «giochi di potere» (!?) all’interno
del partito e in decla¬ mazioni populistico-giovanilistiche (non a caso
la cosiddetta «Nuova Destra» proviene quasi esclusivamente da
quell’ambiente torpido ed ambiguamente compromissorio), dall’altra, la
frazione «movimentista» ed extraparlamentare condotta da Clemente
Oraziani ed altri si smarrì nelle velleità inconcludenti e pericolose
della «lotta di popolo», con conseguente ed inevitabile suo annientamento
da parte del Potere vero... 47
tematiche e pratiche operative già in uso nel «Grup¬ po di
Ur» ed è perlomeno probabile che lo stesso Evola ne fosse al
corrente. Fatto sta che nei quattro «Fascicoli dei Dioscuri»,
usciti in quel torno di tempo, l’idea di Roma da una parte e di un Centro
nascosto dall’altra, a cui il tra¬ dizionalismo dovrebbe far riferimento,
ritornano con grande evidenza. Per l’anonimo autore del primo
«Fascicolo dei Dioscuri», intitolato Rivoluzione tradizionale e
sov¬ versione (Centro di Ordine Nuovo, Roma 1969), il più grande
dei meriti di Evola è quello: «di avere rammentato il destino di
Roma quale portatrice dell’Impero Sacro Universale e di avere
tratto da tale verità le necessarie conseguenze in ordine alle idee-forza
che devono essere mobilitate per una vera rivoluzione tradizionale» (p.
20). Qualche anno dopo, al termine del terzo «Fasci¬ colo»
intitolato Impeto della vera cultura (tradotto poi anche in francese nel
1979), il mito di Roma vie¬ ne additato come l’unico che sia in grado di
condur¬ re ad una superiore unità gli sforzi di tutti i tradizio¬
nalisti italiani: «a tutti i tradizionalisti, anziché proporre uno
dei tanti miti soggetti a rapido e facile logoramento, si può
ricordare la presenza di una forza spirituale perennemente viva e
operante, quella stessa che il mondo classico ed il medio-evo definirono
l’AE- TERNITAS ROMAE» (p. 18). 48 Il «Gruppo
dei Dioscuri» ebbe notevole impor¬ tanza come cosciente riconnessione
alle precedenti esperienze sapienziali e come indicazione, per
taluni elementi particolarmente sensibili dell’area della de¬ stra
radicale, di possibili indirizzi e sbocchi futuri del «tradizionalismo
romano», anche se la partico¬ lare via operativa scelta e, soprattutto,
la mancata qualificazione di taluni componenti, porterà ben presto
alla distruzione dall’interno del Gruppo stes¬ so, di cui non si sentirà
più parlare già prima della metà degli anni Settanta (ci viene detto che
frange disperse del gruppo continuerebbero a sussistere so¬
prattutto a Napoli). È tuttavia da supporre che alcu¬ ni dei gruppi
periferici, sia pure trasformati, ne ab¬ biano continuato il retaggio se,
ad esempio, a Messi¬ na nel 1975, molto probabilmente nell’ambito di
al¬ cuni dei vecchi membri del «Gruppo dei Dioscuri» viene
elaborato un testo dottrinale ed operativo, a circolazione interna, sotto
forma di «lezioni» di un maestro a un discepolo, piuttosto interessante.
La via romana degli dèi: «Diremo anzitutto dell’essenza della
tua religiosi¬ tà, fornendo alla tua mente profonda gli argomen¬ ti
per una serie di esercizi di meditazione affinché con saldo cuore, tu
possa prepararti all’assolvi¬ mento del rito» (48) [cfr. anche Appendice
IV]. (48) N.N., La via romana degli dèi. Istituto di Psicologia
Superiore Operativa, Messina 1975 (ciclostilato ad uso interno), p.
1. 49 E certamente
non priva di connessioni genetiche col gruppo romano appare la sortita,
improvvisa, verso la fine degli anni Settanta, nella stessa Messi¬
na, del «Gruppo Arx», successivamente editore del periodico «La
Cittadella» e degli omonimi quader¬ ni, in cui senza alcuna attenuazione
i possibili itine¬ rari di approccio alla «via romana degli dèi» sono
indicati attraverso la cosciente riappropriazione del- Vanimus
romano-italico, rivissuto nel rito stesso, e nel rigetto, sostanziale e
formale, di ogni adesione a forme anche esteriori del culto
cristiano. Quanto segue è storia dei nostri giorni, dal mo¬
mento che proprio con l’inizio degli anni Ottanta vi è stata una nuova
cosciente ripresa del moderno «movimento tradizionalista romano», una cui
rima¬ nifestazione «pubblica» si estrinsicherà in una data ed in un
luogo alquanto significativi. Infatti nel 1981, il 1° marzo (data in cui
iniziava l’anno sacro romano), a Cortona (donde in epoca
primordiale Dardano, figlio di Giove, si sarebbe mosso alla volta
della Troade) si tenne un importante Convegno di studi sulla Tradizione
italica e romana (49), che, a (49) Gli Atti sono stati pubblicati
nel numero speciale triplo di «Ar- thos» n. 22-24, daU’omonimo titolo, di
pp. 192. Per una sintetica analisi sulla diversa valenza del termine
«italico» nei vari interventi, cfr. R. DEL PONTE, Che cos’è la tradizione
italical, in «Vie della Tradizio¬ ne», XV, 57 (gennaio-marzo 1985), pp.
1-3. 50 parte l’emergenza di differenti prese di
posizone dei tradizionalisti presenti, ebbe il merito di riproporre
la questione — non puramente dottrinale o formale — di una cosciente
riconnessione aWaurea catena Saturni della tradizione indigena da parte
di chi, pur in quest’epoca di totale dissoluzione di ogni valore,
intenda coscientemente riassumere il fardello delle proprie radici
etniche e spirituali. Successivamente ad un nuovo Convegno, tenutosi nel
dicembre 1981 a Messina, sul Sacro in Virgilio (50), la
rielaborazio¬ ne dottrinale e la ridefinizione concettuale dei
valori difesi dagli attuali esponenti del «tradizionalismo romano»
(di cui è parte cospicua anche l’apparire alle stampe di alcune collane
di libri specifiche) (51) si è spostata su un piano più interiore, ma la
loro presenza è destinata a riaffiorare a livello di influen¬ za
sottile e indiretta di gruppi o ambienti eticamente sensibili di un’area
superante i limiti stessi del mon¬ do della «destra politica».
Il futuro dimostrerà se la funzione di questa mi¬ noranza (ben
cosciente di esserlo) si limiterà ad una (50) Gli Atti sono stati
pubblicati in buona parte nel numero speciale di «Arthos» n. 20 (uscito
successivamente al n. 22-24), daH’omonimo titolo, di pp. 72.
(51) Ci limiteremo a ricordare la collana «1 Dioscuri» per le ECIG
di Genova, in cui figurano L’oltretomba dei pagani di C. Pascal, il
mio Dèi e miti italici. La religiosità arcaica dell ’Eliade di N. D’Anna
e Arca¬ na Urbis di M. Baistrocchi (in stampa); o quella di «Studi
Pagani» del Basilisco di Genova, in cui sono comparsi testi di antichi
(Giuliano Au¬ gusto, Giamblico, Simmaco, Porfirio) e di moderni (Guidi,
De Angelis, Beghini, Evola ecc.). 51
pura e semplice azione di testimonianza, sia pure
«scomoda» per molte cattive coscienze. Il «mito ca¬ pacitante» di Roma,
come l’antica fenice, è destina¬ to a risorgere continuamente dalle sue
ceneri, poiché riposa nella mente feconda degli dèi archegeti di
questa terra. Appendici documentarie 52
53 I Da: «Il Piccolo» di Roma, 23-24
maggio 1923, p. 2: «Il Fascio littorio a
Mussolini» Il giorno 19 scorso, presentata dall’esimia prof.a
Regina Terrazzi, fu dall’on. Mussolini ricevuta la dott.a prof.a Cesarina
Ribulsi, che offriva al Presi¬ dente del Consiglio come augurio per la
data del XXIV Maggio un fascio littorio da lei esattamente
ricostruito secondo le indicazioni storiche e icono¬ grafiche.
L’ascia di bronzo è proveniente da una tomba etrusca bimillenaria
ed ha la forma sacra col foro per la legatura al manico: alcuni esemplari
simili so¬ no conservati nel nostro Museo Kircheriano. Le
dodici verghe di betulla, secondo la prescrizio¬ ne rituale, sono legate
con stringhe di cuoio rosso che formano al sommo un cappio per poter
appen¬ dere il fascio, come nel bassorilievo per la scala del
Palazzo Capitolino dei Conservatori. Il fascio ricomposto con
elementi antichissimi e nuovissimi è stato offerto al Duce come simbolo
del¬ la sua opera organica di ricostruzione dei valori del¬ la
nostra stirpe allacciando le vetuste origini alle for¬ me più vibranti
dell’attività gagliarda e rinnovata che prende le mosse dal XXIV Maggio
1915. La rudezza espressiva del Fascio è ingentilita dal
contrasto tra il verde della patina bronzea e il rosso 55
del cuoio che ricorda la stessa armonica tonalità
che producono le colonne di porfido presso la porta di bronzo
àcWheroon di Romolo, figlio di Massenzio, al Foro Romano.
L’offerta era accompagnata da una epigrafe latina dedicatoria
composta dall’offerente, la quale nel¬ l’Università Popolare fascista
svolge una fervida opera di propaganda di romanità viva. Il
Duce gradì l’augurio ed il voto accogliendoli colla sua consueta serena
nobiltà, non senza un se¬ gno della vivacità del sorridente suo spirito
latino: «Lei mi ha dato una lezione di storia» — osservò in tono
scherzoso. Singolari parole in bocca di chi dà e darà non poco a fare
agli storici futuri. (La notizia è riportata in una rubrica
dedicata a «I solenni riti del XXIV Maggio», senza indicazione di
paternità). 56 II Da: IGNIS, Rumori.
Sacrae Romae origines, tra¬ gedia in cinque carmi. Editrice Libreria del
Littorio, Roma 1929. pag. non numerata, IV dopo il
frontespizio: LETTERA DI ARDENGO SOFFICI A S.E.
MUSSOLINI Mio caro Presidente, (...) permettimi ti dia,
scritte e sottoscritte anche da me, che ne resto garante, al¬ cune
prove di pregi eccezionali della tragedia, che, in fondo, in un vero
poema epico delle origini, è l’esal¬ tazione di oggi della nostra stirpe.
Comincio da un mio giudizio, già a te noto; Rumori è tragedia roma¬
na che può stare a paro col Giulio Cesare di Shake¬ speare (...) ti fo
osservare che il titolo di Poeta di Ro¬ ma, dato da Jean Carrère ad
ignis, si è dato solo a Virgilio e ad Orazio: Augusto, vive, oggi, tra
noi tut¬ ti in ispirito, più per questi due poeti, da lui protetti,
che per la sua politica imperiale. E tu vedi come Rumori sia stato
giudicato, prima ancora che esistessero l’idea e la forza fascista,
tra¬ gedia degna di Roma (...) quando competenti — dai nostri a
Carrère, ed a me che sono l’ultimo al giudi¬ zio del 1923 — corrono all’iperbolico
per lodare Ru¬ mori di ignis bisogna concludere che ci si trova da¬
vanti ad un’opera d’arte somma, e per fortuna no¬ stra, d’arte italiana —
opera che è, anche per se stes- 57
sa, di alto significato politico, e di spirito fascista (...) Mi
rileggo, e mi credo, caro Presidente ed amico carissimo, di averti
scritto una lettera storica. Fai che non sia stata scritta invano, ma
invece il tuo no¬ me vada unito a quello della tragedia Rumori, al
poema di Roma e degno di Roma: e di questo lega¬ me in avvenire, spero
che tu possa essere un po’ gra¬ to al tuo affezionato amico e
devoto ARDENGO SOFFICI pag. successiva non
numerata: IL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI Caro Soffici,
bisogna assolutamente far marciare Rumori. 11 Governo appoggia
fervidissimamente l’iniziativa perché essa rientra nel grande quadro
della rinascita nazionale. Saluti fascisti e
cordialissimi. f.to MUSSOLINI Roma, 7 marzo 1923
pagg. CLXV-CLXVI (Carme terzo): AUGURE Manifesto
è dunque: amor — essere — ROMA. Se tutte move, ed incende, le create
cose... legge si è — Amor — dell’universo vita... così, un tanto
Nome, a noi predice: 58 dono di regno e potestà sovra
ogni terra, e dello spirito, e d’imperio. Confirmato si è,
per te, prodigioso il vaticinio. Non pronunciati mai più sien i
Nomi occulti... su la Città terribili chiamerebbero fortune...
Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai Pontefici. Né mai più,
tu, l’eccelso pronuncia Nome palese, se concluso non avrai, prima, il
solco sacro. Permesso e commesso mi è: Nunziare, allora, in gran
letizia, al Popolo... quel Nome che licito non più mi è dire
quando, già per tre volte, qui, in tre diversi suoni, de la gran
Madre nostra il Nome risonò. {Dispiega le dita della sinistra, ad
una ad una, per nu¬ merare i significati del nome). Di
significati cinque: È... ’l Nome palese, latore, con
l’occulto: Chiama la Città: Valentia... Ròbure... Virtù! e
ancor: Madre... Mamma... Alma Nutrice! Vostra — nei nomi vostri — oh
Re! suoi fondatori... Come del grande Rumon: URBE: la Città del
Fiume! {Pausa) Ammirate! se gli Dei saputo abbiano
addensare, in così breve Verbo, sì pieni... tanti arcani.
Mirifici! donando Nomi nove: in quattro occulti ed un — Medio
— palese, e quando, nove, siamo al Rito. 59
Ili Da: G. COSTA, Apologia del paganesimo,
A.F. For- mìggini Editore, Roma 1923, pagg. 69-70: Il pagano
è, per definizione, buono. Né un greco, né un romano avrebbero concepito
che l’uomo po¬ tesse esser qualcosa di diverso da ciò, che in lui
liti¬ gassero per così dire due nature, che la manifestazio¬ ne
esterna fosse diversa dall’interna, che né nella vi¬ ta individuale, né
in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni, compromessi.
Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale supre¬ mo
della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita nelle cose
umane. Egli vive quindi la vita inte¬ ramente, dolorosamente,
gioiosamente a un tempo, con un pragmatismo sano e forte che non
ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente all’uomo
cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e
culturali che si sono formate a lui d’intorno, una distinzione ed
una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico, dal suo
essere apparente, esteriore, ma¬ teriale. All’antico quando di questa
scissione appar¬ ve per un momento la possibilità, egli ne cacciò
da sé l’idea, ne biasimò perfino la concezione. La concezione
pagana della vita ha fatto perciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha
affermato il caratte¬ re, ne ha provocato 1 ’azione. Ecco perché la vita
nel paganesimo ha avuto tutto il suo massimo sviluppo ed è stata
accettata non come un male, ma come un 60 bene che
bisognava con interezza di carattere vivere interamente e sanamente per
sé e per gli altri. pag. 91: Per stabilire l’equilibrio
l’uomo deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si è mostrato
di¬ vina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma
paganesimo è sincerità e l’uomo deve ritorna¬ re ad essere sincero. Il
cozzo a cui l’ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire
il messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saper¬
lo fare, deve risolversi in armonia se egli vuol sanare in sé l’eterno
dissidio. Lo spirito e la carne debbono avere il medesimo valore ed il
loro prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di
in¬ dividuo, di momento e di luogo che l’uomo può in- travvedere,
non deve violare con convinta testardag¬ gine. L’equilibrio di queste
forze, l’esteriore e l’inte¬ riore, quindi, deve essere nella dottrina,
come nella vita, assoluto. 61
IV Da: Im via romana degli dèi, ciclostilato
anonimo, Messina 1975 pagg. 41-42: L'immagine di un dio è lo
stemma della Forza che essa rappresenta. A tutti i fini pratici tali
immagini sono personae, perché qualsiasi cosa possano essere nella
realtà esse sono state personalizzate e forme di pensiero sono state
proiettate su un altro piano (...) Alcune di queste immagini e le
loro attribuzioni sono così antiche e sono state costruite con
tanta ricchezza di lavoro sottile da essere capaci di rico¬
struirsi da se stesse, durante l’eventuale lavoro di meditazione, che
l’allievo può fare su una divinità. Resta un minimo «invito», un minimo
stimolo, per¬ ché il meccanismo scatti e l’immagine si ricompon¬
ga, sia pure su un piano semplicemente psichico. Così, della limatura di
ferro, dispersa su un piano, si raccoglie intorno ad un magnete che venga
posto in mezzo. Se il magnete è forte esso attirerà i granelli
anche se essi sono pochi e molto distanti... 62
AMKDKO R(K ( () ARMKM ANO (im - da «Ygieia», 111, 1-4
(dicembre 1986) 63
Arturo Reghini (1878-1946) 64 0 Piscio
littorio a Mussolini n florno If »cor*o. pr^eniaU dalla tsl-
bjU prof.» Rcidna Trmiizl. fa rtalTon. Maa. aOltnl rlotwta la doti.»
pmf.» Osarina RI- baiai cba offriva al Proatdanta dr’. Conti¬ guo
romo aufurln la data de) XXIV Mabfio «n falcio littorio da lei
eaattamcDte licoatndto lecoudo la lodicaslonl atorictie e
leooograflclia. l.‘aicla di bronra k prorenlenU dm aoa tomba
etmaca hlmtneoarta ed ba la forma aorra eoi foro per la Vantura hi manico:
alcool eaamplan slmili sono coosenrat: :.«! nostro Ma.*«o Klrcberiamo.
é La dodict verace di l>ctulla. ascondo la prescrizione
rit'iale. sono legala con tiri¬ sele ^ cuoio rosso cba formano al
tonimo ua cappio per poter appendere fi fascio, conta nel
ba.MorUiero per la acala del Pa lazzo Capitolino dd Conaenalori.
Il Fascio ricomposto con elementi antl- fhlHilmt a nuoTltaUnl k
stato offerto al Dora come simbolo della saa opera onra- ntea di
rieoatruztona del valori della no- Mra attrpa allacciando le veia«ie
origini alla fonn* più vibranti dell'attività ga- giarda a
rinnovata cha prendo la mosse ^ XXIY Maggio 19t8 Là rudezza
espressiva dal Fascio è in- gantlHta dal contrasto tra (I verde
della patind bronsea e U rosso del molo che ri¬ corda la stes.aa
armonica tonalità che pm- doeono le colonne di porfido presso la
por¬ ta di bronzo deD'brroon di Itomdlo, figlio 41 Massenzio al
Foro Romano. L'oflerla efa accompagnata da ani epl- graia
latina dedicatoria composta dall'or- farente. la quale nell'UntvcnUtà
Popolare faartsta avolga una fervida opera di pro- pafgada di
romani Ih viva. n Duca gradi raugorto a fi voto acro-
Mlaodoll colla sua consueta serena nobiltà. 2«m senza tm segno della
vivacità del sor> ridaots ano spirito latino: • Let mi ba dato
nna testone di storia • — osservò In tono aehanoao. Btngolart parole In
bocca di r.hl db a darà non poca a fare agli storici fu- tnrl
Riproduzione da «11 Piccolo». V. pag. 55. 65 Renato
del Ponte. Ponte. Keywords: implicatura maschile, ario, gl’arii, I liguri,
romani, antica roma, massoneria volgare. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ponte”
– The Swimming-Pool Library.
Grice e Ponzio: la ragione conversazionale e il segno
dell’altro, o della semiotica filosofica – filosofia italiana – Luigi Speranza (San Pietro Vernotico). Filosofo italiano. Studia a
Bari sotto SEMERARI (si veda). Insegna a Bari. Cura ROSSI-LANDI (si veda).
Studia la fenomenologia della relazione interpersonale. Insegna a Brindisi,
Francavilla Fontana, e Terlizzi. Studia scienze dei linguaggi e linguaggi delle
scienze, intert-estualità, inter-ferenze,e mutuazioni. Pubblica “Enunciazione e testo letterario
nell'insegnamento dell'italiano come lingua straniera” (Guerra, Perugia); Linguistica generale, scrittura letteraria e
traduzione, Da dove verso dove. L'altra parola nella comunicazione globale, A
mente. Processi cognitivi e formazione linguistica, Lineamenti di semiotica e
di filosofia del linguaggio; Introduzione a Bachtin (Bompiani); “Il discorso
amoroso” (Mimesis) e Bachtin e il suo circolo (Bompiani, collana “Il pensiero
Occidentale” diretta da Reale); Summule logicales (Bompiani); Manoscritti matematici
(Spirali); La filosofia come professione, come istituzione, presuppone una
filosofia propria del linguaggio, che si esprime nella tendenza del linguaggio
al pluri-linguismo dia-logico, alla correlazione dialogica delle lingue e dei
linguaggi di cui sono fatte, una filosofia del linguaggio, in cui ‘del
linguaggio’ è da intendersi come genitivo soggettivo: un filosofare del
linguaggio, che consiste nella pluri-discorsività dialogizzata. I campi di suo
studio e di sua ricerca sono la semiotica e filosofia del linguaggio. Filosofia
del linguaggio è l'espressione che meglio esprime l'orientamento dei suoi studi
e come egli affronta i problemi relativi alla semiotica dal punto di vista
della filosofia del linguaggio, alla luce degli sviluppi delle scienze dei
segni, dalla linguistica alla bio-semiotica. In tal senso, il suo
approccio può essere più propriamente definito come di pertinenza della semiotica
generale, anche se si occupa di semiotica generale, in termini di critica. La
semiotica generale supera l'illusoria separazione tra le discipline
umanistiche, da una parte, e quelle logico-matematiche e le scienze naturali,
dall'altra, evidenziando invece la condizione di inter-connessione. La sua
ricerca semiotica si riferisce a diversi campi e discipline, praticando un
approccio che è tras-versale e inter-disciplinare, o come direbbe lui stesso
"in-disciplinato". Si occupa di semiotica, di linguistica e
delle altre scienze dei linguaggi e dei segni, nel senso della filosofia del
linguaggio, intendendo ‘del linguaggio’ non come indicazione dell'oggetto della
filosofia, della filosofia che si occupa del linguaggio, ma come “la filosofia”
del linguaggio stesso, come la sua attitudine al filosofare. Filosofia del
linguaggio e intesa come filosofia del dia-logo, apertura all'altro,
disposizione all'alterità, arte dell'ascolto, messa in crisi del mono-linguismo,
del mono-logismo, inventiva, innovazione, creatività che nessun ordine del
discorso, nessuna de-limitazione dei luoghi comuni dell'argomentare, può controllare
o impedire. Il genere, come ogni insieme, uniforma indifferentemente, cancella
le differenze tra coloro che ne fanno parte, e implica l'opposizione altrettanto
indifferente con coloro che fanno parte del genere opposto. Ogni genere a cui
l'identità si appella per affermare la sua appartenenza, per esempio
comunitaria, etnica, sessuale, nazionale, di credo, di ruolo, di mestiere, di
condizione sociale, è in opposizione a un altro genere: bianco/nero;
uomo/donna; comunitario/extra-comunitario; co-nazionale/straniero; professore/studente. Afferma
che ogni differenza-identità, ogni differenza di genere, al suo interno, è
cancellazione della differenza singolare e ogni genere. Ogni identità
presuppone, in quanto basato sull'indifferenza e sull'opposizione, prevede il
conflitto. L'unica differenza non indifferente e non oppositiva è la
differenza singolare, fuori identità, fuori genere, come d“sui generis” è
l'alterità. Alterità intesa come relazione con l'altro, alterità assoluta, di
unico a unico, in cui ciascuno è in-sostituibile e non indifferente.
Un'alterità che l'identità rimuove e censura, relega nel privato, ma che
ciascuno vive e riconosce come vera relazione con l'altro. Altre saggi “La
relazione inter-personale” (Adriatica, Bari), “L’altro” (Adriatica, Bari); “Linguaggio
e re-lazioni sociali” (Adriatica, Bari); Produzione linguistica e ideologia
sociale (Donato, Bari); “Persone, linguaggi e conoscenza” (Dedalo, Bari); “Filosofia
del linguaggio e prassi sociale” (Milella, Lecce); “Dia-lettica e verità -- Scienza
e materialismo storico-dialettico” (Dedalo, Bari); “La semiotica” (Dedalo,
Bari); “Marxismo, scienza e problema dell'uomo” (Bertani, Verona); “Scuola e
pluri-linguismo (Dedalo, Bari); “All’origini della semiotica” (Dedalo, Bari); “Segni
e contraddizioni” (Bertani, Verona);“Spostamenti, Percorsi e discorsi sul
segno” (Adriatica, Bari); “Lo spreco dei significanti. L'eros, la morte, la
scrittura” (Adriatica, Bari); -- Grice: “Implicatura come lo spreco” -- Fra
linguaggio e letteratura” (Adriatica, Bari); “Segni per parlare dei segni”
(Adriatica, Bari); Filosofia del linguaggio (Adriatica, Bari); Interpretazione
e scrittura. Scienza dei segni ed eccedenza letteraria” (Bertani, Verona);
eccedenza – spreco. “Dialogo sui dialoghi
(Longo, Ravenna); La filosofia del linguaggio (Adriatica, Bari); “La tartaruga”
(Ravenna, Longo); “Filosofia del linguaggio”; “Segni valori ideologie” (Adriatica,
Bari); “Dialogo e narrazione” (Milella, Lecce); “Tra semiotica e letteratura” (Bompiani,
Milano); “La ricerca semiotica (Bologna, Esculapio); “Il dialogo della menzogna”
(Roma, Stampa alternativa, Scrittura, dialogo e alterità” (Nuova Italia,
Firenze); Fondamenti di filosofia del linguaggio (Laterza, Roma); “Responsabilità
e alterità” (Jaca, Milano); “La differenza non in-differente. Comunicazione e guerra,
Mimesis, Milano); “Il segno dell'altro:
eccedenza letteraria e prossimità” (Scientifiche, Napoli); I ricordi, la
memoria, l'oblio. Foto-grafie senza soggetto (Bari, Sud); Comunicazione,
comunità, informazione -- comunicazione mondializzata e tecnologia (Manni, Lecce); “I tre dialoghi
della menzogna e della verità (Scientifiche, Napoli); “La rivoluzione
bachtiniana. Il pensiero di Bachtin e l'ideologia contemporanea” (Levante, Bari);
“Metodologia della formazione linguistica” (Laterza, Roma); “Che cos'è la
letteratura?” (Milella, Lecce); “Elogio dell'in-funzionale -- critica dell'ideologia
della produttività” (Castelvecchi, Roma); “Semiotica della musica. Introduzione
al linguaggio musicale” (Graphis, Bari); “La coda dell'occhio. Letture del
linguaggio letterario” (Graphis, Bari); Basi. Significare, inventare, dia-logare”
(Lecce, Manni); “La comunicazione” (Graphis, Bari); “Fuori campo: il segno del
corpo tra rappresentazione ed eccedenza (Mimesis, Milano); Il sentire nella
comunicazione” (Meltemi, Roma); Semiotica dell'io” (Meltemi, Roma); “I segni e
la vita la semiotica” (Spirali, Milano); “Uomini, linguaggi, mondo” (Milano,
Mimesis); “Il linguaggio e le lingue. Introduzione alla linguistica generale” (Bari,
Graphis); “I segni tra globalità e infinità. Per la critica della comunicazione
globale (Bari, Cacucci); “Semio-etica (Roma, Meltemi); “Linguistica generale,
scrittura letteraria e traduzione” (Perugia, Guerra); “Semiotica e dia-lettica,
Bari, Sud); “La raffigurazione letteraria (Milano, Mimesis); Semiotica globale.
Il corpo nel segno (Bari, Graphis); Testo come iper-testo e tra-duzione
letteraria, Rimini, Guaraldi); Tesi per il futuro anteriore della semiotica. Il
programma di ricerca della Scuola di Bari-Lecce, (Milano, Mimesi); Dialoghi
semiotici (Napoli, Scientifiche); “La cifre-matica e l'ascolto” (Bari, Graphis);
“Fuori luogo. L'es-orbitante nella ri-produzione dell'identico” (Roma, Meltemi);
“A mente. Processi cognitivi e formazione linguistica” (Perugia, Guerra);
Lineamenti di semiotica e di filosofia del linguaggio (Bari, Graphis); Tre
sguardi su Dupin” (Bari, Graphis); “Scrittura, dia-logo, alterità” (Bari,
Palomar); “Linguaggio, lavoro e mercato” (Milano, Mimesis); “La dis-sidenza
cifre-matica” (Milano, Spirali); Contexto, Da dove verso dove. La parola altra
nella comunicazione globale (Perugia, Guerra); “La visione ottusa” (Milano,
Mimesis); “L’analisi, la scrittura” (Bari, Graphis); Interpretazione e
scrittura, Scienza dei testi ed eccedenza letteraria” (Multimedia, Lecce); “In
altre parole, Mimesis, Milano); “La filosofia del linguaggio” (Laterza, Bari); “Marxismo
e umanesimo. Per un'analisi semantica delle tesi su Feuerbach (Dedalo, Bari); “Manoscritti
matematici” (Dedalo, Bari); Saggi filosofici (Dedalo, Bari); Marxismo e
filosofia del linguaggio (Dedalo, Bari); Freudismo, Dedalo, Bari); Semiotica,
teoria della letteratura e marxismo (Dedalo, Bari); Il linguaggio (Bari, Dedalo);
“Linguaggio e classi sociali. Marxismo e stalinismo (Dedalo, Bari); Il metodo
formale e la teoria della letteratura” (Dedalo, Bari); “L'a-lienazione come
fenomeno sociale” (Riuniti, Roma); “Il linguaggio come pratica sociale”
(Dedalo, Bari); “Poli-fonie” (Adriatica, Bari); Scienze del linguaggio e pluri0linguismo.
Riflessioni teoriche e problemi didattici” (Adriatica, Bari); Scienze del
linguaggio e insegnamento delle lingue e delle letterature. Annali del convegno
(Adriatica, Bari); “Tractatus. Summule logicales” (Adriatica, Bari); “La significanza
del senso, in “Idee”, “La genesi del
senso”; Il linguaggio questo
sconosciuto. Iniziazione alla linguistica (Adriatica, Bari); Il linguaggio come
lavoro e come mercato” (Bompiani, Milano); Segni (Laterza, Bari); “Umanesimo
ecumenico (Adriatica, Bari); “Semiosi come pratica sociale” (Napoli, Scientifiche
Italiane, Napoli); “Semiotica e ideologia” (Milano, Bompiani); “Uccelli, Stampa
alternativa, Baria); “Il mio ventesimo secolo” (Adriatica Bari); “Sulla traccia
del grice” “Idee”, Emmanuel Lévinas, Su Blanchot (Palomar, Bari); “Maschere. Il
percorso bachtiniano fino alla pubblicazione dell'opera su Dostoevskij (Dedalo,
Bari); Idea e realtà dell'Europa: Lingue, letterature, ideologie, “Annali della
Facoltà di Lingue e Letterature Straniere”, Schena, Fasano (Brindisi), Comunicazione,
comunità, informazione” (Manni, Lecce); “Valéry, Cimitero marino, in “Athanor”,
Il Mondo/il Mare, e in “L'immaginazione”,
Problemi dell”opera di Dostoevskij (Sud, Modugno (Bari); Behar, Al margine (Sud,
Modugno Bari) Bachtin, Problemi dell'opera di Dostoevskij Sud, Bari); “Significato, comunicazione e
parlare comune” (Marsilio, Venezia); “La scrittura e l'umano, Saggi, dialoghi,
conversazioni” (Bari, Sud); “Per una filosofia dell'azione responsabile” (Manni,
Lecce); “Vivant, Riflessioni su Lévinas” (Bari, Edizioni dal Sud); “Marxismo e
filosofia del linguaggio” (Manni, Lecce); “Il metodo della filosofia”; “Saggi
di critica del linguaggio” (Graphis, Bari); “Disoccupazione strutturale,
“Millepiani”, “Lingua, metafora, concetto”; “VICO e la linguistica cognitiva”
(Sud, Bari); Meditazioni (Sud, Bari);
“Dall'altro all'io” (Meltemi, Roma); Vita, Athanor. Semiotica, Filosofia, Arte,
Letteratura, Meltemi, Roma); “Linguaggio e scrittura” (Meltemi, Roma); “Trattato
di logica. Summule logicales (Bompiani, Milano); “Il linguaggio come lavoro e
come mercato” (Bompiani, Milano); “Basi della semiotica”; “Nel segno” (Bari,
Laterza); “Mondo di guerra, Athanor; “Semiotica, Filosofia, Arte, Letteratura”
(Roma, Meltemi); “Ideologia” (Meltemi, Roma); “Il freudismo” (Milano, Mimesis);
Marx Manoscritti matematici, edizione critica con intruduzione (Spirali, Milano);
Fucini, Le veglie di neri e All'aria aperta, ed. Critica, Sbrocchi (Bari,
Dedalo); “Metodica filosofica e scienza dei segni” (Milano, Bompiani); “Semiotica
e ideologia” (Milano, Bompiani); Qohélet: versione in idioma saletino e trad. italiana,
Caputo, Lecce, Milella); In dialogo. Conversazioni (Milano, Esi, Athanor. Umano troppo dis-umano (Roma, Meltemi); Linguaggi,
Scienze e pratiche formative. Quaderni del Dipartimento di Pratiche linguistiche
e analisi di testi, Lecce, Pensa Multimedia, La filosofia del linguaggio (Bari,
Laterza); “La filosofia del linguaggio come arte dell'ascolto”; “Sulla ricerca
scientifica” Bari, Edizioni dal Sud, Athanor. La trappola mortale
dell'identità, Roma, Meltemi e letture critiche, Bari, Sud, Calefato, Logica,
dia-logica, ideo-logica. I segni tra funzionalità ed eccedenza, Semiosi, in-funzionalità,
semiotica” (Milano, Mimesis); “La filosofia del linguaggio come arte
dell'ascolto”; “Sulla ricerca” (Bari, Sud,); Lingua e letteratura, conoscenza e
coscienza”; “Identità e alterità nella dinamica della co-scienza storica”; “Tutto
il segnico umano è linguaggio; Per Qohélet emigrato nel Sud è la vanità ad
essere nienzi: dentr il dialetto è
straniera la parola dei re Nuessel, “Virtual; Dal silenzio primordiale al
brusio della parola”; “Alla ricerca della parola “vissuta”; Tutt'altro”; “In-funzionalità
ed eccedenza come prerogative dell'umano” (Milano, Mimesis). Augusto Ponzio.
Ponzio. Keywords: il segno dell’altro, semiotica filosofica, segno, segnico, il
segnico, l’amore, lo spreco del segno, Vico e la linguistica cognitiva; Landi; sottiteso,
Grice, pragmatica, metafora, vailati. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ponzio” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Porta: la
ragione conversazionale -- filosofia italiana -- there may be another!
Grice e Porta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale magica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Studia BRUNO a Roma. Cura
“De umbris idearum” e il “Cantus Circaeus” in “Il nolese di ghiaccio” (Bompiani).
“Ti presento Sophia”Altri saggi: “La Magia”; “Coincidenze miracolose, Storia
della magia,e la trilogia di A come anima, A come amore e C come cuore; Dizionario
dell'inconscio e della magia” (Sperling); “Tu chiamale se vuoi coincidenze” (Lepre).
“Ricerca sul mito” “Sulle orme degli
antenati” “Incontri nella notte, “Segnali”;
"Immagini da leggere"; “Bellitalia”. “Parlato semplice” “Bruno”, “Storia della Magia” “Storia della cavalleria” “Il mare di notte”, “Inconscio e Magia”,
“Inconscio e Magia Psiche”, “Guarire
insieme”. Studia il rapporto tra la filosofia antica romana e psicologia
junghiana. Collabora a “Abstracta”. “La Magia”; “L’Arte della Memoria” “Anima
Mundi” Insegna a Siena. Scuola di Psicoterapia Psicosintetica ed Ipnosi
Ericksoniana “H. Bernheim” di Verona, Istituto di Comunicazione Olistica
Sociale, Bari. Filoteo Giordano Bruno di Nola, Il canto di Circe, Roma,
Atanor, Ombre delle idee (Roma, Atanor); Itinerari magici d'Italia. Una guida
alternativa, Centro, Roma, Mediterranee, I grandi del mistero, Firenze, Salani,
Storia della magia mediterranea, Roma,
Atanor, Un'avventura nel Rinascimento” (Milano, Fiore d'oro); “L'essenza
dell'amore” (Roma, Atanor); Meyrink iniziato, Roma, Basaia); “Morte di un
bacio” (Roma, Lucarini); “I tarocchi di BRUNO Le carte della memoria” (Milano,
Jaca); “Racconti di tenebra” (Roma, Newton); “BRUNO: tra magia e avventure, tra
lotte e sortilegi la storia appassionante di un uomo che, ritenuto mago dai
contemporanei, fu condannato per eresie dall'Inquisizione e arso vivo sul rogo”
(Roma, Compton, La battaglia della montagna bianca, Chieti, Solfanelli, Fantasmi.
Storie e altre storie sulle orme di James” (Roma, Compton); L’incubo e del
terrore” (Roma, Compton); “Misteri di pietra” (Roma, Grapperia); “Racconti per
amore” (Roma, Lucarini); “BRUNO: avventure di un pericoloso maestro di
filosofia” (Milano, Bompiani); “Roma magica e misteriosa”; Dalla sedia del
diavolo ai fantasmi di villa Stuart, dalla cripta dei Cappuccini alla Porta
Magica di piazza Vittorio: un viaggio affascinante nel cuore segreto della città
eterna e dei suoi dintorni” (Roma, Compton); “Misteri. Quasi un manifesto della
letteratura del mistero e del segreto” (Milano, Camunia); Grandi castelli, grandi maghi, grandi roghi” (Milano,
Rizzoli); Storia della magia. Grandi castelli, grandi maghi, grandi roghi” (Milano,
Bompiani); “Il ritorno della grande madre” (Milano, Saggiatore); “La magia” (Roma,
Marsilio); “Coincidenze miracolose” (Roma, Idealibri); “Donne magiche” (Roma, Idealibri);
A come anima, Milano, Pratiche, La quiete del Terrifico, Fasano, Schena, C come
cuore. Pagine per lenire il mal d'amore, Milano, Pratiche, Intervista Ettore
Bernabei, Roma, Eri, S come seduzione; “Dizionario dell'eros e della sensualità”
(Milano, Saggiatore); P come passioni” (Dizionario delle emozioni e dell'estasi”
(Milano, Tropea); “Dizionario dell'inconscio e della magia” (Milano, Sperling);
L'armonia del dolore, Roma, Pagine, Agguato all'incrocio, Milano, Tu chiamale
se vuoi coincidenze. Quaranta storie realmente accadute” (Roma, Lepre); “Il
mistero di Dante”; "Qui trovo
libertà autentica", su ecoradio. Gabriele
La Porta. Porta. Keywords: implicatura magica, BRUNO, filosofia antica, Jung,
il mistero di Dante, il mistero d’Alighieri, Roma, etimologia di roghi, maestro
pericoloso, seduzione, sensualita, amore, estasi, storia della cavalleria,
Atanor, Roma. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porta” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Porta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale fisio-nomica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Vico Equense). Filosofo italiano. Grice: “He is the one with the
funny illustrations of men and animals! The
Italian way to comment on Aristotle!” Riceve le basi della sua formazione
culturale in casa, dove si è soliti discutere di questioni filosofiche, e
dimostra immediatamente le sue notevoli innate capacità, che poté sviluppare
attraverso gli studi grazie alle condizioni agiate della famiglia. La famiglia ha
una casa a Napoli a via Toledo -- il palazzo Della Porta -- una villa a Due
Porte, nelle colline intorno a Napoli, e la villa delle Pradelle a Vico Equense.
Tra i suoi maestri vi sono il classicista e alchimista PIZZIMENTI, e i filosofi
ALTOMARE e PISANO. Pubblica “Magiae naturalis sive de miraculis rerum
naturalium”. Pubblica un saggio di crittografia, il “De furtivis literarum notis”
dove scrive un esempio di sostituzione poli-grafica cifrata con accenni al
concetto di sostituzione poli-alfabetica. Per questo è ritenuto il maggiore
crittografo italiano. Quando già la sua fama è consolidata, presenta il
suo saggio sulla crittografia a Filippo II e viaggia in Italia. Ha un
saggio, “Sull'arte del ri-cordare” – ars reminiscendi (Sirri, Napoli). Fondato intanto “i segrettari”, l'Academia
Secretorum Naturae, Accademia dei Segreti, per appartenere alla quale e necessario
dimostrare di effettuare una scoperta. L'accento viene tuttavia posto più sul
meraviglioso che sul scientifico. Le raccolte di segreti costituivano un
genere letterario che incontra una straordinaria fortuna con l'avvento della
stampa a caratteri mobili. Per “segreto” si intende conoscenza arcana, ma anche
ricetta, preparazione di farmaci e pozioni d’effetto straordinaro, riguardante
un argomento di medicina, chimica, metallurgia, cosmesi, agricoltura, caccia,
ottica, costruzione di macchine, ecc. Colui
che insegna a padroneggiarli è chiamato professore di segreti. I segrettari sono
però sospettati di occuparsi di temi riguardanti la magia e l'occultismo,
sicché è indagato dall'inquisizione e il
circolo dei segrettari chiuso. A lui è tuttavia concesso di continuare gli
studi di filosofia naturale. Pubblica “Pomarium” sulla coltivazione degl’alberi
da frutta. Pubblica “Olivetum”. Entrambi inclusi nella sua enciclopedia
sull'agricoltura. Pubblica “De
humana physio-gnomonia, della fisionomia degl’uomini” (Cacchi, Vico Equense). Ritiene che l'animo non è impassibile rispetto
ai moti del corpo e si corrompe per la passione. In “De ea naturalis
physio-gnomoniae parte quae ad manum lineas spectat” (Trabucco, Napli) studia
con attenzione i segni delle mani dei criminali. Un tale segno non è frutto del
caso ma importante indizio per comprendere appieno il carattere degl’uomini. Pubblica
“Phyto-Gnomonica” (Salviani, Napoli), dove evidenzia l'analogia tra piante e
animali, stimolato dai contatti con alcuni alchimisti, poderoso saggio sulle
proprietà dei vegetali messe in analogia con le varie parti del corpo umano,
basato sull'antica dottrina delle segnature. Corredata da tavole illustrate,
estende il concetto di “fisio-gnomica” alle piante -- elencandole a seconda
della loro localizzazione geografica. Ravvisa collegamenti occulti tra la
morfologia delle piante e quella dei minerali, degl’uomini, e persino,
indirettamente, degl’astri e dei pianeti dell'astrologia, in una sorta di zoo-morfismo. Affascinato
ed entusiasta per il gran Paracelso e per i suoi dottissimi seguaci perché la
spagiria produce al mondo rimedi non mai più per l'addietro caduti negl’umani
intelletti. Onde da solleciti investigatori de' secreti della natura applicati a
morbi, ritrovano soblimi ed infiniti rimedi, onde la medicina, così gran tempo
ristretta negl’angusti suoi termini, or, allargando fuori, ha ripieno il mondo
de' suoi meravigliosi stupori. La sua villa è frequentata da CAMPANELLA (si
veda). Amico di SARPI (si veda). Conosce anche BRUNO (si veda). Per ordine
dell'inquisitore veneziano doveri chiedere il permesso per le sue pubblicazioni
a Roma. Si incontra con SARPI e con GALILEI. Incontra i Cesi. Pubblica la “Taumatologia” (Sirri, Napoli);
“Cripto-logia” (Sirri, Napoli). Scrive ancora un saggio di ottica (“De
refractione optices"), uno di agricoltura (“Villae”), due di astronomia --
“Coelestis Physio-Gnomoniae” (Paolella, Napoli) e “Della celeste fisonomia”
(Paolella, Napoli) -- uno di idraulica e
matematica -- “Pneumaticorum” (Carlino, Napoli) --, uno di arte militare (“De
munitione”), uno di meteorologia -- “De aeris transmutationibus” (Paolella,
Napoli) --, uno di chimica -- “De distillatione” (Camerale, Roma) -- e uno sulla
lettura della mano – “Della chiro-fiso-nomia” (Napoli, Bulifon). Nel campo
dell'ottica esercita notevoli contributi, indagando le proprietà degli specchi
concavi e convessi, conducendo un minuzioso studio delle lenti descrivendo la
costruzione di ingenti apparecchi ottici, tra cui la camera oscura ed il tele-scopio. Intraprende
inoltre studi di chimica pratica che includono la fabbricazione di smalti, di
polveri da sparo e di cosmetici. I numerosi esperimenti che ci descrive indicano
un’attitudine che lo pone fra i principali chimici dell’epoca. I suoi studi
sono caratterizzati principalmente dalla ricerca di farmaci dagl’effetti
eccezionali, utili ad esempio per la memoria, per produrre sogni piacevoli o
incubi, rimedi contro l’impotenza e la sterilità. Dei lincei. Ri-vendica
l'invenzione del tele-scopio, resa nota da GALILEI (si veda). Fa parte anche di
un circolo dedicato alla letteratura dialettale napoletana (Schirchiate de lo
Mandracchio e 'Mprovesante de lo Cerriglio), e gl’oziosi. Raccogge esemplari rari
del mondo naturale e coltiva piante esotiche. La sua villa e visitata dai
viaggiatori e ispira Kircher a radunare una simile collezione nel suo palazzo a
Roma. Commediografo e scrive “Le commedie” (Stampanato, Bari, Laterza), in
prosa, una tragi-commedia, una tragedia e un dramma liturgico; “Claudii
Ptolomaei Magnae Constructionis” (Vivo, Napoli); “Il Teatro” (Sirri, Napoli); “Villae”
(Palumbo e Tateo, Napoli); “Elementorum
Curvilineorum” (Cavagna e Leone, Napoli); Accusato di plagio da Bellaso, che è stato il
primo ad aver proposto questo tipo di cifratura X anni prima. Eco, Fedriga,
Storia della filosofia” (Laterza Edizioni Scolastiche); Eamon, Il professore di
segreti. Mistero, medicina e alchimia nell'Italia del Rinascimento, Paci,
Carocci, Fumagalli, “Semplicisti e stillatori: l'arte degl’aromatari” (Milano,
SGS, Gnome, su treccani. Turinese, “Zoo-morfismo, fisio-gnomica e fito-gnomica:
antesignano della bio-tipologia in medicina, in “Il cenacolo alchemico”, Paolella e Rispoli
(Napoli, Il Faro di Ippocrate); Verardi, La scienza e i segreti della natura a
Napoli nel Rinascimento: La magia naturale” (Firenze); Paolella, La Spagiria, ne
Il Cenacolo alchemico, Paolella e Rispoli (Napoli, Il Faro di Ippocrate); Paolella,
Carteggio linceo, in "Bruniana & Campanelliana", Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
filosofia, Convegno di Vico Equense, Torrini, Napoli, Piccari (Milano,
Angeleli); Giudice, “II mago dell'arcana sapienza” (Milano, Via Senato);
Paolella, “I Meteorologica di TELESIO, P. e Cartesio -- tra credenza e
scienza, Roma, Associazione geo-fisica, Paolella, L’astrologia:
la Coelestis Physiognomonia” (Poligrafici, Pisa); in "Atti del Convegno
L’Edizione nazionale del teatro e l’opera, Salerno Montanile, Paolella, Appunti
di filologia dellaportiana, Istituto italiano per studi filosofici, Napoli, Sirri,
Paolella, Convegno, Roma, Scienze e Lettere, Santoro, La "Mirabile" Natura.
Magia e scienza (Napoli-Vico Equense) Atti del Convegno, Pisa-Roma, Serra, Vivo,
Tecnica e scienza, Serra, Pisa-Roma, in "La "Mirabile" Natura.
Napoli-Vico Equense Santoro. Serra, Pisa-Roma, "La "Mirabile"
Natura. Atti del Convegno, Vico Equense, dei Segretarii. Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. P., neapolitano autore (Neapoli, apud Ioa. Mariam
Scotum); vulgò De ziferis, P., Neapolitano auctore (Neapoli, apud Ioan.
Baptistam Subtilem, vulgo de ziferis, altero libro superaucti, et quamplurimis
in locis locupletati. P., il mago dell'arcana Sapienza. Filologia. Filologia
dellaportiana. È famigeratissimo il Porta per la sua opera
della Fitonomia Umana, che prima compresa in quattro libri, e poi
arricchita di altri due, fu stampata in Na- poli, in Francfort, in
Anversa, e tradotta ancora dal- l’originale latino in italiana favella:
del che può vedersi il Chioccarelli nella citata sua opera, che
diligentemen- te al suo solito ne tratta. Della medesima io ho
vedute queste due edizioni; De hvmava phynognomonia libri 4.
Digitized by Google 72 UrseUis 1650, c
l'italiana stampala in Venezia nel 1652, che comprende tutti i sei libri.
I/autore crede, che sic- come dalla diversa figura delle piante si
potevano, se- condo lui, arguire le varie proprietà delle medesime
; cosi del pari dagli esterni lineamenti di tutte le parti del
corpo umano, finanche dalle unghie, c dalla maggio- re, o dalla minor
copia de’peli, si potessero rilevare le naturali disposizioni
de’temperamcnti degli uomini. Sic- come poi avea bisogno di una norma per
questa inve- stigazione , perciò chiama in rassegna tutti quasi gli
animali, e confronta le configurazioni delle parti de'loro corpi con le
configurazioni di quelle dell’ uomo ; per quindi poter conchiudere, che
sicno ne’ diversi uomini le conosciute proprietà naturali di quelle
bestie , alle quali si assomigliano nella forma della faccia, della
fron- te, del collo, delle spalle, del dorso, de’picdi, della boc-
ca, delie labbra ec. ec. ec. A questo fine esamina l <4
medaglie, e le statue, che erano nel musco di suo fratello Gio. Vincenzo;
para- gona le descrizioni, che gli antichi storici ci lasciarono di
que’ personaggi; corre al luogo, ove in que’tempi si appiccavano alle
forche i facinorosi, e conviene col Boia di lasciargli esaminar le mani,
i piedi, le spalle di que’ rei, credendo, che dalla figura di queste
parti si po- tesser conoscere i delitti, per i quali morirono; lo
stes- so fa nelle pubbliche carceri, e nella Chiesa di s. Rc-
stituta, avendone ottenuto permesso da coloro, che per carità
seppellivano i morti. Io però non ho potuto mai persuadermi , che
le unghie rotonde sieno segno di lussuria, ed il petto sen- za
peli, argomento di sfacciataggine. E se nelle piante non regge
quest’analogia, molto meno può reggere, ed applicarsi all’uomo, rispetto
al quale noi siamo all'oscu- ro come mai si formino le passioni; qual ne
sia la sede; Digitized by Google o finalmente non
sappiamo con chiarezza tutta l’econo- mia dei cervello suo. Essendoci
pertanto ignoti questi punti fondamentali, io non veggo la ragione, per
cui si possa dire, che il naso a guisa di Rinoceronte in An- giolo
Poliziano, sia stato argomento dell’ alterigia sua, simile a quella di
quest’animale. Se Porta avesse cono- sciuto il segreto di frenare il suo
ingegno, portato sem- pre al maraviglioso , ci avrebbe lasciata un’ opera
in questo genere , come la desiderava il Vcrulamio nel primo
capitolo del libro quarto della sua opera De aug- menlfs scientiarum. Ma
l’amor del sistema, e la fallace guida dell’esterna analogia, lo
cacciaron fuori del retto e sicuro cammino. Qualunque però sia il merito
di que- sta sua letteraria fatica, sarà anche per lui una gloria
l’aver preceduto in questa scienza i moderni, senza pe- rò aver imitata
l’irreligion di taluno tra essi; giacché Porta confessa esser questa
scienza puramente di con- gettura; esistere nell’uomo la vera libertà
dell’arbitrio; poter questa essere aiutata dalla divina grazia, ebo
lo rinfranca da quelle ruinc, che recò all'uomo il peccato
originale, ch’egli altresì confessa. Appartengono poi alla stessa
materia la sua Chì- rofìsonomia , e la sua Fisonomia celeste; essendo la
prima una parte delia presente opera; e la seconda un’appli-
cazione de’medesfmi principii contro agli astrologi, di- mostrando, che
dalle proprietà de’diversi temperamenti, rilevate dalfesterne figure
delle parti del corpo umano, si potevano derivare, ed arguire tutte
quelle cose, che gli astrologi stranamente spiegavano colle stelle.
52. Per quel che riguarda le sue cognizioni intor- no alia memoria
artificiale , egli le raccolse nella sua opera, che porta questo titolo:
Ars reminùcendi. Neapo- li 1602. Raccomanda in essa principalmente
l’ordine nell’ apprender le cose , perchè è il mezzo più efficace
74 per ritenerne l’ idee ; il che gli dà ftiogo nei
capitolo quarto a lodare le matematiche: mathematicae percepito-
ne* , et praeiertim geometrica* j quia ordine , et diligenti dis-
posinone digesto* sunt, memoria facile continentur . . . . Ubi non est
ardo , ibi confusio. Suggerisce poi il noto uso de’luoghi artificiali, in
cui collocar l’idee; e quello delle immagini , in cui associar le parole
: nel che se fosse stato più sobrio , si sarebbe incontrato
perfetta- mente con quanto poi scrisse Bacone intorno alla me- moria
artifiziale , alla fine del libro quinto della sua opera De augmentis
scientiarum. Ma arendo soverchia- mente caricata di queste tali immagini,
e luoghi la sua esposizione per ventuno capitoli, ne’quali è divisa
tutta l’opera, par che in vece d’esserne favorita la memoria, ne
venga oppressa dalla moltiplicità di queste medesi- me immagini, dall’uso
de’ vari paradigmi di caratteri arbitrari, e dall’ esame, e, per cosi
dire , rassegna di personaggi, di cose, di parole, con cui vuole egli,
che si trattenga ogni uomo nella regione della propria fan-
tasia. CAPITOLO X. SUE COGNIZIONI DELLA SCIENZA DELLE
CIFRE. 53. Si potrebbe dire, che il Porta non avesse fatto
altro in tutto il corso della sua lunga vita, che imma- ginar cifre:
tanta n’è la moltiplice varietà da lui rac- colta nell’ opera : De
occulti s litterarum noti s , vulgo de Ziferis. Neapoli 1 602. Gli
accidenti della musica deter- minati ad alfabeti; le fiaccole, i suoni, i
numeri, le no- te musicali adoperate per lettere ; gli alfabeti
comuni raddoppiati, o accorciati; le diverse figure, con cui dis-
porli; le varie specie di geroglifici: tutto vi è espo- sto con una
perpetua erudizione. Se l'opera fosse stata Digitized by
Google 75 un po’ più ristretta, ne riuscirebbe la
lettura egualmen- te piacevole, che quella di Bacone, che con sobrietà
fi- losofica ba saputo disporre le cose dette dal Porta, sul
principio del sesto libro de’ suoi Aumenti delle tcienze. Alberto
Fabricio ba verificata la lagnanza del Porta circa il plagio fattogli da
un francese , nell’ opuscolo , che appunto ha per titolo: Centuria
plagiariorvm. CAPITOLO XI. ALTRE SUE OPERE.
54. Nel catalogo dell’ opere del nostro filosofo ne ho accennato
alcune, che non erano ancora state pub- blicate da lui quando Io formò ;
se poi 1’ avesse fatto in seguito , io noi so , per quante diligenze vi
abbia adoperate, e perciò non ne parlo. Dorrei però dir qual- che
cosa di quell’ altro suo opuscolo citato più sopra col titolo di Miracoli
e maraviglioti effetti della Natura; ma oltre al non averlo potuto aver
tra le mani, me ne dispensa dal farne parola il giudizio del medesimo
Por- ta, il quale, come ci attesta il P. Scotto nella prima parte
della sua Magia Universale al capitolo terzo , lo condannò col non aver
ricordato nella sua Magia le co- se strane, che ivi avea scritte ; al che
anche aggiunse il non registrarlo nel citato catalogo. Delle sue
com- medie poi non debbo parlare, perchè sempre ho consi- derato in
lui per tutto questo mio opuscolo , il filoso- fo, e non già il poeta. Ma
se di passaggio se ne bra- masse da taluno un giudizio, dirò pure, che
elleno non sono l'ultime per que' tempi; che gii applausi, con cui
furono ricevute, e rappresentate per l’Italia, conferma- no un tal
giudizio; e che finalmente, se la scena vi è ingombrata di attori, se il
prologo è spesso freddo, ed Digitized by Google
76 il dialogo non sostenuto con dignità, bisogna ricordar-
si, che questi ed altri simili difetti si son sempre ri- trovati in ogni
arte , quando appena incominciava ad uscir dalla sua culla.
GENERALE CONCHIUSIONE DI QUESTO RACCONTO. 55. Nella
conclusione pertanto di questo opusco- lo dovendo finalmente produrre il
mio sentimento sul merito del Porta, e suifutililà da lui recate alle
scien- ze, io non temo d’errare nel dire, ch’egli sarebbe stato
veramente sommo , se avesse meno cercato di esserlo. È fuor di dubbio,
che a se stesso dovette la vera co- gnizione de’canoni, onde filosofare
sulla natura, e quel che più importa, l’applicazion dc’medesimi alle
naturali discipline. Era tra noi precedentemente apparito Ber-
nardino Tclesio, acerrimo declamatore contro al Peri- palo ; ma essendo
stato ancor egli involto nell’ errore de'tcmpi, che per ben filosofare,
bisognava trascegliersi una guida tra gli antichi filosofi , non fece
altro , che sostituire agli arbitrari principii de’suoi avversari,
quel- li similmente arbitrari di Parmenide , senza che per questa
sostituzione ne conseguisse alcun vantaggio la Naturai Filosofia, che
cambiava padrone, e non già mu- tava servitù. Non così però il Porta, che
sagacissimo, intraprendente, c saggiamente libero si volse alla
stessa natura, che è anteriore alle ipotesi dell’uomo. La let- tura
delle opere degli antichi gli fece evidentemente conoscere, ch’eglino
aveano errato il cammino; percioc- ché dopo tanti secoli, e dopo tanti
stenti di uomini per altro sommi, non vi si era per niente avanzato lo
spi- rito umano. Quindi magnanimamente si risolvette; co- me ci fa
sapere nella prefazione alla sua Chirofiwno- Digitized by
Google 77 miaj di cambiar metodo; e siccome quelli
aveano stra- namente preteso di voler prescrivere coi loro
intelletti le leggi alla natura, cosi egli per contrario, conoscen-
done la sublimità, e la grandezza, le si diede a mini- stro, cercando di
carpire dalle particolari esperienze i generali principii delle sue
leggi. La felicità de’ primi tentativi, la novità delle cose, che di
giorno in giorno scopriva, gl’inebriarono per modo lo spirito, che lo
pre- cipitarono in un altro eccesso, qual si fu quello, di vo-
lerne esplorare, e stringere in un corpo tutti i regni, nc’quali è divisa
la medesima natura. Questa intempe- ranza di brame, o come la chiama
Plinio nel primo ca- pitolo della sua Storia, questo furore, fu cagione,
che egli alcune volte tentasse finanche quel che era impos- sibile,
o si lasciasse sedurre da certe osservazioni non sicuramente stabilite.
In questo però merita compati- mento; perciocché oltre la felicità
de’successi, e la sor- presa delle tante maraviglie, che, alzato in parte
il suo velo, gli disvelava la natura; ognuno ben sa, eh’ eran
questi i primi movimenti dello spirito umano, che sot- trattosi da’ceppi
di Aristotile, di Parmenide, o di altro antico filosofo , incominciava da
se a contemplare : e questi primi movimenti sogliono costantemente
unire alla loro robustezza una certa irregolarità di direzio- ne.
Appunto come avvenne nell’epoca del risorgimento delle Belle Lettere in
Italia, che disotterratisi i codici degli antichi scrittori latini, i
nostri italiani avidamen- te li divorarono con una irregolare lettura ,
onde ne avvenne, che si formarono uno stile misto delle grazio di
Tullio coi concetti di Seneca, e di Plinio. Fu però utile alle scienze
questa scossa elettrica del Porta, af- finchè dal grido, che menavano
tante metamorfosi por- tentose, e tante esagerate maraviglie, si
destassero gli Dìgitized by Google 78
altri a percorrere ancor essi il cammino della natura; e quindi
dalle replicate, e meglio ponderate esperienze loro, si dissipasse la
nube di tanti incantesimi , e ve- nisse finalmente l’umana ragione
condotta alla sobrietà delle sue ricerche, ed alla gloria de’suoi
trionfi. Giovanni Battista Della Porta. Porta. Keywords: implicatura
fisionomica, filologia -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porta” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Portaria: la
ragione conversazionale o -- Eurialo e Niso, ovvero, dello spirito – ma
non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch' uno
la fugge, e l'altro la coarta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Todi). Filosofo italiano. Grice: “I like Portaria, but then
anyone with an interest in Anglo-Saxon ‘soul’ should! – if a
philosopher, that is! Unlike Anglo-Saxon soul who God knews whence it comes,
the Romans had spiritus, and animus anima, which is cognate with animos in
Greek meaning ‘wind’ – so that leans towards a hyle-morphic conception where
the body (corpus) is what has the ‘materia’ and the ‘breath’ is the ‘forma’ -- Italian philosophers would ignore this – and
more so now when Davidson is in vogue! – if it were not for Aligheri who has
Portaria in “Paradiso” – there is indeed a serious philosophical confrontation
between an ACCADEMIA and and a LIZIO conception of the soul as seen in the
controversy between AQUINO (si veda) and P.! P. uses the same linguistic tools:
is ‘spiritus’ synonym with ‘anima’? Or must we speak of ‘homonymy.’ And add
‘medium’ into the bargan! P. is less canonical than AQUINO and should interest
Oxonians much, oh so much, more!” – Unfortunately, he was from Todi and donated
all his manuscripts to Todi, which many skip in their Grand tour – although it
IS on the Tevere as any member of the “Canottiere del Tevere” will know!” -- Grice:
“My name is Grice – Paul Grice – Matteo’s name is Matteo Bentivgna dei Signori
d’Acquasparta e Portaria. Nacque
da una delle grandi famiglie delle Terre Arnolfe, quella dei Bentivegna,
feudatari di Acquasparta e Massa Martana, trasferitisi a Todi. Studia a Bologna. Insegna a Roma. Alighieri lo nomina, biasimandolo, tramite le parole
di Findanza in opposizione a Ubertino da
Casale: “Ma non fia da Casal né d'Acquasparta/là onde vegnon tali alla
scrittura/ch' uno la fugge, e l'altro la coarta” (Par.). Società dantesca. Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia dantesca. Matteo
d’Acquasparta. Matteo Portaria d’Acquasparta. Portaria. Keywords: filosofi
citati d’Alighieri nella Commedia (Par.: ma non fia da Casal né d'Acquasparta,
là onde vegnon tali alla scrittura, ch' uno la fugge, e l'altro la coarta.).
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Portaria” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Porzio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nel lizio– filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano.
Grice: “His surname is plain “Porta,” but in Latin that is latinised as
‘portius,’ and then this vulgarized as ‘porzio’!” – But then who wants to be
called “door”?” Studia a Pisa sotto NIFO (si veda). Scrive sul
celibato dei preti (“De celibate”), sull'eruzione del Monte Nuovo (“Epistola de
conflagratione agri puteolan”i) e sul miracoloso caso di digiuno di una ragazza
tedesca (“De puella germanica”). I suoi saggi principali, fra cui il trattato
di etica, “An homo bonus vel malus volens fiat” e in particolare il “De mente
humana,” nel quale sostene la mortalità dell'anima secondo un'esegesi d’Aristotele
– LIZIO. Proprio queste sue dottrine mortaliste, troppo facilmente accostate e
sovrapposte a quelle sostenute da POMPONAZZI (si veda) nel “De immortalitate
animae”, contribuirono a creare una leggenda biografica secondo la quale egli
sarebbe stato allievo e quindi semplice epigono di PERETTO. In ogni caso, al di
là di una innegabile tendenza materialista nella sua esegesi d’Aristotele del Lizio,
evidente anche nel suo saggio, il “De rerum naturalium principiis,” sua
produzione è caratterizzata anche da interessi teo-logici del tutto svincolati
dai peripatetici del LIZIO e che sono particolarmente evidenti nei due commenti
al pater noster che probabilmente non estranei ai fermenti evangelici della
riforma italiana. Tra peripatetici, naturalisti e critici, "De’ sensi"
e il "Del sentire, studi ittio-logici. Græcæ lingue grammaticam ab
omnibus fere dixerim expectatam simul et expetitam, à quamplurimis
frustra promissam, à nonnullis vero quibusdam veluti delineamentis duntaxat
adumbratam, nec ab aliquo satis adhuc expressam, non tam explicaturus,
quam editurus aggredior. Grande quidem ac perarduum opus nostrisque viribus
impar; sed non inaccessum. Nec enim omnium omnino difficultatum
ambages, syrtesque superare contendimus, sed
faciliorem quandam ac brevem hujusmodi Grece lingue notitiam
methodum instituimus. Quoxiam vulgaris hec grecorum lingua suam, ut
par est, originem non inficitur, ac fœcundam illam linguarum
1: parentem ἑλληνίδα διάλεκτον, matrem agnoscit, non mirum si ad
ipsam tanquam ad fontem existimem recurrendum, et plurima ex ipsa deprompta
censeam referenda. Habet igitur hæc quoque suas XXIV literas, ut
illa, paritérque dividit eas in vocales et consonantes. Vocales quidem VII
agnoscit -- a, e, n, t, o, v, ω -- ex quibus sex proprias diphthongos format
at, av, ει, ευ, ot, ov: ex impropriis tamen preter n, w, et νι, nullas
alias admittit. Jam consonantes sunt XVII -- 8 9 60x Au vEmpoactoy d, ex
quibus quaedam tenues r x r; quaedam aspiratæ 0 9 χι quedam medie f y 2;
quedam duplices ὅ E ; quedam denique immutabiles À u ν p.
et 20 25 8 Quod
attinet ad pronunciationem, miror quosdam doctos licet et non vulgari
præditos eruditionis varietate ed temeritatis devenisse, ut germanam, integram,
ac πατροπχοάδοτον recentiorum Graecorum pronunciationem, chimericis
nescio 3 quibus ducti conjecturis, totis viribus ausi fuerint quam
sane temerario judicio, sic irrito conatu pervertere, ac deturpare.
Profecto si Grecis maternæ linguæ flexiones, et una cum lacte acceptos
haustosque sonos et accentus puros et intactos audes denegare, cur
barbariseos concedas, cur extero cui- ο que qui aliarum Nationum
aecentus suo nativoque accommo- dat, toto, ut aiunt, ccelo à recta
earumdem Nationum aberrans pronunciatione atque deflectens. Verum hæc obiter tetigisse sat erit, pluribus
enim prosequi, et vehementius in eos invehi præsens prohibet institutum,
ac brevitatis amor. i3 Quare ut eo redeat, unde
parum aberravit oratio, dicam de literis in particulari, et primo quidem
de A, quæ ore debet proferri pleno, numquam depresso. Neutro omnia in
plurali hac litera terminantur, quidam etiam in singulari, præci-
puéque Verbalia, ut atvcux no0ti0 à «vo, πάλαια lucta à πα- 4)
Àxiée. Item omnia fere nomina substantiva, et non verbalia fwminini
generis, ut μοῦσα Musa, κάψα calor, dix sitis, etc. Est praeterea
terminativa Aoristi tam activi (P. b) quam passivi modi Indicativi, ut ἔχαμα
feci, ἐγοάφθηκα scriptus sum.Sic etiam desinunt omnia adverbia, ut xx22
benè, σεφὰ doclà, &aímux es egregió, et hujusmodi plura.
B, effertur ut V Consonans, nec ponitur nisi in medio vel initio
dictionis, numquam in fine. Quod autem β sonet V Consonans ex hoc maxime
constat, quod Greci dum B Lati- norum pronunciationem volunt exprimere,
in nominibus præ- 3) cipue quibusdam ab ipsis Italis mutuatis, et à
græcaliterali quam longe distantibus non utuntur fj, sed uz, quod apud
illos sonat b, ut videre est in dictione bombarda quam nostri Græci
sic scribunt µπομπάρδα. l', varie sonat pro varietate vocalium
quibuscum alligatur ; 3; Na cum a, o, o, et ου, eodem prorsus
effertur modo, quo, g Latinorum in ga, go, et qu : At cum i, z, v, ot, e
et αι editur ut gÀ, vel ghiè Italorum, et ut gue et gui Gallorum.
Jante aliam 7 posita, et ante, sonat ut» ut ἄγγελος angelus, αγκαλλιόζω
amplector. # A, densiori quodam spiritu, quam D Latinorum edi debet.
Hispani ad hanc pronunciationem maxime omnium accedunt. E, valet E.
In hanc vocalem terminantur præcipue Vocativi singulares Nominum Masculinorum,
quorum Nominativus est in ος, ut xa: bone, ἄτυχε improbe, etc. Item
secundae persone numeri pluralis Verborum cuiuscunque sint modi,
sicut etiam secunda persona numeri singularis Imperativi, ut «zu: fac,
λέγε dic. Item tertia persona Aoristi tam activi ; quam passivi numeri
singularis modi Indicativi. Græci nostri carent c clauso, uno namque
sono, eóque aperto, ut reliquas omnes vocales, edunt. Z,
suaviuseffertur Latinorum Z, æquivaletquesimplici 8, cum in medio dictionis
ponitur, ut in hac voce, Musa. Z 10 insuper
post r, sonat c, ut in hac voce, ἔτζι constat, et in aliis pluribus. H,
sonat I, et non E, ut quibusdam placet, eruditis quidem alioqui viris, at
non Grecis, quibus inauditus est hujusmodi sonus, et omnino peregrinus.
Est terminativa nominum tantum generis fœminini, et precipue adjectivorum, ut καλὴ bona, ἄσποη alba. Item tertiæ persone numeri singularis
Verborum modi Subjunctivi, subscripta « ut διά νὰ κάωῃ ut faciat. 0, funesta litera, et à
solis fere Græcis proferenda, characteribus aliarum linguarum, vel vocibus
exprimi scriptis minime nequit, videtur tamen accedere ad prolationem
s, balbutientium. I, valet I, in quam desinunt omnia fere neutra,
quæ derivantur à græcoliterali in tov, ut ψωμί à φωμίον: κλαδὶ à κλα- 35 div. δακτυλίδι à ὁχκτυλίδιον. Item omnia diminutiva in κι,
ut ανθρωπαάκι homunculus, et alia innumera. K, æquivalet C,
sed diverso modo; nam cum a, o, o, ov, sonat ca, co, et cu : at cum i, v,
€, v, εἰ, ot, et αι, correspondet qui et que Gallorum, vel etiam italico
chí et chie. K, post y 5 ety, profertur ut g, verbi gratia τὸν κόσμον, et
αγκάλι͵ ton gos- mon, et angáli dicemus. A, valet L, ac semper
eundem retinet sonum ante quascun- que vocales, et diphthongos posita,
licet quibusdam videatur aliter exprimenda ante «, voluntenim tunc idem
prorsus sonare, 3: quod gli Italorum, vel // Hispanorum. Utrumque sonum
non improbo. M, sonat M, quæ si ponatur anter, variat illius
sonum, ita ut proferatur ut b, ut constat in voce µπαμπακι,
bambáki, id est bombyx. 40 N, quanvis ante a, €, ο. o, αι et
ου, Sonet na, me, πο, nu; attamen ante :, οι, ει et υ (in nobilioribus
saltem presentis Grecis locis) sonum gni Italorum, vel duplicis nn
Hispanorum prz se ferre videtur. N, ante π æquivalet m, et x b, exempli
gratia τὸν πατέοα patrem. pronunciamus tom batéra. Est insuper finalis
accusativi singularis primæ et secundae 5 declinationis, et omnium
genitivorum numeri pluralis, item- que Nominum neutrorum in ον.
E, effertur ut cs, non vero (ut perverse quidam) tanquam gs.
O, sonat O, ore aperto prolata. In hanc desinunt quamplu- io
rima nomina neutrius generis, ut ἄλογο equus, etc. quee de- berent
terminari in ον, si spectetur eorum origo. II, valet P, sed post µ vel v, respondet B LATINORVM,
ut patet in dictione murs mitto, pémbo, et aliis. Vertitur
ali- quando in ο ut βλάπτω, βλάφτω noceo, γλύπτω γλύφτω scalpo, et
15 alia non pauca. P, æquivalet R, initio dictionis semper
spiritu aspero notatur, . cum vero sunt duo (ut fere contingit in medio
alicujus dictionis) primum leni notatur spiritu, secundumautem
aspero. Ponitur interdum loco À, ut στέλνω otéws mitto ; sed hoc
ni- + mis corrupte : melius agitur dum p vertitur in À, præcipue
in dictionibus externis dicendo σκλίµα pro σκρίµα Italico, id est
gladiatura, etc. 3, sonum 8, refert cum sibilo, estque terminativa
omnium prorsus nominum ac participiorum generis masculini, ut
25 ἀντώνιος Antonius, στέκοντας Slans : item accusativorum omnium tam
masculini, quam foeminini generis numeri plu- ralis, ut τοὺς 42205;
bonos, ταῖς ἀτνχίχις iniquitates : itemque nominativorum pluraliumgeneris
fceminini, ut αρεταῖς virtutes, µανάδες matres, etc. Ponitur etiam in
fine secundæ person: 3ο omnium Verborum activorum numeri
singularis, ut δέρνεις verberas, κλέγτεις furaris, et omnium temporum
activa et passive significationis eiusdem numeri (si imperfectum
pas- sivum excipias) ut &ov:; verberabas, ἔδηρες verberasti,
éózo- θηκες verberatus es, et hujusmodi. 3s T, mystica, ac
salutaris litera sonat T, verum posita post v sonum 0, assumit, ut ἄντρον
antrum quasi andron, et ἐναντίον contrarium enandíon. Y, idem
munus subit quod, I, estque finalis quorundam gra- vitonorum generis
neutrius, ut γλυχν dulce, βαρὺ grave : item # et eorum qua derivantur
à græcaliterali lingua in voy, ut dixzu à ὀέκτυον, et reliqua plura.
$, sonum habet F, vel ph, ut φέονω fero. X, sonus hujus literæ
scriptura nequit ostendi, qui tamen Florentinorum C noverit, ejusdem
literæ pronunciationem non ignorabit, quanvis non tam aspere sit edenda.
Sane si chi Gallicum careret sibilo, et Italicum sci, non longe
dista- rent à Greco y. V, valet ps, ut Ψαλμός Psalmus.
Q, idem przstat quod O, estque terminativa omnium Ver- borum activa
significationis tam presentis quam futuri, ut ayamà Qo, θέλω αγαπήσει
amabo. Mutatur non raro à Græca- literali in hac vernacula lingua in ov,
ut ζωμίδιον jusculum, Couuí, à πωλῶ Vendo, πουλῶ, et à μιμὼ simia, μαϊμοὺ,
etc. Atque heec de literis, jam nonnulla dicamus de Diphthongis. Αι,
correspondet LATINÆ diph{P. 13)thongo, c, in hanc ter- minantur prima,
secunda, et tertia persona singularis przesentis Verborum tam passivorum,
quam deponentium. Item et tertia persona pluralis ejusdem temporis, et
nominativi pluralis nominum fcemininorum, et masculinorum prima, et
secundae declinationis. As, ut plurimum sonat af, ut αὐτὸς
épse aftos, interdum vero a6, ut avr aula, quasi An. Quare quoties post
«v se- quitur 8, ἔ, c, 7, 9, x, edenda erit ut a/, si vero post ipsam
po- nantur vocales, vel cæteræ alive consonantes, supradictis
exceptis pronuncianda erit ut a6. Ει, facit 2, estque terminativa
secunde et tertie persons presentis, et futuri activi Verborum
barytonorum, ut γρά- peus γράγει, et θέλεις γράψεις, θέλει γραψει.
— Εν, effertur ut ef, modo ut :6. (P. 14) quando autem debeat
pronunciari ut ef, quando vero ut «5 observanda est supra- dicta regula
de αυ. Οι, æquivalet etiam i. Cuius terminationem amant omnes
nominativi plurales nominum terti: et quarte declinationis. Ον,
correspondet ow Gallorum, ac sonat « Italorum. Hanc terminationem habet
secunda persona imperfecti modi indi- cativi passive significationis.
item omnes fere genitivi singu- lares nominum masculini generis, et
neutrius, si barvtona excipias in 2; et 7;, et quæ desinunt in «. Item
nonnulla no- mina fœminina ut μαϊμοὺ simia, etc. III habet vernacula hæc
Graecorum lingua ut literalis accentus, acutum videlicet ut λόγος, gruvem
ut zu, et 5 tandem eircumflexum ut zu. Loci accentuum sunt
quatuor, ultima, penultima, antepo- nultima, et præantepenultima. Ultima
tres recipit accentus, non quidem omnes simul cum una dictio unius tantum
sit capax accentus, sed potest vel acutum, vel gravem, vel cir-
ω cumflexum, prout ratio exigit, suscipere. Accentum gravem
habent omnia monosyllaba ut τὶς, νὰ, δα, etc. Item adverbia in +, quæ
derivantur ab adverbiis græco- literalis linguæ in à; cireumflexe, ut
cogz docte, À σονῶς, «ax bene, à 22)5:, et hujusmodi plura. Nomina etiam
neutra dis- 15 8vIlaba in 4, ut κεοὶ cera, voovi corpus, et
alia. Accentum circumflexum suscipiunt genitivi tam singula-
res, quam plurales, in quorum recti ultima ac(P. 16)centus est vel
acutus, vel gravis, vel circumflexus, ut 0co; Deus, θεοῦ, vw, honor, τιμῆς,
Y, αρεταῖς virtutes, τῶν αρετῶν. Eundem observant accentum accusativi plurales
nominum secundæ declinationis, et omnia verba circumflexa.
Penultima etiam duos admittit accentus acutum videlicet et
cireumflexum : hunc suscipit cum penultima est naturá longa, et ultima
brevis in dictionibus plerunque dissyllabis, i5 ut μοῦσα, θαῦμα,
etc. item in iis, quæ terminantur in ovzs, ut αἰῶνας S@CUTUM, a, ὤνας
certamen, et in participiis verborum circumflexorum, ut χτυπῶντας
verberans, αγαπῶντας amans, et sic de reliquis. Acutum vero
requirit cum utraque est vel brevis, vel 3) longa, ut λόγος verbum,
γώρχις urbes, vel longa per ap- positionem, ut (άῤῥος fiducia. Omnia
neutra plurisyllaba in «, habent accentum acutum in penultima, ut
παιγνίδι ludus, ἀνλρωπακι homunculus. Item omnia plurisyllaba
cujus- cunque sint generis, dummodo habeant ultimam longam 3;
acuuntur in penultima, sicuti et omnia verba quæ non sunt circumflexa, ut
ὀννατώνο corroboro, σταλερώνω confirmo, et alia.
Antepenultima duntaxat acuitur, si ultima fuerit brevis, ut ἄνλρωπος
lomo. Ceterum nonnulli et recentioribus Græcis 1, non solent
respicere ad ultimam syllabam, sed LATINORVM more habita ratione quantitatis
penultimæ, antepenultimam acuunt si penultima fuerit brevis, ut ἁγιώτατη
sanctissima pro ἁγιωτάτη, ἄδικους injustos pro ἀθίκους, etc. Melius
tamen videtur et elegantius regulas accentuum observare literalis
grammaticæ, ad quam velim confugias. Præantepenultima vero acutum agnoscit
et circumflexum, acutum quidem in iis, quorum penultima est in «x,
ut ἀναγκάλλιασις exultatio, ἐνύχτιασεν nox facta, est, quasi ια,
uni- cam efficiat syllabam, et in προπαροξυτόνοι, quibus additur
particula νε, ut κάαμετε, χάμετενε facitis : circumflexum autem in 1 iis
quorum penultima circumflectitur, et iis additur articulus cum particula
νε, ut εἰδατονε vidi illud. Jam spiritus in hac ipsa lingua iidem
penitus sunt qui in græca literali, lenis videlicet, et asper, iisque
eodem modo in utraque lingua utendum est. Quare non parum sumet uti-
15 litatis, et commodi tam in orthographia, quam in nominum
declinatione, inflexionéque verborum is, Qui grainmaticam græcam apprimè
calluerit. Cux VIII sint ORATIONIS PARTES, Articulus scilicet, Nomen,
Pronomen, Verbum, Participium, Propositio, et Conjunctio, de iis
singillatim habendus erit sermo, si prius dixerimus quot casus ac numeros
vernacula Græcorum lingua admittat. IV igitur in quocünque numero
casus agnoscit, nominativum, genitivum, accusativum, et vocativum. Genitivus
ultra propriam significationem retinet etiam Dativi, ut σοῦ δίδω tibi do.
Accusativus vero non raro ponitur loco genitivi, et præcipue pro articulo cà»,
ut % τιμήτους pro ἡ τιμήτων honor illorum, et dicunt ἕνα κομμάτι dou pro
bou, idest, so Jrustulum panis. II tantum sunt numeri tam verborum
quam nominum, SINGVLARIS videlicet, et PLVRALIS: respuit namque dualem numerum
h:ec lingua, utpote solis Atticis proprium, à quorum melliflua suavitate
quanvis longe distet, suas tamen ss habet et Musas et gratias.
Articuli nominibus præfigi debent; sed
quando : hoc opus hic labor est. Cæterum vel usus optimus erit præceptor,
vel tua temet materna lingua docebit. Nam si
tua lingua articulis utitur, ubi eos ponere in ipsa conaberis, ibidem
collocabis in : greca. Exempli causa, si Gallice loquens dicas, la feste
de Nostre Dame, eadem græce vertens enunciabis cum articulo ἡ ἑορτὴ τῆς
θεοτόκου: 8i vero dicas, nous avons grande s Feste absque articulo, dices
etiam græcè, ἐμεῖς ἔχομεν μεγάλην ἑορτὴν, nullo præposito articulo.
Adverte tamen in nomine, 9::;, semper præponendum esse articulum, quanvis
in aliis linguis non praeponatur, di- cendum enim semper est ó θεὸς cum
articulo, unde cum dicunt gloria tibi Deus, addentes articulum aiuntdezx
σοι ὁθες. Adverte etiam Grecos vulgares carere articulis postpositivis, pro
quibus LATINORVM more relativis qui, quce, quod, utuntur, postponentes ὁποῖος,
ὁποῖα, ὁποῖον, ac præfigentes articulos, ὁ, 7», τὸ, ut ὁ Πετρος 6 ónoio; Petrus
qui. i$ Tres sunt articuli præpositivi, à quibus genus nominum
dignoscitur, ó masculini generis, ἡ foeminini, et τὸ neutrius. Sic autem flectuntur, Masc. Fam. Neut.
Sing. No. ohic. No. hac. No. ro hoc. 20 Ge. τοῦ Ge. ri Ge. τοῦ Acc. toy AC. Tv AC. To Voc. © Voc. © Vo.
«© (P.22)Pl.No. ci hà ^ No. ai vel ἡ να No. τὰ hcc Ge. τῶν Ge. τῶν Ge. τῶν 25 Ac. TOUS Ac. ταῖς vel τῆς
AC. Ta Vo. © Vo. o Vo. à Ex his facile colligi potest quam
malé alii notent in plurali articulum f@mininum per οἱ diphthongum, quæ
soli masculino generi convenire debet. 5 vel τῆς videtur Ionica
loquutio, 30 cujus est mutare in η, nec temere usurpari potest pro
αἱ et Tai. Qv.x de Nominum divisione inseri hoc loco possent,
utpote as Satis dilucida ex aliorum grammaticis, ne in iis
recensendis tempus terere videar prætermittam. Dicam tantum qu:
propria censeo in hac lingua.Variæ igitur multiplicésque sunt nominum
terminationes, quæ varias etiam sortiuntur declinationes, quarum numerus
licet communiter quaternarius assignetur, à me tamen majoris claritatis ergo
sextuplex tradetur. Erunt quippe declinationes quatuor ἰσοσύλλαξοι, id
est parisyllabæ, una par- tim ἰσοσύλλαξος, et partim περιττοσύλλαξος, quæ
in plurali tantum 5 incrementum suscipit, altera demum omnino
περιττοσύλλαθος, qui in utroque numero incrementum admittit. I nominum
declinatio est tantum masculinorum in a; et ης, quorum genitivus in ov,
licet satis barbare, et nimis corrupte apud vulgus exeat in a, vel in η,
juxta terminatio- 10 nem nominativi, cum id proprie contingat in
accusativo ad- dito y, quam tamen nonnulli abjiciunt. Pluralis est in auc, ge- nitivus in à»,
accusativus et vocativus, ut nominativus. Exemplum ín az. Sing.
Plur. 15 No. ὁ
τχµείας promus. .. No. οἱ ταμείχις Ge. τοῦ ταμείου Ge. τῶν ταμειῶν ACC. Toy ταμείαν Αο. τοὺς ταµείαις Voc. à ταμεία Vo. à ταµείαις Exemplum n ης. 20 Sing. Plur. Nom. ὁ κλέφτης fur. Nom. οἱ χλέφταις Gen. τοῦ χλέφτου Gen. τῶν κλεφτῶν Acc. Toy χλέφτην Acc. tous «Jta; Voc. ὦ κλέφτη Voc. ὦ κλέφταις 25 Adverte quædam nomina propria in ας oxytona posse termi- nare genitivum singularem
et in ov, et in a, ut ὁ
Πυλαγορας, τοῦ Πυθαγόρου, et Πυθχγόρα, quædam vero in a; circumflexa retinere tantum
x in genitivo, ut ó Λουκᾶς, τοῦ Λουκά, etc. II declinatio foemininis duntaxat gaudet
nominibus, 3o quorum nominativus est in x vel », genitivus in ας vel v; juxta recti vocalem. Accusativus autem
in ἂν vel vy prout fuerit ultima vocalis
nominativi. Exemplum £n a. Sing. Plur. 35 No. 49Jíz
amicitia. Nom. » φιλιαῖς Ge. τῆς φιλιᾶς ! Gen. τῶν φιλιῶν 1. Dans l'édition originale, le texte
porte της φιλιᾶς et x φιλιαῖς. AC. | rhv qUuxy Acc. ταῖς φιλιαῖς Vo. © φιλιά Voc. © suis | Exemplum in η. Sing. Plur. 5 Nom. ἡ γνώμη opinio. No. 5$ γνώµαις Gen. τῆς γνώμης Ge. τῶν γνωμῶν Acc. τὴν γνώµην AC. ταῖς γνώμαις Voc. © γνώµη Vo. © γνώμαις. Nota
híc vocativum singularem et pluralem similem esse 10 utrique nominativo ;
quod non contingit in prima declina- tione, in qua vocativus singularis
amittit ;. Item genitivum pluralem notari semper accentu circumflexo, ut
fit etiam in prima. III declinatio omnia genera nominum
complec- i3 titur, quorum masculina, muliebria, et communia
termina- tionem habent in ος, neutra vero in ον, vel in o, genitivus
sin- gularis in ov, accusativus in ov, et vocativus in e. Exemplum
masculinorum ín os. Sing. Plur. 40 No. 6 λογισμὸς
cogitatio. No. οἱ λογισμοὶ Ge. roù λογισμοῦ Ge. . rà» λογισμῶν
Acc. toy λογισμὸν Ac. τοὺς λογισμοὺς Voc. ὦ λογισμὲ Vo. à λογισμοὶ
Exemplum fœmininorum in os. 25 Sing. Plur. No. ἡ ἔρημος
Solitudo. Nom. ἡᾗ ἔρημοι Ge. τῆς ερήμου Gen. τῶν ἑρήμων Acc. τήν ἔρηαον
Acc. rai; ἐρήμους Voc. ὦξρημε Voc. à ἔρημοι ο Hoc eodem modo
flectuntur communia additis præpositivis articulis ó et 2, ut ὁ et %
παρθένος tírgO, τοῦ καὶ τῆς παρθένου, etc. Exemplum
neutrorum in ον. Sing. Plur. No. ro ὀένδρον arbor. Nom. τὰ δένδρα 35 Ge. τοῦ δένδρου Gen. τῶν δένδρων AC. τὸ 0cyJpoy Acc. τὰ ὄκνδρα Voc. à δένδρον Voc. à δένδρα. Sciendum autem hic est nomina neutra tres casus
habere similes in quocünque numero, rectum videlieet, accusativum
et vocativum ; quod non tam verum est in hac declinatione, quam etiam in
cæteris aliis, quæ neutra nomina continent. QvanTA declinatio est
masculinorum in ας et ης, quorum flexio partim convenit cum nominibus
prim:e declinationis, partim vero cum nominibus tertie. Horum igitur
genitivus singularis est in ου, accusativus et vocativus in « vel η juxta terminationem nominativi. Exemplum
in ας. Sing. s Plur. No. 6 σχλιχκας cochlea. No. οἱ σαλιάχοι Ge. τοῦ σχλιάκου Ge. τῶν σαλιάκων Acc. toy σᾶἄλιακα Ac. τοὺς σαλιάκους Voc. © σᾶλιακχα Vo. o σαλιάχοι Exemplum £n ης. Sing.
Plur. No. 6 µάστορικ artifex. Νο. οἱ µαστόροι Ge. τοῦ µαστόρου Ge. τῶν µαστόρων AC. τὸν µαστορη AC. Ἅτοὺς µαστόρους Vo. Ó µάστορη Vo. à µαστόρη
Animadvertas velim in hac declinatione semper nominati- vum, et vocativum
pluralem debere acui in penultima: voca- tivum vero singularem acui in
antepenultima si nomen sit trisyllabum, si vero quadrisyllabum in
præantepenultima, sive quod idem est servare semper accentum sui
nominativi, ut ex allatis exemplis licet colligere. V declinatio
amplectitur tam masculina in az et 7; barytona, quam in τς ὀζύτοναχ, et
foeminina in +, quorum obli- qui singulares retinent.recti vocalem ablata
ς in masculinis, et addita in foemininis. Pluralis vero nominativus est
pluri- syllabus in ade; vel οὔδες, genitivus in ων, accusativus et
voca- tivus similes sunt nominativo. Exemplum ín as,
Sing. Plur. N. — ó µασκαρὰς nugator. N. οἱ 202020 G. τοῦ
µασκαρὰ α. τῶν µασκαράδων Δ. τὸν µασκαρὰ Α. τοὺς µασκαράδες V. ὦ
µασχαρὰ γ. ὦ µασκαραθες. MEYER.
GRAMM. GRECQUE] Exemplum in xs. Sing. Plur. No. 6 χριτῆς judez. No. οἱ χριταθες Ge. τοῦ xp Ge. τῶν κριτάδων s ACC. Toy χριτὴ Acc. τοὺς χριτάδες Voc. ῥὦ κριτή Voc. ó κριτάδες, (P. 30) Exemplum ὃν ις. Sing. Plur. No. 6 xps domínus. No. oi χυροῦθες 10e. τοῦ χύρι Ge. τῶν κυρούδων Acc. τὸν χύρι Acc. τοὺς κυροῦδες Voc. à χύρι Voc. & χυροῦδες Adverte composita ex isto nomine χύρις ut νοιχοκύρις; Χαραθο- χύρις, etc. formare nominativum pluralem in ide; non in οὔδες, 15 dicimus enim νουιοχύριδες, καραβοκύριδες retinentes t, in omnibus obliquis.
Exemplum feminini in a. Sing. Plur. No. #ucyx mater.
No. * µανάδες s) Ge. τῆς μάνας Ge. . tà» μανάδων Acc. hy μάνα Ac. ταῖς µανάδες Voc. ὦ µάνα Vo. ὠμανάδες Ex quibus colligi potest nomina in ας et ης masculina, et foeminina in « habere
nominativum pluralem in ἄδες sola e; vero masculina in & in oie.
(P. 31) Sexra, et ultima declinatio continet tantum nomina περιττοσύλλαθα neutrius generis, quorum terminatio est α vel :, genitivus plurisyllabus in ου, ac cæteri casus ut nominativus. His addi
possunt nomina neutra in v. 30 Exemplum in a. Sing.
Plur. Νο. ro κρίμα peccatum. No. tà κρίµατα Ge. roù κριµάτου Ge. τῶν κριμάτων AC. To χρίµα AC. τὰ xpipata 35 Vo. © χρίµα Vo. à κρίµατα Adverte hzc nomina desinentia in x,
posse etiam terminare genitivum singularem in ος juxta regulam græcoliteralis grammaticæ, ut si
quis pro χριµάτου diceret κρίµατος, pro στο- µάτου στὀµατος, et sic de reliquis. Exemplum in ι. Sing. Plur. Nom. τὸ rx puer. Νο. τὰ παιδιὰ $ Gen. τοῦ παιδιοῦ Ge. . rà» παιδιῶν Acc. τὸ παιδὶ Acc. τὰ παιδιά Voc. o παιδί Voc. © παιδιὰ Observandum est hoc loco apud quosdam
non circumflecti genitivum singularem, et pluralem nominum desinentium in
10 i quum dicunt τοῦ
παιδίσυ, et τῶν παιδίων cum accentu acuto. Verum communis usus utrósque
circumflectit, quem etiam sequendum esse censemus, cum ipse hac in re non
minimi sit ponderis, ac momenti. HETEROCLYTA
nomina dicuntur, qu: vel novam sortiuntur flexionem in plurali diversam à
singulari, vel genus mutant aut accentum, vel peculiarem quendam declinandi
modum, irregularem tamen constituunt. Ad primum genus hete- 1ο
roclvtorum revocari possunt omnia nomina foeminina in ες, quorum
flexionem unius exemplo satis ediscere poteris. Exemplum n s. Sing.
Plur. Nom. 7 πίστις fides. No. nn πίσταις i5 Ge. τῆς πίστις Vel
πίστεως Ge. τῶν πίστεων Ac. τὴν πίστιν Acc. tais; πίσταις Vo. ©
πίστι Voc. o πίσταις Ex nominibus masculinis in ος, nullum reperio
quod sit heteroclytum, prater nomen λόγος, quod in singulari mascu-
ao lini est generis, in plurali veró neutrius, et sic declinatur. Sing.
Plur. No. 6 Àdyos verbum. No. ra λόγια Ge. roù λόγου Ge. τῶν
λογίων Acc. τὸν λόγον Acc. τὰ λόγια 33 Voc. Joy: Voc. à λόγια. Huic
addi potest nomen fœmininum ὄξοδος, quod cum sit tertie declinationis,
variat tamen in plurali terminationem accusativi, communiter enim pro
cai; ὄ-οδους, ponitur cai; ózo- da, quæ est terminatio accusativi
pluralis secundæ declina- s tionis. At vero neutra
omnia in os, ut à/o; flos, κέρδος lucrum, etc. et nonnulla in ον, ut
δέν2ρον arbor, loco « in nominativo plu- rali reponunt »; dicimus enim 2»
lores, γέρδη lucra, et δέν- en arbores, quorum genitivus est in à»
circumflexe. ο. Nomen ῥίγας Ret, quanvis quinte declinationis, quia
ta- men accentum mutat, et terminationem in genitivo singulari,
ideo non immerito inter heteroclyta annumeramus. Dicetur igitur in
genitivo pro τοῦ ῥίγα juxta regulam τοῦ pro; ; caeteri casus tam
singulares, quam plurales sequuntur flexionem 15 quintze
declinationis. Nomina propria virorum in οὓς et ως, ac mulierum in
ov et à, non declinantur nisi in singulari, et retinent ου vel ω in
omnibus obliquis. At vero substantiva in o2; in utroque nu- mero
declinantur. Singula propriis exemplis
elucescent. 20 Evemplum virorum in οὓς et w:. Sing. Sing. No. 0 [ησοῦς Jesus. No. ὁ Mivyo; Minos. Ge. roù [ησοῦ Ge. ro0Mówg — Ac. τὸν [ησοῦν Αο. τὸν Μίνων 2: Vo. o [ησοῦ Vo. à Mw Exemplum mulierum in ov et
o. Sing. Sing. No. 7" μαϊμοὺ simia. No. 75» Avo Latona. Ge. Tr μαϊμοὺ Ge. τῆς Aro 30 AC. τὴν μαϊμοὺ Ac. την Λιτὸ Vo. à μαϊμοὺ Vo. ὦ Λιτὼ Exemplum substantivorum in οὓς Sing. Plur. Nom. ὁ νοῦς mens. Nom. οἱ νόοι 35 Gen. τοῦ νοῦ Gen. τῶν νόων Acc. τὸν vov Acc. τους νόους Voc. ὦ vou Voc. ὦ νόοι Nomen item nou; et πολὺ heteroclytum est, licet foemininum πολλὴ nequaquam sit, cum observet regulas secundæ
declina- tionis. Quare sit exemplum masculini πολὺς, et neutrius πολὺ. Sing. Plur. Nom. ὁ πολὺς multus. No. οἱ πολλοὶ Gen. τοῦ πολλοῦ Ge. τῶν πολλῶν 5 Acc. Toy row Ac. τοὺς πολλοὺς Voc. o πολὺ ' Vo. © root. Sing. Plur. No. τὸ πολυ muwultwm. Νο. τὰ πολλὰ (49. τοῦ πολλοῦ Ge. τῶν πολλῶν 10 Acc. ro πολὺ Acc. τὰ πολλὰ Voc. o πολὺ Vo. ὦ πολλὰ His adde omnia nomina in u; barytona ut βαρὺς, γλυὺς, et alia, qua sic flectuntur. Sing. Plur.
45 No. ὁβαρὺς gravis. No. οἱ βαρεῖς Ge. τοῦ βαρυοῦ Ge. τῶν βαρυῶν Acc. roy βαρὺν Acc. τοὺς βαρεῖς Voc. à βαρὺ Voc. o βαρεῖς. Neutra eorum in v, non sunt irregularia
sed pertinent ac » reducuntur ad ultimam declinationem, et eodem modo
declinantur quo desinentia in i. atque hæc de heteroclytis.
Verbalia quædam deducuntur à presente versa o in r, si aliqua
praecedat consonans, vel simplex vocalis, sic à v:xo formatur νίκη victoria, et à βοῶ for clamor : si vero vocalem o, ss praecedat
diphthongus ευ, tunc ο, mutatur in a, et v inc, unde à ὀρυλεύω fit δουλεία servitus, et à φτωχεύω φτωχεία paupertas. Verum siante o, ponaturov
diphthongus, o quidem vertitur in nat vu abjicitur, ut zxow» audio, a«or,
auditus. Ex verbis in γω, quorum penultima est ευ, formantur 30 etiam verbalia in », rejecta v,
ut ex φεύγω φυγή fuga. Ea vero quæ vel solam e habent, vel
junctam cum in penultima, mu- tant o in oc, ε in ο, et abjiciunt « ut λέχω λόγος verbum, σπείοω σπόοος Semen. Sunt etiam alia verba in γω, quorum penultima est in x, et hiec verbale
formant in t, ut ozye φαγὶ,
cibus, et ss additione ro, φαγιτὸ. Verba etiam in ὁῶ circumflexa verbalia habent in t, ut τραγουδῶ CAO, τραγοῦλι cantus, et lolo da floreo, λουλοῦδι flos. At in νῶ, et 0o formant verbalia in ος, ut πονῶ do- leo, πόνος dolor, et ποθῶ desidero, πόθος desiderium. Tandem ex verbis in uw effingi
possunt verbalia in µα
rejecta v, ut à κάμνω
facio, κάµωμα factum. Quædam autem suam desumunt
originem ab aoristo activo, et hæc vel desinunt in ux et uo;, vel in i,
velin ua. S Verbalia in ya et µός formantur à prima persona aoristi -
primi, qui si fuerit in σα verborum barytonorum formabit guum verbale
ponendo inter set x, u, ut ἀνούω audio, aoristus primus est ἄχουσα, hinc interposita u, inter c et a, fit ἄχουσμα auditio, et versa ux in uo; ακουσμὸς nominis fama. Dixi ver- 10 borum
barvtonorum, quia. aoristi verborum circumflexorum mutant simpliciter ox
in uz, et rejiciunt c, si fuerit augmen- tum syllabicum, ut κινῶ, ἐκίνησα; ox in ua, et ablato e, aug- mento syllabico,
xéaux motus. Verbum δένω ligo, quanvis barytonum, et aoristum habeat
15 in σα, ejus tamen verbale exit in ux, et non in
cua, ut ἔδεσα, Œua vinculum, et additione τι, δεμάτι fasciculus. Si ultima aoristi fuerit in λα, vel ρα formanda erunt verbalia in ua, et voc,
interpositione u, εἰ
ablatione (P. 40) augmenti, quod si ejus penultima fuerit ει, rejicienda est ι. si vero n 0 tantum verti debet in α, ut σπείρω semino, ἔσπειρα. antpux Se- men, δαίρνω verbero, ἔδηρα, ὀαρμός verberatio. Tandem verbalia in τς, τα, et wo deducuntur à secunda per- sona ejusdem
aoristi mutando ε in :, et abjiciendo e, si fuerit
augmentum syllabicum, ut ab εκίησες, Ἀίνησις motus, ab ἐπορ- 35 πάτησε: Gmbulasti, ποοπατησιὰ ambulatio, et ab ἔκλεψες furatus es, Χλεψιμιό furtum. Adverte tamen caracteristicam v, ver-
tendam esse in c, ut*ab éxcues judicasti fit κοίσις judicium, mutata v in £,e in ν et rejecto augmento. Atque
hæc de derivatione verbalium substantivorum, nam 30 de adjectivis
infra suo loco dicendum. Illud tantum addo ex ipsis substantivis derivari
alia nomina substantiva in ox, έζα, οὔλα, et όπουλον, quæ dimi(P.
41)nutionem significant, ut à ματι OCUÎUS, µατάκι OCellus, à καρδιὰ cor,
καρδίζα corculum, à ψυχη anima, ψυχούλα animula, et ab εὐκγγέλιον
evangelium, 35 εὐχγγελιόπουλον evangeliolum, etc. Jam
dicamus de numeralibus, quorum aliqua sunt cardina- lia, ut loquuntur,
alia ordinis. Cardinalia sunt hæc : Masc. Fam.
Neut. 10 Sing. Ν. ἕνας unus. µία una. ἕνα UNUM. (1. ἑνὸς vel ἐνοῦ
μιᾶς ἑνοῦ À. ἕναν vel ἔνχνε. μίαν ἔνχ. Hinc composita
masculini generis καθένας unusquisque, xavé- vas nullus, vel κανεὶς à
literali εἷς, et foeminini πασαµία unaqueæ- que, et χαµία nulla, et
neutrius καθένα, et per syncopem xat unumquodque, et χανένα mullum, eodem
prorsus modo flec- tuntur, quo primitiva ἕνας, µία, ἕνα paritérque carent
numero 5 plurali, et vocativo. Avo duo, est omnino indeclinabile
omnisque generis, cum dicatur οἱ, αἱ καὶ τὰ δύο, in omnibus casibus solos
articu- los variando; reperitur tamen interdum genitivus τῶν duo
duorum. 10 Τρεῖς tres, est commune, cujus genitivus cpu, acc. τρεῖς.
Neutrum habet τὰ τρία tria. ge. τριῶν. acc. τρία. Técoape; quatuor,
etiam est masculini ac fceminini generis, ge. τεσσάρων. acc. técoapes.
Neutrum est τὰ τέσσαρα. ge. τεσ- σάρων. acc. τέσσαρα. Atque ab his usque
ad ἑκατὸν centum sunt is indeclinabilia, ut πέντε quénque, & sex, ἑφτὰ
septem, óxzo octo, one novem, déxa decem, ἔνδεκα undecim, δώδεκα
duodecim, (ὁριατρία vel δεκατρεῖς tredecim, δεκατέσσαρα Vel δεκατέσσαρες
qua- tuordecim, apud modernos Grecos declinantur,) δεκαπέντε
quindecim, δεκάξη sexdecim, δεκαφτὰ septemdecim, δέκα ὀκτὼ 30 decem et
octo, δέκα ἐννειὰ decem et movem, εἴιοσι viginti, εὔνοσι ἕνα viginti unum
etc. τριάντα triginta, σαράντα quadra- ginta, πενήντα quinquaginta, ἑξήντα
sexaginta, ἑδδομήντα sep- tuaginta, ὀγδοήντα octoginta, ἑνενήντα
nonaginta, ἑκατὸ cen- tum. Hinc jam incipiunt declinari oi διακόσιοι, n
διακόσιαις, τὰ ss διακόσια ducenti, etc. τριακόσιοι trecenti, etc.
χίλιοι, χίλιαις, χίια mille, hinc δύο χιλίαδε duo mille, τρες
χιλιάδες tria millia, récoures χιλιάδες quatuor millia, etc. usque
ad ἕνα μιλιοῦνι millionem generis neutrius, unde déo μιλιούνια duo
milliones et sic deinceps. Ordinalia sunt πρῶτος primus, δεύτερος
secundus, τρίτος tertius, τέταρτος quartus, πέµπτος quintus, ἔχτος
sextus, ἔδδομος septimus, ὄγδοος octavus, ἔννατος nonus, δέχατος decimus,
ἐνδέ- χατος wndecimus, δωδέκατος duodecimus, δέκατος τρίτος tertius
decimus, δέκατος τέταρτος decimus quartus, etc. εἰκοστὸς vige- s; simus,
εἰκοστὸς πρῶτος vigesimus primus, etc. τριακοστὸς trigesimus, τεσσαρακοστὸς
quadrigesimus, πεντηκοστὸς quinqua- gesimus, ἑξηκοστὸς Sexagesimus, ἑβδομηκοστὸς
septuagesimus, 1. P. 43, ligne 12 de l'édition originale, le texte porte
μιλῶν, puis μιλιούνια. — P. 44, 1. 6, il a διακοσιστὸς. Dans un cas comme
dans l'autre ce sont de simples fautes d'impression. 24
PCRTII ὀγδοηκοστὸς OCtuagesimus, ἐννενηκοστὸς nomagesimus, ἑκατοστὸς
centesimus, δικκοσιοστὸς ducentesimus, τριακοσιοστὸς trecente-
Simus, τετρχκοσιοστὸς quadringentesimus, etc. χιλιοστὸς mille-
simus, χιλιοστὸς πρῶτος millesimus primus, et quæ sequuntur. AnjECTIVA Sunt quae propriis ac substantivis
nominibus præfiguntur : horum autem quedam sunt in ος, quædam in 10 ης: alia in a5, alia in ig, alia denique in υς. De uniuscujusque terminatione singillatim
agendum hoc loco. Et primo quidem adjectiva in o; (P. 45) pertinent
ad tertiam declinationem, quorum si terminatio fuerit in o; purum,
quod Scilicet non subsequitur consonans, sed vocalis, aut diphthon-
15 gus, foeminina desinent in «, ut ἄγριος ferus, &yovx fera, ἄγριον Jerum. Unum excipe óydoo;
octavus, ὀγδόη octava. Si vero Sint in o; non purum, habebunt fceminina
in v, ut καλὸς, xa35,. καλὸν bonus, bona, bonum, qux ad secundam
declinationem revocari debent, neutra vero in ov tertize
declinationis. e; Adjectiva in ης quædam sunt prime, quaedam quintæ
de- clinationis, utraque fœmininum formant vel in pu secunde declinationis,
ut κλέφτης fur, κλέγτρια. ἀκαμάτης negligens, ἄχα- µάτρια: Vel in σα
illud addendo, ut χωράτης rusticus, χωριάτησσα rustica, etc., quæ semper
retinent accentum penultimæ sui s»; masculini, ut patet in exemplis
allatis, exceptis duntaxat (P.46) adjectivis in ϱης, quorum fœminina non
observant accentum penultimæ, ut διχκονάρης mendicus, διακοναριὰ mendica
et ψω- µατάρης Tnendazx, ψωµαταριὰ, etc. atque hsc omnia neutris
carent. ᾿ x» At vero in ας sunt quinte declinationis, et formant
fœmi- nina aliquando in αινα ut pxyxs VOTAX, φάγαινα voraz; Sæpis-
sime in ica, ut βασιλιὰς Imperator, βασίλισσα Imperatriz, ῥίγας Rex, ῥίγισσα
Regina, et alia plura quæ neutrum penitus ignorant. 33 Que desinunt in & ad sextam declinationem
referuntur, et habent fceminina in iz secundæ declinationis, neutra vero
in , sextæ declinationis, ut pæzpis, µαχριὰ, μακρὶ longus, longa, longum. Nomen κύρις Dominus, foemininum habet χυρὰ, non vero κυρία, nec format neutrum inc | 40 Tandem
adjectiva in w sunt etiam sextæ declinationis, ex quibus for(P. 47)mantur
fœminina in eix secund: declina- tionis, et neutra in ? sextæ, ut γλυκὺς, γλυκεῖα, γλυκὺ dulcis, et dulce. Bzpu;, xotix, βαρὺ gravis, et grave, et hujusmodi plura.
Jam Comparativa in repos, et Superlativa in raro; ex iis præ- 5
cipue deducuntur adjectivis, quorum terminatio est in ος, ες, et v; ; alia enim explicant sua comparativa,
vel per πλέα vel per µεγαλήτερος; », o», Superlativa vero per µεγαλώτατος, n, ov, ut cum dicimus πλέα ἀκαμάτης negligentior, µεγαλώτατος φαγὰς eda- cissimus, et ó µεγαλήτερος ἄοχοντας τῆς χώσας tota urbe nobilior. 10 Quá tamen ratione
Comparativa, et Superlativa formentur ab adjectivis in ος, «c, et us, quaeve litera dematur, mutetür- que
vocalis sequentibus clarum fiet exemplis. ( ἄγριος ἀγριώτερος &ypworzros sylvestris ος $ ἔνδοζος ἐνθοξότερος ἐνδοξότατος gloriosus 15 σοφὸς, σοφώτερος, σοφώτατος, SUDIENS. ις | μακρίς, µακρίτερος, µακρίτατος, longus. u; | βαρὺς, βαρύτερος, βαρύτατος, gravis. Ex his
facile colligere potes, adjectiva in ος, quorum pe- nultima est longa,
servare o, in comparativis ac superlativis ; mutare vero in o, cum sit
brevis. Adverte etiam in hac lingua, ex adjectivis in o; non
purum, formari quidem comparativa in τερο:, et superlativa in
raros, sed mutari o in η, in solis comparativis : sic à καλὸς bonus
fit χαλήτερος ?elior, à γοντοὺς CTASSUS, χοντρήτερος C'assior, à
usya- λος Magnus, µεγαλήτερος major, etc. Posset aliquis dicere
hujus- modi comparativa desumi à foemininis καλη, χοντρή, et µεγάλη
addito recos, sed tunc cave ne dicas superlativa «a4Zracos, χον-
τρήτατος, et µεγαλήτατος, hæc enim semper respi(P. 49)ciunt mas- eulina;
quare dicendum erit καλώτατος optimus, χοντρότατος 30 — crassissimus, et
μεγαλώτατος maximus. Adverte item adjectivum φίλος non habere
comparativum in τερος, et Superlativum in τατος, sed illa exprimere per
µεγαλήτε- pos, et µεγαλώτατος, Ut pod εἶνχι τοῦτος µεγαλήτερος φίλος οδί
hic mihi magis amicus, et µεγαλώτατος φίλος amicissimus. 33
Ex adjectivis in uz, πολὺ: tantum est irregulare, hujus enim
comparativum est vel πολλότερος à moo; inusitato, vel περισ- σότερος à
περισσὸς, undein plurali περισσότεροι major pars, vel plerique :
superlativum vero πολλότατος quan multus à πολ- λ2ς. Atque hæc de
gradibus comparativis et superlativis, super- 4o est ut nonnulla dicamus
de adjectivorum derivatione, ut com- pletam de illis habeamus
doctrinam. Adjectiva quaedam sunt primitiva (P. 50) ut χαλὸς bonus,
quædam derivata ut Tewxónow parvus Turca. À primiti- vis deducuntur alia,
quæ diminutiva dicuntur, quorum ter- minationes sunt in ούτζυιος, n, ov,
et in όπουλος, α; ov, ut καλὸς s bonus, καλούτζιχος, n, ον,
subbonus, a, um. et ῥωμπὸς græcus, ῥωμηόπουλος, α, ον, greculus, a, um,
et similia. A substantivis feminini generis in «, modo exeunt
adjec- tiva in as, ut à γλῶσσα lingua, γλωσσὰς loquax : modo in κὸς
ut à καρδιὰ COT, καρδιακὸς cordialis : modo in pw ut à βάρκα
ιο cymba, βαρκάρης portitor: modo in ov, ut à γυναῖκα mu- lier,
γυναικούλης muliebris: modo in τερὸς, ut a ζημιὰ dam- num, ζημιατερὸς
damnificus ; et tandem in vos, ut à χαπέλα sacellum, καπελάνος sacrarii
custos. Item præstandum est si à neutris deducenda sunt
adjectiva, cum hac tamen differentia, quod nominativo plurali
addenda sint, p;, roc, ινὸς et paxo;, ubi in foemininis soli nominativo
singulari imponebantur, sic à χέρατα cornua, additione v, fit κερατὰς
cornutus, à παραμύθια fabulæ, additione pns, παραμνθιάρης fabulosus, à
γέεια barba, γενειάτος barbu- so tus, à ψώματα mendacia, ψωμµατωὸς,
et ψωματάραος mendax, et hujusmodi plura. Substantiva
foeminina in », modo sua formant adjectiva in ηρὸς, ut τόλμη audacia,
τολμηρὸς audax ; modo in ερὸς, ut βλάβη noxia, βλαθερὸς noxius; modo in
repos, ut λύπη tristitia, λυπη- as τερὸς tristis : modo in τικὸς,
et vc, ut cum honor, τιμητοιὸς et τί- µιος honorificus, et denique in pa;
verso v in «, ut µήτη nasus, µηταρας nasutus. Sic etiam à
substantivis in o; deduci possunt adjectivain ερὸς, ut à dodo; dolus,
δολερὸς dolosus, à φόθος timor, φοθερὸς timendus 30 etc. in οιὸς,
ut à τέλος finis, τελιχὸς finalis, τόπος locus, (P. 52) το- rexos
localis, et alia : in vc, ut ab οὐρανὸς calum, οὐράνιος cc- lestis : in
εινος, ut ab aeco; aquila, ἀετεινὸς aquilinus : in vos, ut ab ἄνθρωπος
homo, ἀνθρωπωὸς humanus ; et tandem in ιάροιος, ut à ῥόζος nodus, ῥοζιάρικος
NOOSUS, κμπος κομπιάρικος, et similia. ss À neutris in ον fiunt
adjectiva in ένιος et ενος, ut à ξύλον lignum, ξυλένιος, et ξύλινος ligneus :
item in coc, ut à πρόσωπον persona, προσωπικὸς personalis. At neutrorum
in «, adjectiva exeunt vel in dom, ut ypœu accipiter, γερακάρης
accipitra- rius : vel in ἄτος, ut μουστάκι MyStAT, µουστακάτος
mystacem 0 habens magnum : vel in ταος, ut σχυλὶ canis, σχυλίτοιος
σαπέ- nus : vel sæpissime in ac, ut ψάρι páscís, ψαρὰς piscator,
µου- λάρι mulus, μουλαρὰς mulio, et hujusmodi plura. Fœminina in
&, quæ non sunt verbalia habent adjectiva simpliciter in ræos,ut
πόλις urbs, πολιτινὸς urbanus, verbalia vero si sint in os mutant ç in v, ut
χίνησις motus, κινητυκὸς motivus ; si vero in φις, vel Ex. i vertetur in
g, et E in x, ut βλάψις (quod tamen non est in usu) βλαντικὸς damnificus,
et s φύλαζις conservatio, φυλακτικὸς conservativus. Sunt
etiam non exigui numeri adjectiva, quæ suam des- umunt originem à verbis,
quorum alia sunt in aro;, alia in prog, alia in χρὸς, quædam in της, et
Tes, alia demum in τὸς; ho- rum autem formationem is omnium optime
tenebit, qui græcoliteralem grammaticam in primis calluerit: Verum ne
rudis et Tyro, et τῶν ἑλληνικῶν µαθηµάτων penitus ἄγευστος ab hac
nostra Græco-vulgari lingua longe videatur arceri, has sibi regulas
observandas proponat. Primum adjectiva in aro; derivari à presenti
mutato ω in 15 a, et addita τος, ut à φεύγω fugio, φευγαάτος fugitivus : item in »oo; mutato o in », ut a πνίγω
Su[foco, πνιγηρὸς suffocato- rius: item in µος, et precipue a verbis in
do versa ζω in pros, ut à γνωρίζω COJNOSCO, γνώριμος cognitus : item in
xo; muta- tione ω in «, ut à γράφω scribo, γραφυὸς, qui pertinet ad
so scripturam. Secundoadjectiva in τυκὸς, τῆς et vo; deduci à
prima persona aoristi activi versa ultima syllaba in ræos, τῆς et τὸς,
rejectó- que augmento, ut ab ἐκίνησα movi, fiunt κινητικὸς motivus,
κωητὴς MOVENS, et κωητὸς Mobilis, ἀγάπησα amavi, ayamncos t5 amabilis, ἀγαπητῆς
amans, ἀγαπητιαὸς amatorius, unde ἄγα- run amasia, et similia. Quod si
ultima aoristi exierit in £a, vel da,tunc in formandis adjectivis E verti
debet in x et ψ, in vel φ et a, in τικὸς, τῆς et τος, ut ab ἔσμιχα
miscui, fit σμικτὸς mixtus, σμικτικὸς admixlivus, et ouixrns miscens sic
ab ἔγραψα 30 deduci possunt γραπτὸς scríptus, yp&(P.55)prn; scriptor,
et γραφτικὸς qui scribi potest, et ita de reliquis. Ῥποπονινα dividi
solent in primitiva, possessiva, demon- ss strativa, relativa, composita,
interrogativa, et infinita. Primitiva sunt tria, ἐγὼ prim» persons
: ἐσὺ {u, Secun- dz persons; τοῦ sui, tertiæ persons. Hæc autem sic flec- tuntur. Sing. Nom. εγὼ ego. Gen. poo mei, et mihi. Acc.
é£u£yx vel μὲ me. Plur. Nom. ἐμεῖς nos. 5 Gen. ἐἑμῶν et ἐμᾶς mostrum vel nobis. Acc. ἐμᾶς νε] μᾶς nos. Sing. Nom. cv tu. Gen. σοῦ tui et tibi. Acc. ῥἐτένα vel oc te. 10 (P. 56) Plur. No. ἐσεῖς VOS. Gen. ἐσᾶς vel σᾶς vestrum et vobis. Acc. ἐσᾶς vel σᾶς vos. Sing. Gen. τοῦ sui vel sibi. Acc. 1680. 45 Plur. Gen. τῶν suorum vel sibi ipsis. ACC. cov; SUOS.
Ubi adverte duo priora primitiva habere genitivum plura- lem
similem accusativo; posterius vero carere utroque nomi- nativo, atque hac
omnia tria privari vocativo. Item accusa- «0 tivum τὸν, quum
postponitur alicui verbo assumere :, ut εἴδατον vidi illum, εἴδατονε.
Possessiva sunt sex, ἐ)ιιόσμου, ἐδικήμου, ἐδικόμου, meus, mea, meum
: ἐδικόσσου, ἐδικήσου, ἐδικόσου tuus, tua, tuum: ἐδιιόσ- του, ἐδικήτου, ἐδικότου
SUUS, δα, SUUM : ἐδικόστου quum ad fce- :; minina tantum refertur
assumit non ineleganter pro του, της, Videlicet ἐδιχόστης, εδικήτης, ἐδικότης,
non solum in singu- lari, sed etiam in pluraliéduxóguas, ἐδιχήμας, doux;
noster, nostra, nostrum : ἐδικόσσα:, ἐλικήσας, ἐλικόσας vester,
ves- tra, vestrum : ἐδικόστων, ἐδικήτων, ἐλικότων vel ἐδιχόστους,
&ui- 30 τους, ἐδικότους €0rum, earum, eorum. Horum masculina,
et neutra ad tertiam pertinent declinationem, foeminina vero ad
Secundam, et µου, σου, του, µας, σας, των et τους, remanent im- mutata in
omnibus obliquis, ut ἐδιχόσμου, ἐδικαῦμου, ἐδιχόνμου, etc. Dicitur etiam
éCwósuov,' δικήµου, δικόµου, ablata e, si præ- 3; cipue preecedat
vocalis, vel diphthongus, ut εἶναι δικόµου τὸ χαρτι, liber est
meus. Demonstrativa sunt duo, τοῦτος vel ἐτοῦτος hic, ἐκεῖνς
vel χεῖνος ille, tertiæ declinationis, quarum fœminina τούτη
h&c, et εκείνη illa, secundae ; et neutra τοῦτο, et ἐχεῖνο hoc, et
illud # tertiæ. Animadvertas rogo, genitivum singularem et
plura- lem juxta regulam non debere circumftlecti,
cireumflecti tamen apud quosdam vel additione alicujus syllabæ, ut fit
in genitivo singulari τούτου Aujus, τουτουνοῦ, τούτης, rournvis, et
in plurali τούτων horum, couzow ; vel sine ulla additione, ut quum dicunt
ἐχεινοῦ pro éxeivou, ἐκεινῆς pro ἐχείνης, et ἐκεινῶν pro ἐχείνων.
Relativa quatuor enumerari possunt αυτὸς, αὐτὴ, «vro ἔρδο, ipsa,
ipsum, quod interdum sumitur pro £y», ἐσν et exeivos : ἔποιος, ἔποιχ, ὅποιον,
vol ἔγοιος, Éyoux, ὅγοιον quicunque, queæ- cunque, quodcunque : ὁποῖος, ὁποῖα,
Onoicy Qui, qua, quod, et correspondet articulo literali ὃς, 7, 0 et ἔστις
quisquis, cujus genitivus ὄτωος, accusat. ὅτια, et non plus ultrà.
Ex relativo αὐτὸς, αὐτὴ, αὐτὸ deducuntur composita tria. Prime
persone ἁπατόσμου vel ἁατόσμου eo ipse, αἀτήμον vel ἁπατήμου, ego ipsa.
Secundæ personæ ἁπατόσσου vel ἀτόσσου iu ipse, ἁπατήσου tu ipsa : et
tertie personæ ἁπατόστου vel ἀτόστου Se 2pse, ἁπατήτου vel ἁπατήτης 56
ipsa. Hec pronomina solum habent utriusque numeri rectum,
obliquis carent, et genere neutro, verum id tantum admittit tertia
persona, cum reperiatur ἁπατότου et ἁπατάτα. Cæteri casus desumi debent à
sequentibus. Et quidem prim: persona. Sing. Gen. ἐμαυτοῦμου met ipsius.
ACC. ἐμαμτένμου Me ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦμας nostrum
ipsorum. ACC. ἐμαυτόνμας mos {ρδοδ. II persona. Sing. Gen. ἐμαντοῦσου
fui ipsius. Acc. ἐμαυτόνσου Le ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦσας vestrum
ipsorum. ACC. ἐμαντόνσας VOS $psos. III verd persons. Sing.
(Gen. ἐμαυτοῦτου sui ipsius. Acc. ἐμκχυτόντου Se ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦτους
vel éuavroëruv. Acc. ἐμαυτόντους Vel ἐμαντόντων. Nota hujusmodi
pronomina primæ, et secundæ per- sonæ communia esse maribus ac foeminis
immutato prono- mine µου et σου : tertiæ vero non item, cum pro του
foeminina Sibi adsciscant της, ut τοῦ ἐμχυτοῦτης, et τὸν ἑμαυτόντης,
atque id tantum fieri debet in singulari, nam in plurali utriusque
generis nomina omnino conveniunt. Interrogativa pronomina sunt haec τὶς
quis et qua, com- munis generis: ri quid? neutrius ποῖο vel mot;
quis saut qualis? omnis generis ita ut fcemininum exeat in a, ut ποῖα
QUO ? et neutrum in ον, ut ποῖον, quale? de flexione ποῖος, nulla potest
esse difficultas, ideo ponemus tantummodo declinationem τὶς et «i.
Masc. et Fœm. ιο Séng. N. ris quis et quæ? Plur. N. rives
qui? G. τίνος G. τίνων À. τίνα À τήας. (5. 61) - Neut.
Sing. Nom. τὶ quid? 45 Gen. τίνος Acc. rti. Neutrum
plurali caret, pro quo usurpatur ποῖα, ut ποῖα πραγ- para qua res?
Differt τις à τοὰς non tantum syllabis in recto, et in obliquis accentu,
cum τωὰς habeat genitivum ro, et ac- s) cusativum rox, verum etiam
significatione, nam cruz; signi- ficat aliquem, vel nullum, nec est
interrogativum, ut «is. A pronomine ποῖος derivatur κάποιος,
χάποια, χάποιον aliquis : ἔποιος vel ὅγοιος quisquis, et à τις ὅστις
quicunque, quæ reti- nent suorum, ut ita dicam, parentum
declinationem. :3 Demum tria sunt pronomina que dicuntur infinita,
δεῖνα talis et tale, omnis generis. gen. deivoz. acc. dx, caeteris
ca- Tet. τέτοιος, τέτοια, τέτοιον lalis, et ταδεποιὸς, ταδεποιὰ, ταδεποιὸ
talis (Ρ. 62) et fale, atque hæc declinantur integré per omnes casus et
numeros, masculina quidem et neutra juxta tertiae, 30 foeminina
vero juxta secundæ declinationis modos, ac for- mam. Illud
observatione dignum hoc loco censui μοῦ, σοῦ, τοῦ, μὲ, σὲ, τὸν, τῶν, τῆς
et τοὺς: enclyticas appellari voces, quod vel pro- prium amittant
accentum, vel illum ad præeuntem, ac præcedentem syllabam remittant. Hoc autem
tribus modis, ut plurimum potest contingere. Primo si
antepenultima præcedentis dictionis acuatur, vel penultima accentum
habeat circumflexum, ut τὰ »piuat& µου peccata mea, ἡ Μοῦσα σου Musa
tua, τὰ λόγια του verba sua, etc. 4 — SecundoSsi vox antecedens
enclyticam accentum habeat acu- tum in penultima, vel gravem in ultima,
pronomina illa penitus quidem suum deponunt accentum, at gravis transit
in acutum, ut ó λόγος του verbum suwm, τὸ πουλίµου avis mea: circumflexus
tamen remanet immutatus, ut κινῶ cc mo- veo te : idem præstatur si ultima
prioris vocis acuatur. Tertio et ultimo usus obtinuit in enclyticis
pronominibus ; suum ipsorum accentum retinere, quando
præpositionibus conjunguntur, vel conjunctionibus disjunctivis, ut διὰ σὲ
propter te, non διά σε, et ñ μὲ σκοτώνω ἡ σέ ἐλευθερώνω vel me occido,
vel te libero, et similia. Ur facile est hodiernae Grecs lingue Verborum
conjugationes exponere, cum multiplicem illam tot temporum, modo- rümque
respuerit distinctionem, ita quoque perarduum esse constat eadem in
certas distribuere classes, certísque 5 sedibus collocare, tam ob
defectum futuri, quam propter diversam finalium characteristicarum varietatem,
ne dicam corruptionem. Ceterum antequam ad istam terminationum
farraginem deveniamus, non abs re videbitur nonnulla præmittere, quæ ad
faciliorem Verborum notitiam requiruntur. so Verba igitur omnia vel
sunt activa, quorum nota est o, et formant passiva in µαι, vel passiva ab
activis deducta, vel neutra qux desinunt in «e, sed nullum efficiunt
passi- vum in µαι, vel demum deponentia, quæ vocem ac sonum habent
passivum, at significationem activam; rejiciantur ss ergo ab hac lingua
verba communia, seu, ut Grammatici loquuntur, media. Sunt etiam alia
verba quas dicuntur impersonalia, non quod nullius sint persons, cum
effe- rantur in tertia persona; sed quod ad nullam certam, et
deter- minatam personam referantur, ut quum dicimus πρέπει νὰ ἀκολουθήσωμεν
τὴν ἀρετὴν, καὶ νὰ ἀφήσωμεν τὴν χακίαν Oportet ut virtutem sequamur ,
vititmque relinquamus, illud "pere: nullam habet personam, quam
certo et definite respiciat. Dividuntur supradicta verba duas in
partes, quarum una ss nuncupatur barytonorum, altera circumflexorum,
verba nanque in ut, nec per somnium quidem vidit unquam praesens
Grecia. Utraque verba duos habent, ut nomina, numeros singularem et
pluralem, tres personas, quinque tempora, quorum tria sunt simplicia
Præsens, Imperfectum, et Per- fectum, duo vero composita,
Plusquam-perfectum, et Futu- rum, modos item quinque Indicativum, (P. 66)
Imperativum, : Optativum, Subjunctivum, et Participium. Carent
Infinitivo s pro quo utuntur Subjunctivo. Verba quc vulgo
appellantur auxiliaria, quibus supradicta illa tempora composita
expri- muntur duo precipue sunt θέλω volo, et ἔχω habeo, hoc quidem
utimur ad exprimendum Plusquam-perfectum, illo vero Futurum et præsens
Optativi, per suum Imperfectum 10 ἤθελα vellem. Jam
barvtonorum Conjugationes tradamus, quarum numerus à varia
Perfecti, seu aoristi terminatione colligi debet. Cum igitur Perfectum
modo exeat in φα, modo in £a, et cx, modo in quatuor liquidas À, u, v, o,
pro hujusmodi is quadripartita Perfecti desitione, quatuor etiam
nos bary- tonorum conjugationes instituemus. Prima est in (o,
βγω, πω, qu, et cro, ut αλείθω ungo, νίόγω lavo, λάμπω fulgeo, γράφω
scribo, ἀνάφτω accendo, perfectum habet in dz, ut ἄλεψα unti, ἔνιψα
ο lavavi, ἔλαυψα affulsi, ἔγραψα scripsi, ἄναψα accendi. Ad hane
conjugationem revocari possunt verba in eu» vel εὔχω et πώγω, ut βασιλεύω
vel βασιλεύγω regno, et σκηύγω inclino, quorum perfectum apud quosdam
Græcos exit in ja, ut εδασί- Asa pro εξασίλευσα regnavi, et ἔσκνψα
inclinavi, fortassis . >; Similitudo soni ευσα et ex, eos in
hujusmodi mutationem, vel potius errorem induxit. Secunda in
γω, xo, Χνω, Χτω, χω; yv», σσω et ζω precipue trisyllabum et dissyllabum,
et quod ante £ assumit «, ut πνίγω Suffoco, πλέκω mnecto, δείκνω ostendo,
τρέχω curro, pixco 404040; σποώχνω impello, ów»ro persequor, τάσσω
pro- mailto, κράζω et φωνάζω voco seu clamo, perfectum habet in £a,
üt ἔπνξα suffocavi, ἔπλεα meri, ἔθειῖα ostendi, ἔτρεξα cucurri, &iza
jeci, ἔσπρω2z impuli, ἔλιωζα persequutus Sum, ἔταία promisi, ἔχραζα et ἐφώναξα
vocavi, seu clamavi. x; lertia in do, 0», o purum, et in ζω
quadrisyllabum, et precipue quod habet ι ante 5, ut προδίλω prodo, ἀλέθω
molo, ακούω QUO, σκοτειιαζω adumbro, et γνωρίζω cognosco, per-
fectum efficit in σα, ut ἐπρόλωσα prodidi, ἄλεσα molui, ἄχουσα QUdivi,
εσκοτείνιχσα aduinbravi, et ἐγνώρισα cognovi. # Ad hanc
conjugationem spectant omnia verba in ώνω à græco- literali deducta in
όω, et omnia illa quæ in Græco-vulgari assumunt v ante o, ubi prius
desinebant in o purum, ut τελειώνω perficio, ἐτέλειωσα perfeci, dem ligo, ἔδεσα
ligavi, ἐνλύνω Vestio, &iusx vestivi, et alia quae per o purum
scri- bebantur, ut raie, δέω, et ἐνδύω. Quarta denique
continet verba in 4», po, vo, co, ut νάλλω canto, κάµνω facio, κρίνω
judico, «cito corrumpo, perfectum vero in /z, ua, vx, cz, ut &ixAx cantavi,
ἔκαμα feci, &oux judicavi, &usx corrupi. Ubi adverte quum
duplex est aux in presente, perfectum primum tantum ser- vare, ut
evo ver bero, ἔδηια verberati, etc. MODUS CONJUGANDI T) VERBA
BARYTONA. Verbi Activi Indicativi. Pres. Sing. γράφω,
γράφεις, γράγει Scribo. Plur. yoxqous, γράφετε, γράφουσι, vel
γράφουνε. Tertiæ persons pluralis numeri, quod in : desinit, 1:
additur more Attico v, si precipue subsequatur vocalis. Imp. Sing.
έγραφα, ἔγραφες, ἔγραφε Scribebam. Plur. ἐγράφομεν, ἐγράγετε, cypAqast
vel ε εγράφανε. Perf. Bing. ἔγραψα, ἔγραψες, ἔγοαψε, scripsi. 20 Plur.
efiam ἐγράφε TE M ird vel ejoa. Plusq. Sing. είχα γοάφψει, εἶγες γράψει,
i yoxyat scripseram. Plur. εἴχαμεν Ὑοάψει, εἴχετε ypxLe, εἴχασι vel εἴχανε
7px a. Vel alio modo. 203 Sing. εἶχα γραμμένα, εἶχες
γραμμένα, etys γραμμένα Scrép- seram. Plur. εἴγαυεν γραμμένα, εἴγετε
γοαμμένα, εἴγασὶ Vel εἴγανε . γραμμὲνχ. Fut. Sing. θέλω γράφει,
θέλεις γράψει, θελει γράψει scribam. 30 J'lur. 0έλομεν γράψει, Deere
γράφει, θἔλουσι γράψει. Vel aliis magis corrupté. Sing. 0ὲ
px Vo, 0: γράψεις, 6& γράφει scribam. Plur. 0 γράφομεν, 0€ γράφετε,
0: γράβονσι. MEYER. GRAMM. GRECQUE. 3 Imperativi. Pres. Sing.
γράφε scribe. 25 γοάψει scribat. Plur. à; yoxbouss, γράψετε, ἃς
γράψονσι. Formatur à tertia persona perfecti Indicativi ablato 5 e
augmento Svllabico : caret proprió prima persona, cam tamen mutuatur ab
optativo addita particula ας, ut as οάψ scribam, et significationem habet
indetermi- natam, et indifferentem. Optativi. 10 Pres. Sing. ἄνποτες
νὰ vel as yoXbe, ἄμποτε νὰ γράψης, νὰ yox uténam scribam. Plur. ἄμποτες
νὰ γράψωυεν, νὰ γράψετε, νὰ γραψουσι. Imper.Sing. Y0:x γράψει, Ἴρελες
γράψει, Ίθελε γράψει scri- berem. Plur. Ἰθέχαμεν Ύραψει, θέλετε
yodba, Ἰθέλασι γοάγει. Dicitur etium ἅμποτες νὰ &yox?z, vel a; ἔγραφα,
et tunc idem est cum imperfecto indicativi. Sic etiam reliqua
tempora eadem sunt cum supradictis indicativi appo- sita tantum particula
a; vel aumo:zez va. Suljunctivi. Pres. Sing. νὰ γράφω, νὰ γράφῃς,
vx yoxyn "t scribam. Plur. νὰ Ὕοάγωμεν, νὰ γράφετε, νὰ
ynxoust. Est etiam aliud præsens ab aoristo, seu perfecto
indicativi formatum, cujus significatio non est aded præsens ac
determinata ut prior, sed indifferens maxi- méque in usu apud recentiores
Græcos, hoc modo. Sing. vx ypxlo, νὰ yox Voz, νὰ ypxbr ut
scribam. Plur. νὰ ypxbœuer, νὰ γράφετε, νὰ γράψουσι. Reliqua
tempora sunt eadem, quæ in indicativo 30 additis tantüm particulis
νὰ, et διὰ νὰ, ut ἂν δὲ, αἀγκαλὰ καὶ licet, ὅταν cin, et ἀνισωσγαὶ δὲ.
Nota tamen plusquam-perfectum, præter illum mo- dum quo exprimitur
in indicativo posse etiam sic efferri, scilicet ἂν Ίθελα γράψει δὲ
scripsissem, et tunc jj idem est cum imperfecto optativi.
Futurum etiam diversis modis, præter illum decantatum indicativi,
pro varietate sermonis usurpatur. Nam cum Latine dicimus, cun scripsero,
Græcè vertetur ὅταν θέλω γράψει vel où γράφω, χαλὰ xxi θέλω ἔχει
yoxu- T μένα licet scripsero, et reliqua.
Infinitivi. Præsens, et alia tempora eadem omnino sunt cum
temporibus subjunctivi, retenta sola particula να, ut vx yzxlo
scribere, νὰ ἔγραφα, etc. Participii. Præsens, et
alia tempora duobus modis exprimuntur vel Præs. simpliciter, et
indeclinabiliter mutando o præsentis indicativi in o, etaddita
syllabay:zs, ut γράφω scribo, ypz- φοντας SCribens, et hoc participium
est omnis generis, vel mutuando participium ἔστοντας, et praesens
subjunc- tivi, ut ἔστοντας καὶ vx γυάψω scribens, vel cuin. scri-
berem, ita ut verbum νὰ γράφω varietur quod numerum, et personam cum opus
fuerit. Reperitur etiam apud nonnullos Græcos quoddam participium in
µενος, quod licet vocem habere videatur passivam, revera tamen
activam sibi vindicat significationem, formatur ab imperfecto activo
indicativi ablato augmento, et addita syllaba μενος, ut à πηγαίνω 60, ἐπήγαινα
' ibam, fit participium myxwxuevos iens. Verbi Passivi
Indicativi. Sing. γράφουαι, γοάφεσαι, γράφεται Scribor. Plur.
γραφουμεσΏεν vel γραφόμεβα, γραφοῦσθε Vel /ράγεσθε, γράφονται. Imp.
Séng. ἐγράφουμουν, éyoxmouoou, ἐγοάφουνο vel ἐγράφετον scribebar.
Plur. ἐγραγούμεσθεν, ἐγραφοῦσθε vel εγράφεσύε, ἐγραφουντον vel ἐγραφονούντασι
*. 1 Perf. Sing. ἐγράφρηκα, εγράφθικες, ἐγράφθηκε Scriptus fui.
Plur. ἐγραφθήκαμεν, ἐγραφθήκατε, ἐγραφθήκασι vel ἐγραφθή- κανε. Vel
alio modo elegantiore. Sing. ἐχράφθην, ἐγράφθης, ἐγοάφη.
Plur. ἐγράφθηµεν, ἐγράφθητε; ἐγραφθησαν. 1. P. 75, I. 18, l'édition originale
porte ἐγραφονύντασι. 2. P. 76 de l'édition originale, le texte
porte eus 029i, ai /AUEY Πραφθή, θελεις 402301, θέλει γραφθή, θέλουσι
ypag95, ἴβελε γοαφθὴ. L'iota souscrit est tombé dans l'impression. Cf. p.
25 de l'éd. princeps, plus haut p. 15, qui correspond à la p. 25 de l'éd.
Plusq. Sing. εἶχα γραφθῇ, εἶχες 7paQ0h, εἴχε γραφθῇ scriptus eran vel
fueram. Plur. εἴχανεν γραφθῇ, εἴχετε γραφθῇ, εἴχασι γραφθὴ. Fut.
Sing. θέλω γραφθῇ, θελεις γραφΏῇ, θέλει γραφθῇ scribar. 5 Plur. θέλοµεν
γοαφθῇ, θέλετε γραφθῇ, θέλονσι γοαφθῇ. Imperativi. Pres. Sing.
γράφου scribare, xs γραφθῇ scribatur. Plur. a; Ὑραφθοῦμεν (γραφβῆτε) s Ὑραφθοῦνε
vel ἆς γραγθοῦσι. 10 Optativi. Pres. et Imp. Síng. #chx γραφθῆ,
fürs; γραφθῇ, ἴθελε γραφθὴ utinam. scriberer. Plur. Ἰθέλαμεν γραφθῇ,
θέλετε γραφθῇ, Ἰθέλασι γραφθῇ. Reliqua tempora sunt eadem cum indicativo
appositis 15 tantum particulis ἄμποτε vx vel a;. Adde tamen
plusquam-perfectum posse etiam exprimi hoc modo. Plusq. Sing. à; ἵμουν
γραμμένος, n, ον, &s Yrou γραμμένος, &s ἦτον γραμμένος, tinam
scriptus essem. Plur. à; Ἴμεσθεν γραμμένοι, ax, a. à ἤσθενε
γραμμένοι, 20 ἃς ἤτονε γραμμένοι. | Subjunctivi. Pres. Séng.
νὰ γραφθῶ, νὰ γραφθῆς, νὰ γραφθῇ ut scribam. Plur. va γραφθοῦμεν, vx
γραφθῆτε, vx γραφθοῦσυ. Reliqua ut in indicativo cum particulis illis νὰ,
διανα, 25 ἂν, σὰν, etc. Infinitivus convenit cum subjunctivo.
Participii. Pres. Sing. γραμμένος, γραμμένη, γραμμένον Scriptus, a,
um. Plur. γραμμἔνοι, γραμμέναις, γραμμένα scripti, ta, ta. Desumitur
hujusmodi participium à perfecto passivo 30 participii græcoliteralis
ablato augmento syllabico, utà γεγραμμµένος ablato γε, remanet γοαμμένος,
sic à νενιχη- µένος victus ablato νε fit wxruévos, et sic de
omnibus passivæ vocis. De Verbis Circumflexis. s | Due
sunt verborum circumflexorum conjugationes, quarum prima est in εις ete,
secunda vero in & et à. Utraque habet perfectum in σα, sed penultima
modo est e, modo x, modo denique «. Pro quo Adverte in prima
Conjugatione penultimam perfecti tunc assumere η, quando penultima
præsentis est longa, ut τραγουδῶ CGnO, ἐτραγούδησα Cecini, πατῶ Calco, ἐπάτησα
calcavi. Excipe χωρῶ capio, ἐχώρεσα cepi. Quando vero est brevis,
penultimam perfecti exire in e, saltem ut plurimum, ut πονῶ doleo, ἐπόνεσα
dolui, καλῶ voco, ἐκάλεσα vocavi, βαρῶ per- s culio, ἐδάρεσα percussi,
etc. In secunda conjugatione penultima perfecti sæpissime est
in », ut αγαπῶ GO, ἀγάπησα απιαυὲ, νικῶ VÍnCO, ἐνίκησα vici, et alia
innumera; excipe γελῶ rideo, ἐγέλασα Τ18ὲ, διφῶ sitio, ἐδίψασα sitivi,
πεινῶ esurio, ἐπείνασα esurivi, χαλῶ des- 10 iruo, ἐχάλασα destruxi, σχολὼ
vaco, ἐσχόλασα vacavi, ῥιγῶ frigeo, ἐρίγασα frigui, quoa consumo, ἐφύρασα
consumpsi : et quadam verba in ερνῶ, ut ζερῶ vomo, ἐξέασα VOMUI,
κερῶ infundo, ἐκέρασα infudi, περνῶ Supero, ἐπέρασα SUpe- ravi : item
monosyllaba ut exo disrumpor, ἔσκασα disruptus sum, σπῶ vello, ἔσπασα velli,
quorum composita retinent eandem penultimam. ἐπαινῶ vero, et καταφρονῶ
habent c, in penultima preteriti ut ἐπαίεσα laudavi, ἐκαταφρόνεσα
contempsi. Hzc autem sunt penitus anomala βαστῶῷ duro vel tolero, ἐδάσταζα
duravi vel toleravi, πετῶ volo, ἐπέταξα 20 volavi, et ejus
composita. Exemplum Verbi Circumflexi in εἲς. Verbi Activi
Indicativi. Pres. Sing. πατῶ, πατεῖς, πατεῖ calco. Plur. πατοῦμεν,
πατεῖτε, πατοῦσι Vel πατοῖνε. 25 Imp. Sing. ἐπάτουν, ἐπάτειες, ἐπάτειε
calcabam. Plur. ἐπατούσαμεν, ἐπατεῖτε, ἐπατοῦσαν. Perf. Sing. ἐπάτησα,
ἐπάτησες, ἐπάτησε, calcavi. . Plur. ἐπατήσαμεν, ἐἑπατήσατε, ἐπάτησαν
vel ἑπατήσασι. Plusq. Sing. εἶχα πατήσει, εἶχες πατήσει, εἶχε πατήσει
calcaveram. xo Plur. εἶχαμεν πατήσει, εἴχετε πατήσει, εἴχασι
πατήσει. Fut. Sing. θέλω πατήσει, θέλεις πατήσει, θέλει πατῆσει
calcabo. Plur. θέλοµεν πατήσει, θέλετε πατήσει, θέλουσι πατήσει.
Imperativi. Pres. Sing. πάτησε calca tu. à; πατήση calcet ille.
35 Plur. à; πατήσωµεν, πατήσετε, ἃς πατήσουνε. 1. P. 78, 1.
15, l'édition originale porte a; et à.— P. 79,1. 7, penulti. à la fin de
la ligne, avec un point. Cæteri modi et tempora conveniunt cum
Indicativo, additis de more particulis illis διακριτικαῖς vx, διανὰ,
ἄνποσες, etc. ut constat ex Darytonis.
Participii. s Pres. πατῶντας, omnis generis et indeclinabile formatur à
Pres. 10 Imp. Plusq.
20 Fut. præsenti indicativi addita tantum syllaba
vraz, ut πατῶ, πατῶντας calcans. Verbi circum/lexi Passivi
Indicativi. Sing. πατοῦωαι, πατειέσαι͵ πατεῖται Vel πατειέται
calcor.. Plur. πατειούμεσθεν, πχτειοῦσθε vel πατειέσθε, πατειοῦνται.
Sing. ἐπατειούµουν, ἐπατειούσου; ἐπατειοῦντο Vel ἐπατειέτον calcabar.
| Plur. ἐπατειούμεσθεν; ἐπατειοῦσθε Vel ἐπατειέσθε, επχτειοῦνταν.
Sing. επατήθηνα vel ἐπατήθην, ἐπατήθηκες vel ἐπατήθης, ἐπατήθηκε vel
επατήθη calcatus fui. Plur. ἑπχτηβήκαμεν vel ἐπατήθωμεν, ἐπατηθήκατε
vel έπα- τήθητει ἐπατηθήκασι vel ἐπατήθησαν. Sing. εἶχα πατηθῆ,
εἶχες πατηθῆ, εἶχε πατηθὴ calcatus fue- Tam. Plur. εἴχαμεν
πατηβῆ, εἴχετε πατηθῆ, εἴχασι πατηθῇ. Sing. θέλω πατηβῆ, θέλεις πατηβῆ,
θέλει πατιθῆ calcabor. Plur. θέλοµεν πατηθῇ, θέλετε ravra, θέλουσι
πατηθη. Imperativi. Pres. Sing. πατήσου calcare lu.
à; nazv95, calcetur ille. Plur. xs πατηθοῦμεν, πατηθῆτε, a; πατηθοῦνε vel
πατηθοῦσι. et reliqua ut in γράφοµαι. Participii.
Pres. πατηµένος, πατηµένη, marruévoy, calcatus, a, um. à Græco-literali
πεπατηυένος priore syllaba recisa : vel (ut mo- rem geram iis qui
Græco-literalem grammaticam non legerunt,) ab ἐπάτησα perfecto activo
indicativi, mutata σα in µενος, quia penultima est longa, nam quum
est brevis remanet c, et vertitur tantuma in µενος, ut patet in ἐκάλεσα
VOCAVI, καλεσμένος vocatus. quod etiam verum est in Verbis barytonis,
quorum præte(P. 84)ritum est in σα, ut ὁμόνοιασα conveni, ὁμονοιασμένος
qui cum alio convenit : quorum autem preteritum est in Ya, $
vertunt in µ et « in µενος ut ἔγραψα scripsi, γοαμμένος Scriptus :
quorum in £x (dummodo non ve- niant ab aliquo præsente in £o) mutant Ein
y, et a in µενος, ut ἐδιάλεία selegi, Φιαλεγωένος selectus; dixi
dum- modo non veniant ab aliquo presente in ζω, quia tunc £ transit
in z, ut à κράζω 9000, É«oata, χρασµένος, 5 φωνάζω Clamo, ἐφώναία, φωνασμένος
clamatus, etc. imo in iis, quæ derivantur à verbis in σσω mutant E
præ- teriti in 4, ut τάσσω promitto, ἔταξα, ταµμµενος promis- sus.
Tandem ubi sunt immutabilia À et p, observantur mutatione « in μένος, et
ablatione augmenti syllabici si fuerit, ut éjaAa (P. 85) cecini, 'aXu£vo;
cantatus, ἔσ- πειρα Semáinavi, enzoucvos seminatus. Ubi duo adverte
primum penultimam perfecti in ρα, verti semper in α in participio
passivo, ut patet in exemplo posito, et in aliis infinitis. Secundum
verbum yaiooux leor, ex- cipi ab hac regula, utpote anomalum, cujus
perfec- tum est ἐχάοηκα lavtatus sum, participium autem pas- sivum
χαρούμενος lœtus. Sola præterita in px formant participia passiva in
µενος mu- tando α in e, ut ἔκαμα feci, καμωμένος factus. Sed in vx ver-
20 tunt v in p, et α in μένος ut ἔχρυα judicavi, χριµένος judi-
catus. Hic modus formandi participia passiva à perfecto activo
fa- cilior sinecontroversia, aptiórque ad instruendum tyronum
animos videtur illo, quem tradidit P. Hieronymus Germanus οὔ Societatis
Jesu in Dictionario suo Italo-Græco animadversione 4. de formatione
participiorum, nam cum dicat participium passivum formandum esse à
presente passivo mutando αι in e, et addendo vs, ut à 7ozgoua inquit,
fieri de- bet yoxpouevos. Deinde vertendo qo in p, ypauuévos Scriptus,
30 non unum nobis effingit participium, sed plura, præterquam quod
etiam non tradit regulam generalem pro omnibus aliis verbis, ut patet in
σθείροµαι corrumpor, cujus participium est φθαρµένος corruptus, et in
χαλοῦμαι destruor, cujus par- ticipium χαλασμένος destructus, nec potest
dici quomodo formari possint à præsente. Hæc autem obiter dixi non ut
talis tantíque Viri auctoritati derogarem, qui optime omnium nostris
hisce seculis arcana hujus Grece linguæ penetravit, multósque nobis
Gordianos nexus mira dilucidáque brevitate dissolvit, sed ut faciliorem
meo judicio, incipientibus viam aperirem ad participiorum passiva: vocis
efformationem. Circumflexorum in à; Exemplum. Verbi Activi
Indicativi. Pres. Sing. ἀγαπῶ, ayxr2;, cyxni amo. Plur. αγαποῦμεν,
αγαπάτε, ἀγαποῦσι vel αἀγαποῦνε. 5 Imper. Sing. αγάπουν, αγαπας, ἄγαπα.
amabam. Plur. ἀγαπούσαμεν, ayant, αγαποῦσαν. Perf. Sing. ἀγάπησα,
αγάπησες, ἄγάπησε amavi. Plur. αγαπήσαµεν, αγαπήσατε, αγαπήσασι vel ἀγαπήσανε.
Plusq. Síng. cya αγαπήσει, εἶχες ἀγχπήσει, εἶχε ἀγαπήσει απια- 10
veram. Plur. εἴχαμεν ἀγαπήσει, εἶχετε ἀγαπήσει, εἶχασι αγαπήσει.
Fut. Séngy. Jo ἀγαπήσει, θέλεις αγαπήσει, θέλει αγαπήσει amabo.
Plur. θέλοµεν αγαπήσει, θέλετε αγαπήσει, θέλουσω ἀγαπήσει.
Imperativi. Pres. Sing. αγάπησε vel αγάπχ ama tu. à; ἀγαπήσῃ
amet ille. . Plur. x αγαπήσωμεν, ἀγαπήσετε vel ἀγαχπᾶτε, as
αγαπή- cow. Cetera vide ut in barvtonis. 20
Participii. Pres. Sing. ἀγαπῶντας amans. ab αγαπῶ accentu
immutato, et addito tantum vrac, est omnis generis, et numeri.
Verbi Passivi Indicativi. Pres. Sing. ἀγαποῦμαι, ἀγαπᾶσαι, αγαπᾶται
Qmor.Plur. ἀγαπούμεσθεν, ayxnào0:, αγχποῦνται. Imp. Sing. ἀγαπούμουν, ἀἄγαπουσου,
œyxroïro, Vel ayznárov amabor. Plur. αγαπούμεσθεν, ἀγαπᾶσθε, γαποῦνταν.
Perf. Sing. ἀγαπήθηκα, αγαπήθηλες, αγαπήθηκε amatus fui. 30 Plur.
αγαπηθήκαυεν, αγαπηθήκατε, αγαπηθήκασι. Plusq. Sing. sx ἀγαπηδὴν εἶχες
αγαπηθὴ, εἶχε ἀγαπηθὴ amatus fueram. Plur. εἴχαμεν αγαπηθη,
εἴχετε cyan, εἴχασιν xyxnrfin. 1. P. 89, lignes 7-8 de l'édition
originale, le texte porte εἴχες 7yorx9z, eus ἀγαπχθᾳ. De même &yarr0,
sans iota souscrit, à tout le paradigme du plur. du plusq., du futur et
de l’impér. prés., où le texte donne aussi fac ut amaris, —P.90 et 91, on
lit σταθῃ dans le texte, à tout le paradigme. Fut. Sing. θέλω ἀγαπηθῇ, θέλεις
œyarrôn, θέλει αγαπιθῇ amabor. Plur. Θέλομεν ἀγαπυβῇ, θέλετε ἀγαπηθὴ,
θέλουσιν yaris. Imperativi. Pres. Sing. ἀγαπήσου fac
ut ameris. a; αγαπηθῇ ametur ille. Plur. à; αἀγαπιβοῦμεν, αἀγαπηβῆτε, às
αγαπιβοῦν. Reli- 5 qua ut in Barytonis. Participii.
Pres. ἀἂγαπημενος, ἀγαπημένη, ayamrutvo amatus, a, um. vide quæ
(P. 90) diximus in participio verbi πατοῦμαι. Atque hzc de circumflexis.
10 Dx ΥΕΕΒΟ SUBSTANTIVO εἶμχι. DE AUXILIARIBUS θέλω ET ἔχω,
ALIÍSQUE VERBIS ANOMALIS. Verbi S'ubstantivi Indicativi.
Præs. Sing. eux, εἶσαι, εἶναι Sum. Plur. εἴμεσθεν, εἶσθε, εἶναι.
15 Imp. Sing. ἥμουν, ἤσουν, ἦτον eram. Plur. ἦμεσθεν, rate, ἦταν
vel ἧσαν. Perf. Sing. ἐστάθικα, ἑστάθγχες, ἑστάθηκε fui. Plur. ἐσταθήκαμεν,
éorafiaate, ἐσταθήχασι vel ἑσταθήκανε. Plusq. Sing. εἶγχα σταθῇ, εἶχες
σταθῇ, εἶχε σταθῇ fueram. 20 Plur. εἴχαμεν aza05, εἴχετε σταθῇ, € yav:
σταθῇ. Fut. Sing. θέλω σταθῇ, θέλεις σταθῇ, θέλει σταθῇ ero. (P.91)
Plur. θέλοµεν σταθῇ, θέλετε σταθῇ, θέλουσι σταθῇ. Dicitur etiam non
incongrué : Sing. θέλω emma, θέλεις tsar, θέλει εἶναι. 25 Plur.
θέλοµεν εἶσθαι, θέλετε εἴσλχι, θέλουσιν εἰσθαι. Imperativi. Pres.
Sing. à: εἶσχι sis tu. à; etvx sit ille. Plur. ἂς εἴαεσθεν, a; εἶσθε, a;
εἶνχι͵ et cætera ut in Indicativo. 30 Participii. Pres. ὄντας
cum sim, omnis generis, numeri, et personæ. Dicitur etiam ἔστοντας
vel ἔσσοντας, sed uná cum par- ticula xai, et aliquo verbo. Verbi
θέλω Indicativi. Præs. Sing. θέλω, ἠέλεις vel Οἳς, θέλει vel 6:
volo. Plur. θέλοµεν vol θέωεν, θέλετε vel (PD. 0902) θέτε, βέλουσιν
vel θεσι͵ et dou vel μα ὁ Imper. 2111. ἔθελα vel Ἰθελα, ἔθελες, ἔθελε
volebam. Plur. ἐθέλαμεν, ἐθέλετε, θέλανε vel εθέλασι. Perf. Sing. ἐθέλησα
vel ἠθέλησα, ἐθέλησας, ἐθέλησε volui. Plur. εθελήσαμεν, ἐθελήσατε; ἐβελήσανε
vel εθέλησαν, vel ἐθελήσασι. 10 Plusq. Séng. etyx θελήσει, εἶχες
θελήσει, εἶγε θελήσει. volue- ram, etc. Fut. Sing. θέλω θελήσει,
θέλεις θελήσει, θέλει θελήσει volem, etc. Imperativi. Pres. Sing.
rue vx θέλης fac ut velis. az wxun vx θέλη velit 15 ille. Plur. A;
wxumuzs νὰ θἔλωμεν, κάμε νὰ θελετε; Ga κάμουν νὰ θέλουνε, vel &;
γάμουσι νὰ θέλονσι. Dicitur etiam in secunda persona singulari κάμε vx
θε- Añons, etc. «o (P. 93) Participü. Pres. θέλοντας,
volens. omnis generis, numeri, ac persona. Verbé £y»
Indicativi. Ῥγωβ. S'ing. Exo έχεις, ἔχει habeo. Plur.
2422221 ἔχετε, ἔχονσι VO] ἔχουνε. 2; Imp. Sing. είχα, ειχες, ειχε
habebam. Plur. εἴγαμεν, εἴχετε, εἶχανε Vel εἴχατι. Perfecto
proprio, et plusquam-perfecto caret, pro quibus utitur perfecto, et
plusquam-perfecto verbi κοατῶ teneo, ut ἐκράτησα habui veltenui, εἶχα
κοατήσει habueram, 30 vel tenueram. Fut. Sing. θέλω ἕ
ys θέλεις ἐ ἔχειν θέλει ἔχει habebo. Plur. ο λομεν à ἔχει, θέλετε ἔχει,
0έλουσιν ἔχει. Imperativi. Praes. Sing. ἔχε habe. Z; &ya habeat
ille. jb Plur. ας ἔχωμεν, ἔχετε, a5 ἔχουσι Vel ἔχουνε,
Participii. Pres. ἔχοντας habens. omnis generis, numeri, ac persons. Age
jam anomalorum aliorum precipua flexiones in medium afferamus.
Anomala, quæ potui in hac lingua notare, quanvis ordine alphabetico
ad majorem eorundem cognitionem, ac distinc- tionem collegerim, ac
distribuerim, generatim tamen reduci s possunt ad illa, quae desinunt in
zv», quorum perfectum in σα, Ut ἁμαστάνω pecco, ἁμάρτησα peccavi.ltem in αίνω quo- rum perfectum modo est in v«z, modo in σα ut inferius patebit. item in ένω, quorum perfectum in εσα, et denique omnia composita verbi ἔχω, quæ eandem cum illo sor(P. 95)- 10 tiuntur
conjugationem. Jam singula ordine literarum exponamus. A
Ἀμαρτανω pecco. perf. ἁμάρτησα peccavi. Ανηξαίνω ascendo. perf. ὠνέδηια
ascendi. imperativi pra- 45 sens ἀνέθα ascende. Nota βαίνω simplex non
reperiri, sed ejus composita frequenter apud nostros Græcos usurpari ;
quæ tamen omnia sunt anomala. Avyxerew) Tresuscito alios.
perf. ἀνάστησα resuscitavi. At ἀνχστένουαι Surgo. perf. habet αναστάθηκα
suriexi, et impe- 2 rativum ἀνχστάσου Surge. Αποζγαίνω finem.
sortior. perf. ἀπόθγα vel αποθγῆκα, val ar rex finem sortitus sum.
Adam augeo. perf. αὔξησα et αὐξαίνω, πὔξησα. | Ἀφήνω,
relinquo. perf. ἄφησα, reliqui. 25 B Βάξω, βάλλω vel
favo pono. perf. ἔθαλχ posui. et imperat. βαλε pone. Βιζάνω sugo.
perf. εξίζασα suxi. Βλέπω video. perf. ειδα vidi. unde fut. θελω εἰδῇ
videbo. 30 Βόσκω pasco. perf. ἐθόσκησα pascui. [όσκομαι vero
pascor. | perfectum habet ἐδοσκήθηκα pastus sum. r
Γδήνω spolio. perf. ἔγδησα spoliavi. A 35 Δένω
lígo. perf. ἔδεσα ligavi. Δίόω vel δίω do. perf. ἔδωκα vel ἔλοσα
dedi. imperat. + 1. P. 96, 1. 3 de l'éd. orig., le
texte porte sidz. — P. 97, 1. 10 de l'éd. orig., le texte porte εὐτύχησα. do;
da. et in plurali dore date. passivum δίδοµαι habet ἐλώθηχα datus sum.
imper. ὁόσου tradaris. Διαθαίνω transeo. perf. éduerxa transii. cujus
secunda per- gona ἐδιάθηκες et ἐδιάδης, et tertia εδιάθηκε vel ἐδιάθη.
atque hoc s observandum est in omnibus compositis verbi βαίΐνω.
E Εμπαίω éngredior. perf. ἦμπα vel ἐμπῆχα ingressus
sum. imperativus ἕαπα ingredere. Entruyziyo acquiro. perf. ἐπίτυχα
acquisivi. 10 Ἑὐγαίνω 63160. perf. wvya vel εὐγῆκα exivi. fut. θέλω
εὔχει. imperat. εὖγα été. Εὐρίσκω invenio. perf. wwox vel
nüoma inveni. fut. θέλω ever inveniam. imperat. eux. Eodem modo
conjunguntur ejus composita, ut ζανανρίσκω reperio. perf. ἐξαναῦύμα
Te- 15 perí, etc. Εὐτυχαίνω feliciter ago. perf. evroyvaa
feliciter egi. Z Ζεσταίνο calefacio. inperfectum habet
εζεσταυα et ἐζέστανα calefaciebam. perf. εζέστασα culefeci. et
participium pas- 20 Sivum ζεσταμένος calefactus. H
Hzeopo scio. perf. ἔμαθα scivi. fut. θέλω µαθει sciam. imper. ἤξευρε
Vel µαάθε scias, vel xaus vx uaonc fac ut scias. subjunct. νὰ µάθω, vel νὰ
Ἠξεύρω, ut sciam. participium passivum µαθη- 25 µενος SOlitus vel
assuefactus. K (P. 98!) Καίω «ro. imperfectum ἔχαια urebam et
xavyo. uro. imperf. ἔκανγα. perfectum habent ἔκαψα ussi. pas- sivum
xzioux uror. habet imperf. ἐκαίουμουν urebar. et 30 καύγομαι, ἐκαύγουμουν,
at perfectum utriusque est ἐκάηκα usius sum. imperat. xæbou urere, e; καῇ
uratur ille. subjunct. να xxy& ut urar. partic. καμμµένος
ustus. Καταθχίνω vel κατηθαίω descendo. perf. ἐκατήθηκα
descendi. vide quz diximus in διαθαίνω. 3$ Καταλαμθάνω
comprehendo. perf. ἐκατάλαθα comprehendi. imper. χατάλαθε
comprehende. Keodaíwo lucror. perfect. ἐκέρησα vel éxépóewea
lucratus sum. 1. P. 98 de l'éd. or., κατά finit la 1. 14, et
λαθε commence la ligne 15, mais au lieu de trait d'union, il y a écrit
κατά. avec un point. À λαθχίνω lateo. perf. ἐλαθα
latui. Aayaiw» sortior. per. ἔλαχα sortitus sum. Λέγω dico. perf.
einx dixi. fut. θέλω eine: dicam. M 5 (P. 99) Μαζώνω
colligo. perfect. éuxburx collegi. Μαθαίω disco. perfect. Eux9x
didici. imperat. µαθε disce. subjunct. yx uxo ut discam.
Μεταλάθω communico et communicor. perf. ἐμετάλαδα com- munionem
dedi vel accepi. 10 pat C» Ἐκναθλαστάνω vel
ζανχθλασταίνω germino. perf. ἐξαναθλάστησα germinavi. Ἐαναθλέπω
iterum video. perf. ἐζανᾶδα iterum vidi. imperat. ἔαναειδε iterum vide.
15 Ξαναλέγω repeto. perf. ἐξαναπα repetii. Ἐαναψυχαίνω
hilaresco. perf. ἐξαναψύχησα exhilaratus sum. Ἐαπερνῶ &xcello. perf. ἐξαπέρασα
excellui. imperat. ξαπέρασε excelle. Ἐεθυμαίνω animo deficio.
perf. ἐξεθύμησα animo defeci. 20. Ἐεπέφτω prœterlabor. perf. ἐξέπεσα
præterlapsus sum.Ξερνῶ evomo. perf. ἐξέρασα evomui. Ἐεχάνω
obliviscor. perf. &éyacx oblitus sum. Il Παγω,
πχγαίνω Vel πηγαίω eo. imperf. ἐπήγαινα ibam. perf. 25 eria ivi. imperat.
us, 1. subjunct. νὰ rayo ut eam. πάγω autem fit per syncopen à παγαίνω,
unde retinet syncopen in omnibus personis, et numeris, ut πάγω, πᾶς, nz.
plur. πᾶμεν, πᾶτε, πᾶσι Vel πᾶνε. Παθαίνω patior. perfect. ἔπχθχ
passus sum. imperat. mate 30 vel πάθχυε patiare. Hanc eandem flexionem
sequuntur ejus composita χακοπαθχύω mala, tolero, etc. Πέφτω
cado. perf. ἔπεσα cecidi. Sic omnia ejus composita. Πιάνω accipio. perf. ἔπιχσα
accepi. imperat. ruse et ἔπαρε, accipe. item et ejus composita. 35
Πίνω bibo. perf. ἥπιχ vel ἔπιχ bibi (P. 101). imperat. ru bibe.
subjunct. yz πιῶ ut bibam. Πνεω $piro. perf. ἔπνευσα spiravi.
Ποδαίνω vel ποδήνω ocreas induo. perfect. ἐπόδῃσα ocreas indui.
P Pryxo» ad regulam dirigo. perf. ἐριγάρησα ad
regulam direxi. Est verbum Italicum à Græcorum vulgari lingua
usurpatum; Sicut et sequens. 5 Páuzxoo discriméni ezpono. perfect. ἐῤῥιξικάρησα
discri ini e. posui. by Σθειῶ extinguo et
extinguor. perf. ἔσθησα extinzi et extinc- lus Sum. at actyo, ἔσέισα idem
significat. 10. Σιανω accomiorlo. perf. ἔσιασα accommodavi. Σχχώγω
incurvor. perf. ἔσκνψα incurvatus sum, tanquam à σκυγτω. Σταννιάρω
Stanno illino. imperfect. ἐσταννιάρζα. perf. ἐσταννιά- ρισα stanno
illinivi. B | 4$ Ὑτεχομαι Sto. perf. ἑσταβηχα steti. imperat.
στέχον vel στάσον sta. subj unct. yx σταθώ ut stem. Σωπχίνω taceo.
perf. ἐσώπασα (acui. imperat. σῶπα lace. subjunct. νὰ σωπασω ut
taceam. | | T ων Ἰασσάρω lao. imper. ἑτασσάρζα taxabam.
perf. ἑτασσχρισα ἰαταυὲ. est verbum mutuatum ab Italis. | Toy» Mmanduco
preter propriam, germanämque flexio- nem, hanc quoque sibi communiter
usurpat. τοώγω, τοῶς; sp». plur. τρῶμεν, cw», τωῶσι Vel -τοῶνε. imperf. ἔτρογα
a; mandiucabanmn, ἔτρως, ἔτρο. plur. ἐτρώγαμεν, ετρῶτε, ἐτρώγοσι vel ἐτρώγχνε.
perf. £jxyx manilitcavi, £yxz;, £x. plur. ελάγαμεν. Entre, ἐφάγανε vel ἐνᾶτι.
fut. θέλω φάγει manducabo. imperat. GXJE
manducea, a2; 92 manducet ille. subjunct. νὰ y, ut manducen. 30 Y Ὑπαγω €0, dicitur per syncopen πάγω. imperf. ἐπήγχινα ibam, à πηγαίνω. perf. ἐπῆγα ivi, etc. vide supra in mzye.- o. Φεύγω fi gio. perf. ἔφνγα figi. imperat. 927e futJe. .:3$ — düxy» vel οτανω assequor. perf. ἔθασα assequutus sum. X
Xay» perdo. perf. ἔχασα perdidi. X204» ore aperto conjicio. imperfectum
£/zcxa, et non plus ultra. 1. P. 102, 1. 15 de l'éd. orig.,
le texte porte ἐτρ" y.at. : Xopzatyo Saturo. perf. ἐχόρτασα
saturavi. Χύνω effundo. perf. ἔχυσα effudi. y V7»
concoquo. perf. ἔψησα concozi. Q 5 Οφεαίνω adjuvo. perf. ὠφέλισα
adjuvi ab ὠφελῶ. Atque hiec omnia sunt fere anomala verba, quorum
praeterita, vel alia tempora propri: conjugationis præcepta non
obser- vant, vel aliquo alio modo à communi ceterorum regula,
et forma deficiunt.De Temporum Grece lingue vulgaris efformatione.
Posr rudem, simplicémque temporum cognitionem, recta instituti
postulat ratio, ut ampliorem clariorémque de illis methodum tradamus, ac
non solum de generali eorum for- 15 matione, sed etiam de speciali
doctrinam proponamus. Ut autem ab iis, qua omnibus veluti propria sunt et
communia, suum sibi sumat initium præsens tractatus, illud tanquam
certum, immotümque constituere placet, omnia preterita tempora, quorum
nomine proprie appellanda censeo imperfectum, et perfectum, nullum aliud
præter Syllabicum, quod vocant augmentum admittere. Hoc autem
augmentum iis tantum preteritis addi con- suevit, quorum presens incipit
à consonante, ut λέγω dico, &zyx dicebam. Hoc ipsum augmentum ὁ
syllabico fieri interdum solet temporale, quum videlicet vertitur € in »,
dicendo 7/syx pro ἔλεγα. Verum id Græcos est imitari literales ac
veteres, non autem recentiorum Grecorum linguá loqui vernaculá.
Illud etiam non te lateat, Verba, quæ initio presentis ao
scribuntur p, illam reduplicare post ε, augmentum syllabi- cum, in
omnibus preteritis, ut ῥαντίζω aspergo, ἑῤῥαντιζα aspergebam, et ἐῤῥαντισα
aspersi. Animadverte tandem in verbis compositis ex aliqua
præ- positione, quæ incipiat à consonante, semper in præ- 3;
teritis illis augmentum svllabicum fieri ante ipsam præ- positionem,
nullá penitus præpositionis elisá vocali, ut καταθέχοµαι iJNOT, ἐκαταδέχουμουν
dignabar, εἰ ἑκαταδέχθηκα dignatus sum. Hxc
quidem in communi, jam singula in particulari examinemus, et in primis
activa. De presente. Præsens, quod potissima est
totius verbi radix, et cardo, sad cujus characteristicam reliqua tempora,
tanquam ad immotum axem, amussfinque suspiciunt, quum activum est
exit in «», quod deinde mutatum in ο, format passivum in µαι. Ab illius finali consonante dependet characteristica
preteriti, ut vidimus in Conjugationibus, et ab ejusdem 10 inchoativa
præteritorum nascitur augmentum syllabicum. Imperfectum à præsente
deducitur mutando o in a, et addendo cum ratio postulaverit, augmentum
syllabicum, ut γοάφω
Scribo, ἔγραγα scribebam. Caeterum id tantum verum est
in verbis barytonis, nam in circumflexis aliter prorsus dicendum, cum o,
presentis transeat in ow in imperfecto, ut ru honoro, ετίµουν honorabam. id vero commune est quibuslibet
imperfectis, propriam sui presentis characte- risticam observare et
penultimam, excipe ἔχω, εἶχα in cujus 2 penultima additur ε. De Perfecto, seu Aoristo.
Perfectum, quod vicem gerit Aoristi, cujus olim apud illa Græciæ vetusta
lumina, ac sapientie decora non infre- quens usus fuit, augmentum habet
idem cum imperfecto, 2; si presens incipiat à consonante, ut γράφω scribo, ἔγραψα scripsi : observat item eandem penultimam,
utpote ab eodem praesente deductum, mutatione ω in α, et charac- teristicæ presentis in
characteristicam preteriti qua septu- plex est ψ, E, e, À, p, v, p, ut supra diximus in
conjugatio- so nibus barytonorum, pro quibus tantum hæc regula
traditur. Nota tamen perfectum in quarta Conjugatione, cum duplex
fuerit finalis consonans presentis, postremam abjicere, sic Yu cano,
habet ἔψαλα cecini : «apw» facio, Exaux feci :
géov fero, ἕφερα tuli. et alia hujusmodi. Rursusquum
penultima 3; presentis ejusdem Conjugationis est per αι diphthongum, quam deinde sequatur duplex
liquida pv, vertitur in v in perfecto, ut daíow) verbero, &vox
verberavi : hoc ipsum observat πέρνω accipio, licet penultima sit per e, habet enim
perfectum ἐπῆρα, accepi. Caeterum αι ante unicam ν, vel amittit x in perfecto, ut χλαίω tepesco ,' &xyx ἱεριιὲ, vel vertitur sepissime in vy, Ut óouvopzxtw
OTRO, Opopyryx ornavi, Ὑοντραίνω crassum fucio vel crassus flo, εχόν- zpryx, etc. Verbum γενω sano, habet perfectum ἔγιανα sunavi, ne coincideret cum ἔγενα sanabam imperfecto. Reliqua
præte- : rita irregularia vide in anomalis. In dissyllabis quarte
conjugationis ε praesentis, si praecipue deriventur à Graco- literalibus,
observatur quidem in perfecto sed assumitur ulterius «, ut μένω Slo,
&uswz. Steti , στέλνω mitto, ἔστειλα misi, σπέονω SEMNO, ἔσπειρα
Seminavi, etc. De præteritis cir- cumflexorum
fusius egimus supra exponentes eorum Conjugationes. Plusquam-perfectum
conflatur ex imperfecto εἶχα verbi Eye, et par(P. 10)ticipio passivo neutro,
quod remanet sine flexione, ut εἶχα Joxuusyx SCcripseram, Gallice J avois escrit.
eyx Sicut avois variatur quidem in omnibus numeris, et personis, at “γραμμένα et escrit manent penitus immutata. Vel etiam
eidem imperfecto εἶχα addendo γράψει item in- variatum, aliud effinges
plusquam-perfectum, frequens et 29 ipsum apud recentiores Graecos.
Futurum (proh teihporum vicissitudinem) ubi quondam apud veteres Grecos
parens quodammodo reliquorum erat, et αοχτὰὸν Aoristi, cujus vicem in hac lingua praeteritum
25 gerere superius insinuavimus; modo emendicatam aliunde tenet
significationem, atque ab eodem Aoristo deriva- tionem.
Duplici autem modo potest à praeterito futurum effingi. Primo
ablato augmento syllabico, et versa à in ω, 30 ac addendo particulam 6, ut ab éypzlx
scripsi, facies GE γὐάψω scribam, ita ut γραφω varietur per singulos numeros et personas,
invariata particula 6. Vel Secundo sumendo verbum θέλω, et addendo tertiam per- Sonam supradicti
futuri, ita ut θέλω flectatur per omnes 38 numeros, et
personas; minime vero quod additur, ut θέλω yoxpa scribam, γυάψει remanet immutatum ubique. Penultima
futuri est semper eadem cum penultima per- fecti, excipe παγω et πέρνω, quorum perfectum penultimam habet in », sed
futurum in x, ut énzyx ivi, θέλω πάγει vel θὲν w πάγω bo, et ἐπῆρα accepi, ^w παρει vel (tv πάρω accipiam. 5 MEYER. GHAMM. GRECQUE.
4 DO Appendix de particula 0: vel Ge. Quanvis
frequentior sit apud hodiernos Grecos usus futuri secundo modo explicati,
et particula 6: vel 6:4 aut θέν per syncopen ita dicatur, sicut et #% pro ήθελα volebam, quia » tamen non raro reperies
futurum primo modo traditum, quod affinitatem quandam cum Græcoliterali
futuro præseferre videtur, iccirco pauca de dictarum particularum usu
censeo disserendum. Est igitur particula θὲ,
sicut et verbum θέλω, quando abso- 1) ute ponitur, nullique
particula superaddita, specialis nota futuri. Dixi, absoluté, nam si cum
particula νὰ conjungatur, ut θέλω νὰ yox lo, non denotat futurum, sed
definitam quandam animi constitutionem ad scribendum. Dicitur
autem 6:, quum verbum incipit à consonante, m, 1; duntaxat ex(P.
113)cepta, ante quam ponitur θέν, ut θὲν πάρω accipiam. Quod si verbum
inchoet à vocali, vel diphthongo, tunc utendum erit particula 6€”, ut 66A
ἀγαπήσω amabo. Observes obiter rogo, hujusmodi particulam 6t, vel
verbum θέλω, quum construuntur, reponi ante pronomina, et articula,
2) ut id. tibi faciam, si juxta Graecorum vulgus loqui velimus,
dicemus θέλω σου τὸ κάμει Vel θὲ σου τὸ xau. De Passivis, ac
primiim de Prosente. Activorum sic exposita figuratione, par est,
ut etiam ad passiva gressum faciamus, et in primis de primario
eorum ο” tempore, videlicet de presente quam paucissimis
agere aggrediamur. Præsens ergo passivum desinit semper in
µαι ab activo deductum, cujus w si sit verbi barytoni mutatur (P. 114) in
o, si vero circumflexi in οὗ diphthongum, et additur pu, ut
30 θέρνω verbero, δέονουαι verberor, »wà moveo, κινεῦμαι moveor.
Secunda persona est in ox, quomodo imitatur flexionem verborum in
µι passive vocis Græcoliteralis grammatice : Formatur in barytonis à
prima presentis passivi, mutando o in e, et uat in ox, ut zozcouat
SCribor, γοάφεσαι scriberis. 35 Dixi in barytonis, quia in
circumflexis secunda persona præ- sentis passivi formari debet à secunda
præsentis activi, cum hoc tamen discrimine, quod in prima conjugatione
circum- flexorum post ει, addenda sit ε cum accentu acuto, et post
s, αι, Ut πουλεῖς vendis, πουλειέσαι venderis : in secunda vero
w facile fiat addendo tantum αι, ut ayxra; amas, αγαπᾶσαι amaris. Tertia
fit à secunda, mutata σαι in ται, ut θέρεσαι verbe- raris, δέρνεται
verberatur, πουλειέσαι venderis, πουλειέται venditur, etc.
Prima pluralis est. semper in ούμεσθεν, mutato ubi fuerit o in ου,
et µαι in µεσθεν, ut γράγομαι, Ὑγραφουμεσθεν, vel retento o, 5 ut
γράφοµαι, Ὑραφόμεσθεν, his enim duobus modis exprimitur prima persona
pluralis. Secunda fit à prima pluralis ablata µε et v, ac retenta
σθε, ut γραφούμεσθεν, γραφοῦσθε : vel à secunda singularis, mutando
σαι in σθε, ut γράφεσαι, ypxqes0s, possumus namque uti utra- 10 que ad
libitum. Tertia deducitur à secunda pluralis vertendo σθε in
νται, ut γραφοῦσθε, γραφοῦνται: vel à prima singularis mutatione
µαι in vrat, Ut γράφομαι, /οάφονται. De Inperfecto passivo.
15 Imperfectum passivum est semper in ouuow, à prima
pluralis presentis passivi mutando µεσθεν in pov», et addendo
augmentum syllabicum, si verbum incipiat à consonante, ut ραφούμεσθεν, ἐγράφουμουν
SCribebar. Secunda est in σου à prima ejusdem mutata pow in σου, ut ἐγράγουνυοων,
ἐγράφουσου. Tertia vero à secunda
mutando σου in vro, ut ἐγράφουτου, ἐγράφουντο. Vel alias à tertia
singularis presentis, vertendo ται in τον addendóque syllabicum
augmentum, ut γράφεται, ἐγοάγετον. Prima pluralis fit à prima
singularis, addito σθεν, et mu- ?5 tato ουν in €, ut ἐγοάγουμονν, ἐγραφούμεσθεν.
Secunda à prima pluralis ablata µε et v, ut ἐγοαφούμεσθεν, ἐγωαφοῦσθε.
Vel à secunda singularis mutando «cose» in eo, ut ἐγράφουσον, ἐγράφεσθε.
Tertia denique à tertia singularis vertendo ον in ave, Vel aot, ut
ἐγράφουντον, ἐγραφούντανε, vel ἐγραφούντασι. De Perfecto Passivo.
Perfectum passiva vocis, quod Aoristo penitus passivo veterum Græcorum
non tam significatione respondet, quam flexione ab activo formatur hoc
modo. Debet prius verti x in 0r«z vel Gw, quae est propria terminatio
omnium penitus præ- 35 teritorum passivæ vocis, tum si fuerit ) verti in
», si £ in y, si ; debet tolli, preterquam in verbis tertiæ
conjugationis, si ν etiam ejicienda, si vero À et o retinendæ, quantum ad
p, raro reperiuntur perfecta activa in µα, Sed si fuerint, ut
)2 PORTII &aux feci, carebunt tamen perfecto passivo
quare ut dica- inus, fictus Sum non utimur verbo κάμνομαι, Sed
yivvouuat, cujus perfectum est &yzv//rza. Jam penultima perfecti
passivi eadem est cum penultima activi, ut ἔγραγα scrépsé, ἐγοάφθηκα
ὅ vel ἐγράφθη» scriptus (P. 118) sum : εφύλαξα Custodivi, ἐφνλάχθηκα
vel £u) Xy ry custoditus fui, &tvrax Movi, &uyr rz vel ἐἑχι-
νήθην motus sum. ὀνομάτισα noménavi. ὀνοματίσθηκα vel ovo- µατίσθην
nominatus fui, ëbaix cantavi, ἐφαάλθηκα cantatus fui, etc. Id quidem ita
fere contingit; sed quia nonnulla sunt 10 perfecta passiva quie.
penultimam activi non retinent, ideo hie singillatim referam verba,
quorum perfecti activi et passivi eadem est cum presente penultina.
Verba activa in απω, αξω, αφω : etm. εξω Ec): Οπω. Gov, vy»,
retinent in utroque perfecto vocalem, quæ in præsente ιν procedit
β, π. 2. idem faciunt in zz», axym, αχω : exm, ym, εχω : ατως, x00, xm) :
Em. Ed, Ot εἶω. Verba autem in aZ», εζω, ζω, οζω, Em, et vo, vel In
duo σσ, quorum perfectum activum est in σα, observant quidem ubique
eandem penultimam, sed assumunt ; ante θα, ut 20 (P. 119) κολάζω
punio, ἐκόλασα punivi, ἐκολάσθηκα punitus sum, etc. quorum vero perfectum
activum est in £z, candem etiam habent in utroque penultimam, sed
assumunt zy ante Graz, Ut κραζω UOCO, ἔκραξα COCA, Exoxy'mex vocatus
fui. Verba in eo» vel ενω barytona diversam habent in .
25 utroque perfecto penultimam, nam in activo e presentis, ut plurimum
additur ;, vel rarius mutatur in x, in passivo vero semper vertitur in x,
ut sim Seméno, ἔσπειρα SCminavi, 4 PIS
εσπάρρηκα sennalus fui, στέλνω illo, ἔστευα uisi, ἐσταλ-- θηκα issus Sun
: Ct πέρνω accipio, ἐπῆρα accepi, ἐπάορηκα 30 acceptus fui. φέρνω
autem porto, et ejus composita habent ἔρερα portavit, et ἐέρύηκα portatus
fui. Verba in a» faciunt perfeetum passivum in άλμα, in ανω,
in rex; et verba in ew» habent oz, praeter (P.120!) γώνω abscondo, quod
habet ἐχώσθηκα assumpta ; ante Ora : 35 in xi» vero perfectum
formant in ἄσθηκα, ut λαθαύω, xs (21. Tandem circumflexa,
quorum activum perfectum est in zzz, passivum est in θα : quorum in εσα,
modo.in εθηκα, modo in sx, si precipue penultima præsentis sit brevis :
quorum 40 autem activum est in «zz, passivum est in ao0rxx, ut γελῶ
de- 1. P. 129, 1. 4 de l'ed. orig., le texte porte
élabasüge. cipio, ἐγέλασα decepi, ἐγελάσθηκα
deceptus fui. Ceterum hujus temporis flexio, cum sit facilis et eadem
omnino cum illa per- fecti activi et Aoristi primi passivi
Græcoliteralis, retice- bitur, et lectores ad illa remittentur. Anomala
vide supra suo loco. Superest fortassis aliquid dicendum de
plusquam perfecto, et futuro passivo : Verüm quia hæc conveniunt cum
activis, mutata tantum voce activa Verbi in passivam scilicet yoxha in
7pxy)i [sic], lectorem admonemus, ut adeat illa, ficque finem imponimus
temporum formationi. Posr tractatum de Verbis adverbiorum sequitur
expositio, ita quippe se habere videntur adverbia ad ipsamet verba,
ut epitheta vel adjectiva ad substantiva; quare sicut hæc 1: sine
substantivis, sic illa sine verbis consistere nequeunt. Adverbia
igitur. ut plurimüm desinunt in x, à nominibus neutrius generis desumpta,
ut ἐξαίσιχ egregie, καλὰ bene, etc. pauca in ως, ut ὡσκαθὼς quemadmodum
o; ut, ὀμπρῶς ante, vel coram. quam exigua in o, ut ἔπανω surswm, χάτω
in- 90 frà : rarissima vero in ου, ut ἀξάηνον derepente, πιτακτοῦ
data opera, etc. Est quidem ex adverbiis aliud quantitatis
interro- gativum, ut πόσον, quantum? cui respondet τόσον tantum,
πολὺ Thultum, ὀλίγο parum, χαμπόσον Vel καμποσάκι aliquan- 35 tulum. Sunt
etiam quædam Ordinis, seu Ordinalia, ut ποῶτον vel πρῶτα primo, δεύτερον
secundO, τρίτον, tertio, etc. Est item aliud quantitatis adverbium
compositum ex goox vel βολὰ, et aliquo numerali nomine, vel adjectivo, ut
µία goox Semel, duo φοραῖς bis, τρὶς oxi; ter, συχναὶς φομαὶς
fre-3) quenter, πολλαῖς βολαῖς multoties, et alia plura.
Aliud dicitur qualitatis interrogativum, ut πῶς quomodo? cujus
redditivum est, ἔτζι sic. aliud veluti signum, ot nota, ut καλα ben?, ὀρθὰ
rectè, xx«x male, ἄτνγα prave, et his si- milia. 35 Jam
czetera adverbia vel sunt Temporis, ut σήμερον hodie, αὔριο cras,
μεθαύ(Β. 123) post crastinum, 40: heri, ποοχθῖς nudiustertius, τώρα nunc,
«oyx Sero, απέχει postea, πέουσι anno superiore, παρενονς slatim, et quæ
sequuntur. vel Loci, ut εκεῖ vel aus (bi, απεεὶ vel απαντοῦ inde, ποὺ
ubi, πούπετας alicubi, απάνω sursum, 2470 deorsum, ὀμπροστὰ vel ὀαπρῶς
ante, αποπίσο retrorsum, £o híc, et alia. vel Hortandi, sut ἐλάτε
venite, a; eia, γειάσου euge. vel Similitudinis, ut ᾠσγαθὼς quemadinodum,
ὡς sicut, ὧσὰν vel σὰν, ὡσκαθὼς tanquam : vel Intensionis (sic; ut πολλὰ
multum, dura vehe- menter, ὑπεοπεμίσσα superabundanter : vel Remissionis,
ut αγχαμνα V€nmisse, ayxhx Sensi, μετὰ βίας vir : vel Dubi-
dv landi, ut. ἂν an, τάγα forle, τὸ λοιπὸ) igitur. vel Afftr-
mandi, ut vai vel ναίσκε certe : vel Asseverandi, ut ὁλότελα penitus, ἁπαληθηνα
vere : vel. Negandi, ut ὄχι vel ὅσνε, et ὄγεσκε Non, o£) vol dE non, uz
vel μὴν ne, μήτε vel απδὲ neque, GUTE 1161116, azour, VOL zx«oux
nondum. i5.Reperies quiedam adjectiva neutra in v, que
transeunt in adverbia, ut τὸ ταχὺ mane, τὸ [ox22 vespere, et nonnullos
etiam accusativos singulares, ut την νύχτα noctu, την YXu:ox) die, etc. His adde interjectiones yov, et ὀϊμενα hei mihi, et alia. ου . Izres est expers recens hæc Græcorum lingua
gravissimæ difficultatis, quam antiqua literalis suis in
præpositionibus experitur ob innumeras fere variásque illarum
significationes, ac casus, quibus cum alligantur. Nostre siquidem præ-
positiones, quæ octo precipue recensentur, eundem semper casum,
accusativum videlicet optant, unicimque vel ad plurimum duplicem sibi
significationem asciscunt. Sunt autem hz, εἰς, πρὸς, μετὰ vel μὲ, aro, διὰ vel γιὰ, κατὰ, 30 δίχως vel χωοῖς, ὡς. EG regit accusativum, et significat ên,
motum scilicet in locum, ac statum in loco, ut εἰς τὸν 2voxvoy idem valet ac £n cœlum, et ên ccelo, εἰς ἔπχινόν του in suam. laudem, εἰς την Pour, lom. 3 Πώς quanvis literalis, non construitur tamen in hac
lingua nisi cum accusativo, significitque ad, erga, vel adversus,
ut π.ὸς &uzyx AU ine, erga me, adversus me, etc.
i 1. P. 125, 1, 5 de l'éd. originale, le texte porte οὐρανον. Μετὰ, et per syncopen μὲ correspondet præpositione cum, ut µετὰ κείνους Cum illis, μὲ πολλοὺς cum multis. Adverte tamen ut
plurimum tunc uti µετὰ, quum ponitur ante nomina, quae incipiunt à
vocali, μὲ vero quum incipiunt à consonante. Aro idem valet quod a
vel ab, e vel ex, et quanvis Græco- 5 literalis, non observat tamen
eundem casum, sed accusativo gaudet, eliditürque (P. 120) ipsius o, si
nomina præeat quorum principium est vocalis, secus autem si sit
consonans, ut απ᾿ éxtiyou; QD illis, ἀπὸ τὸν θεὸν ἔρχονται ἕλα τὰ καλὰ, à
Deo omnia bona procedunt. 10 Aux, et corrupte γιὰ significat
per, ob, vel propter, ut du vel yx τὰ τοονέσι« γίνεται κάθε ποᾶγμα per,
vel propter pecu- niam omnia fiunt. Solet autem interdum addi particula
τα, præpositioni διὰ vel γιὰ, quum precipue præcedit prono- mina,
ut διὰ τὰ pas propter mos, διά τ ἐκείνους οὗ illos; vel 15 etiam λόγου,
cum pronominibus tantum, et genitivis μοῦ, σοὺ, τοῦ, τῆς, τῶν, σᾶς, μᾶς,
etc. ut dix τοῦ )όγουμου propter me, διὰ τοῦ λόγουσας propter vos, et sic
de reliquis, quo in casu tantum genitivum gubernat. Kara
nunquam significat contra, sed secundium, vel juxta, 3 sempérque postulat
accusativum, ut κατὰ τὸν τρόπον secundum modum, ἔκαμες γατὰ τὴν γνώμην
uou fecisti juxia meam opi- nionem. Δίχως vel χωρὶς æquivalet absque, vel
sine, ut δίχως danpx Sine pecunia, χωρὶς ἐλπίδα absque spe, χωρὶς ἄλλο
35 absque dubio. Ὡς denique valet usque, ut ñ φωνή σον ἔσωσεν
ὡς τὸν οὐρανὸν clamor tuus usque ad celum pervenit. videtur
desumpta à Graeca literali, ἕως. Hæ quidem sunt
præpositiones, quibus maxime vulgaris 30 Grecorum lingua in simplici oratione
uti consuevit; sunt tamen alie à Greca literali mutuate, que in
composita duntaxat oratione reperiuntur, in primis avri, ut ὠντιστέκομαι
resisto, πρὸ ut ποοφέρνω offero : παρὰ, ut παρακούω non obedio : σὺν Ut
σύντροφος SOCiUS, et συντρέχω CONCUTTO : &yx, ut 35 ἀναπείθω
persuadeo : ἐν, ut ἐγκαρθιώνω animum. confirmo, et ἐγκασδιακὸς intimus,
seu ex corde : περὶ, ut περικυκλώνω obsideo : et ὑπὲρ, Ut ὑπερπερίσσα
satis supérque, et alia. Cæterum ut Latinas possis præpo(P.
128)sitiones Græco- vulgares efficere, non abs re erit illas in medium
proferre a 4o vel ab et abs. e vel ex ἀπὸ, ut supra. Absque δίχως vel χωοὶς,
ut supra. Ad ποὸς vel εἰς. Apud κοντὰ vel aw adverbia loci, 20
PORTII quae conjuncta cum pronominibus prime, secundæ, et
tertiæ personæ regunt genitivum, ut χοντά σου tpud Le, κοντα του
apud illum swzas2 apud me : cum aliis vero exigunt accu- sativum addita
praepositione εἰς, ut χοντὰ εἰς τοὺς παλαιους αρλκῖ "5 antiquos. Hxc
tamen praepositio εἰς amittit ει diphthongum, et σ eonjuncta cuin
articulo subsequente, ut κοντὰ στην πόοταν apud portam, σιιὰ στὸν χάωπον
prope campum. Ante ὀμπρυστὰ Vel ὀμπιῶς adverbia, quie juncta cum
supradictis pronominibus amant genitivum, ut ὀμποοσταμου ante me,
10 ὀμποῶς σου ante te, etc. cum aliis autem, accusativum apposita item
præpositione εἰς, ut ὀαποοστὰ εἰς τὸν κόσμον ante mowurndum,óunpàs; εἰς τὰ
αάτιχμου ante meos oculos. Antequam, ποὶν vx cum subjunctivo, ut ποὶν νὰ
«zuo, antequam faciam. . Clam, κρυγὰ Vel χωστὰ adverbia, quæ cum
pronominibus 15 illis regunt genitivum, ut γωστάμου clam à me; cum
reliquis vero accusativum adjuncta praepositione amo, ut ἐπβρατο
κρυφὰ «mo τοὺς d)Àou; accepi illud clam ab aliis. Contra, ἐναντίον
adverbium, quod optat genitivum cum dictis pronomi- nibus, ut ἐναντίον
σου contra te, accusativum vero cum reliquis 2 addita item præpositione
eig, ut εναντίον ets τὸν οὐρανὸν contra ccelum. Coram, ὀμποιστὰ vel ὀαπρῶς,
vide ante. Circa, circiter, et circum, τριγνοου adverbium, quod postulat
geni- tivum cum supra recensitis pronominibus, ut τοιγνρου µου
circa me; accusativum autem cum reliquis apposita item 25 præpositionc εἰς,
ut τρι/ύρου ei; την χώραν Circa, vel circum regionem. Cis, vel citra, ἀαπεθὼ
aro cum accusativo, ut ἀπεδὼ ἀπὸ ταῖς Άλπαις CÍS, vel citra. Alpes. Citm,
µετὰ vel με, ut supra. µαζι vel avzxux adverbia, quæ cum pronomini-
bus illis volunt genitivum ; cum reliquis vero accusativum 30 adjuncta
przepositione μὲ vel μετὰ, ut µαζι μὲ τοὺς ἄλλους Una cum aliis. ἀντάμα μὲ
τὸν ἄνδρα της Simul cum, viro suo. De, τοιγύνου, vide quæ diximus supra
in circum, et cérca. E vel ex, vide, a vel ab. Erga rco; vide ad. Extra, ὅτω
vel &o adverbium, quod dupliciter construitur vel absolute cum
accusativo, ut ὄξῳ τὰ uazix σου extra sint lui oculi quod fit quum
imprecamur alteri, vel cum præpositione ἀπὸ, ut ὄξῳ ἀπὸ τοῦτο Eye χάθε πρᾶγμα,
Cvlra id omnia habeo, et hic modus loquendi frequentior est, et
æquivalet, preter. In ci, ut suprà. Inter, ἄνχμεσα adverbium, quod
positum cumdictis pronominibus genitivum gubernat, ut avapsoz του énter
illum, cum aliis vero accusativum, interposita præ- positione εἰς, ut ἀνχμεσα
εἰς τὸν λχὸν inter populum, ἀνάμεσα εἰς τοῦτο inter hoc, id est
interim. Infrà, ἀπὸ κάτω adverbium loci ponitur cum genitivo ante
pronomina μοῦ, σοῦ, τοῦ, τῶν; τοὺς. etc. cum accusativo vero ante reliqua
nomina appo- sita præpositione ἀπὸ, ut αποκάτω «m5 τὸν fiyx infra Regem,
etc. Intra, µέσα genitivo gaudet cum relatis pronominibus; cum cæteris
aecusativo addita praepositione εἰς, ut µέσα εἰς τὴν Καρθίαν µου intra,
cor meum. Ob διὰ vel γιὰ, vide in dux. Per, et propter, διὰ
vel γιὰ. vide δια, ut suprà. Post vel pone, ὕστεα adverbium, quod cum
illis sæpius repetitis pronominibus genitivum adoptat, ut ὕστερά σου post te;
cum aliis vero, accusativum, apposita item præpositione ἀπὸ, ut Ἴλθα
ὕστερχ an ὅλους post omnes veni. Proter, vide extra. Palam, vide coram.
Prae, vide supra, vel super. Pro, quum significat defensionem, dicitur διὰ
vel γιὰ 15 cum accusativo, ut ài σένα πολεμῶ propter te pugno :
quum vero idem sonat quod vice, vel loco alterius, utimur his
vocibus, εἰς τὸ ποδάοι, Vel ei; τὸν τόπον cum genitivo, ut ó πάπας εἶναι
εἰς τὸ ποδάρι, Vel εἰς τὸν τόπον τοῦ Θεοῦ εἰς τὴν γῆν Papa vicem Dei
gerit in terris. utimur interdum etiam præpositione » αντὶ, Sed hoc modo,
exempli causa, pro pisce dedit mihi car- nem, avi vx pod Juan ψάοι, μ᾿ ἔλωκε
xpéxs. Procul, μακρὰ cum genitivo, si præcedat toties enumerata
pronomina, ut µακοά µου procul à me, cum accusativo vero, si cætera
antecedat, interposita præpositione ἀπὸ, ut uaxox ἀπὸ τὰ µάτιαωου procul
a; ab oculis meis. Sub, vel subter, vide infra. super, et
suprà ἐπάνω vel απάνω adverbium. construitur cum genitivo, si
præfigatur pronominibus prime, secunde, et terti? personæ. ut
απανωμου Supra, me, επάνω σου Supra te, etc. cum accusa- 30 tivo vero, si
aliis preponatur, interposita prwepositione «ei, Ut εἶχεν az els τὸ
χεφάλι του ἕνα στεφάνι, habebat supra caput suum, coronam.
Tenus, vel usque, ὡς vide suprà in ὡς. Versus πρὸς cum
accusativo. Ultra, vel trans ἀπέκει απὸ 35 cum accusativo, ut απεκεῖ ἀπὸ
τὸ mozzuc ultra, vel trans flu- vium. Dicitur etiam απόπερα, vel réox cum
genitivo, ut απόπερα, Vel πέρα τοῦ rorauco trans flumen. Post exactam præpositionum inquisitionem, superest
jam ut extremam omnium Orationis partem, ac minimam que »
Conjunctio dicitur, ob illius præcipuum munus, (P. 134) con- nectendi
scilicet reliquas Orationis partes, absolvamus. Sunt autem ex
Conjunctionibus quzdam copulativæ, ut xat et aur vel uz sed, αἀκόμι etiam. aliæ vero Disjunctivæ, ut η vel : aliæ Continuativze ανισωσχαὶ δὲ, zv vel x an : quaedam subcon- |(0tinuativae.
ut ἐπειδῇ vel ἐπειδὴ καὶ quoniam seu quando- quidem, sx postquam :
nonnullæ Causales, ut διὰ we
vel νὰ ut, διὰ τὶ vel γιὰ zi enim aut quia : alite Dubitativæ, ut τάχα forte, τάχα νὰ un numquid, τὸ λοιπὸν igitur. alie Collectivæ, ut τὸ λοιπὸν ergo, διὰ vel γιὰ τούτο propterea : quaedam denique Expletivæ, quae
tantum ad ornatum orationis spectant ac nu- merum, non ad
significationem, ut dx x, etc. Atque haec de omnibus orationis partibus
singillatim sumptis. De Syntaxi Lingue Grece Vulgaris. 2
"Vidimus jam singulas orationis partes examinantes, quo- modo
dividantur, flectantur, ac conjungantur, quásve in partes secentur, ac
quibus in classibus collocentur; nunc qua ratione cum aliis jungi, ac
inter se connecti debeant, quà polliciti sumus brevitate sermonem
instituemus.Tres etiam assignamus in hac lingua Concordantias, ut apud
Latinos. Prima est nominativi cum Verbo in numero, et persona, ut ἐγὼ yox» 6/0 scribo, ἐκεῖνος παίζει ille ludit, ἐσεῖς μιλεῖτε VOS loquimini. 3; Secunda est Adjectivi
cum substantivo, ut σοφὸς ἄνθρωπος homo doctus, xxx rox boni adolescentes, καλῆς συντροφιᾶς bonc conversationis, etc. Substantiva quae ma-
teriam significant solent sæpissime accusativo efferri cum praepositione απὸ, loco adjectivorum, ut ζώνη «mo πετζὶ pro nezGirom cingulus ex pelle, ῥοῦχον ἀπὸ τρέχαις pro τρίχινον vestis ex pilis ; quod fit per ecclipsin
participii subintelligendo χαµω- µένη Vel καιωμένον facta vel factum. Adjectiva semper præ- poni
debent substantivis unà cum articulo, ut τὸ μικρὸ παιδὶ paruus puer, ὁ πρῶτος dy)owro; primus homo : Quod si ali- quando
postponatur, duplicandus est articulus, et apponendus tam substantivo,
quam adjectivo, ut φέρεµου τὸ ῥοῦχο τὸ xoxxtyoy 10 affer mihi vestem purpuream.
Tertia Relativi cum antecedente, in genere, et numero, ut εἶδα τὸν Πέτρον, τοῦ ὁποίου ἐμίλησα, vidi Petrwm quem alloquutus fui. et aliquando
in casu, ut τὰ λόγια, τὰ ὁποῖα verba, qua. Si ponaturrelativum inter dua
nomina substantiva diversorum generum potest his duobus modis construi,
exempli causa, sydus quod, vel quam vocant Capream, communi Graecorum
lingua dices τὸ ἄστρον, τὸ ὁποῖον Vel ὁποῦ (quod est relativum indeclinabile, omnis
generis, et nu- meri) κράζουν αἶγα Vel τὸ ἄστρον ὁποῦ τὸ χράζουν Vel vv» xoxbouv 20 ἁι/χ. E duobus substantivis
ad diversa pertinentibus, si in ora- tione ponantur aliud est nominativi
casus, alterum vero genitivi, ut τὸ xocui τοῦ Πέτρου, corpus Petri, τὸ
πετδὶ τοῦ βουδιοῦ bovis pellis. Interdum tamen iste genitivus transit in
25 accusativum, ut 7 τωήτους pro n τιαήτων honor eorum, ἕνα ποτήρι
νερὸ pro νεροῦ poculum aqueæ, et similia. De Pronominibus μοῦ, σοῦ, τοῦ, ἐμένχ
Vel μὲ, ἐσένα vel ot, ἐμᾶς Vel μᾶς, ena; vol σᾶς, τὸν, την, τὸ, τῶν», τοὺς,
ταῖς, ta. Horum pronominum unà cum(P. 138) Verbis constructio,
30 quoniam aliquantulum difficilis esse videtur, cum certa quæ- dam
regula tradi non possit, quando preponenda sint vel postponenda, seu
quando ε ἐμένκ potius dicendum quam yz, vel ἐσενκ quam σε, ut ἐσᾶς quam σᾶς,
idcirco de his nonnulla observatione digna exponere merito judicavi.
35 Certum itaque in primis, monosyllaba illa pronomina sive
primæ sint, sive secundæ, sive tertiæ personæ nunquam ipso orationis
initio collocari, sed elegantiüs semper post ipsum verbum poni, vel post
aliquod nomen, vel post parti- culam dev vel de non, ut ἀγαπῶτα, ἀγαπῶτους,
etc. amo illa «o vel illos, etc. ἐγὼ σᾶς uzx ego dixi vobis,
δὲν μοῦ Ἄάμνει χρεία, non est mihi opus, βλεπει µε videt me, et hujusmodi
plura. Certum secundo primos illos accusativos primae, et secunde
personæ eusyx videlicet et ἐαᾶς, ésivx et εσᾶς,
poni 5 semper in ipso orationis, periodíque principio unà cum μὲ
et μᾶς, σὲ et σᾶς, Ut ἐωένχ μὲ ἂγητᾶ 0 πατέρας µου me amat pater
meus, ἐσένα σὲ wo te odio habet, ἐμᾶς μᾶς κοάζει παιδιά του nos vocat
filios suos, ἐσᾶς σᾶς χράζει ἐχθρούς του vos appellat ini- mcos 81108.
quæ loquutiones correspondent Italicæ phrasi vel 10 Gallicæ, cum quibus
habet maximam affinitatem, quum dicunt. α noi ci chiama sui flgliuoli, il
nous appelle ses enfans, et similia. Vides igitur hujusmodi accusativos
cum :, conjungi cum monosyllabis μὲ, σὲ, ua; et σᾶς, qui statim
illos subsequuntur. Nominativi tamen ἐμεῖς et ἐσεῖς, ponuntur abso-
15 lute initio periodi, ut eueis ψωμὶ dev ἔχομεν καὶ ἡ κάτα πίτα σύρνει
ΠΟ ΏαπιεΏὲ non habemus, et felis trahit placentam, est adverbium !
Græco-vulgare in filios, qui bona patris pau- peris lautius quam par sit
profundunt, et opipare vivunt. Certum insuper µονοσύλλαθα illa pronomina
μοῦ, 20 Go0, τοῦ, μᾶς, σᾶς, τῶν, et τους, etc. Si simul esse
contingant cum aliquo adjectivo, poni inter adjectivum, et
substantivum, ut ὁ πρῶτος µας φίλος primas noster amicus, αἀγαπημένε µου
vis Πέ mi dilecte, % γακαῖς τους γλώσσαις male illorum lingua, etc. Item
sumi pro pronominibus possessivis ἐδικόσμου; 25 ἐδικόσσου, ἐδικόστου
136115, tuus, suus, etc. Verum tunc non ponuntur absolute, ut possessiva,
sed uná cum alio nomine, ut quum dicimus, liber meus, zo βιξλίον uo», at
cum dicimus, hic liber est meus, quia meus est solus et non cum alio
no- mine, nos dicemus, ἐτοῦτο τὸ βιέλίον εἶνχι δικόμου, et non τοῦτο τὸ
30 βιθλίον uoo εἶναι. | "ertum quarto monosyllabos illos accusativos
μὲ et μᾶς, σε οἱ σάς, ταῖς et τοὺς, tam ante verbum collocari posse, quam
post, Ut ἐγὼ σᾶς τὸ ἐδιάξασα τὸ γράμμα, et ἐγὼ ἐθιάξασά σας τὸ γράμμα.
eo vobis legi epistolam. Quod si hujusmodi accusativi particulae 35
isti δὲν vel δὲ non, ὡσὰν vel σὰν sicut, vel adverbiis «202; quemadmodum,
été sic, σήµερον hodie, αὔοιον Cras, τώρα nunc, et aliis adverbiis loci
jungantur, tunc verbo postponi minimé 1. (Sic). Lisez proverbium.
— De même plus haut, ligne 6, il faut lire probablement zyarzz pour αγητᾷ
que porte le texte. Une ligne plus bas, l'original donne μισᾶ. — Enfin,
1. 11, le texte porte, au lieu de 4 mous appelle, nous nous
appelle. possunt, sed tantum præponi, ut δὲν μᾶς τὸ ἔστειλες τὸ
βιθλ΄ον non nisisti nobis librum, σήμερον σᾶς εἶπα νὰ μὴν ευγαίνετε
hodie vobis diré ne exeatis, nec enim bene dicemus, δὲν τὸ ἔστειλές
µας, NEC σήμερον εἶπχ σας. De quibusdam Nominibus qua (sic) genitivum
regunt, vel 5 accusativum, ubi etiam de ablativo absoluto.
Omnia nomina Comparativa, si praecipue cum pronomi- nibus primitivis
construantur, verbalia item in τικὸς una cum nominibus, qua dignitatis
habent significationem, ignora- rationis, participationis, similitudinis,
ac communicationis, tv et utilitatis genitivum adoptant, ut εχεῖνος εἶνχι
σοφώτε:ός µου ile est sapientior me; ἐτοῦτο εἶναι φανε ρωτικὸν τῆς ἀγαπης
|, id est significativum amoris : ὁ ispéxs εἶναι ἄξιος τιμῆς
Sacerdos est dignus honore; ἁμαθῆς τῶν ἑλληνικῶν γοχμµατων ignarus
Grecarum literarum, σύντρογος καλῶν ἀνθρώπων bonorum hominum socius, ὅμοιος
τοῦ λεονταριοῦ Leoni similis, τὰ καλὰ εἶναι xotyx τῶν φίλων bona sunt
amicis communia, et similia. Ea item quæ dicuntur numeralia ordinis
genitivum requi- runt, ut Φεύτερός µου mihi secundus, πρῶτος των primus
inter illos, etc. Quæ tamen construi etiam possunt cum accusativo
20 posità praepositione amo, ut ὕστερος ar” ὅλους postremus omnium,
πρῶτος ar ὅλους primus omnium, et sic de reliquis. Profecto, ut uno
verbo dicam, omnia sive Comparativa sint, sive superlativa, sive
plenitudinem significent, vacuitatem, utilitatem, et similia, si cum
pronominibus jungantur, utplurimuni postulant genitivum, si cum aliis nominibus
accusativum cum præpositione aro, ut απ) Sous τοὺς ἕλληνας, ὅπου
fav εἰς τὴν Τροίαν, δυνατώτενος, Vel δυνατώτατος ἦτον ὁ Αχιλλεύς,
OM- nibus Grecis qui extiterunt in expeditione Troiana fortior
fuit, vel omnium Græcorum fortissimus fuit Achilles. No- 3; men γεμάτος,
ut plurimum habet post se accusativum sine ulla præpositione, ut γεότος ἔννοιχις
curarum plenus : At evxvzio; contrarius genitivum amat cum primitivis
pronominibus, cum aliis vero accusativum uná cum praepositione εἰς,
ut εἶναι &yxyzioz µου 63 mihé contrarius. et εναντίος εἰς Soo; COn-
35 trarius omnibus. φίλος denique semper reperitur cum geni- tivo,
ut sic: τοῦ 0ευὺ amicus Dei. Instrumentum,
causa, modus, et excessus debent in hac [Le texte ici porte ἀγότης. Cf. p. 60, note 1.] lingua exprimi accusativo, cum
præpositione, uz, vel μετὰ,
vel etiam interdum cum διὰ, vel γιὰ, si preesertim causam significare velimus, ut ἐκτύπησα cou! μὲ τὸ ῥᾳθδὶ baculo illum percussi, τὸν εἶδα μὲ w2)ó par oculo illum vidi 5 benigno, ἐσκότωσε τὸν ἐχθούν του μὲ τὸ σπαθὶ hostem suum gladio interemit; νικᾶ Sous μὲ την φωνήν του sua voce reliquos superat; διὰ τῆν δειλιὰν, Vel γιὰ τὸν φόξον ἔχασε v. ἅρματά τον PTŒ pavore perdidit arma. Tempus
item, et mensura tam loci, quam ponderis sim- 10 pliciter accusandi
casu efferuntur, ut τὴν
ἡμέραν xal τὴν νύκτα δὲν χάωνει ἄλλο παρὰ νὰ dudar, die, ac nocte nil aléud facit quam
legere, ἡ Ῥώμῃ εἶνχι parca ἀπὸ τὴν Φράντζαν ἐκατὸ λέγαις Roma distat à Gallia centum leucis, βαρεῖ τριάντα λίτραις est ponderis triginta librarum. 5
Jamablativum absolutum, pro quo Græci literales utuntur genitivo, nostri
Græco-vulgares penitus ignorantes, nec genitivum usurpant, nec alium
casum, sed vel ipso nudo no- minativo utuntur, ut υισεύοντας ἐγὼ ἀπὸ τὴν εκλησίαν ἔπεσεν ñ στέγη τοῦ σπιτιοῦ σου (liscedente me ab Ecclesia cecidit tectum
2 fie domus, vel loquutionem resolvunt per ἔταν vel σαν, po- nentes verbum in imperfecto, ut ὅταν vel aav ἐμίσευα ἀπὸ τὴν ἐκκλησιὰν ἔπεσεν, etc. cum discederem ab Ecclesia ceci- dit,
etc. De Constructione Verbi Activi. 2; Nonnimis
laborandum erit in tradendis regulis verborum activorum. Omniasiquidem
verba activæ significationis postu- lant ante se nominativum agentem, et
post se accusativum, vel genitivum patientem. Genitivum quidem utuntur
hujus- modi Græciæ regiones Peloponesus, Creta, Chius, Zacynthus,
30 et omnes penitus Græciæ insule. Accusativo vero
gaudent Attica, Thessalia, Macedonia, Thracia, et omnes prorsus
Continentis provincie, atque incola. Quum igitur verseris in Insulis,
utere post verbum genitivo, accusativo vero quum fueris in
Continente. Adverte tamen, quanvis iis? qui in Insulis
sunt post verbum activum genitivum, quem person: vocant, admit-
tant (res enim apud omnes, ac semper ubique ponitur in 1. Il
faut évidemment lire τόν. 2. Leçon de l'original pour zi. 'l'oute cette phrase est d'une construc- tion
pénible et confuse. Postverba doit être lu en deux mots. accusativo, ut
axoo» τὰ λόγια σου, non τῶν λόγιων Gov,.QUdio tua verba) id verum esse precipue,
quum postverba se- quuntur pronomina illa primitiva μοῦ, σοῦ, τοῦ, et tantum in numero singulari, ut δὲν μοῦ a«os: non me audit; nam in plu- rali dicunt cum
accusativo, δὲν uz; εἶπε τίποτες, niil nobis s dixit, licet in singulari
dicerent, δέν uoo eine τίποτες!. Quod si alia subsequantur pronomina, vel
nomina, modo genitivum ponunt, modo accusativum, ut ακούω τὸν llézpoy non τοῦ Πέτρου audio Petrum, et ui τοῦ Μάρκου, et non τὸν Maoxov, nisi dicas μὲ τὸν Μάρχον, alloquor Marcum, vel loquor cum Marco.
Quando autem statuendus sit post verbum activum geni- tivus, vel
accusativus optima regula est, si animadvertamus ad linguam Gallicam, vel
Italicam. nam si post verbum acti- vum ponatur particula à, tunc sem(P.
14í)per in Græco 15 vulgari reponi debet post verbum genitivus, ut /'ay
dit à Francois, ἐγὼ
εἶπα τοῦ Φραγκίσκου, non τὸν Φραγκίσχον. Si vero talis particula non ponatur, utendum
tunc erit accusativo, vel genitivo juxta distinctionem Græciæ locorum
superius insinuatam, ut je vous ay fait la grace, ego vobis gratiam
20 feci, secundum Insularum habitatores dices, ἐγὼ σοῦ τήν ἕκαμα τήν χάοιν, et secundum Continentis incolas, ἐγὼ σὲ τήν ἔχαμα τὴν yXow, qua loquutio correspondet huic Italice, la
gratia ve l'ho fatta. Prætereà sciendum, verba, quæ apud
Latinos, vel Grecos 25 literales exigunt post accusativum rei dativum
persons, apud Grecos vulgares usurpare pro dativo persons, vel
genitivum ut loquuntur Insularum cultores, vel accusa- tivum ut
Continentis incolæ, exempli causa, ego dedi tibi librum dices, vel éyà σοὺ τὸ ἔδωχα τὸ βιθλίον, (P. 148) velso ἐγὼ σὲ τὸ ἔδωχα τὸ βιθλίον. Rursus verba, quie duos sibi accusativos
adsciscunt apud Latinos, et ἕλληνας, apud vulgares Graecos, vel ambos retinent, ut
loquitur omnis Continens, aut mutant accusativum per- sonæ in genitivum,
ut phrasis est omnium Insularum, verbi 35 gratia, ego te doceo
grammaticam, dicetur ἐγὼ
σὲ, vel σοῦ μαθαίνω τὴν γραμματικήν. Jdem fit aliquando, si verba apud
Latinos regant ablativum cum praepositione a vel ab, et accusativum, ut
aufero à te vestem, ἐγὼ σὲ, vel σοῦ πέονω τὸ ῥοῦγον. dixi aliquando, quia ut w ]Voyez au commentaire
pour l'établissement du texte.] plurimüm pro ablativo ponitur accusativus cum
præpositione aro, ut «accepi à Petro tuas literas, ἐγὼ ἔλαξα ταῖς γραγαῖς σου ani τὸν Πέτρον, il habeo à te, € χω το ar ἐσένχ, et alia. Idem etiam præstari debet , Si verbum
apud Latinos accusa- ; tivum regat et genitivum, vel ablativum sine ulla
præpo- sitione, ut empleo ollam denariorum, γελίζω τὸ :ζουκάλι amo τορνέσια, et (D. 149) émpleo vas aquá, γεμίζω τὸ αγγεῖον ἀπὸ woo. in quibus tainen sape sæpius reticetur
aro, dicendo sim- pliciter τορνέσια et νερὸ. De Constructione Verbi passivi, neutri, ac
Deponentis. Quemadmodum activae vocis verbum exigit ante se
nomi- nativum agentem, et post se accusativum patientem, ita é
contra passivæ vocis verbum postulat ante se nominativum patientem, post
se vero accusativum agentem uná cum i5 preepositione απὸ, ut τὸ &uzzt τραθιζεται ἀπὸ τὰ dÀojx CUTTUS trahitur ab equis. Semper igitur
in passivis casus personæ verbi activi, quum videlicet duplicem requirit
casum post se, vertendus est in nominativum, manente altero
immutato, Ut εγὼ
σὲ uaÜziw τὴν yrauuarwry, passive redditur, ἐσν µαθαίνεσαι 20m ἑμένχ τὴν γηαμματικὴν, tu doceris à me grammaticam, etc. VT APVD
LATINOS. Ex verbis neutris, vel Deponentibus, quaedam absolute
ponuntur sine ullo casu, ut Er vivo, πορπατῶ am- bulo, στέκοµαι S00, οιμούμαι dormio : quidam vero requi- 2; runt post
se aliquem casum, ut ἀρέσκει µου placet mihi, τὶ φαὐεταίσας, quid. vobis videtur, et alia, quie genitivum,
aut accusativum postulant pro diversitate pr&sentis Grecis re-
gionum, si eosdem casus, vel alios requirant Latinorum verba vel neutra,
vel deponentia ; et tunc Constructio erit eadem 30 quam jam
recensuimus in verbis activis. De Verbis εἶμαι, φαίνοµαι, et aliis, tum de Verbo Impersonali, de Modis,
Gerundiis, ac quibusdam loquutionibus. Verbum εἶμαι sum duos habet nominativos ante, et post se,
ut ó Αοιστοτέλης ἅτονε μεγαλος φιλόσοφος, Aristoteles erat magnus 35 Philosophus. eodem
modo construitur verbum φαίνομαι t i- deor, λέγουαι dicor, «oxzopzt vocor, λογοῦμαι nuncu- por, et similia, quæ preeter illos duos
nominativos admittunt etium genitivum, vel accusativum juxta supradictam
locorum Græciæ distinctionem, sicut Latina dativum, ut αὐτὸς pod εἶναι, Vel φαίνεταί µου καλοπίγερος ἄνλρωπος ipse mihi est, vel videtur vir idoneus. Vel
etiam accusativum cum præ- positione aro, si Latina regant ablativum cum
praepositione à vel ab, ut justus ab omnibus vocatur, vel reputatur
beatus, ὁ δίκαιος χράξεται͵ Y, κρατειέται µακάριος am’ 02095. Verbum impersonale duplicis
est speciei activae nimirum et passivæ. Utrunque impersonalis verbi
genus, vel ponitur absolute sine ullo casu, ut βρέχει pluit, λέγουνε fertur ; vel cum aliquo casu ut apud Latinos,
verbi gratia, pertinet ad me, ἐγγίζει µου, non licet vobis, δὲν σᾶς πρέπει, mon curatur de anima, δὲν ἐννοιάζεται διὰ τὴν ψυχήν. Ubi adverte verba imper-
sonalia utpluri(P. 152)mum sumi à tertia persona plurali prze- sentis
indicativi activi, ut pro scribitur dicunt γράφουνε scri- bunt, pro
vivitur, ζοῦνε vivunt, et alia. Dixi ut plurimüm quia reperitur interdum,
et quidem raro aliquod impersonale desumptum à tertia persona plurali
presentis indicativi passivi, ut κοιμοῦνται dormitur. Modorum
usus pervius est unicuique ut apud Latinos. In usum tamen hi precipue
veniunt indicativus, imperativus, 20 et subjunctivus, qui vicem gerit
infinitivi, et exprimitur per particulam νὰ, ut Θέλω νὰ τὸ «auo volo
illud facere : cui interdum praeponitur articulus τὸ, et ponitur loco
nominis, ut τὸ vx χάμεις pro τὸ κάνωμα σου tuum factum. Similem
loquu- tionem habent Græci literales, ut τὸ ποιεῖν pro ποίηυα, et Itali,
25 il fare, pro il fatto. Hujusmodi modus semper ponitur post aliud
verbum, sicut infinitivus apud Latinos; vel alias resol- vitur per ἔτι
vel πῶς, (P. 153) ut scio te fecisse hoc, vulgo possumus dicere, ἠξεύρω πῶς,
vel ὅτι τὸ ἔκαμες, quod ἔτι et πῶς videtur correspondere Italico che vel
Gallico que. Ponitur 3o etiam zat pro ὅτι, ut λογιαζω vat τὸ ἔμαθες, pro ὅτι
τὸ ἔμαθες, puto te illud didicisse. Jam quaenam particula, vel
Conjunctio unicuique modorum tribuatur, et quomodo inter se discre-
pent, vide supra in Conjugationibus barytonorum. Gerundiis caret
utraque Greca lingua, fruitur vero Latina. 3; Ea autem sic in vernaculam
Graecorum dialectum vertenda censemus. Gerundia in do, resolvuntur in
participia, ut amando αγαπῶντας, dicendo λέγοντας, etc. Gerundia in
dum exprimuntur aliquando per dix νὰ, si illa praecedat praepositio
ad, ut ad habendum διὰ νὰ ëyr : aliquando per oz, vel 4o zyxuzgx onov, Si
præcedat praepositio inter, ut inter am- bulandum, σὰν ἐπορπάτουνα, id
est dum ambularem : inter [MEYER. GRAMM. GRECQUE.] dicendum ἀνχμεσα ὁποῦ ἐμῶμε
cum loqueretur, et similia. et ali(P. 154)quando per πρέπει, si à Latinis
efferantur abso- lute sine ulla praepositione, ut faciendum mihi est,
πρέπει νὰ άνω, tObis agendum, πρέπει vx Ἰάμετε, etc. Hic modus 5
loquendi non aberrat à modo loquendi Italorum, vel Gal- lorum, dum
dicunt, mi bisogna fare, il me faut Jaire, cum hoc tamen discrimine, quod
in dictis linguis verbum consequens est infinitivi modi, et nunquam
mutatur, at in Graeca vulgari verbum quod subsequitur πρέπει est
sub- 10 junctivi modo, variatürque ac construitur cum
personis, quie comitantur gerundia in dum, ita ut si persona sit
singu- laris, et prima, verbum etiam erit primæ persone numeri
singularis, et sic de reliquis. Tandem gerundia in di, sim- pliciter
efferuntur per vx cum subjunctivo, ut lempus est i5 und, 22160; εἶναι
yx naue! sciendi sum cupidus, επιθναῶ va µεθω, etc. Veniamus
jam ad peculiares, quasdam loquutiones. QVVM LATINE DICIMVS, quod tibi
scripserim, vernaculo Graecorum sermone sic efferemus, διὰ τί σοῦ £yoxlx,
vel ὃτι σοῦ ο0 ἔγραγα, Vel τὸ vx σοὺ Eyux pz, Vel ἔστοντας καὶ νὰ
σοῦ ἔγραφα, prior et secundus loquendi modus conformior Latinæ
loquutioni videtur. De nonnullis
adverbiis, ac particulis, quæ vel nominibus, vel Verbis
præjfiguntur. a; Uttotum communis Grece linguæ syntaxeos
absolvamus tractatum, brevibus precurremus nonnullas voces, quarum
notitia non parum juvatur is, qui aditum sibi fieri vult ad hujusmodi
linguæ Græcæ svntaxim. Dicamus ergo prius de Xunoes inam, quod adverbium
est optandi, ponitürque s) unà cum νὰ, et constituit in verbis peculiarem modum, qui
dicitur optativus, reperitur cum perfecto, et imperfecto, ut ἄμποτες νὰ τὸν ἔκραξες, utinam. illum. vocasses, ἄμποτες νὰ τὸν ἔθλεπα, utinam illum viderem. (P. 156) ‘Av, vel
à fit à Græcoliterali sw, sé, ac pariter regit 3; subjunctivum,
tempus amat id, quod nos in verbis barytonis diximus habere indifferentem
quandam, ac indeterminatam significationem, ut ἂν σὲ πιέσω δὲ te capiam, non & σὲ πιάνω : ἂν σὲ εὑρήσω δὲ Le. reperiaan, non ἂν σὲ εὑρίσκω. Conjungitur præ- 1. Certainement pour πάμενε] voyez page 159 de l'original, plus loin p. 68,
1. 7 sqq. terea cum omnibus preeteritis, ut xv &xux δὲ feci, ἂν ἔγραφε, δὲ scribebat, ἂν θέλει 2ώσει δὲ dabit, et reliqua. Aro, quanvis
praepositio significans a vel ab, in compo- sitione tamen alicujus verbi,
vel nominis non semper eandem retinet significationem; nam interdum
denotat per- fectionem, ut arocs)swm perficio, τελειώνω quippe simplex füure tantum significat, sed cum
aro perfecte finire, utque Latini dicunt, rem reddere omnibus numeris
absolutam. interdum vero finem quodammodo præ se ferre videtur, ut αγοτοώγω finem. comedendi facio, unde adverbia αποφαγχ post pran(P. 151)dium, et απόθειπνα post canam. ct tandem penitus, seu de, ut anses
penitus amputo, et ἀποχεφαλίδω
decollo, et alia. *A; adverbium hortandi, si ponatur cum imperfecto
efficit modum optandi, ut a: ἔθλεπα utinam viderem; caeterum ας nota est imperativi, seu potius subjunctivi, ut
2; κάμη faciat. Videtur autem derivari à
Græcoliterali ἄφες, unde per synco- pen z:. quare quum
dicimus 2; 1% idem valet ac sine ne, ut videam, qui quidem loquendi modus
frequens est in sacris paginis, praecipue in Evangelio, ds: ἴδωμεν, εἰ ἔργεται Ηλίας σώσων αὐτὸν, quem imitati Græci- -vulgares dicunt, a; ἰδοῦμεν ἂν ἔρχεται ὁ Has διὰ νὰ τὸν ἐλευβερώσῃ. Adverte tamen hujusmodi
ἄς, non poni in secunda persona imperativi, sed tantum in prima, et
tertia. Quia videlicet, aptior imperandi persona videtur secunda, non
prima, et tertia, unde et Itali quum magnates alloquuntur solent
ob- sequii, et revereniP. 15K)tiæ causa uti tertia persona, ne
loquentes secundá persona, videantur aliquomodo illis impe- rare. Est
igitur a4; subjunctivi potius nota, quam imperativi. A&, vel 3.
deductum fortasse fuit ab se ablata diph- thongo ου. Dicitur autem 05»,
quum ponitur ante vocales et " diphthongos, imo οἱ ante aliquas
consonantes, videlicet ante B, 7; ὃ, 0, 4.0, 7,9, y : d vero ante
reliquas consonantes. Regit indicativum tantum, quia in reliquis modis
non utimur οὲν, sed uz», vel uz, ut uz» κάµης ne facias. Να
aliquando est adverbium demonstrandi, et regit geni- tivum si praecedat
pronomina primitiva numeri singularis, ut νά σου ecce tibi, accusativum
vero si sint numeri pluralis, et ante alia nomina, ut vx σας ecce vobis,
νὰ τὸν Mézos» ecce Petrum. Aliquando est conjunctio causalis, ab ἵνα
deducta, unde ut illa subjunctivum expostulat, qui, ut diximus,
vicem etiam gerit (P. 159) infinitivi. Atque
hinc fit, ut aliqui dicant conjunctionem vz signum esse, ac notam
infinitivi. Verum quo firmo, stabilíque nitantur fundamento non video.
Inter- dum denique νὰ solet esse particula repletiva, et ornatus
causa maxime apud Chios, qui dicunt ἐκεινὰ pro exi, τουτονὰ 5 pro τοῦτον, quam etiam replicantes satis molliter sonant
&xewavz, et τουτονανα.
Νε item particula est quæ nihil significat,
et tantum ad or- natum ponitur orationis, idque duntaxat à Chiis, non in
qui- buslibet nominibus, sed tantum in articulis et pronominibus
ιο masculinis et foemininis, ubi reperiatur
finalis litera v, ac in prima, secunda, et tertia persona verborum numeri
pluralis, ut pro εἴλατιν, εἴδατηνε Dro τοῦτον, τούτονε, DTO τούτων, τουτωνῶνε, pro γράφοµεν, γράγομενε, pro λέγετε, λέγετενε, et sic de reliquis. Ωσάν demum vel ox, aut ez, idem significat quod
Latine i5 CUm, vel post(P. 160)quam, ac postulat subjunctivum,
ut σὰν yox|yn; cum scripseris, σὰν ἔλθω postquam venero, et similia.
Interjectio ὄχου,
veloiusvx hei mihi regit accusativum, ut ὀϊμένα τὸν xaxouooy heu me infelicem. At ὦ modo requirit so nominativum, vel
vocativum, ut ὦ πεγχλη duoruyix Ó magnam calamitatem, ὦ καλὲ ἄνβρωπε Ó bone vir, modo vero geniti- vum, et tunc vim
habet admirationis, ut à τοῦ θαύματος Ó rem admirandam, idest Papæ. Atque
haec de Syntaxi linguæ Græcæ communis, metho- ο” dicáque ejusdem institutione, majore qua potui
dilucidäque brevitate, ac studio ad Dei omnipotentis gloriam, Fidei
Catho- licae propagationem, Proximorum utilitatem, nec non ad φιλογλώσσων περιεργείαν. Porta.
Portius. Porcius. Simone Porzio. Porzio. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porzio” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Possenti: la ragione conversazionale e la
conversazione di Romolo e Remo – radice dell’ordine civile – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Studia a Torino. Insegna a Venezia. Dei Aquinensi. Fonda l’Annuario
di filosofia. Centro di ricerca sui diritti umani. Attrato dalla storia delle
civiltà, ispirato da VICO (si veda). Studia l’idea d’un assoluto impersonale.
Incontra l'istanza metafisica e umanista attraverso AQUINO (si veda), intuendo
le possibilità speculative e liberanti incluse metafisica dell'essere. Tre sono
gl’ambiti primari della sua ricerca: metafisica, pensiero teoretico e ritorno
al realismo; personalismo; filosofia politica. Studioso d’AQUINO, del tomismo. Professore
della grande tradizione della filosofia dell'essere, orienta l'attenzione
critica verso GENTILE, il neo-parmenidismo italiano di SEVERINO nel suo ritorno
a VELIA e il VELINO, ricercando una razionalità attenta alla storia ma non
consegnata interamente alla furia del tempo. Dunque il ritorno all'eterno
invece che l’eterno ritorno di Nietzsche e la ripresa del tema della creatio ex
nihilo, assente in molta filosofia. Il suo approccio legge meta-fisica e
nichilismo come due nuclei che tendono ad escludersi – i veliani -- di cui il
primo è la fisio-logia e il secondo la pato-logia. Individua pertanto nella
destituzione dei valori e nella riduzione della ragione a volontà l'esito
ultimo del nichilismo. Questo vuole liberare Italia dalla metafisica, ritenuta
distrutta dal criticismo, ma il compito della filosofia dell'essere è preparare
una ripresa della metafisica dell'esistenza, tale che possa di nuovo tenere un
posto nella storia della civiltà. Una presentazione ampia della sua è in “Storia
della filosofia”; Filosofi italiani, Antiseri e Tagliagambe, Bompiani, si veda
anche nichilismo e filosofia dell'essere, intervista, a c. di Mura, “Euntes docete.”
La riscoperta della meta-fisica esistenziale è un tentativo di mettere in luce
la parzialità di non poche posizioni che hanno proclamato la fine della
metafisica occidentale: GENTILE, e SEVERINO. Essi hanno operato come reagente
per la riconquista della metafisica e per la critica del nichilismo, di cui
offre una determinazione diversa da quelle di Nietzsche e di Heidegger -- con
applicazioni anche all'ambito del nichilismo giuridico. Il rigetto del
nichilismo e l'analisi dell'anti-realismo, del logicismo, del dialettismo e del
razionalismo che affliggono la filosofia, gli conducono a giudicare concluso e
senza possibilità di ripresa il ciclo della meta-fisica nel cammino di GENTILE.
La base prima della filosofia dell'essere sta nell'asserto ‘l'ente è'. Questo
il grande tema da cui occorre partire. Dall'ente appunto e non dall'essere
vuoto dei moderni. In tal modo crollano l'identità tra logica e meta-fisica del
razionalismo, l'idea di dialettica come generazione logico-apriorica del
sapere, e l'idea di divenire come entrare-uscire dal nulla. Qui opera un'adeguata
semantizzazione dell'essere (dell'ente), rigettando l'errore primordiale di
trattare la questione dell'essere come questione di essenza, il che presuppone
la negazione della potenzialità. Ma se questa è presente, niente in senso
proprio va in nulla ma si trasforma. Si svolge verso un positivismo in cui
la filosofia è capace di progresso. È andata così delineandosi la tesi che
nello svolgimento della meta-fisica dagl’antichi a noi sia emersa, dopo la
seconda navigazione nell’ACCADEMIA (vedi Fedone), proseguita e perfezionata da
Aristotele al LIZIO, una terza navigazione che si esprime nella
Seinsphilosophie che ha toccato un punto di apogeo in AQUINO e nei grandi
tomisti. In tale prospettiva è possibile tracciare un'essenziale storia della
meta-fisica quale progressiva penetrazione della verità dell'essere, culminante
nella metafisica dell'actus essendi. Si tratta di una metafisica trans-ontica
che, prendendo le mosse dall'ente, procede verso l'essere stesso -- esse ipsum
per se subsistens -- e che individua la struttura originaria nella
partecipazione dell'ente all'essere. Le sue posizioni sono consegnate alla
trilogia “Nichilismo e Metafisica. Terza navigazione, Il realismo e la fine
della filosofia moderna, e Ritorno all'essere. Addio alla metafisica moderna.
Esse sono discusse da XVIII autori in, “La navicella della meta-fisica.
Dibattito sul nichilismo e la terza navigazione (Armando, Roma) Cottier,
Dummett, Berti, Riconda, e poi in Realismo Metafisica Modernità. “In margine al
realismo e la fine della filosofia moderna”, Dalfino e Pozzo, CNR-Iliesi, Roma.
La possibilità di guadagni per sempre
rigetta l'idea fallibilista -- Popper et alii --, secondo cui ogni sapere -- riportato
poi solo a quello delle scienze -- riposa su palafitte perennemente
rivedibili. La meta-fisica ha per oggetto non il concetto di essere, ma
l'esistenza. Il filosofo deve sempre e nuovamente ribattezzarsi nelle sue
acque, fuggendo l'oblio dell'essere e liberandosi dal sistema che intende
racchiudere in sé la totalità. Un problema centrale per lui è la possibilità di
una conoscenza filosofica autonoma, che non proceda solo sull'imbeccata che
possano darle le scienze ed altre forme di conoscenza, nonostante la necessità
del dialogo tra filosofia e scienza, in quanto non esiste un solo sapere.
L'unità plurima o polivalente della ragione si applica anche al nesso tra
filosofia e il culto sacro. Nell'incontro tra compito della ragione e elezione
del cristianesimo si individua un criterio di apertura e stimolo per la
filosofia nella sua ricerca di senso. Il principio della persona è più fondamentale
del principio della responsabilità (Jonas) e del principio-speranza (Bloch), e
a fortiori delle filosofie dell'impersonale o inter-soggetivo. Il concetto di
persona si presta efficacemente in una serie di problemi in cui le nozioni di
individuo, di soggetto, di coscienza risultano inadeguate. La persona è
originaria e primitiva, e raggiunge una profondità e permanenza che non hanno
le altre categorie appena citate o l'uso che spesso ne è stato fatto. Si veda
il dossier sul “Principio Persona” con contributi di Grandis, Ivaldo,
Madricardo, Pera, in “Studium”, L'idea
di persona è essenziale per maneggiare le grandi difficoltà insite
nell'antropologia, in specie da quando in Occidente si cerca di elaborare
un'etica procedurale di norme senza base antropologica, che è il grande
equivoco dei moderni. Fa parte del vasto movimento del personalismo, volto
alla riscoperta integra della persona. Compito del personalismo ontologico è di
valorizzare ed integrarele filosofie del personalismo incompiuto -- Habermas,
Rawls, BOBBIO, Ferry, Parfit -- allontanandosi da quelle dell'esplicito anti-personalismo,
Nietzsche e Foucault in specie, ma pure Hegel, Heidegger, SEVERINO nei quali
forte è l'empito anti-personalistico. Le assise della persona vanno
ricercate nell'ontologia, onde essa è una sostanzialità aperta alla relazione,
ma non riducibile a sola relazione. Le persone sono nuclei radicali di vita e
realtà che non possono essere dedotti da alcunché e che anzi fonda l'agire e lo
sperare dell'essere umano Esse come
totalità concrete è alla base di una filosofia che oggi deve fare i conti con
la centralità del tema antropologico, con le problematiche bio-etiche (ad es.
concernenti lo statuto dell'embrione), e con le concezioni in cui il soggetto e
la natura umana non sono intesi come un presupposto ma come un prodotto della
prassi. Il personalismo quale insieme di scuole e correnti filosofiche
che assegnano speciale valore e dignità alla persona, non è in senso proprio
un'invenzione, ma originariamente della patristica, del medio-evo, e dell'umanesimo.
Qui sono state elaborate in certo modo per sempre le idee fondamentali sulla
persona e dischiuso come nuovo guadagno il suo spazio di realtà. L'epoca
dell'antropocentrismo non è stata un'epoca di riscoperta della persona. Un
antropo-centrismo sicuro di sé non può dare risposte a molte domande della vita
ed è tanto più impotente, quanto più le domande sono profonde, Se la
controversia sulla persona si accende di nuovo in molti ambiti, è perché
l'idea-realtà di persona attraversa un momento d’eclissi e richiede nuovamente
la fatica del concetto. Assolutamente primario è il nesso persona-tecnica, in
cui la seconda è spesso animata da volontà di potenza, valendo come una potenza
senza etica. La presenza nel comitato di bio-etica gl’induce a dedicare
attenzione ai temi di bio-tecnologie, la rivoluzione bio-politica, l'influsso
pervasivo del materialismo e del biologismo. Il personalismo si declina
poi in ambito sociale come concezione egualitaria e comunitaria -- personalismo
comunitario -- quale fondamento dell’ordine politico proiettato verso la
cosmopoli, la pace e il rispetto dei diritti umani. Entro un dialogo
critico con le tradizioni del liberalismo e dell’illuminismo, opera per
mostrare il contenuto di nozioni centrali del politico come quelle di ragion
pratica, bene comune, popolo, democrazia, legge naturale, diritti dell'uomo,
laicità, ai fini di una rinnovata filosofia pubblica in pari col suo oggetto.
Uno specifico rilievo è stato assegnato al problema teologico-politico secondo
due direttrici: la ripresa post-moderna di un ruolo pubblico per le grandi
religioni; l'idea che la loro deprivatizzazione anche in Occidente può
contribuire ad un positivo rapporto fra religione e politica, nella prospettiva
di una piazza pubblica non agnostica ma attenta alla matrice teologica della
società civile. Con la filosofia politica si opera il passaggio dal piccolo
mondo dell'io al grande mondo' della società, verso la società aperta della
famiglia umana. Sulla scia di diagnosi -- Arendt, Maritain, Strauss, Simon,
Voegelin -- ritiene che la filosofia politica vada riportata al suo compito
primario di pensare la buona società, lottando contro la crisi concettuale che
procede all'ingrosso da Weber e dall'attacco al diritto naturale. In
particolare è stata condotta una critica radicale a Kelsen, alla sua concezione
relativistica dei valori e della democrazia, al suo intento di dissolvere
l'idea di ragion pratica, tolta la quale l'ambito della prassi precipita
nell'irrazionalismo e tutto è affidato al volere. Cfr. il dossier Liberalismo --
“Humanitas”, con interventi di Campanini, Zanone, Esposito, Ivaldo. Esso
raccoglie parte del dibattito sollevato da “Le società liberali al bivio” che
vide interventi di Savona, Vigna, Cubeddu,
Berti, Pellicani, e Scarpelli. Si sostiene l'importanza della filosofia
e dell'antropologia per la democrazia, sulla base dell'idea che la costruzione
del cosmo umano è compito della ragion pratica. Insufficiente risulta una sfera
pubblica moralmente neutrale, consegnata al binomio del diritto positivo e la morale
procedurale. La rinascita della filosofia politica avviene riprendendo
competenza sui suoi problemi, tra cui massimo è quello della pace: la pace
necessaria che non c'è e la guerra inammissibile che c'è. Occorre disarmare la
ragione armata: ciò suggerisce che vada cercata un'organizzazione politica del
mondo oltre la sovranità degli stati-nazione verso un'autorità politica
mondiale o cosmo-politica, di cui l'ONU è lontana immagine. Altre saggi: “Frontiere
della pace” (Milano); “Filosofia e società. Studi sui progetti etico-politici
contemporanei, Massimo, Milano Giorgio La Pira e la filosofia d’AQUINO, Studia
Universitatis sancti Thomae in Urbe, Roma; “La Pira tra storia e profezia. Con AQUINO
maestro, Marietti, Genova-Milano; La buona società. Sulla ricostruzione della
filosofia politica (Vita e Pensiero, Milano); Una filosofia per la transizione.
Metafisica, persona e politica in Maritain” Massimo, Milano); “La filosofia
dell'essere” (Vita e Pensiero, Milano); Tra secolarizzazione e nuova
cristianità” (EDB, Bologna); “Le società liberali al bivio”; “Lineamenti di
filosofia della società” (Marietti, Genova); “Oltre l'Illuminismo”; “Il
messaggio sociale” (Paoline, Roma); “Razionalismo critico e metafisica”; “Quale
realismo?” (Morcelliana, Brescia); “Dio e il male, Sei, Torino); “Cattolicesimo
e modernità. Balbo, Del Noce, Rodano (Ares, Milano); “Approssimazioni
all'essere. saggi di metafisica e di morale” (Poligrafo, Padova); “Il
nichilismo teoretico e la morte della metafisica” (Armando, Roma); “Terza
navigazione. Nichilismo e metafisica” (Armando, Roma); “Filosofia e Rivelazione”
Città Nuova, Roma); “La filosofia dopo il nichilismo” (Rubbettino, Soveria); “Religione
e vita civile. Il cristianesimo nel postmoderno” (Armando, Roma); “L'azione
umana. Morale, politica e Stato in Maritain” (Città Nuova, Roma); “Essere e
libertà” (Rubbettino, Soveria); “Radici dell'ordine civile” (Marietti, Milano);
“Il principio-persona” (Armando, Roma); “Profili. Bobbio, Noce, La Pira,
Lazzati, Sturzo (Effatà, Cantalupa); “Le ragioni della laicità” (Rubbettino, Soveria);
“L'uomo post-moderno”; “Tecnica, religione e politica” (Marietti, Milano); “Dentro
il secolo breve. Paolo VI, La Pira, Giovanni Paolo II, Mounier, Rubettino,
Soveria Nichilismo giuridico. L'ultima parola? Rubbettino, Soveria. La
rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica, Lindau,
Torino. Pace e guerra tra le nazioni. Kant, Maritain, Pacem in terris, Studium,
Roma. I volti dell'amore, Marietti, Milano-Genova. Il realismo e la fine della
filosofia moderna (Armando, Roma); “Diritti umani”; “L'età delle pretese”
(Rubbettino, Soveria); “Ritorno all'essere. Addio alla metafisica” (Armando,
Roma); “La critica del marxismo” (Massimo, Milano); “Epistemologia e scienze umane” (Massimo,
Milano); “Storia e cristianesimo” (Massimo, Milano); “Contemplazione evangelica
e storia” (Gribaudi, Torino); “Maritain oggi, Vita e Pensiero, Milano); “La
filosofia dell'essere” (Cardo, Venezia); Nichilismo Relativismo Verità. Un
dibattito” (Rubbettino, Soveria); “Laici o laicisti? Dibattito su religione e
democrazia” (liberallibri, Firenze); “La questione della verità. Filosofia,
scienze, teologia” (Armando, Roma); Ragione e verità. L'alleanza socratico-mosaica”
(Armando, Roma);” Nostalgia dell'altro. La spiritualità di Pira” (Marietti,
Milano); Pace e guerra tra le nazioni” (Guerini, Milano); “Natura umana,
evoluzione, etica” (Guerini, Milano); Governance globale e diritti dell'uomo” (Diabasis,
Reggio Emilia); “Ritorno della religione? Tra ragione, fede e società” (Guerini,
Milano); “Diritti Umani e libertà” (Religiosa, Rubbettino); in onore (Armando);
Perché essere realisti? Una sfida filosofica (Mimesis, Milano-Udine. Giuliano,
Filosofi a un bivio. Ora rialziamo lo sguardo, su avvenire, A. Lavazza,
Neuroscienziati, cercate l'anima. Vittorio Possenti. Possenti. Keywords: radice
dell’ordine civile – romolo e remo -- il principio speranza, prima navegazione,
seconda navegazione, terza navegazione, Gentile, comunita, Severino, Aquino,
umanesimo, seconda navigazione --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Possenti” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Pozza: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano.
Grice: “I like Pozza; he uses ‘pragmatic’ quite a bit, by which he means
Grice, of course!” Durante gli studi
al liceo di Taranto, Tommaso, un insegnante di matematica di stile tradizionale
gli stimola il gusto per i problemi matematici e per l'eleganza formale delle
dimostrazioni. Studia a Bari dove si laurea con una tesi su SERRA (si veda) avendo
come relatore Vallone. Coniuga l'amore per i sistemi formali con l'amore per
Leopardi, Carducci -- maestro di Serra -- e Annunzio -- e tra i classici
predilisse Tasso e Vita nuova di Alighieri. Studia a Bari -- sotto Landi
-- Pisa, e quindi metodi formali a Milano. Una svolta nella sua carriera filosofica
è segnata dalla partecipazione agl’incontri di S. Giuseppe organizzati a Torino
da BOBBIO. A partire da qui sviluppa idee in filosofia del diritto, specie –
ovviamente -- su Kelsen, e sulla formalizzazione della logica deontica con
particolare attenzione all'assiomatizzazione dei principi di una teoria
generale del diritto in collaborazione con
Ferrajoli per i suoi “PRINCIPIA IVRIS”. Organizza a Taranto gl’incontri
Info IVRE TARAS, logica informatica e diritto, al quale partecipano alcune
delle figure più rappresentative del diritto, dell'informatica e della logica,
tra cui Martino, Ferrajoli, Conte, Busa, Comanducci, Jori, Filipponio, Elmi,
Guastini, e Sartor. Insegna a Taranto, mantenendosi scientificamente attivo e
partecipando a conferenze di società filosofiche italiane -- specialmente la
Società italiana di logica e filosofia della scienza e la Società italiana di
filosofia analitica, dal convegno nazionale fino al convegno di Genova. Insegna
a Lecce. Tra le principali influenze nei suoi studi di linguistica e semiotica
testuale vi sono quella di Petöfi.
Insegna a Verona, Padova, Bolzano e, per le sue lezioni di logica deontica, a Petöfi
e Kelsen. L’influenza maggiore viene dalle grandi opere di Frege, Russell e Carnap,
ai cui dedica uno studio, con
particolare attenzione alla visione filosofica. Pubblica un contributo di
sapore positivista, discutendo e formalizzando alcune argomentazioni in fisica
quantistica. Un legame tra i suoi interessi in linguistica e il suo lavoro in
logica formale è dato dalla sua teoria formale degl’atti linguistici basata su
una connessione originale tra logica intuizionistica, usata per gl’atti
linguistici assertori, e logica classica, usata per i contenuti proposizionali.
Presentando la sua teoria di una formalizzazione della “pragmatica,” define un
modello Frege-Reichenbach-Stenius per il trattamento formale dell’asserzione,
mostrando che il problema principale di questa teoria è la limitazione
introdotta da Frege -- e accettata da Dummett -- per cui il segno di asserzione
si può usare solo per formule elementari assertorici. Ma, come molti filosofi sostengono,
esistono atti linguistici composti. Per permettere il trattamento di un atto
linguistici composto o molti-modale e ovviare alla limitazione del modello Frege-Reichenbach-Stenius,
introduce un connettivo pragmatico che permette la costruzione di una formula
assertiva complessa. Il contenuto della formula assertiva è dato
dall'interpretazione classica e dai connettivi vero-funzionali. Il connettivo pragmatico,
fra DUE atti linguistici assertori semplice in uno complesso, ha invece una interpretazione intuizionistica.
Il connetivo pragmatico non ha cioè un valore di verità – o sattisfazione
fatica -- ma un valore di giustificazione. In fatti, un atto assertivo non è,
in quanto *atto*, vero o falso, ma può essere “giustificato” o non
giustificato. In questo modo, il sistema formale distingue l'asseribilità di un
atto assertorio dal valore di verità della proposizione asserita. Oltre a
spiegare l'irriducibilità del segno fregeano di asserzione a un trattamento in
termini di logica classica e introdurre una fondazione formale della teoria dell’atto
linguistico, dà anche una soluzione originale del problema della compatibilità
tra logica classica (Grice) e logica non-classica (Strawson) o
intuizionista. A questo studio seguono
altri sulla logica erotetica, deontica, e sub-strutturale. La sua
filosofia suscita interesse in diversi campi, dalla filosofia del linguaggio
alla filosofia della fisica alla logica e all'informatica -- specie a partire dalla
sua collaborazione con Bellin. Alla sua teoria formale della “pragmatica,” oltre
ai saggi di Anderson e Ranalter è dedicato un numero di Fondamenta
Informaticae. La sua influenza si estende così oltre che alla filosofia della
fisica e alla filosofia del linguaggio anche alla logica e all'informatica,
specie con convegni in suo onore organizzati a Verona. Ricordi di personalità
internazionali e di amici sono raccolti in suo onore. Altre saggi: “Un'interpretazione
pragmatica della logica proposizionale intuizionistica”; “Problemi fondazionali
nella teoria del significato (Olschki, Firenze); “Una fondazione pragmatica
della logica delle domande”; “Parlare di niente”; “Termini singolari non
denotanti e atti illocutori”; “Idee”; “Una
logica pragmatica per la concezione espressiva delle norme”; “Logica delle norme” (S.E.U., Pisa); “Il
problema di Gettier: osservazioni su giustificazione, prova e probabilità”
(SIFA, Genoa); “Come distinguere scienza e non-scienza”; “Verificabilità,
falsificabilità e confermabilità bayesiana” (Carocci, Ferrajoli); Principia
juris. Teoria del diritto e della democrazia.
La sintassi del diritto” (Bari: Laterza). Carlo Dalla Pozza. Carlo
Pozza. Pozza. Keywords: Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pozza”.
Grice e Pozzo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nel ginnasio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Sudia a Milano. Consegue il
dottorato a Saarlandes (“a reason why Italians don’t consider him Italian” –
Grice) e la abilitazione a Trier – Grice: “A reason why Italians don’t consider
him an Italian philosopher, since he earned his maximal degree without, and not
within, Italy.” Insegna a Verona e Roma, all’Istituto per
il lessico filosofico – (Grice: “Yep – Italians have an ‘istituto’ for
EVERYTHING!”). Studia il LIZIO, la storia della logica o dialettico dal rinascimento,
la storia delle idee e la storia dell’università di Bologna (“l’unica chi conta
a Italia”) -- ha portato avanti la creazione di infra-strutture di ricerca per una
migliore comprensione dei testi filosofici e che hanno plasmato il patrimonio
culturale. Caratteristica specifica del suo approccio alla lessicografia è
l’uso della IT per la documentazione e l’elaborazione di dati linguistici e
testuali in italiano. Hegel: Introductio in Philosophiam: Dagli studi
ginnasiali alla prima logica (Firenze: Nuova Italia). Associazione per
l’Economia della Cultura “Storia storica e storia filosofica della,” Schiavitù
attiva, proprietà intellettuale e diritti umani. Riccardo Pozzo. Pozzo.
Keywords: il ginnasio – implicature, identita nazionale, filosofia italiana,
patrimonio italiano, storiografia filosofica, storia della filosofia italiana. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pozzo” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pra: la ragione conversazionale d’Antonino e la
conversazione degl’hegeliani – filosofia italiana – Luigi Speranza (Montecchio Maggiore). Filosofo italiano. Studia a
Padova sotto TROILO. Insegna a Rovigo, Vicenza, e Milano. Partecipa attivamente
alla Resistenza, nelle file di "Giustizia e Libertà", guadagnandosi II
croci di guerra al merito partigiano. Collabora alla ricostruzione politica e
culturale del paese, con una filosofia sempre sorretta da un'alta ispirazione
morale. Medaglia d'oro quale benemerito della scuola, della cultura e
dell'arte, dei Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e eettere, dell'accademia
olimpica di Vicenza, nonché membro autorevole della società filosofica, della
quale è stato anche presidente. Studia la scessi, la logica e la dialettica medioevale,
Hume, Condillac, la logica hegeliana, Marx, il pragmatismo, e la storia della
storiografia. Connetta la sua attività storiografica con l'esplicitarsi di
interessi teorici che lo portamp ad elaborare,un'originale filosofia che denomina
trascendentalismo pratico, poi evoluta in una forma di razionalismo
storicista e critico. Il suo interesse si rivolge al chiarimento del rapporto
tra teoria e prassi in una prospettiva anti-metafisica che lo pone in contrasto
con le posizioni dell’idealismo, e più in generale con ogni forma di dogmatismo
teoricistico per favorire la libera esplicazione dell'iniziativa pratico-razionale
dell'uomo. Fonda la “Rivista di storia della filosofia”, un riferimento costante
e prestigioso. Autore di un fortunato “Sommario di storia della filosofia” (Nuova
Italia, Firenze) e poi direttore di una monumentale “Storia della filosofia”
(Vallardi, Milano). Elabora una
posizione indicata come trascendentalismo della prassi. Successivamente,
avvicinandosi a PRETI, propone uno storicismo critico, più attento alle
strutture della ragione con cui l'esperienza storica si struttura. Altre sagi:
“Il realismo e il trascendente” (Padova, Milani); “Amore di sapienza”; “Aviamento
allo studio della storia della filosofia” (Vicenza, Commerciale); “La didache”;
“Insegnamento del Signore alle genti per mezzo dei dodici apostoli. Documento del
I secolo” (Vicenza, Commerciale); Educare, Verona, Scaligera, Pensiero e realtà,
Verona, Scaligera, “Scoto Eriugena e l’accademia nel medio-evo” (Milano,
Bocca); Condillac, Milano, Bocca, Il pensiero di MATURI, Milano, Bocca, Necessità
dell'universalismo” (Vicenza, Collezioni del Palladio); “Valori e cultura immanentistica”
(Padova, Milani); “Hume” (Milano, Bocca); “La storiografia filosofica antica” (Milano,
Bocca); “La scessi” (Milano, Bocca); Giovanni di Salisbury, Milano, Bocca),
“AMALRICO DI BENE” (Milano, Bocca); Autrecourt (Milano, Bocca); “Dewey” (Milano,
Bocca); “Il problema del linguaggio nella filosofia del medio-evo” (Milano,
Bocca); “Prassi. Appunti delle lezioni di Storia della filosofia a cura di
Reina. Milano, La Goliardica; Il pensiero filosofico di Marx, Borso, Shake ed.,
Milano); “La filosofia occidentale”; “Compendio di storia della filosofia con
larga scelta di passi”; “La filosofia antica” “La filosofia nel medio-evo”
(Firenze, Nuova Italia); “Storia della filosofia” (Firenze, Nuova Italia); “La
dialettica in Marx: Introduzione alla critica dell'economia politica (Bari,
Laterza); Profilo di storia della filosofia” (Firenze, Nuova Italia); “Antologia
filosofica” (Firenze, Nuova Italia); “La dialettica hegeliana e l'epistemologia”
(Milano, CUEM); “Hume e la scienza della natura umana” (Roma, Laterza); “Logica
e realtà: momenti della filosofia nel medio-evo” (Roma-Bari, Laterza); “Storia
della Filosofia”, Scalabrino Borsani, La filosofia indiana, Milano, Vallardi, Beonio-Brocchieri,
La filosofia cinese e dell'Asia orientale, Milano, Vallardi, Giannantoni,
Plebe, Donini, La filosofia greca (Milano, Vallardi); La filosofia ellenistica
e la patristica Cristiana (Milano, Vallardi); “La filosofia nel medio-evo” (Milano,
Vallardi); La filosofia moderna” (Milano, Vallardi); Casini, Merker, “La filosofia
moderna” (Milano, Vallardi); “La filosofia contemporanea” (Milano, Vallardi); La
filosofia contemporanea (Milano, Vallardi); “La filosofia della seconda metà
del Novecento”, Padova, Piccin Nuova libraria-Vallardi); “Logica, esperienza e
prassi: momenti della filosofia” (Napoli, Morano); “Il realismo nella storia
della filosofia” (Milano, Unicopli); “La storiografia filosofica”; I. A. A. con.
Santinello, Garin, Geldsetzer e Braun, Padova, Antenore, Hume. La vita e
l'opera (Roma, Laterza); Banfi, Relazioni dall'incontro; Banfi: le vie della
ragione, Milano, con Formaggio e Rossi (Milano,
Unicopli); “Il pragmatismo” (Napoli, Bibliopolis); “L’empirismo critico di Preti”
(Napoli, Bibliopolis); “Filosofi” (Milano, Angeli); “Metodi di storiografia
filosofica”, in Panorami filosofici. Itinerari del pensiero (Padova, Muzzio); “Ragione
e storia” (Milano, Rusconi); “Storia della storiografia” (Milano, Angeli); “La
guerra partigiana”, Borso (Firenze, Giunti-INSMLI); “Dialettica hegeliana ed
epistemologia analitica” Colombo (Brescia, Morcelliana); “Il trascendentalismo
della prassi, la filosofia della resistenza” (Milano-Udine, Mimesis); Cambi,
Razionalismo e prassi a Milano (Milano); Badaloni, Studi offerti a P. (Milano, Angeli); Bianchi, degli saggi di P., in La storia della
filosofia come sapere critico. Studi offerti, Milano, Montesperelli,
Introduzione, in Mirri, Conti, Filosofi nel dissenso, Foligno, Mirri, Fra
Vicenza e Pisa. Esperienze morali, intellettuali e politiche in Il contributo di
Pisa e della Scuola Normale Superiore alla lotta anti-fascista ed alla guerra
di Liberazione, Pisa, Pacchi, Il filosofo e l’educatore, in In onore, Montecchio
Maggiore, Cassinari, Filosofia e storia della filosofia, Conversazione con
Papi, «Itinerari filosofici», Rambaldi,
Ricordo «Rivista di storia della filosofia», Garin, P., «Rivista di storia
della filosofia», Santucci, Filosofo e storico della filosofia, «Rivista di
storia della filosofia», Rambaldi, L’esistenzialismo positivo «Rivista di storia della filosofia», Torre, La
"Rivista di storia della filosofia", Milano, Paganini, Dall’empirismo
classico all’empirismo critico, Le ricerche tra storia e teoria, Giordanetti, Manoscritti
di P., «Rivista di storia della filosofia», Rambaldi, Et vos estote parati. P., la
vigilia, «Rivista di storia della filosofia», Barreca, L’archivio P., «Rivista
di storia della filosofia», Rambaldi, P. in Enciclopedia filosofica, Milano, Id.,
P., insegnante a Vicenza, «Rivista di storia della filosofia», Rigamonti, Gli
Hume, «Rivista di storia della filosofia», Parodi, Selogna, Per una filosofia
minore. Il pensiero debole, «Rivista di storia della filosofia», Vona, Ricordo,
Rivista di storia della filosofia», Rambaldi, Filologia e filosofia nella
storiografia, in «ACME», Franzina, Partigiano. Dal fascismo alla Resistenza e
alla sua storia, in «Belfagor», Descrizione, in "Rivista di storia della
filosofia", Ricordo di P., Informazione filosofica, "studi filosofici". Barreca, Giordanetti,
Fondo P., Milano, Cisalpino. P., in Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia,
Presentiamo P.: l'uomo, il filosofo. Una
mostra biografico-documentaria dall'archivio inedito Università degli Studi di
Milano, Biblioteca di Filosofia, Borso, Una via religiosa alla Resistenza,
"Humanitas", Fascicolo
speciale in memoria anniversario della
fondazione della Rivista, in Rivista di storia della filosofia, Milano, Angeli,.
Borso, 'fucino', "Rivista di storia della filosofia", Bisogno,
Anselmo in Italia: tra P. e Rovighi, in «Dianoia. Rivista di filosofia del
Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell'Bologna», Riconoscimenti l'Accademia dei Lincei gli ha
conferito il Premio Feltrinelli per le Scienze Filosofiche. Scuola di Milano, Treccani
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia. Opere Vincitori del Premio
Feltrinelli Filosofia Università
Università Premi Feltrinelli, lincei.
L'ultima opera di Dal Pra, la lunga intervista rilasciata a Fabio
Minaz- zi (il quale ha, con ampiezza di riferimenti, sollecitato la
memoria storica e l’interpretazione teorica del filosofo ‘milanese’
intorno al proprio pen- siero ricollocato nel suo tempo storico) che
porta significativamente il ti- tolo di Ragione e storia, è un'occasione
preziosa per rileggere e ripensare la vicenda filosofica di Dal Pra e il
significato che essa ha assunto nella filosofia italiana contemporanea.
Si è trattato di una presenza filosofica ampia e variegata, gestita da
una cattedra universitaria illustre e operati- vamente immersa nella
organizzazione della ricerca filosofia (con riviste, collane, raccolte di
documenti, ecc.), ma soprattutto aperta al dialogo — e al dialogo critico
- con tutta la filosofia attuale e con la stessa tradizione filosofica
che alimenta (e deve alimentare) la ricerca contemporanea!. Con Dal Pra
siamo davanti a un maestro, come è stato sottolineato anche in occasione
della morte?, non solo perché ha accompagnato da protagoni- sta il
travaglio della filosofia dal 1940 circa a oggi, - travaglio complesso,
giocato su fronti teorici, ma anche ideologici e politici, intessuto di
oppo- sizioni, di contrasti, di rifiuti e di fughe in avanti come pure di
resistenza e di rilanci da parte della tradizione -,, bensì anche per il
ruolo di inter- locutore critico, di coscienza vigile e inquieta, ma
salda nei principi che la guidano (la laicità, la ragione, la criticità,
tanto per anticipare), che ha assunto in questo lungo e conflittuale itinerario.
Il suo doppio ruolo di organizzatore della ricerca filosofica e di vigile
coscienza filosofica si è ve- nuto delineando già nei primi anni del
secondo dopoguerra, per perma- nere poi nei decenni successivi, sia pure
in forme mutate, come centrale ! Cfr. M. Dal Pra, F. Minazzi,
Ragione e storia, Rusconi, Milano 1992; per la bibliografia degli scritti
di Dal Pra: La storia della filosofia come sapere critico. Studi offerti
a Mario Dal Pra, Franco Angeli, Milano 1984. 2 Cfr. E. Rambaldi,
Ricordo di Mario Dal Pra, «Rivista di storia della filosofia», 1992, I e
Id., In ricordo di M. Dal Pra, «Bollettino SFI», 145, 1992; ma anche
rico- struzioni composte prima della morte: A. Pacchi, Il filosofo
l’educatore, in In onore di M. Dal Pra, Quaderni della Biblioteca Civica,
Montecchio Maggiore 1988; E. Ga- rin, Per Mario Dal Pra, in La storia
della filosofia come sapere critico, cit. Franco Cambi, Pensiero e
tempo: ricerche sullo storicismo critico: figure, modelli, attualità,
ISBN 978-88-8453-782-9 (online), ISBN 978-88-8453-781-2 (print), © 2008
Firenze University Press 156 PENSIERO E TEMPO nel
dibattito filosofico italiano; doppio ruolo —- va aggiunto - che Dal Pra
ha vissuto con straordinario equilibrio e senza oscurare né l’uno né l’al-
tro dei suoi ambiti di lavoro, come è riuscito a pochi filosofi della sua
ge- nerazione (forse a Preti o a Garin o a Pareyson, molto meno a
Geymonat o a Paci, che hanno avuto un'evoluzione più tormentata e un
campo di lavoro meno organico). Di questo ruolo di maestro
della filosofia nazionale, di questa immer- sione in un complesso
travaglio storico, di questo felice equilibrio tra i due ambiti della sua
ricerca (storico e teorico) è puntuale testimone il libro-in- tervista
già ricordato. In esso Dal Pra ripercorre, sinteticamente e in pro-
spettiva, più di cinquant’anni di filosofia italiana, dandoci non le
cronache ma la ‘storia’ (l’interpretazione) di quel mezzo secolo,
assumendosi come protagonista, ma in quanto immerso in una temperie collettiva
e con es- sa e in essa interagente. L'immagine che ci consegna di quel
cinquanten- nio è sostanzialmente positiva e assai fedele nel processo
tortuoso, anche ambiguo, sempre inquieto che viene descrivendo come
proprio della fi- losofia italiana. In esso viene indicato anche un filo
rosso che ne rileva la ricchezza e lo sviluppo: la ragione, che è stata
la grande protagonista del dibattito e che si è evoluta verso forme
sempre più ricche e radicali di cri- ticità. Certamente in questo richiamo
alla centralità della ragione ci sono — e assai diretti — gli echi di
quel neoilluminismo che nei primi anni Cin- quanta era stato una voce
autorevole e innovatrice (ma anche di sintesi) sul fronte laico della
filosofia italiana. Ma sono echi che non offuscano affatto la portata del
suo disegno storico e teorico, poiché si tratta di un neoilluminismo che
fa, via via, i conti con le critiche alla ragione avanza- te da marxisti,
da empiristi e da dialettici (assai meno dagli ermeneutici), arricchendosi
e sofisticandosi. Il volume risulta avere - così - un doppio
obiettivo: di interpretazione storica e di messaggio teorico. Sul primo
piano Dal Pra ha sottolineato al- meno tre aspetti: il ruolo di svolta
filosofica (anche filosofica) giocato dalla Liberazione e dalla
Resistenza; il caratterizzarsi della filosofia - dopo questa svolta - in
direzione critica, ma secondo una criticità aperta; il neoillumi- nismo
come tappa cruciale (e plurale) del rinnovamento della filosofia ita-
liana ed europea. In tal modo Dal Pra ha posto in luce il senso del
pensiero contemporaneo riconoscendolo nell’apertura e nel pluralismo, ma
anche nella vocazione antidogmatica e postmetafisica. Qui interviene,
poi, la le- zione teorica del volume: nel disegnare l’orizzonte di quella
criticità a cui Dal Pra si mostra consapevolmente e radicalmente fedele,
posta al punto d’incontro di diversi modello filosofici, ma visti come
intersecantisi e reci- procamente integrativi (quali prassismo, empirismo
e storicismo). 3 Cfr. Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit.
passim. Sui filosofi italiani del do- poguerra: V. Verra, Parlano i
filosofi italiani, in La filosofia dal ’45 a oggi, ERI, Tori- no 1976; M.
Dal Pra, Filosofi del Novecento, Franco Angeli, Milano 1989 e Id., Studi
sull’empirismo critico di Giulio Preti, Bibliopolis, Napoli 1988.
MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 157
Quanto al ruolo della Resistenza, Dal Pra è assai esplicito: per lui
stes- so è l'approdo di un lungo travaglio che lo conduce dal realismo
cristiano a un immanentismo critico, che sposta il baricentro etico del
suo lavoro dall’impegno religioso a quello civile-politico, che viene a
evidenziare la centralità della categoria della prassi, intesa però come
prassi storica; di un travaglio che attraverso molteplici contatti con
gli ambienti padovani e vicentini lo indirizza verso un cristianesimo
eretico, poi lo immerge ne- gli studi filosofici. Dal Pra aveva compiuto
tali studi a Padova, con Troi- lo, ma era stato influenzato anche da
Stefanini e da Zamboni, maturando una netta posizione antidealistica, ma
studiando con passione le opere dell’ultimo Croce (soprattutto La storia
come pensiero e come azione). Poi aveva affidato lo sviluppo di un
pensiero autonomo ad alcuni studi teorici (che mostrano il suo passaggio
dal realismo cristiano all’immanentismo critico: Il realismo e il
trascendente, del 1937; Pensiero e realtà, del 1940; Necessità attuale
dell’universalismo cristiano, del 1943; Valori cristiani e cultura
immanentistica, del 1944) e ad altri storici (su Scoto Eriugena e il
neoplatonismo medievale, del 1941; Condillac, nel 1942; su Il pensiero di
S. Maturi, del 1943; che svolgono alcuni sondaggi/bilanci sul pensiero
cri- stiano e su quello idealistico, su Maturi erede fedele di Spaventa e
su un filosofo appiattito dall’idealismo storiografico come Condillac),
che ave- vano tra loro una significativa continuità e simmetria, una
problematica unità: erano tutti testimonianze di una viva e sofferta ricerca
in corso, che liberamente si veniva confrontando con i nodi della
filosofia e della storia italiana di quegli anni*. «Un momento rilevante
della mia maturazione filosofica si colloca proprio tra il 1940 e il
1943», e sia in senso storico che teorico. Teoreticamente «l’essere
passato attraverso la rivendicazione della primarietà della coscienza e
dell’autocoscienza mi ha infatti introdotto al problema della storia in
senso vero e proprio», come riconoscimento del- la storicità del pensiero
e quindi della necessità di sviluppare la riflessione anche attraverso le
indagini di storia della filosofia. Ma fu un momento che coincise con il
rinnovamento della vita nazionale (prima nell’attività clandestina
antifascista poi nella guerra di liberazione e nella Resistenza) in senso
democratico, secondo un modello di democrazia dal basso, ca- pace di fare
i conti con la tradizione nazionale, che aveva condotto al fa- scismo, e
di avviarne una nuova, attivata su principi di partecipazione e di solidarietà,
di «giustizia e libertà». Il dopoguerra filosofico in Italia
assunse, infatti, il volto di una ri-fon- dazione del pensiero nazionale,
aprendo la filosofia italiana a modelli eu- ropei e americani
(l’esistenzialismo, il neopositivismo, il materialismo storico, il
pragmatismo) che permettessero di innovarne le prospettive 4 Cfr.
Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit.; Rambaldi, Ricordo di Mario Dal
Pra, cit.; F. Cambi, Razionalismo e prassi a Milano: 1945-1954,
Cisalpino-Goliardi- ca, Milano 1983. ° Dal Pra, Minazzi,
Ragione e storia, cit., p. 95. 158 PENSIERO E TEMPO e
attuando in essa un intenso dialogo tra correnti e posizioni diverse. A
questo lavoro critico e pluralistico di sondaggio internazionale
partecipò attivamente anche la «Rivista di storia della filosofia»,
fondata da Dal Pra nel 1946 e al rinnovamento teorico del lavoro
filosofico Dal Pra (con Vasa) dette il suo contributo col
«trascendentalismo della prassi», una filosofia antiteoreticistica e
problematicistica, connotata dal primato della prassi, intesa, appunto,
come prassi storica. La vocazione della filosofia postbellica si
delineava come legata al criticismo, al valore della criticità, ma assun-
ta senza ipoteche univoche, senza attenersi ad alcuno indirizzo di scuola,
anzi incrociando problematicamente i diversi indirizzi del pensiero con-
temporaneo, per decantarne il radicalismo e la capacità di affinamento
teoretico. Bene, questo compito era indicato anche dal lavoro svolto
dalla «Rivista» di Dal Pra‘, in ambito storico e teorico. Questo
lavoro critico/aperto venne consolidandosi - nel corso degli anni
Cinquanta - nelle posizioni del neoilluminismo: un movimento as- sai
articolato e variegato, in verità, ma che manteneva un intento comune
nella fedeltà alla ragione e nel riconoscimento della sua priorità nel
lavoro filosofico, vista come strumento critico capace di illuminare
anche i domi- ni della prassi (etica e politica). Il neoilluminismo, in
Abbagnano come in Preti, in Paci come in Geymonat, in Dal Pra, anche in
Banfi razionalista critico e in Garin storicista critico”, viene indicato
come l’approdo del tra- vaglio postbellico in filosofia e come la ‘via
aurea’ anche per la riflessione attuale, in quanto capace di saldare
criticamente insieme ragione e vita, ragione e storia. Se pure oggi esso
deve essere svolto in forma più matura, più articolata e sottile, come la
stessa evoluzione della ricerca teorica di Dal Pra ci viene ad indicare
con precisione. Anche tutto quello che è avve- nuto nel pensiero
filosofico (italiano e non) tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, tra
strutturalismo e fenomenologia, tra marxismo critico e filo- sofia
postanalitica, tra neostoricismo e ermeneutica, non cancella affatto
l’attualità di quell’indirizzo, anzi lo conferma e lo impone ancora come
un filo rosso della teoresi*. Ed è proprio questo l’altro obbiettivo e/o
risul- tato del volume Ragione e storia: obiettivo pienamente raggiunto,
poiché ° Per il clima filosofico postbellico in Italia cfr. E.
Garin, Quindici anni dopo, in Id., Cronache della filosofia italiana del
XX secolo, Laterza, Bari 1966; M. Dal Pra, Il razionalismo critico, in E.
Garin (a cura di), La filosofia italiana dal dopoguerra a oggi, Laterza,
Bari 1985; N. Bobbio, Empirismo e scienze sociali in Italia, in Atti del
XXIV Congresso Nazionale di filosofia (L'Aquila 28 aprile-2 maggio 1973), I,
Relazio- ni introduttive, Società Filosofica Italiana, Roma 1973.
7 Sul neoilluminismo cfr. Dal Pra, Il razionalismo critico, cit.; M.
Pasini, D. Ro- lando (a cura di), Il neoilluminismo italiano, Il
Saggiatore, Milano 1991; ma anche: M. Ferrari, Origini e motivi del
neoilluminismo italiano tra il dopoguerra e gli anni Cinquanta, «Rivista
di storia della filosofia», 1985, 3-4; E. Lecaldano, L'analisi filo-
sofica tra impegno e mestiere, «Rivista di Filosofia», 1988, 2-3. 8
Sull’attualità del neoilluminismo cfr. Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia,
cit.; Pasini, Rolando (a cura di), Il neoilluminismo italiano, cit.
MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 159
- specialmente negli ultimi due capitoli - viene indicato sia il
processo di maturazione di questo modello neoilluministico, così come è
stato ri- vissuto da Dal Pra, ma in fedeltà ai suoi principi, sia il
‘modello massimo’ (per così dire) raggiunto da questo stile di pensiero,
da questa prospettiva teoretica. Ripercorrere analiticamente - restando
dentro il testo del 1992 e andando oltre di esso, ripensando cioè å part
entière la filosofia elabo- rata da Dal Pra - questo cammino è ciò che ci
ripromettiamo di fare nei paragrafi seguenti, allo scopo di sottolineare
la profonda fedeltà attuata da Dal Pra a un modello critico di filosofia,
ispirato a una criticità che pro- prio nel criterio di apertura, di
reciproco innesto tra prospettive teoriche diverse e risolte in senso
anti-teoricistico, viene a riconoscere il proprio principio animatore e
il proprio senso. La densa intervista di Dal Pra a Minazzi si
offre, abbiamo detto, co- me un'occasione preziosa per ripensare l’avventura
filosofica di Dal Pra; inoltre — e soprattutto — per cogliere con
nitidezza il posto che essa occu- pa nella filosofia nazionale
contemporanea, nel percorso del neoillumini- smo e nella radicalizzazione
del criterio della criticità vista come fulcro del pensiero filosofico
attuale. Di questa criticità Dal Pra ci consegna - an- cora oggi -
un'immagine assai acuta: non formalistica, plurale e aperta, capace anche
di rovesciare se stessa cogliendo i propri limiti interni e le
integrazioni ab extra che le sono necessarie. 2. Neoilluminismo e
ragione critica: evoluzione e identità Sul neoilluminismo Dal Pra
si è soffermato abbastanza di recente par- lando del razionalismo
critico, nel volume laterziano dedicato alla filosofia italiana
contemporanea, edito nel 1985. Partendo da Banfi, il Banfi di «Stu- di
filosofici» e teorico di una razionalità critica come momento integratore
dell’esperienza rispettata e potenziata nel suo pluralismo e nella sua sto-
ricità, procede dal «nuovo razionalismo» di Geymonat al neopositivismo
critico di Preti, all’esistenzialismo positivo di Abbagnano, toccando
anche la propria opera - in particolare la «Rivista di storia della
filosofia», che «muove da alcune premesse che in parte si richiamo al
pensiero di Banfi» e «in parte sottolineano un'accentuazione polemica
antidealistica nella con- cezione della storia del pensiero»? — e quella
di Vasa, quella di Bobbio e di altri studiosi più giovani (da Morpurgo
Tagliabue a Santucci). Dal Pra vie- ne così delineando i confini
geo-storici del neoilluminismo che proprio in una prospettiva teorica
legata al razionalismo critico raggiunge la propria più forte identità.
Tale movimento aveva congiunto «temi filosofici e po- sizioni
politiche»'°, ma assegnando ai primi la priorità e il ruolo di guida. Sia
pure secondo diverse angolazioni, con uscite più o meno convincenti e
coerenti, il neoilluminismo si caratterizzava come una filosofia engagée
° Dal Pra, Il razionalismo critico, cit., p. 53. 10 Ivi, p.
59. 160 PENSIERO E TEMPO ma razionale, tesa a
costruire il proprio modello di razionalità criticamen- te, aprendosi
alle varie tecniche di razionalità e mantenendo aperta anche l’idea
stessa della ragione; senza ontologizzarla, senza assolutizzarla, bensì
ponendola sempre al servizio dell'esperienza e della storia, dei loro
intri- cati processi; che essa può illuminare e contribuire a risolvere
attraverso un controllo esercitato dagli uomini in carne ed ossa.
Attraverso una serie di convegni - su cui si sono soffermati di recente
Pasini e Rolando" - il modello neoilluministico di filosofia venne
messo ulteriormente a fuoco e decantato nella sua ampiezza, ma anche
nella sua problematicità; fino al convegno fiorentino del 1956 che mostra
già in atto una rottura all’interno del movimento. Poi, secondo Dal Pra,
si va «verso la dissoluzione»: diversi filosofi si separano per ragioni
filosofiche e politiche, dando vita a modelli difformi di razionalismo,
in cui sussiste ben poco di comune e si poten- ziano invece le differenze
(si pensi agli esiti alla fine degli anni Cinquanta di Preti o di
Geymonat, di Paci o di Garin, come sottolinea lo stesso Dal Pra).
Soprattutto è la doppia istanza di razionalismo e di storicità che viene
a rompersi, dando luogo a filosofie o analitiche o storiche (come
rivelano gli esiti di Bobbio e di Garin), che non colgono più l’elemento
di criticità nel reciproco innesto di ragione e storia. Gradatamente si
entra poi in una fase - come già Bobbio aveva rilevato parlando del neoempirismo
in Italia e della sua parabola" - in cui si sondano piuttosto «i
limiti della ragione», oppure si operano riduzioni (acritiche) della
ragione, avviluppandola in una lunga crisi da cui non è più uscita. In
tale fase si ha ancora un'eclisse della storia o la sua riduzione in
chiave politico-prassica, come pure declina la «politica culturale» del
neoilluminismo, assediata da nuovi massimalismi e da nuove divisioni
nella Sinistra. E Dal Pra così - significativamente - chiudeva quel
saggio: «la crisi della ragione» mette in evidenza come
all’unidireziona- le movimento della razionalità possa sottentrare una
pluralisti- ca politica di potenza e un'articolata elaborazione del
consenso, cioè una razionalità tecnica e operativa, strumentale ed
efficien- te. Così emerge in forma più svagata e dissacratoria come sia
la traduzione storica sia la funzione della riflessione filosofica
si trovino attraverso vari legami in relazione col movimento sto- rico
presente; e in esso possano collaborare e ripristinare, conti- nuamente
rinnovandolo, quel senso della ragione che negli anni Cinquanta ebbe una
sua, anche se breve, primavera." E sono parole che
riaffermano l’attualità di quella lezione teoretica, come Dal Pra stesso
la verrà fissando nel suo ultimo testo: caratterizzata !! Cfr.
Pasini, Rolando (a cura di), Il neoilluminismo italiano, cit. !° Cfr.
Bobbio, Empirismo e scienze sociali in Italia, cit. 8 Dal Pra, Il
razionalismo critico, cit., pp. 91-92. MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ
ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 161 dall’unità critica di ragione e
storia, da una criticità che nella loro reci- proca intersezione
riconosce il proprio campo d’azione e il proprio fon- damento. Dal Pra
alla fine del suo ‘viaggio filosofico’, ci consegna, quindi, un monito e
un legato: ritornare a quel neoilluminismo (come formula di politica
culturale), animarlo - ancora - attraverso il razionalismo critico e
fissare l'identità di tale modello di pensiero nella reciproca
interferenza di ragione e storia, attuata secondo procedure sempre più
sottili e sempre più plastiche. Intorno al futuro di questo
neorazionalismo critico (per co- sì definirlo, in modo - forse -
inadeguato) Dal Pra non ci dice poi molto di più - come vedremo -, anzi
lo rimodella partendo dalla riflessione di Preti, che pur non aveva
decantato a pieno (anche nel proprio itinerario teoretico, approdato a un
empirismo critico alla fine degli anni Cinquan- ta e poi ricondotto verso
Kant e verso Husserl, verso il trascendentalismo, negli anni Sessanta)!
l’istanza neoilluministica e che aveva messo la sor- dina (anche se
niente affatto soffocata) all’istanza della storicità, alterando il
profilo del suo razionalismo in senso empiristico e teoreticistico, e al-
lontanandosi da quell’intersezione tra ragione e storia che Dal Pra
stesso indicava come la ‘sezione aurea’ della teoresi
razionalistico-critica. Va sottolineato, infatti che il costante
richiamo a Preti che anima il volume-intervista di Dal Pra, il suo
presentarlo non solo come una delle grandi voci (e europee) della
filosofia italiana del dopoguerra (quale Preti, di fatto, fu), bensì
anche come un modello di teoresi, rischia di mettere in ombra proprio
l’asimmetria che corre tra Preti e Dal Pra. Pur riconoscen- do a Preti,
forse, maggiore genialità filosofica, acume e rigore esemplari, finezza
nell’elaborazione del tessuto teoretico (e non solo rispetto a Dal Pra,
che pur lo eguaglia per conoscenze storiche, per pulizia filosofica, per
viva sensibilità teoretica: siamo davanti a due filosofi di razza, in cui
agi- sce å part entière la teoreticità filosofica), va anche riconosciuto
che il suo modello di ragione (trascendentalistico-analitico) è assai
diverso da quello che guida la ricerca di Dal Pra
(criticistico-storico-prassico). Ma non solo: il modello dalpraiano si
rivela — sia pure nella sua esecuzione un po’ pro- grammatica, carente di
sviluppi analitici - più pregnante e più resistente (nel tempo storico e
nella teoria) rispetto a quello pretiano; tanto che Dal Pra può
riproporlo come via centrale anche nella crisi filosofica (e non) degli
anni Ottanta. E ciò accade perché in Dal Pra quel modello di ragione si è
interrogato più radicalmente su se stesso, recuperando nell’orizzonte della
propria teoreticità anche l’elemento extrateorico, storico e prassico,
ponendolo come un fattore, centrale e determinate, del fare teoria”.
!* Sulla parabola del pensiero di Preti cfr. F. Cambi, Metodo e storia.
Biografia filosofica di Giulio Preti, Grafistampa, Firenze 1978 e Id.,
Razionalismo e prassi a Milano, cit.; ma anche F. Minazzi (a cura di), Il
pensiero di Giulio Preti nella cultura filosofica del Novecento, Franco
Angeli, Milano 1990, passim. !5 Cfr. Dal Pra, Studi sull’empirismo
critico di Giulio Preti, cit., e Dal Pra, Minaz- zi, Ragione e storia,
cit. 162 PENSIERO E TEMPO Anzi, a ben riflettere,
l’incontro con Preti corrisponde a una fase del- la evoluzione del
razionalismo di Dal Pra, alla quale però Dal Pra stesso assegna un'enorme
importanza, indicandocelo un po’ come la chiave di volta del suo
pensiero; il che è vero e no. In tal modo, infatti, viene a met- tere in
ombra qual razionalismo critico a cui - in conclusione — assegna il ruolo
di guida, storica e teorica. Va, infatti, sottolineato che la riflessione
teorica di Dal Pra, dopo il suo passaggio giovanile dal realismo
cristiano all’immanentismo, si è contrassegnata attraverso tre tappe o
fasi, che pe- rò non sono mai del tutto separate e che si differenziano
soprattutto per la diversa accentuazione di comuni elementi
teoretici: 1. la fase del trascendentalismo della prassi, che -
come abbiamo indica- to altrove! - può essere considerata chiusa intorno
al 1954 e che pone l’accento sull’antiteoricismo della nuova filosofia e
sul primato della prassi storica, sulle motivazioni extrateoretiche che
accendono e gui- dano i processi di teoreticità; 2. la fase
dell’empirismo critico, che sviluppa la teoricità in senso analitico e
che corregge e integra il primato della prassi col ruo- lo-chiave
riconosciuto all’intelligenza; non a caso le guide di que- sta fase sono
Dewey da un lato e il Preti di Praxis ed empirismo dall’altro;
3. la fase del razionalismo critico che riafferma la centralità della storia
nella teoresi, sia come molla genetica, sia come struttura, e che richia-
ma a un uso critico della ragione che non è più inteso in senso solo
strumentalistico o empirico-analitico; è una fase che si apre con la ri-
lettura di Marx e continua a crescere fino ai richiami a Banfi del 1985 e
alle tesi di Ragione e storia del 1992". Certamente, come
abbiamo già accennato, questa terza fase attendeva di essere
ulteriormente sviluppata e meglio definita nei suoi confini e nelle sue
strutture; stranamente - nella coscienza di Dal Pra - essa si allacciava
troppo intensamente ancora (e l’abbiamo detto) al lavoro di Preti, men-
tre da esso in realtà veniva a differenziarsi profondamente; pur tuttavia
è una fase nettamente riconoscibile è abbastanza ben definita, anche se
non cancella affatto le altre due precedenti, bensì le integra e le
rinnova, radicalizzandole. Infatti il telos che guida il processo di Dal
Pra nella ri- cerca filosofica è una precisa e convinta fedeltà alla
criticità, alla ragione critica, di cui la fase di approdo del suo
pensiero e anche la testimonian- za più radicale. 16 Cfr.
Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, cit. 17 Sulle fasi del
pensiero di Dal Pra, scandite dal trascendentalismo della prassi e da uno
storicismo critico/razionalismo critico, cfr. Rambaldi, Ricordo di Mario
Dal Pra, cit. MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E
CRITICA 163 3. Antiteoricismo e trascendentalismo della
prassi Quando Dal Pra nel 1945, a liberazione avvenuta, riprende
il lavoro filosofico in modo organico, la sua fisionomia filosofica
presenta ormai caratteri in parte nuovi: siamo davanti a un filosofo
decisamente laico, che fa i conti con l’idealismo e che si apre alle
filosofie internazionali, ma che fa tutto ciò ancorando il suo pensiero
al metacriterio della criticità. Il rinnovamento è avvenuto attraverso la
scoperta della storicità e del lai- cismo, «al quale Dal Pra giunse in un
modo che mostra tutta la serietà del suo procedere: non lo abbracciò di
colpo, bensì tentò, con profondo dramma interiore e sotto la tragica
spinta degli eventi politici, di assi- milare la componente pratica»
dell’immanentismo laico alla concezione cristiana, come ci ha ricordato
Rambaldi! Di qui (da questa esperienza culturale e politica insieme) nascono
anche l’antiteoricismo e la coscien- za del primato della prassi che
verranno a caratterizzare la sua posizione filosofica postbellica,
contrassegnata come «trascendentalismo possibile della prassi». Si è
trattato di una presa di posizione assai netta, rivolta a ricollocare
nell’esperienza il senso e il ruolo della teoresi, sottraendola a ogni
ipoteca metafisica e ponendola, invece, al servizio di un uomo finito,
problematico, faber, che con fatica (e attraverso molti errori) cerca di
da- re un ordine razionale alla realtà, ispirandosi ad un Logos sempre
ipoteti- co e strumentale, ma che, proprio per questo, deve essere
costantemente sviluppato e controllato. Tutto il lavoro che
per dieci anni Dal Pra conduce a ritmi intensissimi e su fronti assai
variegati si coagula intorno a questo progetto di raziona- lità prassica
e aperta e, in quel momento, attenta soprattutto a garantire la propria
apertura. Nella ricchissima produzione di quegli anni!’ ci sono alcuni
testi che hanno un po’ la funzione di boa: di indicatori del tragitto.
Tali la Premessa al primo numero nel 1946 della «Rivista di storia della
filosofia» e ancora i Cinque anni di vita, sempre sulla «Rivista» nel
primo numero del 1951; l’articolo Sul concetto di criticità, del 1953,
sempre sul- la «Rivista» e quello su Critica metafisica e immanentismo,
del 1952 sulla «Rivista di filosofia», preceduti da Problematicismo e
teoreticismo, del 1950, e da A proposito di trascendentalismo della prassi,
sempre del ’50, usciti sulla «Rivista», seguiti poi da Sul
trascendentalismo della prassi, relazione presentata al Congresso di
filosofia a Bologna nel 1953. A questo nucleo centrale fanno corona anche
gli interventi su Dewey, su Abbagnano, su Gentile, sull’esistenzialismo,
sul positivismo logico, sul socialismo, ma an- che le discussioni - che
furono copiose e articolate — sul trascendentalismo della prassi con le
diverse risposte di Dal Pra (e di Vasa)”. È però attraver- 18 Ivi,
p.19. !° Cfr. la bibliografia degli scritti di Dal Pra in La storia
della filosofia come sa- pere critico, cit. e Dal Pra, Minazzi, Ragione e
storia, cit. 2 Cfr. di M. Dal Pra: L'identità di teoria e prassi
nell’attualismo gentiliano, «Ri- 164 PENSIERO E TEMPO
so quel corpus di interventi principali che Dal Pra viene delineando la
sua posizione filosofica, che è (ripetiamo) nettamente antiteoricistica,
ispirata alla criticità, regolata dal «trascendentalismo della
prassi». Nel volume-intervista del ’92 così Dal Pra rievoca quelle
posizioni: il tema del «trascendentalismo della prassi» aveva le
sue radici più profondi lontane in questo terreno culturale (più che
filosofico), di un movimento che era, per un lato, cattolico e, per un
altro lato, aperto a vari indirizzi di pensiero moderno e che si valeva,
in modo precipuo, delle riflessioni svolte da Vasa.” La sua
genesi fu complessa (politica, culturale e filosofica), ma diventa
progressivamente, l’anima dell’atteggiamento critico as- sunto dalla
Rivista nei confronti dei vari indirizzi di pensiero
contemporanei.’ Esso si caratterizzava come anti-teoricismo in
nome - ha sottolineato Minazzi - dell’«esigenza libera e mobile della
ricerca», che non può ap- prodare ad alcun ‘assoluto’, e fa
leva su una istanza di natura eminentemente pratica sottolineando la
parzialità e la limitatezza storicamente condizionata nonché la piena
responsabilità (morale e teorica) del punto di vista filosofico che de-
cide di assumere”. Esso «prospetta un quadro problematico più
ampio e aperto al cui in- terno nessuno può illudersi di ‘vedere’ in modo
privilegiato l’assoluto né può quindi trasformarsi in messaggero
privilegiato dell’‘absoluto’», ap- proda a «un senso non garantito del
reale, un senso solo possibile, che proprio nella libertà della sua
apertura ritrova il criterio fondante», per «lasciare aperta ogni via di
esplicazione all’iniziativa pratico-razionale dell’uomo», come ha
rilevato Arrigo Pacchi, citato anche da Minazzi nella sua intervista”. Da
parte sua Dal Pra sottolinea il carattere di possibilità che è
costitutivo del «trascendentalismo della prassi» (t.d.p.): «l’aggettivo
più importante, in questa prospettiva critica, era proprio possibile»,
che vista critica di storia della filosofia», 1951, 1; Sul
trascendentalismo dell’esistenzia- lismo trascendentale, ivi, 1950, 2; Il
pragmatismo axiologico di Nicola Abbagnano, ivi, 1948, 3-4; Positivismo
logico e metafisica, ivi, 1950, 4; Socialismo e metafisica, ivi, 1951, 2;
sulle discussioni intorno al trascendentalismo della prassi rinviamo a
Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, cit. (cap. III). 2! Dal Pra,
Minazzi, Ragione e storia, cit., p. 115. 22 Ivi, p. 168.
23 Ivi, p. 169. 24 Pacchi, Il filosofo l’educatore, cit., p.
19. MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA
165 - soggettivamente - significa libertà e quindi esclusione di
ogni chiusura metafisica o ancora teoreticistica del t.d.p., come pure
soltanto praticisti- ca — e irrazionalistica: in quanto il suo
anti-intellettualismo si applicava all’esercizio della ragione, era un
criterio di organizzazione interna e non solo di superamento/negazione,
(che sono «le insidie nel trascendentali- smo della prassi»)?5.
Anche nella ricostruzione di Dal Pra e Minazzi emerge con forza il
carattere critico del t.d.p., l'aspetto di criticità aperta, capace di
radicaliz- zarsi e trascendersi nelle sue chiusure, attraverso il varco
del possibile e il costante rinnovamento (e revisione) delle strutture
teoretiche, in modo da non farle retrocedere né nel teoreticismo né nel
prassismo irrazionali- stico; rinnovamento attuato con uno scandaglio
sempre più consapevole della propria libertà e del suo effettivo
esercizio secondo molteplici mo- delli e/o paradigmi e attraverso il loro
intreccio. A ben guardare il t.d.p. manifesta - per noi oggi - proprio
questo carattere di criticità aperta in- nestata però nell’esercizio
effettivo, operativo della ragione, quindi un ca- rattere di razionalismo
critico orientato in senso storico-critico, in quanto la storicità viene
recuperata all'orizzonte della criticità, secondo il dettato anche del
pensiero banfiano, che Dal Pra indica come una delle matrici teoriche del
suo t.d.p.?°. Se nella discussione, che fu ampia e articolata, e
che ho altrove rico- struita”, intorno al t.d.p. prevalsero i richiami
all’«ancora teoreticismo» o al prassismo (legato a una prassi
non-marxiana, di sapore quasi pragma- tista — e la critica non era del
tutto peregrina, come ho cercato di mostra- re nel mio Razionalismo e
prassi a Milano” - oppure al metafisicismo che venivano a
caratterizzarlo, più in ombra resto il suo carattere razionalisti- co e
il suo tipico criticismo, che sono invece gli aspetti che la
ricostruzione più recente ha posto maggiormente — e giustamente - in
luce. Tutta l’ope- razione del t.d.p., sia in Dal Pra che in Vasa, si
sviluppa invece in un’otti- ca di razionalismo critico, di liberazione,
di ampliamento delle tecniche di razionalità, di revisione aperta dei
propri statuti e di elaborazione di una idea di ragione che faccia centro
- appunto - sulla criticità. Criticità che Dal Pra, nel 1953 (l’anno
della presentazione ‘ufficiale’ al Congresso di Bologna del t.d.p., va
ricordato), indicava come «problema del fondamen- to» e del fondare, da
sottrarre a ogni ipoteca metafisica, anche minimale, e ad ogni ipoteca
teoreticistica — «il fondamento sarebbe rilevabile come dato della
conoscenza»? —, senza cadere in alcun prassismo come atto di fondazione,
riconfermando così un teoreticismo fondazionistico (sia pu- 3 Dal
Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit., p. 183. 26 Ivi, pp. 184 e
ss. ? Cfr. Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, cit.
28 Ivi, pp. 158-161. 29 M. Dal Pra, Sul concetto di
criticità, «Rivista critica di storia della filosofia», 1953, 1, p.
4. 166 PENSIERO E TEMPO re risolto in forma
prassica). Va invece posto al centro del processo critico «l’inattualismo
della prassi», ovvero la «possibilità di fare dell’inattuale e quindi del
non-saputo la funzione universalizzante [...] della trasforma- zione
dell’esperienza e dell’attuale»?°: la criticità è un «ideale-limite d'un
impegno pratico-puro»*; il che significa un processo di pensiero fondati-
vo che rimuove il fondamento ed accoglie l’extrateoretico come matrice e
momento-chiave della teoreticità, che su tale esteriorità e su tale
apertura si misura nel suo senso e nella sua efficacia. La criticità, per
affermarsi nella sua identità verace, deve innestarsi con e nella storicità,
deve interagire con e assumere la storia, intesa come prassi sociale, di
uomini reali collocati in un tempo reale e in una situazione altrettanto
reale e determinata. Questo innesto di t.d.p. e criticità viene a
connotare in senso fortemente razionalistico il prassismo di Dal Pra (pur
lasciando in ombra i suoi rap- porti col marxismo, con la dialettica e la
filosofia della praxis, che verranno affrontati più tardi)” e a dare un
carattere non-kantiano al suo criticismo, che si nutre piuttosto della
lezione hegeliana e di quella deweyana, come dei richiami alla
soggettività-in-situazione dell’esistenzialismo. Tra Cro- ce, Dewey e
Abbagnano si viene a descrivere l’orizzonte problematicistico di questa
criticità, assai vicina - ma con anche forti caratteri differenziali - al
Banfi del dopo-1943*. Siamo davanti a un criticismo storico-prassi- co e
pluralistico-aperto, che gioca audacemente come suo «fondamento» proprio
la critica del fondare e il pluralismo del fondamento, fino ad ac- cogliere
l’extrateoretico come momento - e cruciale — della fondazione possibile.
Siamo davanti anche a una posizione teoretica di largo fascino e di
rigore - se pure spesso imbozzolata in lessici post-attualistici e esi-
stenzialistico-trascendentali —, di indubbio valore e di notevole forza,
che restò - invece — poco operante nella cultura filosofica nazionale,
per vari motivi: tecnico-filosofici, culturali, politici (per il ritorno
degli «ismi» filo- sofici; per la fine del pluralismo culturale del
dopo-Resistenza; per le chiu- sure neodogmatiche della guerra fredda); ma
anche perché lo stesso Dal Pra e Vasa non vollero imprimerle
un'accelerazione e un potenziamento e perché assunsero - in modi diversi
- l’empirismo a interlocutore fonda- mentale, lasciando in ombra quel
faccia-a-faccia della teoresi tra ragione e storia, che era, invece, il
lievito e il legato del «trascendentalismo della prassi», recuperandolo
poi in anni molto lontani da quelli della maturità e per vie aperte anche
dal postempirismo, maturando attraverso ragioni e suggestioni da questo
sollecitate. 30 Ivi, p. 7. 31 Ivi, p.13.
32 Cfr. Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, cit., cap. II.
3 Sul Banfi teorico del razionalismo critico Cfr. F. Papi, Il pensiero di
Antonio Banfi, Parenti, Firenze 1961; Antonio Banfi e il pensiero
contemporaneo, Atti del Convegno di studi banfiani (Reggio Emilia, 12-14
maggio 1967), La Nuova Italia, Firenze 1969; Cambi, Razionalismo e prassi
a Milano, cit., (cap. 1). MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE
STORICA E CRITICA 167 4. Incontro con l’empirismo Nel
1949 Dal Pra aveva diretto la propria indagine storiografica su Hu- me,
visto come maestro dello scetticismo moderno e corretto interprete della
sua portata antimetafisica e problematizzante, del suo ruolo di ‘de-
costruttore’ della ragione e di appello ai diritti dell’empiria
(soprattutto importanti in Hume). In questa scelta agivano ragioni
storiografiche (di revisione della storiografia positivistica e di quella
idealistica, dimostra- tesi per il filosofo scozzese assai povere; per
porre al centro del pensiero humiano quella «scienza della natura umana»,
di tipo naturalistico, che era in votis nella sua ricerca), ma
soprattutto impulsi teorici, sollecitati da quel neoilluminismo rivolto -
specialmente con Preti — a risolvere la ra- gione in organizzazione dei
saperi scientifici e in costruzione elaborata a partire dall'esperienza
umana e ad essa orientata a ritornare. Proprio in quegli anni Dal Pra
subiva - come ha ricordato nel 1992 - un «avvicina- mento con Giulio
Preti», visto come interprete critico del razionalismo critico banfiano,
che lo sviluppava poi in senso empiristico e strumenta- listico e che
assegnava un ruolo cruciale allo scetticismo nella vita dialet- tica
della ragione**. Hume, quindi, costituisce una via per affrontare
lo scetticismo - in- dagato poi anche nell’antichità, nel 1950 con Lo
scetticismo greco” -, ma anche per rileggere in senso empiristico lo
statuto della razionalità, facen- do assumere al criterio-guida della criticità
un aspetto più operativo, più tecnico, ma anche più ristretto. Siamo
nella fase dell’empirismo critico di Dal Pra, che manifesta sensibili
vicinanze a quello di Preti, teorizzato nel ’58, ma con esso non
coincidente, e sul quale hanno insistito — giustamente - tanto Rambaldi
quanto Minazzi?. Infatti per Rambaldi, fu «l'amicizia con Preti» ad
attuare «una evoluzione di Dal Pra che lo condusse a dare uno spazio
nuovo alla teoria rispetto alla prassi»? ed a convergere con le posizioni
a assunte poi da Preti in Praxis ed empirismo, con un pensiero tendente a
risolvere ogni aseità logico-teorica in termini di costruzione empirica,
storicamente ma razionaliticamente connotata. Questo empi- rismo critico,
ha scritto Minazzi, è «un empirismo consapevole del ruolo e delle
funzioni che le strutture (razionali e istintive) svolgono nel pro- cesso
costitutivo dell’esperienza stessa». Lo stesso empirismo di Hume si
presenta come un modello di questa «filosofia critica», capace di opera-
34 Cfr. M. Dal Pra, Hume e la scienza della natura umana, Bocca, Milano
1949 (la seconda edizione, «interamente rielaborata», esce a Bari, da
Laterza, nel 1973); Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit. (cap.
IV). 3 Cfr. M. Dal Pra, Lo scetticismo greco, Bocca, Milano 1950
(seconda edizione: Laterza, Bari 1975). 3% Cfr. Rambaldi,
Ricordo di Mario Dal Pra, cit.; Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia,
cit. 7 Rambaldi, Ricordo di Mario Dal Pra, cit., p. 33.
168 PENSIERO E TEMPO re una fondazione aperta dei problemi
e delle strutture della esperienza e della cultura che la illumina e
l’organizza, quale Hume ha intrapreso nel trattato della natura umana,
imprimendo un «impianto sistematico alla sua ricerca
empiristica»**. Lo studio delle «diverse componenti dello
scetticismo storico» (Hu- me, lo scetticismo antico, Nicola d’Autrecourt)
esprimeva sia l’esigenza di una ricomprensione critica della storia del
pensiero, capace di ricollocare le diverse forme e fasi dello
scetticismo, sia «l’obiettivo di cogliere il valo- re teorico» del
pensiero scettico: critico in quanto empirico”, in quanto connotato dal
realismo, come sottolineava Preti. Intorno all’empirismo critico
Dal Pra è tornato più volte negli ultimi venti anni ripercorrendo con
cura e sagacia il complesso itinerario e il si- gnificato del pensiero di
Preti, mettendo in evidenza il complesso perimetro che lo individua, in
cui istanze trascendentalistiche e neopositivistiche si saldano a forti
elementi di marxismo e di pragmatismo, come pure la den- sa tensione
critica, di continuo approfondimento e di continua revisione che lo ha
contrassegnato. Si tratta di un empirismo appunto critico, cioè
attraversato da un'istanza criticista e quindi attento a sondare le
proprie condizioni di possibilità, ma anche a leggere i propri limiti e
ad integrarli con altre tradizioni di pensiero, capaci di salvaguardare
ora l'autonomia del teoretico ora la sua funzionalità pratico-sociale e
storica‘. Nel testo del 1992 Dal Pra sottolinea anche, di questo modello
di criticità, la sensi- bile attualità, di cui la pubblicazione degli
inediti e delle lezioni di Preti aveva voluto e vuole essere
testimonianza, «prova concreta» di vitalità «di una tradizione»
(empiristico-critica) «a cui noi, per parte nostra, ci sfor- ziamo, sia
pure con la nostra modestia e con il nostro volenteroso impe- gno, di
essere, in qualche modo, presenti»‘!. La fedeltà a Preti corre come una
costante in Dal Pra dagli anni Cinquanta alla morte e testimonia di una
tappa essenziale della sua evoluzione teoretica, quella appunto che è
stata definita dell’empirismo critico, contrassegnata da una risoluzione
in senso empirico-tecnico della razionalità, piuttosto che in chiave
storica. Certamente l’aspetto storico non scompare mai dalla teoresi di
Dal Pra, ma si indebolisce, si sfuma nel contorno, per lasciare al centro
l’indagine logico-empirica del razionale. Se dovessimo citare
alcuni testi che indichino con chiarezza questa presa di posizione in Dal
Pra, non potremmo, forse, individuare alcun te- sto esplicitamente
programmatico di questo mutamento di accento, bensì potrebbe essere
indicato tutto il lavoro condotto sulla «Rivista» in tutti gli anni
Cinquanta, specialmente con i numeri unici dedicati alla tradizione
dell’empirismo logico e dello strumentalismo, a Dewey e a Russell, a Car-
38 Dal Pra, Minazzi, Ricordo di Mario Dal Pra, cit., p. 209.
8 Ivi, p. 219. 4° Cfr. Dal Pra, Studi sull’empirismo critico
di Giulio Preti, cit. ^ Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit., p.
321. MARIO DAL PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA
169 nap e su su fino a Vailati”. Si tratta di un lavoro imponente
non tanto per quantità quanto per qualità, per capacità di
approfondimento e per impe- gno teoretico, poiché si tratta sempre di
contributi che tendono a sondare gli aspetti di teoreticità di quegli
empirismi (critici). Anche Rambaldi ha sottolineato questo
spostamento di accento e di orizzonti nel pensiero dalpraiano alla metà
degli anni Cinquanta, in vici- nanza col neorazionalismo (o
neoilluminismo) e attraverso «una più spe- cifica sensibilità per i
problemi di storia della scienza» e una ricollocazione della istanza
razionale in ambito empirico-analitico*. Il suo «storicismo critico» storiografico
si carica ora di aspetti più nettamente razionalistici e si colloca in
più stretta simbiosi con l’empirismo critico di Preti, per non lasciarlo
più come interlocutore-principe della propria ricerca teoretica, anche
attraverso gli ulteriori sviluppi di un «ritorno a Hegel» e a Marx e una
ripresa (critica) della dialettica, nonché di un richiamo al raziona-
lismo critico come reciproca intersezione di ragione e storia che viene a
chiudere la traiettoria teoretica di Dal Pra. La fase empiristica
di Dal Pra va considerata più che come una fase in senso proprio (una
tappa) come un'istanza che anima da un momento particolare in poi il
complesso profilo della teoresi, offuscandone sì altri aspetti,
precedentemente più sviluppati e necessari di ulteriori artico- lazioni,
ma decantandone altri ancora e evidenziandoli come momenti centrali e
fondanti. In tal senso, però, questa fase si manifesta come una crescita
irreversibile della teoresi critica di Dal Pra, come funzionale al suo
radicalismo e alla sua capacità costruttiva nell’esperienza, come un
nucleo costitutivo, anche se niente affatto finale. Infatti, dopo questo
ap- prodo dal «trascendentalismo della prassi» a un empirismo critico, la
ri- flessione teoretica di Dal Pra si rimette in marcia, muove verso
ulteriori orizzonti, incontra Hegel e Marx, esige un confronto con la
dialettica e della dialettica con l’epistemologia per attuare non solo il
recupero di un versante della teoreticità sacrificato dall’empirismo
(anche critico) nella sua sordità storicistica (se pure non alla storia
vista come processualità), ma anche una rifondazione più critica, più
radicale della teoresi. Nei secondi anni Cinquanta non si assiste
in Dal Pra a una riduzione empiristica della criticità - come in parte
invece si assiste nel suo referen- te principe: in Preti -, però
all’istanza critica viene fatta assumere una curvatura empiristica che la
emancipa da ipoteche postidealistiche e an- cora teoreticistiche e la
immerge sul terreno delle tecniche di razionalità, come pure - tuttavia -
la riduce nella sua portata più radicale, nella sua capacità metacritica,
in quanto capace di collegare la teoresi all’extrateo- retico, al tempo
sociale o storia che l’empirismo lascia, necessariamente, ai margini nei
suoi aspetti genealogici e decostruttivi, nelle sue capacità 4 Sul
lavoro della «Rivista di storia della filosofia» cfr. Dal Pra, Minazzi,
Ragio- ne e storia, cit. (cap. IV) e Cambi, Razionalismo e prassi a
Milano cit. 4 Cfr. Rambaldi, Ricordo di Mario Dal Pra, cit., p. 32.
170 PENSIERO E TEMPO di dissolvere aseità e di mostrare le
‘impurità’ delle genesi. Quello di Dal Pra è un empirismo ‘senza miti’,
siano essi l’Analisi o il Linguaggio o la Verificazione (presenti,
invece, ancora in Preti)‘, che lavora con una no- zione plastica di
esperienza (storicizzata, esistentiva), aperto alla propria autocritica,
assunto come ‘canone’ e non come ‘fondazione’, che sottoli- nea le
ragioni - critiche e costruttive - dell’empirismo e le impone come
essenziali per la crescita della teoresi (tali lo strumentalismo e
l’antime- tafisica, la costruttività della conoscenza e il dinamismo
dell’esperienza): un empirismo strumentale che è un momento della teoresi
critica (e co- me tale necessario) ma che non rappresenta affatto né la
sua interezza né il suo traguardo. 5. La dialettica e la
storia Dal Pra stesso ci ha detto come e perché è arrivato a un
recupero della dialettica e cosa abbia significato questa ripresa dello
storicismo attraver- so Hegel e Marx. Alla base sta «la questione
decisiva e aperta del rapporto tra teoria e prassi, ragione e storia»,
che sottrae la conoscenza a ogni «sus- sistenza autonoma» e la sottopone
a un'indagine critica che ne dissolve l'«assolutezza» di «sostanziale
carattere metafisico», facendola incontra- re con la prassi, attraverso
l’incontro con Marx e con Dewey, visti come correttori ma anche
continuatori di Hegel”. Anzi, nota Dal Pra, «senti- vo l’esigenza di
collegare in qualche maniera lo strumento conoscitivo ad una dimensione
della razionalità concreta», quella «illuminata da Marx e da Dewey»,
relativa al rapporto che si viene ad instaurare tra la dimensione
logica del pen- siero e il tessuto concreto dell’esperienza, tra la
configurazione astrat- ta delle interpretazioni teorico-ideali del mondo
e la dimensione della prassi.“ Di qui l’esigenza di
ripensare la transazione e la dialettica come stru- menti concettuali
capaci di leggere in modo interattivo la teoria e la pras- si, la ragione
e la storia. Ma è soprattutto «lo studio della dialettica» che «si
presentava come più interessante proprio perché era ricco di una com-
plessa tradizione di pensiero» e perché ricomprendeva anche la transa-
zione deweyana”°. 44 Cfr. G. Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi,
Torino 1957 e Id., Il mio empiri- smo critico, in Id., Saggi filosofici,
I, La Nuova Italia, Firenze 1976. 4 Dal Pra, Minazzi, Ragione e
storia, cit., p. 268. 4° Ivi, pp. 271-272. 47 Ivi, p.
274. 48 Ivi, p. 275. 4° Cfr. M. Dal Pra, Presentazione,
in J. Dewey, A. Bentley, Conoscenza e transa- MARIO DAL PRA E LA
FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 171 Lo studio delle
mediazioni tra ragione e storia — che ritorna così, come abbiamo detto,
al centro del pensiero di Dal Pra - si compie in una dire- zione più
operativa, più legata a tecniche di razionalità, più segnata dalle
esigenza di un empirismo critico, rispetto alla fase del
«trascendentalismo della prassi», ma ne rinnova e ne sviluppa l’istanza
fondamentale. E la dia- lettica si pone esplicitamente su questo terreno
di mediazione tra cono- scenza e prassi, e prassi storica in particolare.
È lo strumento più maturo per pensare questa mediazione, anche perché
dotato di una ricca tradizione storica che ne ha approfondito le
strutture e il significato. Anche Rambaldi riconosce l’importanza del
rapporto Hegel-Marx per comprendere l’“ulti- mo’ Dal Pra che svolge «una
indagine, sorretta dallo storicismo critico e condotta sull’ismo della
‘dialettica’ come struttura formale» in Marx, ma non solo in Marx (anche
in Hegel, attraverso Marx, e in Dewey, attraverso Hegel)”. La scelta di
Marx non è causale: nasce dalla volontà di adire una dialettica
non-speculativa, antiteologica (non-metafisica), nutrita di refe- renti
empirici e attivi nella comprensione dell’esperienza, quindi risolta in
senso strumentale e niente affatto ontologico. Il Marx di Dal Pra - come
molto Marx degli anni Cinquanta e Sessanta, da quello ‘giovanile’ di Cor-
nu a quello ‘galileiano’ di Della Volpe - è un Marx che opera la
rivoluzione cognitiva più radicale della modernità, innestandola nella
prassi, rivolta a «sussumere la prassi nel tessuto logico-organistico
della dialettica», come ha scritto Rambaldi”. Il Dewey ‘dialettico’ di
Dal Pra trova poi una preci- sa definizione nel saggio su Dewey e il
pensiero del giovane Marx del 1960 come poi - molti anni dopo - nella
introduzione a Conoscenza e transa- zione di Dewey e Bentley”. In ambedue
i casi è la vicinanza/distanza da Hegel che viene a sottolineare
l'aspetto empirico e cognitivo della dialet- tica e il suo sostanziarsi
di caratteri prassici, in quanto capace di cogliere i nessi tra teoria e
storia, tra conoscenza e tempo storico. Nel 1965 esce da Laterza il
volume su La dialettica in Marx, nel giovane Marx e fino all’opera del
1857, che studia il configurarsi di una dialettica empirico-epistemica
nella riflessione svolta fino a Per la critica da Marx e che è erede e
correttrice a un tempo della dialettica hegeliana, sia pure con
oscillazioni e pentimenti. L'incontro con Marx si faceva centrale poiché
- pur mantenendo un ruolo autonomo alla teoria, una «relativa autono-
zione, La Nuova Italia, Firenze 1974; ma anche Id., Dewey e il pensiero
del giovane Marx, «Rivista di filosofia», 1960. 5° Rambaldi,
Ragione e storia, cit., p. 37. `! Ibidem. Sul Marx degli anni
Cinquanta e Sessanta cfr. Il marxismo italiano degli anni Sessanta e la
formazione teorico-politica delle giovani generazioni, Editori Riu- niti,
Roma 1972; G. Della Volpe, Logica come scienza storica, Editori Riuniti,
Roma 1969; A. Cornu, Marx e Engels dal liberalismo al comunismo,
Feltrinelli, Milano 1962; M. Rossi, Marx e la dialettica hegeliana, I e
II, Editori Riuniti, Roma 1960-63. 5 Sull’importanza di Dewey nel
pensiero di Dal Pra cfr. Rambaldi, Ricordo di Mario Dal Pra, cit.
172 PENSIERO E TEMPO mia della teoria nei confronti della
prassi» (ha detto Rambaldi)” - attiva- va anche una ripresa dello studio
del nesso che deve correre tra ragione e storia e che nella dialettica
trova il proprio dispositivo (fino ad oggi) fon- damentale. Lopera su
Marx ha quindi un preciso connotato cognitivo e una funzione in qualche
modo programmatica, aspetti che superano de- cisamente il suo pur
importante e significativo impegno di ricostruzione e interpretazione
storica. Il primo elemento sottolineato da Dal Pra, intorno alla
dialettica marxia- na, è il suo forte legame con la dialettica di Hegel e
che, «se la dialettica è sempre presente nelle pagine (di Marx), dalla
Tesi di dottorato al Capitale, non è ovunque presente allo stesso modo e
con una formulazione rigoro- samente identica», ma viene scandita secondo
diverse fasi: «il metodo dia- lettico è largamente presente nei primi
scritti di Marx», assunse poi «una posizione nettamente diversa e
fortemente critica nei riguardi della dialetti- ca», nella Sacra
famiglia, nell’Ideologia tedesca e nella Miseria della filosofia, «per
poi tornare esplicitamente a una rivalutazione della Logica hegeliana e
del metodo dialettico nell’Introduzione del 1857», fino a Perla critica”.
Si tratta però di una dialettica antidealistica, ripensata in termini
realistici, ma non ontologistici o scientifici (alla Engels): Marx
guarda, in particolare, a «una fondazione empiristica dalla dialettica» e
a un suo uso empirico-cri- tico e storico; essa è uno strumento pratico
«per una descrizione concreta delle condizioni in cui si svolge
l’attività umana» e tale «processo fondato in modo pragmatico-fattuale
diverrebbe strumento utile perla elaborazione di un discorso scientifico
nell’ambito del sapere storico», che ne indichi la processualità e il
senso. La dialettica è in Marx «uno strumento limitato di analisi»
applicabile «con frutto ad un complesso determinato di fatti»9, ma che
anche mantiene oscillazioni e qualche regressione (verso Hegel). In Marx
è all’opera quella «nuova logica» che riguarda «la fondazione empiri-
stica della dialettica» e che collega divenire storico e concetto, ma
sempre per via ipotetica ed euristica, senza necessità a-priori.
Dietro queste affermazioni sta il «marxismo empiristico» di Preti
espresso nell’opera del 1957, ma ci sta anche la ripresa di quel
razionali- smo critico anni Quaranta-Cinquanta che viene ricondotto -
anche nel suo nucleo più problematico: il nesso teoria/prassi o
ragione/storia — verso terreni analitici, assumendo la dialettica a
strumento cognitivo-principe di queste mediazioni. Ma una dialettica
risolta in puro strumento cogni- tivo, sottratta a ipoteche ontologiche e
speculative, ancora presenti nella stessa tradizione marxista, nella
«dialettica della natura» e nelle formula- zioni del Diamat. Così «la
nuova filosofia» di Marx assumeva «caratteri di grande interesse proprio
per chi fosse interessato a considerare in modo 53 Ivi, p.
39. % M. Dal Pra, La dialettica in Marx, Laterza, Bari 1977, p.
IX. 5 Ivi, p. XVIII. 5 Ivi, p. XIX. MARIO DAL
PRA E LA FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 173 particolare il
rapporto che può instaurarsi tre le strutture della razionali- tà e il
mondo della prassi»”. E Marx su questo terreno è una buona guida, perché
fa un uso «euristico» della dialettica, attraverso anche i
numerosi richiami all’esigenza di mettere sempre capo a riscontri
empirici sicuri, alla rivendicazione della base sensibile dell’esperien-
za e alla necessità di sottoporre sempre il piano teorico al riscontro
puntuale dell’esperienza.8 Assunta la dialettica in questi termini
cognitivi, si tratta poi di inne- starla nel circuito tecnico del
pensiero epistemologico contemporaneo, mostrando la funzione di
interazione (critica) che essa esercita e di corre- zione alle ipostasi
analitiche (attuando una critica dell’epistemologia), ma anche quella di
estensione critico-analistica su terreni come la storia - che sfuggono
alla sola logica analitica, richiamandosi in questa operazione al lavoro
del marxismo critico per tradurre il movimento della dialettica in
‘schema empirico’. Non si tratta, certo di superare il metodo scientifico
bensì di integrarlo e di assumerlo in forma critica, rivivendone le
istanze in ambiti differenti con metodologie differenti. La dialettica si
fa una di quelle «tecniche dell’intelletto» che devono rendersi operative
per attuare un «approfondimento» della «istanza della criticità».
Così Dal Pra ritorna - ma in forma più ricca e matura - verso il
razio- nalismo critico degli inizi del suo pensiero (laico),
riconfermando al cen- tro la nozione di criticità, innestando questa
nella relazione tra ragione e storia, ma dispiegando questo nesso -
attraverso la dialettica - in modo empirico, analitico-critico, mostrando
la puntuale, concreta interferenza tra conoscenza e prassi, tra
l'autonomia teoretica e il terreno della storia e della prassi.
Nell’intervista del 1992 Dal Pra riconosceva con precisione questa sua
unitaria vocazione teoretica: Più che ad una corrente del pensiero
contemporaneo nel corso del- la mia ricerca e delle lezioni universitarie
ho cercato di dare rilievo ad un problema concernente il nesso tra lo
sviluppo storico e la struttu- ra teorica che mi è sembrato farsi strada
verso correnti diverse confi- gurandosi in molteplici modi. Il suo
chiarimento mi ha poi indotto a prestare attenzione particolare alle
differenti fasi del «pensiero criti- co», riconoscendo in esso il volano
stesso del pensiero e del pensiero occidentale in
particolare." Ed è intorno al nesso ‘attivo’ di teoria e
prassi che si gioca — oggi - il destino della criticità, torna a ricordarci
l’ultimo Dal Pra. 5 Dal Pra, Minazzi, Ragione e stora, cit., p.
290. 58 Ivi, p. 295. 9 Ivi, p. 303. 174 PENSIERO E
TEMPO 6. Razionalismo critico e criticità aperta: qualche
osservazione La ricca e complessa parabola che il razionalismo
critico vive nella rifles- sione di Dal Pra si caratterizza come una sua
crescita concentrica, intorno ad un nucleo forte e stabile (il nesso
teoria/prassi o ragione/storia) che, pe- rò, viene articolandosi secondo
accenti diversi (ora sottolineando il ruolo della prassi ora quello della
teoria ora il loro equilibrio e/o reversibilità). In questo processo si
dispiega un modello critico (autocritico/metacritico) di teoresi che si
salda a una prospettiva stabile, ma al tempo stesso la dispiega in tutta
la sua variegata problematicità, in tutto il suo iter di sviluppo e di
approfondimento. La lezione teoretica di Dal Pra si innesta così al
centro del problema teoretico contemporaneo, legandosi alla volontà di
pensare una ragione che coglie le sue stesse radici/implicazioni
extrateoretiche, che esce dalla sua purezza/aseità per definirsi come
strumento e come strumen- to pratico e che intorno alla sua valenza
pratica deve costantemente inter- rogarsi e definirsi. Aspetti tutti che
travagliano e strutturano la riflessione contemporanea. Siamo davanti
quindi a una ripresa dello storicismo, risol- to nella forma critica e
nel suo nucleo più radicale alla luce di una criticità aperta e
consapevolmente aperta, che si gioca intorno all’interrogazione fondativa
e la risolve in senso storico-empirico come costruzione di pro- cessi
razionali a partire da una particolare condizione storica, tramata di
problemi concreti e determinati. Lo storicismo critico di Dal Pra è, in
realtà, un razionalismo critico che viene sviluppandosi attraverso un
empirismo critico, per approdare a un potenziamento analitico della
stessa criticità, conducendola oltre il suo carattere esigenziale o
programmatico e connet- tendola invece a precise tecniche di razionalità
(come la dialettica). Tutto questo colloca Dal Pra in una
significativa zona di confine tra neoilluminismo e neostoricismo - tra
Preti e Garin potremmo dire? -, annodando insieme le due anime del
neorazionalismo postbellico, nel quale la sua posizione filosofica
nettamente si colloca e nel quale viene a ricoprire un ruolo di punta e
una funzione di continuità. Ruolo di pun- ta poiché pone faccia a faccia
Analisi e Storia, le media reciprocamente, riprendendo le più deboli e
parziali mediazioni di Preti e di Garin (negli opposti fronti) e
conducendole verso esiti di connessione più intima e più tecnica
(attraverso la dialettica, che non a caso resta marginale tanto in Preti
quanto in Garin, dal punto di vista strettamente logico-cognitivo). Funzione
di continuità, poiché Dal Pra ha continuato a riflettere intorno al
nucleo del neoilluminismo, trasportando le sue istanze teoretiche in una
nuova stagione filosofica e, quindi, aggiornandone la voce ma ricon-
fermandone la prospettiva, sia pure allargata e sofisticata. Si è
trattato, in breve, di una crescita del razionalismo critico che lo ha
contrassegnato sia dal punto di vista tecnico e cognitivo, arricchendone
°° Cfr. Preti, Praxis ed empirismo, cit., e E. Garin, La filosofia come
sapere storico, Laterza, Bari 1959. MARIO DAL PRA E LA
FEDELTÀ ALLA RAGIONE STORICA E CRITICA 175 e determinandone le
procedure razionali, sia dal punto di vista teoretico generale (o
filosofico), fissandone il connotato di criticità e la dimensione aperta
del suo lavoro critico, che si contrassegna, anche, come controllo
costante dell’itinerario di criticità (quindi come metacritico).
Ora - però - è proprio su questo fronte della criticità e della sua
aper- tura che possono essere colte anche le timidezza o le eventuali
chiusure del razionalismo critico di Dal Pra. E prima di tutto le sue
chiusure rispetto alle ultime voci della filosofia critica e della stessa
ricerca di mediazione tra ragione e storia, tra pensiero e tempo,
rappresentate dalla filosofia at- tuale, specialmente dalla ermeneutica
critica e dalla sua doppia identità della decostruzione e dalla
interpretazione, in quanto capace di riafferrare il faccia a faccia tra
teoria e storia e di sondarne gli intrecci, le filiazioni, i nessi cognitivi,
immaginativi e pratici. Accanto all’ermeneutica anche la teoria critica
dei francofortesi appare assai sullo sfondo®, nel lavoro filoso- fico di
Dal Pra, non recepita nella sua base metacritica e nella sua volontà di
liberalizzare la dialettica e di ricondurla al suo puro (e vero) iter
cogni- tivo. Eppure tanto l’ermeneutica quanto la teoria critica hanno
procedu- to avanti nell’ambito di una storicizzazione del pensiero, di
una revisione storico-critica della ragione e di un suo potenziamento
non-formalisti- co. Entrambe poi hanno sondato le matrici extrateoretiche
della ragione e il suo stretto e problematico legame con la prassi (sia
etica sia politica). Purtuttavia l’attenzione di Dal Pra per queste
frontiere della teoresi con- temporanea è stata - nel complesso - esile.
Tutto questo ha un'origine e un senso, ma anche un costo.
L'origine del silenzio/disinteresse nasce da quel collocarsi di Dal
Pra nell’ambito del neoilluminismo, cioè in un modo di fare filosofia
cha muove dalla ragione e che l’assume come prospettiva fondamentale,
sen- za pensare come utile e come possibile una sua destrutturazione
radicale e una decostruzione in senso nietzschiano o heideggeriano
(Nietzsche e Heidegger sono, infatti, i ‘grandi assenti’ nel pensiero
filosofico di Dal Pra: nell’intervista del ’92 Nietzsche non viene mai
citato né lo è Heidegger), una sua ri-comprensione ermeneutica. Così,
tutto ciò produce anche un silenzio intorno ad altre procedure
critico-razionali - come il Verstehen, il «comprendere» - capaci di
pensare la non-aseità del teoretico, di ricollo- carlo nelle sue origini
storiche e di ripensarlo intorno al proprio senso. I costi sono evidenti:
la criticità - pur assunta come aperta — viene fermata nel suo processo
metacritico e nella sua radicalizzazione, ancorandola ad un ambito
storicistico inteso in senso un po’ pragmatista, come dialogo tra teoria
e prassi e non come lavoro decostruttivo/ricostruttivo del senso storico
del loro rapporto e quindi dell’uso teoretico della tradizione (ei-
detica e linguistica) che facciamo in questo campo quando assumiamo come
guida l’intersezione (reciproca) di ragione e storia. Certo sono co- sti
storici che non limitano affatto l’itinerario teorico dalpraiano e il suo
& Cfr. Dal Pra, Minazzi, Ragione e storia, cit. 176
PENSIERO E TEMPO significato attuale, ma indicano anche un compito
oltre di esso: di fare i conti - in quella interazione (reciproca) -
anche con gli appositi dell’er- meneutica critica, in particolare, che
proprio su quella medesima ‘lun- ghezza d’onda'’ si è esercitata, se pure
con procedure assai diverse rispetto al razionalismo critico”.
Con tutto questo niente viene tolto al significato teorico e storico
del lavoro di Dal Pra: alla sua fedeltà alla ragione, anzi ragione
critica, anzi ad una criticità aperta, ma che conferma al centro un suo
nucleo storico- teorico essenziale (ripetiamo ancora: il nesso
problematico e tensionale tra ragione e storia) e lo impone come asse del
pensiero contemporaneo, come un po’ il suo ‘osso di seppia’ e la sua
sfida ancora incompiuta. E pro- prio in questo richiamo prende corpo
l’attualità di Dal Pra, connessa alla funzione che il suo razionalismo
critico non ha ancora finito di esercitare: funzione di memento teoretico
e di exemplum critico e analitico-critico. La lezione filosofica di Dal
Pra - pur nei suoi confini, pur con gli inevita- bili limiti storici -
viene oggi a sfidare proprio quei neodogmatismi che in molti territori
della filosofia vengono a prendere corpo, e partendo del- le scienze
assunte come modello ne varieteur di razionalità o dal rilancio della
metafisica, come ‘sapere dell’inizio’ e del fondamento, o dalla set-
torializzazione tecnica e tecnologica della filosofia che la depriva
proprio della sua generalità e quindi della sua radicalità. Dal Pra con
la sua densa ed esemplare lezione teorica, consegnataci anche nella
rivisitazione fattane con Minazzi in limine vitae, ci aiuta a resistere
alle sirene di una teoreticità che vuole - per molte vie — ricostruire
approdi sicuri, certezze confortanti e quel «mondo della sicurezza» che
le filosofie del Novecento - come ben vedeva Dal Pra - hanno dissolto per
sempre e al cui posto hanno collo- cato una teoresi inquieta che vuole
interrogare se stessa e il proprio costi- tuirsi, che intende pensarsi in
modo autentico e radicale, e criticamente radicale, partendo proprio dal
traguardo storicamente raggiunto nel suo processo - tipicamente
occidentale — di progressiva problematizzazione e spostando oltre di esso
la frontiera dell’indagine critico-radicale. € Per la teoreticità
ermeneutica cfr. H.G. Gadamer, Verità e metodo, Fabbri, Mi- lano 1972 e
L. Pareyson, Verità e interpretazione, Mursia, Milano 1971; G. Vattimo (a
cura di), Filosofia ’91, Laterza, Roma-Bari 1992. & Cfr. Dal
Pra, Filosofi del Novecento, cit. e Id. (a cura di), Storia della
filosofia, 10 voll., Milano, Vallardi, 1975-1978. Mario Dal
Pra. Pra. Keywords: hegeliani, storiografia della filosofia antica, la
filosofia antica, la filosofia italica antica, la filosofia romana, la
filosofia romana antica, Antonino, Crotone, Velia, Filolao, Vico, Croce, la
storia della filosofia, filosofia della storia della filosofia, storiografia
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Grice e Prepone:
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italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. According to Ippolito di Roma, a pupil of Marzione. He argues that, in addition
to there being a principle of good and a principle of evil, there is a third
intermediate principle of justice. Grice: “Only I don’t multiply principles
beyond necessity, since ‘principle’ means ‘1’!”
Grice
e Prepostino: la ragione conversazionale del divino di Romolo – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Cremona). Filosofo italiano. Summa theologica, Manichean,
caraterismo. Prepostino.
Grice e Prestipino: la ragione
conversazionale -- conversazione e ragione in Vico -- per una antropologia
filosofica – filosofia italiana – filosofia siciliana -- Luigi Speranza (Gioiosa Marea). Filosofo italiano. Insegna
a Siena. Studia il socialismo, marxismo ed estetica. Saggi: “La teoria del mito
e la modernità di VICO (si veda)” (Palermo, Montaina); “L'arte e la dialettica
in VOLPE (si veda)” (Messina, D'Anna); “Che cos'e la filosofia: strutture e
livelli del conoscere” (Gaeta, Bibliotheca); “Per una antropologia filosofica:
proposte di metodo e di lessico” (Napoli, Guida); “Marxismo (e tradizione
gramsciana – GRAMSCI (si veda) -- negli studi antropologici, Natura e società” (Roma, Riuniti); “Da GRAMSCI
(si veda) a Marx” (Roma, Riuniti); “Modelli di strutture storiche”
(Bibliotheca, Narciso e l’automobile, La Città del Sole, Realismo e Utopia” (Roma,
Riuniti); “Tre voci nel deserto: Vico, Leopardi, Gramsci” (Roma, Carocci); Scheda
su Aracne, Da una sponda all’altra del mediterraneo: memorie di militanza
comunista. Intervista a P.. Art. in: Historia Magistra. Rivista di storia
critica, Risorgimento e dialettica storica in Gramsci, dal Calendario del
Popolo Autori Aracne. Giuseppe Prestipino. Prestipino. Keywords: antropologia
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Narciso e l’automobile, Leopardi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
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Grice
e Pretestato: la ragione conversazionale del Giove del Campidoglio – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He achieves high office under
Giuliano. He writes a commentary of Temistio – Accademia. Vettio Agorio Pretestato.
Grice e Preti: la ragne
conversazionale, la retorica conversazionale, e la logica conversazionale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Pavia). Filosofo italiano. Grice: “I like Preti. He wrote
“Retorica e logica,” which I enjoyed since this is what I do: I find the
rhetoric (the implicature) to the logic (the explicature).” Grice: “Preti was a
bit of a Stevensonian, with his ‘Praxis ed empirismo, and I mean C. L.
Stevenson, not the Scots master of narrative!”. Studia a Pavia sotto LEVI, VILLA e SUALI. Studia Husserl.
Insegna a Pavia e Firenze. I suoi saggi nella
rivista banfiana "Studi Filosofici", lo vedeno coinvolto in una
polemica sull'immanenza e la trascendenza. In
“Fenomenologia del valore” (Principato, Milano) e “Idealismo e positivismo”
(Bompiani, Milano) emerge con evidenza quell'impostazione tesa a conciliare
istanze razionalistiche ed empiristiche. In “Praxis ed empirismo” (Einaudi,
Torino) presenta in maniera relativamente organica, per quanto rapidamente,
alcuni temi al confine tra pensiero teoretico, filosofia morale e filosofia
politica. “Retorica e logica: le due culture” (Einaudi, Torino) è un saggio a
cavallo tra la ricostruzione storico-filosofica e il saggio teoretico, con il
quale si intende dimostrare, prendendo le mosse dalla polemica aperta da C. P. Snow,
l'inconciliabilità tra le due forme di cultura che si intrecciano nel dibattito
occidentale, quella logico-scientifica e quella umanistico-letteraria, e la
necessità di far prevalere la prima sulla seconda al fine di non cedere a nuove
forme di oscurantismo elitario e fanatico. Inoltre, affianca costantemente
alla propria attività di autore quella di curatore di classici del pensiero
filosofico. Il suo stile, volutamente trascurato, è rapido, nervoso e
semplice, in implicita polemica con il bello scrivere e l'ermetismo tipico
delle scuole idealistiche italiane. Tenta
trovare una via alternativa al rapporto fra un pensiero unitario e inglobante --
di tradizione hegeliano-crociana -- e uno invece dualistico, nel distinguo fra
saperi umanistici e scientifici. Il rifiuto di una strenua dicotomia non deve
annullare bensì esaltare le differenze. Altri
saggi: “Linguaggio comune e linguaggi scientifici” (Bocca, Milano);
“L’universalismo” (Bocca, Milano); “Alle origini dell'etica contemporanea: Smith, Laterza, Bari); “Storia del pensiero
scientifico, Mondadori, Milano); “Che será, será” (Firenze, Fiorino); “Umanismo
e strutturalismo: saggi di estetica” (Liviana, Padova); “La scessi e il
problema della conoscenza, “Rivista critica di Storia della Filosofia”, “Saggi
filosofici” (Nuova Italia, Firenze); “In principio è la carne” (Angeli, Milano);
“Il problema dei valori: l'etica di Moore” (Angeli, Milano); “Flosofia della
scienza” (Angeli, Milano); “Morale e meta-morale. (Grice: “moralia e
transmoralia”); “Saggi filosofici inediti” (Angeli, Milano); L'esperienza insegna: saggi civili d sulla
Resistenza” (Manni, San Cesario, Lecce); In principio è la carne, Scarantino,
"Rivista di Storia della Filosofia", Notizie sull'operosità
scientifica e sulla carriera didattica, Minazzi, "Il Protagora"; Filosofare
onestamente, andando là dove il pensiero ci porta. Lettere a GENTILE; Minazzi, "Il
Protagora", Ci terrei tanto a venire a Firenze. Lettere a GARIN, Minazzi,
"Il Protagora", Qui a Firenze si muore nel silenzio e nella
solitudine. Lettere a PRA, Minazzi, "Il Protagora". Franzini, Il mito
delle due culture e la filosofia dei giornali, in "La Tigre di Carta",
Zanardo, Enciclopedia Italiana, Appendice,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Minazzi, P. (Angeli, Milano), Pra, Studi
sull'empirismo critico”, Bibliopolis, Napoli, Lecis, Filosofia, scienza,
valori: il trascendentalismo” (Morano, Napoli); Minazzi, Filosofia (Angeli, Milano);
Minazzi, “L'onesto mestiere del filosofare” (Angeli, Milano); Minazzi, “Il caco-demone
neo-illuminista. L'inquietudine pascaliana di reti” (Angeli, Milano); Peruzzi, Filosofo
europeo (Olschki, Firenze); Parrini e Scarantino, “P.” (Guerini, Milano); Tavernese,
P.: la teoria della conoscenza: in
principio è la carne, Firenze Atheneum, Scandicci, Scarantino, La costruzione della filosofia come scienza
sociale (Mondadori, Milano); Minazzi, Suppositio pro significato non ultimato.
G neo-realista logico studiato nei suoi saggi inediti (Mimesis, Milano) Minazzi,
Le opere e i giorni. Una vita più che
vita per la filosofia quale onesto mestiere, Mimesis, Milano Cambi, Mari, Intellettuale critico e filosofo
attuale (Firenze); Il contributo italiano alla storia della filosofia, Filosofia,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia,
Minazzi e Sandrini, Il razionalismo critico europeo, Mimesis, Milano.
Minazzi, Sul bios theretikòs (Mimesis, Milano); Maria, Un punto di vista
cattolico (Stamen, Roma); Franzini, Il mito delle due culture e la filosofia
dei giornali. Giulio Preti. Preti. Keywords: retorica e logica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Preti” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Preve: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Valenza). Filosofo
italiano. Important Italian philosopher. He is the tutor of FUSARO, of Torino. Il comunitarismo è la via maestra che conduce
all'universalismo, inteso come campo di confronto fra comunità unite dai
caratteri del genere umano, della socialità e della razionalità. – “Elogio del comunitarismo”.
Di ispirazione marxiana ed hegeliana, scrive saggi di argomento filosofico. Studia
a Torino. Sotto Garrone sull’elezione politica italiana”. Studia Hegel, Althusser,
Sartre, e Marx. Scrive "L'illuminismo e le sue tendenze radicali e
rivoluzionarie: enogenesi della nazione: il problema della discontinuità con la
romanità classica”. Insegna a Torino. Analizza
esistenzialmente il comunismo. Membro del centro di studi sul materialismo
storico. Pubblica “La filosofia imperfetta” (Angeli, Milano), dove testimonia
la sua adesione di massima all’ontologia dell'essere sociale di Lukács, ed
anche, indirettamente, il suo distacco definitivo dalla scuola d’Althusser. Fonda
“Metamorfosi”. Spazia d’un esame dell'operaismo ida Panzieri a Tronti e Negri,
all'analisi del comunismo dissidente dei socialisti alla critica delle
ideologie del progresso storico, all'indagine sullo statuto filosofico della
critica comunista dell'economia politica. Organizza un congresso dedicato al
comunismo a Milano, e vi svolge una relazione sulle categorie modali di
necessità e di possibilità all’interno del comunismo. Da quest'esperienza nasce
una rivista chiamata “Marx 101”, che usce in due serie di numeri monografici e
di cui e membro del comitato di redazione. Collabora a “Democrazia Proletaria”,
organo dell'omonimo partito, che poi divenne insieme con i fuoriusciti dal
partito comunista la componente politica e militante del partito della ri-fondazione
comunista. S’iscrive a democrazia proletaria, facendo parte della direzione
nazionale. Nella battaglia fra i sostenitori di una scelta ecologista – Capanna
-- e comunista, sostiene la seconda. Quando la democrazia proletaria e l'associazione
culturale comunista confluiscono nel partito della ri-fondazione comunista,
abbandona la militanza politica. Con la pubblicazione dei saggi usciti presso
l'editore Vangelista di Milano, affronta il suo tentativo di coerentizzazione
di un paradigma filosofico comunista globale. Si verifica infatti una discontinuità
nella sua produzione. Opta per l'abbandono di ogni “ismo” di riferimento,
uscendo del tutto dalla cosiddetta sinistra e dalle sue procedure d’accoglimento
e cooptazione. Ritenendo che la globalizzazione nata dall'implosione
dell'Unione Sovietica non si lasci più interrogare attraverso le categorie di destra
e di sinistra, richieda altre categorie interpretative, P. diviene inoltre un
convinto sostenitore della necessità di superare la dicotomia sinistra-destra.
Questa posizione, condivisa da alcuni filosofi e movimenti internazionali, è
criticata da molti, tra cui il filosofo Evangelisti, che ne sottolinea
l'ambiguità ideologica. P. si ha dedicato a temi come il comunitarismo, la
geopolitica, l'universalismo, la questione nazionale, oltre ovviamente ad
un'ininterrotta attenzione al rapporto marxismo-filosofia. Cerca di opporsi
alla deriva post-moderna seguita dalla stragrande maggioranza della sinistra
italiana -- in particolare dai filosofi legati al partito comunista italiano --
con un recupero dei punti alti della tradizione marxista indipendente, del
tutto estranea alle incorporazioni burocratiche del marxismo come ideologia di
legittimazione di partiti e di stati -- soprattutto Lukács, Althusser, Bloch, ed
Adorno. Dopo la fine del socialismo reale, che chiama comunismo storico, ed in
dissenso con tutti i tentativi di sua continuazione/rifondazione puramente
politico-organizzativa, lavora su di una generale rifondazione antropologica
del comunismo, marcando sempre più la discontinuità teorica e politica con i
conglomerati identitari della sinistra italiana -- Rifondazione Comunista in
primis ma anche la scuola operaista e Negri in particolar modo. I suoi
interventi sono apparsi sia su riviste legate alla sinistra alternativa -- L'Ernesto,
Bandiera Rossa -- che su riviste come Indipendenza e Koiné, dove sostene l'esplicito
superamento del dualismo destra-sinistra, approdando a posizioni antitetiche a
quelle di BOBBIO (si veda). Collabora
con la rivista Comunitarismo, prima, e Comunità e Resistenza. È redattore di Comunismo
e Comunità. Al di là delle prese di
posizione sulla congiuntura politica, tre cardini della sua filosofia sono
l'interpretazione della storia della filosofia, l'analisi filosofica del
capitalismo e la proposta politica per un comunismo comunitario
universalistico. Ri-leggendo l'intera storia della filosofia utilizza una
deduzione sociale delle categorie del pensiero non riduzionistica, che gli
permette di discernere la genesi particolare delle idee dalla loro validità
universale. Infatti quello di lui è un orizzonte aperto universalisticamente
alla verità, intesa hegelianamente come processo di auto-coscienza storica e
sintesi di ontologia e assiologia, dell'esperienza umana nella storia. Nella
sua proposta di ontologia dell'essere sociale riconosce razionalmente la natura
solidale e comunitaria degl’uomini e l'autonomia cognoscitiva della filosofia,
contrastando ogni forma di riduzionismo nichilistico, relativistico o
partigianamente ideologico. Viene definito un strenuo difensore dello statuto
veritativo della filosofia da una parte, e deciso oppositore di ogni
fraintendimento relativistico dall’altra. Intende il capitalismo come totalità
economica, politica e culturale da indagare in tutte le sue dimensioni. Propone
di suddividerlo filosoficamente e idealisticamente in tre fasi: capitalismo astratto,
capitalismo dialettico con una proto-borghesia illuministica o romantica, una
medio-borghesia positivistica e poi esistenzialistica, e una tardo-borghesia sempre
più individualistica e libertaria; capitalismo speculativo (post-borghese e
post-proletaria) in cui il capitale si concretizza come assoluto, espandendosi
al di là delle dicotomie precedenti a destra economicamente, al centro
politicamente e a sinistra culturalmente. Nell'analisi filosofica del
capitalismo, più volte insiste sulla critica al politicamente corretto, dove studia
il concetto consterebbe dei seguenti punti nella sua concezione -- dove è
considerato un'arma del capitalismo per attrarre fasce deboli a sé, nonché
un'ideologia di fondo dell'occidente imperialista. ‘Americanismo’ come
collocazione presupposta, anche sotto forma di benevola critica al governo
statunitense. Religione olocaustica: Non aderisce al negazionismo
dell'Olocausto e condanna i genocidi, ma considera la shoah un fatto non unico,
utilizzato dal sionismo per legittimare le azioni di Israele tramite il senso
di colpa dell'Europa. Auschwitz non può e non deve essere dimenticato, perché
la memoria dei morti innocenti deve essere riscattata, e questo mondo nella sua
interezza appartiene a tre tipi di esseri umani: coloro che sono già vissuti,
coloro che sono tuttora in vita, e coloro che devono ancora nascere. Ma
Auschwitz non deve diventare un simbolo di legittimazione del sionismo, che
agita l'accusa di anti-semitismo in tutti coloro che non lo accettano
radicalmente, e che non sono disposti a derubricare a semplici errori i suoi
veri e propri crimini. Teologia dei diritti umani, che considera -- come altri
filosofi marxisti come LOSURDO (si veda), o comunitaristi -- solo un
grimaldello e un paravento del capitalismo per imporsi ed eliminare, in realtà,
i diritti dei popoli e dei lavoratori, attuando il liberismo e l'imperialismo
globali. “Antifascismo in assenza completa di fascismo. L’antifascismo,
positivo un tempo, è considerato un fenomeno dannoso e a favore del sistema
capitalistico, visto che il fascismo (da lui deprecato soprattutto per la
colonizzazione imperialistica dell'Africa e la mascalzonaggine imperdonabile dell'invasione
della Grecia, è stato ormai sconfitto, volto a creare tensioni tra le diverse
forze anti-sistema, e a fungere da nuova ideologia della sinistra post-comunista
e post-stalinista (dopo il graduale abbandono del marxismo-leninismo avvenuto per gli effetti della de-stalinizzazione), che
diviene così inutile. Falsa dicotomia Sinistra/Destra come "protesi di
manipolazione politologica". Derivata dal precedente, questa teoria
punterebbe a indebolire le critiche anticapitalistiche, impedendo l'unione tra
comunisti, comunitaristi e socialisti nazionalitari contro il capitale. Al
contempo, anche per le nette e costanti affermazioni contro i tribalismi, i
razzismi e i nazionalismi soprattutto coloniali, è da ritenersi estranea al cosiddetto
rossobrunismo (i cosiddetti nazionalboscevichi) di cui fu tacciato da Evangelisti,
che a suo dire si configurerebbe come una folle somma dei difetti degli
estremismi opposti. L'unione di sostenitori rasati del razzismo biologico con sostenitori
barbuti della dittatura del proletariato sarebbe certamente un buon copione di
pornografia hard, ma non potrebbe uscire dal piccolo circuito a luci rosse del
sottobosco politico. La sua proposta
politica va nella direzione di un comunismo comunitario universalistico, da
intendersi come correzione democratica e umanistica del comunismo, dal momento
che quello storico sarebbe stato reo di non aver messo in comune innanzitutto
la verità. Quello tratteggiato da lui è un sistema sociale che costituisce una
sintesi di individui liberati e comunità solidali. Non è inteso come
inevitabile sbocco storicistico o positivistico di una storia che si
svilupperebbe linearmente, né tuttavia in modo aleatorio, bensì in potenza, a
partire dalla resistenza alla dissoluzione comunitaria innescata
dall'accumulazione individuale di merci. Qui il problema dell'auspicabile
democrazia viene impostato su basi antropologiche, scommettendo sulle
potenzialità ontologiche della bontà del potenziale degl’uomini, ente politico-comunitaria
– “zόoa politika; razionali e valutativi della giusta misura sociale – “zόa
lόgon échon” -- e generica, in senso marxiano – “Gattungswesen” -- cioè in grado di costruire diversi modelli di
convivenza sociale, compreso quello in cui gl’uomini, affermando la priorità
etica e comunitaria per contenere i processi economici altrimenti dispiegantisi
in modo illimitato e dis-umano, può realizzare le sue potenzialità ontologiche
immanenti, attualmente alienate. La liberazione avverrebbe quindi a partire dal
suo radicamento comunitario in cui agisce collettivamente, pur rimanendo
l'individuo stesso l'unità minima di resistenza al potere. Adere al
partito comunista italiano, ma presto si allontanò (essendo ostile al
compromesso storico tra PCI e DC, promosso da Berlinguer e Moro), entrando poi
a far parte della Commissione culturale di Lotta Continua. In seguito si
iscrisse a Democrazia Proletaria durante la sua ultima fase. Dopo lo
scioglimento della Democrazia Proletaria, e in seguito alla confluenza di quest'ultima
in Rifondazione Comunista, si è sempre più allontanato dall'attività politica
in senso stretto. In seguito manifestò critiche verso l'operaismo e il
trotskismo che animavano talvolta queste esperienze della post-sinistra
extraparlamentare. Se dal punto di vista teorico si era già distanziato
dalla sinistra italiana a seguito della dissoluzione dell'Unione Sovietica e
della svolta della Bolognina, il distacco emotivo definitivo dalla sinistra avvenne
con il bombardamento NATO in Jugoslavia durante la guerra del Kosovo, che
ricevette il beneplacito del governo italiano. Considera questo fatto come la
fine della legalità costituzionale italiana riferendosi alla violazione
dell'articolo 11 e un atto di tradimento verso i valori fondanti della
Repubblica Italiana. Sul tema scrisse Il bombardamento etico. Saggio
sull'interventismo umanitario, l'embargo terapeutico e la menzogna evidente. Molto
clamore ha suscitato (anche tra le file della sinistra alternativa) la sua
adesione ad alcune tesi del Campo Antimperialista per l'esplicito sostegno da
questi fornito alla resistenza irachena. È stato uno dei filosofi di
riferimento del comunismo comunitario, nonché animatore della rivista Comunismo
e Comunità. Altre saggi: “La classe operaia non va in paradiso: dal
marxismo occidentale all'operaismo italiano, in “Alla ricerca della produzione
perduta” (Bari, Dedalo); “Cosa possiamo chiedere al marxismo”; “Sull'identità
filosofica del materialismo storico”; “Marxismo
in mare aperto”; “Rilevazioni, ipotesi, prospettive” (Milano, Angeli); “La
filosofia imperfetta”; “Una proposta di ricostruzione del marxismo ” (Milano,
Angeli); “La teoria in pezzi”; “La dissoluzione del paradigma teorico operaista
in Italia” (Bari, Dedalo); “La ricostruzione del marxismo fra filosofia e
scienza”; “La cognizione della crisi. Saggi sul marxismo di Althusser” (Milano,
Angeli); “La rivoluzione teorica di Althusser, in Il marxismo” (Pisa,
Vallerini); “La passione durevole” (Milano, Vangelista); “La musa di Clio
vestita di rosso, in Trasformazione e persistenza. Saggi sulla storicità del capitalismo”
(Milano, Angeli); “Il filo di Arianna. XV lezioni di filosofia marxista”
(Milano, Vangelista); “Il marxismo e l’eguaglianza”, Urbino; “IV venti”; “Il
convitato di pietra”; “Saggio su marxismo e nichilismo” (Milano, Vangelista); “L'assalto
al Cielo”; “Saggio su marxismo e individualism” (Milano, Vangelista); “Il
pianeta rosso”; “Saggio su marxismo e universalismo” (Milano, Vangelista); “Ideologia
Italiana”; “Saggio sulla storia delle idee marxiste in Italia” (Milano,
Vangelista); “Il tempo della ricercar” “Saggio sul moderno, il postmoderno e la
fine della storia” (Milano, Vangelista); “L'eguale libertà”; “Saggio sulla
natura umana” (Milano, Vangelista); “Oltre la gabbia d'acciaio”; “Saggio su
capitalismo e filosofia” (Milano, Vangelista); “Il teatro dell'assurdo”; “Cronaca
e storia dei recenti avvenimenti italiani”; “Una critica alla cultura dominante
della sinistra nell'attuale scontro tra berlusconismo e progressismo” (Milano,
Punto Rosso); “Strategia politica”; “Premesse teoriche alla critica della
cultura dominante della sinistra esposta nel Teatro dell'assurdo” (Milano,
Punto Rosso); “Il marxismo vissuto del Che”; “Lettere di Che Guevara a Tita Infante”
(Milano, Punto Rosso); “Un elogio della filosofia” (Milano, Punto Rosso); “Quale
comunismo?”; “Uomini usciti di pianto in ragione” (Roma, Manifesto); “La fine
di una teoria”; “Il collasso del marxismo storico del Novecento” (Milano,
UNICOPLI); “Il comunismo storico novecentesco”; “Un bilancio storico e teorico”
(Milano, Punto Rosso); “Nichilismo Verità Storia”; “Un manifesto filosofico
della fine del XX secolo” (Pistoia, CRT); “Gesù. Uomo nella storia, Dio nel
pensiero” (Pistoia); “Il crepuscolo della profezia comunista. A 150 anni dal
“Manifesto”, il futuro oltre la scienza e l'utopia” (Pistoia, CRT); “L'alba del
Sessantotto”; “Una interpretazione filosofica” (Pistoia, CRT); “Marxismo,
Filosofia, Verità” (Pistoia, CRT); “Destra e sinistra. La natura inservibile di
due categorie tradizionali” (Pistoia, CRT); “La questione nazionale alle soglie
del XXI secolo”; “Nota introduttiva ad un problema delicato e pieno di
pregiudizi” (Pistoia, CRT); “Le stagioni del nichilismo. Un'analisi filosofica
ed una prognosi storica” (Pistoia, CRT); “Individui liberati, comunità
solidali. Sulla questione della società degli individui” (Pistoia, CRT); “Contro
il capitalismo, oltre il comunismo”; “Riflessioni su di una eredità storica e
su un futuro possibile” (Pistoia, CRT); “La fine dell'Urss”; “Dalla transizione
mancata alla dissoluzione” (Pistoia, CRT); “Il ritorno del clero. La questione
degli intellettuali oggi”( Pistoia, CRT); “Le avventure dell'ateismo. Religione
e materialismo oggi” (Pistoia, CRT); “Un nuovo manifesto filosofico.
Prospettive inedite e orizzonti convincenti per la filosofia” (Pistoia, CRT); “Hegel
Marx Heidegger. Un percorso nella filosofia” (Pistoia, CRT); “Scienza,
politica, filosofia. Un'interpretazione” (Pistoia, CRT); I secoli difficili.
Introduzione al pensiero filosofico dell'Ottocento e del Novecento, Pistoia,
CRT); “L'educazione filosofica. Memoria del passato, compito del presente,
sfida del future” (Pistoia, CRT); “Il bombardamento etico. Saggio
sull'interventismo umanitario, l'embargo terapeutico e la menzogna evidente” (Pistoia,
CRT); “Marxismo e filosofia. Note, riflessioni e alcune novità” (Pistoia, CRT);
“Un secolo di marxismo. Idee e ideologie, Pistoia, CRT); “Un filosofo controvoglia.
Introduzione a G. Anders, L'uomo è antiquato” (Bollati Boringhieri); “Le
contraddizioni di Bobbio. Per una critica del bobbianesimo cerimoniale” (Pistoia,
CRT); “Marx inattuale. Eredità e prospettiva” (Torino, Boringhieri); Verità
filosofica e critica sociale. Religione, filosofia, marxismo” (Pistoia, CRT); “Dove
va la sinistra?” (Boninsegni, Roma, Settimo Sigillo); “Comunitarismo filosofia
politica” (Molfetta, Noctua); “La filosofia classica tedesca, Dialettica e
prassi critica. Dall'idealismo al marxismo (Molfetta, Noctua); “L'ideocrazia
imperiale americana” (Roma, Settimo Sigillo); Filosofia del presente. Un mondo
alla rovescia da interpretare” (Roma, Settimo Sigillo); Filosofia e geopolitica”
(Parma); All'insegna del Veltro, Del buon uso dell'universalismo. Elementi di
filosofia politica” (Roma, Settimo Sigillo); Dialoghi sul presente.
Alienazione, globalizzazione destra/sinistra, atei devoti. Per un pensiero
ribelle” (Napoli, Controcorrente); “La comunità ritrovata. Rousseau critico
della modernità illuminista, Torino, Libreria Stampatori); “Marx e gl’antichi
greci” (Pistoia, Petite plaisance); “Il popolo al potere. Il problema della
democrazia nei suoi aspetti filosofici” (Casalecchio, Arianna); “Verità e
relativismo. Religione, scienza, filosofia e politica nell'epoca della
globalizzazione” (Torino, Alpina); Elogio del comunitarismo” (Napoli, Controcorrente);
“Il paradosso De Benoist. Un confronto politico e filosofico” (Roma, Settimo
Sigillo); “Storia della dialettica” (Pistoia, Petite plaisance); “La democrazia
in Grecia. Storia di un'idea, forza di un valore, in Presidiare la democrazia
realizzare la Costituzione. Atti del seminario itinerante sulla difesa della
Costituzione, Bardonecchia, Susa, Bussoleno, Condove, Borgone Susa, Edizioni Melli-Quaderni);
“Sarà Dura!, Storia critica del marxismo. Dalla nascita di Karl Marx alla
dissoluzione del comunismo storico novecentesco” (Napoli, La città del sole); “Il
presente della filosofia italiana, Pistoia, Petite plaisance, Storia dell'etica,
Pistoia, Petite plaisance, “Hegel anti-utilitarista”
(Roma, Settimo Sigillo); Storia del materialismo, Pistoia, Petite plaisance, Una
approssimazione a Marx. Tra materialismo e idealismo, Saonara, Il Prato); Ri-pensare
Marx. Filosofia, Idealismo, Materialismo” (Potenza, Ermes); Un trotzkismo
capitalistico? Ipotesi sociologico-religiosa dei Neocons americani e dei loro
seguaci europei, in Neocons. L'ideologia neoconservatrice e le sfide della
storia, Rimini, Il Cerchio); “Alla ricerca della speranza perduta. Un
intellettuale di sinistra e un intellettuale di destra "non
omologati" dialogano su ideologie e globalizzazione” (Roma, Settimo Sigillo);
La quarta guerra mondiale, Parma,
All'insegna del Veltro, L'enigma dialettico del Sessantotto quarant'anni dopo,
in La rivoluzione dietro di noi. Filosofia e politica prima e dopo il '68,
Roma, Manifesto); “Il marxismo e la tradizione culturale europea, Pistoia,
Petite plaisance, Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di
classe del capitalismo contemporaneo” (Pistoia, Petite plaisance, Logica della
storia e comunismo novecentesco. L'effetto di sdoppiamento” (Pistoia, Petite
plaisance); “Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un
fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e
importante, Petite Plaisance, Filosofia
della verità e della giustizia. Il pensiero di Kosík, con Cesana, Pistoia,
Petite plaisance, Lettera sull'Umanesimo, Pistoia, Petite plaisance, Una nuova
storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della
filosofia, Pistoia, Petite plaisance, Lineamenti per una nuova filosofia della
storia. La passione dell'anticapitalismo, con Luigi Tedeschi, Saonara, Il
Prato,.Dialoghi sull'Europa e sul nuovo ordine mondiale, Saonara, Il Prato, Collisioni.
Dialogo su scienza, religione e filosofia, Pistoia, Petite plaisance, Marx:
un'interpretazione, Nova Europa). Prefere non definirsi marxista ma
appartenente alla "scuola di Marx", e «allievo indipendente di Marx»;
Elogio del comunitarismo, Controcorrente, Napoli, Personalmente, non sono credente né
praticante. Non credo in nessun Dio personale, considero ogni personalizzazione
del divino una indebita e superstiziosa antropomorfizzazione, e sono pertanto
in linea di massima d’accordo con Spinoza. Ma ritengo anche la religione, così
come la scienza, l’arte e la filosofia, dati permanenti dell’antropologia umana
in quanto tali desti durare tutto il tempo in cui durerà il genere umano (Elementi di politicamente corretto. Convegno,
Lukács e la cultura europea (II intervento)
Relazione Congresso Nazionale di DP (terzultimo intervento) Destra e Sinistra: confronto tra P. e LOSURDO
(si veda); Carmilla: I rosso-bruni: vesti nuove per una vecchia storia Democrazia comunitaria o democrazia proprietaria?”;
“Considerazioni sulla geopolitica”; “Il bombardamento etico dieci anni dopo”. Monchietto,
Colletti; Marxismo, Filosofia, Scienza. L'“ultimo” filosofo marxista su la
RepubblicaTorino Addio al filosofo, In
memoria, Fusaro Un lutto veramente
grande per noi di Gianfranco La Grassa, La Sala Rossa ricorda la figura e
raccogliendosi in un minuto di silenzio, P., Con Marx e oltre il marxismo; Comunismo
e Comunità » Laboratorio per una teoria anticapitalistica A. Volpe e P. Zygulski, Verità e filosofia,
in Monchietto e Pezzano, Invito allo Straniamento. I. filosofo, Pistoia, Petite
Plaisance, P., Elementi di politicamente
corretto. E qui concludiamo con una serie di previsioni artigianali. Ricordo al
lettore che questo non è ancora un Trattato di Politicamente Corretto, che ho
peraltro intenzione di scrivere, in cui i cinque punti principali indicati
(americanismo come collocazione presupposta, religione olocaustica, teologia
dei diritti umani, anti-fascismo in assenza completa di fascismo, dicotomia
Sinistra/Destra come protesi di manipolazione politologica) verranno discussi
in modo più analitico e preciso. Da Intellettuali e cultura politica
nell'Italia di fine secolo, Rivista Indipendenza, Da Gli Usa, l’Occidente, la
Destra, la Sinistra, il fascismo ed il comunismo. Problemi del profilo
culturale di un movimento di resistenza all’Impero americano, Noctua Edizioni,
P.: audio congressi DP (Radio Radicale)
Intervista politico-filosofica (Repaci, P.) «La costituzione italiana è stata distrutta
per semprre con i bombardamenti sulla Jugoslavia, e da allora l’Italia è senza
costituzione, e lo resterà finché i responsabili politici di allora non saranno
condan morte per alto tradimento (parlo letteralmente pesando le parole), con
eventuale benevola commutazione della condanna a morte a lavori forzati a vita.
Eppure, questi crimini passano sotto silenzio, perché si continuano ad
interpretare gli eventi di oggi in base ad una distinzione completamente finite
(P., Elementi di politicamente corretto) Bobbio, Né con Marx né contro Marx, Riuniti,
Roma, Storia dei marxismi in Italia, Manifestolibri, Roma, Alessandro
Monchietto, Marxismo e filosofia in Preve, Editrice Petite Plaisance, Pistoia, Zygulski,
P.: la passione durevole della filosofia, presentazione di Pezzano, Pistoia,
Editrice Petite Plaisance, Monchietto e Pezzano, Invito allo Straniamento. I. P.
filosofo, Pistoia, Petite Plaisance, Zygulski,
e l'educazione filosofica, in Educazione Democratica, Foggia, Edizioni del Rosone, gennaio, Monchietto,
Invito allo Straniamento. II. Marxiano, Pistoia, Petite Plaisance, Massimo (Bontempelli); Bentivoglio, Il senso dell'essere nelle
culture occidentali (Milano, Trevisini); Formenti, Il socialismo è morto. Viva
il socialismo!, Meltemi, Milano). LA MISERIA DEL MONDO ROMANO
E LA FORMAZIONE SOCIALE DEI PRESUPPOSTI DEL CRISTIANESIMO. IL
ROVESCIAMENTO DIALETTICO DELL'IMPERIUM IN BASILEIA E L'INVERSIONE
ONTOLOGICO-SOCIALE DELLA TERRA IN CIELO La filosofia stoica, nata
sulla base della violazione sistematica del comune senso del pudore
(anaideia), e poi gradualmente “normalizzata” in innocuo sapere del
saggio capace di vincere il turbamento (ataraxia), diventò la koiné filosofica
più dif- fusa nel mondo ellenistico-romano. E questo non è un caso,
perché si passò da una prima fase “politica”, provocatoriamente
antischiavistica ed antiproprietaria, ad una seconda fase “apolitica” di
semplice cura dell'anima individuale. Il percorso normalizzatore
dall’anaideia all'ataraxia è ovviamente mistificato e nascosto dalla
manualistica filosofica ordinaria, che lo rovescia integralmente. Tace e
censura il momento fondante dell’anaideia, e sostiene al contrario che la
teoria della ataraxia è la sola “filosofia politica” delo mondo romano.
Se si legge Seneca e Marco Aurelio, tuttavia, si vede che in realtà
quello che viene impropriamente chiamato “stoici- smo”, ed invece non lo
è per niente, non è altro che la vecchia buona “cura di sé” platonica
(ricordo la corretta interpretazione di Alessandro Biral cui ho accennato
nel precedente capitolo su Platone), del tutto desocializzata. E vedremo più
avanti che proprio la desocializzazione della saggezza sta al centro di
quella che Hegel ha chiamato la “miseria del mondo romano”. L'unica
definizione filosofica possibile della “miseria sociale”, a fianco
ovviamente della povertà materiale della gente (povertà materiale su cui
tornerò diffusamente nel prossimo capitolo), è proprio la
desocializzazione della saggezza, per la saggezza stessa, non avendo più
alcun mandato sociale, non può che avvizzire nell'ampio spettro di
posizioni che vanno dallo specialismo alla stravaganza, e cioè dalla
filologia universitaria ai punkabbe- stia. Il pensiero stoico ha
però “messo in circolo” due elementi filosofici nuovi, e cioè
l'universalismo del genere umano (katholikòs) e l’idea di necessità
provvidenziale (pronoia). Il primo concetto è ovviamente un derivato
categoriale del cosmopoli- tismo prodotto dalle conquiste di Alessandro
il Macedone in Oriente, mentre il secondo ha una derivazione “mista”, in
parte greca ed in parte orientale. Zenone riteneva che l'universo
periodicamente terminasse nella conflagrazione e che gra- dualmente si
ricostituisse nello stesso modo. Come il vuoto che lo avvolge, il tem- po
è un interstizio cavo fra gli eventi (Leibniz dirà poi qualcosa di simile). I
fatti della storia universale ritornano eternamente. Si ripresenterà in
futuro un nuovo Socrate per subire un nuovo processo, e ci saranno nuovi
Anito e nuovi Meleto 135 CariroLo XIX
per accusarlo. Chi sostiene quindi che il concetto di storia universale è nato
con il cristianesimo e con la fusione messianica giudaico-cristiana (Karl
Lòwith ed altri) a mio avviso sbaglia. Il concetto di storia universale è
nato prima in forma ciclico- ripetitiva con lo stoicismo di Zenone, ed è
nato sulla base di una provvidenza pu- ramente naturalistica e non
divino-religiosa (pronoia), il cristianesimo l’ha incor- porata in una
visione messianica e salvifica della storia, e poi la filosofia classica
tedesca della storia (Fichte, Hegel e Marx) l’ha rielaborata in forma
dialettica. Ma questo punto verrà ovviamente sviluppato più avanti. Al
tempo di Zenone, data l'impossibilità di pensare la storia universale con
un solo concetto unitario trascen- dentale riflessivo (non possiamo
infatti imputare a Zenone di non essere vissuto nel settecento
illuministico europeo), era inevitabile che la si pensasse nella forma
ciclica della ripetizione. Il pensiero ciclico, infatti, riflette in forma
astratta il ciclo delle stagioni che determina l'agricoltura, la
pastorizia, l'allevamento e l'uscita in mare dei pescatori, mentre il
pensiero lineare-progressivo riflette la fine dei cicli stagionali e
l'avvento dell’accumulazione “lineare” del capitale. Ma su questa ov-
vietà, naturalmente, ritornerò più avanti in un prossimo capitolo.
Lo stoicismo, quindi, passata la fase provocatoria dell’anaideia,
consegna al mondo classico posteriore i due concetti di universalismo
cosmopolitico e di prov- videnza necessaria (pronoia). Entrambi staranno
alla base del cristianesimo. È giun- to allora il momento di parlare
delle origini del cristianesimo, di Gesù di Nazareth e di Paolo di Tarso,
che ne sono stati entrambi i fondatori a “pari grado”, il primo nella sua
dimensione messianica, ed il secondo nella sua complementare dimen- sione
di assoggettamento universalistico ad un unico salvatore, codice
filosofico già presente da almeno duecento anni nei trattati in lingua
greca “sulla monar- chia” (perì basileias). Mentre infatti il primo ciclo
della filosofia greca produce innu- merevoli testi sulla natura (perì
physeos), natura con cui veniva metaforizzata la so- cietà (Diodoto,
ecc.), ora il secondo ciclo della filosofia greca vede la pubblicazione
di innumerevoli testi sulla monarchia (perì basileias), con cui veniva
metaforizzato l'incredibile bisogno di protezione ed assistenza dei
poveri abbandonati allo sca- tenamento selvaggio della crematistica. E chi
non coglie questo punto resta fuori dalla storia della filosofia come un
amante della musica che restasse fuori dalla sala dei concerti e non
potesse sentire che echi musicali vaghi e lontani. Affrontiamo
quindi il noto e cruciale problema dell’interpretazione filosofica delle
origini storiche del cristianesimo. Si tratta del secondo grande problema
teori- co del pensiero occidentale, dopo il primo grande problema che
abbiamo affrontato nei capitoli precedenti, quello delle origini e della
natura della filosofia greca clas- sica e poi ellenistica. Anche in
questo caso, quindi, mi comporterò come mi sono comportato in precedenza
per il primo caso, ispirandomi alla genesi storica della deduzione delle
categorie del pensiero ed al metodo ontologico-sociale. In estrema
sintesi, sebbene mi ritenga più competente per il primo problema che per il
se- condo (sono infatti un filosofo che legge correntemente il greco
antico ed il latino, non sono per nulla un esegeta biblico e non conosco
assolutamente né l'ebraico né l’aramaico), considero l’analisi
ontologico-sociale delle origini del cristianesimo 136
La miseria del mondo romano e la formazione sociale dei presupposti del
cristianesimo più facile di quanto lo sia l’analisi complessiva
del mondo greco. I Greci antichi sono già volati via, infatti, e non sono
più fra noi, mentre i cristiani, sia pure “ir- riconoscibili” rispetto ai
loro lontani progenitori (e vedremo il perché in questo e nei prossimi
capitoli), sono ancora fra noi, e per quanto mi riguarda mi auguro che
restino con noi a lungo. Una parentesi. D'accordo con lo studioso
di scienze sociali svedese Myrdal, io ritengo che il massimo di
“oggettività” possibile nelle scienze sociali ed in filoso- fia, in cui
non esiste la matematizzazione, l'esperimento e la verifica dei
protocolli sperimentali, sia l’esplicitazione pubblica chiara e veridica
delle proprie premesse di valore. Ciò vale soprattutto quando si parla di
politica (destra e sinistra, ecc.) e di filosofia (credenti e non
credenti, ecc.). E farò anch'io così, interrompendo brevemen- te la mia
esposizione. Il lettore, infatti, ha il diritto di sapere bene come la
pensa colui che sta leggendo. : Personalmente, sono stato
battezzato a pochi giorni di vita nel culto cattolico romano. Ho perso la
cosiddetta “fede” nelle discussioni adolescenziali e da allora potrei
essere classificato fra coloro che si dicono e vengono detti “atei”.
Termine che non mi piace, peraltro, e in cui non mi riconosco, perché non
mi piace per nulla che ci si definisca in negativo con l'alfa privativo
(a-teo). Da filosofo, preferisco le definizioni in positivo, e non quelle
in negativo. Pur non essendo in alcun modo un “credente”, e pur ritenendo
(a differenza di Benedetto Croce) che se lo vogliamo e lo riteniamo
necessario “possiamo anche non dirci cristiani” (su questo punto Alain de
Benoist ha ragione e Croce ha torto), sono tuttavia un sostenitore della
necessità sociale della religione. La religione, a mio avviso, è sempre e
comunque un katechon contro lo scatenamento della bestialità nichilistica
della crematistica nei rapporti sociali ( si tratta di un punto che mi
differenzia fortemente dal mio maestro di ontologia sociale Lukécs). Gli
atei mangiapreti a mio avviso non lo capiscono, ed è per questo che
considero il loro un pensiero dell'intelletto astratto (Verstand) e non
della ragione concreta (Vernunft). Dal punto di vista dell'intelletto
astratto (Verstand) mi sembra del tutto logico sostenere non solo che Dio non
è logicamente “dimostrabile” (vedi la Critica della Ragion Pura di Kant)
e che non è logico rappresentarselo come un soggetto progettante
antropomorfizzato (vedi l’Etica di Spinoza), ma che siano anche del tutto
plausibili le teorie dell'evoluzione darwiniana e delle capacità auto
poietiche ed auto-organizzative della materia e dell'energia, da cui
deriva la necessaria conclusione per cui “Dio non esiste”. Dal punto di
vista della ragione concreta (Vernunft), sono un sostenitore della
necessità sociale della religione, che nonostante tutti i suoi difetti e
la possibile corruzione venale e pedofiliaca di molti suoi esponenti (
comunque minore di quanto sosten- gono i suoi avversari laici) considero
in termini di katechon, e cioè di freno verso una bestializzazione
crematistica integrale dei rapporti umani. Sbagliano quindi coloro che
contrappongono il bel mondo dei Greci, riletti come atei e materialisti
(vedi Nietzsche, Onfray e compagnia cantante) al mondo posteriore
superstizioso dei cristiani. Se infatti costoro conoscessero meglio i
Greci, che invece non conosco- no e su cui coltivano pittoreschi ed
infondati luoghi comuni da scuola media, sa- 137
CaprroLo XIX prebbero che i Greci veri si fondavano sul katechon,
ed anche se preferivano quello razional-politico non disdegnavano
certamente anche quello religioso. Detto que- sto, e messe bene le carte
in tavola, passiamo a ragionare di filosofia. Costanzo Preve. Preve.
Keywords: fascismo, antifascism – antifascism in assenza completa di fascismo,
comunita, comunitarismo, la mascalzonaggine imperdonabile dell’invasione a
Grecia;colonizzazione imperialista,storia dell’etica, storia ontologico-sociale
della filosofia, vico anti-capitalista. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Preve," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Grice e Prini: la ragione conversazionale dell’implicatura
conversazionale di Dedalo e il volo d’Icaro – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Belgirate). Filosofo italiano. Grice: “I
like Prini, but I won’t expect his “Discorse e situazione” to be about Firth’s
context of utterance!” Pensare è infatti
la maniera più profonda del nostro desiderare – “XXVI secoli nel mondo dei
filosofi" (Caltanissetta, Sciascia). Tra i maggiori esponenti dell'esistenzialismo. Studia
ad Arona e Pavia sotto LORENZI. Studia SORBATTI sotto LEVI e SCIACCA. Studia
l’accademia di Plotino. P. s'è legato al gruppo di gioco di filosofi che SCIACCA
riune intorno a se. Quando SCIACCA si trasfere a Genova tutto il gruppo lo segue.
Insegna a Genova, Perugia, Roma e Pavia. “Lo scisma sommerso” (Milano,
Garzanti) analizza la spaccatura sotterranea che si è creata nella chiesa
cattolica tra il magistero ufficiale e la fede e le scelte di vita dei
credenti. Un tema che diviene centrale è il tema del male. Scrive “XXVI secoli
nel mondo dei filosofi” -- «un ripensamento, una sorta di commiato personale dai
filosofi e dai problemi che gli sono stati cari per tutta la vita. Accanto al
discorso apofantico, che definisce in modo univoco il suo oggetto e che vuol
dimostrare le sue verità in modo necessario, apre lo spazio per la
‘conversazione’. In “Verso una ontologia della conversazione” (Roma, Studium),
risalire la dimenticanza della conversazione ad Aristotele, il quale ritene i
discorsi semantici non vero-funzionali e quindi estranei al campo del
linguaggio-oggetto sino del meta-linguaggio della filosofia. In “Discorso e
situazione” (Roma, Studium) definisce in modo più dettagliato gl’ambiti della
conversazione. Nella molteplicità dell’uso logico della ragione, delinea un
esame sistematico delle diverse forme della conversazione razionale “situata”,
ossia in relazione al suo proprio oggeto o topico ed al suo proprii
conversatori, e precisamente la verifica come forma della prova del discorso
oggettivo o scientifico, la categoria della testimonianza e la determinazione
particolare come ‘forma’ della ‘prova’ della conversazione. È stata un ricerca
non inutile, credo, se ha messo in luce, per un verso, contro lo scientismo, la
pluralità dell’uso della ragione, e per un altro verso, la fondamentale
convergenza di quelle forme del discorso razionale in una dottrina della verità
ostensiva dell’essere, o un’ontologia semantica. Gl’uomini di cui la filosofia
deve occuparsi sono gl’italiani concreti. In “Il corpo che siamo: introduzione
all'antropologia etica” (Torino, SEI) studia i corpi degl’italiani come elementi
costituiti della inter-soggettività in un’unità psico-fisica del resto. Già SERBATTI
fa questo movimento verso i corpi, parlando di sentimenti fondamentali corporei.
In “Il paradosso d’Icaro” (Roma, Armando) elabora la distinzione tra mero bisogni
dei corpi e desideria o volonta. I bisogni, cioè le necessità di avere, si
distingueno dalla volontà di essere autenticamente. Il domandare intorno
al senso di ciò che è e di ciò che si *è* un domandare che mette in questione
anche i domandanti stessi. In ‘L’ambiguità dell’essere’ (Genova,
Marietti) caratterizza l’essere come ’ambiguo’: necessità assoluta (al modo di
Velia), bontà o finalità assoluta, o come libertà od opposizione assoluta. Cerca
queste tre modalità, ritenendole tutte essenziali all'essere e, insieme, non
deducibili l’una dall'altra. Define questa sua concezione problematicismo
ontologico. Dal momento che l’essere è in sé ambiguo, esso non si lascia
completamente definire e dimostrare dal discorso apofantico e si presta alla
conversazione. C’è un carattere ludico nell'atteggiamento del credente, quando
pretende di poter mettere tra parentesi la propria fede e di essere anch'egli,
nella ricerca della verità, come dice Husserl, ein wirklicher Anfänger, un vero
e proprio principiante. Fa una distinzione
tra il nucleo del messaggio evangelico e le forme che esso ha via via assunto
nella storia, critica delle posizioni più tradizionaliste della chiesa,
specialmente in filosofia -- si veda in particolare “La filosofia cattolica”
(Roma, Laterza) --, invito al dialogo tra la chiesa e la modernità tutta
intera, e proposta di una nuova inculturazione, oggi, di quel messaggio
evangelico. Un passagio di “ Lo scisma sommerso” mostra in modo disambiguo ciò
che ha in mente. Per questa mentalità generata dalla civiltà della scienza
esistono uno spazio e un tempo scientifici nei quali è impossibili proporsi di
trovare, per esempio, il periodo storico di una presunta prima coppia
progenitrice di tutto il genere umano o l'ubicazione dell'Eden, di cui parlano in
un senso simbolico che è da determinare i primi racconti della Genesi. E
andando soltanto un poco in profondità nella coscienza giuridica moderna,
post-illuministica, del rapporto tra colpa e castigo, chi potrebbe oggi accettare
l'idea, trasmessa dalla teologia penale di Agostino nell'interpretazione della
Lettera ai Romani di Paolo, che l'umanità intera abbia ereditato da Adamo non
solo la pena eterna del suo peccato, ma anche la responsabilità della sua
stessa colpa?» Altre saggi: “La metodologia della testimonanza” (Roma,
Studium); “Serbatti: i sentimenti fondamentali corporei, ” (Roma, Armando); “Storia
dell'esistenzialismo” (Roma, Studium); “Plotino e l'umanesimo interiore” (Milano,
Vita e Pensiero); “Il potere” (Roma, Studium); “Terra di Belgirate”; Torino, Sosso);
“Un filosofo che canta i Salmi. “Croce e Gentile”, Il P. sommerso; Il desiderio
di essere. L'itinerario filosofico; L'ontologia del desiderio”. Flematti,
“Prini”. Pietro Prini. Prini. Keywords: il volo d’Icaro. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Prini” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Prisciano: la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di
Simmaco – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A
philosopher and friend of Simmaco.
Grice Priscilliano:
la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di Nerone – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He has the distinction of being the first philosopher put to death
for ‘heresy’ by the Roman Catholics. What Priscillian says is that the world is
an evil place whither souls are sent as a punishment. What he implicates is that Nerone is right! Priscilliano.
Grice e Probo: la
ragione conversazionale dell’implicatura dell’in-plicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He studies under Eusebio at the same time as Sidonio, and may have
assisted Eusebio in his teaching. He married the cousin of Sidonio, the
daughter of Simplicio. “All very confusing, and possibly unimportant, historically
speaking from the standpoint of philosophy if it were not for the fact that
Sidonio coined the term ‘inplicatura’ [sic].” – Grice. Probo
Grice e Procle:
la ragione conversazionale o la diaspora di Crotone – Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico.
Grice e Prodi: la ragione conversazionale e l’artifice
della ragione e l’implicature conversazionale dei cani di Pavlov – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Scandiano). Filosofo italiano. Grice: “While he likes
semiotics, Prodi is the Italian C. L. Stevenson, who read English at Yale! No philosophy background!” Studia e insegna a Bologna. A Bologna fonda il
progetto biologia cellulare. Svilupa un approccio semiotico alla biologia. Con “Il neutrone borghese” (Bompiano,
Milano), ha pubblicato anche alcuni romanzi e racconti, tra cui Lazzaro,
biografia romanzata -- con riflessi autobiografici -- di Spallanzani. Il saggio
“Il cane di Pavlov”; “Opera narrativa” (Diabasis, Reggio Emilia). Altre opere:
“Scienza e potere” (Il Mulino, Bologna); “La scienza, il potere, la critica” (Mulino,
Bologna); “Onco-logia sperimentale” (Esculapio, Bologna); “Le basi materiali
della significazione” (Bompiani, Milano); “La biologia dei tumori” (Abrosiana,
Milano); “Soggettività e comportamento” (Angeli); Orizzonti della genetica” (L'Espresso);
Patologia Generale (CEA); “La storia naturale della logica” (Bompiani, Milano);
“L'uso estetico del linguaggio” (Mulino, Bologna); Lazzaro: il romanzo di un
naturalista” (Camunia, Brescia); “Onco-logia” (Esculapio, Bologna); “Gl’artifici
della ragione” (Sole 24 ore, Milano); -- cunning of reason – cf. Speranza,
Grice, Kantotle, Kant, Hollis, razionalismo e relativismo -- “Il cane di Pavlov”
(Camunia, Brescia); “Alla radice del comportamento morale” (Marietti, Milano);
“Teoria e metodo in biologia” (Clueb, Bologna); “L'individuo e la sua firma”; “Biologia
e cambiamento antropo-logico” (Mulino, Bologna); “Il profeta” (Camunia, Brescia);
Conferenza "P.”, Repubblica
Apprezzato anche da Dossetti, “La parola e il silenzio” (Paoline, in riferimento ad un articolo che si rifaceva
ai geni invisibili della città di Ferrero. Sul sottotitolo -- i “geni
invisibili” della città. Dizionario biografico degl’italiani, istituto dell'enciclopedia.
Giorgio Prodi. Prodi. Keywords: il cane di Pavlov. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Prodi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Prospero: la ragione converzionale del contro-potere
del Quirinale e l’implicatura conversazionale laica – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Pescosolido).
Filosofo italiano. Studia e insegna a Roma. Studia Kelsen. Collabora con “L'Unità”.
I suoi interessi sono principalmente rivolti al sistema istituzionale e la
filosofia politica della sinistra. La sua filosofia e aspramente criticate da TRAVAGLIO,
che lo ha accusa di "pagnottismo". Tra i punti di dissenso, vi è la
posizione nei confronti della democrazia diretta, e nei confronti della fiducia
riposta da Travaglio, e dal Movimento 5 stelle di GRILLO, nella intrinseca
infallibilità del giudizio espresso dagl’elettori e del popolo della rete. Sinistra Italiana. Saggi: “La politica post-classica”;
“Il nuovo inizio”; “Nostalgia della grande politica”; “La democrazia mediata”;
“Sistemi politici e storia”; “La filosofia politica della destra” (Newton
Compton); “I sistemi politici” (Newton Compton); “Politica e vita buona, Euroma
la Goliardica, Sinistra e cambiamento istituzionale”; “Storia delle istituzioni
in Italia” (Riuniti); “Il fallimento del maggioritario”; “La politica”; “Teorie
e profili istituzionali” (Carocci); “Lo stato in appalto. Berlusconi e la
privatizzazione del politico (Manni); STATO IN APPALTO – la privatizzazione del
publico -- “Politica e società globale” (Laterza); “L'equivoco ri-formista”
(Manni); “Alle origini del laico” (Angeli); “La costituzione tra populismo e leaderismo”
(Angeli); -- il duce dirigge – il duca di Mantova -- “Filosofia del diritto di
proprietà” (Angeli); “Perché la sinistra ha perso le elezioni” (Ediesse); “Il
comico della politica”; “Nichilismo e aziendalismo nella comunicazione di Berlusconi”
(Ediesse); “Il libro nero della società civile”; “Il nuovismo realizzato”
(Bordeaux); “Gramsci” (Bordeaux). Addio al mito del capo, Il Manifesto, Contro-potere
del Quirinale, Left-avvenimenti, Prodi, l'errore più grande della sinistra
europea è stato dimenticare il lavoro, il manifesto, Gravagnuolo, Grillo, il
travaglio di Marco nel duello tv con Prospero l'Unità Gl’organismi di sinistra da
"Sinistraitaliana.si" Sinistra
Italiana rispolvera il Pci: nascono le nuove Frattocchie. Ma a Testaccio. Michele
Prospero. Prospero. Keywords: implicatura laica, lo STATO IN APPALTO,
contro-potere del quirinale, sinistra, diestra – come categorie filosofiche –
il parlamento francese -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Prospero” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Prosseno: la
ragione conversazionale della setta di Sibari – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Sibari). Filosofo italiano. Pythagorean
– Giamblico.
Grice e Prudenzio: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dela psisco-machia –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. A career in public
service. His main treatise is “Psycho-Machia,” on the soul’s fight between good
vitue and evil vice. People bring suffering on themselves by making bad
choices. Aurelio Clemente Prudenzio.
Grice e Pucci: la ragione conversazionale della REPUBBLICA ROMANA, o
dell’implicatura conversazionale utopica di Campanella – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Scrive alcuni
trattati dove ambiva a una filosofia universale di stampo utopistico. Molto
polemico contro le principali dottrine religiose dell'epoca, tanto da essere
tacciato di eresia e giustiziato dall'inquisizione romana. Della potente
e ricca famiglia fiorentina dei Pucci. Scolto da un improvviso mutamento e cambiamento
che lo fa decidere a darsi allo studio delle cose celesti ed eterne e a
scoprire i reali motivi dei contrasti filosofici che lacerano l'Italia. Assiste
personalmente alla strage degl’ugonotti nella notte di S. Bartolomeo, decide d’aderire
alla tesi protestante. Controversie dottrinali gli procurarono l'espulsione dalla
sua comunità calvinista. Discute del peccato originale e altresì contesta
l'autoritarismo del concistoro della comunità. Quest'ultima gl’rimprove,
oltre a importanti punti dottrinali come la concezione del peccato originale,
della fede, e dell'eu-caristia, la sua pretesa di pro-fetizzare, ricordandogli
che, con la scomparsa dei primi apostoli, il carisma profetico non esiste più.
Su invito di Betti, incontra SOZZINI (si veda). Pubblica un manifesto, e poi
scrive a Balbani una lettera in cui espone la sua teoria dell'innocenza naturale
dell'uomo, già discussa Sozzini. L’uomo nasce e restano innocente innanzi
all'uso della ragione e del giudizio. Grazie alla redenzione operata dal cristo,
il peccato originale non causa dannazione quando siamo nel grembo materno. Dunque,
il battesimo di un uomo che è gia naturalmente innocente per la naturale bontà
della sua natura umana, e per quanto non censurabile, è INUTILE. L'eventualità
della dannazione è un problema di quell’uomo che, raggiunta l'età della
ragione, è in grado di distinguere il bene dal male. L’uomo è buono per
natura, e a causa dell'amore del divino verso il genere umano, che ha creato
l'uomo di natura buona, si fonda la filosofia. Il fondamento della filosofia, e
bontà vera, è propriamente la fidanza generale nel divino nel cielo e nella
terra, una fiducia fondata sulla conoscenza di del divino che è comune ad ogni uomo,
una fede che si contrappone alla concezione della fede protestante, che
consiste invece in una fidanza particulare che il singolo protestante ripone nel
divino. È del resto la tesi sostenuta dai SOZZINI (si vedano) nel suo De Jesu
Christo servatore. Sostene di aver tratto le proprie concezioni in virtù
del dono dello spirito santo che, attraverso visioni, lo ispira permettendogli
di preconizzare il prossimo avvento del regno del divino che provoca la
conversione di ogni popolo, incluso il romano -- qualunque fosse la loro
religione, sotto un'unica confessione. La redenzione operata da quel cristo
riguarda infatti ogni uomo, anche i non cristiani, perché esalta la sua
naturale bontà. La salvezza non costitusce un dubbio tormentoso ma è un
obbiettivo che può essere raggiunto abbandonandosi con fiducia alla fede nel
divino, è la fede naturale che ha Adamo, uomo naturale e immortale perché fatto
a immagine e somiglianza del divino (o Prometeo) nella mente e nello spirito.
Affermata la bontà naturale della specie umana, ne discende che debba essere
escluso tanto che il peccato si trasmetta nelle generazioni, quanto che possa
esistere una pre-destinazione semplice o doppia che sia, una per gl’eletti e
una per i dannati stabilita ab aeterno. SOZZINI rispose a P. con il “De statu
primi hominis ante lapsum”, obiettando che la somiglianza dell’umano col divino
risiede nel fatto di essere il dominatore di tutte le cose della natura, e non
nella sua immortalità. Se Adamo, l'essere naturale per eccellenza, finisce col
peccare, ciò dimostra che non era affatto innocente -- visto che Adamo peca per
sua libera scelta. La natura dell'uomo
non è diversa da quella d’Adamo. La salvezza dell’uomo risiede nella sua
volontà di scegliere il bene, ed è sulla sua libera volontà, non sulla sua
natura, che si fonda l’etica. Il suo saggio principale e “La forma della repubblica
romana”. Per porre rimedio alla confusione e agli scandali regnante nella
filosofia, ènecessario un libero e santo concilio al quale si vede che ogni uomo
da bene di tutte le province inclinano, ma che viene rifiutato dai potenti
prelati che oggi comandano non solo nella religione, ma anche nella repubblica
romana. Per preparare questo concilio, è necessario che ogni uomo dabbene,
all'interno dello stato romano, si organizzino in un'unione, in un collegio o
comunità – res publica -- nella quale essi si governino secondo un principio comune,
i, senza alienarsi da i loro principi e magistrati civili e senza entrare in
polemica contro la confessione religiosa del culto vigente. Questi uomini,
infatti, d'animo et tal volta anche di corpo alienato da gl’ordini et usanze di
quella repubblica romana nelle quali è sono nati et allevati, conviene ch'e'
vivino come forestieri nel loro natio terreno, o forastieri interamente per gli
altrui paesi, è necessario ch'e' si portino molto saviamente e discretamente
con i principi e magistrati de' luoghi dove essi abitano. Si tratta di
un'aperta giustificazione del nicodemismo, seppure teorizzata come mezzo
provvisorio allo scopo di raggiungere un fine superiore nell'interesse d’ogni
uomo. L'insieme di questi collegi avrebbe formato di fatto una repubblica
romana *cattolica* -- cioè ‘universale’ -- che, con l'esempio del retto
comportamento dei suoi aderenti, ha col tempo acquisito il consenso della
grande maggioranza della popolazione di ogni singolo stato, promuovendo
così il rinnovamento dei costumi e delle diverse confessioni, fino a rifondare
un'unica e universale (‘cattolica’) religione. Gl’elementi essenziali di
questo rinnovato e unificato culto dovranno essere la fede in un solo divino nel
cielo e nella terra, creatore et governatore dell’universo, nel Cristo morto e risorto
per redimerci, nella giustizia divina che premia i buoni e punisce i malvagi,
la testimonianza degl’apostoli, il rispetto dei X comandamenti, l'orazione
domenicale e le opere di carità. Tutte le questioni dottrinarie che
storicamente divideno le confessioni cristiane sono sfumate da P., che vuole
che sui problemi del battesimo, dell'eucaristia, della tri-nità e dell'in-carnazione
non si utilizzino sottigliezze – “implicature” -- e non si creino
divisioni. I membri di queste comunità o repubblica romana dovranno
essere tutti gl’uomini maggiorenni e LAICI -- dato che gl’ecclesiastici,
infatti, sono evidentemente incapaci di superare le divisioni che essi stessi
hanno creato -- organizzati sotto un capo, o duce – principe, dittatore --
temporaneo, provosto o console, assistito da un censore – come CATONE MAGGIORE
--, che non deve avere alcun'autorità particolare, ma dove proporre le
risoluzioni da approvare all'unanimità nell'assemblea o senato generale dei
membri. Quando non vi è unanimità, si decide A SORTE – cf. SORTI-LEGIUM -- fra
le opzioni. Una donna, dovendo essere sottoposte al marito – come Ercilia sotto
Romolo -- puo assistere ma non ha alcun'autorità né diritto di voto. Il
collegio (COLLEGIUM) o senato ha anche il potere di punire la cattiva condotta
di un singolo membro, sino all'espulsione. Le diverse comunità si sarebbero
tenute in contatto epistolare e a questo scopo è costituito l'incarico di un
cancelliere e, attraverso delegati, si sono riunite in diete da tenersi
periodicamente nelle terre di qualche gentilhomo o signore aderente a un
collegio di una delle maggiori città d’Italia altro Roma “come Firenze,
Venezia, Milano, et simili,” perché qui i convenuti alla dieta sono passati
inosservati più facilmente. Se gli aderenti ai collegi devono manifestare
un formale ossequio alle autorità costituite, essi devono anche proporre una, sia
pur cauta propaganda per far guadagnare alla comunità nuove adesioni. Ciascuno
deve mantenere il segreto della sua attività -- tramite giuramento --, essere
amico dei compagni e nemico di chi è loro nemico. Per saldare insieme i membri,
è opportuno che essi si sposino nello stesso ambiente, con donne sane e
gagliarde per averne una buona discendenza, evitando però rapporti sessuali
frequenti che, secondo P., sono nocivi alla salute fisica dell’uomo e a la
salute morale della donna. Nella famiglia, il padre riveste il ruolo di capo e
di sacerdote laico. Battezza egli stesso il figlio in età audulta, il quale dove
crescere in una decorosa austerità, studiando nelle scuole di filosofia consigliate
dalla comunità -- evitando carriere immorali, come quella ecclesiastica o
avvocatesca. È a Cracovia, dove incontra Sozzini e altri dissidenti
religiosi. La sua filosofia però non trova successo in nessuna confessione
calvinista o luterana -- né fra gli anabattisti e i sociniani. In compenso, qui
conosce Dee. Anche qui la sua indole -- Dee lo descrive come pericolosamente
chiacchierone e utopico -- non venne accolta positivamente e deluso dai
protestanti si ri-converte al cattolicesimo dopo un incontro con Aldobrandini. Srive “De Christi servatoris
efficacitate in omnibus et singulis hominibus” -- “L'efficacia salvifica del
Cristo in tutti e in ogni uomo” -- dedicato a Clemente VIII. Qui ri-assunge e
sviluppa tutta le sua filosofia su una chiesa romana, universale – “cattolica”
-- ed ecumenica. Ogni uomo ha il diritto di professare una chiesa di Cristo, e il
divino, grazie al suo amore universale per l'intera umanità, dove aiutare ad
abbattere le barriere che separavano i culti. Condotto in carcere a Roma,
conosce Bruno e Campanella. È condannato a morte per eresia, decapitato e poi
bruciato sul rogo al campo de' fiori. Il puccismo però gli sopravvisse nella chiesa
luterana grazie a Huber. Lettera in Rotondò, Studi e ricerche di storia
ereticale. Lettere, documenti e testimonianze
In Cantimori, Per la storia degl’eretici; Felici, La riforma protestante
(Carocci); Opere Lettere, documenti e testimonianze (Firenze, Olschki); Sulla pre-destinazione (Firenze,
Olschki); Cantù, “Gl’eretici” (Torino, Tipografic); Per la storia degl’eretici,
Cantimori e Feist, Roma, Reale Accademia d'Italia, Cantimori, “Eretici italiani”
(Firenze, Sansoni); Rotondò, “Storia ereticale” (Torino, Giappichelli); Una
disputa di antropologia filosofica sul primo uomo: di fronte al naturalismo di Sozzini”,
Milano, Cusl; Carta, “Eresia -- Documenti sul processo e la condanna” (Padova, Milani);
“Cultura politica” (Stango, Firenze); Caravale, Il profeta disarmato. L'eresia”
(Bologna, Mulino); Biagioni, L’Informatione della religione christiana (Torino,
Claudiana); Vozzi, l’Informatione della religione christiana. Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco
Pucci. Keywords: etymologia d’eretico; il profeta disarmato, nicodemismo, decapatizazione
a Tornona, Roma, la repubblica romana, il censore Catone, il suffragio. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pucci” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Puccinotti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del boezio – filosofia sperimentale – fisici e meta-fisici -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Urbino). Filosofo italiano.
Studia a Pavia e Roma. Insegna a Urbino, Macerata, e Pisa. Il duca Leopoldo II di Toscana lo inserì in
una commissione incaricata di studiare l'ipotesi di introdurre sul litorale
pisano le risaie, dal punto di vista della medicina civile. Espone le sue
analisi nel saggio “Sulle risaie in Italia e sulla loro introduzione in Toscana”
-- conclusioni che saranno alla base del regolamento sulla cultura del riso in
Toscana. Altri saggi: “Storia della febbre intermittente perniciosa (Roma),
“Boezio” (Firenze); “Storia della medicina” (Firenze). Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. “Opere
filosofiche”; “Del preteso paganesimo di BOEZIO (si veda)”; “In GALILEI (si
veda) sono due filosofie, la speculative e la sperimentale. Galileo divide la
fisica della meta-fisica; Schema della filosofia speculativa di Galilei nella
gionarata prima dei dialoghi de’ massimi sistemi. La filosofia della storia
riconosce se stessa per la filosofia della scienza; Diffeti delle tendenze
filosofiche – e come corrreggerli; Il sentimento di amore nazionale negl’italiani
esiste anche quando l’Italia è divisa; Occorre oddi dare ai congressi un
principio filosofi e un fine civile; Del principio filosofico. Le filosofie son
molte; ma una formula accettata e comune a tutti i filosofi ancora non esiste.
Se domanda che agli scienzati si lasci la lora filosofia sperimentale; Si
propone il sistema conciliativo delle due filosofie tramezzate dale matematiche;
consigli ai discepoli. Invece delle filosofie speculative adoprino le
matematiche per completare la filosofia sperimentale. Fisici e Meta-Fisici, La
scienza della natura non si fa cogl’universali della metafisica; la filosofia
della storia vien sempre dopo la storia, ossia dopo i fatti; per la scienze
naturali le aspirazione agl’universali della Meta-Fisica ponno essere un fine,
ma il principio in esse altro non e che l’osservazione, l’experienza, ed il
calcolo. Indecisi i filosofi nel conceptire e applicare il principio
dell’unita; condotti sull’esere umo il fisio-logo e il filo-sofo, il primo puo
fisica-mente innoltrarse nei fenomeni piu elevate della corporeita animale e
trovarvi una dimostrabile azione, attrativa di qualche imponderabile.
Corrispondenza fra il carattere filosofico delle opera d’Areteo e quello della
sua eta. ÀWEBT1MENT0. Il Boezio.
Introduzione. Della vita e delle opere di Severino Boezio Delle Opere di
Severino Boezio in generale. Di altri Boezii più antichi, o suoi contemporanei.
Delle altre Opere di Severino Boezio , in particolare Scienze fisiche e
naturali Scienze matematiche iS Opere filosòfiche Del preteso
paganesimo di Boezio e delle sue opere teologiche : confutazione dell'
Ob- ; barila edel Mirando! ■..* fi8 » Ipotesi di
Jourdain sull’autore dei libri teologici attribuiti a Severino
Boezio. Nelle opere di Fulgenzio esiste il documento irrecusabile
della cristianità di Boezio. Ordine dei libri teologici di Boezio, e loro
autenticità. Il libro della Consolazione. Di tre codici della Laurenziana che
contengono i libri teologici di Boezio , e dei giudizi e commenti
di san Tommaso sui medesimi libri. Conclusione. Sulla Filosofia di GALILEI. Discorso letto
nella solenne riapertura dell'Ateneo Italiano in Firenze. In GALILEI sono
due Filosofie, la speculativa e la sperimentale. Galileo diviso la
Fisica dalla Metafisica. Pose in mezzo ad esse le formule geometriche e
le matematiche. Cosi divise , prescrisse ad ambedue i termini
loro. Schema della Filosofia speculativa ilei Galileo nella
Giornata prima dei Dialoghi de' massimi sistemi. Corollari , e
Parcnèsi agli Scienziati. Dei Fondamenti della Medicina Clinica. —
Introduzione alla Clinica medica di Pisa. Fondamento empirico
163 II. Fondamento analitico. Fondamento induttivo. Conclusione.
Proemio alla Stoni a della Medicina. Definizione c scopo della storia. Delle
origini della medicina. Delle forme primitive assunte dalla medicina. Dei tipi
storici principali. La teoria dei tipi storici contiene la Filosofia
della Storia della medicina. La Filosolia della Storia riconosce sé
stessa por la filosofia della scienza. La Filo-ili, t della Storia
della medicina giustifica la 1 scienza dinanzi alla società. Lettera
intorno al metodo tenuto dall' Autore nella sua Storia. Preliminari
al volgarizzamento di Aretèo. Tempi nei quali visse Aretèo , e loro
carattere storico. Corrispondenza fra il carattere filosolico delle opere
d' Areico e quello della sua età. Pregi speciali de’ suoi libri di medicina.
Codici manoscritti e Codice Laurenziano. Edizioni principali. Interpreti e
Commentatori. Parole in proposito del nostro volgarizzamento. Intorno alla
Medicina Civile. Memorie due. Del carattere civile della Medicina e delle sue
relazioni colle principali tendenze del secolo. Memoria. Differenza tra
la medicina Clinica e la medicina Civile : stato odierno di quest’ ultima , e
come si debba insegnare. Difetti delle tendenze morali, letterarie,
filosofiche e politiche del secolo, e come correggerli. Delle
Relazioni della Medicina con 1’ Economia politica. Memoria. Necessità di unire,
per la prosperità delle nazioni, all’ industria agricola la commerciale e la
manifatturiera. Le Società operaie e commercianti tramezzano ed equili-
brano tutte le altre classi civili. L’ agricoltura è la potenza nutritiva
, l’ industria manifatturiera e commerciante è la potenza motrice degli
Stali. Forza tisica, dignità e influenza civile degli Operai, 'itti II.
Come il rispetto vicendevole e quindi la fraterna dignità debba
partire dall' esempio dei Capi de - gli Opificii iìl£2 III.
Come dal sentimento di fortezza individuale e di dignità fraterna nelle
società operaie nasca l’ale tro della potenza di conservare e migliorare
lo Stato. Influenza della Medicina sui tre sentimenti: e primo
conservar la vita dell’operaio al lavoro. Secondo, rendere il lavoro
innocuo alla vita 298 III. Terzo ; cooperare colla legge affinchè
la ricchezza delle classi industriali , e la sanità pubblica
procedano unite a rendere prospero il convivere sociale. Preludio al decimo
congresso df.' Scienziati italiani in Siena. Il sentimento di AMOR
NAZIONALE negl’italiani esisteva anche quando l' Italia eia divisa ivi
II. Occorre oggi dare ai Congressi un principio filo- sofico
e un fine civile. Difficoltà di intendersi intorno a quest’ ultimo Del
principio filosofico. Le filosofie son molte; ma lina formula accollata e
comune a tutti i filo - sofi ancora non esiste. Si domanda che agli
scienziati si lasci la loro filosofia sperimentale. Si propone il sistema
conciliativo delle due filosofie .. tramezzate dalle matematiche
3Hi Pucci sotti. Esorbitanze di certi moderni che rifiutano 1p
re- staurazioni, e bandiscono un assoluto rinnovamento
Pag. Si prenda ciò che manca alle nostre scienze dalle nazioni
straniere : ma ciò che si prende si sap- pia con industria vestire
all’ italiana L’Addio all’Università di Pisa. Stato dell’
Università di Pisa nel 1838 e gl’ insigni uomini che v’insegnarono.
Riforma Giorginiana: restaurazione della clinica : cattedre di
medi- cina civile , di fisiologia sperimentale , di geografia
fisica pei medici consigliate dall’ Autore. Grati sensi diretti ai
discepoli Conclusione di detto Esame 410 Testo di
Ruggero secondo il manoscritto Magliari bechiano 410 Testo di
Ruggero secondo la edizione di Venezia del 1516 411. Passaggio del
testo e delle glosse della Chirurgia di Ruggero da Salerno a
Bologna, Volgarizzamento di Ruggero: altro Codice Maglia- bechiano
del Secolo XIII Modificazioni fatte al testo di Ruggero dal volgariz -
zatore in Bologna, dalle prime Glosse, dal Com« mento di Rolando , e
dalle seconde Glosse sa - lernitane MS. Indice delle Rubriche nel testo
di Ruggero, e nelle Glosse del Manoscritto Magliabechiano 440
I'ac-simii.e dei. Testo f. delle Glosse dei. Codice Magliabechiano Note
del Chiarissimo Prof. Lasinio sul significato delle voci creazione, anima
, vita ec. nel testo ebraico della Genesi , in conferma dt alcuni miei
Pensieri sugli Animisti antichi e moderni ( Vedi l' Avvertimento a pag.
IV e le pag • 390 e 89t1i i del presente i Volume. Puccinotti.
Keywords: il boezio, Leopardi, fisici e meta-fisici. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Puccinotti” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Pudenziano: la
ragione conversazionale dell’orto romano – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Orto. Galeno writes
a treatise about him.
Grice e Punzo: la ragione conversazionale di Niso ed Eurialo, o l’implicatura
conversazionle dell’amore– filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano Si laurea a Napoli con una tesi su Kant alla luce della
dottrina d’AQUINO, una in-erpeto-logia sul sistema nervoso dei serpenti, e una
tsulla morale nelle lettere di Paolo. Fonda la lega contro la distruzione degl’uccelli,
e l'associazione culturale trifoglio, di cui pubblica Il Trifoglio. Vive a
Vivara, contribuendo a preservar Vivara da possibili scempi e tutelandone il
patrimonio ambientale. Per il suo impegno a favore di Vivara ricevette il
"Premio Mediterraneo" conferitogli da un'agenzia dell'ONU. Filosofo dai
molteplici interessi che spaziarono dalla Commedia d’ALIGHIERI, alla botanica,
all'ornitologia e alla zoo-logia, anche un profondo conoscitore della filosofia
dell’antica Roma. Dedica la sua vita alla filosofia. Per lui, la filosofia costituisce il
compito più importanti al quale una società deve adempiere poiché l'educazione filosofica
rapresenta il punto fondativo d’ogni aggregato umano. In tale
prospettiva, l’uomo, per potersi sviluppare al meglio, deve essere educato al
bello attraverso la contemplazione della natura e l’arte che l’imita. La
sua filosofia ha come culmine la definizione del concetto del divino assoluto, inteso
come elemento distintivo dello spirito umano poiché capace di definire
l'identità della persona umana rispetto alle altre forme di vita. Saggi: “Nota
sull'episodio di LATINI (si veda) in ALIGHERI” (Napoli, Martello); “Della schema
sessuo-logica” (Napoli, Genovese); “Erotologiche” (Napoli, Martello); “Dialogo dell'amore
olarrenico” (Napoli, Martello); “L'altro viaggio” (Napoli, Denaro); “Il guardiano
del verde isolotto”. Olarrenismo; pseudo-morfismo sessuale, Pari-sessualismo nevrotico;
pari-sessuo nevrotici; pari-sessualismo sostitutivo; line generali per una
tipologia della vita erotico-affetiva. Tipi eerotio-effettivi met-erotici – tel-erotici,
cat-erotici; schema generale per un superamento delle fondamentali impostazione
sessua-logiche; critica della dottrina delle perversioni sessuali; critica del
concetto di perversioni sessuali; critica del significato pato-logico attributo
all’amore; critica della condanna morale implicita; superamento della dottrina
della perversione sessuale; essenza e significato della sessualita psichica;
amore e sessualita, struttura della sessualita psichica, l’amore come anistonia
psico-sessuale, la gradualita della sessualita psichica; principi per una
classificazione dell’epi-tomia psico-sessuali; orientamento per una
classificazione psicologica delle anistnoia psico-sessuali, complessione
psico-eterante ego-tropica ed etero-tropica, orarrenismo erotico, maschilita
complementare e maschilita olarrenica, amore elorrenico, la casistica, la
storia e la filosofia, concezione etico-psicologica, etico-sociale, sesso-logia,
tendenze erotiche, Zenone di Velia, amato da Parmenide di Velia; Alcibiade
amato da Socrate. Il caso di Callia e Autolico citato nel Fedone, il simposio
di Senofonte, Diogene Laerzio, Ariano, Atico, amore virile, virilta, virtu,
maschio, Nicomaco, amato da Teofrasto, trattarello sull’amore di Teofrasto,
trattarello sull’amore di Aristotele (erotikos a) dove si discute quattri IV questioni
(tetra), peripatetici del lizio sull’amore, Eraclide, Clearco, e Geronino. Prolegomeni
eroto-logici. Schema generale per un superamento del concetto d’omosessualita –
critica e superamento di stesso – fondamentale discriminazione dei fenomeni
confuse come omosessualita -- Giorgio Punzo. Punzo. Keywords: erote, amore,
amante, amato, amare, la setta di Velia, Frontone ed Antonino, Adriano, Niso ed
Eurialo, il tutore, l’allievo, la filosofia nell’antica Roma, didattica,
dialettica, filosofia togata, toga virile, cupido, il divino, il convito, il
bello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Punzo” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Purgotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
metrica, o chemica filosofica nel lizio – filosofia italiana. Luigi Speranza (Cagli). Filosofo italiano. Dei lincei. Dei georgo-fili di Firenze. Studia
a Roma sotto AMELIA e PALLIERI. Insegna a Perugia. Spazia dalle scienze
fisico-chimiche all'idro-logia minerale, dalle scienze matematiche alle
filosofiche con particolare riguardo alla teoria dell’atomo. Questa
memoria la patria che dagli scritti e dalle virtu del sommo scienziato ha tanto
lustro ed onore nato in Cagli. Qui riposa insigne chimico e matematico esempio
raro di virtu domestiche e civile. Pubblica
nel Giornale di Perugia. Lettere ad un amico intorno a vari filosofici
argomenti; Riflessioni sulla teoria dell’atomo; Trattato di chimica applicato
specialmente alla medicina e alla agri-coltura; Trattato elementare di chimica
applicata specialmente alla medicina; Trattato elementare di chimica applicata specialmente
alla medicina e alla agricoltura; Intorno all'azione dell'acido solfo-idrico
sul solfato di protossido di ferro; Osservazioni intorno a varie inesattezze
che allignano nei moderni corsi di matematica elementare”; Riflessioni sopra un
opuscolo che porta per titolo se si possa difendere, ed insegnare non come
ipotesi, ma come verissima, e come tesi la mobilita della terra, e la stabilita
del sole da chi ha fatta la professione di fede di Pio IV”; “Elementi di
aritmetica, algebra, e geo-metria”; “Studi chimici sull’acque minerali di Valle
Zangona”; “Intorno agl’usi ed effetti dell’acue minerali”; “Riflessioni sulla
teoria dell’atomo”; “Chimica”; “Analisi dell’acque minerali di S. Gemini”; “Aritmetica
e algebra”; “Chimica organica”; “Saggio di filosofia chimica”; “Geo-metria”; “Problemi
tratti dagl’elementi di Aritmetica”; “Algebra e geo-metria”; “Nozioni
elementari ragionate del calcolo aritmetico”; “Intorno al primitivo
insegnamento di la scienza della quantità”; “Chimica in-organica”; “Metalli delle
terre aride e metalli propriamente detti”; “Elementi d’aritmetica ragionata”; “Elementi
d’aritmetica, algebra e geo-metria”; “Lettere filosofiche, principalmente risguardanti
l'elementare insegnamento delle scienze”; “Chimica in-organica”; “Metalloidi”;
“Compendio di nozioni farmaceutiche ad uso degli studenti”; “Esposizione delle
avvertenze teorico-pratiche le più interessanti per ben preparare, conservare
ed apprestare i farmaci”; “Sul fluido bio-tico e le sue influenze nei moti
delle tavole e dei pendoli indovini e nel magnetismo animale e nelle
manifestazioni spiritualiste”; “Nozioni elementari intorno all'algorismo sui
numeri interi estratte dal trattato d’aritmetica ragionata”; “Chimica in-organica”;
“Metalli”; “Chimica organica e nozioni le più interessanti di chimica agraria e
filosofia”; “Studi chimici sulle sorgive minerali del distretto di Civita
Ducale presso il velino nel secondo Abruzzo Ulteriore”; “Sull'acqua
salino-ferruginosa di Giano”; “Chimiche ricerche”; “Elementi d’algebra”; “Elementi
d’aritmetica”; “Elementi di geo-metria” “I segreti dell'arte di comunicare le
idee negl’elementi delle scienze esatte ed i difetti che anche attualmente vi
sono coperti dal falso manto della matematica evidenza svelati dalla filosofica
investigazione”; -- cf. Grice, “Dell’arte di comunicare le idee svelata dalla
filosofica investigazione” -- “Esercizi aritmetici”; “Idro-logia minerale del
distretto di Civita Ducale nel secondo Abruzzo Ulteriore”; “Intorno ai meta-fisici”; “Idro-logia narnese
o rapporto degli studi chimici sull’acque potabili e minerali di Narni fatti
per cura dell'inclita giunta municipale della stessa città”;“Delle acque
minerali di San Galgano di Perugia”; “Memorie istoriche per il conte Scotti, seguite
dai relativi studi analitici intorno alla nutrizione”; “Frammenti tratti dalla
chimica animale”; “Sulle sorgenti acidule-ferro-manganesiache di Monte Castello
Vibio”; “Studi chimici, seguiti da una relazione intorno alle loro virtù
medicamentose”;; “Intorno dei corpi organici naturali inserito nell'Apologenico”;
“Osservazioni”; “Intorno all’azioni cata-litica”; “La forza”; “Intorno agl’esami
lizeali”; “Vaganti idee”; “Delucidazioni intorno alla forza”; “Euclide e la
logica naturale -- riflessioni”; “Compendio di nozioni farmaceutiche”; “Raccolta
di cognizioni teorico-pratiche per ben preparare, conservare ed apprestare i
farmaci, le quali sono utili al medico, e indispensabili al farmacista”; “Trattatello
sull'arte di ben scrivere le ricette nell’italiano usando i pesi metrici”; “Intorno
ai saggi idrotimetrici delle acque potabili”; “Esame critico della forza”; “Sulla
necessità di EScludere lo studio della geo-metria dai pubblici ginnasi e
l'Euclide dai licei”; “Intorno alle odierne difese degl’antichi errori nell'insegnamento
delle matematiche”; “Cicaloate polemiche”; “Intorno alla combustione”; “Cosa e
la fisiologia”; “Uno scherzo scientifico”; “Dizionarietto biografico cagliese.
Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sebastiano Purgotti. Purgotti.
Keywords: implicatura metrica, filosofia chimica, il fluido bio-tico nella
manifestazione degli spiriti, algorismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Purgotti” – The Swimming-Pool Library. Purgotti.
Grice e Quarta: la ragione conversazionale -- conversazione, e solidarietà – l’implicature
conversazionali dell’utopico Campanella – filosofia italiana – Luigi Speranza (Leverano). Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Filosofo
dell'utopia, sulla quale filosofa in Una re-interpretazione dell'utopia, Dedalo.
Insegna a Salento. Studioso dell’Accademia sul quale scrive “L'utopia
dell’Accademia: Il progetto politico, Dedalo – cf. CUOCO (si veda), Platone in
Italia. Fonda un centro di ricerca sull'utopia. Altri saggi: More, ECP; Globalizzazione, giustizia, solidarietà, Dedalo,
Una nuova etica per l'ambiente, Dedalo, HOMO VTOPICVS: la dimensione storico-antropologica
dell’utopia. Dedalo, Filosofo dell'utopia. Grice: “Strictly, utopia
is no-where, or erehwon if you must!” Luigi Speranza, “As in Lennon, “He’s a
real nowhere man!” --. Gilbert and Sullivan, “Utopia, Ltd.” Grice: “I shall say
no more on the ideal language versus ordinary language, but further into the
general principles of rational discourse.” -- Grice: “I once told Austin that
his Symbolo was utopic – “Utopian,” he corrected me!” Quarta.
Keywords: utopici, Campanella, solidarietà, erewhon, il linguaggio utopico di
Campanella, Eco, linguaggio perfetto, caracteristica universalis, il sistema
G-hp di Myro. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Quarta” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Quattromani: la ragione conversazionale e le conversazione --
la meta-fora come implicatura conversazionale in Catone, Virgilio ed Orazio –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cosenza).
Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Parente di Telesio, cresciuto
in un ambiente strettamente collegato alla cultura e alla nobiltà cosentina, viene
educato alle idee valdesiane da Fascitelli. Si trasfere a Roma. Qui
frequenta la biblioteca in Vaticano e ha modo di intessere relazioni con
diversi esponenti dell’ambiente filosofico. Uno studio riguardarono PETRARCA
(si veda), con particolare riferimento alle sue fonti. Dopo un breve
soggiorno a Napoli, torna a Cosenza. Da qui scrive a Rota, per suggerirgli
alcune correzioni alla seconda edizione accresciuta delle sue rime. Effettua
una serie di spostamenti tra la sua città natale e Roma. Il periodo è contrassegnato
da alcune sue epistole, a carattere storico-letterario. Risiede a Napoli. Ri-entrato
a Cosenza scrive a Cavalcanti, che è con lui consulente della congregazione
dell’indice, e assume la direzione dell’accademia
di Cosenza, cui Q. da nuovo impulso, sia dal punto di vista squisitamente
letterario, sia incentivando l'attenzione per la FILOSOFIA. A Napoli pubblica
La philosophia esperimentale dell’osservazione di TELESIO (si veda), che dedica
a Carafa e le rime dedicate a Bernaudo. Rimonta, invece, la sua traduzione de
Le historie del Cantalicio, nelle quali il nome è celato dietro lo pseudonimo
di ‘incognito academico cosentino’. Altre saggi: Manoscritti, Vaticano, Sonetto
di Ms. della Casa. Oratione di MARCO CATONE, Giudizio sopra alcune stanze di TASSO
(si veda), Vaticano, Commento a tre sonetti del Casa, lettera a Caro, lettera a
Mauro, lettera al Principe della Scalea, lettera a Ardoino, lettera a Bombino, Lettera
ad Amico, Lettera a Marotta, Lettera ad Egidio, Lettera a Bilotta, Parallelo
tra il Petrarca e Casa, Della meta-fora -- You’re the cream in my coffee -- Sentimento
della Poetica di ORAZIO (si veda); A Tasso Il Monta.no Acc.co Cose; Lettera a Pellegrino,
Lettera a Sambiase Lettera alla
Duchessa, Lettera a Sirleto, Cosenza, biblioteca, ex libris, Bibliothecae
Marchionis D. Matthaei de Sarno, Istoria della città di Cosenza, Biblioteca di Bonis,
Lettere a Bernaudo da una raccolta favoritami da Bombini, Firenze, Biblioteca
Nazionale Centrale, Fondo Palatino, Luoghi difficili del Bembo, Napoli, Biblioteca,
manuscripta autographa Summontis et aliorum ætate eius clariorum, Lettera a
Reski, Roma, Biblioteca Angelica, rilegato con Barrii Francicani de antiquitate
et situ Calabriæ, Roma, Angelis; Annotationes Barrium Stampe; La philosophia esperimentale
dell’osservazione di TELESIO, Ristretta in brevità, e scritta in lingua toscana
dal Montano academico cosentino alla Eccellenza del Sig. Duca di Nocera con licenza
de’ Superiori. Marchio ed. In Napoli Appresso Gioseppe Cacchi al ilustre S. G.
Bernaudo, in a a le rime di Ardoino Academico Cosentino in morte della Signora
Isabella Q. sua moglie con Licenza de' Superiori Marchio ed. in Napoli Appresso
Gioseppe Cacchi. Le historie de Monsig. Gio. Battista Cantalicio vescovo di
Civita di Penna, et d’altri delle guerre fatte in Italia da Aylar, di Cordova, detto il gran capitano, tradotte in lingua toscana
a richiesta di Gio. Maria Bernavdo in Cosenza per L. Castellano. Le historie de
Cantalicio; Dele guerre fatte in Italia da Aylar, di Cordova, detto il gran
capitano, tradotte in lingua Toscana a richiesta di Gio. Maria Bernaudo nuouamente
corretta, et ristampata, in Cosenza per Leonardo Angrisano, e Castellano, ad
istanza di Bacco, libraro in Napoli. Le historie di Monsig. G. Cantalicio,
vescovo d’Atri et Civita di Penna, delle guerre fatte in Italia da Aylar, di
Cordova, detto il gran Capitano, tradotte in lingua toscana a richiesta di G. Bernaudo, Napoli Apresso Gio
Giacomo Carlino Ad istanza di Bacco, alla Libraria dell'Alicorno rime di mons.
Gio. Della Casa. Fregio In Napoli, appresso Lazaro Scoriggio, lettere divise in
II libre e la tradottione del Quarto dell'Eneide di VIRGILIO (si veda) del
medesimo Auttore all'Illustrissimo & Eccellentissimo Signor Marchese della
valle, ecc. in Napoli, Per Lazzaro Scoriggio. Il IV libro di Vergilio in verso toscano.
Trattato della Meta-Fora -- You’re the cream in my coffee” +> You are my
pride and joy; Parafrasi Toscana della Poetica d’Orazio. Traduzione della
medesima Poetica in verso toscano. Alcune annotazioni sopra di essa, alcune
poesie toscane, e latine, Fregio in Napoli, Mosca con Licenza de' Superiori. Barrii
Francicani: De Antiquitate et situ Calabriæ nunc primum ex authographo
restitutos ac per capita distributi. Prolegomena, Additiones, et Notæ. Quibus
accesserunt animadversions, Roma, S. Michaelis ad Ripam Sumptibus Hieronymi Mainardi
Superiorum permissu. Scritti vari, editi per la prima volta in Napoli da Egizio
ed ora riveduti, riordinati e ripubblicati in più nitida edizione da Stocchi,
Castrovillari, Calabrese, A questo proposito, in un'articolata lettera inviata,
da Roma a Cosenza, illustra a Ferrao le
ragioni per cui l'opera del PETRARCA merita la sua attenzione, e la ricerca che
sta compiendo sui poeti provenzali, riferendo che di ciò aveva già parlato con
Manuzio, edizione veneziana di Ferrari. Stessa cosa si verifica per la II
edizione, mentre soltanto postumo, nell'edizione napoletana compare quale
traduttore. Scienza e scienza della letteratura in Q., in Telesio e la cultura
napoletana, Sirri e M. Torrini, Napoli L. Borsetto, La Poetica di ORAZIO
tradotta. Contributo alla studio della ricezione oraziana tra Rinascimento e
Barocco, in ORAZIO e la letteratura italiana, Roma Eadem, Enciclopedia oraziana,
Eadem, Pulzelle e Femine di mondo. L'epistolario postumo, Alla lettera. Teorie
e pratiche epistolari dai greci al Novecento, Chemello, Milano Capacius I.C.,
Illustrium mulierum et illustrium litteris virorum Elogia, Neapoli, Carlinus e
Vitale, Chioccarello, De illustribus scriptoribus Regni Neapolitani, Cornacchioli,
Nobili, borghesi e intellettuali nella Cosenza, Cosenza, Cozzetto, Aspetti
della vita e inventano della biblioteca attraverso un documento cosentino, in
«Periferia», Crupi P., Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, Cosenza,
Franco La biblioteca di un letterato, Annali dell'Istituto Universitario Orientale,
Frede, I libri di un letterato calabrese, Q., Napoli De Frede C., Un letterato
e i suoi libri, Q. in «Atti dell'Accademia Pontaniana», Debenedetti, Gli studi
provenzali in Italia, Torino Egizio, Napoli,
rist. in Q., Scritti vari, editi per la prima volta in Napoli d’Egizio ed ora
riveduti, riordinati e ripubblicati in più nitida edizione da Stocchi, Dalla
Tipografia del Calabrese, Castrovillari Filice E. E., Cosenza; Fratta, Il
“Ristretto” nell'ambito delle traduzioni filosofiche, in Telesio e la cultura
napoletana, Sirri e Torrini, Napoli Gorni G., Un commento inedito alle “Rime”
del Bembo; Telesio, Della Casa, Q., interprete di Tasso, Gl’amori di Q., il
disegno culturale. La critica e le lettere; “Telesio, Bari Zangari D., Di un
manoscritto inedito di Q. e delle sue relazioni col Tasso; Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dopo che Cesare finì di parlare, gli altri
consentivano all'opinione dell'uno o dell'altro con una sola parola. Ma quando
venne chiesto a M. Porcio Catone di esprimere il suo parere, egli tenne un
discorso del genere: "Assai diverso è il mio animo, o padri coscritti,
quando considero la nostra vicenda e i pericoli, e quando fra me valuto
l'opinione di alcuni. Mi sembra che essi abbiano dissertato sulla pena per
coloro che hanno preparato una guerra contro la loro patria, contro i parenti,
contro gli altari e i focolari; ma la situazione ci ammonisce a difenderci
contro di essi piuttosto che consultarci sulle condanne da infliggere loro.
Tutti gli altri crimini vengono puniti quando sono stati commessi; questo
invece, se non ti adopererai per non farlo accadere, una volta avvenuto
invocherai inultilmente le sentenze: presa la città, nulla resta per i vinti.
Ma, per gli Dei immortali, mi rivolgo a voi che avete avuto a cuore i palazzi,
le ville, le statue, i quadri, piuttosto che la repubblica: se volete
conservare tali beni, di qualunque tipo essi siano e ai quali siete così
attaccati, se volete dedicarvi tranquillamente ai vostri piaceri, svegliatevi
infine, e prendete in mano il destino della repubblica. Non si tratta di
tributi o di offese agli alleati: sono in gioco la libertà e la nostra vita.
Spesso, o padri coscritti, ho parlato a lungo in vostra presenza; spesso ho
biasimato il lusso e l'avidità dei nostri concittadini, e per questo motivo mi
si sono fatto molti nemici. Per me, che non avrei mai perdonato a me stesso e
al mio animo nessun delitto, non era facile perdonare ad altri le malefatte
della loro libidine. Ma nonostante a voi non importasse di ciò, tuttavia la
repubblica era forte: la ricchezza tollerava la negligenza. Ma ora non si
tratta di questo, se viviamo virtuosamente o viziosamente, né di quanto sia
grande e magnifico l'impero del popolo romano, ma di sapere se questi beni, in
qualunque modo li si valuti, rimarranno nostri o cadranno insieme a noi nelle
mani del nemico. E ora qualcuno mi viene a parlare di clemenza e di pietà? Già
da tempo, a dire la verità, abbiamo disimparato il vero senso delle parole:
poiché dilapidare il denaro altrui si dice generosità e l'audacia nei malaffari
si chiama coraggio, per questo la repubblica è ridotta allo stremo. Poiché tali
sono i costumi, siano pure generosi con le ricchezze degli alleati; lascino
impuniti i ladri dell'erario; ma non giochino con il nostro sangue, e per
risparmiare pochi disgraziati, non mandino tutti i galantuomini in rovina. Con
parole compunte ed eleganti Cesare ha giustappoco dissertato sulla vita e sulla
morte, reputando come favole, io credo, le leggende sugli Inferi, secondo le
quali i malvagi, per cammino diverso dai buoni, sono assegnati a luoghi tetri,
selvaggi, spaventosi e luridi. E così ha proposto di sequestrare i beni dei
colpevoli, e di tenere costoro in prigione nei municipi, evidentemente per
paura che, qualora restassero a Roma, siano liberati con la forza dai complici
della congiura e da gentaglia aizzata per tale fine: come se i malvagi e i
criminali si trovassero solo in città, e non in tutta Italia, e come se
l'audacia non avesse più potere dove minori sono le forze della difesa. Perciò
è sicuramente inutile questo provvedimento, se Cesare teme un pericolo da parte
di quelli; se fra lo spavento di tutti egli è il solo a non avere paura, tanto
più importa che io e voi temiamo. Perciò, quando voi vi pronuncerete sulla
sorte di Lentulo e degli altri, date per sicuro che deciderete anche
dell'esercito di Catilina e di tutti i congiurati. Quanto più energicamente
agirete voi, tanto più debole sarà il loro animo; se vi vedranno vacillare
appena un poco, subito si ergeranno tutti come belve. Non pensate che i nostri
antenati, da piccola, abbiano fatto grande la repubblica con le armi. Se fosse
così, noi oggi la avremmo ancora più bella, visto che senza dubbio abbiamo
maggiore abbondanza di alleati e di cittadini, e maggior numero di armi e di
cavalli di quanti ne ebbero loro. Ma furono altre cose, che noi invece non
abbiamo affatto, a renderli grandi: la laboriosità in patria, la giustizia nel
governare all'estero, l'animo indipendente nel decidere, libero da rimorsi e
passioni. Al loro posto noi abbiamo lusso e avidità, misere le finanze
pubbliche, e opulente le private; lodiamo le ricchezze, aspiriamo all'ozio, non
vi è alcuna distinzione fra buoni e cattivi; ogni ricompensa dovuta alla virtù
è in mano all'imbroglio. Né c'è da meravigliarsi: quando voi deliberate
separatamente, ognuno a proprio vantaggio, quando in casa siete schiavi del
piacere, e qui del denaro e del favore, da ciò consegue che si faccia violenza
allo Stato indifeso. Ma lasciamo perdere questo argomento. Cittadini della più
alta nobiltà hanno congiurato per mettere la patria a ferro e fuoco; chiamano
alla guerra il popolo dei Galli, il più ostile al nome romano; il capo dei
nemici ci sta col fiato sul collo con un esercito: e voi ancora indugiate ed
esitate riguardo alla punizione da infliggere a nemici catturati dentro le mura
della città? Abbiatene pietà, vi suggerisco; sono ragazzi, hanno sbagliato per
ambizione; anzi di più, liberateli armati; purché questa vostra clemenza e
pietà, se essi prendono le armi, non si trasformi in rovina. Di certo la questione
è grave, ma voi non la temete. Anzi vi terrorizza: ma per inerzia e mollezza
d'animo voi prendete tempo aspettando l'uno dopo l'altro, certamente confidando
negli Dei immortali, che hanno salvato sempre questa repubblica nei più grandi
pericoli. Ma con voti o le suppliche delle donne non si ottiene l'aiuto degli
Dei, mentre con la vigilanza, l'azione, le sagge decisioni, tutte le cose
volgono al meglio. Se ti abbandonassi all'inerzia e all'ignavia, invano
imploreresti gli Dei; essi sarebbero arrabbiati e ostili. Al tempo dei nostri
antenati, A. Manlio Torquato, durante la guerra contro i Galli fece giustiziare
suo figlio perché contro gli ordini aveva attaccato il nemico, e quel giovane
valoroso pagò con la morte la colpa di un eccessivo coraggio; e voi osate
esitare nello stabilire la sorte dei più crudeli parricidi? Certamente tutta la
loro vita passata è in contrasto con questo loro crimine. Ebbene rispettate
l'onore di Lentulo, se egli ebbe mai riguardo del suo pudore e della sua
reputazione, degli Dei e degli uomini; perdonate la giovinezza di Cetego, se
non è la seconda volta che egli prende le armi contro la patria. E che dire di
Gabinio, Statilio, Cepario? Se avessero mai avuto scrupoli non avrebbero
organizzato un tale progetto contro la repubblica. Infine, o padri coscritti,
se potessimo, per Ercole, rischiare di sbagliare, lascerei volentieri che voi
foste corretti dagli eventi, visto che non vi curate delle parole. Ma siamo
circondati da tutte le parti; Catilina con l'esercito ci serra la gola, altri
nemici sono tra le mura, nel cuore della città, e non si può preparare né
decidere nulla in segreto: ragione in più per sbrigarci. Perciò io propongo:
poiché per scellerato complotto di delinquenti la repubblica è stata messa in
gravissimo pericolo, e, poiché convinti su denuncia di T. Volturcio e degli
ambasciatori Allobrogi essi stessi hanno confessato il proposito di stragi,
incendi e altri turpi e crudeli atti contro i cittadini e la patria, come colti
in flagrante delitto capitale, siano condannati a morte secondo l'uso degli
antichi."Sertorio Quattromani. Quattromani. Keywords: implicature,
la philosophia di Bernardino Telesio, Orazio, Poetica, Tratatto della metafora,
You’re the cream in my coffee +> You are my pride and joy; Il Quarto di
Virgilio, Petrarca, Marco Catone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Quattromani”
– The Swimming-Pool Library.
Grice e Quintilio: la
ragione conversazionale all’orto romano – ragione, conversazione e l’ambizione
ed adulazione nell’implicatura conversazionale di Virgilio – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Orto.
Pupil of SIRO (si veda), with VIRGILIO (si veda), and of Filodemo. He writes two philosophical essays: one on
greed, and one on flattery – “which amusingly, Virgil tended to confuse!” –
Grice. Quintilio Varo.
Grice e Quinto: la ragione conversazionale degli scolari dell’antica
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Pieve).
Filosofo italiano. Essential Italian
philosopher. Studia a Conegliano e Milano sotto Pupi. Contrassegnate
dall'adozione di un rigoroso metodo filologico, studia la storia del concetto
di “scolastica”. Altri saggi: Timor e timiditas. Note di lessicografia d’AQUINO
(si veda), La lingua del Lazio: latino patristico e latino scolastico. Dalla
comprensione della lingua del Lazio all'interpretazione del pensiero, Sui sensi,
sensi, medio-evo; Il timor nella lingua della scolastica, Archivum latinitatis medii
ævi, Per la storia del trattato d’AQUINO de passionibus animi. Il timor. Le
scholæ del medio-evo come comunità di sapienti, Scholastica. Storia di un concetto,
Padova. Lectio, dis-putatio, prae-dicatio: la triade dell'esercizio scolastico
secondo AQUINO, In principio est verbum. Testi sul timore del divino dal ms.
Rivista di Storia della Filosofia, Teologia allegorica, e teologia scolastica
in alcuni commenti all’historia scholastica” di Comestore. Riccardo Quinto.
Quinto. Keywords: gli scolari, sensi non sunt multiplicanda praeter
necessitatem, aequivocale, sensus, analogia, Vio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Quinto” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rabirio: la
ragione conversazionale e l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Orto. Criticised by Cicerone for oversimplifying the
school’s doctrines in order to reach a wider audience – “which reminds me of
me.” – Grice.
Grice e Raimondi: la ragione conversazionale e l’implicatura del gatto
persiano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo italiano. Insegna a Roma. Contribusce alla rinascita dell’idealismo
contro il Lizio che domina la filosofia. Pubblica la Data di Euclide. Le
coniche di Apollonio di Perga. Autore di molti commentari, specialmente su
alcuni libri della Synagoge, nota anche come Collectiones mathematicae, di
Pappo d’Alessandria e sui trattati di Archimede. Membro dell'accademia fondata
da Aldobrandini, nipote di Clemente VIII. -- è celebre soprattutto per essere
stato il primo direttore scientifico della Stamperia orientale medicea, o
Typographia Medicea linguarum externarum, fondata a Roma da Ferdinando de'
Medici. L'attività principale svolta dalla stamperia e, con l'appoggio di Gregorio
XIII, la pubblicazione di saggi nelle per favorire la diffusione delle missioni
cattoliche in Oriente. Forma un gruppo di ricerca costituito da Vecchietti, inviato pontificio ad Alessandria d'Egitto e
in Persia, dal fratello Gerolamo, da Orsino di Costantinopoli, neo-fita ebreo
convertito, e di Terracina. In un periodo in cui Roma intrattene buone
relazioni diplomatiche con la dinastia Safavide, al potere in Persia essi riuscirono a recuperare diversi
manoscritti della bibbia in lingue orientali – “which were fun” – Grice. Sono portati
a Roma più di una ventina di testi biblici ebraici e giudeo-persiani, tra cui i
libri del Pentateuco, tra i pochi sopravvissuti ai giorni nostri. La
tipografia si trasfere a Firenze, in conseguenza dell'elezione di Ferdinando a duca
di Toscana. E avviata la stampa delle opere. Sono pubblicate dapprima una grammatica
filosofica ebraica e una grammatica filosofica caldea. Seguirono: una edizione
arabo dei vangeli, di cui furono tirate MMM copie; un compendio del Libro di
Ruggero di al-Idrisi; Il canone della
medicina di Avicenna. Il duca gli vende la stamperia, chi a sua volta la cedette al figlio di
Ferdinando, Cosimo II, salito al trono. La stamperia chiuse poiché la
realizzazione di volumi nelle lingue orientali non si è rivelata economicamente
conveniente (“The same happened with Austin’s attempt at Blackwell’s.” Grice).
Pubblica una grammatica araba intitolata “Liber Tasriphi”. Il suo grande
progetto e quello di pubblicare una bibbia poliglotta comprendente le VI lingue
principali del cristianesimo orientale: I siriaco, II armeno, III copto, IV ge'ez,
V arabo e VI persiano. I manoscritti appartenuti alla stamperia orientale
medicea sono disseminati in diverse istituzioni: la biblioteca medicea laurenziana
di Firenze, la biblioteca nazionale di Firenze, la biblioteca apostolica
vaticana, la biblioteca nazionale di Napoli, la biblioteca marciana di Venezia.
Giovanni Battista Vecchietti, su iliesi cnr. L'editoria del principe, ovvero la stampa
ufficiale delle istituzioni laiche e religiose. Per la dedicazione al re
Ruggero II di Sicilia. Tipografia
Medicea Orientale, su thesaurus. cerl. Piemontese, La Grammatica persiana; Bibas,
La Stamperia medicea orientale, in, Un Maestro insolito (Firenze, Vallecchi); Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Liber Tasriphi compositio est Senis Alemami:
Traditur in eo compendiosa notitia coniugationum verbi Arabici, Roma, Medicae, Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze, manoscritti persiana. Grice: “I tried to study Persian once, but J.
L. Austin said that it was useless!” -- Giovan Battista Raimondi. Giambattista Raimondi. Raimondi. Raimondi. Keywords: il gatto persiano.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Raimondi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Raio: la ragione conversazionale e l’ermeneutica dell’io e del
tu – filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo italiano. Insegna a Napoli.
Si occupa in particolare dell'ermeneutica. Saggi: “Antinomia e allegoria”; “Il
carattere di chiave”, “Ermeneutica del simbolo” (Napoli, Liguori); “Il simbolismo
tedesco. Kant Cassirer Szondi” (Napoli, Bibliopolis); “Conoscenza, concetto,
cultura” (Firenze, La Nuova Italia); “Meta-fisica delle forme simboliche” (Milano,
Sansoni); L'io, il tu e l'es: saggio sulla "Meta-fisica delle forme
simboliche" (Macerata, Quodlibet); Rivista "Studi filosofici". Giulio Raio. Raio. Keywords: ermeneutica
dell’io e del tu, Szondi -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Raio” – The Swimming-Pool Library
Grice e Raulica: la ragione
conversazionale all’isola! l’implicatura del barone -- l’origine dell’idee – il fondamento della
certezza – filosofia siciliana – filosofia sicula – dello spirito della
rivoluzione e dei mezzi di farla terminare -- corso di filosofia: ossia,
re-staurazione della filosofia -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo Italiano Essential Italian philosopher.
Grice: “Italian philosophers can be fun: there’s ventura, and there’s
Bonaventura, who was actually fidanza, i.e. fidence, as in confidence.” Noto per il suo sostegno alla causa
della rivoluzione siciliana. Studia a Palermo. Insegna a Roma. Si distinse come
apologeta, scrittore e predicatore, sopra-ttutto grazie alla sua "Orazione
funebre di Pio VII.” La sua carriera da filosofo inizia come esponente della
corrente contro-rivoluzionaria. Teatino. Intraprese l'attività di predicatore.
La sua eloquenza, sebbene a volte esagerata e prolissa, e veemente e diretta ed
ottenne grande fama. Con l'elezione di Pio IX al soglio pontificio, acquisì un
ruolo politicamente prominente. Sostenne la legittimità storica e giuridica
della rivoluzione siciliana. Auspica la ri-fondazione del regno della Sicilia
indipendente all'interno di una con-federazione italiana di stati sovrani. Ministro
pleni-potenziario e rappresentante del governo siciliano a Roma. La sua posizione a Roma divenne delicata per
via della proclamazione della repubblica romana e dell'esilio di Pio IX. Rifiuta l'offerta di
un seggio all'assemblea costituente, maoltre ad invocare la separazione tra
potere temporale e spirituale riconosce la repubblica romana a nome del governo
rivoluzionario di Palermo. Altri saggi: “La scuola de' miracoli: ovvero, Omilie
sopra le principali opere della potenza e della grazia di Gesù Cristo,
figliuolo del dividno e salvatore del mondo”; “Il tesoro nascosto: ovvero, omilie
sopra la passione del nostro signor Gesù cristo”; La madre del divino, madre degl’uomini:
ovvero, spiegazione del mistero della SS. vergine a piè della croce”; “Le
bellezze della fede ne' misteri dell’epifania: ovvero, La felicità di credere
in Cristo e di appartenere alla vera chiesa”; “I disegni della divina misericordia
sopra le Americhe: panegirico in onore di Martino de Porres, terziario professo
dell'ordine de’ predicatori”; “Il potere politico”; “Saggio sul potere
pubblico, o esposizione della legge naturali dell'ordine sociale”; “Dello
spirito della rivoluzione e dei mezzi di farla terminare”; “La ragione
filosofica”; “La tradizione e i semi-pelagiani della filosofia: ossia, Il
semi-razionalismo svelato”; “Saggio sull'origine delle idee e sul fondamento
della certezza”; “Della falsa filosofia”; “Nuove omelie sulle donne del vangelo”;
“Corso di filosofia: ossia, re-staurazione
della filosofia”; “Sopra una camera di pari nello STATO pontificio”; “La
questione sicula sciolta nel vero interesse della Sicilia, Napoli e dell’Italia”;
“Memoria pel riconoscimento della Sicilia come stato sovrano ed indipendente”;
“Menzogne diplomatiche, ovvero esame dei pretesi diritti che s'invocano del
gabinetto di Napoli nella questione sicula”; “Discorso funebre pei morti di
Vienna la religione e la libertà”; “Raccolta di elogi funebri e lettere
necrologiche; Il pensiero politico d'ispirazione cristiana. Atti del seminario
Erice, Guccione, Firenze. Andreu R.: saggio biografico, "Regnum Dei",
Bergamaschi, R.: fra tradizionalismo e neo-tomismo [AQUINO], Milano, Cremona
Casoli, Un illustre siciliano”; "Rassegna Storica del Risorgimento",
Cultrera, Generale dell'ordine dei Teatini, Palermo; Giurintano C., Aspetti del
pensiero politico nel "De jure publico ecclesiastico"; Istituto per
la Storia del Risorgimento, Palermo, Guccione, Democrazia. Murri, Sturzo e le
critiche di Giobetti, Palermo, Ila-Palma, Guccione, Alle radici della
democrazia” Palermo; Guccione, Un omaggio clandestine; in "Nuova Antologia", Pastori, “La
rivoluzione napoletana in "Rassegna siciliana di Storia e Cultura",
Romano, La vita e il pensiero politico, Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Regione Siciliana. Martinucci, Istituto Storico dell’Insorgenza e per
l’Identità Nazionale. Gioacchino Ventura dei baroni di Raulica, Gioacchino
Ventura Da Raulica. Gioacchino Ventura di Raulica. Raulica. Keywords: l’origine
dell’idee – il fondamento della certezza, la legge naturale dell’ordine
sociale, la sicilia come stato sovrano ed independente. Refs.: The H. P. Grice
Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Raulica” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria.
Grice e Reale: la ragione conversazionale del capretto di Kant -- erote demone mediatore, o del gioco delle
maschere nel convito – filosofia italiana – Luigi Speranza (Candia Lomellina). Filosofo italiano. Ho la ferma convinzione che l’ACCADEMIA e la
più grande associazione o gruppo di gioco filosofico in assoluto comparso sulla
terra, e che il compito di chi lo vuole comprendere e fare comprendere agl’altri,
pur avvicinandosi sempre di più alla verità, non può mai avere fine. Studia a Casale
Monferrato e Milano sotto OLGIATI. Insegna a Parma e Milano. Fonda il centro di
ricerche di meta-fisica. La sua tesi di fondo è che la filosofia antica
dei romani crea quelle categorie e quel peculiare modo di pensare che hanno
consentito la nascita e lo sviluppo della scienza e della tecnica dell'occidente.
I suoi interessi spaziano lungo tutto l'arco della filosofia romana antica e i
suoi contributi di maggior rilievo hanno toccato via via APPIO, CICERONE,
ANTONINO, Aristotele, Platone, Plotino, Socrate e Agostino. Studia ognuno di
questi filosofi andando, in un certo senso, contro corrente e inaugurandone una
lettura nuova. La ri-lettura che da di Aristotele e del LIZIO in generale
– tanto influente a Roma -- contesta l'interpretazione di Jaeger, secondo il
quale i saggi del LIZIO seguirebbero positivisticamente un andamento
storico-genetico che partirebbe dalla teo-logia, passerebbe per la meta-fisica,
per approdare infine alla scienza. Reale sostenne invece la fondamentale unità
del pensiero metafisico del LIZIO. Ne “La filosofia antica”, mette in
evidenza come la filosofia di Teofrasto nel LIZIO si diffuse per l'aspetto
scientifico con un'ampiezza del tutto paragonabile a quella del maestro
Aristotele, rivelando però uno scarso spessore nella speculazione filosofica.
Da Stratone in poi, ciò provoca un ripiegamento della scuola del LIZIO verso
l'ambito della fisica e delle scienze empiriche. Per quel che riguarda
L’ACCADEMIA, importando in Italia gli studi della scuola accademica di Tubinga,
mette in crisi l'interpretazione romantica di Platone stesso, che risale a
Schleiermacher, e rivalua il senso e la portata delle dottrine non scritte, vale
a dire gli insegnamenti che gl’accademici hanno tenuto solo oralmente
all'interno della villa al ginnasio dell’Accademia e che conosciamo dalle
testimonianze dei discepoli. In questo senso, l’accademia risulterebbe essere
il testimone e l'interprete più geniale di quel peculiare momento della civiltà
che passa dalla cultura dell'oralità a quella della scrittura. Negli studi
su Plotino, contesta la tesi di fondo di Zeller che vede nel grande accademico il
principale teorico del pan-teismo e dell'immanentismo. Al contrario, R. ri-legge
Plotino come il campione della trascendenza metafisica dell'uno.
L'interpretazione che ha dato di Socrate, analogamente, si propone di risolvere
le aporie della cosiddetta questione socratica, entrata in un vicolo cieco dopo
gli studi di Gigon, secondo cui di Socrate non possiamo sapere nulla con
certezza. R. inaugura, invece, un nuovo modo di interpretare Socrate, non solo
cercando di risolvere dall'interno le testimonianze contraddittorie degl’allievi,
ma soprattutto guardando al contesto della filosofia italica prima di Socrate e
dopo Socrate. In questo modo, balzerebbe agl’occhi la scoperta socratica del
concetto di ‘animo’ (greco – animos) o anima come essenza e nucleo pensante
dell'uomo. Socrate dice che il compito dell'uomo è la cura dell'anima o
dell’animo: la psico-terapia, potremmo dire. Che poi oggi l'animo e interpretato
in un altro ‘senso’, questo è relativamente importante. Socrate per esempio non
si pronuncial sull'immortalità dell'animo, perché non ha ancora gl’elementi per
farlo, elementi che solo con emergeno coll’Accademia. Ma, nonostante ancora
oggi si pensa che l'essenza dell'uomo sia l’animo. Molti, sbagliando, ritengono
che l’animo e una creazione semitica: è sbagliatissimo. Per certi aspetti il
concetto di ‘animo’ e di immortalità dell'animo è contrario alla dottrina semitica
che parla invece di risurrezione dei corpi degl’uomini. Che poi i primi filosofi
della patristica utilizzano categorie della filosofia antica, e che quindi il
suo apparato concettuale sia in parte basato sulla filosofia antica non deve
far dimenticare che il concetto dell’animo è una concezione aria. L'Occidente
viene da qui. Infine, per quanto riguarda all’africano Agostino, tende a ricollocarlo nel contesto dell’Accademia dell’antichità e
quindi nel momento dell'impatto del dell’ebraismo con filosofia aria italica
cercando di scrostarlo di tutte le successive interpretazioni dell'agostinismo
medioevale. Ritiene, poi, che la cifra spirituale che caratterizza la
filosofia d’Occidente sia costituita dalla filosofia italica. È
stato infatti il logos a caratterizzare le due componenti essenziali della
filosofia d’Occidentre e precisamente a fornire gli strumenti concettuali per
elaborare l’ebraismo, dando luogo, così, a quella peculiare mentalità da cui
sono scaturite la scienza e la tecnica. Ma se la cultura d’non si capisce senza
la filosofia aria degl’italici, questa a sua volta non si capisce senza la meta-fisica
come studio dei veliani dell’unità dell'essere. Il lavoro che svolge, studiando
i filosofi italici – CROTONE, VELIA, GIRGENTI, ecc. -- vuole anche servire a un
confronto fra la meta-fisica antica e quella moderna. La preferenza che accorda
all’accademia dipende dal fatto che la scuola di Atene è, con la seconda
navigazione di cui parla nel Fedone, la creatora di questa problematica. Si
fa così porta-voce di un meditato ritorno alle radici della nostra cultura attraverso
la riproposta dei classici filosofi italici. E in sintonia con la Scuola di
Tubinga rinnova l'interpretazione, mettendo in luce la primaria importanza
delle dottrine non scritte di cui riferiscono gli allievi del fondatore stesso dell’Accademia
-- Aristotele del Lizio in primis. In
“Per una interpretazione dell’Accademia” fa affiorare l'immagine di una
accademia diversa, una accademia orale e in certo senso dogmatica. Del resto,
non è forse l’accademia stessa (ad esempio, nella Lettera VII) a garantirci che
la sua filosofia dev'essere ricercata altrove rispetto agli scritti? Lo stesso
corpus degli scritti dell’accademia, giuntoci nella sua interezza (circostanza,
questa, unica nella storiografia della filosofia antica), non presenta, invero,
quell'unità sistematica che ci si dovrebbe attendere, il che, ancora una volta,
depone a favore della tesi secondo cui l’accademia cerca altrove, e
precisamente nelle dottrine non scritte. Studia anche la metafisica del Lizio,
smaschererebbe la tesi fatta valere da Jaeger, secondo cui l'opera non presenta
un'unitarietà ma sarebbe piuttosto una sorta di zibaldone filosofico -- e, in
particolare, il libro XII risalir ebbein forza del suo spiccato interesse
teologico alla didattica del Lizio. Lungi dal risolversi in un coacervo di
scritti risalenti a differenti epoche e contesti, la Meta-fisica del Lizio rileva
R. è profondamente unitaria. Al centro c'è la definizione della meta-fisica
come scienza della causa e del principio, dell'essere in quanto tale, della
sostanza, dei dei e della verità. In “La saggezza antica”, R. sostiene che
tutti i mali di cui soffre l'uomo d'oggi hanno proprio nel nichilismo la loro
radice e che un'energico questi mali implicano il loro sradicamento, ossia la
vittoria sul nichilismo, mediante il recupero di un ideale e di un valore supremo,
e il superamento dell'a-teismo. Ma quello che egli propone non è affatto un
ritorno a-critico a certe idee della antica filosofia italica, ma
l'assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi della saggezza antica, che,
se ben recepiti e meditati, possono, se non guarire, almeno lenire i mali degl’uomini,
corrodendo le radici da cui derivano. In una siffatta prospettiva, può acquistare
un valore eminentemente filosofico anche la filosofia in lingua latina in Seneca,
a suo parere ingiustamente trascurato da una lunga tradizione che non gl’ha
riconosciuto alcuna cittadinanza filosofica, per il fatto di non avere nato romano.
In “La terapia dell'anima” (Bompiani, Milano) riprende, ancora una volta,
l'idea che la filosofia degl’antichi in questo caso, quella di Seneca puo
costituire un farmaco per l'animo dilaniato degl’uomini. Oltre al campo
specifico della filosofia antica, si occupa a vario titolo anche della storia
della filosofia posteriore. Per esempio, nella stesura del noto “Manuale di
filosofia” per i licei edito dalla scuola oltre alla direzione delle collane
filosofiche classici della filosofia, Testi a fronte della Bompiani e I filosofi
per Laterza. Oltre a questo, i suoi principali scritti sono: “ Il
concetto di filosofia prima e l'unità della Meta-fisica del LIZIO” (Vita e
Pensiero, Milano); “Il Lizio” (Laterza, Bari); Storia della filosofia antica (Vita
e Pensiero, Milano); “Il pensiero occidentale dalle origini (Scuola, Brescia); Per
una nuova interpretazione dell’Accademia” (CUSL, Milano); “Proclo” Laterza,
Bari); “Filosofia antica” (Jaca, Milano); “Saggezza antica” (Cortina, Milano);
“Eros demone mediatore. Il gioco delle maschere nel "Simposio" dell’Accademia”
(Rizzoli, Milano); “L’accademia: alla ricerca della sapienza segreta” (Rizzoli,
Milano, Bompiani, Milano, La nave di Teseo, Milano); “La Meta-fisica del Lizio”
(Laterza, Bari); Raffaello: La "Disputa", Rusconi, Milano); “Corpo,
anima e salute: il concetto di uomo" (Collana Scienza e Idee, Cortina, Milano)
– cf. Grice, ‘urina sana, corpo sano, medicina sana – scremento sano -- “Socrate.
Alla scoperta della sapienza umana” (Rizzoli, Milano); “La filosofia antica” (Vita
e Pensiero, Milano); ““Radici culturali e spirituali dell'Europa” (Cortina, Milano);
“Storia della filosofia romana” (Bompiani, Milano, Collana Il pensiero
occidentale, Bompiani); “Valori dimenticati dell'Occidente” (Bompiani, Milano);
“ L'arte di Muti e la Musa accademica” (Bompiani, Milano); “Agostino” (Bompiani,
Milano); “Wojtyla: un pellegrino dell'assoluto” (Bompiani, Milano); “Auto-testimonianze
e rimandi dei Dialoghi dell’Accademia alle dottrine non scritte" (Bompiani,
Milano); “Storia della filosofia” (Scuola, Brescia); “Salvare la scuola
nell'era digitale” (Brescia, Scuola); “Responsabilità della vita: un confronto
fra un credente e un non credente” (Milano, Bompiani); “Mi sono innamorato
della filosofia” (Milano, Bompiani); “Romanino e la «Sistina dei poveri» a
Pisogne” (Milano, Bompiani); “Filosofia” (Scuola, Brescia); Introduzione,
traduzione e commentario della Meta-fisica del Lizio, su archive. Bompiani, Traduzioni
e commenti R. ha tradotto e commentato molte opere dell’Accademia, del Lizio e
dell’Accademia romana -- la sua nuova edizione delle Enneadi è stata
pubblicata nella collana "I
Meridiani" della Mondadori. Pubblica per Bompiani il poderoso volume I
presocratici, da lui presentato come la prima traduzione integrale. Nonostante
in Italia ne è già uscita una traduzione da Giannantoni edita da Laterza. Sostene
la presenza di lacune e manomissioni nel Giannantoni, lacune e manomissioni che
sarebbero dovute, a parere di R., all'ossequio all'ideologia e all'egemonia
culturale marxista, secondo cui in quel periodo gl’intellettuali di area
comunista dominano la scena in campo editoriale. CANFORA, in risposta alle
accuse di R., sostene la natura pubblicitaria e l'inconsistenza del
ragionamento. Si sostene che, se influenza c'è stata nel Giannantoni, essa è
stata di matrice idealistica, hegeliana e crociana – CROCE (si veda). Qualsiasi
omissione è da evitare, specie se non è segnalata nel testo. Con riguardo alla
presunta irrilevanza di taluni tagli operati da Giannantoni sottolinea come i
capretti a volte segnano la storia della filosofia più di alcuni filosofi e
togliere questi animali dai frammenti, così come far sparire dei cavolfiori, si
tasformarsi in una censura. Di Seneca, cura le opere in "Seneca. Tutti gli
scritti". Interprete dell’Accademia, La Stampa, Ripensando l’Accademia e
l’accademicismo” (Milano, Vita e Pensiero). Dimostra la profonda unità
concettuale di questi saggi di filosofia prima, mettendo in luce come Jaeger e
condizionato dal positivismo e dalla teoria dell'evoluzione della cultura
secondo le tre tappe di teologia-metafisica-scienza. Il concetto di filosofia
prima e l'unità della "Meta-fisica" di Aristotele” (Milano,
Bompiani); Storia della filosofia antica. La fondazione della botanica e il suo
guadagno essenziale. Verso una nuova immagine dell’accademia, Milano, Vita e
Pensiero, Cfr., in particolare, Il paradigma romantico nell'interpretazione dell’accademia,
di Krämer, Napoli, La filosofia antica,
Milano, Jaca. Ha ragione, bisogna
imparare ad accettare la morte, Corriere della Sera. Il concetto di filosofia prima (cf. Grice) e
l'unità della meta-fisica di Aristotele, Milano, Vita e Pensiero, La filosofia
di Seneca come terapia dei mali dell'anima, Milano, Bompiani, In memoriam. Pur
riconoscendo a Giannantoni una statura di studioso di prim'ordine, sostiene che
molti marxisti non presentano talune cose nella loro effettiva realtà. Pur non
potendosi parlare di complotto, nel testo di Laterza curato da Giannantoni
mancano in un'edizione chiamata l'unica integrale italiana decine e decine di
passi che elenco in 4 pagine all'inizio della mia traduzione dei veliani e
crotonensi. Ci sono inoltre indebite aggiunte assenti nell'originale. Una
raccolta di tal fatta, nata assemblando anche vecchie versioni e tagliando pure
molte note di queste ultime, ha l'effetto di svuotare le idee forti di codesti filosofi.
Svuotare, ironizzare, occupare uno spazio e toglierlo ad altri, evitare un vero
confronto. Ecco la vecchia tattica che rimane ancora molto viva. Naturalmente,
sul piano pubblicitario, si comprende la auto-esaltazione. La mia traduzione è
più completa della tua, come il mio bucato è più bianco del tuo. Ma anche la
pubblicità bisogna saperla fare. Ci sono lauree brevi da poco istituite in
proposito. Particolarmente inconsistente appare il ragionamento. Eccolo nella
sintesi fornita dal suo intervistator. Giannantoni e molto bravo, e questo lo
sapevamo anche senza il supporto di R., Laterza è innocente del sopra
menzionato reato ideologico. La colpa è della penetrazione comunista. Sembra
quasi di sognare. Ma questa è la caricatura dell'antica cantilena sui comunisti
padroni dell'editoria italiana. Per confutare questa sciocchezza BOBBIO si
limita a trascrivere i titoli del catalogo Einaudi. E infatti come negare
l'affiliazione bolscevica di BOBBIO? Che pena. Si fa riferimento
all'osservazione secondo la quale le omissioni di Giannantoni riguardano
aspetti poco rilevanti per un marxista come il frammento 23 di Orfeo -- un mal-ridotto
frustulo papiraceo in cui si fa cenno ad un rituale misterico. Queste, e
consimili, sono le omissioni rimproverate dal neo-presocratico R. Sembra del
tutto irrilevante sapere se Kant, quando scrive la Critica della ragion
pratica, mangia capretto o una particolare minestra. Alla storia della
filosofia questo poco interessi. Ma sapere se un *orfico* o un crotonese mangia
capretto è MOLTO significativo dal punto di vista filosofico. Se l’orfico
crotonese s’astene, allora e vegetariano e, come tale, non ha condiviso la
ritualistica italica in cui si consumeno le carni offerte ai dei e si lasciano
ai dei gl’aromi per segnare la distanza tra gl’uomini e i dei. In sostanza,
l’orfico crotonese crede, evitando il capretto, in una filosofia in cui gl’uomini
e i dei sono legati. Non è un capretto né una vacca quello che manca in Giannantoni.
Mancano in un'edizione chiamata l'unica integrale decine e decine di passi che elenco
in 4 pagine all'inizio della mia traduzione dei Presocratici. Ci sono inoltre
indebite aggiunte assenti nell'originale. Una raccolta di tal fatta, nata
assemblando anche vecchie versioni e tagliando pure molte note di queste
ultime, ha l'effetto di svuotare le idee forti di codesti autori. Svuotare,
ironizzare, occupare uno spazio e toglierlo ad altri, evitare un vero confronto.
Ecco la vecchia tattica che rimane ancora molto viva. Laudatio. Radice, Tiengo,
Seconda navigazione. Omaggio (Vita e Pensiero, Milano); Grampa, "Ritornare
a Crotone: intervista a sulla sua «Storia della filosofia antica»", Vita e
Pensiero. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La mia
accademia bocciata. Il cattolico amico dell’accademia. Critico l’accademia di R.
il marxismo non c'entra. La dittatura culturale del marxismo, in Corriere della
Sera, Treccani Storia della filosofia antica. Dalle origini a Socrate. Ospitato
su gianfranco bertagni. R. Storia della filosofia antica. Platone e Aristotele.
Storia della filosofia antica. I sistemi dell'Età ellenistica. L’ECLETTISMO ACCADEMICO A ROMA CON
CICERONE E CON VARRONE 1. La posizione filosofica assunta da
Cicerone — Come Filone e An- tioco sono i più tipici rappresentanti
dell’Eclettismo greco, così Ci- cerone è il più caratteristico
rappresentante dell’Eclettismo romano.! Antioco si colloca
decisamente a destra di Filone, diremmo con metafora moderna, mentre
Cicerone prosegue piuttosto sulla linea di Filone. Il primo elabora un
Eclettismo decisamente dogmatico, il secondo un Eclettismo cautamente e
moderatamente scetticheg- giante. Non c’è peraltro dubbio
che, dal punto di vista speculativo, Ci- cerone resti al di sotto sia
dell’uno che dell’altro, non presentando alcuna novità che sia
paragonabile alle formulazioni del probabilismo positivo del primo o alla
sagace critica antiscettica del secondo. Se, in sede di storia
della filosofia greca e romana, ci occupiamo di Cicerone è soprattutto
per motivi culturali più che speculativi. ! Cicerone nacque nel
106 a.C. ad Arpino. Si accostò fin da giovane alla filo- sofia, che
coltivò con interesse e costanza. Tuttavia l’amore della filosofia fu
lungi dall’assorbire per intero tutte le energie e gli interessi di
Cicerone. Egli, infatti, si sentì prevalentemente portato alla vita
pubblica, alla vita forense e alla vita politica. Perciò la sua scelta di
fondo fu per la retorica, ossia per l’oratoria. La sua carriera oratoria
inizia già nell’81 a.C. e ne 76/75 a.C. inizia la sua attività politica, con la
sua elezione a questore. Da allora in poi Cicerone legò spesso il suo
nome a clamorosi processi e a importanti avvenimenti politici. Morì nel
43 a.C., ucciso dai soldati di Marc’ Antonio. Dei suoi maestri di
filosofia abbiamo già detto, e diremo ancora nel testo. Le numero- se
opere di filosofia di Cicerone pervenuteci furono da lui scritte nell’ultimo
periodo della sua vita. Nel 46 scrisse i Paradoxa Stoicorum; nel 45 gli
Academzica, due dialoghi intitolati a Catullo e a Lucullo, di cui fece
una seconda redazione, in cui compariva- no come interlocutori Attico e
Varrone (degli Acaderzica priora ci è rimasto il libro II Lucullus, degli
Academica posteriora il libro I e frammenti). Del 45 è anche il De
finibus bonorum et malorum. Nel 44 furono pubblicate le Tusculanae
disputationes, il De natura deorum e il De offictis. A queste opere vanno
inoltre aggiunte: il De fato, il De divinatione, il Cato maior de
senectute e il Laelius de amicitia. Da ricordare, infine, sono le opere
politiche De re publica e De legibus. Del De re publica ci sono giunti i
primi due libri, non completi, frammenti del III, del, IV, del V e gran parte
del libro VI, che già nell’antichità ebbe vita autonoma col titolo
Sorzziuzz Scipionis. Diamo dettagliate indicazioni nello Schedario, s.v.
Per i rapporti fra Cicerone e Platone, cfr. l’eccellente raccolta di
testi in Dòrrie, op. cit., Bausteine 25-31, pp. 212-258. 1508.
LIBRO VI - SCETTICISMO, ECLETTISMO, NEOARISTOTELISMO E NEOSTOICISMO
In primo luogo, Cicerone offre, in certo senso, il più bel
paradigma di pensiero eclettico, che è come dire il più bel paradigma
della più povera delle filosofie, e, in certo senso, la più
antispeculativa delle speculazioni. In secondo luogo, Cicerone
è di gran lunga il più efficace, il più vasto e il più cospicuo ponte
attraverso il quale la filosofia greca si è riversata nell’area della
cultura romana e, poi, in tutto l'Occidente. E anche questo è un merito
non teoretico, ma di mediazione, di diffusio- ne e di divulgazione
culturale, e comunque di altissima classe. Ciò non toglie, però,
che Cicerone abbia intuizioni felici e anche acute su problemi
particolari, specie su problemi morali. Il De officiis è, probabilmente,
la sua opera più vitale. Inoltre, presenta anche ana- lisi penetranti.
Tuttavia, si tratta di intuizioni e di analisi che si colloca- no — per
così dire — a valle della filosofia; sui problemi speculativi che stanno
a monte egli ha poco da dire, come del resto in questo ambito hanno poco
da dire quasi tutti i rappresentanti della filosofia romana. Già i
maestri frequentati da Cicerone indicano chiaramente la ge- ografia del
suo pensiero. Da giovane udì l’epicureo Fedro e, più tardi, anche Zenone
epicureo; sentì anche le lezioni dello stoico Diodoto, conobbe a fondo il
pensiero di Panezio e allacciò stretti rapporti di amicizia con
Posidonio; fu influenzato da Filone di Larissa in modo decisivo e,
inoltre, udì per un certo tempo anche le lezioni di Antioco di
Ascalona. Inoltre, lesse Platone, Senofonte, le opere pubblicate di
Aristotele, alcuni filosofi della vecchia Accademia e del Peripato, ma
sempre con i parametri della filosofia del suo tempo. Da
tutti prese e in tutti cercò conferme su determinati problemi, eccettuati
forse i soli Epicurei, coi quali polemizzò accesamente. Egli stesso
si autodefinì espressamente come «Accademico», e come Accademico della
corrente filoniana: anche per lui, infatti, /a probabilità positiva è alla
base della filosofia. Nell’operare la fusione eclettica delle varie
correnti, dunque, Cice- rone non diede contributi essenziali, perché tale
fusione era già stata operata dai maestri che egli aveva udito. Cicerone
si limitò a ripropor- la in termini latini e ad amplificarla non qualitativamente
— giacché questo non era possibile — ma quantitativamente.
2. Il probabilismo eclettico ciceroniano — Dicevamo sopra che Cice- rone
respinge il tipo di eclettismo di Antioco e assume, invece, una posizione
simile a quella di Filone di Larissa: il «dogmatismo ecletti-
CICERONE 1509 co» di Antioco gli sembrava alquanto incauto, mentre
il «probabili- smo» filoniano lo appagava pienamente. Come avevano
fatto molti dei nuovi Accademici, Cicerone adotta il metodo della
discussione del «pro» e del «contro» su ogni questione. Questo metodo gli
offre grandi vantaggi: 1) in primo luogo, gli offre la possibilità
di far conoscere le varie posizioni dei filosofi in materia, facendo
largo sfoggio della sua eru- dizione; 2) in secondo luogo,
gli offre la possibilità di valutare la consisten- za delle opposte
tesi; 3) in terzo luogo, il raffronto di opposte idee gli offre la
possibilità di scegliere la soluzione più probabile; 4)
infine, da buon oratore e avvocato, trova che questo metodo costituisce
un perfetto esercizio di eloquenza. Dunque, il raffronto non deve
portare alla «sospensione del giudi- zio», bensì al ritrovamento del
«probabile» e del «verosimile» e anche all'esercizio retorico.
Ecco le precise parole del nostro filosofo che mettono bene a fuoco
questo punto: A me è sempre piaciuta la consuetudine dei
Peripatetici e degli Ac- cademici di discutere in ogni problema il pro e
il contro: non soltanto perché questo sistema è l’unico adatto per scoprire
in ogni questione l'elemento di verosimiglianza, ma anche per l'ottimo
esercizio che ciò costituisce per la parola. Ma il passo ci
permette di fare anche un’altra riflessione. Cicerone pone e
risolve i problemi filosofici sempre in chiave pre- valentemente
culturalistica e mai direttamente, ossia in maniera pura- mente
teoretica. Le questioni che egli imposta sono quelle che già altri hanno
sollevato, e anche le soluzioni che sceglie sono per lo più quelle già
proposte in tutto o in parte da altri. E così si spiega
perfettamente come il suo «moderato Scetticismo» — per sua stessa
confessione — non derivi tanto dalle difficoltà che in- trinsecamente
sollevano i problemi della conoscenza e del criterio del- la verità (per
esempio gli errori dei sensi, e simili), quanto dalle diffi- 2
Tusc. Disput., II, 3,9=1, 18, 3 Dérrie; traduzione di A. Di Virginio.
1510 LIBRO VI- SCETTICISMO, ECLETTISMO, NEOARISTOTELISMO E
NEOSTOICISMO coltà che scaturiscono dal dissenso circa le
soluzioni di quei problemi che sono state proposte dai vari
filosofi. Di conseguenza, risulta anche chiara la ragione per cui,
da un lato il «dissenso» dei filosofi sconcerti Cicerone, mentre
dall’altro lo con- forti in pari modo il «consenso», quando ci sia, al
punto che egli non esita a fare di tale consenso ur criterio di
probabilità. Il «vero», dunque, è irraggiungibile, come prova il
dissenso dei filosofi; tuttavia restano il «probabile» e il «verosimile»,
che sono se non il vero stesso, ciò che tuttavia al vero più si
avvicina. Dice Cicerone nel De natura deorum: Non
siamo di quelli che negano in assoluto l’esistenza della verità: ci
limitiamo a sostenere che a ogni verità è unito qualcosa che vero non è,
ma tanto simile a essa che quest’ultima non può offrirci alcun segno distintivo
che ci permetta di formulare un giudizio e di dare il nostro assenso. Ne
deriva che ci sono delle conoscenze probabili le quali, benché non
possano essere compiutamente accertate, appaiono così nobili ed elevate
da poter fungere da guida per il saggio.’ Nel De officiis Cicerone
ribadisce: Mi si chiede però, e proprio da uomini di lettere e
colti, se io creda di agire con sufficiente coerenza, quando, mentre
osservo che nulla può essere conosciuto con certezza, tuttavia e soglio
disputare di altre que- stioni e in questo stesso momento cerco di dare
regole sul dovere. A co- storo vorrei che fosse abbastanza noto il mio
pensiero. Giacché io non sono di quelli il cui animo vaga nell’incertezza
e non ha mai un principio da seguire. Quale sarebbe infatti la nostra
mente, 0, piuttosto, la nostra vita, quando fosse tolta ogni norma non
solo di ragionare, ma anche di vivere? Come gli altri affermano la
certezza di alcune e l'incertezza di altre cose, noi invece, dissentendo
da loro, sosteniamo la probabilità di alcune cose e l’improbabilità di
altre. Che cosa, dunque, mi può impedi- re di seguire ciò che mi sembra
probabile e di disapprovare ciò che mi sembra improbabile, e di fuggire
così, evitando la presunzione di recise affermazioni, la temerarietà, che
è lontanissima dalla vera sapienza?* E a questo «probabile» si
perviene non legandosi dogmaticamente ad alcuna Scuola, ma restando
liberi di scegliere ecletticamente ciò che pare più verosimile. Nelle
Tuscolazze leggiamo: } De nat. deorum, I, 5, 12, traduzione di U.
Pizzani; cfr. Acad. pr., II, 31, 98 e ss. 4 De offictis, II, 2, 7-8,
traduzione di Q. Cataudella. CICERONE 1511 Esiste
libertà di pensiero, e ognuno può sostenere ciò che gli pare; per me, io
mi atterrò al mio principio, e cercherò sempre in ogni que- stione la
probabilità massima, senza essere legato alle leggi di nessuna scuola
particolare che debba per forza seguire nella mia speculazione.”
Il «probabilismo» di Cicerone è, in tal modo, strutturalmente con- giunto
col suo «eclettismo»: l’uno sta a fondamento dell’altro e vice- versa, e
ambedue hanno radice, più che teoretica, culturale e storica, come sopra
dicevamo. Questo ben spiega — tra l’altro — come, a seconda dei problemi
che Cicerone tratta, il probabile si assottigli fino a diventare dubbio,
oppure, per contro, si consolidi fino a diventare quasi certezza.
3. Logica: il criterio della verità - Anche Cicerone, come tutti i
filosofi del suo tempo, ritiene che il compito precipuo della filosofia
consi- sta nello stabilire il «fine dell’uomo», e quindi la natura del
«sommo bene», e che, per poter far questo, occorra stabilire quale sia il
criterio del vero: Queste sono le questioni massime in
filosofia: il criterio della verità e il fine dei beni, né può essere
sapiente chi ignori o il principio del conoscere o il termine
dell’appetizione, così da non sapere da dove si debba partire o dove si
debba arrivare.° Iniziamo dall’esame del «criterio del vero», che
è il punto di par- tenza. In primo luogo, Cicerone accoglie
positivamente la testizzonianza dei sensi. Non l’accoglie a
livello di certezza assoluta, ossia a livello di cer- tezza tale da
meritare l’assenso totale, ma 4 livello di probabilità (si ricordino le
posizioni di Filone e di Antioco). L'evidenza dei sensi e dell’esperienza
è, dunque, un primo criterio: chi nega queste eviden- ze, sovverte la
possibilità stessa della vita.” Un secondo criterio Cicerone lo
trova nel «senso comune», nel «consenso universale degli uomini» (nonché
nel consenso dei dotti). Egli usa anzi espressioni che riecheggiano una
certa forma di «inna- tismo», che si rifà, molto alla lontana,
all’innatismo platonico e, più > Tusc. disp., IV, 4,7. 6
Acad. pr., II, 9, 29. ? Cfr. Acad. pr, II, 31,99. 1512.
LIBROVI- SCETTICISMO, ECLETTISMO, NEOARISTOTELISMO E NEOSTOICISMO
da vicino, alla dottrina della «prolessi» che — come abbiamo visto — è
comune sia al Giardino sia al Portico. Così Cicerone — per
limitarci all'ambito che maggiormente inte- ressa — ammette non solo che
la natura umana ci abbia dato serzina innata delle virtù, cioè naturali
disposizioni alla virtù, ma che abbia altresì ingenerato size doctrina
notitias parvas rerum maximarum, per raggiungere le medesime virtù.
Ed è precisamente questo generico innatismo la vera motivazione che
gli fa ritenere come probante il senso comune e il consenso di tutti gli
uomini. Naturalmente, Cicerone non ci sa dire di più a questo
proposito: risale dal «senso comune» e dal «consenso universale» a
nozioni da- teci naturalmente, cioè «innate», e con questo crede di aver
raggiunto un criterio dotato di evidenza tale da non aver bisogno di
ulteriore fondazione. 4. Fisica — Per i problemi «fisici» —
cioè per il grosso dei problemi cosmo-ontologici che le filosofie
ellenistiche includevano nella dot- trina della physis — Cicerone mostra
pochissimo interesse. Ciò è ben conforme al sentire squisitamente romano,
il quale solo se vede una precisa valenza pratica si interessa ai problemi
speculativi. Naturalmente, egli fa eccezione per i problemi di Dio
e dell’anima, che sono strettamente legati all’etica, nel senso che
condizionano, in ultima analisi, il senso ultimo della medesima.
Per quanto concerne la soluzione dei problemi metafisici e ontolo-
gico-cosmologici egli nutre uno scetticismo molto più spinto che per
tutto il resto. Non li sa impostare e risolvere, soprattutto per il
motivo che non gli interessano esistenzialmente. Perciò gli è anche più
como- do affermare che sulla natura delle cose è molto più facile dire
corze non sia la verità che non come sia, e che tutto è circonfuso di
tenebre che non si possono squarciare: Tutte queste cose ci
restano nascoste, occultate e circonfuse di dense tenebre, al punto che
nessun acume di umano ingegno è così grande, da saper penetrare nel cielo
o entrare dentro la terra.!° Tuttavia egli prudentemente non
ritiene che siano da bandire del tutto le questioni fisiche, perché la
considerazione della natura è, in 8 Tusc. disput., III, 1,2.
° De finibus, V, 21, 59. !0 Acad. pr., II, 39, 122. CICERONE
1513 ogni caso, cibo e sostentamento della mente, forza che ci
sorregge e che ci porta in alto e, portandoci così in alto, ci permette
di guardare con nuova ottica le cose umane e quindi di ridimensionarle.
Consi- derando le cose celesti e sublimi, si comprende come le cose
terrestri siano piccole e meschine. Senza contare, poi, la gioia
spirituale che noi proviamo allorché ci imbattiamo, se non
nell’irraggiungibile vero, in qualcosa di verosimile: Non
penso [...] che si debbano bandire queste questioni dei fisi- ci. Infatti
la considerazione e la contemplazione della natura è come naturale
pascolo degli animi e degli ingegni. Ci innalziamo, ci sembra di
diventare più grandi, disprezziamo le cose umane, e pensando alle cose
superiori e celesti, disprezziamo queste nostre come piccole e vili. La
stessa indagine di cose grandissime e occultissime ci dà dilet- to. Se
poi accade che qualcosa ci sembri verosimile, allora l’animo si riempie
di piacere umanissimo.!! Come si vede, è sempre in chiave etica e
antropologica che Cicero- ne affronta i problemi.!? 5.
Pensieri teologici — Sull’esistenza di Dio Cicerone non sembra nu- trire
dubbi. Il consenso di tutti i popoli è per lui la prova più solida:
Quanto all’esistenza degli dèi, la prova più solida che se ne
possa addurre è questa, a quel che pare: non c’è popolo, per quanto
barba- ro, non esiste uomo al mondo, per selvaggio che sia, che non abbia
nella mente almeno un’idea della divinità. Sugli dèi molti hanno delle
convinzioni errate, e questo fatto normalmente è dovuto all’influenza
corruttrice dell’abitudine: ma tutti quanti credono nell’esistenza di una
forza e di una natura divina, e questa convinzione non è effetto di un
precedente scambio di idee fra gli uomini e di un accordo generale, né ha
trovato appoggio in istituzioni o leggi: ora, in ogni questione, il
consenso dei popoli si deve considerare legge di natura.!
Analogamente, Cicerone non ha dubbi sulla Provvidenza: sia le cose
esterne dimostrano di essere state finalizzate in funzione dell’uo- mo,
sia la forma e la struttura dell’uomo stesso e dei suoi organi ricon-
fermano una organizzazione finalistica. E dire organizzazione
finalistica è dire Provvidenza.!* !! Acad. pr., II, 41, 127.
1° Ibidem. 3 Tusc. disput., 1, 13, 30. 14 Cfr. De
nat. deor., passim. 1514 LIBRO VI- SCETTICISMO, ECLETTISMO,
NEOARISTOTELISMO E NEOSTOICISMO Nulla ripugna a Cicerone più della
concezione meccanicistica pro- pria dell’atomismo epicureo: un casuale e
meccanico accozzamento delle lettere dell’alfabeto non potrà mai — dice
sensatamente Cicerone — generare gli Arzali di Ennio:! Come
non provare meraviglia, a questo punto, se qualcuno ritiene che corpi
solidi e invisibili siano trascinati dalla forza del loro peso e che
dalla loro fortuita unione sia derivato il mondo con tutti i suoi
splendori e le sue bellezze? Chi fosse disposto ad ammettere una cosa del
genere non vedo perché non dovrebbe anche ritenere che, se si
raccogliessero da qualche parte in un numero molto elevato di esem- plari
le ventuno lettere dell’alfabeto foggiate in oro o in altro materiale e
le si gettassero a terra, dovrebbero ricostituirsi tutti gli Armati di
En- nio ormai pronti per la lettura: un risultato che il caso non
riuscirebbe forse a realizzare neppure limitatamente a un solo verso.
! Più incerto si mostra, invece, Cicerone quando deve prendere po-
sizione circa la natura di Dio. Egli, in primo luogo, crede
all’unità di Dio. Ma come concepire- mo, dal punto di vista ontologico,
questo Dio-uno? Chi fin qui ci ha seguito non può aver dubbi sul
fatto che alla do- manda non potremo avere se non risposte ambigue e
oscillanti fra spi- ritualismo e materialismo. E, questo, non già per
ragioni contingenti, ma per motivi strutturali. In effetti, o si
recuperavano i risultati della «seconda navigazione» platonica e il senso
del trascendente, oppure le affermazioni sulla spiritualità di Dio
dovevano rimanere senza alcun fondamento teoretico. Nelle Tuscolane
leggiamo: E la divinità stessa, quale noi ce la rappresentiamo,
non può essere concepita che come uno spirito indipendente, libero (vers
soluta qua- edam et libera), e privo di ogni elemento corruttibile: uno
spirito che tutto sente e tutto muove, ed è a sua volta dotato di eterno
movimento.!$ Ma l’espressione «7ens soluta quaedam et libera» non
ci deve trar- re in inganno, perché questa z2ers soluta et libera non può
essere pen- sata da Cicerone in funzione della categoria del
soprasensibile, tant'è che egli finisce per accettare l’ipotesi stoica
che si tratti di aria e fuoco, oppure anche dell’aristotelico
etere.!” 5 De nat. deor., II, 37,93. 16 Tusc. disput., 1,
27, 66. CICERONE 1515 6. Idee sull’anima —
Analogamente egli non dubita dell'immortalità dell’anima, giacché è la
natura stessa che ha posto in noi questa con- vinzione, tanto è vero che
tutti si preoccupano di quello che sarà dopo la morte.!8
Questo è per Cicerone il più valido argomento a favore dell’im-
mortalità, anche se non esita a riprendere, di rincalzo, le tradizionali
prove di estrazione platonica.! L'anima è ciò che ci congiunge a Dio ed è
quasi il punto di tangenza che l’uomo ha con Dio: Niente di quello
che sta sulla terra può spiegare l'origine dell’ani- ma, perché in essa
non c’è nulla che sia misto o composto, nulla che si possa considerare
derivato o formato dalla terra, nulla che abbia la natura dell’acqua,
dell’aria o del fuoco. In effetti, nella composizio- ne di questi
elementi, non rientra nulla che abbia la proprietà della memoria,
dell’intelligenza, del pensiero, che possa ritenere il passa- to,
prevedere il futuro, abbracciare il presente: questi sono attributi
esclusivamente divini e non si potrà mai trovare per loro altra prove-
nienza che non sia la divinità. L'anima, insomma, ha un’essenza e una
natura del tutto speciali, e ben distinte da quelle degli altri elementi
comuni e a noi noti. Pertanto, qualunque sia la natura di quell’entità
che sente, che conosce, che vive, che agisce, essa deve essere necessa-
riamente celeste e divina, e di conseguenza eterna. E la divinità stessa,
quale noi ce la rappresentiamo, non può essere concepita che come uno
spirito indipendente, libero, e privo di ogni elemento corruttibile: uno
spirito che tutto sente e tutto muove, ed è a sua volta dotato di eterno
movimento. Di questa specie e di questa medesima natura è l’anima umana.?
Naturalmente, anche a proposito del problema della natura dell’a-
nima si notano le stesse incertezze e le stesse oscillazioni che abbiamo
notato a proposito del problema della natura di Dio. E la radice di
queste incertezze è la medesima: la natura dell’anima è filosoficamente
determinabile solo in funzione della categoria del soprasensibile; altri-
menti si cade inesorabilmente nel materialismo. E, infatti, poco
prima del passo letto, Cicerone scrive: E certo, se la divinità è
aria o fuoco, come lei è fatta l’anima dell’uomo: quella sostanza celeste
non ha in sé né terra né liquido, e ! Cfr. Tusc. disput., I, 26,
65. 18 Tusc. disput., 1, 14,31. 19 Tusc. disput., I, 12, 50
ss. 20 Tusc. disput., I, 27,
66. 1516 LIBROVI- SCETTICISMO, ECLETTISMO, NEOARISTOTELISMO E
NEOSTOICISMO questi due elementi sono egualmente assenti
dall'anima umana. Se poi esiste una quinta essenza, quella introdotta da
Aristotele, essa rientra sia nella divinità sia nell’anima.?!
Ma aria, fuoco e la stessa quinta essenza sono, appunto, sempre e solo
materia. 7. Pensiero morale — La parte della filosofia che di gran
lunga più interessa Cicerone — come abbiamo già rilevato — è l’etica. E
non è quindi senza ragione che le sue due opere più vive siano quelle
Suz doveri e Sul fine dei beni e dei mali. Più che mai è vero
per Cicerone che non la aristotelica pura attività contemplativa, ma la
attività pratica e sociale è regina. Ecco un passo molto eloquente:
Ritengo siano più conformi alla natura quei doveri che promanano
dal sentimento sociale, che non quelli che promanano dalla sapienza, e
questo può essere affermato dal seguente argomento, che, se a un uomo
sapiente toccasse una condizione di vita tale che, affluendo a lui le
ricchezze più varie, egli potesse dedicarsi in piena tranquillità allo
studio e alla contemplazione di tutte quelle cose che sono degne di
essere conosciute, tuttavia, se la solitudine fosse così grande che non
potesse vedere nessun uomo, egli preferirebbe morire [...]. Infatti, la
conoscenza e la contemplazione (della natura) sarebbero in cer- to modo
manchevoli e imperfette, se non dovesse seguir loro alcuna attività
concreta; e questa attività si manifesta specialmente nell’assi- curare
l’utilità degli uomini; riguarda, dunque, la società del genere umano;
perciò questa deve essere anteposta alla scienza.” Ma, anche in
questo ambito specifico, si cercano invano delle no- vità di fondo in
Cicerone. Egli discute le etiche dei sistemi epicureo, stoico, accademico
e pe- ripatetico; respinge in blocco la morale epicurea e procede a
eclettici accomodamenti fra le altre. Da un lato, egli è
portato ad ammirare soprattutto la morale stoica, da un altro lato fa
concessioni alla morale accademica e a quella peri- patetica (che egli
considera sostanzialmente identiche). 21 Tusc. disput., I, 26,
65. 2 De offictis, I, 43, 153 (nel passo omesso dopo i puntini
Cicerone parla della superiorità della sophia sulla phroresis, ma
autocontraddicendosi in modo impres- . ) p sionante).
CICERONE 1517 Cicerone non può, infatti, accettare il principio
stoico che solo il sapiente è buono e tutti gli altri sono viziosi,
perché — egli rileva — la sapienza dello stoico sapiente è tale che
«alcun mortale ancora non ha raggiunto», e perciò egli propone di
considerare ciò che è nella con- suetudine e nella vita comune, non
quello che è nelle pure aspirazioni e nei puri desideri.”
Anche per lui il principio fondamentale della morale è seguzre la
nostra natura individuale nel rispetto della generale natura umana.
Questo richiamo alla natura dell’uomo, che è anima e corpo, per-
mette a Cicerone di temperare la morale stoica e rivendicare anche i
diritti del corpo, giacché è necessario vivere biologicamente, ossia
soddisfare alle esigenze del corpo, proprio per poter ulteriormente
soddisfare alle esigenze della ragione. E, così, per questo aspetto, egli
si schiera dalla parte dei Peripatetici, come già Panezio e Posidonio
avevano in parte fatto. Ma poi torna agli Stoici nel riportare la
virtù interamente alla ra- gione, dissentendo dalla tipica concezione
aristotelica della virtù etica come via di mezzo fra opposte
passioni. E come gli Stoici, egli ritiene la virtù
«autosufficiente» e bastevole per la vita felice. E sembra allearsi con
gli Stoici anche nel concepire il saggio come privo di passioni e
imperturbabile. Infine, anche le rivendicazioni dell’umana libertà
nell’opera Su/ Fato vanno ben poco oltre la pura affermazione di una
libertà intui- tivamente colta: i moti volontari dell’anima non hanno
cause esterne ma dipendono da noi, nel senso che ne è causa la natura
stessa della nostra anima. 8. Conclusioni sul pensiero
ciceroniano — Quando Cicerone dai prin- cìpi scende all’analisi dei
«doveri intermedi» (quelli che gli Stoici chia- mavano kathekonta),
allora mette in evidenza tutta la sua intelligenza e assennatezza
pratica. Ma qui siamo, ormai, non più nel campo della filosofia in
senso stretto, ma piuttosto in quello della fenomenologia morale.
D'altra parte è inevitabile che tutte le notazioni e i rilievi
originali che si ritrovano in Cicerone nell’ambito delle analisi morali
non va- dano oltre il piano fenomenologico e restino teoreticamente in
certo senso un poco informi. ® De amicitia, 5,18. 24
Cfr. De officiîs, I, 31, 110. 1518. LIBROVI- SCETTICISMO,
ECLETTISMO, NEOARISTOTELISMO E NEOSTOICISMO Le ambigue risposte ai
problemi ontologici e antropologici dell’E- clettismo non gli permettono
— proprio per ragioni strutturali — di spingersi oltre. Come
giustamente ha scritto il Marchesi, «Cicerone non ha dato nuove idee al
mondo [...]. Il suo mondo interiore è povero per la ra- gione che dà
ricetto a tutte le voci». Il suo contributo maggiore sta, dunque,
nella fusione e divulgazio- ne della cultura antica e, in questo ambito,
egli è veramente una figura essenziale nella storia spirituale
dell'Occidente. «Anche qui — è ancora il Marchesi che scrive — si
manifesta la forza divulgatrice e animatrice dell’ingegno latino: perché
nessun Greco sarebbe stato capace di dif- fondere, come ha fatto
Cicerone, il pensiero greco per il mondo». 9. La figura di uomo
dalle conoscenze enciclopediche di Varrone — Uomo di vaste conoscenze
filosofiche come Cicerone, fu anche Var- rone Reatino. Egli fu
propriamente un enciclopedico: già i suoi con- temporanei lo giudicarono
il più colto dei Romani. Più che di una filosofia di Varrone si può
parlare di implicanze filosofiche della sua cultura generale.
Contrariamente a Cicerone, che come abbiamo visto segue Filone di Larissa,
egli si schiera dalla parte di Antioco, e gli resta in larga misura
fedele. La sua concezione dell’anima come «pneuma» e del Divino
come «Anima del mondo» sono in perfetta sintonia appunto con
l’Ecletti- smo stoicizzante antiocheo. E le sue idee morali
non presentano novità di rilievo. La dottrina filosofica per cui
egli è più noto consiste nella distin- zione delle tre forme di teologia
(una distinzione che ha radici molto antiche): a) la
«teologia favolosa o mitica» dei poeti; b) la «teologia naturale» propria
dei filosofi; c) la «teologia civile», che si esprime nelle
credenze e nei culti delle Città. 5 C. Marchesi, Storia
della filosofia latina, Milano 19718, I, p. 317. Per uno sta- to della
questione, una dettagliata analisi del pensiero filosofico di Cicerone e
per aggiornamenti bibliografici, si veda l’opera citata supra, p. 1481,
nota 23, capitolo VI, che contiene la trattazione del nostro autore a
cura di G. Gawlick e W. Gòrler, pp. 991-1168. 26 E nato a
Rieti nel 116 a.C. ed è morto nel 27 a.C. VARRONE 1519
È fuori dubbio che Varrone ritenesse la seconda forma di teologia
come la più vera. Tuttavia, il Boyancé rileva quanto segue: «da
tempo alcuni filosofi si sforzavano di dare un posto alla teologia dei
poeti e delle Città. Si trattava della tradizione storica dei Greci e di
Roma e Varrone aveva un rispetto tutto romano di questa tradizione.
L’erudito, in lui, rispet- toso in particolare della storia delle parole,
credeva di poter fonda- re la verità dei filosofi. [...] Tutto ciò non
avveniva in Varrone senza esitazioni, dubbi e scacchi, di cui aveva
consapevolezza. Ma egli era sostenuto dal fervore delle sue convinzioni e
dalla vastità delle sue conoscenze»? 2? P. Boyancé, Les
implications philosophiques des recherches de Varron sur la re- ligion
bumaine, in «Atti del Congresso Internazionale degli Studi Varroniani»,
Rieti 1976, I, p. 161. Cfr. Schedario, s.0 PARTE XX Giovanni Reale. Reale. Keywords: Crotone, Velia, Crotonensi, la scuola
di Crotone, la scuola di Velia, I veliani, Parmenide, Girgentu – filosofia
siciliana – magna Grecia non e Sicilia --. I confine della magna Grecia –
filosofia italica, filosofia italiana – la filosofia nella peninsula italiana
in eta anticha – filosofia Latina, filosofia romana. Catalogo di Nome di
Filosofi Italici, il poema di Parmenide, il poema di Girgentu, il poema di
Velia, la porta rossa di Velia, Zenone di Velia, Filolao di Taranto, Gorgia di
Lentini, Archita di Taranto, studi degl’antichi italici da I romani, Etruria e
Magna Grecia, le radice etrusche della filosofia romana, fisiologia, teoria
dela natura, uomo, la moralia, la colloquenza o dialettica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Reale” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Reghini: la ragione conversazionale -- numero tri-angolare,
numero qua-drato, numero pi-ramidale -- l’implicatura del numero sacro
crotonese, e il simbolismo duo-decimale del fascio littorio etrusco -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Grice: “It’s difficult to
call Reghini a philosopher; yes, he was interested in Pythagoras – but to what
extent can, in spite of Russell, number GROUND a whole philosophy?” Studia a Pisa. Insegna a Roma. Promotore della setta di Crotone, è affiliato
a vari gruppi dell'esoterismo italiano. Entra nella società teo-sofica e ne
fonda la sezione romana. Fonda a Palermo la biblioteca di teo-sofia filo-sofica.
È iniziato a Memphis di Palermo, rito massonico di supposta origine egizia. Entra
a Firenze nella loggia Lucifero, dipendente dal Grande Oriente. Adere al martinismo
papusiano, diretto da SACCHI, verso le carenze della cui maestranza e
pubblicistica apporta una demolizione magistrale. È chiamato d’ARMENTANO, che
lo avvia allo studio della scuola di Crotone. Entra nel supremo consiglio universale
del rito filosofico italiano, dal quale però si dimise, non havendo infatti
un'alta opinione dello stato della massoneria in Italia. Insignito del XXXIII massimo
grado del rito scozzese antico e accettato, entra a far parte come membro
effettivo del supremo consiglio, di cui è cancelliere e segretario. Gl’anni
della grande guerra vedeno discepoli e maestri della schola italica pitagorica partire
volontari per il fronte. Non rimase inerte innanzi al sorgere dell’istanze
interventiste. Partecipa attivamente alla manifestazione romana del maggio,
culminata in Campidoglio, tesa ad ottenere la dichiarazione di guerra. Accolto
nell'accademia militare di Torino come allievo ufficiale di Genio, parte volontario
per il fronte, ottenendo sul campo il grado di capitano di Genio. Lui ed
il suo maestro ARMENTANO creano a Roma l'associazione pitagorica, che riprende
le fila di precedenti esperienze e si richiama operativamente al sodalizio
pitagorico. Fonda e anima varie riviste, con interventi sagaci e ricchi di
dottrina. Scrive sul papiniano “Leonardo”, dando vita ad “Atanór, Ignis, e UR,
con COLAZZA, EVOLA (si veda) come
direttore, PARISE, ed ONOFRI. Contrasti d'idee e caratteriali prevalser nel
rapporto di collaborazione fra lui ed EVOLA, provoca la scelta evoliana di
allontanamento di questi, assieme a PARISE, dalla rivista “UR” -- rivista sórta
a esprimere al pubblico della cultura l'intento dell'occulto Gruppo di Ur -- dove
il maestro fiorentino pubblica con l'eteronimo di ‘Pietro Negri’. E se ne ha
anche strascichi giudiziari. Infatti EVOLA tenta di farlo incriminare per
affiliazione massonica -- affiliazione che costituiva reato dopo l'imposizione
di scioglimento dell’associazioni segrete decretata dal regime fascista. Ma il
potere giudiziario opta infine per un accordo tra i due onde evitare uno scandalo.
Per via del condizionamento repressivo fascista volto all'emarginazione di
tanti esponenti dell'esoterismo italiano – ARMENTANO parte per il Brasile --, ormai
isolato si ritira dalle attività pubbliche e a Budrio si dedica
all'insegnamento nel circolo quirico filopanti, alla meditazione in chiave
pitagorica delle scienze matematiche. Ottenne riconoscimenti dei lincei e dall'accademia per la sua opera
sulla restituzione della geo-metria pitagorica. Il Crepuscolo dei Filosofi regalato
dal suo autore, Papini all’amico Arturo al suo ingresso nella loggia fiorentina
‘Lucifero.” Nel fronte-spizio una dedica ad inchiostro, scolorito dal tempo, ‘Al
fratello R. il suo PAPINI’ in R., pitagorico, su il manifesto Rito filosofico italiano, Massa, “Pagine
esoteriche” (Finestra, Trento). In questa qualità firma il decreto del suo
scioglimento (riprodotto in Sessa, I sovrani grandi commendatori e storia del supremo
consiglio d'Italia del rito scozzese antico ed accettato, Palazzo Giustiniani
(Bastogi, Foggia), in seguito all'approvazione alla camera dei deputati del
progetto di legge sulla disciplina delle associazioni, presentato da MUSSOLINI,
mirante allo scioglimento della
massoneria. Iacovella, "Il barone e il pitagorico”, Vie della Tradizione, Cfr.
la recensione fatta ne da Guénon. Altri saggi: ““Parola sacra e parola di passo
dei gradi”; “Il mistero massonico” (Atanor, Roma); “Geo-metria pitagorica” (Basilisco,
Genova); “Il numero sacro nella tradizione pitagorica”; “Il numero sacro e la
geo-metria pitagorica”; Il fascio
littorio, ovvero il simbolismo duo-decimale”; “Il fascio etrusco” (Basilisco,
Genova); “Il numero sacro nella tradizione crotonese” (Ignis, Roma); “Del numero”;
Prologo Associazione culturale Ignis, Dell'equazione indeterminata di secondo
grado con due incognite” (Archè/pizeta); “Della soluzione dell'equazione di
tipo Pell x2-Dy2=B e del loro numero” (Archè/pizeta); “Il numero tri-angolare, il
numero qua-drato, il numero pi-ramidale a base tri-angolare, il numero pi-ramidale a
base qua-drata” (Archè/pizeta); “Dizionario filologico” (Associazione culturale
Ignis"), Cagliostro, ("Associazione culturale Ignis"), “Considerazioni
sul rituale dell'apprendista libero muratore” (Phoenix, Genova); “Paganesimo, scuola
di Crotone, Massoneria” (Mantinea, Furnari, Messina); “Per la restituzione
della massoneria crotonese italica (Raffaelli, Rimini); “La tradizione crotonese
massonica” (Melita, Genova); “Trascendenza
di spazio e tempo”, Mondo Occulto (Napoli, ASEQ). Cura “De occulta philosophia”
di AGRIPPA (Fidi, Milano); I Dioscuri,
Genova; La Sapienza pagana e crotonese (La Cittadella. I Libri del Graal. Geminello Alvi, R., il
massone pitagorico che ama la guerra, Corriere della Sera; Paradisi, Il pitagorico
che sogna l’impero, L’Indipendente, Luca, "Un intellettuale neo-pitagorico
tra massoneria e fascismo" (Atanòr, Roma); Parise, "Nota su R.",
in calce a “Considerazioni sul rituale dell'apprendista libero muratore” (Phoenix,
Genova); Sestito, “Il figlio del sole” (Ancona, Associazione Culturale Ignis); Via
romana agli Dei Amedeo Rocco ARMENTANO, Evola
Parise, Schiavone, a metà strada tra fascismo e massoneria, su archivio storico.
Centro Giorgi Scuola Normale Superiore di Pisa, Breve biografia su mathematica.
Boni, Omaggio su rito simbolico; Un pitagorico dei nostri tempi; Bizzi, La
Tradizione occidentale. Grandi massoni. Illustre matematico e anti-fascista --
grande oriente. Pitagorico, su ilmanifesto. Derivo
l’espressione di «corrente tradizionalista romana» dal po¬ deroso
(e ponderoso) lavoro di P. DI VONA, Evola e Guénon. Tradizio¬ ne e
civiltà, Napoli 1985, pp. 179-210, in cui, nel VI cap., intitolato ap¬
punto Il tradizionalismo romano, l’A. studia la «corrente romana del
tradizionalismo, ad opera di Reghini, Evola e De Giorgio». È evidente che
col termine «corrente» noi non intendiamo riferirci (se non in singo¬ li
casi, che ben preciseremo) ad una linea di pensiero omogenea, bene
organizzata in un gruppo unitario e compatto dalle caratteristiche co¬
muni, ideologicamente e politicamente parlando, ma ad una tendenza che
potè as sumere aspetti e sfaccettature diverse, come proprio i casi
di Reghini, Evola e De Giorgio (e non sono certo gli unici) sono a
dimo¬ strare. 17 zioni (8)
e che non mancherà di ulteriori sviluppi. In questa sede sarà
sufficiente fare rapido riferi¬ mento a quell’epoca gravida di grandi e
decisive tra¬ sformazioni che fu il Rinascimento italiano. È so¬
prattutto nel corso del XV secolo che tradizioni oc¬ culte, sopravissute
per secoli nel più grande segreto, paiono ricevere nuova linfa e
l’impulso ad una nuo¬ va manifestazione dal contatto con personalità
del¬ l’Oriente europeo di altissima rilevanza intellettuale, come
quella di Giorgio Gemisto Pletone, il grande rivitalizzatore della
filosofia platonica negli ultimi anni dell’Impero d’Oriente e fondatore
di un cena¬ colo esoterico a Mistra, la medievale erede dell’anti¬
ca Sparta, all’interno del quale, oltre a conservare testi dell’antichità
pagana (come le opere dell’impe¬ ratore Giuliano, che vi venivano
trascritte), si cele¬ bravano veri e propri riti e si elevavano inni in
onore degli dèi olimpici (9). La figura e la funzione di
Giorgio Gemisto Pleto¬ ne sono ancora troppo poco note in generale e,
in Italia, non ancora studiate (10). In genere, ci si limi-
(8) Cfr. ad esempio: R. DEL PONTE, Sulla continuità della tradizio¬ ne
sacrale romana, parti I e II, in «Arthos», voi. V, numeri 21 e 25
(1980-82), pp. 1-13, 275-281; parte III, voi. VI, n. 29(1985), pp.
149-157; vedi anche: Q. AURELIO SIMMACO, RelazionesuH’altare della
Vitto¬ ria, con un’introduzione di R. del Ponte su Simmaco e isuoi tempi.
Edi¬ zioni del Basilisco, Genova 1987. (9) Si tenga conto che
nel sud del Peloponneso sono attestati, a livello popolare, culti nei
confronti degli dèi classici sino al IX secolo della no¬ stra era.
(10) In lingua italiana mancano ancora del tutto studi
approfonditi. 18 ta a citare, a proposito di lui, la
sua partecipazione al Concilio di Firenze e l’istituzione
dell’Accademia Platonica Fiorentina, che ebbe sede nella villa di
Ca- reggi (o «delle Cariti», o «Muse»), concepita da Co¬ simo il
Vecchio e realizzata da Lorenzo il Magnificosu suggestione del Pletone. Ma gli
effetti dovettero essere ancora più interessanti e gravidi di
conseguen¬ ze, se si considerino i legami, ad esempio, fra Gior¬
gio Gemisto Pletone e Sigismondo Pandolfo Mala- testa. Signore di Rimini:
colui che ne sottrarrà il ca¬ davere agli Ottomani (1464), i quali
avevano occu¬ pato Mistra nel 1460, onde deporlo pietosamente in
un’arca marmorea del suo famoso «Tempio Malate¬ stiano». Lo stesso
Malatesta dovette pure essere in rapporto con la ben nota «Accademia
Romana» di Pomponio Leto (11), propugnatore, scrive il von Pa-
stor, del «romanesimo nazionale antico». Il capo Ci si dovrà
pertanto limitare a rimandare a: B. KIESZKOWSKI, Studi sul platonismo del
Rinascimento in Italia (vedi soprattutto cap. II), Sansoni, Firenze 1936;
P. FENILI, Bisanzio e la corrente tradizionale del Rinascimento, in «Vie
della Tradizione», X, 39 (1980), pp. 139-147 (ci viene comunicato ora,
che a cura dello stesso P. Fenili è in corso di stampa un’antologia di
brani di Pletone, dal titolo «Paganitas», lo squarcio nelle tenebre, per
Basala Editore di Roma). Di recente, ci è ca¬ pitato di leggere in
un’insolita pubblicazione, una rivistina satirica di si¬ nistra, un reportage
da Mistra singolarmente informato e documentato su Gemisto Pletone e la
sua scuola (cfr. P.LO SARDO, La repubblica dei Magi. Da Sparta alla
Firenze del '400, in «Frigidaire», 56-57, luglio- agosto 1985, pp.
55-63). (11) Per mezzo del Platina (definito da Pomponio pater
sanctissi- mus), 1 ’Accademia Romana intratteneva rapporti col Malatesta,
il quale 19 dell’Accademia
Romana, riporta il von Pastori «spregiava la religione cristiana ed
usciva in vio¬ lenti discorsi contro i suoi seguaci... venerava il
ge¬ nio della città di Roma. (...) Quale rappresentante di
queU’umanesimo, che gravitava verso il pagane¬ simo, si schierarono ben
presto attorno a Pompo¬ nio un certo numero di giovani, spiriti liberi
dalle idee e dai costumi mezzo pagani. (...) Gli iniziati
consideravano la loro dotta società come un vero collegio sacerdotale
alla foggia antica, con alla te¬ sta un pontefice massimo, alla quale
dignità fu elevato Pomponio Leto» (12). Si noti che sembra
certa l’adesione alla cerchia del Leto del principe Francesco Colonna,
Signore di Pa- lestrina, l’antica Praeneste, dai più ritenuto
l’autore della celeberrima Hypnerotomachia Poliphili, un te¬ sto
molto citato, ma molto poco letto e soprattutto compreso, dove, in ogni
modo, una sapienza ermeti¬ ca si sposa all’esaltazione, non tanto
filosofica. fu notoriamente nemico dei papi e ammiratore del
movimento pagano di Mistra (cfr. F. Masai, Pléthon et le platonisme de
Mistra, Paris 1956, p. 344, nota. L’opera del Masai è a tutt’oggi la più
completa esistente sulla dottrina e la figura di Giorgio Gemisto
Pletone). Si noti che il Pla¬ tina fu allievo a Firenze dell’Argiropulo,
discepolo di Pletone, e che un altro antico discepolo, il Cardinal
Bessarione, si prodigò per la liberazio¬ ne da Castel Sant’Angelo dei
membri dell’Accademia Romana nel 1468, dopo che furono accusati dal papa
Paolo II — non senza fondamento — di «paganesimo». 11 Masai (op. cit., p.
343) si domanda se l’Accade¬ mia Romana «non fosse in qualche modo una
filiale di quella di Mistra». (12) L. von PASTOR, Storia dei
Papi, voi. II, Roma 1911, pp. 308-309. 20 quanto
mistica, del mondo della paganità romano¬ italica, culminante nella
visione di Venere Genitrice. Se si rifletta al fatto che Francesco
Colonna, rea¬ lizzatore fra il 1490 e il 1500 del nuovo imponente
palazzo gentilizio eretto sulle rovine del tempio di Fortuna Primigenia
(ancora oggi ben identificabili nelle strutture originali), vantava
discendenza diret¬ ta dalla gens Julia e quindi da Venere (13), si
potrà allora intravedere come l’apporto vivificante della corrente
sapienziale reintrodotta in Italia da Gemi¬ sto Pletone si fosse
incontrato col retaggio gentilizio di una tradizione antichissima,
gelosamente custodi¬ to nel silenzio dei secoli col tramite di alcune
fami¬ glie nobiliari italiane, in ispecie laziali, generosa¬ mente
fruttificando: nel senso di spingere ad un rin¬ novamento tradizionale
non solo l’Italia, ma persi¬ no, ad un certo momento, lo stesso papato,
se avven¬ ti 3) Risulterà forse sorprendente apprendere come i
Colonna posse¬ dessero ancora fino ai nostri giorni (è documentato almeno
sino al 1927) il «feudo» originale di Giulio Cesare, Boville (Frattocchie
d’Alba- no). Sempre fino al 1927 era visibile nel giardino Colonna al
Quirinale l’aitare antico dedicato al Vediove della gens Julia (notizie
ricavate da: P. COLONNA, I Colonna, Roma 1927, pp. 5-6). Tolomeo 1
Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul excellentissimus e Julia
stirpe progenitus (cfr. P. FEDELE, s.v. Colonna, in «Enciclopedia
Italiana», X, 1931). Ha compiuto un’attenta analisi deWHypnerotomachia
Poli¬ phili (editio princeps nel 1499, presso Manuzio) come opera di
France¬ sco Colonna, M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma 1980.
Si veda anche: OLIMPIA PELOSI, Il sogno di Polifilo: una quéte del¬
l’umanesimo, ed. Palladio, s.l. 1978. A.C. Ambesi, in considerazione
della dimensione iniziatica dell’opera di Francesco Colonna, la conside¬
ra come un’anticipazione cifrata del movimento dei Rosacroce (/ Rosa¬
croce, Milano 1982, pp. 76 e sgg.). 21
ne che poco mancò che salisse al soglio pontificio quel cardinale
Giuseppe Bassarione che fu discepolo diretto di Giorgio Gemisto Pletone,
da lui giudicato, come scrisse in una lettera privata ai figli del
mae¬ stro dopo la sua morte, «il più grande dei Greci do¬ po
Platone» (14). Ma altri tempi tristi dovevano giungere, tempi
in cui sarebbe stato più prudente tacere, come dimo¬ strò il
bagliore delle fiamme in Campo dei Fiori, av¬ volgenti nell’anno di
Cristo 1600 il corpo, ma non l’animo, di Giordano Bruno, rivivificatore
generoso, ma impaziente, di dottrine orfico-pitagoriche, che
trovavano analoga eco — frutto di una linfa non mai del tutto estinta
nell’Italia Meridionale — nella poesia e nella prosa dell’irruente frate
calabrese Tommaso Campanella, lui pure oggetto di odiose
persecuzioni. Bisognerà giungere sino all’unità d’Italia,
parzial¬ mente realizzatasi nel 1870 con la fine della millena¬ ria
usurpazione temporale dei papi, per trovare una situazione mutata. A
questo punto bisogna chiarire una volta per tutte, con la maggiore
evidenza, che dal punto di vista del tradizionalismo romano l’uni¬
tà d’Italia — indipendentemente dai modi con cui (14) Si dovrà
ricordare che il Bessarione raccolse cum pietate nel suo studio le opere
e i manoscritti del maestro, in particolare alcuni fram¬ menti
apertamente pagani delle Leggi, dotandone poi la Biblioteca Marciana da
lui fondata, a Venezia. 22 potè in effetti
verificarsi (modi spesso arbitrari e prevaricatori della dignità e delle
sacrosante autono¬ mie di diverse popolazioni italiche) e dall’azione
di certe forze sospette (Carboneria, massoneria e sette varie) che
per i loro fini occulti poterono agevolarla — era e rimane condizione
imprescindibile e necessa¬ ria per ritornare alla realtà geopolitica
dell’Italia au- gustea (e dantesca): quindi per propiziare il
rimani¬ festarsi nella Saturnia tellus di quelle forze divine che
ab origine a quella realtà geografica — consa¬ crata dalla volontà degli
dèi indigeti — sono legate. È un dato che si dovrà tenere ben
presente, per meglio intendere certi fatti che avremo modo di
esporre in seguito. Intanto, negli ultimi anni del XIX secolo è
nell’a¬ ria qualcosa di nuovo e antico insieme, che verrà av¬
vertito dalle anime più sensibili. Fra queste, il grande poeta
Giovanni Pascoli, con un equilibrio ed una compostezza veramente classi¬
ci, valendosi di una sensibilità non inferiore a quella con cui in quegli
stessi anni conduceva l’esegesi di certi lati occulti della dantesca
Commedia, con il se¬ guente sonetto (e col corrispondente testo in
esame¬ tri latini, da noi non riprodotto) celebrava in una semplice
aula scolastica la solennità del 21 aprile 1895: 23
«L’aratro è fermo: il toro d’arar sazio, leva
il fumido muso ad una branca d’olmo; la vacca mugge a lungo,
stanca, e n’echeggia il frondifero Palazio. Una mano
sull’asta, una sull’anca del toro, l’arator guarda lo spazio: sotto
lui, verde acquitrinoso il Lazio; là, sul monte, una lunga breccia
bianca. È Alba. Passa l’Albula tranquilla, sì che ognun
ode un picchio che percuote nell’Argileto l’acero sonoro.
Sopra il Tarpeio un bosco al sole brilla, come un incendio. Scende
a larghe ruote l’aquila nera in un polverio d’oro» (15). Allo
scadere del secolo, nel 1899, è un fatto nuovo di ordine archeologico il
punto di riferimento im¬ portante ed essenziale per il secolo che sta per
aprir¬ si: la scoperta nel Foro da parte dell’archeologo Gia¬ como
Boni (un nome che non dovremo scordare) del cippo arcaico sotto il
cosiddetto Lapis Niger (VI sec. a.C.), in cui l’iscrizione in caratteri
antichi del termi¬ ne RECHI ( = regi) attesta documentariamente
l’ef¬ fettiva esistenza in Roma della monarchia e, con quanto ne
consegue, la sostanziale fondatezza della tradizione annalistica romana,
trasmessa nel corso di innumerevoli generazioni, dai primi Annales
Ma¬ ximi dei pontefici sino a Tito Livio e, al termine del-
(15) G. PASCOLI, Antico sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino,
Zanichelli, Bologna 1925, p. 29. 11 lettore esperto potrà notare come in
pochi versi il poeta abbia saputo sapientemente concentrare particolari
nomi evocativi di determinate realtà primordiali dell’Urbe.
24 l’Impero d’Occidente, alle ultime gentes sacerdotali ed a
quegli estremi devoti raccoglitori e trasmettitori della sapienza delle
origini, come poterono essere un Macrobio ed un Marziano Capella nel V
secolo. È come se, fisicamente, una parte di tradizione ro¬
mana si esponesse improvvisamente alla luce del so¬ le a smentire
l’incredulità e l’ipercriticismo della scuola tedesca, che, in nome di un
presunto realismo scientifico, aveva respinto in blocco le più
antiche memorie patrie, e soprattutto dei suoi squallidi se¬ guaci
italiani, come quell’Ettore Pais che nella sua Storia di Roma (ristampata
innumerevoli volte fino in piena epoca fascista) aveva negato ogni tradizione
da una parte, costruendo dall’altra fantastici castelli in aria, senza
alcuna base, né storica, né filologica. Risulta che Giacomo Boni fu
in corrispondenza con un altro principe romano, pioniere degli
studi islamici e deputato al parlamento nei banchi della sinistra:
Leone Caetani duca di Sermoneta, principe di Teano, marito di una
principessa Colonna. Suo nonno, Michelangelo Caetani, era stato
l’au¬ tore di un fortunato opuscolo di esegesi dantesca sin dal
1852, dove si sosteneva l’identità di Enea col dantesco «messo del cielo»
che apre le porte della Città di Dite con «l’aurea verghetta» degli
iniziati di Eieusi (16): quello stesso che nel 1870, già vecchio e
quasi cieco, fu il latore a Vittorio Emanuele II dei (16) Cfr. M.
CAETANI di SERMONETA, Tre chiose nella Divina Commedia di Dante
Alighieri, II ed., Lapi, Città di Castello 1894. 25
risultati del plebiscito che sanciva l’unione di
Roma all’Italia. Proprio Leone Caetani sarebbe stato
l’autorevole tramite attraverso cui si sarebbero manifestate al¬ l’interno
della Fratellanza Terapeutica di Myriam (operativa proprio negli anni
della scoperta del La¬ pis Niger) fondata da Giuliano Kremmerz (cioè
Ciro Formisano di Portici) — che la definì talvolta come Schola
Italica — determinate influenze derivanti dall’antica tradizione
romano-italica se, come scrive l’esoterista Marco Daffi {alias il conte
Libero Ric- ciardelli) (17) è lui il misterioso «Ottaviano» (altro
riferimento alla gens Julia!) autore nel 1910, nella ri¬ vista
«Commentarium» diretta dal Kremmerz, di un articolo sul dio Pan e di una
lettera di congedo dalla redazione in cui egli riafferma in tali termini
la pro¬ ti?) «Sotto tale pseudonimo si nascondeva persona
veramente auto¬ revole, autorevolissimo collega di ricerche ermetiche di
Kremmerz tanto da potere essere ritenuto portavoce di sede superiore
(...) Don Leone Caetani, Duca di Sermoneta, Principe di Teano» (M. DAFFI,
Giuliano Kremmerz e la Fr+Tr+ di Myriam, a cura di G.M.G., Alkaest,
Genova 1981, pp. 62 e 84). Gli scritti firmati da «Ottaviano» in
«.Commenta¬ rium» sono tre: La divinazionepantéa (n. 1 del 25 luglio
1910), Per Giu¬ seppe Francesco Borri (n. 3 del 25 agosto 1910),
Gnosticismo e inizia¬ zione (n. 8-10 di novembre-dicembre 1910). In
quest’ultimo scritto, con¬ sistente in una lettera di congedo come
collaboratore della rivista, si ri¬ manda all’opera di un altro
personaggio che, come «Ottaviano», doveva riconnettersi allo stesso
ambiente iniziatico gravitante alle spalle dell’or¬ ganismo kremmerziano:
l’avvocato Giustiniano Lebano, autore di un curioso libretto intitolato
Dell’Inferno: Cristo vi discese colla sola ani¬ ma o anche col corpo?
(Torre Annunziata 1899), in cui nuovamente si accenna al «ramoscello
dorato del segreto, ossia la voce mistica di con¬ venzione» (p. 66) che
Enea presenta a Proscrpina. 26 pria fede
pagana: «... non sono che pagano e ammiratore del paga¬
nesimo e divido il mondo in volgo e sapienti (...) volgo, che i miei
antenati simboleggiavano nel ca¬ ne e lo pingevano alla catena sul
vestibolo del Do- mus familiae con la nota scritta: Cave canem; ca¬
ne perché latra, addenta e lacera» (18). In quegli stessi anni (a
partire dal 1905) era co¬ minciata l’attività pubblicistica ed iniziatica
di Ar¬ turo Reghini (1878-1946). La sua importanza fra i più
autorevoli esponenti europei della Tradizione, e del filone
romano-italico in particolare, risiede cer¬ tamente non tanto nel
tentativo, vano e fatalmente destinato all’insuccesso, per quanto
disinteressato, di rivitalizzare la massoneria al suo interno (19),
quanto nell’attenzione da lui portata allo studio ed (18)
OTTAVIANO, Gnosticismo e iniziazione, cit., p. 210. (19) Tentativo
che si concretizzò soprattutto con la creazione del Rito Filosofico
Italiano, fondato nel 1909 dal Reghini, Edoardo Frosini ed altri (il 20
ottobre 1911 vi sarà accolto come membro onorario Aleister Crowley...),
ma dall’esistenza effimera, dal momento che sin dal 1919 si fuse con la
massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato di Piazza del Gesù. 11
Reghini seguirà le sorti e le direttive di Piazza del Gesù di Raoul
Palermi, molto favorevole nei confronti del fascismo, sino ai
provvedimenti contro le società segrete del 1925. Giovanni Papini ha de¬
dicato alcune pagine nel contempo pungenti e commosse ad Arturo Re¬ ghini
di cui fu amico negli anni giovanili, cosi concludendo: «Arturo Reghini
visse, povero e solitario, una vita di pensiero e di sogno: anch’e¬ gli
difese e incarnò, a suo modo, il “primato dello spirituale’’. Nessuno di
quelli che lo conobbero potrà dimenticarlo» (Passato remoto (1885- 1914),
ed. L’Arco, Firenze 1948, p. 129). 27
alla riscoperta della tradizione classica e romana, che gli era stato
dato in compito di rivitalizzare «in segreto», così come egli stesso si
esprime in una let¬ tera inviata ad Augusto Agabiti e pubblicata nel
nu¬ mero di aprile 1914 di «Ultra»: «sai bene come il nostro
lavoro, puramente meta¬ fisico e quindi naturalmente esoterico, sia
rimasto sempre e volontariamente segreto» (20). In tal modo
il Reghini ben si inseriva nel filone della corrente tradizionalista
romana, in quella sua variante che si può legittimamente definire
«orfico- pitagorica» (21), col contributo di numerosi scritti,
soprattutto sulla numerologia pitagorica, sparsi fra molti articoli e
opere impegnative, come Per la resti¬ tuzione della geometria pitagorica
(1935; rist. 1978), I numeri sacri della tradizione pitagorica
massonica (postumo 1947; rist. 1978), Aritmosofia (postumo
(20) A. REGHINI, La «tradizione italica», in «Ultra», Vili, 2 (aprile
1914), p. 69. (21) Allo stesso modo, di tradizione ermetica
«egizio-ellenistica» si potrebbe parlare per il filone essenzialmente
seguito dalla corrente kremmerziana. È chiaro come nessuna di queste
correnti possa preten¬ dere di identificarsi con il filone centrale deWa
tradizione romana (come vorrebbero, ad esempio, certi continuatori del
Reghini dei nostri giorni), rappresentandone, semmai, corollari
concentrici ed espressioni validis¬ sime, ma essenzialmente periferiche.
Il nucleo della tradizione romana è altra cosa: può includere tutto ciò,
ma al tempo stesso ne è al di sopra nella sua essenza originaria. Per
cercare di comprendere la cosa, si dovrà riflettere sul simbolismo e
sulla funzione del dio Giano, non per caso divinità unica e propria della
sacra terra laziale. 28 1980) ed il tuttora inedito
Dei numeri pitagorici (22). Con questa attività egli avrebbe
perseguito la mis¬ sione affidatagli da un’antica scuola iniziatica di
tra¬ dizione pitagorica della Magna Grecia (23) allorché, ancora
giovane e studente a Pisa, fu avvicinato da colui che sarebbe divenuto il
suo maestro spirituale: Amedeo Rocco Armentano (24), calabrese, ufficiale
dell’esercito all’epoca in cui lo conobbe il Reghini. Ad Amedeo
Armentano (1886-1966) apparteneva (22) Di recente, per il
quarantesimo anniversario della scomparsa del Reghini (1986), è stata
edita una raccolta di suoi scritti vari: Paganesi¬ mo, pitagorismo,
massoneria, ed. Mantinea, Fumari 1986, a cura del¬ l’Associazione
Pitagorica, un gruppo costituitosi solo nel giugno 1984 con un poco
iniziatico «atto notarile» (sic), ma che vanta diretta discen¬ denza dal
gruppo del Reghini. La raccolta è stata purtroppo eseguita con
dilettantismo, senza criteri ed inquadramenti storico-filologici e gli
scritti reghiniani (uno addirittura incompleto) non seguono nè un ordi¬
ne logico, nè cronologico. Il saggio suW Interdizione pitagorica delle
fa¬ ve si potrà leggere ora completo in «Arthos» n. 30 (1986, ma
stampato 1987). (23) DIOGENE LAERZIO (Vili, 56) ricorda come
il pensiero di Pi¬ tagora avesse trovato accoglienza presso gli Italioti
della Magna Grecia: «Come dice Alcidamante tutti onorano i sapienti. Così
i Pari onorano Archiloco, che pur era blasfemo, e i Chii Omero, che era
d’altra città (...) e gli Italioti Pitagora» (Die fragmente der
Vorsokratiker, a cura di H. Diels-W. Kranz; trad. ital. Bari 1981, v.
I). (24) Per alcune notizie su Armentano (ed una sua foto), cfr. R.
SE- STITO, A.R.A., il Maestro, in Ygieia, bollettino interno
dell’Associazio¬ ne Pitagorica, 111, 1-4 (1986), pp. 1-3. Di Armentano si
vedano le Massi¬ me di scienza iniziatica, commentate dal Reghini in vari
numeri di «Atanòr» ed «Ignis» (1924-25). Negli anni Trenta Armentano
lasciò l’I¬ talia per il Brasile, dove morì. È sintomatico come anche
«Ottaviano» in quel periodo si sarebbe allontanato dall’Italia
stanziandosi a Vancou¬ ver in Canada. 29
quella misteriosa «torre in mezzo al mare. Una ve¬ detta
diroccata, su di uno scoglio deserto» (25) dove, con gran dispiacere di
Sibilla Aleramo, il giovane protagonista del romanzo Amo, dunque sono
(Mon¬ dadori, Milano 1927), «Luciano» {alias Giulio Pari¬ se),
avrebbe dovuto «diventare mago» in compagnia di un amico non nominato,
vale a dire proprio il Reghini. Fu proprio nella torre di
Scalea, in Calabria, che il Reghini rivide nell’estate 1926 il testo
della tradu¬ zione italiana deirOccw//flr Phylosophia di Agrippa, a
cui premise un ampio saggio di quasi duecento pa¬ gine su E.C. Agrippa e
la sua magia. Vi scriveva, fra l’altro: «E perciò, in noi,
il senso della romanità si fonde con quello aristocratico e iniziatico
nel renderci fieramente avversi a certe alleanze, acquiescenze e
deviazioni. Forse si avvicina il tempo in cui sarà possibile di rimettere
un po’ a posto le cose, e noi speriamo che ci venga consentito, una
qualche vol¬ ta, di riportare alla luce qualche segno dell’esoteri¬
smo romano. Quanto alla permanenza di una “tradizione romana”, si vorrà
ammettere che se una tradizione iniziatica romana pagana ha potu¬
to perpetuarsi, non può averlo fatto che nel più as¬ soluto mistero. Non
è quindi il caso di interloquire con affermazioni e negazioni»
(26). (25) S. ALERAMO, Amo, dunque sono, cit., p. 15. Cfr. p. 50:
«Lu¬ ciano, Luciano, e tu vuoi essere mago! M’hai detto d’aver già
operato fantastiche cose, fantastiche a narrarsi, ma realmente accadute».
(26) A. REGHINI, E.C. Agrippa e la sua magia, in: E.C. AGRIPPA,
30 Il 1914 è un anno molto importante, sotto diversi
aspetti, per i tentativi di rivivificazione della tradi¬ zione italica.
Nel numero di gennaio-febbraio 1914 di «Salamandra», in un articolo dal
titolo fortuna¬ to, poi ripreso da Evola, Imperialismo pagano, il
Re¬ ghini coglieva occasione, scagliandosi contro il par¬
lamentarismo ed il suffragio universale che favoriva cattolici e
socialisti, di riaffermare l’unità e l’immu¬ tabilità della tradizione
pagana in Italia, che, sempre ricollegata nella sua visione al
pitagorismo, si sareb¬ be trasmessa attraverso le figure di alcuni grandi
ini¬ ziati sino ai nostri giorni (27). In ottobre, dalle pagi¬ ne
di «Ultra», precisava nello stesso tempo, in un importante articolo
dottrinario, che: «Il linguaggio e la razza non sono le cause
della superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al
suolo, all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si
manifesta anche storica¬ mente come una di queste regioni magnetiche
del¬ la terra. (...) Se noi parleremo del mito aureo e so¬ lare in
Egitto, Caldea e Grecia prima di occuparci della sapienza romana, non è
perché questa derivi da quella, ché il meno non può dare il più» (28).
Lm Filosofia occulta o la Magia, voi. I, rist. Mediterranee, Roma
1972, pp. XCIII-XClV, nota. (27) L’articolo fu poi
ripubblicato in «Atanòr», I, 3 (marzo 1924), pp. 69-85 (oggi nella
ristampa anastatica a cura dell’omonima casa edi¬ trice di Roma).
(28) A. REGHINI, Del simbolismo e della filologia in rapporto alla
sapienza metafisica, in «Ultra», Vili, 5 (ottobre 1914), p. 506.
31 Intanto, nella notte del solstizio
d’inverno del 1913, si era verificato un insolito episodio, gravido
di future conseguenze: in seguito a misteriose indi¬ cazioni, nei pressi
di un antico sepolcro sull’Appia Antica era stato rinvenuto, a cura di
«Ekatlos» (29), accuratamente celato e protetto da un involucro im¬
permeabile, uno scettro regale di arcaica fattura e i segni di un
rituale. «Ed il rito — riporta «Ekatlos» (30) — fu celebra¬
to per mesi e mesi, ogni notte, senza sosta. E noi sentimmo,
meravigliati, accorrervi forze di guerra e forze di vittoria; e vedemmo
balenar nella sua lu¬ ce le figure vetuste ed auguste degli “Eroi”
della razza nostra romana; e un “segno che non può fal¬ lire” fu
sigillo per il ponte di salda pietra che uo¬ mini sconosciuti costruivano
per essi nel silenzio profondo della notte, giorno per giorno».
«Il significato, le vere intenzioni e le origini di tali
(29) Lasciamo ogni responsabilità circa l’identificazione di «Eka¬ tlos»
con il principe Leone Caetani, già da noi incontrato, all’anonimo autore
(si tratta, peraltro, certamente di C. Mutti, fanatico integralista
islamico) di una postilla alla parziale traduzione francese della rivista
evoliana «Krur» (TRANSILVANUS 1984, A propos de l’article d’Eka- tlos,
seguito da una Note sur Leone Caetani, in: J. EVOLA, Tous les écrits de
«Ur» & «Krur», 111 [Krur 1929], Arché, Milano 1985, pp. 475- 486).
Ancor più lasciamo all’autore di tali tristi note (in cui ancora una
volta si dimostra come tra fanatismo religioso e via iniziatica esista un
divario invalicabile) la pesante responsabilità delle poco ragguardevoli
espressioni usate nei confronti del benemerito principe romano.
(30) EKATLOS, La «Grande Orma»: la scena e le quinte, in «Krur», I,
12 (dicembre 1929), pp. 353-355, oggi in: GRUPPO di UR, Introdu¬ zione
alla Magia, voi. Ili, Roma 1971, pp. 380-383. 32 riti
pongono un problema», osserva il Di Vona (31), «ma il loro fine immediato
fu esplicito, e come tale è stato dichiarato. (...) Esso fu compiuto nel
dovuto modo da un gruppo che si propose di dirigere verso la
vittoria italiana la I Guerra Mondiale». Ma l’episodio ha un
seguito: il 23 marzo 1919 (giorno in cui cade la festa romana del
Tubilustrium, o consacrazione delle trombe di guerra) fu fondato a
Milano, nella famosa riunione di Piazza Sansepol- cro, il primo Fascio di
Combattimento (dal 1921 de¬ nominato Partito Nazionale Fascista). Fra gli
astanti vi fu chi, emanazione dello stesso gruppo che aveva
riesumato l’antico rituale, preannuncio a Benito Mussolini: «Voisarete
Console d’Italia». E fu la stes¬ sa persona che, qualche mese dopo la
Marcia su Ro¬ ma, il 23 maggio 1923, vestita di rosso, offrì al
Capo del Governo un’arcaica ascia etrusca, con «le dodici verghe di
betulla secondo la prescrizione rituale le¬ gate con strisce di cuoio
rosso» (32). Con tale atto dal sapore sacrale, come è evidente.
(31) P. DI VONA, Evola e Guénon, cit., p. 202. (32) EKATLOS,
art. cit., p. 382, nota. La notizia è riportata con altri particolari nel
«Piccolo» di Roma del 23-24 maggio 1923, p. 2 [cfr. Ap¬ pendice 1].
Particolare curioso: la sera stessa del 23 maggio Mussolini parti in
aereo alla volta di Udine, onde potere inaugurare il giorno dopo, 24
maggio, anniversario dell ’entrata in guerra, il monumentale cimitero di
Redipuglia, alla presenza del Duca d’Aosta. La sera del 24, sulla via del
ritorno verso Roma, l’aereo fu costretto, da un inspiegabile guasto, ad
un atterraggio di fortuna nei pressi di Cerveteri, cioè l’antica etrusca
Cere, donde forse proveniva l’arcaico fascio. 33
le correnti più occulte portatrici della
tradizione ro¬ mana avrebbero voluto propiziare una restaurazione
in senso «pagano» del fascismo. Altri episodi concomitanti
concorrono a rafforza¬ re questa supposizione. Dopo essere stata
composta proprio nel 1914, fra il 21 aprile ed il 6 maggio 1923
(altre significative coincidenze di date), fu rappre¬ sentata sul
Palatino la tragedia Rumori: Romae sa- crae origines (il solo terzo
atto), col beneplacito e la presenza plaudente di Benito Mussolini. La
tragedia (o, meglio, alla latina, il Carmen solutum) risulta opera
di un certo «Ignis» (pseudonimo sotto cui si celerebbe l’avvocato Ruggero
Musmeci Ferrari Bra¬ vo), che risulta godere di appoggi assai influenti,
co¬ me quello di Ardengo Soffici [cfr. Appendice 11], e appare,
specialmente in quel terzo carmen che fu re¬ citato, più che una semplice
rappresentazione sceni¬ ca, un vero e proprio atto rituale: un rito di
consa¬ crazione, certamente denotante nell’autore, o nei gruppi
restati nell’ombra di cui egli era emanazione, una conoscenza non solo
filologica della tradizione romana (si pensi che in intermezzi scenici
vengono cantati, al suono di flauti, i versi ianuli e iunonii dei
Fratres Arvales), ma anche di certi suoi lati occulti, come lascia
intendere il rito di incisione su lamine auree dei nomi arcani deU’Urbe e
l’esegesi, voluta- mente incompleta, dei significati del nome di
Roma. Quest’azione, occulta e palese, sulle gerarchie fa¬
sciste affinché i simboli da esse evocate, come l’aqui¬ la o il fascio,
non restassero puro orpello di facciata, continuerà sino al 1929, che è
anche l’anno in cui 34 Rumon verrà pubblicata, in
splendida edizione uffi¬ ciale, dalla Libreria del Littorio, con i
frontespizi or¬ nati di caratteri arcaici romani, disegnati
apposita¬ mente nel 1923 da Giacomo Boni, lo scopritore del Lapis
Niger già da noi incontrato, il quale avrà il pri¬ vilegio poco dopo,
alla sua morte (1925), di essere inumato sul Palatino stesso (33).
Ancora noteremo come sintomatica l’uscita, nello stesso 1923, della
Apologia del paganesimo (Formig- gini, Roma) di Giovanni Costa, futuro
collaboratore delle iniziative pubblicistiche di Evola [cfr.
Appendi¬ ce III]. Fra il 1924 e il 1925 uscirono le due riviste
«di stu¬ di iniziatici» «Atanòr» ed «Ignis», dirette da Arturo
Reghini, e in cui iniziò una collaborazione il giovane Evola:
affronteranno con un rigore ed una serietà inconsuete, per l’eterogeneo
ambiente spiritualista dell’epoca, tematiche e discipline esoteriche di
parti¬ colare interesse: vi comparvero, per la prima volta in
Italia, scritti di René Guénon, fra cui a puntate, pri¬ ma ancora che in
Francia, L'esoterismo di Dante. È peraltro evidente come il contenuto di
queste riviste non avesse un valore puramente speculativo, come
dimostrano gli scritti di «Luce» suirO/7M5 magicum (Gli specchi - Le
erbe) negli ultimi due numeri di (33) Fu proprio Giacomo Boni che,
risalendo ai modelli d’origine, mi¬ se a punto il prototipo del fascio
romano (oggi al Museo dell’Impero) per il Regime Fascista: è quello che
compare sulle monete da due lire di quel periodo (cfr. V. BRACCO,
L’archeologia del Regime, Volpe, Roma 1983). 35
«Ignis», che preludono a quelli del successivo
Grup¬ po di Ur. Ma intanto l’auspicata svolta in senso pa¬ gano da
parte del fascismo sperata dalla corrente tradizionalista romana non solo
stenta a verificarsi, anzi è messa pericolosamente in forse dalle mene
de¬ gli ambienti cattolici e clericali. Nel n. 5 del maggio 1924 di
«Atanòr» Reghini con parole di fuoco de¬ preca alcune espressioni
pronunciate da Mussolini in occasione del Natale di Roma: «Il
colle del Campidoglio, egli ha detto, "‘dopo il Golgota, è
certamente da secoli il più sacro alle genti civiir. In questo modo l’On.
Mussolini, in¬ vece di esaltare la romanità, perviene piuttosto ad
irriderla ed a vilipenderla. (...) Noi ci rifiutiamo di subordinare ad
una collinetta asiatica il sacro colle del Campidoglio». E
nel n. 7 di luglio, dopo il delitto Matteotti: «... ecco un
clamoroso delitto politico viene a sconvolgere la vita della nazione, ad
agitare gli ani¬ mi. (...) Investito da popolari e da ogni
gradazione di democratici, a Mussolini non resterebbe che battere
la via dell’imperialismo ghibellino, se non esistesse un partito che già
lo sta esautorando... tengano ben presente i nostri nemici che,
nono¬ stante la loro enorme potenza e tutte le loro pro¬ dezze,
esiste ancor oggi, come è esistita in passato, traendo le sue radici da
quelle profondità interiori che il ferro e il fuoco non tangono, la
stessa catena iniziatica pagana e pitagorica, inutilmente e seco¬
larmente perseguitata». L’ordine del giorno Bodrero e le successive
leggi 36 sulle società segrete tolgono ulteriore
spazio all’atti¬ vità pubblicistica del Reghini, che peraltro
conflui¬ sce, fra il 1927 e il 1928, nel «Gruppo di Ur», for¬
malmente diretto da Julius Evola. A noi qui non interessa tanto
esaminare il lavoro di ricerca esoterico svolto dal Gruppo di Ur, cui
par¬ teciparono, come è noto, personalità appartenenti alle
principali correnti esoteriche operanti in quegli anni in Italia, dai
pitagorici ai kremmerziani, dagli steineriani (antroposofi) ai cattolici
eterodossi come il De Giorgio, quanto sottolineare come in quella
se¬ de dovesse essere stato, almeno in parte, ripreso il programma
di influenzare per via sottile le gerarchie del fascismo, nel senso già
voluto dal gruppo mani¬ festatosi nel 1913 con la testimonianza di
«Ekatlos» (che, non lo si dimentichi, viene riportata proprio nel
terzo dei volumi che raccolgono le testimonianze di tutto il gruppo — in
apparenza slegata da esse — successivamente apparse col titolo di
Introduzione alla Magia). In un inserto per i lettori comparso nel
n. 11-12 di «Ur» (1927), Evola poteva scrivere: «... possiamo dire che
una Grande Forza, oggi più che mai, cerca un punto di sbocco in seno a
quella bar¬ barie, che è la cosidetta “civilizzazione” contempo¬
ranea — e chi ci sostiene, collabora di fatto ad una opera che trascende
di certo ciascuna delle nostre stesse persone particolari».
Del resto, molti anni più tardi, Evola stesso di¬ chiarerà
piuttosto esplicitamente nella sua autobio¬ grafia spirituale che
l’intento del Gruppo era stato quello, oltre a «destare una forza
superiore dr servi- 37 re
d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno», di far sì che «su quella
specie di corpo psichico che si vole¬ va creare, potesse innestarsi per
evocazione, una vera influenza dall’alto», sì che «non sarebbe stata
esclu¬ sa la possibilità di esercitare, dietro le quinte, un’a¬
zione perfino sulle forze predominanti nell’ambien¬ te generale» (34).
Un’indagine ben più approfondi¬ ta, come si vede, meriterebbe di essere
svolta sugli evidenti tentativi di rivitalizzazione, all’interno
del Grupo di Ur (35), delle radici esoteriche e dei conte¬ nuti
iniziatici della tradizione romana: a parte i con¬ tributi dello stesso
Evola (che firmerà come «EA» e, pare, anche come «AGARDA» e «lAGLA»), di
cui ricordiamo l’importante saggio (nel HI volume) Sul «sacro»
nella tradizione romana, ancora una volta fondamentale resta l’apporto
del Reghini (che firma come «PIETRO NEGRI»): egli, nella relazione
Sul¬ la tradizione occidentale, sulla scorta di un’attenta esegesi
delle fonti antiche (soprattutto Macrobio) e di personali acute
intuizioni, nonché di probabili «trasmissioni» iniziatiche, non esiterà
ad indicare nel mito di Saturno il «luogo» ove è racchiuso il sen¬
so e il massimo mistero iniziatico della tradizione (34) J. EVOLA,
Il cammino del cinabro, Milano 1972 (li ed.), p. 88. (35) Un esame
generale, storico-bibliografico, sul Gruppo di Ur è sta¬ to da me
compiuto in lingua tedesca, come studio introduttivo alla ver¬ sione
tedesca del I volume di Introduzione alla Magia (Ansata Verlag,
Interlaken 1985). Si tratta del notevole ampliamento, riveduto e corret¬
to, di un mio precedente studio già apparso in «Arthos» n. 4-5
(1973-74). 38 romana, un’indicazione utilizzata e
sviluppata ulte¬ riormente nel nostro recente Dèi e miti italici.
Intanto, nella seconda metà del 1927, una serie di articoli
polemici sui nuovi rapporti tra fascismo e chiesa cattolica, che Evola
aveva pubblicato in «Cri¬ tica fascista» di Bottai e in «Vita Nova» di
Leandro Arpinati, e la successiva comparsa, nella primavera del
1928, di Imperialismo pagano, che quegli articoli raccoglieva e
sviluppava, riversarono proprio sul Gruppo di Ur pesanti attacchi
clericali, fra cui è in¬ teressante segnalare quello particolarmente
violento e ambiguo, del futuro papa Paolo VI, Giovanni Bat¬ tista
Montini, allora assistente centrale ecclesiasti¬ co della Federazione
Universitari Cattolici Italiani (F.U.C.I.), che aveva come organo
culturale la rivista «Studium» (redazione a Roma e a Brescia).
Dalle pagine di «Studium» il Montini accusava «i maghi» riuniti
attorno a Evola di «abuso di pensiero e di pa¬ rola (...) di aberrazioni
retoriche, di rievocazioni fa¬ natiche e di superstiziose magie»
(36). (36) G.B.M., Filosofia: una nuova rivista, in «Studium»,
XXIV, 6 (giugno 1928), pp. 323-324. Oltre che del futuro Paolo VI
(certamente il più nefasto fra i papi di questo secolo), apparvero in
«Studium» anche gli attacchi del futuro ministro democristiano del
dopoguerra Guido Gonella {Un difensore del paganesimo, ivi, gennaio 1928,
pp. 28-31; // nuovo colpo di testa di un filosofo pagano, ivi, aprile
1928, pp. 203- 208), cui Evola replicò — dopo averlo definito «un tale il
cui nome esprime felicemente che vesti gli si confacciano più che non
quelle della romana virilità» — nell'«Appendice Polemica» di Imperialismo
paga¬ no. Contro Imperialismo pagano (le nostre citazioni sono tratte
dalla ristampa del 1978, presso Ar di Padova) si scomodò tutto Ventourage
del giornalismo clericale, da «L’Osservatore Romano» a «L’Avvenire»,
39 Imperialismo pagano fu
l’ultimo deciso, inequivo¬ cabile e tragico appello da parte di esponenti
della «corrente tradizionalista romana», prima del triste
compromesso del Concordato, affinché il fascismo, come si esprimeva
Evola, «cominciasse ad assumere la romanità integralmente e a permearne
tutta la co¬ scienza nazionale», così che il terreno fosse «pronto
per comprendere e realizzare ciò che, nella gerarchia delle classi e
degli esseri, sta più su: per comprendere e realizzare il lato sacro,
spirituale, iniziatico della Tradizione» (p. 162). A questo scopo Evola
non ri¬ sparmiava taglienti critiche alle gerarchie del
Regime: «Il fascismo è sorto dal basso, da esigenze confuse
e da forze brute scatenate dalla guerra europea. Il fascismo si è
alimentato di compromessi, si è ali¬ mentato di retorica, si è alimentato
di piccole am¬ bizioni di piccole persone. L’organismo statale che
ha costituito è spesso incerto, maldestro, violento, non libero, non
scevro da equivoci» (p. 13). Di più: Evola, nel 1928, prevedeva
addirittura gli al «Cittadino» di Genova, nonché tutta la
pubblicistica fascista fautrice dell’intesa col Vaticano, da «Educazione
fascista» a «Bibliografia fasci¬ sta», sino alla stessa bottaiana
«Critica fascista» che aveva ospitato i primi articoli evoliani.
40 esiti e gli sviluppi della Seconda Guerra
Mondiale: «L’Inghilterra e l’America, focolari temibili dei
pericolo europeo, dovrebbero essere le prime ad essere stroncate, ma non
occorre di certo spendere troppe parole per mostrare che esito avrebbe
una simiie avventura sulla base dell’attuale stato di fat¬ to. Data
la meccanizzazione della guerra moder¬ na, le sue possibilità si
compenetrano strettamente con la potenza industriale ed economica
delle grandi nazioni...» (pp. 88-89). Era dunque necessario
che il fascismo, che «bene o male ha messo su un corpo. Ma... non ha
ancora un'anima» (p. 13), si rivolgesse senza esitazioni a quella
della Roma precristiana prima che fosse trop¬ po tardi, sì da «eleggere
l'Aquila e il fascio e non le due chiavi e la mitria a simbolo della sua
rivolu¬ zione» (p. 138). «Nostro Dio può essere quello
aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi
e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni vittoriose
— non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi
del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo» (p. 163).
L’il febbraio 1929 il governo di Mussolini firma¬ va a nome del Re
d’Italia, dal 1870 considerato dai papi un «usurpatore», il cosiddetto
Coneordato con la Chiesa Cattolica (37) e nasceva il monstrum
giuri- (37) Che il cosiddetto Concordato abbia sortito un effetto
a dir poco nefasto sulle sorti, non solo dello stesso fascismo (come le
vicende stori- 41 dico della
Citta del Vaticano (38). Veniva con ciò tolta ogni speranza residua di
azione all’interno de¬ gli ambienti ufficiali, sia da parte di Evola che
di Re- ghini e di altri autorevoli esponenti, restati per lo più in
ombra, del «tradizionalismo romano»: alcuni di loro, come già si è
accennato in nota, abbandonaro¬ no per sempre l’Italia per il Nuovo
Continente nel corso degli anni Trenta. Restava il
«programma minimo» indicato ancora da Evola in Imperialismo pagano,
secondo cui il fa¬ scismo avrebbe dovuto: «promuovere studi
di critica e di storia, non parti- giana, ma fredda, chirurgica, sull’essenza
del cri¬ stianesimo (...). Contemporaneamente dovrebbe promuovere
studi, ricerche, divulgazioni sopra il lato spirituale della paganità,
sopra la sua visione vera della vita» (p. 125). che
successive ben presto dimostrarono, avvalorando i timori di Reghini e di
Evola), ma della stessa Italia del dopoguerra, lo sperimentiamo an¬ cora
oggi sulla nostra pelle, dopo che un quarantennale dominio
clericale-borghese ha provveduto, quasi in ogni campo, ad addormenta¬ re
la coscienza delle «masse» ed a stroncare, con un autentico «terrori¬ smo
di Stato», qualsiasi velleità di reazione delle minoranze coscienti della
necessità di mutare uno stato di cose ormai incancrenito. (38)
«Mussolini non si era reso conto che prima di lui uomini non so¬ lo
autoritari, ma dal potere assoluto — gli Ottoni, gli Svevi, perfino Carlo
V ecc. — si erano dovuti pentire di ogni intesa, patto e transazio¬ ne
con la Santa Sede. (...) ogni intesa tra Santa Sede e Stato italiano
avrebbe significato unicamente il riconoscimento giuridico della validità
42 Chi avesse pensato che la «Scuola di Mistica Fa¬
scista», fondata significativamente poco dopo la «Conciliazione»,
nell’aprile 1930 nell’ambito del G.U.F. di Milano per opera di Nicolò
Giani, avrebbe svolto una funzione del genere, avrebbe dovuto ben
presto ricredersi amaramente. In realtà, il sentimen¬ to religioso
dichiarato di quella che avrebbe voluto costituire Vélite
politico-intellettuale del fascismo si configurava con precisione come
cattolico. Lo di¬ chiara, in una maniera che non potrebbe essere più
esplicita, lo stesso fratello del «Duce», Arnaldo Mussolini, in un
discorso tenuto alla Scuola nel 1931: «La nostra esistenza
deve essere inquadrata in una marcia solida che sente la collaborazione
della gente generosa e audace, che obbedisce al coman¬ do e tiene
gli occhi fissi in alto, perché ogni cosa nostra, vicina o lontana,
piccola o grande, contin¬ gente od eterna, nasce e finisce in Dio. E non
parlo qui del Dio generico che si chiama talvolta per sminuirlo
Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio nostro Signore, creatore del cielo e
della terra, e del suo Figliolo che un giorno premierà nei regni
ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà, spe¬ riamo, i molti
difetti legati alle vicende della no¬ stra esistenza terrena» (39).
dei principii su cui si fonda l’ingerenza della Chiesa nelle questioni
del¬ lo Stato italiano» (N. SERVENTI, Dal potere temporale alla
repubblica conciliare. Volpe, Roma 1974, p. 42). (39) Cfr. «11
Popolo d’Italia» del 1° dicembre 1931. Sulla «Scuola di Mistica
Fascista», si veda: D. MARCHESINI, La scuola dei gerarchi, Feltrinelli,
Milano 1976. 43 E il
filosofo Armando Carlini, discutendo della nuova mistica, ravvisava la
nota più originale del fa¬ scismo proprio nel suo presupposto «religioso,
anzi cristiano, anzi cattolico» (40); perché «il Dio di Mussolini
vuol essere quello definito dai due dogmi fondamentali della nostra
religione (...): il dogma trinitario e quello cristologico» (41).
Quel programma che abbiamo detto «minimo» cercherà Evola più tardi
in parte di compiere con l’organizzare il lavoro di alcuni suoi insigni
collabo¬ ratori attorno al «Diorama filosofico», la pagina speciale
che, con uscita irregolare e alterna, quindi¬ cinale e mensile, curò per
dieci anni, dal 1934 al 1943, all’interno del quotidiano cremonese di
Fari¬ nacci, «11 Regime Fascista». La tematica della tradi¬ zione
romana, esaminata nei suo simboli, nei suoi miti, nella sua forza
spirituale, ritorna qui frequen¬ temente negli scritti dello stesso
Evola, di Giovanni Costa (già da noi incontrato), di Massimo
Scaligero e di diversi collaboratori stranieri, come Edmund
Dodsworth (appartenente alla famiglia reale britan¬ nica) e lo storico
tedesco Franz Altheim. Analoghe collaborazioni sono fornite dall’allora
giovane An¬ gelo Brelich, in quell’epoca sconosciuto, ma destina¬
to nel dopoguerra a ricoprire degnamente l’impor- (40) A. CARLINI,
Mistica fascista, in «Archivio di studi corporati¬ vi», voi. XI (1940),
p. 299. (41) ID., Saggio sul pensiero fUosofico e religoso del
fascismo, Roma 1942, p. 56. 44 tante cattedra,
che fu del Pettazzoni, di Storia delle Religioni nell’Università di Roma,
e da Guido De Giorgio, già collaboratore di «Ur» e di altre
iniziati¬ ve evoliane. Nel contesto della corrente da noi defi¬
nita del «tradizionalismo romano» il De Giorgio oc¬ cupa una posizione
piuttosto anomala e tale che il Reghini avrebbe visto con sospetto: egli
infatti con¬ cepisce in Roma la sede eterna, geografica e storica,
ma soprattutto metafisica, in grado di unire in sé stessa la religione
pagana e il cristianesimo, tesi ela¬ borata soprattutto ne La tradizione
romana, uscita postuma solo nel 1973 (42). D’altra parte, è lo
stesso De Giorgio a ribadire con sorprendente sicurezza la
persistenza del culto di Vesta in un misterioso cen¬ tro, nascosto e
inaccessibile: «Il fuoco di Vesta (...) arde inaccessibilmente
nel Tempio nascosto ove nessuno sguardo profano sa- (42)
L’uscita alle stampe di questa edizione (presentata come Ed. Fla- men,
Milano 1973) offre contorni alquanto misteriosi. In ogni caso, il
manoscritto dell’opera sarebbe stato consegnato all’autore della nota
introduttiva, «ASILAS» (che corrisponderebbe ad uno degli ispiratori del
«Gruppo dei Dioscuri» e nel contempo autore di due dei fascicoli omonimi
[si veda poi]), da un antico componente del Gruppo di Ur, che noi
sappiamo corrispondere al «TAURULUS» del 1929, cioè Corallo Reginelli,
tuttora vivente. L’uscita della Tradizione romana, in ogni modo, è
stata 1 ’occasione per una salutare riflessione sul tema da parte
dell’ambiente tradizionali¬ sta nella prima metà degli anni Settanta, sia
da parte cattolica (si veda¬ no il bollettino «Il rogo», operante fra il
1974 e il 1976 e la successiva rivista «Excalibur»), sia da parte
propriamente «pagana» (si veda la no¬ stra recensione dell’opera del De
Giorgio, confortata da un parere di Evola, in «Arthos» n. 8: essenziale
come punto di ripresa del discorso sulle origini della tradizione
romana). 45 prebbe
penetrare e a lui deve l’Europa intera la sua vita e il prolungamento
della sua agonia. Da questo fuoco occulto partono scintille che
alimentano le crisi e risollevano periodicamente l’esigenza del ri¬
torno alla Romanità attraverso le varie vicende di cui s’intesse la
storia delle nazioni europee conside¬ rata geneticamente, internamente e
non sul piano li¬ mitatissimo della contingenza dei fatti e degli
uomini» (43). Queir immane conflitto, già previsto da Evola
nel 1928, e che anche il De Giorgio giudicava del tutto inefficace,
«se non addirittura letale per lo spirito e il nome di Roma» (44), avrà
in effetti come risultato più manifesto, per i fini dello studio che qui
andia¬ mo conducendo, di occultare del tutto le fila della corrente
di pensiero di cui siamo andati ripercorren¬ do la trama.
Solo verso la fine degli anni Sessanta è proprio la ristampa
dell’evoliano Imperialismo pagano (e la scelta pare significativa),
curata nel 1968 dal «Cen¬ tro Studi Ordine Nuovo» di Messina (45), a
tentare (43) G. DE GIORGIO, op. di., p. 245 (vedi anche pp. 239 e
243). (44) ibidem, p. 296. (45) L’edizione,
ciclostilata, con copertina stampata in azzurro, venne tolta subito dalla
circolazione in quanto non autorizzata da Evola: la si può considerare
oggi una vera rarità bibliografica. 46 di riannodare
i termini di un antico discorso: «L’angoscioso grido d’allarme
rivolto dall’Autore in quel lontano 1928 a Benito Mussolini per
met¬ terlo in guardia contro il ventilato proposito della
cosiddetta “Conciliazione’)) — si afferma nell’a¬ nonima introduzione —
«risuona oggi con inusi¬ tata attualità e fa si che Imperialismo pagano
ven¬ ga guardato come un oracolo». Ed è proprio provenendo
dalle fila di «Ordine Nuovo», un’organizzazione che lo stesso Evola
ha tenuto in buona considerazione (46) — almeno fino a che, sul
finire del 1969, la sua ala borghese¬ modernista, condotta da Rauti, non
confluì nel MSI (47) — che comincia ad agire, tra la fine degli
anni Sessanta ed i primi anni Settanta, il «Gruppo dei Dioscuri», con
sede principale a Roma e dirama¬ zioni a Napoli e Messina. Pare assodato
che all’in¬ terno del «Gruppo dei Dioscuri» venissero riprese
- (46) Cfr. J. EVOLA, Il cammino del cinabro, cit., p. 212:
«L’unico gruppo che dottrinalmente ha tenuto fermo senza scendere in
compro¬ messi è quello che si è chiamato AeWOrdine Nuovo».
(47) L’interesse dei «tradizionalisti romani» nei confronti di
«Ordine Nuovo» si esaurisce sin dall’inizio degli anni Settanta,
allorché, da una parte, la frazione rautiana rientrata nei ranghi del MSI
si isterilì in fatui ed estenuanti «giochi di potere» (!?) all’interno
del partito e in decla¬ mazioni populistico-giovanilistiche (non a caso
la cosiddetta «Nuova Destra» proviene quasi esclusivamente da
quell’ambiente torpido ed ambiguamente compromissorio), dall’altra, la
frazione «movimentista» ed extraparlamentare condotta da Clemente
Oraziani ed altri si smarrì nelle velleità inconcludenti e pericolose
della «lotta di popolo», con conseguente ed inevitabile suo annientamento
da parte del Potere vero... 47
tematiche e pratiche operative già in uso nel «Grup¬ po di
Ur» ed è perlomeno probabile che lo stesso Evola ne fosse al
corrente. Fatto sta che nei quattro «Fascicoli dei Dioscuri»,
usciti in quel torno di tempo, l’idea di Roma da una parte e di un Centro
nascosto dall’altra, a cui il tra¬ dizionalismo dovrebbe far riferimento,
ritornano con grande evidenza. Per l’anonimo autore del primo
«Fascicolo dei Dioscuri», intitolato Rivoluzione tradizionale e
sov¬ versione (Centro di Ordine Nuovo, Roma 1969), il più grande
dei meriti di Evola è quello: «di avere rammentato il destino di
Roma quale portatrice dell’Impero Sacro Universale e di avere
tratto da tale verità le necessarie conseguenze in ordine alle idee-forza
che devono essere mobilitate per una vera rivoluzione tradizionale» (p.
20). Qualche anno dopo, al termine del terzo «Fasci¬ colo»
intitolato Impeto della vera cultura (tradotto poi anche in francese nel
1979), il mito di Roma vie¬ ne additato come l’unico che sia in grado di
condur¬ re ad una superiore unità gli sforzi di tutti i tradizio¬
nalisti italiani: «a tutti i tradizionalisti, anziché proporre uno
dei tanti miti soggetti a rapido e facile logoramento, si può
ricordare la presenza di una forza spirituale perennemente viva e
operante, quella stessa che il mondo classico ed il medio-evo definirono
l’AE- TERNITAS ROMAE» (p. 18). 48 Il «Gruppo
dei Dioscuri» ebbe notevole impor¬ tanza come cosciente riconnessione
alle precedenti esperienze sapienziali e come indicazione, per
taluni elementi particolarmente sensibili dell’area della de¬ stra
radicale, di possibili indirizzi e sbocchi futuri del «tradizionalismo
romano», anche se la partico¬ lare via operativa scelta e, soprattutto,
la mancata qualificazione di taluni componenti, porterà ben presto
alla distruzione dall’interno del Gruppo stes¬ so, di cui non si sentirà
più parlare già prima della metà degli anni Settanta (ci viene detto che
frange disperse del gruppo continuerebbero a sussistere so¬
prattutto a Napoli). È tuttavia da supporre che alcu¬ ni dei gruppi
periferici, sia pure trasformati, ne ab¬ biano continuato il retaggio se,
ad esempio, a Messi¬ na nel 1975, molto probabilmente nell’ambito di
al¬ cuni dei vecchi membri del «Gruppo dei Dioscuri» viene
elaborato un testo dottrinale ed operativo, a circolazione interna, sotto
forma di «lezioni» di un maestro a un discepolo, piuttosto interessante.
La via romana degli dèi: «Diremo anzitutto dell’essenza della
tua religiosi¬ tà, fornendo alla tua mente profonda gli argomen¬ ti
per una serie di esercizi di meditazione affinché con saldo cuore, tu
possa prepararti all’assolvi¬ mento del rito» (48) [cfr. anche Appendice
IV]. (48) N.N., La via romana degli dèi. Istituto di Psicologia
Superiore Operativa, Messina 1975 (ciclostilato ad uso interno), p.
1. 49 E certamente
non priva di connessioni genetiche col gruppo romano appare la sortita,
improvvisa, verso la fine degli anni Settanta, nella stessa Messi¬
na, del «Gruppo Arx», successivamente editore del periodico «La
Cittadella» e degli omonimi quader¬ ni, in cui senza alcuna attenuazione
i possibili itine¬ rari di approccio alla «via romana degli dèi»
sono indicati attraverso la cosciente riappropriazione del- Vanimus
romano-italico, rivissuto nel rito stesso, e nel rigetto, sostanziale e
formale, di ogni adesione a forme anche esteriori del culto
cristiano. Quanto segue è storia dei nostri giorni, dal mo¬
mento che proprio con l’inizio degli anni Ottanta vi è stata una nuova
cosciente ripresa del moderno «movimento tradizionalista romano», una cui
rima¬ nifestazione «pubblica» si estrinsicherà in una data ed in un
luogo alquanto significativi. Infatti nel 1981, il 1° marzo (data in cui
iniziava l’anno sacro romano), a Cortona (donde in epoca
primordiale Dardano, figlio di Giove, si sarebbe mosso alla volta
della Troade) si tenne un importante Convegno di studi sulla Tradizione
italica e romana (49), che, a (49) Gli Atti sono stati pubblicati
nel numero speciale triplo di «Ar- thos» n. 22-24, daU’omonimo titolo, di
pp. 192. Per una sintetica analisi sulla diversa valenza del termine
«italico» nei vari interventi, cfr. R. DEL PONTE, Che cos’è la tradizione
italical, in «Vie della Tradizio¬ ne», XV, 57 (gennaio-marzo 1985), pp.
1-3. 50 parte l’emergenza di differenti prese di
posizone dei tradizionalisti presenti, ebbe il merito di riproporre
la questione — non puramente dottrinale o formale — di una cosciente
riconnessione aWaurea catena Saturni della tradizione indigena da parte
di chi, pur in quest’epoca di totale dissoluzione di ogni valore,
intenda coscientemente riassumere il fardello delle proprie radici
etniche e spirituali. Successivamente ad un nuovo Convegno, tenutosi nel
dicembre 1981 a Messina, sul Sacro in Virgilio (50), la
rielaborazio¬ ne dottrinale e la ridefinizione concettuale dei
valori difesi dagli attuali esponenti del «tradizionalismo romano»
(di cui è parte cospicua anche l’apparire alle stampe di alcune collane
di libri specifiche) (51) si è spostata su un piano più interiore, ma la
loro presenza è destinata a riaffiorare a livello di influen¬ za
sottile e indiretta di gruppi o ambienti eticamente sensibili di un’area
superante i limiti stessi del mon¬ do della «destra politica».
Il futuro dimostrerà se la funzione di questa mi¬ noranza (ben
cosciente di esserlo) si limiterà ad una (50) Gli Atti sono stati
pubblicati in buona parte nel numero speciale di «Arthos» n. 20 (uscito
successivamente al n. 22-24), daH’omonimo titolo, di pp. 72.
(51) Ci limiteremo a ricordare la collana «1 Dioscuri» per le ECIG
di Genova, in cui figurano L’oltretomba dei pagani di C. Pascal, il
mio Dèi e miti italici. La religiosità arcaica dell ’Eliade di N. D’Anna
e Arca¬ na Urbis di M. Baistrocchi (in stampa); o quella di «Studi
Pagani» del Basilisco di Genova, in cui sono comparsi testi di antichi
(Giuliano Au¬ gusto, Giamblico, Simmaco, Porfirio) e di moderni (Guidi,
De Angelis, Beghini, Evola ecc.). 51
pura e semplice azione di testimonianza, sia pure
«scomoda» per molte cattive coscienze. Il «mito ca¬ pacitante» di Roma,
come l’antica fenice, è destina¬ to a risorgere continuamente dalle sue
ceneri, poiché riposa nella mente feconda degli dèi archegeti di
questa terra. Appendici documentarie 52
53 I Da: «Il Piccolo» di Roma, 23-24
maggio 1923, p. 2: «Il Fascio littorio a
Mussolini» Il giorno 19 scorso, presentata dall’esimia prof.a
Regina Terrazzi, fu dall’on. Mussolini ricevuta la dott.a prof.a Cesarina
Ribulsi, che offriva al Presi¬ dente del Consiglio come augurio per la
data del XXIV Maggio un fascio littorio da lei esattamente
ricostruito secondo le indicazioni storiche e icono¬ grafiche.
L’ascia di bronzo è proveniente da una tomba etrusca bimillenaria
ed ha la forma sacra col foro per la legatura al manico: alcuni esemplari
simili so¬ no conservati nel nostro Museo Kircheriano. Le
dodici verghe di betulla, secondo la prescrizio¬ ne rituale, sono legate
con stringhe di cuoio rosso che formano al sommo un cappio per poter
appen¬ dere il fascio, come nel bassorilievo per la scala del
Palazzo Capitolino dei Conservatori. Il fascio ricomposto con
elementi antichissimi e nuovissimi è stato offerto al Duce come simbolo
del¬ la sua opera organica di ricostruzione dei valori del¬ la
nostra stirpe allacciando le vetuste origini alle for¬ me più vibranti
dell’attività gagliarda e rinnovata che prende le mosse dal XXIV Maggio
1915. La rudezza espressiva del Fascio è ingentilita dal
contrasto tra il verde della patina bronzea e il rosso 55
del cuoio che ricorda la stessa armonica tonalità
che producono le colonne di porfido presso la porta di bronzo
àcWheroon di Romolo, figlio di Massenzio, al Foro Romano.
L’offerta era accompagnata da una epigrafe latina dedicatoria
composta dall’offerente, la quale nel¬ l’Università Popolare fascista
svolge una fervida opera di propaganda di romanità viva. Il
Duce gradì l’augurio ed il voto accogliendoli colla sua consueta serena
nobiltà, non senza un se¬ gno della vivacità del sorridente suo spirito
latino: «Lei mi ha dato una lezione di storia» — osservò in tono
scherzoso. Singolari parole in bocca di chi dà e darà non poco a fare
agli storici futuri. (La notizia è riportata in una rubrica
dedicata a «I solenni riti del XXIV Maggio», senza indicazione di
paternità). 56 II Da: IGNIS, Rumori.
Sacrae Romae origines, tra¬ gedia in cinque carmi. Editrice Libreria del
Littorio, Roma 1929. pag. non numerata, IV dopo il
frontespizio: LETTERA DI ARDENGO SOFFICI A S.E.
MUSSOLINI Mio caro Presidente, (...) permettimi ti dia,
scritte e sottoscritte anche da me, che ne resto garante, al¬ cune
prove di pregi eccezionali della tragedia, che, in fondo, in un vero
poema epico delle origini, è l’esal¬ tazione di oggi della nostra stirpe.
Comincio da un mio giudizio, già a te noto; Rumori è tragedia roma¬
na che può stare a paro col Giulio Cesare di Shake¬ speare (...) ti fo
osservare che il titolo di Poeta di Ro¬ ma, dato da Jean Carrère ad
ignis, si è dato solo a Virgilio e ad Orazio: Augusto, vive, oggi, tra
noi tut¬ ti in ispirito, più per questi due poeti, da lui protetti,
che per la sua politica imperiale. E tu vedi come Rumori sia stato
giudicato, prima ancora che esistessero l’idea e la forza fascista,
tra¬ gedia degna di Roma (...) quando competenti — dai nostri a
Carrère, ed a me che sono l’ultimo al giudi¬ zio del 1923 — corrono
all’iperbolico per lodare Ru¬ mori di ignis bisogna concludere che ci si
trova da¬ vanti ad un’opera d’arte somma, e per fortuna no¬ stra,
d’arte italiana — opera che è, anche per se stes- 57
sa, di alto significato politico, e di spirito
fascista (...) Mi rileggo, e mi credo, caro Presidente ed amico
carissimo, di averti scritto una lettera storica. Fai che non sia stata
scritta invano, ma invece il tuo no¬ me vada unito a quello della
tragedia Rumori, al poema di Roma e degno di Roma: e di questo
lega¬ me in avvenire, spero che tu possa essere un po’ gra¬ to al
tuo affezionato amico e devoto ARDENGO SOFFICI pag.
successiva non numerata: IL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI
Caro Soffici, bisogna assolutamente far marciare Rumori. 11
Governo appoggia fervidissimamente l’iniziativa perché essa rientra nel
grande quadro della rinascita nazionale. Saluti fascisti e
cordialissimi. f.to MUSSOLINI Roma, 7 marzo 1923
pagg. CLXV-CLXVI (Carme terzo): AUGURE Manifesto
è dunque: amor — essere — ROMA. Se tutte move, ed incende, le create
cose... legge si è — Amor — dell’universo vita... così, un tanto
Nome, a noi predice: 58 dono di regno e potestà sovra
ogni terra, e dello spirito, e d’imperio. Confirmato si è,
per te, prodigioso il vaticinio. Non pronunciati mai più sien i
Nomi occulti... su la Città terribili chiamerebbero fortune...
Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai Pontefici. Né mai più,
tu, l’eccelso pronuncia Nome palese, se concluso non avrai, prima, il
solco sacro. Permesso e commesso mi è: Nunziare, allora, in gran
letizia, al Popolo... quel Nome che licito non più mi è dire
quando, già per tre volte, qui, in tre diversi suoni, de la gran
Madre nostra il Nome risonò. {Dispiega le dita della sinistra, ad
una ad una, per nu¬ merare i significati del nome). Di
significati cinque: È... ’l Nome palese, latore, con
l’occulto: Chiama la Città: Valentia... Ròbure... Virtù! e
ancor: Madre... Mamma... Alma Nutrice! Vostra — nei nomi vostri —
oh Re! suoi fondatori... Come del grande Rumon: URBE: la Città del
Fiume! {Pausa) Ammirate! se gli Dei saputo abbiano
addensare, in così breve Verbo, sì pieni... tanti arcani.
Mirifici! donando Nomi nove: in quattro occulti ed un — Medio
— palese, e quando, nove, siamo al Rito. 59
Ili Da: G. COSTA, Apologia del paganesimo,
A.F. For- mìggini Editore, Roma 1923, pagg. 69-70: Il pagano
è, per definizione, buono. Né un greco, né un romano avrebbero concepito
che l’uomo po¬ tesse esser qualcosa di diverso da ciò, che in lui
liti¬ gassero per così dire due nature, che la manifestazio¬ ne
esterna fosse diversa dall’interna, che né nella vi¬ ta individuale, né
in quella sociale vi fossero mezzi termini, transazioni, compromessi.
Esso è quello che naturalmente è, cioè buono, come ideale supre¬ mo
della vita, come dovere, come necessaria fatalità insita nelle cose
umane. Egli vive quindi la vita inte¬ ramente, dolorosamente,
gioiosamente a un tempo, con un pragmatismo sano e forte che non
ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente all’uomo
cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine religiose e
culturali che si sono formate a lui d’intorno, una distinzione ed
una separazione del suo essere intimo, spirituale, psicologico, dal suo
essere apparente, esteriore, ma¬ teriale. All’antico quando di questa
scissione appar¬ ve per un momento la possibilità, egli ne cacciò da
sé l’idea, ne biasimò perfino la concezione. La concezione pagana
della vita ha fatto perciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha affermato il
caratte¬ re, ne ha provocato 1 ’azione. Ecco perché la vita nel
paganesimo ha avuto tutto il suo massimo sviluppo ed è stata accettata
non come un male, ma come un 60 bene che bisognava
con interezza di carattere vivere interamente e sanamente per sé e per
gli altri. pag. 91: Per stabilire l’equilibrio l’uomo
deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si è mostrato
di¬ vina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma
paganesimo è sincerità e l’uomo deve ritorna¬ re ad essere sincero. Il
cozzo a cui l’ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire
il messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saper¬
lo fare, deve risolversi in armonia se egli vuol sanare in sé l’eterno
dissidio. Lo spirito e la carne debbono avere il medesimo valore ed il
loro prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di
in¬ dividuo, di momento e di luogo che l’uomo può in- travvedere,
non deve violare con convinta testardag¬ gine. L’equilibrio di queste
forze, l’esteriore e l’inte¬ riore, quindi, deve essere nella dottrina,
come nella vita, assoluto. 61
IV Da: Im via romana degli dèi, ciclostilato
anonimo, Messina 1975 pagg. 41-42: L'immagine di un dio è lo
stemma della Forza che essa rappresenta. A tutti i fini pratici tali
immagini sono personae, perché qualsiasi cosa possano essere nella
realtà esse sono state personalizzate e forme di pensiero sono state
proiettate su un altro piano (...) Alcune di queste immagini e le
loro attribuzioni sono così antiche e sono state costruite con
tanta ricchezza di lavoro sottile da essere capaci di rico¬
struirsi da se stesse, durante l’eventuale lavoro di meditazione, che
l’allievo può fare su una divinità. Resta un minimo «invito», un minimo
stimolo, per¬ ché il meccanismo scatti e l’immagine si ricompon¬
ga, sia pure su un piano semplicemente psichico. Così, della limatura di
ferro, dispersa su un piano, si raccoglie intorno ad un magnete che venga
posto in mezzo. Se il magnete è forte esso attirerà i granelli
anche se essi sono pochi e molto distanti... 62
AMKDKO R(K ( () ARMKM ANO (im - da «Ygieia», 111, 1-4
(dicembre 1986) 63
Arturo Reghini (1878-1946) 64 0 Piscio
littorio a Mussolini n florno If »cor*o. pr^eniaU dalla tsl-
bjU prof.» Rcidna Trmiizl. fa rtalTon. Maa. aOltnl rlotwta la doti.»
pmf.» Osarina RI- baiai cba offriva al Proatdanta dr’. Conti¬ guo
romo aufurln la data de) XXIV Mabfio «n falcio littorio da lei
eaattamcDte licoatndto lecoudo la lodicaslonl atorictie e
leooograflclia. l.‘aicla di bronra k prorenlenU dm aoa tomba
etmaca hlmtneoarta ed ba la forma aorra eoi foro per la Vantura hi
manico: alcool eaamplan slmili sono coosenrat: :.«! nostro Ma.*«o
Klrcberiamo. é La dodict verace di l>ctulla. ascondo la
prescrizione rit'iale. sono legala con tiri¬ sele ^ cuoio rosso cba formano
al tonimo ua cappio per poter appendere fi fascio, conta nel
ba.MorUiero per la acala del Pa lazzo Capitolino dd Conaenalori.
Il Fascio ricomposto con elementi antl- fhlHilmt a nuoTltaUnl k
stato offerto al Dora come simbolo della saa opera onra- ntea di
rieoatruztona del valori della no- Mra attrpa allacciando le veia«ie
origini alla fonn* più vibranti dell'attività ga- giarda a
rinnovata cha prendo la mosse ^ XXIY Maggio 19t8 Là rudezza
espressiva dal Fascio è in- gantlHta dal contrasto tra (I verde
della patind bronsea e U rosso del molo che ri¬ corda la stes.aa
armonica tonalità che pm- doeono le colonne di porfido presso la
por¬ ta di bronzo deD'brroon di Itomdlo, figlio 41 Massenzio al
Foro Romano. L'oflerla efa accompagnata da ani epl- graia
latina dedicatoria composta dall'or- farente. la quale nell'UntvcnUtà
Popolare faartsta avolga una fervida opera di pro- pafgada di
romani Ih viva. n Duca gradi raugorto a fi voto acro-
Mlaodoll colla sua consueta serena nobiltà. 2«m senza tm segno della
vivacità del sor> ridaots ano spirito latino: • Let mi ba dato
nna testone di storia • — osservò In tono aehanoao. Btngolart parole In
bocca di r.hl db a darà non poca a fare agli storici fu- tnrl
Riproduzione da «11 Piccolo». V. pag. 55. 65 Arturo
Reghini. Reghini. Keywords: implicature, il fascio etrusco, scuola di Crotone, il
fascio littorio, simbolismo duodecimale, Cuoco, il fascio etrusco – Pitagora
dell’Etruria, Evola, numero tri-angolare, numero qua-drato, numero pi-ramidale,
la logica del numero – il concetto di numero in Frege – Austin, Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Reghini” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Regina: la ragione conversazionale dell’esse e dell’inter-esse,
o degl’uomini complementari, la potenza e il valore – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Sabbioneta). Filosofo italiano. Grice: “When Urmson said
that for Prichard, duty cashed out in interest, he was right! But we must wait
for Regina to emphasise Kierkegaard’s punning on interest – which literally
means, ‘being in between’! The interesting (sic) thing is that Kierkegaard
exploits the old Roman aequi-vocation between the alethic (being in between)
and the practical (Prichard, ‘duty as interest’). Studia a
Milano sotto SEVERINO, laureandosi con una tesi su Lavelle e Heidegger. Insegna
a Macerata, Verona, e Cagliari. Progetto «Tempus», relativo all'organizzazione
presso Sarajevo e Mostar di un master sulla tolleranza religiosa. Saggi: “Ripresa,
pentimento, perdono” (Verona); “L'essere umano come rapporto: l’antropologia filosofica
e teologica di Kierkegaard.” Forum, Conferenza Episcopale Italiana, Progetto
culturale della Chiesa. Insegna a Verona. Si basa su Kierkegaard, Nietzsche e Heidegger (“the greatest living
philosopher” – Grice). In Heidegger evidenzia l'importanza
del ruolo sapienziale assegnato alla finitezza dell'uomo. In Kierkegaard vede
invece da cui partire per costruire una ontologia e una antropo-logia basate su
una concezione dell'essere: l'esse come “inter-esse.” L'essere come inter-esse --
nella doppia valenza ontologica ed etica -- pone il pensante in rapporto con
un'ulteriorità che, nel trascenderlo, ne accentua e personalizza il differire.
La metafisica fondata sull’ “inter-esse” cessa di essere onto-teologia, ossia
nient'altro che proiezione idola-trica della logica umana. Sarajevo; “Dal nichilismo alla dignità
dell'uomo” (Vita e Pensiero, Milano); “Esistenza e sacro” (Morcelliana,
Brescia); “L'arte dell'esistere” (Morcelliana, Brescia); Romera, “Acta Philosophica”,
recensione a Noi eredi dei cristiani e dei Greci (Poligrafo, Padova). Il
termine è stato acquisito da Heidegger. “Gesù
e la filosofia” (Morcelliana, Brescia); “L'uomo complementare: potenza e valore”
(Morcelliana, Brescia); “Servire l'essere” (Morcelliana, Brescia); “La
differenza viva: per una nuova concettualità” (Sentiero, Verona); “Noi eredi
dei Greci” (Il Poligrafo, Padova); “La soglia della fede: la domanda su Dio” (Studium,
Roma); “L'arte dell'esistere” (Morcelliana, Brescia). Umberto Regina. Regina.
Keywords: uomini complementari – potenza e valore, essere ed interesse, esse ed
interesse, Heidegger (? – il termino, acquisito da Heidegger), Prichard, duty
and interest, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Regina” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Renier: la ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Treviso). Filosofo italiano.
Essential Italian philosopher. Studia in Camerino, Urbino, ed Ancona, a Bologna,
sotto CARDUCCI, Torino, e Firenze, sotto BARTOLI. Insegna a Torino. Fonda il “Giornale
storico della litteratura e la filosofia italiana”, «profonden dovi, negli
studi particolari, nelle rassegne, negli annunci analitici e in un ricchissimo
notiziario, un vero inesauribile tesoro di cultura, di notizie, di rilievi. Cura
importanti edizioni critiche e monografie. I suoi saggi critici spaziano
attraverso tutta la letteratura e la filosofia italiana. “Il tipo estetico
della donna nel medio evo” (Ancona, Morelli); Isabella d'Este Gonzaga” (Roma,
Vercellini); “Mantova e Urbino” (Torino, Roux); “La cultura e le relazioni letterarie
d'Isabella d'Este Gonzaga (Torino, Loescher); “Svaghi critici” (Bari, Laterza);
Luzio, La coltura e le relazioni letterarie di Isabella d'Este Gonzaga,
Sylvestre Bonnard. Vendittis, Letteratura italiana. I critici, Milano, Marzorati, Renda, Operti, Dizionario
storico della letteratura italiana (Torino, Paravia); Letteratura italiana. Gli
Autori, Torino, Einaudi. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Rodolfo Renier. Renier. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Renier” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rensi: TRASEA – l’implicatura – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Villafranca di Verona). Filosofo Italiano. Grice: “Only in Italy does a
philosopher get his obituary when still alive!” Studia a Verona,
Padova, e Roma. Insegna a Genova. Iscrittosi al partito socialista, si reca a Milano per assumere la direzione del giornale “La
lotta delle classi sociali”, collaborando assiduamente anche alla turatiana
Critica Sociale e alla Rivista popolare. A seguito delle misure repressive
adottate dal governo, e per sfuggire alla condanna del tribunale militare per
aver preso parte ai mossi operai milanesi, stroncati dall'esercito con la
strage del generale sabaudo Beccaris, è costretto a cercare rifugio in
Svizzera. Frutto dell'esperienza ticinese e la pubblicazione de “Gl’anciens
régimes e la democrazia diretta” (Colombi, Roma) in cui difende il principio
della democrazia diretta del sistema istituzionale federalista. Collabora con
numerosi articoli ai fogli radicali Il Dovere di Bellinzona, la Gazzetta
Ticinese e L'Azione di Lugano, nonché alla rivista socialista e pacifista
Coenobium. Ri-entra in Italia per stabilirsi a Verona dedicandosi alla
filosofia del linguaggio – “o semantica.” A seguito della campagna libica, vi è
la rottura col partito socialista, poiché
si è schierato con l'interventismo di Bissolati. Pubblica “Il fondamento
filosofico del diritto” (Petremolese, Piacenza). Altri due volume seguono: “Formalismo
e a-moralismo giuridico” (Cabianca, Verona) e “La trascendenza: studio sul
problema morale” (Bocca, Torino), ove sviluppa un idealismo trascendente.
Insegna a Bologna, Ferrara, Firenze, e Messina. L'esperienza della grande guerra
manda in crisi (“alla merda”) la sue convinzione idealistica, conducendolo
verso lo scetticismo – della ‘scessi’, come la chiama --, la cui prima
formulazione sono i “Lineamenti di filosofia della scessi” (Zanichelli,
Bologna). Sostene che la guerra distrue la fede ottimistica nell'universalità
della ragione, sostituendola con lo spettacolo tragico della sua pluri-versalità,
vale a dire dell'irriducibile conflittualità dei diversi punti di vista. Espose
nella “Filosofia dell'autorità” (Sandron, Palermo) la traduzione politica di
questa concezione. Poiché tutti i punti di vista politici sono sullo stesso
piano, quello che anda al potere lo fa con un atto di forza, tacitando tutti gl’altri
punti di vista. In questo saggio si è scorta una prima GIUSTIFICAZIONE dell'autoritarismo
fascista. Tuttavia, dopo una prima simpatia per il fascismo, ne divenne un
fiero avversario quando MUSSOLINI con metodi un po ‘anti-democratici’ comincia
a perseguire un disegno dittatoriale ispirandosi a GIULIO CESARE – o duca/duce.
R., non Mussolini, sottoscrisse il Manifesto degl’intellettuali o filosofi anti-fascisti
di CROCE, pagando questa scelta con la sospensione, dalla cattedra di filosofia a Genova. Arrestato
e rinchiuso in carcere. Solo un abile stratagemma escogitato dall'amico e
collega SELLA, che pubblica sul “Corriere della Sera” il necrologio del
filosofo, diffondendo così la falsa notizia della sua morte, induce il duce a
rimetterlo prontamente in libertà. Il dittatore teme l'ondata di sdegno
sollevatasi per i metodi oppressivi del regime. Per la sua coerenza agl’ideali
di libertà, sube il definitivo allontanamento dalla cattedra, è, comandato, da
vigilato speciale, presso il centro bibliografico dell'ateneo genovese, per la
compilazione della biografia ligure. Nonostante il doloroso distacco dalla
scuola dove insegna, continua la sua attività filosofica e collabora al
quotidiano socialista genovese Il Lavoro, l'unico foglio che accoglie testi di
personalità che non hanno fatto atto di sotto-missione al fascismo. Ricoverato
al ospedale Galliera mentre infuria il
bombardamento della flotta inglese su Genova, per essere operato d'urgenza.
Tuttavia l'azione militare danneggia alcune sale dell'edificio e i medici doveno
rinviare l'intervento, una fatalità che non lascia scampo a R. Ai funerali
pochi amici ed ex allievi poterono seguire per breve tratto il carro funebre.
La polizia, che vieta questo devoto omaggio, dispersa il funerale, schedando
alcuni discepoli. R., anche morto, tura il potere. Sulla tomba nel cimitero di
Staglieno un'epigrafe riassume uno stile di vita ed esprime il suo dissenso, la
sua resistenza e indipendenza filosofica. ETSI OMNES NON EGO. La sua filosofia si
è sviluppata dopo l'approdo alla scessi in
direzione del realismo e del materialismo critico. Un realismo materialistico
quindi, che considera derivato, con una certa libertà interpretative, dal
criticismo. Arrriva ad ipotizzare che Kant puo pensare alla cosa in sé come a
una più nascosta essenza materiale della cosa stessa. La sua filosofia non
e esente da paradossi concettuali e da mutamenti continui che lo hanno portato
a cadere in alcune contraddizioni e incoerenze. Ma va anche considerato che al
di sopra d’esse a dominare è comunque un forte pessimismo, che non è solo
esistenziale, ma anche gnoseologico. Sia il mondo, sia la mente umana sono
irrazionali. Ma supponiamo che un tale fatto esteriore ai nostri orologi,
destinato al controllo di questi, non esiste, e che i nostri orologi
continuassero a discordare. Come potremmo allora, in mancanza di quel fatto
esteriore obbiettivo e nel discordare dei singoli nostri orologi, conoscere
l’ora che è? Ora questo è appunto il caso delle nostre ragioni. Non c’è
l’oggetto esterno ad esse, l’esterno modulo-ragione, su cui controllarle e che
le giudichi, ed esse discordano tra di loro. Come conoscere l’ora che è della
ragione? Per esempio egli ha sostenuto che, siccome la filosofia ha una storia
che si snoda nel tempo, ciò significa che un pensiero vero e unico non può
esistere e che perciò nel suo procedere ed evolvere essa nega continuamente sé
stessa. Contro l'idealismo di GENTILE, allora imperante, che considera la
storia una realizzazione progressiva dello spirito e della ragione, ha una
visione negativa della storia, come assurdo caso e vana ripetizione. C'è
storia dunque perché ogni presente, ossia la realtà, è sempre falsa, assurda e
cattiva, e perciò si vuol venirne fuori, passare ad altro, quel passare ad
altro in cui, unicamente, la storia consiste. C'è storia, insomma, l'umanità
corre nella storia, per la medesima ragione per cui corre un uomo che posa i
piedi su di un sentiero cosparso di spine o di carboni ardenti. La sua critica
della religione si sviluppa poi in un'aperta apologia dell'a-teismo. Sembra
quasi di poter cogliere uno dei tratti dell'a-teismo in un saggio “Sopra lo
amore di FICINO (si veda). FICINO
propone una visione dell'amore come amore eterno che ritorna come
desiderio di ogni grado ontologico di ritornare al bene e al tutto. Propone una
nuova interpretazione di questa tipica teologia dell’ACCADEMIA, vedendo
nell'amore ipotizzato da Ficino in realtà un preludio a quelle che diventeranno
due tra le più influenti correnti filosofiche: l'idealismo e il volontarismo.
L'amore come totalità dei diversi, o come volontà nelle vesti di matrice
essenziale del tutto, mette da parte il bisogno dell’amore trascendente e
sussurra l'ipotesi di un a-teismo, forse professato tra le righe dai più
celebri filosofi. Filosofo profondamente problematico e inquieto, fine però
per approdare a un forte pessimismo ontologico ed esistenziale, che lo spinse
verso derive spiritualistiche, forse latenti nelle sue riflessioni fin dalle
origini nelle “Lettere spirituali”. In quest'opera, come anche nell “La morale
come pazzia” (Guanda, Modena), delinea una sorta di mistica dei valori e
un'etica concepita come l'azzardo dell'uomo che scommette sul bene in un
universo cieco e indifferente. Nella sua “Autobiografia intellettuale” suddivide
in tre periodi la sua evoluzione. Un primo misticismo idealistico. Un secondo
relativismo scettico materialistico e ateo. Un terzo misticismo spiritualistico
come ultimo approdo della sua filosofia. Il primo è un misticismo di tipo
platonico dell’ACCADEMIA, in cui sono presenti anche elementi di San Paolo e di
Malebranche. Scrive “L’antinomie dello spirito” (Petremolese, Piacenza); “Sic
et non: meta-fisica e poesia” (Romaa, Roma); “La trascendenza: studio sul
pensiero morale”. Il secondo periodo nasce dal suo sconcerto di fronte alle
violenze della grande guerra e lo porta alla negazione di qualsiasi razionalità
della realtà. Pensa infatti che se gl’uomini ricorrono sistematicamente alla
violenza per risolvere i loro conflitti, questo significa che la ragione in sé
non esiste, e che si tratta dell'illusione dell'uomo di pensare che si puo dare
ordine al caos. L'irrazionalità della realtà si trova espressa in “Lineamenti
di filosofia della scessi”; “La filosofia dell'autorità”; “La scessi estetica”
(Zanichelli, Bologna); “Polemiche anti-dogmatiche” (Zanichelli, Bologna); “Interiora
rerum – la filosofia dell’assurdo” (Milano, Unitas); “Realismo” (Milano,
Unitas); “Apologia dell'a-teismo” (Formiggini, Roma); e “L’aporie della
religione”. Il secondo periodo è altresì caratterizzato da un avvicinamento al
positivismo materialistico e dal rifiuto dell'idealismo di CROCE e di GENTILE.
In esso va registrata anche una rivisitazione del panteismo di Spinoza, che
interpreta alla maniera dei teologi, quindi come a-teistico perché nega il divino personalizzato del mono-teismo.
Pensa anche di realizzareuna sintesi di scessi e realismo perché se solo la scessi
è il modo reale e utile di porsi di fronte al mondo, essa è anche l'unica
verità possibile. Si tratta anche del momento di punta del nichilismo, perché
si afferma che siccome l'unica cosa certa e stabile è la morte, ed essa è il
nulla, solo il nulla possede una verità. Prevale una forma di misticismo
che non sorge, però, improvvisamente, essendo già chiaramente presente nelle
opere maggiormente influenzate dalla scessi. Quest'ultima è, infatti, sempre
sollecitata da un'innata, profonda religiosità, sicché non stupisce che il
filosofo si apra alla voce del divino, poiché cerca nella negazione assoluta un
criterio positivo che consenta la negazione stessa. A questo periodo appartengono:
“Critica della morale”; "Critica dell'amore e del lavoro”; “Paradossi di
estetica e dialoghi dei morti” (Corbaccio, Milano); “Frammenti di una filosofia
del dolore e dell’errore, del male e della morte” (Guanda, Modena); “La
filosofia dell'assurdo” e “GORGIA (si veda) -- Autobiografia intellettuale – la
mia filosofia – testamento filosofico” (Corbaccio, Milano). Isolato in vita nel
mondo filosofico italiano, nel quale domina l'idealismo crociano-gentiliano, trova
la comprensione di pochi intellettuali a lui affini. È stato quest'ultimo a
creare la formula della scessi credente, che in forme diverse ha dominato i
pochi studi sulla sua filosofia. Oggi trova la collocazione nell'ambito del
nichilismo. Per alcuni, tale collocazione resta comunque riduttiva rispetto
alla vastità della sua filosofia, che andrebbe ancora approfondito. La
trascuratezza nei suoi confronti sta nel fatto che la cultura italiana è stata
dominata dall'idealismo e dall'esistenzialismo. Legato alla cultura socialista,
si caratterizza per una certa dose di eclettismo e per una forte componente
umanitaria, distante dal materialismo storico marxiano e riconducibile, più
agilmente, nel novero dei filosofi vicini al socialismo utopista. Se durante
l'attività politica in Italia aderisce all'idea della lotta delle classi
sociali, l'esperienza svizzera lo porta a ri-considerare tale concezione dei
rapporti di forza nella storia, ri-dimensionandone la portata. Infatti, l'ant-agonismo
tra proletariato e borghesia è circo-scrivibile ad alcune realtà contingenti e
non costituirebbe un'invariante delle relazioni socio-politiche. E se, da un
lato, il suo realismo politico lo porta ad apprezzare le teorie elitistiche del
conservatore MOSCA (si veda), dall'altro, la matrice umanitaria e socialista
emerge nell'esaltazione degli istituti della democrazia diretta,
caratterizzanti il sistema costituzionale svizzero, considerati come l’unico in
grado di far emergere la volontà popolare e di permettere l'emancipazione delle
classi lavoratrici. L'elogio ai regimi federalisti appena citati, e il
contingente recupero di CATTANEO sono sintomatici di un altro aspetto del suo orizzonte
culturale: la feroce critica dell'istituto monarchico -- tanto nell'accezione
assolutista, quanto in quella temperata del costituzionalismo borghese
ottocentesco -- appannaggio di una vicinanza con il programma del partito repubblicano.
Mostra un pessimismo storico verso il risorgimento, la disapprovazione
intransingente del ruolo, ritenuto ambiguo e ostile al riscatto sociale del
proletariato, della casa regnante dei Savoia e l'appartenenza alla massoneria.
Influenze "Atomi e vuoto e il divino in me", queste parole di Rensi
hanno ispirato Lobaccaro nella composizione della canzone Rosa di Turi dei
Radiodervish. Altri saggi: “Una Repubblica italiana: il Canton Ticino, "Critica
sociale", Milano), “L'immoralismo di Nietzsche” (Carlini, Genova); “Il
genio etico ed altri saggi” (Laterza, Bari); “Sulla risarcibilità del danno morale”
(Cooperativa,Verona); “L’istinto morale” (Riuniti, Bologna); “L'orma di Protagora”
(Treves, Milano); “Principi di politica im-popolare” (Zanichelli, Bologna); “Introduzione
alla scessi etica” (Perrella, Napoli); “Teoria e pratica della re-azione
politica” (Stampa, Milano); “L'amore e il lavoro nella concezione della scessi”
(Unitas, Milano); “Dove va il mondo?, «Inchiesta fra gli scrittori italiani» (Libreria
Politica Moderna, Roma); “L'irrazionale, il lavoro, l'amore” (Unitas, Milano); "Terapia
dell'a-teismo" (Castelvecchi, Roma); “Apologia della scessi” (Formiggini, Roma); “Autorità
e libertà: le colpe della filosofia” (Politica, Roma); “Il materialismo critico”
(Sociale, Milano); “Spinoza” (Formiggini, Roma); “Scheggie: pagine di un diario
intimo” (Bibl. Ed., Rieti); “Cicute: dal diario di un filosofo” (Atanòr, Todi);
“Impronte: pagine di un diario” (Italia, Genova); “Raffigurazioni: schizzi di
filosofi e di dottrine” (Guanda, Modena); “L’a-porie della religione” (Etna,
Catania); “Sguardi: pagine di un diario” (Laziale, Roma); “Passato, presente, future”
(Cogliati, Milano); “Motivi spirituali dell’ACCADEMIA” (Gilardi, Milano); “Scolii:
pagine di un diario” (Montes, Torino); “Vite parallele di filosofi: l’accademia
e CICERONE” (Guida, Napoli); “Critica della morale” (Etna, Catania); “Figure di
filosofi: ARDIGÒ e GORGIA” (Guida, Napoli); “Poemetti in prosa e in verso” (Ist.,
Milano); "La morale come stato d'eccezione?" (Castelvecchi, Roma); “TRASEA
(si veda) contro la tirannia” (Oglio, Milano) – FASCISMO E STORIA ROMANA – la
critica -- ; “Lettere spirituali” (Bocca, Milano); “Sale della vita -- saggi
filosofici” (Oglio, Milano); “La religione -- spirito religioso, misticismo e a-teismo”
(Sentieri Meridiani, Foggia); “Contro il lavoro -- saggio su L’ATTIVITA PIU
ODIATA DALL’UOMO” (Gwynplaine, Camerano); “Le ragioni dell'irrazionalismo” (Orthotes, Napoli);
“Su LEOPARDI” (Bruni, Torino). – “Il filosofo dissidente, Pastorino, Uomini e
idee della Massoneria. La Massoneria nella storia d'Italia, Roma, Atanor sub
voce (in ordine cronologico), R. Istituto di Studi filosofici, Roma); Untersteiner,
Interprete del pensiero antico (Bocca, Milano); La scessi estetica (Zanichelli,
Bologna); Cuneo, Conti e C., Cuneo); Un moralista, Italia, Resta (SIAG,
Genova); Poggi (Azzoguidi, Bologna); “Il problema generale della giustizia e
della giustizia penale” (Vallardi, Milano); Rossi, “L’deale di Giustizia” (Bocca,
Milano); Buonaiuti, “La scessi credente” (Partenia, Roma); Mignone, “Leopardi e
Pascal” (Corbaccio, Milano); Nonis, La scessi etica, Studium, Roma, Morra; R.,
Scessi e mistica in R. (Ciranna, Siracusa); Tecchiati, Alla mostra del libro
filosofico", La Voce di Calabria, Palmi, Bassanesi, La coscienza tragica” (Filosofia,
Torino); Alpino, La collaborazione di Rensi alla rivista "Pietre" (Marzorati,
Milano); Liguori, “La scessi giuridica” (Giuffrè, Milano); Noce, "Tra
Leopardi e Pascal, ovvero l'auto-critica dell'a-teismo negativo", in Una
giornata rensiana, Marzorati, Milano, Sciacca, “Una giornata rensiana” (Marzorati,
Milano); Perano, Il problema della verità nella scessi di Rensi” (Lateranense,
Roma); Mas, Tra democrazia e anti-democrazia” (Bulzoni, Roma); Santucci, Un irregolare:
Tendenze della filosofia italiana nell'età del fascismo, Pompeo, Faracovi, Belforte,
Livorno; Rognini, “Dal positivismo al realismo” (Benucci, Perugia); L'inquieto
esistere” (EffeEmmeEnne, Genova); Boriani, La questione morale nel positivismo”
(Melusina, Roma); Silva, “La ribellione filosofica” (Genova, Liguori); Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.
La coerenza critica, Il sentiero dei perplessi. Scetticismo, nichilismo e
critica della religione in Italia da Nietzsche a PIRANDELLO (si veda), La Città
del Sole, Napoli, Gianinazzi, Intellettuali in bilico, Milano, Ed. Unicopli, Emery,
Lo sguardo di Sisifo: R. e la via italiana alla filosofia della crisi: con una
nuova rensiana, Marzorati, Settimo
Milanese, Mancuso, Tra democrazia e
fascismo, Aracne, Roma, Serra, Tra dissoluzione del socialismo e formazione
dell'alternativa nazionalista” (Angeli, Milano); Meroi (Olschki, Firenze); “L’eloquenza
del nichilismo, SEAM, Formello); Pezzino, Scacco alla ragione” (C.U.E.M.C.,
Catania); Castelli, Un modello di
Repubblica; la politica e la Svizzera (Mondadori, Milano); Greco, politica,
autorità, storia, Viaggi di carta, Palermo); P. Serra, “La rivolta contro il
reale, Città Aperta, Enna); A. Montano, “Ethica ed etiche” (Napoli); G. Barbuto,
Nichilismo e stato totalitario: libertà e autorità” (Guida, Napoli); Greco, la
filosofia morale, Viaggidicarta, Palermo, Mancuso; Montano, Irrazionalismo e
impoliticità Rubbettino, Mannelli, Meroi, filosofia e religione (Storia e
letteratura, Roma). Lobagueira, Documenti,
Trento; Mascolo, Il corso infernale della storia. L'influenza di Schopenhauer
nella filosofa, in Ciracì, Fazio, Schopenhauer in Italia, Lecce, Pensa Multi Media,
Bruni, “Il leopardismo filosofico” (Firenze, Le Lettere); “Filosofo della storia,
Firenze, Le Lettere, Bignami E. Buonaiuti, Croce, Ghisleri, Manifesto degli intellettuali
antifascisti Ad. Tilgher, Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. R. il filosofo
dimenticato. scomodo nichilista di Volpi l'"irregolare" di
Martinetti. Di qui, con evidenza, un elemento evolutivo nel “Trasea, contro la
tirannia” (Corbaccio dall’oglio, Milano) -- dove R. introduce elementi di
giudizio nei confronti dei regimi statali che pregiano maggiormente le
«questioni materiali e spirituali rispetto all'effcienza dell'amministrazione
-- quasi a dire che non è possibile accettare l'affermazione tirannica del
potere, anche se questo risulta poi operativo ed efficiente, perché essa coarta
eccessivamente lo spazio della personalità individuale. Di qui il limite della
stessa filosofia dell'autorità, la cui estensione trova nel rispetto della
moralità e interiorità un limite; e che tale limite sia valicato si intuisce
dalla crescita dell'im-moralità pubblica -- delazione, adulazione etc. ne sono
i fenomeni rivelatori. Questa vicenda è descritta con riferimento all'impero
d’OTTAVIANO a Nerone inclusi, e, alla data di stesura, intuitivamente e
obliquamente allusiva al fascismo. Cf.
Il CICERONE di Rensi. Spero enim homines mtellecturos quanto sit omnibus
odio crudelitas et quanto amori probitas et clementia. C.
Cassio in Cic., Ad farri. Cicerone era vicino ai sessantanni, quando lo
Stato legale romano, che già precedentemente aveva subito terribili scosse, ma
che mediante una saggia riforma avrebbe potuto rinvigorirsi sul
suo stesso tronco senza frattura o soluzione di continuità, riceveva da GIULIO
(si veda) Cesare il colpo di grazia. Non è più necessario rivendicare la
grandezza di CICERONE contro le denigrazioni di Mommsen e di altri
due o tre storici tedeschi. Egli non e una ràbula e un politico
superficiale. Bensì un uomo di stato dallo sguardo ampio e sicuro,
nel cui animo si radica e vive di vita vigorosissima tutta la grande tradizione
politica romana, [Una bella e vivace confutazione di Mommsen si può
leggere nel saggio di Horncffer, Cicero und die Gegenwarl, contenuto nel
volume Das Klassische Idealm Lipsia, Klinkhardt. Horneffer però rivendica
solo il valore di Cicerone come epistolografo e oratore, non come FILOSOFO.]
e pur senza che l’animo servilmente vi soggiacesse, ma, anzi, insieme,
con la chiara coscienza della nuova direzione che quella tradizione dove
prendere, e della misura e forma in cui dove prenderla, per svilupparsi
fecondamente e superarsi vivificandosi. Accanto a ciò, mente che s’e
impadronita di tutta la più alta cultura dell'epoca: Demostene e Platone
insieme pel suo paese, come riconosce Moellendorf . Accanto a ciò,
una squisitissima sensibilità artistica e una passione vivacissima per le
cose d’arte. Basta vedere quanto “vehementer” com’egli stesso dice,
attende che Attico gli mandasse sculture ed oggetti artistici greci: “genus hoc
est voluptatis rneae” (Ad Att.); e basta aver letto attentamente le sue
orazioni e aver scorto il perfetto senso d’arte con cui
sono costruite e che vi circola. Accanto a ciò, infine, una
sensibilità in generale per le cose, le persone, gl’eventi, gl’affetti,
così moderna, che in lui, nella sua pronta e multiforme impressionabilità,
ritroviamo interamente noi stessi: e il suo dolore erompente e
pieno di accenti passionali per la morte della figlia Tullia, è il
palpito d’un cuore dei nostri tempi. Uomo, in una parola; assolutamente
completo. Un pensatore di così sottile e sicuro buon gusto e di cosi
grande penetrazione storica (e particolarmente [Il rimprovero che gli si
fa di debolezze e incertezze è uno dei soliti rimproveri che gl’eroi di
poltrona hanno quasi sempre occasione di rivolgere al grande che si è trovato a
dover davvero vivere avvolto da un gigantesco turbine d’avvenimenti, e che
nemmeno se fosse stato mille volte più grande poteva abbracciarne tutte le
fila, come è invece agevole a quelli che non fanno se
non pacificamente rileggerli nel loro tranquillo gabinetto venti
secoli dopo. Egli non e debole ed incerto nè nella repressione della
congiura di CATILINA (si veda), nè nella lotta per la salvezza della
costituzione contro il cesarismo rinvelenito da MARC’ANTONIO (si veda), lotta
che chiuse cosi gloriosamente la sua carriera mortale. Le sue incertezze
d’altri momenti sono unicamente frutto della sua profonda moralità.
Perché l’uomo fondamentalmente morale e intelligente, in mezzo a
cataclismi enormi che travolgono gl’individui come fuscelli, quali quelli
in cui CICERONE si trova, mentre non può operare contro coscienza, e
per questa, che pure sarebbe l’unica via possibile, salvarsi o tornare a
grandeggiare, però avverte anche i pencoli micidiali a cui espone sè ed 1
suoi operando secondo coscienza: e la condotta risultante è necessariamente
quella che tracciano le fluttuazioni di tale angoscioso conflitto
interno.] circa la storia romana) come Montesquieu ne dà questongiudizio. Ciceron,
selon moi, est un des plus grands espnts qui aient jamais été -- Pensées
diverses -- Ab illis est periculum si peccare, ab hoc si recte fecero,
nec ullum in his malis consilium periculo vacuimi inveniri potest (Ad Att.).
Quando i frangenti in cui un uomo si trova realmente a vivere sono
davvero quelli così delineati, si può domandarsi se sia umanamente
possibile la rettilineità che esigono da lui coloro che poi
spulciano comodamente gl’eventi della sua vita. Sicuro e diritto, in
tali circostanze, è l'uomo amorale che non sente scrupoli: il cinico ed
elegante arrivista CELIO RUFO, che a CICERONE dava questo consiglio (Ad.
Di'.). Suppongo che non ti sfugga come nelle discordie politiche interne
gl’uomini debbano seguire, finché si lotta senz’armi, la parie più
onesta, ma la più forte quando vengono in gioco guerre ed eserciti, e stabilire
che è migliore ciò che è più sicuro. CELIO RUFO, del resto ottimo filosofo,
tanto che per molti umanisti ed altri dotti è ancor oggi il miglior
modello di stile. Ma CICERONE e un uomo di coscienza. Questa
soltanto, non la sua incapacità mentale, la causa della sua
rovina. Egli e andato con POMPEO (si veda), non già sedotto dalla
speranza della vittoria, ma quando la causa di costui era ormai pressoché
perduta e con la piena nozione di tale condizione di cose, e mentre GIULIO
Cesare, MARC’Antonio, Celio, per cercar di trattenerlo almeno neutrale,
gli fanno offerte larghissime: secuti non spem, sed officium (Ad
Div.). Vi era andato essendo consapevole, non solo dell’inettitudine e
impreparazione di Pompeo e di quelli che sono con lui, ma altresi del
fatto che poco o nulla c’e da sperare da essi circa la
restaurazione della legalità, animati come costoro sono da propositi di
persecuzione sillana (Ad Att.), e chiaro ormai essendo che dai
pompeiani non meno che dai cesariani non si pensa che a far man
bassa dello Stato -- regnandi contendo
est -- Ad Att. -- dominatio quaesita ab utroque est, non id actum
beata et honesta civitas ut esset. Vi era andato straziato dall’ idea d
una guerra civile e unicamente in obbedienza a considerazioni d ordine
morale. E’ la coscienza che ci costringe, scrive ad Attico, a staccarci
da Cesare più ancora se vincitore che se vinto, per non essere solidali
con ciò che segue alla sua vittoria, stragi, estorsioni, violenze -- et
turpissimorum honores, et regnum non modo Romano homini, sed ne Persae quidem
cuiquam tolerabile. E andato da Pompeo, senza illusioni e speranze,
unicamente per senso del dovere. Sed valuit -- scrive a Cecina -- apud
me plus pudor meus quam timor -- veritus sum deesse Pompeii saluti,
cum ille aliquando non defuisset meae. ltaque vel officio, vel fama
bonorum, vel pudore victus, ut in fabulis Amphiaraus, sic ego
prudens ac sciens, ad pestem ante oculos positam sum profectus -- Ad Div.
Egli sa cioè di andare alla rovina e vi anda in obbedienza a yu
principio d'onore (pudor) e di gratitudine, per quel poco che Pompeo
aveva fatto onde richiamarlo dall’esilio.
Pudori tamen malui famaeque cedere quam salutis meae rationem
ducere riconferma a M. Mario. E ritornando più tardi in una lettera
a Torquato, che aveva anch’egli seguito la parte pompeiana, su
quell’episodio a entrambi comune, sente di poter ricordare in cospetto al
correligionario politico -- nec nos victoriae praemiis ductos patriam
olim et liberos et fortunas reliquisse, sed quoddam nobis officium iustum
et pium et debitum reipublicae nostraeque dìgnitati videbamur sequi, nec
cum id faciebamur tam eramus amentes ut explorata nobis esset
victoria. Ne è questa un’opportunistica configurazione postuma della sua
condotta di quel tempo. Basta percorrere la sua corrispondenza con il cosidetto
“ATTICO” -- suo amico intimo e suo editore, uomo consumato nell’ impresa
di tener il piede in più staffe e nella difficile arte di conservarsi
amici i vincitori senza inimicarsi i vinti -- per constatare che tale
veramente, cioè il senso del dovere, e il nobile sentimento da cui fu
mosso. Officu me deliberalo cruciat, cruciavitque adhuc. Cautior certe
est mansio. Honestior existimatur traiectio (Ad Att). E quando Pompeo è
pressoché spacciato e stretto da tutte le parti, e Cicerone è ritornato
in Italia, egli si cruccia proprio di questo suo atto da cui gli sarebbe
derivato vantaggio e che poteva quindi essere reputato abile, e si
rammarica di non essere stato con Pompeo sino alla fine -- numquam
enim illus victoriae socius esse volui. Calamitatis mallem fuisse (Ad Att.).
Il principio, insomma, che in un’altra posteriore circostanza,
piena di pericoli mortali, nella sua lotta contro Antonio, egli enuncia a
Planco così. Mihi maximae curae est, non de mea quidem vita, cui satisfeci vel
aetate vel factis vel gloria, sed me patria sollicitat -- ( Ad Dio.), questo è
il principio che domina costantemente nell’animo di Cicerone, insieme con
l’insormontabile ripugnanza, o meglio con 1’impossibilità, di venir meno
al rispetto verso se stesso. Allorché, essendo Cesare incontrastato
padrone, l’accomodante Attico gli dà il consiglio di obbedire ai
vincitori. Non mihi quidem, egli risponde, cui sunt multa potiora (Ad Att.). Certo,
un uomo mosso prevalentemente da sentimenti di tale natura, nelle tragiche
vicende pubbliche da cui si trova avvolto Cicerone, va al fondo. Resta a
vedere se ciò sia un indice di inferiorità o se non lo sia piuttosto quel
successo che è raggiunto -- e la cosa è facile -- in grazia dell’assenza di tali sentimenti,
della mancanza d’ogni freno etico, dell insensibilità ad ogni scrupolo
di coscienza, della nessuna riluttanza a violare cinicamente ogni
principio di diritto e di morale. Nè r uomo che comincia la sua
carriera attaccando coraggiosamente nell’orazione prò Roselo un
favorito potentissimo di SILLA, e un pavido. Dimostra ancora di non
esserlo nel suo consolato. L’apparenza di timidità da lui talvolta
offerta, deriva da ciò che egli, come dice di sè, si preoccupa
grandemente dei pericoli nella rappresentazione e raffigurazione mentale
anticipata di essi, non già che titubasse poi ad affrontarli nella
realtà. Quintiliano narra. Parum fortis videtur quisbusdam. Quibus
optime respondit ipse, non se timidum in suscipiendis, sed in providendis
periculis. E’ press’a poco ciò che egli scrive a Toranio. Mi accusano di essere
timido -- eram piane, timebam enim, ne evenirent, quae acciderunt. Mi
diceno timido -- quia dicebamus ea futura, quae facta sunt (Ad Dio.). Nè
è giusto accusarlo di non aver saputo intuire con chiarezza le
situazioni e di essersi per questa deficienza di sguardo gettato a corpo
perduto a combattere per soluzioni che la realtà escludeva. È questa la
solita iniqua condanna che ì posteri, aggiungendosi ai contemporanei
nell’incensare i vincitori e nel dare il calcio dell’asino ai vinti,
pronunciano contro colui che difende la causa rimasta storicamente
soccombente. Quasiché il fatto che una causa sia rimasta storicamente sconfitta
dimostri anche che e giusto e logico che essa lo fosse. Quasiché il mero
fatto, il fatto del successo, sia anche verdetto di giustizia e logicità,
quasiché assai spesso la causa storicamente prostrata non sia quella che
avrebbe dovuto vincere. Che la cosa stia così nel caso di Cicerone,
lo dimostra il fatto che la causa da lui combattuta e che vinse costituì LA
ROVINA DELLA VITA DI ROMA. Basta per accertarsene constatare che NELLA
STESSA NOSTRA MEMORIA DI POSTERI LA VITA DI ROMA RESTA CHIARAMENTE PRESENTE E
ATTIRA LA NOSTRA APPASIONATA ATTENZIONE APPUNTO SINO AD OTTAVIANO. Ci rimangono
ancora come appendice già torbida i primi imperatori. Poi tutto ci si
confonde dinanzi in un lungo stato comatoso chiazzato di continui
sussulti sanguigni, in cui -- se non siamo storici di professione -- non
distinguiamo piu ne nomi, nè persone, nè eventi, di cui non ricordiamo, NE
C’IMPORTA RICORDARE, più nulla. Si rammenti come, per es., scorge Roma Massimo
d’Azeglio. Fra tutti gli stati dell’antichità è Roma quello che ho in
maggior stima, FINO ALL’EPOCA DEI GRACCHI, intendiamoci ! lo ammiro que’ tempi
durante i quali domina la legge -- durante i quali le più bollenti
passioni agitate dai più vitali interessi, non cercano altr armi nè
altre vittorie che un voto ne’ Comizi. E poco prima. Se è giusto e
vero il principio fondamentale delle società moderne, essere la legalità
di un governo dipendente dalla volontà del popolo che vi è governato, vorrei
sapere se l’umanità consultata avrebbe ne’ tempi dei Romani
votato Nemmeno i mezzi che egli aveva messo in opera per sostenere la
causa che soccombette, erano inadeguati. Tutto, invece, egli aveva provvisto;
tutto quanto era necessario perchè essa vincesse: aveva cercato di
assicurare ad essa l’appoggio e la fedeltà dei maggiori personaggi
militari e politici; aveva costituito e messo in campo eserciti poderosi;
con la sua parola tenne altissimo il tono morale del popolo all’ interno.
Se la causa non vinse, lo si deve, non a un fato storico, a
condizioni incoercibili insite nella realtà e sfuggite allo sguardo di
Cicerone, o al logos immanente nella storia. Ma unicamente a due o tre
puri casi, che potevano accadere diversamente e in tal modo
rovesciare la situazione. Dice in qualche luogo SERBATI che uno de’ mezzi,
co’ quali l’uomo può sciogliere la propria mente da molti pregiudizi e
da’ legami delle consuetudini sensibili, si è l’esercitarsi a considerare
le cose non solo come sono, ma come potrebbero essere. Se vogliamo
applicare questo precetto al periodo di storia in discorso -- come
Renouvier in Uchwnie l’ha applicato in modo grandemente interessante
a tutta la storia occidentale dagli Antonini in poi -- scorgeremo
agevolmente che due o tre futili casi, per l'impero (Miei Ricordi,
Barbera, Antologia Pedagogica cur. di Pusinieri, Rovereto, Mario] i quali
fossero avvenuti diversamente, sarebbero bastati a cambiare del tutto la
faccia delle cose; se, p. e., LEPIDO non avesse tradito, o se un
giavellotto l’avesse ucciso quando egli si mosse per portar soccorso a
MARC’ANTONIO ormai disfatto, se PLANCO non avesse fatto il doppio giuoco,
ciò sarebbe bastato per far di Cicerone il capo dello Stato romano, e perchè
egli occupasse nella politica di Roma d’allora, e nella storia, il posto
d’OTTAVIANO. E quanto lo stato romano e la posterità sarebbero stati più
fortunati se il potere fosse venuto in mano ad un uomo di rettitudine
profonda e di vivo senso del diritto e del dovere, come Cicerone, anziché
ad un uomo la cui bassezza d’animo è provata luminosamente dal fatto che,
avendo cominciato ancora puer o adolescens, come sempre Cicerone lo
chiama -- sed est piane puer n \Ad Att.-- ad essere qualcosa solo per l’appoggio
datogli appunto da Cicerone e con lo strisciarsi umilmente ai suoi piedi -- a
me postulat primum ut clam conloquatur mecum Capuae vel non longe a
Capua... ducem se profitetur nec nos sibi putat deesse oportere -- binae
uno die mihi litterae ab Octaviano -- deinde ab Octaviano cotidie
litterae, ut negotium susciperem, Capuani venirem, iterum rem publicam
servarem » ; mihi totus deditus „ ; “ nobiscum hinc perhonorifice
et amice Octavius — Ad Att., non si trattenne dal sacrificare ad
una propria maggiore ascesa la vita di colui che l’aveva sorretto nei suoi
primi passi. Uomo egli, si, veramente, pusillanime, che vinse le guerre
solo per mezzo dei suoi generali e specialmente di Agrippa, e non aveva
il coraggio di presentarsi nel campo se non dopo che Agrippa gli annunzia
la vittoria (Svet. Aug.). Fondamentalmente istrione e poseur come risulta dal
fatto, narrato da Svetonio (Aug.), che non comunica mai nemmeno con sua
moglie senza scrivere prima e leggere ciò che voleva dire, nonché
dall’altro, sempre narrato da Svetonio, che egli ama stilizzare a
particolare espressività e luminosità i suoi occhi -- quibus etiam
existimari volebat inesse quiddam divini vigoris, gaudebatque. Octave lui,
a Sesto Pompeo, fit deux guerres laborieuses ; et après bien de mauvais
succès il le vainquit por i’habilité d’Agrippa. Je crois qu’Octave est le seul de tous les capitaines romains qui
ait gagné l’affection des soldals en leuv donnant sans cesse des marques
d’une làcheté naturelle „ (Montesquieu, Grandeur et Dócadence des
Romains. Tanto GIULIO Cesare quanto OTTAVIANO hanno
l’abitudine di citare dei versi delle Fenicie di Euripide. E la citazione
che l’uno e l’altro aveva scelto è rivelatrice del loro rispettivo
carattere. Cesare ama citare i versi -- “se c' è un caso in cui sia
bello VIOLARE IL DIRITTO, è quando lo si VIOLA – cf. H. P. GRICE – FLOUT,
VIOLATE -- per conseguire la
tirannide -- citazione signifìcatiice dello spirito violento e illegale.
OTTAVIANO ama citare il versoL è meglio per un generale procedere al
sicuro (àacpaÀr/c) che essere ardito (ihf aouc) -- citazione significatrice
della vigliaccheria -- cfr. Cicer. De Off. e Svetonio Aug.] si qui sibi
acrius contuenti quasi ad fulgorem solis vultum summiteret e infine in
modo palmare dalle parole -- ecquid iis videretur mimum vitae commode
transigisse -- e dalla citazione greca richiedente l’applauso per la commedia
ben riuscita, con cu; egli chiuse la sua esistenza. Uomo che desta
particolare antipatia precisamente in grazia del suo proposito di
moralizzare la vita romana; perchè niente è più ripugnante del dissoluto
che si da il compito di costringere gli altri alla virtù e posa a
restauratore della morale pubblica; e OTTAVIANO cambia tre mogli prendendo l’ultima
al manto sotto ì suoi stessi occhi, conducendola con sé in un altra
stanza donde e ritornata spettinata e con gli orecchi rossi, e poi
introducendola in casa propria INCINTA D’UN ALTRO; aveva commesso le oscenità
che narra Svetonio, irripetibili, tranne forse una -- adultena quidem
exercuisse ne amici quidem negant -- e dopo ciò faceva udire le parole
ammonitrici di vita austera e imprende a ricondurre i costumi alla prisca
severità. La scandalosa condotta
di sua figlia e di sua nipote, che condusse -- A cool head, an unfeeling
heart, and a cowardly disposition, promtcd finn al thè age of nmeieen, to
assume thè maske of hypocrisy, which he never afterwards laid aside.
With thè saine hand, and proba’bly with thè same temper, he signed thè
proscription of CICERONE and thè pardon of Cinna. His
virtues, and even his vices, are artifìcial -- Gibbon, Decime and Fall] all’esilio
di entrambe, e di OVIDIO (si veda) complice o pronubo, dimostra che nella sua
famiglia stessa si ha il senso netto del come si puo prendere sul serio
una riforma morale che pretendeva attuare un individuo di siffatta ìndole e di
siffatti precedenti. Non ostante che all’epoca del trionfo di Cesare si
avvicinasse alla sessantina, Cicerone non era uomo che non sa comprendere
i tempi. Li comprende benissimo, più profondamente e sapientemente di
Cesare e di Ottavio. La sua mente e in pieno vigore. Subito dopo quell
epoca egli poteva scrivere quei suoi saggi di FILOSOFIA che suscitano
l’ammirazione dei contemporanei e sono letti con entusiasmo o rispetto da
tutte [Coglie veramente nel segno Aurelio Vittore: Cum esset luxuriae
serviens erat eiusdem vitii severissimus ultor, more hominum, qui in
ulciscendis vitiis, quibus ipsi veliementer indulgent, acres sunt. E s. può
dire d. lui quel che Boissier dice di Domiziano: 1 ar malheur, ce
prince si sevère pour les defauts des autres, etait lui-mème très vicieux. 11
avait fait des lois rigoureuses contre l’adultere et il vivait
publiquement avec sa mèce, la bile de Titus, qu’il avait enlevée à son
mari et dont il causa la mort en essayant de la taire avorter. Ce
contraste etait choquant, et il n’ ignorait pas qu’on en etait indigne (Tacite).]
le generazioni successive. Poco più oltre egli svolgeva anzi la sua
azione politica più abile, più decisa, piu energica e più importante, e,
insieme, con le filippiche raggiungeva un’altezza da lui ancora non
tocca nella forma d’arte che gli era propria -- “divina„ chiama
giustamente un giudice certo non facile, Giovenale, la seconda di
esse. La sua idea di portare alla luce del mondo politico, sotto la sua
direzione, il pronipote e figlio adottivo di Cesare, ancora ragazzo -- ha
appena diciannove anni --, accordandogli
anche onori che a molti pareno eccessivi, e di riuscire così giovandosi
del nome di Ottavio a far rientrare il ribollente partito cesariano
nell’ordine costituzionale e a dominare in tal modo una situazione
difficilissima, e una idea geniale, abilissima, da politico grandemente
avveduto, l’unica [Sull immensa influenza esercitata da Cicerone sui
a t“ di tutti ' tempi ' veg § asi ‘'furiente r “, Z r fe ,v C f er
, 0 o ™ Wandel dcr Jahrhunderte I d-' P r a ' ed ;. lj^ 9 ) Strachan-Davidson
nella sua Vita di Cicerone, Heroes of thè Nations Series, dice
giustamente che se si dovesse decidere quale degli filosofi romani
maggiormente influì sul mondo moderno, la decisione sarebbe in favore di
Cicerone — hrasmo, scrivendo ad un amico, dice che, se da giovane
aonr enVa rf matUra anda sempre più apprezzando Cicerone. Ld è
proprio giusto il noto giud. Z .o di Quintiliano. Ille se profecisse sciat, (e
s. può aggiungere: tanto gusto letterario, quanto in retti Jne
etico-politica) cui Cicero valde placebit. G. Sensi . y ita paratiti « di due
fila.ofi] idea che in quel terribile cataclisma poteva dar buoni frutti.
Non è sua colpa se 1 idea non riuscì, e proprio sopratulto per la
perfidia senza scrupoli del futuro Augusto. Per quanto avveduto e
grandemente intelligente, un uomo di Stato fondamentalmente onesto come
Cicerone, non fa entrare nel suo giuoco la supposizione di una
perfidia enorme, di gran lunga travalicante la media nequizia umana, come
fu quella di Augusto; nè si può accusarlo di incapacità se non ve la fa
entrare, e se essa gli si rizza impensatamente dinanzi mandando a picco i
suoi piani più accortamente e sapientemente elaborati. Cicerone
assume risolutamente, nel momento più pieno di vicissitudini e pericoli,
la parte di leader del Senato e del popolo romano, come egli stesso
scrive a Cornificio -- me principem Senatui populoque romano
professus sum (Ad Dio.). Spiega un’attività prodigiosa, tanto verso gl’eserciti
quanto rispetto alla situazione interna, per dirigere [Giustamente
Platone osserva (Rep.) che le persone oneste sono facili ad essere
ingannate dai malvagi perchè non hanno in sé il modulo dei
sentimenti di costoro (fire oòv. s'/ovre? èv éaotoT; ^ 7
iapaos'y|J.axa óp. 0 i 07 ia{H) tot; nove^oi?) ; mentre però il malvagio,
abilissimo nel suo comportamento coi malvagi, resta ingannato quando tratta coi
buoni, perchè, giudicando da se, e ignorando le indoli onesti, vede
dappertutto inganni (àruaT&v Tiapà xaipòv xaì àYVOtòv uytè; fjU'o;)] la
lotta contro Antonio; getta di nuovo, attesta scrivendo ancora a
Cornificio, 1 fondamenti dello Stato con la prima Filippica: “ fundamenta
ieci reipublicae „ (Ad D/v.); e al giocondo Peto conferma quanto abbia
fatto, quanto faccia e come ritenga che se dovesse in tale sua
azione perdere la vita l’avrebbe spesa bene ; “ sic tibi, mi Peto,
persuade, me dies et noctes mini aliud agere, nihil curare, nisi ut mei
cives salvi liberique sint : nullum locum praetermitto monendi, agendi,
providendi : hoc demque animo sum, ut si in hac cura atque admistratione
vita mihi ponenda sit, praeclare actum mecum putem -- Ad Div. In questi
primi mesi del 43, Cicerone fu veramente il princeps, ch’egli aveva
idealizzato nel De republica : consigliere, esortatore, ispiratore del
Senato, dei consoli, dei governatori delle provincie. Non è questa
la condotta d un uomo le cui facoltà spirituali siano
illanguidite. Ma, sopratutto, a prova della sua esatta comprensione dei
tempi, basta ricordare come la riforma che occorreva allo Stato romano,
pessimamente attuata, secondo attestò la susseguente vita Amateli,
Cicerone, (Bari, Laterza). Jamais Ciceron n a joue. un plus grande róle
politique qu à ce moment ; jamais il n’a mieux mérité ce nom d’hom-
me d Etat que ces ennemis lui refusent (Boissier, Cr- céron et ses amis
-- dell’Impero, da Cesare e da Augusto, fosse stata prospettata per primo
da Cicerone nel De Repubblica. L’introduzione, cioè, d’un nuovo e più
fermo principio d’autorità sotto forma di un rector rerumpublicarum d’un moderator
reipublicae d’un princeps civitatis (De Ti,ep.). Senonchè Cicerone,
con molto maggior senso della necessaria continuità di sviluppo dello
Stato romano e con molta maggior disinteressata cura di esso, non
intendeva che questa riforma dovesse rivolgersi a distruzione della
costituzione esistente, bensì che dovesse ingranarsi in essa e formarne
un naturale complemento e uno svolgimento spontaneo e logico ; “ homines
non tarai commutandarum quam evertandarum rerum cupidos, egli giudica
i cesariani -- De Off., mentre per lui la costituzione romana, come
esattamente nota lo Zielinski, era “ capace di ogni progresso in
quanto questo conducesse all’accettazione e allo sviluppo di idee
feconde (fordeTnder), non di idee distruttive. La differenza tra il modo con
cui egli concepiva la riforma e il modo con cui la attuarono Cesare ed
Augusto è si può dire scolpito dalle seguenti sue due proposizioni : “ me
nun- quam voluisse plus quemquam posse quam universam rempublicam (jdd
Div.); ego sum, qui nullius vim plus valere volui, quam honestum otium. Ovvero:
la differenza tra la concezione ciceroniana del princeps e la pratica
applicazione fattane da Cesare è resa nel bell’ emistichio con cui Lucano
descrive il modo di operare di quest’ultimo -- gaudens viam fecisse ruina. Basta
riflettere a tutto ciò per scorgere tosto che non solo la mente di CICERONE
era nel suo pieno vigore, ma altresì la sua comprensione dei tempi
(se per questa s’intende, non già furbesca valutazione personalmente
opportunistica delle circostanze, ma avvertimento delle necessità
profonde che ad un dato momento si presentano nella vita sociale e
politica d’un paese) era perfetta. Il
sovversivismo di Cesare è provato dal dolore che per la sua morte
manifestarono sopratutto gl’Ebrei (qui etiam noctibus continuis bustum
frequentabant -- Svet, Caes., cioè precisamente coloro che nel seno nello
stato romano, da essi violentemente odiato, costituivano la catapulta diretta a
farlo saltare, e che, sotto la veste del Cristianesimo, a farlo saltare
effettivamente riuscirono. Si può anzi con sicurezza dire che l’impero romano
si deve agl’ebrei, perchè sono i loro lunghi tetri lamenti intorno
al cadavere di GIULIO Cesare che suscitarono nella plebaglia quella sommossa
per e attorno al rogo del dittatore, la quale fa prender nuova forza al
cesarismo. É noto come per la commozione popolare che lo straziante
rito ebreo provoca colle sue lugubri lamentazioni orientali, se ne
ingenerò quel tumulto che dove mutare la faccia de! mondo, mandando in
fumo i diplomatici accordi con Bruto e Cassio, che dovettero fuggire in
Illirio : sicché ne vennero le lunghe guerre civili e l’Imperio di
Augusto „ (Ottolenghi, Voci JOriente, Lugano, Mente possente, senso
politico sicuro, comprensione dei tempi piena. Non si può dunque attribuire a
deficienze intellettuali il modo con cui Cicerone valutò Cesare e il
movimento da costui capeggiato. Egli non vide certamente Cesare
come la sua figura si è plasmata nella storia, che corona con
eternità d’ apoteosi tutto ciò che ha trovato in ogni presente la
consacrazione del bruto successo di (atto. Lo vide come glielo presentava
la realtà immediata. Lo vide come lo vide Catullo: Pulcre
convenit improbis cinaedis, Mainurrae pathicoque Caesarique. E
questo Caesar era proprio Caio Giulio Cesare e quel Mamurra (da Catullo
soprannominato Mentula) il suo generale del genio. A permettere al quale
di mangiare (il verbo si usava anche in latino con
questo preciso significato) milioni su milioni, il commovimento politico
aveva principal¬ mente servito. Doveva essere una cosa nota a
tutti, se Catullo la mette correntemente in versi: Cinaede Romule,
haec videbis et feres? Es inipudicus et vorax et aleo. Eone
nomine, imperator unice, Fuisti in ultima occidentis insula.
Ut ista vostra diffutata Mentula Ducenties comesset aut trecenties
? Cinaede Romule Romolo debosciato, impudico, vorace e giuocatore: cosi
Catullo vede Cesare. E press’a poco così lo vede Cicerone. Egli non
scorge Cesare, quale il fanatismo interessato dei seguaci e poi gli storici
l’hanno costruito: gli storici, i quali (in generale) non fanno mai altro
se non aggiungere, per supino servilismo postumo, la loro adulatrice
consacrazione al suc¬ cesso di fatto e di solito non osano mai, per
la paura di passar per “singolari,,, sviscerare il clamoroso
successo di fatto ottenuto da un grande nella età in cui visse, mettendone
coraggiosamente in luce le vere molle, spessissimo casuali, o
basse, o vili, ma sempre invece per essi è grande colui che nella sua
epoca le circostanze, o la perfidia, o i misfatti hanno portato in alto. Si
vous avez une vue nouvelle, une idée origi nale, si vous présentez !es hommes
et les choses sous un aspect inattendu, vous surprenez le lecteur. Et le lecteur n’aime pas à ótre surpris. Il ne
cherche jamais dans une histoire que les sottises qu’ il sait dejà. Si vous essayez de l’instruire, vous ne ferez que
l’humilier et le fàcher. Ne tentez pas de l’éclairer, il criera que
vous insultez à ses croyances... Un historien originai est 1 objet de la
défiance, du mépris et du dégoùt universels. Questo è l’abituale
comportarsi degli storici, secondo la satira, aggiustatissima, che ne
schizza A. France, L’ ile des Pingouins. Ci sarebbe solo da aggiungere
che spesso il servilismo degli storici verso i pesonaggi della storia che
scrivono serve al loro servilismo verso i personaggi della storia che
vivono. Cicerone vede Cesare muoversi davanti ai suoi occhi, nella
vita vera, non nella luce abbagliante del mito. Esso gli appare
screditato, corrotto, senza senso di morale nè privata nè pubblica, uomo
la cui vita, i cui costumi danno la certezza che si condurrà male :
e sopratutto la danno la gente che lo circonda. O Dii, qui comitatus ! in
qua erat area scelerum! scrive ad Attico, dopo uno dei suoi
abboccamenti con lui. Egli sa che Cesare aveva cominciato a costruirsi la
sua potenza accaparrandosi e tenendo alle proprie dipendenze i
manigoldi audaci e bisognosi. Egli scorge. Nell' interessantissima antologia di
pagine storiche di Chateaubriand, testé pubblicata dall’editore
Tallandier sotto il titolo Scénes et portrails historiques, si legge. Tout personnage qui doit vivre ne va
point aux générations futures tei qu’ il était en réalité: a
quelque distance de lui, son epopèe commence : on idéalise ce
personnage, on le transfigure ; on lui attribue une puissance, des vices
et des vertus qu’ il n’eut jamais ; on arrange les hasards de sa vie, on
les violente, on les coordonne à un système, Les biographes répètent ces
mensonges ; les peintres fixent sur la toile ces inventions et la
posterité adopte le fantóme. Bien fou qui croit à
l’histoire. L’histoire est une pure tromperie „. E Montesquieu, dal canto
suo aveva già osservato : “ Les places que la posterité donne sont
sujettes, corame les autres, aux caprices de la fortune „ (
Grandeur et décadence des Romains. Habebat hoc omnino Caesar : quem piane
per- ditum aere alieno egentemque, si eumdem nequam homi¬ nem
audacemque cognorat, hunc in familiaritatem libentissime recipiebat
(Fi/.radunata attorno a Cesare tutta la gente equivoca e sospetta, violenta
e disperata, tutte le anime dannate, vexu (<x (Ad Att. IX. 18), “ omnes
damnatos, omnes ignominia affectos, omnes damnatione igno- miniaque
dignos, omnem fere inventutem, omnem illam urbanam et perditam plebem (Ad
Att.,), tutti i giovani circa i quali pensava che “ma¬ ximas republicas
ab adolescentibus labefactas,, (De Seti.), tutti coloro ch’egli chiamava
« perdita iuventus (Ad Att.) e poc’anzi « barbatuli iuvenes, grex
Catilinae »), feccia di Romolo, i precursori di quella che poi
Giovenale denominerà «turba Remi»; cosicché, egli scrive ad Attico,
intorno a Cesare è raggruppato tutto il canagliume della penisola,
cave autem putes quemquam hominem in Italia turpem esse, qui hinc absit;
osservazione identica a quella che è costretto a fare il cesariano
Sallustio: occupandae reipublicae in spem adducti homines, quibus omnia
probo ac luxu- ria polluta erant, concorrere in castra tua (De Rep.
Ord.). Come Catullo, Cicerone vede con disgusto i cesariani ormai
dominatori darsi al lusso ed al fasto, giuochi, cene, delizie, mentre
Balbo (altro comandante del genio di Cesare e sua longa manus in
Roma) si costruisce dei palazzi, “quae coenae? quae deliciae?... at
Balbus aedificat „ “(Ad Att), e Antonio scorrazza l’Italia confi) Val la
pena di riportare tutto il passo perchè esso ducendosi dietro in una
lettiga aperta la sua amante in un’altra sua moglie, “ septem praeterea
coniun- ctae lecticae amicarum sunt an amicorum ? „ l^/JJ Att. X,
IO) (I). Tutto ciò desta in Cicerone una nausea invincibile: “ nosti enim
non modo sto¬ machi mei, sed etiam oculorum, in hominum insocontiene
un’osservazione di indole psicologica e morale eternamente vera e colta
da Cicerone dalla vita stessa che lo circonda. At Balbus aedificat ; tl
yàp «ÒTfij péÀst ; Verum si quaeris, homini non recta sed vuluptaria
quaerenti nonne [kfifwTai ? „ Cioè: “ Balbo pensa a costruirsi palazzi.
Che importa a lui di tutto ciò ? E in verità, se a un uomo non sta a cuore
la dignità e la coscienza, ma solo il suo interesse, fa bene a far così :
può dire ho vissuto La ributtante figura d’Antonio risalta
scolpita non solo nelle lettere di Cicerone, ma, più ancora nelle
Filippiche (v. specialmente FU. He.). Pagine che stanno a dimostrare una
volta di più come, in una situazione politica tirannica ed eslege, anche
persone notoriamente turpi possano salire ai più alti gradi, perchè il
controllo dell opinione pubblica e la possibilità di censure sono
sop¬ presse dalla forza e la gente costretta al silenzio. Non
ostante, in un primo tempo Cicerone, usando l’avveduta prudenza dell’uomo
politico, aveva cercato di persuadere quasi amichevolmente Antonio a
rimanere nell'orbita della legge. Ciò con la Fil. I, di cui è il caso di
citare le se¬ guenti righe : “ Sin consuetudinem meam, quam in
repu- blicam semper habui, tenuero, id est, si libere, quae sen-
tiam, de republica dixero; primum deprecor ne irascatur, deinde, si haec
non impetro, peto ut sic irascatur, ut civi lentium indignitate, fastidium (Ad
T)iv. Quanto a Cesare, egli è per Cicerone “ hominem amentem et miserum
che non ha mai conosciuta neppur l’ombra dell'onestà, che considera la
tirannide come il maggior dono degli Dei, (Ad Alt.), capace di ogni
scelleraggine, omnia taeterrime
facturum, uomo del quale “ vita, mores, ante facta, ratio suscepti
negotii, sodi „ fanno ritenere che non potrà comportarsi se non perdite. La
sua condotta sarà anche resa peggiore di quel che per l’indole di
lui sarebbe, dal fatto che il vincitore nella guerra civile deve pur
contro sua volontà operare ad arbitrio di coloro che l’hanno aiutato a
vincere. Omnia, scrive a Marcello, sunt misera in bellis civilibus ;
sed miserius nihil, quam ipsa victoria : quae etiamsi ad meliores venit,
tamen eos fero- [La stessa ripulsione, e per la stessa ragione, Filippo
destava in Demostene. È circondato (egli dice) da ladri, da adulatori, da
gente che si abbandona a immoralità che non oso neanche ripetere. E De¬
mostene si illudeva che anche perciò Filippo sarebbe caduto. Geloso e ambizioso
com' è (egli dice) allontana gli uomini di valore, che gli danno ombra ;
gli uomini assennati e morigerati, che sono rivoltati dalle sue
immoralità (àxpaafav xoO pioti -/.al xal xopSaxia|jioOs) sono
da lui cacciati e ridotti a nulla, TrapEwaHa'. xal sv Ò'jSevò; s!va'.
|ispei (ib. 18). Ma pur troppo i fatti hanno sempre provato che è vana
speranza contare che queste ragioni facciano cadere un uomo dal potere.
L’esigenza morale non trova sanzione nella storia e nella
politica. ciores impotentioresque (più sfrenati) reddit ; ut etiamsi
natura tales non sint, necessitate esse cogantur ; multa enim victori eorum
arbitrio per quos vicit, etiam invito, facienda sunt„ (Ad Div.). E
su questo stesso pensiero insiste anche con Cor- nificio (Ad ©iv. Xil,
18). Bellorum enim ci- vilium hi semper exitus sunt, ut non ea soium
fiant, quae velit victor, sed etiam, ut iis mos gerendus sit,
quibus adiutoribus sit parta victoria La situazione scaturita dalla vittoria di
Cesare appare a Cicerone un mostruoso sfacelo dell’eticità
pubblica. “ Tutto allora in Roma precipitava a rovina, religione,
costumi, esercito, cittadinanza, popolo, senato, magistrati, privati ; e in
quel rovescio d’ogni cosa umana e divina, poneva i fondamenti
sanguinari la tirannia degli imperatori Cicerone vede come non appena Cesare,
annientati i suoi avversari, e rimasto solo sulla scena politica,
ha messo violentemente le mani sullo Stato, e in Il modo genuinamente
italiano di considerare Cesare è quello che un veramente grande italiano,
il Carducci, ci presenta nei due sonetti II Cesarismo , che
cominciano con le parole, estremamente significanti e pregnanti,
Giove ha Cesare in cura. Ei dal delitto Svolge il diritto, e dal misfatto
il fatto. Entrambi i sonetti mentano di essere attentemente
letti, con la nota al v. 14 del secondo, che li accompagna.
Barzellotti, Delle Dottrine Filosofiche nei libri di Cicerone.
seguito a ciò “ omnia delata ad unum sunt (jdd Div.) al punto che Cesare
redige in casa sua, a suo libito, quelli che devono apparire come
senatusconsulta (Ad Div.), si formi un’atmosfera di falsità, di servilismo, di
adulazione uni¬ versale, tanto da parte di privati quanto di enti
pubblici, cosicché non si distingue più il sentimento sincero dalla
simulazione, “ signa perturbantur, quibus voluntas a simulatione
distingui posset « (Ad Att. Vil); (1) quell’adulazione e quel
servilismo, che, diventati poi a poco a poco oramai di rito, Lucano, più tardi
sotto NERONE, stigmatizza con magnifici versi, facendone risalire 1'
inizio appunto al dominio di Cesare. Cette abjection de la patrie releva I’ àme
de Cicéron par l’indignation et par la honte. La victoire de Cesar,
au lieu de l’en rapprocher, l’en éloigna. Le succès, qui est la raison du
vulgaire, est le scandale des grandes àmes (Lamartine, Cicéron, Calmati -
Levy, 1874, pag. 167). E’ un libro, poco conosciuto, in cui
Lamartine, in forma simpaticamente piana e scevra da ogni
erudizione, presenta, nella sua nobile luce, e con accenti assai
elevati, la figura di Cicerone. Ne vogliamo, a conferma di precedenti
osservazioni, estrarre ancora due passi. “ Les ambi- tieux, les factieux, les séditieux, les corrupteurs et
les cor- rompus, la jeunesse, la populace et la soldatesque, les
barbares mèmes enrólés dans les Gaules, étaient avec Cesar. Coriolan... n’avait rien fait de plus
monstrueux... et cependant l’histoire a flétri Coriolan et a déifié
Cesar. Voilà la justice des hommes irréfléchis, qui
prennent le succès pour juge de la moralité des événements. Namque omnes voces,
per quas iam tempore tanto Mentimur dominis, haec primum repperit
aetas. Qua, sibi ne ferri ius ullum, Caesar, abesset,
Ausonias voluit gladiis miscere secures, Addidit et fasces
aquilis et nomen inane Imperii rapiens signavit tempore digna
Maestà nota. Cicerone vede come, appena risultò che Cesare era saldamente
stabilito al potere, non solo i sovversivi ma anche gl’ottimati le vecchie
figure Si avverte che la parola
imperium qui non significa il nostro impero ma officio pubblico legale
Lucano vuol dire che Cesare copri l’usurpazione, assumendo falsamente il
semplice nome d’un officio pubblico legale. Come è noto, è sopratutto col
nome di potestà tribunicia che ( usurpazione si effettuò. Nel
libro, ricco di dottrina e di acume, di G. Niccolint, Il Tribunato della
Plebe (Hoepli) si mostra che 1’ impero si costitui deformando e nell’
istesso tempo assorbendo la potestà tribunicia. « L'impero non era, in
ultima analisi, che il trionfo della democrazia [più esatto sarebbe
dire: demagogia], e se chi aveva fondato il suo potere sul partito
democratico, non poteva abolire la pericolosa magistratura, non gli
restava che appropiarsela nella sua sostanza, se non nella forma
esteriore... Cosi la temuta magistratura, nata per difendere la libertà
del popolo, che conteneva perciò elementi di sovranità atti a svilupparsi
in tirannide costituiva ora l’essenza del potere civile del monarca. 11
contegno adulatorio e vilmente opportu¬ nistico comincia con gli uomini
il cui prototipo è Attico. C’est assurément ce qui nous répugne le plus
dans sa vie ; il a mis un empressement fàcheux à s’accomoder au regime
nouveau „ (Boissier, Cicéron et ses amis). politiche, abili a restar
sempre a galla, “ huic se dent, se daturi sint „, sia pure perchè
terrorizzati, sebbene essi ora dicano che lo erano quando ossequiavano
Pompeo (Ad Alt); come essi se^ venditant „ a lui, mentre i'municipi fanno
di lm vero Deum, e il grosso del pubblico sta inerte, passivo,
indifferente, non pensa che alla propria tranquillità (otium), non
rifiuta, come non ha mai rifiutato, nemmeno la tirannide dummodo
otiosi essent, non si occupa che dei campi, delle ville, dei
quattrini, nihil prorsus aliud curant nisi agros, nisi villulas,
msi nummolos suos; atonia che si aggravo ancora più tardi quando
diventava po^ tenie Antonio : “ mihi stomachi et molestiae est
populum romanum manus suas non in defendenda YA/I own ,"
plaudendo consumere (Ad Att. AV| . lU- Ma questa prosternazione e
adula- [Anche qui si riscontra un parallelo nella potente e \
ibrante invettiva di Demostene per l’inerzia dei Greci del suo tempo. Non
e senza ragione (egli dice) che i Greci una volta avevano a cuore la
libertà e ora invece hanno a cuore la servitù. Gli è che allora
(prosegue) vi iTera^ C ° Sa 'vi
Persian ° e fece la Grecia def rarH mVlnC |! bl 6 “ T* ® “
mare : ed era la fermezza (Filla 36 C 37ìT 81 asciavano corrompere e
comprare uiterr di bene ** Gr “ j .' 1 era un tempo non
avere fil ventre el’“7 qUa 'Ì la misura della felicità e il
ventre e 1 inguine (xig yaatpl jisxpoOvtsc xaì iole V ' l0X ° tS Tr
' v £tJ °aqtovtav) l a libertà fu bevuta alla zione
universale, questo continuo panegirismo ormai diventato di prammatica, non è,
per Cicerone, se non un’universale falsificazione di coscienza,
quella stessa per cui più tardi egli osservava che i cittadini gementi
sotto l’oppressione avevano dato a Cesare colpevole dell’ orrendo
parricidio della patria il titolo di parens patriae : “ potest
cuiquam esse utile faedissimum et taeterrimum parricidium patriae,
quamvis ìs, qui se eo abstnnxerit, ab oppressi civibus parens nominaretur ? ,,
{De Ojf.) Questa situazione che fa fremere d’orrore Cicerone, nella quale egli
trova che non c e salute di Filippo e di Alessandro. E, data questa
vostra viltà e servilità, (dice altrove) è mutile che speriate
nella malattia o nella morte di Filippo : anche se muore, vi
creerete tosto voi stessi un altro Filippo, "ay^Éu; upet; gxepov
OIXiotvov Tìsir/ae-re (Fil.). In questo stesso luogo, volendo Cicerone
dimostrare che l'utile e il giusto non possono distinguersi, scrive
fra l'altro : « Hanc cupiditatem [quella di Cesare di voler
dominare tirannicamente la patria] si honestam quis esse dicit, amens est
; probat enim legum et libertatem mteritum, earumque oppressionem taetram
et detestabilem glonosam putat ». Come, aggiunge, può essere ciò utile
all usurpatore? Anche i re legittimi hanno avversari ; « quanto plures
ei regi putas, qui exercitu popuh romani populum ipsum romanum
oppressisset ? Ricco com’era d’un pathos etico affine a quello di Kant,
si intuisce chiaramente dalle sue lettere e dai suoi scritti che egli
sentiva profondamente, come il filosofo tedesco, che il “ dovere relativo
alla dignità dell umanità in noi, e che è per conseguenza un dovere verso
noi piu posto“ non modo pudori, probitati, virtuti, rec- tis
studiis, bonis artibus, sed omnino Iibertati ac Dh ), gli appare
sopraia!,„ basata sulla menzogna e sul falso, perchè sotto 1
adesione, 1 adulazione, l’apoteosi che l’atmosfera ufficiale orma,
impone, circola larghissimamente quel malcontento e quell’esecrazione
generale verso ì distruttori dello Stato legale, che egli
constatava già precedentemente quando essi avevano iniziata tale
loro opera di demolizione (“ sumiTITJm odium omnium hominum in eos qui
tenent omnia ; mutationis tamen spes nulla Ad Alt.). Questa esecrazione
generale, sotto le parvenze dell’ossequio più profondo, s’è ora concentrata in
Cesare, il quale, dopo poco tempo di dominio, ormai in realta
persino “ egenti ac perditae multiludini in odium acerbissimum venerit.
Invero, Cesare stesso sapeva d’essere odiato e di dover esserlo,
sopratutto per la posizione di superiorità e distanza, così urtante al
senso cittadinesco romano, che egli aveva finito per prendere : dopo la
sua uccisione, Mazio racconta a Cicerone che stess., può
esprimersi in modo più o meno chiaro nei seguent, precetti: non siate
schiavi degli uomini: non permettete che , vostri diritti siano
impunemente calpe¬ stati „ (Dottr. della Virtù § 12). Che è, del resto,
il precetto evangelico : \ii) r £veafre SotW.c- àv&pdmwv (1,
SU V1 ’ 2 ' 3 1 t V Xeu ^ e P t( É Xptaxòs UylCWXw!]) ^ ”
4Xlv tu r» G. Reati . Vita parallele di due filosofi
avendo dovuto una volta Cesare far fare antica¬ mera a quest
ultimo, aveva detto : se un uomo come Cicerone deve attendere per essere
introdotto da me e non può a piacer suo parlarmi, “ ego dubitem
quin summo in odio sim „ ? (Ad Att. XIV, 1 e 2) A proposito
dell’uccisione di Cesare. Vi sono molti i quali pensano che perchè Bruto
era stato « perdonato » da Cesare e poi anzi « beneficato », egli
dirigendo il tradimento e
l’uccisione del suo benefattore, abbia dato « perfido esempio di cuore
ingrato e irreverente » (Corradi). Questa opinione è la tipica prova della
completa mancanza d’ogni senso di ciò che è diritto. Proprio il
fatto che Cesare gli aveva perdonato », doveva essere per Bruto una
giusta ed onesta ragione di più per abbonirlo. Bruto aveva preso le armi
contro Cesare in difesa dello Stato legale : dunque conforme al diritto.
Decidere sul suo caso, condannarlo od assolverlo, spettava alle autorità
legali (Senato), non a un individuo. Il solo fatto che non già le
leggi o le autorità legalmente costituite, ma l’individuo Cesare, potesse
a suo beneplacito interrompere o far proseguire i processi, ordinare
condanne o assoluzione, assolvere Bruto, perdonare a Bruto (quasiché
condannare od assolvere, e, peggio, « perdonare », supposto si
trattasse di delitto, fosse di competenza d’un individuo, e
quasiché questo stesso fatto non comprovasse lo sfasciamento dello
stato legale compiuto da Cesare) era una ragione di più per avversare e
condannare legittimamente l’uomo e il sistema, e per ricorrere ad ogni
mezzo onde liberarsene. Che, per citare un altro fatto, onde far
ritornane Marcello dall esilio ì senatori abbiano dovuto pregare un
individuo, gettarsi ai piedi d un individuo, dell' individuo Cesare,
è un fatto che doveva legittimamente suonar condanna per Era,
insomma, la situazione che un filologo italiano contemporaneo descriveva di
recente crn tutta esattezza così: La crescente potenza di Cesare,
il quale, dopo la funesta giornata di Farsalo, erigendosi a signore assoluto, e
sopprimendo la libertà della vita politica di Roma, aveva, per
primo, inaugurato la lunga e mostruosa serie degli questo individuo, che
si sovrapponeva in tal guisa alle leggi : condanna, anche quando perdonava, perchè precisamente così
dimostrava che dipendeva, non più dalle leggi assolvere o condannare, ma
da lui perdonare o no. Piena ragione ha Seneca quando in un capitoletto
pieno di considerazioni interessanti circa l’atto di Bruto, dice
che egli non aveva ragione di gratitudine verso Cesare, perchè
questi non aveva acquistato il diritto di fare il bene se non violando il
diritto e perchè chi non uccide non arreca un beneficio, ma si astiene da
un maleficio : in ius dandi beneficii iniuria venerai; non enim servavit
is, qui non interficit, nec, beneficiun dedit, sed missionem. -- De
Benef.. Del pari piena ragione ha Cicerone, il quale, ad Antonio, che gli
rinfacciava come un benefizio usatogli di non averlo ucciso al suo sbarco
a Brindisi, rispondeva : questo è lo stesso beneficio di cui potrebbe
vantarsi un assassino per non aver ucciso taluno : « quod est aliud
beneficium latronum, nisi ut commemorare possint iis se dedisse vitam,
quibus non ademerint ? (Fil.). E
si noti ancora che Seneca e Lucano, vivendo entrambi alla corte di
Nerone, il quale, pure, era della casa Giulia, poterono il primo dare a
Bruto la massima delle lodi facendo dire da Marcello a sè stesso: “ tu
vive Bruto miratore contentus (Ad Helviam), il secondo dipingere
nel suo poema con smaglianti colori di grandezza morale “ magnanimi pectora
Bruti mperatori romani ; la viltà degli adulatori, che disertavano il
partito dei vinti per quello più van- taggioso dei vincitori ; le mene
degli ambiziosi, che, r er trar partito dalle circostanze ad accu¬
mular potenza e ricchezze, pullulavano su su dal fondo di quella corrotta
società, come marcida fungaia dal fondo d’un’ acqua stagnante ; le
crudeltà dei prepotenti, che volevano, anche a mezzo di violenze e di
sangue, aprirsi un varco nella folla dei concorrenti a quella specie
d’albero della cuccagna ch’erano le usurpazioni dei poteri dello
Stato con le loro mille seduzioni e promesse di dominio e di saccheggio
dei beni pubblici e pri¬ vati ; il vivo cordoglio e l’abbandono
sconsolato in cui vivevano, nell’esilio volontario o non volon¬
tario, le anime dei virtuosi e degli onesti, fautori del partito
repubblicano ; tutto insomma contribuiva a mostrare l’immagine
dell’irreparabile catastrofe. Anziché assopirsi, cresce a dismisura nelle
classi non mai dome nel loro caratteristico orgoglio, il
malcontento per il nuovo regime... La miseria in¬ tanto cresce
spaventosamente in Roma e nella provincia ; lo spettro della fame s’aggira
nelle campagne desolate e incolte dell’ Italia ; le classi medie e
il popolino sono ridotti alla miseria ed alla disperazione... Torme di
miserabili si vedono per ogni dove languire d’ozio e di fame U. Moricca,
Introd. a Cicer. De Finibus, Torino, Chiantore Ora, tanto appare a
Cicerone falsa e menzognera la situazione che egli è certo che non può
durare. La maschera di clemenza di Cesare e le sue bugie circa la
restaurazione finanziaria (“ divitiarum in aerario „) sono cadute; è impossibile
che egli e i suoi, non d’altro capaci che di scialacquare, riescano ad
amministrare soddisfacentemente le pro- vincie e lo Stato ; cadranno da
sè, per gli errori propri, “ per se, etiam languentibus nobis ,,, “
aut per adversarios aut ipse per se, qui quidem sibi est
adversarius unus acerrimus. Questa tirannide non può reggere sei mesi, “
iam intelliges id regnimi vix semenstre esse posse Probabilmente, ciò di cui
Cicerone avrebbe sopra¬ tutto incolpati i cesariani è che essi cadevano
in quell’errore che il Romagnosi descrive così : “ La temerità e
l’intolleranza sono i vizi che sogliono guastare questo procedimento [inventivo
dell’ incivilimento). Si pecca di teme¬ rità allorché si tentano
innovazioni o rifiutate dalla natura o non preparate sia nei fondamenti,
sia dal tempo. Si pecca d’intolleranza allorché si vuole seminare e
raccogliere ad un sol tratto, e però si passa ad infierire con¬ tro
attriti che da se stessi vanno cessando in forza della riforma
fondamentale già praticata. Siate severi nel man¬ tenere la giustizia, e
nel rimanente lasciate operare il tempo sul fondo ben disposto. 1 vostri
stimoli artificiali, le vostre correzioni minute, invece di giovare
nuociono, invece di affrettare ritardano; e se per caso avrete un
frutto precoce, ne avrete mille falliti » {Dell’ Indole e dei Fattori
dell’ Incivilimento, Avvertimento finale). Auree pa¬ role d’uno dei
nostri massimi pensatori politici, che an¬ drebbero anche oggi meditate e
tenute presenti. Alle Tale previsione di Cicerone andò incontro ad
nna smentita colossale. Quella “ divinatio „ dell’andamento degli eventi che
egli, ricavatala dallo studio e dalla pratica, aveva la coscienza di pos¬
sedere ( 1 ), qui gli fallì del tutto. E' vero che Cesare quali vanno
accostate, sempre ad illustrazione del senti¬ mento politico, che, in
quelle perturbate circostanze, si sprigionava vivo in Cicerone, le
seguenti: “ guai a quel popolo, nel quale, spento il punto d’onore, non
prevalgono che poteri individuali! „ (/„,/. di Ciò. FU Giurispr. T
e ° r \. P \ 1,1 C - 1V ): nonché la sua affermazione dei diritti dell
uomo, da lui chiamati “ originaria padro¬ nanza naturale di ogni
individuo “ Quelli che vennero appellati diritti dell'uomo formano
appunto il complesso di questa originaria padronanza. L’indipendenza, la
libertà 1 eguale inviolabilità e il diritto di difesa e di farsi
render ragione, sono tutte condizioni di questa originaria padronanza „
(Lett. a G. Valeri , Cu, quidem divinationi hoc plus confidimus, quod ea
nos mhil in his tam obscuris rebus tamque perturbatis umquam omnmo
fefellit. Dicerem, quae ante futura dixissem, ni vererer ne ex eventis
fìngere viderer » (Ad Dio. VI, o). Exitus, quem ego tam video animo, quam
ea quae ocuiis cemimus » (Ad Dio. Tamquam ex aliqua specula
prospexi tempestatem futuram. Questa sicura previsione degli eventi,
questo sicuro presentimento, Cicerone lo possedeva in effetto. Anche
nella circostanza suaccennata egli prevedeva giusto, preveveva cioè
quello che tutto faceva ritenere dover accadere. Se i fatti si
svolsero in senso del tutto opposto alla sua previsione, si può, in
un certo senso, dire che ebbero torto i fatti, non Cicerone; cioè che la
realtà è irrazionale e casuale, e che mai vi tu un periodo di storia che
sia stato come quello irrazionale e casuale. fu ucciso poco dopo e probabilmente lo fu
quando e perchè divenne chiara a tutti I’ impossibilità in cui egli
era di dominare la situazione, di riordi¬ nare cioè seriamente lo Stato e
di soddisfare insieme le brame dei suoi seguaci (1), cosicché Mazio — uno
dei pochi cesariani onesti, che, come risulta da una sua nobilissima
lettera (Ad T)iv. , non aveva sfruttato Cesare vivo, e che gli
rimase fedele anche morto, e anche durante quel momento in cui, subito
dopo l’uccisione del dittatore, il cesarismo sembrava crollato e i
cesa¬ riani in pericolo — diceva, deplorandone la morte: che
catastrofe ! non c’è più rimedio ; se lui, con 1’ ingegno che aveva, non
trovava la via d’u¬ scita, (exitum non reperiebat), chi la troverà
ora ? ,, (Ad Att.). Ma dopo la morte di Cesare, come appunto prevedeva
Mazio le cose finirono per peggiorare rapidamente. Anche Cice¬ rone
è costretto a constatarlo. Il tiranno perì (egli dice) ma vive la
tirannia (Ad Att. Va però tenuta presente anche la profondissima
osservazione di Montesquieu : « Il étoit bien difficile que Cesar pùt
défendre sa vie ; la plupart des conjurés étoient de son parti ou avaient
été par lui comblés de bienfaits : et la raison en est bien naturelle.
Ils avoient trouvé de grands avantages dans sa victoire : mais plus leur
fortune devenoit meilleure, plus ils commen 9 oient à avoir part au
malheur commun : car, à un homme qui n’ a rien, il importe peu à certains
égards en quel gouvernement il vive » (Grandeur et décadence d siamo
liberali dal re dai regno (yìj Di,. /aj' fi marzo non consolano più
come pnma (Ad AH. XIV, 12, 22): stolta L iZZ Martmrum consolano,
animis usi sumus virilibus cooubs puenbbus ; excisa est arbor, non
avulsa ^ i, fi ; e st . a ‘° Iasc,al ° vi vo in Antonio 1
erede del regno (ih. XIV, 21); si poteva con piu libertà parlare
contra illas nefarias partes xiv r vivo che non uccitó
' X V ’ 1 : lnfine crebbe meglio che Cesare vivesse ancora “
nonnumquam Caesar desideran- dus , Infatti, la situazione era di¬
ventata quale la descrive ad Attico così • “ S ed vides magistrati ; si
quidem illi magistratus'; vides tyranni satellites m impems ; vides
eiusdem exer- cniis ; vides in latere veteranos In conseguenza il sistema
di governo che Cicerone prevedeva non poter durare un semestre,
durò invece, continuamente aggravandosi o peggiorando per
quattordici secoli, cioè per quanto visse l’impero bizantino. Ma la
fallacia di questa previste la torio all. mente di Cicerone. E' la
fallacia propria delle menti profondamente razionali, che hanno una
fede inconcussa nella ragione ; e la mente di Cicerone era appunto
secondo la felice dennizione che ne dà Io Zielinski, un “ Aufkà-
rungsvers tand. A codeste menti è impossibile (I) O. c. .ammettere che la
mostruosità, l’irrazionalità, l’assurdo vengano a tradursi permanentemente nel
fatto, si facciano solida e stabile realtà. "Ciò è assurdo,
quindi è impossibile „ ; questo è per siffatte menti un canone
assolutamente insopprimibile, sradicando il quale essa sentirebbero di
strappar le proprie medesime radici. A cagione della stessa forza
della loro compagine razionale, è ad esse impossibile riconoscere che
il fatto che una cosa sia assurda non impedisce menomamente che essa
divenga realtà e che anzi quasi sempre nella storia umana avviene
che ciò che all’ inizio la mente scorgeva come cosa “ assurda », “
pazzesca „, implacabil¬ mente ciò non ostante si realizza. Come
buon platonico Cicerone non poteva a meno di essere fermamente
convinto che oòx eattv Sit àv xij |a£r;ov xoótotj xaxòv TTaìfoi y) Xóyou?
(juar^aag (Fed..). Nel logos egli aveva indefettibile fede. Egli
scorgeva dietro a sè, fin dove 1 occhio della memoria poteva
giungere, soltanto governo di popolo. Questo era per lui una conquista
permanente» della civiltà, la civiltà stessa, la civiltà che non può perire.
Con tale forma di governo il suo spirito si era immedesi¬ mato ;
essa faceva parte essenziale della sua coscienza d uomo, formava il cardine su
cui poggiava tutta la sua vita spirituale Pensare che tale
Che tale stato d'animo fosse non solo ciceroniano ma romano, emerge anche
da ciò che l’indignazione per la caduta di quella forma di governo si
formi potesse crollare e permanentemente scomparire, era come pensare che
potesse precipitare tutto ciò che si è sempre visto stabile, la
terra, il sistema solare, ciò che è l’incarnazione di un’eterna legge
della natura. Sempre gli uomini quan- o si sono trovati in una fase di
cangiamento analoga a quella in cui si trova Cicerone_e tanto
più quanto più la loro mente era fortemente razionale hanno emesso la
medesima errata previsione di lui ; ciò è assurdo, quindi impossibile,
quindi non può durare. prolunga sino in S. Ambrogio, in cui, da signore romano
d antica razza quale era, la romanità viveva ancora, Hic erat pulchemmus
rerum status, nec insolescebat quisquam perpetua potestate, nec diuturno
servitio frangebatur. Nemo audebat alium servitio premere, cuius sibi
successuri in honorem mutua forent subeunda fastidia; nemini labor
gravis quem dignitas «ecutura relevaret. Sed postquam do- mmandi libido
vindicare coepit indebitas et ineptas nolle deponere potestates...
continua et diuturna potentia gignit msolentiam. Quem invenias Hominem
qui sponte deponat impenum et ducatus sui cedat insigne, fiatqe volens
nu- mero postremus ex primo? {Hexameron). . ^ osa & nota : lo
stesso errore, la stessa illusione— nobilissimo errore ! troviamo,
come già si e rilevato, in Demostene, il dramma della cui vita fa
esattamente riscontro a quello di Cicerone. Anche Demo- j. en „ e . p - e
- ne,,a seconda Olintiaca prevedeva che la potenza di rilippo era alla
fine ; npÒQ a ùvfjv tfy.ec ~riv teXsut^v t« «payiiax aòttji (§ 5). E
questa previsione era per lui principalmente fondata appunto sul fatto
che una potenza costrutta sulla malvagità non può durare. Oò yàp
gcmv, Il dramma, terribile dramma, della vita di Ci¬ cerone, è
appunto questo. II dramma dell’uomo oìjy. laxiv, u> àvopEg
’Avrjvatoi, àSixoùvta -/.al èruop- xoOvxa xa: ^£'joÓ|ìsvov Sóvajuv
j3ej3aiav XTiqaaad’at... xwv jrpà^ewv xàg àp%à<; xxl xàg ÒTtofliaeig
àX^S-sT; xa’. òtxaiag Etvai /tpcaTjxei. E nemmeno dieci anni dopo
Filippo trionfava definitivamente a Cheronea. Ad ogni momento troviamo
questi pensieri nelle orazioni di Demostene, che perciò sono cosi
istruttive circa le illusioni in cui il « razionalismo » induce gli
uomini. Ma neppure la battaglia di Cheronea guarì Demostene dal1 illusione.
Plutarco narra che quando Filippo fu assassinato, Demostene comparve
nell’assemblea, raggiante, tpatSpòg, splendidamente vestito, incoronato:
con la morte dell’uomo, secondo lui, la costruzione improvvisata ed
effimera doveva certo crollare. E quando Alessandro si fece avanti a
sorreggerla Demostene rideva di quel ragazzo imbecille, ndsioa xai |ia T
txT)V (Plot., Dem.). Ma la costruzione fondata sulla perfidia, e che
perciò, secondo Demostene, non poteva reggersi, sboccò invece nel trionfo
addirittura fantastico ottenuto appunto da Alessandro. Gli uomini
non possono rassegnarsi a credere che una politica malvag-a possa
ottenere un successo duraturo, che il male trionfi permanentemente. Pur
troppo, invece, è questa una pia illusione; e le cose vanno precisamente
cosi. E gli astrattisti, 1 razionalisti, gli spiritualisti, non
sanno ricavare dal male che sotto ì loro occhi permanente trionfa,
neppure quell unico bene che vi si potrebbe ricavare: quello cioè
di essere definitivamente istrutti dell andamento assolutamente arazionale,
alogo, ateo, del mondo e della vita. Chiusi nel loro mondo dei meri
concetti, è a quelli e alle deduzioni da quelli che continuano a credere,
anziché aprire gli occhi ai fatti. < Sapiunt alieno ex ore
petuntque res ex auditis potius quam sensibus ipsis » (Lucr.). che
con disperazione vede rovinare intorno a sè senza possibilità di salvezza
il mondo civile di cui la sua più intima vita stessa era intessuta,
il mondo razionale e trionfare ineluttabilmente, in causa impia,
victoria etiam foedior ( T)e
Off.), l’ingiustizia ed il male, una forma di mondo umano “ impensabile
assurda,,. 11 dramma della coscienza eticamente desta che vede con
orrore ciò che essa giudica aberrazione morale e iniquità acquistare
ufficialmente il carat¬ tere di nobiltà, grandezza, elevazione, e
avviarsi a restare definitivamente sotto questo aspetto nella
storia. Quando si fa a poco a poco chiaro nella mente di Cicerone 1
ineluttabilità dell’evento, quando egli è ormai costretto a vedere che
non c’è più speranza, a domandarsi: quae potest spes esse in ea
republica, in qua hominis impotentissimi (violento) atque
intemperantissimi armis oppressa sunt omnia ? „ (Ad Div.); quando deve
constatare che “ tot tantìsque rebus urgemur, nullam ut allevationem quisquam
non stultissimus sperare debeat „ (Ad Div.), il suo strazio non ha
confini- Ciò che già precedentemente, quando tale condizione di cose si
delineava, egli cominciava a sentire, civem mehercule non puto esse
qui temporibus his ridere possit „ (Ad. Div.), diventa ora il suo
stato d’animo permanente. La vita non ha più sorriso : “ hilaritas illa
nostra erepla mihi omnis est. Il suo grido è quello del coro degli
Spiriti nel Fausi. Du hast
zerstòrt Die schòne Welt Mit màchtiger Faust; Sie
stiirzt, sie zerfàllt! Ein Halbgott hat sie zerschlagen ! Wir
tragen Die Triimmern ins Nichts hinuber Und kiagen
Uber die verlorne Schòne. Questo dramma
strappa a Cicerone espressioni di dolore profondamente dilacerante. E la
sua corrispondenza è forse la lettura più viva che l’an¬ tichità e
probabilmente la letteratura d’ogni tempo ci offra, appunto perchè, come
in nessun altro scritto, vi si scorge con l’immediata evidenza della vita
vissuta e quasi vedessimo la cosa svolgersi giorno per giorno sotto i
nostri occhi, come sotto quel dramma sanguini il cuore d’un uomo. Certo
anche la terribilità della sua rovina personale affligge gravemente
Cicerone : “ natus enim ad agendum semper aliquid dignum viro, nunc
non modo a- gendi rationem nullam habeo, sed ne cogitandi
quidem (Ad Div.) ; ed egli ha ragione di deplorare di essere
stato travolto proprio nel momento in cui avrebbe potuto e dovuto,
cogliendo il frutto dell’opera della sua vita, toccare l’apice
della sua carriera. Omnis me et industriae meae fructus et fortunae
perdidisse Casu nescio quo in ea tempora aetas nostra incidit, ut
cum maxime florere nos oporteret, tum vivere edam puderet. Certo anche la
rovina che incombe sulla sua famiglia e specialmente sulla sua figlia lo
tortura.Quibus in miseriis una est prò omnibus quod istam miseram
patre, patrimonio, fortuna omni spoliatam relinquam (Ad Att. XI,
9). Ma ciò che forma il crepacuore di Cicerone non è la sua situazione
personale, bensì il baratro in cui è precipitato lo Stato. Sed tamen ipsa
republica nihil mihi est carius (Ad Dio.). “ Ego enim is sum, qui
nihil umquam mea potius, quam meorum ci- vium causa fecerim. Ma ora ?
Ego vero, qui, si loquor de re publica, quod oportet, insanus, si,
quod opus est, servus existimor, si taceo, oppressus et captus, quo
dolore esse debeo ? (Ad Att.). Due sono sopratutto le note in cui
erompe 1 espressione di questo suo strazio. In primo luogo,
andarsene, andarsene dovunque, pur di non veder più simili cose: “
evolare cupio et aliquo pervenire ubi nec ‘Pelopidarum nomea nec facta
audiam „ egli ripete con un tragico antico (ib. VII, 28, 30, Ad
Att.); “ ac mihi quidem iam pridem venit in mentem bellum esso
aliquo exire, ut ea quae agebantur hic, quaeque dice- bantur, nec
viderem nec audirem (Ad ‘Dio. IX, 2); “ longius etiam cogitabam ab urbe
discedere, cuius iam etiam nomen invitus audio. Tu mi sembravi pazzo
(scrive a Curio) quando abbandonasti Roma per la Grecia, ora veggo
che sei “ non solum sapiens, qui hinc absis, sed etiam beatus :
quamquam quis, qui aliquid sapiat, nunc esse beatus potest ? „ (Ad Db.
VII, 28). E’ il desiderio che si fa strada persino nei suoi trat¬
tati, p. e. nelle Tusculane, dove parlando di Da- marato. Io giustifica
cosi : “ num stulte anteposuit exilii libertatem domesticae servituti? O,
se andarsene non si può, almeno ritirarsi in solitudine : “ nunc
fugientes conspectum scelerato- rum, quibus omnia redundant, abdimus nos,
quam- tum licet, et saepe soli sumus „ (De Off.). In secondo luogo,
morire. “ Perire satius est, quam hos videre „ (Jd Db. Vili, 1 7)
Mortem] quam etiam beati contemnere debebamus, prop- terea quod
nullum sensum esset habitura (I), nunc (1) Che cosa pensi
intimamente Cicerone della vita futura, risulta, non già dal quadro,
avente scopi puramente estrinseci, che traccia nel Somnium Scipionis. ma
dalla sua corrispondenza Oltre il passo sopra ricordato, e due
altri, (Ad Dw.) ricordati più innanzi, basterà citare: « Fraesertim cum
impendeat, in quo non modo ^ or ,*. v erum finis etiam doloris futurus
sit. E anche in altre opere di Cicerone questo suo vero pensiero si
manifesta. Cosi nelle Tusculane. Mors. aeternum nihil sentienti receptaculum. Cosi
in Pro Marcello (IX) c Q uo d (la fine) cum venit, omnis voluptas
preterita prò mhilo est, quia postea nulla est futura» Cosi in Pro
Cluentio: quid ei tamdem almd mors eripuit, praeter sensum doloris ? sic
affecti, non modo contemnere debeamus, sed etiam optare » ( ib. V. 21); la
filosofia sembra < exprobrare quod in ea vita maneam, in qua
nihil insit, nisi propagatio miserrimi temporis ; non si sa <si aut hoc
lucrum est aut haec vita, superstitem reipublicae vivere ; « nam mori millies praestitit quam
haec pati (Ad. AH.) ; « eis conficior curis, ut ipsum quod maneam
in vita, peccare me exi- stimem > (Ad Div.); mortem cur con- sciscerem causa non
visa est, cur optarem, multae causae. In uno spirito, così profondamente
romano, cioè volto all’attività pratica e civica, la desolazione dello
Stato faceva spuntare questo pensiero: « Ipsi enim quid sumus ? aut cum
diu haec curaturi sumus ? » (jdd Att.); quid vanitatis in vita non dubito
quin cogites (Ad Div.). Cosi, pur
nell'atto che prevede la prossima caduta del cesarismo, dice :
Allo stesso modo la pensava Cesare, il quale nel discorso, riferito
da Sallustio, da lui tenuto in Senato circa la pena da darsi ai complici
di Catilina, si oppose alla pena di morte appunto perchè con questa cessa
la coscienza e quindi ogni male : « Eam cuncta mortalia dissolvere ;
ultra neque curae neque gaudio locum esse» (Cat.). Va però notato
che Cicerone dà un’altra interpretazione a questo punto del discorso di
Cesare. Cesare cioè era contrario alla pena di morte. Egli « intelligit,
mortem a diis immortalibus non esse supplici causa constitutam, sed
aut necessitatem naturae, aut laborum ac miseriarum quietem esse. -- In
S. Catilinam.). id spero vivis nobis fore ; quamquam tempus est nos de
illa perpetua iam, non de hac exigua vita cogitare » (Ad. Att.). E il
pensiero della morte come unico scampo e rifugio viene a grandeggiargli
dinanzi in modo, che bene spesso lo vediamo insinuarsi anche nei suoi
scritti teorici : così, p. e., nel proemio del terzo libro del De
Oratore : « sed 11 tamen rei publicae casus secuti sunt, ut mihi non
erepta L. Crasso a dis immor- talibus vita, sed donata mors esse
videatur; e così nelle Tusculane : multa mihi ipsi ad mortem
tempestiva fuerunt, quam utinam potuissem obire ! nihil enim iam acquirebatur,
cumulata erant officia vitae, cum fortuna bella restabant. Morte per sè, morte
per coloro che amiamo ; questo soltanto è ciò che lo status ipse
nostrae civitatis ci costringe a desiderare: cum beatissimi sint qui
liberi non susceperunt, minus autem miseri qui his temporibus
amiserunt, quam si eosdem, bona, aut denique ahqua republica,
perdidissent... non, mehercule, quemquam audivi hoc gravissimo,
pestilentissimo anno adolescentulum aut puerum mortuum, qui mihi non a
Diis immorta- libus ereptus ex his miseriis atque ex iniquissima
conditione vitae videretur (Ad Div.). Ne solo nell animo di
Cicerone il trovarsi « in tantis tenebris et quasi parietinis rei
publicae induceva il desiderio di sfuggire a questo sfacelo con la morte
; ma tale sentimento era certo diffuso. Nella bellissima lettera con
cui Servio Sulpicio cerca di consolare Cicerone per la morte della
figlia, 1 argomento principale che egli fa valere e, nelle circostanze
presenti, “ non pessime cum iis esse actum, quibus sine dolore
licitum est mortem cum vita commutare e che Tullia visse finché visse lo
Stato, “una cum republica fuisse „ (Ad Dio.) ; al che Cicerone
dolorosamente risponde che l’attività pubblica lo consolava dei dolori
domestici, l’affettuosa intimità con la famiglia delle traversie
pubbliche, ma ora “ nec eum dolorem quem a re publica capio do- mus
iam consolari potest, nec domesticum res publica . Ed anche in Catullo, il
disgusto invincibile suscitatogli dai “ turpissimorum honores „, disgusto
che faceva gemere dal suo canto Cicerone, cosi ; “ o tempora ! fore cum
dubitet Curtius consulatum petere? „ (Ad Att., e circa Vatinio) suscita 1’
aspirazione alla morte : Quid est, Catulle ? quid moraris
emori ? Sella in curulei struma Nomus sedet, Per consulatum
peierat Vatinius ; Quid est, Catulle ? Quid moraris emori ?
Donde attinge Cicerone qualche conforto in questa immensa iattura ? Non
dal foro che egli (interessante confessione) dichiara di non aver
mai amato e nel quale del resto oggi non c’è più nulla da tare : “
quod me in forum vocas, eo vocas, unde, etiam bonis meis rebus, fugiebam
: quid enim mihi cum foro, sine iudiciis, sine curia ? „ (Jld
Jltt.). Era il momento in cui i vincitori della violenta lotta politica,
giravano per Roma baldanzosi ed allegri, e i sostenitori dello
Stato legale, battuti, erano melanconici : “ Mane salutarne domi et bonos
viros multos sed tristes (1), et hos laetos victores, qui me quidem
perofficiose et peramenter observant „ {Ad Div.). Due di essi, anzi,
Irzio e Dolabella, si erano messi a prender lezioni d’eloquenza da lui, o
forse, con questo pretesto, lo sorvegliavano per conto di Cesare. Anche
queste lezioni recano a Cicerone qualche sollievo {yld Di\>.). In maggior
mi¬ sura, egli ne ricava dal far udire, quando e come era
possibile, qualche parola di ammonimento. Così, pur avendo risoluto di
non più parlare in Senato, allorché sulla universale istanza di questo,
Cesare amnistia Marcello (che non aveva fatto nessun passo per
essere richiamato e sembrava non desiderarlo — e che fu, del resto, assassinato
da un suo impiegato nel momento in cui stava per partire alla volta di
Roma), Cicerone prende la pa- (0 La voce dei gaudenti sfruttatori
di situazioni im¬ morali rinfaccia sempre a coloro che le condannano,
come un torto, di essere afflitti o melanconici. Cosi quella voce
si fa udire, secondo Seneca : c Istos tristes et superciliosos alienae
vitae censores, suae hostes, publicos paedagogos assis ne feceris » (Ep.)
rola per ringraziare il dittatore ; ma sa anche attraverso i ringraziamenti
esporgli il parere più libero e ^coraggioso che forse mai Cesare
abbia sentito. Quodsi rerum tuarum immortalium (egli ha 1 ardue di
significargli) hic exitus futurus fuit, ut devictis adversariis rem
publicam in eo statù relinqueres, in quo nane est, vide quaeso, ne
tua divina virtus admirationis plus sit habitura quam glonae „.
(Pro Marc.). Tu devi, egli incalza, preoccuparti della vera gloria, del
giudizio che da¬ ranno i posteri sulle tue azioni, saper
considerare ciò che tu fai, non cogli occhi abbacinati dei con¬
temporanei, ma con quelli di coloro che giudiche¬ ranno le cose a
distanza, nell’avvenire. Se tu non avrai ristabilito la vera legalità
nello Stato, tu sa¬ rai certo sempre ricordato, ma non con giudizio
concorde : “ erit inter eos etiam, qui nascentur, sicut mter nos fuit,
magna dissensio, cum alii lau- dibus ad caelum res tuas gestas efferent,
alii for- tasse ahquid requirent, idque vel maximum, nisi belli
cmlis incendium salute patriae restinxeris, ut illud fati fuisse
videatur, hoc consilii. E questo un nobilissimo linguaggio da cittadino
onesto e d’animo forte ; linguaggio che, bisogna riconoscerlo, Cesare sa
ascoltare, come altri e ben più vivaci attacchi contro di lui, con
tolleranza ed equanimità, civili animo. -- Svet,, Caes.. Anche Cicerone
nella sua corrispondenza talvolta constata che Cesare andava orientandosi
a mitezza. P. e.: L intolleranza, l’oppressione, l’uso del potere
per far tacere censure al detentore di esso, e persino per impedire
di rispondere agli attacchi, comincia con Augusto ; ed è ciò che fa
uscire Asinio Pollione (lo stesso, alla nascita del cui figlio il servile
Virgilio, pronto a vendersi a tutti i potenti e a prostituire poi il suo
genio a colui che tra questi occupa nella storia per bassezza e nequizia
uno degli “ nam et ipse, qui plurimum potest, quotidie mihi
delabi ad acquitatem et ad rerum naturam videtur „ Ad Dio. VI, 10!,
Che cosi fosse (ed è la stessa cosa che accadde con OTTAVIANO) è
naturale, perchè, se un uomo non è straordinariamente perverso, il suo grande
successo e trionfo personale lo rende incline alla benevolenza verso gli
altri, a diffondere anche intorno il sentimento di felicità che il
successo gli dà. Solo un uomo dal cuore fondamentalmente malvagio nel suo più
pieno e grandioso trionfo, quando ogni cosa gli va a seconda, diventa
sempre più duro e crudele, e non è pago se non condisce quel
trionfo col darsi la sensazione di poter a suo beneplacito tormentare,
perseguitare, far soffrire altri uomini. Tale era Siila, secondo le
parole che Sallustio mette in bocca ad Emilio Lepido : “ Cuncta saevus
iste Romulus, quasi ab externis rapta, tenet, non tot exercituum clade
neque con- suhs et aliorum principum, quos fortuna belli consumpse-
rat, satiatus : sed tum crudelior, curri plerosque secundae res in
miserationem ex ira vertunt. -- Hist. Fragni. Raramente, si, ma però talvolta
avviene che un uomo, favorito dalia più straordinaria fortuna, diventi sempre
più bramoso di far del male agli altri. “ Felicitas in tali ingenio
avaritiam, superbiam ceteraque occulta mala pate- fecit. -- Tac., Hist.. “Itimi
posti, Ottavio, dedicò la sconciamente cortigiana e piagg.atr.ee Egloga
IV) nell’elegante epigramma, riportato da Macrobio (Satura II 4)
che non si può più scrivere dove in risposti si può proscrivere :
temporibus triumviralibus PoIIio cuna fescenmnos ,n eum Augustus
scripsisset, ait: g taceo ; non est emm facile in eum
scribere qui potest proscribere (2) Più ampio conforto ricavò
Cicerone dagli studi, bbene una volta fuggevolmente accenni che
forse senza la sua cultura sarebbe più atto a resistale! exculto
emm animo nihil agreste, nihil inhuma- (I) Si vegga nel libro diV.
Alfieri D»/ p • , » I J1
'> e la dimostrazione che questa viltà ha in Virg.ho guastato
l’arte. “Quella parte divTna e ha per base il vero robusto pensare e
sentire tm-,1 niente manca in Virgilio „ (L. II C VI) “ V -esse
avuto nell’animo quella P napesco, assai maggiore sarebbe stato
egli stesso e quindi assai maggiore il suo libro „ (L. II C VI •
vegga anche il C. Vili) E il Canti 1 . Ci
j ;• , C S ‘ uh. ed. I. 582 n 94.«V- r ÌU '. Sorla de S^
Italiani, V l D < ’ VIRGILIO si lascia traricchire
anche Boissier, L’opposition sous tes Césars p. I3Ì” RnU 1 j-
qUe f°, . t epigramma ’ senza citare la fonte il Les e Rom P - r0ba
. b,,mente a memor ia, la seguente versione: Les Komains disaient avec
raison qu’ il est rare mi’ ™ num est „. (Ad Alt. XII, 46) ; e sopratutto
dallo studio della filosofìa, la passione per la eguale '’quo-
tidie ita ingravescit, credo et aetatis maturitate ad prudentiam et his
temporum vitiis, ut nulla res alia levare animum molestiis possit. „ (Ad
Dio. IV, 4). Le sue lettere di questo periodo sono piene delle sue
attestazioni che non vive se non negli studi filosofici e non trae
conforto che da essi. Ad aumentare questo conforto, ad aiutarlo a
stornare il pensiero dalle calamita dello Stato, s aggiunge la sua
atti¬ vità di scrittore. Sono questi gli anni della sua intensa e
feconda produzione filosofica. “ Nisi mihi hoc venisset in mente,
scribere ita nescio quae, quo verterem me non haberem (Jld Alt.) Equidem
credibile non est, quantum scribam die, quin etiam noctibus, nihil enim
sommi. Nullo enim alio modo a miseria quasi aberrare possum. Vero è che
le afflizioni e le ìnquietitudmi, I incertezza dell’avvenire, derivanti
dal pessimo andamento degli affari pubblici, non permettono piena pace
nemmeno nello studio : Utinam quietis temporibus, atque aliquo, si
non bono, at saltem certo statu civitatis, haec inter nos studia exercere
possemus ! „ Però, ap¬ punto in tali circostanze, “ sine his cur vivere
velimus? -- d Dio. Così nascono i saggi di FILOSOFIA di Cicerone, circa i quali
si cita sempre per aiutare a deprezzarli la fuggevole frase “sono
copie” cascatagli dalla penna scrivendo al suo amico e certo come convenzionale
espressioni t Xlì Vf fr ° nte j 1Iammiraz ' on e di lui (Ad X
’ I 52 ’ ma 51 dimentica di affrontare tale fra e con le sue numerose e
consuete esternaziom dalle quali risulta che ben altra era la stima
ch’egli off" 3 de ‘ pr0pr ;. scrltti ' “ Res difficiles „ (ib.
XII 38) egli dice di star scrivendo ; quanto alle Jìc- G Q
rto -5 C ° nVInt ,° “ U ‘, Ìn f3lÌ 8 enere ne aVud , cos quidem simile
quidquam „ (ib. XIII 1 3)- le chiama “ argutolos libros „ ^ XIli.Y
8 ,00^ XIII 19? ac n ra ? posset supra ” r/4. XIII, 9);
1 libri del De Oratore gli sono “ ve - hementer probati (ib.) e
così il De Finibus ib ?AJ ÀI XvT i , soddisfa Attico bl
v ’ im7 e M) e l0ra,OT L'P'a (M AA- ( ’ 8 ^ eSpnme anehe ,a sua
Propria soddisfazione per queste due opere; mihi vakle pbcent,
maHem tibi dice dei libri, perduti d! Giona (Ad Ali). In particolare, i|
e sua opere filosofiche LE TUSCULANE, che facilmente si prendono per
un mero esercizio letterario, sono invece un saggio profondamente
vissuto, rampollato da a tragica realtà di vita i cui Cicerone si dibatte
e che come tale, come idoneo cioè a fornir conforto e forza in quelle
circostanze dove essere generalmente
sentito, e certo da Attico se Cicerone gl, scrive -- quod prima
disputatio Tuscu ana te confirmat, sane gaudeo. Neque enim ndhim est
perfugium aut melius aut paratius. Bel saggio, che in ogni epoca, nelle
medesime circostanze da cui esso è nato, è servito allo scopo per cui era
stato scritto – DIE EROICA DER ROMISCHEN PHILOSOPHIE, come con calzante
espressione lo definisce Zielinski. Ma il supremo conforto di Cicerone è
un altro. Esso consiste non tanto nell’ immergersi nella FILOSOFIA
come un’occupazione mentale opportuna a distornare il pensiero da quello
che poi Lucano, il grande poeta anti-cesariano, define“ ius sceleri
datum, quanto nel rivivere in sè I CONCETTI DELLA FILOSOFIA come atti a fornire
forza d'animo per affrontare e sopportare le sciagure derivanti da una
situazione politica e sociale particolarmente triste. FILOSOFIA cioè non come
“ostentationem scientiae, sed legem vitae „ (Tusc.). Anche in lui, per
usare l’espressione di cui poi si servì Marco Aurelio zi 5 óypaia.
Giustissimamente il Moricca. Saremmo forse anche noi tentati di ritenere
l’operetta tulliana un’amplificazione rettorica, se non pensassimo
che quelle parole sono scritte per una generazione d’uomini nelle cui
orecchie esse andavano diritte al cuore. Un saggio di morale dell’epoca di
Cicerone è da considerarsi non come una fredda e vuota argomentazione
rettorica bensi come un’eco squillante delle voci del passato, che sale dalle
tombe e vince i secoli. Secondo il testo di Trannoy (Les Belles Lettres).
bisogno di vivere tali precetti A' i ,• . ventar succo e sangue e il f T
l d ‘ faHl dl gere a ciò, Cicerone Lnl f" 0 S ° rZ ° per 8 iun
' maniera singola,«sima, scnVoSo^v"' 0 i'I “ na consolazione a
se stesso “ D • Un ^ ro dl profecto anfe me TeZ. ^Z 'T ***
consolarer ; que m librum jf . me per i‘ tera s serint librari; affirmo
tibi^nuLm” 3 " 1 S ‘,^'P' esso talem ; totos die® U c °nsolationem
quid, sed t n^sper 1 C ; ,b ° 5 T“ qU ° proflci ™ XII 14) p t,sper
im P e dior, relaxor „ (Ad 4tt « 'a ll'Tlzr ™ di r'*
d«„e meditazioni morali!^ e8mam0 le Mslre '4«fr-r v lLStó
et,r°d servire 4 IL PORTICO, di cui poi in ,CaZI ° ne Pra ' ÌCa
de,, ° e d oppressivi, uomm Lme° Tm "p" ^ tehi
vid.o Prisco fornirono ° Peto ed EI ’ e che successivamente
si anc ° Ta p ‘ù insigni, .1 hiosofo :z :L: r , ai cristiano, il
sacerdnie • ’ p ° SCIa> n el mondo c„i i,Tat'„ e ' „x:; a ” d f
molti tenevano costantemente in d m ° nre ’ anZI rettoredi coscienza e
confortatore, iHoro ZofoOX . Plauto, fatto morire da Neron» • mi
istanti assistito e confortato dai “ / V ‘ ene " ei 3U0 ' u,tl
Cerano e Musonio (Tac., Ann. XwTv)), Trlse’ O Socrates et socratici viri! -- esclama
Cicerone, qui, veramente riguardo a traversie di carattere privato). Numquam
vobis gratiam referam Un immortales quam m ihi ista prò nihilo (Ad
Alt. ). Attico (egli scrive al suo liberto e segretario Tirone) mi vide
agitato, crede che sia sempre lo stesso, “nec videt quibus presidii philosophiae
septus sim -- Ad Div. La disperata e rovinosa condizione dello Stato -- quidem
ego non ferrem nisi me in philosophiae portum con- tulissem. “
Equidem et haec et omnia quae homini accidere possunt sic fero ut PHILOSOPHIAE
magnam habeam gratiam, quae me non modo ab sollecitudine abducit, sed
etiam contra omnes fortunae impetus armat, tibique idem censeo faciendum,
nec, a quo culpa absit, quid- quam m malis numerandum -- Ad Div. E
noi vediamo veramente questo pensiero centrale del PORTICO, cioè lo
sforzo di distornare il proprio interesse da ogni cosa esteriore per
concentrarlo unicamente nel nostro comportamento, e m ciò trovare
appagamento e pace (questo, come si può chiamare, ottimismo della
disperazione, che e il solo che resta nei momenti di maggiormente
infelici condizioni esterne, perchè vuole appunto, riconoscendo tale
inguaribile infelicità, trovare an- Demetrio: e Seneca dice di
Cano. dato al supplizio da Caligola -- prosequebatur illuni
Losophus suus -- (De Tranq. An.). man- phi- i cora
una tavola di salvezza), vediamo questo pensiero centrale dello stoicismo
svelarsi sempre più chiaro agli occhi di Cicerone e proprio come postogli
innanzi delle circostanze di fatto. Sic
enim sentio, id demum, aut potius id solum esse miserum quod turpe est
(Ad Att.). Video philosophis placuisse iis qui mihi
soli videntur vim virtutis tenere, nihil esse sapientis praestare nisi
culpam -- (Jld Dio.. Cogliamo il procedere di questa appassionante
tragedia, per cui un uomo di indole ilare e disposto a gioire delle cose,
degli spettacoli naturali, delI arte, della letteratura, delle relazioni
sociali, dell’attività pubblica e anche della ricchezza, è, a poco a
poco, dal rovinio politico, risospinto entro se stesso e costretto a
vedere e cercare la felicita soltanto nel proprio retto comportarsi. Le
meditazioni filosofiche (scrive a VARRONE) ci recano ora maggior frutto “sive
quia nulla nunc in re alia acquiescimus, sive quod gravitas morbi
tacit, ut medicmae egeamus eaque nunc appareat, cuius vim non sentiebamus
cum valebamus -- Ad r i0 ’. Naturalmente con questo alto sentimento a cui
Cicerone è ora pervenuto, il pensiero della morte, qui fonte anchesso di
consolazione e forza, viene a intrecciarsi. Nunc vero, eversis omnibus
rebus, una ratio videtur, quicquid e veni t ferre moderate praeserlim cum
omnium rerum mors sit extremum magna enim consolatio est cum
recordere etiamsi secus acciderit te tamen recta vereque sensisse --Ad
Div. Nec enim dum ero angar alia re, cum omni vacem culpa ; et si
non ero, sensu omnino carebo. Il crollo dello Stato è cosa gravissima -- tamen
ita viximus et id aetatis iam sumus, ut omnia quae non nostra culpa nobis
accident, fortiter ferre debeamus (Jld Div.). E tali pensieri, tali alti
ed austeri conforti ed incoraggiamenti, i grandi spiriti di quel periodo
si scambiavano tra di loro, prova, sia di quanto il dolore per la
catastrofe dello Stato era largamente sentito, sia della estensione che a
lenimento di questo dolore siffatto ordine di pensieri allora aveva
preso. Era la genuina visuale del PORTICO a cui i nefasti avvenimenti
politici aveva tutti guidati -- non aliundo pendere, nec extrinsecus aut bene
aut male vivendi suspensas habere rationes -- Ad Div. Se Cicerone ad ogni
momento ripete di sè quidquid acciderit, a quo mea culpa absit, animo
forti feram (Ad Div.), nec esse ullum magnum malum praeter culpam; sed
tamen vacare culpa magnum est solatium; se per sè pensa fortunato, quam
existimo levem et imbecillam, animo firmo et gravi, tamquam fluctum a
saxo frangi oportere; se l’esperienza di quella dolorosissima fase
lo fa approdare alla definitiva conclusione che in omni vita sua quemque a
recta conscientia transversum unguem non oportet discedere (Ad Att.) — queste
sono amici, « a Lucccio7“'“ 8 “ 1 « f'umanas contemnentem et opule C
on^t r 7 "* c„ g „„ vi „ {Ad0 7 casu, et deiicto h Z ,n
non aP r l “ 1U,piludi ”' non veri „ (ih V |7) ’ M a i ° rum ln,una
commo- Pme.;/ cu,pl'ai picca,tT'° ; ■" “ÌJ—* digni
et Ss TstrrdublteTo; ^ ea maxime conducant ! P ° SSimus ’ V. 19 ) : e a Torquato
‘ ‘ f T Tectl8s '™" (A. praesertim quae
absit a ancora a Torauato • “ ■ P , V1 ’ 2 )> e
delio Stato) vereor ne I ^ n 3 ' (,a rovina teperiri, praete, i||
am q “ a TtaMa"e“ “ P °7 “r: e®, atque noTZIt,»
questi sentimenti ogni IralToìtTd' !“l “ 7 ° a anch’egli aveva
bisogno ’’No|!\e oh ■ - ' 7 ? scrive Sulpicio in morte di Tullia)
Cicerón ^ 1 ^ ' et eum aui a Ine ' '-' ,cer °nem esse 9 ' 3l,,S
COnsuer,s Praecpere et dare consilium... quae alns praecipere soles, ea tute
tibi subirne, atque apud animum propone; vidimus ali- quotiens
secundam pulcherrime te ferre fortunam fac ahquando intelligamus adversam
quoque té aeque ferre posse. Dalle lettere di Cicerone si potrebbe così
ricavare un antologia di massime di vita del PORTICO da servire
efficacemente in ogni tempo al ripresenarsi di analoghe circostanze (e tale è
forse sopratutto la ragione per cui queste lettere suscitarono in ogni
tempo I ammirazione, anzi il culto di nobili animi), pm efficacemente ancora
che non i suoi trattati, come le TUSCULANE e il DE OFFICIIS, ove
egli da sistemazione teorica alle medesime idee 1 qual, però appunto
perchè non contengono se' non quelle .dee morali che, suscitate in
Cicerone dalle vicende di ogni giorno, riempiono la sua corrispondenza,
ci si ridimostrano, non mere esercitazioni letterarie, ma anzi saggi cresciuti
su dalla vita vera e scritti col sangue che le ferite inferte da
questa fanno stillare dal suo cuore. Herzenphilosophen chiama giustamente
Cicerone Plutarco racconta che un giorno OTTAVIANO essendosi accorto che un suo
nipote scorgendolo nasconde impaurito un saggio sotto la (1)0. dt.,
112 toga, glielo prende, e visto che e di Cicerone ne legge
un tratto, poi lo reshtui al ragazzo, dicendo uomo dotto e amante della patria,
Xó r ,o : *vl' ?. «rat, io T ,o £ *«l Tardo (come al so’ hto)
riconoscimento del meriti di colui che egli ha raggirato, tradito, abbandonato
al carnefice Ma Cicerone e qualcosa di più. Spirito altissimo e
st'anzetn m n “'T'? 1 "”'’ da »! le circo- ero \ „ j " 6
r 1 ' **' vivere, espres. sero, m ragione di tale sua sensibilità,
una soma d dolore enorme, egli seppe da questa esperienza d,
dolore trarre un-espenenza morale di elevazione e di purificazione
del dolore stesso nel fuoco della filosofia intesa come via, di cui molti
,„ e b dTrendl' ' aPaC '' QUeS '° * P a,ll “ la "”ente
ciò che rende appassionatamente attraente la sua grande
figura alla quale veramenle-secondo un penTero che trova eco
sino m Giovenale -e Roma' ltf !a " “ u la 8erva arl “lazione
lo dava Sr p a,t a , a, ' ebl> ' a,hibl,Ì, ° N di ' P ad
- Sed Roma parentem, Roma patrem patriae Ciceronem libera
dixit. Altri saggi: Pesco Piente
Fu , un [Mi|an0i CogliariJ. f? Ap ° r ' e Jella R'Hgiont [Catania, - Etna
1 Motwl Spirituali Platonici [Milano, Gilardi e Noto] nSTT, d
' W Jr aZl0nalim0 |N«poli. Guida], Materialismo C„„ c0 [R om ., CaS a ^
^ Pagine di Diario : Scheggio [Rieti, Biblioteca
Editr.J, Cicute [Todi, Atanórj. Impronte [Genova, Libt. Ed.
Italia] Sguardi [Roma. La Laziale], Scolli [Torino, Montes,
], Imminenti :
Critica deir Amore e del Lavoro [Catania. Critica della Morale [Catania,
“ Etna .. " Etna J. Giuseppe Rensi. Rensi. Keywords:
filosofia dell’autorita, autorita e liberta, Gorgia, Gorgia ed Ardigo,
Santucci, Tendenze della filosofia italiana nell’eta del fascismo, Gentile,
necrologio, Ardigo, Platone, Cicerone, Ficino, Bradley, Bosanquet, diritto e
forza, filosofia della storia, Gogia, Elea, Velia, Elea ed Efeso, Gorgia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Rensi” – The Swimming-Pool Library. Rensi.
Grice e Ressibio: la
ragione conversazionale della diaspora di Crotone – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. A
Pythagorean cited by Gamblico.
Grice e Resta: la ragione conversazionale e le masserizie della mutua fiducia
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bari).
Filosofo Italiano. Grice: “I like
Resta; I was reading a book on golf that the Italians define, as I would
cricket, as the game of ‘fiducia,’ so it is nice to see that Resta has tried to
formulate some ‘rules,’ as we would call them, for trust. The cover of the essay
is especially fascinating, as it depicts two acrobats on a circus ring. Where
‘fiducia’ becomes a matter of life and death – or a vital evolutionary tract,
if often ‘ciecco,’ as Resta puts it. His research reminds me of Warnock on
‘trust’ in “The object of morality.” Essential Italian philosopher. Filosofo. Nominato Alfiere del Lavoro.
Studia a Bari. Insegna a Bari e Roma. Dirige un seminario sulla cultura
giuridica alla fondazione Basso-Issoco. Colabora a "Sociologia del
Diritto" e "Politica del Diritto". Spazia dai temi classici della filosofia dfino a temi
di particolare attualità quali quelli riguardanti l'infanzia, i diritti dei
minori e il bio-diritto. Particolarmente interessanti sono i saggi nei quali
indaga sul significato e sui risvolti giuridici del concetto di
"farmaco" come anti-doto necessario alla violenza. Saggi: “Conflitto
e giustizia” (Bari, De Donato); “Diritto e sistema politico” (Torino, Loescher);
“L' ambiguo diritto” (Milano, Angeli); “Poteri e diritti, Torino, Giappichelli);
“La certezza e la speranza: diritto e violenza” (Roma, Laterza). Le stelle e le
masserizie: paradigmi dell'osservatore” (Roma, Laterza); “L'infanzia ferita” (Bari,
Laterza); “Il diritto fraterno” (Bari, Laterza); “Diritto vivente” (Bari, Laterza);
“Le regole della fiducia” (Bari, Laterza); bio-diritto. Eligio Resta. Resta.
Keywords: della fiducia, le stelle e le masserizie. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Resta” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Restaino: la ragione conversazionale ed Antonino e compagnia –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Alghero). Filosofo Italiano. Grice: “Only in Italy, a
philosopher philosophises about cartoons!” Filosofo. Studia
e insegna a Cagliari e Roma. Studia la storia della filosofia e dell'estetica. Il suo saggio forse più noto
è una “Storia del fumetto: da Yellow Kid ai manga” (POMBA, Torino) che non ha
mancato anche di suscitare alcune polemiche, fino al punto che un gruppo di
appassionati di fumetti lancia una petizione chiedendo alla casa editrice il
ritiro del saggio, accusato di contenere gravi lacune ed errori. Gabrielli,
Petizione contro l’POMBA per la Storia del Fumetto, Lo Spazio Bianco, Plazzi,
Il fantasma del fumetto, in il Mulino, Bologna, Mulino. La fortuna di Comte, Comte
sansimoniano, in Rivista critica di storia della filosofia, Comte scienziato, Comte
filosofo, Mill e la cultura filosofica, La Nuova Italia, Firenze, Mill: Scritti
scelti, Principato, Milano, “Scetticismo e senso comune” (Laterza, Bari); Hume,
Riuniti, Roma, Filosofia e post-filosofia” (Angeli, Milano); Storia
dell'estetica” (Pomba, Torino); “Storia della filosofia, fondata d’Abbagnano,
in collaborazione con Fornero e Antiseri, La filosofia contemporanea (Pomba,
Torino); La filosofia inglese, in La Filosofia; Paganini, Piccin-Vallardi,
Padova, Storia della filosofia, Pomba Libreria, Torino, La Rivoluzione Moderna.
Vicende della cultura (Salerno, Roma); Giovanni Franco Restaino. Restaino.
Keywords: Antonino e compagnia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Restaino” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Ricordi: la ragione conversazionale eil Nerone di Manfridi, Seneca
o dell’essere per amore, e gl’inganni dell’infinito di Leopardi sulle ceneri di
Pasolini nell’inferno d’Aligheri – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Se è vero che Shakespeare inventa
l'umanità, è altrettanto vero che egli l'ha poi divisa, il più delle volte, tra
due grandi generi di rappresentanti: e questi passano davvero per le categorie
dell’accademia degli platonici e il lizio degl’aristotelici. Merk Ricordi, in
arte Teddy Reno e la produttrice e distributrice cinematografica Vania Protti. Studia
a Roma e Napoli. Studia l’ermeneutica con Ronconi. Attore con Stoppa, Lavia, e Filippo.
Inizia la carriera registica che lo ha visto spesso anche interprete nei propri
allestimenti. Questi sono stati salutati sempre da un forte e caloroso successo
di critica e pubblico. Si dedicato a Shakespeare, alla drammaturgia antica, al
teatro tedesco dell'età romantica, ma anche e costantemente ai contemporanei
introducendo autori come Rohmer, Amann, Norén.
Si ricordano “Medea” e “Fedra” di Seneca, Trio in mi bemolle di Rohmer e
Dopo la festa di Amann, Anfitrione di Kleist e Don Giovanni e Faust di Grabbe, “Canti
nel deserto” e Gl’inganni dell'infinito di LEOPARDI (si veda), “Le ceneri di
Roma” e Orgia di PASOLINI, Creditori di Strindberg e Demoni di Norén, Romeo e
Giulietta, Macbeth e Amleto di Shakespeare, Lame e NERONE di Manfridi. Pubblicat
su LEOPARDI (si veda), Shakespeare, Schiller e il concetto di teatralità: “Lo
spettacolo del nulla” (Bulzoni) e Essere e libertà (Bulzoni). Pubblica "Le
mani sulla cultura" (Gremese), una denuncia assai netta dell'egemonia
storica della sinistra sull’arti, che si ravvisa in modo particolare nel
"Teatro politico". Direttore del Teatro Stabile d'Abruzzo a L'Aquila.
Inaugura il corso di questo teatro, dirigge e interpreta Edipo Re di Sofocle e
Anfitrione di Kleist, e insieme dedicato vari incontri al teatro di poesia. Consigliere di amministrazione del Teatro di
Roma. Collabora a Liberal, per le cui edizioni pubblicato il saggio
"Ideologia di Amleto” (Liberal). Pubblica "Shakespeare filosofo
dell'essere" (Milano, Mimesis), saggio che si riassume nella tematica di
una nuova “Filosofia del dramma”. Questo saggio rappresenta il sui progetto
dedicato alla drammaturgia esistenzialista. Pubblica "Filosofia del
bacio" (Mimesi), e "PASOLINI e le ceneri di Roma, o un filosofo della
libertà" (Mimesis). Pubblica il suo saggio teoretico più rilevante,
"L'essere per l'amore" (Mimesis).
ALIGHIERI (si veda) per Roma e nel mondo. Inizia un Progetto filosofico
su Alighieri -- saggistico ma anche teatrale e comunicativo. "ALIGHERI per
Roma", con la lettura in luoghi significativi della "Città
Eterna" -- Mausoleo di Cecilia Metella, Arco di Giano, Terme di Caracalla
e Terme di Diocleziano -- di VII Canti dell'Inferno. Realizza un primo
documentario per Rai 5 -- ricevendo il plauso della critica e grande riscontro
dal pubblico. Pubblica “Filosofia della Commedia di Aligheri,” dedicato alla cantica
dell'Inferno. “Il grande teatro shakespeariano” (Mimesis); “Filosofia della
Commedia di ALIGHIERI -- L’Inferno – Il Purgatorio ” (Mimesis) “ALIGHERI -- per
Roma: Inferno” Rai; La grande magia di ALIGHERI può essere capita soltanto
ascoltandola a viva voce", in Spettacoli, La Repubblica. Intervista di Grattarola.
Franco Ricordi. Ricordi. Keywords: essere per amore, il Nerone di Manfridi,
Seneca, Pasolini, le ceneri di Roma, gl’inganni dell’infinito, Leopardi,
Alighieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ricordi” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Righetti: la ragione conversazionale e la critica della ragione
ecologica, o l’etica dello spazio -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Si concentra soprattutto sui temi
dell’estetica. Fonda “La Stanza Rossa” sull rapporto arte-comunicazione. Affianca
alle ricerche precedenti altri filoni di indagine, volti prevalentemente
all’ambito della riflessione meta-etica.. Studia l’ecologia. Pubblica «Iride»,
«Dianoia» e «Millepiani». Ecoinciviltà.
La ragione ecologica spiegata all’umanità civile” (Mucchi, Modena); “La ragione
ecologica: intorno all’etica dello spazio” (Mucchi, Modena); “Etica dello
spazio: per una critica ecologica al principio della temporalità” (Mimesis,
Milano); “Dall’assenza d’opera all’estetica dell’esistenza” (Mucchi, Modena); “Forme
della “verità”: follia, linguaggio, potere, cura di sé” (Liguori, Napoli); “La
fantasia e il potere” (Mucchi, Modena); “La Stanza Rossa. Tras-versalità
artistica” (Costa, Milano); “Soggetto e identità: il rapporto anima-corpo”
(Mucchi, Modena). Cf. Grice, “From
the banal to the bizarre: method in philosophical psychology.” Stefano Righetti. Righetti. Keywords: la ragione ecologica, o l’etica
dello spazio, linguaggio, la pietra di bismantova. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Righetti” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rignano: la ragione conversazionale della teleo-nomia -- filosofia
fascista – filosofia italo-giudea – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Livorno). FIlosofo
italiano. Grice: “I love Rignano, but I would not
consider him a philosopher, in that he never attended a course on philosophy!” Studia a Pisa e Torino. Laureato, si interessa subito ai problemi filosofici
collegati alla ricerca scientifica. Fondatore della Rivista di Scienza. Fonda a
Bologna “Rivista di Scienza” per Zanichelli. La rivista assunse il nuovo titolo
di “Rivista di sintesi scientifica” -- cf. Grice on einheit der wissenschaft. La
rivista nasce con il proposito di opporsi alla eccessiva specializzazione a cui
era giunta la ricerca scientifica danneggiata per questo da criteri troppo
specifici e restrittivi. Gli fondatori,
e in particolare R., si proponeno di superare il particolarismo delle scienze
per una visione più estesa gettando un ponte fra cultura umanistica e quella
scientifica ed elaborando una "sintesi" -- o unità o continuita -- tra
le scienze della natura e le scienze dell'uomo.
In questo modo la filosofia, libera da legami nei confronti dei sistemi
prefissati, poteva dedicarsi a promuovere la coordinazione del lavoro, la
critica dei metodi e delle teorie, e ad impostare in modo più ampio i problemi
delle teorie. Nei saggi che pubblica su “La rivista de sintesi scientifica” ha
modo di mettere in rilievo le sue capacità di divulgatore e di condurre i suoi
studi in completa autonomia dal mondo accademico ufficiale elaborando la sua
concezione filosofica ispirata soprattutto dalla corrente positivistica. Chiede
a Freud un'esposizione della psicoanalisi con le indicazioni di quali rami del
sapere potessero essere interessati alle teorie e all'esperienze
psicoanalitiche. Freud scrive “Das Interesse an der Psycho-analyse”, pubblicato
sulla rivista. Si interessa di psicologia e biologia ed è noto soprattutto per
la sua ipotesi della proprietà mnemonica, secondo la quale la sostanza vivente
sarebbe in grado di ricordare le condizioni fisiologiche dell’iniziali
situazioni fisiche determinate dall'ambiente esterno e quindi di riprodurle nel
prosieguo della vita biologica. Questa
sua teoria consente a lui di operare nella biologia un compromesso tra una
visione meccanicistica della realtà naturale e una finalistica, vitalistica.
Per il meccanicismo infatti non è possibile pensare che nell'ambito degli
organismi viventi vi sia il proposito immanente di conseguire una finalità ma
d'altra parte è innegabile he nel mondo organico sia presente una sorta di TELEO-NOMIA
particolare per ogni essere vivente tale da giustificare l'idea che, durante il
periodo di adattamento all'ambiente, questi conservi una specie di traccia
fisica mnemonica persistente e trasferibile ereditariamente. Si interessa anche
di filosofia della psicologia – o psicologia filosofica -- ma quando intese indicare lo statuto
epistemologico della teoria psicologica, il tipo di scientificità che ad essa
compete, in modo da definire i rapporti con la scienza naturale da una parte e
con quella umana dall'altra, si orienta verso soluzioni intermedie, che spesso
complicavano più che risolvere i problemi. Coerentemente al suo programma di
sintetizzare opposti sistemi, elabora anche una concezione economica di tipo
socialista marxista che è in accordo con il liberismo. Altre saggi: “Per una
riforma socialista del diritto successorio” (Bologna, Zanichelli); “Di un socialismo in accordo colla dottrina
economica liberale” (Torino, Bocca); “Sulla trasmissibilità dei caratteri
acquisiti: ipo-tesi d'una centro-epigenesi” (Bologna, Zanichelli); “L'adattamento
funzionale e la teleologia psico-fisica” (Bologna: Zanichelli); “Che cos'è la
co-scienza?” (Bologna, Zanichelli); “Il fenomeno religioso” (Bologna,
Zanichelli); “Il socialismo” (Bologna, Zanichelli); “Dell'attenzione: contrasto
affettivo e unità di co-scienza” (Bologna, Zanichelli); “Dell'origine e natura
mnemonica delle tendenze affettive” (Bologna, Zanichelli); “Per accrescere
diffusione ed efficacia all’università popolari” (Milano, Compositrice); “La
vera funzione delle università popolari” (Roma, Antologia); “Vividità e
connessione” (Bologna, Zanichelli); “L'evoluzione del ragionamento” (Bologna,
Zanichelli); Il nuovo programma dell'Un. pop. milanese: primo anno
d'esperimento, Como, Cooperativa comense; Bari; Le forme superiori del
ragionamento” (Bologna, Zanichelli); “Democrazia e fascismo” (Milano, Alpes). “Dizionario
di filosofia, Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Il ragionamento in rapporto al finalismo della vita. Brevi parole ci basteranno per trarre la
conclusione del nostro lavoro. L'analisi
di questa facoltà suprema della mente,
quale è il ragionamento, ci ha condotto a constatare come esso sia tutto costituito, in definitiva, dal
giuoco reciproco delle due ‘attività
fondamentali e primordiali della nostra
psiche : le intellettive e le aftettive; le prime consistenti nella semplice evocazione mnemonica di percezioni
od imagini del passato ; le seconde
manifestantisi come tendenze o aspirazioni
dell'animo nostro verso un dato fine, al cui raggiungimento è rivolto il ragionamento stesso. Abbiamo visto l’attività affettiva entrare
in giuoco nel ragionamento, non solo
direttamente colla sua opera evocatrice
e selettrice ed escluditrice delle imagini sensoriali, bensì anche sotto forma di altre facoltà dello spirito
che da essa derivano. Così la facoltà di
fare attenzione a quanto si pensa, e quindi
di mantenere la coerenza del pensiero -e. di esercitare lo spi- rito critico, quella di imaginare
combinazioni nuove a mezzo di elementi
mnemonici vecchi, la facoltà di classificare e di porre un po’ d’ordine nell’infinita e caotica
congerie di fatti che cadono sotto i
nostri sensi, quella di creare concetti sempre
più generali ed astratti, e così via: tutte queste facoltà di attenzione, di’ coerenza, di critica, d’
imaginazione, di classi- ficazione e
d’astrazione, che elevano a mano a mano il ragio- namento dalle sne forme intuitive primordiali
alle più alte deduzioni della scienza,
si sono palesate alla nostra analisi
396 E. RIGNANO avere tutte un
sostrato di natura affettiva. Abbiamo visto,
parimente, avere origine affettiva anche la deformazione che subisce il ragionamento, quando dalla sua
forma costruttrice e creatrice passa
all’altra intenzionale, puramente classifica-
toria, per lo più sterile, di cui le manifestazioni più tipiche sono il ragionamento dialettico e il
ragionamento metafisico. Abbiamo visto,
in seguito, l’ influenza che le tendenze affettive hanno nel determinare le varie forme di
mentalità logica. Abbiamo visto, infine,
le forme patologiche stesse del ragio-
namento essere dovute, esse pure, a cause di pretta natura affettiva.
L'attività affettiva ci appare, lina come impregnante per così dire di sè tutte le manifestazioni
del nostro pensiero. Si può dire, anzi,
essere essa l’unica ed effettiva costruttrice
che, servendosi del materiale intellettivo di puri ricordi ima- ginativi, immagazzinati nelle nostre
accumulazioni mnemoniche sensoriali,
erige ogni e qualsiasi edificio del nostro raziocinio, dal più umile dell’animale più infimo al più
sublime dell’uomo di genio. Ma questa facoltà affettiva, che così ci
appare il grande artefice, incitatore e
moderatore ad un tempo, della nostra
mente, vedemmo essere alla sua volta dovuta alla proprietà mnemonica fondamentale; anzi, di questa
proprietà mnemo- nica della sostanza
vivente essere essa la manifestazione più
genuina e più diretta. Di guisa
che questa facoltà mnemonica, che già vedemmo
in altre nostre opere spiegarci i fenomeni biologici più fon: damentali, — dal preordinato adattamento
morfologico degli organismi e
dall’inconsciamente preveggente comportamento-
istinto degli animali alla trasmissibilità dei caratteri acquisiti, della quale tanto 1° evoluzione filogenetica
che lo sviluppo ontogenetico sono la
diretta conseguenza, — questa facoltà
mnemonica ci si appalesa ora come capace di fornirci, da sola, anche tutte le manifestazioni più
svariate della psiche. Se ad Archimede
bastava un sol punto d'appoggio per sol-
levare il mondo, alla energia vitale basta questa sua proprietà mnemonica per dar luogo a tutte le
manifestazioni finalistiche più
caratteristiche della vita e per creare tutto il meccanismo pensante e ragionante della mente. Già vedemmo questa facoltà mnemonica potersi
definire come la capacità di riprodurre,
per cause interne, quegli stessi
CAPITOLO XVII. 397 stati
fisiologici specifici, a produrre i quali la prima volta fu necessaria l’azione delle energie del mondo
esterno. Tentammo anche «di precisarne
il meccanismo coll’ ammettere a base di
ogni fenomeno vitale l’energia nervosa e col dotare quest’ul- tima della proprietà dell’accumulazione
specifica, cioè a dire col supporre che
ciascuna accumulazione nervosa sia atta a
dare come « scarica » unicamente quella medesima specificità della corrente nervosa di « carica », dalla
quale l’ accumula- zione stessa sia
stata deposta. Ma mettiamo pur da banda
tale ipotesi ; 1’ importante sta in ciò, che per avere le mani- festazioni biologiche e psicologiche più
fondamentali della vita basta supporre
nell’ energia nervosa, in più delle proprietà
comuni a tutte le energie del mondo inorganico, néent’ alt70 che la proprietà mnemonica. Non è, infatti, come molti sostengono, la
proprietà di adattamento all'ambiente
ciò che distingue energia vitale dalle
energie del mondo inorganico. Tale proprietà di adatta- mento è comune a queste come a quella. È ciò
che dimostra qualsiasi sistema
fisico-chimico, il quale, ove venga ad avere
disturbato il suo equilibrio dinamico da qualche mutamento sopraggiunto nelle condizioni esterne, si
dispone con esse in un equilibrio
dinamico nuovo, cioè a dire « reagisce » e
< si adatta » a queste condizioni ambientali mutate. Così, p. es., se fermiamo a metà colle dita la
corda di un pendolo che oscilla, questo
si adatta alle nuove condizioni mettendosi
ad oscillare più rapidamente. Se le pile d’un ponte vengono a restringere la sezione d’un fiume, l’acqua
rigurgita a monte fino a che l’aumentata
sua velocità fra le pile la fincecia de-
tluire nella stessa quantità di prima. Il raggio di luce al mo- mento di entrare in un mezzo trasparente più
denso si rifrange. E l’intensità della
corrente elettrica, ferma restando la diffe-
renza di potenziale ai poli, si commisura alla resistenza del circuito. Tutte queste sono altrettante forme
di adattamento a mutate circostanze
esterne da parte delle energie del mondo
inorganico, le quali, prima di trasformarsi in altre forme ener- getiche, assumono piuttosto, finchè è
possibile, le più diverse modalità, che
permettano loro di proseguire nella forma stessa in cui già si trovano attive. Ciò che manca
loro, in confronto all'energia vitale e
nervosa, è unicamente la facoltà mnemo-
nica, cioè la facoltà, ripetiamo, di riprodurre queste modalità energetiche di adattamento per sole cause
interne, senza bisogno 398 î E.
RIGNANO che si ripresentino nella loro
integrità quelle circostanze am-
bientali che la prima volta costrinsero la rispettiva forma di energia ad assumere queste modalità di
adattamento. Ora abbiamo visto questa
proprietà mnemonica essere appunto ciò
che dà alla vita il suo aspetto finalistico, cioè quello di essere mossa da forze « a fronte »
anzichè dalle sole forze « a tergo ». Il
fine verso cui gravita l’uomo colle sue
tendenze affettive, le circostanze esterne ad affrontare le quali si avvia inconscio l’animale col suo
comportamento complesso dettatogli
dall’istinto, il rapporto ambientale ‘al quale sarà adatto l’organo che l'embrione plasma nell’
utero materno fungono ora da « vis a
fronte » in quanto furono « vis a tergo »
nel passato e in quanto le attività fisiologiche, allora deter- minate nell’organismo da queste circostanze
esterne e da questi rapporti ambientali,
hanno lasciato un’accumulazione mnemonica
di sè, la quale costituisce ora, essa stessa, la vera ed effettiva « vis a tergo » che dirige e
muove lo sviluppo e l'istinto e la
condotta cosciente dell’ essere vivente.
E il ragionamento, messo in moto dall’una o dall’ altra affettività primaria, controllato di continuo
dall’affettività se- condaria del
relativo stato d’attenzione, e poi dalla primaria stessa e da altre affettività ad essa
strettamente connesse sospinto verso le
forme più elevate e più astratte, è di questo
aspetto finalistico della vita la manifestazione più alta e più complessa.
Da ciò il tragico eterno contrasto fra la nostra vita inte- riore, tutta impegnata di finalismo, che
sente questo finalismo essere carne
della propria carne e sangue del proprio sangue, e l’inanimato mondo esterno, che, per quanto
ansiosamente scrutato per secoli e
secoli, da nessuna finalità sembra in-
vece essere mosso. Tragico ed eterno contrasto, questo, fra il microcosmo essenzialmente finalistico e il
macrocosmo pu- ramente meccanico, che
costituisce il sostrato profondo della
lotta più che millenaria fra la scienza e la religione, la prima costretta dalla ragione basata sui fatti a
negare una finalità all’universo, la
seconda invece irresistibilmente sospinta dalle
più intime fibre del sentimento ad affermarla. Questo contrasto fra la ragione e il
sentimento non avrà forse mai fine, a
meno che l’uomo si rassegni a cercare, non
più nell’universo tutto, bensì entro l’ambito più ristretto del solo mondo della vita, col quale ha comunanza
di origine e CAPITOLO XVII. 399 di natura, la ragione ultima della propria
condotta, la finalità suprema della
propria esistenza. E questa comunanza di ori-
gine e di natura, se profondamente intesa, non mancherà al- lora di infondergli un sentimento di simpatia
e di solidarietà verso tutti gli esseri,
in genere, capaci di godere e di sof-
frire, e di amore e di altruismo verso la famiglia umana, in ispecie, in cui più forte e ‘più conscio,
perchè all’apice del- l'evoluzione
organica, batte il ritmo della vita. Sarà tratto pertanto dal più profondo senso stesso del
dovere a combat- tere ovunque, con opere
di bene e di equità, ogni causa di
dolore e a favorire ogni occasione di letizia, — diminuzione l’uno e aumento l’altra di attività vitale, —
e a promuovere nel tempo stesso ogni
forma di progresso sociale, ogni mani-
festazione di bellezza, ogni slancio verso l’ideale, aftinchè sempre più completa e più serena e più
elevata si svolga l’esistenza umana e
sempre più radiosa e più pura risplenda
nell'universo la face della vita. Eugenio Rignano. Rignano. Keywords:
diritto successorio, vitalismo, democrazia e fascismo, liberismo, liberalismo,
socialismo, “Scientia”, filosofia italo-giudea, teleo-nomia. -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Rignano” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rigobello: la ragione conversazionale o dell’allargamento interpersonale
del razionale – l’intenzionalità rovesciata – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Badia Polesine). Filosofo italiano. Il nostro
rapporto con gl’altri deve sempre farci essere un interrogativo per loro. Fra i
principali rappresentanti italiani del personalismo. Dopo gli studi liceali a Padova
consegue la laurea in filosofia, quale allievo di STEFANINI e PADOVANI. Insegna
a Padova, Perugia e Roma. Spazia dalla meta-fisica, all'etica e la filosofia
politica, alla storio-grafia. Collaboratore a Studium. Ripensa il personalismo
partendo dal presupposto per cui esso, potendo anche costituire un possibile
complemento integrativo ed estensivo alla meta-fisica non puo comunque
considerarsi una dottrina filosofica definita bensì una posizione che mette in
primo piano il concetto di "persona" (cf. Strawson, “Il concetto di
persona”). Il personalismo non è in contraddizione con la meta-fisica bensì ne puo costituire un proficuo
ampliamento psico-logico, etico, antropo-logico. Uno dei suoi contributi più
originali consiste nel personificare -- proprio per il tramite del personalismo
-- la ragione meta-fisica attraverso quel processo di integrazione fra l’esistenzialismo
e la filosofia classica. Ri-esamina nel suo evolversi, nonché compara
criticamente e storicamente, questo concetto di “persona” alla luce della
storia della filosofia fino ad arrivare alla filosofia romana – il schiavo non
è persona -- chiamando in causa anche l'ermeneutica, la filosofia morale e la
sua storia. Ne risulta, quindi, che il concetto di persona – nel diritto romano
repubblicano -- deve anzitutto essere inteso in un senso giuridico. Non deve
essere confuso con quello derivante dal concetto d’esistenza della filosofia
esistenzialistica, che nega la possibilità che le persone possono governare la
loro vita, in quanto ritenute prive di auto-dominio. Infine, le persone, pur
nella sua reale concretezza, non sono sostanze. Tutto ciò ha costituito una
delle tematiche principali in cui s'è venuta a delinearsi la sua filosofia, la persona
e l’interpretazione. Una seconda tematica della sua attività di ricerca
scaturisce dagl’insegnamenti, per certi versi anti-tetici fra loro, dei due
suoi maestri, ovvero quelli di STEFANINI, grazie ai quali egli individua un
primo polo di convergenza delle sue riflessioni filosofiche attorno alla
nozione fenomenologica di un mondo della vita, e quelli di PADOVANI, incentrati
sulla meta-fisica tradizionale e ruotanti attorno alla nozione di trascendenza
con i suoi limiti. Ogni altra questione filosofica sembra snodarsi o essere
compresa fra questi due poli di convergenza che egli sintetizza nella
trascendenza, la legge morale, e il mondo della vita. Altro ambito
tematico apre la prospettiva personalistica al dialogo col mondo moderno e
contemporaneo, con l'etica, la politica, la religione, puntualizzando in
particolare la sua valenza etica e politica nell'analisi della realtà sociale
in cui le persone viveno ed agisce, nonché esprime il suo dissenso non su basi
ideologiche ma come critica del sistema dominante. Questo tematica puo quindi
chiamarsi in dialogo con il mondo contemporaneo. Come esponente di punta del
personalismo italiano, storicamente rappresentato da STEFANINI, CARLINI,
SCIACCA, e PAREYSON, rivolvela sua attenzione ad una ri-visitazione originale
del personalismo comparato con l'etica e la politica, grazie a cui è emersa,
oltre alla limitatezza della dimensione trascendentale, sia quella rilevanza
civica assunta dalla persona umana come testimone della sua epoca che la sua
responsabilità di cittadini. Mette in evidenza come il personalismo si
distingua nella critica mossa al sistema idealista, che non ha attecchito nella
filosofia d'oltralpe. Riprende le e tematiche più tipiche della struttura
delle persone umane e le relative implicazioni metafisiche in “Prossimità e
ulteriorità” (Rubbettino). Inoltre, da sempre interessato anche all'ermeneutica
pubblica “L'apriori ermeneutico” (Rubbettino). Altre saggi: “Oltre lo
storicismo” (Studium); “Ricchezza e povertà della metafisica classica”
(Humanitas); “Il problematicismo di SPIRITO (si veda) come empirismo
coscienziale assoluto: note sul significato del nostro tempo, in Rassegna di
Umanesimo e antropo-centrismo; La disponibilità come abito etico del rapporto
autorità-libertà, Istituto editoriale del Mezzogiorno, Napoli, Kant e
l'indirizzo idealistico, Il problema del linguaggio storio-grafico, Perugia, “Condizionamenti
socio-logici e linguaggio morale” in Sociologia e filosofia; Socrate e la
formazione dell'uomo politico, in Civitas, Esperienza di fede e struttura del sapere, Studium,
CROCE (si veda), perché possiamo e non possiamo dirci ‘crociani’, Coscienza.
Mensile del movimento ecclesiale di impegno culturale, La riflessione
sull'etica, Etica oggi: comportamenti collettivi e modelli culturali, Re e
Poppi, Fondazione Lanza e Gregoriana, Roma, Il tempo nello spiritualismo, Il concetto di
tempo. Società filosofica italiana, Caserta, Casertano, Loffredo, Napoli, “Persona,
trascendentale, ermeneutica” in Filosofi italiani, Riconda e Ciancio (Mursia,
Milano); La storia nella coscienza (AVE, Roma); L'intellettualismo in Platone (Liviana,
Padova); Platone, Senofonte, Aristotele: il messaggio di Socrate” (Scuola,
Brescia); “Introduzione di una logica del personalismo, Quaderni dell'Istituto
di Pedagogia di Padova (Liviana, Padova); L'itinerario speculativo
dell'umanesimo contemporaneo, Quaderni dell'Istituto di Pedagogia di Padova (Liviana,
Padova); L'educazione umanistica e la persona. Saggio di una filosofia dell'insegnamento
umanistico” (Scuola, Brescia); “Determinazione ed ulteriorità nel Kant pre-critico”
(Silva, Milano-Genova); “I limiti del trascendentale in Kant” (Silva, Milano);
“La certezza morale, filosofia morale relazioni tenute a Perugia nell'A.A. (CLEUP,
Perugia); “Legge morale e mondo della vita” (Abete, Roma); La morale radicale”
(Perugia, Perugia); “Struttura e significato” (Garangola, Padova); “Antropologia”
(Antenore, Padova); “Modelli storio-grafici di morale” (Frama Sud, Chiaravalle
Centrale); “Ricerche sul trascendentale kantiano” (Antenore, Padova); “Dal
romanticismo al positivismo” (Marzorati, Milano); “Il regno dei fini” (Bulzoni,
Roma); “Il personalismo” (Città Nuova, Roma); “L'impegno ontologico” (Armando,
Roma); “Il futuro della libertà” (Studium, Roma); “Politica e pro-mozione
umana” (Scuola, Brescia); “Perché la filosofia” (Scuola, Brescia); “Studi di
ermeneutica” (Città Nuova, Roma); “Verso una nuova didattica della storia”
(Sei, Torino); “Persona e norma nell'esperienza morale” (Japadre, L’Aquila); “Certezza
morale ed esperienza religiosa” (Vaticana, Vaticano); “Kant: che cosa posso
sperare” (Studium, Roma); “Lessico della persona umana” (Studium, Roma);
“L'immortalità dell'anima” (Scuola, Brescia); “Soggetto e persona: ricerche
sull'autenticità dell'esperienza morale” (Anicia, Roma); “Autenticità nella
differenza” (Studium, Roma); “Attualità della lettera ai Romani” (AVE, Roma); “Il
divino oltre i saperi: tra teologia e filosofia” (San Paolo, Milano); “Interiorità
e comunità. Esperienze di ricerca in filosofia (Studium, Roma); Oltre il
trascendentale, Pubblicazioni della Fondazione Spirito, Roma, L'altro,
l'estraneo, la persona, Città Nuova Editrice, Roma, La persona e le sue
immagini, Città Nuova, Roma, L'estraneità interiore (Studium, Roma); Le
avventure del trascendentale. Contributi al Convegno del Centro studi filosofici
di Gallarate (Rosenberg, Torino); “Umanità e moralità” (Studium, Roma); “Immanenza
metodica e trascendenza regolativa” (Studium, Roma); “L'apriori ermeneutico:
domanda di senso e condizione umana” (Rubbettino, Mannelli); “Prossimità e
ulteriorità: una ricerca ontologica per una filosofia prima” (Rubbettino,
Mannelli); “L'insuperabile singolarità dell'avventura umana: dalla
determinazione completa alla rottura metodologica” (Ramo, Rapallo); “Vita e
ricerca. Il senso dell'impegno filosofico, intervista Alici” (Scuola, Brescia);
“L'intenzionalità rovesciata: dalle forme della cultura all'originari”
(Rubbettino, Mannelli); “Struttura ed evento: tempo di vivere, tempo di dare
testimonianza alla vita, la vita come testimonianza” (Rubbettino, Mannelli); “Dalla
pluralità delle ermeneutiche all'allargamento della razionalità” (Rubbettino,
Soveria Mannelli); “Ciascuno di noi nell'incontro con l'altro deve essere tale
da suscitare curiosità e interesse di conoscenza reciproca (Presentazione a
Alici, Grassi, Salmeri, Vinti (Studium); “La filosofia come testimonianza, Rivista
bimestrale, Studium, Roma. Berti ha R. come docente supplente di filosofia
quando è ancora studente liceale. Cfr. Berti, "Origini del pensiero di R.",
in: Alici, Grassi, Salmeri e Vinti, “La filosofia come testimonianza” (Studium.
Cfr. Berti, "Origini del pensiero", in Alici, Grassi, Salmeri, Vinti,
La filosofia come testimonianza, Studium, Roma, Cfr. pure il contributo di Borghesi,
"La dialettica tra struttura e significato", nella stessa
collectanea. Oltre quelli delle Parti II
e III, si vedano soprattutto i vari contributi presenti nella Parte I della collectanea
in suo onore: Alici, Grassi, Salmeri, Vinti, la filosofia come testimonianza, Studium, Roma, Cfr. Alici, Grassi, Salmeri, Vinti,
cit. Cfr. i vari contributi presenti
nella miscellanea: Estraneità interiore
e testimonianza. Studi in onore, Pieretti, ESI-Edizioni Scientifiche Italiane,
Perugia); Cfr. pure "Biografia, pensiero e opere", Bollettino della
Società Filosofica Italiana nella
rubrica Filosofi allo Specchio, Cfr.
Alici, Grassi, Salmeri, Vinti, cit. Per
questi aspetti centrali del pensiero, si vedano soprattutto i contributi
presenti nella prima parte della collectanea in suo onore: Alici, Grassi, Salmeri
e Vinti, La filosofia come testimonianza, Studium, Cfr. Alici, Grassi, Salmeri
e Vinti, Ricordo, Umanità e moralità, in Dialegesthai. Rivista telematica di
filosofia, In memoriam: In ricordo straneità interiore e testimonianza. Studi
in onore, Pieretti, Scientifiche Italiane, Napoli-Perugia, Alici, Grassi, Salmeri
e Vinti, R., la filosofia come
testimonianza, studio in suo onore, evento organizzato a Perugia in
collaborazione con Roma Tor Vergata e la LUMSA, Perugia/Roma, i cui atti sono
stati pubblicati, Alici, Grassi, Salmeri e Vinti, Studium, Dotto, Enciclopedia filosofica,
Bompiani, Milano, Baccarini, Passione
dell'originario: fenomenologia ed ermeneutica dell'esperienza religiosa, studi
in onore” (Studium, Roma). Vita e ricerca. Il senso dell'impegno filosofico
(Interviste), Alici recensione di Din, Padova. Video di un'intervista a cura di
Valentini, fatta a Roma. Armando Rigobello. Rigobello. Keywords: l’allargamento
del razionale, ‘struttura e significato’, il regno dei fini, comunita, Grice on
human vs. person, Strawson, the concept of the person, Ayer, the concept of a
person. In personam, persona sui iure, persona populum (Cicero). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rigobello” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Rimini: la ragione conversazionale, o del significato
totale, la percezione del pane e Socrate è seduto – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Rimini). Filosofo italiano. Il primo a
conciliare gli sviluppi delle idee d’Occam ed Aureolo. Questa sua sintesi ha un
impatto duraturo. Insegna a Bologna, Padova, Perugia, e Rimini. Da lezioni
sulle sentenze di Lombardo. Oltre alla sua opera principale, il commento alle sentenze
di Lombardo, scrive diversi saggi, tra cui: “De usura,” “De IV virtutibus
cardinalibus” – cf. Grice, philosophy, like virtue, is entire -- e un estratto del commento alle sentenze, il “De
intentione et remissione formarum,” un’appendice sulla IV distinctio del I
libro del commento alle sentenze, una tabula super epistolis. Augustin. Manifesta
una certa attitudine sincretistica tra gli sviluppi d’Occam ed Aureolo. Mostra
analoga tendenza anche nella ri-costruzione e dell'analisi del processo della
percezione animale e umana e il conoscere umano, nelle quali si fondono in
maniera originale elementi etero-genei desunti da Aristotele del Lizio,
Agostino e Ockham. Causa un grave fraintendimento della sua filosofia, è
qualificato come tortor infantium, per la supposizione di aver condannato alle
pene eterne i bambini che muoiono senza il battesimo. In realtà espone tale
dottrina senza pronunciarsi. Talvolta è indicato quale antesignano dei
nominalisti. Altre saggi: “Gregorii lettura super I et II Sententiarum”; “De
imprestantiis venetorum”. Mazzali, Gori, Manuale di filosofia medievale, Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di
filosofia. Now two important consequences follow from
Gregory's definition of the object of complex knowledge as the significatum
totale of the conclusion. Firstly, it entails a proposition of a special kind
which meets the requirements of both demonstration and experience.? Not every
proposition does so. Indeed Gregory dis-tinguishes three different kinds of
propositions. They are in two categories. The first is of mental images
representing actual spoken words, or statements, from which they are directly
derived and which vary according to the language in which they are framed: for
example Greek or Latin.3 The second is of mental images which have no direct
correlation with words; it consists in purely mental concepts undiversified by
language, the same for all men. These are the mind's natural signs prior
to words, which have been instituted to express them.* They are divided into
those which are (bid, pono etiam tetio quod propositio aliqua non est
ipsam esse veram 2 Secundo, idem est obiectum scientie et assensus
sciabilis, sive assensus sit scientia sive distinguatur. Nam ei quod quis scit
assentit, sed obiectum assensus sciabilis est significatum conclusionis. Ei
enim assentit quis habens demon-strationem quod significat conclusio
demonstrationis (ibid., O). a Quidam enim est earum que sunt vocalium
enuntiationum imagines vel similitudines ab exterioribus vocibus in anima derivate,
vel per ipsam ficte, iuxta modum qui infra dist. 3 declarabitur de abstractione
et fictione in anima conceptuum. Et iste non sunt eiusdem rationis in
omnibus * Quidam vero genus est enuntiationum mentalium que nullarum
suntultimately founded upon sense experience and those which are not. The
former, whether they originate directly or indirectly by simple or complex
knowledge, or just inhere in the mind, have their source in external things;
they are as much the property of the deaf and dumb as of other men, for
experience, not words, is their agent. The other group, on the contrary, owes
nothing to external knowledge; its images belong to propositions which are held
as matters of belief or opinion and remain unverified. ? They do not come
within the province of knowledge. Of these three groups only the second
represents both know-ledge and assent.? The first consists simply of words,
devoid of either knowledge or judgement; the third of judgement, or assent,
divorced from knowledge. Gregory includes in the third category dissent since
it is the negative act of assent.® The effect of this classification is
to isolate statement, know-similitudines vocum, nec secundum illarum
diversitatem in hominibus habentibus diversificantur. Sed eadem sunt secundum
speciem apud omnes idipsum naturaliter significantes quid vocales eis
subordinate ad significandum ad placitum et per institutionem significant; et
ille sunt illa verba que nullius lingue sunt, et vocalia verba exteriorius
sonantia (Prol., q.I, a.3, 4 F-G). secundum enuntiationum mentalium
subdividitur: quantum quedam immediate ex rerum intuitivis notitiis
incomplexis, tanquam ex partialibus causis vel ex alis complexis vel
incomplexis, ex illis mediate vel immediate causatis, seu ex habitibus ex
talibus notitiis complexis derelictis causantur, vel forsitan etiam quedam non
ex aliquibus incomplexis notitiis causantur, sed sunt simpliciter prime
venientes in mentem naturaliter (ibid., G Quedam vero sun que non ex talibus
primis notitis rerum aliquo predic torum modorum causantur, cuiuismodi
sunt enuntiationes quibus quis enuntiat mente et iudicat sic vel sic esse aut
non esse, non cognoscens tamen intuitive, aut alia notitia prima vel ex
intuitiva derivata, que sic sit vel non sit, sicut enuntiat in mente quis dum
credit vel opinatur (ibid., G-H). 3 Secundi autem generis propositiones
et enuntiationes sunt et notitie et assenus (ibid., H). 1.
propositiones primi generis sic sunt enuntiationes quod non sunt notitie
formaliter, necque assensus, non plus quam enuntiationes vocales quibus sunt
similies (ibid.). • Tertii autem generis propositiones et enuntiationes
quidem sunt et assensus, sed non notitii ibid.). 6 Ex his autem
sequitur quod dissensus non est aliquis actus intellectus a quolibet assensu
distinctus, quinimmo quilibet est assensus quidam. Quod probatur, quantum cum
assensus mentalis sit enuntiatio, dissensus erit enuntiatio sibi opposita
(ibid.).ledge, and judgement as separable elements in a mental demons-tration.
One does not imply the other, so that the statement can obtain either
exclusively or in combination with knowledge or judgement. ' Only when all
three are joined together can there be a true demonstration. The statement
alone tells whether something is or is not, according to whether it is
affirmative or nega-tive, * knowledge enables us to ascertain its truth or
falsity; assent (or belief) affords the judgement necessary to any
demonstration" and is thereby the means by which a conclusion is reached.®
Gregory, then, unlike Ockham, keeps assent and knowledge separate; although,
when present together in the same demons-tration, they are all part of a single
mental action, we have seen that propositions containing one do not logically
imply those containing the others. The separation between them gives rise to
the second consequence in Gregory's treatment of complex know-ledge. For since
assent has to be to a proposition embodying a statement of truth, the object of
assent is the proposition, not an external object. Consequently the object of
assent is a complex, as opposed to a simple, signification; or as Gregory puts
it, it is Ulterius sequitur ex istis quod non omnis
mentalis enuntiato est assensus, licet omnis assensus sit mentalis enuntiato.
Et quod quamvis omnis notitia complexa... sit mentalis cuntiatio, non tamen e
contrario omnis mentalis enuntiatio est talis notitia. Item quod quamvis omnis
notitia complexa sit assensus, non quilibet tamen assensus est talis notitia
(ibid., 1). quia est circa obiectum scientie, quod proprie est illud quod
significatur per conclusionem demonstrationis, ut patet ex primo articulo,
intellectus habet actum enuntiandi et actum cognoscendi et actum credendi seu
assentiendi (ibid., 3 K). 3 nam per ipsam conclusionem enuntiat sic esse, si
est affirmativa, vel non sic esse, si est negativa (ibid., L) 4 Cognoscit
etiam sic esse sicut enuntiat (ibid.). 5 unde primo Posteriorum
dicitur, quod scire est per demonstrationem intelligere, et quod
demonstratio est syllogismus faciens scire. Non solum autem enuntiat et
cognoscit sic esse, sed etiam credit seu assentit quod ita est (ibid.). *
Prima [conclusio] est quod conclusio demonstrationis mentalis propric accepte
est assensus de sic esse sicut ipsa significat (ibid., 3 Q). 'ga
conclusio est quod circa taliter demonstratum vel scitum non sunt ponendi tres
actus distincti in anima ad enuntiandum conclusionem et cogno-scendum et
credendum, seu assentiendum, sic esse vel non sic esse; sed quod idem actus
sufficiat ad hoc, et idem actus est conclusio, notitia, et assensus (ibid.).a
complexe significabile.! Its meaning derives not from direct
sen-sory experience but from mental activity. It is an expression, as opposed
to thing, describing a set of relations which has no direct correspondence to
an actual object. Hence, although Gregory has throughout stressed that the
truth of any proposition rests upon its foundation in experience, this is not
the same as saying that it can in itself be directly encountered. Its reality
is of a different order; verbal rather than actual. Now there are three
ways in which something? can be said to be. In its most general sense it
embraces any sign, simple or complex, true or false; secondly it can denote any
sign which is true; finally in its strictest sense it is confined to that which
is actually in being, and conversely by this criterion that which does not so
exist is nothing. While by the first and second modes the totale significatum
can be said to exist, by the third it cannot, as, for example, to say that man
is an animal is both a statement and a true one but not something which can be
seen in itself.® Gregory, as H. Élie has shown in Le complese significabile,
here opens the way to what is akin to scepticism in making a distinction
between verbal statements and sensory reality. In his case, however, it had the
opposite effect, since it enabled him to recognize a true description without
seeking to identify it with any specific object in rerum natura. As applied to
God's attributes, the divine persons, and sin, we shall see that the innovation
of the complexe significabile was employed to reassert the most rigorous
traditionalism. If it is here that complex and simple knowledge diverge,
it is also the point at which they meet, for the absence of direct experience
in complex knowledge compels it to depend for its truth upon simple knowledge:
no simple knowledge, no true Ad
probationem dico quod non assentimus proprie loquendo nisi signi-ficabili per
complexum, nec aliunde vere dicimur assentire alicui complexo, nisi quia
assentimus ei quid ipsum significat (Prol. q.1, a.1, 2 F). He regards the terms aliquid, ens, and res as
synonymous (ibid., 1 Q). Ibid.
* Ibid., 2 A. 5 Tertio modo sumuntur ista ut significant aliquam
essentiam sive entitatem existentem, et hoc modo quid non existit dicitur
nihil (ibid.). * Cum dicitur utrum istud totale significatum sit aliquid,
dico quod, si aliquid sumatur pro primo vel secundo modo, est aliquid; si vero
tertio modo sumatur, non est aliquid, unde homo esse animal non est aliquid... (ibid.).complex knowledge, is the law governing all
valid mental demonstration. There is a constant order between what can be known
directly in itself and the judgements which can be made about it; and
ultimately the guarantee for the validity of the latter lies in the truth of
the former.? As Gregory says, a proposi-tion is true or false in accordance
with the truth or falsity of that to which it refers. Experience is therefore
the final arbiter, appeal to which transcends the findings of a conclusion
taken in itself and so gives rise to the totale significatum. From this
there follows, finally, the conclusion, or corollary, so momentous for
fourteenth-century cosmology, that knowledge of one thing does not entail
knowledge of another. It springs *logically from Gregory's findings over
the object of complex knowledge in which judgement must be based upon simple
knowledge, and has two aspects. One is Gregory's sustained re-buttal of the
contention of St. Thomas and Henry of Ghent that there can be a single habit
for all knowledge. Apart from in- stancing the absurdities to which this
would lead, in allowing everything to be deduced from first principles, Gregory
bases his arguments upon the character of complex knowledge. Firstly, as we
have seen above, a demonstration is true only if it can be verified, and this
applies equally to each of the components which make it up. Thus the knowledge
(and habit) of the conclusions is not the same as knowledge of the principles;
one does not engender the other. Secondly, each proposition must be reached by
a separate act of verification: far from knowledge of one lead-ing to knowledge
of another, we can know one proposition and 1 Aut notitia conclusionis,
id est enuntiabilis per conclusionem, sit notitia nobis naturaliter ex alia
prior notitia, aut non. Si non, ergo non est
scientia proprie loquendo (ibid., a.4, 6 L). = Ibid., a.3, 4
I-K. 3 unde illud dicitur falsum enuntiabile, cuius enuntiatio est falsa,
vel esset falsa si esset, et illud verum, cuius enuntiatio est vera, vel esset
vera si formaretur. Vel aliter, illud dicitur verum quod est enuntiabile
per veram enuntiationem, illud falsum quod per falsam (ibid., a.1, 2 D).
* Ibid., q-3, a.I, 13 C. " non sequitur notitia conclusionis eque
preexigit notitiam premissarum, sicut notitia terminorum (ibid.,
O). *nulla autem una enuntiatione nobis
naturaliter possibili possunt tam diversa enuntiabilia enuntiari (ibid.,
C.).yet be ignorant of others,' for each refers to its own object;ª it can be
particular, universal, affirmative, negative, according to its significatum
totale. Thirdly, only that knowledge which derives from direct experience can
be complete knowledge: to know something a priori is not to know something on
account of some-thing else but to infer it from a premiss.' Thus the
proposition which tells us that the moon is liable to eclipse does not tell us
that such and such an opaque body is the cause of a particular eclipse; that
can only be known directly. Knowledge, then, far from being a unity governed by
a common habit and a common set of principles is individual, resting ultimately
upon specific, veri-fiable experiences. The other aspect of the
individuality of knowledge lies in the status of the subject. Duns Scotus had
held that the subject of any knowledge contained virtually within itself all
the truths pertain-ing to it, and that in God, as the first subject, inhered
the habit of all truths." Gregory rejects this view. A subject, and its
proper-ties, he says, can be understood in one of two ways: as the terms of a
proposition? or as things themselves for which the terms stand.® In the first
sense they can obtain either formally in them-selves, if the proposition is a
composite one comprising distinct 1 Notitia unius principii potest stare
cum ignorantia alterius... (Prol. 9-3, aI.
Significata principiorum sunt alia et alia, et unum non cognositur per
alud, igitur non est unus habitus (ibid., H). 3 constat autem quod
demonstrationis aliqua est propositio universalis et aliqua particularis,
aliquando etiam aliqua est propositio affirmativa, aliqua negativa. Item de
diversus predicatis vel subiectis obiective sunt, sicut aliud significatum
totale est unius propositionis demonstrationis vocalis, aliud alterius
(ibid., B). • Ad confirmationem dicendum quod aliud est dictu scire est
cognoscere hoc propter hoc. Aliud est dictu scire est cognoscere quod est
propter hoc. Primum enim universaliter verum est... Secundum autem non
universaliter, tum quia ille qui scit aliquid precise a priori et per causam
non cognoscit quod hoc est propter hoc (ibid., 14 C-D). Ibid., D. Op.
Ox. I, Prol. q.3, and Rep. Par. q.I, as cited in margin (15 F). › premitto quod
subiectum et passio in proposito possunt dupliciter accipi: uno modo pro
terminis mentalibus quorum unus vel formaliter secundum se vel quas
significant (ibid.).parts, so that both the subject and properties are separate
from each other.' Alternatively, if the proposition is not composite but
simple, standing for only one term, as it were, then the subject and its
properties are equivalent, in the event of which one can be predicated of the
other.* In every case the subject and the proper-ties, whether as terms in a
mental proposition or as self-subsisting entities, are not implied in each
other: that is, one does not virtually contain the other,a nor does one entail
knowledge of the other.* In the first place, if the property were contained
virtually within the subject, it would not be a property, for it would then
become a different thing from the subject, and, as Duns says, be joined to the
latter in a causal relation as its effect. Thus, in the case of say a straight
line which is divisible, the line and its divisi-bility would become separable
entities, so that either, by God's power, the divisibility could exist without
the line, or the line, as virtually containing its own divisibility, could
divide itself— both absurd. The same position is reached with whatever is
con-sidered, as for example, the separation of a creature from his property of
annihilability, leaving the latter with no subject.? It is equally inapplicable
to God, in whom nothing inheres virtually, and to the celestial
bodies.® Ibid. Si vero propositio non sic
componatur.. tunc inquam talis passio mentalis non nisi equivalenter dicitur
predicari de subiecto (ibid.). Prima
(conclusio] est accipiendo subiectum et passionem secundo modo, non omme
subiectum scientie vel principii continet virtualiter primo suam passionem
(ibid., 15 H). Secunda quod notitia subiecti non sic continet, scilicet, primo
virtualiter notitiam passionis, et si subiectum et passio primo modo accepta
non sunt aliud quam notitie incomplexe subiecti et passionis secundo modo
acceptorum, ut aliqui volunt, tunc idem dictum, primo modo accipiendo subiectum
et passionem, quod subiectum non continet passionem (ibid., H-I.) Ibid.,
I. * Si ista passio est alia res etc., vel est aliqua res actu existens in
linea, qua ipsa linea est formaliter divisibilis, que vocatur divisibilitas;
vel linea non est divisibilis per huius divisibilitatem quam habet actualiter,
sed per divisionem quam habet possibiliter. Si detur primum, possibile erit per
dei potentiam esse lineam absque tali natura. Patet, tum quia accidens potest
esse sine subiecto... Si detur secundum, igitur linea, quando dividitur,
causat divisionem in seipsa, quod est absurdum (ibid., K-L). 7 Ibid., M. * Ibid., N.In the second place,
among nothing created does knowledge of one thing entail virtual knowledge of
another such that the know-ing of one thing is the cause of knowing something
else.1 This conclusion shows the degree to which the Ockhamist cosmology of
individual experience had gained currency, even if, as we have stressed, this
does not imply scepticism or a purely critical out-look. As we have seen, all
knowledge of the external world, that is knowledge which deals with creatures
and their relation to one another, depends upon direct experience of what is
known. Hence immediate (intuitive) knowledge of one thing cannot by its
very nature engender intuitive knowledge of another not itself directly
experienced. Similarly, abstractive knowledge, since it is dependent upon what
has previously been known, cannot give rise to further knowledge either
intuitively or abstractively.? Gregory has no difficulty in showing that
no virtual knowledge can meet these conditions: knowledge of man does not in
itself entail virtual knowledge of his capacity for beatitude or his ability to
smile;? in knowing of the existence of rhubarb we do not thereby know virtually
its curative properties in purging choler.* To be known these attributes have
to be experienced for themselves. Thirdly, if our propositions are
true only when founded on experience, conversely our experiences do not in
themselves lead to demonstrations—the source of scientia in the strict sense.»
Thus we can have distinct and separate intuitive knowledge of both rhubarb and
of its curative powers without thereby knowing it, as 1.. quia
nulla notitia unius rei continet primo virtualiter notitiam alterius.
Loquor de rebus creatis (Prol. q.4, a 1, 15 0). 3 per notititiam
intuitivam unius rei non potest haberi intuitiva alterius... et per consequens
non primo virtualiter continetur a notitia intuitiva alterius, nec secundum...
quia nulla talis [abstractiva notitia] potest haberi nisi pre-habita intuitiva
eiusdem rei... Nec tertium potest dici. Tum quia abstractiva non potest esse
prima, et per consequens nec primo continere. Tum quia multo minus per
abstractivam unius rei potest haberi intuitiva alterius quam per intuitivam
(ibid., P). 3 Ibid., O. 4 Ibid., Q. 5
Tertia conclusio probatur, nam multe sunt propositiones immediate que
sunt principia artis et scientic, in quibus predicantur passiones proprie de
subiectis, nec tamen ad eas sumendas sufficit notitia incomplexa ctiam
distincta subiecti et notitia distincta passionis (ibid., 16 B).a
universal truth, that rhubarb purges choler: this is the property of
propositions which make up complex knowledge.' Thus, simple knowledge does not
virtually contain complex know-ledge.* In the same way, one principle cannot be
inferred from another, for in any demonstration each has to be known
imme-diately, nor can the conclusion be known from the subject or knowledge of
the subject.' We have thus, as it were, boxed the compass in rejecting any
source of knowledge other than simple intuitive experience and any means of
understanding (or scientia) other than complex propositions. In the one case
each component must be given in experience; in the other a separate mental
process of affirmation and negation is needed. Neither therefore permits
knowledge, least of all universal knowledge, through one first and
all-embracing subject; as this would short-circuit the processes necessary for
reaching a true demonstration as just adumbrated. In short, since one thing
cannot be known from another, and cause cannot be inferred from effect, there
can be no way to the universal knowledge contained in propositions other than
by individual experience; while, for their part, individual propositions must
be combined into a demonstration before they yield universal truths.
What, then, is the subject of knowledge? If the subject is taken to mean that
which is signified in reality, as opposed to one element in a mental
proposition, and knowledge is regarded as that which is signified in a specific
demonstration, then the subject of knowledge is that which is. Thus in the
statement that a line is I etiam si quis novit(a) quod hoc singulare rheubarum
est purgativum cholere, et illud, et sic de pluribus, ad habendum notitiam
universalem, quod omne rheubarum etc, necessario requiritur quedam alia notitia
universalis non causata ex illis singularibus (ibid., 16 C). (a) Ms.
Univ. 196: noverit. * Ex his patet quod notitie incomplexe subiecti
distincte et predicati seu passionis non continet primo virtualiter notitiam
complexam principii (ibid., D). 3 Quarta conclusio quod
unum principium non continet primo virtualiter aliud seu una premissa aliam
(ibid., 1s I). quia subiectum seu notitia
subiecti non continet primo virtualiter pro-positiones immediatas, igitur nec
conclusionem (ibid.). Quinta [conclusio] quod
subiectum scientie non continet virtualiter primo omnes veritates illius
scientie... (ibid.).divisible the subject is the line
as divisible.' If, however, we speak of the subject as part of a mental
demonstration, then the subject is one part of the total knowledge thus gained;
for, unlike the object of knowledge, which is reached by a complex of judgement
and experience, the subject is simple.? Taking knowledge in the wider sense as
a collection of conclusions all pertaining to a single body of scientia, there
will then be as many subjects of such knowledge as there are conclusions and
objects known,* as in the case of the subjects which go to make up logic or
medicine. Here the determining factor will be the nature of the subject in
question." Accordingly, Gregory's entire treatment of the relation of the
different kinds of knowledge, and of their parts, to one another is governed by
the experience which we gain of them. The validity of anything known springs
from the evidence which experience provides, and that experience can only be of
individuals. It is at once the bond which unites and the barrier which divides
the simple and the complex, the subject and the object. (3) SELF-EVIDENT
KNOWLEDGE There remains to be considered self-evident knowledge. It
difters from both purely simple individual apprehension and trom demonstration,
and indeed strictly speaking from a proposition at all, in dealing with
necessary truths immediately evident to all. As defined by Gregory, it is
a statement or its equivalent, the 1 dico quod subiectum scientie est
illud quid scitur per illam esse tale. Et ratio subiecti, seu
esse subiectum, est scire esse tale vel tale, verbi gratia, huius scientia qua
scitur omnem lineam rectam finitam esse divisibilem in duo media.
Subiectum est linea; ipsa enim scitur esse divisibilem etc., et ipsam esse
subiec-tum huius scientie non est aliud quam ipsam sciri esse divisibilem etc
(Prol. supposito quodtalis conclusio mentalis non sit actus simplex...sed
essenti-aliter sit composita ex subiecto et predicato sicut propositio vocalis
et scripta ...et sic subiectum scientie est pars scientie actualis (ibid.,
L). ..quia subiectum secundum omnes est aliquid incomplexum (ibid.,
M). Si vero loquamur de scientia secundo modo dicta, sicut eius sunt
plures conclusiones et plura obiecta scita, sic etiam sunt plura subiecta
(ibid.). * Et ista patent discurrendo per ea que communiter assignantur
subiecta in scientiis... quam etiam per rationem, quantum non apparet taliter
qualiter tot partiales scientie dicantur ad unam scientiam totalem pertinere
(ibid., P).Gregorius Ariminensis. Gregorio da Rimini. Rimini. Keywords:
complesso significabile, semplice, complesso, animale, pane, l’animale percezione
del pane, Socrate is seated, truth-functionality, scuola italiana, scuola di
Bologna, studi generali in Italia, studio di Rimini. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rimini” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rinaldini: la ragione conversazionale -- del
cimento del Lizio -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Ancona). Filosofo italiano. Studia a Bologna. A servizio
di Urbano VIII, ottenne da Barberini,
nipote del papa, la supervisione delle fortezze di Ferrara, Bondeno e
Comacchio. Insegna a Pisa. Amico di GALILEI e BORELLI, il quale lo soprannomina
Simplicio per la sostanziale fedeltà al LIZIO. È in corrispondenza. Uno dei
soci fondatori del Cimento. Tuttavia ha numerose controversie con i suoi amici
e con Redi e Ruberti. Nonostante il conformismo, si oppone alla teoria della
virtù zoo-genetica delle piante, sostenuta dagl’altri accademici del cimento,
precedendo Malpighi con l'ipotesi che anche gl’insetti delle galle nascessero d’uova
deposte da individui della stessa specie.
Insegna a Padova. Saggi: “Philosophia rationalis, atque entità
naturalis.” Un'altra delle sue glorie è la sua proposta di scala termo-metrica
utilizzando come riferimento fisso il congelamento e l’ebollizione dell'acqua
all'ordinaria pressione atmosferica. Prropone di dividere l'intervallo in XII
gradi. Altre saggi: “Opus algebricum” (Ancona, Salvioni); “Opus mathematicum” (Bologna,
Dozza); “Mathematica italiana”; “Geometra pro-motus” (Padova, Frambotti); “Ars
analytica mathematum” (Firenze, Cocchini); “Ars analytica mathematum” (Padova,
Frambotti); “De resolutione atque compositione mathematica, Padova, Frambotti, Philosophia
rationalis, naturalis, atque moralis opus in quo praesertim physica universa ex
accuratis naturalium effectuum observationibus deducta et ubi rei natura
patitur geometrice demonstrata exhibetur, Padova, Frambotti, Ad artem quam ipse
conscripsit mathematum analyticam para-lipomena” (Padova, Frambotti); “Commercium
epistolicum” (Padova, Frambotti). Redi scienziato e poeta alla corte dei Medici,
Lo sviluppo delle ricerche sulle galle, Redi
scienziato e poeta alla corte dei Medici
Pighetti, Il vuoto e la quiete: scienza e mistica: Cornaro e Rinaldini (Milano:
Angeli); Dizionario biografico degli italiani, Roma, Treccani Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Museo
Galileo di Firenze. SECTIO PRIMA. crjuairKpifaf/jfrox, et quanta sit roam necefinat.
CII ani)iu/r>orrpro- dtni m Utut NATURALI tr nrmenlir/anNJliu. SONI auccin nomine dd>et intelligi,
quod auditu percipitur ciim omne id fomnefle dicaturi noo umen 1'onus omnis cRvox» sed
Uleunuutimodo qui animalis orc PROFERTVR. Sonus emm ex
corporum jacrirque pcrculEo- ne muhiriril efficitur} TONVS
tamen ilJe dumtaxat qoiab animali eftcitur nonmodo
quocunauc> fcd ons prolatione» vox
nuncupaturi 6c iurc quidem per suturalia
dicitur mTlrumcnta formatustum
expiica- cioois maions gratia tum etiam sonum
excludendi CAVSA I qui cUi
forfan ore ab aminali prolatus nono tamen per vocis
iniirumenta fbmutus fit > ItekaiSr
Multa pottd fum advocem eftbrmandam inAru-
uiuBe- mentanatur x; PULMONES videlicet guttur
dentes u W . lingua » labra &c.cquibus LINGVA
prarertimen qu cii varia fui
Rexione» txKitioneque et ad palatum denccT^
que conhmChone acrem ex p^ote in os
vitali fiicul- cueitae vsmucf atqi pulmonis
agitatione deducum nrietate mira franzit
percutit atque componit. Ita voce tn
tuodoTatur» ac tamas vocum, vcrbonimq;
varietates e^rmai . Hinc mirabilis illa vcrboiunu» copia}hinc magnus cloqueittiz thcfaunK.
Tocii di» Vox autem vatiam» atqoe
multiplicem fafaitpar- Bifioin^ ciiioneui) elini
pnmd diuidatur in illam quf NIHIL
SIGNIFICAT}nfcdulitz ac ARTICVLATA fic homini
propriz st exteris conucnirc
non poflint. lu qurdem Philosophus
T'uces»inquit»/«nr at«»nimiruinfi; na earum
PASSIONVM^qtu; SVNT IN ANIMO
per pa (fiones incelli geo mcmis CONCEPTVS.
Hxc .tutem vox» quam homo» quatenus
rationis particeps fibi vendicat propriam»
rc^ dicetur, qux mentis CONCEPTVS poteA
imnifena- rc • £x his quidcmintclligcs » quid
mtcnltdifitiir.i- m$ imer fermonan» sonum et
vocem i naaifenno quidem cA hominis » vox animalis » sonus autem corporis. Agdnuncquanta fit vocum vtilitii
quancanecef Vnluu fitas paucis aperiamoj. Heraclitus
ciufquc iorcs»cq'iorumnumcro Cratylus» putabant
verbis*'* ' niJiil exprimendum» fcd horum
loco digttts» geAi- bufquc manuum ad
mentis conceptus manifcAandos vtendumi non
quod voces aliquo iiabcteni odio fcd quoniamnihil
Aabilc>nUuiqoc firmum arbitrabamur» quin omma
in continuo efie fluxu dicebant»
proinde- 9ue dum vox profenurquod exprimendum crai>cran !uAe putabant.
Non inficiandum fanc quibufdam SIGNIShominem
Homine ad intimiores animi SENSVS ex promendos
indtgerC. alinumio cum nihil poiTit interius latens
ac in mente regium Tmint NOTIFICARI, mfiali cuius REI
sensibivs opimlationc fi- animiqut ue przfidio.
Hinc fiinum ejl illud,
quod prtttr fui agnitionem, quam m^rrrr sensihus, facit nos tentre i» cognitionem ALTERIVS . Vt voxiAa»lJowo»praterfpe.®
cicin» quam imprimit in auditu tanquain lonus nos
in alterius
pma in humanz nanirx cognitionem deducit. HuiufnKsdi proinde li.um dic debet vt, co pcrlcnfuscognuo
dcocniamusm cognitioitcm rei ctim qua SIGNIFICAT
fignuiv} fiabci connexionem. Iu fit VT SIGNIFICARE non fitaR
quam aliquid aliud a fe
diflinCtm cognofccmi
reptxTcmaiO . Quamohrcir^ jdco^nofcentcm
fotciuiam cmrcprxfc,H^ai quarareptx- fentatiorji hgii».n
TamcUj *I\-. r
»purr,.cn cogitari. Wv'aVi«‘n mienram «ft VOX, Vx
A' H aiuH Ctreli Reiuliim Diprtttunit
DuUtBic*. tnleii conecptnm tlteri d atque
ngiuBcet» vt funt oculi manus et id genus aUa
» tamen inter omnia Tcrbii princeps debetur
locus >aim his »qaio quid humana
mens perceperit» longe melnis atquO commodius quamc cemiignis
eaprinu» declarari qocpoint Veees ad
Vocesad resnianirrflandaaomnind Becclfanarnon m mtnK
Tunt »cum ad id non mediocri tu
opportuna itgna repe* lcftarvd«a riantur;
nemini tamen infictandum» idonea przler o inA
tim ad hoc munus efTc inArumenta , &
forfan etiam necedant jptilTima , cum longe
quidem facilius atque com “II*' roodms,
quaccunque concipimus» ammoque ge- rimus»
per voces qudmperaliaAgnanobisliceat cxplicare. fi Kakt
lotera in vonbus momenti fti ad ciuilcm
vium ducendam neminem pratcrti fi
nonnihil ad- phirimB** ttcrtCTit » non par
lim oblidlamcmiquemlibct et voca- qaeetMa. Ji
fennone delumcrei itcmquead amicitiam focieta-
cit.adci- temque exercendam conduccrc»
addocendum» ad btkn vi intenogandumjaddicendum
»adurxcipienduni»ad ttoi dc| finiul & ad petenda con/ilia
conterre. MuiIhI WiJabtiia denique vocis
potilTHinim humana» qua hanlMa caterorum animantium
voci multis nominibus ante- vocu e6
ccliie videtur indoles atque NATVRA. H^ccnimma-
ditie. xinia,ficorpufcu!i moJcmexiguamrefpicias{h« vana
admodum pro varietate.fingulorum } h litauis in
primis htcdrnique fuir m
teneritatis acmollitudinis maxime enim Hqgitur»
frangitur» ac Ace- tur niht!que pluribus
fiexionibus prpeipue in cantu commutatur {
nunc in longum trahitur continuato spiritu»
nunevariaturinfiexo nuncconcifo diiUn- guitur
modo falfis voabus mollitur modo entis atque feueris intenditur
quandoque deorfum a furo- ma vcl Ultujvcl
per gradus prteeps ruiti non rard
fiur- fumahimo pariter attollitur. Nedum
autem vtilitas verom etiam neccAitas vocum cA
explorata fine ipfis
enim haud fieri potcA » n anmd ienla»
atque conceptus hominibus loco quidem abfemibus traCfuque temporis futuris manu Acnnjr
quod scribendo verba
literifque CONSIGNANDO ailcquimur iac id
fine vocibus obtineri non potcAj quid
cmm liceris confignaremus antmraUontVoeibus
pgn^catiocoKHtmat i‘ Vletib. TT Veteres
ilioa philosophames Heraclitum Jl Cratylum 'k
Pythagoreos omnes dcnwniia» t«mut no cyt .t
» VI dicerent NOMINA fuifle REBVS i natura
im- n na te pofica »& rem vnaroquamque
pro 1'ui conditione for boi a M* tuam
luilic nomen» vun et eJficaciam habens ad
illam t«ia &ir*e*primendam» ainue
repryfenandaro» vc fapientis ft irapofi*
nmnus videretur »mud noua rebus imponere nomi-
na» fed cuique natura tributum peculiare»
&prc |»rium inquirere. Hcrn,ogencs contra
fignificandi vim omnem in vocibus hominum
voluntati penitus reterebat acceptam» mhilm hoc tribuendum natur
potans, cum fonuit6 fingulia rebus nomiru
quoquO lugula tuerim impoAta. Vocet
nfi Voces non omnes vnmfmodi fum; propterea
qudd alique vtfufpirta» GEMITVS Ac. qus nimirum
arti- vomIib ifon fum non ex homrnum IMPOSITIONE
ar- •iiom. |)i(f2tuue» Icd fui NATVRA
SIGNIFICANC. Arcicuiaesau- tctn»quc Ium» non
ucm»fed ex hominum impofitionc» ac
placiiOiquod AriAoicIci eleganter exprcAti diccns»
J^omenftgnifitut fteimditm fUettum y nwniam natura. MminM*
nidlam. ^x\i\n , CnmUoraiiotfl SIGNIFICAT fsgnifica'
UtunoH^^iUinfinmcnumtftdftatndm
fiatittmi In quo ducem habuit Platonem» apodquemlo
Cratylo hzc eadem
exprcAa legimus. Ab his nec facr* Paginz dtflcntiunt in ijs enim
cA feriptum Dnu om^atf>iiiRtfnrra4d«^dos»qu«
placuerint nomina rebus imponeit.. Et
certe fi res
quolibet ab ipla natura fuum obeinuifi
fet nomc>nulIi dubium »quin omnes
populiinationdqs omnes eodem
nonnncresiiiasappcilaredcbuillcnt. Quod a veritate
quanrurr. fit alienum
cuicun*]uc • cene perfpc^um animaducncmi
rem aliquam duicr- fis nomirubus apud
diucrfas gentes atque rutionec exprimi ) eandem
itidem vocem vel in diuerfis linguarum
generibus diucrfii penitus denotare i vcl
in vna_j 3uidcm aliquid finalia veru
nihil fignificarc .
Ineo em etiam Idiomatc frequenter aqumoex voces
occurnint qus abfque omm PROPORTIONIS
fundamento diversa significam; fic etiam voces fynonitrx ncnipd fienificationis ciufdeiu
quamuis vocis fubAantii dil- fcr.'m.
Tainctfi autem res ita fi: [habeat»
non tnficiandum MulniOt tamen» multa quidem
cAe nomirta determinatis rebus fignificandi simpefiu
non temere amue fortuito
>fcd datiopera»& exinAituto quodarnnlle Platoni
ttne- mori» literifque traditum cAjidque
ficvfurpauduin mulca fcUictt nomina talem ac cantam cum rebus
conucnienciaro » ac proportionem obtinere » vc ad
ci- primendas illas pre cztcris idonea line
) Neque hino aliquem admiratio fubeat inam
etfi libera voIuntacC-s stomina rebus
poirmc imponi } cognitis tamen rerum naturis et proprietatibus congruum ac idoneum nomen
l'cicc qui fingulis imponere» datum erit }
Oc cenc hoc fapientis
ac Prudentii cA munus { isenia ciim
rerum naturas probe cognoueric» confemanea.»»
consruentiaque nomina ad tllas denotandas
prudenter feliget. &c profeCld nomen iAud
lebemah zpnd Hcbnros Deo Optimo Maximo
congruit appnmc cum quod cAa fi; ipfo
» & Derfuamemfuiam quodr
qucnecefle c*pic >necvnquam delinet »&cA
tbns»ac origo lotitii eflc » cuiufino^ Deus
eA fignificac .
Nominis ad rem iAa proportio
contingit vel per Noiuis» etymologiam in
eo confiAcmem vtcum
prius fuerit ad rem^ nomen impofitum
ad quidpiamfignificandum »fiini- ledeindenomenad
rem itidem fiiuilcm denotandam adhibeatur)
quamuis eo tandem deueniendum» vc nomen
citra quamlibet etymologiam ad rem ligni-
candam vfurpetur . Ica quidem Logica dicitur a
Itigot » Phylica i fityfu » homo ab humo,
& id genus alu. Eli itidem
aJiud vnde proportionis ratio
nempe nomi- numcum rebus fignificandis
cognatio quadam qu« penes
foQum attenditur» propterea quod tnultxltinc
voces humiles atqfuefuaues ad res
qualdamprxeipud figniheandas talis conditionis» idonea.
Alta vera alpe- riores naturi
func»quaadrearcpr^encandasinquibu# alpehus maxime conueniences lunt ac oppornuue .
t^idfignificathYoeit, cui, &4fuidf^nific(t.
Tria ^ TRia igitur in praienda
fum confideracu digni^- ****' fima . Et
quid fit vocisligmficatio* A: cui ngo^
aaS fiti.1 1 & quid penpiam figmficctur . *can
Vtcxocdixri prund } tnepte admodum quidam
Digi!ijccj !:v CjO( Nihil flB '
M>cc i- fiuScMit ni|i.,fi
SiSi»Tmt4i :. jf ii|^1ignIfiqn^aiKli^
ffi^obcitiBa m:;ti prait^ai(lAg|»Acarefio(eir Ideoijircr*
rproirrifniu
nonuciiQsipdco^Aofcamu$> itdur
ifio{>t>(!o;:;oiucartFrismamft^cu]us. Non inficien- dam
tamen i vfii venire po(Tc, ut re ipfl
protcren» & . Attdiwafeidem;
cumpo(ntquiJ)*«anieA> (ib.CKcna/eiHi VDci.
gttttioociudaidcducttur» qnod torfan cx
cum animo Niptf&u^ueTnfiab in- exciderat»
Nd: idctn dc protcreno; oiiliuwmium j .
jf»adoinuihisf«d)or» dum enim hica hi loquiiuti
«eirfu d4Curto:;niti- ac^notiminhabnc. hac prxtcritdj
nom rmiOU ruiTiHrntiririrni ffl( , inctuTdcni
rcinocitiamdedaci- . i* quadam pro. Setinoirailmvocibutabiblai
poteA » quin&; noti- lkttv«’
ttamiho)aitclo»]ucntis» &rcm crprcflani per
^4 rriiiflitp volita ffioCTi^W impo/ita>
nec non lupponat icuniquilqucderccogmca Icloqoi
cx- uiui •dif
.Aie%uiAea(a *_^tealdIi eliquciu rcfpcCtanrcoi>
iHTicntiicognolcatjqaononimmcritdPhiJofopban-ieA, qui
JteefiWi xubil igitur uuimui)) tium animos
dubitatio fubipdc rciignihcau pci vo- fc
i»o(kiI denominatioaem i^defunipiain (Igiuticarc qupar
,ex- quidem habft I vimqt J^i^rcndumobuocti
vt homi9am iuiiTc de- um aliquid (tbi
denoti- I illam proferat vocem > illud
idem imeUiga? »* ;%e£^alem eilbdenomina-
rccdaderiuatani. ttonem eandem per cari cum quali
vir- )lcat invoccrelatio- animo
gignendam. cem n >>ito‘-c InfuJ^
quibufdam est vifum per vocci prinw
incn> ^T^™*** tis CONCEPTVS secundo
fiiplarfigniricant ciimpotiils primo RES conceptas (igniHcan
cxiAiininduitUi ,51^^ quod degatuer apud
Anllocdem exprclfum iegt- uppoaa- »1
*t linquit 1 jScri nm potffl t vt rct
ip/ji frtenltt dtfputmui
nominthu ytmirr fissis . Putalwt cnitn aflumi
nomina ad res ccmccpras denotandas» quod
comprobatum inde pariter inrclligcs) qudd
primus humani generis }»rciis animalibus
n-om.na quidetn impgfuic» nominibusqupfuis
animantia cunela nun cupauit icxquu hicilc
tnicUtgcs >no(ninibiores ipios Agnihcart .
In hanc autem Imtcncbm adducoriquoniam
id sx>t Ibo» af» pnrad figni/icat»
ad quod prirnb denotandum itutionc
liominum lini imp^a
Prnnd fune autem J* uoces impolioe
ad res Agnificandas
has igitur priraii Jj* icmrmtono-
Jiwfenir^lii^tr^»^ expU- e -r- X"
ligniHcant. oho.4iiilhJ^^ £t oend uoctbus id
prim^ligfuiicariputandumiin 4 ctiiu$ NOTITIA iuiiiwncdt2ce»^moqocnosillxdcdu-
Aluadd» ^^^^steodum
proptetta ia eunt.
Jdporr6funcresipf«>hxpromdepfiu)6%ai» ctu* r».
phyficc cognitio, ficancur. w®* „ _^^nt
concrcttonc mate- QiuU ade6venim»ut etiam uoecsantmiooeeeMv
Vm«c« aiiii^riamininierfo>nivox denotantes*
dirc^c tesngnthcaredicendsmtiotuonaafifai.' Jt^propterca-tamumcioon-
enim cognitioncs concepcufuccognofciinus* vocibus
ficann» qqptjiichgi Bipriiis caufa mentem
au- utimur ad illos significandosicauc non fccus*
acre* *"*> ^ omoqfdi^eaqtit hic enim ob vocis
in>. liquz res cognitu fe habeant)
atque adcocognicio
apHpiBii j&cftAa^quwdeipnisConitioneha- quatenus
rcscognicacA* per proprium Agnibeatur Imi
bc^Mlitttuf^co^nmtctde^uotormallequitur. nomcn. dx««i{« oiuff
^l^iscwfiv&iMbe^CT^picndumyVtvoxid (it> TatuetA autem
uocibus res cognitis (igtii£cari di-
mM pfo^nat coctionis atquin ceremus»
tamen id nbnfvufurpanduminuafirctn uni Qgo
(*•« tpQ^j^a^rriCxcitarequc co^i- &:
comeionem ntiWaudicnttmmaU- tisuoabuscoi*''^ ‘ ^
Atyi gflCi" fi»IT€r. '' ’ *0'
iVc"’^«fa«icaoubos qip»t- • in wcBtt ilje^niinaiuili^SWcis
prodii , quod ||liin' quod audietj •> iK
pnmo concepti») ct^mcioneiuc ferum uocibmn^tHcan-
attingit. C^areobrem i^uens» vt iine huiulmo-
'»tc |voaft)ir^uat(.nuau|mirumconimlocoJubffieutKadobic*
di conceptu nequit alctri quidquam
ea liqutdem eft humani audicasiinc iUo
percipere . lumT intflJtgcmi* conditio, vt nihil afleqtacuK^tulatio»
• 'B*|karte autem loqumU prarter commemoiamm^Tl^
^ koi coooqitwn alia indem NOTITIA, /iueconecinus ,nuem
i^indtci »du»miftrantibus comparetur* Quod igitur
in aho vlunrnumappclUfaOreqairirur. NifienimquilpUm
proW tcBucrir,quodcm*cepitaiiima,.linjuu^rofc- qyencc
id ccrtddedaratc non poterit picc mirum,
vo> rkinaiS ^ehimloccfconceptuuin rubror^antufi
conceptos eaim vt* ob idvenjm,quacanquc(uit
i^ib^ligniHcande,iu^ tinuM pommtufinmence QiMdadcoVerum.
Ttfatu ad loquendutn de re aliqua
pnchabuiflenodeiam, ied oportet * ut d^^liloq armilla
rdc qua fkfcruiocDgnofcacur. Ninfor* fu eft
de deba . rius eA animo haud Itoct
nobi« perctpefe, ndt quibuf* dam
^CTii'd»Ubua,prafertiinuocibu8 (ucrit eapreflunr» l^unc
icitur in m^iim concc|>tus menets
uocibut iV gmhcart dicuntur^ hoc Tentu
ca iunt ufurpando^ , quz dc
uocibusdtci Tolcnt , nCmpc qiidd mcmiscoiv ccpius
exprimant , eorundcmqnc notufint, acli^na} non ad cum
modum, quo Hma remtn cHc dicuntur, sed
quaccnos conceptuum foco Tubrogantur. Hinc
auditi uoce bene licet arguere cognitionem
Ic^ucn* ccquiTpiimcaruiforcnttdquerem vocirqidigTtiAcario
rc aliqua u. jn.
k... nem Ignorans, certum aliqwod vocabulum
proferat fr^halxiiC quodapudalioidctermiatoe/igiithcationisnc,
tnne icnutit». autemn)XnonvelutadH«afi50atidumapta>^dutro-
nus quidrrn profcnir} ucauibusquibuldam contingit ,
dum vocesqualdam o^Wnunt, quibus nihil pbnd
figniheant , cilm mhi! concipiam, teli articulans
vo- mo, co* MS prononcient, quo mattr^iter
tantum voces pro> gnol» ' Icrrcdicunn^.
tuc« ^ At inaudieote nullumiap^ptam, millamuc
noti ri» ftine quibus amdetj
idque ceni dc coOTicionis "'“*®®** ;
L. c i!ur»«i fluueor ad rationem quand?m
rcJpcxit «cxquafccim* {uadcrcnimncun quoniam hac
potitis mmiflerio ■iiuf^d dum quamUmi
etyrroJogiam anlam certum iiiipo vocis, in
audientis meme gigni procrcaiique di^;
luJie^ «n 4f ncndinomtndefumplttiiionaJraiionemillam»
led non tgiturhscprztequduaii^iQa, quippe, qnxvo>
^ uuut. ^ «... i, L. j-.,. T--
.it- ■lt(cnuficaniiscrtwai»,Pcr' Hinc etiam
diuerlis concepubus, vocesdiuerlic vart^que relpomlcmi
itaridelicet ut eadem in re, 6 plurcs
inucmanciir rationes, fccunduir qaas A: plurei
conceptus Ibrmari queant } VOCES mdem plures ex-
tern, cum ijs proportionem
habenies. Nccpropre- rca fvnomniz reputanda i huiufmodi
enim ut tint ne
duin rem eandem , Icd litcundum eaudem
rationem» eundcmqueconccpuim ftgnincarc debent.
AUcsefl prxtcrcundum ,quovl trcqucncer ufii
vcni- «oDcepnt re ToU t, ui aliuslu
conceptiuex q«o Tumitur vox , & iqriblu-
alius, ad queinalTuinitur. Primusemm nominis i»>
iiiur araiiufjid qu' potius ad
itmiplam IfgniHcandam. luiJlcquidcm aducrtens Numcnfuprfltnumprofpiccrc,
ac pronidc- xe, Dei proinde nomine dignum
exiihinamc, non^ quod
hoc prorpicientiam>acprouidcntiam,lcd No* men ipTum,
cuius cil prorpiccre ac piouidcrc significare
vellet. ¥( tem lUud etiam libenter
adi)riam, quod »nt vocescon- ceptoumloco
fubrogamur ita pro
eorum diUmdio- ne ,condhionequc voces diftmguumuT
.. Ali* igitur (impliccs,incomj>lcx*que, primae
intcHc- coiQ adeoaS hoc etiam uocis
fccxccnda^gni&ario, uc nedum vox polTit
ie mentem redttccre,qua alioqum U qui
audit aliquando cognouiile ropponicuri^etiam
hadlmos prorfus incogniu iMmifi:uaie,acqi noci^are
polTic " ••* ^4-
Hatc tamennili rcdldduteme^eRntr facile noi
in ci> rorem deducent. Htccrte It abfoluid
hacintcIlUan* tur maxtmd fum i iTritait remota
ciim luud heri ” poflit, ut audiendo
qtiifpiamincdligacuny^ igno* rara lignilicatione j u
nat^t profiuncict altq^u , "t funt
parw nwmero; jtddsenttrimmus totius oratio-
nisl^iiicatumperc renonpotAitdingularumvo- ’ cum
hgniHcadonc ignoratd
oportet enim dc hac vo- . ?
ced^^no^tumpiahabuffic, St ita dc rciiq4is,
uc retn^int^igot exprclTaoi p» integram
orationem* , M qu?tan*n nullo modo
tunc in inAte fdideat,
‘ntrolpcdioncrcipropofityieifiquidcm fiteUe con-
hoccnmctiftivcritirenullum habet coraroerciunu, flabit in LOQUENTE,
et AUDIENTE simul ahquam.cogni ciim fi prahJcric,
quamtamenobiiuiodelcuerit, non ruacio. titmcinrequiri,
qu^-cuiufmodi fu, explicandum fu- fulKciat ; fed-opotxc atficiliarum
vocum SIGNIFICATA
DypKtpcreft. Vtautemi uuniftfiis ad
iiumis^rfpjcita-s nomHc, utS'ocibus tudms vocum
in memoriam is» lutMii cd. gredum
hietf c videamur, non pigebit in memonam gnihcatio
reccurrat, quod «ft eorum in habitu noti*
ccpnMvI. fedq^ere, cognitionem, (fueconcc^in
mentis in non -‘ ^ iimicuLic
vltioMtuin/lr ulniiiatudifiribuiiiliefonum vocis tan —
I Illi;; n nim,hiercm{igaiiicatan aumgit)
illum on.mndnc- ccdanmntam cx pane
loqucmis, qu2m aumcncis, cuique paiaiii efl
) ik apenum i non enim hcct quid- quamaupvoccfignilicarc
, nifi vocetn ipiaoi
nos tbqaoRcs, & audu-ract iiidcm imclltgamusi
quod ne^ miiu debet adrpirauoncm ingerere, vorenim
e> ip vnum, qua fubfiiilum c^ura i n
igitur imeUedus cognoicuualkqttitundin quo Vito
figit obtutum tiammbere. icdpociiumco»
4ju%haiKtuco^ carciJtovtamutQlibivulc^mnurum maudiouisani-
«dKwero opoim. Iu parucrfxpcquifptanj
«»umcoRmtio«einmduccrcjqoamobrcni pcrfcctcli- «VitJum.
*°***M*rxioc«tkHK*dodrinaqucaicett05td(lircit>qu2RU7t-
gntiicare.cA «idem perh^dam rei
co'4nitiuBcinin;'C‘ ic uno qmro iciuemi
quoniam tt/i pniubere notuiaiu-*
rcrc:utdar^,quiddintiu4*quefrgindctrej cAcctcla- iS«nut.
oportet dc fiwgulafu/n vocum ftffudcati
auodcA tajn • grqutddtcaciuaiiiincuiiUcntlnuiionouiianL^
hacfaabiracpgno^rc, non taiiicnneceflceit j ine
(farr«diAiiiAcquc cn^icci^ ranafVcqua- a Uja-
idd^c ('tfn^tdarnmvocam/umiiicieBpcnitusiroo-
curfVOcancqnK-nprotvrat »qiuedarain> peiferfam*
V9a*do rsc i*imde nec a&a , nec
habitiulU cogp^cic t nuita.* ue cor; nitioncra
non pntheat > ptoGsCld rem ii pcrli>
wmenexillts vocibus apud cam£pndcandivmiol>-
daamq(icnocitiatqaflcqiiatur;illeprocu!du- C^tmiantreipil vox nullam figniHca
adtviinolHmec» biopcrfcClc>diIUiidcquerem ti^itacallc
dicetur, «urtloqttonitfk^atidiauisammiiu conuemaiK* 0|
Voccatamcttuon poliunt pcilediuifera audienti i luc prolati vo^hucincciligetubimiV. .
quimlunottloqucnti, ligniricarejacque adedpr*- AAsalis
^ mcdli^es . ut opmor yqoidde cognitionis
bemio nouamrci notinam cura aoJicna res
abundo pcrfn«dumpnrreqQi^
perrpcdaooai'ucnt»prati]3rcultnnumcpo:enc> rem au«
fvi isip^ (tcanoneilyTcd Aad/ica adom i &
exercitium lign^ Nec inconiubo |nmcul«m
ajt(.Cbmi raiAitocs» d^m vcchecn» uc
eun co£oorcar)'cdmtierinoapoin(> i^notx>^e^a hic
ell fermo: vel per raodumcxcitan- ' qi^^i
diexercitio. rnamyoxqtnnhremproutconcepuinlignihcat
, tt >n Non fie impedimento ertt> in
babitu nodtia con> igitur perti^lid^quaniipfa
concepta tuent jii^n i|. filUus » hac
cnimhabitif vokadhdcpotefVattditmch .care
poteticjquamobccm ut voccj quod non con^-ept-
Bniiuuin in mX^tun coKiMifi:endi*|ebi tantam
babim mustiigobSc^^ noobcec|icanecpcrfectiuii^mr.va- peteepom dediscere
) l^autero fi^iiicaciore^di*
rciniiuisi«led^cotKeptumt%niticareliccj4. v'u- cetut
ca«quxreuocat inCiciiiem«qaod aiias/iocum» cctcnim
l^uun^c conceptui j ijideniquc pru rnu. a
tqoepmpcdbsin fuerat. .
Dcrci'pondcnc}cuiuImudii^ituxiufum>casquu.^-j.:
HincfadliqaidemiBceUiges^fktiusqQidpiafliene cHeooercc;.*
loquirqudraltdniBciretcdmiliudvechiaro^iprot'
£t«rtc^voc«KC(Mcepcuttmfocolubro?amur>n i ''«*■ ”
fcae,vtlprC|Telniemepn*clcrat$fiocautcfttiddat liuiitmcJbgo*
curhis mx pcifcclioms mcnturi k- iiK0^ttx’rei./4iidiemit
Bainvo cognitioncith ing> . ponBere non tkbeamsioco
tiqmdemconccpiiisim^ * ' xaciqud ad Oaun loquimur» cui uunen
nihil lignifi-* perf^Ic rcpfxlbicamti fubfVttuta
vox impcircCic ti* caxeUctt i ei
oOTon^ia pc^pedb tine, aeexdorau ai^abit
(^ctmdraodum lococonccpius rem p;r«
Sedhlc noniidulscquirpUmf^upcibituidubium. KdcxcprxlcmajKiBTot
itidem fubUuuta pcrtlclc li* mpq£
otunufBvnnrepoAitj utaliquisuceodo uocil^ps» Sc
gmticabic. Ncqtiemlrum» namrocesomnem lii^ni-
veltmponctidoyVd un|dmpro^iend6 iiias»qwA.' hcanfli
vim hab^cdictimur.. quatenus loco conevp-
gniticaxe poihint
rcmperkclius dgttiHca» quano^ xusun
fubfUtuamdr» 'quibus natotd mamitliarc.)» icait
u* ip&mee ct^no&ax . ^ rcprxfemaxc conuenit .
d>*"i^S ^cbnsqmdcmdiAicultxs»mamcainen«xparte
')d parucc bancueriutemruminopereconHnnat. . ■ ortum
ducemexdiuerfomodo acraiendi pertedio- Si quis
rei conceptum immediate quidem altcnpol^
ratiT'^ lKmcoerfiriorBB/&eBdmct{bca4laodint^O) quo
fcconendcxetcarcis»cmraanifelutioricrct» maio* * m
f«||Voxxei%miic3t^no6tiamprxbcrepqtefi{ec(taucera xems- ^ct^oremue
notitiam rei conceptx ct ua Bliona mnnqngfuppctant
j dc adoftcndcndain fen- maoilmaii conceptus aDcqtu
non poflex quam iit e«« nuamaifirmaiuem ik
ad MmoiJbandim negan- idem conceptus. Hoc
n^is autem de uocc dicem
im|tarncnc?»r>ediun llgnidcatio vocis »
jcd etiam QOXpcrlcCtiOfrm^ qujm m loquentc
notitiam indu* pcr/edbo dpt^catioms dqpc^cti
(iquiJem iu»a^ . ceie poliet '.Vndemautem m
loqucntc non poHcc .
XRJiomniBinorrmucreitigniiicatxBOtitiamvoKiJia» ■ £t ut ingmucfiuearihuc
tantum abc/liutlrcqucnccr cis* mifitifoe icm ipbun
percie %oihcaie dicitur, penire u(ufoleat*aocibosndura
pcricciacnnomiam B^rtita rcidefl lUafBtl^tO
>quxmcogniuonOj iniudiencssammuniiaduci* quam m
loqmntelk. %ni/}c4Xioaeq»c'pot^^*ttendi>iicmpecIarias»acqne Qisod
Plarodi l^le pcrfpc^umi ac expioraramac-
'ddhiHSiodiuTi ciBriuBjdiiluB^ufoefcs^ognolctcur) cepimus*
cum de Deo loqueos diceie conlueuiilct*
fcppnecas iodexa conerpo^
dum pcopriou quiddi** dt^ile clio*
peumi i^udlcCtu peicipcte cioqut ucid
impoHibilc. ; • . A-.W. -
u »1 d»tl$ RrntUin^
Dijftriatmet DUUBit^, Skfr»U- 7d am«ni
paffim cMitingere nobis com^namcA) iit>
caTu»mcnucr(>tprotuIcr(t> uodfam aJhaeai*
0a «i^fii|uisenimqui(lpiafnocuIisvfDrpct« atque
adc6in*> lertquidpiamfj^nificaiunn (k; cilm conccpms attcrv
tue«Tttr« haud potcricemif^voQibuireinocicumal» didcocat
>cuiusloooivudIioinineshQiuiipodtrcmio Mt«acc6 teri
pate^icere» qui rem eandem aiueocuida non
ha- fubAtiw (blctj quainiMrcm fi duo lint »
qniljabcanc >boerit»ruxqucTifionisv*aqndcIaramnotkiamnoiu>
inzquaics conceptus > ijfdcrotamciivocibusutaj^r» iucrtt
coiUecutusi quoniam» ut hoc pauos perfi/in-
coDdcn>qticremK>ncniadhibcaat) a^taliter hgnifica*
ftni» DequiiUQiPCTfcd^ res oocibosea primi buht«
Vtcntm cadeui de r« conceptus haberi
pofTunt fi|nirican* Loqueos Noneotansctiiddico»
quafi taoi dtuerCts adinue* cmm videndo claram
aeque findam ret notuian\,.» ntri vam>
Icmt conceptus mcnco i fcd c»haitn allero,
diuerial
imungdpntbcndumaflcnfnminducK. JUeigiturvi»
iDflttutasfuiilcvocrsps nmabilcmdtucrliutcnicon>
iusopituJationecoputionem adipilcitui': alceraite»
cepeuum* Non negandum tamen vocesccoKepnbtucI
, fiacionis»n-.cdijs vocibus fkdbe*prxMiojrci nottoam-»
proportione rdpon^ere » m quo dariortf » fic diflro*
acqniru Igitur qui
foquuor miniflecio vocumnequic chores quis
4o rcquspiaiuiIiM ^bucrit * co ctianu* audienti
tanipcdrdbmbotiriam ingerere I quoniam chnutydifiinChust dc
aperriu^rctoipram vocibuf bic non eodem
utitur CDCnolccnds modo
Iciitca explicare ibieat* proprix
vifionis qmi Ulc ruam
fibi notitiam coiopa» Qua autcin*vtruas in
humana mmisconceptiboi rautiat* iocfi»
csdcmipntadexxcrn&sroc^traasiundicursut •ufietn-
Sed hic aliam veritatem qccadtare non
licet nimi- enhn
cognitio verd vel/aUo repnrrentet obieCtum: ita
•ingttjvt !>}[nlxpe contingere» Ut vores
pcrlrciiUs rem au;licn> «nxcogiuuo^mexprmicns
rem illam nl falso' tifignificenc»quamnou
iiiloqoenci «ocitandolciii- /tgriilkat' Ncqucmltumvoxenimtdt^
rmi •0^'j^i cec m
audiente cognliioncm in labita conliuutam clt qnontam concepsns
loco cadenp de re rtiblVuat- fieniMt
^iquttenimreialicuiascUrani»dinhiaamucnodtiai)i tut » ita vcrffigiiiMa^ptopuereaqDdtilocovericon-
quioinD filcrit adeptus» poOir.odumea dc It nibU
cc^iunss Geptus;rals6auteui^qtfDnumrd{(U'C>nceprisloco{ui>
M (k fa>.ilumdeipiaJoqucrta»atidic» quaniuii
indiimuma togauir* qiKMi* vdutiiiuui»inquoeiurdcmtc;
notitia admoduniim* 'Vroz>inumcA*nequid
vcrlus*quidque^firasfit Qpij pertecta
cfi»AioL'^rai txpexictur utiquccogmtio>
invoabaa»ufenamu>. £amporr6dcno«mnacioncm riacsraunucnr»
fiiii'zquc iint»^ mqutr^ notitiam» quam in
l'c habeat» induci. fign)ncactoncprobcMCi(or'/qu«
ciiincxhancmis Ji^***'* Hoc plaufibikihncnuximd
rationi con entaneom» butaus in exuinfc^
quadam detximmatton;coa'N quoniam nedum voci
concedenda vis ilia ingerendi ibt hun^modi qu
vocibmclK»puuidum
Pfoiivlclthounnesootlcnc xificntemuidemexcitaMipuliuin
iQlubicu» quacfi anipUusubccminiidtquarigniricaaorieQrurpare
»nu!>* pciicClionc mneat» aefuperet stlam» qui
IeK]uemts laeausinu-ujOrcdpmuiiunela^.itcdpcrlolasciRrin*
amrrnsmtrirroatur «cuiNcaiprafie^quarnouiiercxcv'
finsdcnotmnauOflfts ueruatem »auxl^i(atcm amic-
tatttr nulli dubtmu»cum
pcrtedlior^ura fit co^m* itrcc. Vtcomra*» ri
uo> nihil ItgniliCins ad aliquid no
annno qimkm auditmus ingefia^ qudm ca >
qux l|gniitcanduiii aUbnicrctur • rchdct
mloqueme > V oces y itur prterem c rf i tando Hax
amcmdcndMlmtiofico imcUuttuscogmtKK Oenoaii-
numtam» inaudiente pctltiibns» ^tiufqoc
rcfn«a ne dcrumiiur >.ucperconnouuoocm'ipfaramrcruin
iMtto ex* fi^niHcarc poliunt &c- • f^mlia
pttdt* iAam noiitiamnoncx ri vocis»
rigo^cMiooifue aj
lqaucruatc»lainuu'quccognicioms»cuio>iocovo. da*cmas
notiuamrci aliasigno&nouiicvprocrcandamdedpo.
«tsTubrogamor» dcmmlTiatioventatis» ac fallTcaus CIUS
ad rei pratcoemtxvctetcra excittodain haben . in
vodbus er vcM j fehaqoc coghiuone dscctur dio
Nonenimhxclu,ruhcardivisadnmperfedilamrci dcTntnpu.**
aii«cu*ni Domiain gignendam dcteunin^.ell*»(ed
penitus inut • & fane inaudicmisanimotiutlljei/ignlficaarco-
incmeeogrfi loocm uaam
oppolicum tamen e«tet- g^tioncDouiicrgenicaAfcti
pri0mitaotrimcxciuti> ms uocibus alfirinac
»\uaut eucma*I^ufio tmemo twxadhuc
fignihcatioaiscifccliniiobuDuilhriSttn^' conceptui noncon^niat*
Prion ruedo uocalu talla OicmemaudtciMiscogniuoncm iaduxiJle
dicetur* JocutroaUlUTUcncisnotmadcnomtnacur* bccundo
Hic libenter iubi|dam aliquid notatu
dignilhniums modo » non quoniam iemu>
vocibiiscipreliusmcmii aempe» fi quempiam accidat, au
ccrfeChis fit rei con> coiKeprui , cmm
veruni luppommus congrhir»
hinc ceptus» uti uoeibos niiiuisper^ ptofeiTc
uocca perfcdiabfiunih^te$n^(cruli> cum» quaicnusde
iplu longdtaciliusilJa prxeepu-uj of dirigtf.
ier»utaiunt» (altcmperfedieremfigmficaiuniimad*
uadumuriquxdeincnrt$concepcibus»quonnu*oco^**” e«r> couc»
eiuinfiJoquciisnuiiuiiicucooccptujo habuc*,
i*ub(tuutziwu»ihuUtgcndikvo&mu$»(.vr4(/wjiny/tfr/u> Vnmftf»*
r^^f^^^^^ffnprmctpiat&conclufionesYniticrfalitdicunturfijuonijmcHmmat
tumbxqufdamYtti'- l«pj'r'ri(» mrffUttmmcidtHmti^edebent .
incomplrxumaucununmrrfaiccftrcsijuedam fimjilcxinconipicio
tcrmi- Maltipl« i' niuerfaledicituT mcaufando,
cUquciplaciula untuer-Vmueifi. Iklis
rfj dtfiu ,^mmiam ud plures, ac plures
fi extendit effeclus, iuxta muUilndinim quorum ,
prout nimirum^ u i..com. plMTifpaucior^qMefmS,
eaufa tna^it minufue dict fdet Yniuerfdis.
1'niuerfaUlfmaommimtH
caufa prima fleiom. Yt animalis natura tqua inomnibus animales et
Vntutrf bcMinii; omniimi (pcasdmucmturtboc sdem
dtcitur et:.:myniutrfait in prsdicandu, quoniam quod
in mtdtiseJUe le id fig.. .
omUisqmifmpradtcaTipottll. £jlautemm figmficando (pmependo
feuprxdicando vniuerfali illud, in cumi
fimiJ*. Logicus mcumbit X immeritd , cum buiiu
.Artificis omnis eo coUimet imittflria» vi
inteOe^ius co. Vcu«c£»* gmtmm dirigat
,iureihtudmem in tllam inducat i quodprafertim
Yniucrfalism hic medii traiimioHeconfe- 7
^ialm\Timquta ad pradicamentorum notatam
sntellKlmtisre^Utudini fsmmopereconferentemtnedsmYtilii ijla
y ,umV. io^^fod mtuffaria eflspradicamentafiquidemborum
qumaueYnmerfalnm fme prxdica&ilium funt tndma-
k« pr«. tmoitiMeonm quemlibet af^misgeneTioui, mfpeaeiperdtfferetttias
Yfquead Yliima indiuidita diuidatufi (p djcaaio .
fnprutaUt^ oUrsbuta ifsadnectaniur,ita Yt in
eorb errainattone nihilfrequentiusMam hxc»de
quibusloquimut l>c q«t>
ymmrfaiuttYfwrpentMr.'tumqniaadfmgsda infirumentalcgkahacmagno pereconducstnotitta^&quidtmad
*«iueilaii dtffMitiemts quemau Ynius cuutfqi
res definis io per gemu, (p differentiam :
deferiptio per proprium,Yei per multae
afwuuai^safmsdfumpta tradcndaffi^^ Jl£ diuifmemmern» poptcreaqsMin^entiaJabusdmfiwdsus^^^
ftntm JfrrmiM I
ataiJnlMii3 fiibiritMmmacciJmudiflTiSMwrvIlmilxo y^irms,
xnplinmus. M ima Otiakmt, mipiiiutmfiiim est definitio, veldferntia, u
ohniodoffiflimeidefnbitbodimm- ffrmdut ifiettiamad
olt4o VrMtpuatauunYtilitati ob quaerat opera
pretium hanc (r.a^i^toii/m m/iiiHerrj uetfait» t^^amiiufouda
t qmmiamYtdapradicamentitdifceptatioadintelleaionmdirigendamcondiKit,
qitstenus ante bw, yitit ociimfeTmnomnssmgnnafifpectei,
differentiafqne conjlstuit, Yt fuhindHong melius, atque facilius in du, i*T*^ V peretpertipc bac
contemplaiio,quatenus nuais tamen ab^rabie omnia
ad hac qusnqt t^sredigit,
imdle&umdocen^,qMulfitgenHs,qntdfpecies&Cn ut uleriti
fuas extreere poGit operatmet m id supg^ttdm
proteli, &adtsunent9n < Carlo Renaldini. Carlo Rinaldini. Rinaldini. Keywords: cimento,
cimentare, provando e riprovando, del Cimento, filosofia naturale, filosofia
razionale, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rinaldini” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Rindaco: la
ragione conversazionale o, la setta di Lucania – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucania). Filosofo
italiano. A Pythagorean, cited by Giamblico. Giamblico sometimes spells his
name “Bindaco” (non si veda).
Grice e Riondato: la ragione conversazionale o del metodo
dell’etologia filosofica – filosofia italiana. Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Studia a Padova sotto STEFANINI,
FERRABINO, PADOVANI, e DIANO. Studia l’Aristotele neo-latino. Uno dei galileiani.
Ezio Riondato. Riondato. Keywords: il metodo dell’etologia, morale, morale
classica, Aristotele neo-latino, Epitteto, l’enuniciazione, dell’interpretazione
in Aristotele, crisi, metafisica e scienza in Aristotele. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Riondato” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Riverso: o, la ragione conversazionale della la forma del segno
romano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo italiano. Studia a Napoli. Insegna a Salerno e Napoli. Spazia dalla
filosofia critica ed analitica, alla logica formale, ed è stato esperto in
problemi di linguistica, di filosofia delle scienze e delle culture. Saggi: “Colpa
e giustificazione nella re-azione anti-immanentistica del
"Roemerbrief" barthiano”; “Teo-logia esistenzialistica”; “La
costruzione interpretativa del mondo”; “L’epistemo-logia genetica”, “Meta-Fisica
e Scientismo”; “Filosofia e analisi del linguaggio”; “Dalla magia alla scienza”,
“Conoscenza e metodo nel sensismo degl'ideologi”; “L’esperienza estetica”; “La
filosofia d’Occidente, Corso di storia della filosofia, Natura e logo, La
razionalizzazione dell'esperienza, La
filosofia analitica, La filosofia, Individuo, società e cultura. La psicologia del
processo culturale, L’immagine dell'universo. Astronomia e ideologia, Il
pragmatismo, La spiritualità, Il linguaggio nella filosofia romana antica, Democrazia,
iso-nomia e stato, Una corrente
filosofica; riferimento e struttura; Il problema logico-analitico in Strawson, Democrazia
e gioco maggioritario, Filosofia del tempo, La civilta e lo stato romano; Alle origini del
pensiero politico, La carica dell'elettrone, Esperienza e riflessione, Forma culturale
e paradigma umano; Le tappe del pensiero filosofico nella cultura d’Occidente, Paradigmi
umano e educazione, Filosofia del linguaggio, Dalla forma al significato, Cose
e parole, Come BRUNO (si veda) inizia a parlare: Diario di una maestra di sostegno,
“La rimozione dell'eros nel giansenismo”, Civiltà, libertà e mercato nella
città italica antica (Roma). Un viaggio al centro dell'immaginario religioso e
mistico che ha influenzato l'umanità, morale
e dottrina, Cogitata et scripta, Filosofo
del linguaggio, La Tribuna. Semiosi iconica e comprensione della terra. Intorno al pensiero di Karl Barth. Colpa e
giustificazione nella reazione antiimmanentistica del "Roemerbrief"
barthiano. CEDAM. Padova 1951. 70 pp. Introduzione. - Il problema della
giustificazione. - Prima della giustificazione.- La salvezza è nella fede . -
L'istante della crisi. - Giustificazione e grazia. - Osservazioni critiche. -
Appendice. La teologia esistenzialistica di Karl Barth Istituto Editoriale del
Mezzogiorno. Napoli.1955. 428pp. Introduzione.- La teologia dommatica secondo
Barth.-Senso e valore di una teologia. - Il problema di Dio. - Il Dio della
Rivelazione. - Il Dio rivelatore. - La Rivelazione oggettiva : Gesù Cristo. -
La Bibbia: Testimonianza scritta della Rivelazione. - La Rivelazione nel
soggetto che la riceve. - La Fede. - La Creazione nel sistema di Karl Barth. -
L'antropologia barthiana. - Valutazione dell'antropologia barthiana. - Il
Creatore e le sue creature. - Redenzione e Giustificazione nel barthismo . -
Cristo Redentore. - L'ecclesiologia. - La morale di Karl Barth. - L'evoluzione
del pensiero di Karl Barth. - Conclusione. - Appendice bibliografica. La
costruzione interpretativa del mondo, analizzata dall' epistemologia genetica
Istituto Editoriale del Mezzogiorno. Napoli 1956. 322pp Introduzione. - La
nascita e lo sviluppo dell'intelligenza nei lavori di Jean Piaget. -
L'epistemologia genetica e il pensiero contemporaneo. - L'interpretazione del
reale.- Adattazione e divenire. - La struttura del concetto. - Lo schematismo
concettuale del sapere. - Volontà e intelligenza. - Conclusione. Metafisica e
scientismo. Con un'appendice sulla logica di C.S.Peirce Istituto Editoriale del
Mezzogiorno. Napoli 1957. 150pp Introduzione.-Atomismo e genetica concettuale.
- Psicologia, logica e matematica. - Il substrato metafisico della logica. - Il
substrato metafisico delle matematiche.-Il substrato metafisico della fisica. -
Psicologia e metafisica. - Conclusione. -Appendice. La logica di Charles
Sanders Peirce. Il pensiero di Bertrand Russell. Esposizione storicocritica.
Istituto Editoriale del Mezzogiorno. Napoli 1958. 568pp.Seconda edizione
Libreria Scientifica Editrice, Napoli 1967. Introduzione. - La logia dei
"Principi della matematica".- La logica dei "Principia
mathematica".- La filosofia della mente e della conoscenza. - La filosofia
della natura .- I problemi del linguaggio. - L'umanesimo di Russell . -
Sociologia e politica. - Conclusione. - Scritti di Bertrand Russell. - Scritti
su Bertrand Russell. Introduzione alla filosofia e all'analisi del
linguaggioIstituto Editoriale del Mezzogiorno. Napoli 1960. 324pp. La filosofia
del linguaggio nel pensiero antico. - Filosofia e analisi del linguaggio nel
pensiero cristiano e medioevale. - La filosofia del linguaggio nel pensiero
moderno e contemporaneo. - Le ricerche attuali di filosofia e analisi del
linguaggio.-Il problema logico. - Il problema sintattico. - Il problema
psicologico. - Il problema semantico.- Il problema grammaticale. - Conclusione.
Dalla magia alla scienza Libreria Scientifica Editrice. Napoli 1961, 130pp.
Introduzione. - Magia e scienza. - Scontro di Weltanschauungen . - L'euristica
rinascimentale. - Lo schema interpretativo "macrocosmo-microcosmo".
-Caratteri dell'interpretazione magico-rinascimentale e caratteri
dell'interpretazione scientifico- seicentesca. - Natura viva o natura morta?
Sintesi o antitesi? - La lotta contro la spiritualità magico-rinascimentale. -
Matematica e spiritualità scientistica. - L'esperimento. - La tecnica. - Una
polemica sull' "Harmonia mundi". - Una polemica sulla divinizzazione
dell' universo. - La vittoria dello spirito scientista. I problemi della
conoscenza e del metodo nel sensismo degl'ideologi Libreria Scientifica
Editrice. Napoli. 1962. 282pp. Introduzione. - Etienne Bonnot Abbé de
Condillac. - Pierre Cabanis. - Joseph Marie de Gérando. - Antoine Louis Claude
Destutt de Tracy. -Charles Bonnet. - François Xavier Bichat.- Gli altri
ideologi. - Pierre Laromiguière. - Antonio Genovesi. - Francesco Soave. -
Melchiorre Gioia. - Giandomenico Romagnosi.- Melchiorre Delfico. - Pasquale
Borrello. - Marie François Pierre Gauthier Maine de Biran. - Ideologia e
pessimismo. -Henry Beyle Stendhal. - Conclusione. Analisi dell'esperienza
estetica Libreria Scientifica Editrice. Napoli 1963. 350pp. Introduzione. -
L'atteggiamento estetico. - I linguaggi dell'arte. - L'opera d'arte. - Il mondo
dell'arte. - Conclusione. II ed. ampliata, ivi,1967. 360pp. Il pensiero
occidentale. Corso di storia della filosofia.Libreria Scientifica Editrice.
Napoli 1964. 3 voll. 142 + 120 + 180. - Vol. I . I presofisti. - I sofisti e
Socrate. - Platone. - Aristotele. - La filosofia dell'età ellenistica. - La
filosofia greco-orientale. - Il Cristianesimo e la patristica. - Sant'Agostino.
- Le origini della scolastica. - I grandi problemi della scolastica. - San
Tomaso. - La scolastica dopo San Tomaso. - Vol. II . L'età del Rinascimento. -
La crisi della spiritualità rinascimentale e il nuovo orientamento nello studio
della natura. - Cartesio ed Hobbes. - Il cartesianismo. - La sopravvivenza del
panteismo. - Leibniz. - Vico. - Locke. - Berkeley ed i platonici di Cambridge.
- L' illuminismo. - Kant. - Vol. III. L'età del Romanticismo. - Hegel. -
Discepoli ed oppositori di Hegel. - Lo spiritualismo italiano. - L'età del
positivismo. - La crisi del positivismo. - L'età che viviamo. - Il movimento
logico-scientifico. - Il movimento fenomenologico. - Il movimento
analitico-linguistico.- Conclusione. - Dizionarietto di termini filosofici. Le
tappe della pedagogia nel mondo occidentale. Corso di storia della pedagogia ad
uso degl'istituti magistrali e dei candidati ai concorsi magistrali e
direttivi.. Con un'appendice sulla letteratura infantile. Libreria Scientifica
Editrice. Napoli 1964. 146pp. L'educazione nel mondo omerico. -
L'educazione nell'aristocrazia postomerica. - L'educazione nella democrazia
ateniese. - La pedagogia di Platone. - La pedagogia di Isocrate. - L'educazione
nell'età ellenistica. - L'educazione romana. - Cristianesimo e formazione dell'
uomo. - L'educazione nel Medio Evo. - La pedagogia dell'Umanesimo e del
Rinascimento.- L'antinaturalismo seicentesco e la ricerca del metodo
dell'educazione. - Il rinnovamento illuministico della pedagogia. - La
pedagogia nell'età del Romanticismo. - La pedagogia del Risorgimento italiano.
- La pedagogia scientifica e il Positivismo. - La pedagogia attuale. - Le
scuole nuove. - Conclusione. Appendice. Il pensiero di Ludovico Wittgenstein
Libreria Scientifica Editrice. Napoli . 1964. 390pp. Introduzione. - La
filosofia del "Tractatus logico-philosophicus".- La logica del
"Tractatus logico-philosophicus".- La fondazione della matematica. -
Nuove vie per l'analisi filosofica. - le analisi dei "Libri blu e
marrone".- Le "Ricerche filosofiche".- La matematica senza
fondamenti. - Conclusione.- Bibliografia. Natura e logo. La razionalizzazione
dell'esperienza da Omero a Socrate. Libreria Scientifica Editrice. Napoli 1966.
464pp. Introduzione. - La visione omerica del mondo. - La vita, il mondo
e il divino alle soglie dell'età classica. - La razionalizzazione
dell'esperienza nella scuola di Mileto. - Il pitagorismo e lo sviluppo della
matematica. - Il razionalismo eleatico. - Il razionalismo eracliteo. -
L'equilibrio dinamico dell'universo empedocleo. - Lo scientismo di Anassagora.-
L' atomismo. - La razionalizzazione storiografica. - I limiti della razionalizzazione:
il tragico e il comico. - La crisi del logo. - La filosofia analitica in
Inghilterra Armando. Roma 1969. 338pp. L'analisi nella tradizione
filosofica inglese. - Analisi e pensiero scientifico a Cambridge.- L'analisi
neopositivistica in Inghilterra. - L'insegnamento di Wittgenstein a Cambridge.
- La revisione dell'analisi logica. - Il percepire. - Il soggetto e la mente.
-Dio. - Dall'etica alla metaetica. - Conclusione. - Bibliografia. Il pensiero
di Ludovico Wittgenstein. Seconda edizione interamente rifatta. Libreria
Scientifica Editrice. Napoli 1970. 484pp. La filosofia oggi Armando. Roma.
1971. 301 pp. Introduzione. - L'orientamento fenomenologico. - L'orientamento
marxista. - L'orientamento dell'analisi chiarificatrice. - L'orientamento
dell'analisi ricostruttiva. - Jean Paul Sartre. - Enzo Paci. - L'istituto di
filosofia della Accademia delle scienze dell' URSS. - Gyorgy Lukacs. - Peter
Frederick Strawson. - Gilbert Ryle. - Willard Van Orman Quine. - Alfred Jules
Ayer. - Conclusione. Individuo, società e cultura. Introduzione alla psicologia
dei processi culturali Armando. Roma 1971. 240pp. Trad. in spagnolo: Individuo,
sociedad y cultura - Editorial Verbo Divino. Estella (Navarra) 1974.
260pp. Seconda edizione italiana. Armando. Roma 1983. 184pp. Cultura e
processo culturale. - Schemi e schematismi psicologici. - Gli schemi
linguistici. - Gli enunciati che funzionano da schemi culturali. - Schemi
d'interazione e strutture dei gruppi. - L'unità strutturale di una cultura. -
La dinamica assiologia nei processi culturali. - L'inserzione di un individuo
in una cultura.- Il divenire delle culture. - Conclusione. La nostra immagine
dell'Universo. Astronomia e ideologia. Edizioni Beta. Salerno 1971.
200pp. Introduzione. - Cosmologia ed immagine dell'Universo.-I precedenti
storici della nostra immagine dell'Universo.- L'immagine dell'Universo
all'inizio del nostro secolo. - L' immagine dell'Universo dopo Einstein.-
Conclusione. Il pensiero di Bertrand Russell. Esposizione storicocritica. Terza
edizione interamente rifatta. Libreria Scientifica Editrice. Napoli 1972. 414
pp. Introduzione. - Da Hegel a Leibniz. - Il platonismo delle relazioni.
- Dall'atomismo logico allo scetticismo analitico. - L'umanesimo di Russell. -
Società e politica. - Conclusione. - Opere di Bertrand Russell. - Opere su
Bertrand Russell. Il pragmatismo Edizioni Beta. Salerno. 1972. 262pp. Introduzione. -
Charles Sanders Peirce. -William James. - John Dewey.- George Herbert Mead. -
Clarence Irwing Lewis. -Ferdinand Canning Scott Schiller. - Conclusione. Aspetti della spiritualità europea dal '500 al
'600Edizioni Beta. Salerno .1973. 430pp. Introduzione.- Motivi e figure del
naturalismo rinascimentale. - Momenti della riscossa antinaturalistica.-
Corneille fra amore e ragione. - Il dramma di Racine.- Il tormento di Pascal. -
Milton ed il Puritanesimo.- Conclusione. Il linguaggio nel pensiero filosofico
e pedagogico del mondo antico Armando. Roma. 1973. 262pp. Le prime
riflessioni sul linguaggio. - La nascita dell'analisi linguistica. - Il
"logos" dalla scienza alla religione. - Il linguaggio nel pensiero
patristico. - La riflessione sul linguaggio alla fine della cultura antica.
Democrazia, Isonomia e Concetto di Stato Edizioni Beta. Salerno. 1975.
510pp. Prefazione. - Equilibrio e vita pubblica nella Grecia antica. - La
politica aristocratica di Platone. - Lo Stato e la felicità umana in
Aristotele. - Il gioco democratico. Le correnti filosofiche del '900 Fratelli
Conte Editori. Napoli. 1976. 192pp. Introduzione. - Il pragmatismo. - La
filosofia dell'azione e l'intuizionismo. - I neokantiani. - I neoidealisti. -
Il logicismo. - Il positivismo logico. - La fenomenologia. - L'esistenzialismo.
- La filosofia analitica.- Il marxismo.- Pagine scelte di filosofi del '900.
Riferimento e struttura. Il problema logico-analitico e l'opera di Strawson.
Armando. Roma. 1977. 240pp. La polemica sulla denotazione e il riferimento. -
Uso linguistico e verità. - La logica formale. - Soggetto e predicato. -
Linguaggio e ontologia. - Strutture e forme dell'intenzionalità.- Conclusione.
Democrazia e gioco maggioritario Armando. Roma. 1977. 192pp. L'esperienza
politica dei Greci. - Idee e domande dei tempi nuovi. - La nostra esperienza. -
Un gioco che può sfuggire di mano. - Conclusione. Filosofia analitica del tempo
Armando. Roma. 1979. 240pp. La menzione del tempo nel pensiero antico. -
Trasformazioni semantiche dei discorsi sul tempo. - Nuovi problemi linguistici
sul tempo. - Denotazione e non-denotazione nella semiosi discorsiva sul tempo.-
Problemi semantici e sintattici dei discorsi sulla temporalità.- Conclusione.
Ideologia e società nell'Islam Gentile Editore. Roma. 1979. 244pp. Vicende e
problemi delle origini. - Dagli Ommiadi agli Abbasidi: organizzazione sociale e
sviluppo ideologico. - La frantumazione politica e l'avvento dei Turchi.-Le
differenziazioni dell'ideologia islamica. - L'apertura alla filosofia. - I tre
grandi della filosofia islamica. - Filosofia e scienze. - Filosofia
illuminativa e sufismo. - Conclusione La città e lo Stato. Alle origini del
pensiero politico occidentale. Edizioni Borla. Roma. 1982. 350pp. Dal
villaggio alla comunità urbana. - Dai palazzi minoici alla polis greca. - La
"polis" e il paradigma commerciale. - La sfida persiana. - Il
paradigma ateniese.- Critiche e proposte di Platone. - Lo Stato e l'appagamento
umano in Aristotele. - Conclusione.- Tavole prospettiche. - Bibliografia.
Millikan e la carica dell'elettrone Editrice La Scuola. Brescia. 1982.
112pp. L' atomo e l'elettrone. - Le ipotesi di Franklin. - La constatazione
di nuovi fenomeni. - Faraday, l'induzione elettromagnetica e il campo di forza.
- Metafisica ed elettromagnetismo. - Campo elettromagnetico e linee di forza. -
Dal campo di forza al campo di particelle. - Il campo nel ripensamento di
Maxwell. - Nuove idee sull' elettricità. - Gli elettroni. - Campo e materia
negli elettroni.- La teoria dell'elettrone in Lorentz e in J.J. Thomson. -
Elettroni e quanti.- La radioattività. - Il procedimento di Millikan. -
Osservazioni metodologiche. -Sviluppo della nozione di elettrone. - L'elettrone
nella fisica odierna. - Un problematica filosofica. - Millikan e la sua opera
scientifica.- "La mia impresa della goccia d'olio". Esperienza e
riflessione, le tappe della filosofia e della scienza nella cultura occidentale
Edizioni Borla. Roma 1983. 3 voll. 384 + 448 + 470 pp. - Vol. I.
Introduzione. - Le origini della civiltà greca e la scuola ionica. - Influenze
iraniche e nuove riflessioni sul mondo della Ionia. - Pitagora e la filosofia
nella Magna Grecia. - La nascita della scienza e il pensiero di Anassagora e di
Democrito. - La sofistica e lo sviluppo socio-culturale. - Socrate e Platone. -
Aristotele. - L' uomo nelle prospettiva medica. - L' organizzazione del tempo
umano e dell'ecumene. - L' età ellenistica. - Lo sviluppo delle scienze e delle
tecnologie. - Istanze religiose e filosofiche nel mondo greco-orientale. - Il
cristianesimo e la patristica. - Sant' Agostino e il suo tempo. - La cultura
islamica. - La cultura europea nell'Alto Medio Evo e le origini della Scolastica.
- La rinascita della città ed il fiorire della Scolastica. - Tomaso d'Aquino. -
La Scolastica dopo Tomaso d'Aquino. - Vol. II. Introduzione. - Il trionfo
del naturalismo. - Umanesimo, Rinascimento e naturalismo. - Vita, luce e
gloria. - Le realizzazioni scientifiche del Rinascimento. - Filosofi del
Rinascimento. - Società, politica e storia nel cinquecento. - La reazione
contro lo spirito rinascimentale. - Il trionfo della razionalità. - Il nuovo
atteggiamento verso la natura. - Cartesio ed Hobbes. - Il trionfo dello spirito
seicentesco.- I rapporti tra la sostanza estesa e la sostanza pensante. -
Leibniz e lo sviluppo della matematica. - Newton, la fisica ed il sistema del
mondo. - Vico e la storia come metascienza. - Locke, Berkeley, Hume. - La filosofia
dell' Illuminismo.- Scienze e tecnologie nel settecento. - Emanuele Kant. -
Vol.III. Introduzione. - Il Romanticismo. - Il romanticismo filosofico. - Hegel
ed i suoi discepoli. - La filosofia in Francia ed in Italia nell'Età del
Romanticismo. - La trasformazione del meccanicismo. - La nuova immagine del
mondo.-Il positivismo francese. - Il positivismo inglese. - Il positivismo in
Germania e in Italia. - Il marxismo. - Idealismo e pragmatismo in America. -
Idealismo e logicismo in Inghilterra. - La psicologia e la nuova immagine
dell'uomo. -Fenomenologia ed esistenzialismo. - L'opposizione al positivismo. -
Crisi della fisica e nuove filosofie della scienza. - La filosofia analitica e
la nuova epistemologia. - La scienza dei nostri giorni. - Oggi e domani.
Piaget. Filosofo, epistemologo, psicologo e pedagogista. Edizioni Borla. Roma
1985. 120pp. Prefazione. - La filosofia: passione e delusione. - Logica e
psicologia. - Concetto di logica. - Classi, reticoli, gruppi e raggruppamenti.
- Equilibrio e logica. - Alla ricerca dell'equilibrio operativo. - Dal
movimento alla logica. - Il mondo degli oggetti e l'intelligenza
sensorio-motrice. - Rappresentazione preoperatoria ed operazioni concrete. - Il
linguaggio preoperatorio. - Il linguaggio delle operazioni concrete. - Le
strutture formali. - Circolo delle scienze e loro autonomia. - Il pensiero
puro. - L'epistemologia genetica dell'aritmetica. - L'attività del numerare. -
Matematica e realtà. - La geometria e la costruzione dello spazio. - Alla
radice psicologica della meccanica.- Le idee di forza, di conservazione e di
causa.-Dai concetti del fanciullo alle costruzioni della scienza. - La
psicologia. - Il contributo di Piaget alla psicologia. - Il contributo di
Piaget alla pedagogia. - Piaget e gli altri. - Conclusione. L'Islam. Crogiuolo
d' idee, di problemi, di angosce.Armando . Roma 1985. 310 pp. Nomadismo e
urbanizzazione nell'Arabia preislamica. - Muhammad: la sua opera ed il suo
insegnamento. - Diffusione e lacerazioni della Umma dopo Muhammad. - L'assalto
all'Europa cristiana. - Il mondo islamico nei tempi moderni. - L'Islam uno e
multiforme.Sviluppi dottrinali in area sunnita. - Zandaqa, Latinismo, walayat e
falsafa. - I falasifa.-Macrocosmo e microcosmo. - Sapienza orientale e sufismo.
- Conclusione. Forme culturali e paradigmi umani. Le tappe del pensiero
filosofico e pedagogico nella cultura occidentale. Edizioni Borla. Roma 1988. 3
voll., 392 + 384 + 544 pp. - Vol. I. Introduzione. - Educazione e visione del
mondo nelle società più antiche. - Ideali umani e visione del mondo nella
Grecia arcaica. - Sviluppi della cultura nella Ionia. - Nuovi atteggiamenti
verso l'umano e il divino. - La fioritura culturale in Magna Grecia e Sicilia.
- Cultura e educazione nella Atene del V sec. A. C. - Platone e i problemi del
suo tempo. - Saggezza retorica e saggezza medica. - Aristotele. - Civiltà e
educazione nell'Età Ellenistica. - Filosofia e cultura nelle Età Ellenistica ed
Ellenistico-Romana. - La Romanità: educazione, scuola e cultura. - Fermenti
religiosi orientali e nascita del Cristianesimo. -La fine del mondo antico. -
Sant'Agostino e la patristica. - Cultura islamica e idee filosofiche. - Cultura
e scuola in Occidente nell' Alto Medio Evo. - La Scolastica. - Da San Tomaso
alla Tarda Scolastica. - Vol. II. Introduzione. - L'Umanesimo. - Il
Rinascimento. - Uomo e natura. - Gigantismo e comicità dell'uomo. -
Rinnovamento umano e acquisto del sapere. - La lacerazione religiosa
dell'Occidente. - La reazione antirinascimentale. - Un nuovo metodo per capire.
- Capire la natura per dominarla. - Sopravvivenze rinascimentali e platoniche.
- Sviluppi dell'educazione nel seicento. - Il razionalismo filosofico. - Il
secolo dei lumi. - Vico e il settecento italiano. - Il settecento inglese. - Il
settecento francese. - Gian Giacomo Rousseau filosofo e pedagogista. -
L'illuminismo tedesco e Immanuel Kant. - Vol. III. Introduzione. - Il
Romanticismo. - Il Romanticismo filosofico. - Il Romanticismo e la teologia
protestante. - La pedagogia nell' età del Romanticismo. - Hegel e l'Hegelismo.
- Filosofia e pedagogia nell'Italia risorgimentale. - Il Positivismo e la
cultura francese dell' ottocento. - Il Positivismo e la cultura inglese dell'
ottocento. - Il Positivismo e l'assetto ideologico dello Stato italiano. - Marx
e la cultura tedesca dell' ottocento. - Idealismo, naturalismo e pragmatismo
negli Stati Uniti. - L' opposizione al Positivismo. - Fenomenologia ed
esistenzialismo. - L' uomo nella psicologia. - Innovazioni scolastiche e nuove
idee pedagogiche. - La filosofia come analisi del discorso. - La filosofia come
epistemologia e come ermeneutica. - L'uomo occidentale oggi. - La pedagogia
oggi. Paradigmi umani e educazione Anicia. Roma 1990. 152 pp. L'
indeterminatezza originaria dell' uomo. - I determinanti culturali. - Cultura e
autocoscienza. - I paradigmi umani. - Paradigmi e casi paradigmatici. -
Paradigmi e pedagogia. - Il nostro momento storico. Filosofia del linguaggio.
Dalla forma al significato. Città Nuova Ed. Roma 1990. 216 pp. La ricerca
della forma logica. - La forma logica da realtà sussistente a linguaggio
perfetto. Ermeneutica della forma e del significato. - La rifondazione
neopositivistica della scienza.l significato in una nuova luce. - Chiarezza
linguistica e onestà sociale. - Metodo critico-analitico e filosofia odierna. -
Conclusione. Cose e parole nella traduzione interculturale. Edizioni Borla.
Roma 1993. 254 pp. La traduzione radicale. - Tradurre il diverso. -
Riferimento e traduzione. - 'Theòs' e 'Dio'. - Le cose del mondo.- Conclusione.
Come Bruno iniziò a parlare. Diario di una maestra di sostegno. Presentazione
di Emanuele Riverso.Edizioni Osanna ,Venosa 1994. Presentazione. Diario
scritto da E. Riverso e presentato come anonimo di una maestra di sostegno di
scuola materna. La rimozione dell'Eros nel Giansenismo. Abelardo - Biblioteca
di Gabriele Chiusano. Editore in Gaeta. 1995. 156 pp. Da Baio a Giansenio. -
Giansenio contro concupiscenza e libidine. - Rimozione e Educazione. - Un caso
pedagogicamente difficile. - Conclusione. Civiltà, libertà e mercato nella
città greca antica.Working Papers n. 16, 1995, della Libera Università
Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli ( LUISS, Roma) 50 pp. Capire
l'Islam. Atheneum, Firenze 2003. 248 pp. Prefazione. I parte. L'insieme
dottrinale dell'Islam: Chiarificazione di alcuni termini. Le rivelazioni e il
testo coranico. Contenuti e temi coranici. Lo stile. Il contesto
storico-culturale: i precedenti ebraico-giudaici. Il contesto culturale: la
parentela arabo-giudaica. Nuove frustrazioni giudaiche e i cugini del desero.
Motivi giudaici nel Qur'an. Mutuazioni coraniche dal Cristianesimo.
L'ermeneutica coranica dal Cristianesimo. L'ermeneutica cranica. Gli ahadîth.
Le sarî'ah e il fîqh. La ummah depositaria della Rivelazione.- II parte. La
formazione storica del mondo islamico. Coscienza storica e Islam. Dalla
trasmissione orale alle scritture storiche. La vita del profeta. I primi
khulafah nella tradizione sannita. La ricostruzione sciata delle vicende
califfati e i critici occidentali. Muhammad, le origini dell'Islam e la critica
storica occidentale. Le ricostruzioni alternative delle origini islamiche.
Dagli Umayyadi agli Abbasidi. Il califfato abbaside. La disintegrazione del
califfato abbaside e l'arrivo dei Turchi. L'impero selgukide e la fine del califfato
di Baghdad. L'espansione islamica verso Occidente. Gli Ottomani e l'espansione
oltre l'India. La condizione dei vinti.- III parte. La fioritura culturale dei
secoli IX-XIV: Dall'oralità del nomadismo alla cultura del libro. L'emergenza
della cultura islamica scritta. L'assimilazione della cultura letteraria greca.
Ontologia greca e traduzioni in arabo. I Mu'tazilah e la razionalizzazione
dell'Islam. La razionalizzazione moderata dell' Asciarismo. I falasifa. Studi
scientifici. Studi storici. Speculazioni esoteriche e produzione letteraria.
Pittura, scultura e architettura.- IV parte. I Musulmani oggi. La decadenza. La
Rinascenza Safavide. L'aggressione degli Occidentali. I problemi dei Musulmani
di oggi. Dal Babismo al panislamismo. L'Iran tra laicismo e teocrazia. La
soluzione teocratica di Khomeini e il resto del mondo islamico. Gli Islamisti e
Sayyd Qutb.- Dizionarietto. Iran, Da Zarathuštra all’ Islâm. Un viaggio al
centro dell’immaginario religioso e mistico che ha influenzato l’umanità. (titolo
dell’autore: Immagini iraniche da Zarathuš-tra all’ Isl?m ). Atheneum, Firenze
2003, 192 pp. Prefazione. Introduzione: 1 Le genti arie ( o indo-europee) nello
spazio indo-iranico. 2.L’Irân prima degli Arii. 3. L’arrivo degli Ario-Iranici.
4. Medi e Persi. 5. Il costituirsi delle strutture socio-politiche nell’Irân
Indo-Europeo. 6. La percezione del reale e l’immaginario nelle genti
ario-iraniche. 7.Il clan degli Achemenidi. 8. I. L’immaginario di Zarathuštra:
1. La collocazione di Zarathuštra nella tradizione ufficiale. 2. Achemenidi e
Zoroastrismo. 3. Dall’immaginario politeistico alla riforma di Zarathuštra. 4
La riforma di Zarathuštra. 5. Il nuovo sistema di immagini. 6. Conservazione e
modifiche dell’immaginario zoroastriano. II . Fuoco, luce, fravaši e Saošyant :
l. Il fuoco nell’immaginario zoroastriano. 2 . Il fuoco-luce irradiante o
?var?na. 3. Fravaši. 4 Saoš-yant. III La catastrofe: 1. L’immaginario
zoroastriano messo alla prova. 2. Il risveglio dell’immagnario zoroastriano. 3.
Certezze in crisi. 4. La catastrofe venuta dal deserto. IV. L’immaginario
sciìta : 1 . Gli Zoroastriani sotto l’Islâm. 2. Dissenso sociale e im-maginario
esoterico. 3 Sciìsmo ed esoterismo. 4. Il Mahdî nell’immaginario sciìta. V. Il
fuoco-luce nello Sciìsmo e nel Sufismo: 1. Sufismo e Sciismo. 2. Šiâboddîn
Yahyâ Su-hrawardî e l’immaginario della Luce Orientale. 3.Šîrâzî. 4.
L’immaginario cosmologico nell’Irân islamizzato. Osservazioni conclusive.
Bibliografia.Indice. Islâm, morale e dottrina. Atheneum, Firenze 2005, 255 pp. I.
La Šarî’ah e le sue fonti: 1, La Šarî’ah o Legge Morale, 2 Le fonti della
Šarî’ah: il Qur’ân, 3 Le fonti della Šarî’ah: La Sunnah, 4 Le fonti secondarie
della Šarî’ah: al-I?mâ, al-Qiyâs e al-I?tihâd, 5 Le scuole di Fîqh. II. Temi
fondamentali della Šarî’ah: Gli obblighi di culto del Musulmano: 1 l’ Imân e la
sua manifestazione, 2 La preghiera, 3 Altri obblighi. Il matrimonio e la
famiglia: 1 Il matrimonio secondo la legge islamica, 2 La scelta del partner, 3
Impedimenti, 4 La poligamia, 5 La dote (Mahr), 6 Il divor-zio (Talâq), 7 Il
mantenimento della moglie e dei figli. La normativa penale della Ša-rî’ah: 1
Idee generali, 2 Pene fissate dal Qur’ân. La vita economica: 1 La trasmissio-ne
ereditaria, 2 Le attività commerciali ed i contratti, 3 Economia e società.
III. La vi-sione cranica del mondo: 1 Allâh, i suoi attributi ed il mondo
creato da lui, 2 La vicenda umana. IV La rielaborazione razionalistica : 1
Contatti culturali fuori d’ Arabia, 2 L’Islâm e la cultura greco-ellenistica, 3
Mutaziliti ed Asciariti, 4 Asciarismo e Muta-kallimûn, 5 Altri movimenti
dottrinali. V, I falâsifa ed i loro oppositori: 1 I falâsifa: al Kindî. 2 I
falâsifa: al-Fârâbî. 3 I falâsifa: al Râzî. 4 I falsâfa: Ibn Sînâ . 5 Contro i
falâsifa: Al-Ghazâlî. VI La falsafa nell’Andalus e nel Maghreb : 1. Ibn Bâ??ah
e Ibn Tufayl, 2. Ibn Rušd. 3. Panteismo e misticismo in Ibn ‘Arabî. 4. Un
fayalasuf della sto-ria : Ibn Khaldûn. 5. Una filosofia della storia in
prospettiva nomadica. VII Lo studio magico e sperimentale della natura: 1 Ermetismo
e Sciìsmo. 2. Il Rasâ’il degli Ikwân al-Safâwa Khullân al-Waf‘â. 3 Ahmad
al-Bîrûnî. VIII. La teosofia della luce orientale: 1 Eredità mazdeistiche,
esoterismi e misticismo nell’ Islâm. 2. Motivazioni e prassi dei Sufî. 3. Mondo
immaginale e teosofia della luce orientale. 4. L’eredità di Suhrawardî.
Conclusioni storico-critiche: 1. Le origini islamiche secondo la tradizione. 2.
Le origini islamiche secondo altre fonti. 3. Il disimpegno bizantino nell’area
siro-palestinese (Al-Šâm) . 4. La nascita politico-religiosa dell’unità
supertribale araba. 5. Storia critica dei primordi della dottrina e dell’etica
islamiche. Indice analitico. Bibliografia. Cogitata et scripta. Giannini
Editore. Napoli 2007. 200 pp. I. 1. Lidealismo gentiliano. 2. Il linguaggio
gentiliano. 3. Benedetto Croce. 4. La logica come scienza del concetto puro. 5.
L'Esistenzialismo di Sartre. 6. Gli altri esistenzialisti. 7. Da Kierkegaard a
Barth. 8. Epistemologia e psicologia. 9. La psicologia. 10. L'opera di Piaget.
11. La logica formale. 12. La metafisica e la ricerca storica. II. 1. Dalla
magia alla scienza. 2. La nascita della scienza e la cultura occidentale. 3.
Analisi semantica e filosofia del linguaggio. 4. Linguaggio ed esperienza
estetica. 5. Ludovico Wittgenstein. 6. Io, Wittgenstein e la nuova filosofia
analitica. 7. Natura e Logo. 8. Bilancio sulla filosofia analitica. III. 1.
Interessi socio-culturali. 2. Giambattista Vico. 3. Bruner. 4. Linguistica ed
etnologia. 5. Altre ricerche di filosofia analitica. 6. Immaginazione e linguaggio
iconico. 7. Filosofia della scienza. 8. Approccio alla nuova scienza:
neurologia e coscienza di sé. 9. Genesi evolutiva dell'uomo e del linguaggio.
Il pensiero. 10. Cosmologia e geologia. 11. Fisica e cosmologia. IV. 1. Sistemi
dottrinali e iconici. 2. rapporti e confronti fra culture. 3. Nuovo approccio
alla cultura islamica. 4. Culture e organizzazione sociale. 5. Convinzioni,
cogetture, dubbi, sospetti e valutazioni. Dati biografici. Pubblicazioni Alle
origini del Corano (in preparazione) Aporie e difficoltà del positivismo
logico" in Sophia 1953, XXI, n.1, pp. 43-52. Pubbl. anche in Sapienza
1953, VI, fass. 1-2, pp. 72-84. "Caroli Barth in doctrinam catholicam de
gratia recentissimae difficultates refutantur" in Angelicum 1954, XXXI, n.1,
pp. 31- 45. "Insufficienza del positivismo logico" in Sapienza 1954 ,
VII, n.2, pp. 180 - 202. "Neoilluminismo, neorazionalismo e
trascendentalismo della prassi" in Sapienza 1955, VIII, n.1, pp. 18 - 46.
"Ludovico Wittgenstein e il simbolismo logico", Estratto dal vol.LXVII
degli Atti dell' Accademia di Scienze Morali e Politiche della Società
Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti In Napoli , 1956, 38 pp. "Barth,
Karl" , voce in Dizionario biografico degli autori , Bompiani, Milano 1956
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1996 (pubbl. 1999), IX, pp. 1 - 2. "Mente, cervello, educazione
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Seminario di Studi di Taormina 12 -14 dicembre 1996. Ministero della Pubblica
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1996, pp. 117 - 119. "Una patria federale" in Scienza e Sapienza 1997
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Società di Filosofia del linguaggio. Annuario 1996. Edizioni Nemo, Padova 1996
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"Logica e semantica del nous aristotelico e del cogito cartesiano" in
Riscontri 1998, XX, pp. 35 - 51. "Filogenesi, ontogenesi e biologia del
linguaggio: strutture superficiali e strutture profonde" in Scienza e
Sapienza 1998, III, pp. 61 - 132. "I diritti e le pene" in La
giustizia tra etica e diritto, Fascicolo di Il Contributo, Centro per la
Filosofia Italiana, 1998, XIX pp. 13 - 18. "La place de Descartes dans la
culture occidentale" , in Revue Tunisienne des Etudes Philosophiques,
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del Linguaggio. Annuario 1998 , Roma 1998 pp.75 - 98. "L'Imaginaire
métaphysique" in Metalogicon , 1999, XII pp. 81 - 88. "Descrizione
mentalistica e descrizione fisica" in Riscontri, 1999, XXI pp. 51 - 66.
"Globalizzazione e pluralità di culture" in Scienza e Sapienza, 1999,
IV, pp. 55 - 137. "Presentazione" del volume: Vincenzo De Santis,
Louis Althusser. Un interprete trascurato di Marx. Palladio, Salerno 1999, pp.7-
10. 263."Amputazioni e modifiche cerebrali" in Corporeità 1999, XII ,
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l'imaginaire techno-génétique" in Rachida Triki, a cura di, Arts et
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Oltre il Bicentenario. La Memoria dell'Istituzione. A cura di Vincenzo Raccioppi.
Napoli, maggio 2007, pp.25-43.Emanuele Riverso. Riverso.
Keywords: la forma del segno, la tappa, le tappe, riferimento, ri-ferire, vico,
animale raggionavole, magia e scienza, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Riverso” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Roccoto: la
ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). To be identified.
Grice e Rodano: la ragione conversazionale dell’immunità e della comunità,
o l’implicatura dei comunisti – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano . Fondatore
del “catto-comunismo.” E tra i fondatori
del movimento dei cattolici comunisti, poi sinistra cristiana. Studia a Roma.
Frequenta la Scaletta. Milita nell'azione cattolica e nella FUCI presieduta da
Moro. Entra in contatto e collabora con anti-fascisti d'ispirazione
cattolica -- Ossicini, Pecoraro, Tatò e altri -- comunista -- Bufalini,
Amendola, Ingrao, Radice e altri --, del partito d'azione e liberali -- Malfa,
Solari, Fiorentino fra gl’altri. Partecipa al movimento dei cattolici anti-fascisti.
Con Ossicini e Pecoraro tra i promotori e dirigenti del partito co-operativista
sin-archico -- poi partito comunista cristiano -- e ne redige i principali
documenti. Fa parte, con Alicata e Ingrao, del trium-virato dirigente le II
distinte organizzazioni clandestine, comunista e comunista cristiana. Scrive
saggi sull’Osservatore Romano. Arrestato dalla polizia fascista in una generale
retata dei militanti del partito comunista cristiano, e deferito al tribunale speciale
con altri suoi dirigenti. Il processo non ha luogo per la caduta del fascismo. Nel
periodo badogliano ha intensi scambi d'idee con i compagni di partito e altre
personalità anti-fasciste sulla linea da seguire. Stringe amicizia con Luca e Pintor.
Collabora al “Lavoro”, diretto da Alicata, comunista, Vernocchi, socialista, e Gaudenti,
cattolico. Sotto l'occupazione nazista di Roma fonda il movimento dei cattolici
comunisti, e ne redige i documenti teorico-politici. Scrive saggi sui 14 numeri
usciti alla macchia di “Voce operaia”, organo dello stesso movimento dei
cattolici comunisti. Liberata Roma, il movimento di cattolici comunisti prende
il nome di partito della sinistra cristiana. Vi confluiscono i cristiano-sociali
di Bruni. Vi partecipano anche Balbo, Sacconi, Barca, Amico, Chiesa, Valente,
Mira, Tatò, Tedesco, Parrelli, Tranquilli, e Rinaldini. Stringe un
rapporto di amicizia e collaborazione -- che non sarà privo di momenti di
dissenso critico --con Togliatti. Su Voce Operaia, pubblicata adesso
legalmente, scrive numerosi saggi. In IV di essi sostiene la prosecuzione
dell'IRI e ciò segna l'inizio della sua amicizia con Mattioli. S'incontrano, a
casa di R. e con la sua mediazione, Togliatti e Luca, primo, cauto sondaggio
reciproco tra mondo cattolico e movimento comunista italiano. A
conclusione di un congresso straordinario, il partito della sinistra cristiana si
scioglie. Sostiene, con argomentato vigore, che non è più utile una formazione
cattolica di sinistra, poiché incombe alla classe operaia nel suo insieme e
perciò al partito comunista il compito di affrontare la questione cattolica,
superando le pre-giudiziali a-teistiche e del dogmatismo marxista. Si adopera
perciò per ottenere modifiche nello statuto del partito comuista, che
consentano l'iscrizione e la militanza in esso indipendentemente dalle
convinzioni ideo-logiche e religiose, modifiche che saranno adottate dal partito
comunista nel suo congresso. Entrato nel partito comunista, scrive su periodici ufficiali di tale
partito o ad esso vicini. Particolarmente numerosi i suoi saggi su Rinascita. Vi
ha largo spazio l'invito ai cattolici a lavorare in politica e nelle altre
dimensione della storia comune degl’uomini in spirito di laicità, evitando
quindi improprie commistioni con la fede religiosa. Questa posizione approfondita
nel corso di tutta la sua opera ed essenziale per comprenderla contrasta con la
linea della chiesa di Pio XII, che coglie l'occasione di due suoi saggi sulla
condizione economica del clero (Rinascita) per comminargli l'interdetto dai
sacramenti, accusandolo di fomentare la lotta di classe all'interno delle
gerarchie (L'interdetto e tolto sotto Giovanni XXIII). Cura i saggi politici di
“Lo Spettatore”. Scrive sul Dibattito Politico, diretto da Melloni e Bartesaghi,
teso a una difficile mediazione tra le posizioni politiche del mondo cattolico
e di quello comunista e socialista, nel distinto riconoscimento dei rispettivi
valori e motivi ideali. Vi collaborano tra gli altri Chiarante, Magri, Baduel, Salzano. Durante
il pontificato di Giovanni XXIII opera, tramite Togliatti, per la trasmissione
ai dirigenti della proposta, primo, cauto sondaggio reciproco tra mondo
cattolico e movimento comunista italiano. A conclusione di un congresso
straordinario, il PSC si scioglie. R.sostiene, con argomentato vigore, che non
è più utile una formazione cattolica di sinistra, poiché incombe alla classe
operaia nel suo insieme e perciò al PCI il compito di affrontare accolta, di
uno scambio di messaggi in occasione del compleanno di papa Roncalli.
L'iniziativa sarà il primo segno di disgelo tra URSS e s. sede. Si svolge un
serrato dialogo tra R. e NOCE (si veda), che mette in chiaro la diversità delle
rispettive posizioni. Fonda con Napoleoni La Rivista trimestrale, affrontando
nodi teorici e politici di fondo. Ancora con Napoleoni, e Ranchetti, dirige la scuola
di scienze politiche ed economiche, rivolta a militanti del movimento. Collabora
alla rivista “Settegiorni”, diretta d’Orfei e Pratesi, in cui fra l'altro
scrive una serie di interventi d'intensa riflessione teologica, le Lettere
dalla Valnerina. Chiusasi l'esperienza della Rivista Trimestrale, R. scrive sui
Quaderni della Rivista Trimestrale, diretti da Reale, cui collaborano, insieme
a Sacconi, Salzano, Tranquilli, Gasparotti, Rinaldini, Reale, Agata, Vincenti,
Montebugnoli, Padoan, Sacconi, Zevi, R.
e R., ed altri. Lo si considera l'esponente più autorevole del “catto-comunismo”:
"i rapporti di R. con il mondo cattolico sono stati indagati a fondo.
Quelli con Togliatti -- che furono rapporti personali assai intensi -- assai
poco, come quelli con Berlinguer -- all'Istituto Gramsci si conservano tre
vaste memorie che scrive per Berlinguer -- anche se il rapporto stretto di
questi con Tatò è sufficiente a delinearne l'influenza". Nella
stagione del compromesso storico proposto da Berlinguer e oggetto prima di
attenzione, poi di cauta convergenza da parte di Moro, R. elabora i fondamenti
teorici di una politica diretta a non ridurre l'incontro tra le grandi forze
storiche del comunismo, del socialismo e del cattolicesimo democratico a una
mera operazione di governo, ma a farne una strategia di lungo periodo di trasformazione
della società. Quella stagione e quelle prospettive vengono improvvisamente
troncate dall'ASSASSINIO DI MORO. S'intensificano, all'epoca, i suoi contatti
personali con esponenti del PCI, del PSI, della DC e di altri partiti -- Malfa,
Malagodi, Visentini -- su problemi politici a breve e lungo termine. Pubblica saggi
su vari periodici e sul quotidiano Paese Sera, quasi settimanalmente. Altre saggi:
“Sulla politica dei comunisti” (Boringhieri, Torino); “Questione demo-cristiana
e compromesso storico” (Riuniti, Roma), “Lenin da ideologia a lezione”
(Stampatori, Torino); “Lettere dalla Valnerina” (Pratesi, La Locusta, Vicenza);
“Lezioni di storia possibile” -- Tranquilli e Tassani (Marietti, Genova); “Lezioni
su servo e signore” – Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cattolici e laicità della
politica” Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cristianesimo e società opulenta” – Mustè
(Storia e letteratura, Roma). Saggi sono spubblicati in numerosi periodici e
quotidiani, tra i quali l'Osservatore Romano, Primato, Voce Operaia Rinascita Il Politecnico, Unità, Vie nuove,
Società, Cultura e realtà, Lo Spettatore Italiano, Il Contemporaneo, Il
Dibattito Politico, Argomenti, La Rivista Trimestrale, Settegiorni, Quaderni
della Rivista Trimestrale, Paese Sera, Città Futura, Nuova Società, e Il Regno.
I saggi più importanti, pubblicati sulla Rivista Trimestrale e sui successivi
Quaderni, sono “Risorgimento e democrazia, Il processo di formazione della
società opulenta”; “Il pensiero cattolico di fronte alla società opulenta”; “Egemonia
riformista ed egemonia rivoluzionaria”; “Nota sul concetto di rivoluzione”; “Significato
e prospettive di una tregua salariale; “Il centro-sinistra e la situazione del
paese”; “Marx, A proposito del convegno delle ACLI a Vallombrosa”; “Su alcune
questioni sollevate dal movimento studentesco; “Con Dopo Praga: considerazioni
politiche sulla storia del movimento operaio, A proposito dell'autunno caldo”;
“Considerazioni sulla dialettica sociale dell'opulenza”; “La peculiarità del partito
comunista”; “Dopo il congresso del partito comunista: il nodo al pettine”, “I germi
di comunismo”; “La questione demo-cristiana”; “La proposta del compromesso
storico”; “Dopo la morte di Mao Tse-tung: la lezione di una grande esperienza, con
Tranquilli; “Considerazioni sulla strategia dei comunisti italiani”; “Egemonia
e libertà delle opinioni”; “Considerazioni sui fenomeni di eversione”; “La
politica come assoluto”; “Note sulla questione”; “La specificità umana e
condizione storica: dopo la lettera di Berlinguer al vescovo di Ivrea: laicità
e ideologie”; “Alla radice della crisi”; “L'incompatibilità tra capitalismo e
democrazia”; “È possibile una soluzione reazionaria?” “Idee e strumenti della
manovra reazionaria”; “Roluzione” “Rivoluzione”; “Filosofia della storia”; Rivoluzione
in Occidente e rapporto con l'URSS, Il
senso di una grande lezione: per una lettura critica di Lenin”; “Per un
bilancio del compromesso storico”; “Innovazione e continuità”; “Contratti e
costo del lavoro: imprese e sindacati, partiti e istituzioni”; “La chiesa di
fronte al problema della pace”. Craveri, Una critica pregnante, in Mondoperaio,
Teorico del compromesso storico Archivio la stampa. Noce: Lettera a R. -- Regno-attualità --; Cinciari: Cattolici comunisti, n
Enciclopedia dell'anti-fascismo e della resistenza, Milano; Bedeschi: Cattolici
e comunisti (Feltrinelli, Milano); Cocchi, Montesi: Per una storia della
Sinistra cristiana (Coines, Roma), Casula: Cattolici-comunisti e Sinistra cristiana
(Mulino, Bologna); Tassani: Alle origini del compromesso storico (EDB, Bologna);
Ruggieri, Albani: Cattolici comunisti? (Queriniana, Brescia); Repetto: Il movimento
dei cattolici comunisti: problemi storici e politici -- Quaderni della Rivista
Trimestrale; Ricordo, Broglio, "Un cristiano nella sinistra", in
"Nuova Antologia", Giannantoni, Alema, Ingrao: Dibattito in Rivista
Trimestrale, Nuovo Spettatore Italiano, Bella: “Lo Spettatore Italiano”
(Morcelliana, Brescia); Papini: Tra storia e profezia: la lezione dei cattolici
comunisti (Univ., Roma); Landolfi, R.: la rivoluzione in Occidente, Palermo,
Ila Palma, Raimondo: solitudine e realismo del comunista cattolico (Galzerano,
Salerno); Tronti: Una riflessione -- in Rivista Trimestralen; Manacorda: lettore
di Marx in Critica marxista; Napoleoni, Cercate ancora (Riuniti, Valle); Napoleoni,
Teoria politica; Noce: Il comunista (Rusconi, Milano); Tranquilli: Fede
cattolica e laicità della politica -- in Teoria Politica; Tranquilli: Realtà
storica e problemi teorici della democrazia
-- in Bailamme, Reale: Sulla laicità: considerazioni intorno alle relazioni
fra atei e credenti -- in Novecento, Bellofiore: Pensare il proprio tempo. Il
dilemma della laicità in Napoleoni, in Per un nuovo dizionario della politica (Riuniti,
Roma); Capuccelli, Lucente: La
riflessione teorica di R. dalla Sinistra Cristiana alla “Rivista Trimestrale” --
tesi di laurea in scienze politiche, Milano -- Istituto Gramsci: Convegno
commemorativo di R., Roma --; Mustè, “Critica delle ideologie e ricerca della
laicità” (Mulino); lbani: La storia comune degli uomini. Ri-leggendo R. -- in
Testimonianze, Papini: La formazione di un cattolico -- Tra la Congregazione
mariana La Scaletta e il liceo Visconti, in Cristianesimo e storia, Possenti:
Cattolicesimo e modernità. Balbo, Noce, R. (Milano); Mustè: Fra NOCE e R.: il
dibattito sulla società opulenta, La Cultura; Mustè: R.: laicità, democrazia,
società del superfluo (Studium, Roma). "Cristianesimo e società
opulenta", a cura e con introduzione di Mustè (Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma, Parlato: L'utopia in Manifesto, Melchionda: R. (in Aprile, Rosa,
"R.; il cristianesimo e la società opulenta", in "Ricerche
di storia sociale e religiosa", Chiarante: Tra Gasperi e Togliatti.
Memorie (Carocci, Roma; Pandolfelli: Marxismo, Scienze politiche, Roma; Tassani:"Il
Belpaese dei Cattolici", Cantagalli, "La traccia e la prospettiva
teorica di R." MORO, R. e la storia del 'partito cattolico' in
Italia", in Botti, Storia ed esperienza religiosa. Urbino, Quattro Venti, Hanno
detto di lui: la sua vita testimonia, in modo esemplare, quanto possa essere
forte, nell’uomo, la dedizione all’impegno intellettuale e ai grandi ideali,
tra i quali la politica intesa nel senso più nobile e più alto dell’accezione.
Portatore d’una fede religiosa profondamente sentita e sofferta, ha avuto
costantemente con sé il dantesco “angelo della solitudine”: durante l’intera
sua vita, infatti, mai si è sottratto al rovello e al dubbio; mai ha preferito
la comoda via dei pigri, degli opportunisti e dei neutrali. La sua prima scelta
di campo nell’Italia divisa in due, fu
doppiamente coraggiosa: la resistenza al nazi-fascismo ed il tentativo di
conciliare nel Movimento dei cattolici comunisti i valori della tradizione
cristiana e cattolica con quelli della rivoluzione d’ottobre. E così continuò
senza paura e con sacrificio personale in tutti questi anni promuovendo con le
sue tesi, tra consensi e dissensi, un continuo dibattito. La sua “inquietudine”
è, dunque, sincera e feconda, sorretta da uno spirito virile, ma al fondo
sensibile ed umanissimo. Certamente sarà ricordato dallo storico del futuro con
queste sue peculiarità di intellettuale originale, pugnace e coraggioso. In
questo modo l’ho visto e conosciuto, e così rimarrà per sempre nella mia
memoria. Pertini, Quaderni della Rivista Trimestrale. Ritengo che la sua vita e
la sua opera abbiano fornito una prova concreta e significativa della validità
di due principi che egli ha serenamente professato e praticato e che, anche con
il suo personale contributo, sono acquisiti al patrimonio teorico e ideale del partito
comunista. Il primo è la distinzione e l’autonomia reciproca della politica e
della fede religiosa -- o della convinzione filosofica o del “credo”
ideologico. Il secondo è l’affermazionefatta da Togliatti, formulata in una
tesi approvata dal X congresso del partito e sviluppata poi nelle tesi del XV
congresso secondo la quale un cristianesimo genuinamente vissuto non soltanto
non si oppone, ma è anche in grado di sollecitare un’azione che può contribuire
alla battaglia per la costruzione di una società più umana, più libera e più giusta
di quella capitalista. Berlinguer, Quaderni della Rivista Trimestrale. C’era
nella sua avversione al misticismo, all’indistinto, all’anarchismo, una grande
lezione di umanesimo storico e costruttivo. La drammaticità con cui sentiva i
rischi di un capovolgimento della democraziavissuta nei suoi angusti limiti
democraticisticiin corporativismo e in anarchia, e, quindi, la possibilità di
una replica autoritaria, è tuttora inscritta nella nostra vita quotidiana,
nella fase che stiamo attraversando. Bene: distinguere per collegare; stabilire
i confini del campo di ciascuno, da cui discende l’autonomia della politica
dalla religione e dalle ideologie. Per questo ritengo che occorra respingere le
sollecitazioni di quanti pensano di poter rimuovere la questione di fondo posta
da R.. Quella questione oggi riguarda, a mio avviso, il confine mobile tra progresso
e conservazione” Occhetto, Quaderni della Rivista Trimestrale, Per chi ha
seguito, anche talvolta dissentendo, la filosofia di R. e lo ha spesso messo a
confronto con la visione di MORO, appare chiaro che gli insegnamento di R. come
quelli di MORO non hanno solo valore per la ricostruzione storica di una fase
politica conclusa, ma hanno invece valore e significato come guida per la costruzione
di un processo di allargamento della democrazia, di sviluppo e di confronto e
di un dialogo che sono ancora più che mai attuali, perché attuali e non risolti
sono i grandi problemi nazionali che richiedono sì maggioranze e governi
più efficaci e risoluti, ma anche un più largo consenso popolare da realizzarsi
col confronto, col dialogo, con la partecipazione, sia pure a vario titolo, ad
un unico disegno di tutte le forze politiche rappresentative dell’intera realtà
popolare. Galloni, Quaderni della Rivista Trimestrale, “benché creda che la
storia sia opera di molti, e non di singole personalità pur spiccatissime, ho
sempre ritenuto che il ruolo esercitato da R. nella vicenda italiana di questi
decenni sia stato assolutamente fuori del comune, e portatore di cambiamento
come a pochissimi altri è stato dato. Ciò dico soprattutto in riferimento alla
storia e alle trasformazioni del partito comunista italiano, nei cui confronti
Rodano ha esercitato una funzione liberatrice e maieutica che, se non temessi
di far torto alla complessità del processo di un grande movimento di massa e
agli innumerevoli apporti di cui esso è sostanziato, non esiterei a definire
demiurgica.» Valle, Quaderni della Rivista Trimestrale. Lasciamo ad altri
le banalità sul consigliere del principe o sul consulente per i rapporti con il
mondo cattolico o con il Vaticano. Togliatti ne fu attratto e interessato
certo, anche perché l’esperienza di R., le sue riflessioni, le sue
frequentazioni arricchivano il Partito di qualcosa che altrimenti non sarebbe
venuto. Forse qualcosa di analogo era stato per Gramsci e per Togliatti
l’incontro con Godetti. Che conoscesse e stimasse Ottavini, che fosse intimo di
Luca, non era importante perché ciò rappresentava un “canale”. E iuttosto
decisivo che un giovane così ascoltasse e parlasse, che si trovasse a casa sua
tra i comunisti, che per farlo soffrisse fino alla persecuzione vaticana,
riuscendo sempre ad essere fedele nel senso più pieno del termine. Paietta,
Quaderni della Rivista Trimestrale. Rrimane uno dei pochi uomini la cuia filosofia
rende possibile l’appellativo di femminista anche per un appartenente al sesso
maschile. La sua continua attenzione dalla questione femminile derivava, certo,
da una molteplicità di circostanze. Vi influiva la ricerca su quello che egli
stesso define il processo di umanizzazione dell’uomo, nel cui quadro la
liberazione della donna costitusce ben più di una semplice componente o misura,
ma piuttosto una delle condizioni decisive per una reale, generale fuoruscita
dall’alienazione e dallo sfruttamento umano. Oggi più d’uno ambirebbe,
revanchisticamente, a considerare conclusa la stagione femminista. E invece il
vero problema per le donne, per la democrazia, per il mutamento, è la
perpetuazione e il saldo attestarsi a un livello superiore del femminismo. Per
questo il messaggio che può ben a ragione essere definito femminista
nell’accezione più onnicomprensiva ed elevata, risulta tuttora rivolto alla
speranza e soprattutto all’impegno: quell’impegno per cui egli ha consumato
generosamente, e certo positivamente anche per la causa femminile, tutta
intiera la sua vita. Tedesco, Quaderni della Rivista Trimestrale. Il mio primo
interrogativo riguarda le scelte politiche che egli ha fatto, ponendosi come
cattolico in contrasto con alcune direttive ecclesiastiche. Dove ha trovato
forza e serenità, pur con sofferenza, per queste opzioni non rinunciando alla
sua fede e alla sua appartenenza ecclesiale, sempre professata? Non ho trovato
altra risposta che la sua fede teologale. La fede di Franco non era credenza
dottrinale, magari utilizzata ideologicamente, o sottomissione alla gerarchia
che poi si muta in ribellione; era adesione cosciente e ferma a Dio che si è
rivelato in Gesù Cristo, ancora vivente nella Chiesa. Questa fede comporta quel
“sensus fidei” (ne ha parlato il Vaticano II nella Lumen Gentium) che diventa
giudizio pratico nelle concrete situazioni per scelte che siano conformi alla
volontà di Dio. È il discernimento di cui parla san Paolo nella Lettera ai
Romani (12, 2) e che tanta parte ha nella dottrina spirituale cristiana. D. Torre,
Quaderni della Rivista Trimestrale, Il rapporto con la chiesa, sia come
comunità di fede che come istituzione, senza mediazioni di un partito cattolico
rappresentava per R. un’occasione e una garanzia per depurare il movimento
comunista non solo dall’ateismo scientista, ma anche di una visione
totalizzante della rivoluzione politica e sociale. Il mito del regno dei cieli
sulla terra e di una storia senza alienazioni. Corrispettivamente il movimento
comunista e il portatore necessario di una trasformazione della società che non
si presentasse come inveramento e compimento della razionalità illuministica,
della rivoluzione borghese, ma anche e soprattutto come loro rovesciamento
dialettico, e perciò offre un fondamento storico e materiale ad un mondo
in cui le persone diventano centro e misura, liberate dalla rei-ficazione
capitalistica, e perciò stesso base reale di un pieno sviluppo di un
cristianesimo, non integralista, ma consapevole, diffuso, praticabile. Magri. Melchionda,
in "Aprile", Dall'utopia alla secolarizzazione, Vassallo, Il
consigliere di Berlinguer che ama la Contro-Riforma. Giornalista politico, Franchi,
Corriere della Sera, Archivio storico. Treccani L'Enciclopedia italiana". Franco
Rodano. Rodano. Keywords: immunità e comunità – filosofia italiana – i
comunisti, il laico, democrazia, revoluzione, lotta di classe, societa
opulenta, peculiarita dei comunisti italiani, anti-fascismo, arrestato dai
fascisti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rodano” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rodippo: la
ragione conversazionale ante la diaspora – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A Pythagorean,
cited by Giamblico.
Rogatiano: la ragione
conversazionale della filosofia della gotta – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A senator whose tutor is Plotino. He credits Plotino
for helping him realise the importance of leading a frugal existence. He
himself fasts every other day – to which he attributes his recovery from gout. Rogatiano.
Rogo: la ragione
conversazionale dell’allievo di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A pupil of Filone
at Rome. Tertilio Rogo.
Grice e Romagnosi: la ragione
conversazionale della Roma antica, e l’implicatura dei IV periodi: o, dal segno
alla logìa -- filosofia italiana
-- Luigi Speranza
(Salsomaggiore). Filosofo Italiano. Important Italian philosopher. L'etica, la politica ed il diritto si possono bensì
dis-tinguere, ma non dis-giungere. Non esiste un'etica pratica, se non mediante
la buona legge e la buona amministrazione. Studia a Piacenza e Parma. Insegna a
Parma e Pavia. Membro della società letteraria di Piacenza, dove legge i suoi saggi:
“Discorso sull'amore considerato come motore precipuo della legislazione”; “Discorso
sullo stato politico della nazione romana e italiana”; “L’opinione
pubblica. Uno degl’Ortolani. Pubblica la “Genesi del diritto penale”; Cosa
è eguaglianza e, Cosa è libertà; Primo avviso al popolo romano, che mostrano
simpatie rivoluzionarie. Il suo incarico gli procura contrasti con il principe
di Trento, Thun. Questi gli concede comunque il titolo di consigliere aulico
d'onore. Schiere contro i principi della rivoluzione francese. Accusato di
giacobinismo, è incarcerato a Innsbruck. Scrive “Delle leggi dell'umana
perfettibilità per servire ai progressi delle scienze e delle arti”. Scopre gl’effetti
magnetici dell'elettricità. R. anticipato la scoperta dell'elettro-magnetismo. Pubblica
“Quale e il governo più adatto a perfezionare la legislazione civili”. Fonda il
“Giornale di giurisprudenza universale”. Pubblica l’Istituzioni di Diritto
amministrativo e Della costituzione di una monarchia costituzionale
rappresentativa. Rerduna intorno a Milano una scuola o gruppo di giocco alla
quale si formarono alcuni dei nomi più illustri del risorgimento: Ferrari (si
veda), Cattaneo (si veda), Cantù (si veda), Defendente S. (si veda) e G. Sacchi
(si veda). Collabora alla biblioteca italiana. Pubblica L’Assunto primo della
scienza del diritto naturale. È arrestato e incarcerato a Venezia con l'accusa
di partecipazione alla congiura ordita da Pellico, Maroncelli e Confalonieri.
Pubblica “Dell'insegnamento primitivo delle matematiche” e “Della condotta
delle acque”. Pubblica l’Istituzioni di
civile filosofia ossia di giurisprudenza teorica. Dirige gl’Annali Universali
di Statistica Tra i maggiori filosofi italiani,
nel rinnovamento del pensiero giuridico italiano richiesto dalla necessità di
codificare i nuovi interessi delle classi borghesi emersi con la rivoluzione
francese e consolidati nel successivo codice napoleonico, è legata alla
fondazione di una nuova scienza del diritto pubblico, penale e amministrativo,
con uno spirito scientifico illuministicamente volto all'unificazione delle
scienze giuridiche, naturali e morali. Studia pertanto la vita sociale nelle
sue componenti storiche, giuridiche, politiche, economiche e morali. Considera
l'uomo nelle forme della sua esistenza storica, nei modi in cui concretamente
pensa e agisce in un contesto sociale determinato. In questo modo lo studio
della storia rivela lo sviluppo dell'incivilimento umano. Nella “Genesi
del diritto penale”, opera che gli dette notevole fama e non solo in Italia,
riprendendo tesi di BECCARIA, pone i problemi dell'utilità della punizione,
della natura della colpa e del diritto. Dà una GIUSTIFICAZIONE RAZIONALE della
società che gl’appare un'unione necessaria tra gl’uomini, dialetticamente
rapportati nel rispetto di una disciplina condivisa. L'uomo è lo stesso sia
nello stato di natura che in quello di società, malgrado le diversità delle
forme sociali. Pertanto gl’uomini hanno un diritto di socialità importante e
sacro, quanto quello della conservazione di se stesso. La società è per R.
l'unico stato naturale dell'uomo, respingendo così la dottrina di uno stato di
natura *anteriore* allo stato sociale. Il cosiddetto stato di natura è solo un
diverso stato sociale nella storia dell'umanità. Nell'introduzione allo
studio del diritto pubblico universale, premesso che ogni complesso giuridico di
basarsi sul bisogno della comunità, sostiene che lo scopo del diritto e il
rafforzamento delle strutture civili e politiche della
società. Nell'Assunto primo della scienza del diritto naturale, riprende
temi sviluppati nella genesi del diritto. Sostiene che nella natura è tanto il
principio di individualità quanto quello di socialità, e, pertanto, lo sviluppo
umano avviene naturalmente verso uno stato di società, l'unico in cui si
sviluppa l'incivilimento - termine ricorrente nei suoi scritti - un continuo
processo verso stadi più avanzati di perfezionamento morale, civile, economico
e politico. E ancora nel Dell'indole e dei fattori dell'incivilimento,
con esempio del suo risorgimento in Italia si pone il problema di quale sia il
motore del progresso umano nella storia. La tesi è che la società umana è
l'organismo fattore di progresso, essendo in sé dotata di forze agenti in
particolari condizioni storiche e ambientali. Lo sviluppo civile, suddiviso da
R. in IV periodi -- I l'epoca del senso e dell'istinto, II l'epoca della
fantasia e delle passioni, III l'epoca della ragione e dell'interesse personale
e IV l'epoca della previdenza e della socialità -- vede un costante
trasferimento, agl’organismi pubblici rappresentativi, delle funzioni sociali
come se la natura si trasferisse progressivamente nella funzione
rappresentativa. Il punto d'arrivo della civiltà è una forma sociale in cui
prevalgono la proprietà e il sapere. Tale processo non è lineare. Il diritto ROMANO
si afferma in condizioni civili arretrate. Ma, come una macchina i cui
meccanismi migliorano nel tempo, la sua azione progressivamente perfezionata fa
sorgere dal fondo delle potenze attive un sempre nuovo modo di ri-azioni e
quindi d’effetti variati. L'incivilimento appare così una cosa complessa
risultante di molti elementi e da molti rapporti formanti una vera finale unità
simile a quella di una macchina, la quale scindere non si può senza
annientarla. Il motore di siffatta macchina è il COMMERCIO, sviluppato a sua
volta dal progresso dello stato sociale. Guardando allo sviluppo storico
nazionale, vede nel medio-evo l'epoca in cui la città diviene luogo di
aggregazione di possidenti, artisti, commercianti e dotti, favorendo le
condizioni per la nascita dello stato italiano dallo stato romano anche se ai comuni
medievali manca uno spirito politico nazionale perché presero la strada dal
ramo industriale e commerciale per giungere al territoriale. Essi dunque
ripigliarono l'incivilimento in ordine inverso. In quest'ordine trovarono i più
gravi ostacoli avendo dovuto separare la professione dell’armi da quella del’arti
e della mercatura. Per questo, bisogna sempre porsi il problema di un corretto
modo di sviluppo e ora, nella società industriale, l'incivilimento è una
continua disposizione delle cose e delle forze della natura pre-ordinata dalla
mente ed eseguita dall'energia dell'uomo in quanto tale disposizione produce
una colta e soddisfacente convivenza. Nella collezione degl’articoli di
economia politica e statistica civile si trova espressa la fiducia nella
sviluppo capitalistico e nella libera concorrenza economica, difesa contro le
tesi di SISMONDI che vede nello sviluppo industriale una spaventosa sofferenza
in parecchie classi della popolazione. I poteri pubblici fano rispettare le
corrette regole della libertà di con-correnza, cosa che non avviene in
Inghilterra dove ora si favorisce il popolo contro i mercanti, ora i possidenti
e i mercanti contro il popolo e intanto si applica ancora il protezionismo. E inoltre
un paese in cui non si applica IL DIRITTO ROMANO, fonte di equità civile. La
mentalità empirica degl’inglesi non consente loro di pre-vedere ma solo di
constatare i fatti. Polemizza col Saint-Simon, dottrinario che ostacola la
libera con-correnza, assegna ogni ramo d'industria a guisa di privilegio
personale, favorisce il popolo miserabile contro i produttori e abolire il
diritto di eredità. I saintsimoniani vogliono far lavorare e poi lavorare senza
dirmi il perché. Progresso non è che lavoro. Questo è l'ultimo termine, questo
è il premio. L'uomo, secondo Saint–Simon, dovrebbe sempre progredire lavorando
con una indefinita vista e senza stimolo. Ma voler far progredire l'industria e
il commercio col togliere la possidenza è come voler far crescere i rami col
distruggere il tronco. La proprietà ha un carattere naturale e, come la natura
è la base di ogni società, negare la proprietà significa distruggere ogni
possibilità di convivenza civile. Partendo dalla sua vasta esperienza
giurisprudenziale e politica, auspica una nuova forma di filosofia civile, che
studia le forme e condizioni dell'incivilimento storico della nazione romana e
la nazione italiana, scoprendo la legge massima e unica delle vicende
politiche, sociali e culturali dei popoli. Riguardo al problema
gnoseologico, per R. la conoscenza proviene dai sensi ma la sensazione non è di
per sé ancora conoscenza, la quale si ottiene solo quando l'intelletto ordina e
interpreta le sensazioni secondo proprie categorie, definite logiche – logìe --,
con cui diamo segnature razionali alle segnature positive. Chiama compotenza
questa mutua concorrenza di sensazioni provenienti dall'esterno e di
elaborazione della nostra mente. Una logìa non è una idee formata nel
momento della nostra nascita, ma a sua volta è il risultato della riflessione
operata sull'esperienza empirica. La logìa è dunque a posteriori rispetto alla
sensazione passata e a priori rispetto alla sensazione attuale. Pertanto, la
conoscenza è in definitiva un a posteriori con un contenuto base
empirico. Ma cosa conosciamo in realtà? I sensi non danno conoscenza delle
cose in sé, ma di ciò che percepiamo delle cose. Conosciamo la rappresentazione
che ci formiamo della cosa. Se il fenomeno non e copie esatta del reale,
tuttavia è UN SEGNO a cui corrisponde in natura un’essere reale. Pertanto, una
cosa esiste fuori di noi, non è una creazione dell’io trascendentale. Non
essendoci evidentemente posto per una meta-fisica nella sua costruzione
filosofica, R. è attaccato dagl’spiritualisti e in particolare dal puritano
SERBATI (si veda). Può a buon diritto essere considerato il precursore del
positivismo italiano. Considera la contrapposizione di classico e
romantico – nata nell'immediatezza della restaurazione e trascinatasi per oltre
un ventennio con implicazioni letterarie, linguistiche e anche politiche - come
impropria. Cerca di dare una soluzione alla controversia attraverso la sua
concezione ilichiastica -- cioè relativa al tempo – cf. Grice, La costruzione
ilichiastica dell’io -- della letteratura, secondo la quale la filosofia e
consone all'età e al gusto del popolo romano e del popolo italiano, e suggere
che le opere contemporanee dovessero corrispondere sempre al pensiero moderno
di un popolo. L'ilichiastismo si rifà in sostanza alle sue concezioni sulla
formazione della civiltà. Così espose la sua dottrina in Della Poesia,
considerata rispetto alle diverse età della nazione romana e della nazione italiana.
Sei tu romantico? Signor no. Sei tu classico? Signor no. Che cosa dunque sei?
Sono “ilichiastico”, se vuoi che te lo dica in greco, cioè adattato alle età. Misericordia!
che strana parola! Spiegatemela ancor meglio, e ditemi perché ne facciate uso,
e quale sia la vostra pretensione. La parola “ilichiastico” che vi
ferisce l'orecchio è tratta dal greco, e corrisponde al latino “aevum”, “aevitas”
-- e per sincope, “aetas”, “età,” la quale indica un certo periodo di tempo –
nell’unita longitudinale della filosofia --, e in un più largo senso, il corso
del tempo. Col denominarmi pertanto “ilichiastico,” io intendo tanto di
riconoscere in fatto una filosofia relativa all’età, nelle quali si sono ri-trovato
e si trova il popolo romano e il popolo italiano,
quanto di professare principj, i quali sieno indipendenti da fittizie
istituzioni, per non rispettare altra legge che quelle del gusto, della ragione
e della morale. Ma la divisione di romantico e classico, voi mi direte, non è
dessa forse più speciale? Eccovi le mie risposte. O voi volete far uso di
queste due parole, ‘classico’ e ‘romantico,’ per indicare nudamente il tempo, o
volete usarne per contrassegnare il *carattere* della filosofia nelle diverse
età. Se il primo, io vi dico essere strano il denominare ‘classica’ la
filosofia romana antica, e filosofia romantica la media e moderna. L’eta antica
(palio-evo), l’eta media (medio-evo), e l’eta moderna (neo-evo), sono fra loro
distinti non da una divisione artificiale e di convenzione, ma da una effettiva
rivoluzione. Se poi volete adoperare le parole di ‘classico’ e di ‘romantico’
per contrassegnare il carattere della filosofia romana e della filosofia italiana
nelle diverse età, a me pare che usiate di una denominazione impropria. Quando
piacesse di contrassegnare la filosofia coi caratteri delle tre diverse età –
I: paleo-evo, II: medio-evo, III: neo-evo), parmi che dividere si potrebbe in I
filosofia eroica (filosofia romana antica), II filosofia teocratica (filosofia
del medio-evo), e III filosofia civile (neo-evo, moderna eta). Questi caratteri
hanno successivamente dominato tanto nella prima coltura, che è sommersa dalle
nordiche invasion dei barbari longobardi – dimenticami i goti – e d’arii -- ,
quanto nella seconda coltura, che è ravvivata e proseguita fin qui. Questi
caratteri non esistettero mai puri, ma sempre mescolati. Dall'essere l'uno o
l'altro predominante si determina il genere, al quale appartiene l'una o
l'altra produzione filosofica. Vengo ora alla domanda che mi faceste, se io
classico o romantic. E ponendo mente soltanto allo spirito di essa, torno a
rispondervi che io non sono (né voglio essere) né romantico, né classico, ma
adattato alla mia eta, ed al bisogno
della ragione, del gusto e della morale. Ditemi in primo luogo. Se io fossi
nobile ricco, mi condannereste voi perché io non voglia professarmi o popolano
grasso, o nobile pitocco? Alla peggio, potreste tacciarmi di orgoglio, ma non
di stravaganza. Ecco il caso di un buon italiano in fatto di filosofia. Volere
che un filosofo italiano sia tutto classico, egli è lo stesso che volere taluno
occupato esclusivamente a copiare diplomi, a tessere alberi genealogici, a
vestire all'antica, a descrivere o ad imitare gl’avanzi di medaglie, di vasi,
d'intagli e di armature, e di altre anticaglie, trascurando la coltura attuale
delle sue terre, l'abbellimento moderno della sua casa, l'educazione odierna
della sua figliuolanza. Volere poi che il filosofo italiano sia affatto
romantico, è volere ch'egli abiuri la propria origine, ripudj l'eredità de'
suoi maggiori per attenersi soltanto a nuove rimembranze -- specialmente
germaniche: i longobardi. Voi mi domanderete se possa esistere questo terzo
genere, il quale non sia né classico né romantico? Domandarmi se possa esistere
è domandarmi se possa esistere una maniera di vestire, di fabbricare, di “con-versare”,
di scrivere, che non sia né antica, né media, né moderna. La risposta è fatta
dalla semplice posizione della quistione. Ma questo III genere e desso
preferibile ai conosciuti fra noi. Per soddisfarvi anche su tale domanda osservo
primamente che qui non si tratta più di qualità, bensì di bellezza o di
convenienza. In secondo luogo, che questa quistione non può essere decisa che
coll'opera della filosofia del gusto, e soprattutto colla cognizione tanto
dell'influenza dell'incivilimento sulla filosofia, quanto degl’uffizj della filosofia
a pro dell'INCIVILIMENTO. Non è mia intenzione di tentare questo pelago. Osservo
soltanto che questo III genere non può essere indefinito. E necessariamente il
frutto naturale dell'età nella quale noi ci troviamo, e si troveranno pure i
nostri posteri. Noi dunque non dobbiamo sull'ali della meta-fisica errare senza
posa nel caos dell'idealismo, per cogliere qua e là l’ idea archetipo di questo
genere. Dobbiamo invece seguire la catena degli avvenimenti, dai quali nella
nostra età, essendo stata introdotta una data maniera di sentire, di produrre,
e quindi di gustare e di propagare il bello, ne nacque un dato genere, il quale
si poté dire perciò un frutto di stagione di nostra età. Per quanto vogliamo
sottrarci dalla corrente, per quanto tentiamo di sollevarci al di sopra dell’ignoranza
e del mal gusto comune, noi saremo eternamente figli del tempo e del luogo in
cui viviamo. Il secolo posteriore riceve per una necessaria figliazione la sua
impronta dal secolo anteriore. E tutto ciò derivando primariamente dall'impero
della natura che opera nel tempo e nel luogo, ne verrà che il carattere filosofico,
comunque indipendente dalle vecchie regole dell'arte, perché flessibile,
progressivo, innovato dalla forza stessa della natura, e necessariamente
determinato, come è determinato il carattere degl’animali e delle piante, che dallo
stato selvaggio vengono trasportate allo stato domestico. Posto tutto ciò,
l'arbitrario nel carattere della filosofia cessa di per sé. Si puo allora
disputare bensì se il bello ideale coincide o no col bello volgare. Se il gusto
corrente possa essere più elevato, più puro, più esteso; ma non si potrà più
disputare se le sorgenti di questo bello debbano essere la mitologia pagana degl’antichi
romani – o dei longobardi -- piuttosto che i fantasmi cristiani, i costumi
cavallereschi piuttosto che gl’eroici, le querce, i monti o i castelli gotici,
piuttosto che gl’archi trionfali, le are e i templi ROMANI. Il carattere
attuale sarà determinato dall'età attuale e dalla località. Vale a dire dal
genio nazionale romano e dal genio nazionale italiano eccitato e modificato
dalle attuali circostanze, il complesso delle quali forma parte di quella
suprema economia, colla quale la natura governa le nazioni della terra. Finisco
questo discorso col pregare i miei concittadini a non voler imitare le
femminette di provincia in fatto di mode, e ad informarsi ben bene degli usi
della capitale. Leggano gli scritti teoretici, e soprattutto le produzioni di
LA FILOSOFIA SETTENTRIONALE, e di leggieri si accorgeranno che se havvi in essa
qualche pizzo di romantica poesia, niuno si è mai avvisato né per teoria né per
pratica di essere né esclusivamente romantico né esclusivamente classico nel
senso che si dà ora abusivamente a queste denominazioni. Troveranno anzi
essersi trattati argomenti, e fatto uso di similitudini e di allusioni
mitologiche anche in un modo, che niun LATINO O ROMANO antico MERIDIONALE si
sarebbe permesso. Il solo libro dell'Alemagna della signora di Staël ne offre
parecchi esempi. Il pretendere poi presso di noi il dominio esclusivo
classico, egli è lo stesso che volere una poesia italiana morta, come una
lingua italiana morta. Quando il tribunale del tempo decreta questa
pretensione, io parlo con coloro che la promossero. Durante il periodo del regno
italico, è iniziato massone nella loggia r. giuseppina di Milano, di cui è in
seguito oratore e maestro venerabile. È grande esperto all'atto della
fondazione del grande oriente esponente di primo piano della massoneria di palazzo
Giustiniani, grande oratore aggiunto del grande oriente e in questa funzione
autore di vari discorsi massonici. Altri saggi: “Genesi del diritto penale”; “Che
cos'è uguaglianza”; “Che cos'è libertà”, “Introduzione allo studio del diritto
pubblico universale”; “Principi fondamentali di diritto amministrativo”, “Della
costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa”; “Dell'insegnamento
primitivo delle matematiche”; “Della condotta delle acque”; “Che cos'è la mente
sana?”; “Della suprema economia dell'umano sapere in relazione alla mente sana”;
“Suprema economia dell'umano sapere”; “Della ragion civile delle acque nella
rurale economia”; “Vedute fondamentali sull'arte logica”; “Dell'indole e dei
fattori dell'incivilimento con esempio del suo risorgimento”; in Collezione
degli articoli di economia politica e statistica e civile, con annotazioni di
Giorgi (Milano, Perelli e Mariani); Opere, Milano, Perelli e Mariani, La
scienza delle costituzioni, I Discorsi
Libero-Muratori, L'acacia Massonica, Scritti filosofici, Milano, Ceschina,
Scritti filosofici (Firenze, Monnier); Stringari, R. fisico; Lanchester, R.
costituzionalista, Giornale di storia costituzionale, Macerata: EUM-Edizioni
Università di Macerata, Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori (Mimesis-Erasmo,
Milano-Roma); Studi in onore, Milano, Giuffrè, Per conoscere R., Milano,
Unicopli, Albertoni, “La vita degli stati e l'incivilimento dei popoli nella
filosofia politica di R.” (Milano, Giuffrè); Mereu, “L'antropologia
dell'incivilimento in R. e CATTANEO (si veda)” (Piacenza, La Banca); E. Palombi,
“Introduzione alla Genesi del Diritto penale” (Milano, Ipsoa); Tarantino,
Natura delle cose e società civile. SERBATI e R.” (Roma, Studium); Treccani Dizionario
di storia, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, L'Unificazione,
Dizionario biografico degl’italiani, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero. Gian Domenico Romagnosi. Romagnosi. Keywords: scienza simbolica,
scienza simbolica degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la terza Roma, la
prima Roma, la prima eta, la terza eta, la logica di Genovese, la matematica,
Sacchi, Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Romagnosi,"
per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Grice
e Romanoto: la ragione conversazionale e l’implicatura -- filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Roma). To be identified.
Grice e Roncaglia: la ragione conversazionale alla palestra – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo Italiano.
Studia a Roma e Firenze sotto GREGORY (si veda) e MAIERÙ (si veda). Insegna a Tuscia
e Roma. Si dedica alla storia logica fra il medio-evo e Leibniz. Saggi: “Intero
e frammentazione” (Roma, Laterza); Rivista di filosofia dell'intelligenza
artificiale e scienze cognitive ; “Palaestra rationis: una discussione sulla
copula e la modalità” (Firenze: Olschki); Università Roma Tre. Dimissioni
organi consultivi Mi BACT. Note a margine del concorso per CCCCC funzionari del
Ministero Beni Culturali: mezzo bibliotecario per ogni biblioteca? E la tutela
di libri e manoscritti chi la fa? Tuscia. Gino Roncaglia. Roncaglia. Keywords:
palestra. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Roncaglia” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Ronchi: la ragione conversazionale e la ragione conversativa --
il conversativo, o, filosofia della comunicazione – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Forlì). Filosofo Italiano. Si laurea a
Bologna e consegue il dottorato a Milano sotto SINI. Insegna all’Aquila. Dirige
“Filosofia al presente” per Textus, di L’Aquila e “Canone minore” per Mimesis
di Milano. Dirige la scuola di filosofia Praxis. Si dedica alla passione --
“Sapere passionale” (Spirali, Milano) e alla questione della comunicazione
intesa filosoficamente come partecipazione alla verità e fondamento ontologico
della stessa pratica filosofica (“Teoria critica della comunicazione: dal
modello vei-colare al modello conversazionale” (Mondatori, Milano) -- Grice: “I
like ‘conversativo,’ Almost a Spoonerism for ‘conservative’!” --; “Filosofia
della comunicazione. Il mondo come resto e come teo-gonia” (Boringheri,
Torino). Propone una revisione del
modello vei-colare o standard della comunicazione e una critica al paradigma
linguistico del vivente. Al problema della raffigurazione e al suo rapporto col
dicibile nella filosofia è invece dedicato “Il bastardo: figurazione
dell’invisibile e comunicazione indiretta” (Marinotti, Milano). Grice: “This shows a distinction between
‘ingelese italianato.’ To call indirect communication bastard would be a bit
too much at Oxford!” --. Grazie ai suoi studi su Bergson
si è segnalato come una voce significativa della cosiddetta “Bergson
renaissance”. – cf. Grice, “Speranza e la cosidddetta “Grice renaissance””. In
“L’interpretazione” (Marietti, Genova) e “Una sintesi” (Marinotti, Milano) guarda a
Bergson come a un filosofo in grado di dare risposta a questioni tuttora aperte
del dibattito filosofico. Bergson non è un filosofo irrazionalista,
spiritualista, ostile alla scienza e ai suoi metodi. Per lui la filosofia è un
metodo rigorosamente empirista, che consente la massima precisione possibile
nella descrizione dei fenomeni. Bergson è anzi il filosofo che cerca di emancipare
la scienza da quanto di meta-fisico è ancora inconsapevolmente presente nelle
sue pratiche. Con le sue celebri nozioni di “durata” e di “memoria” (cfr.
Grice, “Personal identity: my debt to Bergson”) ha costruito un nuovo modello
di intelligibilità del divenire, alternativo a quello del Lizio, in grado
finalmente di spiegare, senza riduzionismi, il “vivente” quale e descritto
dalla biologia evoluzionista. Il pensiero bergsoniano è presentato come
uno snodo essenziale della filosofia. La sua dirompente attualità è mostrata
attraverso un confronto sistematico con la fenomenologia, l’esistenzialismo,
l’ermeneutica, il pensiero della differenza e l'epistemologia della
complessità. Al tempo stesso però,
Bergson è ricollocato dall’interno della tradizione filosofica come un
capitolo, tra i più alti, dell’indagine filosofica sulla natura: un capitolo
che continua l’opera di quei filosofi e di quei teologi che, dai accademici a
Cusano fino a Grice e GENTILE, hanno provato a pensare la natura come vita
vivente e come divinità immanente. Impegnato in una definizione e ri-abilitazione
del filosofico contro il pericolo della sua dismissione (“Come fare: per una
resistenza filosofica”, Feltrinelli, Milano), proprio grazie al confronto con
Bergson e ai filosofi amici di quest’ultimo -- Grice, and Grice’s immediate
sources: Gallie and Broad -- define la sua posizione filosofica inscrivendola in
una costellazione ben precisa, ancorché minoritaria -- “Canone minore: verso
una filosofia della natura” (Feltrinelli, Milano). Empirismo radicale, realismo
speculativo e “pragmatica” “trascendentale” sono le definizioni che, più di
altre, esprimono il senso e la direzione della sua ricerca, improntata com'è a
criticare quella che chiama “la linea maggiore della filosofia” e che definisce
dualistica, soggettivistica e antropo-centrica. In una parola: moderna.
Da Kant sino a Derrida, la filosofia è stata infatti caratterizzata dal primato
accordato alla finitudine, alla contingenza, all'intenzionalità griceiana, alla
negazione e al linguaggio e la semiotica. La filosofia di questa linea maggiore
è, in fondo, un’antropo-logia cui oppone una filosofia del processo
radicalmente monista e immanentista che contesta la tesi dell'eccezione umana e
che non pone come apriori il principio della correlazione soggetto-mondo -- anche
nella versione offertane dall'ermeneutica e dalla fenomenologia. Alla svolta
trascendentale kantiana è opposta quella cosmologica whiteheadiana e, al
dispositivo aristotelico del Lizio potenza/atto, dispositivo insufficiente a
cogliere la natura naturans, la nozione di gentiliana di “actus purus”. La
linea minore della filosofia è, infatti, anche e soprattutto una linea megarica
che, alla potenza logico-linguistica e umana troppo umana dei contrari,
sostituisce una potenza che non può non esercitarsi -- sia essa quella dell’uno
di Plotino, della sostanza di Spinoza o della durata di Bergson. La filosofia della
linea minore è una filosofia del processo -- categoria che oppone
all’aristotelica Kinesis del Lizio -- che, pur confutando il nulla e il
possibile come pseudo-problemi, non sacrifica il carattere creativo e dinamico
del reale. Il problema filosofico del rapporto uno-molti da sempre al centro
della riflessione cioè risolto nei termini di una co-generazione reciproca fra
i differenti per natura, in cui questa differenza non di grado tra il principio
e il principiato funziona come causa dell’immediato essere uno dei molti
ed esser molti dell’uno, ossia come la causa di quella unità cangiante di tutte
le cose che chiama immanenza
assoluta. Altri saggi: “Luogo comune: verso un'etica della scrittura” (Bocconi);
“La scrittura della verità: per una genealogia della teoria” (Jaca, Milano); – modello conversativo. Grice: “As I say, I like ‘conversativo;’
perhaps I should adopt it! ‘conversative,’ rather than the
pompous ‘conversational’! -- Liberopensiero. Lessico filosofico della
contemporaneità (Fandango, Roma); Brecht. Introduzione alla filosofia (et al.,
Correggio ) Zombie outbreak: la filosofia e i morti-viventi (Textus, L'Aquila );
Credere nel reale (Feltrinelli, Milano); Dispositivi (Orthotes, Napoli) -- realismo
speculativo, Sini, Gentile. Ronchi. Keywords: filosofia della comunicazione,
immanenza, in defense of the minor league, natura naturans, Gentile, atto puro,
implicatura conversativa. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ronchi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Rosandro: la
ragione conversazionale degl’amici filosofi – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher who becomes an acquaintance of Elio
Aristide.
Grice e Rosatti: la
ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano Marcello Vitali Rossati.
Grice e Rosselli: la filosofia
italiana nel ventennio fascista – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo. Important Italian philosopher. There
is a R. Circle in Rome. Teorico del socialismo liberale, un socialismo
riformista non marxista direttamente ispirato dal laburismo inglese e dalla
tradizione storico-politica del radicalismo liberale e libertario. Fonda a
Firenze il foglio clandestino “Non mollare e insieme a Nenni, la rivista
milanese “Il quarto stato”. Fonda il movimento anti-fascista “giustizia e libertà”,
che combatté per la repubblica nella guerra civile spagnola, all'interno della colonna
italiana R., costituita assieme agl’anarchici. Ucciso in Francia insieme con il
fratello R. da assassini legati al regime fascista. Nato da una famiglia politicamente
attiva, avendo partecipato alle vicende del Risorgimento italiano: Pellegrino R.,
tra l'altro zio della futura moglie di Nathan, sindaco di Roma, è un seguace e
stretto collaboratore di MAZZINI (si veda) ed un Pincherle è nominato ministro nella
Repubblica di S. Marco, instauratasi nel Triveneto a seguito d'una massiccia
insurrezione anti-asburgica guidata da Manin e Tommaseo. I R. abitato per
un considerevole periodo a Vienna. Si trasferirono a Roma. Qui, dopo la propria
nascita, venne alla luce il fratello R. La madre, separata, si trasferì
con i suoi figli a Firenze, dove frequentarono la scuola. R. mostra in quel
periodo poco interesse per gli studi e la madre lo ritira dal ginnasio,
facendogli frequentare la scuola tecnica. L'entrata in guerra dell'Italia è
accolta con entusiasmo dai R., decisamente interventisti. Il fratello maggiore
è arruolato come ufficiale di fanteria e muore in combattimento. R. collabora al
foglio di propaganda «Noi», fondato dal fratello, anche se l'editoriale Il
nostro programma, è redatto con buone probabilità da lui. Il manifesto, che
l'ingenuità di due ragazzi indirizza verso una fiduciosa speranza in un mondo
migliore, propone sin da allora alcuni tratti fondamentali della sua personalità,
ossia un amore incondizionato per l'umanità e la spinta all'azione nel solco
dello spirito mazziniano, che lo inserisce nel filone dell'interventismo
democratico. Per «Noi», licenza saggi, uno sulla rivoluzione russa, altro sull'entrata
in guerra degli Stati Uniti. “Libera Russia” esalta il risveglio del paese
di Gorkij, Tolstoj e Dostoevskij, supremi interpreti di un rinnovamento in atto
già dal secolo precedente, per cui la rivoluzione non e che il punto culminante
di una lunga preparazione all'avvento di una società più giusta. Vi è tutta una
massa che sale lentamente, inesorabilmente. La marcia si puo ritardare ma non
impedire. Dei recentissimi eventi, inoltre, viene esaltata la componente
pacifica, la loro attuazione relativamente non violenta. Il saggio “Wilson”
mostra tutta la fiducia nutrita per l'uomo che define il conflitto come “una
guerra per porre fine alle guerre”, uno slogan che rappresenta bene le sue speranze
di e di tutta la famiglia R.. È chiamato alle armi. Frequenta a Caserta
il corso allievi ufficiali e venne assegnato a un battaglione di alpini in
Valtellina. La guerra finisce senza che egli avesse dovuto sottomettersi al
battesimo del fuoco. Il contatto con militari e molto importante per lui. Apprezza
la massa furon posti in grado di comprendere tante cose che sarebbero loro
certamente sfuggite nel loro isolamento di classe o di professione. Diplomatosi
all'istituto tecnico, si iscrive a Firenze al corso di scienze sociali,
laureandosi a pieni voti con una tesi, Sindacalismo italiano,” e si prepara a
sostenere anche gl’esami di maturità classica per ottenere il diritto di
frequentare altri corsi universitari. Tramite il fratello, conosce Salvemini,
professore a Firenze, che e da allora un costante punto di riferimento per
entrambi i fratelli. Gli fa rivedere il suo saggio sul sindacalismo
rivoluzionario, che giudica non un saggio critico, equilibrato, sostanzioso, ma
in essa e incapsulata un'idea fondamentale: la ricerca di un socialismo che fa
sua la dottrina liberale e non la ripudiasse. S’avvicina al partito socialista,
simpatizzando, in contrapposizione all'allora maggioritaria corrente
massimalista di Serrati, per quella riformista di Turati, che egli ha poi modo
di conoscere a Livorno durante lo svolgimento del congresso del partito, che
sance la definitiva scissione dell'ala di sinistra interna filo-bolscevica che
prende il nome di partito comunista, e scrive svariati saggi per “Critica
Sociale”. MUSSOLINI sale al potere. I riformisti di TURATI sono espulsi dal partito
socialista. Si trasfere a Torino, dove frequenta il gruppo della “rivoluzione
liberale», in quel momento fortemente impegnata in senso anti-fascista, e con
la quale incomincia a collaborare. Conosce Matteotti, del partito socialista unitario,
nel quale erano confluiti GOBETTI (si veda) e la componente riformista espulsa
dal partito socialista, come Rossi. A Firenze, il gruppo dei socialisti
liberali che si raccoglie intorno alla figura carismatica di Salvemini inaugura
un circolo di cultura. Oltre ai R. vi sono Calamandrei, Finzi, Frontali,
Jahier, Limentani, Niccoli e Rossi. Gli ex-combattenti del circolo adereno all'associazione
anti-fascista “Italia libera”. Si laurea a Siena, con “Prime linee di una teoria
economica dei sindacati operai” e parte per Londra, stimolato dal desiderio di
conoscere la capitale del laburismo, di seguire i seminari dei fabiani e di
assistere al congresso delle unioni operaie. Vi è anche Salvemini, che tene un seminario
sulla storia della politica estera italiana al King's. Tornato in Italia
grazie anche ai buoni uffici di Salvemini, si impiega come assistente
volontario a Milano. Prosegue la sua collaborazione a “Critica Sociale” di
Turati. Vi pubblica un articolo, invitando il partito socialista a rompere con
il marxismo, che giudicava espressione di cieco e tortuoso dogmatismo, per
mettersi piuttosto sulla linea di un sano empirismo all'inglese. Collabora con
la rivista del partito socialista unitario, «Libertà», scrivendo proprio un saggio
sul movimento laburista inglese. Dopo il delitto Matteotti s'iscrive al partito
socialista unitario. Spera invano che in Italia si costituisse una seria
opposizione anti-fascista moderata in grado di offrire un'alternativa politica
alla borghesia che guarda con simpatia al fascismo. Una di queste avrebbe
potuto essere l'unione democratica nazionale d’Amendola, alla quale adere il
fratello. D’Inghilterra invia al giornale del partito socialista unitario la
«Giustizia», le corrispondenze sull'evolversi della situazione politica
inglese, successiva alla vittoria elettorale dei conservatori e alla rottura
dell'alleanza tra laburisti e liberali. E pessimista sulle condizioni
politiche dell'Italia. La secessione aventiniana non produce effetti, con i
suoi sterili tentativi di accordo con il re, con i generali e i fascisti
dissidenti. Del resto, i fascisti stano re-agendo. Lo dimostrano anche
devastando il circolo di cultura, che, come non basta, venne chiuso dal
prefetto con una singolare motivazione. La sua attività provoca il giusto
risentimento del partito dominante. Lasciato l'incarico a Milano, insegna a Genova.
Scrive a Salvemini. Forse non ha apparentemente alcuna positiva efficacia, ma
io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione, dando esempi di
carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi. Appare così
con la collaborazione di Rossi, Salvemini, Calamandrei, Traquandi, Vannucci e il
fratello, che ne ha proposto il nome, il foglio clandestino “Non mollare”. Alcuni
redattori della rivista sono Traquandi, Ramorino, Rossi, Emery, e i due R. La
denuncia di un tipografo provoca la repressione e la dispersione d’alcuni tra i
redattori del foglio. Rossi riusce a fuggire a Parigi, Vannucci in Brasile,
Salvemini è arrestato a Roma è denunciato per vilipendio del governo fascista. In
attesa del processo, messo in libertà provvisoria, a causa delle minacce dei
fascisti, passa la notte a Firenze, in casa dei R., che non sono ancora fra i
sospettati. Gli squadristi però, venuti a conoscenza del fatto, devastano
l'abitazione il giorno dopo. Scrive R. ad Ansaldo. Io sono di ottimo umore e
l'altra sera ho financo bevuto alla distruzione compiuta! Se i signori fascisti
non hanno altri moccoli, possono andare a dormire. Aspetteranno a lungo la mia
rinuncia alla lotta. Ormai preso di mira dai fascisti, è aggredito a Genova
mentre si reca all'università e poi disturbato durante la sua lezione, con la
richiesta del suo allontanamento. Si attiva infine lo stesso ministro
dell'economia, Belluzzo, che chiede il suo licenziamento. A questo punto,
prefere dimettersi. Pochi giorni dopo, a Firenze, sposò con rito civile
una laburista venuta a Firenze a insegnare nel British Institute, conosciuta da
R. al circolo della cultur. Lapide commemorativa: «In via Ancona vive il
martire anti-fascista e qui ha sede la redazione del ‘Quarto stato,’ rivista
socialista a difesa della libertà e della democrazia. R. vive a Milano, dove fonda
con Nenni la rivista «Il quarto stato’. La rivista ha vita breve, venendo
chiusa con l'entrata in vigore della legge sui provvedimenti per la difesa
dello stato fascista italiano. Scopo della pubblicazione è il tentativo di
rappresentare un punto d'incontro di tutte le forze socialiste e di sviluppare
temi di politica culturale al cui centro e il perfezionamento degl’uomini e
l'elevamento della vita dei cittadini. Con Treves e Saragat costitue un
trium-virato che, costitue clandestinamente il partito socialista dei lavoratori,
che prende il posto del partito socialista unitario, sciolto d'imperio dal
regime fascista a causa del FALLITO ATTENTATO A MUSSOLINI da parte del suo
iscritto ZANIBONI. Bova, Turati, R., Pertini e Parri a Calvi in Corsica dopo la
fuga in motoscafo da Savona. Oganizza con Oxilia, Pertini e Parri l'es-patrio
di Turati a Calvi in Corsica, con un moto-scafo partito da Savona. Mentre
Turati, Pertini e Oxilia proseguirono per Nizza, Parri e Rosselli, ritornati
con il moto-scafo a Marina di Carrara, SONO ARRESTATI, nonostante tentassero di
sostenere d’essere reduci d’una gita di piacere. È accusato anche di aver
favorito la fuga d’Ansaldo, di Silvestri, di Treves e di Saragat. Venne
detenuto nelle carceri di Como, poi inviato al confino di Lipari in attesa del
processo. Quando e ricondotto da Lipari a Savona per essere processato,
nell'isola siciliana giunge il fratello, condannato a V anni di confino.
Al processo si difende attaccando il regime fascista. Il responsabile primo e
unico, che la coscienza degl’uomini liberi incrimina è il fascismo che con LA
LEGGE DEL BASTONE, strumento della sua potenza e della sua nemesi, inchioda in
servitù milioni di cittadini, gettandoli nella tragica alternativa della supina
acquiescenza o della fame o dell'esilio. La sentenza, rispetto alle previsioni,
e mite: X mesi di reclusione e, avendone già scontati VIII, avrebbe potuto
essere presto libero. Ma una nuova legge speciale permisero alla polizia di
infliggergli *altri* III anni di confino da scontare a Lipari. La vita al
confino trascorre con le letture filosofiche di Croce, Mondolfo, l’epistolario
di Marx ed Engels, e Kant. Intanto, si prepara la fuga, che venne
organizzata dall'amico di Salvemini Tarchiani. Evase da Lipari con Nitti e
Lussu, con un moto-scafo guidato dall'amico Oxilia diretto in Tunisia, da cui
poi i fuggiaschi raggiunsero la Francia. Nitti narra l'avventurosa evasione in “Le nostre prigioni --
e la nostra evasione”, mentre R. racconta le vicende del confino e
dell'evasione in “Fuga in IV tempi”. A Parigi, con Lussu, Nitti, e un gruppo di
fuoriusciti organizzati da Salvemini, e fra i fondatori del movimento anti-fascista
"Giustizia e libertà". “Giustizia e Liberta” pubblica diversi numeri
della rivista e dei quaderni omonimi ed e attiva nell'organizzazione di diverse azioni
dimostrative, tra cui il volo sopra Milano di Bassanesi. Critica appassionatamente
il marxismo ortodosso, colonna portante della stragrande maggioranza dei vari
schieramenti politici socialisti. Il socialismo liberale propugnato da R. si
caratterizza quale una creativa sintesi della tradizione del marxismo
revisionista, democratico e riformista -- quello, tra gli altri, di Bernstein,
Sombart, Turati e Treves -- ed il socialismo non marxista, libertario e de-centralista
-- come quello di Merlino, Salvemini, Cole, Tawney e Jászi. Attacca dirompente contro lo stalinismo della terza
internazionale che, con la formula del “social-fascismo” accomuna social-democrazia, liberalismo borghese e
fascismo. Non stupisce perciò che uno fra i più importanti stalinisti,
Togliatti, define il socialismo liberale
un magro libello anti-socialista e R. un ideologo REAZIONARIO che nessuna cosa
lega alla classe operaia. “Giustizia e libertà” adere alla concentrazione anti-fascista, unione di
tutte le forze anti-fasciste non comuniste – REPUBBLICANI, socialisti, CGL -- che
intende promuovere e coordinare ogni possibile azione di lotta al fascismo. Pubblica
i "Quaderni di giustizia e libertà". Dopo l'avvento del nazismo
in Germania, “Giustizia e liberta” sostenne la necessità di una rivoluzione
preventiva per rovesciare i regimi fascista e nazista prima che questi
portassero a una nuova tragica guerra, che a “Giustizia e Liberta” sembra l'inevitabile
destino dei due regimi. Bandiera della colonna italiana, nota anche come centuria
giustizia e libertà, che sostenne i repubblicani nella guerra civile spagnola. Scoppie
in Spagna la guerra civile tra i rivoltosi dell'esercito filo-monarchico, che
effettuarono un colpo di stato, e il LEGITTIMO GOVERNO REPUBBLICANO del fronte popolare
di ispirazione marxista. È subito attivo nel sostegno alle forze repubblicane,
criticando l'immobilismo di Francia e Inghilterra. I fascisti aiutano FRANCO
con uomini e armi agl’insorti. Combatte la sua prima battaglia. Cerca poi
di costituire un vero e proprio battaglione -- intitolato a Matteotti. La
prima formazione italiana, che prende poi, dopo l'uccisione dei due fratelli,
il nome di colonna italiana R., annovera tra i 50 e i 150 uomini, reclutati fra
gl’esuli italiani in Francia dal movimento “Giustizia e libertà” e dal comitato
anarchico. Tra questi c'erano anche gl’anarchici Marzocchi e Berneri. Marzocchi
scrive sulla comune esperienza anti-fascista di anarchici e di militanti di “Giustizia
e Libertà”, "R. e gl’anarchici". In un discorso, pronuncia la
frase che poi diverrà il motto degli anti-fascisti italiani: "Oggi in
Francia, domani in Italia". È con questa speranza segreta che siamo
accorsi in Ispagna. Oggi qui, domani in Italia. Fratelli, compagni italiani,
ascoltate. È un volontario italiano che vi parla dalla radio. Non prestate fede
alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari come
orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta. A contrasti con gl’anarchici
si dimette da comandante della colonna e fonda il battaglione Matteotti. Soggiorna
a Bagnoles-de-l'Orne per delle cure termali, dove è raggiunto dal fratello.
Sono uccisi da una squadra di miliziani della Cagoule, formazione eversiva di
destra francese, su mandato, forse, dei servizi segreti fascisti e di Ciano. Con
un pretesto sono fatti scendere dall'automobile, poi colpiti da raffiche di
pistola. R. muore sul colpo; il suo fratello, colpito per primo, venne finito
con un'arma da taglio. I corpi vennero trovati due giorni dopo. I colpevoli,
dopo numerosi processi, riusciranno quasi tutti a essere prosciolti. I R.
sono sepolti nel cimitero monumentale parigino del Père Lachaise. I familiari
ne traslarono le salme in Italia, a Trespiano. Salvemini tenne il discorso
commemorativo alla presenza del presidente della Repubblica. La tomba riporta
il simbolo della spada di fiamma, emblema di “Giustizia e Liberta”, e l'epitaffio
scritto da Calamandrei. Giustizia e liberta. Per questo morirono per questo
vivono. L'unico saggio pubblicato da R. mentre è in vita è
"Socialismo liberale", scritto durante il confino a Lipari, in una
situazione di semi-prigionia. “Socialismo liberale” si pone in una posizione
eretica rispetto ai partiti della sinistra italiana del suo tempo -- per i
quali “Il capitale” di Marx, variamente interpretato, è ancora considerato come
la bibbia. Indubbiamente è presente l'influsso del laburismo inglese, da lui
ben conosciuto. In seguito ai successi elettorali del partito laburista, R. è
infatti convinto che l'insieme delle regole della democrazia liberale sono
essenziali non solo per raggiungere il socialismo, ma anche per la sua concreta
realizzazione -- mentre nella tattica leninista queste regole, una volta preso
il potere, debbono essere accantonate. Pertanto, la sintesi del pensiero
rosselliano è: "il liberalismo come metodo o mezzo, il socialismo come
fine". Pisacane, L'idea di rivoluzione propria della dottrina
marxista è fondata sulla concezione della dittatura del proletariato -- che, in
realtà, già ai tempi di R. si sta traducendo, in unione sovietica, nella
dittatura del vertice di un solo partito. Essa viene respinta da R., a favore
di una rivoluzione che, come si nota nel programma di “Giustizia e liberta”, è
un sistema coerente di riforme strutturali mirate alla costruzione di un
sistema socialista che non rinnega, ma anzi esalta, la libertà individuale e
associativa. Alla luce dell'esperienza spagnola -- difesa dell'organizzazione
sociale di Barcellona compiuta dagli anarchici durante la guerra civile -- e
dell'avanzata del nazismo, R. radicalizza la sua posizione libertaria. Influenzato
dalle idee di Mazzini e di Pisacane, R. propugna il socialismo liberale: il
fine è il socialismo, il metodo o mezzo il liberalismo, un metodo o mezzo che
garantisce la democrazia e l'autogoverno dei cittadini. Il liberalismo deve
svolgere una funzione democratica, il "metodo o mezzo liberale" è il
complesso di regole del gioco che tutte le parti in lotta si impegnano a
rispettare, regole dirette ad assicurare la pacifica convivenza dei cittadini,
delle classi, degli stati, a contenere le lotte -- peraltro desiderabili se
limitate. La violenza è giustificabile come risposta ad altra violenza -- per
questo è giusta la lotta contro il franchismo e sarebbe stata auspicabile in
Italia una rivoluzione violenta in risposta al fascismo. Il socialismo è una
logica conclusione del liberalismo. Socialismo significa libertà per tutti. R.
ha fiducia che la classe del futuro è la classe proletaria, la borghesia deve
fare da guida al proletariato. Il fine è la libertà per tutte le classi. Archivio
R. Bio. Tranfaglia, Dall'interventismo a “Giustizia e Libertà” (Bari, Laterza).
Il circolo di cultura a Firenze, chiuso da Mussolini, e rifondato a liberazione di Firenze appena
avvenuta, per iniziativa del Partito d'Azione e dei soci superstiti e
intitolato ai R.. Assunse così il nome di circolo di cultura politica R. La sua
prima manifestazione è presieduta da Calamandrei. Con decreto del presidente
della repubblica è stata costituita ed eretta in ente morale la Fondazione
Circolo R. per sostenerne l'attività. Martino:
Fuorusciti e confinati dopo l'espatrio clandestino di Turati nelle carte della
R. Questura di Savona in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia
Patria, Savona, e Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R. Questura,
Gruppo editoriale L'espresso, Roma. Commissione di Milano, ordinanza contro lui
(“Intensa attività antifascista; tra gli ideatori del giornale clandestino “Non
mollare” uscito a Firenze. Favoreggiamento nell'espatrio di Turati e Pertini”),
Pont, Carolini, L'Italia al confine, Le ordinanze di assegnazione al confino
emesse dalle Commissioni provinciali, Milano, ANPPIA, La Pietra, Cfr. Commissione di Firenze, ordinanza contro
N. R. (“Attività antifascista”), Pont, Carolini,
L'Italia al confino Le ordinanze di
assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali, Milano, ANPPIA, La Pietra, Cfr. La storia
sotto inchiesta: Fuga da Lipari, un esilio per la liberta trasmesso da Rai
Storia. Il discorso di R. su Roma civica.net in.
Fiori, Casa R., Einaudi); Franzinelli, “Il delitto R.: anatomia di un
omicidio politico” (Mondadori, Milano). Altre saggi: “Oggi in Spagna, domani in
Italia” (Einaudi, Torino); “Scritti politici e auto-biografici (Polis, Napoli);
Ciuffoletti e Caciulli (Lacaita, Manduria); Lettere Salvemini, Tranfaglia,
«Annali della Fondazione Einaudi, (Torino); “Socialismo liberale” (Einaudi); Il
Quarto Stato» di Nenni e Rosselli, Zucàro, Sugar Co, Milano, Epistolario
familiar (SugarCo, Milano); Socialismo liberale, J. Rosselli (Einaudi, Torino);
Socialismo liberale, J. Rosselli, introduzione e commento di Bobbio, «Attualità
del socialismo liberale» e «Tradizione ed eredità del liberal-socialismo»,
Einaudi Tascabili. Saggi, Scritti dell'esilio. «Giustizia e libertà» e la
concentrazione anti-fascista Costanzo Casucci, Collana Opere scelte” (Einaudi,
Torino); “Scritti politici, Ciuffoletti e Bagnoli, Guida, Napoli, -- una grossa
anteprima del libri. Scritti dell'esilio. Lo scioglimento della concentrazione
anti-fascista, Casucci (Einaudi, Torino); Liberalismo socialista e socialismo
liberale, Terraciano (Galzerano, Casalvelino Scalo), Giustizia e libertà,
Limiti e Napoli, prefazione di Larizza, Roma, con la tesi sul sindacalismo (Firenze).
Scritti scelti, Furiozzi, “Quaderni del Circolo R.” (Alinea Editrice, Firenze);
Salvemini, “Scritti Vari”, Agosti e Garrone, Feltrinelli, Milano, Opere scelte,
Cultura e società nella formazione, buona anteprima del pensiero di Salvemini
con i rapporti e la grangia politica correlata Gremmo "Alla Cagoule"
Silenzi e segreti d'un oscuro delitto politico. Storia Ribelle, Biella.
Garosci, "Vita", U, Roma, Giustizia e Libertà, Levi, "Ricordi” La
Nuova Italia, Firenze («Quaderni del Ponte»). Merli, "Il dibattito
socialista sotto il fascismo. Lettere di Morandi, Rivista storica del
socialismo», ricompreso in Id., "Fronte anti-fascista e politica di
classe. Socialisti e comunisti in Italia,
Donato, Bari, Movimento operaio; Tranfaglia, "Dall'interventismo
all'antifascismo", «Dialoghi del XX», Cfr. il informazioni su volume "R. e l'Aventino:
l'eredità di Matteotti", «Il movimento di liberazione in Italia», Cfr.
stralcio di "L’Aventino. L'opposizione diventava per la prima volta
opposizione, minoranza; come minoranza, avrebbe potuto darsi una psicologia
virile, d'attacco. Ma aveva troppi ex nelle sue file, era troppo appesantita da
uomini che avevano gustato le gioie del potere e della popolarità.» «Fu
questo il miracolismo dell'Aventino. Credere di poter vincere con le armi
legali l'avversario che ha già vinto sul terreno della forza. Pregustare le
gioie del trionfo mentre si riceve la botta più dura. Evitare tutti i problemi.
Gobetti dice. L’Aventino ha un mito, il mito della cautela" -- sperando
che la borghesia dimentichi Quanto alle masse popolari, che si mostravano nei
primi giorni in stato di effervescenza, guai a chi avesse tentato metterle in
movimento! Solo i comunisti e le minoranze giovani chiesero lo sciopero
generale. Ma le opposizioni non vollero, per non spaventare la borghesia e il
sovrano. R. dall'interventismo a «Giustizia e Libertà»" (Laterza, Bari, Biblioteca
di cultura moderna); in appendice: scritti di R. e Lettera di R. a Nenni; "Dal
processo di Savona alla fondazione di Gustizia e Liberta, Le fonti di
«Socialismo liberale»", «Il movimento di liberazione in Italia», Lolli,
"Alcuni appunti per una lettura del «Socialismo liberale» di R.", «Il pensiero politico», Fedele,
"Lo «Schema di programma» di «Giustizia e Libertà», Belfagor, Bagnoli,
"L'esperienza liberale di R.,, Italia Contemporanea, L'antifascismo
rivoluzionario dei «Quaderni di Giustizia e Libertà»", «Ricerche Storiche»,
Santi Fedele, "Storia della concentrazione anti-fascista prefazione di Tranfaglia
(Feltrinelli, Milano); Garbari, "I «vinti» della Resistenza. Nel
quarantesimo del sacrificio di R. e R.", «Studi Trentini di Scienze
Storiche», a"«Quarto Stato» di Nenni e R.", Tavola rotonda fra Bauer,
Grimaldi, Spadolini, Zucàro, «Critica Sociale», Valiani, "Il pensiero e
l'azione”, Nuova Antologia, Tranfaglia, "L'anti-fascismo", «Mondo
Operaio», Vivarelli, "Salvemini", «Il pensiero politico», Poi
compreso Spadolini, "R. nella lotta per la libertà", con lettere tra
Reale e R., «Nuova Antologia», Colombo, "R. e il «Quarto Stato»",
«Nord e Sud», "Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia
d'Italia", Atti del convegno internazionale organizzato a Firenze dall'Istituto
storico della Resistenza in Toscana, dalla Giunta regionale toscana, dal Comune
di Firenze, dalla Provincia di Firenze (Nuova Italia, Firenze); Bauer, "R.
e la nascita di Giustizia e Liberta in Italia". Petersen, “Giustizia e
Libertà in Germania”; Guillen, "La risonanza in Francia dell'azione di Giustizia
e Liberta e dell'assassinio dei R.”; Rosengarten, "R. e Trentin, teorici
della rivoluzione italiana”; Salvadori, "Giellisti e loro amici degli
Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale". Fedele, "Giellisti e
socialisti dalla fondazione di GL alla politica dei fronti popolari”; Zunino,
"Giustizia e Libertà e i cattolici”; Garosci, "Le diverse fasi dell'intervento
di Giustizia e Libertà”; Marzocchi, “Gli’anarchici"; citazione sottostante
da un articolo di Finetti. Infatti considera una barbarie le stragi di
anarchici in Catalogna, tra cui l'uccisione di Berneri, l'anarchico che lo affiancava nella
guida della prima colonna italiana formata da MMM anti-fascisti, i primi
accorsi -- e si ricorda, nel prosieguo, anche la ferma presa di posizione delle
brigate partigiane di Giustizia e Libertà quando Canzi e rimosso da comandante
unico della XIII zona operante nel piacentino e grazie a questa presa di
posizione e reintegrato dopo un breve arresto. Le brigate partigiane di
Giustizia e Libertà sono in gran parte
influenzate dal pensiero di R.. Tommasini, "Testimonianza -- L'eredità di Giustizia e Libertà". Piane,
"Rapporti tra socialismo liberale e liberalsocialismo". Codignola, “Giustizia
e Liberta e Partito d'azione". Tranfaglia, "R.", in "Il
movimento operaio italiano; “Dizionario biografico", Andreucci e Detti,
Editori, Roma, Colombo, "R. e il socialismo liberale", «Il Politico»,
Bagnoli, "Di un dissidio in «Giustizia e Libertà». Lettere di Levi, Giua,
Chiaromonte, Garosci «Mezzosecolo»,
Centro studi Gobetti, Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, Archivio
Nazionale Cinematografico della Resistenza, Annali Cirillo, "Il socialismo",
Fasano, Cosenza); Lussu, "Lettere e
altri scritti di «Giustizia e Libertà»", Brigaglia, Libreria Dessì,
Sassari. informazioni su Storia della Sardegna di Brigaglia, son presenti
correlazioni fra i succitati personaggi. "Le componenti mazziniana e
cattaneanea in Salvemini e nei R.. Belloni", Convegno, Domus Mazziniana, Pisa. Arti
Grafiche Pacini & Mariotti, Pisa, Comprende: Colombo, "Il «Quarto
Stato»" Varni, "Derivazioni mazziniane nella concezione sindacalista
di R.", Ceva, "Aspetti politici dell'azione di R. in
Spagna", Tramarollo, "R. e il regime",
Bagnoli, "Il revisionismo di R.",
in "Guida alla storia del partito socialista. La ripresa del pensiero
socialista tra eresia e tradizione", Talluri, «Quaderni del Circolo R.», Galasso,
"La democrazia da CATTANEO (si veda) a R.", (Monnier, Firenze); «Quaderni
di storia», R. , Una tragedia italiana" (Bompiani, Milano); Kostner,
"R. e il suo socialismo liberale", Lalli, Poggibonsi, Linee politiche;
Bagnoli, "Tra pensiero politico e azione", Passigli, Firenze, Colombo,
"R. e il socialismo liberale", in "Padri della patria.
Protagonisti e testimoni di un'altra Italia", Angeli, Milano, («Ricerche
storiche» ). Invernici, "L'alternativa di «Giustizia e Libertà». Economia
e politica nei progetti del gruppo di R.", Angeli, Milano («Studi e
ricerche storiche»). Valiani, "Da Mazzini alla lotta di liberazione",
«Nuova Antologia», Scacchi, Colombo, presentazione di Spadolini, Casagrande,
Lugano, («Quaderni europei»). Vivarelli,
"Le ragioni di un comune impegno. Ricordando Salvemini, R. e R., i, Rossi",
«Rivista Storica Italiana», Spadolini, "R. e R.: le radici mazziniane del
loro pensiero", Passigli, Firenze («Letture R.»). Malandrino,
"Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da R. a Silone"
(Angeli, Milano); Bandini, "Il cono
d'ombra: chi armò la mano degl’assassini dei fratelli R.?", SugarCo,
Milano, Colombo, "I R., due guardiani per l'albero della libertà", "Voci
e volti della democrazia. Cultura e impegno civile da Gobetti a Bauer", Monnier,
Firenze («Quaderni di storia»), Nel nome dei R.. Quaderni del Circolo R.»,
Angeli, Milano, Muzzi. "A più voci,
Arfé, Casucci, Garosci, Malgeri, Rapone, “Scritti dell'esilio", Il Ponte, Il
carteggio dei R. con Silvestri", Gabrielli, «Storia Contemporanea», Fedele,
"E verrà un'altra Italia. Politica e cultura nei «Quaderni di Giustizia e
Libertà»" (Angeli, Milano, Collana di Fondazione di studi storici Turati);
Ciuffoletti, Il mito della rivoluzione russa e il comunismo", in
"Socialismo e Comunismo, Il Ponte, Bagnoli,
"La lezione di R., La nuova storia. Politica e cultura alla ricerca del
socialismo liberale, Festina Lente, FNicola Tranfaglia, "Sul socialismo
liberale"; "Dilemmi del liberalsocialismo", Bovero, Mura,
Sbarberi (Nuova Italia, Roma, «Studi Superiori, Scienze Sociali»). Atti del convegno
"Liberal-socialismo: OSSIMORO o sintesi?", organizzato ad Alghero Dipartimento
di Economia istituzioni e società dell'Università Sassari. -- fu pubblicato il
primo numero di “Libertà”, periodico legato all'ala socialista del movimento
antifascista, il sottotitolo fu la frase di Marx ed Engels: Alla società
borghese, con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe, subentrerà
un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione
del libero sviluppo di tutti e, su invito Treves, Mondolfo e Levi, Rosselli
scrive un articolo “Il partito del lavoro in Inghilterra” in cui R. riafferma una
parte del suo pensiero del periodo. Il partito laburista in base agl’elementi
che lo compongono può definirsi come una federazione di gruppi economici e di
gruppi politici. In realtà è l'organizzazione politica federativa ed
associativa del movimento operaio più vecchio e potente del mondo. Suppa,
"Note su R.: temi per due tradizioni", in I volume "dilemmi del
liberal-socialismo, Puppo, Il Quarto Stato, L'attualità di R. e del socialismo
liberale. Dialoghi tra: Bosetti, Foa, Maffettone, Marzo, Tranfaglia, Supplemento
a di Croce Via, Edizioni Italiane, Napoli, Atti del dibattito svoltosi a Napoli
in occasione della presentazione
italiana del volume "Liberal socialism", lavoro di Urbinati, tradotto
da William McCuaig, Princeton, Princeton, Urbinati, "La democrazia come
fede comune", «il Vieusseux», Bagnoli,
Rosselli, "Gobetti e la rivoluzione democratica. Uomini e idee tra
liberalismo e socialismo", La Nuova Italia, Firenze («Biblioteca di
Storia»). Casucci, "La caratteristica ", con un vademecum,
«Belfagor», Visciola, Limone, "I Rosselli. Eresia creativa, eredità originale",
Napoli, Guida, Graglia, "Unità europea e federalismo. Da Giustizia e
Libertà a Spinelli", il Mulino, Bologna) "Il dibattito europeista e
federalista in «Giustizia e Libertà»", «Storia Contemporanea», Lisetto, Le
élites. Una teoria tra l'elitismo democratico e la democrazia partecipativa",
«Scienza & Politica», Pagine scelte di economia, Visciola e Ruggiero,
Firenze, Le Monnier, Mastellone,
"Il partito politico nel socialismo liberale «Il pensiero politico», Furlozzi,
"R. e Sorel", «Il pensiero politico», L'eredità democratica da
Bignami a R.", Angeli, Milano, Mastellone, La rivoluzione liberale del
socialismo»". Con scritti e documenti inediti. Olschki, Son riportati
testi pubblicati da R. non inseriti nel
I delle «Opere scelte». R., “Dizionario delle idee", Bucchi, Riuniti,
Martino, Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R. Questura,
Roma, Gruppo editoriale L'espresso, Franzinelli, "Il delitto R.: anatomia
di un omicidio politico" (Mondadori, Milano); Dilettoso, "La Parigi e
La Francia di R.: sulle orme di un umanista in esilio", Biblion, Milano. Bagnoli.
Il socialismo delle libertà. Polistampa, Milano, Bagnoli. Socialismo, giustizia
e libertà. Biblion, Milano, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Iacchini, Socialismo liberale ma... vero!,
Movimento Radical Socialista brigata Garibaldi. Archivio dei R.. I fratelli R.,
genesi di un delitto impunito. Berneri. Vite parallele d’Ortalli (da
"Umanità Nova" Fondazione R., Centro di ricerca, Circolo R. Firenze, "Pecora" Socialista e liberale. Bilancio
critico di un grande italiano, su politica magazine. Spini, "Perché i R.
parlano ancora a questa Italia", sul sito repubblica. Carlo Alberto
Rosselli. Keywords: sindacalismo, sindacalismo revoluzionario, laburismo, partito
laburista, I fabiani, Mill, Bonini, liberalismo, sindacato, sindicato nella
storia italiana, sindacato in Roma antica, socialismo liberale – l’ossimoro di
R.. Refs.: Luigi Speranza, “Rosselli e Grice,”
per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Rosselli.
Grice e Rosselli: la filosofia italiana nel ventennio fascista –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Diresse il mensile “Noi”. Discusse con SALVEMINI la tesi di laurea su “MAZZINI (si veda) e il
movimento operaio”. Pubblica saggi su riviste storiche italiane, tra’altri, “MAZZINI
e Bakunin: XII anni di movimento operaio in Italia” (Torino, Einaudi), e “PISCANE nel Risorgimento italiano” (Torino,
Einaudi) -- raccolti in “Saggi sul Risorgimento italiano” (Torino, Einaudi). Inizia
a far politica ed è col fratello R. (si veda) tra i fondatori del giornale
"Noi". Col fratello e con Calamandrei, e col patrocinio di Salvemini,
fonda un circolo di cultura -- chiuso dai fascisti. Fa parte dei fondatori del
gruppo fiorentino di “Italia libera”, fra cui, oltr’al fratello, Bocci, Rochat,
Vannucci, Traquandi. Adere alla fondazione dell'unione nazionale delle forze liberali
e democratiche promossa d’Amendola, e partecipa alla fondazione del giornale
anti-fascista clandestine, “Non Mollare”. Arrestato e condannato a V anni di
confino a Ustica. Rilasciato, venne nuovamente arrestato e condannato a V anni
di confino a Ustica e Ponza, dopo la fuga da Lipari del fratello. Ottenne, su
intercessione di Volpe il passaporto, con una sollecitudine che ad alcuni
amici, tra cui Calamandrei, parve sospetta e motivata dal fine di arrivare
attraverso lui al rifugio del suo fratello. A Bagnoles-de-l'Orne è assassinato d’una
squadra di miliziani della Cagoule, formazione eversiva di destra su mandato,
forse, dei servizi segreti fascisti e di Ciano. Con un pretesto vengono fatti
scendere dall'automobile, poi colpiti da raffiche di pistola. R. muore sul
colpo, R., colpito per primo, viene finito con un'arma da taglio. I corpi
vengono trovati due giorni dopo. I colpevoli, dopo numerosi processi,
riusciranno quasi tutti ad essere prosciolti. Commissione di Firenze,
ordinanza contro R. (“Attività
antifascista”). Pont, L'Italia al confine: l’ordinanze d’assegnazione al
confino emesse dalle commissioni provinciali, Milano (ANPPIA/La Pietra), Ustica celebra la libertà dei R., profilo di
Volpe, profile nel sistema informatico dell'archivio di stato di Firenze. Fiori,
Casa R., Einaudi, Franzinelli, Il delitto R.: anatomia d’un omicidio politico”
(Mondadori, Milano). Altri saggi: “ “Inghilterra e regno di Sardegna” (Torino,
Einaudi); Ciuffoletti, “Un filosofo sotto il fascismo: lettere e scritti vari”
(Firenze, Nuova Italia); Colombo, I colori della libertà fra storia, arte e
politica” (Milano, Angeli);Belardelli (Catanzaro, Rubettino); Visciola, “La scuola
di storia moderna e contemporanea. La prima fase della ricerca di storia
diplomatica, in Politica, valori e idealità, Maestri dell'Italia civile, Rossi,
Roma, Carocci, Visciola, “Soi "maestri". Il rinnovamento della
storiografia italiana fra le due guerre, in i R.: eresia creativa eredità
originale, Visciola e Limone, Guida, Napoli, Visciola, Uno filosofo salla
ricerca della libertà in tempi difficili: appunti sparsi per una biografia
complessiva ancora da scrivere, in I fratelli R.. L'antifascismo e l'esilio,
Giacone e Vial, Roma, Carocci, Tramarollo, “Tra mazzinianesimo e socialismo”, Belardelli, Un filosofo anti-fascista” (Passigli,
Firenze); «Il filo rosso». Il carteggio di i R. con Silvestri, Gabrielli,
Storia, Franzinelli, “Il delitto R.: anatomia d’un omicidio politico” (Mondadori,
Milano). Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sabatino, R.. Nello Rosselli. Rosselli.
Keywords: risorgimento, Mazzini, operaismo, movimento operaio, risorgimento
italiano, Piscane. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosselli” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Rosselli: la ragione conversazionale dell’apologeticus, o implicature
cucullate -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Gimiliano). Filosofo italiano. Far dobbiamo onorevole menzione di lui,
letterato insigne del suo tempo e filosofo di grido, Cattedratico in Napoli ed
in Salerno; il quale, a dir del Barrio, partitosi pel genio di visitare
l'Africa, e ucciso dal proprio schiavo. Della famiglia di cui è stata la madre
del celeberrimo Scorza, matematico distintissimo, istruttore, autore di merito,
ed illustratore della scienza per metodi ed invenzioni, morto non ha guari in
Napoli. Conchiudendo adunque, pare non dubbio essere stato Nifo calabrese di
origine, ed avere avuto tra noi i primi rudimenti di letteratura, tali da
avergli dato a vivere. Dal contesto di scrittori calabresi, contemporanei
alcuni, e vivuti altri dopo breve tempo della morte di lui, a cui noto veniva
per recente tradizione, chiaramente se ne rivela il vero. Discepolo del celebre
NIFO (si veda), per la sua dottrina e prescelto a leggere filosofia per più
anni a Salerno. Saggi: “Apologeticus adversus cucullatos philosophiae
declamatio ad Leonem X Oratio habita Patavi in principio suarum disputationum;
“De propositione de inesse secundum Aristotelis mentem libellu” --- LIZIO -- ;
“Universalia Porphiriana”. Calabria, Le biografie degl’uomini illustri delle
Calabrie, Accattatis, Di questo filosofo si occupano nei loro studi, tra gli
altri, Zambelli e Franco. "Rosselli di Gimigliano. Dalle origini a
noi" (O/esse) che ricostruisce la sua vita e le sue opera. Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. L'Apologeticus
adversos cucullatos è un'opera del filosofo Tiberio Rosselli (1490 Gimigliano -
1560 Africa), pubblicata nel 1519 a Parma grazie a Girolamo Sanvitale che
accoglie il filosofo calabrese presso la sua corte di Fontanellato. Apologeticus adversos cucullatos Autore
Tiberio Rosselli 1ª ed. originale 1519 Genere Apologia Lingua originale latino
La prefazione dell'Apologeticus che consiste in una storia delle vicende che
portano alla sua composizione, è dedicata al vescovo di Lodi, Ottaviano Sforza,
figlio naturale di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano. Alla fine
dell'Apologeticus si legge una peroratio, che non è più rivolta allo Sforza, ma
al Conte di Belforte, Gerolamo San Vitale di Parma, suo mecenate. Dopo questa Peroratio, si legge la
declamatio e infine sei brevi componimenti poetici in lode all'autore; chiude
il foglio il seguente colofone: “Tiberii Russiliani Sexti Calabri Apologetici
Finis ad laudem Individuae Trinitatis”.
L'esemplare parigino reca sul frontespizio, sotto i titoli, un breve “Ad
librum Carmen”, composto da due distici elegiaci; mentre nell'ultimo foglio
sotto il colofone presenta la seguente annotazione a mano: “Parmae MDXX”, e
cioè il luogo e la data della stampa.
Che il libro sia stato stampato a Parma viene confermato da Girolamo
Armellini, il quale, nel suo libro, intitolato Jesus vincit, scritto proprio
contro l'Apologeticus, fornisce queste notizie:
«...dopo l'abiura sotto riportata, temendo tutti i luoghi sicuri,
profugo delle varie scuole d'Italia, si portò a Parma...ivi di nascosto stampò
l'opera sua velenosa; scoperto il suo inganno da me inquisitore, (come
richiedeva il diritto) viene chiamato in giudizio, coperto dallo scudo della
contumacia; viene condannato all'anatema, vengono requisiti i volumi stampati,
vengono interdetti e bruciati. Dopo che in seguito venne scoperto fuggiasco a
Pisa, e, cosa veramente impudente, nel mentre andava in cerca di una cattedra
di filosofia, per mezzo della quale potesse infettare i giovani col veleno
della sua perfidia, con la forza e l'aiuto dell'allora reverendissimo Cardinale
Dè Medici ed ora Papa Clemente VII codannammo che fosse arrestato e che in tale
posizione fosse rinchiuso nelle carceri di Firenze; da queste carceri tuttavia
col favore di alcuni scappò libero prima che gli fosse fatto il processo.» Tiberio scampa all'ira di Armellini, il quale
non potendolo processare, compone contro di lui lo scritto già menzionato, il
cui lungo titolo richiama tutti i capitoli dell'Apologeticus.Tiberio
Russiliano-Sesto. Tiberio Rosselli. Rosselli. Keywords: apologeticus, adversus
cucullatos philosophiae; de propositione de inesse, universalia porphiriana,
Lizio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosselli” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rossetti: la ragione conversazionale del fratello perduto –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Vasto). Filosofia
italiana. Grice: “A philosopher can also discover an ‘antro di pipistrelle.”” Filosofo,
illuminista poli-edrico, poeta estemporaneo, tragedio-grafo, archeologo e
speleo-logo, da Martuscelli. Studia a Napoli e Roma. Si trasfere a Elba.
Ceelbra la liberazione del gran ducato di Toscana con il canto estemporaneo“La
superbia dei galli punita” (Firenze, Gio). Si sposta in Sardegna, sotto la
protezione del vice-ré Carlo. A Sassari compose e rappresenta la tragedia “Morte
di S. Gavino” (Oristano, Arborense). Si sposta in Provenza, a Nizza, dove scopre
la piramide di Falicon, che gl’ispira un poema, “La grotta di Monte-Calvo”
(Parma). In seguito, si trasfere a Torino, dove conosce Caluso, e si stabilisce
a Parma. Inizia a dirigere “Il Taro”. Altri saggi: “Cantata in occasione
d'essere l'augusto imperator de’francesi Napoleone I coronato re d'Italia” (Parma,
Luigi); La note” (Parma, Paganino); “Alla tomba di Hoffsteder” (Parma, Luigi);
“Ode saffica” (Parma, Giuseppe Paganino); “Le nozze d’Esculapio De Cinque” (Lanciano,
Carabba); “Annibale in Capua (Napoli, Flautina); A. Lombardi, Storia della
letteratura italiana” (Venezia); Andreola,
Biografia degl’uomini illustri del regno di Napoli’ Gervasi, La famiglia Pietrocola di Vasto; Spadaccini, “R.
e le sue battaglie per la libertà”; R. e quei versi ispirati dalla cacciata dei
francesi, Catania, R. e la grotta del monte Calvo, Mugoni, “Il fratello perduto:
R. e R.”, in Studi medievali e moderni. Nei panni dello speleo-logo ante
litteram, si avventura in una cavità del monte Calvo, scoprendo nelle viscere
della terra un antro, che ama definire fascinoso ed insieme orribile. Ne
celebra la scoperta con la pubblicazione di “La grotta del monte Calvo”; dato alle
stampe a Torino, per i tipi di Domenico Pane, Parma. A Pezzana sub-entra nella
direzione. Si mostra più attento alle notizie scientifiche e contribue ad
introdurre nel periodico notizie leggere, come favole e indovinelli che il più
delle volte incensano il nome di Napoleone. Con la sua direzionei supplementi
al periodico, da semplici elenchi riguardanti le vendite per espropriazioni
forzate, si trasformamo in pagine che arricchiscono i contenuti culturali e di
svago della testata. Marchesani, Storia di Vasto, Apruzzo Citeriore, Napoli,
Torchi dell'Osservatore Medico, retro copertina di Spadaccini, “R. e la Grotta
di Monte Calvo: tra mistero e leggenda” (Lanciano, Torcoliere); Martuscelli. Saggi:
“Opere” (Parma, Paganino); “Ai liberatori dell'Italia: ode di Tavanti; Chiari
nella Condotta, Anelli, Ricordi di storia vastese, Arte della stampa, Oliva, “Abum
di famiglia: documenti, testimonianze, immagini” (Lanciano, Carabba); Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Domenico
Rossetti. Rossetti. Keywords: il fratello perduto, la Dora, L’Emonia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Rossetti” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rossi: la ragione conversazionale della volontà e della
temperanza -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Appignano
del Tronto). Filosofo italiano. Grice:
“Rossi touches many Griciean points: universalia, strength of will, and etc. –
he also commented, like I did, on Aristotle’s metaphysics.” Attivo filosofo fra Aureolo e Rimini, dalla parte di Occam e Cesena, e
oppositore di Giovanni XXII, nelle dispute dei fraticelli, che portarono alla
sua espulsione dall'ordine. Ha idee innovative e spesso influenti in teologia
filosofica, filosofia naturale, metafisica e teoria politica. Soprannominato
come "doctor succinctus" e "doctor praefulgidus", come
osservabile dalle iscrizioni su uno degli affreschi del convento di Bolzano, e studiato
e commentato soprattutto per alcune tesi risalenti del suo commento alle sentenze,
i Libri IV Sententiarum dichiarazioni autorevoli sui passi biblici che l'opera
riune di LOMBARDO. Le sue vedute contribuiscono all'evoluzione della filosofia
basso-medievale. Appignano del Tronto fa parte all'epoca della Marca di
Anconada. Nacque da una famiglia con il nome di Rossi (Rubeus). Studia sotto Scoto.
Insegna a Perugia. Sottoscrive la risoluzione con la quale viene dichiarata
lecita la tesi secondo la quale Cristo e gl’apostoli non mai possedeno beni. Prende
parte attiva alle lotte interne riguardanti la povertà che divide l'ordine.
Insieme a Michele da CESENA, Occam e BONAGRAZIA di Bergamo, sostenne una regola
di assoluta povertà per i successori di Cristo e per la chiesa. Si ribella a
Giovanni XXII, sostenendo il suo avversario, l'imperatore Ludovico. I
francescani che rifiutano la condanna della critica dei frati minori della
bolla Cum inter nonnullos di Giovanni XXII sono accusati d’eresia. Questo
avvicina l'ordine allo schieramento anti-papale rappresentato da Ludovico. Questi
era divenuto ostile a Roma dopo che Roma
rifiuta la conferma e l'incoronazione come imperatore dopo l'elezione a re di
Germania, preferendogli Federico I. Ludovico scomunicato, rispose con un Appello.
Con esso Roma fra l'altro, viene accusato d’eresia, quindi delegittimato per la
sua presa di posizione nella disputa sulla povertà. Lo scontro divenne acceso,
la conciliazione di CESENA al capitolo
di Lione falle. Cesena venne convocato e trattenuto ad Avignone insieme a BONAGRAZIA
da Bergamo ed Occam. R. come lector nello studio generale dell'ordine,
sottoscrive una protesta redatta da CESENA contro l'operato di Giovanni XXII. Ludovico i
giunge in Italia, prende la corona imperial. Dichiarato deposto Giovanni XXII.
Nomina Pietro da Corbara, con il nome di Niccolò V. Scomunicato da
Giovanni XXII, R. decide di raggiungere, fuggendo, Ludovico a Pisa con i suoi
con-fratelli prigionieri. Ancora una volta si ribella per protestare contro la
sua scomunica. A Pisa i quattro pubblicano un documento, l'”Appellatio maior”,
nel quale Giovanni XXII e dichiarato eretico per la sua posizione nella
questione della povertà. Lui e i suoi compagni andano però perdendo le simpatie
all'interno dell'ordine. Il tentativo di CESENA di impedire lo svolgimento
del capitolo generale convocato a Parigi falle, mentre la riunione dell'ordine
conferma la scomunica di CESENA ed elesse, quale nuovo ministro generale Guiral
Ot, ovvero Geraldo di ODDONE, favorevole alla curia. Lui e i suoi compagni
sono condannati ed e formalmente confermata la loro scomunica. R. ispira la
protesta espressa nelle “Allegationes religiosorum virorum”, che dichiara
invalida la deposizione di Cesena e l'elezione di Oddone, per l'esclusione di
metà degl’aventi diritto alla partecipazione al capitolo. I quattro
francescani, con Marsilio da Padova, entrano a far parte della curia di
Ludovico. Con lui, raggiunsero Monaco di iera, ove si stabilirono nel convento.
Perseguitato dalle autorità ecclesiastiche in Italia, fa una ritrattazione
formale -- che dove servire da esempio per tutti i dissidenti successivi -- e
si riconcilia con la chiesa e con l'ordine. Nel Improbatio, si concentra sulla
determinazione di quando e dove i diritti di proprietà hanno origine per
sostenere la convinzione che Cristo vive in povertà assoluta. Distingue tra due
tipi di proprietà: la proprietà prima della caduta di Adamo, e la proprietà
dopo. La proprietà prima della caduta di Adamo, nota anche come la proprietà
dello stato pre-lapsario, momento in cui tutte le creature del divisno si
rallegrarono nella felicità, sono profondamente collegati tra loro, e condivisa
nella creazione del divino. La proprietà dopo la caduta d’Adamo è stata causata
dal primo peccato d’Adamo, rendendo la questione del diritto di proprietà distintamente
umana. Giovanni XII nega che l'origine della proprietà è legato agl’esseri
umani, sostenendo che e il peccato d’Adamo in sé ad esserne la causa. R. convene
che, senza peccato non c’è il diritto di proprietà. Tuttavia, il peccato non
porta immediatamente al concetto di diritto di proprietà. Sostenne che la legge
umana è responsabile della formazione del concetto di diritto di proprietà, non
la legge divina. Usa la storia di Caino e Abele, citando volontà corrotta di
Caino per sostenere la sua convinzione. Fiorirono una serie di studi nel
contesto della filosofia naturale in relazione alla dottrina del Lizio del
movimento applicata al moto del proiettile. Per Aristotele un corpo inanimato si
muove spontaneamente verso il loro luogo naturale. Un corpo in movimento deve
alla presenza continua, e per contatto, di un motore che dirige il corpo verso
un’altra direzione. Già Filopono mosso logiche obiezioni a questa
dottrina. Con la definizione di un “impeto”,
la discussione prosegue, ripresa d’AQUINO. Solo con R. si giunse a
conclusione. La sua teoria sul moto del proiettile o moto para-bolico, indicato
come virtus de-relicta (forza rimanente), è descritta nelle sezioni di suoi
commenti sulle Sentenze che spiegano la consacrazione dell'Eucarestia, in una
quaestio sull’efficacia dei sacramenti. Il moto di un corpo è causato da una
forza lasciata dal corpo che agiva su di essa forza, quella forza residua
impressa al proiettile durante il lancio. A differenza della teoria
dell'inerzia che ha lo scopo di spiegare solo il fenomeno naturale, la sua teoria
della virtu de-re-licta è una spiegazione che include i fenomeni naturali e
sopra-naturali. Questa virtu derelicta spiega diversi tipi di moto perpetuo e finite
ed è destinato a tener conto delle variazioni innaturali. Gli elementi chiave
della de-re-licta virtu includono: Un corpo viene messo in moto da un
altro corpo, che lascia la forza rimanente in corpo in movimento. All'inizio di
un dato movimento, la ‘de-re-licta’ virtu puo lavorare con o contro la naturale
disposizione del corpo in movimento. Se funziona *contro* il corpo in
movimento, la virtus derelicta si dissipa ed eventualmente lascia il corpo,
cessando il moto. Se funziona *con* il corpo in movimento, la virtus derelicta
rimane nel corpo, provocando il potenziale moto perpetuo. Ci sono stati diversi
filosofi prima del suo tempo, come ad esempio Richard Rufus di Cornovaglia che sembrano
disporre già di versioni della “virtus derelicta”. Quindi non è chiaro se
questa teoria sia veramente originta autonomamente da lui. Tuttavia, filosofi
come Buridano e Odonis utilizzano la teoria di R. per affinare i propri
concetti di virtus derelicta, confermando che gioca un ruolo chiave
nell'evoluzione della filosofia sulla fisica. Nel secondo libro dei Commentari
sulle Sentenze, si focalizza su come la volontà potrebbe agire contro la
ragione con conseguente colpevolezza morale. Se la volontà potrebbe o agire
prima, o contro giudizio razionale. La volontà è la causa dell'azione. Dopo che
l’agente elabora un giudizio, la sua volontà decide di agire sia in conformità
con tale giudizio o *contro* di esso. La volontà e il termine medio tra
giudizio e azione. Senza di volonta, il giudizio richiederebbe un'azione,
negando il concetto di libero arbitrio e colpevolezza morale. Inoltre, la
volontà dell’agente è sotto una legge che *obbliga* a compiere un atto buono.
Senza questo impegno non ci sarebbe peccato, o colpevolezza morale. Per
rispondere a come la volontà dell’agente puo andare contro tale obbligo,
distingue tra l’atto apprensivo e l’atto gidicativio. L’atto apprensivo è
necessario per far funzionare la volontà. L’atto apprensivo è frutto della cognizione
intellettuali e del giudizio. L’atto giudicativo è formato dalla *conoscenza* più
complessa in cui il ragionamento si applica giudiziosamente. La volontà non
richiede un atto giudicativo da eseguire. Ciò spiega come gl’esseri umani sono
in grado di peccare. La volontà non dipende da un giudizio *razionale*. Per
evitare l'obiezione che il giudizio è necessario per il ragionamento e non può
essere ignorato nel processo deliberativo, offre un'ulteriore distinzione tra *conoscenza*
apprensiva e *conoscenza* giudicativa, e due tipi di giudizi riflettenti
razionali. Queste distinzioni consentono un giudizio da selezionare su un'altra
causa della forza che riceve da essere *selezionato* dalla volontà. Altri
saggi: “Improbatio contra libellum Domini Johannis qui incipit Quia vir
reprobus, una confutazione alla bolla papale di Giovanni XII. Quodlibet cum
quaestionibus selectis ex commentario in librum Sententiarum. Affronta i
principali temi: le relazioni delle persone divine all'interno della trinità e
il rapporto tra il creatore e il mondo, la libertà di dio nel creare, la pre-scienza
divina e la pre-destinazione alla salvezza. “Sententia et compilatio super
libros Physicorum Aristotelis Quaestiones praeambulae et Prologus” -- Riflette
sullo statuto scientifico della teologia e della metafisica. Distingue primi
libri prima ad decimam Questes super metaphysicam. Repertorium biblicum Medii
Aevi, IMatriti Visita triennale di O. Civelli, Picenum seraphicum, Ratisbona,
Chronica de ducibus ariae, Leidinger, in Mon. Germ. Hist., M. Firenze, Compendium chronicarum fratrum minorum, in
Arch. franc. hist., Emmen, in Lex. fA. Heysse, Descriptio
codicis Bibliothecae Laurentianae Florentinae S. Crucis, Plut. A. Heysse, Duo
documenta de polemica inter Gerardum Oddonem et Michaelem de Caesena,
Perpiniani, Monachii, in Arch. franc.
hist., A. Pompei, Enciclopedia filosofica, Venezia, cfr. anche impeto, Possevino,
Apparatus sacer, Venezia; A. Tabarroni, Paupertas Christi et apostolorum.
L'ideale francescano in discussione Roma A. Teetaert, Deus et homo ad mentem I.
Duns Scoti. Acta Congressus scotistici Vindobonae, Roma; C. Dolcini, “Crisi di
poteri e politologia in crisi” (Bologna); “C. Dolcini, Il pensiero politico di
Michele da Cesena, Faenza, Roma, Schabel,
Il determinismo, Picenum Seraphicum. C. Schabel, “La virtus derelicta e il
contesto del suo sviluppo” in C. Schabel, “La dottrina sulla predestinazione di
Rossi,” Picenum Seraphicum, F. Giambonini, Giovanni dalle Celle, L. Marsili,
Lettere, Firenze, Repertorium Commentariorumin Sententias Petri Lombardi, F.
Tinivella, Enciclopedia cattolica, Vaticano, Gonzaga, De origine seraphicae
Religionis franciscanae, G. Cantalamessa Carboni, Memorie intorno i letterati e
gli artisti della città di Ascoli nel Piceno, Ascoli, G. Mazzuchelli, Gli
scrittori d'Italia, Brescia, G. Sbaraglia, Scrittori francescani piceni; G. Sbaraglia,
Supplementum et castigatio ad Scriptores trium Ordinum S. Francisci, Roma; I.A.
Fabricius, Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, Firenze; L. Wadding,
Annales minorum, Quaracchi, L. Wadding, Scriptores Ordinis Minorum quibus
accessit syllabus illorum qui ex eodem Ordine pro fide Christi fortiter
occubuerunt, priores atramento, posteriores sanguin. christianam religionem
asseruerunt, recensuit Fr. Lucas Waddingus ejusdem Instituti Theologus, ex
Typographia Francisci Alberti Tani, Roma, Ludger Meier, De schola franciscana
Erfordiensi. N. Glassberger, Chronica, in Analecta franciscana, II, Ad Claras
Aquas; Schneider, Mariani, “Francisci de Marchia sive de Esculo, Quodlibet cum
quaestionibus selectis ex commentario in librum Sententiarum, Spicilegium
Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Mariani, Francisci de Marchia sive de Esculo,
Sententia et compilatio super libros Physicorum Aristotelis, Spicilegium
Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Mariani, Due Sermoni, Archivum Franciscanum
Historicum Nazareno Mariani, Francesco di Appignano OFM, Contestazione,
Appignano del Tronto, Nazareno Mariani, Francisci de Esculo, OFM, Improbatio
contra libellum Domini Johannis qui incipit Quia vir reprobus, ed. (=
Spicilegium Bonaventurianum) Grottaferrata; N. Mariani, Francisci de Marchia, “Quaestiones
super Metaphysicam”; Spicilegium Bonaventurianum), Grottaferrata; N. Mariani,
Francisci de Marchia sive de Esculo, “Commentarius in IV libros Sententiarum
Petri Lombardi”; “Distinctiones primi libri a prima ad decimam”; Spicilegium
Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Mariani,
Francisci de Marchia sive de Esculo, “Commentarius in IV libros Sententiarum
Petri Lombardi; “Distinctiones primi libri a undecima ad vigesimam octavam,
Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata, N. Mariani, Francisci de Marchia
sive de Esculo, Commentarius in IV libros Sententiarum Petri Lombardi.
Distinctiones primi libri a vigesima noa ad quadragesimam octavam, Spicilegium
Bonaventurianum, Grottaferrata); N. Mariani, Francisci de Marchia sive de Esculo,
“Commentarius in IV libros Sententiarum Petri Lombardi”; “Quaestiones
praeambulae et Prologus, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata); N.
Mariani, Franciscus de Esculo, “Improbatio”, Grottaferrata); Mariani, “Questioni
sulla metafisica”, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Minorita,
Chronica. Cividali, Il beato G. dalle Celle, in Mem. dell'Accad. dei Lincei, Gauchat,
Cardinal Bertrand de Turre, Ord. min. conc. "Quaestiones in Metaphysicam",
Serino. Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, R. Lambertini, “La
proprietà di Adamo”; “Stato d'innocenza ed origine del dominium nel Commento
alle Sentenze e nell'”Improbatio” di F. d'Ascoli, in Bull. dell'Ist. stor.
ital. per il Medio Evo, Bennett, Offler, Guillelmi de Ockham Opera politica, Mancunii
S. Baluze Mansi, Miscellanea novo ordine digesta, Lucae, Cipriani, Dizionario
ecclesiastico (Torino); Collectanea franciscana, Nani, Duba, Carron, Etzkorn, “Francisci
de Marchia, “Quaestiones in secundum librum Sententiarum”, Reportatio, Quaestiones,
Leuven; Eckermann, Hugolini de Urbe
Veteri Commentarius in quattuor libros Sententiarum. Francesco d'Ascoli, Francesco della Marchia,
Francesco d'Appignano, Francisco de Esculo, Franciscus Pignano, Franciscus
Rubeus, Francesco Rossi, Schneider, A proposito della teoria dell'mpetus nella
filosofia della natura. Sbaraglia, Supplementum et castigatio ad scriptores
trium ordinum S. Francisci a Waddingo aliisve descriptos; cum adnotationibus ad
Syllabum matyrum eorundem ordinum, S. Michaelis ad ripam apud Linum Contedini,
Roma, Wadding, Scriptores Ordinis minorum, Roma, Napoli, Biblioteca Nazionale. Explicit
fratris Francisci de Marchia super primum Sententiarum secundum reportationem
factam sub eo tempore, quo legit Sententias Parisius anno Domini; Commento ai
primi sette libri della “Metaphysica” di Aristotele, N. Minorita, Cronaca, G. Pamiers,
Quodlibet “Acta, gesta et facta fuerunt
praedicta coram religiosis et honestis viris, fratribus Ordinis Minorum”, Francisco
de Esculo, in sacra theologia doctore et lectore tunc in conventu Fratrum Minorum
de Avenione. Lambert, Povertà francescana; La dottrina dell'assoluta povertà di Cristo e
degli apostoli nell'Ordine francescano, Biblioteca Francescana, Cf. MS Firenze,
Biblioteca Laurenziana, Santa Croce, pluteo, sinistra, Appellatio maior, N. Minorita, Chronica. Cui
appellationi et provocationi incontinenti adhaeserunt et eam approerunt
religiosi viri frater Franciscus de Esculo, doctor in sacra pagina. F.
d'Ascoli, Occam, Enrico di Talheim e Bonagrazia da Bergamo, Allegationes
religiosorum virorum, Baluze-Mansi in Miscellanea, Lucca e dallo Eubel in
Bullarium Franciscanum, Roma, Lambertini, “Rossi e Occam: alcuni aspetti di
un rapporto non facile, Convegno su Francesco d'Appignano; Jesi, Terra dei
Fioretti; Lambertini, F. d'Appignano ed
Occam: alcuni aspetti di un rapporto non facile in AConvegno su F. d'Appignano;
Jesi, Edizione Terra dei Fioretti; G.
Filipono, Commentari alle opere di Aristotele, “Sulla generazione e corruzione”;
“Sull'anima”; “Analitici primi”; “Analitici secondi”; “Le Categorie, Fisica,
Meteorologia Fabio Zanin, Francis of
Marchia, Virtus Derelicta. --
"How is Strength of the Will
Possible? (cfr. H. P. Grice, “I’ll show Davidson how continentia and
temperantia are POSSIBLE!”). Dopo la grande edizione
critica di Mariani, Grottaferrata, Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Centro Studi Francesco d'Appignano. Francesco
Rossi della Marca. Rossi. Keywords: continentia, temperanza, giudizio,
giudicazione, volonta, volere, atto apprensivo, appresione, atto giudicativo,
conoscenza apprensiva, conoscenza giudicativa, decisione, libero arbitrio,
colpavolezza morale, agire l’atto buono, possibilita della colpavolezza morale,
la legge, la volonta sotto la legge, giudizio razionale, agire razionale,
ragionamento, conclusione, sillogismo pratico, elezione, la caduta d’Adamo, la
teoria dell’elezione e la deliberazione, i peripatetici, virtus de-re-licta,
teoria del moto, moto perpetuo, virtus contro il corpo, virtus con il corpo,
volonta con il giudizio, volonta contro il giudizio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rossi” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Rossi: l’implicatura di Lucrezio – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (San Giorgio). Filosofo italiano. "Il
più grande e puro metafisico" nelle parole di VICO (si veda). Vive a Montefusco.
Studia a Napoli. Scrive diverse saggi tra cui il più importante rimane “Della
mente sovrana del mondo”. Altri aggi: Considerazioni
di alcuni misteri divini, raccolti in tre dialoghi, Dell'animo dell'uomo, Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. IS PUTAZ10NE UNICA DELL’ ANIMO
DELL UOMO DEPUTAZIONE UNICA Nella quale fi fciolgono principalmente gli Argomenti di Tito Lucrezio Caro contro all’Immortalità. OPERA
DEL SIGNOR D. TOMMASO ROSSI Abate Infoiato di S. Giorgio ec. -J> fi D *- All’ Illustrissimo Signor Marchese D. LO RENZO
BRUNASSI - . *§i* IN VENEZIA MDCCXXXVI. . Con Licenza de' Superiori . Digitizecf by Google rw>5'* !
•yr&Si fftm/rbr Nil tam
diffìcile eff , qtiiu qiuerendo
inveffigari poffìet . Ter.
Heautontim, A3, 4 . Se. r. % 1 ■
Digitized by Gingie ILLUSTRISSIMA % ■9
... SIGNORE — tv
Ella dimora , che in quefta
noftra Città di Montefufcolo per al - 1
kti 'DigmzSa by Coogl alcun tempo fatta avete , tanti argomenti di virtù , e nel riguardevole Uffizio di Regio Uditore , e in_> tutti gli utti -cibila vita^ avete dati ; che in ogni parte di quella ben am- pia Provincia , la lode , e’1 nome voftro nelle bocche ♦ •
degli Uomini rifuona da per tutto
. Per la qual co- fa io non folamente
ho dovuto rivolgermi verfo di V oi ad ammirarvi , ed amarvi con tutti gli altri ; ma ancora ho potuto alla de-
Digitized by Gf)ogle degniffima
perfona voftrà alcun particolare
oflequio preftare : e fi il mio
libro dell’ Immortalità dell’ A- nimo , che ora efee alla., pubblica luce, dedicare, e confecrare . Concioffiachè la V irtù fola di per fe, fen- za dover altro cercare , fia potentiffima cagione , per- ché riveriamo, ed onoria- mo colorò , che adorni ne fieno: e più quelli , che nel più alto feggio di lei col- • locati veggiamo . Nel che nondimeno , mentre l’af- : ' • fe-
lezione dell’ animo rive- . lente
, e divoto ho fegui- ta ; nel tempo
medefìmo all’ opinione del libro ,
e I9ia?r ip cr e do a -baflanza a ver provveduto. Percioc- ché io non dubito, che-» v quella mia Opericciuola , (qualunque ella ha) oltre a’ confini dell’ Italia , ed • oltre al ter mi ne d ella pre- fenteEtà,inRegioni rimo- te , ed a futuri tempi coll’ • • autorità del tifone volo , e chiaro nome voffro nom> abbia a trapaliate. Gran- de
Digitizécl by Google de
fermamente , e di gran laude degna è la
Virtù vo- ftra , che fin dalla
prima giovanezza con perpetuo tenore , belle , e laudevo- li Opere ed alle private., pe rione, ed alle pubbliche cofe profittevoli arrecan- do, fi è dimoftrata . Nel ti lumi di Giurifprudenza, quanti ivi fono , ri luffe., ella con grande ammira- zione di tutti : poiché ap- pena varcati tre luftri , a prò di litiganti , e di rei , ' tifiti a dot- V
• • . 0 . ‘ dotte , ed eleganti
, e fpi- ritofeOrazioni vi udirono * * recitare . Per la qual cofa .»■ di dì in dì Tempre più cre- ' * , fcendo l’ opinione del va- - lor voftro , del pregevole ornamento della Toga di Giudice della Gran Cor- te maturamente fu il vo- ■ ■ ■
ftro merito onorato . E in * quel
gra vidimo Miniftero con lucidezza di
feienza , e con incredibile
coftanza il dritto cammino del V e- ro Tempre tenendo , e in ogni affare la prudenza-^ ufan-
t ; • ♦ • *9 » •
• * • % » \ •
. ' ^ Digitizedby Google
ufando ; cosi bene avete *
adoperato, che l’approba- zione ,
e l’amore di ognu- * • no , e in quefti
vicini ben avventu roti tempi il
fa- vore ancora della Maeftà del Gloriofiffimo Re no- iìro avete meritato. Quin- ‘ di l’ alta di lei Regai prov- videnza , il -primo onore confervandovi intero, a moderare i Tribunali del- le Provincie, ed a tenerne gli errori , e le corruttele lontanila conofciuta V ir- tù voftra ha prefcelta . E a 2 ben
C t # .
Digitized by Google ben la Città
noftra innan- zi ad ogni altra, e tutta
la Provincia , delle diritte, fagge , e fcorte maniere-, voftre con comune ripo- fo , e comun contento co- pioii frutti han ricolti . Ne folamente nella nobili^ ma fcienza delleLeggi,ma in altre parti ancora dell’ umano fapere Voi avete molte fatiche , e vigilie-, collocate: le quali e la no- ja adergono di quegli ftu- dj , e ne ajutano l’ intelli- genza , e la cognizione di- ' > •; la- Digitized by Google latano, e compiono dell’ Uomo . Ne finalmente^, nelle pulitezze , e ameni- tà delle Lingue più belle non avete ancora efercita- to lo ’ngegno : poiché con elette Poefie tofcane e la- tine, della nobile Acade- mia Cofentina , e della,, famofa Arcadiadi Roma , ove liete aferitto , avete fuperata l’ opinione . Ma la voftra loda più ricca , e adorna £ difeopre , e più chiara , e luminofa nelle dovizie, e negli fplendori del-
delle magnifiche , e me- morande
laudi del Signor Duca di San Filippo
vo- ftro degniffimo Padre . Le quali fe non diftintamen- te narrare, ne degnamen- te celebrare , che non è luogo , ne io con niuno in- gegno potrei ; perchè fon pur voihe , debbo alme- no in alcun modo addita- re. E in particolare alcuna parte del veramente ma- ravigliofo governo , che delle pubbliche cofe egli ha fatto, nel confiderabile . .Ma-
Digitizéd t Magiftrato di
Eletto del Popolo debbo rammenta- re in ogni modo . A quel- la importantiffima ammi- ri ideazione in tempi diffi- cili , e pericolofì , con tutti i fuffragj più volte chia- mato il Signor Duca , con mirabil fapienza , e con.» incredibile iludio, e fatica i pubblici affari ha condotr ti a felice fine . Egli la pub- blica falvezza fempre me- ditando , e a quella ogni penfiero, ed ogni operai rivolgendo, una cofa affai dif-
4 difficile ha confeguita:
che per tutto il tempo, che quell’ immenfo pefo ha_» foftenutó, giammai ne per colpa murray-rtc-per qua- lunque fortunofo evento , ne di fterilità , ne di guer- re, ne di altro fimigliante, nella Città , e nel Regno la fcarfità , e la fame fiali potuto introdurre . Per- ciocché , oltre ad ogni al- tro ingegno di fcorto prov- vedimento , in ogni tem- po da lontane Regioni per lunghi tratti di mare co- t « P io -
» * * i ~’i • »- , . . _ •_ * . * — - ’ • . Digitizèd by Google piofe annone fonofì fatte approdare ne’noflxi Porti . Nel che con raro efempio di carità verfo la Patria , di o/Iequio verfo il Princi- pe , delle fue proprie fo~ ftanze molto oro ha pro- fufo . Sopra tutto di eter- na memoria degno è quel- lo, cheneiravvicinamen- todelle vittoriofe Infegne dell’invitto, pio, felice^. Re noftro, in tempi pieni di timori , e di fofpetti , premendo ancora il no- lfro Suolo le armi nemi- t'àìf b che; s
che; mercè de’fuoi alti configli
, nella Città , e contorni ogni cofa
videfi tranquilla , e quieta . Or- che le rapine , le occifio- ni , i tumulti , che i trifti , e iediziofi Cittadini in fo- Iniglianti tempi meditar fogliono , tenefiè dalla.. Città lontani; Egli folleci- , tamente le cofe alla vita neceflarie appreftando 5 e gli animi feroci della ple- be mitigati , e addolciti » co’ Signori conciliandola tran-
Digitized by Google v tranquillità , e la pace nel- la Città, e quindi in tutto il Regno fuori di ogni opi- nione ritenne . Onde po- tè dirti allora , che eglf il Signor Duca la Città fai- va , falve le vite , e foflanze de’ Cittadini al Gloiiofo Re noflro avefle ' conferva te . Caro pei - tan- „ * to al Re , alla Regai Cit- „ tà, ed al Regno, a.fublinii . degnità fi è veduto meri- tevolmente afcefo. E pri- ma il pregevoliffimo ono- : - - re ottenne già di dover b 2 Egli
Mf Digitized by Google Egli colla fua Famiglia , in uno qual più voleffe de’ nobiliffimi Seggi , fra Pa- trizj effer annoverato, e delcritto-. Pe^qticfte vie , e con ifplendidiffime affi- nità la fua Cafa nel più al- to luogo de’ Baroni , e Si- gnori del Regno ha folle- vata. Oltre al le nobili Fa- miglie Spina della Sarde- gna , e Poliaftri della.* fplendida Nobiltà Cofen- tina, in donando a Voi in Ifpofa la Signora Marche- fa D. Marianna Orenghi , Da-
4 Dama di rare doti , tutti
i pregi di quella nobiliffima Famiglia nella fua propria Cala ha trasferiti.Per chiù- ' . quella chiariffima Fami- . glia ella è nobile in Ven- timiglia ,Città principale pofla nel fuolo di Geno- • va . Ella è altresì nobile in Roma , rocca dell’Eccle- iiaftico Imperio. Ed ivi a > | quella Repubblica faggi ,>, Togati » e prodi Capita- - ni ; equi Senatori in Cam- ' dere in brieve giro più cofe pidoglio , qual fu un Gio- van
* Digitized tty Google van Angelo Orenghi , e_> degniffimi Prelati , e Car- , dinali ; tra quali il Car- dinal Niccolò Orenghi di onorata memoria , alla-, Chiefa ha donati . In ol- tre alla Signoril Cafa Maf- fa degli antichi Baroni del Vaglio gli Orenghi Eret- tamente appartengono : ' della qual Cafa fu già l’A- va paterna della Signora Marchefa , che del loda- tiffimo a memoria noftra Cardinal Girolamo Maf- facafanatte , è degnifsi- - ma
Digitized by Google ma
Pronipote. Quella pic- ciola parte delle
voftre_> amplissime lodi ho io
qui potuto ricordare, molte,' e grandi cofe lafciate ad- dietro . Dal che nondi- . meno lì può vedere , che di fommo pregio è la mia fperanza , che ’l mio li- bro , che ora al volil o me- rito inchinato vi prefen- to , dedico , e confacro j ficcome 1’ accefo delìde- riadel di voto animo mio contenta in parte ; cosi fra molte genti , e pe r mol- • . : . . " te . / ■ .
te età debba effe re .dure- vole
memoria della fervi- ti! mia ; della
quale fopra ogni altra cofa del
Mondo onorandomi--, -volentieri mi confermo f'- 1 Di U. S. Illuftriflima ma rno
Divotifs . , eri Obbligatifs. Servitore
- L' Abate Roflì di S. Giorgio .
piqiliiCd by C ÌOOglc
PREFAZIONE. Oicbè può avvenire
, che quefa mia Difputa capiti nelle
mani di alcuni , che le vane fittili- t'a , e, pregiudizj feguono ancora della vo/gar Ftlofofia ; e' fa di me fieri , che io qui alcuna cofa ne dica , che mi pare dover dire per liberarla ,
fe è pnjjìbilc , dalle coloro accufe .
Imperoc- ché eglino cerfh mente bia
finteranno leu* maniera di filofofare ,
che io ho prefo a feguire : e le
dottrine , che vi arreco t tutte, o
parte come nuove , e frane ri-
fiuteranno : e nelle ofeurità , nelle quali forza è che alcuna volta fi abbattano, e dove da' fienfi , e parlari loro i miei fi dipartono ,come fogliono in sì fatte accu
- fe di leggieri trascorrere \
fufpicberanno ancora per avventura , che
alcuna cofcu» vi fi a fionda , che colle
verità della' no- fra Santa Religione
non ben confenftt , Or io innanzi ad
ogni altra cofa /* Alti fi fimo Dio
chiamo in tefliShnio , che con-, * c
quefa + t quejla tuia fatica altro non ho io intefo
, che quelle verità , quanto più per me
fi è potuto , nell ’ ordine naturale
ancora co * fumi della Filofofia
avvalorare , e oi di quel torrente d’Eloquenza divina , con la qua- e vi avete fatta una fpezie di favellare
tutta vo- :lra propia ? perch è p ropia
di co tal Jcienza ? Del- a bellezza, e’
leggiadra de’ traf porti , che ufate_»
tutti opporti, dome debbono eflere , a quelli , che ufa l'eloquenza Umana ; perchè quefta debbe
fare dello fpirito corpo , e voi in
certo modo fate del corpo fpirito. Voi
liete degno, Signor D. Tomma- \ fo, non
già di Montefufcolo , ma della più famofa
Univerfità dell’ Europa. Laonde poiché la voilra mo- dedia, eguale alla voftra gran dottrina, e
virtù ve ne fa contento, almeno giovate
il Mondo di coterta fappfentiflìma
Scritturai la quale l’aflìcuro, che re-
cherà gloria, non che a Napoli, all’ Italia tutta , con merito grand irti rno inverfo della Pietà
, che fi ri- fonda in utilità di tutte
le Repubbliche , e molto più Criftiane:
e vi fo divota riverenza. • ■ . : > J .'ii' . i 1 : f- ». » / . \ \ 1 • ‘f * - » • -• J » • • i » - » .J ? i • Uantunque negl* infelici tempi del Gentilefimo denfiflìme tenebre d’ i- gnoranza delle cofc Divi- ne, (alvo il Popolo Ebreo, premettero tutta l’Umana generazione ; pure per lo Covrano magi- llero della Mondana fabbrica , e per
l’or- dinato, e collante corfo de’ moti
, e delle generazioni da una parte , e
per la virtù dell’Umana intelligenza, c
per 1* interna, e comun legge , e regola
delle operazio- ni della vita ,dall’
altra ; delle quali cofe, quella è certa
, ed illultre lignificazione , e quella
è chiara, ed indubitata cognizio- ne di
Dio ; aggiuntevi ancora te reliquie
della tradizione de’ primi. Uomini; pec
tutte quelle cagioni , era nondimeno nel- le menti degli Uomini altamente infitta A Topi-
«NI nz DELL* ANIMO T opinione dell’ autorità , e del principa- toDivino, edinfieme dell’ Immortalità degfi Animi umani , e del t fa patta
inferno opinioni di' loro al futuro
Secolo . E tra’Filofofi,i più gravi, e
fublimi, purgata la Religione dal- della
Satura h ttolta moltiplicazione delle Deità , e
divinale dei r dalFaltrc feoncezze, e fozzure della V ol- aumdeirvo- f U p Cr ttizione , vennero a
conofcere, on folo Autore dover vi
etterc, e un folo Arbitro di tutte le
cofe:c la Divina origi- ne , e Timmortal
condizione degli Animi noftri, e le pene
degli fcellerati, e i premji
degl’innocenti ebbero per fermi, e più
minuti , ed ofeuri , febbene ne la forma- zionc dell’ Univerfo, per potere, ed
in- ■ gegno di mente fovrana; ne l’informazio- ne del corpo umano , per condizione di mente inferiore informante , compren- dere potettero ; tuttavia la più parte di loro , ne provvidenza di Mente Eterna , r ne realità di Animo Immortale in altro modo negarono , che, nel Mondo la rea- 4* lità del Divino cflere, e nell’ Uomo , la
. verità del dovere onefto ritenendo .
Il ■ - che i moderni Epicurei con tutta
laco- ** # pia de’ lumi de’ noftri
avventurofi tempi non fanno ; come
quelli , che per eftrema ma- Digitized by Google ir
DELL’UOMO. ? malizia , ò cecità ,
non de l tut to convin- ti , per non
potere concedere in Dio rea- lità di
Edere fenza verità di legge , e nell*
Uomo verità di legge fenza realità di na- tura foffanziale ; e per non volere
l’una per l’altra in Dio , e nell’ Uomo
rirenerc; fi gittan più tofto negli
effremi dell'em- pietà del totale
annullamento di ogni realità, e di ogni
verità Divina, ed umana. Ora per forza
di que’ naturai» lumi , e di quelle
antiche origini , e’ non è da mara-
vigliare , che Lucrezio, il più fiero nemi- co del culto , e dell' Immortalità ,
abbia nondimeno per vere, ed affermi
alquante cofe , che l’infelicità de’fuoi
tempi fol po- tè fare, che noi
conduceflfero per diritto cammino al
conofcimento del Y r cro . Le quali
prima di ogni altra cofa convien notare,
con alcune altre offervazioni , % che
lafciate addietro, più intrigata, e ma-
lagcvole fenza dubbio rederebbono l’ in-
traprefa inveftigazione . E in prima quel Filofofo, dopo avere argomentato, che f/To
Lucrezio i tre Volgari Elementi ,
l’Acqua , l’Aria , g^EicZnti e’I Fuoco
doveflono l’Animo, e 1* Anima non vagliano
dell’ Uomo poter comporre ; ."■'«g* p°' LE3Èi2 con apertiflime parole, che quelle tre Na-
gfUe. A 2 tu- Jflfc.
: m v
.lì .aÉ Bt
m S* «fitti
* ftkjili Jfr !
4 « il
fr ■. 4 t f V'
,,4 * %4 É*> .* 4 .
r> j2^ W m
Anìmofecon - do Lucrezio fon di altro
genere, dcu* que' dm ve - gnono agli oc- cb\ e agli al - tri fenfi*
♦DELL’UOMO. 7 chi ; ma d’ altro
genere più fublime, e più vigorofo, e
più mobile di gran lunga. Nunc age ,
moveanf animum res accise : tir unde ^monl
Qu >**'«» i > nilfimo , dove fuole ella rifuggire per trarne comuni (limi argomenti in tutte le
' piùofcure, e malagevoli quiftioni
della Natura. Qnefto tcgttt*tnfinito,
nel qua- cureineU c** le truovano eflì e
copia per ogni fuftanza, mafatuol 1 * c
d ingegno per ogni lavoro, c virtù , e r
infinito. ' porere per ogni maniera di operazione. Sicché vergendo, non potere al fortuno- foconcorfo degli atomi lagrande, e mae- ftrevole opera dell’ Uni verfo afloluta- mentc affegnare;dicono f che per un tem- po infinito , dopo infiniti varj accozza- menti , fien finalmente gli aromi potuto a quel termine pervenire, come nel. li- ‘ ' bro v:
Nani certè neque confìtto primordi* rerum Ordine quoque fuo, atque fataci mente locar
unt: Nec quo: quoque darent motu:
pepigere profetici . Sed quia multa
modi: multi: prìmordia rerum Ex infinito
)*m tempore peretta plagi:-, Ponderi
bufque fui : confuerunt concita ferri,
Omnimditque coire , atque ormila ^er tentare , Qut r-
Oigitized by Google
'"DELL* UOMO. Ma «v Qutcumque inter fe pqffent congrega
crenrez Troptèrea Jìi , ufi magnum
vulgata fer piane , e Semplici
cogitazioni noflre. E , in fine è affai
malagevole a ritrovar cotal ■Uyr. .
.r’iVero a forza di fillogiftici ragionamen-
ti ; poiché l’una parte, e l’altra della
contradizione , contradicenti fillogifmi
quinci, e quindi fomminiflrano , e vie
« più inviluppano la difficoltà . Onde i più _ fenfati , e collanti fon coflretti a
fofpen- deré i giudizj; ed i
malavveduti, c leg- gieri fi rivolgono a
difendere 1’ uno de* due Conrradittorj ,
e fra loro di vili l* un contro dell’
altro oftinatamente com- battono . Il
Vero minuto , c fcompiglia- to della
foflanza materiale ùmilmente e’ non può
ne forma fantallica dipingere, ne
intellettuale , o ragionevole efpri-
mere , nc conchiudere fillogifmo per
una contraria ragione. 11 noflro intendi- mento, poiché dalla parte dell’ Animo è unirà , che aduna , c contiene il
numero, che è la vera diffinizione
dell’Intelligen- za , ed è manifefla nel
raccoglimento, che ella fa del numero
della materia nej. fenfo, e de’ fenfi
nella cognizione, e_, , ' delle varie
cognizioni nell’ univerfale, cd 0
Digitized by Uoogle DELL’UOMO.
25 cd in fe medcfima , per quella
cagione», non può raggiugnere , c
diftinguere quel- lo ccce/Iivo
sminuzzamento, e dilfipa- menro , ne può
accozzarlo , e cederlo a comporne 1’
eftcnfione . E poi una af- fai ardua
imprefa di pervenirvi con argo- menti :
perciocché la mente dell’Uomo nel fuo
intendere, che è il Tuo edere, non
avendo niuna abilità per quella ma-
niera di Vero cotanto a lei dilfi migliaa- te, fenza feorta , e fenza lume fi
svia-, qua, e là adirquctlo, o quello con
mal fondati ragionamenti; ficcome è
mani- fedo nelle molte , e varie
fentenze , del- le quali niuna ha niuno
pofitivo argo- mento per fondare il
proprio Vero ; e tutte, e ciafcuna han
molti, e forti ar- gomenti per abbattere
il Vero contrario delle contrarie .
Quindi ficuramente , fe T amor delle
parti non in rutto gli accie- cafie,
porrebbon giungere finalmente a
conofccre , che il Vero non può trovarli
nel dil’cioglimenro degli enimmi in uno
de contradittorj , ma dee ricercarli nel
temperamento, e nell’ accordo delle con-
tradizioni , e nel viluppo degli enimmi,
e nelle maraviglie. Stando così le cofe,
♦ D come •*. • y
■ - à 2 6 DELL» ANIMO come abbimi noi divifato, gli Epicurei antichi preoccupati da quel pregiudizio
, e i Novelli fpaventati dall’
apparente^, contradizione , o affatto
non han ricerca- to il Vero maravigliofo
, o leggiermente i ~ facendolo, tolto
quelli alla preoccupa- zione, e quelli
allo fpavento cedendo , , ' fonofi late
iati fedurre dalle vicende delle forme
corporali ad aver per cert3 la mor-
talità degli Animi noflri , con ifconvolgi- roento , c rovina della Naturale , e della , ' Morale feienza, e della Ci vile 3 e della
Di- vina altrelì.E qui lien terminati
gli avver- timenti, dopoi quali è ormii
tempo di fa- re quello, che gli Epicurei
non han fat- to, cioè di farci a
confidcrare l’ inrendi- mentodeli’ Uomo
, l’ effenza , la proprie- tà, e le
operazioni lue : nc per tanto tutta la
felva degli argomenti , che di là , o al-
tronde trar fi poffono , penfiamo di alle- gare , che sì trapaleremmo i limiti di
uua Difpura, eforfi alquanto ci
difeofterem- Sì arrecala mo dalla P ro
P°H l foluzione , m t tanti , e teiere
timo- tali ne feerremo , quanti, e quali credere- ijlinzlonf mo P'ùf ,ire al propolìto fenza
rincrefce- delle idee del- Vole
proliffltà . JtiU* ‘Iute ^ in primo
luogo conviene allegare la ria, a,em
diftin- Digitized by Google A* Jb
DELL* UOMO. 27 dirtinzione, e la
dilucidazione dell’Idce della Mente, c
della Materia, che ivi., altra guìfa
propofta , che da’ Volgari non fi è
fatto finora , e farà ella un gagliardif-
fìmo argomento dell’ immaterialità dell*
Animo, ed agli altri argomenti maggior
forza , e lume fomminillrcrà , che arre-
cheremo dappoi. Per non tacer nulla di
quelle co fe, che lafciate addietro ofeure- rebbono la dottrinajleldee dellaMateria, e della Mente , s’io non erro , elle in
noi, e con noi nafeono a quello modo .
Nell* Uomo di corpo, e di anima
comporto, (cheunquefia l’Animo ) per
erta coftitu- zione nafee certamente il
fenfo del pro- prio corpo , il qual
fenfo apprende la pri- ma, ed ampia , e
comune azion Tonifican- te della
lortanza corporale : Similmente da
quella cortituzione mcdefima rifulta la
cognizione , o cogitazione del proprio
animo, e del proprio intendimento , Ia^.
quale comprende , ed efprime la prima ,
ed ampia, e comune fignificazione del-
1 ’ Edere mentale . Quelle due Idee così
dirtinte , con dirtinte lignificazioni , ed cfpretTioni, fono ad ogni uno per la co- feienza della propria cognizione , e del D 2 prò- Digitized by Google 1
28 DELL* ANIMO proprio fenfo
manifede jdccome è a tut- ti parimente
manifeda la contenenza, o inclusone , e
la lignificazione , o efpref- fion loro
. Cioè 1* Idea del corpo chiara- mente
contiene, ed include , e lignifica, ed
efprime P eftenfionc ; e 1* idea dell’
Animo, e dell’ Intendimento con pari
lucidezza la cogitazione efprime, e in-
clude, e contiene. Orio non poffo ac-
quetarmi a quello , che gli altri fanno,
che da quelle fole idee della mente , £«. della materia, e da quelle fole contencn- , ze , fenza dir altro , traggon 1’
argomen- to della didinzione delle due
Sudanze. A mio giudizio con troppa fretta
con- iar mqftra ìl chiudono , che 1* e
de n za del corpo da F difetto dcll'ar-
Sdendone, c non già P Intelligenza , o
de' cartellante Cogl fazione ; e che 1 cuenza dell Ani- in far quella mo la Cogitazione, o
Intelligenza, e non fazione? 0 ' già 1’
Edenfionc . Ma credo in ogni modo doverd
andare più oltra , e più a minuto
olTervare lecofc, per poter su fondamen-
tapiù falde, e più ampie fondare quella
importantidìma confeguenza . Per mo-
drar di padaggio il difetto , e la debolez- za di quel corto ragionamento; P eden- fione, che il corpo di fe apprefenta ad ap-
» DELL’UOMO. 29 apprendere, certamente ella è quell'eder medefimo , che nella coftituzione dell’ Uomo, e per quella coftituzione può il corpo oggettare,e lignificare; e che
l’in- tendimento noftro dall’altra parte
può percepire, ed apprendere: ma non è
già egli certo , che quella
lignificazione cosi fatta arrechi il
primo , e principal edere corporale, in
cui è dovere che fi riponga laSuftanza,
o Edenza ;o almeno none cofa delira, che
il corpo con quel foloef- fere tutta la
fua edenza, o Suftanza ap- presemi
all’Animo a comprendere. Oltre a ciò l’
eftenfìone , come è un edere uni- forme
, e univcrfale ; così è il più tenue, e
leggiero, ed è come nel frontifpizio del-
la propria codituzione dell’ Edenza cor-
porale locato ; il quale perciò la proprie- tà, cioè la propria differenza , che è l’atto e la forma , onde fi termina , e compie
V edenza, Secreto , e ripodo,non può
disco- prire , ed efporre al primo SenSo
, ed alla prima percezione dell’Uomo . E
quella^, uniformità, e comunità , di più
per que- lla fteda ragione di edere
uniforme , e», comune, è neceffariamente
confuSa, e indiftinta: che pe r tanto
certezza, e chia- rez- Digitized by Google f
30 DELL’ ANIMO rezza niuna in
niuna guifa può infondere nell’ idea.La
qual cofa tanto più è da cre- dere, che
nella fofianza delCorpo del rut- to di
vifìbile è uopo, che una moltitudine di
particularità infieme adunandofi , ve-
gna a confonderfi in una uniforme , e co- mune percezione in quella prima Idea, eh c ancor effa dal fuo lato fottile,
leggie- ra, cftrema, cojnune , uniforme,
indiftm- ta . Or chi potrà dire , che in
quella in- diftinzione, e confufione, ed
in quella leggerezza ,ed eftremità di
cofe , d’ idee, c di fignificazioni,
ripor fi polla l’eftenza? Per dir tutto
in poche parole, quella fi- gnificazione
elfendo come una produz- zionc della
foftanza corporale , che di là ft
propaga nel fenfo dell’ (Jomojegli è fen-
za dubbio un manifcfto errore ,il riporvi il primo , e principale, e ftante , e
pro- fondo e fiere , qual’ è, e qual
efter dee l’ef- fenziale delle cofe.
Finalmente fe 1» Idea contiene, e
comprende , ed efprime 1* efìenfione,
fermamente ella 1* adegua an- cora, e fi
combacia con lei, che altri- menti come
polla comprenderla , e con- tenerla ,
non fi può dire . Adunque l* /idea , e
1* Animo , diciam così , ideante , fi
ve- Digitized by Goògle *
DELL’ UOMO. 31 fi vede per quella
via , che coll* ellenfio- ne che
apprende, ed efprime, pofla eften- derfi
ancor elfo , e sì P Animo nell’ idea
dell’ ellenfione dal lato della potenza , e* pareeftenfo, quantunque nell’ideadella cognizione, dalla parte dell’ obbictto , tale non fi ravvili . Ed allo ’ncontro, per- che l’idea della cogitazione non è dell* Animo folo ; li perchè animo folitario non è nell’ Uomo, onde il corpo ancora nelle produzioni mentali dee in alcun.» modo concorrere ; fi perchè nella cogni- zione de’ materiali obbietti, ne impref- fione , uè efpreflione fenza corporale
ef- tenfionefi può .concepire ; per
quella ca- gione il corpo dalla fu3
parre fi fa vedere in alcuna guifa
cogitante dal lato della potenza;
avvegnaché dalla parte dell’ obbietto,
come tale non fi ravvili nell* idea
deli’ ellenfione . Or come in quella
ultima oppofizione si è fatto , così in tut- te le altre, quanto fi è detto del corpo , per far vedere l’insufficienza dell’idea dell’ ellenfione a dimolìrare 1’ Eflenza corporale , tanto con altrettante parole fi può dir dell’ Animo , per fare
intende- re, che l’Idea della
cogitazione none fuf- Digitized by Google ■3 a DELL’ANIMO (ufficiente a poter diffinire l’ effienza ,
o lultanza mentale , In fine non debbo
fa- lciar di dire, che il volere colle
prime, c (empiici , c comuni idee dell’
Animo il voler noftro diffinire l’ c
(lenze delle cole , è per lenze
deill_> Dio cola tanto pericolola , quanto e per- ' refe eolie fri- verfa maniera di filofofare
. Alle quali ra- "cìidee^è'co- g*
on * quando io pongo mente, inrendo fei
pericolofa, bene perchè quella celebre dimoftrazio- nc Cartefiana in quel modo propoda,fia (lata , e fia ancora da moiri con ogni
ar- gomento fieramente combattuta .
Adun- que per quelle due prime (empiici
idee.., della Mente, e della Materia , e
per quel- le indiftinte, e comuni loro
lignificazioni, non può giuftamente
venirli a quella gra- viffima
conchiufione;ma è neceffiario ri-
guardare per tutta 1’ effienza corporale , e in tutte le fu e forme , e modi , e moti
, ed operazioni;ed oltre ciò offiervare
tut- ta Ledendone del fenfo , quanto
egli c nel proprio corpo congiunto, o
quanto da circolanti corporali obbietti
riceve. Ed ancora in tutta l’ effienza
mentale , ed in tutte le fue forme , e
modi per tutta la capacità della
Cofcienza , e della Scien- za , quanto
in fe medefima vede , o dall’
altre Digitized by Google )
DELL’UOMO. 33 altre cofe
raccoglie*, e ciò fatto, fe_ troverai!!,
che nell’ Elfcnza del Corpo la fola
Eftenfione fifeerne da per tutto fenza
niun eflerc, o potere di Cogita- zione,
o intelligenza ; e nell’ £lfenza_,
mentale, fé feorgeraflì folo intelligen-
za , o cogitazione in ogni ricetto fenza
niun edere, o modo di ettenfione; al-
lora , e non prima fi potrà conchiude-
re , che quefte fieno certamente due™.
Elfenze , o foftanze , l’ una dall’ altra™, realmente didime. La ragione del do- ver negare alle fempliei idee quel che fi crede dover concedere all’intera, e compiuta cognizione della feienza , el- la è , a chi ben v> attende ,
chiariflima. La fignificazione , ed
efpreflion partico- lare, e manchevole,
qual’è quella del- le fempliei idee ,
già ella molro , o po- co laici il in
tenebre una parte dell’ ef- fenza , che
non è in niun modo ligni- ficata, ed
efprelTa : onde volcndofi a_> quella
elfenza donar qualche attribu- to, non
fi può fare lenza gran temerità:
conciottiachè ragionevolmente debbafi
dubitare , fe nella parte non lignificata vi rimanga afeofa alcuna ragione efclu- E dente
Digitized by Google r
w X» % 34 DELL’ ANIMO dente quello attributo , che le fi
vorreb- be concedere , e volendofi
negare , non può niuno , falvo fe non è
fconftgliato, e temerario ,
rifolverfiafarlo: percioc- ché fi dee
poter fufpicare, che nella^ parte non
lignificata alcuna ragion fi rimanga,
che includa quel cotale attri- buto, che
le rivorrebbe negare. Adun- que l’ Idea
del corpo , che contie nc l’cf- tenfione
( qualunque ella fia ) cfTcndo pur
nondimeno particolare , forza è che ne
lafci in dubbio , fe altro vi fia nell’
effenza corporale , che includa la cogi-
tazione, o intelligenza; e fimilmcnte_,
qualunque ella fia 1’ idea della cogita-
zione dell’ Animo , e quantunque didi n-
ta , e chiara fi voglia , giacché ella è . particolare, ne fa per quella cagion
fof- picare,che altro pofla efTervi
nell’ Ani- mo, che includa Fedendone . E
pertan- to per fi fatte idee non può
giammai giu- gnerfi a tale , che quelle
due Eflenze fi veggano in tanta luce,
che chiaramen- te apparifea l* Animo
efTer foftanza_» cogitante , o
intelligente . Ma nel fatto di una
intera , e perfetta lignifi- cazione le
cofe danno altrimenti; im- peroc- >
v Digitized by Google i
DELL’UOMO. is perocché ogni
elTenza col fuo mcdefimo edere
lignificando, per modo che l’ef- fere
medefimo fia lignificare , e’1 lignifi-
care altroché federe non fia ,cdel tut-
to imponibile , che la lignificazione co- tanto dall* efifere fi difcofti,e quello
da quella cotanto fi diparta , che tutta
inte- ra una lignificazione niente
affatto ligni- fichi , di un ampio
elfere che fi c; e che un ampio intero
elfere non fia nulla affatto di una
perfetta lignificazione, che fi ha. Ora
egli è, o agevolmente può elfere ad v *
ognuno manifefto , che in quanto colla., zioneficon - Icorta’del fenfo , e col cammino della_,
^caadejbe- feienza li olferva , o fi
argomenta nella materia, di foftanze ,
forme , lavori, ; • % movimenti,
generazioni , e qualunque operazione,
per tutta cotaf ampia, ed intera
lignificazione niente affatto fi feor-
ge , ne pur leggiermente adombrato , ne
di effenza, ne di modi di effer della men- te : ed è parimente , o può di leggieri efferc a tutti manifefto, che per tutta la fignificazione , ed efpreffion
mentale, che ci viene o dalla feienza ,
o dalla cofcienza, nulla affatto di
materia, ne cffenziale , ne modale, nc
edere, ne ope- « ■ E i rare ■ b*/
. . . ' , Digitized by Google 3
6 DELL’ ANIMO rare vi fi (cerne .
Adunque egli è im- ponibile, che la materia
fia, o che ab- bia, o produca tutto il
magnifico ede- re mentale, e che niente
di quell’ ede- re dimoftri in niuna
parte dell’ ampia , ed intera Tua
lignificazione ; e che la Men- te fia ,
o che abbia tutto l* edere mate- riale,
e niente di quello dimoftri in_» niuna
parte dell’ ampia, ed intiera li-
gnificazione Tua . Tanto era da fard,
che non fi è fatto, per condurre quel-
; v Vi*’ la dimoftrazione ad una chiaridi ma chia- rezza
La ragione, che dalli materia drit-
delP immorta- tamente efclude la cogitazione , per la- mo Umano* 11 * ^ ^iare °S n ‘ circuizion di
parole, ella 11 ° non è altro , che
quella reai diftinzio- ne, che per tutta
la foftanza materia- le per ogni parte
s’interna, per modo che niuna parte c
della materia , che o in altre parti da
fe contenute ella non fia da dividere ;
o che niente contenen- do , non fi debba
ad una ftrema minu- tezza di ogni
contenenza vuota ridur- re . Per cotal
ruinofa diftinzione , la fo- ftanza
della materia, o nell’un modo, * o nell’
altro, ella è tutta diftinta , e tut-
Digitized by Google (DELL*
UOMO. , 37 ta divifibilc: tutte le Tue
parti fon Fune fuori dell’ altre, foni’
une all’ altre av- veniticcie ,ed
eftranee; non fi potendo a niun patto
ritrovare parte della ma- teria per
nello di reale identità nell’ altra
implicata . Anzi di vantaggio il tutto
medcfimo fi può dire in certo mo- do ,
che e’ non fia, c non infida nelle», fue
parti: inquanto che il tutto non è tale
unità , che intera, ed indivifa nel
numero delle parti fi eftenda . E le_*
•parti allo ’ncontro in certa guifa pur
puoffi affermare , che non fieno nel
tutto , inquanto che elle non fono di
quel numero , che fenza confufione_,
benché indiflinte , nel tutto fi adunino. In sì fatta maniera di efTere , più fiate in più luoghi altrove efplicata , è cofa^ manifefta , che le parti non poffono in- fra di loro in guifa alcuna comunicare; ne 1* une nell’ altre per niuna via pe- netrare; ne può avvenire giammai, che elle in niun modofcambievolmente fi contengano , o comprendano , o inchiu- dano : Ne finalmente comunicazione, o penetrazione , o contenenza , com- prendone ,o inclufione alcuna può ef- fere
I L'imfene- trabVita del-
la Materia , ovejh da ri - fOì’re .
$« DELL* ANIMÒ «fere ne pur fra
’I tutto , e le parti ^ Or tutto quello
novero di ragioni, che vi- cendevolmente
l’une 1* altre implican- do , fono
ccrtiffime produzioni della reai
diftinzionc, che noi fotto una ap.
pellazion comprendiamo d’impenetra-
bilità, come le contrarie con un fol no-
me di penetrabilità nominiamo; quelle
ragioni , dico, fon la (lefliilima cecità, O amenzia della materia. Siccome quel- la profonda , e difcorrevole diftinzion reale difperde ogni penetrazione, e co- municazione di elTenza , cosi fa ancora di ogni penetrazione , e comunicazione di fcienza. Conciofliachè la Scienza, o intelligenza , ed ogni cognizione , e co- gitazione, altro che comunicazione , e penetrazione non fia: ficcome la fcomu- nicazione , e l’ impenetrabilità, altro
non fono che cecità , o fconofcenza .
Per Dio la facilità fola , e’1 chiarore
di que- lla luminofa dimoftrazione
potrebbe per avventura per un fol
momento farne travvedere la fermezza , e
la ficurezza. Imperocché come può la
materia in- tendere quello , che non
contiene ? E come contenere quello , che
elTa non è ? Per * Oigitized by Google DELL’ UOMO. 39 Per qual via, e con qual potere fi
effon- derà la materia ad includere
colla co- nofeenza quello , che efclude
coll’ ef- fenza?Come diftinta effondo
dall’ altre cofe, ‘comunicherà con
quelle medefìme per apprenderle ? Come
dentro di fé , e quali da fé (leda diftinta,
ed efclufa, potrà o a fé ri volger fi ,
o in fe il fuo edere raccòrrò , per
intender fe , e le cofe fue ? In qual
modo pofta fuori del- le cofe, che ella
non è, e fuori di fe niedelìma , che non
contiene, potria 1* altrui , o’I fuo
proprio edere dentro di fe conchiudere
coll’ intelligenza ? Qual farà il
fentimento di quel tanto deuro, quanto
celebrato principio , che l’operare
fiegue all’ edere , fe non que- llo ;
che federe è regola, e norma dell*
operare : che quale, e quanta è Ceden-
za , tale , e tanta eder dee 1’ operazione: che l’operazione non può fuori eftender- d dell’edenza: che in dnc l* operare è una produzione dell’cderc, dechè
l’effon- zada operante; d’operare
mededmo,el’ operazione da edftente , e
da edo edere a rincontro. Per le quali
certi (lime regole fedi maggior lume
abbifognade, vie più lì dichia- V.
4 o DELL’ ANIMO dichiarerebbe
ciò, che diciamo ; che non fi può
contenere, ne includer quello, che non
fi è ; come quello che non fi con-
tiene, ne include , non fi può intendere. Adunque certifiimo argomento, e chia- rifiìmo di cecità, ed infenfatezza , è la- diftinzion reale coll’ impenetrabilità, fcomunicazione, ed efclufion materiale. La diltinzione , che per varj divarie co- fe , e diflacca 1’ eflenze , e proibifce
le coriofcenze; nella coftituzione
dcll’intut- to divifibile material
fotlanza giugneall’ ecceflo di
diftinguere ; per modo che af- fatto
ogni comunione tronca di eden za, ed
ogni via chiude d’ intelligenza . La-
onde e’ non è da maravigliare , fe in
tutte le Lingue più belici’ intelligenza
colla penetrazione , comprenfione, con-
tenenza , ed inclufione è lignificata ; e con contrarie appellazioni è lignificata la fconofcenza. Ed è da ammirar molto , che i novelli Filofofi fien così ciechi
, che la cecità della Materia per
quella via non abbiano ravvifata, che fi
pre- fenta nel primo afpetto delle cofe
, non che nel procefio dell*
invelligazione. Con dimoftrare la
cecità della mate- ria Digitized by Cìoogle ~rr . — *’-• — DELL’ UOMO. 4i , , ria, abbiamo inficme dimoftrata 1’ im- materialità della mente ; Imperocché fe la materia è cieca, perchè ella è di vi- libile, la mente dee eflere indi vilibiie , perchè è intelligente . Pur nondimeno c uopo in efla intelligenza oflervar la di lei immaterialità, come in efla natura diviflbilc la cecità , c l’amenzia abbiam’ oflervata. Adunque fe la Mente cono- °V e f
,a fce le fue cognizioni , come per la
pri- trabiitàdei- ma, e più interna ,
più lucida notizia I* Mente. della
colcienza è certiflimo, ella certa-
mente le Tue cognizioni , e 1’ eflere di
quelle, e ’i fuo medefimo dee in fc con-
tenere : e con quelle Tue operazioni , e
con tutto il fuo eflere , per pcnetrevo-
le comunione , e per indiflolubil neflo
d’ identità , efler dee una cofa mede-
lima realmente indiflinta , ed indivifa. E poiché per mezzo delle cognizioni apprende tante cofe, quante ve n’ ha_, in tutte l’Iflorie, e in tutte le
Scienze, ed Arti; la Mente quell’
immenfa am- piezza, e quel novero
infinito di forme memorabili , fcibili ,
ed agevoli con- terrà tutte nel fuo
intendere, e nel fuo eflere penetrando ,
e includendo : F con ✓ . . J , ?» Digitized by Google 42 DELL’ANIMO con reai neffo tutte le cofe compren- dendo, cd unificando nella Tua intelli- genza ; e la Tua intelligenza in tutte
le cofe eftendendo, indiftinta, ed indi
vi- ta da quelle così, come è dal fuo
efte-[ re medcfimo,e dalle fue medeGmc
cogni. zioni.Dal che chiaramente fi
feerne, cfter l’intelligenza, e per
confequcnte 1* Eflcn- za mentale con
tutta quell’ ampiezza , e 4 ; con tutta
quella dovizia , che accennata ■ abbiamo
efier, dico, nondimeno indiftin- ta,
femplice, ed indivifibile.Concioflìachc
comunione, penetrazione , e inclufione__, Veneu-abi- fono co ip indiftinzione , o
identità una ■ hta , e rden- r ... tiù fono um cola, c per poco una ragione , o
notizia c»fa medejì. medefima . Siccome
la reai diftinzione fminuzzaper tutto la
foftanza della ma* teriajondel’eflere
materiale è impenetra- bile^
incomunichevole ; così la penetra-»
zione , la comunione , e l’ inclufione per tutto realmente conduce, e connette
l’in. telligenza ; onde l’ intendere , e
1’ eflere- mentale efter dee indiftinto,
femplice* ed indivifibile , immateriale
, e immorta* le. Certamente la fola
eftre ma chiarezza di quefta
dimoftrazione a non fani intel- letti
può per avventura far dubitare della Digitized by Googlè DELL’ UOMO. 4? della fermezza per un momento . Im- perocché come potrebbe la Mente, o non contenere quel , eh’ intende, o non eflerc quel , che contiene, o edere da . ciò che contiene realmente diftinta ? Come mai potrà efcludere, e (termina- re coll’eft’enza quel, che include
coll’in- telligenza ? Come fopra di fe
ritornan- do, o in fe il fuo effere
raccogliendo A )■ * 0 - ad intender fe,
e le fu e cognizioni ; trebbe poi cfler
tutta in fe, e quafi fe realmente
diftinta, ed efclufa ? E in fine il
proprio, e 1* altrui edere , nell*
intelligenza accogliendo , come può av-
venire , eh’ ella fia pofta fuori delle co- fe,che intende, e che efler dee, e fuori di
' fe medefima ancora, qual
certamente larcbbe , fe fuflc divifibile
, e materiale ? Non ci ha
dcll’indivifibi!ità,c dell’imma-
terialità argomento più ficuro di quel-
lo , che eia penetrabilità, e della co-
munione, che è l’intelligenza. L’Iden-
tità , che per varj gradi di varie cofe
fomminiftra 1* intelligenza, c connette
l’edenza; nella coftituzion della mente
giugnendo fino alla penetrabilità, ed
infelfionc , che adduce ogni comunio-
.. : Fa ne •# Digitized by Google . •*
./ •* ^ ^ ^ 44 DELL’ANIMO ne di eflere, ed ogni lume d’intendere, viene in tanta chiarezza , che egli è una maraviglia , che alcun de* Filofofi abbia difperato di poter trovare (uf- ficiente ragione deli’ Immortalità dell* Animo dell* Uomo, la quale fenza fa- tica d’inveftigazione nel primo afpctto delle cofe ci fi apprefenta. ■g?** Con quello argomento fenza fallo ^ffHré P, °mate- fino il fondo è fiato
difcopcrto dell’ riale quale efienza
materiale, che è la reai diftin-
deU^mmte 2 j one ^ e j a di vifibilità , onde la cecità , e 1’ infenfatezza immediatamente di- pende . E infiemcmente il principio, e 1* origine dell’ efienza mentale ab- biam ritrovato , che è la reale indiftin- zione , e 1’ indivifibilità ; onde l*
im- , materialità , e immortalità
neccflaria- mente difcendono. - * ' Ora da quel primo fondamento del , - materiale eflere , molte altre
proprietà procedon della materia: ciò
fono mu- tabilità , e mobil ita ;
novità, e contingen- .) , za ; impotenza
, ed inerzia ; e in fine fug- ^gezione
, c dipendenza , che tutta l* ef- fenza
della materia adempiono per av- ventura
. Come altresì da quel princi- pi» ^
pio . ■? « #
- • • • . ^Digitised by Qoogle DELL’ UOMO. 45 pio dell' Efler mentale molte proprietà provengono della mente : quali fono, coflanza , ed immobilità ; neceffità ,
ed antichità ; potenza , ed arte; e
finalmen- te libertà , e independenza ,
che tutto 1 ’ effer mentale fi può
credere, che_ adeguino. Le quali cofe
fono altrettan- ti fermiflìmi argomenti,
1 * une della ceci- tà della Materia, e
l’ altre dell’ Immor- talità della Mente
. Ma alla difputa di fi fatte ragioni e’
fa di meftieri premet- tere una
confiderazione , con utilità de* novelli
Epicurei , per fargli fin da ora
argomentare la debolezza degli argo-
menti Lucrcziani : e di tutti gli altri , per agevolargli l’ inrelligerfza di quanto
im- prendiamo a dire di quelle
ducEffenze.Io prefuppongo, che quelli
novelli abbian già fatto quel, che gli
antichi non pen- farono di fare , o
fecero leggiermente , e trafeuratamenre
: cioè che abbiano afTai filofofato
fopra la Natura imma- teriale ; che
nondimeno per la cagio- ne , che dirò ,
fi fian rimafi nell’errore. Prendendo
eglino la corpulenza, e la for- za
fenfibile della materia per falda, e chia-
ra verità, e realità; e per la finezza, e fotti-
4 tutto corporeo , e dirtolu-
bile, e mortale apparifee ; e dall’ altra , per gli altri argomenti fi feerne incor- poreo , ed Immortale : non può niuno ne a quello, ne a quello, ne alla mor- talità, ne all’ immortalità , non prima avendola va nità de’ contrari argomen- ti dimoftrata , fe non per temerità, e per capriccio attenerfi . E trovandoli per avventura amenduele parti inacef- fibiii f
«"ÌMI -'*T* « W*f v»
m- ?: Digitized by Google 4 S DELL’ ANIMO libili, cd inoperabili , c dovere allora, che fi temperi , e fi mitighi la forza
degli uni, e degli altri argomenti,
affinchè o un qualche comune effetto
infieme lor for- za comunicando ,
arrechino ; o lor forza dividendo, in
diverfe foftanze , o modi, divedi
effetti producano . Nel qual tem- -
pcramento,e mitigamento egli è fenza ,e
fallo riporto il Vero maravigliofo : co-
me del Vero della Mente abbiamo già
detto doverfi fare: e come a fuo luogo
in quefta medefima Difputa, col favor
di Dio , noi faremo in effetto . Frattan- to fe lo feopo degli argomenti Lucrc- ziani è , che la Ragione , e l’Animo dell’ Uomo fia del tutto diffolubile, e mortale ; che egli prende da diffipamen- ti , fucccffioni, vicende, e mutamenti, •che vi fi veggono : e per contrario i contrarj argomenti vanno a dimoftrare , che la fortanzial ragione, e I’ Animo egli è in fe medefimo indiffolubile , ed immortale; non c egli un giurto, e ra- gionevole temperamento, e mitigamen-- to del contrarto degli argomenti , il di- re, che l* Animo debba effere in fe, e verfo di fe immortale per forza de’ fe- -tèéà condi
* . ; DELL» UOMO. 49 » condi argomenti ; e che la forza de’
pri- mi più oltra non vaglia a conchiudere, fe non che l’Animo lia dall’ Uomo dif- folubile , e in quello fentimento , e in quello rifguardo mortale ancora? La fola Compofizione , che è nell’ Uomo, ella è fufficientiflima cagione
di ogni variazione, la qual perciò a
quel- la compolìzione fola puoflì
attribuire : onde necelfità di dover
dedurre , che-, elTd Natura ragionevole
immediaramen- te patifca
que’fvariamenti, ed ella deb- ba clTer
caduca e mortale , non vi li , fcorge
niuna affatto. Gli fcadimenti, gli
avanzi, i eominciamenti,e i lini fo- no
varie guifc, evarj modidieffa com-
polizione.La compofizione è principio, ' ». 41 c radice di ogni variazione. La natura
^luziongeL ragionevole , quantunque ella
in le da ti gli argo- mutamenti
corporali immune , e libera; nienti ima*
tuttavia congiunta colla variabile ma-
reria, dee neceffariarnentfc non in altra guifa , che variando, difpiegar le fue« ragionevoli operazioni. Sarà quella Tem- pre una generai foluzione affai fondata, c forte di tutti gli argomenti di Lucre- zio , che può offufear eziandio quella • * G - appà-' 1 >
■ •; ¥ Digitized by Google V t
*0 DELL’ANIMO apparente
evidenza, con che ha prefi i materiali
intelletti de’ Cuoi feguaci: e’1 farà
ella Tempre, finché eglino non auran
dimoftrata 1’ impofiibilità della.,
natura immateriale , o 1* impoflibilità
del concorfo , ed unione della medefi-
ma colla materia , e che a natura im-
materiale fia ripugnante, il potere con
quelle variazioni, che nell’ Uomo veg-
giamo , in niuna guifa operare. Il che
ficcome finora non han fatto, così non
éda credere, che fian per fare in avve-
nire . Ora ritorniamo al propofico, per
dimofirare in oltre per la mutabilità,
o mobilità cieca la Natura materiale; e
per l* immutabilità, o immobilità , im-
mortale l’intelligente: come già prima
. nbbiam fatto, per la reale difiinzione, ed efclufione dell’ una, e per la reale_ indifiinzione , ed inclufione dell’ altra . Nell’ eftenfione , o efirapofizione, che - firZlonc' 1 ^- ne ^ a materia è manifcfta,
noi feorgendo Ucecita della allora
quella difiinzione , ed efclufione, de
tornir* ne argomentammo la cecità , ed amenzia:
e nell’ intelligenza , che è in noi , e nell* e (Ter noftro evidente,
veggendol’indiftin- zione ,e P
inclufione ; quindi raccogliem- mo , •*» • •
tal ila de Hi Mente . 1
Dig[tized by Google DELL’UOMO.
51 mo dover la mente edere indivifibile,
ed immortale. Ora nell’ eftrapofizione
me- - 4 -v dcfima , di più la
mutabilità , la mobilità, e’1 moto
oflcrvando ; e nell’ intelligen- r za ,
di più la immutabilità ,e l’immobi-
lità, e la quiete ritrovando ; di nuovo
1* una, e l’altra conchiufione dell’ una, e dell’altra natura verremo a provare. V -.=■
- L’ Eftrapofizione , per cominciar
dalla prima, c la radice di ogni
variazione, . 1 mutazione, e moto ;
perciocché man- cando alla materia unità
reale , che_, * . aduni ,0 unifichi le
parti , e 1’ edere dell’une nell’ altre
implichi, e le Arin- ga, e fermi
indillolubilmente ; per ne- celfltà
deonfi poter le parti 1* un e dall’ \
altre feparare, e fcambiarft infra di lo- ro , e variare, c mutare, e muovere. Il reai numero delle parti, l’une dall’ altre in realtà diftinte , e 1’ une fuori ~
-* dell* altre eftftenti, è il medcfimo
etter mobile, e variabile della materia:
c Ia_, fletta mutabilità , e mobilità: è
il prin- cipio di ogni attuai variazione
, c mu- tazione , e moto . Il difetto di
quella rea- le unità, che contenga il
numero a quel ^ Materia, modo , é il
verace vuoto, col quale, e . - . G 2
nel _ Di^itized by Google wr
r * -* u «i*S
* ** DELL’ANIMO nel quale dee poter muoverli la mate- ria: che gli Epicurei ad altra manie- ra di fallo vuoto trafportano; e i no- velli Peripatetici , e i traviati de’ Car- tcfiani n:egano a torto, quello vero
vuo- to con quel falfo degli Epicurei
confon- dendo. V Annone delle parti,
Fune all altre in ordine al luogo
fuccedcn- ti , è come un fluflo , c una
fuga delle medelime per Io fpazio: la
quale di fua natura domanda I’ attuai
variazione, c mutazione, e ’I moto attuale.
Il moto allo ’ncontro egli è l’atto
dell’ eflenfio- ne, o efirapofizionc :
ed è prefcnte,ed attuai efienfione , e
fuccelfione . Nel mo- to di per fc
conlìderato non folamenre e lubricità, e
flufTo , e fuccelfione di parti in
ordine al luogo; onde le parti fieno 1’
une fuori dell’ altre allogate : ma e
altresì fluflo f e fuccelfione in ordine
a tempo; onde le parti fieno I’ unc_,
dopo dell’ altre nel tempo efifienti : di- modo che ognuna delle parti del moto • allora ella è, quando 1’ altre fue com- pagne o fono già preterite, o fono per efiere in futuro: che o più non fono, o ad elTere non fono ancora pervenute. Il
+ 4 Y DELL’ UOMO. 53 II che vero cdendo , come infallante- mente è ; qual maggiore (Minzione può avervi dell’ edere , e del non edere ? qual più certa efclufione di quella, che Pelle r fa del nulla, ed il nulla fa del Ee
Ae- re all* incontro ? come ciò , che c
, può mai procedere egli a contenere, ed
in- cludere quello che non è,
quantunque o fia dato da prima, o debba
edere dap- poi ? ficcome non vi ha
maggior diftin* zione dell’ edere, e del
nulla , ne più chiara efclufione ;
perciocché il nulla, che non è a niun
patto, c ogni efclufio- ne di ogni
realità; e l’ edere che real- mente è, è
ogni efclufione di ogni nul- lità del
non edere: così non ci ha mo- do più
potente a diftinguere, ed cfclu-
dere,cpcr confegucnte più certo , e
più chiaro modo di efcluderc , ed eftin-
gucre ogni intelligenza di quello, che
è il moto, che perchè fia, 1’ edere, c’1
non edere congiunge inficine : le cui par- ti deono edere tali , che una edendo , T altre afFarto non fono, dovendo e(Fc- re o preterite, o future. Non eie, ne può eflervi più chiaro argomento dice- o nio-
cita, ed infenfatezza, della mutabilità, J' 30é-' UHP nn. 1 — a
\ "W" 2 •* Wa- * >• ' le *
Digitized by DELL» UOMO. ^ le parti non poflbn Pune dalPaltre fce- vcrarfi , ne (cambiarli infra di loro,
ne murarli , o muoverli in niuna guifa .
J L’identità delle parti, l’unc nelP
elTere " dell’ altre infiflenri ,
P unc nell’ altre pe- netranti^ deflfo
elTere invariabile , ed immobile dell’
intelligenza , è elTa in va- #•
riabilita, ed immobilità, e coftanza, e
virtuofa quiete della mente. L’ inclu-
sone è la virtù maravigliofa , che Uri-
gne,e aduna, e contiene, econferma_. . -1 P clTcnza mentale ad eder libera, e im- mune dalle mutazioni , e da moti della materia , e ad elTere in quello riguar- do invariabile, ed immobile, e quieta. Quella identità, ed inclulione è ella il Ver
5 verace pieno della Mente, che ne i
voi- Tra ma- gari Peripatetici, ne gli
fciocchi de’ Car- ta!e ' tefiani , e
tanto meno gli Epicurei in- tendere non
han potuto finora. L.’infi- - ^ > Y'
llenza, ed infeifione delle parti, che ne luoghi eftendono,ne difpergono tem- pi , è quello che ogni corporale lubri- cità, e fltilTo, e fuccelfione allontana^. •
** ì dall’ elTere intelligente. Ma di
cotalin- - fillenza,o penetrazione , o
inclufione, egli è da fapere, che altra
cofa non è, che f •.
JDigitiz’ed by Google t 5 6 DELL’ANIMO * che (lane l’atro, che 1’ Idea, o perce- zione . L* intelligenza è principale , radicai percezione, ed Idea: e 1* Idea, o percezione , è prefente , ed attuale intelligenza; nella quale 1* immobilità, cd invariabilità del mentale edere, e 1* indivilibilità , e Immortalità in
chia- ridimo lume lì difeoprono . La
prefen- te ,cd attuai percezione dell’
Idea , niu- na parte della potenza
intelligente , e niuna parte dell’ intendevole
obbierto preterendo , o in futuro
rifervando, cioè ogni parte della cofa ,
che inten- de ,infieme comprendendo
tutto aduna in un atro , ed in una
prefenza di un femplice edere indi
vifibiìe . Poiché l’ in- telligenza
penetrando , ed includendo tende all’
influenza di ogni fuo clTere^ in una
unità di eflenza: la percezione c,
prefente, ed attuale inclusone, c pe-
netrazione , ed influenza. Ella è l’atto
di quella virtù, c la fermezza, c’1 ri-
pofo, e la quiete della mente, nella..,
pod'cdìone dell’ edere , c del fapere .
Non vi ha maggiore indiftinzione , ed
inclufione dell* ogni edere , cioè di quel- la edenza, che tutto il fuo proprio ef- DELL’UOMO 57 fere poflìede, che di fé, e delle fue
co- fc ogni nullità efcludendo , include
ogni fua realità: onde l’atto, e la
prefenza, cioè il prefente edere attuale
, che ogni realità a fe appartenente
contiene , è nel colmo dell’
indidinzione , e dell’ in- elulione, che
ogni nullità, e vacuità, e lubricità, e
fluflo, e mutamento efclu- de. Tal
fermamente è la percezione, o idea , le
cui parti sì elleno fono a fe prefenti ,
che una parte eflendo , tutte l’ altre
con quella, ed in quella eder deono
fenza edenfione di luoghi , e fen- za
fucccflìone di tempi ; tutta prefen- te,
ed in atto in fe, e con fcco tutto il
fuo edere conchiudendo. Siccome il moto
edende, e (minuzza , e difperge le parti
della materia; ed è perciò eda
variazione , e mutazione : così la per-
cezione , o idea, diciam così, intende,
e conclude tutto l’ edere della Mente :
e per tanto è la dedìdima invariabilità,
o immobilità, o permeglio dire, è edo
ftabilimcnto , ed eda quiete della Men-
te . Non è nella natura, ne in Cielo,
ne in Terra unione più dretta , ne piu
intima , ne più falda, e indidblubiledel- H la
L 58 DELL’ANIMO la percezione: non ci è della percezio- ne più ficuro , ne più chiaro argomen- to d’invariabilità, ed immobilità , e di
. . quiete . La Mente che nell’
inclufione , ttjftmo arco - e
penetrazione deir intelligenza fi di-
menio d' m- moftra femplice edere, ed indivifibile , faòlaìwia!' ^ cm P^ ce » penetrabile. La
Materia per la compofizione , edeftenfione,o
eftra- pofizione è divifibilc, variabile
, mobi- le : la Mente per la
penetrazione, ed ♦ inclufione è
immobile, ed invariabile. La Materia ha
il fuo proprio atto della ; , propria
edenza, che è il moto: la Men- te, ella
ancora ha il fuo proprio dei proprio
edere ,che è F Idea. Nell’ eden* dono ,
efcludone , variazione, e moto la
Materia dimoftra da fua cecità, ed
amenzia: e la Mente ndia'penetrazio&
ne , inclufione , invariabilità , ed, immo- ti lì bilica Digitized by-Google s .
remcLa DELL’UOMO. 59 biliti fi diicopre indiviiibiie , ed
immor- tale. Non ci ha cofc più tra fe
diver- fc, della Materia, e della Mente:
non re ci ha piu evidente contrarietà di
quel- / ra U M/e- la, che è tra l’Idea
della Mente, e ’1 rìsela Mam- molo della
Materia. Ma affinchè niu • no
rivolgendoli alla materia , ed alla
mente deli’ Uomo, ed a’ mori , ed alle
idee del medefimo, non fi turbi, o eoa
tacita oppofizionc non contratti quella
nottra dimoftrazione ; promettiamo in
luogo più opportuno di quella Difputa
far vedere , come nel congiungimento
di quelle diverfe nature, e di que’ di-
verfi modi-, vie più venga adilluttrarfi, e confcrmarfi la prefente dottrina. Dall* eflerc indiftinto , penetrevole , * * ed inclufivo dell’ intelligenza , e* fegue
Quarta dì- di neceffirà , che l’
intelligenza eflcr deg- già interminata,
e univerfale : come-, tdfà-Atuu dall’
eflerc dillinto , impenetrabile , ed uc
elclufivo della materia , necefli riamen- te avviene, che la materia debba efler terminata, e particolare. E benché la penetrazione , ed inclufione chiaramen- te voglia aver con beco infiniti, eduni- verfalitir e l’ efclufionc , ed
impenetra.- H 2 bilità Digttized by Googk 1
60 DELL’ANIMO bilità pur con pari
chiarezza arrechi terminazione , e
particolarità, anzi più torto la
penetrazione , ed inclufione-, paja
eflere non altro, che erta infini- tà,
cd univerfalità: e 1 * efclufione , ed
impenetrabilità colla particolarità , e-» terminazione pajano edere una mede- lima ragione ; contuttociò quelle due ragioni fono due nuovi rilucenti (Timi lumi , co* quali nuovamente per nuo- ve vie rinveniremo coll’ uno la ce- cità , ed infenfatezza delia materia , e coll’ altro l’ immaterialità , ed immor- talità della Mente . Le quali cofee’
per- ciò conviene , quanto più c
podibile , fpiegare ,e dichiarare
paratamente. Per ^Aeco- cominciar quindi
, Univerfale c quello, che tutte le cofe
, o quelle che gli appar- tengono , cioè
tutto il numero , e tut- ta la varietà
delle differenze , forme , e modi
pienamente contiene, e sì contien egli
ciò che e’ contener dee , che le for- me
,o le differenze per lungo ordine di
cagioni l’ une dall’ altre procedenti , e tutte da una prima, e principale pen- denti , effo Univerfale dee produrre-,, eziandio. Una principale unità per altri mezza.
Digitized-by Google DELL’ UOMO.
6 1 mezzani principi inferiori, che indi
pro- vengono, ed ordinatamente gli uni
agli altri fuccedono, con fucceffive
produ- zioni fi eftende fino all*
cflremiti degli ultimi particolari a
contenergli, e pro- durgli. Or quella
cflenza, o nozione, o ragion di
univerfale , manifefta mente ella efler
dee indivifibile,ed immateria- le.
Conciofliachè eflere immateriale , ed
indivtfibile altro e* non fia, che eflere in tutti, e con tutti i particolari , e
tut- ti comunicando , penetrando,
includen- do, adunare in una fempliee,
indi via- bile unità di efienza, o
foftanza. Senza quella principale unità
contenente, e unificante , ficura mente
le diftinzioni , e le differenze de*
particolari fminuzze- rebbono , e
difperderebbono ogni co- municazione , e
contenenza: e fenza_» quel numero
contenuto , fenza fallo T uhità
rimarrebbe ruota di ogni pie- nezza , e
ubertà . Or 1* intelligenza^ deir Uomo ,
che ella efprimendo, eraf- fojtiigliando
, fi eftenda da per tutto> a
imprendere ,e conchiuder tutto il nu-
mero , e tutta la varietà dell’ Univerfo
i* Iftorie, e le Scienze x eT Arti il roa- ni fe-
y ♦ V.jt. , 62 DELL’ANIMO, nifdhno a chi che fia. Adunque l’Uni- verfale ,chc non altro , che una ragio- ne, o nozione , o Idea parendo elTere da fé nel primo afpetto non dimoftra realità ; li Icorge pofcia , ed è reale», nell’intelligenza; la cui realità il
chia- ro lume della cofcienza a tutti
dimo- ftra. E l’intelligenza, che è una
reali- tà, o reai natura, o foftanza; c
pertan- to nel primo afpetto non arreca
uni- verfalità; fcernefi pofcia aver
vera uni- verfalità nell’ idea,o
nozione, o ragio- ne dell’ Univerfalc ;
la cui immateriali- tà a tutti innanzi
appretta 1* evidenza», della ragione .
Cotal ritorno, e fcam- bievole
fomminiftramento proprio dì qualunque
più invitta, e piu illultre di-
moftrazione non intendongli Epicurei:
onde nell’ LJniverfale , che di per fe i
{blamente nell’ idea della Mente, tur-
tocche ben vi veggano indivifibilirà, ed
immaterialità; credon pur nondimeno
non più che ideale , e immaginario V elle- re immateriale: e poi nell’ intelligenza
, che è , e fi vede edere folo in nature particolari , febben ravvifano univerfa- lità; pur ii fanno a credere, che mate- HNUti riale , j Digitized by Google DELL/ UOMO. 6; riale, e divisibile efler debba quella
na- tura univerfale ; dovendo per
forza»* di sillogiftica dimollrativa
conneffione, all’ Univerfale , per l’
intelligenxi , con- ceder realità; cd
all’ intelligenza , per l’ univerfale
donare immaterialità . Ma egli è ben
uopo quella univerfalità, che nell’Arte,
nell’ litoria, e nella Scienza fi
manifefta , deferivere più particolar-
mente : affinchè quello argomento non
paja anzi un lavoro di fantafìa , che
vero, e fermo, e fondato in Sicure , e
indubitabili realità . La nollra intelli- genza, come ognun vede, mifura tutti i modi dell’ eftenfionc , e diftingue, e diffinifee tutte le forme del numero ; onde eHa è aritmetica , e geometrica :
ed al medefimo modo tutte ancora le va- rie fpezie , e varie operazioni delle co* fe oflerva, e difeerne, ed eftima ; on- de ilìorica, e fisiologica può divenire. Non è adunque la Mente una partico- lar diterrainata dimenfione, ne c un»* certo, e particolar numero ditermina- to; ne finalmente è ella certa ,e diter- minata forma , o fpezie di quelle, O quelle nature; ma efler dee, ed è uni> 4 P» P verfal ftwrtl* I Univer fatiti deità Screma*
del P Arte , e della Storia
. (Séif 4/. ^4 * V
V, '* { * St>\
°S n ‘ cofa efplicando , e argomen-
tando: che è Io tteflo che dire, che ella i numeri, e i peli, e le mifure, colla_, univerfalità , dentro di.fc il molto
nell* ~ . : uno accogliendo, e il molto
dall’ uno [M ■ v ;
ri- »... v. ' A: • ~ • ^ r
/+ DELL* UOMO. 69 riproducendo , diftingue , ed efprime: ficcome con più ragioni nel noftro Vo- lumetto Metafilico abbiam provato per ogni parte .Ora dalla univcrfalità,
della quale abbartanza fi è favellato,
trapaf- fiamo alla necertità, ed
antichità per ri- coglierne altri
argomenti. Ma io non prendo ad
ofiervare Pef- fere necertario , per
trar quindi dritta- mente Immortalità
nuovo, c contingente per argomentar-
ne cecità , ed infenfatezza nella mate-
ria . Perciocché agevol cola è ad inten-
dere , quanto nell’ indiftinzione la ne-
c ertiti, ed antichità ; tanto nella necef- fità , ed antichità 1* ertere indi vifìbile
, ed immateriale: ed al primo
afpctto, come /iella dirtinzione della
materia fi ravvifa torto novità, e contingenza
j co- sì nella novità ; c contingenza 1*
efler cieco, ed infenfato fenza molto
(len- to fi riconofce . Onde il far
quegli ar- gomenti , farebbe più torto
di ciò eh* è (lato detto, una
riftucchevole ripeti- zione , che di
nuovo ingegno, una di- moftrazione
novella. Benché non porta negarli #
argomenti d’ immaterialità , ed * 1
salirà nella Mente : ne 1* erter
m ■* . ss» a * ' -Digitfted by Google « •K'j
« • • . ,7© DELL’ ANIMO negarti, che la ncccifità fopra la
indica- zione; e la contingenza fopra la
diftin- xione aggiungono una, come
dicono, nuova formalità. Adunque nella
necef- fita. fi vuol notar folamenteil
primato, .e’1 principato del proprio
edere : che è*il più forte de’
nobililfimi argomenti Platonici, da più
degli .Autori trattato con poca
dcgnità.E nella contingen- za deefi
moftrare fol la fuggezionc, e la
dipendenza , che meglio di ogni altra
cofa ne conduce a quel Vero , che nella
materia andiam ricercando . E vuolfi per
tanto dcfcrivcrc prima la necclfirà, e_
poi la contingenza: avvenendo per fimi-
glianti acribologie, che mirabilmente e
l’ idee fi dichiarino, e li fortifichino gli argomenti. Or la neceflità, che altro è Jìù*cbeelia fc non identità , o
inclufione_ Jìa . dell’clferc in una
fempliee unità; onde l’efienza con ogni
fua parte , e con fe- co medefimaè
infeparabilmente connef- fa ? E poiché
un cotal nello non può conccpirfi che
fia, fe non infra più Ra- gioni, o
elementi, o parti ; 1’ identità dell’uno
col numero inclufo;e del nu- mero coll’
uno includente; c delle par- ti if. -
* ’• Digitizec DELL* UOMO. 71 tr del numero infra di loro in
quell’uno» medefnno, e’ farà certamente
il nello della uccelliti . E in fine non
potendo» tutto ciò edere fenza
intrinfeco produ-- cimento , e fenza
intrinfeco procedo dell’ uno dall’
altro; nelj’ efienza necef» faria ,
necelfiria mente eflèr dee princi- pio,
mezzo, e fine:, così che il princi- pio
internamente produca il mezzo, c’I fine,
e a quelli comparta tutto il fuo edere ,
e in tutto 1* eflere di quelli fi
diffonda • e ’l mezzo , e ’l fine vicende- volmente tutto il loro edere nel prin- cipio rifondino , e in quello ritornino
,, e fi ripolino . La necelfita è
edenza., avente unità , e numero ,.
principio , mezzo , e fine per interne
comunica- zioni indivifibilmente
congiunti . E adun- que la necelfita in
fc , e con feco ,,eL- da fe medefima ,
ed avendo in fc mer. **ìzo , e fine
prodotti da un principio,, che è ella
medefima ; viene con ciò avere il
primato, e ’l principato del fua>
proprio edere , da ogni altra edenza m?
quello rifguardo libera, c indipenden-
te. Dichiarate così quelle nozioni, di-'
eiamo’ che la neceflirà, o non è ella_,
MI» . a fiat- •* • r
v “nitiVarl l.
,T> » ; . rx
*■- \ uX ' T ..
(. * V « • Vk *• *.
K T' -■ *- ; v
- . • -* V ~ [ • rV‘ te.
-a * * -V ; u.
e procaccievolc la fcien- onde
pròve' za • Quello è dedò ficuramente tutto il
i ™ . nerbo di quel famofo argomento pla- tonico, che T Anima dell’ Uomo muo- va fe medelima: e perciò da fe dipar- tirli, ed abbandonare fe (leda a
vcrun__» patto non poifa giammai. E di
queiral- tro pur di Platone , che nel
primo è im- plicato , cioè che l’Anima
dell’ Uomo,*' fia eda vita, onde il
corpo fia , e li di? t ca vivente : e
per tanto finir di vivere platonico del?
per niuna contraria forza di natura non
immortaliti . poflain niuna guifa. Perciocché qual’ai- tra cola è ella la vita , fe e* non è
un«, atto perenne , e podcrofo nelP
edere, e nell* operare? la vita è edcnza
attuola, ed atto eflenziale, o foilanziale:
è ede- re, ma perfetto, pieno, vigorofo
ope- rante : è ella altresì operare, ma
faldo, tobufto, incettante. La qual cofa
uni- camente è polla nella
generazione, comunicazione dell’ edere .
Nella vita adunque è pofleflione dei
proprio cfse- I DELL* UOMO. 7 $ re, e del proprio operare, che fi
diftin- gue , e fpecifica nella pollone
del vero , e del retto , e della fcienza
, e della legge, col potere ad
apprenderlo, e confeguirlo : e nella
pofseflione del proprio potere, colla
fcienza ad inten- derlo, e a reggerlo
colla regola. La vi- ta perfetta è il
fapere, volere, e po- tere della mente .
Ma fonovi nondime- no certi gradi d’
imperfetto vivere, per gli quali a
quella fommità della vita mentale,
dall’imo d’ impcrfcttiflìme vi- te fi
afccnde , che altrove forfè dile-
gueremo . , > : « •di-
vediamo ora della Novità , e Contin-
genza della materia , e del fuo eflere^ f . fpregcvole, fuggetro, e dipendente . Il
v che, per quel che dell’ intelligenza
det- to abbiamo , come facile a
comprende- re , preftamente in pochi
motti fpedire- roo. Siccome nell*
inclufione dell’ intel- ligenza è il
vincolo della neccffità ma- . ' i
mfcfio ;cosi nella efclufione della mate- \ • • 4 ria chiaramente feernefi l’ infragnimen-
> to, e ’1 difcioglimento della
contingen- ebetekj* L * contingenza
ella è sì fatta , che Z£ s l™. 1 • parti
, 1 ’ une all’ altre fono rtra- «**• K
2 mere, • ■ , . • ' ì . • * * Digitizeà by Google la Mate-
ria fi fpopjia dì ogni prin
- CÌpGtO « 7 6 DELL* ANIMO. nierc,avveniticcie ,e nuove; ed al tut- to ancora, che non in altra guifa, che i* une all’ altre avvenendo, e congre- gandoli infierae, compongono; e 1’ une dall’ altre dipartendoli , c fegregando-
- fi, agevolmente depongono. Come rincontro per le ragioni medefime , il tutto alle parti Tue, onde ora è
coftrut- to , ed ora diftrutto , egli è
Uranio, nuovo, e avveniticcio. E giacche
l’ in- diftinzione decedere è il nodo
infolu- biie della necedità ; ben egli è
uopo , ' che nell* ogni diftinzione-
tanta contin- genza li ritrovi , quanta
non può edere altrove. La Materia
adunque per cotai difetti non può in fe
edere, ne confetf co, ne da fe;ne può
avere interni prin- cipi , mezzi , c
fini per interne comu- nioni
infcparabilmente infieme avvinti. Il
perchè non potendo muovere, o reg- gere
fe medefìma dentro di fe ; ne_, fuori di
fe altrove in altre cpfe pe- netrare a
muovere , o reggere foftanze da fe
diftinte ; è forza che ella fi ri- manga
nuda d’ogni primato , e princi- pato di
edere, c di operare, fenza lu- me di
faperc , fenza nume di volere, . , ZT .
' efen- Dtgitfzed by Google DELL’UOMO. 77 C fenza fermezza di potere , di fcienza
, di arte, e di regola fprovveduta ,
eie- v ca , infenfata , inerte, informe,
ed im- a potente del tutto. Quel capo di
fogge -• ' ■ zione, e di dipendenza ,
fecondo quel- la generai ragione del non
edere , egli è come radice di tre più
proprie, più fpeciali dipendenze: il
primo di non intendere alcun edere, o
vero; l’altro di non appetir retto, o
bene niuno,c’l terzo, ed ultimo di non
avfcre niun_» vigore verfo niun obbietto
, di muove- nte fe medefima . E qui
altresì è cofa de- gna di maraviglia ,
che in quel generai difetto, è manifefto
lo fcioglimento , e’1 fluita della
contingenza, quafi dei non edere; onde
1* edenza , o fuftanza ^ della materia è
rifolubile , caduca, temporale . La qual
contingenza fi diri- va, e comparte ne’
tre capi fudeguen- ti: deche nel primo
di quelli c la con- tingenza del non
fapere; onde la Ma- teria è cieca, ed
infenfata :c nel fecon- do è la
contingenza del non volere ; , onde la
Maceria è difinchinevole , ed
indifferente : e nel terzo è quella del
non potere, onde la Materia è pigra,
e feio- Digitized by
Google 78 DELL* ANIMO e fcioperata . Quello egli c tutto il fà- yf reomento mofo argomento Ariftotelico di
là pre- Anjtotelico rii r r • dciu Divini . *° » che qualunque corpo fi
muova , e ta debba da altro corpo efler moflfo : on- de per non procedere in infinito , abbia ad efTcrvi un primario principio, da fe movente il tutto . Conciofliachè , come il potere della Mente ritorna nel Capere ,
e nel volere, per gir colla cognizione
ver- fo il vero , che fi conofce , e
coll’amore verfo il rètto, che fi
appetifee ; così il non potere della
materia fi ellende al non Capere , e al
non volere il vero , che non s’ intende
, e ’l buono, che non fi vuole . Adunque
come nella coCcien- n za dell’ Uomo ,da
que’ tre principi del»- trìnci} j men -
le tre poteftk mentali fi perviene, a co*
**• noCcerel’ Immortalità della mente dclP Uomo; onde poi di più conoCcijmo la cecità , ed inCenCarezza della materia;
co- sì nella conoCcenza, che abbiamo
della Materia, fimilmente da’ tre
principi de* vizj materiali , fi
comprende la cecità di quella Coftanza ,
e 1* inerzia , e 1* in- differenza, ed
impotenza:* onde poi ve- gniamo a
conoCcere 1* infinito Capere, volere, e
potere della mente del Mon- do. De*
Dlgitized by Google DELL’ UOMO.
79 -, do . Imperocché il primario
generai ca- po viziofo, ci mette dinanzi
agli occhi Come da tre il difettofo
lubrico edere della Mare- ^{Tcomjce ria:
onde argomentali infinita efl'enza , l’impotenza^ che l’abbia dovuta trarre dal nulla. Il primo fpczial vizio del non Capere, ne
zadeltaMe * h fa intender chiaramente il
difordinato, Um ,c turbolento, ed
informe edere della_, medefimajonde fi
argomenta infinita lapienza, che
coftanza, ed ordine, e— ; .forma le
abbia donato. Il fecondo, e’I terzo del
non volerete del non potè- *>- , re,
fa veder l’ edere materiale del tut- to
impotente , ed inetto: onde fi racco-
glie dovervi edere Comma benevola po- vV t- teda, ed onnipotente Nume, che drit- ti, e fruttiferi inchinamenti , e moti le abbia conceduti . L’ uno , e T altro è
egli un ben triplicato argomento dell r
Im- mortalità della Mente dell’ Uomo,e_ dell’ efidenza della Mente del Mondo • c della fuggezione , e dipendenza della Materia particolare dalla Mente parti- colare dell* Uomo; e della materia uni- verfale mondana dalla mente univerfa- le del Mondo. Il quale Aridotelico ar- gomento nondimeno , menti tenebrofe,* v altri
• • «■ 4W4 ■'
i A .->***«* Vii*. T-'
. * » > I ' QigitizcKt-ty v»^***Ó * 1
. ■ -» -* ‘,i fc Cowf /* della Scien- za ,
mento , quel Filofofo riftretto dentro
de’ confini deli’ attività del fenfo dalle-, materiali origini, che in quelle ofeurt- tà, e in quelle anguftie poflono parere e’ prende, e così efprime ne’ feguenti ve rii . -m* j w* DHLL’ UOMO 85 Tum cum gìgnimur , & viu cum limen humus
: i&wrf ftu conveniebat , uti cum
corfore , cìr «nà Caw membris videatur
in ipfo fanguine creJTe ; velut in
cavea per fe Jìbi vivere folam Conventi ,
ut fenju corpus tamen affluat orane .
Siccome contro all* efiftenza della».
Mente univerfale , 1* argomento , che
dalla fenfuale origine del Mondo trag-
go* 1 più i novelli , che i prifehi Epicu- rei, cioè che nell’Uomo, e nel Mon- do, altro che *1 corfo de’ penlìeri loro, ed altro che la mole, e i moti della materia non veggendo ; nell’ Uomo al- sfro che un fugace penfiero , e nel Mondo altro che mobile materia non elTere ar- gomentano ; quell’ argomento , dico, per quella fola dottrina delle due fpc-t 2,c di foftanze , c di origini , fenza
far altro, rimane fviluppato,c
fpianatoper ogni parte. Perciocché, fe
niun di lo- ro, non convinte prima di
vanità le fpi- rituali follarne, e le
fpirituali origini , che con chiari , ed
invitti argomenti abbiam dimoflrate,
crede di premerci ancora coll 'apparenze
delle origini fen- dali ; egli è
Scuramente uno feempio. ■*** Con at ti
8 6 DELL’ ANIMO v Con tutto ciò
e’ fa di meftieri , che quelle inviabili
origini in quello luogo in alcun modo
almeno deferivamo . Adunque poiché 1*
eflfer neceflario , e_ T efler eterno
fono i primi , e più cer- ti, e più
fplendidi lumi dell’ umana co- gnizione;
e poiché 1' infolubilc della.*
neceflità, e 1’ antico dell’ eternità fon proprie doti dell’elTenza indillinta , pe- netrevole, e comunicante; e* non altro- ve , che nelle tre principali forme del fapere,del volere , e del potere indi- ftinzione , penetrazione, e comunicazio* ne può rinvenirle d’altra parte e* non ci ha cofa più fparuta, e vana, e fug- gevole della contingenza , c della novi- tà , le quali quanto dal vincolo della_* neceflità, e dal primato dell’ eternità li dipartono , altrettanto dall’ edere, e
dal conofcere fi allontanano ; e come la
no- vità , e la contingenza fono
proprie., dell’ cflenza tutta divilìbile
, e impene- trabile della materia, così
alla medefl- ma materia la neceflità, e
antichità, o eternità fono improprie, e
repugnanti; e finalmente poiché non
altrove 1’ ogni diftinzione, colla
divifibilità,e impene- dell; uomo- sj trabilità ritrovali, che nella cecità,
in- differenza , e impotenza materiale;
Poi- ché, dico r tutte quelle cole per
luci- dilfime nozioni, e per certilTimi
argo- menti fon vere , e manifelle , e
con- te : egli è in ogni modo da dire,
che la neceflità, e V eternità non già
nel vuo- to^ nel nulla, ma nel pieno, e
neH’cf- fererne nell* edere della
materia difttn- ta, divifibile ,
impenetrevoFe, e con- tingente, e nuovo;
ma nell’ edere del- la mente,
fndiflinto, indi vifibile, pene-
trevole, necelfario, ed eterno, lì deb-
bano allogare. Anzi che la neceflità ,
ed eternit* fiano Ta fteflìflima mental
natura primaria, e lovranare che FjLj
M ente prima altro ella non ITa, cheef-
fa neceflità, cd eternità, di Capere, vo- lere , e potere dotata . La quale per Letìfere necelfario, ed eterno, da uni- co , fupremo , libero , e indipendente principio' del fuo elfere , che è l r ogni eflfere fpiritnafe ; e dell’ elfere della
ma- teria, che è l r ogni edere
corporale, cut abbia ogni folhnza , ed
ogni potere con- ceduto, ed apprettata
ogni forma. Por, perchcogni particolare
alfuouniverfale, come 88 DELL* ANIMO ' come a Fonte rivolo fi dee riportare ; Umilmente è da tener per fermo , che-* come la materia dell’ Uomo dall’ im- menfa felva dell’ Univerfale materia el- la è tratta ; così la Mente particolare del medefimo ,dall’ infinito potere della Mente univerfale è provenuta . Ma la Mente dell* Uomo, benché ella è in al- cun modo di neceflità,e di antichità partecipe , e delle tre forme ornata ; onde può fignoreggiare la Materia, e di -vita, moto, fenfo, c d’ideali forme fi- gnificanti cogitative , e fenfitive
fornir- la ; tuttavia perchè ella è
finita , e par- ticolare, non può
dominar la Materia, ne con produzioni di
foftanze, ne con introduzioni di reali
forme. Dal che li raccoglie efler dritto
della Mente uni- verfalc, che ella, come
ha prodotta, e moda, e moderata la
Materia univerfa- le per la formazione
di tutte le fpezic delle cofe mondane,
ad edere; così pa- rimente abbia
prodotto, e moda, e fi- gurata la
materia particolare per 1* in- *
formazione , onde fieno l’idee, e forme ■ . fignificanti a fentire,e a conolccre .
Nel qual noftro diviiamento è pure , a
mio * giu- # »
; # • i / • . . **
? * . .‘^fliqitizedjay. Google DELL’UOMO. 89 giudizio , memorevole un bel cambio di libertà, e di dipendenza tra la Men- te particolare, e la particolar materia nella coftituzione dell’Uomo . Imperoc- ché la Mente , comechè per le tre for- me mentali aver deggia primato, liber- tà, ed indipendenza ; con tutto ciò per- chè è terminata, e particolare, non può ella da fé trarre la Materia al fuo con- sorzio, ed alla compofizionc dell’ Uo- mo: onde per la particolarità , e termi- nazione, ella è in quello ancora, e fug- gett 3 ,e dipendente : e la materia,
ben- ché per le tre forme viziofe
materiali , di Tua natura fia dipendente
, e ferva ; nulladimanco , perchè è ella
con tan- ' to ingegno formata, che debba
eflcrc informata al fenfo , ed alla
cognizione ; è libera , ed independente
dalla materia univcrfale . Conciollìachè
quella forma, che è magifterio di Sovrano
Sapere , non Solamente la Sottragga alla
debolezza , cd alla cecità della
materia, ad ogni al- tra formazione di
per Se impotente ; ma oltre ciò la debba
diftinguere , e Se- gregare dall*
univerSal Seminario , e dal- la
formazione universale dell’ altre co-
•M Se. ' ¥ ri.
1 » t . Digjtized by Google > • • : ^ 4 »
Vera orìgi- ne dell' Uomo rintracciata
col lume del- la filofofia . Origini ma- faiche ezian-
dio all’ umano faPere chiare
, efuminofe . 90 DELL» ANIMO fe . Sicché per quelle vie vienfi a co- nofccre eziandio, che dalla mente uni- vcrfale, non già la fola mente partico- lare per creazione; ma infieme la par- ticolar materia deir Uomo, quanto al- la formazione , immediatamente è do- vuta procedere . Quella è ella 1* origi- ne deir Uomo, che con quell’ altra del Mondo giunte infieme , fono il vero pieno, perfetto, armonico , e maravi- gliofo delle facre origini mofaiche, con ogni ragione ,c con ogni legge , c rego- la concordi : quanto ofeure a’ baffi , e
ca- liginofi intelletti , tanto a’
fublimi , e purgati eziandio dentro i
confini dell* umano faperc Iuminofe . Laddove
e», manchevoli, e difordinate, ed inette
,e da ogni ragione , e regola
difeordanti , le origini di Diodoro, e
di Lucrezio, e d’ altri fenfuali
Filofofanti , anche al lu- me del
mondano fapere per falle fi ri-
conofcono . Per fare come un
Epilogo delle co- fe della natura dell’
Animo finora de- putate ; prima abbiam
provato , che*. 1* Animo è ineftenfo, e
penetrevole . Secondo , che elTo è
immobile, ed inva- ria- *
. Dinlti7 # DELL* UOMO. 9 i riabile .Terzo, interminato , ed umver- fale T abbiam dimoftrato ; inquanto
Tini- mobilità , e T infinità fi
oppongono alla mobilità, e finizione
materiale . Quar- to , che e’ debba
avere dell’ edere ne- ceffario, ed
antico . Quinto , ed ulti- mo che egli
abbia libertà , cd indipen- denza , e
primato , e principato del proprio
efTere , e dell’ alrrui . Da tut- te , e
ciafcuna delle quali ragioni egli fi è
conchiufo , dover T Animo in__. ogni
modo edere immateriale , ed im- mortale.
Di più colf ultimo argomen- to del
primato , abbiamo feoperta la va- nità
di uno de’ principali argomenti dell*
Avverfario . Ma quante ragioni abbiamo
allegare, per convincerne della diverfi-
tà delle due nature dell* Animo , e del
Corpo ; e per conofcere T edere fpiri-
tuale,ed Immortale dell’ uno, e T eder
cieco, ed infenfato dell’ altro ; altret- tanti oftacoli pare che dinanzi ci fiamo opporti , per non intendere il concorfo, e la congiunzion loro a coftituire un_i principio di edere , e di operare nelT Uomo. Imperocché quanta fra quelle^ due nature è diderenza nella foftanz# Mto* M 2 dell’ ci- *» DELL’ ANIMO .deir edere , e nella maniera dell’
opera- re; altrettanta ripugnanza pare
dover- vi edere ad unirli infieme alla
coftitu- zione di una natura . La qual
diflicultà ella è tale, che come l’altra
dell’unità dell’ edere, e dell’ operare
dell’ Uomo , prima ha fofpinti gli
Epicurei a credere che l’animo, e ’l
corpo fiano una me- defima natura; così
la difficoltà del po- tere edere due
nature diverfe , gli ha», poi nell’
errore vie più confermati . Gonciodiachè
prima fi prefentò loro in- nanzi quella
unità , onde facilmente», ConcKiufero la
dmiglianza delle due na- ture : e pofeia
contro ad ogni più forte argomento, che
l’animo di altra natu- ra dover edere
dimoftrade , han fatto riparo con quella
ripugnanza : che na- ture cotanto
diverfe non potelfono con- venire
infieme a comporre una medeli- ma
eflenza . Sicché tutti gli argomenti
della mortalità da quelli due capi , che
ora abbiamo additati , difendono . Ed
ancora quella immaginata ripugnanza ,
cotanto ella ha potuto fopra lo fpirito
di alcuni moderni Filofofanti ; che per
le loro vie , e giuda i loro principi , 1
DELL’UOMO. 93 non potendo eglino
unire infieme lana- tura fpirituale, e
la corporale a formar 1 ’ Uomo , fonofi
rivolti a voler riftrin- gere, e
rinferrare la foftanza dell’ Ani- irrori di
mo chi ìh una parte , e chi in un* al- t&StS. rra acl i^elabro ,come già argomentato tomo
alta Se. avea Lucrezio, che dovette
farfi ; ****** T animo di fuori venitte
a compor l’Uo- * mo , e non gii col
corpo da fimiglianti principi nafcefle .
Or chi crederebbe - che anzi quella
diverfirà è ben ella la , cagione, onde
la natura fpirituale, e la corporale
fono inchinevoli, e prette a convenire
infieme , o nel mondo alla formazione
per lo produci mento di tut- te le
fpezie materiali , o nell’ Uomo a produr
1* Uomo, e le forme fenfitive, e
lagionevoli all informazione? 1 cotan-
to egli è vero, che P inveftigazione ,
dal principio male avviata, per tutto
il corfo, poi fino alla fine fa traviargli Uomini dalle verità, quantunque age- voli, e piane. E per difingannareognu- no, noi dicemmo gii, che la Mente 7 per 1 inclufionc , o penetrazione è ella
* i n S e & nj °fa f attuo fa y
operante; e per la raedefima cagione è
altresì invariabile,, • w ^ «P« • f
I DigitizóJ by Coogle 514 DELL* ANIMO, e per così dire,impallìbile, o impazien- te: e che la Materia, per l’ efclufione
, o impenetrabilità è infenfata, viziofa
, fcioperata ; e per tanto è oltre ciò
mu- tabile, e per così dire, paflibile ,
o pa- ziente: poiché immobilità, ed
invaria- bilità, che della Mente c
propria, egli c il medeiimo , che
impaflibilità , o im- pazienza: e
mobilità, o mutabilità, che della
Materia efler propria dimoftram- mo , è
lo flelTo che pazienza, o paflibi- lità.
In quella impaflibilità , per cui la Mente
non può edere moda, mutata, o variata,
e* può parer vizio, o difet- to , e
nondimeno è virtù: e propriamen- te ella
c l’atto pieno, perfetto , vigo- rofo,
onde la Mente è, ed intende tut- to ciò
che eder dee, ed intendere: ed infieme
produce ad edere , ed efprime a
conofccre ogni foradiera edenza. E così
la padibilità, o pazienza, per cui la
materia non è immobile, e invaria- bile
, può parere virtù ; e tuttavia è vi-
zio: e propriamente ella è la potenza
vacua, imperfetta, inferma, onde Ia_#
materia non ha proprie forme di ede-
re , ne d’ intendere ; ne di produrre, ne *
DELL’ UOMO. 9* di efprimere
realità, o idee nell’ altre cofe . E
ficcome V atto mentale , che- per 1*
immobilità fembra dover edere infertile,
ed informe, dalla fua unitali conduce
alla moltitudine, a produrre-, molte , e
varie forme di edere , e da intendere
nella variabil materia ; così la potenza
materiale, che per la mobi- lità par
dover edere fertile , e formo- fa,da fe
trafcorre ne’ difordini,e negli errori .
Ma ben ella dalla moltitudine all* uno,,
cioè ar conciglio, all* ordine , ed alla
forma eder può condotta per forza, ed
ingegno della Mente , La_* Materia da
fe non ha forma , ne atto ^nzTddl^L
alcuno; ma per quello appunto ella è virtù della-* tutta capace, ed abile a ricevere ogni
^detuM^ forma, ed ogni atto. La fodanza
eden- mia.. fa, rutta didinta , e di
viflbile della ma- teria , che in
dividendo o non mai ad alcun termino
perviene, o termina in indivifibili
edremità: quanto per quedo ella
apparifce mobile, e variabile ; tan- to
s’ intende eder pieghevole , ed arren-
devole , ed odequiofa a prendere tutte
le forme , e i modi,, che *1 fapere, e
volere mentale può ritrovare . Se la^
ma- Digitized by Google 9 6 DELL’ANIMO materia non forte tale qual’ è , eftenfa
, impenetrabile, divifibile, e variabile
in ogni modo ; non potrebbe ella efler
ca- pace a ricevere forme, ne reali
operan- ti nel Mondo, ne ideali
lignificanti nell’ Uomo . Se la Mente
non forte ineften- fa, indiftinta,
immobile , ed invariabile; non avrebbe
ella ne potere , ne inge- gno di forme;
ne potrebbe aver virtù, ne modo d’
informar la materia . La_. leggerezza ,
ed incortinila, e variabili- tà, ella è
della abilità della materia ad erter
formata, o informata. La fermez- za , e
cortanza , ed immobilità , ella è def-
fa virtù della Mente a formare , o in-
formar la materia . La Mente per la
virtù, che è il fuo atto, è principio del- le cofe operante . La Materia per lo di- fetto, che è il fuo edere potenziale , è principio delle cofe, per così dire,paf- fivo . Quella è la più rimota attitudine
, e capacità della materia per la
produ- zione del Mondo, e per la
cortiruzione dell’ Uomo a concorrere, e
a congiu- gnerfi colla Mente. Ma altro
e* fa ben di meftieri , che polTa edere
vicino appa- recchio a sì grandi opere
maravigliofc . /I DELL* UOMO. 97 La Materia , fecondo l’ opinione di coloro, che nell’inizio delle cofe vo- gliono il vuoto , dee edere fcompiglia- ta, e fparfa in moti difordinati , e
tur- bolenti : e fecondo 1* altra degli
altri , che noi vogliono, dee darli
immobile, e fcioperata: nell’uno, e
nell’altro fi- ftcma ad ogni formazione
inetta , ivi per lo fcompiglio,e
difordine, che proi- bire ogni fruttuofa
compofizione , equi per 1* immobilità ,
e fcioperaggine, che toglie affatto ogni
sforzo ad ogni in- traprefa. Il perchè
gli uni, e gli altri per viediverfe
s’ingegnan di adempier quei difetti
della materia, e di appa- recchiarla, e
condurla alla formazione . Ma lafciato
da parte dare il contrado di quelle
rimotc origini , che qui non ha luogo;
egli è certiflimo , che la ma- teria di
per fe impotente, ed infruttuo- fa , con
due condizioni può pervenire a comporfi
, e variarli , e a comporre , e produrre
i var j frutti delle varie fpezie delle
cofe. L’uno è il contatto, che_ aduna le
parti ; l’ altro è il confenfò , o
concerto , che unifce infieme i movi-
menti. La Materia quando ha le parti
N con- Due condi- zioni necejpi- riea compor-
re , e Variar la Materia • ;
98 DELL’ANIMO congiunte in un lol
corpo , e i moti cofpiranti in un fol
moto; allora è ella nel colmo dell’
eflere variabile , e pie- ghevole , e
offequioSo . La Materia pria Sminuzzata
, e raffinata , colle parti in- ficine
accolte , e co* moti tutti in uno
convegnenti , ha la maggiore Squisitez-
za dell* eflere paffibile, o paziente, che è,o a raflomigliar l’ idee mentali moda- li , o a congiugnersi con idea Softanzia- le, la più vicina , e più pronta
diSpofi- zione. Imperocché in quello
fiato, con quelle doti la materia in
certa guiSa al- lora è con Seco , e da
Se , ed in Se : ed ha il primato , e *1
principato del Suo proprio eflere , nel
tutto le parti adu- nando; e ’l tutto
alle parti eftendendo ; e le parti fra
loro, e col tutto infieme giungendo :
ficchè ne moto in una par- te può
SuScitarfi , che per tutte V altre parti
non diScorra , e per tutto in ogni lato
non fi diffonda ; ne modo , o for- ma
può imprimerli in una parte , che», ad
ogni altra infiememente da ogni ban- da
non fi comunichi . Con che la ma- teria
tanto all* eflere mentale fi avvici- na
, che ben può tutte le idee dclla_.
UBeJÈt ■ • men- . •jJ,
iwO '
• »** j.v»W DELL’ UOMO. 99 mente agevolmente cipri mere , e tutti i numi prontamente efeguire , c la fu- ftanziale idea fecondare , e con quella Erettamente collcgarfi acoftituir
l’idea, e ’1 nume dell’ Uomo . Colla
copia , e col contatto delle parti , e
col confcn- fo, ed armonia de’ moti, la
materia ha tutta la felva, c tutto il
potere , e tut- ta l’abilità per
appreftare a Mente fu- periore tutte le
forme delle cofe , colla produzione di
tutte le fpezie mondane^ c per
appreftare fe medefima a Mente conforte
, per la coftiruzione dell’ Uo- mo, col
producimento di tutte le for- me ideali
fenfirive, c ragionevoli. Ma per
deferivere più particolarmen- te la
maravigiiofa unione delia Mente, e della
materia nell’Uomo, non già per hmfrabÙZ^,
confermarla, che di già abbiam fatto ;
è uopo affifarci ad oflervare le opera- t^Materi zioni dell’ animo noftro : che giufta il
nell'Uomo veriflimo volgar principio,
quale 1’ ef- fer delle cofe, tale ancora
è l’operare: e vicendevolmente qual è
quello, tale efter dee quello
infallantemente . Quan- do l’Uomo
apprende le forme fcnfibili della
materia circoftante ; e in appren- . » N
2 dendo Sì prende ad adombrare - Digitized-by Google .t i»
. : * \ 100 f:
.. ^ Coro* Al-» . A lente
apfrc- r da le formai ì • de' fenjtbili obbietti •
li ■ *
'> 3 - 4 » E; V ' DELL* ANIMO dendo quelle forme da* piccioli indizj
-, c rudimenti negli organi de* fenfi
intro- dotti , come altrove abbiam
ricordato, le difpiega , e dilata ;
certamente allo- ra la mente nodra , e
raccoglie in uno i numeri , ed adegua le
dimenfioni , ed efprime le modificazioni
della materia . In quelle fcnfuali
figurazioni la mente ha per fuo oggetto
la materia formata ; e in quell’ edere
della materia, diciatti così,
obbiettivo, la mente fi congiugne in
alcun modo colla materia ;ficchè or-
nandoli delle di lei forme , dentro di fc nel fuo eflere eftende , fpiega , e figura la material fodanza . Similmente quan- do da’ geometrici elementi , e dalle-, combinazioni, e da’fillogifmi , la Men- te dell’ Uomo da fc giugne a trovare forme artificiose , da trasmettere nella materia ; quelle forme medefime , nel fuo medefimo edere codruifce ; molti particolari in uno , cioè nell’ una*
fua_. Semplice , e indivifi&ile
edema , eden- Stoni, figure, e numeri
effigiando . Adun- que nelle mentali
nodre operazioni, due cofe quanto certe
, tanto memorevole intervengono* L’una
è, che la Mente con Vf.
V M * Oigitized by Gòogie • -
VÙk' i, % dimento . Per quello
novello fiflema.» coflrutto fopra
faldilfime fondamenta , S* intende bene
quali fieno i principi . ; . LHj dell*
Uomo: e le maniere dell’ operare ,
utilità del come colle più interne, e più fecrete nuovo fijiema guife dell* eflere mirabilmente
confen- tano : e la Mente dell’ Uomo , e
dell’ U- niverfore la materia dell’ uno
, e dell' altro: e TofTequio di quella,
e di quel- la materia :c la virtù di
quella Mente, e di quella ; dell’ una a
formare , e dell' altra ■*, A.
\ :: JL ■*: Digitized Grtogl» • . \
DELL’UOMO. io 5 altra ad
informare, con mille altre ve- rità
finora alla maggior parte degl’ in-
gegni nafcofte , vegnono a conofcerfi
chiaramente. Sopra tutto per quefta_r> dottrina , 1* argomento di Lucrezio ,
che dal confenfo dell’animo, e del
corpo, il contatto di quelle foftanze ;
e dal con- tatto l’uniforme natura di
amendue*. Vucrezio. vuol concludere ;'nel
quale tanto con- fìdanoi novelli
Epicurei ; fi difcopre-chc
Secondo argomento di | / l
'egli è ufeito dal più cupole più rene-
brofo fondo dell’umana ignoranza . L’ar- gomento è efpreflo in que’ verfq : - hit.
Uh H, *tm e. L bt. enim propellere membra , «-
f I.v ’ - Corpoream docet effe.
Ubi. enim Corripere exjomno corpus ,
mutar eque vultum , Atque hominem tqtum
regere , ac ver far e videturz {Quorum
nil fieri fine ta8u pqffe videinus^ '1
J«M! r i t.*V. ‘. & ^ i.
H£ t. ‘ fi io 6 DELL*
ANIMO mentale, che è la penetrazione, e
i’ in» elulione . E che 1’ eftenfione,
la fuccef- fione, e ’l moto con quel
contatto , e con quel contenta, fono il più
pronto, c predo inchinamento, ed
olTequiodel- la materia. E in fine, che
P oflequio ap- prettato con quelle
condizioni , e’1 pò- cere efaltato con
quelle doti , fono la maniera più
adattata, e più conface vo- le di unire
infìeme la Mente , c la Ma- teria alla
coftituiione dell’ Uomo . Ma fe
Lucrezio colla feorta de’ tan- fi non
potè penetrare in quelle profon- dità ;
almeno dalla poteflà , e dall' im-
perio, che P Animo ha fopra il corpo,
potea coll* efempio d* illullri Filotafi
alcuna cofa argomentare di più prege-
vole, che non ha fatto. Tanto più, che
quella prerogativa cosi bene efprirae
in quelli verta : 0 Citerà pars
arùieé per totum dljjìta corpus Paret,
& ad numen mentiti momenque movetur :
' a* * - • ^ \dque Jìbi Jolutn
per fi fipit , cSr fibi goudeti Cum
ncque res animami neque corpus commove t ulta • Concioflìachè lo fptendore di cotal prin-
Pigitized by GoogU • • . ,
tn« » wn io8 DELL’ ANIMO folo , ma tutti in un colpo avrem ricili i nervi di tutta 1’ argomentazione Lu- creziana . E benché con dimoftrarc lo fcambievole inchinamento , c combacia- mento di quelle nature , fi è in parte-, (pianata la difficultà ; tuttavia ci c
altro da dire ancora , per farne da
prcflo ad offervare quella maravigliofa
unità. Nel fenfo , e nella cognizione
dell’ Uomo , o per la percezione delle
efterne for-» me, o per la concezione
dell’ interne idee ; egli è da por mente
ad una cola affai memorevole , che non
fi è finora nelle bocche udita , ne su i
libri letta delle novelle famiglie de’
Filofofanti : cioè, che quanto da noi ,
o concependo fi penfa, o con percezioni
fi apprende, tutto dee effere in fé
raccolto , accon- cio , ordinato, e
comunicante: e nien- te , che o
diflìpato fia , o confufo, o difcordantc
, può ne effere efpreffo da- gli edemi
obbietti, ne per interne idee figurato .
L’ obbietto del noftro fenfo , e della
noftra cogitazione , proporzio-
nevolmente fecondo che più , o men-»
vive , e chiare fono le fenfazioni , e le idee , egli de’ bene effere ordinarameu- • j , . ■ i * o te — . Digi^ed by GoogUf DELL* UOM O. .109 te confetto , c congegnato: licchè le
par- ti ciafcuna al fuo luogo adattate,
etra loro congiunte compongano ciò
che_ deono comporre: e poi per lo moto,
il tutto colle parti , e le parti col
tutto , _ . ed infra di loro,
comunichino infieme vicendevolmente .
Imperocché, come altrove è flato detto ,
qual’ è nella Mcn- OlfaV è la te la
penetrazione , e 1’ inclufione ; tal’ L///ES,
è il moto nella materia: onde la pene- limato trazione, un moto della natura fpiri- ne ^
t,AaUr,a ' tuale fi può dire che fia ; c
’l moto all’ incontro una penetrazione
della corpo- ' ralc. Oltre a ciò la
confettura, e’inu- mero, e le dimenfioni
con arte voglion ettere difpofte: ed in
numero , c mifu- ra regolatamente vuole
il moto per tut- to da un capo all’
altro trascorrere :e di quindi nella fua
origine ridondare: e-, tutto ciò
variamente, fecondo il vario ingegno , c
’l vario modo delle cofe . Conci oflìac
he , come nell’ efprelfione_* dell’
efterne fignificazioni , o azioni , - »
tutto l’ ingegrio, e tutto il movimento
vien da fuori , e fi riproduce nel fenfo
dell’Uomo; così nelle figurazioni inter-
ne, a formar 1* opere dell’ arte , tutto r in-
V / I* * Digitized by Google /
JT Luce , e le- nebre che fia- to elle.
I ,no DELL» ANIMO T ingegno, e ’l movimento dall* inter- no fenfo dell* Uomo provenendo, nel- le materie efteriori pofcia fi diffonde
. Fermamente ove è diflipamento , tu- multo , difordine , e difeordanza , qui- vi ci ha egli un chaos tenebrofo al fen- fo , ed all’ intendimento dell’ Uomo : ed ove è adunamento , ordine , e concor- dia con vigore , ed attività; ivi èchia- riflima luce . Sicché le tenebre non fi può dire, che altro elle fieno, fc noru» che difordine , e dilpergimento , e di- feordanza di parti, e di movimenti: e la luce all’ incontro ben fi può crede- re , che altro ella non fia , che piena , vigorofa, ed ordinata comunicazione di modi , e di moti . Perchè la Mente dell’ Uomo è ragione, ordine , regola, vir- tù, ed atto penetrevoleje le operazio- ni mentali, fono elleno o elementi, o congiungmmenti , o fillogifmi di feien- ze , e di arti ; non può per tanto la». Mente altrimenti operare , che fimi- glianti modi ordinati, e ragionevoli, ed attuofi, e penetrevoli, o per le forma- zioni producendo, o riproducendo per 1* efprelfioni. Cioè adire,ficcome ali* in-
Bigiteed by Google DELL’ UOMO.
in intendimento noftro fon naturali , e
prò- „ > prj gli elementi, o generi,
le combina- zioni, e i fillogifmi
dialettici, metafifi- ci , geometrici ,
ed altri d’ altre Facol- tà , e Scienze,
che tutti dal copiofofon- ** te della
foftanziale, ed univerfal ragio- ne ,
eh’ è della Mente , produconfi ; così
folamente le acconcie,ed ordinate, e
ragionevoli , e penetrevoli forme,
modi , ancora dell’ efterne fignificazio- ni , ed azioni fono al medefimo inten- dimento adattate, e proprie: e feonve- nevoli, e fconcie , e difadatte , e per confeguente infenfibili , edifintendevoli fono le cofe difordinate , e feompiglia- te, e difeordanti . La qual cofa , per quello tante tolte da noi ricordato principio , che qual è delle cofe Fede- re , taf è T operare , è affai chiara , e
ma- nifella . E come le Scienze, e 1*
Arti fono ampliarne tele di ragioni, e
di mo- ze te e /^ m di, e lavori con
penetrevole comunio ■ fino mfiìffi- ne
conteftej e le fignificazioni efterne ,
che figurano, c fiedono il fenfo , firnil- * *. ^ mente con forme, e modi, e moti mi- furati, e comunicanti compongono di cofe fatte, o nate la Storia ; così è da tenere •
Digitized by Googl ii2 DELL’
ANIMO tenere per fermo, che Cielo ,
Terra, Mare, e tutta la macchina
mondana, di elementi, e di congiunzioni
, e fillogif- mi aritmetici, geometrici
, e fiatici co- ftrutta; e di copiofe,e
vigorofc forze, e moti fornita, da un
principio per tut- te le linee fino all*
ultime eftremità , per continuata ferie
gli uni dagli altri procedenti , tutra
confcco medefim.'L, comunichi, e in fe
medefima fotti Ita , e da fe a fe , da’
principj a mezzi, c fini, virtù, c vita
fommimftri . I quali modi, e mori j
maeftrcvoli ingegni di fovrana fapienza
, ne’l fenfo noflro, ne 1* inten-
dimento può diftinguere , e fccrnere a
. V niun patto: e chi di proprio ingegno a s ^ fuo modo di fingergli ardifce , egli
è \ certamente un infano. E per li
quali modi, perchè ordinati, e
ragionevoli , .la materia è, per così
dire , fcibile; e è non per fe fletta :
perchè d i fe flef- f er onevor*' c ^ a
® inferma ,ed informe, dal divi- ìntlol
no Platone per tal cagione condannata
duce la Men . a rimanerli in perpetue tenebre fe pot- rà . Ecco adunque del conofcimento dell* informazione un aliai notabile
pro- fitto . La Materia dell’ Uomo , per
ordi- « ne. ■/ * ■
ir . • Qigitizqd'by m
9 k ì.ì DELL’ UOMO. P ne , ed incatenamcnto de' principi ,
mez- Zl , e fini , tanto nella fabbrica
dell' or- gano .quanto nell’ influenza
del moto, ella e comporta con tale
ingegno, che tutta m fe infittente, ed
in fe raccolta, e per tutto operante, e
rivolta ad ap- prendere le forme efterne
degli obbiet- ti elterni , e a produrre
l’ interne degl’ interni : e fecondo
querte , e quelle , che fanno un
concerto di lumi a profittar nella
icienza, a regolare la vita , c ad
operare nell'arte . L* altre naturali com- polizionl, e l’univerfo medefimo della Matura , non fono in altro modo , che per e fiere efpreflTe da idea nel fenfo , c ^
: ne i a n.°f; ta210ne: ma Ia magnifica
ope- ra dell umano comporto è tutta
ordi- nata ad efprimere, ed apprenderle
co- le. Il corpo organico è un
arrificiofifli- P/ r ef P rimere , e
raflbmiglta- re tutte le forme, e
apprendere e fUn ca ** cor t° bile Tfl
,e - azi** ^ de fpeciofi , ed attuofi
obbietti circo- ^ flanti . La materia
dell’ Uomo a quel modo coftrutta , e
modificata è infine una mente materiale
. Adunque la Men- P te. : y
. \ « > ■
♦ « _ iDigitized by Google r unità diir Uon w.
1 ar ri4« DELL’ ANIMOI tc , modificata fecondo quella ordina* fì fwV» ta » c ragionevole modificazione del
cor- po organico, in primo luogo fente ,
o avverte quella fua modificazione : e
per tal cagione , e in oltre per 1*
intima^, unione , avverte ancora, o
fente laMa-*ì teria congiunta.
Conciofliachè quanto quel modo V è
apprettato dalla formai corporale; tanto
ella da fe per naturai virtù lo produca
: ficcome appunto av- viene nelle
minute, e variabili , e lievi
informazioni de’ fenfi, e delle cogita-
zioni particolari . Comunque egli ciò
fia , la Mente fenza fallo i* universa»
compofizione delle parti, e V univerfo
confenfo de* moti, che tutte le parti in
uno, e tutti i moti in un fol moto con-
giunge, por P influenza de’ principi ne*
mezzi , e ne* fini , e per lo ritorno di
quelli in quelli ;Ia compofizione , dico, e’1 confenfo univerfale, prima conclu- de nell’ unità della ifua univerfal
cogi- tazione ; e poi , in quanto è
modificata ne’ principi, fente quivi il
ritorno de* mezzi, e de’ fini: ed in
quelli allo’ncon- tro , fecondo i quali
fimilmente è mo- dificata , fente 1’
influHo de’ principi : onde ->*t
□ » Oigitized by_Googl( DELtWOMO. il s onde viene a formarli un confenfo luci- do , univerfale , con che più efprefla- mente avverte , e fenre la Tua unione) p’I corpo organico congiunto, e tutte le parti, e tutte le azioni fra loro
Team* {fievolmente comunicanti . E in
cotal modo, della materia con ferma , e
(U* bile modificazion ragionevole,
ordina- ta al fenfo ,ed allo
’ntendimento ; e deN la Meme, che è erta
lòftanzial ragione, che per naturai
producimento , e per P unione del corpo
, nel corpo imprem de quella
modificazione medefimajdell* uno , e
dell’ altro ftretri infieme , ed uniti ,
in quello già deferitto intreccio di
(labili , e fondamentali percezioni ,
•fa fic ne il fenfo ragionevole , e la cogi- dei fenfo tazion fenfuale , che è la Natura dell’ e
della cog?- Uomo. Ne è da lafciare
addietro, che uz,one • de’ due modi di
operare, l’uno della», diftribuzione
dell’ univerfale ue* molti ^particolari
, e l’altro del raccoglimen- to de’
molti particolari nell’ univerfale, -da
Mente qui con quello fecondo mo- rdo
adopera ; poiché di molte partile -di
molti momenti , e movimenti forma un
corpo folo,ed un folo movimento: P 2
fic- ^Oigitized by Google i \6 DELL» ANIMO ficcome fa delle forme aritmetiche , e geometriche , e dell* altre di lor
natura eflenfe, e divifibili , che aduna
nell’ine- ftenfa , e indi visìbile fua
cogitazione ; così nelle concezioni ,
quando ella da fe le inventa ; come
nelle percezioni r quando ella in quelle
già inventate , e fatte s’ incontra .
Laddove per contra- rio nelle percezioni
degli obbietti eter- ni , nell’organo
univerfale dell’ univer- fal fenfo,e ne’
particolari de’ fcnfi par- ticolari , la
fua unità , ed univerfalità già piena, e
feconda comparte ne’ mi- nuti indizj , o
immagini , all’ impreso- ne, che ne
riceve; tutte dall’intimo univerfal
fenfo, e cogitazione riprodu- cendole .
E ormai , a mio credere , ri- trovata
già 1* unità dell’ effenza , e del- la
operazione dell’ Uomo . Poiché ogni
unità, o metafilica, o fifica,o etica,
di arte , od altra come che fia , fe vi ’ ha di altro genere , certamente ella fi compie per unione di atto, e di poten- za; così che, o per identità, o per na- turai produzione, o per azion morale, o artificiofa , 1’ atto colla potenza,
c- quella con quello fi avviluppino
infa- me , Digitizgd by Google DELL'UOMO.
© fievole fi difeopre . Imperoc-
ché primamente il fenfo lucido ragione-
vole , che dalla coftituzione delle due
nature rifulta.è quello , che nafce,e fi
eltingue coli* Uomo : e che propria-
mente per gli varj gradi dell’ età quel-
le variazioni , e quelle vicende patifee: e non è già la pura , e lineerà intelli- genza della parte pura , e lineerà
fpiri- tuale . Quel fenfo, che è
univerfale , nella già cfplicata
univerfal modifica- zione della materia
congiunta , al va- riare della materia
medefima, ne’ varj particolari modi, e
moti, che al moto, e modo univerfale
fopravvengono , o dentro dell’Uomo
fufcitati, o di fuori tra fm e Hi ,
ancor elio dee elfcr varia- mente
figurato, e mollò . E quando nel procedo
dell’ età, al variare degli anni, o
ancora per morbo , o per qualunque altra
cagione i modi ,e moti li perver- tono,
e turbano, o illanguidifcono , o
celiano, o fi cancellano in parte , o in tutto-
“ Ditgitized by Cooglc 12 6
DELL* ANIMO tutto ; allora forza è che
quel fenfo , di che parliamo, più , o
meno , tutto , o parte pervertito, e
difordinato, ofpa- ruto, o deformato ne
vegna. Ne’ qua- li cangiamenti, nella
parte materiale, e non altrove, come
defcrivonfi i modi, c fi miniftrano i
moti; così i difordini, e » fopimenti, e
i vuoti , ed ogni altro vi- zio
principalmente addivengono. E da quel
lato, onde eflo fenfo è di condi- toli
variabile, e mortale, a tutti quei
cangiamenti , ed accidenti è fortopofto , falva , e intera, e illibata rimanendo
la parte pura dell’intelligenza , che a
quel- le varietà la fola univcrfal
cognizione, o cogitazione fomminiftra ,
c’ tutte-, quelle varietà lènza
moltiplicazione , e fenza giunta
riproduce. E qualunque fa la (ecreta
guila della unione delle-, due nature, e
cheunque ne rifiliti,!! Mente , ficcome
nella reale, e (labile informazione del
corpo organico , che è come foftanzial
percezione , indiflin- ta, c indivifa ,
include, c penetra , ed adegua il vario
lavoro di quella prima', e (labile
modificazione ; e come nelle percezioni,
che fono ideali , e leggiere , e
fu- r DELL’ UOMO. 127 c fugaci informazioni , fimilmente indi- ftinra, indivifa , e invariata, penetra,
c include , ed efprime quei varj
minuti modi particolari ; c sì quella
prima fo- . ftanzial modificazione ,
come quelle fe- condane accidentali
dall’ unità, e dall’ univerfalità della
fua virtù , e natura», produce , o
riproduce ; così quando quei modi, c
moti fi turbano, o ceda- no, o fi
cancellano tutti, o parte ; la v Mente
allora, o in parte, o all’ intutto
fofpende le lue produzioni , c depone
quelle modificazioni fenza pervertimcn- gbi di 'modi to,e fenza detrimento della fua foftan-
corporali. ■ za, falva,ed intera prima
nel fenfo uni- vcrfale' raccogliendoli ;
e poi, fe elfo * univerfal modo, e moto
organico cof- fa, o fi cancella ; nella
fua propria uni- tà, ed univerfalità
della fua pura natu- ra , e intelligenza
raccolta , li rivolge ad altri obbietti
, e di altre forme fi adorna , ad altro
vivere , e ad altro fapere . ' 'f Quella nofira foluzione non lafcia», luogo a dubitare della vanità, ed infcr- mezza dell’argomento Lucreziano. Im- perocché nel noftro fillema tutti , dr- cram J
* vv rz8 ^DELL’ANIMO ciani così , i fenomeni delle fenfuali,e ragionevoli operazioni deli’ Uomo, con quei crefcimenti , e fallimenti venendo pianamente efplicati: ficchè ,dato che— È intelligenza dell* Uomo fia fodanzia- le, e la materia fia bruta, c cieca ,
co- me noi affermiamo, e niegano gli
Epi- curei ; le operazioni della ragione
, e— del fenfo pur nondimeno così dareb- bono elle, come ora danno; per certo che quell* argomento il più riputato , non vale a concluder nulla . Che fe poi fi pon mente, che gli Epicurei , con tut-
« to l’ingegno loro, non han finora
potu- to da niun modo, o moto
argomenta- re della materia niuna diffidenza
, e- abilità all’ opere fenfuali
ragionevoli dell’Uomo; tantoché
l’imprefa di fpie- gare quei fenomeni
difperando, hari— lafciata dare; allora
certamente la no-, - dra foluzione farà
ancora dell’ edere- fpirituale,e
immortale dell’Animo una novella
dimodrazione. E per ìfcorgere la
convegnenza , eia bellezza della dot-
trina, tutto il penfamento è qui ora-
tempo di rapportare. Noi adunque pri-
ma poniamo due tra fe lontaniffime-f;:
cdre- r* -
av A ' / /
DELL’UOMO. 129 eftremità , 1’
una del più e ccelfo flato di perfetta
intelligenza, e l’ altra della più bada
condizione della cecità della materia.
Le quali Mente , e materia in quelle
eftremità conflderiamo , che amendue per
contrarie ragioni ugual- mente da fe
sbandifcono ogni docilità. L’
intelligenza perfetta da un lato, per 1
°& n * includono , e penetrazione do-
vrebbe ella certamente ogni lubricità ,
e fluflo,e fucceflione efcludere di dot-
trina: e si perfetta dottrina , e perfet- ta feienza in ogni tempo pofledere : e non mai in niun tempo docile poter ef- fere ; che fenza il lubrico , e ’l
vicende- vole di variate, e fugaci percezioni
, e ragioni non può ftare.La Materia
dall* altro lato, nell’ eftremo deli’
impoten- za, e deformità , per la
dimoftrata im- penetrabilità , ed ogni
efclufione , doci- le in niuna guifa non
può ella eflèr giammai : fe la docilità
con tutta la fua incoftanza.e lubricità
, pur tuttavia in- cludono, e
penetrazione inftantemente domanda . Appreflo , quelle due nature da quell*
*- eftremità argomentiamo poter
ricede- 4 R re -
zza* ' > v » . t
, Digitizetì by Googlc 4 *t X +W
rM •o l'J’
* * » . ' f 130 DELL’ ANIMO re a quello modo: Cioè, che Ueflfere mentale da quella fublimità , per varj gradini di varie foftanze giù dechinan- do, giunga finalmente a poter congiun- gerfi in uno colla materia , e a poter cfprimere modi , c mori materiali : e che T eifer della materia dall’ imo di fila imperfezione, per varj gradi di va- riate forme , e lavori innalzandoli fu pervenga al fine , fino a collogarfi , e ftrignerfi. colla Mente, e a poter railo- migliare, e lignificare modi fpirituali
, e mentali: e così nell’ Uomo , in cui
, t 0 ìu
i M *1 §F 1 • * ' ; ■ -
7 ■ by. . &*■ - •: •Go
t DELL’ UOMO. 13 1 , in fine quell’ingegno medefimo,fe non * altro, ci (copre l’origine dell’
errore. Perciocché la Mente piegando
all’ imo dell edere mentale, c la
materia ergen- doli al lammo dell’ edere
materiale a formar 1 Uomo; in quella
natura , e_> - •" propriamente
nel fenfo lucido, la Men- te per 1
edendoni , e variazioni mate- riali , e
la materia per gl’ ingegni , e lu- mi
mentali li tengono afcole : onde la
Mente , materiale edere ; e la materia
poter edere mentale gli Epicurei han_» Cagiont-* creduto, alle fole lignificazioni fenfua li rivolti . Ma eglino avrebbon potuto
w‘. penfare, che fe la Mente nella
propria fua altezza non potria mentir la
mate- r ria : e la materia nelle fue
natie badez- zc non può fimigliare la
Mente ; per- che i \ i la Mente in
chiara luce feerne- rebbefi immateriale
; e qui la materia chiaramente
infenfata,c cieca fi ravvi- ferebbe;
nell’Uomo , ove 1 ’ una fotto alle
fembianze dell’ altra fi tiene afeo- fa
, è una neeelfità , che ne 1* effer cieco
della materia , ne 1’ immaterialità della mente, per altra via , che per quella^ degli argomenti col cammino della ra- ’*** *■ Ri gio- ; * • Digjtized by Googlp *3* DELL* ANIMO gione non fi podano ritrovare . Quella è certamente una nuova di- moftrazione , che abbiam tratta dalP in- telligenza, rifguardata nell’ idea di
fo- vrana perfezione : laddove tutte le
al- tre prima allegate fono (late tolte
dall* intelligenza , confiderata nel fuo
edere generale , e comune : avvegnaché
dalla comunità de’ generi all’ idee
perfette, e da quelle a quelle fiavi
commerzio , e comunicazione vicendevole
di cogni- ' zioni,e di feienze, come nel
primo ca- pitolo della noftra Metafilica
abbiamo dimollrato . Colla dottrina della univerfal perce- zione, che fidamente 1* anima contri- ' buifee a* varj modi , e mori , che
nella materia avvengono; e con quella
dell’ univerfal fenfo dall* unione delle
due.* nature rifultante , che c la
proprietà dell* Uomo, e che propriamente
per ca- gion della parte materiale , dee
con_> quei moti, e modi efler modificato,
e modo; con quella dottrina , dico ,
tut- C te le altre difficoltà vegnono
ancora a • dillrigarfi degl’
impedimenti, e de’ tur- cibamenti, che
cagiona l’ebbrezza; e de’ deliri, . 7 * . r * / * r
« DELL’UOMO. 133 delirj, e de’fopimenri , edetarghi, che certi morbi arrecano ; e in particolare il pericolofo diflipamcnto , che produce la velenofa forza dell’ Epilelfia , ed
ogni altro fìmigliante accidente . Che
come tutte convegnono in quell* uno
argo- mento generale delle variazioni ,
che_ dalla materia nelle operazioni
dell* ani- mo trapalano a turbare, o
interrompe- re, o abolire il fapcre ;
così tutte con quell’ una generai
dottrina , ugualmen- te per ogni parte
fviluppate rimango- no. Cioè dire, che
quegli accidenti, che*l vino, e’I veleno
epilettico , come Lucre- zio l’appella,
e gli altri malori induco- no nell’ Uomo
, fono eglino folamente valevoli a
difordinare , o interrompe- re, o
affatto caffare le forme fenfitive, e
cogitative ne* moti , e modi corpora-
li, e non altra cofa altrove . I quali
lafcia allora la Mente di più avvivare ,
e illuftrare in tutto, o in parte, eoa-»
fofpendere, come fu detto abbiamole
fue produzioni , e con deporre le mo-
dificazioni: ed indi prima ne’ principali feggi corporali , e poi , fe più oltra è (dipinta , nella fua propria unità , ed 134 * DELL’ ANIMO univerfalità fi ritira da quello
ffrazio. Ma è in alcun modo diftinto 1*
argo- mento del timore , e del lutto,
che— ^Lucrezio • amareggiando, ed
affannando l’animo, foventi volte
conducon l’Uomo a mo- rire. Imperocché
in quel primiero ca- po di argomenti de’
varj gradi dell’età, e de’ varj
accidenti de’ morbi , le va- * ^
riazioni immediatamenre , c principal-
mente il corpo immutano, ed offendo-
no : le quali perchè nelle operazioni dell’ - . animo ancora trasfondono i difetti, e
i difordini ; per quefto folo , fono a
Lucre- ' zio argomento di mortalità. Ma
il timo- re, c ’l lutto fono morbi
dell’ animo, e l’animo immediatamente, e
propriamen- te conturbano , e affliggono
: e quando • l’Uomo per quelle offefe
viene a fini- re , nell’ animo è il
principio , e V ori- gine del danno, e
dall’ animo al corpo . trapaffa ;
fìccomc per contrario ne’mor- bi
corporali , dal corpo all’ animo Lu-
crezio argomenta , che debba la mor-
, • te trapaffa re . Così ugualmente per gli morbi, che fono manifeffe cagioni del- la morte corporale , perchè varie paf- fioni nell’ animo inducono; e dalle paf- .. . fioni,
Digitized by Google DELL’UOMO.
i-35 doni ,che fono manifede offcfc
dell’ani- mo, perchè c morbo , e morte
al cor- po arrecano; pare à Lucrezio
dall’ima parte , e dall’ altri potere la
mortalità dell’animo argomentare : c poi
dclla_, cu ragione dell’ uno, e dell’
altro propo- ne come un nuovo argomento
, fog- giugnendo. Addere enimpartes , aut ordine trajicere
&quume(l y Aut ali quid pr or funi
de fummx detrabere illuni , Commutare
animum quicumque adori tur ,* * ,?83r DELL’ANIMO * le cogitazioni, e tra le fen(azioni,e
gli * V affetti ; così tra' le
cogitazioni , e gli af- fetti c più
ffretta appartenenza, e con- r •
neflìonerper modo che non mai, ne co- a
• gitazione fenza ogni fenfo di affetto,
ne affetto fenza ogni lume di cogita-
zione fi può trovare . Da cotcfte cole
Quii fiati (ì fa chiaro, che come il fapcre , cosi '1 volere dell’ Uomo non è la pura , e fincera parte dell’ animo ; ma è quel
vo- - lece proprio dell’Uomo, di fenfo
infic- ine , e di ragione commifto , che
dall’ unione delle due nature dee
rifultarc . Laonde i varj moti, e modi
delle va- ' i r ie affezioni, o paffioni
propriamente in • - : quel volere , e
non già nella parte pu- ra dell’ animo
le loro vicende ingerif- ’ m cono: e le
anzie , e gli affanni , e i tedj ' del
timore , e del lutto quella parte-,
conturbano , e corrompono fino a con-
dur 1’ Uomo mi fero alla morte . E dell’
Animo avvien folo, come nc’ modi del
Capere , che fofpenda le produzioni , e
diponga le modificazióni del volere ; e
. intatto, e purgato, e puro fi ritiri nel- • la fua univerfalità , per rivolgcrfi
ad altri obbietti con altri amori più
puri, ■ e più , DELL’UOMO.: 139 e più finceri . Ma perchè noi nei pre- fente ragionamento del fa pere dell’ Uo- mo, di altro genere di operazioni 4 che delle fcnfuali,e fantastiche non
abbiati! fatto menzione; non è per tanto
, che dentro gli angufti confini del
fenfo , e dell’ efpreilioni fensuali ,
debba efler ri- stretta la cogni'zion
noftra . Da quelli univerfal cogitazione
, o cognizione , ficcome perchè dalla
parte corporale è ella fenfitiva , ne
debbon nafeere Itu, fenfazioni , e l*
efpreilioni di fenfibili obbietti; così
perchè dalla parte imma- teriale, e
ragionevole, ed intelligente, le
ragionevoli cognizioni provenire ne
debbono. Siccome nel fenfo univerfa-
le , per fomma finezza , pieghevolezza,,
c mobilità , e per uniformità di virtù ,
e di foftanza, onde è come un genere
generaliifimo del fentire , fono i primi
elementi, o principi , onde rutte le par*» ticolari fenfazioni, ed efpreilioni
fenfi- bili formate ne vengono; così in
efTa_, cogitazione , o cognizione , da
ogni altra cofa fceverata, ed in fe r
ccolta, fono tutti gli clementi , o
principi delle ra- gionevoli produzioni,
e delie Scienze, S a che r 4 o DELL/ ANIMO che cd elfa cognizione è infieme gene- rale cflenza, e generai conofcenza : e i fuoi elementi , onde è coftituita , fono . inficmemente parti, o principi di quel- la eflenza ad edere ; e fono prime no- zioni, o ragioni di conofcere, o inten- dere alla Scienza . Cotefto è il bivio
deh fapere dell’ Uomo, nel quale in
oltre., è da notare, che TUomo nella via
del fenfo è analitico , conducendofi da’
par- ticolari a gli universali ; e nella
via. del- la Scienza è Sintetico , dagli
universali ai particolari avviandosi. Ma
gli ele- menti del SenSo, in quanto Sono
minu- ti, imperfetti, informi, fon pure
come altrettanti generi: e le nature
fenfibili-y - in quanto perfette, e
compiute , fono * anco in quel riguardo
particolari. E le eflenze perfette ragionevoli
, e intelli- gibili, perciocché quando
vi fi pervie- ne , illuminano tutta la
Scienza , fono come univerSali: e i
generi , perchè fo- no imperfetti, ed
ofeuri, in quello ri- guardo fono come
particolari da ripu- tare . Similmente
come il fapere , così il volere, o dalla
parte impura fenfua- le genera volontà,
ed affetti foraiglian- Bìvìodel jà ^cre delP Picji tizeti ^ Gpogle • V
• DELL’ UOMO. 141 ti , dietro a
gl* incitamenti del fenfo ; o dalla
parte pura fpirituale produce», voleri,
ed affezioni ragionevoli dietro alla
guida della Ragione. E quello è il bivio
della vita ,in cui fcorgonli le ori-
gini delle due celebrate porzioni dell* V *' Uomo ,che il volgo de’ Filofofi , quan- to con magnifici parlari decantavamo con ofcuri fenfi intriga , ed ofeura . Adunque la Mente noftra, per la virtù tante fiate ricordata , e in tanti modi provata di muovere , e reggere fe ftef- fa , prima fopra le fenfazioni medefime .
'*'' ** # • E ixti tiMnet certo : velut
aurei , atque oculi funi , Atq\
aliifenfus , qui vitam cumque gubcriumt: .
t Et Dilati mnust atque ‘ oculut
t ntirefvs féorjltttv Secreta a ‘nobis
nequeunt fentiret neque effe : Sed
tamen in parvo linquuntur fenipore tali i _ ,
, Sic animus per fe non quii fine corpore , dr ip/ó ' Efse hominet illiut quafi quod va; efse
videtur : .'■o'F 1 .' Qs, ■ t # Sive aliud quidvts potius coniunaius et i • .«li*» > ■yjp r i M**- Etagere quondoquidem e****#*, corpus,
adixret . V.v . -tftbv* "■ o >s * Tutto il nerbo di quello argomen- to egli è r a mio credere*!!) quella una r fola
Digitized by Google DELL*
UOMOa 147 fola cofa riporto ; che 1*
operare , fia^ del Tutto , di cui è
ancora 1* edere : onde a niuna delle
parti , che *1 com- pongono , quell*
edere , e quell’ opera- re medefimo
debba edere attribuito Il fentire
adunque, e *1 ragionare dell* Uomo, che
certamente è dell’ Uomo’, cioè del
comporto, e del tutto , all’amo mo
folitario non dee poter convenire : c
per confeguente 1* animo folo , fenza il
corpo , e fenza 1* Uomo , non può
fentire , ne ragionare , ne affatto ede-
re : fcevero di fenfo,e di ragione, non
potendo già avvenire , che l’animo da
in niun modo . Si aggiunge a quefto ,
che P eder di Parte è fermamente effe- ^ t re di relazione, o di rapporto ; onde», la parte al tutto appartenga, e col tut- to da congiunta infeparabilmente . Egli T-V* è vero, che ci ha alcun genere di parte, che verfo di fe condderata , ella anco- ra è un tutto : quali fono le parti del .1
«à-J tutto cftenfo, e variabile, e quali
in», ogni altra accidentale compodzione
. Con tutto ciò cotali parti, quando
elle * fono fegregate dal tutto, perdon
quell’ eder di parte, con ogni altra
cofa, che Digitized by .Google I
148 DELL’ANIMO in quel rifguardo
lor conveniva. E che Lucrezio a quefto
ancora abbia rifguar- dato, dalla
dottrina del medefimo in- torno alla
indivifibilità de’ primi corpi , è
manifefto . Volendo egli indivifibilt
quei primi elementi , e volendogli va-
riamente figurati ; acconfente bene ,
che quelli abbian parti , non già avve-
niticcie , ma natie ; non quinci , e quin- di raccolte a compor P elemento , ma in quello nate: il cui edere , tutto fia dell’ elemento , che le contiene ; ed
ab- biano a quello necefTario rapporto
;on- . de Pune dalP altre , e dal tutto
non_, poffano per qualunque potere effer
fe- parate giammai . Il luogo di
Lucrezio ciUd^Lucre- è alquanto
malagevole ad intendere j zio , non ’m -
Picchè P acutezze de* più nobili Spofi-
tor ‘ P oturo falciar delufe . Il qual
jj>ojì on % nQ j ^ er j a p ua importanza abbiara volu- to qui arrecare, ed mterpetrare . , I»,
Tum porri , quorum e/l exttmum quodque cacumen Corforìs ìll\us % quei noftri cerner*
fenfitt Jam nequeunt : hi nimhrutn fine
fartibuy extat > , \ Et minima
cwtfat naturai nec fuit umquam ' Uh.
U JL
Ver bigitized by Coogle I
.V K. DELL* UOMO. 149 Ter fe fecretum , neque pofìbac effe v
debiti Alterius quoniam ejìrpfum :
frinì* quoque , fluire a/ùe fìmiles ex
ordine parte: * Agmine condenfo
naturavi eorforis explent . quoniam per
fe nequeunt confi are ^neceffe ejl H*rere
, ««c/e ?«e Hatura nitri- tale Jì truova la vera ragio- ne di ejfer un tutto .
t. 152 DELL’ ANIMO domanda, che dentro di fe abbia a con- tenere tutte (e parti , onde è coftitui- to: e la parte allo Scontro vuol’ efler tale, che tutta quanta ella è, con ogni fuo eflere , (la , diciam così,
incorpora- ta nel tutto . Di modo che l*
eflere del tutto in quello
principalmente confida , che contenga le
Tue parti in guifa,chc non pofla ne
eflere, ne intenderli , len- za che
lia,e s’intenda con quella con- tenenza
: e 1’ edere di parte in quello lia
unicamente riporto , che debba del tutto
eflere , e nel tutto abbia ad ede- re
contenuta ; licchè non eflere giam- mai,
ne pofla immaginarli lenza quel rap-
porto , e lenza quella , per così dire ,
partiva inclusone .Se quello è vero, co-
me è appreflo di erto Lucrezio ancora ;
egli è da tenere per fermo , che la ve-
race , e fincera , e perfetra condizione
dell’ efler tutto, altrove , che nella na- tura fpirituale , c mentale non pofla_, rinvcnirfue che la natura corporale, e bruta non più , che di una imperfetta limiglianza di quell’ eflere lia capace ' Imperocché la natura mentale , per Io fenfo ,e per l’ intelligenza di le, e
dell' altre DELL’UOMO. r Si altre cofe che fente,ed intende ; chia- ramente dimoftra dover ella contener fé medefima, e 1’ altre eflcnze con ogni identità, e comunicazione: e fé mede- lima,e 1* altre eflenze dover penetrare da per tutto. Con che quella inclufio- ne , e quella contenenza , che *1 tutto ha delle Tue parti, e quel paflivo
incor- poramento , con cui le parti fono
nel tutto, dimoftra dover fola
perfettamen- te pofledere. Nella qual
cofa è princi- palmente riporto il
reciproco rapporto, e la neccflaria
conneflione , onde il tut- to dalle
parti , e quelle da quello , e», 1* unc
dall* altre non portano fepararrt . Per
contrario la natura corporale tut- ta
per ogni vcrfo limitata, ed efclufa, c
diftinta , di quella inclufione , e di
quello incorporamento non è capevo-
le:febbene, come qui, ed altrove ab-
biam dichiarato, può la Materia per fi-
nezza , e per fublimità , ed attività di
foftanze , e per conneflione di parti , e confenfo di moti cotanto ingentilirli, che vegna tanto , quanto a Materia è poflibile , un tutto perfetto a raflomi- gliare. Oltre a ciò, contenenza , ed
uni- V ver- Ì54 DELL’ ANIMO vcrfalità fono una cofa medefima : Teflere un tutto, e l’ edere
univerfale, fono una medefima elfenza .
Donde fi può intendere , che alla
perfezione del tutto, due cofe vi fi
richieggono necef fariamenrc ; l* una ,
chc’l tutto debba aver perfetta pienezza
in ampia indivi» fibile unità; l’altra,
che tutti i partico- lari , che gli
appartengono, dentro quella pienezza
fiano realmente com- prefi . Benché
quelle due condizioni ad una fola
finalmente pofiono riferire :
concioflìachè , ne perfetta contenenza.,
fenza palfiva inclufione , ne pafliva in- clufione fcnza perfetta contenenza ,
pof- fa clfervi in alcun modo . Per
cotclle_ leggi , primieramente ogni fpezie
di tut- to, generalmente confiderato
quell’ ef- fere , dee con tutte le fue
cofe efl'erc-, • • in fe medefimo
riftrcrto,e chìufo,e da Goog[e •J t
gegno, colla noftra principal dottrina
potta fcioglierlo di leggieri ; pure per
produrnoi il frutto delle noftre fpecu- ’ \ {azioni , ci rifolviamo a parte trattar- lo. Adunque quel che di tutti gli altri argomenti abbiam fatto , e faremo ap- prettò; di quello argomento ancora fac- ciamo al prefcntc; ingegnandoci a più potere fortificarlo da ogni parte . La_. neceflità del dover 1* Anima fcparata
ef- fcr fornita de’ cinque fenfi , che
Lucre- zio fcmbra voler confermare colle
im- magini de’ Pittori , e de’ Poeti ,
che at- • ' • tedino
• ■** -l ’ . m t
Digitizecfby Goòglc k DELL’ UOMO. 161 tedino l'antico comun fcntimento , ella è in fatti da quel Fiiofofo data appog- giata fopra quel fermidìmo principio ; che ogni edenza , o natura comune», dee con alcuna delle fue differenze , o proprietà elfer diterminata neceffaria- mente : e che fenza ogni fua differen- za , o proprietà non può ella dare in_» niuna guifa. Siccome allo’ncontro, pro- prietà ,o differenza niuna e! può avervi mai fenza il fondamento, diciam così, della Natura, o edenza comune. Per- ciocché 1 * Anima con generai fenfo , e percezione delie cofe , per ogni modo dover edere; anzi altro, che quel fen- fo , e quella generai percezione non ef- fere , egli è ad ognun che vi ponga»» mente , manifedo .Dal che fegue bene, che il fenfo, e la percezione generale , come con alcuna delle fue proprietà e particolari forme eder dee compiu- to, e perfetto; così quelle proprietà, e particolarità medelime di necedità egli implica nell’Anima . Fermamente non può capirfi a niun patto, come l* Ani- ma feparata poffa aver niun fenfo , o percezione , che nel tempo medefimo X ella
m: m ^ • j|C
. Digitized by
M "A.. Go4 Sottilità dì Lucrezio non
inteja da gli Sfojìtori, 161 DELL’ ANIMO ella nc veda, ne oda ,nc per niuno de- gli altri fenfi particolari, niuna
percezio- ne abbia degli obbietti.
Dall’altra par- te , 1’ impoflibilità di
avergli in quello flato, egli è per
certo una gran fottili- tà , con che
Lucrezio la compruova , che niuno degli
Spofitori ha potuto pe- netrare finora
.Onde, e nel variar In- iezioni, che
ftanno bene, e nel fupplir- vi i
fcnfi,che non vi mancano, eglino fonofi
affaticati in vano . Prende egli a
conliderare i fenfl in idea, fecondo le
loro, per così dire , formalità metafi-
ficamente,c gli rapporta all’Anima : e
infieme gli confiderà nelle loro realità , e corpulenze filicamente , e gli riferif- ce al corpo: e poi argomenta, che co- me i fenfì, ne effere , ne operare
pofTono feparatamente dall’ Anima ; così
allo fteffo modo non deono potere , ne
ede- re , ne operare feparati dal corpo
, e— dall* Uomo . Concioffiachè 1* Anima
ila l’uno Ideale, o formale, o
metafilico, onde le proprietà , o
differenze de* par- ticolari fenfi
debbano procedere ; c— 1* Uomo, e’I
corpo fia V uno Reale, o materiale , o
tìfico , nel quale quelle— pro- *.v ' ^ Digitized by Google DELL’ UOMO. 1 63 proprietà , e differenze medcfime deb- bano eflere incorporate diverfamente , fecondo quei diverfi rifguardi , di di- '
> verfi principi , e procefTi.Con
ciò vie- ne egli a conchiudere , che
poiché l’Ani- ma da una parte non può
edere sforni- 7 ta de’ fenfije dall’
altra non può in niu- na guifa efferne
provveduta • che ella non può ne fentire
, ne in altro qua- lunque modo operare, ne
effere affatto dal corpo , e dail’Uomo
feparata . Udia- mo le parole fue
proprie, e poi vegnia- mo alla
Soluzione. Vr eterea fi immortali t
natura animai efi , Lib. 111. Et
fentire poiefi fecreta a corpore nqfiro :
QuinqueiMt opinor)eam/aciendum efifenfibus auHantt Ntc ratione alia nofmet proponet e nobis " i t * Tofiumus infermi animai Acheronte vocari. riHores itaque , & f criptorum Stola
priora Sic animai introduxerunt fenfibut
cucì ai r L * At ne 1* natura
ragionevole , ed intelli- gente , e’I
Tuo operare efplichiarao , e la
fenfibile non lafciamo addietro, deo- no
difdire che nel più alto, e puro dell*
intelligenza medcfima, quanto a Uomo
è conceduto , poggiando , a quelle fubli- mità non afccndtamo ? Ma nulladiman- co in cotali cofe, affai probabili
ragio- ni , e dove di farlo ci è
permelfo , giu- fte dimoftrazioni
allegando , V affare condurremo a tale,
che anzi da defide- rio di più oltra
conofcere accefi , che da difperazione
di potervi altro edere, confufi
rimanghiamo. Per rifecare ogni
rincrefcevolc lunghezza , io dico fulla
e lucidezza . Sicché il fenfo
dell’ Uomo , ove egli è più virtuofo, e
più lucido j quivi è in quefle , e
quelle parti diflinto , c divi- io : ed
ove è unito, ed uno ; ivi è tor- bido,
confufo, ed ofuro. Ma nello fla-
r è w
V Anima-, fepnrntn dee potere operare con piìi fran- cbezza , e vir- tù .
1 6 * DELL’ANIMO to della
Separazione , fenza far violenza nc a
ragione , ne a cofa alcuna , e’ ci
convien credere, che l'Anima fottratta
a quelle gro(Tezze,e da quelle angurie
Sprigionata , a voler riguardare la natu- ra di lei, e la fua virtù naturale ,
quel potere medefimo , che ella ha fopra
la ; materia penetrcvole , con più
Sovrani- tà^ più vigore efcrcitar polla;
e mag- gior copia di maggior finezza, ed
atti- vità di quella materia dominare. E
per confcguente non riftretta fra quei
can- celli , ne in quelle nnnurczze
fpartita ; ma dilatata, e in fc
raccolta, con uil- folo ampliamo fenfo
universale , polla e più diftinramcntc
(cernere , e più al- tamente penetrare ,
e più chiaramente apprendere tutte le
forme ,e tutte le«, azioni delle cofe
materiali . Se l’Uomo per virtù dell’
Anima ha imperio, e po- reftà Sopra la
materia pcnetrevole in» terna ; e dona a
quella , e nc riceve a rincontro le
modificazioni ; e col mini- fierio della
medefima produce il fenfo , e la cogitazione
univerfale ; e fecondo la divilata
varietà in tante maniere il difiignuc ,
quante in noi le ne veggo- no; Digitized byCoogle DELL’UOMO. i 1 pri ,? cip > primi , e’1 temperamento loro , c l va- ftarata. g j 0 ingegno de* lavori , e tutte
le gene- razioni , e le fufianae , e gli
ordinati procedimenti » e k virtuofe
influenze • v de* ikir
Digitized by Google DELL* UOMO-
175 de’ Celefti corpi, e tutto il
concerto r e ’1 fiftema del Mondo, e la
cottruzio- ne dell* Uomo può meglio
efplorare r e penetrare , ciascuna
fecondo la pro- pria capacità r e virtù
. Perciocché è da credere , che le menti
finite emen- do, abbiano le proprie
fpirituali tnodi-i ficazioni ; onde
fieno dall’ infinito cir- coferitte, ed
infra di loro diftinte.Ein particolare,
che la menre dell’ Uomo, per una cotal
proprietà di più fra ella * propriamente
inchinata , ed adattata a congiugnerfi
colla materia per la corti- tuzione
deli’ Uomo . Per quefti nottri
divifamenti s’intende ciò, che dir vol-
lero quei Filofofi,che di certi veli cor- porali , gli Spiriti puri diceano dover
ef* fere provveduti ; e alcuni Padri ,
che le Anime e gli Angeli corporee
fo- ftanze riputarono. Cioè non altro
eglino a-ver voluto infirmare da quello
r che noi della maniera di operare
dell’Ani- mo feparara abbiam conchiufo ,
fi dee: tenere per fermo . Cosi
fimilmente è da interpetrare quella
Sentenza , che la_. Mente d’ un’ altra
mezzana natura ab- bisogni , per potere
attemperai alla ma** 9 +
,'fc* fc • i74 DELL’ANIMO materia * Finalmente , che la villa
Tifac- ela non per inrromilfionc della
luce». ' . 1 efterna nell’occhio, ma
per eftramillio- ne della interna verfó
gli obbietti ; è fenza dubbio nata dalla
cognizione dell* imperio, e potere della
Mente fopra la materia penetrevole , e
dal minifterio, ed oflequio di quella
verfo di quella : onde è il vigore della
virtù mentale al- la produzione, o alla
percezione delle cofe.E qui poffumo dire
aver termina- ta la Dilpnra colla
foluzione degli ar- gomenti più
principali, e più forti. Per- chè dopo
avere ben fondata la reai di- fìinzionc
dell’ intelligenza : e dopo ave- re
altri punti ftabiliri, così come fatto
abbiamo delle più rilevanti verità ; gli
argomenti , che ci rimangono, così leg-
gieri, e piani 1} difcoprono; che più per non parere, che nftuf aulente gli
tralan- diamo , che per necdfiti , che
abbiano di particolar foluzione , gli
dobbiam ri- cordare, a ciafcuno
argomento adattan- do quelle generali
dottrine : il che fa- rem brevemente. E
prima veggiamo di quello, che c in quei
verfi efpreflo: \ Dkjitized by Gooole •V
-*1 DELL’ UOMO. 175 Denìque cum corpus ncque at per far e mimai Dìjjìdium , quirt in tetro tabefcat odore
r Quid dubitar quin ex imo y penitufque
coorta Emanar iti uti fumus y diffufa
anima vis 1 Atque ideo tanta mutatum fu
tre ruina Conciderit corpus pcnitus I
quia mota loco funt Fundamenta forar
anima r manantque per artus , Terque
viarum omnes fiexus y in corpore qui funt r
Atque / or amina : multi modi s ut nofcere pojjìs Difpertitam anima naturavi exijje per artus 5
* Et prius effe /ibi diflraclam corpore
in ipfo , Quitm prolapfa forar enaret in
aCris aurar ** *1 ' Vi, UT,
Settimo argomento’ di Lucre-
zio . ' x ‘‘1 0 • £
Dalla. dillofuzione , c putrefazione
del corpo umano r che al dipartimento 1
dell’Anima fegue immantinente , vuol
Lucrezio inferire r che L’ Anima debba
eflere fparfa per tutto il corpo : che i
di lei principj componenti fieno con_*
quelli del corpo talmente intralciati T c intrigati ; che quella eflcr 'debba la
ca- gione , onde al dipartirti- dell’
Anima , una totale fovverfione al corpo
ne av- venga : ficchè tutto fi cangi , e
impu- \ • m-
*■ Dkjitaed by Goggfe i*j* DELL" ANIMO tridifca., c tramandi fuora 1* intollcrabil fetore - E poi ne’ feguenti verfi foggi
ti- gne , che il folo deliquio ,
avvegnaché allora 1 ’ Anima non vada via
, ma foi difiratta , o opprefla
languifca ; tanti cangiamenti nel volto
, e negli occhi , e in tutto il corpo
produce ; quanti le grida, e le lagrime
badino a rifvcgli3re ^riterfetri ^ e ’
circoftanti . De* più migliori Inter-
no» ban capì- pcrri di Lucrezio, non bene han capi- la la forza ù t;1 la forza dell’ argomento .
Eglino mo- MntO'. arS ° firan di credere
, che quel Filofofo te- glia , che F
Animo , e l* Anima flano una medefuna
cofa ; e quanto qui dice dei doverfi in
morte difperderc i com- ponimenti
dell’Anima , onde il corpo imputridifca
; che tanto intenda di dire dell’ Animo
, e dell’ Anima infieme , E una natura
coll’ altra confondendo » crvvéro
prendendo efli 1* Anima per la fola
parte incorporale ; e quella idea t * e
quell’ appellazione alla mafia degli
umori , e degli fpiriti non concedendo ,
fecondo quefto lor proprio fentimcnto.
prendono l’argomento Lucrcziano:
fon contenti di rifponder folamentc ,
che la putrefazione , e ’l fetore del cor- po
Digitizéd * DELL’UOMO. 177 po morto , non è effetto della divifio- ne, e del dilfipamento dell’ Anima; ma di altra cagione tutto diverfa. La qual
. rifpofta, fe vuolfi comprendere la
par- ... , te fenfuale , è certamente
falfa : c fe , meffa da banda la
fenfuale , come quel- la , cui V
appellazione , e 1* idea di ani- * J '
ma non convegna , della fola parte in-
corporale fi vuole intendere ; c fenza
dubbio fcempia, ed inetta: perciocché
corre a far difcfa , dove non bifogna : . . e quella parte , ove è indrizzata 1’ op- .
... pofizione , fcoperta lafcia , e fenza
di- Fefa. Si aggiugne a quello , che
quando Lucrezio dice , dover efTere dal
profon- '• t *' do fcolfi i fondamenti
dell’ Anima , e fuora difTipati , e
difperfi ; dicono eflì , che con ciò
s’intenda elfer 1’ animo il , fondamento
del corpo; il che è ancora vero: ma
eglino non intendon già per fondamenti i
primi componenti , il cui dilTipamenro
cagioni quello effetto. : . ne’ corpi
morti: che è per certo un non # -
affatto intendere 1 * argomento . Ad un- cye f e “ c e re *j } 0 e que Lucrezio tratto dalla forza del ve-
PAAimi^L* ro, tenne per fermo, che 1 ’
Anima , c 1 * Animo , cioè il principio
intelligen- Mmrumt. ■Hmìz O'
te - - - « Digita ed by Google .tt..
178 DELL’ ANIMO tc , c la parte
corporale miniera del fenfo , foflono
due nature didinte : per modo che contro
a quella opinione , che l’Animo altro e’
non fotte , che un* armonia, o concerto,
o temperamento, con lunga fchiera d’ argomenti
fiera- mente combatte ; e vuole in ogni
mo- do, che T Animo fia una fpezie,ed
una fodanza . Con che viene a dire ,
che r Animo fia una fpezie, ed una
fodan- za didima dalla mafia, e modi , e
moti animali. Poiché certo dell’ eflere
dell’ Anima ; dell* Animo folo , come di
una cofa aflai ofcura , va ricercando
che e* fia: e in quella ricerca dice
,che e’ non fia già un’ armonia , o
qualunque altro modo , ma una certa
particolar foftan- za . Appretto,
comechè per l’Anima e’ dica efiere
baftevole il calore, e l’aria e l’aurc;
tuttavia a produr 1’ Animo , niuna di quelle
cofe crede poter bada- re: ne altro
e’rirrova nella felva delle corporali
fpezie , cui pofla attribuire— quella
maravigliofa produzione . Onde conclude
, che cotal natura producitri- ce dell’
Animo , fia del tutto nafcoda , ed
ignota, e innominata: di che fin dal
DELL* UOMO. 179 principio della
Difputa nc abbiamo alle- gate le
teftimonianzc di più luoghi .Fi-
nalmente c’diftingue bene gli utfizj dell' Animo , e dell’ Anima ; e ’1 fupremo dell’ intelligenza , e del reggimento
del corpo all’ Animo aflegnando ; le
parti dell’ ubbidire, e dell’ efeguire
all’ Ani- ma accomanda. Ed efpreflamente
,che l’Animo, e l’Anima fono due
foftanze tra loro diftinte , febbene
{grettamente infieme congiunte: e per la
{{retta con- giunzione, quanto argomenta
della na- tura dell’ Anima , vuol che
dell’Animo ancora s* intenda . Sopra il
qual fonda- mento buona parte degli
argomenti di lui fono appoggiati .
Lucrezio adunque da quel fubito
cangiamento de’ corpi morti , o
languenti, non può, ne vuo- le egli
inferire il difperdimento , ed
annullamento dell’Animo ; ma sì bene
il difperdimento , e l’ annullamento dell* Anima ; cioè della parte bruta , e fen- fuale : e quindi per la {{retta unione*, delle due nature, vuole che lo lìruggi- mento dell’ Animo infieme fc ne argo- menti . La qual cofa , comechè e’ ben vedelTe non efler neceflaria conchiu- Z 2 fione
i8o DELL* ANIMO (ione di
neceflfario fillogifmo ; percioc- ché di
cofe diftinte , comunque infie- me
congiunte , mancando 1* identità dell’
edere , dall’ una all* altra cofani non
può con certezza condurli l’argo- mento
a conchiuder nulla ; con tutto ciò, tra
perchè l’Animo una fottiliflì- ma, e le
vidima foftanza cder e* li avvi- fava; e
perchè la robuftezza , e’1 pote- re
dell* Animo nell* intendimento di lui, e
degli altri Tuoi pari, fparuta, e debi-
le cofa appariva ; per quelle cagioni
pensò egli , che come il totale disfaci-
mento del corpo , non altronde , che
da quello dell’ Anima proviene; cosi il
diflìpamento dell’Anima fenza 1* ellin-
zion dell’ Animo , non potede avvenir*.
Ed ecco come noi in efplicando il fen-
fodi Lucrezio , abbiamo infieme difciol-
to il fuo argomento . Imperocché ab-
biam fatto vedere, come edendol* Ani-
ma , e l’Animo , cioè la parte corpo-
rale minilira dclfenfo,e l’incorporale
principio dell’ intelligenza , due nature dillinte , quali ad elfo Lucrezio pajon d* edere , 1* argomento in buona Loica dal didìparaento dell’ Anima , quello :i dell’
"Digiti? ed c DELL- UOMO. 181 . dell’ Animo non può conchiudere a ni. ^ un patto. Ne dalla (fretta congiunzio-
* •v-W, 584 DELL» ANIMO del fcnfo fono ftromenti,il cui confen- fo , e cofpiramento , anima egli appel- la, ciò intefe di affermare ; quantunque , che 1 ’ animo ancora fia divifibile ,
vuol che da quella si fatta divifione fi
argo- menti . E dell' infermezza di tal
con- chiufione per la diftinzionc di
quelle», due nature, che Lucrezio
appruova,e noi abbiam provata, con tutto
quello, che al precedente argomento fi è
fatto, non riman luogo a dubitare : e
così tutti gli altri a quello
finiiglianri , che dal confondere in uno
il principio in- telligente, c la parte
fenfualc , tutta_, lor forza ritraggono.
I quali tutti, non già col folo
ribattere , o fchifare i col- pi
negando, come ufano di fare i Vol-
gari ; ma la foftanza indi vifìbil e dell* Animo , e le fue maravigliofe opera- zioni, ed ogni altro dimoftrato pregio v^per tutto opponendo; e quindi da cer- ' ti , cd indubitati principj argomentan- do; fi fa chiaramente vedere, che’l va- rino e’ percuotono dell’ ària . Più
larga '-via ne apre il feguente
argomento a derivarvi i fonti della
principal noftra dottrina , il quale con
chiarezza è ne* .r : fe- r
; ( DigitizeQby Goògje ' DELI/
UOMO. iSs fegucnti verfi efplicato :
. Dtnifue cur animi numquam mens ,
confili umqu » Gignitur in capite , aut
fedi bus , manibufve ? fed unii >• -
• • . v Sedibus , «ir certi s
regionibui omnibus bar et ? Si non
certa loca ad nafcendum reddita cuique
Sunti «ir ubi quicquam fojjit durare creai um ; Atque ita multimodis prò totis artubus effe
y Membrorum ut numquam exijlat
prxpojìerus orda . Vfque adeo f equi tur
ret rem : neque fiamma creavi Lib.
tll. Nono argo- mento .
Fluminibus /olita e/ly neque in igni gignier algor . ^ Circa 1’ origine dell’ Anima , in
prima e* ci oppolc Lucrezio, che ella
nafeer debba infieme col corpo ; perchè
fi veg- ga col corpo, e con tutte le
membra crcfcere inficine . E poi del
feggio, do- ve l’Anima fia allogata ,
ftabilifce che certo, diflinto ,
particolare , e proprio e debba clfere.
Finalmente , amendue quelle cofe giunte
infieme , dal nafee- re, c dall’ cficre
1’ Anima in certo , e ditcrminato luogo,
egli argomenta , che fuori del corpo, e
fuori del fuo proprio luogo non polfa
folTiftere . Noi allo ’n- contro con
bello intreccio di metafifi. A a
che •Digitized by Google 1 8
per altre opportunità ; delle cogitazio- . ni: c nel fecondo per la finezza , c vi- vacità del fenfo, e per lo fervore , e_. Copia de’ fluori più (pi ri rosi; degli
affet- ti ; ma ben ella è in tutti i
luoghi , e ini . tutte le parti del
corpo organico colla fortanz'a > come
è in tutti per 1’ opera- . zione del
fenfo , e della cogitazione . Or due
foli argomenti di quelli , che wnfaìm
!r- Cì ^ am proporti , rimangono a trattare:
Sfotefuo^ de’ quali il primo più al platonico dog- ma della preefiltcnza dell’ Anime va a ' '.T colpire dirittamente , che nel
punto .. f,"*; .- dell* immortalità
: che per diletto de’ * plausibili
divifi di quella (cuoia , non_* abbiam
voluto lafciare addietro , coti-, gli
altri che contro a quella medefima . .
opinione ,o alla pitagorica Metemfico-
Digitinoci b/Google DELL’UOMO.
i 9S fi , o ad altro, che alla
principal noftra quiflione fono
indirizzati: c’1 fecondo, il tedio , c 1
a /Fan no di coloro , che.,, muojono ,
ci oppone contra , di facilif- fìma
foluzione. Col quale , efpugnati pri- ma
di grado in grado i più robufti ar-
gomenti , convien conchiudere la prc-
lentc difpurazione . Il primo adunque
que’ vcrfi , che con leggiadria , ed
acutezza è da Lucrezio fpiegato .
Tr eterea fi Immortali s natura animai
, L'I . - Conflati & in
corpus najeentìbus infinuatur ; Cuì
Juper cnteaElam atatem j neminijjf nequimus f
Interi iffe , c ir qut nunc ejl , nane effe creatam * . Nec vejìigia gejlarum rerum ulla tenemus l .-*• fi t-'Mope™ e Jl animi mutata potejlas
, Omnrs ut aBarum exciderit retinentia
rerum : No» ( ut opinor ) id ab Uto jam
longius errai . Quapropter fateare
neceffe ' eff , qu « fift ante ,
interìiffe , . co col dire, che
fenza giufta cagione , ' la pura luce
deli’ Anime da Cielo in-. Terra/i
traeflono , a congiugnerti co’ tenebrofi
corpi terreni . Per quelle me- defimp
ragioni Lucrezio e’ fi avvisò, che 1 *
anticipata produzione dell’ Ani- me, e’I
comun loro nafcimcnto co’cor- pi ,
bollono due ellremità , delle quali una
vera , e 1’ altra falla ncccllariamen-
te eflcr dovefie . Onde mcllolì a con-
vincere di fallita il primo efiremo dell’ anticipato nafcimcnto , per quello che 1’ Anime congiunte , di andare cofe niu- na memoria (eco arrechino al mondo; conchiufe,che’i fecondo diremo del co- mune, e promifeuo nalcimento dovefie cfler vero: e per confeguente , che l’A- nimc corporee doveflono edere ; e co- me i corpi , elle ancora corruttibili ,
e mortali . Tutravia gli antichi
Platonici co* loro profondi fenfi , c
magnifici par- lari , le minutezze , e
le arguzie degli Epicurei , picciola allora
nazione de’ Fi- lofofanri , aveano per
nulla: e col tem- peramento della
reminifeenza-, che ne -viva, ed cfprclla
memoria , nc c tota- 5 -' le oblivione ;
e col dimollrarc come-, l v ' P an- - C
Digitized by Gòogle DELL*
UOMO. 199 V antiche notizie, col
conjugio de’ cor- pi porefiono effcrc
ofcuratc; il prefen- te argomento
deludevano di leggieri . Ma noi tra
quelle eftremità il vero mez- zo abbiamo
apprefo, che 1 * Anime non già co’ corpi
, ne da’ corpi , ne per tan- to innanzi
a loro, ma bene in eflì nel punto
medelimo da principio ideale, a mentale
debbano effer create : e tutto ciò dalla
natura dell’Animo, c da quel- la del
corpo , e da una mirabile armo, nia di
natura , e di legge , e da ogni parte
del ragionevole umverfo compro- vando;
c’I vero del mirteto platonico
difcoperro,e la difficoltà di quello ar-
gomento abbiamo fpianata- Al
fecondo argomento , che è l* ulti- mo di
tutti ; dato , e non conceduto , che
ogni Uomo in morte fi dolga di mo- rire;
il che de’ vizioii Uomini, cui i vi-
fibili obbietti , e l’idee ofeurare, e gli affetti rapir fuo!c r è egli vero , e
non_» già de’ virtuofi , che colla
meditazion della Morte ogni fpecie , ed
ogni amo- re del prefente fecolo deporto
, vivaci idee , e acccrt affetti
nudrifeono dell’ invirtbile Mondo ; dato
dico, c noiu 200 .DELL'ANIMO • conceduto , che così dea la cofa , come canta Lucrezio; giuda i noftri principi rifpondiamo brevemente, che quel do* lore e* non è della pura intelligenza ,
ne dell’ Anima fola ; ma bene è del
fcnfo impuro dalla unione delle due
nature rifultante: ed è dell’ Uomo per
quella unione medefima codituito . Il
qual fen- fo, coll’ Uomo., eder mortale,
fol vie- ne a concludere 1 * argomento .
Al che Soluzione polliamo accomodare
l’acutezza di Lat- tanzio col dire, che
finche 1’ Uomo vi- mrgonunto. ve,
quando l’Anima è ancora nel cor- po
congiunta , c’ non è tempo di dover ella
fentirc la fua liberazione ; anzi più
tolto i languori, e le corruzioni corpo-
rali di quegli ultimi momenti le con-
vien fofFerirc: e quando I* Uomo è già
, morto, e’ non è tempo allora di poter
fignilicare il fuo fenlò . Sicché Lucrezio da ogni parte ingannato fi mife a dire: Db. Uh
.... quod fi immortali nofira fcret mens , * Non lavi f e morlens dijjolvi conquereretur
: Sed mogis ire f mas , vcfiemque
relinquere , ut anguis , Gaudenti
frtlonga fenrx aut ccrma cervus . fi 7
" : W Con ' ' . Digitizédby
poogle . ft* DELL’UOMO. 201 Con quella ftiedefima riTpofta , la va- nità deirargomenro , che a’recitati ver-
Dtmde c ! mo . li immediatamente va
innanzi, li dimo- fuafoivzione . * {Ira
ancora . Dove dice , che 1* Uomo in
morendo, non lo fceveramento dell’A-
nima , ma il diftruggimento (ente , ed
avverte :1* Anima non da un luogo all*
altro del corpo intera trapalare , ma_,
nel Tuo proprio luogo , come ogni altra
parte infievolire, e mancar lente appo-
co, appoco. Perciocché è da dire , che ** l’Uomo è quello che muore ; e di quel-
'' la vita, e di quei fenfo, che dalle
due nature rilulta, e’puo efifer vero
quel che e’ dice fentirfi , ed
avvertirli in quel punto; donde il
patimento , c ’l manca- mento , c la
mortalità dell’anima pura , e del fenfo,
o intelligenza pura, che niente di
quello foflFrono , e niente fentono,o
avvertono , non dcefi a niun patto ar-
gomentare. Finché 1’ Uomo vive, e fin-
che l’Anima è col corpo congiunta, il
fenfo proprio dell’ Uomo, e la vita pro-
pria dell’ Uomo per legge di unione è
fol operante. E quivi lono i mancamen-
ti, e i profitti : e in quella parte ,
di quella fono i fenfi, e l’ avvertenze, -«4 C c che Digitized by Google 202 DELL’ANIMO che fi fentono , o avvertono . Se più rodo coll’ allegata acutezza di Lattan- zio , che propriamente contro a que- llo argomento ritrovò quel nobile au- tore, non fi vuol far difefa ; che ben_ può Ilare .
Sciolti a quello modo tutti gli argo-
menti Lucreziani, perocché alcuni piti
minuti, e leggieri, che o fono eftcnfio-
ni,o particolareggiamenti de* più prin-
f en f° cipali; o in qualunque maniera a quelli JSf/. I* 1 rapportano ; ed altri ,che ad
altro fc- , gno mirano, che al punto
dell* Immor- talità , inutile , e nojofa
opera farebbe a volergli perseguire
partita mente ; fciol- ti , dico, gli
argomenti, e fatte le dimo- llrazioni
dell’ immortai natura dell’Ani- ma dell*
Uomo, niente rimane, perchè non Ita
terminata la prò polla Di Sputa . Ma
tuttavia del fenfo degli Animali bruti
conviene foggiugnervi un brieve
ragionamento , per placare ogni Solle-
citudine, ed affanno degl* ingegni vacil- lanti, edubitoli. Imperocché dalla co- mune , c volgare openione nafeene-, pure un molefto argomento, o fofpica- mento in contrario . Concioflìachè la_ co-
Digitized by Google DELL’UOMO.
203 cognizione , che nella via del
hlofohco inveftigamento fola ne fa lume
nel ri- cercare l’immaterialità, e 1*
immortali- tà dell’ Anima umana ;
comunque , e qualunque a gli animali
bruti li conce- da ; non pare , che in
quel cammino pof- fa edere così ficura,e
così fida feorta, come ella è in effetti
. E adunque con ogni fludio da
dimoftrare la fallita di quella ftolta
openione:'il che altra via tenendo da
quella , che finora han te- nuta i
moderni Fifiologi , con altri ar-
gomenti , *col favor di Dio , faremo
fpeditamente . E’pare, che i
difenfori dell’Immortalità dell’Anima
ragionevole , ogni cognizione debbano
difdire a’ Bruti ; ovvero colla
cognizione conceder loro i’immareriali-
tà, e l’ immortalità parimente. Percioc-
ché dal dover 1* Anima ragionevole»,
effere immateriale, ed immortale, perche
è di cognizione dotata, tanto può con-
chiuderfi , che i bruti , perchè e’ non», fieno immateriali , debbano edere di co- gnizione privi ; quanto che i bruti
ezian- dio abbiano ad edere immateriali
, per- chè abbiano cognizione . Siccome
gli C c 2 Epi- L’ opinion
volgare dit- / avori /’ Immortaliti dell" Anima-» delf Uomo •
Digitized by Google 204 DELL’
ANIMO Epicurei, i quali tcgnono,che
l’Animo umano fi a materiale , non
poflono , a— mio giudizio , a’ bruti non
donare alcu- na Torta di cognizione: ne’
quali da una parte veggono ordinate
operazioni ; ed a* quali dall’ altra non
fi può negare— qualunque più pregevole
condizione, o fpezie di materia. Ma con
tutto ciò , co- me potrebbe agli
Epicurei venir voglia di negare ogni
cognizione a’ bruti, con dividere dal
fenfo cieco la cognizione -, c l’uno ad
una fpezie di materia , e l’al- tro ad
altra fpezie aflegnare; e lafciata
l’inferior materia fenfuale a’ bruti , la miglior parte all’ Animo dell’ Uomo ri- ferbarejcosì de’partiggiani dell’Immor- talità , una parte fi fon voluti lafciar con- durre a concedere a’bruti cognizione,
con diftinguere più maniere di
cognizioni: e quelle così diftinte ,
come loro è paru- to,tra l’ immateriale,
e la material na- tura , tra gli Uomini
, e le beftie com- partire. Onde non c
da reftarfi in quel -folo argomento, il
quale nondimeno noi tratteremo a fuo
tempo; ma fa di me- ftieri di una intera
deputazione . In co- sì fconcia openione
, e come farem ve- dere * Digltized ?art
DELL’ UOMO. 205 dcre dappoi, a
gli Uomini, ed al fommo Dio ingiuriofa ,
più per forza di pregiu- dizi 1 che per
niun valevole argomento fono eglino
caduti . Nella qual preoc- cupazione
nondimeno , c dalla quale», pofcia e’
fon giri raccogliendo degli ar- gomenti
: o più torto le preoccupazio- ni , o i
pregiudizi mcdefimi han fatto contro al
vero, arme di argomenti. Or per
cominciare, ognun fa che 1* ingan- . no
de Volgari e non e altro, che que- de'isolg*
fto.Le operazioni animalefche fono el-
leno certamente diritte, e regolate co-
tanto, che il naturai diritto monaftico , quanto loro conviene , adempiono inte- ramente: ed al focicvole domeftico,ed infino al politico ancora in alcune fpe- zie pervengono: lafciando ftarc mille», varj particolari ingegni di operazioni in quelli , e quelli animali , che fan- no le maraviglie del volgo . Adunque per quel veriflimo principio , che ogni ragionevole azione dee da ragionevo- le principio provenire ; tantofto
fenza», niuna difamina , a quelle cotali
opera- zioni interno principio di
cognizione», hanno eglino attribuito . E
ficcome que- ***** * fio Digitizeb by Google 20 6 DELL* ANIMO {lo pregiudizio è di fuori venuto dalle cofej così dall’altra banda, da eflo Uo- mo , e dalla di lui natura, e fua manie- ra di operare un’ altro n’ è Torto nien- temeno del primiero faftidiofo . Giacché il fenfo a’ bruti in ogni modo fi dee- concedere , e’1 fenfo proprio dell’ Uo- mo nella cofcienza di ognuno fi dimo- flra edere di cognizione illudrato
jquin- . di eglino, che’l fenfo altresì
degli ani- • mali di alcuna cognizione
fornito etter debba, han creduto . Per
parlar prima di quello fecondo
pregiudizio , che han- no i Volgari in
conto di gagliardo ar- gomento, e che
del primo può di leg- gieri più
prettamente fpedirfi; batta ri- cordare,
che alla coftituzione dell’Uo- mo due
diverfe nature concorrono . Per la qual
cagione , come delle due fo- ftanze un
folo ettere , che è 1 etter pro- prio
dell’Uomo rifulta ;così parimente de’
due generi di operazioni , che a quei
diverfi principi rifpondono , un folo
operare , che è il proprio operar dell’
Uomo di amendue quelle proprietà do-
tato , dee provenire : ciò che in più
luoghi di quella Difputa, e nella folu-
zione Dìgitized by Google . DELL’ UOMO 207 zione degli ultimi argomenti abbiamdi- moflrato . Donde, che ’l fcnfo dell’Uo- mo e’ non Ha Tempi ice, e puro Tento; e che la cognizion del medctìmo non pu- ra , e Tcmplice cognizione ella ila ; ma che quello con alcuna luce di cognizio- ne , e quella con alcuno adombrameli- . to di TenTo , efler debbano , argomen- tammo .Giuda quel noftro veriflimo di- viTamento, Ticcomc chi dalla cognizio- B
contórni ne dell’ Uomo inTcrir voletTe ,
che le jenfaiTf^fo cognizioni degli
Tpiriti puri, Toflon elle furo jènzj^
altresì commifte di TenTo , per non po- f^orìtroije ter capire , che cognizione Tenia ogni TenTo Ti poffa ritrovare , egli in
grande errore fi abbaglierebbe r così
parimen- te va errato colui , che dal
TenTo dell* Uomo argomentando , il
TenTo anco- ra delle bedie voglia credere
, che fia_. con cognizione congiunto,
per non po- tere intendere , come TenTo
Tcevro di ogni cognizione rinvenire fi
potTi . Se nell’ Uomo Tolo le due nature
convc- gnono infieme ad edere, ed
operare: e " , fuori dell’ Uomo e’
non è altrove in al- ~ tra Tpezie sì
fatto mefcolamento :e per cotal cagione
è nell’ Uomo il TeuTo mi- do Digitized by Google 208 DELL’ ANIMO fio di cognizione , e la cognizione a_# rincontro è comporta di fenfo ; e’ pa- re per Dio una chiariflima evidenza , che fuori dell’ Uomo , come cognizione non può efferc fe non pura, fenza niu- na nebbia fenfuale ; così fenfo non pof- • fa avervi non del tutto cicco ,
fcnza_* ogni lucidezza di pognizione .Da
tutto ciò chiaramente fi comprende ,
che.» quanto il fenfo limano agl’
inconfidera- ti c occafion di errare , e
di credere-, ' ' che il fenfo de’ bruti
è a quello dell’ Uomo fimigliante ;
tanto è chiaro ar- gomento a’ più
fenfati di tenere per fermo, che come la
cognizione del ge- nere puro fpirituale,
perchè non è co- gnizion di Uomo, non
dee erter fen- fuale : così il fenfo del
puro material genere , perchè non è
fenfo d’Uomo, non può erter luminofo .
Intorno a che egli è affai da
maravigliare ,che i Vol- gari
Peripatetici , ed i Cartefiani , fono i
g iriejìa- eglino da una medertma cagione fta-
ri fofpinti in diverfe eftremità di erro- iia vmcÀgton ri eftremamente contrarj .
Imperocché medejìtna fi - gjj un j jC
gjj a |tri fedotti dal fenfo urna-
trarfinorT. no , credendo non mai poterli fenfo da CO-
Digitizecfby Google r DELL’UOMO. 209 cognizion feparareji primi per non tor- re il fenfo a’bruti , la cognizione
ancora 1* han conceduta : e i fecondi
per non donare a’ bruti cognizione , il
fenfo an- cora P han tolto . Le quali
eftremc ope- nioni noi ugualmente falfe
riputando , liam venuti a quello, di
dover fepara- re quelle due facoltà, per
lafciare a’bru- ti il fenfo folo, ed
alle pure immateria- li Portanze la fola
cognizione . E tanto balli aver detto di
quello fecondo pre- giudizio , per
torgli ogni forza , non fo- lo di
argomento per convincere , ma_. ancora
ogn’ illulìone di pregiudizio per
preoccupare . Ma quel primo ha egli
per le Menti degli Uomini fparfe tene-
bre più denfe, e più univerfali :che di-
cemmo già eflcr nato dal vedere gli
Animali bruti, diritte , e regolate,
ragionevoli operazioni produrre ogni
ora . E intorno a quello , onde , come
fopra abbiam notato , falli ancora il
principale argomento loro , dee rutta
la feguente Difputa aggirarli, in dimo-
ftrando,che altra cagione vi lia del di-
ritto, e ragionevole operare de’ bruti ,
che quella delP interna cognizione . B
. D d pri- no DELL’ANIMO Epicurei Jo- bachè la Mente, e la Materia
colle io- migliante. ft anzc>c
co’modi loro nell’Uomo con- venendo
abbian gli Epicurei medi in__. confusone
; per modo che eglino la_> Natura
immateriale, che è il principio
intelligente, annullando, han 1’ Anima
dell* Uomo tra le pure materiali fpczie
annoverata: e i modi mentali , e i mo-
di, e foftanze della materia, negli ani-
mali bruti avvenendo, abbian confufi i
Volgari ; (ìcchè fpiritualizzata , diciam così , la materia , V Anima delle beftie nel ruolo han meflfa delle foltanze co- gnofeitive. Perchè nell’Uomo, da una parte la fola materia è al fenfo riguar- devole ; c dall’ altra le mentali opera- zioni,che ficemorrfi n'dta' cofciùiiza ,Co’ modi, e moti materiali , e loro vicen- de , e variazioni procedono ; i fenfuah Epicurei -han creduto, che la Materia a tanta finezza, e attività ,e ingegno
per- venga , che poffa ella efler
principio dell’ umane cognizioni . B i
Volgari , ne- gli animali bruti, perchè
la materia de* modi ... . 4 '
prima è bello il vedere, che 1* inganno
L 1 instino j c ’ volgari Peripatetici è a quello de- de luefloVeJi gh Epicurei aliai fimigliante .
Conciof- Digitized by Googl DELL’UOMO. 2ii modi dell’arte, e della feienza menta- le ornata , cd ordinata , veggon produr- re ragionevoli opere da una parte : e_, dall’ altra al Colo Uomo , come è dove- re , concedono immatcrial principio in- telligente: fono eglino perfuafi,che la materia porta in alcun modo e/Tcre prin-
* cipio di alcuna cognizione. Nella
qual cofai Volgari per certo più
bruttamen- te errano di coloro .
Imperocché gli E- picurci , negata una
volta la natura^ immateriale , che è
tutto il loro errore, concordan poi con
feco rteflì , e giuda i proprj principi
da prima preferitti , profeguono a dire,
quanto poi afferma- no appreso
dell’Anima dell’Uomo. Ma i Volgari da’
loro principi ben lungi fi dipartono , c
apertamente fi contradi- cono: quando ,
concedo che. vi fia na- tura immateriale
, c nell’ crter principio di cognizione
la colei eflTenza riporta ; pure
ne’bruti alcuna cognizione poi do- nano
alla materiale per colorir Tinca danza,
e mitigar la contradizione ; nuo- ve
fpezie di nature immateriali , e nuo- ve
fpezie di cognizione a capriccio poi
fingono . Dalla qual cola il comune aiv
D d 2 go- • 3 2iì DELL’ ANIMO gomcnro è tratto di coloro, che niega- , no a’ bruti ogni qualunque cognizione: il quale argomento allegheremo noi po- fcia, fé avremo tempo, e luogo opportu- no di farlo . Ora alcune più rimote , e più gene- il fenfo i ra jj confiderazioni ci deono
condurre uniforme, a quelle f che piu
vicine tono , e pra proprie del
propofito noftro E in ogni modo in primo
luogo fi dee efplicare , come il fenfo,
o natura fenfuale è una, ed uniforme ,
che tutte le maniere , e , forme delie
fenfazioni in quella unità , ed
uniformità comprende : che medesi-
mamente è il fuo edere ampio, ed uni-
versale, qual’ è, ed efler dee ogni altra natura comunella qual verità bene in- tefa , non fi può dire quanta luce fia
per arrecare a quella ofcuriflima
quiftione . •Adunque fiocone la
cognizione , o ra- gione , o natura
ragionevole tutte guife, e tutte le
forme di ragionare 'in una uniforme
unita, ed univerfalità con- tiene,
infino a perfetta luminofa Scien- za,
arte, e legge ragionevole ; così al
termine di perfetta material feienzà ,
irte, e legge fenfuale*, da fimigliante_ • w « v prin- • . Digitized by GoCgle DELL’ UOMO. 2ij principio uno , uniforme , e univerfa- ie il ienfo eziandio fi conduce . Alle quali due nature giacché con Peripate- tici, e non già con Epicurei ora depu- tiamo , dobbiamo aggiugnere la natura intelligente ; quelle tre nature a que- llo modo ordinando . Che la pura In- telligente nella fua immobile uniforme
s! unirà , tutte le intellezioni di
tutti gl* uè intelligibili accolga
fenza vicende , e Nature , /«- lenza
variazioni: c che l’impuro Senfo ^onroole^e
tutte le fue proprie varietà di fentire , Scnfualt . in una mobile , e divifibile unità con_, moti , e modi con perpetuo flufio va- rianti , debba contenere : E la natura ragionevole polla in mezzo al fenfo , ed alla intelligenza, moti fenfibili , e
lumi intelligenti inficmc congiugnendo*
tut- te le fue particolarità Umilmente
in fe aduni, fino al fine di perfetta
feienza , legge , ed arte ragionevole .
Sicché 1* In- telligenza fia ciò che
ella è , fenza mi- llura di fenfo ^ il
Senfo fia il fuo pro- prio edere , fenza
ogni luce d’ intelli- genza : e la
Ragione così abbia le fue proprietà, che
mefcoli infieme col tor- bido fenfua le
, il chiaro dell’ intelligen- za. Digitized by Google Due fonimi
generi , P uno dell ’
effere—» terilene feltro dell' ejjer
immagine reale, che non è propriamen-
ove fi ritruo- f c quella, o quella fpezie particolare . v ’-> ed mela Così flando elleno quelle
cofc , ad in- ' ìarila > . aiUC0 '
tcllerti metafifici cotanto chiare, quan-
to più non fi può dire, P Intelligenza (
la Ragione , e ’l Senfo fono ciafcuna una unità uniforme , efprelfiva , e raflomi- • gliativa di quell’ elfere , ed a quel
mo- do, eh’ è a fe convenevole. L’
Intelli- genza è un Siiiogifmo già
perfetto ,che con totale penetrazione ,
e con cccelfi- va chiarezza comprende
Puniverfo ef- fere intelligente lenza
ombre, e lenza vicende . La Ragione, o
cognizione uma- na non è ella altro ,
che un argomcn- *■ to: *
Digitized by Google J DELL’UOMO. 217 to: cioè una poterti, o facilità, per co-
* sì dire , di rtllogizzare , che tutto
l’ertere ragionevole va a conchiudere
con vi- cende, ed ombre . Secondo che
noi nel- la noftra metafilica abbiamo
rtabilito, la ragione dell* Uomo, ella
non in altro modo giugne a conofcere gli
obbietti , che argomentando dalle minute,
e roz- ze loro fimilitudini ; ed indi le
intere , e più perfette immagini
riproducendo, ed efplicando . Ella
adunque ertendo co- terto Colo crtere di
argomento, che è erte- . Cfme r/tm re
ideale , ed efprertivo , uno , unifor- e£?mto“ em- me , penetrevole , uni verfale: viene con ten
£ a tutt^ ciò a potere efprimer tutte le
differen- ze , e forme ragionevoli, una
rimanen- do , ind irti nra , indivifa ,
con quell’ una unità efprefliva ,
argomentativa . La_. Ragione, tutto ciò
che le rt apprefen- ta con argomento in
fc raccogliendo , e fe medefima , c ’l
fuo fenCo , e le fue percezioni , e
cogitazioni penetrando , c includendo ,
tutto il novero apprende . delle forme,
che T appartengono . Così il fcnfo,col
contatto, e col conciglio, Comelffen- e
confenfo della più fin 3 ,e più valente
E e por- . ' ' Drgitized t ' 2 1 8 DELL' ANIMO m porzione della materia in quel modo r che noi già dichiarammo, divenuta pe- netrevole, le azioni , e le
lignificazioni de’ fcnfibili obbietti ,
ed eziandio degl’ interni appetiti con
incredibile agevo- lezza , e virtù
raflbmiglia : ed iniicme per adattati
canali , con abili dromenti produce
operazioni ad ogn’ interna-, r ed edema
lignificazione corrifpondenti . il Senfo
è Egli è il fenfo come un materiale argo-
argomento* mento; cioè una elprelhone , e riprodu- zione, con che la più virtuofa parte
del- 1* • . la materia raccoglie in fé
tutte le par- ticolari , minute, ed
imperfette lignifica- zioni , ed azioni
materiali .. A llmiglianza della natura
intelligente, e della ragione- vole
alTai più, il lenfo ancor efìfo è una
efprefliva ideale unità materiale , uni-
forme , ed univerfalc : e cotale ella ef- fetido , le varie maniere dell* edere
Ten- ibile dee tutte produrre , fino a
poter pervenire a perfetta faenza ,
legge , ed arte fenfuale. L’intelligenza
ella è pur- gata da ogni grettezza, e
impurità^, ed c libera da ogni mutamento
, di pure t e lucide notizie conteda in
una amplif- ^ ->•*«* •; • - ima * -
S*V-'VT & ♦
Digitized by (Joogle DELL»
UOMO 2i9 {ima faenza deli’ ogni effere
intelligi- bile. Il fenfo è impuro,
variabile, tcne- brofoj e nondimeno con
cieche idee , e combinazioni , e
fillogifmi conchiude Tumverfa materiale
erprclfione , e pro- duzione d’ ogni
fenfibile obbietto . La cognizione , o
ragione di fenfo com- mifta , e di lume
d’ intelligenza , per convenienti idee ,
e componimenti , e per fillogifmi fi
raccoglie in una ben ampia fcienza
lucida argomentativa . Siccome la
fcienza ragionevole è pene- trabile, e
inclufiva per interne comu- nicazioni ,
e produzioni ; così il fenfo egli è a
fuo modo pur penetrevole , e inclufivo
per finezza , ed agevolezza di materie,
e moti . La fcienza ella è un* ampia
forma univerlale del vero ragio- nevole
, piena , e feconda delle ragio- nevoli
forme , fino alle più particolari, ed
eftreme : c’1 fenfo è umvcrfal for- ma
del vero fcnfibile , con ferie di li-
mili forme fubordinate , potente a pro-
durre tutte le guife delle fenfibili ope- H && è razioni. Il femo e della corporal natu-
cieca-. ra come una fcienza cieca : come
la_- •frtowdco- fcienza è della natura incorporale
, per fumìmfo. E c 2 COSÌ Digitized by Google 220 DELL* ANIMO così dire, un fenfo luminofo. Poflfono adunque i Volgari Filofofanti fé non-, credere, fofpicare almeno, chele in- finite combinazioni , e fillogifmi ciechi de’ principi, o elementi, onde il fenfo è coftituito, vaglion di per fe foli ,
fen- za niun lume di cognizione a
produrre tutte le ordinate azioni
fignificati ve , ed operative degli
Animali . Cotefte-, '; r v tre Nature,
ciafcuna di per fe feparata- mentc nel
fuo proprio regno , hanno elleno
perfetti principi operanti . Ne all*
intelligenza e* fa uopo ne de’ pro- cedi
della ragione , ne delle macchina- zioni
del fenfo . Ne il fenfo , o degli
{labili comprendimenti dell* intelligen-
za, o delle lucide argomentazioni della
ragione abbifogna . Ma nell* Uomo ,
nel qual folo due nature convengono,
fenfo, cd intelligenza e*fi mefcolano in- fteme : e come le turbolenze fcnfuali ^rToffufeano la luce della cognizione ;
co- fienìt la cali- sì i chiarori
ragionevoli illuflrano la«. frJIAZ
caligine del fenfo. dell' intelii- Cosi
dette quelle cofe , più per after- &
enza • ger loro il malnato pregiudizio , che
per convincergli del tutto j rivolgiamo
' ‘ - ormai DELL* UOMO. 221 .
, ormai il fermone a quelle, che
maggior forza di argomento ne pare che
deb- bano avere. Benché ne il
pregiudizio e* v ’. V * •. fi è potuto
combatterete non in alcun ' modo
argomentando ; ne argomento niuno fi
potrebbe adoperare, fé non in qualche
maniera contro al pregiudizio
combattendo ; ne altronde parmi po %
ter meglio cominciar quella parte , che
dalla famofa definizione Ariftotelica^
della Natura, la quale i Volgari di lui
'feguaci malamente interpetrando , di-
fcreditano ; e i meno feorti moderni
affatto non intendendo , deridono. Per-
ciocché il fecrcto di quella mifleriofa_, definizione difeoperto, tutta affatto dif- fiderà la nebbia del Volgare abbacina- mento. Lafciata Ilare ogni altra cofa , che dir fi potrebbe , per efplicar quel-
, la definizione , che qui non è uopo;
io \ à d'^nìziow porto ferma
openione,che quel Filofo- Arìj tot elicne
fo , quando e’ diffe , la natura effier prin- u 1 A cipio di moto , e di quiete ; che egli ,
* allora intefe infinuarne di più la
comu- — nicazione , e la diftinzionc ,
che infic- ^ mementc la Natura ha colla
Scienza , e coir arte . Sono certamente
Natura, Scierà * -
Digitized by Google ^ f . ni
DELL* ANIMO Scienza, ed Arre tre
primarj principi , natura - j c h e ogni
genere di forme compiono Jnejcnò t , e
1* univerlità delle cofe. La Natura mo-
l?' n yù.i timi vendo , o producendo : che produzio- L-nivirjo c moto £ C omc più giù
dimoftrere- mo)fonó una medefima cofa.
L’Arte componendo , e formando ; e la
Scien- za penetrando , e intendendo . La
Scien- za generalmente confiderata ,
altro non è ella che principio di
cognizione: fic- corae 1’ Arre pur prefa
in generale , e* non è che principio di
formazione. La Natura, ne di formazione
come l’ Ar- te, ne di cognizione come la
Scienza; y mafoldi moto, e di quiete e
principio. Quella diftinzione di quelli
tre princi- pj additar volle il Filofofo
in quella fua diffinizione con ifceverar
l’Idea , e ‘ l’elTenza della Natura
dall’ idee, ed ef viV'X fenze della
fcienza,c dell’ Arte; e con rillringerla
alla lua determinata proprie- tà. Ma
fono nulladimanco quei princi- Comunìone
di pj tra loro inficme comunicanti , co-
fueì trefrìn* mG dalla defìnizion medefima è facile c ' iJ ' argomentare. Perciocché, nc l’Arte
e’ può di niuna formazione elTer
princi- pio ; nc la Scienza di
cognizione fen- DKLL’ UOMO. aij za virrìi di produrre, che e la Naturar e Icambicvolmente nella Natura è in- ficine Ja feienza , e 1* Arre ; perchè
a_, niun patto c’ porrebbe la Natura
cfler „ principia di produzione fenza
idea , e regola, e modo di produrre ; il
che è cfler Scienza, ed Arte . Quanto è
im- ponibile , che v’ abbia alcun
produci- mene di cognizioni foie n tifi
che r e di forme artificiofe fenza
potere di pro- durre: altrettanto potere
, o virtù nin- na e’ non può eflervi
fenza modo , o regola di produzione . La
feienza , T Arte fenza virtù di
produzione fa- rebbono (lenii r ed
infruttuofe per im- potenza, e fi
rimarrebbono in una ofeu- ra, e tenue
generalità di fapere . E la Natura fenza
via , e regola , farebbe., per tumulto ,
e difordine di parti , e di moti ancor
ella infeconda , e rollereb- be in una
fparuta , e informe comunità d* edere .
Tanto la Scienza, e 1’ Arte ; quanto la
Natura , come è ben uopo t hann* elleno
potenza, ed atto, de* qua- li come di
due neceflarj principj fi com- piono. La
potenza dell* Arte , e della Scienza è
la virtù producente ; 1* idea T o
for- V i*.
224 DELL’ANIMO o forma ,o regola
è il di loro atto . Per contrario la
forma , o regola, o idea è la potenza
della Natura ; e ’1 fuo atto è la virtù
produttiva , L’ atro proprio 'QuùIJùl^ d
e i| a Scienza è la potenza della Natu-
f unita della K Natura* qua- ra
: e 1 arto proprio della Natura e la le
de ! i ,i s I icn potenza della Scienza, e dell’ Arte». ili /f* * | • r • con bel reciproco lovvenimcnto j foccorfo . La Regola , o idea ella è V u- nità della Natura ; la qual fottratra , difturbafi l* adunamento , e ’l confenfo delle parti , e de’ moti ; onde la Natu- ra in molte, e varie parti, e in molti, e difeordanti mori fi frange fi difper- de, che nulla producono . L’ unità del- la Scienza, e dell’ Arre è egli il
potere di Natura: il qual tolto, la
comunica- zione, o inclusone
s’interrompe : dal che 1* Arte , e la Scienza
in molte , e varie idee ^.cogitazioni fi
fmhiuzza , • che nulla conofcono, ne
formano. Ma tuttavia. è da notare, che
1* edere , c *1 potere della Scienza ,e
dell’Arte, quan- tunque egli è
foftanzievole , e natura- le, cfler dee
nondimeno inclufivo , pe- netrevole , e
Iuminofo: che altrimcnte la Scienza , e
l’ Arte con edere , e con po- Digitized by Google vi
* '■l 1 za .
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1 __ » j'f- _ . . ‘^Otflrtaset-by Coòglr^ i- -W
22 6 DELL’ ANIMO quella
fcientifiche , c quella artificiofe, con
edere, e con potere penetrevole ,
lucido, inclufivo.E la Scienza coll’Ar-
te, non vuota, vana , fpoflata , fantafti- ca; ma è reale, vera, piena, collante , poderola , per edere , c per potere di reale follanzievole natura: nel che l’E- ternità della Scienza , dell’ Arte , e
del- la Legge è locata : la qual cola ,
dopo "lunghi contraili, e’ non han
potuto net- tamente difpiegare i Volgari
. E la Na- tura non è ella informe ,
irregolare^* difordinata ; ma è formofa
, ordinata , diritta , per idee , e
regole di verace , e falda Scienza, ed
Arte : nel che la fem- piternit'a dell*
Univerfo è ripolla , che_* gli Epicurei
intendere giammai non-, han voluto. Quel
che al prefente rile- va è , che con
quanto ho detto della.» • Natura , e
degli àTtrf due principi , io fon venuto
a dimollrare , che le ordi- nate , e
ragionevoli operazioni della^ Natura
particolare degli animali bruti, come
quelle della Natura univerfale , deono
poter provenire da principio in- terno
di Scienza, ed Arte cicca . ? E perchè
il maravigliofo potere del- le \
DELL* UOMO. le idee cieche , che
alla Natura abbia- mo attribuite,
finalmente tutti ricono- P!ìt fpezie
lcano; egli è da notare, che oltre alle ^^ orme forme reali delle cofe, che già fono in eletto, e fono a’fenfi nortri manifefte, e vi ha altresì delle forme ideali ,
che- così appelliamo , divife in tre
diftinte • - Jpezie, o più torto in tre
ufficj diverfi. Il primo egli è dell»
ideali , come lor di- cefi plaftiche ,
dalle quali generalmen- te a formarli,
ed efplicarfi vegnono le reali . Quello
genere è egli principal- mente riporto,
e chiufo nel feno degli elementi ; onde
nella prima origin lo- ro , Erbe, e
Piante , e Animali ufeiron « fuori alla
lucè : ed al prefente ancora non di rado
ne avvengono novelle pro- duzioni . E in
fecondo luogo le mede- lime ideali ,
nelle fortanze delle cofe- per tutte le
fpezie elle ferbanfi invol- te : donde
ogni cofa può produrre il lì- mile, e
propaginar la fua fpezie. Il fe. condo
genere è dell’ ideali , cui noi di-
ciamo lignificati ve , che fpiccanfi dagli r&jt obbietti, e a rapprefentar vegnono a’ V
Maini- iioltri lenii tante varietà di
colori e di rettrici f ono forme ,
quanti già ne veggiamo . Il ter- tt Pi •
Ffa zo, ; 9 • \ - _
Digitized by Google r • 2*8 DELL* ANIMO zo , che fa al propofito , è dell’ ideali
di- ?** rettrici fopra tutte 1* altre di
fommo valore, e pregio, che il fovrano
uffizio hanno elle di reggere i moti, e
le ope- razioni . La Natura di tutti e
tre quei . ! generi d’ Idee eflfer dee
fornita: del pri- mo, e fovrano delle
direttrici ; affinchè i movimenti fieno
regolati, profittevo- li, e fruttuufi:
del fecondo genere del- le plaftiche;
affinchè le forme, o fpe- zie delle cole
fieno durevoli , utili , e- gradite : e
in fine del terzo delle figni- ficative
; per fomminiftrare al fenfo ac- conce
lignificazioni , ed efpreflìo ni , on-
de fi promuovano le operazioni, e le—
comunicazioni delle particolari nature
infra di loro fi compiano. E ritornando
alle direttrici, è affai ragionevole pen- famento,che cotali Idee ne’ corpi Ce- lcfti , e ne’ loro fiti , ed afpetti , c
mo- vimenti fien ripofte . E non per
altro , che per quelle tre Idee
moderatrici è da credere , che il Mondo
, magnimi-, KtlU Kd Animai fu da Platone
appellato. Nella tuv * fenf uale
particolar Natura del fenfo e’ ci ha_.
ètuualapcr • fut t; a perfezion della Natura Univer- si 0 * natU " fale *. Oltre al fommo
potere, ed al per- fetta Digitized by Gòogle D 3 LL* UOMO. 229 fetro concilio de’ principi coll’ idec_, plaftiche , e fignificative , avvi anco- ra la fovrana regola delle idee diret- trici per Io governo della vira. La Na- tura fenfuale ella è (opra tutte le cor- porali nature perfetta, e Copra tutte lì avanza ad imitare la Natura Univerfa- le: ficcome V Uomo,’ nel quale tutto il filloma del fenfo , fornito d’ ogni ma- niera dMdee, egli è oltre ciò governa- to dall’ Idee lucide ragionevoli , Copra tutte le terreftri foftanze
rafTomiglia_, 1 ’ Univerfo me de fimo
illudrato dall’ in- telligenza della
Mente Unìverfale . Or poiché è
neccflario , che negli Animali bruti vi
fin (ufficiente provigione d’idee
direttrici ben ordinate ; per qual ca-
gione e’ vi richieggono di vantaggio il
reggimento delle cognizioni ? Non fo-
no forfè l’ Idee cieche direttrici bade-
voli a moderare 1’ arruolo moto del fea-
fo ; e fecondo i movimenti interni , o
fecondo l’eftcrne lignificazioni , non_»
fono elleno valevoli a produrre quelle,
e quelle ditcrminate operazioni ? Co-
me potranno- le plaftiche idee diftribui- xc il chaos della Materia fcminale,, e-, reg-
230 DELL' ANIMO reggerne i moti
per generar erbe , ed alberi , ed
artificiofiilìme forme di Ani- mali ; e
non varranno le direttrici a__. moderar
l’azioni, e i moti fcnfuali per
confervare la vita^E egli per avvenru-
ra il fatto della confervazione della vi- merzio tra ta P*u ingcgnofo , e piu
artihciolo del- jiicbe ? 7 e f° rrnaz '
one medefima ? Egli non ci ideejìlnifi-
ba tra quelle due fpezie d’ idee di-
eative. rettrici, e plaftiche , fomiglianza , e_ comunicazione, e commerzio si fatto , che l’impreflìoni talora delle plaftiche ' ■ pervengon fino al fovrano feggio delle lignificazioni, e direzioni, e quivi
figni- ’• ficative, e direttive
divegnono ; ed al- lo ’ncontro le
figure delle direttrici , e lignificati
ve difcendono giù al luogo del- le
generazioni , e per così dire, plaftico
- w ingegno, e potere acquila no ? Siccome la mafia dellgk^a*e*i*,dà*i»m così, ge- netliaca, è egli un indigefto , e
confufo chaos, e in certo modo
indifferente, e indeterminato , che''
nondimeno l’idea plaftica diftingue ,
dirermina , e forma fino a perfetta
generazione; così il mo- to fenluale è
propriamente indetermi- ' - nato, e
indifferente, e come confufo, e in-
A-' ■% • Qigitized by Goc V
• * DELL’UOMO. 231 digefto chaos,che tuttavia 1* idea diret- trice dee poter diftinguere , e formare fino all* intero governo del vivere ani- malefco . Egli è fopra ogni altra cofa da por mente, che il moto del fenfo è della più preziofa.,e più agevole mate- ria; ed c il più vigorofo, ed efficace
tra tutti gli altri, Tempre pronto, e
fpedi- to , ed operante: e che 1’ idee
direttri- ci del medefimo fenfo fono
vivaci, ed efprefle, e ben ordinate, e
compiute ; cioè per diftinta , e lunga
ferie fono in sì fatto modo compartite ,
che da cer- te più ampie, e generali,
che in una_, prima , e principale ,
ampliffima , ed unr- verfaliffima idea
fono accolte , tutte l’al- tre minori
procedono; e quefte medcfi- me infra di
loro 1* une dall’ altre , da quella
prima comuniffima idea fino all*
eftreme, e particolari ordinatamente di-
pendono . Òr egli efleiido nell’Anima-
le, da una parte quel virruofo, e per-
petuo, e univerfal movimento; e dall*
altra quel ben fornito , ed ordinato reg- gimento di efficaci idee ; qual’ altra
'co- fa fia uopo , perchè l’animale
poffa^ agi’inrerni incitamenti del fuo
corpo , w ed r
A mi •* ? 4 *
’ DigitizetUiy Google rJj- 232 DELL’ANIMO cd agli efterni de’ corpi circoftanti re- golare le operazioni, di che la vita ab- bifogna ? Siccome fciocchiflìmo penfa- mento c* farebbe di chi alla virtù fen- iuale , altra forza d’ altra potenza ag- giugner volctfe, per muovere l’ anima- le ; cosi ugualmente , a mio giudizio, vaneggiano coloro , che all* intera , perfetta regola fcnfuale , altra regola d’ altro ingegno vogliono fopra porre-. JtJèZjòT* P er governarlo . Il fenfo è
vigorofa vir- tù motrice, per idee
cieche direttrici, valevole a produrre
ordinate , e pro- fittevoli operazioni .
Quindi raccogliefi bene effer dovere,
che 1* animai bruto, che è indocile ,
nafea addottrinato di quanto ha a fare
per fua difefa : e per . * contrario 1 *
Animai ragionevole, che è docile ,
imperito , ed indotto de’ Tuoi f affari
e’ convien chfc nafea al Mondo , Poiché
ridec del Bruto e’ fono corpo- Ter qual
co- rali , e cieche ; deono elle con tutto
rottone- 1’ apparecchio della materia, c con tut- vnie rufea in- to il lavoro delle forme
infiemementeT dotto, effer trafmefTe per
via di generazione: , Siccome l’ idee
genetliache, di fimil fat- ta, tanto
nell’Uomo quanto negli altri
DELL’UOMO. 233 animali , non per
difciplina fi appren- dono , ma bene per
naturale operazio- ne fi fommimftrano .
E poiché tutte.» ridee dell’ Uomo fono
lucide , elle di neceflìtà colia luce
delia cognizione, T una dietro all’
altra , e dall’ altra l’una efplicandofi
, crefcer deono a formare la feienza .
Per rimontare ali’ altezza.» de’ primi
principj , di che largamente nella
fuperior Difputa fi è favellato, la.
Mente è ella in fe , e con fe medefi-
ma , ed è in fe , e con feco operante :
il perchè 1 ’ Uomo di Mente dotato ,
a quella guifa operando ,- fe medefimo
infegna o nella Mente univerfale , o
nella univerfal materia , da’ particola-
ri a gli universali , e da quelli a quel- li discorrendo ; e in cotal modo arti inventando, ed esplicando Scienze, ed iftorie teflendo . Ma il SenSo cicco ma- teriale , da ogni altra coSa e in Se , e per poco da Se fieflo diviSo, e* non può fermamente in Se , e con Se operando ^ come fa la ragione dell’ Uomo , inse- gnare Se medefimo : e perciò con tutte 1* altre forme, ed operazioni , e lavori materiali , unicamente per gencrazio G g ne
234 DELL’ANIMO ne efler dee
formato, ed idrutto . Er- Erme de * rano
b cn dj m olto i Volgari , che vo- ogc,u
' gliono l’animale addottrinato per qua-
Erroredìal - lunque cognizione . Errano eziandio fan/ *• c
* A ,, .h. • 3 . _ •!
' Digilized è^X3oogfe 2?8
DELL’ANIMO , • mcdefima debbono
immediatamente procedere . Ed in ciò
egli è ben latto éeU’Vom* avvcrtire »
che la Mente deli’ Uomo la Materia da
una parte; e la Materia univerfale-*
jeZnoUtrfn- ^ a ^ l{ d rr3 > cileno amenduc affettano il creato . primato, e’1 principato dclfc cofe .
La Mente dell’ Uomo per 1’
indifiolubil m ncflTo della penetrevole
, e comuniche- vole identità, per la
quale in alcun mo- do ella da fé
procede, c in fé ritorna, e in fé
ripofa; avendo principio, mez- zo, e
fine infeparabilmente connetti in una
indivifibile, reale unità; e per l a .
quale è ancora a Tuo modo proporzio-
♦ nevolmenro ampia , ed univcrfalc : e la materia per la fua ampiezza , ed uni- verfaliti , onde ogni efifere del fuo
ge- nere abbraccia , c contiene ; cd
onde * ^ in alcuna gnifa , una ,
penetrevole, e co- municante f! fa
vedere . Perciocché a fondare il fourano
primato , e principi- t to dell’ efifere
, due cofe infieme concor- rono ; Luna è
I* identità , che invinci- bilmente
unifee tutta l’ettenza , o fo- flanza, e
tutta in ogni parte rendela a -fé
medefima infittente, e prefente: l’al-
tra c l’ ampiezza , e contenenzjuwrit'er- fale,
Digitized by.Google * DELL’ UOMO. 239 fale , che ogni eflerc dentro di le di - ogni genere largamente comprendevi anzi primato, ed univerfalità e’ paioli di eflerc una medefima eflenza ; l’ univerfalità per efler prima, e
(bura- tta , ella è uopo , che all*
ampiezza ag- giunga r identità de’
principi ; che il tut- to alle parti, e
quello a quello infepa- rabilmente
connettendo, arrechi verace contenenza -
E così eziandio Identità, c primato
pajono flmigliantemente una fola cola ;
ma e* fa di meftieri, che l’iden- tità,
col neflo infolubile dell’ eflenza_.
abbia infleme la contenenza. ili ogni ef- fere, per efler perfetta, prima, e po- derofa, e con perfezione, pienezza, e potenza efler prima, e fourana . Orla Mente deli’ Uomo per I* identità de* principi, che feco adduce alcuna uni- versità : e la materia mondana per 1’ univerfalità , che pare aver fe.co
al- cuna comunicazione, elle, come
dice- vamo, ambiscono il principato
delle co- fe appreflo degli Uomini
ftolti . Dal che begli nella Fifiologia
Torta l* opinio- ne dell’ eternità del
Mondo , e quella dell’ autorità , e del
potere della Fortu- • na, m
*r' Digitized by Google 2 4 o DELL* ANIMO na , ed ogni altra Scempiaggine, che fa produzione delle forme ideali, e reali, umane , e mondane fottragge all’ Idea divina : ed indi altrefi nell’Etica c egli
de- rivato il pregio del fallo , dell’
utilità , e del piacere, che colle frodi
, e colle violenze introducono nelle
Civili focie- tà la peftilenziofa
Tirannide . Ma l’una, e l’altra nell*
intelligenza de’ dotti da quelle alture
nel più infimo luogo, cia- fcuna del fuo
genere fono fiate ritrai te ;
conciolfiachc la Mente dell* Uomo fenza
la vera, e piena univerfal conte- nenza
c ella rifirctta, e circol’critta da
ogni lato , minuta , angufta , povera ,ed impotente, c di minute, c varianti, e caliginose cogitazioni , e idee fol pre- veduta : Sebbene ella per forza della r penetrevole identità , e lumi , e Segni della Mente uTTiVeffale , e dalla uni- . verfal materia ricevendo , può b.Z » *»
t i ft — '•* BMv *“v ji. ! 2 •”
; Sfe: .- yin.
/S ' Ev* ■*• *> L^J
■ 80KT9i fi.:-,;,;.
t- if ^ % Vi V ,.
DELL’UOMO. 24 1
ingegno Mentale può ella, forma, ed
ordine, e bellezza, e forza acquifere
Così la Mente dell’ Uomo , 1* uni verfai
eflere e fapere , che è 1» ogni eirere , c ogni fapere , fuori di fe avendo ; e di la fatta accorra di edcr ella piccio- ni porzione , e fottil produzione di quell ampia umverfalità ; e la Materia avendo fuori di fe ogn’ idea, che è ogni ingegno , e forma , ed arte ; ben ella lì di- moia e/Tere una partecipazione , ed un limuiacro delia verace prima univerfal torma. Con che elleno, non già il va-
Doppio». no lantafima del loro fa4fo
pnncimrn «omento del che creano nel
fenfo degli ftolT; maj del vero
principato della fovrana Men- te divina,
doppio, rubufto,e luminofo argomento fom
mi ni Arano; quella colla cognizione , e
quella colla fignificazio- ne : quella
col conokere, indiritta ver- • fo 1 ogni
fapere , ed ogni elTere , onde procede;
e quella col lignificare, addi- tando il
medelimo ogni elTere , ed o" ,w,r, a.-
flf-ft * - •’.V* K
-•'Ve : > .• .
», * * \y > -.A 2 4 i DELL* ANIMO vacuità» e difordine» e tumulto» c de- formità» e infermezza , cd ogni inutili- tà, e danno sbandifee » bontà » pienez- za , potere , Capere , e con erti ogni
frut- to , ed ornamento Ceco arrecando
da»# una parte ; e dall* altra fe nell’
erbe , e nelle piante , negli animali »
ed in ogni altra corporale fpezie, cogli
occhi del- la fronte e* fi. vede cotal
perfetta cofpi- razione , e comunione
con tutte quel- le virtù, e bellezze: e
nell’ Uomo parti- colarmente tutto il
corpo organico con ogni fila parte
feorgefi ordinato all* in- veftigazionc
, ed al profeguimcnto del vero, c del
bello» £ nell’ Univerfo al- tresì nel
corfo regolato , e collante » negli
fplendor» della luce » nel potere della
formazione , c in quello della fi-
rnificazione, nell* infinità delle forme
reali, che opefàn ò*7'c felle ideali, che lignificano , egli è apertiflima » e
luci- didima cofpirazione , e comunione
con ogni bontà, e belleza,e utilità, e
uber- tà, e dilettamento; fe , dico ,
tutto ciò è vero , come fermamente è ;
ficcome vedefi per quello dalle cofe
difcacciata ogni vacuità di edere , che
è il nulla ; DELL’UOMO. 243 ed ogni difetto di configlio , che è il cafojcosì con indicibil chiarezza l’ogni comunione perfetta della mente fcer- nefi ancor chiaramente lignificata . Di cotali comunicazioni, e fignificazioni , onde è l’ Uomo d* ogn’ intorno cinto , e delle interne comunioni , e
lignificazioni del proprio edere, e del
proprio fapere, egli è ccrtiflima
produzione V Idea di Dio ,che il
divagamento , e divi/ione de’ penfieri,
e ’l tumulto , e lubricità degli affetti
ofcurano, e cancellano fino all* infano Ateifmo,
che come più fiate è per noi flato
detto, è dpiù cupo.abbiL fo dell’umana
ignoranza , Ora per ri- metterci in
cammino , quello danno an- cora
inferifcono alla fcienza quei , che per
1 * ordinate operazioni degli Ani- •'
mali bruti, non contenti delle forme , fue cegni o idee materiali direttrici, di vantaggio
ӣ> pjcurala vi richieggono la
cognizione : quella fffi^, az '° ne
illuflre fignificazione divina della divi- na autorità ofeurando non poco ; co- me fa altresì chiunque T idee direttrici dell* Univcrfo non riconofce . Percioc- ché le forme direttrici , con più fret- to, e più certo xommercio elleno fon ni H h 2 coll’ • 4 *
* .. RJ *m._
l*E3 _ >,
^ « vP, sr &»- l\r iSPIEjS &
, feAfl ». vv. .^■•’MI j»4 V*.
>» . ”-fc> v : \
I ¥ ' j
fi Si- „• Sè?L"; i'r*:- • ■
r'- fe V,*. . •Q©:ii"e'1 ri*»' • ®
! «r*- 51 a»
* 4 &K 5 J j?* x DELL* UOMO. 247 nino a fvegliarvi le ufo , o cognizione
; ma più tolto, che da un capo
all’altro, non in altra maniera
qualunque modi- ficazione fi diffonda,
che per virtù del- la penetrevole
materia , fuccelfivamen- te d’ una in
un’ altra parte di fpiriti , onde tutto
il corpo abbondi , moltipli- cata, e
propagata .Imperocché ficcome è il Cielo
di aere , e d* etere ripieno , e di
luce, che da per tutto è in perpe- tuo
atto, e moto ; così il corpo dell*
animale della fpiritofa foltanza è tutto
in ogni fua parte irraggiato , e con pe-
renne vigorofo atto-, e mo vimento ope-
rante. Il qual penfamento,(ee più ac-
concio a Spiegare la maravigliofa co-
municazione delle cognizioni de’ len-
ii , e degli affetti; e in particolare il fu- bito momentaneo contentò , con che- V imperio della, .volontà fecondano i movimenti de* membri; ed all 1 incontro
jfilg» incoi - a’ fenfi nelle membra
fufeitati rifpon- rjffondenzcu, dano i
penfieri , e gli affetti: e fe è egli
più atto a fpiegare la mirabil propaga-
zione delle figure , de* colori , e de* Tuo- ni in tante parti, e in tanta diftanzaje iu ifpczieltà 1’ incredibile velocità
del- mfe le *■ .
a- • e L* _i m a . 1 1 \ . tf 7
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»V - -* Sa * r 7
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* + l,'4 To' ri ‘1 wiH
v- 1 -3 -li, •.ira
NK3 ì 4 8 DELL* ANIMO le illuminazioni, e figurazioni delia
lu- ce , che non fa la comun volgare
ope- nione ; e* non dee già niuno
offendere la novità delle cofe. A quella
guifaor dimoflrata 1* origine , e la
virtù, e le~, varie guife dell’
operazioni ideali , noi fermamente
abbiamo refa più accette- vole la
fentenza , che per le fole idee
direttrici , fenza niuna cognizione , fi
governi la vita degli animali bruti.
Pure , come per l’ ingegno , e lume
delle idee direttrici abbiam moflrato ,
poter la materia avvicinar^ al fapere
della mente: così d T altra parte , alla_» poteflà della mente medefima poter el- la farfi dapprefTo col vigore del moto , conviene che dimoflriamo. E adunque uopo , che ritorniamo all* Ariflotelica definizione del moto : la quale intera- mente fpianancknp' vcrrenTo a conofce- re da una parte 1* atto della mente , che c la cognizione; e dall’altro l’at- to della materia, che è il moto: e ’l
po- tere deli’ una natura, e dell* altra
; dell’uno, e dell’altro atto , che
dirit- tamente va a toccare il nodo di
que* fla difficile Quifiione. II moto,
dice-u quel 3
. - . * . ; *
i.' , •’ >.• a ,"'' ■ ■
DELL’UOMO. 249 jquel Filofofo,
egli è atro di ente iiu. potenza, in
quanto in potenza: diffìni- Defittiti**
«ione, come noi già dicemmo , dcrifa c " • da moderni Filici , ma che in più , e
di- verfe maniere interpetrata , alti
spro- fondi fenfi difeopre, che la
coloro leg. * gerenza, o feempiaggine
ravvi farvi non ha potuto. Noi l’ altre
cofe , che po- tremmo addurre, ad altro
uoporiferva- te, due fole ne feerremo ,
che a fu pe- rare la malagevolezza , che
abbiamo innanzi, crediamo più opportune
. Pri- Prima /*. 1^3, il moto non è una
particolare e r P e,raz 'mn* diterminata
mutazione a produrre- #£!%£. quella, o
quella diterminata cofa, che nizione *
qualificando il fubbietto , il termini ,
e ’l compia in alcun modo ; ma così
?gl.' £ ? tto » e c °sì ( diciam così ) attua il lubbietto; che altro movendo non li faccia, ed altro non fi polTa dire , fe^ non che quello fi muova , e fi muti ge- neralmente . Il moto e* già non è di quella fatta di modi , o qualità , chc^ con qualificare , o modificare f compia in elTere il corpo movente ; ma egli avviene all’ente già perfetto, e com- piuto, ed attuato con ogni atto , e per-
£ I i fe- Digitized by Goprk , ,• M i | ^ -250 DELL’ANIMO lezione , e compimento del Tuo eflerè': il qual eflere perciò e* non è in poten- za, che al moto foloy cioè a mutazio- ne, e variazion generale, che altroché mutazione, e variazione e* non fia.On- de avviene eziandio, che in qualunque modo, e quantunque muovali il corpo , Tempre e’ rimanga libero, e fpedito , e in potenza a muoverli più oltra in in- finito. La mobilità adunque ella non è certa, e diterminata potenza a quello, o quel certo , e diterminato atto . Il di lei atto non è tale , che così ne di- termini Tinfinità , c T indifferenza ;
che in oltre altro atto , ed altra
dttermina- zione , e perfezione e’ non
li abbia a», ricevere . La mobilità non
h potenza à produrre, o operare; non è a
ricevere nulla , o patire ; non è ne
attuofa , ne paziente mmi*— * tì iiffr»
tua' bene ella è ima potenza generale ,
ordinata ad un generai atto, che
attuandola; tuttavia nella fua capacità
, o poffibilità ancor la (èrbf. Quello è
egli effe re in potèn- za, in quanto potenza;
onde Arinote- le con profondo acume potè
dire ciò che dille del moto in quella
dWfinizio-' - . - ne Digitized by Google 'A
\ * 1 • -*> * w « v_ ■«: A* otete^tffa-cggn^ ìzrònKéT Bà r » l tW
l IH 1 ! g medefima maravigliofe forze a
conofce? re. Imperocché fa Mente puo^lla
a fd medefima rivolta, fopra di fé ogni
fu a azione adoperare : ficco me fopra
noi còti 1 altrettanti argom enti abbia
m dimoftra.’ ^ > coniQqj^iioMjfrt( l
pf73^5TPa Ja yacjjj.' tà*#Plffipotenza
della materia . Siccome la cognizione,
non come il moto della' materia è atto
di ente in potenzi , in guanto potenza .
La cognizione non è* eftrinfcca , ma
intrinfeca alla foftanza mentale , e
intrinfecamente la termina , e compie ;
eflfere , e forma , e perfezionò * in
lei rifondendo . Da qucikTnfigne 4
dif- Digiti; DELL* UOMO. 255 differenza della mente , c della mate- ria , della cognizione, e del moto e* fi viene con Comma chiarezza a conofcere da una parte il Covrano edere della men-
cognizione te pura ; e dall’altro ,
l’infimo edere della Ù pura materia.
Imperocché nella totale acuità , e
impotenza della materia e’ben li ravvifa
la Cuggezione ,la dipendenza , e
Peftremo biCogno ,che ella ha di ede- re
moda , variata , e figurata : e per con-
feguente la Cua natura vuota di ogni po-
tere, e d’ogni atto , e luce mentale. E
nella virtù della Mente, che ella ha di
muovere, e for ma n e c ornare Ce fteC-
fa, e’bene fi riconoCce la Covranltà, e Pin- dipcndcnza , e la pienezza , c ’1 potere di 254 DELL* ANIMO defima differenza s’ intende ancora ,
che è il proposto noftro , la natura del
fenfo ragionevole dell’ Uomo , e la
natura del fenfo cieco animalefco:
quella nella con- giunzione di mente
foftanziale, colla .ma- teria formata ;
e quella nella comunica- zionedell’ atto
mentale alia materia ii* forme . Ed ecco
la natura fenfuale , tutta con tutte le
operazioni ragionevoli , ef- preffa , ed
effigiata nella fola materia . Quando
per virtù della mente pura e* paffa
nella materia 1* atto mentale dell* ogni
comunicazione aritmetica , geome- trica,
ftatica ;-c-+ l arrcr tfelt* ogni poter©
del moto nella materia più fina , agevole , cd attuofa con- perpetue circolazioni,
ed ordinate diftribuzioni ,jcon
principi, P ro “ greffi , e ritorni; e
quello in fine dell* ogni formazione
coll’ ideali plaltiche , c della
direzione , c jigiuficasioiie cotPideali di- rettrici^ lignificati ve ; ecco allora
un principio movente , ampio , pieno ,
per- fetto ,podcro fo e fruttifero : onde
nella materia-mondana è la direzione ,
efigni- ficazione ne* Corpi celefti di
giorni, me- fi, e d’anni, e di ordinate
{lagioni, e di altri più ampj , e più
perfetti periodi, ed è 1* ogni
formazione , o produzioo^di er-
1 f - ff
DELL’UOMO. 2 55 '• , be ,di
piante, e d’ animali , e di ogni altra
potfibile fpezie corporale . 11 qual princi- pioè egli la Natura univerfale . E nelle-
u^'- matene particolari coflrutte, ed
ordì- vt rjÀlc. nate con quegl’ingegni ,
e fornita di quel- le virtù , e forme
reali, ed ideali e’provie- nc , e la
produzione , o formazione de li- mili, e
la fignificazione , e direzione di tutte
le ordinate operazioni neceflarie al-
la vita. 11 qual principio a fuo modo capa- -^ rt * ce, e potente, ed ordinato, c egli lana- f0 /
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%ìj *4** * *7 V«>
’ tl ^4 M Tommaso Rossi. Rossi. Keywords: implicature moderna, argumenti
contro LUCREZIO (si veda), Lucrezio, De rerum natura, animi degl’uomini, anime
degl’uomini, animo/anima, corpi degl’uomini, corpi degl’animali, degl’affetti
degl’uomini, il senso, il moto, i corpuscoli, ossessione con Lucrezio come
filosofo romano. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rossi” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rossi: la ragione conversazionale di Romolo; o lo storicismo –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo
italiano. Studia a Torino sotto ABBAGNANO,
Napoli, e Milano. Insegna a Cagliari e Torino. Studia lo storicismo,
l’illuminismo, e il positivismo. Saggi: Lo storicismo, Einaudi, Torino; “Storia
e storicismo, Lerici, Milano; La storiografia Saggiatore, Milano; “Oltre lo
storicismo, Saggiatore, Milano; “Storia della filosofia”, Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cf. Grice, “Speranza e l’opera di
Grice in Italia.” Pietro Rossi. Rossi. Keywords: lo storicismo, la critica
della ragione storica, la storia della filosofia – l’antichita – filosofia
romana, filosofia antica, gl’antichi, la filosofia romana, filosofia italica –
indice al volume ‘L’antichita’ nella ‘Storia della filosofia” – “L’antichita” –
storiografia filosofica – l’origine della filosofia italica, l’origine della
filosofia romana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rossi” – The Swimming-Pool
Library.
Grice e Rossi: la ragione conversazionale e l’implicatura di Vico –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Urbino). Filosofo
italiano. Studia ad Ancona, Bologna,
e Firenze sotto GARIN. Insegna a Castello e Milano. Lavora all'Enciclopedia
presso la casa editrice Mondadori. Insegna a Cagliari, Bologna, e
Firenze. Si occupa di storia della filosofia. Cura edizioni di diversi filosofi,
tra i quali CATTANEO (Mondadori) e VICO (Rizzoli). Le collaborazioni con
giornali vanno dalla rubrica "Filosofia" sul settimanale Panorama
alla rubrica "Storia delle idee" per il supplemento culturale La
Domenica del quotidiano Il Sole 24 ore. Della rivoluzione di GALILEI (si veda)
sostiene che la scienza vive un vero e proprio mutamento di paradigma. Il
carattere rivoluzionario dei mutamenti nel modo di fare scienza avvenuti
all'epoca di GALILEI grazie a una serie di fattori: la visione della natura,
non più divisa tra corpi naturali e artificiali, la dimensione continentale (e,
in prospettiva, mondiale) della cultura, l'autonomia da Roma, la pubblicità dei
risultati. Un'altra importante novità e costituita dal formarsi di un'autonoma
comunità scientifica, una sorta di autonoma repubblica della scienza dove non
esiste l'ipse dixit. Si dedica al tema della memoria, in chiave
filosofica e storica, in “Il passato, la memoria, l'oblio”. Analizza e denuncia
l'esistenza di diverse forme di ostilità alla scienza -- il primitivismo e
l'"anti-scienza -- che, come forma di reazione allo sviluppo tecnologico e
industriale, propugnano come soluzione di tutti i mali il ritorno a un mondo
pre-moderno idealizzato e il rifiuto della razionalità. Dei Pontani di Napoli.
Dei lincei. Saggi: “Acocio” (Milano, Bocca); “Favole antiche” (Milano, Bocca);
“Dalla magia alla scienza” (Bari, Laterza); “Clavis Universalis: arti della
memoria e logica combinatoria” (Milano, Napoli, R. Ricciardi); “I filosofi e le
machine” (Milano, Feltrinelli); “Galilei” (Roma-Milano, CEI-Compagnia Edizioni
Internazionali, “Il pensiero di Galilei: una antologia dagli scritti, Torino,
Loescher); “Le sterminate antichità: studi vichiani” (Pisa, Nistri-Lischi); “Storia
e filosofia: saggi sulla storiografia filosofica, Torino, Einaudi); “Aspetti
della rivoluzione scientifica, Napoli, Morano); “La rivoluzione scientifica” (Torino,
Loescher, Pisa, Edizioni ETS, “Immagini
della scienza,” Roma, Editori Riuniti); “I segni del tempo: Storia della nazione
italiana in Vico” Milano, Feltrinelli); “I ragni e le formiche: un'apologia
della storia della scienza,” Bologna, Il Mulino); “Storia della scienza,”
Torino, Pomba, “La scienza e la filosofia dei moderni: aspetti della
rivoluzione scientifica,” Torino, Boringhieri, “Paragone degli ingegni moderni
e post-moderni,”Bologna, Il Mulino, “Il passato, la memoria, l'oblio: sei saggi
di storia delle idee” (Bologna, Mulino); “La filosofia,” Torino, Pomba,
“Naufragi senza spettatore: l'idea di progresso,” Bologna, Il Mulino, “La
nascita della scienza” Roma, Laterza, “Le sterminate antichità e nuovi saggi
vichiani,” Scandicci, La Nuova Italia, “Un altro presente: saggi sulla storia
della filosofia,” Bologna, Il Mulino); “Bambini, sogni, furori: tre lezioni di
storia delle idee, Milano, Feltrinelli); “Il tempo dei maghi: Rinascimento e
modernità, Milano, Cortina, Speranze, Bologna, Il Mulino, Mangiare, Bologna, Il
Mulino, Un breve viaggio e altre storie:
le guerre, gli uomini, la memoria (Milano, Cortina); saggi in onore di R.,
Vergata e Pagnini, Nuova Italia, Firenze, Segni e percorsi della modernità:
saggi in onore, Abbri e Segala, Dipartimento di Studi Filosofici dell'Siena,
Rainone, «Rossi Monti, Paolo» in Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Abbri, Nuncius, Dizionario di filosofia,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Un maestro, Pisa, Edizioni della
Normale, Tra BANFI e Garin: la formazione, in Rivista di filosofia, Treccani Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Enciclopedia multimediale RAI delle scienze filosofiche -- Per una
scienza libera, intervista. Storia Moderna, : memoria e reminiscenza, sul RAI Filosofia, su filosofia rai. Il Fondo
Rossi nella biblioteca del Museo Galileo. PAOLO ROSSI CLAVIS UNIVERSALIS ARTI
MNEMONICHE E LOGICA COMBINATORIA DA LULLO A LEIBNIZ MILANO - NAPOLI RICCARDO
RICCIARDI EDITORE MCMLX CLAVIS UNIVERSALIS DELLO STESSO AUTORE: Per una storia
della storiografia socratica, nel vol. Problemi di storiografia filosofica, a
cura di A. Banfi, Milano, Bocca, 1951. Giacomo Aconcio, Milano, Bocca, 1952. Il
«De Principiis» di Mario Nizolio, nel vol. Testi umanistici sulla retorica, a
cura di E. Garin, Roma-Milano, Bocca, 1953. Francesco Bacone, dalla magia alla
scienza, Bari, Laterza, 1957. Su alcuni problemi di metodologia storiografica,
nel vol. Il pensiero americano contemporanco, Milano, Ediz. di Comunità, 1958.
Altre ricerche di storia della filosofia pubblicate nella « Rivista critica di
storia della filosofia », anni 1950 segg. C. Cattaneo, L'insurrezione di Milano
nel 1848, Milano, Universale Economica, 1948 (introduzione). O . Cattaneo, La
società umana, Milano, Mondadori, 1959 (antologia). > . E. TayLor, Socrate,
Firenze, La Nuova Italia, 1952 (prefazione). F. Bacone, La nuova Atlantide e
altri scritti, Milano, Universale Economica, 1954 (introduzione, traduzione e
note). G. B. Vico, Opere, I classici Rizzoli, Milano, Rizzoli, 1959
(introduzione e note). PAOLO ROSSI CLAVIS UNIVERSALIS ARTI MNEMONICHE E LOGICA
COMBINATORIA DA LULLO A LEIBNIZ MILANO - NAPOLI RICCARDO RICCIARDI EDITORE
MCMLX PRINTED IN ITALY INDICE Premessa I. Immagini e memoria locale nei secoli
XIV e XV I. Polemiche di umanisti contro le prescrizioni della memoria - 2. Le
fonti classiche e medievali dell’ars memorativa - 3. Ars memorativa e ars
praedicandi nel secolo XIV - 4. Tecniche della memoria nel secolo XV - 5. La
Fenice di Pietro da Ravenna - 6. Natura e arte - 7. Arte della memoria,
aristotelismo e medicina - 8. La costruzione delle immagini. II. Enciclopedismo
e combinatoria nel secolo XVI III. IV. I. La rinascita del lullismo - 2.
Agrippa e le caratteristiche dell’ars magna - 3. Arte, logica e cosmologia
nella tradizione lulliana - 4. L’arbor scientiae © gli enciclopedisti del
secolo XVI - 5. La confirmatio memoriae negli scritti di Raimondo Lullo - 6.
Bernardo de Lavinheta: combinatoria e memoria locale - 7. La logica memorativa.
I teatri del mondo I. Simbolismo e arte della memoria - 2. Diffusione dell’ars
reminiscendi in Inghilterra e in Germania - 3. Span- gerbergius - 4. La medicina
mnemonica di Gratarolo - 5. Il lullismo e la cabala nei teatri del mondo. La
logica fantastica di Giordano Bruno I. Gli scritti lulliani e mnemotecnici del
Bruno - 2. Combinatoria, ars memorativa e magia naturale nel secolo XVII. La memoria artificiale e la nuova logica:
Ramo, Bacone, Cartesio. Pierre de la Ramée: la memoria come sezione della
logica - 2. Bacone e Cartesio: la polemica contro i giocolieri della memoria -
3. Mnemotecnica e lullismo in Bacone e Cartesio - 4. L’inserimento delle
tecniche memorative nella nuova logica: gli aiuti alla memoria nel metodo
baconiano; tavole, topica, induzione; gli aiuti alla memoria e la dottrina
dell’enumerazione nelle Regulae. 4l 81 109 135 VIII CLAVIS UNIVERSALIS VI.
Enciclopedismo e pansofia I. Il sistema mnemonico universale: Enrico Alsted -
2. La pansofia e la grande didattica: Comenio - 3. Enciclope- dismo e
combinatoria nel secolo XVII - 4. L'alfabeto filosofico di Giovanni Enrico
Bisterfield. VII. La costruzione di una lingua universale I. I gruppi baconiani
in Inghilterra: progetti di una lingua universale - 2. Simboli linguistici e
simboli matematici - 3. I gruppi comeniani: lingua universale e cristianesimo
universale - 4. La costruzione di un linguaggio per- fetto: George Dalgarno e
John Wilkins - 5. La funzione mnemonica delle lingue universali: il metodo
classificatorio nelle scienze naturali - 6. Cartesio e Leibniz di 179 201
fronte alla lingua universale. VIII. Le fonti della caratteristica leibniziana
239 APPENDICI App. À pp. App. App. App. App. App. App. À pp. App. I II IIl IV
Vv VI VII VIII: IX X : 11 Liber ad memoriam confirmandam di Raimondo Lullo. :
Un anonimo trattato in volgare del secolo XIV. : Due Mss. quattrocenteschi di
ars memiorativa. : Documenti sull’attività di Pietro da Ravenna. : Tre Mss. di
ars memorativa del tardo secolo XVI. : Il Petrarca, maestro di arte della
memoria. : Uno scritto inedito di Giulio Camillo. Esercizi di memoria nella
Germania del secolo XVII. : La voce Art mnémonique nella Enciclopedia di
Diderot. : D’Alembert e i caratteri reali. INDICE DEI MANOSCRITTI INDICE DEI
NOMI. PREMESSA Il termine clavis universalis fu impiegato, fra il Cinquecento
ed il Seicento, a indicare quel metodo o quella scienza generalissima che
pongono l’ uomo in grado di cogliere, al di là delle apparenze fenomeniche o
delle « ombre delle idee », la trama ideale che costituisce l’essenza della
realtà. Decifrare l'alfabeto del mondo; riuscire a leggere, nel gran libro
della natura, i segni impressi dalla mente divina; scoprire la piena corrispondenza
tra le forme originarie e la catena delle umane ragioni; costruire una lingua
perfetta capace di eliminare gli equivoci e di svelare le essenze mettendo
l’uomo a contatto non con i segni, ma con le cose; dar luogo ad enciclopedie
totali, a ordinate classificazioni che siano lo specchio fedele dell'armonia
presente nel cosmo: al tentativo di realizzare risultati di questo tipo, ad
analizzare, difendere e propagandare queste posizioni e la visione del mondo ad
esse collegata furono intenti, fra la metà del Trecento e la fine del secolo
XVII, quanti si volsero a discutere i temi del lullismo, a dettare le regole
della memoria artificiale, a compilare grandiose enciclopedie e complicati
teatri del mondo, a ricercare l’alfabeto dei pensieri, a farsi sostenitori
delle aspirazioni della pansofa e delle speranze in una totale redenzione e
pacificazione del genere umano. Si tratta di atteggiamenti, di progetti, di
temi che ebbero diffusione vastissima, che esercitarono un peso decisivo sulle
ricerche di logica e di retorica, che condussero a studiare e ad approfondire,
da un ben determinato punto di vista, il problema della lingua e quello della
memoria, le questioni attinenti alle topiche e alle classificazioni, ai segni e
ai geroglifici, ai simboli e alle immagini. È senza dubbio difficile per un
uomo moderno rendersi conto del peso che una produzione libraria dedicata a
quest'ordine di problemi ebbe ad esercitare sulla cultura, anche su quella
filosofica. Resta il fatto che ad elaborare le regole del discorso, quelle
dell’ argomentazione e della persuasione, a stabilire i canoni dell’arte della
memoria, ad insegnare il tipo di collegamento che deve sussistere tra i luoghi
della mnemotecnica e le immagini che in essi hanno da essere collocate, a
studiare le figure della grande arte di Lullo, ad elaborare le complicate
regole della combinatoria, si dedicarono intere generazioni di uomini colti dal
primo Rinascimento fino all’età di Leibniz. Che le tecniche della memoria
artificiale e della logica combinatoria siano scomparse dalla cultura europea
non è probabilmente un male; male è invece che molti storici abbiano creduto o
tuttora credano di poter intendere polemiche e discussioni e significati di
teorie, strap- pando violentemente quelle discussioni e quelle teorie da un
contesto storico preciso nel quale quelle tecniche, oggi ben morte, erano
invece vive e vitali. Chi, occupandosi della cul- tura del Cinquecento e del
Seicento, non ha per esempio inteso il significato della connessione
logica-retorica e ha creduto di poter tracciare una storia della prima senza
minimamente occuparsi della storia della seconda, ha raggiunto, in genere,
conclusioni abbastanza desolanti. Dire, come molti han fatto, che «testi
insignificanti » ebbero grande diffusione in tutta Europa, significa, in ultima
analisi, cercare di sfuggire, con un giro di parole, ad un problema storico ben
determinato: che è poi quello delle ragioni di quella singolare fortuna e dei
motivi che spinsero filosofi come Agrippa e Bruno e Bacone e Cartesio e Leibniz
e uomini come Alsted e Comenio e scien- ziati come Boyle o Ray a prendere
estremamente sul serio quelle discussioni, a impegnarsi in una valutazione
della loro funzione e del loro significato, a interpretarle e adattarle a più
diverse e complesse posizioni di pensiero. Certo, ove non si vogliano eliminare
dalla storia, come frutto di errori e di illusioni, gli scritti latini del
Bruno, vari capitoli del De Augmentis, i frammenti giovanili di Cartesio, una
metà degli opuscoli di Leibniz, ove non si vogliano re- spingere ai margini
della cultura uomini come Alsted e Co- menio, bisognerà rendersi conto che
anche la cultura del Sei- cento (non solo quella delle età precedenti) è, nelle
sue stesse linee di fondo, assai lontana da una mentalità post-illuministica.
Poiché è proprio il razionalismo illuministico che segna, da questo punto di
vista, una svolta decisiva: una serie di problemi che avevano appassionato per
secoli i cultori di logica e di retorica, i teorici del discorso e gli studiosi
del linguaggio vennero eliminati per sempre dalla scena della cultura europea,
perdettero significato e senso, apparvero manifestazioni delle folli
aspirazioni di secoli che si erano posti sotto il segno delle empie ricerche
astrologiche, magiche e alchimistiche, o sembrarono i relitti, ancora presenti
nell’ età della nuova scienza, delle tenebre medievali. Accettando come valido
il quadro storiografico estremamente parziale elaborato dagli illuministi nel
corso di un’aspra lotta ideologica, non poca della storiografia dei secoli
successivi ha preferito sorvolare su alcuni aspetti, che furono in realtà
decisivi, della cultura dell’età barocca. Gli interessi del Bruno per la
combinatoria e la mnemotecnica vennero considerati come «curiosità e bizzarrie
»; si preferì sorvolare sul fatto che Ramo e Bacone e lo stesso Leibniz ave-
vano visto nella « memoria » una delle sezioni nelle quali si articola la nuova
logica dei moderni; non si tenne conto che la dottrina baconiana delle tavole e
dell’induzione, che quella cartesiana dell’enumerazione erano state elaborate
su un terreno storico preciso con riferimenti a testi diffusissimi e a
discussioni ormai secolari; si vide in Comenio solo il pedago- gista moderno e
in Leibniz solo il teorico della logica formale. Di quel complicato groviglio
di temi connessi alla cabala e alle scritture ideografiche, alla scoperta dei
caratteri reali, al- l’arte della memoria, all'immagine dell’albero delle
scienze, alla mathesis e alla caratteristica universale, al metodo inteso come
miracolosa chiave dell’universo, alla scienza generalissima, si preferì
sbarazzarsi facendo ricorso ad una generica e misteriosa entità “platonismo”
sempre presente, come uno sfondo non chiarito e un indistinto panorama, dietro
le opere dei grandi e dei piccoli pensatori. Questo libro è nato dal tentativo
di chiarire, almeno nelle sue linee fondamentali, quello “sfondo” e di
individuare gli aspetti generali e particolari di quel “panorama”: non mediante
riferimenti generici, ma attraverso l’analisi diretta di una serie di testi
editi e inediti, un esame della diffusione di determinati libri e di
determinate idee, una ricerca dell’azione esercitata da quei libri e da quelle
idee sulla “filosofia” (in particolare sulla logica) dei pensatori moderni di
maggior rilievo. i La funzione, il significato, gli scopi delle arti della
memoria e della logica combinatoria si andarono, di volta in volta, variamente
configurando dal secolo XV al XVII. Le formule, da secoli ripetute, di un arte
veneranda acquistarono in ambienti diversi da quelli originari, significati
assai diffe- renti: quella che era apparsa a molti, fra il Trecento e il
Quattrocento, una tecnica neutrale utilizzabile nei discorsi per- suasivi
indipendentemente dalle circostanze di luogo e di tempo, finì per rivelarsi strumento
di ambiziosi progetti di riforma, per caricarsi di significati metafisici, per
connettersi al temi della cabala dell’esemplarismo mistico e della pansofia. Da
questo punto di vista fra i testi di ars praedicandi o di ars memoriae del
Trecento e del Quattrocento e i testi del Bruno e del Camillo esiste una
incolmabile differenza: a uno strumento concepito in vista di finalità pratiche
e mondane, nell’ambito della retorica, si è sostituita, dopo l’incontro con la
tradizione del lullismo, la ricerca di una cifra che consenta di penetrare i
segreti ultimi della realtà, di ampliare smisura- tamente le possibilità
dell’uomo. Non diversamente, inserendo la dottrina degli aiuti della memoria
nei quadri di una dottrina del metodo o della logica, o richiamandosi alla
carena e al- l’arbor scientiarum, Ramo, Bacone e Cartesio muteranno pro-
fondamente il senso di problemi tradizionali. L'antico pro- blema della memoria
artificiale, piegato a nuove esigenze e profondamente trasfigurato, faceva il
suo ingresso nella logica moderna, si legava ai temi del linguaggio universale
e della scienza prima o generale. Ma al di là di questi “mutamenti” e di queste
“trasfigurazioni” resta ben salda, dalla fine del Trecento agli ultimi anni del
secolo XVII, una effettiva con- tinuità di idee e di discussioni: una
continuità che ha carat- tere europeo e che è accertabile mediante la
documentazione della diffusione di un grandissimo numero di testi e di molte
idee in gruppi di uomini ben determinati. Nel corso del Set- tecento i testi di
Pietro da Ravenna e di Cornelio Gemma, di Alsted e di Pedro Gregoire, di
Schenkelius e di Rosselli, di Bisterfield e di Wilkins, che erano stati
studiati e letti e com- mentati da Bruno e da Bacone, da Comenio da Cartesio e
da Leibniz vengono eliminati dalla cultura europea. Anche il lullismo, che era
stato in Francia, in Germania e in Italia, una delle componenti fondamentali
della cultura, una delle “sette” filosofiche più fortunate e accademicamente
più forti, si localizza nella città di Magonza e nell’isola di Maiorca, assume
carattere esclusivamente erudito, dà luogo, nella se- conda metà del secolo,
solo alle malinconiche esercitazioni di qualche professore, si riduce a
manifestazione di una menta- lità irrimediabilmente arcaica e provinciale. Non
diversamente le arti della memoria artificiale, nate con Cicerone e Quinti-
liano, riprese da Alberto e Tommaso, considerate essenziali all’esercizio della
virtù cristiana della prudenza, coltivate da Lullo, da Bacone e da Leibniz,
vengono respinte ai margini della cultura, vanno infine a far compagnia, nelle
collane di libri occulti, ai testi dell’ antroposofia e dello spiritismo.
Appellandosi ad un “calcolo” logico e soprattutto ad un “simbolismo” di tipo
matematico Leibniz aveva dato in realtà un colpo mortale a quei “simboli”
intesi come «pitture ani- mate prodotte dall’immaginativa » che avevano
riempito per tre secoli non pochi testi di retorica di pedagogia e di
filosofia. Con Leibniz, ed anche per opera di Leibniz, scompariva un intero
mondo; non solo un certo modo di intendere la fun- zione delle immagini e dei
simboli, ma anche un modo di intendere il compito della logica e i rapporti di
questa con la metafisica. Nel 1713 quando Collier pubblicò la sua Clavis
universalis, questo termine, già carico di tanti significati, aveva perso ogni
senso, era solo un'etichetta, estranea al contenuto dell’opera. Rifiutando gli
aspetti arcaici del pensiero leibni- ziano; respingendo l’esemplarismo di
derivazione lulliana, le stravaganze della cabala, i sogni della pansofia,
tutta l’atmo- sfera — alquanto torbida — dell’enciclopedismo dei due secoli
precedenti, il razionalismo settecentesco coinvolgeva però nella condanna — con
conseguenze storiche assai importanti — an- che i progetti di una
caratteristica universale e di un simbo-
lismo logico
avviati da Dalgarno e da Wilkins, condotti avanti da Leibniz. Non a caso
Emanuele Kant, a quasi un secolo dalla comparsa della Dissertatio de arte
combinatoria, esclu- deva radicalmente che le idee composte potessero essere
rap- presentate mediante la combinazione di segni e paragonava la
caratteristica di Leibniz agli inconcludenti sogni dell’ alchimia. L’opera di
Leibniz veniva così identificata con quella di un teologo e di un metafisico
speculativo, la sua fama era affidata alla Teodicea e alle discussioni sul
problema del male. Come ha scritto con molta esattezza il Barber, che ha
studiato in modo egregio le reazioni di un secolo di cultura francese al
leibnizianesimo, l’avvento del nuovo empirismo « swept Leibniz too into the
class of the outmoded exponents of apriori : DR, Si : systems ». Per veder
ripresi i progetti di Leibniz bisognerà attendere per due secoli: fino ad
Augustus de Morgan e a George Boole; come logico, Leibniz verrà rivalutato,
agli inizi del nostro secolo, da Louis Couturat e da Bertrand Russel; del
vescovo di Wilkins si parla con una certa simpatia, forse per la prima volta
dopo il Settecento, nel volume The meaning of meaning di Ogden e Richards
pubblicato a Londra nel 1923. La sviluppo ottocentesco della logica formale, il
costituirsi della logica simbolica come scienza derivava dalla « graduale
acquisizione della sempre più netta consapevolezza della sua natura di tecnica
deduttiva indipendente dai presupposti di una visione generale del mondo »
(Barone) dallo svincola- mento « da ogni preoccupazione ontologico-metafisica »
(Preti). Come già aveva notato Husserl, la logica formale moderna era nata «
non da riflessioni filosofiche sul significato e sulla necessità della mathesis
universalis, ma dalle esigenze della tecnica teoretica deduttiva della
matematica ». I riconoscimenti delle « geniali anticipazioni » presenti nel
pensicro di Leibniz ebbero origine precisamente su questo terreno. Ma su un
altro terreno, radicalmente diverso, si era mosso Leibniz e, prima di lui, si
erano mossi Bacone e Car- tesio. Quelle “anticipazioni”, quei “precorrimenti”
che Far- rington, Beck' o Russel, trattando rispettivamente di Bacone, di
Cartesio e di Leibniz, hanno così acutamente segnalato sono senza dubbio di
grandissimo interesse ed ogni ricerca volta a determinarne meglio la portata e
la fecondità per i contem- poranei è non solo legittima, ma auspicabile. E
tuttavia sotto- lineare le differenze, battere sulla diversità, sulla alterità
è, quanto meno, altrettanto importante: per dissipare cquivoci, per mostrare
che cosa fu, nella realtà, quello sfondo indistinto sul quale campeggiano i
ritratti dei nostri illustri antenati. Co- me ha scritto di recente Augustin Crombie, a
proposito dei lu- minosi precorrimenti presenti nell’opera di Galileo, « it is
not by reading our own problems backwards that historical expe- rience is
enlightening, but by exposing ourselves to the surprise that thinkers so
effective should have had aims and presup- positions so different from our own
». Chi abbia familiare la letteratura sul
Rinascimento vedrà chiaramente quanto questo libro debba alle ricerche di E.
Garin sulla
cultura dei secoli XV, XVI e XVII e, per quanto riguarda la “continuità” delle
“idee” fra il Quattrocento e il Settecento, alle conclusioni cui è giunto, di
recente, Delio Cantimori. Desiderio inoltre esprimere la mia gratitudine al
Padre Miquel Batllori dell’ Istituto Storico della Compagnia di Gesù, al prof.
Frangois Secret, a Mrs. G. Bing del War- burg Institute, agli amici Paola
Zambelli e Cesare Vasoli che mi hanno variamente consigliato, fornito
pubblicazioni e indicazioni di articoli e di studi. Ringrazio inoltre il dott.
Luigi Quattrocchi dell’Istituto Italiano di Amburgo che mi ha procurato le
fotografie di alcuni manoscritti leibniziani c la direzione della « Rivista
critica di storia della filosofia » che mi ha consentito di riprodurre qui
quelle parti del libro che erano apparse, nella rivista stessa, sotto forma di
saggi. AvveRTENZA: Nelle note, a indicare le biblioteche qui di seguito elen-
cate, si sono
usate le seguenti abbreviazioni (ma si veda anche l’ Indice dei manoscritti:
Ambros. . Ambrosiana Ang. Angelica Anton. Antoniana Archiginn. Comunale di
Bologna Braid. Braidense Casan. Casanatense Class. Classense Fir. Naz.
Nazionale di Firenze Laur. Laurenziana Marc. Marciana Pad. Civ. Civica di
Padova Par. Naz. Bibliothèque Nationale Pavia Univ. Universitaria di Pavia
Ricc. . Riccardiana Roma Naz. Nazionale Centrale di Roma Triv. Trivulziana
Vatie. Apostolica Vaticana IMMAGINI E MEMORIA LOCALE NEI SECOLI XIV E XV. POLEMICHE
DI UMANISTI CONTRO LE « PRESCRIZIONI » DELLA MEMORIA. In un testo fondamentale
della filosofia moderna, com- posto alla metà del secolo dei lumi, Hume,
discorrendo del discernimento e della memoria, affermava che mentre i difetti
del discernimento non possono trovar rimedio in alcuna arte o invenzione, i
difetti della memoria possono sovente essere attenuati od eliminati «sia nel
campo degli affari come in quello degli studi ». Accennando al « metodo », alla
« opero- sità» e alla « scrittura » come opportuni aiuti a una debole memoria,
scriveva: «quasi mai sentiamo indicare la scarsa memoria come la ragione del
fallimento d’una persona nelle sue iniziative. Ma nell’antichità, quando nessun
uomo poteva conseguire successo se non possedeva il talento della parola, e
quando il pubblico era troppo delicato per reggere ad ar- ringhe rozze ed
indigeste del tipo di quelle che gli improv- visati oratori dei nostri giorni
propinano alle assemblee, la facoltà della memoria aveva la massima importanza
e, per conseguenza, era assai più stimata di oggi ».' Hume, che negli anni
della sua formazione intellettuale aveva « segretamente divorato » i testi
ciceroniani, era ben con- sapevole dell’esistenza storica di una tecnica o arte
della me- moria che, come risulta dal suo brano, è per sua natura con- nessa al
fiorire di una civiltà che fa largo posto alle tecniche del discorso e ad un
mondo nel quale la retorica si presenta come un elemento vivo della cultura.
Negli anni in cui Hume scriveva, le ricerche volte alla fissazione e alla
elaborazione 1 D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui princìpi della
morale, a cura di M. Dal Pra, Bari, 1957, p. 267. Cfr. il testo inglese ed. L.
A. Selby Brigge, Oxford, 1955, p. 241. Sul problema della memoria cfr. anche A
Treatise of Human Nature, cd. by L. A. Selby Brigge, Ox- ford, 1955, pp. 8-10
(sulla memoria e l'immaginazione); pp. 117-118 nota; pp. 108, 153, 199, 209.
Sull’ assenza di ogni sensazione di piacere o di pena nell'esercizio della memoria
cfr. libro III, parte III, scz. IV. 2 CLAVIS UNIVERSALIS delle regole della
memoria artificiale erano ormai definitiva- mente scomparse dalla scena
culturale europea e si erano rifu- giate sul piano delle curiosità e delle
stravaganze. Non si era trattato solo di un corrompersi delle arti del discorso
di fronte alla minore delicatezza degli uditori: l’enorme diffusione della
stampa (e quindi dei repertori, dei dizionari, delle bibliografie, delle
enciclopedie), la progressiva affermazione delle nuove logiche (da Ramo a
Bacone, da Cartesio ai Portorealisti) ave- vano dato in realtà un colpo mortale
da un lato alla tratta- tistica retorica e dall’altro a quella produzione di
opere di mne- motecnica (a quella trattatistica strettamente collegata) che,
durante i secoli XV e XVI e nei primi decenni del XVII, ave- vano letteralmente
invaso l’ Europa. Solo tenendo conto della diffusione che la mnemotecnica aveva
raggiunto non solo in un ambito letterario e filosofico, ma anche all’interno
delle scuole e dei programmi d’insegna- mento, ci si possono spiegare le
proteste e le ironie che contro di essa da più parti si levarono nei secoli
stessi del Rinasci- mento. Nel decimo capitolo del De varitate scientiarum,
dedi- cato appunto all’ars memorativa, Agrippa si scagliava con vio- lenza,
contro quei zedulones che, nelle scuole, impongono agli studenti lo studio
della memoria artificiale o che riescono a spillar quattrini agli incauti
facendo leva sulla novità dell’arte. Far ostentazione di capacità mnemoniche
gli sembrava cosa puerile; spesso, concludeva, si giunge a manifestazioni di
tur- pitudine e di impudenza: si sciorinano tutte le merci dinanzi alla porta
mentre la casa, all’interno, è completamente vuota. Ricordando Simonide,
Cicerone, Quintiliano, Seneca, Petrarca e Pietro da Ravenna fra i maggiori
teorici dell’arte memorativa, egli da un lato notava la insufficienza della
memoria artificiale
ove non
sussistesse già robusta la nazuralis memoria c dal- l’altro si scagliava contro
il carattere mostruoso delle immagini e la pesantezza delle formule in uso
nella mnemotecnica. I cul- tori della quale, gli sembrava, intendono far
impazzire me- diante l’arte coloro che non si accontentano dei confini sta-
biliti dalla natura.” ° H. C. Acrirra, De incertitudine et vanitate
scientiarum, in Opera, Lugduni, per Beringos Fratres, 1600, II, pp. 32, 33
(copia usata: Triv. Mor. K. 403). IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 3 Con altrettanta
decisione, vent'anni più tardi, Erasmo, nemico dei ciceroniani e della
retorica, si pronuncerà contro l’uso dei loci e delle immagini che non fanno —
affermava — che rovinare e corrompere la memoria naturale. Con più iro- nia, un
altro grande critico delle degenerazioni pedantesche e delle precettistiche
dell’umanesimo rifiuterà questo tipo di let- teratura, insistendo, con una
crudezza che va certo spiegata anche mediante il riferimento ad una situazione
culturale pre- cisa, sulla sua stessa mancanza di memoria: Il n'est homme è qui
il siese si mal de sc mesler de parler de memoire, car je n’en recognois quasy
trace en moi, et ne pense qu'il y en ayt au monde une aultre si mervcilleuse en
defaillance... Si jc suis homme de quelque legon, jc suis homme de nulle
retention... Ma memoire sempire cruellement tous les jours... Proprio sul
terreno dell'educazione c partendo dal presup- posto che « sgavoir par coeur
n'est pas “gdvolt, c'est tenir ce qu'on a donné en garde à sa memoire »,° Montaigne
polemiz- zava contro l'apprendimento mnemonico in nome di una cul- tura «
viva»: non si chieda conto al discepolo delle parole della lezione, ma del suo
senso e della sua sostanza; gli si chieda non la testimonianza della sua
memoria, ma della sua vita; lo stomaco non ha adempiuto alla sua funzione se
non quando ha mutato la forma e la struttura degli alimenti, iden- tico è il
compito della mente." Non si trattava di generici riferimenti alla libertà
della mente di fronte ad ogni precet- tistica; la polemica di Montaigne
assomiglia solo nella forma a quella che potrebbe condurre un professore dei
nostri giorni * D. Erasmo, De razione studii, ed. Frocben, 1540, I, p. 466. !
MoNTAIGNE, Esseis, I, 9; II, 10 (ediz. Garnier, Parigi, s. d., I, p. 25; 374). >
Essats, I, 25 (vol. I, p. 119). € «Qu'il ne luy demande pas seulement compte
des mots de ca legon, mais du sens et de la substance; et qu'il juge du profit
qu'il aura faict, non par le tesmoignage de sa memoire, mais de sa vie... C'est
tesmoi- gnage de crudité et indigestion, que de regorger la viande comme on l’a
avallée: l'estomach n'a pas faict son operation, s'il n'a faict changer la
faccon et la forme à ce qu'on luy avoit donné à cuire... On nous a tant assubjectis
aux chordes, que nous n’avons plus de franches allu- res; notre viguer et
liberté est esteincte ». (Essai,
I, 25; vol. I, p. 117). Cfr. anche II, 10 (vol. I, p. 380). 4 CLAVIS
UNIVERSALIS contro gli studenti che imparano le lezioni a memoria. Egli aveva
di fronte obbiettivi precisi: Si en mon pais on veult dire qu'un homme n°a
point de sens, ils disent qu'il n'a point de memoire; et quand je me plains du
default de la mienne, ils me reprennent et mescroyent, comme si je m’accusois
d’estre insensé: ils ne veoyent pas de chois entre memoire et entendement... Mais il me font tort, car il
se veoid par cxpérience que les memoires excellentes se joignent volentiers aux
jugements debiles... Ils on laissé, par escript, de l’orateur Curio que,
quand'il proposoit la distribution des pieces de son oraison en trois ou en
quatre, ou les nombres de ses arguments ou raisons, il luy advenoit volentiers
ou d’en oublier quel- qu’un, ou d’y en adjouster un ou deux de plus. J'ay tous-
jours bien evité de tomber en cet inconvenient, ayant hai ces promesses et
prescriptions...” In realtà,
nonostante le proteste di Erasmo e di Montaigne, quelle odiate « prescrizioni »
erano destinate a diffondersi sempre più ampiamente durante tutto il secolo XVI
e a pro- lungarsi poi fino in pieno Seicento. A_metà del secolo XVII Wolfang
Ratke protesterà, da un punto di vista simile a quello dei grandi umanisti,
contro l’apprendimento mnemonico e contro gli esercizi di mnemotecnica.* Ancora
negli ultimi anni del secolo i ‘““ciceroniani”, che non avevano affatto
disarmato nonostante Erasmo, Montaigne e la grande crisi ramista e car-
tesiana, si facevano con successo sostenitori, in sede pedago- gica oltreché
retorica, della necessità e dell’utilità della me- moria artificiale. Quella
vasta produzione di trattati di ars memorativa alla quale si rifaceva la Art of
Memory del D’As- signy, che non a caso veniva dedicata nel 1697 ai « giovani
studenti di entrambe le università »,° non era stata soltanto espressione di
pedanteria grammaticale: in essa aveva trovato forma quel panmetodismo che, nel
corso del Cinquecento, aveva contrassegnato tutta la cultura. La fisionomia, i
tempe- ramenti, le passioni, le proporzioni del corpo umano, il di-
? Essais, I, 9;
III, 9 (vol. I, p. 25; vol. II, p. 350). * Pàdagogische Schriften des Wolfang Ratichius und seiner
Anhinger, Breslau, 1903. Cfr. E. Garin, L'educazione in Europa, 1400-1600,
Bari, 1957, pp. 234-235. ® M. D'Assicny, The Art of Memory. A treatise useful
for such as are to speak in Publick, London, 1697. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 5 scorso, la poesia,
l'osservazione della natura, l’arte del gover- nare e quella militare: tutto
venne in quell’età codificato e ridotto in arte. In quel periodo della cultura
che è stato felice- mente chiamato «l’età dei manuali », in quel secolo che «
fu instancabile nel ricercare princìpi normativi di valore generale e perenne
da calare in comodi schemi didascalici »,°° proprio mentre si veniva chiarendo
la impossibilità, per quelle codifi- cazioni, di passare dal piano delle
topiche e dei teatri univer- sali a quello del metodo,!! si andava rafforzando
l’esigenza di un’arte capace di presentarsi come la chiave della realtà, come
arte universale e somma, capace di risolvere di colpo tutti i problemi dando
luogo ad una tecnica suprema che rendesse di fatto inutili tutte le varie
provvisorie e particolari tecniche. L’idea di un’arte del ricordare e del
pensare che si svolga in modo “meccanico” acquisterà nuovo vigore quando, fra
la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, si stabilirà un contatto
profondo fra le ricerche di arte della memoria ispirate a Cicerone a
Quintiliano alla Retorica ad Herennium, quelle derivanti dal De memoria et
reminiscentia di Aristotele dai commenti di Alberto, Tommaso, Averroè e infine
quelle diret- tamente legate alla ars magra di Lullo. Avrà allora nuovo rilievo
il concetto di un meccanismo concettuale che, una volta messo in moto, possa
svolgersi da solo, in modo relativamente indipendente dall’opera del singolo,
fino alle ultime conse- guenze, fino alla comprensione totale, ponendo gli
uomini in grado di leggere nella sua integrità il gran libro dell’universo. Per
rendersi conto del peso che questa idea eserciterà nel seno stesso della
filosofia moderna basterà pensare alla macchina che Bacone intendeva costruire
mediante la sua nuova logica, al mirabile inventum cartesiano cercato, prima
che nella geome- tria analitica, nei testi di Lullo e di Agrippa, ai libri «
porta- tori di luce universale » di Comenio, infine a quella mirabile chiave
che intendeva essere la “caratteristica” leibniziana. L'antico sogno lulliano
di un’arte che sia contemporanea- !° L. Firpo, Lo stato ideale della
Controriforma (Ludovico Agostini), Bari, 1957, p. 245. !! Cfr. R. KLEIN,
L’imagination comme vétement de l’ dame chez Mar- sile Ficin et Giordano Bruno,
in « Revue de Métaphysique et de Mo- rale », 1956, 1, pp. 30-31. 6 CLAVIS
UNIVERSALIS mente logica e metafisica,'° che, a differenza della logica tra-
dizionale, tratti non delle seconde, ma delle prime intenzioni, che mostri la
corrispondenza tra il ritmo del pensiero e quello della realtà, che disveli,
mediante combinazioni mentali, il vero senso dei rapporti reali, aveva trovato
piena espressione, nei secoli del Rinascimento, nei tormentati scritti di
mnemo- tecnica del Bruno. E non a caso, oltre che alla lettura dei testi di
Lullo, Bruno ebbe a richiamarsi alla scoperta, fatta in anni giovanili, del
trattatello sulla memoria di Pietro da Ravenna," che era invece di precisa
ispirazione “retorica” e “ciceroniana”. Quando nel De umbris idearum Bruno si
muoverà sul piano dei nessi immaginativi, delle connessioni tra immagini e
figure e lettere, affiderà proprio al connubio tra meccanismo logico e meccanismo
psicologico quella possibilità di una immensa estensione del sapere o di una
nuova inventio che era al cul- mine delle sue aspirazioni: in quel punto
apparivano saldate insieme, nei testi bruniani, le aspirazioni del lullismo e
le tec- niche sull’uso dei luoghi e delle immagini che derivavano dai testi di
retorica antica e dai trattati sulla memoria artificiale del Rinascimento.
Leggendo le pagine vivacemente polemiche contro l’arte della memoria (quelle di
Ratke come quelle di Erasmo o di Montaigne o di Agrippa) è certo difficile non
simpatizzare in qualche modo con quella polemica condotta, in nome della libera
spontaneità dell’uomo, contro gli schemi e la pedan- teria e le prolissità di
una rigida precettistica. Ciò non toglie 12 R. LutLi, Opera omnia, Mainz,
1721-42, vol. III, p. 1: « Sciendum est ergo, quod ista Ars est et logica et
Metaphysica... Mctaphysica considerat res, quae sunt extra animam, prout
conveniunt in ratione entis; logica etiam considerat res secundum esse, quod
habent in anima... sed hacc Ars tanquam suprema omnium humanarum scientiarum
in- differenter respicit ens secundum istum modum ct secundum illum ». Cfr.
anche Opera, ed. Zetzner, Strasburgo, 1617, p. 358: « Logicus trac- tat de
secundariis intentionibus... sed generalis artista tractat de primis... Logicus
non potest invenire veram legem cum logica: generalis autem artista cum ista
arte invenit... Et plus potest addiscere artista de hac arte uno mense, quam
logicus de logica uno anno ». (Copia usata: An- gelica, XX, 12, 49). 13 A. Corsano,
// pensiero di G. Bruno nel suo svolgimento storico, Firenze, 1940, p. 41; F.
Tocco, Le opere latine di G. Bruno, esposte e confrontate con le italiane,
Firenze, 1889, p. 37, nota 2. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE / che di fatto proprio
quella precettistica (quella derivante da Cicerone come quella derivante da
Lullo) ebbe ad incidere, per vie sotterraneee, sulla formazione della nuova
cultura con- dizionando il costituirsi stesso della logica nuova da Bacone a
Leibniz. In varie guise collegata agli sviluppi delle arti del discorso e alle
tecniche della persuasione, ai tentativi di co- struzione di una nuova
enciclopedia, alle controversie sul rami- smo e sul lullismo, alla magia, alla
medicina e alla fisiogno- mica, la trattatistica sulla memoria artificiale si
colloca dun- que, fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, al centro
di un giro di discussioni e di problemi cui appaiono interessati non solo i
teorici o cultori della retorica, ma filosofi e logici c cultori di scienze
occulte e medici ed enciclopedisti di varia provenienza e natura. Le
“bizzarrie” della mnemotecnica andranno così da un lato a intrecciarsi a
problemi di logica e di retorica e dall’altro a connettersi alla rinascita del
lullismo e alla creazione di lin- guaggi artificiali nonché a quella ambigua
atmosfera magico- occultistica che appare in molti casi collegata al rifiorire
di interessi per l’ars magra di Lullo. Le discussioni sulla mnemo- tecnica non
saranno in tal modo senza risonanza su due grandi problemi della cultura filosofica
del Seicento: quello del me- todo o della logica inventiva e quello della
sistematica classifi- cazione delle scienze o costruzione di una enciclopedia
del sapere. 2. LE FONTI CLASSICHE E MEDIEVALI DELL’ARS MEMORATIVA. Gli uomini —
scriveva l’anonimo autore di un trattato quattrocentesco sulla memoria —
inventarono arti diverse c numerose per aiutare e potenziare l’opera della
natura. Con- statando la labilità dell’umana memoria, legata alla fragilità
della natura dell’uomo, escogitarono un’arte mediante la quale fosse possibile
ricordarsi di molte cose che, per via naturale, non potevano essere ricordate.
Nacque così la scrittura e poiché in tempi successivi gli uomini si resero
conto di non poter portare sempre seco le scritture e che non sempre scrivere
era possibile, inventarono, fin dai tempi di Simonide e di Demo- crito, l’arte
della memoria artificiale. Questo avvicinamento dell’arte mnemonica alle altre
tec- 8 CLAVIS UNIVERSALIS niche che aiutano l’opera della natura, presente in
questo co- me in tutti i trattati rinascimentali sulla memoria, non è, come
vedremo, senza significato. Ma più che da questo accosta- mento si è colpiti,
esaminando i trattati di ars memorativa composti fra la metà del Trecento e la
metà del secolo XVII, dal costante, insistente richiamo alla psicologia
aristotelica, ai grandi manuali della retorica latina, ai testi sulla memoria e
ai commenti di Alberto Magno e di Tommaso d’Aquino. In molti casi i trattati
che andremo esaminando non fanno che
esporre,
commentare, amplificare regole, dottrine, precetti che risalgono a molti secoli
prima e che, elaborati in Grecia e in Roma, giungono agli scrittori del
Trecento e a quelli del Rinascimento attraverso l’opera dei grandi maestri
della scola- stica. Certo, anche quelle regole e dottrine andranno mutando
valore e portata e significato a contatto con tradizioni culturali differenti e
con differenti ambiti di civiltà: quegli aiuti della memoria che appaiono
connessi nel Medio Evo con l’ars prae- dicandi, diventeranno in Bruno gli
strumenti di un’arte che vuol riprodurre le strutture della realtà, mentre
Bacone e Descartes li inseriranno, come elementi essenziali, all’interno della
nuova metodologia delle ricerche naturali. Tuttavia, chi voglia intendere il
significato e l’origine storica di quegli “aiuti alla memoria”, non potrà non
aver presenti le fonti alle quali con maggior insistenza quelle dottrine si
richiamavano. Appunto di quelle fonti si intende qui dar conto brevemente. 1)
Il De memoria et reminiscentia di Aristotele. Questo scritto, che si presenta
come un trattato di psico- logia e non come una dissertazione sulla
mnemotecnica, con- tiene tuttavia alcune affermazioni che verranno sfruttate in
epoche successive in vista della costruzione di una tecnica del ricordare. I
teorici della mnemotecnica si richiamano alle se- guenti dottrine
aristoteliche: 4) La tesi della necessaria pre- senza dell'immagine o fantasma
(gAvtacpa) in vista del fun- zionamento della memoria (pvt ). Il necessario
ricorso all'immagine, che è una specie di sensazione senza materia o di
sensazione indebolita, fa sì che fra la memoria e l’immagi- nazione ( pavtagia
«leSntx4 ) da un lato e la memoria e la sensazione dall’altro intercorrano
rapporti assai stretti. 4) La IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 9 tesi che il ricordo o
memoria riflessa o attualizzazione della memoria scomparsa dalla coscienza (
&v&pvrotg ) sia facilitato dall'ordine e dalla regolarità, come avviene
per esempio nel caso della matematica, mentre ciò che è confuso e disordi- nato
difficilmente può essere ricordato. c) La formulazione di una legge
dell'associazione secondo la quale le immagini e le idee si associano in base
alla somiglianza, alla opposizione, alla contiguità. In un passo del De memoria
(2, 452 a, 12-15) che avrà particolare fortuna Aristotele affermava: «talora il
ricordo sembra partire dai Zuoghi (Toro). La ragione di ciò è che l'uomo passa
rapidamente da un termine all’altro, per esempio dal latte al candore, dal
candore all’aria, dall'aria al- l’umidità, dall’umidità al ricordo
dell’autunno, supponendo che si cercasse di ricordare questa stagione ».
All’impiego delle im- magini Aristotele si riferisce del resto anche nel De
anima (III,
3, 427 b, 14-20):
«E chiaro che l'immaginazione è qualcosa di distinto dalla sensazione e dal
pensiero.. essa è in nostro potere quando lo vogliamo, e si può infatti porre
qualcosa davanti agli occhi come fanno coloro che vanno riempiendo i luoghi
mnemonici e fabbricano immagini (év toîs pwapovizotîe aiSepevor xa
ciòwioror9ivte: ), mentre la sensazione non di- pende da noi ».'' 14 Oltre ai
luoghi cit. nel testo cfr.: per i rapporti fra immagine e sen-
sazione: De
anima, III, 8, 423 a 9; Rhet., I, 11, 1370a 28; per i rap- porti fra memoria e
immaginazione: Sec. An., II, 19, 99b 36-100a 4; Metaph., A, I, 9800 27-b 27; De
mem., 1, 450a 22-25; per i rapporti fra memoria e sensazione: Mezaph., A, 980 a
28-29; De mem., 1, 450a 30-b 3. Come è stato notato la traduzione di
&vapwoxg con remini- scentia, pur legittimata dal riferimento a Platone in
Prim. An., II, 21, 67 a 21-22, non corrisponde al senso che il termine ha in
Aristotele. La àvapynog è una attualizzazione della memoria, una ricostruzione
del ricordo che richiede una conoscenza del tempo non spontanea come nella
memoria (De mem., 450a 19), ma riflessa (452b 7; 453a 9-10) e che è quindi
caratteristica solo dell’uomo (453a 8-9). Del De memoria et reminiscentia cfr.
l'edizione con traduzione inglese e commento di G.R.T. Ross, Cambridge, 1906.
Utile il commento del TricoTr, nella traduzione dei Parva naturalia, Parigi,
1951, pp. 57-75. Scarsa la trattazione della memoria nelle opere sulla
psicologia aristo- telica: A. E. CHaicHer, Essai sur la psychologie d’A.,
Parigi, 1883; J. Nuyens, L’évolution de la psychologie d'A., Lovanio, 1948; C.
W. SHUTE, Psychology of A., New York, 1947. Sulla presenza di una mne-
motecnica presso i Greci cfr. la testimonianza della RAetorica ad He- 10 CLAVIS
UNIVERSALIS 2) Il De oratore di Cicerone (II, 86-88). In questo testo la
memoria viene trattata come una delle cinque parti che costituiscono la tecnica
dell’oratore. Dopo aver fatto riferimento all’episodio del poeta Simonide
(primum ferunt artem memoriae protulisse) che aveva identificato i corpi dei
partecipanti a un banchetto sfigurati dal crollo del soffitto ricordandosi il
posto (/ocum) che essi avevano occu- pato, Cicerone metteva in luce la
opportunità, in base al pre-
supposto che
l’ordine giovi alla memoria, di scegliere dei luoghi, di formare le immagini
dei fatti o concetti che si vogliono ricordare, di collocare quelle immagini
net luoghi. L’ordine secondo il quale sono disposti i luoghi metterà in grado
di ricordare i fatti. L'arte della memoria appare in tal modo paragonabile e
analoga al processo della scrittura: i luo- ghi adempiono alla stessa funzione
della tavoletta cerata, le immagini hanno la stessa funzione delle lettere.
L'uso delle immagini appare fondato sulla necessità di un ricorso al piano del
senso e sulla maggior persistenza della memoria visiva («ea maxime animis
adfigi nostris quae essent a sensu tradita atque impressa; acerrimum autem ex
omnibus nostris sensibus esse sensum videndi »). I luoghi dovranno essere
molti, chiari c collocati modicis intervallis; le immagini risulteranno tanto
più efficaci quanto più atte a colpire le facoltà immaginative («est utendum
imaginibus agentibus, acribus, insignitis quae occurrere celeriterque percutere
animum possint »). 3) Il De institutione oratoria di Quintiliano (XI, 2). Pur
avanzando qualche riserva sull’utilità della € mnemo- tecnica, Quintiliano, che
inizia anch’egli la sua esposizione con il racconto di Simonide, dedica
all'argomento una tratta- zione assai più ampia e dettagliata di quella
ciceroniana. Sulla costruzione dei /xoghi della memoria artificiale Quintiliano
renniun, III, 23: «Scio plerosque Graccos, qui de memoria scripse- runt... ».
Sulla tecnica della memoria in Ippia d’Elide cfr. l'ipotesi avan- zata da O.
Arett, Bettriige zur Geschichte der antiken Philosophie, VIII, 1891, p. 381.
Sono da vedere anche: J. A. ErnESTI, Lexicon teclnolo- giae Graccorum
rhetoricae, Lipsia, 1795; Lexicon technologiae Lati- norum rhetoricae, Lipsia,
1797; P. Laurap, Manuel des etudes grecques et latnes, App. II: La mnémotechnie
des anciens, Les Humanités, 94, 1933. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 1} si sofferma
a lungo: per raggiungere risultati efficienti è opportuno servirsi, egli
afferma, di un edificio collocando le varie immagini nei singoli luoghi
ordinatamente disposti all’in- terno delle singole stanze. « Visitando
mentalmente l’edificio » (che può essere anche un edificio pubblico o può
essere sosti- tuito dai bastioni di una città o da una giornata suddivisa in
varî periodi o da una costruzione immaginaria e « non-reale ») sarà possibile «
riprendere » le diverse immagini (e quindi ri- chiamare alla mente i fatti o i
concetti che esse esprimono) dai diversi loghi nei quali esse sono rimaste «
custodite ». 4) La RAetorica ad C. Herennium (MI, 16-24). In questo scritto di
autore ignoto che i medievali, attribuen- dolo a Cicerone, qualificano come
rhetorica nova o secunda
(per distinguerlo
dal De inventione o rhetorica vetus) ritro- viamo presenti le stesse regole e
gli stessi precetti ai quali ci siamo riferiti parlando di Cicerone e di
Quintiliano. La distinzione fra memoria naturale e memoria artificiale appare
formulata con estrema chiarezza: « sunt igitur duae memo- rine: una naturalis,
altera artificiosa. Naturalis est ea quae nostris animis insita est et simul
cum cogitatione nata; artifi- ciosa est ea quam confirmat inductio quaedam et
ratio prae- ceptionis ». Fra i /uoghi, che per ricordare molte cose do- vranno
essere assai numerosi, troviamo elencati: aedes, interco- lumnium, angulum,
fornicem et alia quae his similia sunt. Le immagini, che sono le formae o notae
o simulacra di ciò che si intende ricordare, vanno collocate nei luoghi: «allo
stesso modo infatti in cui coloro che conoscono le lettere dell’alfa- beto
possono scrivere ciò che viene dettato e recitare ciò che scrissero, così
coloro che hanno appreso l’arte mnemonica pos- sono collocare nei luoghi le cose
che hanno udito e da questi ripeterle a memoria ». Mentre le immagini sono
variabili, i luoghi dovranno essere fissi (« imagines, sicut litterae,
delentur, ubi nihil utimur; loci, tanquam cera, remanere debent ») e
ordinatamente disposti: ciò darà la possibilità di richiamare mentalmente le
immagini indifferentemente dall’inizio, dal termine o dalla metà di un
ordinamento o elenco.'* !° Sull’epoca di composizione della Rhetorica ad H.
cfr. la introduzione di F. Marx all'edizione di Lipsia, 1894, p. I. Sulla
posizione dei me- 12 “CLAVIS UNIVERSALIS 5) Il De bono (IV, 2) e il commento al
De memoria et reminiscentia di Alberto Magno; la Summa theologiae (Il, 11, 49)
e il commento al De memoria et remini- scentia di Tommaso d’Aquino. Le
trattazioni della memoria contenute nel De Boro di Alberto e nella Summa di
Tommaso !* si richiamano esplici- tamente alla fonte aristotelica e a quella
pseudo-ciceroniana. Per Alberto, « ars memorandi quam tradit Tullius optima est
»; i precetti della mnemotecnica servono all’etica e alla retorica; la memoria
delle cose che concernono la vita e la giustizia è duplice: naturale e
artificiale. « Naturalis est quae ex bonitate ingenii deveniendo in prius
scitum vel factum facile memo- ratur. Artificialis autem est, quae fit dispositione
locorum et imaginum ». Come in tutte le altre arti, anche qui l’arte e la virtù
aggiungono perfezione alla natura e poiché nella nostra azione «ex praeteritis
dirigimur in praesentibus et futuris et non e converso », la memoria si
presenta, accanto alla intelli- gentia e alla providentia, come una delle tre
parti che costi- tuiscono la virtù della prudenza. Come ha ben chiarito la
Yates,!” l’autorità alla quale si appellavano Alberto e Tommaso nella loro
considerazione della memoria come parte della pru- denza era il De inventione
ciceroniano e poiché Cicerone nella sua seconda retorica (la Rhetorica ad
Herennium) aveva di: stinto tra memoria naturale e memoria artificiale dettando
le regole per la acquisizione della memoria artificiale mediante l’impiego dei
loc: e delle imagines, quella distinzione e que- dievali di fronte a questo
testo, p. 52. L'attribuzione del testo a Corni- ficio risale al 1491: RapHaeL
Recius, Utrum ars rhetorica ad H. Cice- roni falso iscribatur, in Ducenta
problemata in totidem institutionis oratoriae Quintiliani depravationes,
Venezia, 1491. Per la posizione di Valla sull'argomento cfr. L. VaLLa, Opera,
Basilea, 1540, p. 510. 16 Cfr. ALBERTI Magni, De Bono, Monasterii Westfaliorum
in aedibus Aschendorff, 1951, vol. XXVIII, 249 segg. Il commento di Alberto al
De memoria ct reminiscentia in Opera, ed. Borgnet, IX, pp. 97 segg.; quello di
Tommaso in Opera omnia, ed. Fretté, Parigi, 1885, XXIV e In Avristotelis libros
de sensu et sensato, de memoria et reminiscentia commentarium, Roma, 1949. 17 F. A. YatEs, The
Ciceronian Art of Memory, nel vol. Medioevo
e Rinascimento, studi in onore di B. Nardi, Firenze, 1956, pp. 882-83. IMMAGINI
E MEMORIA LOCALE 13 ste regole entravano ad occupare un posto di primaria
impor- tanza nella discussione di Alberto e di Tommaso sulla me- moria come
parte della prudenza. Di questa alta considera- zione della € mnemotecnica
“ciceroniana” è del resto precisa testimonianza l’ampiezza della discussione di
Alberto e la sua minuziosità: praticamente vengono esaminati, nel De dono,
tutti i precetti contenuti nella Retorica ad Herennium. Ba- sterà, a titolo di
esempio, riportare qui il passo di Alberto che si riferisce al carattere
«inconsueto » che devono avere le immagini: « Ad aliud dicendum, quod mirabile
plus movet quam consuetum, et ideo cum huiusmodi imagines translatio- nis sint
compositae ex miris, plus movent quam propria con- sueta. Ideo enim primi
philosophantes transtulerunt se in poe- sim, ut dicit Philosophus, quia fabula,
cum sit composita ex miris, plus movet ». Il richiamo ad Aristotele è particolar- mente
significativo: questi testi di Alberto e Tommaso si pre- sentano infatti come
un tentativo di fusione tra il testo aristo- telico e quello “ciceroniano”. Ciò
appare particolarmente evi- dente nella trattazione della Summa theologiae
tomistica. Muo- vendo dalla nota identificazione della memoria con una parte
della prudenza (« convenienter memoria ponitur pars pruden- tiae... necessaria
est ad bene consiliandum de futuris »), Tom- maso mette a confronto la
possibilità che ha la prudenza di essere aumentata e perfezionata ex exercitio
vel gratia con quella che si offre alla memoria di essere perfezionata me-
diante l’arte (« non solum a natura perficitur, sed etiam habet plurimum artis
et industriae »). Le quattro regole della me- moria artificiale enunciate da
Tommaso riguardano: l’uso delle immagini (« quasdam similitudines assumat
convenien- tes »), l'ordine che facilita il passaggio dall’uno all’altro con-
cetto o dall’una all’altra immagine («ut ex uno memorato facile ad aliud
procedatur »); la necessità della concentrazione in vista della costruzione dei
luoghi; la frequente ripetizione in vista della conservazione dei concetti («
quod ea frequenter meditemur quae volumus memorari »). La prima e la terza di
queste regole derivano dalla R&etorica ad Herennium, la se- conda e la
quarta dal De memoria et reminiscentia aristo- telico: non a caso, nel commento
al De memoria, la prima regola apparirà eliminata, la terza verrà adattata al
testo ari- 14 CLAVIS UNIVERSALIS stotelico mediante l’esclusione del
riferimento alla costru- zione dei luoghi.!* 3. ARS MEMORATIVA E ARs
PRAEDICANDI NEL sEcoLO XIV. Accanto alle citazioni di Aristotele, di Cicerone e
dello pseudo-Cicerone, di Quintiliano, di Alberto e di Tommaso, compaiono
spesso, nei trattati di ars memorativa composti fra il Trecento e il Seicento,
i nomi di Platone (per il luogo del Timeo, IV, 265, che fa riferimento alle
maggiori capacità mnemoniche della adolescenza), di Seneca (che in De dene- ficiis,
III, 2-3-4-5 tocca, a proposito della memoria dei bencfzi ricevuti sia il tema
della « frequenza » sia quello dell’« or- dine »), di Agostino (per i ben noti
passi sulla memoria nel libro X, cap. 8 delle Confessioni e per i brevi
riferimenti in De Trinitate, IX, 6). Lo stesso sommario elenco di queste
« autorità »
basta da solo a mostrare come quella trattatistica di ars memorativa che si
diffonde largamente in Europa dopo il Trecento si richiami ad una assai antica.
e non mai inter- rotta tradizione. Attraverso una vasta produzione la cui
storia attende ancora di essere puntualmente indagata, questa tradi- zione si
era andata svolgendo secondo diverse linee di svi- luppo e su piani differenti:
mentre il testo aristotelico affron- tava questioni connesse con il problema
della sensazione (non a caso i commenti medievali al De memoria et
reminiscentia appaiono sempre connessi a quelli al De sensu et sensato), della
immaginazione e dei rapporti fra anima sensitiva e anima intellettiva, i testi
di Cicerone, di Quintiliano e dello pseudo- Cicerone si erano mossi su un piano
tipicamente ed esclusi- vamente « retorico » richiamandosi all'arte della
memoria come ad una tecnica i cui compiti e i cui problemi si esaurivano
totalmente sul piano di una funzionalità in vista dei partico- lari fini
perseguiti dall’oratore. Dal De rhetorica di Alcuino al tentativo di Giovanni
di 18 THoMas Aquinas, /n Aristotelis libros de sensu et sensato, cit., 371: «
Si ergo ad bene memorandum vel reminiscendum, ex praemissis qua- tuor documenta
utilia addiscere possumus. Quorum primum est, ut studeat quae vult retinere in aliquem ordinem
deducere. Secundo ut profunde et intente eis mentem
apponat. Tertio ut frequenter medi- tetur secundum ordinem. Quarto ut incipiat
reminisci a principio ». IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 15 Salisbury di far rivivere
gli ideali dell’eloguentia, fino allo Speculum maius di Vincenzo di Beauvais,
tutta la grande retorica medievale si era collocata sotto il segno delle opere
ciceroniane.!® Onde, com'è stato giustamente notato, si può parlare di retorica
scolastica solo ove si elimini quasi comple- tamente dal termine “scolastica”
il riferimento alla “autorità” di Aristotele. In Alberto e Tommaso i due piani
sui quali si era andata svolgendo nel corso del Medioevo la trattazione della
memoria (il piano “speculativo” e quello “tecnico”) ap- paiono per la prima
volta strettamente connessi e intrecciati: la psicologia razionale di
Aristotele costituisce, per i due grandi maestri della scolastica, lo sfondo e
la cornice entro la quale quella tecnica (che aveva avuto in Cicerone ec nella
rhetorica secunda la sua espressione più alta) andava collocata, inserita e
giustificata. Come la Yates ha messo opportunamente in luce,?° questo sfondo
rigidamente razionalistico della mnemo- tecnica albertino-tomista costituiva
molto probabilmente la 19 Di Atcuino cfr. la Dispetatio de rhetorica et de
virtutibus sapien- tissini Regis Karli et Albini magistri (in Mine, P. L., CI,
919-50, in Ham, RAetores latini minores, 523-50 e ora, con traduzione inglese,
in W. S. Howett, The Rhetoric of Alcuin et Charlemagne, Princeton, 1941). Nella
trattazione delle cinque parti della retorica (trattazione che riproduce
direttamente o indirettamente quella ciceroniana) ci si limita ad affermare che
l'arte della memoria è stata raccomandata da Cicerone. Nel De dialectica
(Micne, P. L., col. 952) la logica viene sud- divisa in due parti: dialettica e
retorica (K. Logica in quot species di- viditur? A. In duas, in dialecticam et
rhetoricam). Mentre la tratta- zione della dialettica derivava da Isidoro, da
Boezio, dall’anonimo Categoriae decem (ritenuto una traduzione agostiniana
delle Categorie aristoteliche), la trattazione della retorica, fondata sulla
partizione delle cinque grandi arti del De inventione, era assai vicina (come
ha notato lo Howell) allo spirito della trattazione ciceroniana. Più ampi
riferi- menti alla memoria appaiono presenti in Marciano CAreLLA, V, ove ci si
richiama all'episodio di Simonide (intellexit ordinem esse qui me- moriae
praeccpta conferet), e nella Novissima Rhetorica del Boxncow- PAGNO composta
nel 1235 dove ci si richiama ad un «alfabeto imma- ginario » come strumento per
l'arte della memoria. Leggo il passo del Boncompagno sulla memoria nella
trascrizione che ha dato il Tocco, Le opere latine, cit., p. 25 dal Cod. marciano
lat. cl. X, 8, f. 29v. Pa- gine essenziali sulla retorica medievale ha scritto
E. R. Curtius, Euro- piische Litteratur und lateinisches Mittelalter, Berna,
1948 (trad. fr. Parigi, 1956, pp.
76-98). °° F. A. Yates, The Ciceronian Art of Memory, cit., p. 887. 16 CLAVIS UNIVERSALIS base del tentativo compiuto da
Alberto e da Tommaso di sganciare nettamente le tecniche della memoria
artificiale dal piano magico-occultistico dell’ars rotori o di un'arte “magica”
della memoria intesa come “arte somma” o come chiave della realtà universale.
Nell’ars motoria, come poi avverrà più tardi in taluni testi del pieno e del
tardo Rinascimento, il problema dell’arte memorativa appare infatti
strettamente collegato a quello di un'arte segreta o scientia perfecta capace
di con- durre ad omnium scientiarum et naturalium artium cogni- tionem mediante
il congiungimento delle regole dell’arte con formule di invocazione, figure
mistiche e preghiere magiche.” Comunque stiano le cose, è certo che sulla via
inaugurata dai due grandi domenicani, la via cioè di una sintesi tra le
dottrine aristoteliche e quelle ciceroniane, si muoveranno non pochi scritti di
arte mnemonica. Chiaramente su questa linea è per esempio il domenicano
Bartolomeo da San Concordio (f 1347). Nel capitolo dedicato a «quelle cose che
giovano a buona memoria » da lui inserito ne Gli ammaestramenti degli antichi,
frate Bartolomeo (dopo aver richiamato la Rée- thorica ad Herennium, il Timeo,
il De memoria e il secondo libro della Retorica di Aristotele, l’Ars poetica di
Orazio) fa- ceva larghe citazioni dal commento di Tommaso al De me- moria e
dalla « seconda della seconda » della Summa: «Di quelle cose che huomo si vuol
ricordare pigli alcune conve- nevoli simiglianze, ma non del tutto usate;
imperrocchè delle cose disutate più ci meravigliamo... Conviensi che quelle
cose che huomo vuole in memoria ritenere, egli colla sua consi- derazione
l’ordini sì, che ricordandosi dell’una vegnia nel- l’altra ». Il riferimento
alla dottrina ciceroniana dei luoghi e delle immagini appare altrettanto
esplicito: « Di quelle cose che vogliamo memoria havere, doviamo in certi
luoghi allo- gare imagini e similitudini ». Gli otto « precetti » esposti da
Bartolomeo (1. apparare sin da garzone; 2. fortemente at- tendere; 3. ripensare
spesso; 4. ordinare; 5. cominciar dal principio; 6. pigliar simiglianza; 7. non
gravar la memoria di troppe cose; 8. usare dei versi e delle rime) appaiono
quindi 21 Cfr. il cap. Salomon and the
Ars notoria in L. THORNDIKE, History of magic and experimental science, New
York, 1929 sgg.; II, pp. 279-289. IMMAGINI
E MEMORIA LOCALE 17 ricavati da una sintesi tra i varî testi ai quali egli si è
richia- mato.?° Esclusivamente ispirato alla RAetorica ad Herennium (no-
nostante che l’autore dichiari due volte di «discostarsi da Tullio ») è invece
quel trattatello trecentesco in volgare sulla memoria artificiale che è stato
erroneamente attribuito a Bar- tolomeo. Accanto alla definizione del luogo («
una cosa dispo- sta a poter contenere in sè alcuna altra cosa ») e della imma-
gine («il representamento di quelle cose che si vogliono tenere a mente »)
compaiono in questo breve scritto sia la distinzione fra luoghi naturali «
facti per mano di natura » e artificiali « facti per mano d’huomo », sia le
regole relative alla costru- zione dei luoghi e al carattere simbolico delle
immagini: « An- cora conviene che la imagine sia segnata da alcuno segno il
quale si convenga per la cosa per la quale è facta, cioè che la imagine del re
pare che gli si convenga il segno della corona et a’ cavalieri il segno dello
scudo... Ancora conviene che a la imagine si faccia alcuna cosa, cioè che la
proprino, quanto agli acti, quelle cose che a loro si convengono, si come si
conviene ad uno lione dare l’imagine apta et ardita... Adunque veg- giamo
sempre che ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come nelle carte si
convengono porre le lettere ».?° Questo tipo di rapporto fra luoghi e immagini,
che risale alla Retorica ad Herennium, e che resterà per tre secoli uno
degli assiomi
fondamentali dell’« arte », appare del resto pre- sente anche in altri testi
del secolo XIV: « L’arte della me- moria per due, luoghi et imagini, è facta.
E’ luoghi non hanno diferentia da le imagini se non perché sono imagini fisse
sopra le quali, siccome sopra a charta, alcune imagini sono dipinte... ?2 Fra
BartoLoMEo di San Concorpio, Ammaestramenti degli antichi, Dist. 9, capp. 8,
28. 3 Il testo, per intero riprodotto in appendice, è contenuto nei codici
Palat. 54 e Conv. soppr. I, 47 della Nazionale di Firenze. Un altro commento
alla RAetorica ad Herennium (libro III, capp. XVI-XXIV) è contenuto nel Cod.
Aldino 441 della Bibl. Universitaria di Pavia: cart. sec. XV, di cc. III con
numerazione di mano più recente. Il Textus de artificiali memoria è alle cc.
1-20 Inc.: Mo passamo al texoro de le cose trovate et de tutte le parte de la
Rectorica custodevole Me- moria. Expl.: Con le cose premesse cioè con Studio,
Fatiga, Ingegno, Diligentia. Finis commenti in particulari. 18 CLAVIS UNIVERSALIS
onde i luoghi sono come materia e le imagini come forma ».5! Le varie regole
presenti nel trattatello precedentemente citato tornavano, con lievi
differenze, anche in questo scritto. Ma della diffusione negli ambienti
domenicani del secolo XIV dell’ars memorativa fanno fede, oltre i testi citati,
anche quella connessione, che in molti casi venne a stabilirsi fra l’ars me-
moriae e l’ars praedicandi. Non a caso Lodovico Dolce, che fu nel Cinquecento
uno dei più noti volgarizzatori dei pre- cetti della retorica e di quelli della
mnemotecnica, si richia- mava nel 1562? alla Summa de exemplis et
similitudinibus di Fra Giovanni Gorini di S. Gimigniano (} 1323) ?" come
ad uno dei testi capitali dell’arte mnemonica e collocava il suo nome, accanto
a quello di Cicerone e di Pietro da Ravenna, nell’elenco dei fondatori
dell’arte. In quel testo che si era pre- sentato come « perutilis
praedicatoribus de quacumque mate- ria dicturis », la costruzione di analogie
fra i vizî e le virtù da una parte e i corpi celesti e i moti della terra
dall’altra dava luogo appunto ad una tecnica del costruire immagini capace di
consentire al predicatore una ordinata esposizione e di col- pire in modo
efficace e persuasivo la fantasia degli ascoltatori. Accanto a preoccupazioni
di questo genere, un vero e proprio interesse per una tecnica della memoria non
era stato del resto affatto estraneo ai cultori di quella scienzia quae tradit
formam artifictaliter praedicandi*" che aveva avuto nel Trecento una 24
Cod. Magliab. cl. VI, 5, fol. 67v. La data in fine (Explicit et finitus die X
mensis junii millesimo CCCC® XX° Indit. XIII per Petrum quon- dam Ser Petri de
Pragha) fa riferimento alla stesura della miscellanea
nella quale il
cod. è contenuto. Altri passi, diversi da questo qui ripor- tato, di questo
stesso cod. furono trascritti dal Tocco, Le opere latine, cit., p. 27, nota 4.
25 Dialogo di M. Ludovico Dolce nel quale si ragiona del modo di accrescere et
conservar la memoria, in Venetia, appresso Giovanbattista Sessa et fratelli,
1582, p. 90. La prima cdizione è del 1562. (Copia usata: Triv. Mor. M. 248). 26
Il testo di Giovanni Gorini fu pubblicato a Venezia nel 1499: Sem- ma de
exemplis et similitudinibus rerum noviter impressa. Incipit summa insignis et
perutilis praedicatoribus de quacunque materia dic- turis fratris Johannis de
Sancto Genuniano, Impressum Venetiis per Johannem et Gregorium de Gregoris,
1499 dic XII Julii. 2? L'espressione è di Roberto di Basevorn autore di una
Forma praedi- candi composta nel 1322. Il testo è stato pubblicato in appendice
al volume di TH. M. CHarvanp O. P.,Artes praedicandi, contribution è IMMAGINI E
MEMORIA LOCALE 19 larghissima diffusione. Per uno dei maggiori teorici della pre-
dicazione, Thomas Waleys, la divisio thematis esercita una funzione precisa :
Dato vero quod tantum una fiat divisio thematis, adhuc illa divisio erit bene
utilis, tam praedicatori quam auditori. Non enim propter solam curiositatem,
sicut aliqui cre- dunt, invenerunt moderni quod thema dividant, quod non
consucverunt antiqui. Immo, est utilis praedicatori, quia divisio thematis in
diversa membra pracbet occa- sionem dilatationis in prosccutione ulteriori sermonis. Auditori vero est multum utilis,
quia, quando praedicator dividit thema et postmodum membra divisionis ordinate
et distinctim prosequitur, faciliter capitur et tenetur tam materia sermonis
quam etiam forma et modum praedi- candi...?* In quel singolare prodotto di
cultura che fu la medievale
ars praedicandi
le esigenze della persuasione retorica, della co- struzione di immagini capaci
di dar luogo ad emozioni ben controllabili si connettevano in tal modo con i
precetti relativi all'ordine e al metodo concepiti come strumenti per imprimere
nella memoria i contenuti e la forma dell’orazione. 4. TECNICHE DELLA MEMORIA
NEL sEcoLO XV. In molti trattati del secolo XV quella caratteristica tematica
speculativa che faceva da sfondo alle trattazioni di Alberto, di Tommaso, di
frate Bartolomeo viene decisamente abban- donata. Come avviene per esempio
nelle Artificialis memoriae regulae di Iacopo Ragone da Vicenza (composte nel
1434 e conservate in varì manoscritti)?® l’interesse dell’autore si volge
l’histoire de la rhetorique au Moyen Age, Paris-Ottawa, 1936, p. 233. Si vedano
i cataloghi dei mss. compilati da H. CapLan, Mediaeval Artes praedicandi. A Hand-List e A supplementary
Hand-List, in « Cornell Studies in Classical Philology », XXIV ec XXV, Ithaca,
1934-1936 e, dello stesso autore, A late mediaeval Tractate on Preaching, nel
vol. Studies in Rhetoric and Public Speaking in honour of S. A. Winans, New
York, 1925, pp. 61-91. ?* Cfr. THomas Waters, De modo componendi sermones, in
TH. M. ChÒartanp, Artes praedicandi, cit., p. 370. n Nel codice marciano cl. VI, 274 il trattato del Ragone è conservato in due
esemplari (di diversa mano) ai ff. 15-34 e 53-66. Un terzo esem- plare è nel
codice marciano cl. VI, 159, un quarto nel cod. T. 78 sup. dell’Ambrosiana.
Lievi le differenze. I passi qui citati sono stati tra- 20 CLAVIS UNIVERSALIS
in modo esclusivo ad un esame ampio e dettagliato delle tec- niche di ricerca
dei luoghi: 53r. Iussu tuo, princeps illustrissime, artificialis memorie re-
gulas, quo ordine superioribus diebus una illas exercui- mus, hunc in librum
reduxi tuoque nomini dicavi, imi- tatus non modo sententias, verum et plerunque
verba ipsa M. Tullii Ciceronis et aliorum dignissimorum philoso- phorum qui
accuratissime de hac arte scripserunt... Prae- ceptore Cicerone ac etiam teste
sancto Thoma de Aquino, artificialis memoria doubus perficitur: locis videlicet
et imaginibus. Locos enim consideraverunt necessarios esse ad res seriatim
pronunptiandas et diu memoriter tenendas, unde sanctus Thomas oportere inquit
ut ca que quis memoriter vult tenere, illa ordinata consideratione dispo- nat
ut ex uno memorato facile ad aliud procedatur. Ari- stoteles etiam inquit in
libro quem de memoria inscripsit: a locis reminiscimur. Necessarii sunt ergo
loci ut in illis imagines adaptentur ut statim infra patebit. Sed imagines sumimus ad
confirmandum intentiones, unde allegatus Thomas: oportet, ait, ut eorum quae
vult homo memorari quasdam assumat similitudines convenientes. Dopo essersi rapidamente richiamato alla fonte
ciceroniana e a quella tomistica, il Ragone passa a trattare, in modo molto più
articolato di quanto non avessero fatto gli autori da lui citati, delle
caratteristiche della memoria «locale » : 53 v. Differunt vero loci ab
imaginibus nisi in hoc quod loci sunt non anguli, ut existimant aliqui, sed imagines
fixe super quibus, sicut supra carta, alic pinguntur imagines delebiles sicut
littere: unde loci sunt sicut materia, imagi- nes vero sicut forma. Differunt igitur sicut fixgum
et non fixum. Consumitur autem ars ista centum locis, quatenus expedit pro
integritate ipsius. Sed, si tue
libuerit celsitu- dini, poterit eodem alios sibi locos invenire faciliter per
horum similitudinem. Sed oportet omnino non modo bona, verum etiam optima
diligentia ac studio locos ipsos notare et firmiter menti habere, ita ut, modo
recto et scritti dal Cod. marciano 274 ai ff. 53-66; si è fatto ricorso, per la
com- prensione dei passi dubbi, sia all'altro esemplare contenuto nello stesso
Codice, sia al Cod. T. 78 sup. dell'’Ambrosiana, ff. 1-21v. Il testo del Ragone
è dedicato al Marchese di Mantova: Ad illustrissimum princi- pem et armorum
ducem Iohannem Franciscum Marchionem Mantue. Artificialis memorie regule per
Iacobum Ragonam vicentinum. Nel cod. dell'’Ambrosiana il titolo è invece:
Tractatus brevis ac solemnis ad sciendam et ad conseguendam artem memorie
artificialis ad M. Mar- chionem Mantue. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 21 retrogrado
ac iuxta quotationem numerorum, illos prompte recitare queas. Aliter autem
frustra temptarentur omnia. Expedit igitur ut in locis servetur modus, ne sit
inter illos distantia nimis brevis vel nimium remota sed moderata ut puta sex
vel octo aut decem pedum vel circa iuxta magni- tudinem camere; nec sit in
illis nimia claritas vel obscuritas sed lux mediocris. Et est ratio quia nimium
remota vel an- gusta, nimium clara vel obscura causant moram inquisi- tionem
imaginative virtutis et ex consequenti memoriam retardant dispersione rerum que
representande sunt aut earum nimia conculcatione, sicut oculus legentis tedio
af- fligitur si litterc sint valde distincte et male composite aut nimis
conculcate. Loci vero quantitas non est adeo su- menda modica, ut numero
videatur esse capax imaginis, quia violentiam abhorret cogitatio ut si velles
pro loco sumere foramen ubi aranca suas contexit tellas et in illo 54r. velles
equum collocare, non videretur modo aliquo posse / equum capere. Sed ipsorum
locorum quantitas sumenda est ut statim inferius distincte notatum invenies. I
luoghi dovranno dunque esser disposti in modo da consen- tire una facile e
rapida lettura: la loro distanza e la loro gran- dezza sono state stabilite
sulla base di alcune osservazioni di natura psicologica. Si tratta ora, sempre
sulla base di osserva- zioni dello stesso tipo e tenendo conto di determinate
asso- ciazioni che si presentano fra i varî contenuti della memoria, di
procedere ad una scelta dell’« edificio » nel quale i luoghi (e di conseguenza
le immagini) dovranno essere collocati : 54 r. Oportet etiam ne loci sint in
loco nimium usitato sicut sunt plateac ct ecclesie, quoniam nimia consuetudo
aut aliarum rerum representatio causant perturbationem et non claram imaginum
representationem ostendunt sed confu- sam, quod summopore est cavendum, quia si
in foro locum constitueres et in co rei cuiuspiam simulacrum locares, cum de
loco simulacroque velles recordari, additus, reddi- tus, meatusque frequens et
crebra gentis nugatio contur- baret cogitationem tuam. Studebis ergo habere
domum que rebus mobilibus libera sit et vacua omnino, et cave ne assumas cellas
fratrum propter nimiam illarum similitu- dinem, nec hostia domorum pro locis
quia cum nulla vel parva tibi sit differentia idco confusio. Habeas ergo do-
mum in qua sint intra cameras salas coquinas scalas vi- ginti, et quanto in
ipsis locis dissimilitudo maior, tanto utilior. Nec sint camere iste ct reliquie excessive magne vel
parve, et in earum qualibet facies quinque locos iuxta distantiam dictam
superius scilicet sex aut octo vel decem pedes. Et incipe taliter ut, a dextris
semper ambulando 32 CLAVIS UNIVERSALIS vel a sinistris quocunque altero istorum
modorum ex apti- tudine domus tibi commodius fuerit, non oportcat te re-
trocedere. Sed, sicut in re domus procedit, ita
continuen- tur loci tui per ordinem domus, ut sit facilior impressio ex ordine
naturali. Sulle caratteristiche “materiali” dei luoghi (grandezza, lu-
minosità, non-uniformità, ecc.), sulla scelta e la funzione delle immagini, si
sofferma, con altrettanta minuziosità l'anonimo autore di un altro testo
manoscritto °° che risale, molto pro- babilmente, allo stesso periodo e agli
stessi ambienti culturali. 41 v. De ordine locorum. Circa cognitionem et
ordinem loco- rum debctis scire quod locus in memoria artificiali est sicut
carta in scriptura, propterea quod scribitur in carta quando homo vult
recordari et non mutatur carta. Ita loca debent esse immobilia, hoc est dicitur
quod locus de- bet semel accipi et nunquam dimitti seu mutari sicut carta.
Deinde super talia loca formande sunt imagines il- larum rerum vel illorum
nominum quorum vultis recor- dari sicut item scribuntur in carta quando homo
recordari vult. De forma locorum. Loca debent esse facta ct ita formata 42r.
quod non sint nimis parva nec nimis magna / ut verbi gratia non debes accipere
pro uno loco unam domum vel unam terram vel unam schalam, nec etiam, sicut
dixi, nimis parvum locum scilicet unum lapidem parvum nec unum foramen vel
aliud tale. Et ratio est ista: nam humanus intellectus non circa magnas res nec
circa parvas colligitur et imago evanescit; sed debes accipere loca me- dia
scilicet terminum clarum et non nimis obscurum, nec enim debes accipere loca in
illo loco nimis solitario, sicut in deserto vel in silva, nec in loco nimis
usitato, sed in loco medio: scilicet non nimis usitato nec nimis deserto. Et 2°
I passi di seguito citati nel testo sono stati trascritti dal Cod. mar- ciano
Cl. VI, 274, ff. 41-49. (Ars: memoriae artificialis incipit. Ars me- moriac
artificialis, pater reverende, est ca qualiter homo ad recordan- dum de
pluribus pervenire potest per memoriam artificialem de quibus recordari non
possit per memoriam naturalem). Dello stesso trattato ho visto altri tre
esemplari: il Vatic. lat. 3678, ff. 2r-4r (Inc.: Practica super artificiali
memoria. Pater et reverende domine. Quatenus homo ad recordandum) che reca solo
l’inizio del trattato; il Vatic. lat. 4307, ft. 79-85v. (Inc.: Ars memoriae
artificialis est qualiter homo ad recor- dandum de pluribus pervenire possit)
che reca il trattato quasi com- pleto; il Vat. lat. 5129, ff. 60-64v. (Inc.:
Ars memoriae artificialis est
qualiter homo)
che, come il Vat. lat. 3678, si interrompe dopo le prime pagine. Al £. 68r. è
ripetuto l’inizio del trattato. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 23 nota quod predicta
loca bene scire debes ct ante et retro et ipsa adigerc per quinarium numerum,
videlicet de quinque in quinque. Et debes scire quod loca non debent esse dissimilia,
ut puta domus sit primus locus, secundus locus sit porticus, tertius locus sit
angulus, quartus locus sit pes schale, quintus locus sit summitas schale. Et
nota quod per quintum vel decimum locum dcebes ponere unam manum auream aut
unum imperatorem super quin- tum vel decimum locum; qui imperator sit bene
atque imperialiter indutus, vel aliquid aliud mirabile vel defor- me, ut possis
melius recordari. Et haec
sufficiant quantum ad formam locorum. Nunc autem videndum est de ima- ginibus
per predicta loca ponendis. De imaginibus. Est enim sciendum quod imagines sunt sicut scriptura et
loca sicut carta. Unde notatur quod 42v. aut / vis recordari propriorum nominum
aut appellativo- rum aut grechorum aut illorum nominum quorum non intelligis
significata aut ambasiatarum aut argumentorum aut de aliis occurrentibus. Ponamus igitur primum quod ego vellim recordari
nominum propriorum. Sic enim ponere debes imagines in proprio convenienti loco
et ipso sic facto: cum vis recordari unius divitis qui nominatur Petrus,
immediate ponas unum Petrum quem tu cogno- scas qui sit tuus amicus vel
inimicus vel cum quo habuisti aliquam familiaritatem, qui Petrus faciat aliquid
ridi- culum in illo loco, vel aliquid inusitatum, vel simile dicat... In
secundo loco ponas unum Albertum quem tu cognoscas, ut supra licet per alios
diversos modos, vide- licet quod dict:;s Albertus velit facere aliquid
inusitatum vel deforme scilicet suspendens se et ut supra. In tertio loco, si
vis recordari istius nominis equi, ponas ibi unum equum album, magnum ultra
mensuram aliorum, et qui percutiat quenpiam tuum amicum vel inimicum cum
calcibus vel pedibus anterioribus, vel aliquid simile faciat ut supra.... Dalla
lettura di queste lunghe citazioni ci sì può fare un’idea abbastanza precisa di
quale fosse l’effettivo “funzionamento” dell’ars memorativa di origine
“ciceroniana”. La qualificazione non è inutile perché la mnemotecnica dei
lullisti e degli aristo- telici è fondata su procedimenti affatto differenti.
Per realiz: zare l’arte mnemonica è necessario, in primo luogo, disporre di una
specie di struttura formale che, una volta stabilita, possa essere sempre
impiegata per ricordare una serie qualunque di cose o di nomi (res aut verba).
Questa struttura formale o fira e sempre reimpiegabile (come dicono i teorici
della mne- 24 CLAVIS UNIVERSALIS
motecnica, la
carta o la forma), viene costruita in modo arbi- trario: si sceglie una
località (edificio, portico, chiesa ecc.) che può essere “fantastica” o reale e
già di fatto conosciuta e si fissano all’interno di questa località un certo
numero di luoghi. Il carattere arbitrario o convenzionale di queste scelte è,
come abbiamo visto, limitato da un certo numero di regole che riguardano: a) le
caratteristiche della località e dei luoghi (ampiezza, solitudine, luminosità
ecc.); 6) il modo nel quale i luoghi stessi devono essere ordinati. È da
ricordare infine che la maggiore o minore ampiezza di questa struttura formale
condiziona la quantità dei contenuti che in essa possono essere inseriti: nel
caso per esempio che si sia costruito un insieme di cento luoghi, questa
struttura potrà essere impiegata per ricordare una quantità di nomi e oggetti
fino a un massimo di cento (al problema della multiplicatio locorum o del
progres- sivo allargamento della struttura verranno non a caso dedicate molte
discussioni). La struttura formale così ottenuta si presta ad essere “riem-
pita” da contenuti mentali di qualsiasi natura e di volta in volta variabili
(/magines delebiles o materia o scrittura). Per effettuare questo “riempimento”
si fa ricorso alle immagini che devono simbolizzare, nel modo più adatto a
colpire in modo duraturo la mente, le cose o i termini che si vogliono
ricordare. Anche
qui, l’arbitrarietà nella scelta delle immagini appare limitata da regole che
concernono: la “mostruosità” o “stranezza” delle immagini e il loro carattere
direttamente evocativo di contenuti. Le singole immagini vanno infine collo-
cate nei singoli luoghi “provvisoriamente” (in vista cioè del ricordo di una
particolare serie di nomi o di cose). Ripercor- rendo mentalmente (in modo
semi-automatico) la località pre- scelta o la struttura costruita, si potranno
aver presenti imme- diatamente, attraverso il richiamo delle immagini e la
sugge- stione da esse esercitata, i termini o le cose appartenenti alla serie
che si voleva ricordare. Data la struttura fissa dei luoghi, termini e cose
ricompariranno nel loro ordine originario e quest'ordine sarà a piacere
invertibile. Il problema della dispositio locorum e della formazione delle
immagini occupa, nelle trattazioni alle quali ci siamo riferiti, una parte
assai rilevante. Proprio su questo tipo di codificazioni insisterà la maggior
parte dei trattati quattro-cin- IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 25 quecenteschi,‘' ed
è al carattere esclusivamente “tecnico” che questi trattati vanno assumendo,
che ci dobbiamo richiamare per spiegarci la loro sostanziale uniformità. Gli
autori che si occupano dell’ars memorativa non si presentano mai come de- gli
inventori, ma sempre come dei “chiarificatori” dell’arte: essi si limitano a
trasmettere una serie di regole già codificate, cercando di esporle in forma
particolarmente accessibile e di giungere, se possibile, a qualche integrazione
o migliora- mento. Magari attraverso la riduzione delle regole ad uno
schematico formulario,®? l’arte dev’essere resa facilmente e so- # Si vedano
per esempio oltre ai due mss. dell'Ambrosiana (T. 78 sup., ff. 22-26 e ff.
27v.-32v., quest'ultimo anche nel Cod. Angelica 142, ff. 83-87) riportati in
appendice, il Cod. marciano cl. VI, 292 (Inc.: De Memoriae locis libellus)
e,alla Casanatense, il Cod. 1193 (E. V. 51) ff. 29-32 v. (Liber seu ars
memoriae localis). Una breve trattazione in vol- gare degli stessi problemi è
nel Cod. Riccardiano 2734, #. 30-32 (Inc.: Appresso io Michele di Nofri di
Michele di Mato del Gioganti ragioniere mostrerò il prencipio dello ’nparare
l’arte della memoria, la quale mi mostrò il maestro Niccholo Cicco da Firenze
nel 1435, di dicembre, quando ci venni, cominciando per locar luoghi nella casa
mia. Expl.: E queste sono lc otto sopradette fighure della memoria artificiale
e tutti i modi, atti e chose che s’appartengono in essi. E maturamente studia-
re et sapere, c verrai a perfezionare e a notizia vera di presta scienza). 12 È
quanto avviene nel Cod. I, 171 inf. dell’Ambrosiana, f. 20v.: « Regu- lae
artificialis memoriae. Locorum multitudo; locorum ordinato; locorum meditatio;
locorum solitudo; locorum designatio; locorum dissimilitudo; locorum mediocris
magnitudo; locorum mediocris lux; locorum distantia; locorum fictio. Locorum
multiplicatio: addendo diminuendo per sursum et deorsum, per antrorsum et
retrorsum, per destrorsum et sinistrorsum. Imaginum: alia in toto similis; alia
in toto dissimilis: per oppositionem, per diminutionem, per transpositionem
locorum, per alphabetum, per transuptionem locorum, per loquelam ». Si veda
anche, sempre all’Ambro- siana, il Cod. E. 58 sup., f. 1: « Ars memoriac.
Locorum multitudo, ordi- natio, permeditatio, vacuitas sive solitudo, quinti
loci signatio, locorum dissimilitudo, mediocris magnitudo, mediocris lux,
distantia, fictio. Locus multiplicatur: addendo, diminuendo, mutando (per
sursum, deorsum, antrorsum, retrorsum, dextrorsum cet sinistrorsum), mensurando
(lon-
gum, latum,
profundum). Idolorum: aliud in toto simile, aliud in toto dissimile per
contrarium, per consuetudinem, per transpositionem (per alphabetum, sine
alphabeto), aliud parum simile per compositio- nem, per diminutionem, per
transpositionem, per trasunptionem (lite- rarum vel silabarum), per loquelam ».
Del trattatello qui trascritto dal Cod. Ambrosiano E. 58 sup. esiste un altro
esemplare, quasi identico, nel Ms. 90, f. 84v. della Casanatense. L'idea di
rendere l’arte rapida- mente acquisibile attraverso uno schema, si presenta
strettamente asso- 26 CLAVIS UNIVERSALIS prattutto rapidamente acquisibile. Su
quello che abbiamo chia- mato il carattere “tecnico” di questi trattati, giova
d’altra parte insistere per intendere le finalità che essi si proponevano e il
clima culturale entro il quale essi poterono trovare larga dif- fusione. L’arte
“ciceroniana” della memoria si presenta, nel Quattrocento, come del tutto priva
di finalità e di intenti di carattere speculativo, si pone come uno strumento
utile alle più varie attività umane. Il trattatello manoscritto di Guardi (o
Girardi?)" eximii doctoris artium et medicinae magistri (qui per intero
riprodotto in appendice) si propone per esem- pio di insegnare a ricordare: i
termini sostanziali e accidentali, gli autori citati (auczoritates), i discorsi
comuni (orationes stm- plices), il contenuto di lettere, di collezioni e di
libri di storia (epistolas, collectiones et historias prolixas), le
argomentazioni e i discorsi scientifico-filosofici (argumenta et orationes
sillogi- sticas), le poesie e i termini appartenenti a lingue non cono- sciute
(versus et dictiones ignotas, puta graecas hebraicas), gli articoli del codice
(capita legum). Sul modo di ricordarsi delle ambasciate, delle testimonianze,
degli argomenti insistono del resto tutti i testi che si presentano talvolta
come un adatta- mento delle regole della mnemotecnica alla finalità di una
vittoria nelle discussioni.” ciata all'altra di una serie di versi mediante i
quali si potessero rapida- mente mandare a memoria le regole dell’arte. Si
vedano per esempio i versi ai quali fa ricorso il magister Girardus nel
trattato contenuto nel Cod. T. 78. sup. dell’Ambrosiana c, in altro esemplare,
nel cod. 142 dell'Angelica (vedi Appendice), e il Tractatus de memoria
artificiali
carmine scriptus
che ho visto nel cod. R. 50 sup. dell’Ambrosiana (f. 9lr). 33 Ambrosiana. T. 78
sup., ff. 27v.-32v. Un altro esemplare nel Ms. 142 (B. 5 12) dell’Angelica, ff.
83-87. 34 Cfr. il già citato Cod. marciano cl. VI, 274, ff. 43r., 43v., 44r.: «
De ambasiatis recordandis. Si vis recordari unius ambasiate quam facere debes,
pone in loco imaginato ut supcerius scribebam... Si ambasiata est nimis
prolixa, tunc pone unam partem ambasiate in uno loco et aliam partem in uno
alio loco ut supra, quia memoria naturalis adiuvabit te. De argumentis
recitandis. Argumenta si recitare velis... De testis recor- dando. Si vis
recordari unius testis ponas primam particulam in illo loco, primam in primo,
tertiam in tertio et sic de aliis successive... ». Ma si veda anche il Cod.
Ambrosiano T. 78 sup., f. 25v.: « Ambasiatas vero sì commode volueris
recordari... ». Sulla costruzione di argomenti insi- stono molto trattati. Si
veda per esempio il Cod. marciano cl. VI, 238, IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 27
Legata per le sue stesse origini agli intenti pratici della retorica, l’ars
memorativa intende dunque presentarsi come un aiuto per chi è impegnato in
varie guise in attività mon- dane e “civili”. Il Congestorius artificiosae
memoriae ®*? del Romberch, un testo che ebbe nel Cinquecento diffusione eu-
ropea, si presenta come un’opera utile a teologi, predicatori, professori,
giuristi, medici, giudici, procuratori, notai, filosofi, professori di arti
liberali, ambasciatori e mercanti. 5. La « FENicE » DI Pietro pa RAVENNA. Che
testi di questo genere potessero effettivamente presen- tare una qualche reale
utilità appare senza dubbio difficilmente credibile. Tuttavia se dobbiamo
prestar fede a una serie nume- rosa di testimonianze, gli assertori e i teorici
della mnemo- tecnica erano giunti a risultati di un qualche rilievo. Il celebre
Pietro da Ravenna (Pietro Tommai), autore di un trattatello sulla memoria
artificiale (Venezia, 1491)? che avrà enorme f£. tv.: Tractatus de memoria
artificiali adipiscenda eaque adhibenda ad argumentandum ct respondendum (Inc.:
Ne in vobis, fratres, imo fili carissimi opus omittam devotionis). 35
Congestorius artificiosae memoriae ]oannis Romberch de Kryspe, omnium de
memoria pracceptione aggregatim complectens. Opus om- nibus Theologis, praedicatoribus,
professoribus, iuristis, iudicibus, pro- curatoribus, advocatis, notariis,
medicis, philosophis, artium liberaliun: professoribus, insuper mercatoribus,
nuncits, et tabelariis pernecessarium, Venetiis, in aedibus Georgii de
Rusconibus, IX Iulii, 1520 (Copia usata: Triv. Mor. L. 561). 36 Phoenix seu
artificiosa memoria domini Petri Ravennatis memoriae magistri, Bernardinus de
Choris de Cremona impressor delectus im- pressit Venetias die X Januarii, 1491.
Una copia di questa edizio- ne originale curata dallo stesso autore è
contenuta, insieme a due altri incunaboli, nel cit. Cod. marciano cl. VI, 274,
ai ff. 82-97x. A questa prima edizione si richiamano le citazioni del testo e
quelle riportate nell'appendice. Le regulae dell'operetta del Ravennate (dalla
prima alla dodicesima) sono presenti nel Cod. Vat. lat. 6293, ff. 195-199
(Inc.: Fenix domini Petri ravennatis memoriae magistri. Expl.: Finis. Deo
gratias matrique Mariae) e sono in parte riprodotte anche nel Cod. Aldino 167
(sec. XVI di cc. 82) della Bibl. Univ. di Pavia. Cfr. alle cc. 63-66 v.: Inc.:
Magister Petrus de memoria. Expl.: Expliciunt re- gulae memoriae artis egregii
ac rmemorandi viri Petri Magistri de Memoria. Su Pietro da Ravenna cfr., oltre
al TiraposcHi, Storia della letteratura italiana, Modena, 1787-1794, VI, pp.
556 segg.; BORSETTI, 28 CLAVIS UNIVERSALIS risonanza e non sarà senza influenza
sul Bruno, affermava di poter disporre di più di centomila luoghi che si era
andato costruendo onde riuscir superiore a tutti nella conoscenza delle sacre
scritture e del diritto. « Cum patriam relinquo — scri- veva — ut peregrinus
urbes Italiae videam, dicere possum om- nia mea mecum porto; nec cesso tamen
loca fabricare »."* Di fronte al suo maestro in giurisprudenza Alessandro
Tartagni da Imola, all’ Università di Pavia, il nostro Pietro, appena ventenne,
si cra mostrato in grado di recitare a memoria totum codicem iuris civilis, il
testo e le glosse, di ripetere parola per parola le lezioni di Alessandro e più
tardi, a Padova, aveva stupefatto il capitolo dei canonici regolari recitando a
memo- ria prediche intese una sola volta. Della sua abilità egli parla del
resto a più riprese in pagine nelle quali un’accorta auto- propaganda si
associa al manifesto desiderio di suscitare nel- l'animo dei lettori una
stupefatta ammirazione per tanto pro- digio: « Mi è testimone l’università di
Padova: ogni giorno leggo, senza bisogno di alcun libro, le mie lezioni di
diritto canonico, proprio come se avessi il libro dinanzi agli occhi, ricordo a
memoria il testo e le glosse c non ometto la benché minima sillaba... Ho
collocato in diciannove lettere dell’alfa- beto ventimila passi del diritto
canonico e di quello civile e, nello stesso ordine, settemila passi dei libri
sacri, mille carmi di Ovidio... duecento sentenze di Cicerone, trecento detti
dei filosofi, la maggior parte dell’opera di Valerio Massimo... ».?* Historia
Gymnasti Ferrariac, II, pp. 37-40; P. GinannI, Scrittori raven- nati, II, pp.
419 segg. Alla Classense di Ravenna è da vedere, per una biografia, il Cod.
Mob. 3.3.H2.10 contenente la genealogia della famiglia Tomai. Le ragioni del
termine P/oenix contenuto nel titolo sono chiarite dallo stesso Pietro: « Et
cum una sit Foenix et unus iste libellus, libello si placet Focnicis nomen
imponatur ». Ma alla fenice fanno riferimento, nello stesso senso, anche altri
scritti: si veda per es. nel cod. Palat. 885 della Naz. di Firenze, ai ff.
314-323v. il Liber qui dicitur Phenix super lapidem philosophorum (Inc.: Post
diuturnam ope- ris fatigationem. Expl.: de lapide philosophorum natura et
composi- tione sive fixione quae dicta sunt observentur. Dco gratias. Finis).
87 Phoenix seu artificrosa memoria, cit., £. 87v. 38 Phoenix seu artificiosa
memoria, cit., ff. 92v.-94v. (cfr. i passi ri- portati nell’appendice). Ma si
veda anche quanto scrive il Ravenna a f.88r.: «In magna nobilium corona, dum
essem adolescens, mihi semel fuit propositum ut aliqua nomina hominum per unum
ex astantibus IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 29 Meno sospette delle testimonianze
dell’interessato appaiono quelle di Eleonora d’Aragona, che chiamava l’intera
città di Ferrara a testimoniare della prodigiosa memoria del raven- nate,?° o
di Bonifacio del Monferrato che, dopo aver constatato la sua straordinaria
virtù, lo raccomandava caldamente ai re, ai principi, ai « magnifici capitani »
e ai nobili italiani, o infine del doge Agostino Barbarigo. Comunque stiano le
cose, è certo che la straordinaria fama della quale godette in Italia e in
Europa questa singolare figura di giurista era affidata, più che alle sue pur
non trascurabili cognizioni giuridiche, al fatto che egli si presentiva come la
vivente dimostrazione della validità di un'arte alla quale si volgevano, in
quell’età, le speranze e le aspirazioni di molti. Professore di diritto a Bologna,
a Ferrara, a Pavia, a Pistoia, a Padova, Pietro Tommai contribuì senza dubbio a
diffondere, in tutta Italia, l’interesse per l’ars memorativa. Conteso al doge
veneziano da Bugislao duca di Pomerania e da Federico di Sassonia, Pietro vide
aperte dinanzi a sè, intorno al 1497, le porte dell’ Università di Wittenberg.
Dopo aver rifiutato un invito del re di Danimarca, passava a Colonia e di qui,
accu- sato di poco corretto comportamento (scholares itali non pote- rant
vivere sine meretricibus), fu costretto a ritornarsene in Italia. La notorietà
di questo personaggio e l’ammirazione per la sua opera non saranno senza
risonanze: la Phoenix seu artificiosa memoria del Ravennate eserciterà su tutta
la succes- siva produzione di mnemotecnica una larghissima influenza e a Pietro
si rifaranno, come ad un eccelso maestro, tutti i teorici italiani e tedeschi
del Cinquecento e del Seicento. La diffusione di questo scritto, stampato per
la prima volta a Ve- nezia, poi ripubblicato a Vienna, a Vicenza, a Colonia, tra-
dotto in inglese (intorno alla metà del Cinquecento) da una precedente edizione
in lingua francese, basta da sola a mo- strare come tra la fine del secolo XV e
il primo decennio del dicenda recitarem. Non negavi. Dicta ergo sunt nomina. In
primo loco posui amicum illud nomen habentem, in secundo similiter, et sic quot
dicta fuerunt, tot collocavi, et collocata recitavi ». i Il testo della lettera
di Eleonora d'Aragona è in Phoenix seu artifi- ciosa memoria, cit., ff. 82-82v.
(cfr. l’appendice). 30 CLAVIS UNIVERSALIS secolo XVIII fossero interessati alla
“memoria locale” ambienti non soltanto italiani.*° L’operetta del Ravenna
appare costruita secondo i già ben noti schemi della tradizione “ciceroniana”.
Più che sulle regole concernenti la ricerca dei luoghi, Pietro volge tuttavia
la sua attenzione alla funzione esercitata dalle immagini e si soffer- ma a
lungo sul concetto che le immagini, per essere davvero efficaci, debbono porsi
come dei veri e propri “eccitanti” del- l'immaginazione: « Solitamente colloco nei
luoghi delle fan- ciulle formosissime che eccitano molto la mia memoria... e
credimi: se mi sono servito come immagini di fanciulle bellis- sime, più
facilmente e regolarmente ripeto quelle nozioni che avevo affidato ai luoghi.
Possiedi ora un segreto utilissimo alla memoria artificiale, un segreto che ho
a lungo taciuto per pu- dore: se desideri ricordare presto, colloca nei luoghi
vergini bellissime; la memoria infatti è mirabilmente eccitata dalla
collocazione delle fanciulle... Questo precetto non potrà gio- vare a coloro
che odiano e disprezzano le donne e costoro con- seguiranno con maggiore
difficoltà i frutti dell’arte. Vogliano perdonarmi gli uomini casti e
religiosi: avevo il dovere di non tacere una regola che in quest'arte mi
procurò lodi ed onori, anche perché voglio con tutte le mie forze lasciare
successori eccellenti ».1! 6. NATURA E ARTE, Opere come quelle del Romberch e
di Pietro da Ravenna avevano intenti eminentemente, se non esclusivamente “pra-
40 Le edizioni viennesi sono del 1541 e del 1600, l’edizione di Londra, che è
senza data, è stata assegnata al 1548 circa: il trattato viene presentato,
senza nome dell’autore, da Robert Copland come The Art of Memory, that
otherwise is called the Phenix, a boke very behouefull and profytable to all
professours of science, granmaryens, rethoryciens, dialectyks, legystes,
phylosophes and theologiens. Stampato da Wil- liam Middleton si presenta come «a translation out of
french in to englysche ». L'edizione
di Colonia è del 1608, quella di Vicenza del 1600. Per la rinomanza del Ravenna
in Germania è da ricordare che Agrippa si vantò di averlo avuto maestro e che
un ampio elogio di Pietro, maestro di memoria, è inserito nell’A/phabetum
aureum del- l'Ortwin, Colonia, 1508. 41 Phoenix seu artificiosa memoria, cit.,
ff. 88v., 89r. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 31 tici”: si rivolgevano ai filosofi
solo in quanto anch'essi, così come i medici o i notai o i giuristi, sono
impegnati in terrene faccende. Con tutto ciò anche in questi trattati, nei
quali l’in- teresse tecnico appare dominante, si affacciano dei motivi (cone
per esempio quello delle immagini) che hanno stretti rapporti con la cultura
rinascimentale, e temi, quale per esempio quello del rapporto arte-natura, che
erano stati e soprattutto saranno ampiamente dibattuti in sede più
specificamente filosofica. «La memoria locale è un’arte con la quale riusciamo
a ricordare facilmente e ordinatamente molte cose delle quali, con le forze
naturali, non sarebbe possibile che noi avessimo o così pronta o così distinta
memoria », si afferma nell’ Urb. lat. 1743 ‘* e su questo motivo, il cui spunto
appare già pre- sente nei testi di Cicerone e di Quintiliano, si ritornerà da
più parti con accenti significativi. Mentre contrapponeva i risultati dell’arte
a quelli della natura, l'anonimo autore del ms. lat. 274 conservato alla
Marciana,** avvicinava non a caso l’arte mne- monica agli altri ritrovati della
tecnica e tuttavia, proprio in quel punto, sentiva il bisogno di porre l’arte
sotto il leggen- dario patrocinio di Democrito ‘' e di presentarsi come il
chia- rificatore delle straordinarie difficoltà e delle « oscurità » conte-
nute nella RAetorica ad Herennium : 42 Urb. lat. 1743, £. 428r. 14 Cod.
marciano cl. VI, 274, f. 4Ir-4lv. Il brano di seguito citato nel testo, che
trascrivo dal cod. cit., è già stato pubblicato da F. Tocco, Le opere latine di
G. Bruno, cit., pp. 29-30, nota 2, che fa riferimento al Cod. marciano cl.
VI,226. 44 Il Tocco ha già notato come ritorni in più di un trattato di memoria
artificiale il nome di Democrito come fondatore dell’arte. Cfr. Cod. marciano
cl. VI, 274, ff. 1-5: Tractatus super memoria artificiali, ordi- natus ad
honorem egregii et famosissimi doctoris nec non et comitis Troili Boncompagni
P. F.... Homines enim mortales memoriam labilem conspicientes fuerunt conati
quemadmodum fuit Democritus, Simonides et Cicero per artem adiuvare. Ma cfr.
anche, nello stessocodice, al f. 5, le Regulae memoriae artificialis ordinatae
per religiosum sacrae theolo- giae professorem magistrum Ludovicum de Pirano
ordinis Minorum (Inc.: Democritus atheniensis philosophus, huius artis primus
inventor fuit). Il richiamo a Democrito appare fondato, come chiarisce il Tocco
(p. 30) sulla testimonianza di Aulo Gellio (X, 17) secondo la quale De- mocrito
si sarebbe cavati gli occhi per meglio concentrarsi nei suoi pensieri.
32 CLAVIS
UNIVERSALIS 4lr. Ars memoriae artificialis, pater reverende, est ca qualiter
homo ad recordandum de pluribus pervenire possit per memoriam artificialem de
quibus recordari non possit per memoriam naturalem. Debetis enim scire quod sic
natura adiuvatur per artem adiunctam sicut sunt navigia ad mare transfretandum
quia non potest transfretari per virtutem et viam naturae, sed solum per
virtutem ct viam artis; unde philosophi vocaverunt artem adiutricem nature.
Sicut enim invenerunt homines diversas artes ad iuvandum diversis modis
naturam, sic etiam videntes quod per na- turam hominis memoria labilis est,
conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu memoriam ut homo per
virtutem artis recordari possit multarum rerum quarum non poterat recordari
aliter per memoriam natu- ralem et sic adinvenerunt scripturas et viderunt non
posse recordari horum quae scripserant. Postea in successione temporis,
videntes quod semper non poterant secum por- tare scripturas, mec semper parati
erant ad scribendum, adinvenerunt subtiliorem artem ut sine quacumque scrip-
tura multarum rerum reminisci valerent et hanc vocave- runt memoriam
artificialem. Ars ista primum
inventa fuit Athenis per Democritum eloquentissimum philoso- phum. Et licet
diversi philosophi conati fuerint hanc artem declarare, tamen melius et
subtilius declaravit suprascrip- 4Iv. tus philosophus Democritus huius artis /
adinventor. Tulius vero perfectissimus orator in cuius libro Rhetori- corum de
hac arte tractavit licet obscuro et subtili modo in tantum quod nemo ipsum
intelligere valuit nisi per divinam gratiam et doctorem qui doceret ipsam artem
qualiter deberet pratichari. 7.
ARTE DELLA MEMORIA, ARISTOTELISMO E MEDICINA. Ad una diversa atmosfera
culturale e a temi legati alla “psicologia” e alla “filosofia” più che alla
retorica, ci riportano invece altri scritti del tardo Quattrocento nei quali
l'influsso delle impostazioni aristoteliche e tomistiche è assai più forte di
quello esercitato dalla tradizione della retorica ciceroniana. Si tratta, come
è ovvio, solo di una differenza di grado poiché, come abbiamo visto, proprio
attraverso Alberto e Tommaso, l’arte ciceroniana della memoria era entrata a
far parte del
patrimonio della
cultura scolastica e tuttavia, in qualche caso, si assiste, leggendo questi
trattati, all’interessante tentativo di ricavare direttamente dai testi
aristotelici alcune regole della memoria artificiale. In questo senso è tipico
il De nutrienda IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 33 memoria pubblicato a Napoli nel
1476 nel quale Domenico De Carpanis si propone di presentare le dottrine svolte
da Ari- stotele nel De memoria et reminiscentia « condite col sale del santo
dottore Tommaso d’Aquino ».‘° Il sensus communis appare al De Carpanis simile a
una gigantesca selva (silva maxima) nella quale vengono accumu- landosi le
immagini provocate da ciascuno dei cinque sensi. Su questo caos agisce
l’intelletto con una triplice operazione: in primo luogo prende coscienza delle
immagini, in secondo luogo le connette secondo un ordine preciso e in terzo
luogo infine (quasi deambulans per pomerium) lega l’una all’altra le cose
simili riponendole in archa memoriae. Quando di quelle cose si parli,
l'intelletto « quasi de armario pomorum cibum sumens, verba per dentes
ruminantis intellectus emittit ».'° La memoria, a sua volta, si muove su un
duplice piano: quello del senso e quello dell’intelletto. La memoria sensitiva
(vis quaedam sensitivae animae) appare strettamente congiunta col corpo e
capace di ritenere corporalia tantum; quella intellet- tiva, al contrario, è
armarium specierum sempiternarum. Alle principali tesi di Aristotele l’autore
accosta, quasi sempre, la citazione di passi tratti dall’ XI libro del De triritate
di Ago- stino: così la dottrina aristotelica del carattere corporeo dei
contenuti della memoria sensitiva viene accostata al passo di Agostino sulla
memoria delle pecore che, dopo il pascolo, tor- nano all’ovile; mentre la nota
tesi agostiniana della identità tra memoria intelletto e volontà viene citata a
conferma del carattere intellettivo di una delle due parti nelle quali la
memoria si suddivide. Anche la dottrina degli aiuti (admin: cula) della memoria
risente da vicino della sua origine tomi- stica: accanto all’ordine (bonus ordo
memoriam facit habilem) e alla ripetizione (ex frequentibus actis habitus
generatur)*' il De Carpanis colloca fra gli aiuti principali la similitudo e la
contrarietas. Senza far ricorso all’arte della memoria « locale », 45 Mi sono
servito dell’ Inc. De nutrienda memoria Dominicis de Car- panis de Neapoli,
anno domini 1476, ind. IV, die vero XVI decembris regnante serenissimo et
illustrissimo Domino nostro D. Ferdinando Dei gratia rege Sicilie, Hierusalem
et Hungarie, contenuto nel cit. Cod. marciano cl. VI, 274, ff. 97-103v. 46 De
nutrienda memoria, cit., f. 97 v. 4 De nutrienda memoria, cit., fi. 98, 99,
102v. 34 CLAVIS UNIVERSALIS l’autore giunge in tal modo a fissare alcune regole
ricavate, anziché da Cicerone, dalla psicologia aristotelica : Contrarietas
secundum dicitur adminiculum ubi notan- dum est quod quando res diversorum
ordinum et quali- tatum essent recitandae in una orationc vel in una sen-
tentia eloquendac, tunc ordo subsequens debet esse con- trarius immediate
antecedenti, ut si videlicet memoranda essent libertas servitus frigus estas
divitiae paupertas pictas crudelitas iusticia impictas, sic ut sunt hic
nominata ordi- nabis; non autem dices: libertas, frigus servitus estas divi-
tiae pietas paupertas crudelitas. Graveretur cnim memo- ria sic inordinate
procedens cuius ratio videtur quia... contraria non se compatiuntur ad invicem
immo iuxta se posita nullo medio, motum habent contrarium et ope- rationem ad
invicem contrariam. Sic itaque, sicut motum nullo medio ad invicem habet
contrarium, sic in memo- rando nullum aliud habendo vei querendo auxilium, mo-
vebunt memoriam. Ars cnim imitatur naturam.!8 Un tentativo dello stesso genere
è presente anche nel De omnibus ingeniis augendae memoriae del medico, storico
e poeta bergamasco Giammichele Alberto da Carrara che fu pubblicato a Bologna
nel 1481.‘° Anche in questo caso le os- servazioni di Aristotele sull’ordine,
sul passaggio del simile al simile, sulla contrarietas vengono interpretate
come vere e pro- prie “regole” dell’ars memorativa.®® Ma oltre che per queste
de- rivazioni aristoteliche e per la proposta di un particolare tipo di 48 De
nutrienda memoria, cit., f. 101r. 19 Mi sono servito dell’Inc. contenuto,
accanto a quelli delle opere di Pietro da Ravenna e del De Carpanis, nel Cod.
marciano cl. VI, 274, ai ff. 69-82: Johannis Michaelis Alberti Carrariensis. De
omnibus in- gentis augendae memoriae. Ad prestantissimum virum Aloisium Ma- nentem incliti
Venetorum Senatus Secretarium. Impressum
Bononiae per me Platonem de Benedictis civem bononiensem, regnante inclito
prin- cipe domino Iohanne Bentivolio, secundo anno incarnationis, dominicc 1481
die XXIHI Januarii. Al testo del Carrara attingerà largamente, senza citare
l’autore, il medico bergamasco Guglielmo Gratarolo nei suoi Opuscula dedicati
alla memoria, Basilea, 1554. Sul Carrara cfr. TiraBoscHi, Storia della
letteratura, cit., VI, pp. 688-693. °° De omnibus ingentis, cit., f. 72v.: «
Primum est ordo et reminisci- bilium consequentia. Cum cam didicimus ex ordine
cum connectione et dependentia si aliquo eorum erimus obliti, facile, repetito
ordine, reminisci poterimus. Alterum est ut et uno simili in suum simile pro-
IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 35 “memoria locale” fondato sulla suddivisione in
cinque parti
del corpo degli
animali," il testo del Carrara è importante perché mostra la stretta
connessione che venne a stabilirsi, al- l’interno di una certa tradizione
aristotelica, fra arte della me- moria e medicina. Richiamandosi a Galeno e ad
Avicenna il Carrara affronta, in primo luogo, il problema di una localiz-
zazione della memoria, passa poi a discutere delle principali malattie che
ostacolano l’uso della memoria, si sofferma ad esporre una serie di regole
concernenti l’uso di cibi e bevande, il sonno e il moto, e giunge finalmente
alla formulazione di un vero e proprio ricettario. All’idea di una terapeutica
della memoria, già presente nel Regimen aphoristicum di Arnaldo da Villanova, e
diffusa nella medicina medievale, si richia- mava, accanto al Carrara, anche
Matteolo da Perugia che pub- blicava, in quegli stessi anni, un opuscolo di
medicina mne- monica.?? In entrambi i testi è non a caso assai frequente il
ricorso ad Avicenna: la tesi sostenuta dal Carrara che l’um:- dità sia di
ostacolo alla memoria è per esempio già presente nei testi del medico arabo («
qui autem habent locum domi- natum humiditate non rememorant, quia formae non
fingun- tur in humido »),°° ma il trattato del Carrara, a differenza di quello
del Matteolo e degli altri già presi in esame, appare fondato su numerosissime
letture. Oltre ai già noti classici della memoria, comparivano qui i nomi di
Galeno, Boezio, Ugo da San Vittore, Giovanni Scoto e Averroè. vehamur: ut si
Herodoti obliviscamur de Tito Livio recordati latinae historiae patre, in
Grecae historia patrem Herodotum producemur. Tertium est ut contraria recogitemus... ut memores
Hectoris, remini- scimur Achillis ». ! De
omnibus ingentis, cit., f. 73. Il passo può esser letto nella tra- scrizione
che ne ha dato il Tocco (op. cir., p. 34, nota 1). °? Si veda per esempio:
Tractatus clarissimi philosophi et medici Ma- theoli perusini de memoria et
reminiscentia ac modo studendi tractatus feliciter. L'opera, non datata, è
della fine del Quattrocento e insiste sul regime da seguire in vista della
buona memoria. Sull’autore cfr. Tira- BoscHI, Storta della letteratura, cit.,
VI, pp. 462 segg. ° Averrois Cordubensis, Compendia librorum Aristotelis qui
parva na- turalia vocantur, in Corpus Comm. Av. in Arist., Cambridge (Mss.),
1949, VII, pp. 70-71. 36 CLAVIS UNIVERSALIS 8. LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI.
Attraverso un contatto con la tradizione della medicina e con certe tesi
dell’aristotelismo, la trattatistica sull’ars memoriae del tardo Quattrocento
sembra dunque avvicinarsi a temi e a problemi che rivestono un interesse non
meramente “tecnico” e non soltanto “retorico”. Tuttavia, ed è opportuno non di-
menticarlo, quando a metà del Cinquecento si verificherà l’in- contro fra la
grande tradizione del lullismo e l’ars reminiscendi di derivazione “retorica”,
saranno proprio i trattati stretta- mente tecnici dei “ciceroniani” ad
esercitare una funzione es- senziale. In realtà quell’arte dei luoghi e delle
immagini, nono- stante la sua apparente neutralità e atemporalità, era legata
alla cultura del Rinascimento da una molteplicità di rapporti, e solo tenendo
presenti tali rapporti sarà possibile spiegarsi le ragioni per cui testi spesso
aridi e quasi sempre speculativamente inof- fensivi eserciteranno un fascino
notevole sulle menti di Agrippa e di Bruno. Chi ponga mente all'importanza dei
segni, delle imprese e delle allegorie nella cultura rinascimentale, chi ri-
chiami alla mente i testi ficiniani sui « simboli e le figurazioni poetiche che
nascondono divini misteri » e avverta il signifi- cato di quel gusto per le
allegorie e per le “forme simboliche”
presente negli
scritti del Landino, del Valla, del Pico, del Poliziano e più tardi del Bruno,
non potrà non rilevare la risonanza che l’arte della memoria in quanto
costruttrice di immagini era destinata ad avere in una età che amava incor-
porare le idee in forme sensibili, che si dilettava a trasferire sul piano
delle discussioni intellettuali la Febbre e la Fortuna, che vedeva nei
geroglifici il mezzo usato per rendere indeci- frabili i precetti religiosi,
che amava gli “alfabeti” e le icono- logie, che concepiva verità c realtà come
qualcosa che si va progressivamente disvelando attraverso i segni e le “favole”
e le immagini.“ 94 Su questi temi cfr. E. Cassirer, /ndividuo e cosmo nella
filosofia del Rinascimento, Firenze, 1935, pp. 119, 149; PH. Monnier, Le
Quattro- cento, Losanna, 1901, pp. 127 segg.; CH. LeMMI, The classical deities
in Bacon. A study in mythological symbolism, Baltimore, 1933, pp. 14-19; P. O.
KriIsTELLER, // pensiero filosofico di M. Ficino, Firenze, 1953, pp. 86 segg.;
E. Garin, L'umanesimo italiano, Bari, 1952, pp. 120 segg.; Medioevo e
Rinascimento, Bari, 1954, pp. 66-89. Essenziale resta ]. Seznec, La survivance
des dieux antiques, Londra, 1940 (in particolare IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 37
In un testo caratteristico e giustamente famoso, l’Alciati, mentre parlava di
un’ars quaedam inveniendorum et excogitan-
dorum symbolorum,
si soffermava a lungo a discorrere delle differenze che intercorrono fra
schemata, imagines e symbola;?° ottant'anni più tardi, in un libro altrettanto
fortunato, il peru- gino Cesare Ripa presentava una « descritione d’imagini
delle virtù, vitii, affetti, passioni umane, corpi celesti, mondo e sue arti »
annunciando che il suo scritto (che è veramente «la chiave dell’allegorismo del
Seicento e del Settecento ») doveva servire « per figurare con i suoi proprî
simboli tutto quello che può cadere in pensiero umano ».°°. Alla voce memoria
tro- viamo la rappresentazione di « una donna con due faccie, ve- stita di nero
et che tenga nella man destra una penna et nella sinistra un libro »: le due
facce stanno a significare che la memoria abbraccia « tutte le cose passate,
per regola di pru- denza in quelle che hanno a succedere per l’avvenire »; il
libro e la penna, simboli della frequente lettura e della scrit- tura, «
dimostrano, come si suol dire, che la memoria con l’uso si perfettiona ».°” In un
manuale di iconologia, compo- sto negli ultimi anni del Cinquecento, ritroviamo
in tal modo da un lato l’antica idea dell’uso e della scrittura come aiutidella
memoria (due secoli più tardi Hume parlerà dell’« ope- rosità » e della
«scrittura »), dall’altro l’eco di quelle discus- sioni sulla memoria e la «
prudenza » che avevano appassio- nato Alberto Magno e Tommaso.”* Ma era l’idea stessa di sulla
iconologia le pp. 95-108); ma cfr. anche M. Praz, Studies in Se- venteenth
Century Imagery, Londra, 1939 c F. A. Yates, The French Academies of the
Sixteenth Century, Londra, 1947, p. 132: «It was on the ’image-level’ of the
mind (if one may speak thus) that the Renaissance men achived his ounified
outlook ». Uno storico dell’arte come W. WaetzoLp,
Diirer and his Time, Londra, 1950, p. 63, giunge del resto a non dissimili
conclusioni. Più recente R. }.
CLEMENTS, /corno- graphy on the nature and Inspiration of Poetry in Renaissance
Emblem Litterature, in PMLA, 1955, IV, pp. 781-804. 55 Omnia A. Alciati Emblemata, Antverpiac, 1581, pp.
11, 13 (Copia usata: Braid. 26. 17. C. 9). La prima edizione è del 1531. 5° È
il titolo della /conologia di Cesare Ripa. Uso l'edizione padovana del 1611. La
prima edizione è del 1503. °? C. Ripa, /conologia, cit., p. 335. € Sulla
Allegoria della prudenza del Tiziano E. Panorsri scrisse, nel 1926, uno
splendido saggio (ora ristampato nel vol. The meaning of visual arts, New York,
1957, pp. 146-168). Sulla prudenza come « me- 38 CLAVIS UNIVERSALIS una rappresentazione sensibile delle “cose” e
dei “termini” c di una “personificazione” dei concetti alla quale il Ripa (e
molti altri con lui) si ispirava, che aveva indubbiamente assai stretti legami
con quella sezione della mnemotecnica che aveva per scopo la costruzione delle
immagini. All’interno stesso della più ortodossa tradizione dell’ars memorativa
ciceroniana non erano mancate espressioni di una particolare sensibilità per il
problema delle immagini. Certe pagine dell'Oratoriae artis epitoma (Venezia,
1482) di Iacobo Publicio ‘* giovano senza dubbio a comprendere come tra queste
immagini e quelle delle iconologie sussistesse un legame reale. Le intentiones
simplices e «spirituali », affermava il Pubblicio, non aiutate da nessuna
corporea similitudine, sfug- gono rapidamente dalla memoria. Le immagini hanno
appunto il compito, mediante il gesto mirabile, la crudeltà del volto, lo
stupore, la tristezza o la severità, di fissare nel ricordo idee termini e
concetti. La tristezza e la solitudine saranno il simbolo della vecchiaia, la
lieta spensieratezza quello della gioventù, la voracità sarà espressa dal lupo,
la timidezza dalla lepre, la bilancia sarà il simbolo della giustizia,
l’erculea clava della fortezza, l’astrolabio dell’astrologia. Ma soprattutto
gio- verà richiamarsi, nella costruzione delle immagini, all'opera dei poeti,
di Virgilio e di Ovidio. Le loro raffigurazioni della Fama, dell’ Invidia, del
Sonno potranno essere felicemente ri- prese in quella collocatio in locis che
fa uso di immagini rare ed egregie.®° Simboli e immagini in funzione del
ricordare: anche quan- do l’idea di una collocatio imaginum in locis verrà
abbando- nata definitivamente, resterà ben salda l’idea dei simboli e delle
immagini come aiuti della memoria. La Istoria universale pro- moria del
passato, ordinamento del presente, contemplazione del fu- turo » il Panofski
avrebbe potuto citare, accanto a fonti meno note, anche 1 passi, assai
significativi, di Alberto Magno e di Tommaso d'A- quino. Ma resta egualmente
significativa la penetrazione, entro le arti figurative, dell’antico tema della
connessione memoria-prudenza. 5° PusLicii IacoBI, Oratoriae artis epitoma, sive
quae ad consumatun spectant oratorem, Venetiis, 1482. L’opera del Publicio fu
ristampata nel 1485 a Venezia (Erhardus Radtolt augustensis ingenio miro et
arte perpolita impressioni mirifice dedit) e successivamente ad Augusta nel
1490 e nel 1498. Qui si è fatto uso dell’ Inc. 697 dell’Angelica di Roma. 6°
Oratoriae artis epitoma, cit., d4v.-d4v. IMMAGINI E MEMORIA LOCALE 39 vata con
monumenti e figurata con simboli degli antichi pub- blicata nel 1697 da
Francesco Bianchini doveva « unire alla fa- cilità dell’apprendere e del
comprendere la stabilità dell’ordi- nare e del ritenere »;* la « dipintura
proposta al frontispizio » della Scienza Nuova di Giambattista Vico doveva
servire al leggitore « per concepire l’idea di quest'opera avanti di leg-
gerla, e per ridurla più facilmente a memoria ».** ©! Francesco BrancHInI
Veronese, La istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degli
antichi, Roma, 1697, p: 5 (Copia usata: Braid. AA. V. 13). 8? G. Vico, Opere, a
cura di F. Nicolini, Milano-Napoli, 1953, p. 367, e cfr. le mie Schede
vichiane, in « La Rassegna della letteratura ita- liana », 1958, 3, pp. 375
segg. II. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA NEL SECOLO XVI 1. LA RINASCITA DEL
LULLISMO. Nel corso del secolo XVI si verificano, in quel settore della cultura
che qui ci interessa, due importanti fenomeni. Il primo è la diffusione in
Inghilterra, in Germania, in Francia di quell’arte della memoria locale che
aveva avuto, alla fine del Quattrocento, la sua più organica e completa
trattazione nel- l’opera di Pietro da Ravenna. Il secondo è il contatto che
venne a stabilirsi fra quella tradizione mnemotecnica che risale a Cicerone, a
Quintiliano, alla RAetorica ad Herennium, a Tommaso e l’altra, diversa
tradizione di logica combinatoria che fa capo alle opere di Raimondo Lullo. Fra
la metà del Quattrocento e la metà del Cinquecento, Cusano, Bessarione, Pico,
Lefèvre d’Etaples, Bovillus e poi Lavinheta e Agrippa e Bruno contribuiscono a
diffondere le opere di Lullo, l’inte- resse per l’ars magna e la passione per
la combinatoria entro tutta la cultura europea. Il significato della loro
adesione ad una tematica che appare così profondamente estranea ad una
mentalità post-cartesiana e post-galileiana è necessariamente sfuggito sia a
quegli interpreti che hanno visto nell’ars magna una specie di sommario
elementare o “preistorico” di logica simbolica, sia a coloro che hanno
preferito sbarazzarsi, con facile ironia, delle “stranezze” di molti fra gli
esponenti più significativi e più noti di una non trascurabile stagione della
cultura occidentale. L'interesse per la cabala e per le scritture geroglifiche,
per le scritture artificiali e universali, per la scoperta dei primi princìpi
costitutivi di ogni possibile sapere, l’arte della me- moria e il richiamo
continuo ad una logica intesa come “chiave” capace di aprire i segreti della
realtà: tutti questi temi appaiono inestricabilmente connessi con la rinascita
del lullismo nel Rinascimento e formano, davanti a chi affronti direttamente i
testi del Cinquecento e del Seicento da Agrippa a Fludd, da Gassendi a Henry
More, una sorta di inestrica- 42 CLAVIS UNIVERSALIS bile groviglio del quale
non appare del tutto lecito sbarazzarsi facendo ricorso ad una generica e
misteriosa entità “plato- nismo”. In realtà molti dei temi che formano quel
groviglio hanno non pochi e non trascurabili riflessi anche sui problemi della
speculazione e della scienza: dalla teoria baconiana e vichiana dei segni delle
immagini e del linguaggio, alla discussione baconiana e cartesiana sull’a/bero
delle scienze e sulle facoltà; dalle polemiche sul significato della dialettica
e sui suoi rap- porti con la retorica, a quelle concernenti le topiche e il
pro- blema del metodo e infine a quelle stesse trattazioni di filo- sofia
naturale che fanno appello alla struttura logica della realtà materiale,
all’alfabeto della natura o ai caratteri im- pressi dalla Divinità nel cosmo.
Non si ha qui la pretesa di dar fondo a questi complessi problemi: si ritiene
tuttavia che ad una maggiore compren- sione di talune delle questioni
precedentemente indicate possa giovare non poco un esame, analiticamente
condotto, della diffusione del lullismo nel secolo XVI e del suo connettersi
con la già fiorente tradizione dell’arte mnemonica. 2. AGRIPPA E LE
CARATTERISTICHE DELL’ARS MAGNA. Nei primi anni del Cinquecento, in una lettera
dedicatoria premessa al suo commento all’Ars brevis di Raimondo Lullo, Cornelio
Agrippa * tracciava un sommario quadro della diffu- 1 Faccio uso dell'edizione
delle opere e dei commenti lulliani pubbli- cate a Strasburgo dai fratelli
Zetzner. Si dà qui, per comodità del lettore, un sommario del contenuto di
questa edizione (che verrà di seguito indicata semplicemente con ZetznER).
Raymundi Lullii Opera ca quae ad inventam ab ipso artem universalem scientiarum
artiumque omnium brevi compendio firmaque memoria apprchendendarum locu-
pletissimaque vel oratione ex tempore petractandarum pertinent. Ut et in candem
quorundam interpretum scripti commentarit... Accessit Va- leriù de Valerits
patrici veneti aureum in artem Lullii generalem opus, Argentorati, Sumpt. Hacr.
Lazari Zetzneri, 1617 (copia usata: Triv., Mor., I, 304. La prima edizione è
del 1598. L’opera fu ristampata nel 1609 e ne 1651; parzialmente riprodotta:
Stoccarda, 1836). Il volume contiene i seguenti scritti: Opere autentiche di
Lullo: Logica brevis et nova, pp. 147-161; Ars brevis, pp. 142; Ars magna
generalis ultima, pp. 218-663; Tractatus de conversione subiecti et praedicati
per medium, pp. 166-177; Duodecim principia philosophiae, pp. 112-
ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 43 sione del lullismo nella cultura europea:
Pedro Daguì e il suo discepolo Janer sono ben noti e celebrati in Italia,
l’insegna- mento di Fernando de Corboba ha avuto vastissima risonanza nelle
scuole europee, Lefèvre d’Etaples e Bovillus sono stati, a Parigi, devotissimi
a Lullo, infine i fratelli Canterio ° hanno mostrato non solo alla Francia e
alla Germania, ma anche all'Italia, le mirabili possibilità dell’arte. Mentre
si richiamava ai grandi maestri del lullismo, Agrippa chiariva anche breve-
146. Opere apocrife e attribuite a Lullo: De auditu kabbalistico seu kabbala,
pp. 43-111; Oratio exemplaris, pp. 224-217 (sic, errore di numerazione nelle
pagine); /n RAesoricam Isagoge, pp. 172-223; Liber de venatione medii inter
subiectum et praedicatum, pp. 162-165. Com- menti: G. Bruno, De lulliano
specierum scrutinio, pp. 664-680; De lampade combinatoria lulliana, pp.
681-734; De progressu logicae ve- nationis, pp. 735-786; H. C. Acrirra, In
artem brevem Raymundi Lullit commentaria, pp. 787-916; VaLeria DE VALERIS, Opus
aureum in quo omnia breviter explicanter quae R. Lullus tam in scientiarum
arbore quam arte generali tradit, pp. 969-1109. ° Su Pedro Daguì che tenne
pubblici corsi di lullismo nella cattedrale di Maiorca nel 1481, sul suo
discepolo Janer, sul filosofo platonico
Fernando de
Còrdoba che difese Daguì dalle accuse di eterodossia in una commissione
nominata da Sisto IV, sul lullismo del Lefèvre e del Bouelles, sui fratelli
Andrés, Pedro e Jaime Canterio cfr.: T. e |. Carreras y ArRTAu, Filosofia
cristiana de los siglos XII al XIV, Madrid, 1939-43, 2 voll., vol. II, pp. 65
segg., 78, 283 segg., 201-209, 216 segg. nel quale si trovano notizie
bio-bibliografiche sui singoli autori. Stru- mento essenziale per la storia del
lullismo è: E. RocENT y E. Duran y Renats, Bibliografia de las impressions
lul-lianes, Barcelona, 1927 (per le edizioni, numerosissime, del commento di
Agrippa, cfr. i numeri: 79, 80, 82, 86-88, 103-105, III, 125, 144, 148, 162,
180). Per le notizie sulle opere edite e inedite, sui manoscritti ecc. si vedano:
Littré, in Histoire littéraire de la France, vol. XXIX; E. Lonc- PRÉ, voce
Lulle in Dictionnaire de théologie catholique, vol. IX; J. Avinvò, Les obres
autèntiques del Beat Ramon Lull, Barcelona, 1935; C. Ortaviano, L'ars
compendiosa de R. Lulle avec une étude sur la bibliographie et le fond
ambrosien de Lulle, Paris, 1930. Per la diffu- sione del lullismo,
particolarmente in Italia, sono assai importanti gli studi di Miguel BatLLORI
che, oltre a una preziosa Introducion biblio- grafica a los estudios lulianos,
Mallorca, 1945, ha pubblicato: E/ /ulismo en Italia, Madrid, « Rev. de Filos.
de l’ Inst. L. Vives », II, 5-6-7, 1944; La obra de R. Lull en Italia, in «
Studia », Palma de Maiorca, ag.-sett., 1943; Le lullisme de la Renaissance et
du Baroque: Padoue et Rome, in «Actes du XIéme Congrès Int. de Philos. »,
Bruxelles, 1953, vol. XIII, pp. 7-12 (per una completa informazione cfr.
Bibliografia del P. Miguel Batllori S. I., Torino, 1957). 44 CLAVIS UNIVERSALIS
mente la portata e il senso della combinatoria lulliana, le ra- gioni della sua
superiorità e della sua efficacia: l’arte — affer- mava — non ha nulla di «
volgare », non ha a che fare con oggetti determinati e proprio per questo si
presenta come la regina di tutte le arti, la guida facile e sicura a tutte le
scienze e a tutte le dottrine. L’ars inventiva appare caratterizzata dalla
generalità e dalla certezza; con il suo solo aiuto, indipenden- temente da ogni
altro sapere presupposto, gli uomini potranno giungere ad eliminare ogni
possibilità di errore e a trovare « de omni re scibili veritatem ac scientiam
». Gli “argomenti” dell’arte sono infallibili e inconfutabili, tutti i
particolari di- scorsi e princìpi delle singole scienze trovano in essa la loro
universalità e la loro luce (« omnium aliarum scientiarum prin- cipia et
discursus tanquam particularia in suo, universali luce, elucescunt »); infine,
proprio perché racchiude e raccoglie in sé ogni scienza, l’arte ha il compito
di ordinare, in funzione della verità, ogni sapere umano.° Agrippa, che pure
scriverà molti anni più tardi una pagina feroce contro la tecnica lulliana,'
poneva dunque in rilievo, nella prefazione al suo commento, due delle
fondamentali caratteristiche con le quali l’arte lulliana si presenta alla cul-
tura del Rinascimento. In primo luogo essa appare come una scienza
generalissima e universale la quale, richiamandosi a princìpi assolutamente
certi e a infallibili dimostrazioni, con- sente la determinazione di un
criterio assoluto di verità; in secondo luogo, proprio perché si costituisce
come la scienza delle scienze, l’arte è in grado di offrire il criterio per un
pre- ciso e razionale ordinamento di tutto lo scibile i vari aspetti * H. C.
AcrIPra, /n artem brevem... commentaria, Zetzner, pp. 787-89. 4 H. C. Acrirra,
De wvamitate sciertiarum, in Opera, Lugduni, per Beringos Fratres, 1600, 2
voll., vol. II, pp. 31 segg. (il cap. IX del De vanitate ha per titolo De arte
Lulli, il X De arte memorativa). Cfr. lo stesso testo nella versione italiana
di L. Dominichi, Venezia, 1549 (copia usata: Braidense 25. 13. H. 14). Nel
Saggio bio-bibliografico su C. Agrippa di HeLpa BuLLortA Bar- RAacco, in «
Rassegna di filosofia », 1957, III, pp. 222-248, non si fa cenno al commento
lulliano di Agrippa. L'opera non è databile con precisione. G. A. Prost, Les
sciences et les arts occultes au XVIè*me stècle, Paris, 1881, I, p. 35 la
assegna al 1517, con argomenti forse in- sufficienti. Certamente lo scritto è
antecedente al 1523 (cfr. Claudius Blancheroseus H.C. Agrippae, in Fpist., III,
36, Opera, cit., II, p. 802). ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 49 del quale
mediante successive sussunzioni del particolare al enerale vengono tutti, senza
esclusioni, ricompresi e inverati nell’arte. Il giovane Agrippa non aveva fatto
altro in realtà che esporre vivacemente e chiarificare temi largamente diffusi.
Sul- l'efficacia «inventiva » dell’arte e sulla sua « finalità enciclo- pedica
» egli non era stato il solo ad insistere. Il tema di una logica intesa come
chiave della realtà universale, come discorso concernente non i discorsi umani
ma le articolazioni stesse del mondo reale si congiunge infatti strettamente,
nei testi stessi di Lullo e in quelli del lullismo, con l’aspirazione ad un
ordinamento di tutte le scienze e di tutte le nozioni che corrisponda all'ordinamento
stesso del cosmo. Giustamente si è potuto parlare, a questo proposito, di una «
direzione logico- enciclopedista » del pensiero lulliano che si pone, come
motivo centrale e dominante, accanto alla direzione « mistica » e a quella «
polemico-razionalista ».@ L'apprendimento delle regole dell’arte e la ordinata
classificazione di tutte le nozioni im- plicano e presuppongono d’altra parte
la costruzione di un sistema mnemonico che si presenta come parte integrante e
costitutiva della logica-enciclopedia. Ma gioverà a questo punto, per chiarire
questi problemi, delineare brevemente alcuni degli aspetti fondamentali della
problematica connessa al lullismo facendo riferimento sia ai testi di Lullo sia
a quelli della tra- dizione lullista. 3. ARTE, LOGICA E COSMOLOGIA NELLA
TRADIZIONE LULLIANA. Nei testi di Lullo l’arte si presenta come una «logica »
che è anche e contemporaneamente « metafisica » (« ista ars est et logica et
metaphysica ») ec che tuttavia differisce dall’una e dall’altra sia «in modo considerandi
suum subiectum » sia «in modo principiorum ». Mentre la metafisica considera
gli enti esterni all'anima « prout conveniunt in ratione entis », e la logica
li considera secondo l’essere che essi hanno nell'anima, l’arte invece, suprema
fra tutte le umane scienze, considera gli enti secondo l’uno e secondo l’altro
modo. A differenza ° Cfr. Carreras y Artau, Filosofia cristiana, cit., II, pp.
10-11. © Introd. all’Ars demonstrativa, in R. Lutt, Opera omnia, Mainz, 1721-
42, III, p. 1. Gli otto volumi dell’edizione di Mainz numerati I-VI, IX, 46
CLAVIS UNIVERSALIS della logica che tratta delle seconde intenzioni, l’arte
tratta delle prime intenzioni; mentre la logica è « scientia instabilis sive
labilis », l’arte è «permanens et stabilis »; ad essa è possibile quella
scoperta della « vera lex » che è invece pre- clusa alla logica. Esercitandosi
per un mese nell’arte si po- tranno non solo rintracciare i princìpi comuni a
tutte le scienze, ma anche conseguire risultati di molto maggiori di quelli raggiungibili
da chi si dedichi per un anno intero allo studio della logica." Opportune
premesse all’acquisizione del- l’arte appaiono non a caso, da questo punto di
vista, la cono- scenza della logica tradizionale e quella delle cose naturali:
«Homo habens optimum intellectum et fundatum in logica et in naturalibus et
diligentiam poterit istam scientiam scire duobus mensis, uno mense pro theorica
et altero mense pro practica... ».° Presentandosi strettissimamente connessa
alla conoscenza delle cose naturali, alla metafisica, all’ontologia l’arte
mostrava da un lato la sua irriducibilità sul piano di una conoscenza
formale e
dall’altro i suoi legami con quella metafisica esem- plaristica e con
quell’universale simbolismo che costituiscono insieme lo sfondo e la premessa
delle dottrine lulliane. La scomposizione dei concetti composti in nozioni
semplici e irri- ducibili, l'impiego di lettere e di simboli per indicare le
no- zioni semplici, la meccanizzazione delle combinazioni tra i concetti
operata per mezzo delle figure mobili, l’idea stessa di un linguaggio
artificiale e perfetto (superiore al linguaggio comune e a quello delle singole
scienze) e quella di una specie di meccanismo concettuale che si presenta, una
volta costruito, assolutamente indipendente dal soggetto umano: questi ed altri
caratteri dell’ars combinatoria han fatto sì che storici in- signi, dal Biumker
al Gilson, abbiano avvicinato — e non X (il VII c I'VIII non furono pubblicati)
furono curati, per i primi tre volumi, da Ivo Salzinger. Su questa singolare
figura e sulle vicende dell'edizione maguntina cfr. Carreras y Artau, La
filosofia cristiana, cit., II, pp. 323-353. ? Cfr. Ars magna generalis ultima,
cap. CI De logica, in ZETZNER, pp- 537-38. S Cfr. Ars magna generalis ultima,
in ZETZNER, p. 663. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 47 erroneamente — la
combinatoria alla moderna logica formale. A differenza di altri storici meno
provveduti, tuttavia, sia il Biumker sia il Gilson avevano chiaramente presente
il peso esercitato sul pensiero di Lullo da quell’esemplarismo e da quel
simbolismo al quale ci siamo ora riferiti. Dio e le dignità divine appaiono a
Lullo gli archetipi della realtà mentre l’in- tero universo si configura come
un gigantesco insieme di sim- boli che rimandano, al di là delle apparenze,
alla struttura stessa dell’essere divino: «le similitudini della natura divina
sono impresse in ogni creatura secondo le possibilità ricettive della stessa
creatura, e ciò secondo il più e il meno, secondo che esse più si avvicinano al
grado superiore nel quale è l’uomo, così che ogni creatura, secondo il più e il
meno, porta in sé il segno del suo artefice ».!° Anche gli alberi, teorizzati
nell’Arbre de Sciencia, non of- frono in alcun modo l’esempio di una
classificazione formale del sapere: essi rimandano, attraverso un complicato
simbo- lismo, alla realtà profonda delle cose, quella realtà che al filosofo
spetta appunto di scoprire individuando i “significati” delle varie parti degli
alberi. Le diciotto radici dei primi alberi, che rappresentano il mondo delle
creature, corrispon- dono non a caso ai princìpi stessi dell’arte. Di modo che,
come è stato giustamente notato,"! le radici o fondamenti reali ° Cfr. C.
Barumker, Die curopaische Philosophie der Mittelalter, nel vol. Allgemeine
Gesch. der Phil., Berlino, 1923, pp. 417-18; E. Gitson, La philosophie
franciscaine, nel vol. Saint Frangois d'Assise ecc., Parigi, 1927, p. 163.
Un'ampia e precisa esposizione della combinatoria lul- liana è in P. E. W.
PLatzeck, La combinatoria luliana, in « Revista de Filosofia », 1953, pp.
575-609 e 1954, pp. 125-165 (già precedentemente pubblicato in « Franziskanische
Studien », 1952, pp. 32-60 e 377-407). Assai notevole è lo studio di Fr. A.
Yates, The Art of Ramon Lull, in « Journal of the Warburg and Courtauld
Institutes », 1954, nn. 1-2, pp. 115-173 nel quale vengono posti chiaramente in
luce i rapporti tra la logica c la cosmologia lulliane. Del tutto insufficiente
appare, alla luce di questi studi, la interpretazione e l'esposizione del
PrANTL, ediz. 1955, III, pp.
145-177. 1° Compendium artis demonstrativac, in R. Lutt, Opera, Mainz, 1721. 24, III, p. 74. 1! Carreras y ARTAU, La filosofia
cristiana, cit., I, p. 484. La versione
catalana
dell’Arbor scientiae occupa i volumi XI-XIII (1917-26) del- l'edizione delle
Obres de Ramon Lull, Palma de Mallorca, 1901 segg. Le più recenti edizioni
latine sono Lione, 1635 e 1637 (ediz. prece- denti: Barcellona, 1482 c 1505;
Lione, 1505, 1515 e 1605). 48 CLAVIS UNIVERSALIS delle cose, i princìpi
dell’arte, e le dignità divine appaiono, nella terminologia lulliana, termini
assolutamente intercam- biabili ed equivalenti. Gli strettissimi legami fra
l’arte e la teoria degli elementi sono stati del resto messi in luce di
recente, con molta pene- trazione, da un ampio studio di F. Yates.!? Il
tradizionale “approccio logico” alla dottrina lulliana (del tipo di quello
presente nella trattazione del Prantl) si è rivelato alla Yates parziale e
insufficiente. Un accurato studio dell’inedito Trac- tatus novus de astronomia
del 1297 non solo ha posto in luce il significato della applicazione delle
regole dell’arte alla astro- logia, ma ha anche chiarito come nelle varie opere
di Lullo i nove princìpi divini (le cui “influenze” erano state identifi- cate
nel Tractatus de astronomia con quelle dei segni dello Zodiaco e dei pianeti)
costituiscano la base effettiva della uni- versale applicabilità dell’arte allo
studio della medicina, del diritto, della astrologia, della teologia e, come
avviene nel Liber de lumine, della luce. Che sulla base dell’esemplarismo
lulliano si potesse perve- nire a una specie di identificazione dell’arte con
una cosmo- logia è mostrato, fra l’altro, da uno dei primi testi del lullismo europeo
sul quale la Yates ha opportunamente richiamato la attenzione. Tomàùs le
Myésier, autore dell’ Electorium Re- mundi (Par. Naz. Lat. 15450) composto ad
Arras nel 1325," fu amico personale e discepolo entusiasta del Lullo. In
una specie di grande compilazione, egli intende presentare i carat-
teri essenziali
della dottrina del suo maestro: all’arte spetta una funzione precisa: la difesa
della fede cristiana contro gli averroisti e il riconducimento di tutti gli
uomini alla com- prensione della verità e dei misteri divini. Proprio nella
parte espositiva o introduttiva si rivelano chiaramente le connes- sioni fra
arte e cosmologia: il circolo dell’universo, la cui rap- presentazione grafica
viene accuratamente descritta dall'autore, comprende la sfera angelica attorno
alla quale ruotano il primo mobile, l’empireo, il cristallino, la sfera delle
stelle fisse e le sette sfere dei pianeti. La terra, sulla quale sono rappre-
12 Fr. A. YATEs, The Art of Ramon Lull, cit. 19 Parigi, lat. 15450 (inizio sec.
XIV). La data di composizione è in fine al testo: « Anno Domini 1325 per Thoman
Migerii. In attrebato ». ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 49 sentati un albero un
animale e un uomo, è circondata dalle sfere dell’acqua, dell’aria e del fuoco.
Ad ognuno dei nove segmenti nei quali il cerchio dell’universo è diviso
corrispon- de una delle nove lettere dell’alfabeto lulliano (BCDEFGHIK) nel suo
duplice significato di predicato assoluto e relativo, mentre, secondo gli
insegnamenti di Lullo, alcuni dei signi- ficati delle lettere cambiano in
corrispondenza alle diverse sfere.!! L’ Electorium de le Myésier non rimase
certo un caso iso- lato: la presenza di interessi di tipo cosmologico
all’interno di quell’ampia letteratura lullista che si diffonde in tutta Eu-
ropa fino dalla prima metà del Quattrocento è ampiamente documentabile. Ad una
adesione, o quanto meno ad una spiccata simpatia per il lullismo, corrisponde
in moltissimi testi l’idea del rapporto necessario che si pone fra la costru-
zione di un’arte indifferentemente applicabile a tutti i rami del sapere e la
delineazione di un'immagine gerarchica e uni- taria dell’universo. Proprio
sull’esemplarismo e sulle dignità divine come fondamenti primi dell'arte
lulliana insiste, non a caso, il primo grande filosofo europeo che si muove
entro l’orizzonte del lullismo. « Primum fundamentum artis — scri- verà Cusano
— est quod omnia, quae Deus creavit et fecit, creavit et fecit ad similitudinem
suarum dignitatum ».!* I prin- cìpi dell’arte combinatoria (donitas, magnitudo,
aeternitas, po- testas, sapientia, voluntas, virtus, veritas, gloria)
apparivano qui, ancora una volta, come principia essendi et cognoscendi, non
meramente formali, ma esprimenti le caratteristiche divine e di conseguenza
quelle di tutti gli esseri esistenti. La metafisica esemplaristica costituiva
la garanzia della assoluta infallibilità di una logica attinente non ai
discorsi, ma alla realtà. Mentre polemizzava implicitamente con il Gerson e
proponeva una 14 Cfr. A. Yates, The Art of Ramon Lull, cit., p. 172. 15 Cod.
Cus. 85, £. 55 v. cit. in P. E. W. PLatzecg, La combinatoria luliana, cit., p.
135. Dello stesso autore si vedano anche: E! /ulismo en las obras del Cardinal
N. Kreos de Cusa, in « Rev. Espafiola de Teologia », 194041, pp. 731-65 c 1942,
pp. 257-324; Los postumos datos lulisticos del Dr. M. Honecker y las glosas del
card. N. de Cusa sobre el Arte luliana, « Studia monographica », 1953-54, pp.
1-16; Lullsche Gedanken bei Nikolaus von Kues, « Trierer Theologische
Zeitschrift », 1953, pp. 357.64. 50 CLAVIS UNIVERSALIS riforma terminologica dell’arte
lulliana, il Cusano, in una sua postilla all’Ars Magra, mostrava di accettare
la sostanza del- l'insegnamento di Lullo: Praedictorum principiorum nomina sunt
apud philosophos inusitata et tamen iuxta figmentum inventoris propositae artis
res vera significantia. Ergo, cum propter nostram af- firmationem vel
negationem nihil mutetur in re... et omne verum vero consonet... praefata ars
non est repudianda propter suorum nominum improprietatem [che era la tesi del
Gerson]; quin potius, ut possit concordari cum scientiis aliis, est ad corum
terminos exfiguranda,!% Ancora più strettamente legata alle impostazioni
“esempla- ristiche” del lullismo è, d’altra parte, la dottrina cusaniana
dell’ascesa e discesa dell’intelletto secondo la quale è possi- bile elevarsi
alla conoscenza di Dio muovendo dalla somi- glianza con le divine perfezioni
impressa nelle creature, e di scendere dalla conoscenza dell’essere divino e
dei suoi attributi alla conoscenza della realtà che di quella perfezione è lo
specchio.!’ Nel Liber de ascensu et descensu intellectus, composto dal Lullo a
Montpellier nel 1304, era stato ampiamente svolto il tema, poi ripreso dal
Cusano, di una conoscenza che procede attraverso la ricerca delle analogie e
dei segni — alla rico- struzione di quel divino modello che ha presieduto alla
co- struzione del reale. Attraverso la descrizione della compli- cata scala
degli esseri, dalla pietra al fango alla pianta al bruto all'uomo al cielo
all'angelo a Dio, questo tema si era andato identificando con l’altro, ben
noto, di una ricostruzione minuta, ed “enciclopedica” delle complesse gerarchie
del co- smo. Questa stessa impostazione “cosmologica” troviamo pre- sente in
quel Liber creaturarum di Raimundo Sibiuda (Sa- 15 Cfr. Martin Honecker, R.
Lulls Wahlvorschlag Grundlage des Kaiserwahlplanes bei N. von Cues?, «
Historisches Jahrbuch », vol. 57, 1938, p. 572. Sul Iullismo del Cusano si
vedano gli studi di F. Kraus, di J. Marx, di F. Tocco, di E. pe VANSTEENBERGHEN
segnalati nel ca- pitolo Influencias lultanas en Nicolàs de Cusa della cit.
Filosofia cri- stiana det Carreras v ArtAu, II, pp. 178-196. Più recenti: M. DE
Ganpittac, La philos. de N. de C., Paris, 1941 e J. E. HorMann, Die Quellen der
cusanischen Mathematik, Heidelberg, 1942. 17 Cfr. Carreras v Artau, Filosofia
cristiana, cit., Il, p. 187. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 5I bunde, Sebond)
che influirà sullo stesso Cusano, su Lefèvre d’Etaples, Bovillus e Montaigne e
che fu composto (fra il 1434 e il ’36) negli stessi anni che videro Cusano
appassionato let-
tore e
trascrittore dei testi di Lullo. Anche qui, accanto alla dottrina dell’ascesa e
discesa dell’intelletto, accanto all’affer- mazione di un’arte concepita come «
radix et origo et funda- mentum omnium scientiarum », il cui possesso è
raggiungi- bile in brevissimo tempo con risultati mirabili (« quia plus sciet
infra mensem per istam scientiam quam per centum an- nos studendo Doctores »),
troviamo l’immagine di una scala naturale i cui vari gradini vanno ritenuti a
memoria e rap- presentati mediante figure: «et haec est prima consideratio in
hac scientia radicalis et fundamentalis, scilicet considerare istos gradus in
se, et bene plantare et radicare cos in corde et figurare sicut in natura
realiter ».!* La ordinata successione dei gradi ci offre un'immagine unitaria,
gerarchica e organica dell’universo: il primo grado comprende le cose che sono,
ma non vivono né sentono né intendono (minerali e metalli, cieli e corpi
celesti, oggetti arti- ficiali); il secondo comprende ciò che è e vive, ma è
privo del sentire e dell’intendere (i vegetali); il terzo gli animali che sono
vivono e intendono; nel quarto infine, ove risiede l’uomo, sono presenti
l’essere il vivere il sentire e l’intendere. L’uomo, come microcosmo, riassume
in sé le proprietà stesse dell’universo, è la vivente immagine di Dio. 4.
L’ArBoR SCIENTIAE E GLI ENCICLOPEDISTI DEL secoLo XVI. Che l’arte lulliana
rinviasse a una descrizione della realtà universale e che questa descrizione si
andasse configurando a sua volta come una vera e propria enciclopedia è cosa
che, dopo le considerazioni fin qui svolte, dovrebbe risultar chiara.
Nell’Arbre de Sciencia, composto a Roma nel 1295, l’impiego degli “alberi”
veniva esplicitamente presentato come un mezzo per rendere l’arte più «
popolare », più direttamente e facil- mente acquisibile e l'enciclopedia si
presentava come parte in- tegrante della grande riforma del sapere progettata
da Lullo. !* R. Sabunpe, Liber
creaturarum, ed. Wolfangus Hoffmanus, Frank- furt s. Main, 1635, tit. I, p. 8. 52 CLAVIS UNIVERSALIS Alla base
dell’enciclopedia, articolantesi in sedici alberi, sta un'idea centrale: quella
di una fondamentale unità del sapere umano che è in stretta relazione all’unità
essenziale del cosmo. Una suggestiva illustrazione del manoscritto ambrosiano che
contiene la versione catalana del testo di Lullo,!® mostra il filosofo e un
monaco ai piedi dell'albero delle scienze. Al mo- naco, la cui figura ritorna
accanto a quella di Lullo in tutte le illustrazioni dei vari alberi, Lullo si
era rivolto per conforto dopo che il suo piano missionario, che includeva la
propaga- zione dell’arte, aveva trovato fredda accoglienza presso Boni- facio
VIII e proprio il monaco (così racconta Lullo nel prologo) lo aveva consigliato
di presentare la grande arte sotto una nuova forma. Le diciotto radici
dell’albero delle scienze sono costituite dai nove principi trascendenti (o
nove dignità divine) e dai nove princìpi relativi dell’arte (differentia,
concordantia, contrarietas; principium, medium, finis; matoritas, aequalitas, minoritas).
L'albero si suddivide in sedici rami, ciascuno dei quali corrisponde ad uno
degli alberi che formeranno la fore- sta della scienza: l’arbor elementalis,
V’arbor vegetalis (bota- nica e applicazioni della botanica alla medicina),
sensualis (esseri sensibili e senzienti e animali), imaginalis (quegli enti
mentali che sono similitudini degli enti reali trattati negli alberi
precedenti), Aumanalis, moralis (etica, dottrina dei vizi e delle virtù),
imperialis (connesso all’arbor moralis, si riferi- sce al regimen principis e
alla politica), apostolicalis (governo ecclesiastico e gerarchia della Chiesa),
celestialis (astronomia e astrologia), angelicalis (gli angeli e gli aiuti
angelici), eviter- nalis (immortalità, mondo ultraterreno, inferno e paradiso),
maternalis (mariologia), christianalis (cristologia), divinalis (teo- logia,
dignità divine, sostanza e persone di Dio, perfezioni e produzioni divine).
L’arbor exemplificalis (nel quale vengono esposti allegoricamente i contenuti
degli alberi precedenti) e l’arbor quaestionalis (nel quale vengono proposte
quattromila questioni riferentisi agli alberi precedenti) si presentano come
«ausiliari » rispetto al corpus dell’enciclopedia. 1° Cod. Ambrosiano D. 535
inf. fol. 37v. L’illustrazione è riprodotta nel vol. XIII delle Obres de Ramon
Lull, cit. La stessa immagine an- che nell'edizione latina, Lione, 1515, p.
145. De L’arbre de Sciencia ho usato la versione castigliana stampata a
Bruxelles dal Foppens nel 1664 (Braid. BB. 9. 64). ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA
53 L'unità del mondo del sapere appare dunque fondata sul fatto che i princìpi
assoluti e i princìpi relativi dell’arte costi- tuiscono la comune radice del
mondo reale e del mondo della cultura. Su queste radici (simboleggiate dalle
nove lettere del- l’alfabeto lulliano) poggiano infatti sia l’arbor elementalis
i cui rami indicano i quattro elementi semplici della fisica, le cui foglie
simboleggiano gli accidenti delle cose corporee, e i cui frutti fanno
riferimento alle sostanze individuali come l’oro e la pietra, sia l’arbor
Aumanalis che raccoglie, accanto alle facoltà umane e agli abiti naturali,
anche quelli artificiali o le arti meccaniche e liberali. L'immagine lulliana
dell’albero delle scienze, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, sarà
particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agirà a lungo nel pensiero europeo
l’aspira- zione lulliana verso un corpus organico e unitario del sapere, verso
una sistematica classificazione degli elementi della realtà. Non mancheranno
certo suggestioni derivanti da altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma
Lefèvre d° Etaples e Bovillus, Pedro Gregoire e Valerio de Valeriis, Alsted e
Leibniz faranno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di
Lullo e a quelli del lullismo. In quell’ideale pansofico che domina tutta la
cultura del secolo XVII si insisterà da un lato sul necessario possesso
dell’intero orbe intellettuale e dal- l’altro sulla conoscenza di una legge, di
una chiave, di un linguaggio capace di dominare il tutto e di permettere una
diretta lettura dell’alfabeto impresso dal creatore sulle cose: cosmo reale e
mondo del sapere appariranno realtà da cogliere nella loro sostanziale unità e
identità di struttura, nella loro profonda “armonia”. Sui testi della pansofia
seicentesca do- vremo ritornare. Per ora basterà fermarsi brevemente su alcuni
testi cinquecenteschi nei quali questi aspetti dell’eredità lul- liana si
espressero in modo compiuto e coerente. Lo scritto In RAetoricam Isagoge fu
pubblicato a Parigi, nel 1515, da Remigio Rufo Candido d’Aquitania dietro
incita- mento di Bernardo Lavinheta, uno dei più rinomati lullisti dell’epoca.
Attributo a Lullo, e ristampato nelle edizioni delle opere di Lullo dello
Zetzner, lo scritto rivela chiaramente il suo carattere di opera pseudo-lulliana:
frequenti appaiono i riferimenti a Cicerone e a Quintiliano, ai dialoghi
platonici, alla mitologia e alla storia greche e romane. In un testo com- 54
CLAVIS UNIVERSALIS posto quasi certamente fra la fine del secolo XV e l’inizio
del XVI, e che veniva considerato come un’opera autentica di Lullo, troviamo
una singolare mescolanza di retorica, di co- smologia e di aspirazioni
enciclopedistiche. Nella prefazione indirizzata dal Rufo ai suoi discepoli, i
fratelli Antonio e Francesco Boher, la finalità enciclopedica dell’opera veniva
presentata come strettamente connessa alle esigenze della reto- rica e ai
bisogni dell’oratore: « Per consiglio e ispirazione del nostro amico Bernardo
di Lavinheta studiosissimo di Lullo, portiamo alla luce questa Retorica
affinché in questo libro, come in uno specchio nitidissimo, possa essere
contemplata, o meglio ammirata, l’immagine di tutte le scienze. È infatti
necessario che l’oratore sia a conoscenza di tutto e si impa- dronisca con
diligenza di tutto quel mondo delle scienze che vien detto enciclopedia. Per
questo, l’autore volle abbracciare con brevità e stringatezza tutte quelle cose
che son relative alla comprensione di ciascuna scienza ».?° Nel testo
pseudo-lulliano non mancavano, naturalmente, le tonalità occulte caratteristi-
che della magia rinascimentale e della letteratura lulliano-al- chimistica: «
Ex tenebris lux ipsa emergit. Ipse enim posuit tenebras latibulum suum, qui
apparuit in monte circumdato caligine et nebula. Qui rationem dicendi discere volunt,
opus habent ut eam silentio adipiscantur. Hinc silentium Pytha- gorae ». 20
Traduco dalla prima edizione: Raemaundi Lulli Eremitae divinitus illuminati, in
Rhetoricen Isagoge perspicacibus ingeniis expectata, Ve- nundantur in
Ascensianis Aedibus, 1515 (pagg. non numerate). Il passo cit. è tratto dalla
lettera dedicatoria di Remigio Rufo (su questo per- sonaggio cfr. Carreras y
Artav, La filosofia cristiana, cit., II, pp. 214 segg.). La stessa opera è
inserita nella edizione ZETZNER, pp. 172-223. Ho trovato indicato il Cod. Vat.
Lat. 6295 a proposito di un’opera inedita di Lullo: la RAetorica Nova della
quale esistono vari altri manoscritti (Parigi Lat. 6443c, ff. 95v.-109v.;
Monaco Staatsbibl., 10594, ff. 164r.-196v.; Ambrosiana N. 185 sup., ff. 1v.-35v.).
Il codice Vaticano indicato contiene invece, insieme agli Sratuta pesciven-
dolorum Urbis, una redazione manoscritta dell’opera apocrifa In Rheto- ricam
Isagoge (si tratta di un cod. cartaceo del sec. XVI che reca due fogli bianchi
e non numerati all’inizio. Lo scritto pseudo-lulliano oc- cupa le carte
]r.-25v. Il codice è stato rilegato assieme ad un cod. pergamenaceo del secolo
XV che contiene gli Statuti sopra indicati). Gli altri tre codici (parigino,
monacense e ambrosiano) contengono invece effettivamente lo scritto di Lullo
sulla retorica. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 55 Dopo un sommario riferimento
ai subiecta dell’arte lulliana (Deus, angelus, coelum, homo, imaginativa,
sensitiva, vege- tativa, elementativa, instrumentativa) ed ai praedicamenta, il
testo si articola in una lunga serie di quadri sinottici nei
quali viene
accumulato ed esposto, secondo un rigido ordina- mento, tutto il sapere. La
considerazione dell’imaginativa si trasforma in tal modo in una classificazione
degli animali, delle varie parti del corpo umano e degli esseri umani che
vengono curiosamente suddivisi sulla base della loro apparte- nenza ai quattro
elementi della fisica : Terrestres, ut agricolae, metallarii Aquatici, ut
mautae et piscatores Acrei, ut funambuli et schenobatae Ignei, ut fabri,
Cyclopes. Hominum quidam sunt Allo stesso modo sotto il subrectum angelo,
troviamo la Hie- rarchia angelorum, mentre la trattazione dei predicati dà
luogo ad una classificazione dei diversi tipi di narrazione storica e di
dimostrazione dialettica, delle varie parti della retorica, delle sezioni dell’etica
e dei tipi di virtù, infine delle arti mec- caniche e liberali
dall’agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, all'arte scenica, alla
culinaria, ai lavori manuali, alla filosofia, alla musica, alla geometria, alla
matematica, alla medicina. Ben più significativo di questo trattato
retorico-enciclope- dico è il De arte cyclognomica (1569) di Cornelio Gemma,
astronomo e professore di medicina a Lione, autore di un testo sulla cometa del
1577 e di uno scritto sui prodigi e le mostruo- sità della natura.” Gli
interessi del Gemma sono rivolti prin- 21! Cornelius GemMa, De arte
cyclognomica tomi II doctrinam ordi- num universam, unaque philosophiam
Hippocratis Platonis Galeni et Avistotelis in unius communissimae et circularis
methodi speciem refe- rentes, quae per animorum triplices orbes ad spherae
caelestis simulitu- dinem fabricatos, non medicinae tantum arcana pandit
mysteria, sed et imveniendis costituendisque artibus ac scientiis caeteris viam
com- pendiosam patefacit, Antverpiae, cx officina Christophori Plantini, 1569.
Ho usato la copia della Vaticana L. IV. 28 (Palat. III, 70), ma della stessa
edizione esiste un esemplare alla Braidense (B. XV. 5. 803) e uno all’Angelica
(e. 8. 16). Cfr. anche De naturae divinis characteri- smis, seu raris et admirandis
spectaculis, causis, indiciis, proprietatibus rerum in partibus singulis
universi, libri Il, Antwerpiae, ex off. Chr. Plantini, 1575 (copia usata:
Vatic., N. XI. 64, ma cfr. Racc. Gen. 56 CLAVIS UNIVERSALIS cipalmente alla
medicina, ma il suo trattato si propone di giungere alla unificazione dei
metodi di Ippocrate e Platone, Galeno e Aristotele e di fondare un metodo
universale valido così per la medicina come per tutte le altre arti e scienze.
Il metodo viene suddiviso dal Gemma in tre parti a seconda che la conoscenza si
volga alla comprensione delle cose passate, allo studio delle cose presenti, e
alla divinazione di quelle future. Nel primo caso abbiamo la memoria et eius
artificium
methodicuni; nel
secondo la scientia etusque adipiscendae me- thodus; nel terzo la praedictio
eiusque methodus. Ricercando una via compendiosa alla verità, il Gemma insiste
a lungo sulla funzione essenziale delle immagini, delle rappresenta- zioni
simboliche, dei circoli lulliani, ma concepisce le stesse immagini in funzione
di un metodo inteso come ordinata classificazione di tutti gli elementi che
compongono il reale: « Tota vis igitur agendi dextere et facile cognoscendi per
rerum causas in ipsis ordinibus potissimum collocatur. Ordo enim intelligentiae
signum est... ».°° Alla minuziosa, ordinata elen- cazione degli elementi
naturali e sopramondani e della facoltà è dedicata la maggior parte dello
scritto del Gemma che si configura come una grande enciclopedia nella quale
appaiono largamente dominanti i temi della sapienza ermetica e pita- gorica.
Nel Quaternio pytagoricus per mundi septenos ordines pari proportione
distributos," la materia, la qualità, lo spirito, l’anima appaiono
suddivise a seconda della loro appartenenza al mondo intelligibile, alle cose
celesti, a quelle eteree, alle sublunari, alle animate, all’uomo, allo Stato.
La tavola, nella quale sono raffigurate queste partizioni, ha il compito di mo-
strare le segrete corrispondenze tra ciascuno degli elementi, di chiarire il
modo in cui il senso o l'immaginazione, la razzo o Medicina, V. 882); De
prodigiosa specie naturaque Cometae anno 1577 visa, Antwerpiae, ex off. Chr.
Plantini, 1578 (copia usata: Angelica YY. 3. 20). Nell'opera dei CarreRAs y
Artau lo scritto De arte cyclo- gnomica del Gemma è stato erroneamente datato
1659. Non si tratta però di un semplice errore di stampa; gli autori, che hanno
lavorato molto spesso su informazioni di seconda e anche di terza mano, trat-
tano del Gemma nel capitolo dedicato agli sviluppi del lullismo nel secolo XVII
(Cfr. La filosofia cristiana, cit., Il, p. 304). 22 De arte cyclognomica, cit.,
p. 27 29 De arte cyclognomica, cit., p. 34. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 57 la
mens si collegano alla totalità dell’universo, ai corpi celesti, al calore
presente negli esseri animati, agli spiriti eterci, alle intelligenze che
presiedono al moto degli astri. A questo stesso scopo rispondono sia la
rappresentazione grafica dell’anima con la collocazione delle cinquantuno
facoltà presenti nell’uo- mo,” sia la raffigurazione delle tre scale ciascuna
delle quali offre il quadro delle parti che compongono la metafisica, la fisica
e la logica mostrando insieme gli scopi di queste scienze, i rapporti che
intercorrono tra le varie parti delle singole disci- pline, l'ordine nel quale
dev’esser collocata ogni parte in rela- zione all’ordine universale.? AI fondo
di queste fantastiche classificazioni, alla base delle strane figure che
riempiono il testo del Gemma, dietro questa incondizionata adesione ai motivi
più torbidi della tradizione ermetica resta però ben saldo — ed è questo che si
vuol sotto- lineare — il presupposto di una necessaria unità del sapere che è
specchio della fondamentale unità del cosmo: « mediante l’idea stessa della
divina Virtù, le ragioni di tutte le cose risplendono in ciascuna delle
particelle del mondo ». Que- st'affermazione — e lo ammetteva esplicitamente lo
stesso Gemma — costituiva il primo, essenziale fondamento di tutta l’Arte.?* Su
questo stesso terreno, anche se con una fondamentale diversità di tono
derivante dal prevalere di interessi di tipo “logico”, si muove l’opera di
Pedro Gregoire di Tolosa che fu pubblicata per la prima volta a Lione fra il
1583 e il 1587; il titolo è già di per sè indicativo: Syntaxes artis mirabilis
in libros septem digestae per quas de omni re proposita, multis et prope
infinitis rationibus disputari aut tractari, omniumque summaria cognitio haberi
potest.?* Accanto al consueto tema 24 De arte cyclognomica, cit., p. 105. °5 De
arte cyclognomica, cit., pp. 48, 49, 50. 26 De naturac divinis characterismis, cit., p. 34: «
Hoc ergo sit primum artis nostrae fundamentum ». 2? Venetiis, apud Jo. Dominicum de Imbertis, 1588.
L'altro tomo del- l’opera ha per titolo: Sintareon artis mirabilis alter tomus
in quo om- nium scicntiarum et artium tradita est epitome, unde facilius istius
artis studiosus de omnibus propositis possit rationes et ornamenta rarissima
proferre, ibid., 1588 (copia usata Archiginn., 9, NN. V. 26). L’opera fu
ristampata dall’editore Zetzner nel 1610 a Colonia in quattro tomi: 58 CLAVIS
UNIVERSALIS di un’arte capace di giungere alla individuazione degli assiomi
comuni a tutte le scienze e di elaborare assoluti criteri di certezza,
tornavano qui molti dei problemi già affrontati, in quegli stessi anni, da
Agrippa e da Lavinheta, ma il tentativo del Gregoire non si risolveva in un
semplice “commento” all’arte lulliana. A differenza dei commentatori egli, dopo
aver accennato a Lullo e ai principali teorici della sintassi univer- sale,
elaborava una vera e propria enciclopedia delle scienze non indegna di essere
accostata, almeno per quanto concerne la vastità di interessi e la grandiosità,
al De augmentis baco- niano. Essa si fondava su uno speculum artis nel quale
veni- vano presentati da un lato i « modi quaerendi examinandi disputandi et
respondendi » e dall’altro le classi o cellulas alle quali ogni sapere
dev'essere riferito. Il riferimento ai princìpi assoluti e relativi dell’ars
magna era qui esplicito, ma altret- tanto e forse più interessanti sono le
pagine nelle quali l’aspi- razione ad un sapere enciclopedico e universale si
congiunge alla fiducia in una sostanziale intercomunicabilità fra tutte le
scienze. Ed è da sottolineare il fatto che questa affermazione dell’unità del
sapere si converte, immediatamente dopo, nel- l’altra, ad essa corrispondente,
dell’unità essenziale del cosmo: « Poiché, come afferma Cicerone, nulla v’è di
più dolce che il conoscere tutto e l’indagare su tutto, giunsi alla convinzione
che i particolari precetti delle singole scienze, distinti l’uno dall’altro,
possono essere racchiusi in un'unica arte generale mediante la quale essi
giungano a comunicare reciprocamente. In tutte le cose è sempre possibile
rintracciare un unico ge- nere nel quale concordano e al quale partecipano
tutte le specie, nonostante che esse differiscono in talune proprietà; è chiaro
di conseguenza che, una volta pienamente conosciuto il genere, la nozione delle
specie apparirà più facilmente, allo Commentaria in Sintaxes Artis Mtrabilis,
per quas de omnibus dispu- tatur habeturque ratio, in quatuor tomos... in
quibus plura omnino scitu necessaria... tractantur. Il secondo tomo ha per
titolo Sintarcon artis mirabilis in libros XL digestarum tomi duo. Nel terzo e
nel quarto acutissimae ac sublimes tractationes de Deo de Angelis et de
Immortalitate animae continentur. Le citazioni che seguono sono tratte da
quest'ultima edizione (copia usata: Archiginn., V, VI, 24-26). Per più ampie
notizie sull'autore cfr. CARRERAS Y ArtTAU, La filos. cristiana, cit., II, pp.
234 segg. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 59 stesso modo che conosceremmo la
divisione in rivoli e lc parti- zioni dei fiumi una volta che, dalla fonte,
fossimo giunti, se- guendo l’alveo, ai luoghi nei quali si effettuano le
separazioni. Allo stesso modo non apparirà impossibile e assurdo che le diverse
opere delle diverse arti vengano realizzate mediante un unico strumento... Così
infatti tutti i particolari corpi na- turali sono composti dalla diversa mescolanza
dei quattro ele- menti e tutte le piante e tutti gli animali partecipano ad
un’unica forza vegetativa e per essa crescono, e tutti i sensi sono contenuti
in uno stesso corpo e le cose corporee € quelle incorporee consentono nell'uomo
che consta di anima e di corpo, lo stesso Cielo ultimo abbraccia naturalmente e
con-
duce e muove in
un solo ambito, in un solo moto e in un solo influsso tutte le cose inferiori
che tutte in esso concordano ». Il fondamento della “scienza unificata” era
dunque una concezione platonico-pitagorica o, se si vuole, “magica” della
realtà intesa come un tutto unitario e vivente. La estendibilità dell'Arte o
dell’unico metodo a tutte le discipline e a tutti i rami del sapere è possibile
in virtù di un presupposto “meta- fisico”: quello di un cosmo nel quale si
rispecchiano le idee della mente che ha presieduto alla sua creazione e al suo
ordi- namento: « E finalmente tutte le cose sono create e rette dal- l’unica
mente di Dio, ogni luce delle stelle partecipa della luce del sole e tutte le
virtù partecipano della giustizia... Dio e l’uomo, infine, convengono e
convivono in un’ipostasi unica: in nostro Signore Gesù Cristo. E poiché così
stanno le cose... senza alcun dubbio la mente e la ragione dell’uomo possono
estendersi a tutte le arti, ove siano guidate da un ottimo me- todo generale
del sapere e del comprendere... A ciascuna delle scienze particolari
appartengono delle nozioni — o preludi universali — mediante le quali l’arte e
la perizia vengono facilmente potenziate ».?° A conclusioni non diverse
giungerà, nell’ultimo decennio del secolo, il patrizio veneto Valerio de
Valeriis che nell’Opus aureum, pubblicato nel 1589, riprendeva, modificandolo e
inte- grandolo, il progetto lulliano dell’arbor scientiarum. Nel testo del De
Valeriis il problema dell'albero delle scienze viene pre- sentato come strettamente
connesso con quello della formula- 28 Commentaria, cit., I, p. 12; per il brano
precedente cfr. p. Il. 60 CLAVIS UNIVERSALIS zione delle regole della
combinatoria: « L’opera è ripartita in quattro parti. Nella prima verrà
trattata la cognizione neces- saria al raggiungimento della conoscenza degli
alberi. Nella seconda mostreremo i quattordici alberi dalla cui conoscenza
dipende l’intera conoscenza degli enti. Nella terza illustreremo con esempi ciò
che è stato esposto nella prima e nella seconda parte. Nella quarta parte,
infine, mostreremo in qual modo l’arte generale di Raimondo vada ridotta a
questa impresa, insegnando a moltiplicare i concetti e gli argomenti quasi al-
l’infinito... mescolando le radici con le radici, le radici con le forme, gli
alberi con gli alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi ».?°
L’interpretazione che, nella quarta parte dell’opera, veniva data delle
“figure” dell’arte appare fortemente influenzata dal commento di Agrippa e,
molto probabilmente, anche dalle tesi del Bruno il quale, fra il 1582 e il
1588, era venuto pubbli- cando le sue opere lullistiche e mnemotecniche. Più
che ad Agrippa e al Bruno, il de Valeriis si richiama tuttavia più volte a
Scoto e allo scotismo ?° (« de aliorum dictis non cura- mus, Scotum
praeceptorem sequimur ») introducendo una dot- trina dei predicati assoluti e
relativi. L'esigenza di un’arte aurea nasceva in ogni modo, anche in questo
caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e “caotico” dell’orbe
intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno di un
singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi
conto dell’ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad
una situazione nella quale gli uomini, dopo infinite fatiche, potessero
riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza («
Nec sine maximis in- commoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut
philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri
in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum
arborum umbra perpetuo et secure quiesce- 29 Sul De Valeriis cfr. CarrERAS y
ARTAU, La filos. cristiana, cit., pp. 235-37. Per la prima edizione dell’opera
si veda RocenT Duran, Biblio- grafia, cit., n. 138. La citazione riportata nel
testo dall'Opus aureun: in quo omnia breviter explicantur quac R. Lullus tam in
scientiaruni arbore quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER
(cfr. la nota 1) p. 971. 30 De VaLerns, Opus aureum, ed ZetznER, pp. 982, 986,
1009, 1115. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 61 re »)."! Anche per il de
Valeriis le radici degli alberi coincide- vano con i princìpi dell’arte, mentre
lo stesso ordine di suc- cessione dei vari princìpi veniva presentato come
dipendente dalla “natura”: « magnitudo vero, quae est secunda radix, non
fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio ». Éra proprio la scala
naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella difficile
applicazione delle radici o principi del- l'Arte ai subiecta: « Nell’'uniforme
applicazione di queste ra- dici ai sudiecta è da impiegare la più grande
diligenza... biso- gna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel
grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev’es- sere
attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla pietra (che occupa
il gradino infimo) dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il
secondo grado della scala natu- rale... Ciò che comporta una imperfezione, se
conviene all’in- feriore, non è da attribuire ad ogni superiore: ne deriva che
la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite a Dio, anche se
convengono alle cose inferiori. Il divino Lullo ordinò secondo nove soggetti e
quattordici alberi la scala della natura... Colui che desidera sapere molte
cose in ogni disci- lina si formi questa scala... ».?? Quelle del Gregoire e
del de Valeriis sono posizioni tipi- che: da impostazioni di questo genere
trarrà nuovo alimento e nuova forza l’idea di una sintassi universale che
fornisca, oltre che la chiave dei misteri dell’ideale e del reale, anche il
criterio assoluto per la costruzione di una completa enci- clopedia delle
scienze. Da Lullo sino alla fine del Cinque- cento e poi fino a Alsted e a Leibniz
resta ben salda la con- vinzione che l’arte lulliana o cabala dei sapienti o
arte aurea o combinatoria o scienza generale costituisca la scoperta meta-
fisica della trama ideale della realtì.. 5. LA CONFIRMATIO MEMORIAE NEI TESTI
DI RaiMonpo Lutto. Il problema di un rapido e facile apprendimento delle re-
gole dell’arte e dell’ordine nel quale le nozioni sono disposte all’interno
dell’“enciclopedia” si presenta, nell'opera di Lullo e in quella dei lullisti,
non come marginale o secondario, ma 3 De VALERIS, Opus aureum, cit., pp.
970.71. 3? De VacerIIs, Opus aureum, cit., p. 1026. 62 CLAVIS UNIVERSALIS come
costitutivo ed essenziale. Le figure ruotanti, gli alberi, le tavole
sinottiche, le sistematiche classificazioni si presen- tano in quei testi come gli
strumenti dei quali far uso per tra- sformare in un tempo straordinariamente
breve (si oscilla a seconda degli autori da un mese a due anni) un uomo incolto
in un sapiente, in un uomo cioè le cui possibilità di cono-
scenza e di
azione siano enormemente più vaste di quelle offerte dalla logica e dalla
filosofia tradizionali. È dunque naturale che, da questo punto di vista, il
problema di una tecnica memorativa o, nella terminologia del lullismo, di una
confirmatio memoriae si presentasse strettamente connesso a uello della
combinatoria e a quello della classificazione enci- clopedica degli elementi
della realtà e delle componenti del mondo del sapere. Nel corso del secolo XVII
si parlerà comunemente di art: ficium mnemonicum, di systema mnemonicum, di
logica me- morativa per indicare da un lato le grandi costruzioni cosmo-
logico-enciclopediche e dall’altro le formulazioni o i manuali di tecnica
combinatoria. Alsted, che presentava nel 1610 la sua enciclopedia come artium
liberalium et facultatum omnium systema mnemonicum e Stanislao Mink che
intitolava logica mnemonica (nel 1648) la sua esposizione e revisione dell’ars
magna lulliana, si richiamavano ad una tradizione precisa che ha le sue radici
nei testi cinquecenteschi del lullismo euro- peo e nell’opera stessa di
Raimondo Lullo. Nel prologo alla Logica Nova, scritta in catalano a Ge- nova
nel 1303 e tradotta in latino a Montpellier l’anno se- guente, Lullo esponeva
il suo programma di applicazione dei princìpi dell’arte generale alla logica
(considerata come disci- plina e arte particolare) e contrapponeva la sua nuova
logica a quella tradizionale insistendo sulla facilità di acquisizione e di
ritenzione della sua logica compendiosa : Idcirco ad prolixitatem et labilitatem
huiusmodi evitandum (divino auxilio mediante) cogitavimus Novam et compen-
diosam Logicam invenire, quae citra nimiam difficul- tatem et laborem ab
inquirentibus cam acquiratur, et ac- quisita in memoria plenarie conservetur,
ac inibi totaliter, et facillime teneatur.?3 33 Liber de nova logica, Mallorca,
1744, p. 1. Cit. in CaRRERAS Y ARTAU, La filosofia cristiana, cit., II, p. 423.
ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 63 Sulla necessità di un apprendimento mnemonico
dei prin- cìpi dell’arte Lullo ritornerà più volte (« diximus de diffinitio-
nibus principiorum, quas oportet scire cordatenus... »).°* Non si trattava solo
di un accorgimento che riguardasse la “messa in movimento” della complessa
macchina lulliana: tutti gli elementi più strettamente “tecnici” dell’arte (le
figure, gli alberi, i versi) rispondevano a intenti dichiaratamente mne-
monici.**° Proprio nei versi dell’Aplicaciò de l'Art general, un poema
didattico del 1301 che esponeva in forma “popolare” i vantaggi derivanti dalla
applicazione dell’arte alle varie scienze, Lullo insisteva sulla miracolosa
drew:tà della sua com- binatoria e sulle possibilità di un rapido e insieme
duraturo apprendimento: Que mostrem la aplicaciò Del Art general en cascuna Que
a totes està comuna E per elles poden haver En breu de temps et retener.?° AI
problema della memoria e dell’Ars memorativa Lullo aveva del resto rivolto in
modo più specifico la sua attenzione fin dai suoi primi scritti. Sulla base
della tripartizione delle tre virtù © potenze dell'anima razionale (memoria,
intelletto e volontà) già presente nel Libre de Contemplaciò en Dèu del 1272,
egli aveva progettato la costruzione di tre grandi 54 Ars brevis, VI, 10. 95
Sul carattere mnemonico delle figure e dei versi varie buone osser- vazioni
nell'opera dei Carreras y Artau. A intenti mnemonico-divulga- tivi rispondeva
per esempio la Lògica en rims 0 « nuovo compendio » del Compendium Logicae
Algazelis (vv. 6-9 e 1574-80): en rimes e’n mots qui son plans per tal que hom
puscha mostrar logica e philosophar a cels qui no saben lati ni arabich... Per
affermar e per neguar a. b. c. pots aiustar mudant subject e predicat
relativament comparat en conseguent antesedent. 16 Aplicaciò de l’Art general,
in Obras rimadas de R. Lull, Palma de M., 1859, p. 422. 64 CLAVIS UNIVERSALIS
arti l’ars inventiva, l’ars amativa e l’ars memorativa”" connesse
rispettivamente all’ardor scientiae, all’arbor amoris e all’arbor
reminiscentiae. L’Art amativa (1290), completata dall’Arbre de filosofia d'amor
(1298), l'Art inventiva (1289) e l’Arbre de Sciencia (1295) rappresentano la
parziale realizzazione di questo progetto. Del 1290 è l’Arbre de filosofia
desiderat: ciò che è « desiderato », e nel corso dell’opera solo parzialmente
realizzato, è appunto quell’arte della memoria da lungo tem- po progettata.
Muovendosi entro l’arbre de filosofia e seguen- done la complessa struttura
sarà possibile, secondo Lullo, giun- gere ad intendere le cose vere, ad amare
quelle buone e a ricordare artificialmente le cose passate. Il tronco è l’ente
dal quale derivano i rami e i fiori che rappresentano contempora- neamente i
nove princìpi e i nove predicati dell’arte. Le let- tere da è a & designano
i diciotto principi-fiori dell’ars ma- gna, le lettere da / ad « i diciotto
princìpi-rami. La struttura dell’albero è quindi la seguente: FIORI TRONCO RAMI
b. bontà differenza potenza Ente | Dio creature I. c. grandezza concordanza
oggetto Ente |reale fantastico m. d. durata contrarietà memoria ENTE | genere
specie n. e. potenza principio intenzione ExTE | movente movibile D) f.
sapienza medio punto trascen-| EnTE | unità pluralità p- e. volontà — fine
vuoto [dente] Ente | astratto concreto q. Ah. virtù maggiorità opera ENTE |
intensità estensione r i. verità eguaglianza giustizia Ente |somiglianza
dissomiglianza s. k. gloria minorità ordine Ente |gencrazione corruzione tt.
Facendo uso della tecnica inventivo-espositiva, che troverà più ampio sviluppo
nell’ars brevis e nell’ars magna, Lullo si richiama alla figura circolare, alla
definizione dei princìpi, a dieci regole, infine alle proposizioni e alle
questioni. La tec- nica memorativa risulta dalla sistematica applicazione di d
(memoria) a ciascuno dei rami simboleggiati da /, m, n, ecc. Ne risultano nove
combinazioni dl, dm, dn, ecc., in ciascuna delle quali la memoria artificiale
si realizza attraverso parti- 3? Regole per la memoria sono già presenti nel
cap. 161 del Liber de contemplaciò. Cfr. Carreras y ArtaAU, La filos.
cristiana, cit., I, p. 536. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 03 colari
accorgimenti giungendo a risultati di volta in volta differenti. Accanto alle
ingenue “regole” già presenti nella trattatistica antica e medievale di
medicina applicata alla me- moria, troviamo qui presente il ricorso alla
concordantia, alla contrarietas, alla differentia (dp: memoria-unità pluralità;
ds: memoria-somiglianza dissomiglianza) e alla subordina- zione del particolare
al generale (4n: memoria-genere specie). Lullo si muove dunque, in questo caso,
sul terreno di quella rudimentale psicologia delle associazioni che deriva,
diretta- mente o indirettamente, dalle opere aristoteliche. Le regole della
memoria contenute nell’Arbre de filosofia desiderat sono state ampiamente
riassunte cd esaminate dai Carreras y Artau.?* È quindi più opportuno
richiamare qui l’attenzione su alcune opere inedite di Lullo che non sono
state, a tutt’oggi, fatte oggetto di specifico esame. Si tratta, in primo
luogo, dell’inedito Liber de memoria conservato in due manoscritti ‘* e
composto a Montpellier nel febbraio del 1304. In questo scritto, che viene
presentato dall’autore come la rea- lizzazione di un progetto lungamente
meditato (« finivit Ray- mundus librum memoriae quem diu desideraverat ipsum
fe- cisse »),‘° Lullo fa riferimento ad un d/bero, l’arbor memo- riae, che non
appare elencato tra i sedici alberi dell’Arbre de Sciencia del 1295. Nell’arbor
memoriae vengono elencati e classificati nove tipi di memoria ciascuno dei
quali è posto in corrispondenza con ciascuno dei nove princìpi, dei nove 38 La
filosofia cristiana, cit., II, pp. 534-39. 9° Il Dictionnaire de Theologie
catholique e il Lirtré, Histoire littéraire de la France, vol. XXIX fanno
riferimento a due manoscritti: Parigi Lat. 16116; Innichen. VIII, B. 14, ff. 90
segg.; Ho trovato inoltre sc- gnalati il ms. I. V. 47 dell’ Univ. di Torino ff.
205-225 v. e il Vat. Urb. lat. 852. Il manoscritto torinese è andato distrutto.
Il Cod. Vat. Urb. lat. 852 non contiene il Liber de memoria, ma un’opera
apocrifa attribuita a Lullo (di questo più avanti). Non ho visto il ms. di
Innichen. Le citazioni sono tratte dal parigino lat. 16116 (sec. XIV) alle
carte 18v. - 23 v. Inc.: Per quendam silvam quidam homo ibat. Expl.: Ad gloriam
et honorem Dei finivit Raymundus librum memoriae quem diu desi- deraverat ipsum
fecisse. Et finivit in Montepessulano in mense februarii, anno CCCIIH ab
incarnatione Domini Nostri Iesu Christi. 4° Par. Lat. I6I16, f. 23v. 66 CLAVIS
UNIVERSALIS princìpi relativi, c delle nove quaestiones. Ecco l’inizio del
trattato : ‘! 16 v. Per quendam silvam quidam homo ibat considerando quid erat
causa quia scientia difficilis est ad acquirendum, facilis vero ad
obliviscendum et videbatur ci quod propter de- fectum memoriae istud erat eo
quia sua essentia non bene est cognita atque suae operationes sive condiciones
naturales, et ideo proposuit de memoria facere istum li- brum ad memoriam caque
ci pertinent agnoscendum. Subicctum huius libri est ars gencralis, coque cum suis principiis et
regulis memoriam intendimus investigare... Est autem memoria ens cui proprium et per se est
memo- rari. Dividitur iste
liber in tres distinctiones. Prima est de arbore memoriac et de suis
conditionibus de principiis artis generalis cum suis diffinitionibus et
regulis. Secunda distinctio est de floribus memoriae et de principiis et re-
gulis artis gencralis ipsi memoriae applicatis. Tertia dis- tinctio est de
quaestionibus de memoria factis ct de solutionibus quaestionum. Et primo de
prima dicemus. Arbor memoriae dividitur in novem flores ut in sc patet. 17r.
Primus flos est b et b significat / bonitatem [dantem in] > memoriam
receptivam ct utrum; secun- dus flos est c ct c significat magnitudinem
concordantiam memoriam remissivam et quid est; d significat duratio- nem
contrarietatem memoriam conservativam ct de quo; e significat potestatem sive
principium memoriam acti- vam et ; f significat sapientiam medium [mate- riam]
memoriam discretivam et quantum; g significat vo- luntatem finem memoriam
multiplicativam et quale; h significat virtutem maioritatem memoriam
significativam et quando; i significat [veritatem] acqua- litatem memoriam terminativam et ubi;
k significat glo- riam, minoritatem memoriam complexionativam et quo- modo et
cum quo. In arte ista alphabetum supradictum
cordetenus scire oportet... Facendo ricorso alle tavole e alle figure dell’Ars
brevis e dell’Ars magna è possibile, correggendo e integrando in due o tre
punti il manoscritto," rendersi conto di come si confi- gurasse per Lullo
la progettata applicazione dell’ars generalis 4! Le parole poste fra sono supplite, quelle poste fra parentesi
quadre sono giudicate da espungere. Spesso con il termine supplito si propone
la correzione di evidenti errori di trascrizione. 42 I termini posti fra
parentesi quadre nella tabella che segue manca- no o risultano alterati nel
codice. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 67 allo specifico campo della memoria. La
struttura della com- binatoria lulliana appare in questo caso la seguente: D «
PRINCIPI PRINCIPI SUBIECTA: | QUAESTIONES ASSOLUTI RELATIVI MEMORIA { b.
bonitas [differentia] receptiva utrum c. magnitudo concordantia remissiva quid
d. duratio contrarictas conservativa de quo e. potestas principium activa
[quare ] f. sapientia medium discretiva quantum g. voluntas finis
multiplicativa quale h. virtus maioritas significativa quando i. [veritas]
acqualitas terminativa ubi k. gloria minoritas complexionativa quomodo ct cum
quo. Non è certo il caso di addentrarsi qui in una spiegazione del complesso
funzionamento dell’applicazione dell’ars gene- ralis al subiectum memoria. Una
tale spiegazione richiede- rebbe fra l’altro la preliminare chiarificazione dei
procedi- menti della combinatoria i quali, anche di recente, sono stati esposti
e discussi in modo egregio da Erardo W. Platzeck.** Basterà soffermarci su un
passo particolarmente indicativo del tipo di problemi ai quali si volge
l’attenzione di Lullo. Nel brano che segue Lullo affronta da un lato il
problema del rapporto tra la facoltà memorativa e il corpo e dall'altro fa leva
sul passaggio dal generale al particolare per gettare le basi di una tecnica
del ricordo: 21r. Memoria est in loco ut per regulam de i in tertia parte. Quod
amiserat principium distinctionis signatum est et est in loco per accidens non
per se, hoc est ratione cor- poris cum quo est convicta, quoniam memoria per se
non est collocabilis eo quia non habet superficiem sed est in loco in quo
corpus est, ct sicut corpus est mutabile de loco in locum, etiam memoria per
ipsum. Memoria vero mutat obiecta de uno loco in alium non mutando se, sed
mutando suas operationes obiective recipiendo spe- cies quae sunt similitudines
locorum cum quibus est dis- cretiva et multiplicativa ct ideo secundum quod
ipsa est conditionata cum loco, debet artista uti ipsa per loca et ideo si vult
recordari aliquid traditum oblivioni, consi- derat illum locum in quo fuit et
primo in genere, sicut In qua civitate, post in specie, sicut in quo vico, post
43 P. E. W. PLATZECcK, La combinatoria luliana, cit. 68 CLAVIS UNIVERSALIS in
particulari, sicut in qua domo seu in aula seu in coquina 21v. / et sic de
aliis et ideo per talem discursum memoria multiplicabit se. Nonostante che
l’attenzione di Lullo sia qui chiaramente rivolta al processo di successiva
determinazione dei particolari (nella sua terminologia la tractatio de generali
ad specialia postea descendens) è difficile non avvertire nel passo ora citato
l'eco, sia pure attenuata, di quella discussione sui “luoghi” che caratterizza
tutta la mnemotecnica di derivazione « cice- roniana ». Gli stessi esempi
portati da Lullo (la città, la strada, la casa, la stanza, la cucina) sono
tipici di quella termi- nologia della quale i “ciceroniani” avevano fatto un
uso larghissimo. Per il tramite dell’agostinismo qualche elemento di quella
tradizione dev’essere penetrato all’interno dello stesso pensiero di Lullo.4* I
rapporti tra lc tecniche memorative escogitate da Lullo e la tradizione
ciceroniana sono certo assai tenui e difficilmente determinabili e tuttavia
sarebbe grave- mente errato, continuando ad interpretare l’arte lulliana come
un abbozzo di “logica formale”, sottovalutare il peso che sui progetti
dell’arte esercitò quella tematica di derivazione ago- stiniana che vedeva
nella distinzione di memoria, intelletto e volontà l’espressione simbolica
delle tre persone della Tri- nità. Di fatto, come ha notato di recente la
Yates, l’arte ap- pare anch'essa concepita a immagine e somiglianza della tri-
nità divina. Nella sua pienezza essa consta di tre facce o aspetti: il primo
(che si realizza mediante la combinatoria o la nuova logica) agisce mediante
l’intelletto; il secondo me- diante il quale si esercita la volontà (e a
quest’aspetto si rife- riscono le opere mistiche di Lullo); il terzo che
concerne la memoria e trasforma l’intera arte in un grande sistema di
mnemotecnica.!* 44 Sul rapporto fra la mnemotecnica ciceroniana c l’opera di
Agostino cfr. Fr. A. YATES, The ciceronian art of memory, nel vol. Medioevo e
Rinascimento, studi in onore di B. Nardi, Firenze, 1956, pp. 878-81. 4° Si veda
a questo proposito il Cod. 16116 della Naz. di Parigi, f. 23v.: Liber iste [si
tratta del Liber memoriae] valde utilis est et asso- ciabilis cum libris
Intellectus et Voluntatis in uno volumine quantum ad invicem sunt se iuvantes
ad attingendum secreta rerum. Sull'arte concepita a immagine della Trinità cfr.
F. A. Yates, The art of Ramon Lull, cit., p. 162. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA
69 Sull’effettiva influenza di questa impostazione agostiniana esiste com'è
noto una larga documentazione. Oltre ai nume- rosi passi del Liber de
contemplaciò e dell’Arbre de filosofia desiderat ricordati dai Carreras y Artau
si vuol qui segnalare, come particolarmente indicativo, un altro scritto
inedito di Lullo, il Liber de divina memoria** scritto a Messina nel marzo del
1313. In quest'opera l’indagine sulla memoria ap- pare piegata, secondo una
curvatura tipicamente agostiniana, a precise finalità teologiche. Trascriviamo,
dal ms. ambrosia- no, l’inizio del trattato: 22r. Deus cum tua misericordia
incipit liber de tua memoria. Quoniam de divina memoria non habemus tantam
noti- tiam sicut de divino intellectu et voluntate, idcirco inten- dimus
indagare divinam memoriam ut de ipsa tantam notitiam habeamus quantam habemus
de divino intellectu et voluntate. Ex hoc habebimus maiorem scientiam de deo...
De divisione huius libri: dividitur iste liber in quin- que distinctiones. In
prima tractabimus de memoria ho- minis, in secunda investigabimus memoriam
divinam per divinum intellectum, in tertia divinam voluntatem, in quarta
divinam trinitatem, in quinta et ultima divinas rattones... Memoria humana est
potentia cum qua homo recolit ca quae sunt praeterita et ad hoc declarandum
damus istud exemplum. Potentia imaginativa non habet actum scilicet imaginari
in illo tempore in quo potentia sensitiva attingit suum obiectum cet de hoc
quolibet potest habere experientiam, a simili dum homo attingit obiec- tum
pensatum seu imaginatum in tempore presenti tunc memoria non potest memorari
illud obiectum quia intel- lectus et voluntas hominis impediunt quominus
memoria 22v. habeat suum actum quia intellectus intelligit ipsum / obiectum et
voluntas diligit seu odit illud et per hoc ostenditur quia memoria est potentia
per se contra illos qui dicunt quod memoria non est potentia per se sed est
radicata in intellectu et simul sunt una potentia, quod falsum est ut super
declaratum est. 46 Il Littré (Hist. litt. de la France, XXIX, p. 318) fa
riferimento al Cod. 10517, ff. 22 segg. della Staatsbibl. di Monaco, il Longpré
(Dicr. de Théol. cat., col. 1102, n. 59 (15) segnala, accanto a quello di Mo-
naco, il Vat. Ott. lat. 405, ff. 182 segg. Ho visto ed usato il Cod. Am-
brosiano N. 259 sup..ff. 22 segg. (sec. XV) segnalato dall’ Ottaviano. Inc.:
Deus cum tua misericordia incipit liber de tua memoria. Quo- niam de divina
memoria. Exp/.: Ad laudem et honorem Dei finivit Raymundus istum librum in
civitate Messanae mense Martii anno 1313. 70 CLAVIS UNIVERSALIS Fra le due
opere sulla memoria del 1304 e del 1313 delle quali abbiamo fatto cenno, si
colloca infine un terzo testo sulla memoria — il Liber ad memoriam confirmandam
— anch'esso inedito, composto a Pisa nel 1308 durante il sog giorno nel
convento di San Domenico.“ Il trattato si apre con la dichiarazione dei fini
che si propone la confirmatio memoriae («ratio quare presentem volumus
colligere trac- tatum est ut memoria hominum, quae labilis est et caduca, modo
rectificetur meliori ») e con la distinzione fra le tre po- tenze naturali
dell'anima — capacitas, memoria, discretio — ciascuna delle quali può essere
perfezionata mediante l’im- piego di una particolare tecnica. A ciascuna delle
tre potenze
naturali
corrisponde in tal modo una potenza artificiale ac- quisibile mediante l’arte.
A quest’ultima spetta fra l’altro il compito di dar luogo ad un tipo di
apprendimento e di tra- smissione del sapere che non affatichi inutilmente e
bestial- mente i giovani: Ir. Primo igitur ut laborans in studio faciliter
sciat modum scientiam invenire et ne, post amissos quamplurimos la- bores,
scientiae huius operam inutiliter tradidisse noscatur, Iv. sed potius labor in
requiem et sudor / in gloriam plena- ric convertatur, modum scientiae decet pro
iuvenibus in- venire per quem non tanta gravitate corporis iugiter de-
primantur, sed, absque nimia vexatione et cum corporis levitate et mentis
laetitia, ad scientiarum culmina gra- dientes equidem propere subeant. Multi
enim sunt qui, more brutorum, literarum studia cum multo et summo labore
corporis prosequuntur absque exercitio ingenii arti- ficioso, sed et continuis
vigiliis maceratum corpus suum iuxta labores proprios inutiliter cxhibentes.
Igitur decet modum per quem virtuosus studens thesaurum scientiac leviter
valcat invenire et a gravamine tantorum laborum relevari possit. 47 Di questo
testo ho visto le tre redazioni manoscritte conservate nei seguenti Codici
(tutti del sec. XVI): Ambrosiana, I. 153 inf., 35-39v.; Monaco, Staatsbibl.
10593, ff. 1v.-3v.; Parigi Naz. lat. 17839, ff. 437 - 444r. Il Vat. lat. 5437,
che ho trovato segnalato a proposito del Liber ad memoriam confirmandam, non
contiene opere di Lullo. Nella tra- scrizione mi sono servito dei tre codici
indicati. L'indicazione delle carte si riferisce al cod. monacense. Per il
testo completo dell'operetta cfr. l’appendice. L’arte si presenta dunque come
uno strumento di libera- zione da una pedagogia inutilmente sopraffatrice: il
tema di un rafforzamento “artificiale” delle potenze naturalidell'anima si
legava al motivo, tipicamente francescano, della letizia spi- rituale. La
capacitas può essere perfezionata mediante l’atten- ENCICLOPEDISMO E
COMBINATORIA zione e l’ordinata partizione degli argomenti. Al perfezionamento
della memoria vera e propria vengono dedicate osservazioni che presentano un
notevole interesse c che differenziano in misura notevole questo dagli altri
testi lulliani sull’argomento: 2v. 3r. Varie cose sono da sottolineare in
questo brano: in primo luogo il richiamo all’aristotelico De memoria et
reminiscentia Venio igitur ad secundam, scilicet ad memoriam quae quidem,
secundum antiquos, alia est naturalis, alia est ar- tificialis. Naturalis est
quam quis recipit in creatione vel generatione sua secundum materiam ex qua
homo gene- ratur et secundum quod influentia alicuius planetae su- perioris
regnat: et secundum hoc videmus quosdam ho-
mines meliorem
memoriam habentes quam alios, sed de ista nihil ad nos quoniam Dei est illud
concedere. Alia est memoria artificialis et ista est duplex quia quaedam est in
medicinis et emplastris cum quibus habetur, et istam reputo valde periculosam
quoniam interdum dantur tales medicinac dispositioni hominis contrariae,
interdum super- fluae et in maxima cruditate qua cerebrum ultra modum
dessicatur, et propter defectum cerebri homo ad demen- tiam demergitur, ut
audivimus et vidimus de multis, et ista displiciet Deo quoniam hic non se tenet
pro contento de gratia quam sibi Deus contulit unde, posito casu quod ad
insaniam non perveniat, nunquam / vel raro habebit fructus scientiae. Alia est
memoria artificialis per alium modum acquirendi, nam dum aliquis per
capacitatem re- cipit multum in memoria et in ore revolvat per scipsum quoniam
secundum Alanum in parabolis studens est ad- modum bovis. Bos cnim cum maxima
velocitate recipit herbas et sine masticatione ad stomachum remittit quas
postmodum remugit et ad finem, cum melius est dige- stum, in sanguinem et
carnem convertit: ita est de stu- dente qui moribus oblitis capit scientiam
sine delibera- tione, unde ad finem ut duret, debet in ore mentis masti- care
ut in memoria radicetur et habituetur quoniam quod leviter capit leviter
recedit et ita memoria, ut habetur in Libro de memoria et reminiscentia, per
saepissimam rei- terationem firmiter confirmatur. 72 CLAVIS UNIVERSALIS (tale
richiamo che è presente sia nel ms. parigino sia nel mo- nacense, è invece assente
in quello ambrosiano. Il ms. pari- gino reca inoltre un erroneo Aristotelem in
luogo di Alanum) c l’insistenza sulla reiteratio come elemento essenziale al
raf- forzamento della memoria; in secondo luogo l’assenza di ogni ricorso o
riferimento all’arbor memoriae e l’aperta pole- mica contro i peccaminosi ed
empi tentativi di una applica- zione delle tecniche mediche alla memoria; in
terzo luogo, infine, la distinzione (che vien fatta risalire agli « antichi »)
fra memoria naturale e memoria artificiale. Si tratta di affer- mazioni e di
tesi che consentono di stabilire una connessione fra la trattazione lulliana
della memoria e quell’ambito di discussioni che si collegavano da un lato al De
reminiscentia aristotelico e dall’altro alla persistenza di motivi di deriva-
zione retorica. Mentre l’uso del termine discreto pare rin- viare al concetto
aristotelico di rem:niscentia, l’accenno agli antichi sembra confermare, ancora
una volta, una conoscenza, sia pure indiretta, di alcuni elementi attinti alla
tradizione della mnemotecnica “ciceroniana”. Ci siamo così a lungo soffermati
su questo testo perché esso è indicativo di un atteggiamento caratteristico sul
quale gli specialisti di Lullo non hanno ancora bastantemente ri- volto la loro
attenzione: non si procede in quest'opera ad applicare le regole dell’arte allo
specifico settore della me- moria, ma si pone l’intera struttura della
combinatoria lul- liana a servizio della memoria artificiale. 3r. Ad multa
recitanda consideravi ponere quacdam nomina 3v. relativa per quac ad omnia
possit responderi / ... Ista enim sunt nomina supra dicta quid, quare, quantus
et quo- modo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti ra- tiones in
oppositum factas vel quaccumque advenerint tibi recitanda et quam admirabile
est quod centum possis ra- tiones retinere ct ipsas, dum locus fuerit, bene
recitare... Ergo qui scientiam habere affectat et universalem ad om- nia
desiderat, hoc circa ipsum tractatum laboret cum dili- gentia toto posse
quoniam sine dubio scientior crit aliis... Primum igitur per primam speciem
nominis quid, poteris certas quaestiones sive rationes sive alia quaecunque
volue- ris recitare evacuando secundam figuram de his quae con- tinet, per
secundam vero poteris in duplo respondere seu recitare et hoc per evacuationem
tertiae figurae et multi- plicationem primac... ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA
73 Il Liber ad memoriam confirmandam ci è pervenuto solo in tre tardi
manoscritti del secolo XVI, i quali, oltre a nu-
merosi errori,
presentano differenze spesso notevoli. Il riferi- mento alquanto generico alle
quaestiones; l’insistente richia- mo ad un Liber septem planetarum (è il
Tractatus novus de astronomia del 1297?) nel quale sarebbero definite la
capacitas, la memoria e la discretio; la confusa esposizione della tecnica
della evacuatio e della multiplicatto che già nell’Ars magna era stata
chiaramente teorizzata; l'impossibilità nella quale ci troviamo, date le
divergenze fra i codici, di controllare l’autenticità del richiamo al De
memoria aristotelico: questi ed altri elementi non possono non indurre a molta
cautela. Il testo è senza dubbio autentico, ma esso ha probabilmente subìto
notevoli alterazioni. Le conclusioni cui siamo giunti, relativamente ai rapporti
di Lullo con la tradizione della mne- motecnica aristotelica e “ciceroniana”,
possono dunque essere considerate valide solo in quanto esse, come abbiamo
cercato di mostrare, risultano confortate dall’analisi delle altre opere
inedite sulla memoria. Nel caso del Liber ad memoriam confirmandam sussistono
dunque solo alcuni dubbi. Assai chiaro è invece il caso del ms. Urb. lat. 852
** che è stato erroneamente considerato come una delle redazioni del Liber de
memoria del 1303. Qui ci troviamo in presenza di un tratto di memoria locale,
conce- pito secondo i più rigidi e convenzionali canoni della mne- motecnica
ciceroniana, e falsamente attribuito a Lullo. Tra- scriviamo qualche passo: 333
r. Localis memoria per Raimundum Lullum. Ars memora- tiva duobus perficitur
modis scilicet locis et imaginibus. Loci non differunt ab imaginibus nisi quia
loci sunt an- guli, ut quidam putant, sed imagines quaedam fixae 18 Cod. cart.
di ff. 636 (sec. XVI). La Localis memoria per Raimun- dum Ltullum è alle carte
333r.-438v. È da notare che nel Catalogus omnium librorum magni operis Raymundi
Lulli proxime publico co- municandi, pubblicato a Magonza nel 1714 da I.
Salzinger si trova elencata una Ars memorativa (Inc.: Ars confirmat et auget
utilitates) della quale si trova un esemplare nel cod. 10552 della Staatsbibl.
di Monaco (cfr. Littré, Hirst. litt. de la France, XXIX, p. 299). L’attri-
buzione a Lullo veniva tuttavia successivamente rifiutata dallo stesso
Salzinger che ometteva lo scritto dall'elenco delle opere lulliane che si trova
nel I vol. dell'edizione di Magonza (1721). 74 CLAVIS UNIVERSALIS super quas,
sicut super cartam, dipinguntur imagines de- lebiless Unde loca sunt sicut
materia, imagines sicut for- 333 v. ma... / Oportet autem ut locis serbetur
modus ne scilicet inter ca sit distantia nimium remota vel nimium brevis, sed
moderata ut quinque pedum vel circa; non sit etiam 334 v. nimia claritas vel
nimia obscuritas sed lux mediocris... / Inveni igitur, si poteris, domum
distinctam caminis XXII 338r. diversis et dissimillibus... / Habcas semper ista
loca fixa ante oculos sicut situata in cameris et scias ante et retro illa
recitare, per ordinem etiam scias quis primus, quis 339 v. secundus, quis tertius et sive de aliis... / Si detur
tibi aliud nomen notum, puta Joannis, accipe unum Joannem tibi notum... et
ipsum collocabis in loco... Che
un’opera di questo genere, appartenente ad una tra- dizione culturale assai
differente da quella nel cui ambito si era mosso Lullo, venisse attribuita al
filosofo di Maiorca non è tuttavia senza significato. Nel secolo XVI, mentre
nell’am- bito del lullismo ortodosso si vengono sviluppando in fun- zione
mnemonica i temi della combinatoria, si realizza l’in- contro, al quale più
volte abbiamo accennato, fra la tradizione “ciceroniana” e quella lullista. A
questo incontro darà riso-
nanza europea
l’opera di Giordano Bruno. Ma quasi settan- t'anni prima della comparsa del De
umbris idearum, del Can- tus circaeus e del De compendiosa architectura et
commento artis Lullii (pubblicati tutti a Parigi nell’’82) uno dei più rinomati
maestri del lullismo europeo, legato al gruppo di Lefèvre, aveva tentato una
sintesi fra l’arte “ciceroniana” della memoria e la combinatoria di Lullo. 6.
BERNARDO DE LAVINHETA: COMBINATORIA E MEMORIA LOCALE. Nel 1612, presso
l’editore Lazaro Zetzner di Colonia, che aveva pubblicato nel "98 la
grande raccolta dei testi lulliani e dei commenti a Lullo, Enrico Alsted curava
la stampa della Explanatio compendiosaque applicatio artis Raymundi Lullit del
francescano Bernardo de Lavinheta.‘* L’opera era stata 1° Bernarpi De
LavinHETA, Opera omnia quibus tradidit artis Ray- mundi Lullii compendiosam
explicationem et ciusdem applicationem ad logica rhetorica physica mathematica
mechanica medica mataphysica theologica ethica iuridica problematica, edente
Johnne Henrico Alste- dio, Coloniac, Sumptibus Lazari Zetzneri bibliopolae,
1612 (copia usata: Trivulz. Mor. I, 75). ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 19
pubblicata per la prima volta, a Lione, quasi un secolo avanti: nel 1523.
Mentre si scagliava nella prefazione contro i ridicoli aristotelici e gli
inetti ramisti persecutori di Lullo e del lulli- smo e intolleranti di ogni
libertà (« Itane docuit Aristoteles ut aliis docendi cathedram iusserit
clausam? Minime vero... »), Alsted metteva in guardia i lettori da quel tanto
di « scola- stico » e di « papistico » che era ancora presente nell’opera di
Bernardo: «Sed ostendit praxin philosophiae lullianae more suo et sui saeculi,
id est barbare et papistice. Date itaque ope- ram ne impingatis ad duos istos
scopulos ». Ciò che aveva entusiasmato Alsted, al di lì degli « scogli » della
barbarie scolastica e del cattolicesimo, era il tentativo, presente nell’o-
pera del Lavinheta, di costruire sui fondamenti dell’arte lul- liana una
vastissima enciclopedia delle scienze. L’applica- zione dell’ars Lullii, come
chiariva il titolo, concerneva in- fatti la logica la retorica la fisica la
matematica la meccanica la medicina la metafisica la teologia l’etica e la
giurispru- denza. Nella sua partizione e classificazione delle scienze Lavin-
heta si era richiamato all’immagine lulliana dell’unico albero del sapere
rispetto al quale le varie discipline particolari si collocano come i diversi
rami di un unico tronco. Pur intro- ducendo nella sua trattazione partizioni e
distinzioni assai lontane dal lullismo (per esempio i tre rami del trivium),
Bernardo aveva attinto largamente, in particolare nella sua logica, alle figure
della combinatoria. Ma il suo intento di servirsi dell’ars magna in vista di
una ricerca di princìpi uni- versali e necessari capaci di unificare tutto il
sapere, si rivela con molta chiarezza nella sezione intitolata /ntroductio in
artem Raymundi Lullit: « È necessaria un’unica arte generale che abbia princìpi
generali, primitivi e necessarii, mediante i quali i princìpi delle altre scienze
possano essere provati e esaminati... Le arti e le scienze speciali sono troppo
prolisse e la breve vita dell’uomo richiede che l’intelletto possegga un
qualche strumento universale ».5° Nella sua ampia trattazione Bernardo inseriva
un vero e proprio trattato di cosmologia e di filosofia naturale (nella
discussione della terza figura), intere opere di medicina (Hor- 3° De
necessitate artis. 76 CLAVIS UNIVERSALIS tulus medicus, De medicina operativa,
ecc.) e considerazioni sull’ars praedicandi e sull’interpretazione delle
Scritture: egli si muoveva in tal modo sullo stesso terreno della RAetorica
pseudo lulliana e dava l’avvio a quell’enciclopedismo su basi lulliane al quale
dettero la loro piena adesione, negli ultimi anni del secolo, sia il Gregoire
che il de Valeriis. Con il corso del Lavinheta alla Sorbona era rientrato
trion- falmente a Parigi, dopo la grande parentesi mominalista ini- ziatasi con
le polemiche di Pietro d’Ailly e del Gerson, l’in- segnamento del lullismo. Ove
si tenga presente la grande risonanza che ebbero nel mondo dei dotti le lezioni
del Lavin- heta, la sua intensa attività editoriale nei maggiori centri europei
da Parigi a Lione a Colonia, la sua “fortuna” nel secolo XVII, può apparire
particolarmente interessante anche la tematica sulla memoria elaborata
nell’ultima parte della Explanatio. Bernardo si propone qui di costruire
un'arte ca- pace di servirsi contemporaneamente e delle tecniche memo- rative
elaborate da Lullo e di quelle, già larghissimamente sviluppate, che erano state
ricavate dai testi di Cicerone e di Quintiliano. La definizione della memoria
naturale, della quale La- vinheta si serve, è ricalcata sui testi lulliani e
sui commen- tari medievali al De reminiscentia aristotelico: « Est memoria
naturalis illa potentia cui proprie competit recolere, de cuius organo in
tractatu philosophiae naturalis dictum est. Nam ipsum est in occipite ad modum
pyramidis et ipsa potentia est spiritualis. Cuius officium est species per
intellectum ac- quisitas conservare et similitudines earundem (imperio volun-
tatis) intellectui repraesentare ».”! Per quanto concerne la memoria
artificiale, Lavinheta ri- prende invece, quasi con le stesse parole, i
concetti espressi da Lullo nell’inedito Liber 24 memoriam confirmandam :
LavinHETA, Explanatio (edizione LuLro, Monaco
(Staatsbibl.), 1612), p. 653. Artificialis memoria duplex est: quacdam
est in medicinis et em- plastris, quam Doctor noster re- putat valde
periculosam ex eo quia 5! De memoria, pp. 651 dell’ediz. 10593, f. 2 v. Alia
est memoria artificialis et ista est duplex quia quaedam cst in medicinis ct
emplastris cum quibus habetur, et istam reputo citata. ENCICLOPEDISMO E
COMBINATORIA 77 interdum dantur medicinac contra- valde periculosam quoniam inter- riac
dispositioni hominis in tanto dum dantur tales medicinac dîs- gradu caliditatis
quod cerebrum positioni hominis
contrariac, In- dessicant et sic homines in demen- terdum superfluae ct in maxima tiam et
stultitiam deveniunt. cruditate qua cerebrum ultra mo- dum dessicatur, et propter
defec- tum cerebri homo ad dementiam demergitur, ut audivimus ct vidi- mus de
multis, et ita displiciet Deo... Introducendo una separazione fra le «res
sensibiles quae sensu capi possunt» e le «res intelligibiles quae intellectu
solo capiuntur », Bernardo apriva però subito dopo la strada alla distinzione
fra due tipi di memoria artificiale: « Secun- dum hanc duplicem differentiam,
duplex est modus artifi- cialis memorandi. Primus facilior est longe secundo ».
Il me: todo più facile di quello lulliano al quale Lavinheta fa qui riferimento
è quello — a noi già noto — della memoria “lo- cale” o “ciceroniana”. Per
ricordare gli oggetti che cadono sotto i sensi e i prodotti dell’immaginazione
si fa ricorso, secondo i canoni tradizionali, ai luoghi ordinati e alla collo-
cazione delle immagini nei luoghi: « stabilienda sunt specifica loca in aliquo
familiari spacioso et communi quemadmodum est ecclesia, monasterium aut
domus... sui oppidi aut sui civi- tatis ». Ritorna, naturalmente, il precetto
dell’ordine dei luo- ghi (« memoria ab inordinatione confunditur ») e quello
della collocazione nei luoghi delle similitudines o immagini: «et sic
procedendo de loco in loco similitudines rerum collocet... et id etiam ordine
retrogrado facere potest et pluries debet illa discurrere ».°? Si riaffacciano
i temi consueti della iconologia alla quale è affidato il compito di
rappresentare e richiamare alla memoria le «cose intellettuali »: oggetti «
meramente intelligibili » come gli angeli potranno essere raffigurati « que-
madmodum est in Ecclesiis cum figurare, ut esset parvulus infans cum aliis »,
mentre per fissare nella mente concetti (per esempio: « Dominus est illuminatio
mea et salus mea ») ci si servirà largamente delle figure emblematiche: «si
porrà nel luogo designato l’immagine solenne di un uomo ben vestito che tiene
in una mano un lume e nell’altra del sale, e benché sale e salute significhino
cose diverse, tuttavia per 52 Explicatio, cit., pp. 653-54. 78 CLAVIS
UNIVERSALIS quella certa somiglianza che i due termini hanno ‘n voce, l’una
cosa condurrà a ricordare l’altra »."? Di fronte agli oggetti della
speculazione, a quelle cose cioè « quae sunt remotissima non modo a sensibus,
vero et ab ima- ginatione », la tecnica “ciceroniana” della memoria si rivela
tuttavia insufficiente. In questi casi è necessario far ricorso ad un secondo,
più complicato tipo di memoria artificiale, volgersi all’ars generalis
escogitata da Lullo. Qui — afferma Lavinheta — piegando ad un uso nuovo la
vecchia termino- logia ciceroniana — tutti i possibili oggetti del sapere ven-
gono « collocati in pochi luoghi » e, attraverso i princìpi, le figure, le
regole, le guaestiones, l'artista può impadronirsi in modo duraturo di tutto lo
scibile.?* 7. LA LOGICA MEMORATIVA. La combinatoria di Lullo era dunque apparsa
al Lavinheta contemporaneamente come una logica e una mnemotecnica: da un lato
essa si poneva come lo strumento universale (1nstru- mentum universale)
mediante il quale tutti i princìpi delle scienze particolari potevano essere sottoposti
ad esame, dal- l’altro essa si identificava con un grande sistema di ars remi
niscendi che aveva assai più ampie possibilità di applicazione dell’ars
memoriae di derivazione retorica e ciceroniana. Per rendersi conto di come
posizioni di questo genere giungessero ad incidere profondamente in ambienti
assai vari, non è ne- cessario richiamarsi ora ai testi, da questo punto di
vista deci- sivi, della pansofia e dell’enciclopedismo seicenteschi. Tredici
anni prima della pubblicazione dell’opera del Lavinheta, in- torno al 1510, si
erano riuniti, all’Università di Cracovia, i rappresentanti del corpo
accademico per prendere in esame la consistenza o meno dell’accusa di magia che
era stata lanciata contro il francescano Thomas Murner, autore di una Logica
memorativa, chartiludium logicae sive totius dialecticae me- moria pubblicata
nel 1509. Nello scritto, che propugnava la combinazione di un sistema di
concetti con un parallelo si- 33 Explicatio, cit., p. 654. 54 Explicatio, cit.,
p. 654. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA 79 stema di simboli plastici, erano
evidenti gli influssi lulliani.*° La relazione finale, scritta da Ioannes de
Glogovia sulla questione, è un documento singolare. Meglio di un lungo discorso
essa ci dà la sensazione precisa della larga diffusione (anche negli ambienti
accademici) di un certo tipo di discussioni € vale anche a mostrarci la
presenza di quella connessione, che andò stabilendosi particolarmente nelle
università tedesche del Rinascimento, fra la logica e la mnemotecnica: Ego magister
Ioannis de Glogovia Universitatis Craco- viensis Collegiatus... testimonium do
veritatis... patrem Th. Murner Alemannum... hanc chartiludium praxin apud nos
finxisse, legisse et usque adco profecisse, quod in mensis spatio etiam rudes
et indocti... sic evaserint memorcs ct eruditi, quod grandis nobis suspicio de
prae- dicto patre oriebatur, quiddam magicarum rerum infu- dissc potius, quam
praecepta logicac tradidisse...** L’idea di una logica memorativa o di una
sostanziale af- finità e parentela fra la logica e l’arte della memoria sta in
realtà alla base di tutti i tentativi, che si rinnoveranno nella
cultura europea
dal primo Cinquecento fino a Leibniz, di utilizzare l'eredità lulliana per
costruire un’ars generalis uni- ficatrice di tutto il sapere c un sistema
mnemonicum o enci- clopedia delle scienze. La riforma della logica di Bruno e
l’enciclopedismo di Alsted si muovono, da questo punto di vista, su un terreno
comune. Non è certo un caso che tra le 55 THomas Murner, Logica memorativa.
Chartludiun logicae sive to- tius dialecticae memoria et novus Petri Hispani
textus emendatus, cum jucundo pictasmat, cxercitio, Bruxelles, Thomas van der
Noot, 1509 (co- pia usata: Parigi, Naz., Rés. R. 871). Cfr. anche la Invectiva
contra astrologos, Argentinae, 1499 (ibid. Rés. V. 1148). Non sono riuscito a
vedere il Chartiludium institutae summarie doctore Thoma Murner memorante ct
ludente, Argentinae, per Johannen Priis, 1518 che con- tiene una riduzione
delle Istituzioni giustinianee in quadri sinottici co- struiti sulla base degli
stemmi e delle imprese dei vescovi e dei prin- cipi imperiali. Nel 1515 1’ Università
di Treviri rilasciò una dichiara- zione dalla quale risultava che il Murner era
in grado di insegnare le Istituzioni nello spazio di quattro settimane
servendosi di un me- todo fondato sulla memoria artificiale. Sul Murner cfr.
Carreras Y Artau, La filosofia cristiana, cit., II, pp. 224-25 e, per le
influenze di Lullo, A. Gortron, Ein /ullisticher Lehrstuhl in Deutschland un:
1600 ?, in « Estudis Universitaris Catalans », 1913. #6 Cit. in PrantL, III
(1955), p. 294. 80 CLAVIS UNIVERSALIS fonti della “caratteristica” leibniziana
si trovino, accanto ai principali testi del lullismo europeo, non poche e non
secon- darie opere di ars reminiscendi. Un'altra cosa va infine sottolineata:
il sospetto di magia che aveva colpito il buon Murner era in realtà, almeno in
parte, pienamente giustificato. La logica memorativa, la com- binatoria, l’ars
inveniendi e l’ars reminiscendi si configurano spesso come progetti di
fondazione di un’arte mirabile capace di condurre, come per una rapida
scorciatoia, entro i più se- greti recessi della natura. Anche la logica o
l’arte di Bruno, profondamente legata al lullismo, alla “memoria”, alla ca-
bala, agli emblemi, apparirà assai simile a un prodotto di magia. Pio V, Enrico
IH di Francia, l'ambasciatore spagnolo alla corte di Rodolfo II, lo stesso
Giovanni Mocenigo ve: dranno in Bruno l’inventore e il possessore di un'arte
segreta capace di ampliare, in modo smisurato, le possibilità di do- minio
dell’uomo. Dal sospetto di magia questo tipo di “lo. gica” si libererà del
resto assai tardi. Nella Historia et com- mendatio linguae charactericae
universalis, Leibniz, mentre distingueva la «vera » dalla « falsa » cabala, si
preoccupava ancora di liberare la combinatoria dall’accusa di magia: « Già a
partire da Pitagora gli uomini furono persuasi che i più grandi misteri sono
nascosti nei numeri. Ed è credibile che Pitagora abbia introdotto in Grecia
dall’Oriente questa opi- nione come molte altre cose. Ma ignorandosi la vera
chiave dell’arcano, i più curiosi sono caduti nelle futilità e nelle
superstizioni, donde è nata quella certa cabala volgare molto lontana da quella
vera e le molteplici inezie con un certo falso nome di magia di cui sono pieni
i libri ».# 5? La trad. del passo (Gerhardt, VII, pp. 184-89) è in F. Barone,
Lo- gica formale e logica trascendentale, I, da Leibniz a Kant, Torino, 1957,
p. 14. Il I TEATRI DEL MONDO 1. SIMBOLISMO E ARTE DELLA MEMORIA. Non pochi
esponenti della cultura del tardo Cinquecento identificarono la combinatoria
lulliana con una logica me- morativa. Quest'ultima si presentava da un lato
come l’ars ultima o l’instrumentum universale capace di sottoporre ad esame
tutti i principi delle scienze particolari, dall’altro come un grandioso
sistema di ars reminiscendi che costituiva il fondamento di un organico e
completo sistema mnemonicum o generale enciclopedia di tutto il sapere. Da
questo punto di vista l’ars memoriae di origine retorica e “ciceroniana” poteva
apparire — accanto alla combinatoria e alla mnemo- tecnica di derivazione
lulliama — elemento essenziale alla costruzione della pansofia: alla nuova
logica, capace di ri- specchiare nella sua struttura le strutture stesse del
mondo reale, avrebbe fatto riscontro una enciclopedia o teatro uni- versale
che, di quella logica, fosse il naturale compimento. Comune presupposto a
quella logica e a quel teatro era una dottrina “speculare” della realtà, la
tesi di una perfetta, to- tale corrispondenza fra i termini e le res. Nel
capitolo che precede ho cercato di indicare le fonda- mentali linee di svolgimento
della tradizione del lullismo durante il secolo XVI. Anche entro la complessa
tradizione della mnemotecnica retorica e “ciceroniana”, la cui diffusione
procede contemporaneamente a quella del lullismo, interven- nero, fra gli
ultimi anni del Quattrocento e i primi decenni del secolo XVII, alcuni
essenziali mutamenti. Questi con- cernono non l’apparato tecnico dell’arte
mnemonica che resta sostanzialmente immutato, anche se va ampliandosi mediante
numerosi accorgimenti, ma il significato stesso che l’arte viene ad assumere
all’interno del mondo della cultura. Quell’ars memoriae che era stata valutata
nel Trecento e nel Quattrocento un accorgimento utile ai predicatori, una
tecnica utilizzabile dai politici dai letterati e dai giuristi, ac- quisterà
sul finire del Cinquecento, in taluni ambienti, un 82 CLAVIS UNIVERSALIS
ben diverso
significato. Nei testi del Bruno essa appare per esempio strettissimamente
collegata alla tematica di una me- tafisica esemplaristica e neoplatonica, ai
motivi della cabala, alle discussioni sui rapporti logica-retorica, agli ideali
della pansofia, alle aspirazioni del lullismo. Mentre si connetteva a questi
movimenti e a queste correnti, l’ars memoriae si andava caricando di
significati metafisici, veniva piegata a diverse esigenze di pensiero. Quella
limpidità di espressioni e quella chiarezza teoretica che avevano
caratterizzato le pagine di Cicerone, di Quintiliano, di Alberto, di Tommaso,
di Pietro da Ravenna scompaiono definitivamente nella trat- tatistica
successiva alla seconda metà del Cinquecento: un gusto di tipo barocco per i
geroglifici, gli alfabeti, i simboli, le immagini, le allegorie appare ora
nettamente dominante. Fra i testi quattrocenteschi sulla memoria o quelli di
Pietro
da Ravenna da un
lato e quelli del Bruno dall’altro esiste, da questo punto di vista, una
differenza incolmabile: nel primo caso assistiamo al tentativo di elaborare,
con strumenti razionali, una tecnica retorica fondata su uno studio delle
associazioni mentali; nel secondo caso siamo in presenza di un complesso
simbolismo che serve da velo ad una sapienza riposta attingibile solo
attraverso la ambiguità degli emblemi e l’allusività delle immagini, dei
sigilli e delle imprese. Ad uno strumento costruito in vista di finalità
pratiche e mon- dane, si è sostituita la ricerca di una cifra o di una chiave
che consenta di penetrare entro il segreto ultimo della realtà e della vita.
Intorno alla metà del secolo non sono più i teorici della retorica o gli
studiosi di dialettica ad occuparsi dell’ars me- moriae: Cornelio Agrippa e
Giulio Cesare Camillo, Giovam- battista Della Porta, Cosma Rosselli e Giordano
Bruno con- siderano le regole della memoria come strumenti da impie- gare in
vista di finalità assai più ampie di quelle, limitate e modeste, della retorica
o della dialettica. In ciascuno di que- sti autori troviamo presenti ed
operanti i temi del lullismo e della cabala, della magia e dell’astrologia,
l’eredità dell’Ars notoria, dei testi ermetici, dell’opera di Pico e di Ficino.
Bruno, commentatore di Lullo e innovatore dell’Ars me- moriae, vedrà derivare
da una « fonte comune » la teologia di Scoto Eriugena, la combinatoria, i
misteri del Cusano, la I TEATRI DEL MONDO 83 medicina di Paracelso. Erano
posizioni e riferimenti, al suo tempo, già ampiamente diffusi: alla metà del
secolo aveva visto la luce, a Parigi, il De usu et mystertis Notarum Liber
(1550) scritto da Jacques Gohory (Leo Suavius) avvocato al parlamento di Parigi
e diplomatico, grande commentatore dell’opera paracelsiana e traduttore del
Principe e dei Discorsi del Machiavelli, studioso insigne di alchimia, di
botanica e di teoria della musica. Nella sua discussione sui segni egli faceva
riferimento costante alla magia di Tritemio, alla cabala cristiana, all’Ars
notoria, alle opere di Pico e di Ficino, all’ars memoriae, alla combinatoria
lulliana, al Teatro del mondo di Giulio Camillo.! È, la sua, posizione
oltremodo indica- tiva di quel mutamento di valutazioni cui abbiamo accennato.
Ma prima di
trarre conclusioni potrà esser di qualche giova- mento cercare di seguire la
diffusione, in Europa, di taluni testi italiani particolarmente fortunati;
considerare alcuni di quei seatri del mondo nei quali i temi della cabala e
quelli di un enciclopedismo su basi metafisiche si sovrappongono agli originari
intenti mnemonico-retorici; soffermarsi infine su alcuni testi nei quali i temi
della combinatoria lulliana e quelli dell’arte mnemonica confluiscono in modo
partico- larmente evidente. 2. DIFFUSIONE DELL’ARS MEMORIAE IN INGHILTERRA E IN
GER- MANIA. Convenientemente addottrinato da madama Logica, l’eroe di quel
singolare poema allegorico-didattico che è il Pastime of Pleasure di Stephen
Hawes, continua la sua non lieve ascesa nella Torre della Dottrina ed entra
nella stanza di dama Retorica. Dopo aver accuratamente enumerato le cin- que
parti della retorica ed aver chiarito la connessione inter- corrente fra queste
e le varie facoltà dell'animo, la dotta dama, facendo riferimento alla memoria,
così si esprime: Y£ to the orature many a sundry tale One after other treatably
be tolde ! Le traduzioni
delle opere del Machiavelli sono del 1571. Sul Gohory cfr. L. THorRNDIKE,
History of Magic and Experimental Science, New York, 1951, V, pp. 636-40; D. P.
Wacker, Spiritual and Demonic Magic from Ficino to Campanella, London, 1958,
pp. 96-106. 84 CLAVIS UNIVERSALIS Than sundry ymages in his closed male Eache
for a mater he doth than well holde Lyke to the tale he doth than so beholde
And inwarde a recapitulacyon Of eche ymage the moralyzacyon Whiche be the tales
he grounded pryvely Upon these ymages sygnyfycacyon And whan tyme is for hym to
specyfy All his tales by demonstracyon In due ordre maner and reason Than eche
yamage inwarde dyrectly The oratoure doth take full properly So is enprynted in
his propre mynde Every tale with hole resemblaunce By this ymage he dooth his
mater fynde Eche after other withouten varyance Who to this arte wyll gyve
attendaunce As thercof to knowe the perfytenes In the poetes scole he must have
intres.? In questo testo, pubblicato a Londra nel
1509, veniva per la prima volta formulata, in lingua inglese, la dottrina della
retorica classica. Anche se orientato in funzione di una « poetica », il
riferimento alla dottrina dei luoghi e delle immagini non poteva essere più
preciso. Il tentativo di adat- tare la terminologia della RAetorica ad
Herennium alle par- ticolari esigenze dell’arte poetica non era, in
Inghilterra, senza precedenti; in questo senso la Poetria Nova composta da Goffredo
di Vinsauf fra il 1208 e il 1213 costituisce (come ha chiarito lo Howell) una
delle principali fonti del poema di Hawes.® Resta, a confermare una sostanziale
divergenza 2 S. Hawes, The Pastime of Pleasure, ed. by W. E. Mead, London,
1928, p. 52, vv. 1247-1267. La prima cdizione è Wynkyn de Worde, London, 1509;
successive edizioni nel 1517, 1554, 1555. Ampie notizie sull’autore e sulle
edizioni nell’edizione a cura di R. Spindler, Leipzig, 1927, pp. XXIX- XLI. Il
brano riportato nel testo è cit. in W. S. Ho- well, Logic and Rhetoric in
England, 1500-1700, Princeton, 1957, p. 86. Dal libro dello Howell (sul quale
cfr. la rassegna Ramismo, logica e retorica nei secoli XVI e XVII, « Riv.
critica di st. della filos. », 1957, 3, pp. 361-63) ho ricavato varie notizie
sui testi inglesi di mne- motecnica. 3 Il testo in E. Farat, Les arts poétiques du XIlIc et
du XIII: siècle, pp. 197-262. Cfr.
HowELL, op. cit., pp. 75-76. I TEATRI DEL MONDO 85 di valutazioni circa la
funzione esercitata dall’ars memoriae all’interno dell’ars rhetorica,
l’importanza attribuita dallo Hawes all’ars reminiscendi in vista della
formazione del poe- ta. La stessa differenza, che è indice del sorgere di un
inte- resse nuovo per le tecniche della memoria, possiamo riscon- trare confrontando
la terza edizione (1527) del Mirrour of the World di William Caxton sia con le
duc precedenti edi- zioni (1481 e 1491) sia con il Livre de clergie nommé
l’ymage
du monde (1245?)
del quale l’opera del Caxton è la più o meno fedele traduzione. In questa terza
edizione, accanto una brevissima trattazione dell’invenzione, della dispositio
e dello stile e a più ampie considerazioni sulla pronuntiatio, trovia- mo una dettagliata
esposizione delle tecniche memorative
nella quale tornano, con molta abbondanza di particolari, temi ben noti: Memory
Artyfycyall is that which men cal Ars memorativa. The crafte of memory by which
craft thou mayste wryte a thynge in thy mynde and set it in thy mynde as
eviden- tly as thou mayst rede and se the worcles which thou wrytest with ynke
upon parchement or paper. Therfore in this arte of memory thou muste have
places which shal be to the lyke as it were perchenent or paper to wryte upon.
Also instede of thy lettres thou must ymagyn Ima- ges to set in the same
places... But yf thou canst not have a corporall
ymage of the same thynge as yf thou woldest remembre a thynge whyche is of it
selfe non bodely nor corporall thyng but incorporall, that thou muste yet take
an ymagce therfore that is a corporali thynge...4 L'interesse per questo genere
di discussioni è del resto strettamente collegato alla rinascita,
nell'umanesimo inglese, della grande tradizione della retorica classica,
rinascita che appare per molteplici aspetti legata ai rapidi mutamenti della
società inglese, all’avanzare sulla scena politica e culturale degli uomini di
legge, ai dibattiti sull’efficacia delle prediche religiose, alle controversie
parlamentari. Non a caso nelle
4 W. Caxron, Mirrour of the World, ed. by O. H. Prior, London, 1913. L'edizione del Prior è condotta sulle edizioni del
1481 e 1491 (circa). La trattazione sulla memoria (cit. in Howett, Logic and
Rhe- toric, cit., pp. 88-89) è ricavata dalla terza edizione: The myrrour,
dyscrypcion of the wordle with many marvaylles, London, 1527 (?), D3r-D3v. 86
CLAVIS UNIVERSALIS scuole e nei colleges l’insegnamento della retorica e del
“me- todo di trasmissione del sapere” occupa, fra la metà del Cin- quecento e
la metà del Seicento, una posizione predominante : un testo fondamentale, la
Pleusant and persuadible art of Rhetorique di Leonard Cox, veniva presentato,
nel 1532,‘ come opera necessaria agli avvocati agli ambasciatori agli in-
segnanti e a tutti coloro che avrebbero dovuto parlare davanti ad un'assemblea.
Alla diffusione nella cultura inglese del- l'ideale del cortegiano e del
gentiluomo (esperto insieme di “cortesia” e di “politica”) corrispose il
moltiplicarsi dei ma- nuali di retorica e l’intensificarsi di una discussione
che con- cerneva, insieme alle “buone maniere”, anche problemi atti- nenti alla
“persuasione”, alla “tolleranza”, alla convivenza civile. Solo tenendo presente
questa atmosfera può del resto risultar chiaro il significato dell’aspra,
intensa polemica che si svolgerà negli ultimi anni del secolo tra i riformatori
rami- sti e gli agguerriti sostenitori della logica scolastica e della retorica
ciceroniana. Molti dei motivi che abbiamo trovato presenti negli scritti
dell'’Hawes e del Caxton erano stati senza dubbio ricavati da fonti classiche,
e, sia pure parzialmente, da fonti medie- vali. Ma non mancò, anche in questo
particolare settore della cultura, un diretto influsso italiano: esso è
mostrato non solo dall'influenza esercitata in Inghilterra dalla Nova RAetorica
di Guglielmo Traversagni da Savona (1479), ma anche dalla pubblicazione,
intorno al 1548, di una Art of memory that otherwise is called the Phoenix.
Presentato da Robert Co- pland come la traduzione di un anonimo scritto
francese, questo libretto era in realtà (come già ha notato lo Howell) la
traduzione della ben nota Phoenix di Pietro da Ravenna: Ravenna (3r-3 v) Et pro
fundamento huius primae conclusionis quatuor regulas po- no. Prima est haec:
loca sunt fe- nestrae in parietibus positae, co- lumnae, anguli et quac his si-
milia sunt. Secunda sit
regula: loca non debent esse nimium vi- Copland (B 3r) And for the foundacion
of this fyrst conclusyon I wyll put foure rules. The fyrste is this. The pla-
ces are the wyndowes set in wal- les, pyIlers and anglets, with other lyke. The
Il rule is. The places ought nat to be nere togyther not ° L. Cox, The Arte or
Crafte of Rhetoryke, cd. by F. I. Carpenter, Chicago, 1889. I TEATRI DEL MONDO 87 cina aut nimium distantia.
Tertia to fare a sonder. The HI rule is
sit regula vana ut mihi videtur... suche. But it is vayne as me se- meth... Dati questi
precedenti, appare facilmente comprensibile come uno dei testi più fortunati e
più significativi della cul- tura del Cinquecento, la Arte of RAetorique di
Thomas Wil son (1553), potesse rifarsi, in modo caratteristico, a fonti ita-
liane costruendo un tipo di esemplificazione che, mentre da un lato ricorda da
vicino i testi del Ravennate, dall’altro sembra anticipare, nell’uso costante
di immagini di perso- naggi mitologici, alcune tipiche costruzioni del Bruno:
As for example, I will make these [places] in my cham- ber. A doore, a window, a presse,
a bedstead, and a chim- ney. Now in the doore, I wil set Cacus the theefe, or
some such notable verlet. In the windowe I will place Venus. In the presse I
will put Apitius that famous Glutton. In the bedstead I will set Richard the
third King of En- gland or some notable murtherer. In the Chimney I will place
the blacke Smith, or some other notable traitour.* Oltre e più che in Inghilterra, l’arte ciceroniana
della memoria trovò, nel corso del secolo XVI, larga diffusione in Germania.
Qui, oltre al consueto inserimento della tecnica memorativa entro le
trattazioni generali dedicate alla retorica, si ebbe una vera e propria
fioritura di testi specifici: nel 1504 esce a Strasburgo un’Ars memorativa S.
Thomae, Ciceronis, Quintiliani, Petri Ravennae che colloca definitivamente Pie-
tro fra i classici dell’arte; nel 1505, a Colonia, Sibutus pub- blica un’Ars
memorativa, del 1510 è il Ludus artificialis obli-
vionis di Simon
Nicolaus aus Weida pubblicato a Lipsia; a Venezia, dieci anni più tardi, esce
un fortunato libretto, il Congestorium artificiosae memoriae di Johannes
Romberch, intieramente modellato sullo scritto del Ravennate e poi dif- fuso in
Italia nella traduzione di Ludovico Dolce;’ a Stra- © TH. WiLson, The Arte of
Rhetorique for the Use of All Suche are Studious of Eloquence, ed. by G. H.
Mair, Oxford, 1909 (cfr. Howett, op. cit., p _.104). 7 Jo. RomsercH DE Kwrspe,
Congestorium artificiosae memoriae... om- num de memoria pracceptiones
aggregatim complectens, Venetiis, in aedibus Georgii de Rusconibus, 1520 (copia
usata: Triv. Mor. L. 561). La
Yates, The Ciceronian Art of Memory, in: Medioevo e Rinasci- 88 CLAVIS
UNIVERSALIS sburgo, nel ’25 Fries pubblica un’Ars memorativa, ancora a
Strasburgo nel ’41 e nel ’68 vedono la luce rispettivamente la Memoria
artificialis di Riff e i Praecepta de naturali memo- ria confirmanda di
Mentzinger; infine a Wittenberg, che era stata il centro di diffusione dell’insegnamento
del Ravenna, esce nel "70 (ma con una prefazione del 1539) il Libellus
arti- ficiosae memoriae in usum studiosorum di Johannes Spanger- bergius, più
volte ristampato e incluso nel 1610 nel Gazopli- lacium dello Schenkel, una
raccolta che fece il giro di tutta Europa. L’aspra polemica di Cornelio Agrippa
contro l’uso e l’a- buso delle arti mnemoniche appare facilmente spiegabile ove
si tenga presente questa vera e propria invasione di testi di mnemotecnica
nella vita culturale tedesca del Cinquecento. Attribuendo a Cicerone a
Quintiliano a Seneca al Petrarca e a Pietro da Ravenna la responsabilità di
questa « frenetica mania » Agrippa non solo si scagliava contro un tipo di
inse- gnamento che opprimeva gli scolari ‘n gymmnastis e contro una tecnica che
mirava, anziché alla vera sapienza, alla « glo- ria puerile dell’ostentazione
», ma ripeteva, con vigore parti- colare, il vecchio argomento di tutti gli
avversari della mne- motecnica, lo stesso argomento contro il quale,
cinquant'anni più tardi, il Bruno polemizzerà aspramente: « La memoria
artificiale non è minimamente in grado di persistere senza la memoria naturale
e quest’ultima viene assai di frequente resa ottusa da immagini mostruose tanto
da generare spesso una specie di mania e di frenesia per la tenacia della
memoria; accade invece che l’arte, sovraccaricando la memoria naturale con
innumerevoli immagini di parole e di cose, conduce alla pazzia coloro che non
si accontentano dei confini stabiliti mento, Studi in onore di B. Nardi, Firenze
1945, assegna erronca- mente la prima edizione di questo testo al 1533. La
traduzione del Dolce è il Dialogo di L. Dolce nel quale si ragiona del modo di
accre- scere ct conservar la memoria, in Venetia, Giovanbattista Sessa c fra-
telli, 1586 (copia usata: Triv. Mor. M. 248). La prima edizione risale al 1562,
una seconda è del 1575. Già nel 1592 la fonte del Dolce era stata individuata:
cfr. la Plutosofia di Filippo Gesualdo... nella quale si spiega l’arte della
memoria (p. 11 dell'edizione vicentina del 1600. Triv. Mor. H. 65). I TEATRI
DEL MONDO R9 dalla natura ».8 Era una curiosa posizione, questa di Agrippa,
dato che questa contrapposizione dei diritti della natura alle empie pretese
dell’arte proveniva da uno dei più ferventi e appassionati sostenitori
dell’arte lulliana, da un uomo che aveva dedicato non poche delle suc energie
ad un « perfezio- namento » della complicata impalcatura dell’ars magna. Il
testo di Agrippa è del 1530. Due anni dopo, nei suoi Rhetorices elementa il
maggior teorico della logica ec della retorica della Riforma, Melantone,
assumeva nei confronti dell’ars memoriae una posizione non dissimile. Pur senza
l’asprezza polemica di Agrippa, Melantone denunciava la sostanziale sterilità
di ogni tecnica intesa al perfezionamento della memoria naturale: « Le cose che
sono state scoperte cd ordinatamente disposte vanno infine espresse mediante le
pa- role. In queste tre parti si esaurisce tutta l’arte. Sulle altre due parti
non offriamo precetti giacché la memoria può ve- nire assai poco aiutata
mediante l’arte ».° Insistendo tuttavia da un lato sulla strettissima connes-
sione fra la cogitatio e la dispositio e dall’altro sulla funzione della topica
in vista di un ordinamento dei concetti origina- riamente sparsi 12 magno
acervo, Melantone veniva però a richiamarsi esplicitamente proprio a quella
duplice tesi del- l'ordine e della limitazione sulla quale si era fondata la
dot- trina dei luoghi e, di conseguenza, l’intera tecnica mnemo- nica. In
realtà fra la topica intesa come mezzo di ordinamento dei concetti e la
dottrina dell’arte della memoria sussiste, come dovrà notare acutamente Bacone,
un rapporto assai stretto.!° Ma di questo più avanti. Ciò che qui va posto in
rilievo è invece lo scarso effetto esercitato sugli ambienti tede- schi da
prese di posizione del tipo di quelle. di Agrippa e di 8 H. C. Agrippa, De
vanitate scientiarum, cap. X, De arte memorativa, in: Opera, Lugduni, 1600, II,
p. 32 (copia usata: Triv. Mor. K. 403). Agrippa attribuisce ancora a Cicerone
la R/etorica ad Herennium. ° Rhetorices Elementa, autore Philippo Melanchtone,
Venetiis, per Melchiorem Sessam, 1534, p. 4v-5 (copia usata: Ambros. Sxu v.
96). 10 Rhetorices Elementa cit., p. 8. Un caratteristico esempio della con-
nessione rilevata nel testo è l' Opusculum de amplificatione oratoria
seu locorum usu,
per Adrianum Barlandum in inclito Lovaniensiun gymnasio publicum Rhetoricae
professorem, Lovanii, Servatus Zaffe- nus Diestensis, 1536 (copia usata: Braid.
B. XIII. 5.512). 90 CLAVIS UNIVERSALIS Melantone: non solo continueranno a
diffondersi in Germa- nia i trattati dedicati alla mnemotecnica ciceroniana,
ma, dopo la confluenza della tradizione “classica” in quella del lullismo,
questo tipo di produzione acquisterà nuovo vigore giungendo, nel corso del
Seicento, ad investire alcune delle maggiori personalità della cultura tedesca.
3. SPANGERBERGIUS. Il Libellus artificiosae memoriae in usum studiosorum col-
lectus di Johannes Spangerbergius, pubblicato a Wittenberg nel 1570,'! può
essere preso ad esempio della vivacità con la quale si presenta, negli ambienti
culturali tedeschi del tardo Cinquecento, la tematica attinente all'arte
memorativa. L’au- tore di questo libretto (che è forse la più limpida esposi-
zione cinquecentesca dell’ars reminiscend:) non ha pretese di originalità: «
hanc artificialis memoriae lucubratiunculam ex probatis autoribus utcunque
decerpsi et in hanc Epitomem collegi ». Presentando l’arte in forma
catechistica egli si preoc- cupa di due cose: rendere l’arte chiara e
rapidamente acqui- sibile, presentare una trattazione completa che tenga conto,
oltre che delle fonti classiche, anche delle opere più recenti sia retoriche
sia mediche. Su alcune delle definizioni e delle regole dello Spangerbergius
vale la pena di soffermarsi anche perché esse possono fornirci, in qualche
modo, la chiave necessaria ad intendere molte delle posizioni presenti negli
scritti del Bruno. Accanto ai leggendari “eroi” della memo- ria (Simonide e
Temistocle, Crasso e Ciro, Cinea e Carneade) l’autore ricorda Cicerone,
Quintiliano, Seneca e si richiama
anche a Pietro da
Ravenna che cita ripetutamente avvicinando il suo nome, in modo significativo,
a quello del Cusano: « Nostro saeculo consumatissimus fuit in hac arte
clarissimus 11 Artificiosae memoriac libellus in usum studiorum collectus,
autore Joanne Spangerbergio Herdesiano apud Northusos verbi ministro, Wi-
tebergae, apud Petrum Seitz, 1570. Mi servo della copia dell’Angelica (YY.
3.28) a pagine non numerate. Con il titolo Erosemata de arte memoriae seu
reniniscentiae il testo fu ristampato (con la indicazione Authore Ioh. Sp.
Herd.) nel Gazophylacium artis memoriae... per Lambertum Schenckelium
Dusilivium, Argentorati, excudebat Anto-
nius Bertramus, 1610, alle pp. 339-378 (copia usata: Angelica. SS. 1. 24). I
TEATRI DEL MONDO GI vir Petrus Ravennatus utriusque iuris doctor, deinde
Ioannes Cusanus et alii ». Il “lullista” Cusano diventava, non a caso, uno dei
mae-
stri dell’arte
mnemonica: l’idea che le finalità ultime del- l’ars Raimundi coincidessero, in
ultima analisi, con quelle proprie dell’ars memoriae era, come vedremo,
destinata a raf- forzarsi fino a condurre a quella particolare valutazione
della combinatoria lulliana che sarà tipica degli scrittori del Sei- cento e
giungerà inalterata alla Historia critica philosophiae del Brucker. Dopo aver
definito la memoria come comprehensio earum quae praeterierunt, come retentio e
conservatio ed aver di- stinto fra memoria naturale e artificiale, lo
Spangerbergius prende immediatamente posizione contro l’accusa di una
insufficienza dell’arte di fronte alla perfezione o imperfezione naturale: in
primo luogo egli nega la perfezione della me- moria naturale, in secondo luogo
pone in rapporto la perfet- tibilità di questa mediante l’arte, con la maggiore
o minore perfezione delle doti native: « Quanto naturalis memoria est hebetior,
tanto ad artificiosam est imbecillior; contra quanto na- turalis est vegetior,
tanto ad artificiosam expeditior ». La memo- ria artificiale è definita una «
dispositio imaginaria rerum sen- sibilium in mente, super quas memoria
naturalis reflexa com- movetur et adiuvetur, ut prius apprehensa facilius et
diutius valeat recordari ». Essa è utile sia all’apprendimento delle scienze,
sia a quella transitoria ritenzione degli argomenti che
è necessaria al
poeta, all'insegnante, all’oratore, all’avvocato. Accanto alla normale
dimenticanza «delle specie delle cose passate » (per corruptionem), lo
Spangerberg distingue duc tipi di amnesia “patologica”: l’uno derivante dal
sopravvento delle passioni delle malattie della vecchiezza (per diminutio-
nem), l’altro dipendente dalla ablezio o da una lesione agli organi cerebrali.
Mentre per ovviare alla corruptio è oltremodo utile l’uso dei luoghi e delle
immagini, di fronte alla dimi- nutio e alla ablatio i precetti della retorica
devono lasciare il posto a quelli della medicina. Sulle tracce della Réetorica
ad Herennium e della Phoenix del Ravennate, la dottrina dei luoghi e delle
immagini viene svolta secondo i canoni tradi- zionali: accanto a una distinzione
dei luoghi in tre tipi fondamentali, l’autore enumera dieci « regole » sulle
caratte- 92 CLAVIS UNIVERSALIS ristiche dei medesimi, tratte, in sostanza,
dallo scritto del Ra- venna. Agli stessi testi si rifà la teoria delle
immagini: di nuovo c’è solo la distinzione fra imagines rerum e imagines vocum.
Dalla parte «teorica » della mnemotecnica lo Span- gerberg distingue, come farà
più tardi il Bruno, una parte pratica (praxis memoriae) nella quale le regole
della sezione teorica vengono applicate, attraverso la costruzione di una serie
di esempi o modelli, a casi specifici. Soprattutto preoc-
cupato della
creazione delle immagini, lo Spangerbergius co- struisce, seguendo un metodo
rigorosamente dicotomico, la seguente tabella di tutti i possibili tipi di
dictiones: Omnis dictio aut cst ‘ignota aut nota aut est res inwvisibilis aut
visibilis vel est accidens vel substantia vel est imanimiata vel animata est
nomen commune vel propriun Il primo dei sei casi è quello della dictito ignota:
al posto della diczio della quale si ignora il significato si può collocare,
facendo ricorso alla vocalis similitudo, una dictio nota signift- cante una
cosa visibile e « similis in voce huic pro qua poni- tur » (come quando, per
figmentum, si fa ricorso ad una « palam instrumentum » al posto della «
praepositio palam »), oppure si può procedere, nei casi nei quali sia assente
la pos: sibilità di una similitudine vocale o di suono, per inscriptio- nem,
ponendo cioè un’immagine in precedenza fissata al po- sto di ciascuna delle
lettere che costituiscono il termine. Il secondo caso è quello della dictio
nota rei invisibilis (per es. il termine «giustizia »); oltre che del fiementum
ce della ins- criptio è qui possibile servirsi della comparatio e della simi-
litudo facendo leva su quelle che in linguaggio moderno sono le leggi
dell’associazione (« nigrum nos ducit in cognitionem albi »; «calamus ducit nos
in memoriam scriptoris » ecc.). Il terzo caso è quello della dictio nota di una
res visibilis che sia un accidens: qui sì ricorre al subiectum principale (« ut
albedo per nivem » ecc.). Il quarto caso è quello della dictio nota di una res
visibilis che sia substantia inanimata: essa è I TEATRI DEL MONDO 93
esprimibile attraverso l’immagine di una persona « agens cum tali re ». Il
quinto caso è la dictio nota di una res visibilis che sia substantia animata
espressa da un nome comune: l’imma- gine è costruita, secondo i canoni
“ciceroniani”, col riferi- mento ad una « persona nota ». Infine il sesto caso
è quello della dictio nota di una res visibilis che sia substantia animata
espressa da un nome proprio: attingendo alla iconologia si dà qui luogo
all'immagine di un uomo in particolari abiti e particolari positure (con le
chiavi: nel caso di Pietro, con una spada in mano: nel caso di Paolo ecc.). La
classificazione così costruita dallo Spangerbergius è in realtà molto più
complicata di quanto non risulti da questo già troppo complicato sommario: in
primo luogo vengono accuratamente distinti i vari tipi di simulitudo e di
figmen- tum,!* in secondo luogo il reale esercizio della praxis mnemo- nica si
trova di fronte a casi più complicati di quelli contem- plati, che risultano
dall’intreccio di vari tipi di dictio, in una stessa proposizione o discorso.
Ma è alla vivacità delle im- magini che conviene, dopo tanti schemi, fare
riferimento per- ché risulti ancora una volta confermato quel rapporto, sul
quale già ho avuto occasione di insistere, fra la pratica del- l’ars memorativa
e la “visione”, fra la dottrina dei luoghi e delle immagini e quelle
iconologie, quei simboli, quegli em- blemi dei quali tanto si diletterà Bruno
e, con lui, la cultura di un secolo intero: «Ut si velis habere memoriam horum
nominum: Petrus, flagellum, canis, sus, aqua, vermes, arena; fac talem
colligantiam et imaginationem ut Petrus flagello canem percutiat. Canis vero,
verbere commotus, suem mor- 12 Fra i vari tipi di similitudo vengono elencati:
« effictio corporum : ut cum senem facimus tremulum, incurvum, labiis demissis,
canum; notatio adfectum: ut cum dicimus lupum voracem, lepores timidos, sic
laeta iuventus, tristis senectus, prodiga adolescentia; etynrologia : ut
Philippus amator equorum; onomatopera: quando sumitur cogni- tio verbi a sono
vocis ut hinnitus equi, rugitus leonum, bombitus apum; rerum effectus: cum
cuilibet mensi officia sua assignamus ». Molti degli esempi addotti appaiono
ricavati, direttamente o indirettamente, da un testo di Iacobo Publicio,
Oratoriae artis epitoma, sive quae ad consumatum spectant oratoren, Venetiis,
1482, D4r-D4v. (Ho visto l'Inc. 697 dell’Angelica; un altro esemplare alla Naz.
di Roma, Inc. 70. A. 48). 94 CLAVIS UNIVERSALIS deat. Sus vero, evadere
cupiens, vas aquae evertat, in cuius fundo sint vermes procreati qui tegantur
arena ». Forse anche di qualche testo di questo tipo converrebbe tener conto
quando si parla, a proposito della cultura del tardo Cinquecento, di «
barocchismo delle immagini ». 4. LA MEDICINA MNEMONICA DI G. GRATAROLO. Ad una
atmosfera ben diversa, permeata di aristotelismo, di magia e di medicina
occulta, ci riportano le pagine sulla
memoria del
medico e studioso bergamasco Guglielmo Grata- rolo sul quale, in anni recenti,
hanno richiamato l’attenzione da punti di vista differenti il Church e il
Thorndike.!* Rifu- giatosi a Basilea dopo la sua conversione al
protestantesimo, il Gratarolo pubblicava a Zurigo nel 1553 e poi a Basilea nel
1554 (dedicandoli a Massimiliano) i suoi Opuscula !* che con- tenevano, accanto
a un trattato di fisiognomica e ad una dis- sertazione sui prognostica
tempestatum, un manuale di ars memoriae. Tradotto in francese nel ’55 e in
inglese nel ’63, ristampato nel °58 e inserito nel 1603 nelle Introductiones 13
Sul Gratarolo cfr., oltre al TirasoscHI, op. ciz., VII, pp. 615 -16, it CHurcH,
Riformatori italiani, tw. it., Firenze, 1935, I, 326 ss.; II, 83 ss, 103 ss,
216 ss. c L. THORNDIKE, op. cit., V, pp. 600-616. Varie indi- cazioni di
scritti anche nella « scheda » di E. G. [E. Garin], « Giornale
crit. della
filos. ital. », IV (1957), pp. 353-54. Sulla posizione del Gra- tarolo si veda il giudizio
del THORNDIKE, op. cif., p. 600: « No man in the sixteentàh century did more to
circulate and to perpetuate a va- ried selection of curious works, past and
present, in the fields of me- dicine, natural sciences and occult science than
did G. Gratarolo... the physician of Bergamo who turned Protestant and settled
at Basel ». 14 Uso l'edizione del 1554; Guglielmi
Grataroli Bergomatis, artium et medicinae doctoris Opuscula, videlicet: De
memoria reparanda, augen- da confirmandaque ac de reminiscentia: tutiora
omnimoda remedia, praeceptiones optimae; De praedictione morum naturarumque
homi- num cum ex inspectione partium corporis tum alis modis. De tempo- rum
omnimoda mutatione, perpetua et certissima signa ct pronostica, Basileae, apud
Nicolaum Episcopium iuniorem, 1554 (Triv. Mor. L. 244 e Braid. 13. 52. B. 16).
Sulla edizione dell'anno precedente cfr. p. 3: «Superiori anno... citius quam
voluissem emisi in lucem ami- corum ac typographi coactus instantia ». In una
terza edizione: Lug- duni, apud Gabrielem Coterium, 1558 (che ho visto in Triv.
Mor. N. 4) è aggiunto ai precedenti l'opuscolo De literatorum conservanda
valetudine liber. I TEATRI DEL MONDO 93 apotelesmaticae di Johannes ab
Indagine," il libretto del Gra- tarolo avrà vasta fortuna e diffusione
europea inserendosi in quella trattatistica di medicina mnemonica che si
rifaceva ai testi di Avicenna e di Averroè. Pur interessato vivamente alla pubblicazione
di testi magici ed alchimistici (il Gratarolo si fece editore di testi
pseudo-lulliani, di Arnaldo da Villanova, di Giovanni Rupescissa) il nostro
medico evita nella sua trat- tazione ogni riferimento all’ars motoria e si
richiama, al solito, da un lato ad Alberto Magno ed Averroè, dall’altro alla
RAe- torica ad Herennium. In realtà — cosa che il Thorndike non ha notato !* —
Gratarolo sfrutta molto ampiamente un trat- tato italiano che risale al 1481:
il De omnibus ingentis augen- dae memoriae di Giovanni Michele Alberto da
Carrara.” I venti precetti generali dell’arte presenti nel sesto capitolo del-
l'opuscolo del Gratarolo (pAslosophica consilia, canones, et reminiscentiae
praecepta) e quasi tutto il settimo capitolo a paiono infatti ricavati, con leggere
differenze di stile, dall’o- pera del Carrara alla quale già abbiamo avuto
occasione di riferirci. Si veda, a titolo di esempio, la definizione dei
quattro « moti » che costituiscono la memoria e il comune richiamo a Cicerone e
a Tommaso: Carrara (fol. 70r, 73r) Ad memorandum quatuor mo- tus concurrunt:
Motus. spiritus qui a cogitativa ad memorati- GrataroLo (pp. 44, 59) Ad
memorandum quatuor mo- tus concurrunt: primus est mo- tus spirituum qui a
cogitativa vam figuras transportat. Pictu- ra fixioque figurarum
in ipsa cies ad memorativam figuras aut spe- transportant. Secundus
est 15 Discours notable des moyens pour conserver et augumenter la mé- moire
avec un traité de la physionomie, traduit du latin par E. Copé, Lyon, 1555
(questo, e un diverso titolo della stessa trad., in THORNDIKE, op. cit., p.
607); The Castel of Memorie, Englished by W. Fullwood, London, 1563 che ebbe
una seconda ediz. nel 1563 e una terza dieci anni dopo. Nelle Introductiones,
ed. 1603, il testo del Gratarolo: pp. 179 - 215. 16 Il libro del Dolce e quello
del Romberch vengono semplicemente citati dal Thorndike (op. cit., p. 607)
accanto a quello del Gratarolo come «other works on this subject ». Della
produzione di mnemo- tecnica — per tanti aspetti legati alla magia — il Thorndike
in realtà non si occupa. 1? Uso l’inc. contenuto nel Cod. lat. 274 della
Marciana (classe VI): il testo del Carrara occupa i ff. 69-82r. (Bononiae per
Platonem de Benedictis, 1491). 96 CLAVIS UNIVERSALIS memorativa. Reportatio
carum a spiritibus a memorativa ad co- gitativam. Actio quac €a cogi- tativa
recognoscit, quae proprie est memorari... Artificiosa memo- ria ut Cicero dicit
secundo ad Herennium ex locis veluti ex cera at tabella, et imaginibus veluti
figuris literarum constat. Sic enim
fieri poterit, ut quae accipimus quasi legentes redda- mus. Cicero centum eos
satis esse pictura fixioque figurarum in ip- sa memoria. Tertius est repor- tatio a spiritibus a memora- tiva ad
cogitativam seu ratio- cinativam. Quartus est illa actio qua cogitativa
recognoscit, quac proprie est memorari... Artificio- sa memoria, ut inquit
Cicero se- cundo ad Herrennium ex locis veluti ex cera et tabella et ima-
ginibus veluti figuris literarum constat. Sic enim fieri solet, ut iudicavit, beatus Thomas
plures. quae accepimus quasi legentes habendo consuluit. reddamus... Cicero
centum eos satis esse iudicavit. Beatus Tho- mas plures habendo consuluit. Gli stessi riferimenti ai testi di Alberto e di
Averroè per- dono, sc si tiene presente l’esistenza di questa fonte, molto del
loro significato. Di originale, rispetto al trattatello del Car- rara, restano,
oltre a un fugace accenno all’anatomia del Ve- salio,"* le numerose e
curiose ricette per il rafforzamento della memoria (« Saepe lavare pedes in
acqua calida in qua bullie- rint melissophillon, folia lauri, chamaemelon et
similia, me- moriae capiti oculisque valde confert »). Quella del saccheg- io
dei testi era del resto un'attività largamente diffusa fra i trattatisti della
memoria locale. Nel 1562 (e poi ancora nell’ °86) fu pubblicato a Venezia il
Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere et conservar la memoria di
Ludovico Dol- ce, uno dei più fecondi e superficiali poligrafi del Cinque-
cento, che era in realtà, nonostante la pomposa presentazione del Dolce, solo
un volgarizzamento dell’opera del Romberch sulla stesso argomento. 5. IL
LULLISMO E LA CABALA NEI « TEATRI DEL MONDO ». Nulla in Italia, sino al Bruno,
che corrisponda alla nuova impostazione che Pietro Ramo aveva dato in Francia
al pro- blema della memoria e tuttavia, valutando quella confusa e 18
Grataroto, Opuscula, cit., (1558), p. 2: « Sedem vero habet memo- ria in
occipitio in tertio vocato ventriculo quem et pupim vocant. Lon- gum esset ac
pene superfluum hic (ubi studeo brevitati) cerebri totius anatomen describere,
quam in multorum libris videre licet, praesertim doctissimi pariter et
diligentissimi Andreac Vesalii ». I TEATRI DEL MONDO 97 macchinosa costruzione
che fu l’Idea del Theatro di Giulio Camillo detto il Delminio (1556),'* converrà
tener presente il giudizio entusiastico che, di quest'opera, detta un uomo come
il Patrizzi che, appunto nel Theatro, vedeva realizzato il ten- tativo di un
«allargamento » della retorica e di una sua « estensione » verso la logica e
l’ontologia: « non capendo per la grandezza sua negli strettissimi termini de’
precetti dei mae- stri di retorica, uscendone l’allargò in guisa che la distese
per tutti gli amplissimi luoghi del Theatro di tutto il mondo ». Intrecciandosi
strettamente ai temi più caratteristici dell’er- metismo, del neoplatonismo e
della cabala, la retorica diven- tava qui veramente, come è stato scritto, « il
tentativo di far corrispondere le articolazioni oratorie del discorso alle
strut- ture fondamentali dell’essere ». Senza dubbio, se confrontata con i
grandi testi della retorica del Quattrocento e del Cinque- cento, la fumosa
costruzione del Camillo non può non appa- rire se non come «la parodia di
quanto i teorici rinascimen- tali avevano rigorosamente tentato ».?° E tuttavia
se le pole- 19 L'idea del teatro dell'eccellent. M. Giulio Camillo, in
Fiorenza, 1550 (copia usata: Ambros. Sir. IV. 36). Cfr. anche Opere, Venezia,
A. Griffo, 1584 (Braid. 25. 15. A. 6). Sul Camillo cfr. TiraBoscHI, Storia
della letteratura italiana, Modena, 1792, VII, 4, pp. 1520-1532; B. Croce,
Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, II, Bari, 1952, pp. III
-120; F. Secret, Le Théatre du monde de Giulio Camillo Delminio et son
influence, in « Rivista critica di storia della filosofia », 1959, pp. 418-436.
Sul significato dell’ « oratoria planetaria » e sui rapporti di questa da un
lato con la magia ficiniana e dall'altro con la teoria ficiniana della musica
cfr. il capitolo Fabio Paolini and the Accademia degli Uranici nel vol. di P.
D. Wacker, Spiritual and De- monic Magic, cit., pp. 126 ss. In particolare sul
Camillo, pp. 147 - 48. 20 Questa, come la citazione precedente, da E. Garin,
Alcuni aspetti delle retoriche rinascimentali, nel vol. Testi umanistici sulla
retorica, Roma & Milano, 1953, pp. 32, 36. Sul carattere « mondano» della
dialettica umanistica che si contrappone alle mistiche cusaniane e fici- niane
ha scritto di recente E. Garin, La dialettica dal secolo XII ai princìpi
dell'età moderna, « Rivista di filosofia » 2 (1958), pp. 228 - 253: «L'umanesimo
opera... nel senso di una smobilitazione di tutti quei simboli che tendevano a
proiettare i termini di un'esperienza terrena e storica sui piani del divino e
dell’eterno » (pp. 252-53). Nei testi di Camillo, di Rosselli e di Bruno si
assiste, per quanto attiene alla mne- motecnica e al lullismo, ad una delle «
proiezioni » alle quali fa rife-
rimento il saggio
di Garin. Non a caso Bacone e Cartesio, nella loro utilizzazione dell'arte
della memoria, saranno ben lontani da questi atteggiamenti e si muoveranno
sulla strada di una trasformazione della 98 CLAVIS UNIVERSALIS miche
appassionate suscitate dalla comparsa di questa così poco rigorosa « parodia »
e gli interessi di Francesco I e gli entu- siasmi del Patrizzi e di Bartolomeo
Ricci per la macchina del Camillo possono essere facilmente ricondotti sul
piano della “moda”, non è possibile risolvere integralmente la fortuna del
Delminio sul piano di una storia del costume.*! L’idea stessa di un teatro «
nel quale per lochi et immagini dovevan essere disposti tutti quei luoghi che
possono bastare a tenere a mente et ministrar tutti gli humani concetti, tutte
le cose che sono in tutto il mondo »,°* mentre ci riporta senz'altro ad una
tematica assai vicina a quella dell’ars reminiscendi, ci mostra anche come,
proprio attraverso l’equivoca e torbida adesione del Camillo agli insegnamenti
della cabala, la stessa ars reminiscendi finisca qui per connettersi ad un
duplice progetto che sarà, soprattutto nel secolo successivo, ricco di
impensati sviluppi: quello di una “macchina universale” o “chiave” della realtà
e l’altro, con il primo in stretto rapporto, di una collocazione organicamente
e ordinatamente disposta di tutte le umane nozioni e di tutti i fenomeni della
natura. Mentre l’uso costante delle immagini veniva posto da Ca- millo in
relazione con l’antico tema, presente in tutta la tra- dizione magico-alchimistica
da Zosima ad Agrippa, di un sapere segreto °° («et noi nelle cose nostre ci
serviamo delle dottrina degli aiuti della memoria in uno degli strumenti della
meto- dologia del sapere scientifico. Ed è da sottolineare energicamente il
fatto che, in questo loro tentativo, essi si richiameranno a quell’inse-
rimento della menzoria nella logica o dialettica che era stato effettuato, nel
corso del secolo XVI, dal più noto e discusso rappresentante della dialettica
umanistica: Pietro Ramo. 2! E' da vedere la descrizione dell’opera del Camillo
in una lettera scritta da Padova il 28 marzo 1532 da Viglius Zuichemus a Erasmo
(Cfr. ALLEN, Opus epistolartm D. Erasmi, IX, p. 475; X, pp. 28, 54, 96, 124).
Una lettera dell'Alciati del 5 settembre 1530 dì inoltre noti- zie sulla
fortuna del Camillo alla corte di Francia (G. Liruti, Notizie, Udine, 1780,
III, pp. 69-134). 22 Cfr. Opere, cit., II, p. 212 e J. SturMius, Lidellus de
lingua latina resolvenda ratione, ediz. Jena, 1904, p. 5. 23 L'idea del teatro,
cit., p. 7: «I più antichi e più savi scrittori hanno sempre havuto in costume
di raccomandare a’ loro scritti i secreti di Dio sotto scuri velami accioché
non siano intesi se non da coloro i quali (come dice Christo) hanno orecchie da
udire, cioè che da Dio sono eletti ad intendere i suoi santissimi misteri. E
Melisso I TEATRI DEL MONDO 99 immagini come di significatrici di quelle cose
che non si deb- bono profanare »), la trattazione della memoria si collegava
strettamente, attraverso la cabala, al progetto del raggiungi- mento di una «
vera sapienza ». Fare della retorica lo « spec- chio del mondo » voleva dire,
in realtà, muovere verso una radicale distruzione dell’arte memorativa e della
stessa reto- rica. Al posto di una riflessione sui discorsi umani, subentrava
l'atteggiamento del profeta e del mago: «Salomone al nono de Proverbi dice la
sapienza haversi edificato casa et haverla fondata sopra sette colonne. Queste
colonne significanti stabilissime eternità habbiamo da intender che siano le
sette saphirot del sopraceleste mondo, che sono le sette misure della fabbrica
del celeste e dell’inferiore... nelle quali sono comprese le idee di tutte le
cose del celeste a all’infe- riore appartenenti... L’alta adunque fatica nostra
è stata di trovare ordine in queste sette misure, capace bastante distinto et
che tenga sempre il senso svegliato e la memoria percossa et fa non solamente
ufficio di conservarci le affidate cose parole et arti... ma ci dà ancora la
vera sapienza nei fonti della quale veniamo in cognitione delle cose dalle
cagioni et non dagli effetti ».?! L’idea, che fu cara al Camillo, di sostituire
ai tradizionali luoghi della mnemotecnica ciceroniana «luoghi eterni» atti ad
esprimere « gli eterni di tutte le cose » conduceva alla co- struzione di un sistema
mnemonico su basi astrologico-caba- listiche. Il grande anfiteatro dalle sette
porte non si presentava dice che gli occhi delle anime volgari non possono
sofferire i raggi della divinità. Et ciò si conferma con lo esempio di Mosè, il
quale scendendo dal monte... non poteva esser guardato dal popolo se egli il
viso col velo non si nascondeva. Et gli Apostoli anchora veduto Christo
trasfigurato... non sufficienti a riguardarlo per la debolezza cad- devano... A
questo abbiamo da aggiunger che Mercurio Trismegisto dice che il parlar
religioso e pien di Dio viene ad esser violato quando gli sopraviene
moltitudine volgare... I segreti rivelando doppio error si viene a commettere:
et ciò è di scoprirgli a persone non degne ct di trattargli con questa nostra
bassa lingua, essendo quello il suggetto delle lingue de gli angeli... Et noi
nelle cose nostre ci serviamo delle ima- gini, come di significatrici di quelle
cose che non si debbon profanare... Né tacerò io che i Cabalisti tengono che
Maria sorella di Mosè fosse dalla lebbra oppressa per haver revelato le cose
segrete della divinità ». 24 L'idea del tcatro, cit., pp. 9, II. 100 CLAVIS
UNIVERSALIS come uno schema vuoto del quale servirsi per ordinare, ai fini
dell’orazione, tutti gli elementi della realtà. La ricerca dei caratteri
planetari e delle « sette misure della fabbrica del celeste e dell’inferiore
nelle quali sono comprese l’Idee di tutte le cose al celeste e all’inferiore
apposte » trasformava un trattato di arte della memoria in una costruzione di tipo
co- smologico-metafisico. Gli interessi per la tematica dell’astro- logia, le
suggestioni dell’ermetismo e della cabala finivano per far passare in secondo
piano, come avverrà poi in Bruno, ogni finalità meramente « retorica » : «Or se
gli antichi Oratori volendo collocar di giorno in giorno le parti delle
orationi che havevano a recitare, le affi- davano a luoghi caduchi, come cose
caduche, ragione è che volendo noi raccomandare eternamente gli eterni di tutte
le cose... troviamo a loro luoghi eterni. L'alta dunque fatica no- stra è stata
di trovar ordine in queste sette misure... Ma con- siderando che se volessimo
metter altrui davante queste altis- sime misure et si lontane dalla nostra
cognitione, che sola- mente da’ propheti sono state anchor nascostamente
tocche, questo sarebbe un metter mano a cosa troppo malagevole, pertanto in
loco di quelle prenderemo i sette pianeti... ma solamente le useremo, che non
ce le propognano come termini fuor de’ quali non habbiano ad uscire, ma come
quelli che alla mente de’ savi sempre rappresentino le sette sopra celesti
misure ». A questi accostamenti di temi retorici a temi cosmologici, a questa
trasformazione dei “luoghi” della memoria artificiale nei “luoghi eterni” della
sapienza ermetica, non erano state certo estranee le suggestioni esercitate,
sul pensiero del Ca- millo, dai testi del lullismo e dal fiorire della cabala
cristiana. Per quanto concerne il lullismo abbiamo una precisa testimo: nianza
degli interessi del Camillo per l’arte,?" e non è un caso che Jacques
Gohory, nel De usu et mystertis notarum, avvici- nasse il nome del Delmino a
quelli dei maggiori commenta- tori e seguaci di Lullo. D'altro lato, quando
Camillo aveva pubblicato, nel 1550, la sua /dea del Theatro, erano già ap- 2 G.
RusceLLI, Trattato del modo di comporre versi in lingua italiana, Venezia,
1594, p. 14: «Giulio Camillo... m'affermava d’haver fatto lunghissimo studio
sopra di quest'arte di Raimondo ». I TEATRI DEL MONDO 101 parsi e si erano
rapidamente diffusi in tutta Europa i testi fondamentali della cabala
cristiana: l’ Epistola de secretis di Paulus de Heredia (1486 circa), le
Conclustones e l’Heptaplus del Pico, il De verbo mirifico e il De arte
cabalistica di Reu- chlin (1494-1517), il De arcanis catholicae veritatis del
Gala- tin (1518), lo Psalterium del Giustiniani (1516), le opere di Paolo Ricci
(1507-1515), il De Harmonia mundi di Francesco Giorgio Veneto (1525), le opere
di Agrippa (1532). La combinatoria lulliana e la grande costruzione cosmolo-
gica della cabala si incontrarono, nel corso del Cinquecento, sul comune
terreno del simbolismo, dell’allegorismo, dell’esem- plarismo mistico. In un
passo famoso già Pico aveva avvicinato l’ars combinatoria a quella parte più
elevata della magia natu- rale che si occupa degli esseri superiori esistenti
nel mondo sopraceleste: l’a/phabetaria revolutto iniziata da Lullo gli cera
apparsa strettamente connessa a quella mistica delle lettere e dei nomi che è
parte integrante della costruzione cabalistica.** 26 « Haec est prima et vera
cabala de qua credo me primum apud latinos explicitam fecisse mentionem... quia
iste modum tradendi per succes- sionem qui dicitur cabalisticus videtur
convenire unicuique rei secrete et mystice, hinc est quod usurparunt hebrei ut
unamquamque scien- tiam quae apud cos habeatur pro secreta et abscondita
cabalam vocent ct unumquodque scibile quod per viam occultam alicunde habeatur
dicatur haberi per viam cabalae. In universali autem duas scientias hoc etiam
nomine honorificarunt: unam quae dicitur... ars combinandi et est modus quidam
procedendi in scientis et est simile quid sicut apud nostros dicitur ars
Raymundi licet forte diverso modo procedat. Aliam quae est de virtutibus rerum
superiorum quae sunt supra lunam et est pars magiae naturalis suprema ». (Apologia
tredecim quaestionum, quaestio V: De magia naturali et cabala hebreorum). Sulla
funzione delle lettere e dei nomi nella cabala, sull'allegorismo e
l'esemplarismo mistico cfr. il cap. VI del volume G. G. ScHorem, Les grands
courants de la mystique quive, Parigi, 1950. Ma cfr. anche Zu Geschichte der
Anfinge der Christlichen Kabbala, in Essays presented to Leo Baeck, London,
1954. Importante documento dell’incontro fra Cabala rina- scimentale e lullismo
è l’opera De auditu kabalistico sive ad omnes scienttas introductorium le cui
prime edizioni apparvero a Venezia nel 1518 e nel 1533. Lo scritto venne
concordemente attribuito a Lullo e come tale inserito nell'edizione di
Strasburgo del 1617 (cfr. ZetzxER, pp. 43.111). Sul cabalismo e il lullismo del
Pico cfr. M. MEexENDEZ Pelayo, Historia de los Heterodoxos Espafioles, Madrid,
1880, vol I, pp. 464 e 525 e, soprattutto, E. Garin, Giovanni Pico della
Mirandola, vita e dottrina, Firenze, 1937, pp. 90-105; 146-154 c F. Secret,
Pico 102 CLAVIS UNIVERSALIS Questa tesi pichiana verrà ripresa, nel corso del
Cinquecento, da non pochi fra i seguaci della cabala cristiana: già sul ca-
dere del Cinquecento il termine cabala veniva impiegato a indicare l’arte di
Lullo. L’avvicinamento non era solo esteriore e non dipendeva solo
dall’equivocità del termine cabala con il quale — come ha ben chiarito Frangois
Secret — si intesero nei secoli del Rinascimento cose assai diverse: molti
(soprat- tutto fra gli esponenti dei maggiori ordini religiosi) si volsero alla
cabala come ad una tradizione religiosa alla quale si pote- vano attingere
motivi apologetici," ma è certo che le lettere c le immagini, le figure e
le combinazioni delle figure riman- davano — nella cabala come nel lullismo — a
quel segreto libro dell’universo che il sapiente ha il compito di leggere e di
interpretare al di là della parvenza dei simboli. Nell’Encyclopaediae seu orbis
disciplinarum epistemon, Paolo Scaligero riprendeva, nel 1559, il progetto di
Pico.” Nelle sue 1553 « conclusiones divinae, angelicae, philosophicae,
metaphysicae, physicae, morales, rationales, doctrinales, secre- tac,
infernales » egli presentava l’immagine unitaria di un uni- della Mirandola e
gli inizi della Cabala cristiana, in « Convivium », 1957, |. Alcune
osservazioni anche in G. Sarton, Introduction to the History of Science,
Baltimora, 1931, II, pp. 901-2. Del tutto insuffi- ciente: ]. L. Brau, The Christian
Interpretation of the Cabala in the Renaissance, New York, 1944. 27 Oltre al saggio su Pico citato nella nota
precedente sono da vedere, per questi problemi, gli importanti studi di F.
Secret, L'astrologie et les Kabbalistes chrétiens à la Renaissance, in « La
Tour Saint-Jacques », 1956; Les débuts du Kabbalisme chrétien en Espagne et son
histoire à la Renaissance, in « Sefarad », 1957, pp. 36-48; Les domenicains et
la Kabbale chrétienne è la Renaissance, in « Archivum Fr. Praedicato- rum »,
1957; Le symbolisme de la kabbale chrétienne dans la « Scechi- na» de Egidio da
Viterbo, in Umanesimo e simbolismo, a cura di E. Castelli, Padova, 1958, pp.
131-51; Les jéswites ct le kabbalisme chrétien à la Renaissance, in «
Bibliothéque d’ Humanisme et Renais- sance », 1958, pp. 542-55. Ma cfr. anche:
Jose M.a Mittas VALLICROSA, Algunas relaciones entre la doctrina luliana y la
cabala, in « Sefarad », 1958, 251-253. 2* Paul ScaricHius pe Lika (Paul
Skalich), Enciclopaediae seu orbis disciplinarum tam sacrarum quam prophanarum
Epistemon, Basileae, Oporinus, 1559. Cfr. G. Knasset, P. Skalich, Ein Lebensbild aus dem 16
Jah., Miinster, 1915; L. THornpike, History of magic, V, p. 455 segg.; F.
Secret, La tradition du De omni scibili à la Renaissance: l'ocu- vre de Paul
Scaltger, in « Convivium », 1955, pp. 492-97. I TEATRI DEL MONDO 103 verso simbolico mediante la
quale sarebbe stato possibile rin- novare dalle radici e portare a definitivo
compimento, con l’aiuto della sapienza cabalistica, l’arte miracolosa di Lullo.
Tralasciando i plagi di Ludovico Dolce e gli scarsi, conven- zionali accenni
alla memoria contenuti nella celebre Retorica del Cavalcanti e nella Retorica
di Cicerone ad Erennio ridotta in alberi del Toscanella °° (rispettivamente
1562 e 1561), gio- verà dedicare una certa attenzione all’Ars reminiscendi di
Giovambattista Della Porta nella quale alla distinzione fra medicina della memoria
e ars memorativa, ai consueti ri- chiami alle fonti e ai personaggi del mondo
classico, agli or- mai noti tentativi di sintesi fra la tradizione
aristotelico-tomi- sta e quella * ‘ciceroniana”, si aggiungono considerazioni
di un certo interesse sui geroglifici e sui gestt: due temi sui quali, com'è
noto, si eserciterà a lungo la riflessione di molti e di Bacone e di Vico. Alla
discussione di questi argomenti il Porta giungeva, non a caso, attraverso il
tema delle immagini, « quelle pitture animate che rechiamo nella immaginativa
per rappresentare così un fatto come una parola ».°° Di fronte a termini che
non simbolizzano cose materiali, come i termini « perché », « ovvero », «tanto
» ecc., è necessario ricavare le immagini dalla scrittura, riferirsi cioè con
immagini appro- priate alle singole lettere o gruppi di lettere che compongono
un termine. In molti altri casi è invece possibile richiamarsi
al «significato
»: in questo caso torna opportuno il parallelo con i geroglifici. 29 Per
l’opera del Dolce cfr. la nota 7 e TiraBoscHi, op. cir., VII, pp. 1028-29.
Sull'opera di O. ToscaneLLa (Venezia 1567), cfr. TiraBOSCHI, op. cit., VII, p.
1156; sulle partizioni della retorica cfr. Lu retorica di Bartolomeo
Cavalcanti... divisa in sette libri, dove si contiene tutto quello che
appartiene all'arte oratoria, Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1559, pp.
24-25 (2 ediz. Triv. B. 377). Ma per rendersi conto della diffusione delle
tecniche memorative nei più noti manuali di retorica, gioverà vedere l’opera
del Trapezunzio, Réetoricorum libri quingue, Lugduni, apud Seb. Gryphium, 1547,
pp. 355-360. 3° Le citazioni sono tratte da L'arte del ricordare del signor
Gio. Battista Porta Napoletano, tradotta da latino in volgare per M. Doran-
dino Falcone da Gioia, in Napoli, appresso Mattio Cancer, 1566 (copia: usata:
Braid. 25.16. K. 14-15). Il Fiorentino (Studi e ritratti della Rina- scenza,
Bari, 1911, pp. 268-69) assegna al 1602 la prima edizione del- l'Ars
reminiscendi. 104 CLAVIS UNIVERSALIS « A ciò torremo il modo dalli Egittii i
quali, non havendo lettere con che potessero scrivere i concetti de gli animi
loro, e a ciò che più facilmente si tenessero a memoria le utili spe- culationi
della Filosofia, ritrovorno lo scrivere con le pitture, servendosi d'immagini
di quadrupedi, di uccelli, di pesci, di pietre, di herbe e di simili cose in
vece delle lettere: la qual cosa noi habbiamo giudicato molto utile per le nostre
ricer- che, che altro noi non vogliamo ch’usare imagini in vece delle lettere
per poterle depingere nella memoria ».î! Molti fra i più illustri esponenti
della cultura dei secoli XVI e XVII furono come affascinati dal problema della
scrit- tura geroglifica e, più tardi, da quello della ideografia dei cinesi. La
contemporanea “esplosione” nella cultura europea del culto per l’ Egitto e
della mania per gli emblemi resta oltremodo indicativa di un clima culturale:
basterebbe, per rendersene conto, elencare alcune fra innumerevoli edizioni dei
Hieroglyphica di Horapollo (il manoscritto greco fu ac- quistato da Cristoforo
de’ Buondelmonti nel 1419, pubblicato nel testo greco a Venezia nel 1505, nella
versione latina a Parigi nel 1515, 1521, 1530, 1551, a Basilea nel 1534, a
Vene- zia nel 1538, a Lione nel 1542, a Roma nel 1597) o del grosso trattato
Hieroglyphica sive de sacris Egyptiorum aliarumque gentium di Pietro Valeriano
(Basilea e Firenze, 1556; 1567, 1575, 1576 in traduzione francese; 1579, 1595, 1602
a Lione in latino e a Venezia in italiano) riferendosi al quale il Morho- fius,
all’inizio del secolo XVIII, scriveva che il libro «è nelle mani di tutti». Gli
EmzQ/emata dell’Alciati sono del 1531 (pubblicati a Basilea, avranno più di
centocinquanta edizioni, numerose traduzioni e varie edizioni commentate). Uno
dei primi seguaci dell’Alciati fu il bolognese Achille Bocchi, ami- co del
Valeriano; i Symbolicarum Quaestionum Libri V sono del 1555. Del ’72 sono le
Imprese illustri del Ruscelli, del 1603 la fortunatissima /conologia di Cesare
Ripa. Di questo tipo di produzione libraria nel quale trovavano espressione
temi di derivazione neoplatonica e cabalistica e ove si manife- stava un
caratteristico metodo ermeneutico, è necessario tener ® Sulla scrittura degli
Egizi cfr. il cap. XIX. Sui gesti il cap. XX: « Potremo parimente col gesto
esprimere alcune significationi di pa- role... un muto esprime col gesto ciò
che egli desidera usando le mani in vece di lingua ». I TEATRI DEL MONDO 105
conto, come di uno sfondo culturale, anche nel tracciare Je linee di una
esperienza “speculativa” quale fu, nel Cinque- cento, quella del lullismo e
dell’ars reminiscendi. Il fatto che in civiltà diverse da quella europea fosse
stato possibile giun- gere ad ‘una sistematica rappresentazione € comunicazione
dei concetti mediante geroglifici o immagini invece che attra- verso le lettere
dell’alfabeto, mentre da un lato sembrava in qualche modo confermare quelle
possibilità sulle quali l’ars memoriae e il lullismo avevano a lungo insistito,
dall'altro an- dava incontro all'esigenza, così largamente e profondamente
radicata, di una lingua universale che potesse essere “letta” e “compresa”
indipendentemente dalle differenze di linguaggio dovute ai tempi, alle
circostanze, alla nazionalità, alla situa- zione storica.’? E se si pone mente
al fatto che la stessa tec- nica dell’arte memorativa e le regole del lullismo
si presenta- vano di fatto assolutamente slegate c indipendenti dalle lin- gue
particolari (ove si consideri appunto la “tecnica” o “arte” prescindendo dalla
formulazione delle regole in questa o in quell’altra lingua) si potranno meglio
comprendere gli effet- tivi rapporti che sussistono fra fenomeni culturali in
appa- renza così diversi come l’arte della memoria, la rinascita del lullismo,
l'interesse per i geroglifici, la passione per le icono- logie, il culto per i
simboli e gli emblemi. Non a caso in un testo per molti aspetti interessante,
il Thesaurus artifictosae memoriae del fiorentino Cosma Ros- selli °° (pubblicato
a Venezia nel ’79) ritornava l’ammirazione 3° Ampie notizie sulle
interpretazioni cinquecentesche e scicentesche dei geroglifici in MonHor,
Polyhistor literarius philosophicus et practi- cus, Lubecca, 1732, II, pp. 167
ss. Sulla stretta connessione fra Egitto- mania ed emblematismo si vedano le
osservazioni di E. PANOFSRI, Titian’s Allegory of Prudence, in: Meaning in
visuals arts, New York, 1957, pp. 158-62. Fondamentale resta il lavoro di L.
VoLKManx, Bilder Schriften der Renaissance. Hieroglyphik und Problematik in
ihren Beziehungen und Fortwirkungen, Lipsia 1923 (per le relazioni con la
memoria pp. 80-81). Varie notizie sulla letteratura attinente ai gero- glifici
in THORNDIKE, op. cit., vol. V, p. 446 ss. Per i rapporti con la letteratura
emblematica cfr. M. Praz, Studi sul concettismo, Firenze, 1946, p. 17 ss. e il
vol. II degli Srudies in Seventeenth Century Ima- gery, London, 1939. 33
Thesaurus artificiosae memoriae... authore P. F. Cosma Rossellio florentino,
Venetiis, apud Antonium Paduanium, 1579 (copia usata: Angelica SS. 1.5). 106
CLAVIS UNIVERSALIS per i geroglifici espressioni non di lettere ma direttamente
di concetti (« Aegipti) vice literarum, quae tunc temporis inven- tae non
erant, immo non solum literarum vero etiam vice no- minum et conceptuum,
animalibus aliisque rebus multis ute- bantur »)?! e si riaffacciava l’idea di
una trasformazione del- l’ars memoriae in una vera e propria, universale
enciclopedia di tutto il sapere. La dottrina dei luoghi, originariamente con-
cepita come avente una limitata e precisa funzionalità all’in- terno della
retorica, si trasforma in uno strumento in vista della descrizione degli
elementi che compongono il reale. Col-
locando
l’inferno, il purgatorio e il paradiso fra i /oca com- munia amplissima il
domenicano Rosselli converte il suo trat- tato prima in una specie di
enciclopedia teologica, poi in una ampia e minuziosa descrizione degli elementi
celesti, delle sfere, del cielo e dell’empirco, dei demoni, degli strumenti
delle arti meccaniche o figure artificiali e delle figure naturali come le
gemme, i minerali, i vegetali, gli animali, infine le scritture e i vari
alfabeti (ebraico, arabo, caldaico). L'esigenza di un esatto, compiuto
ordinamento di ciascuno degli elementi della realtà naturale e celeste appare
dominante anche nel più famoso dei teatri del tardo Cinquecento: l’Un:- versae
naturae theatrum pubblicato a Lione, nel 1590, dal grande giurista e scrittore
politico Jean Bodin.®*® Qui siamo ben lontani dall’atmosfera del lullismo e
della cabala, qui domi- nano le esigenze di chiarezza e di rigore
caratteristiche dei seguaci di Ramo: la minuziosa divisione in tavole delle
cause naturali, degli elementi, delle meteore, delle pietre, dei me- talli, dei
fossili, degli esseri viventi, dei corpi celesti appare fondata sulla
identificazione del metodo con l’ordine e con la apta rerum dispositio. Ma è
senza dubbio presente, anche nel testo del Bodin, la convinzione di una piena,
continua coe- renza, di una totale coesione fra tutti gli elementi della
realtà. La grandezza divina è rivelata dall’opera ordinatrice di Dio che ha
collocato nelle appropriate sedi le parti caoticamente 31 Thesaurus, cit., p.
117v. 35 J. Bopin, Universae naturae Theatrum in quo rerum omnium effec- trices
causae et fines contemplantur, et continuae series quinque libris
discutiuntiur, Lugduni, apud Jacobum Roussin, 1596 (Copia usata, Braid. B. XIX.
6, 565). La prima ediz. è del 1590. I TEATRI DEL MONDO 107 confuse della
materia (« permistas et confusas materiae partes initio discrevit, ac forma
figuraque decenti subornatas, suo uamque in ordine ac propriis sedibus
collocavit »); non dis- simile da quello divino è il compito che spetta al
sapiente e nulla può esservi di più bello, più utile e più conveniente di quel
paziente ordinamento enciclopedico del reale che consente all'uomo di
riprodurre, nei limiti che gli sono consentiti, la perfezione dell’opera
divina. Coloro che trascurano questa ri- cerca, dan luogo, anche se sono in
grado di discettare sottil- mente, ad una scienza vana e deforme, mescolando i
grani del frumento con quelli della senape perdono la possibilità di far
effettivamente uso del loro sapere. Il teatro, concepito come coerente e rigorosa
dispositio, consentirà invece la sco- perta di quella indissolubile coerenza e
di quel pieno consenso degli elementi del reale (« indissolubilem cohaerentiam,
con- tagionem et consensum ») per il quale tutto corrisponde a tutto.?° La
concezione ramista del metodo aveva esercitato, sul pensiero di Bodin,
un'influenza decisiva?” e solo chi tenga presente la identificazione, tanto
energicamente sostenuta da Ramo, della dispositto con la memoria potrà
spiegarsi la sin- golare somiglianza fra il celebre teatro del Bodin e le
faticose enciclopedie costruite nel corso del Cinquecento dai cultori e dai
teorici della memoria artificiale. Negli scritti del Camillo e in quelli del
Rosselli l'intento enciclopedico-descrittivo, l'ambizioso progetto di una enciclo-
pedia totale avevano finito per sovrapporsi nettamente agli ori- Binari intenti
dell’arte mnemonica. Alle sommarie, stringate elencazioni dei luoghi e delle
immagini presenti nei testi dei teorici quattrocenteschi si sono dunque andate
sostituendo, nel corso del Cinquecento, macchinose enciclopedie. Esse non
nacquero solo dalla persistenza di temi caratteristici della cul- tura
medievale, né trassero origine solo dalla tematica del lul- lismo o dal fiorire
delle speculazioni sulla cabala; derivarono ‘anche dal nuovo atteggiamento che
molti assunsero nei con- 36 Bopin, Universae naturae Theatrum, cit., Propositio
torius operis, PP. 1, 6. si Cfr. K. D. McRae, Ramist tendencies in the thought
of Jean Bodin, in « Journal of the History of Ideas », 1955, 3. 108 CLAVIS
UNIVERSALIS fronti della tradizione dell’ars reminiscendi:** descrivere i
luoghi e le immagini creando una sorta di specchio o di arti- ficiale teatro
della realtà apparve molto più importante che il teorizzare in regole precise
la funzione dei luoghi e delle im- magini in vista del raggiungimento di una
capacità mnemo- nica utile ai discorsi umani. In modo non diverso Giordano
Bruno, appassionato cul- tore di lullismo e di magia, intenderà utilizzare i
testi, antichi e recenti, dell’arte della memoria. 38 Da questo punto di vista
potrebbe presentare un certo interesse l'esame del modo in cui uno scrittore
come Jacopo Mazzoni da Ce- sena (De triplici vita, Romae, 1576) utilizza
l'eredità di un noto cul- tore di mnemotecnica come il Panigarola (F. PanIcAROLA,
L'art de prescher et bien fare un sermon avec la mémoire locale et
artificielle, ensemble l'art de mémoire de H. Marafiote, trad. G. Chappuis,
Paris, 1604). Sul Panigarola cfr. TrraoscHi, VII, pp. 1602-1609. IV. LA LOGICA
FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 1. GLI SCRITTI LULLIANI E MNEMOTECNICI DEL Bruxo.
Di fronte ai molti scritti che il Bruno dedicò fra il 1582 e il 1591 all’ars
combinatoria e all’ars reminiscendi, non po- chi storici, anche illustri, hanno
mostrato una singolare inca- pacità di comprensione. All’indagine di temi che
per essere ora “morti” non furono per questo meno “vitali”, si pre- ferirono
valutazioni negative, rapide liquidazioni o addirit- tura esplicite condanne.
In questo senso studiosi come l’Ols- chki e il De Ruggiero ridussero il
lullismo bruniano sul piano delle « bizzarrie » e delle « grossolane illusioni
», mentre an- che di recente la Singer è giunta su queste basi ad esprimere più
volte il suo compatimento per un Bruno perso dietro i problemi della
combinatoria.' Ben altra sensibilità era stata presente in quegli storici
positivisti che, come il Tocco, ave- vano affrontato direttamente non solo il
problema del lullismo bruniano, ma anche la questione, ad esso collegata, dei
rap- porti fra gli scritti sulla memoria e la produzione italiana e latina del
Bruno.® Proprio quegli studiosi che in nome di ! Cfr. L. OtscHrI, Giordano
Bruno, Bari, 1927; G. De Rtucciero, Sto- ria della filosofia. Rinascimento
Riforma e Controriforma, Bari, 1930, p. 166; D. W. Sincer, Giordano Bruno, his
Life and Thought, trad. it. Milano, 1957, pp. 30, 55, 164, 167. Nessun
risultato nuovo nelle pa- gine dedicate ai primi scritti bruniani da N.
BapaLoni, La filosofia di G. Bruno, Firenze, 1955, pp. 33-51. ? Cfr. F. Tocco,
Le opere latine di G. Bruno esposte e confrontate con le italiane, Firenze,
1889: sulla tradizione della mnemotecnica, pp. 21 - 43; sulla importanza delle
opere mnemoniche di Bruno, p. 94; sulla rigida distinzione fra opere lulliane e
mnemotecniche, p. 93 ss. Per i rapporti con il lullismo e Cusano si veda anche
lo studio Le fonti più recenti della filosofia di G. Bruno, « Rendiconti
dell’Accad. dei Lin- cei », cl. scienze morali ccc., sez. 5, 1 (1892), pp.
503-37; 585-622. Nell'opera del BartHoLOMESs, Giordano Bruno, Parigi, 1847, II,
p. 158 ss., tutta la mnemotecnica viene erroneamente identificata con il lul-
lismo e Pietro da Ravenna è scambiato per un seguace di Lullo. Contro la
distinzione operata dal Tocco reagì giustamente E. Trotto, La filo- sofia di G.
Bruno, Roma, 1914, II, pp. 55-103. 110 CLAVIS UNIVERSALIS una maggior fedeltà
storiografica hanno rinunciato alla inter- pretazione “razionalista”, “moderna”
e ‘“avveniristica” del pensiero bruniano, sono giunti, anche su questo terreno,
a più apprezzabili risultati: in questa direzione di lavoro, richia- mandosi
alle osservazioni della Yates, di A. Corsano, di E. Garin, Cesare Vasoli ha di
recente affrontato, in un ampio, saggio, il problema del lullismo e del
simbolismo bruniani.* Le esatte conclusioni del Vasoli, alle quali dovremo più
volte fare riferimento, vanno qui sottolineate: «i temi e i motivi della
mnemotecnica bruniana recano un notevole aiuto alla comprensione della
posizione storica e filosofica del Bruno, dei suoi ideali riformatori, delle
sue speranze di incidere pro-
fondamente, con
mezzi e metodi di estrema efficacia prag- matica, sulla situazione
intellettuale del suo tempo, realizzan- dovi quel rinnovamento di cui gli
scritti italiani ci offrono così aperte testimonianze... Basterebbe pensare
alla continuità di queste ricerche che si svolgono parallelamente allo sviluppo
di tutta la sua riflessione metafisica, dal 1582, data presu- mibile della
perduta Clavis Magna, al 1591, quando pubblicò la De imaginum signorum et
idearum compositione, per in- tendere il legame organico tra indagine
filosofica e tecnica logico-mnemonica. Ché se il Bruno si adoperò per tanti
anni a svolgere e a completare con tanta cura la sua dottrina mne- motecnica,
non fu certo soltanto per portare il suo contributo ad una moda del tempo o per
indulgere all’illusione prag- matica di una scienza che spesso sembrava
confinare con la pratica magica o con la rivelazione cabalistica, quanto
piuttosto. per tradurre in un metodo di facile ed immediata efficacia taluni
princìpi centrali della sua dottrina ».' ® Cfr. F. Yates, Giordano Bruno's
Conflict with Oxford, « Journal of the Warburg Institute », 1938 - 39, pp. 227
- 42; The French Acadenmies in the sixteenth Century, London, 1947; The Art of
Ramon Lull, « Journal of the Warburg and Courtauld Inst. », 1954, 1-2, pp. 115-
173; The Ciceronian Art of Memory, cit.; A. Corsano, Il pensiero di G. Bruno,
Firenze, 1940, pp. 54-104; E. Garin, La filosofia, « Storia dei generi
letterari italiani », Milano, 1947, II, pp. 149-154; C. Va- soli, Umanesimo e
simbologia nei primi scritti lulliani e mnemotec- nici del Bruno, in: Umanesimo
e Simbolismo, Atti del IV convegno internazionale di stud: umanistici, Padova,
1958, pp. 251-304. 1 C. VasoLi, Umanesimo e simbologia, cit., pp. 253 -54. LA
LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO Ill Sia il Corsano sia il Vasoli hanno
entrambi giustamente insistito sul peso esercitato, nella formazione filosofica
del giovane Bruno, dagli scritti sulla memoria di Pietro da Ra- venna. In un
passo della Triginta sigillorum explicatio, Bruno affermava di essersi
imbattuto, ancora adolescente, nell’arte del Ravennate: Hoc modica favilla
fuit, quae iugi meditatione progre- diens in vastis aggeris irrepsit
accensionem, e cuius flam- miferis ignibus plurimae hinc emicant favillae,
quarum quac bene dispositam materiam attingerint, similia maio- raque
flagrantia lumina poterunt excitare.* Al gran fuoco suscitato da quella piccola
favilla si vennero in realtà consumando molte delle conclusioni cui era perve-
nuto il Bruno a contatto « dei peripatetici, nella dottrina de quali egli era
stato allievato e nodrito in gioventù ». Ai proce- dimenti deduttivi della
scolastica Bruno finirà per opporre
energicamente un
processo di graduale avvicinamento, me- diante l’esercizio della immaginazione
e della memoria, al piano della conoscenza razionale; al rigido concatenarsi
delle ragioni opporrà la fuggevolezza delle immagini; alla ridu- zione
dell’intera conoscenza sul piano dell’intelletto contrap- porrà la radicale
diversità del piano del senso: Stupidi est dicursus velle sensibilia ad candem
conditio- nem cognitionis revocare, in qua ratiocinabilia et intelli- gibilta
cernuntur. Sensibilia quippe vera sunt non iuxta communem aliquam et
universalem mensuram, sed iuxta homogeneam, particularem, propriam, mutabilem
atque variabilem mensuram. De sensibilibus ergo, qua sensibilia sunt,
universaliter velle definire, in aequo est atque de intelligibilibus vice versa
sensibiliter. L'impiego delle immagini, il gusto bruniano per la rap-
presentazione mediante emblemi e divise appare strettamente
collegato a
impostazioni di questo tipo, ma questo stesso gusto bruniano per il simbolo,
per i geroglifici e i sigilli, per le idee incorporate in forme sensibili non
può a sua volta, se ® IoRpaNI Bruni NoLani, Opera latine conscripta, Napoli
& Firenze, 1886-91 (qui di seguito ‘indicate con la sigla Opp. Zaz.), II,
2, p. 130. Sul significato di questo passo, già segnalato dal Tocco, Le opere
la- tine, cit., p. 37, nota 2, cfr. A. Corsano, // pensiero di G. Bruno, cit.,
p. 41; C. VasoLIi, Umanesimo e simbologia, cit., pp. 254, 277 e passim. 112
CLAVIS UNIVERSALIS non arbitrariamente, esser disgiunto da quella grande co-
struzione nella quale i temi derivanti dai testi del Ravennate e dagli altri
esponenti della mnemotecnica ciceroniana anda- vano a intrecciarsi con quelli
del lullismo, del simbolismo e dell’esemplarismo metafisico, si collegavano con
i motivi più caratteristici della letteratura cabalistica, con gli ideali della
pansofia, con l’eredità delle discussioni dialettico-retoriche dell’umanesimo,
con le aspirazioni ad una radicale riforma religiosa. Mentre veniva inserita
nel più vasto quadro del lullismo, l’intera tematica attinente all’ars
reminiscendi veniva in tal modo spostata su un piano tipicamente metafisico. Da
questo punto di vista l’atteggiamento bruniano finisce con l’apparire per molti
rispetti simile a quello assunto dal Rosselli e dai
cinquecenteschi
costruttori dei teatri del mondo: l’arte non è una tecnica legata alle limitate
finalità del discorso retorico, ma è, sopra ogni altra cosa, lo strumento di
cui servirsi per dar luogo ad un edificio le cui strutture costituiscano
l’esatto rispecchiamento delle strutture della realtà. Le regole della memoria,
così come le tecniche combinatorie, traggono il loro fondamento e trovano la
giustificazione della loro validità nel postulato, chiaramente ammesso, di una
piena e perfetta corri- spondenza tra i simboli e le res, tra le ombre e le
idee, tra i sigilli e le ragioni che presiedono alle articolazioni del mondo
reale. Su questo preciso terreno potevano in realtà trovare un punto di
incontro quelle retoriche che si ponevano come lo specchio o il teatro del
mondo (Camillo) e quelle riforme della macchina lulliana che avevano mantenuto
ben saldo il postu- lato platonico-esemplaristico che era alla base del
tentativo di Raimondo Lullo. A quelle retoriche e a questi commenti lul- liani
appare assai vicino il Bruno quando concepisce l’intero meccanismo dell’arte
come la traduzione, sul piano della sensibilità e dell’immaginazione, dei
rapporti ideali che costi- tuiscono la trama dell’universo: mediante
l’allusività delle immagini, le ombre e le « specie involute » sarà possibile
impa- dronirsi (e altra strada non è data all'uomo) di quelle rela- zioni alle
quali, più tardi, potrà pervenire un'indagine di tipo razionale. Questa
impostazione, che è chiaramente legata a premesse esemplaristiche, non esclude
affatto che in Bruno, come del LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 113 resto
già in Lullo e nei lullisti del secolo XVI, fossero presenti vivissimi
interessi di tipo “pratico” per una riforma del sa- pere, per una funzione
pedagogica dell’arte, per una educa- zione della memoria e delle capacità
inventive, per una ra- pida cornunicazione e diffusione della nuova cultura,
per la ricostruzione, al di là della frammentarietà delle singole scien- ze, di
un sapere organico e unitario capace di porsi a fonda- mento di una
enciclopedia o sistema totale. Non a caso la stessa riforma bruniana viene
presentata come il progetto di realizzazione di un’arte mirabile capace di
ampliare smisura- tamente le possibilità di dominio dell’uomo. Come tale essa
fu accolta e valutata in quegli ambienti platonizzanti parigini nei quali, come
ha mostrato la Yates,° gli interessi per il coper- nicanesimo e per la riforma
ramista della logica, andavano strettamente congiunti a quelli per la cabala e
per il lullismo. L'inserimento, operato da Bruno, delle tecniche “retoriche”
della memoria entro la grande tradizione lullista non man- cherà del resto di
esercitare un influsso duraturo, oltreché ne- gli ambienti francesi, anche in
quelli inglesi, tedeschi e bocmi. Parigi, Londra, Praga, Wittenberg,
Francoforte erano stati, abbiam visto, centri di diffusione del lullismo e
dell’ars rem: niscendi; in questi ambienti si erano mossi Pietro da Ravenna e
Bovillus, Wilson, Spangerbergius e Lavinheta.' * F. Yates, The French
Academies, cit., pp. 77 - 94; 95 - 151; sul lullismo in Francia cfr. anche T. e
J. CarrERAs Y ARtAU, Historia de la Filoso- fia Espaîola. Filosofia cristiana
de los siglos XIII al XV, Madrid, 1943, II, pp. 207 ss.; A. RENAUDET,
Préréforme et Humanisme à Paris pen- dant les premières guerres d' Italie,
Paris, 1953, pp. 378 ss. ® Già nel 1583 esce a Londra, dedicato al conte di
Leicester, il De umbra rattonis et iudicii sive de artificiosa memoria quam
publice profitetur vanitate, edito da T. Vautrollier, di Alexandre Dicson che
si richiama al De Umbris bruniano. Al Dicson, che compare come per- sonaggio
nell'opera De la causa principio et uno (cfr. G. Bruno, Dia- loghi italiani, a
cura di G. Gentile e G. Aquilecchia, Firenze, 1958, p. 225 e passim) rispose
polemicamente tale G.P., autore di un Anti- dicsonus cuiusdam Cantabrigiensis
G. P. Accessit libellus in quo dilu- cide explicatur impia Dicsoni artificiosa
memoria, London, 1584: nella dedica si fa riferimento a Metrodoro, Rosselli,
Bruno e Dicson. Al Sigillus di Bruno fa riferimento anche THomas Watson,
Compendium memoriae localis, pubblicato forse a Londra nel 1585. Da un punto di
vista ramista polemizza contro l'ars memoriae il Perkins, Prophetica, sive de
sacra et unica ratione concionandi, Cantabrigiae, 1952. La trad. 114 CLAVIS
UNIVERSALIS Dei tre scritti pubblicati a Parigi nel 1582, il De umbris idearum
è, giustamente, il più noto. Il tentativo di « giustifi- care con precise
ragioni metafisiche » gli clementi tecnici del- l’arte appare qui
particolarmente evidente:* 1) l’ascesa del- l'animo dalle tenebre alla luce si
compie mediante l’appren- sione delle ombre delle idee eterne: attraverso le
ombre la verità viene in qualche modo svelandosi all’anima prigioniera del
corpo; 2) le idee-ombre, nelle quali si rispecchia la trama dell’essere, si
presentano sul piano della sensibilità e della im- maginazione, appaiono come
fantasmi e come sigilli; 3) attra- verso la ritenzione artificiale delle «
catene » o delle relazioni che intercorrono fra le ombre si potrà giungere a ricostruire,
come per una graduale purificazione, i nessi che legano le idee per giungere
infine, sul piano della ragione, alla com- prensione c al disvelamento di
quell’unità che è sottesa alla confusa pluralità delle apparenze. Su queste tre
tesi appare fondata da un lato la riforma bruniana della combinatoria,
dall’altro il particolare uso bruniano delle regole per la me- moria che erano
state teorizzate dalla tradizione ciceroniana. Come già era avvenuto nella
Sintares del Gregoire e nell’Opus aureum del De Valeriis, il concetto
dell’unità del sapere ap- pare immediatamente convertibile nell’altro, ad esso
corrispon- dente, di una unità essenziale del cosmo: inglese apparve nel 1606.
Il testo dello studente boemo Giovanni DE Nostiz, che ascoltò a Parigi le
lezioni di mnemotecnica del Bruno, è andato perduto. In quest'opera i nomi di
Aristotele, Lullo, Ramo c Bruno venivano avvicinati in modo significativo:
Artificium Aristo telico-Lullio-Rameum
in quo per artem intelligendi Logicam, Artem agendi Practicam, Artis loquendi
partem de inventione Topicam me- thodo et terminis Aristotelico-Rameis circulis
modo lulliano inclusis via plura quam centies mille argumenta de quovis themate
inveniendi cum usu conveniens ostenditur, ductu lo. a Nostitz, Jordani Bruni ge-
nuini discipuli claboratum a Conrado Bergio, Bregae typis Sigfridianis, 1615.
Il titolo è stato conservato in J. L. BunEMANN, Catalogus MSSto- rum
membranaceorum et chartaceorum item librorum ob inventa ty- pographia, Minden,
1732, pp. 117-18. L’avvertenza del Nostitz ai lettori è ripubblicata in D. W.
Sincer, G. Bruno, cit., p. 410. Sull’au- tore, morto nel 1619, la cui
biblioteca di famiglia fu conservata in-
tatta a Praga
fino al 1938, notizie a p. 4ll. * Cfr. C. Vasoti, Umanesimo e simbologia, cit.,
p. 272. LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 115 Cum in rebus omnibus ordo
sit atque connexio et unum sit universi entis corpus, unus ordo, una
gubernatio, unum principium, unus finis, unum primum... illud ob- nixe nobis
est intentandum, ut pro egregiis animi opera- tionibus naturae schalam ante
oculos habentes, semper a motu et multitudine ad statum et unitatem per intrin-
secas operationes tendere contendamus... Talem quidem progressum tunc te vere
facere comperies et experieris, cum a confusa pluralitate ad distinctam
unitatem per te fiat accessio; id enim non est universalia logica conflare,
quae ex distinctis infimis speciebus, confusas medias, exque iis confusiores
suprema captant. Sed quasi ex in- formibus partibus ct pluribus, formatum totum
et unum aptare sibi... Ita cum de partibus et universi speciebus, nil sit
seorsum positum et exemptum ab ordine (qui simplicissimus, perfectissimus et
citra numerum est in prima mente) si alia aliis connectendo, ct pro ratione
uniendo concipimus: quid est quod non possimus intelli- gere memorari ct agere?
Unum est quod
omnia definit. Unus est pulchritudinis splendor in omnibus. Unus e multitudine specierum fulgor emicat.? Nel
momento stesso in cui procede ad una “riforma” della combinatoria lulliana,
sostituendo trenta soggetti e pre- dicati ai nove teorizzati da Lullo e facendo
cadere la distin- zione fra predicati assoluti e predicati relativi, Bruno fa
am- pio ricorso alla tradizione ciceroniana modificandone la termi- nologia: ai
luoghi della mnemotecnica corrispondono i su- biecta (soggetti primi); alle
:mmagini corrispondono gli adiecta (soggetti secondi o prossimi).
L’antichissimo paragone della mnemotecnica alla scrittura può in tal modo
essere ripreso in senso diverso: « Scriptura enim habet subiectum primum
chartam tamque locum; habet subiectum proximum minium et habet pro forma ipsos
characterum tractus ».!° Accanto a questo paragone venerando, ritornava nei testi
bruniani la maggior parte di quelle regole della memoria che abbiamo visto
presenti nei testi del Quattrocento e del Cinquecento. Nei primi paragrafi
dell’Ars memoriae si riaffacciano in tal modo le discussioni sull'arte e sulla
natura, sull’ingegno pro- duttore di strumenti artificiali, sui rapporti fra il
segno e l’og- getto significato, ricompaiono i richiami a Simonide e i pre- °
Opp. lat., 11, 1, p. 47. 1° Opp. lat., II, 1, p. 66. 116 CLAVIS UNIVERSALIS
cetti relativi alla modica grandezza, alla convenevole distanza, alla giusta
luminosità dei luoghi. La stessa concezione bru- niana del luogo, che è apparsa
al Tocco assai « più larga » di quella tradizionale, è in realtà anch'essa
derivante da testi molto diffusi. L'idea di servirsi di « oggetti animati » per
rap- presentare i luoghi, non è affatto nuova: è già presente in un testo di un
secolo prima, il De omnibus ingentis augendae memoriae di Michele Alberto da
Carrara.!! Anche nelle pagine del Canzus Circaeus, pubblicato a Pa- rigi nel
1582, sono facilmente rintracciabili, dietro il periodare contorto e il
barocchismo delle immagini, temi ben noti. Nel secondo dialogo del Canzus (che
fu ripubblicato con qualche modifica a Londra l’anno seguente con il titolo di
Recens et completa ars reminiscendi), la materia già trattata nel De Umbris
viene ripresentata con maggiore preoccupazione per una diffusione
manualistica.'? Ponendosi come una tecnica capace di migliorare, mediante
opportuni artifici, la naturale condizione dell’uomo, l’arte appare accessibile
a chiunque.
Fra i suoi meriti
Bruno annovera, significativamente, proprio questa compiuta tecnicizzazione
dell’arte: Intentio nostra est, divino annuente numine, artificiosam
metodicamque prosequi viam: ad corrigendum defec- tum, roborandam infirmitatem,
et sublevandam virtu- tem memoriae
naturalis: quatenus quilibet (dummodo sit rationis compos, et mediocris
particeps iudicii) pro- ficere possit in ea, adeo ut nemo talis existentibus
con- ditionibus, ab ademptione huius artis excludatur. Quod quidem ars non
habet a seipsa, neque ex corum qui praecesserunt industria, a quorum
inventionibus excitati, promoti sumus diuturnam cogitationem ad addendum, 11
Cfr. qui alle pp. 34 - 35, e si veda inoltre il mio saggio La costruzio- ne
delle immagini nei trattati di memoria artificiale del Rinascimento, in:
Umanesimo e simbolismo, cit., pp. 161 - 168. Per le « regole» bru- niane sui
luoghi cfr. Opp. Zat., II, I, pp. 69-71. Il giudizio del Tocco, Le opere
latine, cit., p. 51 è stato ripreso da C. VasoLi, Umanesimo e simbologia, cit.,
p. 276. Per il testo del Carrara, già sopra cit., cfr.: « Guido pater meus ex
animalibus cepit locos suos et corum ordine ex alphabeto deduxit... asinus,
basiliscus, canis, draco... haec singula in quinque locos dividebat... Nam hunc
ordinem ipsa natura porrexit neque confundi in eis cnumerandis ingenium
potest... » 12 Cfr. Tocco, Le opere latine, cit., pp. 63-66. Opp. lat., II, 2,
pp. 69 - 119. LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 117 tum eis quac faciunt
ad facilitatem negotii atque certi- tudinem, tum etiam ad brevitatemn.15
Espressioni di questo tipo non devono trarre in inganno. Poche righe più avanti
si riaffacciavano i temi, tipicamente ermetici, della necessità di un personale
contatto fra il maestro e il discepolo e di una necessaria segretezza dell’arte
: Hortatur enim Plato in Euthidemo ut res celeberrimae atque archanac habcantur
a philosophis apud se et paucis atque dignis communicentur... Idem omnibus iis,
in quo- rum manus ista devenerint, consulimus: ne abutantur gratia et dono
eisdem elargito. Et considerent quod figuratum est in Prometheo qui cum deorum
ignem hominibus exhibuisset, ipsorum incurrit indignationem.!4 Assai più
interessante di questi atteggiamenti che ripetono motivi diffusi, è il
tentativo compiuto da Bruno di mante- nere la terminologia dell’arte ben
distinta da quella in uso negli altri campi del sapere. Il termine subdiectum,
chiarisce Bruno, ha qui un significato diverso da quello che al mede- simo
termine viene attribuito in logica o in fisica. Esso viene qui assunto «
secundum intentionem convenientem, quae tech- nica appellatur, utpote secundum
intentionem artificialem ». Non è il soggetto delle predicazioni formali che,
in logica, viene contrapposto al predicato, né quello della forma sostan- ziale
detto le o materia prima. Non è il subiectum delle forme accidentali né di
quelle artificiali che ineriscono ai corpi natu- rali: «sed est subiectum
formarum phantasibilium apponibi- lium, et remobilium, vagantium et
discurrentium ad libitum operantis phantasiae et cogitativae ». Allo stesso
modo il ter- mine forma non è usato come sinonimo di idea, così come av- viene
nella metafisica platonica; né come sinonimo di essenza, così come avviene in
quella peripatetica; non indica, come nella fisica, la forma sostanziale o accidentale
informante la materia; né, secondo l’accezione tecnica, indica una « inten-
tionem artificialem additam rebus physicis ». L'universo di discorso del
termine forma è, per Bruno, quello di una logica non razionale, ma fantastica:
« Forma sumitur... secundum 19 Opp. lat., II, I, p. 215. 14 Opp. lat., II, 1, p. 216.
118 CLAVIS UNIVERSALIS rationem logicam non quidem rationalem, sed phantasticam
(quatenus nomen logices amplius accipitur) ».!° Quest'ampliamento della logica tradizionale, questa
costru- zione di una logica fantastica è in realtà uno dei motivi essen- ziali
del discorso bruniano. Chi, come il Tocco, ha netta- mente separato nella
produzione bruniana le opere mnemo- tecniche da quelle lulliane contrapponendo
il carattere « psi- cologico » delle prime al carattere « metafisico » delle
se- conde *° ha distinto, in modo artificiale, ciò che in Bruno sj presenta
organicamente connesso e ha finito per precludersi la via ad una effettiva
comprensione degli elementi di “novità” presenti nella posizione bruniana.
L'atteggiamento sostanzial- mente nuovo che Bruno assume nei confronti della
tradizione della mnemotecnica retorica e dell’eredità del lullismo è deter-
minato proprio dal tentativo di trovare un punto di conver- genza o un terreno
comune (o, se si vuole, di operare una “sintesi”) fra due tecniche che erano
nate da diverse esperienze e che avevano a lungo proceduto lungo due linee non
conver- genti. In quanto seguace di Lullo, Bruno trasferisce all’interno
dell’arte della memoria quelle esigenze metafisiche caratteri- stiche del
lullismo: in quanto riformatore dell’ars remini- scendi, egli non esita a
servirsi, accostandoli a quelli tradizio- nali, degli accorgimenti e delle
regole teorizzati dai seguaci della combinatoria. Su queste basi egli conduce
la sua pole- mica contro i suoi predecessori e su queste basi giunge a dif-
ferenziare la sua dalle altre posizioni: 1) in primo luogo egli rifiuta quel
rapporto di tipo convenzionale che i teorici del- l’ars memoriae avevano posto
tra il luogo e l’immagine; con- tro questa posizione egli sostiene la necessità
di una connes- sione reale (che può essere una associazione o un nesso di tipo
logico) tra il subiectum c l’adiectum;'* 2) in secondo luo- go e sulla base di
questa esigenza egli sostituisce ai tradizio- nali elenchi delle casalinghe
immagini degli oggetti d'uso pre- senti nei testi quattrocenteschi, complicate
immagini mitologi- 15 Cfr. Opp. lat., II, 1, pp. 221, 222, 234. 16 F. Tocco, Le
opere latine, cit., p. 93. !? Opp. lat., Il, 1, p. 81: « Opus est non ita
adiecta subiectis applicari, quasi ca casu et ut accidit proiiciantur... ita
adcoque invicem conneva, ut nullo ab invicem discuti possint turbine ». LA
LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 119 che ed astrologiche (attinte alla
tradizione ermetica) che gli offrono la possibilità di una rappresentazione
visiva non solo del soggetto, ma anche dei rapporti intercorrenti tra il sog-
getto centrale e tutti i caratteri e le nozioni che sono ad esso collegati
secondo un ordine sistematico;!* 3) in terzo luogo egli concepisce le figure
ruotanti teorizzate da Lullo come strumenti per la memoria artificiale; nelle
diverse ruote pos- sono essere simbolizzate, mediante lettere alfabetiche
latine greche ed ebraiche, tutti gli elementi costitutivi dell’arte.!° I
centotrenta luoghi fondamentali ricavabili dalle varie combi- nazioni, mentre
si presentano come essenziali in vista della piena realizzazione della memoria
artificiale, indicano al tem- po stesso anche gli elementi presenti in un
sistema qualunque di relazioni logiche. Tra logica e arte della memoria non si
danno, per Bruno, differenze sostanziali. La logica memora- ziva che è al
culmine delle sue aspirazioni ha una parentela assai stretta con la metafisica:
«l’arte — egli scrive — è un certo abito dell’anima raziocinante che si
distende da ciò che è il principio della vita del mondo al principio della vita
di
tutti i singolari
».?° Esaminando i testi dei grandi commentatori rinascimentali dell’Ars magna,
abbiamo già rilevato come il problema di una tecnica memorativa, rispetto alla
quale gli alberi le ruote le tavole si pongono come strumenti, si presentasse come
costi- tutivo rispetto agli sviluppi della combinatoria. Si è d'altra parte
sottolineato anche il fatto che quest'idea di una logica memorativa si presenta
strettamente collegata a quella inter- pretazione enciclopedistica del lullismo
che, facendo leva sul- l’immagine lulliana dell’albero, trasforma molti dei
commenti lulliani in vere e proprie enciclopedie o tentativi di classifica-
zione degli elementi che costituiscono il mondo reale e il mondo della
cultura." Chi abbia presenti queste conclusioni non potrà certo
meravigliarsi né dell’insistenza bruniana sugli aspetti mnemotecnici del
lullismo, né dei suoi tentativi di de- 18 Sull’ applicazione delle immagini
zodiacali di Teucro Babilonico all'arte cfr. C. Vasori, Umanesimo e simbologia,
cit., p. 281, 291. 1° Cfr. Opp. lat., Il, 1, pp. 107 - 115. 2° Opp. lat., II,
1, p. 56. 2h qui alle pp. 51-61. 120 CLAVIS UNIVERSALIS scrizione degli
elementi costitutivi dell'universo mediante il riferimento ai nove subiecta
dell’arte.” Alla luce di queste considerazioni non apparirà più soste- nibile
neppure quella tesi del Tocco secondo la quale un’opera come il De progressu et
lampade venatoria logicorum dell’ 87 sarebbe « un compendio della topica
aristotelica » affatto indi- pendente dai commenti all’arte lulliana.°? Il
ricorso alle im- magini del campo, della torre, del cacciatore permette di
colle- gare questa indagine sulla dialettica ai trattati sulla memoria, mentre
l’esplicito riferimento alle figure consente un accosta- mento alla tematica
del lullismo.?* Ma non si tratta solo di ragioni “interne”; in molti dei testi
dell’enciclopedismo cin- quecentesco (si pensi per esempio allo scritto /2
RAetoricam Isagoge del 1515) il lullismo appare fortemente intrecciato ai temi
della cosmologia e della retorica.?* Non a caso, anche Bruno fu fortemente
interessato al problema di una “applica- zione” dell’arte alla retorica e alla
fisica: nell’Artificium pe- rorandi (dettato a Wittenberg nell’ ’87 c
pubblicato dallo Al- sted nel 1610) egli tenta una applicazione della mnemotecnica
lulliana ai diversi tipi del discorso retorico, mentre nella Figu- ratio
aristotelici physict auditu del 1586 avvia una traduzione in immagini dei
concetti centrali della fisica aristotelica. Nei testi londinesi del 1583 le
complesse immagini dei sigilli erano state assunte da Bruno a indicare non
direttamente gli oggetti da ricordare, ma le regole stesse dell’arte. Ma più
che su questi testi,°° peraltro molto significativi, gioverà qui sotto- lineare
la valutazione del lullismo che è presente nel De lam- pade combinatoria del
1587: Agrippa non riuscì a penetrare (« aut prorsus non penetravit, aut non
satis ») nel valore dimo- strativo della combinatoria e si servì dell’arte per
celebrare se stesso piuttosto che i testi lulliani; più degni di considera-
zione furono i tentativi di Lefèvre e di Bovillus; solo attraverso la riforma
bruniana l’ars magna è giunta al suo pieno compi- 22 Cfr. Opp. lat., Il, 2, pp.
12, 41-49. 29 F. Tocco, Le opere latine, cit., p. 15. 24 Cfr. Opp. lat., Il, 3,
pp. 12-13. 25 Cfr. qui alle pp. 53-55. Si vedano le considerazioni del Vasoti,
Umanesimo e simbologia, cit.,, p. 293 ss. LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO
BRUNO 121 mento ed è pervenuta al più alto grado possibile di perfezione: «
artem hanc a Raymundo Lullo adinventam ita complevimus ut ab omni
contemptibilitatis praetextu vindicavimus... ut om- nino impossibile sit ei
aliquid amplius adiicere ».°” In questo rapido quadro assume un rilievo tutto
particolare il richiamo a quella comune fonte dalla quale derivarono la metafisica
teologica di Scoto Eriugena, l’arte lulliana, i misteri di Cusano, la medicina
di Paracelso: Hic super illius adinventionem excolendam claboravi- mus, cuius
genium summi philosophorum principes ha- biti admirantur, persequuntur,
imitantur; unde Scoti- gena thcologicam
metaphysicam, vel metaphysicam (quam scholasticam appellant) theologiam, cum
subtilibus aliis extrassisse constat; a quo admirandum illud vestratis Cusani quanto profundius atque
divinius, tanto paucio- ribus pervium minusque notum ingenium, mysteriorum,
quac in multiplici suac doctrinae torrente delitescunt, fontes hausisse
fatetur; a quo novus ille medicorum princeps. Paracelsus...?* Le ragioni di
questi accostamenti apparvero già chiare al Tocco: l’opera di Lullo fu valutata
dal Bruno come una delle principali espressioni di quel neoplatonismo che, muo-
vendo dalla identità di ideale e reale, ritiene di poter proce- dere ad una
costruzione della realtà mediante la determina- zione del movimento delle idee.
Mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e andava
sostituendo le immagini ai termini e la topica all’analitica, l’arte bruniana
si muoveva su un terreno ben diverso da quello delle indagini dialettiche,
rifiutava ogni identificazione con una tecnica lin- guistica o retorica,
intendeva aprire possibilità di prodigiose avventure e di costruzioni totali: «
Quaedam vero adeo arti videntur appropriata, ut in eisdem videatur naturalibus
om- nino suffragari: haec sunt Signa, Notae, Characteres et Sy- Gilli: in quibus
tantum potest ut videatur agere praeter natu- ram, supra naturam, et, si
negotium requirat, contra natu-
ram ».°° Il fine
dell’arte non consiste semplicemente in un raf- forzamento della memoria o in
un potenziamento delle fa- Opp. lat., 11, 2, pp. 327, 235. Opp. lat., II, 2, p.
234. Opp. lat., II, 1, p. 62. W n US] » (2) 122 CLAVIS UNIVERSALIS coltà intellettuali:
essa «ad multarum facultatum inventio- nem, viam aperit et introducit ». Non a
caso nei testi più signi- ficativi della magia bruniana troviamo ancora
presente il ricor- so ai sigilli, ai segni, alle figure che vengono avvicinati
ai gesti e alle cerimonie come elementi costitutivi ed essenziali di quel
linguaggio mistico-rituale che, solo, può aprire la strada a colloqui divini:
«cum certo numinum genere non nisi per definita quaedam signa, sigilla,
figuras, characteres, gestus ct alias cerimonias, nulla potest esse
participatio ».°° Nella conce- zione bruniana della magia come forza ministra e
dominatrice della natura, capace di intendere le segrete corrispondenze fra le
cose e di cogliere le formule ultime della realtà, in opere come il De Magra,
le Theses de Magia, il De Magia mathe- matica trovavano davvero la loro
risoluzione i problemi dibat- tuti nelle opere mnemotecniche e lulliane.?!
L'immagine di un universo unitario che va interpretato e decifrato mediante i
simboli giungeva qui, come già nel Sygil/us, al suo pieno compimento: Una lux
illuminat omnia, una vita vivificat omnia... Atque altius conscendentibus non
solum conspicua erit una omnium vita, unum in omnibus lumen, una boni- tas, et
quod omnes sensus sunt unus sensus, omnes no- titiac sunt una notitia, sed et
quod omnia tandem, utpote notitia, sensus, lumen, vita sunt una essentia, una
virtus et una operatio."? Alla comprensione della magia bruniana, del
grandioso tentativo del Nolano di dar luogo ad un'arte capace di av- vicinare
gli uomini ponendosi come strumento essenziale ad una riforma delle religioni,
potrebbe giovare non poco un esame, analiticamente condotto, dei rapporti fra
il Bruno lul- liano e mnemotecnico e quello, più noto, delle opere mag- giori.
Da un tale esame potrebbero forse derivare anche con- tributi non trascurabili
ad una comprensione della lingua e dello stile bruniani. Nel ritmo convulso
della sua prosa ita- liana sarebbe difficile continuare a vedere (come vuole
uno storico insigne della letteratura) un «affidarsi all’istinto e al- 30 Opp.
lat., HI, pp. 412-13 (De Magia). * Cfr. C. Vasoti, Umanesimo e simbologia,
cit., p. 303. Opp. lat., III, pp. 393-454; 455-91; 494-506. 32 Opp. lat., II,
2, p. 179. LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 123 l'abbondanza della vena
». Il compito delle immagini, poste accanto ad un soggetto, è quello di «
presentare, effigiare, de- notare, indicare, per esprimere e significare a
somiglianza della pittura e della scrittura ». La molteplicità delle imma- gini
deve indicare ed esaurire i significati, impliciti ed espliciti, contenuti
nelle idee centrali e costituire con esse una inscindi- bile unità. Dietro il
continuo ritorno delle immagini, l’ab- bondanza delle ripetizioni, il
succedersi dei simboli che in- tendono raffigurare sensibilmente i concetti
stavano in realtà anche precise convinzioni di natura “filosofica”: «
philosophi
sunt quodammodo
pictores atque poetae, poetae pictores et philosophi, pictores philosophi et
poetae, mutuoque veri poe- tae, veri pictores et veri philosophi se diligunt et
admirantur; non est enim philosophus nisi qui fingit ct pingit... ».!° Zi
COMBINATORIA, ARS MEMORATIVA E MAGIA NATURALE NEL SE- coro XVII. Esaminando le
enciclopedie e i teatri universali della se- conda metà del Cinquecento,
considerando i testi bruniani,
abbiam visto che
l’ars memorativa di derivazione ‘cicero- niana”, mentre si congiungeva con
l’eredità della tradizione lullista, si collegava anche strettamente ai temi di
una metafi- sica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala, agli
ideali della magia e dell'astrologia, al gusto per le immagini, i simboli, le
cifre, le imprese e le allegorie. La ricerca di una «chiave universale » capace
di decifrare «l’alfabeto del mon- do » e di individuare la trama costitutiva
della realtà, l’aspi- razione ad un teatro enciclopedico che fosse lo «
specchio » fe- dele della realtà, avevano piegato ad esigenze nuove e a fini
diversi da quelli originari le tecniche della memoria arti- ficiale. Inseriti
nel discorso, pieno di toni iniziatici, di una magia rinnovata, gli
accorgimenti per la costruzione di un'arte memorativa avevano finito per
perdere ogni contatto con il terreno delle scienze mondane della dialettica,
della retorica, «della medicina e per apparire miracolosi strumenti per il rag-
giungimento del sapere totale o della pansofia. Su questo terreno si mossero,
nella prima metà del secolo 24 Cfr. Corsano, // pensiero di G. Bruno, cit., p.
97. 124 CLAVIS UNIVERSALIS XVII, non pochi fra i sostenitori e i seguaci delle
arti mnemo- niche e del lullismo. Fra il 1617 e il 1619, negli anni stessi che
vedevano il giovane Cartesio interessato al lullismo e alle arti della memoria,
vedevano la luce a Lione le opere di Johannes Paepp. Una di queste, lo
Schenkelius detectus seu memoria artificialis hactenus occultata era un ampio
commento dell’Ars memoriae dello Schenkel, un testo ben noto a Cartesio. Negli
Artificiosae memoriae fundamenta e nella Introductio facilis in praxin
artificiosae memoriae, il Paepp si soffermava ad illu- strare a lungo le
dottrine aristoteliche ciceroniane e tomiste sulla memoria, ma mostrava di aver
subìto anche le influenze del lullismo e dei suoi esponenti più significativi,
dal Bruno allo Alsted.** Proprio sulle tracce di quest'ultimo, in aspra
polemica con i denigratori dell’arte, egli sosteneva la oppor- tunità di una
stretta connessione della logica con la mnemo- tecnica: mentre la prima appare
necessaria ad alcune arti e discipline, la seconda è indispensabile ad ogni
forma di sa- pere.?® Mentre sottolineava la funzione mnemonica dei circoli
lulliani °° e dettava accorgimenti per decifrare i testi dell’ars notoria, il
Paepp eliminava non a caso ogni distinzione tra “ciceroniani” e “lullisti”
collocando in uno stesso elenco, tra 94 Jon. Paerr, Arzificiosae memoriae
fundamenta ex Aristotele, Cicc- rone, Thoma Aquinate, altisque praestantissimis
doctoribus petita, fi- guris, interrogationibus ac responsionibus clarius quam
unquam ante- hac demonstrata, Lugduni, apud Bartholomeum Vincentium, 1619;
Eisagoge, seu introductio facilis in praxin artifiosae memoriae, ibidem, 1619;
Schenkelius detectus, seu memoria artificialis hactenus occultata, ibidem, 1617
(copie usate: rispettivamente Triv. Mor. L. 430; 430 (2); M. 17). 95 «Sed miror
cur cidem (i negatori dell’arte) non et logicam artifi- cialem nigro calculo
notent. Ut enim logica artificiosa intellectui rerum cognitionem secutius
venatur, sic artificiosa memoria acquisitam ac comparatam cognitionem tenacius
conservat ac tuetur naturali; quare Alstedius non minus hanc ad omnes artes et
disciplinas, quam istam ad nonnullas necessariam probat » (Artificiosae
memoriae fundamenta, cit., p. 10). 26 Sulla funzione dei «circoli » cfr. gli
Artificiosae memoriae funda- menta, cit., pp. 13, 49, 52; sulla scrittura
segreta da impiegare nell’ in- segnamento dell’ arte cfr. p. 99-02, dove
vengono dettate due regole fondamentali: « 1) Legendum more hebraico, puta
ordine retrogrado; 2) Alpha et omega sunt otiosa id est primae et ultimae
literae non habetur ratio » osras significa ars; codrot ordo, bogamir imago ecc
». LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 125 i fondatori e i teorici
dell’arte, Quintiliano e Cicerone, Lullo e Gratarolo, Pietro da Ravenna e
Romberch, Rosselli e Gior- dano Bruno, Schenkelius e Alsted.?* Non poche delle
sue pa-
gine appaiono
dedicate a discutere le posizioni bruniane e, come già Bruno, anch'egli si
richiama alle immagini degli dèi antichi e dell’astrologia trasformando la sua
trattazione in una elencazione di temi iconografici (« Saturnus, homo senex,
pannosus, capite aperto, altera manu falcem, altera vero nescio quid panno
involutum gestans... Iupiter apud veteres effin- gebatur sedens, in
inferioribus partibus nudus... »).°* Più volte, negli scritti del Paepp,
ritornano dettagliate narrazioni e minuziosi resoconti di miracolosi fenomeni
di capacità mne- moniche.?® Più che a una discussione dei temi attinenti alla
retorica o alla enciclopedia, il Paepp è fortemente interessato alla
descrizione dei mirabili risultati cui si può pervenire con l’aiuto dell’arte.
Le tecniche della combinatoria e dell’ars reminiscendi venivano qui utilizzate
su un piano che presenta non pochi punti di contatto con quello della magia e
dell’oc- cultismo: mediante l’arte è possibile trasformare rapidamente un
fanciullo in un sapiente, entrare in possesso di prodigiose virtù, giungere a
suscitare la stupefatta amimrazione dei dotti e dei reggitori della cosa
pubblica. Già in Bruno, abbiamo visto, la tematica del lullismo e dell’ars
reminiscendi era apparsa strettamente connessa alle aspirazioni e agli ideali
della magia. L’ars inveniendi e l’arte memorativa si configuravano spesso come
progetti di fonda- zione di un’arte mirabile capace di condurre entro i segreti
della natura e di decifrare la scrittura dell’universo. Non si trattava solo di
ampliare, mediante l’arte, le capacità mnemo- niche: la tecnica lulliana si
pone in Bruno come ricerca e definizione dei ritmi della natura; il riferimento
ai subiecta dell’arte consente di determinare contemporaneamente i prin- 2?
Cfr. Eisagoge seu introductio, cit., p. |. °* Per i rapporti del Paepp con il
Bruno cfr. N. Bapatoni, Appunti intorno alla fama del Bruno nei secoli XVII e
XVIII, in « Società », XIV, 1953, n. 3, p. 517-518. Per l’uso delle immagini
degli dèi anti- chi in Paepp cfr. gli Artificiosae memoriae fundamenta, cit.,
pp. 86, 89 (ma cfr. alle pp. 86 - 113). °° Cfr. Artificiosae memoriae
fundamenta, cit., pp. 55-56 e soprattutto Schenkelius detectus, cit., pp.
31-39. 126 CLAVIS UNIVERSALIS cipi del discorso e gli elementi costitutivi della
realtà. All'arte bruniana della memoria, in quanto prodotto magico o arte
segreta capace di ampliare smisuratamente le possibilità uma- ne, si
interessarono com'è noto Pio V, Enrico III, Giovanni Mocenigo. Un discorso
certo molto diverso, ma non in tutto dissimile converrebbe fare per Campanella
che amò anch'egli presentarsi come dotato di miracolose facoltà: al cardinale
Odoardo Farnese egli assicurava di poter insegnare filosofia naturale e morale,
logica, retorica, poetica, politica, astrologia e medicina con un metodo
speciale che avrebbe consentito di realizzare in un anno maggiori risultati di
quelli ordinaria- mente conseguibili con dieci anni di normale insegnamento.
Questo stesso concetto e la stessa insistenza sulla possibilità di una straordinaria
« facilità » di apprendimento, ritroviamo nelle pagine della Città del Sole.
Prima di dieci anni, i fan- ciulli della città solare apprendono «senza
fastidio » tutte le scienze servendosi di quella gigantesca enciclopedia che
risulta dalle immagini dipinte sulle pareti delle sei muraglie.'° Questo
ricorso all’immagini come elemento essenziale ha, in Cam- panella, un
significato non trascurabile: all’enciclopedismo lullista, fondato sui termini
e sui procedimenti logico-mate- matici, egli ne contrappone un altro fondato
sulle immagini sensibili delle cose. Nel perduto De investigatione rerum,
composto fra il
1587 e il ’91, Campanella aveva fatto riferi- mento ad una dialettica ex solo
sensu che classificava gli og- getti del senso in nove categorie « ut quilibet
de quacumque re non per vocabula tantum, ut Raymondo Lullio mos est, sed per
sensibilia obiecta ratiocinari posset ». A questa stessa esigenza di un sapere
non verbale, fondato sul senso e sulle cose, rispondono del resto le
osservazioni, svolte nel De sensu rerum et magia del 1620,** sulla memoria come
« senso anti- cipato », le sue critiche alle tesi della medicina peripatetica,
la sua affermazione che sia possibile operare sulla memoria con i ritrovati
della medicina, la identità, più volte affermata, di 4° Per l’enciclopedia
dipinta sulle muraglie e per la facilità dell’ ap- prendimento delle scienze
cfr. La città del sole, in Scritti scelti di G. Bruno e di T. Campanella, a
cura di L. Firpo, Torino, 1949, pp. 412- 415, 419. 4! Del senso delle cose e
della magia, Bari, 1925, pp. 98- 100. LA LOGICA FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO
127 memoria e imaginativa. Si comprenderà anche, tenendo pre- senti queste
considerazioni, come egli potesse guardare con simpatia alla « memoria locale »
che fa larghissimo uso di immagini sensibili. Gli stessi risultati cui è
pervenuta la mne- motecnica “citeroniana” appaiono in tal modo a Campanella una
conferma della sua definizione della memoria come « sen- so indebolito »: «
l’arte della memoria locale, al senso esposta in cose assai sensibili e note,
ponendo le cose cognite per simi- glianza, mostra che la memoria sia senso
indebolito che così si rinnova e fortifica ». Quell’arte della « memoria locale
», alla quale faceva rife- rimento il Campanella, non mancò certo di cultori
nel corso del secolo XVII: negli scritti di Filippo Gesualdo e di Gero- lamo
Marafioto, di Johannes Austriacus e di Adam Bruxius, di Francesco Ravelli e
dello Schenkel, di John Willis e di Velasquez de Azavedo,* ritornavano i temi e
le regole della 42 Cfr. JoannIs MarciRI, De memoria artifictosa, Francofurti,
1600 (Fir. Naz. 3.8.530); la Plutosofia del Reverendiss. Padre F. Filippo Ge-
sualdo dei Minori Conventuali nella quale si spiega l’arte della me- moria,
Vicenza, Heredi di Perin Libraro, 1600 (Triv. Mor. H. 65); F. GiroLamo
Manarioro, Nova inventione et arte del ricordare per luoghi et imagini et
figure poste nella mani, Venezia, 1605 (Triv. Mor. M. 68); la traduz. latina
dell’opera del Marafioto: De arte remuni- scentiac per loca et imagines ac per
notas et figuras in manibus post- tas fu pubblicata nel 1610 e inserita nella
edizione (qui di seguito ci- tata) del Gazophylacium artis memoriae dello
Schenkelius alle pp. 273 - 338. Nella stessa edizione, alle pp. 183-272 è
inserito il De memoria artificiosa libellus di Johannes Austriacus (Angelica,
SS.1.24); fra i commentatori del De memoria dello Schenkel (pubblicata per la
prima volta nel 1595) sono da segnalare gli scritti di Martin Sommer (Vene-
zia, 1619) sotto il cui nome si nasconderebbe secondo il Morhof (Po- Iyhistor,
I, p. 374) lo stesso Schenkel e l’Ars memoriae... in gratiam et usum inventutis
explicata, Francofurti, typis N. Hoffmanni, 1617 di Francesco Martino Ravelli
(Ravelinus) (Par. Naz. Z. 58347). Più interessante è il Simonides redivivus
sive ars memoriae et oblivionis... tabulis expressa... cui accessit Nomenclator
mnemonicus, Lipsiae, im- pensis T. Schureri, 1610 di Adamus Bruxius (Par. Naz.
Z. 7878 - 7879) poi ristampata nel 1640. Ad un anonimo professore di Lipsia si
deve l'Ars memoriae localis plenius et luculentius exposita... cum applica tone
ciusdem ad singulas disciplinas et faculates, Lipsia, 1620. Non sono riuscito a
vedere questo testo né JoHANNES VELASQUEZ DE AZAVEDO, Fenix de Minerva y arte
de memoria que ensena sin maestro a apren- der y retenir, Madrid, 1620 (il
titolo riecheggia quello del Ravennate). 128 CLAVIS UNIVERSALIS mnemotecnica
“classica”, venivano commentate e discusse le opere sulla memoria di
Aristotele, di Cicerone, di Quintiliano, di Tommaso, di Pietro da Ravenna, si
tentavano combinazioni e sintesi tra la mnemotecnica ciceroniana e la combinatoria
di Lullo, si costruivano teatri ed enciclopedie, sî escogitavano nuove, più
complicate immagini, si conducevano discussioni sui segni, sui gesti e sui
geroglifici. Più che questi testi, che contribuiscono a diffondere una tematica
già largamen- te nota e ad alimentare discussioni da tempo iniziate, ap- paiono
degni di considerazione altri scritti nei quali la ma- gia non costituisce
soltanto — come per Bruno e per Cam- panella — lo sfondo culturale sul quale si
collocano le arti della memoria, ma offre a queste una precisa giustificazione
di ordine teorico. In questi scritti la connessione tra le tecniche magiche e
quelle della memoria viene esplicitamente teoriz- zata e l’ars reminiscendi
viene presentata come un prodotto di magia. Nella Magia naturalis di Wolfgang
Hildebrand A Lipsia- Francoforte, nel 1678 vedeva infine la luce, con il titolo
Variorum de arte memoriae tractatus selecti, una raccolta di scritti com-
prendente le opere dello Schenkel, del Ravelli, del Paepp, dell'Au- striacus,
del Marafioto, dello Spangerberg. Lo Schenkel, cui toccò in sorte di essere
discusso brevemente da Cartesio, è figura particolar- mente interessante:
fortunato insegnante c diffusore dell’arte
mne- monica in Francia, Italia e Germania (« artem hanc — scrive il
Morho- fius, I, 374 — magno cum successu suo nec sine insigni suo lucro
exercuit ») fu accusato dì stregoneria durante un suo soggiorno all’ Uni-
versità di Lovanio, riuscendo poi ad ottencre protezione ed appoggio dalla
facoltà teologica di Douai. La prima edizione della sua opera, poi spessissimo
ristampata, è del 1695: De memoria liber secundus in quo est ars memoriae,
Leodii, Leonardus Straele, 1595. Insieme ai tre opuscoli sopra ricordati
dell’Austriacus, del Marafioto e dello Span- gerberg l’opera fu ristampata con
il titolo Gazophylacium artis me- moriace, Argentorati, Antonius Bertramus,
1610 (Angelica. SS. 1. 24). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia
pro rege catholico in calvinistam, Anteverpiae, 1589 ec una raccolta di Flores
et sententiac in- signiores ex libris de Constantia Justi Lipsit, s.)., 1615
(Par. Naz. Yc. 12326 e Z. 17739), è stato ristampato, in edizione moderna, il
Com- pendium der Mnemonik, con testo latino e trad. tedesca a cura di J. L.
Kliber, Erlangen, J. J. Palm, 1804. All’insegnamento di quest'auto- re si
richiama anche la curiosa enciclopedia di Aprian LE Cuiror, Le magazin des
sciences, ou vrai art de mémoire découvert par Schen- Relius, traduit et
augumenté de l’alphabet de Trithemius, Paris, ]J. Quesnel, 1623 che amplia
molto il testo originario (Par. Naz. Z. 11298). LA LOGICA FANTASTICA DI
GIORDANO BRUNO 129 (1610) la creazione della memoria artificiale viene
presentata come la applicazione dell’arte magica ad una particolare forma
dell’operare umano.‘ Nella Regina scientiarum e nella Enciclopaedia Pierre Mo-
restel insiste su temi largamente diffusi: la regina delle scienze, che è
l’arte di Lullo, non verte su un oggetto particolare, ha caratteri tali di
generalità c di certezza da presentarsi come totalmente autosufficiente, da
essere in grado di consentire il pieno raggiungimento della verità in ogni ramo
del sapere. All’arte mnemonica degli antichi, fondata sulla dottrina dei luoghi
e delle immagini, Morestel contrappone, come nuova arte della memoria, la combinatoria
lulliana. Nei suoi scritti la trattazione dei temi del lullismo e della
mnemotecnica si collega con quella della filosofia occulta dei filosofi
presocra- tici, con l'interpretazione delle favole antiche, con la tematica
della cabala, con la ricerca di una chiave universale.*' Alla 49 W. Hiupesranp,
Magia naturalis, das ist, Kunst und Wunderbuch, darinne begriffen Wunderbaren
Secreta,, Geheimniisse und KRunststi- che... Leipzig, 1610. 44 Cfr. Pierre
MoRESTEL, Enciclopaedia sive artificiosa ratio et via cir- cularis ad artem
magnam R. Lullit per quam de omnibus disputatur habeturque cognitio, s.l., in
collegio Salicetano, 1646 (Par. Naz. Z. 19006); La philosophie occulte des
devanciers d'Aristote et de Platon, en forme de dialogue, contenant presque tous
les préceptes de la phi- losophie morale extraite des fables anciennes, Paris,
T. Du Bray, 1607 (Par. Naz. V. 21888); Les secrets de la nature... contenant
presque tous les préceptes de la philosophie naturelle extraite des fables
anciennes, Paris, R. de Beauvais, 1607 (Par. Naz. J. 25112); Artis
kabbalisticae sive sapientiae divinae academia, Parisiis, apud M. Mondière,
1621 (Par. Naz. A. 7729); Regina omnium scientiarum qua duce ad omnes scien-
tias et artes, qui literis delectantur facile conscendent, Tremoniae, apud
Jodocum Kalcovium, 1664 (la prima ediz. è Rothomagi, 1632) (Casanat. M. XIX.
4). La definizione dell'arte di Lullo, presente in questi testi, è ricalcata
secondo schemi convenzionali: « Ars R. Lullii non vul- garis, non trivialis,
non circa unum aliquod obiectum occupata, sed ars omnium artium regina... Huius
artis ea est excellentia praestan- taque, ea generalitas ac certitudo, ut, se
sola sufficiente, nulla alia praesupposita... cum omni securitate et
certitudine... de omni re sci- bili veritatem ac scientiam non difficulter
invenire faciat ». Più inte- ressante è l’interpretazione della combinatoria
come arte mnemonica: “ Artificium igitur memoriae, a veteribus traditum, locis
constabat et Imaginibus; quidni igitur dabitur aliqua ars memoriae quae
terminis constabit? Talis est ars Lullii, cuius termini generales patefaciunt
adi- 130 CLAVIS UNIVERSALIS medicina mnemonica di Gratarolo, e quindi alla
tradizione dell’aristotelismo, si richiama invece l’anonimo autore di un Ars
magica pubblicata a Francoforte nel 1631 che dedica alla memoria e alle
immagini astrologiche impiegate per raffor- zarla, due capitoli del suo
trattato. Nel Pentagonum philoso- phicum medicum, sive ars nova reminiscentiae
(1639) di La- zare Meyssonnier, medico del re di Francia e corrispondente di
Cartesio, cultore di medicina astrologica, di chiromanzia e di fisiognomica,
ritornano i temi della medicina della memo- ria, del lullismo, della cabala.
Nella Belle magie ou science de l’esprit egli presentava, in funzione della medicina
magica, un « methode de conduire la raison » e una «logique natu- relle pour
resoudre toutes sortes de questions ».'° Questa stessa esigenza di un metodo
universale si accompagna, nei testi di medicina magica di Jean d’Aubry, alla
affermazione di una scienza unitaria e suprema rispetto alla quale le parti-
tum non solum ad inventiones plurimas... sed etiam maxime faciunt ad memoriam,
cum sint quasi via artificiosa et methodica ad corri- gendum defectum,
roborandam infirmitatem et sublevandam virtutem memoriac naturalis ». (Cfr.
Regina scientiarum, cit., pp. 19, 318). 45 Cfr. Lazare MryssonnIER,
Penzagonum philosophicim - medicum sive
Ars nova reminiscentiae cum institutionibus philosophiac naturalis et medicinac
sublimioris et secretioris... clave omnium arcanorum na- turaltum Macrocosmi et
Microcosmi, Lugduni, J. ct P. Prost fratres, 1639 (Par. Naz. 4. T. 19-20); La delle magie ou
science de l'esprit contenant les fondemens des subtilitez ct de plus curicuses
et secrètes connoitssances de ce temps, Lyon, chez Nicolas Caille, 1669, pp.
322, 350 (Triv. Mor. M. 114). Delle suc competenze astrologiche ci dà testi-
monianza lo stesso Mcyssonnier: « Apres avoir durant vingi-cinq ans cxaminé
soigneusement les écrits et les observations de ceux qui ont traité de
l'astronomie ct de l'astrologie, dressé ct jugé plus de deux mille figures de
nativité, qu'on nomme vulgairement horoscopes... » Cfr. Aphorismes d'astrologie
tirée de Ptolomée, Hermes, Cardan, Munfredus et plusieurs autres, traduit en
frangois par A.C., Lyon, Mi- chel Duhan, 1657, p. 1 (Triv. Mor. M. 194). La teoria del conarinrm so- stenuta dal Meyssonnier
nel Pentagonum e nella Belle magie dovrebbe essere studiata anche in vista di
una comprensione dell'atteggiamen- to assunto da Descartes verso questo curioso
personaggio. Per i con- tatti di Meyssonnier con Mersenne c Cartesio cfr. la
lettera di Meys- sonnier a Mersenne del 25.1.1639 ricordata in Adam et Tannery,
HI, p. 17, la prima lettera a Descartes è andata smarrita e così pure la
risposta alla lettera cartesiana del 29.1.1640 (Adam et T., III, p. 18); si
vedano anche le lettere di Descartes a Mersenne del 29. |. 1640, del 1.4. 1640
e del 30. 7. 1640 (Adam cet T., III, pp. 15, 47, 120). LA LOGICA FANTASTICA DI
GIORDANO BRUNO 131 colari scienze hanno carattere di apparenza. Mentre traccia
le linee di una grande enciclopedia, egli insiste energicamente sulla
sostanziale unità del sapere e sulla artificialità di ogni separazione tra le
singole discipline : « Dans les trois premiers chapitres tu y verras toutes les
connoissances du monde et un ordre de toutes choses.... Et tu apprendras aussi
dans le troisième chapitre qu'il n'y a qu’une seule science parce qu'il n’y en
a qu’une seule laquelle donne reponse sans user d’aucune espece de
divination.... La science...
laquelle me donne des resolutions et reponses infaillibles de toutes choses,
comme estant la règle de toute verité ».*° Anche nei testi di Robert Fludd, che è il più noto e
signi- ficativo esponente dell’ermetismo e del simbolismo cabalistico del
Seicento, troviamo un’ampia trattazione, del resto con- dotta secondo canoni
assai convenzionali, dell’arte memora- tiva.!” 15 Cfr. Jean D’AuBry, Le
triomphe de l'archée et la merveille du mon- de, ou la medicine universelle ct
veritable pour toutes sortes de mala- dies les plus desesperées... Etablie par
raisons necessatres et demonstra- tions infaillibles, A Paris, chez l’auteur,
1661, avvertimento al pubbli- co, pp. non numerate (Vatic. Racc. Gen. Medicina,
IV. 1347). In que- sta ediz. francese, che segue a quella latina del 1660 —
Triumphus ar- chei et mundi miraculun sive medicina universalis, Francofurti,
1660 (Braid. A. XIII. 2388) — è compresa, in appendice, la Apologie contre
certatns docteurs en médicine... respondant à leurs calomnies que l'au- theur a
guéry par art magique beaucoup de maladies incurables et aban- donces, già
pubblicata a Parigi nel 1638. Fra gli scritti più particolar- mente dedicati a
Lullo si veda la traduzione della Blanquerna (Le Triomphe de l'amour et
l’eschelle de la gloire, ou la médicine univer- selle des ames, ou Blanquerne
de l'amy et de l'aimé, Paris, s.d. Par. Naz. R. 6217), l' Abregé de l'ordre
admirable des connoissances et des beaux secrets de saint Raymond Lulle martyr,
s. d. (Par. Naz. To. 131. 113) e Le firmament de la vérité contenani le nombre de cent démons-
trations... qui preuvent que tous les prestres... abbés, commandataires,
prédicateurs et bernabites doivent étre damnés éternellement s'ils ne vont
prescher l’ Evangile aux Turcs, Arabes, Mores, Perses, Musulmans et Mahométans,
Grenoble, J. de la Fournaise, 1642 (Par. Naz. D. 2. 5652). Ma si vedano a pp. 155-61 della Apologie
(ediz. 1661, cit.) le otto ragioni, elencate dal d’Aubry, per le quali i libri
di Lullo « doi- vent estre receus de mesme que ceux d'un Père de l’Eglise ». 4°
R. FLupp, Tomus secundus de supernaturali, naturali, praeterna- turali et
contranaturali Microcosmi historia, Oppenheimi, typis Hie- ronimi Galleri,
1619, pp. 47-70. 132 CLAVIS UNIVERSALIS 9 In piena atmosfera magica ed ermetica
ci riporta anche il Traicté de la memoire artificielle pubblicato a Lione, nel
1654, da Jean Belot e inserito, a guisa di appendice, nelle Fami:- lières
instructions pour apprendre les sciences de Chiromancie et Phystonomie.** L°
intera combinatoria lulliana viene iden- tificata dal Belot con una «memoria
artificiale »j mediante la miracolosa invenzione di Raimondo, « homme d’exquise
erudition », è possibile abbreviare in modo prodigioso il cam- mino della
scienza e sostituire al lavoro di un’intera vita il rapido apprendimento dei
princìpi fondamentali e costitutivi i ogni ramo del sapere. Per svelare
l’essenza dell’arte, che Lullo volutamente nascose sotto una serie di enigmi,
per su- perare le posizioni di Bruno, di Agrippa, di Alsted e di La- vinheta,
per mettere l’arte alla portata di tutti («cet arte estoit necessaire à ceux
qui font profession de faire sermons... ou quelque trafic de marchandise »),
Belot propone di asso- ciare la combinatoria alla chiromanzia sostituendo alle
figure della combinatoria e alle immagini della mnemotecnica cice- roniana, le
figure e i termini in uso nell'arte chiromantica.** Nonostante le pretese di
assoluta novità, le « ruote » delle quali 18 Cfr. Les Oeuvres de Jean Belot...
contenant la chiromance, phy- sionomie, l'art de mémoire de Raymond Lulle,
traité des devinations, augures et songes, les sciences steganographiques
paulines et almadelles et lullistes..., Lyon, chez Claude de la Rivière, 1654,
pp. 329-345 (Triv. Mor. L. 88). Oltre a questa edizione è da vedere l’altra di
Rouen, chez Pierre Amiot, 1688 (Triv. Mor. L. 80) poi ristampata a Liegi nel
1704. Sulle arti « paulines et almadelles » si veda la nota di L THoRnpikE,
A/fodhol and Almadel: hitherto unnoted books of magic in florentine
manuscripts, in « Speculum », 1927, pp. 326 -31. Le opere del Belot, che si
mostrò favorevole alla teoria copernicana e parlò, nel 1603, di rourbillons de
matière, andrebbero esaminate più detta- gliatamente di quanto non abbia fatto
il Thorndike (History of ma- gic and experimental science, VI, pp. 360-62;
507-10) anche perché in esse sono presenti evidenti tracce delle posizioni
ramiste: cfr. per es. alle pp. 52, 56 dell'edizione del 1654 e alle pp. 62-63 e
67-68 dell'edizione del 1688. A Bruno, come ad uno dei maggiori teorici del-
l’arte, Belot si richiama più volte: cfr. Note bruniane, in « Rivista critica
di storia della filosofia », 1959. 4° Les oeuvres de ]can Bellot, ediz. 1654,
cit., pp. 330, 331, 333-34. Per la connessione tra chiromanzia e arte mnemonica
cfr. l’opera di G. MararioTo, qui sopra citata alla nota 42. LA LOGICA
FANTASTICA DI GIORDANO BRUNO 133 il Belot si serve appaiono ricavate dai
commenti lulliani di Agrippa, mentre non mancano, in più punti, echi della
trat- tazione bruniana. Proprio da Agrippa e da Bruno egli trae infatti la
convinzione — in seguito sostenuta con maggior ampiezza nella RAetorigue — di
una stretta connessione tra retorica-dialettica da un lato e lullismo ed arti
segrete dal- l’altro. Il titolo del suo trattato è, da questo punto di vista, assai
indicativo: « La rhetorique par laquelle on peut discourir de ce qui est propre
en l’oraison et de disputable par dialecti- que, selon la subtilité de l’art
lulliste et autres arts plus secrets qui sont icy compris par une seule legon
necessaire en tout art ».5° Le finalità di una retorica e di una dialettica
fondata sul lullismo e sulla tradizione magico-alchimistica vengono presentate,
non a caso, come coincidenti con quelle che già furono proprie dell’antica
sapienza ebraica e dei sostenitori della cabala: Ce que l’antiquité a recherché
avec beaucoup de labeur toutesfois sans en avoir acquis la parfaite
connoissance, je te le donne tout entier: c'est ce qu'ont voulu acquerir les
Prophetes, Mages, Rabins, Cabalistes et Massorets, et depuis eux le docte H. C.
Agrippa.5! Portando la retorica e la dialettica sul piano delle «arti segrete
», mescolando la combinatoria alla cabala, all’astro- logia, alla medicina
magica, facendo corrispondere alle cinque partizioni della retorica nuove
partizioni attinte alla tradi- zione ermetica,°® Belot portava così
all’esasperazione, intorno alla metà del Seicento, una tematica che aveva avuto
le sue più fortunate espressioni nell’opera di Agrippa, di Bruno, di Giulio
Camillo. I primi scritti del Belot risalgono al 1620: 5° Cfr. Les oeuvres,
cit., p. 1 della seconda parte. °l Les oeuvres, cit., prefazione. 52 Les oeuvres,
cit., p. 3 della seconda parte: « Pour les parties, elles regoivent toutes les
cinq pour bonnes et utiles, mais il y en a cinq autres particulieres aussi: car
pour la memoire, elle a l’Art notoire...; pour l’action ou pronunciation, l’art
Paulin et pour les autres parties, a pour l’elocution l’art d’Almadel; pour la
disposition la seconde par- tie de la Theurgie et pour l’invention l'art des
revelations, que Tri- theme dit venir d’ Ophiel, esprit Mercurial ». 134 CLAVIS UNIVERSALIS qualche anno prima Bacone e
Cartesio avevano assunto un atteggiamento fortemente polemico contro questo
tipo di let- teratura. Su un punto essi avevano concordemente insistito: su questo
piano la combinatoria lulliana e le arti della me- moria si risolvevano
nell’inutile costruzione di giochi stupe- facenti atti a ingannare il volgo
anziché a far progredire le scienze. V. LA MEMORIA ARTIFICIALE E LA NUOVA
LOGICA: RAMO, BACONE, CARTESIO 1. Pierre DE LA RAMÉE: LA « MEMORIA » COME
SEZIONE DELLA LOGICA. L’eredità delle discussioni quattrocentesche sull’ ars
me- morativa non era stata tuttavia raccolta solo dagli esponenti della magia e
dell’ermetismo del Cinquecento e del primo Seicento. Su un diverso terreno,
quello di una rigorosa trat- tazione dei temi della dialettica e della retorica
concepite come scienze mondane, in ambienti diversi, attenti alle dispute lo-
giche, interessati agli sviluppi della matematica e della geo- metria, era
andato maturando, fin dalla metà del secolo XVI, il tentativo ramista di
inserire i problemi attinenti alla me- moria e le regole della mnemotecnica
entro una più vasta ri- cerca concernente la riforma dei metodi di invenzione e
di trasmissione del sapere. Il problema degli « aiuti della memo- ria »
giungerà per questa via ad acquistare una singolare risonanza anche nei testi
dedicati, nella prima metà del se-
colo XVII, ed una
riforma del metodo: Bacone vedrà nella ministratio ad memoriam un elemento
costitutivo del nuovo metodo delle scienze; Cartesio parlerà, a proposito della
enu- merazione, di un movimento continuo del pensiero che ha lo scopo di recar
soccorso alla naturale infermità della memoria. Più che in Francia, dove pure
vedono la luce nella prima metà del Cinquecento non pochi testi di ars
memoraziva, la tradizione ciceroniana che si ispirava in tutta Europa all'opera
di Pietro da Ravenna, aveva trovato in Italia, come abbiamo visto, i suoi più
fortunati e clamorosi sviluppi. Per quanto riguarda la Francia è dunque il caso
di insistere — trascu- rando testi come la Memoria artificialis del Campanus e
l’Ars memorativa del Leporeus (Parigi, 1515 e 1520)* che si Non ho visto
l'opera del Campanus delle cui caratteristiche discorre il Morhofius;
dell’Ars memorativa Guglielmi Leporei
Avallonensis ho visto l'edizione parigina del 1520, in Chalcographia Iodoci
Badii Ascensii (Triv. Mor. H. 416). 136 CLAVIS UNIVERSALIS limitano a
riecheggiare stancamente l’opera del Ravennate — sulla posizione assunta, di
fronte al problema dell’ars me- moriae dal maggior esponente degli studi logici
e retorici di questo periodo della cultura francese. Invece di teorizzare l’arte
mnemonica come una tecnica autonoma, costruita in vista di fini pratici ben
determinati e indipendente dagli svi- luppi della retorica e della logica,
Pietro Ramo? si preoccupa proprio dei rapporti che intercorrono fra la «
memoria » da un lato e la dialettica e la retorica dall’altro. La sua opera di
riformatore intende dar luogo a questo risultato: staccare de- cisamente la
memoria dalla retorica, alla quale una secolare tradizione la aveva assegnata,
e servirsene come di uno degli elementi costitutivi della dialettica o della
nuova logica. Ramo, com'è noto, amò presentare la sua riforma come un ritorno
agli insegnamenti della filosofia classica, come una semplificazione e una
chiarificazione di quell’insegnamento aristotelico che era stato a suo avviso
corrotto dalla confu- sione terminologica degli scolastici e da quella
tradizione reto- rica che fa capo agli scritti di Quintiliano. Il filosofo che,
in una brillante esercitazione, aveva inteso mostrare la falsità di tutte le
proposizioni aristoteliche, non esiterà poi a dichiarare in modo significativo:
« Libros veterum conservemus et ad eos, cum fuerit opus, recurramus:
philosophiamque ex eorum libris collectam puram veramque doceamus ».° Né
esiterà a rintracciare, negli stessi testi aristotelici, i fondamenti delle sue
proprie partizioni della dialettica (« Qui partitur logicam in inventionem et
dispositionem, Aristoteli authore partitur »).* ? Per qualche indicazione sulla
bibliografia intorno a Ramo cfr. la mia rassegna Ramismo logica e retorica nei
secoli XVI e XVII, in « Rivista critica di storia della filosofia », 1957, HI,
pp. 359-61. Agli studi indicati in quella sede vanno aggiunti i seguenti: M.
Dasson- viLLe, La genèse et les principes de la Dialectique de P. Ramus, in «
Revue de l'Université d’Ottawa », 1953, pp. 322-55; La dialectique de P. Ramus,
in « Revue de l’ Univ. de Laval », 1952-53, pp. 608 - 616; P. Dion, L'influence
de Ramus aux universités néerlandaises du XVII siècle, in Actes du Xle Congr. Int. de Philosophie, Louvain,
1953, XIV, pp. 307-11; R. Tuve, /Imagery and logic, Ramus and methaphysical
poetics, in «Journal of the history of ideas», 1942, IV, pp. 365-400. ® P.
Ramus, Scholae in liberales artes, Basilea, 1569, pp. 157-158. 1 Scholae in
liberales artes, cit., p. 63. RAMO,
BACONE, CARTESIO 137 Ancora ad Aristotele, del resto, egli faceva risalire
quella con- giunzione di filosofa ed eloquenza che verrà teorizzata in una
celebre orazione del 1546: « Aristoteles intelligendi pru- dentiam cum dicendi
copia coniunxit: et cum antea matutinis ambulationibus philosophiam solam
doceret, pomeridianis etiam rhetoricam docere coepit ».* Per ricostruire nel
suo vero significato il senso dell’insegnamento aristotelico, per portare alla
luce le verità che nei testi aristotelici sono presenti, anche se solo
accennate, è necessario, secondo Ramo, rifiutare ogni indebita commistione di
grammatica dialettica e retorica: alla prima andranno riferiti solo i problemi
attinenti alle etimo- logie, alla seconda soltanto l’arte dell’invenzione e
quella del giudizio, mentre la terza dovrà limitarsi alla trattazione delle
tecniche dello « stile » e del « porgere », alla capacità di ador- nare e
trasmettere il materiale prodotto dalla ricerca dialettica.
Nella storia
della logica e in quella della retorica si è veri- ficato, per Ramo, un errore
fondamentale che ha finito per snaturare profondamente il senso della prima e
della seconda. Si è ammesso con Aristotele e si è poi sostenuto con Cicerone e
con la Scolastica che fosse possibile costruire due diverse logiche valide
l'una nel campo della scienza, l’altra nel regno dell'opinione e del discorso
popolare, adatta la prima ai sa- pienti, la seconda al volgo. Proprio questa
duplicità viene energicamente rifiutata da Ramo: la teoria della inventio e
della dispositio è una sola, valida in ogni campo e in ogni tipo di discorso.®
Aver creduto all’esistenza di due diverse logiche ha condotto a un’ibrida
mescolanza di concetti e di termini affine a quella della quale si è reso
responsabile Quintiliano quando, oltre a confondere dialettica e retorica, ha
aggravato ulteriormente la situazione mescolando ai temi della retorica quelli
propri dell’etica: Duae sunt universae et generales homini dotes a natura
tributae: ratio et oratio; illius doctrina dialectica est, huius grammatica et
rhetorica. Dialectica igitur gene- 3 Cfr. la Oratio de studiis philosophiae et
eloquentiae coniungendis Lutetiae habita anno 1546, riedita nelle Brutinae
quaestiones in Ora- torem Ciceronis, Parisiis, apud Jacobum Bogardum, 1547, p.
45r. (Padova, Antoniana, T.V. 5). ° Cfr. Dialectique, 1555, pp. 3-4. 138 CLAVIS
UNIVERSALIS rales humanac rationis vires in cogitandis et disponendis rebus
persequatur; grammatica orationis puritatem in ctymologia ct sintaxi ad recte
loquendum vel scribendum interpretetur. Rhetorica orationis ornatum tum in tropis et figuris,
tum in actionis dignitate demonstret. Ab his deinde gencralibus et universis,
velut instrumentis, aliae artes sunt ceffectae... Aristoteles summae
confusionis au- thor fuit: inventionem rhetoricae partem primam facit, falso,
ut antca docui, quia dialecticae propria est; sed tamen rhetoricae partem facit
et eius multiplices artes primo artis universae loco conturbat in
probationibus... Quintilianus concludit materiam Rhetorices esse res om- nes
quae ad dicendum subiectac sunt... Dividitur rheto- rica in quinque partes:
inventionem, dispositionem, cle- cutionem, memoriam ct actionem. In qua
partitione nihil iam miror Quintiliamum dialectica tam nudum esse, qui
dialecticam ipsam cum rhetorica hic confusum non potucrit agnoscere, cum
dialecticae sunt inventio, disposi- tio, memoria; rhetorica tantum clocutio cet
actio.? Sulla separazione della dialettica dalla
retorica Ramo ebbe ad insistere instancabilmente; di fronte all’obiezione che
il retore non potrà non servirsi degli argomenti elaborati in sede di
dialettica rispondeva che la congiunzione dialettica-retorica,
presente nei vari
discorsi umani, non escludeva affatto, anzi esigeva, una distinzione ed una
separazione precisa fra la teoria della dialettica e quella della retorica: Non
potest... sine numeris Geometria, Musica, Astrologia consistere: an propterca
hae artes numeros explicare et sune professioni subiicere debebunt. Usus artium, ut iam toties
dici, copulatus est persacpe. Praecepta tamen confundenda non sunt, sed
propriis et separatis studiis declaranda.8
Le artes logicae
comprendono dunque per Ramo la dialet- tica o logica e la retorica: la prima si
articola nella inventio e dispositio, la seconda nella elocutio e nella
pronuntiatio. Identificando, sulle traccie di Quintiliano e di Cicerone, la
dispositio con il iudicium (il secondo libro della Dialectica, ® Cfr.
Rhetoricae distinctiones in Quintilianum, Parisiis, apud An- dream Wechelum,
1559, p. 18; Ciceronianus ct brutinae quaestiones, Basilea, Petrus Perna, 1577,
p. 329; RAetoricae distinctiones, cit., p. 43, * Scholae in tres primas
liberales artes, Francofurti, apud Andrcam Wechelum, 1581, p. 3I (Fir. Naz. V.
8.37). RAMO, BACONE, CARTESIO 139 noto come la Secunda pars Rami, tratta
appunto De iudicio et argumentis disponendis), Ramo fa rientrare nella tratta-
zione della dispositio quelle parti della dialettica che si rife- riscono
all’assioma o proposizione, al sillogismo e al metodo: Duae partes sunt artis
logica: topica in inventione ar- gumentorum, id est mediorum principiorum
elemento- rum, (sic cnim nominatur in Organo) et analitica in corum
dispositione.... Dispositio est apta rerum inventarum collo- catio.... Atque
haec pars est quae iudicium proprie nomi- natur, quia sillogismus de omnis
iudicandis communis regula est.... Dialecticae artis partes duae sunt: inventio
et dispositio. Posita enim quacstione in qua disserendum sit, probationes et
argumenta quaerantur; deinde, iis via et ordine dispositis, quaestio ipsa
explicatur.® In uno dei brani precedentemente citati il termine memoria è
comparso, accanto a quelli di ‘nventio e dispositio come uno degli elementi
costitutivi della dialettica (« cum dialecticae sunt inventio, dispositio,
memoria; rhetoricae tantum elocutio et actio »). Proprio alla memoria spetta,
secondo Ramo, un com- pito preciso: essa costituisce un indispensabile
strumento per introdurre ordine nella conoscenza e nel discorso. Come tale essa
non può essere omessa o trascurata: Dicis oratori tria esse videnda: quid
dicat, quo quidque loco, et quomodo: primo membro inventionem, secundo
collocationem, tertio elocutionem et actionem comprehen- dis. Memoria igitur ubi est?
Communis est -ais - multa- rum artium, propterea omittitur. Enimvero, inquam, inventionem et dispositionem
communescum multis esse (ais), cur igitur haec recensentur, illa contemnitur?
1° Tenendo presente la funzione ordinatrice attribuita da Ramo alla memoria,
appare molto significativa la identificazione so- stenuta da Ramo, della
memoria (che nella tradizione era una delle cinque “grandi arti” costitutive
della retorica) con la dottrina del giudizio appartenente alla dialettica o
logica. Dispositio, iudicium, memoria diventano in tal modo, in molti °
Animadversionum aristotelicarum libri XX, Parisiis, 1553-1560, vol. II, prefaz.
ai libri IX-XX, p. 1; Institutionum dialecticarum libri tres, Parisiis, 1543,
Il, pp. 2, 3, 77 (rispettivamente: Braid. B. XVIII. 6. 248; Ambros. SN. UV.
41). 1° Brutinae quaestiones, cit., p. 8v. 140 CLAVIS UNIVERSALIS testi
ramisti, termini intercambiabili, giacché al giudizio spetta appunto il compito
di collocare o disporre le res inventas entro un ordine preciso e « razionale »
: Dialectico inventionem, dispositionem, memoriam me- rito assignamus;
clocutionem et actionem oratori relin- quamus... Iudicium definiamus doctrinam
res inventas collocandi, et ca collocatione de re proposita iudicandi: quae
certe doctrina itidem memoriae (si tamen cius esse disciplina ulla potest),
verissima certissimaque doctrina est, ut una cademque sit institutio duarum
maximarum animi virtutum: iudicii et memoriac... Rattonis duae par- tes sunt:
‘nventio consiliorum et argumentorum, eorum- que iudicium in dispositione...
dispositionis umbra quae- dam est memoria... Tres itaque partes illae, inventio
in- quam dispositio memoria, dialecticae artis sunto.!! Nonostante i dubbi
avanzati da Ramo sulla possibilità di una disciplina della memoria come arte
autonoma, anzi, pro- prio in forza di questi dubbi, la sua concezione del
metodo come disposizione sistematica e ordinata delle nozioni ten- dente alla
costituzione di un ordine unitario delle conoscenze appare in grado di
assorbire molte di quelle « regole » che avevano trovato un’esplicita
teorizzazione all’interno della mnemotecnica tradizionale. L’ assorbimento
della memoria nella logica operato da Ramo, la identificazione da lui soste-
nuta del problema del metodo con quello della memoria se- gnava l’atto di
nascita di quella concezione del metodo come esercitante una funzione
classificatoria nei confronti della realtà che avrà grandissima fortuna nel
pensiero europeo dei secoli successivi. Questo tipo di considerazione, mentre
anti- cipava l'atteggiamento che nella discussione di questi temi Bacone
assumerà mezzo secolo più tardi, avvicinava non a caso la posizione di Ramo a
quella di Melantone che negli Erotemata dialecticae aveva visto nel metodo un
habitus videlicet scientia, seu ars, viam faciens certa ra- tione, id est, quae
quasi per loca invia et obsita sensi- bus, per rerum confusionem, viam invenit
et aperit, ct res, ad propositum pertinentes, eruit ac ordine promit.!? 1) Scholae in tres primas
liberales artes, cit., pp. 14-46; Dialecticac institutiones, cit., p. 19v. 12 MELANTONE, Erotemata dialecticace, in Corpus
reformatorum, XIII, c. 573. RAMO, BACONE, CARTESIO 14] Ad un sistematico
ordinamento delle rotiones e degli ar- gumenta, ad una ordinata collocatio dei
luoghi, alla costru- zione di enciclopedie intese come classificazioni totali
degli elementi naturali e delle operazioni umane, alla creazione di una sopica
universale avevano del resto mirato non pochi tra i più significativi testi
della mnemotecnica ciceroniana e della tradizione lullista. Il fatto che un
giovane studioso boemo, Giovanni de Nostiz, potesse pensare a una nuova logica
fon- data sugli insegnamenti di Lullo, di Ramo e di Giordano Bruno può suonare
conferma di questa fondamentale unità di impostazioni e di intenti. Per
concludere: ciò che soprattutto è da sottolineare nella posizione di Ramo è il
tentativo di inserire i problemi atti- nenti alla memoria in un discorso assai
più vasto che non ri- guardava solo la elaborazione di una particolare tecnica
utile agli oratori, agli avvocati, ai poeti, ma concerneva più delicate e
complesse questioni attinenti al metodo e alla logica. Più che ai testi degli
storici moderni della filosofia, che hanno a lungo equivocato sul significato
della riforma ramista, gio- verà richiamarsi alla precisa affermazione di Omar
Talon (Audomarus Talaeus), grande teorico della retorica cinque- centesca,
discepolo devoto e collaboratore di Ramo: « quest’ul- timo — egli scriveva — ha
ricondotto alla logica, alla quale propriamente appartengono, la teoria
dell’inventio, della dispositto, della memoria ».'* E gioverà anche rileggere,
a chiarire possibili equivoci, il preciso giudizio di Pierre Gas- sendi: Cum
observasset enim quinque vulgo fieri partes Rhetori- cac, inventionem,
dispositionem, elocutionem, memoriam et pronunciationem, censuit ex ipsis duas
solum pertinere ad rhetoricam: clocutionem puta et pronunciationem seu
actionem; duas artes esse proprias Logicac: inventionem puta et dispositionem,
quibus, quia memoria iuvatur, posse illam eodem cum ipsis spectare. Quare et
Logicam seu Dialecticam... in duas partes distribuit: inventionem et iudicium
(sic enim potius dicere quam dispositionem maluit...) atque idcirco artem totam
duobus libris com- plexus est.!4 sa i È i . i Petri Rami professoris regi et
Audomari Talaci collectaneae pre-
fationes, epistolae, orationes, Marburg, 1559, p. 15. 14 Sa P. Gassenpi
DiniensIis, Opera omnia in sex tomos divisa, Floren- tiae, 1727, vol. I. De
logicae origine et varietate, cap. 9 Logica Rami, p. 52. 142 CLAVIS UNIVERSALIS
Della portata rivoluzionaria e delle gravi conseguenze che ebbe nella storia
della logica una riforma dall'apparenza tanto inoffensiva ci si è cominciato a
render conto solo in tempi molto recenti. In questa sede e in vista dei
limitati fini che qui ci proponiamo, basterà notare quanto segue: l’atteggia-
mento assunto da Ramo segna una svolta radicale; nella sua stessa direzione,
quella di un assorbimento della dottrina degli aiuti della memoria entro i
quadri più generali della logica e della dottrina del metodo, si muoveranno,
sia pure con intenti estremamente diversi e talora addirittura divergenti,
Bacone, Cartesio e, più tardi, Leibniz. 2. Bacone E CARTESIO: LA POLEMICA
CONTRO I GIOCOLIERI DELLA MEMORIA. Bacone pubblicò l’Advancement of Learning
nel 1605, Novum Organum (la cui stesura era stata iniziata intorno al 1608) c
il De augmentis scientiarum rispettivamente nel 1620 e nel 1623. Le
Cogitationes privatac di Cartesio risalgono al 1619, le Regulae ad directione
ingenit furono composte fra il 1619 e il 1628, il Discorso sul metodo fu
pubblicato nel 1637. Nello stesso trentennio il filosofo inglese e quello
francese giungono, relativamente all’ars combinatoria e all’ars me- moriae, a
conclusioni che presentano una concordanza sin- golare. Sia nelle pagine di
Bacone, sia in quelle di Cartesio !* è rintracciabile la documentazione di una
conoscenza diretta dei testi cinquecenteschi di arte memorativa. Bacone accenna
più volte alle « raccolte di luoghi », alle « sintassi » che gli è avve- nuto
di leggere, alla « memoria artificiale », fa esplicito rife- rimento alla «
dottrina dei luoghi » c alla « collocazione delle immagini », alla «tipocosmia
» di derivazione lulliana. Car- tesio, che è assai più parco di espliciti
riferimenti e non ama le citazioni, accenna tuttavia alla sua lettura dell’Ars
memo- 15 Le citazioni dai testi di Bacone e di Cartesio rimandano rispettiva-
mente a: Ocuvres de Descartes, ed. C. Adam et P. Tannery, Il voll., Parigi,
1897 - 1909; Tie Works of Francis Bacon, ed. by J. Spedding, R. L. Ellis, D. D.
Heath, 7 voll, Londra, 1887-92 qui di seguito indicate con le abbreviazioni
Oeuvres ec Works. RAMO, BACONE, CARTESIO 143 rativa dello Schenkelius, ritorna
più volte sull’ars memoriae, sulla funzione che esercitano le « immagini
sensibili » in vista della rappresentazione dei concetti intellettuali, parla,
secondo una tipica terminologia, di catena scientiarum, si interessa vivamente
alle mirabili scoperte di un ignoto seguace di Lullo, si rivolge all'amico
Beeckmann per aver notizie e chiarimenti sui testi lulliani di Agrippa, sul
significato e sulle possibilità reali dell'Arte. Questi temi e questi interessi
esercitarono, com’è noto, una notevole suggestione sul pensiero baconiano c su
quello del giovane Cartesio. Ma c’è di più: alcuni ele- menti attinti alla
tradizione dell’ars memiorativa e dell’ars com- binatoria ebbero ad agire in
profondità all’interno della stessa formulazione, baconiana e cartesiana, di un
nuovo metodo e di una nuova logica. Di questo più avanti. Ciò che qui interessa
di porre in rilievo è il significato del rifiuto, che troviamo presente in
Bacone e in Cartesio, verso quelle tecniche memorative che si erano ridotte a
giochi intellettuali e si erano andate caricando di riferimenti a quella
mentalità magico-occultistica contro la quale entrambi i filosofi presero
energicamente posizione. La valutazione dell’arte lulliana che troviamo
presente da un lato nella lettera a Beeckmann del 1619 e nel Discorso sul
metodo e dall’altro nell’Advancement of learning e nel De augmentis è, da
questo punto di vista, quantomai significativa. Di fronte al vecchio seguace
dell’ars Srevis che si vanta di poter parlare per un'ora intera di un argomento
qualunque e di poter poi proseguire per altre venti ore parlando sullo stesso
tema in modo sempre diverso, Cartesio, che pure è fortemente inte- ressato al
problema, ha l’impressione di una loquacità fon- data su un’erudizione tutta
libresca e di un’attività intesa a suscitare l'ammirazione del volgo anziché al
raggiungimento della verità. Questo « sospetto » cartesiano si trasforma di-
ciott'anni più tardi, nelle pagine del Discorso sul metodo, in una certezza:
l’arte di Lullo serve a parlare, senza giudizio, di ciò che in realtà si ignora
anziché ad apprendere verità non conosciute o a trasmettere verità note. A
identiche conclusioni cra giunto Bacone nel testo del 1605, poi tradotto in
latino nel ’23; il metodo lulliano, che gode di grande favore presso alcuni
ciarlatani, non è degno della qualifica di metodo, mira all’ostentazione
anziché alla scienza, fa sembrare dotti gli 144 CLAVIS UNIVERSALIS uomini
ignoranti; fondato su una caotica massa di vocaboli esso sostituisce la
conoscenza dei termini a quella, effettiva, delle arti, assomiglia alla bottega
di un rigattiere ove si tro- vano molti oggetti, nessuno dei quali ha un grande
valore: Bacone, De augmentis, VI, 2, in Works, I, p. 669. Neque tamen illud
praetermitten- dum, quod nonnulli viri, magis tumidi quam docti insudarunt
circa Methodum quandam, legiti- mae methodi nomine haud di- gnam; cum potius
sit methodus imposturae, quae tamen quibus- dam ardelionibus acceptissima pro-
culdubio fuit. Haec methodus ita scientiae alicuius guttulas aspergit, ut quis
sciolus specie nonnulla eru- ditionis ad ostentationem possit a- buti. Talis
fuit Ars Lulli; talis Typocosmia a nonnullis cxarata; quae nihil aliud fuerunt
quam vo- cabulorum artis cuiusque massa ct acervus; ad hoc, ut qui voces artis
habeant in promptu, ctiam artes Cartesio, a Bceckmann, 29, 4. 1619; Ocuvres, A. et T., X,
pp. 164-65; Discours (ed. Gil- son), p. 17. Repperi nudius tertius cruditum vi- rum in Diversorio
Dordracensi, cum quo de Lulli arte parva sum loquutus... Senex erat, aliquantu-
lum loquax, et cuius eruditio, ut- pote a libris hausta, in extremis labris
potius quam in cerebro versabatur... Quod illum certe di- xisse suspicor, ut admirationem captaret
ignorantis, potius quam ut vere loqueretur. Je pris garde que, pour la logi-
que, ses syllogismes et la plupart de scs autres instructions servent plutòt à
cexpliquer à autrui les choses qu'on sait, cu méme, com- me l'art de Lulle, à
parler, sans Jugement, de celles qu'on igno- ipsas
perdidicisse.existimentur.Huius generis collectanea officinam referunt
veteramentarium, ubi pracsegmina multa repcriuntur, sed nihil quod alicuius sit
pretti. re, qu'à les apprendre. L'accusa di « ostentazione » rivolta alla
combinatoria lul- liana assumeva, in pagine come queste, un significato storico
di grande rilievo: ciò che qui si mirava a colpire era proprio quella riduzione
dell’arte sul piano della magia sulla quale avevano a lungo insistito non pochi
dei commentatori cinque- centeschi. Quest’accusa non era in realtà cosa nuova,
anche se nuovo è il significato che essa viene ad assumere nelle pagine di
Bacone e di Cartesio connettendosi alla polemica baconiana e cartesiana contro
la tradizione magico-occultistica. La valu- tazione presente nel testo
baconiano del 1623, che potrebbe forse essere posta in relazione con quella poi
presente nel Discorso sul metodo, sembra in realtà ricalcataproprio sul RAMO,
BACONE, CARTESIO 145 giudizio di uno dei grandi commentatori di Lullo che non
aveva nascosto la sua simpatia per le arti magiche, Cornelio Agrippa: Hoc autem
admonere vos oportet: hanc artem ad pom- pam ingenii ct doctrinae ostentationem
potius quam ad comparandam eruditionem valere, ac longe plus habere audaciae
quam efficaciae.!® Fin qui ci siamo riferiti alla combinatoria, ma anche nei
confrontidell’ars memorativa di derivazione “ciceroniana” le prese di posizione
di Bacone e di Cartesio risultano oltre- modo precise e utilmente
confrontabili. Cartesio non esita a definire « sciocchezze » le conclusioni cui
era pervenuto lo Schenkel in un testo sulla memoria del 1595 nel quale, ac-
canto ai consueti canoni dell’ ars reminiscendi ciceroniana, comparivano i ben
noti riferimenti alle fonti aristoteliche e tomistiche, alla medicina galenica,
i richiami a Simonide, Te- mistocle e Ciro, ad Agostino e a Pico della
Mirandola, a Pie- tro da Ravenna e al lulliano Bernardo di Lavinheta.!” L’au-
tore di quel libro gli appare, senz'altro, un «ciarlatano »: a quella falsa
arte inutile alle scienze, egli contrappone la cono- scenza delle cause.'* Non
dissimile da questa, anche se molto più articolata e ricca di riferimenti
culturali, è la posizione assunta da Bacone: egli non nega che coltivando la
memoria artificiale sia possibile pervenire a risultati mirabili, né afferma
(come si fa volgarmente) che le tecniche memorative possano influire
negativamente sulla memoria naturale. Nel modo in cui l’arte viene impiegata,
essa gli appare tuttavia assoluta- mente sterile, serve a far brillare l’arte
mentre è in realtà priva di ogni effettiva utilità. Essere in grado di ripetere
subito, nello stesso ordine, un gran numero di parole recitate una sola volta o
comporre un gran numero di versi estemporanei su un argomento a scelta è
possibile sulla base di un'educazione di alcune facoltà naturali che, mediante
l’esercizio, possono essere portate ad un livello miracoloso. Ma di tutto ciò —
pro- dì H. C. AcriPPa, Opera, Argentorati, Zetzner, 1600, II, pp. 31-32. !*
Cfr. ScHenkEL, De memoria liber, Leodii, 1595, poi ristampato nel Gazophylacium
arti: memoriae, Argentorati, 1610 (Copia usata: An- elica, SS. 1. 24). Sulle
sue opere e sui suoi rapporti con Leibniz cfr. qui le pp. 253-54. 18
DESscaRTES, Ocuvres, X, p. 230. 146 CLAVIS UNIVERSALIS segue Bacone — non
facciamo più conto che della agilità dei funamboli e della destrezza dei giocolieri.
Fra i metodi e le sintassi di luoghi comuni che mi è capitato di vedere — egli
scrive —non vi è nulla che abbia un qualche valore; gli stessi titoli di quei
trattati risentono più delle scuole che del mondo reale, le pedantesche
divisioni dei quali i loro autori fanno uso non penetrano in alcun modo nelle
midolla delle cose.!* 3. MNEMOTECNICA E LULLISMO IN BAcoNE E IN CARTESIO. a)
Bacone. Il passo baconiano al quale ci siamo ora riferiti ha, senza alcun
dubbio, il tono di una esplicita condanna. Tuttavia una cosa va subito posta in
rilievo: in Bacone è presente la con- vinzione che sia possibile fare, delle
arti della memoria, un uso diverso da quello tradizionale. Anziché servirsi di
quelle arti per ostentare il prodigioso livello al quale può esser fatta
pervenire una facoltà dell'animo umano, anziché piegarle a fini miracolosi e
ciarlataneschi sarà possibile servirsene in vista di seri e concreti usi umani;
sarà anzi possibile, secondo Ba- cone, migliorare e perfezionare, in vista di
queste nuove fina- 19 Bacon, Works, 1, pp. 647-48: « Neque tamen ambigimus (si
cui placet hac arte ad ostentationem abuti) quin possint praestari per cam
nonnulla mirabilia et portentosa; sed nihilominus res quasi sterilis cst (eo
quo adhibetur modo) ad usus humanos. At illud interim ei non im- putamus quod
nazuralem memoriam destruat et super-oneret (ut vulgo objicitur); sed quod non
dextre instituta sit ad auxilia memoriae commodanda in negotiis et rebus
seriis. Nos vero hoc habemus (for- tasse cx genere vitae nostro politicac) ut
quae artem iactant, usum
non pracbent
parvi faciamus. Nam ingentem numerum nominum aut verborum semel recitatorum
eodem ordine statim repetere, aut versus complures de quovis argumento
extempore conficere; aut quidquid occurrit satirica aliqua similitudine
perstringere; aut seria quacque in iocum vertere; aut contradictione et
cavillatione quidvis eludere; et similia; (quorum in facultatibus animi haud
exigua est copia, quaeque ingenio et cxercitatione ad miracula usque extolli
possunt); haec certe omnia et his similia nos non maioris facimus quam
funambulorum et mimorum agilitates et ludicra... Verum est tamen inter methodos
ct syntaxes locorum communium quas nobis adhuc videre contigit, nul- lam
reperiri quae alicuius sit pretit; quandoquidem in titulis suis fa- ciem
prorsus cxhibeant magis scholac quam mundi; vulgares et pae- dagogicas
adhibentes divisiones, non autem eas quae ad rerum me- dullas et interiora
quovis modo penetrent ». RAMO, BACONE, CARTESIO 147 lità, le già esistenti
tecniche della memoria. Intorno alla me- moria — egli scrive nello stesso
capitolo del De augmentis (c questo passo è assente nel corrispondente capitolo
del- l’Advancement of learing) — si è finora indagato pigra- mente e
languidamente. Non mancano certo scritti sull’argo- mento intesi all'ampliamento
e al rafforzamento della memo- ria, e tuttavia sia la teorica che la pratica
dell’ars memorativa potrebbero essere ulteriormente perfezionate mediante
l’elabo- razione di nuovi precetti o regole.?° Un’arte memorativa così
perfezionata nei metodi e rinnovata nelle finalità appare a Bacone non solo
legittima e possibile, ma necessaria su un duplice terreno: quello delle
«scienze antiche e popolari » e quello « completamente nuovo » del metodo
scientifico di indagine sulla natura. Questa distinzione fra le due diverse
funzioni o i due diversi campi di applicazione dell’arte me- morativa è
esplicitamente teorizzata in un passo del De aug- mentis nel quale ritroviamo
presente anche la distinzione, cara a tutti i teorici della mnemotecnica, fra
memoria natu- rale e memoria artificiale. Sostenere che nella interpretazione
della natura — scrive Bacone — possano bastare le forze nude e native della
memoria senza che la memoria stessa venga soc- corsa mediante tavole ordinate,
sarebbe come sostenere che un uomo, senza l’aiuto di alcuno scritto e
affidandosi alla sola memoria, possa risolvere i calcoli di un libro di
efemeridi. Ma, lasciando da parte la nterpretatio naturae, che è dottrina com-
pletamente nuova, un solido amminicolo della memoria può essere di grandissima
utilità anche nelle scienze antiche e po- polari.*! 2° Bacon, Works, I, pp. 647 -
48: « Circa Memoriam autem ipsam, satis segniter et languide videtur adhuc
inquisitum. Extat certe de ea ars quaepiam; verum nobis constat tum meliora
praecepta de memoria confirmanda et amplianda haberi posse quam illa ars complectitur,
tum practicam illius ipsius artis meliorem institui posse quam quae recepta
est». 21 Bacon, Works, I, p. 647: « Atque omnino monendum, quod memo- ria sine
hoc adminiculo (scriptio) rebus prolixioribus et accuratioribus Impar sit;
neque ullo modo nisi de scripto recipi debeat. Quod etiam in philosophia inductiva et
interpretatione naturae praecipue obtinet. Tam enim possit quis calculationes
ephemeridis memoria nuda absque Scripto absolvere, quam interpretationi naturae
per meditationes et vires memoriae nativas et nudas sufficere; nisi eidem
memoriae per 148 CLAVIS UNIVERSALIS Della funzione esercitata dagli aiuti della
memoria (mi- nistratio ad memoriam) nella logica baconiana e dell'influenza dei
trattati rinascimentali di mnemotecnica sulla costruzio- ne baconiana del nuovo
metodo delle scienze (la :interpre- ratio naturae) parleremo più oltre. Ci
limiteremo qui ad indi- viduare l’eredità delle discussioni rinascimentali
sulla memoria artificiale in quella parte della ricerca baconiana che fa
riferi- mento alla logica tradizionale. Quest'ultima, secondo Bacone, mantiene
la sua piena validità nel campo dei discorsi, delle dispute, delle
controversie, delle attività professionali, della vita civile; l’altra, la
nuova logica induttiva, è invece indispen- sabile nell’ambito della progressiva
conquista, da parte del- l’uomo, della realtà naturale. La prima di queste due
logiche, secondo Bacone, esiste di fatto, fu creata dai Greci e in seguito, per
molti secoli, ripresa e perfezionata; la seconda si presenta invece come un
progetto o un'impresa non mai tentata. La trasformazione di questo progetto in
una esecuzione effettiva presuppone che venga radicalmente modificato
l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura e che mutino, di conse-
guenza, le stesse definizioni di «filosofia » e di «scienza ». Ma nell’ambito
degli scopi che si propone la filosofia tradi- zionale la vecchia logica nor si
presenta come un fallimento. Su questo punto Bacone è assai chiaro: ove si
vogliano sol- tanto coltivare e trasmettere le scienze già esistenti; ove si
desideri insegnare agli uomini a restare aderenti alle verità già dichiarate e
a far uso di esse, ad apprendere l’arte di in- ventare argomenti e di trionfare
nelle dispute, quella logica si mostra perfettamente funzionale, anche se
bisognosa di integrazioni e perfezionamenti. Là ove si occupa dei caratteri
della logica nuova, Bacone dichiara ripetutamente di non inte- ressarsi
affatto, in quella sede, delle arti popolari o opinabili, né di pretendere in
alcun modo che la nuova logica possa ser- vire a realizzare quei fini per i
quali fu costruita la logica tradizionale. Nelle scienze fondate sull’opinione
e sui giudizi tabulas ordinatas ministretur. Verum, missa interpretatione
naturae, quae doctrina nova est, etiam ad veteres et populares scientias haud
quicquam fere utilius esse possit quam memoriae adminiculum soli- dum ct bonum;
hoc est, Digest probum et eruditum /ocorum com- muntum ». Il passo ora citato
non figura nel corrispondente luogo del- l'’Advancement of learning, in Works,
HI, pp. 397 - 98. RAMO, BACONE, CARTESIO 149 probabili, nei casi cioè in cui si
tratta di costringere non le cose, ma l’assenso, l’uso delle anticipazioni e
della dialettica, afferma Bacone nel Novum Organum, è buono (bonus) men- tre
esso appare condannabile dal punto di vista della logica nuova. La dialettica
ora in uso, si afferma ancora nella pre- fazione alla Instauratio magna, non è
assolutamente in grado di «raggiungere la sottigliezza della natura », ma essa
può essere usata efficacemente nel « campo delle cose civili e delle arti che
concernono il discorso e l’opinione ». Solo quando si voglia trionfare non
degli avversari, ma delle oscurità della natura, giungere non a cognizioni
probabili, ma a conoscenze certe e dimostrate, non inventare argomenti ma
opere, sarà necessario far uso della interpretatio naturae che è infinita-
mente diversa dalla anzicipatio mentis o logica ordinaria.’ Nell'ambito di
questa logica ordinaria, del tipo di discorso che mira alla persuasione o al
raggiungimento dell’altrui as- senso, che non mira all’invenzione delle arti e
delle opere, ma degli argomenti, le tecniche memorative esercitano una pre-
cisa funzione. Nel capitolo quinto del quinto libro del De augmentis dedicato
all’ars retinendi ricomparivano in tal modo, nella trattazione baconiana, i
motivi, ormai ben noti, dell’ars memorativa “ciceroniana”: la dottrina dei loc:
e delle 1m2a- gines, la tesi di una necessaria « convenienza » tra le immagini
e i luoghi, il riconoscimento della necessità di rappresentare sensibilmente i
concetti mediante immagini ed emblemi. Il tema di una topica o sistematica
raccolta di luoghi veniva ri- preso in queste pagine: si è soliti affermare —
scrive Bacone — che la raccolta dei luoghi può essere dannosa al sapere; la
fatica necessaria ad effettuare tali raccolte viene al contrario sempre
ricompensata perché nel mondo del sapere non è pos- sibile giungere a risultati
ove manchi la solida base di una vasta conoscenza. I luoghi «forniscono dunque
materiale all'invenzione e rendono più acuto il giudizio consentendogli di
concentrarsi in un sol punto ». I due principali strumenti dell’arte della
memoria sono laprenozione e l'emblema. La prima ha il compito di porre dei
limiti ad una ricerca che # Per le differenze fra la logica ordinaria e la
logica nuova cfr.: Par- fis instaurationis secundae delineatio et argumentum,
Works, III, PP. 547 ss.; Distributio operis, Works, I, pp. 135-37; Praefatto
gene- ralis, Works, I, p. 129; Novun: Organum, I, 26, 29. 150 CLAVIS
UNIVERSALIS risulterebbe altrimenti infinita, di limitare il campo delle no-
zioni e di stabilire confini entro i quali la memoria possa muo- versi
agevolmente. La memoria ha infatti soprattutto bisogno di limitazioni: l'ordine
e la distribuzione dei ricordi, i luoghi della memoria artificiale «già in
anticipo preparati » i versi sono per Bacone le principali di queste
limitazioni. Nel primo caso il ricordo deve accordarsi con l'ordine stabilito,
nel se- condo porsi in specifica relazione con i luoghi usati, nel terzo deve
essere una parola che si accordi con il verso. Nella for- mulazione delle
immagini i luoghi introducono quindi ordine e coerenza, ma le immagini, a loro
volta, possono essere più facilmente costruite facendo ricorso agli emblemi.
Questi ul- timi, secondo Bacone, « rendono sensibili le cose intellettuali e
poiché il sensibile colpisce più fortemente la memoria, si imprime in essa con
maggiore facilità ». Del tutto simile alla funzione esercitata dagli emblemi è
quella dei gesti e dei geroglifici: gli emblemi non hanno dunque una funzione
limitata allo specifico settore della memoria, ma funzionano come veri e propri
mezzi di comunicazione. Nel caso dei gesti ci troviamo in presenza di «emblemi
transitori », nel caso dei geroglifici di « emblemi fissati mediante la
scrittura ». Il rapporto gesti-geroglifici è identico, da questo punto di
vista, a quello che intercorre fra linguaggio parlato e linguaggio scritto.
Mentre i geroglifici, in quanto emblemi, hanno sempre qualcosa in comune con la
cosa significata (sinzlitudo cum re significata), i caratteri reali o
ideogrammi non hanno nulla di emblematico. Il loro significato dipende solo
dalla conven- zione e dalla abitudine che su di essa si è in seguito istituita.
Il carattere della convenzionalità accomuna i caratteri reali alle lettere
dell’alfabeto, ma i primi, a differenza delle seconde, si riferiscono in modo
diretto alla cosa significata, rappresen- tano cose e nozioni, non parole
(nesther letters nor words,... but things or notions). Un libro composto con
caratteri reali può quindi essere letto e compreso da persone appartenenti a
differenti gruppi linguistici e parlanti lingue diverse che accettino per
convenzione i significati dai vari ideogrammi.** Proprio alle discussioni sulla
memoria artificiale si erano 29 Cfr. Advancement of Learning, Works, III, p.
399; De augmentis; Works, I, pp. 648-49, 651 -53. RAMO, BACONE, CARTESIO 15]
collegate, nel Rinascimento, le considerazioni sui gesti c sui geroglifici.
L’approfondimento del problema delle immagini aveva condotto Giambattista della
Porta, nella sua Ars remi- niscendi, a prendere in esame questo tipo di
problemi. Una volta definita l’immagine come « pittura animata che rechiamo
nella imaginativa per rappresentare così un fatto come una parola », il Porta
si trovava di fronte ad una grave difficoltà : non nel caso di tutti i termini
linguistici — cgli notava — è possibile la costruzione di immagini appropriate
(« le parole che ci occorrono a ricordare altre hanno le loro immagini, altre
ne stanno senza »). Nel caso di termini che non simbo- lizzano cose materiali,
come « perché », «ovvero », « tanto » ecc. è necessario ricavare le immagini
dalla scrittura: far cor- rispondere cioè immagini adatte alle singole lettere
o gruppi di lettere che costituiscono un termine. In altri casi è invece
possibile il ricorso al significato e a questo proposito torna opportuno il
parallelo con i geroglifici: gli Egizi « non avendo lettere con che potessero
scrivere i concetti... e a ciò che più facilmente si tenessero a memoria le
utili speculationi della filosofia, ritrovorno lo scrivere con pitture,
servendosi d’imagini di quadrupedi, d’uccelli, di pesci... la qual cosa noi
habbiamo giudicato molto utile per le nostre ricerche, che altro noi non
vogliamo ch’usare imagini in vece delle lettere per poterle dipingere nella
memoria ». Altri significati, proseguiva il Porta, potranno essere espressi
mediante i gesti (« potremo parimenti col gesto esprimere alcune significationi
di parole »). Conclu- sioni di questo stesso tipo si trovano presenti nel
Thesaurus artificiosae memoriae del Rosselli (1579) e nel De memoria
artificiosa libellus di Johannes Austriacus (1610) che, proprio come Bacone,
aveva fatto rientrare i gesti e i geroglifici nella più generale categoria dei
« segni ».° 24 Cfr. L’arte del ricordare del signor Gio. Battista Porta
napoletano, tradotta da latino in volgare per M. Dorandino Falcone da Gioia,
Na- poli, Mattio Cancer, 1566 (Braid. 25.16.K.14-15): sulla scrittura degli
Egizi il capit. XIX, sui gesti il capit. XX; C. RosseLLIus, Thesaurus
artificiosae memoriae, Venetiis, 1579, p. 117v; JoHanNnES AustRIACUS, De
memoria artificiosa libellus, Argentorati, Antonius Bertramus, 1610, p. 215
(copie usate: Braid. B. XI. 4951; Angelica SS. 1.24). Sulla Egittomania e sulla
diffusione c la moda degli emblemi nella cultura dei secoli XVI e XVII si
vedano le considerazioni precedente- mente svolte a pp. 104-105 c le opere
indicate a p. 105, n. 32. 152 CLAVIS UNIVERSALIS La trattazione baconiana
appare dunque, dopo quanto si è detto, profondamente influenzata da una
veneranda lettera- tura concernente i segni e le immagini, ma l’eco delle
discus- sioni rinascimentali sui luoghi e sulle immagini risulta ancora più evidente
nel Novum Organum (II, 26) ove Bacone giunge a ripetere la tradizionale
partizione dei /oci: «loci in memoria artificiali... possunt esse loci secundum
proprium sensum, ve- luti janua, angulus, fenestra, et similia, aut possunt
esse per- sonae familiares et notae, aut possunt esse quidvis ad pla- citum
(modo in ordine certo ponantur), veluti animalia, her- bae; etiam verba,
literae, characteres, personae historicae et caetera; licet nonnulla ex his
magis apta sint et commoda, alia minus ». L’uso dei /oc: appare a Bacone in
grado di esaltare le forze della memoria al di sopra dei suoi limiti na- turali
(«huiusmodi autem loci memoriam insigniter iuvant, camque longe supra vires
naturales exaltant »). Accostando l'ordine, ai luoghi e ai versi, insistendo
sul valore delle im- magini sensibili (« quicquid deducat intellectuale ad
ferien- dum sensum — quae ratio etiam praecipue viget in artifi- ciali memoria
— iuvet memoriam »), Bacone mostrava inol- tre di accogliere pienamente i
risultati essenziali cui erano pervenuti i teorici della memoria artificiale.
Più sottili, meno espliciti, e quindi più difficilmente de- terminabili sono,
sempre relativamente a Bacone, i rapporti con la tradizione della combinatoria.
A Lullo Bacone ac- cenna soltanto una volta, in una frase che suona — ab- biamo
visto — esplicita condanna. Tuttavia chi ponga mente ad alcuni temi
caratteristici della filosofia baconiana, non potrà non esser portato a
rilevare la concordanza di certe so- luzioni con quelle presenti in quelle sintassi
universali, di precisa derivazione lulliana, alle quali Bacone fa più volte
esplicito riferimento. All’immagine lulliana dell’ardor scien- trarum, presente
nel terzo libro del De augmentis, si connette, non a caso, il progetto di una
scienza universale o filosofia prima o sapienza (Scientia universalis,
Philosophia prima sive Sapientia) ben distinta dalla tradizionale metafisica.
Quest’ul- tima si configura per Bacone come « una fisica generalizzata fondata
sulla storia naturale » che mira da un lato alla de- terminazione delle forme e
dall'altro a quella delle cause fi- nali. La filosofia prima concerne invece
quella porzione del- RAMO, BACONE, CARTESIO 153 l’albero delle scienze che è
come una « parte comune della via », che precede la partizione e la suddivisione
dei vari rami del sapere. Gli assiomi che non sono propri delle scienze
particolari, ma comuni a molte scienze non sono in alcun modo riducibili a
semplici similitudini: essi appaiono invece a Bacone segni e vestigi della
natura impressi in materie e soggetti differenti: « neque similitudines merae
sunt — quales hominibus fortasse parum perspicacibus videri possint — sed plane
una eademque naturae vestigia et signacula diversis ma- teriis et subiectis
impressa ». Attraverso quella organica rac- colta degli assiomi, della quale
Bacone lamenta l’assenza, sa- rebbe possibile porre in luce l’unità della
natura."° Per concludere: la vivace polemica baconiana contro i fu-
namboli della memoria non investe le tecniche memorative in quanto tali, ma i
ripetuti tentativi che erano stati fatti per ridurle sul piano delle arti
occulte e della magia. Pie- gata alle più serie finalità della retorica,
inserita nella logica della persuasione, l’ars memorativa conservava ancora un
suo posto ed una sua precisa funzione nella nuova enciclopedia delle scienze.
Infine il progetto baconiano di una scientia uni- versalis, mater reliquarum
scientiarum si presentava, proprio come era avvenuto nella tradizione lulliana,
come volto a de- terminare un’unità del sapere che trova la sua giustificazione
e il suo fondamento nell’unità stessa del mondo reale. b) Descartes. Intorno
alle discussioni sulle immagini e sui simboli pre- senti in taluni testi
cartesiani si son scritte, anche di recente, cose assai acute e stimolanti anche
se non sempre storica- mente esatte. A proposito di alcuni passi degli Olympica
con- cernenti la rappresentazione, mediante corpi sensibili, delle «cose
spirituali », un insigne studioso di Cartesio ha parlato dell’« idée
aristotelicienne de la philosophie qui n'est pas mise en cause» altri,
riferendosi a quelle stesse note cartesiane e cercando di coglierne «la
résonance intérieure et profonde», 25 Per il già ricordato giudizio su Lullo
cfr. De augmentis, Works, I, p. 699; sulla filosofia prima De augmentis, Works,
1, pp- 540 - 544. Sulla distinzione tra la filosofia prima baconiana e la
tradizionale metafisica è da vedere il preciso giudizio di F. Anperson, The
phi- losophy of F. Bacon, Chicago, 1948, pp. 214-15. 154 CLAVIS UNIVERSALIS ha
visto in esse l’espressione di un uomo «qui est à la re- cherche de
l’inspiration pure »; altri infine, riferendosi alla immagine cartesiana
dell’albero delle scienze, ha lungamente dissertato sulle ragioni della scelta
cartesiana dell’immagine di una realtà vivente e sulla « circulation de la vie
» presente nell'albero stesso.?* Ove si abbandoni il progetto di rintrac- ciare
il senso di interiori risonanze e si tengano invece pre- senti i risultati cui
erano giunti quegli enciclopedisti e quei retori del Cinquecento che si erano
occupati delle immagini e dell’immaginazione, dei simboli e della memoria,
dell’unità delle scienze e delle tecniche combinatorie, sarà forse possibile —
pur raggiungendo più modesti risultati — illuminare al- cuni testi
particolarmente oscuri e dare, a molte delle affer- mazioni ed osservazioni del
giovane Cartesio, un senso pre- ciso e ben determinato. Una cosa va subito
notata: la “condanna” cartesiana delle arti della memoria, alla quale abbiamo
fatto riferimento nel precedente paragrafo, è, così come quella baconiana,
assai meno recisa di quanto non possa a prima vista apparire. In un passo
scritto fra il 1619 e il 1620, volto a commentare e a criticare l’Ars
memorativa dello Schenkelius, Cartesio mo- stra infatti di accertare e la
terminologia c la stessa impo- stazione del problema della memoria presenti
nella trattati- stica di derivazione “ciceroniana”: non solo egli attribuisce
all’immaginazione la stessa funzione mnemonica che ad essa attribuivano i
teorici della memoria artificiale, ma riconosce che quest’ultima non è, in
quanto tale, priva di reale efficacia. All’Ars memorativa dello Schenkelius
egli infine contrappone, ed è questo il punto che presenta un interesse
particolare, una vera arte della memoria della quale offre, in una pagina
circa, le regole fondamentali. All’ordine solo apparente pre- 26 Cfr. H.
Gounier, Le refus du symbolisme dans l'humanisme car- tesien, in Umanesimo c
simbolismo, atti del IV convegno internaz. di studi umanistici, Padova, 1958,
p. 67; M. De Corte, Lu dialectique poétique de Descartes, in « Archives de
Philosophie », XIHI, 1937, cahier II: Autour du Discours de la méthode, pp.
106-107; P. Mesnarp, L'arbre de la sagesse, nel vol. miscellanco, Descartes,
Cahiers de Royau- mont, Paris, 1957, pp. 336 ss. Nello stesso volume è da
vedere, su questi problemi, il saggio di M. TH. Spoerri, La pwuissance métapho-
rique de Descartes. Cfr., per un più ampio esame, H. GouHier, Les premières
pensées de Descartes, Paris, Vrin, 1958. 71 71 RAMO, BACONE, CARTESIO I sente nell’opera
dello Schenkel egli intende sostituire un retto ordine che deriva, a suo
avviso, dalla costruzione di imma- gini poste, l'una con l’altra, in un
rapporto di reciproca di- pendenza: dalle immagini di oggetti connessi tra loro
ver- ranno ricavate nuove immagini o almeno, da tutte quelle im- magini, se ne
ricaverà una sola; ogni immagine andrà inoltre (a differenza di quanto avveniva
nell’opera dello Schenkel) posta in rapporto non solo con quella a lei più
vicina, ma anche con le altre. L'immagine di un'asta gettata a terra farà così
da collegamento fra la quinta e la prima immagine, quest’ultima sarà collegata
alla seconda da un dardo scagliato verso di essa, alla terza da un qualche
altro rapporto reale o arbitrariamente costruito.”’ In questo suo breve
progetto di un nuova tecnica me- morativa, Cartesio appariva evidentemente
influenzato dai ri- sultati dell’ars reminiscendi. Proprio a questi suoi
interessi per l'Arte, che non si esauriscono affatto sul piano della semplice
curiosità intellettuale, appaiono infatti da collegare alcune si- gnificative
espressioni presenti in quelle pagine di diario note come Cogitationes
privatae. In esse ritorna una dottrina cara a tutti i trattatisti della memoria
artificiale da Pietro da Ra- venna allo Schenkel, quella relativa all'impiego
delle im- magini corporee o sensibili in vista della rappresentazione dei
concetti astratti o « cose spirituali »: « come l’immaginazione 2? Descartes, Qeuvres, X, p.
230: « Perlegens Lamberti Schenkelii lu- crosas nugas (lib. De arte memoriae)
cogitavi facile me omnia quae detexi imaginatione complecti: quod sit per
reductionem rerum ad causas; quae omnes cum ad unam tandem reducantur, patet
nulla ope esse memoria ad scientias omnes. Qui enim intelliget causas, elapsa omnino phantasmata
causae impressione rursus facile in cerebro formabit. Quac vera est ars
mermoriae, illius nebulonis arti plane con- traria: non quod illa effectu
careat, sed quod chartam melioribus occupandam totam requirat et in ordine non
recto consistat; qui ordo In eo est, ut imagines ab invicem dependentes
efformentur. Ipse exco- gitavi alium modum: si ex imaginibus rerum non
inconnexarum ad- discantur novae imagines omnibus communes, vel saltem si ex
om- nibus simul una fiat imago, nec solum habeatur respectus ad proxi- mam, sed
etiam ad alias, ut quinta respiciat primam per hastam humi proiectam, medium
vero, per scalam ex qua discendent, et secunda per telum quod ad illam
proiiciat, et tertia simili aliqua ratione in rationem significationis vel
verae vel fictitiac ». Sulla scrittura e gli altri aiuti alla memoria cfr.
Entretiens avec Burman, Paris, 1937, pp. 8, 16. 156 CLAVIS UNIVERSALIS si serve
di figure per concepire i corpi, così l'intelletto si serve di taluni corpi
sensibili, come il vento e la luce, per raffigurare le cose spirituali... Cose
sensibili possono aiutarci a concepire quelle dell'Olimpo: il vento significa
lo spirito, il moto con il tempo la vita, la luce la conoscenza, il calore
l’amore, l’attività istantanea la creazione ».°* Il fatto che Car- tesio,
nell’età matura, giunga a un radicale rifiuto di ogni simbolismo, non elimina,
per lo storico, il compito di andar rintracciando le origini, spesso legate a
temi culturali assai “torbidi” di una filosofia che si svolse sotto il segno
della distinzione e della chiarezza razionale. Non a caso, negli stessi anni in
cui escogitava una nuova tecnica memorativa, Cartesio pareva anteporre i
risultati dell'immaginazione e della poesia a quelli della filosofia e della
ragione; si dilet- tava, come già tanti fra i “maghi” del Cinquecento, alla
costruzione di «automi» e di «giardini d’ombre »; si in- formava del
significato dei commenti lulliani di Agrippa; si interessava all’ordo
locorum;?* insisteva, come già avevano fatto tanti fra i commentatori di Lullo,
sull’unità e sull’ar- monia del cosmo: « Una est in rebus activa vis, amor,
cha- ritas, armonia... Omnis forma corporea agit per harmo- niam ».°° Non si
trattava solo di giovanili concessioni ad una moda filosofica. Molti anni più
tardi, nel 1639, dopo aver letto e meditato il Pansophiae Prodromus di Comenio,
Des- 28 Descartes, Ocuvres, X, p. 217-218: «Ut imaginatio utitur figuris ad
corpora concipienda, ita intellectus utitur quibusdam corporibus sensibilibus
ad spiritualia figuranda, ut vento, lumine: unde altius phi- losophantes mentem
cognitione possumus in sublime tollere... Sensibilia apta concipiendis
Olympicis: ventus spiritum significat, motus cum
tempore vitam,
calor amorem, activitas istantanea creationem ». 2° « Mirum videri possit,
quare graves sententiac in scriptis poctarum magis quam philosophorum. Ratio est quod poctae per
enthusiasmum ct vim imaginationis scripsere: sunt in nobis semina scientiae, ut
in silice, quae per rationem a philosophis educuntur, per imaginationem a
poctis excutiuntur magisque elucent » (Oeuvres, X, p. 217). « On peut faire un
jardin des ombres qui representent diverses figures, telles que les arbres et
lcs autres... dans une chambre faire [que] les rayons du soleil, passant pour
certaines ouvertures, representent diverses chif- fres ou figures» (Ouvres, X,
p. 215). « Inquirebam autem diligentius utrum ars illa non consisteret in
quodam ordine locorum dialecticorum unde rationes desumuntur... » (Oewvres, X,
p. 165). 30 Descartes, Ocuvres, X, p. 218. RAMO, BACONE, CARTESIO 157 cartes insisteva ancora
(pur rifiutando come impraticabile il disegno comeniano) sullo stretto
parallelismo intercorrente tra una conoscenza « unica, semplice, continua,
riducibile a po- chi princìpi » € la «una, semplice, continua, natura »
rispetto alla quale la conoscenza si pone come una « pittura » 0 « specchio » :
Quemadmodum Deus est unus ct creavit naturam unam, simplicem, continuam, ubique
sibi cohaerentem ct res pondentem, paucissimis, constantem principiis clemen-
tisque ex quibus infinitas propemodum res, sed in tria regna minerale, vegetale
et animale certo inter se ordine gradibusque distincta perduxit; ita et harum
rerum co- gnitionem esse oportet, ad similitudinem unius Creatoris et unius
Naturae, unicam simplicem, continuam, non interruptam, paucis constantem principiis (imo unico Principio principali)
unde caetera omnia ad specialis- sima usque individuo nexu et sapientissimo
ordine de- ducta permanent, ut ita nostra de rebus universis et sin- gulis
contemplatio similis est picturae vel speculo uni- versi et singularum ceiusdem
partium imaginem exactis- sime repraesentanti.5! Comunque sia da valutare il
senso di queste caratteri- stiche espressioni cartesiane, certo è che il
programma del giovane Cartesio — un uomo che non ha ancora « preso partito sui
fondamenti della fisica» e che è solo «un ap- prenti physicien-mathématicien
sans métaphysique » — può apparire, da questo punto di vista, singolarmente
vicino a quello presente nelle sirtassi e nelle enciclopedie lulliane del tardo
Cinquecento: dietro la molteplicità delle scienze, il loro isolamento, si
nasconde un’unità profonda, una legge di connessione, una logica comune. Una volta
liberate le sin- gole scienze dalla loro maschera, sarà possibile rendersi
conto di una carena scientiarum nel cui ambito le singole scienze ®1 Descartes
à Mersenne (1639) in Ocuvres, Supplément, pp. 97-98. La lettera fu in
precedenza pubblicata in Spisy Jana Amosa KomensgeHO, Korrespondance, a cura di
J. Kvacala, Praga, 1897, p. 83. Il Zbro cui faceva riferimento Cartesio in una
lettera del 1639 (Oexvres, II, PP. 345 - 48): «j'ai lù soigneusement le livre
que vous avez pris la peine de m' envoyer... » era il Pansophiae Prodomus di
Comenio (Cfr. Oeuvres,
Supplément, pp.
99-100 ove si ricorda anche una lettera di Mersenne a Th. Haak nella quale
Cartesio è segnalato come uno dei filosofi più competenti a parlare intorno
all'opera del Comenio). 158 CLAVIS UNIVERSALIS potranno essere ritenute con la
stessa facilità con la quale si ricorda la serie dei numeri: Larvatac nunc
scientiac sunt: quae, larvis sublatis, pul- cherrimae apparerent. Catenam
scientiarum pervidenti, non difficilius
videbitur cas animo retinere, quam seriem numerorum.?? Il problema dell’enciclopedia
appare qui, una volta an- cora, collegato in modo oltremodo significativo a
quello della memoria. Questi stessi termini e gli stessi concetti ritroviamo —
attribuiti a Cartesio — nel Commentatre ou remarques sur la Methode de R.
Descartes del Poisson, mentre, nella prima delle Regulae, Cartesio afferma che
la connessione sus- sistente fra le singole scienze è tanto stretta da rendere
l’ap- prendimento di tutte le scienze insieme più facile della se- parazione di
una di esse dalle altre: il legame di congiun- zione e di reciproca dipendenza
tra le scienze, esclude che, in vista di un apprendimento della verità, si
possa scegliere una scienza particolare: «credendum est, ita omnes [scien-
tias] inter se esse connexas, ut longe facilius sit cunctas simul addiscere,
quam unicam ab aliis separare. Si quis igitur serio rerum veritateminvestigare
vult, non singularem aliquam debet optare scientiam: sunt enim omnes inter se
coniunctas et ab invicem dependentes »."° Se ci volgiamo ai testi del
lullismo seicentesco, ad opere che sono ben lontane dall'atmosfera cartesiana,
permeate di magia e di occultismo, miranti alla fondazione della medi- cina
universale e dell’enciclopedia totale, piene di riferimenti alle fonti della
tradizione ermetica, troviamo presente la stessa insistenza sulla catena
scientiarum, sulla molteplicità solo ap- parente delle scienze, sulla
corrispondenza tra un armonioso e ordinato sapere e un’armonica natura, sulla
necessità di una sapienza che superi la fittizia parzialità dei singoli rami
del sapere. Il medico e mago Jean d’Aubry, seguace e tradut- tore di Lullo,
mentre si difendeva dall’accusa di aver operato 9? DescarTEs, Ocuvres, X, p.
215. Sono da vedere, su questo passo, le precise osservazioni di R. KLIbansky,
The philosophic character of history, nel volume miscellanco P/ilosophy and
history, Oxford, 1936, pp. 323 - 337. 39 Descartes, Oeuvres, X, p. 361. 159
RAMO, BACONE, CARTESIO secondo magia, accennava proprio a questi concetti. A
pro- posito della catena scientiarum egli si richiamava in modo assai
significativo al commento alla creazione di Pico condotto secondo gli
insegnamenti della cabala: P. Poisson, Commentaire, p. 73 Il regne je ne sgai
quelle liaison, qui fait qu’une verité fait décou- vrir l’autre, et qu'il ne
faut que trouver le bon but du fil, pour aller jusqu'à l’autre sans inter-
ruption. Ce sont à peu-près les paroles de M. Descartes que j’ay leies dans un
de ses fragmens manuscrits: Quippe sunt conca- tenatae omnes scientiae, nec una
Jean D’AuBry, ipologie, 1638. Qui doute que les parties de la doctrine (que les
sots et les igno- rants appellent sciences, comme sil y en avoit plusieurs) ne
se trouvent enchainées l’une avec l’autre, qu'il est impossible
d’estre entendu en la moindre sans avoir une pleine connoissance de tou- tes;
l’Eptaple de Pic de la Mi- rande sur les jours de la création perfecta haberi
potest quin aliae et l’armonie di monde de Paul sponte sequantur, et tota simul
Venitien vous le montrent...?* encyclopedia apprehendatur.34 Lo studio delle
connessioni esistenti tra il progetto car- tesiano di una scientia penitus
nova?" e gli interessi di Car- tesio (evidenti nelle lettere al Beeckmann
del 1618) per una matematizzazione della fisica, è cosa che esce dai limiti
della presente ricerca. Quest'ultima può tuttavia servire a mostrare il
carattere eccessivamente semplicistico dei tentativi — che si sono più volte
ripetuti — di identificare senz’altro la mathesis universalis cartesiana con
una pura e semplice esten- sion del metodo matematico a tutti i campi del
sapere.’ La scientia nova deve «contenere i primi rudimenti della ragione umana
e far uscire la verità da qualsiasi soggetto »: essa è la fonte di ogni altra
umana conoscenza. Il progetto cartesiano, poi tanto ricco di complessi e
importantissimi svi- luppi, aveva in realtà tratto alimento, così come quello
di 34 P. Poisson, Commentaire ou remarques sur la Methode de R. De- scartes,
Vandosme, 1670, parte II, Oss. 6, p. 73 (Cfr. Oeuvres, X, p. 255). 35 Jean
D’Ausry, Le triumphe de l’archée et la merveille du monde, cit., ediz. parigina
del 1661 (Vatic. Racc. Gen. Medicina. IV. 1347): Apolo- gie contre certatns
docteurs ecc., in appendice, pagine non numerate. 3° Cfr. Ocuvres, X, p. 157.
°? Cfr. per esempio J. Larorte, Le rationalisme de Descartes, Paris, 1950, pp.
8-10. Per una più esatta valutazione: A. DeL Noce, prefazione alla trad. it.
delle Meditazioni metafisiche, Padova, 1949, pp. XXIII - XXIV. 160 CLAVIS
UNIVERSALIS Bacone, da un terreno storico preciso: quell’enciclopedismo di
derivazione lulliana che aveva profondamente imbevuto di sé la cultura del
Cinquecento e che raggiungerà non a caso, proprio nel secolo XVII, la sua
massima fioritura. Nei commenti lulliani di Agrippa, nella Syntaxes del Gre-
goire, nell’Opus aureum del De Valeriis, nella Explanatio del Lavinheta, così
come più tardi nella Regina scientiarum del Morestel e negli scritti del
d’Aubry, ci si era volti alla ricerca di un «unico strumento » comune a tutte
le scienze, di un’unica «chiave » o «sapienza» capace di garantire as- soluta
certezza e assoluta verità, di fornire infallibili solu- zioni e risposte, di
porsi come regola di ogni possibile scienza particolare. Alla grande diffusione
di questo tipo di lettera- tura e di questi testi, noti e celebrati, più volte
tradotti e più volte riediti nei principali centri della cultura europea, alla
conoscenza diretta o indiretta che di essi ebbero Bacone e Cartesio, va fatta
risalire l’immagine, comune ai due filo- sof, dell’ardor scientiarum. Da questo
terreno storico traeva anche origine la loro ricerca — destinata poi ad
orientarsi in maniera così profondamente divergente — di una scientia
universalis o sapientia madre e fonte e radice unitaria di ogni ramo del
sapere: Bacone, De augmentis, III, |, in Works, I, pp. 54041. Quoniam autem
partitiones scien- tiarum non sunt lineis diversis si- miles, quae cocunt ad
unum an- gulum; sed potius ramis arbo- rum qui coniunguntur in uno trunco (qui
etiam truncus ad spa- tium nonnullum integer est cet continuus, antequam se
partiatur in ramos); idcirco postulat res ut
priusquam prioris partitionis membra persequamur, constitua-
tur una Scientia universalis, quae sit mater reliquarum ct habetur in progressu
doctrinarum tan- quam portio viae
communis an- tequam viae se separent cet di- siungant. Hanc Scientiam Philo-
Descartes, Regulae, IV c Pref. ai Principes, in Ocuvres, X, pp. 373-74. Quicumque
tamen attente respe- xerit ad meum sensum facile per- cipiet me nihil minus
quam de vulgari Matematica hic cogitare, sed quamdam aliam me expone- rc disciplinam,
cuius integumen- tum sit potius quam partes. Haec enim prima rationis humanae
ru- dimenta continere, et ad veritates cx quovis subiecto cliciendas se
extendere debet; atque, ut libere loquar, hanc omni alia nobis hu- manitus
tradita cognitione potio- rem, utpote aliarum omnium fon- tem, esse mihi
persuadco... Ainsi toute la philosophie est comme un arbre, dont les racines
sont RAMO, BACONE, CARTESIO 161 sophiac primae, sive etiam Sa- la méthapysique,
le tronc est la pientiac.. nomine insignimus. physique, et les branches qui sor- tent de ce tronc
sont toutes les autres sciences... 4. L’
INSERIMENTO DELLE TECNICHE MEMORATIVE NELLA NUOVA LOGICA. a) Gli aiuti della
memoria nel metodo baconiano: tavole, to- pica, induzione. Ponendo mente alla
dottrina ramista secondo la quale la memoria si presenta come una delle parti o
sezioni della dia- lettica, acquista particolare significato la classificazione
ba- coniana della logica presente nell’Advancement of learning del 1605 e in
seguito ripresa nel De augmentis scientiarum. Per Bacone la logica comprende
quattro parti o sezioni de- nominate arzi intellettuali: tale quadripartizione
è fondata sui fini o gli scopi che l’uomo si propone di realizzare. L'uomo: a)
trova ciò che ha cercato; b) giudica ciò che ha trovato; c) rittene ciò che ha
giudicato; d) trasmette ciò che ha ri- tenuto. Siamo quindi in presenza di
quattro arti: 1) l’arte della ricerca o dell'invenzione (art of inquiry or
invention); 2) l’arte dell'esame o del giudizio (art of examination or judgement);
3) l’arte della conservazione o della memoria (art of cu- stody or memory); 4)
l’arte della elocuzione o della comunicazione (art of elocution or
tradition)."* In questa classificazione Bacone si richiamava da un lato
alle tradizionali partizioni della retorica, dall'altro alle posizio- ni
ramiste: si discostava da entrambe queste posizioni quando dava al termine «
invenzione » un significato molto più ampio di quello tradizionale distinguendo
nettamente fra invenzione degli argomenti e invenzione delle scienze e delle
arti. In quest'ultimo settore Bacone riscontra le maggiori deficienze: "*
Advancement of Learning, Works, III, pp. 383-8; De augmentis, Works, I, p. 616.
162 CLAVIS UNIVERSALIS mentre per l’invenzione degli argomenti è più che sufficiente
la logica tradizionale, per consentire all'uomo l’invenzione di nuove arti e
quindi il dominio della natura è necessario procedere ad una riforma del metodo
scientifico fornendo alla conoscenza umana un nuovo organo o strumento lo-
gico."° La interpretatio naturae o la nuova induzione, teo- rizzata da
Bacone nel secondo libro del Novum Organum è quindi solo una delle due parti
nellequali si articola l’arte dell'invenzione la quale è, a sua volta, una
delle quattro parti nelle quali si suddivide la logica baconiana. La riforma
dell’induzione scientifica è quindi solo un aspetto e una sezione di quella
generale restaurazione del sapere che Bacone ha in animo di realizzare. Quando
si cera mosso sul piano delle «scienze antiche e popolari » o della «logica ordinaria
», Bacone — come abbiamo visto — aveva cercato di chiarire la funzione della
memoria e delle arti memorative nell’ambito di quella parte dell’ars inveniendi
che mira non ad inventare opere ed arti, ma si limita ad inventare argomenti e
si pone come una tecnica della per- suasione. Il problema dell’ars memorativa e
della memoria si porrà tuttavia, per Bacone, anche nell’ambito della inter-
pretatio naturae o della nuova logica. Le considerazioni svolte da Bacone nella
Delineatio sulla totale e assoluta diversità fra la logica ordinaria e la
logica della scienza, sulla radicale differenza di fini e di procedi- menti
delle due logiche, non gli impediranno di richiamarsi, nel caso della
ministratio ad memoriam (che è parte inte- grante e costitutiva della nuova
logica) a un ordine di con- siderazioni assai simile a quello al quale aveva
fatto riferi- mento muovendosi sul piano delle «arti del discorso » 0 della
«logica ordinaria ». Nel caso dei discorsi ec della in- venzione degli
argomenti, le difficoltà nascevano dalla pre- senza di una molteplicità di
termini e di argomenti; sul ter- reno delle opere e del metodo scientifico, le
difficoltà nascono dalla presenza di una infinita molteplicità di fatti. La
dot- trina baconiana degli aiuti della memoria, svolta nella Delt- neatto e più
tardi ripresa nel Novum Organum, risulta da un adattamento a questa diversa
situazione delle regole che 39 Advancement, Works, III, p. 389. RAMO, BACONE,
CARTESIO 163 guidavano l'invenzione degli argomenti e che costitutvano l’arte
del ricordare e disporre gli argomenti. Per realizzare discorsi coerenti e
persuasivi, per inventare argomenti era necessario, secondo Bacone: 1) disporre
di una raccolta di argomenti estremamente ampia (promptuaria); 2) disporre di
regole atte a limitare un campo infinito e a determinare un campo di discorso
specifico e limitato (to- pica). Il compito attribuito all’arte della memoria
consisteva nella elaborazione di una tecnica (fondata sull’uso delle pre-
nozioni, degli emblemi, dell’ordine, dei luoghi, dei versi, della scrittura,
ecc.) che mettesse l’uomo in grado di realizzare con- cretamente le due
possibilità ora indicate. In sede di metodologia scientifica (nterpretatio
naturae) le cose non procedono per Bacone in maniera molto differente: «Gli
aiuti della memoria — egli scrive adempiono al se- guente compito: dalla
immensa moltitudine dei fatti parti- colari e dalla massa della storia naturale
generale, viene di- staccata una storia particolare le cui parti vengono
disposte in un ordine tale da consentire all’intelletto di lavorare su di esse
e di esercitare la propria funzione... In primo luogo mo- streremo quali siano
le cose che devono essere ricercate in- torno ad un dato problema: il che è
qualcosa di simile ad una topica. In secondo luogo in quale ordine esse vadano
disposte e suddivise in tavole... In terzo luogo mostreremo
in qual modo e in
quale momento la ricerca vada integrata e le precedenti carte o tavole siano da
trasportare in tavole nuove... La ministratio ad memoriam si articola quindi in
tre dottrine: l’invenzione dei /oci, il metodo della tabula- zione, e il modo
di instaurare la ricerca ».!° 4° Partis instaurationis secundac delineatio,
Works, III, 552: « Ministra- tio ad memoriam hoc officium praestat ut ex turba
rerum particula- num, ct naturalis historiae generalis acervo, particularis
historia excer- patur, atque disponatur eo ordine, ut iudicium in cam agere, et
opus suum exercere possint... Primo docebimus qualia sint ca, quae circa
subiectum datum sive propositum inquiri debeant, quod est instar topicae.
Secundo, quo ordine illa disponi oporteat, et in tabulas digeri... Tertio
itaque ostendemus quo modo et quo tempore inquisitio sit reintegranda, et
chartae sive tabulae praecedentes in chartas novellas transportandae... Itaque
ministratio ad memoriam in tribus (ut dixi- mus) doctrinis absolvitur: de locis
inveniendis, de methodo conta- bulandi, et de modo instaurandi inquisitionem ».
164 CLAVIS UNIVERSALIS La memoria abbandonata a se stessa, afferma ancora Ba-
cone nella Delineatio, non solo è incapace di abbracciare la immensità dei
fatti, ma non è neppure in grado di indicare gli specifici fatti dei quali si
ha bisogno in una ricerca par- ticolare. Di fronte alla storia naturale
generale (che corri- sponde a ciò che in sede retorica è la promptuaria o
indiscri- minata raccolta di argomenti) sono dunque necessarie regole per
determinare il campo della ricerca e per ordinare i con- tenuti di questo
campo. Per rimediare alla situazione di na- turale fragilità della memoria e
metterla in grado di funzio- nare come strumento di conoscenza ci si richiama
dunque: 1) ad una topica o raccolta di luoghi che insegna quali siano i fatti
sui quali bisogna indagare in relazione ad una data ricerca; 2) alle sadelae
che hanno il compito di ordinare i fatti in modo che l'intelletto si trovi di
fronte non ad una realtà caotica e confusa, ma ad una realtà organizzata.
Quanti da Ramo a Melantone, da Pietro da Ravenna a Rosselli, dal Romberch al
Gratarolo avevano rivolto la loro attenzione ad una discussione dei problemi
attinenti alla to- pica e alla memoriaartificiale, avevano insistito proprio
sulla funzione dei /uoghi come mezzo per delimitare un campo di ricerca
altrimenti infinito e per introdurre ordine in questo campo. Per Melantone (ma
molti altri autori potrebbero es. sere citati al suo posto) i /oc; admonent ubi
quacrenda sit materia aut certe quid ex magno acervo eligendum et quo ordine
distribuendum sit. Nam loci
inventionis tum apud dialecticos tum apud rhetores non conducunt ad inveniendam
materiam, quam ad cligendam postquam acervus aliquis... oblatus fuerit. La Partis instaurationis secundae delineatio, alla
quale ci siamo ora riferiti, risale al 1607 circa; ma nelle opere della piena
maturità Bacone sarà su questi temi altrettanto espli- cito: nel decimo
paragrafo del secondo libro del Nowvum Organum si afferma: «la storia naturale
e sperimentale è tanto varia e sparsa da confondere e quasi disgregare l’intel-
letto ove non sia composta e ridotta in ordine idonco. Bi- sogna pertanto dar
luogo a tavole e a coordinationes instantia- RAMO, BACONE, CARTESIO 165 rum in
modo che l’intelletto possa agire su di esse ».‘! Le ce- lebri sabulae
baconiane costituiscono, anche nel Novum Or- ganum, parte integrante della
ministratto ad memoriam. Ad esse spetta un compito preciso: organizzare e
ordinare i con- tenuti della storia naturale. Dopo che il materiale è stato or-
ganizzato nelle tre tabulae l'intelletto si trova di fronte ad una serie
ordinata di fatti, non è più «come smarrito »: da questa situazione trae inizio
quel procedimento che Bacone chiama la nuova induzione. L’intero procedimento
induttivo baconiano — che non è certo il caso di fermarsi qui ad esporre — ha
senza dubbio i suoi fondamenti proprio nella dottrina delle tabulae. Que-
stultima appare costruita in funzione di un ordinamento della realtà naturale
capace di introdurre nella molteplicità caotica dei fatti fisici una
disposizione e un ordine tali da con- sentire all’intelletto di andar
rintracciando connessioni reali. In questo senso la compilazione delle sabulze
si presenta stret- tamente connessa a quella invenzione det luoghi naturali che
attirerà per lunghi periodi l’interesse di Bacone. Il primo, or- ganico
tentativo compiuto da Bacone di gettare le basi di una invenzione di luoghi
naturali e di un metodo di tabulazione risale al 1607-1608 e non a caso, in questi
anni, Bacone usa i termini topica e tabulae (o chartae) come sinonimi. Nei
Cogr-tata et visa del 1607 troviamo annunciata con molta precisione la funzione
attribuita alle tavole : Ante omnia visum est ci tabulas inveniendi sive legi-
timae inquisitionis formulas, hoc est materiem particula- rem ad opus
intellectus ordinatam, in aliquibus subiectis proponi, tamquam ad exemplum cet
operis descriptionem fere visibilem.4? L’anno seguente, nel Commentarius
solutus, egli annota rapidamente: « The finishing the 3 tables, de motu, de
calore et frigore, de sono ». Se ci volgiamo a considerare gli appunti del
Commentarius ci troviamo in presenza di una elencazione Ja Liu i > Novum
Organum, Il, 10: « Historia vero naturalis et experimentalis tam varia est et
sparsa, ut intellectum confundat et disgreget, nisi sista- tur et comparcat
ordine idoneo. Itaque formandae
sunt tabulae et coor- dinationes instantiarum, tali modo et instructione, ut in
cas agere possit intellectus ». 4°
Works, III, p. 623. 166 CLAVIS UNIVERSALIS di veri e propri luoghi naturali
raggruppati in diverse carte.!? Non diversamente sono strutturate le tre brevi
opere che risal- gono a questo periodo e che rappresentano la prima realizza-
zione del programma indicato nei Cogitata et Visa e nel Com- mentarius solutus:
la Inquisitio legitima de motu, la Sequela chartarum sive inquisitio legitima
de calore et frigore, la Histo- ria et inquisitio prima de sono et
auditu."' Nella prefazione alla prima di queste tre operette Bacone,
mentre poneva in luce la funzione essenziale che spetta alla topica c alle
tavole, distingueva due differenti tipi di tavole: quelle che devono riunire i
fatti più visibili e che si riferiscono a un determinato oggetto di ricerca
(machina intellectus infe- rior seu sequela chartarum ad apparentiam primam) c
quelle che hanno il compito, più alto, di aiutare l'intelletto a cono- scere «
ciò che è nascosto » penetrando in tal modo fino alla « forma » delle cose
(machina intellectus superior sive sequela chartarum ad apparentiam secundam).
Le diciannove tavole elencate da Bacone nella Inquisitio legitima de motu
costitui- vano una topica o «sistemazione provvisoria » che avrebbe dovuto
consentire il passaggio alle tavole del secondo gruppo. Queste ultime (la
machina superior) non sono in realtà che le tabule presentiae, absentiae,
graduum del Novum Organum.** L'immagine baconiana dell’universo come labirinto
e come selva, la sua convinzione che l’architettura del mondo « sia piena di
vie ambigue, di fallaci somiglianze, di segni, di nodi e di spirali avvolti e
complicati »,*° condiziona, in modo radi- cale, la dottrina baconiana del
metodo. Uno dei compiti, se non il compito fondamentale, del metodo è, per
Bacone, quello di introdurre ordine in questa caotica realtà. Nella Delineazio
4° Commentarius solutus, Works, IIl, pp. 626 - 28: « Tria motuum ge- nera
imperceptibilia, ob tarditatem, ut in digito horologii; ob minu- tias, ut
liquor seu aqua corrumpitur ct congelatur cte.; ob tenuitatem, ut omnifaria
aeris, venti, spiritus... Nodi et globi motuum, and how they concur and how they succeed and
interchange in things most frequent. The times and moments wherein motions
work, and which is the more swift and which is the more slow ». 44 I tre scritti sono rispettivamente in Works, III,
pp. 623 - 40; 644 - 52; 657 - 80. 45 Inquisitio legitima de motu, Works, III,
pp. 637 - 38. 49 Praefatio gencralis, Works, I, p. 129. RAMO, BACONE, CARTESIO
167 del 1607 troviamo, a questo proposito, un'ammissione quanto mai
significativa : la verità — scrive Bacone — emerge più facilmente dalla falsità
che dalla confusione (« citius enim emergit veritas e falsitate quam e
confusione »). Il compito, essenziale e fondamentale, di una eliminazione della
confu- sione figurava, nella stessa opera, fra gli aiuti della memoria.*' «
Eliminare la confusione », porre rimedio alla povertà di conoscenze fattuali
dando luogo a raccolte di istanze certe: questi appaiono a Bacone i compiti
fondamentali del nuovo metodo di interpretazione della natura. Di fronte a
questi compiti le sue stesse tadulae gli appaiono nulla più di semplici esempi
di un gigantesco lavoro che attende di essere realiz- zato (« neque enim
tabulas conficimus perfectas, sed exempla tantum »).'* La stesura di una logica
del sapere scientifico, alla quale Bacone aveva dedicato non poche delle sue
fatiche fino dagli anni del Valerius Terminus, fu addirittura inter- rotta
perché Bacone era fermamente persuaso che la costru- zione di tavole perfette
costituisse l'elemento decisivo in vista della fondazione di un nuovo sapere
scientifico. La storia na- turale, la raccolta organizzata dei fatti, la
limitazione e la delimitazione dei diversi campi di ricerca, la costruzione di
una serie di elenchi di luoghi naturali appartenenti ad un campo specifico (le
Aistoriae particulares): tutto ciò gli apparve così importante da indurlo a
interrompere la stesura del Novum Organum e a parzialmente svalutare quella
stessa « macchina logica » che era stata per molti anni al centro dei suoi
interessi.‘ La ordinata raccolta di materiali, la costruzione di una
organizzata enciclopedia di tutti i fatti naturali raccolti nelle storie
particolari, l’apprestamento di una raccolta di fatti o «storia generale » che
fosse in grado di fornire nuovi mate- riali alle stesse storie particolari
(Sylva silvarum): tutti questi progetti apparvero a Bacone, almeno al termine
della sua 4° Delineatio, Works, III, p. 553, cfr. anche Novun Organum, II, 20.
48 Novum Organun:, II, 18. ° Sul significato, da questo punto di vista, dell’
ultimo paragrafo del libro I del Novum Organum cfr. B. FarrINGTON, F. Bacon:
philosopher SCIA science, New York, 1949, trad. ital. Torino, 1952, pp. - 121.
49 168 CLAVIS UNIVERSALIS vita, assai più importanti di ogni indagine volta a
perfezio- nare l’apparato teorico delle scienze. Ognuna delle storie par-
ticolari alle quali Bacone lavorò affannosamente dopo il 1620 (il suo progetto
comprendeva centotrenta storie) risponde a una duplice esigenza: eliminare le
opinioni tradizionali muo- vendosi entro un campo di fatti accertati; disporre
i fatti entro i campi particolari dando luogo ad una raccolta ordinata. Ove si
passi da una considerazione generica ad una diretta lettura di queste « storie
» baconiane, ci si renderà conto che esse si presentano appunto come raccolte
di luoghi naturali e che esse rappresentano il tentativo di portare a
compimento quel lavoro di raccolta già iniziato nella Inquisizio legitima de
motu, nella Inquisitio de calore et frigore, e nella Historia et inquisitio
prima de sono et auditu. Sostituendo alle raccolte di luoghi retorici una
raccolta di luoghi naturali, piegando l’arte della memoria a fini differenti da
quelli tradizionali, concependo le sabulae come mezzi di ordinamento della
realtà mediante i quali la memoria prepara una « realtà organizzata » all’opera
dell’intelletto, Bacone ave- va introdotto, entro la sua logica del sapere
scientifico, alcuni tipici elementi derivanti da una precisa tradizione. Da
questo punto di vista la sua « nuova » logica era assai più vicino di quanto
egli non ritenesse alle impostazioni che un Ramo o un Melantone avevano dato
alla dialettica quando l’avevano con- cepita come lo strumento atto a disporre
ordinatamente le no- zioni. Vale la pena di ricordare ancora una volta la
definizione che Melantone aveva dato del metodo quando lo aveva quali- ficato
un’ars che quasi per loca invia et per rerum confusionem trova e apre una via
ponendo in ordine le res ad propositum pertinentes e la definizione ramista
della dispositio (che si identifica per Ramo con il iudicium e con la memoria)
come apta rerum inventarum collocatio. AI di là di tutte le grandi differenze
che si possono senza dubbio elencare, il concetto baconiano del metodo della
scienza si muove ancora su questo terreno: // metodo è un mezzo di ordinamento
e di classificazione degli elementi che compon- gono la realtà naturale. La
dottrina della ministratio ad me- moriam aveva esercitato, da questo punto di
vista, un peso RAMO, BACONE, CARTESIO 169
decisivo sulla
costruzione baconiana di una nuova logica e di un nuovo metodo delle scienze.*°
b) Gli atuti alla memoria e la dottrina dell’ enumerazione nelle Regulae. Gli
echi della trattatistica rinascimentale sulla memoria artificiale ricompaiono,
oltre che nei frammenti del giovane Cartesio, anche nel testo delle Regulae.
Quando, nella re- gola XVI, Cartesio concepisce la scrittura come un'arte esco-
gitata a rimedio della naturale labilità della memoria e parla di un intelletto
che « va aiutato dalle immagini dipinte dalla fantasia » non fa che ripetere
nei loro termini più tradizionali, luoghi comuni presenti in quasi tutti i
testi della mnemotecnica di derivazione “ciceroniana”: Anonimo del sec. XVI
(Mar- ciana, lat. 274, £. 4Ir.). vVescarTEs, Regulae, in Ocuvres, X, p. 454. .
operae practium est omnes alias Sicut enim invenerunt. homines [dimensiones]
ita retinere, ut fa- diversas artes ad iuvandum di- cile occurrant quoties usus
exigit; versis modis naturam, sic enim
in quem finem memoria videtur videntes quod per naturam me- a natura instituta.
Sed quia haec sacpe labilis est... aptissime scri- bendi usus ars adinvenit;
cuius ope freti... quaccunque erunt re- stituenda in charta pingemus. moria
hominis labilis est, conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu
memo- riam... et sic adinvenerunt scrip- turam... A questa stessa assai antica
tradizione si era del resto ri- chiamato Bacone nel De augmentis quando aveva
visto anche egli nella scrittura il principale aiuto alla memoria: adminiculum
memoriae plane scriptio est, atque omnino monendum quod memoria, sine hoc
adminiculo, rebus prolixioribus impar sit, neque ullo modo nisi de scripto
recipi debcat.5! Il ricorso cartesiano alle « immagini corporee », ai simboli,
alla scrittura acquista tuttavia, all’interno della complessa me- todologia
delle Regw/ze, un senso particolare. La scrittura e la «rappresentazione sulla
carta » servono a sgombrare l’animo da ogni sforzo mnemonico, a liberarlo da
esso, in modo che °° A queste conclusioni, sulla base di una trattazione più
analitica degli scritti baconiani, ero già pervenuto nello studio F. Bacone,
dalla magia alla scienza, Bari, 1957, cap. VI. 51 Works, I, p. 647. 170 CLAVIS
UNIVERSALIS la fantasia e l’intelligenza possano essere completamente ri- volte
alle idee o agli oggetti presenti: fiduciosi nell’aiuto della scrittura —
afferma Cartesio — non affideremo nulla alla memoria, ma, lasciando libera e
completa la fantasia alle idee presenti, rappresenteremo sulla carta qualunque
cosa si vorrà ricordare; nessuna di quelle cose che non richiedono perpetua
attenzione, se può esser messa sulla carta, deve essere impa- rata a memoria,
affinché un ricordo inutile non sottragga parte della nostra intelligenza alla
cognizione dell'oggetto prc- sente. Ai segni o simboli arbitrariamente scelti
(a, b, c. ecc. per le grandezze note; A, B, C, ecc. per quelle ignote) è affi-
data questa funzione mnemonica: essi saranno proprio per questo « brevissimi »
di modo che « dopo aver scorto distin- tamente le singole cose, possiamo
percorrerle con un moto celerissimo di pensiero e insieme quanto più è
possibile simul- tancamente »."* Il problema della « notazione » o della
scrittura e quello, 52 Qeuvres, X, p. 458, 454: « nulla unquam esse memoriac
mandanda ex iis, quac perpetuam attentionem non requirunt, si possimus ea in
charta deponere, ne scilicet aliquam ingenii nostri partem obiecti prae- sentis
cognitioni supervacua recordatio surripiat... nihil prorsus memo- riac
committemus, sed liberam et totam pracesentibus ideis phantasiam reliquentes,
quaecumque erunt retinenda in charta pingemus; idque per brevissimas notas, ut
postquam singula distincte inspexcrimus... possimus... omnia celerrimo
cogitationis motu percurrere et quamplu- rima simul intucri. Quidquid ergo ut
unum ad difficultatis solutionem crit spectandum, per unicam notam
designabimus, quae fingi potest ad libitum. Sed, facilitatis causa, utemur
characteribus a, b, c, etc. ad magnitudines iam cognitas, et A, B, C, etc., ad
incognitas cexpri- mendas... ». 53 Ancor più chiaramente che nelle Regulae (si
veda il passo citato nella nota precedente) il problema della notazione o
dell'impiego dei simboli algebrici si collega, nel testo del Discours de la
méthode (cfr. Ocuvres, VI, p. 20; ediz. Gilson, p. 20) al problema della
ritenzione e della memoria: « Je pensai que, pour les considérer micux en par-
ticulier [si fa riferimento ai rapporti c alle proporzioni], je les devais
supposer en des lignes, à cause que je ne trouvais rien de plus simple, ni que
je puisse plus distinctement représenter à mon imagination et à mes sens; mais
que, pour les retenir ou les comprendre plusieurs ensemble, il fallait que je
les expliquasse par quelques chiffres, les plus courts qu'il serait possible ».
Il termine chiffres è tradotto, nella edizione latina, con «characteribus sive
quibusdam notis» (cfr. Oew- vres, VI, p. 551.) RAMO, BACONE, CARTESIO 171 ad
esso strettamente connesso, degli aiuti della memoria (« utendum est...
memoriae auxiliis », dice il titolo della re- gola XII) vanno in tal modo a
intrecciarsi strettamente, nel pensiero cartesiano a quelli dell’intuizione e
di quel « moto continuo e non interrotto del pensiero » nel quale consiste la
deduzione. Nel corso della regola III Cartesio chiarisce le ragioni della presenza,
accanto all’intuito, di un altro « modo di conoscenza che avviene per deduzione
». L'’intuito, che è «un concetto della mente pura tanto ovvio e distinto » da
escludere ogni possibilità di dubbio, è richiesto non per i soli enunciati («
ognuno può intuire che egli esiste, che egli pensa, che il triangolo è
delimitato soltanto da tre linee » ecc.), ma anche per qualsiasi tipo di
discorso: 2 e 2 fanno il medesimo di 3 e 1; non soltanto si deve intuire che 2
e 2 fanno 4 e che 3 e 1 fanno pure 4, ma anche che quella terza proposizione si
conclude necessariamente da queste due.?* La deduzione, di principio, si riduce
dunque a intuizione. A tale riducibilità di principio non corrisponde tuttavia
una riducibilità di fatto : di qui la necessità di introdurre un diverso
termine, quello di deduzione. Molte cose vengono sapute con certezza nonostante
non siano evidenti di per sé: una verità, di per sé non auto- evidente, può
essere infatti la necessaria conseguenza di una ininterrotta catena di verità
autoevidenti attraverso la quale, con un moto continuo di pensiero, « passa »
la nostra mente. Ogni passo di questo moto o ogni « anello della catena » viene
afferrato mediante una intuizione immediata, ma la conclu- sione, vale a dire
la necessaria connessione tra il primo e l’ul- timo anello della catena non è
presente alla mente con la stessa evidenza che caratterizza la intuizione
intellettuale. « Sap- piamo » che l’ultimo anello è congiunto con il primo; non
ve- diamo tuttavia, con un solo e medesimo sguardo, tutti gli anelli intermedi
dai quali la connessione dipende: ci limitiamo per- tanto a passarli l’uno dopo
l’altro in rassegna e a ricordare che i singoli anelli, dal primo all’ultimo,
stanno attaccati ai 34 Qeuvres, X, p. 369: « At vero haec intuitus evidentia et
certitudo, non ad solas enuntiationes, sed etiam ad quoslibet discursus
requiritur. Nam; exempli gratia, sit haec consequentia: 2 & 2efficiunt idem
quod 3 & 1; non modo intuendum est 2 & 2 efficere 4, et 3 & |] cf-
ficere quoque 4, sed insuper ex his duabus propositionibus tertiam illam
necessario concludi ». 172 CLAVIS UNIVERSALIS più vicini. La distinzione fra
intwstus e deductio è fondata ap- punto su ciò: nella deductio si concepisce un
movimento o una successione che è del tutto assente nell’ /nzetzs; alla de-
duzione non è necessaria quella attuale evidenza che è pre- sente nell’intuito:
la deduzione mutua in certo modo la sua certezza dalla memoria.” Nel caso di
deduzioni non particolarmente complesse o di brevi « catene » è sufficiente la
memoria naturale; ove tut- tavia le « catene » siano così ampie da oltrepassare
le nostre capacità intuitive e le deduzioni corrispondentemente com- plesse è
necessario per Cartesio « soccorrere la naturale infer- mità della memoria » («
memoriae infirmitati succurrendum esse »). La conoscenza di una necessaria
connessione tra il primo e l’ultimo anello della catena richiede infatti la
dedu- zione dell’ultimo anello: dedurlo vuol dire pervenire ad esso passando
«con moto continuo e non interrotto del pensiero » da anello ad anello. Ove
venga trascurato anche un solo anello la deduzione apparirà impossibile o
illegittima. In questo senso va soccorsa la memoria: La deduzione si compie
talvolta mediante una così lunga concatenazione di conseguenze che, quando
perveniamo ad esse, non ci ricordiamo facilmente di tutto il cammino che ci ha
condotto fin lì: per questo diciamo che si deve > Qeuvres, X, p. 369-70: «
Hinc iam dubium esse potest, quare, prae- ter, intuitum, hic alium adiunximus
cognoscendi modum, qui sit per deductionem: per quam intelligimus, illud omne
quod cx quibusdam aliis certo cognitis necessario concluditur. Sed hoc ita
faciendum fuit, quia plurimae res certo sciuntur, quamvis non ipsac sint
evidentes, modo tantum a veris cognitisque principiis deducantur per continuum
ct nullibi interruptum cogitationis motum singula perspicue intuentis: non
aliter quam longae alicuius catenae extremum annulum cum primo connecti
cognoscimus, etiamsi uno eodemque oculorum intuitu non omnes intermedios, a
quibus dependet illa connexio, contemplemur, modo illos perlustraverimus
successive, et singulos proximis a primo ad ultimum adhaerere recordemur. Hic
igitur mentis intuitum a deduc- tione certa distinguimus ex co, quod in hac
motus sive successio quac- dam concipiatur, in illo non item; et praeterea,
quia ad hanc non ne- cessaria est praesens evidentia, qualis ad intuitum, sed
potius a me- moria suam certitudinem quodammodo mutuatur ». (Cfr. anche la re-
gola XI, Ocuvres, X, pp. 408 -9). RAMO, BACONE, CARTESIO 173 portare aiuto alla
debolezza della memoria mediante un continuo movimento del pensiero?" Quel
processo che Cartesio chiama enumerazione o indu- zione (enumeratio sive
inductio) costituisce appunto questo giuto alla memoria. Il fine che si propone
questa minsstratio ad memoriam (per usare il termine baconiano) è
l’acquisizione di una rapidità o celerità nella deduzione tale da ridurre al
minimo, pur senza totalmente eliminarlo, il ruolo esercitato dalla stessa
memoria e tale da conferire ad un insieme di co- noscenze troppo complesso per
essere abbracciato da una sola intuizione, l'immediata evidenza che è
privilegio della stessa capacità intuitiva: «Se mediante diverse operazioni ho
conosciuto quale sia il rapporto tra la grandezza A e B, poi tra Be C, poi tra
C e De infine tra D e E, non per questo vedo il rapporto tra A e E, né lo posso
ricavare con esattezza dalle cose già cono- sciute se non mi ricordo di tutte.
Per questo le percorrerò tante volte con una specie di moto dell’immaginazione
che in- tuisce le singole cose e insieme si trasferisce nelle altre, finché
abbia imparato a passare dalla prima all’ultima con tanta celerità che, quasi
non lasciando alcuna parte alla memoria, mi sembri di intuire tutto insieme. In
tal modo, mentre si aiuta la memoria, si corregge anche la tardità dell'ingegno
e si amplia in qualche modo la sua capacità ».' E’ tuttavia possibile, ritengo,
mettere in luce alcuni punti le) di contatto più profondi di quelli finora
rilevati tra il testo % Qeuvres, X, p. 387: « Hoc enîm sit interdum per tam
longum conse- quentiarum contextum, ut, cum ad illas devenimus, non facile
recor- demur totius itineris quod nos co usque perduxit; ideoque memoriae
infirmitati continuo quodam cogitationis motu succurrendum esse dicimus ». 5?
Ocuvres, X, pp. 387 -88: « Si igitur, ex. gr., per diversas operationes
cognoverim primo, qualis sit habitudo inter magnitudines A _& B, deinde
inter B & C, tum inter C & D, ac denique inter D & E: non idcirco
video qualis sit inter A_& E, nec possum intelligere praecise ex iam
cognitis, nisi omnium recorder. Quamobrem illas continuo quodam imaginationis
motu singula intuentis simul et ad alia tran- seuntis aliquoties percurram,
donec a prima ad ultimam tam celeriter
transire
didicerim, ut fere nullas memoriae partes reliquendo, rem totam simul videar
intueri; hoc enim pacto, dum memoriae subveni- tur, ingenii ctiam tarditas
emendatur, ciusque capacitas quadam ra- tione cxtenditur ». 174 CLAVIS
UNIVERSALIS cartesiano delle Regulae e quella tradizione di ars memorativa alla
quale ci siamo fin qui richiamati. L. J. Beck, che sulla metodologia delle
Regulae ha scritto pagine assai acute, ha nettamente (e a mio avviso
giustamente) distinto due diversi significati o due differenti accezioni del
termine enumerazione in Cartesio.?* Quando fa riferimento, nel Discorso, alla
enu- merazione Cartesio parla infatti da un lato di « enumerazioni complete »
(denombrements entiers) e dall'altro di « revisioni generali » (revues générales).
La traduzione latina del Discorso, rivista come è noto dallo stesso Cartesio,
chiarisce ancor me- glio la distinzione qui adombrata: l’espressione denombre-
ments entiers viene tradotta con singula enumerare, quella revues générales con
omnia circumspicere.?® Comunque sia da considerare la distinzione fra questi
due diversi aspetti o queste due diverse funzioni dell’enumerazione, resta il
fatto che con questo termine Cartesio sembra far riferimento: 1) a quel rimedio
alla memoria che deve essere presente, abbiam visto, nel caso di deduzioni
particolarmente complesse o di «catene » troppo lunghe; 2) all’ordinamento
delle condizioni dalle quali dipende la soluzione di un problema particolare e
a quell’iniziale ordinamento dei dati che è preliminare ad ogni ricerca e che
mira all’ « isolamento » e alla determina- zione del problema stesso. «
Enumerazione o induzione — scrive Cartesio nella re- gola VII — è una diligente
e accurata ricerca di tutto quanto concerne una questione proposta, sì che da
essa si possa con- cludere con certezza ed evidenza che nulla è stato ingiusta-
mente tralasciato ».°° La funzione attribuita alla enumerazio 58 Cfr. L. J.
Beck, The Method of Descartes, a Study of the Regu- lae, Oxford, 1952, p. 143,
ma cfr. le pp. III-146. Sull'enumerazione cartesiana: R. Husert, La théorie
cartesienne de lenumeration, in « Revue de metaphysique et de morale », 1916,
pp. 489-516; Sirven, Les années d'apprentissage de Descartes, Paris, 1928, pp.
378-79; E. Gitson, ediz. del Discosrs, Paris, 1947, pp. 210-213; N. KeMr SMITH,
New Studies in the Philosophy of Descartes, London, 1952, pp. 70-77; 144 - 49;
150- 59. 39 Qetivres, VI, p. 559. 6° Qeuvres, X, p. 388: « Est igitur haec
cnumeratio sive inductio, corum omnium quae ad propositam aliquam quaestionem
spectant, tam dili- gens et accurata perquisito, ut ex illa certo evidenterque
concludamus, nihil a nobis perperam fuisse praetermissum ». RAMO, BACONE,
CARTESIO 175 appare qui assai diversa da quella alla quale abbiamo fin’ora
fatto riferimento. Enumerare vuol dire qui procedere ad una classificazione
logica (che si svolge normalmente prima del processo deduttivo) in vista di una
determinazione e limita- zione dei problemi. Si tratta, come dice esattamente il Beck, di un «
preparatory making-out of the field of knowledge in which a proposed
investigation of some particular problem is presently to take place ».° AI Beck, che è esclusivamente interessato ad un esame
della struttura formale del metodo cartesiano c delle relazioni intercorrenti
tra i vari scritti di Cartesio, è sfuggita (così come agli altri interpreti)?
la sostanziale affinità tra questa accezione del termine enumerazione e la
topica baconiana che si presenta anch’essa, non a caso, come un aiuto alla
memoria. Il prin- cipale compito degli aiuti alla memoria consisteva per Bacone
nella costruzione di regole atte a limitare il « campo infinito » 6! L. J.
Beck, op. cit., p. 130. €2 Ad una perfetta conoscenza dei testi cartesiani non
corrisponde, così nel caso del Beck come in quello del Gouhier, una altrettanto
perfetta conoscenza dei testi filosofici e non filosofici circolanti nella
cultura francese ced europea del primo Seicento. Si veda per esempio (per re-
stare nei limiti dei problemi qui trattati) come il Gouhier, nel suo bel libro
su Les premières pensées de Descartes, liquidi in due righe il problema dei
rapporti tra Cartesio e la tradizione del lullismo senza aver preso visione
dell’unico studio sull'argomento e senza rendersi conto che il giudizio
cartesiano su Lullo (« parler sans jugement des choses qu'on ignore ») non è
che la ripetizione di un luogo presente nei testi filosofici da Agrippa a
Bacone (p. 27 n. 55). Anche l’espressio- ne cartesiana «in quodam ordine
locorum dialecticorum unde ratio- nes desumuntur » fa riferimento, contrariamente
a quanto mostra di credere il Gouhier, ad un ben preciso tipo di letteratura;
così come l'affermazione « una est in rebus activa vis ecc.» e il proposito di
servirsi di «cose sensibili » per raffigurare lc « spirituali » ec l’imma- gine
della catena scientiarum risultano del tutto incomprensibili e gra- tuiti, pur
prestandosi ad eleganti considerazioni di carattere specula- tivo, ovc non
vengano intesi nei loro rapporti con un ambiente e con una tradizione.
Cartesio, che aveva letto le pagine dello Schenkel, non aveva certo bisogno di
ricorrere a Keplero per concepire le cose corporee come simboli di quelle
spirituali. Ma del passo cartesiano che fa riferimento all’ars memoriae dello
Schenkel, Gouhier elimina la seconda metà (che risulta difficilmente
comprensibile a chi non abbia visto il testo dello Schenkel) senza poter
spiegare in alcun modo in che cosa consiste il « nuovo procedimento » che
Cartesio ritiene di aver inventato. (Cfr. GouHIER, op. cit., pp. 27, 28, 69,
82-84, 92). 176 CLAVIS UNIVERSALIS della conoscenza umana e a determinare
quindi un campo di conoscenza specifico e limitato: « dalla immensa moltitudine
dei fatti viene distaccata una storia particolare le cui parti vengono
ordinatamente disposte... in primo luogo mostreremo quali siano le cose che
devono essere ricercate intorno a un dato problema, il che è qualcosa di simile
a una topica; in secondo luogo in quale ordine esse vadano disposte e suddi-
vise... ».5° L’enumerazione, come aiuto alla memoria, ha quindi per Cartesio il
compito di svolgere una accurata ricerca di tutto quanto concerne una questione
proposta; quella sorta di « to- pica » che costituisce per Bacone il principale
aiuto della me- moria ha esattamente lo stesso compito e la stessa funzione:
mostrare quali siano le cose che devono essere ricercate intorno a un dato
problema. Dopo aver preliminarmente isolato e de- terminato un problema o una
questione (proprio questo, ab- biam visto, era il compito che la tradizione
retorica affidava ai loci) si doveva, secondo Bacone, procedere ad un ordina-
mento, ad una suddivisione e ad una classificazione delle cose concernenti la
questione proposta. Su questo punto c da que- sto punto di vista la posizione
di Cartesio non è in alcun modo differente : «Se si dovessero considerare una
ad una le singole cose che riguardano la questione proposta non sarebbe
sufficiente la vita di nessun uomo. Ma se tutte le cose vengano disposte
nell'ordine migliore, in maniera che siano ridotte il più pos- sibile a classi
determinate, sarà sufficiente vedere esattamente una sola di queste, oppure
qualcosa di ciascuna, o almeno non ripercorreremo mai niente due volte invano;
ciò è di tanto giovamento che spesso, in base a un ordine bene stabilito, si
compiono rapidamente e senza difficoltà molte cose che, al primo aspetto,
apparivano immense ».5 © Cfr. il testo sopra riportato alla nota 40. 6!
Qcuvres, X, pp. 390-91: « Addidi etiam enumerationem debere esse ordinatam...
si singula quae ad propositum spectant, essent separatim perlustranda, nullius
hominis vita sufficieret, sive quia nimis multa sunt, sive quia sacpius cadem
occurrerent repetenda. Scd si omnia illa optimo ordine disponamus, ut plurimum,
ad certas classes reducentur, ex quibus vel unicam exacte videre sufficiet, vel
cx singulis aliquid,RAMO, BACONE, CARTESIO 177 Non è qui nostro compito
esaminare le differenze inter- correnti tra l’induzione baconiana e la inductio
o enumeratio cartesiana. Al di là delle differenze si voleva qui sottolineare,
nel pensiero dei due « fondatori » della filosofia moderna, la presenza e la
persistenza di temi legati ad antiche e recenti discussioni sulla memoria. A
queste discussioni vanno colle- ate non solo gli interessamenti di Bacone e di
Cartesio per i problemi della mnemotecnica, non solo l’immagine dell’arbor
scientiarum e i progetti di una scientia universalis o sapientia, ma anche la
dottrina, baconiana e cartesiana, degli «aiuti della memoria ». Non si tratta
dunque solo dei « residui » di una tradizione veneranda, degli echi ultimi,
ormai privi di importanza e di significato storico di un fortunato genere
letterario; né si tratta di concessioni ad una « moda » assai diffusa. Nella
Znterpretatio naturae di Bacone e nelle Regulae ad directionem ingenti di
Cartesio ci sono apparse presenti al- cune tesi legate alla tradizione
“retorica” dell’ars memora- tiva: al
necessario « isolamento » di una questione si giunge mediante una preliminare
classificazione degli elementi costi- tutivi del problema; l’ordine è elemento
ineliminabile e costi- tutivo di tale classificazione; queste ordinate e «
artificiali » classificazioni costituiscono il necessario rimedio alla insuffi-
cienza e alla labilità della memoria naturale. Come già aveva fatto Ramo, anche
Bacone e Cartesio avevano dunque inserito, nella loro logica, una dottrina
degli aiuti della memoria: en- trambi considerano una tecnica del rafforzamento
della me- moria strumento indispensabile alla formulazione e al “fun-
zionamento” di una nuova logica o di un nuovo metodo. Con Ramo, Bacone e
Cartesio l’antico problema della me- moria artificiale che aveva per oltre tre
secoli appassionato me- dici e filosofi, studiosi di retorica, enciclopedisti e
cultori di magia naturale, aveva fatto in tal modo il suo ingresso, sia pure
piegato a nuove esigenze e profondamente trasfigurato, nei quadri della logica
moderna. Attraverso l'influenza eser- citata dal pensiero baconiano sulle
ricerche linguistiche che si vel quasdam potius quam caeteras, vel saltem nihil
unquam bis frustra percurremus; quod adeo iuvat, ut sacpe propter ordinem bene
insti- tutum brevi tempore et facili negotio peragantur, quae prima fonte
videbantur immensa ». 178 CLAVIS UNIVERSALIS svolsero in Inghilterra nella
seconda metà del Seicento, attra- verso l’opera di Alsted e di Comenio questo
stesso problema apparirà ancora una volta essenziale, nel corso del secolo
XVII, alla costruzione di dizionari totali, di linguaggi perfetti e di
universali enciclopedie. Non a caso nella tradizione lulliana si era lungamente
insistito sulle connessioni che intercorrono tra la memoria, la logica e
l’enciclopedia. « Si igitur ordo est memoriae mater, logica est ars memoriae »
scriverà lo Alsted; e non a caso, avviando i suoi progetti di una
caratteristica uni- versale, Leibniz si volgerà — oltre che a Bacone, Alsted e
Comenio — a Lullo e ai suoi grandi commentatori del Rina- scimento e si
richiamerà a non pochi e non secondari testi di ars memorativa. VI.
ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 1. IL SISTEMA MNEMONICO UNIVERSALE: Enrico ALSTED.
L'ideale enciclopedico che, da Bacone a Leibniz, domina la cultura del secolo
XVII si mostra operante, con forza sin- golare, nell’opera vastissima di Enrico
Alsted (1588 - 1638) maestro di Comenio a Herborn, editore di testi del Bruno,
seguace di Lullo e di Ramo, riformatore dei metodi dell’edu- cazione e
dell’insegnamento. Percorrendo i molteplici scritti, i numerosi manuali e
infine il grande Systema mnemonicum dello Alsted, ci si rende ben conto che
dietro la sovrabbon- danza delle citazioni, la ricchezza strabocchevole
dell’erudi- zione e l'apparenza antologica delle opere, dietro la mesco- lanza
spesso caotica di temi di logica di retorica di fisica e di medicina, sono
presenti motivi essenziali: destinati a eserci- tare un'influenza decisiva sul
costituirsi, agli inizi del Sei- cento, dell'ideale pansofico e
dell’enciclopedismo. Riformare le tecniche di trasmissione del sapere; dar luo-
go ad una classificazione sistematica di tutte le attività ma- nuali e
intellettuali: entrambi questi progetti si risolvono, per Alsted, in quello
della costruzione di un nuovo « sistema » che riunisca in un unico corpus, in
un organo totale delle scienze, i princìpi di tutte le discipline. Solo
attraverso l’enci- clopedia, che rivela i rapporti tra le varie discipline e
porta alla luce la sistematicità del sapere, potrà essere costruito un nuovo
metodo, potrà essere definito un nuovo, organico pia- no degli studi.’
L’esplicita adesione di Alsted alla tematica del lullismo, la sua insistenza
sul valore della memoria come tecnica dell'ordinamento enciclopedico delle
nozioni, possono essere intese solo in funzione di questo suo grande progetto.
! Per i rapporti fra l'enciclopedia e il piano degli studi cfr. E. Garin,
L'educazione in Europa, Bari, 1957, pp. 235 -39. Sul lullismo di Asted cfr.
Carreras y ARTAU, La filosofia cristiana, Madrid, 1939-43, II, pp. 239-49; V.
OsLer, s.v. in Dictionnaire de Théologie Catolique, I, coll. 923 - 24. Molte
opere inedite in Niceron, Mémoires, Parigi, 1740, 41, pp. 298-311. 180 CLAVIS
UNIVERSALIS Alla ricerca di una « via compendiosa » capace di dischiudere
all'uomo il possesso di un sapere totale si volsero, secondo Alsted, i tre
maggiori studiosi di logica che siano apparsi sulla terra: Aristotele, Raimondo
Lullo, Pietro Ramo. Essi si ri- volsero agli uomini, che erano alle origini
della storia, « pror- sus feros et cyclopicos » e, quasi tenendoli per mano, li
con- dussero « verso i pascoli amenissimi della scienza ». Al di là delle
differenze, i tre grandi filosofi ebbero uno scopo e un me- todo comune «ad
quem collinearunt, licet in modis dissi- deant »: in questo senso le loro
dottrine possono e debbono essere conciliate.? Nella Panacea philosophica
seu... de armo- nia philosophiae aristotelicae lullianae et rameae® del 1610
Alsted tenterà, con grande ricchezza di riferimenti, una con- ciliazione dei
tre metodi, ma già nella Clavis artis lullianae che qui più da vicino ci
interessa e che risale all'anno prece- dente, troviamo presente questa stessa
preoccupazione. Nel terzo capitolo dell’opera, De tribus sectis logicorum hodie
vi- gentibus, Alsted volgeva la sua attenzione alla situazione, in Europa,
degli studi di logica. Dopo aver tracciato un breve quadro dell’aristotelismo e
aver ricordato, fra gli aristotelici contemporanei, Melantone e Goclenius,
Scaligero e Zabarella, Piccolomini e Suarez, egli lamentava lo scarso vigore
della setta dei lullisti tedeschi e paragonava la triste situazione della
logica tedesca, intieramente dominata dalle controversie fra aristotelici e
ramisti, al fiorire degli studi lulliani in Spagna, in Francia, in Italia. I
grandi commentatori di Lullo, da Agrippa a Bruno, dal Gregoire al De Valeriis,
non sono stati
in grado di
chiarire il complesso funzionamento della combi- natoria, hanno aggiunto
oscurità ad oscurità, hanno mescolato i loro sogni alle tenebre del lullismo.
Per risollevare le sorti 2 Cfr. Clavis artis lullianac et verae logices duos in
libellos tributa, id est solida dilucidatio artis magnac, generalis et ultimae
quam Raymun- dus Lullus invenit... edita in usum cet gratiam corum, qui
impendio delectantur compendiis, et confusionem sciolorum qui iuventutem fa-
tigant dispendiss, Argentorati, Sumptibus Lazari Zetzneri Bibliop., anno 1609
(ristampata nel 1633 e nel 1651), prefazione, (Copia usata: Triv. Mor. I, 304).
° Panacea philosophica seu Encyclopaediae universa discendi methodus. De
armonia philosophiae aristotelicac, lullianae et rameae, Herbornae, 1610 (Copia
usata: Braid., B. XII. 5, 314). ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 181 della setta
lulliana è necessario richiamarsi all'opera del La- vinheta, di Fernando de
Cordoba, di Lefèvre d’Etaples, del Bovillo, dei fratelli Canterio, di Pico e
riprendere dai fonda- menti il grande progetto di Raimondo: trovare una
scienza, conosciuta la quale, tutte le altre possano essere senza fatica né
difficoltà conosciute, e che, come il filo di Teseo, costitui- sca il criterio
di verità di ogni aspetto e di ogni manifestazio- ne del sapere. Quest’ars
generalis, che Alsted avvicina ripetu- tamente alla cabala, potrà essere
realizzata mediante la de- terminazione dei « termini generalissimi » e dei «
princìpi ge- nerali » presenti in ogni singola scienza e la successiva indivi-
duazione dei termini e dei princìpi « comuni », costitutivi cioè di ogni
possibile sapere." Esistono quindi, per Alsted, assiomi o princìpi
universali comuni a tutte le scienze, operanti in ogni ricerca. Le scienze e le
tecniche si presentano, ad un primo sguardo, come un 4 Cfr. Clavis artis
lullianae, cit., pp. 9-14; 19: « Tantum de Rameis restant philosophi in
Germania minus celebres Lullisti. In Germania, dico quia in Hispaniis, Galliis
et Italia sunt quamplurimi de hoc grege, ct nominatim quidem in Italia sunt
speculatores... qui huic arti sunt deditissimi... Haec duo sectae, Peripatetica
dico ct Ramaea in pracsen- tiarum sunt florentissimac, superest tertia, puta
Lullistarum, quae hodie ferme "Multis pro vili, sub pedibus jacet”... ».
Il giudizio sui commentatori era particolarmente aspro: «Nam commentatores
(uti- nam fuissent commendatores) lulliani, tenebras potius et nebula offu-
derugt quam lucem ‘attulerunt, aut facem practulerunt divino operi. Aut enim
sua somnia immiscuerunt, aut obscura per acque obscura explicarunt ». Lo scopo
della divina arte di Lullo fu di «talem inve- nire scientiam, qua cognita,
reliquae quoque sine difficultate ulla labo- reque magno cognoscerentur, et ad
quam, tamquam lydium lapidem, flum Thesci ct Cynosuram omne scibile
examinaretur ». L’avvicina- mento dell’arte lulliana alla cabala è, nell'opera
di Alsted, continuo e insistente. Si veda per es. la Tabula ad artis brevis
cabalae tractatus et artis magnac primum caput pertinens c il giudizio su
Lullo: « Quum Lullius fuerit mathematicus et kabbalista, impendio delectatus
est me- thodo docendi mathematica et kabbalista, ideoque circulus adhibuit,
quos non nemo concinne vocavit magistros scientiarum. Et huc facit tritus
versiculus: Omnia dant mundo Crux, Globus atque Cubus ». Può essere di qualche interesse notare che, fra i
cultori dell'Arte, Alsted ricorda anche il Poliziano «qui, opino per hanc
artem, se disputare posse de omnibus pollicebantur » (p. 14). Per i richiami di
Alsted a Bruno cfr. le mie Note bruniane, in « Rivista critica di storia della
filosofia », 1959, II, pp. 198-199. 182 CLAVIS UNIVERSALIS insieme caotico,
come una disordinata foresta: dietro quel caos apparente sono rintracciabili le
linee di un ordine pro- fondo; la rigida separazione fra le scienze è solo
provvisoria; quell’intricata foresta potrà rivelarsi l’ordinata ramificazione
di un unico, comune albero del sapere dal quale si dipartono, secondo una
razionale successione, i rami delle singole scienze e delle differenti
tecniche. In vista della costruzione di un nuovo metodo universale è necessario
riportare ordine, coe- renza e sistematicità in quel caos, penetrare
coraggiosamente in quella foresta per chiarire l’ordinata struttura dei suoi
rami, per svelare l’esistenza di un tronco comune e portare infine alla luce le
comuni radici. Da questo punto di vista, il problema del metodo si risol- veva
integralmente in quello di un ordinamento delle no- zioni, di una sistematica
classificazione degli oggetti che co- stituiscono il mondo e dei concetti che
sono stati elaborati dall'uomo. La logica, strumento del metodo, ha il compito
di ordinare e di classificare: «La sola logica è l’arte della memoria. Non si
dì nessuna mnemotecnica al di fuori della logica. E pare che di ciò si sia
accorto Raimondo Lullo che, nel suo opuscolo De auditu kabbalistico, scrisse
queste paro- le: “Il metodo vien costituito non solo per l’esercizio del-
l’umano intelletto, ma anche perché fornisca un rimedio alla dimenticanza”. Se
dunque l’ordine è la madre della me- moria, la logica è l’arte della memoria.
Trattare dell’ordine è infatti il compito della logica ».* L’intera
enciclopedia si presenta in tal modo come un grande Systema mnemonicum e la
logica si presenta come una directio intellectus che è, al tempo stesso, una confir-
matto memoriae.® Precisamente su questo terreno Alsted tenta di realizzare una
conciliazione tra la dialettica rami- 5 Cfr. Systema mnemonicum duplex... in
quo artis memorativae prae- cepta plene et methodice traduntur: et tota simul
ratio docendi, discen- di, Scholas aperiendi, adeoque modus studendi solide
explicatur et a pseudo-memoristarum, pseudo-lullistarum, pseudo-cabbalistarum
im- posturis discernitur atque vindicatur, Prostat, in nobilis Francofurti Pal-
theniana, anno 1610, p. 5 (Copia usata: Angelica, XX. 12. 47).
* Systema
mnemonicum duplex, cit., p. 105: « Logicae duplex est finis et duplex obiectum;
primus est directio intellectus, secundus est me- moriae confirmatio ». ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 183 sta e la combinatoria
lulliana. Non a caso, nel System mne- monicum duplex del 1610, dopo aver
definito il metodo come « instrumentum mnemonicum quod docet progredi a ge-
neralissimis ad specialissima » egli inserisce nella sua tratta- zione le tre
fondamentali leggi della dialettica ramista: « Pri- ma lex est lex homogeniae...
secunda lex dicitur coordina- tionis.... tertia lex dicitur transitionis ».'
Eredità lulliane ed influenze ramiste, echi delle ormai secolari discussioni
sull’arte della « memoria locale », anda- vano in tal modo a congiungersi in
funzione dell’enciclope- dia.* Ma più che a una riforma della logica Alsetd era
indub- biamente interessato ad una riforma della « pedagogia »: una nuova
organizzazione dell’insegnamento, delle scuole, dei metodi didattici doveva
corrispondere, punto per punto, al nuovo ordinamento del mondo del sapere.
Riducendo a sistema — come scriverà Bayle® — tutte le parti delle arti ? Cfr.
Systema mnemonicum duplex, cit., pp. 106-107. # Seguendo una tradizione che
risale al Lavinheta, Alsted avvicina i circoli dell’arte lulliana ai «luoghi »
della mnemotecnica di derivazio- ne ciceroniana: « Circulus in arte lulliana
est locus et quoddam quasi domicilium in quo instrumenta inventionis
collocantur... » (Clavis artis lullianae, cit., p. 25). Ma, oltre alle opere
già ricordate sono da vedere: Artium liberalium, ac facultatum omnium systema
mnemonicum de modo discendi, in libros septem digestum et congestum, Prostat,
1610; Encyclopaedia septem tomis distincta, Herborni Nassaviorum, 1630 (Co- pie
usate: Angelica, XX. 12. 48; Braidense, +}. XIV. 16). Fra le opere di carattere
religioso € pedagogico si vedano: Theatrum scholasticum, Flerborniae, 1610;
(che contiene un Gymnasium mnemonicum); Tri- gae canonicae, Francoforte, 161!
(contenente una Artis mnemologicae explicatio); la Dissertatio de manducatione
spirituali, transubstantiatio- ne, sacrificio missae, de natura et privilegiis
ecclesiae, Ginevra, 1630 (cfr. Padova, Antoniana, K. VII. 14). Un certo
interesse presenta anche
la
classificazione delle scienze matematiche contenuta nel Methodus ad- mirandorum
mathematicorum novem libris exhibens universam ma- thesin, Herbornae
Nassaviorum, 1623, pp. 5-7: « Mathesis est pars encyclopaediae philosophicae
tractans de quantitate communiter... Ordo scientiarum mathematicarum hic est.
Scientiac mathematicae sunt pu- rae vel mediae. Purae sunt quac occupantur
circa solam quantitatem: quales sunt arithmetica et geometria. Mediae sunt quae
occupantur, circa quantitatem haerentem in corpore: ut cosmographia,
uranoscopia, geographia; vel in qualitate ut in optica, musica et
architectonica ». (Copia usata: Padova, Civica, G. 6327). pi Bayle,
Dictionnaire historique et critique, Amsterdam, 1740, pp. - 66. 184 CLAVIS
UNIVERSALIS e delle scienze, Alsted intendeva in realtà lavorare — come poi
Comenio — per un sapere unitario capace di riscattare e di liberare gli uomini.
2. LA PANSOFIA E LA GRANDE DIDATTICA: (COMENIO. La ricerca di un metodo, di una
logica, di un linguaggio che consentano all’uomo di penetrare e di dominare
tutto, che garantiscano all'uomo il possesso dell’enciclopedia, della sapienza
universale: questo fu la pansofia. E nell’ideale pan- sofico, proposto alla
cultura di tutta Europa (ma la /anza linguarum fu tradotta anche in arabo e in
persiano e pene- trò fin nell’ Estremo Oriente) dall'impeto riformatore di Co-
menio ritroviamo chiaramente presenti non solo gli insegna- menti di Bacone e
di Alsted, di Ratke e di Andrei, ma anche molti dei temi derivati dalla
tradizione dell’ars memorativa e da quella, essai più vigorosa,
dell’enciclopedismo lullista.'° Mentre andava chiarendo le linee fondamentali
del suo pensiero, nella Conatuum pansophicorum dilucidatio, Co- menio enumerava
gli autori che lo avevano preceduto, le opere dalle quali il suo tentativo
poteva trarre conforto e ispirazione. Fin dall’antichità uomini insigni
tentarono di raccogliere il complexum totius eruditionis; in questo senso operò
Aristotele indicando le tre leggi necessarie al raggiun- gimento di quella
onniscienza che è possibile all'uomo: la principiorum universalitas, l’ordinis
methodus vera, la ve- ritatis certitudo infallibilis. A queste stesse leggi —
prosegue Comenio — si son richiamati quegli studiosi che, nell’età moderna, si
sono fatti autori di enciclopedie, di polimatheie, di sintassi dell’arte
mirabile, di teatri della sapienza, di pa- nurgie, di grandi restaurazioni, di
pancosmie. I titoli cui Comenio fa riferimento ci rimandano ad opere ben note:
agli scritti del De Valeriis c del Gregoire, alle opere di Giu- lio Camillo e
del Patrizzi che vengono accostate (e l’accosta- ! Sulle origini della
pansofia: W. E. PeuckeRT, Pansophie. Ein Ver- such zur Geschichte der weissen
und schwarzen Magie, Stuttgart, 1936. Sugli ideali pedagogici: L. Kvacata, }.
A. Comenio, Berlino, 1914 c ora E. Garin, L'educazione in Europa, cit., pp.
241-252. Sul lullismo di Comenio brevissime, insufficienti annotazioni in
CARRERAS Y ARTAU, Op. cit., II, p. 299. ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 185 mento è
significativo) alla /nstauratio magna di Bacone. Di fronte a questa eredità,
Comenio ripete il solenne motto di Seneca: « Molto fecero quanti vennero prima
di noi, ma essi non terminarono l’opera; molto resta e molto resterà anco- ra
da fare; neppure fra mille secoli sarà preclusa ad alcuno fra i mortali
l’occasione di aggiungere ancora qualcosa ». Ri- chiamandosi a questa eredità
Comenio intende dunque rea- lizzare « un’opera universale » e anch’essa, come
già quella dei suoi predecessori, non è costruita solo per l’uso degli eru- diti
ma per quello di tutti i popoli cristiani. Muterà il de- stino stesso della
razza umana quando sarà realizzata quella pansofia che è « universae
eruditionis breviarum solidum, in- tellectus humani fax lucida, veritatis rerum
norma stabilis, negotiorum vitae tabulatura certa, ad Deum denique ipsum scala
beata ».!! I richiami di Comenio ai teatri, alle sintassi, alle enci- clopedic
basterebbero da soli a documentare l’esistenza di una effettiva continuità di
temi e di motivi, il persistere di interessi comuni fra i maggiori esponenti
dell’enciclopedismo lullista e i teorici della pansofia. Ma non meno evidenti —
anche se assai meno noti — sono i rapporti che legano l’opera comeniana a
quella dei maggiori teorici dell’ars me- morativa per tanti aspetti connessa,
dopo la metà del Cin- quecento, alla rinascita del lullismo. Solo chi abbia
presenti le discussioni sulla funzione mnemonica delle immagini, tanto diffusa
fra gli esponenti dell'Arte, potrà rendersi conto dell'ambiente nel quale ebbe
a maturare il tentativo come- miano di fondare sulle figure e sulla visione
ogni duraturo e stabile apprendimento. La prima parte dell’ Ordis sensua- lium pictus si presenta, non a caso,
come una «omnium principalium in mundo rerum et in vita actionum pictura !! Per
quanto qui esposto cfr. Philosophiae prodromus et conatuum pansophicorum
dilucidatio. Accedunt didactica dissertatio de sermonis latini studio perfecte
absolvendo, aliaque erusdem, Lugduni Batavo- rum, Officina David Lopez de Haro,
1644, pp. 120-122. (La prima edizione dell’opera è Londra, L. Fawre et S.
Gellibrand, 1639). Ho visto l'edizione del 1644 nell’esemplare dell’Angelica,
SS. 10.90 al qua- le è stato legato assieme il Faber fortunae sive ars
consulendi sibi ipsi ttemque regulac vitae sapientis, Amstelodami, ex officina
Petri van der Berge, 1657. 186 CLAVIS UNIVERSALIS et nomenclatura », e chi ne
scorra le pagine piene di figure e di simboli troverà appunto, ovunque
presente, la tesi che la realtà delle cose dev'essere intuita e vista
attraverso le immagini delle cose.!* Fondamento di un erudizione non astratta e
scolastica, ma « piena e solida », non oscura e con- fusa, ma «chiara e
distinta e articolata come le dita della mano », è la «retta presentazione, ai
sensi, delle cose sensi- bili ». Solo per questa via, la via dell'immagine, del
senso e della memoria, sarà possibile giungere poi alla più alta educazione
dell’intelletto. Alle immagini vien dunque attri- buita una funzione decisiva:
esse sono «le icone di tutte le cose visibili dell’intero mondo, alle quali,
con modi appro- priati, saranno riducibili anche le cose invisibili ». Ripren-
dendo il motivo centrale della Cirsà del Sole campanelliana Comenio giunge a
significative conclusioni: «al nostro fine servirà validamente anche questo:
dipingere sulle pareti delle aule il sunto di tutti i libri di ciascuna classe,
tanto il testo (con vigorosa brevità) quanto le illustrazioni, ritratti e
rilievi, che esercitino ogni giorno i sensi e la memoria degli stu- denti.
Sulle pareti del tempio d’ Esculapio, come ci hanno tramandato gli antichi,
erano scritte le regole di tutta la me- dicina che Ippocrate, di nascosto,
copiò da capo a fondo. Anche Dio infatti dovunque riempì questo grande teatro
del mondo di pitture, di statue e di immagini, come vive rap- presentazioni
della sua sapienza ». Non si trattava solo della generica accettazione di mo-
tivi diffusi: l’« alfabeto filosofico » proposto da Comeniocontro quella «
permolesta ingeniorum tortura » che è la sil- labatro, nel quale le lettere son
riprodotte accanto all’imma- gine dell'animale «cuius vocem litera imitatur
»,!” non fa che riprodurre, con intenti solo in parte diversi, quegli « al-
fabeti mnemonici » che troviamo presenti in tutti i testi quattrocenteschi e
cinquecenteschi di ars reminiscendi. A questa stessa tecnica del raffrozamento
della memoria (lar- 12 Orbis senstalis picti pars prima. Hoc est: omnium
principalium in mundo rerum et in vita actionum pictura et nomenclatura, cum
titu- lorum iuxta cetque vocabulorum indice, Noribergae, Sumtibus Joh. Andr.
Endteri haeredum, anno salutis, 1746 (la prima ediz. è del 1658). Si vedano, in
particolare, le pagine della prefazione. 19 Cfr. Orbis sensualis picti pars
prima, cit., prefazione e pp. 4-5. ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 187 ghissimamente
impiegata dallo stesso Comenio nel De ser- monis latini studio del 1644), ai
teatri del mondo, alla ca- bala si richiamano poi quelle numerose pagine di
Come- nio nelle quali vien presentato quel Theatrum sapientiae cui dev'essere
attribuito, per la nobiltà degli oggetti che racchiu- de, il più solenne nome
di Templum. Il tempio della panso- fia cristiana è costruito secondo le idee,
le norme, le leggi divine, è consacrato a tutte le genti di ogni lingua: in
esso sono « collocati » le facoltà, gli oggetti prodotti dalla forza naturale
presenti nel mondo visibile, l’uomo e i prodotti dell'ingegno umano, le realtà
interne dell’uomo, Dio e le potenze angeliche, i prodotti della vera sapienza:
di fronte a queste pagine comeniane è difficile non ricordare le mac- chinose
costruzioni emblematiche del De Valeriis e del Ca- millo, le grandi rassegne
della realtà universale presenti nel Thesaurus memoriae del Rosselli.!' Anche
il progetto comeniano di una «enciclopedia to- tale » appare del resto
profondamente legato alle impostazio- ni del lullismo, alle discussioni sulla
catena scientiarum, ai progetti, così numerosi nel Cinquecento, di una scienza
uni- taria o arte universale. L’oggetto della sapienza — scrive Co- menio nel
Pansophiae prodromus del 1639 — è stato di volta in volta attribuito alla
filosofia, alla medicina, alla teologia, al diritto; è stato concepito come
oggetto di una scienza par- ticolare; identificato con una visione parziale che
allontana ogni speranza di pervenire alla totalità, alla comprensione
dell’unità del mondo. Alla visione totale, alla lettura del gran libro
dell'universo si potrà giungere attraverso un pro- cesso graduale che va
dall’enciclopedia sotto la specie sensi- bile (orbis sensualis)
all’enciclopedia sotto la specie intellet- tuale (orbis intelletualis): alla
visione unitaria, che è lo scopo più alto del sapere, non si potrà invece mai
giungere me- 14 Il testo della Dissertazio didactica de sermonis latini studio
in Pan- sophiae prodromus, cit., pp. 173-224. Per il tempio della pansofia
cristana cfr. le pp. 122-165: « Pansophiae christianae templum ad Ipsius
supremi Architecti Onnipotentis Dei ideas, normas, legesque Istruendum, et
usibus Catholicae Iesu Christi Ecclesiae, ex omnibus gentibus, tribubus,
populis et linguis collectae et colligendae consecran- dum ». Cfr. anche la
Pansophiae Diatyposis iconographica, Amstlelo- dami, 1645. 88 CLAVIS
UNIVERSALIS diante la successiva aggiunta di considerazioni parziali.!* Tutti i
tentativi di giungere all'unità mediante l’enumerazione e la collezione delle
soluzioni e delle tecniche particolari, sono miseramente falliti: da un lato si
son confezionati gigante- schi ma inutili elenchi che volevano esaurire, in una
mint- tiarum confectatio, la totalità delle parole e delle cose; dal- l’altro
si son costruite ordinatissime enciclopedie simili più ad eleganti catene dai
molti anelli che a macchine capaci di funzionare in modo autonomo e cocrente.!*
Ne son derivati ordinati mucchi di legna disposti con gran cura e pazienza, ma
non si è riusciti a dar luogo a quell’albero vivo delle scienze verdeggiante di
fronde e ricco di rami e di frutti che trae alimento e vigore dalle sue proprie
radici. Dar vita a quell’albero («at nos scientiarum et artium radices vivas,
ar- borem vivam, fructus vivos desideramus »), sarà possibile solo attraverso
la visione unitaria del tutto, la pansofia che è insieme possesso del tutto e
viva immagine del vivente uni- verso: (« Pansophiam dico, quae sit viva
universi imago, sibi ipsi undique cohaerens, seipsam undique vegetans, seip- sam
undique fructu applens... »). A quegli inutili, pedante- schi elenchi di parole
e di cose andrà quindi contrapposto il promptuarium universalis eruditionis, il
libro della pan- sofia: qui la compendiosità, la chiarezza, il rifiuto di ogni
oscurità, la « perpetua connexio causarum cet effectuum » la « ordinis continuo
fluentis series a principio ad finem» so- stituiranno la caoticità e l’oscurità
delle precedenti compila- zioni.!’ In realtà l'enciclopedia comeniana, per
quanto attiene ai motivi di fondo, non si muoveva su un piano molto diverso da
quello sul quale si erano mossi, nel corso del Cinquecento, !5 Cfr. Pansophiac
prodromus, cit., pp. 132-136 e le considerazioni svolte a questo proposito da
E. Garin, L'educazione in Europa, cit., p. 249. 16 Cfr. Pansophiae prodromus,
cit., p. 41: «Quas adhuc vidi Encyclo- paedias ctiam ordinatissimas similiores
visae sunt catenae annulis mul- tis eleganter contextae, quam automato rotulis
artificiose ad motum composito et seipsum circumagente; et lignorum strui, magna
quadam cura et ordine eleganti dispositac similiores, quam arbori e radicibus
propriis assurgenti spiritus innati virtute se in ramos et frondes expli-
canti, et fructus edenti ». 1? Cfr. Pansophiae prodromus, cit., pp. 21, 41-42,
136. ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 189 gli “enciplopedisti” di ispirazione
lulliana. Questa comu- nanza di impostazioni, che sussiste al di là delle
differenze, delle critiche e dei polemici rifiuti, risulterà chiara ove si
prendano in considerazioni alcuni problemi caratteristici : 1) quello dei
rapporti intercorrenti fra la logica e l’enciclope- dia; 2) quello della
corrispondenza fra l’universo dei segni c l'universo delle cose; 3) quello
dell’unità del mondo (ritma- to secondo l'armonia delle leggi divine) rispetto
alla quale l'enciclopedia si pone come uno « specchio »; 4) infine quello della
logica-enciclopedica come «chiave universale » capace di dischiudere all’uomo i
segreti ultimi della realtà. Su ciascuno di questi punti la posizione di
Comenio è precisa: il vocabolario o la fanua linguarum coincide con la
enciclopedia («januam linguarum et encyclopediam debere esse idem ») e si
pongono come una intellectus humani cla- vis che consente la lettura
dell’alfabeto divino impresso sulle cose; l'ordinamento rigoroso delle nozioni,
l’immagine uni- taria e gerarchica dell’universo sono il frutto più alto del
nuovo metodo che è in grado di ricondurre ogni nozione al suo genere e alla sua
specie « ut quicquid de ulla re dicen- dum est, simul et semel de omnibus
dicatur de quibus dici potest »; l’intera enciclopedia appare fondata su un
numero ridottissimo di «assiomi » o di «sententiae per se fide di- gnae, non
demonstrande per priora, sed illustrandae solum exemplis »; l’intero mondo del
sapere apparirà in tal modo simile a una «catena » la cui struttura appare
simile a quel- la in uso nella matematica: « Il rimedio sarà: una conforma-
zione di tutte le arti e le scienze tale che ovunque si inizi dalle cose più
note e il processo verso quelle ignote avvenga con lentezza e gradatamente,
così come, in una catena, ogni anello sostiene e trascina l’altro anello...
Come, presso i ma- tematici, dimostrato un teorema segue il sapere e dimostrato
un problema segue l’effetto, così, nella pansofia, dimostrata una qualche parte
dell’universale dottrina, ne conseguono certezza e infallibilità ».!* 18 Cfr.
Pansophiae prodromus, cit., pp. 4, 24-25, 78, 85. Sulla coinci- denza della
Janua linguarum e dell'enciclopedia cfr. la Janua lingua- rum reserata aurea,
Lugduni Batavorum, 1640 (la prima ediz. è del 1631), prefazione e l'
Eruditionis scholasticae atrium rerum et lingua- rum ornamenta exhibens,
Norimbergae, 1659, p. 5 (copie usate: Braid., tt 4.30 e Angelica IV, 1.56). 190
CLAVIS UNIVERSALIS L’infinita varietà delle nozioni e delle cose è dunque ri-
ducibile ad un numero limitato di « assiomi » o di « princì- pi». Questa
riducibilitù —che rende possibile la stesura del libro della pansofia — appare
chiaramente fondata, anche in Comenio, su alcuni tipici presupposti: le
strutture del di- scorso e quelle del mondo reale si corrispondono pienamente;
le stesse, identiche rationes sono presenti in Dio, nella na- tura, nell’arte.
Le raziones rerum sono in ogni caso le stes- se: in Dio sono ut in Archetypo,
in natura ut in Ectypo, nel- l’arte ut in Antytipo.?* Di fronte ai dubbi che
possono essere avanzati sulla possibilità di rintracciare una «chiave univer-
sale », Comenio fa appello alla riducibilità del mondo a pochi fondamentali
elementi e allo stretto parallelismo intercorren- te tra le res da un lato ce i
conceptus, le imagines, i verba dal- l’altro: « Per quanto le cose poste al di
fuori dell’intelletto sembrino qualcosa di infinito, tuttavia esse non sono
infi- nite perché il mondo, opera stupenda di Dio, consta di pochi elementi e
di poche forme differenti e perché tutto quanto è stato escogitato mediante
l’arte può essere ricondotto a determinati generi e a determinati punti
principali. Poiché dunque fra le cose e i concetti delle cose, fra le immagini
dei concetti e le parole si dà un parallelismo, e poiché nelle cose singole
sono presenti alcuni princìpi fondamentali dai quali tutto il resto risulta, io
pensavo che quei princìpi fon- damentali, che sono egualmente nelle cose, nei
concetti e nel discorso, potessero essere insegnati. Mi veniva anche alla mente
che i chimici avevano trovato il modo di liberare le essenze o spiriti delle
cose dalla superfluità della materia in modo da poter concentrare in una
piccola goccia una forza ingente di minerali e di vegetali e che questa goccia
era, nelle medicine, di maggior efficacia che i corpi mine- rali e vegetali
nella loro integrità. E non potrà essere escogi- tato nulla (pensavo) per
radunare e concentrare in qualche modo i precetti della sapienza ora sparsi per
i così ampi ter- reni delle scienze ed anzi, al di là dei loro stessi confini,
sparsi 19 « Eadem proinde sunt rerum rationes, nec differunt, nisi existendi
forma: quia in Deo sunt ut in Archetypo, in natura ut in Ectypo, in arte ut in
Antitypo » (Pansophiac prodromus, cit., p. 67). ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 191
all’infinito? Allontaniamo ogni sfiducia perché ogni atto di sfiducia è una
bestemmia verso Dio ».?° Determinando i princìpi e le essenze, ponendosi come
specchio fedele della natura, l’arte ha il compito di rivelare la profonda
armonia che lega gli elementi dell’universo: « Omnis harmoniae fons, Deus,
harmonice fecit omnia... i musici chiamano armonia la piacevole consonanza di
molte voci e tale, in verità, è l’armonioso concerto delle virtù eter- ne in
Dio, delle virtù create nella natura, delle virtù espresse nell’arte; in Dio,
nella natura, nell'arte si dà armonia e c’è armonia divina e l’arte è immagine
della natura ».?! Di qui nasceva la fede di Comenio nella possibilità di una
partecipazione di tutti gli uomini a una comune salvez- za, la sua convinzione
che, attraverso la conquista della pan- sofia, potessero terminare per sempre
le guerre, le liti, i dis- sidi dei quali fin’ora si è nutrito il mondo:
«cederent etiam non invitae tam claro lumini errorum tenebrae et hominibus
facilius cessarent dissidia, lites, bella quibus se nunc conficit mundus ».??
3. ENCICLOPEDISMO E COMBINATORIA NEL SECOLO XVII. L'eredità dell’
enciclopedismo lullista, la fede nella pos- sibilità di un’arte capace di porsi
come strumento di razionale convivenza tra le genti, l'aspirazione a un metodo
universale o scienza unitaria che riveli la coincidenza tra le strutture del
pensiero e quelle della realtà erano ormai state integralmente accolte, in
quanto avevano di più valido, dai maggiori rap- presentanti della cultura
europea. Bacone, Cartesio, Alsted, Comenio (così come più tardi avverrà con
Leibniz) avevano accolto alcuni temi presenti nella tradizione lullista e li
ave- °0 Pansophiae prodromus, cit., p. 86. 21 Pansophiae prodromus, cit., p. 67
e cfr. alle pp. 55-56. Ma su que- ste conclusioni cfr. anche la Janua rerum
reserata hoc est sapientia pri- ma (quam vulgo metaphysicam vocant) ita
mentibus hominum adaptata ut per cam in totum rerum ambitum omnemque interiorem
rerum or- dinem et in omnes intimas rebus coeternas veritates prospectus pateat
catholicus simulque et cadem omnium humanarum cogitationum, ser- monum, operum
fons et scaturigo, formaque et norma esse appareat, 1681. 22 Pansophiae
prodromus, cit., p. 44. 192 CLAVIS UNIVERSALIS vano inseriti in un più vasto
discorso concernente la logica, la funzione della filosofia, i rapporti fra le
scienze, l'educazione del genere umano. In molti dei testi, numerosissimi, dei
se- uaci e dei commentatori di Lullo pubblicati nel corso del se- colo XVII
troviamo invece solo la ripetizione di motivi ormai tradizionali, l’insistenza
su temi ormai trasformati in luoghi comuni, la pedantesca riesposizione delle
regole della combi- natoria. Le discussioni sull’enciclopedia, sulla
trasmissione del sapere, sul metodo, sul linguaggio si andavano ormai svol-
gendo, a più alto livello, in ambienti differenti. E tuttavia an- che di questi
testi — non pochi fra i quali furono ammirati c celebrati in tutta Europa e
amati e studiati da uomini in- signi — gioverà tener conto. Non solo per
sottolineare la presenza operante di un tipo di ricerche che ebbe eco vastis-
sima, ma anche per rendersi conto di come, su quelle stesse ricerche, andassero
riflettendosi alcune esigenze caratteristiche della cultura del Seicento.
Abbiamo già ricordato i progetti di unificazione delle scienze presenti nelle
opere del Morestell, del Meyssonnier, di Jean d’Aubry, ma altri casi sono, da
questo punto di vista, non meno indicativi. Nel 1632, a Parigi, veniva
pubblicato da R. L. de Vassi, consigliere del Re, Le fondément de l'artifice
universel... sur lequel on peut appuyer le moyen de pervenir à l’Encyclopedie
ou universalité des sciences par un ordre mé- thodique beaucoup plus prompte et
vrayment plus facile qu aucun autre qui soit communement receu.?* Il libro,
nono- stante le mirabolanti promesse contenute nella lettera dedi- catoria,
conteneva in realtà solo la parziale traduzione di alcuni scritti di Lullo. Ma
è significativo che l’opera di Lullo venisse allora presentata come lo
strumento atto a consentire il metodico ordinamento delle scienze e la
realizzazione del- l'enciclopedia. In una situazione che il de Vassi giudicava
assai poco favorevole agli studi lulliani («la pratique artift- cielle du
Docteur Raymonde Lulle, mis en oubly par la plus grand part et rejetté
communement du commun des Doc- teurs... ») i testi della combinatoria venivano
riproposti in fun- 29 Traduit par R. L. Sicur de Vassi, conseiller du Roy, A_
Paris, dans l'imprimerie d’Ant. Champenois, 1632. (Copia usata: Triv., Mor. M.
30). ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 193 zione di un problema che era, in quegli
anni, estremamente attuale. E’ un atteggiamento, questo, che ritroviamo
presente anche negli scritti (ben noti a Leibniz) di Jano Cecilio Frey (morto
nel 1631), medico della regina madre di Francia, au- tore, oltre che di scritti
di medicina e di fisiognomica, di un compendio di filosofia aristotelica e di
una Via ad divas scien- tias artesque, linguarum notittam, sermones
extemporaneos nova et expeditissima.?* Nell’edizione postuma delle sue ope- re
® troviamo, accanto ai consueti interessi per la retorica e per il linguaggio,
per la logica (via ad scienttas) e per l’enciclo- pedia (scientiae et artes
omnes ordine distributae et desumptae), il tentativo di ridurre ad assiomi i
princìpi di tutte le scienze (ariomata philosophica) e di tracciare le linee di
un ordina- mento degli studi. Le regole dell’arte della memoria di origine
“ciceroniana” vengono riprese dal Frey e inserite — sulle tracce del Lavinheta
— nella tematica dell’ars combinandi. Non a caso la pAilosophia rationalis
viene ripartita dal Frey in logica, dialettica e arte memorativa (« philosophia
ratio- nalis est logica et dialectica et ars memorativa »).?° La costruzione di
una assiomatica delle scienze (riduzione di tutti i termini fondamentali delle
singole scienze ai prin- cìpi di una combinatoria riformata), la determinazione
dei rapporti fra i vari rami del sapere sono i temi centrali anche 24 L'opera
fu pubblicata a Parigi (excudebat D. Langlaeus) nel 1628. Ho usato l’edizione
del 1647 (Braid. W.Z.8.3). Del Frey sono da ricordare il Compendium medicinae
pubblicato nel 1646 e | Onmnis homo, item amor et amicus, item Physiognonia
Chiromantia Onciro- mantia, Parigi, 1630. Di questi ultimi due scritti e del
panegirico com- posto dal Gaffarcl (Lacrimae sacrae in obitum Ilani Caecilii
Frey me- dici, Parigi, 1631) dà notizia il THORNDIKE, History of magic and
expe- rimental science, New York, 1958, VIII, pp. 456 - 57, 472-73. È da ve-
dere anche l'Universae philosophiae compendium luculentissimum, ad mentem ct
methodum Aristotelis concinnatum, Parisiis, excudebat D. Langlaeus, 1633 (Par.
Naz. R. 9652 e R. 36568). 25 Jani Caecitu Frey, Opera quae reperiri potuerunt
in unum corpus collecta, Parisiis, J. Gesslin, 1645-46, 3 parti in 2 voll.
(Copia usata: Angelica, SS. 6. 15). 2° « Philosophia rationalis est logica et
dialectica et ars memorativa. Dialectica quidem dans materiam disputandi et
argumenta. Logica dans formas argumentandi. Dialectica vel lullistica, vel
peripatetica, vel ramea » (Opera. cit., p. 527). Per la ripresa dei
tradizionali motivi della mnemotecnica ciceroniana si vedano le pp. 443 - 450.
194 CLAVIS UNIVERSALIS del macchinoso Digestum sapientiae (1648 circa) di Ivo
de Paris e del grande Commento all'arte lulliana di Giulio Pace, scolaro dello
Zabarella e profugo a Ginevra, professore a Hei- delberg e a Padova.?”
Quest'ultimo testo, compilato da uno fra i più acuti e più noti traduttori e
commentatori dell’Orga- non aristotelico, da un uomo che fu, oltre che logico insigne,
giurista di gran fama, sarebbe, di per sé, meritevole di un lungo discorso. Ma
gioverà invece soffermarsi con una certa ampiezza su un testo del 1659 che ebbe
immediata risonanza curopea e godette poi di fortuna grandissima: il Pharus
scien- tiarum dello spagnolo Sebastian Izquierdo.°* Alla costruzione dell’arte
universale o «scienza delle scienze» — afferma Izquierdo — hanno lavorato nei
secoli Aristotele e Cicerone, Quintiliano e Raimondo Lullo. Quest’antica
aspirazione verso una «logica prima» che possa illuminare, come un faro, il
cammino ai naviganti nel mare della sapienza, ha trovato espressione,
nell'epoca moderna, nella Sinzaxis di Pedro Gre- goire, nel Digestum di Ivo de
Paris, nella Cyclognomica di Cornelio Gemma, nel Novum Organum di Francesco
Bacone. Per condurre a termine l’opera da questi autori avviata, è ne- cessario
rendersi conto di tre cose: 1) l'enciclopedia (la scienzia circularis o
orbicularis degli antichi) non consiste in un aggre- 27 L’opera di Ivo De
Paris, Digestum sapientiac, in quo habetur scien- tarum omnium rerum divinarumn
atque humanarum nexus et ad prima principia reductio, fu pubblicata a Parigi
fra il 1648 e il 1650. Un'altra edizione, più nota, a Lione nel 1672. Cfr.
CarrERAS y ARTAU, Op. cit., ll, p. 297-98. G. Pace, L'art de Raymond Lullius esclaircy... divisé
en IV livres ou est enscigné une méthode qui fournit grand nombre de termes
universels d'attributs, de propositions et d’argumens par le moyen desquels on
peut discourir sur tous sujets, Paris, F. Julliot, 1619 (Par. Naz. R. 42374 e
Z. 19007); Artis lullianac emendatae libri IV, Neapoli, ex typ. Secundini Roncalioli, 1631 (Par. Naz. Rés. Z. 959).
Sul grande commento aristotelico - In Porphyrii Isagogen et Aristotelis Organtm
commentarius analyticus, Aureliac, 1605 - si vedano, fra l’al- tro, le
considerazioni di G. Colli, introduzione alla versione italiana dell'’Orgazon,
Torino, 1955, p. XXV. 28 P. SepastIan IzquierDo S. ]., Pharus scientiarum ubi
quidquid ad cognitionem humanam humanitus acquisibilem pertinet, ubertim juxta
atque succincte pertractatur, Lugduni, sumptibus C. Bourget et M. Liétard, 1659
(Copia usata: Par. Naz. R. 942-943). Cfr. Carreras Y Artau, II, pp. 305-308; P.
Ramòn Cenat, E/ P. S. Izquierdo y su Pharus scientiarum, « Revista de filosofia
», 1942, 1, pp. 127 - 154. ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 195 gato di tutte le
scienze, ma in una scienza speciale (« in spe ciali quadam scientia consistere
») che comprende in sé la totalità di tutte le scienze ivi compresi i princìpi
della stessa scienza speciale o universale; 2) alla logica « parziale » di
Aristotele, va sostituita una logica « integra » che comprenda, oltre all’ars
intelligendi perfezionatrice dell’intelletto, un’ars memorandi che soccorre
alla memoria, un’ars imaginandi e un’ars experiendi che si volgono ad
accrescere le capacità della fantasia e quelle dei sensi esterni; 3) la
metafisica deve pro- cedere con assoluto rigore dimostrativo secondo il modello
delle scienze matematiche: « se i metafisici avessero ragionato
dimostrativamente muovendo, al modo dci matematici, da princìpi evidenti,
avrebbero già costruito gran parte della me- tafisica ». In questo modo di
concepire la funzione della filo- sofia prima e in questa auspicata estensione
del metodo mate- matico alla metafisica, operavano senza dubbio suggestioni
cartesiane. Che si fanno ancor più evidenti quando l’Izquierdo (dopo aver
criticato l’arte di Lullo per la «barbarie » della sua terminologia,
l'insufficienza delle combinazioni binarie e ternarie, l'incapacità a
discendere dai termini universali a quelli particolari) identifica la
combinatoria con un calcolo. Solo la matematizzazione dell’ars combinandi potrà
consen- tire la creazione di quell’unico strumento di tutte le scienze « per
quod immediate fabrica scientiae humanae construitur et absque ullo termino
semper augetur ». L’idea di avvicinare l’Ars magna ai procedimenti della
matematica, assimilando la combinatoria ad un «calcolo », sarà ripresa, com'è
noto, dal Leibniz e sarà feconda di im- portanti sviluppi. Ma negli anni nei
quali il giovane Leibniz si volgeva alla « nuova » combinatoria, si trattava,
contraria- mente a quanto molti han ritenuto, di idea non peregrina. La
ritroviamo per esempio, chiaramente formulata, negli scritti di quel singolare
venditore di fumo che fu il padre gesuita Atanasio Kircher,*° celebrato per le
sue mirabili competenze 2° Sul Kircher cfr. Carreras Y Artau, II, pp. 309-13;
L. THORNDIKRE, History of magic, cit., VII, pp. 567 - 578; L. Couturat, La
logique de Leibniz, Paris, 1901, pp. 541-43; P. FriepLanpER, A. Kircher und
Leibniz. Ein Beitrage zur Gesch. der Polyhistorie im XVII Jahrh., in «Atti
della Pontificia Accad. romana di archeologia », Rendiconti, 1937, pp. 229-
247. 196 CLAVIS UNIVERSALIS in fisica e in archeologia, in filologia e in egittologia,
in storia e in teoria del linguaggio, autore, fra l’altro, del celeberrimo
Mundus subterraneus e di un trattato, altrettanto noto, sui mi- steri dei
numeri.?° Ed è significativo, importante per l’inten- dimento di un ambiente
culturale, che l'accostamento dell’Arte ai procedimenti matematici,
l'esaltazione della combinatoria di Diofanto (« Diophanti nobilis mathematici
ars combinato- ria ») alla quale veniva ravvicinata la combinatoria di Lullo,
ci appaia presente non solo negli scritti di logici insigni, come l’Izquierdo,
ma nelle opere confusissime di un uomo come il Kircher per tanti aspetti legato
ai temi della tradizione erme- tica e della sapienza gnostica, ai motivi della
magia e della cabala, alle speculazioni sui misteria numerorum. Nonostante le
sue tirate retoriche sul valore del metodo sperimentale e la sua difesa della
nuova scienza, Kircher credeva alle qualità occulte, alle « simpatie » e ai
poteri dell’immaginazione, riat- fermava la teoria della generazione spontanea,
era convinto dell’esistenza di demoni girovaganti per le miniere, era pronto,
in ogni caso e in ogni circostanza a sottolineare gli aspetti « miracolosi » e
meravigliosi » della realtà. Quando l’impera- tore Ferdinando III, durante le
aspre polemiche suscitate in Germania dall’apparizione del Pharus scientiarum
dell’ Iz- quierdo, fece appello alla dottrina del Kircher per essere in-
formato sulla reale utilità dell’arte lulliana e sulla possibilità di una sua
ulteriore semplificazione, il gesuita tedesco elaborò una complicata riforma
che si rifaceva in gran parte al Pharus dell’ Izquierdo.?! Mentre riprendeva le
critiche del suo pre- decessore, Kircher si volgeva però, con prevalente
interesse, alla costruzione delle immagini, alle allegorie, alla elabora- zione
di figure e di simboli, ai misteri dell'alfabeto. Negli ultimi decenni del
secolo, soprattutto ad opera dei °° A. KircHer, Mundus subterraneus,
Amstelodami, apud Joannem Janssonium et Elizeum Weyerstraten, 1664-65;
Arithmologia sive de abditis numerorum mysteriis, Roma, 1665. 31 A. KircHer,
Ars magna sciendi in XII libros digesta, qua nova et universali methodo per
artificiosum combinationum contextum de omni re proposita plurimis et prope
infinitis rationibus disputari omniumque summaria quaedam cognitio comparari
potest, Amsterdam, 1669. ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 197 gesuiti, il lullismo si
legava ancora una volta all'atmosfera, ormai torbida ed equivoca,
dell’ermetismo e della magia. Nei farraginosi scritti di un altro gesuita, il
padre Caspar Knittel, troviamo solo un’ampia esposizione delle regole della
combi. natoria e la stanca, monotona ripetizione delle tesi del Kir- cher.*°
Nei primi anni del Settecento, un grande erudito, il Morhofius, esprimeva, su
queste riforme e questo tipo di pro- duzione magico-filosofica, un giudizio che
può essere ripreso: « illa vero consistit in eo [nel Knittel] emendatio, quod
nova comminiscatur Alphabeta, aliis literarum formis alioque or- dine, quae
mihi res exigua videtur »." 4. L’ALFABETO FILOSOFICO DI GiovanNI EnrICO
BISTERFIELD. In tutt'altro senso, intorno alla metà del secolo, aveva par- lato
dell’ « alfabeto » Giovanni Enrico Bisterfield che aveva progettato un «
alfabeto filosofico » dopo aver raccolto e ordi- nato, in accuratissime tavole,
tutti i termini tecnici e tutte le definizioni impiegati da ciascuna scienza.?*
Nella creazione di 22 Sull'ipotesi di una presa di posizione dei Gesuiti in
favore della magia contro la nuova scienza cfr. L. THorNDIKE, History of magic,
cit, VII, pp. 577 -78. 33 Caspar KNITTEL S. J., Via regia ad omnes scientias et
artes, hoc est ars universalis scienttarum omnium artiumque arcana facilius
pene- trandi, Pragae, J. C. Laurer, 1687 (Par. Naz. Z. 11263); ma è da ve- dere
anche la Cosmographia elementaris, Norimbergae, J. A. et W. Endteri, 1674
(Angelica, CC. 9. 13). °4 D. G.
MorHorius, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecca, 1732, I,
p. 358. 35 Ho fatto uso dei due volumi delle
opere: Bisterfieldus redivivus, seu operum Joh. H. Bisterfieldi... tomus
primus-secundus, Hagae Co- mitum, ex typographia A. Vlacq, 1661. Il primo
volume contiene: Alphabeti philosophici libri tres (pp. 1-132); Aphorismi
physici (pp. 133 - 190); Sciagraphia Analyseos (pp. 191-211); Parallelismus
analy- seos grammaticae et logicae (pp. 212-243); Artificium definiendi catho-
licum (pp. 1-104); Sciagraphia Symbioticae (pp. 3-144). Il secondo volume
contiene: Logica (pp. 1-451); De puritate, ornatu et copia lin- guae latinae,
(pp. 1-26); Ars disputandi (pp. 27 - 33); Ars combinatoria (pp. 34-36); Ars reducendorum
terminorum ad disciplinas liberales technologica (pp. 37-41); Ars seu canones
de reductione ad praedica- menta (pp. 42-46); Denarius didacticus, seu decem
aphorismi bene di- scendi (pp. 47 - 49); Didactica sacra (pp. 50-53); Usus
lexici (pp. 54 - 64). (Copia usata: Angelica, XX, 9. 49 - 50). Del Phosphorns
catholicus, seu 198 CLAVIS UNIVERSALIS queste tavole, nella ricerca di perfette
definizioni si esauriva per Bisterfield la stessa enciclopedia, quel pictum
mundi am- phitheatrum che è « ordinatissima compages omnium disci- plinarum
».'° Più che sulla logica e sul metodo (inteso come regola dell'intelletto e
rimedio alla naturale debolezza della memoria) Bisterfield insiste infatti
sull'importanza decisiva della praxis logica che è una «artificiosa coniunctio
» dei ter- mini della logica e di quelli dell’enciclopedia, una mescolanza
degli instrumenta della logica con l’universale enciclopedia.*’ Alle radici
dell’enciclopedia stanno i termini trascendentali (« termini trascendentales
sunt primae universae encyclopae- diae radices »): da essi muovono l’analisi
(che è riduzione di un discorso o di un testo ai suoi termini semplici) e la
genesi (che è « simplicium combinatio »): come per una scala si potrà pervenire
a quell’artificium definiendi che consente una esatta definizione di tutti i
termini dell’enciclopedia e una risolu- zione di tutti i termini nei termini
primari o fondamentali.?* ars meditanti epitome cui subjunctum est consilium de
studiis felici- ter instituendis ho visto l'edizione del 1657 Lugduni
Batavorum, H. Verbiest (Angelica, SS. 5. 451). 36 Alphabeti philosophici libri
tres, p. |. 3? Cfr. Alphabeti philosophici libri tres, p. II0: «Praxis logica
con- summatur, si omnes termini logici, cum universa encyclopaedia mi- sccantur
»; Logica, pp. 323-326: « Usus seu praxis logica est artificiosa instrumentorum
logicorum ct terminorum enciclopaediae coniunctio... In praxi logica singulos
terminos logicos cum singulis singularum disciplinarum terminis conferri debere
». 38 Cfr. Alphabeti philosophici libri tres, p. 53: « Termini trascenden-
tales sunt primae universae encyclopaedia radices »; Sciagraphia analy- scos,
p. 191: « Analysis est accuratum de textu seu dissertatione in sua principia
resoluto iudicium. Totuplex sit
analysis quotuplex in textu adhibita fuit genesis, idque ordine retrogrado.
Analysis autem upote praxis frugalem compendiorum ac tabularum cognitionem
prae- supponit »; A/phabeti philosophici libri tres, p. 110: «Praxis logica est
vel simplicium combinatio vocaturque Genesis, vel combinatorum reductio
vocaturque analysis, vel denique mixta estque vel Genesis- analysis vel
Analysis-genesis cuius varietas est infinita »; Artificium definiendi, pp. 1-2:
« Artificium definiendi catholicum est quod do- cet modum omnium encyclopaediace
terminorum definitiones accurate inveniendi ac diiudicandi... Scopus huius artificii est foclix id est fa- cilis,
solida ac practica, et quoad in hac vita fieri potest, certa perfec- taque
universa encyclopaediac cognitio... Definitiones sunt omnis ge- neseos et analyseos claves
et normae. Omnis enim mentis et entis, cum
ENCICLOPEDISMO E PANSOFIA 199 Sull’importanza delle definizioni che sono claves
et normae della praxis logica, Bisterfield insiste senza posa. « Tantum scit
homo solide quantum scit definire »: per giungere a deft- nire esattamente gli
enti reali e gli enti di ragione, gli enti separati e quelli collettivi, gli
enzia positiva e quelli priva- tionis, è necessario in primo luogo un
dizionario (romencla- tura) dei termini impiegati nei vari discorsi propri
delle sin- gole discipline. Sulla base del dizionario verranno costruite le
tavole che sono «totius mundi totiusque encyclopaediae re- praesentationes ».
Mediante le tavole verranno posti in luce i termini omogenei, quelli
subordinati e quelli coordinati. La costruzione di una tabula primitiva,
comprendente i termini comuni a tutte o alla maggior parte delle scienze,
avvierà alla comprensione di quell’armonia delle scienze che, Bisterfield se ne
rende ben conto, è insieme basis et clavis della prassi logica :*° « L’armonia
delle scienze è la base e la chiave della prassi logica. Quest'armonia è quella
soavissima convenienza per la quale non solo tutte le scienze concordano con
tutte, ma anche le parti con le parti di ciascuna; ed è così grande
quest’armonia che uomini valorosissimi credono che non si diano più scienze, ma
una sola scienza, o piuttosto che sia unico il corpo e il sistema di tutte le
scienze ».*° Per realizzare quest’unico systema, per giungere alla indi-
viduazione dei termini trascendentali cui tutti gli altri ap- paiano
analiticamente riducibili, Bisterfield aveva ritenuto in- dispensabile una
elencazione minuziosa e accuratissima delle reductionem, tum deductionem
complectuntur, si singula definitionum verba in primos terminos per scalam
descendentem et ascendentem resolvantur, sic enim erunt omnigenae reductionis
claves, argumento- rum compendia, propositionum fontes, syllogismorum et
methodorum lumina ». 9 Sulle definizioni’ cfr. Artificium definiendi, in
particolare alle pp. 3, 4, 6. Sulle tavole cfr. p. II, 12, 15: « Tabulae
fundamentales (quae sunt certae terminorum homogcanorum subordinationes et
coordina- tiones) sunt faciles, sed accuratae totius mundi totiusque
encyclopac- diae repraesentationes... Universa illa inductio ac structura
tabularum nititur panharmonia tum rerum tum disciplinarum... Tabula primitiva
est prima simplicissima universalissima adeoque brevissima totius mundi totiusque encyclopaediae
repraesentatio... cam vocabimus ca- tholicam ». 4° Logica, p. 325. 200 CLAVIS
UNIVERSALIS cose e delle nozioni. Il « teatro del mondo », con le sue tavole
che rappresentano tutto ciò di cui può discorrere la mente umana, si poneva
ancora una volta a fondamento dell’arte, della logica, della scienza delle
scienze: «I termini trascen- dentali sono le radici prime dell’universale
enciclopedia che è ordinatissima raccolta di tutte le discipline o anfiteatro
di- pinto del mondo... L’universale artificium definiendi insegna ad
accuratamente rintracciare e giudicare le definizioni di tutti i termini
dell’enciclopedia... La prassi logica viene realizzata quando tutti i termini
logici vengono mescolati con l’enci- clopedia universale... Le tavole
universali costituiscono il no- bilissimo alfabeto di tutte le discipline. Esse
devono contenere tutto e devono rappresentare tutto ciò di cui la mente umana
può discorrere e chi meglio possiederà le tavole avrà più fermi i semi della
scienza. Esse sono le attrezzatissime officine di ogni pensiero e ci pongono
sotto gli occhi tutto ciò intorno a cui e muovendo da cui si può discorrere. Di
qui possono essere ricavati tutti i temi, tutti gli argomenti, tutti gli as-
siomi, tutti i sillogismi, tutti i metodi ».‘ 41 Cfr. Artificium definiendi, p.
1; Alphabeti philosophici libri tres, p. 110; Logica, pp. 330-331. VII. LA
COSTRUZIONE DI UNA LINGUA UNIVERSALE 1. I GRUPPI BACONIANI IN INGHILTERRA:
PROGETTI DI UNA LINGUA UNIVERSALE. All’inizio del suo Essay towards a real
character and a philosophical language, pubblicato a Londra, sotto gli au- spici
della Royal Society, nel 1668," John Wilkins, chiarendo le linee
fondamentali del suo progetto di una lingua « filo- sofica », « perfetta» o
«universale », rimandava il lettore a quellepagine dell’Advancement of learning
e del De aug- mentis scientiarum nelle quali Bacone aveva enumerato le 1 An
essay towards a real character and a philosophical language by Joun Witkins, D.
D. Dean of Ripon and Fellow of the Royal Soctety, London, printed for Sa. Gellibrand and for John
Martyn printer to the Royal Society, 1668, p. 13. (Copia usata: Ambros., Villa
Pernice, 19069). Su John Wilkins, vescovo di Chester e membrodellaRoyal
Society, autore del celebre scritto The discovery of a wordl in the moo- ne,
1638, cfr. Niceron, Mémoires, Paris, 1750, IV, pp. 129-134. Fra i contributi di maggior rilievo sono da
segnalare: A. W. HENDERSON, The life and times of }. Wilkins, London, 1910; D.
Stimson, Dr. Wil- kins and the Royal Society, in «Journal of modern history »,
1931, pp. 539-563; R. F. Jones, Science and language in England of the
mid-seventeenth century, in « Journal of Engl. and Germ. Philology », 1932, poi
ripubblicato nel volume The seventeentài century, Standford, 1951, pp. 143-160;
C. AnpRrape, The real character of Bishop Wilkins, in « Annals of science »,
1936, pp. | segg.; F. ChÙristensen, /. Wilkins and the Royal Societys reform of
prose style, in « Modern Language Quarterly », 1946, 7, pp. 179 segg.; R. H.
Svyrret, The origins of the Royal Society, in « Notes and records of the Royal
Society of Lon- don », 1948, 5, pp. 117 segg.; C. Emery, John Wilkins universal
lan- guage, in « Isis», 1948, pp. 174-185; B. De MotT, Comenius and the real
character in England, in « PMLA », 1955, pp. 1068 - 1081; Science versus
mnemonics, în « Isis», 1957, pp. 3-12. Scarso
interesse presen- tano le osservazioni contenute nel noto volume di C. K. Ocpen
e I. A. RicHarps, The meaning of meaning, London, 1948, pp. 40-44. Sulle idee
astronomiche di Wilkins sono da vedere i saggi di G. Mc. Cottey, in « Annals of
science », 1936 - 39, in « PMLA », 1937, e in « Studies in Philology », 1938.
Una parte dell’Essay di Wilkins fu ripubblicata in F. TecHmer, Beitràge zur
Geschicthe der franzòsischen und en- glischen Phonetik und Phonographie,
Heilbronn, 1889. 202 CLAVIS UNIVERSALIS differenze
esistenti tra i geroglifici e i «caratteri reali ».? I primi, in quanto
emblemi, « hanno sempre qualcosa in co- mune con la cosa significata »; i
secondi — aveva scritto Ba- cone — «non hanno nulla di emblematico », sono
caratteri costruiti artificialmente il cui significato dipende solo da una
convenzione e dall’abitudine che su di essa sì è andata in se- guito
istituendo. Anche le lettere dell'alfabeto derivano da convenzione, ma i
caratteri reali, a differenza delle lettere alfabetiche, rappresentano non
lettere o parole, ma diretta- mente cose e nozioni (« neither letters nor
words... but things or notions »): « È da qualche tempo cosa assai nota che in
Cina e nelle regioni dell’ Estremo oriente sono oggi in uso dei caratteri
reali, non nominali; che esprimono cioè non let: tere c parole, ma cose e
nozioni. In tal modo genti di diver- sissime lingue, che consentono su questo
tipo di caratteri, co- municano tra loro per scritto; e in questo modo un
libro, scritto in quei caratteri, può essere letto da chiunque nella sua
propria lingua... I caratteri reali non hanno nulla di emble- matico e sono in
qualche modo sordi, costruiti in modo ar- bitrario (ad placitum) e poi accolti
per consuetudine come per un tacito patto. È chiaro poi che questo genere di
scrittura esige una grandissima quantità di caratteri che devono es- sere tanti
quante sono le parole radicali (vocabula radicalia)». Alla creazione di una
lingua universale e artificiale, che climini la confusione delle lingue
naturali e ne superi le de- ficienze e le imperfezioni, contesta di simboli che
fanno ri- ferimento non ai suoni, ma direttamente alle «cose », si de-
dicheranno, nella seconda metà del secolo, non pochi cul- tori inglesi di
logica e di problemi del linguaggio :* nel 1652 esce a Londra uno scritto di
Francis Lodowick: The grund- work or foundation laid (or so intended) for the
framing of a new perfect language; nel 1653 appare il Lagopandecteision, or an
introduction to the universal language di Thomas Ur- ° Cfr. F. Bacon, Works, by
J. Spedding, R. L. Ellis, D. D. Heath, Londra, 1887-92, I, pp. 650-51; HI, pp.
399-400. ® Sui linguaggi universali nell’Inghilterra del sec. XVII: O. FunckE,
Zum Weltsprachenproblem in England im 17 Jahr., Heidelberg, 1929 c le brevi
indicazioni contenute in L. Coururat-L. LeAau, Histoire de la langue
tniverselle, Paris, 1907, pp. 11-28 (cfr. la recensione di G. Vartati, Scritti,
Firenze, 1911, pp. 541 - 45). LA LINGUA UNIVERSALE 203 quhart (1611 - 1660), il
notissimo traduttore di Rabelais; quat tro anni dopo Cave Beck pubblica la sua
opera The univer- sal character by which all nations may understand one ano-
ther's conceptions; le Tables of the universal character e V Ars signorum,
vulgo character universalis et lingua philosophica di George Dalgarno (1626-1687)
vedono la luce, sempre a Londra, rispettivamente nel 1657 e nel 1661; nel 1668,
infine, John Wilkins (1614-1672) pubblica il già ricordato £Essay towards a
real character and a philosophical language. Per comprendere il significato di
queste opere (e delle altre dello stesso tipo) e la funzione storica da esse
esercitata, per intendere l’atmosfera culturale dalla quale esse trassero
alimento e dalla quale derivarono le ragioni della loro dif- fusione e del loro
successo, bisognerà tener conto di tre grandi fenomeni storici che
caratterizzano (per quanto qui ci concerne) la vita intellettuale inglese nella
prima metà del secolo XVII. Si tratta: 1) in primo luogo della profon- da,
decisiva azione esercitata in Inghilterra dall’opera di Ba- cone e dai gruppi “baconiani”
della Royal Society, impe- gnati in una dura lotta contro la retorica del tardo
umanesi- mo e in un'appassionata difesa della nuova scienza; 2) in se- condo
luogo di quella grande “rivoluzione” (che non fu solo « mentale » perché
investì non solo le idee e la cultura, la letteratura e il modo di pensare, ma
anche le istituzioni accademiche e scientifiche, il modo di insegnare, di impa-
rare e di vivere) che conseguì ai grandi progressi della “fi- losofia
sperimentale” e degli studi fisico-matematici; 3) in terzo luogo, infine, della
profonda risonanza che l’opera, l'insegnamento, le utopie, le speranze di
Giovanni Amos Co- menio ebbero su molti ambienti della cultura filosofica,
poli- tica, religiosa dell’ Inghilterra del Seicento. Cominciamo dunque da
Bacone, anche perché le sue af- fermazioni sui caratteri reali (il termine
avrà, in Inghilterra e fuori, una fortuna grandissima), la posizione da lui
assunta nei confronti del problema del linguaggio, costituiscono, in tutte
queste trattazioni di lingua universale, dei presupposti implicitamente (ma
quasi sempre esplicitamente) presenti. Sul carattere « materialistico » delle
teorie linguistiche di Ba- cone, Richard Foster Jones ha scritto pagine di
grande rilie- vo nelle quali, fra l’altro, è stato anche dimostrato il gran 204
CLAVIS UNIVERSALIS peso esercitato dalle tesi baconiane su quella « rivoluzione
stilistica » che caratterizza, in Inghilterra, durante la Restau- razione, gli
sviluppi della prosa secolare (testi di storia, di filosofia naturale, di
politica) e religiosa (libri di edificazione, prediche, preghiere). Foster
Jones ha parlato di una «an- tipatia di Bacone per il linguaggio». In realtà si
tratta di qualcosa di più che di una «antipatia »: l’atteggiamento di Bacone è
fondato sulla convinzione che il linguaggio, come del resto gli altri prodotti
dello spirito umano, costituisca o possa costituire un ostacolo, del quale
tuttavia in quanto crea- ture umane non si può fare a meno, alla autentica
compren- sione della realtà, sia, in altri termini, qualcosa che s! frap- pone
fra l’uomo e i fatti reali o le forze della natura. Per « avvicinarsi alle cose
» è necessario da un lato rifiutare i nomi che non corrispondono a cose reali,
dall’altro impa- rare a costruire parole che rispondano alla realtà effettiva
delle cose. Gli :4ola che si impongono all’intelletto per mezzo delle parole —
afferma Bacone nel paragrafo 60 del Novum Organum — sono di due generi: o sono
nomi di cose che non esistono, o sono nomi di cose che esistono, ma confusi,
mal definiti e astratti dalle cose in modo affrettato e parziale. I primi sono
legati a determinate teorie fantastiche (la for- tuna, il primo mobile ecc.) e,
mediante un rifiuto di quelle teorie è possibile liberarsi da essi. Nel caso
dei secondi il problema è molto più complesso perché qui si ha a che fare con
una inesperta « astrazione dalle cose » che ha dato luo- go a nozioni confuse.
Queste affermazioni di Bacone ci consentono di chiarire ulteriormente la sua
posizione di fronte al linguaggio: le no- zioni devono essere astratte
correttamente dalle cose e cor- rispondere ad esse; ove la nozione sia stata
costruita in modo vago e impreciso il nome risente di questa vaghezza e im-
precisione. Inoltre i nomi attribuiti alle cose, le parole, eser- citano a loro
volta un'azione sull’intelletto: le parole indi- canti nozioni vaghe «ritorcono
e riflettono sull’intelletto la 4 Oltre al saggio qui sopra indicato si vedano:
Science and english prose style in the third quarter of the seventeenthà
century; Saence and criticism in the neo-classical age of english literature,
anch'essi ripubblicati nel volume The seventeentà century, cit., pp. 41-74;
75-10. LA LINGUA UNIVERSALE 205 loro forza » e condizionano negativamente la
sua stessa ri- cerca di nozioni precise. In tal modo le parole « riflettono i
loro raggi e le loro immagini fin dentro la mente e non solo sono dannose alla
comunicazione, ma anche al giudizio e all’intelletto ». Quando, attraverso
un'osservazionepiù ac- curata e una più attenta opera di «astrazione », si
tenta di far meglio corrispondere le parole alla natura, «le parole si
ribellano » e danno luogo a infinite, sterili controversie che hanno per
oggetto non la realtà, ma solo i nomi e le parole. Il tentativo di impiegare
definizioni precise del tipo di quelle usate dai matematici non appare a Bacone
molto utile: « trat- tandosi di cose naturali e materiali, neppure le
definizioni possono rimediare a questo male, perché le stesse definizioni
constano di parole e le parole generano altre parole ». Era, questa, una
conclusione assai significativa e la critica (svolta da Bacone nel Novum
Organum) del termine « umi- do » è preziosa per intendere il suo punto di
vista: la equi- vocità del termine « umido » dipende per lui dalla equivocità
della nozione di « umido » che indica una molteplicità di comportamenti diversi
e che è stata « astratta superficialmen- te e senza le dovute verifiche
soltanto dall’acqua e dai liqui- di comuni e volgari ». Di fronte a questa
varietà di signifi- cati, non si tratta, per Bacone, di dare una definizione
che determini il campo di applicazione del termine « umido » predeterminando
l’uso possibile di quel termine e limitan- done il senso, ma di elaborare,
sulla base «di uno studio dei casi particolari, della loro serie e del loro ordine
», una nozione che riconduca ad unità la diversità dei comporta- menti e serva
da criterio per spiegare questa diversità. La validità di questo criterio sarà
però, sempre e in ogni caso, dipendente dalla maggiore o minore corrispondenza
alle cose della nozione così elaborata. Si comprende in tal modo come Bacone
possa giungere ad una identificazione dei termini “ nozione » e « parola » («
mala et inepta verborum imposi- to », « nomina temere a rebus abstracta » ecc.)
che è in con- trasto con gli accenni convenzionalistici pur presenti nella sua
trattazione del linguaggio. In conclusione: ciò che Ba- cone non è in alcun
modo disposto ad accettare è una teoria che identifichi la verità di una
proposizione con la coerenza logica tra i termini che compongono la
proposizione stessa: 206 CLAVIS UNIVERSALIS la ricerca si riporta di continuo
alle cose, alle qualità sensi- bili e alle proprietà dei corpi materiali.
L'ispirazione fonda- mentalmente « materialistica » di questa concezione del
lin- guaggio si fa particolarmente evidente quando Bacone crea una specie di
graduatoria rispecchiante «i diversi gradi di aberrazione e di errore presenti
nelle parole »: il genere di nomi meno difettoso è quello dei nomi di alcune
sostanze ben note (creta, fango, ecc.); più difettoso è il genere di nomi
indicanti azioni (generare, corrompere, ecc.); più difettoso di tutti è il
genere dei nomi di qualità (grave, denso, leg- gero, ecc.).° Bacone aveva
dunque contrapposto le «cose» alle « pa- role », aveva insistito sulla necessità
di un linguaggio che rimandasse, il più direttamente possibile, alla realtà e
alle operazioni o forze presenti nella natura, aveva accentuato i pericoli
presenti nell’uso del linguaggio, aveva pensato ad una lingua artificiale,
composta da simboli di tutte le « pa- role radicali » che potesse climinare
alcuni o molti di questi pericoli. Ma Bacone — e questo è altrettanto
importante — era stato anche il /eader dell’anticiceronianismo, si era fatto
assertore dei brevi aforismi contrapponendoli al corposo pe- riodare dei
seguaci di Cicerone, aveva sostenuto la necessità di un ritorno allo stile
«attico» o «senechiano » mirante alla espressività e alla chiarezza, vicino
alla « brevità » degli Stoici, « grave » e « sentenzioso », lontano dagli
abbellimenti retorici, dalle fioriture stilistiche, dall'impiego delle analogie
ce delle metafore, Bacone aveva polemizzato contro le scolasti- che « dispute
di parole » e aveva contrapposto al linguaggio in uso nelle Scuole una lingua
breve ed essenziale, precisa e cruda, capace di rimettere nuovamente l’uomo —
dopo tanti secoli di tenebre e di volontario acciecamento — ‘a contatto con il
mondo.° ® Cfr. F. Bacon, Works, cit., III, p. 581 (Redargutio philosophiarum);
sugli idola fori: III, pp. 396 -97 (Advancement); HI, p. 599 (Cogitata et visa)
e Novum Organum, I, 15, 16, 43, 59, 60. © Cfr.M. W. CroLt, Attic prose in the seventeenth
century, in « Stu- dies in philology », 1921, pp. 79- 128; Artic prose:
Lipsius, Montaigne, Bacon, in Schelling anniversary papers, New York, 1932; The
baroque style of prose, in Studies in english philology; a miscellany in honour
of F. Klaeber, Minneapolis, 1929. LA
LINGUA UNIVERSALE 207 Negli scritti dei seguaci e degli ammiratori di Bacone,
nelle opere di molti fra i maggiori difensori della nuova scienza troviamo,
energicamente riaffermate, le posizioni ora delineate. Basterà qualche esempio.
John Webster, cap- pellano nell’armata del Parlamento, acceso sostenitore della
filosofia baconiana, attacca con estrema violenza nell’Acade- miarum Examen
(Londra, 1653) la retorica e l’oratoria che « servono solo per adornare e sono
soltanto l’abito e la veste esteriore di ben più solide scienze », respinge gli
studi gram- maticali che gli appaiono inutili ad un reale progresso della
conoscenza e insiste sulla opportunità di una « symbolic and emblematic way of
writing » che superi la confusione e le imperfezioni delle lingue naturali.”
Nelle Considerations touching the style of the holy scriptures di Robert Boyle
(scritte nel 1653 e pubblicate nel ’61) troviamo lo stesso di- sprezzo per ogni
inutile abbellimento dello stile. In un in- teressante brano autobiografico lo
stesso Boyle contrapponeva la sua propensione per la filosofia sperimentale e
per la cono- scenza delle cose alla sua avversione e al suo disprezzo per lo
studio delle parole insistendo anche sull’ambiguità e «li- cenziosità » dei
termini scientifici che è esiziale al progresso della vera filosofia: «my
propensity and value for real lear- ning gave me such aversion and contempt for
the empty study of words... ».° Robert Boyle si era a lungo interessato ai
problemi di una lingua artificiale; sui danni che derivano alla scienza dalla
confusione delle lingue naturali si sofferma a lungo un altro fervente
baconiano, Joshua Childrey, che nella sua Britannia Baconia (Londra, 1660)
afferma che il volto della realtà non va sfigurato imbrattandolo con il bel-
letto del linguaggio (« not disfigure the face of truth by dau- bing it over
with the paint of language »). Anche Thomas Sprat, la cui History of the Royal
Society (1667) rispecchia anche le opinioni dei suoi illustri colleghi,
condanna l’uso delle metafore, la viziosa abbondanza delle frasi, la continua
variabilità delle lingue come altrettanti mali dai quali gli ‘ J. Wessrer,
Academiarum examen, Londini, 1653, pp. 21, 24 e cfr. R. F. Jones, The
seventeenth century, cit., pp. 82, 147-48. * The works of the honourable Robert Boyle, ed. T.
Birch, London, 1772, I, pp. TI,
29-30; II, pp. 92, 136; III, pp. 2, 512; IV, p. 365; V, pp. 54, 229. 208 CLAVIS
UNIVERSALIS uomini di scienza debbono liberarsi.’ Difendendo la Roya! Society
dagli attacchi di Henry Stubbe che aveva osato assa- lire tutti i «
true-hearted virtuous intelligent disciples of our Lord Bacon », George
Thompson scriveva nel 1671: "Tis Works, not Words; Things not Thinking;
Pyrotech- nie [chimica], not PhAilologie; Operation, not merely Speculation,
must justifie us physicians. Forbear then hereafter to be so wrongfully
satyrical against us noble Experimentators, who questionless are entred into
the right way of detecting the True of things.!° 2. SIMBOLI LINGUISTICI E SIMBOLI MATEMATICI. Le
ricerche tendenti alla costruzione di una lingua « filo- sofica » o «perfetta »
trovarono un terreno oltremodo favo- revole nell’atmosfera culturale che
abbiamo ora brevemente delineato. E queste diffuse esigenze di chiarezza e di
rigore, questi progetti di una lingua simbolica trassero senza dub- bio
alimento dagli sviluppi degli studi matematici, anche se sarebbe impresa
disperata sostenere che i progetti di una lingua universale, ai quali qui si fa
riferimento, dipendano o storicamente derivino da quegli sviluppi. Il “rigore”
delle dimostrazioni matematiche, il largo impiego, in matematica, di “simboli”
contribuì però senza dubbio a rafforzare l’idea che fosse possibile, per gli
scienziati, ridurre il loro stile a quella « mathematicall plainess» di cui
parlava, nella Histo- ry of the Royal Society, il baconiano Thomas Sprat: «essi
hanno avuto la costante risoluzione di rifiutare tutte le am- plificazioni,
digressioni e ampollosità dello stile: hanno vo- luto far ritorno alla
primitiva purezza e brevità, a quando gli uomini esprimevano molte cose
all’incirca con un egual numero di parole. Hanno richiesto a tutti i membri
della So- cietà: un modo di parlare discreto, nudo, naturale; espres- sioni
positive; sensi chiari; una nativa facilità; la capacità di portare tutte le
cose il più vicino possibile alla chiarezza della ® THoMas SpraT, The history
of the Royal Society of London, London, 1667, pp. 95 - 115. Cfr. H. FiscH and H. W.
Jones, Bacon's influence on Sprat's History, in « Modern Language Quarterly »,
1946. 1° Grorce THomprson, Mtooxoplag. Londra, 1671, pp. 31, 40. Cfr. R. F.
Jones, in The seventeenth century, cit., p. 145. LA LINGUA UNIVERSALE 209 matematica; una preferenza
per il linguaggio degli artigiani, dei contadini, dei mercanti piuttosto che
per quello dei dotti ».!! A conclusioni più precise di quelle dello Sprat
giunge- vano quegli studiosi che avevano, almeno in parte, subito l'influenza
delle posizioni di Hobbes e accolto la sua defini- zione dei « termini » come
simboli di relazioni e di quantità e la sua concezione del linguaggio come «
calcolo ». Da questo punto di vista è tipica la posizione di Seth Ward,
professore di astronomia ad Oxford, che vede nella « symbolicall way inven- ted
by Vieta, advanced by Harriot, perfected by Mr. Oughtred and Des Cartes » il
rimedio migliore alla verbosità eccessiva dei matematici. Quel tipo di
scrittura, secondo il Ward, può essere esteso all’intero linguaggio in modo
che, per ogni cosa e nozione possano essere trovati simboli appropriati e tali
da eliminare ogni confusione: «I was presently resolved that symboles might be
found for every thing and notion ». Con l’aiuto della logica e della matematica
(0y the helpe of logick and mathematicks) tutti i discorsi umani potranno
essere ri- solti in enunciati (resolved in sentences), questi in parole (words)
e, poiché le parole significano nozioni semplici o sono in esse risolvibili
(eszher simple notions or being resol- vible into simple notions), una volta
rintracciate le nozioni semplici e assegnati ad esse dei simboli, sarà
possibile rag- giungere un discorso rigorosamente dimostrativo tale da ri-
velare (e l’aggiunta è importante) le nature delle cose (the natures of
things). « Un linguaggio di questo tipo — conclu- deva Seth Ward — nel quale
ogni termine sarebbe una de- finizione e conterrebbe la natura della cosa,
potrebbe non ingiustamente essere denominato un linguaggio naturale, e potrebbe
realizzare quell’impresa che i Cabalisti e i Rosa- cruciani hanno invano
tentato di portare a compimento quando ricercavano, nell’ebraico, i nomi
assegnati da Adamo alle cose »."* A una lingua universale, composta di
caratteri « incomparabilmente più facili di quelli attuali » e a un Dic-
tronary of sensible words che fornisse la necessaria termino- logia al
meccanicismo hobbesiano, lavorò anche, dopo la metà 1 TH. Sprat, The history, cit., p.
113. 1? SetH Warp, Vindiciac academiarum, Londra, 1654, pp. 20-21. Cfr. R. F.
Jones, in The seventeenth century, cit., pp. 151-152. 210 CLAVIS UNIVERSALIS del secolo, William Petty,
membro della Società reale e gran- de pioniere negli studi di economia
politica. « Il dizionario di cui ho parlato — scrive in una lettera a Southwell
— ave- va lo scopo di tradurre tutti i termini usati nell’argomenta- zione e
nelle materie più importanti in altri termini equiva- lenti che fossero signa
rerum et motuum ».'* Anche Robert Boyle, in una lettera del marzo 1647, aveva
visto nel carat- tere interlinguistico dei simboli matematici, una prova della
possibilità di costruire una lingua composta di caratteri reali: «In verità,
poiché i caratteri che impieghiamo in matema- tica sono compresi da tutte le
nazioni europee nonostante che ciascuno dei tanti popoli esprima questa
comprensione nella sua lingua particolare, non vedo alcuna impossibilità a
fare, con le parole, ciò che già abbiamo fatto con i nu- meri ».!* Gli stessi
cultori di algebra e di matematica non furono del tutto estranei a queste discussioni
sul linguaggio, sulla scrittura, sui simboli. Abbiamo già visto quali fossero,
su questi argomenti le opinioni dell’astronomo e matematico Seth Ward, ma anche
negli scritti del grande matematico John Wallis il problema dei carazteri o
delle note da impie- gare nell’algebra veniva presentato come un aspetto del
più generale problema dei segni, delle cifre e delle scritture. For- temente
interessato agli sviluppi storici dell’algebra, Wallis metteva chiaramente in
rilievo, nelle pagine del De algebra, i vantaggi che presentavano, di fronte
alla troppo prolissa simbologia del Viète i characteres o le notae compendiosae
di William Oughtred. Nella Mazhesis universalis del 1657 troviamo,
numerosissimi, i riferimenti al problema della scrit- tura in genere e della
scrittura occulta in specie: « haec qui- dem occulte scribendi ratio, flagrante
nuper apud nos Bello intestino, admodum erat familiaris». Non a caso, nel De
loquela sive sonorum formatione, premesso alla sua Gram- 1° Cfr. The Petty
papers, ed. Marquis of
Lansdowne, Londra, 1927, voll. 2, I, pp. 150-51; Petty-Southwell
Correspondence: 1676-1687, cd. Marquis
of Lansdowne, Londra, 1928, p. 324. Ma è da vedere anche l’Advice to Hartlib,
Londra, 1648, pp. 5 segg. nel quale si accenna al problema dei caratteri reali.
'4 Lettera del 19 marzo 1647 allo Hartlib, in Works, cd. T. Birch, ly ip; 22:
LA LINGUA UNIVERSALE 211 matica linguae anglicanae, Wallis si era a lungo
soffermato sulle questioni attinenti alla grammatica e ai suoni. Infine nel De
algebra, accanto ad un ferocissimo attacco alla in- competenza matematica di
Hobbes (« turpissimis paralo- ismis ubique scatet liber iste »), troviamo un
ampio capi- tolo dedicato ad illustrare i vantaggi che presentano, per il
matematico, le tecniche dedicate al rafforzamento della me- moria.!* 3. I
GRUPPI COMENIANI: LINGUA UNIVERSALE E CRISTIANESIMO UNIVERSALE. L'influenza
esercitata dall’insegnamento di Comenio sui progetti miranti alla costruzione
di una lingua universale è stata ampiamente e minuziosamente documentata.'*
Nessun libro dedicato alla lingua perfetta era apparso in Inghilterra prima del
viaggio di Comenio a Londra nel 1641; dopo quel- l’anno si ebbe una vera e
propria fioritura di questi testi. E non si trattava di una coincidenza: Samuel
Hartlib — che !5 Il De algebra tractatus historicus et practicus ciusdem
origines et progressus varios ostendens è contenuto nel secondo volume delle
Ope- ra mathematica, Oxoniae, ex Theatro Sheldoniano, 1695, voll. 3 (co- pia
usata: Braid. C. XVII. 9.523. 1-3). Sui caratteri di Viète e di Oughtred cfr.
le pp. 69-73. Per i riferimenti alla scrittura presenti nella Mathesis
universalis, sive arithmeticum opus integrum tum phi- lologice tum mathematice
traditum cfr. nella stessa ediz. delle opere il vol. I, pp. 47 segg. Per
l'attacco ad Hobbes cfr. Opera, I, p. 361 (ma su questo argomento e sui
numerosi scritti antihobbesiani del Wallis cfr. G. SortaIs, La philosophie
moderne depuis Bacon jusqu'à Leibniz, Paris, 1922, II, pp. 289-92), sulla
memoria è da vedere il capitolo del De algebra (in Opera, II, pp. 448 - 50)
intitolato De viribus memoriae satis intentae, experimentum. La prima edizione
della Grammatica lin- quae anglicanae cui pracfigitur de loquela sive sonorum
formatione tractatus grammatico-physicus è del 1653. Ho visto la quarta ediz.:
Oxoniae, typis L. Lichfield, 1674 (Braid. } + VI. 51). Sul Wallis mate- matico
cfr., oltre ai correnti manuali di storia delle matematiche, ]. F. Scort,
Mathematical work of |. Wallis, London, 1938, l’opera gram- x maticale è stata
studiata da M. LeHNERT, Die Grammatik des ]. Wal- lis, Breslau, 1936. 1 Cfr. D. L. StiMson,
Comenius and the Invisible college, in « Isis», 1935, pp. 383-88; Scientists
and amateurs. New York, 1946; B. DE Mott, Comenius and the real character in
England, cit.; sui rapporti Comenio - Wilkins cfr. M. Spinka, /. A. Comenius, that incomparable Moravian, Chicago,
1943, pp. 72-75. 212 CLAVIS UNIVERSALIS era stato per lunghi anni in
corrispondenza con Comenio e che apparve, agli uomini del suo tempo, il
difensore e il diffusore, in Inghilterra, dell’opera comeniana — fu il più
appassionato sostenitore ed editore di opere sulla lingua uni- versale. Hartlib
pubblicò nel 1646 l’opera del Lodowick (A common writing); incoraggiò numerosi
tentativi per la crea- zione di un vocabolario dei termini essenziali; fu in
corri- spondenza con il Boyle su questi problemi; contribuì alla pubblicazione
dell’Ars signorum del Dalgarno. Espliciti rife- rimenti a Comenio troviamo
presenti negli scritti di Henry Edmundson (Lingua linguarum) e di John Webster
(Acade- miarum examen, 1654), mentre John Wilkins, il più noto e celebrato fra
questi teorici della lingua perfetta, fu aiutato e incoraggiato da un altro
discepolo inglese di Comenio con cui egli ebbe rapporti di viva amicizia: Theodor
Haak. Lo stesso Comenio, dedicando nel 1668 alla Royal Society la sua Via lucis
vestigata et vestiganda, affermava che l’opera di Wilkins, pubblicata in quello
stesso anno, rappresentava la realizzazione dei suoi programmi e delle sue più
alte aspi- razioni. Proprio nella Via Zucis, che circolava manoscritta in In-
ghilterra fin dal 1641, Comenio aveva ripreso, con ampiezza molto maggiore, le
osservazioni di Bacone sui « caratteri reali ». I caratteri simbolici usati dai
Cinesi — scriveva — consentono a uomini di differenti lingue di intendersi
reci- procamente: se tali caratteri sembrano cosa buona e vantag- giosa, perché
non si potrebbero dedicare i nostri studi alla scoperta di un «linguaggio reale
», alla scoperta cioè « non solo di una lingua, ma del pensiero e delle verità
delle cose stesse? ». Se la molteplicità delle lingue «è derivata dal caso o
dalla confusione, perché non si potrebbe, facendo uso di un procedimento
consapevole e razionale, costruire un’unica
lingua che sia elegante e ingegnosa e appaia in grado di su- perare quella
dannosa confusione? Se abbiamo la possibilità di adattare i nostri concetti
alle forme delle cose, perché non dovremmo avere quella di adattare il
linguaggio a più esatte espressioni e a più precisi concetti? ».!” 17 Per la
Via lucis, che non sono riuscito a vedere nel testo originale, ho fatto uso
della traduzione di E. T. Campagnac: The Way of light of Comenius, London,
1938. Per il brano qui citato cfr. le pp. 186 - 89. LA LINGUA UNIVERSALE 213 Il
problema di una lingua universale si era posto come centrale nell'opera
comeniana: nel suo pensiero era senza dubbio presente l'esigenza di una maggior
precisione termi- nologica, di un linguaggio più chiaro, accessibile e
rigoroso, ma alla base del suo progetto non stavano preoccupazioni di “logica”
o di “metodologia”; stavano quelle aspirazioni e quelle esigenze tipicamente
“religiose” che avevano trovato espressione nei testi del lullismo e del
neoplatonismo, nelle idee di universale pacificazione — sulla base di una comune
lingua — sostenute dai panteisti, dai cabalisti e dai Rosa- cruciani. Più che i
testi dei lullisi — ai quali abbiamo spesso fatto riferimento — sarà opportuno
ricordare qui la fede di uno dei maestri di Comenio — Johan Valentin Andrei —
in una mistica armonia delle nazioni (la respublica christia- nopolitana)
realizzabile mediante un nuovo universale lin- guaggio e le osservazioni di
Jacob Boehme, un pensatore ben noto a Comenio, su un originario linguaggio
della natura (Natursprache) che è stato sommerso dalla confusione delle lingue
e che va ricostruito e ricompreso per la salvezza del genere umano.'* Anche per
Comenio — come già per i se- guaci di Lullo e per l’Andreîi — il linguaggio
reale o «la perfetta lingua filosofica » ha dve scopi fondamentali: 1) porre
l’uomo a rinnovato contatto con la divina armonia che è presente nell’universo
mostrandogli la piena coincidenza tra il ritmo del pensiero e quello della
realtà, tra le cose e le parole; 2) porsi quindi come base, l’unica possibile
base, per una piena riconciliazione del genere umano, per una du- ratura,
stabile pace religiosa. Nella moltitudine, varietà e confusione delle lingue,
Co- menio aveva visto il maggiore ostacolo alla diffusione della luce e alla
penetrazione, presso tutti i popoli, della pansofia. Quando sarà costruita «una
lingua assolutamente nuova, !* Cfr. J. V. Anprea£, Fama fraternitatis, 1616,
pp. 3, 12-13 cit. in B. De MotT, Comenius and the real character, cit., p.
1070; Jacos BoEH- ME's, Simmiliche Werke, ed. a cura di K. W. Schiebler,
Leipzig, 1922, IV, pp. 83 segg. 214 CLAVIS UNIVERSALIS assolutamente chiara e
razionale, una lingua pansofica e uni- versale, allora gli uomini apparterranno
a una sola razza e ad un solo popolo ». Sulla par pAilosophica, sulla concordia
mundi, sull'unità del genere umano avevano a lungo insi- stito, nei secoli del
Rinascimento, Pico e Sabunde, Cusano e Guillaume Postel ed è precisamente a
questa tradizione che si richiamavano le speranze millenaristiche di Comenio.
Ma sull'importanza e sul significato dei dissensi di carattere ter- minologico,
sulla necessità di una lingua comune, sull’op- portunità di preservare gli
elementi comuni della fede ab- bandonando le vane « dispute di parole » si era
lungamente e ampiamente discusso, durante la Riforma, negli ambienti più
diversi. Non è certo il caso di affrontare qui un proble- ma così complesso, ma
vale certo la pena — anche se in vista di scopi assai limitati — di indicare
qualche posizione ca- ratteristica. William Bedel (1571-1642), che fu in Inghilterra
uno dei maggiori sostenitori dell’irenismo e della conciliazione fra luterani e
calvinisti, attribuiva carattere soprattutto ver- bale alle controversie fra le
sètte ed era fortemente interessato ai progetti di lingua universale di Comenio
e dei comeniani inglesi. Ma anche negli scritti dei teorici della lingua uni-
versale questo interesse “religioso” appare quasi sempre in primo piano. La
lingua filosofica — afferma Wilkins — chiarirà le attuali divergenze in materia
religiosa ed esse si riveleranno inconsistenti, una volta che il linguaggio
sarà stato liberato da ogni imperfezione ed equivocità. La elimi- nazione degli
equivoci linguistici contribuirà grandemente, secondo Cave Beck, al progresso
della religione nel mondo. William Petty vuol tradurre tutti i termini usati
nelle argo- mentazioni in altri termini che siano signa rerum (« tran- slate
all words used in argument and important matters into words that are signa
rerum »), sostiene energicamente una distinzione fra termini significanti e
termini privi di signifi- cato, e concepisce l’intero suo dizionario in
funzione di una chiarificazione dei termini della vita religiosa. Determinando
l’esatto significato di God e devill, angel e wordl, heaven e hell, religion e
spirit, church e christian, catholic e pope, si giungerà alla conclusione che
le liti e le guerre fra le di- verse sètte si sono fondate solo su divergenze
terminologiche LA LINGUA UNIVERSALE 215 e che esiste invece la possibilità di
una effettiva intesa sulle nozioni e sulle cose. Anche nell’Ars signorum di
Dalgarno troviamo presente un tentativo di questo genere realizzato mediante un
complicato sistema di divisione dei concetti e di appropriati simboli.!* Nella History of the Royal
Society, Thomas Sprat parla di una « filosofia dell’umanità » che su- eri le
differenze e le ostilità di carattere religioso: «not to lay the foundation of
an English, Sotch, Irish, Popish or Protestant philosophy, but a philosophy of
mankind ». Non si tratta solo della convinzione che
la nuova « filosofia speri- mentale » possa affratellare gli uomini al di là
delle separa- zioni politiche e delle differenti convinzioni religiose, si
tratta anche della speranza (ed è questo aspetto che si vuol qui sot-
tolineare) che la stessa organizzazione scientifica possa costi- tuire un
potentissimo mezzo per il ristabilimento della con- cordia mundi, dell’unità
religiosa e spirituale del genere uma- no. Non diversamente, del resto, la
nuova scienza era stata intesa da Bacone come uno strumento di universale
redenzio- ne dal peccato originale.? Ove si rinunci a proiettare all’indietro
nel tempo i nostri interessi e i nostri problemi per attribuirli agli uomini
che scrissero ed operarono alla metà del Seicento, bisognerà ren- dersi conto
che i progetti di una lingua « perfetta » o « uni- versale » sui quali in
quegli anni si affaticarono non pochi studiosi, traevano senza dubbio alimento
dall’atmosfera cul- turale legata alla nascita della nuova scienza, dai
progressi della fisica e da quelli della matematica, ma non intendevano certo
limitarsi a fornire chiarimenti semantici agli studiosi di filosofia naturale.
Quelle «lingue » avevano scopi assai più vasti e più ambiziose finalità:
intendevano essere stru- menti di redenzione totale, mezzi per decifrare
l’alfabeto divino. Si connettevano storicamente ai sogni di pacificazio- !° The
Petty papers, cit., I, p. 150; G. Datcarno, Ars signorum, in The works of G.
Dalgarno, Edinburgh, 1834, pp. 22 - 23. 2° Per il passo di Thomas Sprat, citato
nel testo, cfr. The history, cit., p. 63. Sull’unità religiosa quale fine
dell’organizzazione scientifica insi- ste anche Samuel Hartlib. Per questa posizione cfr. G.
H. TuRNBULL, S. Hartlib: a sketch of his life and his relations to |. A. Comenius, Londra, 1920; Harglib, Dury and
Comenius, Londra, 1947, p. 75. 216 CLAVIS UNIVERSALIS ne e alle utopie
millenaristiche di quegli autori che abbiamo fin qui — nel corso di questo
libro — preso in esame. 4. LA COSTRUZIONE DI UN LINGUAGGIO PERFETTO. Nell’Ars
signorum di George Dalgarno e nell’Essay to- wards a real character di John
Wilkins troviamo considera- zioni sui geroglifici e gli alfabeti, sulle
scritture normali c cifrate, capitoli dedicati a discussioni sul linguaggio e
sulla logica, sulla grammatica e sulla sintassi, pagine e pagine nelle quali si
procede ad una minuziosa classificazione degli ele- menti e delle meteore,
delle pietre e dei metalli, delle piante e degli animali, delle attività umane
e delle arti liberali e meccaniche, dizionari dei termini essenziali propri
delle varie lingue, dizionari « paralleli », troviamo infine la pro- posta di
una lingua artificiale.*! E’ lo stesso intreccio di temi, per noi moderni così
sin- golare e caotico, del quale abbiamo tante volte riscontrato la presenza in
tutte quelle opere e quelle enciclopedie che, di- rettamente o indirettamente,
si richiamano al filone logico- enciclopedico del lullismo. Per amore di
chiarezza e di bre- vità, oltre che per facilitare il lettore, si cercherà,
nelle pa- gine che seguono, di individuare, enumerandole successiva- mente,
alcune tesi concernenti la lingua perfetta o univer- sale che rivestono
un'importanza centrale e che appaiono re- ciprocamente connesse. L'esposizione
del contenuto delle va- rie opere servirà di volta in volta a documentare e a
chiarire il significato di ciascuna delle affermazioni che seguono. 1) I
teorici della lingua « perfetta », « filosofica » 0 « uni- versale » muovono
dalla contrapposizione tra lingue « natu- 21 L’opera di John Wilkins è
suddivisa in quattro parti: Prolegomena; Universal philosophy, Philosophycal
grammar, Real character and. philo- sophical language. Il titolo dell’opera del
Dalgarno è il seguente: Ars signorum: vulgo character universalis et lingua
philosophica, qua potuc- runt homines diversissimorum idiomatum spatio duarum
septimanarum omnia animi sua sensa non minus intelligibiliter, sive scrivendo
sive loquendo, mutuo communicare, quam linguis propriis vernaculis. Prac- terea
hinc etiam potuerunt iuvenes philosophiae principia et veram lo- gices praxin
citius et facilius multo imbibere quam ex vulgaribus phi- losophorum scriptis,
Londini, cxcudebat J. Hayes sumptibus authoris, 1661. (Copie usate: Ambrosiana,
Villa Pernice, 1969 e Par Naz. V. 35875). LA LINGUA UNIVERSALE 217 rali» e
lingue « artificiali » e intendono costruire una lin- gua artificiale o sistema
di segni che risulti comunicabile e comprensibile (quindi adoperabile sia nel
linguaggio scritto che in quello parlato) indipendentemente dalla lingua « na-
turale » che effettivamente si parla. I caratteri dei quali la lingua è
composta, sono « effables » in ogni «distinct language », in ogni caso le
regole della lingua universale non è detto che coincidano con quelle pro- prie
delle lingue naturali.?? 2) La lingua artificiale è resa possibile dal fatto
che le nozioni interne o apprensioni delle cose (internal notions or
apprehension of things) o immagini mentali (mental ima- ges) sono comuni a
tutti gli uomini, mentre i nomi attribuiti alle nozioni e alle cose sono, nelle
varie lingue naturali, suo- ni o parole (sounds or words) nati dalla
convenzione o dal caso mediante i quali si esprimono, diversamente da lingua a
lingua, le nozioni interne o immagini mentali. A nozioni comuni, non
corrispondono quindi, allo stato presente delle cose, espressioni (expressions)
comuni: creare artificialmente queste ultime è appunto il compito che si
propongono i teo- rici della lingua universale.” 3) La lingua artificiale (che
farà corrispondere all’ac- 22 J. Witxins, Essay, cit., To the reader. 23 J. WiLkins, Essay, cit.,
p. 20: « As men do generally agree in the same principle of reason, so do they
likewise agree in the same internal notion or apprchension of things. The
external expression of these mental notions, whereby men communicate their
thoughts to one ano- ther, is cither to the ear, or to the eye. To the car by
sounds, and more particularly by articulate voice and words. To the cye by any
thing that is visible, motion, light, colour, figure, and more parti- cularly
by writing. That conceit which men have in their minds con- cerning a horsc or
trec, is the notion or mental image of that beast or natural thing, of such a
nature, shape and use. The names given to these in several languages, are such
arbitrary sounds or words, as Nations of men have agreed upon, cither causally
or designedly, to express their mental notions of them. The written word is the
figure or picture of that sound. So that, if men should generally consent upon
the same way or manner of expression, as they do agree in the same notion, we
should then be freed from that curse in the confusion of do with all the
unhappy consequences of it ». (I
corsivi sono nel testo). 218 CLAVIS UNIVERSALIS cordo già presente nella sfera
delle immagini mentali anche l'accordo nelle espressioni) costituisce dunque un
efficace ri- medio alla babelica confusione delle lingue e potrà eliminare le
assurdità c le difficoltà, le ambiguità e gli equivoci di cui son piene le
varie lingue « naturali ». Tutta prima parte (Prologomena) dell’opera di
Wilkins è dedicata a un esame, assai ampio e minuto, della situazione in cui
versano le varie lingue, dei mutamenti e delle cor- ruzioni (changes and
corruptions) che in esse si verificano, dei loro difetti (defects), del
problema dell'origine del lin-guaggio. Wilkins parte dal presupposto — comune
del resto a tutti questi studiosi — che ogni lingua naturale sia di ne- cessità
imperfetta: ogni mutamento che si verifica nel pa- trimonio linguistico
coincide per lui con un processo di gra- duale corruzione: «every change is a
gradual corruption ». Nel mescolarsi delle nazioni mediante i commerci, nei ma-
trimoni tra sovrani, nelle guerre e nelle conquiste, nel de- siderio di
eleganza dei dotti che conduce a respingere le forme linguistiche tradizionali,
egli vede altrettanti fattori di corruzione. Tutte le lingue, ad eccezione di
quella ori- ginaria, sono state create per imitazione (‘mitation), deri- vano
dall’arbitrio o dal caso; in tutte le lingue sono quindi presenti difetti che,
con l’aiuto dell’arte, possono essere eli- minati. « Neither letters nor
languages have been regularly established by the rules of art»: la non
artificialità delle lingue, quella che noi chiameremmo la loro spontaneità, ap-
pare a Wilkins una specie di vizio d’origine e di peccato ori- ginario, la
fonte di un inevitabile processo di degenerazio- ne, la radice di una
confusione sempre maggiore. In poche centinaia di anni — egli afferma — alcune
lingue possono andare completamente perdute, altre si trasformano fino a di-
ventare inintelligibili; la grammatica (unica arte che po: trebbe introdurre
ordine nel linguaggio) si è costituita più tardi delle lingue stesse e si è
quindi limitata a prendere atto di una situazione dominata dall’ambiguità dei
termini che assumono, a seconda dei contesti, una enorme varietà di si- gnificati.
Identica è, su questo punto, la posizione sostenuta dal Dalgarno: l’arte ha il
compito «di porre rimedio alle difficoltà e alle confusioni di cui son piene le
varie lingue, LA LINGUA UNIVERSALE 219 eliminando ogni ridondanza, rettificando
ogni anomalia, to- gliendo di mezzo ogni ambiguità ed equivocità ».° 4) La
lingua artificiale vien presentata come un mezzo di comunicazione enormemente
più « facile » di tutti quelli attualmente in uso. Nelle pagine di Dalgarno e
di Wilkins ritroviamo presenti quelle mirabolanti promesse che aveva- no
riempito, per due secoli, i frontespizi delle opere lullia- ne e mnemotecniche.
Nello spazio di due settimane, afferma Dalgarno, uomini di differenti lingue
potranno giungere a comunicare per scritto e oralmente « non minus intelligibi-
liter quam linguis propriis vernaculis ». In un mese, secondo Wilkins, un uomo
di normali capacità intellettuali può im- padronirsi della lingua universale ed
esprimersi in essa con la stessa chiarezza con la quale si esprimerebbe in latino
dopo quarant'anni di studio.’ 5) La lingua artificiale esercita una funzione
terapeuti- ca nei confronti della filosofia che potrà esser liberata dalle sue
malattie (l’uso dei sofismi e l’abbandono alle logomachie) e, per la sua
esattezza, può porsi come valido strumento per un ulteriore perfezionamento
della logica: «In una parola l’Ars signorum non solo rappresenta un rimedio
alla confu- sione delle lingue, non solo offre un mezzo di comunicazio- ne più
facile di qualunque altro finora conosciuto, ma anche cura la filosofia dalla
malattia dei sofismi e delle logomachie, e la provvede di più elastici e
maneggevoli strumenti opera- tivi (c0/edly and manageable instruments of
operation) per definire, dividere, dimostrare ecc. ».?° 6) Dall’adozione della
lingua artificiale risulterà facili- tata la trasmissione delle idee fra i
popoli. I confini della co- noscenza potranno in tal modo essere allargati e
potrà esser perseguito, con nuovo vigore, quel bene generale dell’uma- 24 Per
quanto qui esposto cfr. J. Witkins, Essay, cit., pp. 2-3, 6, 8, 9, 17. Sulla grammatica cfr. p. 19:
« The very art by which language should be regulated viz. grammar, is of much
later invention than the lan- guages themselves, being adapted to what was
already in being, rather then the rule of making it so ». Per Dalgarno, cfr. O.
Funke, Weltspra- chenproblem, cit., p. 16. 25 J. WILKINS, Essay, cit., p. 454. 2° G. Datcarno, Ars signorum, cit., p. 45. 220 CLAVIS
UNIVERSALIS nità (general good of mankind) che è superiore a quello di ogni particolare
nazione. La nuova lingua potrà infine con- tribuire, in modo decisivo, allo
stabilimento di una vera pace religiosa: «questo progetto contribuirà
grandemente a ri- muovere alcune delle nostre moderne divergenze in religione
smascherando molti stravaganti errori che si nascondono sotto le frasi
affettate; una volta che queste saranno filosoficamente spiegate e ritradotte
secondo la genuina e naturale importanza delle parole, si riveleranno
inconsistenti e contraddittorie ».?” 7) I segni dai quali è costituita la
lingua universale sono «caratteri reali » (nel senso attribuito da Bacone a
questo ter- mine): segni convenzionali che rappresentano o significano non i
suoni e le parole, ma direttamente le nozioni e le cose. Riprendendo le tesi di
Bacone e richiamandosi alle di- scussioni allora assai diffuse sui geroglifici,
Wilkins distin- gue dalle normali lettere dell’alfabeto (originariamente in-
ventate da Adamo) le note (rotes) che sono for secrecy e for orevity. AI primo
tipo ‘appartengono la «Mexican way of writing by pictures » e i geroglifici
egiziani che sono « rap- presentazioni di creature viventi o di altri corpi
dietro i qua- li gli Egiziani nascosero i misteri della loro religione »; al
secondo tipo appartengono quelle letters o marks dei quali ci si può servire,
come di una forma di scrittura abbreviata, per esprimere una qualsiasi parola. In tutto diversa è la fun-
zione del « real universal character » che « should not signi- fie words, but
things and notions, and consequently might be legible by any nation in their
our tongue ».?* Tutti i caratteri, secondo Wilkins,
significano naturally o by institution. Quelli che significano « naturalmente »
sono pictures of things o altre immagini o rapppresentazioni sim- boliche; gli
altri derivano il loro significato da una conven- 2? J. Wikkins, Essuy, cit.,
Epistola dedicatoria. 28 Sulle note e i geroglifici egiziani J. Witkins, Essay,
cis., p. 12-13; parlando dei caratteri reali Wilkins fa riferimento a Bacone («
hath been reckoned by learned men amongst the desiderata ») e alle pagine di
Bacone sulla scrittura cinese: mediante i caratteri reali « the inha- bitants
of that large kingdom, many of them of different tongues, do communicate with
one another, every one understanding this common character, and reading in his
own language ». LA LINGUA UNIVERSALE 221 zione
liberamente accettata. A quest’ultimo tipo apparten- ono i « caratteri reali »
che dovranno essere semplici, facili, chiaramente distinguibili l’uno
dall'altro, di suono gradevole e di forma graziosa, e, soprattutto, dovranno
essere metho- dical: rivelanti cioè la presenza di corrispondenze, di relazioni
e di rapporti fra segni.?° 8) Fra i segni e le cose esiste una relazione
univoca ed ogni segno corrisponde al una cosa o azione («to every thing and
notion there were assigned a distinct mark »): il progetto di una lingua
universale implica dunque quello di una en- ciclopedia, implica cioè la
enumerazione completa e ordi- nata, la classificazione rigorosa di tutte quelle
cose e no- zioni alle quali si vuole che, nella lingua perfetta, corrispon- da
un segno. Poiché la funzionalità della lingua universale dipende dalla vastità
del campo di esperienza che essa riesce ad abbracciare e del quale riesce a dar
conto, al limite la lin- gua perfetta esige una preliminare classificazione di
tutto ciò che esiste nell'universo e che può essere oggetto di discorso,
richiede una enciclopedia totale, la costruzione di « tavole per- fette ». In
vista di questa classificazione totale, di questa « ri- duzione a tavole »
delle cose e nozioni, viene elaborato un metodo classificatorio fondato sulla
divisione in categorie ge- nerali, in generi e in differenze. Solo mediante
questa grande costruzione enciclopedica ogni segno impiegato potrà fun- zionare
come il segno di una lingua perfetta: fornire cioè una esatta definizione della
cosa o nozione significata. Si ha infatti definizione quando il segno rivela il
« posto » che la cosa o azione (indicata dal segno) occupa in quell’insieme
ordinato di oggetti reali e di azioni reali rispetto al quale le tavole si
pongono come uno specchio. Inizialmente, all’incirca fra il 1640 e il 1657, i
costruttori di queste lingue universali avevano seguito una strada in parte
differente: avevano iniziato la raccolta di tutti i termini pri- mitivi
(primitive o radical words) contenuti nelle varie lingue per giungere alla
costruzione di un dizionario essenziale. In questa direzione si era mosso lo
stesso Wilkins in un’opera del 1641 che riecheggiava nel titolo una espressione
di Co- °° Sugli alfabeti cfr. J. Wilkins, Essay, cit., pp. 12-15, sulla distin-
zione dei caratteri e sulle loro caratteristiche: pp. 385 -86. 222 CLAVIS UNIVERSALIS menio:
Mercury or the secret and swift messenger. I termini radicali apparivano qui a Wilkins in una
«relazione meno ambigua con le cose » di quanto non fossero i derived words.° A
questa stessa ricerca dei termini primitivi (si ricordino a questo proposito le
tavole dei termini fondamentali del Bister- field) si erano dedicati, in
Inghilterra, Francis Lodowick nella sua opera sul linguaggio perfetto e Cave
Beck nell’Ur:iversal character. Quest'ultimo aveva impiegato, come caratteri, i
numeri arabi dallo 0 al 9; le combinazioni di tali caratteri, esprimenti tutti
i termini primitivi di ciascuna lingua, erano disposte in ordine progressivo da
1 a 10.000, un numero, que- sto, che appariva al Beck sufficiente ad esprimere
tutti i ter- mini di uso generale. Ad ogni numero corrispondeva un ter- mine di
ogni lingua: ne risultava un « dizionario numerico » i cui termini venivano poi
disposti alfabeticamente (a seconda delle varie lingue) in un altro «dizionario
alfabetico ». Cia- scuno dei due dizionari serviva in tal modo da «chiave » al-
l’altro.?! L'adozione dei caratteri reali con l’annesso progetto di una costruzione
di « tavole complete » fece poi passare in se- conda linea la ricerca dei
radicals words: si trattava ora di procedere alla riduzione di tutte le cose e
le nozioni alle ta- vole («the reducing all things and notions to such kind of
tables »). Costruire una raccolta di questo genere apparve a Wilkins un’impresa
più adatta ad una accademia e ad un’epoca che a una persona singola: la
principale difficoltà consisteva proprio nella completezza (« without any
redundacy or defi- ciency as to the number of things and notions ») e nella
siste- maticità (« regular as to their place and order »). Il problema dei
termini primitivi o radicali non poteva tuttavia essere eluso: le tavole non
potevano evidentemente contenere dav- vero tutto. Le cose e le nozioni in esse
classificate ed enume- rate erano solo quelle che rientravano (si era deciso di
far rientrare) nella lingua universale o « cadevano all'interno del discorso »:
«a regular enumeration and description of all 30 J. WiLkins, Mercury or the
secret and swift messenger, ahewing how a man may with privacy and speed
communicate his thoughts to a friend at a distance, London, 1641, pp. 109 segg.
(ediz. London,
1707). 3! Cfr. C. EMery, Wilkins' universal language, cit., p. 175. LA LINGUA
UNIVERSALE 223 those things and notions to wich names are to be assigned...
enumerating and describing all such things and notions as fall under
discourse... ».?* La completezza
della lingua veniva fatta dipendere dalla completezza delle tavole che erano
presentate come uno spec- chio dell'ordinamento del mondo reale, ma per
realizzare una completezza che non fosse irrealizzabile (enumerazione com-
pleta) Wilkins riprese l’esigenza che era stata alla base della ricerca dei
radical words. Le tavole non dovevano contenere tutto, ma soltanto le cose di «
a more simple nature »; quelle di «a more mixted and complicated signification
» dovevano essere ridotte alle prime ed espresse mediante perifrasi (per:
phrastically). Il dizionario alfabetico inglese posto da Wilkins in appendice alla
sua opera intende rispondere a questo scopo: mostrare come tutti i termini
della lingua inglese possano essere in qualche modo riportati a quelli elencati
e ordinati nelle tavole.?* Per realizzare l’ordinamento in tavole di tutte le
cose e nozioni Wilkins fornisce un elenco di quaranta generi, cia- scuno dei
quali viene poi suddiviso secondo le differenze che (fatta eccezione per alcune
classificazioni zoologiche e bota- niche) sono sei di numero. I primi sei generi, che
compren- dono « such matters, as by reason of their generalness, or in some
other respect, are above all those common head of things called predicaments
»,°* sono: I. Trascendentale generale 4. Discorso
2. Relazione trascendentale mista 5. Dio 3. Relazione trascendentale di azione
6. Mondo Gli altri trentaquattro generi sono ordinati come segue sotto i cinque
predicamenti : 22 J. Wikins, Essay, cit., pp. 20-22 e numerosi passi contenuti
nel- l’epistola dedicatoria. % J. Wilkins, Essay, cit., pp. 455 segg.: « An alphabetical dictionary
wherein all english words according to their various significations are either
referred to their places in the philosophical tables, or explained by such
words as are in the tables ». °* J.
Witkins, Essay, cit., p. 23-24. Per l'esposizione che segue cfr. anche pp. 60
segg.; 415 segg. c il riassunto delle varie parti dell’opera: pp. 1 segg. 224
Erba | considerata secondo : Animali : Parti : CLAVIS UNIVERSALIS Sostanza
Elemento Pietra Metallo Foglia . Fiore . Seme . Arbusto . Albero . Esangui .
Pesce . Uccello . Bestia . Parti peculiari . Parti generali Quantità 21. 22,
23. Grandezza Spazio Misura Privata : Pubblica : Qualità 24. Potere naturale
25. Abito 26. Costumi 27. Qualità sensibile 28. Malattia Azione 29. Spirituale
30. Corporea 31. Movimento 32. Operazione Relazione 33. Economica 34. Proprietà
35. Provvigione 36. Civile 37. Giudiziaria 38. Militare 39. Navale \ 40.
Ecclesiastica Ciascuno di questi quaranta generi viene suddiviso se- condo le
sue differenze e si enumerano poi le varie specie ap- partenenti a ciascuna
delle differenze «seguendo un ordine e una dipendenza tali che possano
contribuire a una defini- zione delle differenze e delle specie, determinando
il loro si- gnificato primario ». Dell’ottavo genere (pietra) vengono per
esempio enumerate sei differenze: Le pietre possono essere distinte a seconda
che siano: Volgari o senza prezzo Di prezzo medio Preziose: Meno trasparenti
Più trasparenti Le concrezioni terrestri sono: Solubili Non-solubili Ciascuna
delle differenze è suddivisa nelle varie specie. Le « pietre volgari » (prima
differenza) comprendono per esem- pio otto specie che non vengono (questo
accorgimento è essen- ziale alla tecnica di Wilkins) semplicementeelencate, ma
LA LINGUA UNIVERSALE 225 variamente raggruppate, all’interno della tavola, e
classificate a seconda della maggiore o minore grandezza, dell’uso che se ne fa
e dell'impiego nelle arti, dell'assenza o presenza di elementi metallici, ecc.
Di questo tipo sono le tavole di Wilkins, che occupano poco meno di trecento
pagine, in corpo fittissimo, della sua opera. Mediante questa ordinata
classificazione delle cose e nozioni alle quali « devono essere assegnati i
nomi in accordo alle loro rispettive nature », si è realizzata quella universal
philosophy che sta alla base della lingua perfetta e che indica l'ordine, la
dipendenza e le relazioni tra le nozioni e tra le cose. Mediante l’uso di
lettere e di segni convenzionali è ora possibile dar luogo a un linguaggio
universale che è il corri- spettivo della « filosofia universale ». I generi
(ci limitiamo qui ai primi nove) vengono indicati come segue: Trascendentale
generale Ba Relazione trascendentale mista Ba Trascendentale di azione Be
Discorso Bi Dio Dx Mondo Da Elemento De Pietra Di Metallo Do Per esprimere le
differenze vengono indicate, nell’ordine, le consonanti B, D, G, P, T, C, Z, S,
N; le specie vengono indicate ponendo, dopo la consonante che indica la diffe-
renza, i segni seguenti: a, a, €, i, 0, ò, Y, yi, yo. Per esempio: Di significa
« pietra »; Did significa la prima differenza che è « pietra volgare »; Diba
indica la seconda specie che è « ragg »; De significa elemento; Ded significa
la prima differenza che è « fuoco »; Deba denoterà la prima specie che è «
fiamma », Det sarà la quinta differenza che è « meteore » e Dera la prima
specie della quinta differenza che è « arcobaleno ». Individuando la posizione
che un dato termine occupa nelle tavole si potrà definirlo, determinare cioè
con sufficiente chiarezza il « primary sense of the thing». Le tavole di
Wilkins forniscono senza dubbio non poche informazioni: per esempio il
significato del termine « diamante » risulterà, in base alle tavole, esser
quello di una sostanza, di una pietra, 226 CLAVIS UNIVERSALIS di una pietra
preziosa, trasparente, colorata, durissima, bril- lante. Ma varrebbe la pena di
soffermarsi su alcune tipiche definizioni come quella di «bontà » 0 di «
moderazione » v di «fanatismo ». La formazione del plurale, degli aggettivi,
delle preposizioni, dei pronomi, ecc. consente a Wilkins di giungere, sia pure
assai faticosamente, alla costruzione di una vera e propria lingua. Dell’uso di
questa, impiegando prima le lettere alfabetiche poi i più complessi « caratteri
reali » egli ci offre un esempio con la traduzione del Pater noster e del
Credo. In modo non dissimile aveva proceduto George Dalgarno quando aveva
costruito, nell’Ars signorum, vulgo character universalis et lingua
philosophica, una classificazione logica di tutte le idee e di tutte le cose
dividendole in diciassette classi supreme: A. Essere, cose M. Concreti
matematici ». Sostanze N. Concreti fisici E. Accidenti F. Concreti artificiali
I. Fsseri concreti B. Accidenti matematici (composti di sostanza e acci- ID.
Accidenti fisici generali denti) G. Qualità sensibili O. Corpi P. Accidenti
sensibili v. Spirito T. Accidenti razionali U. Uomo K. Accidenti politici
(compesto di corpo e spirito) S.
Accidenti comuni Ciascuna delle diciassette classi supreme veniva suddivisa in
sottoclassi che si distinguevano per la variazione della se- conda lettera.
Ecco, a titolo di esempio, la sottoclasse di K : Ka. Relazione di ufficio Ko.
Ruolo del giudice Kn. Relazione giudiziaria Kwv. Delitti Ke. Materia
giudiziaria Ku. Guerre Ki. Ruolo delle parti Ska. Religione I termini, compresi
in ciascuna delle sottoclassi, si distin- guono per la variazione dell’ultima
lettera. In questi termini la lettera s, non iniziale, è « servile » e non ha
un senso logico determinato, r indica l’opposizione, / il medio fra gli
estremi, v è l'iniziale dei nomi di numeri. Sotto Ska (religione) sono compresi
i termini seguenti: LA LINGUA UNIVERSALE 227 Skam: grazia Skag: sacrificio
Skan: felicità Skap: sacramento Skaf: adorare Skat: mistero Skab: giudicare
Skak: miracolo Skad: pregare L'introduzione della lettera ” consentirà la
determinazione degli opposti che sono, in questo caso, « natura » che si op-
pone a « grazia »; « miseria » che si oppone a «felicità »; « profanare » che
si oppone a «adorare»; «lodare» che si oppone a « pregare ». Riproducendo nei
dettagli questa classificazione Leibniz comporrà, fra il 1702 e il 1704, quelle
ampie tavole di defi- nizioni che costituiscono il più importante documento del
suo progetto di una universale enciclopedia.’ 9) La funzionalità di queste
complicate lingue artifi- ciali è evidentemente legata (sia nel caso di Wilkins
sia in quello di Dalgarno) alla maggiore o minore funzionalità della loro
macchinosa classificazione delle cose e delle nozioni. A proposito di
quest’ultima, resta da sottolineare una tesi caratteristica delle posizioni
delle quali qui ci occupiamo e alla quale abbiamo più volte accennato.
L’enciclopedia, l’in- sieme delle tavole — e quindi la lingua artificiale che
ne è il correlato — appaiono valide in quanto costituiscono lo « specchio »
dell’ordine presente nella realtà. La classifica zione dev'essere fondata
sull’ordine delle cose; i rapporti di relazione fra i termini riproducono
rapporti e relazioni reali: « apprendendo i caratteri e i nomi delle cose,
verremo istruiti similmente nelle zazure delle cose: questa duplice conoscenza
dev’essere congiunta. Per realizzare davvero ciò è necessario che la stessa
teoria, sulla quale il nostro progetto è fondato, riproduca esattamente la
natura delle cose ».*° 3 L. Couturat,
Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris, 1903, Pp- 437-510. (Phil.
VII. D. II. 1-2, 3). 2° J. Witkins, Essay, cit., p. 21: « By learning the
character and the names of things, we should be instructed likewise in their
natures, the knowledge of both which ought to be conjoyed. For the accurate
effec- tung of this, it would be necessary, that the theory itself, upon which
such a design were to be founded, should be exactly suited the nature of things
». 228 CLAVIS UNIVERSALIS Non a caso Wilkins, che pure aveva dedicato ai
problemi del linguaggio non poche delle sue energie, ripeteva, con Ba- cone e
con i baconiani: «as things are better then words, as real knowledge is beyond
the elegancy of speech ».? 5. LA
FUNZIONE MNEMONICA DELLE LINGUE UNIVERSALI: IL ME- TODO CLASSIFICATORIO NELLE
SCIENZE NATURALI. I segni della lingua perfetta o universale consentono dun-
que di individuare con la massima precisione il “posto” che ciascuna cosa (o
azione) occupa nelle tavole, permettono cioè di collocare esattamente ogni
singolo oggetto naturale in quel- l'ordine universale che è rispecchiato dalla
ewrniversal philo- sophy o enciclopedia. Mediante questa “collocazione” si pos-
sono individuare le relazioni tra la cosa significata e le altre appartenenti
alla stessa classe o specie, si possono determinare i rapporti intercorrenti
tra la cosa stessa e le differenze c i generi dai quali essa è contenuta come
elemento. Perché si potesse giungere con la necessaria rapidità a realizzare
queste collocazioni, giungendo in tal modo a precise, esaurienti de- finizioni,
Wilkins aveva elaborato tutta una serie di accorgi- menti di tipo mnemonico: «
Se questi segni o note vengono costruiti in modo da essere in un reciproco
rapporto di dipen- denza e di relazione conveniente alla natura delle cose
signi- ficate, e similmente se i nomi delle cose vengono ordinati in modo da
contenere nelle lettere o suoni che li compongono una specie di affinità e
opposizione in qualche modo rispon- dente alle affinità e alle opposizioni
delle cose significate, si avrebbero ulteriori vantaggi: oltre che aiutare la
memoria (helping the memory) in modo ottimo, l’intelletto verrebbe grandemente
rafforzato ».°* Benjamin De Mott, commen- tando questo passo, ha scritto con
molta chiarezza: «era fa- cile richiamare alla mente il termine atto a indicare
l'oggetto salmone se si sapeva che il termine era composto di due sil- labe e
cominciava con Za, il simbolo del genere pesci... Una volta ricordato il
termine Zara lo studioso, data la sua fami- liarità con la progressione
alfabetica dei caratteri, avrebbe 37 J. Witkins, Essay, cif., cpistola. 38 J.
Witxins, Essay, cit., p. 21. LA LINGUA UNIVERSALE 229 avuto chiaro il posto del
salmone all’interno del genere pesci e, in ultima analisi, entro l’intero
schema della creazione dr * L’insistenza sul valore mnemonico della lingua
univer- sale, presente nell’opera di Wilkins, non era casuale : una lingua di
questo genere sembrava in effetti esaudire le spc- ranze e realizzare le
aspirazioni di tutti quei teorici della me- moria artificiale che avevano
inteso « disporre ordinatamente — entro i loro complicatissimi teatri — tutti
quei luoghi che possono bastare a tenere a mente et ministrar tutti gli humani
concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo ».*° Tutti i maggiori
teorici della lingua universale insistono del resto, concordemente, sul valore
mnemonico dei linguaggi perfetti. Cipriano Kinner, che aveva collaborato con
Comenio nel 1640 c che per primo aveva formulato nei dettagli il progetto di
una lingua artificiale, concepiva la sua lingua non solo come un rimedio alla «
babelica confusione delle lingue naturali », ma anche, e soprattutto, come un
potente, prezioso « aiuto alla memoria ». Col suo metodo gli studiosi di
scienze natu- rali avrebbero potuto ritenere le nozioni più complicate e dif-
ficili: «quale botanico, anche espertissimo, potrebbe impri- mersi nella
memoria, fra tanta varietà di autori in contrasto, le nature e i nomi di tutte
le piante? ». L'adozione della lingua artificiale i cui termini indicano la
natura c le qualità di ogni singola pianta e il posto che ciascuna pianta
occupa nella clas- sificazione per generi e specie, renderà quest’impresa, in
appa- renza disperata, possibile e oltremodo facile: « mediante la lingua
artificiale tutto potrà essere ricordato e recitato senza interruzioni, così
come in un’aurea catena, composta di un migliaio di anelli, se vien mosso il
primo anello, si muovono tutti gli altri, anche se noi non vogliamo affatto che
essi si muovano ».°! Non diversamente dal Kinner, anche Lodowick, Edmundson e
Dalgarno metteranno in luce il valore mnemo- nico della lingua universale,
mentre Wilkins presenterà più volte, nel corso del suo Saggio, la sua lingua
come un aiuto °° B. De MotT, Science versus mnemonics, cit., pp. 8-9. ‘° Cfr.
G. Camino, Opere, Venezia, A. Griffo, 1584, II, p. 212. ‘4! Il testo del Kinner
è contenuto in una lettera a Samuel Hartlib del 27 giugno 1647 che fu
pubblicata da B. De Mott, The sources of the philosophical language, in «
Journal of Engl. and Germ. Philol. ». 230 CLAVIS UNIVERSALIS alla debolezza
della memoria naturale. I tremila termini dei quali la sua lingua è composta,
sono certo in numero assai minore di quelli impiegati in una qualunque lingua
cffetti- vamente parlata e tuttavia questi tremila termini « sono ordi- nati in
modo da poter esser ricordati più facilmente di mille termini propri di una
qualunque lingua naturale ».'? In una lettera scritta a Robert Boyle nel 1663,
John Beale, membro della Royal Society, raccomandava l’uso dei mnemonical cha-
racters (così egli chiamava i caratteri reali) giacché essi gli apparivano in
grado di introdurre finalmente ordine in tutte le possibili combinazioni di
lettere, di sillabe e di parole.** ° Come il Kinner aveva ben visto, il
problema della fun- zione mnemonica delle lingue artificiali si presentava
stretta- mente connesso a quello della classificazione dei minerali, delle
piante, degli animali. Proprio su questo argomento si aprì, dopo il 1666,
un’interessante discussione della quale fu prota- gonista John Ray, l’autore
della monumentale Historia plan- tarum generalis (1686-1704), uno dei maggiori
scienziati del secolo XVII. Congiuntamente al Willoughby il Ray colla- borò
attivamente all’opera di Wilkins, elaborando una classi: ficazione delle piante
rispondente agli scopi e alle esigenze proprie della lingua universale. Alle
tavole della grande enciclopedia contenuta nell’Essay towards a real character
and a philosophical language non spettava certo, secondo Wilkins, una funzione
meramente ausiliaria. Nei suoi propositi e nei suoi intendimenti le tavole «
soprattutto quelle concernenti i corpi naturali » avrebbero dovuto « promuovere
e facilitare la conoscenza della natura » contribuire cioè in modo diretto al
lavoro di ricerca svolto dai membri della Royal Society. Rivolgendosi al
presidente e ai membri della illustre accademia Wilkins affermava: « nelle
tavole ho disposto le cose in un ordine che potrà essere appro- vato dalla
Società: in esse potrete trovare un ottimo metodo per la costruzione di un
repository che servirà da un lato a ordinare le cognizioni già possedute e
dall’altro a supplire le eventuali lacune ». Le ambizioni di Wilkins dovevano
essere 42 Per i riferimenti alla memoria: J. WiLkins, Essay, cit., pp. 31, 385,
e in particolare alle pp. 453 - 54. 43 La lettera è ripubblicata in R. BovyLE,
Works, cir., VI, p. 339. LA LINGUA UNIVERSALE 231 presto deluse, ma è certo che
il suo tentativo di una ordinata, completa classificazione dovette interessare
fortemente quanti erano impegnati, in sede di scienze della natura, alla
costru- zione di classificazioni riguardanti campi limitati di esperienza. E’
stato notato, molto acutamente, che Wilkins si proponeva di fare con le parole
ciò che Linneo farà più tardi con le piante: * « scopo principale di queste
tavole — scriveva il buon vescovo di Chester — è di offrire una enumerazione
sufficiente di tutte le cose e nozioni e contemporaneamente di disporle in
ordine tale che il posto assegnato a ciascuna cosa possa contribuire alla
descrizione della sua natura indicando la specie generale e particolare entro
la quale la cosa è collo- cata e la differenza per la quale essa è distinta
dalle altre cose della stessa specie ».! Sulla base di questa convergenza di
interessi e di problemi si verificò, di fatto, una collaborazione fra Wilkins
da un lato e Willoughby e John Ray dall’altro. Le classificazioni di ani- mali
e di piante, presenti nell’Essay, sono infatti opera dei due illustri
scienziati. Ad essi si era rivolto nel 1666 lo stesso Wilkins per poter
inserire nel suo testo una « regular enume- ration of all the families of
plants and animals ».‘*° L' inte- resse del Ray al progetto dello Wilkins non
era certo margi- 41 C. EMery, /. Wilkins universal language, cit., p. 176. 45 J.
WiLkins, Essay, cit., 289. 1 Si veda la lettera di John Wilkins a Willoughby in
W. DerHax, Philosophical letters, London, 1718, p. 366. Il piano di Wilkins rela- tivo alla lingua universale
circolava fino dal 1647; sui primi contatti di Wilkins con il Ray c il
Willoughby si vedano le considerazioni di B. De Mott, Science versus mnemonics,
cit., p. 4. Sull’opera scientifica di John Ray (1628-1705) che fu detto «il
Plinio inglese» e che fu il primo a far uso del termine specie nelle
classificazioni botaniche cfr. E. GuyenoT, Les sciences de la vie au XVII: et
XVIII: siècle, Paris, 1941, pp. 359 segg.; F. W. OtLiver, Makers of british
botany, Cam- bridge, 1913; C. È. Raven, /. Ray naturalist, London, 1950, ma sì
ve- dano anche le precise osservazioni di MarceLLA RENZONI, nell'ampio e
preciso commento a Burron, Storia naturale, Torino, 1959, pp. 479, 483, 490. La
celebre classificazione del Ray, presente nel Mezliodus plantarum nova del 1682
non è che una rielaborazione di quella già pubblicata nell'opera di Wilkins.
Sull’opera congiunta di Ray e di Willoughby (1635 - 1672, autore della Orzitfologia,
1657; della Historiapiscium,1686;della Historia insectorum, 1710) cfr. anche E.
GurExor, Biologie humaine et animale nel secondo vol. della Histoire générale
des sciences, Paris, 1958, p. 362. 232 CLAVIS UNIVERSALIS nale: l’insigne
scienziato si sottopose all’ingrata fatica di tra- durre in latino, per
renderlo accessibile a tutta Europa, l'in- tero testo dell'Essay.'” Le sue
divergenze con Wilkins nasce- vano però sul terreno del metodo, riguardavano
proprio gli aspetti mnemonici della lingua universale. « Nella costruzione di
queste tavole — scriveva Ray a Lister — non mi si è ri- chiesto di seguire i
comandi della natura, ma di adattare le piante al sistema proprio dell’autore.
Io debbo dividere le erbe in tre classi il più possibile eguali, suddividere
poi ciascuna classe in differenze stando attento a che le piante ordinate entro
ciascuna differenza non superino un dato numero fisso... Chi potrebbe sperare
che un tal metodo sia soddisfacente? Esso appare assurdo e imperfettissimo,
debbo dire francamente che si tratta di un metodo assurdo perché attribuisco
più valore alla verità che alla mia personale reputazione ».i8 Anche Wilkins,
proprio come Ray, aveva inteso che i suoi schemi « seguissero con esattezza la
natura delle cose », ma, a diffe- renza di Wilkins, Ray trovava assai difficile
iceordare: almeno in sede di botanica, l’a/fabeto e la natura, l'ordine della
me- moria e l’ordine presente nella realtà. Di fronte alle difficoltà di una
classificazione degli animali e delle piante entrava in crisi, in realtà,
quella assoluta regolarità delle tavole che era essenziale al funzionamento
della lingua perfetta: i quaranta generi « may be subdivided by its peculiar
differences, which, for the better convenience of this institution, I take
leave to determine (for the most part) to the number of six. Unless it be in those
numerous tribes of herbs, trees, exanguious animals, fishes, and birds, which
are of too great variety to be com- prehended in so narrow a compass »."* Sul metodo come ordinata classificazione, come
divisione, costruzione di armoniose tavole e di regolarissime gerarchie,
avevano concordemente insistito, per secoli, i teorici dell’ars reminiscendi.
Proprio nella costruzione dei «teatri » e degli 4? La traduzione di Ray, che fu
effettivamente condotta a termine, non fu mai pubblicata. Cfr. Select Remains of the
learned John Ray by the late William Derham, ed. G. Scott, London, 1760, p. 23.
18 The correspondence of John Ray, ed. E.
Lankester, London, 1848, pp. 41-42. Sul significato di queste riserve cfr. B.
De Mott, Science versus mnemonics, cit., pp. 5 segg. 4° J. Wikins, Essay, cit.,
p. 22. LA LINGUA UNIVERSALE 233 «alberi », negli ordinamenti e nelle
classificazioni essi ave- vano visto i più importanti strumenti per realizzare
una me- moria artificiale che potesse soccorrere aila debolezza delle naturali
facoltà ritentive. Da questo terreno storico aveva tratto alimento l’idea, così
diffusa per tutto il secolo XVII, di una logica memorativa, di una sostanziale
affinità tra la logica (il metodo) e la memoria (come facoltà di ritenere
l’ordinato si- stema di tutte le scienze). In questo senso Ramo aveva attri-
buito alla memoria una funzione ordinatrice e aveva visto nella memoria una
parte o sezione del metodo; in questo senso Bacone aveva concepito la
min:istratio ad memoriam (cui spet- tava il compito di « eliminare la
confusione » e di procedere alla costruzione delle tavole) come parte
integrante della nuova logica; in questo senso, infine, Cartesio aveva inteso
la enu- meratio come un soccorso alla naturale fragilità dell’umana memoria. In
questi stessi anni Alsted aveva visto nella me- moria una «tecnica
dell’ordinamento delle nozioni » e aveva sostenuto la piena risoluzione della
memoria « madre dell’or- dine » in una logica intesa come arte del
classificare, come metodo per la costruzione del systema mnemonicum o uni-
versale enciclopedia delle scienze. In modo non dissimile concepirono il «
metodo » gli uo- mini che si volsero, nel corso del secolo XVII, alla non
facile impresa di una integrale, ordinata, coerente classificazione dei
minerali, delle piante, degli animali. Metodo voleva dire per essi « metodica
divisione delle diverse produzioni della na- tura in classi, generi, specie »,
capacità di costruire una no- menclatura i cui termini fossero significativi di
rapporti fra il singolo elemento e i generi e le specie di appartenenza, chia-
rissero il posto di ciascun elemento in un sistema più vasto. Proprio nel
momento in cui, alla metà del Settecento, i « me- todi » entrarono in crisi e
vennero rifiutate le classificazioni tradizionali troviamo esplicitamente
teorizzata, in polemica contro un recentissimo passato, la funzione mnemonica
delle classificazioni e dei metodi. Rifiutando, in nome di una esatta
descrizione, l’idea stessa del « sistema» e polemizzando con- tro la tradizione
della botanica del Cinquecento e del Seicento, Buffon rifiutava energicamente
«tutti i metodi che si sono compilati per aiutare la memoria ».°° E proprio su
questa °0 Burron, Storia naturale, cit., pp. 22-23. 234 CLAVIS UNIVERSALIS
funzione mnemonica dei metodi insistono concordemente i maggiori esponenti
della botanica del Settecento: « l’immensa quantità di piante cominciò a pesare
sui botanici — scrive lo Adanson nella prefazione alla Famulles des plantes —
quale memoria poteva bastare a tanti nomi? I botanici, per allegge- rire questa
scienza, immaginarono perciò i metodi ».°! E Fon- tenelle, nell’elogio
pronunciato all'Accademia per la morte di Tournefort, scriveva: «egli permise
di mettere ordine nello straordinario numero di piante disseminate alla rinfusa
sulla terra e anche sotto le acque del mare e di distribuirle nei di- versi
generi e nelle diverse specie che ne facilitano la memoria e impediscono alla
memoria dei botanici di crollare sotto il peso di una infinità di nomi »°° Non
si tratta di accostamenti casuali: per rendersene conto basta leggere la voce
Botanigue della grande enciclopedia il- luministica: «il metodo serve a dare
un'idea delle proprietà essenziali di ciascun oggetto e a presentare le
relazioni e i contrasti esistenti fra le differenti produzioni della natura...
per chi si avvia allo studio della natura il metodo è un filo che serve da
guida entro un complicatissimo labirinto, per gli altri (già esperti nelle
scienze) è un quadro che rappre- senta taluni fatti, i quali possono farne
ricordare altri nel caso che già li si conosca... un solo metodo è sufficiente
per la nomenclatura: si tratta di costruirsi una sorta di memoria artificiale
per ritenere l’idea e il nome di ogni pianta giacché il numero delle piante è
troppo grande perché si possa tra- scurare un tale soccorso; a questo scopo
qualunque metodo è buono ». La violenza di questa polemica, il vigore di questi
rifiuti costituiscono, di per sé, una conferma della persistenza, per tutto il
secolo precedente, di una concezione del metodo come «memoria ». È contro una
concezione di questo tipo che pole- mizzano gli enciclopedisti: «queste
divisioni metodiche — è scritto nelle pagine dedicate alla voce Histoire
naturelle — aiutano la memoria e sembrano venire a capo del caos for- M.
Apanson, Familles des plantes, Paris, 1763, p. XCV. B. DE FonteneLLE, E/oge de
Tournefort, Hist. Acad. Sci., 1708, p. 147. Questo e il passo precedente sono
cit. da M. Renzoni nelle note a Burron, Storia naturale, cit., pp. 478, 483. 51
52 LA LINGUA UNIVERSALE 235 mato dagli oggetti della natura... ma non bisogna
mai di- menticare che questi sistemi sono fondati solo su arbitrarie
convenzioni umane e che essi non sono d'accordo con le in- variabili leggi della
natura ». Qui non venivano solo rifiu- tati quegli « aiuti della memoria » che
erano stati teorizzati e difesi da illustri esponenti della filosofia e della
scienza del Seicento; qui veniva rifiutata, in nome di un deciso conven-
zionalismo, anche l’antica idea di una piena, totale corrispon- denza fra i
termini dell’enciclopedia e la realtà delle cose. 6. CARTESIO E LEIBNIZ DI
FRONTE ALLA LINGUA UNIVERSALE. Anche il matematismo di derivazione cartesiana
aveva senza dubbio contribuito a creare un’atmosfera favorevole alla
costruzione delle lingue artificiali, ma l’azione esercitata da Cartesio sui
progetti di una lingua universale è, quantomeno, difficilmente determinabile.
In una lettera a Mersenne del no- vembre 1629 che fu pubblicata a Parigi nella
raccolta dello Clerslier (1657, e ristampe nel 1663 e 1667) e che poté quindi
essere letta da qualcuno dei teorici del linguaggio universale (ma siamo sul
piano delle ipotesi e di questa lettura non ho trovato alcuna documentazione),
Cartesio, pur chiarendo con molta precisione le caratteristiche e gli scopi di
una lingua filosofica, si era mantenuto su un piano assai ambiguo. L'im- presa
di una lingua filosofica gli era apparsa, almeno teori- camente, possibile: «
stabilendo un ordine in tutti i pensieri che possono penetrare nello spirito
umano, allo stesso modo che esiste un ordine naturalmente stabilito nei numeri
», po- trebbe costruirsi una lingua composta di caratteri apprendi- bili con
grande facilità e rapidità. L'invenzione di questa lin- gua — aggiungeva —
dipende però dalla « costruzione della vera filosofia, perché sarebbe
altrimenti impossibile enumerare tutti i pensieri degli uomini e metterli in
ordine ». Una lingua di questo genere, fondata sulla individuazione di quelle «
idee semplici che sono nell’immaginazione degli uomini e delle quali si compone
tutto ciò che gli uomini pensano », sarebbe facile da apprendere e da scrivere
e, cosa fondamentale, « aiu- terebbe il giudizio rappresentando le cose così
distintamente che sarebbe impossibile ingannarsi, mentre al contrario le pa-
role delle quali attualmente disponiamo hanno quasi solo si- 236 CLAVIS
UNIVERSALIS gnificati confusi ai quali da lungo tempo si è adattato lo spi-
rito degli uomini: a causa di ciò quasi nulla viene inteso per- fettamente ».
Ma poco più avanti Cartesio aveva messo in luce il carat- tere utopistico di
un'impresa di questo tipo e aveva mani- festato il suo radicale scetticismo
sulla possibilità di una pra- tica realizzazione: «Je tiens que cette langue
est possible, et qu’on peut trouver la science de qui elle dépend, par le moyen
de laquelle les paisans pourroient mieux juger de la verité des choses, qui ne
font maintenant les philosophes... mais n’esperez pas de la voir jamais en
usage, cela présuppose de grands changemens en l’ordre des choses et il
faudroit que tout le monde ne fust qu’un paradis terrestre, ce qui n'est bon à
proposer que dans le pays des romans »." Una cosa Cartesio aveva visto con
chiarezza: lo stretto rapporto tra la lingua perfetta e la vera filosofia
(quella che Wilkins aveva poi chiamato la universal philosophy o enci-
clopedia). Cartesio aveva concepito questo rapporto come un rapporto di
dipendenza: l’assenza di un ordinato elenco di tutti i pensieri degli uomini
dal quale ricavare l’elenco delle idec semplici rendeva impossibile e illusoria
la costruzione di una lingua universale. Dalgarno e Wilkins avevano tentato
l'impresa di una classificazione totale delle nozioni e delle cose. Leibniz,
largamente utilizzando questi tentativi, rifiu- terà esplicitamente, proprio
commentando la lettera a Mer- senne ora ricordata, la posizione cartesiana: «
Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non dipende dalla
sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita nonostante che
la filosofia non sia perfetta; a misura che crescerà la scienza degli uomini,
crescerà anche questa lingua. Nell'attesa, essa costituirà un aiuto
meraviglioso: per servirci di ciò che sappiamo, per renderci conto di ciò che
ci manca € per trovare 1 Mezzi per arrivarci, ma soprattutto servirà a
eliminare, sterminandole, le controversie negli ar- gomenti che dipendono dalla
ragione. Perché, allora, calcolare e ragionare saranno la stessa cosa ».° 59
Descartes, Oesvres, ed. C. Adam et P.
Tannery, I, pp. 80-82 (ediz. Clerselier, I, lettera 111, pp. 498-502). 54 L.
Coururat, Opuscules ct fragments inédits de Leibniz, cit., pp- 27 - 28. VIII. LE FONTI DELLA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA In
una lettera scritta a Francoforte nell’ aprile del 1671 Leibniz esprimeva il
suo entusiasmo per l’opera di Wilkins: « Ho letto da poco il Caraztere
universale del dottissimo Wil kins; le sue tavole mi piacciono moltissimo e
vorrei che egli si fosse servito di figure per esprimere quelle cose che non
possono essere descritte che mediante la pittura, come per esempio i generi
degli animali, delle piante, degli strumenti. Quanto sarebbe desiderabile una
traduzione in latino della sua opera! ». La stessa speranza in una rapida
traduzione, Leibniz esprimeva due anni più tardi, in una lettera all’Olden-
burg. Dobbiamo arrivare al 1679-80, dopo gli anni del sog- giorno parigino e
londinese, per trovare espresse alcune ri- serve di fondo: « Sento che
quell’uomo illustre [Robert Hoock| tiene in gran conto il Carattere filosofico
del vescovo Wilkins che ho anch'io nella meritata considerazione. Non posso ta-
cere, tuttavia, che può essere realizzato qualcosa di molto più rande e di
molto più utile. Di tanto più grande, di quanto i caratteri dell’algebra sono
migliori di quelli della chimica ».' Il contatto con l’analisi matematica era
stato, da questo punto di vista, decisivo: per Leibniz non si trattava più sol-
tanto di costruire una lingua che fosse in grado di facilitare la comunicazione
tra gli uomini, ma di dar luogo ad una scrittura universale mediante la quale
si potessero, così come in algebra e in aritmetica, costruire infallibili
dimostrazioni. La differente posizione assunta da Leibniz in queste lettere
conferma ancora una volta, dal punto di vista di un problema particolare, la
validità di quella interpretazione che vede nel soggiorno a Parigi e a Londra
(marzo 1672 - ottobre 1676) una « svolta » nel pensiero leibniziano. In questi
anni Leibniz si dedica allo studio della matematica ed entra in contatto con il
cartesianesimo e con le correnti più vive del pensiero euro- ® C. I. GerHarDT,
Die philosophischen Schriften von G. G. Leibniz, voll. 7, Berlin, 1875-90, VII,
pp. 5, 6, 9, 16-17. (Quest'edizione verrà qui di seguito indicata con la sigla
G. immediatamente seguita dal numero del volume e delle pagine). 238 CLAVIS
UNIVERSALIS peo. L'attenzione per gli aspetti sintattici del linguaggio, la
scoperta della « magia dell’algoritmo » o della « funzionalità » dei
procedimenti puramente formali, l'affermazione della pos- sibilità di una scienza
generale delle forme: questi temi e queste discussioni sono posteriori agli
anni della giovinezza, presuppongono l’accostamento dei metodi della
combinatoria a quelli della matematica e dell’algebra. Il progetto leibniziano
di una caratteristica universale era fondato — com'è noto — su questi tre
princìpi: 1) le idee sono analizzabili ed è possibile rintracciare
quell’alfabeto dei pensieri che è costituito dal catalogo delle nozioni
semplici o primitive; 2) lc idee possono essere rappresentate simbolica- mente;
3) è possibile una rappresentazione simbolica dellerelazioni tra le idee e,
mediante opportune regole, è possibile procedere alla loro combinazione. Questo
progetto di Leibniz non nacque certamente sul terreno dell’ “algebra” o del
“for- malismo logico”. Il Kabitz ha ritrovato, nella biblioteca di Hannover,
l’esem- plare, annotato da Leibniz, delle opere di Bisterfield ed è certo a
quest’ultimo autore, oltre che più genericamente alla tradizione del lullismo,
che va fatta risalire l’idea, fondamen- tale per lo stesso costituirsi della
combinatoria leibniziana, di un alfabeto dei pensieri umani o di un catalogo
delle nozioni primitive dalla combinazione delle quali si possano ricavare
tutte le idee complesse." In una lettera scritta probabilmente al barone
di Boineburg e che contiene una delle prime for- ° Per 1 rapporti con
Bisterfiecld e la presenza di motivi attinti alle correnti
mistiche-pitagoriche: W. Kasirz, Die Philosophie der jungen Leibniz.
Untersuchungen zur Entwicklungsgeschichte seines Systems, Heidelberg, 1909; per
i rapporti con la pansofia: Leibniz’ Verhaltnis zur Renaissance im allgemeinen
und zu Nizolius im besonderen, Bonn, 1912; per i rapporti con Alsted c con
Henry Morc: D. MaHNKE, Leib- mizens Synthese von Untversalmathematik und Individualmetaphysik,
in « Jahrb. fur Philos. u. phinomenologische Forschung », 1925, pp. 305 - 612;
W. FeitcHenFELD, Leibniz und Henry More, Berlin, 1923. " G. VII, 11; L.
Couturat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris, Alcan, 1903, p. 430,
435 (di qui in avanti indicato con la sigla Op. seguita dal numero della
pagina); G. G. LEIBNIZ, Textes inédites publiés et annotés par Gaston Grua,
voll. 2, Paris, 1948, pp. 542-45 (di qui in avanti si userà la abbreviazione
Grua, seguita dal numero delle pagine). LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 239
mulazioni della caratteristica, Leibniz mostrava di accettare, nella sostanza,
il progetto del padre Kircher: ai concetti e alle nozioni fondamentali vanno
sostituite figure di circoli, di qua- drati, e di triangoli variamente
disposti; mediante la combi- nazione delle figure potranno essere espresse le
relazioni e le combinazioni fra le idee. Accanto a quelli del Bisterfield e del
Kircher, troviamo ricordati, nella Dissertatio de arte combi- natoria del 1666,
i nomi di Lullo e di Bruno, di Agrippa e di Pedro Grégoire, di Alsted, di
Bacone ec di Hobbes. La cri- tica che Leibniz rivolgeva a Lullo non concerneva
minima- mente il principio ispiratore della combinatoria: riguardava
l’arbitrarietà delle classi e delle radici, la insufficienza delle
combinazioni; il riferimento a Bacone era giustificato dal fatto che il
Verulamio aveva posto fra i desiderata una logica inven- tiva; quello a Hobbes
dalla identificazione di ogni operazione mentale con una computatio. Il riferimento
a Hobbes non deve trarre in inganno: Leibniz si limita ad approvare l’accosta-
mento, presente nei testi di Hobbes, ma larghissimamente dif- fuso anche nei
testi del lullismo, della logica ad un “calcolo”. Come ha mostrato con
abbondanza di argomentazioni il Cou- turat,* il peso esercitato da Hobbes
sull’idea della caratteri- stica è assai scarso e, nella interpretazione del
calcolo, Leibniz si allontana in modo radicale dalle posizioni hobbesiane. Pre-
valgono in ogni modo, tra le fonti indicate da Leibniz, i testi dei lulliani e
degli enciclopedisti: richiamandosi agli scritti di Bruno, di Agrippa, di
Alsted, Leibniz faceva riferimento alle più note e celebrate esposizioni e ai
più diffusi commenti dell’Ars magna; nella Sintassi del Grégoire aveva trovato,
vi- gorosamente espressa, l’aspirazione ad una scienza generale fondata sulla
determinazione di una serie limitata di princìpi e di assiomi; dalla Technica
curiosa sive mirabilia artis di Caspar Schott, uno dei testi più caratteristici
della « magia » dei gesuiti del Seicento, aveva infine attinto notizie sulle
lin- gue universali.* 1 Cfr. Op. 29-30; 536-37; G.IV, 62, 64, 70. ® L.
Coururat, La /ogique de Leibniz d’après des documents inédits, Paris, 1901,
tutta la appendice Il e in particolare le pp. 458 - 59. (Qui di seguito
abbreviato con CouTuRaT). ® Caspar ScHotT, Technica curiosa, sive mirabilia
artis, Norimbergae, 1664 (Copia usata: Triv. Mor. H. 264). 240 CLAVIS
UNIVERSALIS Il problema fondamentale della logica inventiva, quale viene
esposta nella Dissertatio de arte combinatoria, è quello, ben noto, di trovare
tutti i possibili predicati di un dato sog- getto e, dato un predicato, trovare
tutti i suoi possibili sog- getti. Trascurando, come è legittimo fare in questa
sede, tutta una vasta serie di problemi più strettamente tecnici, ci si limi-
terà a fornire, sulla traccia della esposizione del Belaval, un esempio del
modo di procedere del Leibniz. Per risolvere il problema sopra indicato è
necessario individuare le idee sem- plici e primitive che possono essere
indicate con un segno con- venzionale, in questo caso con un numero. Siano i
termini della prima classe: 1: il punto; 2: lo spazio; 3: l’interposto fra; 4:
il contiguo; 5: il distante; 9: la parte; 10: il tutto; 11: lo stesso; 12: il diverso:
13: l’uno; 14: il numero; 15: la pluralità; 16: la distanza; 17: il possibile
ecc. Combinando a due a due i termini della prima classe (com2natio) si otten-
gono i termini della seconda classe. Per esempio la quantità (il numero delle
parti) sarà rappresentata dalla formula: 14709 (15). Mediante la combinazione
dei termini a tre a tre (com3natio) si otterranno i termini della terza classe:
per cs. intervallum è 2.3.10, vale a dire che l’intervallo è lo spazio (2)
preso in (3) un tutto (10). E così di seguito procedendo per comA4natio,
comSnatio ecc. Per trovare i predicati di un deter- minato soggetto basterà
suddividere un termine nei suoi fat- tori primi determinando poi le possibili
combinazioni di que- sti fattori. I predicati possibili di intervallo sono: lo
spazio (2), l’intersituazione (3), il tutto (10) presi uno ad uno; poi, presi
per com2natio, lo spazio intersituato (2.3), lo spazio totale (2.10),
l’intersituazione nello spazio (3.10); infine, per com3 natio, il prodotto
2.3.10 che costituisce la definizione di :nter- vallo. Per trovare tutti i
possibili soggetti di intervallo (predi- cato) bisogna individuare tutti i
termini le cui definizioni con- tengono i fattori 2.3.10. Tutte le combinazioni
risultanti da questi fattori apparterranno necessariamente alla classe delle
nozioni complesse di ordine superiore alla classe cui appar- tiene intervallo
(che appartiene alla terza classe). La linea, che è definita come un intervallo
tra due punti, appartiene alla quarta classe giacché per definirla occorreranno
quattro ter- minì primitivi: 2,3,10 e 1 (il punto). Dati n termini semplici e
indicando con 4 (2>4) il numero dei fattori primi costi- LA CARATTERISTICA
LEIBNIZIANA 241 tuenti un predicato si daranno 2 "-k soggetti possibili
(la pro- posizione tautologica «un intervallo è un intervallo » è evi-
dentemente compresa in questo numero). La caratteristica, come ha notato con
esattezza il Couturat, non fu tuttavia inizialmente concepita sotto la forma di
un’al- gebra 0 di un calcolo, ma sotto la forma di una lingua o scrit- tura
universale.* L’uso XI dell’ars combinatoria consiste in- fatti per Leibniz
nell’invenzione di una «scrittura universale, intelligibile cioè ad un
qualunque lettore esperto in una qual- siasi lingua ». Tra i testi di lingua
universale a lui contempo- ranei, Leibniz ricordava — fondandosi
sull’esposizione che ne aveva fatto lo Schott — uno scritto anonimo pubblicato
a Roma nel 1653 nel quale « il metodo era abbastanza ingegno- samente ricavato
dalla natura delle cose: l’autore distribuiva le cose in varie classi ed ogni
classe era formata da un deter- minato numero di cose »,° per designare un
oggetto qualunque bastava indicare il numero della classe e il numero dell’ og-
getto. Le altre due opere ricordate da Leibniz sono: il Cha- racter pro notitia
linguarum universali di J. Becher (Franco- forte, 1661) e la Polygraphia nova
et universalis ex combina- toria arte detecta del padre Atanasio Kircher (Roma,
1663). Entrambi questi testi sono costruiti sulla base di un dizionario numerico
del tipo di quello al quale si è fatto riferimento a proposito dell’Un:versal
Character (1653) di Cave Beck. E° diventato una specie di luogo comune, nella
storiografia leibniziana, quello di contrapporre agli « informi abbozzi » o ai
«vaghi e confusi » progetti di lingua universale costruiti dai « predecessori
», il limpido, «scientifico », coerente piano di una lingua filosofica
costruito da Leibniz. In realtà le cose (quando non si attribuisca a qualcuno
la qualifica di « prede- * G.IV, 70-71 e cfr. Y. Betavat, Leibniz, Paris, 1952,
pp. 41-42; Couturat, 35 - 40; e, per una più ampia esposizione, F. BARONE,
Logica formale e logica trascendentale da Leibniz a Kant, Torino, 1957, pp. 5
segg. 8 Couturat, 5l. ° G. IV, 72. Nel settimo libro della Technica curiosa
dello Schott che ha per titolo Mirabilia graphica, sive nova aut rariora
scribendi artificia (cdiz. di Norimberga, 1664) alle pp. 484-505 e 507-529 è
contenuta una dettagliata esposizione dell’opera anonima del 1653 e del volume
del Becher. Le brevi considerazioni svolte da Leibniz sembrano esclu- sivamente
fondate su questa esposizione. 242 CLAVIS UNIVERSALIS cessore » per evitare la
fatica di leggerne le opere) stanno un po’ diversamente. Quando Leibniz
formulava, nella Disser- tatio de arte combinatoria, il suo progetto di lingua
univer- sale, egli non conosceva né l’Ars signorun del Dalgarno, pub- blicata
nel 1661, né, ovviamente, l’Essay di Wilkins che vide la luce solo nel 1668. In
quegli anni, Leibniz concepiva an- cora, sulle traccie di Bacone e di Kircher,
i caratteri della lingua universale come composti « di figure geometriche e di
pitture del tipo di quelle usate un tempo dagli Egiziani e im- piegate oggi dai
Cinesi; pitture che non vengono ricondotte a un determinato alfabeto o a
lettere, il che è causa di incre- dibile afflizione per la memoria ».!° Le
riserve che egli avan- zava a proposito dell’opera del Becher erano, d’altra
parte, assai simili a quelle che formulerà, indipendentemente da Leibniz, lo
stesso Wilkins: l'ambiguità dei termini che, nelle varie lingue, hanno diversi
significati; la impossibilità, data la mancanza di esatti sinonimi, di una
precisa corrispondenza fra i termini di due lingue; la impossibilità, data la
diversità delle regole sintattiche, di una pura e semplice traduzione dei
termini uno in fila all’altro; la difficoltà infine di ritenere a memoria i
numeri corrispondenti non solo alle classi, ma ai singoli oggetti appartenenti
a ciascuna classe. Una scrittura o lingua universale che volesse evitare questi
pericoli doveva quindi essere fondata su un’analisi completa dei concetti e
sulla loro riduzione ai termini semplici. !* All’inizio del 1671 Leibniz lesse
il Saggio sui caratteri reali di Wilkins e, probabilmente nello stesso giro di
tempo, l'Ars signorum di George Dalgarno. Il suo entusiasmo per l’opera di
Wilkins, il suo desiderio di vedere il Saggio tradotto in latino e diffuso in
Europa appare, dopo quanto si è detto, pic- namente giustificato. Nell’Essay e
nell’Ars signorum egli aveva trovato (almeno in parte realizzato) il tentativo
— già da lui stesso auspicato ed avviato nella Dissertatto — di costruire una
lingua universale che fosse anche «artificiale » e « filo- sofica », costruita
cioè non sulla base di una corrispondenza tra dizionari, ma sul fondamento di
una classificazione logica dei concetti. Le critiche di Leibniz a Dalgarno e a
Wilkins 10 G.1V, 73. n G. IV, 72-73. LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 243
nasceranno, abbiamo visto, solo negli anni del soggiorno a Parigi: in una nota
apposta al suo esemplare dell’Ars signo- rum e in una lettera all’Oldenburg
(scritta da Parigi) Leibniz criticava i due autori inglesi affermando che, più
che a costruire una lingua davvero « filosofica », capace cioè di indicare le
relazioni logiche tra i concetti, essi si erano preoccupati di dar luogo a una
lingua che potesse facilitare il commercio fra le nazioni. La lingua
internazionale — aggiungeva Leibniz — è solo il più piccolo dei vantaggi
offerti dalla lingua universale : essa è prima di tutto un instrumentum rationis.'®?
Ma nel modo di concepire la lingua universale (il termine caratteristica reale,
sovente impiegato da Leibniz, deriva in modo evidente dalla terminologia
baconiana ripresa anche da Wilkins) Leibniz non si discostava di molto dalle
posizioni tradizionali. Da questo punto di vista alcune delle sue affermazioni
appaiono particolarmente significative e valgono a mostrarci la effettiva
vicinanza di alcune delle sue tesi con quelle sostenute dai teo- rici inglesi
della lingua artificiale : 1) La lingua universale o caratteristica reale
risulta da un sistema di segni che rappresentano direttamente le nozioni e le
cose, non le parole (« peindre non pas la parole, mais les pensées »), tali
quindi da poter essere letti e compresi indi- pendentemente dalla lingua che
effettivamente si parla.!* 2) La costruzione di una lingua universale coincide
con quella di una scrittura universale (« nihil refert, an scripturam tantum
universalem, an vero et linguam condere velimus; facile enim est utrumque eadem
opera efficere »).'! 3) Pur dichiarando di volersi discostare dalla tradizione,
Leibniz vede nei geroglifici egiziani, nei caratteri cinesi, nei segni
impiegati dai chimici, gli esempi di una caratteristica reale (« hieroglyphica
Aegyptiorum et Chinensium et apud nos notae chemicorum, Characteristicae realis
exempla sunt, fateor, sed qualis hactenus auctores designavere, non qualis
nostra est »).!° !* G. VII, 12; Couturat, Nota III. 19 G. VII, 21, 204. 14 G.
VII, 13. 15 G. VII, 25. 244 CLAVIS UNIVERSALIS 4) La lingua universale può
essere appresa in un tempo brevissimo (« in poche settimane », ripete Leibniz
con il Dal- garno) e serve anche, seppure non principalmente, alla propa-
gazione della fede cristiana e alla conversione dei popoli (« cette Eesinure ou
langue... pourroit estre bientost receue dans le monde, parce qu'elle pourroit
estre apprise en peu de semai- nes, et donneroit moyen de communiquer par tout.
Ce qui seroit de grande importance pour la propagation de la foy, et . pour
l’instruction des peuples eloignés »).!° 5) L'apprendimento della lingua
universale coincide con l'apprendimentodella enciclopedia o del sistematico
ordina- mento delle nozioni fondamentali. Il progetto dell’enciclopedia è
organicamente legato a quello relativo alla lingua univer- sale e da esso
inscindibile (« qui linguam hanc discet, simul cet discet encyclopaediam quae
vera erit janua rerum »).!” 6) L'apprendimento della lingua universale
costituisce, di per se stesso, un rimedio alla debolezza della memoria (« qui
linguam hanc semel didicerit, non potuerit eius oblivisci, aut, si
obliviscatur, facile omnia necessaria vocabula ipse sibi repa- rabit »).!* 7)
La superiorità della lingua universale sulla scrittura cinese sta nel fatto che
le connessioni tra i caratteri corrispon- dono all’ordine e alla connessione
esistenti fra le cose («on la pourra apprendre en peu de semaines, ayant les
caracteres bien liés selon l’ordre et la connexion de choses, au lieu que les
Chinois... »).!* Su due punti, entrambi di importanza fondamentale, Leib- niz si
discosta però dai precedenti tentativi: 1) I caratteri della lingua universale
hanno il compito di esprimere i rapporti e le relazioni che intercorrono tra i
pensieri; come nel caso dell’algebra e dell’aritmetica, i carat- teri devono
servire all’invenzione e al giudizio. « Questa scrit- tura, scrive Leibniz nel
1679, sarà una specie di algebra gene- rale e offrirà il modo di ragionare
calcolando, di modo che, 16 G. VII, 26. 12.G. VIL- 13; 18 G. VII, 13. 19 G.
VII, 26. LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 245 invece di disputare, si potrà dire:
calcoliamo. E si troverà che li errori del ragionamento sono soltanto errori di
calcolo indi- viduabili, come nell’aritmetica, per mezzo di prove ». Il pro-
getto di una lingua universale o filosofica, ripreso da Leibniz con nuovo
vigore dopo la lettura delle opere di Dalgarno e di Wilkins, poteva in tal modo
essere accostato a quello già av- viato nel De arte combinatoria e tendente
alla costruzione di un’ars inveniendi concepita come calcolo.?° 2) La
costruzione della lingua universale condurrà in tal modo non solo alla
realizzazione di un mezzo di comu- nicazione, ma contribuirà anche, in modo
diretto, alla realiz- zazione dell’ars inveniendi. Il nome (segno) attribuito
nella lingua universale ad un determinato oggetto o ad una deter- minata
nozione non servirà solo a individuare le relazioni intercorrenti fra la cosa
significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie e a determinare
i rapporti tra la cosa stessa e le differenze e i generi nei quali essa è contenuta
come elemento; non servirà solo a indicare la « posizione » che l’og- getto
occupa nello schema dell’universo; servirà anche «a in- dicare le esperienze
che devono essere razionalmente intra- prese per estendere la nostra conoscenza
»: « Equidem fateor et res ipsa clamat, non posse nunc quidem ex nomine quod
auro (exempli causa) imponemus, duci phaenomena quaedam chymica quae dies et
casus detegent, donec sufficientia phaeno- mena ad reliqua determinanda nacti
simus. Solius Dei est, primo intuitu, huiusmodi nomina imponere rebus. Nomen
tamen quod in hac lingua imponetur, clavis erit eorum omnium quae de auro
humanitus, id est ratione atque ordine sciri pos- sunt, cum ex eo etiam illud
appariturum sit, quaenam expe- rimenta de co cum ratione institui debeant ».
Nel lungo fram- mento intitolato Lingua generalis (febbraio 1678), il primo
sistema di calcolo logico concepito da Leibniz, poteva in tal modo presentarsi
come il fondamento del progetto leibniziano di una lingua universale.?! Per
trasformare la caratteristica (facente uso di simboli numerici) in una lingua
che potesse essere « parlata » Leibniz n faceva ricorso, come ha chiarito anche
il Couturat,#? ai metodi n G. VII, 23, 26, 205 e cfr. Grua, 263 - 64. 2! G.
VII, 13; Op. 277-79. ?2 CoururaT, 62, 63. 246 CLAVIS UNIVERSALIS teorizzati da
Dalgarno e da Wilkins, indicava con le nove prime consonanti (5,
c,d,f,g.hl,m,n)i numeri da 1 a 9, e con le cinque vocali le unità decimali in
ordine ascendente (1, 10, 100, 1000, 10000), per le unità superiori ammetteva
l’im- piego di dittonghi. Così il numero 81.374 si scriverà e si pro- nuncierà
Mubodilefa. Poiché ogni sillaba indica, mediante la vocale, il suo ordine
decimale, il valore della sillaba stessa è indipendente dal posto occupato
nella parola. Lo stesso nu- mero può essere espresso con il termine Bodifalemu
che si- gnifica 1000 + 300 + 4 +70 + 80000 = 81.374.°* Non è il caso di esporre
qui le dottrine di Leibniz concer- nenti la grammatica razionale, né i suoi
tentativi di una sem- plificazione grammaticale e sintattica del latino al
quale egli, dopo i ripetuti insuccessi cui è andato incontro, fa ricorso come «
intermediario » fra le lingue viventi e la futura lingua uni- versale.?! È ben
certo, tuttavia, che il problema che necessa- riamente Leibniz doveva porsi,
della costituzione di un dizio- nario poneva Leibniz di fronte ad una questione
nella quale si erano già imbattuti non pochi fra i teorici inglesi della lin-
gua perfetta. Perché il nome di ogni oggetto o nozione possa esprimere la
definizione dell’oggetto o della nozione in modo che i termini della lingua
artificiale divengano simboli ade- guati e trasparenti simili a quella della
lingua di Adamo, è ne- cessario aver individuato gli elementi primi e semplici
che compongono l’alfabeto del pensiero. Ma per individuare que- st’alfabeto è
necessario un inventario di tutte le conoscenze umane; è indispensabile
disporre di un’enciclopedia nella quale tutte le nozioni siano classificate
nell’ambito di un si- stema unitario e appaiano quindi riconducibili ad un
numero limitato di categorie fondamentali: «La Caracteristique que je me
propose ne demande qu’une espèce d’Encyclopedie nou- velle. L’ Encyclopedie est un corps
où les connoissances hu- 29 Op.278. 24
Cfr., su questi argomenti, Coururat, 66 segg. c, dello stesso autore, Histoire
de la langue universelle, Paris, 1907, pp. 11-28. Per una ri- presa, da parte
del Couturat, di questi temi leibniziani cfr. Des rapports de la logique et de
la linguistique dans le probleme de la langue inter- nattonale, in « Atti del
IV Congr. intern. di filosofia », Bologna, 1911, vol. II. LA CARATTERISTICA
LEIBNIZIANA 247 maines les plus importantes sont rangées par ordre. Cette En-
cyclopedie estant faite selon l’ordre que je me propose, la Caracteristique
seroit quasi toute faite ».° In una serie numerosissima di abbozzi, di
frammenti, di piani, di capitoli o sezioni offerti come provvisori specimina,
Leibniz, rivolgendosi alle società e alle accademie, ai principi e ai sovrani,
andò elaborando durante l’intera sua vita, il pro- getto di un'enciclopedia
universale che non si presentasse sem- plicemente come una classificazione o un
bilancio delle cono- scenze già acquisite, ma avesse valore « dimostrativo »,
ser- visse cioè di guida alla ricerca scientifica in atto.?* Sulle « fonti » di
non pochi tra questi progetti appaiono essenziali le testi- monianze dello
stesso Leibniz. Nella Nova methodus iuris- prudentiae troviamo precisi
riferimenti al Lavinheta cui vien riconosciuto il merito di aver individuato
quei termini giuri- dici fondamentali mediante i quali potrà venir costruita la
tavola enciclopedica del diritto.?” In una lettera del 1714, rife- rendosi agli
anni della giovinezza, Leibniz parlava dell’in- flusso esercitato su di lui dal
Digestum sapientiae di Ivo Paris. Sull’opera di Alsted, già ricordato nella
Dissertatio del ’66 per i suoi scritti lulliani, Leibniz ritornò più volte: nel
1681 par- lava di lui con ammirazione, dieci anni prima aveva dedicato un breve
scritto a migliorare e perfezionare la sua grande enci- clopedia.°* Ancor più
profondo è il debito verso Comenio: «la mia propria enciclopedia, non
differisce molto da quella di Comenio » ed a Comenio Leibniz aveva attinto la
tesi (di importanza centrale) di una sostanziale, profonda identità fra la
lingua universale e l’enciclopedia.?° 25 G. VII, 40. 26 Sul carattere
dimostrativo dell’enciclopedia leibniziana cfr. le utili precisazioni contenute
nel saggio di R. Mc Rae, Unity of the sciences: Bacon, Descartes, Leibniz, in «
Journal of the History of Ideas », 1957, I, pp. 27-48. 2? L. Dutens, G. G.
Leibmtii Opera Omnia, voll. 6, Genevae, 1768, III, pp. 156 segg. 28 Op. 561 ec
cfr. Carreras y ARtAU, La filosofia cristiana, cit., II, p. 321. 2° G. IV, 62;
G. VII, 67; Cogitata quaedam de ratione perficiendi et emendandi Encyclopaediam
Alstedii in Dutens, Leibnitit Opera, cit., V, 183; cfr. Op. 354 - 55. 3° Cfr.
Carreras y ARTAU, II, p. 320; Couturat, 571 -73; /udicium de scriptis
comenianis in Dutens, Leibnitii Opera, cit., V, pp. 181-82. 248 CLAVIS
UNIVERSALIS Facendo riferimento al commento leibniziano alla lettera di
Cartesio sulla lingua universale, abbiamo visto come Leibniz si rendesse ben
conto del perfetto « parallelismo » esistente tra il progetto della lingua
universale e quello concernente l’enci- clopedia. In quel passo, di incerta
datazione, egli si era rifiu tato di far «dipendere» la caratteristica dall’
enciclopedia: « Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non
dipende dalla sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita
nonostante che la filosofia non sia per- fetta ».*! Ma, su questo punto, la
posizione di Leibniz pre- senta non poche incertezze : in una lettera al Burnet
del 24 ago- sto 1697 egli affermava, muovendosi in una direzione comple-
tamente opposta, che «i caratteri presupporrebbero la vera filosofia ed è solo
al presente che io oserei dare avvio alla mia costruzione ».°* Questo duplice
punto di vista, ha scritto Fran- cesco Barone, corrisponde «al duplice punto di
vista da cui il Leibniz guarda alla caratteristica, considerandola rispetti-
vamente, come strumento metafisico assoluto o come stru- mento per la
costruzione di particolari sistemi deduttivi ».*° L'osservazione è molto
esatta. La caratteristica come stru- mento, come calcolo modellato sul formalismo
dell’algebra, non richiedeva la preliminare fondazione della vera filosofia:
caratteristica ed enciclopedia si risolvevano l’una nell’altra e procedevano di
pari passo. Continuando però a concepire la caratteristica come «chiave
universale » come lo strumento atto a disvelare le essenze e a decifrare
quell’alfabeto del mondo che corrisponde all’alfabeto dci pensieri, Leibniz si
ritrova- va di fronte allo stesso problema che avevano dovuto affron- tare i
teorici inglesi della lingua perfetta: costruire una wr: versal philosophy che
servisse di base e di fondamento alla lin- gua filosofica. Per rendersi conto
di ciò basterà considerare quelle ampie tavole enciclopediche che furono
composte da Leibniz tra il 1703 e il 1704.°4 Al termine della sua attività,
dopo aver steso e abbozzato piani e frammenti numerosissimi di enciclopedie, 9
Op. 27-28. 32 G. III, 216. 3 F. Barone, Logica formale e logica trascendentale,
cit., p. 24. " Op. 437 - 510. LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 249 Leibniz
tornava a muoversi, ancora una volta, sul piano stesso sul quale si erano mossi
Wilkins e Dalgarno. In queste pagine l'enciclopedia si configurava come una
classificazione logica (fondata sulla distinzione scolastica delle sostanze e
degli acci- denti) dei principali concetti di tutte le scienze (dalla matema-
tica, alla morale, alla politica), di tutti gli oggetti naturali (dai minerali,
alle piante, agli esseri viventi) e di tutti gli oggetti artificiali (gli
utensili e gli strumenti costruiti dalla mano del- l’uomo). La classificazione
leibniziana riproduceva, con tra- scurabili differenze, quella che abbiamo
visto presente nel- l’Ars signorum di George Dalgarno: Res: Concreto matematico
Accidentia: Accidenti comuni Concreto fisico Accidente matematico Concreto
artificiale Accidente fisico generale Concreto spirituale Qualità sensibili
Accidenti sensitivi Accidente razionale Accidente economico Accidente politico.
Anche all’interno delle varie classi e sottoclassi veniva ri- prodotta la
stessa classificazione. La classe degli « accidenti politici » comprendeva per
esempio, anche per Leibniz: la re- lazione d’ufficio, la relazione giudiziaria,
la materia giudi- ziaria, il ruolo delle parti, il ruolo del giudice, i
delitti, la guerra, la religione. Anche nell’elencazione dei singoli ter- mini
compresi in ciascuna delle classi e sottoclassi, Leibniz si discostava in
misura assai limitata dallo schema costruito dal Dalgarno. Il progetto di una
enciclopedia « dimostrativa » — stori- camente così importante — sembrava qui
abbandonato. Le ragioni di questo mutamento di prospettive richiederebbero
un'analisi particolare. Qui ci si voleva limitare a far rilevare che le
“influenze” delle posizioni dei teorici inglesi della lin- gua universale non
sono presenti soltanto negli scritti del “gio- vane”Leibniz. Facendo
riferimento ai testi dedicati alla costruzione delle lingue filosofiche,
abbiamo notato come essi insistano tutti, concordemente, sul valore mnemonico
delle lingue universali : i numerosi riferimenti a questo problema, presenti nelle
opere 250 CLAVIS UNIVERSALIS di Leibniz, risultano anch'essi, dal nostro punto
di vista, oltre- modo significativi. Come già Bacone e Cartesio, anche Leibniz
era al corrente o era interessato al problema, così a lungo di- battuto in
Europa, della memoria artificiale. Di questo suo interessamento per l’ars
reminiscendi resta traccia in un gruppo di carte leibniziane ancora inedite:
Phil. VI.19, che è una raccolta di appunti avente per titolo Mremonica sive
praecepta varia de memoria excolenda, e Phil. VII. B. III. 7 che contiene una
seconda raccolta di appunti e di riassunti di opere di ars memorativa. Alla
carta 5r. del primo di questi due manoscritti troviamo teorizzata una serie di
accorgimenti che possono essere usati per ricordare facilmente, facendo ricorso
alle lettere alfabeti- che, una serie qualunque di numeri: Sr. Arcanum: qua
ratione omnes et singulos nmumeros, prae- sertim cos quorum usus est in
chronologia, atque aliorum infinitorum, memoriae mandare, corum citra omnem in-
genii cruciatum recordari, ac nunquam oblivisci possis, ne dicam, ulteriora et
infinita queas deducere. Si quis multos numeros citra cruciatum memoriae atque
ingenii memorare cupit, omnino opus est ut subsidio ali- quo utatur. Sunt qui
varie rem tentarunt, absque tamen singulari effectu ac successu, donec non adeo
pridem hunc modum quispiam excogitando invenerit, multis rationibus ipsaque
experientia reddiderit probatum. Alphabeti elementa sunt XXIV: haec dividuntur
in vo- cales et consonantes. Vocales hac in re vicariam nobis tantum praebent
utilitatem, consonantes vero primariam. / 5 v. Consonantes autem sunt hae:
BCDFGKLMNPQ RST, his adiungantur WZV. Numeros habemus hos: 1234567890. Si
plures dantur numeri, ex hisce com- ponuntur, ut ex | et 2 fiunt 12 quemadmodum
res est plana. Iam vero nihil memoriam adeo torquet quam res referta numeris,
quos tamen scire memoriaque comprehendere ma- ximi interest itaque hocce
subsidii, ut utaris, valde pro- dest et conducit memoriam. Reduc consonantes
istas ita, et puta quod sint numeri, sic facile te extricabis: 1234567890
BCFGLMNRSD PK WQ Z LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 251 Il ricorso ai versi, così
diffuso nei testi di mnemotecnica dal Quattrocento fino a Bacone, è presente in
un altro di questi fogli di appunti nel quale Leibniz traduce in latino i versi
33-42 della Geografia di Marciano d’Eraclea: °° 7r. Haec ergo visum est
explicare carmine facili atque claro, quali utuntur comici. Nam sic iuvatur
memoria nec sensus perit et simile quiddam vita nobis exhibet. Qui vult solutam
ferre lignorum struem prohibebit aegre ne quid illi decidat sed colligatam
facile fasciculo geret Oratio soluta pariter diffluit comprehensa versu mens
fidelius tenet. Accanto ad una critica al Lexicon dell’Hoffmann (Anversa,
1698), questo stesso concetto ritorna in un’altra brevissima nota sulla
grammatica di Emmanuel Alvarez (Dilingae, 1574 c Venezia, 1580) e sulla
Grammatica philosophica dello Sciop- pio (Amsterdam, 1659): 8r. Eos quos in
grammatica sua habet Emmanuel Alvarez Societatis Iesu, ipse Scioppius in Grammatica
philosophica laudat et disci suadet. Ait cum centum et sexaginta versi- bus hexametris
feliciter complexum omnes regulas de ver- borum praeteritis et supinis et omnem
prosodiae latinae rationem centum sexaginta aliis versibus. 9r. Hofmanni lexicon universale maxime nominum
proprio- rum utilis liber. Unum desidero: cum non posset autor ob rerum
multitudinem cuncta plenis edisserere, praeclare fecisset si ubique indicasset
autorem aliquem unde cele- rior in studio peti possit. Nelle pagine che hanno
per titolo Artificium didacticum ed Exercitia ingenti troviamo, esplicitamente
teorizzati, altri caratteristici precetti dell’arte mnemonica: 10r. Artificium
didacticum. Semper cognita incognitis miscen- da et temperanda sunt ut labor et
molestia minuantur. Ita optime discimus linguas per parallelismum cum linguis
nobis notis, ita scriptum non satis cognitae lecturae, di- scendae linguae
causa, sumamus librum familiarem nobis cuius sensa pene memoriter tenemus ut
Novum Testamentum. Hinc etiam si cui musicam docere possem aut vellem,
monstrarem cantiunculas sibi notas posset in charta exprimere si vereretur
oblivisci. 35 Cfr. Geographi graeci minores, I, pp. 155 segg. 252 CLAVIS
UNIVERSALIS llr. Exercitia ingenti. Ut Rhetores exercitia habent orationis, Grammatici
exercitia styli, ita ego in pueris exercitia ingenii institui desidero.
Exercitia ingenii nec gratiora nec efficaciora reperiri posse nititur quam
ludos [...] verba quo ordine turbato iterum recitare ope mnemonices cui- quam
facilis, inverso etiam si placet aut per saltus, histo- rias ab aliis recitatas
iterum recitare, extempore describere proelia, itinera, urbes quorum ipsis via
ante audita, histo- rias ab aliis recitatas resumere et denuo recitare, fingere
preces et iubere ut quis ex duorum disputationibus et concertationibus patrias
causas cuiquam implicatas discat facere aut solvere. [...]. Alle carte 16r-16v.
è infine presente un ampio e analitico riassunto del Simonides redivivus sive
ars memoriae et obli- vionis di Adam Bruxius (Lipsia, 1610). Ma accanto
all’espo- sizione di tesi tradizionali ricompaiono in questi appunti i nomi dei
teorici del metodo geometrico. Ad essi Leibniz rim- provera di non aver messo
sufficientemente in luce quelle pro- posizioni primarie che stanno a fondamento
di tutto il di- SCOrso : 13r. Video cos qui geometrica methodo tractare [....]
scientias, ut P. Fabrius, Joh. Alph. Borellus, Benedictus Spinosa, R. des
Cartes, dum omnia in propositiones minutas divellunt, efficere ut primarias
propositiones lateant inter illas mi- nutiores, nec satis animadvertantur, unde
saepe quod quae- ris difficulter invenies.?6 Su questi appunti inediti di
Leibniz ci siamo soffermati così a lungo non perché essi presentino un
particolare interesse, ma perché essi valgono a mostrare — e la cosa non era
stata finora messa in rilievo — come i numerosi riferimenti di Leib- niz alla
memoria e alla mnemotecnica nascano non tanto, come si è fin qui creduto, dalla
lettura delle confuse pagine del Kircher, ma dalla conoscenza effettiva c
dettagliata di al- cuni testi di arte mnemonica, come quello del Bruxius, ben
noti e celebrati nella cultura del Seicento. Questa conclusione riceve d'altra
parte nuova conferma da un csame delle pagine 26 Gli autori cui Leibniz fa
riferimento sono, accanto a Cartesio € Spinoza, il padre gesuita Honoré Fabri,
feroce anticopernicano ed au- tore dei Dialoghi Physici, Lyon, 1665 e G.
Alfonso Borelli il cui Eudi- des restitutus sive prisca geometriae elementa fu
pubblicato a Roma nel 1658. LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 253 contenute nel
manoscritto Phil. VII. B. n. 7. In una nota della quale conosciamo la precisa
data di composizione (aprile 1678) troviamo, accanto ad alcune regole per la
costruzione di una grammatica razionale, la descrizione dei mezzi mnemoni- ci
dei quali far uso per ricordare una serie qualunque di idee. L'antica dottrina
dei luoghi e delle immagini; la tesi della necessaria riduzione dei concetti e
delle idee sul piano delle figure sensibili; le figure dei patriarchi, degli
apostoli, degli imperatori; i precetti relativi all'ordine e alla collocatio in
locis; le immagini degli animali; gli accorgimenti relativi ai ter- mini delle
lingue «barbare » ricompaiono in questa pagina leibniziana. Certo è che
Leibniz, oltre al Simonides redivivus del Bruxius, lesse e commentò con una
minuziosa (come ri- sulta dalle carte 1r.-4v. di questo manoscritto) gli
scritti dello Schenkelius soffermandosi particolarmente su quella parte del-
l’opera che è dedicata all’apprendimento del latino, all’educa- zione dei
fanciulli alla retorica, alle numerosissime regole del- l’ars reminiscendi.!
Questi interessi di Leibniz, queste sue letture non furono senza influenza
sulla soluzione di problemi di carattere più ge- 37 Lo Schenkel, cui toccò in
sorte di essere brevemente discusso da Cartesio e studiato da Leibniz, è figura
particolarmente interessante: fortunato insegnante c diffusore dell'arte
mnemonica in Francia, Italia e Germania (« artem hanc — scrive il Morhofius I,
p. 374 — magno cum successu suo mec sine insigni suo lucro exercuit») fu
accusato di stregoneria durante un suo soggiorno all’Università di Lovanio,
riuscendo poi ad ottenere protezione ed appoggio dalla facoltà teo- logica di
Douai. La prima edizione della sua opera, poi spessissimo ristampata, è del
1595: De memoria liber secundus in quo est ars memoriae, Leodii, Leonardus
Straele, 1595. Insieme ai tre opuscoli sopra ricordati dell’Austriacus, del
Marafioto e dello Spangerberg l’o- pera fu ristampata con il titolo
Gazophylacium artis memoriae, Argen- torati, Antonius Bertramus, 1610 (copia
usata: Angelica. SS. 1.24). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia
pro rege catholico in calvinistam, Anteverpiae 1589, e una raccolta di Flores
et sententiac insigniores ex libris de Constantia Justi Lipsit, s. 1., 1615
(Par. Naz. Yc. 12326 e Z. 17739), è stato ristampato, in edizione moderna, il
Com- pendium der Mnemonik, con testo latino e trad. tedesca a cura di J. L.
Klùber, Erlangen, 1804. All’insegnamento di quest’autore si ri- chiama la
curiosa enciclopedia di ApRIAN LE Cuiror, Le magazin des sciences, ou vrai art
de mémotre découvert par Schenkelius, traduit et augumenté de l’alphabet de
Trithemius, Paris, J. Quesnel, 1623 che amplia molto il testo originario (Par.
Naz. Z. 11298). 254 CLAVIS UNIVERSALIS nerale: è indubbio che per Leibniz
l’arte della memoria conserva un suo posto ed una sua precisa funzione nel
mondo del sapere e viene più volte accostata alla logica: nella Nova methodus
di- scendae docendaeque iurisprudentiae (1667) la mnemonica, la to- pica e l’analitica
costituiscono le tre parti della didattica; nel Consilium de Encyclopaedia nova
conscribenda methodo inven- toria (1679), la mnemonica viene collocata fra la
logica e la to- pica; negli /ritia et specimina scientae novae generalis la
sagesse o « perfetta conoscenza dei princìpi di tutte le scienze e arte di
applicarli » viene suddivisa in art de bien raisonner, art d'inven- ter e art
de souvenir; in una lettera a Koch del 1708 Leibniz giunge ad accogliere la
tesi avanzata da Ramo e ripresa poi fra gli altri da Bacone secondo la quale
l’ars memoriae costi- tuisce una parte o sezione della logica. Sulla funzione
mnemo- nica della lingua universale, dell’enciclopedia, delle tavole, della
stessa caratteristica Leibniz insiste più volte: i caratteri c le figure
venivano concepiti anche da Leibniz, in pieno accordo con la tradizione, come
mezzi per rafforzare l’imma- ginazione; le tavole gli apparivano, come già a
Bacone, ad Alsted, a Comenio, a Wilkins indispensabili aiuti alla natu- rale
fragilità della memoria: « Combinatoria: his qui imagi- natione firma non
valent ad res attente considerandas succur- ritur figuris et characteribus, ita
his qui memoria non valent nec multa simul exhibere possunt, succurritur ope
tabula- rum ».5 Nell’elaborazione dei suoi numerosi, grandiosi progetti con-
cernenti la caratteristica, la lingua universale, l'enciclopedia, Leibniz si
era dunque richiamato di continuo a quelle discus- sioni sulla combinatoria e
sull’enciclopedia, sull’alfabeto dei pensieri e sulla lingua universale, sui
caratteri reali e sulla memoria che avevano avuto in tutta Europa, nei secoli
XVI c XVII, un'eco vastissima. Non si trattava di una lieve eredità. Nel 1679,
a tredici anni di distanza dalla pubblicazione della Dissertatio de arte
combinatoria, dopo il soggiorno a Parigi e a Londra, dopo le grandi « scoperte
» matematiche, Leibniz parlava ancora della 18 Per questi riferimenti alla
memoria artificiale cfr. Durens, Leibnitii Opera, cit., III, pp. 150 segg.; Op.
37; G. VII, 82, 84, 476- 77. Sull'uso mnemonico delle classificazioni cfr.
anche la lettera a Wagner in G. VII, 516-117 e, sui caratteri, « palpabili » e
« sensibili»: Gaua, 548 - 49. pi LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 255 sua
invenzione con accenti caratteristici, con un tono che appare singolarmente
vicino a quello « miracolistico » e «magico » di tanti fra i lullisti e i
maestri di memoria del secolo XVI: «La mia invenzione contiene, tutto intero,
l’uso della ragione; un giudice delle controversie; un interprete delle
nozioni; una bilancia per le probabilità; una bussola che ci guiderà
nell’oceano dell’esperienza; un inventario delle cose; una tavola dei pensieri;
un microscopio per scrutare le cose presenti; un telescopio per indovinare
quelle lontane; un cal- colo generale; una magia innocente; una cabala non
chime- rica; una scrittura che ciascuno potrà leggere nella sua propria lingua;
infine una lingua che potrà venire appresa in poche settimane e che avrà presto
corso nel mondo portando, ovun- que potrà giungere, la religione vera... ».°°
Non erano parole dettate dal desiderio di adattarsi a una moda culturale o a un
linguaggio corrente: come già i seguaci di Lullo e i teorici della pansofia
anche Leibniz restò sempre convinto che fosse possibile rintracciare un metodo
che costituisca la chiave della realtà universale; che fosse possibile dar
luogo ad una scienza generalissima capace di scoprire la piena corrispondenza
tra le forme originarie costitutive della realtà e la catena delle ragioni o
dei pensieri umani. La scienza generale « non ab- braccia soltanto la logica...
ma è ars inventendi e methodus disponendi, è sintesi e analisi, didattica e
scienza dell’ inse- gnare, è noologia e arte del ricordare o mnemonica, è ars
cha- racteristica 0 simbolica, è grammatica filosofica, arte lulliana, cabala
dei sapienti e magia naturale »."° Dalla tradizione dell’enciclopedismo
lullista, da quella della pansofia, dalle teorie sulla lingua universale
Leibniz non ac- coglieva soltanto una serie di temi di importanza secondaria e
marginale. Quella tradizione operava potentemente su uno dei punti centrali e
fondamentali della sua filosofia: sul con- cetto stesso di una scienza generale
che è anche una, sia pure «innocente », magia naturale, che è in grado cioè di
rivelare le ragioni presenti ed operanti nel cosmo, di chiarire la strut- °° G.
W. Leigniz, Samtliche Schriften und Briefe herausgegeben von der Preussischen
Akademie der Wissenchaften, I. R., II B., Darmstad, 1927, pp. 167 -69. 10
Introductio ad Encyclopaediam arcanam, in Op. 5I1. 256 CLAVIS UNIVERSALIS tura
ontologica della realtà. Su questo punto, che è di impor- tanza decisiva, i
testi sono oltremodo precisi. L'arte — scrive Leibniz nella Dissertatio —
«conduce con sè l’animo obbe- diente attraverso quasi tutto l’infinito e
abbraccia insieme l’ar- monia del mondo e le intime costruzioni delle cose e la
serie delle forme ».'! La lingua universale, d’altro lato, « scopre le
interiori forme delle cose » 4° e l’astrazione ha il suo fonda- mento nella
trama ideale della realtà: « se il nostro animo non troverà il genere delle
cose... lo saprà Dio, lo troveranno gli angeli e preesisterà un fondamento a
tutte queste astrazio- ni ».°* Nella Confessio naturae del 1668 Leibniz insiste
sul concetto di un’armonia universale che proviene dallo spirito divino,‘*
mentre, in una lettera del 1704, troviamo esplicita- mente teorizzata una
concezione platonico-pitagorica della realtà nel cui ambito la matematica
diviene veramente —- come è stato scritto — lo strumento per penetrare i
lineamenti più intimi e segreti del mondo: «Qual'è la ragione dell’ar- monia
delle cose? Nulla: ad esempio, non si può dar nes- suna ragione del fatto che
il rapporto di 2 a 4 sia eguale a uello di 4 a 8, neppure movendo dalla volontà
divina. Ciò dipende dalla stessa essenza o idea delle cose. Le essenze delle
cose sono infatti numeri, e costituiscono la stessa possibilità degli enti, che
non è fatta da Dio, che ne fa invece l’esistenza: poiché, piuttosto, quelle
stesse possibilità o idee delle cose coin- cidono con lo stesso Dio. Essendo
Dio mente perfettissima, è impossibile che non sia egli stesso affetto
dall’armonia per- fettissima... ».!° Temi di questo tipo ritornano, con
ampiezza molto mag- giore, in quella serie di scritti che risalgono agli anni
1675 - 1676 e che I. Jagodinski ha raccolto e pubblicato nel 1913 ‘* 4! G. IV,
56. Il passo è stato sottolincato dal Kasitz, Die p/ulosophie der jungen
Leibniz, cit., p. 26. 42 G. VII, 13. 43
G. VII, 61, 70. 41 Lersniz, Sdmtiliche Schriften und Bricfe, cit., VI, I, p.
492. 15 Su questo passo hanno richiamato
l’attenzione il KaÒitz, Die phi- losophie der jungen Leibniz, cit. p. 36 e F.
Barone, Logica formale e trascendentale, cit., p. 8. La lettera fu pubblicata
dal TRENDELENBURG in «Hist. Beitrige zur Philos. », Berlin, 1855, II, p. 190.
46 I. JacopiINSsKI, Lerbriziana. Elementa philosophiae arcanae. De sum- ma
rerum, Kasan, 1913; dello stesso autore cfr. Leibniziana inedita: LA
CARATTERISTICA LEIBNIZIANA 257 a proposito dei quali si sarebbe davvero tentati
di dire, con il Rivaud, che «il principio di armonia è stato il centro in-
torno al quale tutte le idee di Leibniz si son venute cristalliz- zando, c
questo stesso principio appare, fin dall’inizio, non una semplice legge logica
ma una necessità estetica e mo- rale ».*" Negli Elementa philosophiae
arcanae non troviamo solo l'affermazione che « existere nihil aliud esse quam
harmo- nicum esse », ma vediamo esplicitamente affermata la dottrina di un
ordine logico del cosmo secondo la quale «ciò che distingue una sostanza
dall’altra è la sua situazione nel con- testo razionale dell’universo ».°* Su
questo stesso terreno si muoveva Leibniz quando scriveva a Federico di poter
dimo- strare l’esistenza di una «ratio ultima rerum seu harmonia universalis »
o quando affermava, in una lettera del 1678 alla duchessa Elisabetta, la piena
coincidenza tra i caratteri reali e gli elementi semplici costitutivi della
realtà: «la caratteri- stica rappresenterebbe i nostri pensieri veramente e
distinta- mente e, quando un pensiero fosse composto da altri più sem- plici,
il suo carattere lo sarebbe egualmente... i pensieri sem- plici sono gli
elementi della caratteristica e le forme semplici le sorgenti delle cose ».‘
confessio philosophi, Kasan, 1915 (testo lat. con traduzione russa a fronte).
47 A. Rivaup, Textes inédits de Leibniz publiés par M. Ivan Jago- dinski, in «
Revue de Met. et de Morale », 1914, pp. 92-120. 48 I. JAGODINSKI, Leibniziana,
cit., pp. 32, 220. 49 La lettera a Federico in G. I, 61; quella ad Elisabetta
in Sdngliche Schriften und Briefe, cit., II, I, p. 438. Sulla presenza di
motivi « me- tafisici » anche in quei temi di «logica » che sono alla base
dell’in- terpretazione panlogistica cfr. B. JasinowskI, Die analitische
Urteilslehre Leibnizens in ihrem Verhiltnis zu seiner Metaphysik, Vienna, 1918.
Pur muovendo dall’accettazione delle tesi del Couturat e del Russell, .G.
Preti, // cristianesimo universale di G. G. Leibniz, Milano-Roma, 1953, p. 77,
è giunto a conclusioni che mi pare vadano sottolineate: «In realtà Leibniz non
è giunto mai ad uno sviluppo completo della sua logica ed è rimasto impigliato
in gravissime difficoltà perché non ha saputo mai abbandonare completamente il
suo originario platoni- smo: il criterio dell’evidenza (intuizione immediata
delle idee), il rea- lismo logico (per cui esistono idee in sé primitive e in
sé composte), la concezione secondo la quale il gioco formale dei simboli
doveva riprodurre i rapporti ideali eterni sussistenti fra le idce le quali
erano nella mente di Dio, hanno impedito a Leibniz di svolgere fino in fondo le
sue intuizioni logiche, che pur erano tanto geniali e nel 258 CLAVIS
UNIVERSALIS seguito si mostreranno tanto feconde. In realtà Leibniz crea una
logica sempre con la PR di creare un’ontologia e una metafisica; ma per creare
la logica moderna occorreva svincolarsi del tutto da ogni preoccupazione
ontologico-metafisica, e seguire una gnoseologia (quella che, nascendo da Hume,
arriverà al neopositivismo delle scuole di Vienna c di Chicago) che Leibniz non
avrebbe seguita ». A con- clusioni non dissimili, da queste del Preti, è giunto
più di recente F. Barone, Logica formale e logica trascendentale, cit., pp. 8
segg. che ha parlato di una « fondamentale differenza » fra la logica formale
moderna c la logica leibniziana « sempre inglobata e sorretta, anche nelle
ricerche più modernamente tecniche, dall'ideale metafisico della pansofia » c
che ha sottolineato la presenza, nel pensiero di Leibniz, di una «concezione
platonico-pitagorica delle forme che è a fondamento della formalità degli
schemi logici ». A conclusioni fortemente diver- genti da queste ora csposte è
giunto A. Corsano, Lerbniz, Napoli, 1952 che ha acutamente analizzato le
influenze esercitate sul pensicro di Leibniz dalle opere del Suarez e ha
sostenuto la tesi di « un’intima e quasi intera adesione al nominalismo »,
dalla quale avrebbe preso le mosse il pensiero di Leibniz. Con questa tesi, per
le ragioni sia pur brevemente accennate nel testo, non mi pare di poter
concordare anche perché non credo, come ritiene il Corsano, che agli «arcaici e
decre- pitt motivi di misticismo platonico-pitagorico » Leibniz fosse « co-
stretto a inchinarsi in omaggio alle opinioni dei suoi maestri (Weigel) e per
parlare con un linguaggio accessibile all’arretratissima cultura
filosofico-scientifica della Germania barocca» (A. Corsano, rec. a F. Barone,
Logica formale e logica trascendentale, cit., in « Rivista critica di storia
della filosofia », 1957, 4, p. 495). Mostrare la presenza e il non indifferente
peso esercitato da quelle arcaiche « sopravvi- venze» — che non mi paiono in
alcun modo riducibili ad una specie di espediente accademico o retorico — è in
ogni caso il fine che in queste pagine mi sono proposto. APPENDICI APPENDICE 1.
IL LIBER AD MEMORIAM CONFIRMANDAM DI RAIMONDO LULLO Il Liber ad memoriam
confirmandam, rimasto fino ad ora inedito, fu composto da Lullo a Pisa fra il
1307 e il 1308. A Pisa, Lullo era giunto da Genova, negli ultimi mesi del 1307,
dopo un viaggio assai avventuroso ed un naufragio del quale egli stesso ci dà
notizia: « Saraceni ipsum [Lullum]) miserunt in quandam navem tendentem
Genovam, quae navis cum ma- gna fortuna venit ante Portum Pisanum; et prope
ipsum per decem millaria fuit fracta, et Christianus [Lullus] vix quasi nudus
evasit, et amisit omnes libros suos et sua bona» (cfr. Disputatio Raymundi
Christiani et Hamar Saraceni, vol. IV dell’ediz. di Magonza, 1729, p. 45) A
Pisa, Lullo portava a compimento, fra l’altro, la stesura dell’Ars magna
generalis ultima iniziata a Lione nel 1305 e progettava una crociata appoggiandosi
al governo della Repubblica per ottenere racco- mandazioni per il Pontefice e
per i cardinali. Nei primi mesi del 1308 (marzo-aprile) troviamo Lullo di nuovo
a Genova e poi a Montpellier. La data di composizione dell’opera indicata da S.
Garmes: gennaio 1308 (cfr. Dinamisme de R. Lull, Mal- lorca, 1935, p. 47)
appare quindi oltremodo probabile. A que- sto studioso si deve una breve ma
accuratissima biografia del Lullo: Vita compendiosa del Bt. Ramon Lull, Palma
de Mal- lorca, 1915. Il testo dell’operetta lulliana del quale si dà qui di
seguito la trascrizione è conservato in tre mss. del sec. XVI: il cod. I 153
inf., ff. 35r.-39v. dell’Ambrosiana (qui indicato con la sigla B); il cod.
10593, ff. 1 v.-3v. della Staatsbibl. di Monaco (indicato con M); il cod. lat.
17839, ff. 437 r. - 444 v. della Na- zionale di Parigi (indicato con P). Il ms.
B appartiene senza dubbio ad un ramo della tradizione diverso da quello cui
appartengono gli altri due mss. i quali presentano, rispetto a B,
caratteristiche in parte comuni (diverso incipit, assenza della suddivisione in
capitoli, lacune comuni rispetto a B, di- versa terminologia ecc.). In P sono
presenti lacune che non sono in M. Oltre che una derivazione di M. da P, è
tuttavia 262 CLAVIS UNIVERSALIS da escludere anche una derivazione di P da M:
le divergenze fra i due mss. dipendono nella maggior parte dei casi da diffe-
renti interpretazioni dovute alle abbreviature presenti nel testo originario o
in un subarchetipo comune. Si vedano a titolo di esempio le varianti
corrispondenti alle note 15, 70, 130, 146. B. 39r. M. lr. P. 437 r. P. 437 v.
B. 35\ M. lv P. 438r. In nomine Sanctissimae Trinitatis incipit liber ad memo-
riam confirmandam (1). Ratio quare presentem volumus colligere tractatum est ut
memoria hominum (2) quae labi- lis est et caduca modo rectificetur meliori (3).
Ipsum quidem dividimus in duas partes principales (4), subsequenter in plures. Prima igitur pars est
Alphabetum ideo ut sequitur ipsum diffinimus (5). Cap. I. (6). Alphabetum
ponimus in hoc tractatu ut per ipsum possi- mus memoriam diffinire (7) ct in
certis et (8) terminatis princi- piis ipsam (9) in duabus ponere potentiis.
Primo (10) igitur b. significat memoriam naturalem, c. significat capacitatem,
d. significat (11) discretivam. Quid tamen (12) sit naturalis me- moria, quid
capacitas, quid discretiva, vade ad quintum su- biectum (13) per b.c. d.
designatum (14) in libro septem (15) planetarum quia ibi tractavimus miraculose
et notitiam om- nium (16) habebis / entium naturalium, quapropter ipsorum (17)
prolixitatem et sermonem (18) declarationis hic ad prae- sens exprimere
praetermitto, cum intellectus (19) per unam literam plura significata habentem
sit generalior (20) et possit in memoria plura significata recipere (21) quam
per aliam largo modo sumptam. / Cap. II. Sequitur nunc secunda pars quae
memoriam dividit (22) in partes speciales (23) pariter et generales de generali
tractans ad specialia (24) postea descendendo. Primo igitur ut laborans in
studio (25) faciliter (26) sciat modum scientiam (27) et ne, post amissos
quamplurimos labores, scientiae huius (28) ope- ram inutiliter tradidisse (29)
noscatur, scd potius labor in . requiem et sudor / in gloriam plenarie (30)
convertatur, modum scientiae decet pro iuvenibus invenire per quem non tanta
gravitate corporis iugiter deprimantur, sed absque ni- mia vexatione et cum
(31) corporis levitate et mentis laetitia ad scientiarum culmina / gradientes
(32) cquidem (33) pro- pere subeant (34). Multi enim sunt qui more brutorum litera- rum studia
cum multo et summo labore corporis prosequun- tur absque (35) exercitio ingenii
artificioso (36) et continuis vi- gilits maceratum corpus suum iuxta labores
proprios inuti- liter exhibentes (37). Igitur (38) decet (39) modum per quem
APPENDICE I 263 virtuosus studens thesaurum scientiac leviter valeat invenire
et a gravamine tantorum laborum (40) relevari possit (41). Oportet nos igitur
conservare (42) ante omnia quaedam prin- cipia et praccepta (43) necessaria et
postrmodum ad specialia condescendere (44). Primum ergo oportet praeceptum
legis observare, idest diligere Deum ciusque Genitricem beatissi- mam virginem
(45) Mariam. Nam Spiritus Sanctus dat scien- tiam cum magnitudine ut sit magna,
Beata Virgo Maria dat scientiam (46) cum bonitate ut sit bona. Spiritus Sanctus
dat B. 36r. scientiam ut charitas duret, Domina nostra beatissima / dat P.
438v. P. 439r. M. 2r. B. 36v. P. 439v. scientiam (47) ut / pietas duret. Spiritus Sanctus dat
scientiam cum potestate (48) ut sit fortis, Domina nostra virgo beatis- sima
dat scientiam ut recolatur. Spiritus
Sanctus dat scientiam contra infidelitatem, Domina nostra virgo (49) Maria dat
scientiam contra peccatum. Spiritus Sanctus dat scientiarp cum ratione (50),
Domina nostra (51) pia dat scientiam cum patientia (52) Spiritus Sanctus dat
scientiam cum (53) spe, Domina nostra sanctissima pia Virgo Maria (54) dat
scien- tiam cum (55) pietate. Spiritus Sanctus dat scientiam cui sibi placet,
Domina nostra dat scientiam omnibus illis qui ipsam rogant. Spiritus Sanctus
dat scientiam ad rogandum, Domina nostra dat scientiam petendi (56). Spiritus
Sanctus dat scien- tiam divitibus, Domina pia dat scientiam pauperibus.
Spiritus Sanctus dat scientiam cum gratia (57), Domina nostra sacra- tissima
virgo Maria dat scientiam cum petitione (58). Spiritus Sanctus (59) idiomata
dat pariter / et (60) consolationes ab ipso quidem divino (61) Domino nostro
Jesu Christo omnia prospere (62) procedunt et conceduntur (63) et sine ipso
fac- tum est nihil / et placa (64) ipsum per devotissimas orationes maxime per
orationem Sancti spiritus (65). Secundo est opti- mum (66) observare modum
vivendì in potando et come- dendo praccipue ex parte noctis vel etiam in
dormiendo quo- niam (67) ex superfluitate horum (68) corpus gravitate ponde-
rositatis ultra modum aggravatur et anima, corpori adherens, illius
dispositionem sequitur. Nihil enim tam praecipuum scientiam inquirenti (69) ut
moderationem ponat ori suo (70) et palpebris suis non concedat multam
dormitionem et inor- dinatam. / Tertium praeceptum invenio (71) quod nunquam
(72) deficiat quin (73) maiorem partem sui temporis (74) scientiae operam (75)
tribuat cum affectu (76) quoniam (77) ex hoc sequitur capacitas, ex hoc
memoria, ex hoc discretio naturalis. / Cap. III Sequitur nunc secunda pars ad
specialia descendens. In artificioso studendi modo (78) distinguo tres
potentias natu- rales: una est capacitas, alia est memoria, alia est discretio.
Prima stat in prima parte capitis quae dicitur phantasia (79), P. 440r. B. 37r.
M. 2v. P. 440v. B. 37v. P. 441 r. CLAVIS UNIVERSALIS secunda stat (80) in
posteriori, tertia stat (81) in summitate (82) capitis quae aliis velut regina
dominatur. Et bonum est
habere bonam capacitatem, sed melius est habere bonam memoriam (83), sed multo
melius (84) habere bonam discre- tionem (85). Modo restat videre de singulis, et primo viden- dum
(86) est de capacitate (87), secundo de memoria, tertio de discretione. Si
igitur aliquis (88) capacitatem lectionis cuiuscunque facultatis audiendae
ambit (89), regulas quas in- fra dicam debet diligenter (90) observare, quas si
observaverit quod sibi eveniet (91) experientia demonstrabit in brevi tem- pore
(92). Primo (93) enim, antequam ad scholam accedat, lectionem statim tam de
grammatica quam de logica / tam (94) de iure civili quam de iure (95) canonico
et ita de omni- bus aliis scientiis audiendam (96), si potest de iure canonico
aut civili (97) textum et glossas alias solum textum, et videbit si credit /
intelligere; adhuc (98) non confidens de proprio intellectu (99) dabit tibi
materiam speculandi (100), dum legat, utrum bene (101) vel male intellexcrit,
ct postmodum, quando legetur, erit attentus lectioni ut intelligat per alium id
quod per se (102) ignorabat. Item (103) postquam semel in domo viderit,
facilius postca intelliget, et tali modo ego (104) scientiam mcam multiplicavi,
et ita faciet artista meae artis quoniam sic (105) acquiret / scientiam quam
voluerit. Item secundo dico quod (106) dum erit in scholiis habeat intellectum
(107) ad id quod doctor vel magister tam in sacra pagina quam in artibus dicet,
quod si non, faciliter (108) mens eius spargitur et potius videtur esse in loco
ubi habet mentem quam in scholiis ubi est tam- que / frustra (109). Ex hoc
tamen (110) multi perdunt offi- cium capiendi (111). Item quia dum fuerit casus
vel scientia, legere mentaliter in se revolvat et (112) dum questionem se-
cundam vel argumentum (113) cuiuscunque facultatis dicit doctor vel magister
vel artista meae artis, primam eodem modo revolvat, et interim quando dicetur
tertia (114) reducat ad memoriam secundam (115) et sic de caeteris, et sic
habebit intentionem capiendi totam lectionem. Posito quod non, nec (116) partem
accipiat quarum (117) paulisper argumentabitur, non autem (118) uno momento
poterit habere. Item quando (119) per sc vel per alium quis vult habere bonam
capacita- tem, debet ponere ordinem in legendis (120). Nam si vult intelligere
unam legem vel decretalem vel gramaticae vel logicae lectionem, dividat ipsam
in duas / tres quatuor partes secundum quod lectio fuerit parva vel magna
quoniam ad capacitatem multum et (121) forsan magis quam aliud (122) operaretur
(123). Et de primo (124) haec sufficiant. / Cap. IV. Venio igitur ad secundam,
scilicet ad memoriam quae quidem (125) secundum antiquos (126) alia est naturalis
alia P. 441 v. B. 38r. P. 442r. P. 442v. APPENDICE I 265 est artificialis
(127). Naturalis est quam quis recipit in crea- tione vel generatione sua
secundum materiam ex qua (128) homo generatur et (129) secundum quod influentia
alicuius planetac superioris regnat (130) et secundum hoc videmus quosdam
homines meliorem memoriam habentes quam alios sed (131) de ista nihil ad nos
quoniam Dei est illud conce- dere. Alia est memoria artificialis et ista est
duplex quia quae- dam est in medicinis et emplastris (132) cum (133) quibus
habetur et istam reputo valde periculosam quoniam interdum dantur (134) tales
medicinae dispositioni hominis contrariae (135) interdum superfluae et in
maxima cruditate (136) qua cercbrum (137) ultra modum desiccatur et propter
defectum cerebri homo ad dementiam demergitur ut audivimus et vidimus de multis
(138) et ista displiciet Dco / quoniam hic non se tenet pro contento (139) de
gratia quam sibi Deus contulit unde, posito casu quod ad stultitiam (140) non
per- veniat (141), nunquam / vel raro habebit (142) fructum (143) scientiae
(144). Alia est memoria artificialis per alium modum acquirendi nam dum aliquis
per capacitatem recipit multum in memoria ct in ore revolvat per se ipsum (145)
quoniam secundum Alanum (146) in parabolis (*) studens est admo- dum bovis. Bos
enim cum maxima velocitate recipit herbas et since masticatione ad / stomachum
remittit quas postmo- dum remugit et ad finem (147) cum melius est digestum in
sanguinem et carnem convertit, ita est de studente qui mori- bus (148) oblitis
capit scientiam sine deliberatione unde ad finem ut duret, debet in ore mentis
masticare ut in me- ‘moria radicetur et habituetur; quoniam quod (149) leviter
capit (150) leviter recedit et ita memoria (151), ut habetur in libro de
memoria et reminiscentia (152) /, per saepissimam reiterationem (**) firmiter
confirmatur (153). Lectionem igi- tur diei lunae revolvat die martis et studeat
et die martis et (154) die mercurii et sic de cacteris et talia (155) faciendo
scientior (156) erit uno anno audiens illo qui sex audierit (157) annis et
artistae hoc consulo meae artis caeterisque ad- discere volentibus invenire
attingere (158) et habere. Cap. V. Venio ad tertiam videlicet ad (159)
discretivam et dico quod discretio est duplex ut de memoria dixi: alia (160)
naturalis, alia (161) artificialis. Naturalis est (162) quam quis habet ex dono
Dei (163) et de ista (164) non loquor. Alia est artificiosa et ista acquiritur
aliquibus (165) modis. Primo enim acqui- ritur si ea quae in memoria retinemus
diligenter (166) serve- mus, cum (167) enim aliquid in mente memoramus sive
textum sive glosam sive auctoritatem sive rationem per alium dictam (168) et de
illo vel de simili a nobis petatur, per €a quae iam sunt in nostra notitia et
memoria radicata (169) 266 Z P. 443r. B. 39r. P. 443v, CLAVIS UNIVERSALIS
faciliter indicabimus cuicumque respondendo, verum (170) et certum est quod
melius discernit (171) sciens quam ignarus propter scientiam quam habet (172)
iam cum memoria ac- quisitam (173). / Car. VI. Postquam (174) de memoria et
(175) capacitate et discre- tiva (176) tam in speciali quam in generali pariter
et singu- lari dictum est (177), nunc videndum est de memoriac reci- tatione,
et ad multa recitanda (178) consideravi ponere quae- dam nomina relativa per
quac ad omnia possit responderi . quoniam quodlibet / corum (179) crit omnino
generale ad omnino speciale et habet scalam ascendendi et descendendi de non
omnino generali ad omnino speciale (180) et de non (181) omnino speciali ad
omnino generale. Ista cnim sunt no- mina supra dicta: quid, quare quantus (182)
et quomodo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti rationes in 0p-
positum (183) factas vel quaecunque advenerint tibi recitanda et quam
admirabile (184) est quod (185) centum possis (186) / rationes retinere et
ipsas, dum locus fuerit (187) bene (188) recitare. Certe hoc auro comparari non
debet (189), ergo qui scientiam habere affectat ct universalem ad omnia (190)
desiderat, hoc (191) circa ipsum (192) tractatum laboret cum diligentia (193)
toto possc quoniam sine dubio scien- tior erit aliis quia (194) nomina sine
speciebus aut (195) sine magistro non possumus recitare ideo (196) ipsas pono:
primo cnim quid (197) habet tres species quas hic propter carum (198)
prolixitatem ponere (199) non curo, sed vade ad quintum subiectum (200) per
b.c.d. significatum (201) in libro septem (202) planetarum quoniam (203) ibi
videbis miraculose (204) ipsas aliqualiter (205) declarare (206) hic intendo,
et sic dictum de primis tribus / ita intelligi potest de aliis (207)
sequentibus (208). Primum igitur per primam speciem nominis quid (209), poteris
certas quacstiones sive rationes sive alia quaccunque voluerisrecitare(210)
cvacuan- do secundam (211) figuram de his quae continet, per secun- dam vero
poteris (212) in duplo (213) respondere seu recitare ct (214) hoc per
cvacuationem tertiae / et multiplicationem primae, et si (215) per primam tu
recitas (216) viginti vel triginta nomina seu rationes (217), per secundam
poteris qua- draginta vel sexaginta (218) recitare et hoc semper per eva-
cuationem et multiplicationem (***). Tamen est multumdif- ficile nisi sit homo
ingeniosus et intellectu (219) subtilis et non rudalis (220). Per tertiam vero
centum poteris recitare (221) evacuando primam et multiplicando secundam et de
aliis po- teris sicut de ista cognitionem habere. Quare firmiter et fer- venter
(222) praedictas stude (223) species in praclibato sep- tem (224) planetarum
libro quem nunquam eris studere de- APPENDICE I 267 fessus (225) immo eris
gaudio cet laetitia plenus; in dicto libro multa (226) sunt studenti (227)
necessaria quae si nota essent et bene intellecta non possent ullo modo (228)
extimari; ideo consulo cuicumque ut (229) istum habeat prac manibus et P. 444r.
prae oculis suae mentis (230). / Ad laudem et honorem Domini nostri Iesu
Christi et publicae utilitati compositus fuit praesens tractatus in civitate
Pisana in monasterio sancti Dominici per Raymundum Lullum (231) ut prius
dominus Iesus Christus in memoria habeatur et verius recolatur. Amen. (*) Cfr.
il Doctrinale minus, alias Liber parabolarum magistri Alani (uno degli auctores
octo) in Micne, P. L., 210, col. 585 (425 DD): Denti- bus atritas bos rursus
ruminat herbas / Ut toties tritae sint alimenta sibi / Sic documenta tui si vis
retinere magistri / Sacpe recorderis quod semel aure capis. (**) De memoria et
reminiscentia, Il, 452 a, 28-29. (***) Sulla multiplicatio et cvacuatio
figurarum cfr. Ars brevis e Ars magna, Zetzner, pp. 15, 16, 278 -79. (1) In
nomine... confirmandam ] Perutilis Raymundi Lulli Tractatus de Memoria B. (2)
hominum ] om. B. ] hominis P. (3) meliori ] et melioretur B. (4) principales ]
et add. B. (5) diffinimus ] definimus M. (6) Cap. I (e tutte le successive
intitolazioni dei Cap.) om. MP. (7) diffinire ] definire M. (8) et ] om. B. (9)
ipsam ] ipsum P. (10) Primo ] prima P. (11) significat ] om. B. (12) tamen ]
autem B. (13) subiectum ] librum B. (14) designatum ] om. B. ] designata M.
(15) in libro septem ] in libro octavo positum B. ] in libro septimo P. (16)
omnium ] omnem B. (17) ipsorum ] ipse MP. (18) sermonem ] cc- riem M. ] scientia P. (19)
intellectus ] generalior sit add. MP.
(20) per unam literam plura significata habentem sit generalior ] pariter in
memoria pro litera significata habentem B. ] ponit in memoria plura significata
P. (21) et possit in memoria plura significata recipere ] om. BP. (22) quac
memoriam dividit ] quac est de memoria et dividitur B. (23) speciales ]
spetiales B. (24) specialia ] spetialem B. (25) ut laborans in studio ]
laboranti in studio virtuose B. ] laboranti in studio studiose P. (26)
faciliter ] facile B. (27) scientiam ] scientiae P. (28) huius ] huiusmodi M.
(29) tradidisse ] credidisse B. (30) plenarie ] plenariam M. (31) cum ] etiam
P. (32) gradientes ] gradus BM. (33) equidem ] eiusdem B. ] cosdem M. (34)
propere subeant ] properari sublimiter B. (35) absque ] nullo add. B. (36)
artificioso ] artificiosi B. ] sed add. MP. (37) labores proprios inutiliter exhibentes ]
labores proprios exercentes conservare MP. (38) Igitur ] Considerare igitur B. (39) decet ]
docet P. (40) laborum ] aliquando ad4. B. (41) pos- sit ] om. MP. (42) Oportet
nos igitur conservare ] Nos igitur conside- ramus B. (43) principia et
praecepta ] praccipitata B. (44) condescen- dere ] condescendentia B. (45) beatissimam
virginem ] perbeatissimam gloriosam B. (46) Maria dat scientiam ] om. MP. (47)
dat scientiam ] 268 CLAVIS UNIVERSALIS per sapientiam add. B. (48) cum
potestate ] cum pietate B. ] in po- testate P. (49) virgo ] om. B. (50) cum
ratione ] in ratione P. (51) nostra ] Maria B. (52) cum patientia ] in
patientia P. (53) cum ] in P. (54) nostra sanctissima pia Virgo Maria ]
sacratissima pia virgo B. (55) cum ] in P. (56) petendìi ] poenitenti BP. (57)
cum gratia ] in gratia P. (58) cum petitione ] in petitione P. (59) Sanctus ]
om. MP. (60) et ] om. B. (61) divino ] Deo pio MP. (62) prospere ] prospera MP.
(63) ct conceduntur ] om. MP. (64) placa ] placare B. (65) ora- tiones Sancti
Spiritus ] orationem spiritus B. (66) Secundo est opti- mum ] Secundum est B.
(67) quoniam ] cum BM. (68) horum ] corum B. (69) inquirenti ] acquirenti B.
(70) ut moderationem ponat ori suo ] ut ponat custodiam in somno B. ] ut
moderate ponat ori suo P. (71) invenio ] om. B. (72) nunquam ] nunque B. (73)
quin ] ut B. (74) temporis ] spiritus B. (75) operam ] opera M. (76) cum
affectu ] in af- fectu P. (77) quoniam ] cum M. (278) in artificioso studendi
modo ] in artificio secundo studendi P. (79) quae dicitur phantasia ] om. B.
(80) stat ] om. B. (81) stat ] om. B. (82) summitate ] sanitate P. (83) sed me-
lius est habere bonam memoriam ] sed multo melius est habere bonam discretionem
P. (84) melius ] plus B. (85) discretionem ] discretivam B. (86) primo videndum
] providendum M. (87) de capacitate ] de bona capacitate M. (88) aliquis ] vult
habere bonam 444. B. (89) ambit ] om. B. (90) diligenter ] diligentia B. (91)
evenit ] quod add. B. (92) tempore ] om. B. (93) Primo ] Secundo B. (94) tam ]
quam MP. (95) iurc ] om. B. (96) audiendam } auditum M. } audiendum P. (97)
civili ] simili MP. (98) adhuc ] ad hoc MP. (99) de proprio intellectu ]
proprii intellectus B. ] de primo intellectu P. (100) tibi materiam speculandi
]} et ut viam studendi MP. (101) utrum bene ] num vel benc B. (102) per sc ]
per ipsum B. (103) Item ] quia add. MP. (104) ego ] om. B. (105) quoniam sic ]
cum B. ] quoniam P. (106) quod ] om. B. (107) intellectum ] inventionem M.
(108) faciliter ] facile B. ] facilius P. (109) tamque frustra } tamquam
frustra B. ] om. P. (110) tamen ] tam P. (111) perdunt officium capiendi } per
dictum officium capientur B. (112) Item quia dum fuerit casus vel scientia,
legere mentaliter in se revolvat et ] Item dum sciat causam vel scientiam
litere mentaliter inter se revolvat ut B. ] Item quod dum fuerit casus vel
sententia litterae mentaliter in se revolvat et P. (113) dum questionem
secundam vel argumentum ] dum questionem vel scientiam vel argumentum B. ] dum
questionem sciendam vel argu- mentum P. (114) dicetur tertia ] docetur tertia
MP. (115) reducat ad
memoriam secundam ] ducat ad memoriam secundam B. ] ducat ad memoriam
sciendorum P. (116) nec ] nisi B. (117) quarum ] quaerere MP. (118) autem ] enim ad4. B. (119) quando ] si secundo
B. ] sc- cundo P. (120) legendis ] agendis MP. (121) et ] est MP. (122) quam aliud ] quam quodvis
aliud M. (123) operaretur ]} om. MP.
(124) primo ] priori M. (125) quae quidem ] Memoria quidem B. (126) secundum
antiquos ] in capitulo de memoria add. P. (127) artificialis ] artificiosa M.
(128) secundum materiam ex qua ] ex materia qua B. (129) et ] etiam MP. (130)
secundum quod influentia alicuius APPENDICE I 269 planetae superioris regnat ]
secundum que influentia alicuius planetae inferioris regnat B. ] secundum quod
influentia actus planetarum supe- rioris regnat M. ] secundum quod influentiam
accipit planetae supe- rioris regnat P. (131) sed ] et MP. (132) emplastris ]
epistolis M. ] eplis P. (133) cum ] in P. (134) dantur ] dammantur B. (135)
dispo- sitioni hominis contrariae )] dispositio hominis quae contrariae MP.
(136) cruditate ] quantitate B. ] caliditate P. (137) qua cerebrum ] quod certe
bene B. ] quod cerebrum P. (138) de multis ] multos B. (139) tenet pro contento
] contentat B. (140) stultitiam ] insaniam B. (141) perveniat ] deveniat MP.
(142) habebit ] consequetur B. (143) fructum ] fructus B. (144) scientiae ]
suac add. B. (145) Alia est me- moria artificialis... revolvat per se ipsum ]
om. B. (146) Alanum ]
Alo- nium M. ] Aristotelem P. (147) finem ] seriem B. (148) moribus ] munibus
B. ] modis M. (149) quod ] om. B.
(150) capit ] ct add. B. (151) et ita memoria ] 0m. B. (152) ut habetur in
libro de memoria et reminiscentia ] om. B. (153) firmiter confirmatur ] firmiter conti- netur
B. ] firmiter confirmiter confirmetur P. (154) studeat et die martis et ] om.
B. (155) talia ] taliter B. (156) faciendo scientior ] faciendo quis scienter
B. (157) illo qui sex audierit ] illud quod sex annis audiverit B. (158)
attingere ] ctiam add. M. (159) ad ] om.
BM. (160) alia ] est 444. MP. (161) alia ] est add. MP. (162) est ] om. MP.
(163) habet ex dono Dei ] debet dono Dei B. (164) et de ista ] de qua B. (165)
aliquibus ] duobus B. (166) diligenter ] dili- gentia B. (167) cum ] quando P.
(168) sive textum sive glosam sive auctoritatem sive rattonem per alium dictam
] sine textu sine glossa sine auctoritate sine ratione per aliud dictum MP.
(169) radicata ] radicantur B. (170) cuicumque respondendo verum ] cuiuscunque
unde B. (171) discernit ] discerit BB. (172) propter scientiam quam habet ] nam
rationem quam habet B. (173) acquisitam ] acquisita M. (174) Postquam ] visum
est ad4. B. (175) et ] om. MP. (176) discretiva ] dis- cretione P. (177) dictum
est ] om. B. (178) recitanda } recitandum B. (179) eorum ] illorum B. (180) et
habet scalam.... ad omnino speciale ] om. B. (181) non Jom. B. (182) quantus ]
quotus, totus B. ] quatenus M. (183) oppositum ]oppositionem P. (184) quam
admirabile ] quoniam mirabile M. ] quam mirabile P. (185) quod ] quia M. (186)
possis ] possit P. (187) fuerit ] adfuit B. (188) bene ] om. MP. (189) debet ]
potest MP. (190) universalem ad omnia ] utilis omnia B. ] universalis ad omnia
M. (191) hoc ] homo esse B. (192) ipsum ] istum B. (193) cum diligentia ] cadem
diligentia B. ] in diligentia P. (194) Quia ] quoniam M. (195) aut ] aliquid B.
(196) ideo ] labore adeo B. (197) Primo enim quid ] primo quo B. (198) earum ]
illarum B. (199) po- nere ] om. B. (200) subiectum ] librum B. (201)
significatum ) desi- gnatum vel significatum B. (202) septem ] septimo P. (203)
quoniam ] cum B. (204) miraculose ] iam add. B. (205) aliqualiter ] aliquan-
tum B. (206) declarare ] volo add. M. (207) hic intendo... potest de aliis ]
om. MP. (208) sequentibus ] in sequentibus MP. (209) quid ] quod B. (210)
recitare ] evacuare secundum de his quae continet per scientiam positis add. B.
(211) secundam ] secundam corretto in pri- 270 CLAVIS UNIVERSALIS mam da mano
più tarda B. (212) secundam figuram de his quae con- tinet, per secundam vero
poteris ] 0m. B. (213) duplo ] duo P. (214) seu recitare et ] on. B. (215) si ]
sic P. (216) recitas ] duo vel tria nomina seu rationes add. M. duo e tria sono
correzioni più tarde di secunda e tertia. (217) viginti vel triginta nomina seu
rationes } om. M. (218) vel sexaginta ] om. B. (219) intellectu ] multum B.
(220) rudalis ] naturalis B. ] non ruralis M. (221) recitare ] om. MP. (222) et
ferventer ] om. B. (223) stude } audire B. (224) quem nunquam eris studere
defessus ] quem nunquam eris audire fessus B ] quoniam eris studendo defessus
M. ] quoniam nunquam eris studere defessus P. (226) multa ] nulla B. (227)
studenti ] alia evidenter B. (228) ullo modo ] modo aliquo B. ] modo P. (229)
cuicunque ut ] quoscunque quod B. (230) oculis suae mentis ] oculis et suae
mentis ferveat B. (231) Lullum ] Lulli MP. APPENDICE II. UN ANONIMO TRATTATO IN
VOLGARE DEL SECOLO XIV Il trattatello in volgare sulla memoria artificiale
composto nel sec. XIV da autore ignoto e qui di seguito riprodotto, è contenuto
nei Codd. Palatino 54 (ai ff. 140 - 142) e Conv. Soppr. I 1.47 (carte non
numerate) della Nazionale di Firenze. Con- trariamente a quanto afferma la
Yates (T%e ciceronian art of memory, cit., p. 888) questo scritto non può
essere attribuito con sicurezza a Bartolomeo da San Concordio. Questa attribu-
zione oltre che al Manni, risale al Tiraboschi (V, p. 242), ma come già ha
osservato il Tocco (Le opere latine di G. Bruno, cit., p. 26), nel corso del
testo si fa riferimento al Rosarum odor vitae (contenuto negli stessi codici
sopra indicati) e pro- babilmente composto nel 1373 da Matteo Corsini, priore della
Repubblica fiorentina nel 1378 (cfr. l’edizione del Rosa:o della vita a cura di
Polidori, Firenze, Soc. Tipograf. Ital., 1845). Anche se l’anno di composizione
del Rosaio può presentare qualche incertezza resta il fatto che l’opera fu
composta da un contemporaneo del Petrarca (Ediz. Polidori, p. 96). A quanto
osservato dal Tocco si può qui aggiungere che nel suo rife- rimento al Rosato
l’autore del trattato sulla memoria parla di 84 capitoli mentre, sia nel Palat.
54 che nel Cod. I, 1, 47 i capitoli sono 82. L'attribuzione al San Concordio
appare dovuta al fatto che in entrambi i codici gli Ammaestramenti degli
antichi di Bartolomeo sono preceduti da una traduzione del capitolo sulla
memoria della RAetorica ad Herennium e seguiti dal trattato sulla memoria
artificiale. Nel Palat. 54 1 testi sono così disposti: ff. 29-33v.: Testus
memorie artifi- ciose vulgariter scilicet super quandam partem rectorice; ff.
44-139v.: Bartolomeo da S. Concordio gli ammaestramenti degli antichi; ff.
140-142: Ars memoriae artificialis. Il vol- garizzamento del testo della
retorica ad Erennio forma la secon- da parte o il sesto trattato del Fior di
Rettorica di Bono Giam- boni (Magliab. Palch. II, 90, Riccardiano, 1538. Cfr.
Tocco, op. cit., p. 26). ll bro di leggere cui si fa riferimento nelle prime
righe del trattato può essere, come vuole il Tocco, il 272 CLAVIS UNIVERSALIS
trattato della pronunzia che è il terzo del Fior di: Rettorica nella redazione
di Fra Guidotto da Bologna e in quella di Bono Giamboni. Il trattato sulla memoria
artificiale faceva dunque parte, con ogni probabilità, di una qualche redazione
del Fior di Rettorica. La trascrizione è condotta sul Palat. 54, ma si è fatto
spesso ricorso anche all’altro codice indicato. Si sono appor- tate modifiche,
oltre che alla punteggiatura, a talune grafie (per es. nolla = non l’ha; lo =
l’ho; vene = ve ne; a = ha ecc... 140r. Poi che aviamo fornito il libro di
leggere, resta di poter te- nere a mente, et però qui di sotto si scrive l’arte
della memoria artificiale in si facta forma che non offende la naturale che ha
sifatto ordine il libro da sé che con questa memoria si può d’esso grande parte
imparare a mente se solamente il libro si legge cin- que volte ct fra l'una
volta et l’altra sia spazio di mezzo di quello che vuoi tenere a mente, et
observando le regole di questa me- moria non si potrà errare solo in una
lettera di tutto questo libro che tutto non si imparasse a mente. La memoria
artificiale sta solamente in due cose, cioè ne luoghi e nelle imagini. Luogo
non è altro a dire se non come una cosa disposta a potere con- tenere in sé
alcuna altra cosa, sicome una casa, una sala, una camera o simili cose a questa
come ab octo dieci anni a te dicte. Le imagini sono il proprio representamento
di quelle cose che noi vogliamo tenere a mente. Due sono le maniere de luoghi,
cioè naturale e artificiale. Naturale luogo è quello che è facto per mano di
natura come c il monte e il piano e gli albori che per sé sono. Artificiale
luogo è quello che è facto per mano d’huomo sì come è una camera o un cammino,
uno versatoio, uno studio, una finestra, una casa, uno cofano et simili luoghi
a questi. Non intendere però tutte le masseritie minute de la camera però che
non ti riverebbe la ragione, ma vogliono essere masseritie grandi come sono
cassoni, soppedani, fortieri, et se pure alcuna masseritia ci vogliamo mettere,
conviene che sia molto riconosciuta et stia in luogo continuamente palese, come
è una barbuta, uno cappello lavorato, uno elmo da campo v vero cimiero e cose
simili a queste. Intorno a luoghi conven- 140 v. gono / più cose avere. In
prima avere dentro molti luoghi, cioè quanti sono i nomi che vogliamo tenere
amente però che ogni luogo ha la sua imagine a pigliare ciascuna imagine e
rapresen- tamento da una cosa sola per sé, ct però se aremo a tenere a mente XX
nomi si pogniano XX imagini per luogo. Et come dico di XX, così si potrebbe
fare di cento, CC, CCC, CCCC, pure che luoghi assai aviamo. Non obstante che io
dica qui di CC e LII, posto che di questi CCLII viene facta non poca fatica che
sono nel librecto dinanzi decto del rosaio odore dellavita capitoli LXXXIIH et
ad ogni capitolo si possono leggiermente accattare APPENDICE II 273 tre nomi sì
che tre via LXXXIII, CCLII. Ma di più nomi dire qui di sotto più pienamente.
Apresso questo, ci conviene avere e’ luoghi ordinati, cioè che per ordine l'uno
vada dietro a l’altro. Et se quella persona che vuole usare quella memoria in
man- cino, cominci e’ conti de luoghi a mano mancha et se queste sopra da la
drecta mano, se a diricta vada sopra la mano diricta, in questo modo: che se in
una sala aremo da poter pigliare cin- que luoghi, el primo sia uno camino, el
secondo un uscio o un armaro da vasi, el quarto una colonna overo uno pilastro,
el quinto uno versatoio. Incominciamo dal primo come è il ca- mino, poi il
secondo come è un uscio et così per ordine l'uno dopo l’altro et non si dee mai
passare niuno luogo se non che si debbono sapergli bene a mente come sono
ordinati da sé. A presso si conviene che i luoghi sicno numerati cioè che ogni
nego quinto si segni; cioè a questo modo: che al primo quinto i ponga una mano
d'oro che per le cinque dita ripresentino ji luogo essere quinto; poi il
secondo quinto, cioè il decimo luogo, ripresenta in questo modo o trovata per
sapere subito a quanti nomi sta Piero. Subito puoi avisare se alle due mani
sarà il decimo se a due nomi dopo le due mani sarà il duodecimo / 142r. ct così
seguitando si può sapere di molti. Ma questa regola di queste mani abbi posta
qui perché la insegnia Tulio et non vorrei che altri credessi che io non la
sapessi, però l’ho posta qui, ma a me pare uno poco faticosa per tale quale
persona. Imperò potiamo lasciare andare testé questo affanno delle mani del
oro, et fare in questa forma: cioè che i luoghi sempre cag- gino o in cinque o
in dicci; în questa forma che se in una sala sono sci o septe luoghi non tenere
a mente se non cinque, et se fussino quattro forzati tanto che sieno cinque che
leggier- mente viene facto poi che si mette in pratica. Et così similmente
vuole andare de decti che se aremo una sala o una camera dove sieno nove
luoghi, forzati tanto che ve ne aggiungi un altro si che sieno dieci. Se ce ne
fussino da dieci in su in sulla sala, non ne tenere a mente se non dieci.
Adunque se arai in una tua casa una sala et in questa fussino cinque luoghi,
una camera et in questa camera fussino dieci luoghi, uno verone et in questo
fussino pure dieci luoghi, un’altra camera et in questa fussino cinque luoghi,
uno terrazzo et in questo fussino dieci luoghi, una grotta et in questa fussino
dieci luoghi, raccogli tutti questi luoghi et vedi quanti sono, et, quanti sono
i luoghi, tanti sono i nomi che puoi tenere a mente. Sì che se i dicti luoghi
sono L, et L nomi potrai tenere a mente sanza faticha di memoria, et così
similmente chi la volessi fare più in grosso, potrebbe avisare dieci case delle
dita sue dove trovasse L luoghi ciascuna casa et così la farà di cinquecento et
di mille et di diecimila sanza fallo, però che troviamo che Seneca fu giovane
esso la fe' di dumilia, ritornando allo inanzi et allo indietro, come fanno i
fanciulli ad a.b.c. quando la dicono alla dietro. Ancora vo- 274 141 v. CLAVIS
UNIVERSALIS gliono essere dicci luoghi noti cioè che bene gli conosciamo etc.
Apresso non vogliono essere troppo grandi né troppo piccoli, ma di mezzana
fog/gia come si richiede alle imagini che qui si pongono. Ancora vogliono
essere i luoghi temperati dove non usi troppa gente però che la troppa gente
guasta il luogo et la nostra memoria. Ancora vogliono essere né troppo chiare
né troppo ob- scure però che la troppa chiarezza et la troppa obscurità fa noia
agli occhi della mente sì che vedere non possiamo i luoghi. An- cora conviene
che i luoghi non si rassomiglino troppo l'uno a l’altro, ma quanto più sono
variati meglio è. Ancora non vo- gliono essere troppo apresso l'uno a l'altro
né troppo di lungi, ma intorno di cinque o di dicci piedi l'una da l’altra. Et
questo è tutto quello che bisognia a’ luoghi. La imagine non è altro se non,
come di sopra è detto, come il proprio representamento di quelle cose le quali
vogliamo tenere ad mente. Questa imagine ha due proprietà: cioè che ella ha a
ricordare il nome et il sen- tire. Ricordare il nome è ricordare a mente Piero
Giovanni Mar- tino per ordine ciascuno per sé, ricordare sententie è in questo
modo che se io mi voglio ricordare come Troia fu presa Greci con ferro con fuoco con ruina per
cagione di Elena, io pongo in uno luogo la imagine di Troia come ardeva e come
in lei sieno entrati cavalieri armati. Ancora se io mi volessi ri- cordare
della hedificatione di Cartagine la quale hedificò una donna chiamata Dido,
porrò una imagine d’una con molti gua- tatori di intorno, et così va di simile
a simile di molte et infinite sententic. Hora d'intorno alle imagini sì come di
nomi et di sententie vediamo quante cose sono di necessità. Mostra che sieno
sei per ordine. In prima si richiede che le imagini sieno pro- prie, cioè che
se io mi voglio ricordare di Piero solamente ponga in uno luogo la sua propria
imagine, et se io voglio tenere a mente Martino, quello medesimo. Ancora
conviene che la ima- 142r. gine non sia / equivoca cioè che rapresenti più cose
di quelle che vogliamo tenere a mente. Ancora conviene che le imagini non sieno
troppe, cioè più che non sicno di bisogno non si pon- gano nel luogo, che se io
voglio tenere a mente Piero, solamente porre una imagine che rapresenti Piero,
la quale cosa è contro alla doctrina di Tulio. Ancora conviene che la imagine
non sia varia, cioè che abbia alcuna varietà in sé e questa è delle più utili
cose che si possa avere. Questa memoria però sempre ci doviamo studiare di
porre imagini di nuove foggie. Ancora con- viene che la imagine sia segnata da
alcuno segno il quale si convenga a la cosa per la quale è facta, cioè che la
imagine del re pare che gli si convenga il segno de la corona, et a’ cavalieri
il segno dello scudo, al doctore il segno del vaso et ad cui uno segno ad cui
uno altro come la fantasia della memoria comune- mente si vuole dotare. Ancora
conviene che a la imagine si faccia alcuna cosa cioè la proprino quanto agli
acti quelle cose che a loro si convengono, sì come si conviene ad uno lione
dare APPENDICE II 275 la imagine apta et ardita et alla golpe l’acto sagace et
abstuto, al sonatore l'apto di sonare stromento. Adunque veggiamo sem- pre che
ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come nelle carte si convengono
porre le lectere. Qui finisce delle sententie et de’ nomi abbreviato. Ancora
doviamo tenere questo modo il quale è molto utile: che poi che abbiamo imparato
C 0 CC nomi et recitargli, non per tanto dobbiamo conservargli, più inanzi ci
doviamo studiare più che possiamo che ci escano di mente e così facendo escono
di mente e i luoghi rimangono voti per gli altri che volessino imparare. Finis.
Deo gratias. Amen. APPENDICE III. DUE MSS. QUATTROCENTESCHI DI ARS MEMORATIVA
Il Cod. lat. ambrosiano T. 78 sup. (di carte 45) contiene i seguenti scritti :
fi. 1-21v.: Tractatus brevis ac solemnis ad sciendam et ad consequendam artem
memoriae artificialis ad M. Marchionem Mantuae. Inc.: Iussu tuo princeps
illustrissime. [È il trattato di Jacopo Ragone da Vicenza del quale abbiamo
citato vari passi nel testo, composto nel 1434 e conservato in due esem» plari
di diversa mano anche nel Cod. marciano cl. VI, 274 ai ff. 15-34 e 53-66 e in
un terzo esemplare nel marciano 159 della stessa classe. Il nome dell’autore
(artificialis memoriae regulae per Jacobum Ragonam Vicentinum) e la data di
com- posizione (Kal. Nov. 1434) risultano dal marciano 274 ai ff. 15v. e 53v.].
ff. 22-26: Tractatus solemnis artis memorativae. Inc.: Artificiosie memoriae
egregia quaedam. [Di questo scritto si dà qui di seguito la trascrizione. Si è
omesso l’elenco in vol- gare dei « luoghi » che occupa i ff. 26-27v.: Exp.:
Trespo da tavola. Zovane fameglio]). ff. 27v.-32v.: Tractatus artis memorativae
eximii doctoris artium et medicinae magistri Girardi. Inc.: Ars commoda na-
turae confirmat et auget. [Nella trascrizione che segue si è fatto ricorso
anche al cod. 142 dell’Angelica che ai ff. 83-87 reca lo stesso trattato con il
titolo, di mano più recente, Hic traditur preclarus modus conficiende memoriae.
Inc.: Ars com- moda natura e confirmat et augct]). ff. 33-40v.: Excerpta ex
libris M. T. Ciceronis de memoria. Inc.: M. T. Ciceronis de oratore haec de
memoria scripta sunt. [gli excerpta ai ff. 35v.-40v. sono tratti dalla
RAetorica ad Herennium). La data di composizione della miscellanea si legge in
fine al codice al f. 45: Anno 1466 scriptus pro Raphael de Fuzsy. 22 r. 22v. 23
r. APPENDICE III 277 I Tractatus solermnis artis memorativae incipit.
Artificiosac me- moriae egregia quaedam atque preclarissima praecepta in lucem
allaturi, non invanum esse duximus quod ipsa sit primum effin- gere cum, iuxta
Ciceronis sententia in primo De officiis, omnis de quacumque re sumitur
disputatio a diffinitione proficisci debeat ut sciri possit quid sit id de quo
disputatur. Est igitur artificialis memoria dispositio quaedam imaginaria vel
localis vel idealis mente rerum sensibilium super quas natu- ralis memoria
reflexa per ea summovetur atque adiuvatur ut prius memoratorum facilius,
distinctius atque divitius denuo va- leat reminisci. Vel sit artificialis
memoria est decentium imagi- num quaedam industriosa collocatio qua corum quae
in his de- bite applicantur ad tempus memorari valeamus. Tertio vero ex menti
Ciceronis, Rhetoricorum tertio, sic eius diffinitionem im- plecti possumus:
memoria artificialis est artificium quoddam quo naturalis memoria praeceptoris
voce confrmatur. Differt au- tem memoria naturalis ab artificiosa. Harum naturalis
est una quae nostris animis insita est et simul cum ipsa / creatione nata.
Artificiosa vero est quaedam inductio et praeceptionis ratione confirmatur.
Haec autem ars duobus perficitur: locis videlicet et imagini- bus, ut Cicero
sentit in tertio Rhetoricorum a quo non dissentit beatus Thomas illud addiciens
oportere ut ea quae vult quis memoriter tenere ordinata consideratione
disponat, ut ex uno memoratu ad aliud facile procedatur. Cicero vero sic
inquit: oportet igitur, si multa reminisci volumus, multos locos domus
comparare, ut in multis locis multas imagines comprchendere at- que amplecti
valeamus. Aristoteles vero in eo que de memoria scripsit a locis inquit
reminiscimur. Necessarii itaque sunt loci ut res seriatim pronuntiare et
memoriter tenere valeamus. Dif- ferunt autem loci ab imaginibus quia loci sunt
imagines ipsae su- per quibus tamque super carta imagines delebiles, quasi
literae, collocantur. Habeant igitur sc loci sicut materia, imagines vero ut
forma. Differunt quasi
ut fixum et non fixum. Et quoniam haec ars, ut dictum est, duobus absolvitur,
locis videlicet et imagini- bus, primum locorum precepta attingenda videntur. Nam cum ars imitetur naturam in quantum potest,
volenti autem scribere / primum carta et cera preparanda est, quibus loci
simillimi sunt. Imagines autem
literis, dispositio autem et collocatio imaginum scripturac, pronuntiatio autem
lectioni comparantur. Illud merito fit ut ex his locis primum diffiniamus.
Locus enim, ut quibus- dam placet, est spatium quidam domus proportionatum et
condi- tionatum quo conditionari debet; vel melius, secundum Cicero- nem, locos
appellamus eos qui breviter perfecte et insigniter manu aut natura absoluti
sunt ut eos facile naturali memoria comprendere atque amplecti valeamus. Haec
autem ars centum locis perficitur. quos hoc pacto nobis constituere poterimus
si 278 CLAVIS UNIVERSALIS decem domos nobis comparare poterimus in quarum
singulis decem loci affigantur in diversis ipsarum domorum parietibus, vel
paranda nobis erit una domus quae computatis cameris co- quina et scalis
constituatur centenus numerus apponendo cuilibet camerae vel scalae quinque
locos. Locorum proprietas multiplex est: primo
locorum multitudo, locorum ordinatio, locorum solitudo, locorum meditatio,
loco- 23v. rum signatio, locorum dissimilitudo, / locorum mediocris ma- 24 r.
24 v. gnitudo, mediocris lux et distantia. Sequitur de imaginibus. Ima- gines
sunt rerum aut verborum similitudines in mente conceptae. Duplices autem
similitudines esse debent, ut ait Cicero, una rerum, alia verborum. Rerum autem similitudines
constituuntur cum summatim ipsorum negotiorum imagines comparamus, verbo- rum
autem similitudines exprimuntur cum uniuscuiusque voca- buli memoria a nobis
imagine notatur. Verborum quidem simili- tudines aliae sunt notae, aliac ignotae,
notabilius aliae animatac, aliae inanimatae. Animatarum quaedam propriae
quaedam com- munes. Propriarum quaedam duplices, quacdam simplices. Com- munium
vero tam animatarum quam inanimatarum quacdam simplices, quaedam ex duabus pluribusne
partibus constituuntur, de quibus omnibus dicetur inferius. Et primo videndum
est de nominibus propriis simplicibus et duplicibus. Et premicto pro generali
regula imaginum collocandarum quod in locis semper collocandae sunt imagines
cum motu et acto ridiculoso crudeli admirativo aut turpi vel impossibili sive
alio insueto. Talia enim crudelia vel ridiculosa aut
insueta sensum immutare solent et melius excitare eo quod animus circa prava
multum advertat. / Secundo vero noto collocandam circa imaginem ut aliquid agat
vel operet circa se vel circa ipsum locum. Si igitur daretur tibi ad memorandum
nomen proprium, puta Petrus vel Martinus, debes accipere aliquem Petrum tibi
notum ratione amicitiae vel inimicitiae, virtutis vel vituperii vel precellentis
pulcritudinis aut nimiae deformitatis, non ociosum sed se exercitantem motu
aliquo ridiculoso. Si nomen non adsit tibi notus capias aliquem factum et si
non fuerit, recurrendum erit ad regulam dictionum igno- tarum. Duplicia vero
sunt cum duo ex istis simplicibus sumptis in recto casu quae veniunt ad
significationem unius simplicis ut Jacobus Philippus, Johannes Maria.
Preniomina vero sunt cum unum preest alteri in unico nomine quae prelatio
semper est in obliquo cum dependentia, ut Johannes Andrec, Matheus Tomasii.
Cognomina autem et agnomina sunt quae parentelae vel ab cunctu [.....] faciunt
ad singularem notitiam vel alicuius indi- vidui: ut Franciscus Barbarus et
Scipio Affricanus. Duplicia sic collocanda sunt ut cadem facias etiam ipsam
imaginem ordinate operari. Item de prenominibus ita tamen quod / actus
attributus recto habeat se in minus et actus attributus obliquo in maius.
Agnomina autem et cognomina secundum primam sui partem ut traditum est de
nominibus propriis. Secundum vero secundam sui partem prout tradetur de
nominibus ignotis. 25r. 25v. APPENDICE III 279 Pro clariori doctrina notandum
est imagines, cx quibus simi- litudines capiuntur, formari posse dupliciter:
aut ex parte rci, aut ex parte vocis. Si ex parte rei et tunc dupliciter: aut respectu
rei propriac in se, aut ex parte methafisicac. Ex parte rei pro- priac in se
similitudo capitur ut rem ipsam formando in propria forma et naturali, ct hoc
modo in rebus naturalibus maxime con- venit. Secundo modo similitudo capitur ex
parte rei methafisicac et secundum eius officium quod operatur aut secundum
instru- mentum cum quo operatur, et isto modo praccipue operamus in rebus
invisibilibus. Si igitur rerum invisibilium vis tibi ima- gines servare, si
sint res pertinentes ad virtutes vel vitia duplices possumus similitudines
capere scilicet aut capiendo rem in qua est per excellentiam ut pro / superbia
Luciferum, pro sapientia Salomonem; secundo modo methafisice. Divina autem ut dictum et
angelos a pictoribus didicimus collocare. Item de sanctis, ut virtus iustitia
angelus anima deus, scilicet Petrus et cetera. Nominum accidentalium
similitudines ita capiuntur indiffe- renter videlicet ponendo picturam aut
similitudinem aut realem rem cuius coloris qua nota collocanda demonstratur. Nota vero dignitatum officiorum et artium
mechanicarum sic collocatur, capiendo similitudinem secundum signa et
principalia eorum si- gnificata demonstrativa et declarativa ipsorum, ut si
volumus collocare papam Martinum tibi notum secundum regulam de propriis
habentem unam mitriam trium coronarum et sic de sin- gulis secundum signa
convenientia suis dignitatibus officiis et artibus. Si vis memorari inanimatas
duobus modis id efficere poteris. Primo modo ipsius rei inanimatae
similitudinem capiendo ut aliquid operetur, imaginandus est homo sub concepto
naturali non sub spetiali, nota et talis operatio fiat contra locum vel contra
se. Secundo modo cligendo ordinem alphabeti et ad unum / quemque locum ponendo
unum hominem tibi notum supras- tanterm tamque custodem et operarium loci qui
operetur quando necesse est cum re inanimata ut dictum est in praccedentibus
capitulis. Finalis regula de collocatione prosarum versuum am- basiatarum et
ceterorum huiusmodi. Ad apte figendas certa mente epistulas orationes sermones
versus et cetera collocandi ratione potissimum opus esse percipi- tur, ut
videlicet primum res ipsa universa rectissime teneatur ea quae naturali
commendata memoriae congrue despiciatur. In primis enim rei totius summa
simplici imagine vel nota aut ex pluribus aggregata contineatur quae quidem
deinceps partes in suas idonee recitetur. Deinde illae partes in alias
subdividere li- cebit. Finalis tamen divisio loco uno vel multiplicato
capiatur. Principales autem divisiones ipsis quinariis applicentur, earum vero
partes reliquas in aliorum imaginibus accomodentur. Versus spetialiter vocari
possunt si praeter eorum summam figurationem 230 26 r. 27 v. 28 r. CLAVIS
UNIVERSALIS principio annotentur aut spetiali imagine aut sillabis vel
litteris. Historiac vero per actus annotari possunt ctiam parte tibi nota.
Rubricae collocari solent aut corum summas perstringendo imagine accomodata aut
per verborum similitudines. / Ambasiatas vero si commode volueris recordari
ipsas, pro quo ambasiata collocanda est, imagines capies sive ipsumet in quo
pacta sive promissa repones et ex adversis autem illum cui facienda est
ambasiata in illo petita repones, et si sumuntur plu- res res sive capitula
seriatim conclusive per loca dispones. Argumenta possumus congrue argumentibus
applicare quibus absentibus locorum custodibus affigantur. Si enim sologismus
fuerit, maiorem dexterae, minorem sinistrae accomodemus, aut potuerimus pro
maiori tenere imaginem notatam vel medii aut conclusionis. Si vero fuerit
entimema satis erit primam proposi- tionem notare; in iure aut rubricam cum
lege aut scilicet cum cius mente notare ut fucrit. TeAog. Il. Tractatus artis
memorative eximii doctoris artium et medi- cinae magistri Girardi. Ars commoda
naturae confirmat ct auget, ut inquit egregius Tullius in tertio rhetoricae,
cuius experientiam habemus in duplici arte scilicet domificatoria qua artifex
finalis per hanc intendit defectui naturae providere; in arte etiam medicatoria
minister salutis conatur proposse superflua naturae expellere ac defectus
eiusdem restaurare. Que quidem ars minime foret in- venta si natura auxilio non
cgerct. Verum quia anima nostra in principio sue creationis nascitur defectuosa
in tribus suis po- tentiis clarioribus: scilicet memoria, intellectu et
voluntate. Non tamen dico defectuosa sit quod anima nostra in principio
creationis suac non habeat omnes potentias sibi concreatas, sed dico defectuosa
sit quod in principio nostrae nativitatis anima nostra nequaquam potest per has
potentias suos actus exercere. Non igitur parum utilis est artificialis
memoria, quae commoda naturae amplificat ratione doctrinae. Huius quippe artis
multi fuerunt inventores inter quos quidam nimis occulte, alii nimis confuse
cam tradiderunt. Sed ego zelo sapientiac dilatandae / hanc artem compendiosis
et utilibus verbis declarare intendo, hoc opusculum dividendo per novem
capitula. In capitulo primo ostendetur breviter et succinete quac sint
instrumenta quibus utendum est in hac arte. In secundo tradetur ars memorandi
terminos substantiales.In tertio dabitur ars memorandi terminos accidentales.
In quarto dabitur ars memorandi auctoritates ct quascumque orationes simplices.
In quinto tradetur ars memorandi epistolas collectiones et quascumque historias
prolixas. APPENDICE III 281 In sexto tradetur ars memorandi argumenta ct
quascumque orationes sillogisticas. In septimo tradetur ars memorandi versus.
In octavo tradetur et dabitur ars memorandi dictiones igno- tas, puta graecas,
hebraicas, sincathagoremata et capita legum. In nono et ultimo dabuntur sccreta
huius artis. Unde versus: Sedibus humanis trita stans filia celsi Inexculta
cibo mens grave tenet in albo Sed si concipiat post sernen arca volutum In
varias formas parit similia monstro Qui igitur volet perfectam gignere prolem
Promptam facetam recte natam in ordine membri De multis tractum subiectum
forbeat haustum.! 28 v. Capitulum primum. Pro expeditione primi capituli
prenotan- dum est quod finalis intentio nostra in hac arte est componere librum
mentalem qui quid se habeat ad instar libri artificialis. Nam quemadmodum in
libro artificiali duo sufficiunt instru- menta duntaxat scilicet carta et
scriptura, ita ct non aliter in hoc libro mentali quem intendimus per hanc
artem conficere duo sufficiunt instrumenta: scilicet loca ct rerum
similitudines. Unde egregius Tullius in sua rhetorica loca inquit carte simil-
lima, sicut imagines literis. Dispositio vero imaginum in locis lectioni
comparatur. Sed quia vari sunt modi accipiendi loca in hac arte, sufficiet ad
presens tres modos notare. Primus modus est secundum Tullium, et hic est satis
grossus, accipiendo videli- cet domum realem vel imaginariam in qua diversa
signa noten- tur inter angulos illius contenta. Secundus modus est servando ordinem scalarum. Tertius
est servando ordinem mense vel alium quemvis artificialem huic consimilem.
Verum est tamen quod de novo praticantibus in hac arte bonum est in primis
modum Tullii imitari ut a facilioribus ad difficiliora facilior sit transitus.
Unde versus: Tipicha fortificat poliniam vallis locorum / 29 r. Hec per ambages
deserti querere noli Que rapuit pacifex iam lux perdit vel atro Invisaque
spernit fugit gravissima quecque Huius vero plus placuit medios habuisse
penatos Incultos natos diversos noto placentes In quorum costis fingantur
ordine quino Que fixa maneant signa distantia tractu.? ® Grosse INTERLINEARI: Sedibus humanis: in corpore
humano; trita: afflicta; filta celsi: scilicet dci; inexculta: scilicet
impleta; grave: graviter; in albo: scilicet memoria. 2 Giosse INTERLINEARI:
Tipicha: figurata; poliniam: memoriam; vallis loco- rum: scilicet ordinatio;
Haec: loca; per ambages: per loca dubia; pacifer: scilicet intellectus; ian:
lux perdit vel atro: per nimiam lucem vel obscuritatem; 282 29 v. 30 r. CLAVIS
UNIVERSALIS Secundum capitulum. Si vis memorari terminos substantiales scire debes
quod tales sunt duplices. Quidam
sunt proprii et qui- dam communes. Si igitur vis memorari terminos communes
suf- ficit pro quolibet tali accipere similitudinem agentem aliquid mirabile
vel patientem ct illam memento in suo loco collocare, praesuppositis his quae
dicta sunt de locis in precedenti capi- tulo. In propriis autem nominibus non
sic fit quoniam multorum hominum una est similitudo communis, accipere igitur
pro quo- libet nomine proprio aliquem tibi notum ratione laudis, vituperii vel
conversationis et illum memento in suo loco collocare. Et notatur dictum cst supra quod similitudo rei memo-
randae debet agere vel pati aliquid mirabile quoniam quanto actio vel passio
fuerit mirabiltor aut magis ridiculosa tanto diu- turnior crit memoria. Unde versus: Usia post rerum
recte ponatur in istis / Cum voles hanc disce viam quac plana patebit Subiectis
propriis proprias est darc figuras Communes aliis: cythara noscetur Apollo.? Tertium capitulum. Si vis memorari terminos
accidentales, quia accidens non habet esse per sc sed totum esse eius dependet
a substantia, pro quolibet tali accidente debes accipere substan- tivum in quo
est per excellentiam: ut pro rubeo rosam, pro albo lilium, pro fortitudinem
Sansonem, pro sapientia Salomonem. Et nota hic tres regulas solemnes. Prima est
quod omne nomen significans substantiam in qua est aliquid accidens per
excellen- tiam significat duo: scilicet substantiam primo et accidens poste-
rius et secundario; et sic monialis significat feminam et castita- «tem, lupus
animal et voracitatem, philomena avem et cantorem. Secunda regula est quod a
tali nomine significanti duo descendit nomen adiectivum vel verbum, ut de rosa
descendit roscus rosea roseum et roseare quod est rubcum facere. Tertia regula
est quod ad commemorandum artificiose derivativa sive fucrint nomina sive verba
aut participia / vel adverbia sufficit habere memoriam primitivi, et ratio est
quoniam omnem derivativum virtualiter includitur in primitivo et capit naturam ciusdem. Unde versus: Quod pendet
fixum de se vult capere plenum Si varias uno profers multis ne licebit In
derivativis quae sit origo notabis.4 Invisa: loca; gravissima: dissimillima;
quecque: loca; medios habuisse penatos : scilicet manifestas domos; Incultos:
non habitatas; diversos: scilicet colore vel figura; noto placentes: scilicet
voluntati; In quorum: penatum; costis: parie- tibus; fixa: firma. ì 3 GLossi
INTERLINEARI: Usig: scilicet forma; recte: sub ordine; in istis: sci- licet
costis; Subiectis: nominibus; communes: similitudines. 4 Gtosse INTERLINEARI:
OQtiod pendet: illud quod est auribus pendens; fixum: subiectum; de se vult
capere plenum: scilicet in quo est per excellentiam. 30 v. 3lr. APPENDICE III
283 Quartum capitulum. Si vis memorari auctoritates ct quascum- que orationes
simplices accipe pro qualibet obiectum principale eiusdem et illius memento in
suo loco collocare praesuppositis his quae dicta sunt supra. Ratio autem huius est quoniam
signum et signatum sunt corrclativa. Unde versus: Complexum si vis obicctum
indicat illud. Quintum capitulum. Si vis memorari epistulas et quascum- que
historias prolixas divide per suas partes principales ct rursus quamlibet per
suas partes donec perveneris ad clausulam; quo facto age ut dictum est in
capitulo praecedenti de orationibus simplicibus. Et ratio huius est quoniam
divisio valet ad tria. Primum animum legentis excitat, secundo intelligentiam
confir- mat, tertio memoriam artificiose corroborat. Unde versus: Ut plerique
volunt tribus divisio valet / Animum legentis excitat mentem quoque probat
Intelligentis memoriam roborat atque. Sextum capitulum. Si vis memorari
argumenta et quascum- que orationes sillogisticas sufficit pro quolibet
argumento habere memoriam medii et ratio est quoniam, ut dicit Aristoteles in
primo priorum, medium est in virtute totus sillogismus. Sed quia difficile est medium invenire secundum
doctrinam quam tradit Aristoteles in fine primi priorum, sciendum est quod
medium in proposito nihil aliud est quam causa conclusionis, idest illud
inferens in quo virtualiter consistit argumentum. Unde versus: Qui nescit
causas nihil scit, quia nulla Res est nota satis, cuius origo latet. Septimum
capitulum. Si vis memorari versus hoc potest fieri altero duorum modorum: primo
accipiendo a quolibet versu sententiam meliori via in qua fieri potest et cum
versus bis vel ter replicando; secundo accipiendo duas vel tres dictiones prin-
cipales cuiuslibet versus et cum illis ipsum versum bis vel ter repetendo. Sic enim ars suppedit naturae
et ratio huius est quo- niam versus ex sua natura valet ad tria. Unde versus:
Metra iuvant animos, comprehendunt plurima paucis Pristina commemorant quae
sunt tria grata legenti. Octavum capitulum. Si vis memorari dictiones ignotas
hoc potest duobus modis fieri. Primo per viam similitudinis, acci- piendo
videlicet pro qualibet dictione ignota dictionem nobs notam habentem aliquam
similitudinem cum tali dictione ignota. Secundo fiat hoc per viam divisionis
sillabarum, dividendo sci- licet dictionem ignotam per suas sillabas, et pro
qualibet sillaba accipiendo dictionem tibi notam incipientem ab ca. Unde
versus: Ignotum memorari si vis barbarum nomen Aut summas apparens per partes
divide totum. 284 lv. 32 r. 32 v. CLAVIS UNIVERSALIS Ultimum capitulum. Pro
cxpeditione completa huius artis facien- dum quod bcatus Thomas in secunda
secundae, quaestione 49 et capitulo primo. Ponit quatuor documenta quibus
proficimur in bene memorando. Primus est ut eorum quae vult aliquis me- morari
quasdam similitudines assumat convenientes nec tantum omnino consuetas, quia ca
quae sunt inconsueta magis miramur et sic in eis animus magis et vehementius
detinetur. Ex quo fit quod corum quae in pueritia
vidimus / magis memoremur. Ideo autem magis necessaria est huiusmodi
similitudinum vel imagi- num adinventio, quia intentiones simplices et
spirituales facilius ex animo elabuntur nisi quibusdam similitudinibus
corporalibus quasi alligentur, quia humana cognitio potentior est circa sensi-
bilia. Unde hacc memorativa ponitur in parte sensitiva. Secundo oportet ut homo
ca quac memoriter vult tenere sua considera- tione ordinate disponat ct cx uno
memorato facile ad aliud pro- cedat. Unde dixit philosophus in libro de memoria
a locis vi- detur reminisci aliquando, causa autem est quia velocitate ab uno
ad aliud veniunt. Tertio oportet quod homo sollicitudinem apponat et affectum
adhibeat ad ca quae vult memorari, quia quanto magis aliquid fuerit impressum
animo co minus elabitur. Unde Tullius dixit in sua rhetorica quod sollicitudo
conservat integras simulacrorum figuras. Quarto oportet quod ea frequen- ter
meditermur quae volumus memorari. Undec philosophus dixit in libro de memoria
quod meditationes servant / memoriam, quia, ut in codem libro dicitur,
consuetudo est quasi natura. Unde quae multoties intelligimus cito reminiscimur
quasi natu- rali quodam ordine ad uno ad aliud procedentes. Sed quia tota
difficultas artis memorativac consistit in difficili et laboriosa io- corum
acceptione et in illa laboriosa adinventione imaginum convenientium, in hac
arte notanda sunt duo pro secretis huius artis. Primo est notandum pro facili
et prompta locorum accep- tione quod tota perfectio huius artis ex parte
locorum consistit in centum locis familiaribus quae pro certa loca habere
poterimus duplici via. Primo accipiendo decem domus reales a nobis opti- me
frequentatas in diversibus civitatibus vel in eadem, itaque in qualibet domo
notentur decem loca distincta loco situ et figura ac in convenienti ordine et
aliqua distantia. Secundo possunt ha- beri centum loca familiaria accipiendo
viginti imagines divisa- rum rerum quac tamen sint ordinatae secundum ordinem
lite- rarum alphabeti: ut pro A accipiamus arietem, pro B bovem, pro C canem,
pro D dromedarium, pro E cquum, pro F folium, pro G griffonem, pro H hircum,
pro I idolum, pro K Katerinam, pro L leonem, pro M monacum, pro N nucem, pro O
/ ovem, pro P pastorem, pro Q quiritem, pro R regem, pro S sapientem, pro T
turrim, pro V vas olci vel vini. Ita tamen qued in qualibet istarum imaginum
notentur quinque determinata signa quae facient quinque loca in qualibet, ct
hoc quidem facillimum est ut patebit in pratica. Secundo est notandum cx parte
imaginum APPENDICE III 285 sive similitudinum quod permaxime perficit in
memorando arti- ficiose servare imaginibus colligantiam. Talis autem colligantia
dupliciter intelligitur. Primo ut quaclibet imago se exercitet ali- quo modo
cum suo loco. Secundo ut una imago se exercitet cum alia: sic prima cum
secunda, tertia cum quarta et sic de aliis. Et est diligenter advertendum in
hac arte quod attestatur egregius Tullius in tertio Rhetoricorum videlicet quod
artis huius preceptio est infirma nisi diligentia et exercitatio comprobetur.
Unde versus: Doctrinae pater est usus doctrina scolaris Interscissa perit,
continuata urget. Finis. APPENDICE IV. DOCUMENTI SULL'ATTIVITÀ DI PIETRO DA
RAVENNA Al testo della sua Phoenix seu artificiosa memoria, Pietro da Ravenna
premetteva, nella prima edizione a stampa del 1491, alcune lettere di
previlegio: del Comune di Pistoia (12 settembre 1480); di Bonifacio marchese
del Monferrato (24 settembre 1488); di Eleonora d’Aragona duchessa di Ferrara
(10 ottobre 1491). Oltre al testo della lettera di Eleonora, si riproducono qui
i versi scritti da Egidio da Viterbo in onore del Ravenna e alcuni passi della
prefazione che si riferiscono ad cpisodi della vita del Ravenna. Si è usata la
copia della prima edizione a stampa contenuta, insieme ad altri tre incu- ‘
naboli, nel Cod. marciano lat. 274 della classe VI, ai ff. 82-97v. I 82 r.
Elconora de Aragona Ducissa Ferrariac etc. quod ab omnium bonorum datore
immortali deo generi humano concessum est placrique in orbe terrarum a
constitutione mundi usque ad hanc aetatem excellentes viri evasere, quos inter
nunc adest spectatus miles auratus et insignis utroque iure consultus dominus Petrus
Tomasius Ravennas harum literarum nostrarum exhibitor, qui, practer alias
corporis et animi dotes, ita omni doctrinarum genere et tenacissima memoria
refulget ut nedum superiorem, sed etiam in his parem minime habere videatur.
Quod quidem nuper latissi- me re ipsa comprobavit non solum nos, sed etiam
omnis haec civi- tas nostra testimonium perhibere potest. Qua ex re factum est
ut cum singulari admiratione precipuaque charitate complexae inter nostros
praeter alios familiarem et domesticum habere consti- tuerimus. Quamobrem
serenissimos reges, illustres principes, ex- cellentes respublicas et alios
quosqunque dominos patres fratres amicos benivolosque nostros precamur et
oramus ex animo ut quotienscunque ei contigerit ipsum dominum Petrum / tam 82 v.
optime meritum cum suis famulis et equis usque ad numerum octo cum suis bulgiis
forceriis et capsis cum pannis ct vestibus suis libris vasis argenteis et aliis
cuibuscunque rebus suis ac armis per eorum urbes oppida vicos passus aquas et
loca die noc- teque liberrime et expeditissime absque alicuius datii gabellae
ct alius cuiuslibet oneris solutione amoris nostri et potissimum tam maximarum
huius hominis virtutum causa transire permit- 84 v. 92 v. 93 r. APPENDICE IV
287 tant commendatissimumque ipsum semper habentes ci providere velint de
liberrimo expeditissimoque transitu et idonca cohorte ut opus fucrit et ipse
requisiverit. Quod quidem nobis iucundis- simum semper cerit atque gratissimum,
paratissimis ad omnia corum qui sic in eo sc habuerint beneplacita. Mandamus
autem omnibus et singulis magistratibus quoruncunque locorum nos- trorum ct
potissimum custodibus passuum reliquisque subditis nostris ut praedicta omnia
ct singula in terris et locis nostris in- violabiliter servent servarique
faciant. Sub indignationis nostrae incursu et alia quavis graviori poena pro
arbitrio nostro eis im- ponenda; ad quorum robur et fidem has nostras patentes
litte- ras ficri iussimus et registrari ct nostri maiori sigilli munimine
roborari. Datas Ferrariae in nostro ducali palatio anno nativitatis dominicae
Millesimo quatringentesimo nonagesimo primo, indic- tione nona, die decimo
mensis Octobris. Severius. Il Paduae Domino Petro memoriae magistro. Qui modo
pyramides, quid iam Babylona canamus Quid Iovis et triviae templa superba deae
Non magis immensum mirabimur amphitheatrum Nam summe facerent hoc quoque semper
opes Scipio non ultra iactet quod fecerat usus Agmina qui proprio nomine tota
vocat Petrum fama canat quam nobilis ille Ravennae est Gloria, qui plusque
docta Minerva potest Quid magni facere dei mirabile dictu Nam retinet quicquid
legerit ille semel Effatur triplici quaecunque orator in hora Protinus hic
iterum nil minus ore refert Sic reor hunc genuit doctarum quinta sororum Cui
pia musa nihil non meminisse dedit Frater Egidius Viterbiensis heremita. III.
Bononiae, Papiae, Ferrariaeque legi et qui me audierunt mul- ta memoriter scire
incoeperunt, et quamvis mea artificiosa me- moria aliorum auctoritatibus sit
comprobata, peccare tamen non puto si acta mea in hoc libello legentur quae
ipsam mirabiliter approbabunt. Dum essem iuris auditor, nec vigesimum vidissem
annum, in universitate patavina dixi mc totum codicem iuris ci- vilis posse
recitare; petii namque ut mihi leges aliquae ad arbi- trium astantium
proponerentur, quibus propositis, summaria Bar- toli dicebam, aliqua verba
textus recitabam, casum adducebam, tacta per doctores examinabam, lexque ista
tot habet glosas dice- bam et super quibus verbis erant positae recordabar, /
contraria 288 93 v. 94 r. CLAVIS UNIVERSALIS allegabam et solvebam. Visum est
astantibus vidisse miraculum; Alexander Imolensis diu obstupuit, nec fabulam
narro: ego palam locutus sum in universitate Paduae ex qua in ore duorum vel
trium stat omne verbum; testes huius rei tres habco: magnificum dominum Ioannem
Franciscum Pasqualicum senatorem venetum et iuris utriusque doctorem
excellentissimum apud illustrissimum Mediolani ducem nunc legatum, clarissimum
doctorem dominum Sigismundum de capitibus listae civem nobilem patavinum cuius
predictus Franciscus fuit acutissimi ingenii iuris consultus, specta- bilem
dominum Monaldinum de Monaldiniis Venetiis commoran- tem in quo virtus
domicilium suum collocavit. Lectiones etiam Alexandri Imolensis Paduae legentis
copiosis- simas memoria tencbam et illas ex verbo ad verbum in scriptis
redigebam, illas etiam postquam finierat, astante magna audito- rum copia, a
calce incipiens recitabam ex suisque lectionibus dum in scholis audirem carmina
faciebam et omnes carum partes in carminibus positas statim replicabam; et qui
hoc viderunt obstu- pucre: huius rei testes habeo clarissimum equitem et
doctorem dominum Sigismundum de capitibus listae et filium Alexandri Imolensis
qui nunc est iuris consultus celeberrimus. Centum et quatraginta quinque
auctoritates religiosissimi fra- tris Michaelis de Mediolano Paduae
praedicantis immortalitatem animae probantes, coram eo memoriter et prompte
pronunciavi, qui me amplexus est dicens: vive diu, gemma singularis, utinam te
religioni dicatum viderem. Testis est tota civitas patavina, sed magnificum
dominum Ioannem Franciscum Pasqualicum et do- minum Sigismundum de capitibus
listae et dominum Monal- dinum de Monaldiniis testes habco. Petii ego doctor /
creatus in universitate patavina, ut mihi in cathedra sedenti, aliquis de
universitate auditor unum ex tribus voluminibus digestorum quid eligeret
praesentaret locum- que in quo legere deberem designaret. Dixi enim supra rc pro-
posita innumerabiles leges allegabo. Testes sunt clarissimus iuris utriusque
doctor dominus Gaspar Orsatus Paduae iura canonica legens et doctissimus
dominus Prosper Cremonensis Paduae com- morans [....]. Semel in schachis
ludebam et alius taxillos iaciebat aliusque omnes iactus scribebat ct ex
themate mihi proposito duas / cpis- tolas dictabam. Posquam finem ludo
imposuimus omnes iactus schachorum cet taxillorum et epistolarum verba ab
ultimis inci- piens repetii; hacc quatuor per me codem tempore collocata
fuerunt. Testes sunt dominus Petrus de Montagnano et Fran- ciscus Nevolinus
nobiles patavini cives. Dum
cssem Placentiae monasterium monachorum nigrorum intravi ut illud viderem, in
dormitorioque cius comitante mona- cho quodam bis deambulans monachorum nomina
quae in ostiis cellarum erant collocavi; deinde congregatis eis nomine proprio
quemlibet salutavi, licet quem nominabam digito demonstrare 9% v. 95 r.
APPENDICE IV 289 non potuissem. Mirabantur monachi quo pacto ego peregrinus
nomina eorum memoriter proferrem, ipsis mirari non desinenti- bus, dixi tandem:
hoc potuit mea artificiosa memoria, quorum unus dixit ergo hoc Petrus Ravennas
facere potuit et non alius. In capitulo generali canonicorum regularium Paduac,
prac- dicationem domini Deodati Vincentini co ordine quo ipsam pronunciaverat
recitavi astante ipsius praedicationis auctore. Sc- mel me traxit ad sui
contemplationem Cassandra, fidelis veneta virgo excellentissima, quae dum
legeret litteras serenissimae coniugis
regis Ferdinandi ad se missas, illas collocavi et recitavi; testis est illa
doctissima virgo, dominus Paulus Raimusius doctor excellens ariminensis et
Angelus Salernitanus vir clarus [....]. De mea artificiosa memoria testis est
illustrissimus marchio Bonifacius et eius pulcherrima uxor quae me egregio
munere donavi; testis est illustrissimus Hercules dux et illustrissima uxor
Eleonora; testis est tota Ferraria duas enim pracedicationes cele- berrimi
verbi dei pracconis magistri mariani heremitae recitavi, quo audito obstupuit
dictus magister et dixit: illustrissima du- cissa hoc est divinum et
miraculosum opus; testis est universitas patavina: omnes enim lectiones mceas
iuris canonici sine libro quotidie lego ac si librum ante oculos haberem,
textum et glosas memoriter pronuncio ut nec etiam minimam syllabam omittere
videar. In locis autem meis quae collocaverim hic scribere statui et quae locis
tradidi perpetuo teneo, in decem et novem litteris alphabeti vigintimilia
allegationum iuris utriusque posui et codem ordine sacrorum librorum septem
milia, mille Ovidii carmina quae ab co sapienter dicta continent, ducentas
Ciceronis auctoritates, trecenta philosophorum dicta, magnam Valeri Ma- ximi
partem, naturas fere omnium animalium bipedum et qua- drupedum quorum
auctoritatum singula verba collocavi, et quando vires arti / ficiosae memoriae
experiri cupio, peto ut mihi una ex litteris illis alphabeti proponantur, super
qua pro- posita allegationes profero, et ut clare intelligas, exemplum ha- bes:
proposita est mihi nunc littera A in magno doctorum vi- rorum conventu, et
statim a iure principium faciens, mille alle- gationes et plures proferam de
alimentis, de alienatione, de ab- sentia, de arbitris, de appellationibus et de
similibus quac iure nostro habentur incipientibus a dicta littera A; deinde in
sacra scriptura de Antichristo, de adulatione et multas allegationes sacrae
scripturae ab illa littera incipientes pronunciabo, carmina Ovidii,
auctoritates Ciceronis et Valerii non omittam, de asino de aquila de agno de
‘accipitre de apro de ariete auctoritates allegabo, et quaecumque dixero ab
ultimis incipiens velociter repetam [. APPENDICE V. TRE MSS. DI ARS MEMORATIVA
DEL TARDO SEC. XVI. Una posizione come quella del Rosselli, che pure si muove
nell’ambito della tradizione “ciceroniana” e non ha contatti con il lullismo,
appare per molti aspetti assai vicina a quella che verrà poi assunta da Bruno.
Non mancarono tuttavia, an- che sul finire del secolo, trattazioni di ars
memorativa con- dotte secondo i canoni più tradizionali della mnemotecnica
“classica”. Più che altro per amore di completezza, si dà qui conto di tre
testi manoscritti che risentono fortemente di que- ste impostazioni
tradizionali. Nel primo di questi testi, con- servato nel ms. Palatino 885
della Nazionale di Firenze (Cod. cart. miscell. sec. XIV, XV, XVI di carte 466.
Ai ff. 289r.- 313v. è un anonimo trattato di mnemotecnica: /Inc.: Queritur
primo, quare, antequam hanc, artificialem memoriam non in aperto tradiderunt.
Expl.: Vox continua est de quantitate con- tinua. Grafia del sec. XVI) ritorna,
secondo gli schemi ormai ben noti, la trattazione dei luoghi e delle immagini.
Nel se- condo, l’ashburnhamiano 1226 della Laurenziana (Cod. cart. in folio di
carte 71, fine del sec. XVI) riscontriamo quel feno- meno, che abbiamo visto
tipico, di una trasformazione dei trat- tati di retorica in una ordinata e
sistematica classificazione di nozioni. L'arte della memoria non è qui fatta
oggetto di spe- cifica trattazione; gli intenti mnemonici risultano chiari
dalla disposizione della materia, ordinata in tavole. Si veda per cs. al fol,
l1v.: «La Rhetorica è un’arte di trovare ciò che in ogni cosa sia acconcio a
persuadere. Le fedi con le quali si per- suade sono: Dell’arte cotai sono:
nella vita e nei costumi del- l’Oratore, in mover l’animo del giudice,
nell’oratione quando si prova o par che si prova alcuna cosa. Questa maniera di
fede si prova e si tratta dall’Oratore. Fuori dell’arte cotai sono : leggi,
patti, testimoni, tormenti, giuri. Quest’altra maniera di fede si tratta
solamente dall’Oratore ». Del terzo manoscritto (II, 1, 13, già Magliab. della
Nazionale di Firenze, Cod. cart. in folio grande di carte 48) già segnalato
dalla Yates, si cono- scono invece sia l’autore, sia il luogo e la data di
composizione. APPENDICE V 291 Scritto da frate Agostino Riccio nel Convento di
Santa Maria Novella nel 1595, il trattato si rivolge « alla gioventù fioren-
tina studiosa di lettere ». La Yates (The Ciceronian Art of Memory, in Medioevo
e Rinascimento, Studi in onore di B. Nardi, Firenze 1955, p. 899) ha visto in
questo scritto « qual- cosa di meno astratto che i trattati del Romberch e del
Ros- selli ». In realtà l’operetta del Riccio appare in tutto con- venzionale,
ultima eco di una tradizione che si andava ormai spegnendo. Tuttavia, anche in
questo testo, non manca un elemento di novità rispetto alle fonti classiche.
Allo scopo di imprimere meglio nella mente del lettore le regole dell’arte
della memoria, vengono qui impiegati immagini e simboli: in altri termini, per
esprimere i precetti che insegnano a « col- locare » le immagini, ci si serve
di altre, più complesse imma- gini. Dello stesso accorgimento già aveva fatto
uso il Bruno nella Explicatio triginta sigillorum del 1583. Ir. Essendo la
memoria madre delle scienze poi che quello che vera- mente si sa che si ritiene
nella memoria impresso, utilissima è l’arte che rende perfetta questa natural
potenza. Di essa da molti sono stati scritti vari libri, ma non però ho stimato
ch’a me sia negato il formare questo trattato nel quale sotto la simi- litudine
d’un potentissimo Re ch’appresso di sé ha due consi- glieri e tre valorosi
capitani et un servo che provede ciò che fa di bisogno, brevemente e
chiaramente ho ridotto in sette precetti la somma di quest'arte et a voi la
dono. 7r. / Seconda regola o Primo consiglier o luoghi, son nominati da me, ché
tutti questi tre nomi significano una cosa medesima come si dichiara per la
figura dipinta a uso d’huomo consigliere del Re, ché detto consigliere tiene
una mano sopra a un map- pamondo dipinto nel quale si vede città, terre,
castelli, case, botteghe, così anco chiese, palazzi, vie, piazze, conventi di
reli- giosi e a molte altre cose [....] / 17 v. Però io ho fatto molti Alfabeti
diversi acciò che tu gli legga e vi facci pratica, un Alfabeto è di fiumi laghi
e pesci, un di pietre preziose e tutte l'altre pietre insieme, un d’'erbe c
piante piccole, un di fiori, un d’alberi e frutti grandi, un d’animali grandi e
piccoli... un di città, un di casati fiorentini, un d'arti meccaniche e
liberali o exercitii o servitù che si faccino per guadagnare, un d'huomini
honorati [....]. APPENDICE VI. IL PETRARCA MAESTRO DI ARTE DELLA MEMORIA In un
saggio più volte citato nel corso di questo libro (The ciceronian Art of
Memory, nel vol. Medioevo e Rinascimento, Studi in onore di B. Nardi, Firenze,
1956, pp. 889-894) la Yates ha segnalato una serie di testi di ars memorativa
nei quali compaiono espliciti richiami al Petrarca. Nel Congesto- rium
artificiose memorie, pubblicato a Venezia nel 1520, Johan- nes Romberch si
richiama più volte al Petrarca attribuendogli anche la paternità di non poche
affermazioni di carattere “tec- nico” sui /oci e sulle imagines (pp. 20r.,
28r., 29r.); nella Plutosofia di Filippo Maria Gesualdo (Padova, 1592, p. 14r.)
il Romberch viene addirittura qualificato un seguace della mne- motecnica del
Petrarca; nella Prazza universale (Venezia, 1578, Disc. LX) Tommaso Garzoni
include il Petrarca fra i più noti cultori di mnemotecnica; Lambert Schenkel
nel Gazophy- lacium artis memoriae (Argentorati, 1610, pp. 26-28), dopo aver
riportato un lungo passo dei Rerum memorandarum libri (ediz. di Basilea, 1581,
I, p. 408; ediz. G. Billanovich, Firenze, 1943, pp. 46, 48), fermi che l’arte
mnemonica fu dal Pe- trarca «avide susceptam et diligenter excultam » (Gazophy-
lacium, cit., p. 28). Gli sparsi accenni alla memoria, alla memoria
artificiale, agli illustri esempi di prodigiosa memoria presenti nell’opera del
Petrarca sono stati elencati, con la precisione che le è consueta, dalla Yates:
nessuna specifica regola di mnemotec- nica, né alcuna esaltazione o
raccomandazione dell’ars memo- riae — della cui divulgazione il Petrarca era
tuttavia a cono- scenza («Itaque minus miror tantis nature preditum mune- ribus
artificiosam memoriam contempsisse, que tum primum in Grecia reperta, apud nos
hodie vulgata est », Rerum mem. libri, ediz. Billanovich, p. 46) — è presente
nell'opera dell’au- tore del Canzoniere. La tradizione che vede nel Petrarca un
“classico” della letteratura sulla memoria non nasce tuttavia dal semplice
desiderio — così diffuso negli autori di questi trattati — di invocare sempre
nuove “autorità”. Essa ha ori-
APPENDICE VI 293 gini precise: « I think one can see how the tradition about
Petrarch as an advocate of the classical mnemonic arose. Eve- ryone knew that
the great scholastics in treating memory as a part of prudence had recommended
the artificial memory. It was therefore supposed that when Petrarch treated
memory as a part of prudence by giving amongst his exempla the me- mories of
great classical rhetors in which he made allusions to the classical mnemonic,
he thereby meant — though in his own ’humanist’ way — to recommend it. And it
was pro- bably further supposed that in the description of the memory of his
friend he was describing the feats of a modern ’ artift- cial memory” based on
the practice of the ancients. This was certainly the assumption made by Lambert
Schenkel, in the passage referred above » (p. 893). Con le conclusioni della Yates sembra difficile non
concor- dare, anche se l’unico passo del quale disponiamo per renderci conto
delle origini di questa curiosa tradizione, contiene affer- mazioni che solo
parzialmente confortano le affermazioni ora citate: «Qui autem aequus rerum
aestimator, considerans quae ex Francisco Petrarcha hic citata sunt, nempe
artificio- sam memoriam sua aetate vulgatam fuisse, militem illum ami- cum ab
adolescentia multorum itinerum individuum comitem ipsi fuisse, saepe totos dies
et noctes colloquiis traductos, alias- que circumstantias, ac maximam
occasionem consequendae huius artis, vel ab ipso, qui eam tali amico, viro tam
docto, negare non putuisset, vel ab aliis, iudicet illam ab ipso esse
neglectam; praesertim cum memoriae illius excellentia, com- muni omnium fama,
celebretur et a scriptoribus in numerum illorum relatus sit qui admirabili
memoria insignes fuerunt, ac scripta facile testentur quantus ille orator,
quantus poeta latinus, quodque italorum poetarum princeps habeatur, unde recte
colligitur artem memoriae avide ab illo fuisse susceptam et diligenter
excultam, atque maximo sibi in studiis omnibus adiumento et ornamento fuisse ».
(Gazophylacium, cit., p. 28). Comunque stiano le cose, è certo che la
tradizione del Pe- trarca maestro e teorico della memoria artificiale si
estende molto al di là dei limiti cronologici indicati dalla Yates (« the
tradition of associating Petrarch with mnemonics goes on even into the early
seventeenth century », p. 890). Negli scritti di Jean Belot pubblicati nel 1654
e in seguito riediti nel 1669, 294 CLAVIS UNIVERSALIS 1688, 1704, il nome del
Petrarca compare accanto a quelli di Pietro da Ravenna e di Giordano Bruno (Les
oeuvres de M. Jean Belot contenant la chiromance, physionomie, l'art de memoire
de Raymond Lulle, Lyon, 1654, p. 334). Nella lunga nota integrativa apposta dal
Diodati alla voce Mémotre del- l’Enciclopedia di Diderot (Ediz. di Lucca, 1767,
p. 263) ritro- viamo in pieno Settecento, accanto a quelli di Pietro da Ra-
venna, di Jacopo Publicio, del Romberch, di Cosma Rosselli, il nome di
Francesco Petrarca. APPENDICE VII. UNO SCRITTO INEDITO DI GIULIO CAMILLO Di
carattere teologico e cabalistico è uno scritto inedito del Camillo sul quale
ha di recente richiamato l’attenzione E. Garin (« Giornale crit. della
filosofia italiana », 1959, 1, p. 159). Cfr. E. MANDARINI, / codici manoscritti
della Biblioteca Orato- riana di Napoli, Napoli, 1897, p. 122 e il Ms. Pil. XV,
n. ll, in 4°, sec. XVI, di cc. 55 non numerate. Lo scritto del Camillo inizia
con un proemio caratteristico nel quale fra l’altro si af- ferma: « Et perché
né più degno soggetto, né più alto si tratta del Sommo Dio, contenendo la
presente Opera l’interpretazione dell’Arca del Patto, per la quale si ha la
vera Intelligenza delli tre Mundi, cioè Sopra Celeste, Celeste et Inferiore,
onde ne risorge la vera Cognitione Theologica, over Divina che dir vogliamo,
qui è esponuto il Senario Canone Pitagorico et sfor- bito dal Ternario, cioè
Artifex, Exemplar, Hyle. Qui è dichia- rato cos'è Materia, Forma et Privatione.
Qui più luoghi delle Sacre pagine enodati et de oscuri fatti chiari. Qui vedrai
ac- cordata la Pitagorica, et Platonica disciplina, con la philoso- phia et
theologia nostra ». Di questo stesso testo del Camillo ho trovato un altro
esemplare nel Ms. Aldino 59 della Bibl. Univ. di Pavia (Ms. cart. del sec. XVI,
di cc. scritte e nume- rate 95, legatura in cartone, mm. 185 * 147). Anche qui,
come nell’esemplare napoletano, segue un trattato De Transmuta- tone. Si veda a
fol. 40r.: « Tre esser le une transmutationi, cioè: la Divina, quella delle
Parole, et quella ch'è pertinente alli Metalli. Et tutte tre fra loro haver una
maravigliosa corri- spondenza ». Al fol. 46r. sono ricordati Agrippa e Giovanni
da Rupescissa. Le cc. 51r. segg. contengono una trascrizione dall’edizione
veneta del 1548 della Porta della luce santa. APPENDICE VIII. ESERCIZI DI
MEMORIA NELLA GERMANIA DEL SEC. XVII Com'è noto, i testi mnemotecnici di Pietro
da Ravenna prima, e di Giordano Bruno poi, ebbero grande risonanza negli
ambienti della cultura tedesca. Il brano qui di seguito trascritto costituisce
un singolare documento dell’interesse, prc- sente anche in ambienti accademici
dei primi anni del secolo XVII, per quegli esercizi di memoria che avevano
avuto gran voga durante il Cinquecento, soprattutto in Italia e in Ger- mania.
A questi divertimenti (recitare per esempio indiffe- rentemente dal principio
alla fine o dalla fine al principio una filza di qualche centinaio di termini o
di espressioni inusitate) si dedicavano del resto anche non pochi fra i
maggiori emble- matisti del Seicento. Come ha ricordato M. Praz (Studi sul
concettismo, Firenze, 1946, p. 233) il gesuita padre Menestrier, celebratissimo
autore di un centinaio di opere di emblematica, faceva mostra della sua
prodigiosa memoria davanti a Cristina di Svezia servendosi di esercizi di
questo tipo. Il testo che segue è tratto da Joannes Paepp, Schenkelius detectus
seu me- moria artificialis hactenus occultata, Lugduni, 1617, pp. 30 - 39
(copia usata: Trivulziana, Mor. M. 17). Negli scritti del Paepp (cfr. anche
Artficiosae memoriae fundamenta ex Aristotele, Ci- cerone, Thoma Aquinate ecc.,
Lugduni, 1619, e Introductio facilis in praxin artificiosae memoriae, Lugduni,
1619) è parti- colarmente interessante il tentativo di fondereinsieme le figure
della combinatoria lulliana e quelle in uso nella mnemotecnica “ciceroniana”.
Il Goclenius, nominato nel testo, è personag- gio assai noto. Si vedano su di esso: Morhof,
Polyhistor lite- rarius philosophicus et practicus, Lubecca, 1732, II, p. 455 e
L. Thorndike, History of Magic and Experimental Science, New York, 1951, V, p.
326; VI, pp. 137, 368, 485, 506. Die XXIX Sept., styli veteris anni, MDCII,
hora octava matutina convenerunt ad aedes celeberrimi ac magni illius
philosophi et profes- soris D. Rudol. Goclenii, clariss. vir ac D. Henricus
Ellenbergerus praeclarus medicinae doctor et professor, D. Mathias à Sichten
Dan- tiscanus Borossus, ct M. Christophorus Bauneman Maior stipendiaro-
APPENDICE VIII 297 rum. Petitque Schenkelius a D. Goclenio er D. Ellenbergero
dictari XXV sententias, quas ipsc calamo excepit, pracposita cuique nota arith-
metica, deinde intro vocavit ingenuum ac doctum adolescentem Dn. lustum
Ingmannum, Cassellanum Hessum iuris ac philosophiae studio- sum cui cae omnes
ordine prelectae sunt a Schenkelio, singulae bis interiecto aliquantulo more,
omnibusque dictis tacitus aliquantisper sedit. Deinde exorsus loqui a prima ad ultimam ordine recto
et retro- grado ab hac ad illam sine mora, haesitatione aut errore recitavit.
Cum vero bis terve evenisset ut dictionem unam alteri pracponeret, ac bis ut
synonymum pro synonymo in quibus facillimus est lapsus ita pro sic, limites pro
fines, unico hoc verbo admonitus, dic ordine dixine ita? synonymum ponis:
statim et eadem substituit vocabula et suo ordine. Postremo intercalari ordine
quolibet expresso numero statim sententiam, aut dicto primo cuiuslibet
sententiae vocabulo confestim numerum indi- cavit. Tum rogavit Dn. Iungmannum
Schenkelius an vellet aliquas praeterea sententias adiici. Alacri animo XXV
alias addi optavit. Verum Schenkelio respondente nimis multas fore, quindecim
pettit; quas arti applicatas eadem dexteritate promptitudine qua superiores
quolibet or- dine et separatim et cum aliis coniunctim intercalari repetiit.
Fuerunt autem sententiae sequentes: 1. Omnia sunt fucata, nihil candoris in
aula est. 2. Animus philosophi debet esse in sagina, corpus in macie. 3. Ut planctae saepius translatae raro perveniunt ad
frugem, sic et ingenia vagabunda [....]. 39. Timiditas ignorantiam audacia
temeritatem arguit. 40. Iuvandi non oppugnandi sunt qui nobis iecere fundamenta
sa- pientiae. Si inter alias a Dominis aliquae dicerentur sententiae paulo
tritiores quas coniiciebat D. Iungmannum antea memoriter scire, id sincere Do-
minis indicavit Schenkelius aliasque illarum loco accepit. Si quoque aliquae
iusto breviores videbantur petivit addi aliquid. Ut factum in XXIII et XXIV.
Sequenti die XXX Septembris denuo convenerunt su- pra nominati domini ad acdes
D. Mathaei Schrodij pharmacopolae hora nona et ab cisdem dictata sunt
quinquaginta vocabula a Schenc- kelio excepta; et intro vocato Dn. Iungmanno
singula semel praelecta, relicto ipsi paululum morae ad cogitandum et
applicandum arti, deinde a primo ad ultimum ordine recto ab hoc ad illud
retrogrado, postea intercalari quocunque numero dicto subiecit vocabulum, et
contra no- minato quolibet vocabulo numerum sine mora, haesitatione vel errore.
Interrogavit Schenckelius an placeret dominis plura dare. Videlicet: numerum
illum duplicatum? Quod desiderabat quidem Dn. Iungman- nus, sed responderunt
sufficere, nec se dubitare quin possit multo plura codem modo recitare. Postea
Schenckelio conquestus est Dn. Iungman- nus dolere se quod non ad quinquaginta
sententias et centum vocabula esset processum, haud dubie se optime repetiturum
fuisse; fuerunt au- tem sequentia: 298 CLAVIS UNIVERSALIS I. Gobius, 2.
Peristroma, 3. Ficedula, 4. Ephipium, 5. Phalerae, 6. Canabis [....], 49.
Mantica, 50. Locaria. Rursus oblatis a Schenckelio Dominis ducentis sententiis
in quibus sc exercuerat, Dn. Iungmannus dum specimini se praepararet, et quas
iam memoria tenebat; una cum quadraginta heri pro specimine dicti- tatis,
quibus pracpositac crant notae arithmeticae. Rogavit ut expri- merent quemlibet
numerum et Dn. Iungmannus statim corresponden- tem diceret sententiam quod
factum est feliciter, non sine praesentium admiratione. Cum praesertim magno id
fieret numeri intervallo. E. g. dic 235, dic 27, dic 9, dic 240, dic 228...
etc. Postremo Dominis sunt oblata 250 vocabula scripta in quibus partim se
privatim ad specimen praepararat, partim cum Schenckelio cexercuerat ita ut
illa quoque memoria tencret; quibus iam cadem hora erant apposita 50 alia, ut
cum prioribus trecenta efficerent; et petivit Schenckelius ut Domini quem
vellent numerum proferrent. Quod ita ut modo dictum est de sententiis fecerunt et statim Dn.
Iungmannus vocabulum quodque red- didit. Si semel aut bis non diceret ipsam
sententiam aut vocabulum servato prorsus ordine vocum, monitus rem acu non esse
tactam, veram aut sententiam aut vocabulum illico restituit. Dic subsequenti
primo Octobris interfuit Dn. Iungmannus concioni publicae R. D. Doc- toris
Winckelmanni Concionatoris ac Professoris celcberrimi quam etiam valde attente
audiverunt, ut certius de specimine iudicare pos- sent Eximius Med. Doctor et
Professor Ellenbergerus et D. ac M. Chris- tophorus Baunemmannus, qui una cum
Schenckelio concione absoluta iverunt recta ad aedes pracclariss. D. Goclenii,
ut coram ipsis cam repcteret, quod fecit ita prompte ct exacte ut nihil ex tota
concione esset practermissum. Haec
omnia ita ut supra fideliter relata sunt se habere testamur cum ea nobis
praesentibus, videntibus sententias et vocabula dictanti- bus, gesta sint et
probata, omni fraude et dolo seclusis. In quorum fidem hoc veritati non minus
quam equitati debitum testimonium nominibus nostris subscriptis siglillisgue
munitum libenter Schenckelio vel non roganti dedimus. Marpurgi Hassorum anno,
mense, die supra- positis. Rod. Goclenius L. Professor Henricus Ellenbergerus
Med. Doctor et Professor Mathias à Sichten Dantiscanus Borossus Cristophorus
Bauneman Maior stipend. APPENDICE
IX. LA VOCE ART MNEMONIQUE NELL’ENCICLOPEDIA DI DIDEROT Commentando la voce
Mémoire della grande Enciclopedia, il Diodati rimpiangeva che l’autore della
dotta dissertazione non avesse fatto seguire alla trattazione della memoria
natu- rale una esposizione, altrettanto ampia e precisa, delle regole della
memoria artificiale (Ediz. di Lucca, 1767, X, pp. 263-64). Per rimediare a
questa lacuna il Diodati ripeteva alcuni dei più tradizionali concetti della
mnemotecnica di origine “cice- roniana”; aggiornava l’elenco degli uomini
dotati di prodi- giosa memoria aggiungendo ai nomi di Plinio, di Aulo Gel- lio,
di Cinea, di Ciro, di Seneca e di Pico, quello del Maglia- bechi; si richiamava
ai nomi dei maggiori trattatisti; elencava infine alcune regole di medicina
della memoria e i principali precetti dell’arte della memoria locale. La lacuna
che aveva scandalizzato il buon Diodati, non esiste affatto nell’ Enciclopedia.
Nel primo volume dell’opera (che lo stesso Diodati aveva annotato e pubblicato
nove anni prima) un’intera sezione della lunga voce Art appare dedicata alla
trattazione dell'Art mnémonique. Del testo, che è opera dell’Yvon (sulla cui
figura e posizione intellettuale cfr. F. VEx- tuRI, Le origini dell’
Enciclopedia, Roma-Firenze, 1946, pp. 40-48) si trascrivono qui di seguito le
parti essenziali. Nella identificazione dell’arte mnemonica con la logica,
nell’appello alla chiarezza e alla distinzione, nell’idea di un ordinamento
delle idee in una catena di premesse e di conseguenze, infine nel deciso
rifiuto di ogni forma di “memoria artificiale” tradi. zionalmente intesa sono
evidenti le influenze delle posizioni cartesiane. Le due opere alle quali
l’autore fa riferimento sono: Marius D’Assicny, The Art of Memory, London, 1697
e Wix- KELMANN (che è pseudonimo di Stanislaus Mink von Venus- sheim), Logica
mnemonica sive memorativa, Halae Saxo- num, 1659. On appelle ar: mnemonique la
science des moyens qui peuvent servir pour perfectionner la mémoire. On admet
ordinairement quatre de ces sortes de moyen: car on peut y employer ou des
remedes physi- 300 CLAVIS UNIVERSALIS ques, que l’on croit propres à fortifier
la masse du cerveau; ou de certaines figures et schématismes, qui font qu’une
chose se grave mieux dans la mémoire; ou des mots techniques, qui rappellent facilement
ce qu’on a appris; ou enfin un certain arrangement logique des idéesen les
plagant chacune de facon qu’elles se suivent dans un ordre naturel. Pour ce qui
regarde les remedes physiques, il est indubitable qu’un régime de vie bien
observé peut contribuer beaucoup à la con- servation de la mémoire, de méme que
les excès dan le vin, dans la nourriture, dans les plaisirs, l’affoiblissent.
Mais il n'est pas de méme des autres remedes que certains auteurs ont
reccomandés... qu'on peut voir dans l'art mmnemonique de Marius d’Assigny,
auteur anglois... D’autres ont eu recours aux schématismes. On sait que nous
retenons une chose plus facilement quand elle fait sur notre esprit, par les
moyens des sens cxtérieurs, une impression vive. C'est par cette raison qu'on a
tiché de soulager la mémoire dans ses fonctions, en réprésen- tant les idées
sous de certaines figures qui les expriment en quelque facon. C'est de cette
manière qu'on apprend aux enfans, non seule- ment à connoître les lettres, mais
encore à se rendre familiers les principaux évenemens de l’histoire sainte et
profane. Il y a méme des auteurs qui, par une prédilection singuliere pour les
figures, ont appliqué ces schématismes à des sciences philosophiques. C'est ainsi qu'un certain Allemand, nommé Winckelmann,
a donné toute la logique d'Aristote en figures... Voici aussi comme il définit
la Logique. Aristote est représenté assis, dans une profonde méditation : ce
qui doit signifier que la Logique est un talent de l’esprit et non pas du
corps; dans la main droite il tient un clé: c’est-a-dire que la Logique n'est
pas une science, mais un clé pour les sciences; dans la main gauche il tient un
marteau: cela veut dire que la Logique est une habitude instrumentale; et enfin
devant lui est un étau sur lequel se trouve un morceau d'or fin et un morceau
d'or faux pour indiquer que la fin de la Logique est de distinguer le vrai
d’avec le faux. Puisqu'il est
certain que notre immagination est d’un grand secours pour la mémoire, on ne
peut pas absolument rejetter la méthode des schématismes, pourvà que les images
n’ayent rien d'extravagant ni de puérile, et qu'on les applique pas à des
choses qui n’en sont point du tout susceptibles. Mais c’est en cela qu'on à
manqué en plusieurs fagons: car les uns ont voulu désigner par des figures
toutes sortes de choses morales et métaphysiques; ce qui est absurde, parce que
ces choses ont besoin de tant d’esplications, que le travail de la mémoire en
est doublé. Les autres ont donné des images si absurdes et si ridi- cules, que
loin de rendre la science agréable, elles l’ont rendu dégot- tante. Les
personnes qui commencent à se servir de leur raison, doivent s'abstenir de
cette méthode, et tàcher d’aider la mémoire par le moyen du jugement. Il faut dire la méme chose de la mémoire que l'on
appelle teckni- que. Quelques-uns ont
proposé de s’immaginer une maison ou bien une ville, et de s'y représenter
différens endroits dans lequels on pla- ceroit les choses ou les idées qu'on
voudroit se rappeller. D'autres, au APPENDICE IX 301 lieu d'une maison ou d’une
ville, ont choisi certains animaux dont les lettres initiales font un alphabet
latin. Ils partagent chaque membre de chacune de ces bétes en cinq parties, sur
lesquelles ils affichent des idées; ce qui leur fournit 150 places bien
marquées, pour autant d'idées qu’ils s'y imaginent affichées. Il y en a
d’autres qui ont eu recours è certains mots, vers, et autres choses semblables:
par exemple pour re- tenir les mots d’Alexandre, Romulus, Mercure, Orphée, ils
prennent les lettres initiales qui forment le mot armo; mot qui doit leur
servir à se rappeller les quatre autres. Tout ce que nous pouvons dire là-des-
sous c'est que tous ces mots et ces verbes techniques paroissent plus
difficiles à retenir que les choses mémes dont ils doivent faciliter l'étude.
Les moyens les plus sùrs pour perfectionner la mémoire, sont ceux que nous
fournit la Logique; plus l’idée que nous avons d'une chose est claire et
distincte, plus nous aurons de facilité à la retenir et à la rappeller quand
nous en aurons besoin. S'il y a plusieurs idées, on les arrange dans leur ordre
naturel de sorte que l’idéc principale soit suvie des idées accessoires, comme
d’autant de consequences; avec cela on peut pratiquer certains artifices qui ne
sont pas sans utilité: par exemple, si l’on compose quelque chose, pour
l’apprendre ensuite par coeur, on doit avoir soin d’écrire distinctement, de
marquer les différen- tes parties par de certaines séparations, de se servir
des lettres initiales au commencement d’un sens; c'est ce qu'on appelle la
mémotre locale... Les anciens Grecs et Romains parlent en plusieurs endroits de
l'art mnemonique Cicéron dit, dans le Liv. II de Orat. c. LXXXVI que Simonide
l’a inventé. Ce philosophe étant en Thessalie, fut invité par un nommé Scopas;
lors qu'il fut à table, deux jeunes gens le firent appeller pour lui parler
dans la cour. A_peine Simonide fut-il sorti, que la
chambre où les autres étoient restés, tomba et les écrasa tous. Lors- qu’on voulut les
enterrer, on ne put les reconnoître, tant ils étoient défigurés. Alors
Simonide, se rappellant la place où chacun avoit été assis, les nomma l’un
après l’autre; ce qui fit connoître, dit Cicéron, que l'ordre étoit la
principale chose pour aider la mémoire. APPENDICE
X. D’ALEMBERT E I CARATTERI REALI La voce Caractère della grande Enciclopedia
(i caratteri tipografici vengono trattati dal Diderot in un'ampia voce Ca-
ractères d'imprimerie) risulta dalla collaborazione di vari au- tori. Dopo
alcune brevissime definizioni dell’ Eidous che di- stingue fra suoni e segni o
figure e fa risalire l’origine dei carat- teri ai primi rozzi disegni tracciati
sui corpi materiali, d’Alem- bert tratta brevemente della scrittura in generale
cinviando: per una trattazione più analitica, alle voci Langue e Alphabet. Ai
caratteri egiziani accenna in poche righe, rimandando alle voci Hiéroglyphe ec
Symbole, il celebre grammatico Du Mar- sais. Seguono nell’ordine: una colonna c
mezzo di d’Alem- bert dedicata ai caratteri reali e al problema della lingua
uni- versale; una descrizione dei caratteridei vari alfabeti e dei segni
impiegati in geometria e trigonometria di La Chapelle; una breve voce sui
Caractères dont on fait usage dans l' arith- metique des infinis ancora di
d’Alembert; infine una colonna circa del Venel sui Caractères de la Chimie. Si
vuol qui richiamare l’attenzione sul secondo dei tre “pezzi” scritti dal
d’Alembert. In questo testo troviamo pre- sente la contrapposizione baconiana
dei “caratteri reali” (che esprimono non suoni o lettere, ma cose) ai “caratteri
nomi- nali” (o normali lettere alfabetiche); vediamo ripreso il paral- lelo,
presente nel De augmentis di Bacone e nell’ Essay di Wilkins, tra gli
ideogrammi cinesi e i caratteri reali che pos- sono essere letti e compresi
indipendentemente dalla lingua che effettivamente si parla; vediamo brevemente
esposti i risul- tati cui erano giunti lo stesso Wilkins, George Dalgarno e
Francis Lodowick; le riflessioni di Leibniz sulla caratteristica e sulla lingua
universale (di questi interessi non fa cenno la voce Lerbnittanisme ou
philosophie de Leibniz) vengono infine poste in un rapporto di diretta
derivazione con le dottrine dei due autori inglesi. Le opere del Dalgarno, dello
Wilkins, del Lodowick alle quali d’Alembert fa riferimento nel testo sono
nell’ordine: Ars signorum, vulgo character universalis et lingua philoso-
APPENDICE X 303 phica, Londra, 1661; Essay towards a real character and a phi-
losophical language, Londra, 1668; The grundwork or foun- dation laid (or so
intended) for the framing of a new perfect language, Londra, 1652. Les hommes
qui ne formoient d'abord qu'une société unique, ct qui n’avoient par conséquent
qu’une langue et qu'un alphabet, s'étant extrémement multipliés, furent forcés
de se distribuer, pour ainsi dire, en plusieurs grandes sociétés ou familles,
qui séparées par des mers vastes ou par des continens arides, ou par des
intéretéts differens, n'avoient presque plus rien de commun entr'elles. Ces
circonstances occasionnerent les différentes langues cet les différens
alphabets qui se sont si fort multipliés. Cette diversitt de caracteres dont se
servent les différentes nations pour exprimer la méme idée, est regardée comme
un des plus grands obstacles qu'il y ait au progrés des Sciences: aussi
quelques auteurs pensant à affranchir le genre humain de cette servitude, ont
proposé des plans de caracteres qui pussent ètre universels, et que chaque na-
tion pùt lire dans sa langue. On voit bien qu’en ce cas, ces sortes de
caracteres devroient étre réels et non mominaux, c'est-a-dire exprimer des
choses, et non pas, comme les caracteres communs, exprimer des lettres ou des
sons. Ainsi chaque nation auroit retenu son propre langage, et cependant auroit
été en état d’entendre celui d'une autre sans l’avoir appris, en vo- yant
simplement un caractere récl ou universel, qui auroit la méme signi- fication
pour tous les peuples, quels que puissent étre les sons, dont chaque nation se
serviroit pour l’'exprimer dans son langage particulier : par cxemple, en
voyant le caractere destiné à signifier Sorre, un An- glois auroit lù o drink,
un Frangois dorre, un Latin bidere, un Grec riverv, un Allemand trincken, et
ainsi des autres; de méme qu'en voyant un cleval, chaque nation en exprime
l’idée à sa maniere, mais toutes entendent le mème animal. Il ne faut pas s’'imaginer que ce caractere réel soit
une chimere. Le Chinois et les
Japonois ont déjà, dit-on, quelque chose de semblable: ils ont un caractere
commun que chacun de ces peuples entend de la méme maniere dans leurs
différentes langues, quoiqu’ils le prononcent avec des sons ou des mots
tellement différens, qu’ils n’entendent pas la moindre syllabe les uns des
autre quando ils parlent. Les premiers essais, ct méme les plus considérables
que l’on ait fait en Europe pour l’institution d’une langue universelle ou
philosophique, sont ceux de l’évèéque Wilkins et de Dalgarme: cependant ils
sont demeurés sans aucun effet. M. Leibnitz a eu quelques idées sur le méme
sujet. Il pense que Wilkins et Dalgarme n’avoient pas rencontré la vraie
méthode. M. Leibnitz convenoit que plusieurs nations pourroient s'entendre avec
les caracteres de ces deux auteurs: mais, selon lui, ils n’avoient pas attrapé
les véritables caracteres réels que ce grand philosophe regardoit comme
l’instrument le plus fin dont l’esprit humain pùt se servir, et 304 CLAVIS
UNIVERSALIS qui devoient, dit-il, extrémement faciliter et le raisonnement, et
la mémoire, et l’invention des choses. Suivant l’opinon de M. Leibnitz, ces
caracteres devoient ressem- bler à ceux dont on sc sert en Algebre, qui sont
effectivement fort simples, quoique très-expressifs, sans avoir rien de
superflu ni d’equi- voque, et dont au reste toutes les variétés sont
raisonnées. Le caractere réel de l'Evéque Wilkins fut bien regu de quelques
savans. M. Hook le recommande après en avoir pris une exacte connois- sance, et
en avoir fait lui-méme l'experience: il en parle comme du plus excellent plan
que l'on puisse se former sur cette étude, il a eu la complaisance de publier
en cette languc quelques-unes de ses décou- vertes. M. Leibnitz dit qu'il avoit
en vàe un alphadet des pensées humaines, et mèéme qu'il y travailloit, afin de
parvenir à une langue philosophi- que: mais la morte de ce grand philosophe
empécha son projet de venir en maturité. M. Lodwic nous a communiqué, dans les
transactrons plulosophi- ques, un plan d’un a/phabet ou caractere universel
d’une autre espece. Il devoit contenir une énumération de tous les sons ou
lettres simples, usités dans une langue quelconque; moyennant quoi, on auroit
été en état de prononcer promptement et exactement toutes sortes de langues; et
de d’écrire, en les entendant simplement prononcer, la prononciation d’une
langue quelconque, que l'on auroit articulée; de maniere que les personnes
accoùtumeées à cette langue, quoiqu'elles ne l’eussent jamais entendu prononcer
par d'autres, auroient pourtant été en état sur le champ de la prononcer
exactement: enfin cc caractere auroit servi comme d’étalon ou de modele pour
perpétuer les sons d’une langue quelconque. Dopo aver accennato a tentativi più recenti (Journal
Litté- raire del 1720, sul quale cfr. L. Coururat-L. Leau, Historre de la langue
universelle, Paris, 1907, pp. 29 segg.), d'Alembert concludeva scrivendo: «
Mais ici la difficulté est bien moins d’inventer les caractères les plus simples,
les plus aisées, et les plus commodes, que d’engager les différentes nations à
en faire usage; elles ne s’accordent, dit M. Fontenelle, qu’ì ne pas en- tendre
leurs intéréts communs ». La
sua sfiducia concerneva quindi, esclusivamente, la possibilità di una
realizzazione pra- tica. Su questo punto le opinioni dei collaboratori
all’Enciclo- pedia si configurano variamente. Per rendersene conto basterà
confrontare la voce Langage nella quale veniva esplicitamente rifiutata la
possibilità, anche teorica, di una lingua universale («Puisque du différent
génie des peuples naissent les diffé- rents idiomes, on peut d’abord décider
qu'il n’en aura jamais APPENDICE X 30)5 d’universel ») con la voce Langue nella
quale veniva esplicita mente riaffermata la speranza in una pratica
realizzazione della lingua universale: « Mon dessein n’est pas au reste de
former un langage universel à l’usage de plusieurs nations. Cette entreprise ne peut
convenir qu’aux académies savantes que nous avons en Europe, supposé encore qu’elles
travaillas- sent de concert et sous les auspices des puissances ». INDICE DEI MANOSCRITTI I numeri in corsivo rimandano
alle pagine nelle quali il testo del manoscritto è stato parzialmente o
integralmente riassunto o trascritto. Gli altri rinviano alle pagine nelle
quali il manoscritto è stato sempli- cemente indicato o richiamato. Firenze
Hannover : Innichen Milano Monaco Napoli Laurenziana Ashb. 1226: 290. Nazionale
II, 1, 13 (già Magliab.): 290-291. Conv. Soppr. I, 1, 47: 17, 271, 272-275.
Magliab. cl. VI, cod. 5: 17-18. Magliab. Palch. II, 90: 271. Palat. 54: 17,
271, 272-275. Palat. 885: 28, 290. Riccardiana Ricc. 1538: 271. Ricc. 2734: 25.
Phil. VI, 19: 250-252. Phil. VII. B. mi, 7: 250, 252-253. VIII. B. 14: 65.
Ambrosiana D. 535 inf.: 52. E. 58 sup.: 25. I. 171 inf.: 25. I. 153 inf.:
70-73, 261, 262-270. N. 185 sup.: 54.
N. 259 sup.: 69. R. 50 sup.: 26. T. 78 sup.: 19, 25, 26, 276, 277-285.
Staatsbibl. 10517: 69. 10552: 73. 10593: 70-73, 76-77, 261, 262-270. 10594: 54.
Oratortana Pil. XV n. IT: 295. 308
Parigi Pavia Ravenna Roma Torino Venezia INDICE DEI MANOSCRITTI Bibliothèque
Nationale lat. 15450: 48-49. lat. 16116: 65-68. lat. 17839: 70-73, 261,
262-270. lat. 6443c: 54. Universitaria Ald. 59: 295. Ald. 167: 27. Ald. 441:
17. Classense Mob. 3.3. H2. 10: 28. Angelica 142 (B.5. 12): 25, 26, 276.
Casanatense 90: 25. 1193: 25. Vaticana Ott. lat. 405: 69. Urb. lat. 852: 65,
73-74. Urb. lat. 1743: 31. Vat. lat. 3678: 22. Vat. lat. 4307: 22. Vat. lat. 5129: 22. Vat. lat.
5437: 70. Vat. lat. 6293: 27. Vat. lat. 6295: 54. Nazionale I. V. 47: 05. Marciana lat. cl. VI, 159: 19, 276. lat. cl. VI, 238:
26-27. lat. cl. VI, 274: 19, 20-23, 26, 27, 31-32, 33, 34, 276, 286. lat cl.
VI, 292: 25. lat. cl. X, 8: 15. INDICE DEI NOMI Le cifre seguite da n rimandano
alle note. Quelle in corsivo rin- viano alle pagine nelle quali gli autori sono
più diffusamente trattati. In questo caso non si è fatto specifico riferimento
alle note comprese nelle pagine indicate. Adanson M., 234. Agostino A., 1/4,
33, 145. Agrippa C., x, 2, 2n, 5, 6, 30n, 36, 41, 42-45, 58, 60, 82, 88-80, 98,
101, 120, 132, 133, 143, 145, 145n, 156, 160, 175n, 180, 239. Alberto Magno,
xi, 5, 8, 12-14, 15-16, 19, 32, 37, 38n, 82, 95, 96 Alciati A., 37, 98n, 104.
Alcuino, 14, !5n. Alembert J. B. d', 302, 303-304. Alsted ]. E., xi, xn, 53, 61,
62, 74:75, 79, 120, 124, 125, 132, 178, 179-184, 191, 233, 238n, 239, 247,
247n, 254. Alvarez E., 251. Anderson F., 153n. Andrade C., 201n. Andrei J. V., 184, 213, 213n. Apelt
O., 10n. Aquilecchia G., 113n. Aristotele, 5, 8-9, 13, 14; 15, 16, 33, 56, 72,
75, 76, 124n, 128, 129n, 136, 137, 138, 180, 193n, 195. Arnaldo da Villanova,
35, 95. Aubry J. de, 130-131, 158-159, 160, 192. Austriacus ]., 127, 151, 15In.
Averroè, 35, 35n, 95, 96. Avicenna, 35, 95. Avinyò J., 43n. Azavedo V. de, 127,
127n. 127n, 128n, Bacone F., x, xI, XII, XHI, XIV, 2, 5, 7, 8, 36n, 53, 58,
97n, 103, 134, 135, 140, 142-153, 160, 161-169, 175n, 176-178, 179, 184, 185,
191, 201-202, 203-206, 212, 215, 220, 220n, 233, 239, 242, 247n, 250, 251, 254,
302. Badaloni N., 109n, 125n. Baeumker C., 46, 47, 47n. Barbarigo A., 29.
Barber W. H., xn1. Barlandus A., 89n. Barone F., xiv, 80n, 24In, 248, 248n,
256n, 258n. Bartholomess C., 109n. Bartolomeo da S. 16-17, 19, 271. Batllori M., xv, 43n. Bayle
P., 183, 183n. Beale J., 230. Becher J., 241, 24In, 242. Beck L. J., xiv, 174,
174n, 175, 175n. Bedel W., 2/4. Beeckmann I., 143, 159.
Belaval Y., 240. Belot J., 132-134, Bessarione,. 41. Bianchini F., 38-39.
Billanovich G., 292. Bing G., xv.
Birch T., 207n, 2/0n. Bisterfield G. E., x, 238, 239. Bocchi A, 104. Bodin J., 106-107. Bochme ]., 213,
213n. Boezio, 35. Boher A. c F. (fratelli), 54. Boncompagno, 15n. Bonifacio del
Monferrato, 29, 286. Bonifacio VIII, 52. Concordio, 293-294. 197-200, 310 Boole
G., xiv. Borelli G. A., 252, 252n. Borsetti F., 27n. Bouelles (Bovillus) Ch.,
41, 43, 43n, 51, 53, 113, 120, IB8I. Boyle R., x, 207, 2/0, 212, 230, 230n.
Brigge L.A.S., In. Brucker ]., 91. Bruno G., x, xi, x, 5n, 6, én, 8, 3In, 36,
41, 43n, 60, 74, 79, 80, 82, 87, 88, 90, 92, 93, 96, 97n, 100, 108, 109-123,
124, 125-126, 128, 132, 132n, 133, 141, 179, 180, 239, 291, 294, 296. Bruxius
A., 127, 127n, 252, 253. Buffon G. L. Leclerc de, 23In, 233, 233n, 234n.
Bugislao di Pomerania, 29. Bullotta Baracco H., 44n. Bunemann J. L., 1l4n.
Buondelmonti C. de, 104. Camillo G. C. {(Delminio), xu, 82, 83, 96-r10r, 107,
112, 133, 184, 187, 229n,295. Campagnac E. T., 212n. Campanella T., 126-127,
128, 186. Campanus, 135. Canterio A. P.J. (fratelli), 43, 43n, 181. Cantimori
D., xv. Capland H., 19n. Cardano G., 130n. Carneade, 90. Carpenter F. I., 86n.
Carrara G. A. da, 34-35, 95-96, 116, 116n. Carreras y Artau T. e ]J., 43n, 45n,
46n, 47n, 50n, 54n, 56n, 58n, 60n, 62n, 63n, 64n, 65, 69, 79n, 113n, 179n,
184n, 194n, 195n, 247n, 248n. Cartesio v. Descartes. Cassirer E., 36n.
Cavalcanti B., 103, 103n. Cave Beck, 203, 214, 222, 241. INDICE DEI NOMI Caxton
W., 85, 86. Cenal P. R., 194n. Chaichet A. E., 9n. Charland Th. M., 18n, 19n.
Childrey J., 207. Christensen F., 20In. Church
F.C., 94, 94n. Cicerone, xi, 2, 5, 7, ro, 12, 14, 15n, 17, 18, 28, 31, 3in, 32,
34, 41, 53, 58, 76, 82, 86, 89n, 90, 95, 124n, 125, 128, 137, 138, 206. Cinea,
90, 299. Ciro, 90, 145, 299. Clements R.I., 37n. Colli G., 194n. Collier A.,
xm. Comenio G.A., x, xI, XII, 5, 156-157, 178, 179, 184-191, 201n, 203,
251-216, 221-222, 247, 254. Copt E., 95n. Copland R., 30n, 86-87. Corsano A.,
6n, II0, II0n, III, IlIn, 123n, 258n. Couturat L., xiv, 195n, 202n, 227n. 236n,
238n, 239, 239n, 241, 24In, 243n, 245, 246n, 248n, 257n, 304. Cox L., 86.
Crasso, 90. Croce B., 97n. Croll M.W., 206n. Crombie A., xiv. Cues v. Cusano.
Curtius E. R., 15n. Cusano N., 41, 49-50, 51, 82, 90-91, 109n, 121, 214. Daguì
P., 43, 43n. Dalgarno G., xni, 203, 212, 255, 216, 218-219, 226-227, 229, 236,
241, 244, 245, 246, 249, 302, 303. Dal Pra M,, In. D’Assigny M., 4, 4n, 299,
300. Dassonville M., 136n. De Carpanis D., 32-34. INDICE DEI NOMI 311 De Corte
M., 154n. De Gandillac M., 50n. Della Porta G.B., 82, 151, 15In. Delminio v.
Camillo. Del Noce A., 159n. Democrito, 31, 3In, 32. De Morgan A., xiv. De Mott B., 20In, 21lIn,
213n, 228, 229n, 23In, 232n. Derham W., 23In, 232n. De Ruggiero G., 109, 109n. Descartes R., x, xII, xIv,
2, 8, 53, 97n, 130n, 134, 135, 142-146, 153-161, 169-178, 191, 209, 233,
235-236, 247n, 248, 250, 252. De Valeriis V. v. Valerio de V. Dibon P., 136n.
Dicson A., 113n. Diderot D., 294, 299, 302. Diodati O., 294, 299. Diofanto,
196. Dolce L., 18, 18n, 87, 88n, 95n, 96, 103, 103n. Dominichi L., 44n. Direr
A., 37n. Dutens L., 247n, 248n, 254n. 103-104, Edmundson H., 212, 229. Egidio
da Viterbo, 286, 287. Eleonora d'Aragona, 29, 29n, 286. Emery C., 20In, 222n,
23In. Enrico III, 80, 126. Erasmo, 3, 3n, 4, 6, 98. Ernesti J. A., 10n.
Erodoto, 35n. Fabri H., 252, 252n. Faral E., 84n. Farrington B., 167n.
Feilchenfeld W., 238n. Ferdinando III, 196. Fernando de Cordoba, 43, 43n, 181,
Ficino M., 5n, 36n, 82, 83. Fiorentino F., 103n. Firpo L., 5n, 126n. Fisch H.,
208n. Fludd R., 41,
13s. Fontenelle B. de, 234, 304. Frey J.C., 193. Friedlander P., 195n. Fullwood
W., 95n. Funcke O., 202n, 219n. Galatin P., 01.
Galeno, 35, 56. Galilco G., xiv. Galmes S., 261. Garin E., xiv, 4n, 36n, 9%n, 97”,
101n, 110, 11On, 179n, 184n, 295. Garzoni
T., 292. Gassendi P., 41, 141. Gellio A., 3In, 299. Gentile G., 113n. Gemma C.,
xII, 55-57. Gerhardt C.I., 237n, 239n, 24In, 242n, 243n, 244n, 245n, 247n,
248n, 254n, 256n. Gerson ]J., 49, 76. Gesualdo F.M., 88n, 127, 292. Gilson E.,
46, 47, 47n, 170n, 174n. Ginanni P., 28n. Giorgio Veneto F., 101. Giovanni
Rupescissa, 95. Giovanni di Salisbury, 14-15. Giovanni Scoto, 35, 60, 82, 121.
Girardus, 26, 276. Giustiniani P., 101. Glovovia I. de, 79. Goclenius R., 180,
296, 298. Goffredo di Vinsauf, 84. Gohory J. (Leo Suavius), 83, 100. Gorini G.,
18, 18n. Gottron A., 79n. Gouhier H., 154n, 175n. Gratarolo G., 34n, 94-96,
125, 130, 164. Gregoire P., x, 53, 57-59, 61, 76, 114, 160, 180, 184, 239. Grua
G., 238n, 245n, 254n. Guardi v. Girardus. Guyenot E., 23In. 127n, 312 INDICE DEI NOMI Haak Th.,
157n, 212. Halm C., 115n. Harriot Th., 209. Hartlib S., 210n, 2/5-2/2, 215n.
Hawes S., 83-84, 85, 86. Henderson A.W., 201n. Heredia Paulus de, 101.
Hildebrand W., 128-129. Hobbes Th., 209, 211, 239. Hoffmann G.G., 251. Hofmann
]J.E.,50n. Honecker M., 49n, 50n. Hook R., 237, 304. Horapollo, 104. Howell
W.S., 15n, 84, 84n, 85n. Hubert R., 174n. Hume D., 1, In, 37, 258n. Husserl E.,
xiv. lagodinski I., 256, 256n, 257n. Ippocrate,
56. Isidoro, 15n. Ivo de Paris, 193-194, 247. Izquierdo S., 194-195, 196. Janer
I. de, 43, 43n. Jasinowski B.,
257n. Jones H.W., 208n. Jones R.F., 20In, 203, 204, 204n, 207n, 208n, 209n.
Kabitz W., 238, 238n, 256n. Kant E., xt. Kemp Smith N., 174n. Keplero J., 175n.
Kinner C., 229, 230. Kircher A., 195-196, 239, 241, 242. Klaeber F., 206n.
Klein R., 5n. Klibanski R., 158n. Kliuùber L., 128n. Knittel C., 197. Komenski v. Comenio. Krabbel G., 102n. Kraus F., 50n.
Kristeller P.O., 36n. Kvacala L., 157n, 184n. Landino C., 36. Lankester E.,
232n. Laporte J., 159n. Laurad P., 10n. Lavinheta B. de, 41, 53, 54, 58, 74-78,
113, 132,145, 160, 181, 183n, 193, 247. Leau L., 202n, 304. Le Cuirot A., 128n.
Lefèvre d'Etaples, 41, 43, 43n, 5I, 53, 74, 120, 1BI. Lehnert M., 21In. Leibniz
G.G., x, xi, XII XII, xiv, 7, 53, 61, 79, So, 142, 178, 179, 191, 193, 195,
195n, 227, 235-236,237-258, 302, 303, 304. Lemmi Ch., 36n. Leporcus G., /35-1
36. Linneo C., 231. Liruti G., 98n. Littré-Haurdau, 73n. Livio, 35n. Lodowick
F., 202, 212, 222, 229, 302, 304. Longpré E., 43n, 69n. Lullo R., x, xni, 5, 6,
6n, 7, 4l, 42, 42n, 43n, 44n, 45-48, 49, 50, 51-53, 54, 58, 60, 60n, 61-74, 75,
76, 78, 82, 101, 101n, 102, 112, 113, 115, 118, 119, 121, 125, 126, 128, 129,
129n, 13In, 132, 132n, 141, 143, 144, 145, 152, 153n, 156, 175n, 178, 179, 180,
180n, 181, 182, 192, 195, 213, 239, 255, 261-270. 43n, 65n, 69n, Machiavelli
N., 83, 83n. Magliabechi A., 299. Mahnke D., 238n. Mandarini E., 295. Marafioto
G., 108n, 127, 128n, 132n. Marciano Capella, 15n. Marciano di Eraclca, 251.
Margirus J., 127n. Marx F., 1In. Marx ]J., 50n. 127n, INDICE DEI NOMI 313
Matteolo da Perugia, 35. Mazzoni ]., 108n. McColley G., 20In. McRae K.D., 107n.
‘McRae R., 247n. Melantone F., 89-90, 140, 140n, 164, 168, 180. Mentzinger, 88.
Mersenne M., 157n, 235, 236. Mesnard P., 154n. Meyssonnier L., 130, 192.
Michele di Nofri, 25n. Mink S., 62, 299,
300. Mocenigo G., 80, 126. Montaigne M. de, 3-4, 6, 5I. More H., 41, 236n.
Morestell P., 129-130, 160, 192. Morhof (Morhofius) G., 104, 105n, 197, 197n,
296. Mosé, 99. Mounier Ph., 36n. Murner
Th., 78-79. Myésier T., lc, 48-49. Niceron P., 179n, 20In. Nicolini F., 39n.
Nizolio M., 238n. Nostiz G. de,
1/4, 141. Nuyens J., 9n. Oblet V., 179n. Ogden C.K. e Richards 1L.A., x1v,
201n. Oldenburg H., 237, 243. Oliver F.W.,
23In. Olschki L., 109, 109n. Orazio, 16. Ortwin, 30n. Ottaviano C., 43n.
Oughtred W., 209, 210. Ovidio, 284, 38. Pace G., 194. Paepp J., 124-125, 128n,
296, 297- 298. Panigarola F., 108n. Panofski E., 37-38n, 105n. Paracelso, 83,
121. Patrizzi F., 97, 98, 184. Pelayo M.M., 10In. Perkins, 113n. Petrarca F., 2, 88, 292-294. Petty W.,
2/0, 2/4-2/5. Peuchert W.E., 184n. Piccolomini
C., 180. Pico G., 36, 82, 83, I0I, 145, 159, I8I, 214, 299. Pietro d'Ailly, 76.
Pio V, 80, 126. Pitagora, 54. Platone, 9n, 14, 56, 117, 129n. Platzeck P.E.W.,
47n, 49, 07, 67n. Plinio, 299. Poisson P., 158-159. Poliziano A., 36. Postel
G., 214. Prantl C., 47n, 48, 79n. Praz M., 37n, 105n, 296. Preti G.,
x1v,257-2581. Prost G.A., 44n. Publicio I., 38, 93, 294. 10In, Quattrocchi L.,
xv. Quintiliano, xi, 2, 5, 10-11, 14, 31, 41, 53, 76, 82, 88, 90, 125, 128,
136, 137-138. Rabelais F. 203. Ragone I., 19-22, 276. Ramo (de la Ramée, Ramus)
P., xI, x, 2, 96, 98n, 107, 135-142, 164, 168, 177, 179, 180, 183, 233, 254.
Ratke W., 4, 4n, 6, 184. Ravelli (Ravelinus) F., 127, 127n, 128n. Raven C.E.,
23In. Ravenna P. da, xmn, 2, 6, 18, 27- 30, 34n, 41, 82, 86-87, 88, 90, 91, 92,
Ill, 112, 113, 125, 127n, 128, 135, 136, 145, 155, 164, 286-289, 294, 296. Ray
J., x, 230-232. Regius R., 12n. Renaudet A., 113n. Renzoni M., 23In. . Reuchlin
J., 101. Ricci B., 98. Ricci P., 101. Riccio A., 29/. Riff, 88. Ripa C., 37-38,
104. Rivaud A., 257, 257n. Roberto di Basevorn, 18n. Rodolfo II, 80. Rogent E.,
43n. Romberch J., 27, 30, 87, 87n, 95n, 125, 164, 291, 292, 294. Ross G.R.T.,
9n. Rosselli C., x11, 82, 97n, 105-106, 107, 112, 113n, 125, 151, 15In, 164,
187, 290, 291, 294. Rossi P., 39, 125n, 136n, I81. Rufo R., 53-54. Ruscelli G.,
100, 104. Russell B., xiv, 257n. 169n, Salomone, 99. Salzinger I., 46n, 73n.
Scaligero (Scalichius) P., 102-103, 180. Schenkel (Schenkclius) L., xt, 88,
124, 125, 127, 127n, 128n., 143, 145, 154-155, 175n, 292, 293. Schiebler K.W., 213n. Scholem
G.G., 10In. Schott C., 239, 241. Scioppius
C., 251. Scoto v. Giovanni. Scott F., 21In. Scbond v. Sibiuda. Secret F., xv, 97n, 101, 102,
102n. Seneca L.A., 2, 14, 88, 90, 185, 299. Seznec J., 36n. Schute C.W., 9n. Sibiuda (Sabunde, Scbond) R., $0-
51, 214. Sibutus G., 87. Singer D.W., 109, 109n, 114n. INDICE DEI NOMI Simon
N., 87. Simonide, 2, 10,
15n, 3In, 90, 115, 127n, 145, 301. Sirven, 174n. Sommer M., 127n. Sortais G.,
21In. Spangerbergius ]., 88, 90-94, 113, 128n.
Spinka M., 2IIn. Spinoza B., 252. Spoerri M. Th., 154n. Sprat Th., 207, 208-209, 215.
Stimson D.L., 201n, 2IIn. Stubbc H., 208. Sturmius J., 98n. Suarez F., 180,
258n. Suavius L. v. Gohory. Syfret R.H., 20In. Talon (Talaeus) O., 141.
Tartagni A., 28. Techmer F., 201In. Temistocle, 90, 145. Thomson G., 208. Thorndike
L., 16n, 83n, 94, 94n, 95, 95n, 102n, 105n, 132n, 193n, 195n, 197n, 296. Tiraboschi G., 27n, 34n, 35n, 94n, 97n, 108n, 271.
Tiziano, 37. Tocco F., 6n, 15n, 3In, 35n, 50n, 109, 109n, 116, 116n, 118, 118n,
120, 120n, 121, 271. Tolomco, 130n. Tomai P. v. Ravenna. Tommai P. v. Ravenna.
Tommaso d'Aquino, xt, 5, 8, r2- 14, 15-16, 19, 32, 33, 37, 38n, 41, 82, 95,
124n, 128. Toscanella O., 103, 103n. Trapezunzio G., 103, 103n. Traversagni G.,
86. Trendelenburg F.A., 256n. Trismegisto, 99. Troilo E., 109n. Turnbull G.H.,
215n. Tuve R., 136n. INDICE DEI NOMI 315 Ugo da S. Vittore, 35. Urquhart Th.,
202-203. Vailati G., 202n. Valeriano P., 104. Valerio Massimo, 28. Valerio de
Valeriis, 43n, 53, 59- 6r, 76, 114, 160, 180, 164, 187. Valla L., 12n, 36.
Vallicrosa J.M., 102n. Vansteenberghen E. de, 50n. Vasoli C., xv, zz0, Il,
lllIn, 114n, I1l6n, 119n, 120n, 122n. Vassy L.R. de, 192-193. Venturi F., 299.
Vico G., 39, 103. Viéte F., 210. Vincenzo di Beauvais, 15. Virgilio, 38.
Volkmann L., 105n. Waetzold W., 37n. Waleys Th., 19. Walker D.P., 83n, 97n. Wallis J.,
250-257. Ward S., 209, 210. Watson Th., 113n. Webster J., 207, 212. Wilkins J.,
xt, xi, xiv, 205, 203, 212, 216-226, 227-231, 232, 236, 237, 242, 245, 246,
249, 254, 302, 303, 304. Willis J., 127, 127n. Willoughby F., 230, 231. Wilson
Th., 87, 113. Winans S.A., 19n. Winkelmann v. Mink. Yates F.A., 12, 12n, 15,
I5n, 37n, 47n, 48, 48n, 49n, 68, 68n, 87- 88n, I10, 110n, 113, 113n, 290- 291,
292, 293. Yvon, 299. Zabarella C., 180. Zambelli
P., xv. Zosima, 98. Finito di stampare in Como il 20 aprile 1960 nello
stabilimento Arti Grafiche S. A. Paolo Rossi. Paolo Rossi Monti. Monti.
Keywords: Cattaneo, Aconzio, Vico, Galilei, nato Paolo Rossi, adottato dalla
zia materna, Monti, Vico, Vinci, Garin, Banfi, la storia della nazione
italiana, Vico e la storia della nazione italiana, favola antica, dalla magia
alla scienza, bruno. – Refs. Luigi
Speranza, “Grice e Rossi: l’implicatura di Vico” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rosso: la ragione conversazionale all’isola -- a Sicilia –
filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Corleone). Flosofo italiano. Scrive tre saggi. Il primo e “Varie cose
notabili occorse in Palermo ed in Sicilia”. Il secondo e “Descrizione di tutti
i luoghi sacri della felice città di Palermo”. Descrive le chiese di Palermo.
Questo saggio è ricordato in vari altri saggi. Il terzo saggio e “Diario Palermitano”.
Il comune di Palermo gli dedica una via.
Biblioteca storica e letteraria di Sicilia: Mira/bibl Siciliana.
Ciccarelli e Valenza, La Sicilia e l'Immacolata. Atti del convegno, Pugliatti, Pittura del Cinquecento in
Sicilia, Electa, Roma. Istituto di studi bizantini e neo-ellenici, Rivista di
studi bizantini e neo-ellenici. Marzo, Biblioteca storica e letteraria di
Sicilia: Opere storiche inedite. Valerio Rosso. Rosso. Keywords: filosofia
siciliana, filosofia italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosso” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Rota: la ragione conversazionale
e la lavagna del gruppo di gioco – filosofia italiana – Luigi Speranza (Vigevano). Filosofo italiano. Italian
philosopher. Grice: “Many Italian philosophers would not consider Rota an
Italian philosopher seeing that he earned his maximal degree without (not
within) Italy! And right they would,
too!” Saggi: “Pensieri discreti” (Garzanti). Dizionario biografico
degl’italini. Palombi, “La stella e l’intero – la ricercar di Rota tra
matematica e fenomenologia” (Boringhieri); Senato, “Matematico e filosofo”
(Springer). Gian-Carlo Rota. Rota. Aune: “I left the
play group when I realised that Grice could care less about blackboards!” --
Keywords: il primate dell’identita, Whitehead, fenomenologia, Husserl,
Heidegger, tra fenomenologia e matematica, la stella e l’intero, discrezione,
indiscrezioni, combinatoria e filosofia, la lavagna del gruppo di giocco. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Rota," per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Grice e Rotondi: la ragione
conversazionale a Roma antica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Vicovaro). Filosofo italiano.
I primi anni di attività della sua “libreria delle occasione” sono piuttosto
travagliati in quanto le autorità fasciste, infastidite dalla tipologia
eterodossa dei testi in vendita, operano diversi sequestri e infliggono
sanzioni. Costretto a chiudere la libreria per evitare il richiamo alle armi
della repubblica sociale. Considerato disertore, si rifugia con la famiglia a
Vicovaro. Individuato in seguito ad una delazione, riesce fortunosamente a
sfuggire alla cattura e si allontana verso le montagne che circondano il paese,
inseguito dappresso da tedeschi. Disperando di potersi salvare, si nasconde nei
pressi di una casa abbandonata, popolarmente ritenuta abitata dagli spiriti e
qui avviene l'evento fondamentale sopra descritto che cambia la sua vita e le
sue convinzioni, aprendolo alla conoscenza del mondo spirituale.
Improvvisamente ha una visione folgorante nel nielo. Sedetti a contemplare la
scena. Una catena di globi luminosi dall'alto scendevano fin giù, penetravano
nella terra, poi altri che risalivano e poi ridiscendevano come per riunirsi in
un misterioso convegno. Si senteno delle voci indistinte. Si trattiene ad
osservare tale spettacolo misterioso salvandosi, in questo modo, dal
rastrellamento in corso nel vicino paese di Roccagiovine. Questo primo decisivo
contatto con il para-normale raccontato
in "Il protettore invisibile". Tale evento rappresenta l'inizio del
suo studio e del suo interesse nei confronti dell'esoterismo e della
spiritualità. Pubblica massime, proverbi e aforismi di Roma antica. Dà alle
stampe “L’arte del silenzio e l’uso della parola”, un originale e lungimirante
saggio il cui intento si manifesta già dalla dedica, firmato con lo pseudonimo
di Vico di Varo, derivato chiaramente dal suo paese natale. Viene incaricato di
redigere un opuscolo commemorativo in occasione dell'inaugurazione in Vicovaro
del Monumento in onore delle vittime della strage nazista delle Pratarelle. Svolge
una funzione di aggregazione e catalizzazione culturale in anni difficili in
cui certi ambiti di studio venivano guardati con sospetto, quando non con
manifesta ostilità. Partecipa e svolge un ruolo tutt'altro che secondario
nel Cerchio Firenze, una delle più importanti esperienze para-psicologiche
collettive italiane. Lui la sua libreria,
sono ormai un punto di riferimento di tutto un mondo culturale in
espansione e finalmente libero da ogni censura. Pubblica titoli presso diverse case editrici -- Mediterranee,
Astrolabio, Sugarco, S.A.S. --, firmandoli oltre che con il suo vero nome con
il pseudonimo ‘Amadeus Voldben’, acronimo di “Volontario del Bene”. Tale nome
d’arte sta ad indicare la missione che si e prefisso e che delinea nel
libriccino “I volontari del bene”, vera e propria bibbia per tutti coloro che
si riconoscono nel progetto di diffusione del bene. Oltre al valore intrinseco degli scritti, sono
le riunioni e la sua stessa presenza in libreria a suscitare curiosità e
interesse presso un pubblico molto ampio che vede in lui una guida spirituale
in grado di fornire suggerimenti mai banali e, da educatore, sempre
comprensibili. Dietro la sua apparente severità, che è semplicemente rifiuto
della superficialità, traspare la disponibilità e l'umanità, accessibili a
chiunque si sforzi di varcare un civico di via Merulana. Si caratterizza
da una produzione culturale ed una serena consapevolezza. Regala gemme di
saggezza e consigli. Oltre ai testi pubblicati lascia altri scritti, alcuni
pronti per la stampa altri bisognosi di revisione, che vengono pubblicati da i
quali si sono impegnati a proseguire l'attività in libreria, mantenendosi
fedeli all'impostazione originaria da lui delineata. La libreria riceve il
riconoscimento di "negozio storico" da parte del Comune di
Roma. Opere: Saggezza ” (I della collana Le Perle, ristampato da
Astrolabio. L'arte del silenzio e l'uso della parola, ristampato dalla Libreria
Rotondi; Saggezza di Roma antica, collana Le Perle). Saggezza dell'antica
Grecia, collana Le Perle). Amore e saggezza nel pensiero, collana Le Perle). Il
giardino della saggezza, collana Le Perle). “Dopo Nostradamus: le grandi
profezie sul futuro dell'umanità” (Mediterranee); “Un'arte di vivere: via
segreta alla serenità” (Mediterranee); “La coppa d'oro: insegnamenti dei
maestri, fonte di luce e di energia, SAS; Le influenze negative: come
neutralizzarle, SugarCo,, Il protettore
invisibile: la guida che ci aiuta nei momenti difficili della vita,
Mediterranee, La voce misteriosa, Astrolabio; Lo scopo e il significato della
vita: perché si nasce, perché si vive, perché si muore, Mediterranee, I prodigi
del pensiero positivo: il suo potere e la sua azione a distanza, Mediterranee, Il
destino nella vita dell'uomo, Mediterranee, La re-incarnazione: verità antica e
moderna, Mediterranee, La potenza del creder e la gioia d'amare: i prodigi
della fede e dell'amore, Mediterranee, Una luce nel tuo dolore, Mediterranee); “Guida
alla padronanza di sé, Mediterranee, La magica potenza della preghiera,
Mediterranee); La chiave della vita, Mediterranee, La presenza divina in noi, Mediterranee, Le
leggi del pensiero: l'energia mentale e l'azione della volontà, Mediterranee);
Le grandi profezie sul futuro dell'umanità, Mediterranee. La potenza creatrice
del pensiero, Mediterranee, Pensieri per una vita serena, Mediterranee); “Ricordo
dei nostri martiri. Commemorazione in occasione dell'inaugurazione del
monumento ai martiri delle PratarelleVicovaro, Tipografia Seti, Roma); “I
Volontari del Bene” (Libreria Rotondi Editrice, Roma); “Reincarnazione e
fanciulli prodigio, Mediterranee, Roma, La reincarnazione: verità antica e moderna,
Mediterranee); “La voce misteriosa”; “Le perle”. L’arte del silenzio e l’uso
della parola. La Libreria Rotondi è segnalata in molte pubblicazioni, tra cui
la Guida ragionata alle librerie antiquarie e d'occasione d'Italia, C. Messina,
Roma); A. Voldben, Il protettore invisibile, Edizioni Mediterranee, Roma, La sua partecipazione agli incontri del
Cerchio Firenze è ricordata in “Oltre l'illusione, Roma, Mediterranee, e “Oltre
il silenzio” L. Campani Setti, Roma, Mediterranee). Dopo Nostradamus, I prodigi
del pensiero positivo, Le influenze negative, Il protettore invisibile: Molte persone
si rivolgevano a Rotondi per ricevere consigli. Una testimonianza letteraria di
questa consuetudine si trova nel romanzo di Giovetti Weimar per sempre (Mediterranee, Roma)
in cui il personaggio si reca presso la Libreria delle Occasioni per ricevere
suggerimenti su questioni spirituali e libri. Libreria Rotondi, Libreria delle
Occasioni (La libreria fondata da Rotondi) La piccola miniera (da Il Corriere
della Sera) Il libraio di via Merulana e i globi luminosi (da La Repubblica)
Cerchio Firenze (Esperienza
parapsicologica collettiva) Andiamo alla scoperta (da La Piazza di Castel
Madama. ‘Vico di Varo’. Amedeo Rotondi.
Rotondi. Keywords: Roma antica, antica Roma, le perle, Vicovaro, filosofia
fascista, il veintennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rotondi” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Rovatti: la ragione
conversazionale dei giocchi e gl’uomini – filosofia italiana – Luigi Speranza (Modena). Filosofo
italiano. Grice: “I do not know any
other philosopher other than me or Austin who, like Rovatti, is obsessed wiith
the concept of a ‘game’!” Studia
fenomenologia a Milano con PACI. Insegna a Trieste. Si occupa dei rapporti tra
fenomenologia e marxismo pubblicando “Critica e scientificità in Marx” e poi
focalizzando in vari saggi il tema dei bisogni con riferimento anche alla psico-analisi.
Le questioni concernenti il “pensiero debole” diventano il punto di partenza di
“La posta in gioco: il soggetto” (Bompiani, Milano); “Abitare la distanza”, “Il
paiolo bucato: la nostra condizione paradossale” (Cortina, Milano); “La follia
in poche parole” (Bompiani, Milano); “L'esercizio del silenzio”; “Possiamo
addomesticare l'altro? La condizione globale” (Forum, Udine); “Inattualità del
pensiero debole” (Forum, Udine). Queste questioni riguardano soprattutto la
possibilità di una «logica paradossale» e si articolano intorno ai temi del
gioco, dell'ascolto e dell'alterità, tutti collegati alla questione della
soggetto. Saggio su PACI. Dalla filosofia del gioco nascono anche “Per
gioco: piccolo manuale dell’esperienza ludica” (Cortina, Milano); “La scuola
dei giochi” (Bompiani, Milano); “Il gioco di Wittgenstein” (EUT, Trieste). Si
interessa alla consulenza filosofica, con “La filosofia può curare? La
consulenza filosofica in questione” (Cortina, Milano). Altre saggi: “Il
coraggio della filosofia” in «aut aut». Tiene una rubrica sul quotidiano
"Il Piccolo" di Trieste, “Etica minima”. Racoglie "scritti
corsari" (cfr. Pasolini) in vari saggi: “Etica minima – saggi quasi
corsair sull’anomalia italiana” (Cortina, Milano); “Noi, i barbari – la sotto-cultura
dominante” (Cortina, Milano); “Un velo di sobrietà” (Saggiatore, Milano); “Accanto
a una sensibile sintonia”. Si manifesta nella sua filosofia una particolare
attenzione sul rapporto tra potere e sapere; “Gli ego-sauri” (Elèuthera, Milano);
“Le nostre oscillazioni” (Collana Edizioni alpha beta Verlag, Merano); “L’intellettuale
riluttante” (Elèuthera, Milano); “Restituire la soggettività. Lezioni sul
pensiero di Basaglia” (alphabeta, Merano); “Consulente e filosofo. Osservatorio
critico sulle pratiche filosofiche” (Mimesis, Milano); “Abitare la distanza.
Per una pratica della filosofia” (Feltrinelli, Milano); “Scenari dell'alterità,
Bompiani, Milano); “Il decline della luce” (Marietti, Genova); L'università
senza condizione” (Cortina, Milano); “Fare la differenza” (Triennale di Milano,
Milano); “Introduzione alla filosofia contemporanea, Bompiani, Milano); “Lettere
dall'università, Filema, Napoli); “Trasformazioni del soggetto: un itinerario
filosofico” (Poligrafo, Padova); “Dizionario dei filosofi” (Bompiani, Milano);
“Elogio del pudore: per un pensiero debole” (Feltrinelli, Milano Intorno); “Il
pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); “Bisogni e teoria marxista” (Mazzotta,
Milano); “Critica e scientificità in Marx: per una lettura fenomenologica di
Marx e una critica del marxismo di Althusser (Feltrinelli, Milano); “La dialettica del processo” (il Saggiatore,
Milano). aut aut. R.: il pensiero
debole, sul RAI Filosofia. Grice: “As
Rovatti shows, it is possible to conceive of conversation as a GAME, with its
own RULES, and MOVES. Pier Aldo
Rovatti. Rovatti. Keywords: i giocchi e gl’uomini --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rovatti” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rovella: la rgione conversazionale all’isola -- querce, o della
filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acreide). Filosofo italiano. Studia a Ispica e Catania sotto CARBONARA,
laureandosi con un saggio di estetica, sul rapporto fra contenuto -- o materia --
e forma. Insegna a Noto e Palazzolo. Pubblica “L'uomo” (Giannini, Napol). In una
serrata discussion affronta la meta-fisica ed espone il suo convincimento che
la ricerca senza condizioni, attraverso l'intelligenza attiva e creatrice può
aprire all'uomo orizzonti creativi, seppur rischiosi. La meta-fisica imprigiona
in schemi rigidi e vincolanti. Pervenire all'auto-coscienza è il compito più
degno degl’uomini, che pur problematico in sé non rimaneno imprigionati nel
problematicismo. Altre opera: “Deneb” (Caltanissetta, Roma), romanzo filosofico
che narra la pulsione verso l'oltre, attenuando, così, la precedente critica
verso la meta-fisica e aprendo verso il mistero che comporta il confronto con
tre donne che rappresentano tre volti diversi della verità. La stella “Deneb” è
metafora della pulsione verso l'alto. Abbondano i riferimenti autobiografici da
cui emerge l'attaccamento alla casa natia, che non abbandona, alla famiglia e
soprattutto ad un modello di vita contadina morigerata e sobria. Lo stile è
affabulante. L'auto-coscienza e il trionfo della morte in GENTILE in Il pensiero di Gentile (Enciclopedia
Italiana, Roma). Qui si esamina il momento finale della vicenda umana e
filosofica di GENTILE alla cuia filosofia è legato. “L'errore del cerchio”
(Siracusa). Predomina il colloquio interiore, lo scavo nella coscienza e nella
memoria. Procede come un giallo. Un tema attraversa gl’avvenimenti, la libertà
e la necessità di un suo contenimento. “La fattoria delle querce” (Caruso,
Siracusa). L’epopea della famiglia siciliana Capobianco, governata da una donna
e sviluppata attraverso un intrigo di personaggi e di vicende. I discendenti Capobianco
sono identici agl’ante-nati, e la ricerca della genealogia è il problema più
assillante per i personaggi. Il mito dell'eterno ritorno dell'identico li e
caro. Rimane sempre legato ai miti. Fisiognomica, astrologia, venti, odori e
turbamenti fanno di questa opera un esempio di scrittura immaginifica e
personale. Filosofia di non di facile consume traccia una “Imago siciliae”.
Nella stessa aura de La fattoria sono scritti i racconti. Cambia di nuovo
argomento, inizia quella che lui chiama “la fase cristica”, in cui la figura di
Cristo e il rapporto fra le religioni sono il tema dominante. “L'ora del
destino, dramma in due atti” (Accademia Casentinese di Lettere, Arti, Scienze
ed economia, Castello di Borgo alla Collina, Arezzo, L'Ora in persona di una donna consola il crocifisso
che muore quando una congiuntura astrale perviene al suo compimento. In “Vita
di Gesù” (Prospettive d'Arte, Milano) Gesù è visto nella sua umanità. La
narrazione segue lo sviluppo dei vangeli sinottici, con qualche incursione negl’apocrifi.
L'autore, che pur ne ha le competenze, si tiene lontano dalle problematiche
gesuologiche e cristologiche. Vuole narrare un Gesù “così come parla al
cuore”. L'Angelo e il Re, con prefazione di Pazzi per i tipi di Palomar
Bari. I nove mesi di gravidanza di Maria vergine sono narrati con un andamento
che si mescola di esoterismo e sapienza umana. Maria spesso, nel mistero del
suo concepimento, nella sua realtà quotidiana, vive le vicende del suo
quartiere, con le sue amiche, con qualche momento di gioia esaltata e
prorompente, con un tratto zingaresco. Attratto da zingari e vagabondi di
passaggio, come incarnazione di una libertà che abbiamo smarrita. “Le
Madri” (Utopia, Chiaramonte Gulfi). Vi si sente l'eco di Bachofen. Breve raro
capolavoro, pieno di mistero e poesia, di un potere magico. “Asvamedha” (Utopia,
Chiaramonte Gulfi) raccoglie racconti; “Inizio d'amore” (Studi Acrensi, Palazzolo
Acreide) raccoglie altri racconti che l'autore pubblica in varie riviste
letterarie nazionali, a cura dell'Istituto Studi Acrensi Palazzolo Acreide. I
racconti, dice l'autore, vivono nell'aura dei romanzi di questo periodo. “La
vigna di Nabot, dramma in IV quadri” (Associazione Amici di Rovella, Palazzolo
Acreide) narra le vicende del ersonaggio che incontriamo nel primo libro dei Re
Cap. 21. La prepotenza dei potenti e la sacralità della terra dei padri sono il
filo conduttore del dramma. Nabot muore per una questione di
coerenza. Scuderi, La fattoria delle Querce, in Le Ragioni critiche, Menichelli
in Esperienze letterarie, Jacobbi, Il
miracolo Deneb, in Arenaria, Palermo, Vettori, Il miracolo di Deneb e le
profezie di Ruggero, Arenaria, Monachino Ester, Considerazioni su un romanzo di
Rovella, in Le Ragioni critiche, Catania, E. Messina, Dal bagolaro alla sequoia”
(Romeo, Siracusa); Messina, Alle radici del pensiero. La presenza dei suoi
maestri” (Romeo, Siracusa). Giuseppe Rovella. Rovella. Keywords: romanzo
filosofico, querce. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rovella” – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Rovere: la ragione conversazionale, o le
confessioni di un meta-fisico romano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Filosofo italiano. Essential Italian
philosopher. The family originates in Albisola, Savona, Liguria. Filosofo. Il
giure civile del popolo italiano ha nel testo della legge positiva e speciale
autorità sufficiente da soddisfare la giustizia ordinaria e da risolvere i
dubii e acquetare le controversie intorno agl’interessi e agl’ufficii d'ogni
privato cittadino. Di quindi nasce che possono alcuni curiali riuscire
segnalati e famosi al mondo con la sola abilità del pronto ricordare, dell’acuto
distinguere e dell'interpretare acconcio e discreto. Al giure delle genti
occorre, invece, assai di frequente la discussione delle verità astratte.
Perocché esso è indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata legge.
Si connette immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo.
Spesso gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine
sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i
dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della
ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della
scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza
danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si dice
che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo della
scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa talvolta
scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non venni a
recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. Lo stato romano essere certa
congregazione di famiglie la qual provvede con leggi e con tribunali al bene
proprio e alla propria tutela -- tanto che sono competentemente adempiuti i
fini generali della socialità e i particolari di essa congregazione. Lo stato romano
non esiste per la contiguità sola delle terre e delle abitazioni, ma per certo
congiungimento e unità delle menti e degl’animi dei romani. Il che riconosciuto
e fermato, se ne ritrae ciò che pel diritto è primo principio ed assioma, non
potersi da niuno e sotto niuna ragione arrogare la facoltà di offendere e
menomare l'autonomia interna ed esterna dello stato romano insino a tanto che
questo non provoca gl’altri ad assalirlo con giusta guerra. Ed eziandio in tal
caso è lecito di occupare temporalmente il suo territorio e dominare il suo
popolo nei limiti della difesa e dell'equo rifacimento dei danni. L'uomo
individuo può nel servaggio e nelle catene serbare con isforzo la libertà dello
spirito e compiere in altro modo e sotto altre condizioni certa eroica
purgazione e certo mirabile perfezionamento della sua parte interiore e
immortale. Ma ciò è impossibile all’intero popolo romano, il quale nel
servaggio di necessità si corrompe ed abbietta, e quindi GRAVINA chiama assai
giustamente la libertà della nazione romana sacro-santa cosa e di giure divino.
L'anima non è vendibile e non è nostra, dicevano i teologanti per dimostrare da
più parti la iniquità del CONTRATTO. E neppure la libertà è vendibile. E se
l'usarla e abusarla è nostro, non è tale la facoltà e il principio infuso dal
divino con l'alito suo divino e che al dire d’Omero vale una mezza anima. Lo stato
romano possiede onninamente se stesso. Niuno fuori di lui può attribuirsene la
padronanza. Quindi il popolo romano o vivono in se od in altri. Cioè a dire, o
provedono al proprio fine con la legge e ordini propri e componendo un
individuo vero e perfetto della universa famiglia umana. Ovvero entrano a parte
d'altra maggior comunanza con ugualità di diritto e d’ufficio, come quelle
riviere che ne' più larghi e reali fiumi confondono le acque e perdono il nome.
Questa è la generale e astratta dottrina che danno la ragione e la scienza. La
patria romana, impertanto, significa quella contrada e quella congregazione d’uomini
a cui ciascuno degli abitanti e ciascuno dei congregati sentesi legato per tutti
i doveri, gl’istinti, i diritti, le speranze e gl’affetti del vivere comune. La
patria romana, considerata nella sua morale e profonda significazione, è il
compiuto sodamento di ciascuno verso di tutti e di tutti verso ciascuno. Se la
patria romana non ha debito né possibilità di nudrire del suo ogni giorno tutti
i suoi indigenti, spietata cosa sarebbe inibire a questi di procacciarsi altrove
la sussistenza. Prediletta opera delle mani del divino e la nazione romana. La nazione
romana è pura, domandano essi, e tutta omogenea. Questo e il puro principio della
nazionalità romana. Lo stato romano, dipendente come si sia da un altro non è,
a propriamente parlare, autonomo. E e perciò, a rigore di definizione, neppure
la denominazione di stato romano gli si compete. I prìncipi non sono, del
certo, scelti dal divino immediatamente, ma sono dal divino immediatamente
investiti della sovranità romana. Il popolo romano indica l'uomo a cui vuole
obbedire e in quell'uomo è subito la pienezza della sovranità romana che dal
divino gli proviene. Perocché come dal divino è istituito IL FINE della
socievole comunanza, così è istituito IL MEZZO nella autorità del comando. È
sicuro che nella lunghezza dei secoli le volontà e i giudizi umani si accostano
all'assoluto del bene sociale, quanto che la via che viene trascorsa non
procede diritta e spedita ma declina e torce continuo fra molti errori e molte
misere concussioni. La libertà della nazione romana, essendo naturale ed
essenziale agl’uomini e necessaria concomitanza d'ogni bontà, è doveroso per
tutti il serbarla integra nella sostanza. E perciò, né il privato individuo si
può vendere ad altro privato, né tutto il corpo de' cittadini assoggettarsi
pienamente e perpetuamente al dominio d’altro stato. Poco o nessun valore ha il
dissentimento dei piccioli e deboli, quando anche piglino ardire di esprimerlo;
e CHI INVESTIGA LA STORIA DELL’ANTICA ROMA RI-TROVA che DELLE PROTESTE loro
giacciono GRANDI FASCI dimenticati negl’archivi delle Cancellerie. Dacché siete
i più forti, correte poco rischio di vivere ex lege alla maniera dei ciclopi.
Ma confessare il diritto e contro il diritto procedere, non è conceduto a
nessuno. E parlavano meglio quegl’ateniesi che alle querele dei milesi
rispondevano senza sturbarsi. Il diritto è cosa pei deboli e non già pei forti
e pei valorosi. Il popolo romano è autonomo. Con altri vocaboli, lo stato romano,
vero è libero ed inviolabile. E la patria romana, nel significato morale e
politico, è *sinonimo* di STATO romano -- in quanto questo compone uno stretto
e nativo consorzio in cui ciascun cittadino ha debito e desiderio insieme di
effettuare il grado massimo di unimento sociale e civile. S’incominci dall'avvisare chi sono costoro che
si querelano della libertà dello stato romano e ne temono danni così
spaventevoli. Costoro sono i medesimi da cui si alzano lagni e rimproveri
cotidiani per qualunque libertà, eccetto la propria loro. Vogliono limitare la
stampa, limitare la libera concorrenza, limitare IL PARLAMENTO e in fine ogni
cosa col pretesto volgare ed ovvio che il parlamento, il commercio, la stampa
abusano di loro facoltà e trasvanno più d'una volta e in più cose. La volontà
umana, dite, è corrotta e inchinevole al male. Può darsi. Ma privata di libertà
so che depravasi molto di più e i padroni non meno che i servi. Non è lecito
agl’uomini di esercitare nessun diritto qualora difettino pienamente delle
facoltà e dei mezzi correlativi. Perciò il fanciullo, il mentecatto, l'idiota
cade naturalmente sotto l'altrui tutela, e per ciò medesimo la parte meno
educata del volgo ed offesa di troppa ignoranza, o posta in condizione troppo
servile, non ha nel generale facoltà e mezzi proporziod esercitare diritti
politici. Esaminato il fine del viver comune, fatta rassegna d'alcuni principii
direttivi, più bisognevoli al nostro intento e poco o nulla NOTI AGL’NTICHI
ROMANI, segue senza più che noi trapassiamo a contemplare l'ottimo ordinamento
civile. Cosi noi delineeremo qnalche fattezza dell'incivilimento umano,
contemplandolo nella natura primitiva ed universale del popolo romano, ed
avvisandoci di non iscambiare l'alterato e il mutabile col permanente ed
inalterato; e per converso, di non dar nome d'errore emendabile e di accidente
transitorio a ciò che appartiene alle condizioni salde e durevoli della
comunanza civile. Chè nel primo difetto cadono i troppo retrivi ed i
pusillanimi; nel secondo, i novatori audaci e leggeri. GL’ANTICHI ROMANI con molto
senno incominciano dall'insegnar quello che spetta al buono stato della
famiglia, perché della comunanza umana l'individuo compiuto non è lo scapolo,
ma l'ammogliato con prole o vogliam dire la famiglia, rimossa la quale non
rimane intermezzo alcuno che tempri l'amor proprio e la fiera e violenta natura
nostra. L'organizzazione tanto è più
eccellente quanto meno cede alle esterne azioni ed impressioni ed anzi modifica
con maggior efficacia ed appropria a sé quelle azioni. È da confessare che un
gran trovato fece lo spirito umano e giovevole soprammodo alla prosperità del
viver sociale, quando mise in atto quello che fu domandato GOVERNO
RAPPRESENTATIVO o parlamentare. Se dirai: carattere della nazione romana è la
continuità e circoscrizione del suolo d’Italia. E la nazione e nella lingua
romana, la letteratura e le arti. Se le origini e la schiatta; le colonie sono
tal membro e così vivace del corpo della patria onde uscirono, da non potersene
mai dispiccare, e la guerra americana è dalla banda dei sollevati iniqua e
parricida. Gran questione poi insorge sulle genti di confine, le quali
compongonsi il più delle volte di schiatte anfibie, a cosi chiamarle. Quindi
noi vogliamo, per via d'esempio, i nizzardi essere italiani – ROMANI -- e i francesi
li fanno dei loro. La compagnia civile comincia là solamente dove gl’animi si
accostano, e sorge desiderio di regolato e comune operare. La giustizia apre e
chiude i congressi degli dei, non quelli degl’uomini. La voce “nazione romana”
nel suo peculiare e pieno significato vuol dire unimento e società d'uomini che
la natura stessa con le sue mani à fatta e costituita mediante il sangue e la
singolarità delle condizioni interiori ed estrinseche. Per talché quella
società distinguesi da tutte l’altre per tutti gl’essenziali caratteri che
possono diversificare le genti in fra loro, come la schiatta, la lingua,
l'indole, il territorio, le tradizioni, le arti, i costumi. “Nazione romana”
vuol significare certo novero di genti per COMUNANZA DI SANGUE, conformità di
genio, medesimezza di linguaggio atte e pre-ordinate alla massima unione
sociale. Lo stipite umano è ordinato esso pure a spandere discosto da sé le
propagini e i semi. E ogni germe nuovo dee nudrirsi del terreno ove cade, non
del tronco da cui si origina. Sieno rese grazie publicamente da tutta l'Italia
a voi, o Valdesi, che l'antica madre mai non avete voluto e potuto odiare e
sconoscere insino al giorno glorioso che è dal divino coronata la vostra
costanza, e un patto comune di libertà vi riconciliava con gl’emendati
persecutori. S'io credessi quelle armi
che assiepano IL FORO, DICE CICERONE, starsene qui a minacciare e non a
proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto è che quelle
armi NEL FORO induceno per se sole una fiera minaccia, tanto che CICERONE parla
poco e male, e la paura ammazza l'eloquenza. Dal riscontro, per tanto, di tutte
le storie, senza timore mai d'eccezione, e più ancora dalla ripugnanza intima
di certi termini, quali sono felicità a servitù, spontaneità e costrizione,
ricavasi questa assoluta sentenza che in una nazione civile come ROMA, nessun
governo straniero – come Cartagine -- non può vantarsi mai né della legittimità
interiore, né della esteriore che emana dall'assentimento espresso o tacito della
popolazione romana. Non può aver luogo prescrizione, dove i diritti innati o
fondamentali dell'uomo ricevono sostanziale ingiuria ed offesa; e di si fatti è
per appunto la indipendenza o dimezzata o distrutta. Ogni cosa nell'uomo è
principiata dalla natura e poi dalla ragione e dall'arte è compiuta.Voi stesso
l'avete udito? Poerio: E come nò, se rinchiuso è con lui in una prigione
medesima? Pignatelli: E è la vigilia della sua morte? Poerio: Appunto è la vigilia. Sapete che valica la mezzanotte,
una voce improvvisa e sepolcrale veramente rompevane il sonno chiamando forte
per nome alcuno di noi; e quella chiamata voleva dire: vieni, ti aspetta il
carnefice. La notte pertanto che seguitò quel mirabil discorso di Pagano gli
sgherri gridarono il nome suo, e fu menato al patibolo. Pignatelli: Sta per
mezzo a voi quell'omerica figura del conte di Ruvo? Poerio: Nò, ma in Castello
dell'Uovo insieme con altri uffiziali e con l'intrepido Mantone. Nel Castel
Nuovo e in quella carcere proprio dove è Pagano, sta il fratel vostro maggiore,
principe di Strangoli, sto io, il Conforti, Cirillo, Granali, Palmieri, Russo e
due giovinetti amorevoli e cari, cioè l'ultimo figliuolo dello Spanò ed un
marchese di Genzano, bello come l'appollino e di cui sente Pagano particolare
compassione. V'à una cagione suprema di tutte le cose, cagione assoluta e
però insofferente di limiti e incapace d'aumento e di defficienza. Ma se niun
difetto può stare in lei, ella è il bene infinito e comprende infinitamente
ogni specie di bene. Ciò posto, la cagione suprema è altresì infinita bontà che
raggia il bene fuor di sé stessa e ne riempie la creazione ed ogni ente se ne
satura, a dir così, per quanto è fatto capace. Tale contenenza di bene è poi
sempre difettiva perché sempre è finita. Di quindi si origina il male. Non si
chieda dunque perché il divino è permettitore del male, ma chiedasi in quella
vece perché piacque al divino, oltre all'infinito, che sussistesse pure il
finito. Se il vivere nostro presente è condito di molto diletto e noi incapaci
di conoscere e desiderare con ismania istintiva l'eternità, forse potrebbesi
giudicare senza paradosso aver noi sortito quella porzioncella sola e frammento
di beatitudine, brevissima ma sincera e inconsapevole della propria caducità.
Col presupposto della immortalità, bene avverte BRUNO, alcun desiderio naturale
non è indarno e alcuna lacrima non cade senza conforto. Con la immortalità non
è affetto generoso perduto, non ferita dell'animo a cui non si apparecchi altrove
copioso balsamo. Per entro il corso interminato e magnifico de'nostri destini,
ogni male vien riparato, ogni speranza risorge, ogni bellezza rifiorisce, ogni
felicità si rinnova e giganteggia ne'secoli. Poerio: Quando è possibile
strappare dal cuor dell'uomo il concetto e la speranza della immortalità, il
consorzio civile medesimo pericolerebbe di sciogliersi e i piaceri e le utilità
stesse della vita presente verrebbero gran parte impedite o affatto levate di
mezzo. I dotti e i legisti barbareggiavano sempre peggio, e pareva in loro una
sorta di necessità tramutata in diritto, e niun discepolo mai se ne querela; e
le lettere cadevano in tale grettezza, che nelle prose di Giordani si
appuntavano parecchie mende di stile, ma nessuno accusava la tenuità dei
concetti e la critica angusta e slombata. Colletta è stimato dai più uno
storico sovrano e poco meno che un Tacito redivivo, ed altri istituivano
paragone tra il Guicciardini e il Botta, tra Goldoni e Nota. Tale il gusto e il
criterio comune. Pochi grandi filosofi non mancavano neppure a quei giorni.
Basti ricordare Bartolini nella scultura; Leopardi e Niccolini nella poetica;
Rossini, Bellini, Donizetti nella musica. In Italia scemando il sapere e la
potenza meditativa, crebbe l'amore spasimato ed irragionevole della bellezza
dell'abito esterno, lasciando a digiuno la mente e poco nudriti e mal governati
gli affetti. Letteratura e filosofia vasta, soda e ben definita, e parimente
larghe scuole e ben tratteggiate e scolpite mancano alla patria nostra da quasi
tre secoli e piuttosto ne abbiamo avuto cenni e frammenti, e ogni cosa a pezzi,
a sbalzi e a modo d'assaggio. Miei degni signori, il cibo che v'apparecchio è
scarso, scondito e di povera mensa, ma è letteratura e non meta-fisica. Non
appena l'esilio mi astrinse a lasciare l'Italia e fui spettatore d'altro ordine
di civiltà e uditore d'altri maestri, subito mi si aprì dentro l'animo l'occhio
doloroso della coscienza, ed ebbi della mia ignoranza una paura ed una vergogna
da non credere. Per giudicare alla prima prima che tutto è vecchio e trito in
un libro convien sapere dell'autore se nel generale à l'abito di pensar di suo
capo. Ed egli evoca nuovi spiriti di più sublime natura, i quali entrano a uno
a uno dentro la torre. Spirito del mare. Che vuoi? Barone. Sapere l'essenza del
bene e la fonte della felicità. Spirito del mare. Perché lo chiedi al mare?
Barone. Perché tu sai o puoi sapere ogni cosa; tu nei silenzj della notte tieni
misteriosi colloquj con la luna e con le stelle che in te si riflettono; e tu
pur ricevi nell ' ampio tuo seno i fiumi tutti del mondo, i quali ti raccontano
le geste antiche dei popoli e le più antiche vicende dei continenti per mezzo a
cui essi fluiscono senza posa. Spirito del mare. lo non so nulla (sparisce).
Barone. Che tu venga malmenato in eterno dallo spirito delle procelle, e che i
tuoi membri immortali sieno rotti e squarciati mai sempre dalle taglienti
creste degli ardui scogli. La coda del cavallo bianco dell' Apocalisse.
Che vuoi? Barone. Sapere in che consiste il bene, e dove è la fonte della
felicità. La coda. Perché lo chiedi a me? Barone. Tu sai la fine ultima delle
cose, e tu comparirai poco innanzi della consumazione del secolo. La coda.
Quando io comparirò, io ondeggerò nelle sfere, simile alla caduta del Niagara e
più tremenda della coda delle comete. Ogni mio crine rinserra un destino; e
ogni mio moto è un cenno di oracolo; ò trascorsi tutti i cieli di Tolomeo e i
cieli di Galilei e i cieli di Herschel; ò lambita con la mia criniera la faccia
delle stelle, e l'ò distesa sulle penne de' turbini; molte cose ò conosciute,
ma non quel che tu cerchi: io non so nulla (sparisce). Dagli Arabi si travasò
il mal gusto ne' Catalani e ne' Provenzali, e una vena non troppo scarsa ne fu
derivata ne' primi nostri verseggiatori. ALIGHIERI egli pure non se ne astenne
affatto; e noi peniamo a credere che a quel genio sovrano venisse scritta la
canzone lambiccatissima della Pietra. Sa ognuno che nel seicento, con lo
scadere dell' arte, ricomparvero quelle freddure e mattie, e ogni cosa fu piena
di acrostici, d'anagrammi, d'allitterazioni e altrettali sciempiezze. Ma per
buona ventura cotesta sorta vanissima di pedanteria non sembra ai moderni
pericolosa; e dico ai romani, perché appresso gli stranieri non ne mancano
esempj; e molti anno letto in un vivente poeta francese di gran nomea certi
capricci di metri e di rime i quali dimostrano come in lui siensi venuti
rinnovando tutti gli umori e le vertigini dei seicentisti. E nemmanco ci pare
immune dalle stranezze di cui parliamo quel concepimento del Goethe di ordire
la tragedia del Fausto con questa singolar legge che ogni scena fosse dettata
in metro diverso ed una altresì in nuda prosa, onde potesse affermarsi che
niuna maniera del verseggiare ed anzi dello scrivere umano (per quanto ne è
capace il tedesco idioma) mancasse a quel dramma; nuova maniera e poco assai
naturale e graziosa di porgere idea e figura del panteismo. Non può né deve il
poeta scompagnarsi mai troppo dalle opinioni e dai sentimenti comuni dell'età
sua; chè da questi principalmente è suscitato l'estro di lui, con questi
accende e innamora le moltitudini. D'ogni altro pensiero ed affetto, ove li
possieda e li senta egli solo, avrà pochi intenditori, pochissimi lodatori; e
la favella delle Muse langue e muor sulle labbra se non suona ad orecchie
benevole e a cuori profondamente commossi. In Inghilterra il Milton fierissimo
repubblicano e segretario eloquente del gran Cromvello, à quasi sempre poetato
di cose mistiche e teologiche e nulla v'à di politico, nulla d'inglese e di
patrio, né nel Paradiso perduto, né in altri suoi canti. Riuscirà sempre a
gloria grande e invidiata d'Italia che la Gerusalemme del Tasso compaja tanto
più bella e mirabile quanto più in lei si contempla e considera intentivamente
la perfezione del tutto. Certo, il Valvasone è meno forbito ed armonioso del
Tansillo, meno fluido del Tasso seniore, meno corretto, proprio e limato de'
più corretti e limati rimatori toscani; ma non per ciò si capisce come questa
minor perfezione di forma, abbia potuto oscurare nel giudicio de' raccoglitori
e de' critici il gran merito dell'invenzione. Che il Milton siasi giovato dell'
Angeleide non so, quantunque fra i due poemi si vengan trovando molti e
singolari riscontri che non è facile a credere casuali; ma questo io so bene
che a rispetto della guerra degli angeli episodicamente introdotta nel Paradiso
perduto, il Valvasone non perde nulla ad esser letto dopo l'Inglese e con
quello essere paragonato; il che non avviene del sicuro né per l' Adamo
dell'Andreini né per la Strage degl'Innocenti del cavaliere Marino, due
componimenti che dicesi aver suggerito a Milton parecchi pensieri e l'ideal grandezza
del suo Lucifero. L'ingegno poetico, in versificare ciascuno di quei subbietti,
tende a spiegare una novità, un' altezza e una leggiadria suprema di concetto,
di sentimento, di fantasia e di stile. Dove mancasse l'una di tali eccellenze,
l'arte sarebbe difettosa e quindi increscevole. Ci venne osservato (cosa che
per addietro non ben sapevamo) la critica letteraria incominciata in Italia con
ALIGHIERI essere morta col Tasso e gli amici suoi; e come cadde con quel
mirabile intelletto la nostra primazia nel ministero delle Muse, così venne
meno la filosofia estetica; e il nuovo dell' arte non fu capito, l'antico fu
dalla pedanteria svisato e agghiadato. L'arte critica antica ebbe ultimi promulgatori
due grandi ingegni, il Muratori e il Gravina. Della critica nata dipoi con le
nuove speculazioni e con le nuove forme di poesia, non conosciamo in Italia
alcun degno scrittore e rappresentatore. Dopo Omero nessun poeta, per mio
giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo Shakspeare,
gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui l'animo e la
vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati così nel
profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della
drammatica e l'indole propria degl' ingegni settentrionali impedirono a
Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie
poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E veramente
nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto di rado; e
tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro significate, manca
quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante di Beatrice. Il
poeta è dall'ispirazione allacciato e padroneggiato sì forte, da non saper bene
sottomettersi all'arte ed alla meditazione. Il troppo incivilirsi dei popoli
aumentando di soverchio l'osservazione e la critica e affinandovisi l'arte ogni
giorno di più per effetto medesimo dell' esercizio e dell' esperienza e per
desiderio di novità, mena il poeta a scordar forse troppo l'aurea semplicità
degli antichi, il sincero aspetto della natura e i veri e spontanei moti
dell'animo. Il compiuto e l'ottimo della poesia consiste in racchiudere dentro
ai poemi con vaga e proporzionata unità di composizione tutto quanto il
visibile ed il pensabile umano per ciò che in ambedue è più bello e più
commovente. Consiste inoltre nel figurare e ritrarre cotesto subbietto
amplissimo e universale con la maggior novità e la maggiore sublimità e
leggiadria di concepimento, di fantasia, d'affetto e d'elocuzione che sia
fattibile di conseguire. Laonde poi il concepimento, così nel complesso come
nelle sentenze particolari, dee riuscir succoso, vario ed inaspettato e pieno
di recondita dottrina e saggezza; l'affetto dee correre, quanto è possibile,
per tutti i gradi e le differenze, e toccare il sommo della tenerezza e
commiserazione e il sommo della terribilità. Tasso, anima pia e generosa, ma in
cui (non so dir come) nulla v'era di popolare. Quindi egli s'infervorò della
maestà teocratica dei pontefici e aderì alla nuova cavalleria cortigiana e
feudale; quindi pure accettò con zelo e con osservanza scrupolosa l' ortodossia
cattolica, e nella vita intellettuale quanto nella civile, fu dall' autorità
dei metodi e degli esempj signoreggiato. Da ciò prese nudrimento e moto il
divino estro suo e uscirono le maraviglie della Gerusalemme. Nel Tasso poi sono
tutti i pregi e tutta quanta la luce e magnificenza della poesia classica, e
spiccano altresì in lui alcuni attributi speciali del genio italiano in ordine
al bello. In perpetuo si ammirerà nella Liberata ciò che l'arte, i precetti,
l'erudizione e la scienza possono fare, ajutati e avvivati da una stupenda
natura poetica. L'ARIOSTO significa la commedia umana quale la veggiamo
rappresentarsi nel mondo, laddove ALIGHIERI fece primo subbietto suo il
soprammondano, e in esso figurò e simboleggiò le cose terrene. E come il gran
Fiorentino nelle fogge variatissime de' tormenti e delle espiazioni dipinse i
variatissimi aspetti delle indoli e delle passioni, il simile adempiva
l'Ariosto sotto il velo dei portenti magici e delle strane avventure. Ma certo
qual narrazione di fatti umani riuscirà più vasta, più immaginosa e più
moltiforme di quella dell' Orlando furioso? Quivi sono guerre tra più nazioni,
nascimenti e ruine di molti regni, conflitto sanguinoso di religione e di
culto, infinita diversità e singolarità di costumi, e tutto il Ponente e il
Levante offrono larga scena e strepitoso teatro a cotali imprese e catastrofi.
Quivi sono dipinte la vita privata e la pubblica, le corti e le capanne, i
castelli ed i romitaggi; quivi s'intrecciano gradevolmente la cronica, la
novella e la storia, e ciò che il dramma à di patetico, l'epopeia di maestoso, il
romanzo di fantastico. Non credo che in veruna straniera letteratura possa come
nella nostra volgare annoverarsi una sequela così sterminata di poemi eroici e
di romanzeschi, parecchj de' quali brillerebbero di gran luce, ove fossero soli
e non li soverchiasse la troppa chiarezza di Dante, dell'Ariosto e del Tasso.
Né reputo presontuoso il dire che, per esempio, la Croce racquistata del
Bracciolini o il Conquisto di Granata di Girolamo Graziane sostengono bene
assai il paragone o con l'Araucana dell' Ercilla o coi medesimi Lusiadi di Luís
Vaz de Camões ai quali ànno accresciuta non poca fama le sventure e le virtù
del poeta; e per simile, io giudico che l' Amadigi del Tasso il vecchio o
l'Orlando innamorato del Berni, non temono di gareggiare con la Regina Fata di
Spenser e con quanto di meglio in tal genere ànno prodotto l'altre nazioni. Ma
non è da tacere che in quasi tutti questi nostri poemi riconoscesi agevolmente
l'uno o l'altro dei tipi che nel Furioso e nella Gerusalemme ricevettero
perfezione, ed a cui poca giunta di novità e poche profonde mutazioni si fecero
dagl'ingegni posteriori; e ne' poemi eroici singolarmente a niuno è riuscito di
ben cantare i difetti del Tasso, molti in quel cambio li esagerarono. Scusabile
mi si fa Marino e scusabili gl'Italiani, quand'io considero lo stato di lor
nazione sotto il crudele dominio degli Spagnuoli, e fieramente mi sdegno con
questi medesimi che nella patria loro ancor sì potente e sì fortunata,
plaudivano a que' delirj e incensavano il Gongora, meno ingegnoso assai del
Marino e di lui più strano e affettato. In fine, gioverà il ricordare che
all'Italia serva, scaduta e dilapidata, rimaneva pur tanto ancora di prevalenza
intellettuale appresso l'altre nazioni che de' trionfi più insigni e delle lodi
più sperticate del cavalier Marino furono autori i Francesi; e per lungo tempo
assai nessuno de' lor poeti seppe al tutto purgarsi della letteraria corruzione
venuta d'oltre Alpe; testimonio lo stesso Cornelio, alto e robustissimo
ingegno, ma nel cui stile nondimeno avria dovuto il Boileau ritrovare assai
spesso di quel medesimo talco del quale parevangli luccicare i versi del Tasso.
Dal Marino incominciò a propagarsi nel mondo una poesia fantastica e meramente
coloritrice, la quale cerca l'arte solo per l'arte, fassi specchio indifferente
al falso ed al vero, alle cose buone ed alle malvage, alle vane e giocose come
alle grandi e instruttive; sente tutti gli affetti e nessuno con profondità, e
nell'essere suo naturale od abituale, canta di Adone, come di Erode e così
delle favole greche come delle bibliche narrazioni] Fiorirono in tale
intervallo tre ingegni eminenti che forse mantennero alla lirica nostra una
spiccata maggioranza su quella d'altre nazioni. Ognuno, io penso, à nominato ad
una con me il Chiabrera, il Filicaja ed il Guidi. Dal solo Chiabrera fu
l'Italia regalata di tre nuove corone poetiche; mercechè veramente nelle sue
mani nacque e grandeggiò prima la canzone pindarica, poi la canzone
anacreontica e infine il sermone oraziano; né mal s' apporrebbe colui che
attribuisse al Chiabrera eziandio la rinnovazione del Ditirambo. Il Filicaja
venne a tempi ancora più disavventurati, e quando più non era possibile
discoprire ne' suoi Fiorentini un segno e un vestigio pure dell'antica fierezza
repubblicana. Ma il senso del bene morale e la pietà religiosa fervevano così
profondi nell'animo suo che bastarono a farlo poeta. Mai né in questa nostra
patria, né fuori sonosi udite canzoni così ben temperate di splendore pindarico
e di maestà scritturale come quelle del Filicaja. Nel Guidi allato a concetti
ed a sentimenti spesso comuni e rettorici, splende una forma non superabile di
novità, di bellezza e magnificenza. Certo, se a Guidi fosse toccato di vivere
in seno di una nazione forte e gloriosa, non ostante la poca fecondità e
vastità di pensieri, io non so bene a qual grado di eccellenza non sarebbe
salita la lirica sua; perché costui propriamente sortì da natura Yos magna sonaturum,
e ce ne porge sicura caparra la sua canzone alla Fortuna. A me sonerà sempre
caro ed insigne il nome di Varano, perché da lui segnatamente, a quello che io
giudico, s'iniziò il corso della poesia moderna italiana; e forse la patria non
gli si mostra ricordevole e grata quanto dovrebbe. Chi trovasse non poca
similitudine tra la mente del Varano e quella del Young, credo che male non si
apporrebbe. Anime pie e stoiche ambidue, e dischiuse non pertanto agli affetti
gentili, diffondono ne' lor versi un religioso terrore e un' ascetica
melanconia che nell'Inglese riescono cupi, inconsolati e monotoni, e
nell'Italiano s'allegrano spesso alla vista del nostro bel sole, e dai pensieri
del sepolcro volano con gran fede alla pace e serenità della gloria immortale. Varano
poi insieme col Gozzi restituì alla Divina Commedia il debito culto; Gozzi con
li scritti polemici, egli con la virtù dell' esempio; ed ebbe arbitrio di dire
a Dante ciò che questi a VIRGILIO: Tu séi lo mio maestro e il mio autore. Se
non che il cantore delle Visioni chiuse e conchiuse l'intero universo nel
sentimento della pietà e nei misteri del dogma, e non ben seppe imitare del suo
modello la nervosa brevità e parsimonia, la varietà inesauribile e la peregrina
eleganza. Se taluno dei suoi piuttosto scarsi scolari volle talora celebrare in
R.. l'ultimo anello della catena che da GALLUPPI si continua in SERBATI e
GIOBERTI, unanime e il consenso dei suoi maggiori contemporanei e dei posteri
nell'affermare il valore pressoché nullo della sua vasta produzione filosofica.
SERBATI e più scolastico, R. più civile. Quello quasi sterile in politica,
questo R. molto feconda, risolvendo i problemi più ardui e interessanti della
vita sociale. Quello è timido, questo R. Coraggiosa. Quello arriva a rifiutare
sul terreno pratico le conseguenze de' suoi principii per un pregiudizioso
rispetto di casta non evitando il disonore di una ritirata e la deformità del
sofisma; R., per lo contrario tutta intrepido si sostenne colla gloria di una
vittoria, colla dignità di una rigorosa coerenza, e colla bellezza di una vera
argomentazione. SERBATI in un bel momento di sua ragione scrive stupende pagine
sulla riforma del clero; poi ha la debolezza di ritirarle, impaurito dalle
minaccia dell'indice. R. è oggi quel che era ne' primi giorni della sua vita
pubblica, e non sa temere altro autorevole indice che quello del buon senso.
Nel suo saggio, intitolalo “Del diritto” (Scolastica, Torino) i ammira il
coraggio della coscienza di un filosofo, e la prudenza d'un uomo di stato.
Riguardo poi ai pregi della forma, SERBATI è semplicemente filosofo, R. è un
filosofo-oratore. Nel primo spicca la pura meditazione, nel R. si unisce il
genio che feconda il deserto delle speculazioni metafisiche, delle avanzate
astrazioni. In SERBATI vi ha una ricchezza povera, cioè una stiracchiatura di
poche idee in molte parole, quasi diffidi della memoria, e dell'abilità del
lettore. In R. vi ha una povertà ricca, cioè molte idee in poche parole; il che
appaga l'amor proprio del lettore, e ne fa liete tutte le potenze della
ritentiva e della ragione. Altri saggi: ““Dell'ottima congregazione umana e del
principio di nazionalità romana e italiana” (Subalpina, Torino); “Pagano,
ovvero, della immortalità”; “Dai Torchi della Signora De Lacombe”; “Prose
letterarie” (Barbera, Firenze). Terenzio Mamiani della Rovere. Rovere. Keywords:
confessioni di un metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico,
Cuoco, Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la
communita di sangue. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e della Rovere," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Rovere
Grice e
Rubellio: la ragione conversazionale della filosofia sotto il principato di
Nerone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Uomo di carattere
encomiabile e studi filosofici che si ritrova al centro delle faide tra
Agrippina e il figlio princeps NERONE per la sua ascendenza imperiale -- egli e
cugino di secondo grado del princeps in quanto figli di cugine nipoti di
Tiberio e bisnipoti adottive d’OTTAVIANO -- venne prima esortato, insieme alla
moglie Antistia Pollitta figlia del console Lucio Antistio Vetere, a ritirarsi,
verosimilmente dopo aver ricoperto solo la questura, nei possedimenti familiari
in Asia e poi ucciso con la testa mozzata riportata a Roma. Nel
mezzo di tali vicende, brillò in cielo una cometa, che la credenza popolare
interpreta come segno di cambiamento del re. Quindi, come se già Nerone
fosse stato cacciato, ci si domandava su chi sarebbe caduta la scelta, e sulla
bocca di tutti correva il nome di Rubellio Plauto, la cui nobiltà derivava, per
parte di madre, dalla famiglia Giulia. Amava le idee e i principi del passato,
austero nel comportamento, riservato e casto nel privato, e quanto più cercava,
per timore, di passare inosservato, tanto più si parlava di lui. Le
chiacchiere sul suo conto presero consistenza, quando si diede, con altrettanta
leggerezza, l'interpretazione di un fulmine. Infatti, mentre Nerone banchettava
presso i laghi di Simbruvio, in una villa chiamata Sublaqueum, i cibi furono
colpiti dal fulmine, che mandò in pezzi la mensa, e ciò si era verificato nel
territorio di Tivoli, da cui proveniva il padre di Plauto, sicché la gente
credeva che il volere degli dèi l'avesse destinato alla successione, e
parteggiavano per lui non pochi, per i quali vagheggiare avventure rischiose è
una forma di ambizione suggestiva, ma in genere illusoria. Scosso dunque dalle
voci, Nerone scrisse una lettera a Plauto: lo invitava a farsi carico
della tranquillità di Roma e a non prestarsi a chi propalava chiacchiere
maligne: aveva, in Asia, terreni ereditati, in cui poteva passare, al sicuro,
una giovinezza lontana da torbidi. Così Plauto là si ritirò con la moglie
Antistia e pochi amici.Tacito, Annales. Syme. Related by marriage to Tiberio. Perceived as a
threat by Nerone, he is sent to Asia where he is killed. He is a friend of
Coerano and Musonio Rufo. Sergio Rubellio Plauto. Keywords: Nerone. Rubellio.
Grice e Ruberti: la ragione conversazionale -- la natura abhorre il
vuoto, o la tromba di Gabriele -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pideura). Filosofo italiano. Studia a Faenza e Roma sotto CASTELLI. Srive
a GALILEI una lettera di risposta a sue richieste a CASTELLI, che assente in
quei giorni lascia allo studente il compito di segretario. In tale lettera colge
l'occasione per presentarsigli, che egli ammira grandemente. Il vivere da
vicino le vicende del processo a Galilei gl’indusse a dedicarsi più
strettamente alla matematica nonostante padroneggiasse gli strumenti teorici e
fosse un abile costruttore di cannocchiali. Divenne segretario di Ciampoli, un filosofo
devoto a Galilei, che segue nei suoi incarichi governativi nelle Marche e
nell'Umbria. Castelli presenta a Galilei il saggio di R., “De motu gravium” suggerendogli
di impiegarlo come discepolo e assistente. Così e e divenne assistente di
Galilei e su domanda e insistenza di Galilei si trasfere nella sua
abitazione. Alla morte di Galilei, Ferdinando II gli nomina matematico del
gran ducato di Toscana. Studia geometria, dove anticipa il calcolo in-finitesimale.
Si dedica alla fisica, studiando il mosso dei gravi e dei fluidi e approfonde
l'ottica. Possede un laboratorio nel quale realizza egli stesso lenti e
telescopi. Si dedica anche allo studio dei fluidi, giungendo ad inventare il
baro-metro a mercurio chiamato, "tubo di Torricelli" o "tubo da
vuoto”. Tale invenzione si basa nella misurazione della pressione atmosferica
attraverso l'uso di questo tubo che, proprio sotto la spinta di tale pressione,
viene riempito dal mercurio fino all'altezza costante di 760 mm -- esperimento
effettuato sul livello del mare. Proprio da questa invenzione nasce l'unità di
misura della pressione "millimetri di mercurio" – mmHg -- e
l'uguaglianza: 1 Atm = 760 mmHg -- la pressione di un'atmosfera corrisponde a
760 millimetri di mercurio. Pubblica “Opera Geo-Metrica”, della quale “De motu
gravium” costituisce la II parte. Si dice faentino e tale è considerato
dalle persone che lo conosceno, ma le ricerche compiute già subito dopo la sua
morte nei registri battesimali di Faenza non hanno esito. Ciò da adito ad un
secolare dibattito, durante il quale varie altre località romagnole
rivendicarono l'onore di avergli dato i natali. Rossini ricostrusce l'albero
genealogico della famiglia, originaria di Pideura, nel contado faentino,
risalendo di due secoli oltre la nascita di R.. Bertoni, del liceo che da R.
prende nome, trova nel registro dei battezzati della Basilica di S. Pietro in
Vaticano il suo atto di battesimo. Ciò che trae in inganno i filosofi è il
fatto che R. assume il cognomen Torricelli della madre. Si sa che il nome del
padre e Gaspare. Pertanto, si cercano notizie di un inesistente Gaspare
Torricelli. Viceversa, si hanno notizie di una Giacoma Torricelli e si ritenenne
che è la zia paterna. È invece la madre. La lettera a Galilei, conservata alla
Biblioteca Nazionale di Firenze fra i manoscritti galileiani, è il primo
documento nel suo carteggio. Rappresenta un documento fondamentale per studiare
la vita e l'opera del filosofo faentino. Descrive la propria formazione filosofica.
Si dichiara a conoscenza dei fatti che portano a breve alla condanna di Galilei
e dichiara la propria fede galileiana. Molto Ill. re et Ecc. mo Sig. r mio Col.
mo Nella absenza del Rev. mo padre matematico di N. Sig. re, sono restato
io; humilissimo suo discepolo e servitore, con l'honor di suo secretario. Fra
le lettere del quale havendo io letta quella di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma,
a lei ne accuso, conforme l'ordine datomi, la ricevuta, e a lui Rev. mo ne do
parte in compendio. potrei nondimeno io medesimo assicurar V. S. che il padre abbate
in ogni occasione, e con il maestro di Sacro Palazzo e con i compagni di quello
e con altri prelati ancora, ha sempre procurato di sostenere in piedi li dialoghi
di lei Ecc. ma, e credo che sia stato causa che non si è fatta precipitosa
resolutione. Io sono pienissimamente informato d'ogni cosa. Sono di
professione matematico, scolaro del Padre R. mo di anni, e duoi altri havevo
prima studiato da me solo sotto la disciplina dei gesuiti. Son stato il primo
che in casa del padre Abbate, et anco in Roma, ho studiato minutissimamente e
continuamente sino al presente giorno il libro di V. S., con quel gusto che
ella si puol imaginare che habbia havuto uno che, già AVENDO ASSAI BENE
PRTICATA TUTTA LA GEOMETRIA, Apollonio, Archimede, Teodosio, et che havendo
studiato Tolomeo et visto quasi ogni cosa del Ticone, del Keplero e del
Longomontano, finalmente adhere, sforzato dalle molte congruenze, al Copernico,
ed è DI PROFESSIONE E DI SETTA GALILEISTA. Il Padre Grienbergiero, che è molto
mio, confessa che il libro di V. S. gli da gusto grandissimo e che ci sono
molte belle cose, ma che l'opinione non la loda, e se ben pare che sia, non la
tien per vera. Il Padre Scheiner, quando gliene ho parlato, l’ha lodato,
crollando la testa. Dice anco che si stracca nel leggerlo per LE MOLTE
DISGRESSIONI. Io gli ricordo le medesme scuse e diffese che V. S. in più lochi
va intessendo. Finalmente dice che V. S. si porta male con lui, e non ne vol
parlare. Del resto io mi stimo fortunatissimo in questo, d'esser nato in
un secolo nel quale ho potuto conoscere et riverir con lettere un Galileo, cioè
un oracolo della natura, et honorarmi della padronanza et disciplina d'un
Ciampoli, mio amorevolissimo signore, eccesso di meraviglia, o se adopri la
penna o la lingua o l'ingegno. Haverà quanto prima il Padre R. mo la carissima
di V. S., e le risponderà. Intanto V. S. Ecc. ma mi fa degno, ben che inetto,
d'esser nel numero de' servi suoi e DE’ SEGUACI DEL VERO; che già so che il
Padre R. mo, o a bocca o per lettere me gli haverà altre volte offerito per
tale. E per fine a V. S. faccio con ogni maggior affetto riverenza. Roma,
Di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma Sig. r Gall. Gal. La lettura approfondita
delle “Due nuove scienze” di Galilei dei cui ultimi capitoli segue direttamente
la stesura ad Arcetri, gli ha suggerito molti sviluppi dei principi della
meccanica ivi stabiliti. Tali sviluppi sono esposti nel trattato dal titolo “De
motu gravium”. Nell’ “Opera Geometrica” conceve il principio del baro-metro, costruendo quello
che ora è chiamato tubo di Torricelli e individuando il "vuoto
torricelliano". Con VIVIANI dimostra che IL VUOTO ESISTE IN NATURA e che
l'aria ha un peso PONENDO QUINDI FINE ALLE MILLENARIE DISCUSSIONI FILOSOFICHE
SULL’HORROR VACUI. Un'unità di misura della pressione è stata chiamata “Torr” in
onore alla madre di R. e corrisponde a millimetri di mercurio. L'unità di
misura del sistema Internazionale è invece il “pascal”, in onore di un altro
illustre fisico Blaise Pascal, che fa fiorire numerose ricerche sperimentali
dalla estesa e definitiva teoria della pressione atmosferica descritta da
Torricelli. La parola “baro-metro” coniata da Boyle è quasi sempre
associata al nome di R. che risulta quindi fra i più celebri filosofi italiani
nella storia. Essendo in diretto contatto con Cavalieri inizia a lavorare con
la geometria degl’indivisibili e ben presto supera, secondo lo stesso
Cavalieri, il suo maestro. E abilissimo nell'utilizzarne le tecniche, cioè
il metodo degl’indivisibili, come anche il metodo d'esaustione, che e in uso
presso gl’antichi, fra tutti il grande Archimede, di cui è entusiasta
ammiratore. A R. dobbiamo la riscoperta del matematico siracusano. Per il
gusto di imitare i classici, dimostra in XXI modi diversi un teorema di
Archimede: XI con il metodo d'esaustione, X con il metodo degl’indivisibili.
Spesso i risultati ottenuti con la geometria degl’indivisibili venneno poi
confermati con altre dimostrazioni, a causa della controversia sulla loro
fondatezza. Il fatto interessante è che lo stesso Archimede elabora una
sorta di geometria degl’indivisibili, ma non la ritiene rigorosa, e perciò
dimostra sempre i suoi risultati con il metodo d'esaustione. Tutto ciò si è
scoperto quando si scopre un palinsesto con un'opera sconosciuta d’Archimede,
il Metodo meccanico, nel quale espone questi procedimenti. -- è famoso per
la scoperta del solido di rotazione infinitamente lungo detto “la tromba di
Gabriele”, da lui chiamato “solido iper-bolico acutissimo”, avente l'area della
superficie infinita, ma il volume finito. La tromba di Gabriele è considerato
per molto tempo un paradosso "incredibile" per molti, incluso R. stesso,
che cerca diverse spiegazioni alternative, anche perché l'idea di un secchio
che è possibile riempire di vernice, ma impossibile da pitturare è senz'altro
singolare. Il solido in questione scatena un'aspra controversia sulla natura
dell'infinito, che ha coinvolto anche Hobbes. In questa disputa alcuni sostenneno
che il solido conduce all'idea di un infinito completo. -- è stato pioniere nel
settore delle serie infinite. In “De dimensione parabolae" R. considera
una successione decrescente di termini positivi “{{0},{1},{2}}” e mostra che la
corrispondente serie tele-scopica “{{0}{1})+{1}{2})+}” converge necessariamente
a “{{0}-L{0}-L},” dove “L” denota il “limite” della successione. In questo modo
riusce a dare una dimostrazione dell’espressione per la somma della serie
geometrica. A Faenza è presente una statua di fronte alla chiesa di S. Francesco
che lo raffigura con in mano un baro-metro a mercurio -- nella statua, l’altezza
del barometro è proporzionalmente inferiore a quella reale, che deve essere di
almeno 76 cm. -- Per la storia della scoperta della sua vera origine vedi anche
Registrazione del convegno per lui, Fidio, C. Gandolfi, Idraulici italiani, Biblioteca
Europea di Informazione Cultura. In questa sperimentazione venne preceduto da Berti,
che conduce un esperimento baro-metrico utilizzando acqua anziché mercurio.
Cfr. L'esperimento di Berti, realizzato a Roma Moon: Torricelli G. Rossini, Convegno di studi torricelliani in
occasione dell’anniversario della nascita, Faenza, Lega, Bertoni, La sua
faentinità e il suo vero luogo di nascita, in Studi e ricerche del liceo
Torricelli, Faenza, Ragazzini, Toscano, L'erede di Galilei. Vita breve e
mirabile, Milano, Sironi. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria
matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni, Baro-metro di Torricelli, Equazione di
Torricelli, Legge di Torricelli Torr, Tromba di Torricelli, Treccan Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. E. Torricelli,
Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Scienze, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Museo della Storia della Scienza, Firenze. Evangelista
Torricelli Ruberti. Keywords: il vuoto, geometria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruberti” – The
Swimming-Pool Library
Grice e Rucellai: la ragione
conversazionale degl’amori di Linceo, o della filosofia imperfetta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo. Crusca. Discepolo di GALILEI e in certa
guisa il depositario e spositore delle opinioni meta-fìsiche professate dal suo
maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha uno dei maggiori lumi. Afferma
di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò non corrisponde al vero. In
verità si incontrano solo una volta quando e suo ospite nella villa di Arcetri.
Men che meno e suo studente. Quanto poi alla meta-fisica di Galilei, i dialoghi
filosofici parlano da soli. Quando
comincia a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo "il nostro
sapientissimo Socrate". Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni
volta che compone un dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un
pubblico scelto di personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno
dei più ricche di Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita,
più si gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in
filosofia non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in
qualunque punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche
se a Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i dialoghi
sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi sono citati
dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio abbondante
perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede talvolta
prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci e frasi, convenienti
agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande abilità nel farsi
credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non tramontare mai. Ambasciatore
toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando III. Intendente della biblioteca
laurenziana. Tutore di Francesco Maria. Acclamato priore dell'accademia della
Crusca con l’alias di “imperfetto” Strano perché lui, invece, è un perfetto: un
perfetto bugiardo. Altre saggi: “Descrizione della presa d'Argo e de gl’amori
di Linceo con Hipermestra”; Opuscoli inediti di celebri autori toscani, Prose e
rime inedite di Rucellai, Tommaso Buonaventura, Degl’officii per la società
umana”; “Della provvidenza”; “Della morale”, Crusca. Orazio Ricasoli-Rucellai.
Ruscellai. Keywords: gl’amori di Linceo, imperfetto? perfetto – perfetto
bugiardo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rucellai”
Grice e Ruffolo: la ragione
conversazionale dal guazzabuglio al possibilismo come terapia eutimistica -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cosenza).
Filosofo Italiano.Torna a Roma dal fronte della campagna greco-albanese della
seconda guerra decorato con IV medaglie al valore per diverse intrepide azioni
contro il nemico, in cui e ferito con arma da fuoco trapassante il petto. Organizza
in seno al ministero dell'interno una cellula di resistenza partigiana, che gli
vale l'attestazione di partigiano combattente e una medaglia di bronzo al
valore partigiano. Per via della delazione di un componente del gruppo di
resistenza è arrestato dalla banda Pollastrini-Koch e incarcerato alla pensione
Jaccarino in via Romagna. Trasferito in Regina Coeli, condivide la cella con
PINTOR e SALINARI, discutendo del dopo liberazione. Trasferito a via Tasso
e interrogato da Kappler. L'iniziale sentenza di morte e commutata in deportazione. Qualche
ora prima dell'ingresso degl’alleati in Roma, all'abbandono di Roma da parte
dei tedeschi, usce dal carcere insieme per essere avviato su uno dei III
torpedoni in attesa a Piazza S. Giovanni per essere deportato in Germania. Un IV
torpedone e invece quello destinato all'eccidio di La Storta dove e ucciso
BUOZZI. Lee SS gli impedeno il suo proposito di salire proprio sul IV
torpedone, scostato dagl’altri, avvalorando la tesi che l'eccidio e pre-meditato
e non una reazione impulsiva del comandante. Costretto a salire su uno dei
restanti III torpedoni, si getta mentre il convoglio e in marcia. Riusce a far
perdere le tracce e a liberarsi nonostante le S. S. hanno fermato il convoglio
e lo insegueno nella campagna nei pressi di Ficulle. Dell’arresto e
prigionia da conto in "Roma -- storia della mia cattura e fuga dalle S. S.
dai nazisti” (Roma). Al termine della guerra, ha la carriera di notaio a Grosseto.
Uomo colto, conversatore brillante con battute spesso umoristiche. In occasione
della trasmissione "Testimoni oculari" di S. Zavoli, circa la
detenzione a Via Tasso, venne intervistato il fratello Sergio. La sua
condizione di laringectomizzato per il tumore alle corde vocali, e probabile
causa della mancata intervista. Tuttavia non è citato nella trasmissione,
in quanto il fratello omite di nominarlo nell'intervista, causando uno
spiacevole dissapore familiare, tenuto conto delle drammatiche e indimenticabili
circostanze di quei momenti vissuti insieme. Amico e intrattenne corrispondenza
tra gl’altri, con ORLANDO, LEVI, RAGGHIANTI, BALDINI, TROMBADORI, VALERI,
MORANTE, CASSOLA, MELLONE (‘Fortebraccio’), GUERCIO, RIPELLINO, GABRIELLI, E
STERN. Notevole la mole dei suoi saggi filosofici e il cui interesse di
pensiero, investe gli argomenti più disparati. Altri saggi: “La cosmologica”
(Roma, Signorelli), opera poetico-filosofica. Fonda la “metafisica possibilista”
basata sulla teoria della relatività generale e della fisica dei quanti; "America
come pre-testo" (Roma, Ventaglio); "Il possibilismo: suggerimento
filosofico eutimistico-terapeutico” (Roma, Mancosu); "Guazzabuglio"; “Quadri
di una esposizione” (Roma, Barone); “Guazzabuglio” (Roma, Croce); “Oltre gl’ali
di Icaro” (Roma, Mancosu). Nicola Ruffolo. Ruffolo. Keywords: Icaro,
Cosmologica, possibilismo, guazzagublio, lo specchio del diavolo, implicatura eutimistica-terapeutica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruffolo” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rufino: la
ragione conversazionale del commentario filosofico – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Aquileia). Filosofo
italiano. He comments some ‘saggi’ by Origen. Tirannio Rufino.
Grice e Rufo: la
ragione conversazionale -- NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ
CVM ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX
IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM
SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo Italiano. Scolaro di Panezio. Combatte
sotto Numanzia agl’ordini d’Emiliano SCIPIONE (si veda) come tribunus militum
ed e pretore urbano. Al pari di MARIO (si veda) – e SCEVOLA augure, R.
segue come legato Quinto Metello nella guerra contro Giugurta. Quando Mario,
quale console, assunse il comando dell’esercito, R. ritorna a
Roma. Console. R. segue l’amico Marco Scevola l’augure nel suo pro-consolato
d’Asia. Condannato ingiustamente per accuse di nemici che si è procurato con la
sua rigida onestà, R. vive da prima a Mitilene e poi a Smirne, e rifiuta
l'invito di SILLA (si veda) di accompagnarlo a Roma. CICERONE conosce Rufo a
Smirne. A Smirne, Rufo scrive un "De vita sua" e una storia di Roma. È
oratore. I suoi discorsi hanno per la loro aridità impronta del Portico. Coltiva
gli studi giuridici. Militari romani e politici romani. Console della
Repubblica romana. Muore a Smirne. Gens: Rutilia. Console. Militare, politico e
storico romano. Comincia la sua carriera militare al seguito d’Emiliano Scipione
Africano minore, nella guerra in Spagna. R. è legato di Quinto Cecilio Metello
Numidico, proprio nel corso della guerra contro Giugurta, durante la quale, fra
i sotto-posti di Metello, vi è anche Gaio Mario. Si distinse nella battaglia
del Muthul, nel corso della quale fronteggia un attacco di Bomilcare e organizza
la cattura o il ferimento della maggior parte degl’elefanti da guerra numidici.
Eletto console, ha come collega Gneo Mallio Massimo, il quale arriva secondo
all'elezione. Le sue iniziative principali riguardarono la disciplina militare
e l'introduzione di un migliore sistema di addestramento delle
truppe. Legato di Quinto Mucio Scevola (si veda) l’augure, governatore
della provincia d'Asia. Aiutando il suo superiore nei suoi sforzi di proteggere
i provinciali dalle malversazioni dei pubblicani, R. si guadagna l'inimicizia
dell'ordine equestre, al quale i pubblicani appunto apparteneno. Venne citato
in giudizio con la grave accusa di estorsione ai danni di quegli stessi
provinciali che lui ha fatto tutto il possibile per proteggere. L'accusa è
sfacciatamente falsa. Ma, poiché le giurie della quaestio de repetundis -- il
tribunale preposto al giudizio dei governatori e amministratori provinciali
accusati di ruberie -- sono scelte fra i cavalieri, la sua condanna è cosa
certa, a causa del risentimento che essi provano per lui. R. e difeso da suo
nipote Gaio Aurelio COTTA (si veda), e accetta il verdetto con la rassegnazione
che si addice a uno seguace del Portico e allievo di Panezio quale era
lui. R. si ritira a vita privata dapprima a Mitilene e poi a Smirne -- forse
un atto di sfida nei confronti dei suoi persecutori. È infatti accolto con
tutti gl’onori nella medesima città nella quale, secondo i suoi accusatori, si è
comportato da funzionario corrotto -- e dove Cicerone lo incontra non più tardi.
Sebbene invitato da Lucio Cornelio SILLA (si veda) a fare ritorno a Roma, R.
declina l'invito. Durante il suo soggiorno a Smirne, R. scrive la propria
autobiografia e una storia di Roma. R. ha infatti una profonda conoscenza della
filosofia, della letteratura ma anche del diritto, e scrive dei saggi
giuridici, dei quali alcuni frammenti sono citati nel “Digesto.” R. su Treccani
– Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Momigliano, R. in
Enciclopedia Italiana. R., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. R., su sapere; Agostini, R., Enciclopedia Britannica; R., su PHI
Latin Texts, Packard Humanities Institute. Predecessore Console romano Successore
Quinto Servilio Cepione e Gaio Atilio Serrano con Gneo Mallio Massimo Gaio
Flavio Fimbria e Gaio Mario II V · D · M Storici romani . Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Militari romani Politici romani
Storici romani Militari Storici Nati a Roma Morti a Smirne Consoli repubblicani
romani Rutilii Stoici. R., who came
after BRUTO, is the first tribune of the people, then Consul, and subsequently proconsul
of Asia. His ancestors had been both censors and consuls. All that is related
of him is, that he is in high esteem with OTTAVIANO, who supports all his own
plans by the reasonings of this great lawyer. Wise Romans. To the list of wise
men recognised by the Greeks, the Romans are proud to add other names from
their own history, thereby associating their philosophic principles with
patriotic pride. From their mythology ENEA is selected, the man who crushes his
desires that he may loyally co-operate with the destiny of his people. From the
times of the republic SCIPIONE africano minore and his gentle companion LELIO;
whilst in R. a Roman is found who, like Socrates, would not, when on his trial,
consent to any other defence than a plain statement of the facts, in which he
neither exaggerates his own merits nor makes any plea for mercy. Nam cum esset
ille vir [R.] exemplum, ut scitis, innocentiae, cumque illo nemo neque
integrior esset in civitate neque sanctior, non modo supplex iudicibus esse
noluit, sed ne ornatius quidem aut liberius causam dici suam, quam simplex
ratio veritatis ferebat. Cic. de Or. -- cf. Sen. Dial. Publio Rutilio Rufo.
Keywords: Filosofia romana. Luigi Speranza, “Grice e Rufo” – The Swimming-Pool
Library. Rufo.
Grice e Ruggiero: la ragione
conversazionale di Remo e di Romolo – filosofia meridionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo Italiano. Scrive
“Critica del concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la
mancata distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire
all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe
politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo aderito
all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del liberalismo lo
rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non perdere la cattedra
presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le altre saggi, di una
imponente Storia della filosofia e di
una Storia del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella
storia della filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini,
e, auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed
apostolo di fede nell'umanità. Saggi: Storia
della filosofia,” “La filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari,
Laterza); “Rinascimento, riforma e contro-riforma” (Bari, Laterza); “La
filosofia moderna: cartesianismo” (Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza);
“Da Vico a Kant” (Bari, Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel;
(Bari, Laterza); La filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica
italiana meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”,
Firenze, Vallecchi, “Storia del liberalismo” (Bari, Laterza); “Filosofi” (Bari,
Laterza); “L'esistenzialismo” (Bari, Laterza); “Scritti politici”, Felice,
Bologna, Cappelli, La libertà, Mancuso,
Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica, I filosofi
che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto filosofico (Napoli,
Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia e politica (Firenze,
Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, La
coscienza critica del liberalismo; Sgambati, Tra ethos e pathos. Il
diritto pubblico romano lascia, assai meglio del diritto privato, osservare le
discontinuità e le suture, a testimonianza delle sue radicali
trasformazioni. Esso non presenta un processo di sviluppo dall’interno,
ma piuttosto un’opera di lento accrescimento dall’esterno, che fa
coesistere il nuovo e l’antico, come per dissimulare i mutamenti da un periodo
a un altro. La preoccupazione costante dei ROMANI è di salvare la continuità
storica delle loro istituzioni, di sforzare il primitivo regime
cittadino, fino a includervi tutto il ricco contenuto degl’acquisti
posteriori. La città è per essi un più saldo organismo che non la
polis dei Greci: il principio della sovranità popolare, come
fondamento della costituzione, vi è assai più stabilmente riconosciuto e
presidiato, e, principalmente, le magistrature cittadine vi rivestono quel
carattere e quel prestigio monarchico, che vivamente impressiona un greco
romanizzato come Polibio. Lo spirito militare è in gran parte causa della
maggiore coesione e dell’acentramento della vita pubblica. Ma esso è
anche il principio della espansione della città in più vaste associazioni
politiche, aventi per base l’autonomia municipale, limitata soltanto
dalle esigenze della difesa dal nemico esterno. L’interesse
militare suggerisce infatti la prima grande federazione che, col nome di lega
latina, aggruppa alcune città sotto l’egemonia romana; che sarà il
modello delle future aggregazioni. Il principio federale è
quello che salva il nucleo della città, pur mirando oltre la sparsa vita
cittadina; e ad esso Roma si attacca per salvare sé stessa insieme con le
sue conquiste. Il lento processo di assimilazione dei popoli soggiogati
compiuto dalla civiltà romana si fonda tutto sulla preventiva
dissoluzione degl’originari stati nazionali e indigeni e sulla
trasformazione di essi in aggregati municipali autonomi, e solo
militarmente legati a Roma. L’idea del decentramento amministrativo è
certo una delle più grandi che il diritto pubblico romano ci abbia
tramandato. Ma essa ha per l’antichità un valore anche maggiore che per
noi, perché storicamente l’autonomia municipale è un passo
importantissimo nella formazione del nuovo principio dello stato,
che sorge sulla rovina delle nazionalità, e sul riconoscimento delle più
minute unità cittadine, confluenti con la loro vita propria nel più vasto
organismo politico. Si forma così una patria communis, che ha sotto
di sé una patria particolare, domus od origo Questa doppia istanza della
vita pubblica, che da una parte favorisce la profonda esigenza del
self-government t dall’altra include il particolarismo locale, come momento
subordinato, nella più comprensiva vita statale, è una grande creazione romana.
I greci, che anche seppero moltiplicare, in numerose colonie, la
vita delle proprie città, non riuscirono tuttavia a trarre dal particolarismo
cittadino nessuna idea superiore e comune; cosi perdettero il frutto del
loro lavoro in una dispersione incapace di [Mommsen. Le droit public
romain, Paris] riflettersi nel suo principio creatore. Essi posero in
vita una folla di particolari in luogo di una universalità vera e propria; ciò
che ne distingue l’opera nettamente da quella dei ROMANI. Il municipio
costituito in seno allo stato e subordinato allo stato è certo una delle
manifestazioni dìù notevoli e feconde dell’età di SILLA (si veda). Il
periodo sillano rappresenta però ancora un’età di transizione tra i
due momenti, della città e dello stato, quando l’antico particolarismo è
quasi vinto, ma ancora non balza fuori la nuova universalità. Il
progresso, lungo questa via, fino all’età di GIULIO (si veda) Cesare, è
rapido e sicuro. E vi ha contribuito, più che l’accrescimento
diretto del numero dei cittadini, mediante l’estensione del diritto
di cittadinanza, l’incorporazione di un numero sempre maggiore di stati
clienti, il cui regime consta, senza eccezione, di due elementi:
dipendenza legalmente determinata in rapporto allo STATO ROMANO;
indipendenza, o meglio, autonomia amministrativa. Il processo di romanizzazione
è sollecito per la sua stessa spontaneità. In presenza delle progredite
istituzioni romane, le città della provincia sono volontariamente tratte
ad imitarle, abbandonando i vecchi costumi nazionali, presto riconosciuti
inadeguati alle esigenze della vita cittadina. Un segno della spontaneità di
questo lavoro d’assimilazione è la scomparsa delle stesse tradizioni
della religione locale nell’occidente romano, come il druidismo nella
Gallia. Roma, da parte sua, è parca nel concedere come un premio
ambito ciò che pure è suo interesse precipuo di largire. Essa non accorda
a tutte le città un’adeguazione politica completa, ma la lascia sperare
alle più fedeli. Al di sotto delle città latine che hanno tutte la piena
cittadinanza, vi sono città sine suffragio o città di semi-cittadini, con
diverse gradazioni di privilegi e più o meno scarsa reciprocità verso la
capitale. La più grande forza di attrazione è da Roma esercitata per
mezzo delle colonie, formanti la vera ossatura romana della vasta
compagine imperiale. Con l’estendersi delle conquiste, i piani coloniali
vengono ampliati e coordinati. Da Caio GRACCO (si veda), autore di un
primo grande disegno organico, a GIULIO (si veda) Cesare ed ai suoi
imperiali successori, si svolge un fecondo lavoro, che ha per scopo di
popolare di Romani le regioni occupate e di saldarle alla madre
patria. Il principio veramente romano che presiede a questo lavoro è
epigrammaticamente espresso dal motto: ubicumque vicit Romanus, habitat. Ma
se noi guardiamo nel suo insieme la configurazione politica del grande stato
federale sull’unire della repubblica, e prima che GIULIO (si veda) Cesare
avesse stampato nel diritto pubblico i segni del suo genio
precursore, essa ci colpisce con l’aspetto di un ingombro congestionante
e poco vitale. L’impero è tutto ricondotto alla metropoli. I magistrati
municipali di Roma sono i signori del mondo, l’Italia e la provincia
non sono che un’appendice della capitale. Il rigido principio della
conquista sforza fino alle estreme conseguenze il potente particolarismo
nazionale dal quale prende le mosse; e tutta la vita locale, fuori di
Roma, nel tempo stesso che viene elevata a una coscienza nuova di
sé, viene mortificata e depressa da una taccia d’irrimediabile
inferiorità rispetto alla nazione dominante. Manca un’idea unica che
attraversi e vivifichi tutte le membra del grande organismo. Il legame
che lo connette è estrinseco e sovrapposto, riassumendosi nella forza dell’imperium,
che sanci- [Sbn-ec., ad litio.] sce una eguale schiavitù ai popoli
sotto la potenza militare romana. Piccole città isolate e sterminati
regni sono aggiogati disordinatamente allo stesso carro; purché l’esterno
legame sia salvato, Roma non si preoccupa della vita che internamente
si svolge nei suoi domini e la lascia in balìa all arbitrio di despoti
indigeni. Essa regna sul mondo, ma non lo governa; si appaga di un
compito estrinseco di polizia, che dia sicurezza ai propri commerci. La
sua coscienza mondiale si compendia nell’idea dello sfruttamento del mondo
a suo profitto. Questa deficienza veniva osservata specialmente dagli orientali,
presso i quali erano più vive le esigenze della comunione spirituale dei popoli
formanti uno stesso stato. Apollonio di Tiana, anche quando l’impero
aveva portato molto più avanti il lavoro di unificazione del mondo,
lamenta l’eccessiva materialità del governo romano, che si strania ed
aliena gli spiriti. Una profonda trasformazione di regime s’inizia però
con GIULIO (si veda) Cesare, che, per l’immatura fine, non riesce a
portarla a compimento. Cesare dà il colpo di grazia al nazionalismo latino
e fonda la nuova idea imperiale, distaccandone il centro dal territorio di
Roma e idealizzandolo nella persona del monarca. La legge cesarea
dei municipi comincia col parificare, in diritto, tutte le città, e col
trasformare, conseguentemente, il significato della preminenza di Roma. Questa
non è più l’impero stesso, ma la prima delle municipalità dell’impero, e
le sue magistrature scendono al livello di semplici cariche municipali.
La figura del monarca si distacca nettamente da quella del magistrato.
Non è più il princeps , cittadino tra [Sef.k. Gesch. des Untergangs der
antiken Welt. Berlin. 1901, UI.'p. 110. 2 PiiiLosrn.. Apoi.
Ty.. ep.] i cittadini, ma il dominus che trascende tutto il mondo
parificato al suo cospetto e riceve la propria autorità direttamente dal
divino. Questa idea è affatto nuova allo spirito romano. GIULIO (si veda)
Cesare l’attinge all’Oriente e l’adatta arditamente ai suoi piani. Essa
ha un significato teocratico e mistico, che viene accolto con
diffidenza e senza convinzione dalla scesi frivola dell’ultima età
repubblicana, ma conquista l’età seguente, dominata da uno spirito di
concentrato fervore religioso. L’Oriente riuscirà ad imporla
all’Occidente solo quando gli avrà comunicato la sua fede viva ed
ardente. Il dominus compendia l’unità religiosa e l’unità giuridica
della vita. Sotto il primo aspetto, egli è il re-divino, l’incarnazione
vivente della divinità, che allaccia, con la gerarchia ordinata dei suoi
ministri, tutto il mondo sottoposto. Sotto l’aspetto giuridico,
egli è il re-proprietario, al quale appartengono per diritto proprio le
persone e i beni dei soggetti. Quell’unità che i popoli sono incapaci di
concepire sotto l’astratta luce ideale dell’impero, e che pure è un
bisogno sensibile, immediato della loro esistenza, essi la vedono
incarnata e personificata nel Signore. In questo foco si accentra tutta
la sparsa vita spirituale di genti e razze diverse, che vi ravvisano un
senso alla propria riunione sotto un giogo comune e sollevano e
riscattano la loro schiavitù nella visione di un alto fine religioso di cui
sono partecipi. GIULIO (si veda) Cesare ha una chiara percezione
dell’aspetto religioso della sua missione : la SANCTITAS REGNVM è per lui
il fondamento stesso del nuovo regime monarchico, da cui soltanto possono
irradiarsi una potenza e un prestigio coestesi alla vasta mole
dell’impero. [Svet.. Jul. Caes.] Le conseguenze di questa premessa sono,
per il diritto pubblico, inestimabili. Al decentramento politico e
amministrativo, airindifferenza per la vita locale delle città e degli
stati particolari, in una parola al regime del mero stato di polizia,
subentra un regime accentratore, dove un sovrano assoluto vigila
per mezzo d’un esercito di funzionari sull andamento di tutte le cose del
regno, che ormai gli appartengono, e spoglia città e cittadini di quelle
libertà che contraddicono all’onnipotenza del proprio dominio. Una volta
che il mondo non è più un aggregato inorganico di città, ma forma un’unità
reale e vivente, è giusto che tutte le sue parti, cospirino per
quel eh’ è possibile al fine comune, rinunziando all’autonomia che
disgrega e disperde le forze. GIULIO (si veda) Cesare e sul punto di
realizzare questa vasta trasformazione politica; pero mancò non soltanto
a lui la vita, ma anche ai tempi la maturità necessaria per
portarla a compimento. Più di tre secoli occorreranno per attuare la monarchia
da lui vagheggiata. Per il momento, gl’immediati successori rinunziano ai
più arditi piani e si pongono sul terreno delle istituzioni vigenti, col
proposito di piegarle gradatamente ai loro fini. OTTAVIANO (si veda) è, almeno
all’apparenza, ben poco innovatore. Egli conserva integro il principio
della sovranità popolare, ripristina le magistrature repubblicane sospese nel
tempo della guerra civile, riconosce un potere sovrano al senato.
L’idea dell’impero emerge per lui dallo stesso regime politico
tradizionale, di cui porta a compimento lo spirito monarchico che già gli e
immanente. Nella sua concezione, il principe è il primo cittadino
tra i cittadini, il primo magistrato tra i magistrati. Egli anzi si
guarda accuratamente di legare a questo nome [Mommskn. Le drolt pnblic
romain.] cariche e prerogative nuove ed inusitate, e si avvale invece
degli stessi poteri che gli fornisce la tradizione repubblicana. Attribuendosi
l’imperium o potenza proconsolare, egli ha il comando in capo esclusivo delle
milizie di tutto l’impero; e poiché questa posizione preponderante dal
punto di vista della forza può apparire eslege a Roma e nell’ Italia —
sottratta giuridicamente al potere proconsolare — OTTAVIANO vi aggiunge la
dignità consolare, alla quale più tardi rinunzia per assumere il
tribunato del popolo, la magistratura più popolare e praticamente
efficace . Così, per via di successive sovrapposizioni di cariche
preesistenti, come il pontificato e la censura oltre quelle già nominate, si
forma il potere nuovo del principe, e si consolida con un prolungamento,
dapprima limitato e poi indefinito, della durata delle cariche stesse.
L’impero si costituisce cosi condensando le forze più vitali delle
istituzioni repubblicane, senza innovazioni apparenti, capaci di
suscitare reazioni popolari. Dopo il regime eccezionale della dittatura
militare e del triumvirato, esso ha perfino l’aspetto di una
reintegrazione delle magistrature ordinarie. Alla monarchia vagheggiata
da GIULIO (si veda) Cesare subentra, almeno in principio, una DI-ARCHIA,
una divisione del potere tra il principe e il senato. Tutta la
provincia viene separata in due parti, imperiale e senatoriale, con
diversi magistrati; e al senato viene attribuita ramministrazione dell’
Italia, che OTTAVIANO non crede opportuno prendere per sé, ritenendo più
facile usurpare le libertà della corrotta capitale e della lontana
provincia anzi che quelle più tenaci dei municipi 1 Mommsen]
OTTAVIANO rifiuta la censura, ma la riassunse Domiziano, per
l'opportunità che gli offre questa carica di influire sulla nomina del
senato.] italici. Di fatto però questa di-archia si converte gradatamente
in una vera monarchia, perché l’imperatore può esercitare una preponderante
influenza sulla costituzione e sul funzionamento del senato, che
finisce col divenire un passivo strumento nelle sue mani. Con felice
incoerenza, OTTAVIANO però tien fermo al principio cardinale della
concezione monarchica del suo grande predecessore, accettando l’idea
della divinità dell’imperatore, pur contraddiente a quella della
sovranità popolare, che informa di sé la nuova carica. L’apoteosi del
principe, cioè il riconoscimento della sua divinità dopo la morte e la
conseguente attribuzione degli stessi onori riserbati agli dèi, — altari,
culto e sacerdoti appropriati— costituisce la parte più importante della
riforma religiosa d’OTTAVIANO. L’influsso sempre più vivo
dell’Oriente spingerà i suoi successori ad ingrandire questo culto,
includendovi l’adorazione dello stesso imperatore vivente: una
trasformazione piena di significato, perché con essa l’apoteosi si distacca
dalla vecchia concezione occidentale della religione dei MANI, che
in un primo tempo aveva giovato ad accreditarla, e s’innesta nello
spirito teocratico dell’Oriente. L’unificazione religiosa
dell’impero completa e ribadisce l’unificazione politica. Il culto
dell’imperatore si eleva sui culti particolari delle singole nazioni e
diviene per i popoli il simbolo di una comunanza spirituale di vita e
quasi l’atto di adesione a un identico destino storico. A questo punto
terminano le storie particolari delle genti, o meglio confluiscono
nella storia universale. Il migliore ammaestramento filosofico che ci
vien offerto dalla conoscenza dello sviluppo del diritto pubblico romano
sta per l’appunto nella conquistata coscienza dell’unità e dell’universalità
del piano della storia, che vince la sparsa frammentarietà delle storie
del passato, chiuse a guisa di monadi in sé stesse e ricomincianti sempre
dal nuovo il proprio lavoro. Roma provoca il brusco risveglio delle
genti, rompe l’isolamento della loro vita, le costringe, pur riluttanti,
a entrare nella vasta orbita della sua azione e a collaborare a una
opera comune. La cittadinanza che l’impero largisce egualmente a tutti i
suoi abitanti esprime la nuova patria ideale e comune, che si eleva sulle
patrie particolari e che gl’uomini accettano quasi come un segno
del riscatto dalla schiavitù del suolo che li lega e li circoscrive
materialmente. Essa è una prima rivelazione dell’umanità a sé stessa:
una umanità ancora pregna di materialità ingombrante e passiva, che
non sa guardare oltre i rapporti contingenti e terreni della vita ed esaurisce
i suoi compiti spirituali nell’adorazione d’un padrone comune; ma eh’ è
tuttavia il primo momento di una rivelazione che non si esaurisce in essa e
crea forme di consapevolezza sempre più profonde. Guido De Ruggiero. De Ruggiero. Ruggiero. Keywords:
storia della filosofia romana, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruggiero”
– The Swimming-Pool Library.
Grice e Rusca: la ragione conversazionale dell’apollo
lizeo – lizio – lizeo – I viali dei giardini dell’apollo lizio – lizeo – Apollo
in riposo – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo Italiano. Studia filosofia. Vicario
generale di Padova della congregazione del S. Uffizio. Ricopre quindi il ruolo
d’inquisitore. Scrive “Syllogistica methodus”; “De caelesti substantia”; “De
fabulis palaestini stagni ad aures Aristotelis peripateticorum principis” e l’
“Epitome theologica”. Vescovo di Caorle. Uno dei presuli che più si spese per
le necessità della sua diocesi. È infatti ricordato per gl’mponenti restauri
della cattedrale che volle fossero eseguiti per salvare l'edificio
dall'imminente rovina. Durante questi restauri ricopre il soffitto della
cattedrale con stucchi e da all'edificio una struttura barocca. La ri-consacrarla,
apponendo alle pareti XII croci in cotto. Inoltre, fa completare la
realizzazione dei nuovi reliquiari per le insigne reliquie dei santi patroni
(Stefano proto-martire, Margherita di Antiochia, e Gilberto di Sempringham) e
provvide al rinforzo della struttura del campanile. Al completamento di tutti i
lavori, vuole che alle solenni celebrazioni presenziassero musici provenienti
da Venezia. A memoria di tutto ciò, resta la lapide, affisse alla parete
sinistra del duomo. D[EO] O[PTIMO]. M[AXIMO] LÆVITÆ STEPHANO PROTO-MARTYRI
FR·PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CONSECRAVIT MARINO VIZZAMANO PRÆTORE. Ricordato per
la sua premura nel risollevare le sorti economiche. Ri-pristina la mensa episcopale e provvide al
sostentamento dei sacerdoti istituendone la confraternità. Si adopera per
correggere i comportamenti dei fedeli e dei sacerdoti stessi. Fa erigere nella
cattedrale un altare dedicato a S. Antonio di Padova. In Duomo a Caorle resta
la pala d'altare di S. Antonio con la lapide, affissa alla parete destra dove sorgeva
l'altare, che recita: ILL.[VSSTRISSI]MI ET R[EVERENDISSI]MI EPI CAPRVLEN. VNAM
MISSAM LECTAM QVOTIDIE ET DVAS CANTATAS QVOLIBET MENSE AD HOC ALTARE S. ANTONII
CELEBRARI CVRANTO TENENTVR VT IN ACTIS D[OMINI] OCTAVII RODVLPHI NOT[ARII]. VEN[ETII].
DIEI FR. PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CAPRVLEN. EREXIT VNIVIT DISPOSVIT. Consacra
la chiesa di S. Maria Elisabetta al Lido di Venezia. R. Rusca, Il Rusco,
overo dell'historia della famiglia Rusca, Marta, Venezia, Perissuti, Notizie
divote ed erudite intorno alla Vita ed all' insigne basilica di S. Antonio di
Padova, Padova, Corner, Notizie storiche
delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello, Manfrè, Padova, Sbaraglia,
Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci, S.
Michaelis ad ripam apud Linum Contedini, Roma. Bottani, Saggio di Storia della
Città di Caorle, Bernardi, Venezia, Musolino, Storia di Caorle (La Tipografica,
Venezia); Gusso e Gandolfo, Caorle Sacra (Marcianum, Venezia); Ughelli, Italia
sacra sive de episcopis Italiæ, et insularum adjacentium. Pietro Martire Rusca.
Rusca. Keywords: “Syllogistica methodus”, “Aures Aristotelis peripateticorum
principis”; “Defensionem Vestigationum Peripateticum”, il liceo fuori dal
liceo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rusca” – The Swimming-Pool Library.
Grice e Rusconi: la ragione conversazionale dell’attacco
e contro-attacco – la romanitas di Tertulliano -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Meda). Filosofo italiano. Insegna a
Trento e Torino. “La teoria critica della società” -- Istituto storico italo-germanico.
Altre saggi: “Crisi di sistema e sconfitta operaia” (Einaudi); “Scambio,
minaccia, decisione”; “Sociologia politica (Mulino); “Se cessiamo di essere una
nazione” (Mulino), in cui ripercorre il dibattito sul concetto di nazione – “la
nazione italiana”; “Resistenza e post-fascismo” (Il Mulino); “Come se Dio non
ci fosse” (Einaudi), “Italia – lo stato di potenza, la potenza civile” (Einaudi);
“Cefalonia: quando gl’italiani si battono” (Gli struzzi Einaudi); “L'azzardo” (Mulino); “Cavour: fra
liberalismo e cesarismo” (Il Mulino); “Cosa resta” (Laterza); “Seduzione” (Feltrinelli
); “Attacco” (Mulino). Gian Enrico Rusconi. Rusconi. Keywords: romanità,
italianità, il concetto di nazione in Hegel, “God save the queen” – the
national anthem – l’inno nazionale -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rusconi”
– The Swimming-Pool Library.
Grice e Rustico: la
ragione conversazionale della tutela di Roma -- il portico romano. Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Portico. A friend of ANTONINO (si veda). According to Antonino, R. teaches
him, amongst other things, the importance of both character development and
careful study. He also introduces him to the writings of a former slave by the
name of Epitteto. R., on the other hand, teaches law. He presides over the
trial of Giustino detto il Martire – rightly condemning him to death (“He
didn’t believe in Rome’s tutelary diety, viz. Giove.”). Grice: “Strictly, he
should be listed under “Giunio,” since “Rustico” – meaning ‘Rustic,’ what was
he was _called_!” Quinto Giunio
Rustico.
Grice e Ruta: la ragione conversazionale dei corpi
sani – l’intersoggetivo è la psiche sociale – filosofia fascista – filosofia
meridionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Belmonte Castello). Filosofo italiano. Insegna a Napoli.
Conosce e frequenta CROCE. Sviluppa una filosofia in armonia con l'ideologia
del regime fascista. Saggi: “Il gusto d'amare” (Millennium); “Insaniapoli” (Campus);
“Il segreto di Partenope” (Napoli, Millennium); “L’inter-soggetivo e la psiche
sociale” (Milano, Sandron); “Il ritorno del genio di VICO” (Bari); “Politica e
ideologia” (Milano, Corbaccio); “La necessità storica dell'Italia nuova”
(Napoli); “Diario e lettere” (Bari); “La nascita della tragedia ovvero Ellenismo
e pessimismo” (Bari). Enrico Ruta. Ruta. Keywords: l’intersoggetivo e la psiche
sociale, corpori sani, il concetto di necessita storica in hegel – il concetto
del sociale – il carattere del popolo italiano, lo stato italiano – la missione
del popolo italiano – la patria italiana, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ruta” – The Swimming-Pool Library. Ruta.


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