Luigi Speranza -- Grice e Micalori: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Ganimede e l’implicatura
sferica di Giove – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.
Roma, Lazio. Grice: “I took my ideas on longitude and latitude from
Micalori” -- Grice: “By calling it ‘sfera,’ Micalori’s statement ENTAILS rather
than implicates that the Romans were wrong.” Professore a Urbino.
Opere: “Della sfera mondiale” In Urbino, Mazzantini, M., Antapocrisi, In
Roma, Francesco Roma Cavalli. Zeus features heavily in a lot of starlore, and the
Eagle constellation is no exception. The predominantly accepted mythos
for this constellation is the abduction of Ganymede. Zeus had facilitated the
kidnapping, fancying the beautiful mortal boy as his personal cup-bearer.
In the constellation, which is situated south of Cygnus on the equator, making
it visible from both the Northern and Southern hemispheres, poor Ganymede can
be seen hanging from the claws of the eagle as he is swiftly taken to the
heavens. The constellation appears alongside several other bird
constellations. The Eagle’s wings are spread, giving it the appearance of
gliding through the stars. As Hyginus states, the beak is separated from the
body by a milky circle. It was also said to set “at the rising of the Lion and
rises with Capricorn”. (Hyginus, Astronomy, 3.15) Greek astronomy
Humans have a natural urge to identify familiar things amongst the twinkling
stars of the mysterious abyss above us. These narratives came out of astronomical
observations and ancient time tracking. The study of the sky began long before
the earliest Greek sources that (sparsely) discuss them, Homer and Hesiod. They
likely developed during the transition from oral to written transmission, but
to what is extent is unknown. Even though the Greeks were late to the
constellation conversation, they received a lot of their knowledge from their
Eastern neighbors. The Greeks introduced the word katasterismos, or
catasterism, which refers to the process of being set in the heavens.
Constellations were used for navigation and an indication of seasonal change;
many extravagant mythic connections were added later. Today, there are 88
constellations officially defined by the International Astronomical Union, and
many of them have been accepted since Ptolemy’s The Almagest.
Constellations created by the Mesopotamians between 1300-1000 BC originate in
older lands, but the Greek astral mythos canon was solidified by Eratosthenes,
in a work now lost to us. Zeus and his trusted companion The myth
of Ganymede is very ancient lore, being told in the tale of Troy by Homer
(Illiad) – albeit with no mention of an eagle escort. In the fifth Homeric Hymn
to Apollo, Ganymede was said to be whisked off to Olympus by a ‘heaven-sent
whirlwind’. The eagle was not connected to this tale until the 4th
century BC. The constellation was accepted as an eagle prior to this, so it is
presumed that this addition was made to make the story fit the stars, probably
because Ganymede is said to feature in his own nearby constellation, the
water-pourer (Aquarius). Micalori.
Keywords: implicatura sferica, planifesferio, Casali. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Micalori” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Miccoli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale d’ANTONINO -- homo loqvens filosofia
lazia – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Miccoli is a
great philosopher – and surgeon – My favourites are his ‘Corpo dicibile,’ which
trades on my idea of what it means to ‘say’ something; and his ‘Homo loquens,’
a play on Aristotle’s ‘zoon logikon,’ but which Aristotle would find otiose:
man is the ‘vivente’ that speaks, or the ‘animal’ that speaks. To say that it
is the ‘homo’ that speaks relies on Darwin’s classifications and phyla of homo
sapiens sapiens and the rest!” La
divertente commedia umana Incipit Chi si accinge alla lettura dell' Elogio
della follia di Erasmo farebbe bene a non dimenticare taluni antecedenti
biografici dell'autore che spiegano meglio l'ironia bonaria dell'opuscolo. Li
richiamiamo. Geertsz, latinizzato secondo il costume degli umanisti in
Desiderio Erasmo, nacque figlio di illegittimo coniugio. La famiglia paterna,
in auge nella borghesia di Gouda, come apprendiamo dallo stesso Erasmo, si
oppose alle nozze riparatrici del figlio, costringendolo, con inganno, a far
intraprendere la carriera ecclesiastica al malcapitato giovanotto. Citazioni Come umanista Erasmo si sente
apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia
criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo,
bonarietà lungimirante, tolleranza magnanima, moralismo contenuto. Fin dalla
dedica dell'opuscolo a Moro si arguisce che l'autore non vuol propinare
sapientia austera e compassata, ma buon senso brioso che permei di sé la vita
quotidiana della gente, fosse anche d’ANTONINO che sul letto di morte, lui
filosofo, esclama, a un certo momento: «Sentenzio me cacavi! La sapienza dei
dotti è tanto altezzosa quanto sterile, diversamente dal buon senso che cambia
in meglio l'esistenza non sofisticata. (Sotto la penna dell'insigne umanista
olandese si fronteggiano al femminile Sapientia e Stultitia: la prima, per
voler essere austera ad ogni costo, diventa stolta; la seconda, in quanto
«forza vitale irrazionale e creatrice», si palesa veramente saggia alla resa
dei conti. L' Elogio della follia conserva un fascino di imperitura attualità.
Lo si desume dall'analisi di Histoire de la Folie, dove Foucault evidenzia il
confine sfumato tra ragione e sragione in epoca di alta tecnologia, e altresì
dalle invettive di Nietzsche contro lo smunto bibliotecario, lo stitico
correttore di bozze, il pallido burocrate stipendiato, emblemi tutti del moderno
«uomo alessandrino». (Explicit Erasmo conosce e cita perfino pagine della
Bibbia a riprova della bontà dei doni che Follia concede ai mortali. Un modo
questo, di prendere in giro anzitempo la presunzione dispotica delle società
economicistiche che intendono mantenere sotto loro tutela il cittadino
«minorenne» sempre bisognoso di dande e mordacchie. Gli autori classici sono,
tra l'altro, spiriti lungimiranti. A tali società alienanti di oggi e di domani
Blake, con spirito erasmiano, potrebbe ripetere: «esuberanza è bellezza. La
divertente commedia umana, introduzione a Erasmo da Rotterdam, Elogio della
Follia, TEN, Introduzione a "Vita di Gesù" Incipit Il contesto
storico culturale della Vita di Gesù La recente edizione storico-critica delle
Opere complete di Hegel consente di far chiarezza sulle discussioni e
congetture che hanno tenuto a lungo il campo nella letteratura hegeliana a
proposito dei cosiddetti Scritti teologici giovanili, la cui indole cronologica
vengono ora sancite su base filologica e critica più accorta. Più che ai titoli
apposti da Nohl ai vari frammenti e più che alle congetture sulla data
probabile di tali scritti, è più fruttuoso rifarsi agli anni di formazione
filosofica e teologica di Hegel nello Stift di Tubinga e reperire nel curriculum
studiorum le ascendenze prossime che hanno influenzato maggiormente l'autore in
una speculiare lettura dei quattro Evangelisti, da cui desume Das Leben Jesu. Citazioni
Gli interessi culturali di Hegel, negli anni tubinghesi, sono prevalentemente
filosofici, incentivati dalla lettura di Rousseau, Jacobi, Lessing, Kant,
Fichte su temi sociopolitici ed etico-religiosi. (Hegel, studioso di filosofia,
si sente chiamato a lumeggiare «spiritualmente» la situazione storica del suo
tempo e a porre le premesse di carattere razionale per l'avvento di un «ordine
uguale di tutti gli spiriti». Il lettore del Leben Jesu si accorge subito di
trovarsi di fronte a una forma di scrittura audace, che desacralizza e
sdivinizza la persona di Gesù, riducendolo a maestro di morale sublime. M.,
introduzione a Hegel, Vita di Gesù. TEN. “Filosofia della storia”, “Corpi
dicibili”, “Homo louqens”. Paolo Miccoli. Miccoli. Keywords: homo loquens,
corpo dicibile, corpi dicibili. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Miccoli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Miccolis: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – BRVNO – filosofi italiani al
rogo – la scuola di Corato -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Corato). Filosofo italiano. Corato, Bari, Puglia. Grice:
“Miccoli reminds me of G. Baker, who dedicated most of his life to Witters! Miccolis to Labriola.” Considerato uno dei massimi studiosi di Labriola. Si trasferì a Perugia per gli studi
universitari, laureandosi in filosofia a pieni voti con una tesi dal titolo «Il
pensiero politico crociano e la genesi del liberalismo». Abilitatosi cum laude
all'insegnamento di storia e filosofia, professore in vari licei della
provincia, occupò una cattedra stabile presso l'Istituto tecnico per geometri a
Perugia, accostando l'insegnamento di estetica all'Accademia di belle arti Vannucci.
Divenne responsabile del settore culturale del PCI per la regione Umbria; ma,
preso dagli studî e dall'insegnamento, lasciò l'incarico, comunque seguendo
sempre le vicende politiche con attenzione e passione. La sua è stata una
formazione liberale: considerava suoi padri spirituali Labriola, Croce, Gobetti.
Dalla fine degli anni Settanta la sua vita sarà rivolta allo studio del
filosofo cassinese Labriola, da Miccolis ritenuto «un buon punto per capire la
storia d'Italia». Nascerà quindi il Carteggio labrioliano, in cinque volumi,
presentato da Cesa all'Accademia dei Lincei, edito per gli auspici e con il
contributo dell'Istituto italiano per gli studi storici e dell'Università degli
Studi di Napoli "L'Orientale" e favorito dalla consultazione, nel
frattempo divenuta possibile, delle carte Labriola del Fondo Dal Pane,
acquistato dalla Società napoletana di storia patria. Su tale monumentale
lavoro è stato scritto: «un evento letterario, probabilmente l'acquisizione più
importante tra le fonti della cultura italiana postunitaria; e, di più, senza
esagerazione, si presenta come un capolavoro ecdotico, per accuratezza
filologica ed esaustività del commento. Miccolis era certo divenuto col tempo
l'esperto più sicuro della impervia grafia del suo autore, della quale
conosceva ogni piega e ogni anomalia, dei contesti politici e culturali in cui
Labriola si muoveva della spezzettata, dispersa e contorta labrioliana, difficile da padroneggiare: si
era anche impadronito, in base a una sensibilità linguistica non comune, del
"vocabolario" dell'Autore in tutte le sue sfumature, ed era perciò in
grado di respingere o di dubitare di attribuzioni di testi, datazioni
improbabili, letture sghembe». Miccolis scrisse inoltre sistematicamente per
varie riviste (Rivista di storia della filosofia, il Giornale critico della
filosofia italiana, Belfagor, Critica storica, Nuovi studi politici, etc.);
numerosi sono i suoi saggi e notevoli gli ulteriori apporti documentari
alla labrioliana. Collabora intensamente
con l'Istituto italiano per gli studi storici e la Fondazione Biblioteca Croce:
aveva il compito di revisionare i carteggi crociani, e sotto il suo controllo
passavano i volumi dell'Edizione nazionale delle opere di Croce. È stato anche
uno dei principali animatori dell'Edizione nazionale delle opere di Labriola,
per la quale aveva contribuito a definire il piano editoriale, i criteri
metodologici, e il problema del rapporto tra l'opera edita di Labriola e il
fondo manoscritto della Società napoletana di storia patria. Adnkronos, Filosofi, E' morto M., massimo
studioso di Labriola, Bari, SAVORELLI, Rivista di storia della filosofia, Opere:
“ Il carteggio di Labriola conservato nel Fondo Dal Pane” «Archivio storico per
le provincie napoletane», «Con la Sua
calligrafia che mi ricorda i papiri greci...». La filologia, la guerra, la
Crusca nel carteggio di Croce con Pistelli e Lodi, a c. di M. e Savorelli, in
Gli archivi della memoria, Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, (rist. in
Gli archivi della memoria e il Carteggio Salvemini-Pistelli, a c. di R.
Pintaudi, Firenze, Biblioteca Medicea Lauenziana, Polistampa, Labriola, La politica
italiana Corrispondenze alle « Basler Nachrichten », M., Napoli, Bibliopolis, Labriola,
Carteggio, M., Napoli, Bibliopolis, M., Labriola, Dizionario biografico degli
italiani, A. Labriola, L'università e la libertà della scienza, M., Torino,
Aragno, Labriola, Bruno. Scritti editi ed inediti M. e Savorelli, Napoli,
Bibliopolis, M., Labriola. Saggi per una biografia politica, A. Savorelli e M.,
Milano, UNICOPLI, M., Gli scritti
politici di Labriola editi da M., A. Savorelli e M., Napoli, Bibliopolis, G. Bucci, M., il ricordo a un anno dalla morte,
"Corato live", W. Gianinazzi, M. Prat, In memoriam "Mil neuf
cent", Savorelli, M., «Rivista di storia della filosofia», fa A.
Meschiari, M. studioso di Labriola,
Rivista di storia della filosofia. Stefano Miccolis. Miccolis. Keywords: filosofi
italiani al rogo. BRVNO. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Miccolis” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Michelstädter: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – il giovane divino -- l’implicatura
persuasiva di Platone – filosofia giudea – filosofia nel ventennio fascista –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Gorizia).
Filosofo italiano.
Grice: “It’s difficult to grasp Michelsteadter’s implicature: his study on
‘persuasion’ is brilliant – he was a close reader of Plato, and he uses
figurative language, as ‘il giovane divino.’ My favourite is his account of the
persuasive rhetoric of Cicero.” Grice: “Michelsteadter plays with the etymology
of persuasion, which is cognate with ‘suave,’ as it should – sweet talk, we
should say – which I could make into a maxim which would not be strictly
‘conversational’ unless under the category of modus – ‘be sweet’ –But the
sweetness applies in general to my framework: the emissor aims to be sweet if
he is going to try to influence the other, and will be influenced by a sweeter
co-emissor.” essential Italian philosopher. Ultimo di quattro
figli, da un'agiata famiglia. Il padre, Alberto, dirige l'ufficio goriziano
delle Assicurazioni Generali ed è presidente del Gabinetto di Lettura goriziano.
È un uomo colto, autore di scritti letterari e di conferenze, rispettoso delle
usanze tradizionali ma solo formalmente, per rispetto borghese -- è, anzi, un
laico, un tipico rappresentante della mentalità materialistica. Il semitismo
non sembra quindi incidere molto sulla sua formazione culturale, che scoprire
solo più tardi e con non poca meraviglia di avere un antenato cabalista. Iscritto
al severo Staatsgymnasium cittadino, fa propria la rigida Bildung asburgica.
Con le traduzioni dal greco e dal latino ha i primi approcci colla filosofia. A
iniziarlo sono Schubert-Soldern, solipsista gnoseologico, secondo il quale
tutto il sapere va ricondotto alla sfera del soggetto; e l'amico Mreule che gli
fa conoscere Il mondo come volontà e rappresentazione, di cui resta traccia
soprattutto ne La Persuasione e la Rettorica. Nella soffitta di Paternolli,
oltre a Schopenhauer, legge e discute, con gli amici Nino e Rico, i tragici e i
presocratici, Platone, il Vangelo e le Upanishad; e poi ancora Petrarca, Leopardi,
Tolstoj, e l'amatissimo Ibsen. Conclusde gli studi ginnasiali e progetta
di iscriversi a giurisprudenza; in seguito abbandona l'idea e si iscrive alla
facoltà di matematica a Vienna. Ma l'anima è giàper dirla con Leopardi nel
primo giovanil tumulto verso un altrove che non riesce a riconoscere nella
ferrea logica matematica. Si iscrive al corso di Lettere dell'Istituto di Studi
Superiori Fiorentino, città in cui vivrà per quasi quattro anni e dove conoscerà,
fra gli altri, Chiavacci, futuro curatore delle sue Opere, ed Arangio-Ruiz,
noto filosofo. Continua a ritrarre, fra tratto espressionistico e schizzo
caricaturale, la varia umanità in cui s'imbatte, sia nei mesi di studio che nei
periodi di vacanza al mare e in montagna. Scrive moltissimo, in modo quasi
ossessivo, dalle lettere ai familiari (in particolare alla sorella Paula) alle
recensioni di drammi teatrali. Un evento luttuoso segna la sua vita: la morte,
per suicidio, del fratello Gino. Due anni prima si era suicidata anche una
donna da lui amata, Nadia Baraden. Mreule parte per l'Argentina. Questa
partenza è segnata da un evento significativo, una sorta di passaggio del
testimone. Si fa consegnare da Rico la pistola che porta sempre con sé. Completati
gli esami, ritorna a Gorizia e inizia la stesura della tesi di laurea,
assegnatagli da Vitelli, concernente i concetti di persuasione e di retorica in
Platone e Aristotele. La sua attività è febrile. Oltre alla Persuasione scrive
anche la maggior parte delle Poesie e alcuni dialoghi, tra cui spicca il
Dialogo della salute. Il suo isolamento diventa pressoché totale, mangia
pochissimo e dorme per terra, come un asceta. Vede solo la sorella e il cugino
Emilio. Comunica al padre che dopo la tesi non avrebbe fatto il professore, ma
che appena laureato sarebbe andato al mare, forse a Pirano o a Grado. Dopo
un diverbio con la madre, impugna la pistola lasciatagli da Mreule e si toglie
la vita. Sul frontespizio della tesi aveva disegnato una fiorentina, una
lampada ad olio, e aggiunto in greco: apesbésthen, «io mi spensi». Amici
raccolsero i suoi saggi, ora alla Biblioteca di Gorizia. Sepolto nel cimitero
ebraico di Valdirose (Rožna Dolina), oggi nel comune sloveno di Nova Gorica, a
poche centinaia di metri dal confine con l'Italia. La breve vita di M.
scorrecome risulta dall'Epistolarioall'insegna di una volontà di vivere
continuamente illuminata dal desiderio di un altrimenti e di un altrove
metafisico che fa di lui un impulsivo, un irrequieto esploratore di linguaggi e
di mezzi espressivi, capace di spaziare dalla pittura alla poesia passando per
le ripide vette della filosofia. Nell'apologo dell'aerostato incluso ne La
Persuasione e la Rettorica, l'essenza del pensiero occidentale, la rettorica,
viene fatta risalire da M. a un parricidio: quello di Aristotele nei confronti
di Platone. Questi, nella metafora costruita da M., escogita un mechánema, una
macchina volante per abbandonare il peso del mondo e giungere all'assoluto.
Maestro e discepoli riescono a librarsi negli alti spazi del cielo, ma restano
a metà strada, fra una mera contemplazione dell'essere e del tempo e la
nostalgia della terra e delle cure mondane. A riportarli sulla terra ci pensa
allora un discepolo più scaltro e intraprendente degli altri, Aristotele, il
quale, tradendo il maestro, fa scendere il mechánema restituendo così a tutti la
gioia d'aver la terra sicura sotto i piedi. Questa nostalgia del mondo
intelligibile platonico fa quindi di lui un discepolo di Schopenhauer, più che
di Nietzsche. La costituzione della metafisica è per lui una storia di
rettorici tradimenti, la vicenda di una verità dai grandi persuasi tanto
proclamata agli uomini quanto da questi disattesa e inascoltata. Quanto io dico
è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo
abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole. Lo
dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da
naturalisti inesperti; lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi... lo
disse Cristo, e ci fabbricarono su la Chiesa. La persuasione è la visione
propria di chi ha compreso la tragicità della finitezza e ad essa vuol tener
fermo, senza ricorrere a quegli «empiastri»i kallopísmata órphnes, gli
«ornamenti dell'oscurità»che possano lenire il dolore scatenato da tale consapevolezza.
L'essere è finitezza che si rivela solo nella dimensione tragica di una
presenza abbacinante, ma gli uomini rigettano questa tragica consapevolezza
ottundendosi, pascalianamente, nel divertissement. Persuaso è chi ha la vita in
sé, chi non la cerca alienandosi nelle cose o nei luoghi comuni della società
perdendo l'irrinunciabile hic et nunc del proprio esserci, ma riesce «a
consistere nell'ultimo presente», abbandonando quelle illusioni di sicurezza e
di conforto che avviluppano chi vive abbagliato dalle illusioni create dal
potere, dalla cultura, dalle dottrine filosofiche, politiche, sociali,
religiose. È questa «la via preparata» dalla quale a tutti fa comodo non
discostarsi troppo; è questo restare perennemente attaccati alla vitala
philopsychìaa far sì che la "rettorica" trionfi sempre. La vita,
soffocata dalla ricerca dei piaceri, della potenza, finanche dalla presunzione
filosofica di possedere la via e quindi la vita stessa, non vive, perché in
ogni istante ciascuno rimane avvolto dalle cure per ciò che non è ancora o dal
rimpianto per ciò che non è più, mancando sempre l'attimo decisivo, quello che
i greci chiamavano kairós, il tempo propizio. Perciò nella vita facciamo
esperienza della morte, di quella «morte nella vita» cantataquasi una danse
macabrenel Canto delle crisalidi: «Noi col filo / col filo della vita / nostra
sorte / filammo a questa morte». Il pensiero di M. procede di
conseguenza, per liberare il potenziale di tragicità dell'esistenza, attraverso
violente contrapposizioni concettuali (persuasione-rettorica, vita-morte,
piacere-dolore), senza alcun tentativo di mediazione dialettica. M. respinge,
con un gesto iniziatico, l'idea di costruire una dottrina sistematica della
persuasione e della salute, in quanto «la via della persuasione non è corsa da
'omnibus', non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare,
ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore
l'indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e
non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa
indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t'è dato». La salvezza
individuale è possibile solo in una singolarità irripetibile, irriducibile,
concentrata in sé. Il solipsismo di M. è perciò radicale: non ci sono
vie, non ci sono cammini, c'è solo il viandante che nel deserto dell'esistenza
è «il primo e l'ultimo», crocefisso al legno della propria sufficienza e
schiacciato dalla croce di falsi bisogni. Poiché il mondo è negatività
assoluta, al pensiero non resta che negare questa stessa negatività rifiutando
i dati dell'immanenza: «Solo quando non chiederai più la conoscenza conoscerai,
poiché il tuo chiedere ottenebra la tua vita». Si tratta di una sentenza di sapore
quasi buddistico: non a caso Mreule enfatizzerà la figura dell'amico
descrivendolo come «il Buddha dell'occidente». Produzione artistica La
produzione poetica e quella pittorica di M. possono essere considerate un
prolungamento e un completamento di questo sentimento tragico e mistico. Come
nel verso poetico egli tenta di esprimere l'inesprimibile, di dire con parole
ciò che sfugge al sistema di segni codificato e perciò già da sempre istituito
retoricamente, così nel segno pittorico, nello schizzo rapido e scherzoso come
nel ritratto composto e meditato, traluce l'impossibilità di giungere a quella
che Parmenide chiamava la ben rotonda verità. Non siamo giocati solo dalle
parole, ma anche dalle immagini di una realtà fatta di colori e di forme che ci
sfuggono nella loro immediatezza e alterità, «come chi vuol veder sul muro
l'ombra del proprio profilo, in ciò appunto la distrugge». Anche l'arte e la
poesia, come la retorica filosofica, si rivelano infine per quello che sono:
fragili orpelli di cui si orna l'oscurità dell'essere e che ogni linguaggio
escogitato dall'uomo sarà sempre impotente a esprimere. Saggi: Saggi Chiavacci,
Sansoni, Firenze); “Scritti scolastici, Campailla, Gorizia, Opera grafica e
pittorica, S. Campailla, Gorizia, Il dialogo della salute e altri dialoghi, Campailla,
Adelphi, Milano Poesie, Campailla, Adelphi, Milano, La Persuasione e la
Rettorica, Arangio-Ruiz, Formiggini, Genova, edizione critica Campailla,
Adelphi, Milano poi, con le Appendici critiche, ivi,). Epistolario, S. Campailla,
Adelphi, Milano nuova edizione riveduta e ampliata, ivi, Parmenide ed Eraclito. Empedocle, SE, Milano,
L'anima ignuda nell'isola dei beati. Scritti su Platone, Micheletti, Diabasis,
Reggio Emilia, Dialogo della salute. E
altri scritti sul senso dell'esistenza, a cura e con un
saggio introduttivo di G. Brianese, Mimesis, Milano, La melodia del
giovane divino, S. Campailla, Adelphi,
Milano La persuasione e la rettorica,
edizione critica, A. Comincini, Joker. M.-Winteler, Appunti per una biografia
di M.. M. si riferisce, nell'Epistolario, al bonno Isacco Samuele Reggio, confondendolo
con il padre di questo, Abram Vita Reggio Campailla, Il segreto di Nadia B.,
Marsilio,. Da articoli di cronaca americani dell'epoca, si apprende che il
suicidio avvenne con un colpo di pistola alla tempia destra. La persuasione e la rettorica La persuasione e la rettorica Poesie La persuasione e la rettorica Magris,
Un altro mare Il dialogo della salute, Biografie e studi critici Acciani
Antonia, Il maestro del deserto. M., Progedit, Bari Arbo Alessandro, Carlo M.,
Studio Tesi, Pordenone (Civiltà della memoria). Arbo Alessandro, Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Arbo
Alessandro, Il suono instabile. Saggi sulla filosofia della musica nel
Novecento, Neo Classica, Roma, Giuseppe Auteri, Metafisica dell'inganno, Università
degli Studi, Catania, Benevento, Scrittori giuliani. M., Slataper, Stuparich,
Otto/Novecento, Azzate, Brianese, L'arco e il destino. Interpretazione di M.,
Abano Terme (PD), Francisci); Camerino, La persuasione e i simboli. M. e Slataper,
Liguori, Napoli Sergio Campailla, Pensiero e poesia di M., Patron, Bologna. Sergio
Campailla, A ferri corti con la vita, Comune di Gorizia Sergio Campailla,
Controcodice, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli Valerio Cappozzo, La
passione, Les Cahiers d'Histoire de l'Art nº2, Parigi Valerio Cappozzo, Il
percorso universitario di dall'archivio
dell'Istituto di Studi Superiori, in
Un'altra società. M. e la cultura contemporanea, Campailla, Marsilio,
Venezia, Un'introduzione, Perego, Storace e Visone, AlboVersorio, Milano); L'Essere
come Azione, Erasmo Silvio Storace, AlboVersorio, Marco Cerruti, Carlo M.,
Mursia, 2Milano (Civiltà letteraria, Sez.
italiana). Cerruti, Ricordi, L'Essere come Azione", Erasmo Silvio Storace,
AlboVersorio, Milano; Cinquetti, M.. Il nulla e la folle speranza, Edizioni
Messaggero, Padova Tracce del sacro nella cultura contemporanea, Colotti, La
persuasione dell'impersuadibilità. Saggio su M., Ferv, Roma, Acunto, La parola
nuova. Momenti della riflessione filosofica sulla parola nel Novecento, Rubbettino,
Soveria Mannelli Martino Dalla Valle, Dal niente all'impensato. Saggio su M.,
Imprimitur, Padova Daniela De Leo, M. filosofo del frammento con Appunti di
filosofia di M., Milella, Lecce Daniela De Leo, Mistero e persuasione in M.
Passando da Parmenide ed Eraclito, Milella, Lecce Roberta De Monticelli, Il
richiamo della persuasione. Lettere, Marietti, Genova; Roberta De Monticelli,
Ricordo di una giovinezza,[ "M.. L'Essere come Azione", Erasmo Silvio
Storace, AlboVersorio, Milano Martire della persuasione", tesi di laurea
di Mirizzi, Biblioteca Statale Isontina, Gorizia Dialoghi intorno a M., Sergio
Campailla, Biblioteca Statale Isontina, Gorizia. Eredità di M., Silvio Cumpeta
e Angela Michelis, Forum Edizioni, Udine Laura Furlan, L’essere straniero di un
intellettuale moderno, Lint, Trieste Vie
di fuga. L'immagine irraggiungibile. Dipinti e disegni di M., Gallarotti,
Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli, Galgano Andrea, Il vortice del
nulla, in Mosaico, Roma, Aracne, Giordano,
Il pensiero e l'arte di Carlo M., in "Riscontri", Ora, revisionato,
in Il fantastico e il reale. Pagine di critica letteraria da Dante al
Novecento, Napoli, Edizioni Scientifiche italiane, Francesco, M.: frammenti da
una filosofia oscura, Ripostes, Salerno-Roma I tascabili. Vincenzo Intermite, M.
Società rettorica e coscienza persuasa, Firenze Atheneum (collana Collezione
Oxenford, Rocca, Nichilismo e retorica. Il pensiero di M., ETS, Pisa (Biblioteca di "Teoria" 2). Rocca, L’esperienza
del senso, in «Il Cannocchiale», C. Rocca, Il motivo della persuasione e il
rapporto con M., in «Il Ponte», “Aldo Capitini, persuasione e non violenza”, T.
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Esistenzialismo e nichilismo. Luporini e M., Belfagor, Rocca, Prima e dopo la
Persuasione. Interpretare M., in M.: l'essere come azione, E. Storace, AlboVersorio,
Milano, C. Rocca, La persuasione (e l'oratoria), Humanitas, un classico,
Michelis, Magris, Un altro mare,
Garzanti, Milano, Biagio Marin, Ricordo di M., in Studi Goriziani, Marroni,
Filosofie dell'intensità. Quattro maestri occulti del pensiero italiano contemporaneo,
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"persuasione" tra marginalità e centralità, Eredità Cumpeta e Michelis,
Udine, Forum Pieri, Il pensiero della poesia. Il Romanticismo della tragedia,
Nautilus, Bologna, Pieri, "Esorcismo e ironia nella critica del primo M.",
Il lettore di provincia, Pieri, "Modelli di cultura alle origini della
Persuasione di M.", in «Il lettore di provincia» P. Pieri, "Il
rischio dell'autoinganno (Una errata attribuzione di incisione a M.)", in
«Metodi e ricerche, Pieri,"La scienza del tragico. Saggio su M., Bologna,
Cappelli, Pieri, Nello sguardo della trascendenza. Intorno alla figura
dell'ermafrodita e del satiro nella Persuasione", in «Intersezioni», a. X,
n. 1, P. Pieri, "Due diverse ma non opposte interpretazioni de La
persuasione e la retorica di M., Studi sulla modernità, F. Curi, Bologna,
Clueb, Pieri, "Per una dialettica storica del silenzio. La “vergogna” del
filosofo e l'autoinganno dello scrittore", in Eredità di M., Forum, Udine, Pieri, La
differenza ebraica: grecità, tradizione e ripetizione in M. e altri ebrei della
modernità, nuova edizione, Pendragon, Bologna, Pieri, "M. Forme del
tragico contemporaneo", Transeuropa, collana «Pronto intervento», Massa,.
Piromalli, M., La Nuova Italia, P. Pulcina, M.: estetica. L'illusione della
retorica, le ragioni del suicidio, Atheneum, Firenze); Pulina, L'imperfetto
pessimista. Lalli, Poggibonsi (Materiali di filosofia). G. Pulina,
"L'incompiuta imperfezione. Note sul pessimismo di M.", Storia,
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"Capitini e M.: un dialogo sulla persuasione", «Satyāgraha», N
Gabriella Putignano, L'esistenza al bivio. La persuasione e la rettorica di M.,
Stamen, Roma. M. Raschini, M., Marsilio, Venezia; M. Raschini, M.. La disperata
devozione, Cappelli, Bologna, Chiavacci, Il pensiero di M., articolo sul «Giornale
critico della filosofia italiana», Russo, Chiavacci interprete di M., in M. un secolo dopo, Marsilio, Sanò, Le ragioni
del nulla. Il pensiero tragico nella filosofia italiana tra Ottocento e
Novecento, Città aperta, Troina, Laura Sanò, Leggere La persuasione e la
rettorica di M., Ibis, Como. Semeraro, Lo svuotamento del futuro. Note su M.,
Milella, Lecce); G. Sessa, “Oltre la persuasion,
Settimo Sigillo, Roma Stella Vittori, M., FERV, Milano Storace, L'Essere come Azione, E. Storace, AlboVersorio,
Milano. E. Storace, Thanatografie. Per un'estetica del morire in Platone,
Nietzsche, Heidegger, M. e Rilke, Mimesis, Milano. G. Taviani, M., Palumbo,
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gioventù, Albo Versorio, Milano. Verri, M. e il suo tempo, Longo Angelo,
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della Cultura, Visone, La via alla persuasione come deviazione dalla noluntas,
in M.. L'Essere come Azione, Storace, Albo Versorio Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Catalogo
Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza. LA PERSUASIONE
E LA RETTORICA Della Persuasione La persuasione L’illusione della
persuasione Via alla persuasione Della rettorica La rettoric Un esempio
storico La costituzione della rettorica La rettorica nella vita Il
singolo nella società Gli organi assimilatori. I modi della significazione
sufficiente. Note alla triste istoria che viene narrata a Abbandono della
vita socratica Il Macrocosmo Il riflesso del sole La decadenza Il discepolo Proiezione
della mente d’Aristotele sui modi della significazione Della composizione della
Rettorica d’Aristotele La Rettorica d’Aristotele c il Fedro di
Platone Della dialettica e della rettorica IL DIALOGO DELLA
SALUTE POESIE II canto delle crisalidi. Dicembre.
Nostalgia. Marzo. Aprile. Giugno
. Risveglio. Alla sorella Paula. Onda per
onda batte sullo scoglio. Ognuno vede quanto l’altro falla.
Aon è la patria — il comodo giaciglio. Per ora a bordo — non
è lavorare. I figli del mare. A Seni a - Le cose ch’io
vidi nel fondo del mare Da le lontano nelle notti insonni. Ili -
Non sorridente sotto il sole estivo .Dato ho la vela al vento e in mezzo
all’onde V - Se mi trovo fra gli uomini talvolta Ti son vicino e tu
mi sei lontana .... VI — Parlarti? e pria che tolta per la vita
All’Isonzo. EPISTOLARIO SCELTO Alla Famiglia . .
. Gorizia-Venezia Venezia Ferrara
Bologna-Firenze Firenze
Firenze Firenze Alla Famiglia Firenze Al Padre Firenze Alla
Famiglia Firenze Firenze Alla Paula Firenze Alla Madre Firenze
Alla Famiglia Firenze Firenze
Firenze Firenze Alla Paula.Firenze Alla Famiglia Firenze Firenze Alla
Paula Firenze Alla Famiglia Firenze Firenze Firenze Firenze Firenze
Firenze Firenze Al Padre Venezia Alla
Famiglia Firenze Firenze Firenze Al Padre Firenze Alla
Paula Firenze Alla Famiglia Firenze Al Padre
Firenze Grado A Chiavacci Gorizia Firenze Alla
Famiglia Firenze Firenze Firenze Alla Madre
Firenze Alla Famiglia Firenze Firenze Gorizia
A Chiavacci Gorizia Alla Famiglia Vicenza
Firenze Firenze Firenze Alla Madre Firenze Alla
Paula. » rie Firenze Alla Madre Firenze Alla Paula
Firenze A Chiavacci Firenze Gorizia Al Padre Firenze
Alla Famiglia. Firenze Al Padre Firenze Alla Famiglia Firenze A
Chiavacci Gorizia Gorizia Alla Madre Firenze Alla Paula Firenze Alla
Famiglia Firenze A Chiavacci. » Gorizia Gorizia A
Chiavacci Gorizia Firenze Alla Famiglia Firenze A
Mreule Bologna Alla Paula Firenze Alla Famiglia
Firenze A Patcrnolli Firenze Alla Paula Firenze
A Paternolli Firenze Alla Famiglia Firenze Alla
Paula .Firenze Alla Famiglia Firenze Alla Paula
.Firenze A Mreule Gorizia A Chiavacci S. Lucia
A Mreule S. Lucia A Marino Caliterna S. Lucia A
Mreule S. Lucia Allo zio Giovanni Luzzatto S. Lucia A
Marino Caliterna. igog Gorizia A Chiavacci
Gorizia A Paternolli .Gorizia Gorizia A Marino
Caliterna Gorizia A Mreule A Chiavacci .... Gorizia
Gorizia A un amico Gorizia A Mreule S. Valentin
Gorizia Gorizia A Paternolli Gorizia
igio Gorizia III. igio Gorizia igio
Gorizia igio Gorizia A Chiavacci Gorizia
A Paternolli Gorizia A MreuleGorizia Al Padre Gorizia A
Paternolli Vili, igio Pirano Pirano Gorizia
Gorizia A Paternolli A Emilio Alla Madre Al Sig. Gelati,
Segretario dell’Ist. Studi Sup. di Firenze SCRITTI VARI
A. APPUNTI - NOTE - CRITICHE LETTERARIE - DIALOGHI - BOZZETTI
Una messa. Da un notes. Da un notes.
Commento a un brano di Stirncr. Su Wenn wir Toten erwachen di
Ibsen Sull educazione del fanciullo (a proposito di una
conferenza di S. Sighele). 7 - Salvini c gli Spettri
.' Più che l'amore Tolstoi. La bora. Nota su Ortis Poesia
d’occasione. A Benedetto Croce. D* fuori la vita
rumoreggia. II (igog-io) Discorso al popolo. w
16 - H&r) xéxQnai ó v/J ~ Con cert’aria eroica. I utta la
natura non è che volontà dell’Uomo Bacio le mani ai rozzi
materialisti Voi vivete perché siete nati. Non sei né il
primo né l’ultimo »... L’individualità illusoria.
’ASiaipogla . Insulta novantanovc su cento. Aiace non dice a
Eurisace « tu non intendi » Quando si guasti il filo al mio coltello
Conoscere è dolce a chi conosce per vivere. La donna che ama.
Diritto di possesso. La rct lorica crede di fornir le chiavi
.Achille insensibile alle parlate. Sicurezza di fronte al freddo
Della vanità. L’individualità piccola vive con 1 ’insouciance
Anche le conoscenze credute speciali .... ! Huss a un
contadino. ’Evlxi](JE &iì/iòv éxdarov. Frammento
sull’amore. La ferma connessione dei tegoli ~ Tò gwóv
. La morte è detta solo in riguardo alla vita Prima forma della fine
del Dialogo della salute APPUNTI PER TRATTAZIONI SISTEMATICHE Ardan
va nella luna per un tratto di spirito. La catarsi
tragica. FI eoi aotpiaq xai evdaijuovlaq (In ogni punto della
vita...Aia tcov òia25 - Questione centrale. Aristotele vuol organizzare e
sistemare . Le virtù. La dialettica. Platone ha bisogno dello
Stato (negl dtxaioadvtjq Chi cerca il giusto. Giusto è chi
giudica sempre ogni cosa trasfe rendosi nella necessità causale di
questa. Chi è debole ha tutto lo stesso (xc.Montanara
ÒQfviii). Il prediletto punto d appoggio della dialettica
socratica. Premessa metodologica. .. vorrei comunicar la ribellione /
all'universo. Carlo M. Carlo M. è un pensatore che disarma e, per usare un suo
lemma, "coinvortica": disarma l'interprete, nel senso che lo coglie
alla sprovvista, immettendolo all'interno di una teoria di riferimenti e di
allusioni, così ben congegnata nel tessuto connettivo della Persuasione, da
scoraggiare ogni pretesa od ogni buon proposito di "esatta" acribia
filologica'. Allo stesso tempo, addentrandosi nella lettura, l'interprete non
solo rinuncia alla sua perizia di glossatore, alla sua pazienza di risolutore
di trame, ma si trova costretto a tralasciare ogni impegno asettico,
scientifico, oggettivo di compilazione. M., infatti, impone di non essere
neutrali, il suo pensiero è soprattutto, e consapevolmente, provocazione: chi
lo affronta, vi si scontra, ed è chiamato direttamente in causa, ne viene
ammonito innanzitutto come uomo. Questa violenza (e leggendo il nostro lavoro
s'intenderà tutto il peso di questo termine usato qui), cui il Goriziano
sottopone il suo lettore, e dunque anche noi, può indurre due e solo due
effetti: o suscita riluttanza e irritazione, più o meno ironica, più o meno
seria, oppure reclama una disperata devozione**. Comunque, non permette
accomodamenti o sufficienze o imparzialità. Noi apparteniamo alla schiera dei
devoti, e la nostra tesi ha in ciò molti dei suoi innumerevoli difetti, ma
anche - ce lo si lasci dire - tutti i suoi pregi. Se ci è lecito, a questi ne
aggiungiamo uno ulteriore, di natura metodologica, per quanto la cosa possa
sorprendere, vista la particolare curvatura che prenderà la nostra
impostazione: frequentando M., infatti, nelle nostre assidue riletture, ci
siamo alfine persuasi che il Goriziano richiede una personalissima metodologia,
ritagliata su misura, che egli stesso ci ha suggerito. M. aborre la filologia
fine a se stessa, dichiara a chiare lettere che non gl'interessa, che anzi lo
infastidisce, e a chiare lettere confessa piuttosto l'interesse per la viva
espressione dell'intelligenza e del pensiero, per opere da cui spremere "succo
vitale"?; com'egli stesso ammonisce (seppur di passaggio, in una nota), 1
Ci trova poenamente concordi la posizione del Piovani, secondo il quale «non
c'è scienza storica [e dunque anche filosofica] là dove il metodo filologico,
che è il metodo della storiografia, non è seguìto»: «onestà d'indagine, che è
pazienza e sacrificio, attenzione di analisi, che è amore dell'altro, dicono la
moralità della filologia, anzi dicono della filologia come moralità».
Puntualizza il filosofo, tuttavia, che quello filologico «ovviamente, è un
metodo che ogni ricercatore segue a suo modo, con maniere personali e
personalissime». Questa sottolineatura ci rinfranca e c'incoraggia in questa
rostra nostra difficile ermeneutica d'approccio a Carlo M., pensatore che - a
nostro giudizio - richiede, forse più che altri, una scepsi filologica ed un
taglio di ricerca molto peculiari, diremmo addirittura ad personam (ma cfr. nel
seguito della nostra analisi). [Le citazioni da Piovani sono tratte da P. Piovani,
Conoscenza storica e coscienza morale, ed. Morano, Napoli, 19722, pagg. 48-51
passim]. 2 Espressione-concetto di M.. Altre espressioni tipiche del pensatore
goriziano, riscontrabili in questa Premessa, verranno asteriscate [*]. 3
Indicativo, a tal proposito, questo stralcio di una lettera al padre Alberto,
scritta da Firenze il 31maggio 1908: 1 chi si avvicina al suo pensiero deve
«far forza alla propria erudizione» [PR 14], perché - aggiungiamo noi - la voce
della Persuasione non è apofantica e, come tale, è insofferente ad ogni
approccio razionalizzato o erudito o categorizzante o puramente storiografico. M.,
"profeta" di Persuasione, non può essere soltanto letto, né può
essere decisamente soltanto "studiato", ma semplicemente accostato,
in maniera inesorabile, e condiviso o combattuto. Diventare, come lui, «povero
pedone che misura coi suoi passi il terreno» [PR 4], diventare compagno di
viaggio, e con lui - durante il cammino - conversare, come i discepoli amati e
amanti amavano fare con Socrate. Oppure, divenire intralcio al viaggio e
cercare occasioni di sosta forzata. Così, se s'intende per filologia la puntigliosa
computazione del dettato, la sua scolastica e la sua patristica, la mera
analisi testuale, la collazione, l'idolatria della parola e dei suoi rimandi
eruditi, il gusto per la citazione affine e raffinata, allora La persuasione e
la rettorica non è un'opera filologica. Se invece per filologia s'intende,
com'era per Vico, il rispetto e l'amore della parola come espressione del
pensiero e della sensibilità umana, come risonanza intellettuale ma soprattutto
morale, come pretesto per far filosofia "civile", allora essa è anche
un'opera filologica. Parimenti, se s'intende per ricerca la compilazione
archivistica, l'interesse esclusivo per l'inedito, la serietà sterile e
compassata di chi affronta un'opera coi ferri del mestiere, tacendo la propria
umanità in favore dell'esattezza scientifica, allora la tesi di laurea del
Goriziano non è una tesi di ricerca. Se invece per ricerca s'intende l'ascolto
della voce interiore, lo scandaglio dell'umano, l'elezione degli autori che si
leggono come istigazione dirompente a rimeditare la propria contemporaneità e
la propria condizione, se insomma è ricerca di se stessi attraverso il testo
che ci è di fronte, laddove la voce dell'autore, seppur muta nel foglio, ci
parla nel profondo prendendo a prestito le nostre parole, allora il suo lavoro
è anche ricerca, e ricerca sofferta. Se infine s'intende per critica
l'individuazione e la risoluzione di problemi testuali fini a se stessi, la
ricognizione delle contraddizioni dell'autore, la destrutturazione e la
ricomposizione dell'opera al fine di svelarne soltanto i punti deboli o quelli
forti, nel raffronto con la tradizione, ancora una volta l'opera di M. non è
critica; lo è invece se la critica è un'operazione di pensiero, che non chiama
in causa il concetto, ma il giudizio, se porta ad un punto di discernimento e
di crisi il pensiero di entrambi (dell'interprete e dell'autore), laddove la
crisi segna non soltanto il vacillare delle «lo in queste 2 settimane ho
lavorato. La prima settimana in casa, la seconda in biblioteca dove stavo dalle
8 alla una o le 2 a far lo 'studioso' [virgolettato ironico di M.] a uso e
consumo dei forestieri che venivano a visitare la meravigliosa sala della
Laurenziana. Il semplice studio d'analisi d'una traduzione di Brunetto Latini
d'un'orazione di Cicerone m'impigliò nella questione del testo che Br. Latini
poteva aver avuto sott'occhio; dovetti occuparmi della storia dei manoscritti
di Cicerone, ed esaminare quanti ho potuto trovare qui anteriori a Br. Lat. per
confrontarli colla sua trad.[uzione]. Poi studiai pure i manoscritti fiorentini
della traduzione per correggere in parte l'edizione. Non sono lavori fatti per
L'unica cosa che mi interessò sono le osservazioni che ho potuto fare
sull'eloquenza e sulla "persuasione" in genere». [E 320-321]
convinzioni e delle convenzioni, ma anche un elemento di svolta, un nuovo
inizio di sensibilità e di riflessione. Queste distinzioni non cavillose ma
sostanziali, che abbiamo addotto per render ragione dell'atipicità del lavoro
accademico di Carlo M., possono comodamente adottarsi anche per ciò che
riguarda il nostro lavoro accademico, il cui intento, o pretesa, non è far la
pantomima o la fotocopia di quello: in M., abbiamo trovato confermati
convincimenti che, da sempre, sono stati radicati in noi. In realtà, il
Goriziano è un autore che - data la stratificazione complessa del suo dettato e
l'estrema eterogeneità dei suoi referenti speculativi e letterari - si presta
volentieri anche ad accostamenti arditi e più o meno raffinati: la fantasia
dell'interprete corre a briglia sciolta e viene incoraggiata nel far aderire M.
ad una propria, personalissima Weltanschauung. Quasi sempre, il risultato che
se ne ricava è quello di un sostanziale tradimento della parola genuina del
Goriziano, che diventa il viatico - e spesso, il "megafono" - di
convinzioni e "persuasioni" esistenziali, speculative e politiche che
in realtà, nella maggior parte dei casi, appartengono esclusivamente
all'interprete: basti pensare (e speriamo che questi esempi-limite esauriscano
la portata della questione) a come il nome di M. ricorra, e sempre con pretesto
corroborante alle proprie posizioni, in opere tanto diverse quali possono
essere quelle di un Massimo Cacciari (dove il Goriziano diventa un'ulteriore
epifania della Krisis), di un Aldo Capitini (laddove la Persuasione diviene
religiosità autentica e umana) e addirittura di un Julius Evola (dove M. vien
chiamato a testimonianza del valore metafisico della "purità")‘. Il
nostro accostamento, dunque, è stato progressivo, talora blando, talora, e più
spesso, esasperato: come dire, volentieri il gioco ci ha preso la mano e,
rileggendo quanto abbiamo scritto su M., ci accorgiamo d'aver spesso confuso,
anche noi, la nostra prospettiva con la sua, o meglio, d'aver reso trasparente
la nostra "persuasione" attraverso la sua, utilizzando anche noi il
suo dettato come viatico di una ricerca ed urgenza esistenziale che, in primo
luogo, ci appartiene. Un qualcosa di analogo accadde del resto anche al
Goriziano, tal che la sua tesi, nata come uno studio scientifico sui concetti
di persuasione e retorica in Platone ed Aristotele (il cui nucleo originario si
conserva nella sezione "maledetta", come qualcuno l'ha definita,
delle Appendici critiche), si tradusse ben presto in un'apologia della Persuasione.
La sua tesi scientifica si era risolta in una ipotesi esistenziale, e M. non
ebbe scrupoli a ritenerla "ufficiale", a "sottoporla in
commissione di laurea", perché se è vero che una tesi di laurea è 4 Per
una motivazione che non ci vergogniamo di confessare esclusivamente politica
(una salutare posizione antidemocratica, una tantum), abbiamo ignorato del
tutto l'odiosa interpretazione evoliana; quella di Cacciari la abbiamo
assorbita nel corso della nostra trattazione, senza palesarla più di tanto;
riguardo a Capitini, invece, cui va tutta la nostra simpatia, ci riserveremo di
approfondirla nelle nostre Conclusioni. un'opera di ricerca, è altrettanto vero
che la vera ricerca è quella umana, socratica, soprattutto se poi - e qui
facciamo riferimento alla nostra - è una tesi di filosofia morale. Nel suo
scritto accademico, M. si disincagliò dalla "scientificità", per
porsi in diretta sintonia con la voce della Persuasione. Ma non fu assunzione
di sregolatezza o di a-criticismo, frutto esclusivo di un'operazione di gusto o
di genio; bensì, semplicemente, l'escussione di una strategia ermeneutica altra
(ogni strategia di scrittura comporta, del resto, una specifica strategia di
lettura), una tecnica d'interpretazione dialogica che collabora col testo e che
trova nel divino Platone * il suo teorico più convinto ed esemplare: leggere non
glossando, ma filosofando, e intender la filosofia non (soltanto) come scienza
del pensiero, ma come sapere a vantaggio dell'uomo’ [cfr. Eutidemo, 288e -
290d], e quindi etica e politica: pensiero che si svolge tra, e non sugli,
uomini, con le parole degli uomini, anche se il suo linguaggio è talora più
suggestivo che rigoroso. In tal senso, assumendo in pieno anche noi questo
profilo euristico, abbiamo tentato un "romanzo storico-filosofico"
della persuasione in M. e abbiamo accompagnato l'autore nella ricostruzione
eccentrica, ma fedelissima (fedele alla sua eccentricità), del suo pensiero.
Proprio a questa oculata scelta metodologica rispondono sia l'andamento
narrativo della nostra esposizione, e qualche confidenza che ci siam presi
durante il suo corso, sia l'accostamento del pensiero del Goriziano a pensieri
"alternativi" (il Buddismo, ad esempio), laddove l'accostamento non è
arbitrario, ma confortato da effettivi riscontri biografici e testuali; sia le
forzature cui sottoponiamo i testi dell'antichità classica filosofica e tragica
(forzature, ancora, non nostre, ma dello stesso M., filologo
"patologicamente" originale: ci siamo limitati a seguirlo e, in certi
punti, ad assecondarlo), sia infine il privilegiare testi ed autori in
apparenza estranei alla storiografia filosofica "ufficiale" (Ibsen e
Tolstoj, sopra tutti), solo perché è quasi esclusivamente su tali testi ed
autori che si innesta e si forgia l'immaginario persuaso di M.. Di contro,
abbiamo adottato anche noi un opportuno (o per noi tale) armamentario euristico
per avvicinare il Goriziano. Innanzitutto, l'orizzonte - morale, ma appunto
anche euristico - entro il quale si muove la nostra tesi è quello delineato
dalla ragion pratica kantiana, non solo qui assunta come la prospettiva etica,
per noi, più alta mai raggiunta dal pensiero in assoluto, ma anche -
nell'economia del nostro discorso - come valido modello per indagare e segnare
"i limiti e le possibilità" della condizione persuasa in M.. Il punto
più importante di contatto tra il cosiddetto imperativo iperbolico del
goriziano e l'imperativo categorico kantiano è da riscontrarsi, a nostro
avviso, nella forte esigenza - 5 Definizione, questa, tra l'altro cara ad uno
dei nostri maestri putativi, Nicola Abbagnano. 6 In questo, è possibile accostarlo
al Nietzsche de La nascita della tragedia e de La filosofia nell'età tragica
dei greci. necessaria, ma non sufficiente - di autonomia, che le suddette
posizioni presuppongono: il regno della Rettorica viene, di contro, a palesarsi
per antonomasia come regno della eteronomia, in tutte le manifestazioni, dalle
più subliminali alle più sublimi, dalla sua componente prima e fisiologica (la
deficienza *) alla sua realizzazione più completa (la tecnica politica e
panoptica del corpo, tanto per esprimerci con una fraseologia foucaultiana).
Alla luce di quanto detto, cercheremo di assimilare il vir” persuaso alla
volontà santa, così come descritta da Kant. Quando, invece, la nostra analisi
s'appunterà nella de-costruzione del dispositivo rettorico, ci avvarremo
proprio dell'aiuto di quella lezione di "smascheramento" retorico
(lezione profonda e pervicace, intelligente ed irriverente), ch'è il grande
lascito di Foucault, inteso da noi come apice della cosiddetta "scuola del
sospetto". La difficoltà del concetto di Persuasione, difficoltà quindi
prima di concettualizzazione che di realizzazione, acquisterà - a nostro
giudizio - nuova chiarezza e nuovo valore in questo tentativo di approccio
critico che, a quanto ci consta, appare inedito nelle letteratura critica sul
Goriziano. Gli ulteriori elementi sinergici, di cui si terrà conto, sono quegli
stessi retaggi esistenziali che M. rielabora ed "attualizza",
ritenendoli egli stesso le cifre più essenziali di una vita sana*, ovvero il
messaggio e la simbologia cristologica e (nella sua variante laica, se ci è
permesso di esprimerci così) il messaggio e la simbologia socratica. Secondo un
taglio, invece, chiaroscurale, si evidenzieranno distanze/vicinanze con i
mostri sacri della Rettorica, ovvero Hegel e ancor più Aristotele. A tal
proposito, si utilizzerà l'opera dello Stagirita - paradossalmente? - come una
delle chiavi più adatte per penetrare l'assunto M.iano, e da essa si ricaverà
la formula euristica di entelechia etica per designare appunto l'atto autentico
della Persuasione. Persuasione che acquisterà, per quanto possibile, contorni
ancor più definiti nel confronto con la fede (si tenterà una correlazione tra
il Persuaso e il "cavaliere della fede", figura kierkegaardiana), tal
che, ancora una volta, la Persuasione apparirà coi crismi di una esperienza e
di un esercizio l'è vero religioso, ma di una religiosità "laica",
che si slaccia dall'eteronomia del rapporto con Dio, per vestirsi di una
propria spiritualità umana tutta particolare, democratica e libertaria, ovvero
fondatrice di democrazia e di libertà (in questo contesto si accennerà
all'opera di Aldo Capitini, che proprio in tal senso intese il monito M.iano).
Insomma, l'approccio che tenteremo al "concetto" di Persuasione
mirerà anzitutto a far terra bruciata intorno ad esso: giocoforza, l'avvio a
tale approccio verrà inaugurato in 7 Utilizzeremo, d'ora in poi, con preferenza
questa dizione per indicare l' "essere persuaso", sia per evidenti
ragioni di brevità, sia innanzitutto a ragione della forte valenza semantica-
morale-storica che i latini assegnavano a questo termine [cfr. almeno C.
Nepote, De viris illustribus]; vi contrapporremo homo per designare l'
"uomo della Rettorica" legato alla terra [homo > humus]; e
soprattutto dominus, colui che detiene i fili del potere all'interno della
"comunella dei malvagi" [per il significato di quest'ultima
espressione, cfr. il prosieguo del nostro lavoro]. media re, ovvero con
riferimenti diretti agli scritti ultimi del giovane filosofo goriziano e con
iniziale preferenza per le lettere e le poesie, rispetto alla stessa tesi di
laurea, ch'è il suo lavoro più conosciuto: ciò nella convinzione, nostra
personale, che in quelli il concetto di Persuasione abbia acquistato una
dimensione, come dire, più consapevole e vitale, urbanizzata e
"politica" (insisteremo su questo punto), quanto mai avesse nello
scritto accademico, laddove ogni definizione a riguardo - soprattutto nelle
prime battute - si risolve volentieri in forme ermetiche e tautologiche, talora
francamente impenetrabili. Il tutto, nel tentativo - che è paritempo pretesa -
(autocitandoci) «di individuare il nocciolo etico di quel suo [di M.] stesso
pensiero, e di finalizzario ad una sana eudemonia (quella che il Goriziano
assimila alla vera 'salute') a vantaggio del nostro tempo, cercando
d'intravedere - non potendone visualizzarne in modo corretto e 'coerente' la
consistenza e la realtà - la possibilità di quel porto di pace *, da lui stesso
vagheggiato», convinti che «la cifra autentica del suo pensiero sia riposta in
un'esigenza davvero semplice e umana: la ricerca, ch'è l'esigenza appunto,
della felicità possibile per l'uomo». In questa ricerca e in questa esigenza
convergono significativamente, per l'appunto, anche la prospettiva socratica,
quella cristiana e - non ultima - quella kantiana: e su una cattiva (in senso
proprio e lato) deflessione di tale ricerca e di tale esigenza si è fondato, e
si fonda tuttora, il mondo della Rettorica. Postille metodologiche. a) Nella
stesura del nostro lavoro, abbiamo preferito riprodurre la falsariga M.iana:
strutturare il discorso sulla Persuasione e sulla Rettorica in due grandi
blocchi, "monotematici", opportunamente articolati in paragrafi atti
a focalizzare i singoli progressi dell'analisi. Ovviamente, i due capitoli non
conducono esistenza autonoma, ma presuppongono una serie indefinita di rimandi
reciproci, evidenziati - nel nostro caso - dall'Intermezzo (ma non solo), ponte
di passaggio dall'uno all'altro e frapposto ad essi. b) Sempre seguendo
suggestioni M.iane, accordiamo grande valore alle epigrafi: queste abbonderanno
in riferimento a paragrafi di estrema importanza e complessità. L'epigrafe,
infatti, per M. riassume, e in certo modo "scolpisce", il senso e la
prospettiva di un discorso, e, allo stesso tempo, lo arricchiscono di
sottointesi atti a favorire una "complicità etico-ermeneutica" tra lo
scrittore e il lettore. c) Durante il nostro lavoro, indicheremo generalmente
(ovvero, a meno che non si avverta il bisogno di approfondire l'appunto) con le
seguenti sigle i testi di M. più citati, facendole seguire dal numero delle
pagine cui le citazioni fanno riferimento, e apponendo il tutto, in parentesi
quadre, a fianco del brano citato: 8 Paradossalmene, perché M. individua
proprio in Aristotele il suo nemico dichiarato [cfr. oltre]. - Opere, a cura di
G. Chiavacci, Firenze, Sansoni. 1958: 0; - La persuasione e la rettorica, con
Appendici critiche, a cura di S. Campailla, Milano, Adelphi, 1995: PR; -
Epistolario, a cura di S. Campailla, Milano, Adelphi, 1983: E; - Poesie, a cura
di S. Campailla, Milano, Piccola Biblioteca Adelphi, 19945: PP; - Il dialogo
della salute e altri dialoghi, a cura di S. Campailla, Milano, Piccola
Biblioteca Adelphi, 19952: D. Quest'espediente ha una doppia utilità
metodologica: 1) evitare un continuo e fastidioso affastellarsi di note e di
rimandi spiccioli a pie' di pagina, elemento di distrazione durante la lettura;
2) (e più importante) mostrare la ferrata logica di rimandi e di allusioni che
informa tutta l'opera di Carlo M., secondo l'intima consapevolezza, che è
propria al filosofo goriziano, del fatto che ciò che si sta comunicando è in
fondo un unico, anche se articolato, pensiero [cfr. nota 161]. d)
Trascriveremo, con spaziatura e formattazione di paragrafo e carattere diversi
da quelli comunemente assunti dalla nostra scrittura, periodi o espressioni di M.
o di altri autori, o che comunque non ci appartengono. e) Riguardo espressioni
e citazioni in greco, fatta eccezione per talune ricorrenti nel dettato di M.,
si preferirà la translitterazione latina (ad es. gui --- philia); le citazioni,
tratte da filosofi o scrittori non italiani, in linea generale si riporteranno
direttamente in traduzione. f) Infine, invitiamo - si licet - a non trascurare,
durante la lettura, le note a pie' di pagina, alcune particolarmente
strutturate e complesse: molte note, infatti, rappresentano vere e proprie
"appendici critiche" al paragrafo in questione, e articolano un
discorso tangenziale e approfondito di taluni aspetti del pensiero M.iano che,
di non minore importanza, tuttavia avrebbero appesantito, in prolissità, il
corpus del paragrafo stesso. Capitolo | La persuasione more geometrico
demonstrata. Persuadere: 1 - indurre qlc. in una convinzione o spingerlo a
compiere determinate azioni; 2 - ottenere approvazione, ispirare fiducia.
Definizioni (rettoriche) del dizionario Garzanti [...] guardar in faccia la
morte e sopportar con gli occhi aperti l'oscurità e scender nell'abisso della
propria insufficienza: venir a ferri corti colla propria vita. "Definizione"
di M., nel Dialogo. 1. Introduzione metabiografica. Mi pardi non aver voce,
così m'opprime questo triste incubo d'inerzia faticosa dal quale non ho saputo
ancora riscuotermi. Quella voce che viene dalla libera vita, quella m'era
necessaria per fare il mio lavoro come io lo volevo; m'ero illuso di poterla
avere: e mi son trovato invece a desiderar solo di non parlare, a non aver
nessun interesse per ciò che pur m'ero proposto di dire quasi con entusiasmo. E
d'altronde finir la tesi era la necessità per me per uscir da questo abbominio,
almeno per poter sperar d'uscirne, per aver almeno una via. Ma scrivere senza
convinzione parole vuote tanto per poter presentar carta scritta, questo ancora
m'era impossibile... E in questo triste giro mi son dibattuto questi mesi
malato nell'anima e impigrito nel corpo, a volte giungendo a raccogliermi e a
riaver in me vive e concrete le cose che altrimenti mi danno solo un tormento
oscuro; altre volte e per lo più vinto dall'inerzia disperdendo le mie forze in
questo e in quello che sembrava distrarmi dalla noia e tanto più fortemente mi
stringeva nella brutta necessità [E 440-441], Queste parole - scritte da M.
all'amico Enrico Mreule, quasi ad un anno dalla partenza di quello per
l'Argentina - rappresentano, nella loro disperata sincerità, come un'epitome
esistenziale dell'impasse (almeno per poter sperar d'uscime, per aver almeno
una via...) in cui grava il nostro giovane autore, a pochi giorni oramai dalla
sua morte. L'onere della tesi di laurea, questo «mostro informe qui crescit
eundo et quod crescit non it» [E 417], viene affrontato in ultimo con la
pedanteria (anzi, ci vien d'usare un ossimoro: con la dotta sciatteria°) di chi
è già consapevole dell'inutilità, travestita da illusione, di poter fare «con
le parole guerra alle parole» [PR 134]'°; di chi - forte di questa
consapevolezza - si presta tuttavia al gioco della Rettorica, fatto di scadenze
e note filologiche (fumo negli occhi per un "messaggio" che tanto i
professori non capiranno, ironizza altrove M.)'', di vita consegnata alla
carta, e per questo non più vita. Una consapevolezza, infine, affidata in forma
definitiva e paritempo programmatica alla famosa prefazione all'opera maggiore:
«o lo so che parlo perché parlo, ma che non persuaderò 9 «L'interesse d'aver
fatta una cosa non è l'interesse di farla» [E 441]. 10 Tratto dall'epigrafe
alle Appendici critiche. 11 «Il mio lavoro procede a lenti passi, anzi non c'è
un progresso materialmente sensibile. Ma non me ne impensierisco, perché ormai
è questione di tempo e difficoltà grosse non ne troverò più. - Tanto poi per
quei professori è tutto buono; per loro è come arabo, non hanno vie e criteri
per dire se va bene o male; tutt'al più potrebbero rifiutarlo e perciò è stato
prudente aspettare fino a Ottobre, che così potrò buttar loro negli occhi tutta
la polvere necessaria e che andrò raccogliendo in questo tempo. -» [E 392].
Antimo Negri, giustamente, fa notare che «solo le Appendici, del resto esse
stesse non fino in fondo, sembrano, vertendo su autori classici, soprattutto
Platone e Aristotele, obbedire alle regole del gioco dello "studio
scientifico" accademico» [A. Negri, Il Lavoro e la città, Roma, Ed.
Lavoro, 1996, pag. 45]. In un notevole passo della sua tesi, M. destruttura i
"meccanismi di potere" sottesi alla dinamica succitata:
«"[...]Tu devi far uno studio su Platone o sul vangelo" gli [al
giovane studioso] diranno "è perché cosi ti fai un nome, ma guardati bene
dall'agire secondo il vangelo. Devi esser oggettivo, guardare da chi Cristo ha
preso quelle parole o se omnino Cristo le abbia dette e se non meglio le
abbiano prese gli Evangelisti o dagli Arabi o dagli Ebrei o dagli Eschimesi,
chi lo sa... Naturalmente parole che valevano in riguardo all'epoca, adesso la
scienza sa come stanno le cose, e tu non te ne devi incaricare. Quando tu hai
messo insieme il tuo libro sul vangelo - allora puoi andar a giuocare".
[...] Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza
che si chieda che senso abbia, dicendogli: "tu cooperi all'immortale
edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po' anche merito tuo se
gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno "». [PR 131; corsivi
di M.]. Abbiamo preferito anticipare già qui espressioni- conclusioni del
Goriziano, al fine di proiettare da subito chi legge nel vivo della polemica M.iana.
nessuno: e questa è disonestà - ma la retorica "mi costringe a forza a far
ciò"? - o in altre parole "è pur necessario che se uno ha addentato
una perfida sorba la risputi"» [PR 3]. Una citazione, questa, che è a la
page, tra coloro che affrontano il filosofo goriziano, anche se talora mal
intesa o superficialmente valutata. Tuttavia, a ben vedere, è già qui che si
delinea, si dibatte, e implode, il problema (l'aenigma) della persuasione e
della rettorica. Ed è questa (ci si perdoni quest'ulteriore incursione
metodologica), anche, una delle peculiarità che caratterizza il nostro M.:
ovvero, il fatto che da qualunque prospettiva si prenda la sua opera, qualunque
suo scritto si abbia sottomano, ci si trova già subito e prepotentemente
proiettati nel cuore dello scontro millennario, umano e storico, tra
persuasione e retorica appunto. E' altresì anticipato, in forma lata ma
altrettanto perentoria, un assunto che informa e struttura e, in un certo modo,
pregiudica ogni assoluto tentativo di discorso su "che cosa sia" la
Persuasione: la Persuasione è dopo tutto l'indicibile, l'impensabile: una
"condizione" senza pensiero, che non possiamo visualizzare e nemmeno
interpretare concettualmente, né tantomeno comunicare, secondo le leggi della
logica della cosiddetta "ragione occidentale". Ogni "parola
sulla", ogni "pensiero sulla" Persuasione, già solo per essere
concepito, deve prima essere elaborato, sottoposto ad artificio, manipolato,
interpretato, per separarlo dalla sua primigenia e consustanziale assurdità:
ogni pensiero sulla Persuasione si profilerebbe, così, già di per se stesso
come Rettorica. Appare chiaro, inoltre, ma non è male ribadirlo da subito, che
il progetto originario - di trattare, nella sua tesi di laurea, | concetti di
persuasione e rettorica in Platone ed Aristotele - si allarga e sviluppa,
inevitabilmente per M., nella considerazione dell'intera vita umana, culturale
e sociale. Non solo. In effetti, l'applicazione di questi due principi o
categorie (per ora definiamoli in questo modo) investe una dimensione ancora
più ampia, assurgendo a cifra dell'intero esistente. Ovvero, tutto il mondo,
inteso sia come "totalità dei fatti" (tutto ciò che accade) sia come
"totalità delle cose" (tanto per parafrasare Wittgenstein), risulta
permeato, intriso, e quindi - dalla prospettiva del Nostro - rimeditato alla
luce di questi due principi. Questo è un punto nodale. La persuasione e la
rettorica, nell'accezione del giovane filosofo, subiscono così non soltanto uno
slittamento concettuale rispetto alla concezione che di questi due principi,
che di queste due parole, il "senso comune" ha. La rettorica - ad
esempio - non è più un'ars, una téchne, con una sua patente di nascita,
storicamente contestualizzata e con un'applicazione "pratica":
ovvero, non è larte del parlare e dello scrivere in modo da convincere, o
persuadere” un uditorio, non è una professione di eloquenza e non denota 12 in
greco nel testo 13 E' interessante come la denotazione povera di questi due
termini s'incontri in questa definizione, tratta dal dizionario Garzanti, quasi
a testimoniarne un significativo appiattimento. altresì, per estensione, un
atteggiamento o comportamento che mira solo all'effetto esteriore e non è
determinato da un'autentica esigenza spirituale (la retorica del bel gesto, ad
esempio). Tutti questi aspetti non sono altro che i "modi" e gli
"attributi" in cui si manifesta la Rettorica originaria: ne sono la
mera fenomenologia, e anche la più povera. Le parole-chiavi di questo pensiero,
dunque, sono da M. essenzialmente intese «in un senso diverso da quello
corrente, che rivela influenze ebraiche, greche e proto-cristiane. Come osserva
Mario Perniola, persuadere si dice in greco peitho, e l'uso transitivo del
verbo, persuadere qualcuno, non appartiene al greco arcaico ma ne rappresenta
una successiva trasformazione. Dunque la prima accezione di persuasione era
essere persuasi, aver fiducia. Anche nella Bibbia dei Settanta [...] la radice
greca peith- traduce la radice ebraica bth-, usata nei libri sapienziali
dell'Antico Testamento per indicare la disposizione d'animo del giusto: la
fiducia. Mentre la fede, pistis, nel Nuovo Testamento implica il rinvio al
futuro, l'attesa di una salvezza a venire, la fiducia-persuasione è, nell'Antico,
qualcosa di presente, un possesso attuale. Il senso della persuasione M.iana è
molto simile»'*, come avremo modo di approfondire. Giusticato appare, dunque,
il nostro confessato imbarazzo nell'approntare la presente tesi, e ci figuriamo
l'espressione ironica di M., se potesse leggere le nostre pagine, e le altrui,
sulla sua opera e sul suo pensiero. Ma ancora una volta, la rettorica ci spinge
a far ciò: un dispositivo machiavellico così diabolicamente ben congegnato da
riuscire a rendere la voce della verità la propria pubblicità, ammantandola
casomai di simbolismo o conferendole una sistemazione ch'essa, invece,
disdegna; e da riuscire a rendere, altresì, i contestatori del sistema i propri
martiri, o - alla men peggio - «naturalisti inesperti», o meri facitori di bei
versi, di bei drammi e di belle musiche. E M. stesso un nichilista, un mistico,
un cristiano devoto, un ebreo autentico, un filosofo mancato, soltanto uno
scrittore, una promessa non mantenuta, un teorico dell'arte, un teorizzatore
del dominio, un filosofo del linguaggio, un imperfetto pessimista, un filosofo
col martello, un pensatore morale, un precursore dell'esistenzialismo, un
povero anonimo giovane goriziano suicida, l'ultimo allievo di Socrate, uno
spirito della vigilia; e l'elenco, credeteci, potrebbe stendersi all'infinito,
perché infiniti sono gli uomini ed, ergo, infiniti sono i modi di porsi della
rettorica. Il che vale a dire che il "sistema" (ed è questo il suo
raffinamento, come vedremo) è divenuto capace di tollerare, al proprio interno,
riassorbendole, anche le contraddizioni e le contestazioni più sottili e acute,
apparendo per molti aspetti davvero come un Moloch o un Leviatano invincibile.
14 Cfr. Michelis Angela, Carlo M.: il coraggio dell'impossibile, Roma, ed.
Città Nuova, 1997, pagg. 124-125 [la stessa autrice rimanda a M. Perniola, La
conquista del presente, in Mondo Operaio, n. 4, aprile 1987, pagg. 108-109].
Questa che ci accingiamo a scrivere, tuttavia, non vuole essere una riflessione
su M. e sulla sua opera e il suo tempo, non pretende cioè di coltivare
(soltanto) una critica filologica e filosofica del suo pensiero. La sua pretesa
è addirittura più grande: ovvero, quella di individuare il nocciolo etico di
quel suo stesso pensiero, e di finalizzarlo ad una sana eudemonia (quella che
il Goriziano assimila alla vera «salute») a vantaggio del nostro tempo,
cercando d'intravedere - non potendone visualizzarne in modo corretto e
"coerente" la consistenza e la realtà - la possibilità di quel «porto
di pace», da lui stesso vagheggiato. Per quanto possa sembrare riduttivo,
soprattutto in confronto alle vertiginose elucubrazioni che si sono tessute
intorno all'opera del nostro giovane autore, siamo infatti convinti che il
tratto autentico del suo pensiero sia riposto in un'esigenza davvero semplice e
umana (esigenza che non è soltanto letteraria o speculativa, ma che nasce
soprattutto da un'amara esperienza di vita, così com'è esperita da un giovane
intelligente e molto, molto sensibile): la ricerca, ch'è insieme l'esigenza, di
una felicità possibile per l'uomo. «Gli uomini non sono infelici perché
muoiono; muoiono perché sono infelici», afferma Michelstaeater, e questa
antimetabole non vuol essere una frase ad effetto giocata sul capovolgimento di
un luogo comune, bensì in essa è compendiata la grande utopia etica (ma quanto
utopica, poi?) che il Nostro ci propone. M., redivivo Socrate, si assume un
difficile compito esistenziale prima che speculativo (condividendolo col suo
"maestro" e con tutta la temperie greca), e lo affronta con tutta
l'esuberanza e la fiducia della sua giovane età, esuberanza e fiducia temprate
tuttavia dal rigore della sua mente eletta: quel compito è insegnare agli
uomini ad essere veramente felici. Glissando per ora considerazioni che approfondiremo
durante tutto il nostro discorso, possiamo anticipare già qui, dunque, la
pregnanza socratica ed, insieme, evangelica (nonché, aggiungiamo noi, kantiana)
di suddetta utopia. Detto in parole molto semplici: se l'infelicità è frutto di
"ignoranza esistenziale" (come c'insegna Socrate, appunto, e - in
certo modo - tutta la schiera di Persuasi che M. annovera nella prefazione alla
sua tesi), ebbene bisogna fugare le tenebre di questa ignoranza (ovvero, di
questa rettorica), bisogna «uscir della tranquilla e serena minore età» [PR
131]'°, ed indagarla secondo una prospettiva "archeologica" - ovvero,
"eziologica" - che la conduca appunto allo scoperto. M. scoprirà
(come già notava a suo tempo il Piovani’) le radici di 15 Sono le parole con le
quali, significativamente, si conclude la tesi di laurea. Ma cfr. il seguito
del nostro lavoro. 16 Piovani Pietro, M.: filosofia e persuasione, un inedito
di P. Piovani a cura di Fulvio Tessitore, Nuova Anologia, fasc. 2141, vol.
548°, gennaio- marzo 1982, p. 214. Piovani, innanzitutto, ci avverte che «(...)
occorre molta prudenza critica nell'avvicinarsi a M. con la piena fiducia che
il suo discorso abbia una tratteggiata autonomia di linee ricostruibili al di
là del loro frammentarismo sostanziale."; quindi, poco dopo, quasi a
proporci un possibile approccio metdologicamente corretto: "A tal fine
giova, secondo noi, individuare come determinante il tema della deficienza».
quella Rettorica nella stessa struttura - fisiologica, prima che ontologica -
dell'uomo, penalizzato da quel «deficere» ch'è l'alfa e l'omega di ogni
sofferenza, di ogni illusoria(«lusinghiera», «adulatrice») soddisfazione, e -
insieme - di ogni possibilità di riscattoautentico. Quella
"deficienza" che la critica, unanimemente, ascrive ad un retaggio schopenhaueriano
del nostro autore, e che noi, invece, preferiamo assimilare al concetto di
privazione (steresis), contenuto nella Fisica di Aristotele. Il che non vuol
essere un cavillo ermeneutico, ma vuol rendere chiara - da subito, senza indugi
- quella ch'è la nostra prospettiva di approccio a M.: siamo convinti, infatti,
che l'aenigma della Persuasione (e di tutte le ardue, tautologiche
"definizioni" che ad essa il Goriziano associa) si risolva in quella
che potremo chiamare, con una formula che diamo già qui per definitiva,
entelechia etica, laddove per entelechia intendiamo proprio ciò che intendeva
lo Stagirita'”, ovvero l'atto finale o perfetto, cioè la compiuta realizzazione
di una potenza. Ebbene, a nostro parere, il dilemma Persuasione-Rettorica si
gioca appunto sul trinomio privazione-potenza-atto (e ci sentiamo autorizzati a
ciò da alcune "tracce" che M. stesso lascia nei suoi scritti), tale
che la Persuasione si evincerà come la piena, perfetta attuazione,
realizzazione dell'uomo, secondo la sua (vera) natura. Si converrà che una tale
impostazione ribalta, in modo deciso, ogni evenienza critica - per quanto
legittima, perché giustificata, in un certo senso, da talune affermazioni
"forti" dello stesso Goriziano - circa l'impossibilità (per l'uomo)
della Persuasione. In effetti, proprio M., se non nell'opera maggiore,
soprattutto nell'Epistolario e nelle Poesie? sconfessa - e ci sentiamo di dire
che lo fa con una certa gioia che sa di liberazione - quella presunta
impossibilità della Persuasione, individuando nell'amico Mreule l'acme,
cronologico ed etico, della Persuasione realizzata: l'atto di coraggio del
compagno Enrico dimostrò al giovane filosofo (e dimostra a noi) che la
Persuasione non ha soltanto una sua storia (né tantomeno soltanto una sua
storia letteraria e filosofica), ma anche una sua attualità viva e concreta,
che ci può essere accanto e ci può guidare '°, pur nella consapevolezza che una
cosa è conoscere la «via della Persuasione», altra cosa è avere la forza e il
coraggio di imboccarla. Volendo, il dramma del suicidio del giovane goriziano
si consuma tutto qui (ma lungi da noi ogni riduzionismo e ogni retorica a tal
proposito). 17 Cfr. almeno Metafisica, IX, 8, 1050a 23. 18 Nel confronto
(soprattutto) con le ultime lettere e poesie (intendiamo quelle del 1909-1910),
ci azzardiamo a considerare la tesi di laurea già "datata", per
quanto concerne la dimensione persuasa dell'uomo; o quantomeno, a considerare
le suddette lettere e poesie l' "urbanizzazione" più completa e più
efficace del messaggio della Persuasione stessa. Ragion per cui, ad esse va
tutta la nostra predilezione. 19 Sul valore e sul senso di questa
"guida" della Persuasione - che non ne pregiudica l'assunto autonomo,
cioè di esperienza che si realizza nello spazio di autonoma sacralità di ogni
uomo - si articola un difficile e intricato equilibrio (tra autonomia ed
eteronomia), sullo "scioglimento" del quale s'impernia tutto il
nostro lavoro. Già da quanto detto finora, appare chiaro che M. si presenta
subito come un autore "difficile": questa sua difficoltà deriva non
solo (com'è ovvio) dal carattere decisamente e consapevolmente
anti-sistematico, se non ermetico, del suo linguaggio e del suo
"messaggio"? - per quanto quello stesso messaggio contenga una sua certa
"banalità" (la "banalità del bene", per alcuni sintomo di
"pensiero adolescenziale" [sic]) paradossalmente non accolta,
inascoltata™ o, peggio, mal interpretata; non deriva soltanto dalla vastità
(davvero impressionante, per un giovane) dei suoi referenti culturali; né
soltanto dalla "irritabilità" cui può indurre chiunque ad esso si
avvicini (un'irritabilità che egli condivide appieno con la torpedine-Socrate);
bensì essa deriva, forse soprattutto, dalla collocazione "liminare"
della vita stessa e dello stesso pensiero del Goriziano: storicamente sospeso
in un'età per definizione di transizione e di decadenza (quella tra Ottocento e
Novecento), con tutte le inquietudini "millennaristiche" annesse e
connesse, ampiamente testimoniate, del resto, dalla cultura coeva’; geograficamente
(e dunque culturalmente, linguisticamente...) oscillante tra Austria e Italia
(e non solo; non si approfondirà mai abbastanza l'impronta mitteleuropea di
questo autore”), situazione - questa - complicata, e di molto,
dall'appartenenza ebraica dell'autore stesso (altro nodo abissale); attratto e
disperso in una molteplicità passionale di ispirazioni (il teatro, la musica,
la letteratura, la poesia, la pittura), sia per quanto concerne le
"fonti", sia per quanto concerne le sue stesse realizzazioni; calato
in una Weltanschauung tragica - filosofica e religiosa - di amplissimo respiro
storico-geografico, di cui si propone originalmente e appassionatamente di
riannodare le fila; dibattuto tra un lacerante bisogno di indipendenza (non
solo "culturale" e affettiva, ma anche economica) e un altrettanto
forte bisogno di rifugio nell'alcova della sua Gorizia e della sua famiglia. 20
Riguardo a ciò, solo per la chiarezza con cui è svolta l'argomentazione,
riportiamo l'equilibrata valutazione di G. Cavallero, nella prefazione alla sua
tesi di laurea, valutazione praticamente condivisa da tutta la critica: «Alla
filosofia del M. (caso singolare nella storia dei pensiero) va riconosciuta
subito una dote rara: quella di non porsi mai come tale, almeno nel significato
ormai consacrato del termine. Di diritto essa rientra piuttosto nella storia
della cultura che, non propriamente, in quella della filosofia o della
letteratura occidentale. La sua peculiare forma espressiva è strutturata in un
originale amalgama linguistico, da cui affiorano, armonizzati su di un antico
ritmo greco, stilemi biblicoplatonici, modi di prosare "vociano" oltre,
naturalmente, ad una congerie varia di altri influssi - tra i più disparati -
della cultura contemporanea. Questo complesso problema linguistico, lasciato
tuttora irrisolto dai numerosi critici del M. ad oltre sessant'anni [la tesi di
Cavallero è del 1972] dalla morte, ha così indirettamente favorito le più
arbitrarie interpretazioni della Persuasione, nel tentativo di ricondurla, di
volta in volta, al denominatore delle più svariate ideologie del Novecento
europeo». [G. Cavallero, Itinerario di M., Tesi di laurea, Anno accademico
1971-1972, presso Biblioteca di Gorizia, Fondo Carlo M., Prefazione p. VI. ] 21
«Eppure quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare
impossibile che il mondo abbia ancora continuato ogni volta dopo che erano
suonate quelle parole» [PR 3]. 22 Ma cfr., per quanto or ora diremo, il nostro profilo
biografico, più dettagliato, contenuto nel paragrafo 6 del Il capitolo (sulla
Rettorica): Il pretesto cronologico della proposta persuasa di M. 23 Lo studio
di L. Furlan, L'essere straniero di un intellettuale moderno, ed. Lint- lavoro
dettagliato, composito, anche se discutibile per certe sue conclusioni - si
propone di adempiere appieno a questo gravoso compito. Tutto questo risulta poi
complicato da una tempra caratteriale certamente particolare, diremmo per certi
aspetti umorale, tanto da rasentare a volte manifestazioni depressive- reattive
(in specie, ad esempio, nelle ultime lettere), altre volte lampi di
vitalistico, ottimistico entusiasmo. Delicato, suo malgrado, come un fiore di
serra (psicologicamente, beninteso non fisicamente), sarebbe forse più
opportuno dire che la severità, o meglio il forte rigore morale, che egli usò
con se stesso dovette applicarlo anche agli altri uomini, ricavandone sovente
sonore smentite: da ciò, negli ultimi anni della sua vita, una sorta di
involuzione caratteriale: un animo, col tempo, sempre più appartato e deluso,
che tuttavia non perde la sua essenziale forza, energia e consapevolezza. Alla
luce di tutto ciò, se volessimo compendiare, in una sorta di prosopopea, il
dramma esistenziale del nostro giovane autore (che è, in definitiva, quello di
un "aspirante alla Persuasione" che si trova invischiato giocoforza
nello strame rettorico), proporremmo - in alternativa alla chiave di lettura
legata alla ben nota "coscienza infelice" hegeliana, avanzata dal
Garin% - la figura di Qohélet, il saggio ebreo autore di quell'operetta biblica
(tanto cara al Goriziano) che vien chiamata Ecclesiaste. Nel corso della sua esistenza,
Qohélet ha vissuto sulla propria pelle - giungendo ad una consapevolezza tanto
profonda quanto disincantata - la sconcertante (per quanto "banale")
verità che «tutto è vanità», come recita l'inizio [1,2] e la fine [12,8] del
libro biblico, a confermare che tutta la riflessione in esso contenuta non è
altro che un dipanare la trama e l'ordito di quell'assunto unico, dominante e
paradossale. Orbene, Qohélet - per quanto saggio, di una saggezza che lo
discrimina rispetto all'umanità intera - è tuttavia e comunque, come tradisce
l'etimologia stessa del suo nome, "l'uomo che partecipa all'assemblea
(degli uomini)". Proprio come M.. Questo, insomma, il complesso intrico di
fattori che si trova costretto ad affrontare chiunque si avvicini al filosofo.
Lo stesso autore della Persuasione, quasi a pregustare questa difficoltà,
afferma che «ci sono degli uomini che sono dei mostri, che si sono liberati del
tutto dal loro tempo e dagli altri tempi e fanno la disperazione degli storici»
[O 810]. Difficoltà che, tuttavia, a 24 Ma, per dirlo in parole molto semplici,
se il dramma della "coscienza infelice" è quello di non poter
identificarsi con Coscienza Immutabile, ch'è Dio e l'Assoluto, l'infelicità di M.
ha un fondamento quantomeno opposto: propri quello di essere costretto
all'identificazione, con qualsivoglia "struttura" o
"identità". M. illustra questa inconciliabile dicotomia, ascrivendola
anzi ad una delle più pericolose e "lusingatrici" illusioni
dell'uomo, di ascendenza platonico-hegeliana, in un passo sotto questo punto di
vista memorabile: «Egli [l'uomo] vive di ciò che gli è dato, di cui non ha in
sé la ragione, ma nella sua conoscenza assoluta egli ha la Ragione; se il fine
delle sue affermazioni vitali è in ogni punto paura della morte, ma nel suo
Assoluto egli ha il Fine; se egli è in balia delle cose e non ha niente, e se
pur questo niente difende come valevole con ingiustizia verso tutte le altre
cose, ma nell'Assoluto egli ha la Libertà, il Possesso, la Giustizia. Così egli
porta intorno l'Assoluto per le vie della città. Egli non è più uno ma sono
due: c'è un corpo, o una materia, o un fenomeno o non so cosa, e c'è un'anima,
o una forma, o un'idea. E mentre il corpo vive nel basso mondo della materia,
nel tempo, nello spazio, nella necessità: schiavo; l'anima vive libera
nell'assoluto». [PR 54-55] o ov ben vedere, ci tocca fino ad un certo punto, se
è vero - come ribadiamo - che la presente tesi non vuol essere tanto un lavoro
di critica e storiografia filosofica, né vuol essere una meditazione su M.,
bensì riflessione attraverso M., ovvero vuol rintracciare (vuol recuperare) in
certo modo l'attualità della sua ingiunzione morale, e non al fine di espungere
«ciò che è morto» e di decantare «ciò che è vivo» del nostro autore (operazione
che, per noi, nasconde sempre presunzione ed ingratitudine), bensì di
riguadagnare una voce autentica - che nasce da un'esperienza esistenziale
altrettanto autentica - che possa aiutarci nella difficoltà del tempo presente,
diventando nostra ingiunzione, al di là di ogni categoria storica e filosofica
stabilita. Del resto, coerente alla sua formazione eminentemente
"letteraria", e non specificamente filosofica (gli autori da lui
citati, a rigore, sono più "profeti" che filosofi, ed è indicativo:
la verità non si esprime per sistemi, ma si veicola nelle forme originali ed
autentiche della creazione umana); e, soprattutto, consapevole che la verità
stessa è una «sorba amara e perfida», «povera e nuda», che si vive e non si
dice (com'egli afferma della Persuasione), lo stesso M. non intende pagare
«l'entrata in nessuna delle categorie stabilite» né fare da «precedente a
nessuna nuova categoria»; ma procede, a suo dire, nel rilevare il testimone
della verità, «né con dignità filosofica né con dignità artistica»?°. Il nostro
filosofo si pone, dunque, quale «povero pedone che misura coi suoi passi il
terreno»? e da subito fa professione di non-originalità””, laddove però questa
non-originalità non è pedissequa ripetizione scolastica di istanze e di
imperativi morali, non è il disdegno intellettuale (anch'esso
"borghese") di chi rifiuta per principio il mondo degli altri
(sentenziando «pereat mundus sed fiat iustitia») e gli contrappone una realtà
sua propria tanto edenica, quanto astratta e utopica: è, invece, il
rinnovellarsi e il ribadirsi di un appello all'esistenza vera ed originale,
vissuto veramente e profondamente sulla pelle di coloro che l'hanno professato:
Parmenide, Eraclito, Empedocle, Qohèlet, Cristo, Eschilo, Sofocle, Simonide,
Socrate, Petrarca su su fino a Leopardi, Ibsen e Beethoven. Il carattere
"viatorio" di queste espressioni ci rimanda a quella che ci pare
essere la chiave di volta della loro testimonianza: una testimonianza che
matura, si muove e soffre tra e con gli uomini, un'ingiunzione morale che
decade dal piedistallo del mal inteso imperativo categorico kantiano, divenendo
- in questa deformazione - astratto e universale (i due termini, da un punto di
vista esistenziale, si combinano), e rapprendendosi, In una lettera a Enrico,
in un contesto ironico, M. butta giù, en passant, un «si duo idem faciunt non
est idem» [E 423; ma il modo di dire ricorre anche altrove: cfr, ad es., PR
62]Questa notazione, evidentemente, meriterebbe molto di più che una semplice
nota. 25 Per quanto questo poi sia vero: si veda comunque come appaiano scontate
ed inopportune, alla luce di ciò, le accuse di coloro i quali tacciano M. di
scarso rigore filosofico: Gentile fra i primi. 26Per le espressioni citate in
questo contesto, rimando - ancora una volta - alla prefazione di C. M., La
Persuasione..., op. cit. storicamente, nell' "uomo e nello Stato
hegeliano", avviluppato nella matassa del dovere, della responsabilità e
della sicurezza”; un'ingiunzione morale, infine, che si fa veramente
"urbana" e concreta, in una parola: etico-politica. Ovvero, M. cala -
incarna - lo sforzo etico-speculativo teso alla ricerca di soluzioni (scelte)
esistenziali, volte al vero vantaggio degli uomini? - o meglio, della sola
autentica scelta esistenziale, ch'è la Persuasione - nella magmatica,
pragmatica ed altrettanto paradossale quotidianità che ognuno vive. L'unica
valida alternativa - rispetto alla nostra decadenza - per una felicità
possibile per gli uomini, per una xya9wv gui (il corrispettivo speculare,
persuaso, della rettorica xowwwx xxxwv?9) veramente realizzabile. 27 Cfr. nota
21. 28 L'etica kantiana, nella sua interpretazione distorta, va a rappresentare
proprio la forma più moderna e palese e dinamica di "etica borghese della
sicurezza", ch'è il cavallo di battaglia della Rettorica. 29 Preferiamo
utilizzare sempre il plurale. 30 Per il senso di queste espressioni, rinviamo
al seguito del nostro lavoro. 2. Il demone Enrico. In un noto passo
dell'Apologia [31, D; ma cfr. anche Fedro 242 C, 551], il persuaso Socrate
afferma: «[...] questo che si manifesta in me fin da fanciullo è come una voce
che, allorché si manifesta, mi dissuade sempre dal fare quello che sono sul
punto di fare, e invece non mi incita mai a fare qualcosa»?! [corsivo nostro].
Poco prima, Socrate aveva definito quella voce «alcunché di divino». E' il famoso,
controverso, "demone" socratico”, una delle voci più antiche ed
autentiche della Persuasione, la cui caratteristica singolare è quella di
essere, piuttosto, una voce della dissuasione”. Compendia e glossa G.
Bastide®*, considerando tutti i passi in cui questa "figura" ritorna:
«nnanzitutto Socrate spiega il suo comportamento ricorrendo a un dio interiore,
ad un avvertimento intimo, ad una voce demoniaca che non l'abbandona mai. Poi,
tranne una o due eccezioni, questa voce interiore prende forma di divieto,
quando si tratta di distogliere Socrate da questo o quell'atto o da questo o
quel coinvolgimento preciso. Infine, il dio è una forza imperiosa che determina
in modo totale la vocazione spirituale di Socrate »”. In Teagete [129 E - 130
A], la potenza del demone socratico si "politicizza": «[...]la
potenza di questo demone è determinante, anche nei rapporti con coloro che mi
frequentano: a molti, infatti, è ostile ed essi non traggono profitto alcuno
dalla mia compagnia, tanto che anche a me non è possibile stare con loro; a
molti non impedisce di frequentarmi, ma, dalla mia vicinanza, non ricevono
vantaggio alcuno; quelli, invece, che la potenza del demone assiste, perché
godano della mia compagnia, sono coloro dei quali anche tu [Teagete36] ti sei accorto;
infatti ne ricevono un profitto immediato; ma anche tra questi, alcuni godono
di un 31 Le citazioni tratte dalle opere di Platone, qui e altrove, sono
riportate secondo la traduzione offerta in Platone, Tutti gli scritti, a cura
di G. Reale, Milano, Rusconi, 19912. 32 Cfr. la diapositiva C [Demone] nel
supporto iconografico. 33 Si tenga altresì presente ciò che Nietzsche afferma
nella Nascita della tragedia, sempre a proposito del demone socratico: «Una
chiave per comprendere la natura di Socrate ci viene offerta da quel
meraviglioso fenomeno che viene designato come "demone di Socrate".
In particolari situazioni in cui il suo portentoso intelletto vacillava, egli
ritrovava l'equilibrio in virtù di una voce divina, che si faceva udire in tali
momenti. Questa voce, quando viene, dissuade sempre. La saggezza istintiva si
mostra in questa natura interamente abnorme soltanto per contrastare qua e là,
ostacolandolo, il conoscere cosciente. Mentre in tutti gli uomini produttivi
l'istinto è proprio la forza creativo-affermativa, e la coscienza si rivela
critica e dissuadente, in Socrate l'istinto diventa critico, la coscienza si
trasforma in creatrice - una vera mostruosità per defectum!" [Nietzsche,
La Nascita della Tragedia; in Opere 1870/1881, Roma, Newton, 1993, pag. 153].
L'acrimonia con cui Nietzsche offende e offenderà Socrate è la stessa con cui M.
affronterà Aristotele; se il motivo propulsore di questa acrimonia è,
praticamente, identico (la critica alla pretesa del sapere, nella fattispecie
quello teoretico-scientifico-tecnico), i differenti bersagli critici sono - a
nostro parere - non solo mera testimonianza di una dissimile "inclinazione
di gusto" dei nostri due autori, ma tradiscono - e profondamente - anche
la diversità delle alternative possibili e plausibili ch'essi propongono alla
decadenza (l'oltre-uomo e il persuaso), come vedremo in seguito. 34 G, Bastide,
Le moment historique de Socrate, Parigi 1939, pag. 236; riferimento contenuto
in J . Brun, Socrate, Milano, Xenia 1995, pag. 71 35 Ma si tenga anche
presente, anzi soprattutto presente, l'istruttivo capitolo IX [La dimensione
del religioso in Socrate] del lavoro di G. Reale, Socrate. Alla scoperta della
sapienza umana, Milano, BUR 2001, pagg. 265-294, capitolo sottinteso al nostro
discorso. 36 E' ovviamente Socrate che parla. vantaggio sicuro e duraturo,
molti, al contrario, fin tanto che stanno con me, progrediscono in modo
soddisfacente, ma, una volta lontani, ridiventano come tutti gli altri»
[corsivi nostri]. Orbene, crediamo che, in questo passo esemplare, sia
contenuta una chiara parafrasi delle differenti e possibili modalità di
relazione che il Persuaso intrattiene con gli altri uomini: M.
"aggiorna" il topos affermando, in modo pregnante, che «ognuno deve
trovarsi la via da sé - e da sé batterla passo per passo - ché non ci sono né
carte né mezzi di trasporto; chi non sente di doverla, di saperla, di volerla
fare, non è buono a farla e invano spera l'aiuto altrui, invano altri vorrebbe
aiutarlo - la può batter colui che già è sano - e la salute è un dono di Dio.
-»° [D 93-94; corsivi nostri], che fa da eco a quella, più famosa, contenuta
nella tesi di laurea: «La via della persuasione non è corsa da
"omnibus", non ha segni, indicazioni che si possano comunicare,
studiare, ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio
dolore l'indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è
solo e non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che
questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t'è dato. | pochi
che l'hanno percorsa con onestà, si sono poi ritrovati allo stesso punto, e a
chi li intende appaiono per diverse vie sulla stessa via luminosa. La via della
salute non si vede che con gli occhi sani» [PR 62-63; corsivi nostri]. Ora,
ritornando al passo socratico del Teagete, approntiamone un'utile
schematizzazione. Socrate distingue: a) individui a cui il demone è ostile, e
che non traggono vantaggio dalla compagnia con Socrate; b) individui «che la
potenza del demone assiste» [parafrasi quasi M.: «a salute è un dono di Dio»],
e che traggono vantaggio dalla compagnia con Socrate: b,) quelli - e son
soltanto alcuni - che «godono di un vantaggio sicuro e duraturo»; bə) quelli -
e sono invece molti - che [PR 169]?°.
Nel penultimo passo, del resto, affiora (anche) la differente posizione, sempre
nella prospettiva persuasa, che M. ha consapevolezza di occupare rispetto
all'amico: mentre lo Mreule - agli occhi del Goriziano - ha raggiunto la
Persuasione e vi permane, egli invece è ancora sulla difficile e tormentata via
che porta alla Persuasione stessa. La «consistenza» di Enrico è indipendente,
in senso assoluto, come indipendente e assoluto è il monito persuasivo del suo
esempio; al contrario, M. avverte la necessità - per la propria consistenza -
che il suo amico «ancora lo pensi e si curi di lui». E' più del bisogno di una
tangibile comunione fraterna, è più del desiderio di essere nei pensieri
dell'amico; è l'esigenza, bensì, di fondare la propria consistenza di uomo, di
legittimare - attraverso quasi il giudizio del demone-Enrico - la propria
aspirazione alla permanenza?*: 40 In base al nostro schema, è il rapporto
delineato in bi. 41 E «il coraggio non vuol la prudenza ma l'atto» [PR 63]. 42
Ma riguardo la dialettica lontananza-vicinanza, cfr. la parte finale del
presente capitolo. 43 Ma - edè significativo - è lo stesso M. a condannare in
modo risoluto - in alcuni passaggi fondamentale della sua tesi e del Dialogo -
questo illusorio "meccanismo di reciproca compiacenza": «[...]
ognuno, se racconta la sua «Quella voce che viene dalla libera vita [quella
voce che Enrico aveva accolta e fatta sua], quella m'era necessaria per fare il
mio lavoro [la tesi] come io lo volevo; m'ero illuso di poterla avere [...]>
[E 441]. Mentre Enrico ha affrontato il mare e «s'è conquistato il suo posto di
lotta e di lavoro» [E 435], M. si trova ancora impelagato nelle pastoie della
Rettorica, sociale familiare culturale accademica. Il Nostro non nasconde una
punta di benevola invidia, e di dispetto per quegli oneri (alibi facilmente
smontabile, tuttavia) che lo costringono alla falsa permanenza, al soggiorno
"forzato" in Gorizia, al soggiorno forzato nella vita retorica: «La
lettera di Rico [...] mi mise il fuoco addosso per quanto penso a noi, che, invidiandolo,
siamo impediti nel volerlo raggiungere dalle cose stesse che c'impedirono di
partir con lui [... > [E 436; corsivo nostro]. E' altresì interessante
notare come, invece, dalla prospettiva stavolta di Enrico (testimoniata da C.
Magris, nella bella e suo malgrado dissacrante biografia romanzata che gli
dedica‘*), le posizioni risultino addirittura ribaltate: se Enrico «tanto per
cominciare, è andato via per non fare il militare» [Magris 15], di contro - per
lui - è M. ad essere «un santo» [ib. 83]; insieme con Buddha (vedremo
successivamente il rilievo di questa affermazione), che lo è per l'Oriente,
Carlo per Enrico è il «grande risvegliato» [ib. 94]: solo Carlo può essere
sicuro [ib. 45]. Non si tratta soltanto, qui, di una reciproca attestazione di
stima profonda e sincera; è una testimonianza - questa - che tradisce il fatto
che la delineazione dell' "essere persuasi" era ancora in fieri,
chiara ed evidente, certo, nella intima consapevolezza dei due, ma ancora
insufficientemente attingibile nella concretezza della vita reale o anche della
pura elaborazione concettuale. Riteniamo opportuno, allora, soffermarci sul
gesto assoluto di Enrico Mreule. Così, il 28 novembre 1909 - in gran segreto,
la famiglia completamente ignara di tutto - questa sorta di Neal Cassady
carsico, giovane, bello, geniale, disperato, "maledetto"* -
s'imbarcava a Trieste per l'Argentina, sulla Columbia; accanto a motivi di
ordine eminentemente "pratico", a spingerlo era la decisione di dare
una possibilità di nuovo inizio alla propria vita, di rescindere ogni legame
con la passata, di fondare - non solo con le parole, ma con i fatti - un
proprio mondo autonomo e libero, una propria «consistenza indipendente ».
Perché (avrebbe detto non molti anni dopo un altro giovane "maledetto",
Paul Nizan‘9) «a libertà è un potere reale». Si trattava di mettere in pratica,
di esercitare vita sciagurata e i fatti dolorosi di cui porta la colpa e le
conseguenze, trova nella compiacenza dei compagni integra almeno l'illusione
della sua individualità. -», «[...] la dolce illusione d'esser qualcuno»; in
questo meccanismo, gli uomini retorici «considerano i loro simili come specchi
compiacenti, - che raddoppino la vita. Ma il nulla che non si raddoppia...» [D
55-56] 44 C. Magris, Un altro mare, Garzanti, 1998. 45 Cfr. la diapositiva B
[Ritratto di Enrico Mreule (2)] nel supporto iconografico. 46 Paul Nizan: Aden
Arabia (con saggio-prefa zione di J.P. Sartre), Mondadori, 1996. Sarebbe
suggestivo mettere a confronto gli esiti, nonché le motivazioni e le
"ideologie" sottese alla "compulsione del viaggio" che
spinse questi due questo potere. Dunque, un gesto improvviso, ma non
improvvisato, evidentemente; azzardato, se vogliamo, ma non gratuito; frutto
concreto di una decisa e persuasa visione del mondo e della propria esistenza;
risultato coerente, ancora, dei discorsi e degli "ammaestramenti",
riguardo le proprie convinzioni, che il giovane Mreule elargiva ai suoi
altrettanto giovani amici. Un gesto che acquista ancor più valore, e lo stesso M.
ne è consapevole, di fronte al puro astratto gesto di ribellione e di fuga (se
non "fisica", almeno intellettuale) che il Goriziano insieme persegue
e, sotto sotto, paventa. L'inquietudine (complicata dalla giovane età),
l'infelicità, derivante dall'intuizione amara dell'impasse retorica, è la
stessa; ma Enrico è riuscito a rimettere in gioco se stesso e la propria
esistenza, è riuscito a passare dalla mera rivendicazione verbale all'atto,
dalla potenza all'entelechia. In Enrico Mreule, la parola persuasa - come risuonava
nei discorsi (nei simposi) "in soffitta" dei tre giovani - si è
tradotta, senza tradirsi, in attualità pura, assoluta, permanente, eterna; la
parola si è fatta carne e sangue, si è esposta al rischio dell'imprevedibilità,
alla possibilità aperta e pericolosa che ogni scelta autentica implica e
prepara. Alla stregua di Cristo, Enrico è il Verbo (della Persuasione)
Incarnato. E' in lui, cioè, che la Persuasione scende dal piedistallo
dell'astrattezza, dell'utopia, dell'atopia, della letterarietà e del passato,
per farsi vivo, concreto, persuaso presente. Perché la «salute» non è soltanto
un'idea, la sua sede non è l'iperuranio separato dal mondo della vita
sublunare: la salute - ancora "sostanza seconda" nelle stesse pagine
che M. le dedica nel lavoro accademico - assurge a "sostanza prima" -
e quindi veramente reale - nel synolon dell'essere persuaso, che è Enrico. Un
esempio, quello dell'amico, infine, che disattende e confuta, come detto,
quelle affermazioni, frequenti ancora nella tesi, per le quali la Persuasione
era attestata come una possibilità... impossibile: lo Mreule è l'esempio
vivente, così, che la Persuasione non è un luogo ideale, inattuale ed
inattuabile; che non è una mera idea regolativa nella prospettiva non solo
etica, ma ontologica; che non è un "mito", (soltanto) una stella
polare che indichi e guidi il nostro cammino; che non appartiene, ancora,
soltanto ad eletti del mondo delle arti e del passato filosofico, letterario ed
artistico; che non è, infine, una condizione edenica, improponibile nel mondo
della Rettorica. Al contrario, nello Mreule, la Persuasione irrompe come
l'eternità nel tempo, squarcia la verbosità delle concettualizzazioni, lega il
passato e il futuro nella decisione (nella scelta) dell'eterno presente, si
indica come possibilità sempre aperta - per quanto latente - all'uomo, ad ogni
uomo che mostri il coraggio di accoglierla e di farla sua. giovani
intellettuali - Mreule e Nizan (divisi da poco più di un ventennio) - a cercare
in un lontano altrove scampo alla congerie rettorica. 47 La famosa soffitta del
P aternolli, di cui abbiamo anche un bozzetto autografato di M.. Scrive M. ad
Enrico: «Col tuo atto e con questo fatto già in parte avvenuto, quasi con
argomenti sopportando solo la mole degli argomenti teorici, coi quali tu nelle
nostre conversazioni ci aprivi la via alla giusta valutazione delle cose, hai
compiuto per noi l'unico beneficio che si possa fare da un amico agli amici» [E
421]; e ancor più esplicitamente «[...] come le tue parole si son fatte azione!
lo mi nutro invece ancora di parole e mi faccio vergogna» [E 442; il corsivo è
dello stesso M., a sottolineare l'importanza dell'espressione]; fino a rendere
testimonianza e omaggio al vero persuaso Enrico, nella bellissima lettera
datata 29 giugno 1910: Ti vedo sempre cosi come t'ho visto l'ultima volta a
Trieste, determinato in tutte le tue possibilità, vivo così, che nessuna cosa
della vita, mi sembra, possa trovarti insufficiente, ma che anzi tutta
attraverso tutti i perigli debba volgersi a te spontaneamente. Perché tu non
chiedi niente. E come non t'accorgi del tempo perché nell'atto in ogni attimo
sei intero, così in ogni tua parola si ha l'imagine [sic] concreta della tua
vita [E 440; i corsivi sono nostri] In questo denso passo, affidato
significativamente ad una lettera (e dunque ad un testo privato), tuttavia la
Persuasione trova una delle sue espressioni più limpide e convincenti, in
assoluto. Visto il particolare andamento di questo capitolo, e alla luce di
quanto detto finora, riteniamo opportuno analizzare il succitato brano
abbastanza a fondo, allo scopo di rintracciare alcuni notevoli punti fermi che
ci consentano di anticipare, per maggiore chiarezza di visione, importanti
conclusioni riguardo l'idea che ci siam fatti dell' "essere persuasi".
Innanzitutto, ancora una volta ribadiamo questa considerazione: Enrico Mreule è
exemplum storico della salute: egli è «determinato in tutte le [sue]
possibilità». Soffermiamoci sull'attributo "determinato" e sul
sostantivo "possibilità", entrambi pregni di straordinarie
significanze etico-filosofiche. Qui, "possibilità" - a differenza di
quanto tanto "esistenzialismo negativo" ci ha insegnato (da
Kierkegaard, ad Heidegger a Jaspers a Sartre) - ha una forte valenza positiva:
se per i suddetti la possibilità esistenziale si risolve, in fondo (chi in più,
chi in meno), in impossibilità, nello scacco di quell'«essere che progetta di
essere Dio», nell'improponibilità della scelta esistenziale ed autentica, che
determina angoscia e disperazione; in M. sta ad indicare, invece, il
dispiegarsi delle energie vigorose e positive, originarie ed originali,
autentiche ed incorrotte dell'uomo stesso. Qui, piuttosto, il termine e il
comprensivo "possibilità" trova il suo affine nella
"potenzialità", nella già richiamata dynamis, in tutta la sua portata
di «preformazione e predeterminazione [rispetto all'atto]», «modo d'essere
diminuito o preparatorio all'atto »*°: la possibilità esistenziale autentica
trova il suo telos nell'entelechia etica. Le parole di Enrico si son fatte azione,
la sua dynamis appunto si è dispiegata e realizzata, giungendo alla sua
"perfezione". Non può non emergere la forte componente 48 Ovviamente
utilizziamo come sinonimi Persuasione e Salute, sentendoci autorizzati a tale
uso dall'uso stesso che ne fa M..dinamica che permea tale condizione
esistenziale. Difatti, l' "essere persuaso" non è un monòlito, per
quanto il suo sia un permanere nella Persuasione; ma il permanere - dice
Michelstedter - non è uno stare: «non c'è sosta per chi porta un peso su un'erta,
ma quando lo deponga dovrà andarlo a riprender sotto ove sarà ripiombato: ogni
sosta è una perdita; tanto sosti e tanta strada devi rifare» [PR 35; corsivo
nostro]. E poco più avanti, raccoglie e ripropone il monito contenuto
nell'E/ettra di Sofocle (monito che, a nostro parere, è l'elemento veramente
drammatico della tragedia sofoclea e della vita stessa del Goriziano): «non è
più il caso di indugiare, ma di agire» [ib.; in greco nel testo]. Ancora più
avanti, le parole di M. in proposito si fanno adamantine, raccogliendo le
estreme conseguenze di quanto finora affermato: «il diritto di vivere non si
paga con un lavoro finito, ma con un'infinita attività» [PR 41; corsivo
nostro]. E' svelato, così, l'alone misterioso che avvolge la premessa del
giovane studioso: «Nell'eBroc BoA potenza e l'atto sono la stessa cosa!, poiché
l'Atto trascendente, "l'eternità raccolta e intera", la persuasione,
nega il tempo e la volontà in ogni tempo deficiente» [PR 12]. Come per
quest'altro capoverso, che è forse la "definizione" più completa -
presente nella tesi -dell'essere persuaso, pur nella sua sinteticità: «Colui
che è per sé stesso (ever) non ha bisogno d'altra cosa che sia per lui (evot
«vtov) nel futuro, ma possiede tutto in sé» [PR 9]. La determinazione che il
vir mostra nella gestione delle proprie possibilità è - insieme, dunque -
risolutezza e consapevolezza. Il vir è "risoluto", sciolto (come
c'insegna l'etimologia) dai lacci della Rettorica, e in questo è veramente
libero e assoluto; è altresì consapevole delle sue potenzialità volte alla
realizzazione della vita vera. Per gli Stoici, la chiusura della mano nel pugno
rappresentava la "comprensione": immagine felice: il virha in pugno
tutte le proprie possibilità e comprende la possibilità di dispiegarle in modo
pieno e compiuto. Nel punto appena successivo del passo che stiamo esaminando
(«[...]nessuna cosa della vita, mi sembra, possa trovarti insufficiente, ma che
anzi tutta attraverso tutti i perigli debba volgersi a te spontaneamente [...
]}»), M. ritorna su uno dei fulcri inossidabili della sua posizione
teoretica-etica-ontologica, cui abbiamo già accennato: l'insufficienza; c'è da
rilevare, qui, il ribaltamento, anzi la vera e propria "rivoluzione
copernicana" che viene ad operarsi tra il 49 cfr. Aristotele, Metafisica,
X, 8, 1049 b4 50 Vita che non è vita. Tuttavia, come chiosa puntualmente
Campailla, «non nel senso in genere dispregiativo che è proprio dell'aggettivo
greco, ma in quello di "vita che è fuori della vita", "vita impossibile":
la vita, insomma, della Persuasione», 51 Qui, M. sembra parafrasare proprio
Aristotele. Troviamo, altresì, molto interessante notare l'analogia, sotto
questo punto di vista, tra il Persuaso e il dio (sparse nel capitolo specifico
sulla Persuasione, nel lavoro accademico), che nella fattispecie - a nostro
parere - corrisponde al dio aristotelico, così come tratteggiato nei libri VIII
e XII della Metafisica (un'opera che Carlo tenne sicuramente presente, oggetto
di studio e di riflessione continui): il dio di Aristotele non ha in sé nulla
in potenza, è Atto e Forma puri, è un essere perfetto, il quale non manca di
nulla, non ha nulla da realizzare (se possiamo esprimerci così), e in esso
tutto è pienamente attuato; da qui, la sua "immobilità" e la sua
eternità. Esso - proprio come il Persuaso - non protende verso alcunché, avendo
già in se stesso la sua completezza e la sua perfezione. Questo dio è in pace
con se stesso. vir e il mondo delle cose: nessuna «cosa della vita» trova
insufficiente il vir, perché egli «non chiede niente », perché ha sciolto i
lacci della dipendenza. L' "autarchia" dell'essere persuaso è diretta
espressione e conseguenza della sua consapevolezza: egli non chiede niente
perché è consapevole che la vita, che la Rettorica niente può veramente dargli,
e che ogni elargizione che dal mondo retorico proviene è, parimenti, ottriata,
falsa, illusoria, inadeguata. Questa posizione, in tutta la sua profondità, è
limpida nella coscienza di M.: «Ma chi vuole la vita veramente, rifiuta di
vivere in rapporto a quelle cose che fanno la vana gioia e il vano dolore degli
altri - e non accontentandosi d'alcun possesso illusorio chiede il vero
possesso, così che in lui prende forma e si rivela il muto e oscuro dolorare di
tutte le cose» [O 705]; «[...] se c'è via che possa in qualche modo liberarci
dalla nebbia, è quella che insegna a non chiedere ciò che non può esser dato»
[D 73]; «...]- non c'è niente da aspettare, niente da temere - né dagli uomini
né dalle cose. Questa è la via. - » [D 81, ribadito pari pari in D 85; corsivo
di M.] et similia. L'autarchia del vir non è tuttavia l'egoistico ripiegamento
su se stesso dell'Unico di Stirner”, frutto della disperazione del nulla che si
dispiega in violenta autoaffermazione di dominio solipsitico; essa è piuttosto
- se vogliamo - affine? (ma con i dovuti distinguo) all'ideale del saggio
stoico, affine quantomeno nella matrice etica che presuppone e prepara
quell'esito: ovvero, l'accettazione del dolore e della morte e l'indifferenza
rispetto ai più comuni beni della vita (salute, ricchezza, bellezza...) e ai
loro contrari”*. Secondo gli Stoici, "vivere secondo natura"
significa, da un lato, mantenersi in accordo con gli eventi, accettandone il
carattere di necessità-provvidenza; dall'altro, favorire la propria natura
realizzando e conservando il proprio essere razionale. Orbene, detergendo tale
prospettiva dalle connotazioni di necessità, provvidenza e razionalità (o
almeno non ritenendole esclusive), essa viene a convergere proprio con la
dimensione persuasa del vir. Di poi, il "bastare a se stesso" non si
risolve in una posizione ascetica (come da 52 «il triste filosofo
dell'anarchia», lo definisce M.. 53 Un'affinità cui ci autorizza lo stesso M.;
cfr. Dialogo tra Napoleone e Diogene, in D 101-110. 54 «Poiché in quanto virtus
essa è disposizione a una cosa (possibilità), in quanto tua virtus è bisogno di
questa cosa (anche in rapplorto] alle virtutes negative degli stoici che sono
neglative] inrigluardo] ai bisogni ma positive riguardo alla vita, cioè esser
felici senza quei bisogni: gli stoici avevano d'accorgersi che esistevano anche
senza quei bisogni, essi esistevano e cred[evano] d'essere solo in quanto
negavano l'una cosa e l'altra e affermavano così in rapporto a queste cose
della vita la loro individualità. Dunque gli Stoici hanno possibilità di vivere
senza bisogni ma bisogno di viver come tali. - Si ergo virtus se ipsa contenta
est - homo virtuosus plane adnihilatus est... in quanto tua virtus - è bisogno
d'esplicarla, di viverla nel tempo, tutta. E come l'esplicarla non è mai in un
punto, così tu non puoi possederti in nessun punto» [ib. 107; è Diogene che
parla a Napoleone; i corsivi sono di M.]. Invitiamo a leggere questo passo
anche alla luce di quanto detto sulla dinamica potenza-atto nell'ottica
persuasa. 55 La virtù stoica, ancora, così come la Persuasione è tale da non
ammettere gradi intermedi (essa è o non è), come descrive efficacemente
Cicerone: «Come infatti chi è sommerso nell'acqua, sebbene poco distante dalla
superficie, sì da poterne quasi emergere, non può respirare affatto più che se
fosse nella profondità [...] così chi si sia avanzato alquanto verso l'abito
della virtù non è affatto meno in miseria di chi non vi si sia avanzato per
nulla» [De finibus, III, 48]. L'ideale di saggio stoico, quindi, anche qui si
mostra come valido strumento euristico per indagare il carattere peculiare
della Persuasione: ma, come visto, le differenze sono importanti almeno quanto
le somiglianze. In effetti, il tentativo chetaluni è stato rimproverato);
tutt'altro: il vir non si allontana sdegnosamente dal mondo, ma si fonda il
mondo: l'entelechia etica è un atto di fondazione, è la possibilità di un
nuovo, autentico inizio, e in ciò consiste la sua vera libertà. Libertà,
dunque, che non è solo apatheia, non è solo "libertà da", ma anche
soprattutto "libertà di": libertà di permanere nell'esistenza
persuasa e di fondare il mondo della propria autenticità: il vir «deve creare
sé e il mondo, che prima di lui non esiste » [PR 34]. Ci piace, allora,
richiamare le parole del già citato Paul Nizan, che descrive in modo prezioso e
vibrante tale condizione: «La libertà è un potere reale e una reale volontà di
essere se stessi: è capacità di costruire, inventare, agire, soddisfare tutte
le possibilità umane il cui dispendio dà gioia» [Nizan 82] (vedremo tra non
molto questo peculiare legame tra attività e gioia, che ritorna anche nel
Goriziano). Poco più avanti, è lo stesso scrittore francese che segna con
nitidezza e con un certo sdegno i distinguo tra questa reale libertà e saggezza
da quella dei saggi "stoici"; la libertà che egli auspica e pretende
non è quella dei «...] saggi che paralizzano a una a una le parti dell'umanità
e chiamano saggezza questa mutilazione. E' certo il tempo di non essere più
stoici, non avrete più un cielo dove recuperare iltempo» [ib. 83]. Nel
concludere questo paragrafo, proponiamo un lungo brano, tratto dal romanzo /
cosacchi, di un (allora; siamo nel 1863-64) giovane autore russo, Lev N.
Tolstoj, un autore che il nostro M. amò a dismisura, traendone profitto e
sostanza morale. Questo romanzo è, indubbiamente, un'opera giovanile, eppure -
pur nell'acerbità a suo modo perfetta - già contiene in nuce lo slancio
etico-esistenziale appassionato, ed i motivi ad esso connessi, che informeranno
tutta l'opera del grande scrittore, e che confluiranno nella speculazione del
Goriziano, assorbiti in modo originale, ma fedele. Il brano che proponiamo è
cruciale sia nell'economia del romanzo, sia nella vita del suo protagonista, il
giovane nobile Olenin, il quale - pieno di entusiasmo e spinto, da un'oscura
sensazione di estraneità al mondo a cui appartiene per nascita, alla ricerca
della felicità [Olenin- M.-Mreule] - intraprende un lungo viaggio che da Mosca
lo porta in un lontano villaggio del Caucaso (inutile dire che ogni tentativo
di Olenin di adattarsi alla nuova realtà, soprattutto per quanto riguarda i
"rapporti umani", sarà destinato allo scacco). Ebbene, questo brano
contiene - in modo davvero disarmante, a nostro parere - parecchi punti di
contatto (non solo "ideologico", ma addirittura espressivo) con
talune pagine M.iane; esso, inoltre, riassume in maniera opportuna tutto il
discorso da noi fin qui tenuto e, in maniera altrettanto opportuna, soprattutto
nell'interrogativo che lo conclude, ci offre il destro per proseguire questo
nostro difficile cammino ermeneutico. stiamo facendo - e in questo campo è
giocoforza procedere per tentativi - è quello di setacciare il concetto di
Persuasione: circoscriverlo, per quanto possibile, per meglio individuarne
vigore e valore. «Egli [Olenin] si sentiva fresco e a suo agio; non pensava a
nulla, non desiderava nulla. E a un tratto fu assalito da un così strano senso
di felicità senza motivo e di amore per ogni cosa che, seguendo una vecchia
abitudine infantile, si mise a farsi il segno della croce e a ringraziare non
so chi. Gli venne a un tratto in mente con particolare chiarezza che lui,
Dmitri Olenin, un essere così diverso da tutti gli altri, se ne stava ora
disteso solo, Dio sa dove, in un luogo dove viveva un cervo, un vecchio cervo e
bello, che forse non aveva mai visto un uomo, e in un posto dove nessun uomo
mai s'era posto a sedere, né aveva avuto quel suo pensiero. "Sono seduto,
e attorno a me stanno degli alberi giovani e vecchi, uno di essi è tutto
avvolto dai tralci della vite selvatica; vicino a me brulicano i fagiani,
inseguendosi l'un l'altro, e fiutano forse i loro fratelli uccisi". Egli
tastò i suoi fagiani, li esaminò e asciugò la mano lorda di sangue ancor
tiepido nella sopravveste circassa. Forse li fiutano anche gli sciacalli e coi
musi scontenti vanno a cacciarsi altrove; vicino a me, volando tra le foglie,
che sembrano loro isole immense, stanno nell'aria e ronzano le zanzare: una,
due, tre, quattro, cento, mille, un milione di zanzare, e tutte ronzano attorno
a me per qualche ragione e dicono qualche cosa, e ciascuna di esse è un Dmitri
Olenin, distinto da tutti gli altri come sono io stesso". E s'immaginò
chiaramente quello che pensano e dicono ronzando le zanzare. "Qui, qui,
ragazzi! Ecco chi si può mangiare", dicono ronzando e lo ricoprono tutto.
E gli si fece evidente che egli non era punto un nobile russo, un membro della
società moscovita, amico e parente del tale e del tal altro, ma semplicemente
una zanzara, o un fagiano o un cervo, come quelli che ora vivevano attorno a
lui. "Come loro e come zio J eroska, vivrò e morirò. Egli dice la verità:
soltanto l'erba mi crescerà sopra". "Ma che importa se l'erba mi
crescerà sopra?", continuava a pensare, bisogna tuttavia vivere, bisogna
essere felici; perché io una cosa sola desidero: la felicità. Qualunque cosa io
sia: una bestia come tutte, sulla quale crescerà poi l'erba, e niente più, o
una cornice in cui si è inserita una particella dell'unica Divinità, è pur
tuttavia necessario vivere nel modo migliore. Ma come dunque bisogna vivere per
essere felice, e perché prima non ero felice?", E prese a ricordare la sua
vita passata; e gli venne schifo di se stesso. Apparve a se medesimo come un
esigente egoista, mentre, in realtà, per sé non aveva bisogno di nulla. E
continuava a guardare attorno a sé: la verzura trasparente, il sole che
declinava e il cielo sereno, e si sentiva felice come dianzi. "Perché sono
felice e a che scopo vivevo prima?", pensò. Quanto ero esigente, quante
cose escogitavo, e non mi son procurato altro che vergogna e dolore! Ed ecco
che non ho bisogno di nulla per essere felice!" E a un tratto gli parve
che gli si fosse dischiuso un nuovo mondo. "La felicità, ecco quello che
è", disse a se stesso: la felicità consiste nel vivere per gli altri. E
questo è chiaro. Nell'uomo è stato posto il bisogno della felicità; esso quindi
è legittimo. Appagandolo in modo egoistico, cioè cercando per sé la ricchezza,
la gloria, le comodità della vita, l'amore, può accadere che le circostanze si
combinino in modo che appagare questi desideri sia impossibile. Di conseguenza,
questi desideri sono illegittimi, ma non è illegittimo il bisogno di felicità.
Quali desideri però possono essere sempre appagati indipendentemente dalle
circostanze esteriori? Quali? L'amore, l'abnegazione!". E tanto fu
contento e tanto si agitò, scoprendo questa verità, che a lui pareva nuova, che
balzò in piedi e si mise con impazienza a cercare per chi potesse al più presto
sacrificarsi, a chi far del bene, chi amare. "A me infatti non occorre
nulla", seguitava a pensare, "perché dunque non viver per gli altri?
"»5°. 56 Tolstoj, | cosacchi (a cura di G. Faccioli), BUR, 1952, pagg.
98-99-100. 3. Il porto della pace. Essendo [Gesù] poi salito su una barca, i
suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così
violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora,
accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo
perduti!". Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?».
Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. |
presenti furono presi da stupore e dicevano: "Chi è mai costui al quale i
venti e il mare obbediscono? ". Questo passo è tratto dal Vangelo secondo
Matteo”, Vangelo - questo in particolare, tra i quattro - che dovette colpire
particolarmente M.®, per la forza e la nitidezza - e insomma per la
"fisicità"°° - etiche e storiche, con le quali viene delineata la
figura del 57 Si tratta di Mt. 8, 23-27; ma cfr. anche Mc 4, 35-41 e Lc 8,
22-25. 58 In una lettera del maggio 1909 alla sorella Paula: «Se sapessi
scriver note e se tu le comprendessi ti scriverei il tema dell'andante della IX
sinfonia; sarebbe più eloquente di me per dire quello che voglio dire; oppure -
non ridere! - leggi il Vangelo di S. Matteo», [E 383]. Del resto, pochi giorni
dopo, in una lettera allo Mreule, M. confessa che «in questo tempo, invece di
far la tesi ho imparato a conoscer Cristo e Beethoven - e le altre cose mi si
sono impallidite» [E 398; corsivo nostro]; nella lettura del Vangelo, egli «ci
trova con gioia la grandezza e la profondità che si aspettava - tanto superiore
alle filosofie e alla scienza moderne» [adattato da E 381] 59 Il Cristo di M.
possiede connotati straordinariamente umani: è questo, infatti, «un Cristo
monofisita che possiede soltanto la natura umana [...]. Un Cristo monofisita e
pelagiano, che non conosce pertanto il peccato originale e il mistero del
Riscatto e vive in un cosmo tragico senza possibilità finali di composizione»
[cfr. S. Campailla, Carlo M. tra esistenzialismo ateo e esistenzialismo
religioso, "Iniziativa Isontina", gennaio-aprile 1974, 60, Pag. 23].
E anche interessante notare come proprio il Cristo di S. Matteo abbia
influenzato (ma sarebbe meglio dire: inquietato) sensibilità che poco o nulla
hanno a che fare col cattolicesimo: ci riferiamo, tra gli altri, oltre che a M.,
a Tolstoj [per cui vd. oltre], (perché no?) a Nietzsche, nonché a Pasolini, che
proprio sulla falsariga del Vangelo di Matteo scrisse una delle sue
sceneggiature più belle ed importanti, da cui ricavò un film. Vale la pena
riportare uno stralcio di una giovanile poesia pasoliniana - La domenica uliva
- dove lo scrittore-regista, tormentato come sempre, liricizza questo suo
particolare rapporto col Cristo: «Piove un fuoco scuro nel mio petto: non è
sole e non è luce. Giorni dolci è chiari volano via, io sono di carne, carne di
fanciullo. Se piove un fuoco scuro nel mio petto, Cristo mi chiama, ma senza
luce» [lirica contenuta in Pasolini, II Vangelo secondo Matteo - Edipo Re -
Medea, a cura di M. Morandini, Garzanti 19982, pagg. 280-286]. Sempre per
meglio rifinire la suggestione cristologica in M., riteniamo opportuno
riportare anche questa critica, ma attenta, esatta valutazione di Dilthey, che
ben ci sembra enucleare la forza dirompente che scaturisce dalla figura etica
del Cristo di san Matteo: «Indubbiamente i logia contenuti nel vangelo di
Matteo sono quanto di più originario ci è pervenuto di Cristo, e contengono
solo una potente e illimitata profonda coscienza etica, in cui il mondo
trascendente si riflette, per così dire, come le stelle in un fiume. Il nucleo
di questa coscienza costituisce il vero e proprio legame del sentimento etico attivo
della vita, cioè della dottrina del regno di Dio, con il riconoscimento che
nella connessione di questa vita dolore, bassezza, sacrificio producono tanto
la perfezione quanto l'elevazione del Sé nello spiegamento della forza» [W.
Dilthey, Sistema di etica, a cura di G. Ciriello, Napoli, Guida editori, 1993,
pag. 126; corsivi nostri]. E' altrettanto interessante quanto il filosofo
tedesco aveva affermato poco prima, ascrivendo a Ibsen e Tolstoj (tra gli
altri) un tentativo «antiquato» [ib. pag. 122] di riferirsi al messaggio
cristiano, contribuendo - col loro «individualismo» [ib.], o anzi «animalismo»
[ib. pag. 121] - all' «inefficacia» [ib. pag. 122] contemporanea del
cristianesimo. Questo, in effetti, secondo Dilthey, «agisce su singole anime
semplici, che oppongono la loro esperienza interna alla tendenza della scienza
moderna. Non vi è ancora nessuno che abbia compreso la verità cristiana in
maniera così nuova e profonda, da permettere che essa possa determinare
seriamente l'epoca. Anche in questo campo vi sono soltanto tentativi e inizi»
[ib.; corsivi nostri]. Questo giudizio, equilibrato e corretto, per quanto
polemico, copre di riflesso anche M., se è vero che il Goriziano privilegiò
proprio Ibsen e Tolstoj come epifanie concrete di persuasione. Tuttavia, M. ci
sembra comprendere e approfondire (e cercheremo di dimostrarlo nel corso del
nostro lavoro) in «maniera nuova e profonda» il monito persuaso di Cristo e
arrovellarsi nel tentativo di valorizzarlo come un'euristica etica atta a
«determinare seriamente l'epoca» in cui visse. Certo, anche l'impresa M.iana
appartiene alla congerie dei «tentativi ed inizi», e la sua ricerca
esistenziale conobbe una cocente sconfitta. E' altrettanto vero, però, che
Carlo Cristo, uno dei Persuasi della storia dell'umanità, anzi - per il
Goriziano - il Persuaso per eccellenza. Ciò che ci colpisce del passo
evangelico è innanzitutto l'efficacissimo contrasto tra l'infuriare della
tempesta e la serenità (la "pace") del Cristo: mentre la barca è
pericolosamente sballottata dalle onde, rischiando di ribaltarsi, Gesù dorme.
In mezzo alla tempesta, Cristo è nel porto della pace, ha in sé (è) il porto
della pace. Quella serenità non Gli proviene dalla Verità di essere Figlio di
Dio, per il qual motivo niente di questo nostro mondo potrà toccarLo o
nuocerGli; non Gli proviene da un'indifferenza per le cose terrene (parlando
del Cristo, sarebbe davvero un controsenso); Gli proviene, bensì, dalla
consapevolezza di avere un destino da compiere (il sacrificio sulla Croce) e
che nulla può impedire il compiersi di questo destino. E' la pura
consapevolezza dell'essere persuasi, che permette di conquistare quel
"porto", quella «permanenza in un punto», anche nella furia del mare
(il miracolo che ne succederà, l'aver calmato le acque e i venti, appare
davvero accessorio, rispetto a quel riposo). L'infuriare della tempesta, di
contro, si riflette nel baratro di paura che infuria nell'intimo dei discepoli
che L'hanno accompagnato, e il loro tormento è un ulteriore, efficace scarto
contraddittorio se paragonato al riposo di Gesù. Gesù li aveva invitati a
passare all'altra riva®, all' "oltre" della riva, ad «imbarcarsi sul
mare di questo mondo »5': l'invito era piaciuto, ma tra l'invito e la meta
c'era un tragitto; la folla lasciata sulla riva non restò rassegnata a veder
partire la brigata: si inoltrò nel mare, turbò le onde, agitò una tempesta
mortale, e Gesù - quello stesso nocchiero che, rivolgendo loro l'invito aveva
messo loro in cuore il desiderio di partire - salito con essi sulla barca si addormenta,
ed essi sembriamo davvero abbandonati. Uno sconforto pesa sul cuore dei
discepoli e forse il pentimento di essersi incautamente affidati a uno che non
li soccorrerà nel bisogno, ad uno che non garantirà loro la sicurezza. Allora,
quando tutte le risorse dell'arte e tutte le speranze sembrano crollare di
fronte alle minacce della tempesta, quando l'uomo dispera di sé stesso, non
fidando più delle sue forze mortali, allora comincia a chiedere, sperando,
l'aiuto del Figlio di Dio e in virtù di tale speranza egli sveglia
imperiosamente il Signore che dorme: «Come, Tu dormi? non Ti importa niente che
moriamo ?». Non c'è giaculatoria più efficace M. caldeggiò una «posizione del
tutto nuova dell'etica», un'etica che doveva «agire sui grandi problemi della
società [per lui, della Rettorica] a partire prevalentemente dai suoi
principi», qual è appunto l'auspicio di Dilthey [ib. 122]. Concludiamo questa
importante noi - importante innanzitutto perché contiene in nuce la valenza
della "strategia persuasa", così com'essa ci appare - con un inciso:
non abbiamo fatto riferimento alla Vita di Gesù di Hegel, perché essa ci sembra
più che altro forgiata sulla lezione evangelica giovannea, con tutte le
profondissime, e sottintese, differenze che questa diversa prospettiva
comporta. 60 Mt, 8, 18; ma anche Lc 8, 22 e 9, 57-60 61 Invitiamo, altresì, a
confrontare quest'apologo evangelico con l' "esempio storico"
dell'aerostato di Platone [PR 66-73]: entrambi tentativi di allontanarsi dalla
solida terra (l'uno attraverso il mare, l'altro attraverso il cielo), ma con
motivazioni, prospettive, significati, ma soprattutto esiti diversi. di questa
per scuotere Dio dal suo letargo e comandargli di venire in nostro soccorso:
abbiamo lasciato tutto e Ti abbiamo seguito, Tu sei nostro padre, nostro amico
e Maestro, non Ti importa nulla che noi moriamo? Perché ci hai messo in mare e
posti nella barca se i nostri piedi stavano più sicuri piantati sulla solida
riva? L'ammonimento che il Cristo - una volta ridestatosi - rivolge ai suoi
discepoli («Perché avete paura, uomini di poca fede?»)?° riecheggia, spogliato
ovviamente della sua componente "religiosa", in tutta l'opera di M.,
rivolto agli uomini rettorici: potremmo anzi dire che quell'opera rappresenta -
nella sua interezza - il tentativo sofferto, ma a suo modo compiuto, di offrire
una risposta etica a quella lacerante domanda. Il timore vanifica la Croce. Il
monito ad aver fede - e a dipanare quel timore - si traduce, nell'autore della
Persuasione, nel monito che «[...] non fai niente, non sai niente, non dici
niente, fosse anche la via dove credi di trovarti la via del più saggio uomo
sulla terra. Che se a lui t'affidi e lo incarichi di ciò che pesa a te, resti
invalido sempre. [corsivi nostri] Le sue parole in cui ti fingi un valore
assoluto sono perte un arbitrio che tanto ne comprendi quanto ne puoi prendere.
- Non c'è cosa fatta, non c'è via preparata, non c'è modo o lavoro finito pel
quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la
vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a
nessuna via: la lingua non c'è ma devi crearla, devi crear il modo, devi crear
ogni cosa: per aver tua la tua vita» [PR 61]. Quella fede a cui Cristo richiama
non è, dunque, per il giovane filosofo, un invito a "credere in Lui",
bensì piuttosto - detto con espressione semplice - un invito ad "aver fede
in noi", nelle nostre possibilità, nelle nostre proprie responsabilità
sulla via della Persuasione. M. infatti prosegue, proprio in riferimento al Cristo
e ai suoi credenti: «- | primi Cristiani facevano il segno del pesce e si
credevano salvi; avessero fatto più pesci e sarebbero stati salvi davvero, ché
in ciò avrebbero riconosciuto che Cristo ha salvato sé stesso poiché dalla sua
vita mortale ha saputo creare il dio: l'individuo; ma che nessuno è salvato da
lui che non segua la sua vita: ma seguire non è imitare, mettersi col 62 E'
ancora interessante, a questo proposito (anche al fine d'individuare
assonanze-dissonanze con la nostra lettura), riportare le considerazioni
"tropologiche" di S. Agostino (contenute nel suo Commento al Vangelo
di San Giovanni) su questo stesso episodio [cfr. omelia 49]: «Lo dice
l'Apostolo: Per mezzo della fede, Cristo abita nei vostri cuori (Ef 3, 17). La
presenza di Cristo nel tuo cuore è legata alla fede che tu hai in lui. Questo è
il significato del fatto che egli dormiva nella barca: essendo i discepoli in
pericolo, ormai sul punto di naufragare, gli si avvicinarono e lo svegliarono.
Cristo si levò, comandò ai venti e ai flutti, e si fece gran bonaccia (cf. Mt
8, 24-26). E' quello che avviene dentro di te: mentre navighi, mentre
attraversi il mare tempestoso e pericoloso di questa vita, i venti penetrano
dentro di te; soffiano i venti, si levano i flutti e agitano la barca. Quali
venti? Hai ricevuto un insulto e ti sei adirato; l'insulto è il vento, l'ira è
il flutto; sei in pericolo perché stai per reagire, stai per rendere ingiuria
per ingiuria e la barca sta per naufragare. Sveglia Cristo che dorme, E' per
questo che sei agitato e stai per ricambiare male per male, perché Cristo nella
barca dorme. Il sonno di Cristo nel tuo cuore vuol dire il torpore della fede.
Se svegli Cristo, se cioè la ua fede si riscuote, che ti dice Cristo che si è
svegliato nel tuo cuore? Ti dice: lo mi son sentito dire indemoniato (Gv 7,
20), e ho pregato per loro. Il Signore ascolta e tace; il servo ascolta e si
indigna? Ma, tu vuoi farti giustizia. E che, mi son forse fatto giustizia io?
Quando la fede ti parla così, è come se si impartissero comandi ai venti e ai
flutti: e viene la calma. Risvegliare Cristo che dorme nella barca è, dunque,
scuotere la fede; allo stesso modo Cristo frema nel cuore dell'uomo oppresso da
una grande mole e abitudine di peccato, nel cuore dell'uomo che trasgredisce
anche il santo Vangelo; Cristo frema, cioè l'uomo rimproveri se stesso. Ascolta
ancora: Cristo ha pianto, l'uomo pianga se stesso. Per qual motivo infatti
Cristo ha pianto se non perché l'uomo impari a piangere? Per qual motivo
fremette e da se medesimo si turbò se non perché la fede dell'uomo, giustamente
scontento di se stesso, impari a fremere condannando le proprie cattive azioni,
affinché la forza della penitenza vinca l'abitudine al peccato?». proprio
qualunque valore nei modi nelle parole della via della persuasione, colla
speranza d'aver in quello la verità. Si duo idem faciunt non estidem» [PR
61-62]. La condizione inautentica, eteronoma e dunque non libera (come spiega M.
in un capoverso che sembra parafrasare proprio il senso del brano evangelico
proposto), è propria di coloro ai quali «fragili imbarcazioni in mezzo
all'uragano, la grande nave» appare ingannevolmente «come un porto sicuro» [PR
42], mentre di converso «[...] ognuno è il primo e l'ultimo, e non trova niente
che sia fatto prima di lui, né gli giova confidar che sarà fatto dopo di lui,
egli deve prender su di sé la responsabilità della sua vita, come l'abbia a
vivere per giungere alla vita, che su altri non può ricadere [questi ultimi due
corsivi sono nostri]; deve aver egli stesso in sé la sicurezza della sua vita,
che altri non gli può dare; deve creare sé ed il mondo, che prima di lui non
esiste: deve esser padrone e non schiavo nella sua casa» [PR 36]. La grande
nave. Non può non venire in mente un passo del Fedone [85 C-D-E] - divenuto
cruciale per i più attenti studiosi di Platone - in cui Simmia, uno degli
interlocutori privilegiati di Socrate nel dialogo, esprimendo le sue
perplessità a proposito di talune "dimostrazioni" socratiche
sull'immortalità e la reincarnazione delle anime, ci suggerisce un aut-aut che
è allo stesso tempo metodologico ed esistenziale: «attraversare con una zattera
[quella del ragionamento umano], a proprio rischio, il mare della vita» o «fare
il tragitto più sicuramente e meno pericolosamente su più solida barca, cioè
affidandosi a una divina rivelazione [logos theios}»®. Il dilemma - di cui
conosciamo la risposta socratica e, indirettamente, quella agostiniana - si
risolve in M., come abbiamo anticipato, in una posizione netta di autonomia del
vir, e ci rende conto anche della collocazione (estremamente personale ed
originale) che il giovane studioso assume nei confronti di quelli che pur sono
i principali riferimenti speculativi ed etici della sua formazione: Cristo e
Socrate si richiamano fin quasi a confondersi, superando barriere storiche e
religiose, nell'individuazione di un 63 Le espressioni che utilizza M.
richiamano ancora, ma in via negativa e in modo davvero singolare, analoghe
considerazioni che riscontriamo di nuovo in Agostino, sempre nel suo Commento
al Vangelo di Giovanni [cfr. omelia 2]: «[i discepoli, i.e. gli uomini] non
vollero aggrapparsi all'umiltà di Cristo, cioè a quella nave che poteva
condurli sicuri al porto intravisto. La croce apparve ai loro occhi spregevole.
Devi attraversare il mare e disprezzi la nave? Superba sapienza! Irridi al
Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il
Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era
necessario il legno della sua umiltà. Infatti ti eri gonfiato di superbia, ed
eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti
di questo secolo, e non c'è altro modo di compiere la traversata e raggiungere
la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a colui che è
venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il
mare. E' per questo che ha voluto camminare sul mare (cf. Mt 14, 25), per
mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul
mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal
legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare». 64 Da notare, ancora, il
ricorso ad una terminologia peculiarmente evangelica. Ci si perdonerà, tra
l'altro, la riproposizione fedele di interi passi del Goriziano; ci sentiamo,
tuttavia, autorizzati a far ciò dall'importanza che essi assumono nell'economia
del nostro discorso e dal fatto che essi stessi rappresentano, a nostro
giudizio, passaggi fondamentali (anche per la loro chiarezza, che non necessita
scolii, caso quasi raro nella scrittura di M.) nella
determinazione/enucleazione di quell'esigenza di autonomia che leggiamo come
cifra essenziale della Persuasione, e che ci offrirà l'aggancio per rivisitarla
sotto la prospettiva dell'etica kantiana, per una sinergia feconda di sviluppi.
65 Cfr. la diapositiva D [Barca] nel supporto iconografico.comune assunto
morale: /a forza autentica degli uomini come unica bussola nel paradossale
viaggio. Sullo sfondo, il mare. Dunque, il mare come luogo privilegiato del
vir. Ma perché proprio il mare? Qual è il senso di questa complessa simbologia
o presunta mitologia? Ed è davvero e soltanto una simbologia/mitologia atta a
rendere la condizione persuasa? Anticipiamo la nostra risposta negativa. Certo,
il topos del mare ha anche un fascino ed una suggestione prettamente letteraria
e filosofica. Non dimentichiamoci che le immagini del mare e dei flutti
ricorrono nelle opere di alcuni filosofi del primo e del secondo Ottocento, per
esprimere, metaforicamente, la natura reale, libera e vitale del mondo: con
tale immagine, questi filosofi segnalavano la propria opposizione alla
dimensione necessaria, ordinata e razionale, puramente teoretica del mondo
("il mare dell'essere") descritto da Hegel e richiamavano la
riflessione filosofica alla realtà concreta, alla possibilità, alla libertà. Di
contro, l'immagine del mare è una significativa costante che lega, ad esempio,
direttamente o indirettamente, molte delle "eroine fuggitive" del
teatro ibseniano (altra componente di ispirazione prima per i nostri giovani
intellettuali della "soffitta del Paternolli", come sappiamo)
nell'aspirazione ad una svolta autentica della propria vita: la Dina dei
Pilastri della società, la Nora di Casa di bambola, la Bolette della Donna del
mare, la Asta del Piccolo Eyolf, la Frida di John Gabriel Borkman. Una
particolare suggestione, a tal proposito, emana proprio il dramma La donna del
mare, uno dei capolavori ibseniani più ermetici e, a suo modo, inquietanti,
dove l'ambientazione prevalentemente in luogo aperto e il «luminoso lirismo»
[M.P. Muscarello]?” che caratterizza molte scene e molti dialoghi stride con la
complessa simbologia sottesa a tutta l'opera: quel contrasto vive soprattutto
nella figura combattuta (tanto per usare un eufemismo) di Ellida,
nell'enigmatica presenza-assenza dello "straniero del mare",
nell'attrazione paritempo magica e terribile di cui è causa il mare stesso.
Ellida soffre fino in fondo l'ambiguità di questo torbido rapporto
d'attrazione: da una parte si reca spesso, durante le sue giornate, a
contemplare quel mare e si bagna nelle sue acque quasi per ritemprare la
proprie forze vitali; dall'altra, avverte tutta la potenza e la forza
misteriosa ed ammaliatrice del suo richiamo, che si incarna nello Straniero e
nella promessa matrimoniale che, un giorno, li legò. Quel legame ha ancora, per
Ellida, nella sua vita tutta borghese, un sapore e una speranza di autenticità
e di vita: eppure, ella avverte una sua propria incompiutezza, una condizione
d'insofferente eteronomia in quel legame, che allo 66 L.A. Feuerbach - solo per
citare uno tra i tanti - nei suoi Principi della filosofia dell'avvenire
definisce l'uomo «come un ente reale, vivente, che, in quanto tale, è calato
nelle onde vivificanti e refrigeranti del gran mare del mondo». 67 Utet,
Dizionario dei Capolavori, 1987, vol. I, pag. 485. stesso tempo ne falsa la
portata vitale: ella non aveva potuto scegliere liberamente, neanche allora,
come confessa all'esterrefatto marito Wangler. Ellida, dunque, si propone una
condizione di assoluta autonomia di scelta: dev'essere libera da ogni vincolo
sociale ed affettivo, da ogni istigazione o subordinazione emotiva, per poter
valutare con neutralità (e quindi con giustizia) le alternative’: divenire
finalmente «sirena del mare» o «acclimatarsi»®° alla vita di terra. La sorpresa
- ammettiamolo, che un po' ci delude - è che Ellida decide per la vita di
terra: Ellida fon una scherzosa espressione di gravità): «Vede, professore...
Ricorda l'oggetto della nostra conversazione di ieri? Una volta diventati
creature terrestri... non si riesce a riprendere la via del mare». Ballested:
«Lo stesso è successo alla mia sirena! Con una differenza però! La sirena può
morire mentre gli uomini sanno acclo... accla... acclimatarsi, signora Wangel!».
Ellida: «Possono farlo se sono liberi». [Ibsen 64] Il dramma di M. è che egli
non riesce ad "acclimatarsi" al mondo rettorico: nel suo anelare il
mare c'è come un respiro nostalgico, c'è quasi la volontà di un ritorno a casa:
noi siamo fondamentalmente esseri marini, e l'aver abitato la terra è un
tradimento della nostra condizione primigenia. E' ciò che afferma, tra il serio
e il faceto, proprio Ellida”° (che condivide col Nostro quella nostalgia), e lo
si evince ancor più chiaramente, e più a proposito, dall'epopea di Itti e
Senia, le due creature del mare che popolano l'ultima produzione poetica M.iana.
E' triste il destino di Itti e Senia, che nel doloroso risveglio si ritrovano a
vivere la morte dei mortali, provenienti - essi, invece - «dalla pace del mare
lontano», catapultati - ora, invece - nel mondo della «falsa permanenza», nel
gioco retorico della vita quotidiana, nelle sue espressioni più comuni, e anche
più apprezzate: il mondo della famiglia, le passioni, i sentimenti, il
linguaggio e, in ultimo, l'illusione in alto grado sublime, l'amore. 68 Ellida:
«Voglio essere libera quando gli sarò di fronte. Non voglio che pesi tra noi il
fatto che sono la moglie di un altro; non voglio trincerarmi dietro il pretesto
che non m'è possibile scegliere. Se così fosse, che valore avrebbe una mia
decisione?» [Ibsen, La donna del Mare, in Ibsen, Tutto il teatro, Newton, IV
vol. pag. 511. 69 E' la "battuta" ricorrente (ed emblematica) di un
altro personaggio, il sedicente pittore Ballested, alla quale vengono
consegnati il congedo e il compendio del dramma. 70 Bolette (con un sospiro):
«Noi dobbiamo contentarci della terra ferma». Amholm: «Dopo tutto, è la nostra
sede naturale». Ellida: «Non sono d'accordo. lo ritengo che se gli uomini si
fossero abituati a vivere sul mare, o addirittura nel mare, adesso saremmo più
perfetti di come siamo. Più buoni e più felici».Arnholm (scherzando): «Ora però
quel che è stato è stato. Abbiamo preso la decisione sbagliata e siamo animali
terrestri anziché felici creature marine, Mi sembra sia troppo tardi per poter
riparare quello sbaglio». Ellida: «Sta dicendo una crudele verità. lo penso che
tutta l'umanità lo intuisca e ne provi un segreto rammarico. Creda a me:
questo, proprio questo è il motivo più segreto della tristezza degli uomini».
Arnholm: «Per esser sinceri, cara signora, non m'era sembrato che gli uomini
fossero così tristi come dice lei. Direi, anzi, che prendono la vita sin troppo
alla leggera... a volte anche allegramente... ». Ellida: «Invece non è così,
purtroppo! La gioia di cui parla lei è la stessa che ci danno alcune serate
estive, quando si ha appena il presentimento della notte e del buio. E' questo
presentimento che appanna tutta la gioia dell'umanità, come una nuvola
passeggera che lascia la sua ombra in permanenza sul fiordo [...]» [Ibsen 36].
Ebbero padre ed ebbero madre e fratelli ed amici e parenti e conobbero i dolci
sentimenti la pietà e gli affetti e il pudore e conobbero le pa role che
conviene venerare Itti e Senia i figli del mare E credettero d'amare. [PP
79-80] M. - ebreo che rinnega la "terra promessa", filosofo che
rinnega il "regno dell'aria" (l'aerostato platonico è la vana
speculazione ebbra di sé, e altrettanto vuota) - elegge a dimora persuasa un
«terzo regno»”, quello appunto del mare: egli si sente un «perduto figlio del
mare» (è inevitabile sottolineare l'iterazione davvero ossessiva con cui il
significante "mare" ricorre nelle ultime liriche, con tutte le
implicazioni e le sfumature di senso ch'esso assume in un contesto simile);
eppure trova la forza di consolare la sua Senia, in un intreccio di poesia,
saggezza, speculazione, amore, che prova disperatamente a scongiurare il
pericolo (l'angoscia) della morte e della vita ed esprime, nel finale, la
speranza di «giungere al nostro mare», di giungere a quel porto, che non è il
porto della sicurezza degli uomini, ma paradossalmente proprio «la furia del
mare». Il ritorno al mare, col suo richiamo, è infatti vicino: il mare si
staglia in tutta la sua forza vitale, il frutto di una conquista sofferta che
alla fine conduce alla pace: si staglia, oltre le sponde che lo serrano, oltre
le «case ammucchiate/dalle trepide cure avare», oltre il «commercio degli
uomini» che il poeta-filosofo disprezza e combatte”: Altra voce dal profondo ho
sentito risonare altra luce e più giocondo ho veduto un altro mare. Vedo il mar
senza confini senza sponde faticate' vedo l'onde illuminate che carena non
varcò. Vedo il sole che non cala lento e stanco a sera in mare ma la luce
sfolgorare vedo sopra il vasto mar. Senia, il porto non è la terra dove a ogni
brivido del mare corre pavido a riparare la stanca vita il pescator. Senia, il
porto è la furia del mare, è la furia del nembo più forte, quando libera ride
la morte 71 cfr, S. Campailla: Il terzo regno, introduzione alle PP. 72
Ovviamente, M. non è un misantropo. Il "commercio" ch'egli combatte è
in modo esclusivo, quello rettorico. a chi libero la sfidò» [PP 81-82] Ma il
ritorno al mare non è il risultato conseguente e gratuito di una scoperta: esso
comporta una perdita di innocenza e un duro esercizio di persuasione: "No,
la morte non è abbandono" disse Itti con voce più forte ma è il coraggio
della morte onde la luce sorgerà. Il coraggio di sopportare tutto il peso del
dolore, il coraggio di navigare verso il nostro libero mare, il coraggio di non
sostare nella cura dell'avvenire, il coraggio di non languire per godere le
cose care. Nel tuo occhio sotto la pena arde ancora la fiamma selvaggia,
abbandona la triste spiaggia e nel mare sarai la sirena. Se t'affidi senza
timore ben più forte saprò navigare, se non copri la faccia al dolore
giungeremo al nostro mare. Senia, il porto è la furia del mare, è la furia del
nembo più forte, quando libera ride la morte a chi libero la sfidò» [PP 83-84]
Questo stralcio di lirica, non a caso emblematica per tutta la critica M.iana,
è il luogo dove la dimensione persuasa si definisce in tutta la sua possibile
esattezza e si scioglie definitivamente da ogni difficoltà o ambiguità
interpretativa: l'assunto, consegnato a quello ch'è un vero e proprio
"pentalogo", è davvero chiarissimo: la persuasione è coraggio, il
coraggio di una vita libera ed autonoma, in una parola assoluta. Una vita che
non fugge la vita, il suo dolore e le sue contraddizioni insensate
(l'insensatezza per eccellenza: la morte), ma che vi s'immerge con un agonismo
feroce e mai domo, perché, insieme, consapevole e senza compromessi o deroghe.
La Persuasione, infatti, come avremo modo di vedere meglio in seguito, ma come
può già qui apparire abbastanza chiaro, non è una categoria astratta e
monolitica, che si oppone alla Rettorica n una mitica gigantomachia, così come
il Bene al Male nell'immaginario comune e religioso, o la Verità alla Menzogna
nella speculazione filosofica e morale: la Persuasione si puntualizza, si
concretizza, in una rete di "rapporti di forza" agonistici
disseminati in un vasto orizzonte che va dalla famiglia alle istituzioni,
dall'interiorità dell'uomo alla sua esteriorità, dall'esistenza privata alla
vita pubblica, dalla solitudine al contatto con gli altri: in una sola
espressione, è interamente calata nella congerie politica e quotidiana. E' un
«Venire a ferri corti» con un avversario così apparentemente invincibile
(Davide contro Golia) e così vicino, che è possibile avvertirne il fiato sul collo,
una continua incombente minaccia, la forza di una presa terribile che non molla
mai. Di fronte alle istanze di dominio dell'apparato (del dispositivo)
rettorico, che avvolge gli uomini nelle lusinghiere maglie della eteronomia, il
vir oppone un'identica, strenua, determinazione di autonomia, al costo del
sacrificio di sé stesso, che è un sacrificio libero, e non vincolato o
ingannato, come quello che ci chiede la Persuasione Inadeguata. Non bisogna
credere, dunque, che la Rettorica sia un universale che subirebbe, nel tempo,
una progressiva realizzazione o delle variazioni quantitative o delle
risultanze più o meno gravi, delle occultazioni più o meno rilevanti, atte esse
stesse al suo scopo di dominio. Essa, come sistema, non è un universale che si
specificherebbe nel tempo storico e nello spazio geografico: non è insomma lo
Spirito o l'idea hegeliana, bensì non è mai altro che un rapporto attuale tra
uomini, che si concreta in una tensione infinita, dinamica e fisica di poteri,
di «relazioni sufficienti». AI "campo" dei poteri (laddove il campo è
l'insieme di quelle dinamiche e di quelle forze) si contrappone il campo delle
possibilità: /a libertà è appunto lo spazio aperto di tali possibilità, in cui
l'esistenza si slancia nelle sue aspirazioni e realizza i suoi progetti. La
consapevolezza della Rettorica nel mondo, infatti, non deve chiudere l'uomo
nell'amarezza e nel disfattismo di una scepsi e di una prassi nichilistiche,
bensì deve richiamarlo alla sua responsabilità di "potere" e di
"essere", deve aprirgli e trasmettergli la fiducia nelle proprie
capacità umane, nella propria possibile apertura alla Persuasione. E' questo il
messaggio di M., che abbiamo fatto nostro. Ebbene, non c'è immagine migliore
che rappresentare poeticamente questa lotta e questa conquista come la «furia
del mare». A tal proposito, scrive efficacemente P. Amato”: «Per rendere la
persuasione un'alternativa vivibile non solo nella scrittura, M. indica
all'uomo persuaso il suo luogo: il mare. Nella catastrofe - nel pericolo dell'attimo
irripetibile - dobbiamo liberare l'a gire, rifiutando l'angoscia senza scampo
del deserto. Il mare è lo spazio del persuaso. Il mare è l'ou-topia, il suo mai
luogo privo di confini dove sempre si è stranieri, presenti solo a se stessi, è
il luogo dove sentirsi, ovunque - come mai - nella propria casa. Il mare -
prima delle due guerre mondiali - è la terra senza leggi, dove padroni non sono
gli stati, piuttosto i pirati, dove ogni individuo può affermarsi e non cedere,
non più osservato dalla violenza di un'organizzazione che lo trascende. È il
territorio del persuaso ormai libero dal se stesso sofferente, unico
amministratore della vita donatagli. Per lui ogni azione è la risolutiva,
l'ultima, ogni gesto può essere quello estremo. [...] Il mare è il luogo della
libertà che M. sogna per la sua vita dispensata dall'agire soffocante che la
società pretende ». 73 cfr. P. Amato, L'attimo persuaso, filosofia e
letteratura in Carlo M., in Studi Goriziani n. 89-90, pag. 190. Appare dunque
chiaro che, con M., ci troviamo di fronte - più che ad una simbologia - ad una
vera e propria "fenomenologia esistenziale" del mare”. AI di là del
riferimento evangelico, un qualcosa di simile, forse, possiamo riscontrarlo
soltanto nella dottrina buddista. Ora, nel proporre i passi che seguono (quasi
nella loro interezza, datane l'importanza), non intendiamo certo forzare
l'ispirazione o l'influenza che la lettura buddista ha esercitato sulla
formazione del pensiero M.iano, specificamente in riguardo al pensiero dell'
"ultimo" M.”°. Né vogliamo assumerlo come dato acquisito. Del resto,
in base alla documentazione in nostro possesso (e dai pochissimi accenni che si
riscontrano nelle opere del Nostro), non saremmo in grado di sincerare se
quella lettura (e quindi, quell'influenza) fu diretta ovvero mutuata da fonti
di seconda mano”. Resta il fatto, tuttavia, che molte espressioni (e non solo
nel loro senso meramente letterale, ci pare) riscontrabili nei testi seguenti
(e in special modo, quelle che abbiamo evidenziato in corsivo), possono
rinvenirsi - ovviamente riadattate all'atmosfera della speculazione M.iana -
quasi pari pari in passaggi fondamentali dell'autore goriziano: invitiamo,
anzi, ad un suggestivo raffronto. Troviamo altresì significativa la continua
serie di rimandi che l'autore intreccia tra la "dottrina della
Persuasione" e il mare appunto, parallelismo ch'è lo stesso adottato dai
due saggi buddisti. Dunque, in un passo del Milindapahna”, il Reverendo
Nagasena afferma che il Nirvana «ha alcune qualità in comune con cose a noi
note»: quattro ne ha in comune proprio con il mare: «Come il mare si libera dai
cadaveri, œsì il Nirvana si libera dalle cose cattive. Come il mare è vasto,
immenso, non colmato dai fiumi: così il Nirvàna è vasto, immenso, non colmato
dagli esseri. Come il mare è la sede di esseri grandi e portentosi; così il
Nirvana è la sede di esseri grandi e portentosi, quali sono i santi, che hanno
raggiunto l'estinzione. Come il mare è, per così dire, tutto fiorito con i
fiori delle sue onde, varie, possenti, innumerevoli: cosi il Nirvana è tutto
fiorito con i fiori della purità, della conoscenza, della redenzione, varii,
possenti, innumerevoli» [corsivo nostro]. Ma forse ancora più interessante
quest'altro riferimento, tratto stavolta da Anguttara”, e che s'intitola -
manco a dirlo - La dottrina è come il mare: 74 Una riprova di ciò può fornirci
la testimonianza della aspirazione ultima del Goriziano - che può far anche
sorridere, ma che è evidentemente frutto di una forte esigenza personale e
"filosofica" insieme - di fare il marinaio, una volta terminata la
tesi cui stava lavorando. 75 Cfr. la diapositiva F [Autoritratto del 1908] nel
supporto iconografico. 76 Sappiamo, ad esempio, che M. si avvicinò al Buddismo
per intercessione di Enrico Mreule. Ma cfr. il profilo biografico nel par. 6
del nostro capitolo sulla Rettorica. 77 Parabole Buddhiste, a cura di
Burlingame, Roma-Bari, Laterza, 1995, pag. 158. 78 Ib, pagg. 137-138. Così come
il mare si abbassa gradatamente, s'inclina gradatamente, si affonda gradatamente:
così appunto la Dottrina si apprende gradatamente, si comprende gradatamente,
si pratica gradatamente. Questa è la prima mirabile proprietà, che la Dottrina
ha comune col mare. Cosi come il mare è chiuso nel suo bacino, senza sorpassare
i limiti: così appunto i seguaci della Dottrina sono fermati dalle sue regole,
senza trasgredirne i limiti. Questa è la seconda proprietà. Cosi come il mare
non soffre un cadavere, ma lo respinge sulla spiaggia, sulla terra, cosi
l'Ordine della Dottrina non soffre un monaco, che venga meno ai suoi voti, e lo
respinge via da sé. Questa è la terza proprietà. Così come i grandi fiumi, la
Ganga, la Yamuna, I 'Aciravati, la Mahi, raggiungendo il mare, perdono il nome
e la forma e si fondono in esso: così appunto le quattro caste, i guerrieri, i
sacerdoti, i borghesi, i servi, quando rinunziano alla casa per la mendicità,
ed entrano nella Dottrina e nell'Ordine del Compiuto, perdono i loro nomi e le
loro distinzioni e diventano figli dell'asceta Sakya. Questa è la quarta proprietà.
Cosi come tutti | fiumi della terra fluiscono nel mare e le acque dell'aria
cadono in esso, senza che il mare aumenti o diminuisca: così appunto molti
asceti raggiungono nella Dottrina il Nirvana, senza che questo aumenti o
diminuisca. Questa è la quinta proprietà. Cosi come il mare ha un solo sapore,
il sapore del sale: così appunto la Dottrina ha un solo sapore, il sapore della
redenzione. Questa è la sesta proprietà. Così come il mare contiene molte
gemme: cosi appunto la Dottrina contiene molte gemme, quali le quattro
contemplazioni, le quattro esercitazioni, le quattro potenze, i cinque poteri,
i sette risvegli, il santo ottuplice sentiero. Questa è la settima proprietà.
Cosi come il mare è la sede di grandi esseri: cosi appunto la Dottrina è la sede
di grandi esseri, quali colui che è entrato nella corrente, colui che raggiunge
il frutto della conversione, colui che rinasce solo una volta ancora e il santo
che ha raggiunto la santità. Questa è l'ottava proprietà. Queste sono le otto
mirabili proprietà, che la Dottrina ha comuni col mare. [tutti i corsivi sono
nostri] La bellezza di quest'ultimo passo è coinvolgente, e le stesse
affermazioni di M. ci sembrano acquistarne nuova luce, soprattutto se spogliamo
la metafora e le conferiamo concretezza umana: ci sembra, anche, che aiuti a
discriminare la proposta M.iana da quelle varianti titanisiche e vitalisiche che pericolosamente le si
avvicinano, tradendone lo spirito originario. Verrebbe la tentazione, ad
esempio, di assimilare il tuffo di Itti in A Senia ad un più celebre tuffo,
quello di Esterina, in Falsetto”, di Montale, poeta di cui certa critica, forse
non a torto, si affanna a trovare consonanze col Nostro. Esterina, minacciata
dalla «grigiorosea nube» dei suoi vent'anni e dalla «dubbia dimane», pur appare
impavida, addirittura sorridente: con «un crollar di spalle» liquida ogni
minaccia, del tempo e della vita (abbattendo addirittura i «fortilizi» del
destino), e si tuffa nel mare, il suo «divino amico» che l'accoglie come una
sirena: Esterina è il simbolo della vita che si realizza, della giovinezza che
prorompe e tutto travolge, scrigno di una forza tanto esuberante quanto
spontanea e naturale, a cui naturalmente sorridono quella vita e quella
felicità tanto agognata da chi appartiene alla «razza/ di chi rimane a
terra»5°. Tornando alla felice battuta di Ballested, Montale si sente
consapevolmente, e colpevolmente, acclimatato: per lui, l'alternativa alla
Rettorica, al «male di vivere», sono la «statua», la 79 Montale, Falsetto, in
Ossi di seppia, raccolta contenuta nell'ed. Mondadori Grandi Classici (Milano,
1990) Tutte le poesie (a cura di G. Zampa), pagg. 14-15. 80 «Esterina è
creatura che attinge una divina, pagana felicità nell'immedesimazione stessa
con la natura, nell'adesione totale e irriflessa alla vita e alla realtà»
[Guglielmino]. «nuvola» o il «falco»8', simboli di uno stanco, inappagabile
stoicismo, come appare nella sua lirica più famosa”. In Falsetto, invece, si
affaccia questa Esterina, alter-ego desiderato e perduto, non attingibile nella
sua freschezza, nella sua scorciatoia verso la felicità, attraverso quella
«maglia rotta nella rete» dell'esistenza ch'ella ha trovato, ha anzi
indovinato, e attraversato con una ingenuità spensierata, vigorosa e
disarmante. Ma quanto Esterina è diversa da tti! Rimanendo nella metafora
poetica, se ella con una scrollata di spalle si lascia tutto indietro, il mondo
e la vita, Itti - novello Atlante - si carica sulle spalle quel mondo e quella
vita. Non c'è traccia di spensieratezza in Itti, verrebbe da dire che quasi non
c'è traccia di giovinezza, tanto è consumata la sua adesione all'esistenza,
tanto è profonda la disperata consapevolezza che lo caratterizza: egli si tuffa
(anzi, si rituffa «con più forte lena») nel mare a dare or la patria all' esule
sirena, la patria a me stesso e all'uomo abbattuto svelare la via del suo regno
perduto,ché ogni uom manifeste le tenebre arcane conosca e vicine le cose
lontane. [PP 85] Di una siffatta dolorosa conoscenza («quel che già vidi nel
fondo del mare/ i baratri oscuri, le luci lontane e grovigli d'alghe e creature
strane»), Itti vuol far dono esclusivo alla sua sirena («Senia, a te sola lo
voglio narrare»). La gioia e la naturalezza di Esterina appaiono un miraggio:
eppure Itti rassicura: [...]se freddo e ruvido io ti sembri, ma tu lo sai: è
per vieppiù andare, è per nutrir più vivida la fiamma, perché un giorno
risplenda nella notte, perché possiamo un giorno fiammeggiar liberi e uniti al
porto della pace. [PP 86] 81 Facciamo notare che la figura del falco ritorna in
M. (ma con tutta un'altra simbologia e significato) e, come osserva giustamente
Campailla, sempre più frequente: il critico chiama a testimone una lettera di
Carlo a Mreule (quella del 14 aprile 1909) e, ancor più, un esplicito passo
della tesi di laurea, dove il Goriziano asserisce che il vir, come appunto il
falco e a differenza delle cornacchie, «mantiene in ogni punto l'equilibrio
della sua persona». Per Campailla, l'immagine michelstedteriana del falco sta a
significare «la libera affermazione della volontà». [cfr. S. Campailla,
Pensiero e poesia di Carlo M., Patron, 1973, pagg. 68-69] 82 Alludiamo appunto
al Male di vivere [in Ossi di Seppia, cit., pag. 35]. Commentano giustamente
Barberi Squarotti - J acomuzzi: «AI male, alla sofferenza senza ragione, cieca,
presente sempre nella natura, alla condizione negativa delle cose e
dell'esistenza che si rivela nei fenomeni più usuali, non si può opporre, per
Montale, che una posizione stoica, di indifferenza, di insensibilità, di
rifiuto a lasciarsi coinvolgere nel lamento, nella pena, nella partecipazione
sentimentale: essere statua, pietra, roccia di fronte al dolore o nuvola o
falco alti nell'aria, del tutto staccati dalla terra e dal suo male». [cfr.
Barberi Squarotti - J acomuzzi, La poesia italiana contemporanea, D'Anna,
Messina-Firenze, 1963, pag. 257] 83 Cfr. la diapositiva L [Carlo da vecchio]
nel supporto iconografico. La senilità è scongiurata: ritorna la gioia e il
sogno propri della florida giovinezza, ritorna quella naturalezza, ancor più
vigorosa e sublime, perché non ingenuo e impavido punto di partenza, ma
coraggioso, consapevole, sofferto punto di approdo. La naturalezza è
recuperata, ma come termine di un faticoso lavoro di ricerca esistenziale, che
non disdegna di "sporcarsi" col mondo: giunti al «porto della pace»,
la persuasione proseguirà ultro, e altrettanto spontaneamente le cose si
volgeranno al vir®*. Il porto della pace, ch'è la furia stessa del mare, è il
frutto dell'esperienza del dolore e della consapevolezza, di una consapevolezza
che si conquista attraverso - direbbe l'autore della Bhagavadgita - lo «Yoga
dell'azione»: «attraverso l'attività verso la pace», è appunto il motto del
Goriziano: la Persuasione conduce al riposo, il riposo di Gesù sulla barca nel
mare in tempesta. E proprio ritornando, ad anello, all'episodio evangelico che
ha introdotto questo capitolo, vogliamo trarre le provvisorie conclusioni di
quest'ulteriore tappa del nostro lavoro, altro tassello di quell'intricato
mosaico ch'è M.. Ci avvaloriamo, così, della notazione dell'ottimo Campailla,
il quale ci avverte che il riferimento al brano evangelico su riportato si
complica di un doppio registro di rimandi, non solo testuali: «l'ideale M.iano
del "persuaso" espresso nella conclusione di "Onda per
onda" con un'immagine giovannea ("di sé stessa in un punto faccia
fiamma") conferma nel lavoro poetico il suo spessore religioso nelle due
figure di Itti, il Pesce ( ’IySuc) e Senia (eva): il rinnovato simbolo
cristiano del "Salvatore di se stesso" in un'epoca di diffuso
quovadismo, e la "Straniera"»®®. Di queste considerazioni,
condividiamo tutto: suggeriamo, tuttavia, di non lasciarsi fuorviare dallo
«spessore religioso» che il Campailla finisce con l'attribuire al senso delle
parole di M.; come lo stesso critico chiarisce altrove, e come si evincerà nel
seguito del nostro lavoro, questa non è un'attribuzione o un'illazione ad
un'eteronomia che 84 Abbiamo già trovato l'avverbio ultro in una lettera
scritta allo Mreule a proposito del "nuovo comportamento" del Paternolli;
l'avverbio ritorna altrove, nella sua dizione latina e nella sua traduzione,
con una cadenza se non frequente, però significativa: cfr. D 90 «[...] ma la
via è nel nulla chiedere giusto per sé e tutto dare ultro [... J»; in un'altra
lettera, anch'essa già riportata, M. scrive, riguardo sempre Enrico, che «[...]
nessuna cosa della vita, mi sembra, possa trovarti insufficiente, ma che anzi
tutta attraverso tutti i perigli debba volgersi a te spontaneamente [... J».
Sarà un caso, ma il termine ricorre ossessivamente anche nella Donna del mare
ibseniana: Wangel [allo Straniero che è giunto alla loro casa per riscuotere il
pegno d'amore di Ellida]: «E allora che vuole? Pensa di portarmela via con la
forza? Contro la sua volontà?» Lo Straniero: «No, questo no. Non servirebbe a
niente. Se vorrà venire con me, deve farlo spontaneamente». Ellida
(trasalendo): «Spontaneamente... » [sl Ellida (fra sé): «Spontaneamente...»
[[Ibsen, La donna del Mare, cit. pag. 39 e, per es., anche pag. 40 e oltre] E
questa eco accompagna la protagonista, in pratica, fino alla fine del dramma.
85 cfr. S. Campailla: Il terzo regno, cit., pag. 22. 86 Campailla, aggiunge, in
una nota istruttiva, che «per la situazione figurativa si pensi ai meravigliosi
mosaici della basilica paleocristiana di Aquileia, sicuramente non ignota a M.,
dove in vaste allegorie Cristo è rappresentato come il mare, e i cristiani come
i figli del mare» [ib.]. pregiudicherebbe, anzi pregiudica in toto, la
"purezza" dell'atto e dell'essere persuaso, così come lo stiamo
portando a definizione. Cristo è esempio di salvezza, ma non è la salvezza: la
salvezza è in noi, noi siamo la salvezza a noi stessi. noi, attraverso la
lotta, verso la pace, verso il riposo. Riposo che non è un abbandonarsi al
«riposo in Dio», come invece affiora, in modo estasiato ed esasperato, in
questa pur bella pagina di Edith Stein, che assumiamo ad emblematica - in
questo contesto - più come termine di opposizione, che di confronto, con
l'assunto del Goriziano, e che riportiamo in larga parte, convinti che, alla
luce di quanto detto, una lettura franca e critica del passo possa valere più
di qualsiasi commento: Esiste uno stato di riposo in Dio, di totale sospensione
di ogni attività della mente, nel quale non si possono più tracciare piani, né
prendere decisioni, e nemmeno far nulla, ma in cui, consegnato tutto il proprio
avvenire alla volontà divina, ci si abbandona al proprio destino. Questo stato
un poco io l'ho provato, in seguito a un'esperienza che, oltrepassando le mie
forze, consumò totalmente le mie energie spirituali e mi tolse ogni possibilità
di azione. Paragonato all'arresto di attività per mancanza di slancio vitale,
il riposo in Dio è qualcosa di completamente nuovo e irriducibile. Prima, era
il silenzio della morte. Al suo posto subentra un senso di intima sicurezza, di
liberazione da tutto ciò che è preoccupazione, obbligo, responsabilità riguardo
all'agire. E mentre mi abbandono a questo sentimento, a poco a poco una vita
nuova comincia a colmarmi e - senza alcuna tensione della mia volontà - a
spingermi verso nuove realizzazioni. Questo afflusso vitale sembra sgorgare da
un'attività e da una forza che non è la mia e che, senza fare alla mia alcuna
violenza, diventa attiva in me. Il solo presupposto necessario a una tale rinascita
spirituale sembra essere quella capacità passiva di accoglienza che si trova al
fondo della struttura della persona [tutti i corsivi sono nostri”. 87 Come ci
scrive Fr. Egidio Ridolfo s.j. (curatore della rivista Il Gesù Nuovo di
Napoli), con cui siamo entrati in contatto e che ci ha fatto conoscere ilbrano
di cui sopra, esso «fa parte del saggio Causalità psichica, che è stato
pubblicato negli Annali di Edmund Husserl nel 1922, ma che è anteriore alla
conversione [della Stein]. Non abbiamo questo testo, quindi non posso
specificare la citazione delle pagine». 4. La Persuasione more geometrico
demonstrata. 4a) La felicità difficile. 4b) La differente prospettiva: la
premessa maggiore del sillogisma M.iano. 4c) L'uomo bandito da Dio e il filo
d'Arianna della Persuasione come Armonia: la lezione di Empedocle. 4d) La
Persuasione "al bivio": l'incontro di Parmenide e Cristo. 4a) La
felicità difficile. "La morte non mi avrà vivo", diceva. E rideva, lo
scemo del paese, battendosi i pugni in viso. Giorgio Caproni Nell'approccio che
abbiamo tentato finora, la Persuasione ci si è rivelata in tutta la sua portata
reale: non tanto come una dottrina, un ammaestramento, quanto piuttosto come un'esistenza,
una testimonianza, che si conquista strenuamente il suo diritto di parola e di
realizzazione nel mondo degli uomini: persuasi lo si è soltanto nel concreto
esercizio della Persuasione, esercizio che ci costituisce a sua volta come
persuasi, in una tautologia non del pensiero, ma della vita, e dunque non vana
o eristica, ma veritiera e concreta. La «consistenza» dell'essere persuasi,
dunque, la sua "autarchia", si è dispiegata come forte esigenza di
autonomia, che non è ripiegamento autosufficiente, non è esplosione (vitalistica,
più che vitale) di forze "anarchiche", violente - ovvero, spinte al
dominio - e sedicenti superiori, ovvero volte alla conquista di un non meglio
precisato oltre dell'uomo (chi si dichiara al di sopra degli uomini spesso vi
si ritrova al di sotto...). La consistenza, dunque, anche e soprattutto come
coesistenza, come rivela l'etimologia identica dei due termini. E il suo
dispiegarsi (abbiamo accennato) dà gioia, una gioia difficile da comprendersi
secondo i comuni parametri del buon senso, che confonde la felicità con
l'appagamento del bisogno, la realizzazione con la conquista di una dignitosa
posizione sociale. Anche Kant provò a destreggiarsi con questo concetto
difficile di felicità (o concetto di felicità difficile), nel tentativo di espungerne
ogni pericolosa concessione all'istanza eteronoma, ogni elemento spurio che ne
contraddicesse o pregiudicasse l'autenticità. Questo riferimento all'autore
delle Critiche non è un rilievo marginale, ma si incastona perfettamente -
diremmo in modo conseguente - nel nostro tentativo di un'esatta definizione del
concetto felicità e di autonomia, all'interno dell'ottica persuasa. Infatti,
forse senza neanche che l'autore se ne rendesse ben conto fino in fondo8*, quel
concetto rappresenta - a nostro giudizio - il movente segreto e il perno
intorno al quale 88 In effetti, Kant sembra affrontare malvolentieri, almeno
nella suddetta critica (ma questa è evidentemente solo una nostra impressione),
un discorso sulla felicità, condizione ch'egli ritiene sempre in certo modo
"sospetta" di eteronomia e che, di conseguenza,
"subordina", se possiamo dir così, al dovere, al rispetto, in una
parola alla virtù (troviamo significativo, altresì, che Kant consegni tale
discorso praticamente soltanto alle pagine che aprono il capitolo Il Della
ruota tutta la sua Critica della Ragion Pratica. Il filosofo tedesco parla, più
precisamente, di «contentezza di sé» [Selbstzufriedenheit], la quale «nel suo
significato proprio, denota sempre soltanto un compiacimento negativo della
propria esistenza, per cui si è coscienti di non aver bisogno di nulla»®®.
Questa contentezza di sé è il "brivido" dell'intelletto di fronte al
mistero della libertà; prosegue, infatti, Kant: «a libertà, e la coscienza di
essa come di una capacità di seguire con intenzione preponderante la legge
morale, è indipendenza dalle inclinazioni, per lo meno in quanto motivi
determinanti (anche se non in quanto influenti) del nostro appetito; e,
avendone io coscienza nell'osservare le mie massime morali, essa è l'unica fonte
di una contentezza immutabile, ad essa necessariamente connessa, la quale non
riposa su alcun sentimento particolare. Tale contentezza si può chiamare
intellettuale ». Poco più avanti, la prospettiva kantiana si fa scoperta e
definitiva: «...] un compiacimento negativo per il proprio stato [...]è
contentezza della propria persona. In questa guisa (e cioè indirettamente) la
libertà stessa diviene capace di un godimento che non si può chiamare felicità,
perché non dipende dalla positiva presenza di un sentimento e neppure, parlando
esattamente, beatitudine Beligkeit], perché non implica una indipendenza
completa da inclinazioni e bisogni; ma che, tuttavia, è simile a quest'ultima,
in quanto, cioè, per lo meno la determinazione della propria volontà può
mantenersi libera dal loro influsso, e quindi, almeno per la sua origine, è
analoga all'autosufficienza che si può attribuire soltanto all'Essere supremo».
La vera felicità, dunque, sembra essere appannaggio esclusivo di Dio, o
comunque di una volontà santa: quella, per intenderci, in cui si realizza la
«perfetta adeguatezza [vollige Angemessenheit] dell'intenzione alla legge
morale». Nell'individuo santo, questa perfetta adeguatezza avviene per una
sorta di «nclinazione spontanea» (e si ricordi il valore che abbiamo accordato
al concetto di spontaneità in M.) alla «totale purezza delle intenzioni del
volere»; di contro, «il gradino morale su cui si trova l'uomo» è quello di una
virtù ch'è piuttosto (bellissima espressione) «un'intenzione morale in lotta»
[moralische Gesinnung im Kampfe]. Appare ovvio, dunque, che, per definizione,
la santità è una condizione irrealizzabile nell'uomo: essa si profila piuttosto
come concetto-limite, o idea regolativa, e comunque esula dal mondo fenomenico,
dal mondo «dei costumi». dialettica della ragion pura nella determinazione del
concetto di sommo bene, dedicate in particolare alla posizione ed alla
risoluzione dell'antinomia della ragione pratica, vertente sul sommo bene). Se,
infatti, la virtù è «il meritar di essere felici», tuttavia essa virtù «come
condizione, è sempre il bene supremo, non avendo altre condizioni al di sopra
di sé», mentre«la felicità è sempre qualcosa che, a chi lo possiede, riesce
gradito, però non è buono per sé solo assolutamente e sotto tutti i rispetti,
ma presuppone sempre, come condizione [una condizione che Kant si ostina a
sottolineare in modo continuo e vigoroso in tutto il corso della trattazione],
il comportamento morale conforme alla legge». Poco più avanti, si spinge a
dire, nella foga polemica contro l'eudemonia classica (nelle forme
dell'edonismo o dell'atarassia, soprattutto), che quelli di virtù e felicità
sono due concetti «radicalmente eterogenei». E' ovvio che bisognerebbe, a
questo punto, procedere con metodo analitico, e individuare e correggere tutte
le ambigue oscillazioni di senso che, nel discorso kantiano, assume il termine
felicità [Gluckseligkeit]. Per le presenti citazioni, e per le altre contenute
nel corpo del paragrafo, in riferimento a Kant e non "annotate",
rimandiamo a Kant, Critica della ragione pratica, (a cura di V. Mathieu),
Rusconi, 1993, pagg. 228-245, passim, ovvero - dell'opera - il corrispondente a
Parte |, Libro Il, Capitolo Il, Pargg. ill: Della dialettica della ragion pura
nella determinazione del concetto di sommo bene).E' lo stesso destino di esilio
cui sembra condannata la Persuasione, che ci si mostra anch'essa come una
condizione innanzitutto inafferrabile, quindi irrealizzabile, per l'uomo. E
quella stessa gioia, tratto distintivo della condizione non-rettorica, appare
sempre più come una chimera azzardata, come un complicato esercizio della
ragione, nella sua aspirazione di libertà. Non può non colpire, di fatto (ed è
questa la più ferrata, nonché la più scontata smentita), come la Persuasione
sia sempre destinata allo scacco, quasi fosse perseguitata dalla malasorte. La
schiera di Persuasi, che M. elegge; questa schiera di individui
«eroico-cosmici» (per dirla con Hegel), questa genealogia della Persuasione
(per dirla con la Bibbia), questa «ghirlanda di reincarnazioni», quasi, in cui
si realizza BA Persuasione (per dirla infine con Arya Sura, l'autore degli
vataka), sembra portare con sé, insita nei propri atti, il segno di una colpa
che la condanna ad una sconfitta (la sua voce non viene accolta o compresa), o
peggio a una pulsione di morte, per giunta autoinferta, col sacrificio o col
suicidio. Questi individui hanno in sé il demone, eppure sembrano lontani dalla
felicità: il loro sembra non essere un "demone propizio". Socrate
accettò il verdetto di morte, in coerenza col suo dettato; Cristo accettò la
Croce, nel suo sacrificio di redenzione; Enrico Mreule non riuscirà a
sopportare l'enorme ingiunzione morale che gli assegnò l'amico, e la sua vita
si risolse infine in un fallimento”; M. stesso si uccise... Del resto, «gli
uomini si stancano su questa via [la via che conduce alla Persuasione], si
sentono mancare nella solitudine: la voce del dolore è troppo forte » [PR 53].
La piena attualità della propria autentica natura, che abbiamo designato come
entelechia etica, a conti fatti o conduce all'annichilimento, oppure è esposta
al forfait. è in gioco la "sostenibilità" della Persuasione.
Possibile che gli uomini si stanchino della vera felicità e si accontentino
della falsa felicità che la Rettorica propina loro, come falsa sicurezza e
falso appagamento? 90 Si tenga presente l'etimologia di felicità,
nell'accezione greca di "eudemonia", ovvero - appunto -
"eu" (bene) e "dàimon - onos" ("demone, sorte"), ovvero
"che ha un demone propizio", quindi "felice, fortunato".
Per la questione del dèmone, nella fattispecie in Socrate ed in Enrico Mreule,
si ricordi quanto detto supra. 91 Claudio Magris, intervistato sul Corriere del
Ticino, riguardo la stesura e il significato del suo romanzo Un altro mare,
così riassume - in modo davvero efficace - la dialettica Carlo-Enrico sulla via
della persuasione: Intervistatore: «La personalità di M. "bruciata"
dal suicidio rappresenta in un certo qual modo il fallimento esistenziale di
Enrico?», Magris: «Il suicidio di M. è un problema fondamentale. Certo, sul
suicidio in sé non si può dire nulla mai, perché, per capire veramente cosa è
successo nel cuore e nella mente di uno che si uccide, bisognerebbe averlo
accompagnato fino al passo estremo. Si può dire che i due amici, senza volerlo,
si giocano uno scherzo terribile. Da una parte Carlo mostra a Enrico un
assoluto, senza il quale Enrico non potrà vivere ma che non riuscirà a
raggiungere. Così, in un certo modo, Carlo arricchisce ma anche distrugge la
vita di Enrico. Inoltre, forse, il suicidio di Carlo lo lascia solo, toglie a
Enrico il sole della sua esistenza. Dall'altra parte, Carlo forse aveva capito
che la persuasione che egli insegue, ossia il possesso vero e presente della
vita, non può essere teorizzata o predicata (come non si può teorizzare la
felicità), ma può essere solo vissuta, e per questo aveva visto in qualche modo
in Enrico il suo vero erede, una specie di san Giovanni, colui che doveva
realizzare nella vita la persuasione. Ed Enrico, col suo struggente fallimento,
dà un colpo mortale a tutto questo». [Sul Corriere del Ticino del 5 maggio
1998, pag. 49]. Questa impossibilità della persuasione è da noi fortemente
contestata. Kant aveva escluso la realizzazione di una volontà santa tra gli
uomini: M., di contro, individua i protagonisti di questa volontà santa, che da
"statica", noumenica, diviene storica e politica: Socrate, Cristo e
via dicendo sono la realizzazione terrena di quella volontà, di quella
Persuasione; essi rappresentano l'eccezione che smentisce la regola: quel
postulato che, appunto, sancirebbe il carattere esclusivamente divino della
santità. Eppure, la Persuasione, quand'anche realizzata, sembra tingersi di
toni lugubri, di una gioia "masochista", di una condotta
schizofrenica che la divide tra una gioia che è dolore e un dolore che è gioia:
scrive M., in un noto passo del Dialogo della salute che «finché la morte
togliendoci da questo gioco crudele, non so cosa ci tolga - se nulla abbiamo. -
Per noi la morte è come un ladro che spogli un uomo ignudo-» [D 39]. Eppure,
sotto lo sguardo della Rettorica, il vir sembra davvero passare come do scemo
del paese» del frammento di Caproni: lo scemo che - ridendo e «battendosi i
pugni in viso» - gridava: «a morte non mi avrà vivo». 4b) La differente prospettiva:
la premessa maggiore. I... J foschia d'oro, l'occidente illumina la finestra.
L'assiduo manoscritto aspetta già carico di infinito. Qualcuno costruisce Dio
nella penombra. Un uomo genera Dio. E'un ebreo dai tristi occhi e dalla pelle
citrina; lo porta il tempo come porta il fiume una foglia nell'acqua che
declina. Non importa. Il mago insiste e scolpisce Dio con geometria delicata;
dalla sua malattia dal suo nulla, continua ad erigere Dio con la parola. Il più
prodigo amore gli fu concesso, l'amore che non aspetta di essere amato.
[Borges, B.Spinoza Dalla raccolta La moneta de Hierro, 1976.) Eppure, a
dispetto della sua complessità, M. sembra liquidare il discorso sul concetto di
Persuasione in quel breve capitolo, fatto davvero di pochissime pagine”, che
inaugura, dopo la prefazione, il suo lavoro e che si intitola, appunto, in modo
perentorio La persuasione. Una sorta di epitome, dove ogni parola - in uno
sforzo di sintesi che rasenta l'esoterico - assume un peso ed una portata
grandiosi. Tutto ciò che segue - l'affastellarsi di analisi
"scientifiche", "ontologiche" o personali sulla Rettorica,
l'annoverare gli equivoci ed i pericoli di una falsa Persuasione [«Persuasione
Inadeguata »], la critica al sistema in se stesso come «comunella di malvagi»
sempre e comunque... - sembra essere, di quel denso capitolo, uno scolio
complesso. E' un procedimento, e una capacità di (ardua) sintesi, che - forse,
non a caso - possiamo riscontrare in un altro ebreo eretico, che si cimentò in
una "geometria" dell'etica: Spinoza. 92 Nella citata edizione maior
adelphiana della tesi sono quattro: da pag. 7 a pag. 10, incluse. Avvisiamo che
sono queste le pagine da cui traiamo i "virgolettati" relativi alle
espressioni autoctone di M.. Ci dispensiamo, così, dal riferirli ogni volta.
L'autore dell'Ethica esordisce, parlando di Dio: «Per causa di sé intendo ciò
la cui essenza implica l'esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere
concepita se non come esistente»°°. Dio non ha bisogno di null'altro, che non
di sé stesso, per esistere: a suo modo, questa è un'ammissione - permettendoci
di renderla con termini M.iani - di una condizione persuasa di Dio. E M., nella
sua definizione di persuasione (la "premessa maggiore" ch'egli ci
fornisce) - definizione che spicca, sottolineata dalla citazione petrarchesca -
sembra rispondere con una eco: «Colui che è per sé stesso (pever) non ha
bisogno d'altra cosa che sia per lui (evo vtov) nel futuro, ma possiede tutto
in sé». Dunque, il vira suo modo è egli stesso causa suit Nel presupposto,
entrambi i pensatori, come dire, si muovono nell'ambito dell'ortodossia: negli
esiti, cadono entrambi in una comune eresia fondamentalmente antiebraica: per
Spinoza, si tratterà di sconfessarne la Trascendenza: la causalità di Dio si
dispiegherà in causalità immanente al mondo, realizzandosi in quel noto
"panteismo" che il pensatore di Amsterdam svolgerà con grande rigore
(anche "geometrico") e consapevolezza durante tutta la sua vita; per M.
si tratterà di sconfessarne non solo la trascendenza (l'uomo, come persuaso, è
il dio), ma soprattutto il monoteismo: sosterrà quello che potremmo chiamare un
"politeismo della Persuasione", essendo ogni vir dio a se stesso,
causa sui, singola (e singolare) natura naturata della Persuasione. Il
confronto tra i due pensatori potrebbe trovare sbocchi inauditi (ci siamo
limitati alle frasi iniziali delle loro opere); tuttavia ci troviamo costretti
a troncare di netto una simile tangenziale al nostro discorso, innanzitutto
perché potrebbe essere (data la vastità del raffronto) argomento di un'altra
tesi, e poi per non compromettere la fluidità del nostro ragionamento. Che
verte, ricordiamolo, sul concetto di Persuasione, così come affrontato da M.
nel breve, fondamentale capitolo cui abbiamo accennato. Il concetto di Persuasione:
ben detto. Mai come qui, infatti, l'uso del termine "concetto" non si
presenta inadeguato. | viri sono scomparsi dall'orizzonte, nella loro
pluralità: la Persuasione perde la sua composizione politica, si staglia come
un' "entità" perfetta, come la perfettissima sfera di Parmenide, come
una monade che abbia chiuso porte e finestre, come l'aleph del noto racconto di
Borges. Il Persuaso si disincarna: diviene simbolo senza antropologia o
antropomorfismo, segno di una condizione che accomuna l'uomo ad ogni altro
essere del mondo sublunare: non a caso, quasi un terzo dell'intero capitolo è
occupato da un esempio tratto dall'osservazione fisica: il peso, ch'è tale
perché la forza di gravità lo spinge verso una ricerca inappagata 93cf,
Spinoza, Etica (a cura di E. Giancotti), Editori Riuniti, 1993, pag. 87. 9% Ci
si permetta un rilievo passeggero: questo "bastare a sé stesso" è una
connotazione che, in modo singolare, attraversa - come presupposto di estrema
qualificazione - gli esiti più alti della speculazione filosofica e religiosa
umana di tutti i tempi e di tutti i popoli: il dio degli Ebrei, il Buddha, il
dio di Aristotele, il dio di Tommaso, la monade di Leibniz, il dio di Spinoza,
la volontà santa di Kante via dicendo sono tutte "entità" che
"bastano a se stesse". del suo "luogo naturale" («la fame
del più basso»), la cui vita corrisponde proprio in quella discesa, perché -
una volta raggiunto il punto della sua soddisfazione - in quel punto la sua
vita «cesserebbe d'esser vita», perché « in quel punto esso non sarebbe più
quello che è: un peso». Dunque: «Il peso non può mai esser persuaso»®9. La
Rettorica si rivela quale condizione condivisa da ogni ente terreno, costretto
dalla forza di gravità che lo lega necessariamente alla terra; di contro, la Persuasione
non è una aspirazione o prerogativa esclusivamente umana: anche il peso vuol
conquistarla. La forza di gravità si delinea come la più patente espressione
fisica della Rettorica, e ci testimonia come la Rettorica stessa non sia
soltanto una "costruzione" umana, ma al contrario appartenga alla
matrice bio-fisica o bio-fisiologica, prima che ontologica, dell'intero
universo. Nel capitolo che stiamo esaminando, dunque, si può avvertire quel
cambio di prospettiva che annunciammo nell'esordio della nostra analisi: a
differenza che nelle lettere e nelle poesie, dove si respira il pullulare della
vita persuasa, nel lavoro accademico il Goriziano è più attento a quella che
potremmo definire (con qualche concessione agli heideggeriani) un' "ermeneutica
esistenziale della Persuasione". O, più esattamente, si propone di
ricavare quell'apriori della Persuasione, che ne fondi /a possibilità e i
limiti di realizzazione nel mondo fenomenico. E' una prospettiva più povera dal
punto di vista esistenziale, rispetto a quella delle lettere e delle poesie,
perché più astratta, e dunque più aliena dai nostri interessi, e da quelli
dello stesso M., evidentemente. Eppure, una prospettiva più imponente dal punto
di vista speculativo, che s'impone nella sua necessità di analisi, se è vero
che ogni Weltanschauung, come visione o "intuizione" del mondo,
presuppone di necessità un fondamento ontologico, un'immagine concettuale, in
cui si rapprenda visivamente il senso di quel mondo. Sotto questo rispetto, M.
appartiene ancora al declino di quella "storia dell'essere"
denunciato dal filosofo di Baden. In M., nella sua tesi, l'Essere si pone come
Persuasione, ed è a partire da questa posizione che si sviluppa, nel corso del
suo studio, l'analitica esistenziale, ovvero la diagnostica e la prognostica,
apparentemente aliena qui da ogni considerazione 95 Ma cfr. anche la nostra
integrazione sul "peso che dipende" e la diapositiva G ĮI peso al
gancio] nel supporto iconografico. % Questo stralcio heideggeriano può sancire
ed illuminare il senso di questi nostri ultimi passaggi: «La comprensione
dell'essere, definita così, in pochi tratti, si mantiene sul piano senza scosse
e senza pericoli della più pura evidenza. E tuttavia, se la comprensione
dell'essere non avesse luogo, l'uomo non sarebbe mai in grado di essere l'ente
che è, anche qualora fosse dotato delle più straordinarie facoltà. L'uomo è un
ente che si trova in mezzo all'ente, e vi si trova in modo tale, per cui l'ente
che egli non è e l'ente che egli stesso è gli sono sempre già manifestati. A
questo modo d'essere dell'uomo diamo il nome di esistenza. L'esistenza è
possibile solo sul fondamento della comprensione dell'essere. Nel rapportarsi
all'ente che egli non è, l'uomo si trova già davanti l'ente come ciò che lo
sostiene, ciò cui si trova assegnato, ciò che, con tutta la sua cultura e la
sua tecnica, egli non potrà mai, in fondo, signoreggiare. Assegnato all'ente
diverso da lui, l'uomo non è in fondo, padrone nemmeno dell'ente che egli
stesso è» [M. Heidegger, Kant e il problema della metafisica, introduzione di
V. Verra, Laterza, Bar-Roma, 1989, pagg. 195-196]. morale, della società umana,
nei suoi singoli e nel suo complesso, come condizione depotenziata di quello
stato edenico annunciato come proprio di «colui che è per sé stesso». Così,
dell'energia autentica del vir, in queste pagine, sopravvive solo un opaco
barlume, nel tentativo di concettualizzazione, nel titanico sforzo del
pensiero, che si districa nel novero di citazioni di cui il breve capitolo in
esame è infarcito: citazioni che - almeno nell'intenzione - non appesantiscono,
ma che si dispongono quali ausiliari "puntelli di persuasione", nello
sforzo di delucidare il senso del peve”. Essi tracciano un confine intorno alla
Persuasione stessa: ci muoviamo in un mondo i cui due poli sono rappresentati,
rispettivamente, dalla grecità (dalla Grecia di Empedocle e di Platone, e chi
fra essi) e la dimensione biblica (l'Ecclesiaste, S. Luca, S. Matteo): è dalla
sinergia di questi due poli che, evidentemente, si forgerà e si dovrà evincere
il concetto di Persuasione. 4c) L'uomo bandito da Dio e il filo d'Arianna della
Persuasione come Armonia: la lezione di Empedocle. Anch'io sono uno di questi,
esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente Contesa. Empedocle,
fr. 31 B 115, 13-1498 Ahimé, o infelice stirpe dei mortali, o sventurata, da
quali contese e gemiti nasceste. Empedocle, fr. B 124 Piansi e mi lamentai,
vedendo un luogo a cui non ero abituato. Empedocle, fr. B 118 Un'epigrafe
informa e precisa il senso e la direzione di tutta un'opera, riassume e
anticipa il pensiero dell'autore, dà limprimatur. La Persuasione e la Rettorica
si apre®° con una citazione di Empedocle, una citazione da rivalutare, anche in
riferimento alla sua amenità: M. chiama subito in causa un personaggio la cui
vita e il cui pensiero sono avvolti da un'aura rarefatta di leggenda, un
filosofo che si muove in una dimensione di inappartenenza a categorie ben
definite (addirittura, più che gli stessi altri presocratici), in un'apparente
contraddizione tra il fisico e lo scienziato e il medico, e il sacerdote e il
poeta 97 Campailla fa notare che «M. ricorre al greco per sviluppare la
contrapposizione tra la forma transitiva di pever (aspettare qualcuno o
qualcosa) e quella intransitiva (stare, permanere, consistere)» [nota 7 alla
Persuasione, PR 309] 98 La presente citazione, e le altre che seguono nel
paragrafo e nel prosieguo della nostra tesi, relative ad Empedocle ed agli
altri presocratici, sono adottate secondo la traduzione presente in | Presocratici.
Testimonianze e frammenti (a cura di G. Giannantoni), 2 voll., ed. Laterza
(4a), 1990. 99 La famosa Prefazione, presente nelle stesura A della tesi
(ovvero, quella primitiva, completamente autografa), risulta poi omessa in
quella che Campailla chiama redazione C, quella destinata alla lettura del
relatore e della commissione dei professori, e che, dunque, «rappresenterebbe
la volontà ultima dell'autore». [cfr. nota introduttiva alla Persuasione, PR
304; in particolare, si rimanda proprio alle pagg. 303-304 per un opportuno
approfondimento della questione], e il profeta taumaturgo e il dio.
Evidentemente, il filosofo goriziano, con questa personalità ibrida, ravvisa
una certa affinità di atmosfere e di metodologia non proprio ortodosse. Dunque,
inoltriamoci nel sottobosco empedocleo che si dirama in queste e altre pagine
del nostro autore. Innanzitutto, una premessa scontata, ma opportuna: M. anche
con Empedocle, come con tutti gli autori ch'egli utilizza per supportare le
proprie analisi, affila le armi di una propria, personalissima filologia, di
un'interpretazione che "pecca" di estrema originalità °: ci troviamo
al di fuori di una certa canonica, e sbrigativa, storiografia filosofica
(inaugurata da Aristotele, che definì Empedocle, tra gli altri, un «naturalista
inesperto »'°'), storiografia che comodamente classifica l'agrigentino in
posizione intermedia e mediatrice tra l'essere parmenideo e il divenire
eracliteo (al contrario, come sappiamo, M. assegna a pari merito, sia ad
Empedocle che a Parmenide ed Eraclito, la conquista della "palma"
della Persuasione). Ma analizziamo il frammento empedocleo: L'impeto dell'etere
invero li spinge nel mare il mare li rigetta sul suolo terrestre, la terra nei
raggi del sole infaticabile!92, che a sua volta li getta nei vortici
dell'etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. | versi
sono attestati da Plutarco!, Il quale commenta: «Empedocle dice che le anime
pagano la pena dei loro errori e dei loro peccati [segue il frammento], finché
così punite e purificate non raggiungono nuovamente il loro posto e il loro
ordine naturale»..'°4 Ci preme innanzitutto far notare (quand'anche fosse solo
una nostra impressione: la critica non ne fa parola) la sfumatura che
avvertiamo nella scelta fatta da M. di questo frammento: nella
"diaspora" delle anime, che espiano una terribile hybris alla ricerca
inesausta del «loro posto e del loro ordine naturale», ci sembra adombrarsi
quell'ulissismo giudaico (che possiamo integrare a proposito delle nostre
analisi sul mare), ci sembra affiorare quell'inquietudine ancestrale di
colpa-espiazione, che appartiene alla 100 Emanuele Severino, ad es., che allo
studio di Parmenide ha dedicato tutta la sua vita, bolla l'interpretazione
michelstedteriana del filosofo eleate come un "colossale equivoco":
ma ravvisa proprio in quell'equivoco uno dei picchi di feconda originalità del
Nostro. Ci trova d'accordo. 101 Cfr. la già cit. Prefazione. Per il giudizio di
Aristotele, cfr. Fisica, 191a - 25: «[...] quelli che primamente filosofarono,
indagando sulla verità e sulla natura degli enti, furono tratti, per così dire,
verso una via sbagliata, spinti dalla loro inesperienza» [tad. A. Russo, in
Aristotele, Fisica, 3° vol. delle Opere, a cura di G. Giannantoni, Laterza, 2001
(VI ed.), pag. 21]. 102 Sono i vv. 9-12 del frammento B 115 [i versi della
nostra epigrafe sono immediatamente successivi]. Come nota anche il Campailla,
nell'edizione del Diels si legge waedovtoc (splendente), anziché axauavtoc
(infaticabile). Abbiamo utilizzato la traduzione contenuta in | P resocratici,
cit., pag. 411 [cfr. la nostra nota 9], sostituendo però opportunamente i due
termini, 103 De Iside, 361 c matrice profondamente ebraica di M., per quanto
egli stesso cercasse con forza di separarsene'. Il popolo ebreo, nella sua
tormentata storia, questo condivide con le anime di Empedocle: «ogni elemento
li accoglie da un altro, ma tutti li odiano». Ma ovviamente, questa condizione
di esilio eterno, così specifico per l' "ebreo errante", si amplifica
subito a cifra dell'intera condizione umana: lo nota a suo tempo già Plutarco,
il quale in un'altra sua opera afferma: «Empedocle [...] mostra che non
soltanto egli stesso ma tutti noi siamo qui come emigrati, stranieri ed
esuli... Va in esilio [scil. l'anima] ed è errabonda spinta dal volere e dalle
leggi degli dei».'°9 Eppure, queste anime espiano un delitto di cui non hanno
in fondo colpa, essendo vittime addirittura innocenti di un polemos che le
trascende: quello, universale e perenne, tra l'Amicizia [Phila] e la Contesa
[Neikos], le due forze divine che, a questo punto, data la curvatura della
nostra interpretazione, ci arrischiamo d'assimilare alla Persuasione e alla
Rettorica, così come delineate - nella loro impersonalità e quasi-trascendenza
- nella tesi 104 contenuto in | Presocratici, cit., pag. 440 105 In più passi
di lettere, M. mostra insofferenza nei confronti della coeva gioventù ebraica,
che pullulava a Gorizia (città da tempo immemorabile, data la sua vocazione
commerciale, sede di una nutrita comunità ebrea [ma, per ciò, cfr., tra gli
altri, A. Arbo, Carlo M., ed. EST, pagg. 4-5 e oltre): anzi, i coetanei ebrei
diventano bersaglio di feroce ironia, quella medesima ironia che il giovane
filosofo ostenta nei confronti dello stesso apparato religioso ebraico,
soprattutto nelle sue forme più esteriori, retrive e "teopompe". Si
prenda ad es. la lettera del 29 febbraio 1908 alla famiglia: «Molto piacere mi
fece il furto delle corone - era un principio di dissolvimento quale si doveva
alla memoria di zio Samuel [probabilmente, Samuele Luzzato]. Rabbia mi fa la
reazione degli altri che fanno subito la sottoscrizione - porci - neocattolici!
- faranno di nuovo Hanukà [la "festa dei Tabernacoli", nella
religione ebraica, appunto] per purificar i tempio? E se la prendono con te
questi imbecilli perché non dai il sacro obolo; ma che cosa pretendono? -». [E
295; le esplicazioni in parentesi quadre, riportate all'interno del brano,
anche del seguente, appartengono al Campailla, leggermente ritoccate da noi] AI
contrario, il Goriziano si mostra interessato al misticismo cabalistico (si
legga con attenzione il passo che riportiamo, dato che, tra i tanti
importantissimi rilievi, in esso si scorgerà anche l'embrione della filogenesi
speculativa del Nostro): «A proposito di misticismo ho in mente una cosa
graziosa. Tu sai [M. si sta rivolgendo a "Gaetanino" Chiavacci] che
la ragione dell'antisemitismo filosofico (Schopenhauer e Nietzsche) è il
razionalismo della religione ebraica (pensa al Pentateuco e a Spinoza!!!) e la
mancanza dell'elemento mistico nelle menti ebraiche (Nietzsche dice ‘elemento
dionisiaco'; quello che è distrutto da Socrate; osserva le parallele: da
Socrate attraverso Platone al misticismo neo-platonico - da l'ebraismo a
Cristo). - Ora io sono convinto [...] che l'appunto è giusto [...]; tanto più
mi meraviglia l'esistenza di un'intera letteratura cabbalistica [sic, anche
oltre], e una diadoché di taumaturghi che finisce [...] col mio bisnonno, il
rabbino Reggio, detto il Santo [è Isacco Samuele Reggio, uno dei fondatori del
Collegio Rabbinico Italiano; nota di Campailla]. lo voglio sapere qualcosa di
più preciso su quella letteratura cabbalistica, specialmente sulle sue origini,
poi voglio farmi consegnare dall'archivio i resoconti protocollati di tutte le
sedute in cui quel mio bisnonno compì atti solenni di purificazione con mezzi
cabbalistici [... ]; peccato siano scritti in ebraico, ci dovrò faticare per
capirli bene [... |» [lettera al Chiavacci, del 22 dicembre 1907, E 267-268; le
parentesi tonde e i corsivi all'interno del brano sono di M.]. Notiamo, en
passant, che Michelstedter (parafrasando Canetti) dell'ebraismo non ha
"salvato" la lingua («... peccato siano scritti in ebraico...»); che
l'accusa di "razionalismo" ch'egli rivolge al Pentateuco e a Spinoza
noi l'abbiam fatta ricadere anche su lui medesimo; e infine il significativo
accenno all' «elemento dionisiaco» nicciano, su cui avremo modo di tornare
largamente nelle integrazioni sulle varianti deboli della Persuasione. Per
tutto questo, ci rammarica aver relegato in una nota un aspetto così importante
e complesso della formazione M.iana, spinti da una certa selezione
argomentativa (se si volessero approfondire tutti gli aspetti di quella
formazione si stilerebbe una tesi mastodontica). Un'ultima cosa: per la
cronaca, la famiglia di Carlo apparteneva al ceppo occidentale prevalente nella
comunità goriziana, quello ashkenazita [cfr. A. Arbo, Carlo M., cit. pag. 5].
106 Plutarch. de exil. 17 pag. 607, come recita l'edizione | P resocratici,
cit., pag. 410, in cui è contenuto il riferimento. accademica del Goriziano
[cfr. supra]. E, sotto questo rispetto, le analogie sono davvero sorprendenti
ed istruttive. Vediamole. | due princìpi empedoclei si contendono il mondo, in
una lotta infinita che si realizza in una successione alterna di fasi diverse,
col ritorno periodico di ciascuna: quando predomina la Philìa, tutte le cose
(anzi, le loro radici: il fuoco, la terra, l'aria e l'acqua; in se stesse
immutabili, l'una inconfondibile con l'altra, irriducibile all'altra) sono
ricondotte all'unità, allo Sfero, l'universo omogeneo, il dio [cfr. fr. B 31]:
«d'ogni parte» uguale a se stesso. [fr. B 29; da notare l'affinità di
linguaggio col Goriziano] [... ]nei compatti recessi di Armonia sta saldo lo
Sfero circolare, che gode della solitudine che tutto l'avvolge. [fr. B 27]
Quando invece predomina l'Odio, si ha la disgregazione assoluta, la disarmonia
e il conflitto, il «vortice». «Nell'Odio [tutte le cose, le loro radici] sono
tutte diverse di forma e separate» [B 21, v.7]: all'inizio del prevalere della
Contesa sull'Armonia, «alla terra spuntarono molte tempie senza collo, e prive
di braccia erravano braccia nude, e occhi solitari vagavano senza fronte».
Questa "anarchia" delle membra, che suscitò parecchie ilarità anche
tra i contemporanei di Empedocle, vien quasi riprodotta da M., in forma
aneddotica, nel bizzarro dialogo tra l'io e il piede [PR 160-163]. Ma altre
simili situazioni si riscontrano in pagine, altrettanto importanti, del lavoro
accademico [almeno PR 16] e del Dialogo della salute. In particolare in
quest'ultimo: Rico: Ora la bocca non lavora più per il corpo ma lavora per sé,
l'occhio non considera più le cose vicine e distanti a difesa del corpo ma si
dà alla pazza gioia per il proprio gusto, così l'orecchio, così il tatto, le
membra a lor volta rifiutano la fatica, e ognuna per quanto sa e può ricerca e
moltiplica quelle cose che le facevano piacere prima nel servizio del corpo -
ora che hanno fatto sciopero - e ognuna le ricerca per sé. - [D 49]. Nella
situazione contemporanea, caratterizzata dal predominio assoluto della
Rettorica/Contesa, «la mala cupidine della vita [...] ha fatto perdere ogni
consistenza» a quel «nucleo di disposizioni organizzate» ch'è il nostro corpo:
«il corpo se consiste per la coesione delle molecole, perduta la solidità si
versa liquido sulla superficie del suolo e fitra in ogni fessura [...]. Noi
diciamo del gaudente che è un uomo senza solidità; i nostri padri dicevano che
liquescit voluptate » [D 50-51; corsivi di M.]. In questa condizione, «la fame
insaziata perdura pur sempre: e la sua legge è il godimento: e ancora le
singole parti si disgregano nei loro elementi chimici più piccoli più piccoli
[sic]: che ognuno vuol vivere per sé. L'individualità si dissolve infinitamente:
e infinitamente fugge il piacere. -» [ib.]. «Ma avviene uno strano fatto:
quella dolcezza che c'era prima non c'è più poiché apparteneva al corpo e alla
sua continuazione: ognuna delle parti prova delle amare delusioni che
minacciano di guastarle la festa » [ib.]; e «chi ha perduto il sapore delle
cose è malato » [D 46]. Eppure, in questa confusione disordinata, il «dio
pudico» del piacere assicura una certa consistenza: Rico: lo credo che egli [il
dio] abbia a mano ogni disposizione del corpo e tutta la varietà delle cose. E
benevolo al corpo, egli metta nelle cose che gli sono utili una luce, e la
faccia brillare fin quando la cosa è utile - e poi la spenga così che la cosa
resti oscura all'animale che ne è sazio. [D 42-43] Questo «dio sapiente spegne
la luce quando l'abuso toglierebbe l'uso», assicura una sorta di omeostasi
all'organismo, ne scongiura la dispersione, lo fa continuare a vivere come
individualità: da questo principio di equilibrio (accenno di Armonia), che ci
assicura una consistenza per quanto falsa ed illusoria, si spiega il filo
d'Arianna che può condurci alla vera consistenza, quella della Persuasione,
Armonia eccellente. Il meccanismo sarà, almeno nelle modalità, il medesimo:
«togliere l'uso» delle cose attraverso il piacere, vanificare la forza
rettorica del desiderio, perché «più il vano chiede e più bisognoso si rende»
[D 58]. AI contrario, il vero piacere giungerà al Persuaso «dalla sicurezza
interna della pace» [D 66], quando le cose più non «ci avranno» [cfr. D 38-39].
Questo filo di Arianna, che abbiamo ipotizzato nel Dialogo, si fa decisamente
manifesto nelle parole di M. nel suo piccolo ma densissimo saggio sul
Prediletto punto d'appoggio della dialettica socratica del 1910, anno della sua
morte, e dunque espressione ultima del suo pensiero.” Riportiamo per intero il
passo, data la sua estrema importanza, a questo punto: L'unica via di chi
permane è la sua forza. La sua forza di non esser schiavo nel futuro, di tener
raccolta nel presente la propria vita. Socrate non può che appellarsi a quello
che ognuno può aver sperimentato della propria forza, o che almeno conosce
indubitatamente necessario, della quale a ognuno son noti gli effetti, e della
cui mancanza a ognuno noti i danni. Ed è quella che in rapporto al giro finito
dei bisogni elementari, concreti e vicini al nostro corpo, si manifesta
cminarli e tenerli nascosti, ognuno col criterio della salute del tutto. La
forza colla quale uno insegna alla sua bocca a starsi contenta a quello che è
conveniente al bisogno del corpo, e a non correre nel tempo sempre nuove cose
mangiando, perciò che la gola ribelle le finga l'ultima felicità sempre via nel
prossimo boccone. Per questa forza che la maggioranza degli uomini ha, il loro
corpo è un corpo. E quello e questo vicini a ognuno!®, «'Enucleando' il senso e
i modi di questa vita elementare, Socrate ha modo di portar vicina la vita
lontana [...}>: «egli dà valore alla salute dei bisogni elementari solo come
analogia del bisogno della persuasione »'°9 [significativo corsivo di M.]. Alla
luce di quanto detto, troviamo incredibile come anche la critica più attenta -
alludiamo soprattutto al Campailla e alla Raschini - non abbia sviluppato a
sufficienza questa "dritta" che il filosofo goriziano ci consegna in
questo importante scritto; noi siamo invece d'altro107 La redazione cui si fa
riferimento nella nostra analisi e nelle nostre citazioni è quella contenuta
nell'edizione curata da Gian Andrea Franchi, per i tipi dell'Agalev, 1988;
ovvero, le pagg. 95-100. 108 Ib. pag. 97, come quella appena successiva. 109
Ib, pagg. 97-98-99 passim. avviso, e cerchiamo di trarne coerente sviluppo,
approfondendo ancora il parallelismo con Empedocle. Dunque, c'è analogia tra il
bisogno elementare e il bisogno della Persuasione: è come se, in tempi magri, un'immagine
sbiadita della Persuasione sopravvivesse nella forza che sottende
all'equilibrio omeostatico (chimico-fisiologico) del nostro corpo. Ancora
Plutarco, che si sta rivelando anche agli esegeti moderni come uno dei più
validi interpreti di Empedocle, ammette che i due principi cosmici dell'Armonia
e della Contesa si riflettono in certo modo, secondo il filosofo agrigentino,
in ciascuno di noi: «ciascuno di noi, nascendo, è preso e guidato da due
destini e demoni [... ]10: cosicché, accogliendo la nostra nascita i semi di
ciascuna di queste affezioni e per ciò stesso avendo molteplici anomalie l'uomo
assennato si augura bensì le cose migliori, ma si aspetta le altre, e di
entrambe si serve evitando l'eccesso»!!!. Certo, evitando l'eccesso. Perché un
eccesso di Armonia è foriera di morte almeno quanto un eccesso di Contesa. Nota
Aristotele: «...] la Contesa è causa della corruzione non meno che della realtà
delle cose; similmente neppure l'Amicizia è la causa della realtà delle altre
cose, poiché le distrugge raccogliendole nell'uno»'!7. L'Armonia porta vita,
attraverso un processo prima di "distinzione", quindi di "ri-
compattazione" degli elementi dalla dispersione discorde; ma porta morte,
perché un suo eccesso fa ricadere a sua volta gli elementi in un'omogeneità
letale''° ch'è propria dello Sfero (proseguendo nel parallelismo, la
Persuasione conduce alla vera consistenza, alla vera vita; ma, a sua volta,
raggiunto il suo apogeo, il suo appagamento, coincide con la morte, perché - in
quel punto - la vita perde "il suo esser vita", che coincide proprio
col conatus, con la deficienza). Di contro, la Contesa conduce alla morte,
perché distrugge la consistenza assicurata dall'Armonia; ma porta anche vita,
dato che promuove la distinzione degli elementi (delle radici)
dall'indistinzione dello Sfero, del dio (la Rettorica, al suo apogeo, per M. fa
/iquefare il nostro corpo, nella dispersione puntuale del piacere; eppure essa
assicura la vita, che consiste nel retto conatus verso la Persuasione: come
detto, c'è analogia tra il bisogno elementare e il bisogno della Persuasione).
10 "{...]la dea Ctonia e la dea Solare dall'acuto sguardo a Discorde
sanguinosa e l'Armoniosa dal grave sguardo, a Bella, la Brutta, la Veloce e la
Lenta a Vera Amabile e l'Oscura dai neri capelli" [fr. 122] 11 Plutarch.
de trang. an. 15 pag. 474 B, come recita l'edizione | Presocratici, cit., pag.
413, in cui è contenuto il riferimento. 12 L'appunto è volto criticamente all'
"incoerenza" di Empedocle, ma non per questo motivo c'interessa.
Inoltre, perché a nostro parere più consona all'atmosfera del nostro discorso,
preferiamo questa traduzione di Metafisica B 4 1000b 10 sgg., contenuta in |
Presocratici, cit, pag. 344, alla corrispondente traduzione di G. Reale,
nell'edizione della Metafisica da lui curata per i tipi della Rusconi [1993,
pag. 113], che è pure l'edizione che teniamo presente nella nostra tesi. 113
Letale, perché compromette il principium individuationis. Quindi, sia per il
filosofo goriziano che per quello agrigentino Duplice è la genesi dei mortali,
duplice è la morte: l'una è generata e distrutta dalle unioni di tutte le cose,
l'altra, prodottasi, si dissipa quando di nuovo esse si separano. [fr. B 17,
vv. 3-5] Entrambi, quando parlano di vita e di morte, si rendono ben conto che
« è giusto chiamarle [così], ma anche io parlo secondo il costume» [fr. 9, v.
5]. Per entrambi si tratta di definire esattamente il senso opportuno delle
parole, e di adagiarsi solo per comodità sul loro senso comune. Per entrambi,
ancora, si tratta di tracciare un difficile equilibrio (l'equilibrio del falco)
tra le due facce bifronti dell'Armonia e della Contesa, della Persuasione e
della Rettorica: per entrambi, nel «retto discorso» [fr. 131, v. 4] sono
unificate e armonizzate nell'unità, ad opera dell'Amicizia, le cose divise
dalla Contesa." Il difficile equilibrio si gioca tra Phila e Neikos, ed in
questo equilibrio consiste il principium individuationis che concretizza la
sostanza informe nell'attualità dell'individuo, altrimenti irrealizzabile
nell'incongruenza discorde o nell'omogeneità armonica «avvolta dalla
solitudine». Empedocle, tuttavia, avverte per quest'ultima condizione una sorta
di nostalgia (e si rammenti la nostalgia di Itti per il mare): come visto,
l'uomo per lui è come un esule cacciato da un mondo perfettamente armonico ed
omogeneo (alla stregua di un'età dell'oro), e deve perciò rassegnarsi a vivere
nella realtà dei fenomeni che nascono e muoiono: similmente, nell'individuo
rettorico (anch'esso «bandito da dio») sopravvive una non ben definita
aspirazione per una condizione edenica di completezza, che non si rassegna, ma
che si svia in un desiderio inautentico di appagamento, sbiadito ricordo di
quella completezza, come l'amore è sbiadito ricordo della condizione androgina
nel noto dialogo platonico. Empedocle, inoltre, condivide con Eraclito e
Parmenide (e M. con tutt'e tre) la polemica contro il sapere comune e
superficiale, che disdegna la verità dello Sero, si accontenta delle multiformi
apparenze delle cose e non perviene ai fondamenti dell'Autentico: gli uomini
(che si mettono in «posizione conoscitiva», direbbe il Goriziano) sono come
bambini cui sfugge il significato ultimo delle cose. Ed una delle espressioni
più alte di questo Autentico è la consapevolezza, che dovrebbe essere una delle
fondamentali conquiste umane, di una consustanzialità che attraversa, senza
soluzione di continuità, tutti gli enti: proprio l'identità delle cause che
regolano le trasformazioni naturali fa dell'universo un'unica comunità dove
tutti gli enti, viventi e no, coesistono allo stesso titolo, e dove tutti gli
enti partecipano sia degli aspetti divini o eterni (le radici, Amicizia e
Contesa) sia degli aspetti (apparentemente) transeunti (i fenomeni): 114 Cfr.
Ippolito, ref. VII 31 pag. 261, come recita l'edizione | P resocratici, cit,
pag. 415, in cui è contenuto il riferimento. similmente, nella prospettiva che
abbiamo adottato, M. - nella sua tesi - allarga la sua dicotomia
Persuasione-Rettorica a tutto il mondo delle cose che esistono: il sasso,
l'idrogeno e il cloro'', etc., vivono in una condizione rettorica ed aspirano
ad una condizione persuasa non meno che l'uomo. Ora, avviandoci alla
conclusione di questo complesso confronto, assicuriamo che, ovviamente, non c'è
in noi l'intenzione di adagiare la prospettiva M.iana su una matrice di ingenuo
"naturalismo dinamico": tuttavia, ribadiamo che questa è altresì una
sfaccettatura non secondaria, per quanto interpolata, della sua Weltanschauung,
almeno stando al suo lavoro accademico (già meno nel Dialogo, praticamente
assente nelle Poesie e nelle lettere). E con Empedocle egli ha più che punti di
contatto: ha punti di incontro. Nei presupposti: il filosofo d'Agrigento, al
pari del Goriziano, è ben conscio che le cose che si appresta a dire «non sono vedute
né udite dagli uomini né abbracciate con la mente» [fr. 1, vv. 6-8; si tenga a
mente l'esordio della Persuasione]. E punti d'incontro non meno, anzi
soprattutto, nell'aspirazione finale: ch'è quella, in Empedocle, di uomini che
tra gli immortali abitando e mangiando delle angosce umane non [saranno] più
partecipi, [bensì] indistruttibili [fr. 147]; di uomini «digiuni di colpa »
[fr. 144], che aborriranno infine «l'intollerabile Ananke» [cfr. fr. 116] e che
infine abiteranno di nuovo un mondo in cui: [... ]erano tutti mansueti e
benigni nei confronti degli uomini fiere ed uccelli, e la benevolenza brillava
[fr. 130] Ovvero, tradotto in linguaggio M.iano, di uomini che abbiano
raggiunto la vera consistenza, assisi allo stesso banchetto al pari degli
immortali [gli uomini che si danno da sé la salvezza = gli dèi], in un mondo in
cui il rapporto tra gli enti sia quello di un reciproco donarsi, spontaneamente
(e si ricordi il valore dell'u/tro). Volendo davvero concludere, un appunto che
giunge /ast but not least è singolare come, a fronte di tutto questo, in
Empedocle sia individuata, già dai suoi contemporanei, la nascita, anche se non
ufficiale, della téchne retorica: suo allievo sarebbe stato addirittura uno dei
sofisti più ferrati e temuti, Gorgia. Allo stesso modo, nota già da subito M.,
la lezione persuasa di Socrate produrrà cattivi discepoli: Platone e
soprattutto Aristotele. Ma la questione del "cattivo apostolato" -
strano e triste destino della Persuasione - sarà affrontata in modo più
opportuno e approfondito nel paragrafo dedicato all' «educazione corruttrice»
nella nostra analisi del sistema rettorico. 4d) La Persuasione "al
bivio": l'incontro di Parmenide e Cristo. La dottrina assomiglia a due
strade. Una attraversa un grande fuoco, l'altra attraversa un grande gelo. Come
comportarsi? Si scelga la via di mezzo se si vuole sopravvivere. Proverbio
cinese. La Persuasione, negli uomini''5, è una verità, una testimonianza
trasversale: attraversa la storia dell'umanità, rapprendendosi in individui non
incasellabili in specifiche categorie storiografiche, la cui discriminante non
è il tempo, la collocazione geografica o il credo religioso e filosofico e
politico. La Persuasione, pur nella sua saldezza e nell'espressione cristallina
e insieme inafferrabile del suo contenuto, pur nell'attimo ineffabile che la
"17 Il vir è sostanzia, percorre il tempo e il mondo degli uomini, ad esso
"si adatta Qohelet: vive, o sopravvive, nella comunità rettorica in un
drammatico (ma il dramma è l'agire, c'insegna l'etimologia greca) stato di emulsione!',
mentre aspira alla comunità vera, alla agathon philia. Quest'ultima si realizza
con la rottura dei labili, ovvero falsamente saldi e sicuri, legami della
Rettorica, nella costruzione di legami nuovi, più profondi ed autentici: il vir
è venuto infatti a «separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la
nuora dalla suocera» [Matteo 10, 35]!!°. Il suo "adattamento",
dunque, non è compromesso: la Persuasione è intransigente, severa, anche se
talora più con se stessa, che con gli altri uomini. Essa dice al suo vir (il
vir dice a se stesso): «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie
con me disperde» [Matteo 12, 30]. Non ammette repliche, non ammette cedimenti o
dialettiche. Non concede appelli o ripensamenti. Il Persuaso non tentenna: è
forte come la roccia, risoluto come un dio. La sua forza non è violenza, il suo
coraggio non è temerarietà: il suo messaggio è di amore, ma il suo amore non è
rassegnazione o condiscendenza al male; il suo amore conosce lo sdegno, è
capace di ira, perché è sentimento dirompente, è un sentimento che spezza: il
115 Cfr. PR 13-14; l'idrogeno e il cloro "si suicidano" nell'acido
cloridrico, scorgendo nella valenza l'immagine (inautentica) della loro
reciproca persuasione. 116 La specificazione, a questo punto, è d'obbligo:
infatti finora, nel capitolo, abbiamo inteso la Persuasione (e la Rettorica)
come matrice strutturale dell'intero universo: in questo paragrafo, il discorso
s'incentra nuovamente sugli uomini, ovvero, sul problema dell'uomo, nella
misura in cui l'uomo è (o quantomeno, dovrebbe essere) quell'ente che - dato il
suo orizzonte di consapevolezza e comprensione - si "apre" già sempre
(o meglio, dovrebbe guadagnarsi già sempre), per una via privilegiata,
l'accesso all' "essere persuaso". 17 Ma sul senso di questo
adattamento, che non consente malleabilità ma che invoca la
"durezza", cfr. la nostra integrazione sulla "variante
flessibile" (leopardiana) della Persuasione. 18 Un termine
"tecnico", mutuato dall'ambito chimico-fisico, ci aiuta a rendere più
chiaro il concetto: come è noto, ‘emulsione indica la mescolanza di due liquidi
non solubili tra loro, uno dei quali è disperso nell'altro sottoforma di
minutissime gocce [definizione del diz. Garzanti] 19 Nel'affrontare questo punto,
assumiamo ad esempio assoluto di Persuasione il Cristo, il vir per antonomasia,
secondo le conclusioni dello stesso M.. Per le citazioni che seguono,
privilegiamo la fonte del Vangelo di Matteo, data l'importanza che tale Vangelo
assunse, come visto, nell' "îÎmmaginario persuaso" del Goriziano. vir
scaccia i mercanti dal tempio, perché il tempio è divenuto una «spelonca di
ladri» [Matteo 21,13]. Egli dimostra zelo per il tempio, per la propria casa:
quello zelo lo divora [Giovanni 2,17]. «Ma egli parlava del tempio del suo
corpo» [Giovanni 2,21]. Il vir si mantiene puro per il sacrificio di se stesso,
perché il sacrificio acquisti più forza e significato. Fino a quel momento, la
sua è «un'intenzione morale in lotta». Infatti, il suo grido, seppur non di
vendetta, è tuttavia un appello alla lotta, a non cedere: «Non crediate che io
sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma
una spada» [Matteo 10, 34], dice il vir. Il Cristo - il Persuaso'” - dunque, ci
pone dinanzi ad una perentoria dicotomia esistenziale: una ed una sola è la via
della Persuasione; tutto il resto appartiene alla Rettorica. Tertium non datur.
La soluzione che ci suggerisce il proverbio cinese di cui sopra (di «Scegliere
la via di mezzo se si vuole sopravvivere») non è messa in minimo conto: è
valutata come situazione di compromesso, di malafede. C'è una sorta di ostinata
coerenza che accompagna la Persuasione, dall'inizio alla fine della sua
testimonianza. Ora, è proprio su questa comune terra di confine che M.
allestisce l'originale incontro di Cristo con Parmenide: in modo significativo,
il vertice (o uno dei vertici) della genuina speculazione greca si sposa col
vertice della più grande testimonianza della Persuasione in assoluto, nella
comune forza e perentorietà del loro autaut'’’. E' solo il caso di accennare
che, anche qui, come sempre, siamo in presenza di una "lettura
forzata" condotta dal Goriziano sul filosofo di Elea: per la sua
comprensione, noi siamo costretti a seguire questa eterodossia. L'impressione
che ne ricaviamo è che M. "corregga" (se ci è lecito esprimerci così)
l'assunto parmenideo in direzione cristiana, anzi cristologica, ovvero
etico-esistenziale; e che, viceversa, corrobori l'ipostasi cristologica con
apporti del "metodo" parmenideo, ovvero assicurando a quell'ipostasi
una "piattaforma" logico-ontologica. Il testo parmenideo (dunque
particolarmente caro a M., come testimoniano le citazioni che ne trae, non solo
numerose, ma anche cruciali) esordisce con la narrazione di un viaggio compiuto
attraverso la «via del dio»: ogni contorno fisico sfuma però subito
nell'allegoria: l'Eleate è scortato dalle figlie del Sole e condotto al
cospetto della dea Giustizia, l'Immutabile Legge del cosmo, la verità che si
svela. E' proprio la Giustizia che, «benevolmente », rivolge la parola a
Parmenide: O giovane, [...] 120 Cfr. la diapositiva E [Volto di Cristo e
Schizzi di alberi] nel supporto iconografico. 121 Per una sorta di automatismo
mentale, si tende ad associare l'aut-aut M.iano all'omologo conio
kierkegaardiano: ma è solo una questione, come dire, "sinonimica":
l'aut-aut del filosofo danese non è indicativo di una scelta (essendo la vera
scelta quella della fede), non è neanche, a ben vedere, un "o-o": a
rigore è un "né-né": né vita estetica, né vita etica. In Kierkegaard,
tertium datur. Il terzo termine è, appunto, la vita nella fede. salute a te!
Non è un potere maligno quello che ti ha condotto per questa via (perché in
verità è fuori del cammino degli uomini) ma un divino comando e la giustizia.
Bisogni che tu impari a conoscere ogni cosa sia l'animo inconcusso della ben
rotonda Verità [alethéie] sia le opinioni [dóxai] dei mortali, nelle quali non
risiede legittima credibilità. [B 1 v 24 e vv. 26-30]. Dunque, in modo
rigoroso, ci sono due e solo due "vie", ovvero possibilità, aperte
all'esistenza e al pensiero; il filosofo "venerando e terribile" le
presenta come rivelazione di una dea, da ritenersi quindi espressione
adamantina e necessaria della verità: l'una consistente nel pensare ciò «che è
[estin] e che non è possibile che non sia», l'altra consistente nel pensare ciò
«che non è [ouk estin] e che è necessario che non sia»; e appena dopo aggiunge,
sempre per bocca della dea, che la prima via è quella conforme a verità, della
quale dunque si deve essere persuasi [«è il sentiero della Persuasione»],
mentre la seconda è impercorribile, perché «il non essere» [to me eon] non può
essere né pensato né detto [cfr. frammento B 2 passim]. Quest'ultima è
«impensabile e inesprimibile (infatti non è la via vera)», «l'altra invece esiste
ed è la via reale» [cfr. frammento B 8 vv. 21-22]. Ora, quello che c'interessa
non è tanto indagare l'ontologia rigorosa che segue simili affermazioni:
ovvero, le caratteristiche del "ciò che è" (l'eternità, la finitezza
come perfezione, l'omogeneità, il vincolo cui è costretto dalla Necessità...)
sussunte nella nota immagine della Sfera; anche se sarebbe istruttivo
individuare - ma non è neanche molto difficile farlo - certune ispirazioni che
il filosofo goriziano mutua dall'essere parmenideo per la definizione del suo
"solido" peve’. Quel che ci interessa, piuttosto, è vedere il legame
che viene ad intrecciarsi tra Persuasione e Verità, nel senso genuinamente
greco del termine, tradito nella traduzione posteriore (ad esempio, già in
Cicerone). Heidegger (e forse prima di lui Ortega y Gasset nelle Meditaciones
del Quijote) ci ha insegnato che, in proposito, bisogna far ricorso ancora una
volta all'etimologia per giungere al cuore della questione: infatti, il termine
greco sembra derivare da /anthano che vuol dire "coprire". Da
/anthano proviene Lete, che è il fiume della dimenticanza, il fiume che copre.
Alètheia, con l'alpha privativo, è il contrario di ciò che si copre: il
"non-nascondimento", il "dis-velamento"'8. Ma in cosa
consiste quel "velamento", che cos'è quell'oblio? Per M. - ed è qui
il senso della lettura forzata ch'egli fa di Parmenide - esso coincide col
mondo della Rettorica. La seconda parte della sua tesi di laurea - la pars
destruens - è interamente dedicata appunto alla "de-costruzione" dell'inganno
rettorico, allo smascheramento del suo dispositivo: la Persuasione si porrà, in
quelle pagine, innanzitutto come "dissuasione" 122 Da confrontare, ad
esempio, le affinità tra espressioni che connotano il dio-Persuaso di M. e i
sémata dell'Essere di Parmenide nel frammento B 7 vv. 7-10 soprattutto. 123 In
questo senso, è anche possibile che, ad un orecchio greco, oltre che al
"nascondimento", la verità si opponesse all' "oblio": così,
si spiegherebbe il legame della Verità con il carattere rivelativo della
memoria Imnemosyne], tipico del pensiero arcaico greco, faro principe
d'illuminazione per il Nostro. (il valore dell'alpha privativo), come verità
negativa, o meglio, che si evince dalla negazione dialettica e puntuale della
Rettorica, negazione giocata nel concreto della vita e del mondo‘. Eppure,
l'interpretazione M.iana di Parmenide non è, poi, del tutto gratuita o fuori
luogo: a ben vedere, lo stesso Eleate autorizza lo slittamento del discorso in
prospettiva etica: in lui, l'opposizione tra "essere" e "non
essere" (ovvero tra ragione e sensibilità) è così radicale che su di essa
egli fonda la distinzione tra due tipi di uomini - appunto, quelli che seguono
la ragione e quelli che si fermano ai sensi: il frammento B 6 ne è prova
palese; gli uomini rettorici - ci dice M. - assomigliano molto da vicino alla
«gente dalla doppia testa» stigmatizzata da Parmenide: uomini che [... ]
vengono trascinati insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa
decidersi, da cui l'essere e il non essere sono ritenuti identici e non
identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino. [B 6, vv. 7-10
J15. Lo slittamento di cui sopra viene sostanziato con l'opportuno innesto
della lezione evangelica: la dicotomia essere/non-essere si svincola dalla strettoia
ontologica per ampliarsi nell'apertura etica, secondo la testimonianza del
Cristo: le due vie annunciate da Parmenide divengono esclusivamente, o prima di
tutto, alternative esistenziali: l'accesso ad esse si avrà attraverso le due
porte indicate dal vir: 124 Questo aspetto è stato colto solo in parte da buona
parte della critica, e qualora lo sia stato, è stato a nostro parere non
esattamente interpretato: Maria Adelaide Raschini, che rappresenta l'approccio
della critica cattolica al Nostro, ne desume ad esempio una sorta di
«antropologia teologica negativa» (o addirittura «teologia antropologica», per
cui vd. oltre) bic, in M. A. M., La disperata devozione, ed. Cappelli, 1988,
pag. 138], facendo del Goriziano un redivivo Pseudo-Dionigi. L'appunto, dicevamo,
per noi non è corretto: M., come stiamo tentando di dimostrare nella nostra
analisi, non appronta una "definizione" per viam negationis della
Persuasione: tutt'altro, ed è qui proprio la sua (e la nostra) difficoltà. E'
altrettanto vero, comunque, che la "monadologia persuasa" del
filosofo goriziano acquista più senso e più nitidezza nello scontro,
nell'agonismo con la Rettorica, perché si cala dal piano astratto a quello
esistenziale. E' bene ribadire, anche se in nota, questa nostra posizione, e proprio
in contrasto con le conclusioni della studiosa su citata: la Raschini, infatti,
coerentemente alla sua impostazione, compendia e sottolinea che «l'uomo della
persuasione si afferma del tutto negativamente, attraverso la pura negazione di
tutto ciò che è finito. Rifiutato il mondo, nessuna categoria mondana gli vale
più, vuole per sé la dimensione teologica; tuttavia, avendo respinto, di
questa, il contenuto di verità, la dimensione teologica si trasforma per lui
nell'atto assoluto del negare: teologia antropologica costruita per negazioni,
nella quale l'esigenza mistico-panteistica viene soddisfatta dal puro e
assoluto atto del negare». [ib. pag. 125; corsivi dell'autrice]. Come si può
vedere, ci troviamo agli antipodi: per noi, il momento della negazione in M.
non è assoluto, ma funzionale (ovvero, condizione mediatrice, e non conclusiva)
all'affermazione positiva dell'ipostasi persuasa; un'ipostasi che non nega,
pregiudizialmente, ogni "finito", ogni "categoria mondana"
in toto, ma solo quelle attinenti alla falsità ed al dominio rettorici: in
questo non c'è alcuna aspirazione teologica, ultramondana, o peggio
anti-mondana, come sembra trasparire dai giudizi della studiosa cattolica;
tutt'altro: se il vir nega il mondo rettorico (la precisazione è sempre
d'obbligo), lo fa in funzione di un'apocatastasi del mondo umano stesso in una
società "globale" (diremmo oggi) persuasa, di cui l'amore e l'armonia
riusciranno ad essere le sole leggi. E' questa la potenza, e l'utopia positiva
e "programmatica", del messaggio M.iano, come stiamo affermando -
sempre, e con insistenza - nel corso del nostro lavoro. 125 Versi importanti
che il Goriziano, non a caso, pone ad epigrafe del Il capitolo del suo lavoro
accademico: L'illusione della Persuasione [PR 11]. Chi cerca trova e a chi
bussa sarà aperto... Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e
spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano
per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla
vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano [Gesù, nel Vangelo di Matteo
7,1-14]. L'inclusione degli uomini nella agathon philia, nella ekklesìa
persuasa, avverrà attraverso l'accesso non privilegiato della «porta stretta»,
il che vuol dire che comporterà una tempra ed un sacrificio
"sovraumani", cioè al limite delle possibilità dell'uomo: l'uomo
nuovo dovrà rinunciare alla sua condizione sicura, dovrà rimettere in
discussione ed esporre al rischio la propria "stabilità" quotidiana,
per aprirsi alla dimensione autentica, all' "attimo carismatico"
della Persuasione. Come vir, l'uomo nuovo vive la sua vita in profonda
relazione con la Persuasione, già immerso nell’eternità che trascende il tempo
nell'attimo della «vita che non si nega», eppure accetta contemporaneamente di
indugiare nel tempo del mondo, nella storia, nella carne, per condividere la
vita degli uomini, per soffrire e "risorgere" con loro, per essere
testimonianza. Nel momento in cui il Persuaso si emancipa dalla sua condizione
umana (rettorica), egli realizza la sua condizione umana autentica, la sua
entelechia come uomo: la Persuasione è, a dispetto di quanto si sia disposti a
credere, la condizione totale dell'uomo, la realizzazione completa e assoluta
delle sue possibilità in atto. «Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete
nascere di nuovo. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di
dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» [Gv 3,7-8]. Il
fatto paradossale è che per conquistare questa sua autenticità in atto, espressione
piena ed estrema delle proprie potenzialità, l'uomo deve attraversare il
golgota che conduce sulla, o che coincide nella, via della Persuasione '?9. Già
solo da questo punto di vista, dunque, già solo nel suo accostamento a
Parmenide, la proposta di M. dovrebbe essere costantemente ammirata come
esempio di un pensiero così rigoroso e coraggioso da non fermarsi neanche di
fronte alle affermazioni più "assurde" e contrarie all'esperienza,
neanche di fronte al confronto con i "grandi". In effetti, l'apporto
parmenideo, nella prospettiva del Nostro, non si fermerà alla considerazione di
una possibilità esistenziale vera, e non filistea, o rettorica; le intuizioni
del filosofo di Elea, svolte con lucida logica deduttiva a partire dal
paradosso dell'Essere che soltanto ha diritto di essere, coinvolgeranno anche
la componente linguistica e "scientifica" che pregiudica un corretto
accesso alla Verità: per Parmenide il linguaggio e la scienza (entrambi
strumenti della doxa) degli uomini «dalla doppia testa» ne 126 L'eccessivo
ricorso al dettato neotestamentario e il tono "ispirato" di certe
nostre espressioni rischierebbero di denunciare un appiattimento della
Persuasione sull'esperienza cristiana: per scongiurare un simile equivoco, e
per ristabilire un certo equilibrio, riteniamo opportuno ricordare che per M.
il vir mantiene una sua forte, assoluta valenza autonoma, non riconducibile
affatto alla testimonianza del Cristo come figlio di Dio: certo, utilizzare la
vita e la parola di Gesù, ci aiuta - a mo' di scorciatoia e secondo indicazioni
dello stesso filosofo - a diradare la complessità della dimensione persuasa; ma
si tenga sempre a mente il ribaltamento di prospettiva (laica, o - azzardiamo -
ebraica) con cui egli si pone di fronte alla sua preferita prosopopea del vir:
per dirla in parole davvero semplici, il Cristo - quel Cristo
"monofisita" che ricordava Campailla - è soltanto uno della schiera
dei Persuasi. E, non per nulla, condivide la sua condizione con un Parmenide o
un Empedocle, giusto per accennare ai filosofi appena trattati.rappresentano la
via artefatta e deleteria, «il sentiero della notte», la scorciatoia che
pretende di assegnare valore alle cose e agli uomini con la vana sostanza dei
nomi, delle convenzionali parole poste dagli uomini stessi, immagini di
concetti, e dunque copia di copia. La scorciatoia che prende in prestito la
genuina aspirazione della Persuasione: quella di vedere le cose, benché
lontane, [...] col pensiero saldamente presenti [cfr. fr. B 4, v.1] e la
vanifica, perché la risolve in un presente che non è l'attimo del vir, ma l'hic
et nunc della storia, dove le cose - sottratte con la violenza al loro
"luogo naturale", alla loro condizione persuasa - sopravvivono nelle
ipostasi rettoriche di ma falsa consistenza, nelle maglie di relazioni logiche
e linguistiche che garantiscono solo una corrotta permanenza, un'illusione di
permanenza e autonomia. Le cose, e gli stessi uomini, divengono - direbbe
Heidegger - semplice-presenza, oggetti a portata di mano [vorhanden]. Una situazione
di hybris, determinata da una sacrilega immissione della temporalità e della
alterità nella perfezione sferica dell'Essere, hybris per la quale l'essere [è
distaccato] dalla sua connessione con l'essere [cfr. fr. B 4, v. 2] che per
Parmenide è peggio di una bestemmia. M. svilupperà con fedeltà e coerenza
queste indicazioni dell'Eleate: anche per lui il linguaggio e la scienza (col
suo braccio armato, la tecnica) rappresenteranno le estreme conseguenze del
feticismo rettorico per la falsa permanenza della "cosa" e del
"fatto", in un'oggettività che esercita violenza, perché strumentale
e appunto "tecnica". La loro [i.e. degli uomini rettorici] memoria è
fatta di [...] cumuli di disposizioni che aspettano le forme consuete per
riconoscerle; ed essi riferendovisi con parole non le comunicano, non le
esprimono ma le significano agli altri così da bastare agli usi della vita.
Come uno muove una leva o preme un bottone d'un meccanismo per aver date
reazioni, che le conosce per le loro manifestazioni, per ciò che
d'indispensabile gli offrono, ma non sa come procedono, ma non le sa creare -
egli vi si riferisce soltanto con quel segno convenuto. Così fa l'uomo nella
società: il segno convenuto egli lo trova nella tastiera preparata come una
nota sul piano. E i segni convenuti si congiungono in modi convenuti, in
complessi fatti. Sul piano egli suona non la sua melodia - ma le frasi
prescritte dagli altri. - [PR 112; corsivi di M.] Ma la vera funzione organica
della società è l'officina dei valori assoluti, la fornitrice dei 'luoghi
speciali' e ‘comuni’: la scienza. Che con l' 'oggettività' che implica la
rinuncia totale dell'individualità, prende i valori dei sensi, o i dati
statistici dei bisogni materiali come ultimi valori, e fornisce alla società
col suggello della saggezza assoluta ciò che per la sua vita le è utile:
macchine, e teorie d'ogni genere e per ogni uso - d'acciaio, di carta, di
parole. [PR 125; corsivi di M.] Ma approfondiremo la questione a tempo debito,
nel capitolo dedicato alla Rettorica. Qui, quel che ci preme evidenziare è che
è proprio il suddetto nesso vicinanza-lontananza [quello del frammento B 4] a
contessere la trama e l'ordito del lavoro accademico del Goriziano: quel nesso
sembra davvero assurgere a pietra limite del corretto rapporto delvir con se
stesso e con il mondo e il filosofo individua in esso il perno intorno al quale
ruota tutta la sua visione persuasa. L'homo, infatti, sfalsa la giusta
prospettiva tra vicinanza e lontananza del/dal vero, alla stregua di un
binocolo rovesciato: ritiene di allontanare la morte, che sempre gli è vicina;
ritiene di avvicinare le cose, di averle a portata di mano, dando loro una
valenza, una strumentalità che invece è lontana dal loro giusto valore. La
prospettiva distorta dell'ilusoria persuasione ci crea un presente che è un
gigante coi piedi di argilla, dato che si frantuma sotto l'incessante, sempre
incombente premere della deficienza, la quale ci differisce puntualmente il
riposo della (falsa) persuasione, finta nell'appagamento del desiderio di
continuare la vita. Perché non possediamo mai la nostra vita, l'aspettiamo dal
futuro, la cerchiamo dalle cose che ci sono care perché ‘contengono per noi il
futuro', per essere anche in futuro vuoti in ogni presente e volgerci ancora
avidamente alle cose care per soddisfar la fame insaziabile e mancare sempre di
tutto. [D 39] L'uomo rettorico, così facendo, ovvero [...] mancando di sé
stesso nel presente egli si vuole nel futuro - questo egli non può che per la
via delle singole determinazioni organizzate a farlo continuar a voler così
anche nel futuro. Egli si gira per la via dei singoli bisogni e sfugge sempre a
sé stesso. Egli non può possedere sé stesso, aver la ragione di sé, quanto è
necessitato ad attribuir valore alla propria persona determinata nelle cose, e
alle cose delle quali abbisogna per continuare. Ché da queste è via via
distratto nel tempo. - Il suo avvenire alla vita mortale: il suo nascere è
nella altrui volontà; il pernio [sic]intorno cui si gira gli è dato, e date gli
sono le cose ch'ei dice sue. [PR 20] Questa condizione differita il dominus se
la fa scivolare addosso, mentre essa coglie drammaticamente di sorpresa l'homo.
La tecnica retorica preferita dal dominus è la preterizione, perché egli simula
una persuasione che non ha, una lontananza che non ha attinto: in questo, egli
dimostra di avere una «previsione più organizzata a una più vasta vita», ed è
in ciò la sua forza; la debolezza dell'homo è invece nella sua disperata,
vulnerabile, contingente "inesperienza" esistenziale. Ragion per cui,
l'homo si adatterà a strumento passivo di violenza, mentre il dominus si
arrogherà il ruolo di strumento attivo. L'homo, l'«uomo ammaestrato », «è
ridotto a non uscir dal punto colla sua realtà, il suo modo diretto è il segno
d'una data vicina relazione: simile all'uomo che sogna [...] s'avvicina alle
cose lontane per vedere» [PR 113]. Ma egli viene a trovarsi «come il tiratore
inesperto accanto al cacciatore [nella metafora, il dominus]»: [...] è il
debole che vuole affermarsi là dove il forte s'afferma. Ché questi ha la
vicinanza dell'animale lontano nella sua mano e nel suo occhio sicuro; quello
vede l'animale in una lontananza che come non è finita pel suo occhio è
xrtopocperla sua mano: egli ha negli occhi un'incertezza di punti, nella mano...
l'arma. Nella coscienza più vasta la stessa cosa è più reale, poiché riflette
quella vita più vasta. Questa lha di più poiché nella sua affermazione ci sono
i modi della previsione più organizzata a una più vasta vita, sufficiente a
eliminare maggior vastità di contingenze, che ha certa, finita, vicina
nell'attimo una maggior lontananza. [PR 20-21] La stessa filosofia, o ideologia
(nell'accezione davvero larga del termine), sembra offrire il destro al
dominus, escogitare il pretesto di dominio, lo autorizza sostanziandolo di
sapere. La filosofia è la versione umanistica della scienza, è la sua
giustificazione "ideale": questa ci avvicina (falsamente) le cose
attraverso l'esperimento, ci fornisce l'illusione di possederle entro i dettami
razionali della formula; quella ci avvicina (altrettanto falsamente) le cose
"sublimandone" il valore in concetto, il concetto in idea, l'idea in
parola. In questo senso, per M., Platone (il Platone oramai sganciato da
Socrate, il Platone del Fedro, della Repubblica e delle Leggi) è davvero il
padre di tutti i domini, per giunta scalzato da uno ancor più forte,
Aristotele. Quanto il Goriziano scrive a proposito ha una sua innegabile forza
di contestazione e di "smascheramento": Ma la necessità per gli
uomini è appunto il muoversi: non bianco, non nero [come suggerisce l'aut-aut
parmenideo della Persuasione], ma grigio: sono e non sono, conoscono e non
conoscono: il pensiero diviene [la temporalità e la differenza irrompono e
trasgrediscono l'omousia dell'essere]. | dati per sé non sono niente, dicono
gli uomini: noi dobbiamo ora prenderli, considerarli sub specie aeterni,
contemplarli, e pensando andare verso la conoscenza. Il valore, la realtà è la
via: la macchina che muove i concetti: l'attività filosofica [PR 60-61]. Nella
Appendici critiche, l'attacco diviene ad personam, ovvero condotto - volendo
continuare l'espressione del Goriziano - contro il deus ex machina
dell'attività filosofica: Ma Platone ha bisogno d'aver dagli altri il segno
della propria persona, vuol esser per loro il sapiente sufficiente a ogni cosa,
e, se non può dare vicine le cose lontane, ma le cose vicine dice e le chiama
lontane - perché esse pur siano accette alla corta vista del comune degli
uomini, e insieme conservino il nome di cose lontane: di sapienza assoluta. E
perciò i nomi che questa sapienza costituiscono, e che rifulsero di tutta la
loro luce nella bocca del vero Socrate e del vero Parmenide, devono ora per la
loro stessa bocca scendere nel fango a dar bella apparenza all'oscurità [PR 176].
1277 commesso da Platone. Sarà il vira Sarà il vir a riscattare il «parricidio»
di Parmenide ristabilire il giusto equilibrio con le cose, a
"riaggiustare" la prospettiva dialettica di vicinanza-lontananza, a
reintegrare l'omousia, operando quella che già definimmo la sua personalissima
"rivoluzione copernicana" nei rapporti con le «altrui vite» delle
cose e degli uomini. Le cose saranno davvero vicine al vir, vicina la stessa
morte, nella loro accezione autentica, nel loro valore in atto: il Persuaso
ridona valore al mondo, sospende la «relazione sufficiente» con le cose e le
sostituisce un rapporto di comunione in atto, che si realizzerà in un reciproco
donarsi ultro: le cose, potremmo dire, si "ammansiscono"; avendo
riconquistato il luogo naturale che loro compete, acquisteranno nuovo, vero
"sapore". Esse «non ci avranno» più, noi non c'illuderemo più di
averle, l'avere stesso sarà bandito, perché espressione di coartazione: gli
uomini e le cose coopereranno al senso persuaso del nuovo mondo, e la legge
sarà quella che gli uomini, anche oggi, chiamano 127 Cfr. Sofista, 241 d3. C.
Mazzarelli - curatore del dialogo in Platone, tutte le opere, cit. - fa notare
che «la ferita mortale al Parmenidismo è inferta dallo straniero di Elea, uno
dei figli spirituali di Parmenide». Notiamo noi che Platone si è riservato il
pudore di non metterla in bocca a se stesso o a Socrate. («illudendosi
d'averli») amore, o armonia. E così l'essere, per riprendere le espressioni di
Parmenide e di Empedocle, si «ricucirà» all'essere, «il simile col simile»,
«con legami d'amore connettendoli Afrodite » [Empedocle, fr. 87]'”. Scrive M.:
Ma (ancora una volta e mille volte!) soltanto se questa vastità di vita viva
tutta attualmente, saranno vicine le cose lontane. Soltanto se essa chieda nel
presente la persuasione, essa potrà reagire in ogni presente con una sapienza
così squisita, ed enunciando il sapore che le cose hanno per lei, costituire la
presenza d'un mondo che poi gli uomini dicano sapere o arte o sogno o profezia
o pazzia a piacer loro [PR 169]. Così, «l'uomo libero gode dell'altrui vita -
poiché tutte [le cose, le vite] egli vede e conosce e ama non per quanto gli
siano utili ma per loro stesse» [D 90]. Il Persuaso avrà «la gioia
dell'esistenza in mezzo a 128 Non a caso abbiamo indugiato sull'analisi di
Empedocle e Parmenide, secondo l'ottica del filosofo goriziano (ci dispenseremo
dall'accordare analoga attenzione ad Eraclito, dato che egli sostanzialmente
condivide con gli altri due, da questo punto di vista, il senso fondamentale
del suo messaggio, che M. fa proprio). Molta critica, infatti, si ostina a
semplificare l'assunto del giovane tesista su posizioni schopenhaueriane o
leopardiane: le pagine di M. si presenterebbero come una parafrasi, per quanto
originale, di motivi analoghi riscontrabili nell'autore del Mondo come volontà
e rappresentazione e del poeta-filosofo recanatese (soprattutto per quanto
riguarda i Pensieri e lo Zibaldone). Ora, non vogliamo certamente negare
l'evidente influenza di queste due ispirazioni (M. lesse di sicuro Schopenhauer
e rilesse e annotò più volte i Canti di Leopardi), come non vogliamo negare il
ripetersi dei motivi conduttori tra i tre autori: la deficienza con la Volontà
(a partire dall'esempio del peso che troverebbe un esempio "siamese"
nel Mondo); la polemica antirettorica con la polemica antilluministica e
antiborghese di Leopardi nelle Operette o nella Ginestra, tanto per far
citazioni ovvie; le medesime riflessioni sulla natura illusoria de piacere,
così tipicamente umana; la conseguente (analoga) concezione della vita come
«pendolo che oscilla tra dolore e noia»; una certa, affine, disperazione
esistenziale in concreto (soprattutto col giovane Leopardi); e via dicendo. E'
de tutto palese che M. provi "simpatia" per questi due filosofi;
altrettanto palesi ne sono i motivi. Tuttavia, per noi, la questione è più
complessa. Cerchiamo di spiegarci: l'orizzonte entro il quale si muove la
riflessione di M. è innanzitutto l'orizzonte greco: la sua riflessione nasce
dalla lettura e dalla intensa meditazione degli autori tragici e presocratici,
e anche di Platone e di Aristotele. M. non solo scrive, ma pensa grecamente. |
punto di partenza è la grecità: in Leopardi e Schopenhauer (nel loro
"pessimismo") egli avrebbe trovato piuttosto un confortante e
corroborante riscontro contemporaneo di una verità che appartiene agli albori
della civiltà tragica, verità consegnata già alle beffarde e ammutolenti parole
del Sileno: «Stirpe misera e caduca, figlia del caso e della pena, perché mi
costringi a dirti ciò che è per te il meno profittevole a udire? Ciò che è per
te la cosa migliore di tutte, ti è affatto irraggiungibile: non essere nato,
non essere, essere niente. Ma, dopo questa, la cosa migliore per te è morir
subito». Ora, il senso del nostro appunto è il seguente: M. non parte dalle
riflessioni di Schopenhauer e di Leopardi, ma arriva ad esse attraverso la sua
consapevolezza greca (ovvero, tragica), si riscopre in esse - si incontra con
esse - sul comune terreno della grecità. E la grecità, nel nostro autore, come
nel Nietzsche della Nascita della tragedia, non è un referente culturale e
storiografico, non è un passato lontano e irrecuperabile: è un modus vivendi
sempre attuale e sempre attingibile. Il Greco, come il Cristo, è l'Uomo par
eccellence, il vir; il popolo greco non è (soltanto) il progenitore, ma
l'auspicabile rendez-vous dell'umanità occidentale, dell'umanità tutta:
Nietzsche conclude il suo capolavoro giovanile con parole di straordinaria
bellezza: « Beato popolo degli Elleni! Come deve essere grande tra voi Dioniso,
se il Dio di Delo reputa necessari tali incantesimi per guarirvi dalla vostra
follia ditirambica!' [...] - Ma un vecchio ateniese, guardando col sublime
occhio di Eschilo colui che così parlasse, potrebbe ribattere: 'Aggiungi però
anche questo tu, singolare straniero: quanto dovette soffrire questo popolo per
diventar così bello! Ora però seguimi alla tragedia e sacrifica con me nel
tempio delle due divinità' » [Nietzsche, Nascita della Tragedia, in Opere,
cit., pag. 187]. L'occhio di Eschilo diviene lo sguardo di M.: attraverso
quello sguardo il Goriziano valutò il mondo, ed accolse chiunque lo
accompagnasse sulla via della Persuasione. Anche Leopardi e Schopenhauer. 129
Facciamo notare che, secondo M.r, il ristabilimento della corretta prospettiva
lontananza-vicinanza è a suo modo anticipata, ma solo in modo molto vago e
inguenuo (come dire: solo per analogia), nell'esperienza artistica: «Una
facoltà potente di sogno è quella dell'artista che vede le cose lontane come
levicine, e perciò le può dare così ch'esse tutte le cose. Gli sono care non
solo le cose vicine e come possano soddisfare un bisogno ma tutte - egli sa
godere della luce del sole» [D 89-90]. Se l'uomo rettorico è «malato », perché
«ha perduto il sapore d'ogni cosa» [D 46], la salus del vir - la sua salute, la
sua... salvezza - al contrario, consisterà nel riassaporare una nuova dolcezza.
Perché la Persuasione, come rivela la sua variante etimologica latina, la più
bella e forse la più vera, è uno stato di dolcezza. Tuttavia, quella dolcezza
appare (apparve a Cristo, apparve a M., appare ad ogni vir) un miraggio, essa
stessa una condizione differita. Oggi la Rettorica domina, e il suo dominio è
sempre più forte e serrato, è sempre più nascosto e plausibile. Siamo ancora in
un periodo di esodo. La "pasqua" della liberazione è rimandata. Il
mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto. Il mondo
non può odiare voi, ma odia me perché io testimonio di lui, che le sue opere
sono malvagie. Salite voi a questa festa, io non vi salgo ancora, perché il mio
tempo non è ancora compiuto. [Giov. 7, 6-8] Nel capitolo sulla Rettorica,
analizzeremo le radici di questo odio e l'incompiutezza di questo nostro tempo,
così come apparvero allo "sguardo eschileo"'*' del Goriziano.
appaiono nella loro reciproca relazione di vicine e di lontane» [PR 113]. Ma,
appunto, quello artistico è un sogno non meno illusorio e fallace del
"sogno" rettorico. 130 Persuasione > per + suav(itattem: condurre
(attra)verso la dolcezza. Già Aristotele, però, intese quella dolcezza come
escamotage retorico, come dolcezza di parole, per attrarre a sé l'uditorio, per
lusingarlo, ed assicurare una posizione vincente all'oratore. Siamo nel cuore
della Retorica aristotelica, per l'analisi della quale rimandiamo al seguito
del nostro lavoro. 131 Cfr. quanto da noi detto supra, in nota 120. Intermezzo.
Notò che essi collegavano le questioni scientifiche con quelle che riguardavano
l'anima, e a momenti pareva che toccassero il punto essenziale, cioè quello che
a lui pareva tale, ma subito se ne allontanavano e s'immergevano nel campo
delle distinzioni sottili, delle riserve, delle allusioni, delle citazioni, dei
richiami alle autorità, e allora gli riusciva a stento di capire il senso del
loro discorso. Considerazioni di Levin, in Anna Karenina La Persuasione non
soggiace ad alcun atto apprensivo, sfugge ad ogni concettualizzazione: è alla
disperata ricerca di una propria, peculiare, semantica, di un «linguaggio
rappresentativo» [Piovani] che ne dipani il velo di Maia. Condividiamo con M.
questa difficoltà, e con M. siamo giocoforza spinti ad una serie di riferimenti
prismatici ed aleatori, che chiamano in causa autori e dottrine, espressioni
artistiche e risonanze filosofiche, anche "alternative", che corrono
il pericolo di franare in pastiche, o quantomeno di mostrarsi quali fili
sospesi ed equivoci, difficilmente riassettabili in un nodo stretto e sicuro.
La cosa sconcertante è che questa situazione di stallo ha insita una sua
ineluttabilità. Socrate medesimo, uno dei vertici assoluti della Persuasione,
in fondo, non trovava risposta al suo ti estì, sciogliendola in un'aporia
esistenziale che trovava esclusivamente nella sacra finitudine dell'uomo la
propria soluzione. Allo stesso modo che per Socrate, tentare d'evincere dalla
scrittura magmatica di M. la definizione "esatta" della valenza del
suo essere persuasi varrebbe press'a poco quanto chiedere ad un credente di
rendere ragione della propria fede. Montale avrebbe risposto: «Non chiederci la
parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
/ lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato
». Eppure, proprio il riferimento alla fede (riferimento da assumere però con
molta cautela, ché può dar adito a pericolosi equivoci) può contribuire a
sostenere, almeno un poco, e seppure in un chiaroscuro di affinità e
divergenze, lo scandaglio ermeneutico che stiamo tentando; sotto questo
rispetto, ci appelliamo alla testimonianza di uno dei cristiani veramente
onesti che siano mai vissuti, Soren Kierkegaard!'*?. In effetti, non sarebbe
difficile riscontrare suggestivi punti di contatto tra il «cavaliere della
fede» e il vir innanzitutto, i due filosofi condividono la polemica contro
l'«individuo sognato da 132 E' assodato che M. non conobbe l'opera di
Kierkegaard, anche in virtù della tardiva diffusione e fortuna che essa ebbe in
Italia (e non solo), data la difficoltà della lingua. Non è improbabile,
tuttavia, che il giovane studioso abbia assimilat elementi o atmosfere kierkegaardiane
attraverso la mediazione e il filtro dell'opera teatrale di Ibsen. [Ma cfr.
anche S. Campailla, Pensiero e poesia..., cit., pagg. 30-31] Inoltre, si
noterà, nel seguito della nostra trattazione, in particolare nel capitlo
riguardante la Rettorica come specifiche "categorie" kierkegaardiane
- l'angoscia, la disperazione, la scelta, il salto e via dicendo - risulteranno
efficaci strumenti euristici nell'affrontare il complesso discorso della
Rettorica connaturata all'uomo. 133. imbastita in un noto Hegel» - tanto per
intenderci, quello della gustosa scenetta a tavola passaggio della Persuasione
[PR 89-91]: borghese che (notiamo en passant), forte della sua logica ferrea
della sicurezza e dello stato («la botte di ferro», dice il Goriziano), riesce
a controbattere punto per punto, da consumato sofista, le obiezioni, che M. gli
propina cercando invano di farne vacillare la speciosa logica rettorica
(invincibile se affrontata sul suo stesso campo d'azione). Ora, è risaputo
l'astio del filosofo danese contro il sistema hegeliano, tanto che non è
opportuno neanche soffermarcisi; analogamente, M. diagnostica la «copertura
ideologico-teoretica»'°* della società rettorico-borghese proprio nella
hegeliana dottrina dello Stato etico, che trova il suo corrispondente nella
copertura ideologico-giuridica, rappresentata dal Codice austriaco'*. Contro la
pretesa razionale, necessaria e totalizzante di Hegel, che risolveva
l'individuo nei vari momenti dello spirito oggettivo (l'eticità, la vita
politica, lo Stato), Kierkegaard fa valere la dialettica (che non è dialettica)
del paradosso, del singolo, dell'autaut che sfocia nello scandalo della fede;
similmente, all'«individuo cacanico»'°, M. oppone le ragioni del vir,
altrettanto "scandalose", agli occhi della comune ragione. Entrambi -
il cavaliere della fede e il vir - cercano la gioia della propria realizzazione
esistenziale, gioia che, ancora entrambi, sperimentano come paradosso, perché
l'assurdo è che «a felicità eterna di un uomo sia commensurabile con una
decisione presa nel tempo», come scrive Kierkegaard in un bel passaggio del suo
Diario. Costui, analogamente a M.,ascrive la possibilità di attingere quella
gioia ad un atto di coraggio, anche se per lui - ed è qui il discrimine essenziale
- quel coraggio è piuttosto il «coraggio della fede»: «Occorre [...] un
coraggio umile e paradossale per poter ora affermare tutta la realtà temporale
in virtù dell'assurdo e questo è il coraggio della fede», come asserisce in
Timore e tremore. Frase sottoscrivibile da M., anche se l'accenno pregnante
alla fede si mutuerebbe, senza ombra di dubbio, nell'asserzione di autonomia
persuasa, creando un piano parallelo e inconciliabile di valutazione
dell'esistenza umana, seppur accomunato dalla forte esigenza
"realizzativa" del singolo o del vir che sia. 133 Cfr. la diapositiva
N [La botte di ferro] nel supporto iconografico. 134 Cfr. A. Negri, Il
lavoro..., cit, pag. 26 135 In pagine importanti della sua tesi di laurea,
nella sezione dedicata alla Rettorica nella vita, il giovane filosofo fa
esplicito riferimento, in nota, alla Philosophie der Geschichte di Hegel, di
cui - ci avvisa - non tradurrà le citazioni, poiché dispera «di poter
riprodurre in italiano il loro ineffabile callopismatismo » [PR 92-93]; poche
pagine più avanti [cfr. 99], un altro riferimento esplicito, stavolta al codice
austriaco, che sancisce/garantisce (ma il condizionale sarebbe d'obbligo) che
«ogni uomo ha per natura diritti già da sé stessi evidenti alla ragione». Il
riferimento è, ovviamente, polemico, di una polemica che si sostanzia anche e
soprattutto nel richiamo reciproco, e non nascosto, tra il codice e i passi
hegeliani appunto citati nelle pagine appena precedenti. [ma per un'analisi più
approfondita, cfr. il nostro capitolo sulla Rettorica] 136 Cfr. A. Negri, Il
lavoro..., cit., pag. 16. 68 Ancora, il cavaliere della fede (Abramo) soffre
l'incomprensione della massa, perché vive un rapporto speciale con l'Assoluto:
appare come un assassino, mentre invece - a suo dire - egli compie soltanto un
sacrificio che gli viene richiesto da Dio. Il suo è, dunque, un dramma di
incomunicabilità, che condivide - ma solo apparentemente - col vir: infatti,
per entrambi, l'istanza realizzativa si risolve in una ricerca solitaria, l'uno
di Dio, l'altro della condizione persuasa. Tuttavia: analogia di presupposti,
ma differenza totale di esiti: al dialogo "monogamico" che apre il singolo
a Dio (gli fa dare a Dio del "Tu") ma che gli preclude l'orizzonte
"politico" («il segreto della vita è che ciascuno deve cucire la sua
propria camicia», recita una massima kierkegaardiana), l'individuo persuaso -
all'apice del suo percorso difficile sulla via della Persuasione, ch'è
l'entelechia etica - preferisce la relazione plurale. Il che è come dire che
lorizzonte etico e politico, la cui liceità vien prima messa in discussione e
quindi definitivamente annichilita dall'atto di fede, è invece il presupposto
essenziale dell'agire persuaso: l'eteronomia dell'assurdo comando divino di
uccidere Isacco viene condannato dal vir sia in quanto eteronomo, sia in quanto
(e soprattutto) lesivo della dignità, prima che della persona, dell'altro.
Certo, quando Kierkegaard scrive "morale" vuol far intendere
l'universale (il Generale) hegeliano: eppure, il sacrificio dell'altro non ha
attenuanti, per quanto l'amore che ci lega a quell'altro possa superare noi
stessi, e quindi valorizzare in maniera estrema quel sacrificio. Insomma, a
fronte della visione "veterotestamentaria" che ancora avvolge
l'assunto kierkegaardiano, e che lega il credente ad un
Dio-che-mette-alla-prova e pretende assoluta dedizione (il sacrificio di
Isacco) in un rapporto di insostenibile disperazione, M. aggiorna la propria
prospettiva - rendendola ancora più personale - in direzione neotestamentaria,
di un (Dio)Cristo incarnato che non chiede l'altrui sacrificio, ma sacrifica se
stesso, in un progetto di redenzione e perdono. Lo stato di grazia divina raggiunta
da Abramo, allora, perde di senso a confronto dello stato di "grazia
umana" di cui il vir è scrigno e portavoce. O, quantomeno, si pone su un
altro livello di senso: di qui la cautela annunciata. Incomunicabilità, dunque.
E' questa vicendevole «impenetrabilità degli spiriti», come la chiamava Croce,
questa impossibilità di completa osmosi o "simpatia" razionale ed
emotiva che sembra compromettere ogni possibile ricerca (in senso ampio)
condivisa, ogni comunicazione autentica ed integrale con gli altri a riguardo
delle proprie esperienze fondanti: un'impenetrabilità che potrebbe facilmente
degenerare in un'anarchia pericolosa del pensiero e delle verità, ma che allo
stesso tempo ci protegge, non ci rende completamente esposti all'altro, e
dunque vulnerabili. Una comoda corazza rettorica, così avvolgente, così sicura,
così esclusivamente nostra. Il Persuaso avverte il bisogno di svincolarsi da
quell'ingannevole egida, di tentare un punto di incontro, di recuperare un
orizzonte condivisibile, di senso e di esistenza, perchsolo nella comunione con
gli altri si realizza la vera felicità, e non nelle zone di franchigia della
Rettorica. La posta in gioco è immensa: la scommessa è la trasposizione
"urbana" e umana della scommessa di Pascal, e addirittura più
avvincente, perché più pericolosa, essendo in gioco non la felicità in un'altra
vita, presunta o vera che sia, bensì la felicità nel mondo che abitiamo e
nell'esistenza che conduciamo, ché solo essa, qui e ora, ci appartiene '?”. La
schiera dei Persuasi è tale perché ha attinto questa verità: la loro forza è
nell'aver mosso il primo passo verso quell'incontro con gli altri, fondando
quel loro atto nel sacrificio di sé, che è più un donarsi che un sacrificarsi,
un atto gratuito - presupposto ineludibile - che non pretende di essere
contraccambiato, perché conosce e perdona la debolezza e la miseria degli
uomini, e pur accorda loro la fiducia, la persuasione appunto: «l'attività che
non chiede è il beneficio, che fa non per avere, ma facendo dà» [PR 42]. Scrive
bene Eugenio Garin", a questo proposito: «Il consistere [ovvero, la
Persuasione] è veramente il salto oltre il mondo della violenza,
dell'asservimento, verso la vita vissuta non contro, ma con gli altri e con le
cose». 137 Forse questa allusione, velatamente critica, al pari non rende
giustizia alla portata autentica del tentativo di P ascal: che è proprio quello
di conquistare profondità e felicità all'esistenza umana, nel mondo, seppur
fondandola nell' "azzardo" trascendente (cfr. il famoso pensiero 377,
su quell'essere "nobile" ch'è l'uomo, "canna che pensa" [P
ascal, Pensieri a cura di P. Serini, Mondadori], e lo si integri appunto con
l'argomento della "scelta di Dio" [cfr. pensiero 164 "Infinito,
nulla", ib. pagg. 123 - 129]). «170. Obiezione. Coloro che sperano nella
loro salvezza sono per quest'aspetto felici, ma, in cambio, soffrono per la
paura dell'inferno. Risposta. Chi ha maggior motivo di temere l'inferno: chi
ignora se ci sia un inferno e vive nella certezza della dannazione, se c'è,
oppure chi vive nella sicura convinzione che c'è un inferno e, se questo
esiste, nella speranza di salvarsi? » [ib. pagg. 130-131] Diversamente, la
Rettorica della fede (nelle posizioni e nelle istituzioni che ha assunto) ha
sempre e volentieri strumentalizzato l'argomento della "scommessa"
come alibi di una promessa o di una dannazione eterna; alibi volto - in questo
gioco angoscioso - a svalutare la componente "terrena" ed autonoma
del credente, e funzionale ad una migliore "gestibilità" dello
stesso, in coerenza con la propria logica di dominio delle coscienze e
soprattutto dei corpi. 138 E, Garin, Intellettuali italiani del XX secolo,
Roma, Ed. Riuniti, 1974, pag. 98. 139 Due spettri si aggirano nella critica M.iana,
e rispondono ai nomi di Giorgio Brianese ed Emanue Severino; quest'ultimo
elogia la tesi del primo come «lo studio migliore oggi esistente in Italia
sulla filosofia di Carl M.». Brianese, in un passaggio tanto preliminare quanto
fondamentale della sua tesi, scrive: «M. pensa una sola cosa: l'autenticità
dell'esistenza, che egli connota come esistenza "persuasa"; oltre la
quale è la "rettorica", la valenza inautentica dell'esistere, la
quale va smascherata come una situazione che bisogna oltrepassare.
Nell'oltrepassamento della rettorica va rintracciato l'unico dovere al quale
l'uomo è indubbiamente chiamato. E tuttavia M. resta, suo malgrado, prigioniero
di quella che egli crede sia l'inoltrepassabile polarità di persuasione e
rettorica. Prigionia che discende, primariamente, dal permanere tanto della persuasione
come della rettorica all'interno della logica del dominio e della violenza. Con
l'unica differenza che la rettorica è inesa da M. come quella modalità
depotenziata della volontà che non sa conseguire quello che vuole (sì che il
suo possesso è, dal punto di vista della persuasione, una mera illusione di
possesso), mentre la persuasione è quell'atto della volontà che mette in opera il
massimo del dominio concreto (anche se va chiarito sin d'ora che, nell'atto
stesso in cui tenta questa realizzazione, la persuasione attua pure
l'annientamento dell'esistenza). Anche se, esplicitamente, la persuasione
intende porsi come toglimento radicale della rettorica, tuttavia l'atto
decisivo del persuaso non esce dalla logica volontaristica che caratterizza la
rettorica (perché è l'atto con il quale il persuaso vuole il dominio più
vasto); e dunque anche la sopraffazione non può che ripresentarsi come figura
del dominio, della separazione, della violenza, la sua differenza con la
rettorica consistendo unicamente in questo: che essa ottiene ciò che quella
meramente si illude di o D La morte di Cristo e di Socrate vale, così, più di
mille risposte all'interrogativo "che cos'è" il bene. Itti,
l'ipostasi autobiografica di M.'‘°, che si rituffa nel mare, è lo schiavo
platonico che torna nella caverna, sapendo di rischiare il linciaggio, eppure
desideroso, più di ogni altra cosa, di comunicare la verità ai suoi sfortunati
compagni e condividere con loro la gioia di quella conquista, foriera di
liberazione. Il dramma, allora, della fiducia disattesa? Nient'affatto: la
sofferenza è nel cammino di rinuncia di sé che porta all'atto del donarsi, non
nell'atto stesso, o ad esso posteriore: il Persuaso, giunto all'apogeo della
sua consapevolezza, non si aspetta alcuna risposta dagli uomini, non si attende
adesioni, né apprezzamento: è una possibilità che non pone neanche in conto. La
sua gioia non è conseguente al sacrificio, è nel sacrificio: una gioia
paradossale e insensata ad uno spettatore retorico, pago e cinico, e che invece,
nell'ottica persuasa, rappresenta la discesa dall'Iperuranio di quell'idea di
bene, vero e bello che si fa carne e sangue, consiste, permane in eterno
presente, in un attimo che trascende il tempo, nelle persone che la vivono fino
in fondo. Gli dei, e le idee, finalmente, scendono e vivono tra gli uomini.
Attraverso l'attività verso la pace. L'«acerbità» di M., dunque, non è la
mancata refrattarietà filosofica che lamenta il Piovani''; se proprio di
acerbità della Persuasione si deve parlare nel ottenere. Il persuaso, non meno
del rettorico (ed anzi: molto di più di lui) permane saldamente nell'ambito
della volontà di potenza, proprio perché "persuaso" è colui che si
propone la messa in atto della maggior violenza al fine di ottenere il massimo
del dominio: il dominio della totalità. Ed è tuttavia, il persuaso, un
trionfatore che non si avvede dell'essenziale incongruenza esistente tra ciò
che ci si propone di ottenere (il dominio del tutto) e i mezzi messi in opera
per il conseguimento del voluto (il raggiungimento di una unità-identità del
tutto che blocca definitivamente la pretesa stessa del dominio). Donde
l'inevitabile dello scacco e il suicidio». [G. Brianese, L'arco e il destino.
Interpretazione di M.., Abano Terme, Fravisci editore, 1985, pagg. 10-11; |
corsivi sono dell'autore del brano, che ce li ha assecondati] Il nostro
dissenso, rispetto tali conclusioni, è totale: il critico e il suo mentore,
evidentemente, confondono il vir col superuomo nicciano, e addirittura
nell'accezione più becera, quella della vulgata nazionalsocialista. Per una
lettura opposta, e a questo punto salutare, del messaggio M.iano consigliamo il
bellissimo testo di Aldo Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa (ora
disponibile nell'ed. Cappelli, 1990). Ma consigliamo anche di cfr. il nostro
appunto sulla "variante" nicciana e le conclusioni alla nostra tesi.
140 cfr, S, Campailla, Pensiero e poesia..., cit., pag. 85. 141 «Il fatto è che
il ‘caso M.', nella dimensione in cui è veramente tale, non riguarda tanto la
cronaca di una vita interrotta o di una fortuna critica mancata, quanto una
storia da cui ogni storiografia rifugge: la storia dell'acerbo come tale. Per
ogni storia, l'acerbo è il momento germinale di una maturazione che si annuncia
e si attua. Di fronte a vite eccezionali, che si realizzano nell'acerbità
scegliendola o accettandola come unico spazio temporale, bruciando nella
brevità l'interezza vitale, la storia è disorientata. Da un lato deve
registrare una maturità precoce, dall'altro deve costatare i limiti insuperabili,
biologici, psicologici, intellettuali, di quell'acerbità culturale e
biografica. La filosofia di M. è stata poco ‘storicizzata' proprio per questo:
la storia dell'acerbo è poco storicizzabile. [...] Ma non bisogna farsi troppe
illusioni: l'acerbità rimarrà un ostacolo spesso invincibile alla coerente
storicizzazione e continuerà ad invitare, con seduzione tentatrice, a
un'esegesi che trovi sistematica coerenza unitaria anche dove essa non può
esserci» [P. Piovani, M.: filosofia e persuasione, cit., pp. 212-213].
L'autorevole giudizio del Piovani, condivisibile o meno nella sua sostanza, ma
che ammette concessioni anche a dispetto della matrice filosofica che lo fonda,
si riflette purtroppo (ovviamente volgarizzato) nella cattiva "Storia della
fortuna" M.iana. Volendo, solo a facile riprova, dare una scorsa ai
famigerati manuali scolastici, si potrebbe notare come il giovane goriziano
risulti malamente emarginato sia dalla storia ufficiale della filosofia -
evidentemente perché ritenuto "acerbo" come filosofo, e come tale
delegato ai colleghi di lettere - sia dalla storia ufficiale della letteratura
- Goriziano, essa consiste piuttosto nel fatto che egli si lascia prendere
dallo sconforto, da un'amara perplessità che lo combatte e lo sfianca'*: il
Persuaso, di contro, non si sconforta, anzi conforta (il verbo da riflessivo si
traduce in transitivo), oltre e dopo tutto, sempre e comunque. Quell'equilibrio
di falco [PR 68], che è una delle immagini più belle e ardite del vir, M. lo
presentì, lo intravvide, talora gli fu tanto vicino da sfiorarlo, ma alla fine
non seppe attingerlo, o almeno non seppe assumerlo fino in fondo, in tutte le
sue lancinanti e complicate conseguenze! . Quell'equilibrio di falco, ancora,
che è possibile rendere - anche noi un escamotage matematico, come per il
giovane tesista - con un'immagine tratta dalla chimica fisica: quella di
equilibrio dinamico, un equilibrio che si realizza nel trapassare nascosto (non
evidente all'occhio umano), ma reale, di una sostanza entro i confini
dell'altra, e viceversa. E' l'impercettibile, ma costante, trapassare della
vita nella morte e della morte nella vita, come recita il celebre Canto delle
crisalidi [PP 54-55], un'amena litania dai labili contorni orfici'‘*, quasi a
richiamare quell'identico equilibrio dinamico, e perciò tragico nel suo
evidentemente perché ritenuto "acerbo" come scrittore, e come tale
delegato ai colleghi di filosofia. Un rimbalzo di competenze davvero
esilarante. 142 Un esempio per tutti: M. immagina (auspica?) un ritorno di Gesù
tra gli uomini: eppure, si dimostra convinto che, al punto in cui è giunta la
Rettorica, «se Cristo tornasse oggi, non troverebbe la croce ma il ben peggiore
calvario d'un'indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta
sufficiente e borghese e sapiente - e avrebbe la soddisfazione di essere un bel
caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi -» [PR 126, in nota]. 143
Ci siamo già ripromessi di non esprimere, per una sorta di rispetto e di
affetto, e per una palese difficoltà oggettiva, alcuna valutazione sul suicidio
di M.. Campailla fa altrettanto; ma come lui, se proprio dobbiamo cedere alla
tentazione di esprimere un giudizio, al di là delle interpretazioni
psicoanalitiche o metafisiche che di quel suicidio si sono date, e che ne
impoveriscono sicuramente la portata, ci sentiamo di condividere le conclusioni
del Ranke, il quale ascriveva quell'atto «"non ad un compimento, ma ad un
cedimento" rispetto alla sua [di M.] posizione teorica, ormai vittoriosa
di quell'estrema "rettorica della morte" riconosciuta nel suicidio»
[cfr. S. Campailla, Pensiero e poesia..., cit, pagg. 136-137], Detto per
inciso, «l'avvincene lettura dello studioso tedesco, innestando con energia la
meditazione di M. sul ceppo comune della filosofia dell'esistenza [...], traeva
forza singolare per procurare alla figura del Goriziano quella cittadinanza
internazionale il cui tributo tarda ancora e che tuttavia sembra spettargli di
diritto». [ib.; la lettura cui fa riferimento Campailla è contenuta in J.
Ranke, Il pensiero di Carlo M.. Un contributo allo studio dell'esistenzialismo
italiano, in Giornale critico della filosofia italiana, XLI, 1962, IV, pagg.
518-519] 144 Piero Pieri appronta una bella e dotta analisi di questo testo
cruciale nel capitolo "Il canto delle crisalidi: il ‘pensiero poetante' e
le crucialità dell'ipertesto" [cfr. P. Pieri La scienza del tragico.
Saggio su Carlo M.. Cappelli, Bologna 1989]. L'approccio del critico, che
condividiamo appieno, «intende sottolineare la posizione tematica del testo,
rispetto alle prove del pensiero maturo (La Persuasione e il Dialogo della
salute) e rispetto ad una lirica del 1910 (Risveglio)»: nella lirica, «'la
morte nella vita' e 'la vita nella morte' indicano uno stadio binario
dell'esserci dentro il quale l'uomo vive una preagonica condizione, irrisolta e
malinconicamente rassegnata; uno 'stadio binario' che "mostra i segni di
una condizione generale spossessata di una identità sicura che non sia quella
arida ed elementare della vita depressa dalla inerte polarizzazione della morte
che filtra nella vita, ma non l'affranca, e della vita che si avvolge nel manto
della morte senza che ciò porti al martirio o alla illuminazione » [come
invece, aggiungiamo, avverrà nelle opere e nella vita dell' "ultimo" M.].
«Nel testo appare invece preponderante il concetto indeterminato della vita il
cui palpito di morte non produce tuttavia istanze liberatorie», continua Pieri,
tale che «[...] l'uomo-crisalide indica lo stadio bilicato dell'esistenza non
più larva, ma neppure farfalla di persuasione ». E conclude richiamando
l'immagine "speculare" dell' "uomo-insetto" ontenuta in
Risveglio [PP 69-70] e istituendo una suggestiva comparazione con testi
similari di D'Annunzio, Tennyson, Coleridge, dai quali - presumibilmente - il
sintagma "la morte nella vita" ha avuto la genitura agonismo, che
sussiste tra apollineo e dionisiaco nella visione nicciana della Nascita della
Tragedia. Ma la crisalide nicciana eromperà in una metamorfosi dell' "uomo
nuovo", l'oltreuomo, figlio di una «superfetazione» del dionisiaco;
tentativo di recuperare quel dionisiaco inutilmente perseguito, perché oramai
irrimediabilmente contaminato e dunque privo della forza e della genuinità
(della "bontà') originarie“. Di contro, l'individuo persuaso romperà il
bozzolo della Rettorica, in un'effusione di vita autentica che, a quelle
analoghe, ma deliranti, tessute dal filosofo tedesco, assomiglia evidentemente
(e neanche troppo) solo per la terminologia. Se l'oltreuomo nicciano si brucia
nella rottura di un equilibrio, trtasbordando nel polo dionisiaco, il vir
aspira - come sua completezza - al restaurarsi di un nuovo equilibrio, tra sé e
il mondo. Detto questo, si tratta ora di contemperare una certa sregolatezza
espositiva con una sana iniezione di metodo, in un'amena oscillazione tra i due
livelli che condividiamo volentieri col nostro autore. Due conclusioni
provvisorie: gli esiti possibili del Persuaso autarchico e del vir politico. Il
momento di passaggio tra le due ipostasi. Cominciamo allora col tirare dei
bilanci, anche se provvisori, e cerchiamo d'approntare delle definizioni
icastiche di Persuasione. L'operazione, che può apparire azzardata e che in
certo modo sconfessa quanto pronunciato finora riguardo l'ineffabilità della
Persuasione stessa, ci permetterà di uscire dal vizioso e irritante diallele
persuaso: e le conclusioni stesse si prestano a nuove aperture. Abbiamo marcato
stretto, durante la nostra indagine, il vir, abbiamo preferito accostare la
condizione persuasa partendo dagli esiti ultimi della sua fenomenologia:
nell'epistolario e nelle poesie di M. abbiamo, dapprima, scoperto la
Persuasione nella sua già ri-stabilita armonia con il mondo, nella sua
realizzazione "politica" in Enrico Mreule; una realizzazione, come ci
è parso, non del tutto pacifica, non senza rischio, eppure compiuta: la monade
persuasa che vive la relazione con le "altrui vite" (degli uomini e
delle cose), e viceversa - in un reciproco, spontaneo, donarsi. Con un passo
indietro, poi, abbiamo cercato d'individuare l'apriori di tale condizione:
considerando le prime pagine de La Persuasione e la Rettorica, abbiamo
concentrato la nostra attenzione piuttosto sulla Persuasione prima della sua
Incarnazione, more ispiratrice. Ci piace soprattutto il riferimento a La
ballata del vecchio marinaio di Coleridge, laddove l'ossimoro morte-vita si
innesta sul motivo del mare. 145 Rivolgiamo, contro Nietzsche, ribaltandola,
l'accusa ch'egli stesso rivolge a Socrate, l' «individuo specificamente non
mistico, in cui la natura logica, per una superfetazione, è sviluppata così
eccessivamente quanto lo è la sapienza istintiva del mistico» [cfr. Nietzsche,
La nascita della tragedia, in Opere Complete, vol. I, ed. Newton, a cura di F.
J esi, pag. 153]. Per un approfondimento della questione, rimandiamo - ancora
una volta - all'integrazione sulla variante nicciana della Persuasione.
geometrico demonstrata. Ovvero, potremmo dire che abbiamo tracciato dapprima un
"nuovo testamento" della Persuasione (il vir come Cristo) e quindi un
"vecchio testamento": il Persuaso come nel tetragramma YHVH, «lo Sono
colui che E'» - nella ‘consistenza’ - o meglio «lo Sono Colui che fa essere»,
«lo Sarò colui che Sarò»!#9. Abbiamo visto, altresì, che alla scandalosa
domanda della Rettorica - «Che cos'è la Persuasione?» - la Persuasione risponde
come Dio alla domanda di Mosè: «Eiè asher Eiè». L'Identità, la tautologia della
Persuasione. Il Nome della Persuasione. Il Nome, l'Identità: il nome è
identità: nell'ebraismo il nome identifica tutte le caratteristiche di un individuo
o di un oggetto: la storia dell'uomo nella Bibbia comincia con Adamo che dà i
nomi a tutte le cose che lo circondano. Ma l'identità deve uscire dalla sua
solitudine, deve calarsi nell'esistenza degli uomini: deve legarsi, in un certo
modo, alla libertà. Il vir nuovo Adamo, darà nuovi nomi alle cose, ovvero
reciderà i legami della «valenza» (il falso valore che le cose e gli uomini
detengono nel falso, reciproco legame dell'eteronomia) e riscoprirà - per sé e
per esse - un nuovo "valore", una nuova dolcezza: le valuterà per ciò
che esse stesse veramente sono, le rispetterà ricollocandole nel loro luogo
naturale: un'armonia di rispetto e comunione si ristabilisce nel mondo, durante
e per mezzo di questo rinominare le cose. L'esodo può condurre ad una festa.
Non a caso, ci sembra a questo punto, il libro della Torah, che si occupa della
"identità" legata alla libertà, non si chiama Esodo, ma appunto
Shemot, Nomi. a) Il Persuaso come «id, in quo plenitudo inhabitat corporaliter»
(risvolto autarchico: la Persuasione acerba). Chi vede J ehovah, muore! Agnes,
nel Brand, citando le Scritture Scrive M. che la Persuasione non può essere
vissuta: essa è «impossibile», è l'Impossibile (c'è chi direbbe il Mistico), di
un'impossibilità che l'uomo condivide con «la vita inorganica delle cose». Solo
il dio è persuaso («ev ouvveyeg il persuaso: il dio»). E, di contro, «se non è
il dio, è il sasso», ovvero l'alternativa esclusiva alla Persuasione è
nient'altro che la Rettorica, e nella prospettiva "inadeguata" c'è
consustanzialità tra sasso e uomo, entrambi «infinitesimale coscienza della
relazione infinitesimale ». Già in questi accenni fugaci, precedentemente
riferiti, M. scolpisce un assunto che abbiamo ritenuto assiomatico
nell'economia della nostra linea interpretativa: il regno della Rettorica
coincide con tutto il regno del reale, del sublunare: esso coincide col
manifestarsi di ogni realtà, e pertiene ad ogni realtà, animata ed inanimata,
consapevole 146 | Maestri ci fanno notare che in ebraico non esiste il presente
del verbo 'essere' perché solo Dio è nel presente. Per M. il vero, unico
presente è quello della Persuasione: gli uomini rettorici vivono sfilacciandosi
nel futuro, o nel passato. ed inconsapevole, razionale ed irrazionale (con la
differenza - come vedremo - che nell'uomo la Rettorica si complica e si
rinvigorisce, diviene "sapida" col "sale della ragione").
In modo identico, ogni ente sublunare aspira alla Persuasione. La Persuasione,
dal canto suo, è possesso presente e stabile e assoluto della propria vita; ma
«se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, se niente l'aspettasse
nel futuro, non si continuerebbe: cesserebbe d'esser vita»: «la vita sarebbe
una, immobile, informe, se potesse consistere in un punto». La vita stessa
della Persuasione sarebbe, dunque, non-vita, «xfioc Biog», vita che non è vita.
Se la vita è mancanza («deficienza») e insieme volontà di compensare tale
mancanza; se questa volontà «è in ogni punto volontà di cose determinate», e
come tale si proietta nel tempo (nel futuro), poiché «la soddisfazione della
determinata deficienza dà modo al complesso delle determinazioni di deficere
ancora»; se la vita è tutto questo, appare chiaro come la Persuasione («una,
immobile, informe ») in questo senso non è vita. Alla luce di tutto ciò,
proponiamo di definire la Persuasione, o meglio il "Persuaso", come
«id, in quo plenitudo inhabitat corporaliter». Adottiamo questa circonlocuzione
latina, mutuandola, e opportunamente flettendola, da Rabano Mauro a proposito
del «caelum caeli»: «Caelum autem iuxta allegoriam aliquando ipsum Dominum
salvatorem significat, ut est illud Caelum caeli domino (Ps. 113, 16), quia
Sanctus sanctorum et Deus deorum; ita et iam caelum caeli recte ipse dicitur,
in quo plenitudo divinitatis inhabitat»; e soprattutto, da Agostino: «Videte,
ne quis vos decipiat per philosophiam et inanum seductionem secundum
traditionem hominum, secundum elementa huius mundi et non secundum Christum,
quia in ipso inhabitat omnis plenitudo divinitatis corporaliter», [Confessioni
111, 4]; e Ambrogio e altri. Da notare che gli autori suddetti utilizzano tale
espressione per tentare una perifrasi di Cristo (e per M., per l'appunto,
Cristo è un Persuaso). Analizziamo il senso dell'espressione: - id, in quo:
preferiamo utilizzare il neutro, perché, secondo la nostra ipotesi di lavoro,
la Persuasione "non è maschile né femminile" [neu+uter, nessuno dei
due], ovvero non è prerogativa esclusiva dell'essere umano, ma appartiene ad
ogni ente sublunare; - plenitudo: il termine oscilla tra "pienezza" e
(nel senso della Vulgata) "perfezione" [temporis, potestatis vel
divinitatis: temporis atque potestatis, la "plenitudo" secondo le
coordinate del tempo e dello spazio, vel divinitatis]; - inhabitat. intensivo
di "habito", a sua volta frequentativo di "habeo": rende
bene, a nostro avviso, la "permanenza pregnante", l' "eterno
presente" che è nel (che è il) Persuaso, tutt'altro che il semplice
presente, ch'è l'attimo esistentivo del nunc. Ora, il risvolto politico (che
poi risvolto politico non è) del Persuaso autarchico ci sembra essere
costituito dall'ibseniano Brand, la traduzione drammaturgica del
"cavaliere della fede" kierkegaardiano (di cui sopra). Ibsen descrive
la vita del suo personaggio come un inferno, seppur la sua aspirazione è la salvezza.
In ciò ci appare chiara la posizione polemica dello scrittore norvegese di
fronte a questo esito estremo (alla turris eburnea) della Persuasione
"autarchica", anche se - in fondo - egli ricopre la sua creatura di
un'aura di sacro, perplesso rispetto (come non associargli, in questo senso,
un'altra figura emblematica, l'insigne sinologo Peter Kien, dell'Auto da fè di
Canetti?). Brand significa "incendio", e «far di se stesso fiamma» è,
per M., l'imperativo poetico dell'agire persuaso. Il fuoco della predicazione,
ma anche il senso di un destino (il nome e l'identità). Brand è un pastore di
anime, una persona che intende riformare l'umanità attraverso un rigore
religioso totale e una volontà inflessibile, che applica a se stesso e agli
altri; è un uomo di fede estrema, di una religiosità tutta sua, in cui la
compassione e il perdono cedono il passo per raggiungere una meta prefissata:
redimere il mondo alla luce del monito manicheo «o tutto o nulla» (è il monito
della Persuasione): «La vittoria suprema sta nel perdere ogni cosa. La
sconfitta, la perdita di tutto, è la vera grande vittoria. Solo ciò che si
perde, si possederà in etemo»'*; o ancora: «Quanto durerà la lotta, volete
sapere? Ebbene: tutta la vita! Fin quando avrete sacrificato tutto, fin tanto
che avrete rotto ogni compromesso... E quanto costa la lotta? Tutto: tutti
quanti i beni della festa, del dì di festa... E i vantaggi? Purezza di spirito,
fermezza di fede, un'anima sublime! Una corona di spine sulla vostra fronte:
questo è il vostro premio!» [B 76]. Brand è pronto a sacrificare allo spietato
Dio biblico che si è raffigurato tutto ciò che ha di più caro, anche i
sentimenti più semplici e più naturali: il suo unico figlio (quasi a ripetere
l'orrendo sacrificio di Isacco), la moglie, la madre. Il pastore sa a cosa va
incontro, ne è consapevole: ma è altresì convinto che mancare la propria
missione significherebbe una viltà o un atto di diserzione davanti al proprio,
irrinunciabile dovere. Per lui tutto, tutto il resto non è che feticismo ed
idolatria. Dopo la morte della moglie, Brand decide di innalzare un nuovo
tempio, più grande e più degno, a Dio. Ma quando infine la chiesa è stata
costruita e sta per essere consacrata, egli getta via la chiave, perché sente
che quella non è la vera casa di Dio e che lui stesso non può accettare il
compromesso di sottomettersi all'autorità della Chiesa di Stato. Alla guida di
tutto il popolo, il pastore allora si avvia verso la montagna e verso la Chiesa
di Ghiaccio situata tra le nevi eterne, promettendo, a chi vorrà seguirlo, di
condurlo sulla vera via del cielo. La folla dapprima lo segue, con entusiasmo
ed esaltazione; poi, spaventata dai disagi cui va incontro, lo abbandona e lo
lapida quale falso profeta. Egli rimane così, solo ed indomito, impassibile
anche di fronte alla visione celeste della moglie che lo invita a recedere
dalla sua durezza e ad accettare la più umana via del compromesso. Nell'ultima
scena, tuttavia, di ambigua interpretazione e piena di chiaroscuri, prima di
essere travolto da una valanga, il pastore si chiede, riuscendo finalmente a
piangere dopo tanta rigidezza, se non abbia sbagliato tutto. E una voce, che
sovrasta il fragore della valanga, inneggia al Deus Charitatis e denuncia il
fallimento della sua vita. Il fallimento della Persuasione autarchica. Ora, a
nostro parere, la Persuasione e la Rettorica deve moltissimo al Brand: del
resto, la sorella di M., Paula, insiste sull'enorme impressione che il dramma
fece sul nostro autore’. 147 Cfr. Ibsen, Brand, in Ibsen, Tutto il teatro,
cit., IV vol. pag 61. Le citazioni tratte dall'opera saranno segnalate, nel
corpo del testo, con la notazione B cui segue il numero di pagina relativa. 148
E' quanto ci rivela Paula M. Winteler in un passo importante dei suoi Appunti
per una biografia di Carlo M., contenuti in appendice al volume di Campailla
Pensiero e poesia..., cit, ovvero alle pagg. 147-164. Riteniamo opportuno
riportare per intero lo stralcio in questione [pagg. 161-162, corsivi
dell'autrice], anche per rendere un'idea di quanto "brandiano" stesse
rischiando di diventare lo stesso Goriziano: «Non leggeva più molto [la
Winteler sta parlando dell'ultima fase della vita del fratello]: rilesse in
quell'anno Ibsen che conosceva già e di cui era sempre più appassionato. Di
tutti i drammi quello che l'aveva fatto più pensare era Brand e nel suo volume
ci sono nel margine delle pagine molti commenti. A poco a poco, come
semplificava il suo genere di vita, il suo modo di sentire, [Carlo] si limitava
nei bisogni, nel nutrimento che era diventato sempre più sobrio, così si
liberava da tutta l'inverniciatura venuta dal di fuori, da tutta la scienza
infusa, da tutte le influenze ataviche, era come se si stesse riformando da sé
un'altra volta. Così pure andava man mano eliminando dal suo repertorio gli
autori riducendoli a pochi scelti. In una delle sue carte che si trovò sul suo
tavolo fra gli appunti della tesi c'era scritto a matita: Bibliografia oppure:
Dio ama gli analfabeti: 'Invece di leggere suonate o fatevi suonare della
musica di Beethoven, perché gli orecchi non vi potrebbero far altro miglior
servizio. - Gli occhi non sono fatti per legger libri. Ma se li volete ad ogni
costo abbassare a questo servizio, leggete: Parmenide, Eraclito, Empedocle,
Simonide, Socrate (nei primi dialoghi di Platone), Eschilo e Sofocle. -
L'Ecclesiaste, e i Vangeli di Matteo, Marco e Luca - Lucrezio - De rerum natura
-, i Trionfi del Petrarca e i Canti di Leopardi, Le avventure di Pinocchio del
Collodi - i drammi di Enrico Ibsen. E non leggete mai altro, soprattutto nessun
Tedesco, se avete cara la vostra salute, ché quelli sono contagiosi in vista
(come i giornali, le riviste, i libri di scienze)”. Questo passo è importante,
tra le altre cose, perché ci indica (insieme con la prefazione alla tesi) la
"bibliografia ideale" con cui è possibile tentare l'accosto a M.
(interessante il riferimento al Finocchio di Collodi). E perché ci testimonia,
in certo modo, il disfattismo che pare attanagliare l' "ultimo"
Michlestaedter, che pare far sue le parole del suo amato Brand: «Sono stanco:
si combatte, si combatte, e sempre senza speranza» [B 67]. A parte questo, M.
stesso esprime, più volte e a chiare lettere, il suo enorme debito di
riconoscenza nei confronti di Ibsen: in una lettera alla madre, dell'aprile
1908, ad esempio scrive: «[...] ho letto quasi tutto Ibsen. Quello è un uomo,
perdio! m'ha fatto pensare e mi fa pensare ancora. Certo dopo Sofocle, è
l'artista che più m'è penetrato e m'ha assorbito. E' un grand'uomo [... J»;
altrove scrive che il Norvegese lo «fa fremere e vibrare come una corda al
minimo soffio». Infine, in un importante articolo per Il corriere friulano
[contenuto in O pagg. 652-654 passim], scritto per celebrare l'ottantesimo
compleanno di Tolstoj, M. costruisce un intenso ed originale parallelo tra
Ibsen e lo scrittore russo: «Ibsen vuole dall'uomo che egli sappia rompere la
cerchia di menzogna che lo stringe, che sappia volere la sua verità,che sappia
farla trionfare; egli deve combattere la menzogna che è in lui ed educare la
volontà alla lotta. Il processo psicologico può isolversi così con pochi
individui rappresentativi o simbolici quali li vediamo negli ultimi drammi
ibseniani. Tolstoi non chiede all'uomo la lotta, ma la devozione; egli deve
saper resistere alle seduzioni della società che egli giudica basata sul falso
e sulla prepotenza; egli deve uscirne e abbandonarne del tutto il sistema di
vita; la sua maggiore attività egli non la deve spendere a preparare se stesso
a far trionfare sugli altri le proprie idee e a trasformare la macchina
sociale, ma deve devolverla a riparare i mali che la società produce sulle
classi povere facendo del bene, aiutando, consigliando. - E' quindi necessaria
la rappresentazione viva della società nel suo complesso». Questi due autori
«non s'accontentarono di esprimere le sensazioni superficiali della loro anima,
ma ne scrutarono le profondità per cavarne la nota più alta. - Entrambi presero
pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le Infatti, le parole di
Brand risuonano con tutta la loro forza nelle parole di M.: pur non intendendo
istruire parallelismi "alla lettera", ci sembra opportuno, a tal
proposito, richiamare alla memoria talune affermazioni "forti" di
Brand: «Il mio canto festivo tace; bisogna scender dal cavallo alato; ma io
vedo una meta più alta, che non sia una giostra di cavalieri, - un duro lavoro
quotidiano, il dovere di una vita attiva, verrà nobilitata con un'opera santa»
[B 30]. Oppure: «Dove non c'è forza non c'è missione. [...] Se non puoi essere
ciò che devi, sii almeno ciò che puoi [...}» [B 24]; «se darai tutto, tranne la
vita, sappi che non avrai dato nulla» [B 23]. O ancora: «Quali sono i peggiori,
i più ribelli? Chi si svia più lontano dalla pace?.. Lo spirito leggero
incoronato di fronde che danza sull'orlo del precipizio... lo spirito fiacco
che segue la strana monotona perché così vuole l'usanza... lo spirito selvaggio
che possiede tanto vigore da far apparire bello ciò che ha tutte le apparenze
del male? Lottiamo, lottiamo senza tregua contro questi tre nemici tra loro
alleati. lo vedo con chiarezza la mia missione; brilla come un raggio di sole
attraverso uno spiraglio socchiuso» [B 17]; o infine: «No, sono sano e forte,
come il pino e il ginepro dei monti; ma è la razza malata di questi tempi che
ha bisogno di essere curata. Voi volete amoreggiare, scherzare, ridere, volete
credere un poco, ma non vedete... volete caricare tutto il peso del fardello su
di uno, che vi è detto sia venuto per prendere su di sé la grande espiazione.
Per voi prese la corona di spine, e perciò vi è permesso danzare... danzate...
ma dove la danza conduca è un'altra cosa, amico mio!»; «abbiamo perduto ogni
traccia del nostro sentiero»; «E' la ‘volontà' che conta! La volontà o redime o
uccide, la volontà, intera, disseminata dappertutto, nella vita facile e nella
vita dura» [B 13, 8, 30]. Già nel dramma di Ibsen, dunque, M. trovava tracciata
la linea discriminante tra il Persuaso e il Rettorico, e - soprattutto-
ritrovava la rigorosa e paradossale etica che segnava quella discriminante
(anche, ad esempio, nelle antitetiche figure del falco e dell'avvoltoio, che
presenziano già in Ibsen all'autentico e all'inautentico!'‘). Ma se anche Brand
parla di amore, di sacrificio, si tratta tuttavia di un amore e di un
sacrificio eteronomi, perché vincolati alla terribile ingiunzione di Dio,
destinati ad esiti altrettanto terribili: nell'attuare il suo personale piano
di redenzione, il pastore di anime sacrifica i suoi cari, attraverso la
parvenza del sacrificio di se stesso. Brand non rispetta la gridarono in
faccia: verità! verità!» [e, secondo M., ciò in modo diametralmente opposto di
quanto facessero invece i maestri del Decadentismo, Oscar Wilde e D'Annunzio,
sopra tutti]. 149 Cfr. ad esempio: Gerd: «[...] l'avvoltoio non entra là dentro
[scil. nella chiesa]; si posa sul Picco Nero e là sta, la brutta bestia, come
una banderuola... [... |» [B17]; vita delle persone che gli sono accanto. Le
sue intenzioni, invero, sono sincere, coerenti alla sua fede: egli lotta
sinceramente per la salvezza. Ma la sincerità e la coerenza si volgono in
distruzione e fallimento, perché il suo amore non è l'amore caritatevole, come
gli rivela la voce di Dio, nel finale: il suo amore è severo, esclude e
castiga. Il vero amore è perdono e conciliazione; vuole casomai il sacrificio
di se stessi, non mai dell'altro uomo. Il Persuaso deve aprirsi agli altri, non
può vivere nell'esclusività della sua Persuasione, tanto
"masochista", quanto "sadica". II suo consistere dev'essere
un coesistere. Nello stesso dramma ibseniano, in una delle scene più intense ed
enigmatiche (siamo nell'Atto II), l' "Uomo delle Apparizioni" si
rivolge a Brand con parole come di rimprovero, volte a richiamarlo alla
comunità: L'Uomo: «Mille parole non valgono la traccia dell'azione. Noi ti
cerchiamo in nome della comunità; lo vediamo, ci manca proprio un uomo». Brand
(agitato): «Cosa volete da me?» L'Uomo: «Sii il nostro prete» [B 23]. L'Uomo
delle Apparizioni è la persuasione matura che parla alla persuasione acerba, il
demone che chiama alla "conversione politica" e alla realizzazione
del Verbo nella comunione con le altrui vite, che è la vera Persuasione.
L'acerbità della persuasione permea il lavoro accademico di M.. Egli stesso ne
fu a suo modo consapevole, come visto. Chi ha ingoiato una sorba amara convien
che la risputi, scrive, sin dall'inizio. Il giovane filosofo non vide l'ora di
terminare la sua tesi (l'ultimo compito rettorico che gli era rimasto), per far
le sue parole azione, per donarsi definitivamente al mare. b) La Persuasione
come francescanesimo laico (risvolto politico: la Persuasione matura). Il loco
della Persuasione, «il qualunque punto dove uno è, purché vi permanga», diviene
alfine il luogo politico del mondo, rappresenta il risultato di una vera e
propria rivoluzione copernicana del rapporto dell'uomo con le altrui vite. Se
prima l'homo gravitava, necessariamente, intorno alle cose, laddove quella
necessità era dettata dalla (strutturale) deficienza, incompletezza fin già (se
non soprattutto) del suo stesso organismo; ora invece, sono le cose, è il mondo
a gravitare intorno al vir, al Persuaso, a donarsi a lui ultro, senza che
quello «nulla chieda secondo la voce del suo bisogno». Tutto questo l'abbiamo
già ripetuto più volte. Ora, il vir domina il mondo. Ma questo suo dominio non
implica in sé violenza, non vuol essere sopraffazione. E' il dominio, per
renderlo con un'immagine, dello Brand: «[...] Vedere, Iddio vuol trarvi dal
fango; un popolo che vive [...] attinge dalle avversità forza e potenza;
l'occhio smorto acquista vista di falco, e vede lontano e vede bene, la fiacca
volontà si riscuote e vede certa la vittoria dopo la lotta [...]» [B 19].
sguardo che dalla vetta domina la vallata, e si compiace e gode dello
spettacolo, sentendosi esso stesso parte di quel miracolo, di quel tutto. E lo
protegge ™. Dopo la rottura delle catene del "peccato" rettorico, nel
vir si eventualizza il ristabilimento della condizione edenica, descritta nei
primi passi della Genesi: il mondo è creato per l'uomo e a lui offerto, come
dono: Adamo dà nome alle cose, ostentando la sua fraterna supremazia, ridonando
alle cose ed agli animali il loro giusto valore: e quelli a lui si
sottomettono, ultro, secondo il comando del Signore, secondo lo scopo per il
quale essi furono creati. Il vir si riappropria del mondo, scioglie i vincoli
dell'alienazione, riconferma il suo primato e il mandato "divino"
della Persuasione, scacciando per sempre il dio luciferino della puopuyix,
giungendo altresì al vero Piacere, ch'è la Pace. L'uomo finalmente libero - dal
bisogno, dalla deficienza, dalle cose; l'uomo che é riuscito nella dolorosa e
faticosa pratica - ch'è la via alla Persuasione - a ribaltare a proprio favore
il rapporto di dipendenza con il mondo; ebbene, quest'uomo - ricordando il già
citato passo del Dialogo della Salute - «ha la gioia dell'esistenza in mezzo a
tutte le cose. Gli sono care non solo le cose vicine e come possano soddisfare
un bisogno, ma tutte - egli sa godere della luce del sole». Anche la morte gli
è cara, il «[...]il coraggio della morte / onde la luce risorgerà».. Non può
non tornare in mente, a questo proposito, il meraviglioso Cantico delle
creature di San Francesco, il suo lodare il Signore per tutte le creature della
terra, e anche «per sora nostra morte corporale»'!. Per quanto la distanza tra
la posizione M.iana e quella francescana sia dettata dalla diversa prospettiva
esistenziale (quella di uno strano ebraismo laico, per l'uno; quella di una
prisca religiosità cristiana, per l'altro), il messaggio ci pare aprirsi un
senso d'identica, intima convinzione: la comunione col mondo, l'accettazione -
non rassegnata, ma coraggiosa, e in questo suo coraggio, serena - della nostra
condizione umana, nella sua perfezione assoluta, per l'uno intesa
nell'adeguamento (solitario, intimo, drammatico, ma alla fine gioioso) al
pentalogo della Persuasione, per l'altro intesa 150 Lo spunto per quanto or ora
affermato ci viene da una lettera ad Enrico Mreule dell'aprile 1909 [E
359-360]. M. sta raccontando all'amico di aver intrapreso la lettura della
Metafisica di Aristotele, con «la pazienza d'andargli a corpo, di seguirlo di
citazione in citazione » fin che non giunse «al capitolo I° e 2° del Ill libro,
dove assistetti al mirabile capitombolo della povera bestia». Rispetto ad
Aristotele, M. confessa di sentirsi come «[...] un falco che difendesse la
purezza dei sassi e dell'aria sulla cima del S. Valentin contro un volo di
cornacchie [aristoteliche, evidentemente)». 151 La suggestione
"francescana" dovette provenire a M. da Tolstoj, soprattutto a
riguardo - come vedremo - delle ultime opere dello scrittore russo, ovvero La
sonata a Kreutzer [che leggiamo nell'ed. BUR, 2000, a cura di E. Bazzarelli] e
Resurrezione [ed. Newton, 1995, a cura di E. Affinati]. Come si ricorderà,
ipotizzammo anche un'ispirazione da | cosacchi. Similmente a Tolstoj, M.
"riscrive" il Vangelo (sulla falsariga di quello di Matteo)
censurandovi tutti i dati sovrannaturali, sopprimendovi l'avvenimento
ontologico della redenzione, e specialmente eliminando la realtà della divinità
trascendente d Cristo e della sua resurrezione. Per il Goriziano, come detto,
Cristo è il vir. E proprio questa riscrittura permise al nostro giovane
filosofo d'individuare il nucleo etico-laico del messaggio evangelico: farsi
salvatori dinell'adeguamento (anche qui solitario, intimo, drammatico, ma alla
fine gioioso) alla volontà di Dio. E la dicotomia fra gli empi e i giusti (ai
quali «la morte secunda no'I farrà male»), che si delinea nella seconda parte
del Cantico, si ripropone pari nella laica dicotomia, altrettanto insanabile,
fra gli homines rettorici e i viri persuasi: per entrambi i casi, la
discriminante in fondo è la stessa, e coincide sostanzialmente - con la trasgressione
dell'ordine universale, di una cattiva prospettiva di vicinanza-lontananza con
le cose e con gli altri 5°. Francesco (come rivela anche il suo nome: ancora:
nome e identità), come il vir, è "franco", libero, assoluto: si è
liberato dai lacci mondani, si è sottomesso di buon cuore al giogo della croce:
tuttavia rimane per lui il vincolo più potente, quello del Dominus divino, che
si riflette nel «messor lo frate sole» e che permea tutta la vita e la speranza
del santo, in una fede forte, vincente, quanto semplice (cfr. l'ultima parte
del cantico, quella più drammatica e "manichea"). In questo senso, la
condizione di Francesco è decisamente eteronoma, e solo per un'analogia topica
(di condizioni, e non di esiti estremi) può essere avvicinata a quella del vir.
Eppure, la "vita nuova", il senso di comunione fraterna col mondo, la
presenza di una dimensione esistenziale votata alla consapevolezza della
verità, dell'armonia e dell'amore - seppur nelle due diverse prospettive - ci
suggeriscono, ci costringono quasi, a pensare la dimensione persuasa quale
quella di un /aico francescanesimo. Il momento del passaggio: la forma retorica
dell'anti-Rettorica: tecnica persuasa della retorica, ovvero tattica persuasa.
L'atipicità della tesi di laurea di Carlo M. traspare già da una semplice
lettura del testo. Ma qual è il vero senso, la vera ragione di questa
atipicità? In cosa essa consiste? Soltanto nella "stravaganza"
filosofico-narrativa del suo autore? O forse nell'enorme ingiunzione morale
ch'egli affida ad un mero scritto accademico? La questione si presenta
complessa e feconda, soprattutto se analizziamo la dispositio e l'actio che il
Goriziano adotta nel prometeico tentativo di un'esaustiva esposizione del
proprio pensiero.se stessi, «eliminare la violenza alle radici», aprire il
mondo ad una rinnovata armonia. In questi senso, la linea ideale, che
tracceremo, è per l'appunto Tolsto-M.-Capitini. 152 E' indicativo quanto ci
tramandano gli apologhi popolari dei Fioretti: Francesco parlava alla natura,
riuscì ad ammansire e a convertire il ferocissimo lupo. Come spesso avviene,
l'ingenuità popolare anche qui coglie nel segno, disperando di sciogliere nella
semplicità del racconto la profondità della verità francescana: ovvero, la
comunione con quanto ci circonda e la possibilità di rivolgerci alle cose con
un linguaggio che non è più il tecnicismo retorico del dominio, bensì una
persuasione che conduce alla mansuetudine, all'armonia, alla dolcezza, che non
ha bisogno per esprimersi, a ben vedere, neanche più delle parole. «La parola
eloquente è il premio di chi cerca la persuasione, di chi ha il coraggio del
dolore per non averla - chi nella parola finge già finita la persuasione e del
cercar parole si fa una persona per chiedere i premi delle vie degli uomini -
obbedisce alla sua prAopuvyta: è un vile o un retore a piacere», scrive M.. Si
pone dunque la necessità di un'aerea digressione sugli aspetti
"formali" della sua opera: ciò non esula dalla sostanza morale del
nostroapproccio, poiché l'etica non si realizza soltanto nell'atto, ma anche
nel linguaggio, preparazione all'atto, esso stesso atto, atto linguistico.
L'indagine non è inappropriata, e il suo risultato ne varrà da riprova. Il
valore persuasivo della parola, dunque. La ricerca di Aristotele ci ha
insegnato che la scienza e la filosofia coincidono nella
"formalizzazione" del loro linguaggio, nella sua struttura
sillogistica, razionale. Il linguaggio riproduce, per lo Stagirita, la
razionalità dell'Essere: l'essere, l'è vero, si dice in molti modi, ma i suoi
modi sono sempre razionali. Che vuol dire, ciò? Che cos'è la razionalità per
Aristotele? Problema inaudito '®. La nostra ipotesi di lavoro, semplice e
funzionale, asseconda quella di Carlo M.: secondo il Goriziano, la razionalità
aristotelica coincideva con ciò che Aristotele vedeva, la sua theoria trovava
senso compiuto nella vista, anzi nella pura visione: Ma il punto teoretico è
l'atto del mio guardare, e può girare dove anche io voglia fra la varietà delle
cose: sempre sarà in lui l'entelecheia delle cose guardate, poiché il mio
guardare è attribuzione di fine: la stessa permanenza del movimento nel tempo,
poiché il mio guardare commosso con le cose è attribuzione di stabilità; altro
fine, altra natura, altra forma, altra ragione, e in altro riguardo supposta la
materia inconoscibile [PR 208]. Il retore si muove su punti controversi non per
tutti, ma per quelli ai quali parla. Il vero è detto per Aristotele secondo
l'attualità fenomenica [c.n.], e l'attualità fenomenica nel campo del retore
più vicina, così che il più delle volte è noto a tutti che il retore dimostra
contro questa stessa attualità. Ma non per questo egli è disprezzato e con
nuovo nome quasi a insulto chiamato, ma anzi tenuto in gran stima e col nome di
retore ad onore significato appunto in quanto egli lo sappia fare né per alcuno
scrupolo si trattenga dal farlo [PR 268]. La conclusione errata di un
sillogismo, dunque, sarebbe tale non per un principio logico, ma per un errore,
come dire, di prospettiva ottica; lo sguardo razionale è l'occhio dello
scienziato Aristotele o di Aristotele scienziato: lo sforzo del pensiero è di
riprodurre nella vista intellettuale, nella sua "intelligenza",
l'atto del vedere garantito dall'organo di senso (l'attualità visiva -
fenomenica - coincide con quella intellettiva - noumenica), purificandolo. Il
sogno del filosofo Aristotele (che coincideva con quello del suo maestro,
Platone) era poter scorgere l'Essere nella sua "nudità" ontologica
(l'idea come vista nuda, pura, dell'Essere). Il sogno dell'Aristotele scienziato
era quello di compilare l'enciclopedia delle 153 Quanto ci apprestiamo a dire
si propone, consapevolmente, su un livello di lettura e d'interpretazione
dell'opera aristotelica - nella fattispecie la Metafisica [che abbiamo letta
nell'ed. Rusconi, 1993, a cura di G. Reale], l'Etica Nicomachea [Rusconi, 1993,
a cura di C. Mazzarelli], la Retorica [Mondadori, 1996, a cura di M. Donati] e
la Politica [Laterza, 1993, a cura di R, Laurenti) - "viziato" dalla
prospettiva M.iana. Tuttavia chiediamo di accettare quanto segue almeno in
vista della sua funzionalità all'analisi che stiamo conducendo. Per tal motivo,
non surroghiamo il nostro discorso con pedisseque corrispondenze "alla
lettera" degli p 4v pe, >
Commenta M., in calce alla sua figura: «Questo [qualcosa è - qualcosa è per me
- mi è possibile la speranza - sono sufficiente] è il cerchio senza uscita?
dell'individualità illusoria, che afferma una persona, un fine, una ragione: la
persuasione inadeguata, in ciò ch'è adeguata solo al mondo ch'essa si finge»
[PR 19]. Le parole del Goriziano, in apparenza involute, trovano comunque ampia
"dimostrazione" nel corso della sua tesi. Anzi, non è difficile
ricavare il filo di un argomentare lineare e lucido, che palesa una logica
ferrea di concatenazioni assiomatiche, che possiamo definire decisamente
spinoziana, senza timore di sbagliarci: se la Persuasione, la Salute, è il
«possesso presente della [propria] vita» [36]!9', ossia (in forma negativa) se
essa «non vive in chi non vive solo di sé stesso» [9], l'uomo al contrario si
rivela, già nella sua conformazione fisiologica, come segnato dalla deficienza.
Questa è senza dubbio il corrispettivo del Wille schopenhaueriano: la vita è a
tutti gli effetti volontà di vivere e la volontà «è in ogni punto volontà di cose
determinate» [12]: ne consegue che l'uomo è «schiavo della contingenza di
questa correlazione» [31]. In questo senso, la correlazione tradisce una sua
"puntualità", perché «noi isoliamo una sola determinazione della
volontà [per volta» [13] e ogni determinazione è «attribuzione [puntuale] di
valore: coscienza » [12]. 60 Aggiungiamo noi: anche senza fine e senza inizio:
Nietzsche, grecamente, avrebbe detto l'«eterno ritorno». 61 Nei periodi che
seguiranno, accompagniamo M. nella sua dimostrazione: preferiamo aderire molto
al testo, per non pregiudicare l'amenità delle sue espressioni, anche se
ricomponiamo l'argomentare in una successione più, come dire, didascalica,
ricostruendo la logica che in apparenza smarrisce nell'enfasi della scrittura.
| numeri assoluti, in parentesi quadre, si riferiscono alle pagine della
Persuasione da cui sono tratte le citazioni. Il riferimento alle altre opere
seguirà l'espediente utilizzato nel resto del nostro lavoro. Espediente che,
mai come ora, rivelerà anche la sua importanza metodologica, lasciando
trasparire come l'opera del Goriziano si strutturi tutta secondo una stretta
logica di rimandi interni, fatta di ripetizioni e richiami di concetti, che non
è il mero saltabeccare della retorica della metabasi che punta all'attenzione
del lettore, ma risponde all'intima consapevolezza del fatto che ciò che si sta
comunicando è in fondo un unico, anche se articolato, pensiero. E' altresì
vero, tuttavia, che «...]la volontà non sopporta la noia, e da questa attesa
inerte della vicinanza si muove, allargandosi la coscienza dalla determinazione
puntuale attraverso l'infinita varietà delle forme: le determinazioni si
collegano così a complessi, da procurarsi previdenti ogni volta la vicinanza
per la quale via via ogni determinazione s'affermi e non resti morta, ma per la
forza del complesso si continui per poter altra volta affermarsi. [...] [Così]
la soddisfazione della determinata deficienza dà modo al complesso delle
determinazioni di deficere ancora [...]: nel complesso di quella determinazione
c'è come criterio la previsione delle altre: il complesso delle determinazioni
non è un caos ma un organismo» [16]. Detto in altre parole, «Ia [...] volontà
di essere è così volta a continuare, in ciò che nell'affermarsi presente essa
crea la prossima vicinanza per l'affermarsi d'un'altra determinazione: in
ognuna c'è la previsione delle altre». [17]. Da una parte, dunque, l'organismo
umano si profila come un «complesso delle determinazioni» [16]; dall'altra, in
modo speculare, «i valore [del] mondo [appare come] il correlativo della sua
valenza» [20] - ossia «la stessa cosa è il mio vivere e il mondo che io vivo»
[20], dato che «nessuna cosa è per sé, ma in riguardo a una coscienza» [13]: e,
amplificando questo dato, la stessa «vita [si rivela quale] un'infinita
correlatività di coscienze». Questa correlatività - che abbiamo scoperto
puntuale nella sua manifestazione più immediata, complessa in quella mediata -
si delinea «sempre ugualmente intera e infinita nell'attualità che corre nel
tempo; il passato e il futuro sono in lei, l'avvenire e il non avvenire sono
indifferenti» [14-15]. E' proprio in seno a questa correlatività che si
struttura, poi, la piopuyix, «amore alla vita, viltà» [17], owero la Rettorica,
la «determinazione» della vita, la «persuasione inadeguata » [19]. Se infatti
la persuasione è l' agathon (postulato socratico-platonico), il bene, la
Salute, e gli uomini ad essa naturalmente tendono (anch'esso postulato
socratico-platonico, formalizzato da Aristotele'9) - è il nostro stesso
deficere che aspira alla sua più completa soddisfazione - è altrettanto vero
che, dati i presupposti "volontaristici", essa risulta inattingibile,
poiché, qualora fosse conquistata, la vita «cesserebbe d'esser vita» [8], cioè
la volontà cesserebbe d'esser volontà, il che è già una contraddizionein
termini: infatti, la persuasione implica il possesso presente, attuale, mentre
la volontà è «volontà di se stesso nel futuro» [20], è «distratta nel tempo »
(e così l'uomo). La vita nega, in modo paradossale, se stessa: l'uomo sembra,
senza soluzione, essere votato al dolore ed alla sofferenza e la sua condizione
risulta insostenibile: «il principio della deficienza [viene a costituirsi]
come principio sostanziale» [146]. E' proprio in questo punto, dunque, che
s'inserisce l'azione quotidiana, ostinata, del «dio pudico»'9° della popuyia,
che in modo nascosto (in ciò è la sua pudicizia), ma efficace (in 162 cfr.
Etica nicomachea |, 1, 1094, a3 163 È il piacere un dio pudico, fugge da chi
l'invocò; ai piaceri egli è nemico, fugge da chi lo cercò. ciò sta la sua
divinità), tesse la trama di una consistenza altrimenti compromessa. Il dio
della priopuyia è un lare (un «dio famigliare» [21]) che ci è accanto come un
malefico angelo luciferino («la luce è il piacere» [17]), che ci accompagna in
ogni nostra attività, la veicola, la custodisce. Il lare crea il "velo di
Maya" attraverso l'adulazione del «tu sei» [18]: presiede all'integrità
del nostro organismo (ovvero, scongiura l'anarchia delle membra, strutturando
ogni puntuale determinazione in una rete di correlazioni organiche, spegnendo
da luce quando l'abuso toglierebbe l'uso»'** [16]) e spaccia la mera continuità
dell'organismo stesso per la permanenza persuasa: «il saggio dio lo [l'uomo,
l'animale] conduce attraverso l'oscurità delle cose con la sua scia luminosa
perché egli possa continuare e non esser persuaso mai» [16-17]. L'uomo, in
questo abbaglio, in questo "stordimento", irretito nel gioco del dio
[21], si finge un mondo posticcio [19], credendo che le «sue cose che lo
attorniano e aspettano il suo futuro, sono l'unica realtà assoluta
indiscutibile» [18], ossia per lui «a realtà è [...] le cose che attendono il
suo futuro»; e, ciò facendo, scambia la Persuasione per l'«attualità della sua
affermazione» [18]. L'illusione raggiunge il suo ultimo scopo: «ciò che vive si
persuade esser vita la qualunque vita che vive» [19], «l'esser vivi si fa
un'abitudine » [28], l'uomo «si dice contento e sufficiente e soddisfatto di
sé» [24-25]: «d'uomo si gira sul pernio che dal dio gli è dato [...] e cura la
propria continuazione senza preoccuparsene, perché il piacere preoccupa il
futuro per lui» [18]. La voce del dolore - il «sordo continuo misurato dolore
che stilla sotto a tutte le cose» [23], la voce «che dice: tu non sei» [27] - è
apparentemente messa a tacere. L'uomo si bea della nuova, insperata sicurezza,
guidato dal piacere [17]: «nel sapore [della momentanea, puntuale affermazione
si risolve] la presenza di tutta la sua persona. Questo sapore accompagna ogni
atto della sua vita organica [e, come vedremo, sociale]» [18]. L'uomo insomma
«non vede [integriamo noi: non vuole vedere] l'opera che il dio ha fatto» [17].
Tuttavia l'illusione della permanenza - ch'è la Persuasione inadeguata - non
tarda a rivelarsi per quella che appunto è: illusione. "«[...] L'uomo, pur
mentre gioisce dell'affermazione, sente che questa persona non è sua, ch'egli
non la possiede» [21], sospetta che «la sua potenza nelle cose in ogni punto è
[sempre e comunque] limitata alla limitata previsione». «[...] AI disotto della
superficialità del suo sapere egli sente il fluire di ciò che è fuori della sua
potenza e che trascende la sua coscienza »: così, ilÈ il piacere l'Iddio pudico
ch'ama quello che non lo sa: se lo cerchi se' già mendico, t'ha già vinto
l'oscurità. - Sono la prima e l'ultima delle quattro quartine del famoso peana,
che M. intona al dio della grAdopuyia in D 43. 164 Cfr. il paragrafo 4c del |
capitolo. «suo piacere è contaminato» [21] irrimediabilmente e suo malgrado,
perché da sorda voce dell'oscuro dolore non però tace, e più volte essa domina
sola e terribile nel pavido cuore degli uomini» [22]. Nella prospettiva della
persuasione inadeguata, la voce del Tragico si rivela (si fa fenomenologia)
attraverso la paura della morte: difatti, se «il senso delle cose, il sapore
del mondo è solo pel continuare», se «esser nati non è che voler continuare »,
ciò allora vuol dire che «gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro
persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte »
[32]. La voce del dolore, dunque, fa breccia nella trama dell'illusione:
«quando per ragioni che non stanno in loro, il lembo della trama si solleva,
anche gli uomini conoscono le spaventevoli soste» [23], ovvero «quando la trama
dell'illusione s'affina, si disorganizza, si squarcia, gli uomini, fatti
impotenti, si sentono in balìa di ciò che è fuori della loro potenza, di ciò
che non sanno [...]; si trovano a voler fuggire la morte senza aver più la via
consueta che finge cose finite da fuggire, cose finite cercando». [22] La
persuasione inadeguata ha un colpo di coda: se nei bambini il dolore
esistenziale è più forte - perché ancora incontaminati dalla finzione del dio
luciferino - e se in loro la rivelazione del Tragico prende la forma dei
piccoli terrori e delle piccole superstizioni da esorcizzare (la paura del
baubau, ad esempio) [22-23], negli uomini esso fa capolino nelle forme delle
nevrosi e dei grandi dispiaceri della quotidianità: il Tragico ha le sue
manifestazioni "esistentive" (existenziell, direbbe Heidegger) nel
rimorso, nella malinconia, nella noia, nell'ira, nel dolore, nella paura, nella
«gioia "troppo" forte» [25-26]: in questi sentimenti, l' [A.
Piromalli, in Sotto il segno di M., ed Periferia, Cosenza, 1994, pag. 22; ci appoggiamo
all'analisi e alle parole di Piromalli anche per quanto stiamo per dire]. La
retorica di Aristotele rappresenta, così, l'apice estremo della degenerazione
cui Platone conduce l'originaria, autentica, dialettica socratica. Socrate si
chiedeva, ad esempio, se la giustizia fosse un bene, Platone che cosa fosse la
giustizia. Entrambi (dunque, tutto sommato, anche Platone) conservano una
relazione col «valore individuale» dell'oggetto. L'approccio di Aristotele
diviene invece «una raccolta di fenomeni», «delle questioni particolari
giudiziarie o politiche e la ricerca dei trucchi rettorici» conduce Aristotele
a perdere di vista il vero ed a «teorizzare sui discorsi che dimostrano» in
modo che «lo scopo e la potenza di chi analizza e teorizza i discorsi è
sovrapposta allo scopo e la potenza dell'oratore». «Questo - scrive ancora M. -
è l'errore di ogni metodistica, che caratterizza utta la filosofia
aristotelica, o meglio ogni forma aristotelica della filosofia sotto qualunque
nome, in qualsiasi tempo o paese, ed è di fronte alla Persuasione la Rettorica»
[per le citazioni virgolettate di questo periodo cfr. Appendici critiche, PR
151- 263-278-282]. Di conseguenza, arguisce M., la Rettorica non è per
Aristotele - proprio in quanto «metodica», «metodologismo classificatorio» -
solo una téchne specifica, ma una sorta di criterio che informa tutte le
scienze e tutta la conoscenza. Potremmo azzardare che essa, come la virtù, diviene
un habitus. —_ La valenza politica della retorica aristotelica viene evidenziata
molto bene da Roland Barthes: il quale - in un volumetto esemplare sulla
Retorica antica (trad. it. Bompiani, 1998) - trova molto «allettante mettere in
rapporto questa retorica di massa [quella appunto aristotelica, di massa poiché
verte su un "verisimile" che nient'altro è, secondo lo studioso, se
non «quel che il pubblico crede possibile»] con la politica di Aristotele; era,
com'è noto, una politica del giusto mezzo, favorevole ad una democrazia
equilibrata, incentrata sulle classi medie e incaricata di ridurre gli
antagonismi tra i ricchi ed i poveri, tra la maggioranza e la minoranza; donde
una retorica del buon senso, volontariamente sottomessa alla 'psicologia' del
pubblico» [pagg. 21-22; corsivo nostro], Tutto questo non è in contraddizione
con quanto abbiamo affermato nel corso del nostro lavoro: è vero, la
"costituzione della Rettorica" - almeno nella sua accezione comune e
quotidiana - ha un inizio storico, e ha un autore storico; eppure Aristotele
non ha "inventato" la Rettorica; le ha dato soltanto una patente di
legittimità, se vogliamo dirla così, ontologica e (soprattutto) pratica. 184
Etica Nicomachea 1103b 1-5 passim. microcosmo umano: come nell'anima la
condizione ottima è quella d'un equilibrio tra la parte appetitiva
(epithymetikon), irascibile (thymoeidés) e razionale (/loghistikon), nello
Stato ideale (lo Stato giusto) - laddove i tre aspetti dell'anima si incarnano
nelle tre classi sociali dei "produttori", dei "guardiani"
e dei "governanti-filosofi" - il singolo svolge la sua funzione
nell'armonia del tutto, "temperando" il proprio egoismo privato. La
virtù civile per eccellenza sarà proprio la sophrosyne, ovvero quella saggezza
che permette di stare "entro i limiti", cioè di lasciarsi guidare
docilmente dai sapienti'®. Lo Stato - nato dalla necessità che gli uomini hanno
di soddisfare i propri bisogni vitali - diviene insomma la condizione (insieme
etica e logica) dell'individuo, «secondo una relazione di reciprocità in cui
individuo e Stato, virtù e legge, anima e classi sociali vengono a coincidere»
[Francesco Adorno]. Per quanto Platone allegorizzi il destino di appartenenza
dell'individuo ad una determinata "classe sociale" attraverso il
famoso mito di Er - secondo il quale quel destino è in effetti frutto di una
scelta libera e responsabile dell'anima prima dell'incarnazione '°8; per quanto
- almeno nei presupposti e negli intenti - la superiorità di una classe
rispetto alle altre non significhi supremazia ed oppressione, ma risponde
semplicemente alle esigenze di una suddivisione di compiti e di funzioni
necessaria in ogni vita organizzata (nella quale gl'interessi dell'individuo
debbono essere subordinati ai superiori interessi della collettività);
nonostante tutto ciò, Platone - in apparente contraddizione, ma in effetti
seguendo un'estrema logica di coerenza - struttura la sua utopia politica
secondo le linee di un rigoroso, oculato, analitico progetto educativo '®.
Dalla moltiplicazione dei bisogni nasce dunque la differenziazione dei ruoli,
secondo le attitudini di ciascuno: l'educazione confermerà (nel senso del
confirmare latino) quell'attitudine. Ma M., come suo solito, adotta il suo
drastico smascheramento e individua proprio nella formazione dello Stato
platonico il paradigma ontogenetico di qualsivoglia sistema sociale rettorico:
[... ] accettato come base della città della giustizia il fatto della
convenzione dei violenti che è a base d'ogni città - [è nostro compito] fingere
nuovamente con presunzione di giustizia tutte le forme della vita che gli
uomini chiedono a chi voglia far loro da maestro. Accettata come vita libera
quella che è fatta dei bisogni elementari, fondiamo nella città la libertà
d'esser schiavi; accettato come giusto il principio della violenza che afferma
la necessità del continuare, è giusta a ogni bisogno la sua affermazione. E se
troviamo [un qualche espediente]perché ogni bisogno giunga alla sua 185 Cfr. il
II libro della Repubblica e anche 441c-445e (IV libro), dove la questione viene
ricapitolata in modo sintetico e definitivo; sono questi, più o meno, anche i
passaggi del testo (e altri affini nella sostanza) che tiene docchio M. nella
sua analisi davvero spietata dello Stato platonico, cui dedica l'intera,
complessa, splendida Appendice II, quasi un'opera a sé stante. 186 cfr. id.
libro X 614a ss. . La divinità è fuori causa: Aitia eloménou, theos anaîtios.
187 cfr. id. libro Ill 386a - 417b; IV 419a - 427b 105 giusta affermazione
senza scapito della giusta affermazione degli altrui bisogni, abbiamo fondato
la città giusta. Che gli uomini siano ognuno schiavo della propria miseria e
per questa sottomesso ai modi a lui oscuri della comune convenienza, ognuno
inteso al proprio utile e per sua natura nemico e ingiusto a ogni utile altrui,
ognuno nell'oscurità del suo travaglio ignaro di tutto nella vita fuorché del
suo bisogno, non importa; egli sarà saggio e giusto e libero, avrà la persona
della libertà, della giustizia, della saggezza, poiché egli sarà detto secondo
la città libera e giusta e saggia. - La città isola le singole necessità [...
e] così costituisce la produzione della vita elementare: l'agricoltura, le
arti, i mestieri, il trasporto; costituisce gli organi dello scambio: il
piccoloegrandecommercio; costituisce tutte le altre forme della vita;
costituisce la necessità della guerra; e del difender la giustizia di quelle
necessità con la violenza finge persona sufficiente ai puAxxec [sono appunto i
"guardiani" platonici]; dell'affermare, sorvegliare, correggere la
giusta affermazione di quelle necessità finge persona sufficiente ai capi dello
stato [PR 147] !88. Se l'educazione di Socrate era dunque «creatrice di uomini»
[PR 150], il suo discepolo infedele si mostra piuttosto attento a formare
cittadini: [...] Platone non ha da fare uomini, egli ha da fare agricoltori,
calzolai, fabbri, mercanti, banchieri, guerrieri, politici, che compiano ognuno
la sua funzione necessaria ai singoli bisogni della città, perché questa pur si
continui. Platone ha bisogno che ognuno s'adatti alla sufficienza di
quell'astrazione di vita che egli a ognunoha macchinato [PR 151]. La
"giustizia" platonica si rivela, dunque, per quella che è: "Ma
intanto la città è costituita, e colla città sono costituite la giustizia, la
saggezza, il coraggio, la padronanza di sé. La città è saggia per la saggezza
dei suoi moderatori. La città è coraggiosa pel coraggio dei suoi puiarnec. E i
guàxxes sono coraggiosi se vestono la persona della legge così che, la salvezza
di quella come la loro essendo, da nessuna cosa possano esser trattenuti che
non la difendano fino alla morte. - [...] E se ognuno di loro si sappia
costringere a quel determinato ufficio e all'obbedienza alle leggi costituite,
ognuno sarà padrone (!!) di sé stesso, e la città anch'essa sarà padrona di sé,
in cui l'idea del bene, per consiglio dei saggi moderatori e per virtù dei
difensori e per l'ossequio del popolo, si imporrà alle necessità della vita
così ch'esse abbiano armoniosamente a cospirare alla continuazione del tutto
[PR 156-157; corsivi ed esclamativi di M.]. Nel far ciò, completa M., Platone -
diversamente da quanto ci tramandi la storiografia filosofica e da quanto
Platone stesso affermi - non si discosta molto dall'orizzonte di dominio e di
violenza perpetrato dai sofisti, anzi: «Altro che i sofisti! Se i sofisti erano
ladruncoli, ma Platone - absit iniuria verbo - è il ladro in guanti gialli, che
ha il suo sistema per rubare non più, come quelli facevano, questo o quello a
caso, dicendo a ognuno: 'io sono un ladro'; ma con metodo e seriamente, per
poter rubare tutto, e dicendo agli uomini: 'io son quello che ti salva per
sempre dai ladri. Infatti è il modo più sicuro. Infatti, legittimando i
compromessi dell'umana debolezza, egli toglie [...] all'uomo ogni possibilità
di sentirsi in quella insufficiente, ogni bisogno d'affrancarsi da quella -»
[PR 190; corsivi di M.]. 188 || periodo è preso della sezione II (Il
Macrocosmo) della Il Appendice critica, dedicata nello specifico a Platone, in
qualità di «note alla triste istoria» dell'aerostato; come appare chiaro, ci
stiamo appoggiando alle polemiche citazioni di M. (sottintendendole), tratte
appunto dalla Repubblica, per puntellare anche il nostro discorso. Queste
parole, che si impongono per lucidità e forza al lettore, bastano a se
stesse'®. Rimane solo da rilevare che la ri-proposizione di una simile istanza
totalitaria di dominio e di violenza (stavolta sublimata nella rete necessaria
e compiacente - «callopismatica» dice 189 In effetti, La critica di M. può, ad
orecchio, richiamare Popper. Il primo volume del capolavoro di quest'ultimo, La
società aperta e i suoi nemici [che noi leggiamo nella traduzione proposta
dall'ed. Armando, 1973], infatti, è in pratica interamente dedicato a una
critica acerrima contro il platonismo politico (il titolo la dice lunga:
Platone totalitario). Volendo davvero ridurre all'osso l'argomentazione
popperiana, possiamo dire che tutto il pensiero politico di Platone, secondo il
filosofo austriaco, può essere ricondotto a un progetto totalitario di
restaurazione della società chiusa (ovvero, della società tribale, che
interpreta se stessa come naturale, sacra e immutabile, ed è collettivista,
gerarchica, organica, fondata sulle relazioni faccia a faccia). A questo scopo,
Platone si varrebbe di strumenti euristici,concettuali e politici, che
s'innestano l'uno con l'altro e che riassumiamo così: essenzialismo
metodologico (la teoria delle idee); collettivismo (come visto, gli individui
hanno valore solo come parti della totalità più ampia ch'è lo stato); teoria
organica o biologica dello stato (cfr. quanto detto sopra); tecnocrazia (il
governo va affidato ai competenti); "storicismo" (sotto questo
termine Popper accomuna tutte le dottrine che s'illudono di enunciare le leggi
dello sviluppo storico nel suo insieme). [Com'è noto, a Platone Popper
contrappone la propria prospettiva - che definisce "umanitaria" - di
"società aperta", modellata/articolata secondo i criteri degli Stati
di diritto e delle democrazie dei paesi occidentali, le cui istituzioni
sarebbero (preferiamo utilizzare il condizionale) modificabili/riformabili
secondo il metodo della libera discussione]. Ma più che alle risapute
affermazioni di Popper, siamo interessati ad una pagina, lasciata nella forma
di intuizione, di Althusser; pagina evidentemente meno conosciuta, ma che si
avvicina più di Popper al discorso di M.. Althusser inserisce quest'appunto su
Platone in un discorso generale sull'ideologia e ovviamente legge la Repubblica
(e ne smonta il progetto educativo) alla luce del "sapere scientifico
liberatore" - ovvero "rivoluzionario" - marxista-leninista,
com'egli stesso confessa. E questo segna la sua profonda differenza col
Goriziano. Eppure, quanto scrive Althusser converge in modo indiscutibile e
impressionante con le valutazioni di M. (anche se, come detto, l'accostamento è
soltanto "topico"): entrambi individuano nell'educazione il
nocciolo/presupposto rettorico della struttura statale. Scrive il filosofo
francese, col suo caratteristico stile senza reticenze: «Questo [ovvero che
«gli individui concreti 'agiscono', e che è l'ideologia che li fa agire'»],
Platone lo sapeva già. Egli aveva previsto che occorrevano dei poliziotti (i
'Guardiani') per sorvegliare e reprimere gli schiavi e gli 'artigiani. Ma
sapeva che non si può mai mettere un 'poliz iotto' nella testa di ogni schiavo
o artigiano, e nemmeno mettere un poliziotto personale al culo di ogni
individuo (altrimenti occorrerebbe anche un secondo poliziotto per sorvegliare
il primo e così di seguito... e alla fine non ci sarebbero altri che poliziotti
nella società, senza nessun produttore, e di che cosa vivrebbero allora gli
stessi poliziotti?). Platone sapeva che occorreva insegnare al ‘popolo",
sin dall'infanzia, le 'belle menzogne' che lo ‘fanno agire' da solo, e
insegnare al ‘popolo' queste Belle Menzogne in maniera che esso ci creda, al
fine di ‘agire’. [l'insistere di Althusser sulle 'belle menzogne! ordite
dall'educazione platonica è il punto di maggiore convergenza con le
riflessionidel Goriziano, ma cfr. la citazione in seguito]. Platone non era
certo un ‘rivoluzionario’, benché intellettuale... egli era un sacrosanto
reazionario. Ma aveva abbastanza esperienza politica per non raccontare storie
e credere che, in una società di classe, la semplice repressione può assicurare
da sola la riproduzione dei rapporti di produzione. Egli sapeva già (senza averne
il concetto) che sono le Belle Menzogne, cioè l'ideologia, che assicura per
eccellenza la riproduzione dei rapporti di produzione. | nostri moderni
‘dirigenti’ ‘anarchici rivoluzionari" non lo sanno. Essi farebbero bene a
leggere Platone, senza lasciarsi intimidire dall' ‘autorità del sapere' che vi
troveranno, poiché, benché puramente ideologici, possono trovarvi, diciamo,
'insegnamenti' di base sul funzionamento di una società di classe» [L.
Althusser, Lo stato e i suoi apparati, trad. it. Editori Riuniti, 1997, pag.
182], M., più di mezzo secolo prima, aveva scritto (e si tenga presente quanto
or ora citeremo, dato che proprio qui si trova il perno dell'argomentazione
critica-filosofica del Goriziano, non solo in riferimento a Platone, bensì a
tutto l'apparato rettorico): «[Nello Stato platonico] la violenza cacciata per
la porta è già rientrata per ogni fessura [..., infatti] perché ogni singolo a
uno di questi scopi bcil. gli scopi sufficienti alla vita, astrazioni dei
bisogni materiali] di indirizzar la sua vita e pei begli occhi della felicità e
della giustizia astratta accetti di tenervela sempre diritta - bisogna che
ognuno al suo posto sia colla violenza ammaestrato» [corsivo nostro].M. - dello
Spirito) il Goriziano la riscontrò, a distanza di millenni, nella Filosofia
dello Spirito di Hegel'°° [PR 92-93]. L'ou-topia platonica, trovava purtroppo -
attraverso Hegel - la sua reificazione concreta e storica nel codice
morale-penale austriaco [cfr. soprattutto PR 99-101]. Col filosofo tedesco
l'umanità realizzata (ovvero, l'umanità politica) consisteva - proprio come
insegnava Platone - nella spontanea consonanza fra quel che vuole l'individuo e
quel ch'è richiesto dalla famiglia, dalla società civile e dallo stato. Per
Hegel, questo è lo stato normale - fisiologico - della vita pratica, che può
riscontrarsi nei periodi di equilibrio e di "sanità" dei popoli
(Hegel credeva d'individuarlo, realizzato in tutta la sua pienezza e fulgore,
nella grecità classica: basterebbe, in questo senso, analizzare il diverso
rapporto del Tedesco e del Goriziano proprio nei confronti della grecità per
scorgere l'enorme divario che li allontana). Il «momento etico», nella
dialettica dello Spirito Oggettivo, supera l'astrattismo morale, che si
arrovellava nell'antagonismo fra intenzione individuale e legge. Lo spirito
oggettivo - in cui 190 In particolare, aggiungiamo noi, nei Lineamenti di
filosofia del diritto. In effetti, M. trae le sue citazioni dalla Enciclopedia
delle scienze filosofiche, dalle pagine in cui Hegel parla dello Spirito
Oggettivo, il moment della realizzazione della volontà dello spirito libero,
nella fattispecie il momento del concreto attuarsi della storicità sociale
attraverso la famiglia, la società civile e lo stato. Come si sa, Hegel
approfondì e delucidò tali presupposti nei Lineamenti; riteniamo allora
opportuno richiamarne almeno alcuni paragrafi (tra l'altro famosi) per
integrare le polemiche citazioni M.iane con i luoghi dove più evidente si
mostra la cosiddetta "statolatria" del filosofo di Stoccarda: $ 257.
Lo stato è la realtà dell'idea etica, - lo spirito etico, inteso come la
volontà sostanziale, manifesta, evidente a se stessa, che pensa e sa sé e porta
a compimento ciò che sa e in quanto lo sa. Nel costume lo stato ha la sua
esistenza immediata, e nell'autocoscienza dell'individuo, nel sapere e
nell'attività del medesimo, la sua esistenza mediata, casi come l'autocoscienza
attraverso la disposizione d'animo ha nello stato, come in sua essenza, in fine
e prodotto della sua attività, la sua libertà sostanziale. [...] § 258. Lo
stato inteso come la realtà della volontà sostanziale, realtà ch'esso ha
nell'autocoscienza particolare innalzata alla sua universalità, è il razionale
in sé e per sé.Questa unità sostanziale è assoluto immobile fine in se stesso,
nel quale la libertà perviene al suo supremo diritto, così come questo scopo
finale ha il supremo diritto di fronte agli individui, il cui supremo dovere è
d'esser membri dello stato. [...] $ 260. Lo stato è la realtà della libertà
concreta; ma la libertà concreta consiste nel fatto che l'individualità
personale e i di lei particolari interessi tanto hanno il loro completo
sviluppo e il riconoscimento del loro diritto per sé (nel sistema della
famiglia e della società civile), quanto che essi, o trapassano per se stessi
nell'interesse dell'universale, o con sapere e volontà riconoscono il medesimo
e anzi come loro proprio spirito sostanziale e sono attivi per il medesimo come
per loro scopo finale, così che né l'universale valga e venga portato a compimento
senza il particolare interesse, sapere e volere, né gli individui vivano come
persone private meramente per l'ultimo, e non in pari tempo vogliano
nell'universale e per l'universale e abbiano un'attività cosciente di questo
fine. Il principio degli stati moderni ha questa enorme forza e profondità, di
lasciare il principio della soggettività compiersi fino all'estremo autonomo
della particolarità personale, e in pari tempo di ricondurre esso nell'unità
sostanziale e così di mantener questa in esso medesimo. $ 261. Di fronte alle
sfere del diritto privato e del benessere privato, della famiglia e della
società civile, lo stato è da un lato una necessità esteriore e la loro
superiore potenza, alla cui natura le loro leggi, così come i loro interessi
sono subordinati e da cui sono dipendenti; ma dall'altro lato esso è il loro
fine immanente ed ha la sua forza nell'unità del suo universale fine ultimo e
del particolare interesse degli individui, nel fatto ch'essi in tanto hanno
doveri di fronte ad esso, in quanto hanno in pari tempo diritti [...] § 265.
Queste istituzioni costituiscono la costituzione, cioè la razionalità
sviluppata e realizzata, nell'ambito del particolare, e sono perciò la base
stabile dello stato, casi come della fiducia e della disposizione d'animo degli
individui per il medesimo, e i pilastri della libertà pubblica, poiché in esse
la libertà particolare è realizzata e razionale, quindi in esse stesse sussiste
in sé l'unione della libertà e della necessità. [Siamo nella parte terza - L'eticità;
Terza sezione - Lo stato; le citazioni sono desunte dalla trad. it. dei
Lineamenti peri tipi della Laterza, 2000, a cura di G. Marini, e corrispondono,
rispettivamente, alle pagg. 195, 201 e 204; i corsivi sono di Hegel]. finalità
individuale e finalità collettiva coincidono - si realizza pienamente nello
Stato, «a sostanza etica consapevole di sé». La sua essenza è costituita da
quello stesso amore che sta a fondamento della famiglia, innalzato però a
«universalità saputa», a consapevolezza cioè del proprio valore universale. In
questo senso, lo Stato non conosce altri poteri al di sopra di sé. Ovvero,
tradotto il tutto in termini M.iani, i rapporti sufficienti che l'uomo
intrattiene con la propria vita) e con le altrui vite assurgono all'ordito - ovvero
si camuffano - di rapporti razionali e dunque razionalmente necessari, e la
Rettorica sociale (statale) prende vita, e acquista diritto e giustificazione
del proprio esistere, nella forma pudica e "benevola" dell'Astuzia
della Ragione [List der Vernunft], la parca che tesse nel segreto le ragioni e
le finalità degli uomini. 4. La Rettorica come tecnica della violenza e
violenza della tecnica. Non c'è maggior potenza di quella che si fa una forza
della propria debolezza. Carlo M. La Rettorica, dunque, è es-propriazione: in
ciò consiste la sua violenza. L'unico modo per sconfiggere la Rettorica sarebbe
- afferma M., nelle ultime, sconcertanti pagine della sua tesi - scongiurare
appunto ogni educazione: questa, in sintesi, la pretesa davvero rivoluzionaria
(e quanto veramente rivoluzionaria rispetto a tante altre sedicenti tali) del
Goriziano: «togliere la violenza dalle radici» è il suo motto, nella forma del
conosci te stesso: Reagisci al bisogno d'affermare l'individualità illusoria,
abbi l'onestà di negare la tua stessa violenza, il coraggio di vivere tutto il
dolore della tua insufficienza in ogni punto [PR 45-46]. Utopia, è vero. Perché
la Rettorica si impone, è onnipresente, è tutto ciò che accade: e lo è in modo
irrimediabile. Perché, oltre che una sua forza, ha una sua intelligenza
(conosce paure e debolezze degli uomini, degli esseri, e le sfrutta), una sua
estrema capacità di adattamento. La sua storia universale è anzi la storia del
suo adattamento: il dispositivo rettorico - quasi entità a sé stante, quasi
entità pensante - ha inteso la grande forza del "segreto", la
strategia vincente della "dissimulazione": ha inteso che «sarebbe
povero nelle sue risorse, economo nei suoi procedimenti, monotono nelle
tattiche che usa, incapace d'invenzione ed in un certo senso condannato a
ripetersi sempre» * '°": avendo nient'altro «che la potenza del 'no', del
divieto, dell'ingiunzione, della coartazione, esso «sarebbe essenzialmente
anti-energia» *: «tutti i modi di dominio, di sottomissione, di assoggettamento
si ridurrebbero in fin dei conti all'effetto di obbedienza » * «C'è una ragione
generale e tattica che sembra autoevidente: il potere [nella nostra
prospettiva: il dispositivo rettorico, ma nel taglio ermeneutico che stiamo
dando è lo stesso] è tollerabile a condizione di dissimulare una parte
importante di sé. La sua riuscita è proporzionale alla quantità di meccanismi
che riesce a nascondere. Il potere sarebbe accettato se fosse interamente
cinico? Il segreto non è per lui un abuso; è indispensabile al suo
funzionamento » *. Il sistema della violenza, alle proprie manifestazioni
esterne, ai risultati di azioni cogenti di istituzioni deputate al
"sorvegliare e punire" (che tuttavia sopravvivono, propaganda della
ventilata sicurezza), al suo porsi come "stato di diritto",
preferisce le forme dell'interiorità (le forme della morale farisaica che si
oggettivano, nei codicilli del diritto morale-penale), preferisce assumere le
ammalianti sembianze di giustizia sociale e di razionalità sociale: si è fatto
carne e sangue forgiando i tipi del "soggetto" in filosofia, dello
"scienziato" nella conoscenza e in ultimo - figura in cui le prime
due si compendiano - del "cittadino 191 Cfr. la nostra nota 167.
modello" nella società cosiddetta civile, come denuncia il Goriziano, in
pagine davvero forti e risentite. Sono queste le forme, insomma, in cui -
secondo M. - la violenza rettorica si è sublimata (nel senso davvero freudiano
del termine), sono questi i meccanismi attraverso i quali l'ideologia si è
fatta idealità, e il Leviatano si è fatto società ideale e addirittura
vagheggiata. Ironia del dispositivo rettorico: «ci fa credere che ne va della
nostra liberazione » *. Ma seguiamo più da vicino il dettato del nostro giovane
filosofo, riprendendo opportunamente la dimostrazione del "teorema-M."
là dove l'abbiamo interrotta nel paragrafo precedente, amplificandola qui
proprio al contesto sociale'””. Abbiamo lasciato l'uomo nella condizione
sospesa tra l'illusione della permanenza e la consapevolezza, che nella trama
dell'illusione s'insinua, della effettiva condizione tragica della propria
esistenza: l'uomo «sente d'esser già morto da tempo e pur vive e teme di
morire» [24]: perché «chi teme la morte è già morto» [33]. A questa condizione
insostenibile, il dio luciferino della yopoyw trova - o pretende di trovare -
un più collaudato ed efficace «schermo [o empiastro] al dolore» [34 e 58]: il
dispositivo sociale, appunto. L'uomo chiede «ad altri appoggio alla sua vita»
[34], «dà e chiede, entra nel giro delle relazioni» [43]. Se prima il
compromesso della consistenza si consumava, come dire, nella percezione
"onanista" del proprio corpo, ora gli uomini - con maggior insistenza
- «chiedono di esser per qualcuno e per qualcosa persona sufficiente con la
loro qualunque attività, perché la relazione si possa ripetere nel futuro;
perché il correlato sia per loro sicuro nel futuro» [53]: «egli [l'uomo] si
vuol ‘costruire una persona' con l'affermazione della persona assoluta che egli
non ha: è l'inadeguata affermazioned'individualità: la rettorica» [57]. Ma nel
volgersi «a ricercare quelle posizioni dove il senso attuale della sua persona
lo aveva altra volta adulato colla voce del piacere: ' tu sei' [ovvero,
appunto, nella rettorica sociale], [..., egli] già è fuori del giro sano della
sua potenza» [64], in modo definitivo e irrimediabile. Insomma, gli uomini
decidono di «adattarsi ragionevolmente» [89] l'uno all'altro: cosa davvero
singolare, ammette M., la contraddizione che si viene a creare: nella società
«tutti hanno ragione» quando invece «nessuno ha la ragione» [39, ma anche 54]
della propria esistenza. Difatti, e qui le parole del nostro filosofo sono
chiarissime, nello stipulare la «cambiale della società » [102] gli uomini si
comportano «non però, come ci aspetteremmo, vittime della loro debolezza - in
balia del caso, ma 'sufficienti' e sicuri come divinità » [95]. E' dunque il
punto più alto dell'illusione del dio del piacere, il punto in cui la sua
"arte tessile" assurge a livelli di "regale" maestria'”.
192 Cfr. nota 161. 193 Le nostre espressioni vengono ispirate da un passo del
Politico di Platone, che ci restituisce la valenza della sua rettorica politica
in forma pressoché conclusiva. La nostra citazione, dunque, si allinea a quelle
(davvero numerose) di Michelstadter, e inende compendiarle, condividendone il
contesto polemico:Nella stipulazione del "contratto sociale" gli
uomini «si son fatti una forza della loro debolezza, poiché in questa comune
debolezza speculando hanno creato una sicurezza fatta di reciproca convenzione»
[95, ma anche D 66]: essi, cioè, hanno trovato definitivamente «il modo di
poter continuare con sicurezza ad aver fame in tutto il futuro» [94]. Così, da
una parte, la società «largisce loro sine cura tutto quanto gli è necessario»
[adattato da 96]; dall'altra, essi fingono di ignorare che «a loro
degenerazione è detta educazione civile, la loro fame è attività di progresso,
la loro paura è la morale, la loro violenza, il loro odio egoistico - la spada
della giustizia» [95]. Questo perché, in effetti, la sicurezza - per quanto
graditi siano i suoi servigi e privilegi - si paga comunque con un grandissimo
scotto: essa «è facile ma è tanto più dura: la società ha modi ben determinati,
essa lega, limita, minaccia: la sua forza diffusa è concreta in quel capolavoro
di persuasione che è il codice penale. La cura di questa sicurezza asservisce
l'uomo in ogni atto » [100-101]. E dunque, l'uomo da un lato si trova costretto
ad accettare la propria «libertà d'esser schiavo » («cercando la sicurezza
nell'adattamento a un codice di diritti e doveri») [94], e così pratica
violenza contro se stesso; dall'altro, «impone al resto della materia [alle
cose] la stessa forma» [96] che a lui risulta utile («violenza sulla natura:
lavoro» [97]) e, cosa ancor più grave, «subordina il suo simile alla propria
sicurezza » [97] («violenza verso l'uomo: proprietà » [97]). Questo meccanismo,
leggermente complicato nell'esposizione ma semplice nel suo funzionamento, ha
la forza di un potentissimo abbrivo: date queste premesse, la Rettorica ha
facile gioco nel «coinvorticare» («come la corrente d'un fiume ingrossato »)
[59] tutta la congerie umana e tutti gli aspetti dell'esistenza del singolo
individuo, riuscendo a contaminare ogni sana e onesta persuasione in
"disonestà". Il procedimento si reduplica e si estende, possiamo
dire, per inerzia di moto e per sineddoche di comportamento (la Rettorica, come
la Fama virgiliana, eundo crescit), seguendo una parabola che M. spiega e
sintetizza, mirabilmente, nel suo Dialogo: [...] la preoccupazione della vita
spingerà pur sempre gli uomini a curare e a cercare le posizioni dove videro
vivere altrui, dove forse anche parve a loro stessi per qualche tempo vivere.
Nasce per questa preoccupazione, dalla vita sana del corpo, la degenerazione sensuale
e la rettorica dei piaceri; dalla diritta attività d'un uomo che ha una sua
missione da compiere, l'ambizione della potenza - e la rettorica dell'autorità;
dall'opera d'un uomo che aveva qualche cosa da dire - la posa dei creatori e la
rettorica artistica; dalle parole degli uomini che mostrarono agli altri la
retta via - la presunzione dei pensatori - e la rettorica filosofica con la sua
sorella minore: la rettorica scientifica [D 64]. La prima cambiale per l'uomo è
il suo corpo, poi viene la camicia con la quale è nato - e la camicia è
contesta di posizione, diritti acquisiti, affetti acquisiti come i diritti, non
solo, ma anche di ciò che il socialmente povero «Ecco tutta la funzione regale
di tessitura: non lasciare mai che entri in azione una separazione fra il
carattere temperato e il carattere energico, che devono invece essere orditi
insieme, in una comunità di intenti e di opinioni, in una condivisione di onori
e di gloria, e in una sorta di giuramento comune, per farne un tessuto
armonioso e, come si dice, ben serrato, e confidare a questi due elementi le
magistrature della città [...] Ecco pronta la buona stoffa prodotta dall'ordito
dell'azione politica, allorché, partendo dai caratteri umani di energia e di
temperanza, la scienza regale assembla e unisce le loro due vie per mezzo della
concordia e dell'amicizia, e realizzando così il più magnifico e il più
eccellente di tutti i tessuti, vi avvolge, in ciascuna città, tutto il popolo,
schiavi e uomini liberi, serrandoli insieme nella sua trama e assicurando alla
città, senza pericolo di insuccesso, tutta la prosperità di cui può godere
quando è ben governata» (Politico, 310e - 311c).trova già nell'atmosfera: le
vie, i modi, tutto il lavoro accumulato dai secoli e di cui i posteri godono i
frutti nella vicendevole sicurezza e nella sicurezza di fronte alla natura [D
67-68]. Questa sicurezza dissimula e copre con un velo di «prudente ipocrisia»
[D 68] una reale situazione di conflitto, quella sociale, dove in realtà l'homo
è homini lupus, dato che «invidia ambiziosa, prepotenza e timor degli uomini»
(«le virtù consacrate» della rettorica sociale) [D 68] la fanno da padrona.
Tuttavia, come nella singola individualità la voce del dolore si
fenomenologizza nelle nevrosi quotidiane o esplode nelle situazioni-limite
della perplessità esistenziale, nel contesto sociale essa prende fiato
attraverso la rabbia dei popoli: «la rabbia è il Leitmotiv della vita sociale»,
il «cigolio continuo della macchina sociale»; attraverso di essi, gli uomini
sfogano la loro «impazienza e l'insopportabile senso della dipendenza » [D 69,
ma anche PR 120-121]. Ma quali sono gli strumenti attraverso i quali la
Rettorica assicura la «sicurezza fatta di reciproca convenzione», ovvero, quali
sono le reificazioni del /avorio di (falsa) persuasione ch'è proprio della
Rettorica? Possiamo utilmente schematizzare le indicazioni del Goriziano (del
resto, ne abbiamo parlato a sufficienza nel paragrafo su Parmenide): a) il
denaro, «concentrato di lavoro»'*, destinato a diventare «del tutto nominale,
un'astrazione, quando le ruote saranno così ben congegnate che ognuna entrerà
nei denti dell'altra senza bisogno di trasmissione» [118]'®; 194 In questa
definizione del denaro si può scorgere, netta, l'influenza della lettura di
testi di Marx, a M. non alieni. Un importante appunto autografo, riportato dal
Cerruti [cfr. in appendice alla sua monografia cit. alle pagg. 167- 168],
mostra ad esempio che M. lesse, annotò e schematizzò, in brevi linee e
concetti-chiave, Il capitale. Questo non deve far pensare, secondo noi, a
velleità rivoluzionarie-proletarie (nel senso marxiano del termine) nel nostro
giovane filosofo - che comunque pur scrisse, in gioventù, un Discorso al popolo
-; o addirittura ad un inserimento della sua Persuasione
"contestatrice" all'interno di una temperie marxista, come da alcuni
pur è stato tentato. In realtà, M. ci si mostra lontano da ogni engagement
politico, e questa sua posizione la valutiamo più che come sintomo di un'
"ignoranza" o indifferenza politica, come conseguenza di una ben
ponderata presa di posizione. Evidentemente, il gioco politico (nella
fattispecie, quello dei partiti) dovette apparire al Goriziano come una delle
forme più lampanti e più "scanzonate" del compromesso rettorico:
all'interno della "comunella di malvagi" esiste solo un apparente
fronteggiarsi, su posizioni solo in apparenza contrarie, che mirano
esclusivamente al potere (oggi si chiamerebbe partitocrazia). La politica del
tempo gli si doveva rivelare come conferma di ciò; vale la pena, allora,
riportare l'unico appunto politico (nel senso gretto del termine) che abbiamo
ris contrato nella nostra lettura dei suoi testi, anche a testimonianza della
lucidità della sua analisi in proposito: «[...] Il socialismo [M. sta parlando
delle manipolazioni che la Rettorica ha prodotto a scapito dei
"sinceri" moniti della Persuasione] - mantenendo le forme, il nome,
gli schemi delle argomentazioni, tutto il frasario di Marx - ha ridotta la sua
negazione della società borghese a un elemento di riforma nella società
borghese, volto a scopi più o meno particolari e materiali: più o meno mite, a
seconda che più o meno i capi del partito avevano bisogno della società
borghese e, approfittando della forza che loro concedeva il partito, ambivano a
un posto in quella. Così che in Francia il socialismo è giunto al governo, in
Germania ha creato una classe benestante più borghese dei borghesi, in Itali...
dell'Italia è pietoso tacere. -» [PR 124-125 in nota; corsivi dell'autore],
Possiamo con comodità riassumere la questione, e segnare i distinguo, dicendo
che, a differenza di Marx, M. non approntò una critica/analisi della Rettorica
a partire da strutture economiche, bensì a partire da strutture ontologiche (la
deficienza). b) il linguaggio, che «arriverà al limite della persuasività »
[118], tale che «gli uomini si suoneranno vicendevolmente come tastiera» [119]
"°° e il linguaggio giungerà alla sua «cristallizzazione» [112]
definitiva”; niente paura, tuttavia: seppure un giorno «gli uomini non
riusciranno ad intendersi certo giungeranno [comunque...] ad intendersela »
[88]/®8; c) la scienza, esasperazione della pretesa conoscitiva, «officina dei
valori assoluti» [125], il baluardo dell'oggettività, che ri-formula a suo
arbitrio la consistenza dell'esistere ricavando «dalla contemporaneità o dal
susseguirsi d'una data serie di relazioni una presunzione di causalità» [84;
corsivo nostro]; in questo rivelandosi lo strumento preferito della yiaopuyia
[84]. 95 Si pensi alle transazioni "virtuali" che oggi avvengono mediante
bancomat e carte di credito, o anche attraverso internet. %6 Si pensi alle...
tastiere dei nostri PC che permettono di chattare (come si dice in gergo)
attraverso internet. 97 «[...] Date parole sulle quali gli uomini senza
conoscerle s'appoggiano per gli usi della vita e senza conoscerle come ricevute
le danno» [87, corsivi di M.]. 98 Come visto più volte, per M. lo strumento del
linguaggio nasce innanzitutto da un bisogno di "consistenza"; vale a
dire che la "solidità" della parola, e soprattutto dei luoghi comuni
e dei "te cnicismi", serve da una parte a creare sostanza (illusoria)
alla propria deficienza attraverso il rapporto con gli altri (nel circuito
linguistico) [La utilità, quella originaria], dall'altra ad economizzare la
transazione rettorica, se possiamo esprimerci così [2a utilità, quella
definitivamente artefatta]. Questa situazione di "stordimento" (in
riferimento soprattutto alla prima utilità), il vano tentativo di stornare la
voce del dolore/deficere attraverso il frinire "innaturale" del
linguaggio, denunciata più volte da M., e con insistenza, viene allegorizzata
in questa breve, bellissima favola di Rilke, che ci piace riportare, convinti
che se il Goriziano l'avesse letta l'avrebbe di sicuro, a sua volta, citata (si
leggano con attenzione soprattutto gli ultimi capoversi):«C'erano due creature,
un uomo e una donna, che si amavano. Amarsi vuol dire non accettare nulla, da
nessuna parte, dimenticare tutto e volere ricevere tutto da una sola persona,
quello che già si possedeva ed il resto: e questo è quanto desideravano
reciprocamente le due creature. Ma nel tempo, nei giorni, nel flusso di tutto
quello che va e viene, spesso, prima ancora di avere stabilito un rapporto, un
simile modo di amare non può essere mandato ad effetto: gli avvenimenti
incalzano da ogni lato ed il caso apre loro ogni porta. Per questo i due
risolsero di passare dal tempo alla solitudine lontano dal suono delle ore e
dai rumori della città. Si costruirono dunque una casa dentro un giardino; e la
casa aveva due porte, una sul lato destro e una sul lato sinistro. La porta di
destra era la porta dell'uomo, e di qui doveva entrare tutto quanto era
dell'uomo. Ma quella di sinistra era la porta della donna; e sotto questo arco
doveva passare tutto quello che apparteneva alla donna. Così avvenne. Chi primo
si destava il mattino scendeva ad aprire la sua porta, e fino a tarda ora della
notte entravano molte cose, anche se la casa non era posta lungo una strada.
Per chi sappia come riceverli, arrivano fino in casa paesaggio luce e una
brezza dalle spalle cariche di odore e molte altre cose ancora. Ma anche giorni
trascorsi, figure, destini, entravano per quelle due porte, e a tutti era
riservata la stessa accoglienza, tanto semplice che ognuno credeva di avere
sempre abitato in quella casa solitaria. Così procedettero le cose per un lungo
periodo di tempo, e le due creature erano molto felici. La porta di sinistra
veniva aperta un poco più spesso, ma per quella di destra entravano ospiti più
vari. Dinanzi a questa, un mattino era ad attendere la Morte. L'uomo, non
appena la ebbe veduta, chiuse in fretta la porta e la tenne ben serrata per
tutto il giorno. Poco dopo la Morte apparve dinanzi all'ingresso di sinistra.
La donna chiuse tremando la porta elasbarrò con un robusto chiavis tello. Essi
non si dissero nulla dell'accaduto; ma aprirono più di rado le due porte e
cercarono di accomodarsi con quanto avevano in casa. La loro vita divenne così
molto più povera di prima. Le loro riserve si fecero scarse, sorsero le prime
preoccupazioni. Cominciarono a dormire male; e durante una di quelle lunghe
notti insonni, entrambi udirono improvvisamente uno strano rumore, quasi uno
scalpicciare e un picchiare insieme. Veniva di là dal muro di casa, a eguale
distanza dalle due porte, ed era come se qualcuno cominciasse a scalzare pietre
per aprire una nuova porta al centro di quel muro. Nel terrore improvviso che
li colse, i due si comportarono come se non udissero nulla di strano;
cominciarono a parlare, a ridere in modo innaturale; e quando si furono
stancati, il rumore alla parete era cessato. Da quella notte in avanti le due
porte rimangono definitivamente chiuse. | due vivono come prigionieri; sono
malati, soffrono di strane fantasie. Il rumore si ripete di tempo in tempo.
Allora essi ridono con le labbra, ma i loro cuori sono sul punto di mancare
dallo spavento. Ed entrambi sanno che il rumore diventa sempre più forte e
distinto, e debbono parlare e ridere sempre più forte con le loro voci sempre
più fioche». [cfr. R. M. Rilke, Le storie del buon Dio, trad. it., Milano,
Rizzoli, 1978, pp. 119-122].La società, soprattutto attraverso la scienza, non
soltanto assicura "oggettività esistenziale" ma scongiura agli uomini
ogni «tovog - ogni pericolo che esiga tutta la fatica intelligente e tenace per
esser superato » [105] (ma, in effetti, i due "pregi"
s'identificano). Nel far questo, essa si autopromuove, come si dice oggi, a
"scienza con fini operativi", ovvero a tecnica. La vita si
tecnicizza, il che wol dire, secondo M. (il quale non fa differenza fra tecnica
e tecnologia), che la vita si de-potenzia'’. La tecnica, cioè, viene a 199 La
critica di ispirazione heideggeriana può, a buon ragione, individuare
soprattutto in questo punto uno dei più espliciti "precorrimenti" di M.
rispetto al filosofo tedesco. Tuttavia, a prescindere da una certa, effettiva
consonanza di diagnosi che pare accomunarli, ribadiamo quello che, a nostro
parere, è l'irriducibile "cavillo" che li contraddistingue e che
rende vana, per noi, ogni operazione di accostamento: per Heidegger, l'oblio
dell'Essere e il richiamo all'esistenza autentica (come riappropriazione
dell'orizzonte ontologico del Dasein) si giocano sul piano appunto
dell'ontologia; per M. la Rettorica ha una natalità fisiologica, se possiamo
esprimerci così, e il richiamo all'esistenza autentica si consuma sul piano del
socratismo, ovvero di una forte istanza etica (etica che, come si sa,Heidegger
ci tenne ad escludere dalla sua "analitica esistenziale"). E'
comunque indicativo come, seppur partendo da differenti presupposti, i due
filosofi si fanno interpreti di una comune "perplessità" del pensiero
di fronte ai risvolti "violenti", neanche tanto nascosti, che la
tecnica porta con sé. Evidentemente, la traduzione politica del dominio tecnico
veniva presentita come pericolo in un'età incerta per eccellenza, che - volendo
- M. apre e Heidegger chiuderà, con gli esiti contraddittorii che tutti
conosciamo. E' altrettanto ovvio che M. non fu il primo ad individuare, e a
denunciare, l'essenza tecnica, diciamo il "tecnocratismo", del suo
tempo: a partire dalla rivoluzione industriale, almeno, la polemica -
moralistica e/o scientifica (intendiamo, per quest'ultimo punto, marxista) -
contro la riduzione dell'uomo a ingranaggio era addirittura un fatto alla moda.
E prima di M., già un Carlyle, ad esempio, ci dava un ottimo resoconto di
prospettiva: «Se ci si chiedesse di caratterizzare questa età, che è la nostra,
con qualche epiteto unico, saremmo tentati di chiamarla non Età Eroica,
Religiosa, Filosofica o Morale, ma l'Età Meccanica, sopra ogni altra. E' l'Età
del Macchinismo in tutti i significati della parola, esterno e interno; l'Età
che con tutto il suo potere indiviso, fa progredire, insegna e pratica la
grande arte di adattare i mezzi allo scopo. Nulla si fa ora direttamente, o a
mano; tutto colla regola e colla combinazione calcolata. [...] Da ogni parte
l'artigiano vivente è cacciato dalla sua officina per lasciare il posto ad un
altro più rapido ed inanimato. La spola sfugge alle dita del tessitore e cade
in dita di ferro che la maneggiano con maggiore velocità. [...] Per tutti gli
scopi terrestri e per alcuni scopi non terrestri ci sono macchine e aiuti
meccanici; per tritare i nostri cavoli, per immergerci in un sonno magnetico.
[...] Che meravigliosi incrementi furono cosi portati e sono ancora apportati
alla potenza fisica dell'umanità; quanto meglio nutriti, vestiti, alloggiati, e
sotto i rapporti esteriori, quanto meglio accomodati sono ora, o potrebbero
essere, gli uomini con una certa misura di fatica; ecco una riflessione
piacevole che si impone ad ognuno. Quali cambiamenti, inoltre stia apportando
nel sistema sociale questo accrescimento di potenza; come sia sempre più
cresciuta la ricchezza e nello stesso tempo si sia sempre più accumulata in
masse, alterando stranamente le vecchie relazioni e aumentando la distanza fra
il ricco e il povero, sarà un problema per gli economisti politici. [...] Ma
lasciando per ora queste materie, osserviamo come il genio meccanico del nostro
empo si sia esteso in campi affatto estranei. Non è soltanto l'esteriore e il
fisico che sono retti dal meccanismo, ma anche l'interiore e lo spirituale.
Anche qui nulla segue il suo corso spontaneo, nulla è lasciato in balia degli
antichi metodi naturali [...}». A tal proposito, troviamo interessante
riscontrare anche un'indiscutibile analogia descrittiva all'interno della
comune polemica (di Carlyle e di M.) contro l'età del Macchinismo: entrambi
fanno riferimento a esempi concreti, minimi, 'tecnici"; entrambi
denunciano una meccanizzazione non solo dell'aspetto "esteriore e
fisico", ma anche dell' "interiore e spirituale". E'anche
interessante valutare l'alternativa che Carlyle propone all'età della tecnica;
poco dopo il passo citato, egli scrive:«Il Filosofo di quest'epoca non è un
Socrate, un Platone, [...] che inculca agli uomini la necessità e il valore
infinito della bontà morale, e questa grande verità, che la nostra felicità
dipende dallo spirito che è in noi e non dalle circostanze che sono fuori di
noi; ma uno Smith, [...] un Bentham, che inculcano precisamente il contrario, -
cioè che la nostra felicità dipende intieramente dalle circostanze esteriori; e
che anche la forza e la dignità dello spirito che è in noi sono esse pure la
creazione e la conseguenza di quelle circostanze. Se le leggi e il governo
fossero bene ordinati, tutto andrebbe bene per noi; il resto si accomoderebbe a
suo piacere!», Un resoconto che M. avrebbe controfirmato (a meno che da esso
non sia stab anche ispirato, ma sinceramente non ce la sentiamo di avanzare
l'ipotesi). Quest'ultima citazione da Carlyle non vuole certo appiattire
l'originalità della proposta persuasa di M., né il suo riferimento alla lezione
genuina del socratismo come sostanza etica della Persuasione (ci mancherebbe
altro); vuol soltanto far intendere come la ricerca esistenziale dicoincidere
con la razionalizzazione estrema della relazione sufficiente poiché essa, in
sostanza, s'impegna - potremmo dire, in base al nostro assunto interpretativo -
a sufficere homines [cfr. supra], meccanizzandone quella che la Arendt
chiamava, in senso pregnante, vita activa. In base a questa diagnosi, che M.
snocciola non tanto a livello teoretico 200, il Goriziano conclude che «ogni
quanto piuttosto indugiando su esempi di vita concreta progresso della tecnica
istupidice per quella parte [ch'essa intende sufficere] il corpo dell'uomo»
[104]: «le vesti, la casa, la produzione artificiale del calore rendono inutile
la facoltà di reazione dell'organismo», tale che «l'individuo per sé non è più
una forza pericolosa in mezzo agli animali». Siamo convinti che queste
affermazioni di M., che corrono il rischio di esser lette come un grossolano
parossismo anti-tecnologico, trovino il motivo della loro esagerazione
soprattutto in una velata polemica "ideologica" individuabile tra le
righe: esse, cioè, ci appaiono non solo come ammissioni, ma anche come
contestazioni, se si tien conto (e invitiamo a farlo) delle contemporanee
tecno-apologie del futurismo, altrettanto parossistiche?°'. Inoltre, le
conclusioni del Goriziano confortano anche la nostra linea interpretativa, che
legge "foucaultianamente" la Rettorica, nella sua espressione più
pura, come tecnica politica del corpo: difatti, proprio attraverso la tecnica,
secondo M. essa sollecita un processo (diremmo, danwiniano) di atrofia
progressiva delle potenzialità organiche dell'individuo, condizione sufficiente
all'asservimento totale (e in questo contesto, invitiamo anche a tener conto
delle "ragioni" della servitù secondo Aristotele, nelle prime pagine
della Politica). M., oltre che essere frutto di un impegno, di una esigenza e
di una sofferenza personali, evidentemente s'inseriva anche all'interno di una
temperie culturale - che accomunava le voci più alte non solo del socialismo e
del radicalismo, ma anche del liberalismo, dell'anarchismo e addirittura del
fronte reazionario - che auspicava all'unisono un ritorno dell'uomo alle autentiche
radici della sua umanità. [Per le citazioni dei passi di T. Carlyle, cfr.
dell'autore: Segni dei tempi, contenuto in Ideologie nella rivoluzione
industriale,a cura di F. Papi, Zanichelli, 1976, pagg. 121-124 passim] 200 O
meglio, lascia al lettore la facoltà di evincere il livello teoretico dai
riferimenti "empirici". Per gli esempi polemici adottati da M. cfr.
ib. pagg. 106-107. Ma cfr. anche la nostra nota precedente. 201 Anzi, la
posizione di M. (tecnologia come atrofia dell'organo per delega della funzione,
se possiamo dir così) pare offrirsi come il ribaltamento speculare di quella
futurista (tecnologia come potenziamento dell'organo per ausilio nella
funzione). E, in questo senso, c'è forse anche un intento ironico nel
sottolineare l'effetto d' "evirazione" che la tecnica produce.
L'esaltazione del meccanismo e della velocità, già esplicita nel Manifesto del
1909 (l'anno in cui M. cominciò a scrivere la sua tesi), diviene in Marinetti
addirittura utopia di un nuovo uomo meccanico e "moltiplicato": «Il
giorno in cui sarà possibile all'uomo di esteriorizzare la sua volontà in modo
che essa si prolunghi fuori di lui come un immenso braccio invisibile il Sogno
e il Desiderio, che oggi sono vane parole, regneranno sovrani sullo Spazio e
sul tempo domati. Il tipo non umano e meccanico, costruito per una velocità
onnipresente, sarà naturalmente crudele, onnisciente e combattivo. Sarà dotato
di organi inaspettati: organi adattati alle esigenze di un ambiente fattodiurti
continui. Possiamo prevedere fin d'ora uno sviluppo a guisa di prua della
sporgenza esterna dello sterno, che sarà tanto più considerevole, inquantoché
l'uomo futuro diventerà un sempre migliore aviatore».La tecnica dunque è il
punto più alto e più subdolo della violenza verso l'uomo e verso la natura
[97-98], poiché l'organizzazione tecnica della vita - ossia l'orizzonte tecnico
di dominio - presuppone e valuta tutti gli enti del mondo sublunare alla
stregua di risorse- corpi a disposizione, momenti-corpi di un ingranaggio,
materiali-corpi impiegati/impiegabili secondo piani prestabiliti?°?, Il danaro,
il linguaggio, la scienza, e la sua escrescenza tecnica, rappresentano così la
cementazione dell'intreccio delle relazioni sufficienti, e - garantendosi
fondamenta così salde - la Rettorica ha facile gioco nell'edificare il suo
sistema sociale, la sua geniale architettura di dominio. «Questa camicia di
forza o camicia rettorica - scrive M. - è contesta di tutte le cose nate dalla
vita sociale: 1°, i mestieri; 2°, il commercio; 3°, il diritto; 4°, la morale;
5°, la convenienza; 6°, la scienza; 7°, la storia» [120]. Ed ha per giunta una
sua deontologia, un suo pentalogo”° a uso e consumo della sua violenza: 1 non
impegnarti con tutta la tua persona 2 distingui tra teoria e pratica 3 prendi
la persona della sufficienza che t'è data 4 misura i doveri coi diritti 5
informati a ciò che è convenuto [108] In definitiva, la genialità della
Rettorica è nel far calzare ai propri "sudditi", coi modi della
lusinga, una convenienza che più che un abito sociale è divenuta una vera e
propria nuova pelle [156; vedremo più avanti come ci riesca]; tal che essi,
beati per l'azione dell'oppiaceo rettorico, «galleggiano alla superficie della
società come un ago asciutto alla superficie dell'acqua per l'equilibrio delle
forze delle forze molecolari» [120; corsivo di M.], senza sforzo e,
soprattutto, cosa più grave, senza responsabilità [108]. Gli uomini si adattano
volentieri ad essere partes materiales dell'organismo sociale [148, ma anche
114], scambiano la Salute per la felicità e | benessere, che la Rettorica
propina loro nelle sembianze dell'«armoniosa soddisfazione delle singole
necessità» [154] e dell'«ottimismo sociale» [117]. La Rettorica sociale è il
paese dei balocchi” e l'uomo, come Pinocchio, «non è un E così via. E' altresì
interessante notare che Marinetti, pochi capoversi prima, aveva dileggiato i
Lavoratori del Mare di Victor Hugo come opera emblema di «un leitmotiv
dominante tedioso e sciupato [quello della «divina Bellezza- Donna»]», opera
invece adorata da M.. [per le citazioni da Marinetti, cfr. dell'autore L'uomo
moltiplicato e il Regno della Macchina, contenuto in Filippo Tommaso Marinetti
e il Futurismo, Oscar Mondadori, 2000, a cura di Luciano de Maria, pagg.
38-42]. 202 Per Heidegger, l'essenza della tecnica - il punto estremo dell'
"oblio dell'Essere" - si rivela come Gestell, "impianto",
ossia unione di tutti i modi dell'impiegare. Gli heideggeriani, giocando
sull'etimologia, fanno notare che Gestell vuol dire anche "scaffale",
dove il Ge (che traduce il cum latino), sta per il modo della raccolta. E che
il Ge lo ritroviamo nel Gefahr, nel "pericolo" della tecnica come
orizzonte planetario in cui il "pensiero calcolante" oblitera
definitivamente l'essenza dell'Essere. 203 Si confronti col già citato
Pentalogo della persuasione; per cui cfr. anche oltre, in relazione ad un altro
pentalogo, quello tolstoiano. Mittwisser, ovverdwc, conscius, ma complice in
buona fede» [108] del lucignolo dio della popoya, nel disporre e nel gioire del
suo "svago" e delle sue comodità. 204 Leggiamo in questo senso la
simpatia di M. per l'opera di Collodi (come ricordato in precedenza, secondo la
testimonianza della sorella Paula) e abbiamo inserito apposta qui il
riferimento, anche per esigenze di variatio. 118 5. L'insoluto scontro
universale di Rettorica e Persuasione. Le proposte di M. per un definitivo
affermarsi della Persuasione. Lo scontro coni fatti. Di fronte alla Rettorica,
in un assetto dunque non monolitico, ma dinamico, plurale, sta la forza della
Persuasione, la forza della resistenza, l'autonomia "politica"
(autonomia, ma politica) del vir: quest'ultimo, come dicemmo, vive in uno stato
di emulsione. «Questi punti di resistenza sono presenti dappertutto nella trama
del potere. Non c'è [...] rispetto al potere un luogo del grande Rifiuto -
anima della rivolta, focolaio di tutte le ribellioni, legge pura del
rivoluzionario. Ma delle resistenze che sono degli esempi di specie: possibili,
necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concertate, striscianti,
violente, irriducibili, pronte al compromesso, interessate o sacrificali»* “°°.
La forza del vir sta nel distinguersi in questo coacervo di opposizioni più o
meno consapevoli, più o meno sincere, più o meno innervate nella (o esposte
alla) malafede: l'opposizione alla Rettorica rischia a sua volta di farsi
rettorica, talora è lo stesso dispositivo che maschera se stesso nelle forme
della sua opposizione”. 205 Cfr. nostra nota 167. 206 Troviamo interessante, a
tal proposito, il tentativo già di Quintiliano di confutare questo carattere
ancipite della retorica: ovviamente, lo scrittore latino fa riferimento alla
retorica intesa nella sua fenomenologia più povera, ovvero come "arte del
dire"; eppure, già qui, Quintiliano si mostra consapevole della potenza
del dispositivo, tale da riuscire a rovesciare una posizione nel suo contrario;
si mostra altresì persuaso che una retorica che rinnega se stessa è piuttosto
un'eristica; e che, di converso, il vero retore segue una morale (quella del credibile,
del verosimile) che non può essere confutata, perché mira al bene della
comunità. C'è una lunga tradizione latina dietro alle parole del pedagogista,
che risale almeno a Catone: l'oratore è il vir bonus dicendi peritus. Tuttavia,
l'autore del brano, verso la fine, quasi sconfessa se stesso: la retorica si
scopre come mero strumento di dominio (seppure volto al bene della comunità),
strumento eminentemente politico che, in un certo momento, si dissocia
volentieri da quella stessa moralità che dovrebbe invece permearla e che lo
scrittore appassionatamente pur le ascrive. E' altresì interessante, secondo
noi, valutare le arti "gemelle" che Quintiliano associa alla retorica
nel corso della sua confutazione: la scherma, il pilotaggio, la strategia
condividono - con la stessa "arte del dire" - il medesimo sfondo
polemico, la medesima finalità di sconfiggere l'avversario. Ovvero, il
meccanismo retorico ad un certo punto si astrae dal suo luogo di origine e
diviene elemento strutturale e caratterizzante di tutto l'agire umano. Dunque,
anche la confutazione di Quintiliano finisce col ritorcersi contro se stessa.
[Del testo, abbiamo evidenziato in corsivo i passaggi che riteniamo cruciali].
«Assai spesso si fa quest'altra cavillosa accusa alla retorica, che la
discussione abbia luogo da una parte e dall'altra; ne segue che, mentre
nessun'arte è opposta a sé stessa, per la retorica avviene il contrario; mentre
nessun'arte distrugge quello che ha fatto, ciò tocca alla retorica; parimenti,
essa insegna o quanto è da dire o quanto non è da dire, quindi essa non è arte
o in quanto insegna quel che non si deve dire o in quanto, dopo aver insegnato
quel che si deve dire, insegna pure il contrario. Evidentemente queste
considerazioni riguardano solo quella retorica che è aliena dalla moralità
dell'oratore e dal concetto stesso di virtù: del resto, dove la causa è
ingiusta, ivi non ha luogo la retorica, per cui è quasi inverosimile che sia un
buon oratore, cioè un uomo onesto, a difendere l'una e l'altra parte in causa.
Tuttavia, essendo nell'ordine naturale delle cose che due giuste cause dividano
in campi opposti due saggi, dal momento che essi pensano di dover venire a
scontrarsi tra loro, se la ragione cosi comanderà, risponderò a tali argomenti
e certamente in modo da dimostrare che tali idee sono state vanamente
escogitate anche contro quanti concedono il titolo di oratore pure alle persone
dai cattivi costumi. Intanto la retorica non è in contrasto con se stessa:
perché si mette a confronto una causa con un'altra causa, non la retorica con
sestessa. E se tra loro contendono due oratori che hanno imparato la stessa
cosa, sarà sempre arte quella che è stata insegnata sia all'uno che all'altro;
d'altro canto, ciò si verifica nella scherma, perché sovente gladiatori
allenati dallo stesso maestro vengono messi l'uno di fronte all'altro; nel
pilotaggio, perché nelle battaglie navali un pilota fronteggia l'altro; nella
strategia, perché un generale combatte contro l'altro. Allo stesso modo la
retorica non sovverte quel che ha creato. Infatti, l'oratore non distrugge le
argomentazioni da lui proposte e neppure fa questo la retorica, perché tra
quanti pongono come finalità di quest'arte il persuadere o tra due galantuomini
che, come ho detto, qualche caso abbia posto di fronte, oggetto della ricerca è
ciò che più si avvicina alla verità: e se una cosa è più attendibile di
un'altra, essa non sarà opposta a quella che pure apparve attendibile. In
sostanza, come non c'è Di contro, la Persuasione deve trovare una sua coerenza,
una sua consapevolezza, una sua "bontà gratuita", che la distolga
dalla tentazione di invischiarsi anch'essa nella trama di potere, o di essere
inglobata (e dunque di divenire inoffensiva) in una delle tante "sacche di
tolleranza" che la Rettorica ha a sua disposizione. La voce della
Persuasione (soprattutto attraverso l'insegnamento socratico, che ne
rappresenta la trasposizione umana più fedele) [... ]risveglia nell'uomo la
richiesta del bene attuale e lo affranca dal pericolo di dar valori a nomi così
da esser per questi tratto a adattarsi all'irrazionalità di una qualsiasi vita
sufficiente; lo libera dalla vana attesa d'un futuro che porti ciò di cui nel
presente non abbia in sé la potenza, lo libera dalla soggezione dell'ambiente
in ciò che gli nega il possesso di quanto dalle cose e dagli uomini gli possa
esser dato diverso da lui, additandogli come unico possesso da seguire la
propria anima [PR 150]. Ecco perché, a nostro parere, la forza rivoluzionaria
di M. non può essere assimilata alla contestazione, filosofica e politica,
della scuola di Francoforte (strascico dell'istanza marxista), come pure
qualche critico" ha proposto. Certo, vien quasi naturale conchiudere
l'analisi M.iana sul dispositivo rettorico nelle parole programmatiche che un
Marcuse appone al suo capolavoro: «Una confortevole, levigata, ragionevole,
democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata »°°8,
Altrettanto spontaneo nascerebbe l'accostamento tra gli uomini rettorici e i
«salauds» di Sartre (o i «fieri benpensanti», ma per il Francese è lo stesso),
«quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili», credendo
(o fingendo di credere) a quell'edificio ordinato di valori, diritti, abitudini
che si sono costruiti per dare un ruolo, un senso a sé e alle cose, occultando
l'abisso della gratuità e assurdità del mondo e dell'esistenza?°’. opposizione
tra ciò che è bianco e ciò che è più bianco, tra ciò che è dolce e ciò che è
più dolce, così opposizione non c'è tra quanto è credibile e quanto è più
credibile. La retorica non insegna mai quello che non dev'essere detto, né il
contrario di quello che dev'essere detto, ma quel che in ciascun processo
dev'essere detto. E non sempre, anche se molto spesso, la verità va difesa a
tutti i costi, perché in certi casi l'interesse generale impone la difesa di
ciò che è falso» [Quintiliano, Institutio oratoria, II, 17, 30-36, trad. P.
Pecchiura]. 207 Ad esempio, il Cerruti: ma l'opinione è divenuta oramai quasi
un luogo comune. Il critico, comunque, fa un rilievo che possiamo accettare, e preporre
anche alla nostra analisi: M. quando attacca il "sistema rettorico" -
o la Rettorica fatta sistema, com'egli dice - rivolge invero le sue critiche ad
un paradigma assoluto di "comunella di malvagi" (ogni comunella è,
sempre e dovunque, malvagia); tuttavia la sua spietata disanima ha buon gioco
nel prender di mira l'epifania storica di quella comunella a lui contemporanea,
cioè la società borghese di fine ottocento - inizio novecento, come risultante
ultima, almeno in ordine di tempo, della degenerazione "politica"
dell'uomo (e ciò, nota il Cerruti, si esplicita soprattutto nel Discorso al
popolo; ma cfr. la sua monografia su Carlo M., Mursia - Civiltà Letteraria del
Novecento, 1987 2ed, pag. 48] 208 Cfr. Marcuse, L'uomo a una dimensione,
Einaudi, 1999, pag. 15. 209 Cfr. J .P.Sartre, La Nausea, Einaudi, 1989 nella
fattispecie le pagg. 165-178. L'ipocrita rettorica dei salauds trova il proprio
corrispettivo, amabile e ingenuo, nell'ostinazione di Anny nel creare «momenti
perftti», sforzi tanto minuziosi quanto vani per ricomporre il mondo intorno a
lei. Per Sartre, l'esistenza che si svela (la vera esistenza) è appunto la
Nausea, una pozza tiepida di terribile consapevolezza del putridume che intride
l'aria, la luce, i gesti della gente. Se M. avesse potuto leggere Sartre,
avrebbe chiamato certamente anch'egli Nausea la disgustosa "condizione
onirica" che attanaglia l'uomo nelle situazioni limite della propria
esistenza [per cui cfr. supra]. Ma nondimeno l'avrebbe combattuta. Eppure, la
distanza tra le due posizioni - quella di M. e quella francofortese- sartriana
- non è solo di prospettiva storica, ma innanzitutto di prospettiva etica’: un
Adorno, un Marcuse, un Horkheimer, un Sartre (il loro stesso progenitore: Marx)
si muovono ancora nella rete dei poteri, traggono ancora ispirazione dalla
spirale di violenza: la trasformazione ch'essi prospettano, la contestazione di
cui essi si fanno portavoci mira, l'è vero, ad essere destabilizzante, a minare
dalle fondamenta le forme costituite della Rettorica (ovvero, com'essi la
chiamano, dell'amministrazione”'') ; eppure la loro contestazione alla violenza
avviene attraverso la violenza per l'instaurazione di una nuova violenza, ch'è
la stessa Rettorica con nome solo mutato: i giacobini della rivoluzione si affannano
a riscrivere una nuova "enciclopedia" della mappa del potere,
contraddittoria ma non contraria a quella che già esiste. Se proprio vogliamo
trovare un riferimento, più o meno attuale, alla soluzione M.iana, potremmo
casomai chiamare in causa l'utopia di un Bloch. Ma anche qui il paragone non
tiene. Perché M. si pone su un piano decisamente "altro": la sua
Persuasione non consiste in una riorganizzazione del potere, neanche nelle
parvenze di una sua "castrazione". La Persuasione del Goriziano mira
piuttosto a scardinare ogni sufficiente relazione, ovvero - lo ripetiamo ancora
una volta - a svellere la violenza dalle sue radici, in maniera definitiva.
L'atto di accusa contro le "scuse" della Rettorica è in lui totale,
esasperato, e in questo potrebbe dirsi utopico: eppure contiene una sincerità
che non ci sentiamo di attribuire ai teorici della violenza contro la violenza.
Il nostro giovane filosofo avviò una disperata ricerca di "punti di
appoggio" a questa sua proposta di Persuasione, e - come visto - la
individuò in un /eitmotiv che legava esperienze storiche e culturali
eterogenee, da Sofocle, Socrate, Cristo, Buddha, a Ibsen a Beethoven e
Leopardi: voci - quasi confuse (intendiamo: eccentriche, molto diverse tra
loro) - che il tesista riassettò, compilando una propria, personalissima storia
dell'umanità persuasa decisamente alternativa ad ogni ufficiale, pacifica,
compassata storia della razionalità occidentale (che è poi la storia del potere
occidentale). Quei punti di appoggio dovevano corroborare una sua intima
persuasione, ovvero dovevano garantirle (anche) una dignitosa piattaforma
speculativa, che ne scongiurasse il pericolo di essere mal intesa (come ancor
oggi purtroppo avviene) quale mera, epidermica, gratuita pulsione eversiva e
contestatrice rispetto a quanto la circondava. 210 Come giustamente lamenta il
Campailla. Scrive molto bene lo studioso: «[da un simile accostamento] vien
fuori un travisamento del pensiero di M.; il quale ha lottato non per avviare
una rivoluzione sociale, ma per ricostruire il valore etico dell'esistere sul
non senso dell'essere» [cfr. Campailla, Pensiero e Poesia..., cit, pagg.
142-143; corsivi nostri]. 211 Facciamo notare che M. vede negli «impiegati [...
] le anime 'implicate' per eccellenza» [PR 110],Una storia della Persuasione,
infine, che sembra scandirsi, anzi che effettivamente s'identifica, con una
storia del Tragico. La Persuasione, dallo scontro «a ferri corti con la vita»,
esce perdente. Certo, è così, ribadisce M.: è un fatto innegabile, un esito che
"le accade" comunque, suo malgrado. Come è ‘anche vero che la
Rettorica ha assorbito, metabolizzato le testimonianze persuase e le ha fatte
diventare le proprie testimonianze, esplicito ribaltamento effettuato con
malafede: la Rettorica «mangia e beve e prolifica in nome di Buddha, in nome di
Cristo» [adattato da PR 123]; ripetiamo: «Ironia del dispositivo: ci fa credere
che ne va della nostra liberazione». Eppure la voce della Persuasione, seppur
agonizzante, resiste con tenacia, sorvola anche ogni sua strumentalizzazione,
s'insinua nelle falle del "divertimento" rettorico, approfitta dei
suoi cedimenti (ogni pletorica ha i suoi punti deboli, per quanto minimi): la
sua voce di disincanto, per taluni irritabile, "sgomita" insomma per
arrivare fino a noi, ad inquietarci. E a volte ci riesce, neanche questo si può
negare. E' la "profezia" di Socrate, l'anatema del Persuaso rivolto
contro i suoi accusatori ed assassini: [... ]lo dico, o cittadini che mi avete
ucciso, che una vendetta ricadrà su di voi, subito dopo la mia morte, assai più
grave di quella onde vi siete vendicati di me uccidendomi. Oggi voi avete fatto
questo nella speranza che vi sareste pur liberati dal dover rendere conto della
vostra vita; e invece vi succederà tutto il contrario: io ve lo predìco. Non
più io solo, ma molti saranno a domandarvene conto: tutti coloro che fino ad
oggi trattenevo io, e voi non ve ne accorgevate. E saranno tanto più ostinati
quanto più sono giovani; e tanto più voi ve ne sdegnerete. Ché se pensate,
uccidendo uomini, di impedire a qualcuno che vi faccia onta del vostro vivere
non retto, voi non pensate bene. No, non è questo il modo di liberarsi da
costoro; e non è affatto possibile né bello; bensì c'è un altro modo bellissimo
e facilissimo, non togliere altrui la parola, ma piuttosto adoperarsi per
essere sempre più virtuosi e migliori?!?.6 Il pretesto cronologico della
proposta persuasa di M.. La violenza a lui contemporanea. Se tento di trovare
una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra
mondiale, il tempo in cui son cresciuto, credo di essere il più conciso
possibile dicendo: fu l'età d'oro della sicurezza. Nella nostra monarchia
austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva
il garante supremo di tale continuità. | diritti da lui concessi ai cittadini
erano garantiti dal parlamento, dalla rappresentanza del popolo liberamente
eletta, e ogni dovere aveva i suoi precisi limiti. La nostra moneta, la corona
austriaca, circolava in pezzi d'oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno
sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel
che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi
possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuo
corrispondente; il funzionario, l'ufficiale potevano con certezza cercare nel
calendario l'anno dell'avanzamento o quello della pensione. Ogni famiglia aveva
un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l'affitto e il vitto,
per le vacanze o per gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola
riserva per gli imprevisti, per le malattie e il medico. Chi possedeva una casa
la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende
passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in
culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il
primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto
nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il
sovrano vegliardo, ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere)
che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell'ordine
prestabilito. Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni
atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell'età della
ragione. Questo senso di sicurezza era il possesso più ambito, l'ideale comune
di milioni e milioni. La vita pareva degna di esser vissuta soltanto con tale
sicurezza e si faceva sempre più ampia la cerchia dei desiderosi di partecipare
a quel bene prezioso. Dapprima furon solo i possidenti a compiacersi del
privilegio, ma a poco a poco accorsero le masse; il secolo della sicurezza
divenne anche l'età d'oro per tutte le forme di assicurazione. Si assicurava la
casa contro l'incendio e il furto, la campagna contro la grandine e i
temporali, il proprio corpo contro gli infortuni e le malattie, si acquistavano
pensioni per la vecchiaia e si offriva alle neonate una polizza per la dote
futura. Alla fine si organizzarono anche gli operai, conquistandosi paghe
regolate e le casse malattia, mentre i domestici si preparavano coi risparmi
un'assicurazione sulla vecchiaia e pagavano in anticipo un obolo per i propri
funerali. Solo chi poteva guardare l'avvenire senza preoccupazioni, godeva il
presente in tutta tranquillità. In questa commovente fiducia, di poter chiudere
anche l'ultima falla all'irrompere della sorte, c'era, malgrado l'apparente
austerità e modestia nel concepire la vita, una presunzione pericolosa. L'Ottocento,
col suo idealismo liberale, era convinto di trovarsi sulla via diritta ed
infallibile verso 'il migliore dei mondi possibili' Guardava con dispregio le
epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero state
tempi in cui l'umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata.
Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del
male sarebbero state del tutto superate. Tale fede in un 'progresso'
ininterrotto ed incoercibile ebbe per quell'età la forza di una religione; si
credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava
inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della
tecnica. In realtà, sulla fine di questo secolo di pace l'ascesa generale si
fece sempre più rapida e molteplice. Nelle strade splendevano di notte al posto
delle tremolanti lanterne le lampade elettriche, i negozi portavano dalle vie
centrali sino alla periferia il loro splendore seducente; già in grazia del
telefono si poteva comunicare da lontano, già si poteva correre nei carri senza
cavalli con velocità impensate, già l'uomo si lanciava nell'aria attuando il
sogno di Icaro. Le comodità della vita passarono dalle dimore signorili a
quelle borghesi; non si dovette più attingere l'acqua dal pozzo o dal
ballatoio, non più accendere con pena il fornello. Si diffondeva l'igiene,
spariva la sporcizia. Gli uomini diventavano più belli, più sani, più forti da
quando lo sport ne irrobustiva il corpo e sempre più raramente si vedevano
deformi, gozzuti, mutilati: tutti questi miracoli erano stati compiuti dalla
scienza, arcangelo del progresso. Anche nel campo sociale si andava avanti; di
anno in anno venivano concessi nuovi diritti all'individuo, la giustizia veniva
amministrata con maggiore senso umanitario e persino il problema dei problemi,
la povertà delle masse, non appariva più insuperabile. Il diritto di voto venne
concesso ad una cerchia sempre più vasta e con ciò anche la possibilità di
difendere legalmente i propri interessi; sociologi e professori andavano a gara
nello sforzo di rendere più sana e persino più felice l'esistenza del
proletariato... Come stupirsi che il secolo si compiacesse dell'opera propria e
vedesse in ogni nuovo decennio solo un gradino verso un decennio migliore? Non
si 212 Apologia 39 c-d [qui nella bella traduzione di G. Reale].temevano
ricadute barbariche come le guerre tra popoli europei, così come non si credeva
più alle streghe e ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati
dalla fede nella irresistibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente
credevano che i confini e le divergenze esistenti fra le nazioni o le
confessioni religiose avrebbero finito per sciogliersi in un comune senso di
umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi.
[...]?!3. Abbiamo trascritto per intero le pagine con cui Stephan Zweig apre la
sua splendida autobiografia (ma il termine le va stretto), perché sono un
ritratto fedele e commosso - una riconoscente biografia - dell'Austria Felix
che rappresentò l'humus vitale, politico, culturale, sociale in cui visse il
celebre scrittore ebreo, e in cui visse anche il nostro Goriziano. Gorizia,
infatti, al tempo di M., era ancora austriaca (passò all'Italia, come si sa,
solo alla fine del primo conflitto mondiale): rappresentava, del mastodontico
impero, una delle estreme propaggini (la sua provincia) e di quello stesso
impero, come per ogni provincia avviene, riproduceva - nel suo piccolo
benessere?'* - lo splendore, ma anche le contraddizioni, complicate dalla sua
collocazione liminare. "Città giardino", "Nizza d'Austria",
luogo privilegiato per le vacanze della nobiltà asburgica, attratta dal clima
mite (l'Adriatico dista non molti chilometri), dalla dolce vita cittadina,
dagli ottimi vini già allora rinomati, da un'architettonica aristocratica e
gradevole che ancora oggi la caratterizza. Questa sua geografia di confine
inevitabilmente si rifletteva (e ancor oggi si riflette) in una multiforme, in
sempre fermento, geografia culturale: un ibridismo, eclettico e non meramente
sincretico, che si giovava delle fecondanti suggestioni d'incontro tra la
cultura italiana, slava e germanica, e che da esse ricavava una sua pur
autonoma, originale risultante. A buon diritto, Gorizia acquisiva dignitosa posizione
tra le compagini di quel multiforme mondo per cui è stato coniato il termine
Mitteleuropa, termine che da geografico è giocoforza slittato ad indicare una
particolare connotazione, appartenenza culturale, anzi addirittura una
categoria esistenziale. I M. erano una delle famiglie più stimate della
piccolo-media borghesia benestante della città: e un ulteriore elemento
esasperava la loro posizione sociale: erano ebrei. Alberto M., il padre di
Carlo, era in effetti il ritratto vivente dell'ebreo assimilato: cercava quasi
di velare quella sua discendenza, dandosi da fare alacremente per ottenere il
consenso e il decoro sociale. Era un instancabile lavoratore: aveva messo su un
negozio di cambiavalute, che si era da subito rivelato redditizio; nei ritagli
di tempo, si dedicava alla letteratura: «Fu un autodidatta - ricorda la figlia
Paula, nei già citati Appuntf "° - Era quasi un bibliomane. Comperava
libri, soprattutto d'occasione, e presto si formò una grande biblioteca di 213
S, Zweig, Il mondo di ieri, Oscar Mondadori, 1994, pagg. 9-11 214 | volti
soddisfatti di una borghesia in ascesa ci sono tramandati dai ritratti del
pittore autoctono Giuseppe Tominz. opere eterogenee che a noi bambini quasi
incuteva rispetto. [...] La nostra casa fu il centro di riunioni intellettuali
e anche di allegri convegni famigliari». Di animo buono e pronto allo spirito,
tuttavia «era conservativo per le usanze tradizionali ebraiche, ma non era osservante
dei riti né possedeva uno spirito religioso. Anzi era il tipico rappresentante
della mentalità materialistica dell'Ottocento». Politicamente è un liberale,
attivo sostenitore della causa irredentista. Raggiunta una certa sicurezza
economica, Alberto può "permettersi" anche un quarto figlio: il
nostro Carlo Raimondo M. (il doppio nome è già un compromesso di italianità ed
ebraicità, così tipico del padre) nasce il 3 giugno 1887. Abbiamo indugiato sul
ritratto della figura paterna del filosofo goriziano non per incoraggiare una
lettura psicoanalitica, ma perché - semplicemente - Alberto M., com'era di sua
natura, insistette sempre nel veicolare la formazione del figlio (forse più che
per gli altri tre, nell'ordine Gino, Elda e Paola: Carlo era quartogenito): una
presenza costante, schiva ma opprimente, che alla dimostrazione diretta dell'affetto
e del consiglio preferiva la stesura di veri e propri sermoni scritti: il più
famoso tra essi è quello che appunto si ricorda come Sermone paterno,
consegnato a Carlo all'atto della sua partenza per Firenze”'°. Alberto riponeva
nell'ultimo figlio quella speranza disattesa dal primo, Gino, partito a cercar
fortuna in America (dove invece troverà la morte), non in grado di soddisfare
le paterne velleità culturali. Il nostro Carlo, da parte sua, vide il padre
sempre come una figura, seppur lontana nel senso "fisico"
dell'affetto, comunque degna di ogni rispetto, elogio, e soprattutto
riconoscenza: una figura enigmatica (in un bozzetto lo 215 Sono gli Appunti per
una biografia di Carlo M., contenuti in appendice al volume di Campailla
Pensiero e poesia..., cit, alle pagine 147-164. Gli stralci che riprendiamo
dalla biografia, nel corso del nostro discorso, s'intendano passim. 216 Vale la
pena riportare alcuni passaggi nodali del Sermone, per render conto della
pressione cui la "rettorica familiare" sottoponeva il nostro giovane
e per fornire testimonianza indiretta della patina moralistica (impregnata di
"senso del dovere") che doveva aver informato tutta la sua educazione
in famiglia. Invitiamo anche il lettore ad un raffronto col Sentir e meditar
(presente nel Carme in morte di Carlo Imbonati, vv. 207-215) di manzoniana
memoria, che a nostro parere presenta considerevoli punti di contatto con
quanto segue. «Mio caro Carlo questo ritratto non ti dà l'imagine del papà
"bello" e scherzoso, è il papà serio, | 'hai detto tu; del resto il
papà è serio anche quando scherza ed è poi giusto che oggi io mi ti presenti
con fisonomia pensosa, perché vengo a farti gli ammonimenti della vigilia della
partenza. [...] Hai fatto qui i tuoi studi con onore ed ora vai in un ambiente
gajo ed artistico a nutrirti la mente di discipline piacevoli e utili. Ma spero
che la tua coscienza t'avvertirà sempre che non vai a godere soltanto, che hai
doveri da compiere. - La coscienza deve aver sempre la parola e dev'essere
sempre ascoltata in ogni nostro passo - ogni nostra azione dev'essere retta dal
criterio che prima d'ogni altra cosa dobbiamo compiere il nostro dovere. - Il
dovere è il faro [...] Guardati Carlo da ogni eccesso, ricordati che nella
misura sta il segreto d'ogni benessere, d'ogni buona riuscita.- Misura nei
godimenti e nello studio, negli attaccamenti e nelle predilezione oggettive e
soggettive.- Il senso della misura rende tutto efficace, spreme da tutto il
giusto diletto e l'utilità, l'eccesso sforma e guasta tutto, ritorce a male le
cose migliori.- Pensa sempre, Carlo, specialmente nei momenti di perplessità
nella tua condotta al papà e alla mamma: Cosa mi direbbero essi? interrogati e
tu conosci il nostro cuore e i nostri principi troverai il giusto responso.
[...] Pensa sempre che una tua mancanza all'onore anche inorpellata da sociali
mitiganti, sarebbe la condanna di morte di tuo padre che non ammette scuse per
quelle prevaricazioni, che ha fatto base della propria esistenza l'onore, sua
legge suprema l'onesto lavoro, sua religione il dovere». [il testo del Sermone
paterno è contenuto nei Dialoghi intorno a M., Gorizia, Biblioteca Statale
Isontina, 1988, pagg. 10-13; le nostre citazioni sono passim], raffigura alla
stregua di una Sfinge!), cui voler bene, perché - M. ne era consapevole -
anch'egli evidentemente nascondeva una sua certa, sincera Persuasione che non
riusciva però a palesare. Col tempo, il sermone paterno dovette apparire al
giovane filosofo una delle espressioni più eclatanti della Rettorica familiare,
ma egli non ne fece mai parola al padre, per non ferirlo: per lo stesso motivo,
lodava le mediocri prove letterarie di quello con affettuosa, filiale
ipocrisia. Ma, tutto sommato, l'infanzia del nostro filosofo trascorre in
maniera più che serena: l'armonia e il benessere che regna in famiglia è il
riflesso fedele dell'«elogio della sicurezza felice» di Zweig. Carlo - ci
rivela ancora Paula M. - «nei primi anni [tra i quattro figli] era il più mite,
dolce, ubbidiente. Si ribellava [...] soltanto ad una sola cosa: a chieder
scusa di una disubbidienza o di un fallo commesso, anche se sapeva di aver
avuto torto [...}». Da piccolo, piuttosto pauroso e introverso e
"speculativo" (a tre anni, a commento di un fatto luttuoso, dice alla
sorella «Ma sai, anche tu, anche io, tutti un giorno dovremo morire»), riuscì
col tempo a superare quegl' "inceppi": fonda, allora, con la sorella
un Periculum club, la sua esuberanza Ad esse ben presto si associa la sua
passione assoluta: i ballo. Divenuto davvero estroverso, è l'idolo di coetanei
e colleghi: considera tutti i suoi amici con lo stesso affetto e
considerazione, non privilegia nessuno: si perdonano volentieri a vicenda ogni
tipo di monellerie, le più e le meno gravi. Pieno anche di sana autoironia,
porta ovunque vada una fresca ventata di gioia e giovinezza (ad una festa si
traveste da donna, facendo furore): gli piace corteggiare le ragazze, ma non è
importuno o maleducato, anzi le tratta tutte con grande rispetto. Gli piace
vestir bene, ma non è oltremisura vezzoso, o affettato. Comincia altresì a disegnare
(anzi, si scopre un vero genio nella ritrattistica caricaturale?'*) e ad
interessarsi di musica. Il suo si rivela un carattere buono, comprensivo,
portato alla pietà: è celebre l'episodio con un cane randagio (episodio che
Carlo avrebbe in seguito raccontato in greco e lo Mreule tradotto in latino),
sfamato e curato dal giovane: alle lamentele dei genitori, per quell'estranea
presenza in casa, M. risponde con una notte "randagia" passata
all'addiaccio. A scuola, e la cosa può un po' stupirci, tutto procede senza
infamia e senza lode: studia volentieri, ma non con esagerata diligenza (le sue
materie preferite sono, manco a dirlo, disegno, italiano e matematica) e si
segnala piuttosto per motivi disciplinari (dannazione dei professori le
schermaglie col compagno di banco Ruggero Bressan)"®; quindi, 217 Cfr. la
diapositiva | [Ritratto del padre-sfinge] nel supporto iconografico. 218 Cfr. M.
caricaturista, nelle nostre Integrazioni. 219 E' d'uopo, a questo punto, a
compendio di quanto finora detto, riportare la testimonianza di un collega
ginnasiale più giovane, nientepopodimeno che il futuro poeta Biagio Marin.
L'episodio ricordato dal Marin [che noi leggiamo riprodotto in Cerruti, Carlo M.,
cit., pagg. 7-8] è piuttosto famoso nella cerchia degli estimatori del
Goriziano e ci testimonia di come già allora un ancor giovanissimo Carlo
apparisse ai suoi colleghi, come dire, circonfuso di un alone di soprattutto
per assecondare le aspirazioni paterne, si mostra propenso ad iscriversi alla
severa università di Vienna. Effettivamente vi si iscrisse, alla facoltà di
matematica e fisica, «ma poi spinto dal suo amore per l'arte [e per l'ambiente
italiano e la lingua] pregò il babbo di lasciarlo andare almeno un anno a
Firenze, che non conosceva, ma poi vi rimase per tutto il corso degli studi».
Come si immaginerà, per Alberto M. fu una mezza delusione, che non mancherà di
far pesare al figlio. Ma che cosa era successo, nel frattempo? Come mai, forse
la prima volta (eccezion fatta per poche, irrilevanti schermaglie), il giovane
goriziano si assunse, tutt'ad un tratto, il rischio di una scelta così
decisiva, definitiva, così... autonoma? L'inflessibile mente del padre non
poteva comprenderla fino in fondo (seppur comunque la rispettasse): più
disponibile e comprensiva et madre Emma, come sempre. Che cosa era successo,
quindi? In effetti, M. già da tempo conduceva - in parallelo alla canonica
educazione scolastica - una propria Bildung culturale e umana: ad esempio,
«s'interessò moltissimo per la letteratura ussa e lesse quasi sempre in
traduzioni tedesche Tolstoi, Puskin, DostojJewsky, ecc...». Ma soprattutto un
evento doveva aver scosso il giovane, un incontro evidentemente non
occasionale, ma fatale - diremmo "congiunturale" - nella storia della
Persuasione: l'incontro appunto con Enrico Mreule, con il dèmone Enrico. «Si
avvicinarono, mi pare - scrive ancora Paula M. - nell'ultimo anno di scuola.
Mreule era una natura chiusa, aveva avuto un'infanzia triste, si trovava male
in famiglia, s'era isolato e aveva già da giovinetto tendenze filosofiche
precoci. Fu lui a far conoscere a Carlo Schopenhauer e a iniziarlo alla ricerca
dei valori della vita. Con Mreule e con un altro compagno, Nino Paternolli, si
trovava spesso in una grande soffitta in casa di quest'ultimo, dovepassavano
delle lunghe sere a discutere problemi seri». L'incontro cruciale con Enrico,
dunque, rivela a M. un'impressione che già lui stesso, per profondità e
riflessione innate, fiutava nell'aria («sotto la cenere ardeva il fuoco», sana
Persuasione, E' quasi superfluo dire che dalle parole del poeta (non poteva
essere diversamente) ci viene consegnato uno dei più bei ritratti del giovane M..
«Ero in quarta ginnasiale quando lui era in ottava. Tutti lo conoscevano. Come
avviene sempre, noi più giovani guardavamo a quelli degli ultimi corsi con
rispetto. Non parliamo poi di quelli dell'ottava. Tra essi il più notato, per
la sua bellezza, per la sua eleganza, e soprattutto per un cappello grigio che
portava tondo alla spagnola, a tese pari, era Carlo M.. Era uno dei
"bravi" un "erninentista" come si diceva allora. Accanto a
lui, i suoi amici Rico Mreule e Nino Paternolli, e uno, che poi non ho più
visto, bello alto, che credo si chiamasse Simsig. Un giorno, deve essere stato
di maggio, perché faceva già caldo, ero alla fontana nel cortile di tramontana,
durante la pausa delle dieci. Ed ecco, sopravviene il gruppo degli splendidi
amici. lo, che avevo appena accostata la bocca alla cannella, mi ritirai per
far posto ai signori dell' "ottava". E Carlo, che era il primo,
vedendo nei miei occhi e nel mio gesto quel rispetto che mi aveva fatto
dimenticare la mia sete, mi sorrise con quel suo sorriso bianchissimo tra le
belle labbra violacee, e mi disse: "bevi". Ma io non volli bere sotto
i suoi occhi così vivi e neri, quasi fossi preso da pudore, e, "bevi prima
tu", gli dissi. Allora si tolse il cappello grigio orlato, che era il
tocco in lui più originale e me lo porse dicendomi: "allora tienmi per
favore il cappello". E si mise sotto la cannella con la bocca ridente e i capelli,
che aveva lunghi e neri e riccioluti, gli fecero nimbo intorno pallido,
nobilissimo. Vedendomi, come aveva smesso di bere, allocchito, mi diede un
buffetto e mi disse: "ora tocca a te, bevi"»ammonisce Paula): l'età
della sicurezza celava, al di sotto della sua patina dorata, un'oscura, sottile
malattia: una decadenza. Questa lancinante consapevolezza, questa verità
presentita ma fin allora "rimossa", squarcia in modo così violento al
giovane l'alcova che premurosamente la famiglia gli aveva costruito intorno,
che a un certo punto M. comincia addirittura a somatizzare il morbo del suo
tempo. Il suo corpo si rivela più debole e cedevole di quanto mai avesse
sospettato: soffre continui mal di stomaco, ogni volta che cerca di ripetere le
sfuriate della prima giovinezza, incappa in una slogatura, in una frattura, in
una rovinosa caduta. Il celebre passo di una lettera, scritta alla sorella in
un momento diparticolare sconforto, può darci conto dell'angoscia del nostro
filosofo: [... ] soffro perché mi sento vile, debole, perché vedo che non so
dominar le cose e le persone come non so dominar le idee che m'attraversano il
capo vaghe indistinte, come non so dominar le mie passioni; che mi manca
l'equilibrio morale, e non ho quindi quell'impulso poderoso che fa andar
qualcuno sicuro a testa alta attraverso la vita, che mi manca l'equilibrio
intellettuale, per cui il pensiero va diritto al suo scopo; perché m'accorgo di
vivere quasi n un sogno dove tutto è incompleto ed oscuro, e quando voglio
rendermi conto, fissare ciò che mi aleggia intorno, tutto sfugge dalle mani, e
provo la pena come quando nei sogni si prova il senso dell'impotenza di tutti
gli organi, e mi sembra che ci sia sempre un fitto velo fra me e la realtà; e
mi convinco sempre più che non sono che un degenerato. Lo so che tu griderai
all'esagerazione, forse anche m'accuserai d'affettazione, e di posa e che so
io. Ma t'assicuro, non poso e sono con tutti sempre allegro, e nemmeno ciò per
partito preso ma perché naturalmente al contatto con gli altri quella
superficie di infantilità che ho sempre avuto e che avrò sempre si vivifica, e
assorbe, o sembra assorbire tutto il resto. E non esagero, purtroppo. Un po' è
individuale, un po' è la malattia dell'epoca per quanto riguarda l'equilibrio
morale, perché ci troviamo appunto in un'epoca di transazione della società.
Quando tutti i legami sembrano sciogliersi, e l'ingranaggio degli interessi si
disperde, e le vie dell'esistenza non sono più nettamente tracciate in ogni
ambiente verso un punto culminante, ma tutte si confondono, e scompaiono, e sta
all'iniziativa individuale crearsi fra il chaos universale la via luminosa
[...][E 158; corsivi nostri]. | sudditi sereni e sicuri dell'Austria Felix, gli
uomini "cacanici", si rivelavano, alla men peggio, «uomini senza
qualità», come avrebbe scritto Musil di lì a poco: la stessa paternalistica
egida dell'impero presentava una doppia faccia da Sileno rovesciato,
nascondendo la più potente, ma anche la più decrepita (allora), macchina della
Rettorica statale. Ovviamente, si trattava del male di tutto un'epoca, che
s'illudeva di vivere un periodo di pace, che anzi si imponeva un'estemporanea
garanzia di pace bellica tessendo un accomodante ordito di sicurezza,
legittimata dalle "rassicurazioni" dell'idealismo hegeliano. Gli
spiriti più attenti erano all'erta. Gli scrittori russi, con leggero anticipo,
avevano già vissuto e denunciato una situazione molto simile: la Rettorica
zarista era da tempo sull'orlo del baratro, e stava cedendo il passo ad una nuova,
non ancora precisata, Rettorica. In questo manifesto (apparente) vuoto di
potere, l'inquietudine segnava profonde ferite. Dostoevskij, col caratteristico
cipiglio polemico, parlava dal suo personalissimo "sottosuolo",
descriveva le più alte aspirazioni umane come "umiliate e offese"
fino all' "idiozia", esasperava/semplificava la strategia del potere
nella dialettica "delitto-castigo"; Tolstoi conduceva (soprattutto)
la sua soggettiva polemica contro la menzogna e il sopruso che si maschera da
ipocrisia, e cercava risposte positive in unnuovo "umanesimo
evangelico"; Goncarov tacciava lo spirito russo di
"oblomovismo", senza riuscire del tutto ad evitarne il fascino;
Saltykov-Scedrin accompagnava la nobiltà russa al più basso livello di cupo,
allucinante disfacimento, economico ma soprattutto morale-esistenziale, come
l'antesignano Gogol. Checov si adoperava nell'elevare i motivi contingenti del
ristagno spirituale a emblemi universali. Ma anche nella "nostra"
Europa, già si erano preannunciati i sintomi della malattia post- hegeliana:
Stirner già da tempo aveva ripudiato tutto e tutti; Schopenhauer aveva trovato
rifugio nel suo narcotico Nirvana; il "folle" Nietzsche profetizzava
la palingenesi universale e indicava la sua Germania come la possibilità di una
nuova Grecia, di un nuovo inizio, drammaticamente esaudito. Il
"veggente" Rimbaud, e con lui la schiera dei "maledetti",
sanciva nei suoi versi disturbanti e conturbanti tutto il proprio livore per
l'Europa. Freud proponeva interpretazioni oniriche al disagio della civiltà,
che dispiegava nella dicotomia cosmico-umana di Amore e Morte, e invitava la
malattia a confessarsi. Confessioni tormentate di Gide, che accusava se stesso
della malattia di tutta un'età. Oscar Wilde, da parte sua, pareva avvoltolarsi
compiaciuto tra le lenzuola della decadenza, causticamente stigmatizzata - ma
anche qui, non senza una certa compiacenza - da Huysmans. D'Annunzio si faceva
araldo di una rivolta tanto magniloquente quanto effimera e povera di
contenuti, tradendo senza pudore l'insegnamento giacobino del suo mentore,
Carduccf?°, divenuto anch'egli, nel frattempo, accomodante. Pascoli (tanto per
restare in Italia) trovava conforto nel suo ego e auspicava l'avvento di un
socialismo altrettanto "fanciullesco". Una voce considerata purtroppo
minore, Federigo Tozzi, suggeriva di chiudere gli occhi. Gl'
"idealisti" Croce e Gentile, ognuno a suo modo, invitavano al
contrario a tenerli ben aperti, ma a correggerne la miopia e la presbiopia
attraverso la lente (astigmatica) dello Spirito. Ma ci vorrebbero pagine e
pagine ad elencare tutti, e non è il caso: ci siamo limitati a libere
associazioni che si sono generate nella nostra mente. Fatto sta, che la voce
della denuncia e casomai della rivolta (il disincanto) non riesce a coagularsi,
suo malgrado non riesce neanche a chiarificarsi, disperdendosi nei mille rivoli
delle avanguardie e delle sperimentazioni (letterarie, ma anche pittoriche e
musicali: già, non dimentichiamoci almeno della pittura cruda e filosofica di
Klimt, Kokoschka, Schiele”: e della musica rivoluzionaria di Schoenberg) o
nelle voci isolate delle riviste (soprattutto in Italia)”. 220 Ammiratissimo da
M.. 221 Ma si tenga conto anche dei riferimenti fatti dal Monai,
nell'integrazione su M. caricaturista. 222 Vien da chiedersi come si ponesse M.
di fronte a tale fermento, tenendo conto a maggior ragione dei suoi studi
proprio a Firenze, ch'era, allora, davvero la capitale culturale d'Italia. In
linea generale, la critica letteraria tende ad inserire il Goriziano
all'interno dell'area (a dir la verità, molto sfumata) del frammentismo
vociano. Ma in effetti - come puntualizza Pierandrea Amato, nel suo bel saggio
che già abbiamo avuto modo di citare - «M. è 'spontaneamente' escluso da
Firenze; [...] la [sua] solitudine [...] è incondizionata"; ciò a
differenza di In modo speculare, rispetto a quanto detto sopra, la filosofia
filo-hegeliana e la scienza positivistica-darwiniana "pompavano" -
anche se su opposti versanti - continue, quotidiane iniezioni di fiducia ad una
borghesia che cavalcava il miracolo economico dell'industria al suo massimo
rigoglio: una borghesia che si dilettava tanto in dettagliate analisi
economiche quanto nella lettura dei romanzi di Verne; tanto in cervellotiche
soluzioni politiche di compromesso (l' "Italietta" giolittiana ne è
il più fulgido esempio) quanto nei salotti a lodare il cuore di De Amicis, a
biasmare l'impertinenza di Mann coi suoi Buddenbrook o a commentare lo strano
suicidio di un giovane maledetto, tale Otto Weininger; tanto in spericolati
investimenti quanto in oculati dietrofront assicurativi (ironia della sorte:
l'epoca della sicurezza vede il pullulare delle Assicurazioni Generali, quasi
inconsapevole presentimento dell'imminente catastrofe). Una borghesia, ancora
(stavolta generalmente medio-piccola), che si dava da fare nell'arginare certe
velleità socialiste- comuniste, collaborando alla creazione dei preziosi
alleati sindacali, oppure - laddove non riusciva - sfrenando la propria
piccineria in violenze gratuite e pseudo-intellettualistiche (leggi: futurismo,
ad esempio). Una cordata borghese-imprenditoriale, infine, che trovava nei
governi avallo, protezione, incitamento. quanto avviene per "altri giovani
intellettuali (Ara e Magris parlano di una vera e propria ‘pattuglia triestina'
che nei primi anni del secolo studia a Firenze: Slataper, Carlo e Giani
Stuparich, Spaini, Devescovi, Marin e altri) [che] trovano a Firenze e nelle
sue 'imprese' una seconda patria». Il critico sottolinea anche l'estraneità di M.
nei confronti dei coevi, roboanti e battaglieri, programmi delle Riviste (nella
fattispecie, fa riferimento al Leonardo) e azzarda che «tutta l'opera M.iana
potrebbe essere letta [...] anche come il rifiuto dell'impegno violento» che
promettevano appunto quelle riviste. Il critico riporta infine l'episodio
(apparentemente periferico) di un'estemporanea relazione epistolare tra il
Goriziano e Benedetto Croce, che allora già era nel pieno della sua carismatica
egemonia culturale. L'episodio - testimonianza lampante dell' «inserimento
frustrato di M. nella cultura italiana» - si riferisce alla proposta
(«irriverente, probabilmente solo ingenua») del nostro giovane filosofo di
attendere alla traduzione del capolavoro di Schopenhauer per i tipi della
Laterza, la cui sezione di filosofia moderna era diretta proprio da Croce.
Quest'ultimo «mi rispose subito - scrive M. alla famiglia - che Schop[enhauer]
pel momento non rientrava nei suoi progetti- ma che prendeva nota del mio nome
e ‘avrebbe occasione di scrivermi in seguito per traduzioni dal tedesco'»
[l'episodio infatti viene ricordato in E 262-263; le citazioni da Pierandrea
Amato fanno riferimento alle pagg. 168-169-170 passim del suo Attimo persuaso,
cit.]. L'ingenuità di M. stava proprio nel porgere una simile proposta di
collaborazione all'araldo dell'hegelismo italiano. Col tempo, dovette rendersi
conto che le parole in apparenza "attendiste" del Croce nascondevano
in realtà un netto rifiuto. Anche in seguito a questa presa di coscienza,
nonché evidentemente in seguito ad una lettura più attenta e critica dell'opera
crociana, M., in un appunto famoso, riversò tutto il suo sarcastico livore e
segnò in maniera netta tutta la sua sdegnosa distanza dal modo di "far
filosofia" del pensatore italiano. Riteniamo utile riportare il breve
appunto nella sua interezza, anche perché, indirettamente, ci rende
testimonianza della consapevole "asistematicità" del nostro filosofo
goriziano e, insieme, del suo porsi polemico nei confront della filosofia
"ufficiale" del suo tempo: «A B. C. [Benedetto Croce, e così anche
per il seguito] non per insultarlo e non per combatterlo, ma per dirgli la mia
ammirazione. Ammirazione per ogni onesta fatica. 'Ho un'ammirazione per questo
giovane - diceva un vecchio commerciante, di un giovane poeta - ho un
‘ammirazione per lui: ché se io fossi come lui cretino e ignorante non saprei
né leggere né scrivere, e lui fa tragedie'. Così io che sono un vecchio uomo
incallito nel lavoro ho un'ammirazione per Benedetto Croce, ché se io avessi
come lui una mente acuta e astratta, di filosofia non me ne sarei mai curato e
avrei fatto il giureconsulto - lui fa sistemi [corsivi nostri]. Ma i sistemi
non si fanno, e B. C. dopo aver assorbito tutti i libri di filosofia si spreme
e dice: Vedete quest'acqua di indicibile colore è il prodotto di tutte le altre
acque, se ne mancasse una non potrebbe essere quale è; di qui di mio c'è
soltanto l'aggiunta del mio proprio umore, e la mia angoscia è la sete degli
umori che mancano e che ci verranno soltanto dagli stracci del futuro. Così io
mi spremo disperatamente perché è dovere di ogni straccio di filosofo di
spremersi fino all 'ultima goccia dell'acqua propria e altrui, perché altri poi
assorba e risprema con l'aggiunta del suo umore, e altri ancora assorba e
sprema, e riassorbendone rispremendo vivrà l'umanità E' questo, grosso modo, il
quadro - storico, politico, culturale, morale - in cui viene ad inserirsi la
singolare, a suo modo astorica, "intempestiva", valutazione e
proposta di M.. AI Goriziano bastò guardarsi intorno con occhi nuovi per valutare
sempre più e più a fondo lo scheletro rettorico che sosteneva la polpa
dell'«esistenza soddisfatta di sé», e per intuire che la ventilata sicurezza
non era altro che una «gaia apocalisse», per dirla con Broch: ovviamente, a
cadere per prime - sotto gli strali del disincanto - furono le costruzioni
rettoriche ch'egli toccava con mano, quelle nelle quali era immediatamente
inserito, le strutture che lui stesso viveva: la famiglia, la vita cittadina (e
solo per riflesso quella nazionale), l'istituzione accademica. Nelle letture
che nel frattempo conduceva trovava casomai un riscontro di quanto già
avvertisse "a pelle". Scrive la preziosa Paula: «Presto [... ]
l'ambiente di cui si era fatto tante illusioni lo deluse, specialmente quello
universitario. Meno alcuni professori ai quali era affezionato, fra cui Villari
e Vitelli, gli altri lo urtavano per la loro rettorica e la loro vanità
[testimonianze esplicite, al limite del blasfemo, fioccano in molte lettere di
quegli anni]. Gli davano ai nervi quelle aule zeppe di uditori del bel mondo di
Firenze che assistevano alle lezioni per posa, per darsi delle arie». Parziale
conforto a queste amare disillusioni sono le nuove amicizie che stringe
tuttavia in quell'ambiente: il Chiavacci (che poi curerà la sua opera postuma),
Arangio-Ruiz e Giannotto Bastianelli, musicista "wagneriano"
(anch'egli tormentato e destinato al suicidio), che M. riuscirà a convertire a
Beethoven, in serate per lui indimenticabili di "musica persuasa". Ma
totale conferma delle stesse amare disillusioni M. doveva trovare (appunto) non
solo nella lettura rivelatrice di Ibsen, ma anche in quella
"compulsiva" di Tolstoj. Molti si sono meravigliati del fatto che il
Goriziano di costui ammirasse soprattutto La sonata a Kreutzer o Resurrezione,
macchinosi e quasi pedanti rispetto ai più appassionati, e appassionanti, Anna
Karenina o Guerra e pace. La ragione, per noi, invece è semplice e istruttiva: M.
dovette apprezzare la "geometria" che la polarità
Persuasione-Rettorica acquistava nei due ultimi capolavori dello scrittore
russo: lì l'ingiunzione e la critica di Tolstoj alla Rettorica si faceva
scoperta, analitica, "scientifica", e in uno stile risentito, scarno
e didascalico (così lontano da quello avvolgente del più giovane Tolstoj) che sacrificava
del tutto l'intreccio romanzato, lo rendeva addirittura pretestuoso: anche
Tolstoj pervenne, a suo modo, ad una chiarezza di Persuasione more geometrico
demonstrata. Basterebbe dare una rapida scorsa alle parole di quel folle, ma
lucido, uxoricida che è Pozdnysev: parole che, dietro la parvenza della più
meschina misoginia, palesano una nei secoli all'infinito, il prodotto non sarà
mai quello, ma sarà sempre perfetto e non risciacquatura come dicono i maligni
ma quasi - spirito assoluto» [O 661-662]. valutazione attenta e perspicace
della Rettorica dell'amore. O basterebbe fermarsi già alla prima pagina di
Resurrezione: Allegri erano tutti: piante, e uccelli, e insetti, e bambini. Ma
gli uomini - gli uomini grandi, gli uomini adulti °° non smettevano d'ingannare
e di tormentare se stessi e gli altri. Credevano, gli uomini, che la cosa più
sacra e più importante non fosse quella mattinata di primavera, non fosse
quella bellezza del mondo, concessa per il bene di tutte le creature, giacché
era una bellezza che disponeva alla pace, all'accordo e all'amore: ma fosse, la
cosa più sacra e più importante, ciò che essi stessi avevano escogitato per
poter dominare gli uni sugli altri per poter leggere in pratica la seconda
parte della tesi di laurea del Goriziano anche (saremmo tentati di dire:
soprattutto) come uno scolio (complesso, filosofico) a questa profonda, sincera
intuizione "francescana" del mondo. O infine, basterebbe accompagnare
il principe Nechljudov attraverso i contorti meandri della Rettorica della
giustizia, fino al ribaltamento (persuaso) di essa in vera e propria pratica
della violenza e dell'ingiustizia; ovvero, accompagnarlo nella ri-scoperta
della genuina lezione evangelica (Nechljudov-Tolstoj, alla fine del romanzo,
ri-legge e ri- compone - alla luce della propria esperienza - la morale
persuasa di S. Matteo); basterebbe ciò, dicevamo, per capire l'enorme portata
dell'anti-dispositivo che M. riceveva dalle mani dello scrittore russo”. 223
Questa sottolineatura tolstojana della differenza tra l'individuo bambino e
l'individuo adulto non è una semplice sfumatura, come può apparire ad una
lettura superficiale: ci sembra che M. colga in pieno l'allusione: nel corso
della sua tesi di laurea (volendo limitarci a questa) egli dimostra a chiare
lettere la sua preferenza per l'animo femminile e per i bambini. Da una parte,
«le donne sono senza rettorica», afferma, tendendo in evidente conto non solo
le figure femminili che si stagliano nei drammi di Sofocle e Ibsen o di Tolstoj
appunto, ma soprattutto le donne ch'ebbe modo di conoscere durante la sua vita:
in primis la madre Emma e la sorella Paula, quindi la sfortunata Nadia Baraden -
donna russa che riceveva da Carlo lezioni di italiano e che si uccise prima che
quel "rapporto professionale" sbocciasse in amore; la scrittrice
Iolanda de Blasi - che visse un intenso, quanto effimero, rapporto d'amore col
Nostro, ostacolato, manco a dirlo, dalla famiglia; e Argia Cassini, l'ultima,
avvolgente fiamma di Michlestaedter: Argia, traslitterato in greco, era per
Carlo l'incarnazione fisica del vagheggiato «porto della pace»). Dall'altra
parte, il Goriziano si schiera a difesa della fanciullezza: i bambini, «quasi
vite in provvisorio», come lui li chiama. Anzi, le ultimissime pagine della
tesi M.iana - e il loro progetto educativo [ma vd. quanto diremo oltre] - sono
dedicate proprio ai bambini, ovvero al tentativo di scongiurarne l'entrata
nella congerie rettorica, che ne mina - in modo definitivo e irrimediabile -
l'innocenza e ne frustra, altrettanto, il dono di ingenua, sincera persuasione,
ch'essi hanno per loro stessa natura. 224 In Tolstoj, M. doveva trovare
comprovata anche la Rettorica sociale della morte, ad esempio nella Morte di
Ivan Il'ic, una delle opere più allucinanti e "cattive" dello
scrittore russo. Di quelle pagine, pur nella sincera espressione del profondo
dolore per la scomparsa (suicidio?) del fratello Gino, molto vediamo trapelare
in una lettera che il Goriziano scrive all'amico Chiavacci, in cui annuncia la
luttuosa notizia e dà una amara e dettagliata descrizione della condizione
"esposta", indifesa della propria famiglia agli attacchi della ipocrita
retorica sociale della "condoglianza": «Noi non ricordiamo di lui
[Gino] né un gesto ingeneroso né una sola malattia. Era fatto per la vita e la
viveva con gioia. Mai il sarcasmo della vita non mi s'è fatto sentire
materialmente, in un caso concreto, con maggior forza. - Tiriamo innanzi. Qui
intanto siamo soffocati dalla marea della condoglianza volgare delle infinite
persone che conosciamo, e che in iscritto e a voce si credono in dovere di
debitarci le stesse convenzionalità. In casa una corrente continua di visite, e
il gridio ininterrotto delle stesse frasi. - E i miei ogni giorno come cavalli
stanchi riprendono il cammino, e parlano e si ripetono e si commuovono. lo
soffro anche per questo. Sento l'umiliazione della nostra famiglia mutilata
come d'una piaga aperta - e penso che mentre le piaghe si fa sciano, il 'lutto'
non serve che a étaler il dolore a tutto il mondo. Penso alla nostra casa
chiusa per solito agli indifferenti, raccolta, gelosa della sua intimità - e
invasa ora da tutta la volgarità perché una forza indipendente da noi ha aperto
la porta. E tutti i corvi vengono all'odore della morte; tutti si precipitano
Come Tolstoj, attraverso Tolstoj, M. preferì da subito il Vangelo
"monofisita" di Matteo, come uno dei più autentici luoghi di
Persuasione. Come Resurrezione, anche La Persuasione e la Rettorica termina con
un progetto educativo. E il "pentalogo" stilato (rielaborato) da
Nechljudov-Tolstoj trova infine esatta corrispondenza in quello della
Persuasione M.iana?°°. perché siamo colpiti, indeboliti; il nostro dolore, la
parte più intima di noi esposta in strada, profanata dagli occhi curiosi e
dalla simpatia della sensiblerie dei deboli. - Ed io non posso addolorare di
più i miei, non posso voler liberarmi - e di tante altre cose non posso
liberarmi ora meno che mai [... J» [E 353]. Questo stralcio di lettera ha una
sua importanza non soltanto contingente. Essa ci testimonia, innanzitutto, del
rovinoso velocizzarsi della sfortuna che perseguita il nostro autore: gli
eventi precipitano: alle disillusioni che emergono per l'estrema sensibilità
del suo animo, ai dispiaceri che hanno puntualmente costellato la sua vita (non
ultima la partenza di Enrico, per quanto salutata con orgoglio), si associa
l'evento ferale, per lui più drammatico di quanto M. stesso non voglia
manifestare, e il definitivo crollo dell'alcova familiare, già da tempo
vacillante. Il «sarcasmo della vita» è davvero spietato, e coglie
all'improvviso i suoi elementi più validi e più forti, inspiegabilmente. Questa
constatazione fa nascere nel giovane filosofo collera e indignazione, che
riversa acidamente, ancora una volta, sull'istituto retorico. Qui viene
enunciato, in forma "ufficiosa", anche l'anatema definitivo rivolto
contro la macchina sociale, la cui doppia faccia viene smascherata anche nelle
sue manifestazioni di compassione e di solidarietà al dolore, e dunque, in
apparenza, più fraterne e "umane". Qui si avverte il punto di crisi
di quella "paranoia rettorica" che, secondo noi, attanagliò M. già
dal momento della "scoperta persuasa" e che si esacerbò soprattutto
nei suoi ultimi mesi di vita. Una Rettorica qui definita forza oramai
«indipendente», cioè totalmente svincolata dallo stesso controllo umano, e
vestita di abiti corvini che sfoggia (ironia della sorte) soprattutto in
occasioni di dolore. Una Rettorica sanguisuga, famelica, dotata di occhi che
profanano, che approfitta dei punti deboli dell'uomo, allettata dall'odore
della morte, che è il suo stesso odore, simile col simile. M., per ora, non
«può volersi liberare» e deve accettare il gioco del dolore e del dovere (la
stesura della tesi) per non aggravare l'atmosfera pesante ed affranta della
famiglia. Accetta quest'ultima retorica per amore. Ma non vi leggiamo (non
vogliamo leggervi) rassegnazione. Certo, c'è la consapevolezza di un doppio
dolore, di una infelicità reduplicata dalla stessa consapevolezza della
Persuasione: «Noi viviamo oscuri, mal delineati, confusi, doppiamente infelici;
gli altri vivono una vita luminosa anche nel dolore, e non hanno mai il senso
ch'essi personalmente sono nel mondo cosi sportivamente, o lo hanno soltanto
quando anche tutto il mondo è ormai per loro una cosa sportiva» scrive Carlo al
Chiavacci, in una delle lettere successive [E 401], e non può non leggersi
l'aspirazione stanca ad una felicità che, per un triste destino, sfugge sempre
di mano: la Persuasione pare quasi una maledizione che si tira addosso solo
malanni: dov'è quella gioia che essa prometteva? Non sono più felici coloro che
vivono «sportivamente» la propria vita, luminosi anche nel dolore? Ma è solo il
nero che riflette, e alla vita che nasconde la morte bisogna opporre
un'esistenza che tende alla vera vita. E allora, ad un anno esatto dalla morte
del fratello, M. gli rende l'ultimo omaggio disegnando di sua mano la pietra
tombale e realizzando «con le mie mani quello che gli altri dicevano di non
saper fare»: «Per tre giorni lavorai da un fabbro per scolpire due maniglie di
ferro, che fuse in ghisa sarebbero state deboli. E allora mentre il lavoro
procedeva bene, e mi gettavo stanco alla sera sul mio letto, mi pareva d'esser
ricco di non so che ricchezza, mi pareva di fare qualcosa, di lavorare per mio
fratello come se dovessi vincer la morte». «Vincer la morte» diviene
l'imperativo esistenziale che traduce l'aspirazione di «togliere la violenza
dalle radici»: bisogna fare [il corsivo sopra è dello stesso Goriziano]
qualcosa, re-agire; M. riscopre il piacere del contatto con le cose, come
Serafino Gubbio nel noto romanzo di Pirandello; il piacere della fatica,
dell'impegno, della poiesi bistrattata sin dai tempi di Platone e Aristotele.
Fare è anche poesia, e la Persuasione è anche fare. Pur se non è possibile
eliminare l'atroce dubbio che, sempre e comunque, ci si trova ad aver «lavorato
per la morte», sensazione di sconforto che riduce ad uno stato di «vuoto,
miseria e impotenza». [per queste ultime citazioni, da noi adattate, cfr. la
lettera di M. ad Enrico Mreule, 14 febbraio 1910, E 432] 225 La perfetta
consonanza (addirittura numerica!) dei "comandamenti" tolstojani e M.iani
è un rilievo che è sfuggito purtroppo alla critica (o almeno, nei contributi
critici che abbiamo visionato non se ne fa parola). La lettura di Tolstoj è, a
nostro parere, un inestimabile supporto ermeneutico per tentare di
"capire" M., e ci teniamo a sponsorizzarla. Ora, per dar sostanza al
nostro discorso, iportiamo di seguito il pentalogo di Tolstoj e riproponiamo
quello della Persuasione per poter apprezzare, in modo sinottico, quanto della
lezione di Tolstoj fosse trapelato nel dettato ultimo del filosofo goriziano e
trasposto sul piano "filosofico" (questo senza voler porre in minimo
dubbio l'originalità del Nostro). Ancora, la prospettiva tolstojana (come si
ricaverà dalla lettura), il suo insistere sugli uomini, conferma in modo
definitivo, seppure ce ne fosse a questo punto bisogno, la correttezza della
nostra valutazione "politica" della proposta persuasa. «Con la
speranza di trovare lì nel Vangelo una conferma a questo suo pensiero,
Nechljudov si mise a leggerlo dal principio. Leggendo il discorso della
montagna, che sempre lo aveva commosso, adesso per la prima volta vi scorse non
già dei be semplici, chiari precetti ben eseguibili ne lissimi pensieri
astratti, che in massima parte esprimessero esigenze eccessive e impossibili da
eseguire, ma a pratica, precetti che, se fossero stati eseguiti, come era
pienamente possibile, avrebbero dato una sistemazione assolutamente nuova alla
società umana, tale che in questa non solo si sarebbe d istrutta da sé tutta
quella violenza che aveva tanto indignato Nechljudov, bene accessibile
all'uomo: il regno di Dio sulla terra [corsivi nostri]. Tali precetti erano
cinque. primo precetto (Matteo, v, 21-26) l'uomo non solo non deve uccidere, ma
non adirarsi contro il fratello, non a, un raca, e, se viene a lite con
qualcuno, deve rappacificarsi con lui prima Secondo i deve cons di fare l'off
Secondo i piacere de Secondo i Secondo i colpiscono iderare nessuno un essere
da nu erta all'altare, cioè prima di pregare. secondo precetto (Matteo, v,
27-32), l'uomo non solo non deve cedere al nessuno rifiutare ciò che si possa
volere da lui. Secondo i amare, aiu quinto precetto (Matteo, v, 43-48), l'uomo
non solo non deve odiare i suo tare, servire. ma si sarebbe raggiunto il più
alto a sensualità, ma deve rifuggire dal la bellezza della donna, e deve - una
volta che s'è unito con una donna - non tradirla mai. terzo precetto (Matteo,
v, 33-37), l'uomo non deve promettere nulla con giuramento. quarto precetto
(Matteo, v, 38-42), l'uomo non solo non deve vendicarsi su una guancia, deve
presentare l'altra, deve perdonare le offese e sopportarle con rassegnazione, e
a occhio per occhio, ma quando lo i nemici, né combatterli, ma li deve
Nechljudov aveva fissato lo sguardo sulla luce della lampada, e così rimaneva
assorto. A contrasto di tutto il mostruoso disordine della nostra vita, che
aveva ben presente, si prospettò con chiarezza che cosa questa vita avrebbe
potuto essere, se gli uomini fossero stati educati secondo quei principi
[corsivi nostri]: e un'esultanza come da gran tempo non provava gl ‘invase
l'anima». M. fa da contrappunto e munisce i precetti tolstojani di una salda
connessione filosofico-esistenziale: "No, la mo rte non è abbandono"
disse Itti con voce più forte [1] ma è il coraggio della morte onde la luce
sorgerà. [2] Il corag gio di sopportare tutto il peso del dolore, [3] il corag
gio di navigare verso il nostro libero mare, [4] il corag nella cura [5] il
corag gio di non sostare dell'avvenire, gio di non languireper godere le cose
care. La persuasione poetica si cesella, puntualmente, nelle
"definizioni" assolute che troviamo nella tesi di laurea: [1] Il
dolore parla. [PR 46] [2] Il dolore è gioia [49] [3] Dare non è per aver dato
ma per dare (Souvax !) Non può fare chi non è, non può dare chi non ha, non può
beneficare chi non sa il bene Dare è fare l'impossibile: dare è avere. [43] 7.
Come la violenza perpetua se stessa (I). Dall'atomo alla molecola sociale.
Regalasi gattini in cerca di padrone. Annuncio esposto nella bacheca degli
studenti della facoltà di filosofia, Università Federico II, Napoli Come
abbiamo visto in abbondanza, l'organismo "atomico", il «complesso
delle determinazioni», si esprime e si realizza anzitutto come appetito
(volontà determinata, o conatus, se vogliamo utilizzare il termine spinoziano),
cioè nel desiderio di possedere la natura, ovvero di fare del mondo un polo di
sfruttamento esistentivo: il mondo è insomma il ricettacolo in cui l'organismo
atomico reperisce gli elementi atti alla soddisfazione dei propri bisogni,
elementari e/o complessi (questa, in soldoni, la «violenza contro la natura»).
L'appetito segna una diversificazione tra i vari organismi appetenti: tra gli
individui, alcuni si conquistano una posizione di dominio, altri accettano
giocoforza la subordinazione, in un meccanismo in cui ciascuno comunque
pretende di essere riconosciuto dall'altro come a lui superiore, come unico,
assoluto usufruttuario del mondo. Nell'impossibilità dell'assolutezza, gli uni
e gli altri depongono volentieri le armi e si adagiano su una comoda
convivenza. Questo rapporto (chiamiamolo per ora "dialettico", ma
cfr. oltre), che lega le "coscienze empiriche" nel conflitto per la
supremazia, presenta indiscutibili affinità con la «otta per il
riconoscimento», così come viene postulata/descritta nella Fenomenologia dello
Spirito di Hegel (la famosa dialettica servo-padrone). Questo rilievo, avanzato
con intelligenza dal Garin, è stato applaudito da tutta la critica. Ora, noi
non vogliamo certo metterlo in discussione, come non vogliamo mettere in dubbio
le letture hegeliane che M. fece. Tuttavia, ci sia concesso almeno d non
esserne del tutto convinti: siamo invece convinti che le analisi di M. partano
piuttosto, ancora una volta, dalle pagine di Aristotele, in particolare dalle
prime pagine della Politica. Lo Stagirita scrive: [per la formazione della
società o dello Stato] è necessario in primo luogo che si uniscano gli esseri
che non sono in grado di esistere separati l'uno dall'altro, per es. la femmina
e il maschio in vista della riproduzione [..]e chi per natura comanda e chi è
comandato al fine della conservazione. In realtà, l'essere che può prevedere
con l'intelligenza è capo per natura, mentre quello che può col corpo faticare,
è soggetto e quindi per natura schiavo: perciò padrone e schiavo hanno gli
stessi interessi.226 Proprio come per Aristotele, per M. colui che, in tale
lotta, non teme di perdere la propria vita, si impone su colui che, invece, ha
paura della morte”: di conseguenza il primo diviene dominus e il secondo servo
(homo, secondo il nostro [i corsivi sono dello stesso M.: abbiamo altresì
ribaltato consapevolmente la disposizione dei precetti del Goriziano, che
nell'ordine appaiono 3-4-5-1-2, per dar più filo al nostro discorso] 226
Aristotele, Politica, 1252a 25-30 [che noi leggiamo nella trad. it. dell'ed. Laterza,
2000]; i corsivi sono nostri, funzionali a quanto ci apprestiamo a dire. 227 Ma
cfr. quanto noi detto nella parte finale del paragrafo 4d del nostro |
capitolo, paragrafo che s'intitola La Persuasione al bivio. pediente
ermeneutico). La temerarietà del padrone non è il coraggio esistenziale del
Persuaso, non è fine consapevole ed adeguato, che sfocia nell'autentica epoché
della morte, frutto della consapevolezza della malattia mortale: il dominus ha
una superiorità che potremmo a buon ragione cefinire, anche qui, darwiniana: a
comandare sono gli individui più adatti, ovvero più forti e più risoluti e più
intelligenti, come dice Aristotele gli «esseri che possono prevedere con
l'intelligenza» o - come parafrasa M. - gli esseri che possiedono una
«previsione più organizzata a una più vasta vita » [PR 29]7”. Il padrone non
lavora la terra, non è artifex, ma costringe il servo a lavorare in sua vece e
per il suo guadagno: «Il padrone si serve dello schiavo attraverso la di lui
forma: attraverso la potenza di lavoro», scrive il Goriziano. Di contro, lo
schiavo accetta le «catene dure ma sicure» del padrone. Il padrone ha delegato
allo schiavo il «violentamento della natura», tenendo per sé - anzi utilizzando
per sé - il «violentamento dell'uomo». Di per sé, così, la condizione servile
dello schiavo «non è assoluta, ma relativa al suo bisogno di vivere». Tra servo
e padrone, dunque, s'instaura un vero e proprio, benché primitivo (atomico),
patto sociale, fondato - e non si perda di vista questo fondamento - su un
principio biologico simbiotico e "compensativo" (lo chiamiamo
principio di economia sociale): entrambi violenti, entrambi
"carenti", entrambi ansiosi di «conquistarsi il futuro» (ovvero,
entrambi rettorici), essi pongono una convenienza simbiotica che - in
definitiva, come in una perfetta equazione matematica - annulla (semplifica) le
relative "potenze" e "debolezze", tende a superare la
primitiva diseguaglianza fisiologica, pervenendo ad uno status quo per il quale
«uniti: sono entrambi sicuri - staccati: muoiono entrambi». Suddetta simbiosi
si fonda, in definitiva, e si struttura, sulla malafede e sul ricatto,
perpetrati da entrambi, ma da entrambi edulcorati nella reciproca convenienza:
se tu non lavori - dice il padrone - non ti do «il mezzo di vivere»: così
morirai; se non mi assicuri «I mezzo di vivere» - replica lo schiavo - io non
lavoro, e non ricaverò per te «la sicurezza di fronte alla natura»: così
morirai. In tutto questo, ci sembra che M. parafrasi ancora Aristotele, che a
sua volta scrive: Il padrone non è tale in quanto acquista gli schiavi, ma in
quanto si serve degli schiavi. Tale conoscenza non ha niente di grande né di
straordinario: quel che lo schiavo deve [per natura] saper fare, lui [sempre
per natura]deve saperlo comandare. [...] Agli uni giova l'esser schiavi, agli
altri l'esser padroni e gli uni devono obbedire, gli altri esercitare quella
forma di autorità a cui da natura sono stati disposti e quindi essere
effettivamente padroni.[... ] Per ciò esiste un interesse, un'amicizia reciproca
tra schiavo e padrone nel caso che hanno meritato di essere tali da natura ?°°
228 Le citazioni che seguono nel nostro discorso, tratte dal Goriziano, sono
ricavate dalle pagine della sua tesi che appunto indugiano sulla dialettica
servo-padrone, ovvero le pagg. 96-105 soprattutto; ragion per cui, in nostri
richiami s'intendano proprio da lì ricavati passim, salvo diverse indicazioni.
229 Aristotele, Politica, cit, 1255b passim; i corsivi sono nostri; abbiamo
altresì invertito taluni passaggi per render più didascalica l'esposizione.
Tuttavia questa dialettica, negativa ancorché conciliata (ma che non è la
conciliazione hegeliana nello Spirito), del servo e del padrone
"supera" il suo fondamento negativo nella stipulazione del patto sociale
molecolare?°°: l'entalpia”', che tale dialettica assicura, e che 230 Le analisi
di M. sulle motivazioni che inducono gli uomini a fondare la società nascono in
un contesto politico che potremmo, a questo punto, senza sbagliarci, definire
"contrattualistico" (ma trovano importanti agganci - come stiamo or
ora dimostrando - anche nella Politica aristotelica): a differenza dei teorici
del contrattualismo, tuttavia - decisamente più "pragmatici" - il
filosofo goriziano adduce, come visto, una causa "ontologica" al
fatto che gli uomini stringano il "patto sociale" (o, come lui la
definisce, la «cambiale sociale»): il deficere troverebbe cioè una sua
compensazione nella creazione di relazioni sufficienti tra gli uomini, in un
principio di realizzazione/permanenza sociale che surrogherebbe l'innata
impermanenza dell'individuo. L'individuo sociale insomma, nello stringere il
patto, si vede garantite quella sicurezza e quel benessere - quella stabilità -
che l'individuo "naturale" non possiede. Ovviamente, M. - se del
contrattualismo mostra indirettamente di accettare le analisi di filogenesi
sociale (il meccanismo praticamente è lo stesso: compensare il deficere) -
tuttavia non aderisce alle sue conclusioni, soprattutto nella sua curvatura
liberale (Locke o Stuart Mill, ad esempio): il Goriziano, come dire, per
principio valuta l'organismo sociale - qualunque forma esso assuma, e per
qualunque motivazione esso la assuma - come regno dell'eteronomia e della
violenza. Anzi, leggendo tra le righe, mostra di attaccare con maggior
virulenza proprio le società sedicenti liberali o liberal-democratiche, perché
esse (a differenza di un regime dispotico conclamato) occultano la matrice
profondamente antilibertaria che le connota, aggiungendo al danno la beffa
dell'ipocrisia e del paternalismo. Pur consapevoli dell'eterogeneità delle
proposte contrattualistiche (sia nelle prospettive di analisi che nelle
individuazioni o giustificazioni degli esiti, a seconda dei periodi storici o
delle appartenenze geografiche e politiche che le hanno fomentate), tuttavia
riportiamo alcune righe di due "classici", per renderci conto -
mediante un raffronto anche veloce - di dove la critica di M. effettivamente
attecchisca. Con questo, ovviamente, non vogliamo dire che il filosofo
goriziano avesse costruito la sua critica sociale a partire dalla meditazione
dei testi che proponiamo, anche se mostra di aver letto il Saggio sulla libertà
di Stuart Mill [PR 93]; la critica di M. nasce infatti essenzialmente da una
diagnosi dello status quo - valutato attraverso lo "spettro" della
Persuasione - status quo che però era anche, appunto, la risultante della lunga
tradizione liberale, che assume nei brani che seguono la forma più esplicita e,
in pratica, conclusiva. «Se l'uomo nello stato di natura è [...] libero [...]-
scrive Locke - se è padrone assoluto della propria persona e dei propri beni,
pari al più grande fra tutti e a nessuno soggetto, perché mai rinuncia alla sua
libertà? Perché cede il suo imperio e si assoggetta al dominio e al controllo
d'un altro potere? La risposta ovvia è che, per quanto nello stato di natura
egli possieda il diritto connesso con quello stato, la fruizione di esso è
assai incerta e continuamente esposta alle altrui interferenze. Infatti, tutti
essendo re alla stessa stregua di lui, tutti essendo suoi pari, ed essendo per
lo più poco rispettosi dell'equità e della giustizia, il godimento della
proprietà in questo stato è per lui assai incerto, molto insicuro. Ciò lo
induce a desiderare di abbandonare una condizione che, per quanto libera, è
piena di rischi e di continui pericoli: e non è senza ragione ch'egli desidera
e ambisce unirsi a una società che già altri abbiano costituito o abbiano in
mente di costituire per la reciproca salvaguardia della loro vita, libertà e
beni, cioè con quello che definisco con il termine generale di proprietà. [...]
Al primo potere - quello cioè di fare tutto ciò che ritiene opportuno per la
conservazione di sé e di tutto il resto dell'umanità - egli abdica lasciando
che sia regolato da leggi fatte dalla società, secondo che lo richieda la
conservazione sua e degli altri membri di quella società: leggi dellasocietà
che in molte cose limitano la libertà ch'egli possiede per legge di natura.
Inoltre egli abdica completamente al potere punitivo [il secondo potere, per
Locke] e consacra la sua forza naturale (che in precedenza poteva usare
nell'esecuzione della legge di natura, per autorità propria, come gli sembrava
opportuno) al potere esecutivo della società, a seconda che lo esiga la legge
di questa. Trovandosi ora in un nuovo stato, in cui gode di molti vantaggi
provenienti dal lavoro, dall'assistenza e dalla società degli altri membri
della comunità, oltre che della protezione che gli deriva dalla forza
complessiva della comunità stessa, egli deve rinunciare anche alla propria
naturale libertà di provvedere a se stesso, nella misura in cui lo richiedono
il bene, la prosperità e la sicurezza della società. E questo non è solo
necessario, ma anche giusto, perché gli altri membri della società fanno
altrettanto.[corsivo nostro] Entrando in società gli uomini rinunciano
all'eguaglianza, alla libertà e al potere esecutivo di cui godevano nello stato
di natura, affidandolo alla società perché il legislativo ne disponga come
richiede il bene della società stessa. Ma poiché ciascuno fa questo con
l'intenzione di meglio salvaguardare la propria libertà e proprietà (ché non è
mai pensabile che una creatura razionale muti condizione nell'intento di star
peggio), è lecito aspettarsi che il potere della società, o il legislativo
costituito, non oltrepassi mai i limiti del bene comune, ma sia tenuto ad
assicurare la proprietà di ciascuno prendendo misure contro i tre difetti sopra
menzionati, che avevano reso lo stato di natura tanto incerto e difficile. [...
] E è la condizione necessaria e sufficiente per la sicurezza reciproca, si
istituzionalizza nel fenomeno sociale (lo chiamiamo principio di entalpia
sociale). Tale istituzionalizzazione è un escamotage funzionale: è il banale,
ma evidentemente valido, motivo che recita un adagio: l'unione rende forti.
Dice M.: «La piccola volontà non può difendere quello che ha preso colla sua
violenza - e ne affida la difesa alla violenza sociale». Ora, la piccola
volontà [potremmo anche dire: l'io empirico] è sia quella del padrone che quella
del servo. Entrambi accettano «la cambiale dela società», sopportando anche una
spersonalizzazione/atrofia del proprio potere («egli è sotto tutela - non ha
voce») e un (apparente) livellamento "democratico", nel nome della
«sicurezza comune». Per raggiungere altresì questo obbiettivo, è necessario che
la violenza contro la natura e contro l'uomo sublimi nella "violenza
sociale". Dunque, la cifra esistenziale della Rettorica rimane sempre e
comunque la violenza. In questo senso, ci sentiamo di dire che l'appunto del
Garin - il suo riferimento alla famosa figura hegeliana - più che illuminante
rischia di rivelarsi addirittura fuorviante. Hegel parladi autocoscienze”””, M.
- più modestamente - di organismi. tutto ciò non dev'essere ispirato ad altro
fine che la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo» [J ohn Locke, Due
trattati sul governo, Torino, Utet, 1948 (volume II, $8123-131 passim)]. «Il
diritto di una persona - scrive invece Mill - è la tutela che questa può
pretendere dalla società o in forza della legge, o in forza dell'educazione e
dell'opinione [corsivi nostri]. Se essa possiede ciò che consideriamo una
ragione sufficiente per avere, per un qualsiasi motivo, una garanzia da parte
della società, vi ha diritto: se vogliamo dimostrare che qualcosa non le
appartiene per diritto, pensiamo che ciò sia fatto non appena si ammette che la
società dovrebbe abbandonarla alla sua sorte o ai suoi soli sforzi, senza
prendere alcuna misura per proteggerla. [...] Avere un diritto significa,
allora, avere qualcosa il cui possesso va difeso dalla società. Se mi
chiedessero, poi, perché la società dovrebbe difendere questo interesse, non
potrei addurre nessun altro motivo se non quello della utilità generale. Se
questa espressione non sembra convogliare un sentimento adeguato della forza
dell'obbligazione né spiegare la peculiare energia di tale sentimento, è perché
nella composizione del sentimento entra non solo un elemento razionale, ma
anche uno animale, la sete della vendetta; la quale deriva la sua intensità,
come pure la sua giustificazione morale, da quel tipo di utilità
straordinariamente importante e incisiva che è in gioco. L'interesse coinvolto
è quello della sicurezza che è, per ogni individuo, di vitale importanza. Tutti
gli altri benefici terreni possono essere necessari a una persona e non a
un'altra. A molti di essi, si può allegramente rinunciare o sostituirli con
qualcos'altro. Ma della sicurezza nessun essere umano può fare a meno; da essa
dipende la nostra immunità dal male e l'intero valore di ogni bene, al di là
delle contingenze. [corsivi nostri] [...] Questa necessità [...] non può essere
soddisfatta a meno che lo strumento per provvedervi non sia mantenuto in
continuo esercizio» [J ohn Stuart Mill, Utilitarismo, Cappelli, 1981, capitolo
V passim]. Leggendo questi passi e mettendoli a confronto con quanto abbiamo
riferito riguardo la critica sociale approntata da M., si potrà evincere senza
difficoltà il carattere decisamente antiliberale che quella critica viene ad
assumere, volendo valutarla secondo "normali" parametri politici di
riferimento. 231 L'entalpia è una funzione di stato di un sistema ed esprime la
quantità di energia che esso può scambiare con l'ambiente. Ad esempio, in una
reazione chimica, l'entalpia scambiata dal sistema consiste nel calore
assorbito o rilasciato nel corso della reazione. Nella nostra metafora, servo e
padrone si scambiano, a vicenda, "energia" esistenziale. 232 Nota M.
che «quasi per ironia l'impulso a questo movimento del principio della
debolezza [tal che esso assurge alla cambiale sociale] è dato dai più forti;
[...] l'iniziativa è sempre del più forte: e la "lega dei deboli' s'è
fatta proprio a spese dei più forti: che per sola volontà di sominio o per
amore ebbero sempre per campo naturale alla loro sovrabbondanza di vita, per
dominarli o per amarli [nota l'accostamento, fatto con apparente sufficienza,
di dominio e amore], i loro simili» [PR 122]. Per il filosofo goriziano non c'è
alcun sviluppo dello Spirito da giustificare e la diversificazione dominus-homo
ha piuttosto una connotazione, come afferma Aristotele, già stabilita per
natura [cfr. supra]; inoltre, tra le due "posizioni" non si verifica
alcun vero conflitto, ma l'una e l'altra preferiscono vivere (sopravvivere)
nella consapevolezza della propria condizione di reciproca dipendenza (usata
come tacito ricatto), cercando di trarne la condizione più vantaggiosa
possibile in un'oculata e compiacente simbiosi. Infine, il superamento (se di
superamento si può parlare) dell'empirica condizione signorile-servile - quando
quel ricatto comincia a vacillare - non avviene per processo dialettico, ma
come dire, per processo "sinottico", cioè attraverso una mera
amplificazione a livello sociale (molecolare) del rapporto puntuale (atomico)
di dipendenza. La costruzione sociale è anch'essa, dunque, non frutto di un
conflitto, ma risultato di un compromesso nel quale le due figure
immediatamente si rifugiano, quando la loro condizione da stabile rischia di
divenire precaria; e questo superamento non segna un progresso nella storia
della coscienza di entrambi: tutt'altro: segna anzi un vero e proprio regresso,
nel senso che nello stipulare la cambiale sociale la deficienza non si svelle,
ma si innesta in una profondità ancor più radicata e più ignorata, ch'è appunto
la Rettorica sociale. A questo punto, per M., la società diviene davvero il
Leviatano: essa padrona, gli uomini (quelli che prima eran servi e padroni)
novelli servi («gli uomini hanno trovato nella società un padrone migliore dei
singoli padroni»): e tra i due nuovi poli si instaura una dialettica
altrettanto nuova e altrettanto irrisolta, che mantiene tutte le deviate
caratteristiche della prima, la sua malafede e la sua convenienza simbiotica:
se tu rispetti le mie leggi - 233 Come sappiamo, la storia di queste
autocoscienze, così come scandita da Hegel nella Fenomenologia, non è un
processo pacifico e lineare, ma affronta una sofferta e faticosa maieutica
pratica che trova nel conflitto tra il sé e l'altro- da-sé la molla dialettica
che, passaggio dopo passaggio, assurge alla pienezza onnicomprensiva @llo
Spirito. L'autocoscienza sorge nell'avvertimento del limite e si manifesta e
sviluppa anzitutto nel desiderio soggettivo di superare l'ostacolo che le si
pone incontro. Ma quest'ostacolo non è soltanto il mondo delle cose: è
soprattutto l'altra autocoscienza, che limita e minaccia e lotta a sua volta
per la propria sopravvivenza. E' qui che s'inserisce la dialettica
servo-signore Herr und Knecht), come momento "storico" di esordio del
conflitto delle autocoscienze diverse e indipendenti: conflitto che si delinea
come mortale, ma che si risolve col subordinarsi dell'una autocoscienza
all'altra: infatti, chi riesce a sopraffare l'altro, ostentando di non temere
la morte, lo rende schiavo e lo piega al proprio progetto di affermazione. Ma,
a sua volta, nel lavorare per l'altro, per il dominus, il servo vive un
rapporto più autentico con la realtà, acquistando progressiva consapevolezza
del proprio potere condizionante e quindi (arguirebbe Marx) una capacità
maggiore di emancipazione. Così, il rapporto finisce col capovolgersi (la
libertà e la potenza del signore si scopre mediata dall'operare del servo, che
a sua volta scopre la potenza "immediata" del proprio lavoro) e
attraverso questa lotta tra l'autonomia e la dipendenza s'ottiene un risultato
concreto nello sviluppo dello S pirito: il sorgere cioè del sentimento della
libertà nell'autoriconoscersi (l'autocoscienza nasce infatti proprio quando il
soggetto riconosce - erkennt - qualcosa di sé nell'oggetto, o comunque
nell'altro-da-sé). «[Il servo è] per il signore l'oggetto costituente la verità
della certezza di se stesso. E chiaro però che tale oggetto non corrisponde al
suo concetto; è anzi chiaro che proprio là dove il signore ha trovato il suo
compimento, gli è divenuta tutt'altra cosa che una coscienza indipendente; non
una tale coscienza è per lui, ma piuttosto una coscienza dipendente; egli non è
dunque certo dell'esser per sé come verità, anzi, la sua verità è piuttosto la
coscienza inessenziale e l'inessenziale operare di essa medesima. La verità
della coscienza indipendente è di conseguenza la coscienza servile. Questa
dapprima appare bensì fuori di sé e non come la verità dell'autocoscienza. Ma
come la signoria mostrava che la propria essenza è l'inverso di ciò che la
signoria stessa vuol essere, così la servitù nel proprio compimento diventerà
piuttosto il contrario di ciò che essa è immediatamente; essa andrà in se
stessa come coscienza riconcentrata in sé e si poggerà nell'indipendenza vera» [Hegel,
Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia, 1967, vol. I, pag. 161]. ingiunge
il Leviatano - io ti assicuro la vita: altrimenti morirai; se non ci assicuri
la vita - replicano i servi - noi non rispetteremo le tue leggi: e tu morirai.
La società come necessità e "banalità" della sicurezza: ma se «a
sicurezza è facile», essa - lo abbiamo visto - «è tanto più dura». E allora,
nella violenza istituzionalizzata, «nella società organizzata ognuno violenta
l'altro attraverso l'onnipotenza dell'organizzazione, ognuno è materia e forma,
schiavo e padrone ad un tempo per ciò che la comune convenienza a tutti comuni
diritti conceda ed imponga comuni doveri» [tutti i corsivi sono nostri].
Insomma, padroni e schiavi finiscono con l'essere entrambi vittime di un
dominio che si congegna in sistema o in "amministrazione"
tacitamente, doverosamente accettati; strutture che - seppur fabbricate dalle
mani stesse dell'uomo - ora lo superano e si svincolano dal suo controllo: anzi
- di converso - sono le dette costruzioni ad esercitare stavolta il controllo
diretto. Ciò vuol dire che ciascuno (padrone o servo, non conta), all'interno
del sistema stesso, si trova preconfezionato il proprio ruolo, il proprio
destino: a lui non resta che la scelta del modo di viverlo; ma questa stessa
scelta - individuale o sociale - obbedisce a sua volta alla logica del potere e
del dominio e quindi, in definitiva, alla logica della violenza. 8 Come la
violenza perpetua se stessa (II). L'educazione corruttrice secondo M.. Il
ribaltamento operato dalla Persuasione. Ora: quali sono gli strumenti
attraverso i quali la Rettorica indottrina gli uomini all' "accettazione
felice" della scelta fasulla ed inadeguata?°*? Quali meccanismi
mefistofelici essa pone in atto? In che modo riesce ad inculcare il senso del
dovere, garanzia necessaria e sufficiente alla sopravvivenza della società
rettorica ed ipocritamente "giusta"? In che modo, insomma, essa
riesce a farsi (come si dice oggi) egemonia? O, infine, volendo usare le stesse
parole del Nostro, «per qual via la natura ha tessuto e tesse contro a sé tale
trama? E come si tiene questa e si riafferma sempre via in ogni figlio
dell'uomo che, forte o debole nasca e di quella difesa bisognoso, pur sempre
nasce ignaro del suo artifizio?» [121]; ovvero, ancor più chiaramente: in che
modo si costituisce [122] e si diffonde [127] l'«adulazione» (xoXaxew) sociale?
Come sostiene giustamente il Campailla, nell'introduzione all'edizione minor?
della Persuasione e la Rettorica, «il mito della Persuasione [e noi aggiungiamo:
il problema della Rettorica], coerentemente, culmina in un problema
pedagogico». E proprio qui si apre la sezione più interessante ed
"inattuale" della tesi del Goriziano . La risposta al complesso di
interrogativi appena posti è a questo punto semplice e consequenziale: è
l'«educazione corruttrice» (Svoradaywyia) [127] lo strumento raffinato
attraverso il quale la società, la comunella dei malvagi, si arroga e si
assicura la sopravvivenza”. Ma in realtà, alla luce di quanto detto, e leggendo
attentamente le 234 Qui viene presa in esame la sezione conclusiva della tesi
di laurea di M. - corrispondente alle pagg. 121- 131 incluse, in particolare da
pag. 127 in poi - che s'intitola Gli organi assimilatori: per un accenno
introduttivo alla questione, cfr. anche il nostro paragrafo Il momento del
passaggio, contenuto nell'Intermezzo. 235 || concetto - fa notare Campailla - è
platonico, e invita a cfr. Gorgia, 463 b, c e passim. 236 Edizione curata nella
Piccola Biblioteca Adelphi, 1994 6a. Il riferimento che riportiamo è a pag. 25;
il corsivo è nostro. 237 Possiamo dire che, dal punto di vista ideologico,
l'asse Platone-Hegel è il riferimento più immediato della polemica pedagogica M.iana.
Come abbiamo visto, le analisi di M. sul problema educativo avevano luogo
d'origine nella riflessione sulla pedagogia platonica, funzionale alla
"statolatria" della Repubblica. Ancora una volta, la prospettiva
platonica si "aggiornava" in Hegel, il quale scriveva ad esempio
nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia (e la citazione vuol essere
riassuntiva della posizione hegeliana): «[...] Solo nello Stato l'uomo ha
esistenza razionale. Ogni educazione tende a che l'individuo non rimanga
qualcosa di soggettivo, ma divent oggettivo a se stesso nello Stato. [...] Tutto
ciò che l'uomo è egli lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza».
[Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, trad. it, La Nuova Italia,
Firenze, 1975, vol. I, pag. 105] In coerenza con le linee guida del suo
panlogismo dialettico e storicistico, Hegel dunque vedeva nella formazione
[Bildung] dell'uomo il "movimento consapevole, il divenire del suo essere
per sé», e, cioè, «l'estraneazione del proprio immediato se stesso» istintivo e
irrazionale mediante il quale il singolo - ripercorrendo le tappe dello
sviluppo storico dell'umanità - si libera da ciò che ha in sé di individuale
per oggettivarsi, com'è noto, nelle istituzioni etiche della famiglia, pagine
che M. dedica alla questione”, appare chiaro come l'espressione «educazione
corruttrice» sia, per lui, a tutti gli effetti, tautol/ogica. Ogni modalità e
pretesa educativa, infatti, in ogni luogo e in ogni tempo, presenta la stessa
"radice" viziata e corrotta: come abbiamo visto, l'ex-ducere, per il
Goriziano, esprime sempre un atto di forzatura, anzi propriamente di violenza:
un "trarre fuori" delegato ad un agente esterno (i maestri, i
pedagoghi...°°°), un trarre fuori che è soprattutto un sottrarre l'uomo a sé
stesso al fine di uno scopo supposto ultimo e massimamente utile, qual è quello
della conformazione al cosiddetto benessere sociale (quella che il Nostro
chiama «eciproca convenienza » sociale). Nel far ciò, arriva a scrivere il
giovane filosofo, la società rende alle sue giovani "promesse" un
servizio ch'è analogo a quello che «l'uomo fa ai vitelli, agli agnelli, ai
polli, ai puledri, per farsene più buone macchine da lavoro o più buoni
produttori di came» [128, in nota; corsivo nostro]. E i risultati di tale
operazione sono, sempre e comunque, quelli di produrre «un degno braccio irresponsabile
della società» [130; corsivo nostro]: un giudice, un maestro o, addirittura, un
boia [130; il significativo accostamento M.iano delle tre figure sociali, senza
soluzione di continuità, è violentemente polemico]. In questo senso,
l'educazione si manifesta come la traduzione più coerente e più funzionale
della tecnica [per cui cfr. supra], lo strumento più opportuno ed efficace per
oliare gl'ingranaggi del meccanismo/dispositivo rettorico. In ultima analisi,
leggiamo tra le righe, la diagnosi critica di M. non prende di mira solo o
esclusivamente il sistema educativo borghese a lui coevo (e, nello specifico,
la scuola borghese, deputata principe a quell'educazione): quello stesso
sistema educativo e quella stessa scuola non sono altro che le forme e le formule
perfette e ultime (ma solo nell'ordine del tempo) in cui l'organizzazione
"conformatrice" della Rettorica stessa si è strutturata, in vista e a
garanzia del suo perpetuarsi. Il problema non è neanche di puntare il dito
verso un tipo di educazione o di organizzazione scolastica errata o quantomeno
della società e appunto dello Stato; anzi lo stesso Stato «non esiste per i
cittadini: si potrebbe dire che esso è il fine e quelli sono i suoi strumenti»
[ibidem], Sostanzialmente, la posizione hegeliana avrebbe trovato un originale
sviluppo in Gentile [cfr. almeno il suo Sommario di pedagogia (1913-14)], che
tra l'altro fu ministro fascista dell'educazione e autore della riforma
scolastica del 1923. Facciamo quest'appunto, perché Gentile - come scrive
Campailla - "nel gioco delle parti, rappresentava idealmente il
megapresidente di quella commissioni di professori" che doveva esaminare
la tesi di laurea del Nostro; e proprio a Gentile toccò, nel 1922, "sulla
‘Critica’, il compito di formulare il giudizio ufficiale di una cultura"
riguardo M. [cfr. l'introduzione di Campailla alla Persuasione..., cit., pag.
XI]. 238 Pagine in cui la sua critica si fa davvero profonda, serrata e piena
di feroce e amara ironia; ben poche pagine, verrebbe da notare, rispetto
all'importanza ed alla complessità del problema, che investe le radici stesse
del perpetuarsi della Rettorica, come sua prerogativa necessaria e sufficiente;
ma, d'altronde, lo stesso M. avvisa che ciò che "fa l'educazione disonesta
della società coi giovani uomini, è vicino, credo, e manifesto ad ogni
occhio" [128-129, in nota]; tal che, il nocciolo è sempre lo stesso: è
l'occhio che si rifiuta di vedere... 239 | più importanti rappresentanti-chiave
(i latini direbbero i principes) del consorzio umano. perfezionabile: vogliamo
dire che non è questione se l'educazione sia affidata ad un cattivo o ad un
buon maestro, ad una cattiva o ad una buona scuola, ad un cattivo o ad un buon
metodo: si rammentino gli "insuccessi" di Socrate e di Cristo, a tal
proposito, se li si vogliano intendere come meri precursori di una scuola o di
un'istituzione. Non è questione, dunque, di proporre un modello educativo
alternativo e più pertinente. Questo perché la Persuasione non può avere
maestri, scuole e proseliti: qualora li avesse, essa stessa giocoforza si mutuerebbe
in Rettorica. Attraverso la Svoreidaywyta, l'individuo vien
de-responsabilizzato””” e condotto, motu proprio, ad abdicare alla propria
umanità autentica. L'educazione ha il fine di preparare il singolo alle
esigenze della vita sociale, in modo che egli sappia inserirsi e vivere nel
meccanismo rettorico, senza traumi e senza velleità di contestazione: formare
coscienze, consapevoli di tutte le idealità familiari e sociali, capaci di
perpetuare lo svolgimento e di garantire la sicurezza stabile del dispositivo,
la sua cultura e le sue tradizioni, seppur talora sotto le mentite spoglie del
progressismo. Con un'espressione riassuntiva, potremmo dire che la società
rettorica garantisce e protegge sé stessa attraverso le forme e le formule
della Rettorica sociale. Appare chiaro, sotto questa prospettiva, che è errata
in assoluto ogni pretesa vicinanza o anche una semplice analogia topica (vista
la distanza temporale e geografica) tra le riflessioni di M. e gli assunti di
quella che vien detta "pedagogia del dissenso", " 241, Nella
"della liberazione", o le posizioni dei movimenti cosiddetti di
"descolarizzazione pratica, l'è vero, le linee dell'analisi e delle
critiche sembrano convergere, sotto certi rispetti (inerenti, comunque,
soltanto alla pars destruens del discorso): entrambi le posizioni (quella M.iana
e quella rivoluzionaria) ritengono che scopo dell'educazione - come comunemente
s'intende - non sia quello di far evolvere un individuo verso la propria
realizzazione al fine di renderlo felice, ma purtroppo far sì che l'individuo
si adatti a quel tanto di infelicità che gli è imposto da un sistema dato e
considerato immutabile (0, come dice Marcuse, l'educazione tenderebbe a fare in
modo che l’uomo viva liberamente la propria mancanza di libertà). Tuttavia, le
posizioni di fondo sono divergenti, anzi si pongono su due piani decisamente
diversi. 240 Si ricordi che, per M., la condizione "naturale"
dell'individuo sociale è quella in cui l'individuo risulta privato del suo
«senso di responsabilità» [108, corsivo del Goriziano; ma cfr. anche quanto
detto a tal proposito nel nostro paragrafo sulla Rettorica come tecnica della
violenza e violenza della tecnica]. 241 Intendiamo quella pedagogia
"rivoluzionaria" o "radicale" rappresentata negli USA da
Ivan Illich e da Paulo Freire (mentre in Italia è stata rappresentata da
Marcello Bernardi), che elegge a suoi padri putativi Godwin (in Inghilterra),
Francisco Ferrer (in Spagna) e, guarda caso, il nostro Tolstoj e che prende le
mosse, o comunque viene allo scoperto, durante i movimenti sessantottini di
protesta studentesca. «Descolarizzare la società» è il celeberrimo motto di
Illich. Quelle "nuove" pedagogie, si muovono, infatti, comunque
nell'ambito della necessità di un'educazione, prendendo di mira soltanto le modalità,
i modelli ed i metodi di quell'educazione. Il loro problema reale è: l'educando
deve adattarsi e conformarsi all'identità sociale, rappresentata ad esempio dal
maestro, o invece, come persona viva deve essere educato ad adoperare, un
giorno, la sua originale vitalità per migliorare la società (ci immaginiamo
come avrebbe reagito M.)? Quelle nuove pedagogie, insomma, appuntano la loro
critica solo su di un dato, effettivo, sistema educativo (quello borghese e
sedicente "liberale"), perché lo ritengono "statico" e
quindi nocivo alla società stessa, cui l'educazione rimane sempre e comunque
"funzionale". Per questo, si affaticano nell'approntare un metodo
educativo che elimini ogni costrizione o dipendenza apparente (prescrizioni, regolamenti,
orari), che ridefinisca quell'insieme di atteggiamenti e di comportamenti che
aiutano un individuo ad essere se stesso, a realizzare pienamente la propria
personalità, a 'progredire secondo le proprie linee evolutive", come si
suol dire. Per dirla in breve, quelle pedagogie non eliminano l'eteronomia,
ovvero non obliterano la figura dell'educatore (ritenuta sempre necessaria), ma
si limitano ad evidenziare la difficoltà e la delicatezza del rapporto
interpersonale educatore-educando, lo riformulano e lo re-inquadrano
assimilandolo sostanzialmente all'amore della famiglia e/o della città;
rischiando, così, di pervenire, e in effetti pervenendo - nell'ottica del
Goriziano, non esplicita in questo senso, ma consequenziale, a questo punto -
ad un'operazione ancora più subdola e pericolosa: propinare e formare il
"culto della comunità" attraverso la maschera del paternalismo più
becero. Questa autorità (quella del genitore, quella del maestro, quella della
Rettorica) rimane sempre tale, anzi si rinforza, perché si mimetizza sotto le
mentite spoglie dell'amore e della cura dell'altro («il verxog avrà preso
l'apparenza della puua» [118]): essa non s'impone più dall'esterno o dall'alto,
ma conduce il discepolo (anzi, meglio, il bambino, o il giovane) ad attuare se
stesso secondo (presunta) verità; comanda come se consigliasse o supplicasse;
influisce e penetra nelle anime senza apparentemente lederne l'autonomia...
Come si vede, nell'ottica del disincanto che la lettura di M. ci suggerisce, la
violenza permane tal qual è, anzi addirittura si amplifica e diviene più
efficace, perché si fa subliminale e si edulcora, e in questo suo edulcorarsi
riesce a rendersi perfino ben accetta. Alla luce di tutto ciò, appare allora
cristallino quanto il Goriziano scrive (e vale davvero la pena trascriverlo):
La peggior violenza si esercita così sui bambini sotto la maschera dell'affetto
e dell'educazione civile. Poiché con la promessa di premi e la minaccia di
castighi che speculano sulla loro debolezza, e con le carezze e i timori che
alla loro debolezza danno vita, lontani dalla libera vita del corpo, si
stringono alle forme necessarie in una famiglia civile: le quali come nemiche
alla loro natura si devono appunto imporre con la violenza e con la corruzione.
Più ancora, la stessa fede, la stessa volontà del bene è sfruttata per l'utile
della società. La grande aspettazione d'un valore è via via adulata con la
finzione d'un valore nella persona sociale, che gli si tien sempre davanti agli
occhi come quella che egli debba, imitando, in se stesso educare. Tu sarai un
bravo ragazzo, come quelli che vedi là andare alla scuola, sarai come un
grande'. Gli si forma il mito di questo raro scolaro grande, e ogni cosa
appartenente allo studio, alla scuola acquista un dolce sapore: l'andare a
scuola, la borsa per i libri ecc. E si forma la gerarchia dei valori in
rapporto alla superiorità della classe: 'Se sarai bravo, il prossimo anno, non
scriverai più sulla lavagna, ma su un quaderno! e con l'inchiostro". Tutti
approfittano di quest'anima in provvisorio che sogna 'il tempo quando sarà
grande', per violentarla, 'incamiciarla', ammanettarla, metterla in via assieme
agli altri a occupare quel dato posto e respirar quella data aria sulla gran
via polverosa della civiltà. [129] E in modo ancor più esplicito e sarcastico:
Fin dai primi doveri che gli si impongono, tutto lo sforzo tende a renderlo
indifferente a quello che fa, perché pur lo faccia secondo le regole, con tutta
oggettività. 'Da una parte il dovere, dall'altra il piacere'. 'Se studierai
bene, poi ti darò un dolce; altrimenti non ti permetterò di giuocare' .E il
bambino è costretto a mettersi in capo quei dati segni della scrittura, quelle
date notizie della storia, per poi avere il premio dolce al suo corpo. - 'Hai
studiato: adesso puoi giuocare!". E il bambino s'abitua a considerar lo
studio come un lavoro necessario per viver contenti, se anche in sé sia del
tutto indifferente alla sua vita: ai dolci, al giuoco ecc. Così gli si
impongono le determinate parole, i determinati luoghi comuni, i determinati
giudizi, tutti i kallwpismata della convenienza e della scienza, che per lui
saranno sempre privi di significato in sé ed avranno sempre soltanto tutti quel
costante senso: è necessario per poter avere il dolce, per poter giuocare in
pace: la sufficienza e il calcolo. Quando al dolce e al gioco si sostituisca il
guadagno, "la possibilità di vivere" - "la carriera",
"la via fatta", "le professioni" - lo studio o la qualsiasi
occupazione conserveranno il senso che il primo dovere aveva: indifferente,
oscuro, ma necessario per poter giocare poi, cioè per poter vivere ai miei
gusti, per mangiare, bere e dormire e prolificare [130; in queste ultime righe,
tutto il corsivo è nostro]. Tutto l'apparato rettorico viene spazzato via con
un colpo di spugna, viene anzi ridicolizzato (s'immiserisce in caricatura) da
queste considerazioni sprezzanti che non concedono alcun appello. La
demolizione dell'illusoria permanenza, da semplice breccia che era, assume
dimensioni a dir poco apocalittiche, coinvolgendo tutti gli aspetti della
nostra gratuita, artefatta esistenza, dalle espressioni più banali e quotidiane
a quelle più meschine e smaliziate. Lo smascheramento si è mutato in condanna
esplicita, perentoria, battagliera, irriverente, colpendo nel cuore il dio
della prAopuyix, braccandolo negli anfratti più reconditi, smitizzandone
l'ostentata onnipotenza. Ad un orecchio distratto, le parole di M. potrebbero
suonare come l'ennesima, stancante riproposizione di un impertinente
nichilismo. Tutt'altro, ci pare. Il nichilismo è il travestimento
carnascialesco della Rettorica, il tiro mancino più azzeccato e beffardo e più
a la page. La forza di M. non è soltanto nel disincanto: il disincanto è un
momento di passaggio, obbligato, ma di passaggio; la forza della Persuasione
risiede soprattutto nella speranza di un nuovo inizio: lo spegnersi
dell'illusione luciferina del piacere non ci immerge nelle tenebre ma ci apre
lo spiraglio di una nuova luce, di una recuperabile Salute. Per quanto tutto
ciò che ci attornia sembri comprovare una resa incondizionata, forse non è
ancora tutto compromesso, ci suggerisce il nostro filosofo. Abbiamo ancora una
possibilità di riscatto, un perno autentico intorno al quale tentare di
ricostruire ciò che abbiamo perduto. E' dall'insegnamento socratico che bisogna
ricominciare, è il nosce te ipsum - secondo il Goriziano - il punto di
riferimento di ogni corretta ri-valutazione dell'umano, il «prediletto punto di
appoggio», il veicolo autentico e genuino della Persuasione, la garanzia
pertinace dell'autonomia del vir : Questa educazione (ed è l'unica) [la
precisazione parentetica ha valore risolutorio] dà all'uomo le gambe per
camminare, e gli occhi per vedere: non gli dà vie fatte, non gli fa veder date
cose. - questa fa l'uomo sicuro e indipendente da qualunque offrirsi di cose e
non può temere che l'una o l'altra vita sufficiente lo vinca [PR 150; corsivi
di M.]. Solo attraverso la voce di Socrate” si formerà il vero uomo, il vir
persuaso, l'eroe tragico, l'uomo d'azione, che ha fatto del dolore il punto di
partenza della propria gioia, e che ha aperto quella gioia al mondo, creando i
presupposti di un nuovo rispetto tra gli enti e di un nuovo principio di
responsabilità e di amore. Le parole di M. sono, ancora una volta, devastanti
nella loro bellezza, definitive pur nella loro programmaticità (le sottolineamo
tutte in corsivo, visto che esse compendiano e confermano il senso della nostra
interpretazione): L'uomo d'azione, l'eroe è come uno zampillo d'acque che
erompe dalla terra, s'innalza verso il cielo, riscende a ristorare il suolo.
(...) L'eroe è uno slancio della volontà verso l'essere, la libertà, 'dio"
nelle cose, con le cose, per le cose; nella vita e non fuori della vita;
bisogna esser nella vita per uscirne - e l'unica via è l'universalizzazione
della vita, lo slancio verso il principio della vita in un amore eguale per
tutte le cose viventi: libertà e amore: quanto più l'uomo è libero tanto più
sente sé identico all'universo: nell'amore verso l'intima ragione accomuna sé e
l'universo; sente sé (nel proprio divenire verso l'essenza) la ragione
dell'universo, ama sé in tutte le cose e tutte le cose in sé; in quanto ama e
cerca quell'unica universale essenza. L'eroe vive in questa ultima fede e
afferma se stesso trascinando il mondo verso la vera vita: il regno dei cieli è
in te. (...) L'eroe presuppone negli uomini la medesima essenza, la stessa
volontà che è in lui, rispetta sé negli altri. Cioè suppone negli altri la
‘direzione verso l'assoluto, verso dio": nega e afferma per sé e per gli altri
in nome di questa smisurata speranza. Respinge la vita terrestre, ma vive, nel
pensiero de 'la vita'24, Sta dunque a noi - che, seppur "storditi",
avvertiamo comunque il riflusso della voce socratica - farne «attività
infinita» o destinarla al bivacco dell'utopia, ostinandoci a bazzicare nelle
rilassate menzogne della nostra «tranquilla e serena minore età» °, perché -
direbbe Kant - in fondo «è così comodo essere minorenni!» °°, 242 L'eristica
potrebbe obiettare che l'eteronomia, cacciata dalla porta, è rientrata per la
finestra: in fin dei conti, anche M. elegge un suo educatore, in Socrate. Ma
l'appunto è inesatto. L'educazione socratica, infatti, ha il suo valore proprio
nel negare... il proprio valore (ilsapere di non sapere, tanto per usare un
comodo luogo comune), ovvero nell'indicare all'individuo la strada della
propria autonomia, disattendendo ad ogni sua stessa pretesa educativa (e qui è
il fulcro del paradossale "messaggio" di Socrate, che si riflette
nella paradossalità della Persuasione). In questo senso, nel richiamare
l'individuo alla "reminiscenza" dell'autentico "demoniaco",
più che un'educazione, quella socratica è una provocazione. 243 La figura
dell'eroe tragico, come qui è tratteggiata, appare negli Scritti vari, cit, n.
110, pagg. 798-799. 244 Sono le parole con cui si conclude la versione
"ufficiale" (prescindendo dalle Appendici critiche) de La persuasione
e la rettorica. Confessiamo che sono state proprio queste parole, che
suggellano il messaggio di persuasione M.iano, ad incoraggiare il nostro
approccio ermeneutico attraverso la prospettiva dell'etica kantiana, casomai
non esplicita, ma sempre presente durante la stesura del nostro lavoro. Perché
«uscire dalla minore età» è l'augurio e il monito programmatico (a tutto il suo
pensiero) che Kant pone a principio di uno dei saggi che riteniamo tra i più
belli e sardonici: Risposta alla domanda: che cos'è l'iluminismo? [cfr. anche
nota successiva]. E la coincidenza non c'è sembrata solo una contingente
questione d'assonanza. 245 Cfr. Kant, : Risposta alla domanda: che cos'è
l'illuminismo?, contenuto in Scritti politici e filosofia della storia e del
diritto, UTET, 1965, pag. 141. Capitolo integrativo. A - Le varianti deboli
della Persuasione. A1- La variante nichilistica di Schopenhauer. A2- La
variante Nietzsche, il "terzo Dioniso". A3 - Leopardi: la variante
"flessibile" alla Persuasione. A4 - Kierkegaard: la variante
"relazionale" della Persuasione. B - Variazioni sul tema M.iano del
"peso che di-pende". C - La critica alla Rettorica come caricatura
della Rettorica. A - Le varianti deboli della Persuasione. Intendiamo quali
"varianti deboli" della Persuasione taluni esiti filosofici che hanno
conosciuto, rispetto alla proposta M.iana, maggior fortuna nella storia del
pensiero occidentale, pur condividendo, con quella proposta, presupposti e
finalità, ovvero - per dirla con estrema sintesi - la mechané tragica per
sopravvivere al Tragico (in questo senso le diciamo varianti). Esiti (l'egoismo
di Stirner, il titanismo di Foscolo e Leopardi, il dionisismo di Nietzsche, il
volontarismo di Schopenhauer, il "cristianesimo" di Kierkegaard e via
dicendo) cui molto spesso la critica si è appoggiata nel tentativo di risolvere
la complicata sciarada della Persuasione, incasellandola nel rapporto a soluzioni
già note e definite, ma in questo modo giocoforza equivocando e/o svalutando la
pregnanza e l'originalità profonde della sua portata. Soluzioni, ancora, che M.
effettivamente tenne in conto, e che anzi costituirono (quale più quale meno)
l'humus fertile della sua formazione culturale e soprattutto umana: ma esiti,
infine, che M. stesso ad un certo punto superò (nell'accezione, ci vien da
dire, hegeliana), ritenendoli parziali o comunque non sufficientemente
"persuasi" (e in questo senso le varianti le diciamo debolì). Non
sufficientemente persuasi significa, come oramai si capirà, non garanti di
quella autonomia e di quell'orizzonte politico che invece costituiscono per noi
i tratti distintivi e forti della Persuasione M.iana. Focalizzeremo la nostra
analisi soprattutto sulle varianti schopenhaueriana, nicciana, leopardiana e
kierkegaardiana, dato che - vista la loro portata - esse si impongono su altre
satellitari, nel senso che ad esse possono comodamente riferirsi. In realtà,
riguardo Kierkegaard, la questione è già stata ampiamente trattata nel corso
del nostro lavoro, anche se per via indiretta, soprattutto nell'accostamento al
Brand, trasposizione drammaturgica (come dicemmo) del cavaliere della fede;
riguardo Leopardi, uno dei Persuasi per eccellenza secondo M., ci soffermeremo
soltanto sulla lieve (ma in ordine di quantità e non di qualità)
"sfumatura" che a nostro parere li distingue nelle soluzioni della
mechané; per quanto concerne Schopenhauer, invece, ci limiteremo a sottolineare
le affinità-differenze del Wille con la deficienza e il valore della
Persuasione anche come decisa risposta alternativa al Nirvana, o comunque
all'ideale ascetico; infine, la nostra analisi indugerà piuttosto su Nietzsche,
dato che l'ermeneutica filonicciana rappresenta, secondo il nostro giudizio,
l'equivoco più problematico e pericoloso della Persuasione, anche se,
purtroppo, il più accreditato. Nel tracciare la sinossi di questi autori con M.,
ovviamente si procederà con andamento sintetico piuttosto che analitico, ovvero
sorvolando elementi critici oramai 149 assodati e casomai soffermandoci su
spunti che, in apparenza tangenziali o cavillosi, possono rivelarsi cruciali
nell'economia del nostro discorso. Questa nostra metodologia
"antagonista", infine, vuol far emergere, nel raffronto
chiaroscurale, una evidenza della Persuasione chiara e distinta, chiara perché
appunto distinta. E vuol ribadire il fatto che la riflessione di M., seppur
originalissima, fermentò comunque nella sinergia di riflessioni affini alla
sua°*°: il Goriziano, cioè, cercò continue conferme alla sua ipotesi di
Persuasione (e di riflesso, alla sua analisi sulla Rettorica), spaziando tra le
esperienze più complesse e "alternative", volte a garantirle anche un
saldo impiantito speculativo. Apparirà chiaro, dunque, come tra M. e i quattro
pensatori di cui sopra si venga a stabilire un vincolo che può apparire di
filiazione, ma che in effetti è di "assonanza" (si respira, come
dire, aria di famiglia): ossia apparirà sintomatico come la
"consapevolezza del disincanto" acquisti, a certi livelli, una quasi
perfetta corrispettività di intenti e di diagnosi e di espressioni talora anche
(addirittura) terminologica. Laddove, però, le differenze si rivelano
importanti almeno quanto le somiglianze. Questo, a nostro parere, getta luce
definitiva sul rapporto che il giovane filosofo instaura con i "suoi"
autori: è come se da essi - volendo usare una perifrasi aritmetica - traesse il
"minimo comune multiplo" o il "massimo comun divisore", e
lo rielaborasse nel saldo tessuto connettivo della sua Persuasione. Persuasione
che, in un balzo, oltrepassa anche gli esiti dei suoi riferimenti privilegiati,
e ciò davvero senza la pur minima ossequiosità; Persuasione che, infine, e non
solo per l'ameno che la contraddistingue, può a buon diritto figurare accanto a
quelli nel firmamento della storia della filosofia persuasa di tutti i tempi,
seppur figlia "soltanto" dell'ibrida provincia italo-austriaca. 246
Sullo sfondo, non dimentichiamolo, l'orizzonte greco, presupposto di tale
sinergia, già ampiamente trattato.A1- La variante nichilistica di Schopenhauer.
Come accennato più volte, alla lettura di Schopenhauer - all'unanimità
riconosciuto come uno dei vertici speculativi di ispirazione per M. - il nostro
giovane filosofo fu introdotto dall'amico Enrico Mreule”", e
presumibilmente attraverso Schopenhauer (si pensi alle suggestioni nirvaniche
di intere pagine del Mondo) si avvicinò anche alla riflessione, se non proprio
alla pratica, del Buddismo”. Eppure, il "filosofo della volontà" è il
grande assente dagli scritti michelstedteriani: gli accenni che lo riguardano
in modo diretto sono davvero scarsi, ammontano a quattro o cinque - egualmente
distribuiti tra la tesi, l'epistolario e due saggi raccolti nelle Opere
complete - e, nella maggior parte dei casi, ci sentiamo di dire, davvero di
poco conto, accessorii?”. 247 Cfr. almeno il nostro capitolo II, nella
fattispecie il paragrafo sul Pretesto cronologico della proposta persuasa di M..
248 Cfr. il nostro capitolo |, nella fattispecie il paragrafo sul Porto della
pace. 249 Schopenhauer aveva individuato nella Volontà [Wille] il nome proprio
del noumeno kantiano, vale a dire la radice strutturale di ogni realtà: un
impulso cieco, inarrestabile, irrazionale, che non ha altro fine se non
perpetuare sé stesso e che, in questo autoprodursi, informa il mondo (si
"oggettiva" nel mondo) segnandolo di dolore e male. Essa è «la
sostanza intima, il nocciolo di ogni cosa particolare e del tutto» (cfr. almeno
Mondo I, $ 21). «Il fenomeno, l'oggettità dell'unica volontà di vivere è il
mondo, in tutta la molteplicità delle sue parti e figure. L'essere, e il modo
dell'essere, nel tutto come in ciascuna parte, è costituito solo dalla Volontà.
Essa è libera, essa è onnipotente. In ogni cosa appare la Volontà, quale essa
medesima in sé e fuori del tempo si determina. Il mondo non è che lo specchio
di questo volere; ed ogni limitazione, ogni male, ogni tormento, che il mondo
contiene, appartengono all'espressione di ciò che la volontà vuole: sono quali
sono, perché essa così vuole» [ib. § 631. Secondo il "filosofo del
pessimismo", la Volontà stessa trova nell'uomo un insperato, inconsapevole
alleato: essa, sempre più chiaramente oggettivandosi, agisce, prima come forza
meramente impulsiva, poi come forza istintiva, infine, proprio nell'uomo, come
conoscenza. Nell'uomo, nella conoscenza, la Volontà diviene forma organizzata,
assume la falsa consistenza del "quadruplice principio di ragione
sufficiente" (necessità logica, fisica, matematica, morale). Ora, ad avviso
di Schopenhauer, ci si può liberare dal dolore e dalla noia e sottrarsi alla
catena infinita dei bisogni - tutte manifestazioni in cui appunto la Volontà si
oggettiva nell'uomo - attraverso l'arte e l'ascesi. Un grado
"intermedio" di liberazione è la compassione, che nasce quando l'uomo
ha saputo superare ogni distinzione fra la propria e l'altrui persona,
considerando il destino dell'altro uomo come uguale al proprio e sentendo come
proprio l'altrui dolore. La morale ha come virtù la giustizia (che è un freno
all'egoismo e quindi è una virtù negativa: "non fare il male") e la
carità (virtù positiva: "allevia il male"). Tuttavia, se con la pietà
si vince l'egoismo, comunque non ci si libera totalmente della vita e dunque
della volontà. Difatti, per Schopenhauer il comportamento che nega in modo
assoluto l'individualità e la volontà dell'uomo è piuttosto quello ascetico.
Nell'ascesi la Volontà cancella ogni affermazione di sé negando tutte le forme
"positive" di vita e trasformandosi in quella che il filosofo chiama
appunto la nolontà (ossia il riflesso speculare - ma opposto, negativo - della
Volontà). L'ascesi si profila come un insieme di pratiche che mortificano la
volontà, che fanno capire come essa sia causa reale di sofferenza e sia essenza
stessa del mondo: la noluntas è la perfetta castità, la povertà volontaria, la
rassegnazione ed il sacrificio [cfr. almeno $$ 70-71]. Quello ascetico si
configura come lo stato di chi ha annullato in se medesimo ogni pulsione
vitale, di chi si è distaccato dall'ordine degli eventi mondani e dai piaceri
della vita e accetta serenamente la morte come liberazione dai lacci della
volontà e delle sue illusioni. La completa soppressione dell'impulso vitale
produce, per Schopenhauer, l'annullamento totale del mondo: pervenuto alla
perfezione della noluntas, l'uomo scopre che il traguardo della propria
autonegazione gli dona la contemplazione del nulla (cfr. almeno ib. $ 71, ma
vd. anche nel prosieguo del confronto). Ma è proprio nella formazione di questo
"nulla mortificante" artefatto che, secondo noi, M. costruisce la
propria critica e segna il suo distacco da Schopenhauer. [le citazioni qui
riportate da Il mondo come volontà e rappresentazione, e quelle che si
riscontreranno nel corso del confronto, sono tratte dalla trad. it. proposta
dall'ed. Laterza, 1968, a cura di C. Vasoli. Delle citazioni ci siamo limitati
a riportare i paragrafi da cui esse son prese]. 250 Alle citazioni che
incontreremo nel corpo del confronto, si aggiungano queste altre tre, e il
quadro è completo: Schopenhauer, del resto, non rientra nell'eletta schiera dei
persuasi: non è inserito neanche nell'elenco dei «perfetti pessimisti» (che
coincide in pratica con quello dei persuasi), nel noto frammento contenuto
negli Scritti Vari. Questo silenzio e queste assenze sono a dir poco
imbarazzanti, e molta critica tende a sua volta a sottacerli, dato che,
diversamente, crediamo noi, verrebbe a cadere uno dei più importanti pretesti
per incasellare M. all'interno di una tradizione di riferimenti già stabilita.
E' altrettanto vero, comunque, che da molte pagine della tesi di laurea e del
Dialogo trapela netta la voce del Wille, soprattutto quando il Goriziano svolge
la sua analisi sul deficere fisiologico-ontologico che struttura il mondo
sublunare”; com'è vero che, «con buona probabilità, [ritrae il volto di]
Schopenhauer un disegno di M. pubblicato da VI. Arangio-Ruiz252, [al di sotto
del quale disegno] è significativamente riportata la formula 'AT ENEPIEIAX® EX
APTIAN' [dall'attività verso la pace] in cui il Goriziano ha più volte
sintetizzato i compiti della [sua] ricerca filosofica»“°°. E, ancora, è forse
proprio lo stesso ritratto che s'intravvede sullo sfondo, tra i libri sulle
scaffalature, nel famoso autografo Disegno della soffitta di casa Paternolli
(il «ritratto della mia vita», com'egli lo chiama allegandolo ad una lettera al
Chiavacci), la soffitta dove M. letteralmente si segregò per ultimare la tesi,
trascorrendo (come scrive) una «vita che non è vita», ma con la consapevolezza,
comunque, che lì nasceva «una grande opera». Quasi che l'immagine del filosofo
tedesco, come l'icona di un santo, vegliasse e "supervisionasse" il
lavoro del Goriziano, dunque. Del resto, Schopenhauer suggerisce a M. anche il
luogo privilegiato attraverso il quale, come filo d'Arianna, individuare la
possibilità di un'armonia persuasa da estendere alla totalità delle cose
viventi: il filosofo tedesco aveva visto, cioè, proprio nel corpo - che pur ad
una considerazione superficiale si dà come mera rappresentazione tra le rappresentazioni
- l'espressione più adamantina e perfetta dell'oggettivazione del Wille, e
quindi la condizione della conoscenza della Volontà stessa, lo strumento
euristico che permette di oltrepassare il "velo di Maia" interposto
tra noi e la vera essenza del «E' scritto in qualche parte (credo in
Schopenhauer) che chi potesse guardare internamente in un vaso di terra non vi
vedrebbe che un oscuro tendere al basso e un'oscura forza di coesione» [PR
162]; «Tu sai che la ragione dell'antisemitismo filosofico (Schopenhauer e
Nietzsche) è il razionalismo della religione e della letteratura ebraica (pensa
al Pentateuco e a Spinoza!) e la mancanza dell'elemento mistico nelle menti
ebraiche [...]» (la già citata lettera al Chiavacci, del 22 dicembre 1907, E
267, che richiameremo anche in riferimento a Nietzsche); «Schopenhauer dice che
ogni dialettica è in fondo un'eristica. Quella dialettica non è un'eristica
dove l'uomo si comporta verso l'altro come verso di sé - dov'è presupposta in
tutti e due un'eguale realtà, sicché tutti e due arrivano a purgare singoli
concetti dalla relatività, giungendo ad affermare così l'assolutezza della loro
comune fede» [O 711-712]. 251 Ma riguardo a ciò, ovvero alla re-interpretazione
del Wille, cfr. quanto diremo oltre. 252 In Convegno, luglio 1922, pag. 357.
253 Sono le parole di S. C ampailla, in Pensiero e poesia..., cit., pag. 25, in
nota. 254 La lettera cui il disegno e le parole citate fanno riferimento è
quella del 25 aprile 1910. mondo. Similmente, M. individua un'analogia tra il
bisogno elementare del nostro corpo e il bisogno della Persuasione: come
ricorderete, dicemmo che «è come se [...] un'immagine sbiadita della
Persuasione sopravvivesse nella forza che sottende all'equilibrio omeostatico
(chimico e soprattutto fisiologico) del nostro corpo» °°. Ciò nonostante, il
silenzio del Goriziano riguardo Schopenhauer è, secondo noi, non privo
d'importanza, è anzi indicativo della curvatura autonoma che ben presto prese
la sua ricerca esistenziale. A tal proposito, ci sembra utile riportare l'unico
passaggio che abbiamo designato come significativo: (Schopenhauer, in fin dei
conti] non si occupa di far vedere la necessità dell'errore stesso implicito
nel principio generale della vita che fece vivere chi aveva negato ogni ragione
di vivere. Infatti così accadde proprio a lui che visse tutta una lunga vita a
fare professione di pessimismo. Tanto che poi le sue negazioni gli divennero
sistema e che morì accarezzando anche lui [s'intende, tra le righe,
(soprattutto) come Hegel] una certa forma di 'assoluto' [O 839-840]. Come
appare chiaro, M. denuncia che nella pratica della vita il filosofo tedesco
arrivò a sconfessare se stesso, o che comunque fece assurgere il suo pessimismo
a sistema, la qual cosa è una contraddizione in termini. Appare altrettanto
chiaro che, in questo senso, Schopenhauer diviene addirittura l'avversario
privilegiato, seppur indiretto, di molte pagine M.iane incentrate sulla critica
dell'«imperfetto pessimismo», cioè di quel pessimismo che viene infine a
coincidere con «un punto alto dell'ottimismo vitale»"99. Il meccanismo,
che in effetti ricorre in più passaggi della sua opera, viene descritto con
limpidezza in un capoverso del Dialogo: Il suo non è pessimismo, cioè
conoscenza del non-valore, e conseguente indifferenza, ma ottimismo. Cioè fede
in un valore (la felicità nella morte) sconosciuto, per solo stimolo del suo
bisogno presente [D 78]. Qui, in verità, M. sta fustigando coloro i quali,
"forti" del loro pessimismo, credono di realizzarne con coerenza i
presupposti nichilisti uccidendosi. Mentre invece Schopenhauer, come sappiamo,
considerò il suicidio come «un atto di forte affermazione della volontà stessa»
in quanto il suicida «vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che
gli sono toccate» (Mondo, $ 69), per cui anziché negare veramente la volontà
egli nega piuttosto la vita; e in questo M. lo segue fedelmente (ed è
importante, e deve far riflettere, una simile presa di posizione da parte di un
suicida?”). 255 Cfr. ci sia concessa questa autocitazione dal paragrafo su
Empedocle, nel nostro Capitolo V, per rendere più scorrevole il discorso. 256
in Scritti Vari, cit., pag. 825. 251 Cfr. le analisi contenute ad esempio in D
75-78. Tuttavia, pur se non morte, cos'altro è la noluntas se non una forma di
"mortificazione", di consapevole eutanasia? La pace del Nirvana? si
propone come esperienza del nulla, un nulla relativo al mondo, cioè, in
definitiva, una negazione del mondo. Certo, anche la Persuasione presuppone una
spoliazione progressiva delle "valenze inadeguate" che il vir
intrattiene col mondo: ma il risultato non è un divorzio del Persuaso da ciò
che lo circonda, non è una sua mortificazione, bensì - e lo abbiamo più volte
ripetuto - un recupero del mondo nell'apprezzamento di una rinnovata dolcezza.
Per semplificare la questione, possiamo ammettere che talune affermazioni del
Goriziano tradiscono, in effetti, già nell'argomentazione, una discendenza
molto chiara dal dettato schopenhaueriano (ad es., passaggi importanti come il
seguente: «Vita è volontà di vita, volontà è deficienza, deficienza è dolore,
ogni vita è dolore»°°°): e proprio seguendo la falsariga del Tedesco (e con
profonde affinità anche con Leopardi) per M. la vita - e non solo quella
rettorica - oscilla decisamente tra dolore, piacere effimero e noia.
L'argomentazione è addirittura sillogistica, come sappiamo: ogni essere
vivente, oggettivazione puntuale/empirica del Wille/deficere, è afflitto dal
bisogno e dal desiderio, da una brama che pone in lotta le forme viventi tra
loro. Unica alternativa, dopo i brevi e occasionali istanti dell'appagamento
(natura negativa del piacere), è la noia. 258 «Davanti a noi - scrive
Schopenhauer - non resta invero che il nulla. Ma quel che si ribella contro
codesto dissolvimento nel nulla, la nostra natura, è anch'essa nient'altro che
la volontà di vivere. Volontà di vivere siamo noi stessi, volontà di vivere è
il nostro mondo. L'aver noi tanto orrore del nulla, non è se non un'altra
manifestazione del come avidamente vogliamo la vita, e niente siamo se non
questa volontà, e niente conosciamo se non lei. Ma rivolgiamo lo sguardo dalla
nostra personale miseria e dal chiuso orizzonte verso coloro, che superarono il
mondo; coloro, in cui la volontà, giunta alla piena conoscenza di sé, se
medesima ritrovò in tutte le cose e quindi liberamente si rinnegò; coloro, che
attendono di vedere svanire ancor solamente l'ultima traccia della volontà col
corpo, cui ella dà vita. Allora, in luogo dell'ncessante, agitato impulso; in
luogo del perenne passar dal desiderio al timore e dalla gioia al dolore; in
luogo della speranza mai appagata e mai spenta, ond'è formato il sogno di vita
d'ogni uomo ancor volente: ci appare quella pace che sta più in alto di tutta
la ragione, quell'assoluta quiete dell'animo pari alla calma del mare, quel
profondo riposo, incrollabile fiducia e letizia [...] La conoscenza sola è
rimasta, la volontà è svanita. E noi guardiamo con profonda e dolorosa
nostalgia a quello stato, vicino al quale apparisce in piena luce, per
contrasto, la miseria e la perdizione del nostro. Eppur quella vista è la sola,
che ci possa durevolmente consolare, quando noi da un lato abbiam riconosciuto
essere insanabile dolore ed infinito affanno inerenti al fenomeno della
volontà, al mondo; e dall'altro vediamo con la soppressione della volontà
dissolversi il mondo, e soltanto il vacuo nulla rimanere innanzi a noi. In tal
guisa adunque, considerando la vita e la condotta dei santi [...] dobbiamo
discacciare la sinistra impressione di quel nulla, che ondeggia come ultimo termine
in fondo a ogni virtù santità e di cui noi abbiamo paura, come della tenebra i
bambini. Discacciarla, quell'impressione, invece d'ammantare il nulla, come
fanno gl'Indiani, in miti e in parole prive di senso, come sarebbero
l'assorbimento in Brahma o il Nirvana dei Buddhisti. Noi vogliamo piuttosto
liberamente dichiarare: quel che rimane dopo la soppressione completa della
volontà è invero, per tutti coloro che della volontà ancora son pieni, il
nulla. Ma viceversa per gli altri, in cui la volontà si è rivolta da se stessa
e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue
vie lattee, è il nulla » [Mondo $ 71 passim]. 259 In Scritti Vari, cit, pag.
705. 260 «Qualsiasi soddisfacimento - scrive Schopenhaurer - o ciò che in
genere suol chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre
negativo, e mai positivo. Non è una sensazione di gioia spontanea, e di per sé
entrata in noi, ma sempre bisogna che sia l'appagamento d'un desiderio.
Imperocché desiderio, ossia mancanza, è la condizione preliminare d'ogni
piacere. Ma con l'appagamento cessa il desiderio, e quindi anche il piacere.
Quindi l'appagamento o la gioia non può essere altro se non la liberazione da
un dolore, da un bisogno: e con ciò s'intende non solo ogni vero, Dolore,
piacere e noia sono le passioni, potremmo dire con Cartesio, «semplici e
primitive», da cui si diramano passioni più particolari; di queste, il
Goriziano fornisce una vera e propria casistica eziologica ed ontologica, che
può ricordare altre simili presenti, ad esempio, nell'Ethica di Spinoza:
l'impotenza, il rimorso, la malinconia, la paura, l'ira, la «gioia 'troppo'
forte»™®' . Ontologica perché esse tutte, primitive e derivate, in effetti
poggiano sulla passione fondamentale, quella esistenziale per eccellenza,
quella insomma che gli esistenzialisti (ma già Kierkegaard) chiameranno
Angoscia [Angs{ ovvero, secondo il giovane tesista, la condizione per la quale
l'uomo «sente d'esser già morto da tempo e pur vive e teme di morire»”®?:
l'angoscia testimonia «dappertutto lo stesso dolore della vita che non si sazia
e crede di saziarsi, reso perspicuo per la qualunque contingenza dell'una
coscienza col fluire delle altre coscienze». E' l'angoscia, la malattia
mortale, la passione "motrice" che, nella pratica, induce gli uomini
a stringere la "cambiale" della società, per una sorta
dicompensazione/conservazione del proprio impulso vitale, altrimenti
annichilito. Tuttavia, se tale analisi ha una radice palesemente schopenhaueriana,
il nostro filosofo già da subito reinterpreta/sussume il Wille all'interno di
un'originalissima «ontologia della privazione che concepisce la vita secondo i
termini di una deficienza originaria »?9°, ovvero «la volontà per M. non è un
oscuro impulso fondato in se stesso [come appunto in Schopenhauer], ma una
‘deficienza’, una mancanza, la maniera d'essere dell'esistenza finita, della
falsamente infinita ‘vita» 9. E i nostri approfondimenti in proposito
dovrebbero rendere questa differenza oramai scontata. La Persuasione, di contro,
non sarà un riparo egoistico nella turris eburnea dell'autosufficienza
nichilista (così come appare nella noluntas), ma una consapevolezza viva e
politica del Tragico, volta a creare una nuova solidarietà tra tutti gli enti
del mondo sublunare, al di là di ogni pregiudiziale cesura metafisica?®. Il
Persuaso, infine, è il vero pessimista perché sa farsi ragione della «brutalità
della vita», e ciò facendo - scrive M. - «vive con la chiara coscienza dei
valori e delle possibilità: non spera dalle cose più di quanto possano dare,
non teme più di quanto sia da temere». Ancora una volta, il pessimismo persuaso
coincide con la consapevolezza del Persuaso, ovvero con la consapevolezza
aperto soffrire, ma anche ogni desiderio, la cui importunità disturbi la nostra
calma, e perfino la mortale noia, che a noi rende un peso l'esistenza». [cfr.
Mondo, § 58] 261 Per l'analisi delle quali, cfr. - del nostro Il capitolo - il
paragrafo sul Cerchio della violenza. 262 Per queste considerazioni, e quelle
che seguono immediatamente, cfr. ibidem. 263 Cfr. G. Pulina, L'imperfetto
pessimista - Saggio sul pensiero di Carlo M., ed. Lalli, pag. 61. 264 Cfr. A.
Michelis, Carlo M., cit., pag. 71. 265 P er i riferimenti e le citazioni che
seguono immediatamente, cfr. almeno, del nostro capitolo II, il paragrafo sulle
Radici della violenza. In effetti, che tra l'uomo e gli altri enti non ci fosse
alcuna cesura metafisica è un lascito anch'esso schopenhaueriano (tutto è
Volontà). dell'impermanenza esistenziale”, e quindi con la gioia che da questa
consapevolezza scaturisce. Ne vien fuori una figura di eroe tragico che nulla
ha a che vedere con l'asceta schopenhaeuriano, o col superuomo nicciano (che
più che tragico, apparirà grottesco?9”). Un eroe tragico che, come abbiamo
concluso”, è uomo d'azione, uno zampillo d'acqueche erompe dalla terra,
s'innalza verso il cielo, ma riscende a ristorare il suolo: vive in uno slancio
che è nella vita e non fuori della vita: lo slancio verso il principio della
vita in un amore eguale per tutte le cose viventi. L'eroe vive in questa ultima
fede e afferma se stesso trascinando il mondo verso la vera vita; e poiché
presuppone negli uomini la medesima essenza, la stessa volontà che è in lui,
rispetta sé negli altri, creando un vincolo di libertà e di amore??? 266 Come
la chiamerebbero anche i maestri orientali; e la coincidenza terminologica che
non può essere soltanto un caso. 267 Ma cfr. quanto diremo fa poco in proposito
della variante Nietzsche, 268 || riferimento è alla parte conclusiva del nostro
capitolo Il. Di quelle conclusioni riprendiamo, in parafrasi, nelle parole che
appena seguono, i punti salienti della descrizione dell'eroe tragico così come
tratteggiata dal Goriziano, come detto, negli Scritti vari, cit, n. 110, pagg.
798-799. 269 In questo modo, M. recupera e rivaluta anche l'orizzonte
importante della compassione, che Schopenhauer aveva inteso soltanto come uno
dei momenti - inadeguato e transitorio - per assurgere alla contemplazione
nullificante del Nirvana [per cui cfr. supra]. A2- La variante Nietzsche, il
"terzo Dioniso". C'è un pessimismo della forza? Nietzsche, Tentativo
di autocritica Confessiamo che affrontare la variante nicciana della
Persuasione ci mette un po' a disagio. Nietzsche è un autore che attrae
inevitabilmente nel vortice del suo pensiero e della sua "follia"
ogni tentativo di accostamento; anche il nostro, per quanto contingente e
irrisorio, cioè votato a tracciare esclusivamente eventuali affinità o meno col
dettato M.iano. Proprio il fatto che quest'accostamento nostro malgrado
"ci si imponga" pur parlando di M. (che è per noi, negli esiti, un
altro mondo rispetto al filosofo tedesco) testimonia, nel suo piccolo, di come
la potenza e il fascino "ambiguo" di Nietzsche faccia valere tutta la
sua autorità; ossia di come si sia iniettato a livello genetico nell'orizzonte
pensante della sua posterità al punto che, a tutt'oggi, ogni nuova ricerca
filosofica, ogni nuova proposta etica, insomma ogni "progresso" della
speculazione deve fare innanzitutto i conti col suo nichilismo, eletto
all'unanimità a spartiacque, e deve innanzitutto difendersi dall'accusa
terribile di essere un valore, la più immediata che le viene rivolta contro, al
pari di un'offesa. Ribaltando la prospettiva (ma il senso permane identico),
ogni affermazione di forza genuina, ogni progetto di nuova umanità, ogni
rinnovato accenno "persuasivo" viene inteso come partorito, per
germinazione più o meno consapevole, in seno alla transvalutazione, come se
nella debacle di cui siamo gli omertosi testimoni Nietzsche fosse l'unico
garante di sincerità, l'unico punto di riferimento, l'unico abbrivo di pensiero
che prometta onestà. Così, anche la Persuasione M.iana è passata al vaglio del
"pensiero danzante", e a tal proposito il travaglio ermeneutico dei
suoi esegeti filonicciani è stato alacre: si è visto, cioè, nel vir un
figlioccio o un fratellastro minore dell'Ubermensch, nella sua aspirazione "autarchica"
(ovvero, autonoma) una volontà di potenza più ingenua ma non meno violenta: una
sorta di carbonio impoverito. M. sarebbe la traduzione provinciale del
nichilismo cosmico-europeo: egli starebbe a Nietzsche come il grimaldello al
martello. Ci viene voglia di liquidare il discorso con due battute: [1] la
Persuasione è effettivamente e fieramente un valore; [2] definire nicciano M.
sarebbe come chiamare nicciano Socrate (è Socrate, infatti, il riferimento
dichiarato del Goriziano), il che paleserebbe la vanità e la risibilità
dell'accostamento. Tuttavia, per non prestare il fianco ad inevitabili contrappelli,
preferiamo - come sempre - parlare di M. (e qui della sua presunta filiazione
da Nietzsche) attraverso le sue stesse parole. Innanzitutto, è da dire che chi
cercasse riferimenti espliciti al filosofo tedesco nelle opere del Goriziano,
come nel caso di Schopenhauer, rimarrebbe deluso. Si contano a stento sulle
dita di una mano, e Nietzsche risulta praticamente ignorato ne La persuasione e
lrettorica. Difatti, M. menziona Nietzsche cinque o sei volte - in maniera
incidentale e mai in un contesto "pacifico" - solo nelle lettere e in
qualche appunto "minore" contenuto nelle Opere complete a cura del
Chiavacci. Ma procediamo con ordine, partendo da un elemento in apparenza
occasionale. Una sera del gennaio 1907, M. va a teatro (una delle sue attività
preferite) ad assistere ad una pièce allora in voga: Più che l'amore, di
Gabriele D'Annunzio. Il Goriziano, com'era solito fare, in una lettera alla
famiglia descrive puntualmente le impressioni che ne ricavò [E 167-168]: Questa
sera andai a sentire Più che l'Amore. - Il concetto è prettamente Dannunziano,
o meglio Nietzschiano: L'uomo superiore nel suo immediato congiungimento
d'amore, d'entusiasmo con la natura, con le forze vive della vita, al di fuori
della società, al di fuori quindi da tutti i suoi concetti morali, ha diritto
di schiacciare senza riguardo a questi concetti, tutte le barriere che la
società gli mette fra il suo amore e il conseguimento del suo ideale. - A me
pare che non solo si esplichi ciò (come i giornali dissero sempre) nell'uccisione
del baro ma anche e più, nel calpestare che Corrado Brando [il protagonista del
dramma] fa e dell'amore di Maria e dell'amicizia di Virginio. Anzi unicamente
in questo consiste l'azione, nell'altro soltanto l'antefatto e il mezzo per
poter esprimere tutti i concetti che l'autore magnificamente fa esporre
continuamente a Corrado, e ci spiegano l'azione la quale azione invece è di
fatto soltanto, non di parole. Più che l'amore agita Corrado la passione per la
natura africana, in nome di questa egli spezza il cuore di Virginio e di Maria.
Non èvero dunque che il lavoro manchi d'azione. Anzi è azione psicologica
serrata continua. La forza individuale di Corrado non cozza meschinamente
contro l'impossibilità di aver 3000 o 4000 lire ma contro i legami sociali,
contro i legami della coscienza, sopratutto contro i legami del cuore che dalla
società nascono, quei legami che sono i più forti di tutti. Quindi la
situazione è corrispondente esattamente a quelle del D'Annunzio stesso di
fronte alla sua famiglia nelle Laudi quando prende quasi commiato da lei,
corrispondente a tutta l'Attività sua poetica e pratica, corrispondente alla
situazione attuale della società (come si diceva quella sera). - Ma perché
questa azione spicchi è necessario drammaticamente l'ambiente sociale con tutte
le sue leggi, i suoi affetti, i suoi pregiudizi, o un suo rappresentante
convinto inesorabile, che non possa nemmeno intendere altre idee, oppure infine
un resto di questo mondo nell'animo dell'eroe, a produrre la lotta, la crisi, la
catastrofe. Invece l'autore piega tutti i presenti sotto il fascino di Corrado:
Virginio malintende e tentenna, Maria lo segue con entusiasmo, il servo negro
si farebbe in pezzi per lui. Quindi l'azione resta avviluppata, affidata quasi
all'immaginazione del pubblico, che, se sente, deve intendere lo schianto
dell'animo dei due altri, deve capire come la società calerà la sua mano
pesante sul capo di Corrado: il fato. E l'autore per aiutar l'immaginazione
appoggia tutta l'azione al fatto dell'uccisione che produce la catastrofe
dell'intervento della polizia. - In conclusione credo che abbia tutti gli
elementi ma che non sia affatto un dramma. E però un gioiello, una cosa
splendida per concetto ed immagini. - Questo stralcio, che può leggersi anche
come un piccolo e acuto saggio di critica teatrale, c'introduce proprio nel
cuore della nostra questione. Cerchiamo di de-costruirlo. E' nota la
deformazione dannunziana del mito del superuomo, reinterpretato in chiave
estetizzante e decadente: l'intuizione nicciana si volgarizzava, in tutti i
sensi, nell'ambigua figura di Andrea Sperelli, il protagonista del Piacere,
alter ego dello stesso D'Annunzio, personaggio insieme raffinato e gelido,
aristocratico e spregiatore di quel «grigio diluvio democratico moderno che
tante belle cose e rare sommerge miseramente» (l'ispirazione nicciana doveva
intensificarsi nei cosiddetti romanzi del giglio, fiore simbolo appunto del
superuomo, della passione che si purifica). Fu soprattutto attraverso questa
distorta prospettiva (sin dai primi anni novanta dell'Ottocento, quindi) che il
pensiero di Nietzsche 158 fece il suo ingresso e la sua fortuna in Italia,
andando ad affascinare una gioventù ancora scapigliata e destando voluttuoso, e
dunque ipocrita, scandalonella borghesia giolittiana. L'intelligente M.,
tuttavia, mostra di non leggere Nietzsche attraverso D'Annunzio (qual era
l'abbaglio del suo tempo e a quanto presumono i critici M.iani di oggi), bensì
D'Annunzio attraverso Nietzsche: «il concetto è prettamente Dannunziano, o meglio
Nietzschiano», dice, e confessa indirettamente, in questo rilievo correttivo,
di aver avuto tra le mani le opere del filosofo tedesco e di poter valutare
criticamente i distinguo. Distinguo che, in questa sede, non interessano:
interessa piuttosto individuare in cosa consistesse quel «concetto prettamente
nietzschiano» che M. menziona. Ovvero, qual era l'impressione ch'egli aveva
desunto dalla lettura di Nietzsche? Le parole del Goriziano sono chiare:
«L'uomo superiore nel suo Immediato congiungimento d'amore, d'entusiasmo con la
natura, con le forze vive della vita [la «fedeltà alla terra», il «SÌ alla
vita», dice Zarathustra], al di fuori della società, al di fuori quindi da
tutti i suoi concetti morali, ha diritto di schiacciare senza riguardo a questi
concetti, tutte le barriere che la società gli mette fra il suo amore e il
conseguimento del suo ideale». L'impressione si metallizza in una serie di
nette opposizioni: individuo (uomo superiore) - società; aspirazione alla
realizzazione/autenticità (forze vive della vita) - sua
castrazione/inautenticità (concetti morali, barriere); dinamismo (forze vive
della vita) - stabilità sociale. In effetti, sembra già enuclearsi la dicotomia
Persuasione-Rettorica?”°. Ma prestiamo attenzione a un punto essenziale: in che
modo si realizzano le aspirazioni dell'uomo superiore, ossia in che modo esso
reagisce all'impasse sociale e riesce a «conseguire il suo ideale»? Il suo
aderire alla natura, alle forze della vita è «immediato», «entusiastico»: c'è
una sorta di processo di accumulazione energetica in questa immediatezza,
un'integrazione di "vitamine esistenziali": si galvanizzano forze
pericolose per il labile equilibrio salutare (l'armonia vitale). Questa
continua tensione, scrive Nietzsche, «sarebbe fatale per nature troppo delicate
[ma] fa parte degli stimolanti della grande salute». In un appunto tralasciato,
relativo alla Volontà di potenza, il 270 Come s'evince dall'indiretta accusa di
estetismo "psicologizzante" che M. rivolge a D'Annunzio. L'appunt è
anche qui in apparenza estemporaneo, cioè si offre come un mero rilievo di
critica teatrale (la vera "azione", il ver "dramma" della
pièce), mentre a ben vedere M. mostra già di presentire quelle che sarebbero
state le ragio motrici dello scontro Persuasione-Rettorica nella sua visione
matura. Perché l'azione drammatica decolli, dice Goriziano, «è necessario
drammaticamentel'ambientesocialecon tutte le sue leggi, i suoi affetti, i suoi
pregiudizi, o u suo rappresentante convinto inesorabile, che non possa nemmeno
intendere altre idee, oppure infine un resto di quest mondo nell'animo
dell'eroe, a produrre la lotta, la crisi, la catastrofe». Spostando, per
analogia, il rillevo nel "teatro del vita", il gioco è fatto. Di
contro, D'Annunzio «piega tutti i presenti sotto il fascino di Corrado»: questo
sposta, ed elude, consapevolezza dello scontro effettivo e del suo effetto
tragico, che dovrebbe corrispondere allo smacco sociale. E' una critica
embrionale, qui ancora inconsapevole, anche ai presumibili risvolti sociali e politici
di un'operazione simile: chiunque indugi a effondere il carisma dell'uomo
superiore falsa la portata tragica del conflitto impersonale-universale,
rischiando di risolverlo (e dunque di ridimensionarlo) a livello esclusivamente
personale-individuale. Giocando col riferimento di M. a Corrado, possiamo dire
che Nietzsche, in questo senso, «piega tutti i presenti sotto il fascino di
Zarathustra», ossia di se stesso. o 5-29 6 DD 15filosofo affina il suo
concetto: «Salute e malattia: si vada cauti nel giudicare! Pietra di paragone
resta l'efflorescenza del corpo, l'elasticità, il coraggio e la giocondità
dello spirito; ma, naturalmente, anche quanto di malato esso può prendere su di
sé e superare - rendere sano» [il corsivo è di Nietzsche]. La grande salute è,
possiamo dire, una questione di "entropia"?! del superuomo. Come si
sa, l'aspetto forse più importante dell'entropia è quello per cui noi,
studiando appunto le variazioni entropiche di un dato sistema (nel nostro caso,
del superuomo), possiamo "predirne il futuro", siamo in grado cioè di
capire quali sono gli stati verso cui il sistema può evolvere e quali sono
invece quelli che gli sono preclusi. La fisica, infatti, ci insegna che
l'energia si conserva, è costante, ma altresì che essa evolve, assumendo forme
non tutte ugualmente pregiate: l'energia può infatti dissiparsi (e la
trasformazione è irreversibile) oppure essere opportunamente imbrigliata, e
realizzarsi in lavoro (energia utile, trasformazione almeno parzialmente
reversibile). Come evolve allora l'energia del superuomo, qui incarnato in
Corrado Brando? Il superuomo - scrive M. - «ha diritto di schiacciare senza
riguardo». La sua energia, cioè, esplode in violenza. Sottolinea il Goriziano:
«A me pare che non solo si esplichi ciò [...] nell'uccisione del baro ma anche
e più, nel calpestare che Corrado Brando fa e dell'amore di Maria e
dell'amicizia di Virginio». E' questo un tratto tipicamente M.iano: la violenza
(del superuomo) non si esplica solo nel "fatto" brutale (qui,
dell'omicidio), ma ancor più nel rescindere, nel tradire, nel calpestare i
sentimenti umani più veri e più belli: l'amore e l'amicizia; ovvero, la
violenza non è soltanto sopraffazione: è anche - soprattutto - contraffazione,
mancanza di rispetto per la dignità dell'uomo che ci è accanto, preclusione
dell'orizzonte politico del confronto e della relazione umana nell'imposizione
rutilante della propria "egoità", attraverso un progressivo,
disonesto avvelenamento (Rettorica, appunto, avrebbe detto pochissimi anni dopo
M.). La Rettorica nasce dunque da una dissipazione di energia esistenziale, e
si profila, conseguentemente, come un processo irreversibile. Lasciamo per ora
in sospeso questo punto; teniamolo tuttavia bene a mente. E così, M. lesse
Nietzsche. Il Cerruti, convinto di una parabola evolutiva del pensiero M.iano,
appronta una schematizzazione utile, per quanto giocoforza farraginosa,
fotografando i «momenti dell'esperienza ideologico-esistenziale» del nostro
giovane filosofo: in essa, portando a testimonianza soprattutto la primissima
parte dell'Epistolario (laddove effettivamente il tono espressivo e la
sensibilità emotiva rasentano posizioni dannunziane e nicciane), il critico
dimostra che M., almeno nella sua prima giovinezza, aderì al culto del
superuomo e alla sua "morale eroica". Nel suo schema, questo periodo
di eroico furore corrisponderebbe agli anni immediatamente precedenti il 1906
(dunque, 1905 incluso), anni in cui «oltre i diversi stimoli di una cultura
eclettica e ancora in certa misura scolastica, [il Goriziano si collocherebbe
appunto] entro una temperie logico-sentimentale di ascendenza nietzschiana, o
meglio [...] nietzsche-dannunziana». L'analisi del Cerruti, puntuale ed
argomentata, alla fine riesce anche convincente: evidentemente, pensiamo noi, M.
dovette ritrovare in quei due autori, a quel tempo, gli unici o almeno i
massimi punti di riferimento per una germinale polemica anti-rettorica che già
agitava la sua intelligenza e la sua sensibilità.””? Questa sinergia si può
arricchire, secondo noi, di un ulteriore innesto””?: se si tiene a mente
l'analisi demolitrice dell'apparato rettorico fornita da M., si può scoprire
che, almeno nelle linee essenziali, essa deve in realtà molto al giovane
Nietzsche, che scriveva, non molti anni prima del Nostro, cose altrettanto
"inaudite" nel libello Su verità e menzogna in senso extramorale’”.
In esso, il filosofo tedesco indagava col medesimo cipiglio le costruzioni del
filisteismo intellettuale e sociale e, soprattutto, traeva conclusioni analoghe
di disincanto: rispetto al male, al dionisiaco, all'assurdo della vita (non
solo umana, ma universale) l'intelletto - «strumento ausiliario alle più
infelici, alle più fragili, alle più transitorie delle creature» - «come mezzo
per la conservazione dell'individuo, sviluppa le sue forze più importanti nella
simulazione». La "patetica" (nel senso del pathos in Nietzsche)
verità dell'uomo non è, piuttosto, nient'altro che «un esercito mobile di
metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane,
che sono state sublimate, tradotte, abbellite poeticamente e retoricamente, e
che per lunga consuetudine sembrano a un popolo salde, canoniche e vincolanti:
le verità sono illusioni, delle quali si è dimenticato che appunto non sono che
illusioni, metafore, che si sono consumate e hanno perduto di forza ». 271
L'entropia, in fisica, è la misura del grado di casualità e di disordine di un
sistema, ovvero della sua energia. 2712 Riferimenti che M. abbandonerà
altrettanto presto, come visto. Lo stesso Cerruti, nella sua schematizzazione,
alle convinzioni del 1905 fa subentrare due anni di «ricerca e crisi» (il
1906-1907), anni che non a caso preluderanno alla scoperta di Ibsen e Tolstoj
da parte del Nostro (nel 1908). In questo periodo di travaglio intellettuale,
Michelstedter si presenta «secondo una prospettiva interiore se non
contraddittoria, certo complessa. Nietzsche-dannunziano per un verso, inteso a
superare inquietudini e dubbi in un incontro profondo e rigenerante con le
forze vive della natura; ma preoccupato al tempo stesso di risolvere quei dubbi
e quelle inquietudini sulla base di un rigoroso esercizio intellettuale, di
un'analisi disincantata e penetrante della propria condizione; tutt'altro che
chiuso infine sia pure ancora entro certi limiti, nei riguardi del mondo
contemporaneo, anzi già consapevole di talune obiettive difficoltà di
quest'ultimo». Nel 1908, infine, «l'incontro con Ibsen e Tolstoi» segnerà «il
superamento della morale eroica». [Per queste analisi del Cerruti, che abbiamo
riassunte, rimandiamo alle pagg. 7-56 della sua monografia Carl M., Mursia
(Civiltà Letteraria del Novecento), 1987 2ed.; in particolare, le nostre
citazioni sono tratte dal pagg. 12-24-33] 273 Innesto ch'è una nostra
supposizione, non avvalorata, ma neanche smentita, da effettivi riscontri
testuali. Tuttavia, data la profonda affinità che dimostreremo, crediamo che
l'innesto sia semplicemente sottaciuto. (©) 274 Sia detto per inciso, è questo
uno scritto che noi consideriamo già cruciale (ovvero, frutto di un pensiero
già compiuto) e rispetto al quale, a nostro parere, tutta la riflessione
successiva del Tedesco si pone come complessa e sofferta postilla, da quella
più immediata e "ponderata" della Nascita della tragedia e della
Filosofia nell'età tragica dei greci su su fino alle forme più esasperate dello
Zarathustra e della Volontà di potenza. Leggiamo lo scritto nicciano nella
traduzione dell'ed. Newton, Nietzsche, Opere, cit., pagg. 93-101 (a cura di S.
Givone). Le nostre citazioni si intendano passim. Ma perché gli uomini si
ostinano «attraverso questa incoscienza»? "semplicemente" perché -
spiega Nietzsche - «l'uomo vuole anche esistere, sia per bisogno sia per noia,
socialmente e come in gregge», e per far ciò «stipula un patto di pace e si
adopera per cancellare dal suo mondo almeno il più brutale bellum omnium contra
omnes. Questo patto di pace porta qualcosa con sé, che è come il primo passo
verso il raggiungimento di quell'enigmatico impulso alla verità. A questo punto
cioè viene fissato ciò che da allora in poi dovrà essere la 'verità', il che
significa che si è trovata una connotazione vincolante e uniformemente valida
delle cose e che la norma linguistica istituisce anche le prime regole della
verità ». L'assoluta aderenza - ci sentiamo di dire - delle parole nicciane col
dettato "maturo" M.iano è a dir poco imbarazzante: anche per M. la
ratio umana è relatio, e si risolve in una «costruzione di ragnatele, così
leggera da lasciarsi trasportare dalle onde e così salda da non essere soffiata
via dal vento» [corsivo nostro], come scrive Nietzsche (l'immagine della
ragnatela ritorna significativamente anche in Schopenhauer e Leopardi). Anzi, M.
è addirittura più drastico: come detto, la relatio per lui non è soltanto
conoscitiva, ma strutturale, coinvolge cioè tutti i rapporti di interazione con
le altrui vitespressione di violenza, perché termine ultimo di quel "moto
violento" cui l'uomo sottopone il mondo [cfr quanto affermato sul luogo
naturale e sul moto violento nel nostro cap. I]. Ancora, similmente che in
Nietzsche, la relatio trova la sua espressione più palese e nello stesso tempo
la sua giustificazione e realizzazione più completa nella comunità sociale:
alibi "politico" della menzogna comune per l'uno, comunella di
malvagi per l'altro; per entrambi, sovrastruttura di un bisogno di tutela, di
sicurezza reciproca, che si concreta in un patto di pace come dice ironicamente
Nietzsche o - in modo più forte M. - nella stipulazione di una cambiale
(assicurativa) sociale. Per entrambi, inoltre, la (presunta) "verità"
si costruisce un saldo impiantito (sottile come una ragnatela, l'è vero, ma
«resistente al vento», tant'è intricata e ben tessuta) nel linguaggio, nella
scienza-tecnica e nella filosofia: a tal proposito, come visto, le analisi del
filosofo goriziano arrivano ad eguagliare, per acrimonia e per forza di
"smascheramento", quelle del filosofo tedesco. Per entrambi, infine -
ma era presentimento anche di Schopenhauer e di Leopardi -, la Rettorica si
manifesta, soprattutto negli uomini, così come inganno, ma come inganno a ben
vedere indifferente, e in certo senso addirittura involontario, vale a dire
necessitato dalla stessa matrice bio-fisiologia, prima che ontologica, della
Rettorica stessa: l'insensato procedere della natura (non più madre, ma neanche
matrigna, direbbe Leopardi), del Wille, del dionisiaco, della Rettorica,
appunto perché insensato, nella sua forma più nuda e cruda, è... «extramorale».
Ma torniamo alle conclusioni della critica professionale. Campailla dà in
pratica per assodato che M. lesse, tra le altre opere (di sicuro almeno lo
Zarathustra””°) anche La nascita della tragedia”: la cosa a questo punto non ci
stupisce, anzi ci appare ovvio che il capolavoro di un allora giovane geniale
originale filologo quale fu Nietzsche capitasse tra le mani di un altrettanto
geniale ed eterodosso ermeneuta della grecità, qual era M.?”. Anzi, se c'è
davvero un importante punto d'incontro tra i due pensatori, noi presumiamo che
esso si consumi soprattutto qui, nel loro amore per il mondo greco, nella
riscoperta di un equilibrio, di un'armonia che si realizzò nella tragedia
classica, breve ma intenso bagliore di autenticità agli albori della nostra
storia occidentale, che poi andò incontro al declino che tutti conosciamo.
Corollario di quell'incontro (ma non secondo per importanza) la
considerazionedellafigura di Cristo: per M. Cristo è il vir per Nietzsche
l'unico vero, onesto cristiano morì sulla croce: voleva dire, secondo noi,
l'unico vero uomo?”?. Come dicemmo”?, i due pensatori aspirarono a riprodurre,
ognuno a suo modo, quell'armonia, ritenendola foriera di autenticità: per il
giovane Nietzsche era l'equilibrio dinamico di Apollo e Dioniso, l'elemento
"letargico" che "gioca" con l' "impulso 275 Campailla
fa notare che, a chiosa di un passo centrale della Hedda Gabler di Ibsen, M.
scrisse queste parole: «Stirb zur rechten Zeit», una chiosa che altro non è che
una citazione testuale dal paragrafo Della libera morte dello Zarathustra. Il
critico utilizza il rilievo a prova del sostrato nicciano che sottende alla lirica
| figli del mare (che abbiamo già analizzato), il cui refrain a suo parere
riproduce l'esaltazione della morte fatta da Zarathustra nel succitato
paragrafo, e addirittura chiama quel riferimento a testimoniare «la componente
nietzschiana della prima formazione culturale di M., sulla cui concretezza
storica critici di valore hanno espresso la loro perplessità » [l'analisi e il
giudizio dello studioso, che abbiamo semplicemente parafrasati, si trovano a
pag. 23 dell'Introduzione alle PP], 276 Cfr. Campailla, Due lettere inedite di
VI. Arangio-Ruiz a M., in Giornale critico della filosofia italiana, anno LIV,
gennaio-marzo 1975. 277 Un punto a favore del Goriziano è il fatto che
praticasse correntemente, tra le altre, la lingua tedesca, potendo così rezzare
in immediato il testo, senza alcun filtro di traslitterazione. 218 Cfr.
Nietzsche, L'Anticristo (in Opere complete, cit.), 39, pag. 795. Per Nietzsche,
Gesù fu un «santo anarchico», un «lieto messaggero», che decise, in prima
persona, di «contraddire l'ordine dominante». Tutto questo «lo portò sulla
croce»: Egli dunque «morì per colpa sua» e non «per colpa altrui»: Cristo [e si
noti l'affinità con la posizione M.iana] «morì come visse, come aveva insegnato
- non per 'redimere gli uomini', ma per indicare come si deve vivere. La
pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo
contegno dinanzi ai giudici, agli sgherri, agli accusatori e a ogni specie di
calunnia e di scherno - il suo contegno sulla croce». «Le parole rivolte al
ladrone sulla croce» racchiudono il senso dell'intero Vangelo (che è per
Nietzsche «non difendersi, non andare in collera, non attribuire
responsabilità», amare perfino il malvagio) [ib., 27 e soprattutto 35, pagg.
792-793 passim; tutti i corsivi sono del filosofo]. Ora, il riscontro di
affinità (come ad esempio queste appena accennate, e quelle che seguiranno) tra
i due nostri filosofi non contraddice il nostro assunto di fondo di una totale
disparità di esiti: ripetiamo: non vogliamo mettere in dubbio influenze e
suggestioni che certamente M. trasse dalla lettura delle opere del pensatore
tedesco (soprattutto in relazione allo smascheramento rettorico); quel che ci
preme piuttosto sottolineare è come non si debba concepire la Persuasione sulla
falsariga della "nuova umanità" nicciana, rispetto alla quale M.
stesso prende posizioni anche dirette di distacco [ma cfr. oltre]. E' bene
dunque ribadire che la matrice profonda e unica della Persuasione non è il
superomismo, bensì il socratismo. 279 Cfr. il nostro Intermezzo. 163 n280
primaverile e che si realizzava nelle forme perfette dell'arte e nelle compite
costumanze dell'umanità greca; per M. il trasfondersi di vita e morte nella
crisalide umana”. Entrambi i pensatori attraversarono il Tragico, e tradussero
la loro sincera, sofferta testimonianza nella formulazione di un progetto
etico. Abbiamo altresì già segnato gli esiti di tali progetti: in Nietzsche,
dicemmo, l'equilibrio era destinato a
bruciarsi nell'esasperazione, nella "superfetazione" della
volontà dionisiaca (si dovrebbe citare a questo punto tutto lo Zarathustra e
tutta la Volontà di potenza, almeno); nel pensatore 280 Ricordiamo che nella
già citata lettera al Chiavacci del 22 dicembre 1907, M. fa riferimento
esplicito all'«elementodionisiaco» [sic], assimilandolo all'«elemento mistico»
che - per il Goriziano - mancherebbe nella «razionalistica» religione ebraica:
proprio questa assenza, dice M., spiegherebbe «la ragione dell'antisemitismo
filosofico» (Schopenhauer e Nietzsche, annota in parentesi). E' forse l'unico
caso in cui M. cita il Tedesco per nome, e per ben due volte nel giro di poche
righe, in un contesto - e questo è indicativo - aspramente polemico. In
effetti, la datazione della lettera la fa cadere proprio nel mezzo degli anni
di «ricerca e crisi», come li chiama il Cerruti [riguardo a ciò, cfr. supra].
281 Com'è noto, la dialettica apollineo-dionisiaco intesse tutta La nascita
della tragedia, in modo ampio e poetico; tuttavia, ha il suo luogo natale in
uno scritto giovanile, La visione dionisiaca del mondo, uno di quei saggi che
poi andranno a confluire nel capolavoro. Privilegiamo, in questa sede, proprio
quel saggio, perché in esso - anche in virtù della sua brevità - la suddetta
dialettica ci appare più focalizzata e meno ridondante [lo leggiamo nella
traduzione contenuta in Nietzsche, Opere, cit., pagg. 60-73; segnaliamo con
numeri in parentesi quadre eventuali riferimenti delle citazioni]. La visione
dionisiaca del mondo contiene l'intuizione che accompagnerà il filosofo in
tutta la sua speculazione: Nietzsche, cioè, scopre nel principio di equilibrio
dinamico tra Apollo e Dioniso la cifra che spiegherebbe la "possibile
vita" dei Greci, altrimenti compromessa dalla dolorosa consapevolezza del
Tragico, l'inquietante verità del Sileno. «Qui - dice Nietzsche - si tocca il
limite più pericoloso che la volontà ellenica con il suo principio fondamentale
apollineo- ottimistico abbia concesso di toccare. Qui essa operò con la sua
naturale forza guaritrice, per piegare nuovamente quella disposizione negativa:
suo strumento è l'opera d'arte tragica e la concezione tragica. La sua
intenzione non poteva in alcun modo essere quella di temperare o di reprimere
lo stato dionisiaco: soggiogarlo direttamente era impossibile, e anche se non
lo fosse stato, restava pur sempre una cosa pericolosa, dal momento che se
quell'elemento fosse stato trattenuto nella sua espansione si sarebbe aperto
altrove una via e sarebbe penetrato in tutti i vasi sanguigni della vita. Per
prima cosa si trattava di trasformare quei pensieri di disgusto sull'assurdo e
l'orrore dell'esistenza in rappresentazioni con le quali convivere: esse sono
il sublime in quanto imprigionamento artistico dell'orrore e il comico in
quanto liberazione artistica dalla nausea dell'assurdo. Questi due elementi
intrecciati insieme si riuniscono in un'opera d'arte che imita l'ebbrezza e
gioca con essa» [67, i corsivi sono nostri]. Dunque, Nietzsche individua nel
gioco l'unica ipotesi euristica plausibile per esprimere la relazione tra le
due divinità: entrambi potenti - potenze contrarie che si equivalgono e si
annullano - preferiscono alla insidia reciproca (che mai porterebbe frutto e
vittoria definitiva) una “ludica convivenza" che spinge addirittura
all'identificazione, laddove Dioniso viene a porsi come il lato oscuro,
terribile e segreto di Apollo, ed Apollo (per usare un tecnicismo informatico)
come l'interfaccia di Dioniso. Per dirla con le stesse parole di Nietzsche, fra
le due divinità viene a crearsi un "vincolo di fratellanza"
(realizzato concretamente nella tragedia), tale he «Dioniso parla la lingua di
Apollo, ma infine Apollo parla la lingua di Dioniso» [cfr. La nascita della
tragedia, in Opere, cit., pag. 178; corsivo nostro]. M., da parte sua,
riproduce un simile equilibrio nel già citato Canto delle crisalidi, attraverso
la tensione esistenziale di vita e morte che intride l'essere dell'uomo: un
oscuro peana che siamo tentati di decifrare proprio ricorrendo alle
"categorie" nicciane di apollineo e dionisiaco, con tutti i più
profondi significati ch'esse coprono. Ma, a parte questo, è l'elemento del
gioco che ci interessa, perché in Nietzsche si rivelerà fondante: la componente
ludica è forse il tratto più caratteristico del suo pensiero, ed anche il più
terribile: perché l'equilibrio del gioco (per quanto questo sia
"nobile" e "difficile") è per definizione precario, e
perché il gioco non è solo capacità della coscienza dell'homo ludens di darsi
delle regole e vivere in esse (nel suo "spazio sacro"), il che
sarebbe la situazione ottimale, ma più volentieri - e l'accezione comune del
termine lo conferma - è un'attività in cui "non ci si prende sul
serio". Apollo e Dioniso giocano nell'orizzonte tragico greco, segnando
appunto lo spazio del sacro; nell'orizzonte tragico nicciano, invece, Dioniso
rinuncerà al suo "compagno di giochi", le sue regole diventeranno di
esclusione, e pretenderà di poter giocare da solo, ossia, fuor di metafora, di
poter sostenere da solo il peso dell'assurdo. E' questo ciò che noi intendiamo
per "superfetazione" del dionisiaco [ma cfr. quanto diremo tra poco].
tedesco l'equilibrio collassa e si esaspera nell'opposizione senza continuità:
al male estremo della Rettorica (superfetazione dell'elemento apollineo, il
"socratismo", la menzogna, il "cristianesimo", l'Europa, si
oppone l'estremo rimedio del pensiero negatore, del dionisiaco travolgente e
beffeggiante, che assume su di sé anche il passato e dice: non così fu, ma così
volli che fosse, anzi «così voglio! così vorrò». Ma c'è un'infinita tristezza
che cova sotto l'ilarità paradossale del profeta del nulla, una coscienza
infelice che caldeggia la scissione, il superamento, il ribaltamento ma che
soffre, al tempo stesso, la frattura, il distacco che quella negazione
comporta; e che si lenisce la ferita ripetendosi che tutto, dall'avvicendarsi
dei mondi e degli universi ai singoli gesti dei singoli uomini, non è altro che
il gioco di un fanciullo eracliteo che è dis-umano e sconveniente fingere di
ignorare™®. Su opposto versante, M. avrebbe trovato l'espediente per preservare
l'equilibrio del vir col mondo e con le altrui vite nel tornio della
Persuasione: un equilibrio difficile, ma saldo, faticato ma gioioso, perché
riscopre il mondo nella sua bellezza, l'umanità nella sua dolcezza persuasa,
l'esistenza non come un "gioco innocente" che necessita (amor fati) e
che quindi de-responsabilizza”*, ma come un'attività infinita e impegnata, che
si realizza con e tra gli uomini. Da un lato, Nietzsche stringe il mondo in un
abbraccio troppo forte: è come un amante goffo e patologicamente premuroso che
finisce per soffocare la sua compagna per un eccesso di amore, e ne viene
lasciato; l'amore intenso, allora, nell'abbandono, ci vuol poco a mutarsi in
gelosa e passionale violenza, come la fede intensa in fanatismo. L'
"ultimo" Nietzsche stilla il suo odio e il suo disprezzo, anche se
parla di amore, proprio 282 Dice Zarathustra: «In verità, amici miei, io vado
tra gli uomini come tra frammenti e membra di uomini! Questo è spaventoso per
il mio occhio: trovare gli uomini spezzettati e sparsi come su un campo di
battaglia o in un macello. E se il mio occhio fugge dall'oggi a un tempo trova
sempre lo stesso: frammenti e membra e atroci casi, ma niente uomini!». [cfr.
il capitolo Della redenzione di Così parlò Zarathustra (in Opere complete,
cit.), pag. 305. Si ricordi, a questo proposito, come M. abbia descritto la
Rettorica, nella sua accezione estrema, come un' "anarchia delle
membra", anche su suggerimento di Empedocle [cfr. il nostro paragrafo
corrispondente, nel | capitolo]. L'Armonia empedoclea, la Persuasione M.iana,
la volontà affermatrice (la "felicità del circolo") di Nietzsche si
offrono come tre proposte diverse, anche se in certo modo affini, per far
fronte alla dis-integrazione dell'umano: affermazioni di vita che si realizzano
nello strenuo tentativo di conferire senso a tutto ciò che altrimenti si
presenterebbe come frammentario ed enigmatico. 283 Cfr. ancora il capitolo
Della redenzione di Così parlò Zarathustra, stavolta soprattutto pag. 306. 284
«[... ] l'Uomo non può essere considerato responsabile per nulla, né per il suo
essere né per i suoi motivi né per le sue azioni né per i suoi effetti. Si è con
ciò arrivati a riconoscere che la storia dei sentimenti morali è la storia di
un errore, dell'errore della responsabilità - che, come tale, poggia su quello
della libertà del volere. [...] Giudicare equivale ad essere ingiusti».
[Nietzsche, Umano, troppo umano (in Opere complete, cit.), II, 39, pag. 541]
«Che nessuno sia reso più responsabile, che non sia consentito ricondurre a una
causa prima la natura dell'essere, che il mondo non sia un'unità né come
sensorium né come 'spirito': solo questa è la grande liberazione - solo così si
ripristina l'innocenza del divenire» [Nietzsche, Crepuscolo degli idoli (in
Opere complete, cit.), | quattro grandi errori, 8, pag. 727; i corsivi sono del
filosofo]. Sull'intuizione dell'eterno ritorno, propinata all'uomo da un dèmone
beffardo, cfr. il famoso aforisma 341 della Gaia scienza. come farebbe un
amante rifiutato: io sono un uomo-fanciullo ed è il Mondo degli uomini a non
apprezzare la mia bellezza: per ciò, merita il mio disprezzo, o anche solo il
mio disinteresse, e la mia gioia è nella mia autarchia e nella mia creazione di
nuova bellezza?®®. L'Ubermensch, una volta privato della memoria di sé e della
permanenza dell'essere, appare come l'eterno fanciullo che cerca l'ebbrezza
adolescente dell'Io sono nella propria autoaffermazione, dentro l'istante che
gli restituirebbe l'eterno del destino, e dunque (direbbe M.) la permanenza:
l'uomo nuovo è tale perché vive (o crede di vivere) senza risentimento, bensì
sospeso tragicamente all'assenza di significato del tutto ed imprigionato in
una libertà che, in fondo, gli permetterebbe soltanto di accettare il proprio
destino di nulla; egli dunque dovrebbe essere un eroe tragico, la cui unica
"dignità" risiederebbe nell'accettazione del flusso degli eventi,
misurati da un atto di disperata fedeltà alla terra?89, Un destino che egli,
con un testa-coda, pur si ostina a non subire e ad intendere piuttosto come
istituzione di nuovi valori: e allora se l'uomo è colui che misura, dice
Nietzsche con Protagora, egli è tale perché è innanzitutto un creatore, e in
questo agisce come volontà di potenza. Nel far ciò, direbbe ancora M.?®, egli
si finge una persuasione che non ha, tesse relazioni sufficienti, in cui
irretisce le altrui vite in un atto di creazione, ch'è poi un atto di
ri-organizzazione intorno al perno della propria falsa consistenza; ovvero,
integriamo noi, dà libero sfogo al suo urgente bisogno di liturgie
rassicuranti, ma anche escludenti (secondo la nostra interpretazione, una
comunità di "eterni fanciulli" sarebbe un sistema energetico di punti
di forza, laddove "cariche dello stesso segno" si porrebbero alla
massima distanza possibile). Il Dioniso dell'armonia panica si muta in un
«terzo Dioniso» la cui parola d'ordine (o di disordine) è il dominio?88, 285
Cfr. il pensiero Per l'anno nuovo [276] nel IV libro della Gaia scienza (in
Opere complete, cit.), pag. 145. «[...] Oggi chiunque si permette di esprimere
il suo desiderio e il suo pensiero più caro: orbene, anch'io voglio dire ciò
che oggi desidero da me stesso e qual è stato il primo pensiero che,
quest'anno, mi ha sfiorato il cuore; quale pensiero sarà motivo, pegno e
dolcezza della mia vita a venire! Voglio imparare sempre più a vedere la
bellezza nella necessità delle cose: così diverrò uno di coloro che rendono
belle le cose. Amor fati: questo sia, d'ora innanzi, il mio amore! Non voglio
condurre nessuna guerra contro il brutto. Non voglio accusare, non voglio
accusare neppure gli accusatori. La mia unica negazione sia distogliere lo
sguardo! E, complessivamente e grossolanamente: voglio arrivare ad essere uno
che dice soltanto di sì! » [corsivi di Nietzsche]. 286 Tale posizione della
volontà di potenza si sostituisce nelle intenzioni di Nietzsche - alla figura
della perfezione, incarnata nel saggio filosofo o nel santo cristiano. 287
Stiamo utilizzando la terminologia M.iana per "smontare" il
superuomo, espediente per far apparire al lettore questo "smontaggio"
(operazione che ovviamente M. non fece) alla luce della posizione persuasa. 288
L'espressione ci viene ispirata da quanto Nietzsche stesso asserisce nella
Nascita della tragedia, uno dei suoi scritti che preferiamo. Richiamare quei
passaggi del testo non solo significherà rendere dovuto omaggio al
"primo" Nietzsche, lì vero poeta e vero filosofo, ma ci aiuterà anche
a discernere la parabola involutiva cui, a nosto giudizio, il pensatore andò
incontro. Nel Dioniso dei cori bacchici greci, Nietzsche vide l'incarnazione
del «vangelo dell'universale armonia» [espressione di Nietzsche, ma corsivo
nostro; cfr. quanto detto sopra in considerazione della "nuova
armonia" vagheggiata dal filosofo Di contro, come abbiamo più volte visto,
il Goriziano ristabilisce la misura dell'amore tra gli esseri nella gratuità
del reciproco donarsi: l'equilibrio dell'armonia che la Persuasione forgia e
protegge non è i compromesso della "compravendita" morale (do ut des,
do ut facias, facio ut des, facio ut facias), ma non è neanche la sdegnosa,
"egregia" solitudine zarathustriana, pur mascherata da amore panico
per la "terrestrità": l'equilibrio persuaso è piuttosto un rapporto
di fiducia e gratitudine senza pretesa di risposta, che fonda la comunità
autentica, la philia (do quia do, scilicet relinquo: ci viene in mente la
parola evangelica: «Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis: non quomodo
mundus dat ego do vobis. Non turbetur cor vestrum neque formidet» [Giovanni 14,
27, nella Vulgata]). tedesco], dove «ognuno si sente non solo riunito,
riconciliato, fuso con il suo prossimo, ma una sola cosa con esso, come se il
velo di Maia fosse stato strappato e soltanto brandelli sventolassero ancora di
fronte alla misteriosa unità originaria». Infatti, «con l'incanto del
dionisiaco non solo si rinsalda il legame fra uomo e uomo: anche la natura
estraniata, nemica o soggiogata, celebra nuovamente la sua festa di
conciliazione con il proprio figlio perduto, l'uomo. Liberamente offre la terra
i suoi doni e pacificamente si avvicinano i feroci animali delle rocce e dei
deserti. Con fiori e ghirlande è coperto il carro di Dioniso: sotto il suo
giogo avanzano la pantera e la tigre. Si trasformi l'inno alla ‘gioia' di
Beethoven [il preferito anche da M.] in un quadro e non ci si attardi
nell'immaginazione quando a milioni si prosterneranno rabbrividendo nella
polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è libero,
ora si infrangono tutte le rigide, maligne delimitazioni che la necessità,
l'arbitrio o la ‘moda sfacciata' hanno posto fra gli uomini. [...] Cantando e
danzando, l'uomo si mostra come membro di una superiore comunità: ha disimparato
il camminare e il parlare ed è sulla via di volarsene in cielo danzando. Nei
suoi gesti parla l'incantesimo. Come ora gli animali parlano e la terra dà
latte e miele, così anche in lui risuona qualcosa di soprannaturale: egli si
sente come dio e cammina così estasiato e sollevato, come insogno vide
camminare gli dèi. L'uomo non è più un artista, è divenuto opera d'arte: la
potenza artistica dell'intera natura, con il massimo appagamento estatico
dell'unità originaria, si rivela qui fra i brividi dell'ebbrezza». Nietzsche
parla di armonia, di riconciliazione, di liberazione, di incantesimo vitale che
lega l'uomo alla terra, a tutti gli esseri che la vivono, in una nuova
solidarietà, e rende l'uomo simile a un dio. E' questo il grande dono di
Dioniso. Poche pagine dopo, tuttavia, Nietzsche smaschera l'ebbrezza di Dioniso
(operazione, del resto, ampiamente preparata) e scopre, con perplessità ma
anche con profondità tragica, che quell'ebbrezza "equilibrava" una
persuasione di morte, e nel far ciò - ovvero nel garantire la propria stessa
sopravvivenza - abbisognava dell' "apporto" di Apollo, del principium
individuationis: «l'unico Dioniso veramente reale - scrive il filosofo - appare
in una molteplicità di figure, nella maschera di un eroe che lotta, preso, per
così dire, nella rete della volontà individuale. Così ora il dio che appare nel
parlare ed agire assomiglia ad un individuo che erra, lotta e soffre: e che
egli appaia in generale con questa epica determinatezza e chiarezza è effetto
dell'interprete di sogni Apollo[...]». Ma se l'individuazione "salva"
Dioniso, tuttavia gli è fonte di dolore, perché ne tarpa l'impulso vitale: «In
verità però quell'eroe è il Dioniso sofferente dei misteri, quel dio che prova
su di sé i dolori dell'individuazione, e di cui meravigliosi miti narrano come
da fanciullo fosse fatto a pezzi dai Titani e come poi, in questo stato, fosse
venerato come Zagreus: con ciò è significato che questo smembramento, la vera e
propria sofferenza dionisiaca, sia come una trasformazione in aria, acqua,
terra e fuoco, e che dunque dobbiamo considerare lo stato d'individuazione come
la fonte e la causa prima di ogni soffrire, come qualcosa in sé riprovevole».
Dioniso appare dunque come una divinità smembrata, scissa in due: «Dal sorriso
di questo Dioniso sono nati gli dèi olimpici, dalle sue lacrime gli uomini. In
quell'esistenza, come dio smembrato, Dioniso ha la doppia natura di un demone
crudele e selvaggio e di un dominatore mite e clemente. La speranza degli
epopti andava però ad un una rinascita di Dioniso, che ora noi pieni di
presentimento dobbiamo intendere come la fine dell'individuazione: per la
venuta di questo terzo Dioniso risuonava l'ardente canto di giubilo degli
epopti». Queste considerazioni autografe sono per noi di capitale importanza
non solo nell'economia di una corretta valutazione della Nascita della
tragedia, ma anche dell'intero pensiero nicciano: sono parole inconfutabilmente
programmatiche: Nietzsche assume su di sé il compito di preparare «la venuta di
questo terzo Dioniso», che nell'intenzione doveva risanare lo
"smembramento": ma l'epopta diviene egli stesso il dio. Un nuovo dio,
un terzo dio, che ricorda le trasformazioni dei personaggi di Tolkien quando
calzano il famoso anello: pèrdono, cioè, per rimanere alle parole del filosofo
tedesco, la "mitezza" e la "clemenza", per rendersi solo ed
esclusivamente "dominatori". L'involuzione di Nietzsche consiste, per
noi, proprio in questo: aver prefigurato l'avvento di un nuovo Dioniso che sta
al suo progenitore (e alla sua intenzione) come un'escrescenza tumorale sta ad
un sano tessuto epidermico. Viene da chiedersi quali fossero i motivi di questa
"metastasi", ma una simile analisi non può essere svolta in questa
sede. [per le citazioni, che si intendano passim, cfr. Nietzsche, Nascita della
tragedia (in Opere complete, cit.), vol. |, soprattutto pagg. 121 e 143]. La
critica agiografica si affatica a scagionare Nietzsche da ogni responsabilità
storica, asserendo che «Quanto all'idea del superuomo, inteso come il giusto
trionfatore di una massa di deboli o schiavi, va senza dubbio corretta:
Nietzsche non fu l'estensore d'un vangelo della violenza, ma intese porre le
condizioni di sviluppo d'una civiltà e di un'idea dell'uomo radicalmente
rinnovate!» Del resto, chi si azzardasse a giudicare (detto in senso
spregiativo) il pensiero del Tedesco, incapperebbe facilmente nella sua
trappola dei valori un pensiero che si autoproclama «al di là del bene e del
male» si sottrae consapevolmente e sdegnosamente (e con astuzia) ad ogni valutazione.
Ma ci sarà pure un motivo per il quale la «grande salute » si sia tradotta in
"sanità razziale", oppure (e ci si perdoni l'accostamento) per il
quale l'est- etica del disincanto abbia trovato la sua trasposizione più
consequenziale in una pièce teatrale dannunziana in cui si respira solo aria di
morte. L'esperienza c'insegna che il retaggio di un pensiero (di uno qualsiasi,
non solo de/ Pensiero) non è consegnato soltanto alle parole che lo sottendono,
ma anche alla storia della sua fortuna (o sfortuna), per quanto ci si industri
in edizioni critiche o si contestino palesi deformazioni”. Le ipotesi allora
sono due: o, come si dice volgarmente, in quel pensiero c'è "nascosto del
marcio", oppure la malafede dei fruitori è così radicata da riuscire a
rovesciare e render funzionali al proprio usufrutto anche le proposte migliori
e più sincere. M., del resto, ci ha rivelato questa eccezionale capacità di
"assorbimento" della Rettorica: in tal senso, il Nietzsche
nazionalsocialista condividerebbe la "sfortuna" di Cristo e di
Socrate e, volendo, dello stesso M.. Ancora due ipotesi, allora, ma in pratica
equivalenti alle prime: o la voce della Persuasione è viziata da una sua
intrinseca impossibilità fondativa di "fedele" realizzazione (è
troppo complessa per essere compresa, l'equilibrio dell'autonomia si svolge sul
filo di un rasoio et cetera) o è altrettanto viziata da un'ambiguità che non
riesce a scrollarsi di dosso, tal che la sua ingiunzione perentoria di
autenticità finisce con l'esprimersi soltanto attraverso l'imposizione e
l'equivoco della forza. E qui l'interrogativo, data la sua natura complessa, è
destinato a rimanere tale. Ma barattare le accuse è un'attività futile: ciò che
conta ed inquieta è il dominio presente della Rettorica, e in quest'ottica si
deve meditare non solo sul perché del suo dominio, ma anche, se non
soprattutto, sul poiché dei suoi effetti. Dunque, pur non volendo inficiare la
sincerità nicciana con l'ingratitudine del sospetto, ciò nondimeno non possiamo
tacere che, proprio in Nietzsche, quell'ambiguità s'evince più solida che in
altri: la danza di Zarathustra, che voleva farsi simbolo di un'armonia
alternativa al caos mascherato del filisteismo, si scopriva
"tarantolata" già nel suo stesso autore, precursore di un nuovo caos,
i cui sbiaditi epigoni (per fortuna sbiaditi) scorrazzano tuttora nelle aule
dove si pensa, forti della "debolezza" del loro pensiero. A tal
proposito, c'è da ammettere che l'estrema sensibilità e intelligenza fecero
davvero di M. uno straordinario sismografo di ciò che era già in fermento e che
sarebbe maturato, in un futuro a lui non lontanissimo, sulla scena ideologica e
politica europea; ossia, lo resero acuto e (purtroppo) facile profeta?’ quando
scrisse di «n germanico Zarathustra, che fu anche bestialmente fulvo», fautore
di un pensiero «mistico filosoficamente e disonesto artisticamente», padre
putativo di tutte quelle «bestie più o meno fulve che da allora cominciarono a
infestare il mondo» [O 665]. Ma, come si sa, la voce della Persuasione condivide
la maledizione di Cassandra. 289 La spietata eristica potrebbe ribaltarci
contro, e forse non a torto, questa nostra obiezione: anche la Persuasione M.iana
è andata ad "incrementare"... la purità di Evola. 290 Acuto profeta
anche Nietzsche, la cui lungimiranza a questo punto ci si rivela però in tutta
la sua portata beffarda: «L'aspetto dell'attuale Europeo mi dà molte speranze:
va formandosi un'audace razza dominatrice [...] Le stesse condizioni che
favoriscono l'animale gregario provocano anche la formazione
dell'animale-capo». A3 - Leopardi: la variante "flessibile" alla
Persuasione. Portare a radura il sottobosco leopardiano in M. sarebbe tentativo
improbo anche per uno scoliaste armato di tutta la perizia e la pazienza
possibili” . Il Leopardi poeta, e soprattutto il Leopardi pensatore (il
pensatore attraverso il poeta), è, per il Goriziano, come una seconda pelle.
Compulsarne le opere alla ricerca di rimandi al Recanatese sarebbe un po' come
riscrivere la Persuasione e i Pensieri, ad esempio. E a differenza che per
altri riferimenti (Nietzsche, lo stesso Schopenhauer), non si può individuare
un momento in cui M. fu "leopardiano" stricto sensu: la voce del
poeta attraversò sempre l'esistenza del nostro giovane filosofo, e i Canti,
come mostra l'edizione ritrovata tra i libri posseduti dal Goriziano, erano una
delle sue ri-letture più frequenti e più gradite. E più annotate e meditate. In
effetti, si andrebbe incontro a molte sorprese, ne siamo convinti, se si
leggessero La Persuasione e la Rettorica, le Poesie, o il Dialogo della Salute
alla luce delle meditazioni del Recanatese: si potrebbe scoprire, ad esempio,
come la tesi di laurea fosse anche un vero e proprio commento
"aggiornato" della Ginestra (così almeno essa ci appare), o come
l'aspirazione alla condizione persuasa dovesse molto alla "vaghezza"
dell'Infinito, o di come l'ispirazione poetica (al di là della forma) fosse
fedelmente leopardiana nel farsi veicolo di "vaga" meditazione,
casomai in M. solo un po' più trasparente. Ci vien da dire che, in Leopardi, M.
trovava innanzitutto la variante parallela, poetica (ma altrettanto rigorosa)
della certezza "cartesiana" del dolore e dell'inganno, che aveva
assimilato in forma di salda filosofia dai Greci e Schopenhauer; ma riconosceva
anche un coetaneo che, come lui, s'era arrovellato nello sviscerare l'assurdo
della vita e nello scarnificare se stesso, alla ricerca di un'alternativa
possibile al Tragico: l'affinità di una giovinezza eroica e titanica che
vorrebbe «comunicar la ribellione / all'universo» [PP 35], senza alcun
compiacimento estetizzante. Dunque, non ci trova per nulla d'accordo certa
critica che, puntando su un'acribia spropositata, conclude che, nei fatti, il
gesto persuaso si affermi negando «sostanzialmente» il gesto poetico leopardiano”°?.
Tutt'altro. Bisognerebbe innanzitutto ridiscutere il valore di poesia, e non
soltanto nei nostri due autori (ma comunque, non ne è questa la sede); o più
semplicemente saper leggere oltre le parole. Del resto, sbirciando le poesie di
M., non è raro che si aprano squarci leopardiani: 291 Operazione, tuttavia,
egregiamente tentata da S. Campailla, in Postille leopardiane in M., contenute
in Scrittori Giuliani, Pàtron Editore, Bologna 1980. Lettura, questa,
obbligata, nel nostro contesto, e non solo perché riporta con precisione la
presenza dei prelievi leopardiani nel nostro filosofo. 292 Cfr. ad es. Davide
Rondoni, "Neutralizzare" Leopardi. Intorno ai rapporti tra M. e il
poeta del Canto notturno, in Testo, rivista di "studi di teoria e storia
della letteratura e della critica", XIII, 23 (gennaio-giugno 1992).
"mi parve dolce cosa naufragare nel seno ondoso che col ciel confina, né
temuta ho la morte... "293 solo per fare un riferimento ovvio. Di contro,
se si leggesse, ad esempio, questo pensiero che si trova nello Zibaldone: Tutto
è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è male;
ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male;
il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento
naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al
male. Non v'è altro bene che il non essere... non gli uomini solamente, ma il
genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano
solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri
esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i
globi, i sistemi, i mondi [nn. 4174-4177]. e si provasse, alla stregua di un
semplice gioco enigmistico, a sostituire il termine "male"
dell'appunto col termine "Rettorica", già si scoprirebbe la punta
dell'iceberg. Lo stesso Dialogo della salute, prima di essere un'etica
peripatetica, è - con tutta evidenza - un'operetta morale. Con una citazione
tratta dalla Palinodia al marchese Gino Capponi si apre poi l'ultima parte
della Persuasione (La Rettorica nella vita), ch'è la più spietata e definitiva
nel bacchettare una Rettorica altrettanto «superba e scocca» quale quella presa
di mira a suo tempo dal Leopardi. «Tutti i progressi della civiltà sono
regressi dell'individuo», vi asserisce - tra l'altro - M., e questa «è una
frase che potrebbe essere del Leopardi»?* (eppoi, non si dimentichi che
quest'ultimo occupa un posto di tutto rispetto nella schiera dei Persuasi).
Eppure... eppure, a nostro giudizio, l'accordo comune su una considerazione del
mondo come dominato dalla Rettorica (o dal male, ch'è lo stesso) non è il vero
- o il solo - punto di contatto tra i due poeti-filosofi. Sarebbe piuttosto
semplicistico ridurne la portata a questo rilievo. Del resto, il pessimismo ha
parole e pensiero comuni in tutti i pessimisti di tutti i tempi, dai più ai
meno raffinati. Tralasciamo, allora, eventuali "omografie", e
partiamo, piuttosto, da una giusta osservazione del Campailla, che fa
autorevole resoconto della questione, e dà il "la" al nostro
escamotage interpretativo. Scrive lo studioso: "[L'influenza del Leopardi]
va considerata come la più ricca di sollecitazioni nella produzione poetica del
Nostro. Infatti, è difficile scoprire reminiscenze dai Canti leopardiani, si deve
subito riconoscere che esse non hanno un valore di per sé, sono disciolte in
un'atmosfera sentimentale diversa, divengono le voci di un dramma irriducibile
ad altri che a se stesso. C'è da dire, se mai, che il Leopardi assimilato da M.
non è il poeta idillico che riesce a trasformare il dolore in bellezza nella
contemplazione del mistero dell'universo o nell'operazione magica del ricordo
delle proprie deluse speranze; è invece il giovane che si affaccia alla vita
imperioso e reclama un rendiconto. E, per energia sentimentale, per costruzione
sintattica, 293 Versi di A Senia, in C. M., Poesie, cit. pag. 89. 2945,
Campailla, Pensiero e poesia..., cit., pag. 143; per ritmo della frase, il
Leopardi eroico e agonistico dell'ultimo periodo. Ma di là da ogni possibile
richiamo testuale, l'eredità che M. ha raccolto dal Leopardi va considerata in
un senso più alto: nel drammatico intendimento della poesia come sfogo e
liberazione delle proprie pene interiori, presa di coscienza dello stato
esistenziale, determinazione sovrumana a non barare con le cose. Il M. ha
sentito nel Leopardi una lezione di vita, un impegno con la vita. Nella nostra
tradizione letteraria che così spesso si è rifatta e si rifà al Leopardi per
ricavarne un magistero formale, quello di M. si rivela uno dei tentativi più
incondizionati di riprendere e di svolgere la parola del grande Recanatese
nello spirito in cui essa è stata pronunciata. Ma nella tensione ad essere se
stesso M. si è trovato naturalmente oltre Leopardi: si avverte in lui una
eccedenza di volontà, una originaria disposizione tragica che è la zona più
inaccessibile della sua poesia [e non solo della sua poesia, aggiungiamo noi}.
Permettendoci d'integrare b correttissima valutazione del critico, diremmo che
più che «un'eccedenza di volontà» noi riscontriamo, in M., un'eccedenza di
determinazione (anche se difficile da mantenere). Sciogliamo la complessità di
ciò che vogliamo dire in un semplice riscontro testuale (è questo il senso del
nostro escamotage interpretativo), risparmiandoci una riscrittura di cosa sia
la Persuasione in M. e di cosa essa sia in Leopardi e lasciando implicite le
conseguenze. Così Leopardi conclude la sua Ginestra [vv. 297-317]: E tu, lenta
ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu
presto alla crudel possanza soccomberai del sotteraneo foco, che ritornando al
loco già noto, stenderà l'avaro lembo su tue molli foreste. E piegherai sotto
il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente: ma non piegato insino
allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non
eretto con forsennato orgoglio inver le stelle, nè sul deserto, dove e la sede
e i natali non per voler ma per fortuna avesti; ma più saggia, ma tanto meno
inferma dell'uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te
fatte immortali. Da parte sua, nella lettera datata 25 aprile 1910, M. così
scrive a Gaetano Chiavacci, rassicurandolo: Di che ti preoccupi? di che temi?
Nessuno ci potrà mai togliere niente. La vita non vale che noi ce ne
affliggiamo. Ma andiamo sempre avanti, e cerchiamo noi d'esser sufficienti a
tutto; non c'è cosa che sia troppo grave, non c'è posizione che sia
insostenibile. Dove gli altri gemono, e transigono, noi godremo e resteremo
duri e sempre uguali così da poterci sempre stringer la mano come io ora te la
stringo [E 438. Il significativo corsivo è di M.]. 295 S, Campailla, Pensiero e
poesia..., cit., pagg. 53-54-55 [corsivi nostri]. La consapevolezza
dell'ineluttabilità è ovviamente comune a entrambi: la necessità cieca, il
non-senso dell'esistenza, l'innocenza tragica degli uomini... cose note. Ma
Leopardi, in quello che vien considerato da tutti il suo "testamento
poetico ed esistenziale", addita alfine nella ginestra un ideale di
"stoicismo" che non è rassegnazione né presunzione, ma comunque una
"flessibilità" al Tragico, seppur eroica. La Ginestra è /enta, si
piega - come si dice - ma non si spezza. M., invece, invoca la durezza: il
Persuaso è duro, preferisce spezzarsi piuttosto che anche solo piegarsi. Il
fiore del deserto accoglie la morte, china sotto il fascio mortale il suo capo
innocente e non renitente, si copre di eroica umiltà, «al cielo / di dolcissimo
odor [mandando] un profumo / che il deserto consola» [vv. 35-37]. Il Persuaso,
libero, sfida la morte nella «furia del nembo più forte / quando libera ride la
morte / a chi libero la sfidò» [Sono i versi conclusivi (ma in realtà è un
refrain) de | figli del mare, PP 84]. La ribellione alla vita, o meglio la
ribellione della vita, per M. è ancora possibile. A4 - Kierkegaard: la variante
"relazionale" della Persuasione. AI pensatore danese abbiamo
largamente accennato, e sottinteso, nel corso del nostro lavoro. Abbiamo cioè
detto che, per ragioni fossero solo puramente storiografiche, M. non ebbe la
possibilità di avere sottomano i testi kierkegaardiani, inaccessibili per la
lingua (il che rese tardiva una loro traduzione e diffusione in italiano o in
tedesco), oltreché ostacolati dall'ancora imperante hegelismo. Ma sottolineammo
che, seppur per via indiretta, M. respirò comunque la temperie kierkegaardiana
desumendola dalla lettura dei capolavori di Ibsen (la nostra analisi si
concentrò soprattutto sul Brand, un'opera tra le preferite dal Goriziano): del
resto, proprio attraverso Ibsen, si consumò virtualmente anche l'incontro - mai
storicamente avvenuto (cosa strana, visto che studiarono entrambi a Firenze e
che entrambi provenivano dalle regioni carsiche) - con Scipio Slataper, il cui
/bsen è certamente l'opera più bella e profonda dopo quella autobiografica’.
Alludemmo, infine, al crescente "brandismo" di M., che trascorse i
suoi ultimi giorni in un ritiro praticamente ascetico, o comunque di intenso e
raccolto lavoro interiore; brandismo, nei fatti, che contraddirebbe la nostra
interpretazione politica del vir persuaso: ma altresì sappiamo di quanto M.
fosse in attesa di "prendere il largo" (tanto per riesumare
l'allegoria marina) nell'infinita vita, e allora leggiamo quel ritiro non tanto
come una condizione definitiva e rassegnata, quanto come un momento necessario
per raccogliere le forze, temprarle e padroneggiarle, in vista del progetto di
persuasione. Sul versante più prettamente speculativo, invece, abbiamo
individuato nel cavaliere della fede la "figura" ultima e preferita
in cui l'autore di Timore e Tremore compendiò il suo pensiero e la sua sincera
persuasione religiosa. E abbiamo visto come quest'ultima fosse la pietra di
paragone più opportuna per rendere, nell'immaginario comune, una dimensione
così "astrusa" quale quella di Persuasione. Abbiamo allora suggerito
come l'utilizzo di "categorie" e terminologie di ascendenza
kierkegaardiana (alto, scacco, singolo, paradosso, malattia mortale, angoscia e
così via) ritornassero utili - anche alla luce del loro recupero
esistenzialista - per cercare di rapprendere concettualmente taluni aspetti in
apparenza frammentari della Persuasione. Abbiamo, infine, creato un parallelo
tra il cavaliere della fede e il vir persuaso, focalizzando elementi di
tangenza (la "dialettica" del paradosso, svolta nella fattispecie in
senso antihegeliano; il coraggio dell'atto esistenziale; la solitudine a cui
quell'atto sembra destinarli e il sacrificio che imponeva ad entrambi), ma
anche marcando differenze altrettanto sostanziali (e allora il paradosso del
vir ci è parso funzionale alla sua liberazione persuasa, mentre quello del
cavaliere ci si è rivelato come la condizione 296 Detto per inciso, l'affinità
tra M. e Slataper, che qui assurge a cifra del "mitteleuropeismo" del
Goriziano, si può leggere anche attraverso l'affinità di approccio ch'essi usarono
nei confronti del drammaturgo norvegese. 174 definitiva del rapporto con Dio;
coerentemente, abbiamo rilevato il recupero della dimensione politica della
persuasione, assente nella pratica esistenziale della fede, che si risolve in
un rapporto "monogamico" con l'Eterno; infine, abbiamo considerato il
vir nel sacrificio di se stesso in senso immediato e il sacrificio di Abramo
come sacrificio di se stesso attraverso l'altro, e dunque mediato).
Sintetizzammo il tutto ammettendo che la persuasione kierkegaardiana si muoveva
ancora in un orizzonte veterotestamentario, mentre quella M.iana riviveva la
suggestione neotestamentaria(correggendola in senso "monofisita")
eleggendo il Cristo di S. Matteo ad emblema assoluto della "virilità"
persuasa. Infine, alla luce di tutto questo, già lasciammo trapelare - e
proprio nell'analisi del Brand - le nostre conclusioni, individuando l'elemento
che, a nostro giudizio, scongiurava in assoluto ogni plausibile accostamento,
pur nella fugace affinità: in una parola, cioè, l'uomo di fede ci apparve come
implicato, in modo irreparabile, in un rapporto di dipendenza, in
un'eteronomia, che non è certo quella della dimensione mondana, ma che comunque
- modo fiero e consapevole, tra l'altro - è una relazione sufficiente, e dunque
l'esatto contrario dell'aspirazione persuasa. Insistiamo su questo punto, e ci
limitiamo ad integrarlo servendoci delle stesse parole di Kierkegaard, il quale
- spogliatosi dei suoi pseudonimi romanzati per calzare quello rigoroso ed
edificante dell'Anti-Climacus, e abbandonata la veste poetica cui affidava la
sua riflessione - così lo affronta e lo delucida nel suo breve scritto La
malattia mortale?”, in periodi di densissima risonanza concettuale: La
disperazione è una malattia nello spirito, nell'io, e così può essere triplice:
disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso
improprio); disperatamente non voler essere se stesso; disperatamente voler
essere se stesso. - l - L'uomo è spirito. Ma che cos'è lo spirito? Lo spirito è
l'io. Ma che cos'è l'io? E un rapporto che si mette in rapporto con se stesso oppure
è, nel rapporto, il fatto che il rapporto si metta in rapporto con se stesso;
l'io non è il rapporto, ma il fatto che il rapporto si mette in rapporto con se
stesso. L'uomo è una sintesi dell'infinito e del finito, del temporale e
dell'eterno, di possibilità e necessità, insomma, una sintesi. Una sintesi è un
rapporto fra due elementi. Visto così l'uomo non è ancora un io. Nel rapporto
fra due elementi, il rapporto è il terzo come unità negativa; cioè i due si
mettono in rapporto col rapporto; e nel rapporto sono loro che si mettono in
rapporto col rapporto; un rapporto, in questo senso, è, sotto la determinazione
dell'anima, il rapporto fra anima e corpo. Se invece il rapporto si mette in
rapporto con se stesso, allora questo rapporto è il terzo positivo, e questo è
l'io. Un tale rapporto che si mette in rapporto con se stesso, un io, o deve
esser posto da sé o dev'esser stato posto da un altro. Se il rapporto che si
mette in rapporto con se stesso è stato posto da un altro, il rapporto è
certamente il terzo, ma questo rapporto, il terzo, è poi a sua volta un
rapporto che si mette in rapporto con ciò che ha posto il rapporto intero. Un
tale rapporto derivato, posto, è l'io dell'uomo, rapporto che si mette in
rapporto con se stesso e, mettendosi in rapporto con se stesso, si mette in
rapporto con un altro. Da ciò risulta che possono nascere due forme di
disperazione in senso proprio. Se l'io dell'uomo si fosse posto da sé, si
potrebbe parlare soltanto di una forma, quella di non voler essere se stesso, di
volersi liberare da se stesso, ma non si potrebbe parlare 297 La nostra
citazione fa riferimento alla trad. it. dello scritto proposta dall'ed. Newton,
1995, a cura di Remo Cantoni, pagg. 20-21; abbiamo sottolineato in corsivo i
passaggi per noi più significativi. della disperazione di voler essere se
stesso. Questa formula è infatti l'espressione del fatto che l'io, da sé, non
può giungere all'equilibrio e alla quiete, né rimanere in tale stato, ma
soltanto se, mettendosi in rapporto con se stesso, si mette in rapporto con ciò
che ha posto il rapporto intero [questa impossibilità sancita da Kierkegaard
viene invece sconfessata da M.: il vir, da sé, può giungere all'equilibrio e
alla quiete senza porre il proprio rapporto con se stesso nel rapporto con
l'altro: l'autonomia]. Anzi, quella seconda forma di disperazione
(disperatamente voler essere se stesso) non significa affatto soltanto un
genere speciale di disperazione, ma al contrario, ogni forma di disperazione
può, in ultima analisi, risolversi in essa o esserne derivata. Se un uomo in
disperazione osserva come egli pensa la sua disperazione, senza parlarne
insensatamente come di qualcosa che gli capita [...] e ora a tutta forza cerca
di togliere di mezzo la disperazione da se stesso e soltanto a se stesso:
allora è ancora dentro alla disperazione, e con tutti i suoi sforzi presunti
non riesce che ad inoltrarsi di più in una disperazione più profonda. Il
rapporto falso della disperazione non è un semplice rapporto falso, ma un
rapporto falso in un rapporto che si mette in rapporto con se stesso, essendo
stato posto da un altro; quindi il rapporto falso in quel rapporto che è per se
stesso, si riflette nello stesso tempo infinitamente nel rapporto con la
potenza che l'ha posto. Infatti, la formula che descrive lo stato dell'io
quando la disperazione è completamente estirpata è questa: mettendosi in
rapporto con se stesso, volendo essere se stesso, l'io si fonda, trasparente,
nella potenza che l'ha posto [ed è questa, appunto, la Persuasione di Kierkegaard].
AI di là dell'ostentata cavillosità del dettato kierkegaardiano, il concetto è
semplice: la disperazione - la malattia mortale - nasce quando l'individuo
sfasa la prospettiva del rapporto, obliterando la radice che lo autentica («la
potenza che lo ha posto», ovvero Dio) e pretendendo di autofondarlo nel
circuito della propria esistenza (la hybris): ovvero, l'uomo sostanzia di se
stesso la carenza relazionale - il Goriziano la direbbe deficienza - che lo
fonda in Dio. La disperazione è una malattia mortale perché provoca la morte
spirituale dell'uomo e la malattia mortale è disperazione perché l'uomo non
potrà mai sperare di liberarsi da essa, vista l'eternità del suo essere
spirituale. Rispetto a M., ci troviamo in una posizione antagonista che
possiamo così risolvere: per costui, rapportarsi ad una "potenza
altra" significa tradire l'autonomia della Persuasione; per Kierkegaard,
pretendere di fondare in se stessi un'autonomia che non possediamo significa
tradire l'autenticità del rapporto esistenziale che ci vincola a Dio. Come si
vede, le due posizioni - da un punto di vista puramente razionale - si pongono
come inattaccabili, e solo la persuasione del singolo può dar credito, e
verità, all'una o all'altra. In questo senso, entrambe le persuasioni si danno
come possibilità esistenziali: il fatto che questa possibilità esista non è per
il filosofo danese espressione di libertà, bensì di arbitrio, ed espone l'uomo
alla tragica evenienza del peccato, sempre presente, il che è appunto la
malattia mortale. L'unica libertà (e si noti il paradosso) è quella che ci /ega
a Dio. Per M., invece, ogni relazione sufficiente, per quanto alti siano i suoi
"agganci", è comunque una violazione del uevet, nel quale, al
contrario, «consiste» la vera libertà. B - Variazioni sul tema M.iano del
"peso che di-pende". La gravità va essenzialmente distinta
dall'attrazione. L'attrazione è, in generale, soltanto la rimozione
dell'esteriorità reciproca e dà luogo a mera continuità. La gravità, per
contro, è la riduzione della particolarità, tanto scomposta quanto continua,
all'unità come relazione a sé negativa, cioè alla singolarità, a un'unica
soggettività (soggettività, tuttavia, ancora del tutto astratta). Hegel,
Enciclopedia. Lui è il pittore stesso, che volteggia nell'aria; in una torsione
impossibile, volge le labbra alla sua donna, per baciarla e ringraziarla del
dono dei fiori che lei sta per fargli, perché è il suo compleanno; la donna
accetta il bacio con uno sguardo mezzo sorpreso (l'occhio leggermente
sbarrato), ma le labbra accennano ad un sorriso, o stanno semplicemente per
aderire a quelle dello sposo. Anche la donna sembra esser lì lì per spiccare il
volo; il suo piede destro (o il sinistro?) appare puntato a terra, come per
darsi la spinta di uno slancio, mentre l'altro è già leggermente sollevato,
come fotografato nell'atto di una piccola corsa. Il pittore, nell'assenza di
gravità, sembra a sua agio: il suo corpo è agile, allungato: la colonna
vertebrale deve essere particolarmente elastica, vista la torsione: il suo corpo
si è felicemente adattato alla nuova condizione: le braccia aderiscono con
forza ai fianchi, vi si confondono, anzi forse sono addirittura assenti. Il
lembo del bavero pare una piccola ala che spunta, potremmo giurarci. L'artista
deve sentirsi libero, nella sua fluttuazione, non deve avere impacci.
Tutt'intorno una prospettiva piatta, senza volume, destrutturata, schiacciata
dalla gravità alle pareti ed al pavimento, riscattata soltanto dalla
gradevolezza riposante dei colori: l'unico volume è dato dalla torsione del
bacio. La visione è particolarmente estatica. Stiamo parlando del quadro II
compleanno di Chagall, del 1919°°: Chagall, un artista ossessionato dalla legge
di gravità, che ci vincola alla terra; al suo tentativo di liberazione, in
questo quadro e in molti altri, egli sacrifica volentieri tutti i dati
dell'anatomia e i principi della logica quotidiana: nelle sue tele la testa di
un personaggio si stacca dalle spalle, e fluttua libera finalmente del corpo;
un passante, che si staglia sullo sfondo di un paesaggio, occupa più posto
degli alberi e delle case d'intorno; un asino suona il violino; se necessario,
questo strumento e la pendola saranno provvisti di ali; si cammina sui tetti...
Chagall, un ebreo che ha sfidato la legge di gravità, un ebreo che si è
ribellato ai vincoli della Terra Promessa. Un eretico. La critica rettorica ha
inglobato il dissenso ed ha etichettato il tentativo di Chagall come
"leggerezza surrealista" (che condivide con Masson, Mirò, Picasso e
Calder), come per Ibsen aveva parlato di "simbolismo". Più o meno
dieci anni prima, un altro ebreo eterodosso, proprio il nostro M., così
descrive la condizione "sospesa", "aporetica", del suo
amato Socrate: 298 Cfr. la diapositiva P nel supporto iconografico. Nel suo
amore per la libertà, Socrate si sdegnava d'esser soggetto alla legge della
gravità. E pensava che il bene stesse nell'indipendenza dalla gravità. Poiché è
questa - pensava - che ci impedisce dal sollevarci fino al sole. - Essere
indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette
riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. - Ma consunta insieme la
speranza della libertà e la schiavitù - lo spirito indipendente e la gravità -
la necessità della terra e la volontà del sole - né volò al sole - né restò
sulla terra; - E né schiavo; né felice né misero; - ma di lui con le mie parole
non ho più che dire [PR Socrate sdegna la gravità: il suo discepolo più
diretto, agli occhi del filosofo goriziano, tenta invano di far suo quello
sdegno, di conservarne la lezione genuina, costruendo una macchina volante” che
gli permetterà di sganciarsi dal suolo. Ma Platone scimmiotta Socrate. «La
'leggerezza'» prese a dire Platone contemplando il mirabile spettacolo delle
cose, che al suo sguardo più forte erano chiare come se fossero state vicine
«la 'leggerezza' contiene tutte le cose; non come sono col loro peso nel mondo
basso, ma senza peso; e come il peso appartiene al corpo, alla leggerezza
appartiene, ‘lincorporeo'; e se al corpo appartiene l'estensione, la forma, il
colore, tutto ciò in cui gli uomini in terra sono implicati, alla leggerezza
appartiene l'inestenso [sic], l'informe, l'incolore, lo spirituale. Colla sola
contemplazione della leggerezza, noi che abbiamo la leggerezza, vediamo e
possediamo tutte le cose non come appariscono [sic] in terra ma come sono nel
regno del sole» [PR 68]. Una macchina per sfidare la gravità: l'uomo perde
fiducia nelle proprie forze di Persuasione, e si affida alla scienza,
ammantandola di filosofia. Giusto cinquant'anni dopo le pagine del nostro
scrittore-filosofo, e più di duemila anni dopo il finto esempio storico, Hannah
Arendt apre uno dei suoi capolavori - Vita Activa (è del 1959) - commentando un
fatto astronomico stavolta realmente accaduto: «nel 1957 un oggetto fabbricato
dall'uomo fu lanciato nell'universo, e per qualche settimana girò intorno alla
terra seguendo le stesse leggi di gravitazione che determinano il movimento dei
corpi celesti - del sole, della luna e delle stelle»? La posizione della Arendt
- non davanti all'evento in sé (salutato, volendo, anche con orgoglio, perché
ulteriore conquista dell'intelligenza umana), bensì davanti alle reazioni
dell'opinione pubblica - trasuda perplessità: Questo avvenimento, che non era
inferiore per importanza a nessun altro, nemmeno alla scissione dell'atomo,
sarebbe stato salutato con assoluta gioia se non si fosse verificato in
circostanze militari e politiche particolarmente spiacevoli. Ma, per un
fenomeno piuttosto curioso, la gioia non fu il sentimento dominante, né fu
l'orgoglio o la consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della
sovranità umana a colmare il cuore degli uomini che ormai, sollevando lo
sguardo dalla terra verso i cieli, potevano scorgervi una loro creatura. La
reazione immediata, espressa sotto l'impulso del momento, fu di sollievo per
'il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre'. E
questa strana affermazione, lungi dall'essere la trovata accidentale di qualche
reporter americano, involontariamente riecheggiava la 299 È l'incipit del
famoso "esempio storico" M.iano. 300 Si tratta, ovviamente, di un
apologo inventato da M., com'egli stesso del resto giustifica nelle Note alla
triste storia, contenute nella seconda delle Appendici critiche [PR 143 sgg.].
301 cfr. il Prologo di Vita Activa, La condizione umana, Tascabili Bompiani,
2000 (VIII ed), pagg. 1-6; questo, e gli altri riferimenti della Arendt, sono
tratti tutti dal prologo, e dunque s'intendano passim. straordinaria epigrafe
che, più di vent'anni prima, era stata scolpita sul monumento funebre di un
grande scienziato russo: "l'umanità non rimarrà per sempre legata alla
terra". La Arendt commenta: La banalità dell'affermazione [quella
riportata dai giornali; cfr. supra] non dovrebbe farci trascurare il suo
carattere straordinario; infatti benché i cristiani abbiano parlato della terra
come di una valle di lacrime e i filosofi abbiano considerato il corpo come
prigione della mente o dell'anima, nessuno nella storia dell'umanità ha mai
concepito la terra come una prigione per i corpi degli uomini, o manifestato
realmente la brama di andare letteralmente fin sulla luna. Sarebbe questo
l'esito dell'emancipazione e della secolarizzazione dell'età moderna, iniziate
con l'abbandono, non necessariamente di Dio, ma di un dio che era il Padre
celeste: il ripudio sempre più fatidico di una Terra che era la Madre di tutte
le creature viventi sotto il cielo? La risposta, per banalizzare, è: spero di
no, ma credo purtroppo di sì. Ora, se la Arendt avesse potuto leggere M., e
Socrate-Platone (e anche Ibsen) attraverso gli occhi di M., se avesse tenuto
conto delle "estasi" di Chagall, avrebbe certamente corretto la prima
parte del suo intervento («[... nessuno nella storia dell'umanità ha mai
concepito la terra come una prigione per i corpi degli uomini [...}»). Eppure,
siamo convinti, la sua posizione di fondo non sarebbe per nulla mutata. Il
fatto è che, rispetto alle posizioni forti e polemiche di M. e di Chagall,
l'autrice di Vita Activa occupa una posizione, come dire, "ingenua"
(ma può darsi benissimo il contrario): anch'ella ebrea, mostra piuttosto
fedeltà alla terra, «a vera quintessenza della condizione umana»: «la natura
terrestre, per quanto ne sappiamo, è l'unica nell'universo che possa provvedere
gli esseri umani di un habitat in cui muoversi e respirare senza sforzo e senza
artificio». Questa gratitudine nei confronti della Terra (la Terra
"naturale", beninteso, e non quella "artificiale" della
scienza e della tecnica) è anzi il presupposto della sua grande ipotesi
d'apocatastasi politica, che conosciamo. Per la Arendt, il mondo della
Rettorica (della "cattiva" politica, del male) avviene solo nella
comunità degli uomini: per M. (e per Chagall), invece, la Rettorica innerva la
struttura stessa del reale fisico, prima che politico, e l'attrazione
gravitazionale ne è la forma più lampante. L'assunto del nostro giovane
filosofo è drastico: la forza di gravità è il segno esplicito di una dipendenza
(il peso che "di-pende"), e ogni di-pendenza, nella sua ottica, viene
associata automaticamente a violazione della libertà (per lui assoluta), a
violenza. L'autarchia del Persuaso non può tollerare che la prima, e più forte,
dipendenza (e dunque la più evidente violazione della propria libertà) sia
insita addirittura, e in modo ineluttabile, nel suo stesso organismo: il
Persuaso deve liberarsi di tutto, anche della gravità: il liberarsi, per lui, è
innanzitutto un /ibrarsi La predilezione, come sappiamo, è per il terzo regno,
quello del mare, dove ogni gravità pare assente, dove la forza delle onde può
essere anche sconfitta dalla potenza delle proprie braccia: mentre neanche il
salto del più ardito pensiero può superare il "gancio" della gravità
terrena. La Arendt, al contrario, ha superato questa "pregiudiziale
naturalistica" presente nell'autore della Persuasione: a suo modo, anche M.
supererà se stesso (il se stesso della tesi) nella sua opera ultima, laddove -
anche per lui - la Persuasione e la Rettorica se la giocheranno ad armi pari
sul terreno della politica, nel senso che già abbiamo più volte ripetuto. Tutto
sommato, dunque, nonostante questa diversità, le proposte di M. e della Arendt
si muovono entrambe sul terreno della Persuasione. Bisognerebbe valutare la
"sostenibilità" di entrambe, ma non è questo che ora ci interessa:
l'esistenza è un impegno quotidiano che solo fino a un certo punto ha bisogno
di un appiglio o di un'ispirazione eteronoma, per quanto
"persuasivamente" fondata (è questa, ricordiamolo, l'opinione dello
stesso M.). Ora, anche nel rispetto dell'economia del nostro discorso,
c'interessa piuttosto valutare la barricata rettorica di fronte a simili
proposte, di fronte alla pericolosa insorgenza umana di liberarsi dalle maglie
della gravità. Lo faremo in modo "stravagante", ma pilotato. Partiamo
da un annuncio pubblicitario: Il è il metodo creato dalla dr. X per migliorare
l'allineamento del corpo umano nello spazio e in relazione alla forza di
gravità. Si attua in un ciclo di 10 sedute di manipolazione del tessuto
connettivo e di educazione a un movimento fluido e corretto. Questo efficace
lavoro permette di sentirsi più elastici, sciolti e leggeri in breve tempo. Gli
effetti sono durevoli. Chiunque vuole "sentire" di più il proprio
corpo, viverne meglio le emozioni, o ritardarne i processi di invecchiamento
[... ] può trarre grande giovamento da questa tecnica. L'ideatore del metodo
*** si propone di migliorare l'allineamento del corpo umano nello spazio e in
relazione alla forza di gravità: Ballested saluterebbe volentieri questo invito
ad un felice e comodo "acclimatarsi"°°, Il metodo per giunta promette
effetti durevoli. Ora, al di là della facezia, invitiamo a concentrare tutta la
serietà e l'attenzione su almeno due passaggi-chiave del messaggio
promozionale: la cura «si attua in un ciclo di 10 sedute di manipolazione del
tessuto connettivo e di educazione a un movimento fluido e corretto. Questo
efficace lavoro permette di sentirsi più elastici, sciolti e leggeri in breve
tempo». Entra in gioco la Rettorica allo stato puro, secondo la curvatura foucaultiana
che le stiamo conferendo: il dominio del corpo, nella sua "fisicità",
attraverso la "manipolazione" (termine davvero infelice, anche per
uno spot) e l' "educazione al movimento"; dunque, una considerazione
sportiva del corpo®°, volta al suo miglioramento: la Rettorica abbisogna di
corpi sani; la sua salus non è Salute ovvero Salvezza (come l'intende il vir),
ma valetudo, benessere". Una congerie di corpi robusti e sani, per giunta
controllati, è infatti il presupposto sufficiente di una sana e forte comunità
rettorica. Secondo punto: subentra il cavallo di battaglia della Rettorica: la
paura della morte, ovvero, qui, della sua fase immediatamente precedente:
l'invecchiamento. Il pubblicitario 302 Ballested è il già citab personaggio
della Donna del mare di Ibsen; cfr. il nostro paragrafo Il porto della pace.,
nel capitolo |. 303 «Lo sport è la rettorica della vita fisica», scrive M. in
una nota, PR 107. 304 Sull'oscillazione ambigua del termine nella traduzione
s'impernia tutto il Dialogo della salute. adesca il consumatore giocando sulla
promessa speciosa che la cura è in grado di ritardare i processi di
invecchiamento. M., nella sua tesi, e non solo, scrisse pagine e pagine per
spiegarci che l' "equivoco" sulla morte è la ragione decisiva che
spinge gli homines, ma anche i domini, a sottomettersi vicendevolmente al
Dominus per eccellenza, il Leviatano sociale. L'analisi del filosofo goriziano
è tutta volta a scongiurare quell'equivoco, a tratteggiare il concetto di una
morte che può essere sfidata dal vire addirittura accettata, come accadimento
che non annichila, bensì potenzia, in prospettiva, la nostra dynamis. Quello
che abbiamo or ora fornito è un esempio molto particolare, esasperato, di
«Rettorica applicata alla vita», come la chiamava il Nostro. Ad esso ne
aggiungiamo un altro, tratto stavolta da un articolo scientifico?°° dei nostri
giorni, che tratta - manco a dirlo - di un'ipotetica vita in un ipotetico mondo
a gravità zero (= assenza di gravità), ad esempio un altro pianeta. L'autore
dell'articolo argomenta che, in simili condizioni, la specie umana, potrebbe
orientarsi, attraverso graduali aggiustamenti «secondo le leggi naturali
dell'evoluzione verso un nuovo tipo di uomo, l'Uomo Cosmico». Tutte variazioni
ipotizzabili, naturalmente: dalla statura (maggiore del comune, perché in
assenza di gravità la colonna vertebrale perde le sue curvature fisiologiche
diventando rettilinea), al torace (più corto, poiché il diaframma si solleverà
in seguito all'alleggerimento dei visceri addominali), dal cuore (più piccolo
per ipotrofia muscolare) agli arti inferiori (più sottili, proprio per la
dislocazione dei liquidi verso le parti superiori del corpo) e al cervello che,
fortunatamente, secondo le ipotetiche previsioni, «verosimilmente continuerà ad
aumentare di volume, come è avvenuto nell'evoluzione del genere umano,
stimolato dalla necessità di un'informazione mentale sempre più copiosa e
intelligente e da una maggiore irrorazione, e quindi nutrizione, in assenza di
gravità». Ora, al di là della vaghezza mondana che l'articolo si ripromette, e
al di là del sempre esplicito riferimento alla corporeità, vi si potrebbe
riscontrare un altro noto (e qui ben nascosto) dispositivo retorico, quello che
i sofisti chiamavano anfibologia. L'articolo, dietro il pretesto di suscitare
curiosità, ci fornisce un quadro del nuovo "Uomo Cosmico" che finisce
con lo scoraggiare il lettore: la vita in gravità zero sarebbe possibile, ma
solo a condizione che la nostra struttura umana, la nostra bellezza umana, venisse
"storpiata": sarebbe un luogo popolato da mostri (e si confronti,
invece, questo ipotetico storpiamento scientifico con l'armonia raggiunta da
Chagall nelle sue "figure fluttuanti"). E' quella che M. chiama la
«falsa adulazione», qui rovesciata: l'articolo, cioè, invita indirettamente i
lettori a mantenere le loro belle sembianze umane, garantite e protette dalla
legge di gravità. La Rettorica richiama gli uomini al vincolo della gravità,
necessaria alla perpetuazione del dominio (l'Uomo Cosmico rischierebbe di essere
pericolosamente 305 Purtroppo ne abbiamo perso la fonte, ma il nostro appunto,
a suo tempo, fu abbastanza fedele. forte, e la sua vita oltremodo allungata:
rischi che la Rettorica non può permettersi di correre: forza e longevità sì,
ma sempre "manipolabile"). Ora, abbiamo volutamente presentato esempi
al limite della "fantascieza", e volutamente abbiamo condotto
un'analisi altamente prevenuta, ostentando un metodo d'approccio viziato
oltremisura dal "sospetto": una sorta di eccesso di zelo dell'ottica
persuasa, che rischia di degenerare in una vera e propria mania di vittimismo
di una persecuzione, sempre operante, perpetrata dalla Rettorica. Ora, siamo
convinti che una simile "paranoia rettorica" dovette aggredire M. nei
suoi ultimi giorni di vita, attecchendo per giunta su un fisico stremato dai
dolori personali e stressato dal lavoro di compilazione della tesi. Con questo,
non vogliamo alludere a nulla, riguardo al suicidio del giovane goriziano
(benché lo stesso Campailla sembra sbilanciarsi, ma solo appena, in proposito).
Lo assumiamo semplicemente come un fatto. Concludiamo questo paragrafo
richiamando alla memoria, come all'inizio, un altro quadro celebre: nei suoi
Orologi mollf°®, Salvator Dalì sembra denunciare (o sublimare?), in modo
bizzarro ma efficace, il risultato vincente della Rettorica, come forza di
gravità? (l'opera è del 1931; anni bui): gli orologi, attratti da una vigorosa
forza centripeta, cedono mollemente verso il suolo: una mosca (retorica?)
insozza quello in primo piano; una comunità (persuasa?) di formiche sembra
preservare/proteggere quello in primissimo piano. Il messaggio appare chiaro:
anche il tempo si curva dinanzi alla forza di gravità, vi si sottomette e vi si
allea, a meno che.... Sembra un'amenità. Eppure era ciò che, grosso modo, il
genio ebraico di Einstein aveva postulato, pochi anni prima, nella sua ipotesi
di curvatura dello spazio-tempo. 306 Ovvero, La persistenza della memoria,
detto anche Il tempo che si scioglie. Cfr. la diapositiva Q nel supporto
iconografico. 307 La nostra interpretazione è del tutto funzionale al discorso
e, del resto, le opere di Dalì si prestano agli azzardi più innominabili. Anche
se, per la cronaca, il pittore, proprio riguardo a questo quadro, fu
estremamente chiaro: il soggetto gli proveniva dall'ossessione per tutto ciò
che è molle.C - La critica alla Rettorica come caricatura della Rettorica. A
partire da un'intuizione che ha avuto già a suo tempo il Campailla, e che noi
condividiamo in pieno (ovvero che non si può leggere l'opera di M. scrittore-
filosofo separatamente da quella di M. "ritrattista"), la critica
specializzata nel settore si è adoperata per trovare punti di riferimento
"europei" all'opera del Goriziano. Il bilancio di tale lavoro (volto
comunque a reclamare anche una decisa originalità M.iana rispetto alla
contemporaneità o alla più prossima posterità) è stato egregiamente redatto da
Fulvio Monai (a nostro parere, il non plus ultra in questo contesto), di cui
riportiamo alcune valutazioni essenziali, cercando anche noi - in questo modo -
di caldeggiare un simile approccio. Nell'ambito figurativo i pittori
dell'angoscia come Munch, Van Gogh, Ensor, Gauguin avevano creato le premesse
per la nascita dell'Espressionismo che a una prima realizzazione formale giunse
tuttavia soltanto con il gruppo della Brücke (Il Ponte), fondato nel 1905 a
Dresda da Kirchner, Heckel e SchmidtRottluff, e avviato, sulla spinta di un
programma di spontaneismo e di immediatezza espressiva, a estrinsecare per
immagini, al di là di ogni schema preordinato, le inquietudini interiori.
Ebbene, in quel momento, M., che dall'angolo visuale fiorentino non aveva
potuto nemmeno supporre i prodromi della nuova esperienza artistica, anche se
nutrito di cultura tedesca, aveva già fissato sulla carta i segni di un'umanità
demitizzata, i cui connotati volevano corrispondere a una realtà interna più
che alle apparenze sensibili. [...] Quando M. schizzava a lapis la Processione
d'ombre nel 1903, a sedici anni (anticipando largamente i disegni di Klee
eseguiti nel 1911), nulla poteva sapere dei fermenti che avrebbero portato alla
figurazione espressionista. Non poteva nemmeno aver conosciuto, quando
l'informazione sull'arte a Gorizia era ancora precaria se non assente, né la
tipologia umana di Tolouse Lautrec, né la visione precorritrice degli artisti
che avevano fatto tesoro della lezione di Cezanne e Van Gogh. Non ci sono
comunque prove [...] che possano documentare un qualsiasi contatto, del resto
cronologicamente insostenibile, con il mondo figurativo che si agitava nell'Europa
centrale osteggiato dalla cultura officiale [...] Indubbiamente Processione di
ombre è una testimonianza stupefacente di un espressionismo ante-litteram: una
sfilata di personaggi tratte ggiati sommariamente, figure emblematiche la cui
deformità impietosa riflette le ipocrisie e le storture della società
conformista. La matita che delinea realisticamente il profilo del Castello di
Gorizia, simbolo del potere, non indugia sui dettagli delle figure umane ma,
guidata da un'intuizione psicologica sorprendente per un sedicenne, si limita a
suggerirne le forme controluce. Processione d'ombre resta dunque opera di un
giovanissimo che, per virtù di un'acuta intelligenza, stava respirando un'aria
comune a tutti gli ingegni più vivi senza ancora rendersene conto, con le
percezioni discendenti da una sofferta coscienza del male del tempo, in
inconsapevole sintonia con artisti che egli non aveva mai conosciuto. Dopo
questa prova [... ], altri disegni confermeranno negli anni successivi la sua
ricerca dell'uomo, il suo bisogno di agire direttamente sulla persona,
interpretandone le contraddizioni, le debolezze, il ridicolo, con segno che non
è caricaturale nel senso corrente della parola, inteso cioè a cogliere gli
aspetti più scoperti del soggetto per metterne a nudo l'immagine apparente o i
sentimenti più manifesti. La sua matita scava e blocca il volto nell'attimo in
cui la mente ne fissa i connotati che meglio corrispondono alla realtà più
intima e tramuta la figura in maschera che sollecita pena e amarezza più che
ilarità. [...] Solitario come filosofo e come pittore, M. avrebbe comunque
continuato ad alimentare la segreta vocazione fino a quando, con il disegno di
una lampada dalle fiammelle ormai spente, avrebbe riassunto sul primo foglio
della Persuasione e la rettorica il senso della propria parabola terrena. [Si
può altresì rilevare] la sua estraneità a qualsiasi movimento intellettuale e
filosofico. Si può affermare analogamente che non appartenne consapevolmente ad
alcun movimento artistico del suo tempol... ] Come pittore M. rientra dunque
nella sfera dell'espressionismo, di cui preavverte le tensioni. Ed
espressionista rimane fino in fondo, anche dipingendo, prima di morire, l'olio
dedicato alla madre e intitolato nel retro E sotto avverso ciel luce più
chiara. In questo senso è stata concordemente valutata nefgli] ultim[i]
decenni] l'opera grafica e pittorica di M., e si è convenuto che essa non può
essere ignorata, costituendo uno degli aspetti fondamentali per capire la
genesi della Persuasione e la rettorica, e l'autore stesso, come uomo, nella
sua totalità. [...] [Dunque], un rapporto molto stretto lega la ricerca grafica
di M. alla sua filosofia... Lo schizzo, il disegno immediato, l'aforisma
figurativo si può considerare una traduzione visiva della via alla
persuasione... La linea, secondo una grammatica preespressionista, si spezza in
segmenti, si anima in curve ed evoluzioni, si condensa con insistenze e
ripetizioni in alcuni passaggi per poi sfumarsi e annullarsi in altri. Esiste
una concordanza di giudizi sul fatto che soltanto un'esigenza interiore indusse
M. a farsi testimone di situazioni umane con l'immediatezza di chi ha in animo
non di edulcorare la realtà o di darne una versione umoristica ma di penetrame
i significati, uscendo dalla sfera della rappresentazione per entrare in quella
cruda e disincantata dell'osservazione dei fatti, al di là di qualsiasi calcolo
e senza il desiderio, comune ai protagonisti dell'arte, di farsi portatore di
nuovi linguaggi. Insistere nella ricerca di modelli, di influenze precise per
giustificare formalmente il mondo grafico e pittorico di M. equivarrebbe a
sminuire - pur considerando i rarefatti indici di un'attività non dominante -
la portata del suo messaggio, la sua originalità. Più giusto è constatare che
quanto possediamo è sufficiente a dichiarare le sue innate doti di disegnatore
estraneo alla cultura figurativa imperante nei primi anni del Novecento in
Italia, e a rivelare nello stesso tempo con incisiva evidenza le spinte che,
sempre più incalzanti, determinarono la sua ricerca esistenziale®°8, A tutto
ciò, aggiungiamo soltanto due nostre vaghe considerazioni: innanzitutto, in M.
ci sembra davvero riproporsi quella che Nietzsche connotava come capacità
«pentatletica» dell'artista "persuaso" (che lo rendeva davvero «omo
integrale»), nella fattispecie con riferimento agli autori tragici della
classicità (ma anche al loro "pubblico"), come il filosofo tedesco
aveva scritto in un passaggio fondamentale della sua prima conferenza pubblica
sulla tragedia [quella sul dramma musicale greco]: Nietzsche auspicava (e
credeva di intravvederne i prodromi nell'opera wagneriana) una ri- proposizione
di tale "integrità" nella nuova gioventù tedesca’. Anche sotto questo
rispetto, dunque, M. ci sembra pare fedele all'orizzonte greco che struttura
lasua speculazione e, perché no?, anche tutta la sua vita. Seconda
considerazione (che approfondisce quanto già profilato dal Monai): è
significativo, per noi, che M. s'impegnasse soprattutto nell'affinmare la sua
pratica di "caricaturista": com'è noto, il pregio della caricatura è
quello di scarnificare il soggetto che ad essa si presta, esagerandone (e
distorcendone) i tratti caratteristici: l'effetto che si vuol provocare è di
natura comica o grottesca. Il pittore-filosofo goriziano, evidentemente, intuì
la profonda valenza dissacrante che un simile strumento gli metteva a
disposizione: poter meglio individuare o evidenziare i "difetti"
della Rettorica e utilizzare il pretesto umoristico per porli, in modo impietoso,
all'attenzione di tutti: riconosco qualcosa come "caratteristico" e
lo "carico" distinguendolo dal resto (che rimane meno percepibile).
308 Estratto dal saggio M. anticipatore in arte dell'espressionismo, di Fulvio
Monai (pubblicato in Dialoghi intorno a M., a cura di Sergio Campailla,
Gorizia, Biblioteca Statale Isontina, 1987), che qui riportiamo per gentile
autorizzazione concessaci dalla redazione di www.M..it e del Comune di Gorizia.
309 Cfr. almeno le sue Cinque prefazioni per cinque libri non scritti, in particolare
le Riflessioni sul futuro delle nostre scuole. 310 In questo senso, la
caricatura, sotto la forma soprattutto della satira (letteraria) politica e
sociale, ha una lunga tradizione nell' "aceto italico", almeno a
partire da Lucilio. A parallele, analoghe e praticamente contemporanee
conclusioni - il suo saggio sull'Umorismo è del 1908 - era giunto anche
Pirandello: nel saggio, lo scrittore agrigentino segnalava nella pratica
umoristica uno degli strumenti privilegiati che consentivano di introdurre nell'arte,
e dunque attraverso l'arte, la problematica dell'esistenza e la critica
sociale: l'umorismo si serve del comico - avvertimento del contrario - per
assurgere a riflessione, al sentimento del contrario, ovvero, associando le
immagini in contrasto*'', sottolinea espressionisticamente gli aspetti
disarmonici, deformanti e paradossali dell'esistenza, come lo scrittore
effettivamente fece nei romanzi e (soprattutto) nelle novelle8"?, Per
fortuna, l'interesse per l'opera grafico-pittorica di M. è venuta crescendo col
tempo (anche se fatica ad oltrepassare l'orizzonte della provincia goriziana e
triestina), come testimoniano le sempre più numerose esposizioni del suo
catalogo. 311 cfr. L. Pirandello, Saggi, Poesie e scritti varii, Mondadori,
1977, pag. 127 soprattutto 312 Non a caso, alcuni critici (il Salinari e il
Piromalli, sopra tutti) hanno letto l'opera di M. anche attraverso il confronto
con la produzione e la "filosofia" di Pirandello, entrambi massimi
rappresentanti della crisi spirituale apertasi all'inizio del secolo scorso.
Auctoritas, non veritas facit legem. Thomas Hobbes Parte migliore è quella che
cerca il meglio; cercare con persuasione il meglio è l'unico primato; e quando
si vorrebbe ostacolare ciò, si fa, sotto tanti aspetti, del materialismo, e,
prima o poi, si è sconfitti dalla forza dell'anima. Capitini «Mi manca una
concezione salda e universale della vita [...] Oggi io non vedo alcuna
possibilità di trovare un nuovo principio, né di rispettare i vecchi principi.
Cerco dunque questa idea, da cui dipende tutto il resto, senza poterla
trovare», scriveva Flaubert all'amico George Sand, poco più di un secolo e
mezzo fa. Questa urgenza di verità e di valori la facciamo nostra, in un'epoca
in cui - e lo affermiamo al di là di ogni moralismo enfatico ed infame da
parvenu - il rapporto degli uomini col mondo e con i propri simili ci appare
quanto mai irrisolto e problematico, e sembrano venir meno l'orientamento, i
motivi, le ragioni stesse delle scelte etiche. La nostra tesi, benché sia strano,
è nata ed è stata scritta in tempo di guerra, e ciò non ha potuto non influire
sulla veemenza e sulla perentorietà di certe nostre affermazioni, convinzioni,
presupposti. Il fascino che il pensiero M.iano, misconosciuto, ha esercitato su
di noi si spiega, allora, soprattutto nella sua premura etica, nel suo
"massimalismo etico": solo un'etica forte come quella di M. - per
quanto, per i più, "ingenua" - può misurarsi oggi con la potenza
devastatrice del male. La straordinaria energia che ogni uomo nasconde conosce
le espressioni più sublimi e divine, ma anche le degenerazioni più abiette e
nefaste: si tratta di convogliare quell'energia a vantaggio dell'uomo, ovvero
sulla via della Persuasione. Questa è l'epitome del monito persuaso. La voce
della Persuasione è la voce socratica, la voce che coinvolge, la voce per
eccellenza. La voce che invita alla «infinita vita», che chiama all'autonomia
ed all'autenticità del nostro essere uomini, che non si presta alla risonanza
disinteressata o scolastica o intellettuale, ma che ingiunge un impegno
militante ad ogni animo sensibile. Qui, ovviamente, entra in gioco e in crisi
il significato stesso di filosofia, e quindi di esistenza, e il coinvolgimento
personale e responsabile di ogni posizione. La "lezione" di M. è,
infatti, un invito alla responsabilità pura, e dev'essere accolto come tale in
un'epoca in cui il totalitarismo non è esplicito, ma sornione, non punisce, ma
sorveglia, 313 Nel contesto di queste Conclusioni, utilizzeremo una specifica
bibliografia minima: 1 - Aldo Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa,
con prefazione di Norberto Bobbio, Biblioteca Cappelli (ristampa anastatica
della seconda edizione, pubblicata nel 1947 dall'E ditore Laterza, Bari), 1990;
2 - Martin Buber, La regalità di Dio, Marietti, 1989; 3 - E. Lévinas, L'aldilà
del versetto, a cura di G. Lissa, Saggi Guida, 1986; 4 - Antimo Negri. Il
lavoro e la città. Un saggio su Carlo M.. Roma, Lavoro, 1996. (I grandi piccoli
11). Le citazioni dal testo di Capitini saranno segnalate da una C con numero
di pagina cui si riferiscono [C ...]; quelle da Buber da una B [B ...]; quelle
da Lévinas da una L [L ...]; quelle da Negri da una N [N ...], non opera
soltanto attraverso l'aperta coartazione, ma s'innesta a presupposto tacito
comune, servendosi di una sopraffina ikebana di prevenzione, volta a
scongiurare quello che gli agenti assicurativi chiamano, come per un gioco di
ironia, moral hazard?. In un'epoca in cui il totalitarismo, a volte,
addirittura soffre il proprio mascheramento, ed esplode (stricto sensu) nelle
tensioni belliche del "nuovo ordine mondiale". La sua violenza, oggi,
è un "mal sottile" che avvelena. La Rettorica è un processo di
avvelenamento, scrive M., il che vuol dire non soltanto che è un veleno, ma che
è una continua somministrazione di veleno. Il pensiero di Carlo M., con tutta
la sua giovanile esuberanza, si pone allora come antagonista, come
disinfestazione: si arroga un effetto depurante, si autopromuove ad antidoto al
veleno, e (forse) in questo pecca di presunzione e corre il rischio, anch'esso,
di prestarsi a traduzioni violente ed autoritarie. Ma ci si mostra come faro
quando addita nell'autonomia e nella politica (termini solo in apparenza
contraddittori, termini da assumere piuttosto nella loro straordinaria
bellezza) l'unica istanza regolatrice di ogni persuasione concreta, «a ferri
corti con la vita», l'unica alternativa all'acclimatamento rettorico, al
compromesso eteronomo, all'abulia o alla disperata (per alcuni, vile)
risoluzione del suicidio. Di una persuasione, infine, che non si pone come
compito quello di passare «dalla teoria alla pratica» (uno dei più ostentati
imperativi sociali), ma di far le proprie parole azione, di sollecitare la
propria dynamis umana all'entelechia che, in modo autentico, la realizza. Come
scrisse Aldo Capitini, «dobbiamo essere musica e non statua. Questo sembra un
sogno, un qualche cosa di poetico; e credo invece che sia prova di realismo. Vi
sono forze potenti da fronteggiare, e solo un'opposizione dal profondo e
appassionata può vincerle»3'° [C 31]. 314 Lett. "rischio morale".
Maggior rischio che un evento assicurato si verifichi per effetto della minore
attenzione posta nel prevenirlo da parte di chi ha stipulato l'assicurazione
[def. dizionario Garzanti. Chi ha letto quanto da noi argomentato in
precedenza, apprezzerà la puntualità di questa definizione. 315 Come scrive
Norberto Bobbio, compagno e grande estimatore di Capitini, «chiunque abbia una
certa familiarità con gli scritti di Capitini sa che uno dei termini-chiave del
suo linguaggio personalissimo è "persuasione", che sta per
"credenza" o per "fede" (il bel capitolo autobiografico con
cui ha inizio il libro Religione aperta è intitolato La mia persuasione
religiosa), onde "persuaso", parola da lui usatissima equivale a "credente".
Egli stesso ne riconosce la derivazione da M.: «... del quale mettevo in
rilievo, anche in una conferenza che tenni a Firenze, la
"persuasione" (un termine che ho assunto, preferendo
"persuaso" a "credente", persuaso nel senso di
"autopersuaso", quasi di "pervaso"), l'antiretorica, quel
tipo di esistenzialismo, che poteva divenire supremo impegno pratico: insomma
mi pareva esatto considerarlo come la premessa di una tensione
etico-religiosa». [Bobbio trae questa citazione dall'opera di Capitini
Antifascismo tra | giovani; la testimonianza di Bobbio su Capitini la si trova
in N. Bobbio, Maestri e compagni, Firenze, Passigli, 1984, nel capitolo a lui
dedicato], Dunque, lo sfondo di Capitini è religioso, la sua è una credenza e
una fede; tuttavia la sua religiosità, "antiistituzionale", ci pare
non identificarsi esclusivamente con la dimensione divina, ma coincidere
piuttosto con la sacra umanità (il sacro dell'umanità) che ogni individuo porta
dentro di sé: dunque, se «la religione è consapevolezza della liberazione
spirituale, del superamento della finitezza mediante la vita spirituale» [C
110], anche noi ci sentiamo di condividere questa religiosità. M. ripropone la
visione antica del mondo nel momento di più intensa crisi della sua visione
moderna, e chiama in causa soprattutto due testimonianze inattuali di
Persuasione, nella Persuasione "confondendole": Socrate e Cristo. Il
Socrate di M. - ma oramai è chiaro - non ha alcuna paternità del /ogos, se per
logos s'intende una facoltà, ch'è pretesa, di ordinare il nostro rapporto
"scientifico" con la realtà e di promuoverne un'arbitraria fondazione
di valori. In un'espressione, un atteggiamento di dominio che non riesca a
pensare il mondo se non come rapporto di forze e come fruizione senza mistero.
In senso analogo, la verità cristiana viene apprezzata non come pura verità
filosofica o settaria, ma rivissuta quale verità di esistenza e di salvezza
assolute. Nella dimensione persuasa, cui queste due rinnovate prospettive
collaborano, il vero, il giusto e il bello condividono un rapporto sponsale
(l'agathon di socratica e platonica memoria), al cui interno è un non senso
l'imposizione. Un assunto, questo, che M. tende disperatamente a dissuggellare
dall'ambito della propria coscienza individuale, cercando di puntare su di esso
non solo per un impegno morale singolo, ma per una "rivoluzione"
sociale ch'è innanzitutto una rivoluzione etica collettiva. Il vir è
completamente titolare dell’azione etica, e in questo è scrigno d'infinito,
perché infinite sono le possibilità di realizzare il bene: la sua esistenza è
un "grande miracolo", che riflette in sé tutta l'ineffabile portata
della Persuasione, una dignità e una libertà di sapore, diremmo,
rinascimentale. L'Europa (il mondo) deve guardare alla Bibbia ed alla grecità,
dunque. Una persuasione di Lévinas, che anche M. avrebbe sottoscritto. Anzi,
come visto, la speculazione del Goriziano oscilla proprio, ed in maniera
consapevole e in certo modo sistematica, tra questi due poli. Tuttavia, nella
riconsiderazione ch'egli fece del pensiero biblico, si segna, secondo noi, una
nuova possibilità del pensiero ebraico, che mantiene dell'ebraismo la valenza
etica, la tenacia e la determinazione che quello ha mostrato nella sua storia
millennaria, ma altresì le rinnova, senza cadere, a nostro giudizio,
nell'apostasia dei conversos o dei marranos. Da una parte, infatti, l'identità
ebraica di M. - per quanto inconsapevole, sottaciuta o addirittura rimossa
dallo stesso - è fuori discussione: l'appartenenza ebraica è una questione
cromosomica, volendo parafrasare Martin Buber. Dall'altra, M., ebreo,
dell'Antico Testamento predilesse soprattutto l'Ecclesiaste, e pur vide in
Cristo l'eccellenza del vir persuaso, ritagliandone una figura terrena e
sofferta che nulla ha a che vedere col Cristo figlio di Dio: M., ebreo, pure
accettò il messaggio di In effetti, Capitini appare quale uno dei nichelstaedteriani
più "coerenti", e il fatto che il suo capolavoro, gli Elementi, fosse
uno dei luoghi di spiritualità intorno al quale si condensò molto antifascismo,
è una delle prove più evidenti e più belle di una Persuasione che passa dalla parola
all'atto, che si fa storia ed opposizione anti-rettorica. liberazione terrena
del Cristo, «la circoncisione del cuore, in ispirito, non in lettera» [S.
Paolo, Rom. 2,29], il «battesimo del fuoco» [Lc. 3,16] nella
Persuasione?"9. Il pensiero M.iano, insomma, è anche un pensiero ebraico,
semplicemente perché M. fu un ebreo. E, per quanto detto, fu un pensiero
ebraico sui generis, rivoluzionario, inaudito, e purtroppo dimenticato. Il
pensiero ebraico si pone, per principio, come inattuale, come Talmud,
interpretazione incessante ed appassionata della Torah, della Legge, la
«salvaguardia più sicura e la memoria più fedele dell'etica di Israele» [L 77].
L'ermeneutica della Torah si assume il compito di individuare e proteggere
l'<«energia misteriosa che scaturisce da [gesti] antiquati» [L 77], e
d'imbrigliarla in direzione etica. Questa etica è accoglienza di una
«incitazione divina» [L 102]: «anche Dio incita, anche Dio seduce, come se
anche Dio avesse la sua retorica». L'ascolto, dunque, la pedagogia dell'ascolto
come essenza dell'ebraismo: vi si forgia un'etica che scaturisce da
un'interazione responsabile di uomini: una redenzione, un «faccia-a-faccia
degli uomini [...] che mostrano il loro volto e cercano il volto del loro
prossimo» [L 93], in una «tensione del santo verso il più santo» [L 91], in una
«permanenza dell'umano [...] assicurata dalla solidarietà che si costituisce
intorno a un'opera comune; dallo stesso compito svolto senza che i
collaboratori si conoscano o si incontrino» [L 93], perché «Ia totalità del
vero è realizzata dall'apporto di molteplici persone» [L 218]. Un'etica,
inoltre, che non teme, e anzi accoglie, il confronto con le culture altre,
perché «Malgrado tutte le critiche rivolte contro l'assimilazione, noi
usufruiamo dei lumi che essa ci ha apportato, affascinati dai vasti orizzonti
che questi ci hanno aperto » [L 288]. Tuttavia, «a dialettica del regno che
educò il popolo di Israele» - scrive Buber - coincide con la «storia del
dialogo fra la divinità che domanda e l'umanità che nega la risposta ma che
tenta anche di rispondere, il dialogo che ha per oggetto un eschaton». [B 56].
La risposta dell'essere umano, a questo domandare che s'impone più che altro
come un comandare, non può essere se non l'obbedienza. Buber non lo nasconde,
anzi fonda proprio su questa impari dialettica la radice dell'istanza etica e
ogni possibile dignità dell'uomo, «costituita dalla originaria possibilità di
questo comandamento e dall' 'obbedienza' intesa come risposta umana ad esso:
una risposta balbettante, riluttante, risorgente, ma pur sempre la risposta del
fragile essere umano» [B 136]. «Nel 'monoteismo' - scrive ancora Buber -
l'unicità non è [...] quella di un 'esemplare’, bensì quella del Tu nella
relazione io- 316 Ancora una volta, è importante - in questo contesto -
ricordare l'interesse esclusivo di M. per il vangelo di Matteo. Questo vangelo
è il «più completo, ordinato e dottrinale dei primi tre e rispecchia più e
meglio degli altri la primitiva catechesi apostolica, motivo per cui fu il più
utilizzato nei primi tempi della Chiesa, per l'istruzione sia dei catecumeni
che degli adulti. Esso fu scritto per gli Ebrei, per provare ad essi che Gesù
Cristo è il Messia promesso. Infatti fin - dal principio, con la genealogia,
così importante per gli Ebrei, Mt intende dare non soltanto la realtà ebraica e
davidica di Gesù, ma inserire lui, la sua storia e la sua opera nel complesso
della storia della salvezza, che forma l'ossatura di tutto l'AT. Così, nel
discorso posto come a base del nuovo Regno fondato da Gesù, egli è proposto
come il nuovo Mosè che sul monte promulga la nuova legge; e in tutto il corso
del Vangelo è dato il massimo valore all'AT, considerato come profetico e
pedagogo al nuovo Regno» [F. Pasquero, Introduzione al vangelo di S. Matteo,
ed. Paoline, Milano, 1987]. tu, che non conosca sospensioni nell'ambito della
vita vissuta» [B 123]. Il Tu divino è una continua presenza nel rapporto io-tu,
sia nel rapporto stesso che nella singolarità dei contraenti: «la fede in Dio
di Israele è contraddistinta in definitiva dal fatto che il rapporto di fede
esige per essenza di valere per tutta la vita e di agire in tutta la vita» [ma
cfr. l'intero capitolo JHWH il melekh, pagg. 106- 120]. E' qui che M. segna il
suo distacco e il suo superamento: egli, ebreo, combatte in assoluto ogni
adescamento eteronomo, e intuisce che l'etica è Persuasione, ovvero - e in modo
esclusivo - autonomia responsabile e responsabilità autonoma, conquista che
avviene nell'immediato dell'uomo senza alcun tramite, se non la considerazione
dell'altro come specchio di sofferenza, come omousia del Tragico, e non come
riflesso del volto di Dio o comunque di entità superiori e costituite. M.
conclude la prima Appendice critica alla sua tesi di laurea con un enfatico
«Evviva l'imperativo» [PR 142]. Quest'appendice, apparentemente svolta su
questioni di linguistica logico-formale (i modi verbali), s'impernia su un
assunto etico-filosofico che compendia le convinzioni M.iane su un linguaggio,
quello degli uomini, ch'è la traduzione più concreta ed esaustiva dei «modi di
relazione sufficiente» [PR 135]: infatti, «ogni parola detta è la voce della
sufficienza - quando uno parla, afferma la propria individualità illusoria come
assoluta», ovvero «ogni cosa detta ha un Soggetto che si finge assoluto» [id.,
corsivo di M.; in base alle analisi approntate nel corso del nostro lavoro, il
significato di queste affermazioni dovrebb'essere oramai pacifico]. Alla luce
di questo assioma, M. de-struttura i modi del linguaggio: quello diretto,
quello congiunto e infine quello correlativo. Fino a che giunge al modo
imperativo, «che non è modo» [PR 141]. Perché quello imperativo non è un modo?
E perché il giovane filosofo lo predilige? Perché esso non sottende una
"relazione sufficiente", «non è realtà intesa, ma vita; è
l'intenzione che vive essa stessa attualmente, e non finge attualità in ogni
modo finita e sufficiente» [PR 141, c. Mich.]: insomma, il Soggetto «non fa
parole, ma vive» [PR 142, c. Mich.]. Ma in che modo il Persuaso vive?
Innanzitutto, si parta da questa importante sfumatura: per M., l'imperativo non
è il modo dell'ingiunzione, del comando, della coercizione, non è neanche
«imperativo di Dio» [B 58]°'”, ma quello della libertà, della realizzazione
concreta della libertà, ovvero è un atto di liberazione. Il Soggetto,
innanzitutto, si libera da se stesso, dalla falsa consistenza che lo intride.
Ma l'imperativo non è neanche un modo impersonale: esso è piuttosto un modo che
coinvolge, che chiama in causa una relazione, una responsabilità, che evidenzia
la sostanza di un tu cui esso si rivolge. Delucidando il senso e l'abisso di
tale responsabilità, si giunge nel cuore dell'essenza persuasa. E' la
Persuasione che mette in gioco la responsabilità, e non viceversa. Non è Dio
che ci destina in un orizzonte responsabile, non è YHWH che c'ingiunge o ci
dona il senso di responsabilità, che ci forma alla responsabilità. Per Lévinas,
ad esempio, la responsabilità umana è «una responsabilità che precede la
libertà, una responsabilità che precede l'intenzionalità» [L 210]: poche righe
dopo, il filosofo ebreo- francese esplicita il senso delle sue parole: «si deve
comprendere piuttosto questa anteriorità della responsabilità rispetto alla
libertà come l'autorità stessa dell'Assoluto [c. n.], ‘troppo grande' per la
misura o la finitezza della presenza, della manifestazione, dell'ordine e
dell'essere» [L 210]; «l'uomo esercita la sua padronanza e la sua
responsabilità come mediatore tra Elohim e i mondi, assicurando la presenza o
l'assenza di Elohim dal concatenamento degli esseri» [L 246-247].
Nell'orizzonte della Persuasione, al contrario, la responsabilità non è la
premessa teologica al rapporto io-tu, non è il vincolo condizionante preparato
da qualsivoglia Torah, Assoluto o «ileità» [L 211], ma la messa-in-atto di questo
rapporto nel momento in cui esso avviene, sul terreno dell'autonomia senza
presupposti, nella condizione di una consistenza che trova 318. Ovvero nel
fondamento esclusivamente nella propria finitezza, nella propria solitudine
momento in cui la consapevolezza del Tragico assurge alla sua espressione
massima, e si converte da consapevolezza in attualità poietica. La stessa
«responsabilità della responsabilità» [L 158-159] non è una delega etica che un
essere superiore affida agli uomini, lasciandoli liberi o meno di rispondere
(la presenza o l'assenza di Elohim), ma un atto di autofondazione di libertà,
in cui libertà e responsabilità vengono a coincidere; non riflesso di una
Legge, ma essa stessa legge di se stessa. Il vir attraversa la morte, convive
con la malattia mortale ed estende la mortalità a termine di confronto con le
altrui vite: ristabilendo un corretto rapporto con l'essere-per-la-morte
dell'uomo, correggendo la prospettiva lontananza-vicinanza dalla morte, la
Persuasione rende manifesto l'essere-nella-morte dell'homo (la vita che vuole
se stessa e crede d'esser vita, l'horror vacui che diviene propellente del
conatus essendi, il deficere preso a pretesto del proprio sufficere) e nobilita
l'essere-con-la-morte del Persuaso. Di fronte al Tragico, e non di fronte a
YHWH, si fonda la solidarietà e la democrazia di un destino, per il quale tutti
sono miei pari nella morte. Vedendo nell'altro se stesso come mortale, il vir
elegge l'altro in un orizzonte di compassione, e quindi di rispetto: in questo
specchiarsi nell'innocenza tragica dell'altro, il Persuaso abdica alla propria
consistenza, avvertendo già la sua stessa affermazione individuale come
violenza "attuale" agìta ai danni dell'altro. 317 «[...] né la storia
biblica ha altro senso se non quello per cui l'imperativo della natura può
cedere all'imperativo di Dio e così elevarsi, la pura passione alla santità
pura, la creazione al regno» [B 58]. 318 Nella dimensione persuasa, dunque,
espressioni quali «dipendenza senza eteronomia» [L 162], «trascendenza che si
fa etica» [L 208], «decisione umana che interviene in un dominio che oltrepassa
l'uomo» [L 181], o ancora «timore libero: riconoscenza sotto forma
d'obbedienza, ma obbedienza senza servitù etc. etc.» [L 173], o infine la summa
- «idea di un potere senza abuso di potere» [L 266], non hanno alcun senso.La
persuasione, dunque, si pone come eccesso d'amore, come olocausto d'amore, che
sacrifica l'io attuale al tu, e fa del tu non soltanto il termine privilegiato
del rapporto, ma il luogo in cui «brucia come fiamma» il rapporto stesso. Il
sacrificio è l'annullamento del sé per la salvaguardia del tu: l'agire del
Persuaso (Sovva!) è l'accollarsi di un surplus di responsabilità verso il tu.
Per recuperare l'umanità del tu c'è bisogno di un'eccedenza d'umanità nel
Persuaso, tal che il Persuaso - alla stregua dell'Essere plotiniano - trabocchi
di essere e doni, sacrifichi la sua eccedenza in vista della Persuasione del
tu, ch'egli non prepara o sollecita, ma salvaguarda e protegge. In questo atto
di amore puro e assoluto della Persuasione, l'unico rimprovero che le si può
muovere contro è l'essersi arrogata una pretesa di salvazione che nessuno le ha
chiesto. Ma cosa è l'amore, il donare, se non dare anche quando nessuno chiede? Uno, tra i motivi occasionali che ci hanno
spinto a scrivere una tesi su Carlo M., è stato la lettura di un libello (in
senso proprio e lato), che porta la firma di Antimo Negri, dal titolo
accattivante: // lavoro e la città. Il piccolo studio si propone come «un
saggio su Carlo Michelstaedter» (così recita il sottotitolo) e, in effetti, la
prima metà di esso sorvola l'opera del Goriziano, fissandone punti fondamentali
e azzeccando spunti intelligenti. Ad un certo punto, però - e siamo al capitolo
E' veramente ‘vita che non è vita', quella civile? - l'analisi del critico
prende una svolta inaspettata di sferzante polemica. Partendo dalla convinzione
(del resto per noi condivisibile e sensata) che «nella società, è giocoforza
responsabilizzarsi come uomini civili e lavoratori divisi» [N 74], per il Negri
prospettare ai lavoratori "distinti" e agli uomini "civili"
una vita altra da quella ch'essi conducono è soltanto grossolana retorica, una
presa in giro, una «promessa del diavolo» [N 75], pericolosa e assolutizzante,
metafisica e irriguardosa. L'avversario da ardere al rogo, nel contesto del
saggio, è proprio Michelstaedter: [...] se gli 'autori' hanno veramente detto
ciò che egli 'ripete' [il riferimento è alla prefazione della tesi di laurea],
Michelstaedter non fa altro che accomunarli nel destino del fallimento del loro
messaggio ‘persuasivo'. La ragione di questo fallimento? Sta nel fatto che gli
uomini, la maggioranza degli uomini, nonostante ogni 'riduzione' della loro
individualità, nonostante il loro risolversi in persone sociali", nel
mondo della sicurezza' borghese, nel mondo del lavoro diviso o nel 'regno della
rettorica', finiscono col credere più a Platone che a Socrate, più a Hegel che
a Schopenhauer, eccetera. Solo perché disponibili a farsi 'giusti' per naturale
desiderio di sicurezza? Solo perché hanno paura della morte? Forse, anche
perché hanno il coraggio di vivere, lungo le 'sanguinate vie della storia', la
‘piccola vita' delle ‘individualità ridotte', in obbedienza alle ragioni della
civiltà del lavoro e della tecnica. Anche il pescatore stanco de | figli del
mare ha questo coraggio; e gli si deve rispetto, perché è anche un uomo
‘temprato all'oggettività' nel senso hegeliano, un uomo 'giusto' nel senso
platonico. Rispetto non gli porta di fatto, Michelstaedter. In realtà, la
lettura del filosofo del lavoro è altamente prevenuta, e questo gli obnubila il
senso della Persuasione michelstaedteriana. Ne è prova quanto scrive in
seguito, indirizzando le sue frecciate a «quanti filosofeggiando si atteggiano
a flebili ‘pastori dell'essere» [N 192 61], ossia «agli scopritori e ai
riscopritori più o meno nichilisteggianti di Michelstaedter» [N 71] (e anche
qui ci trova concordi). Ma per lui, già in partenza, quello di Michelstaedter è
«il desiderio di un libero volo oltre il mondo in cui vivono le 'anime
implicate» [N 70], e, in quanto tale, «è desiderio di morte»: «Michelstaedter
tende a 'persuadere' ad un 'in-curia' o ‘non-curanza' della stessa società»
[adattato da N 81], ed egli, in questo, si rivelerebbe davvero «maestro di
Svoradayoyia» [N 81], ma un maestro così malefico, sottile e coerente da
giungere persino ad uccidersi per far valere tutta la cattiveria delle sue
proposte; tal che il suo suicidio fa] è un «gesto necessario della sua
‘pedagogia', che preferisce l' ‘essere’ al 'vivere', la ‘vita autentica' alla
‘vita inautentica' [[]» e visto che [b] «c'è pure un egoismo nel darsi
volontariamente la morte [!], senza curarsi di quanto si può fare per gli altri
anche o soprattutto come ‘individualità ridotte*». Ciò di cui il Negri priva i
suoi lavoratori distinti e i suoi soggetti civili è quello che Ernst Bloch
chiamava principio speranza: il che sarebbe anche la cosa meno grave. Infatti,
egli dimentica altresì che dietro tali figure sociali, inserite negli
ingranaggi della città giusta, ci sono degli uomini, e che le conquiste - e la
dignità che ne deriva - sono innanzitutto conquiste di consapevolezza umana,
prima che acquisizioni prettamente sociali o giuridiche o politiche. Egli
scrive: Il nostro posto è nella città, nel mondo del lavoro. Non c'è ideologia
'antilavoristica' che tenga: il nostro compito resta quello di fare più giusta
la città, più umano il mondo del lavoro, non di uscirne fuori, di abbandonarlo
[N 81-82]. Parole che rivelano un grande, e giustificato, "pragmatismo",
e ciò detto senza alcuna allusione spregiativa. Il fatto è che Michelstaedter,
scrivendo della Persuasione, si pone su uno scalino indietro (o avanti, dipende
dai punti di vista) quando appunta il suo interesse piuttosto sulla dimensione dell'umano
che precede la sovrastruttura della giustizia cittadina e della socialità del
lavoro. Sinceramente, non vediamo in ciò alcuna «ideologia antilavoristica», né
una presa di posizione, come dire, gratuita e tignosa contro la "vita
empirica" degli uomini. Il merito di Michelstaedter è stato quello d'aver
individuato, al di là o al di sotto dell'alacrità sociale, un peccato umano tra
i più puniti anche da Dante: l'accidia spirituale. Di contro, il più grande
demerito dell'invincibile illusione sociale della rettorica - propinata
attraverso lo strumento ipnagogico della Svoradaywyix - è quello di obliterare
l'umanità degli uomini e d'incoraggiarne appunto l'accidia: tal che quando
Michelstaedter parla di «possesso presente della propria vita» non intende un
allontanarsi dalla congerie sociale, o semplicemente un disdegnarla (il che
sarebbe, oltre tutto, impossibile, vista la politicità che contraddistingue gli
uomini), ma un vivere la nostra esistenza, anche sociale, alla luce di una
nuova consapevolezza, di tipo socratico, che precede la stessa "coscienza
civile": ovvero, nella consapevolezza che in ogni uomo c'è un fondo di
Persuasione - un «centro religioso», direbbe Capitini - che dev'essere
recuperato e 193 salvaguardato, una plenitudo ed un'aeternitas che non è
astorica o ultramondana o antimondana, ma che rivela una dignità che
chiameremmo ontologica, se non avessimo timore di equivocare adottando un
termine abusato. La vita degli uomini, prima di essere vita di relazione in cui
ognuno dà e ognuno chiede (il cosiddetto mutualismo), è una interminabili vitae
tota simul et perfecta possessio?”9, tanto per prendere in prestito le parole
di S. Tommaso, e in questo l'uomo è assimilabile addirittura a Dio. In suddetta
convinzione michelstaedteriana - che è una bestemmia in bocca ad un ebreo, e
che forse segna il traguardo di presunzione di un pensiero che, al di là della
religiosità che lo sottende, si pone, per via di principio, come pensiero
"laico" - si palesa tutto l'amore e il rispetto di cui il Goriziano
investe gli uomini, il mondo e la vita stessa. Il Persuaso non vuol essere un
"persuasor di morte", un apolide o un paria, e se lo è, è l'ingiusta
conseguenza cui l'emarginazione rettorica lo destina; ed anche allora, il vir
non è un asceta che si rinchiude, beato, nella sua sdegnosa autosufficienza, o
un moralista che, da uno scranno, discetta sull'inettitudine o sulla
"senilità" degli uomini che, ignari del loro non- essere, si
affaccendano nel mondo. Il vir è Qohelet, partecipa comunque all'assemblea
degli uomini, «àncora la [sua] vita nella concreta molteplicità del prossimo»
[C 66]. La sua «anima ignuda» [PR 10] non è un abito di santità ch'egli indossa
per distinguere la propria nobiltà di spirito, ma il risultato di una
spoliazione dei travestimenti rettorici entro cui siamo «incamiciati», un
raggiungere la nudità del nostro essere sfrondando gli orpelli del sufficere, e
non un'angelolatria; e, ancora, l'«isola dei beati» [PR 10] non è un mondo
marziano o iperuranico, ma la città veramente giusta, la Gerusalemme dei
liberati, la agathon philia: «Paradiso non è l'assenza della finitezza, ma il
vincerla, con impeto di spirito sereno» [C 64]. Infine, l'esperienza della
Persuasione non è un'esperienza elitaria od escludente, visto che non ci sono
libri, ricettari o raccomandazioni che ci facilitano sulla via della
Persuasione: essa, per principio, si pone come democratica, e l'unica
condizione ch'essa ingiunge (se si può dir così) è che sta ad ogni singolo
individuo assumersi la responsabilità di imboccarla, prendere su di sé il
compito della propria realizzazione, avere il coraggio di costruire la propria
dignità di uomo: e quale migliore artifex di colui il quale è l'artefice unico
della propria umanità? «La persuasione religiosa suscita un sentimento e un'iniziativa
assoluta, e un fermento da rinnovare perennemente, e proprio movendo da sé
stessi, anche se soli» [C 113]: «libertà deve essere continuamente liberazione
» [C 108]. La consapevolezza del Tragico, in cui "consiste" la
Persuasione e la sua libertà, dunque, non mortifica l'attività degli uomini, ma
le conferisce un senso e una dignità addirittura sovraumane, perché non accetta
la vita così com'è, o come ci è data, ma testimonia la "caparbietà"
degli uomini, la loro eccedenza di vita, anche nella consapevolezza di esseri-
319 Tommaso, Summae Theologiae, prima pars quaestio X, De Dei aeternitate in
sex articulos divisa, articulus |. per-la-morte: e la stessa relazione
dare-chiedere ne viene promossa a donare, in un orizzonte di rispetto e di
amore che coinvolge tutti gli enti mondani, senza alcuna cesura metafisica o
etica. E allora, non si incorra nell'equivoco di scambiare la Persuasione per
semplice determinazione, per mera disposizione di volontà, per arbitrio di
proprie convinzioni imposte alla comunità degli uomini, per malevola, pertinace
coerenza d'intenzioni eccentriche o malsane: diversamente, si potrebbero a buon
ragione dire persuasi un Hitler o un Callicle. La dimensione persuasa non è una
dimensione anarchica, dove ognuno dice o fa ciò che vuole, convinto di
realizzare una propria, singolare, gretta persuasione: essa ha l'unico suo
limite e l'unica sua legge (che non è sintomo di eteronomia, perché autonoma
assunzione di responsabilità) nel confine segnato dalla libertà e dal diritto
dell'altra persona: la Persuasione «è stretta sulla base della non menzogna che
è il riconoscimento in altri della stessa volontà operante vicino alla mia
finitezza, superamento della separazione, atto di fede che attua la vicinanza,
la trasparenza» [C 111]. La Persuasione è trasparenza etica. Che un simile
"programma" di umanità sia destinato al fallimento - o sia guardato
con ironia, o sia tacciato di melliflua retorica, che condisce una
"adolescenziale" illusione - non è una prova schiacciante da
ribaltare sardonicamente contro il suo autore, ma un ulteriore elemento di
meditazione sulle dilaganti potenzialità oniriche e violente - ovvero di una
violenza occulta o scoperta, a seconda dei casi - del dispositivo e
dell'armamentario rettorico, che da sempre ci affligge. Carlo Raimondo
Michelstaedter. Carlo Michelstaedter. Michelstaedter. Keywords: l’implicatura
di Platone. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Michelstaedter: retorica e persuasione," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Michelstaedter” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Mieli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’uccello del paradiso; ovvero,
la lingua perduta del desiderio – la Paradisaeidae di Swinton – la scuola di
Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“Speranza has studied this; he calls it ‘Dorothea Oxoniensis,’ and indeed it is
a joint endeavour with C. R. Stevenson – who *knows*!” -- «Spero che la lettura
di questo libro favorisca la liberazione del desiderio gay presso coloro che lo
reprimono e aiuti quegli omosessuali manifesti, che sono ancora schiavi del
sentimento di colpevolezza indotto dalla persecuzione sociale, a liberarsi
della falsa colpa» (Elementi di critica omosessuale. M Attivista e
scrittore italiano, teorico degli studi di genere. È considerato uno dei
fondatori del movimento omosessuale italiano, nonché uno tra i massimi teorici
del pensiero nell'attivismo omosessuale italiano. Legato al marxismo
rivoluzionario, è noto soprattutto come eponimo del Circolo di cultura
omosessuale M. e per il suo saggio Elementi di critica omosessuale pubblicato
nella sua prima edizione da Einaudi nel 1977. M. penultimo dei sette
figli di Walter Mieli e di Liderica Salina. Il padre, ebreo e originario di
Alessandria d'Egitto, vive a Milano dalla metà degli anni venti e aveva fondato
con successo un'azienda di filati, divenuta in seguito una delle più importanti
nella torcitura e nella lavorazione della seta. La madre, milanese, era
insegnante di lingue. Sposati, durante la seconda guerra mondiale i
coniugi M. erano sfollati a Lora, frazione di Como. Mario crebbe in questa
cittadina, pur mantenendo forti legami con Milano dove il padre continuava a
lavorare e a risiedere. Il giovane Mario si stabilì definitivamente nel
capoluogo lombardo quando si iscrisse al liceo classico Giuseppe Parini,
raggiunto due anni dopo dalla sorella minore Paola, alla quale fu sempre molto
legato. Già in questi anni diede dimostrazione della sua viva intelligenza e
dichiarò la propria omosessualità. Secondo quanto testimoniato dal compagno
Milo De Angelis, nfondò un circolo di poesia che divenne anche un luogo di
incontro per omosessuali. Fu pienamente coinvolto nella contestazione ed evocò
questo periodo nel suo romanzo autobiografico Il risveglio dei faraoni. A
causa della sua miopia fu esonerato dal servizio militare alla fine del liceo,
si trasferì a Londra per perfezionare l'inglese, come già avevano fatto altri
suoi familiari. Qui frequentò il "Gay Liberation Front" venendo a contatto
con l'attivismo omosessuale nella sua fase più intensa, subito dopo i moti di
Stonewall. Tornato in Italia, fu, insieme ad Angelo Pezzana, tra i soci
fondatori del celebre Fuori! a Torino, prima associazione italiana del
movimento di liberazione omosessuale italiano. Convinto assertore di una
rivoluzione gay in chiave marxista, si allontanò dal Fuori! insieme a tutta la
cellula milanese dell'associazione quando questa si legò al Partito
Radicale. Nello stesso anno fondò a Milano i Collettivi Omosessuali
Milanesi e i Collettivi parteciparono al Festival del proletariato giovanile di
Parco Lambro, dove Mieli lanciò dal palco lo slogan Lotta dura, Contronatura!.
Si laureò in filosofia morale con una tesi, poi pubblicata con modifiche, da
Einaudi con il titolo di Elementi di critica omosessuale e che divenne un
fondamento delle teorie di genere in Italia e, in misura minore, all'estero,
venendo tradotto e pubblicato in inglese nel 1980 con il titolo Homosexuality
and liberation: elements of a gay critique ed in spagnolo con il titolo
Elementos de crítica homosexual dall'editrice Anagrama. Elementi fu uno dei
testi base dei collettivi autonomi gay. M. fu uno dei primi a contestare
apertamente le categorie di genere vestendosi quasi sempre con abiti femminili.
Nel frattempo si dedicava al teatro, destando scandalo nella mentalità
dell'epoca con opere come lo spettacolo La Traviata Norma. Ovvero:
Vaffanculo... ebbene sì! Dava volutamente scandalo anche per il modo in cui si
presentava, utilizzò anche immagini e ruoli per portare avanti la propria
battaglia dei diritti individuali inalienabili. Nel corso della sua esistenza,
cercò di superare i limiti, fece uso di droghe e si dette a pratiche sempre più
estreme, inclusa la coprofagia. Durante un viaggio a Londra, Mieli, vicino
già all'antipsichiatria, iniziò a interessarsi di psicoanalisi; fu nuovamente
arrestato, quando, semi-nudo e in preda a una crisi psichica, fu fermato
nell'aeroporto di Heathrow, in cerca di un poliziotto con cui avere un rapporto
sessuale. Prima venne incarcerato, poi messo nella sezione psichiatrica del
Marlborough Day hospital, assistito dai familiari venuti dall'Italia in attesa
del processo. Venne ricondotto a Milano, dopo la condanna a pagare una
multa, e ricoverato in una clinica psichiatrica per un mese. Una volta dimesso,
su consiglio del suo psicoanalista Zapparoli, i genitori gli diedero un
appartamento autonomo. L'anno seguente viaggiò ad Amsterdam e di nuovo a Londra
e si laurea con lode in filosofia. Poco dopo lasciò l'appartamento che gli
avevano trovato e interruppe la terapia psichiatrica. Al V congresso del
Fuori!, che sancì la sua rottura col movimento e con Pezzana, M. prese la
parola, si dichiarò transessuale e parlò della sua esperienza di malattia
mentale («sono stato definito uno schizofrenico paranoide, sono stato in
ospedale, in manicomio per questo motivo») e di omosessualità. Dopo questo
periodo si dedicò alla stesura degli Elementi di critica omosessuale.
Negli ultimi anni di vita si dedicò all'esoterismo e all'alchimia, abbastanza
isolato dal resto del movimento omosessuale, e lavorando al romanzo Il
risveglio dei faraoni. Morì suicida infilando la testa nel forno della sua
abitazione di Milano dopo un lungo periodo di depressione. Tra i motivi del suo
gesto estremo fu l'ostruzionismo che il padre, influente industriale milanese,
aveva fatto per impedire la pubblicazione della sua ultima opera, Il risveglio
dei faraoni, ritenendolo troppo autobiografico e lesivo dell'onore famigliare.
A lui è intitolato il Circolo di cultura omosessuale M. sorto a Roma nello
stesso anno della morte. Il pensiero Il transessualismo universale Il
pensiero di M. consiste nel ritenere che ogni persona è potenzialmente
transessuale se non fosse condizionata, fin dall'infanzia, da un certo tipo di
società che, attraverso quella che Mieli chiamava "educastrazione",
costringe a considerare l'eterosessualità come normalità e tutto il resto come
perversione. Per transessualità, non intende quello che si intende oggi nella
comune accezione del termine, ma l'innata tendenza polimorfa e
"perversa" dell'uomo, caratterizzata da una pluralità delle tendenze
dell'Eros e da l'ermafroditismo originario e profondo di ogni individuo.
La liberazione omosessuale in chiave marxista fu tra i primi studiosi ed
attivisti del Movimento di Liberazione Omosessuale Italiano, accanto a
Castellano,Consoli, Modugno e Pezzana.
Tutti partivano dalla certezza che la liberazione dall'ancestrale omofobia
dovesse fondarsi sulla consapevolezza della propria identità, censurata fin
dalla nascita dalla cultura dominante, da loro ritenuta antropologicamente
sessuofoba e pervicacemente omofoba. Da queste basi partivano per
abbattere la discriminazione pluri-secolare nei confronti di chi non si
identificava nella sessualità assiomaticamente definita come naturale e
normale. Abbracciò immediatamente il marxismo, cercando di rimodularlo sulle
istanze della lotta di liberazione ed emancipazione omosessuale e ritenendo la
società capitalista intrinsecamente omofoba. Rilettura della psicanalisi
Negli Elementi di critica omosessuale, volle rielaborare alcuni degli spunti
teorici della teoria della sessualità di Freud, attraverso la lettura che, tra
gli anni Cinquanta e Sessanta, ne aveva fatto
Marcuse. Marcuse, infatti, in opere come “Eros e civiltà e L'uomo a una
dimensione aveva voluto fondere marxismo e psicanalisi. Fu proprio Freud,
infatti, a sostenere che l'orientamento sessuale poteva prendere qualsiasi
"direzione", riconducendo eterosessualità e "omosessualità a
semplici varianti della sessualità umana in senso lato. Una non escluderebbe
l'altra, e anzi, in potenza, tutti saremmo pluri-sessuali,
"polimorfi" o, più semplicemente, bi-sessuali. In base a questa
riflessione, riteneva che si dovesse denunciare come assurda e inconsistente
l'opposizione ideologica "eterosessuale" vs "omosessuale",
essendo viziato il principio stesso di "mono-sessualità". A questa
prospettiva unilaterale, che riteneva incapace di cogliere la natura
ambivalente e dinamica della dimensione sessuale, M. ha preferito opporre un
principio di eros libero, molteplice e polimorfo. Per Mieli era tragicamente
ridicola «la stragrande maggioranza delle persone, nelle loro divise mostruose
da maschio o da "donna.” Se il travestito appare ridicolo a chi lo incontra,
tristemente ridicolissima è per il travestito la nudità di chi gli rida in
faccia». Dean, psicoanalista dell'Buffalo, che redasse l'appendice
dell'edizione Feltrinelli di Elementi di critica omosessuale, afferma: «Nel
processo politico di ristrutturazione della società, M. non esita a includere
nel suo elenco di esperienze redentive la pedofilia, la necrofilia e la
coprofagia» e «ridefinisce drasticamente il comunismo descrivendolo come
riscoperta dei corpi. In questa comunicazione alla Bataille di forme materiali,
la corporeità umana entra liberamente in relazioni egualitarie multiple con
tutti gli esseri della terra, inclusi "i bambini e i nuovi arrivati di
ogni tipo, corpi defunti, animali, piante, cose" annullando
"democraticamente" ogni differenza non solo tra gli esseri umani ma
anche tra le specie». A questa rivoluzione sociale sono di ostacolo
determinati elementi, ritenuti da Mieli come «pregiudizi di certa canaglia
reazionaria» che, trasmessi con l'educazione, hanno la colpa di «trasformare
troppo precocemente il bambino in adulto eterosessuale». Il tema della
pedofilia Da provocatore dei "benpensanti", quale è stato tutta la
breve vita, facendo esplicitamente riferimento a Freud, M. affrontò a modo suo
anche il tema della sessualità infantile, per questo andando incontro a forti
critiche. I bambini, secondo il pensiero di Mieli, potevano
"liberarsi" dai pregiudizi sociali e trovare la realizzazione della
loro "perversità poliforme" grazie ad adulti consapevoli di quanto
sopra asserito: «Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non
tanto l'Edipo, o il futuro Edipo, bensì l'essere umano potenzialmente libero.
Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente
rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia
aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro.
Per questo la pederastia è tanto duramente condannata. Essa rivolge messaggi
amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza,
educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica. La società
repressiva eterosessuale costringe il bambino al periodo di latenza; ma il
periodo di latenza non è che l’introduzione mortifera all’ergastolo di una
«vita» latente. La pederastia, invece, «è una freccia di libidine scagliata
verso il feto» (Francesco Ascoli)» (Elementi di critica omosessuale).
Nella nota 88 si legge: «Per pederastia intendo il desiderio erotico
degli adulti per i bambini (di entrambi i sessi) e i rapporti sessuali tra
adulti e bambini. Pederastia (in senso proprio) e pedofilia vengono comunemente
usati come sinonimi» (Elementi di critica omosessuale). Il tema
dell'alterazione psichica, della follia Mieli faceva uso di sostanze
stupefacenti, attraverso le quali mirava a superare lo stato di normalità in
cui riteneva le persone intrappolate. Riteneva che nevrosi, follia, paranoia,
delirio e, soprattutto, la schizofrenia, al pari dell'omosessualità fossero
caratteristiche latenti in tutti gli esseri umani e, con riferimento a Jung,
che tali condizioni permettessero «la (ri)scoperta di quella parte di noi che
Jung definirebbe “Anima” oppure “Animus”». In riferimento all'omosessualità,
considerava che potesse essere una porta verso il lato inesplorato della
personalità, in analogia con la follia: “La paura dell’omosessualità che
distingue l’homo normalis è anche terrore della “follia” (terrore di se stesso,
del proprio profondo). Così, la liberazione omosessuale si pone davvero come
ponte verso una dimensione decisamente altra: i francesi, che chiamano folles
le checche, non esagerano». Opere: “Comune futura,” “Elementi di critica
omosessuale, Einaudi, Torino, Elementi di critica omosessuale, Barilli e M.,
Feltrinelli, Milano, Elementi di critica
omosessuale, G. Barilli e Paola Mieli, Feltrinelli, Milano, “Il risveglio dei
faraoni,” preservato da Marc de' Pasquali e Umberto Pasti, Cooperativa Colibri,
Milano, “Il risveglio dei faraoni,” Alfonso Sarrio Solidago, dR, Milano, “Oro, eros e armonia,” G. Silvestri e A.Veneziani,
Edizioni Croce, Oro, eros e armonia, Gianpaolo Silvestri e Antonio Veneziani,
Edizioni Croce, “E adesso,” S. Laude,
Clichy, Teatro La Traviata Norma.
Ovvero: Vaffanculo... ebbene sì!, Film “Gli anni amari, regia di A. Adriatico..
T. Giartosio, Perché non possiamo non
dirci: letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Barilli, Il movimento gay in Italia,
Feltrinelli, L. Schettini, M. in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ideologia. Progetto omosessuale
rivoluzionario, in Elementi di critica omosessuale, Dizionario Biografico degli
Italiani, in Treccani, Trascrizione del suo intervento in congresso nazionale
del “Fuori!”, in Fuori! rancobuffoni/ files/pdf/gp_leonardi_mieli.pdf M., artista contro la violenza, in La
Stampa, Elementi di critica omosessuale,
Einaudi, M. Elementi di critica omosessuale. Milano, Einaudi, Estremo e
dimenticato. Storia di un intellettuale provocatore., in Treccani Il tascabile,
M., Mieli, Paola. e Rossi Barilli, Gianni., Elementi di critica omosessuale Il
risveglio dei Faraoni, in A. Solidago, PRIDE, Milano, dR Edizioni, Silvestri,
L'ultimo M.: Oro Eros Armonia: contributi di Ivan Cattaneo e A. Veneziani, 2
ed. riveduta e corretta, Libreria Croce, De Laude, Silvia,, Mario Mieli: e
adesso, A. Pezzana. La politica del
corpo. Roma, Savelli, E. Modugno. La mistificazione eterosessuale. Milano,
Kaos. S. Casi. L'omosessualità e il suo doppio: il teatro di M. Rivista di
sessuologia (numero speciale L'omosessualità fra identità e desiderio,Francesco
Gnerre. L'eroe negato. Milano, Baldini e Castoldi, M. Philopat, Lumi di punk:
la scena italiana raccontata dai protagonisti, Milano, Agenzia, Concetta
D'Angeli, Teatro Talento Tenacia... Mario Mi"Atti&Sipari" Circolo
di cultura omosessuale Mario Mieli Fuori! Marc de' Pasquali Movimento di
liberazione omosessuale Omosessualità Queer Storia dell'omosessualità in Italia
Studi di genere Teoria queer Transessualismo. Biografia, in italiano, su
culturagay. Chi era M. (articolo sul
gay.tv), su gay.tv Circolo di cultura omosessuale "Mario
Mieli", su mariomieli.org. Mario Mieli. Mieli. Keywords: l’uccello del
paradiso; overo, la lingua perduta del desiderio. Refs. Luigi Speranza, “Grice
e Mieli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Miglio: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura ligure –
la LIGVRIA e la PADANIA – la scuola di Como – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Como). Filosofo
Lombardo. Filosofo italiano. Como, Lombardia. Grice: “Berlin, who thought was a philosopher, ended up lecturing
on the history of ideas, i..e. ideology – M. defines ideology so simply that
would put Berlin to shame: an ideology is what politicians propagate to reach
or buy consensus!” -- essential Italian
philosopher. Sostenitore della trasformazione dello
Stato italiano in senso federale o, addirittura, confederale, fra gli anni
ottanta e i novanta è considerato l'ideologo della Lega Lombarda, in
rappresentanza della quale fu anche senatore, prima di "rompere" con
Umberto Bossi dando vita alla breve stagione del Partito Federalista.
Polo scolastico "M." ad Adro. Costituzionalista e scienziato
della politica, fu senatore della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII
legislatura. Ha insegnato presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano, ove fu preside della Facoltà di Scienze politiche. È stato allievo d’Entrèves
e Pallieri, sotto la cui docenza si è formato sui classici del pensiero
giuridico e politologico. Colpito da ictusnon si riprese e morì
ottantatreenne nella sua stessa città natale, Como, circa un anno dopo. Il
funerale si tenne a Domaso, sul Lago di Como, comune d'origine del padre e sede
di una villa nella quale il professore si rifugiava spesso; in seguito M. è
stato tumulato nel locale cimitero, a fianco dei membri della sua
famiglia. Laureatosi in Giurisprudenza all'Università Cattolica con la
tesi, “Origini e i primi sviluppi delle dottrine giuridiche internazionali
pubbliche nell'età moderna”, evitò l'arruolamento per la Seconda guerra
mondiale a causa di un difetto uditivo congenito, e poté divenire assistente
volontario alla cattedra di Storia delle dottrine politiche, che d'Entreves
tenne sino alla fine degli anni quaranta nella medesima università.
Libero docente, si dedicò negli anni cinquanta allo studio delle opere di
storici e giuristi, soprattutto tedeschi: dai quattro volumi del Deutsche
Genossenschaftsrecht di Gierke, ai saggi di storia amministrativa di Otto
Hintze, alcuni dei quali, negli anni seguenti, vennero tradotti in italiano dal
suo allievo e ferrato germanista Schiera
(O. Hintze, Stato e società, Zanichelli). Fu di quegli anni l'incontro di
M. con l'immensa produzione scientifica di Weber: il professore comasco fu uno
dei primi ad aver studiato a fondo “Economia e Società”, l'opera più importante
del sociologo tedesco che era stata completamente trascurata in Italia.
Sviluppo del lavoro scientifico Miglio storico dell'amministrazione Alla fine
degli anni cinquanta, M. fonda con il giurista Benvenuti l'ISAP Milano
(Istituto per la Scienza dell'Amministrazione Pubblica), ente pubblico
partecipato da Comune e Provincia di Milano, di cui ricopri per alcuni anni la
carica di vicedirettore. In un saggio memorabile intitolato Le origini della
scienza dell'amministrazione, il professore comasco descriveva con elegante
chiarezza le radici storiche della disciplina. L'interesse per il campo
dell'amministrazione era dovuto in quegli anni alle politiche pianificatrici
che gli stati andavano conducendo per l'incremento della crescita
economica. La Fondazione italiana per la storia amministrativa Ben presto
M. sente tuttavia l'esigenza di studiare in modo più sistematico la storia dei
poteri pubblici europei e, negli anni sessanta, costituì la Fondazione italiana
per la storia amministrativa: un istituto le cui ricerche vennero condotte con
rigoroso metodo scientifico. A tal proposito, il professore aveva appositamente
preparato per i collaboratori della fondazione uno schema di istruzioni
divenuto famoso per chiarezza e organicità. In realtà, fondando la F.I.S.A. M.
si era posto l'ambizioso obiettivo di scrivere una storia costituzionale che
prendesse in esame le amministrazioni pubbliche esistite in luoghi e tempi
diversi: in tal modo egli sarebbe riuscito a tracciare una vera e propria
tipologia delle istituzioni dal medioevo all'età contemporanea, al cui interno
sarebbero stati indicati i tratti distintivi o, viceversa, gli elementi comuni
di ogni potere pubblico. Ma v'era un'altra ragione che aveva indotto M. a
studiare i poteri pubblici in un'ottica, come scriveva lui stesso,
analogico-comparativa. Servendosi di un metodo scientifico che Hintze
aveva parzialmente seguito nella prima metà del Novecento, il professore
comasco intendeva definire l'evoluzione storica dello stato moderno,
storicizzando in tal modo le stesse istituzioni contemporanee. La
fondazione pubblica tre collezioni: gli Acta italica, l'Archivio (diviso in due
collane: la prima riguardante ricerche e opere strumentali, la seconda dedicata
alle opere dei maggiori storici dell'amministrazione) e gli Annali. Tra i più
autorevoli lavori storici pubblicati nell'Archivio, si ricordano il volume sui
comuni italiani di Goetz e il famoso saggio di Vaccari sulla territorialità del
contado medievale. Nella prima serie alcuni giovani studiosi poterono invece
pubblicare le loro ricerche di storia delle istituzioni: Rossetti, allieva
dello storico Violante, vi diede alle stampe un approfondito studio sulla
società e sulle istituzioni nella Cologno Monzese dell'Alto Medioevo; Petracchi
pubblicò la prima parte di un'interessante ricerca sullo sviluppo storico
dell'istituto dell'intendente nella Francia dell'ancien régime; occorre inoltre
ricordare il poderoso volume di Pierangelo Schiera sul cameralismo tedesco e
sull'assolutismo nei maggiori stati germanici. Su tutt'altro piano si poneva
invece la collezione della F.I.S.A. denominata Acta italica: al suo interno
dovevano essere pubblicati i documenti relativi all'amministrazione pubblica
degli stati italiani preunitari: è probabile che l'ispirazione per
quest'ultima serie fosse venuta a M. dallo studio delle opere di Hintze:
lo storico tedesco aveva infatti scritto alcuni saggi sull'amministrazione
prussiana pubblicandoli negli Acta borussica, un'autorevole collana che
raccoglieva le fonti storiche dello stato degli Hohenzollern. L'edizione
dei lavori della commissione Giulini Tra i volumi degli Acta italica, occorre
ricordare l'edizione dei lavori della Commissione Giulini curata da Raponi uno
studio cui M. tenne molto e di cui si servì, molti anni dopo, per la stesura
del celebre saggio su “Vocazione e destino dei lombardi” (in La Lombardia moderna, Electa, ripubblicato in
Miglio, Io, Bossi e la Lega, Mondadori). La commissionei cui lavori avevano
avuto luogo a Torino sotto la presidenza del nobile milanese Cesare Giulini
della Portaaveva il compito di elaborare progetti di legge che sarebbero
entrati in vigore in Lombardia nel periodo immediatamente successivo alla
guerra. Cavour, che in quegli anni ricopriva la carica di primo ministro,
voleva che il governo, nel sancire l'annessione dei nuovi territori al Piemonte
di Vittorio Emanuele, mantenesse separati gli ordinamenti amministrativi delle
due regioni, lasciando che in Lombardia continuassero a sussistere una parte
delle istituzioni austriache esistenti. Il saggio Le contraddizioni dello
stato unitario Nel saggio magistrale Le contraddizioni dello stato unitario scritto
in occasione del convegno per il centenario delle leggi di unificazione, M.
prese in esame gli effetti devastanti che l'accentramento amministrativo aveva
provocato nel sistema politico italiano. La classe politica italiana non fu
capace di elaborare un ordinamento amministrativo che consentisse allo stato di
governare adeguatamente un territorio esteso dalle Alpi alla Sicilia.
Ricorrendo a una felice similitudine, il professore scrisse che la scelta di
estendere le norme piemontesi a tutta Italia fu come "far indossare a un
gigante il vestito di un nano". Secondo M., i nostri "padri della
patria", spaventati dalle annessioni a cascata e dalle circostanze
fortunose in cui era avvenuta l'unificazione, preferirono conservare
ottusamente gli istituti piemontesi, costringendo la stragrande maggioranza
degli italiani ad essere governati da istituzioni che, oltre ad essere
percepite come "straniere", si rivelarono palesemente
inefficienti. Nel saggio, M. ha però messo in luce un altro dato
fondamentale; il professore scrisse che il paese, quantunque fosse stato
formalmente unito dalle norme piemontesi, continuò nei fatti a restare diviso
ancora per molti anni: le leggi, che il Parlamento emanava dalle Alpi alla
Sicilia, venivano infatti interpretate in cento modi diversi nelle regioni
storiche in cui il Paese continuava, nonostante tutto, ad essere naturalmente
articolato. Era il federalismo che, negato alla radice dalla classe politica
liberal-nazionale in nome dell'unità, si prendeva ora la rivincita traducendosi
in forme evidenti di "criptofederalismo".[senza fonte] Sono
inoltre fondamentali, nella sua formazione i saggi di Brunner. Di Brunner fa
tradurre svariati saggi, Per una nuova storia costituzionale e sociale (Vita e
Pensiero), ma promosse anche la pubblicazione dell'opera monumentale Land und
Herrschaft: in questo lavorouscito per la prima volta Brunner aveva preso in
esame la costituzione materiale degli ordinamenti medievali, ponendo in
evidenza i numerosi elementi di diversità tra la civiltà dell'età di mezzo e
quella moderna, soprattutto nel modo di concepire il diritto. La
traduzione di Land und Herrschaft, affidata inizialmente alle cure di Emilio
Bussi, sarebbe dovuta comparire nell'elegante collana della F.I.S.A. già negli
anni sessanta. Interrotto negli anni seguenti, il lavoro venne invece portato a
compimento solo nei primi anni ottanta dagli allievi Schiera e Nobili.
Pubblicato da Giuffré con il titolo di "Terra e potere", il capolavoro
di Brunner apparve negli Arcana imperii, la collana di scienza della politica
di cui M. era divenuto direttore. Il professore comasco si occupò inoltre dei
contributi recati alla scienza dell'amministrazione da parte di altri due
storici e giuristi tedeschi: Stein e Gneist. La chiusura della FISA Negli
anni Settanta la F.I.S.A. dovette chiudere i battenti per mancanza di
fondi. Il professor M., ricordando a distanza di tempo la fine di
quell'autorevole collana di storia delle istituzioni, ne espose le ragioni con
un breve commento: "Malgrado la sua efficienza, la F.I.S.A. ebbe vita
breve: gli enti che provvedevano al suo finanziamento, non scorgendo l'utilità
politica immediata della sua attività, strinsero i cordoni della borsa. M.
scienziato della politica e costituzionalista Negli anni ottanta, il
degenerarsi del clima politico in Italia indusse il professor M. ad occuparsi
di riforme istituzionali; egli intendeva contribuire in tal modo alla
modernizzazione del paese. Fu così che, raggruppando un gruppo di esperti di
diritto costituzionale e amministrativo stese un organico progetto di riforma
limitato alla seconda parte della costituzione. Ne uscirono due volumi che,
pubblicati nella collana Arcana imperii, vennero completamente trascurati dalla
classe politica democristiana e socialista. Tra le proposte più interessanti
avanzate dal "Gruppo di Milano"così venne definito il pool di
professori coordinati da M. v'era il rafforzamento del governo guidato da un
primo ministro dotato di maggiori poteri, la fine del bicameralismo perfetto
con l'istituzione di un senato delle regioni sul modello del Bundesrat tedesco,
ed infine l'elezione diretta del primo ministro da tenersi contemporaneamente a
quella per la camera dei deputati. Secondo il gruppo di Milano, queste e
numerose altre riforme avrebbero garantito all'Italia una maggiore stabilità
politica, cancellando lo strapotere dei partiti e salvaguardando la separazione
dei poteri propria di uno stato di diritto. Diversamente dalla F.I.S.A., la
collana Arcana imperii era incentrata esclusivamente sullo studio scientifico
dei comportamenti politici. Il citato volume di Brunner costituì pertanto
un'eccezione perché, come si è avuto modo di accennare, esso doveva essere
pubblicato negli eleganti volumi della F.I.S.A. All'interno della collana
Arcana imperii vennero invece inseriti saggi e contributi di psicologia
politica, di etologia, di teoria politica, di economia, di sociologia e di
storia. Intende costituire un vero e proprio laboratorio dove lo
scienziato della politica, servendosi dei risultati portati alla disciplina
dalle diverse scienze sperimentali, e in grado di conseguire una formazione che
si ponesse all'avanguardia. Vi vennero pubblicati più di trenta saggi. Si
ricordano, tra gli altri: il saggio di Ornaghi sulla dottrina della
corporazione nel ventennio fascista, l'edizione degli scritti schmittiani su Hobbes,
la pubblicazione interrotta di alcune opere di Stein, il trattato di diritto
costituzionale di Smend. Degni di nota anche i saggi di Mises e Hayek. I saggi
di squisita fattura, non poterono tuttavia eguagliare l'elegante veste
tipografica di quelli pubblicati dalla F.I.S.A., ed un identico destino parve
accomunare le due collane: anche in questo caso, e infatti costretto a
sospendere le pubblicazioni. Alla sua formazione contribuirono i saggi di
Stein e Schmitt sulle categorie del politico. In ogni comunità sono presenti
due realtà irriducibili: lo “stato” e la “società”. La società è il terreno
della libera iniziativa, ove gli uomini forti vincono sui deboli e tentano di
stabilizzare le loro posizioni attraverso l'ordinamento giuridico. Lo stato è
invece il luogo ove regna il principio di uguaglianza. Lo stato italiano o non
può che identificarsi con la monarchia. Il re d’Italia è infatti l'unica
autorità in grado di intervenire a sostegno dei più deboli. Un monarca, attraverso
il potere di ordinanza, e in grado di modificare la costituzioni giuridiche
cetuali all'interno del suo territorio, una politica che il re d’Italia puo condurre
in porto non senza grosse difficoltà, a vantaggio del BENE COMUNE. Questo e
accaduto nel granducato di Toscana e in Lombardia. Quando si sostene che il
ruolo dello stato italiano dove contro-bilanciare quello della società, si ha in
mente il riformismo illuminato. Ma la sua filosofia si pone all'interno di uno
“stato liberale” e parte dal presupposto che la monarchia, lungi dall'essere un
potere assoluto, dove comunque fare i conti con il potere della “società”
attestato nel parlamento. La omunità prospera solo quando stato e società sono
in equilibrio, ugualmente vitali ed operanti. Una comunità e dominata da due
realtà irriducibili. Lo stato italiano è una realtà storica inserita nel tempo
e, come tutte le creature e specie viventi, destinata a decadere, a scomparire
ed essere sostituita da altre forme di aggregazione politica. La società non e
solo economico-giuridica. E senza dubbio decisivo l'incontro con Schmitt, i cui
saggi sono trascurate dagli intellettuali italiani. L'aiuto che Schmitt presta
al regime hitleriano, in particolare nel sostenere la legalità delle leggi
razziali in un sistema di diritto internazionale, sono più che sufficienti per
oscurare in Italia la sua imponente produzione. I rapporti di Schmitt con il
nazismo sono di breve durata. Prende definitivamente le distanze da Hitler. Di
Schmitt apprezza i saggi di scienza politica e di diritto internazionale. Cura
assieme a Schiera l'edizione italiana di alcuni saggi pubblicati dal Mulino con
il titolo Le categorie del politico. Nella prefazione, si sofferma sui decisivi
contributi portati da Schmitt alla scienza politologica. L'antologia desta
scalpore nel mondo accademico. Bobbio sostenne che destabilizza la sinistra
italiana. È dall'incontro con la produzione di Schmitt che riusce quindi a fabbricarsi
gli strumenti per costruire una parte importante del suo modello sociologico.
L’essenza del politico è fondata sul conflitto tra amico e nemico. E uno
scontro all'ultimo sangue perché la guerra politica porta normalmente all'eliminazione
fisica dell'avversario. L’esempio più emblematico di scontro politico fosse la
guerra civile nella storia dell aroma antica -- tra fazioni partigiane. Qui il
tasso di conflittualità tra amico (Catone) e nemico (Giulio Cesare) è sempre
stato altissimo. Chi ha lo stesso amico non può che avere lo stessi nemico del
proprio compagno di lotta. Si crea la solidarietà tra due membri (un gruppo) che
è decisivo nella guerra contro l’altro gruppo di nemici. Il rapporto
politico è sempre esclusivo. Marca l'identità del gruppo in opposizione a
quella degli altri. L’avvento dello stato italiano portato a due risultati
di eccezionale portata storica. Primo: la fine della guerre civile all'interno
del territorio (le faide e le guerre confessionali) con l'annientamento del
ruolo politico detenuto sino a quel momento dalle fazioni in lotta (dai partiti
confessionali ai ceti). Da quel momento il sovrano e il supremo garante
dell'ordine all'interno dello stato, territorio sempre più esteso ch'esso
governa servendosi di un apparato amministrativo regolato dal diritto. Il
secondo grande risultato e per certi versi una conseguenza del primo: l'avvento
dello stato porta all'erezione di un sistema di diritto pubblico europeo (ius
publicum europeum) assolutamente vincolante per i paesi che vi aderirono. Anche
in questo caso, il tasso di politicità (cioè l'aggressività delle parti in
lotta, gli stati) venne fortemente limitato. La guerra legittima, intraprese
solo dagli stati, vennero condotte da quel momento in base alle regole dello
ius publicum europaeum. Si tratta quindi di un conflitto a basso tasso di
politicità, non foss'altro perché la vittoria di una delle parti in lotta non
puo portare in alcun modo all'annientamento dell'avversario, il cui diritto di esistenza
era tutelato dal diritto e accettato da tutti gli stati. La crisi dello
ius publicum europaeum, divenuta palese alla fine della Grande Guerrae acuitasi
ulteriormente con lo scoppio delle guerre partigiane nei decenni successivi,
resero palese a lui la fine della regle de droit su cui si e fondato l'universo
giuridico occidentale nei rapporti internazionali tra stati sovrani. La guerra
civile e, in modo particolare, l'estrema politicizzazione avvenuta durante le
guerre mondiali con la criminalizzazione degli avversari lo persuasero che la
fine dello ius publicum europaeum era ormai compiuta. In questo, vide
soprattutto il fallimento della civiltà giuridica occidentale nel suo supremo
tentativo di fondare i rapporti umani unicamente sulle basi del diritto.
Prende atto della fine dello ius publicum europaeum ma non crede che tale
processo segna la fine del diritto e la vittoria definitiva delle leggi
aggressive della politica. Fondando il suo originale modello sociologico,
sostenne che la comunità e sempre rette su due tipi di rapporti: l'obbligazione
politica e il contratto-scambio. Lo stato e un autentico capolavoro perché,
apportando un contributo decisivo alla sua costituzione, il giurista e riuscioi
a regolare la politica inserendola in una norma fondata sulla RAZIONALITA del
diritto, sull'IM-PERSONALINTA del comando e sui concetti di CON-TRATTO e
rappresentanza -- elementi appartenenti alla sfera del contratto/scambio. Il
crollo dello ius publicum europeum ha però messo in crisi la stessa impalcatura
su cui si regge lo stato, che ora dimostra tutta la sua storicità. Non rimane
legato all'idea dell'organizzazione statale. La civiltà occidentale, stesse
attraversando una fase di transizione al termine della quale lo stato e probabilmente
sostituito da altre forme di comunità ove obbligazione politica e
contratto/scambio si reggeranno in un nuovo equilibrio. Lo stato e e giunto al
capolinea. Il progresso tecnologico e, in modo particolare, il più alto livello
di ricchezza cui erano giunti i paesi occidentali lo convinsero che negli anni
successivi sono avvenuti cambiamenti di portata radicale, tali da coinvolgere
anche la costituzione degli ordinamenti politici. Lo stato ha difficoltà nel
garantire servizi efficienti alla popolazione. Ciascun cittadino, vedendo
accresciuto il proprio tenore di vita in forza dell'economia di mercato,
sarà infatti portato ad avere sempre meno fiducia nei lenti meccanismi della
burocrazia pubblica, ch'egli riterrà inadeguata a soddisfare i suoi standard di
vita. L'elevata produttività dei paesi avanzati e la vittoria definitiva
dell'economia di mercato su quella pubblica porterà in altri termini a nuove
forme di aggregazione politica al cui interno i cittadini saranno desti contare
in misura molto maggiore rispetto a quanto non lo siano oggi nei vasti stati in
cui si trovano inseriti. Secondo il professore gli stati democratici, ancora
fondati su istituti rappresentativi risalenti all'Ottocento, non riusciranno
più a provvedere agli interessi della civiltà tecnologica. Con il crollo del
muro di Berlino e la fine della guerra fredda, si creano in altri termini le
premesse perché la politica cessi di ricoprire un ruolo primario nelle comunità
umane e venga invece subordinata agli interessi concreti dei cittadini, legati
alla logica di mercato. La fine degli stati moderni porterà secondo
Miglio alla costituzione di comunità neofederali dominate non più dal rapporto
politico di comando-obbedienza, bensì da quello mercantile del contratto e
della mediazione continua tra centri di potere diversi: sono i nuovi gruppi in
cui sarà articolato il mondo di domani, corporazioni dotate di potere politico
ed economico al cui interno saranno inseriti gruppi di cittadini accomunati
dagli stessi interessi. Secondo il professore, il mondo sarà costituito da una
società pluricentrica, ove le associazioni territoriali e categoriali vedranno
riconosciuto giuridicamente il loro peso politico non diversamente da quanto
avveniva nel medioevo. Di qui l'appello a riscoprire i sistemi politici anteriori
allo stato, a riscoprire quel variegato mosaico medievale costituito dai
diritti dei ceti, delle corporazioni e, in particolar modo, delle libere città
germaniche. Il professore studiò a fondo gli antichi sistemi federali
esistiti tra il medioevo e l'età moderna: le repubbliche urbane dell'Europa
germanica, gli ordinamenti elvetici d'antico regime, la Repubblica delle
Province Unite e, da ultimo, gli Stati Uniti. Ai suoi occhi, il punto di forza
risiedeva precisamente nel ruolo che quei poteri pubblici avevano saputo
riconoscere alla società nelle sue articolazioni corporative e territoriali. M.
si dedica allo studio approfondito di questi temi, progettando di scrivere un
volume intitolato l'Europa degli Stati contro l'Europa delle città. Il libro è
rimasto incompiuto per la morte del professore. L'impegno politico
diretto e il federalism. S iscrisse alla neonata Democrazia Cristiana, che
lascia quando divenne preside della Facoltà di Scienze politiche
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. M. rimase comunque legato culturalmente alla DC
fnell'immediato domani della Liberazione, fu tra i fondatori, a Como, del
movimento federalista Il Cisalpino, con altri docenti dell'Università Cattolica
di Milano. Ispirato alle idee di Cattaneo, il programma del “Cisalpino”
prevedeva la suddivisione del territorio italiano su base cantonale, secondo il
modello svizzero, con la costituzione di tre grandi macro-regioni (“nord”, “sud”
e “centro”). Il suo nome e proposto per il conferimento del titolo di
Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ma una volta
informato del fatto rifiuta di accettare l'onorificenza, che venne annullata
con un successivo decreto presidenziale. Si avvicina alla Lega Nord. Eletto al
Senato della Repubblica come indipendente nelle liste della “lega nord” “lega lombarda”
(da allora a lui fu attribuito l'appellativo lombardo di Profesùr) lavora per
il partito con l'intento di farne un'autentica forza di cambiamento. Elabora
un progetto di riforma federale fondato sul ruolo costituzionale assegnato
all'autorità federale e a quella delle tre macro-regioni o cantoni (del Nord o,
“Padania”, del Centro o Etruria, del Sud o Mediterranea, oltre alle cinque
regioni a statuto speciale). Questa architettura costituzionale prevedeva
l'elezione di un governo direttoriale composto dai governatori delle tre
macroregioni, da un rappresentante delle cinque regioni a statuto speciale e
dal presidente federale. Quest'ultimo, eletto da tutti i cittadini in due
tornate elettorali, avrebbe rappresentato l'unità del paese. I puntisalienti
del progetto, esposti nel decalogo di Assago vennero fatti propri dalla Lega
Nord solo marginalmente: il segretario federale, Bossi, preferì infatti
seguire una politica di contrattazione con lo stato centrale che mirasse
al rafforzamento delle autonomie regionali. Il dissenso di Miglio, iniziato al
congresso leghista di Assago, si acuì dopo le elezioni politiche, dove fu
rieletto al Senato, quando il professore si disse non d'accordo sia ad allearsi
con Forza Italia, sia a entrare nel primo governo Berlusconi. Soprattutto M.
non gradì che per il ruolo di ministro delle Riforme istituzionali fosse stato
scelto Francesco Speroni al suo posto. Bossi reagì spiegando: «Capisco
che Miglio sia rimasto un po' irritato perché non è diventato ministro, ma non
si può dire che non abbiamo difeso la sua candidatura. Il punto è che era molto
difficile sostenerla, perché c'era la pregiudiziale di Berlusconi e di Fini
contro di lui. Di fatto, il ministero per le Riforme istituzionali a lui non lo
davano. (Se M. vorrà lasciare la strada della Lega, libero di farlo. Ma vorrei
ricordargli che è arrivato alla Lega e che, a quell'epoca, il movimento aveva
già raggranellato un sacco di consiglieri regionali». In conclusione per Bossi,
M. «pare che ponga solo un problema di poltrone e la difesa del federalismo non
è questione di poltrone. In aperto dissidio con Bossi, lascia la Lega Nord
dicendo di Bossi. Spero proprio di non rivederlo più. Per Bossi il federalismo
è stato strumentale alla conquista e al mantenimento del potere. L'ultimo suo
exploit è stato di essere riuscito a strappare a Berlusconi cinque ministri.
Tornerò solo nel giorno in cui Bossi non sarà più segretario. Nonostante
ciò, moltissimi militanti e sostenitori leghisti continuarono a provare grande
simpatia e ammirazione per il professore e per le sue teorie. Alcuni dirigenti
della Lega tennero comunque vivo il dialogo con Miglio, in particolar modo
Pagliarini, Francesco Speroni e il presidente della Libera compagnia padana
Oneto, al quale il professore era particolarmente legato. In particolare M. fu
in stretti rapporti con l'ex deputato leghista Negri, col quale fonda il Partito
Federalista. Eletto ancora una volta al Senato, nel collegio di Como per il
Polo per le Libertà, iscrivendosi al gruppo misto. Negli anni in cui la
Lega si spostò su posizioni indipendentiste, il professore si riavvicinò alla
linea del partito, sostenendo a più riprese la piena legittimità del diritto di
secessione della Padania dall'Italia come sottospecie del più antico diritto di
resistenza medievale. Nella sua originale riflessione sul contrasto tra i
regimi giuridici freddi e caldi M. sostenne la necessità di sviluppare,
all'interno delle diverse società e culture, ordini giuridici in grado di
rispondere alle specifiche esigenze. In maniera provocatoria, egli giunse a
dichiararsi favorevole al «mantenimento anche della mafia e della 'ndrangheta.
Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che
cos'è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre
il Meridione al modello europeo, sarebbe un'assurdità. C'è anche un
clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire
dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere
costituzionalizzate». La sua riflessione puntava a cogliere quali fossero le
ragioni profonde alla base di mafia, camorra e 'ndrangheta (insieme a ciò che
genera il consenso attorno a queste organizzazioni criminali), perché solo
istituzioni che sono in sintonia con la comunitànel caso specifico, che non
dimentichino la centralità del rapporto personale piuttosto che impersonale
nella società meridionalepossono creare una vera alternativa al
presente. Altre saggi: “La controversia sui limiti del commercio neutrale:
ricerche sulla genesi dell'indirizzo positivo nella scienza del diritto delle
genti,” Milano, Ispi, La crisi dell'universalismo politico medioevale e la
formazione ideologica del particolarismo statuale moderno, Pubbl. Fac.
giurispr. Univ. Padova, La struttura ideologica della monarchia greca arcaica
ed il concetto patrimoniale dello stato nell'eta antica, Jus. Rivista di
scienze giuridiche, Le origini della scienza dell'amministrazione, Milano,
Giuffrè, L'unità fondamentale di
svolgimento dell'esperienza politica occidentale, in: "Rivista
internazionale di scienze sociali", “I cattolici di fronte all'unità
d'Italia, Vita e pensiero, “L'amministrazione nella dinamica storica, in:
Istituto per la Scienza dell'Amministrazione Pubblica, Storia Amministrazione
Costituzione, Bologna, Mulino, Le trasformazioni dell'attuale regime politico,
in: "Jus. Rivista di scienze giuridiche", “ Il ruolo del partito
nella trasformazione del tipo di ordinamento politico vigente. Il punto di
vista della scienza della politica, Milano, La nuova Europa editrice,
L'unificazione amministrativa e i suoi protagonisti, Vicenza, Neri Pozza, La
trasformazione delle università e l'iniziativa privata, in: Atti del I Convegno
su: Università: problemi e proposte, promosso dal Rotary Club di Milano, Centro
Una Costituzione in corto circuito, Prospettive nel mondo", Ricominciare
dalla montagna. Tre rapporti sul governo dell'area alpina nell'avanzata eta
industriale, Milano, Giuffrè, La
Valtellina. Un modello possibile di integrazione economica e sociale, Sondrio,
Banca Piccolo Credito Valtellinese, Utopia e realtà della Costituzione, in
"Prospettive del mondo", Posizione del problema. Ciclo storico e
innovazione scientifico-tecnologica. Il caso della tarda antichità, in
Tecnologia, economia e società nel mondo romano. Atti del Convegno di Como,
Como, Genesi e trasformazioni del termine-concetto Stato, in Stato e senso
dello Stato oggi in Italia. Atti del Corso di aggiornamento culturale
dell'Università cattolica, Pescara, Milano, Vita e pensiero, Guerra, pace,
diritto. Una ipotesi generale sulle regolarità del ciclo politico, in Curi,
Della guerra, Venezia, Arsenale, Una repubblica migliore per gli italiani.
Verso una nuova costituzione, Milano, Giuffrè, Le contraddizioni interne del
sistema parlamentare integrale, Rivista italiana di Scienza Politica,
Considerazioni sulle responsabilità, Synesis, periodico dell'Associazione
italiana centri culturali", Le regolarità della politica. Scritti scelti
raccolti e pubblicati dagli allievi, Milano, Giuffrè, Il nerbo e le briglie del potere. Scritti
brevi di critica politica, Milano, Edizioni del Sole 24 ore, Una Costituzione
per i prossimi trent'anni. Intervista sulla terza Repubblica, Roma-Bari,
Laterza, Per un'Italia federale, Milano, Il Sole 24 ore, Come cambiare. Le mie
riforme, Milano, Mondadori, Italia. Così è andata a finire, con "Il Gruppo
del lunedì", Collezione Frecce, Milano, Mondadori, ed. Oscar Saggi,
Disobbedienza civile, Milano, Mondadori,
Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei IV anni sul Carroccio, Milano,
Mondadori, Come cambiare. Le mie riforme per la nuova Italia, Milano,
Mondadori, Modello di Costituzione Federale per gli italiani, Milano,
Fondazione per un'Italia Federale, Federalismi falsi e degenerati, Milano,
Sperling e Kupfer, Federalismo e secessione. Un dialogo, con Barbera, Milano,
Mondadori, Padania, Italia. Lo stato nazionale è soltanto in crisi o non è mai
esistito?, con M. Veneziani, Firenze, Le Lettere, Le barche a remi del Lario.
Da trasporto, da guerra, da pesca, e da diporto, con Gozzi e Zanoletti, Milano,
Leonardo arte, L'Asino di Buridano. Gli
italiani alle prese con l'ultima occasione di cambiare il loro destino,
Vicenza, Pozza, L'Asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l'ultima
occasione di cambiare il loro destino. Nuova edizione, pref. Di Formigoni,
postf. di Romano, Varese, Lativa, M.: un uomo libero, coll. Quaderni Padani, La
Libera Compagnia Padana, Novara, Un M. alla libertà, audiolibro, coll. Laissez
Parler, Treviglio, La Libera Compagnia Padana Facco Editore); li articoli, coll.
Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, Gianfranco le interviste,
coll. Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, L'Asino di Buridano. Gli italiani alle prese
con l'ultima occasione di cambiare il loro destino, pref. di Formigoni, coll. I
libri di Libero M., Firenze, Libero); “Padania, Italia. Lo stato nazionale è
soltanto in crisi o non è mai esistito? Firenze, Libero; Federalismo e
secessione. Un dialogo, con Barbera, coll. I libri di Libero M. Firenze,
Editoriale Libero, Disobbedienza civile, coll. I libri di Libero; Firenze,
Libero, La controversia sui limiti del commercio neutrale fra Lampredi e
Ferdinando Galiani, pref. di Ornaghi, Torino, Aragno, M.: scritti brevi,
interviste, coll. Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, Lezioni
di politica. Storia delle dottrine politiche. Scienza della politica Bologna,
Il Mulino; Bianchi e Vitale, Bologna, Mulino,Discorsi parlamentari, con un
saggio di Bonvecchio, Senato della Repubblica, Archivio storico, Bologna,
Mulino, L'Asino di Buridano. Gli
italiani alle prese con l'ultima occasione di cambiare il loro destino -- Opere
scelte” (Milano, Guerini); Considerazioni retrospettive e altri scritti, coll.
Opere scelte, Milano, Guerini e Associati,
Lo scienziato della politica, coll. Opere scelte di M., a cura di Galli,
Milano, Guerini, Guerra, pace, diritto, La Nuova Guerra, S.l. Milano, La
Scuola, 1 Scritti politici, Bassani, coll. I libri del Federalismo, Roma,
Pagine, Modello di Costituzione Federale per gli italiani Torino, Giappichelli;
“La Padania e le grandi regioni, L'unità economico-sociale della Padania Fano,
Associazione Oneto); “Il Cerchio, Schmitt. Saggi, Palano, Brescia, Scholé Morcelliana); “Le origini e i primi sviluppi
delle dottrine giuridiche internazionali pubbliche Torino, Aragno; “Vocazione e
destino dei Lombardi” (S.l.Milano); “Regione Lombardia, Prefazioni Oneto,
Bandiere di libertà: Simboli e vessilli dei Popoli dell'Italia settentrionale.
In appendice le bandiere dei popoli europei in lotta per l'autonomia,
Effedieffe, Milano, Morra, Breve storia del pensiero federalista Milano,
Mondadori; Governo della Padania, Manuale di resistenza fiscale” (Gallarate,
Oneto, “Croci draghi aquile e leoni. Simboli e bandiere dei popoli
padano-alpini; Roberto Chiaramonte EditoreLa Libera Compagnia Padana, Collegno;
Sensini, Prima o seconda Repubblica? A colloquio con Bozzi e M., Napoli, Edizioni
scientifiche italiane, Ornaghi e Vitale, Multiformità e unità della politica.
Atti del Convegno tenuto in occasione del compleanno, Milano, Giuffrè, Ferrari,
“Storia di un giacobino nordista Milano, Liber internazionale); Bevilacqua,
Insidia mito e follia nel razzismo; Il rinnovamento, Campi, “Figure e temi del
realismo politico europeo, Firenze, Akropolis La Roccia di Erec, Capua, Scienziato
impolitico Soveria Mannelli Catanzaro Rubbettino, Vitale, La costituzione e il
cambiamento internazionale. Il mito della costituente, l'obsolescenza della
costituzione e la lezione dimenticata, Torino, CIDAS, Luca Romano, Il pensiero federalista
una lezione da ricordare. Atti del Convegno di studi, Venezia, Sala del Piovego
di Palazzo Ducale, Venezia, Consiglio regionale del Veneto-Caselle di
Sommacampagna, Cierre, Lanchester, M. costituzionalista, Rivista di politica:
trimestrale di studi, analisi e commenti, Soveria Mannelli Catanzaro, Rubbettino. Damiano
Palano, Il cristallo dell'obbligazione politica in ID., Geometrie del potere.
Materiali per la storia della scienza politica italiana, Milano, Vita e
Pensiero. Maroni: voglio riprendere l'eredità di M. M. Verde, su miglio verde. eu.
Bossi a sorpresa al convegno su M. a Domaso:"Un grande"Ciao Como, su
Ciao Como, la Repubblica/politica: È morto su repubblica. Ticino COMO: Lunedì a
Domaso i funerali. Riletture. Arianna. il ricordo. Terre di Lombardia, su
terredilombardia. Alessandro, Cristianesimo e cultura politica: l'eredità di
otto illustri testimoni, Paoline, Morra, La vita e le opere, La Voce di Romagna
Il silenzio di M. fa paura alla Lega
Bossi: Pensa solo alla poltrona. "Con Bossi è un amore
finito" Miglio torna nell'arena: è
l'occasione buona M., Una repubblica
mediterranea?, in Un'altra Repubblica?
Perché, come, quando, Laterza, Roma-Bari, U. Rosso, M. l'antropologo. 'Diverso
l'uomo del Sud', in la Repubblica, Non mi fecero ministro perché avrei
distrutto la Repubblica Treccani Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su senato, Senato della Repubblica.
Associazione Openpolis. Istituto per la
scienza dell'amministrazione pubblica, su isapistituto. Interviste Intervista
sulla Secessione della Padania, su prov-varese. Lega nord. Commemorazione
di M. nell’anniversario della scomparsa di Campi, su giovani padani. lega nord.
Non mi fecero ministro perché avrei distrutto la Repubblica, Il Giornale, su
new rassegna.camera. Interviste a M. sui "Quaderni della Libera Compagnia
Padana" su la libera compagnia. Documenti politici Sezione di approfondimento
sul pensiero di M., dal sito ufficiale della Lega Nord. Gianfranco Miglio.
Miglio. Keywords: implicatura ligure. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Miglio,” per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Speranza “Saturdays and
Mondays” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice e Millia: la ragione conversazionale della setta
dell’ottimati a Crotone -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. Pythagorean according to Giamblico. He is said to have been one of a
group of Pythagoreans who were ambushed but found their escape route blocked by
a field of beans. Being prohibited by Pythagoreans precepts from even touching
beans, he preferred death to betraying his principles. Millia.
Luigi Speranza --
Grice e Milone: la ragione conversazionale e la setta d’ottimati di Crotone –
Roma – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Crotone).
Filosofo
italiano. According to Giamblico, a Pythagorean. He studied with Pythagoras
himself. He died when an anti-Pythagorean mob burnt his house down when he was
inside it.
Luigi Speranza --
Grice e Minicio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Adriano
nel diritto romano e Plinio minore-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Rescritto di
Adriano a Gaio M. Fundano. L'imperatore Adriano, autore del rescritto a Gaio M.
Fundano. Il rescritto di Adriano a Gaio Minucio Fundano è un rescritto
imperiale inviato dall'imperatore romano Adriano a Gaio Minucio Fundano,
proconsole d'Asia. Il documento giuridico, scritto originariamente in latino,
fu tradotto e tràdito in greco ellenistico da Eusebio di Cesarea che si
rifaceva a Giustino. Il testo è noto agli storici e agli studiosi di
Storia del Cristianesimo per essere uno dei più antichi scritti pagani sul
cristianesimo. Il documento di Adriano, pur indirizzato a Minucio Fundano,
rispondeva in realtà a un'istanza sollecitata da Quinto Licinio Silvano
Graniano, predecessore del destinatario: Graniano aveva chiesto lumi sul
comportamento da tenere nei confronti dei cristiani e delle accuse che venivano
loro rivolte. Adriano rispose al proconsole di procedere nei loro
confronti solo in presenza di eventi circostanziati, emergenti da un
procedimento giudiziario e non sulla base di accuse generiche, petizioni o
calunnie: veniva stabilito così il principio dell'onere della prova a carico
dei promotori delle accuse. Eventuali azioni promosse a scopo di calunnia
dovevano, al contrario, essere duramente perseguite e punite, affinché non
fosse permesso ai calunniatori di procurare del male. Il rescritto, che è una
delle prime fonti pagane sul cristianesimo, è anche di somma importanza per la
comprensione della politica tenuta da Adriano e dal suo predecessore Traiano
nei confronti dei cristiani: Adriano, infatti, si mosse su un piano analogo, e
anche più garantista, rispetto a quello del suo predecessore che si era
espresso sull'argomento in un precedente rescritto sollecitato da una specifica
richiesta di Plinio il Giovane che era a quel tempo legatus Augusti pro
praetore in Bitinia e Ponto. Giustino sostenne l'interpretazione più favorevole
del rescritto, accettata da una parte della storiografia moderna. Dubbi
esegetici Il significato esatto del rescritto adrianeo, pur confrontato con
quello di Traiano, rimane per alcuni studiosi controverso. Se è assodata,
infatti, l'affermazione del principio dell'onere della prova da cui, in
definitiva, far dipendere la perseguibilità dei cristiani che avessero agito
«contro la legge», non è per tutti chiaro, invece, fino a qual punto dovesse
spingersi l'assolvimento di quell'onere, se fosse cioè sufficiente provare la
sola fattispecie della professione di fede (quello che Plinio, nella sua
epistola a Traiano, chiama il nomen ipsum) o si rendesse invece necessario
circostanziare anche la contemporanea presenza di reati ascrivibili all'essere
cristiani (flagitia cohaerentia nomini), la distinta fattispecie che Plinio già
individuava e intendeva suggerire all'imperatore nell'indirizzargli la sua
richiesta. Tesi di Marta Sordi Marta Sordi, storica dell'antichità
greco-romana e del cristianesimo delle origini, propendeva per
l'interpretazione più favorevole ai cristiani, una posizione esegetica a cui
peraltro già aderiva l'apologetica cristiana, da Giustino in poi. Secondo la
Sordi, Adriano, in linea con la politica del suo predecessore Traiano, avrebbe
non solo confermato il divieto di perseguibilità d'ufficio[8] ma vi avrebbe
anche aggiunto, di suo, due nuovi elementi: Il primo di essi la Sordi lo
individua in quel passo in cui Adriano afferma la necessità di dover giudicare
«secondo la gravità della colpa» (sempre nel caso - beninteso - di una denuncia
sorretta da prove). Il riferimento a una graduabilità della colpa escluderebbe,
secondo Marta Sordi, che quest'ultima potesse ridursi al solo 'essere
cristiani', una fattispecie che poteva rivelarsi vera o falsa, ma che non
poteva ammettere graduazioni: seguendo questa interpretazione, bisogna quindi
ritenere necessaria l'associazione a un diverso reato, ascrivibile allo status
religioso ma non coincidente semplicemente con questo. Questa interpretazione,
inoltre, sempre secondo la studiosa, sarebbe in sintonia con il tono generale
della prosa dell'imperatore, da cui trapela, infine, persino insofferenza nei
confronti di possibili derive intolleranti. L'espressione di questa
insofferenza, sottolineata anche da un'interiezione, è contenuta nella frase
«ma, per Ercole, se qualcuno accampa pretesti per calunniare, tu, stabilitane
la gravità, devi senza indugio punirlo». E proprio in questa frase si rinviene,
secondo Sordi, il secondo elemento di novità rispetto all'atteggiamento del
predecessore: la necessità che le conseguenze di azioni prive di prova, e
pertanto temerarie e calunniose, dovessero ritorcersi contro gli stessi
proponenti. Gianluigi Bastia, Lettera di Adriano, Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica,
Giustino Martire, Apologia Il testo
greco, in Giustino, è riportato in calce (v. Apologia. Rescritto di Adriano a
Caio M. Fundano, proconsole d'Asia (o su
Giustino, Apologia Plinio il Giovane, Epistulae Plinio il Giovane, Epistulae.
CIL Sordi, I Cristiani e l'impero romano, Jaca Book, Milano. Sordi, I Cristiani
e l'impero romano, Jaca, Milano, Bastia, Lettera di Adriano. Eusebio di
Cesarea, Storia Ecclesiastica, Giustino
Martire, Apologi, Plinio il Giovane, Epistulae, CIL, M. Fundano, Gaio, in
Treccani Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Voci
correlate Rescritto di Traiano a Plinio il Giovane Fonti storiche non cristiane
sul cristianesimo Gesù storico Storiografia su Gesù Ricerca del Gesù storico
Storicità di Gesù Onere della prova Ius puniendi Portale Antica
Roma Portale Cristianesimo Portale Diritto Portale Gesù
Categorie: Fonti del diritto romanoStoria antica del cristianesimo Adriano [altre]
Military diploma (CIL) attesting his consulship suffect consul. In office Nationality: Roman;
Occupation: politician. A Roman senator who holds several offices in the
Emperor's service, and is an acquaintance of PLINIO MINORE. He is suffect
consul with Tito Vettenio Severo as his colleague. He is best known as being
the recipient of an edict from ADRIANO (si veda) about conducting trials of
Christians in his province. This is known from an inscription recovered at Baloie
in Bosnia. The first office listed is military tribune with Legio XII
Fulminata. Next is quaestor, and, upon completion of this traditional
Republican magistracy, he would be enrolled in the Senate. Two more of the
traditional Republican magistracies follow: plebeian tribune and praetor. The
last appointment, before the inscription breaks off, is his commission as
legatus legionis or commander of Legio XV Apollinaris. Other sources attest
that he was governor of Achaea. The terminus post quem his governorship is when
Gaio Caristanio Giuliano is known to have governed. The terminus ante quem he
leaves his post is the year of his consulate, although the letters he receives
from PLINIO MINORE (si veda) indicate he is no longer in Achaea. The
inscription from Baloie mentions he has been admitted to the Septem-viri
epulonum, one of the four most prestigious ancient Roman priesthoods. Because
this inscription does not mention his consulate, it can be assumed his entrance
precedes that office. Most, if not all,
of the letters PLINIO MINORE (si veda) writes to M. fall before is suffect
consul. In the first letter of his collection, PLINIO declares that living on
his rural estate is preferable to living in Rome, where he is subject to
constant pleas for assistance. The second letter petitions him to appoint the
son of Plinio’s friend ASINIO RUFO as M’s quaestor for M.’s upcoming consulate;
The last letter is another petition to M., canvassing him on behalf of GIULIO
NASONE, who is running for an unnamed office. While all of these letters
demonstrate M. And PLINIO MINORE are acquainted, they fail to show the warmth
of a friendship. Following his
consulate, during the reign of TRAIANO, M. is governor of Dalmatia. It is through a rescript the historian EUSEBIO
preserves at length in his Ecclesiae Historia that we know M. is proconsul of
Asia. M.' predecessor, QUINTO LICINIO SILAVNO GRANIANO, asks ADRIANO how to
handle legal cases where some inhabitants are accusing their neighbours of not
following the Roman cult through informers or mere clamour. ADRIANO’s reply is to
state that any such accusations had to be through a law court, where the matter
may be properly investigated, and if they are guilty of any illegality, thou M.,
must pronounce sentence according to the seriousness of the offence. This
rescript is important as an independent witness to the existence of one or more
non-Roman sects in this part of Anatolia. The only other contemporaneous
evidence we have for these communities is the list of the VII churches of Asia
in the book of Revelation. M.’s wife is
the daughter of a MARCO STATORIO. We know her name from a funerary inscription,
which suggests that she died before M.’s consulship. The name of their
daughter, Minicia Marcella, comes from two independent sources. Minicia dies young.
Her funerary vase has been identified, which states her age at death as XII
years, XI months, and VII days. PLINIO MINORE also attests to her existence,
revealing information about the girl that shows that he and M. are better
friends than the surviving letters he writes to M. suggest. In the letter,
addressed to one EFULANO MARCELLINO, Pliny notes that, although she was not yet
XIV years old, she was betrothed. Pliny describes the preparations for her
wedding, with which M. was busy; and he asks Marcellinus to send M. a letter
consoling him for his loss. It is not known if M. has any other children. Smallwood, Principates of Nerva, Trajan and
Hadrian, Cambridge, CIL, ILJug., Talbert, The Senate of Imperial Rome, Princeton;
Wheeler, "Legio XV Apollinaris: From Carnuntum to Satala—and beyond",
in Bohec and Wolff, eds. Les Légions de Rome sous le Haut-Empire, Paris; Eck,
"Jahres- und Provinzialfasten der senatorischen Statthalter”, Chiron; Pliny,
Epistulae, I.9 Syme, Tacitus, Clarendon;
Eusebius, Ecclesiae Historia; Williamson, Eusebius: The History of the Church, Harmondsworth:
Penguin; Political offices Preceded by Acilius Rufus, and Quintus Sosius
Senecio II Consul of the Roman Empire with Titus Vettennius Severus Succeeded
by Gaius Julius Longinus, and Gaius Valerius Paullinus Categories: Roman
governors of AchaiaSuffect consuls of Imperial RomeRoman governors of
DalmatiaRoman governors of Asia Epulones of the Roman Empire Minicii. Keywords: Roman law, Adriano a Minicio -- Gaio
Minicio Fundano. Minicio.
Luigi Speranza --
Grice e Minnomaco: la ragione conversazionale della diaspora di Crotone -- Roma
– filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean
according to Giamblico. Grice: “Cicerone argues: Minnomaco speaks Greek;
therefore he is no Roman!” Minnomaco.
Luigi Speranza --
Grice e Minucio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
dell’eulogio ad Ottavio da Frontone -- Roma – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He writes “Ottavio” – draws on a speech by Frontone. La gente: Minucia Marco Minucio Felice Da
Wikipedia, l'enciclopedia libera. Marco M. Felice (in latino; Marcus M. Felix;
Cirta, filosofo, scrittore e avvocato
romano. Non è noto con certezza quando visse. Il suo Octavius è simile
all'Apologeticum di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, e la datazione della
vita di Felice dipende dal rapporto tra la sua opera e quella dello scrittore
africano morto nel 230. Nelle citazioni degli autori antichi (Seneca, VARRONE,
CICERONE) è considerato più preciso di Tertulliano e questo concorderebbe col
suo essere anteriore ad esso, come afferma anche Lattanzio;[1] Girolamo lo
vuole, invece, posteriore a Tertulliano, sebbene si contraddica dicendolo
posteriore a Tascio Cecilio Cipriano in una lettera e anteriore in un'opera Per
quanto riguarda gli estremi della sua esistenza, Felice menziona Marco Cornelio
Frontone; il trattato Quod idola dii non sint è basato sull'Octavius; dunque se
quello è di Cipriano, M. Felice non fu attivo oltre il 260, altrimenti il
termine ante quem è Lattanzio. Anche la zona d'origine di M. è
sconosciuta. Lo si ritiene talvolta di origine africana, sia per la sua
dipendenza da Tertulliano, sia per i riferimenti alla realtà africana: la prima
ragione, però, non è indicativa, in quanto dovuta al fatto che all'epoca i
principali autori di lingua latina erano africani, e dunque il loro era lo
stile cui ispirarsi; la seconda, inoltre, potrebbe dipendere esclusivamente dal
fatto che il personaggio pagano dell'Octavius, Cecilio Natale, era africano,
come attestato da alcune iscrizioni. Cionondimeno, è significativo che entrambi
i personaggi dell'Octavius abbiano nomi citati in iscrizioni africane, e che lo
stesso valga per il nome M. Felice.Octavius L'Octavius è un dialogo che
ha per protagonisti lo stesso scrittore, Cecilio e Ottavio e che si svolge
sulla spiaggia di Ostia. L'opera si è conservata per errore dopo i sette libri
dell'Adversus nationes di Arnobio come (liber) octavus. Mentre i tre
passeggiano sul litorale, Cecilio, di origine pagana, compie un atto di omaggio
nei confronti della statua di Serapide. Da ciò nasce una discussione in cui
Cecilio attacca la religione cristiana ed esalta la funzione civile della
religione tradizionale, mentre Ottavio, cristiano, attacca i culti idolatrici
pagani ed esalta la tendenza dei cristiani alla carità e all'amore per il
prossimo. Alla fine del dialogo Cecilio si dichiara vinto e si converte
al Cristianesimo, mentre Minucio, che funge da arbitro, assegna ovviamente la
vittoria ad Ottavio. Il Cristianesimo di M. è lo stesso dei ceti
dirigenti, che non vogliono che il cambiamento di religione sia accompagnato da
sommovimenti sociali e sono convinti che debbano, comunque, sopravvivere la
finezza e l'equilibrio costruiti da secoli di civiltà greco-latina. Del resto,
di questo ceto sono i personaggi dell'Octavius, tutti e tre avvocatiː il pagano,
Cecilio Natale, era nativo di Cirta (dove l'omonimo registrato dalle iscrizioni
aveva ricoperto cariche sacerdotali) e viveva a Roma, come Minucio, di cui
seguiva l'attività forense; Ottavio, invece, è appena arrivato nella capitale
all'epoca in cui è ambientata l'opera, e ha lasciato la propria famiglia nella
provincia d'origine. Girolamo gli attribuisce una seconda opera, De fato,
di cui però non vi sono tracce. Divinae Institutiones, De viris
illustribus, Ottavio Ianuario a Saldae, CIL, e Cecilio a Cirta. A Tébessa e Cartagine. Bracci, Il linguaggio di M.
Felice. Fra dialogo filosofico e disputa religiosa, in Controversie: dispute
letterarie, storiche, religiose dall'Antichità al Rinascimento, a cura di G.
Larini, Padova, Libreriauniversitaria Vecchiotti, La filosofia politica di M.
Felice. Un altro colpo di sonda nella storia del cristianesimo primitivo,
Urbino, Università degli Studi, De viris illustribus L'Ottavio di Marco M.
Felice in italiano: play. google. com/ books/ reader?id=xj GOJAAAAEAJ& pg=GBS.PA0
Paul Lejay, «Minucius Felix», in Catholic EncyclopediaBracci, Il linguaggio di
Minucio Felice. Fra dialogo filosofico e disputa religiosa, in Controversie:
dispute letterarie, storiche, religiose dall'Antichità al Rinascimento, a cura
di G. Larini, Padova, Libreriauniversitaria.it, M. Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Marco M. Felice, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Marco M.
Felice, Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature,
Harper. Opere di Marco M. Felice, su MLOL,
Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di Marco M. Felice
Marco M. Felice (altra versione), su LibriVox. Marco M. Felice, Catholic Encyclopedia, Robert
Appleton, Higgins, Felix, M., Encyclopedia of Philosophy. Opera Omnia dal Migne, Patrologia Latina, con indici
analitici, su documenta catholica omnia. eu.. V D M Padri e dottori della
Chiesa cattolica Portale Antica Roma Portale Biografie Portale
Cristianesimo Portale Letteratura Categorie: Scrittori romaniAvvocati
romaniScrittori Scrittori Romani Romani Nati a Cirta Apologeti Padri della
Chiesa Scrittori africani di lingua latina Scrittori cristiani antichi [altre]
M. – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CONGRESSO
DI SCIENZE STORICHE, Roma. Sezione Storia della Filosofìa Storia delle
Religioni. L’APOLOGETICO DI TERTULLIANO E L’OTTAVIO DI M. COMUNICAZIONE di
RAMORINO ROMA LINCEI SALVIUCCI. Ancora non è stata risolta in
modo definitivo la questione dei rapporti che intercedono tra il discorso di
Tertulliano in difesa de’ Cristiani e il dialogo di M. Felice, dove alle accuse
formolate in un discorso d' ispirazione pagana messo in bocca a Cecilio
Natale, op- ponesi una eloquente difesa del Cristianesimo per bocca di
Ottavio dal quale il dialogo prende nome. Ancora non sono state date
sufficienti ragioni per stabilire se Tertulliano abbia avuto sott’ occhio
M., o se invece questi abbia tratto da quello come da sua fonte, e
quindi quale dei due abbia da considerarsi come cronologicamente
anteriore. La questione ha un vero interesse per la storia del
Cristianesimo in Occidente perchè trattasi delle prime scritture latine
d' ispirazione cristiana, e dipende di qui il sapere chi primo abbia
divulgato fra le genti di parlata latina le ragioni addotte dagli
Apostoli del Cristianesimo, già da più decenni diffuse tra i Greci. Tale
questione sorge dal fatto che tra le due opere corrono tali e tante
analogie di pensiero e di frase, da dover senz’altro ritenere che l’un
dei due abbia avuto sott’occhio l’altro. Si può ben congetturare anche, e s’ è
in fatto congetturato, abbiano entrambi attinto a una fonte comune, che
per noi sarebbe perduta. Primo propose quest’ ipotesi l’ Hartel, poi
cercò sostenerla in apposita monografia il Wilhelm. Più tardi De Lagarde pensa
a dirittura a un’apologià scritta da papa Vittore I da cui Tertulliano e
M. avrebbero copiato a man salva; infine l’Agahd in una sua ricerca di cose
Varroniane, voi. supp. dei Jahrbiicher di Fleckeisen, ammettendo anche
egli un’apologià cristiana latina anteriore a Tertulliano e M., ne
investigò le fonti in VARRONE e in qualche altro libro dell’età alessandrina.
Ma noi vedremo che i riscontri verbali tra l’Apologetico e l’Ottavio sono
tanti e tali da escludere l’ipotesi d'una terza fonte co- mune, se non
forse per uno speciale punto di dottrina derivato dalla scuola di
Euemero. Tra quelli che rinunziando all’ipotesi di una terza fonte
comune, riducono la questione ai soli Tertulliano e M., gli uni
credono anteriore M., gli altri Tertulliano, e le due schiere sono
egual- mente notevoli per numero e autorità di aderenti. I fautori della
prio- rità di M., come si fan forti di una espressione di Lattanzio,
così vantano l’adesione di uomini quali Eber, Baehrens, Norden,
ecc. Gli altri si rifanno dall’attestazione di Gerolamo, e hanno compagni
uomini di incontestato valore come Schultze, Neumann, Harnack, nome che
vai da solo per molti. Ultimamente si schierò da questa parte anche il
francese Monceaux che con tanto studio e dottrina s’ è occupato della
letteratura affricana. Non è qui il luogo di ripetere le ragioni
addotte da tutti questi studiosi, nè di discuterle. Intendo qui di
istituire un confronto, il più completo possibile, di luoghi Minuciani e
Tertullianei, presentandoli in modo che ne riesca chiaro il contenuto e
sia facile ai lettori di trarne le debite conclusioni. Prendo per base il
discorso di Tertulliano, seguendone l’argomento come filo conduttore, e
additando via via i luoghi paralleli di M. Nei primi tre capitoli del suo
Apologetico, mira Tertulliano a far vedere, come fosse iniquo l’odio che
si aveva contro i Cristiani. Vol- gendo nell’esordio la parola ai
reggitori del Romano Impero, dice che, se non era loro lecito fare una
pubblica inchiesta intorno alla causa dei Cristiani, se a questo solo
fattispecie o temevano o arrossivano di volgere l’attenzione
pubblicamente, e se le troppe condanne private avevano compromesso la
difesa della setta cristiana, doveva pur essere lecito a lui cercar di
giungere alle loro orecchie per la via letteraria; la verità cristiana
ben sapere di essere peregrina sulla terra e di trovar facilmente nemici
tra gli estranei, ma non voler essere condannata senza essere conosciuta.
Condannarla inascoltata essere una iniquità, e far nascere il sospetto
che i governanti non vogliano ascoltare ciò che non potrebbero più
condannare conoscendolo. La scusa dell’ignoranza non essere che apparente, anzi
aggravare il carico dell’iniquità; perchè qual più trista cosa che
l’odiare quel che si ignora, anche se la cosa meriti effettivamente odio?
Se poi si viene a sapere che la cosa non meritava odio, chi era solo
colpevole d’ignoranza, cessata questa, cessa anche di odiare; come fanno
appunto i convertiti al Cristianesimo, i quali cominciano a odiare quel
che erano e a professare quel che prima odiavano. Invece, dice
Tertulliano, gli avversari nostri segnalano bensì il fatto delle molte
conversioni, ma, anziché arguire che ci sia sotto qualche gran bene,
seguitano a ignorare e a odiare. Si dirà che le molte conversioni non
vogliono dir nulla, perchè ci si volge anche al male. Ma il male,
avvertasi, per natura o si teme o se ne ha vergogna; ed è perciò che i
malvagi voglion rimanere nascosti; sorpresi trepidano, accusati negano,
anche tormentati non sempre confessano, e condannati poi n’han dolore. I
Cristiani non si vergognano, non si pentono; si gloriano d’ esser notati
; accusati non si difendono ; interrogati confessano ; anzi confessano
spontaneamente, e condannati ringraziano. Non è dunque questo un male se
non ha le circostanze connaturate al male, il timore, il rossore! il pentimento,
il rimpianto. Anche la procedura che si segue con noi Cristiani, continua
Tertulliano, è iniqua. Non ci si concede libertà di difesa, e si vuol da
noi soltanto la con- fessione del nome, senza poi esaminare il crimine. E
mentre per un omicida, per un incestuoso, per un nemico pubblico si
indagano le cir- costanze dei fatti, il numero, il luogo, il tempo, i
complici dei delitti, per noi non si procede così ; anzi un famoso editto
di Traiano ha proi- bito che si inizino processi contro noi, mentre poi
ha disposto che data una denunzia, ci si deva punire ; disposizione
contradittoria ed ingiusta. Si viene così ad applicare per noi un’assurda
procedura, quella di torturarci, non per farci confessare come gli altri,
sì perchè neghiamo, mentre se si trattasse di male, noi staremmo sulla
negativa, e la tor- tura ci si applicherebbe per farci confessare. È
evidente che non un delitto è in causa nel caso nostro, ma solo il nome.
Si arriva al punto di biasimare uno che si riconosce come un galantuomo,
solo perchè è cristiano; si cacciano via dalle case, anche contro ogni
interesse, le mogli pudiche e i buoni servi, solo perchè cristiani; è
tutto in odio al nome. Ma che cos’ ha di male questo nome che significa «
unti » o, se si piglia la forma « Crestiani » usata talvolta per errore,
ha a connettersi con « buono » ? Odiasi forse ia setta per il nome
del suo autore ? Ma anche le sette dei filosofi sono denominate dai
loro autori, e niuno se n’offende. Prima di odiare il nome, conveniva
indagare e riconoscere dalle qualità della setta l’autore o da quelle
dell’autore la setta ; invece non si è fatto e non si fa nulla di questo,
e si seguita a far ingiusta guerra al nome. Fin qui l’
introduzione dell’Apologetico Tertullianeo. Con le idee qui espresse si
ha qualche riscontro nell’Ottavio, a metà circa del discorso in difesa
della nuova dottrina. Accenna Ottavio all’opera dei cattivi spiriti che
insinuano l’odio contro i Cristiani anche prima che siano conosciuti. Il
capitolo seguente tocca la procedura usata coi Cristiani, e Ottavio
ricorda che anche egli prima, credendo alle solite calunnie, usava le
stesse arti diaboliche contro i Cristiani. I demonii appunto ispirano
quelle dicerie sciocche le quali, se mai, hanno un fondo di verità per i
pagani non per i Cristiani. La confu- tazione di tali calunnie si estende.
Si chiude con l’ affermazione delle virtù cri- stiane, la pudicizia, la
temperanza, la serietà. L’aumentare del nostro numero, dice, non è accusa
di errore, ma testimonio di lode, e non è meraviglia se noi ci
riconosciamo al segno dell’ innocenza e della modestia, e se ci amiamo a
vicenda chiamandoci fratelli. Ecco alcuni riscontri verbali: Min.:
nec in angulis garruli sumus si audire nos publice aut erubesciti s
aut timetis » (intendi: non è vero che noi facciamo pettego- lezzi
di nascosto, se invece siete voi che pubblicamente rifiutate di darci
ascolto o perchè arrossite o perchè temete di farlo. : ic occupant
animos (im- puri spiritus) ... ut ante nos incipiant homines odisse
quam nosse, ne cognitos, aut imitari possint, aut damnare non
possint. Anche noi, prima della conversione, credevamo alle
calunniose voci sparse contro i Cristiani, e non ci accorgevamo che
eran tutte dicerie sen- za fondamento ; « malum autem adeo non
esse, ut Cliristianus reus nec eru- besceret nec timeret, et unum
solum- modo quod non ante fuerit paeniteret. Tertull. Apolog. I princ.: .si
ad hanc solam speciem auctoritas vestra de iustitiae diligentia in
publico aut timet aut erubescit inquirere inauditam si damnent,
praeter invidiam iniquitatis etiam suspicionem merebuntur alicuius
conscientiae, noleutes audire quod auditum dan- nare non possint. Quod vere malum est, ne ipsi quidem quos rapit
defendere prò bono audent. Omne malum aut timore aut pudore natura
perfudit. Denique malefici gestiunt latere, devitant appa- rere,
trepidant deprehensi, negant accu- sati, ne torti quidem facile aut
semper continentur, certe damnati maerent. Dinumerant in semetipsos
mentis malae impetus, vel fato vel astris imputant, nolunt enim
suum esse quia malum agnoscunt. Christianus vero quid simile? Neminem
pudet, neminem paenitet nisi piane retro non fuisse. Si denotata
gloriata, si accusata non defendit, interrogatns vel ultro confi-
tetur, damnatus gratias agit. Quid hoc mali est quod naturalia mali non
habet, fimorem, pudorem, tergiversationem, paenitentiam,
deplorationem? Quid? hoc malum est cuius reus gaudet?
cuius .accusatio votum est et poena felicitas ? Qui si
osservi come a un cenno fuggevole di Minucio rispetto al non essere un
male il cristianesimo, corrisponde in Tertulliano tutta una spiegazione
psicologica della natura del male e del contegno dei malvagi col quale si
confronta quello dei Cristiani. Apolog. c. IL Si critica la procedura
usata coi Cristiani. Tra l’altro, si dice. Ceteris negantibus
tormenta udhibetis ad confitendum, solis Chri- stianis ad negandum.
Quo perversine cum praesumatis de sceleribus no stris ex nominis
confessione, cogitis tormentis de confessione decedere, ut negantes nomen
pariter utique negemus et scelera... Sed, opinor non vultis noe
perire, quos pessimos creditis. Si non ita agitis circa nos nocentes ergo
nos innocentissimos iudicatis cum quasi innocentissimos non vultis in ea
confessione perseverare, quam necessitate non iustitia damnandam sciatis.
Vociferata homo: Christianus sum. Quod
est dicit; tu vis audire quod non est. Veritatis extorquendae praesides de
nobis solis mendacinm elaboratis audire. Oct.: Noi prima della conversione,
mentre assumevamo la difesa di sacrilegi e incestuosi e anche di
parricidi, hos i Cristiani nec audiendos in toto putabamus,
nonnunquam etiam miserantes eorum crudelius saeviebamus, ut torqueremus
confitentes ad negandum, videlicet ne perir ent, exercentes in his,
perversam quaesti onem nòn quae verum erueret sed quae mendacium cogeret
. Et si qui infìrmior malo pressus et victus Christianum se
negasset, favebamus ei quasi, eierato nomine, iam omnia facta sua illa
negatione pur- gata ». Dopo avere nell’Apologetico confutato
il pregiudizio che il Cristianesimo non fosse permesso dalle leggi
romane, facendo vedere come le leggi potessero essere benissimo pattate,
e mu- tate furono tante volte attraverso ai secoli, Tertulliano passa a
confutare le calunnie lanciate contro i Cristiani, d’ infanticidio e di
cene incestuose. Queste cose si dicono sempre, ma nessuno mai si cura d’
indagare so sono vere. La verità è odiata, e ha nemici da tutte le
parti. Chi ha mai visto a spargere sangue di bambini, e abbandonarsi,
dopa il pranzo e dopo fatti spegnere i lumi da cani lenone s
tenebrarum, a orgie incestuose? Se i nostri ritrovi son segreti, chi può
rivelare quel che vi si fa? non gli iniziati che hanno interesse a non si
tradire; non gli estranei, appunto perchè non penetrarono mai. È dunque
tutto opera' della fama. E qui Tertulliano ha una bella pagina sulla
natura della fama o si dice. È antico il motto : fama malum quo non
aliud velocius ullum Virgilio. Perchè è un male la fama? perchè veloce? o non
anzi perchè essa è per lo più menzognera? anche quando ha del vero, non è
mai senza bugia, togliendo, aggiungendo, mutande dal vero. Ed è di tal
natura che non persiste a essere se non in quanto mentisce, e vive solo
fin quando non si arriva alla prova dei fatto vero. Quando si ha il
fatto, cessa ogni « si dice », e rimane la notizia del fatto. La fama,
nomen incerti > non ha più luogo dov’ è la certezza. Ora alla fama uom
savio non deve credere. Si sa come na- scono le dicerie. Hanno principio
da qualcuno che è mosso o da ge- losia o da dispetto o da mania di dir
bugie; e poi passate di bocca in orecchio, e via ripetute, nascondono
sempre più la verità. Meno male, che il tempo poi rivela ogni cosa, per
felice disposizione della natura- per cui il vero si fa strada. Le accuse
sono nient’ altro che dicerie, ma non hanno fondamento di verità. Si
soggiunge che noi promettiamo la vita eterna a chi uccide bambini e
commette incesti. Ma anche se tu credi a questo, dice Tertulliano, io chiedo
se tu stimeresti tanto questa eternità da arrivarci con simili infamie.
Tu nè vorresti farle queste cose, nè potresti ; dunque perchè crederai
che vogliano e possano farle i Cristiani, che sono uomini come te ? Si
dirà che sono iniziati a tali cerimonie quando non ne sanno ancor nulla;
ma in tal caso, una volta conosciute tali infamie, non continuerebbero a
parteciparvi, per la stessa avversione che avrebbe impedito loro d’
iniziarsi nel caso che ne fossero informati. Tale il contenuto
dell’Apologetico. Vi corrispondono il M., ove con le accuse d’ infanticidio e
di cene incestuose si confutano anche quelle di adorazione d’una testa
d’asino, o dei genitali di sacerdoti, o di un uomo crocifisso, o della
croce stessa. E siccome di queste accuse si parla anche dove Cecilio Natale le
espone facendo eco alla voce comune, così è da tener conto anche di
questo capo per taluni riscontri verbali: Apolog.: quod eversofes
luminum canes, lenones scilicet tenebrarum, libidinum impiarum inverecundiam
procurent candelabra et lucernae et canes aliqui et offulae quae illos
ad eversionem luminum extendant. Veni, demerge ferruin in
infantem, nullius inimicum, nullius reum, omnium filium, vel tu
modo adsiste morienti komini antequam vixit... excipe rudem sanguinem, eo
panerai tnum satia, vescere libenter Nego te velie ; etiamsi
volueris, nego te posse. Cur ergo
alii possint si vos non potestis?... qui ista credis de homine
potes et tacere. Quis talia facinora cum invenisset celavit?... Si semper
latemus quando proditum est quod admittimus? immo a quibus prodi
potuit? Natura famae omnibus nota est (v. il riassunto
precedente)... quae ne tunc quidem cum aliquid veri offerti sine
mendacii vitio est Tam- diu vivit quam diu non probat, siquidem ubi
probavit cessat esse et quasi officio nunciandi functa rem tradit
et exinde res tenetur, res nominatur. Nec quisquam dicit verbi
gratia: 'hoc Romae aiunt factum 1 aut : ‘ fama est illuni provinciam sortitum
sed: sortitus est ille provinciam ’, et : hoc fa- ctum est Romae \ Fama,
nomen incerti, locum non habet ubi certum est. Min. Oct.: canis qui cande- labro nexus est, iactu
offulae ultra spatium lineae qua vinctus est, ad impetum et saltum provocatur.
Sic everso et exstincto conscio lumine impuden- tibus tenebris etc.
Illuni velim convenire, qui initiari nos dicit aut credit de caede
infantis et sanguine. Putas posse fieri, ut tam molle corpus, tam
parvulum corpus fata vulnerum capiat? ut quis- quam illum rudem
sanguinem novelli et vixdum hominis caedat f fundat, exhauriat?
nemo hoc potest credere nisi qui possit audere nec tanto tempore aliquem
existere qui proderet nec tamen mirum, cum omnium (quoniam, Vahlen) fama
quae semper insparsis mendaciis alitur, ostensa ventate consumitur. Anche
qui si noti che il modo di esprimersi di Minucio intorno alla fama non
solo è conciso, ma chi legge quell’ostessa ventate consu- mitur non lo
intende se non quando lo confronta con la pagina di Ter- tulliano, la
quale può servire assai bene di commento. I Cristiani non si contentavano
di scagionarsi dalle accuse calun- niose mosse loro, ma le ritorcevano
contro gli avversari, facendo ve- dere come essi, all’ombra della
religione, molti infanticidi e incesti davvero commettevano. Di ciò
tratta l’Apologetico, da confrontarsi con alcuni passi
dell’Ottavio. Ricordano entrambi i sacrifizi di bambini fatti in Africa
in onor di Saturno, divoratore dei propri figli: Apolog.: cum
propriis filiis Saturnus non pepercit, extran eis utique non parcendo
perseverabat, quos quidem ipsi parentes sui offerebant et libenter
respondebant, et infantibus blan - diebantur, ne lacrimante s
immolarenturi. Oct.: Saturnus fìlios suos non exposuit sed voravit ;
merito ei in nonnullis Africae partibus a parentibus infantes
immolabantur y blanditile et osculo comprimente vagitum, ne
flebilis hostia immolar etur. Ma Tertulliano ha maggiori
informazioni su questi sacrifizi d’infanti in Affrica, durati
ufficialmente fino al proconsolato di TIBERIO, poi vietati ma seguitati a
praticare occultamente: et nunc in occulto per - severotur hoc sacrum
facinuSj perchè nessuna costumanza delittuosa si può sradicare per
sempre, nè gli Dei mutano costume. Oltre questo poi altri sacrifizi
umani vanno imputati alla religione antica. Entrambi i nostri scrittori
ricordano i sacrifizi umani fatti in Gallia in onor di Mercurio, e nella
Taurica (M. aggiunge anche, da CICERONE. Rep., e da LIVIO (si veda), il
ricordo di Busiride Egi- ziano e di antichi riti romani), e l’uso ancor
vigente di sacrificare con- dannati a morte nelle feste di Giove Laziale.
E all* infuori della religione, rinfacciano entrambi agli avversari
l’abitudine di esporre i bambini ap- pena nati o ucciderli, o quello più
tristo di spegnere la vita appena iniziata nell’utero materno.
b) Apolog . IX: « conceptum utero dum adhuc s angui s in hominem
deli- batur, dissolvere non licet. Homicidii festinatio est
prohibere nasci ; nec refert ratam quis erìpiat animam an nascentem
disturbet. Quanto poi al bevere uman sangue, Tertulliano ricorda da
Erodoto (est apud Herodotum, opinor) alleanze strettesi fra alcuni popoli
col ferirsi a sangue le braccia e bevere gli uni il sangue degli altri;
(ISO) Oct.: u snnt quae in ipsis vi- sceribus
medicaminibus epotis originem futuri hominis extinguant et
parricidium faciant antequam pariant ricorda poi Catilina, e alcune genti
Scitiche divoratrici dei proprii morti, e il rito dei sacerdoti di
Bellona consistente nel ferirsi la coscia, rac- cogliere il sangue nel
cavo della mano e darlo a bere. M., più conciso, non menziona che la congiura
di CATILINA e Bellona con brevi cenni. L’uno e V altro poi fanno menzione
dell’uso di dare a bere sangue umano agli epilettici, ma Tertulliano solo
adduce il particolare, che ai raccoglieva a tal fine il sangue scorrente
dalle ferite dei delinquenti .sgozzati nell’arena. In tutto
ciò è strano il modo come Minucio mette questi ricordi in relazione con
la menzione fatta avanti delle cerimonie in onor di Giove Laziale: ipsum
credo docuisse san - guinis foedere coniurare Catilinam et Bellonam
sacrum suum J ecc.; quasi che proprio Giove Laziale abbia insegnato a
Catilina e ai Bellonari i lor sanguinosi usi ; il che è del tutto fuor di proposito.
Infine, sempre intorno alle bibite di sangue, entrambi gli
apologeti ricordano l’avidità con che solevano alcuni acquistare, per
cibarsene, la carne delle bestie uccise nell’arena, dopo che quéste s’
erano empite le viscere di membra umane. Ma Tertulliano è più ricco di
particolari, come è più immaginoso ed energico nell’espressione.
Confrontisi: Tertull.: Item illi qui de harena Min. : non dissimiles ei
qui de haferinis obsoniis cenant, qui de apro qui rena feras devorant inlitas
et infectas se est quandoque memoriara dissipari, et simili error
impegerit, exinde iam tradux proficiet incesti serpente genere cum
scelere. Tunc deinde quocumque in loco, domi, peregre, trans freta
Comes et libido, cuius ubique sal- tus facile possunt alicubi ignaris
filios pangere vel ex aliqua seminis portione, ut ita sparsum genus
per commercia humana concurrat in memorias suas, neque eas caecus
incesti sauguinis agnoscat. Min.: etiam nescientes, miseri, potestis in
inlicita proruere, dum Venerem promisce spargitis, dum passim liber os seritis,
dum etiam dorai natos alienae misericordiae frequenter exponitis, necesse
est in vestros recurrere t in filios inerrare. Nella diversa
disposizione dei pensieri, pur si riconosce l’affinità dei due scrittori,
dei quali Tertulliano è più ricco e compiuto, aggiun- gendo qui tra le
ragioni di figliuoli dispersi anche l’adozione. Alla corruttela
pagana poi opponesi la continenza cristiana la quale o si contenta di
legittimo matrimonio, o aspira anche alla verginità. Tertull.: quidam
multo secu- Min : plerique inviolati corporia riores totam vim
huius erroris virgine virginitate perpetua fruuntur potiua continentia
depellunt, senes pueri. quam gloriantur. Dove non isfugga l’esagerazione
del plerique minuciano di fronte all’espressione tertullianea più conforme al
vero. Gli Dei pagani erano in origine uomini. Nell’ Apologetico,
passa Tertulliano a ragionare di un’altra recriminazione fatta ai Cristiani,
quella che non venerassero gli Dei e non sacrificassero per gli
imperatori ; onde erano fatti rei di sacrilegio e di lesa maestà. Ora
egli dice che i Cristiani cessarono dal prestar culto agli Dei pagani
dacché conobbero che tali Dei non esistevano; e non esser giusto il
punirli se non quando tale esistenza fosse dimostrata. E questa convinzione
soggiunge che i Cristiani ricavavano dalle stesse testimonianze pagane,
concordi nel lasciar chiaramente vedere che i pretesi Dei non erano altro
che uomini di- vinizzati. Infatti se ne adducevano i luoghi di nascita,
le regioni ove avevano vissuto e lasciato tracce dell’opera loro, e si
mostravano anche i loro sepolcri. Serva d’esempio per tutti Saturno, cui
gli scrittori come Diodoro e Tallo fra i Greci, Cassio e Nepote fra i
Latini attestarono essere stato uomo. La qual cosa è comprovata anche da
prove di fatto, verificatesi sopratutto in Italia, ove egli fu accolto da
Giano, ove il monte che abitò fu chiamato Saturnio, la città che fondò
ebbe pari- mente nome Saturnia, e anzi tutta l’Italia dopo il nome di
Enotria ricevette quello di Saturnia. Da lui l’origine delle legali
scritture e del conio monetario, onde la sua presidenza dell’erario.
Dunque era uomo, è nato da uomini, non dal cielo e dalla terra.
Ignorandosene la pa- rentela, fu detto esser figlio di quelli onde tutti
possiamo esser figli, chiamandosi per venerazione il Cielo e la Terra
padre e madre, e figli della terrà denominando il volgo quelli la cui
parentela è incerta. Sa- turno dunque era uomo; e lo stesso si può dir di
Giove e di tutto l’altro sciame di divinità pagane. Si dice che furono
tutti divinizzati dopo morte. Da chi? Bisogna vi fosse un altro Dio più
sublime, ca- pace di regalare la divinità, giacché da sé questi uomini
non si po- tevan certo crear Dei. Ma perchè il Dio Magno avrebbe donato
la divinità ad altri esseri? Forse per esserne aiutato nel grande
còmpito di dirigere l’universo? Ma che bisogno vi poteva essere di ciò,
se il mondo o era ab aeterno, come volle Pitagora, o venne fatto da
un essere ragionevole, come disse Platone? Del resto questi uomini si
lo- dano per aver trovato le cose utili alla vita, ma non le hanno
create, perchè già c’erano. Si dirà egli che la divinizzazione fu un
premio alle loro virtù? Ma, a dir vero, anziché virtuosi, erano costoro
pieni di vizi e piuttosto da cacciar giù nel Tartaro che accogliere nel
Cielo. Ma mettiamo anche fossero buoni, o perchè allora non s’ è dato
lo stesso premio a uomini lodatissimi come Socrate, Aristide, Temistocle,
ecc.P Di tutta questa dimostrazione ragionata a fil di logica,
Minucio non ha nell’Ottavio che un punto solo, l’affermazione che i
pretesi Dei erano uomini. E questa si contiene nel cap. 21 del dialogo, il
quale fa seguito alla parte fisolofica del discorso di Ottavio e alla
sentenza che le favole mitologiche erano tutte finzioni poetiche, da
spiegarsi seconde la teoria di Evemero, della quale cita altri
rappresentanti antichi come Prodico, Perseo, lo stesso Alessandro il Macedone.
Connettesi con tale ordine di idee il ricordo di Saturno già uomo. E qui
diversi riscontri: Tertull. Apol.: Saturnum ita- que, si quantum
litterae docent, neque Diodorus Graecus aut Thallus neque Cassius
Severus aut Comelius Nepos neque ullus commentator eiusmodi anti -
quitatem aliud quam hominem promul- gaverunt. Min. Oct.: Saturnum
enim omnes scriptores vetustatis Graeci Ro- manique hominem prodiderunt.
Scit hoc Nepos et Cassius in historia ; et Thallus et Diodorus hoc
loquuntur. È questo il passo che all’Ebert e a’ suoi seguaci parve e
pare dimostrativo della priorità di Minucio, per la ragione che il
Cassius Severus di Tertulliano in luogo del semplice Cassius (ossia
Hemina) è un errore, e per la presunzione che chi sbaglia copii. Se tale
indu- zione sia giusta, vedremo in seguito. Per ora notiamo solo che
Ter- tulliano aveva fatto lo stesso sbaglio in Ad Nationes: Legimus
apud Cassium Severum, apud Cornelios Nepolem et Ta- citurna ecc. Tertull.
ibid.: in qua Italia Saturnus post multas expeditiones postque Attica
hospitia consedit, exceptus a Iano vel lane ut Salii volunt. Mons
quem incoluerat Saturnius dictus, civitas quam depalaverat Saturnia usque
nunc est, tota denique Italia post Oe- notriam Saturnia cognominabatur. Ab ipso primum tabulae et imagine signa- tus
nummus et inde aerarlo praesidet. Si homo Saturnus utique ex homine, et
quia ab homine, non utique de caelo et terra. Sed cuius parentes
ignoti erant facile erat eorum fìlium dici quorum et omnes possumus videri.
Quis enim non caelum ac terrai matrem ac Min.: Saturnus Creta
profugus Italiana metu filii saevientis accesserat et Iani susceptus
hospitio rudes illos homines et agrestes multa docuit ut Graeculus et politus,
litteras imprimere, nummos signare, instrumenta conficere. Itaque
latebram suam, quod tuto latuisset, vocari maluit Latium, et ur.bem
Saturniam idem de suo nomine ut laniculum Ianus ad memoriam uterque
posteritatis reliquerunt. Homo igitur utique qui fugit, homo utique qui
latuit, et pater ho- minis et natus ex homine. Terrae enim vel
caeli filius (se. est dictus) quod apud Italos esset ignotis parentibus
proditus, ut in hodiernum inopinato visos patrem venerationis et honoris
grati a appellet? vel ex consuetudine humana, qua ignoti vel ex
inopinato adparentes de caelo supervenisse dicuntur. Proinde
Saturno repentino utique caelitem contigit dici; nam et terrae filios
vulgus vocat quorum genus incertum est. Etiam Iovera ostendemus tam
hominem quam ex homine, et deinceps totum generis examen tam mortale
quam seminis sui par. Nunc ego per singulosdecurram? Otiosum est
etiam titulos persequi totum generis examen caelo missos, ignobiles et ignotos
terrae filios nominamus. Eius fìlius Iuppiter Cretae excluso
parente regnavit, illic obiit, illic filios habuit; adhuc antrum Iovis
visitur et sepulcrum eius ostenditur et ipsis sa- cris suis
humanitatis arguitur. Otiosum est ire per singulos. Saturnum principem
huius generis et examinis. Per la divinizzazione
dopo morte, M. ha considerazioni diverse dai ragionamenti di Tertulliano.
Ricorda Romolo fatto Dio per lo spergiuro di Procolo, e il re Giuba per
il consenso dei Mauri ; furono consacrati Dei come si consacrano gli altri re,
non per attestare la divinità loro, ma per onorare la potestà che hanno
esercitato in terra. Queste stesse persone che si divinizzano, dice, non
ne vorrebbero sapere, e sebbene già vecchi declinano quell’onore. Rileva
poi l’assurdo di far Dei esseri già morti o nati destinati a morire. E
perchè non nascono ora più Dei? Porse s’ è fatto vecchio Giove o s’ è
esaurita Giunone? 0 non è da dire anzi che è cessata questa generazione
perchè nessuno ci crede più ? E del resto se si creassero nuovi Dei, i
quali di poi non potreb- bero morire, s’avrebbero più Dei che uomini, da
non poter essere più contenuti nè in cielo, nè nell’aria, nè sulla
terra. Tutte queste riflessioni di Minucio sono differenti da quelle
che fa Tertulliano ; sicché in questo punto non vi possono essere
riscontri. Però confronta: Ad Nationes: qui deum Caesarem dicitis et
deridetis dicendo quod non est, et maledicitis quia non vult esse quod
dicitis. Mavult enim vivere quam deus fieri. Min.: Invitis his hoc
nom.en adscribitur: optant in homine perseverare, fieri se deos metuunt,
etsi iam senes nolunt. Tertulliano passa a considerare che cosa
sieno effettivamente i supposti Dei pagani. E prima parla dei loro
simulacri, i quali son fatti di materia identica a quella dei vasi e
strumenti comuni, o forse dai vasi medesimi artisticamente elaborati. Son
dunque Dei foggiati per mezzo di battiture, di raschiature, di
arroventature; proprio il trattamento che si fa ai Cristiani, di che
questi possono avere qualche conforto. Se non che questi Dei non sentono
i maltrat- tamenti della loro fabbricazione, come non sentono gli ossequi
dei loro fedeli. Tali statue di morti, cui intendono solo gli uccelli e
i topi e i ragni, non è egli giusto non adorare? Come sembrerà che
offendiamo tali esseri, mentre siam certi che non esistono affatto?
Riflessioni analoghe fa M.. Detto delle favole mitologiche
irriverenti e corrompitrici, nota che le immagini di tali Dei adora il volgo,
più abbagliato dal fulgore dell’oro e dell’argento che ispirato da fede
vera; e richiama l’attenzione sul fatto che tali simulacri sono formati
dalla mano d’un artista, e se di legno, forse reliquia di un rogo o di
una forca; sono sospesi e lavo- rati con l’accetta e la pialla, se d’oro
o d’argento, magari tolto da vaso immondo, sono pesti, liquefatti,
contusi tra il martello e l’ incudine, ecc. Ecco
riscontri: Tertull. Apoi.: reprehendo... materias sorores esse
vasculorum instrumentorumque communium vel ex isdem vasculis et
instrumentis quasi fatum consecratione mutantes. Min.: deus aereus
vel argenteus de immundo vasculo, ut accicipimus factum Aegyptio regi
(Amasi, Erodoto) conflatur, tunditur malleis et incudibus figuratur
nisi forte nondum deus saxum est vel lignum vel argentum. Quando
igitur hic nascitur? ecce funditur, fa- bricatur, sculpitur, nondum deus
est; ecce plumbatur construitur, erigitur, nec adhuc deus est; ecce
ornatur consecratur oratur, tunc postremo deus est, cum homo illum voluit
et dedicavit. Piane non sentiunt has iniurias nec sentit lapideus deus
suae et contumelias fabricationis suae dei nativitatis iniuriam ita
ut nec postea, vestri sicut nec obsequia ». de vestra veneratione
culturam. Statuas milvi et mures et Quam acute de diis vestris attinane ae
intellegunt. malia muta naturali ter iudicant ! mures, hirurrdines,
milvi non sentire eos sci uni; rodunt inculcant insident, ae, nisi
abigatis, in ipso dei vestii ore nidificant; araneae vero faciem eius
intexunt et de ipso capite sua fila suspendunt. Vos tergetis mundatis eraditis et illos qoos
facitis, protegitis et timetis. Si noti qui la maggior
quantità di particolari in M., il che come deva spiegarsi diremo in
seguito. Tertulliano invece è poi solo nel notare che i pagani stessi
prendono a gioco illudunt e offendono le loro divività, non riconoscendo tutti
le stesse, e trat- tando alcuni Dei come i Lari domestici con compre-
vendite, pignora- menti, incanti, tal quale s’usa per le case cui sono
annessi, altre volte tsasformando, poniamo, un Saturno in una pentola e
una Minerva in un mestolo. Di nuovo entrambi ricordano, di
passata, le strane cerimonie del culto pagano (Tertull. in., Min. e
rilevano le invereconde leggende dai poeti ripetute intorno agli Dei,
auspice Omero, e l’aver gli Dei combattuto o pei Greci o pei Troiani, e
Venere ferita, e Marte incarcerato, e Giove liberato per opera di
Briareo, ecc., ecc. Tertull.: Quanta inverno ludi- Min.: hic enim
Homerus bria! deos inter se propter Troianos et praécipuus bello Troico
deos vestros, Achivos ut gladiatorum paria congres - etsi ludos
facit, tamen in hominum resos depugnasse, Venererà humana sa- bus et actibus
miscuit, hic eorum pagitta sauciatam, quod filium suum Ae- ria composuit,
sauciavit Venererà, Mar - nean paene interfectum ab eodem Dio- .
tem vinooit vulneravit fugavit. Iovem mede rapere vellet, Martem tredecim
narrat Briareo liberatum, ne a diis cemensiìms in vinculis paene consumptum,
teris ligaretur, et Sarpedonem filium, Iovem ne eandem vim a
ceteris caeli- quoniam morti non poterat eripere, tibus experiretur,
opera cuiusdam moncruentis imbribus flevisse, et loro Ver stri
liberatum, et nunc flentem Sarpe - neris inlectum flagrantius quam in aduldonis
casum, nunc foede subantem in teras soleat cum Iunone uxore consororem sub
commemoratione non ita cumbere. dilectarum iampridem amicarum. L’esempio
d’Omero indusse altri poeti a irriverenti invenzioni: Quis non poeta ex
auctoritate Alibi Hercules stercora egerit, principis sui
dedecorator invenitur Dee- et Apollo Admeto pecus pascit. Laorum ? Hic
Apollinem Admeto regi pa- medonti vero muros Neptunus instituit
scendis pecoribus addicit, ille Neptuni (forse: construit) nec mercedem
operis structorias operas Laomedonti locat. Est infelix structor
accipit. Illic (Vulcanus, et ille de lyricis (Pindarum dico) qui
aggiunge TUrsinus) Iovis fulmen cum Aesculapium canit avaritiae merito,
quia Aeneae armis in ineude fabricatur, cum avaritiam nocenter exercebat,
fulmine caelum et fulmina et fulgura longe ante iudicatum. Malus Iuppiter
si fulmen il- fuerint quam Iuppiter in Creta nasce- lius est, impius in
nepotem, invidus in retur artifìcem. Dal contesto di Tertulliano
apparirebbe ch’egli attribuisse le leggende di Apollo pastore presso
Admeto e di Posidone operaio al soldo di Laomedonte ad altri poeti che ad
Omero, mentre è noto che già in Omero vi è un cenno di queste leggende.
Ma forse Tertulliano aveva in mente ulteriori elaborazioni di dette
leggende forse in drammi (ad es., per Apollo pastore, l’Alcestide d’
Euripide), come dopo fa espressa menzione di Pindaro. In Minucio invece
tutte le ri- cordate leggende par si attribuiscano ancora ad Omero, il
che viene a essere inesatto per il racconto di Ercole che scopa le stalle
d’Augia, in Omero non menzionato, e per il ricordo delle armi di ENEA
opera di Vulcano, tolto da VIRGILIO (si veda) non da Omero. In
connessione col precedente argomento, Tertulliano ricorda an- cora le
irriverenze contro gli Dei scritte dai filosofi, specie dai cinici (tra
cui pone Varrone, che chiama il Cinico Romano
e a cui rimprovera l’aver introdotto ter centos foves sive Jupitros sine
capitibus), e quelle peggiori contenute nei mimi e nella
letteratura istrionica, aggravati dalla circostanza che gli istrioni spesso
rappresentano essi stessi la divinità, e, dice: vidimus aliquando
castratura Attin, Mura Deum ex Pessinunte, et qui vivus ardebat Eerculem
in - dueraL Di tutto ciò nulla in M.. Invece di nuovo vanno di con-
serva nel rinfacciare al paganesimo i sacerdoti corrotti e corruttori.
Apoi.: in templis adul - Oct.: dopo ricordati i molti teria componi,
inter aras lenocinia incesti delle Vestali, continua: «ubi tractari,
in ipsis plerumque aedituo- autem magis a sacerdotibus quam inter
rum et sacerdotum tabernaculis sub aras et delubra condicuntur
stupra, isdem vittis et apicibus et purpuris tractantur lenocinia,
adulterio medithure flagrante libidinem expungi. tantur? frequentius denique in
aedituorum cellulis quam in ipsis lupana- ribus flagrans libido
defungitur. Si avverta nel latino di Minucio il meditantur usato
passivamente con una ripetizione inutile di concetto dopo il condicuntur
stupra ; si noti [Salvo se V alibi di M. voglia interpretarsi:
«presso altri autori. Ma tale interpretazione ripugna al contesto, perchè
poco di poi, ricordato ancora Tadulterio di Marte e Venere, e i rapporti
di Giove e Ganimede, soggiunge : quae omnia in hoc (scil. Homero) prodita
ut vitiis hominum quaedam auctoritas pararetur. pure l’esagerazione del
frequentius quam inipsìs lupanaribus che guasta il concetto espresso dal
plerumque di Tertulliano ; in terzo luogo si avverta l’epiteto flagrans
attribuito alla libido, in luogo del thure fla- grante così significativo
di Tertulliano. Infine quel defmgitur, usato assolutamente, e con
soggetto di cosa in senso di « si sfoga » o in quello passivo di viene
saziata è tanto poco giustificato da altri esempi di scrittori latini
(*), che fa pensare a un errore del testo. Forse in luogo di defmgitur,
va letto: expungitur . Tertulliano dopo le cose dette, si dispone a venire
alla parte po- sitiva della sua Apologia, ma prima confuta ancora le
dicerie sparse sul conto de’ Cristiani, che essi adorassero una testa
d’asino e avessero in venerazione la Croce. Quanto alla prima, ne
attribuisce l’origine a Tacito, che avendo narrato nel quinto delle
Storie l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, e la sete patita nel deserto, e
il fatto che una fontana era stata indicata da alcuni asini selvatici,
aveva soggiunto che gli Ebrei grati a queste bestie del beneficio
ricevuto avevano preso a venerarle. Di poi la stessa cosa sarebbe stata
attribuita ai Cristiani come setta affine ai Giudei. Eppure, dice
Tertulliano, lo stesso Tacito narra bene che quando Pompeo presa
Gerusalemme entrò nel tempio, non vi trovò alcun simulacro. Piuttosto ai
pagani possono i Cristiani rinfacciare che i giumenti e gli asini intieri
venerano insieme colla dea Epona. Quest’ultimo punto, e solo questo,
trovasi anche in Minucio onde può riscontrarsi: Tertull.
Apoi.:Tostameli Min.: vos et totos asinos non negabitis et iumenta
omnia et totos in stabulis curri vestra \jveT} Epona concantherios curri sua
Epona coli a vobis secratis, et eosdem asinos cum Iside (cfr. ad
Nationes: sane vos totos religiose decoratis. asinos colitis et cum sua Epona et omnia iumenta et
pecora et bestias quae perinde cum suis praesepibus consecratis. Impersonalmente
trovasi usato defungor in Tee. Adelph.: utinam hic sit modo defunctum,
purché la finisca qui » ; e con soggetto di cosa pub ricordarsi il
barbiton defunctum bello di Orazio, la lira ha finito le sue battaglie
d’amore ». Abbastanza frequente è il defungor usato assolutamente ma con
soggetto personale come in Ter. Phorm.: cupio misera in hac re iam de-
funger e in Ovid. Am.: me quoque qui toties merui sub amore puellae,
defunctum placide vivere tempus erat . Sempre defungi ha senso di « finire
la parte sua, esaurire il proprio mandato. Il ricordo degli asini nel
culto d’ Iside è solo minuciano, e si aggiuuge ancora menzione di altri
culti strani, come quello del bue Api e di altre bestie venerate dagli
Egiziani (forse dal De Nat. Deor. di CICERONE. Quanto al
culto della Croce, osserva Tertulliano che anche i pa- gani adorano i
loro idoli di legno ; sarà dunque question di linee, ma la materia è la
stessa, sarà question di forma, ma è sempre il corpo del creduto Dio. Del
resto, dice, le immagini in forma di semplice palo della Pallade Attica e
della Cerere Paria, che gran differenza hanno dal legno della croce?
poiché ogni palo piantato verticalmente è una parte della croce. Poi gli
statuari, quando fabbricano un Dio, si ser- vono d’uno scheletro ligneo a
croce, tale in fondo essendo la figura del corpo umano ; e un sopporto di
legno della stessa foggia usasi pure nei trofei e nelle insegne militari.
M. parla di ciò. Ecco alcuni riscontri: Tertull.: Qui crucis nos
reli- giosos putat, consecraneus (correligionario) erit noster. Cum
lignum aliquod propitiatur, viderit habitus dura materiae qualitas cadera
sit, viderit for- ma dum id ipsum Dei corpus sit. Diximus originem deorum
vestrorum a plastis de cruce induci » (allusione a Ad Nationes dove
la fabbricazione degli idoli con uno scheletro ligneo a forma di
croce è ampiamente descritta. Sed et Victorias adoratis cum in tropaeis
cruces intestina sint tropaeorum. Religio Romanorum tota castrensis signa
veneratur... Omnes illi imaginum suggestus in signis monilia crucum
sunt; sipbara illa vexillorum et cantabrorum stolae crucum sunt. Laudo
dili- gentiam. Noluistis incultas et nudas cruces consecrare. Ad Nationes:
Si statueris hominem manibus expansis, imaginem crucis
feceris. Tertulliano poi parla ancora della venerazione del Sole
attribuita da alcuni ai Cristiani per l’uso loro di pregare rivolti ad
Oriente Ma anche questo, dice, non è rimprovero che si possa fare ai
Cristiani, Min.: Cruces... nec colimus nec optamus. Yos sane qui
ligneos deos consecratis cruces ligneas ut deorum vestrorum partes
forsitan adorates. Nani et signa et cantabra et ve - xilla castrorum quid
aliunt quam inauratae cruces sunt et ornatae? tropaea vestra victricia
non tantum simplicis crucis faciem verum et adfixi hominis
imitantur. Signum sane crucis naturaliter visimus in navi cum velis
tumentibus vehitur, cum expansis palmulis labitur; et, cum erigitur
iugum, crucis signum est,* et cum homo porrectis manibus deum pura
mente veneratur. praticando anche i pagani la preghiera al levar
del sole. E se i Cri- stiani fanno festa il giorno del sole (la
domenica), fanno ciò per ben altra causa che la religione del sole : pure
i pagani nel dì di Saturno (il sabato) si davano all’ozio e al mangiare,
scimiottando, a sproposito, i Giudei. Di ciò nulla in M..
Infine nell’Apologetico ricordasi la pittura da un miserabile mu-
lattiere messa in pubblico, a Roma, rappresentante una figura umana con
orecchie d’asino, e l’un dei due piedi ungulato, vestito di toga e con un
libro in mano, appostavi la iscrizione: Deus Christianorum òvoxoirjtrjQ.
Era un Giudeo l’autore di questo indecente scherzo (ad Nat.); e la gente
ci credette e per tutta la città scorreva sulle bocche quell’ Onocoetes.
Ma di tali mostri, soggiunge, veneransi più fra i pagani che tra
cristiani; chè essi hanno accolto tra i loro Dei esseri con testa di cane
e di leone, e corna di capri e d’ariete, e coda di serpenti, alati le
spalle o i piedi. Un fuggevole ricordo di tali mostri è anche in M., che
del resto si tace: d) Tertull. : « Illi debebant adorare
statim biforme numen, quia et canino et leonino capite commixtos, et de
ca- pro et de ariete cornutos, et a lumbis hircos et a cruribus
serpentes et pianta vel tergo alites deos receperunt. Solo è invece
M. a scagionare i Cristiani dell’accusa di adorare sacerdoti virilia; alla
quale occasione ritorce contro gli avversari la taccia di impudicizia,
ricordando le licenze sessuali onde quei cinedi si disonoravano. Min.: item bonra capita et capita vervecum et
immolatis et colitis, de capro etiam et de homine mixtos Deos et
leonum et canum vultn deos dedicatis. Ma
venendo ornai alla parte positiva della dottrina, Tertulliano celebra il
Dio unico, creatore del cosmo, invisibile sebben si veda, incomprensibile
sebbene in via di grazia divenga presente, inestimabile sebbene coll’umano
sentimento si stimi. E in quanto si vede, si comprende, si stima, Egli è
minore dei nostri occhi, delle nostre mani, dei nostri sensi; ma in
quanto immenso, a sè solo è noto. Così la sua stessa grandezza lo rende noto
e ignoto insieme a noi. Ecco appunto il gran delitto, consistente
nel non voler riconoscere Dio, mentre non si può ignorare. Non lo
attestano le sue opere? non lo attesta la stessa anima? la quale
sebbene incarcerata nel corpo, svigorita dalla concupiscenza, fatta
ancella di falsi Dei, pure quando rientra in sè e sente la sua sanità
naturale, esce fuori in esclamazioni, quali: Dio buono e grande!, e:
ci sia propizio Iddio!, e : Dio vede, e : a Dio ti raccomando e
simili; e queste cose, esclama, non rivolta al Campidoglio, ma al Cielo,
sede naturale del Dio vivo. In Minucio la parte positiva del discorso,
per quel che riguarda la filosofia o teologia razionale, precede la parte
polemica o negativa. Del Dio unico parla Ottavio in principio del suo
discorso, e trovansi diversi luoghi paralleli a passi di Tertulliano.
Eccoli: Tertull.: deus ... totam molem istam verbo quo iussit,
ratione qua disposuit, virtute qua potuit de nihilo
expressit. Per il dispensare in confronto col disponere, vedi
CICERONE. Orai.: inventa non solum ordine sed edam momento quodam
atque iudicio dispensare atque disponere . Invisibilis est incomprehensibilis... inaestimabilis. quod
immensum est, soli sibi notus est. Anima cum sanitatem suam
patitur, deum nominat. Deus bonus et magnus et quod Deus dederit 1
omnium vox est. Iudicem quoque contestato illum ‘ Deus videt ’ et Deo commendo, et Deus mihi reddet \ 0 testimonium animae
naturaliter Christianae! Denique pronuntians haec
non ad Capitolium sed ad caelum respicit». Su questo tema
dell’anima naturalmente cristiana è noto che Tertulliano scrisse più tardi un
opuscoletto a parte intitolato appunto De testimonio animae, dove le
stesse idee sono esposte con maggiore ampiezza ed efficacia.
Min.: Qui Deus universa quaecumque sunt verbo iubet, ratione dispensai, virtute
consummat hic non videri potest... nec comprendi potest nec
aestimari. Immensus et soli sibi tantus quan- tus
est notus ». « Audio vulgus; cum ad caelum ma* nus tendunt,
nihil aliud quam * o Deus ’ dicunt et ‘Deus magnus est’ et * Deus
verus est’ et ‘ si Deus dederit’. Yulgi iste natoalis
sermo est an Christiani confidente oratio ? L’Apologetico e importante
per le indicazioni delle fonti letterarie della dottrina cristiana.
Ricordati i primi storici ispirati dall’Ebraismo e i profeti e i libri
ebraici tradotti in greco dai Settandue per suggerimento di Demetrio
Falereo al tempo <ìi Tolomeo Filadelfo, ricordata l’antichità
dei primi scrittori ebraici molto maggiore di qualsiasi memoria greca, e
fatto anche un cenno di altre fonti storiche greche, egiziane, caldee,
fenicie fino a Giuseppe Ebreo, notata la concordia e completezza delle
profezie che pronunziarono gli avvenimenti secondo verità, e hanno
acquistata autorità sicura anche per le cose ancora da venire,
Tertulliano espone la dottrina di Cristo uomo e Dio. La teoria della
Trinità divina in unità di sostanza è qui già chiara- mente formolata, e
confermasi l’idea del Àóyog, o parola o ragion divina artefice
dell’universo, con testimonianze di antichi filosofi. Poi si riassume la
storia di Gesù e ricordasi la divulgazione della dottrina di lui fatta dagli
Apostoli, fino alla persecuzione neroniana. Ecco dunque, conchiude, qual’
è la nostra fede, che noi sosteniamo anche fra i tormenti : Deum colimus
per Christum . Cristo è uomo ma in lui e per lui Dio vuol essere
riconosciuto e adorato. Di questa, che è la sostanza del Cristianesimo,
Minucio tace affatto; non nomina neppur Cristo, pur parlando a ogni piè
sospinto de’ Cristiani. È questo il lato debole dell’ Ottavio. Solo in un
punto uvvi una non chiara allusione alle dottrine dell’uomo-Dio, uve per
iscagionare i correligionari dall’accusa di venerare un delin- quente
dice : « molto siete lungi dal vero, se ritenete si creda da noi deum aut
meridie ìioxium aut potuisse terrenum, che un Dio o si rendesse colpevole
da meritar supplizio o potesse come cosa terrena subirlo; parole non
abbastanza chiare nel testo latino, e che diedero luogo a ben disparate
interpretazioni. Minucio in questo luogo è rimasto inferiore a sè stesso,
nè s’avvide come questa dottrina fondamentale meritava più ampio
svolgimento in una difesa del resto eloquente e sentita della nuova
religione. Continuando Tertulliano la esposizione sua, parla dell’esistenza di
sostanze spirituali, esistenza ammessa già dai filosofi e poeti antichi
come dal volgo; e, ricordata la caduta di alcuni angeli e l’origine dei demoni,
parla dell’opera di costoro tutta rivolta a dannar l’uomo; son essi che
eccitano le più strane passioni u pazzi capricci e corruttele dell’anima;
son essi che ingenerano la fede negli Dei falsi e bugiardi, e, colla loro
rapidità di movimenti e parziale notizia del vero anche futuro, ispirano
oracoli e vati, e in tutto contribuiscono a ingenerare inganni e deviar
la mente dal vero Dio. I miracoli dei maghi son da loro ; da loro spesso
i sogni e ogni specie di divinazione. La più bella prova di ciò, dice
Tertulliano, è questa che se uno invaso da un demone si trovi in faccia a
un Cristiano, e questi dia ordine al demone di parlare, quegli senz’altro
si confesserà, quel che è ; e così pure quelli che son creduti invasi da
un Dio, in presenza d’un cristiano confessano di essere nient’ altro che
demoni. Il nome di Cristo basta ad atterrire questi esseri ; una prova di
più cho il nostro è l’unico Dio e vero, e che non esistono gli Dei
pagani. Sicché si vede quanto poca regga l’accusa di lesa religione romana,
mentre di vera irreligiosità si macchiano gli avversari coll’ adorare i
falsi Dei, e diversi nelle diverse regioni, e altresì coll’ impedire a
noi il culto del vero Dio. Tali pensieri trovansi su per giù anche
in M.. Ottavio discorre degli spiriti mali, degradati dalla loro primiera
innocenza e tutti intenti a perdere anche gli altri. Tale discorso
continua r offrendo vari luoghi paralleli a Tertulliano. Tertull.
Apolog,:Sciunt daeraones philosophi, Socrate ipso ad daemonii
arbitrium exspectante. Quidni? cum et ipsi daemonium a pueritia
adhaesisse dicatur, dehortatorium piane a bono. Omnes sciunt
poetaen. Min.: eos spiritus daemones- esse poetae sciunt, philosophi
disserunt, Socrates novit, qui ad nutum et arbitrium adsidentis sibi
daemonis vel deeli nabat negotia vel petebat. Il demonio socratico è da
Tertulliano giustamente detto debortatorium a borio; meno esattamente
Minucio gli attribuisce efficacia e positiva e negativa contro la nota
verità storica. Quid ergo de ceteris ingeniis vel etiam viribus
fallaciae spiritalis edisseram? phantasmata Castorum, et aquam cribro
gestatara, et navem cingalo promotam f et barbam tactu inrufatam, ut numina
lapides crederentur et deus verus non quaereretur ? Min.: de ipsis
daemonibus etiam illa quae paullo ante tibi dieta sunt, ut Iuppiter ludos
repeteret ex somnio, ut cum equis Castores viderentur, ut cingulum
matronae navicula sequeretur. Tali esempi di miracoli erano conosciuti
volgarmente dai libri relativi all’arte divinatoria, e in riassunti
dottrinali non fa meraviglia di veder citati or gli uni or gli
altri. Tertull.: « Iussus aquolibet chrifitiano loqui spiritus ille tam
se daerannem confitebitur de vero quam alibi dominum de falso. Aeque
producatur aliquis ex his qui de deo pati existiraantur Ista ipsa
Virgo caelestis pluviarum pollicitatrix, ipse iste Aesculapius
medicina- Tum demonstrator nisi se daemones confessi fuerint
Christiano mentiri non audentes etc. vobis praesentibus erubescentes.
Credite illis, cura verum de se lo- quuntur, qui mentientibus creditis.
Nemo ad suum dedecus mentitur, quin potius ad honorem de corporibus
nostro imperio «xcedunt inviti et dolentes sciunt pleraque pars vestrum
ipsos daemonas de se met ipsis confiteri, quotiens a nobis
tormentis verborura et oratìonis incendiis de corporibus
exiguntur. Ipse Saturnus et Serapis et Iuppiter... vieti
dolore quod sunt eloquuntur. nec utique in turpitudinem
sui, nonnullis praesertim vestrum adsisten- tibus mentiuntur .
Ipsis testibiis esse eos daemonas credite fassis adiurati per deum verum
et solum inviti miseri corporibus inhorre- scunt et... exsiliunt. Un
altro riscontro ancora notasi volgendo rocchio a Tertulliano ove si riprende il
discorso degli angeli e dei demoni. Licet subiecta sit nobis tota
vis daemonum et eiusmodi spirituum, ut nequam tamen servi metu
nonnunquam contumaciam miscent, et laedere gestiunt quos alias verentur.
Odium enim etiam timor spirat. Inserti mentibus imperitorum odium
nostri serunt occulte per timorem ; naturale enim est et odisse quem
timeas et quem oderis infestare si possis. In Tertulliano sono i demoni
che temendo i Cristiani, appunto per ciò qercano di offenderli, perchè il
timore partorisce odio. In Minucio si fa che i demoni insinuino nei
pagani Todio contro i Cristiani per mezzo del timore. Ma ciò, si noti, è
meno naturale, perchè i pagani non avevano nessuna ragione di temere i
Cristiani. Li odiavano invece senza conoscere la loro dottrina ; ma ciò
non ha a che fare col timore. Non a proposito dunque Minucio fece sua
quest’osservazione psicologica dell’odio figlio del timore. Infine
a riguardo della varietà politeistica, Tertulliano ricorda le bestie venerate
in Egitto ; e qui è da fare un raffronto con M. Tertull.: Aegyptiis permissa
est tam vanae superstitionis po- testas avibus et bestiis consecrandis
et capite damnandis qui aliquem huiusmodi deum occiderint. Min.: nec
eorum (Aegyptiorum) sacra damnatis instituta serpentibus, crocodilis,
belluis ceteris et avibus et piscibus, quorum aliquem deum si quis
occiderit etiam capite punitur. Una delle ragioni che i pagani opponevano più
frequentemente alle censure dei loro Dei fatte dai seguaci del Cristo,
era questa che a buon conto Roma doveva la sua grandezza alla religiosità
tradizio* naie e al rispetto degli Dei e delle cerimonie istituite in
loro onore. Di questa idea appunto si fa interprete Cecilio Natale presso
M. nel suo discorso in difesa del paganesimo. I Cristiani dovettero
ribattere queste ragioni, mostrando che Roma se era grande non doveva
nulla ai falsi Dei. Tertulliano svolge questo punto nell’Apologetico. Con
ironia comincia a chiedere se Dei quali Stercolo e Mutuno e Larentina
hanno potuto promuovere l’imperio ; poiché, dice, non è da supporre che Dei
forestieri, come la Gran Madre, favorissero Roma, a detrimento dei loro
fedeli indigeni. Del resto, soggiunge, molti Dei romani furono prima re ;
da chi ebbero la podestà regia? Forse da qualche Stercolo. E il potere di
Roma già era, molto prima che si costituisse il culto ufficiale, e che di
idoli greci ed etruschi fosse inondata la città. Ma poi tutta la storia
romana è prova di irreligiosità piuttostochè di religiosità. Guerre e
conquiste di città come si fanno senza ingiuria agli Dei, senza distruzione di
templi e stragi di cittadini e di sacerdoti, e rapine di ricchezze sacre e
profane? E come può essere che gli Dei delle città vinte tollerino poi
d’essere adorati dai conquistatori ? Non possono dunque essersi fatti
grandi per merito della religione quelli che crebbero coll’offenderla o
crescendo l’offesero. Anche Ottavio in M., svolge questi pensieri,
ricordando le scelleratezze compiute da Romolo in poi, e mostrando la
improbabilità che i Romani siano stati aiutati dai loro Dei vernacoli
come Quirino, Pico, Tiberino, Conso, Pilunno, Volunno, Cloacina, il
Pavor e il Pallor, la Febbre, Acca Laurenzia e Flora; tanto meno li
aiuta- rono gli Dei forestieri come Marte Tracio, Giove Cretese, Giunone
o Argiva o Samia o Punica che dir si voglia, Diana Taurica, la
madre Idea, o le non divinità ma mostruosità egiziane, (ricordi attinti a
CICERONE e Seneca, v. ediz. Waltzing. Ecco qualche riscontra con
Tertulliano: Tertull.: Tot igitur sacrilegia Min.: totiens ergo
Romania Romanorum quot tropaea, tot de deis impiatum est quotiens
triumphatum, quot de gentibus triumphi, tot manu- tot de diis
spolia quot de gentibus et biae quot manent adhuc simulacra capti-
tropaea. vorum Deorum. Omne regntim vel imperium
bellis quaeritur et victoriis propagata. Porro bella et victoriae captis
et eversis plurimum urbibus Constant. Id negotium sine deorum ini uria
non est. Eadem strages moenium et templorum pares caedes civium et
sacerdotum, nec dissimiles rapinae sacrarum divitiarum et profanarum. Tertull.:
Videte igitur ne ille regna dispenset cuius est et orbis qui
regnata et homo ipse qui regnat... Regnaverunt et Babylonii ante ponti
- fices et Medi ante XVriros et Aegyptii ante Salios et Assyrii
ante Lupercus, et Amazones ante Virgines V est ale s. civitates
proximas evertere cum templis et altaribus disciplina com- raunis
est Ita quicquid Romani tenent colunt possident, audaciae praeda
est: tempia omnia de manubiis, i. e. de ruinis urbium, de spoliis
deorum, de caedibus sacerdotum. Hoc insultare et inludere est....
adorare quae manu ceperis, sacrilegium est consecrare non numina.
Min.: ante Romanos deo dispensante diu regna tenuerunt Assyrii,
Medi, Persae, Graeci etiam et Aegyptii, cum pontifices et arvales
et salios et vestales et augures non haberent nec pullos caveas reclusos
quorum cibo vel fastidio reip. summa regeretur. Per non
volere i Cristiani sacrificare agli idoli, erano tacciati sì di
irreligiosità, ma non potevano essere processati per questo, essendo
ciascuno libero di avere, come gli piaccia, favorevoli o sfavorevoli gli
Dei. Formale accusa invece si moveva loro per non volere sacrificare in
onore dell’ imperatore divinizzato, e chiamavan questo lesa maestà. Di
ciò parla Tertulliano. La cosa si capisce, die egli ; voi avete più paura
e usate furbescamente più riguardi a Cesare che a Giove stesso in Cielo.
In fondo avete ragione; perchè un vivo vai più dun morto. Ma commettete
voi in questo colpa d’irreligiosità, dando la preferenza a una
dominazione umana; e più presto si sper- giura da voi per tutti gli Dei
che per il solo genio di Cesare. A questo punto è a notare una lieve
somiglianza col discorso di Ottavio presso Minucio, là dove rimprovera i
pagani del prestar culto divino ad un uomo, e dell’ invocare un nume che
non c’ è ; pure, dice, è per loro più sicuro spergiurare per il genio di
Giove che per quello del re. Tertull.: citius de- Min.: et est eis tutine per
nique apud vos per omnes Deos quam Ioyìs genium peierare quam
regis. per unum genium Caesaris peieratur. Segue in Tertulliano un gruppo
di capitoli bellissimi in cui con calorosa eloquenza si fa vedere quanto
più onesti ed efficaci voti facessero i Cristiani pregando per la salute
dell’imperatore il Dio uno e vero, e a cbi solo può dare chiedendo per
lui lunga vita, securo imperio, casa tranquilla, forte esercito, senato
fedele, popolo probo, mondo quieto; e ciò non con apparati di culto
esterno, ma con sincerità d’anima e innocenza di vita. I Cristiani, dice,
hanno imparato dal loro Maestro a pregare anche per i nemici e i
persecutori; e nel far voti per la diutur- nità dell' impero, sanno di
ritardare quel cataclisma che minaccia all’orbe universo la fine. Ma non
possono chiamare Dio l’ imperatore senza derisione di lui e ingiuria al
vero Dio. Perchè dunque saranno qualificati come nemici pubblici? Forse
perchè si astengono dalle licenziose feste pubbliche celebrate a
solennizzare qualche lieto avvenimento della casa imperiale? A buon
conto, non dai Cristiani, ma dal novero dei Komani escono e i Cassii e i
Nigri e gli Albini, cioè i ribelli all’autorità imperiale; i quali pure
avevan preso manifesta parte alla feste pubbliche e ai pubblici voti per
la salvezza dell’ imperatore. La vera sudditanza e fede dovuta
all’autorità sta nei buoni costumi e nei rapporti d’onestà quali noi
Cristiani serbiamo con tutti. Amando noi i nostri nemici, chi possiamo
ancora odiare? Inibita a noi la vendetta, chi possiamo offendere? Quando
mai i Cristiani pensarono a vendi- carsi neppure del volgo che li
malmenava, non rispettando nemmeno i morti? Eppur quanto facimente
avrebber potuto preparare le loro vendette in segreto, o anche dichiarare
aperta guerra, tanto numerosi essi già sono in tutte le città, nelle
isole, nei municipi, nei campi militari, nel senato stesso e a corte !
Potevano anche senz’armi pugnare, ritirandosi in qualche angolo remoto
del mondo e lasciando dietro sè una spaventosa solitudine. Eppure ci avete
chiamati nemici del genere umano, anziché « dell’errore umano. Che ragion vi
era di non considerare la nostra setta come una factio licita, dal
momento che non facciamo nulla che turbi la società, e produca divisioni,
attriti, violenze? Una repubblica sola noi riconosciamo, il mondo. Ai
vostri spettacoli rinunziamo, perchè ne conosciamo l’origine dalla falsa
religione. In che v’offendiamo, se abbiamo altri gusti e piaceri? L’unità
della fede e della speranza ci unisce e ci affratella. Ci aduniamo a
pregare e a leggere i libri santi; ivi ci esortiamo a far bene, e ci
rimproreriamo se manchiamo ai nostri doveri. Si contribuisce un tanto al
mese per alimentare i poveri e so- stenere le spese delle sepolture e dei
derelitti. Il nostro mutuo amore 4, dà noia agli avversari, perchè essi
si odiano, noi siamo pronti a morire l’un per l’altro, quelli ad uccidersi l’un
l’altro. Ci riconosciamo fratelli, perchè abbiamo lo stesso padre Iddio,,
e come si mescolano le nostre anime, così mettiamo in comune le sostanze.
Tutto è da noi accomunato, salvo le mogli. Le nostre cene sono parche e
denominate con parola significante amore, e lì si prega prima di mangiare
come dopo, e si canta, chi sa farlo, in onor di Dio. Che male c’ è, o a
chi torna di danno tutto ciò, da parlare di factìo illicita? A questo
punto, il dialogo di M. offre qualche possibilità di riscontro con
l’Apologetico. Giacché, dopo confutata l’accusa di cene incestuose,
Ottavio nel suo discorso prende subito a celebrare l’ inno- cenza dei
costumi cristiani, e qua e là il suo pensiero corre parallelo a quel di
Tertulliano. a ) Tertull. c. XXXIX, fin.: « haec Min.: nec factiosi
(così coitio Christianorum merito damnanda THerald; il cod. ha:
‘fastidiosi 1 ) su- I si quis de ea queritur eo titillo quo de mus,
si omnes unum bonura sapimus factionibus querela est. In cuius
perni- eadem congregati quiete qua singuli. ciem aliquando convenimus?
Hoc su- mus congregati quod et dispersi, hoc universi quod et
singuli, neminem lae- dentes, neminem contristantes. Sed eiusmodi vel
maxime dile- sic mutuo, quod doletis amore ctionis operatio notam
nobis inurit pediligimus, quoniam odisse non novimus, nes quosdam.
Vide, inquiunt, ut in vicem sic nos, quod invidetis, frati es vocamus, se
diligant; ipsi enim invicem oderunt; ut unius dei parentis homines, ut
con- et ut prò alterutro mori sint parati; sortes fidei, ut spei
coheredes. Yos enim ipsi enim ad occidendum alterutrum pa- nec
invicem adgnoscitis, et in mutua ratiores erunt. Sed et quod
fratres nos odia saevitis, nèc fratres vos nisi sane vocamus, non
alias opinor, insaniunt ad parricidium recognoscitis. quam quod apud ipsos
omne sanguinis nomen de affectione simulatum est. Fra- y tres autem
etiam vestri sumus at quanto dignius fratres et dicuntur et
habentur qui unum patrem Deum agnoverunt, qui unum spiritum biberunt
sanctitatis, qui de uno utero ignorantiae eiusdem ad unam lucem
exspiraverunt Veritatis. Tertull.: Deo offero opimam et maiorem
hostiam... orationem de carne pudica, de anima innocenti, de spiritu sancto
profectam. Tertull.: Aeque spectaculis vestris in tantum renuntiamus
in quantum originibus eorum, quas scimus de superstitione conceptas, cupi
et ipsis rebus de quibus transiguntur praetersumus. Nihil est nobis
dictu, visu, auditu cum insania circi, cum impudicitia theatri, cum
atrocitate arenae, cum xysti vanitate. Min.: qui innocentiam
colit Deo supplicat, qui iustitiam Deo libat... qui hominem
periculo subripit, opimam (il cod. ha optimam) vidimavi caedit: a nos. .
merito malis voluptatibus et pompis et spedaculis ve- stris abstinemus,
quorum et de sacris originem novimus, et noxia blandimenta
damnamus. Nam in ludis circensibus (così leggo io, il cod. ha:
currulibus) quis non horreat populi in se rixantis insaniam ? in
gladiatoriis homicidii di- sciplinami? in scenicis etiam non minor
furor et turpitudo prolixior ; nunc enira mimus yel exponit adulteria vel
monstrat, nunc enervis histrio amorem dum fingit infigit I capitoli XL e
XLI dell’Apologetico contengono la confutazione dell’accusa che delle
pubbliche calamità fossero causa i Cristiani, come 8’ andava già fin
d’allora vociferando, e si seguitò a dire per molte ge- nerazioni.
Tertulliano ricorda molti cataclismi, isole scomparse, terre- moti e maremoti,
e il diluvio, e l’ incendio di Sodoma e Gomorra, di- sastri avvenuti
tutti avanti al Cristianesimo. E col distruggersi delle città, dice, si
distruggevano anche i templi degli Dei; prova che non veniva da loro ciò
che anche a loro accadeva. Bensì il Dio unico e vero non poteva essere
propizio a chi ne disconosceva i favori. Del resto, i mali ora sono
minori di prima, e ciò è dovuto alle preghiere dei Cristiani che
disarmano l’ira divina. Che se il nostro Dio per- mette i disastri anche
a danno de' suoi cultori, ciò non ci stupisce nè sgomenta, aspirando noi
a vita più alta e migliore. Di tutto questo in Minucio non v’ è
parola. Altro titolo d’ ingiurie contro i Cristiani era il ritenerli
alieni dagli affari e disutili al commercio locale. Tertulliano dedica a
questo argomento i capitoli XLII e XL1II, dove fa vedere l' insussistenza
di questo rimprovero. Vivevano bene i Cristiani come gli altri,
serven- dosi e dei mercati e delle botteghe e delle officine e dei bagni
pubblici. Che se si astenevano da certi usi, se non si coronavano di
fiori la testa, se non intervenivano agli spettacoli, se non sovvenivano
i templi pagani coi loro contributi, avevano bene ragione di farlo. E
del pari certo quattrini non ricevevano da loro nè i lenoni, nè.i
sicari, nè i magi, nè gli aruspici, nè altri tali ; ma in compenso i
Cristiani eran tutte persone innocue da non dar ombra a nessuno.
Qui, rispetto alluso di portar corone di fiori in capo, si può con-
frontare : Tertull.: non amo capiti coronam. Quid tua interest, em- ptÌ8 nihilominus floribus
quomodo utar ? Puto gratius esse liberis et solutis et undique
vagis. Sed etsi in coronam coactis, nos coronam nariòus novimus,
viderint qui per capillum odorantur. Min. c. 38, 2 : « quis autem
ille qui dubitat vernis indulgere nos floribus, cum capiamus et
rosam veris et lilium et quicquid aliud in floribus blandi co-
loris et odoris est? his enim et sparsis utimur, mollibus ac solutis, et
sertis colla complectimur. Sane quod caput non
coronamus, ignoscite; auram bo- nam floris nariòus ducere non
occipitio capillisve solemus haurire. 1 due capitoli che seguono in
Tertulliano, il XLIV e il XLY, sono rivolti a segnalare l’ innocenza dei
Cristiani, proveniente dal se- guire essi una legge non umana ma divina,
e dal considerarsi come in presenza di Dio sempre, di Dio scrutatore,
giudice e vindice. Terlull. Tot a vobis nocentes variis criminum
elogiis recen- sentur; quis illic sicarius, quis manti- cularius,
quis sacrilegus aut corruptor aut lavantium praedo, quis ex illis
etiam Christianus adscribitur? aut cum Chri- stiani suo titulo
offeruntur, quis ex illis etiam talis qttales tot nocentes? De
vestris semper aestuat career, de vestris semper metalla suspirant, de
vestris semper bestiae saginantur, de vestris semper munerarii
noxiorum greges pascunt. Nemo illic Christianus nisi piane tantum
Christianus, aut si et aliud iam non Christianus. : quid perfectius,
prò- hibere adulterium, an etiam ab oculorum solitaria concupiscentia
arcere ? : u Christianus uxori suae soli masculus nascitur. Min.: de vestro numero career exaestuat,
Christianus ibi nullus nisi aut reus suae religionis aut'profugus: vos
enim adulteria pròhibetis et facitis, nos uxoribus nostris solummodo viri
nascimur. Pur vinti da tanta copia di fatti e bontà di ragioni, non si
arrendevano gli avversari de’ Cristiani, e, a corto d’altri argomenti, finivano
con dire che in sostanza le massime cristiane non erano cosa nuova, ma
erano già state professate e praticate dai filosofi. Di ciò Tertulliano
nel capitolo XLYI, dove istituisce un eloquente confronto tra le massime
e la vita pagana da una parte e i precetti e costumi cristiani dall’
altra, per dimostrare la superiorità dei secondi. Qui un riscontro con M.:
Tertull. c. XLVI: a ... licet Plato Min. c. 19, 14: u Platoni... in
Ti- adfirmet factitatorem universitatis ne- maeo deus est ipso suo
nomine mundi que inveniri facile et inventum enar- parens, artifex
animae, caelestium ter- rari in omnes difficile. Cfr. Plat. Tim.
renorumque fabricator, quem et inve-: « Tòv fxhv noirjrijy xai nire difficile
praenimia et incredibili naréga tovóe tot) navròg eògeìv re eg-
potestate (cfr. Plato qui inve- lo!', xai etigóvia elg ndvrag àóvvarov
nire Deum negotium credidit, et Xéyeivn. cum inveneris in publicum
praedicere impossibile praefatur. Non può negarsi, riconosce
Tertulliano, che i filosofi antichi hanno espresso molte cose vere, ma
queste son derivate dalla fonte dei nostri profeti. E queste stesse
verità sono involute e com- mescolate a ipotesi e opinioni disparatissime,
sicché poi questi filosofi sono in completo disaccordo gli uni cogli
altri. Tale varietà d’opinioni pur troppo venne anche introdotta nella
setta cristiana, sicché bisognò prescrivere ai nostri adulteri, quella
essere regola di verità la quale venga a noi trasmessa da Cristo per
mezzo de’ suoi compagni. Per queste adulterazioni della verità, insinuate
dagli spiriti dell’errore, certi prin- cipii già si trovano tra i pagani,
come il giudizio finale delle anime, le pene dell’inferno e il soggiorno
delizioso degli Elisi, ma tali prin- cipii in quanto hanno del vero, sono
di origine nostra. Tertull.: quis poetarum, quis Min.: animadvertis
philososophistarum,qui non omnino de prò- pbos eadem disputare quae
dicimus, pbetarum fonte potaverit? non quod nos simus eorum
vestigia u Unde baec ... nonnisi de nostris sasubsecuti, sed quod
illi de divinis praecramentis? Si de nostris sacramentis, dictionibus
profetarum umbram inter- ut de prioribus, ergo fideliora sunt no-
polatae veritatis imitati sint ». stra magisque credenda, quorum imagines
quoque fìdem inveniunt. Una delle credenze cristiane più combattute e derise
dagli avversarli, era quella della resurrezione finale dei corpi e del ritorno
delle anime in que’ corpi che già avvivarono. A questo dogma dedica
Ter- tulliano il cap. XLYIII, adducendo la ragione della divina
onnipo- tenza, che come ha dal nulla creato il mondo, così può far
risuscitare i corpi morti. Non è quotidianamente sotto gli occhi nostri
il segno della resurrezione nell’alternativa della luce e delle tenebre,
nel tramontare e rinascere delle stelle, nel rifarsi delle stagioni e dei
prodotti della natura? Se a Dio fosse piaciuta altresì l’alternativa
della morte e della resurrezione, chi l’avrebbe impedito? Volle invece
che alla condizione presente di vita passeggera, si contrapponesse
un’altra vita eterna, e a questa passassero tutti risorgendo coi corpi,
per vivere un’eternità di premio o di pena secondo i meriti di ciascuno.
E il fuoco eterno che aspetta i dannati, è di natura ben diversa dal
nostro; come altro è il fuoco che serve agli usi umani, altro quello che
apparisce nei fulmini del cielo o nelle eruzioni dei vulcani, perchè
questo non consuma quello che brucia, e mentre disfa, ripara. Tali
principii se sono professati da filosofi e da poeti, si tollerano e si
lodano; perchè noi Cristiani dobbiamo esserne derisi e anche puniti?
Infine queste credenze sono utili, perchè allontanano dal mal fare colla
paura dei divini castighi, e, alla peggio, non fan male a nessuno. Anche
M. mette in bocca al suo Ottavio alcune considera- zioni sulla fine del
mondo e la risurrezione dei morti, dedicandovi tutto il capo 34 e parte
del 35. Sulla fine del mondo ricorda le opinioni degli Stoici e degli
Epicurei e anche di Platone circa la conflagrazione finale dell’universo,
e giustifica così la credenza cristiana. Per la risurrezione pure cita Pitagora
e Platone, ma solo per dimostrare che i saggi pagani in questo vanno in
qualche modo d'accordo coi Cristiani. Ricorre anch’egli all’argomento
dell’onnipotenza divina e alla possibi- lità che rinasca dal nulla quello
che dal nulla ebbe origine, come accenna pure ai segni di risurrezione
dati dalla natura, e alle condizioni del fuoco eterno. Qui alcuni riscontri: Tertull.:
sed quomodo, inquis, dissoluta materia exhiberi potest? Considera
temetipsum, o homo, et fidem rei invenies. Kecogita quid fueris
antequam esses. Utique nihil; Min.: quis tam stultus aut brutus est,
ut audeat repugnare, hominem a Deo ut primum potuisse fingi, ita
posse denuo reformari? Sicut de nihilo nasci licuit, ita de nihilo
limeminisses enim si quid fuisses. Qui cere reparari? porro difficilius est
id ergo nihil fueras priusquam esses, idem quod non sit incipere,
quam id quod nihil factus cum esse desieris, cur non fuerit
iterare. Tu perire et Deo credis possis
rursus esse de nihilo eiusdem si quid oculis nostris hebetibus subipsius
auctoris voluntate qui te voluit trahitur ? » esse de nihilo ? Quid
novi tibi eveniet ? Qui non eras factus es; cum iterum non eris
fies. Et tamen facilius utique fies quod fuisti aliquando, quia aeque
non difficile factus es quod nunquam fuisti aliquando. Lux
coti die interfecta Min. ib. 11: «in solacium nostri resplendet et
tenebrae pari vice dece- resurrectionem futuram natura omnis dendo
succedunt, sidera defuncta vive- meditatur. Sol demergit et nascitur,
scunt, tempora ubi finiuntur incipiunt, astra labuntur et redeunt, flores
occi- fructus consummantur et redeunt, certe dunt et revirescunt,
post senium ar- semina non nisi corrupta et dissoluta busta
frondescunt, semina nonnisi cor - fecundius surgunt, omnia pereundo
ser- rupta revirescunt». vantar
omnia de interitu reformantur. Tertull. ibid.: « Noverunt et phi- : Illic
sapiens ignis losophi diversitatem arcani et publici membra urit et
reficit, carpit et nutrit. ignis. Ita longe alius est qui usui hu-
Sicut ignes fulminum corpora tangunt mano, alius qui iudicio Dei apparet,
nec absumunt, sicut ignes Aetnaei monsive de caelo fulmina stringens, sive de
tis et Vesuvi montis et ardentium ubi- terra per vertices montium
eructans: que terranno flagrant nec erogantur, non enim absumit quod
exurit, sed dum ita poenale illud incendium non damnis erogat
reparat. Adeo manent montes sem- ardentium pascitur, sed inexesa corpo-
per ardentes, et qui de caelo tangitur, rum laceratione uutritur.
salvus est, ut nullo iam igni decinerescat. Et hoc erit testimonium
ignis aeterni, hoc exemplum iugis iudicii poenam nutrientis. Montes
uruntur et durant. Quid nocentes et Dei hostes? Eccoci all’ultimo capitolo
dell’Apologetica, dove il grande scrittore africano giustifica l’atteggiamento
dei Cristiani, esultanti di essere perseguitati e di soffrire anche la
morte per la confessione di Cristo. Tale atteggiamento era oggetto di vive
censure; eran considerati i Cristiani come gente disperata e perduta.
Pure gli antichi avevano celebrato invece come eroi gloriosi alcuni uomini che
avevano patito, senza scomporsi, i più atroci dolori, quali un Mucio
Scevola, un Attilio Regolo, ecc. Perchè han da stimarsi pazzi i Cristiani
che fan lo stesso? Del resto, conchiude Tertulliano, fate pure, o buoni
governanti, contentate la plebe tormentandoci, condannandoci, uccidendoci;
codesta crudeltà non servirà che ad aumentare il nostro numero; il
nostro sangue è seme; il nostro esempio e l’ostinazione che ci
rinfacciate, fa scuola ; perchè chi ci vede e ammira, sente di dover
ricercare che cosa ci sia sotto, e conosciuto vi si converte, e
convertito desidera patire alla sua volta per redimere la sua vita
anteriore e ottenere Feterno premio. Di analogo argomento, della
resistenza dei Cristiani al dolore e della lotta loro contro le minaccie
e i tormenti dei carnefici, discorre pure Ottavio in Minucio. Anche per
lui il soffrire non è castigo, è milizia, e non è vero che Dio abbandoni
chi soffre, anzi lo assiste e a sè trae. Che bello spettacolo per Dio
quando il cristiano scende in lizza col dolore e le minacce e le torture,
e contro re e principi difende a testa alta la libertà della sua fede, non
cedendo che a Dio, vincitore anche di chi lo condanna e uccide. Glo-
rioso ritiensi colui che tormenti ha sostenuto con costanza; ma altret-
tali e peggiori soffrono col sorriso sulle labbra i fanciulli e le donnicciuole
cristiane, evidentemente perchè li aiuta Iddio. In manifesta affinità di
pensieri, non mancheranno riscontri di parole: Tertull. c. L: Victoria
est... prò quo certaveris obtinere. Haec desperatio et perditio penes vos
in causa gloriae et famae vexillum virtutis extollunt. Mucius dexteram
suam libens in ara reliquit: o sublimitas animi ! Empedocles totum sese Catanensium Aetnaeis
incendiis do- navit : o vigor mentis! Aliqua
Cartaginis conditrix rogo se secundum matrimonium dedit : o praeconium
castitatis! Regulus ne unus prò multis hostibus
viveret, toto corpore cruces patitur: o virum fortem et in captivitate
victorem! etc. Min.: vicit qui quod contendi obtinuit. vos ipsos
calamitosos vi- ros fertis ad coelum, Mucium Scaevolam, qui cum errasset
in regem perisset in hostibus nisi dexteram perdidisset. Et quot ex
notfris non dextram solum sed totum corpus uri, cremari, sine ullis
eialatibus,pertulerunt,cum dimitti prae- sertim haberent in sua
potestate! Viros cum Mucio aut cum Aquilio aut Regulo Comparo? pueri et
mulierculae nostrae cruces et tormenta, feras et omnes suppliciorum
terriculas inspirata patientia doloris inludunt. Messoci
sott’occhio ordinatamente e nel modo più compiuto possibile il materiale di
raffronto fra Tertulliano e M., possiamo risolvere il problema, quale dei
due abbia avuto sott’occhio l’opera dell’altro. A questo fine chi ci
ha seguito fin qui voglia con noi fare due osservazioni. La prima è che
in molti luoghi si trova la stessa materia trattata con ampiezza e originalità
di vedute da Tertulliano, e accennata brevemente da Minucio; ad es. al §
1 c, come già s’è osservato, a tutta una teoria tertullianea sulla natura del
male morale e sull’atteggiamento del malvagio, teoria addotta per
mostrare che non era un male Tesser cristiano, corrisponde in Minucio un
cenno fuggevole della stessa sentenza; così al § 2 d, la natura della
fama o diceria è rilevata con minuziosa analisi da Tertulliano, ed è, in
frase inci- dente, come per transenna, e con parole per sè sole non
chiare, toccata da Minucio; lo stesso dicasi al § 6 i, sullo scheletro
ligneo a forma di croce adoperato nel fabbricare gli idoli; e ‘al § 13 b,
sull’essere i delinquenti in massima parte pagani e d’altri brani ancora.
In tutti questi casi si ha egli a pensare che Tertulliano, visto il breve
cenno minuciano, n’ abbia preso occasione per ampliare e a volte costruire
una teoria intiera basata sull’osservazione psicologica? o non si presenta anzi
spontanea l’ipotesi che M. abbia conosciute e fatte sue le spiegazioni
tertullianee, riassumendole dov’ e’ credeva opportuno? A chi non parrà
questo secondo processo ben più naturale del primo? Non è questo il modo
comune di lavorare in opere letterarie, quando non si tratta di
amplificazioni rettoriche e luoghi comuni? Chi potrà credere il rapporto
inverso, se tenga conto dell’ ingegno vigoroso, del ragionamento serrato
e a fil di logica di Tertulliano, in comparazione dei discorsi alquanto
rettorici da M. messi in bocca agli inter-locutori del suo dialogo? La
seconda osservazione che noi vogliamo si faccia, ci conferma nell’ ipotesi
della priorità di Tertulliano; e questa riguarda i passi dove Minucio
presenta lo stesso pensiero e la frase tertullianea, ma o in luogo meno
opportuno per la concatenazione delle idee, o con aggiunta od uso di
parole che alterano il concetto esagerandolo. Fin dal prime riscontro
segnalato al § 1 a, il cenno del non volere i pagani udire pubblicamente
i Cristiani desiderosi di difendersi, vien fuori poco opportunamente come
argomento del non essere essi Cristiani in angulis garruli Così al § 3,
già s’è notata la stranezza del derivare dalle cerimonie di Giove Laziale
gli usi sanguinarii di Catilina e di Bellona. Nello stesso § 3, il
riscontro f ci dà un esempio di esagerata espressione in quel plerique
sostituito al quidam di Tertulliano; come al § 4 g, è fuor di squadra il
frequentius. Inesattezze pure riscontrammo al § 5 f, dove è attribuita ad
Omero una leggenda che non gli appartiene, e ove del demonio socratico si parla
men corretene)] tamente che in Tertulliano. Ma il passo più significativo è al
§ 9 g, ove poco a proposito, come già s’ è rilevato, Minucio fece sua
l’osser- yazione psicologica del timore che partorisce odio. Tali difetti
dell’esposizione minuciana sono una evidente conferma della priorità ter-
tullianea ; è nella natura delle cose che l’ imitatore non afferrando con
precisione i concetti dello scrittore che gli serve di modello, alteri i
rapporti delle idee e le renda in modo difettoso ; mentre è ben più raro,
se non impossibile, che un imitatore, prendendo le mosse da un lavoro
altrui, ne emendi tutti i difetti, raggiungendo una precisa coe- renza e
spontaneità, quale spicca in Tertulliano. Vi sono però due luoghi che
paiono far contro la nostra tesi. Uno è al § 5, b e d, ove a una semplice
parola o proposizione tertullianea: consecratione; d: statuas . . . milvi et
mures et araneae in - ielligunt) corrisponde in Minucio una descrizione
più ampia e ricca di particolari. Ma, se ben si guardi, ciò non vuol dir
nulla contro la tesi che sosteniamo. Già prima si può pensare che
Minucio, come per altre parti del suo dialogo prese da Cicerone e da
Seneca, così per questa abbia attinto ad altra fonte oltre l’Apologetico,
desumendone sia la descrizione dell’ idolo che finché vien lavorato non è
Dio e lo diventa appena è consacrato dall’uomo, sia quella dei topi,
delle rondini, dei ragni che rodono e fanno il nido e le ragnatele nelle
statue dei templi. Ma può anche darsi che qui s’abbia a fare con una semplice
amplificazione del pensiero suggerito dall’espressione di Tertulliano,
amplificazione non contenente altro che osservazioni semplicissime e di
dominio comune. Tanto più è probabile che tale lavoro si deva attribuire
a M., quanto che la caratteristica del suo stile, cioè l’uso degli
asindeti trimembri con omeoteleuto, si trova qui più volte: funditur
fabricatur sculpitur; plumbatur conslruilur erigitur; ornatur eonsecratur
oratur; rodunt inculcant insident; tergetis mundaiis eraditis,
ecc. L’altro punto che deve qui discutersi riguarda il fatto già
segnalato, a, pel quale Ebert e molti altri conchiusero senz’altro per la
priorità di M., vale a dire l’errore commesso da Tertulliano completando in
Cassius Severus il nome dello storico Cassius così letto da lui nelle sue
fonti. Pur riconoscendo che Tertulliano ha qui commesso un errore, era
proprio necessario di supporre che l’indicazione di quelle fonti storiche,
Diodoro e Tallo Greci, Cassio e Cornelio Romani, egli l’avesse presa da M.? Si
noti che il discorso si aggira intorno alla spiegazione euemeristica
degli Dei pagani, e si ricercano le vicende di Saturno e di Giove per
conchiuderne che costoro in origine erano nomini. Ora questa tesi non era solo
degli apologeti cristiani, ma da secoli era di dominio comune in molte
scuole filosofiche. Può dunque ben darsi che in qualche libro euemeristico
del primo o del secondo secolo dell’era volgare già si citassero
Diodoro Siculo e Tallo, Cassio e Cornelio Nipote, e anche Varrone, a
conferma della dottrina ; può essere che la citazione di quei nomi fosse
diventata come un luogo comune; tant’ è vero che un secolo dopo
Tertulliano, ancor la ripete con poche varianti Lattanzio. Questo è
l’unico punto in cui ritengo vera l’ipotesi di una fonte comune anteriore
a Tertulliano e M.. Il che se si ammette, l’errore di Tertulliano non
dice più nulla a favore della priorità di Minucio e contro la tesi
inversa da noi propugnata. Da questa stessa fonte euemeristica potrebbero
supporsi derivati i particolari minuciani che sopra avvertimmo non trovarsi in
Tertulliano, come pure ne derivarono le tradizioni simili a quella che si
legge nel De origine gentis Romanae e nei breviari storici concernenti le
origini di Eoma. Sia dunque lecito di conchiudere che l’ Ottavio di M. è
posteriore all’Apologetico; di non molto forse, se al tempo della sua
comparizione era ancora sì viva la memoria dell’oratore Frontone da
ricordarlo nel modo che fanno i due interlocutori del dialogo: Girtensis noster,
: Pronto tuus. Non andarono forse errati quelli che supposero composto il
dialogo nel primo o al più nel secondo decennio del terzo secolo, come certo
l’Apologetico è degli ultimi anni del secondo. Insù . : omnes ergo
non tantum poetae sed historiarum quoque ac rerum antiquarum scriptores
hominem fuisse consentiunt Saturnum. Qui
res eius in Italia gestas prodiderunt, Graeci Diodorus et Thallus t Latini
Nepos et Gassius et Varrò. V. il Minucio del Waltzing. Marco Minucio Felice –
He wrote “Ottavio” – draws on a speech by Frontone. – cf. Marco Minucio Felice.
Refs. : Luigi Speranza, « Grice
e Minucio, » The Swimming-Pool Library. Minucio.
Luigi Speranza -- Grice e Miraglia: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di CICERONE – la scuola di
Reggio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. Reggio, Emilia. Grice: “Miraglia is
the type of philosopher beloved by the Oxford hegelians; but then he is a
Neapolitan Hegelian!” Grice: “I always found Kant easier, but there’s nothing
like a ‘filosofia del diritto’ in Kant! And Hegel’s ethics itself, compared to
Kant’s is mighty more complex – that’s why I taught Kant!” Si laurea a Napoli, dopodiché insegna filosofia del
diritto nella stessa università, ed economia politica alla scuola superiore di
agricoltura di Portici. Segue una
corrente di pensiero eclettica, ad esso contemporanea, che mira
all'integrazione di pratiche giuridiche ed ispirazioni filosofiche. Sindaco di
Napoli. Tra le più famose si ricordano: “Condizioni storiche e scientifiche del
diritto di preda (Napoli); “Un sistema etico-giuridico” (Napoli); “Filosofia
del diritto” (Napoli). Nella sua biografia ufficiale per la Treccani è nato a
Reggio nell'Emilia, mentre nella sua scheda storico-professionale sul sito del
Senato si riporta a Reggio di Calabria. Giuseppe Erminio. Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, (latinista) Sindaci di
Napoli Senatori della legislatura del Regno d'Italia Luigi Miraglia, su Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere su open MLOL, Horizons Unlimited srl. su Senatori d'Italia, Senato della
Repubblica. I sistemi filosofici ed i principi del diritto. La speculazione greca
e LA DOTTRINA ROMANA. Fichte. Spedalierie Romagnosi. Gli scrittori della
reazione. La scuola storica e la scuola filosofica. Schelling e Scleiermacher. Hegel
Rosmini. Herbart, Trendelenburg e Krause.Le varie fasi della filosofia di
Schelling. Sthal e Schopenhauer Il materialismo, il positivismo ed il
criticismo. L'idea della filosofia del diritto. La Filosofia e le scienze. Il carattere
della Filosofia mo. L'idea del Diritto
ed i metodi logici. L'induzione e la deduzione. L'induzione, l'osservazione e
l'esperimento. L'idea del Diritto naturale e quella del buono civile di AMARI
ricavate dall'induzione. L'importanza del metodo storico-comparativo secon do VICO
Amari, Post e Sumner-Maine. Parallelo fra lo sviluppo della lingua e lo
sviluppo del Diritto. L'induzione statistica. Il compito della deduzione.
L'universale astratto e l'universale concreto come principi. Moderna divinato
da VICO. La Filosofia del Diritto come parte della Filosofia. L'idea umana del
Diritto se condo la dottrina di VICO, e le definizioni di Kant, di Hegel, di Trendelenburg,
di ROMAGNOSI e di SERBATI. La teoria sociale e la teoria giuridica. Il Diritto
e la Filosofia positiva. L'idea induttiva del Diritto. Lo studio della
coscienza etico-giuridica dei vari popoli. Il contributo della razza ariana e
della razza semi tica nella storia della civiltà. L'idea del diritto come
misura in LA RAZZA ARIANA. La misura riposta nel l'ordine fisico, nella legge
positiva e nella ragione. Il principio della personalità. Gl’elementi organici
e spi rituali della persona e la loro corrispondenza. La spiegazione del
materialismo. La teorica dell'evoluzione. La critica dell'evoluzionismo
meccanico La teorica dell'evoluzione e la Psicologia. Il sentimento
fondamentale e le sensazioni. La coscienza e la sua origine. Le
rappresentazioni sensibili e le rappresentazioni coscienti. Il pensare e le categorie. La cognizione secondo
l'empirismo oggettivo. La critica di questa teoria. I presupposti pratici
dell'idea deduttiva del Diritto. Sviluppo e partizione. L'istinto, il desiderio
e la volontà. L'arbitrio e la libertà morale. La costanza degl’atti umani
rivelata dalla Statistica. Il fine dell'uomo ed il bene. Il bene umano ed il
Diritto. La forma imperativa, proibi. I presupposti teoretici dell'idea
deduttiva del Diritto. Seguito dei presupposti teoretici. tiva e permissiva del
Diritto. Il Diritto come principio di co-azione, di coesistenza e di armonia.
La tri-partizione razionale del Diritto. La divisione di Gaio. Analisi critica
delle principali definizioni del Diritto. Le dottrine che riguardano a preferenza
il contenuto sensibile del diritto: Hobbes, Spinoza, Roussean, Mill e Spencer.
Le dottrine che considerano il diritto come astratta forma razionale: Kant, Fichte
ed Herbart. Le definizioni di Krause e di Trendelenburg. Ciò che vi è di vero
nelle dottrine esaminate. Il Diritto, la Morale e la Scienza sociale. Il
Diritto come disciplina etica. I rapporti fra Morale e Diritto nella storia.
Critica della confusione e della separazione dei due termini. Il fondamento
comune e la differenza reale. L'Etica e la vita sociale.VICO, Süssmilch ed i
fisiocrati precursori della Scienza sociale. La Sociologia di Comte ed i vari
indirizzi. La Sociologia di Spencer. La Sociologia come Filosofia delle scienze
sociali. Le analogie tra la società e l'organismo. Le relazioni fra il Diritto
e la Scienza sociale. Il Diritto, l'Economia sociale e la Politica.
L'ordinamento sociale-economico ed i filosofi del Diritto antichi e moderni.
L'Etica, la Sociologia fondata sulla Biologia, la Politica e la Storia come
presupposti dell'Economia. Il carattere del fatto economico. I rapporti tra il Diritto
e l'Economia. Il concetto della Politica. La Politica, la Scienza sociale,
l'Etica ed il Diritto. L'idea compiuta dello Stato. Il Diritto razionale ed il
Diritto positivo. Fonti ed applicazioni. La distinzione del Diritto razionale
dal Diritto positivo in sé e nella storia. La consuetudine ed il costume
primitivo. La giurisprudenza ed i suoi uffici. La legislazione ed i codici.
L'efficacia della legge nello spazio.L'efficacia della legge nel tempo. Esame
delle diverse teorie sulla retroattività . Diritto Privato. La persona. I
diritti essenziali o innati ed i diritti accidentali o acquisiti. Il principio
dei diritti. Il diritto alla vita fisica e morale. Il diritto alla libertà. I diritti
all'eguaglianza, alla sociabilità ed all'assistenza. Il diritto di lavoro . Il
concetto storico dei diritti innati. I diritti dell'uomo nello stato di
natura.Lo stato di na. tura dei filosofi del secolo decimottavo in rapporto. La
persona ed i suoi diritti. Le persone incorporali. Lo scopo delle persone
incorporali. La teoria della fin. La proprietà e i modi di acquisto. La
proprietà e dil suo fondamento razionale. Dottrine in torno a questo
fondamento. Le limitazioni ed i temperamenti della proprietà. I modi originari
e deri vativi di acquisto La storia della proprietà e dei modi di acquisto.
L'attività procacciatrice dell'animale e dell'uomo. La storia della proprietà e
la storia della persona. La proprietà collettiva. La comunità di famiglia. Il Cristianesimo
ed il valore della persona individua. Il feudo. La riforma ed il diritto
naturale.La com piuta individuazione ed itemperamenti della proprie tà privata.
I modi di acquisto primitivi. Le distin zioni dei beni. L'usucapione, l'equità
e la procedura civile.. ! all'ordine di natura dei giureconsulti romani e dei
filosofi greci.La teorica della conoscenza ed ilmodo di concepire i diritti
essenziali della persona. I diritti innati e la Filosofia moderna. Il regime
dello status e del contratto . zione e dell'equiparazione. La teoria che
riguarda la persona incorporale come veicolo. La teoria del patrimonio sui
juris. Le idee dei pubblicisti tedeschi.Il soggetto reale nella corporazione e
nella fon dazione. I diritti delle persone incorporali ed il jus confirmandi
dello Stato. La teoria di Giorgi. La proprietá prediale. Il collettivismo
territoriale. La teoria di Wagner sulla proprietà dei fabbricati. La teoria di
Spencer sulla proprietà del suolo. La proprietà privata del suolo e la rendita.
Le dottrine di George e di Loria sul la terra La proprietà forestale e
mineraria. Le funzioni dei boschi. La libertà del taglio. Il vincolo e le sue
ragioni. La proprietà mineraria e le fasi della industria. La critica degli
argomenti in favo re del proprietario del suolo. La dottrina che attribuisce la
miniera allo scopritore . La merce lavoro ed il suo prezzo. Il lavoro come pro
prietà. La coalizione e lo sciopero. La giuria industriale.La proprietà del
capitale ed il profitto. Il collettivismo ed il mutualismo. La teoria di Marx.
La critica del collettivismo e della teoria di Marx. Le coalizioni
degl'intraprenditori. La proprietà commerciale, il diritto di autore e di
scopritore. Il concetto della proprietà commerciale. La libertà dello scambio.
La concorrenza. La nozione primitiva del commercio. Il diritto di autore prima
e dopo l'in La propriatà industriale. La classificazione dei diritti
sulla cosa altrui. Le servitù gimento dell'istituto nelle legislazioni.
Esposizione critica delle varie dottrine assolute e relative. Il fon damento
razionale. La critica della teoria di Ihering sulla volontà di possedere. Le
obbligazioni. zioni. Le loro varie specie e modalità. I differenti modi di
estinzione . Il contratto e le sue forme. L'indole del possesso. La sua
origine storica. Lo svol L'obbligazione. La sua origine. Le fonti delle obbliga
La nozione del contratto. Le sue fasi ed il suo fonda. mento. I requisiti
essenziali. I vizî del consenso ed alcune recenti teorie. L'interpretazione dei
contratti. Le loro classificazione e le dottrine di Kant e di Trendelenburg. venzione
della stampa. Il suo fondamento ed il suo carattere. La garentia del diritto
dello scopritore I diritti reali particolari. e le loro specie. In quali modi
le servitù nascono, si esercitano e si estinguono. L'enfiteusi. La superficie.
Il pegno e l'ipoteca. Il carattere del diritto di ritenzione Il possesso. La
libertà di contrarre ed il contratto di lavoro. La libertà di contrarre, i suoi
limiti e la sua guarentigia.. L'interesse e la sua limitazione. La libertà
dell'interesse. L'usura ed i suoi procedimenti. L'usura come forma
dell'ingiusto civile ed i modi di combatterla. L'usura come delitto. Critica
della teoria di Stein. La figura specialedeldelittodiusura.La leggeela vita. La
società, la cambiale, il trasporto e alcuni contratti aleatori. Il contratto di
società e le sue forme. La società e la. Il prestito usurario. persona
incorporale. Il regime dell'autorizzazione e della vigilanza. La cambiale
antica e la moderna. L'indole del contratto di trasporto. L'assicurazione e le
nuove teorie. Il giuoco. La missione sociale del diritto privato. L'eguaglianza
delle parti nella locazione di opera. I sistemi che regolano la responsabilità
dell'intraprenditore negli infortuni del lavoro. La famiglia primitiva. L
accoppiamento e l'istinto di riproduzione fra gli animali. Le teoriedi LUCREZIO
e di VICO. Le unioni pri mitive. La famiglia femminile. L'erogamia ed il ratto.
Gl'inizi e lo sviluppo della famiglia patriar . matrimonio. Le sue
condizioni.Il matrimonio civile. La precedenza del matrimonio civile. I
rapporti fra i coniugi. L'autorizzazione maritale. Il libro di Bebel e le idee
di Spencer. I sistemi con cui si regolano i beni nel matrimonio.
L'indissolubilitá matrimoniale ed il divorzio. L'ideale dell'indissolubilità.
Le esigenze concrete della vita.La quistione del divorzio in rapporto ai
diritti individuali ed alle ragioni sociali e storiche. Il divorzio e la
Chiesa. Le cause di divorzio.Le cautele. La tendenza a rivivere in altri. Il
fondamento e le fasi della patria potestà. La tutela,le sue specie e la cura. L'adozione.
I figli nati fuori del matrimonio. La ricerca della paternità. La
legittimazione . Idea, storia e fondamento della successione. Il concetto
dell'eredità. La successione legittima e la te. stamentaria nella storia. La
successione ed il culto degli antenati. Le dottrine intorno al fondamento
cale. La progressiva individuazione della parentela. Il processo di
specificazione e la fine della famiglia. L'amore come fondamento del
matrimonio. L'idea del La societá coniugale.. La società parentale. della
successione. Il condominio domestico ed il diritto di proprietà come basi della
successione. La successione legittima e la testamentaria. La prossimità della
parentela e del grado. La capacità
di succedere. Le classi degli eredi. La rappresentazione. La capacità di
testare e di ricevere per testamento. Le specie di testamenti, La legittima. Il
diritto di rappresentazione e la successione testamentaria. L'errore nella
causa finale ed impulsiva, e le condizioni.Il diritto di accrescere. La
sostituzione e la fiducia. I principi comuni ad ogni specie di
successione. Il mondo romano è il mondo del volere, e quindi del diritto e
della politica. Il volere in siffatto mondo da un lato continua a mostrarsi
negli ordini superiori ed inflessibili dello stato, e dall'altro comincia a
svolgersi in forma di diritto individuale. Con il principio del volere, di sua
natura soggettivo, il diritto privato non può non sorgere, e lo stato non può
più per lunghissimo tempo conservare le rozze sembianze d'una organica
oggettività naturale. In Roma, il diritto privato ė nei suoi primi momenti
stretto, ferreo ed arcano. Poi è ampliato, oltre al divenire palese, giovato,
supplito e corretto dall'equità, ch'è lo stesso diritto in opposizione ad una
legge, la quale non ha saputo attuarlo. Alla fine è diritto umano, e per
conseguenza proclama il principio, che la schiavitù, istituto delle genti e contronatura,
non riguarda l'anima, echegliuomi ni innanzi al diritto naturale sono liberi ed
eguali. CICERONE, il filosofo più alto del mondo romano, non avendo
coscienza scientifica della manifestazione del diritto soggettivo, come atto
dell'astratta potenza del volere, ė inferiore alla stessa realtà romana. CICERONE
non è autore di una filosofia propria, e segue d’ecclettico gli scrittori greci.
CICERONE professa il dubbio, non crede che la mente possa Il vuoto
soggetto, rappresentato dall’accademici come oggetto, riceve ora tutta la sua
concretezza, ed è in seno del Cristianesimo determinato quale Verbo o mente
assoluta. La filosofia quinci innanzi s'informa al principio soggettivo.
L'uomo, immagine di Dio ed in carnazione del verbo, si riabilita; e lo stato
antico, perdendo il suo alto significato, è costretto a rimpiccolirsi. La parte
più intima dell'individuo non è più sottoposta alla potestà politica, sibbene
alle nuove credenze, che in origine si mantengono in quell'ambiente ce leste in
cui sono nate, e si oppongono al mondo ancora pagano. L'Apostolo scorge una
contraddizione tra gli stimoli della carne e gl’impulsi dello spirito. LATTANZIO
crede che la vera giustizia sia nel culto di un divino unico, ignoto ai
gentili. AGOSTINO parla di una città celeste, sede di verità e di giustizia, in
antitesi alla città terre stre, fondazione di fratricidi e prodotto del peccato
pri 6 essere assolutamente certa, é pago della semplice verosimiglianza. Nell'etica
elimina il dubbio per leconseguenze dannose, e fa appello alla coscienza
immediata, in cui si ritrovano i germi della virtù, ed al consenso del genere
umano, per definire l'onesto e per stabilire alcuni pre supposti speculativi di
esso. Preferisce il principio etico del PORTICO, che tempera da uomo pratico. Trae
il diritto non dalle leggi di le XII tavole o dall'editto, ma dalla natura
umana. Riproduce la teoria aristotelica del lo stato, e si attiene alla forma
mista, propria degl’ordinamenti politici di Roma. Luigi Miraglia. Miraglia.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Miraglia” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Misefari: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura anarchica – la scuola di Palizzi
-- filosofia calabrese – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Palizzi). Filosofo italiano. Palizzi, Reggio
Calabria, Calabria. ‘Io non sono
italiano; io sono calabrese!” Fratello di Enzo (politico calabrese del P.C.I.,
storico e poeta), di Ottavio (calciatore reggino tra i più conosciuti nei primi
anni del secolo; giocò nella Reggina e nel Messina) e di Florindo (biologo,
attivista della Lega Sovversiva Studentesca e del gruppo "Bruno
Filippi"). Dopo aver frequentato la scuola elementare del piccolo
paese di nascita in provincia di Reggio Calabria, a undici anni si trasferì con
lo zio proprio a Reggio Calabria. Già da adolescente, influenzato dalle
frequentazioni di socialisti e anarchici in casa dello zio, partecipò
attivamente alla fondazione e allo sviluppo di un circolo giovanile socialista
(intitolato ad A. Babel, rivoluzionario tedesco dell'Ottocento). Iniziò a
collaborare al giornale Il Lavoratore, organo della Camera del Lavoro di Reggio
Calabria, firmando gli articoli come "Lo studente". Collaborò nello
stesso periodo a Il Riscatto, periodico socialista-anarchico stampato a
Messina; e con Il Libertario, stampato a La Spezia e diretto da Binazzi. A causa
della sua attività anti-militarista esercitata all'interno del Circolo contro
la Guerra italo-turca, fu arrestato e condannato a due mesi e mezzo di carcere
per «istigazione alla pubblica disobbedienza». Fu nei due anni successivi
che M. si convertì dal socialismo all'anarchia. Ciò avvenne soprattutto con la
frequentazione da parte di Berti, suo
professore di fisica presso l'"Istituto Tecnico Raffaele
Piria". Si trasferì a Napoli e si iscrisse al Politecnico, dopo
avere studiato fisica e matematica alle superiori, e anche per non dispiacere
al padre, proseguì tali studi. Pesò inoltre su questa decisione il fatto che in
quegli anni, dopo la tragica distruzione della città di Reggio Calabria a causa
del terremoto del 1908, il lavoro che garantiva le maggiori certezze era
proprio quello dell'ingegnere. Nondimeno continuò per proprio conto gli studi a
lui prediletti: politica, filosofia, letteratura, come aveva fatto fino ad
allora. A Napoli si fece subito avanti nell'ambiente anarchico. Il movimento a
Napoli contava allora di un centinaio di aderenti. Si rifiuta di
partecipare al corso allievi ufficiali a Benevento e fu condannato a quattro
mesi di carcere militare. Diserterà una seconda volta, trovando rifugio nella
campagna del beneventano in casa di un contadino. Tornato a Reggio Calabria,
interruppe una manifestazione interventista nella centrale Piazza Garibaldi,
salendo sul palco e pronunciando un discorso antimilitarista. Venne per questo
motivo arrestato e condotto presso il carcere militare di Acireale; sette mesi
dopo venne trasferito presso quello di Benevento. Da lì riuscì ad evadere
grazie alla complicità di un amico secondino. Fu tuttavia intercettato alla
frontiera del confine svizzero; ancora incarcerato, riuscì nuovamente nella
fuga. Tocca il territorio svizzero, ma i gendarmi lo condussero al carcere di
Lugano. Giunte dalla Calabria le informazioni su di lui, essendo un uomo
politico, dopo quindici giorni fu lasciato libero con la facoltà di scegliere
il luogo di residenza. Indicò subito Zurigo, dove sapeva di potere rintracciare
Misiano, suo caro amico e noto esponente politico socialista, anche lui
accusato di diserzione. A Zurigo trovò ospitalità presso la famiglia Zanolli,
dove si innamorò della giovane Pia, che diventerà sua compagna di vita.
Durante il periodo di esilio in Svizzera, Bruno svolgeva attività politica
tenendo i contatti con Luigi Bertoni e con altri gruppi anarchici elvetici,
collaborando anche al giornale: Il Risveglio Comunista Anarchico. Svolse una
serie di conferenze in varie città della Svizzera. M. si autoannunciava con un
suo pseudonimo anagrammatico Furio Sbarnemi. A Zurigo frequenta la Cooperativa
socialista di Militaerstrasse 36 e la libreria internazionale di Zwinglistrasse
gestita dai disertori Monnanni, Ghezzi e Arrigoni; in questi ambienti conosce
anche Angelica Balabanoff. Venne arrestato per un complotto inventato
dalla polizia. Fu incolpato innocentemente con l'accusa di avere fomentato una
rivolta nella città e di «aver fabbricato bombe a scopo rivoluzionario». Con
lui furono arrestati diversi attivisti politici, tra i quali lo stesso
Francesco Misiano (che fu poi rilasciato perché socialista e non anarchico).
Rimase in carcere per sette mesi, e venne poi espulso dalla Svizzera. Grazie ad
un regolare passaporto per la Germania, ottenuto per ragioni di studio, si recò
a Stoccarda.Lì entrò in contatto con Zetkin (che gli rilascia una lunga
intervista sul movimento rivoluzionario in Germania) e Vincenzo Ferrer. Poté
rientrare in patria, in seguito all'amnistia promulgata dal governo Nitti. -- è
a Napoli e poi a Reggio Calabria. E un periodo intenso per la sua vita
militante di M. A Napoli partecipò come oratore a molte manifestazioni, si
prodigò a favore dei suoi compagni colpiti dalla repressione, denunciò le
provocazioni della polizia; tenne numerose conferenze e comizi. Con il dentista
anarchico Giuseppe Imondi, stampò alcuni numeri del giornale: L'Anarchia. In
autunno fu chiamato a Taranto a svolgere il compito di segretario propagandista
presso la locale Camera del Lavoro Sindacale. Ha stretti contatti con
Malatesta, Berneri, Binazzi, Borghi, Vittorio e altri esponenti dell'anarchismo
e del sovversivismo italiano. Si impegnò su più fronti per la campagna a favore
degli anarchici Sacco e Vanzetti. Nello stesso periodo e corrispondente di:
Umanità Nova, settimanale anarchico diretto da Malatesta e collaborò al
periodico: L'Avvenire Anarchico di Pisa. Continuò i suoi studi a Napoli
con qualche salto a Reggio Calabria con la sua compagna Zanolli, che sposò. Si laureò a Napoli.
Successivamente si iscrisse anche alla facoltà di filosofia. Nonostante
l'avvento del fascismo, fondò un giornale libertario, “L'Amico del popolo,” che
però dopo il quarto numero fu soppresso dalle autorità. Nel primo numero del
giornale,scrisse un editoriale dal titolo “Chi sono e cosa vogliono gli
anarchici.” Lo scritto è l'espressione del suo pensiero libertario:
«L'anarchismo è una tendenza naturale, che si trova nella critica delle
organizzazioni gerarchiche e delle concezioni autoritarie, e nel movimento
progressivo dell'umanità e perciò non può essere una utopia.» Da esperto
di geologia, progettò per primo in Calabria l'industria del vetro e fondò a
Villa S.Giovanni, la prima vetreria in Calabria (Società Vetraria Calabrese).
In quegli stessi anni subì però persecuzioni continue da parte del regime. E cancellato
dall'Albo di categoria e non poté più firmare progetti. Gli venne mossa
l'accusa di avere «attentato ai poteri dello Stato, per il proposito di
uccidere il re e Mussolini». Fu prosciolto dopo venticinque giorni di carcere.
La polizia ravvisò in un discorso di commemorazione durante il funerale di un
amico (tra l'altro un industriale fascista, Zagarella) un'ispirazione anarchica
e pertanto lo propose per l'assegnazione al confino. Fu arrestato, in carcere
si sposa con Pia Zanolli, fu inviato per il confino, prigioniero a Ponza.
Tuttavia sembra che tale provvedimento fosse stato determinato da altri motivi.
M., che era ingegnere minerario, si era attivamente impegnato nello
sfruttamento su larga scala di giacimenti di quarzo, materia prima per
l'industria vetraria, che fino a quell'epoca dipendeva, in gran parte, dai
silicati stranieri. Assunto come direttore tecnico della Società Vetraria
Calabrese (di cui era stato finanziatore e Presidente il succitato Zagarella)
egli si era dovuto ben presto scontrare con l'assenteismo e l'inettitudine del
consiglio di amministrazione che si schierò contro di lui con l'intenzione di
eliminarlo in qualsiasi modo, ricorrendo anche ad espedienti politici.
Giustizia e Libertà, in un articolo anonimo ddal titolo «Politica e affarismo.
Il caso di un ingegnere libertario», attribuisce la causa del confino alle
manovre dei suoi ex soci. Durante il confino stringe amicizia con Torrigiani,
Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, il quale lo affilia alla
Massoneria. L'amnistia del decennale del fascismo lo liberò dal confino
dopo due anni. Ma tornato in Calabria vide il vuoto intorno a sé; scrive
infatti a sua moglie: "Amnistiato sì, però a quale prezzo: la salute sconquassata,
senza un soldo, senza prospettive per l'avvenire". Gli viene diagnosticata
l'esistenza di un tumore alla testa. Va e viene con la moglie da Zurigo a
Reggio Calabria. Riesce a trovare il capitale necessario per l'impianto di uno
stabilimento per lo sfruttamento della silice a Davoli (in provincia di
Catanzaro). Le sue condizioni di salute peggiorano a causa del tumore.
Perde conoscenza, viene ricoverato in stato gravissimo nella clinica romana del
Senatore Giuseppe Bastianelli, e lì si spense la sera stessa. Ancora
ragazzo, studente, cominciò a ribellarsi contro l'ingiustizia del mondo che lo
circondava: Palizzi Superiore, un paese tra i monti dove il castello feudale
dei signori locali dominava la valle, dove si ammucchiavano piccole e povere
case desolate di contadini. E si ribellò a quel mondo, costruito secondo
quell'immagine topografica che portava impresso nella memoria: sopra, chi
comanda e non lavora, sotto, chi subisce e lavora. E ancora ragazzo cominciò a
sognare un mondo in cui quella gerarchia fosse sovvertita prima, distrutta poi.
Poteva scegliere di ispirarsi al socialismo marxistico o al socialismo
libertario. Del primo apprezzava l'analisi dell'antagonismo tra le classi, ma
mostrava perplessità circa i mezzi proposti dalla diagnosi marxistica per fronteggiare
il pericolo di una rivincita dell'avversario di classe. Inclinò perciò verso il
socialismo libertario. «Nel comunismo libertario io sarò ancora
anarchico? Certo. Ma non di meno sono oggi un amante del comunismo.
L'anarchismo è la tendenza alla perfetta felicità umana. esso dunque è, e sarà
sempre, ideale di rivolta, individuale o collettivo, oggi come domani. M., Taccuino
personale. La scelta della diserzione fu coerente con il suo obiettivo di
combattere non la guerra degli stati, ma a fianco degli oppressi di tutto il
mondo contro il loro nemico, tenendo alta la bandiera dell'internazionalismo.
Pur sottoposto senza tregua alla persecuzione della polizia e all'inquisizione
della magistratura, fu sempre al suo posto accanto a coloro che lavoravano e
soffrivano. Come ogni rivoluzionario sincero e coerente, pagò col carcere e col
confino la sua fede in un ideale. Chi sono gli anarchici. Secondo M.,
essere anarchici voleva dire per prima cosa proclamare, contro ogni violenza,
l'inviolabilità della vita umana. Inoltre significava lottare per l'abolizione
della proprietà privata e a favore della socializzazione dei mezzi di
produzione e di scambio. Proprio per questo gli anarchici sono, di fondo, dei
socialisti. A questo esperimento di vita sociale andava affiancata la lotta
contro lo Stato, che ne impediva la realizzazione. E la lotta contro lo Stato
non poteva essere vittoriosa se non con la rivoluzione. Dunque gli anarchici
sono socialisti, antistatali e rivoluzionari. Elemento fondamentale della lotta,
secondo Misefari, era l'allargamento di essa alla sfera internazionale. È
comunque una lotta che non si fa violenta. M. è fortemente pacifista, contrario
all'uso della forza e della violenza armata. L'anarchico è inoltre
antireligioso: la religione infatti è considerata "fattore di abbrutimento
per l'umanità". Antimilitarismo Per M. la guerra è pura barbarie,
speculazione capitalistica consumata in nome dello Stato. «L'esistenza
del militarismo è la dimostrazione migliore del grado di ignoranza, di servile
sottomissione, di crudeltà, di barbarie a cui è arrivata la società umana.
Quando della gente può fare l'apoteosi del militarismo e della guerra senza che
la collera popolare si rovesci su di essa, si può affermare con certezza
assoluta che la società è sull'orlo della decadenza e perciò sulla soglia della
barbarie, o è una accolita di belve in veste umana.» Religione La
religione è considerata come un anestetico delle facoltà critiche della mente
umana. Sarebbe proprio la religione a imprigionare le energie morali dell'uomo,
a inebetire lo spirito critico e di riflessione. Perciò i popoli più religiosi
sarebbero i meno progrediti e i più afflitti dalla tirannia, mentre, laddove la
religione sparisce, lì è florida la libertà e il benessere. «È il più solido
puntello del capitalismo e dello Stato, i due tiranni del popolo. Ed è anche il
più temibile alleato dell'ignoranza e del male.» È forte nel pensiero di
M. la volontà di sottolineare l'uguaglianza sociale tra uomo e donna. In anni
difficili e lontani dalle battaglie del femminismo di metà Novecento, egli
afferma che la donna nobilita e abbellisce la condizione di vita umana. È
dovere della donna lottare per risollevarsi da una condizione di inferiorità,
che è tale in virtù di un "delitto sociale" e non dovuta a leggi di
natura. «Donne, in voi e per voi è la vita del mondo: sorgete, noi siamo
uguali!» M. vive di sogni, di ideali. Nella sua concezione non esiste un
artista, che sia poeta, filosofo, persino scienziato, che si sia mai messo al
servizio della menzogna. Se tutti potevano essere vili, un artista non
poteva. «Un poeta o uno scrittore, che non abbia per scopo la ribellione,
che lavori per conservare lo status quo della società, non è un artista: è un
morto che parla in poesia o in prosa. L'arte deve rinnovare la vita e i popoli,
perciò deve essere eminentemente rivoluzionaria. Poesia composta da M.:
FALCO RIBELLE. Un giovane falco che drizza il libero volo Ne l'alto, ove sono i
fulgori di soli immortali Un giovane falco ribelle o piccoli, io sono. Mi
spinge ne' campi ignorati, un acre desio Di sante ideali battaglie, di luce e
di gloria. Mi splende nell'occhio la speme di certe vittoria, Mi parla nel core
la voce sinfonica, dolce D'un caro sublime Pensiero, ch'è Bene ed Amore. Ho
giovini l'ale e robuste, o venti, o cicloni, O fulmini immani feroci, vi lancio
la sfida. Voi soli potete pugnare col giovine falco, Chè Luce, chè Forza, chè
Vita multanime siete. Ma voi, piccoli, no. Coi vermi guazzate nel fango, Dal
fango mirate del falco il libero volo.» Frammenti «Prima di pensare di
rivoluzionare le masse, bisogna essere sicuri di aver rivoluzionato noi
stessi» «Ogni uomo è figlio dell'educazione e della istruzione che riceve
da fanciullo. Gli Anarchici non seguono le leggi fatte dagli uominiquelle non
li riguardanoseguono invece le leggi della natura» «Prima l'educazione
del cuore, poi l'educazione della mente» «Socialismo vuol dire
uguaglianza, vuol dire libertà. Ma l'uguaglianza non può essere senza libertà;
come la libertà non può essere senza l'uguaglianza: dunque socialismo e
anarchia sono due termini dello stesso binomio, sono i due inseparabili fattori
della redenzione proletaria.» «Quando la giustizia non sarà la durda
infame delle tirannidi, quando l'amore non sarà deriso, quando il ferro non
sarà legge e l'oro non sarà dio, quando la libertà sarà religione e sola
nobiltà il lavoro, allora, solo allora, il mio rifiuto della guerra sarà
benedetto.» «M'è questa notte eterna assai men grave del dì che mi mostrò
viltà dei forti e pecorilità di plebi schiave. Lungi da quì il pianto: sto ben
coi morti! (epitaffio) Opere complete M.,
Schiaffi e carezze, Roma, Morara, M., Diario di un disertore, La Nuova Italia,
Entrambi i testi sono stati pubblicati postumi sotto lo pseudonimo Furio
Sbarnemi. Le schede biografiche di alcuni esponenti anarchici calabresi,
A/Rivista Anarchica, Antonioli, Antonioli, E. Misefari. Antonioli, Pia Zanolli era nata a Belluno. Dopo il
matrimonio con Misefari, fu iscritta nell'albo dei sovversivi pericolosi,
venendo poi arrestata col marito a Domodossola (cfr.: A/Rivista Anarchica) Chi sono e cosa vogliono gli anarchici, ed.
settembre. Antonioli, Pia Zanolli, L'Anarchico di Calabria, Roma, La
Nuova Italia, Utopia? No, Pia Zanolli, Roma, ALBA Centro Stampa, E. Misefari,
biografia di un fratello, Milano, Zero in condotta, M. Antonioli, Gianpietro
Berti, Santi Fedele, Pasquale Luso, Dizionario biografico degli anarchici
italianiVolume 2, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, Bruno Misefari, Schiaffi,
Carezze e altro, Pino Vermiglio, Laureana di Borrello, Ogginoi, Furio Sbarnemi,
Diario di un disertore, Camerano (AN), Gwynplaine, Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Horizons Unlimited srl. Bruno
Misefari presso l'International Institute of Social History di Amsterdam, su
iisg.amsterdam, Fondo M. presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma, su
fondazione basso. Gli anarchici contro il fascismo, celebre articolo di Giorgio
Sacchetti. Bruno Misefari. Misefari. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Misefari” – The Swimming-Pool Library.
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