Luigi Speranza -- Grice e Poggi: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – il ventennio fascista –
incontro con Mussolini ad Ancona – la scuola di Sarzana -- filosofia ligure – I
fatti di Sarzana – lasciato in libertà da Mussolini – massoni proibiti – filosofia
ligure -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Sarzana). Flosofo italiano. Sarzana, La Spezia,
Liguria. Colpito dalla violenza usata nei confronti del popolo durante le
giornate milanesi e dal temporaneo esilio che doveno subire alcuni socialisti
amici di famiglia. Questo lo porta a simpatizzare per quel partito che sta
nascendo e al quale si iscrive. Studia a Palermo e Genova. Pubblica “La
questione morale: Kant e il socialismo.” Insegna a Genova. Partecipa come
delegato al congresso socialista di Ancona, nel corso del quale ha un duro scontro
con il massimalista MUSSOLINI (si veda) sul
problema della compatibilità o meno del socialismo con la massoneria. L'assemblea da in quell'occasione una larga
maggioranza alla tesi di MUSSOLINI dell'incompatibilità. Si reca nelle
domeniche d'inverno al palazzo genovese di via Palestro, dove RENSI (si veda)
anima un vero e proprio salotto – o gruppo di gioco --, arricchito dalla
presenza di illustri personalità quali PASTORINO, BUONAIUTI, SELLA, e ROSSI. MUSSOLINI
si ricorda di quel suo leale tenace avversario e lo libera, come attesta una
registrazione esistente nel suo fascicolo personale presso l'archivio centrale
dello stato, lasciato in libertà dal tribunale speciale per la sicurezza dello stato
per atto di clemenza di S. E. il capo del governo. Saggi: “Lo stato
italiano” (Firenze, Bemporad); “Cultura e socialismo” (Torino, Gobetti);
“Gesuiti contro lo stato liberale” (Milano, Unitas); “Filosofia dell'azione”
(Roma, Alighieri); “Concetto del ciritto e dello stato romano: saggi critici” (Padova,
Milani); “La preghiera dell'uomo” (Milano, Bocca); Meneghini, Socialismo spezzino,
appunti per una storia, Massa; Meneghini, Meneghini Sui luttuosi fatti del
luglio v. Meneghini, La Caporetto del fascismo Sarzana Mursia Milano, Pastorino, Mio padre Pastorino, Genova
Meneghini, Meneghini, Poggi Meneghini, Poggi, Pastorino, Mio padre Pastorino,
Genova, Liguria Sabatelli, Meneghini, Socialismo spezzino Appunti per una
storia, Massa, Centro Studi Bronzi, Fatti di Sarzana Social-democrazia. Anti-fascista
e uomo di cultura, da Testimoni del tempo e della storia di Carabelli. Alfredo
Poggi. Poggi. Keywords: stati pontificii, positivismo giuridico, filosofia
giuridica italiana contemporanea – il concetto di diritto, il concetto dello
stato italiano – incontro con Mussolini, lasciato in liberta da Mussolini, I
fatti di Sarzana, filosofia ligure, criticism kantiano, Adler, saggi sulla
filosofia dell’azione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Poggi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pojero: all’isola -- la
ragione conversazionale alla villa Pojero e la setta iniziatica – filosofia
siciliana -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice:
“Like me, he held symposia at his villa – Villa Amato-Pojero, The Giardino inglese
a Palermo – lots of Brits there!” Studia a Napoli e Pisa. La sua villa ai giardini
inglesi divenne luogo di incontro di un gruppo di gioco di filosofi. La sua
biblioteca è punto di incontro di filosofi come GENTILE, VAILATI, Brentano, e GEMELLI.
Critica il razionalismo, incapace di comprendere la meta-fisica. Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Giuseppe Amato Pojero. Giuseppe Pojero. Pojero. Keywords: la
setta iniziatica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pojero” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza --
Grice e Polemarco: la ragione conversazionale della diaspora di Crotona– Roma –
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. Pythagorean
cited by Giamblico.
Luigi Speranza --
Grice e Polemarco: la ragione conversazionale o PLATONE IN ITALIA – Roma – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Turi). Filosofo italiano. Thuri, Turi, Bari, Puglia. He comes
from a very rich family and owns the villa in Piraeus where the ‘Republic’ of
Plato is set, and in which he is featured as the host and participant. He lives
most of his life in his villa at Thurii, except for a very brief sojourn in the
countryside of Attica – across the pond --, where he unfortunaly falls foul of
the rustic rulers and is condemned to death. The events of his last days are
recounted by Plato in “Lisi”. Refs.:
Cuoco, PLATONE IN ITALIA. Polemarco.
Luigi Speranza -- Grice e Poli: la ragione
conversazionale dell’implicatura conversazionale del pappagallo di Locke– filosofia
lombarda -- filosofia italiana. Luigi Speranza (Cremona). Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Si
laurea a Bologna. Insegna a Milano e Padova. Pubblica il saggio di “Filosofia
elementare”, un eclettico sistema di empirismo e razionalismo. I “Saggi di
scienza politico-legali” considerano il diritto un insieme di scienza in quanto
trattano dei principi e di arte in quanto applicazione di un principio giuridico
nella valutazione dei singoli casi. Il diritto e un'espressione provvidenziale.
Si distingue in naturale e in positivo. Combatte il positivismo negli “Studii
di filosofia”, ri-vendicando la superiorità dello spirito sulla materia. “Saggio
filosofico sopra la scuola dei moderni filosofi naturalisti -- coll'analisi
dell'organo-logia, della cranio-logia, della fisio-gnomia, della psico-logia
comparata, e con una teoria delle idee e de' sentimenti” (Milano); “Elementi di
filosofia” (Napoli); “Elementi di filosofia teoretica e morale” (Padova); “La
filosofia elementare” (Milano); “La scienza politico-legale” (Milano), “Filosofia”
(Istituto Lombardo. Rendiconti); “Studii di filosofia” (Istituto Lombardo); Rendi-conti,
“Cenni su CORLEO (si veda): il sistema della filosofia universale, ovvero la
filosofia dell'identità” (Istituto Lombardo); Rendi-conti, “La filosofia
dell'incosciente”, Istituto Lombardo. Memorie, Studi CANTONI, Studio della vita
e delle opere. Milano, Filosofia Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Dizionario
biografico austriaco. Il linguaggio, presidendo dale grandi controversie de’
filosofi intorno alla sua origine e alla sua formazione, antro non è che il
complesso de’ segni destinati ad esprimere le nostre idee e i nostri sentimente.
E comeche vari sono codesti segni per la loro indole e per la loro origine,
cosi varia è la specia del linguaggio naturale -- ossie delle grida, dei gesti
e dell’azione – e del linguaggio artificiale -- ossia della parola e della
scrituttura. Fra tutte le opinioni, sembra incontrastabile, prima di tutto, che
gl’animali hanni i segni d’una specidie di linguaggio naturale nelle gride e
nei moti. Ma questi signi sono o incerti e inisignificanti. O quasi sempre
dubii almameno per noi, senza che sia in loro il potere di perfezionarli. In
secondo luogo, è dimostrate che gl’animali quantunque forniti dell’organo della
loquella e dell’udito, come anche della facultata di associare e d’imitare, non
poterono mai giungere all’invenzione del linguaggio veramente articolato, e cio
per difetto senza dubbio della facolta superior di della ragione. Sicche i
pappagalli – come il famoso riportato di Locke (Grice – si veda), che pur vanno
ripetendo le voci umana, non hanno, al pari delle scimie, ne’ loro gesti una
vera connessione mentale tra i suoni e le idee annessse, come il dimonstrano il
loro parlare a caso ne mai correlative alle domande nuove e straordinarie, e la
loro incapacita a ingrandire ed estendere il linguaggio gia appreso. In terzo
luogo, è sicuro che com’è impossibile che gl’animale reseano dell’uso d’un
linguaggi overamente articolato, non possedendo le idee astratte e generali
delle quali esso si compone, cosi riusicrebbe loro affatto inutile, non avendo
bisogno di espremiere tutti i nostri pensieri e tutti i nostri sentimenti. Baldassare
Poli. Poli. Keywords: naturalisti, organologia, craniologia, fisiognomia,
psicologia comparata. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Poli,” per il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria. Poli.
Luigi Speranza -- Grice e Pollastri: la ragione
conversazionale delle conversazioni sull’olismo hegeliano – la scuola di
Firenze -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Studia
a Firenze. Studia la filosofia della natura di Hegel. Si occupa in particolare
di filosofare con le persone, campo nel quale dsvolge la filosofia. Ha uno
sportello di consulenza presso il quartiere 4, centro di salute mentale della
ASL. Pubblica Apogeo Il pensiero e la vita, Consulente filosofico cercasi,
Il filosofo in azienda e L’uomo è ciò che pensa. Fonda Phronesis, una associazione
per la consulenza filosofica, IPOC. Collana
“Pratiche Filosofiche” diretta da GALIMBERTI (si veda) per Apogeo e cura la
collana “Dialogos”, sempre per l’editore IPOC. Insegna consulenza
filosofica in numerose università italiane. Ha inoltre all’attivo ricerche in
campo tradizionalmente filosofico come l’assoluto eternamente in sé cangiante.
Interpretazione olistica del sistema hegeliano (La Città del Sole), alcuni
articoli di filosofia politica e altri di filosofia dell’improvvisazione.
Accanto al suo impegno nella filosofia, si occupa di commenti alla musica, in
particolare nel campo del jazz. Collabora con “Musica Jazz”, “Il Giornale della
Musica” e “All About Jazz Italia”. Pubblica la biografia artistica di Tesi, Una
vita a bottoni (Squilibri). Attivo in campo teatrale, come amatore ha
esperienze di attore, recitando in lavori di Ionesco, Nicolaj, Feydeau, e Simon,
e regista. Direge Sorelle Materassi di Storelli dal saggio di Palazzeschi, “La
tettonica dei sentimenti” e “Siamo momentaneamente assenti” di Squarzina. La sua teoria della consulenza filosofica e tutt'uno
con una più generale concezione della filosofia e del filosofare. È all’interno
di questa idea generale, che comprende una visione della società, degl’orizzonti,
dei destini della filosofia e il ruolo che il filosofo si svolge, che può
essere inserita la sua visione della consulenza filosofica. Il punto di
partenza potrebbe essere posto in un’analisi della società e nel ruolo che in
essa giocano le psicoterapie e, più largamente il linguaggio e la cultura psico-terapeutica.
La sua idea sembra essere quella di chi vede in corso un processo di tras-formazione
del dolore del male in una pato-logia psicologicamente rilevabile e curabile. Oggi,
tanto i manuali psico-patologici come DSM-IV, quanto la cultura diffusa, da
rotocalco -- sovente però confortata da medici e psicologi che sui rotocalchi
scrivono --, tendono a far credere che ogni qualvolta si stia male ipso facto
si sia malato e che, di conseguenza, sia necessario un terapeuta che ci
guarisca. Ciò ovviamente porterebbe ad un estremo impoverimento nella capacità
umana di comprendere e affrontare la vita. In un mondo in cui ogni dolore è
SINTOMO e l’unica cosa che sembra avere importanza è che esso venga eliminato,
la filosofia e la consulenza filosofica -- che sembrano più essere due momenti
di un'unica disciplina piuttosto che due cose diverse -- non si presentano come
pensiero risolutivo. Prendere decisioni e risolvere problemi sono due modi
attraverso cui si banalizza la complessità e anche il fascino di ogni
esperienza vitale umana. Se c’è qualcosa di davvero originale e inattuale che
la filosofia offre agl’uomini ciò è giustappunto una prospettiva che vada oltre
l’agire tecnico finalizzato, l’intervento manipolativo sulla realtà e, dunque,
l’idea stessa di efficacia. Con questa impostazione non stupisce dunque che veda
in modo estremamente critico la presenza del concetto di aiuto nella consulenza
filosofica. Chi si concentra sull’aiutare il consulente rischia di fare
semplicemente una psico-terapia mascherata e poco efficace. Concentrarsi
sull’ausilio e la soluzione dei problemi posti dal consultante può
disperdere la realtà e originale potenzialità della filosofia nel campo della
considerazione dei problemi degl’individui e della loro vita. Può annullare la
capacità di ri-orientare il pensiero e l’agire che la ri-flessione filosofica
porta con sé come sua assoluta specificità. Può, infine, privare gl’individui e
la società di quella che è forse oggi rimasta l’ultima branca del sapere
svincolata dallo strabordante e a-critico dominio del produrre, del finalizzare,
e della tecnica. L’onni-presenza del paradigma tera-peutico non deve fare sì
che si dimentichi anche il rapporto sano che la filosofia può mantenere con la
psico-logia rettamente intesa. La psicologia cioè come ricerca di ciò che è
proprio del comportamento umano che ogni filosofo coltiva. Come studio
sull’uomo, e al pari di altre scienze umane che cercano di coglierne altre
limitate ma fondamentali dimensioni -- si pensi all’antropologia o alla
sociologia --, la psicologia e tenuta in considerazione dallo sguardo del
consulente. La psicologia è stata nient’altro che una conoscenza tra le molte
che la filosofia dove comprendere, criticare, porre nel giusto posto che a essa
spetta entro una comprensione filosofica del mondo. È se il filosofo non
disdegna di occuparsi anche di psicologia, perché oggi il filosofo consulente
dove temere oltre-misura di fare riferimento anche a essa? Posta in un orizzonte
conoscitivo e non terapeutico, la psico-logia non è evitata, al pari di ogni
altra disciplina, al consulente filosofico. Lo spazio entro cui colloca la sua
azione e la sua riflessione implica una lettura della filosofia come del tutto
connessa con la vita di ogni singolo uomo. Difficile cogliere la cesura tra
questi e il filosofo. Se questa differenziazione ha sicuramente un valore
indicativo, convenzionale, utile per distinguere chi ha fatto della riflessione
il centro della vita, è difficile invece trovare una differenza essenziale tra
costui e l’uomo comune. L’uomo è necessariamente filosofo. Le ragioni di questa
necessità sono connesse con nell’essenza fragile, limitata, mortale dell’uomo, è
da questa necessità che deriva l’urgenza dell’uomo a porsi domande, cercare senso,
aspirare alla conoscenza, essere, cioè philo-sophos, amante del sapere. Ma se
l’uomo è perennemente filosofo è anche perché è propria della filosofia
l’incapacità di arrestarsi a un dato, a un risultato che non sia ulteriormente
indagabile. La disciplina in questione così si mostra propriamente nella sua
attività più che nel suo corpus di conoscenze. Anche la filosofia pratica,
dunque, si conclude là dove produce qualcosa di pratico per diventare altro:
morale, politica, diritto. Da questa visione se ne deduce la inapplicabilità
della filosofia in generale e più specificatamente l’impossibilità di concepire
la consulenza filosofica come una sorta di filosofia applicata alla vita. Il
fatto è che la filosofia non si applica, oppure è sempre applicata: essendo
amore per il sapere, è infatti qualcosa di perennemente in movimento -- è un
agire, un fare. E non c’è fare che non sia fare qualcosa. Quello della
filosofia è il filosofare, vale a dire il cercare e ri-cercare, il ri-tornare
sempre di nuovo sul problema, inappagati dall’apparente soluzione, il
ri-flettere incessantemente per mettere a prova le nostre capacità di
comprensione. Questo agire, che è pura e semplice filosofia, non può essere
applicato perché lo è già sempre, non potendo avvenire senza un argomento, un
tema, un problema e senza individui pensanti sui quali esso agisce, produce,
come tutte le attività, effetti pratici concreti. Altri saggi: “L' assoluto
eternamente in sé cangiante”; “Interpretazione olistica del sistema hegeliano”;
“Studi sul pensiero di Hegel (La Città del Sole); “Il pensiero e la vita”; “Guida
alla consulenza e alle pratiche filosofiche (Apogeo); “Consulente filosofico
cercasi” (Milano, Apogeo); “L’uomo è ciò che pensa: sull’avvenire della pratica
filosofica” (Girolamo, Trapani); “Il filosofo in azienda: pratiche filosofiche
per le organizzazioni” (Apogeo, Milano); “Tesi. Una vita a bottoni, in A viva voce,
Squilibri); “La consulenza filosofica”; “Breve storia di una disciplina a-tipica,
in Intersezioni, Achenbach e la fondazione della pratica filosofica, in
Maieusis, La consulenza filosofica tra saggezza e metodo, in“Inter-sezioni, Razionalità
del sentimento e affettività della ragione”; “Appunti sulle condizioni di
possibilità della consulenza filosofica”; “Discipline Filosofiche, Teoria
pratica” e palle di biliardo”; “La consulenza filosofica come mappa-tura
dell’esistenza, in “La cura degl’altro: la filosofia come terapia dell’anima”
(Siena); “Il consulente filosofico di quartiere, in Aut aut, Analisi di Rovatti,
La filosofia può curare?, in Phronesis, Prospettive politiche della pratica
filosofica, in Humana.mente, Improvvisare la verità. Musica jazz e
discorso filosofico, in Itinera. Miccione,
La consulenza Filosofica, Xenia. Neri Pollastri. Pollastri. Keywords: olismo
hegeliano, etimologia di consultare, consolare, consultare, console – con-solus
--, mutuo consiglio, Böttcher Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pollastri” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Pollini: l’implicatura conversazionale e la raione conversazionale – la
scuola di Grossetto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Grossetto). Filosofo italiano. Grice: “I like Pollini. I was often
asked, after creating Deutero-Esperanto, what right do I have to call it a
‘language’, since, nobody ever speaks it. Pollini notes that languages such as
English, are better, understood as ‘la lingua dell’Anglia. Anglia, etc., are
not INVENTED countries, we hope. But the land of UTOPIA is often seen as what
Pollini calls DEVESSIA, the land of Ought, not of Is. Therefore, its grammar is
RAGIONATA in the sense that Moore equivocates when he says that is derives from
ought, and not vice versa! Il devessiano
è una lingua inventata da Pollini di Grosseto. Il nome deriva da Devessia, una
repubblica situata nell’estremo occidente d’Europa, fra la Gallia e l’Irlandia,
e significa letteralmente ‘il paese dove le cose sono come devono essere.’ In
sintesi, la lingua di Devessia è una lingua amiatina, in quanto la sua base
lessicale riprende molto della parlata della terra d’origine dell’autore, e
cioè il monte Amiata, in Toscana. Le preposizioni sono, in singolare: “do”
(masc.), “da” (fem.); in plurale: “dos” e “das.” C’è un dittongo, «ui»: non
porto, ma puirto; non sorte, ma suirte, non punto, ma puinte. C’è anche un
suffisso «-con» che corrisponde a un’errata pronuncia infantile. L’altro
suffisso è «-èira». Il lessico amiatino si ritrova particolarmente nelle parole
che indicano la frutta, come “bahoha,” albicocca, “sarac[c con pipetta]a
(ciliegia), pornela (susina). Oltre che alla parlata amiatina nativa di
P., il lessico della lingua di Devessia attinge parole dal gallico (pandon =
«mentre»), ma anche dal genovese (u-màa = «onda», dal genovese «u mâ», cioè,
per metonimia, «il mare -- ligure»), da linguaggi infantili, da espressioni
scherzose, d’interpretazioni arbitrarie (manc[c con pipetta]urà = «masticare»
deriva da come P. sente il suono di “Manciuria”) e anche da parole tratte dai
sogni dell’autore (ad esempio baltac[c con pipetta]à = «colpire forte,
rovesciare»). Se, come sostene un interprete che lavora nell’ufficio di P,
una lingua è l’anima d’un popolo [Grice e Peacocke: popolazione] -- nota P. in
un dattiloscritto dove sono esposti I lineamenti di grammatica della lingua dallla
Devessia, la lingua della Devessia è l’anima di un popolo [Grice/Peacocke,
popolazione] immaginario che P. fa nazione e quindi esprime intimamente il modo
di pensare degl’abitanti di quel paese.. Mario Pollini. Pollini. Parole chiave:
deutero-esperanto, Devessia, la lingua del monte Amiata. Referenze: Luigi
Speranza, “Grice e Pollini,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Pollio: la ragione conversazionale contro il lizio – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He plays a leading role in Rome’s political and cultural life. He is
a friend of both VIRGILIO (si veda) and ORAZIO (si veda), and wrote a history
of the civil war. He is NOT a lizio, and his most famous tract he entitles,
“Contra Aristotelem”. He rather follows the philosophy of Musonio RUFO (si
veda), whom he deems superior to ‘that ginnasio where an over-rated Stagirite
used to ramble with friends.’ Historians debate this, since Musonio Rufo
apparently was born well after P. dies – but, as Kunstermann says, ‘there is no
obvious earlier candidate.’ Hohlertter suggests that the work was written by a
LATER Pollio – ‘most likely Pollio Valerio’. Gaio Asinio Pollio
Luigi Speranza --
Grice e Pollio: la ragione conversazionale contro il Lizio – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). The author of
“Contra Aristotelem” according to Hohlertter. Pollio Valerio.
Luigi Speranza --
Grice e Pollio: la ragione conversazionale dell’orto romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Orto. Patron of Stazio (si veda). Pollio Felice.
Luigi Speranza --
Grice e Polluce: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Giulio Polluce or Polideuce – Friend of Commodo to whom he dedicates
a treatise entitled “Onomasticon,” a thematically arranged dictionary
containing many excerpts from different authors, mainly and especially the
Roman philosophers with which he was familiar and thought Commodo would find of
slight interest.
Luigi Speranza --
Grice e Polo: la ragione conversazionale e la scuola di Lucania – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Reggio). Filosofo
italiano. Reggio, Lucania, Calabria. He is said to have been a Pythagorean,
although some think he was a spelling mistake that should be corrected to
‘Eccelo di Lucania.’ He wrote a
treatise on justice. Polo.
Luigi Speranza --
Grice e Pompedio: la ragione conversazionale e l’orto romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. According to the historian Giuseppe, a senator who followed the
Garden – Some believe that the reference is to Publio Pomponio Secondo, a
statesman and author. Pompedio.
Luigi Speranza --
Grice e Pompeo: la ragione conversazionale e il portico romano e il diritto –
Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. Nell’analisi delle nozioni di stato e di proprietà in Pompeo
e Panezio e l’influenza della dottrina stoica sulla giurisprudenza romana
dell’epoca scipionico-cesariana, il portico è un fenomeno che abbraccia un arco
temporale vastissimo ed è di difficile, se non impossibile definizione. Pohlenz
ne ha parlato come di un movimento spirituale, ma se si dicesse che è una
‘dimensione del pensiero’ forse non si sbaglierebbe. Comincia con * Testo
rielaborato con le fonti e i riferimenti bibliografici essenziali della
relazione alla 59ème Session de la Société Internationale Fernand de Visscher
pour l’Histoire des Droits de l’Antiquité. [Per un primo approccio alla
filosofia del Portico si v. POHLENZ, Stoa und Stoiker. Die Grunder, Panaitios,
Poseidonios (Zürich); ID., IL PORTICO ROMANO: Storia di un movimento spirituale,
Milano; IL PORTICO: Geschichte einer geistigen Bewegung (Göttingen); ISNARDI
PARENTE, Stoici Antichi (Torino l’età del suo fondatore, il cipriota Zenone, un
fenicio dalla pelle scura e di sangue semitico, attivo ad Atene, ma comprende
anche ANTONINO. Non dimentichiamo, in aggiunta, la rielaborazione del de
officiis di CICERONE fatta da AMBROGIO e, ancora, la fortuna medioevale dei
precetti morali di Seneca che è addirittura indicato con la sua felice formula
honestae vitae da Martino di Bracara come una sorta di cristiano occulto per
aver intrattenuto una leggendaria corrispondenza con S. Paolo e tentato di
convertire al cristianesimo un suo discepolo. La filosofia del Portico domina
dunque la scena culturale romana per molti decenni durante l’ellenismo e la
prima età imperiale, ma subì una repentina e considerevole decadenza. Agostino,
in epist., infatti potrà dire. I seguaci del Portico sono ridotti al silenzio,
al punto che le loro teorie vengono appena menzionate nelle scuole di retorica
». In effetti della letteratura del Portico a noi non è arrivato molto. A parte
un Inno a GIOVE scritto da Cleante e una serie di citazioni più o meno
letterali tramandate da autori di altre tendenze filosofiche, a volte
addirittura ostili come Plutarco o Alessandro d’Afrodisia, conosciamo qualcosa
attraverso le opere di Seneca ed Epittèto, ma dei pensatori dell’era scipionica
è sopravvissuto pochissimo. Ciò nonostante, credo che le nostre conoscenze sul
contributo dello [Filosofia e scienza nel pensiero ellenistico (Napoli
IOPPOLO, Aristone di Chio e lo stoicismo antico, Napoli, Opinione e scienza. Il
dibattito tra Stoici e Accademici nel III e nel II secolo a.C. (Napoli HUSLER,
Die fragmente zur Dialektik der Stoiker (Stüttgart-Bad Cannstatt 1987- ALESSE,
Panezio di Rodi e la tradizione stoica (Napoli RADICE (Introduzione,
traduzione, note e apparati a cura di), H. von Arnim, Stoici antichi, Tutti i
frammenti, Milano ARNIM, Stoicorum Veterum Fragmenta (Lipsiae VIMERCATI
(Introduzione, traduzione, note e apparati di commento a cura di), Panezio,
Testimonianze e frammenti (Milano POHLENZ, La Stoa. Si v. per un primo
approccio POHLENZ, sv. Panaitios, in PW. StuttgartWeimar L’epistula fu
indirizzata al vescovo Dioscoro che chiedeva informazioni sull’opportunità di
studiare Cicerone. 5 Per un sintetico sguardo d’insieme si v. anche REALE,
Accettare i voleri della ragione, in Valori dimenticati dell’occidente, Milano,
Revue Internationale des droits de l’Antiquité] stoicismo per lo sviluppo del
diritto romano come scienza, e in particolare in epoca scipionico-cesariana,
possano ancora migliorare. 2. I giuristi romani e la Stoa Sul rapporto tra
giuristi romani e la dottrina filosofica stoica esiste già una documentazione
ricchissima6 . Anzitutto, il cliché dell’uomo 6 Si v. POHLENZ, IL PORTICO
ROMANO. Senza alcuna pretesa
di completezza segnalo KAMPHUISEN, L’influence de la philosophie sur la
conception du droit naturel chez les jurisconsultes romains, RHDFE. FREZZA, Rec. a Pohlenz, IL
PORTICO: Geschichte einer geistigen Bewegung, Göttingen Göttingen SDHI.; STEIN,
The Relations between Grammar and Law in the early Principate. The beginnings
of analogy, in La critica del testo (Firenze; WÆRDT, Philosophical Influence on
Roman Jurisprudence? The Case of Stoicism and Natural Law, in ANRW. DUCOS,
Philosophie, littérature et droit à Rome sous le Principat, in ANRW. WINKEL, Le droit romain et la
philosophie grecque, quelques problèmes de méthode, in Tij. Da
ultimo per tutti SCHIAVONE, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente
(Torino Questi, a proposito della
‘rivoluzione scientifica’ che ha riguardato il modo di operare (e di essere)
della giurisprudenza romana nei decenni tra l’età dei Gracchi e quella di
Cesare e, in particolare, sull’influenza della cultura proveniente dalla Grecia
esplicita in questo modo il suo pensiero. In realtà, non di riduzione o di
impoverimento si trattava, né di un semplice e superficiale trapianto di
qualche metodica, priva di particolare significato sostanziale. Bensì di un
delicato e cruciale processo di integrazione, che riuscì a proiettare il sapere
giuridico romano al di là degli orizzonti che aveva acquisito, senza tuttavia
fargli smarrire il senso della propria fortissima identità: in certo modo a
rivoluzionarlo per dargli il compimento. Il risultato sarebbe stato, alla fine,
la nascita di un nuovo modo di pensare il diritto, che ne avrebbe tramutato le
procedure in quelle di una scienza senza eguali nell’antichità, non meno
compatta e concettualmente densa della grande filosofia classica. Appare
evidente che nello studioso salernitano sia maturato un superamento della
posizione tradizionale risalente a SCHULZ, Storia della giurisprudenza romana [Firenze
Nocera Lo dimostrano ancora di più le seguenti parole [SCHIAVONE, Ius] Ma
perché Quinto Mucio aveva deciso di utilizzare a fondo gli apparati diairetici,
fino a farne il tratto caratterizzante – almeno agli occhi di Pomponio – di
tutto il suo trattato? La risposta più consueta cerca di spiegarlo con un
generico richiamo al clima intellettuale dell’epoca, cui non sarebbero state
indifferenti un paio di generazioni di giuristi: una parentesi dovuta
all’imporsi di una specie di moda. E’ un’interpretazione a dir poco
insoddisfacente, elusiva di un tema essenziale: la connessione fra l’uso della
diairetica e la qualità delle conoscenze per la prima volta elaborate
attraverso quei modelli. Il problema, cioè, della forma logica attraverso cui a
partire da Quinto Mucio e dalle sue innovazioni, l’esperienza del diritto
veniva costruita e pensata. Se non si ha lo sguardo fermo su questo intreccio,
si smarrisce il filo di ogni interpretazione plausibile. E non c’è da temere
solo il vecchio equivoco che portava a distinguere meccanicamente fra ‘metodo’
greco e ‘contenuti’ SACCHI virtuoso che è una caratterizzazione tipica del
pensiero stoico. Ateneo, citando Posidonio, ricorda la ferma presa di posizione
di SCEVOLA l’augure, Q. Elio Tuberone e P. Rutilio Rufo (tutti allievi del
filosofo del PORTICO Panezio: Cic. Lael.), a favore della lex Fannia cibaria. Proverbiali
inoltre sono rimasti il rigore e la coerenza con cui Scevola il pontefice
esercitò la sua carica di proconsole nella provincia d’Asia, coadiuvato da Rutilio
Rufo suo legato proconsolare. A quest’ultimo, prope perfectus in Stoicis
(Brut.), si ricollega anche il famoso otium cum dignitate che rimarrà come
monito per gli uomini della sua classe; tanto che, come è noto, Cicerone ne
farà una strenua difesa contro l’epicureismo dilagante soprattutto in Campania,
quando scrisse, fra l’altro, negli ultimi due anni della sua vita il de finibus
e le Tusculanae disputationes. Riferimenti precisi nel de oratore e nel Brutus
ciceroniani indicano esplicitamente come stoici anche Marco Vigellio (qui cum
Panetio vixit), Sesto Pompeo e due Balbi: Cic. De orat. Quid est, quod aut Sex.
Pompeius aut duo Balbi aut meus amicus, qui cum Panaetio vixit, M. Vigellius de
virtute hominum Stoici possint dicere, qua in disputatione ego his debeam aut
vestrum quisquam concedere? Il primo, Quinto Lucilio (Balbo), fu sostenitore
della tesi stoica prospettata nel de natura deorum. Mentre il secondo, Lucio
Lucilio (Balbo), espertissimo in agendo et in respondendo, fu discepolo
di romani, quanto un rischio più grave e sottile: quello di misurare il
lavoro dei giuristi con i criteri adoperati per valutare il dibattito
filosofico ed epistemologico da Platone al tardo stoicismo, suggestionati solo
dalla traccia superficiale di alcuni evidenti debiti della giurisprudenza verso
la filosofia, e da qualche sporadica contiguità di lessico e di categorie.
Mettendosi su una simile strada, non si può che arrivare alla conclusione di un
drammatico impoverimento dell’impianto logico del pensiero classico, quando
passa dai filosofi ai giuristi, e alla constatazione del carattere
irrimediabilmente minore e senza vocazione teorica del lavoro della
giurisprudenza. Ma sarebbe un’indicazione infondata, anche se è stata tante
volte riproposta, da diventare un luogo comune storiografico. Athen.
Dipnosoph. = Posid. Jacoby. Per tutti
CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea. Dalle origini
all’opera di Labeone (Torino MÜNZER, sv. Lucilius, in PW. 13.2
(Stuttgart-Weimar Q. Mucio Scevola il
pontefice e anche maestro di Servio Sulpicio Rufo Il Circolo degli Scipioni C’è poi il Circolo
degli Scipioni 11 . Questo sodalizio culturale era frequentato, come è noto, da
letterati e filosofi come Terenzio e il Cic. Brutus: Cumque discendi
causa duobus peritissimis operam dedisset, L. Lucilio Balbo, C. Aquilio Gallo,
Galli hominis acuti et exercitati promptam et paratam in agendo et in
respondendo celeritatem subtilitate diligentiaque superavit; Balbi docti et
eruditi hominis in utraque re consideratam tarditatem vicit expediendis
conficiendisque rebus. Sul rapporto tra lo stoicismo e i giuristi romani v.
anche IPPOLITO, I giuristi e la città (Napoli Sul circolo scipionico si v. in
generale H. BARDON, La littérature latine inconnue. I. L’époque républicaine (Paris
1952) 45 ss., 87 ss.; H. BENGTSON, Grundriss der römische Geschichte, München
GRIMAL, Le siècle des Scipions, Paris Il secolo degli Scipioni. Roma e l’ellenismo al tempo delle guerre puniche
(Brescia, Plataroti, CANALI, Storia della poesia latina (Milano) Anche se è
stata negata l’esistenza di questo sodalizio culturale [STRASBURGER, Der
‘Scipionenkreis’, in Hermes l’espressione grex Scipionis usata da Cicerone in
Lael. e la considerazione, nel paragrafo dello stesso dialogo, di Scipione,
Furio, Spurio Mummio, Tuberone, Rutilio, (Virginio e Rupilio); oltre che degli
interlocutori del Lelio: Mucio Scevola, Fannio e appunto Lelio, come aequales
per essere stati amici o giovani devoti di Scipione, lascia pensare che questo
circolo di intellettuali sia stato effettivamente sentito come tale dai suoi
protagonisti. Così, con somma erudizione CANCELLI, Cicerone, Lo Stato (Milano
scrive: Va da sé che non bisogna credere a un sodalizio, magari con tanto di
statuto, ma a un gruppo di uomini che seguivano stesse tendenze politiche, e
che facevano capo, in vario modo, a Scipione o al suo amico Lelio. Cicerone
assunse appunto a comune carattere dei suoi personaggi l’essere stati amici o
in relazione con Scipione e Lelio, e l’essere stati seguaci più o meno fermi
dell’insegnamento paneziano ». Fra l’altro, come rileva lo stesso Cancelli, a
questa lista di nomi manca solo quello di Manio Manilio, il famoso giurista (e
generale di Scipione Africano a Cartagine), per ricostituire il gruppo di
personaggi che partecipano al famoso dialogo del de re publica ambientato negli
horti suburbani di Scipione Emiliano dove Cicerone ambienterà l’enunciazione
della famosa definizione di res publica. Per l’uso di grex per indicare un
‘gruppo di amici’ o un ‘sodalizio culturale’ si v. Cic. Lael. Saepe enim
excellentiae quaedam sunt, qualis erat Scipionis in nostro, ut ita dicam grege.
Anche Orazio che riferisce la parola proprio ai seguaci della Stoa di Crisippo
di Soli. Horat. sat.Chrysippi porticus et grex. Sul circolo degli Scipioni si
v. anche F. LEO, Geschichte der römischen Literatur (Berlin BROWN, A Study of
the Scipionic Circle, Iowa TATAKIS, Panétius de Rhodes. Le fondateur du moyen
stoïcisme. Sa vie et son oeuvre (Paris BRUWAEUM, L’influence culturelle du
cercle de Scipion SACCHI campano Lucilio, ma anche da storici come P. Cornelio
Scipione, C. Fannio, C. Sempronio Tutidano e forse Emilio Sura. Altri possibili
frequentatori di tale circolo furono Cassio Emìna e L. Calpurnio Pisone Frugi
che normalmente viene ritenuto avversario dei Gracchi, ma la legge agraria lo
ricorda come il console che insieme a P. Mucio applicò la lex Sempronia: Lex
agr. l. 13 (= FIRA): Quei ager locus publicus populi Romanei, quei in Italia P.
Mucio L. Calpurnio cos. fuit. Quando però Paolo Emilio porta a Roma per i suoi
due figli la biblioteca di Pella, diventò possibile in questa città accedere
direttamente ai testi dei filosofi greci ed in particolare a quelli degli
stoici14 . Fu così che il circolo scipionico, a ridosso dell’età graccana, diventò
il luogo di incontro principale tra lo stoicismo e gli intellettuali romani.
L’amicizia tra l’Africano minore e Polibio nasce Emilien (Schaerbeeck
ABEL, Die kulturelle Mission des Painaitios « Antike und Abendland BRETONE, La
fondazione del diritto civile nel manuale pomponiano, in Tecniche e ideologie
dei giuristi romani, Napoli; MARROU, Histoire de l’éducation dans l’antiquité.
I. Le monde grec. II. Le monde romain (Paris
WIEACKER, Römische Rechtgeschichte, München; ALESSE, Panezio di Rodi e
la tradizione del PORTICO ROMANO (Napoli CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica europea 217. 12 Sul rapporto tra il poeta Lucilio e il circolo
scipionico cfr. Lact. div. inst., MAURACH, Geschichte der römischen
Philosophie. Eine Einführung, Plut. Aem.: Møna tÅ biblºa to† basil™vq
filogrammato†si to¡q y™sin ®p™trefen ®jel™suai. [tr. M.L. Amerio (a cura di),
Plutarco, Vite, vol. III (Torino Fece prelevare soltanto i libri della
biblioteca del re per darli ai figli amanti delle lettere »; Isid. etym. 6.5.1:
Romae primus librorum copiam advexit Aemilius Paulus, Perse Macedonum rege
devicto; deinde Lucullus e Pontica praeda. Post hos Caesar dedit Marco Varroni
negotium quam maximae bibliothecae construendae. Primum autem Romae
bibliothecas publicavit Pollio, Graecas simul atque Latinas, additis auctorum
imaginibus in atrio, quod de manubiis magnificentissimum instruxerat. 14 Per i
rapporti culturali e l’influenza della cultura greca nel circolo scipionico si
v. anche SACCHI, La nozione di ager publicus populi Romani come espressione
dell’ideologia del suo tempo, in Tij.
Adesso si v. A. SCHIAVONE, Ius. Quinto Mucio, che non ignorava il greco
aveva un accesso diretto a questi testi. Erano in gran parte opere incluse
nell’imponente biblioteca di Perseo di Macedonia, trasportata a Roma dopo
Pidna, da Emilio Paolo – nella capitale non si erano mai visti tanti libri – e
poi utilizzata dal circolo di Scipione Emiliano. infatti proprio grazie ad una
richiesta di libri e alla discussione che scaturì tra questi due personaggi
Personalità di assoluto livello sul piano giuridico che possiamo ricordare tra
i frequentatori di questo circolo lungo l’arco di almeno due generazioni furono
Manio Manilio (ad Att.; ad Q.fr.; Lael.; de re p.; Plut. Ti. Gracc. 11.2) e
Gaio Lelio, definito dallo stesso Manilio, valente giurista (de re p. Tum
Manilius: Pergisne eam, Laeli, artem inludere, in qua primum excellis ipse,
deinde sine qua scire nemo potest, quid sit suum, quid alienum?) che fu allievo
prima di Diogene di Babilonia e poi di Panezio (de fin. Nec ille qui Diogenem Stoicum adulescens, post autem
Panaetium audierat). Anche Scevola, il
pontefice massimo (console): Cic. de re p. Sed ista mox; nunc audiamus Pilum,
quem video maioribus iam de rebus quam me aut quam P. Mucium consuli,
l’antagonista di Crasso nella causa Curiana, prima di scegliere di seguire con
il fratello di appoggiare le riforme graccane (Cic. de re; Acad. Prior.; Plut.
Ti. Gracc.), pare che fu molto vicino a tale ambiente. Tra i frequentatori del
circolo scipionico che aderirono alla Stoa, troviamo infine anche Furio Filo e
Aulo Cascellio, che furono considerati insieme a Q. Mucio l’augure, tre dei più
famosi esperti di diritto prediale dell’epoca graccana: Cic. pro Balbo Q.
Scaevola ille augur, cum de iure praediatorio consuleretur, homo iuris
peritissimus, consultores suos nonnumquam ad Furium et Cascellium praediatores
reiciebat. Attraverso Gaio sappiamo anche cosa sia il diritto prediatorio: Gai.
nam qui mercatur a populo, praediator appellatur. Il discorso tuttavia non
finisce qui perché in base a Cic. de orat. apprendiamo che anche Q. Mucio il
pontefice massimo aveva subito l’influenza di Panezio di Rodi: Quae, cum ego
praetor Rhodum Polyb. il rapporto tra costoro iniziò da un prestito di
libri e dalle conversazioni avute su di essi. Nicolai, cur., Polibio, Storie.
Libri. Frammenti Roma Quadro storico in A. GUARINO, La coerenza di P. Mucio
(Napoli Su P. Mucio particolari prosopografici in CANNATA, Per una storia della
scienza giuridica europea Particolari prosopografici con fonti e bibl. In CANNATA,
Per una storia della scienza giuridica europea] venissem et cum summo illo
doctore istius disciplinae Apollonio ea, quae a Panaetio acceperam,
contulissem, inrisit ille quidem, ut solebat, philosophiam atque contempsit
multaque non tam graviter dixit quam facete. Il quae a Panaetio acceperam mi
pare estremamente efficace18 . La corrispondenza tra il titolo di un’opera
famosissima di Quinto Mucio, il Liber singularis Œron, e quella di Crisippo di
Soli dimostra [insieme a D.: post hos Q. Mucius P.f. pont. max. ius civile
primus constituit generatim, in libros XVIII redigendo] la vicinianza del
giurista alla cultura del PORTICO. IL PORTICO ROMANO e il diritto romano Alla
luce di questi dati, quindi, non stupisce se Paolo Frezza abbia dichiarato già
di credere all’esistenza di una profonda influenza del PORTICO ROMANO sulla
formazione e sull’evoluzione del pensiero giuridico romano. Gli esempi della
fecondità di tale rapporto, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. Nel rilievo
che Q. Mucio Scevola dava alla bona fides si nascondono infatti i prodromi di
una svolta importante per la disciplina e la struttura dei rapporti obbligatori
in tema di emptio venditio e di locatio conductio Schiavone, credo
con CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea 1.250 ss. 19
Cfr. anche Gai. 1.188. Diog. Laert. [= SVF. App. Arnim) = Radice; SVF. (Arnim)
[Radice]. Già rilevato da LEO, Geschichte der römischen Literatur. Mette in
dubbio l’autenticità di quest’opera Schulz, Storia della giurisprudenza romana,
che si richiama ad KRÜGER, in St.
Bonfante 2.336], ma oggi si propende per l’autenticità. v. STEIN, Reguale
iuris. From Juristic Rules to Legal Maxims (Edimburg BRETONE, Tecniche e ideologie Storia del
diritto romano4 (Roma-Bari 1989), 185; C.A. CANNATA, Per una storia della
giurisprudenza europea FREZZA, Rec. a M. Pohlenz, IL PORTICO. Sul rapporto tra
giurisprudenza romana e filosofi stoici già il Cuiacio con dovizia di
indicazioni di fonti e bibl. in J. CIUAICI, Opera. Ad Parisiensem Fabrotianam
editionem diligentissime exacta in tomos XIII. distributa auctiora atque
emendatiora Pars prima. Tomus primus (Prati Utile, sebbene con meno
approfondimento anche J.G. HEINECCII, Historia Juris Civilis Romani ac
germanici qua utriusque origo et usus in germania ex ipsis fontibus ostenditur,
commoda auditoribus methodo adornata, multisque Observationibus haud Vulgaribus
passim illustrata (Venetiis Cic. de off. Si v. su questo argomento LOMBARDI,
Dalla fides alla bona fides Milano, FASCIONE, Cenni bibliografici sulla ‘bona
fides’, in Studi sulla buona fede (Milano TALAMANCA, La bona fides nei
fondatezza, ha sottolineato l’importanza e la pertinenza della già felice
intuizione di Nietzsche che giudicava la bona fides del linguaggio giuridico
repubblicano come una versione rielaborata in chiave ‘aristocratica e
proprietaria’ (è questo il punto) della più antica fides romana. La legge
agraria può essere vista, infatti, come una delle espressioni più immediate di
questa nuova sensibilità dei giuristi romani verso una concezione di
appartenenza dell’ager publicus distribuito ai privati in senso proprietario. Inoltre,
si può leggere un legame tra gli insistenti appelli di Antìpatro di Tarso a
favore del sentimento di solidarietà umana e il divieto individuato dai
giuristi romani fondato sul diritto NATVRALE di approfittare dell’ignoranza del
compratore. Del resto, l’impegno profuso da Aquilio Gallo, il difensore
dell’aequitas, nel cercare il fondamento definitorio del dolus malus è stato
visto, insieme al rilievo della buona fede in SCEVOLA, esattamente come
conseguenza di una volontà di dare maggiore riconoscimento, nell’ambito del
diritto formale, al nuovo sentimento etico portato dalla Stoa tra gli
intellettuali romani. La sequenza evolutiva, almeno nel caso dell’aequitas,
passa dal secondo giurista che fu maestro del primo, e arriva fino a Servio
Sulpicio Rufo che seguì l’insegnamento dello stoico Lucilio Balbo e di Aquilio
Gallo a Cercina (D. Servius institutus a Balbo Lucilio, instructus autem maxime
a Gallo Aquilio, qui fuit Cercinae: itaque libri complures eius extant Cercinae
confecti) giuristi romani: ‘Leerformeln’ e valori dell’ordinamento, in Il ruolo
della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea.
Atti del convegno in onore di A. Burdese IV (Padova CARDILLI, Bona fides tra
storia e sistema (Torino); E. STOLFI, ‘Bonae fidei interpretatio’. Ricerche
sull’interpretazione di buona fede fra esperienza romana e tradizione
romanistica, Napoli SCHIAVONE, Ius Per il riferimento a Nietzsche si v. Zur
Genealogie der moral, Eine Streitschrift (Leipzig Genealogia della morale, in
Opere, Milano Colli-Montinari. Su questi temi rinvio anche a SACCHI, I maiores
di Cicerone e la teoria della fides nelle scuole giuridiche dell’età
repubblicana a Roma, in Atti in onore di G. Franciosi (Napoli Rinvio sul punto
a O. SACCHI, Regime della terra e imposizione fondiaria nell’età dei Gracchi.
Testo e commento storico-giuridico della legge agraria del 111 a.C. Napoli v. CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica SCHIAVONE, Ius SACCHI Si potrebbe anche parlare, poi, del concetto di
utilitas (D.) e del suo rapporto con la nozione di iustitia (Cic. de inv.). C’è
poi la nozione di matrimonio di C. Musonio Rufo, maestro stoico dell’età
neroniana (autore a detta di PRISCIANO di oltre 700 libri), a cui sembra
essersi ispirato direttamente Modestino (D.) con il suo celeberrimo consortium
omnis vitæ. Ancora, possiamo citare il rapporto tra ius NATVRALE, ius civile e
ius gentium, il famoso honeste vivere, alterum non laedere di Ulpiano [D. (Ulp.
1 regularum): Iuris praecepta sunt hæc: honeste vivere, alterum non lædere,
suum cuique tribuere] e il paradigma concettuale per la teoria della legge come
ente razionale obbligatorio per tutti gli uomini, che i compilatori di
Giustiniano scelsero da un’opera di Crisippo di Soli. Ampio ragguaglio
bibliografico sul tema in NAVARRA, Ricerche sulla utilitas nel pensiero dei
guristi romani, Torino. Le parole ius, iustitia e æquitas nel mondo concettuale
di Servio acquistano rilievo come espressione del ricongiungimento di legalità,
legittimazione, etica e formalismo. La deduzione, ricavata da un notissimo
passo delle Filippiche di Cicerone è di A. SCHIAVONE, Ius Il passo è Phil. Nec
vero silebitur admirabilis quaedam et incredibilis ac paene divina eius in
legibus interpretandis, aequitate explicanda scientia. Omnes ex omni ætate, qui
in hac civitate intellegentiam iuris habuerunt, si unum in locum conferantur,
cum Ser. Sulpicio non sint comparandi. Nec enim ille magis iuris consultus quam
iustitiæ fuit. Ita ea quæ proficiscebantur a legibus et ab iure civili, semper
ad facilitatem aequitatemque referebat neque instituere litium actiones malebat
quam controversia tollere. D. (Modest. 1 regularum): Nuptiae sunt coniunctio maris
et feminæ et consortium omnis vitæ, divini et humani iuris COMMVNICATIO. Sul rapporto tra ius NATVRALE, ius civile e ius
gentium mi limito a segnalare MASCHI, La concezione NATURALISTICA del diritto e
degli istituti giuridici romani, Milano LOMBARDI, Sul concetto di ius gentium, Roma;
BURDESE, Il concetto di ius NATVRALE nel pensiero della giurisprudenza
classica, in RISG. NOCERA, Ius naturale nell’esperienza giuridica romana (Milano 1962);
DIDIER, Les diverses conceptions du droit NATUREL à l’oeuvre dans la
jurisprudence romaine, in SDHI. ARCHI,
Lex e natura nelle istituzioni di Gaio, in Scritti di diritto romano 1.
Metodologia giurisprudenza. Studi di diritto privato 1 (Milano BRETONE, Storia
WINKEL, Einige Bemerkungen über ius NATVRALE und ius gentium, in MJ.
Schermaier-Z.Végh (ed.), Festschrift für W. Waldestein zum 65 Geburtstag
(Stuttgart KASER, Ius gentium, Köln-Weimar-Wien; P.A. VANDER WAERDT,
Philosophical Influence on Roman Jurisprudence? The Case of Stoicism and NATVRAL
Law DUCOS, Philosophie, littérature et droit; S. QUERZOLI, Il sapere di
Fiorentino. Etica, natura e logica nelle Institutiones (Napoli che diresse la
Stoa di Atene [D. (Marc. 1 inst.)] La
nozione di res publica come effetto dell’influenza diretta del pensiero
politico di Panezio. Questo elenco di dati non è certo esaustivo e può essere
ancora integrato. Possiamo tuttavia affrontare due argomenti che ritengo molto
significativi per dare una dimensione ancora più esatta dell’importanza del
rapporto tra il PORTICO ROMANO ed evoluzione del diritto romano. Anzitutto, la
nozione di stato. Panezio, per la prima volta rispetto a questo problema, mise
in primo piano il momento giuridico. Lo stato è considerato dal Portico un
insieme di uomini che vivono sullo stesso territorio e sono governati da una
legge. Questo enunciato è la traduzione
più o meno letterale della celeberrima definizione di SCIPIONE Africano minore
in Cic. de re p. Siamo in un momento di massima influenza culturale del circolo
scipionico e si cerca di dare un assetto costituzionale alla res
publica. perÁ nømoy: Ø nømoq påntvn ®stÁ basileÂq ueºvn te kaÁ Ωnurvpºnvn
pragmåtvn? de¡ d‚ aªtØn proståthn te eµnai t©n kal©n kaÁ t©n a˝sxr©n kaÁ
“rxonta kaÁ Ôgemøna, kaÁ katÅ to†to kanøna te eµnai dikaºvn kaÁ Ωdºkvn kaÁ t©n
f¥sei politik©n zúvn, prostaktikØn m‚n ˘n poiht™on, ΩpagoreytikØn d‚ ˘n oª
poiht™on. [D. 1.3.2 (Marcian. 1 inst.)] « Bisogna che la legge sia sovrana di
tutte le cose, divine o umane. Deve sovrastare tutte le realtà buone e cattive
e su di esse esercitare potere ed egemonia; deve fissare i canoni del giusto e
dell’ingiusto e, per i viventi che stanno per natura in società, comanda quel
che va fatto, e vieta quel che non va fatto ». Su Crisippo di Soli v. M.
POHLENZ, La Stoa 39-43. Su Crisippo di Soli si v. H. VON ARNIM, sv. Chrysippos,
in PW, München, coll. Dio Chrysost. or.
SVF. H.von Arnim, Radice, PORTICO Antichi, Milano]: pl∂toq Ωntr√pon ®n
taªtˆ katoiko¥ntvn ÊpØ nømon dioiko¥menon. 30 Segnalo sul punto G. MANCUSO,
Forma di stato e forma di governo nell’esperienza costituzionale greco-romana
(Catania 1995) 73; P. DESIDERI, Memoria storica e senso dello Stato in
Cicerone, in M. Pani (a cura di), Epigrafia e territorio. Politica e società.
Temi di antichità romane (Bari)
VALDITARA, Attualità nel pensiero politico di Cicerone, in F. Salerno (a cura
di), Cicerone e la politica (Napoli SACCHI, La nozione di ager publicus populi
Romani Cic. de re p. ‘Est igitur’, inquit Africanus, ‘res publica res populi,
populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus
multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus’. Cfr. F.
CANCELLI, Marco Tullio Cicerone, Lo Stato ss. Sul significato di res publica si
v. DREXLER, Res publica, SACCHI Il riferimento di Cicerone alla definizione
dell’Emiliano è importante perché in essa rileva una nozione costituzionale di
populus che è costruita su un’idea di legge che a sua volta è basata sul
concetto di patto. Come in Papiniano D. (Papin. lib.def.): Lex est commune præceptum,
virorum prudentium consultum, delictorum quæ sponte vel ignorantia contrahuntur
cœrcitio, communis rei publicæ sponsio, in cui si rileva un concetto di
sovranità orizzontale piuttosto che verticale. La differenza del pensiero di
Panezio è tuttavia evidente anche rispetto ad Aristotele. Lo Stagirita, si
limitava infatti a dichiarare che lo ‘Stato’ poteva essere la società perfetta,
atta a promuovere la vita buona o migliore. Il vivere felice cui allude lo
stesso in Maia ANRW. Cosiderano res publica nel senso di ‘patrimonio
comune’ ORESTANO, Il problema delle persone giuridiche (Torino KOHNS, Res
publica, res populi, in Gymnasium MARTINO, Storia della costituzione romana
(Napoli) Considera res publica nel senso di ‘organizzazione del popolo GAUDEMET,
Le peuple et le gouvernement de la République romaine, in Labeo Gouvernés et
gouvernants, in Recueil J. Bodin 23.2 (Bruxelles Per R. KLEIN, Wege der
Forschung (Darmstadt Der Staat ist das Volk. Su tutto SCHMIDT, Cicero ‘De re
publica’: Die Forschung der letzen fünf Dezennien, in ANRW. Si v. ora anche
KOSTOVA, Res publica на цицерон. Res publica est res populi (Sofia Sul concetto
di consensus si v. fra altri FRANCISCI, Arcana imperii (Milano) Forse il fatto
che Cicerone (Rep.) insiste sul consensus iuris, sul vinculum iuris, ha fatto
pensare che lo scrittore esponesse concetti e dottrine romane, mentre tale idea
del vincolo giuridico (nømoq) era già nelle definizioni stoiche». Il governo
secondo Cicerone si identifica nel consilium che è l’equivalente del platonico
logistikøn e dello stoico Ôgemonikøn. Si v. per questo CANCELLI, Cicerone, Lo
Stato. Non si tratta di una convenzione ARTIFICIALE come volevano la Scessi e
il GIARDINO [CANCELLI, ibidem 59], né della realizzazione di un bisogno
materiale come nell’ACCADEMIA [Rep.; Leg.]. E’ lo spontaneo – EX NATVRA -- sentimento
che spinge l’uomo a riunirsi in società. La congregatio ciceroniana (fin.)
corrispondente al f¥sei politik©n zúvn di Aristotele (pol.) che però fu
recepito dagli stoici, secondo i quali, nell’uomo vi sarebbero i semina della
virtù e della ‘sociabilità’ stessa: Cic. de re p.; fin.; Tusc.; Ô d| ®k
pleiønvn kvm©n koinvnºa t™leioq pøliq, ˚dh pÅshq ‘xoysa p™raq t∂q aªtarkeºaq ˜q
‘poq e˝pe¡n, ginom™nh m‚n to† z∂n ’neken, o«sa d‚ to† e« z∂n. DiØ p˙sa pøliq
f¥sei ®stºn, e¬per kaÁ a pr©tai koinvnºai? t™loq gÅr a‹th ®keºnvn, Ô d‚ f¥siq
t™loq ®stºn? oÚon gÅr ’kastøn ®sti t∂q gen™sevq telesueºshq, ta¥thn fam‚n t¸n
f¥sin eµnai „kåstoy, Æster Ωnur√poy Òppoy o˝kºaq. [Arist. pol.]: Cicerone in de
off. 1.85 citando però il solo Platone. Per Panezio, invece, lo ‘Stato’ doveva
essere una società basata sull’eguaglianza di diritti e mirare all’utilità
comune fondata sul valore vincolante della legge. Se questo è vero, dobbiamo
allora riconoscere che il filosofo di Rodi portò alla riflessione romana un
dato assolutamente originale e del tutto incomparabile con altre esperienze
antiche del passato e anche successive. Lo dimostra anche il confronto con un
altro frammento, altrettanto famoso, del de re publica di Cicerone in cui,
l’Africano minore, parafrasando Catone Censore, fa la differenza tra l’origine
delle città greche e l’origine della res publica romana. Qui, forse, si coglie
ancora di più il dato di novità apportato da Panezio. Catone parla del peso
positivo di una tradizione (Cic. de re p. nostra autem res publica non unius
esset ingenio, sed multorum, nec una hominis vita, sed aliquot constituta
saeculis et aetatibus), mentre Panezio, attraverso Cicerone, come abbiamo
visto, parla solo del valore della legge come dato fondante (iuris consensu et
utilitatis communione sociatus). Se questo è vero, sarebbe allora quantomeno da
rivedere la nota affermazione per cui lo ‘Stato’/‘res publica’, e i principi
che lo regolavano, avrebbero avuto origine dall’idea di Catone fondata sui
mores maiorum e che questa posizione ideologica avrebbe segnato il pensiero
politico romano anche negli ultimi decenni della Repubblica comunità perfetta
di più villaggi costituisce la città, che ha raggiunto quello che si chiama il
livello dell’autosufficienza: sorge per rendere possibile la vita e sussiste
per produrre le condizioni di una buona esistenza. Perciò ogni città è
un’istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono,
in quanto essa è il loro fine e la natura di una cosa è il suo fine Viano (cur.),
Aristotele, Politica (Milano BRETONE, Pensiero politico e diritto pubblico, in
Tecniche e ideologie dei giuristi romani L’idea che lo stato, e i principi che
lo reggono, abbiano la loro origine nei mores maiorum, - l’idea di CATONE, -
segna il pensiero politico anche negli ultimi decenni della Repubblica ». La
differenza di significato è anche nel fatto che Roma era stata FONDATA DA
ROMOLO che è abile e prudens (titolare
di saggezza pratica), ma non sapiens come si ritenevano i raffinati
intellettuali gravitanti intorno al circolo scipionico. Cfr. Cic. de orat.; de
re p. e per tutto CANCELLI, Cicerone, Lo Stato SACCHI Idea di proprietà
fondiaria nel pensiero di Panezio Un altro profilo del pensiero stoico che
potrebbe aver influenzato sensibilmente la riflessione dei giuristi della tarda
repubblica, riguarda la nozione di proprietà. Anche questo punto credo che
meriti una riflessione più attenta di quanto non si sia fatto finora. Il
diritto romano, fino all’epoca dei Gracchi, come ben dimostra ancora tutto
l’impianto della legge agraria conosce forme di appartenenza come la possessio
dell’ager publicus, la possibilità che i lotti di terreno assegnati dal Senato
venissero alienati e che i figli degli alienatari potessero ereditare dai loro
padri; o che questi potessero alienare a terzi i loro cespiti immobiliari. Ma
non la proprietà così come è intesa negli ordinamenti moderni che la
qualificano come un diritto assoluto (o soggettivo perfetto) ovvero come la
intendevano i giuristi dell’età classica, nella dottrina dei quali, la
differenza tra possessio e dominum fondiario appare finalmente più nitida. Con
Panezio, invece, e per la prima volta, la consapevolezza di una sostanza
ontologica della nozione di una proprietà fondiaria, e la necessità di
difendere tale posizione come dovere primario da parte D. (Ulp. ad ed.): pater autem familias
appellatur, qui in domo dominium habet;
(Ulp. ad ed.): Domini appellatione continetur qui habet proprietatem; pr
(Nerat. regularum): Si procurator rem mihi emerit ex mandato meo eique sit
tradita meo nomine, dominium mihi, ‘id est proprietas’, adqquiritur etiam
ignoranti [da ricordare al riguardo che l’inciso id est proprietas è
considerato una glossa da S. SCHLOSSMANN, Der besitzerwerb durch Dritte nach
römischen und eutigem Rechte (Leipzig KNIEP, Vacua possessio 1 (Jena FRANCISCI,
Translatio dominii, Milano; ID., Il trasferimento della proprietà (Padova
BETTI, in Bullettino dell’Istituto di diritto romano 41 (Roma)]; CTh.: bona
capite damnatorum fiscali dominio vindicare. Nel senso di dominium contrapposto
a ususfructus si v. D. (Iul. digestorum): qui possessionem dumtaxat usus
fructus, non etiam dominium adepti sint. Cfr. R. LEONHARD, sv. Dominium, in PW.
(München) coll. Si v. ora anche indicazioni in O. SACCHI, Regime della terra e
imposizione fondiaria Molto interessante il riferimento di [LEONHARD a Varro
r.r.: In emptionibus dominum legitimum sex fere res perficiunt: si hereditatem
iustam adiit; si, ut debuit, mancipio ab eo accepit, a quo iure civili potuit;
aut si in iure cessit, qui potuit cedere, et id ubi oportuit [ubi]; aut si usu
cepit aut si e praeda sub corona emit; tumve cum in bonis sectioneve cuius
publice veniit. In tale fonte tuttavia, ai vari modi di acquisto della
proprietà sullo schiavo, è riferito ancora il ‘parlante’ dominum secondo un uso
consolidato nel linguaggio anche tecnico latino della media tarda repubblica.
della res publica, vengono messe al centro di un dibattito scientifico e
culturale. Per avere un’idea più precisa al riguardo, si deve fare riferimento
ad alcuni noti passaggi del de officiis di Cicerone che l’Arpinate potrebbe
aver tratto direttamente dall’opera maggiore di questo filosofo. Il più
significativo è: Cic. de off. Sunt autem privata nulla natura, sed aut vetere
occupatione, ut qui quondam in vacua venerunt, aut victoria, ut qui bello
potiti sunt, aut lege, pactione, condicione, sorte; ex quo fit, ut ager Arpinas
Arpinatium dicatur, Tusculanus Tusculanorum; similisque est privatarum
possessionum discriptio. Ex quo, quia suum cuiusque fit eorum, quae natura
fuerant communia, quod cuique optigit, id quisque teneat; e quo si quis sibi
appetet, violabit ius humanae societatis. Il problema da cui parte Panezio è
che la proprietà privata non esiste in natura (sunt autem privata nulla
natura). Un approccio quindi comune anche al diritto romano più antico se è
vero che questo aveva conosciuto ab origine, a parte il problema dell’heredium,
forme di proprietà/appartenenza individuali soltanto mobiliari. Sennonchè, lo
‘stato’ e la ‘proprietà’ in Panezio hanno stessa origine e nascono da uno
stesso atto storico, perché il primo nascerebbe per proteggere la seconda. In
questo modo, entrambi acquisterebbero così anche una rilevanza giuridica.
Guardando de off., che è un altro dei frammenti che Cicerone potrebbe aver
preso direttamente dall’opera di Panezio CANCELLI, Marco Tullio Cicerone, Lo
Stato 61: « Se non è lo Stato sorto per bisogni materiali dell’uomo, è però nei
suoi fini primari favorire proprio anche le condizioni di benessere materiale;
e la direzione dello Stato deve essere rivolta al fine di attuare il motivo
stesso dell’associarsi degli uomini, Rep. che è la migliore condizione di
felicità di tutti i componenti il gruppo sociale, Rep.e naturalmente la tutela
stessa della proprietà privata, come si dirà in Off., Cic. de off. Sed, quoniam
de eo genere beneficiorum dictum est, quae ad singulos spectant, deinceps de
iis, quae ad universos quaeque ad rem publicam pertinent, disputandum est.
Eorum autem ipsorum partim eius modi sunt, ut ad universos cives pertineant,
partim, singulos ut attingant, quae sunt etiam gratiora. Danda opera est omnino, si
possit, utrisque, nec minus, ut etiam singulis consulatur, sed ita, ut ea res
aut prosit aut certe ne obsit rei publicae. C. Gracchi frumentaria magna
largitio exhauriebat igitur aerarium; modica M. Octavi et rei publicae
tolerabilis et plebi necessaria; ergo et civibus et rei publicae salutaris. In primis SACCHI vediamo che il tema della necessità
per lo Stato di apprestare tutela alla proprietà privata viene esplicitato in
modo chiaro e diretto. Leggendo Cicerone apprendiamo che coloro che sono
deputati all’amministrazione dello stato (qui rem publicam administrabit)
dovevano badare in primo luogo a che non ci fosse una diminuzione dei beni dei
privati (ut suum quisque teneat neque de bonis privatorum publicae deminutio
fiat). Questo perché il compito precipuo degli stati e delle città (qui
l’allusione è chiaramente a de re p.: nostra autem res publica non unius esset
ingenio, sed multorum, nec una hominis vita, sed aliquot constituta saeculis et
aetatibus) avrebbe dovuto essere quello di difendere le cose di ciascuno: Cic.
de off.: Hanc enim ob causam maxime, ut sua tenerentur, res publicae
civitatesque constitutae sunt. Nam, etsi duce natura congregabantur homines,
tamen spe custodiae rerum suarum urbium praesidia quaerebant. Il rodiense su
questo punto è originale anche rispetto al pensiero stoico che lo aveva
preceduto perchè il problema dell’inesistenza in natura della proprietà
privata, come è noto, era risolto da Crisippo con la famosa metafora del
teatro, dove lo spettatore chiama suo il posto che occupa e si considera,
questa, una cosa legittima. Si superava così il problema di qualificare come
‘proprio’ qualcosa che nel mondo invece si sentiva come comune a tutti. autem videndum erit ei, qui rem
publicam administrabit, ut suum quisque teneat neque de bonis privatorum
publicae deminutio fiat. Perniciose enim Philippus, in tribunatu cum legem
agrariam ferret, quam tamen antiquari facile passus est et in eo vehementer se
moderatum praebuit; sed cum in agendo multa populariter, tum illud male, non
esse in civitate duo milia hominum, qui rem haberent. Capitalis oratio est. Ad
aequationem bonorum pertinens, qua peste quae potest esse maior? Hanc enim ob
causam maxime, ut sua tenerentur, res publicae civitatesque constitutae sunt.
Nam, etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum
urbium praesidia quaerebant. Cic. de fin. Sed quem ad modum, theatrum cum
commune sit, recte tamen dici potest eius esse eum locum quem quisque
occuparit, sic in urbe mundove communi non adversatur ius quo minus suum
quidque cuiusque sit. La trasformazione
del ius civile in ars iuris civilis e l’emersione del dominium quiritario A
questo punto credo sia difficile negare un’influenza anche solo indiretta della
riflessione paneziana sul processo di trasformazione della possessio dell’ager
publicus in dominium quiritario in età cesariana. Il pensiero corre subito
allora all’espressione dominium riferita al fondo di terra come cespite
immobiliare presente in un passo di Alfeno Varo [D. (Paul 4 epit. Alfeni dig.) Nella
ricostruzione di Lenel esso si tratta del caso più tipico di esposizione di un
responsum, giustificato da una necessità pratica. Ebbene, in questo frammento,
la doppia locuzione dominium loci, potrebbe dirsi un apax legomenon, dato che
non abbiamo testimonianze di altri giuristi coevi o anteriori in cui si
ritrovi D. (lib. 4 epitomarum Alfeni digestorum): Qui duo praedia habebat,
in unius venditione aquam, quae in fundo nascebatur, et circa eam aquam late
decem pedes exceperat: quaesitum est, utrum dominium loci ad eum pertineat an
ut per eum locum accedere possit. respondit, si ita recepisset: ‘circa eam
aquam late pedes decem’, iter dumtaxat videri venditoris esset. LENEL,
Palingenesia iuris civilis (Graz Sull’opera di Alfeno Varo cfr. L. DE SARLO, Alfeno
Varo e i suoi digesta (Milano FERRINI, Intorno ai digesti di Alfeno Varo, in
BIDR. JÖRS, sv. Alfenus Varus, in PW. (Stuttgart VERNAY, Servius et son Ecole
35 ss.; S. SOLAZZI, Alfeno Varo e il termine ‘dominium’ KUNKEL, Die römischen
Juristen. Herkunft und soziale Stellung SCHULZ, Storia della giurisprudenza
romana BRETONE, Il responso nella scuola di Servio, in Tecniche e ideologie dei
giuristi romani; I. MOLNAR, Alfenus Varus iuris consultus, in Studia in honorem
V. Pólay septuagenarii (Szged TALAMANCA, La tipicità dei contratti romani fra
‘conventio’ e ‘stipulatio’ fino a Labeone, in F. Milazzo (a cura di),
Contractus e pactum. Tipicità e libertà negoziale nell’esperienza
tardo-repubblicana. Atti del Convegno di diritto romano e della presentazione
della nuova riproduzione della littera Florentina. Copanello (Napoli NEGRI, Per
una stilistica dei Digesti di Alfeno, in Mantovani (cur.), Per la storia del
pensiero giuridico romano. Dall’età dei pontefici alla scuola di Servio. Atti
del seminario di S. Marino, Torino CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica europea ROTH, Alfeni Digesta. Eine spätrepublikanische
Juristenschrift, Freiburger Rechtgeschichtliche Abhandlungen. Neue Folge,
Berlin su cui cfr. CARRO, rec., Su
Alfeno Varo e i suoi Digesta, in Index Si v. anche C. GIACHI, Studi su Sesto
Pedio. La tradizione, l’editto (Milano SCHIAVONE, Ius. SACCHI un’espressione
analoga . La supposizione è rafforzata dal fatto che il legislatore del 111
a.C. non usa mai, in paragrafi di legge, l’espressione dominium; inoltre, dal
fatto che tale termine è assente nel lessico di Cicerone e, infine, che nel
vocabolario festino troviamo la parola dominus legata a dubenus (L.) /heres (L.
dunque inquadrata semanticamente nel lessico giuridico in una concezione
potestativa), ma non ancora ad una definizione giuridica di proprietà. Sempre
che non abbia ragione Solazzi nel considerare La vicenda dell’emersione
della figura del dominium nel lessico della lingua latina e nell’ordinamento
giuridico romano si può ricostruire attraverso una serie di indizi di carattere
storico, giuridico, etimologico che segnano il passaggio, nella mentalità
giuridica romana, della nozione giuridica arcaica di appartenenza espressa con
la sequenza herus heres heredium hereditas, alla nozione di dominio assoluto
espressa mediante la sequenza dubinus, duminus, dominus, dominium, dominium ex
iure Quiritium. Quest’ultima indice dell’affermazione, nella mentalità
giuridica romana, dell’idea di proprietà in un territorio dello stato (res
publica). Per inquadrare tutto questo nella sua più esatta cornice storica
bisogna valutare i termini del rapporto tra la nozione di dominium ex iure
Quiritium che si rileva dalle fonti romane tecniche e non e le forme di
appartenenza arcaiche fino ad una certa epoca potestas e, a livello
processuale, il meum esse) di beni mobili (mancipi e nec mancipi, le ceterae
res di età tardo repubblicana e di beni immobili, heredium, ager privatus, res
mancipi, fundi. Sulla terminologia usata per indicare in età più antica le
manifestazioni del potere del pater familias si v. COLOGNESI, La struttura
della proprietà e la formazione dei iura praediorum in età repubblicana 1 (Roma
GALLO, Osservazioni sulla signoria del ‘pater familias’ in epoca arcaica, in
St. De Francisci, Potestas e dominium nell’esperienza giuridica romana, in
Labeo., in part. sulla nozione di proprietà romana 32 ss.; sul rapporto tra
erus e dominus CORBINO, Schemi giuridici dell’appartenenza nell’esperienza
romana arcaica, in Scritti Falzea MARRONE, Istituzioni di diritto romano, Palermo;
TALAMANCA, Istituzioni di diritto romano, Milano, GARRIDO, Derecho privado
romano. Casos. Acciones. Institutiones (Madrid). Il processo di affermazione
del termine dominium nel lessico dei giuristi della tarda repubblica presenta
in verità un percorso con andamento anomalo. Nelle opere di Cicerone
sembrerebbe essere assente [cfr. COSTA, Cicerone giureconsulto (Roma FRANCIOSI,
Usucapio pro herede. Contributo allo studio dell’antica hereditas (Napoli Però
Festo spiega la voce heres (L.) dicendo che heres apud antiquos pro domino
ponebantur [si v. G.G. ARCHI, Il concetto di proprietà nei diritti del mondo
antico, in RIDA. Il dato è anche ripreso dagli eruditi giustinianei Inst.: pro
herede enim gerere est pro domino gerere: veteres enim heredes pro dominis
appellabant. Sennonchè Varrone, affermando in r.r. Bina iugera quod a Romulo
primum divisa dicebantur viritim, quae heredem sequerentur, heredium
appellarunt, stabilisce una derivazione di heredium da heres. Siamo allora già
in grado di stabilire una prima connessione semantica: heres sta a heredium
come dominus sta a dominium. In termini schematici abbiamo spuria la presenza
della parola dominium in questo famoso passo di Alfeno Varo, nel qual caso il
termine di emersione di tale figura giuridica si abbasserebbe ancora di più
. così le prime due contrapposizioni di parole in senso
soggettivo/oggettivo delle prime due sequenze: heres/heredium e
dominus/dominium. In base al nesso stabilito da Festo (L.) possiamo anche
riconoscere un legame tra la posizione dell’heres e quella del dominus. Il che
accrediterebbe l’etimologia (peraltro sin qui negata dalla dottrina: cfr.
FRANCIOSI, Usucapio pro herede) di heres come un derivato da erus/herus. Lo
conferma anche D. (Ulp. ad ed.): Legis
autem Aquiliae actio ero competit, hoc est domino; Serv. ad Aen. 7.490 nam
(h)erum non nisi dominum dicimus; Cass. ex ps.: hereditates ab ero dicta est,
id est domino. Su cui COLOGNESI, La struttura della proprietà La connessione è
importante perché è un’ulteriore indizio nella direzione di riconoscere
l’origine potestativa della posizione del dominus. Quanto all’etimologia di
erus, questa parola è noto che significa signore era = signora. Sembra
difficile pensare al gallico Ēsus che è una divinità; ovvero all’ittita eŝha
(signora) che richiama l’accadico aššatu sposa o l’ebraico iššā donna. Erus
sembra derivato direttamente dall’accadico ešeru legittimo: ‘colui che porta lo
scettro’ che ha corrispondenti in aramaico hārā e in ebraico hōr il nobile, il
libero. Cfr. sul punto G. SEMERANO, Le origini della cultura indoeuropea. Vol.
1. Rivelazioni della linguistica storica Firenze Altrettanto complesso è il
problema della ricostruzione etimologica di dominus che parimenti significa
signore. Si v. su questo É. BENVENISTE, Il vocabolario delle istituzioni
indoeuropee. 1. Economia, parentela, società. 2. Potere, diritto, religione, Torino
tr. rist. Sul punto è interessante la glossa festina per cui alla voce dubenus
(L. si legge: Dubenus apud antiquos dicebatur, qui nunc dominus. Questa fonte
consente di stabilire l’etimologia di dominus in modo abbastanza affidante con
un base di accadico dābinu, dappinu, dapnu nel significato di potente,
dominatore. Più propriamente nel senso di dominatore ‘per titoli di valore
specialmente bellico’ che, insieme all’accadico dannum nel segno di ‘potente
detto di re’ o ‘di divinità’, costituisce la base semantica forse più risalente
di tale vocabolo: SEMERANO, Le origini della cultura europea. Il riferimento al
significato di dominatore per titoli di valore specialmente bellico è
interessante perché è un dato coerente con l’uso di erus e dominus in Plauto e
Terenzio nel significato di padrone di schiavi dato che in età antica la forma
di procacciamento più diffusa di schiavi era la conquista bellica. Secondo COLOGNESI,
La struttura della proprietà (a cui si rinvia per i passi di Plauto e Terenzio
dove compare il termine dominus) la sostituzione di erus con dominus sarebbe
avvenuta nel de agri cultura di CATONE. Cfr.
MARUOTTI, Proprietà assoluta e proprietà relativa nella storia giuridica
europea, in Drevnee pravo-Ius Antiquum Mosca che ribadisce a p. 17 ancora la
mancanza nel II secolo a.C. di vocaboli atti a esprimere compiutamente un’idea
astratta della signoria giuridica su una cosa, cioè un’idea astratta di
proprietà. La parola dominium, che rappresenta per l’autrice la conquista
dell’astratto, sarebbe comparsa solo ad opera di Alfeno Varo (D.) o del suo
maestro Servio Sulpicio Rufo, senza escludere però la SACCHI Ed allora, se
crediamo che Cicerone abbia utilizzato in Cic. de off. del materiale paneziano,
e non vedo come si possano superare le testimonianze di Gellio e Pliniom præf.,
possibilità che l’autore dell’espressione dominium loci riferita ad una
questione di servitù prediali sia stato il giurista Paolo. Già così però
FRANCIOSI, Usucapio pro herede Studi sulle servitù prediali (Napoli riprendendo R. MONIER, La date d’apparition
du dominium et de la distinction juridique des res en corporales et
incorporales, in St. Solazzi PUGLIESE, Res corporales, res incorporales e il
problema del diritto soggettivo, in RISG LAURIA, Usus, in St. Arangio Ruiz
BRETONE, La nozione romana di usufrutto Così COLOGNESI, La struttura della
proprietà In senso critico nei confronti del Franciosi v. COLOGNESI, La
struttura della proprietà e la formazione dei iura praediorum in età
repubblicana, Milano Poi, però, ancora G. FRANCIOSI, Gentiles familiam habento.
Una riflessione sulla cd. proprietà collettiva gentilizia, inFranciosi, cur.,
Ricerche sull’organizzazione gentilizia romana 3 (Napoli MANZO, La lex Licinia
de modo agrorum. Lotte e leggi agrarie, (Napoli SACCHI, I limiti e le
trasformazioni dell’ager campanus fino alla debellatio in Ager Campanus Atti
del Convegno internazionale « La storia dell’ ager campanus, i problemi della
limitatio e sua lettura attuale, S. Leucio Napoli L’ager Campanus antiquus. Fattori di
trasformazione e profili di storia giuridica del territorio dalla ΜΕΣΟΓΕΙΑ
arcaica alla centuriatio romana (Napoli GARRIDO, Derecho privado romano, Cfr.
SOLAZZI, Alfeno Varo e il termine dominium, in SDHI. Non è questa la sede per
affrontare un tema complesso come quello dell’affermazione della figura
giuridica del dominium ex iure Quiritium, proprietà privata immobiliare, nella
giurisprudenza e nel diritto romano dell’età arcaica e repubblicana, tuttavia,
sulla storia della proprietà arcaica a Roma si v. almeno WATSON, The Law of
Property in the Later Roman Republic, Oxford COLOGNESI, La struttura della
proprietà DIOSDI, Ownership in Ancient and preclassical Roman Law (Budapest
GROSSO, Schemi giuridici e società nella storia del diritto privato romano
(Torino; GALLO, Potestas e dominium nella esperienza giuridica romana, in Labeo,
KASER, Das Römische Privatrecht; STAERMAN, La proprietà fondiaria in Roma, in
VDI. Gell. Vimercati: Legebatur Panaeti philosophi liber de officiis secundus
ex tribus illis inclitis libris quos M. Tullius magno cum studio maximoque
opere aemulatus est. Non esclude un’influenza diretta di Panezio neanche
Francesco De Martino che ritiene possibile che questo filosofo possa essere
stato fonte comune di Cicerone e Appiano. Si v. MARTINO, Motivi economici nelle
lotte dei populares, in Ippolito, Nuovi studi di economia e diritto romano, Napoli.
È probabile che i passi ciceroniani [Cic. de off.] derivino da Panezio, che è
citato poco più sopra, il quale viveva sicuramente ancora al tempo delle
agitazioni graccane e scriveva dunque sotto dobbiamo quindi riconoscere che
attraverso Cicerone è possibile stabilire un legame molto stretto anche tra la
nozione di proprietà privata come dominium immobiliare, la cultura stoica, e il
diritto romano dell’epoca scipionico/cesariana. La cosa non sorprende se si
pensa alla cd. ‘svolta ellenistica’ di giuristi come Ofilio, Trebazio e Aquilio
Gallo, o allo stoicismo di Catone Uticense Lucio Elio Stilone Preconiano Il
discorso sul rapporto tra Stoa e giurisprudenza romana nell’ultimo secolo della
repubblica però non si esaurisce qui perché si possono aggiungere nuovi
argomenti di discussione anche in ordine alla vexata quaestio della
trasformazione del ius civile romano da esercizio di abilità pronetica in ars
iuris civilis 49 . l’impressione provocata da esse. Data la somiglianza
degli argomenti d’Appiano e di Cicerone non è troppo ardito pensare che
entrambe le fonti possano derivare da Panezio o comunque da scrittori
dell’epoca, il che spiega bene la correttezza degli argomenti ». Sul punto si
v. anche infra paragrafo Plin. praef. = Vimercati frgm.: Tullius de Republica
Platonis se comitem profitetur, in Consolatione filiae Crantorem’ inquit
‘sequor’, item Panetius de Officiis. Cic. de fin. Nam in Tuscolano cum essem
vellemque e bibliotheca pueri Luculli quibusdam libris uti, veni in eius villam
ut eos ipse ut solebam depromerem. Quo cum venissem, M. Catonem quem ibi esse
nescieram vidi in bibliotheca sedentem, multis circonfusum Stoicorum libris.
Erat enim ut scis in eo aviditas legendi, nec satiari poterat. Parlo di svolta
ellenistica seguendo IPPOLITO, L’organizzazione degli ‘intellettuali’ nel regime
cesariano, in Quaderni di storia Si v. sul punto con indicazioni bibl. USSANI,
Tra scientia e ars. Il sapere giuridico romano dalla sapienza alla scienza nei
giudizi di Cicerone e Pomponio, in Ostraka, Mantovani, Atti del seminario
giuridico di S. Marino. Per la storia del pensiero giuridico romano dall’età
dei pontefici alla scuola di Servio (Torino L’ars dei giuristi. Considerazioni
sullo statuto epistemologico della giurisprudenza romana (Torino ALBANESE,
L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, in AUPA. Studi con Albanese, Palermo
Schiavone è tornato su questo tema che era già stato al centro di un dibattito
molto approfondito in storiografia. Nel suo più recente lavoro [Ius] lo
studioso parte dalla ricorrenza terminologica in de oratore e in Brutus della
parola ars riconducendovi, tuttavia, uno scarto di significato. Nel de oratore.
Per rif. bibl. e discussione critica cfr. SCHIAVONE, Ius] ars significherebbe
ancora ‘sistema’. In Brutus Cfr. per bibl. e disc. SCHIAVONE, Ius] la parola
sarebbe stata usata nel significato di ‘conoscenza tecnico-specialistica di una
determinata disciplina, senza alcuna SACCHI All’interno di un dibattito
certamente più ampio, in questa sede mi riferirisco al ruolo svolto dalla
figura di Elio Stilone Preconiano, un’intellettuale che visse proprio negli
anni a cavallo tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. Fu proprio
grazie a questo personaggio che a Roma si cominciò a studiare la struttura del
latino. Proprio Stilone, che fu maestro di Varrone reatino, oltre che dello
stesso Cicerone, sull’esempio degli alessandrini, fondò una scuola di filologia
a Roma e per primo applicò l’etimologia al materiale linguistico latino
mettendo in primo piano il ruolo del neologismo. Ebbene, nel processo di
trasformazione del ius civile in una tèchne, insieme all’acquisizione della
metodologia diairetica appresa dalle scuole filosofiche greche di varia
estrazione culturale, un ruolo di primissimo piano potrebbe essere stato svolto
proprio dalla metodologia filologica che trovò in Stilone e nella scuola
stoica, il suo accentuazione degli aspetti sistematici’. Alla lettera Ars
traduceva sempre qualcosa che stava, in greco, tra la techne e l’epistème: nel
De oratore, sottolineandone le implicazioni sistemiche; nel Brutus, il lato più
genericamente gnoseologico. A mio sommesso avviso il grande salto di qualità
dei giuristi romani formatisi alla scuola degli
eruditi/grammatici/filosofi/linguisti di derivazione del PORTICO (che però non
vuol dire rifiuto o ignoranza della tradizione filosofica precedente. Uno per
tutti: Cic. Tusc. Credamus igitur Panaetio all’ACCADEMIA suo dissentienti?) è
stato di passare, da una condizione di eccellenza nell’esercizio di un sapere
pratico (phronètico), vicino alla forma ‘doxastica’, dove ciò che contava era
la capacità di adeguare la conoscenza della norma al fatto concreto (in questo
senso, saggezza), ad una ricerca di ciò che è scientificamente esatto, che
appunto è campo di elezione dell’epistème. Su Elio Stilone Preconiano cfr.
FUNAIOLI, Grammaticæ Romanæ Fragmenta, Stuttgart. Non come soltanto grammatico
cfr. SACCHI, Il mito del pius agricola e riflessi del conflitto agrario
dell’epoca catoniana nella terminologia dei giuristi medio/tardo repubblicani,
RIDA. Per la posizione della dottrina prevalente su tale personaggio cfr. SINI,
A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo
a.C. (Torino. Sul valore che IL PORTICO ROMANO assegnava all’esatto significato
delle parole si v. PARENTE, Filosofia e scienza nel pensiero ellenistico. Sulle
teorie di semiotica e linguistica filosofica – filosofia del linguaggio e
semantica e pragmatica del PORTICO ROMANO cfr. ATHERTON, IL PORTICO on ambiguity,
Cambridge, AX, Der Einfluss der LIZIO auf die Sprachtheorie [teoria del
linguaggio] der PORTICO, in Döring ed Ebert, cur., Dialektiker und Stoiker: zur
Logik der stoa und ihrer Vorlaufer, Stuttgart FORSCHNER, Die Stoische Ethic. Über den Zussammenhang von
Natur-Sprach und Moral philosophie im altsoischen – PORTICO ROMANO – System, Darmstadt.
Sul rapporto tra le teorie linguistiche –
flosofia del linguaggio, semantica, pragmatica -- di Favorino di Arles e le
teorie linguistiche del PORTICO ROMANO si v. QUERZOLI, Il sapere di Fiorentino.]
punto di massima realizzazione. E’ questo un argomento che non credo sia stato
ancora sufficientemente approfondito in dottrina. A supporto di tale ipotesi si
può richiamare un frammento famosissimo del de oratore, in cui CICERONE,
attraverso Crasso, parlando degl’Æliana studia, rievoca con nostalgia le
lezioni e i corsi tenuti da questo maestro. A leggere con attenzione le sue
parole, sembra che in questo caso CICERONE stia facendo un discorso apologetico
su ciò che si potrebbe considerare anche una testimonianza del primo approccio
allo studio del diritto romano articolato in chiave storica. Un modello, fra
l’altro, che pare sensibilmente diverso nella sostanza dallo schema isagogico
offerto dal celeberrimo trattatello pomponianio: Cic. de or. Accedit vero, quo
facilius percipi cognoscique ius civile possit, quod minime plerique
arbitrantur, mira quaedam in cognoscendo suavitas et delectatio. Nam, sive quem
haec Æliana studia delectant, plurima est et in omni iure civili et in
pontificum libris et in XII tabulis antiquitatis effigies, quod et verborum
vetustas prisca cognoscitur et actionum genera quaedam maiorum consuetudinem
vitamque declarant. Insieme a questo, vanno considerate altre situazioni che
sono tipiche del periodo che stiamo trattando. Mi riferisco alle dispute tra i
giuristi repubblicani sul significato della penus legata, agli adeguamenti
terminologici del testo decemvirale e anche al complesso Schiavone Ius, in
una messa a punto molto interessante, pare voler superare il giudizio negativo
e minimizzante di Fritz Schulz sul rapporo tra filosofia greca e giuristi
romani. Sul punto, già con riferimento al contributo stoico, si v. la posizione
di Paolo Frezza per cui rinvio a retro. Da tener presente anche BRETONE, Uno
sguardo retrospettivo. Postulati e aporie nella History di Schulz, in Tecniche
e ideologie dei giuristi romani [Festschrift für Franz Wieaker zum Geburstag
(Göttingen che affronta il problema discutendo il cosiddetto ‘secondo
postulato’ di Schulz, ossia l’isolamento della scienza giuridica. Significativa
la seguente affermazione È nota la sensibilità grammaticale [cf. GELLNER on H.
P. GRICE], ancora tutta da indagarem di parecchi fra i giureconsulti. Come gli
antiquari e i filologi, essi praticano la ricerca delle etimologie. Ma non è la
ricerca delle etimologie, con tutto ciò che sottintende, carica di significato
filosofico? Sul metodo diairetico si v.
C.A. CANNATA, Per una storia della scienza giuridica europea Per la penus
legata cfr. ORMANNI, Penus legata. Contributi alla storia dei legati disposti
con clausola penale in età repubblicana e classica, in Studi E. Betti 4
(Milano) 652 ss. (indicazioni bibl. SINI, A quibus iura civibus
praescribebantur (con altre indicazioni bibl.) SACCHI problema della
incorporazione tra lex e interpretatio. Bisogna anche aggiungere che Elio Stilone
fece molto probabilmente un commento alle XII tavole. Ed allora, senza la
svolta determinata dagli studi di filologia importati dalla Grecia e
sviluppatisi intorno alla figura di Cratete di Mallo, che fu appunto maestro di
Panezio e Stilone, sarebbe semplicemente impensabile che i giuristi romani si
fossero potuti occupare di questioni del genere55 . 9. Lessus, bona fides e
dominium quiritario: ars diventa scientia. Qualche esempio pratico forse può
aiutare a chiarire meglio il discorso che sto facendo. Il primo, che per la
verità è forse poco più di una suggestione, riguarda la storia della parola
lessus che è causa di [Sul tema dell’incorporazione tra lex e
interpretatio cfr. BRETONE, I fondamenti; FRANCIOSI, Due ipotesi di
interpretazione formatrice: dalle dodici tavole a Gai. e il caso dell’usucapio
pro herede, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana
alle esperienze moderne. Ricerche dedicate al professor Filippo Gallo (Napoli
SACCHI, L’antica eredità e la tutela. Argomenti a favore del principio
d’identità, in SDHI.; ID., Il privilegio dell’esenzione dalla tutela per
vestali (Gai.). Elementi per una datazione tra innovazioni legislative ed
elaborazione giurisprudenziale, in RIDA. I seguenti frammenti di carattere
lemmatico mi paiono sufficienti per giustificare l’ipotesi avanzata nel testo:
GRF. (Funaioli) [Cic. top.]: is est
assiduus, ut ait Aelius, appellatus ab aere dando; GRF. (Funaioli) [Cic. de
leg.]: L. Aelius lessum [suspicatur] quasi lugubrem eiulationem, ut vox ipsa
significat; GRF. (Funaioli) 36 [Fest.]: sonticum morbum in XII significare ait
Aelius Stilo certum cum iusta causa; GRF. (Funaioli) [Fest.]: transque dato nota vit Aelius in XII significare traditoque; GRF.
(Funaioli) [Paul.-Fest.]: endoplorato implorato, quod est cum quaestione
inclamare; GRF. (Funaioli) [Paul.-Fest.; Cic. de leg.]: forum – cum is forum
antiqui appellabant, quod nunc vestibulum sepulchri dici solet; GRF.
(Funaioli) [Prisc.]: ELIO: inpubes
libripens esse non potest neque antestari, prodiamartyreϑ∂nai; GRF (Funaioli)
[Plin.]: inde illa XII tabularum lex: ‘qui coronam parit ipse pecuniave eius,
virtutis suae ergo duitor ei’. Quam servi equive meruissent, pecunia partam
lege dici nemo dubitavit. Quis ergo honos? ut ipsi mortuo parentibusque eius, dum
intus positus esset forisve ferretur, sine fraude esset inposita; GRF.
(Funaioli) [Fest.]: viginti quinque pœnae in XII significat viginti quinque
asses. Sul punto v. anche O. SACCHI, Il mito del pius agricola Sullo stoicismo
di L. Elio Stilone cfr. Cic. Brutus: Sed idem Aelius Stoicus esse voluit. un
interessato dibattito sin dall’epoca più antica56 . Sappiamo da Cicerone che un
versetto delle XII tavole (neve lessum funeris ergo habento) stabiliva che la
donna romana avrebbe dovuto conservare la sua dignità di fronte al dolore per
un familiare scomparso: Cic. de leg. Hoc veteres interpretes Sex. ELIO, L. ACILIO
non satis se intellegere dixerunt, sed auspicari vestimenti aliquod genus
funebris, L.Aelius lessum quasi lugubrem eiulationem, ut vox ipsa significat;
quod eo magis iudico verum esse, quia lex Solonis id ipsum vetat. Il retore,
come è noto, tornerà sul punto nelle Tusculanae Cic. Tusc. Ingemescere non
numquam viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri quidem; et hic
nimirum est ‘lessus’, quem duodecim tabulae in funeribus adhiberi vetuerunt.
Come si vede due espertissimi esegeti antichi, Sesto Elio e Lucio Acilio,
misurandosi sul significato di tale vocabolo confessarono di non comprenderne
il significato (non satis se intellegere dixerunt) e avrebbero tradotto lessus
nel significato di ‘abiti da lutto’ (auspicari vestimenti aliquod genus
funebris). Cicerone, invece, dichiarando apertamente di seguire Stilone,
dimostra di aver optato per il significato di ‘lugubre pianto’ (lessum quasi
lugubrem eiulationem). Lessus, in sostanza, avrebbe il significato di ‘nenia
funebre. Si v. con rif. bibl. essenziali SINI, A quibus iura praescribebantur
Ritorna sul tema IPPOLITO, Problemi storico-esegetici delle XII tavole Napoli
che rileva l’uso di genus in accezione diairetica e riconduce da parte d’Elio
il termine lessus nel circoscritto ambito degli abiti funerari e quindi di un
oggetto. Lo studioso napoletano [citando BONA, La certezza del diritto nella
giurisprudenza tardo-repubblicana, in La certezza del diritto nell’esperienza
giuridica romana] ipotizza che Stilone possa aver ragionato prendendo come
riferimento l’opera canonizzata da Sesto Elio.Acilio fu detto sapiens nella
stessa epoca di Catone Censore [Cic. de leg.; Lael.; P. in D. accettando
l’emendazione di P. Atilius in L. Acilius. Così COSTA, Storia delle fonti del
diritto romano (BRETONE, Cicerone e i giuristi, in Techniche e ideologie dei
giuristi romani, Rimarchevole per me che un altro Acilio, senatore, fa da
interprete innanzi al senato in occasione della famosa perorazione di Carneade,
Diogene e Critolao ricordata anche da Cic. Acad.; Tusc.; Plut. Cato; Gell. Et
in senatum quidem introducti interprete usi sunt Acilio senatore. SACCHI La
soluzione di Elio Stilone, come è noto, prevalse. E la ragione è forse meno
complicata di quanto si sia ritenuto finora. La spiegasione di Stilone fu
probabilmente solo quella scientificamente più corretta ed è possibile che di
questo Cicerone fosse pienamente consapevole. Non quindi una scelta fatta
dall’Arpinate in base ad un confronto che avrebbe fatto lo stesso Stilone con
le norme soloniche; né una soluzione al problema interpretativo sulla
considerazione che Cicerone sarebbe stato convinto che la norma attribuita alla
decima tavola avesse delle ascendenze soloniche. Il ragionamento che Federico
Maria d’Ippolito fa al riguardo è sicuramente corretto. Se la soluzione
interpretativa proposta da Stilone, e accolta da Cicerone quando attese alla
compilazione del de legibus e quando scrive le Tusculanae disputationes, avesse
prevalso per la sua corrispondenza all’omologa prescrizione solonica, Sesto
Elio e Lucio Acilio non avrebbero avuto problemi interpretativi e, aggiungerei,
non avrebbero sbagliato in modo così vistoso. La soluzione evidentemente va
cercata in altra direzione, che, per altro, non è certo quella onomatopeica. La
parola lessus o le lezioni lausum e losum indicate dal Lipsio commentando il
famoso passo del Truculentus plautino in cui Theti con il suo lamento lessum
fecit filio, infatti potrebbe derivare da una lingua di ceppo semitico, dato
che in ebraico lahas significa strazio. Ebbene, uno dei maggiori esponenti
dello stoicismo (alla cui scuola si formarono proprio Panezio e Stilone) è
Crisippo di Soli, che aveva delle origini semitiche, e scrisse, come Stilone,
un trattato sulle proposizioni giudicative. Evidentemente, senza l’influenza
della cultura stoica, il problema del significato etimologico di lessus sarebbe
rimasto per i Romani insoluto. La via [Così BOESCH, De XII Tabularum lege
a graecis petita citato d’IPPOLITO, Forme giuridiche di Roma arcaica3 (Napoli
IPPOLITO, Forme giuridiche di Roma arcaica Plaut. Truc. Theti quoque etiam
lamentando pausam fecit filio. Questa versione è quella accolta da LINDSAY, T.
Macci Plauti Comoediae II (Oxonii che segue l’integrazione di VALLA (si veda),
ma Schoell restituisce lausam e il codice Palatino lausum. Nell’edizione di
ANGELIO (traduzione e note di), Le Commedie di M. Accio (sic!) Plauto (Venezia)
si legge: Thetis quoque etiam lamentando lessum fecit filio, così tradotto: « A
questo modo Tetide, piagnucolando, cantò ancor la nenia ad Achille suo figlio. Si
v. sul punto SEMERANO, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà
del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco (Milano LE NOZIONI DI STATO
E DI PROPRIETA IN PANEZIO Revue Internationale des droits de l’Antiquité giusta è suggerita invece attraverso l’analisi
dei corretti significati che fu, come abbiamo visto, uno dei temi dominanti di
influenza della cultura medio-stoica. Una realtà che, dobbiamo presumere, non
risparmiò neanche il campo dell’interpretazione giuridico/antiquaria. Il
secondo esempio riguarda la teoria della fides bona nei giuristi della scuola
muciana dell’età tardo repubblicana. Bretone spiega molto bene come la fides
bona (ovvero la pistis) sia rientrata nel campo semantico della fiducia perchè
frutto di un pensiero giuridico evoluto. Esemplari sul punto le parole di
Bretone. Come la pistis, anche la fides bona rientra nel campo semantico della
fiducia. Tutti i contratti del diritto commerciale, e non solo la
compravendita, hanno nella ‘buona fede’ la norma che fonda il vincolo e misura
la responsabilità. Non è un valore giuridico del tutto nuovo, ma acquista ora
una grande portata. Nella buona fede, un pensiero giuridico evoluto potrà
individuare l’elemento comune di istituti diversi, anche nella stessa
tradizione civilistica. Si potrebbe ipotizzare che la teoria della fides
ciceroniana, come valore assolutamente originale per le conoscenze giuridiche
dell’epoca medio/tardo repubblicana, non sia frutto solo dell’ingegno di pochi,
ma anche conseguenza dell’incontro tra la filosofia stoica e le conoscenze dei
giuristi romani. La questione va storicizzata. Pensiamo al contributo offerto
per l’evoluzione del ius civile dalla scuola dei Mucii Ebbene, la nota teoria
della fides ciceroniana sul valore del giuramento richiama proprio
l’altrettanto nota teoria muciana sull’importanza della fides per la struttura
dei rapporti obbligatori della emptio venditio e della locatio conductio. Ai
tempi di Plauto era in voga ironizzare sulla graeca fides. I giuristi di quella
che all’epoca di Scipione Africano minore si credeva fosse una nascente res
publica (ma finse di crederlo anche Ottaviano Augusto) tentarono però di
costruire nuovi schemi giuridici confortati proprio da nuovi schemi teorici
provenienti dalla Grecia. Anche questo un segno della maturazione dei tempi.
Dobbiamo rifarci, allora, ancora al famosissimo frammento del de officiis
ciceroniano in cui il retore fa un discorso sul concetto di fides come ‘obbligo
di onestà sostanziale’ che è un concetto che si fonda BRETONE, Storia del
diritto romano Sulla scuola dei Muci cfr. CANNATA, Per una storia della scienza
giuridica proprio sulla nozione di fides/pistis. Cicerone in questo caso rileva
con enfasi e consapevolezza: « un significato profondo in tutti quei giudizi
arbitrali in cui è aggiunta la clausola ‘secondo buona fede’, ex fide bona. Resta
quindi solo l’eco della fides arcaica intesa nel senso descritto prima, in
un’ottica pertanto marcatamente ideologica, circostanza che Gellio, in un altro
passo famoso, coglie peraltro molto bene66 . Possiamo pensare a questo punto
all’influenza del pensiero stoico data la forte incidenza dell’ethos nel modo
di impostare il problema da parte di Cicerone, cosa di cui peraltro ci dà anche
una chiara testimonianza Gellio. La cosa non deve sorprendere se si pensa che
la riflessione ciceroniana è tratta dal de officiis che, a sua volta, sarebbe
stato ispirato ampiamente (almeno i primi due libri in modo quasi letterale) al
PerÁ toy kau¸kontoq, Sul dovere morale, di Panezio. Se non bastassero i
chiarissimi riferimenti di Plinio e Gellio, citati prima68, è lo stesso
Cicerone che elimina ogni [Rinvio per questo a SACCHI, I maiores di
Cicerone e la teoria della fides nelle scuole giuridiche dell’età repubblicana
a Roma, in Atti in onore di Franciosi Napoli Cic. de off. Sed, qui sint boni et
quid sit bene agi magna quaestio est. Q. quidem Scaevola, pontifex maximus,
summam vim esse dicebat in omnibus iis arbitriis, in quibus adderetur ‘ex fide
bona’. Il virgolettato è di BRETONE, Storia del diritto romano. Il significato
della nozione di buona fede pertanto nelle parole di Cicerone si slarga fino a
diventare operante: nelle tutele, nelle società, nei patti fiduciari, nei
mandati, nel comprare e nel vendere, nel locare: tutti rapporti nei quali si
manifesta la vita comune di tutti gli uomini -- fideique bonae nomen
existimabat manare latissime, idque versari in tutelis, societatibus, fiduciis,
mandatis, rebus emptis, venditis, conductis, locatis, quibus vitae societas
contineretur. Si v. su questo ancora BRETONE WIEACKER, Zum Ursprung der bonae
fidei iudicia Fra l’altro in questo passo rileva anche un uso suggestivo del
termine maiores: Gell. Omnibus quidem virtutum generibus exercendis colendisque
populus Romanus e parva origine ad tantae amplitudinis instar emicuit, sed
omnium maxime atque praecipue fidem coluit sanctamque habuit tam privatim quam
publice. Hanc autem fidem maiores nostri non modo in officiorum vicibus, sed in
negotiorum quoque contractibus sanxerunt maximeque in pecuniae mutuaticae usu
atque commercio. Sul punto si v. FEDELI, Il De officiis di Cicerone. Problemi e
atteggiamenti della critica moderna, in ANRW. (Berlin dubbio al riguardo: de
off.: sequimur igitur hoc quidem tempore et hac in quaestione potissimum
Stoicos; de off. erit autem haec formula Stoicorum rationi disciplinaeque
maxime consentanea. Come non citare, infine, Lattanzio che afferma Nella
sua casa di Pozzuoli, Cicerone rivolgendosi ad Attico, dichiara esplicitamente
che i primi due libri del de officiis sono deliberatamente ispirati al libro
paneziano (ta perÁ toy kau¸kontoq quatenus PANEZIO, absolvi duobus) e che lo
stesso titolo corrisponde alla translitterazione del titolo dell’opera
paneziana. Quod de inscriptione quaeris, non dubito quin perÁ toy kau¸ kontoq
‘officium’ nisi quid tu aliud.; sed inscriptio plenior De officiis). Quanto al
terzo libro del de officiis, mi pare che non si posa seriamente dubitare che
sia stato ispirato dall’opera di Posidonio, maggiore allievo di Panezio,
ancorchè mediata dall’epitome di un altro filosofo stoico che corrisponde al
nome di Atenodoro di Tarso. A tutto questo va aggiunto che il noto frammento
ciceroniano del de officiis potrebbe essere attribuito al pensiero di Panezio
come mostra di credere Vimercati: de off., Vimercati: Fundamentum autem est
iustitiae fides, ‘is est dictorum conventorumque constantia et veritas. Cic. ad Att. Haec ad
posteriorem. perÁ toy kau¸ kontoq quatenus Panaetius, absolvi duobus. Illius
tres sunt; sed cum initio divisisset ita, tria genera exquirendi offici esse,
unum, cum deliberemus honestum an turpe sit, alterum utile an inutile, tertium,
cum haec inter se pugnare videantur, quo modo iudicandum sit, qualis causa
Reguli, redire honestum, manere utile, de duobus primis preclare disserit, de
tertio pollicetur se deinceps scripturum sed nihil scripsit. Eum locum
Posidonius persecutus est. Ego autem et eius librum arcessivi et ad Athenodorum
Calvum scripsi ut ad me ta kefålaia mitteret; quae expecto. Quod de inscriptione quaeris,
non dubito quin kau∂kon officium sit nisi quid tu aliud; sed inscriptio plenior
De officiis. Sono da considerare in questo quadro
anche: Cic. de off. [Vimercati Alesse. Fides autem ut habeatur duabus rebus
effici potest, si existimabimur adepti coniunctam cum iustitia prudentiam. Nam
et iis fidem habemus quos plus intellegere quam nos arbitramur quosque et
futura prospicere credimus et, cum res agatur in discrimenque ventum sit,
expedire rem et consilium ex tempore capere posse; hanc enim utilem homines
existimant veramque prudentiam; e de off. [Vimercati Alesse. Iustis autem
et fidis hominibus, id est bonis viris, ita fides habetur ut nulla sit in iis
fraudis iniuriaeque suspicio. Itaque his salutem nostram, his fortunas, his liberos rectissime
committi arbitramur. Harum igitur duarum ad fidem faciendam iustitia plus
pollet, quippe cum ea sine prudentia satis habeat auctoritatis, prudentia sine
iustitia nihil valeat ad faciendam fidem. Quo enim qui versutior et
callidior, hoc invisior et suspectior detracta opinione probitatis. Quam ob rem
intellegentiae iustitia coniuncta quantum volet habebit ad faciendam fidem
virium. Iustitia sine prudentia multum poterit, sine iustitia nihil valebit
prudentia. Specialmente nel primo di questi due
frammenti, dove si dà rilievo alla posizione di coloro che mostrano si sapere e
di avere competenza in quello che fanno, è immediato il riferimento a Senofonte
(mem.) che dimostra quanto Panezio (e quindi Cicerone) si fosse ispirato, fra
l’altro, nella sua concezione del dovere, anche a modelli socratici. Cfr.
GARBARINO, Il concetto etico-politico di gloria nel div. inst.: Ab his
definitionibus (n.d.r., virtutis), quas poeta (n.d.r., Lucilius) breviter
comprehendit, Marcus Tullius traxit officia vivendi Panaetium Stoicum secutus
eaque tribus voluminibus inclusit. Quanto al rapporto tra pensiero filosofico
della media stoa e la scuola dei Muci, le fonti dimostrano che questo è stato
molto stretto e non se ne può dubitare. Basti ricordare, l’illius tui di
Licinio Crasso riferito a Panezio nei confronti di Mucio Scevola del celebre
frammento del de oratore di Cicerone: Cic. de orat. [= Vimercati Alesse. Audivi
Crassus enim summos homines, cum quæstor ex Macedonia venissem Athenas florente
Academia, ut temporibus illis ferebatur, cum eam Charmadas et Clitomachus et
Aeschines optinebant. Erat etiam Metrodorus, qui cum illis una etiam ipsum
illum Carneadem diligentius audierat, hominem omnium in dicendo, ut ferebant,
acerrimum et copiosissimum; vigebatque auditor Panaeti illius tui [= Scaevola]
Mnesarchus et peripatetici Critolai Diodorus, de officiis di CICERONE, in Tra
Grecia e Roma. Temi antichi e metodologie moderne, Roma; ERSKINE, The
Ellenistic PORTICO. Political Thought and Action, London; ALESSE, cur. Panezio
di Rodi, Testimonianze, Napoli. Insieme a questi, POHLENZ, La Stoa, ricorda:
l’altro genero di Lelio, insieme a Mucio Scevola, Gaio Fannio; il nipote di
Scipione Emiliano, Quinto Elio Tuberone; Publio Rutilio Rufo -- Cic. Brutus
Habemus igitur in Stoicis oratoribus Rutilium; Marco Vigellio e il nipote di
Scevola, Quinto Mucio Scevola il pontefice massimo, l’antagonista di Crasso
nella causa curiana; inoltre, Spurio Mummio (Cic. Brutus: Spurius autem nihilo
ille quidem ornatior, sed tamen astrictior; fuit enim doctus ex disciplina
Stoicorum) e Manio Manilio. L’elaborazione dell’editto provinciale, fatta da Q.
Mucio con l’aiuto di Rufo (che poi Cicerone riprende nel suo impianto di base)
è rimasto proverbiale (e non a caso inviso ai publicani) come esempio di
intransigenza stoica. Sull’esistenza di un rapporto strettissimo tra Stoa e
pensiero giuridico romano dell’età cesariana non si può quindi dubitare. La
questione della fides, e del suo rilievo morale, come espressione di un nuovo
sentimento etico, potrebbe quindi essere visto come uno dei tanti riflessi che
l’influenza del pensiero stoico produsse nelle persone di cultura a Roma a
partire dal secondo secolo a.C. Cfr. sul punto specifico CARDILLI, Bona fides
tra storia e sistema con riflessioni anche sul pensiero labeoniano. Ora anche
A. SCHIAVONE, Ius L’impegno profuso da Aquilio Gallo, il difensore
dell’aequitas, nel cercare il fondamento definitorio del dolus malus è stato
visto, insieme alla considerazione della buona fede in Quinto Mucio Scevola,
esattamente come conseguenza di una volontà di dare maggiore rilievo,
nell’ambito del diritto formale, al nuovo sentimento etico portato dal Portico
tra gli intellettuali culturalmente L’ultimo esempio ci consente di tornare
alla nozione di proprietà fondiaria di cui parlavamo prima e di avviarci anche
rapidamente alla conclusione. Proprio attraverso Varrone, seguiamo infatti una
traccia sottile che attesterebbe un collegamento diretto tra la metodologia
filologico antiquaria di Elio Stilone e i giuristi dell’età ciceroniana. Tale
traccia porta fino a Servio Sulpicio Rufo e alla sua scuola che Cicerone, come
sappiamo, considerava all’avanguardia. In un noto frammento di Gellio sulle
favissae Capitolinae è attestato uno scambio di corrispondenza proprio tra tale
giurista e Varrone e si riconosce in Servio curiosità grammaticale e un gusto
antiquario di marcato stile varroniano: Gell. Servius Sulpicius iuris civilis
auctor, vir bene litteratus, scriptis a VARRONE rogavitque, ut rescriberet,
quid significaret verbum, quod in censoris libris scriptum esset. Id erat
verbum favisæ Capitolinæ. Allo stesso modo, Alfeno Varo, Servi Sulpicii
discipulus rerumque antiquarum non incuriosus, risulta coinvolto in una
questione filologico-esegetica sul rapporto etimologico tra i termini purum e
putum -- Gell. Se queste testimonianze sono attendibili, si potrebbe dire
allora che la generazione dei giuristi dell’età cesariana seppe trasformare in
realtà concreta ciò che all’epoca del circolo del terzo SCIPIONE si potè
più sensibili della società romana. In questo senso mi pare molto indicativa la
seguente testimonianza di VARRONE sulle conseguenze delle deliberazioni del
pretore in giorni nefas: Varro l.L. Praetor qui tum factus est, si imprudens
fecit, piaculari hostia facta piatur; si prudens dixit, Quintus Mucius abigebat
eum expiari ut impium non posse. Cic. Brutus Sulla scuola di Servio Sulpicio
Rufo v. BRETONE, Il responso e la scuola di Servio, in Tecniche e ideologie dei
giuristi romani Cfr. SCHIAVONE, Ius. Gell. Alfenus iureconsultus, Servii
Sulpicii discipulus rerumque antiquarum non incuriosus, in libro digestorum
tricesimo et quarto, coniectaneorum autem secundo: « in foedere » inquit « quod
inter populum Romanum et Carthaginienses factum est, scriptum invenitur, ut
Carthaginienses quotannis populo Romano darent certum pondus argenti puri puti,
quaesitumque est, quid esset ‘purum putum’. Respondi » inquit « ego ‘putum’
esse valde purum, sicuti novum ‘novicium’ dicimus et proprium ‘propicium’
augere atque intendere volentes novi et proprii significationem. SACCHI solo
teorizzare. Forse non si riuscì a determinare l’ideale della res publica che
rimase un modello meramente teorico, però si portò a termine il processo di
trasformazione della possessio dell’ager publicus in dominium quiritario che fu
uno dei problemi che afflisse di più gli intellettuali del circolo scipionico,
se è vero quanto Manio Manilio riferisce di Gaio Lelio sul suo interesse ad
applicare al diritto romano la distinzione tra ciò che era ‘proprio’ e ciò che
era ‘di altri. Sono veramente alla
conclusione e vorrei citare uno dei più grandi maestri della filologia moderna,
August Boeckh. Questi ha scritto, in termini solo apparentemente paradossali,
che i popoli o gli individui ‘colti’, avendo evidentemente la consapevolezza di
un passato da custodire e da tramandare, sentirono inevitabilmente, come segno
di maturità, l’esigenza di filologhéin (filologe¡n). Popoli incolti e privi di
senso della tradizione, poterono al più, filosoféin (filosofe¡n). Riflettendo
su quanto detto finora, questa affermazione forse ci conduce direttamente al
cuore del problema. I giuristi romani degli ultimi due secoli della repubblica,
sia pure con diverse sfumature di approccio, seppero infatti sentire l’esigenza
di filologhéin. Lo dimostra la cura con cui il testo delle XII tavole e
conservato fino all’epoca di Sesto Elio e ancora discusso e interpretato in
epoca scipionico-cesariana. Opere di taglio giuridicofilologico, come quelle di
Lucio Acilio, Elio Stilone, Aquilio Gallo e [Mi riferisco a Q. Elio
Tuberone, l’allievo di Ofilio, che riconobbe a Cesare e Pompeo la volontà di
salvare insieme la res publica come fine della loro contentio dignitatis (Suet.
Iul.). Augusto aveva adibito il principio della concordia cesariano-pompeiana
come postulato necessario per la costruzione della sua idea di res publica appoggiata
dagli intellettuali dell’epoca cesariana. In questo quadro si chiariscono le
famose parole riferite da Macrobio ad Augusto in cui si definisce Catone
Uticense buon cittadino perché non voleva che si modificasse l’ordine
costituito (Macr. sat. de pervicacia Catonis ait: quisquis praesentem statum
civitatis commutari non volet et civis et vir bonus est). Ampio ragguaglio sui
vari tipi di costituzione teorizzati negli ambienti colti romani dell’epoca
scipionica in CANCELLI, CICERONE, Lo Stato Cic. de rep. Tum Manilius: Pergisne
eam, Laeli, artem inludere, in qua primum excellis ipse, deinde sine qua scire
nemo potest, quid sit suum, quid alienum? Su Lelio come stoico v. anche Cic.
Lael. BOECKH, Enzyklopädie und Methodenlehre der philologischen Wissenschaften,
Leipzig, MASULLO, La filologia come scienza storica, cur. Garzya, Napoli].
Verrio Flacco e le incursioni non sporadiche di Servio e di Alfeno Varo in
questo campo, ne sono una chiara dimostrazione. I filosofi stoici smisero di
considerare (come l’ACCADEMIA) la filosofia come il tutto di fronte alle parti
e fecero entrare tale disciplina in rapporto con la scienza parziale.
L’attività della giurisprudenza romana, da usus consolidato nella prassi
(cavere, agere e respondere) ed espressione di un sapere -- si potrebbe dire,
alla greca phronètico -- seppe invece trasformarsi in ars. E questo,
probabilmente, non soltanto grazie all’uso della diairetica, cioè delle
metodologie importate dal mondo culturale ellenico, ma anche per effetto
dell’applicazione della filologia allo studio del diritto. Mi diverte allora
pensare, e concludo, che i giuristi romani potrebbero essersi comportati da
‘colti’, a differenza dei filosofi greci, che sembrerebbero essere rimasti
confinati per sempre nel loro meraviglioso, ma forse ‘incolto’, isolamento.
Parafrasando Nietzsche. Quae philosophia fuit, facta philologia est. Inutile
dire che in questo caso il filologo/filosofo tedesco si sta richiamando ad un
passaggio delle Epistulae di Seneca che fu uno degli esponenti migliori dello
stoicismo romano del periodo post paneziano M. ISNARDI PARENTE, Techne. Momenti
del pensiero greco da Platone a Epicuro, Firenze. Sul significato del concetto
di ars si v. retro nt. Sen. ep. V. anche M. POHLENZ, Il Portico. Sulla figura
di Nietzsche filologo rinvio alle belle pagine di M. GIGANTE, Classico e
mediazione. Contributi alla storia della filologia antica, Roma, [=in
Rendiconti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli].
Pompeo
Luigi Speranza --
Grice e Pompeo: la ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo
italiano. The uncle of Pompeo, the general. He is well versed in the Portico
and a man of considerable learning, especially in the area of geometry. Sesto Pompeo.
Luigi Speranza --
Grice e Pompeo: la ragione conversazionale al portico romano – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano.
A statesman and general ultimately defeated in the civil war against GIULIO (si
veda) Cesare. A pupil of Posidonio at Rome. It is said that this tutelage had a
great effect on him – “It changed my life” -- but it is not clear to what
extent Pompeo himself became a follower of the Portico. Gnaio Pompeo Magno.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pomponazzi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale materiale – Shropshire
– A Soul -- l’affair Pomponazzi – la scuola di Mantova -- filosofia lombarda --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova).
Flosofo italiano. Mantova, Lombardia. Important Italian philosopher. Studia a Padova sotto Nardò, Riccobonella e Trapolino. Insegna
a Padova, Carpi, Padova, Venezia, Ferrara, Mantova, e Bologna. Pubblica “De
maximo et minimo”. Publica un commento al “De anima” aristotelico del Lizio. Scrive
il “Trattato dell’immortalita dell’anima” (Bologna), il “Il fato, il libero
arbitrio e la predestinazione” (Grataroli, Basilea) e il “De naturalium
effectuum causis, sive de incantationibus” (Grataroli, Basilea) oltre a commenti
delle opere di Aristotele. Il “Tractatus de immortalitate animæ,” in cui
sostiene che l'immortalità dell'anima non può essere dimostrata razionalmente,
fa scandalo. Attaccato da più parti, la pubblicazione è pubblicamente bruciata
a Venezia. Denunciato da Fiandino per eresia, la difesa di Bembo gli permette
di evitare terribili conseguenze. É condannato da Leone X a ri-trattare la sua
tesi. Non ri-tratta. Si difende con la sua Apologia e con il Defensorium adversus
Augustinum Niphum, una risposta al De immortalitate animæ libellus di NIFO (si
veda), in cui sostiene la distinzione tra verità di fede e verità di ragione,
idea ripresa da ARDIGÒ (si veda). Evita ogni problema pubblicando il “De
nutritione et augmentatione”, il “De partibus animalium” e il “De sensu”. Muore
suicida. Per i peripatetici del LIZIO, l'anima è l'atto – entelechia -primo di
un corpo che ha la vita in potenza. L’animo è la sostanza che realizza la
funzione vitale dei corpi. Tre sono le funzioni dell'anima: la funzione
vegetativa per la quale gl’esseri vegetali, animali e umani si nutrono e si
riproducono; la funzione sensitiva per la quale gl’esseri animali e umani hanno
sensazioni e immagini; la funzione intellettiva, per la quale gl’esseri umani
comprendono. La funzione intelletiva è la capacità di giudicare le
immagini fornite dai sensi. L'atto dell'intendere si identifica con l'oggetto
intelligibile, cioè con la sostanza dell'oggetto, ossia con la verità. L’intelletto
possibile o passivo è la capacità umana di intendere. L’intelletto attuale o
attivo o agente è la luce intellettuale. L’intelleto agente contiene in atto ogni
intelligibile, e agisce sull'intelletto potenziale come la luce mostra, mette
in atto i colori che al buio non sono visibili ma pure esistono e dunque sono
in potenza. L’intelletto agente mette in atto una verità che nell'intelletto possibile
e soltanto in potenza. L'intelletto agente è separato, non composto,
impassibile, per sua essenza atto separato, esso è solo quel che è realmente. Questo
è immortale ed eterno. Bisogna esaminare se la forma esista anche dopo la
dis-soluzione del composto. Per alcune cose nulla lo impedisce, come, ad
esempio nel caso dell'anima, ma non dell'anima nella sua interezza, bensì
dell'intelletto, poiché è forse impossibile l'esistenza separata dell'anima
intera. I parepatetici del LIZIO a Padova si sono divisi in due correnti: gli’averroisti
e gl’alessandrini, seguaci questi delle interpretazioni di Alessandro di
Afrodisia. Gl’averroisti, secondo una concezione influenzata dall’idealismo
sosteneno l'unicità e la trascendenza non solo dell'intelletto agente, ma anche
dell'intelletto possibile, che per lui non appartiene agl’uomini ma è unico e
comune all'intera specie umana. Gl’alessandrini manteneno l'unicità
dell'intelletto agente, che fano coincidere con il divino, ma attribuisceno a
ciascun uomo un intelletto possibile individuale, mortale insieme con il corpo.
Va ricordato che per AQUINO (si veda) nell'uomo è presente un'unica anima per
sua natura – simpliciter -immortale, ma per un certo aspetto -secundum quid -mortale,
in quanto anche legata alle funzioni più materiali dell'essere umano. Trae
spunto da una discussione con RAGUSEO (si veda) il quale, avendo sostenuto che
la teoria d’AQUINO sull'anima non si accorda con quella aristotelica del LIZIO,
lo prega di provare le sue affermazioni mediante mezzi puramente
razionali. Fanno bene gl’antichi a porre gl’uomini tra le cose eterne e
quelle temporali, cosicché gl’uomini, né puramente eterni né semplicemente
temporali, partecipano delle due nature e stando a metà fra loro, può vivere
quella che vuole. Così, alcuni uomini sembrano dei perché, dominando il proprio
essere vegetativo e sensitivo, sono quasi completamente razionali. Altri,
sommersi nei sensi, sembrano bestie. Altri ancora, uomini nel vero senso della
parola, vivono mediamente secondo la virtù, senza concedersi completamente né
all'intelletto e né ai piaceri del corpo. Gl’uomini dunque, sono di natura non
semplice ma molte-plice, non determinata ma bi-fronte – ancipitis -media fra il
mortale e l'immortale. Questa medietà non è il provvisorio incontro di due
nature, una corporea e una non-corporea, che si divideranno con la morte, ma è
la dimostrazione della reale unità degl’uomini. La natura procede per gradi.
Gl’esseri vegetali hanno un poco di anima. Gl’animali hanno i sensi e una certa
immaginazione. Alcuni animali arrivano a costruirsi case e a organizzarsi
civilmente tanto che molti uomini sembrano avere un'intelligenza molto
inferiore alla loro. Vi sono animali intermedi fra la pianta e la bestia, come
la spugna della scimmia non sai se sia uomo o bruto, analogamente l'anima
intellettiva è media fra il temporale e l'eterno. Polemizza cogl’averroisiti
che hanno scisso dalla naturale unità umana il principio razionale da quello
sensitivo e con’AQUINO, ri-levando che l'anima, essendo unica, non può avere
due modi di intendere, uno dipendente e un altro indipendente dalle funzioni dei
corpi. La dipendenza dell'intelligenza dalla fantasia, che dipende a sua volta
dai sensi, lega l'anima indissolubilmente al corpo e ne fa seguire lo stesso
destino di morte. È capovolta la tesi fondamentale d’AQUINO. L'anima è per sé
mortale e secundum quid, in un certo senso, immortale, e non il contrario,
perché nobilissima fra le cose materiali e al confine con le immateriali,
profuma di immortalità ma non in senso assoluto -aliquid immortalitatis odorat,
sed non simpliciter. E ricorda che per Aristotele e il LIZIO l'anima non è
creata dal divino. Gl’uomini infatti sono generati dagl’altri uomini e anche
dal sole. Riguardo al problema del rapporto fra ragione e fede, solo la fede,
non le ragioni naturali, può affermare l'immortalità dell'anima e coloro che
camminano per le vie dei credenti sono fermi e saldi, mentre per quanto attiene i problemi etici che
la mortalità dell'anima potrebbe suscitare, afferma che per comportarsi
virtuosamente non è affatto necessario credere all'immortalità dell'anima e
alle ricompense ultra-terrene, perché la virtù è premio a sé stessa e chi
afferma che l'anima è mortale salva il principio della virtù meglio di chi la
considera immortale, perché la speranza di un premio e il terrore della pena
provoca comportamenti servili contrari alla virtù. Il Tractatus provoca
clamore e polemiche alle quale rispose, ribadendo le sue tesi con l'apologia,
dove risponde alle critiche amichevoli di Contarini, Colzade e Fiandino. Replica
con il Defensorium adversus Agostinum Niphum alle critiche di NIFO (si veda),
professore di filosofia a Padova. Panizza chiede a P. se possono esserci cause
sopra-naturali di eventi naturali, in contrasto con le affermazioni di
Aristotele del LIZIO, e se si debba ammettere l'esistenza del demonio anche per
spiegare molti fenomeniche si sono verificati. Dobbiamo spiegare questi
fenomeni con cause naturali, senza ricorrere al demonio. É ridicolo lasciare
l'evidenza per cercare quello che non è né evidente né credibile. D'altra
parte, poiché l'intelletto percepisce dati sensibili, un puro spirito non puo
esercitare un'azione qualunque su qualcosa di materiale. Uno spirito non puo
entrare in contatto con il mondo. In realtà vi sono uomini che, pur agendo per
mezzo della scienza, hanno prodotto effetti che, mal compresi, li hanno fatti
ritenere opera di santi o di maghi, com'è successo con ABANO (si veda) o con
Cecco d'Ascoli. Altri, ritenuti santi dal volgo che pensa avessero rapporti con
gl’angeli sono magari dei mascalzoni. Facessero tutto questo per ingannare il
prossimo. Ma, a parte casi di incomprensione o di malafede, è possibile che
fenomeni mirabolanti hanno la loro causa nell'influsso degli astir. È assurdo
che un corpo celeste, che regge tutto l'universo non possa produrre un effetto
che di per sé e nulla considerando l'insieme dell'universo. Cause naturali,
comunque, secondo la scienza del tempo: il determinismo astrologico governa
anche le religioni. Al tempo degl’idoli non c'è maggior vergogna della croce,
nell'età successiva non c'è nulla di più venerato. Ora si curano i languori con
un segno di croce nel nome di Gesù, mentre un tempo ciò non accadeva perché non
è giunta la sua ora. Ogni religione ha i suoi miracoli quali quelli che si
leggono e si ricordano nella legge di Cristo ed è logico, perché non ci possono
essere profonde trasformazioni senza grandi miracoli. Ma non sono miracoli
perché contrari all'ordine dei corpi celesti ma perché sono inconsueti e rarissima.
Nessun fenomeno ha dunque cause non naturali. L’astrologo che ha colto la
natura delle forze celesti, può spiegare tanto le cause di fenomeni che
sembrano sopra-naturali che realizzare opere straordinarie che il popolino
considera miracolose solo perché incapace di individuarne la causa. L'ignoranza
del volgo è del resto sfruttata da politici e da sacerdoti per tenerlo in
soggezione, presentandosi ad esso come personaggi straordinari o addirittura
inviati dal divino stesso. Se il divino crea l'universo ponendo su di esso
leggi fisiche precise, è paradossale che egli stesso agisse contro queste leggi
utilizzando eventi sovrannaturali come i miracoli. L’universo è controllato e
determinato dall'agire degl’astri e il divino agisce indirettamente muovendo
questi ultimi. Sviluppa quindi una concezione dell'universo deterministica. Se
tale e la forze che governa il mondo, se anche un fenomeno sopra-nturale ha una
spiegazione nell'esistenza della forza naturale così potente, esiste ancora una
libertà nelle scelte individuali dell'uomo? Nel divino, conoscenza e causa
delle cose coincidono e dunque egli è veramente libero. Gl’uomini si esprimeno
invece in un mondo dove tutto è già determinato. Rifiutato il contingentismo degl’alessandrini,
che salvano la libertà umana criticando gli stoici per i quali non esiste né
contingenza né libertà umana, è costretto dalla sua concezione strettamente
deterministica, ove tutto è regolato dalla forza naturale superiori agl’uomini,
a propendere per l'impossibilità del libero arbitrio. L’argomento è
difficilissimo. Il portico sfugge facilmente alle difficoltà facendo dipendere
dal divino l'atto di volontà. Per questo l'opinione del Portico appare molto
probabile. Nel cristianesimo c'è maggiore difficoltà a risolvere il problema
del libero arbitrio e della predestinazione. Se il divino odia ab æterno i
peccatori e li condanna, è impossibile che non li odi e non li condanni. Così
odiati e reietti, è impossibile che i peccatori non pecchino e non si perdano.
Che rimane, allora, se non una somma crudeltà e ingiustizia divina, e odio e
bestemmia contro il divino? E questa è una posizione molto peggiore di quella del
Portico. Il Portico dice infatti che il divino si comporta così perché la
necessità e la natura lo impongono. Secondo il cristianesimo, il fato dipende
invece dalla cattiveria del divino, che puo fare diversamente ma non vuole,
mentre secondo il Portico il divino fa così perché non può fare altrimenti. Espone
la mortalita dell’animo con voce dolce e limpidissima. Il suo discorso è
preciso e pacato nella trattazione, mobile e concitato nella polemica. Quando
poi giunge a definire e a trarre le conclusioni, è grave e posato. Nulla tenero
con gl’uomini di chiesa, isti fratres truffaldini, domenichini, franceschini,
vel diabolini riassume il suo spirito ironico e motteggiante consigliando alla
filosofia credete fin dove vi detta la ragione, alla teologia credete quel che
vogliono i teo-logi e i prelati con tutta la chiesa, perché altrimenti farete la
fine delle castagne ma e serio e senza compromessi nelle sue convinzioni
scrivendo nel “De fato” che Prometeo è il filosofo che, nello sforzo di
scoprire i segreti divini, è continuamente tormentato da pensieri affannosi,
non ha sete, non ha fame, non dorme, non mangia, non spurga, deriso,
dileggiato, insultato, perseguitato dagli inquisitori, ludibrio del volgo.
Questo è il guadagno dei filosofi, questa la loro ricompensa. Epperò un
filosofo è un dio terreno, tanto lontano dagl’altri come un uomo o e dalla sua
figura dipinta e lui e pronto, per amore della verità, anche a ritrattare quel
che dico. Chi dice che polemizzo per il gusto di contrastare, mente. In
filosofia, chi vuol trovare la verità, dev'essere eretico. Trattati peripatetici
del Lizio (Milano, Bompiani); Nardi (Firenze, Monnier); Badaloni, Cultura e
vita civile tra Riforma e Controriforma” (Bari, Laterza); Zannier, Ricerche sulla
diffusione e fortuna del De Incantationibus” (Firenze, Nuova Italia); Garin, Aristotelismo o lizio veneto, Peripatetici
veneti” (Padova, Antenore); Sgarbi, “Tra
tradizione e dissenso (Firenze, Olschki); Vitale, “Un aristotelismo
problematico: il «De fato», Aristotele si dice in tanti modi, “Lo sguardo”. Treccani
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
filosofia. Post expositiouem primi textus primi De anima P. miiltas movet quæstioues,
quarum prima est: numquid sit verum quod peripatetici dicunt animam scilicet esse
subiectum. Chartæ In qua materia
sunt tres opiniones. Prima est Alberti de Saxouia quod CORPVS ANIMATVM est liic
subiectum ET NON ANIMA: et ratio quia illud est subiectum de quo probantur passiones
et proprietates. Sed hic investigantur PASSIONES
CORPORIS ANIMATI, ergo. Anterior est nota;
et brevior probatur, quia sentire moveri et nutriri sunt PASSIONES
CORPORIS ANIMATI, et forte intelligere; si quis euim dicat animam sentire, diceret
etiam tessere, sic, vel filare, sic. Item
corpus animatum hic consideratur quod non fieret nisi esset hic subiectum. Alia
est opinio P. V. et
Apollinaris dieentium quod ex hoc
libro De anima, et es Parvis naturalibus et ex libro De animalibus integratur unus
liber, cuius est assignare duo subiecta, subiectum quod, scilicet CORPVS
ANIMATVM; et subiectum quo, scilicet animam: ei colorant etiam dicentes quod sicut
in libro physicæ corpus raobile est subiectum, tamen in primis libris naturalibus
principia naturalia sunt subiectura. Sic
in proposito est, quia anima est per quam fiunt operationes, et est subiectum
qim; CORPVS vero ANIMATVM est subiectuoi qivod. Tertia opinio est omniura bene sentientium.
AIexander, Theraistius, Averroes. ROMANO (si veda); et videtur etiam quod sit mens LIZIO, quod dat
definitionem de anima et investigat passiones et proprietates eius. Non tameu dico
quod est, ut demoustro; mihi tamen magis
phicct. Et LIZIO hoc ubique videtuv diceve
quod sit anima. Advationes. illud
est subiectum etc»
respondetur quod illse
passiones probantur de composito
et d« aniraa:
ut autem auima
est principium istavum
passiouum, istffi passiones sunt
auimæ ut quo,
covpovis autem ut
quod. Ad secundum: covpus
animatum non est
hic cousidevatum ut
de eo pvobentuv passiones eius;
sed ut est
subiectum animæ, et
ut ponituv in
eius definitione: et si
(!) NICOLETTI (si veda) (-) rasura
in coJice. propter hoc
ipsum esset subiectum,
cuiuscumque scientiæ possemus
assignare infinita subiecta.
Ad argumentum P.
V. dico quod
argumentum supponit falsum
quod corpus materiale
sit subiectum in
libro Phj^sicæ, imo
principia uaturalia sunt
ibi subiectuin. Quem locurn
occupet iste Liber.
Quæstio secunda. Hæc est
secunda quæstio mota
in prima textus
sic de ordine liuius
libri, quemnam locum
obtiueat iste liber
inter ceteros libros
pliilosophiæ naturalis. Ordo enim
necessarius est iu
scientiis. et loquor
hic de ordine
doctrinæ,et nou perfectionis;
quia ordine perfectionis est
primus iste liber. Ch.
2 recto In
hac materia sunt
opinioues. Avicenna in
Naturalibus, qucm fere
omnes latiui insequuutur, tenet
quod sit sextus
in ordine; et
ponunt lil)rum De
plantis in septirao loco, et
librum De animalibus
in ultimo loco.
Huic sententiæ multi
adversautur. De ordine
priorum omnes conveuiunt,
quia Aristoteles ponit
illiim ordinem in
principio Metaphysicorum. De aliis
vero disseutiimt. Averroes in
primo Metaphysicorum tenet
quod liber De
plantis et De
auimalibus præcedat librum
De anima; et ita volunt
Græei. Isti tamen
discordant inter se, quia
Averroes in loco
citato vult quod
liber De plantis
præcedat librum De
animalibus. Alii vero
volunt oppositum; et
ratio est quia
volunt quod liber
De animalibus præcedat librum
De anima, quia
partes animalium et
animalia, plantie et
partes plantarum habent
se ut materia
respectu animæ: materia
autem est prior
forma. Amplius in
definitione animæ plantæ
et animalia ponuutur;
et sic secuudum
istos liber De
auima est nou
sextus in ordine. Isti
autem bipartiti sunt,
quia aliqui volunt
quod liber De
aninialibus ponatur in sexto
loco et liber
De plautis in
septimo: et adducunt
pro se dictum
Aristotelis in libro Metaphysicorum, ubi
dicit: «determinato de
motu, oportet determinare
de animalibus et
plantis. Ecce quod
ponit librum De
animalibus ante libram
De plantis; et ratio
est quia a
notioribus incipiendum est;
sed sic est
quod organa in
animalibus sunt notiora quam
organain plantis, quia
tantum cognoscimus organa
in plantis per
similitudinem ad animalia.
Unde Aristoteles hic
in secundo huius
dicit, quod radices assimilantur ori;
et ista est
opinio Themistii et Græcorum.
Alia est
opinio, quam tenet
Averroes in Paraphrasi
Metaphysicorum, quod liber De
plantis præcedat librum
De animalibus; et
ratio sua est,
quia natura teudit
de imperfecto ad
perfectum: ideo libro De
plautis quæ sunt
imperfectiores auimalibus debet præcedere liber
De animalibus. Quæ autem istarum
opinionum sit verior
indicium est difficile,
nec multi facio hoc.
Tamen Avicenna in
libro dicto dicit,
quod si alius
alium fecerit ordinem non
multi facit: et
Averroes in loco
dicto dicit, quod
si quidem est
ordo neeessarius sicut in
principiis, in aliis
vero non. Dico
tamen unum, quod
secunda opinio mihi magis
placet, et videtur
magis consoua veritati.
Quod autem
Avicenna non loquatur ad
mentem LIZIO, patet in
extremis verbis De
motu animalium, ubi
dicit: «diximus de
animalibus et plantis»:
et iu calce
libri De longitudine
et brevitate vitæ
dicit: «perfecto libro De
auima et Parvis
naturalibus, est perficere
scientiam de animalibus». Hoc autem
non esset si
adhuc sequeretur liber
De animalibus. Scieudum
quidem quod ista clicta
possent glosari: sed
glosa destruit textum,
quia Aristoteles fuit
ordinatissimus. Quare
videtur dicendum quod
post librum De
mineriis ponatur liber
De animalibus; deiude liber
De plantis; deinde
liber De anima. Ad
opposita autem respondehir
quod Avicenna et
alii recte dicuut
loquendo de ordine naturæ;
sed uotandum est,
ut beue dicit
Aristoteles qiiinto Metaphj-sicorum, quod non
est semper uude
natura incipit, unde
etiara apparet nobis:
quia autem liber De
nnimalibus est fæilior,
imo dicitur liistoria
quæ æque nota
est grammaticis ac phi
losophis, ideo ab
eis liber incipit. Ad
Averroem similiter dicendum
est quod verum
est quod ordine
naturæ imperfecta præcedunt
perfecta; sed quia
nou possumus coguoscere
plantas nisi cognoscamus organæarum:bæc antem
uon suutcognitanisicognitis organis
aniraalium, hoc est quare liber De anlmalibus præcedit.
Et LIZIO primo
Metaphysicorum præpouit librum
De animalibus libro De
plautis: et ita
habet textus græcus.
Consuli enim ego Græcos in
hoc. Nobilitas scientiæ a
quo sumatur. Quæstio est
a quo sumatur
magis nobilitas scientiæ,
an a nubilitate
subiecti, an a certitudine
demoustiationis, vel æqualiter
ab ambobus. Thomas eleganter
dicit quod irapossibile
est quod æqualiter
ab arabobus sumatur,
quia sunt diversarum
specierum; et quia
suut diversarum specierum,
habent se secundum prius
et posterius. Sed
est dicendum quod
magis sumitur a
nobilitate subiecti; et
ratio est quia
snbiectum est essentia
rei; modus autem
declaraudi est instrumenti'.m adventicium
superadditum rei, sicut
qualitas quædam; ergo
magis sumitur a noliilitate
subiecti. Et LIZIO
inprimo De partibus
animaliura, capite ultimo,
dicit: « melius est
scire modicum de
honorabilibus, etiam si
topiee illud sciamus,
quam multum scire
de ignobilioribus etiam
demonstrative». Sed coutra argumentatur,
quia si a
nobilitate subiecti sumitur
nobilitas scientiæ, sequitur quod
scientia de Deo
esset infiuitæ perfectionis.
Consequentia probatur, quia sicuti
se habet subiectum
ad subiectum, ita
scientia ad scieutiam.
Assumo ergo scientiam
de auima, quæ
cum sit aliquants
perfectionis, situtunum: et
probo quod scientia de
Deo est infinita,
quia proportio Dei
-ad animam est
infinita; ergo et
scientia de Deo est
iufinita. Apollinaris rospoudet,
et est responsio
Tlioraæ in 3.
Contra gentiles ubi quærit
an scientia de
Deo, quæ habetur
in patria, sit
iufinitæ perfectiouis, Isti
qui teuent scientiara
capere nobilitatem a
subiecto, negant iliam
similitudiuem, quia illa scieutia
est in intellectu
humano qui finite
apprehendit, Ista responsio
non placet multis,
quia 'dato quod
Deus sit infinitus
et scientia sua
finita, sequeretur quod
daretur aliqua cognitio alicuius
creaturæ uobilior coguitione
Dei. Sit euim,
verbi gratia, cognitio
quæ habetur de
Deo, ut octo;
cognitio vero de
anima sit ut
unum: et cum quælibet cognitio
ipsius Angeli sit
perfectior cognitione ipsius
animæ, erit, verbi
gratia, cognitio Angeli ut
duo: et cum
Deus quocumque Angelo
dato, perfectiorem eo
possit producere Angelum, ita
perfectum, ut eius
proportio ad animam
no.^tram erit ut
decem; et ita cognitio
talis Angeli erit
perfectior cognitione de
Deo. Et hoc
est maximum inconveuiens.
Sed uoscitur quod
uullum horum argumentorum
procedit secundum Phi losophum,
quia Philosophus tenet
Deum esse finiti
vigoris; nec posse
producere Angelura novum, nec
addere sibi illam
perfectiouem, quia ea quæ faMt
necessario facit. Quomodo sclcntia
dc anhna cxccdat
alias ccrtitudinc dcinonstrationis. Quæstio est
qiiomodo scientia de
aiiima excedat alias
scientias certitudine demonstrationis, utdicithic Averroes; cumtarænipsemet
AveiToessecnndo Metapliysicorumconimento
ultimo dicit qnod
demousti-ationes matheraaticæ suntin
primo gradu certitudinis, naturales vero
sequuntur; et habet
ibi LIZIO quod
astrologia et mathematica
non est in omnibus
expetenda, et in
primo lletaphysicorum enumerans
conditiones sapientiæ dicit quod
ipsa habet demonstrationes certiores:
quare videtur contradictio
et ideo debemus
conciliare ista dicta. In
oppositum est Averroes
hic, pro quo
est notum quod AQUINO
(si veda) et Averrois
expositio non se
compatiuntur ad invicera.
Dicebat enim AQUINO (si veda) certitudinem de
anima ideo esse
quia eani in
nobis experimur, et
si sic, expositio
Averrois uon potest stare,
nec potest dictum
Averrois verificari, quum
hac ratione etiam
scientia de animalibus
et libri Parvorura
naturalium excederent alias
scientiss, quum certiores
de talibus reddamur, quia
in nobis experimur
ea; et etiam
scientiam divinam excederent, cum de
intelligentiis parum aut
nihil sentiamus, nec
eas in nobis
experimur. Dato ergo
hoc, non tamen
scientia de anima
haberet hoc privilegiura.
nec etiam divina
scientia excederet hoc
modo alias scientias.
Xec etiam si
teneamus expositionem Themistii, dictum Averrois
potest verificari; dicit
enim Themistius certitudinem
de anima, quia
consideratur de intellectu
qui omnium est
regula et mensnra;
sed hac ratione
etiam ista scientia excoderet
divinara. quum divina
non considerat de
intellectu nostro. Sequendo autem expositiouem
istorura patet solutio
ad argumeutum et
ad contradictionem. Ad primum
dicitur quod æquivocatur
de certitudine hic
et ibi, quia
in hoc loco
dicit qiiod scientia de
anima est certa
certitudine obiecti, quia
est de rebus
in nobis existentibus,
et in secundo
Metaphysicorum loquitur de
alia certitudine. scilicet
demonstrationis. Et iu æquivocis non
est contradictio. Ad secundum
respondetur ponendo distinctionem
quoad uos et
quoad naturam. Mathematica est
de maxime notis
naturæ sed volendo salvare
dictum Averrois dicemus certitudiuem
demonstrationis duplicem esse,
quoad nos et
quoad naturam: talis
distiuctio est manifosta
ex primo Posteriorura
sexto. Dicitur notior
quoad nos, quia est
minus diibia nobis:
quoad naturam veio
est cognitio rei quæ de se
est manifesta, sed si nos
lateat, hoc est
ex defectu nostri
et non sui,
ut dicitur secundo
Metaphysicorura textu corarænti
primi; et ita dico quod
mathematicæ quoad nos sunt
in primo gradu
coguitionis, qiiia causæ
eorum sunt nobis
certiores quam eft'cctus,
abstrahunt enim a
motu; et ideo
Philosophus sexto Ethicæ,
cap. nono,
dicit quod pueri possunt
bene in matheraaticis
iustrui, et ab hoc doctrinales
dicuntur cum bene possunt
doceri. In secundo
autera loco ponuntur
naturalia cum in
eis ab eifectu
sensibili noto in
cognitionem causæ deveniauius:
sed cuni effectus
sint variabiles, uuum
et idem a diversis
causis poterit provenire.
Unde erunt plura
media ad unam
conclusionem, quia naturalia
non possunt esse
ita certa sicut
inathematica tantum unum medium
habentia, sed divina
ipsa (scientia) in
ultirao loco est
ponenda cum sub
nullo sensu cadant ipsa
abstracta; et ita
uec de causa
noc de effectu
eorum sumus uaturaliter certi. Sed si volumus
loqui de cognitione
quoad naturam, est
totaliter ordo præposterus;
et in primo
loco divinam collocabimus
taraquam perfectiorem, et quæ est
maioris entitatis; iu
secundo voro loco
pouetur naturalis quæ
firraiorem entitatem habet ipsis
matliematicis; et iuter
eas scientia de
anima est primum,
qiiia anima iutellectiva habet tirmius
esse omnibus a
natiirali consideratis, et
est certior in
se: licet quoad nos
sit oppositum, et
propter lioc forte LIZIO vocat
scientiam de auima
liistoriam, propter non esse
tantam certitudinem de
illa sicut de
aliis. Et ita
hie vult Commentator
habere scientiam de
anima quoad naturam
excedere omnes alias
sciontias præter divinam,
cum anima ipsa
sit perfectioris entitatis
omnibus generabilibus et
corruptibilibus: et ita
patet solutio quia
est æquivocatio de
demonstratione. Sed si diceret
Commentator: diiisti matheniaticam
quoad nos esse
certiorem;hoc videtur falsum,
quia mathematica est
de sensibili communi,
naturalis vero de
seusibili proprio. Sed iuxta
Philosophum secundo huius,
sensibile commune non
habetur nisi per proprium
seutiri; ergo et
quoad nos naturalis
erit certior. Tum
etiam quia mathematica
procedit demonstratione propler
quocl naturalis vero demonstratione quia; demonstratio
autem quia est
notior nobis demonstratiouQ, pro/iter
quod. Ergo. Item exemplum
de astrologia et
geometria non accomraodatur
nisi de notitia quoad
nos; quomodo ergo
Averroes loqui potest
de notitia quoad
naturam? Item idem esset
dicere habere nobilius
subiectum et certitudinem
demonstrationis quia unum
dependet al) altero.
Ad primum respondetur
quod licet naturalis
scientia sit de
obiecto certiori, non
tamen eius scientia
erit certior, eum
esse obiectum certum
dicat tantum cognitionem
simplicem: sed esse
scientiam certiorem dicit
relationem causæ super effectum, et
ita, licet obiectum
scientiarum materialium sit
minus uotum quoad
nos, tamen eorum
causæ sunt magis
notæ et sensatæ
quoad nos, ex
quibus procediraus. Et hoc nou
videnmt moderni. Ulterius est
alia dubitatio, penes
quod attendatur certitudo
quoad nos et
quoad uaturam. Respondetur quod
certitudo quoad nos
habet attendi penes
notitiam causæ super
effectum, et per hoc excludunturoranes velquasi omnes
dubitationes;quod si aliquando procedamus ab
effectu super caiisam,
est via indirecta,
et sodomitica proprie
dici debet, et semper,
sive a causa
sive ab effectu
procedamus, a notioribus
nobis procedimus; sed diversimode; aliquando
enim in mathematicis
procedimus a notioribus
nobis, et naturæ,
aliquando solum ex
uotioribus uobis, numquam
a notioribus uaturæ
tantum. Utrum spectet ad
naturalem considerare de
anima. Dicendum igitur est
aliter quod consideratio
de omni anima
est naturalis. De vegetativa
et sentitiva uon
est dubium; sed
tota lis est
de intellectiva; quod
si teneamus eam
mortalera, ut teuuit
Alexander, clarum est
hoc quia educitur
de potentia materiæ: sed
quia hæc opinio
est falsa, ideo
relinquo eam. Dicimus ergo
quod sive intellectus
sit unus, sive
plures, est naturæ
ancipitis, et Cb.
iMccto est medium inter æterna et
non æterna, quia
natura vadit ab
extremo ad extremum cum
medio videmus ut
in animalibus; suut
enim quædam auimalia
media inter plantas et
animalia, ut spungiæ
marinæ, quæ habent
do natura plantarum,
quæ sunt afBxæ terræ,
habent etiam de
natura animali pro
quanto sentiunt. Similiter inter
T6 «/o-i. [)
TiiVi. 13 Ch. 14 lecto animalia est
simia, de qua
est dubium an
sit liomo an
auimal brutum; et
ita anima intellectiva
est media inter æterna et
non æterna: et
ideo ACCADEMIA ponebat eam
creatam in horizonte
æternitatis. Quibus stantibus,
oportet ponere eam
duplicis naturæ et habere
duplicem operationem. unam
nuUo modo depeudeutcm
a corpore, et
hoc patet secuudum
tiilem in anima,
et
etiamsecuudumP!atonem,utinfra
determinabimus de mente Aristotelis et
Averrois tenendo autem
quod sit unica.
Habet etiam operationem
dependentem a corpore,
de qua non
est dubium: quo
stante patet quod
non est consideratio
ic dictis Aristotelis,
quia si anima
est naturæ ancipitis,
partim est de
consideratione naturalis; in
quantum mobilis et
trausmutabilis, est physicæ
considerationis; in quautum vero
ad sUam operationem
separatam, est considerationis divinæ;
et hæc opinio
mihi videtur concordare
ciun dictis Aristotelis
il)i. Mihi autem
contingit quod dicit Hieronymus
quod contingit de
se: «multi latrant
in foro contra
me, et scripta
mea legunt et honorant
iu thalamo »;
nam concurreutes nostri
ascribunt sibi nostra. Numquid scientia
de anima sit
difficillima. Ex quibus sequitur
quod nihil intelligitur
nisi sit iu
actu: anima enim
intelligit, et non
nisi reclpiendo; nihil
autem movet nisi
quod est in
actu: quod si
aliquid occurrat uostro intellectui
quod non sit
in actu, per
accidens intelligitiir, sieut
est materia prima. quæ
non est in
actu, vel parum,
saltem ita ut
non sit suflBciens
movere intellectum de se, sed
per suffragia et
intellectiones aliorum iutelligitur.
Quia autem omnia non sunt
in actu æqualiter,
sciendum est quod
quædam sunt in
actu perfecto, ut merito
debilitatis intellectus nostri
nequeant intelligi, sicut
Deus et Intelligentiæ, suut
euim hic in
maximo actu: imo
Deus est totus
actus. Unde quamvis intellectus noster
sit iu pura
potentia, et abstracta
sint multum activa,
non est credendum
quod intellectus possit
ea recipere, quia
intellectus uoster est
debilis ita ut non
possit tautum lumen
sustinere, ideo non
movetur ab ipsis:
et propter hoc
poetæ fingunt quod luppiter
quando accedebat ad
aliquam mulierem, deponebat
suam divinitatem. Sic
est de intellectu
nostro, quamvis non
sit in pura
potentia; quia tamen
est delnlis entitatis, non
potest recipere maximum
lumen Intelligentiarum et
Dei qui est purus
actus: et iioc
maxime est verum
secundum fidem quæ
tenet Deum esse
infiuiti vigoris. Aliqua
autem sunt quæ
etsi sint in
actu, tamen intellectus
non potest illa recipere
ratione debilitatis quam
in se iucludunt
talia entia, et
ex hoc non
possunt agere in
intellectu nostro, sicut
sunt motus et
tempus, de quibus
dicitur quod non sunt
apta intelligi ratione
debilitatis eorum, non
autem ratione intellectus.
Relinquitur ergo quod
media iuter ista,
sicut proportionata intellectui
nostro et ex
parte modi cognoscendi et
ipsius obiecti, sunt
intelligibilia ab iutellectu
nostro; et hoc
est quod dicit Phiiosophus
secundo Metaphysicorum textu
commeuti noni, quod
ditficultas cognosoendi in nobis
nascitur vel ex
parte rei cognitæ
vel ex parte
modi cognoscendi; ideo dicitur
ibi quod sicut
se habot oculus
noctuæ ad lumen
solis, sic intellectus nostor ad
manifestissima in natura.
Intellectus ergo bene
cognoscit intermedia quæ ipsi
suut proportionata. Aliud
est advertendum, quod
ex quo anima
intellectiva est naturæ ancipitis
inter bruta et
abstracta, non intelligit
nisi cum admiuiculo
sensuum iuxta illud: «necesse
est quemcunque intelligentem
phantasmata speculari». Ex quo sequitur
quod quæ offeruntur
sensui a nobis
faciliter possunt intelligi,
quæ non putantur
difficulter: et ista
difficultas est ex parte nostri
modi coguoscendi, quia
nounisi per sensum cognoscimus.
Aliud etiam
est notum, quod
triplex est anima,
vegetativa sensitiva et intellectiva.
Stantibus liis, dico
quod metapliysica est in
supremo
gradu difficultatis; et ratio
est clara ex prædictis, quia
difficultas creatur in
nobis ex eo
quod non sumus capaces
tanti luminis quautum
est Intelligentiarum ct
Dei, qui in
metapiiysica considerantur. Ad hoc
accedit secunda ratio,
quia iutellectus noster
uon intelligit nisi
per fenestras seusuum,
quæ vero in
metaphysica considerantur sunt
remotissima a sensu.
Sed dices: nonne
abstracta habent accideutia
per quæ possunt
cognosci, ut motus
et tempus? Respoudeo,
ut beue dicit
Comræutator, quod ista
aceideutia non ducunt in
cognitionem Dei et
aliarum lutelligentiarum ut
sunt de consideratioue nietaphysici,
sed ut de
uaturali: æternitas euim
niotus creat notitiam
naturalem: quod enim sunt
Intelligentiæ pertinet ad
naturalem ; metaphysicus autem
considerat altiores
operationes lutelligentiarum; non
quia est sed
propter quid Intelligeutiarum considerat. Utrum dentur
universalia realia. Præstat maius
perscrutandum, quia dicit LIZIO
universale aut nihil est aut
posterius est. Quomodo est de ipsis
universalibus, an dentur
univcrsalia realia; et
ut obtrunceraus obtruucanda
et dicamus dicenda,
quatuor occuriunt opiniones,
quas intendo declarare
cum suis fundameutis.
Prima est opinio
Platonis, quæ volebat
quod in rebus uaturalibus singulæ
speciei corresponderetur sua
idea quæ esset æterna. Ista
vera singularia dependentia
suut propter participationem illius
ideæ. Et ista
talis idea est quæ
vere intelligitur et quæ vere
scitur, et quantumcumque
habeatmultas ratioues por
se, tamen adducemus solum
secundas (sequentes?) omues
alias comprehendentes. L’ACCADEMIA, ut bene recitat
LIZIO decimo libro
Metaphysicorum, imaginatus est illara
idealeni formam, primo
ut salvaret gcnerationem;
quia ut bene
ad lougum habet videri
iu duodecimo Metaphysicorura textu
coramenti tertii et
decimoctavo, cum videmus Socratem generari
mortuo patre, tunc
quærebat a quo
generatur Socrates. Non
enim a patre, quia
ille nou est:
nihil enim agit
nisi ut est
in actu; non a virtute
semiuali, quia est imperfecta;
nihil autem agit
ultra gradum proprium;
quare oportet recurrere ad
ideam quæ est
vere agens, Quod
si hoc est
verum de genitis
per propagationem, idem
erit de genitis
per putrefactionem. Similiter
est dicendum de
inaniraatis. Secunda ratio ACCADEMIA
ad ponendum ideas
fuit ex parte
scientiæ et raodi
intelligendi: nam aliquando intelligimus
naturam horaiuis in
se esse risibilem,
et ita quia,
ut manifestum est,
possumus intelligere hominera
in uuiversale absque
intellectione singularium. Ista
ergo inteilectio aut
est vera, aut
falsa. Non falsa,
esset enim inconveniens
iutellectus ficticie operari;
ergo est vera;
ergo aliquid correspoudet
ei iu re. Non
singularia; ergo ideæ.
Ratione etiam scientiæ,
quum scientia dittert
ab opinione: quia opiuio,
ut singularium et
contingentium, non potest
esse scientia, sed
tantum opinio; ergo alicuius
perpetui erit scientia,
et talis est
idea secuudum universale: ergo. Hanc
opiniouem damnat Aristoteles
primo et septimo
Metaphysicorura; prinio quum destruit
generationem univocam; ni.m
ideæ sunt æternæ,
siugularia vero siint corrtiptibilia; modo
si comiptibile ab
iucoiTuptibile geiieratur, ergo
generatio uou est
univoca, quia generabile
et iucorruptibile differuut
plusquam genere. Secundo, frustra
fit per plura
quod potest fieri
per pauciora, et æque bene;
entia euim non
sunt multiplicanda sine
necessitate; Sed generatio
potest absque ideis salvari, quum
sol et homo
generant hominem: ergo.
Tertio, ista opinio
destruit modum intelligendi; quando
volo iutelligere aliquid
artificiale, universaliter iwssum
iutelligere; Ch. 25vccto et nou posuit
Plato aliquam ideam
iu artificialibus. Quarto,
positis ideis destruitur scientia, quia
potest sciri idea,
et non ideata:
quod probatur, quum
definitio est principium
determinationis, et definitio
debet prædicari de
definito; idea autem
uon prædicatur de
ideatis; ergo ideata
non sciuntur; vanum
est ergo ponere
ideas ut sciantur ideata, quia
non possunt sciri. Secunda opiuio
est realium, quæ
est monstruosior prima,
quam numquam potui recipere, cuius
iuveutores fuerunt Buridauus,
NICOLETTI (si veda) et
Scotus, qui voluerunt quod, seclusa
omni operatione intallectus,
detur universale reale.
Qiiod probant: quum scientia
est de ente
reali, ergo subiectum
vel erit universale,
vel singulare: uon
singulare, quum siugularium
non est scientia
ut singularia sunt;
ergo istud erit
uuiversale. Secundo, intellectus in
prima sui apprehensione
intelligit universale, quia
uni versale est obiectum
intellectus; sed non
potest dici quod
tale universale sit
causatum ab iutellectu,
qu'a uumquam fuit
ab iutellectu uisi
nunc; ergo tale
universale est reale: et sic dicendum
est de omnibus. Tertio, desiderium
est et potius in
universali et non huius vel
illius; sed desideriura
est ad reale:
ergo datur universale
in re. Quarto, contractus
est universalium, quum
emptio frumenti nou
limitatur ad hoc vel
illud frumentum, sed
ad frumentum iu
generale. Contractus tiutem
non fiunt de couceptibus, sed
de realibus. Quiuto, Socrates
et Piato magis
conveniunt quam Socrates
et Brunellus: sed
ista convenientia non est
conceptuum, imo realitatum Secunda consideratio
est quod universale
reale realiter distinguitur
a singulari; quæ
consideratio probatur sic :
illa non sunt
idem realiter, de qnil'iis
prædicantur contradictoria; sed
universale et singulare
sunt huiusmodi ; ergo distinguuntur. Auterior
patet, et brevior
probatur; quia universale
est æternum, et singuhre
corruptibile: universale non
est de numero
siugularium, uam universalia prædicantur de
pluribus, singularia nou.
Et in his
duabus considerationibus videtur convoniri cum
opinione ACCADEMIA. Tertia
consideratio: licet uuiversalia
sint realia et realiter
distincta a singularibus,
nou tamen. propter
hoc universalia sunt
separata a suis singularibus
loco et subiecto;
patet es dictis
Averrois septimo Metapliysicorum textu commeuti
trigesimiprimi: Mi.xtio universalis
cum siugulari est
fortior mixtione accidentis cum
subiecto. Secunda raiio:
si universalia esseut
separata a singularibus, non videretur
quomodo possent declarare
essentiam singulariura; et
hoc est in quo
Aristoteles arguit ACCADEMIA.
Est ergo consideratio
responsalis ad quæt.itnm
quod universalia sunt
res distinctæ realiter
a singularibus. Ista secunda
opinio raihi videtur
in extremo moustruositatis, non
intelligibilis: nam si hæc
natura, ciuam ponunt
isti, esset iucorporea,
adhuc posset esse
tolerabilis, quiim f.d minus
posset iutelligi sicut
unicns intellectus Averrois,
quamvis esset una cbimera.
Sed ista opinio
iudicio meo vult
quod sit una
natura communis verbigratia liominis,
quod sit in re, et
eadem in me,
et quod sit
composita ex materia
et forma, et quod sit
in diversis locis.
Hæc milii videtur una
fatuitas. Unde videtur milii
quod isti fuerimt
astricti propter aliqua argumenta
ad incurrendum in
hunc manifestissimum errorem,
et quod dixerunt
hanc opinionera ore,
corde vero nescio quomodo
potueruut hoc affirmare:
et isti mihi
videutur similes Zenoni DA VELIA qui patielmtur
infinita tormenta, et videbat
unum motum causari,
et propter quandam
ratiunculam negabat motum
esse. Secundo, quando
generatur aliquid siugulare, quomodo hoc
singulare ingreditur hanc
naturam compositam ex
materia et forma? Tertio, universale
debet prædicari de
suis singularibus, prædicatione dicente
hoc est hoc; sed
universale reale est
realiter distinctum a
singnlare per se;
ergo non poterit de
singulari prædicari prædicatione
dicente hoc est
hoc; ergo si
natura hominis est
de essentia Socratis,
quomodo poterimus concedere
naturam homiuis esse æternam, quum
uatura Socratis erit
corruptiliilis? Diccs lianc
naturam non esse
corruptibilem per se sed
per accidens; saltem
habebo quod hæc
natiira erit corruptibilis
vel per se vel
per accidens. De hoc nihil
ad me. Quarto,
iutelligendo formam et materiam
Socratis videtur mihi quod
perfecte Socratem intelligam absque
consideratione illius naturæ, quara
nescio si sit
una tuuica sicut
in rege. Quinto,
uniTersale est quid
distinctum realiter a re
reali; ergo Deus poterit
facere universale et
singulare distincta realiter.
Ideo dimitto hanc
fatuitatem expressam. Tertia opinio
est Scoti in
hac materia, sicut
narratur ab ipso
secundo Sententiarum et
septimo Metaphysicorum, quæstione
propria, quæ tres
habet considerationes;
quarum prima est
ista, quod universale est
natura communis realis
apta nata esse
in pluribus seclusa operatione
intellectus; et iu
hoc convenit cura
secunda opinione. Quæ consideratio
sic probatur: si non esset
vera ista cousideratio,
sequeretur quod intellectus sua
priraa apprehensione falsa
intelligeret; quod probatur
quia si ex
parte rei non esset
nisi singulare, intellectus
semper intelligeret singulare
in quautum universale: ista
autem intellectio esset
falsa. Antecedens probatur
quia obiectum iutellectus
est universale et
non singulare; si
ergo obiicitur singulare,
intellegitur ut universale,
et sic apprehendet
semper singulare sub
opposito actu, et
per accidens; et si
intellectus errabit in sua prima
apprehensione, errabit etiam
in pliis intellectionibus, quum aliæ
a prima depeudent:
et si hæc
prima est falsa,
aliæ quoque falsæ
suut, nisi per accidens
siut veræ; sicut
ex falsis verum
concluditur. Secuudo, obiectum
alicuius potentiæ semper præcedit
operationem illius potentiæ;
sed universale est
obiectum inteliectus: ergo quamlibet
intellectionem præcedit universale:
ergo. Tertio, obiectum
alicuius poteutiæ præcedit
operationem illius potentiæ:
sed uuiversale est
obiectum sensus, ergo
universale est ens
reale uullo modo
spirituale. Anterior est
evidens; brevior probatur ; quum
aut obiectum sensus
est universale aut
singnlare: uon singulare, quia
dicas tu quod
obiectum sensus, ut
puta visus, sit
hic color: coutra obiectum alicuis
potentiæ movet illam
potentiam; sed sensus
visus potest moveri ab
alio colore, quam ab
isto; ergo iste
color uon est
obiectum adæquatum visus. (')
Qai manca la
transiziune d.all' argomentazioRe prcceJeute,
funJata sul supposto
Jeiruiiiversale eome obbietto
deirintelletto, alla segueute
che pone la
tesi deiruiiiversale coræ
oljbietto del senso. Et sicut dictiim
est de uno,
ita dicatur de
aliis; quare rclinquitur
quod obiectum aJæquatum sensus
sive potentiæ sensitivac
est universale. Ergo
universale est ens reale
et non spiriluale.
Quarto, scientia est
rei realis; non
enim determiuamus risibilitatem inesse
conceptibus, sed determinamus
Loc prædicatum reale,
scilicet risibilitatem inesse
homini per se
primo : et similiter
definimiis res et
non eonceptus. Quæro
ergo aut ista
res realis, verbigratia
risibilitas, insit per se primo
singulari hominis aut
universali naturæ hominis.
Non primum, quia
tantum iste homo esset
risibilis: ergo hæc
risibilitas inest per
se primo universali
naturæ hominis, et sic
est ens reale
sicut dictum est.
Ergo universale est
illa natura commuuis
reaiis. Qiiinto, in omni
genere est uuum
quoddam i.anquam metrum
et mensura aliorum in
eo genere, sicut
in genere colorura
est albedo; sed
mensura entis realis
est realis, quia mensuratum
reale est a
mensura reali. Quæro
ergo: aut ista
mensura est hoc singuhire, verbigratia et quia
hoc singulare est
corruplibile, talis ergo mensura
erit corruptibilis; ergo
universale reale erit
hoc tale quod
est mensura. Sexto, contrarietas quæ
cadit inter contraria
est realis; sed
calidum non contrariatur
frigido per lianc fvigiditatem
vel caliditatem particuhxrem,
quum etiam alia
caliditas et frigiditas
sunt contraria; ergo
contrariantur per calidum,
et sic in
universali; dabitur ergo universale reale.
Septimo, comparo eadem
inter species et
inter genera, sicut
dicit Aristoteles septlmo Metaphysicorum et
septimo Physicorum: sed in conceptibus
specificis potest cadere comparatio;
ergo LIZIO per genera
et species intelligit
universalia realia, aliter
dictum eius esset
falsum;ergo. Similitudo fundatur
super qualitate, et
non super. qualitate
secundum numerum sed
secundum speciem in
universali; sed qualitates multæ supra
quibus fundantur similitudines
sunt res; ergo
universalia eruut entia realia.
Octavo, si nou
darentur universalia realia,
sequeretur quod omnia
entia realia inter se
solo uumero differrent.
Consequens est falsum
et impossibile; ergo
et antecedens. Consequentia
probatur; quia differentia
est ens reale:
scd per se
nihil est reale nisi
singulare: ergo omuis
differentia erit singularis;
quare uulla erit
specifica; sed quæ differunt, tantiim
per differeutiam difterunt;
ergo omnia quæ
differunt,tantum secuudum
numerum differunt. Cousequenlis
impossibilitas patet, quia
omnia æqualiter differunt. Stante ergo
hac prima consideratione, ponitur
secunda consideratio per
quam discrepat Scotus a
Buridauo quæ talis
est: tmiversalia realia
non sunt realiter
distincta a singularibus: probatur,
uam quæ sunt
realiter distincta, possuut
ad invicem separari; sed
per se universale
reale est distinctum
a siugularibus; ergo
singalaria possunt esse absque
eorum uatura universali.
Secundo, si sic
esset ut isti
volunt, universale non posset
prædicari de pluribus
prædicatione dicente hoc
est hoc. Terlia
consideratio: universalia distinguuntur
a singularibns ex
uatura rei; probatur,
quia si non
distinguerentur ex natura rei,
sequeretur quod prædicata
contradictoria prædicarentur de
eodem; nam incorruptibilitas prædicatur
de universali, corruptibilitas de
singulari. Ista opinio
licet sit doctissimi viri,
tameu mihi videtur
esse falsa, et
primo contra primas
consequentias arguo unico argumento,
quod facit AQUINO (si veda)
iu libello De
ente et essentia:
prima euim consideratio fuit
quod secluso omni
opere intellectus datur
una natura communis
apta esse in pluribus;
sed contra dicit AQUINO (si veda): aut
ista natura commuuis
apta nata esse
in pluribus est
ens realc, aut
intentionale scilicet por
opus intellectus. Si
secundum, habeo intentum;
si primuni, ergo
omne prædicatum attributum
speciei, vel ei
attribuitur per se, vel
per accidens; si
per se, ergo
quidquid do intriuseca
ratione inest alicui
rei est aptum natiim
prædicari de quovis
coutento sub illa
re; et isto
modo cum singulare
contineatur sub universali
suo, prædicabitur de
multis. Si autem
dicas quod hoc prædicatum, verbigratia
humanitas realis, attribuatur
speciei hominis per
accidens, quæro: aut hoc prædicatum attribuitur
huic speciei per
accidens proprie, sicut
esse risibile attribuitur speciei
hominis; et tunc
arguitur ut prius;
aut per accidens
attribuitur speciei
verbigratia quod primo
attribuatur individuis, secundarlo
et per accidens
speciei, sicut nigredo speciei
corvi; ergo hoc prædicatum de
pluribus attribuitur prirao
et per se proprie
singularibus, secuudario vero
et per accidens
universalibus, quod est
inconveniens; et hoc
argumentum. Secunda
consideratio est admiranda,
quum si unum
et idem est
singulare cum univsrsale, quot
erunt singularia, tot
erunt universalia. Item
corrumpetur universale ad corruptionpm
unius singularis. Quarta opinio
iudicio meo est
Averrois, AQUINO (si veda), ROMANO (si veda), et
Nominalium, licet Nominales
in solo modo
respondcndi non conveniant
cum istis. Quæ
opinio dicit qucd
secluso omni opere intellectus
non est ponendum
universale, et per
universale intelligunt quod est
aptum natum esse
in pluribus et
de multis prædicari,
indifferenter se habens
ad multa singularia: irao
nullum reale est
indifferens ad plura
singularia, sed omne
reale est siugulare quod probatur
per Averroem hic
in commento octavo,ubi
dicit quod definitioues non
sunt generum et
specierum existentium extra
animam, sed suut
rerum particularium extra intellectum,
sed intellectus est
qui facit universalitatem in
rebus. Et primo Metaphysicorum textu
commeuti sexti dicit
speciem esse intentionem
existentem in pluribus secundum
numerum, et adhuc
evidentius in textu
commenti vigesimisexti et
vigesimiseptirai eiusdem primi
et iu raultis
aliis locis. Advertendum
tamen est quod
universale causatum ab
intellectu duplex est,
unum quod dicitur
indifferens. quod
sumitur pro quadam natura
commuui iudifferenter se
habente ad omnia
sua singularia. Alio
modo sumituruniversale pro
quanto non intelligiturillanatura communis
indifferens.sedultrahoc attribuitur
huic naturæ communi
intentio. Utrumque enim
istorum tit per
opus intellectus, primum
enim fit per
intellectum agentem, quando
verbigratia intelligo hominem indifferenter se
habentem, et de
hoc intellexit Commentator
in hoc primo
commento octavo; et comrauniter
tale universale dieitur
primaintentio. Secundura
universale fit per
comparationem suorum siugularium
inter se, et
coliationem sirailitudinis inter
sua individua. Unde maxima
similitudo ex comparatione individuorum
inter se per
opus intellectus electa
causat speciem specialissimam; non
ita magna causat
genus respectu illius
speciei; et ideo minima
similitudo causat genus
generalissimum, et hoc
voluit Averroes duodedrao
Metaphysicorum commeuto quarto.
Unde in assimilanda
individua inter se
potest fieri intensa
vel remissa assimilatio,
ut large extendamus
vocabulum. Sed dubitatur; mirum
enim videtur quod
tantum ex parte
rei sit singulare,
et intellectus habeat potestatem
causandi istud universale. Unde enira
intellectus liabet tantara potestatem
causandi hoc universale
quod nou est
re? Ad hoc
dicitur quod habet hoc
ex sua perfectione
et excellentia, cura
coniungit separafa per
collationem similitudinis sumptæ ex
comparatione, et coniuncta
disiungit abstrahendo quum .
multura habet de
divino. Sicut enim ideæ
omnium entium couiunctæ
sunt in mente, sic
intellectus potest congregare
similia iu uuo
conceptu et secundum
altiorem vel breviorem siiuilitudinem causat
genus et spesiem:
ex quo apparet
quod seomidtim diversas constructiones intellectus
causat diversos effectus. Altera dubitatio
est si ex parte
rei uon sunt
nisi singularia, quæ
sunt entia determinata, et
infellectus ea indifferenter
inteliigit, intellectus ergo
intelligit determiuatum in quantum
indeterminatum, et sic
intelligit res aliter
quam siut; quare erit
falsum. Ad lioc
dicitur quod duplex
est operatio intellectus:
una est eius
prima apprehensio, quæ est
simplicium iutelligentia, in qua sua
prima operatione causat primam
intentionem, abstraliendo a
conditionibus singularihus uuam
naturam communem pluribus
singularibus, eam intelligendo
uou ut limitatam,
sed ut se habet
indifferenter ad hoc
vel illud. Seeunda
operatio intellectus est
comparare individua inter
se, et ex collatioue
similitudinum attribuere alicui
naturæ indiffereuter esse
genus vel esse speciem.
Et si quantum ad
operationes istas; sed
potest errare iutellectus quando
attribuit alicui rei
quod non est,
sicut si diceret
liominem esse asinum, vel
omnes liomines esse
unum liominem, vel
diceret lineas consideratas a rætaphysico
non esse sensibiles; et
do exemplum de
lineis quæ considerantur
a metapliysico; possunt
enim dupliciter considerari,
uno modo ab
intellectu abstrahente ipsas a
sensibilitate, et in
isto omnes confitentur
iu via LIZIO
quod intellectus uon errat,
quum abstrahentium non
est mendacium; quamvis
enim illæ liueæ
sint sensibiles, tamen
intellectus non curat
considerare illam sensibiiitatem. Alio modo
possunt considerari illæ lineæ,
ut puta dicendo
illas non esse sensibiles, et
si iutellectus assentiret
huic considerationi scilicet
quod lineæ mathematicæ
sint insensibiles, cum
sint in materia sensibiii,
mentiretur. Sic dico
ad rem quod
quando intellectus apprehendit Iiominem indifferentem, quod
non mentitur, quamvis
Socrates et Plato
sint entia determinata,
hoc enim nou
inconvenit quum iutellectus
abstrahit a consideratione talis
terminationis; si euim
intellectus assentiret huic
propositioui homo est
animal carenti terminatione,
capiendo huiusmodi homo prout
est idem quod
prima intentio, proculdubio
mentiretur, sicut si
gustus comprehendeus dulcedinem
lactis, non sentiendo
eius albedinem, et tamen
non errat; ideo
intellectus etsi erret
componeudo et divideudo, tamen non
errat abstraheudo ('). Dubitatur iterum,
quia non videtur
quomodo sit verum
illud dictum quod
homo sit prior suis
singularibus, quum dato
pro possibile vel
impossibile quod uumquam
fueriut Iiomines nisi præsentes,
tunc singulare eius
in eodem tempore
vel æque primo
est sicut natura humana
indifferens, tel arguitur
sic: ab æterno
semper fuerunt singularia hominis; ergo
non est verum
dicere naturam conimunem
indifferentem esse priorem. Conf. Coniniciito
manoscritto al Ilff i
'r^f/^.-iiv.-ia; esistente nella
Bibliotecadi BOLOGNA. Ne tolgo
il seguente estratto: An
in secunda operalione
iniellectus solum sit
veiitas et falsitas. Videlur LIZIO sibi
conlrarius in primo
De anima el
sexto Metaphysicormn, nam
hic dicit quod iihi
est enuntialio est
vcriim el falsum,
et rjus opjwsitum
dicit tertio De aiiima:
intellectus simplicium
semper vcrus cst;
et idern nono
Metaphijsicorum: sunt tongæ
ambages de lioc Vull
ergo dicere quod
intelleclus aliquando judicat,
atiquando nonjudicat. Quando
esl sine jtulicio,
neque verus neque
falsiis est. Quando
vero judicat, est
cum vero et
falso. Quod vcro
alibi dicit quod intellectus
simplicium est verus,
tegitur de vero
qui est sine
judicio; unde icicndum
quod quando album vidctur
ct judicatur esse
atbwn, est verus,
quia specics repracsenlat
objcctum sicut est;
si vcro judicatur nigrum,
tiinc est falsum,
quia species non
repræsentat objectum sicut
cst. Ita etiam
dicatur Respondetur quod argummtum
concludit ex parte
rei homiueui uou
esse yriorem Socrate
vel Platoue: sei
p;'o tauto dicimiis
priorem quolibet suo
iudividuo. ut liujusmodi quoUbet
stat divisive, quum
potest esse liomo
et nou essa
hoc vel illud
individuum homiuis; et
ideo dicimus homiuem
priorem natura Socrate,
quum in ordlne ad
naturam prius est
esse hominem, quam
esse Socratem dicta
de causa. Secuudo
diciuuis hominem esse
priorem Socrate ex
parte modi intelligendi;
uam possum intelligere hominem non
intellecto Socrate, quum
res primo concipitur
modo uuiversali quam raodo
particulari. Ad argumenta in
oppositum adducta respondendum
est, nec volo
adducere ratioues
Nominalium, quum ille
modus est sophisticus.
Ideo aliter respondebimus, et
magis physice. Ad argumentum
primæ opinionis: ad
primum dico quod
salvatur generatio univoca absque
ideis, quumiu genitis
per propagalionem corpora
cælestia concurruut tanquam cauiæ
uuiversales: iste vol
ille homo tamquam
causa particularis; semen cum
spiritu gignitivo tanquam
causæ instrumentales: et
quod dico de
homine respectu generandi
hominis, est etiam
de aliis iudividuis
aliarum speciarum generandi individua propriæ
speciei. In talibus
autem genitis per
putrefactionem corpora cælestia cum
aliqua causa particulari
sunt causa generatiouis
talium animaiium. Ad
secundum argumentum, cum dicitur:
«sicut se habet
res ad esse,
ita et ad
cognosci»; (concedo)
quantura ad secundam
operationem intellectus, non
autem quantum ad
primam, quæ est simplicium
apprehensio; aliter sequeretur
lineas non posse
intelligi absque materia. Ad
tertium dico secundura AQUINO (si veda) quod
scientia realis est de obiecto
reali quoad considerationem, non
quoad modum considerandi;
idest scientia realis
considerat ista particularia,
sed non sub
modo particulari, sed
secuudura quandara naturam communem illorum
consideratam, ut est
apta nata esse
indifferentem in iioc
vel illo individuo; et
hoc est idem quod dicere
secundum modum universalem;
sic enira mathematici
considerant lineas sensibiles,
seu secundum modum
abstrahendi a sensibilitate. Mathematica enim
scientia considerat res
sensibiles, et quantum
ad hoc dicitur
scientia ch. 30
rccto realis, quum obiectum
suum ab ipsa
consideratura est reale,
modus tamen abstrahendi
tale oliiectum non
est realis; ideo
mathematica et omnes
aliæ scientiæ reales dicuntur reales
ab obiecto, non
autem a niodo
consideraudi, quum talis
modus fit per opus
intellectus. Dices ' quomodo
ergo diftert scientia
realis a scientia
rationali? Dico quod differt
primo ab obiecto,
quum obiectura scientiæ
realis est reale,
sed obiectum scientiæ rationalis
esf rationale. Secundo
modus considerandi ens
reale est prima do
guslv, el aliis
sensibus, el de
inlelleclii. Unde quando species
repræsenlal rcm, sic
esl verus; quando non,
non est verus.
El sic proprie
est veritas et
falsirc.-Y i:i]i\ Aralolclis Ik
Ammalibii trcs ciimAvcrrois
Commenlariis -Vendiis cqmd .hinclasl^Qi. scilicet cogiioscatur
per propriam speciem,
an (m-o) ex
solo dibcursu ut
tenet Scotus, forte
bene pertractabitur teitio
liuius. Quia taiLeu
hic solet moveri,
ideo volo de hoc
alic|ua dicere. Multi modi
recitantur ab istis
quorum unus est:
Accidens ducit in
cognitionem substantiæ, quia sicut
virtus phantastica brutorum
ex specie rei
sensatæ elicit insensatam;
sic intellectus noster
ex specie sonsata
accidentis elicit speciem
insensatam substantiæ. Nam agnus
et ex figura,
facie, et colore
lupi, et voce
statim elicit speciem inimicitiæ quæ
est insensata, et
fugit; et sic
ex specie sensata
elicit insensatan^ pariformiter,
quia nullus sensus
profuudat se ad
substantiam, sed intellectus
est, qui eam cognoscit
cognitis primis accidentibus
per sensum; et
sic per viam
resoluticnis accidens causat
spejiem insensatam substantiæ;
ex quo enim æcidens tantum
causat suam speciem ex
accidentibus cognitis, statim
inteliectus per quamdam
congenitam naturam elicit
speciera substantiæ. Nolo autem
recipere impugnationem quam
facit hic Joannes. Secundus
raodiis dicendi est,
quia ita est
in actione spirituali
sicut in reali
et materiali ; sed in
materiali non inducitur
forma substantialis in
materia nisi prius inductis ciualitatibus
accidentalibus in rnateria;
videinus euim experientia
quod in materia
non inducitiir foruia
ignis, nisi prius
inducatur caliditas et
raritas convenientes pro forma
ignis; sic et
intellectus non potest
causare couceptum substantiæ
nisi prius disponatur
per conceptus accidentium;
cum actus aclivornra
non sint nisi
in patiente bene disj
osito, et actio spiritualis debet
proportionari actioni raateriali.
Erit ergo sensus
buius opinionis: sicut accidentia
faciuut ad generationem
substantiæ, ita ad
cognitionem eius. Etsi multi
sint conccrdes in
boc modo dicendi,
sunt tamen adhuc
diversi de geueraiione speciei in
intellectu. Joannes imaginatur
quod in virtute
phantasticasitsinuil species substantiæ
et accidentis, et
quod intellcctus non
potest recipere speciem
substantiæ nisi prius recipiat
speciera accidentis disponentem
et præparantem pro
receptione speciei substantiæ; tamen
cum hoc etiam
species substantiæ generat
notitiam substantiao,
mediante tamen specie
accidentis. Alii dicunt quod
sicut in actione
reali caliditas prius
generat caliditatem in
virtute propria, in
virtixte vcro substantiæ
formam substantialem, sic
in spiritualibus; et hæc
est via Thoraistarum
volentium sensum se
profundare usque ad
substantiam; et talem cognitionem
substanliæ Joannes, VIO (si veda)
et Apollinaris appeilant
intuitivam, sed ' valde
improprie et raale,
quia notitia intuitiva
terminatur ad rera;
nullam autera taleui haberaus in
lioc raundo, sed
liabebimus iu patria.
Quod
si in hac
vita cognitio terrainatur
ad rera, quia
phantasraa formaliter terminatur
ad rem, non
propter hoc esl intuitiva. De istis
raodis nihil dico
nunc, quia iu
tertio huius dicetur.
Ununi dico quod nullus
istorura est ad
mentem Philosophi, quia
in isto loco
non loquitur de
ista cognitione intuitiva
sine discursu, sed
loquitur de cognitioue
cura discursu, ut
patet per Philosophum dicentem:
videtur autem non
solum quod quid
est cognoscere utile;ubi patet quod
loquitur de processu
demonstrativo, ubi per
coguitionem causæ venimns
in cognitionem effectus. Et
qr.od verum sit
quod non loquitur
ad mentem Philosophi
patet, quiadicit Philosophus:
non solum accidens
ducit in cognitionem
substantiæ, sed etiam e
converso. Non
potest autem substantia
ducere in cognitionem
accidentis nisi discursive:
non (nim pcr
speciera substantiæ duciraur
in cognitionem accidontis.
Et ideo aliter est
dicendum, per accidens
ducimur in cognitionem
substantiæ et e
coni^erso, sed per discursum,
nam causa in
aliquibus est apta
dare coguitionem effectus,
et quia, et propter
quid; iu aliquibus
vero non solum
propter quid, ut
in regressii, nam
aliquando cognita causa
per effectum, devenio
a cngnitione causæ
in propter quid
effectus; et prima
uotitia est perfectissima, secunda
vero non. Ideo
dixeruut et bene,
quod confert ; sed videatis
Tljemistium hic dicentem
quod est quasi
circulus, volens dare intelligere quod
quandoque causa notificat
effectum, et quia
et propter quid;
quandoque vero propter
quid taiitum, et
tunc est demonstratio
causæ tantuiu; qaandoque e
converso, et dicitur
demonstratio signi. Est et
alius modus quem AQUINO (si veda) bene
tauglt diceus; quomodo
ultra notitiam discursivam
accidentia couferant; etest
quia multoties habemus
cognitionem accidentium
propriorum et iguoramus
ultimas differeutias; et
ut dicit Commentator
octavo Metaphysicorum commeirto
quinto, loco ipsarum
ponimus accidentia propria,
et per accideus
devenimus in cognitionem
substantiæ. Unde cum
aliter non possumus
facere, facimus sicut
possumus, et substantia
confertad cognitionem accidentis
non solum discursive,
sed quia substantia ponitur
in definitione accidentis;
et sic in
via definitiva et
discursiva accidens coufert
ad coguitioneoi substantiæ,
et e contra;
et ideo non
approbo illos modos dictos,
non quia sint
falsi, sed quia
non sunt ab
intentionem LIZIO hic. Ex his
sequitur quod stat
me habere conceptum
accidentis, et conceptum
substantiæ; et tamen
quod accidens ducat
me in cognitionem
substantiæ et e
contra ; sic quia cognitio
substantiæ confert ad
cognitionem accidentis et
e contra, patet
de demonstratione propter quid,
quæ babita prius
notificat quia est
ipsius causæ per effectum,
et ducit nos iu notitiam
propter quid ipsius
effectus. Similiter stat
quod cognoscam substantiam
et accidens, et
quod tamen accidens
conferat ad cognitionem substantiæ, quia
stat et hoc est maxime
verum de uotitia
accidentis imperfecta prius
habita, perfecta enim
cognitio accidentis non potest
haberi nisi post
cognitionem substantiæ; ex
quo patet nostram consequentiam esse
veram, scilicet quod
stat substantia et
aceidens ambo esso
cognita, et tamen cognitio
aceidentis confert ad
coguitionem substantiæ et
e contra ; et hoc
iu via
discursiva et definitiva
nou oportet dubitare,
nam ipsum accidens
definitur per substantiam et
e contra; et
sic non semper
est verum quod
substantia ducat in
cognitionem accidentis, sed
beue propter quid
et e contra,
ut dictum fuit.
Stat tamen cum hoc
quod uotitia s
.bstantiæ ducat in
cognitionerc accidentis, ubi
piius nullam notitiam haberemus
de accidente; patet
iu demonstratione simpliciter,
iu qua ex
causa nota nobis
et naturæ ducimur
in cognitiouem quia
est et propter
quid ipsins accidentis.
Similiter notitia quia
est accidentis ducitin
cognitionem substantiæ, nulla
prius habita notitia de
ipsa; patet quando
ex notitia accidentis
proprii devenio in
notitiam substantiæ. Ex lioc
patet quod cognitio
accidentis uou semper
causatur ab ipso
phantasmate, nbi per
viam discursivam devenioiu
notitiam aceideutis ex
uotitia ipsius substautiæ.
Ex quo patet
quod ille modus
dicendi non est universaliter verus:
sicut res se
habet ad actionem
realem ita ad
spiritualem;bene aliquaudo est
verum, non tamen
semper; quia nunquam forma
potest esse et
recipi iu materia,
nisi prius materia
fuerit disposita per accidentia.
Stat auteni totum
oppositum in actioue
spirituali,ut dictum ost.In
materialibus prius est
substantiu quam i>assiu;
iu spiritualibus multoties
est totum oppositum,
ut qiuindo siibstantia
esset nobis ignota,passione existente
nota;et lioc modo
est veiiim de irapevfecta nolitia,
non autem de
perfecta; et quantumcumque
accidens notificet substantiam
et e contra,
verius tamen substantia
notificat accidens, quam
accidens substantiam, et definitio
definitum qiiam e
contm. Omnia sunt
clara. Unum tantum
liic esset dubitanJum,
quum ex causa
uotificatur effectus et
ex definitione accideutis,
numquid iila coguitio sit
habita pcr discursum
an per propriam
speciem; non euim
est verum quod quidquid
est per propriam
speciem cognoscatur; mnlta
enim cognoscuntur quæ
non liabent speciem propriam
et substantiæ separatæ
et relationes: imo
tenet Scotus quod substantia solum
discursive cognoscatur. Sed
de hoc in
sequentibus. Ali-id oportet scire,
quod substantia ducit
in cognitionem accidentis
et e contra via
discursiva et demonstrativa; quia
dicit Averroes quod
definitiones et demonstrationes, quæ
no;i declaraut accidentia,
sunt vanæ; quod
eodem modo contiugit
quum accidentia declarantia ipsam
substantiam sunt maxime
propria; quæ vero
non sic. non sunt
propria saltem eodem
modo. Sic enim
perfectissima definitio declarat
omnia accidentia. Numquid
vero proprium et non
aliud ducat in
cognitionem substantiæ, credo
quod non semper;
beue verum est
quod quanto magis
est prcprium et esseutiale,
tauto magis ducit
in cognitionem substantiæ. Et sic
fiuis imponitur quæstionibus
super pvimo libro De
auima. Deo favente. Cli.45 veiso QVÆSTI0NES MAXIMI
ILLItTS PHILOSOPHI PETRI
SCILICET rOMPONATII SVPER SECUNDO
DE ANIMA Utrum definitio animæ
sit hene assignata. Visa definitione
auimæ in miltis
textibus, Pampouuaciiis eam
exanimat iu textu imclecimo. Et
prim) circa p.imam
particulam dubitatur utrum
sit actus, et
videtur quodnon, quia si esset
astus, esiet forma;
sed nou est
forma; igitur etc.
Autecedens patet, quia forma
et actus idem
sunt: brevior probatur,
quia si anima
esset forma, esset
vel substautialis vel accideutalis;
sed uon est
aliqua istarum; ergo.
Quod non sit
accidentalis patet per Averroem
secundo liuius, coramento
secundo, ubi dicit
quod secundum quod dat
nobis prima cognitio
naturalis, anima est
substantia, et etiam
pars substantiæ est siibstautia. Secnndura
probatur quod uon
sit forraa substantialis
sic: proprium est
substantiæ in subiecto
non esse; anima
est in subiejto;
ergo. Auterior patet
ex præcedentibus; brevior
probatur, quia Aris^oteles
iam probavit animam
non esse corpus,
qnia est in subiecto.
Item proprium est
substantiæ per se
stare et accidentibus
substare; sed anima non
per se stat,
nec accidentibus substat;
ergo. Anterior patet
ex præcedentibus, et
brevior probatur, nulla
enim est aniraa
quæ per se
stat, nec intellectiva; nam dicitur
in primo liuius,
quod si quis
dixerit animam p3r
se intelligere, est
ac si diceret, eam
texere vel filare;
et hoc est
ia textu commenti
sexagesimiquarti, et hæc
est prima quæstio quara tangit Joannes. Dubitatur secundo
utrura sit actns
priraus; et videtur
quod non, quia
ille non est actus
primus quem præcedunt
alii actus; sed
animam in corpore
multi actus præcedunt
tara substantiales quam
accidenteles; ergo. Prima
patet. quia primo
non datur prius; brevior
probatur dupliciter, prhiio
quia animam ipsam
in corpore præceJuut actus esseutiales
et accidentales; ergo.
Di accidentali patet,
quia actus activorum
sunt in patiente beue
disp )sito, nt
dicit LIZIO; unde
quomodo aniraa posset
iuformare materiam, nisi illa
esset disposita et
per debitas organizationes et per debitara
proportionera qualitatnm priraarum?
Item præceduut in
corpore animara multæ
formæ substaniiales tam partiales
quam totales: non
enim est homo
nisi prius sit
corpus, et nisi sit
cor et epar,
et alia : quis
enira diceret omuia
ista membra unica
forma informari, cum habeat
tam diversas operationes
et complexiones? Deinde
ponitnr actus priraus ad
differentiam secundi: lioc
non est universaliter
vernra qnod auima
sit actus priraus, ut
distingnatur coutra secundum,
quia quaudo homo
nutritur in homine,
non esset actus pr
raus, quura iu
eo uon est
actus secuudus; quare
ibi non esset
actus priraus, et iiic
tangitur quæstio quæ
tangitur ab Averroe
coramento octavo. Dubitatur tertio
utrum anima sit
actus primus corporis ;
et videtur qnod
non, quia si ipsa
esset actus corporis,
tunc esset accidens;
hoc autem est
falsum; ergo. Con(') II
tcsto di LIZIO
e questo: 810
^•JX^ s^rr/ svr=\cx^n-z
-h TZfirn auaaro;
fjTr/.0'j 8uv5t(/si fuvj/ E^ovTo,-.
Toiouro Ss, 0 av r^
ojyavizov. De anima
II. 1 6. CoDsequentia probatur,
quia omiiis forma
adveiueus euti in
actu est accidens
ex secundo De generatione,
textu commenti quarti
huius seeundi; anima
autem estt alis
quia per se advenit
corpori, quod est iu actu;
ergo. Dubitatur quarto super
illud verl)um «
physici » quia non
videtur bene positum
esse, quia in detinitione
sribstautiæ nou ponitur
accidens: sed physicus
ponitur in detiui Ch.
49recto tione auimæ et
anima est substantia;
ergo. Brevior probatur,
quia si loco
« physici » ponitur
sua defiuitio, quæ
est esse principium
motus et qnietis;
tuuc in definitione animæ ponitur
accideus. Item ablataista
particula physiei non
minus eiit peifecta
ct completa ista definitio
animæ; ergo supevtiue
ponitur. Consequentia patet;
anteeedens probatur. quia dicunt
quod ponitur «
physici » ad
ditferentiam artificialium, modo
sufficit pro distinctione
corporam artificialium «
in potentia vitam
habentis et estdefinitio completa; vera
autem definitio non
continet superfluum ut
in octavo Metaphysicorum. Dubitatur quinto
circa illam partem
«orgauici» quia in
definitioue organici ponitur quantitas, qualitas
et .situs, quæ
sunt accidentia quorum
nullum debet poni
in definitione substantiæ. Secundo
anima est simplicior
formis elementornm, cum
magis accedat ad divinum;
ergo debet habere
subiectum simplicius quam
elementa; quare non
debet habere pro
subiecto corpus organicum.
Consequentia potest patere,
quia nobilioris formæ
nobilius est subiectum;
quanto autem aliquid
est simplicius, tanto
nobilius est, quia magis
accedit ad illud
quod ep .,
citur actus primus
quia ab ea
non proveuit operatio,
quæ est apta
uata provenire, sequeretur quod
cura sentirem in ræ, nou
e.sset actus priraus;
unde Themistius dicebat:
cavendura est ne
vigilemus, quia proderemus
actum primum. Pro
hoc argumento notanda est
discordia in defiuiendo
ætum primura et
secundura. Latini vohmt
quod forraa sit actus
priraus, operatio vero
secundus. Si ergo
sic defininius, secundum
arguræntum uihil valet;
non enim probaret
animam nou esse
animara actu operantem, sed non
esse ipsam operationera.
Sed tamen Theraistius,
Alexander, Averroes et LIZIO videntur
velle quod actus
priraus sit forma,
a qua nou
provenit operatio apta proveuire, actus
vero secundus est
forma a qua
provenit operatio; sed
quoraodocumque intelligatur nou
est magna difficultas.
Nam ipsi dicuut
quod debet intelligi disiunctive, scilicet
quod in aliqua
anima est actus
priraus et in
aliqua actus secundus; in
quibus non est
actus operans est
actus priraus; non
facit autera meutionera
de actu secundo, quia
non est dubium,
quod quando anima
est operaus in
aliquo. qued ibi sit
actus primus; bene
est dubium quaudo
non est operans,
an sit actus
primus cum appareat mortuus. Probabilmente 6 sottinteso
: amplius. Uiruiii sint
plures foriuue substantiales
in eodeni cuinpusitu. Quinta opinio
qiiæ mihi probabilior
videtur, et est
authenticorum virorum scilicet AQUINO (si veda), ROMANO (si veda) et Alberti
hic iu libro
De anima, licet
contrarium videatur dicere in
tertio Coeli. Dicit
hæc opiuio quod
iu uno composito
non possunt esse
plures formæ substantiales realiter
distinctæ sed unica
tantum; eadem enim
forma est per
quam Socrates, animal,
corpus, mixtum, oculatus
et huiusmodi; et
pro liac duo
tautum fundamenta adducam, quia
alia patebuut. Primum
de ratioue formæ
substautialis est dare
esse simpiiciter, accidentalis vero
per accidens, ut
primo De generatione
dicitur. Modo si quælibet
forma substantialis dat
esse simpliciter, tunc
tale compositum habebit
duo esse simpliciter; quare
nou esset unum,
sed duo. Alteruui funJamentuiu
est quod LIZIO semper, ubi
loquitur de hac
materia, dicit quod omne
quod adveuit enti in actu
est accidens, quod
pariter vel esset
falsum vel limitatum. Volendo
ergo sustinere hanc
propositionem, quæ mihi
verior videtur; restat solvere
argumenta. Ad id quando
dicitur: uude snmeretur
uumerositas prædicatorum, pro
hoc notetis, ut beue
notat hic Albertus
ed AQUINO (si veda), non inconvenit
aliqua dispersa in
diversis concludi eminenter
in uno perfectioii;
est euim substautia
sine corporc ut
in abstractis, et etiam
corpus siue vivente,
et vivens sine
auimali, et animal
sine homine. Ecce quomodo
ista sunt dispersa
in diversis. Cum
quo taræn stat
quod ista dicantur
esse collecta in uno,
ut in homiue
ratione suæ perfectionis;
exemplum accommodatum dat Albertus:
in civitate suut
tribuni, prætor, et
consul; prætor est
perfeclior tribuuo, et consul
est prior prætore;
quæ tamen omnia
sunt collecta in
rege sive in
principc: potest euim ipse
facere omuia quæ
possunt ipsi de
per se. Uude
iste est ordo:
quando aliqua subordinantur ad
iiivicem, prius debet
esse in posteriori
eminenter, sicut trigouum
in tetragono: auima
iutellectiva ex sui
perfectione omnia quæ
sunt iu aliis
dispersa iu se
eminenter continet illa.
Quo stante faciliter
dicitur ad illud
argumeutura: dico quod est
Huica res raaterialiter, taræn
plures virtualiter, a
quo sumitur ista uumerositas prædicatorura. Ex
onumeratione enim virtutum
sensatarum in ipsa anima
intellectiva sumuntur iila
prædicata; quare patet
quod ista numerositas
sumitur a re continente
illas perfectioues eminenter,
ut patet in
exeraplo Alberti de
rege. Ad secundum:
quando dicebatur quod
substantia separatur a
corpore et corpus
a vivente, et viveus
ab animali in
liis quæ sunt
dispersa, ergo ita
debet esse in
liomine; sed in rei
veritate, hoc potius
arguit oppositum. Nam
in imperfectis sunt
dispersa, uniuutur tamen
iu Iiomine propter
perfectionem auimæ suæ
comprehendeutem omnes gradus
imperfectos ex sui
raagna perfectioue, sicut
verbigratia rex continet
onines magistratus qui
snnt dispersi in
inferioribus; imo et
Deus qui est
perfectissimus omnium
continet emiuenter omnes
rerum perfectiones, et
hoc est rmum
ex fuudamentis Thomæ. DiflScuItas
autem est respondere
rationibus Scoti tenentis
dari formas partiales et
formas mixti distiuctas
ab aliis. Ad
primum si non
remanet eadem forma,
quærebatur de generante
illam formam ita
nobilem, et de
generaute illa accidentia,
et idem eftectus numero
proveniret a distinctis
specie. Hoc argumeutum
est fortissiraum Ch. 64
recto quod eognoscitur es
diversitate respousiomim. Tliomistæ
digladiantur inter se
iu hoc. Aliqiii dant
unam responsionem, alii
aliam. Gregorius dat
aliam in secundo
Sententiarnm distinctione decimasexta,
quæstione secunda. Dicam
ego quod mihi
raagis placet. Videtur mihi
primo quod Scotus
et sequaces habeant
contra se easdem
angustias quas habet AQUINO (si
veda), quia si
bos interficiatur gladio,
frigiditate et quomodocumque morialur, semper
est idem bos;
modo est difficile
videre quomodo per
solum motum localem possit
corrumpi bos. TJnde
reflectitur argumentum contra
ipsum. Dieebat ipse quomodo
per solum raotnm
localem potest generari
bos nulla præcedente
alteratione; ero-o sicut omnes
generatioues præcedit alteratio,
ita et omnes
corruptiones; et sicut est
iuconveniens de uno,
ita est de
alio. Tunc refiecto
contra te hoc
idem argumentum. Si
bos corrumpitur gladio,
frigiditate, illa forma
substautialis corrumpitur et est
idem effectus numero:
ergo a diversis
secundum speciem potest
proveuire idem effectus uumero. Dices
et subtilius: hoc
non videtur verura
de effectu positivo,
sed bene de
privativo; quomodo enim est
possibile quod per
solura gladium geueretur
forma cordis et
epatis, et cadaveris, et
tot et tanta
luembra? Hoc argumentum
dixi esse fortissiraum,
lieet apud me non
concludat; nam sumo
dictum LIZIO in secundo
De generatione, ubi diciiur
quod terra potest
generare ignem, ærem,
et alia multa:
si enim terra
agat in ærem per
siccitatem nec non
per caliditatem, tunc
generabitur ignis qui
est calidns et
siccus; similiter si
agat in ærem
per frigiditatem, tunc
generabitur aqua, quæ est
frigida et humida.
Ecce quomodo est
posdbile quod idem
agens secundum speciem causet
effectus diversos secundum
speciem. et quod
idem effectus secundum speciem proveniat
a diversis secundum
speciem. Hoc autem,
ut dicit LIZIO,
provenit ex dispositione,
et quorsum hoc
dico? quod non
solum effectus privativus
sed etiam positivus potest
a diversis causis
secundum speciem causari,
et idem agens
secundum speciem potest diversos
effectus producere. Quare
patet quod non
inconvenit quod per frigidum
generetur cadaver et
per humidum et
calidum, sic et
iu aliis; quare
quando caliditas agit iu
hominem, cum hoc subiectum sit
maxime dispositum pro
forma cadaveris, ideo
uon est mirum
si ex eo
generetur cadaver. Similiter
humiditas ageus in hominem
geuerat cadaver, similiter
et siccitas, et
gladius et talia;
non ergo est
mirum; quia tale
subiectum est dispositum
pro forma cadaveris.
TJude si hoc
est inconvenieus erit
destruere processum LIZIO in
secundo De generatioue,
ut supra dictum
est; et si
argumentum Scoti concluderet,
esset etiam coutra LIZIO.
Responsio ergo stat
in hoc quod
non iuconvenit, imo
est uecessarium ratione
dispositionis passi, eundem effeclum
produci a diversis
causis; et liæc
cst nostra responsio
a nutla accepta, imo
idem effectus positivus
potest a diversis
cau&is proveuire, ut
dolor provenit a
calido, frigido, humido,
sicco et tamen
dolor est quid
positivum, quia est
tristis sensatio, sed
iustabilis. Ch. CG recto
Ch. "Overso Utrum omnis
anima sit divisibilis. Alia quæstio
est utrum omnis
anima dicatur esse
divisibilis; et ue
iu æquivoco labnrcmus, non
est sermo noster
de divisione seeundum
speciem; quia lioc
modo sunt divisibiles imimæ, quum
uon sunt eiusdem
speciei; uec est
iutentio uostra loqui utrum
sit divisibilis in
partes eo modo
quo compo.-itum dividitur
in materiam et
formara, uec de
divisione quæ est
in partes essentiales.
quia in tertio
huius de hoc
videbitur: sed serrao
est de divisione
i)er accidens sicut
ad divisionera corporis
in quo est. De
qua Aristoteles quinto
Metaphpieorum capite «
de quauto »
locutus est, nec loquor
utrura auima sit
divi^ibilis per se,
quia hoc modo
nihil est divisibile
præter quantitatera, ut dicitur
iu primo Physicorum
toxtu commenti septimi,
ubi dicitur quod omne
quod est divisibile,
ratione quantitatis est
divisibile; ipsa autem
quantitas per se est
divisibilis. Et
notaraus propter sophistas
quod nou surao
hic per se
in primo vel in secundo modo,
sed in tertio,
idest per se
solitarie; sic intelligendo,
substantia est per se
indivisibilis, idest solitarie
sumpta et considerata
secliisa qiuxutitate. Sed disputatio nostra
est utrum quælibet
anima sit divisibiiis
per accidens sie,
quod ipsa extensa ad
extensionem corporis dividatur
ad eius divisiouera;
et sermo est
de animabus eductis
de potentia materiæ,
quia auiraa intellectiva
clarum est quod
non est divisibilis, dimissa
opinioue CROTONE A CALABRIA ED
ACCADEMIA, qui tenent
omnem animam esse indivisibilem. In
via peripatetica invenio
tres opiniones famosas.
Uua opiuio AQUINO (si veda)
in prima
parte quæstionis 76
art. 8; et
etiam Albertus est
istius opiuionis. Tunc hæc opinio
dicit quod per
se ec per
accidens anima est
indivisibilis: de par
se est manifestum, et omnes
concedunt cum sola
quautitas sit per
se divisibilis;quod autem
et per accidens sit
indivisibilis,probant
raultis rationibus. Pro
nunc duas tantura
adducaraus: priraa est supponendo quod
totum animal aut
planta informetur per
auimam, totura enim
et quælibot pars est
animata, quod non
est nisi per præsentiam animæ.
Non
ergo dieunt isti
est putandura. quod
auiraa sit in
una parte per
essentiara iit in
corde et in aliis
per virtutera. sed
iu toto per
essentiara. Secundo isti
accipiunt quod definitio de
anima sit vera,
scilicet anima est
actus corporis. Tunc
dicit AQUINO (si veda): sumamus
plantam; si enim
de quo minus
videtur inesse et
inest, ergo de
quo magis: cbrura
est quod anima plantæ
est in tota
planta, et non
tantum in parte.
Impossibile autem est
quod aliquid extensum
sit in pluribus
partibus simul. Si
ergo aniraa sit
extensa, uon potest esse
in pluribus ipsius;
et ita dicatur
de anima sensitiva
liominis. Dicit autem Thomas,
si sit indivisibiiis, quod
potest esse præsens
omuibus partibus corporis,
sicuti Deus qui præest toti
universo. Hoc ergo
est argumentura AQUINO (si veda): aniraa ' informat totam
et quamlibet partem,
et est actus
corpoii.s ergo est
indivisibilis, quia si esset
divisibilis non posset
hoc facere. Hic etiam
Albertus facit rationem
multum efficacem, quam assumpsit
PIETRO DA MANTOVA (si veda) concivis
meus in scripto suo
De primo et ultirao
instanti, credo capite
secundo: i^atio est
ista, nisi anima
esset indivisibilis, non
possemus salvare identitatera
individui a principio
usque ad tinem.
Probatur quia homo
a principio sui,
quando erat embrj'o,
erat digitalis quantitatis,
et nunc tantao, quod
non potest esse
nisi quia actuatus
est, et materia
est variata propter
coutinuam resolutiouem humidi
ad renovationem novæ
materiæ propter nutrimenium.
Quoraodo ergo si
continue a principio
usque ad finem
uniatur raateria, potest esse
idem numero? quia
si anima est
divisibilis ad divJsionem
materiæ, cum continue varietur materia,
etiam et forma
variabitur; et ita
cum non remaneat
eadem materia, nec
eadera forraa, nec erit idem
individuum. Si autom
ponatur auiraa indivisibilis, Cli.71
verso remanet ideutitas individui,
quia esse insequitur
formam,et quia quando
anima est indivisibilis
seiuper lemauet eudem
aliam iodiieus et
aliam matedam: ideo
facit ideutitatem iu
supposito; sicuti si
esset vas perforatum,
iu quo coutinue
uova aqua subintraret,
et alia exiret,
semper utique esset
idem corpus, uon
existente tamen eadem aqua,
quæ tamen iuduit
se iu alias
materias. Quæ opinio
multis displicuit volentibus animas plantarum
esse divisibiles; quæ
quidem multum assimilantur
formis elemeutorum, iu
tautum quod ACCADEMIA in
Timæo uon dignatus
est eas vocare
animas sed vocavit
naturas. Ulterins autem
isti voluut animas
animalium esse iudivisibiles
et per se et
per accidens, et
ratio est, nam
videmus si aliquid
aniraal pungatur iu
digito pedis, statim sentit
puncturam per totum
corpus, quod non
potest esse nisi quia anima est
indivisibilis cuiquam parti
corporis præsentis (sic).
Si autem anima
esset divisibilis, quouam
modo illa sensatio
trausiret tam cito
a calce ad
caput? et si
sensatio tiat per spiritum,
quomodo spiritus tam
cito potest trausire
de uno loco
ad alium. cura tamen
spiritus sit corpus?
Aliis uou placet
hæc opinio; sed
volunt quod auima
animalium perfectorum sit
iudivisibilis, imperfectorum vero
divisibilis; quam opiniouem insequitur AQUINO (si veda) iu secundo
Contra Gentiles capite
septuagesimo secundo . Imperfecta
vero quæ densa
(secta) vivunt, perfecta
quæ densa secta uou
vivunt. Istam opinionem probaut,
quia si densantur
(secantur) talia animalia,
ut auguillæ, partes densæ
sectæ vivunt; per
oppositum vero est
iu perfectis, quia
ipsa habent animam indivisibilem, prima
vero divisibilem. Tertia opinio
est, quæ magis
mihi videtur peripatetica,
quæ tenet quod
quælibet anima præter
intellectivam est divisibilis,
cum sit constituta
in esse per
subiectum, educta de potentia
eius. Quæ opinio
magis videtur sensata;
et ratio pro
hac opinioue est, quia
si sunt formæ
eductæ, prima facie
denotare videutur quod
sint exteusæ et divisibiles, quia
debent habere couditiones
materiæ. Primum autem
iuhærens materiæ, disponens
eam pro eductione
foimarum, est quautitas;
ergo cum omne
receptum recipiatur secundum conditiones
recipientis, ipsæ formæ
erunt divisibiles et
extensæ. Pro hoc facit
dictum Aristotelis tertio
Coeli textu commenti
septimi ubi probat passioues et
accidentia esse divisibilia,
ex eo quod
sunt in subiecto
divisibili ; quod Diciiur crgo
iolum ct sccundum
quanlilalciii cl sccunduin
csscnUac pcrfcciioncm. Toiuiii uulcm
ct parlcs, sccunduin
quantitalem dicla, formis
non conveniunt nisi
pcr accidens, scilicet
in quantum dividunlur divisione
subjccti quantikUcm habentis;
iolum autem vel
pars, secundum perfectionem
cssentiæ, invcnilur in
formis per se. Dc hac igilur
lotalitale loquendo quæ
per se formis compelil, in
qualibel forma apparet
quod csl tota
in toto et
tota in qualibel
parte ejus. Secus
auleni csl de totalitate
quæ per accidens
atlribuilur forinis; sic
enim non possumus
dicere quod lola
albedo sit in qualibel
parle. Si iyitvr
est aliqua forma
quæ non dividatur
divisione subjecli, sicut
sunt animæ animalium
perfeclorum, non erit
opus disiinclione, cuin
eis non competal
nisi una lotatitas;
sed absolute diccndum cst
eam lotam essc
in qualibet corporis
parle — AQUINO (si veda) Gontra
Genlilcs — Si
avvfrta che quaiido
le citazioiii di
san Tommaso non
sono accompagnate cspressamente dal
titolo Gontra Gcnlites
o da altio
titolo specificato, ma
solo dal i-idiiamo
a Parti, Questioni cd
Articoli, si intendono
riferite alla Sumnia
Teologica dell" Angelico. (-)
Uno dci passi
di Aristotele a
cui si riferisce
la questione qai
trattata e clie
giustifica la correzione
proposta allo sbaglio
commesso dairanianuense, alle
parole dcnsa e
densanlur, u.!-i .... cuy.t^aTvov
sni tu-j s-jtouuv
sv to]; 5jaTS//vo^as-/oiv' v.a:'
ya.p «(VSvjgt/ sxaTSjS^v
xoiv fisfu^j sysi. xotl
■/.i-rriai'i t-rfi zara
Ttiffov capo 2
di,'l libro 11,
paragrafo 8. Cf.
capo -5 del
libro I, ultimi
paragrafi del De Anima
e Problemata, sezione
IX, paragrafl I3-G5
e 67 della
edizione Didot. si ratio
sua procedit de
iiiis accideutibus, eadom
ratione procedit de
istis formis eductis;
et Commentator in
primo capite De
substantia orbis in
tine, dicit quod
ex eo quod forma
est constituta in
esse per subiectum,
est divisibilis et
e coutra; sic
quod se mutuo
inferunt divisum et
constitutum in numerum
per subiectum, in
diversis tamen generil)us
causarum, quia primura
est a posteriori
et secundum a
prijri. Item LIZIO iu
octavo Ph^^sicorum ubi
devenit ad primum
motorem, probat eum esse
indivisibilem, ex eo
quod est abstractus
a materia: modo
si auimæ plantanm
essent iudivisibiles non
valeret suum argumentum
ex eo quod
primus motor est indivisibilis. Probat quod est
immobilis; ergo etsi
animæ plantarum essent
indivisibiles, essent etiam
iramobiles. Item corauniter
dicitur si anima
esset indivisibilis idem moveretur
et staret simul. Ad
rationes in oppositum
potest dici; ad
primara quæ est
Thomæ cum dicitur unum
divisibile nou potest
inforraare aliud secundura
diversas partes ; dico
quod illa definitio «
anima est actus
etc. » debet intelligi
de una anima
totali et non
de partibus animæ. Uude
sicut doraus est
forma cameræ secundum
unam partem et
tecti secundum aliam
partem, ita et
anima est forma
nasi secundum unam
partera et pedis
secundura aliam; et sic de
singulis. Ad rationem
Alberti dicitur quod
licet anima sit divisibilis et
materia semper fluat
et refluat, quia
tamen a principio
generationis est contractum humidnm
radicale, quod semper
raanet idem numero;
ideo salvatur identitas
numeralis. Nou taræn
expectes totam veritatem
in generabili, sicut
in æterno, nec tantam
flexibilitatem. sicut in
fluvio, sed est
niedia inter illa. Ad
argumentum Marsilii MARSILIO DI
PADOVA (si veda) « si pungatur
animal » dicitur
primo: si tenemus
illam sensatlonem fieri
per realem tvansmutationem spirituum,
dico: non demonstrat
quod subito fiat
illa sensatio, sed in
tempore imperceptibili, sive
modo illi spiritus
currant ad cor
tanquam ad principium
secundum Aristotelem, sive
ad cerebrum secundum
Galenum. Vel potest
dici et melius quod
sensatio illa non
fit per realem
transmutationera, sed per
spiritualera, et hoc non
inconvenit sicuti et
camera in instanti
illuminatur. Ad aliud
quod dicit alteraopinio de Albertistis
dico quod illud
est pro uobis;
et cura dicithæc
opinio quodanimæst indivisibilis. quia
animalia perfecta secta
nou vivunt: dicitur
quod hoc non
concludit; unde dico quod
hoc provenit pro
tanto, quia in
animalibus perfectis est
complexio temperata et mensurata
respectu aliorum animalium;
et, ut utar
seraone Aristotelis, una
pars dependot ab
alia. Ideo si
dividatur uua pars
ab alia, raoritur
aniraal: et hæc
est ratio Aristotelis in
quinta particula Probleraatum
problemate vigesimosecundo, ubi quærit
proptcr quid corpora
maxime perfecta de
facili ægrotant, et
hoc dicit esse
propter maximam et
optiraara suara complexionem
et compositionera in
partibus quarum una
dependet ab altera;ideo
una læsa, aliæ læduntur; sicut
in cithara perfecta
una corda læsa tota
læditur: non sic
iraperfecta. Quod ergo
una parte læsa
totum lædatur est ex
sui perfectione, et non ex
indivisibilitate aniraæ : quia
enim in talibus
animalibus est complexio et
compositio,. ideo partes
sunt magis unitæ,
et dependentes ad
invicera; ideo si una
pars taliura animalium
læditur vel separatur
ab alia, solvitur
illa proportio, et
commensuratio membrorum talium
animaliura ad iuvicem;
quare totum animal moritur,
quia vita consistit
in illa proportione;
et hoc tamen
secundum Averroem, quia fides
aliter sentit. Quod
si horao in
duas partes divideretur, non statira perirct
anima loquendo de ea quæ
est educta; cuius
signum est quod
manus abscissa palpitat, et
vidi capxit sectum
in decapitatis palpitave;
et multi dicuiit
loqiii, quod tamen uegatur
a LIZIO. Quare autem
non diu \ivat
anima diviso coriiore non est
ex indivisibilitate animæ
sed ex sui perfectione – cf. H.
P. GRICE, SHROPSHIRE – immortality of the soul] ; quia
liæc anima est
raaxime perfecta, ideo
indig.^t partibus ad
invicem unitis. Recitavimus qnatuor
opiniones, quarum quartam
tauquam magis peripateticam acceptavimus, quæ
ceite est Commentatoris. Uuusquisque
tamen potest defendere
suam opinionem, sed non
ut puto ad
meutem LIZIO; sed pro
clariori intelligentia liuius quæstionis oportet
raovere unum dubium,
quia iu solntione
unius argumenti dictum est
quod prima definitio
animæ intelligitur de
una anima totali
et perfecta non
dependente. Modo lioc est
dubium, quia per
ea quæ dicta
sunt aniraa non
tantum informattotnm sed unamquamque
partem; si sic,
ergo quælibet pars
est animata, ergo
anima est animata.
Quæro de anima
unius partis vel
est actus corporis,
vel nou. Si
non, ergo non est
anima; sisic, ergo
ponitur quod sit
actus corporis; ergo
sibi competit defiuitio
animæ quæ est actus
corporis physici organici ;
quod tamen est
falsum, quia illa
pars non est organica
ut aliqua particula
carnis. Si ergo
sic sit, iila
pars nou habebit
animam, et sic anima
non erit e.xtensa
sed indivisibilis. Ad hoc dicitur
quod anima informat
totum corpus, et quamlibet
partem, et quælibet
pars est animata:
et (ad ea) quæ dicis
contra, quia uon est
actus corporis, dico
quod eadem quæ
primo informat totiim,
secundario partem; et sic
luiec pars secundaria
est animata per
animam totum informantem.
DeJinitio autem illa
habet intelligi de
eo quod primo
informat et non
secuudario. Dices: ista expositio
est cavillosa, neque
solvit dubitationes. Bene
verum est quod
anima primo informat totum,
sed accipit animam
quæ precise informat
miniraum carnis. Quæro
de illa: velest anima
vel non; si
sic, cum anima
sit actus corporis
physice organici istud niiuiraum esset
organicum. Multi moderni. quorum
caput est PIETRO DA MANTOVA (si veda), concivis ræus, respondent
quod quælibet pars
est animata, et
quod in uuo
homine sunt infiniti homines, quod
quidem non consonat
viribus sic, et
est contra LIZIO supra
in textu comrænti noni
ubi dicit: «si
oculus esset animal»;
non ergo dieit,
quod sit animal,
sed loquitur dubitative
« si sit
»; et istud
est contra Aristotelem
in quinto De
animalibus, ubi cum devenit ad
hominem, docet eum
esse constitutura ex
carne et osso. Et
si diceres LIZIO
loqui de uno
animali, hoc nihil
est. Verum ojwrtet
suam rationem salvare, quia
suræudo tale minimuni
ut est animatum
vel non, dico
quod LIZIO numquara diceret
tale rhinimura esse
animatum in actu,
nec animal iu actu,
quia definitiones dantur
eorum qnæ sunt
primo et per
se et sirapliciter
et in actu. Ideo
illa definitio debet
intelligi de anima
per se in actu, et
non potentia; quia antem
illæ partes non
proprie dicuutur aiiiraatue
cura sint in
toto in potentia;
ideo illa definitio non
datur de illis.
Sed adhuc instant
isti, quia definitio
explicat essentiara definiti;
si ergo partibus
integralibus animæ non
competeret hæc definitio,
ergo iu defiuitione animæ
poueret primo et
per se; et
cum hæ conditiones
siut accidentales, et
sic defiuitio auimæ
esset data pcr
additamentum scilicet per
particulas per se, primo. Hoc
argumento PIETRO DA MANTOVA (si veda)
concedit quod quælibet
pars animalis estauimai. Sed
contra; quia similis
(ratio) est contra
eos, nara aninial
et unum animal convertuutur quarto
Metaphysicorum; sed per se hoc
est animal, ergo
nnum animal tantum:
quare iu uno
non ernnt infinita
aniinalia, ut tu
coucedis. Sed quia
possent negare quod uuura
et ens couvertuntur;
ideo dico ad
argumentnm: primo quod
ad lioc quod aliquid
definiatur, oportet liabere
has conditiones, seilicet
« per se
primo»: nou tamen
quod liæ conditioues
siut iu quidditivo
conceptu definibilis. Alii
dicunt, et iu
idem coinciduut, quod in
geueratis in quibus
terminus ut liomo
dicit secuudo auimam
et corpus; si definiatur,
semper est cum
connotatione, ut ex
illis partibus fiat
unum per se et
in actu; et sic licet
liæ conditiones non
ponantur in definitione,
tamim connotantur inesse illi
subiecto. Utrum potentiæ animæ
distinguantur reaUter ab
anima. Circa textum trigesimum
secuudum Pomponacius dubitat
utrum potentiæ animæ
distiuguautur ab auima
rcaliter. Ista quæstio
est difficiiis, et
Iiabet nuiltas opiuiones. In
ea tamen tres
principales invenio; prima
est Tiiomæ in
prima pavte, quæstione
septuagesima septima articulo
primo, quam imitantur
ROMANO (si veda) et Joanncs Gandaveusis, et
multi alii qui
volunt quod potentiæ
animæ sint de
secunda specie qualilatis
et sint reales
realiter distiuctæ ab
esseutia animæ ;
et licet de
lioc siut fereinflnita
argumeuta, ego tamen
potiora adducam. Primura argumentum
est Tiiomæ in
prima parte quæstione
quinquagesimaquarta articulo
tertio, ubi quæritur
utanu potentii Angeli
sit eius esseutia.
Argumentum est quia in Deo esse
et essentia snnt
idem; in aliis
vero nou, aiiter
euiui divinæ simplicitati derogarent:
sicut autera esse
et essentia uon
sunt idem in
creaturis, ita uec essentia
et potentia erunt
idem. Unde si
essent idem, agerent
sine aliquo instrumento,
sed agereut immediate
p^r essentiam solam,
quod Deo repugnat.
Et propter boc tenet
AQUINO (si veda) quod esse
et essentia, essentia
et poteutia non
sunt idera nisi
iu Deo. Secundum argumentum
est: actus et
potentia sunt eiusdem
geueris; cum ergo actus
animæ, ut visus,
sit accidens; ergo
potentia ad videndum
erit accidens, quare nou
erit idem quod
aniraa. Tertiura argumentum: si
anima esset idem
quod suæ potentiæ,
tunc anima semper actu
operaretur; quod tameu
est falsum, quia
aliquando ob omni
opere cessat. Consequentia probatur;
sicut enim auimæ
est facere esse
vivum illud iu
quo est, et quamdiu
stat in subiecto,
ad eam sequitur
esse ; ita si
essentia animæ sit
sua potentia ad
eaui semper sequitur
operari et esse
in actu. Quarta ratio
est, in qua
multum miratur Ægidius,
quia non est
transire de extremo in
extremum sine medio;
es quo ergo
aniraa est substantia,
et operatio est
accidens, oportet dare aliquid
quod nou sit
totaliter substantia, nec
totaliter accidens, et
lioc est potentia animæ. Quinta
ratio: poteutia est
de secunda specie
qualitatis, qualitas autem
realiter diflfert a substautia,
quia suut prædicarænta
distincta; ergo aniraa
et eius potentia non
sunt idem. Sextani argumentum:
aniraa est una,
potentiæ plures; ergo
anima non est suæ
potentiæ realiter. Septimum arguræntura
: sequeretnr quod
in pede esset
potentia visiva, et sic
pes posset videre,
quod est falsum.
Consequentia probatvu-: si
enim anima sit
idem quod suæ potentiæ,
cum anima sit
in pede; ergo
potentia visiva erit
in pede. Octavo et
ultirao: quæcumque suut
eadem uni tertio
sunt eadem inter
se ; si ergo
potentiæ animæ suut
idem lealiter qnod
auima, erunt idem
inter se; quare
potentia auditiva erit visiva
vel olfactiva erit
tactiva, et sic
de aliis. Alia est
opiuio huic ex
toto contraria, quæ
teuet quod potentiæ
auimæ sint idom realiter
quod auima, et
quod differant ab
anima, et inter
se sola ratione.
Cuius sententiæ fueruut Nominales,
quorum primus est RIMINI (si veda) in secundo
Sententiarum, dispiitatione decimasexta,
quæstione tertia, articulo
primo; et liabet
tres rationes priucipales, quarum
prima est hæc quæ videtur
efficacior: frustra fit
per plura quod fieri
potest per pauciora
et æque bene.
Sed omnia salvantur,
ac si pouamus
eas distingui realiter ab illis; ergo.
Anterior est clara;
brevior probatur, quia
non aliqua ratio
neque auctoritas est quæ
cogat ad hoc,
ut patebit in
ratione ad obiecta.
Secunda ratio: si anima
et suæ potentiæ
diffeiTent realiter, itaque
potentia sit accidens;
cum omne accidens sit in subiecto,
ergo ista poteutia
erit in anima
sicut iu subiecto.
Vel ergo erit in
ea mediante aliqua
potentia, vel non;
si nou, ergo
anima poterit es
se sola aliquid accidens
recipere, quare poterit.
recipere actum sine
potentia intermedia. Si priraum,
quæro de illa
potentia, et ita
vel procedetur in
iufinitum, vel erit
devenire ad aliquam
poteutiam quam auima
ex se sola
recipiat; quia anima
ex se sola poterit
aliquid accidens recipere;
quare erit standum
in primo, scilicet
quod anima es se
sola possit facere
suam operationem; quando
enim debemus resecare.
melius est resecare in
principio, quam in
fine ex secundo
huius textu commeuti
centesimi
trigesimisexti.Tertium
argumeutum: raateria prima
non differt a sua potentia;
ergo nec auima. Et
coufirmatur quod caliditas
agit non mediante
aliqua potentia intermedia; quare videtur;
esse dicendum idem
de anima, quod
ipsa faciat suas
operationes debitas sine potentia
intermedia. Tertia est opinio
Scoti, quæ est rædia inter
ista, quæ opiaio
constat ex duabus
conditiouibus. Prima conditio
est, in qua
couvenit cum nominalibus,
quod anima est idem
realiter cum suis
potentiis ; quod
probant quia eorum
quæ sunt absoluta,
Deus potest creare
unum sine altero,
et quorum unum
non sit pars
alterius. Notamus: dicitur
absolutum quod de
relativis est impossibile,
ut de patre
et filio; et notamus:
dicitur « quorum
unum non erit
pars altejius, quia
Deus non potest
causare compositum sine materia;
et hoc quia
materia est pars
illius: potentia autem
aniinæ non est pars
animæ, aut relativum,
sed absolutum. Sed
dices: non potest
facere potentiam sine
auima; ergo suut
idom realiter; nec
etiam potest creare
auimam sine potentia; quod
probatur, quia si
Deus crearet animam
nutritivam, certum est
quod nutriret, cum sit
nutritiva; ergo haberet
potentiam nutriendi. Itera istæ
poteutiæ sunt sicuti propriæ
passioues, quæ non
possunt esse sine
subiecto proprio. Secunda
conditio est, in
qua differt a RIMINI
(si veda), quod potentiæ
differunt ab anima
non tantum ratione, sed
ex natura rei;
quod probatur, quia
illa quæ secluso
omni opere intellectus
habent diversas denominationes, non
sunt distincta sola
ratione; anima autem et
suæ potentiæ se
habeut hoc modo;
ergo suut distincta
ex natura rei.
Anterior est; manifesta, et
brevior probatur, quia
secluso opere intellectus,
adhuc anima est
una potentiæ autem plures.
Item anima est
causa suarum operationum;
ergo simt distinctæ
plusquam ratione. Sed
dices quæ harura
opiuiouum est rælior?
Dico quod quælibet
potest sustineri, et
de hoc ego
uescio determinatara veritatem,
multa euim sunt problemata quæ
omniuo non habent
de se veritatem
determiuatara, ut numerus stellarum; qiiis
enim scit uu
stellæ siut pares
au impares? similiter
et graua arenæ. Dico
tameu quod opiuio
AQUINO (si veda) mihi magis
placet, est euim
magis consoDa dictis
LIZIO; fuit etiam
sententia ACCADEMIA et
Dionisii. Sustinendo ergo
eam dicitur ad
ratioues Nominalium
voleutium poteutias animæ
diiferre ab anima
sola ratione: ex
eo euim quod anima
potest videre, dicitur
potentia visiva, et
ex quo potest
olfacere, dicitur olfactiva; et
sic de aliis
dicatur. Ad primum
cum dicitm; frustra
etc, dicitur concedendo
anteriorem; sed negatur
minor, quod æque
bene potest salvare.
Et cum dicitur:
patebit etc. dico quod
argumeuta quæ fiuut
pro Thoma simt
magis probabilia; et
multum ad hoc cogunt
ut patebit iufra. Ad
secundum, cum dicitur:
ista potentia vel
recipitur iu anima
mediate vel nou; dico
quod accidens est
anima, sed non
proprie ; sunt enim
in composito, nec
sunt iu coi-pore solo;
istæ euim poteutiæ
non producuntur ab
anima secundum Thomam,
sed producuntur a producente
animam qui est
Deus; et ipse
dicit hoc modo
iu prima parte, quæstione sexagesima
tertia, articulo quinquagesimo, ubi
vult quod diabolus
in primo iustanti suæ
creationis non potuit
peccare. Quidquid habebat,
a Deo habebat
et sic peccatum a
Deo esset; sicut
quando ex ligno
generatur ignis, tam
forma ignis, quam motus
eius sursum est
a generante. Et
cum dicitur: vel
recipitur iu auima
uiediante aliqua altera potentia
vcl non : dico
quod secus est
in principio et
iu principiato, quia priucipia
uou suut talia
proprie sicut principiata,
sicut prima principia
quæ suut causa quod
alia sciautur; ipsa
tameu uon sunt
proprie scita, et
relatio quæ est causa
referendi alia non
refertur alia relatione
quam se ipsa;
et quantitas quæ
est causa extensionis aliorum
per semet extensa
est. Ita de
auima dicemus, quod
recipit actura mediante potentia,
sicut videre mediante
poteutia visiva, immediate
tamen et per se
sola recipit poteutiam
visivam, quæ potentia
habet se sicut
priucipium ad videudum. Altera
responsio est. quod
sicut est de
potentia et de
actu, quia actus
est quid extrinsecum ab
ipsa aniraa, potentia
vero est quid
medium; uatura autem
nou transit de extremo
ad extremura sine
medio. Ad tertiura,
quod potentia raateriæ
sit idera quod materia;
multi teneut quod
potentia materiæ differat
a materia; sed
puto hoc esse falsum.
Quare dico uegando
consequentiam quia materia
recipit formam substantialem, et cum actus
et potentia sint
in eodem geuere,
receptum autem sit
substantia, potentia quoque
ad illud recipiendum
erit substantia. Et
cum dicitur: potentia caliditatis, per
quam agit uon
diifert a caliditate,
ergo iu simili
uec potentiæ animæ
differunt ab anima;
dico quod, sicut
dicitur in secimdo
Coeli textu coramenti
sexagesimiquarti et sexagesimi
sexti, aliqua sunt
ita in fine
naturæ, quæ propter
sui imperfectiouera
consequuutur aliquam iraperfectiouem paucis
motibus; aliqua vero
suut quæ et propter
sui maguam perfectionera
consequuutur perfectam bouitatem
paucis motibus. Alia vero
suut, quæ babent
perfectam bonitatem siue
aliqua operatione ut Deus. His
habitis dico quod
si qualitates primæ
agunt absque aliqua
potentia intermedia, hoc
est propter sui
maximam imperfectionem; uude
forma prima, quæ
est imperfectissima imrædiate potest
formas substautiales recipere;
auima autem cum
sit, pars perfectissima omnium
istarum formarum inferiorura,
non potest agere
absque potentiis intermediis.
Ad argurænta Scoti,
ad primum quod
eorum quæ sunt
absoluta Deus potest facere
unum sine altero,
dantur duæ responsiones ; prima
negaudo anteriorem, et Ch.76
verso multi eam negant
quum etsi niateria
et forma sint
absolutæ, tamen Dens
non potest uuum
siue altero facere.
Et AQUINO (si veda) e ROMANO (si
veda) teuent oppositiim;
nec forte posset producere formam
asini sine sua
materia, ex eo
quod ad invicem
dependent. Nec aliquam aliam
formam materialem, nec
a Tiionia oppositum
invenio; nec istam
probavit Scotus. Alia
est responsio, quam
dabat præceptor mens
concedendo Deum posse creare
unam animam sine
poteutiis; et cum
dicitur: ista vel
posset nutrire vel non;
dico quod posset
nutrire non in
potentia propinqua sed
remota; sicut si in
materia non esset
quantitas, materia posset
recipere albedinem non in potentia
propinqua, quia albedo
recipitur in materia
mediante superticie; sed
in potentia remota posset
albedineni reeipere. Quum vero
dicitur potentias distingui
ex natura rei
ab ipsa anima,
diceret AQUINO (si veda) negando
illara distinctionem, quum
omnis differentia vel
est realis vel
rationis, nulla vero ex
natura rei; sed
quum argumenta AQUINO (si veda)
non conclndunt, ad ea volo
respondere. Ad primum,
quod si anima
ageret sine aliquibus
potentiis intermediis esset
ita perfecta sicut Deus:
istud argumentum est
probal)ile sed non
concludit; ideo dico cjuod
hoc modo nou
sequitur: ad probationem
dico quod propter
hoc non sequitur
esse ita perfecla sicut
Deus quæ a
Deo dependent et
sunt magis potentialia
ipso. sunt enim composita ex
perfecto et imperfecfco,
quorum unum attestalur
forma, alterum materia. Deus
autem a nullo
dependet et est
purus actus. Ad
aliud, actus et
potentia sunt in eodem
genere, plures dicuntur
ad hoc responsiones;
ad nominales qui tenent
substantiam et accidens
esse idem realiter,
et quod qualitas,
excepta tertia specie,
sit idem reaiiter, sed
non in Deo;
ad hoc dico
quod anterior propositio
intelligitur de potentia obiectiva, unde
potentia caliditatis et
actu caliditas sunt
in eodem genere,
non autem intelligitur de
potentia subiectiva per
quam aliquid æcidens
in aliquo reperitur subiecto, et
ista est responsio
Scoti. Ad tertium
quaudo dicitur, si
essent idem ergo anima
semper actu operaretur,
cum ita se
habeat ad cperari
sicut anima ad
esse: dico quod licet
potentiæ siut ideni
realiter cum anima,
differunt tamen ratione,
et propter hoc anima
non semper actu
operatur sicut in
Deo potentia creandi
et essentia sunt idem
quod Deus, et
tamen non semper
actu creat et
hoc quia istæ
poteutiæ differunt ratione
et plus requiritur
ad hoc quod
anima operetur quam
quod det esse,
si enim debet exire
in operationem ipsa
anima, requiritur obiectum
extrinsecum; non autem ad
hoc quod det
esse requiritur aliquid
extrinsecum, quia dat
esse materiæ quaudo in
ipsa est, et
ideo non semper
actu operatur sicut
dat esse, quia
aliud est in ratione
essentiæ, aliud iu
ratione poteutiæ. Ad
quartum non est
transitus, dico quod non
est necesse, si
sit transitus de
uno extremo ad
alterum, quod fiat
per omnia media, et
sieut qualitates primæ
agunt immediate, ita
et anima potest
agere immediate. Ad alterum,
quod potentiæ sunt
de secunda specie
qualitatis, dico secundum
Scotum quod istæ
potentiæ ex quo
idem sunt realiter
quod anima, quod
erunt in eodem prædicameuto
in quo est
anima. Aliter dicimt Nominales
quod aliquid accidens
realiter est substantia
et tunc anima, ut est potens,
erit in secunda
compositione qualitatis; sed
istæ responsiones non videntur
multum valere, ut
aliquod accidens sit
substantia, et ideo
dixi opinionem Tiiomæ magis
verara apparere. Ad ultimum
quod uua est
anima, et multæ
potentiæ: dicitur quod
potentia dicit duo: subiectum
et terminum; ratione
termiui sunt plures
poteutiæ, sicut potentia
visiva est alia
ab auditiva, ratione
coloris et soni,
respectu autem animæ
et subiecti sui sunt
idem, sicut in
deo iusiitia et
misericordia realiter sunt
idem, in ratione
tamen termini sunt diversa. Ad
alterum quod potentia
visiva esset in
pede, dico quod
in pede est potentia
visiva, in potentia
remota, ex eo
quod anima non
videt nisi mediante
organo debito quod
est oculus. TJltra
enim animam, ad
sensationem causandam requiritur debitum corpus
quod habeat adiuvare
animam in tali
sensatione ferenda; et
si dicitur: cum potentia
visiva sit in pede in
potentia, ergo aliquaudo
reducitur ad actum
et aliquando pes videre
poterit : dico quod
non inconvenit aliquara
potentiam remotam numquam reduci
ad actum. Ad
ultimum quod istæ
potentiæ essent idem
inter se. dico quod
sunt idem in
potentia remota, nou
propinqua. Quomodo potentiæ ab anima
fluant. Viso hoc restat
videre quomodo et
quo ordine potentiæ animæ fluant
ab aniroa, et quomodo
sit possibile tot
potentias fluere ab
essentia animæ; cum
tameu sit communis regula quod
ab uno non
provenit nisi unum. AQUINO (si veda) ibi
in quæstioue sexta,
articulo quarto et
septimo, dicit quod
duplex est ordo,
scilicet perfectionis, et
originis. Secundum primum ordinem.potentiæ intellectivæ
sunt priores sensitivis,
sensitivæ nutiitivis: secundum
vero secundum ordiuem,
e contra se
habent, quod enim
est in perfectione nobilius, in via generationis
est posterius, et sic potentiæ
nutritivæ erunt priores sensilivis, et
sensitivæ intellectivis, quæ
sunt intellectus et
voluntas. Sed quænam sit
nobilior potentia an
inteliectus vel voluntas.
Moderni theologi ut Ægidius et
Scotus tenent quod voluntas
sit nobilior, et hoc
quia magis unimur
Deo per actum
voluntatis, qui est
amare, quam per
intelligere, quod est
actus intellectus; secundum
tamen ACCADEMIA E LIZIO et
theologos antiquiores, et
etiam secundum AQUINO (si veda) intellectus
est nobilior voluntate.
Habetis ergo quomodo
ab anima quæ
est una, possunt plura
provenire ordine qnodam, prius
enim via originis producit potentias
nutritivas, postea
sensitivas, demum intellectivas. Post textum
quinquagesimum, Pomponacius movet
miilta dubia; primum
quia in vigesimosecundo et
trigesimotettio textus, dictum
est quod operationes
suut notiores potentiis,
et obiecta operationibus: idem
vult in De
somno et vigilia;
ideo quæritur utrum hoc
sit veiTim, utrum
scilicet potentiæ distinguantur
per actus et
actus per obiecta.
Nec sermo noster est
de potentia obiectiva
aut respectiva, sed
de potentia quæ
est de secunda specie
qualitatis; nec est
sermo de distinctione
essentiali, sed de
extrinseca, hoc enim non
est possibile nec
imaginabile, quia actus
non snnt intrinseci
potentiis, nec obiecta actibus.
Sed dices: propter
quid differant intrinsece?
dico quod differunt per
suas ditferentias; et
quia istæ difterentiæ
non sunt notæ,
ideo LIZIO non facit
mentiouem de hoc,
et quia hoc
est clarnm, quia
omnia difteruut per
suas ditfeentias; sermo
ergo non est
de differentia intrinseca.
In hac quæstione
ponam quatuor articulos; priraus
erit de distinctione
numerali, secuudus de
distinctione specifica,
tertius de generica;
in quarto dicetur
quid senserit LIZIO
de omnibus his
articulis et alii de
quarto tantum loquuntur. Utrum unitas
obiecli secundum numerum
arguat operationem unam
secundum numerum, et e
contra. Quæi-itiir ergo de
primo articulo utrum
unitas obiecti secuudum
uumerum argiiat operationem unam
secuudum numerum, et e contra.
Si ita dicatur
de uiiitate operationum respectu
potentiarnm, de hoc
patet quod non
valet: si est
unum obiectum numero, ergo
una operatio nnmero;
quia ego sum
unum obiectum, quem
vos omnes videtis, et
tamen multæ sunt
visioues, quia quot
sunt bomiues,tot sunt
visiones. Sed quid dices
respectu unius obiecti
et uuius potentiæ?
adhuc non valet,
quia nunc Socrates videt hauc
albedinem, et prius
iufinities vidit; iu
hoc casu est
idem obiectum, eadem potentia, uon
tameu eadem operatio
numero; et hoc
est quod dicitur
in quiutoPhysicorum quod diversorum
motuum stat quod
sit idem terminus
uumero; et ita
de hoc dicatur,
quia licet terminus, scilicet
obiectum et potentia
sint una numero,
non tamen operatio
est una numero et
unitate numeraii obiecti
et potentiæ sit
uua operatio numero.
Dico quod stat Cl).79verso operationem
non esse unam
uumero, staute uuitate
numerali omuium istorura;
nam sit ita quod
uua et eadem
res sit volita
et intellecta a
me; nam uua
pulchra puella siraul et
eodem instanti potest
esse intellecta a me, non
tamen amata et
desiderata, quia ego non
vellem eam, et
tunc patet quod
sunt diversæ operationes,
et tamen est idem
obiectum; sed hoc
est quia non
est idem obiectum
forraale, sed bene
materiale, Obiectum re formale
intellectus est Eus,
et verum obiectum
voluntatis est Bonum, niliil
euim appetitur uisi
sub ratione boni
contra Scotum ; quod
si sic, semper
ex unitate formali subiecti
licet inferre unitatem
operationis stantibus aliis
conditionibus, sicut mihi videtur.
Utrum autem e
contra valeat: est
una operatio numero,
ergo unum obiectum numero;
et videtur quod
sie, ut vult
Aristoteles iu quiuto
Physicorum, quando tractat de
unitate motus. Unde
plura requiruutur ut
ex uuitate obiecti
inferatur uuitas operationis, quam
e contra; eoque
una operatio non
potest habere nisi
unum obiectum, sicut unus
motus unum terminum.
Unde in quinto
Physicorum dicit LIZIO quod uuius motus
est tantum unus
termiuus. Sed uumquid,
si siut duo
obiecta numero distincta, sint duæ
operationes numero distinctæ?
Ex una parte
videtur quod sic,
quia si duæ
sunt albedines numero differentes,
certum est quod
sunt duæ visiones
numero differentes; si enim
visio, ut multi
tenent, est idem
quod species visibilis,
cum duæ sint
species albedinis, duæ quoque
erunt visiones numero
distintæ. Si vero dicas
quod species visibilis non
sit idem quod
visio, sed visio
causatur a specie
visibili, tunc sunt
duæ causæ; ergo duæ
operationes. Sed iu
oppositum videtur quod
ex diversitate obiectorum
non liceat iuferre
diversitatem poteutiarum, quia
vos estis plura
obiecta numero distincta, et
tamen uno intuitu
video vos. Etiara
et per boc
est ratio, quia
videtur, ut dicitur iu
quarto Topicorum, quod
qui imum non
intelligit nihil intelligit;
et confirmatur ad AQUINO (si veda), quia
una et eadem
cera non potest
simul informari a
pluribus figuris, ut triangulari
et rotunda simul ;
ergo nec visio
potest plura videre
nec aliqua alia potentia.
In hoc Scotus
et Thomas sunt
oppositi; vult enim
Seotus quod una poteutia
possit simul habere
plures operationes; Thomas
vero vult quod
hoc non sit possibile,
et ideo de
hoc difficile est
inquirere et bene
determinare. Videtur forte quod
ambo beue dicant,
nec est difterentia
in se, sed
in verbis tantum ;
cum enim dicit Scotus:
sunt plura obiecta
visa, ergo plures
visiones; dico quod
est unum obiectum primo
visum actu, et
sunt plura ia
potentia; sicut si
viJeam domum, tota domus
est unura obiectum
piimo visum in
actu; partes vero
visæ sunt in
potentia, et sicut obiectum
est uuum actu,
ita visio est
una in actu.
Unde si audiamus
barmouiam, in harmonia est
grave et acutum,
et tamen tota
barmonia est unum
primo auditun in
actu, pluresinpotentia,
sicut lapides in
domo; et ita
ego coucilio Scotum
ed AQUINO (si veda), quia
quando Scotus dicit
quod sunt plures
operationes, si plura
sunt obiecta ut
de duabus albedinibus; dico
quod sunt duo
obiecta in potentia,
et aggregatum est
uuum obiectum numero in
actu; et ita
si sunt plura
obiecta totalia secuudum
actum, sunt plures operationes actu;
et si est
uuum obiectum totale
in actu, uti
de tota domo,
est etiam una operatio. Restat modo
videre de operatione
et potentia; et
primo utrum valeat
«sunt plures operationes numero,
ergo potentiæ numero.
Hoc modo clarum
est quod non
videtur valere, nec valet
quia eadem poteutia
est visiva omnium
colorum, quæ potegt
habere diversas operationes numero
distinctas, successive tamen;
nec e contra
valet : est una potentia,
ergo uua operatio
numero: patet hoc de his quæ sunt
ab una potentia
in diversis temporibus. Numquid
vero valeat: si
sint duæ operationes
numero differentes in eodem
tempore, sint etiam
diversæ potentiæ? Respondeo
quod nonvaletargumentum;
potest enim una
operatio vel potentia
simul habere duas
operationes. De activis hoc
est clarum. idem enim
sol simul calefacit
me et te;
et istæ operatioues
sunt distinctæ quia istæ
calefactiones sunt in
me et te;
motus enim est
in moto; in
passivis esset forte
hoc modo etiam
verum saltem in
actione spirituali ut
dicit Scotus. Utrum ea unitate
specifica obiecti liceat
inferre unitatem specificam
actus. q^ 80 veSecundus
articulus est: utrum
ex unitate specifica
obiecti liceat inferre
unitatem specificam actus; et
ex diversitate specifica
obiecti liceat inferre
diversitatem actus
specificam. Eodem modo
quæritur de operationibus; et
primo videndum est
de obiecto et operatione.
Utrum,
si obiectum sit
unum specie, et
operatio sit una
specie. Primo in passivis
hoc non videtur
verum; nam potentia
visiva canis differt
specie a potentia visiva hominis,
et tamen obiectum
quod est color
est unum specie.
Deinde in activis dictant hoc
modo: si enim
homo comedat carnes
vitulinas et etiam
canis, obiectum est rmum
specie, scilicet caro
vituli; et taræn
poteutia uon est
eadem simpliciter. Sed forte
dices ad hoc,
quod istud obiectum
non est idem
formaliter, sed solum
materialiter; et non
propinquum obiectum, sed
remotum. Sed esto
hoc; ego quæro,
si homo ab homine
et a cane
videatur, utrum hæ
visiones sint idem,
cum obiectum sit
idem specie, imo idem
numero. Multi tenent
quod sint distinctæ
specie, sicut istæ
potentiæ, ut est AQUINO (si veda), sicut
etsi duæ intelligentiæ
intelligant Deum, istæ
duæ intelligentiæ differunt,
et tamen obiectum
est unum. Alii
tenent, ut ApoUinaris,
quod istæ potentiæ in
cane et in
homine sunt eiusdem
speciei, de quo
infra dicam. Diceret ergo
aliquis, secundum primam
opinionem, quod valeat:
hoc obiectum est unum
spccie, ergo operatio
est una specie,
stando in eodem
homine, non in
eodem animali; sed
hoc non videtur
verum quod sit
ita: in eodem
tempore oculus videret
o, et sensus, et
phantasia, et cogitativa,
et intellectiva potentia.
Obiectum est
unum specie, et unus
est homo; et
tamen istæ operationes
difterunt specie, Quis
diceret has oranes operatioues sensus
scilicet et intellectus
esse easdem specie?
et ideo videtur
mihi ad volenclura lioc
concludere, opus esse
dicere quod si
obieclum est formaliter
uinuu specie respectu unius
hominis et eiusdem
potentiæ, quod operatio
sit vina specie
; et hoc Ch.Slrecto clanim
est uniFersaliter quod
si openitio est
uua specie, etiam
obiectum est unum speeie:
quia imus motus
est ad unum
termiuum tantum. Utmra autem
ex pluralitate obiecti secundum
speciera arguatur pluralitas
operationis secundum speciem,
milii videtur dicendum quod
sic. Utrum sensus sit
activus. Circa textum sexagesimumquintura dubitat
Pomponacius primo utrum
sensus sit activus vel
passivus. Ad quam quæstionem dico quod
est passivus; et
ratio est quia
omne quod de novo
recipit denominationem intrinsecam
et absolutara trausmutatur;
sed sensus est lioc
modo; ergo. Auteiior patet,
quia denominatio fit
ab intrinseco; quia
si esset ab extrinseco
non esset transmutatio
in recipiente, sicut
si ex paupere
fiam dives. Et
dico absoluta, quia relativus
potest advenire alicui
absque aliqua transmutatione facta
iu eo; sicut si
aliquis fiat pater:
quando ergo erit
transmutatio absoiute et
ab intrinseco, erit trasmutatio
in subiecto iu
quo est; quod
si in illo
erit transrautatio, talis
virtus erit passiva. Breviter
etiam probatur, quia
sensus est de
novo sentiens, et
similiter sensatio est
absoluta, et est
ab intrinseco, quum sensatio
est iramanens, ex
uono Metaphysicorum. Non
tamen negamus sensus
esse activos; unus
enim agit in
alterum, ut exterior in
interiorem; sed sermo
noster est utrum
ad sensationem concurrat
active. Nec etiam loquimur
de oculo mulieris
menstrualæ, ille enim
agit in speculnra
inficiendo illud: sed
hoc non est
ratione visionis, sed
quia vapores exeunt
ab oculo, qui inficiunt
speculum; sed quæstio
est utrura in
sentiendo patiatur vel
agatur, et nos diximus
quod sie, ratione
dicta; et sic
patet sensum esse
virtutem passivam. Videndum
est modo quid
recipiant sensus, ut
puta oculus aut
auris. LIZIO antiquum dicunt quod
recipit speciera sensibilera,
quæ est repræsentativaobiecti, de
qua infra dicit LIZIO
quod sensus est
susceptivus specierura sine
materia; et in
«De sommo ct vigilia
» dicit quod
a sensibilibus in
sensu relinqiiuntur quædam
imagines et simulacra rerum ; sed istæ compositiones non
habent esse cura
materia, sciiicet cum calido
et frigido. Verum quidam
pharmacopolæ et pigmeutarii
sunt in oppositum,
et dixerunt contra LIZIO quod sensus
nihil recipit. Aliqui
dixerunt quod bene recipit
species sensibiles, sed
recipit istas (juxta?)
naturas rerum. Quæ
opinio non est intelligibilis. Viso quod
sensus recipiat speciem
seusibilera, videndum est
modo quid sit
illud quod producit speciem
sensibilem, et brevi
dicendum est quod
obiecta sunt, quæ producunt
species sensibiles, et
hoc dixit in
textu commenti quinquagesiminoni et
sexagesimi quod sensus
reducitur ad actum
a seusibilibus quæ
suut ad extra;
sed tunc est dubitatio, quæ
est mota ab
Averroe in commento
sexagesimo, quomodo est
possibile ut sensibile ad
extra, quod habet
esse in materia,
producat speciem sensibilem,
quæ est perfectior obiecto.
Cum tamen nihil
producat aliquid perfectius
se, licet et
Joannes extorqueat illam auctoritatem,
quod Averroes movet
illud dubium per
sensationera, tamen rei vevitas
est quod illara
dubitationemraovet pro specie
sensibili. De hoc
suut diversi raodi dicendi.
Aliqui dixerunt propter
dictum Averrois, quod
quum obiectum, iit puta
color, producit speciem
sensibilem, quod producit
in virtute unius
intelligentiæ appropriatæ ad
hoc, quæ ducit
de potentia sensibilibus
actu sensibilia; sicut ponitur
etiam de intellectu.
quara intelligentiam aliqiii
dixerunt esse Deum, qui
est idem quod
intellectus agens, et
pro quanto facit
de potentia intelligentis
actu intelligenda, dicitur intellectus
agens; pro quanlo
vero facit de
potentia sensibilis actu sensibilia, dicitur
sensus agens. Aliqui dixeruut
quod bene intellectus
agens est Deus,
sed sensus agens
est intelligentia morens
orbem lunæ. et
hoc quum sensatio
est imperfeetior intellectione, ideo eliam
requirit agens minus
nobile. Alii dixerimt quod
est una intelligentia
assistens animalibus, ut
anima, siciit intellectus
in bovera. Sed isti
errant, si enim
intellignnt quod ista
intelligentia immediatR
concumt ad sensationem,
errant in via LIZIO qni
tenet nullam intelligentiam agere. Si
vero intelligant mediate.
non est ad
propositum. Aliqui tenuerunt
quod sit una virtus
quæ sit in
organo, et per
illud organum agat
producendo speciem. per organum
vero recipiat speciem
; sed hoc
non videtur verum,
quia ego quæro,
quæ sit ista actio.
Albertus videretur tenere
qund omnis forma,
ut forma est,
agit spiritualiter; ut
vero in materia,
realiter agit. Quæ opinio
bene intellecta habet
veritatem quum, ego
puto, species sensibilis alteret mediura
et agat in
oculum. Sed tunc
est dubitatio quum
res imperfecta producit
rem perfectiorem se ; AQUINO
(si veda) e ROMANO (si veda) dicunt
quod in virfute
superiorum agunt
spiritualiter, ut vero
sunt entia realia
agunt realiter. Non
tamen nego quod
in virtute corporum cælestiura
agant actione reali,
sed hoc non
est ita appropriate
in ' rcali ut
in spirituali. Quare
nnn est mirandum
obiectum producere species
in virtute superiorum, et
hoc consonat dictis
LIZIO liic et in
quinto De animalibus,
ubi dicit istas forraas
produci ab elementis
iu virtute superiorum;
quod si ita
est in prima eorum
perfectione, ita et
in ultiraa; et
si replicatur: pariter
non dabitur intellectus agens, quum
ego dicam obiectum
in virtute superiorum
producere species intelligibiles; respondeo
quod ex perfectione
hominis est ut
activiun sit coniuuctum
passivo; unde elementa quæ
sunt multa imperfecta
non habent activum
sui motus coniunctum cum passivo,
qualiter estin animalibus'quæ perfectiora
sunt, et sic
patet totum illud quod
dicis Averroes in
illo commento. Utrum species
sensibilis et sensatio
sinl idem realiter. Altera dubitatio
est, quia dictum
est quod obiectum
in virtute superiorum
producit speciem. Quæritur
modo utrum ad
talem sensationem requiratur
aliquid alterum præter
organum et speciem;
et hoc est quærere uti-um
species sensibilis et
sensatio sint idem
realiter. Videtur primo
quod non: quia
sicut est in
intellectu, ita est in
sensu; sed ad
creandam intellectionem in
intellectu requiritur aliquid
alterum præter intellectum et
speciem intelligibilem; ergo
ita est in
sensu. Anterior patet
per convenientem
similitudinem: brevior probabitur:
quia in iutellectu
aliquando sunt species, et
tamen nou est
intellectio. Item aliquando
in sensu est
species sensibilis. non tamen
tunc sentimus: aliquando
enim delata sub
oculis uon videmus,
ut dicitur in De
sensu et sensato,
nec tamen est
credendum tunc speciem
non esse in
seusu, quum istæ species
agunt mere materialiter. Item tertio
apparet hoc ex sententia LIZIO iu
secuudo luiius', textu
commeiiti trigesimiseptimi, ubi
dicit quod anima
est causa effectiva omnium
operationum, quæ suat
in corpore: modo
si sensus, et
species essent per se
sutficientes causæ seusationis
tunc auima non
esset effectivaomnium suariim operatiorum.
Item ex nouo
Metaphysicorum intellectio et
sensatio sunt actioues immauentes; cum
autem actio immaneus
sit quæ mauet
in agente, tunc
sensus erit causa activa
sensationis, cum etiam
concuvrat passive. Item
et est quintum
argumentum quod sumitur
a Joanne, in
quo multum insistit,
quia si solæ
species cum sensu esseut
sufBcientes causæ seusationis,
tunc sensibile esset
perfectius seusu: consequens est falsum
ut patet; ergo.
Falsitas consequentis probatur;
quia, ut dicit LIZIO
in quinto De animalibus,
quod sentit est
perfectius eo quod
uon seutit. Consequentia
probatur quia illud
est perfectius cuius
perfectissima operatio est
nobiliw iievfectissima operatioue
alterius; si ergo
sensus coucurrit passive
ad sensationem creandam,
et obieCh. 85verso
ctum active, quum
sit nobilius concurrere
active, quam passive,
tunc sensibile erit perfectius. In
oppositum arguitur: frustra fit
per plura etc. »
sed absque lioc
quod ponamus aliquid
alterum præter speciem
sensibilem et sensum,
possumus omnia salvare; ergo. Anterior
est per se
nota, brevior patebit
iu solveudo rationes
in oppositum factas. Item
dicit LIZIO iu textu
commenti quinquagesimiuoni et
sexagesimi buius, quod sensibile reducit
sensum de potentia
ad actum. Item hic et
ubique, et in
De sensu et sensato
dicit LIZIO sensum
esse virtutem passivam.
Item dicit Averroes
in commeuto sexagesimosecundo, quod sensibile
reducit seusum ad
postremamperfectionem, et
dicit quod si sensus producereut colorem
realem, uon esset
comprehensic; quare credit ibi
quod species sensibilis
et sensatio sint
idem realiter. Eadem est
seuteutia AQUINO (si veda) iu
secuudo Imius super
textum commeuti centesimi quadragesimiseptimi, ubi
dicit quod sensus
est tautum virtus
passiva. De hoc
sunt diversæ opiniones. Aliqui
teneut primam partem,
scilicet quod sensatio
distinguatur realiter a specie
sensibili, et quod
istæ uon sunt
suSicientes causæ sensationis;
et si quæratur quia
producat effective ipsam
sensationem, de hoc
aliqui dicuiit quod
illa virtus quæ producit
speciem sensibilem producit
sensationem, et quod
talis seusus agens principaliter
coucurrit ad sensationem,
sive modo illud
sit Deus, aut
aliqua alia intelligeutia, aut
uua virtus in
sensu. Aliis uou placet
hoc, quia tunc
uou solveretur, si
anima uou coucurrit
ad sensatiouem, quoiuodo
sensatio sit actus
immanens; ideo alii
aliter dicunt, et
inter eos est Albertus,
quod sensatio producitur
a sensu mediaute
specie sensibiii; in
sensu euim recipitur
species, quæ species
recepta et sensus
causant sensationem; et
hoc dicit ut
solvet quomodo anima concurrat
eftective ad operatioues
suas, et quomodo
est actio immauens ipsa
seusatio. Coutra istam
opiuiouem multa dicit
Gandavensis, et totum
eius posse est in
hoc: quia impossibile
est eamdem virtutem
concurrere active et
passive ad eamdem
operationem; ideo si
sensus coucurrit passive
ad sensationem, non
concurrit active. Item species
est dispositio ad
sensationem; ergo non
concurrit effective ad
ipsam, et imaginatur ipse
alium modum. Quod
si ista non
sunt per se
sufiicientia ad sensibile, tunc quid
causat sensationem? Dicit
ipse quod in
omni seusu suut
duæ potentiæ uiia passiva
et altera activa, et quod per passivam recipit seusationem, et per [Nel
significato di senso
niaterirtlc o di
organo. activara eam causat;
et arguit contra
se Joannes, quia LIZIO
non ponit in
sensu istam virtntem activara:
dicit ipse quod
bene Averroes eam
ponit. qnasi velit
præponere Averroera
Aristoteli. Altera est
opinio, quæ ut
videtur est Thomæ,
quæ ponit sensationem
uon diiferre realicer
a specie sensibili,
et quod \iltra
speciem sensibilem non reqniiitur aliqnid
allerum pro seusatione
creanda; qnam expresse
ponit super textum coramt-nti quadragesiminoni, licet
aliqui Tliomistæ non
coufiteantur istam esse
eius opinionem, quam opinionem
videtur ponere Commentator
iu fine commenti
sexagesimi secnndi, ut ibi
notavimus. Volendo
ergo sustinere istam
opinionem, sic potest
dici ad argumeuta in
oppositum facta: ad
primum quod sicut
est in intellectu
ita est in
sensu, potestprimo
dicinegando breviorem. Ad probationem aliqui AQUINO (si veda) coucedunt quod intellectio et
species intellectionis sunt
idem, et cum
dicitnr remanere species,
non tamen est intellectio;
dico quod illa
species est imperfecta,
et species iraperfecta
non est idem quod
iutellectio; aliter potest
dici negando similitudinem, et
ratio est quia sensatio est
cognitio quæ iramediate
terrainatnr ad rem;
sed intellectio terminatnr
ad aliqnid alternm a
re, scilicet ad
speciera intelligibilem, sicnt
in intellectione Beatorum
iu qnibus ultra
intellectum possibilem et
intellectionem uon requiritur
aliquid alterum uisi Deus,
qui est eorum
species. Ad alterura:
quia aliquando delata
sub oculis non
videraus: beatns Augustinus
dicit lioc esse
quia ad seutiendura
oportet ut intentio
sit copulala cnra virtute,
idest oportet ut
anima ndverfat, et
velit sentire obieetum.
Quod Ch.86verso dictum noii
bene intelligo, nisi
velit dicere hoc
esse, quia virtutes
interiores sunt rectæ, et
una operante, altera
non operari potest,
omnes enim virtutes
habeut spivitus determinatos
per quos operantur;
et Avicenna in
sexto Naturaliura dicit
quod hoc arguit coUigantiara ipsarum
virtutum; et puto
istam esse copulalionem
virtutis, qua utnntur theologi. Staute
hoc, dico quod
species seusibilis non
est idera quod
sensatio, quoraodocumque sentiatur
species sensibilis; si
enim species sensibilis
sit in sensu
depauperato spiritibus, tunc
non est cognitio,
et hoc quia
subiectum non est bene dispositum.
Agens enira non agit
nisi in agente
benc disposito; si
autem sit in
patiente optime dispodto, clarum
est quod est
sensatio. Ad alterum «
quod aniraa non
esset causa effectiva oranium
suarura operationum »,
ista ratio est
multum dilficilis; pro
quo notamus quod sensatio
es ea parte
qua est cognitio,
non dicit actionem,
aut passionera; sed
accidit cognitioni quod
sit cum actione
aut passione. Unde
intellectio Dei non est
cura actione aut
passione, nec intellectio
Dei formaliter est
actio, sed iu
nolds, qui de novo
intelligimus, accidit quod
nostra cognitio sit
cum actione aut
passione, ut bene dicit
Scotns in Quodlibet,
quæstione deciraatertia; et
licet (ut dicit
Buridaraus in Sex
principiis) existimetur quod intellectio et
sensatio sint actiones
grammaticaliter loquendo, philosophice
tamen loquendo sunt
raagis passiones; et
quia ita ost quod
illud, quod recipit
sensationera aut intellectionem, dicatur
sentiensvel intelligens, non
autem illud quod
efiicit illara. Staute
ergo hoc, qnod
intellectio forraaliter non dicat
actionem vel passiouera,
dico quod revera
est ita, qiiod
anima non est
causa effectiva omnium suarum
operatiouum; et cum
dicitur: Aristoteles est
in oppositum; dico, ut
dicit Averroes ibi,
quod existiraatur quod
sit causa suarum
actionum, non tamen est
ita quod sit
causa elfectiva earum:
imo dicit Averroes
ibi, ut quidam
reputant. Similiter ad
quartum quando dicitur,
quod sensatio est
actio immanens, dico quod sensatio
non est actio,
imo potius est
passio, quam actio,
licet fonnaliter nullura liorum sit.
Acl quiutura quando
dicitur, quod sensibile
esset perfectius seusu, AQUINO (si veda) iii loco
dicto dicit, quod
licet sensibile agat
in seiisum, nou
tameu est eo
periectius, quia, liabet tam
perfectiorem operationem, quam
ipsum sensibile. Possumus
nos dare duas respousioues ad
hoc; piimo quod
licet sensibile agat
in sensum, nou
tamen est eo nobilius,
quum non agit
in sensum in \irtute
eius: sed in
virtute superiorum. Altera responsio est
negando cousequeutiam: ad
probationem, quaudo dicitur obiectum concnrrit
active ad sensationem,
dico quod seusatio,
prout est coguitio,
non dicit formaliter
actionem aut passionem:
et licet obiectum,
iu quantum agit,
sit perfectius seusu, qiii
patitur, non tamen
absolute est ^rfectius,
quia sensus seutit,
obiectum autem non sentit;
quod autem sentit
est perfectius eo
quod non sentit.
Ista ergo est
opinio AQUINO (si veda) non
multura usitata; sed
opinio Alberti est
multum usitata, et
qui vult eam
tenere potest ad obiecta
faciliter respondere; sensus
enim, ut uudus,
concurrit passive ad
sensationem, ut informatus
specie seusibili concurrit
active; Similiter ad
secundum dico quod species
concurrit effective, non
principaliter sed dispositive.
Opinio Joauuis nullo modo
est vera. Utruni sensibilla
comimmia coinprehendantur ab
omnibus sensibus. Kestat modo
dubitare circa seusibilia
communia; et primo
quæritur utrum sensibilia
commuuia comprelieudantur ab
omnibus sensibus. Averroes in
commento sexagesimoquarto, Veprehendit
Themistium dicentem ab
omnibus seusibus compreliendi,
et dicit ipse quod
tiia eorum, motus
quies et numerus
ab orauibus comprehenduntur, alia vero
duo, scilicet maguitudo
et figura, a
visu tantum et
a tactu. Dubitatur
ergo, primo utrum olfactus
possit cognoscere magnitudinem:
et videtur primo
quod sic, quia numerus
percipitur ab auditu,
et numerus cansatur
ex divisione continui;
ergo si auditus
comprehendit'numerum,
videtur etiam quod
comprehendat continuum, scilicetfnagnitudinem. Sed
dices tu quod
uumerus qui seutitur
ab auditu, licet
causetur ex diCh.87verso
visione continui, non
tameu causatur ex
divisione magnitudinis; numerus
euim qui causatur ex
divisione continui permanentis
nou sentitur ab
auditu, sed bene
numerus qui causatur es
divisione continui successivi,
ut puta motus,
sentitur ab auditu;
motus enim est de
uumero contiuuorum, tertio
Physicorum; sed contra
tu dicis quod
numerus qui causatur
ex divisione continui
successivi sentitur ab
auditu. Contra, quia
si quis sentit numerum,
qui est ex
divisione coutinui, hoc
non est merito
auditus, sed est propter
sensum interiorem, scilicet
propter memorativam; unde
si aliquis haberet
debilem memoriam, uon
posset sentire talem
nurærum, sed semper
putaret tautum esse
unitatem. Sed dices
quod beue auditus
uon cognoscit istum
complexive; sed talis
virtus est memorativa.
Sed pro tanto
dicitur sensibile comrme,
quia memorativa, rædiante
auditu, cognoscit talem
numerum; sed tuuc
est dubitatio, quomodo
numerus per se
sentitur. Ulterius etiam
probo quod magnitudo
per se comprehendatur ab
auditu, (juia auditus
compreheudit differentias magnitudinis;
ergo et magnitudinem. Antecedens
prol)atur, quia cognoscit
utrum sonus veniat
a dextris vel a
sinistris, ab ante
vel a retro,
a sursum vel
deorsum; et si
dicitur decipere circa
hoc, concedo; non tamen sequitur
ut non cognoseat
istas differentias. Consequentia
proliatur, quia si
cognoscit differentias magnitudinis,
videtur conveniens iit cognoscat
magnitudiuem. Item videtur
implicaie quod sit
seusus et non
cognoscat magnitudinem, quia sensiis
nou coguoscit nisi
cum hic et
nunc; magnitudo autem
est cum liic et
nunc. Similiter etiam arguitur
de olfactu qund
ipse cognoscit magnitudi nem; sed
est dubitatio utium
oliactus cognoscat numerum;
et videtur quod
non; si enim olfactus
coguoscat duos odores
in eodem tempore, videtur qxiod
cognoscat eos in
unum, non autem duo.
Si vero cognoscat
eos in diversis
temporibus, lioc non
videtur oiHcium olfactiis sed
memorativæ, quæ recordatur
præteritorum. Si vero
dicas quod cognoscat duo odores specie
distinctos. ut duos
iu eodem tempore,
contra quia non
videtur verum quod ponat
differentias inter odores
specie diversos, in
ista positione videtur
esse necessarium dicere quod
omnes sensus cogooscant
magniludinem; etideo dicit LIZIO quod omnia
sensibilia comraunia sunt
omnibus sensibus communia,
ut bene disit
ibi Tliemistius; sed puto,
ut dicitur in
De sonsu et
sensato quod magnitudo perfecte
cognoscitur a tactu
et a visu;
certitudinaliter enim comprehendunt
quæ et quauta
sit magnifudo; alii autem
sensus non liabent
hoc; et ideo LIZIO videtur appropriare comprehensionem tiguræ
tactui et visui,
non tamen ita,
quod alii non
comprehendaut. Quod vero
dicitur quod sensus
exterior uon cognoscit
numerum, sed illud
est oilicium virtutis interioris;
dico quod completa
et perfecta comprehensio
uumeri est virtutis interioris,
sed initiative est
in sensu exteriori:
unde pueri et
letiiargici. qui non habent
bonam memoriam, bene
sentiunt horas, non
tamen possunt eas
numerare. Et aliter potest
di-i quod hoc
iutelligitur de duabus
campanis simul sonantibus, quarum una
sit debilis soni,
altera vero mediocris;
similiter etiam de
duobus odoribus dicatur, quod
simul ab olfactu
sentiuntur; si enim
sint diversi specie,
tunc olfactus poterit
cognoscere illos ut
duos, et uon
tantum poterit hoc
virtus sensitiva iuterior,
verum et exterior.
Eestat modo
quærere utrum motus
et quies ab
omnibus sensibus
comprehendautur; et videtur
quod non. Primo de
motu; quia motus
est de numero
successivorum; sed successiva
non possunt a
sensu comprehendi; ergo.
Anterior patet ex tertio
Physicorum, brevior probatur.
quia si sensus
exterior non potest
moveri nisi ab
eo, quod actu
existit, sed successiva
non actu existuut,
ergo. Anterior patet, quia moveri
est pati; omne
autem quod patitur,
patitur ab eo
quod est iu
Ch.SSverso actu. Brevior
probatur, quia de
ratione successivornm est
quod pars sit præterita,
parsque futura sit :
si ergo sic
est, totum uou
poterit esse simul
in actu ;
quare non poterit movere
sensum. Similiter etiam
dicatur de quiete,
quum quies mensiiratur
tempore, tempus autem
non totum simul
est: cum ergo
per prædicta motus non sentiatur,
uec etiam quies sentietur. Item
privatio per accidens
sentitur; quies est privatio;
ergo per accidens
sentitur; ergo uon
est sensil)ile per
se. Ad quæstiouem
lianc est duplex
responsio: prima quod
argumeuta concludant veritatem,
quod sensus exterior formaliter
et proprie non
potest cognoscere motum
aut quietem; et cum
dicis: Aristoteles numerat
ea inter sensibilia
per se; dico
quod sunt per
se ad Inmc sensum.
quia seusus inteiior
non potest ea
cognoscere sine motu
et quiete: ex eo
enim quod video
hunc esse iu
tali, vel tali
loco, deinde in
alio esse in
taU loeo, comprehenditur a
sensu: quod autem
componit esse iu
hoc loco cum
esse in alio loco,
est virtus interior;
similiter etiam et
quies. Coguoscere enim
quod hoc nuuc non
moveatur, est sensus
ixterioris: componere autem
prius cum posteriori
pertinet ad viitutem interiorem.
Alii vero dicunt
quod seusus exterior
cognoscit motum et quietem. Ad
arguræiita in oppositura
dicunt, quod eo
raodo quo motiis
lia))et esse, eo
modo sentitur; et qiiia
motus nou est
nisi quia mutatum
esse est, ideo
projjterea quod istud mutatum
esse sentitur per
propriam speeiem. ideo
et motus sentitur:
et etiam quia in
sensu remanent spacies
præteriti et futuvi
per aliquod tempus:
sed quantum ad hoc
quod dicunt de præterito
. puto
verum; imo hoc
dicit LIZIO in De sensu et
sensato, quia per
aliquod tempus species
remanent in sensu.
Quod vero dicunt quod
species futuri sit in sensu,
hoc uon videtur
verum. Ad alterum
de quiete diCh.89recto
citur, quod seusus
per se cognoscit
quietem; est enim
de intrinseca natura
sensus, ut sentiat quietera:
et licet sentiatur
per motum, non
tamen est per
accidens sensibile, quum hoc
tantum arguit, quod
non sit primo
per se sensibile,
non vero quod
non sit sensibile per
se. Ulrum sensibilia communia
comprehendantur ptr proprias
species. Altera quæstio est,
utrum sensibilia comunia
comprehendantur per propria
species. Joannes tenet quod
comprehendantur, et adducit
pro hoc dictum
LIZIO in secundo huius,textu commenti
centesimitrigesimitertii,ubi
dicit
quodseusibiliacommuniafaciunt motum
in sensu. Alii
vero, ut AQUINO (si veda), tenent
quod non cogiioscantur
per proprias species,
sed tamen cognoscantur
per species sensibiiium
propriorum, nec aliquid
faciunt nisi faciunt diversum
modum sentiendi; aliter
enim albedo sentitiir
in magna quantitate, aliter in
parva quum visibile a
propinquis et a
remoto potest per eamdem
speciem videri; aliter
tamen a remotis
movet, et aliter
a propiuquis. Ita dicunt
quod sensibile commune
sentitur per speciem
proprii, aliter tamen
et aliter immutat sensibile
proprium secundum quod
est in magna
vel parva quantitate. Alii volunt
et hæc tertia
opinio quod magnitudo et
figura habent proprias
species per quas
sentiuntur. Alii vero
non; et adducunt
pro hoc Aristotelem
in secundo huius textu
commenti
centesimitrigesimitertii,
ubi esemplificat de
magnitudine, et figura . et
dicit ibi quod
alia comprehendimtur magis
per suara positionem.
sic quies per motum.
Tertia opinio mihi
magis placet; sed
opinio Joannis non
videtur vera; opinio AQUINO (si
veda) est multum probabilis. Utruni sensibilia
communia percipiantur non
percepto sensibili proprio. Alia
quæstio est utrum
seusibilia coramuuia percipiantur
non percepto seusibili proprio; et
videtur expresse dicere
Averroes quod non,
in fine commenti
sexagesimitertii. Item expresse
opponit quod si non sit
color aut lux,
non percipitur quantitas. sicut patet
de igne, quæ
e?t in concavo
orbis luuæ, et
tamen non videtur. Iu
oppositum arguitur de
tactu supponendo unum
(verum?) quod æqualiter
calida et æqualiter frigida
uon lentimus, ut
dicit LIZIO inferius; tunc
ergo sit una
manus æqualiter calida et æqualiter frigida,
sicut mea; tunc
manus mea non
sentit caliditatem aut frigiditatem
istius manus, et
tamen sentit quod
ista manus est
quanta; ergo quantitas,
quæ est sensibile
commune, sentitur absque
hoc quod sentiatur
sensibile propriura. Confirmatur quia
est imaginabile et non repuguat
quod unus tangat
coelum: sit ergo ita
quod unus tangat,
tunc coelum uon
sentitur calidum uec
frigidum, nec humidum nec
siccum, et tamen
sentitur quod sit
quantum; ergo. Item hoc
videtur in motu,
quia aliquaudo seutitur
pulex serpens super
carnem meara; tiiiic seutitur
motus, uou tameu
seutitur aliquid deusibile
propriuui. Item clato quod
aliquis cæderetur; tuuc
iste sentit solutionem
coutinui quæ est
numerus; nu mei'us autera
est sensibile coramune:
tamen potest essc
quod iste uon
seutiat caliditatem aut
aliquid sensibilo pruprium
ipsius eusis. In hac quæstione
dico quod sensibile
commune uou potest
seutiri sine sensibili proprio. Ad
rationes; ad primam:
dimitto rationes medicorum
qiiorumdam,qui volunt quod æqua'iter calida
possimus sentire; et cum dicitur:
niliil patitur a
simiU; giosaut quod
isla est vera in
actione spirituali tautum;
sed ista respousio
est contra Aristotelem
qiii ibi loquitur de
actione spirituali, scilicet
de sensatione; et
credo ego aliter.
Dico primo quod quautitas
uon percipitur nisi
primo percepta resistentia;
et ideo æris
non percipimus quantitatem
ipsius, et hoc
quia ær uon
resistit tangenti. Ego
aliter dico concedendo
assumptum: et cum
dicitur; non percipitur
sensibile propriirra; uego,
imo percipitur durities,
quia est proprium
sensibile a sensu
tactus; ex eo
euim quod percipio quod
manus non cedit
tangeuti sentitur durities;
et ex cousequenti
sentitur quantitas. Ad contirmatiouem dico
quod si quis
ponat mauum in
coelo, sentiret quantitatem
coeli ex eo quod
sentiret coelum resistere
taugeuti; et si
dicatur: ergo coelum
erit durum; dico quod
sicut sua quantitas
nou est eiusdem
rationis cum ista,
ita uec sua durities,
quia est magis
quædara soliditas quam
durities. Ad aliam de
motu, dico quod
aliquaudo sentimus seusibile
commune cum sensibili
proprio nobis noto ;
sensus enim aliqua
confundit in istis
sensibilibus propriis, bicut in
eraissioue spermatis sentitur
illa delectatio, non
tauien sentitur aliquid
sensibile proprium nobis
notuui; ita in
illo motu hene
sentit\ir aliquid sensibile
proprium, illud tameu non
est nobis notum.
Similiter cum dicitur de
solutioue continui quæ est
numerus. dico quod
solutio continui est ex
mala complexioue; ex eo enim
quod in solutione continui
causatur mala complexio,
ideo sentitur dolor;
mala autem coraplexio
est qiialitas per
se seusibilis: vel
possumus dicere quod
uou seutitur solutio coutinui nisi
prius sentiaraus duritiem
et compressiouem ensis. Alia
dubitatio est, utrum
siut plura sensibilia
communia quam ista
quinque; et videtur quod
sic, quia æquale
et inæquale, magnum
et parvum, simile
et dissiinile, intensum et
remissum, videtur quod
ista sint sensibilia
corarauuia, quia ab
omnibus comprebeuduntur; et tamen
ista non suut
numerata a LIZIO. Aliqui
dicunt quod omnia ista
iiabent ad ista
quinque reduci, ut
patet discurreuti. Utrum scrvatis
tribus conditionibus datis a
Themistio. erretur circa
sensibile proprium. Alia
dubitatio est, quia
videtur quod servatis
illis tribus couditiouibus
datis a Themistio, adhuc
contiugat errare circa
sensibile propriuin. Aliquando
seutitur color, non tamen
sentitur quis color
est; sic puto
esse dicendum quod
visus non decipitur in
colore in eo
quod color, sed
iu eo quod
talis color. Non
enim opus est
visura cognoscere iu qua
specie coloris sit
iste color, forte
quod potest dici
sensum visus decipi, quia
istæ species coloris
confuuduutur ad invicem.
Sed quia superius
adductum est argumentum
de coelo, utrum
sit tangibile, et
dicebatur quod sic,
quia coelum resistit tangenti;
contra hoc argumentum,
quum istud quod
dictum est. Ch OOversu videtur esse
contva Aristoteleiu iu
quarto Physicorura textu
comraonti septuagesimisexti, ubi
dicit, quod si
esset aliquod corpus
denudatum ab orani
qnalitate sensibili, Ch. Oliecto
adliuc faceret distare
tantum quautum ipsum
est; si enim
imaginemus taxillum denudatum
ab orani qualitate
sensibili, tautura faceret
distare, quantura si
liaberet illas qualitates; et
tunc in tali
corpore non percipitiir
qualitas sensibilis, et
tamen percipitur eius
quantitas, quia tantum
facit distare quantum
faciebat prius: ergo
nec potest evadere in hoc sicut
iu coolo, quum
in coelo est
uua qualitas. qnæ
est per se
sensibilis, scilicet illa
soliditas. Ad hoc dicendura
quod perficitur percipitur
qualitas seusibilis: imaginor
enim quod tale corpus,
ut puta taxillum,
comprimat manura ræam,
et pars compressa
recipit figuram illius corporis,
et tunc illa
tigura seutitur pro
quanto recipitur in
manu mea, non autem
est in tali
corpore; figura autem
recepta in manu
mea non sentitur
nisi prius recepta qualitate
sensibUi, quæ est
in manu tantum.
Breviter dico quod
figura quæ sentitur nou
est in tali
corpore sicut in
subiecto, et causatur
iu manu per
compressionem. Alia dubitatio est,
quia ausi sumus
taxare Averroem contra
dicentem iu commento sexagesimotertio et
sexagesimoquinto huius secundi,
quod sensus exterior
cognoscit subiectiim, eo
magis quod dixiraus
eura sibi contradicere
in tam parvo
spatio hic et in
commento centesimotrigesimoquarto huius:
modo videtur esse
magna vereeundia quod eum
taxarim.Taxabam etiara iu
fine expositiouis textus
commenti sexagesimiquintihuius;
et ostendi expositionera
Averrois non esse
bonam. Quidam satis
ingeniose diserunt quod Aristoteles in
textu commenti sexagesimiquinti nun
debet stare ut
iacet. sed debet stare
hoc modo: unde
patitur ab hoc
sensibili per se,
sed patitur ab
hoc secundum accidens;
et tunc est
congrua expositio Averrois,
quum si pateretur
ab hoc per
se, non pateretur ab
alio. Quautum sit
de primo dubio,
quidara dixit quod
non est intentio
Averrois hic sensum
exteriorem cognoscere substantiara,
sed intelligit de
sensu interiori; et si
Averroes dicat quod
sensus exterior cognoscit
substantiara, debet intelligi
quod per accidens cognoscit;
quod per accidens
est duobus modis:
uuo modo quia
per sensura exteriorem
sensus interior deveniat
in cognitionem substantiæ,
sicut ovis quæ per
vocem agni cognitam
a sensibili auditus,
cognoscit agnum esse
siium filium; et ita
est sensibile per
accidens, quia per
sensibile proprium sensus
interior devenit in
eius uotitiam: non tameu
ita est quod
sensus exterior cognoscat
substautiam; et iste
modus per accidens est
comoiunis tam brutis
quam hominibus. Alio
modo est hoc
per accidens quum accidit
sensui, ut sensus
est, quod deveniat
in cognitionem substantiæ,
ut substantia est;
si enira ex
cognitioue coloris vel
figuræ coguoscatur substantia,
ut substantia est,
hoc nou est
seusus, ut sensus
est, sed ut
est sensus aniraalis
intelligentis. TJnde quod sensus
hominis interior cognoscit
equnm, ut equus est per
sensus exteriores, . hoc
non accidit sensui
hominis, ut sensus
est, sed ut
sensus animalis intelligentis. Totura ergo stat
in hoc, quod
si dicat sensum
exteriorera cognoscere substantiam,
debet intelligi per
accidens; quod quidem
est duobus raodis:
prirao, vel ita
quod per seusum exteriorem deveniamus
in cognitiouem substautiæ:
alio modo quod
per sensum exteriorem
deveniamus in coguitionem
substantiæ, ut substantia
est: in quo
modo includnntur duo modi
per accidens, sciiicet
ut per sensura
deveniam in cognitioneni
substantiæ, et quod per
seusum esteriorem devcniam
in cognitionom substantiæ,
ut substantia est; et
hoc est illucl
quod dicit Aveiroes
in commento sexagesimotertio de
illis duobiis modis [lev
accideutalitates, et hoc
est etiara ad
mentem AQUINO (si veda) e ROMANO
(si veda) hic, et est verum
in se. Sed
licet hoc sit
verum, non taræn
est ad mentem
Averrois, quia aperte
vult quod sensus eiterior
cognoscat substantias; nam
in commento sexagesimotertio dieit
hæc verba;quod sensus, circa
hoc quod comprehendant
sua sensibiliapropria, comprehendunt intentiones individuales
prædicamentorum. Kesponsio:
quid apparet apertius?
Quid enim comprehendit sua
sensibilia propria nisi
sensus exterior? Deinde
in fine commenti
dicit quod ista intentio
comprehendilur a cogitativa
et ab imaginativa,
et dicit, in
ultimis verbis, quod comprehensio,
quæ est imaginativa,
est magis spiritualis.
Tunc ego quæro hoc
« magis spirituale
» ad quam
coniprehensionem referatur: non ad comprehensionem cogitativæ aut
memorativæ, quia illæ istæ
apprehenduntur magis spiritualiler
ex libro De somno et
vigilia; evgo hoc
magis refertur ad
comprehensionem sensus exterioris: quare secundum
Averroem sensus exterior
cognoscit substantiam. Item
confirmatur ex dicto Averrois
in commento sexagesimoquinto, quum
movet ibi dubium
Averroes, utrum seusibilia per
accidens sint sensibilia
per se, et
ponit ibi rationem
unam, quam damnat;
dicit quod aliquis
posset dicere quod
ideo non sunt
per se, quum
sunt comraunia omnibus sensibus,
et removet istara
rationem. Dicit quod
ista responsio nihil valet quum iutentiones
individuales sunt comrauniores
omnibus sensibilibus propriis.
Altera responsio, quæ correspondet
illi suæ argumentationi, est
quod licet sensibilia
per accidens comprehendantur ab
omnibus sensibus, non
tamen ab omnibus
simpliciter, sed taræn ab omnibus
sensibus humanis. Ecce
quod in hac
responsione non negat
sensibilia per accidens comprehendi ab
omnibus sensibus; quare
si ab omnibus, etiam ab
exterioribus; et si
nollet ipsa cognosci
per propriam speciem
a sensu exteriori, potuisset
dicere ad illam
quæstionem quod non
sunt sensibilia per
se, quia non cognoscuntur
per propriam speciem.
Quare est concludendum
Averroem liic non bene dixisse
et sibi
contradicere. De altero
dubio, quod textus
sit corruptus, dico primo
quod in græco
uon invenitur ille
textiis, quem tu
adducis, nec talem
exponit Alexander; nec
etiam Themistius, nec
etiam textus quem
nos habemus sic
iacet; nec textus Averrois. Et
esto quod diflferentia
sic staret; tunc
peius esset, quum LIZIO non diceret ibi
aliquid novi de
sensibili per accidens,
quum illud dictum
ita esset verura de
sensibili proprio, sicut
de sensibili per
accidens; sensus enim
non patitur ab
aliquo sensibili secimdum
quod. ut tale;
propterea in textu
dicitur: « unde nihil
patitur». Modo ego quæro ad
quid referatur unde
dum ille textus
æque bene procedat
de sensibili per
se, sicut de
sensibili per accidens.
Alter autem modus
exponendi est bonus,
quum non volumus
quod sensibile per accidens sentiatur per propriam
speciem. Alia dubitatio est,
quia dicit Averroes
in commento sexagesimotertio quod
cogitativa expoliat speciem
substantiæ a quantitate.
Contra: si sic
est, ergo in
cogitativa erit species substantiæ
sine quantitate; et
cum quantitas sit
principium determinationis, ergo
ista species erit
universalis. Ad hoc
non est alius
modus dicendi nisi
dicere quod substantia
habeat ecceitatera propriam,
per quam sit
hoc, et non
sit hoc per suam
quantitatem, sed per
suam ecceitatera, sicuti
voluit Scotus. Quid sit
sonus. Post textum spptnagesimiim primiim
qiiærit Pomponacius, primo
quid sit sonus; in
qua materia est
unus modus respondendi.
quod sonus
formaliter est motus,
et ratio sua est
quia Philosoplius hic
et ubique dicit
quod sonus est
motus æris, et
dicitur in detinitioæ
vocis quod est
percussio; percussio autera
est motus; et
ratio, quia sonus vel
est res permaneus
vel successiva; sed
non est permanens;
ergo successiva. Anterior patet
ex sufficienti demonstratione; brevior
probatur, quia esse
soni constituitur in fieri;
si ergo est
successivus, vel est
motus, vel locus
de prædicamento quautitatis; sed non
est locus, ut
patet, ergo motus.
Sed tunc in
qua specie motus
reponetur? Dicunt quod
nnn est generatio
aut corriiptio, quum
generatio et corruptio
non sunt motus, sed
termini motus; nec
est motus augmenti,
quura ille est
tantum iu animatis; sonus autem
est in animalibus;
nec est motus
alterationis, quia ille
est ad tertiam speciem qiialitatis,
sonus autem nou
est ad istam
qualitatem, quum vel
esset ad primam vel
ad secundam: uon
ad primara, quia
per illara acquiritur
calefactio, et frigefactio, quæ non
acquiruntur per sonum;
nec est motus
ad qualitatera secundam,
quia iihx non acquiritur
nisi prius cognita
prima, ex sexto
Physicorum, textu commenti
decimiquarti; si autem
debet esse sonus,
non oportet ut
prius acquirantur qualitates
primæ. Item quia qualitates
primæ et secundæ
sunt res permanentes,
motus autem est de
numero successivorum; quare
sequitur quod sonus
erit motus localis;
et quia videbant quod
non omnis raotus
localis est sonus,
imaginati sunt, quod
tautum motus localis cum
illa percussione æris
et cura illis
dispositionibus datis a LIZIO
sit sonus; ita tamen
quod sonus formaliter
uon sit nisi
motus, sed connotet
istas conditiones dictas. Hæc
opinio defecit, primo
quia motus est
seusibile coramune, sonus
autem est sensibile proprium,
sensibile autem propriura
et coramune distinguuntur. Sed
istud argumentura non
videtur valere, quia
licet motus sit
sensibile comraune, quia
a pluribus sentitur sensibus,
uon taræn sequitur
quod unus motus
numero sit sensibile
communiter, qualiter est
sonus. Sed licet ista
sententia evadat ab
hoc argumento, non
tamen videtur vera;
quare quando dicitur: sonus
est formaliter motus,
ego quæro an
verberans et verberatum imprimant aliquid
in ærera, vel
non: si non,
quid ergo facit
illa verberatio æris?
si sic, ergo oportet
per verberans et
verberatum ponere unam
qualitatem quæ formaliter
est sonus. Item æris
motus non acquiritur
nisi ubi; si
ergo sonus est
motus, non acquiritur
per ærem uisi ubi;
et ita sensus
auditus non cognoscit
nisi ubi, et cum ubi,
velsit locus, ut
tenet AQUINO (si veda), vel
respectivus, ut dicit
Scotus; tunc a sensu exteriori
per se
primo cognoscetur respectivus.
Si vero est
locus et quantitas,
cum ista sint sensibilia communia,
non sentientur ab
auditu nisi per
sensibile propriura; et
istud erit sonus qui
est qualitas distincta
a motu, qui
est obiectura proprium
auditus. Ideo ponitur altera
opinio, pro qua sciendum
est: prirao, quod
sonus est qualitas
sensibilis de tertia
specic; vel enim
sonus est substantia,
vel accidens; non
substantia patet, ergo accidens;
vel ergo in
qualitate, vel in
alio prædicamento quam
in qualitate; ergo
est qualitas, et
non est in
alia specie quam
iu tertia. Ulterius
oportet scire quod esse
soni consistit in
fieri; et hoc
apparet experimento, quia
cessante raotu, cessat sonus.
Ultoriusscire oportet quod
est qualitas secunda
sensibilis distincta a primis,
et licet qualitates
secundæ genereutur ex
primis, ex septimo
Metapbysicorum, textu
comenti decimiquarti, uon
tamen sonus præsupponit
omnes qualitates primas, vel
solum uuam, vel
saltem non omnes ;
supponit eniin humiditatem
in ære. Ad
argumenta dicitur; ad
primum de LIZIO quod ista
prædicatio « sonus
est motus » non
est formalis, sed
est causalis, quia
sonus causatur a
motu. Ad secundum,
dico quod est de
numero permanentium; sed
quia est couiunctus
motui, ideo non
habet esse permanens,
sed successivum; vel
potest dici quod
sonus est motus
alterationis, scilicet illius qnalitatis quæ
est souus. Ad
aliud cum dicitur: vel
est prima vel
secunda qualitas»; dico quod
est secunda qualitas:
et cum dicitur:
ergo generatur a
primis, dico quod non
generatur ab omnibus
piimis, sed beue
præsupponit aliquas primas,
nt dispositiones æris:
vel dicatur quod illud uon
est verum in
sono, ut videtur
dicere Averroes in septimo
Physicorum commento decimoquarto.
Ad alterum, cum
dicitar: omnis qualitas secunda est
permanens; dico quod
est verum, si
non peudeat a
motu sicut est
sonus, qni in esse
et conservari dependet
a motu. Utrum S071US
peycipiatur ab auditu. Altera quæstio
est; utium sonus
percipiatur ab auditu,
et quomodo; et
videtur quod non possit
percipi, quia sensus
exterior non movetur
nisi ab eo
quod actu est; sonus
autem non habet
esse in actu
nisi per instans,
sicut et alia
successiva. Si ergo sonus
sentitur, tantum per
instans sentitur; hoc
autem videtur impossibile,
quia indivisibile non
potest sentiri, ex
fine De sensu
et sensato. Ad
hanc quæstionem dicitur quod
istud argumentum potest
tieri de motu
quoad alios gensus,
quia de motu
non est in actu
nisi mutatum esse.
Dicitur tamen quod
sicut motus potest
movere sensum, esto
quod non sit
in actu nisi
per instans, ita
ut sonus. Ad argumentum
dico Ch. 98
recto quod non plus
requiritur movere sensum
quam ad esse;
ad esse autem
soni non requiritur
nisi instans; ergo
nec ad motorem
sensuum. Ad alterum potest
dici quod illud
dictum LIZIO in
De sensu et
sensato est verum de
indivisibili iu magnitudine,
non in tempore;
illud tamen iudivisibile
quod est in sono,
licet sit indivisibile
secundum tempus, est
tamen divisibile secundum magnitudiuem; potest
enim esse ita
magnum, ut repleat
hanc totam scholam. Utrum motus
anhelitus sit cx
pectore vel pulmone.
Alia dubitatio est
circa hoc caput,
utrum motus anhelitiis
sit ex pectore
vel pulmone. De hoc
enim Commentator commeuto
octuagesimo tertio facit
verba contra Galenum; pro
quo sciendum est
quod Galenus voluit
anhelitus motum esse
voluutarium, et ratio
sua erat quia
possumus anhelare et
non anhelare, maguificare
et diminuere auhelitum quando
volumus. Item motus
qui fit a
nervo est voluntarius; motus auhelitus
fit a uervo,
ergo. Anteriorem supponimus
tauquam claram; brevior probatur. Si
euim incidatur ner\us
rediens a cerebro
ad pectus, tunc
statim cessat anhelitus : ex
quibus concludit quud
si iste motus
est voluntarius, cum
pulmo de se non
sentiat, quod iste
motus non erit
nisi a pectore. In
oppositum est sententia
Averrois hic et
in secundo Colligeti
capite decimonono, quia
dum dormimns anhelamus.
Item motus
anhelitus proportionatur motui
pulsus; sed motiis pulsus
est natuvalis ; ergo
et iste. Item
a^iparet qucl aliqu:.udo
uou passumus retinere
aulielitum, iit iu
magnis tristitiis, et
iu maguo timore;
quare concludetur liunc
motum esse compositum
ex naturali et
voluntario; magis tamen
esse naturalem, sicut motus
palpebræ oculi: quare
si est naturalis,
nou tautum procedit a
pectore, sed etiam
a pulmone; sed
si partim est
in nostra voluntate,
tunc argumentum concludit
illud quod nos
dicimus, quia est
compositus ex naturali
et voluntario. Ad
alteram de nervo
dicit ibi Coiumeutator
qnod Galenus ignoravit
logicam, quia in tali
argumento arguit a
positione antecedentis ad
positionem consequenlis;
arguit enim sic :
si non est
nervus, non est
respiratio; ergo posito
uervo, ponitur respiratio;
quare motus respirationis
erit a nervo.
Alio etiam argumento
utitur Galenus, quia
qui vulneratur in
pectore non potest
respirare; ergo iile
motus est a
pectore. Ad lioc dicit
Averroes quod nou
est quia pectus
est causa liuius
motus, sed quia per
ingressum æris frigidi
læditur pulmo, unde
non potest respirare:
quare concludendum est
quod cum iste
motus non sit
tantum naturalis, et
quia pulmo desiderat ærem pro
sui refrigerio, quod
iste motus non
est tantum voluntarius,
ut dixit Galenus,
nec tantum est
a pectore, sed
a pulmone causatur. Utrum hoinu
sit peioris odoratus
aliis animalihus. Circa textum
centesimum primo dubitat POMPONAZZI (si veda), quia LIZIO videtur dicere iiic
quod liorao est
pravi odoratus. IJem
quoque dicit in
Ue seusu et
sensato et in primo
de Natura animalium
capite decimoquiuto; et
non est pro
hoc, quia ardor consistit in
calido et sicco;
homo autem hal)et
olfactum uimis humidum
et frigidum quia habet
cerebrum maius aliis
animalibus. In oppositum
videtur sententia LIZIO in
quiuto De generatione
animalium capite primo et
secundo, ubi in
primo dicit quod
omnis sensus hominis
est perfectissimus. In
secundo specialiter loquitur
de odoratu, et
ratio est pro
hoc quia cum homo
sit perfectissimura animalium,
videtur conveniens quod
habeat olfactum valde bonum. De hoc non
oportet ulterius quærere,
quum habemus senteutiam
apertam Aristotelis in
quinto De generatione
animaliurn capite secundo;
et Averrois hic
et in De seusu
et seusato. Senteutia
Philosophi est ista, quod
quoad sentire a
remotis ipsa sensibilia, multa
animalia excedunt hominem,
quod vero ad
distincte peicipere ipsa sensibilia horao
excedit omuia animalia.
Quorum primum Philosophus
attribuit situi ipsius organi;
sicut enim si
mauus admoveatur oculo,
longius videt homo,
quam si non ponat,
ita propter situm
nasi, longius tale
auimal percipit odores,
quam homo. Quod non
distinote percipit odores,
adscribit Philosophus ibi
ipsi complexioui humanæ quæ
est nobilissima. Conciliantur
illa dicta ex
his quæ dicit LIZIO
ibi; nec taræn
putes quod sit
idem a longe
sentire et bene
distinguere inter differentias
sensiCh.l03versu i.ijium^ quum
aliqua a longe
percipiunt sensibilia, nou
tameu sciunt inter
ea distinguere, sicut
sunt aliqui senes
qiii de longe
vident colores, non
tamen sciunt inter hos
bene distinguere. Alia est
dubitatio mota in
textu commenti nonagesirai
secundi, quia LIZIO dicit quod
non est facile determinare de
odore, quia differentiæ odoris a
nobis difficulter
cognoscuutur: uiodo nos
diximus, quod lioc
videtur falsum, quia
difteientiæ odoris bene ab
homine cognoscuntur. Ad
hoc puto dicendum
quod licet differentias odoris bene
cognoscat, faciliter tamen
non pussit devenire
in notitiam eorum,
sed cum magna difficultate
inter ea possumus
distinguere; aliquando enim
de aliquo habemus
scientiam, tamen ad
illud cognoscendum cum
magna diffieultate pervenimus. Ulrum per
tactum cognoscatur hominis
prudentia. Alia dubitatio est
quia dixit LIZIO quod per
tactum cognoscitur horainis prudentia et
non per alium
sensum. Ideo quæritur
utrum hoc sit
verum; et videtur quod
hoc possit fieri
per alios sensus,
quum in primo
De natura animalium
Aristoteles dat modum
quo cognoscantur mores
hominum per oculos,
nares, aures et
similia. Videtur autem quod
magis visus et
auditus hoc faciant,
primo quia per
visum iudicamus de
corporalibus et incorporalibus, per
tactum vero solum
corporalia iudicamus; cum ergo visus
ad plura se
extendat, videtur quod
per visum magis
arguatur iugeniositas, quam
per tactum. Item
quia nulhis sensus
ita certe iudicat
sieut iste sensus. Item
quia est magis
immaterialis ipso tactu; magis
ergo accedit ad
intellectum; quare \idetur quod
exillo magis argaatur
ingeniositas. Unde in
proojmio Metapbysicorum dicitur quod
visus maxime diligitur:
videtur etiam hoc
esse magis in
auditu, quia auditus est
raagis spiritualis tactu,
et magis accedit
ad intellectum. Item
auditus est sensus disciplinæ. In oppositum
est LIZIO hie. Item
tactus est fundamentum
omnium aliorum sensuum; cum
ergo nobiliori coraplexioui
attribuatur anima nobilior,
videtur quod ex tactu
arguatur prudentia raagis
quam ex aliquo
alio sensu. In hac
raateiia mihi videtur
esse diceudum quod tactus magis
faciat ad pnidentiam,
non quia per
se hoc faciat,
ut argumenta concludunt,
sed quia tactus
est universalis sensus per
omnes partes auimalis
diffusus, et fundamentum
aliorum sensuura tam
interioruni, quam exteriorum;
hinc est quod
tactus raagis est
argumentum ad prudentiam alio
sensu, ex tactu
enim percipiraus quod
cogitativa et omnes
alii sensus sunt boni.
NuUus autem sensus
potest hoc facere,
quia nullus alius
est ita universalis sicut
est iste; licet
enim ex visu
arguaraus aliquara dispositionera ;n
homine, non tamen
arguimus universalem dispositiouem, sieut
arguitur ex tactu,
et hoc est quia
tactus per totum
disserainatur. Ad ratioues
in oppositum dicitur;
ad primam, dico quod
visus per se
ratione eorum quæ
cognoscit magis facit
ad hoc; sed
tactus, prout est fundaræntura
omnium virtutum, magis
facit ad cognoscendum
prudentiam; non tamen negamus
quando ex visu
et aliis sensibus
cognoscatur bonitas ingenii, sed
diciraus quod magis
ex tactu hoc
cognoscitur. Vlrum se7isus exterior
cognoscat suam operationem. Post textum
149 dubitatur prirao
a POMPONAZZI (si veda) circa primam
rationem Aristotelis qua
probatur dari sensum
coramunem, et dubitatur
utrum aliquis sensus
exterior cognoscat suam operationem,
et dicitur quod
sic; et primo
de visu, quia
Th^mistius in tertio huius,
coramento quarto in
fine, expresse dicit
quod oranis sensus
extevior cognoscit suam
operationem, et aliqui
in florentissimo gymnasio
patavino hoc tenebant. Ch.llSverso Et ratio
potest esse quia
si sensus sentit
se, evgo et
suam operationem. Consequentia patet, qnia
est difficilius quod
seusus se cognoscat,
quam suam operationem,
quia est maior reflexio
cognoscere se. Antecedens
probatur, quia sentio
me sentire, imo lioc
nou potest esse
nisi per uuam
eteamdem virtutem, ergo
etc; et confirmatur
quia LIZIO in tertio huius,
textu commeuti noni,
dicit quod intellectus
possibilis se iutelligit,
quando, intelligeudo alterum,
illud alterum fit
ipse iutellectus; sed
si hæc ratio Ch.
UOrecto valet, valet
etiam de sensu,
quia sensatum fit
ipsum sensitivum, et
ita, sentiendo sensatum, sentiet
se ipsum. Item
est ratio Aristotelis
quia unusquisque cognoscit
se videre. Vel ergo
hoc est per
visum, vel non.
Si primum, habetur
iutentum; si secundum,
scilicet quod cognoscatur
ab alia virtute,
quæro de illa
alia; vel ergo
proceditur iu infinitum,
vel aliquis sensus
cognoscit suam operationem,
quare et primus, quia
melius est resecare
in principio, quam
in fine. In oppositum
est sententia Alexandri,
hic iu Paraphrasi
de anima, ubi
bene concedit hoc
de intellectu, nou
de sensu; et
etiam Themistius iu
fine hujus capitis
dicit quod etsi supra
dictum sit quod
sensus cognoscit suam
operationem, non tamen
est verum. Et etiam
Averroes in textu
commenti
centesimitrigesimisexti
dicit hoc, et
omnes latini in hoc
conveniunt, sed quid
plus ? Aristoteles
ipse in De
somno et vigilia
huius est sententlæ, sed
licet hoc sit
verum, tamen ratio
non est adducta
pro hoc, ideo est
inquirenda ratio de
hoc. Alexander adducit
hanc rationem quia
seutire consistit in pati,
sed sensus non
potest moveri, nisi
a suo obiecto ;
sensatio autem non
est suum obiectum, ergo
non potest moveri
ab ea, quaie
nec eam sentire;
quæ ratio videtur
frivola, quia LIZIO videtur solvere
hanc rationem, primo
negando assumptum quia
Inx et tenebræ
videntur, non tameu
sunt color. Aliam
responsiouem dat Philosophus quod
visio visus quoquomodo
est colorati. Themistius
autem hic iuoctavo commento nude
protulit hanc quæstionem
sine ratione, et
etiam in De
somno et vigilia.
Averroes adducit considerationem. Dicit
ipse: si oculus
sentiret visionem, idem ageret
in se ipsum
respectu eiusdem; quia
pro quanto reciperet
visionem esset patiens, quia
ageret in eum
visio, et pro
quanto ipse visus
esset, cognitus esset
agens in seipsum,
quæ ratio videtur
dubia. Primo, si
teneamus quod sensatio
realiter difTerat a specie
sensibili.ut multi Averroistæ
teneut, hæc ratio
non poterit stare,
quia idem sensus esset
agens et patiens:
agens prout producit
sensationem, patiens prout
recipit speciem sensibilem. Sed
vos dicetis illa
non est opinio
Averrois, sed coutra
quod de intellectu possibili
dicemus; qui intelligit
suam intellectionem, et
tamen hæc ratio est
contra hoc de hoc intellectu;
quum si intelligeret
se, idem esset
activum et passivum.
Si vero dicas
hoc non inconvenire
de iutellectu quia
datur intellectus agens, pari
ratione dicam quod
datur sensus ageus,
et dicam quod
sensus potest sentire
se, et cum dicitur
idem esset nctivum
et passivum, dico
quod non inconvenit
secundura diversas
considerationes; nam sensus
ut est passivus,
non intelligit se.
sed ut est
activus, et per
speciem sensibilem; sic
et iutellectus, qui
ut est iu
potentia non potest
se intelligere, sed ut
informatus speciebus aliorum;
et sic idem
potest se movere,
non primo: imo Averroes
in quarto Coeli
tenet quod elementum
potest movere se
secundum diversas rationes;
similiter et ego
dicam quod sensus
potest seutire se,
non ut passivus sed
ut activus est
per suam speciem.
Ideo latiui adducunt
aliam responsionem, q\iia
nuUa virtus materialis
super se ipsam
reflectitur ex libro
De causis; sensus autem
est virtus materialis,
ergo non potest
sentire suam operationem.
Assumptum probatur ibi,
quia nihil potest
se ipsum movere;
virtus autem materialis, si iutelligeret
se, moveret se
ipsam. In rei
veritate auctoritas magna
est, secl ratio nou
videtur bona, quare
ipsi habent concedere
in motu loeali
quod idem potest
se movere, et ita
hoc potest esse
in sensu, et
etiam ego nou
intelligo quid sit
reflectere se super se.
Ego dicain quod idem potest
agere in se
secnndum diversas rationes. Post hos
sequitur Joannes de
Janduno hic in quæstione propria,
qui credit se demonstrare in
hoc; et ratio
sua est, quia
si sensus cognosceret
suam operationem, tunc idem
esset in aliquo
subiecto secundum esse
reale et spirituale,
quia sensus realiter habet sensationem
ct cognoscit eam
ipse sensus. Sed
contra, dato hoc,
intellectus non posset intelligere
suam intellectionem, quia
habet eam et realiter et
spiritualiter, quia eam cognoscit:
et hoc non
est impossibile, quia
in oculo est
qualitas, tamen in
eo recipitur species
quanti, et etiam
uon inconvenit hoc,
cum tale esse
rcale est esse
spirituale; et iu proposito
de hoc non
habeo aliquam rationem.
Credo tamen considerationem unam esse
propter auctoritatem tantorum
virorum; probabiliter taræn
potest dici quod ratio
latinorum est vera,
et forte volunt
dicere, quod nulla
virtus materialis supra se
reflectitur, idest non
cognoscit se primo,
et istam rationem
videtur ponere Alexander
in Paraphrasi ista,
capite 26, ubi
tractatur de intellectu
in actu ;
et hoc bene verum
est quia hoc
est diflficilliraum ipsi
intellectui, ergo raulto
magis virtuti materiali, et
ratio quia species
repræsentat illud obiectum
cuius est species;
sed quod repræsentat se
et suum obiectum,
hoc arguit magnam
spiritualitatem, et quia
virtus materialis non est
multum spiritualis, ideo
non potest se
cognoscere per speciem
obiecti quod recipit. Unde
Deus qui est
maxime spiritualis se
ipsum per se
solum perfectissime cognoscit, nec
per species alienas:
sed sensus eo
quia est miuime
spiritualis et multum imperfectus, ideo
non potest se
ipsum cognoscere, quæ
ratio videtur mihi
probabilis; illa Alexandri non
videtur bona, quia LIZIO
eam solvit in
textu centesimotrigesimo octavo,
et ratio Averrois
nihil valet neque
illa Joannis. Ad
argumeuta dico quod
Themistius se ipsum
retractat infra, commento
octavo. Ad secundum dico
quod illud est
per figuram sinechdochen,
in qua sumitur
pars pro toto; anima
enim sensitiva cognoscit
se ipsam, quare
per unam partem
cognoscit etiam aliam partem et
per sensum communem
exteriores. Ad aliud
nego similitudinem, quia intellectus
potest hoc facere
quia est maxiræ
spiritualis, quod non
est in sensu. Ad
ultimum, dico quod
est devenire ad
intellectum qui per
se, et suam
operationem cognoscit
propter sui immaterialitatem. Eestat modo
videre quia Philosophus
dixit quod, si
seusus communis cognoscit contraria, ergo
patitur simul a
contrariis. Aristoteles dicit
quod sensus communis
est ruuis subiecto, non
forma: quæ responsio
videtur accedere ad
dubium motum, ut patet,
quia arguit quod
contraria erunt in
eodem, et ipse
dicit quod est
unus secundum obiectum
et ita non
respondet. Alexander, Themistius et
omnes dicunt ad
hoc; et dicit
Themistius quod sentiens album et
nigrum non est
album et nigrum,
et breviter dicunt
quod secundum esse spiritualem non
habet veritatem, licet
secundum esse reale;
et cum dicitur
causæ sunt contrariæ, ergo
eifectus sui sunt
contrarii; dico quod
est veruni in
actione imivoca, et hæc
est responsio Averrois
in quarto Metaphysicorum: speeies
autem et obiectum
sunt (liversarmn riitiouiim. Sed
quare LIZIO uon
posuit (eas). dico
quod dimisit lioc,
quia erat notum. Sed
statim erit dutitatio,
quia male videtur
dicere Aristoteles dicendo quod
sensus communis est
unus subiecto, et
multa ratione, et
tamen ipse non
potest negare hoc, quia
est imus subiecto
et plures, quia
est visus, gustus,
et omnes alii sensus,
pro quanto terminat
sensationem omnium. Ad hoc dico
quod argumentuna concludit, nec
Averroes negat hoc,
sed dicit qnod
melius est putare
quod sit unus secundura formam
et multa secundum
materiam, quam quod
sit unus subiecto,
et multa secundum formam.
Nec ista sunt
opposita; est enim
multa pro quanto
terminat omnes quinque sensus,
est autem unus
ut iudicat omnia
sensibilia. Et quia
potentia secuudum
operationem suam recipit
unitatem, cum dignior
operatio eius sensus
communis sit iudicare
de sensibilibus, quam
recipere sensibilia, et
iudicare sit a
forma, recipere Vero a
materia, ideo dicit
Averroes, quod dignius
est quod dicatur
unus secundnm formam, et
multa secundum materiam,
quam quod dicatur
unus secundum materiam, ct
multa secundum formam,
non tamen ita
quod istud non
possit dici; imo ita
est, quod est
unus subiecto, et
multa ratione, quia
est oranes quinque
sensus, ut supra dictum
est; sed quia hæc nnitas
est a materia,
illa vero a
forma, ideo diguius
est, et non
est quod sit
unus forma, et
multa secundum materiara. Et sic
iu uomine Dei
et Beatæ Virginis
finit secundus liber
quæstionum secuudi De
Anima. QVÆSTIONES LIBRI
TERTII Ulrum iski propositio:
omne recipiens dehet
esse denudatum a natura recepti, sit
vera in actione
reali. In commento quarto POMPONAZZI examinat istam
propositionem, scilicet: omne recipiens debet
esse denudatiim a
natura recepti, quia
Commentator secundo huius, commento sexagesimoseptimo. dicit
quod est vei-a
in actione reali
et spirituali. Primo videndum est
in actione reaii
quoad primam partem,
scilicet quod esseutia
uuius nou sit de
essentia alterius. Piimo
dico quod stat
ut sint diversæ
genere, quum materia prima
est receptiva qualitatis,
et tamen recipiens
quod est materia
prima, et receptum sunt
diversa genere; et
quaravis sint diversorum
generum, non tamen
oportet esse ita diversa
ut uullo modo
conveniant, quia oportet
agens et passum
in materia convenire ideo materia
prima non potest
intelligentias recipere, quia
nnlla est unigenitas
inter ipsa; possunt
ergo esse ambo
diversoram generum in
actione reali, sed quod
sint idem secundum
speciem irapossibile est,
quia receptivum habet
rationem potentiæ, receptum vero
actus; non autem
videtur duo in
eadem specie fundari,
et a forliori nec
idem numero poterit
se ipsum realiter
recipere. Statetiam quod sinteiusdem prædicamcnti, sed
remoti, quando illud
genus dicitur de
illis analogice, ut
materia et forma, quæ
non sunt sub
aliquo genere univoco;
forte etiam quod
possunt esse ejusdem prædicamenti
UNIVOCI, quia forraæ elementorum
recipiunt formam mixti. Est
ergo vera de
naturali receptione. sed
hoc non facit
ad propositum, quia
qnæritur de esse
spirituali; nam iutellectus
recipit iioc modo;
ideo quæstio consistit
in hoc: Utrum aliquid
possit recipere speciem
suimet, vel alicuius
quod est idem
specie cum eo, et
primo dicamus in
quo est possibile.
Primo quod sint
distincta genere est certum,
nam oculus spiritualiter
recipit quantitatem; moJo
potentia visiva et
quantitas non sunt
eiusdem prædicamenti. Quod
autem aliquid recipiat
speciem sui ipsius est
impossibile, nam idera
esset recipiens et
receptum. Ex qua
ratione concludebat
Averroes intellectum possibilem
esse immaterialem, et
videtur quod ista
ratio sit pj^
jq^ ^^,.3^ nulla. quia
ego dicam quod
intellectus est materialis.
et cum dicis:
tunc non reciperet
omnes formas materiales,
dico quod hoc
verum esset si
intelligeret omnes formas materiales
per propriam speciem.
Sed si (se?)
ipsum intelligit per speciem alienam ut
infra dicetur? Sed
contra tu dicis
quod si intellectus
intelligit se per speciem
alienam. alia tamen
intelligit per speciem
propriam. Sed contra arguitur, quia vel
cogitativa cognoscit se
vel non. Si
priraum, vel per
speciem alienam vel per
propriam; si per
suam ergo intellectus,
quamvis sit materialis,
poterit se per speciem propriam
intelligere; si autem
intelligit se pei
speciem aliorum cogitativorum. cum
sint eiusdem speciei
istæ cogitativæ, recipiens
non erit denudatus in
specie a natura
recepti. Si dicas
quod cogitativa non
cognoscit se, sed
intellectus eam cognoscit, contra.
intellectus non cognoscit per
se, et directe
nisi ea quæ prius
fuerant in cogitativa:
ergo debet intelligere cogitativam, quod
cogitativa prius se ipsam
intellexerit, quare et
idem de intellectu
dicetur. Si dicas
quod cogitativa intelligitur ab
iutellectu per speciem
aliarum rerum, pari
modo dicam quod
intellectus intelligit se per speciem
aliorum, et sic
nou sequitur quod,
etsi intellectus sit materialis,
quod non omnia
iutelligat. Et si
dicas quod idem
ageret in se ipsum,
respondetur quod lioc
nou inconvenit in
actione æquivoca, ut
concedit Scotus; quando autem
intellectus se ipsum
intelligit est actio æquivoca. Item
experientia docet quod homo
potest se ipsum
in speculo videre,
ergo idem recipit
speciem sui. Sed ad
hoc potest dici
quod tu deciperis,
quia credis quod
quando oculus videt
se, idei^ sit recipiens
et receptum, sed
non est verum,
et recipiens est
potentia visiva, et
receptum est color,et
idem non sunt
eiusdem speciei. Ad
iJ quod dicitur
de Scoto, communiter
dicitur quod est
contra LIZIO in
septiiuo et octavo
Physicorum, sed contra adhuc
instatur, quia idem
amat se, et
amare præsupponit cognoscere. Item equus
amat suos filios,
qui suut eiusdem.speciei cum
eo;sed dices quod' equus
scit tantum figuram
et colorem, contra
iu fiue secuudi
huius diciturquod homu sentit
se sentire; modo
si sentio me
sentire hoc non
potest esse nisi
refiectam me super me,
scilicet quod ego
me coguoscam, sed
ego sum virtus
raaterialis, ergo virtus materialis potest
se cognoscere. Ad hoc
respondetur quod non
est per idera,
quia cognoscens est sensus comauinis, quod autem
coguoscitur est sensus
exterior, nec idem
est es toto,
unde seusus communis
uou sentit se
sentire. Et ita
alias solvi hoc
argumentum. Sed hic sermo
non videtur verus,
quia Themistius iu
secuudo De auima
videtur dicere quod sensus
seutiat suam operatiouem.
Ad illud quod
dicebatur de Scoto quod
est contra LIZIO,
de hoc Deus
scit veritatem. Unde
per accidens potest aliquid movere
se, et reflexe
intelligit se. Quare videtur quod
ista propositio, omue
recipiens etc. sit
vera in actioue
reali, sed in
spirituali est dubia,
et ideo videtur
quod ratio Philosophi sit
vix persuasiva, et
nou transcendat rationem
probabilera. Quauturasit de secunda parte
suæ propositionis, scilicet
omne etc. secundum
substantiam, piimo dicemus de
receptione reali, et
primo dico quod
receptio alicuius entis
realis habeat aliquid reale,
et alterius generis
ab eo; ut
materia priraa si debet recipere qualitatem, oportet
ut prius habeat
quautitatem, sed hoc
est secundum diversa
genera, et aliquando recipiens
habet aliquid de
recepto seeundura idera
genus, imo uon
potest recipere illud nisi
habeat aliquid ex
illo. Verbigratia si
materia debet recipere
qualitates secundas, oportet
quod prius habeat
primas, sed taræu
sunt eiusdem generis proxirai; sed
loquendo de his quæ sunt
in eodem genere
proximo. semper
recipiejis debet habere qualitatem
oppositam, ut si
materia debet recipere
caliditatera. oportet ut prius
habeat frigiditatem. Sed
loqueudo de his
quæ suiit eiusdem
speciei, dico quod in
qualitatibus intensibilibus et
remissibilibus, recipiens debet
carere specie eius quod
recipitur nou absolute.
sed solum sub
illo gradu; verbigratia
si materia debet recipere
caliditatem ut octo,
debet carere solum
hoc gradu caliditatis
quæ est ut octo,
et non aliis,
imo est necessariuni
ut habeat caliditatem
sub alio gradu
magis remisso. Et de
Iioc sunt duæ
opiniones. Aliqui ut
Scotistæ et raulti
Thoraistarura tenent quod accideutia,
solo numero differentia,
possuut esse in
eodera. Alii tenent
quod non, nec naturaliter
nec per potentiam
divinam quamvis putem
istos non esse
raultum discordes et hoc quoad
esse reale; sed
tota difficultas est
de esse spirituali;
pro quo est sciendum,
quod lioc potest
intelligi tribus modis.
Primo, qnod recipiens
aliquid secundum esse spirituale,
sit denudatum a
natura recepti spirituaUter,
ut si debeo
recipere speciem «,
oportet quod uon
habeam speciem a.
et iste sensus
non est ad
propositum. Alio modo,
quod recipiens aliquid
sub esse reali,
debet carere eo
sub esse spirituali, et
iste non est
ad propositum. Alio
modo, quod recipieus
aliquid sub esse spirituali debet
carere eo secundum
esse reale, el
iste tertius modus
est de intentione
Aristotelis et Averrois;
unde non est
necessarium, si debeat
recipere aliquid sub esse
spirituali, quod sit
denudatus omnino ab
esse spirituali. Nam
si ego de beo
liabere notitiam cousequentis,
oportet prius me
liabere notitiam præmissarum; scd tota
contentio est utrum
recipiens sit denudatum
a recepto secundum
genus, vel secundum speciem.
Es una parte
videtur quod sic
de oculo icterici,
qui, propter colorem
citrinum qui est iu eo,
non potest alios
videre ; videtur ergo
quod receptivum rei alicuius
generis debet carere
omni eo quod
est eiusdem generis.
Ex altera parte videtur
oppositura quia tactus
est receptivus qualitatum
extremarum, et tamen
habet illas, quia habet
medias; quo stante
est magna difficultas,
quare ita sit
in tactu, et nou
iu aliis sensibus,
et ita rafio
Philosophi non videtur
vera. Contra experientia
est iu oppositum. quia
visus recipit speciem
figuræ et tamen
realiter est figuratus.
Item cogitativa est quanta
et recipit speciem
quantitatis. Ad hoc
posset dici, quod
nou est simile de
istis virtutibus ad
intellectum, quia intellectus
ultra hoc quod
cognoscit alia, cogiioscit etiam
se, sed istæ
virtutes nou cognoscunt
se, saltem potentia
visiva. Contra, quomodo Deus
et Intelligentiæ sunt
immateriales et tamen
cognoscunt omnia sub ratione
sui, et etiam
cognoscuut se, ita
et intellectus, quamvis
sit materialis poterit tamen
omnia cognoscere sub
ratione illius formæ
materialis, quam haberet;
cuius oppositum superius
dicebatur. Insuper ista
ratio fuudatur super
hoc quod omne
recipiens debet esse denudatum,
etc, sed contra,
quia ex hoc
probabitur illum esse
materialem, quia
comprehendit materialia, ergo
non debet esse
immaterialis. Item sicut
se habet materiale
ad immateriale, ita
immateriale ad materiale;
sed materiale poterit recipere materiale.
Et ita circa
hoc sunt diibia;
sed quia LIZIO, Themistius, Averroes
et AQUINO (si veda) habent hauc
rationem pro manifesta,
et quia LIZIO
numquam dixit aliquid
nisi cum ratione,
et quia, ut
dicit Alexander supra
sermone istius viri,
quis est magis
remotus a contradictione, ideo
couabimur defendere istam rationem,
quæ ratio bene
intellecta, si uon
est demonstrativa, tamen
ei multum approximatur. Pro qua
est sciendum duo
esse in mrmdo
multum similia: lutellectus
possibilis et materia prima
in tantiira quod
aliqui dixerunt quod
essent idem. Ad quæ cognoscenda
philosophi proeesserunt eadem
via; ex eo
enim quod materia
prima reeipit . omnemformam, concluditur
in primo Physicorum
quod non est
aliqua earura : ita
intellectus possibilis ex
eo quod recipit
formas materiales concluduat
quod nou habet
aliquam earum. Sed differunt
inter se, quia
intellectus recipit tantum
spiritualiter sub esse universali, sed
materia prima recipit
realiter sub esse
signato, et ideo
intellectus potest se intelligere
et non materia
prima. Videns ergo LIZIO
hoc, ex
sensatis in sensata procedeus, cum
cognitum fit coguoscens
secundum esse spirituale,
sic amans amatum,
et sensus recipit
spiritualiter ; dixit quod
intelligere est sicut
sentire et in
textu tertio disit quod
oportet iutellectum esse
in potentia ad
intelligibilia. Ulterius vidit Aristoteles quod
esse materiale impedit
spintuale, vel in
toto vel in seusibus aliis
a tactu, nam oculus
ictericus non potest
omnes colores recipere;
vel iu parte
ut in tactu,
qui cum habeat qualitates
medias inter extrema
quæ habet sentire,
perfecte non potest sentire qiialitates
tangibiles. Uude æqualiter
calida, et æqualiter
frigida non sentimus. Et
i-i dicatur quod
omnis sensus tam
interior quaui e.\terior
recipit quautitatem, non tamen
est denudatus a
quautitate: potest respondeii
quod quantitas, aut
qualitas, nec aliquid sensibile
commune sentitur per
propriam speciem, ut
teneut AQUINO (si veda) e ROMANO
(si veda); etdato quod cognoscantur
per propriam speciem,
dico quod non
seutiuntur nisi permixta cum
propriis seusibilibus. Et
quod dicitur de
sensu exteriori, dico
quod non sentitur per
propriam spefliem; scilicet
vel si sentitur,
diminute sentitur. Resumendo ergo
dicamus quod cum
cognitum iiat cognoscens
secundum (esse) sperituale,
et quod esse
materiale vel impedit
coguitionem in toto
vel in parte;
cum ergo iutellectus
habeat omnia materialia
sub esse spirituali,
et sincere et
perfecto modo ea
coguoscat, oportetutcareat omnino
esse materiali. Unde
cogitativa, quæ est
materialis, nonnisi involute et
modo imperfecto istas
res materiales cogiioscit,
et hoc est
illud quod dixit textu
commenti quadragesimiprimi, quod
si haberet aliquam
formam materialem, recipere
probiberet extraneam et
obstrueret ipsam, et
propter hoc Aristoteles
maxime laudat Anaxagoram ponentem
intellectum, ad hoc ut imperet
omnibus, esse abstractum.
Aristoteles autem hoc
dixit propter intelligere:
nam cum perfectissime
materialia intelligat, debet
ab eis esse
deniuiatus et hucusque
ista ratio est
probabilis; videtur euim
ratiouabile quod si omnes
formas recipit ut
sit denudatus ab
eis, sic ut
materia prima est
denudata ab omnibus formis
materialibus, et ideo
dicit Aristoteles textu
commenti sexti quod rationabile est
ipsura non esse
corpus, nec virtus
in corpore; nec
aliquis negaret hoc, quamvis
non sit demonstrativum, quia
aliqui tenent quod
cogitativa omnia materialia et
etiam se cognoscat,
et tamen ipsa
est materialis. Sed alia ratio
est quæ probat necessitatem huius,
quia scilicet omnia
intelligit, ut universalia
et particularia et
etiam abstracta; si esset
materialis. abstracta et
universalia efficerentur materialia;
quod probatur quia
omne quod recipitur,
recipitur secundum cgnditiones
recipientis; si ergo iutellectus est
materialis, cum intellectus
recipiat universalia et
abstracta, ipsa quoque abstracta efficerentur
materialia quia reciperentur
iu divisibili; quod
recipitur in divisibili
est divisibile, si
ergo sunt divisibilia
suut et materialia.
Unde quamvis omnes qualitates de
natura sua siut
iodivisibiles, tamen efficiuntur
divisibiles a subiecto quanto in
quo suut, ut
dicitur primo Physicorum
textu commenti decimioctavi
et ista est ratio LIZIO per
quam probat auimam
esse immaterialem. Unde in
textu commenti quarti dicit
quod si omnia
intelligit, necesse est
immixtum esse; non
dicit si tantum materialia
iutelligit. Et si dicas
quod ratio Aristotelis
fundatur super illam
propositionem: omne recipiens
etc. ut dicit
Averroes, dico quod LIZIO fundat
se super illam
propositionem, quoad probabilitatem rationis,
nou quoad necessitatem;
demonstrativa autem ratio est
supor hoc, quod,
quia omnia tam
materialia quam immaterialia
intelligit, oportet ut sit
abstractus.Vtrum anima sit
mortalis. lu tcxtu octavo
qiiærit Pomponaciiis xitnira
anima sit mortalis,
vel non; et
primo qiiærendum est utrum
sit materialis ; si
enim est materialis
est mortalis, si
est immaterialis est
immortalis ; et primo
arguo quod sit
immortalis quia in
hac parte arguit Aristoteles; et
cum duplex sit
eflfeetus animæ intellectivæ,
silicet intelligere et
velle, ex utroque probalnmus
eius immortalitatera. Prirao
ex intelligefe per
rationem LIZIO superius factam.
Cum enim Aristoteles
viderit auimæ operationera
esse intelligere, ex quo
quandoque actu intelligiraus, quandoque
potentia, cum ista non sit
operatio immanens. oportet quod
intelligere in quodam
pati consistat. Ulterius
vidit quod cum liæc
passio assirailetur sensationi,
cum sensatio fiat
per spiritiialem receptionem,
concluditur quod iutelligere
iiou fiat per
realem, sed spiritualem receptionem. Ex
liis conclusit quod si
intelligit omnia materialia,
recipiet species eorum
spiritualiter, quare
rationabile videtur quod,
cum esse materialiter
irapediat spirituale, quod
intellectus sit immaterialis; unde
tactus quia habet
in se qualitates
taugibiles, non bene
oranes percipit. lutellectus vero,
quia perfecte habet
recipere oranes forraas
materiales, cura iutelligat recipieudo,
ratiouabile videtur quod
non sit materialis,
sed abstractus. Non euim
esse materiale et
immateriale beue si
compatiuutur iusimul sic,
et nos diximus non
esse simile de
materiali et imraateriali,
quia materiale impedit
cognitionem: esse vero spirituale
et abstractum uon
impedit, imo auget
coguitionem, et ideo
immaterialia possuut
cognoscere materialia, et
uou e contra.
Sed Averroes adducit
aliam rationem: quod si
intellectus esset materialis
nou posset se
coguoscere, quia cum
iutelligat, recipiendo reciperet
(deciperet?), quare se
raoveret: quod tameu
est falsum in forma materiali, qnamvis
in forma imraateriali
hoc non sit
iuconveuiens. Unde Deus
se coguoscit, et aliæ
intelligeutiæ. Contra hoc
tamen sunt adducta
quædam, quia etsi
hæc ratio ch. ISOverso videatur coucludere,
nou taræu cogiE,
quia uos \idiuui3
tot et tauta
fieri ab aniraalibus
brutis, ut aliqua
superent uos in
iustitia, amore, et
artificio, ut scribitur
iu Commento de natura
animaliura. Unde et
videtur quod se
ipsa possent cognoscere ; non igitur
argumentum valet quod
sit immateiialis ex
hoc quod faciat
ita perfectas operationes, quia
et alia aniraalia
hoc faciunt. Etsi ratio
hæc sit iugeuiosa,
taræn in ratione LIZIO non
contiuetur. Ad obiecta
autem dicit Avicenna
in prirao Naturalium:
esto quod bruta
habeant tam perfectam
operationem, et quod
se cognoscant, quare hoc
concedit, tamen coguoscunt
se, in quantum
compositiim illud, et
non segregando se a
materia et a
quautitate; et dicit
hic Alexander, anima
nou rauonalis non
cognoscit uaturara suam distiugueudo
se a corpore,
et a quantitate,
quia anima rationabilis
se distincte cognoscit, auiraa
vero brutorum non
coguoscit distincte, quia
non estseparata a
raateria et quantitate,
sed cognoscit se
totura cognoscendo, et
dicit ex hoc apparere
eara non esse
iramaterialem quia non
potest se segregare
a raateria. Operatio
iusequitur esse. Si
ergo nou potest
se extra materiam
cognoscere, non potest esse
extra materiam. Amplius nou
possumus dicere quod
sit materialis quia
uuiversaliter coguoscit, quod nou
posset esse si
intellectus esset materialis
et extensus, operatio
euim insequitur esse ; Nel
senso di causa
di errore. Ch. i:i!
recto et hoc notavit
Aristoteles, cum dicit
qiiod si iutelligit
omuia necesse est
immixtum esse. Ad hnc
accedit quod intelligit
iudivisibilia; separat euim
punctum a linea
et longitudinem a
latitudine, quæ virtus
materialis non potest
cognoscere, uullus enim
seusus exteriorum aut
interioi-ura cognoscit indivisibile:
cognoscit etiam unitatem
quæ est puncto abstractior. Item
iutelligit Deum, et
lutelligentias, quod nonposset
facere si materialis esset, quia
operatio supponit esse;
si ergo esset
materialis nou posset
operari circa immaterialia.
Unde dicit ACCADEMIA IN FEDONE. Quomodo purum
possit ab impuro
coguosci? Item nulla virtus
materialis liabet operationem
infinitam. Intellectus habet
operationem infinitara,ergo non
est materialis. Anterior
est LIZIO 8° Pliysicorum; brevior
patet quia
intellectuSjintelligeudo
uuiversalia, infinita intelligit,ut
intelligeudo hominemin communi,
infinitos homines intelligit,
quia homo est ut horao
multiplicatus in infinitum;
et etiara cognoscit numeros
infinitos et dividit
continuura in infinitum,
et intelligit infinitum
terapus, et motum
et relatioues, quao
sunt modicæ eutitatis,
et secundas intentiones.
Item habet
operationes circa ens et non-ens ;
cognoscit enim utrumque,
et utrumque raisurat
(niensurat). Itera dispersa
colligit et unit,
ut individua iu
specie: species vero in
geuere, quod nou
facit virtus materialis,
et ista est
prima ratio. Secunda ratio.
Nulla res in
sua perfectissima operatione
imperticitur. Unde aqua
si non raoveatur raarcescit,
et etiam ignis;
perfectissima enim operatio
animæ est intelligere,
orgo maxiraum intelligere
erit maximæius perfectio;
cura veroraaxime intelligat quando abstrahit
a corpore, ratiouabile
est quod ipse
quoque (intellectus) sit
abstractus; aliter enim si
esset materialis, quauto
magis esset iu
materia magis perficeretur; ipse vero
quanto magis a
corpore abstrahitur tanto
magis perficitur. Unde
videmns quod isti, qui
a sensibilibus istis
abstrahunt, magis intelligunt;
illi vero qui
in istis materialibus versantur
ignarisunt, et hanc
rationem posuit ACCADEMIA
iu FEDONE. Item
nulla ros uaturaliter sibi
repugnat; iutellectus maxime
coipori repugnat, ergo
iutellectus uon est materialis.
Brevior declarabitur in
nobis, ratio enim
et appotitus aliquando repugnant in
raateria. Corpus enim
in malum sua
natura inclinatur. Intellectus
ab hoc retrahere nilitur:
si omnino esset
materialis, quomodo esset
ista rebelIio?Item intellectus
liber est et
libere agit; (quid)
si autem esset
materialis? Quia quæ
materiæ affixa sunt necessario
aguut, et quamvis
mirabilia agant, non
tamen ex ratioue
sed ex quadara naturali iuclinatione
id faciunt; unde
omnia talia animalia
simile oportet ut
constituant, ut hirundiues
quæ tanta arte
nidum faciuut, omnes
tamen uno et
eodem modo faciunt. Tertia ratio
ex voluntate sumitur.
Dixiraus quod ex
quo infinita intelligit est iramaterialis. Item
etiam potest dici
de voluntate, voluntas
enim nostra in
infinitum fertur; appetiraus
enira per infinitura
tempus esse ; virtus
autem materialis non potest
in infinitum ferri,
ex 8° Physicorum;
intellectus ergo non
erit materialis, quare nec
mortalis. Forte huic
rationi aliquis respondebit
qnod etiam bestiæ
appetunt hoc: scilicet, semper
durare; videmus enim
quod fugiunt raortem;
vel ergo bestiæ erunt
immateriales, vel anima
nostra propter hoc
non erit dicenda
immortalis. Sed istud nihil
valet, quia bestiæ
non appetunt hoc
appetitu cognoscitivo, quia
appetitus nou fertur
in incognitum, bestiæ
autem non cognoscuut
infinitum sed tantura secundum hic
et nuuc, et
si fugiunt mortem,
hoc non est
quia futurum cognoscant, sed quoniam
videtur malum sibi
præsens; imo Themistius
in multis locis
clamat qiiod non cognoseunt
nisi obiectum præsens. Sed
adliuc iQstabitur, quia
iste appetitus erit
vanus, non autem
naturalis, quia appetitus
naturalis ex toto
non fnistratur. Iste
autem appetitus est
ad impossibile, quare
istud non arguet
immortalitatem animæ. Pico hæc
nihil valere, imo
appetitus iste est
naturalis, et est
a voluntate nostra
intrinseee; cognito enim æterno cupimus
et nos æternos
fieri et immortales;quod etiam
declaratur quia iste
appetitus est in
omni homine; homines
enim ». omnes appetunt
esse immortales; si
autem est in
omni. erit naturalis.
Quod vero dicunt istum
appetitum esse ad
impossibile nihil valet,
et contra eos
reflecto argumentum quia
iste appetitus est
in omni homine,
ergo naturalis; si
ergo appetitus ad esse
semper, est naturalis,
non poterit frustrari;
quare argumentum est
contra eos. Unde dico
quod homo, vel
sit intellectus ut
voluit ACCADEMIA, et
videhir etiam esse
sententia Thera. 3'
De anima s.'"
27°, vel saltem
est per illum, ut
tenuit Averroes, iste appetitus non
erit frustra: quia
homo est æternus
saltem quoad animam
rationalem ; et facit multum
ad istud hoc
quod illa quæ
propter animam sunt
necessaria iu intinitum
appetimus; existimatur enim
quod homo infiuitas
appetit divitias, etsi
istud sit impossibile ;
unde appetitus divitiarum
uumquam terminabitur, sensitivus
autem qui est magis
propter corpus terminatur.
ut si quis
sitiat et famescat. Item homo
cupit Deum maxime
imitare, ut intelligendo,
et huiusmodi quæ
non potest virtus materialis.
Item cum duplex
sit scientia, practica
et speculativa, in operationibus practicis
multa animalia conveniiint
cum homine, ut in construendo nidos hirundo,
et apes in ædificando, araneæ
in texendo, et
in virtutibus quoque
moralibus, sicut rex
apum in iustitia,
amore et fortitudine
et pietate, sicut
legitur in 2" De
historia animalium. In
speeulativis vero nullus
nisi bomo mentis
divinæ secreta intelligit, atqiie
illa ordinat; quare
verisimile non videtur
quod, cum homo
ita excelsa intelligat, et in tam
excelsis delectetur speculabilibus, et
a voluptuosis rebus,
et ab omnibus materialibus
(se) retrahat, quod
auima eius sit
materialis, imo videtm oppositum in adiecto
quod anima intelligat
et sit materialis.
Causa enim intellectionis est abstractio a
materia. Unde Deus
qui maxime est
abstractus, maxime intelligit
et intelligentiæ quæ sunt
minus abstractæ minus
intelligunt. Istæ tres
rationes sunt physicæ, sed
ex operationibus procedentes. Aliæ sunt
rationes theologicæ hic
multo fortiores quas
ex Divo Augustino
eUcio. Prima ratio quæ
est 4' in
ordine est: quia
videmus quod inter
omnia alia terrena solus
horao potest suum
opificem cognoscere, quod
testatur figura recta
hominis, quæ t;h.
132 verso ad hoc
ei donata est
ut coelum aspiciat,
et adorationes et
templa et similia ;
cet^ra vero non habent
hoc quia tantum
terram aspiciunt sicut
mortalia et terrena;homo ergo Doum
cognoscit, notitia vero
rei comprehensæ semper,
ratione boni, causat
amorem, ergo homo
amabit Deum: cum
vero amans in
amatum transrautetur, sicut
intelligens in iuteliectum,
homo in Deum
transmutabitur. Ex his autem
duobus sequitur delectatio. Ista
autem unio Dei
cum homine, quæ
fit per intelligere
et amare, non accidit
nisi in anima
purgata a vitiis
et istis sensibilibus.
Unde Eustratius in
primo Ethicorum dicit; etsi
virtutes morales sint
propter humanum genus,
sunt tamen ut se
Deo uniat, quia
non potest eum
homo coguoscere nisi
animns sit purgatus
a vitiis, et ista
præparant nos ad
felicitatem summam. Forte
dices quod LIZIO non ponit ista.
Dico quod sic in 12
Metaphysicorum, textu commenti
£8 et 39,
ubi dicit quod voluptas
iu amando Deuni
est in nol.iis
parvo tempore, in
Deo autem seniper;
liæc ergo est vera
felicitas (pev) intellectionem et
nnionem Dei, quamquam
non potest haberi nisi
mens sit ab
omni vitio purgata;
quæro ergo an
intellectus noster istam
felicitatem intelligat aut non;
si non, qnoraodo
ista esset felicitas
si homo non cognosceret se
esse felicem? Si dicas quod intelligit,
et per se
anima aliqnando non
evit, quia est
mortalis, ergo homo
cognoscit se aliquando
nnn esse; si
sciat se quaiidoque
non esse, quomodo
erit felicitas? quare opus erit
concedere quod anima
sit immaterialis et
immortalis. quod omnes
philosophi fatentur. Qninta ratio.
Certum est quod
si aliquod est
animal quod peccet
in complexione, compositicne et
unitate vel infirmabitur
vel morietur, ut
dicunt medici : in
simili dicit LIZIO primo Politicorum,
quod si sit
aliqua civitas in
qua non sit
iustitia, quod non potest
mnlto tempore durare;
cum ergo iniusti
faciant aliquod malum,
qui tameu honorantur a
multis imo ab
omuibus, et etiam
corpora eorum honorifice
sepeliuntur post mortem, quæro
tum an Deus
scit ista, an
non; si no-n,
quomodo est possibile
hoc quod omniumcustos isfca
non sciat; si
scit, vel punit
istos vel non;
non est intelligendum quod non,
quia esset iniustus,
ergo punit; si
sic, vel ergo
in vita vel
post mortem; si in
vita, hoc non
videtur verum quia
isti multum honorantnr
in terris et
quasi Dei habentur; si
post mortem, vel
punitur corpus eorum
vel anima, non
corpus quia videmus oppositum,
quia corpus solemniter
tumulatur; si anima
punietur, si esset mortalis non
posset puniri, quia
non esset; si
ergo debet anima
puniri, necesse est immortalem esse.
QuoJ si dicas
virtutes esse præmium
hominis virtuosi, vitium
autem esse damnum vitiosi
et pravi dum
sunt in vita,
hoc nihil esset;
tolleretur enim omnis iustitia,
quiasi aliquis rex
videvit aliquid malum
fieri ab aliquo
et eum nou puniret
ex eo quod
ex vitio quod
habet esset punitus,
iste rex iniustus
haberetur. Cum autera Deus
sit maxime ivistus
debebit hoc facere.
Unde et Aristoteles
ubique concessit omnia a
Deo provenire. Istæ
rationes etiam contra
Averroem procedunt animarum pluraiitalem
negantem. Asserit enim
omnes animas, scilicet
rationales imam tantum esse. Sextum
argumentum est, quod
si anima est
mortalis nihil erit
homine infelicius; quod probatur
quia felicitas hominis
vel erit ante
annos discretionis vel
post; non ante, quia
nec prima movetur,
intelligit autem aliquid
aliud et facit
sicut servus. Sed
ista felicitas est
post annos discretionis,
est mevito bonovura
corporis; et hoc
uon; quia multa Cli.
l33veiso auimalia fortitudine,
decore et talibus
nos viucunt, et
istud provenit mevito
natuvæ, et non nostvi.
Item multæ extalibus
rebus moriuntur. Vel
ergo est propter
bona fortunæ ut honor,
divitiæ, cognitio, et
hoc non; imo
ista impediirat uos
a felicitate et
aliqui illa spreverunt. Ergo
ista felicitas erit
in bonis naturæ:
vel eut in
moralibus, vel in
speculativis virtutibus; non
inprimo tantum, quia
illæ non complent
felicitatera, sed suntpotius contrariæ
et sicut præparatio
ad felicitatem. Necfelicitas
est in bonis
intellectivis, scilicet in
scientiis speculativis. Aliqui
enim sunt qui
eas habent et taræn
non sunt
felices. Consistit ergo
felicitas in utrisque
bonis intellectus, scilicet
in moralibus et in
speculativis. Si ergo
auima coguoscit se
quando in folicitate
est constituta et
per se ipsam
sit raortalis, cognoscit
se aliquando non
fore et tunc
tristabitur cognoscendo se
morituram, taleque bonum
perdituram ; tunc autem
homo felix non erit,
nec pvius etiam
felix. Sicut ergo
nunquam homo felix
esse ex siguo eognoscitur propter
qiiod homo verecundatur
solus inter cetera
auimalia, et solus etiam
synderesia habet; hoc
autem nou potest
esse nisi quia
solus cognoscit se
offeudere suum creatorem. Et istæ sunt
ratioues probantes animæ
immortalitatem tam piiysice quam
theologice. Pro qua
parte sunt viri
doctissimi et integerrimi:
ACCADEMIA, LIZIO, Chaldæi,
et omnes leges
et omnes prophetæ,quamyis aliqui
dicant quod ACCADEMIA
non fuerit huius sententiæ,
et quod ea quæ diserit,
propter vulgares dixerit;
quod dicere impium est,
cum in suis
op?ribus tam maledicit
meudacibus. LIZIO etiam fuit huius
sentiæ, quem, ut
puto, Alexander in
hoc non intellexit.
Est enim sententia LIZIO in primo
De anima, textu
commenti 49, ubi
dicit quod est
difBcile ponere animam corpori commisceri,
item textu commenti
63 et 66,
ubi dicit quod
est impossibile ipsum intellectum
misceri; item textu
commenti 92 secundi
De anima dicit
de intellectu esse
alterum animæ genus;
in textu commenti
11 et 21
idem clamat in
tertio isto, textu commenti
3, 4, 5
et 14 et
per totum hune
librum tertiura. Idem
in secuudo De generatione animalium
textu commeuti 3,
ubi dicit quod
solus intellectns extrinsecus accidit et
cum eo uon
comunicat actio corporalis;
et in secundo
Metaphysicorum, textu
commenti 7, dicit
quod niliil prohibet
ut aliquid post
mortem remaneat, scilicet
intellectus, et secundo Œconomicorum dicit
quod mulieres debent
fidem viris servare, quia
a Diis in
aUo seculo felicitabuntur. Alii deinde
sunt etiam dicentes
eam mortalem esse.
ut fuerunt GIARDINO nihil nisi corpora
cognoscentes, ut Sardauapalus
et Aristippus quia
omnia iu luxuria
ponebant, et eiusdem
seutentiæ fuit impius LUCREZIO, quia
cum animam esse
mortalem scripsisset, etiam se
gladio interemit, et
istam senteutiam videtur
sequi Alexander in libro
De anima. Quam
nititur ptobare multis
rationibus, quas ponit
in commento 4° et
5° buæ Paraphrasis.
Et prima est
talis: omnis forma
generabilis et corruptibilis est materialis,
anima nostra est
talis, ergo materialis.
Auterior patet, brevior
probatur quia anima est
terminus generationis et
corruptionis; tunc sic
generatio est de non
esse ad
esse, ergo anima
prius non erat
ante generationem ; corruptio
vero est de esse
ad non esse
et anima est
terminus corruptionis, ergo
anima corrumpitur; nunc corrumpitur et
prius geuerabatur, ergo
est generabilis et
corruptibilis. Quod si
dicis hoc est verum in
asino sed secus
est in homine,
quia potius est quædam separatio animæ a
corpore quam animæ
corruptio: istud nihil
valet, quia motus
et terminus motus suut
in eodem genere,
et si motus
est materialis, forma
est materialis; motus autem
ad animam est
materialis, quoniam estperquantitates proprias
qualitates primas ergo forma
quæ est acquisita
per talem motum,
quæ est anima,
erit materialis. Item asiuus
verius generatur quam
homo, quia honio
tantum applicaret activa
passivis sicut agricola
in generatione grani;
quod probatur; quia,
si anima est æterna, vel fit
a Deo vel
non: si fit
a Deo, tunc ergo non
edusit eam de
potentia materiæ; asimis vero
educit formam asini
de potentia materiæ;
eodem modo dicatur
si sit æterna
et nou facta a Deo.
Secimda ratio Alexandri
est quod omnis
forma iuseparabilis a
materia est materialis,
anima est inseparabilis
a materia, ergo
est materialis. Anterior est
manifesta et brc\ior probatur,
quia homo est
homo per animam;
sed id, quo
aliquid est tale,
est eius forma: ergo
auima est forma
hominis, ergo est
terminus; terminus autem
non potest separari ab
eo cuius est
terminus; ergo auima
non potest separari
a corpore; et
etiam quia actus noii
potest a sua
poteutia liberari; auirna
autem est actus
corporis, ergo non potest
a corpore separari,
quod patet ex
eo quod actus
et potentia suut
relativa; posito autem uno
correlativoruin, ponitur et
alterum, sicut posito
patre necessario ponitur filius.
Si dices, at
dicit Averroes, quod
Alexander peccat per
fallaciam æquivocatiouis, quuni
auima æquivoce dicitur
de rationali et
materiali, et quod
ea quæ dicit Alexander
sunt vera de
materiali anima, rationalis
vero auima est
a corpore separabilis, ut
dicitur 2" liuius,
textu commenti 11;
contra lioc subtiliter
arguit Alexander, quia
quando anima nou
est in corpore,
vel est substantia
vel accidens ; non est
accidens, ut dat
nobis prima cognitio,
ut dicit Averroes
secundo huius, textu
commenti 2; ergo
(est) substantia quæ
est per se
stans. Ex altera
vero parte etiam
corpus per se stat;
ergo ex anima
et corpore per
se actu existentibus
unum fiet, quod
est falsuni quia ex
duobus entibus in
actu non fit
unum, quia unum
ab altero non
dependet, sed fit unum
per accidens, sicut
ex nauta et
navi; ex quo
patet quod homo non erit
quod est per
suam formam, sed
forma in eo
erit sicut motor
in mobili. Item si anima
potest esse siue
corpore, quæ est
causa quod corpori
uniatur? Vel lioc
est per voluntatem, vel
in potestate alterius;
si primum, erit
ista opinio CROTONE IN CALABRIA
et anicularum; si
secundum, quod quum ista unio
fiat per primas
quaIitates,ergo anima materialis erit, quia
educitur de potentia
materiæ per istas
qualitates, corrumpitur per
motum eorum, et hoc
sensui apparet. Qui
enim bene sunt
complexionati bene addiscuut,
unde molles carne aptos
meute, duros vero
ineptos esse 2° huius, textu
commenti 94. Insupcr quomodo hoc
esse posset quod
iret de corpore
in corpus, nisi
esset hoc per
motum localem; anima autem
non movetur locaI!ter,
quia non est
corpus; quod si
dicas, ut tenet uostra
fides, quod vadit
ad paradisum, quomodo
hoc fit nisi
per motum localem? Insuper per
quam viam vadit?
Item si est
separata, vel intelligit
vel non; sinon,esset frustra, quia
nihil est sine
sua operatione; si
dicas quod intelligit,
quomodo hoc fit cum
intelligere animæ siue
immaginatioue non sit? Tertiaratio Alexandri:
si anima est æterna, immaterialis,
aut est una
vel plures; sed nec
est una aut
plures; ergo non
est immaterialis. brevior probatur,
quia si dicas quod
sit una, aut
dat esse aut
non; si nou
dat esse sicut AQUINO (si veda), Albertus
et multi alii attribuunt
Avenoi, istud non
est iraaginabile quod
sit uua forma
homini tantum assisteus, quare
homo uou intelligeret
sed tantum cogitaret,
quia ego per
aliquid quod non est
pars mei non) intelligo sed
tantum cogito. Qaod
si dicas fabulam
quam fingit Gandavensis, quod
homo, sumendo hominem
pro aggregato ex
corpore et intellectu assistente, intelligit,
non autem si
sumatur pro corpore
tantum ; contra hoc
arguit Thomas et bene,
quia hoc modo
paries videret, quia
aggregatum tale videt
per partem Ch. ISoverso
aliquam sui, scilicet
per oculum, dato
quod oculus videat
parietem. Eodem autem
modo se habent phantasmata
ad intellectum sicut
colores parietis ad
visum. Item aggregatum
ex curru et
bove intelligeret. Ideo
posteriores Averroistæ melius
dixerunt intellectum dare
esse, et hoc
tangit AQUINO (si veda) in 2°
Contra gentiles, ut
infra dicemus. Sed tunc
si dat esse,
ergo forma Platonis
erit idem quod
forma Socratis; est
enim una anima; si
dicas eos diflferre
per animam sensitivam,
contra: quia per
eam homo non
est horao. Postea quæro
quare uuo intelligente
alii non intelligaut:
quod si dicas,
ut dicit Averroes, diversificari
intellectum per phantasmata,
conlra: vel intellectus
recipit vel non: si
non, hoc est
contra Aristotelem, qui
dicit, quod iba
se habet iutellectus ad intelligibilia sicut seusus ad seuslbilia.
Sed de lioc
iufra dicemus. Si
recipiet, ergo idem simul et
semel recipiet formas infinitas, et
idem siraul coutradictoria recipiet. Opiniones
enim coutrariorum siint
contrariæ; lioc fuit
argumentum Avicennæ. Si vero
ponas animam plurificatam,
coutra: multitudo iudividuorum
est per materiam quantam, ergo
auimæ essent materiales,
quare et mortales,
et uon recipieut
nisi singulariter, et non
universaliter. Si vero dicas
animas differre specie,
hoc est fatuum. Ulterius, vel
ponis diversas animas
secundum numerum individuorum,
vel quod anima suiBciat pluribus
individuis. Sit quod
quandoque est in
uno, quandoque in
alio, sed hoc est
fabulosum et opinio
CROTONE IN CALABRIA. Demum vel
hoc fit per
motum localem, quia quod
mobile est corpus
est; si vero
per motum alterationis,
anima educitur de potentia
materiæ, cum idem
sit subiectum motus
et terminus motus.
Si vero dicas piimum, ergo
vel mrmdus est ab æterno,
vel non; si
sic, ut est
sententia ACCADEMIA E LIZIO, videre sic meo, infinitæ
auimæ erunt, cum
iufinita individua processerint, nam aliter non
patitur infinitum. Si
dicas mundum non
esse ab æterno,
erunt quasi infinitæ animæ,
cum muudus fuerit
per tot sæcuhi.
Simplicius vero, primo
Cœli, refert apudÆgyptios fuisse
aunales de centum
millibus annis.etPlato de
duobus millibus.Item quæro si
est immortalis anima,
quare egreditur (ingreditur)
corpus: vel fit
de novo a Deo
vel non;
si non, ergo
infinitæ animæ eriint
in aliquo loco
determinato.Deiude quaudo
Socrates generatur, quare
una magis informat
Socratem quam alia,
et si una
informat quare non alia,
et cum omnis
uon informet, nulla
erit quæ informabit.
Si primnm, quod fiat a Deo immediate, ergo
est novum et
omne novum est
geuerabile et corruptibile,
ergo anima erit
generabilis. Nam, primo
Coeli, omne quod
incipit esse desinit esse.
Item aut auima
immediate a Deo
fit vel mediate ;
non immediate quia
ab æterno simpliciter non
fit aliquid novum,
quia aliter mutaretur
(Deus); nam nunc
facit etimmediate ante
hoc, non faciebat,
ergo mutatur et in Deo
esset nova voluutas,
et electio; quod eleganter
dixit Averroes 8°
Physicorum commento 15°;
si fit mediate
erit mediante motu, ergo
generabilis erit et
corruptibilis, quia per
m-jtum inducta est
iu materia. Item masima
esset Dei iniustitia,
quia poneret animas
ætirnas et immortales
in materia corporali, a
qua quodam modo
ligantur. Item poneret
auimas, quæ sunt
ita nobiles. in materia
ita rudi et
admodum grossa, siciit
in aliquibus hominibus,
qui ignari sunt. Item
dicit Aristoteles, primo
Cœli, quod immateriale
non potest formare
materiale, dicit enim: immortali
immortale est bene
conflatum. Item Aristoteles
non fuit huius
senteutiæ quod anima
esset immortalis, imo
iu decimo Ethicorum
ponit felicitatem haberi in
hoc sæculo per scientias speculativas, et
primo Ethicorum cap.
15, dicit quod mortuis
uon contiugit felicitas. Si
ergo non ponit
felicitatem post mortem
signum est quod non
ponit animam immortalem.
Cuius signum est
etiara quia Aristoteles
numqitam de hoc
determinavit, et miror
multum de Alexandro
quod non fecit
hauc rationem, sed credo
hanc esse causam
quia ipse non
putabat aliquem esse
huius seuteutiæ quod anima
esset una; imo
nuUus ante Themistium
ct Averroem hoc
putavit. Et ista suut
argumenta facta pro
utraque parte. Si
euim ponis mortalem
hoc non est
consouum veritati philosophorum
et legum; si
immortalem et ponis
sententiam Averrois, hoc videtur
impossibile ; si ponis
eas esse plnres
diflicile est salvare
quod non sint materiales. Etita
ego sum iu
maximo discrimine. De
hac quæstione ego
vellem esse ieiunus. Dicam
tamen quod seusit
Alexander, et quod
ad obiecta responderet
contra se facta. Circa quod
est notandum quod
omnes qui pouunt
animara intellectivam, coustituunt
eam in horizonte
æternitatis, et quod
est media inter æterna et
mortalia. Sed est differentia,
quia Christiani ponunt
eam abstractam et æternam. Alii
vero, ut Alexander, ponunt
eam materialem et
mortalem;esse tamen primam
formarum materialiuni. Clterius
est sciendum quod
medium participat naturam
extremorum. Unde Themistius
in prologo Physicæ, commeutosecundo, ponitquædamviventiæsse interplantas et animalia
quæ participant natuvam
extremorum; anima ergo
in medio constituta habebit aliquid
in quo conveniet
cum æternis et
hoc est inleliigere,
et aliquid in quo
convenit cum animalibus,
et hoc est
sentire; habet etiam
aliquid in quo
convenit cum plantis
et hoc est
nutrire. Erainenter ergo
conlinet omnes formas
anima, licet forte hoc
non coucederet Averroes,
et ista opera
diversificantur ex modo
agendi; Ch. 137 recto
nutrire enim, secundum
esse, penitus materiale;
sentire vero, secundiim
esse, spirituale; quod tamen
non fit sine
conditione materiæ, quia
cuni hic et
nunc recipit; intelligere
autem uon perficitur
cum materia, aut
cum couditione materiæ,
sed uuiversaliter tantum sine
loco et tempore.
Christiani igitur volunt, quod cum in medio sit æternorum et non æternorum, quod
ipsa sit iu
latitudine æternorum, et
quod iuduat matcrialitatem secuudum
vires sensitivas et
nutritivas, et hoc
est ratione suæ
imperfectionis. Alexander vero
ponit eam in
latitudine generabilium et
quod, secundum aliqud sni.
cum æteruis
conveniat, scilicet per
intelligere et velle;
quod provenit ex
eo quod est media
inter æterua et
nou æterna et
quod est prima
forraarum materialium. Hoc non
dicit Alexander quod
auiraa sit tantum
facta ex elemeutis,
ut sibi falso
iraponit Averroes, sed vult
quod sit facta
ab Intelligeutia, et
videtnr sententia Aristotelis
2° De generatione animalium
capite tertio; et
secundum illud quod
appropinqnat æteniis non indiget
corporeo organo, ut
recte dicit Alexander,
et ista est
sententia Aristotelis, quod auima
intellectiva est sicut
locus specierum; et
si beue consideres,
ista opinio non est
magis mirauda quara
opinio fideliura, et
ita est intelligendus LIZIO ubique,
cuvn dicit animam
ratioualem esse abstractam. Ad
argumenta ergo adducta Alexander sic
respouderet. Ad auctoritatem primi
De anima posset
dicere quod (ut
est sententia The.) LIZIO
ibi loquitur dubitative
tantum, cuius signum
est quia dicit LIZIO: forsan vel
dicitur quod anima,
prout habet hanc
actionem quæ est
intelligere, non eget
corporeo organo: et
ita dicitur ad
omnes auctoiitates prirai
De anima, secundi
et tertii. Unde quando
dicit LIZIO quod niliil
est in actu
eorum quæ recipit,
intelligitur hoc de auima
secuudum quod habet
illas operationes, et
Averroes sibi falso
imponit quoJ intellectus sit
tantum piivatio; habet
enim iu coramento
2° quod est
magis similis præparatioui tabulæ,
quam ipsi tabnlæ:
dicit enim,prirao ipsius,
tabulao agraplio, id
est inscriptiouis carentiæ
(sic) est quam
tabellæ similior; ipsa
enim præparatio tabulæ est
quasi quoddam separatum
a tabula omnia
recipiens lineamenta: ita
intellectus, quoad iilam
potentiam, abstractus est
et universaliter recipit
omnes formas materiales,
quæ sunt cum hic et
nunc. Quod vero
dicit quod solus
est abstractus, et
quod extrinsecus accidit, responditAlexander, commeuto
28, quod istud
est verum de
intellectu agenti, imo
Aristoteles textu commenti
20 loquitur de
agente et non
de possibili. Quod vero dicitur
de libro Echonomicorum, dico
quod illud est
dictura nt inducat homines in
amorem castitatis. non
quod ita sit. Ad
argumeutum: quomodo se
ipsam iutelligit, et
secuudum eam partem
uou est in materia,
et cum dicitur
quod cognoscit uuiversalia,
dicit Alexauder quod
cognoscit universale
comparando uuam rem
alteri, sed non
fit hoc per
virtutem immateiialem, sed per
materialem. Cum dicis
quod Deum intelligit,
dicit quod Deum
anima non coguoscit nisi cæcutiendo ex
eo quod non
iutelligit nisi per
pliautasmata,et hoc nou
arguit eam esse immaterialem;
imo opponitur es
eo quod non
bene cognoscit, et
similiter dico quod nou
iutelligit infinitum uisi cæcutiendo et
confuse, pro quanto
aliquid de iufinito percipit;
et cum dicis:
implicat esse materialem
et intelligere, dioo
quod intellectus indiget abstractioue,
sed non omnimoda,
quia per phautasmata
intelligit; imo arguit nostram
seutentiam, quod, cum
per phautasmata intelligat,
partim sit abstractus,
et partim non,
non ex toto. Ad
secuudam ratiouem respoudetur:
non omuimode abstrahitur
a corpore, quia
eget eo ut phantasmate,
et argumeutum uon
conchidit nisi quod,
secundum eas partes
per quas anima iutelligit,
non sit materialis,
sed a materia
abstracta, non tota
anima. Et cum
dicis: corpori repuguat,
dico quod hoc
est per accidens,
unde et canis
se per accidens interimit
aliquando, et ita
quod corpori repugnat,
hoc est per
accidens et per
Ch. 138 recto illam
partem quæ abstracta
est. Quod autem
dicis quod libera
est, respoudeo: ut est
a corpore abstracta
libera est, ut
vero est in
materia, serva est.
Ad tertium cum
dicitur: apprehendit
(desiderare) se esse
in infiuitum, dicitur
quod, ex eo
in infinitum durare,
cum hoc esse non
possit, arguit eius
imperfectionem et materialitatem; apparet
quod impossibile est
esse. Ad aliam
cum dicis quoJ
implicat, dico quod
non implicat, quoniam, quoad illam
partem quæ iutelligit,
abstracta est. • Ad
rationes theologorum dicitur:
ad primam quæ
est quarta inordine,
cum dicis: si auima
est felix et
cognoscit. se uon
futuram, ergo non
est felix, dicitur
quod oblectatur anima
et contentatur in
eo, quia cognoscit
se habere illud
quod est ei
possibile. Est
autem impossibile eam
semper durare sicut
iu simili, cum sit secunda iutelligentia, intelligit: prinium
vol cognoscit se
vel non; non
est dicendum quod
non; si se
intelligit et iutelligit
se non esse
ita perfeftam sicut
est prima. ergo
esset invida. Unde intelligentia secunda
est felix et
cognoscit se hahere
id quod possibile
est ei. Textus autem LIZIO est
contra te; dicit"enim illud
esse nobis in
modico tempore, non autem
dicit semper. Ad quintum
dico quod est
contra te facere
animam immortalem et
ponere eam iu corpore
mortali, et dico
quod Deus ponit
malos reges qui
huuc mundum gubernant,
alios autem non
cognoscit, quia quasi
per accidens sunt,
sicut magnus rex
cognoscit tantum primitates
et proceres qui
sunt in regno,
alios vero multos
non cognoscit. Ad sextum
argumentum, scilicet quod
nullum auimal esset
infelicius homine, nego hoe,
imo aliquod auimal
non cognoscens se est infelicius
homine. Vel dico
quod, licet anima cognoscat
se morituram quando
est felix, non
tamen propter hoc
restat quod non sit
felix, quia contentatur
eo quod est
possibile ei habere;
est autem impossibile
eam semper permanere.
Cum vero dicis
quod pro hac
parte quod anima
est æterua sunt viri
optimi, pro altera
vero parte impii,
respoudeo quod illud
est per accidens; imo
multi docti istnd
coucedunt, ut Alexauder
et alii; imo
isti sunt magis docti
et virtuosi, quam
qui ponebant esse
eam immortalem; uam si quid
boni fecenmt. propter proemium
fecerunt, scilicet venturum;
qui vero ponuut
eam mortalem non fecenint
bouum propter pi-æmium,
sed solo virtutis
zelo. Aliqui eliam
diierunt animam esse immortalem
propter vulgares. Ista sententia
non est ad
mentem LIZIO, ut puto,
nec in se
vera. Primum probatur, et prima
huius coniectura sumitur
ex eo quod
Tlieoplirastus, ut voluit
Themistius,in hoc tertio,
commento 39°, voluit
hoc de mente
Aristotelis.Tiieophrastus autem
melius halniit mentem
Aristotelis, cum eius
discipulus fuerit; quam
Alexander. Item quiaAlexander, commento
28°, tenet intellectum
agentem esse deum,et
piimam causam, uec paitem
esse animæ nostræ. LIZIO autem vult,
ut infra patebit,
quod slt pars animæ
nostræ; modo si LIZIO vult
quod sit pars
animæ nostræ, qucmodo
hoc esse potest, si
unum sit æternum
et alterum non?
Item Alexauder se
declaraus quomodo intellectus
abstractus sit, exponit
dictum Aristotelis, quando
dicit, quod est immixtus;
dicit sic: quoad
est in sui
operatione, uon indiget
organo corporali quoad illam
partemabslractam; ideoest abstractus,
et quoniam species
recipiuutur iu sola
anima non in
organo corporeo, et
citat locum Aristotelis
textu commauti 6°,
quodanima est locus specierum
et non tota,
sed intollectiva, et
in hac operatione
corpus concurrit (non) nisi
ut obiectum non
subiectum. Et secundum
De generatione animalium
glosam, iutelligit de
intellectu agente, sed
ista glosa non
salvat suam sententiam;
quærit enim ibi Aristoteles
utrum omnis anima
sit ante animatum,
vel nuUa, vel
aliqua sic et aliqua
non; et solvit.
quod illa quao
utitur corpore sicut
organo in sui
operatione, non advenit ante
aniraatum. Sed illa
que non utitiir
organo corporeo, extrinsecus
advenit; et hoc est
contra Alexandrum, quia
per eum ideo
est separata, quia
non indiget orgauo corporeo; ergo
si non utitur
organo, erit abstractus
(intellectus) per Aristotelem
ibi, et veniet
de foris; quare
non erit mortalis.
Ecce quomodo LIZIO ibi non
intelligit tantum de intelligentia
agente, ut tu
dicis, et istud
nihil concludit. Potest
hoc Alexander solvere,
et in se
ista opinio est
impoesibilis. Quaudo euim
Aristoteles vocat intellectum
esse mortalem, respoudet Alexander quod
in ista operatione
sola sine corporeo
organo erit in opus;
et anima intellectiva
intelligit immaterialia, et
se ipsam et
etiam indivisibilia. Sed contra,
quomodo hoc est
possibile quod se
ipsam et immaterialia
cognoscat, ipsa tamen sit
mortalis; etsi sola
hoc faciat, et
non sit abstracta,
si uon habet
operationem propriam sine
corpore? Operari autem
præsuppouit esse; ergo
ipsæst a corpore
abstracta. Et ista est
ratio Avicennæ optima.
Sed dicis, quod
in hoc est æquivocatio, quia animam
egere corpore est
duobus modis, ut
iufluente iufereute et ut
organo; ita quod iutelligibiles species
in corpore etiani
recipereutur. Tuuc dico
quod si anima
posset operari sine
corpore ut subiecto
et inferente species,
beue esset separabilis
a corpore: sed quia
eget eo ut
subiecto et inferente
species, ideo non
separatur ab illo;
pendet enim ab eo
essentialiter. Sicut uon
valet: oculus non
potest videre sine
corde, ergo visio est
in corde; quod
ideo uon valet,
quouiam oculus eget
corde, tamen ut
ab eo species ad
oculum trasmittantur; ita
anima eget quoque
corpore ut subiecto,
et ut eo a
quo trasraittuntur species,
non autem eget
eo ut orgauo.
Sed ista respousio
est apparens et
non bona. quum
dicerc quod auima
uon est separata,
quia eget corpore
sicut subiecto, aut infereute,
nihil est dicere,
et omues hoc
coucedunf; sed secus
est de tuo exemplo,
et de hoo
quia oculus non
est iu corde
ut in subiecto
sicut anima in
corpore est sicut iu
subiecto; cum autem
omne quod est
causa causæ sit
causa causæ in eodem
geuere causæ, quomodo
est possibile quod
cum anima a
corpore causetur, et intellectio rccipiatiir
in anima, quod
etiam uou recipiatur
iu corpore? Item
est mirum quod anima
sit mortalis iutelligatque
semper secundum eas
potentias quas ille ponit
in ea;quia ego credo
Alexaudrum ponere eam
exteusam, sed solum
in quo est. Tunc
quæro an intelligere fundetur
in anima, au
in parte animæ;
si in tota
anima, cum sit
extensa non recipiet
universaliter, sed siguate
mevito quantitatis. Si
dicas secundum, cum
non constet in iudivisibili,
erit iu aliqua parte,
ergo erit organica ;
cuius oppositum tu dixisti. Sed
dicis coutra; istud
procedit contra Christianos,
quia per eos
anima est in corpore. Dico
quod non procedit
hoc contra eos,
quia ponuut animam
esse abstractam, non
eductam de poteutia
materiæ, et non
est in corpore
nisi per accidens. Alexauder autem
vult quod essentialiter
sit in corpore
et ita ipsi
bene possunt dicere quomodo possit
se sola iutelligere;
et species recipere,
sine corpore, non
enim per corpus est
constituta in esse,
ut Alexander voluit
quod ait edncta
de poteutia materiæ,
et quod constituatur
iu esse per
subiectum; uec potest
salvare quod cum
omnis homo appetat se
esse æternum secundum
iudividuum, et iste
sit naturalis appetitus, quod iu
totiun frustretur. Licet
enim bruta appetant
æterno tempore esse,
hoc nou est secundum
individuum sed secundum
speciem; nec beue
respondet rationibus theologorum
quando dicit quod
auima est felix,
etsi sciat se
quaudoque non esse,
quod est, quia cognoscit
se habere id
quod est ei
possibiie habere; et
cum est æque
felicitas sicut iu Deo,
Responsio satisfacit quum
tenet Alexauder quod
iutellectus uoster Deo uniatur,
et in instauti
omnia cognoscamus. Sed
quomodo est possibile
hoc, quod res
materialis Deo uniatur,
quia ut dicit
Averroes in hoc
tertio, commento 36°
generabile efficeretur æternum et
iiigenerabile? Quæ sententia
quomodo valeat infra dicemus. Item
quod dicit de
diviua iustitia non
valet, quia tuuc
aliqui mali non
punirentur, et qui
bene facerent non rærerentur; postea
videatis quod habeant
isti dicere: scilicet, quod
si boui dicerent
animas esse immortales,
ut homines ducereut
in virtutem, tunc
omnes leges essent
delusiones. Item redeamus ad
aliam opinionem quæ
teuet animam immortalem,
quæ bipartita est. Aliqui
volunt quod sit
uua, et ista
opinio videtur magis
fatua opinione Alexandri. Alii vero
tenent quod sit
plurificata secundum substautiam
quæ informat; et
rationes primæ opiniouis
suut: prima quæ
est Themistii, hic
commento quod si esset plurificata,
ergo materialis; multitudo
enim individuorum est
per materiam quantam, 12."
Metaphysicorum, textu commenti
43°; secunda ratio,
quia ponendo muudum æternum,
ut ACCADEMIA E LIZIO volunt. si
animæ esseut multiplicatæ. vel essent
(ita) quia omnis
homo qui est
vel erit vel
fuit, habuit unam
aniraam, vel progredirentur de
corpore in corpus
animæ: si primum,
lioc est impossibile,
quia daretur iufinitum
actu, quod non
capit intellectus; si
secuudum, erit fabula CROTONE IN CALABRIA, quod una
anima modo intret
corpus unum, modo
aliud; et istæ
sunt (rationes) fortiores
huius opiniouis, et
ista aperte fuit
sententia Theraistii, licet AQUINO
(si veda) in libro
contra Averroistas non dicit
istam esse sententiam
Themistii, quaravis ego
non credam illum esse
librum Thomæ; et
hanc opinionem ex hoc
couiectuvo quod
in commento 32°
probat intellectum esse unum,
quia si essent
plures, esset matevialis,
eadem autem est
ratio de ageute et
de possibili cum
ambo sint abstracta.
Item ex alio,
quia in commento
31° vult quod intellectus
agens non sit
Deus, sed sit
pars animæ uostræ ;
modo si isti duo
intellectus faciuut uuam
aniraara numero. quomodo
uno multiplioi existeuti alterum est
uiiicum? Item ex
alio. cum dicit
quod si intellectus
uon esset unus,
quo moJo discipulus addisceret
a magistro? Non
euim addiscimus aliquid
uisi sit aliquod commune nobis
et magistro. Quod
ista sit mens
Averrois est clarum,
licet ego audiverim
esse quemdam venerabilem
doctorem senensem qui
tenet de mente
Averrois animam esse plurificatam;
quod evenit quia
in dies novæ
opiniones insurgunt. Istud tamen
voluit Averroes, ut
manifeste apparet. Quod
autem senserit LIZIO dicemus
in opinione Christiauorum. Sed
tunc restat diflicultas,
et est comurds
arababus opiniouibus prædictis,
quia si anima
est æterna, non
per corpus sed
per se stans, tunc habebit se
ad liominem sicut
gubernator ad navim,
et motor ad
motum, nou sicut forma
ad subiectum; quare
non erit forma
per quam homo
est homo. Item
esto quod sit immaterialis,
quomodo est possibile
quod unum nunc
districtum a quocumque
alio sit in toto
mundo? Ideo posteriores
Averroistæ videntes hoc, dixerunt quod
anima (est), iu quo
est forma, non
vera sed assistens
tantum, sicut rex
in regno; et
dicunt non incouvenire hoc in formis
abstractis, sicut dicunt
philosophi quod Deus
est ubique. Unde poeta
dixit: Jovis omnia
plena. Et istud
de mente Averrois
teuuit Albertus, AQUINO (si veda), ROMANO (si veda), Scotus,
RIMINI (si veda), Johannes de
Gaudavo. Sed ista opinio
non est intelligibilis nec ad ræntem
Averrois, ut aliqui
propter rei diflicultatera tenuerunt,
et propter verba
in coraræuto 11°
huius secundi, cura
dicit: nondum est manifestum
utrum (anima) sit
in homine, sicut
nauta in navi.
In multis etiam locis
dicit quod est
forraa separata. Priraura quod
dixi probatur; si
enim anima intellectiva
non est forma
intrinseca homini per
quam liorao est
homo, tunc nullus
homo formaliter intelligeret.
ex eo quod
uon est forma nostra,
Itera ego experior
ræ intelligere et
scire propositiones universales,
quales uon facit
cogitativa. Item est
argumentum AQUINO (si veda) quod
tunc homo non
intelligeret; quod si fingas
fabulara Joannis quod
homo, pro aggregato
(sic) ex corpore
et intellectu, intelligit, sed
non pro composito
tantura, tunc, in
siraili, aggregatum ex
oculo et muro videret,
quoniara ita se
tenet murus ad
oculum sicut corpus
ad animara; nec
ista est mens AQUINO (si veda), commento 27"
et 28", dicentis
intellectum agentera esse
formam et essentiam nostram. Primo
seeundum Averroem homo
est intellectus agens,
ipse auteni intellectus agens est
pars animæ nostræ.
Item non est
luens Averrois ista.
Videte vos quanta
comprehendimus in quæstione ista;ipse enira
in commento prirao huius
tertii,aperto dixit quod per
aniraam intellectivara distinguitur
homo ab omnibus
aliis speciebus, eadem
enim sunt principia differendi
et essendi.Item in
commentoSG" tertii huius,
dicitAverroes quod non est
moveus tantum, sed et forraa.
Item
in commento 36°
dicit quod ita
se habet anima ad
horainem sicut Intelligentia
ad orbem; sed
Intelligentia dat esse
orbi; ergo et
anima homini. Quod autem
lutelligentia det esse
orbi probatur, quoniam
Averrois, capitulo primo De substantia
orbis, dicit quod prius
Intelligentia uuitur coelo
quam dispo.sitiones et accidentia
coeli, ut quantitas,
figura, et alia
accidentia quæ sunt
in eo; quod
si Intelligentia uuiretur coelo,
tautum ut motorem
eam præsupponeret. Cœlum
esset quantum et
figuratum, quia nihil
movetur nisi corpus:
si ergo Intelligeutia
tantum moveret coelura, opus
esset orbem prius
esse quantum, quara
motum ab lntelligentia. Item prirao
Coeli, textu commenti
95°, dicit quod
dubiura est au
orbis per aliquid
alterum sit sensibilis et
intelligibilis, et dicit
quod sic: imo
de se est
tantum in pura
potentia, imo aliqui voluut
quod orbis de
se sit in
pura potentia ex
illo loeo: imo
2° Cœli textu commenti
3' Iutelligeiitia veriiis
unitiu ei quam materiæ
forma; quomodo autem
lioc esset nisi
Intelligentia daret esse
orbi? Istam seutentiam
dicit AQUINO (si veda); Albertus,
et isti alii
imponuQt hoc Averroi,
et istud ei
ascripserunt, quia viderunt
quod altera poteutia, scilicet
quod quam intellectus, det
esse, videtur magis
impossibile. Cum vero dicis
Averroem dicere quod
intellectus est abstractus,
iuteliigit quod non
est eductus de
potentia materiæ. Sed
tunc augetur ditficultas:
si anima per
se stat et
etiam corpus, quomodo ex
duobus entibus in
actu tit per
se unum ?
de coelo et
Intelligentia hoc salvare non
est diOicile insequeudo
Averrois verba, quia
lutelligentia est quæ
dat esse actu orbi;
quoniam ibi textu
commenti 95' dicit
quod orbis, seclusa
lutelligentia, non est nisi
in potentia, nec
intelligibilis, sed tantum
sensibilis; et ideo
tit imum, quia
unum est actu alter alterum in potentia.
Sedin homine est
diificilius, quia in homine est cogitativa quæ
est constituens bominem
in specie. Alias
ego dixi quod
anima intellectiva realiter
est idem quod
sensitiva. et quod
sensatio corrumpitur quoad
potentiam tantum, sicut est
sententia AQUINO (si veda).
Marsilius vult hauc
sententiam ACCADEMIA; et
tunc multa possumus ex hoc solvere,
Sed est duruui
ponere in intellectu
abstracto has potentias
esse, et non
assevero hoc, quoniam
uullus dixit aute
me, et quomodo
hæ potentiæ possiut
fundavi in anima.
Aliud notabile est quia lntelligeutia est vera forma in
orbe: quod autem
aliqui dicunt quod
materia coeli est
in pura potentia,
hoc non puto verura
esse, irao Averroos
in De substautia
orbis, cap. ultimo,
dicit quod materia
coeli est media
inter materiam, hoc
est puram poteutiam,
et actum inirura;
et octavo Metaphysicorum textu
commenti 12': non
habent æterna materiam
talem qualem geuerabilia
habent. Sed
quoniam auctoritates possunt
glosari, induco rationes,
ex quibus hanc qu
olim coneurrenti ræo
fuit difEciIis:quia si
materia coeli esset
ens in pura
potentia, ergo coelura
cura Intelligentia non
esset per se
motum, quia esse
quod per se rao
vetur dividitur iu
partem per se
moventem et per
se motam; pars
per se movens
est acto Intelligentia, pars per
se mota est
orbis, quæ per
se, si est
in pnra potentia,
non poterit resistere
Intelligentiæ, unde non
erit motus. Ad hanc
rationem isti respondeut
negando primam compositionem, quoniam
in coelo pars per
se movens est
Intelligentia, pars per
se mota est
materia coeli una
cum eius forma. Sed
si ista responsio
esset vera, maxime
in via Averrois,
tunc iu elemento
esset pars per se
movens et per
se raota, quoniam
forma elementi esset
per se movens
et compositum esset per se motum,
quod tamen est
coutra Averroem 4."
Coeli, textu commenti 22.'
et in aUis
locis. Sed tunc
tu dices: si
materia coeli esset
aliquid ens in actu,
non posset fieri
iratim per se
cum Intelligentia, sicut
dicit Averroes primo Physicoriim commento
63"; et ideo
dico quod ex
anima intellectiva et
corpore informato per
cogitativam iit per
se unum, quia
cogitativa non est
hominis essentia per se
complens, sed adhuc
corpus tale est
in potentia ad
intellectum; et si
dicitur ex primo capite
De substantia orbis. Impossibile
est idem habere
duo esse, dico
quod est verum de
duobus esse ultimatis,
et æque perfectis.
Vel dicitur aliter
quod hoc non
intervenit si unum sit
eductum de potentia
materiæ, alterum non;
sed tunc est
angustia, quia omniura horaiuum
esset idem esse,
nec Socrates a
Platone distingueretur, eadem
enira sunt principia essendi,
et distinguendi. Sed ista
positio Averrois potest
persuaderi ex eo
quod Christiani etiam
teneut quod in
homine sit una
tauttim anima iudicialis,
tota in toto et
tota in qualibet
parte, ut quod
tota sit iu
mauu, tota in
pede. Sic ergo
dico quod omiiiiim liominum
est idem esse
intellectiiale, sed quoad
sensitivam et cogitatiram
differunt, ciiius signum
sunt proportiones omnibus
commimes. Sed Alexander
diceret utramque opinionem
esse impossibilem; ego
tamen dico quod
opinio Cliristianorum est
verior: potest etiam
persuaderi ex eo
quod una Intelligentia
dat esse orbi
ita magno, et tamen
una pars differet
ab altera per
accidens, ut stellata
a non stellata,
omnium tamen earum partium
est idem esse
intellectuale. Sed dicet
quis: orbis non
habet esse ab Intelligentia, siciit
est seuteutia Alexaudri
hic,in Paraphrasi de
anima, commento 8°; et
Thomas et Christiani
dicuut quod, quamvis
anima informet omnes
partes corporis, non tamen
per se primo
sed per accidens,
et per accidens
differuot istæ partes;
sed iuteUectus dat per
se omnibus hominibus,
et inter se
difFerunt homines actu
etiam. Sed ad
hoc aliquis dicet
quod partes sunt
actu ab anima
informante et non
in potentia, et
quod inter se
actu differant. Sed est dubium si
anima sit talis
quod sit una numero
in omuibus hominibus.
Quomodo intelliget, an
recipiendo an non
recipjendo? Et est quærere utrum
dentur species intelligibiles de
novo in intellectu
receptæ. De hoe
est una opinio
Burlæi. Physicorum, commento secundo,
quæ vult quod anima
non recipiat de
novo speciem; quam
inserunt aliqui moderni,
quorum scripta uon vidi
sed audivi ab
eis; erant euim
mei concurrentes, et
rationes istorum snnt: primo
est auctoritas Averrois
12.° Methaphysicorum, commento
25", ubi dicit
quod quædam sunt
substantiæ quæ non
recipiunt accidentia, et
substantiæ abstractæ; intellectus
autem est abstractus
et substantia abstracta.
Item si habet
species de novo,
hoc esset quia phantasmata
imprimerent in intellectum
illas species et
cum phantasma sit materiale, tunc
immateriale a materiali
pateretur. Item si
de novo reciperet
species, cum istæ species
sint singulares, non
repræsentabunt
universaliter; quare intellectus
non intelliget universale.
Item si anima
reciperet species, tuuc
plura accidentia, solo numero
differentia, essentin eodem
contra Aristotelem, 5°
Metaphysicorum, textu commenli
15'. Item si,
respectu unius obiecti,
plures essent species
in intellectu, tunc
essent materiales, quia plurificatio
individuorum est per
materiam, ut dictum
est supra. Sed tuuc
quomodo fiat intellectio,
discordant inter se.
Unus dicit quod fit
hoc modo quia anima
intellectiva est forma
mei, et omnia
intelligit per essentiam
suam ; non tamen ista
mihi dicitur intellectio,
nisi dum ego
cogitem, et quod
ego non intelligo asinum, uisi prius cogitem de
asino; quia iste
est ordo naturalis,
quod, si debeo
anima iutelligere, debeo de
omnibus cogitare. Alii
dicunt quod bene
intellectus est in
potentia, sed non
ad species recipiendas;
sed per virtutem
intellectus agentis forma
asini eadeni realiter quæ
est iu re
ad extra in
intellectum nostrum recipitur,
accidentalis tamen facta; et
istud est magis
impossibile primo; etenim
hoc intelligere non
possum sicut primum. Istæ tamen
opiuioues sunt impossibiles,
nec ad mentem
Averrois et Themistii:
dixit enim Themistiu?
in commento. quod intellectus
est aptus et
(se) tenet ad rccipiendum omues
formas, sicut cera
ad figuras, et
dixit LIZIO quod ita se
habet intellectus ad intolligibiiia. sicut
sensus ad sensibiiia. Sed
aliqui dicunt, et
magis consentanee loquuntur,
quod visio non
fit per species,
ut dixerunt in
suo tractatu quem fecerunt, et
dicunt illud esse
contra intentionem Aristotelis
et Averrois, commento
4", qui oppositum huius
aperte dicit, quaud-o
dicit quod recipit
omnes species materiales; et prima
ratio est, quia
si nihil de
novo recipit intellectus
nisi æquivoce ut
tu dicis, Ch.HSverso quæro
tunc, quando Averroes
probat intellectum possibilem
immaterialem esse, ex eo
quod recipiens est
denudatum a uatma
recepti, et si
recipiens haberet aliquid
de natura recepti,
tunc idem se
reciperet, et idem
iu se ageret;
do qua actione
loquitur Averroes? Si de
vera liabeo intentum,
quia tunc aliquid
verum aget et
recipiet iutellectus de
uovo; si de
actione æquivoca, tunc
non est inserviens;
idem ageret in
se ipsum actione æquivoca
ut dicitur ab
AveiToe; 8° Physicorum,
commento 4.' Secunda ratio:
si anima per
sui essentiam (inteliigeret), non
esset necessaiium ponere intellectum agentem,
cuius oppositum dixit
Averroes, commento 5°,
cum dixit quod Aristoteles intelligit iutellectum ageutem
et intelligit quod
habet speciem, et
intellectus discurrit et
componit prædicatum cum
subiecto; quod non
esset si per
essentiam intelligeret, et tunc
intellectus non esset
in potentia sed
esset actus purus. Item
si per essentiam
omnia iutelligit, omnia
eminenter continebit et
omnia creabit; cum
autem nou dependeat
asiuus ab iutellectu,
non intelliget asinum.
Sed aliquis dicet ad
hoc quod hoc
uon valet, quia
becuudura Averroem in
felicitate, quam ponit Averroes, intellectus
possibilis iutelliget omnia
per essentiam intellectus
agentis et tamen
ipse non est
causa omnium. Ad hoc dico
quod iutellectus agens
est causa omnium,
et si non
in esse reali, est
saltem in esse
spirituali; omnia enim
quæ sunt potentia
intellecta facit actu
intellecta. Item
quomodo verificaretur dictum
Aristotelis quod se
per accidens intelligeret? Item intellectio
est (esset?) operatio
immauens absoluta, non
relativa, quæ uon
potest esse absque aliqua
alteratione intellectus per
quam homo de
intelligente in poteutia fit
actu iutelligeus. Sed
dices quod denominatur
intelligens nou quod
fiat intelligens; contra tunc
homo non de
novo intelligeret sed
tantum de uovo
cogitaret, sicut est de beatis
in patria, quibus
licet Deus non
sit sua iutellectio,
tamen fit eis
nova species. Ad
rationes et ad
Averroem, dico quod
loquitur ibi de
Intelligeutiis perfectissimis; intellectus
autem possibilis est
infima intelligentiarum indigens
corpore in intelligendo.
Cuius siguum quia
dicit ibi quod
non intelligunt ista
inferiora ipsæ Intelligentiæ. Loquitur
ergo de non
dependentibus a corpore. Ad
2", cum dicitur
quod phantasma imprimeretur
in intellectum, dico
quod intellectus agens
ea universalizat propter
quod possunt agere
in intellectum, et
ista est causa ponendi
intellectum agentem. Ad
3'", cum dicitur
quod siugularitas intelligentis aut speciei,
per quam intellectus
intelligit, nou excludit
uuiversalium intelligentiam,
alioquin cum Deus
et Intelligentiæ ipsæ
sint quædam substantiæ
singulares, non possuiit universalia
intelligere, (hoc uon
inconvenit) sed materialitas
cognoscentis et speciei, per
quam cognoscuut ipsæ
res, universalem coguitionem
impediunt. Ad alterum quod
plura accidentia, numero
diftereutia, essent iu
eodem, dico quod
est necessarium, quia in
(mundo?) sunt plures
species numero distinctæ,
vel saltem si
est uua, habet plures
modos diversos cssendi,uttenent aliqui
Thomistarum. Ad Aristutelem dico
ut ibi dicit scoliastes et
ante eum ROMANO loquitur ibi
de accideutibus quæ
bene contrarium habent
acquisibilibus per alterationem.
Item si per
essentiam intelligeret quatuor
qualitates, intelligeret (false,
cum) altæ (tamen)
Intelligentiæ non intelligunt
falsa. Altera est angustia
quæ (est): cum
contrariorum contrariæ sint
operationes 4.°Metaphysicorum et
primo Posteriorum, si
auima situua, in
uno essent contraria:
ut quod Socrates sit
papa vel non
papa sicut nunc
est, et hoc
est argumentum Avicennæ.
Sed dicet quis quod
hoc argnmeutum esset
contra christianos, qui
tenent quod eadem
anima quæ est in
pede sit
iu mauu; tuuc
sic est eadeui
anima vel sunt
contrariæ. Sed Christiani
dicuut quod secus est,
quia etsi motus
gaudii et Iristitiæ
eidem animæ attribuatur,
hoc estper accidens; intelligere
autem est per
se in anima,
non enim est
anima quæ gaudet
et dolet nisi per
accidens, sed per
se est pes aut manus,
et bene argumentum
proceJit contra ponentes
in anima fieri
immediate seusationem, sicut
est RIMINI (si veda). Sed nos tenemus
sensationem fieri iu
organo. Averroes po.sset
et ipse dicere
quod auima consideratur
duplieiter: in se
ut est una iutelligentia, et
quoad nos, prout
est forma nostri; et
hoc secundum eius
duplicem operationem; quoad
primum intellectum ipsa
intelligit per essentiam intellectus
agentis, ut ego
puto; quoad alterum
qui dependet a
corpore intelligit per species,
et quoad hunc
non debemus dicere
solam animam intelligere
sed totum compositum, et
quod illa sit
per quam homo
iutelligit; unde, cum
compositum intelligat, non potest
dici unum homiuem
simul habere opinioues
contrarias, sicut dicunt
Christiani, quod pes
et manus lætantur
se nou auima,
contra: est eadem
anima et habet opiniones
contrarias; dicd quod
aliqua in uno
esse habent contrarietatem non in
altero, puta iu
reali non in
spirituali, sicut albedo
et nigredo in
materiali esse sunt opposita
non in spirituali;
possunt enim eorum
species esse in
eodem puucto et simul
iu ocuio possent
recipi, et ista
quæ eontrariantur in
esse materiali, in
Deo et Intelligentiis uniuntur.
Unde quæ iu
natura inferiori opponuntur,
non opponuntur in natura
superiori, quare illa
quæ sunt in
iutelligentia non habent
contrarietetem sicut ea que
sunt in cogitativa.
quod provenit propter
materialitatem et imperfectionem cogitativæ,et
aliqua uuiimtur insensu
communi et simul
cOgnoscuntur;quare dico quod
opiniones contrariorura in iutellectu
non habent contrarietatem; sunt
enim contrariæ ut
quod, scilicet respectu
determinati iudividui, quia
dicitur unum individuum
potest habere diversas opiuionesirespectu de
eodem modo tamen
sunt contrariæ ut
in quo, seilicet
respectu substantiæ in
quo suut; sunt
scilicet per respectum
ad animam quæ
est una. Alterum
argumentum adducebatur: quomodo,
si est uua,
potest tot species
babere et tot
falsitates intelCh.HSrecto ligere?
Dico lioc non
intervenire (incouveuire) sicut
nou intervenit incouvenit uuam intelligentiam habere
duo opera, movere
in quo pendet
a corpore et
intelligere; ita anima iu
se non intelligit
falsa, aut habet
tot falsitatum species,
sed respectu individuonim
a quibus in hac
operatione depeudet, potesl
falsa intelligere, et
tot species habere;
est etiam in hac
operatione dubium an
sensitiva et intellectiva
sint idem. Alihi
videtur Averroem non
esse huius sententiæ
inferius in commento
2 ' et primo
capitulo De substantia orbis, quia
necesse est, secundum
eum, quod in
mixto omni sit
una forma extensa
secundum subiectum, et hoc tenere
est durum. Sed,
si hoc sentiamus,
videtur esse contra eiperientiam, quia
ego scio quod
sum illemet quod
sentio, et intelligo:
quomodo autem hoc esset
si non tautum
una anima esset?
quod si dicas
esse unum aggregatum,
est multum difficile sustinere,
quia 2° huius,
teitu commenti 31
dicitur ut est
trigonura iu tetragouo in
poteutia, ista anima
imperfectior est in
perfectiori. Sed vos dicetis
quod una anima,
non ratione in
altera, sed analogia se
habet sed tunc ego
non video quomodo
hæc propositio: homo
est animal, sit in primo
modo dicendi per
se, quia non
est plus dicere
quam dicere quod habens
sensum habet intellectum, et ista:habens
colorem habet superficiem,nisi diceres
quod animal, pro
ut a ut
pro sensitivo tantum
capitur, non est
de intellectu formali
homiuis; sed si
sumatur auimal pro eo
quod sentit et
iuteUigit, sic est
de intellectu formali hominis,
eo modo capiendo
animal, quo dicis qiiod
coelum est auimal,
et ita auimal
lioc modo aualogiæ
sumptum prædicabitur per se
de lioraine in
primo modo dicendi
per se. Altera est
difficultas quomodo una
forma æterna informat
corpus generabile; et LIZIO, octavo
Pliysicorum. dicit quod æteruum coaptatur
æterno. Diximus supra
quod cum participet partim
de æterno, partim
de mortali, cura
sit infinia intelligeutiarum, et generabile,
liabet uniri cum æterno per
aliquid medium, poterit
intellectus inforraare aliquod
mortale. Quod vero dicis
de 8." Physicorum,
dico quod secus
est de anima
intellectiva et de Intelligeutia, quia
si Intelligentia iuformaret
corpus generabile, tale
corpus esset factura,
ergo ab altero;
et sic, nisi
esset aliquod cori.us
æternum motum ab intelligentia,
produceretur in infinitum,
et ideo quoniam
corpus motum ab
lutelligentia est primum corporura, non
potest esse nisi æternum, ut
beue deducit Averroes
8." Physicorum; sed quia
non liabent omnia
ista inferiora facere,
non oportet ut instrumeutum, per
quod anima producit suas
operationes, sit corpus
ætermim, cum non
sit primura coqwrum. His
opinionibus expeditis, quas
puto impossibiles, altera
restat quæ tenet
ammam æternam esse et
plurificatam, iu qua
plures sunt difficultates: prima,
quia tunc erit unum
per se stans
in actu, et
etiam corpus est
in actu ens;
ergo ex duobus
entibus in actu fit
per se ununi. AQUINO (si veda) qui
inter christianos primus
est, dicit qiiodinhomine non est
uisi una anima,
et quod unitur
ipsa materiæ primæ
sine medio, et cum
sit forma, potest
informare materiam primam,
et communicare ei
suum esse, et sic
non erunt secuudo
in actu. Si
vero volumus tenere
quod ex duobus
in actu potest
unum fieri, sieut ex
orbe et lutelligentia, quam
opinionem AQUINO (si veda)
in libro
Contra gentiles attribuit LIZIO,
iu textu commeuti
27', possimuis dicere
quod cx duobus
eutibus in Cli.
146 recto actu non
ultimato, quorum unum
ordinatur ad alterum,
fit per se
unum. Secunda difficultas: si
animæ multiplicantur, quando
separantur a corpore,
quomodo differunt, cura
differentia individuorum eiusdera
speciei sit per
materiara quantam? Ynde
12° Metaphysicorum: si
duo essent dii,
essent materiales; ita
anima. si esset pliu'ificata, esset
materialis, quod repugnat
eius simplicitati. De
hoc LIZIO, sexto Naturalium, dixit
se credere esse
plurificaatam, sed se
igiiorare modum dixit.
Dicemus tamen nos,
quautura vires nostræ
potejunt, te.endo viam
Aristotelis. Argumentum est difficile,
sed eam non
tenondo non est
difficile. Nam in
via ACCADEMIA et
Scoti. qui dixerunt animas
differre per suas
ecceitates, argumeutum nihil
valet; concedendum est euim
ex una specie
intelligentiarum, esse plures
intelligentias solo numero
differentes. Sed tota
difficultas stat in via Aristotelis.
Inter omnes alios
Thomas est minus ab
Aristotele remotus, et Ægidius in
secundo Quodlibeti tenet,
quod distinctio iudividuorum corapletorum
fit per materiam
quantam, sed prineipia
difterunt per liabitudinem
ad materiam quantam.
Cum
autem auiraæ non
sint ipsa individua,
sed eorum priucipia, non
diff"eruut per materiani
c^uantam, sed per
habitudinem ad eam. Sed
tum est difficultas
de una anima
quæ informaret duo
corpora, an una
an plures essent. Item
una est prior
istis respectibus; nullimi
autem diflfert ab
aliquo per id quod
est posterius eo,
et istam opinionem
sequuntur multi Thomistarum. Ego
tamen puto aliter esse
dicendum, (scilicet) quod.
quaiido dicitur quod
differunt animæ per
habitudinera ad materias
diversas. quod sit
dicere hoc: quod
si istæ animæ
essent talis naturas, quod
(ut) n)n possent
informare nisi eamdem
materiam, non diiferrent
numero, sicut uuu lutelligentia,quæ, quia
potest infoimare totam
suam materiam, non
babet plura iudividua sub
se; sed animæ,
ex eo quod
possunt informare plura
corpora numero differentia,
ut esse per
se generabiles et
corruptibiles,possunt esse diversæ,numero differentes,
et ita istahabitudo
erit: posse informare
plures materias, quæ
habitudo uon differt ab
anima, cum sit relatio
quæ non ditfert
a fundamento iu
via præsertim Tbomæ. Et
ita auimæ per
se ipsas realiter distinguuutur, et
circumlocutive tamquam a signo per
istas habitudines. Sed
dices propter quod
est, quod non
possunt informare materias
specie diversas? Respondeo
quod hoc est
merito imperfectionis earum;
ex hoc enim quod
simt aptæ iuformare
corpus generabHe propter
sui potentlalitTltem, et
idem corpus non posset
idem numero permauere
sed tautum specie.
Quod enim nou
potuit perpetuari in individuo,
saltem in specie
perpetuatur, secundo huius,
commento 34.° Ideo et
animæ quæ babent
informare ista corpora
generabilia, erunt eiusdem
speciei, solo numero differentes;
Intelligentiæ auteui quæ,
ex sui perfectione,
possimt informare totam materiam
eiusdem speciei, ideo
ipsæ uon diiferunt
specie, et eorum
materia eadem numero semper
durare potest; quare
ulterius dico quod
si Deus crearet
duas animas simul, quod
puto possibile et
verum, licet aliqui
Thomistarum fueriut in
oppositum, qui Parisiis
fueruut condemnati, dico
quod non differrent,
ex eo quod
possunt duo corpora informare
ex sua natura,
et esse pars
generabilis et corruptibilis, non per diversas habitudines
ad materiam. Sed
dices: istud non
videtur satisfacere LIZIO
12° Metaphysicorum. Dico quod bene
sequitur quod si
essent plures Dii,
non esseut puri actus,
quia non essent
perfecti, ex hoc
quod non possuut
informare unam materiam, nec
etiam anima est
purus actus, sed
aliquod habet potentialitatis, nec etiam LIZIO voluit
ibi quod Deus
esset materialis, sed
quod mundus esset
generabilis et corruptibilis. Et
opiuio Scoti mihi iu
hoc non placet. Altera difficultas
est quod, cum
mundus sit æternus,
vel animæ erunt
infinitæ vel de corpore
iu corpus trausibunt.
In hoc variæ
sunt rationes. Quidam
dixerunt muudum esse æteruum,
et quod animæ
actu sunt iufiuitæ,
et huius sententiæ
fueruut Aviceuua, Algazeles
et Scotus dicentes
uon repuguare apud
Deum dari infinitum,
licet LIZIO hoc
negaret. Aliqui aliter dicunt
quod in essentialiter
ordinatis non datur
infinitum, sed uon inconvenit in
accidcntaliter ordiuatis, animæ
nou suut accidentaliter ordinatæ.
Et quod istud iufiuitum
uon sit simpliciter
infiuitum, sed secuudum
quid, sicut totum tempus
(est) simpliciter, sed
futurum est infinitum
secundum qiiid a
parte post, et præteritum est
infinitum a parte
ante, ita auimæ
a parte ante
sunt infinitæ, a parte
post etiam sunt
infinitæ, sed secundum
quid. Ista ratio
mihi uon placet,
quia daretur etiam
iufiuitum in essentialiter
ordinalis, quia uumeri
suut esseutialiter ordinati.
Istæ autem animæ
suit numeratæ; est
enim una, duæ,
tres et sic
de singulis; ergo si
animæ esseut infiuitæ
daretur in numeris
processus iu infinitum.
Ad hoc quidam dicunt
quod bene esset
multitudo infinita,sed numerus
iufiuitus non; quia numerus
creatur ex divisione
continui; non datur
autem continuum infiuitum,
ex primo Coeli, et
3° Physicorum, ergo
nec datur numerus
infinitus. Ponunt ergo
isti differentiam iuter multitndinem
et numerum, et
multi tenent hanc
responsionem, sed nugæ sunt,
nec in isto
est disputandimi, quia
ego non credo
omnem numerum creari ex
divisione coutinui, imo
numerus prior est
continuo et illo
abstractior. Unde iu primo
Posteriorum dicitur quod
uuitas est puncto
abstractior, et aritlimetica
geometria, et hoc
est contra Aristotelem
3° Physicorum, ubi cum
probavit non dari
infinitum in entibus
materialibus, probat etiam
non dari in
spiritualibus, quia implicat contradictionem, nec
intellectus mensuræ (?)
capit quod apud
Deum detur iufinitum,
nec Deus posset facere
unum corpus infinitum;
totum enim locum
occuparet, nisi fides sit
in oppositum; sed
puto eam ab
hoc non dissentire.
Ideo quod dicit
Scotus de infinito
secundum quid, est
contra LIZIO iu tertio
Physicorum; ubi vult
quod si aliquod est
infinitum secundum quid,
est etiam iufinitum
simpliciter. Alii dixerunt, et
fuit Origenes, quod
Deus a principio
mundi creavit multa
pro una generatione,
qua completa, non amplius
creabit aliquas animas.
Sed hoc
est voluntarie dictum,
nec habet aliquam auctoritatem
ad hoc cogentem.
Alii dicunt: in
aliquo certo terapore
renovabitur, et quod
fit resurrectio et
regressum animarum ad
corpus, ut disit ACCADEMIA quod
mundus renovabitur iu
auno magno, quod
est in tribus
millibus annis, quum
orbis tuuc erit in
ea dispositioue, in
qua nuuc est.
Causæ autem sioiilis
effectus similis est. Hæc
opinio de resurrectioue
est contra LIZIO
in 2° De
generatione in fine,
ubi habet quod idem
numero non potest
redire. Postea
videtur iuiustum quod
qui uunc sunt
beati, possint ad corpora
iterum redire: possent
euim peccare et
a corpore paterentur. Cuius opiniouis
fuit CROTONE et ACCADEMIA.
Alii di.xerunt quod
mundus est æternus,
sed per infinitum teiupus
homo non fuit,
et istud non
videtur esse rationabile
dictum, quia mundus eo
tempore non fuisset
perfectus. Tanta enim
perfectione, quanta est homo,
caruisset. Ægidius dicit
in 2° quolibetico
quod LIZIO putavit
animas esse multiplicatas et æternas, sed
non vidit hoc
argumeutum, sicut forte
non vidit multa alia.
Cuius signum
est quod Averroes
numquam videtur formasse
hoc argumentum contra se,
quod si vidisset
aliquod foriuasset. Thomas
tandem defaticatus dicit
quod ipse LIZIO vidit hoc argumentum.
Certum est euim
quod non est
contra Christianos poneutes
muudum finitum a
parte ante et
a parte post. Ego non credo
quod sic Averroes putet animas
esse æternas et
plurificatas, et forte
ponit auimas iterum ingredi in
corpora dimissa sicut
Plato tenuit. Cuius signum
est quod numquara
de hoc loquitur contra
antiquos. Sed de hoc
LIZIO forte fuit ambiguus,
vel tractavit de
hoc iu libris
qui ad nos
non pervenerunt. Et si
dicas tunc daretur
resurrectio: dico quod
forte LIZIO non
negaret in homiuibus,
licet forte in
brutis. esolvRendo ergo, sto
in ratione AQUINO (si veda), quod LIZIO non intellexit
se sicut forte nec
iu aliis. Altera est
difficultas, quod, cum
anima sit æterna,
utrum aliquando inceperit esse. In hoc
LIZIO videtur utrique
parti favere; quod
enim inceperit esse
duæ sunt auctoritates; prima
est duodecimo Metaphysicorum, textu
commenti 16' et
17', ubi LIZIO dicit quod
causæ moventes sunt
animæ effectuum, sed
causa formalis incipit esse
cum re etin
quibusdam formis, ut
de intellectu, nihil
Philosophus habet censet post
mortem remanere. Ecce
ergo quod secus
(sic) Aristoteles, ut
iiti notat AQUINO (si veda). Anima intellectiva
incipit esse cum
corpore, et remauet
post subiectum compositum. Altera est
in secundo De
geueratione animalium, cap.
3°, ubi dicit,
quod anima sensualis
et intellectualis prius
suut in actu. Si
ergo aliquando sunt
in actu et
aliquando in potentia, non
sunt omnino æternæ.
Pro altera parte
sunt auctoritates eiusdem
in capitulo eodem, ubi quærit utrum
omnes auimæ sint
aute corpus vel
non; et dicit
quod solus intellectus est
aute corpus. Si
est auto, ergo
nou iuciiiit csso
cuin corporesimul. it,.ra auctoritas est
primo Coeli, ubi
vult quod orane æteruum a
parto ante est ætemuin |,art,: post. Item sequereUir
quod auima crearetur;
vel ergo iiuinediate
a Doo, vol
luediaut. Si primum, ergo
novitas esset in
Deo, quoniam actio
nova ab agento
antiquo imn procederet, et
novitas quæ est
in effectu debot
in causa reduci.
Si uiediauto coel
eri'o materialis, quare generabilis
et corruptibilis csset. Sed
ad istas Averroes
posset -i....: ad illam
de 12" Met,hapiiysicorum, dicit
quod non fecit cxpressfr mentionem
dniicptione; est euim
clarum quod omne æternum a parto
post est ætornum
a part ontp, in via
saltem LIZIO. Sod tunc
est dubium quaro
dixit quod reiuanet
post m-tm, cum eadem
ratione esset clarum,
ætenium enim a
parte anto ost æternum a arte
post. lu
lioc difficiie est
respondore, tamen pro
uuuc dico quod LIZIO
it.r.iiit quia libitum est
ei. Ad alteram dico
dupliciter: primo modo,
quod hoc intelligitur
quoad op(.\tionem; prius
est enim in
poteutia futelligons quam
sit actu intelligens.
V«l alit' dicatur quod
si LIZIO Joquilur
ibi de aniiua
et iion operationo,
dico quod aim.i in
se uon est
iu potentia priusquam
iii actu informet,
sod semper cst
actu. Si respectu
Socratis, est in potentia ad
informandum prius Socratom,
quam actu infuiiet. Teneudo tamen
aliam opiniouem possumus
dicoro ad auctoritatem
in opposituin: a irimum, quod
auima intellectuin præcedit
ita non secundum
leinpus; quaravis enim
iim.1 in eodem iustanti
boetur (creotur) a
Deo et in
corpus infuiidatur ut
dicit Augiisiu.s, prius tamen
uatuva a Deo
creatur, qiiam in
corpus infundatur. Aliao
autem non s se
habent, quia educuntur
de potoutia mato-iæ
et non veniunt
de foris. Ad
ultimum: quod omue æternum a
parto ante est æternum a
parte ist. Aliqui negant
aporte LIZIO in hoc. AQUINO (si veda) aliter dicit quod illud
inteiligiti ci voluntate uon habet
verisimiJe illud dictura.
Ista (propositio) tamen
modo valoat quauim potest. LIZIO
enim ibi universaliter
ost loquutus. Ad aliiid,
cum diciturquod i-aret concedo hoc;
solus eiiim Deus
potest creare, est
enim primus agens,
nihil præspponens. Et cum
dicitur meUate vel immediate, dico quod
in creatione animæ
est dno considerare. Primum est
creatio aiiimao; secundum
estcorpoiis organizatio. Quoad
primii, solus Deus concursit:
creatio enim nulli
creaturao tradita est,
sed solus enim
Deus cat uuUo alio
mediante. Quoad secuudum
concurrit Coelum et
causæ secundao, et
hoc dico cundum
ordinem naturæ. Cum
autem corpus ost
debite organizatum, anima
in eo intnditur,
et cmu dicitur
ab antiquo non
provecit novum quia
Deus mutaretur: dico
q>d Cb.l49recto uon sequitur
hoc, quia ista
mutatio innovatio non
est ex part«
Dei, sed ex
parte corpis vel auimæ,
et hoc habent
dicere etiam illi,
qui ponunt Deum
esse iutellectum agentu, quia
ipse immediate causat
species intelligibiles a
phantasmatibus abstrahendo eas. t
si dicereut quod
pariter Deus posset
mundum de novo
creare, ex eo
quod ista novitas
ni in Deum sed
in mimdmn reduceretur,
dioo quod ratio
Aristotelis, in 8"
Physicorum, ir quam ponit
mundum esse ætemum
uon coneludit, et
iu via sua
patitur angustii. Sed quautum
sit in proposito,
dico quod secus
est de anima
et do muiido,
quia bce Deus potest
de novo creare
animam, sod nou
mundum: quia si
crearetur muDdi mutatio non
esset nisi in
Deo et non
in mundo, quia
novitas quæ est
in efr ctu, debet
reduci in causam
suam, ergo nihil
aUud a Deo
esset. Ista novitas
n; duceretur in aliud
corpus, quia non
esset, sed in
solum Deum qui
est causa: sed 1
anima novitas non
est in Deo,
sed in corpore
organizato. Alia difficultas est:
si anima simul
cum corpore non
corrumpatur, sed remaneat, uæro an
ingi-ediatur aliud corpus
an nou; primum
non est dicendum
quare est ibulosum; sed
si secundum, vel
vadit iu paradisum,
vel in infernum,
vel in purgairium:
quæro per quid
fit iste motus;
vel per alterationem,
vel per motum
localem, quæro de via
per quam vadit.
De hoc nibil
dicit Aristoteles, forte
quia nescivit. ed argiimentum
niliil valet et
est contra Averioem,
etiam quia, quando
Socrates generatur, quæro
quomodo intellectus incipit
eum infomare, et
quando moritur, quomodo .'sinit informare.
Sed ego dico
quod iste motus
non est contiuuus,
nec rationis iusdem cum
istis motibus inferioribus,
sed per generationem,
intelligendo et volendo, t
voluit AQUINO (si veda), vel
est motus definitivus
ut voluit Scotus. Altera difficultas
est quod operetur
anima a corpore
separata. Si nihil,
anima erit luslra; nihil
autem videtur operari,
quia hoc maxime
esset intelligere, quia
anima cv phantasmata intelligit,
quæ sunt in
corpore. Si autem
non habet intelligere,
nec abet velle. Dico quod
anima, cum est
separata, non iutelligit
per pbantasmata, sed
per pecies infusas a Deo.
Anima enim habet
duas operationes; prima
est intelligere cum phantasmata, secunda
intelligere sine phantasmata
quando est separata,
sed me lemitto lcclesiæ, et
notetis quod de
inferno et paradiso,
non tantum memiuit
Ecclesia sed liam Plato
et philosoplii, præter
sceleratum LIZIO. Stat et
altera dubitalio: si
anima esset æteraa,
homo non esset
vere generabilis et onuptibilis. AQUINO (si veda) dicit ad
hoc, quod vere
generatur quia portat
ipse tertiam utitatem distinctam
a partibus. Sed
ego puto non
dari illam tertiam
entitatem. Ideo lico quod
iiomo non vere
geueratur uec corrumpitur,
sed potius generatio
homiuis est luacdam unio et corruptio
vel segregatio; et hoc habet
etiam dicere Averroes;
et LIZIO sensit
hoc idem dicens, separatur autem
hoc ab hoc
sicut sunt ». Stat
argumentum iro Averroe: quod
fci inteliectus non
esset uuicus, scientia
esset quautitas activa. Repondet AQUINO (si veda) quod magister
et discipulus iu
aliquo conveniuut nou
ut subiecto, ed ut
obiecto, et in
primis principiis quoad
speculabilia, et de
quolibet dicitur esse . el
non esse, et
in operabilihus, ut
in isto: quod
tibi non vis
fieii alteri ne
feceris. Ultima ratio erat: quia
singularitas impedit iutelligere.
Dico quod uon,
sed ma erialitas est quæ impedit,
et ad rationem
suaui, dico quod
non oportet quod
ex duoijus numero
distinctis causetur tertius
conceptus sicut secundum
Nominales. Isti terluinus
terlius signant se
ipsum lerminum per
se ipsum et
non per aliquem
clistinctum sic. Hæc
est quæ volui
dixisse in hac
quæslione. Volo tamen
unum dicere quod, philosophice
loquendo, potest probaii quod anima est æterna
contra Scotum. Averroes Tiiemistius,
Theophrastus fuerunt huius
opinionis, sed tenendum
est quod est
multiplicata et æterna
secundum fidem, quia
aliter periret iustitia
divina in qua
Angelicus multum insudavit. Utrum intellectus
intelligat se per
se an per
aliud. Pomponacius in textu
decimosexto, omissis nugis
Joannis, breviter dubitat
an intellectus intelligat se; de re
iu se nou
est dubitatio, qnia
in nobismet experimur hoc, sed est
dubitatio (per) quod
intellectus iutelligat se.
Certum est quod
non per sui essenti;ini, noii
liabendo concpptum disliiictum
a se, ut
liabet Commeutator primo
Posteriorum: quia si
sic, semper intelligeret
se, quod est
falsum, nisi prius
alia intellexerit: probatur autem
quod Iiæ esseut
causæ sufticientes intelligibilis, quia
esset intellectus iutelligeus et
ipsa iutellectio, et etiam
scieutia et scibiie
essent idem. A priori
etiam probatur hoc:
intellectus possibilis est
in pura potentia,
modo omne quod intelligitur,
intelligitur quantiLm est
iu actu, nono
Metaphysiconim. Cum ergo ita
sit, videndum est
quid sit illud
per quod intellectus se
intelligit. Pbilosophus, in
textu commenti octavi,
dixit quod intelligeudo
alia se intelligit,
quia intelligendo asinum
quodammodo fit asinus;
videndum est ergo
an requiratur iina
species determinata magis quam
alia, sic quod
solum per unam
speciem vel per
quamcumque possit se
intelligere; et quoad
mihi videtur, diceudum
quod per quamcumqTie
speciem indifterentem possit se
ipsum cognoscere, et
hoc docet experientia,
et LIZIO dicit hoc superius, quod
non determinat se
ad aliquam speciem
in loco illo;
sed stat tamen duhitatio: si per quamcumqne
speciem potest se
iutelligere, qnomodo est
possibile quod una species,
ut asini, ducat
iutellectuni in cognitionem
asini et ip.sius
intellectus, vel requirat aliud,
et in hoc
stat punctus. Requiruutur
duo modi dicendi,
unus minus probabilis, et
est quod per
speciem solam intellectus
possit devenire in
stii cognitionem, quia
species habet diio
repræsentare: primura, illud
a quo deciditur,
et hoc per se
patet; secuudario, subiectiim
illius, cum non
debeat esse ingnota
suo subiecto. Sic ergo
per quaracumque speciem
duo intelliguntur, subiectum
et obiectum; sed
primo ducit in cognitionem
obiecti, secundario subiecti,
et hoc est
quodintellectus concurrit
effective ad hanc
actionem, et hoc
videtur dicere Averroes,
commento octavo, ubi
dicit quod intelligendo asinum
iit asinus aliqno
modo. Sed hæc sententia
videtnr ambigua; quia si per speciem
se intelligat. vel
hoc est voluntarium,
vel naturale; non
voluntarium quia non
semper hoc possumus;
et etiam cum
voluntas præsupponat cognitionem
intellectus, hoc prius
esset cognitum de
intellectu: si naturale,
cum naturalia eodem modo
se habeant semper
in omnibus, ideo
rustici intelligentes asinum,
per speciem asini etiam
suum intellectum intelligerent, et
nos quando aliquando
iutelligeremus, semper nostrum
intellectum intelligeremus.
Secundo, hoc videtur
inopinabile, quia, vel per
imam cognitionem intellectus
coguosceret se et
asinum, vel per
duas ; si per unam,
semper quando una intelligeret,
aliud etiam intelligeret;
si per duas,
sic etiam cum sint
distincta obiecta, quæro
quomodo illi actus
sint distincti si ea sint
distincta, vel sunt
absoluta, velpræsupponunt aliquid
absolutum; ergo istæ
duæ intellectiones habebunt duo
absoluta distincta quæ
erunt speeies vel
aliquid alterum, licet forte
sint ab eodem
agente; sic exempligratia
ego et tu
calefimus ab eodem
agente, igne, tamen hoc
est per diversas
caliditates; alia est
enim caliditas inme
etin te. Alius modus
dicendi est quod
non tautum intellectus,
intelligendo se, esset
specie aliena, sed ultra
illam requiritur aliud,
scilicet conceptus unus
distiuctus a specie;
ad quem causandum concurrit
species ut efficiens
instrumentale: et sic
cessat secunda dubitatio, quia dicam
quod duobus conceptibus
distinctis intelligitur asinus
et intellectus; et species
asini est ut
primo modo, et
fit ista intellectio
hoc raodo: ex
eo quod intellectus cst informatus
specie, agit in
seipsum causaudo intellectionera sui
aliam a prima
et hunc raodum videtur
tangere Averroes iu
commento octavo in
tine, ex mente
Alpharabii; nec credo
intellectum, statim quod est
informatus specie, ducere se in cognitionem
sui, sed requiritur
discursus et multa
alia. Considerat enim
istam speciem a
quo causata sit,
et iu quo
modo suscipiatur, et
ita veniet in
notitiam sui, et
nota quod est differentia inter
conceptum et speciem,
quia de abstractis
liabemus conceptum et
uon speciem; de
materialibus speciem et
non conceptum, quia
habemus de eis pliantasmata,
et intellectus intelligitur
conceptu diverso aspecie
asiui, specie diversa. Numquid inlellectus
suam operationem intelligat. Quæritur quomoJo
intellectus suam operationem
intelligat. De'se non
est dubitatio, sed de modo.
Joannes bic dicit
fatuitates. Duo sunt dicendi modi,
unus, quo, per eamdem
intellectiouem per quam
intelligo obiectura, intelligam
etiam intellectiones; nec hoc
inconveniret immaterialibus quod
idem duo reputet,
ut in divina
essentia reputantur omnia
entia et ipse
Deus; et hoc
dicit Joannes, sed
credo iioc esse
falsum; quia vel ista
actio est uua,
vel plures; si
piimum, cum aliquid
intelligam, semper
intelligam me iutelligere
quod est falsum;
si vero ita
quod sint diversæ,
quomodo differunt istæ actiones
inter se ? Altera
est opinio AQUINO (si veda) in prima
parte, quæstione octuagesimaseptima, articulo tertio, quod
non sit eadem
intellectio; et quod
potest operatio esse
tunc cum ipsa
quæ intelligitur non sit
illud mediante quo
nos intelligimus, sed
est id quod
nos intelligimus cum et ipsa
sit intellectus, et si diceremus
tuuc procederemus in
infinitum in actibus animæ. Dicit ad hoc
AQUINO (si veda) in prima parte,
quæstione octnagesimasexta, articuIo secundo, quod
in actibus anirnæ
non est inconveniens
procedere in infinitum,
ut bene dicit AQUINO (si veda), et
in hac secunda
operatione intellectus concuirit
effective. Sed tunc
est difficultas utrum
sensus habeat talem
actionem. Themistius, in
secundo huius, videtur
diccre quod sic; tamen
ut est sententia LIZIO in
De somno et
vigilia: nullus sentit
suam operationem. Ego puto
quod non, sed quæ est
altera ratio quare
inteiligat (se intellectus) non autem
seusus? Dico quod
quia intellectus est
super se retlesus,
potest se intelligere;
nulla autem virtus
materialis potest coguoscere
se, quia nihil
potest agere iu se
in his materialibus,
licet in abstractis
hoc possit esse
verum; aliquid enim
est in Ch.
isiverso superiori quod nou
est iu iuferiori,
etideo abstracta possunt
se intelligere, et hoc ex perfectione eorum. Altera
dubitatio est utrum
Aristoteles in hoc
capite tractet de
obiecto intellectus. Dicitur quod
sic, ut etiam OMNES
LATINI dicunt in textu
commenti noni. Ex
altera parte videtur quod
nou, quia tunc
Aristoteles non observaret
id quod dixit
in hoc secundo, scilicet quod
prius est tractandum
de obiecto quam
de potentia. Scilicet
in primo capite huius
tertii, et in
secundo tractaret de
obiecto, scilicet in
hoc capite secundo et
in lextu commenti
vigesimiprimi inciperet tractare
de ratione intellectus.
Forte dices quod
Latini male exponant;
Theophrastus autem et
Averroes melius; cum
ipsi aliter iutroducant. Istud
uihil est, quia
prius debuerunt determinare
obiectiim et operationera quam potentiam;
de hoc nullus
dicit, ego tamen
dicerem quod prius
quoquomodo determiuavit de obiectoquam
de operatione, et
hoc quum dicitin
textucommenti quarti: si ergo
omnia intelligit, ens
est suum obiectum;
et si diceremus: uou desciipsit suum
obiectura, dico quod
ens non habet
descviptionom, cum uihil sit
uotius ente; ideo
non descripsit, et
cum dixit qiiod
intelligit, tractavit Je operatione: in
Iinc vero capite
magis determinavit de
obiecto et in
textn commeuti 21 magis
determinato locutus est
de operatione intellectus,
imo idom facit
in 2" liuius iu
cap. De sensu,
quia prius tractat
de sensu in
communi et deinde
tractat de obiecto scilicet sensibili
communi et proprio. Vlrum singulare
cognoscatur ab intelleclu
cl quomodo. Quæritur etiam
quomodo singulare dgnoscatur
ab intellectu uostro
et utrum coguoscatur distincte,
quamvis aliqui dicant
quod non; sed
ista opinio videtur
falsa. Primo LIZIO in
textu commenti noni
dicit quod singulare
cognoscitur vel a
diversis virtutibns vel
ab uua aliter
se habente. Ecce
ergo quod concedit
al una virtute cognosci;
ista autem virtus
non potest esse
sensus, quia sensus
tantum circa singularia versatur,
ergo est intellectus,
quia ambo cognoscit.
Item intellectus separat universale a
particubari; eadem autem
est virtus quæ
coguoscit aliqua et
ponit differentiam inter
illa, secundo huius
textu commenti centesimiqiiadragesiraisexti. Item inductio
est a particularibus ad
universalia. Eadem autem
est virtus quæ
ex particularibus colligit
universale; nec est
dicendura inductionem fieri
a diversis virtutibus, quia lioc
est falsum; imo
audivi uuum doctorem
hoc inconveniens esse concedere. Iteni nonne
sunt syllogismi particulares
quos non potest
facere aliqua virtus
sensitiva? Procedunt enim
ex una universali,
vel ex alia
particnlari, quia regulantur
pro dici de omni
et de nullo,
sensus autem nou
cognoscit universalia. Sed
videndum est de
modo ])er quem intelligitur
singulare. Hic simt
duæ opiniones: prima
est Nominalium, quæ etiam videtur
Alexandri, quæ stat
in tribus considerationibus. Prima
oonsideratio est quod singulare
coguoscitur per propriam
speciem, quia intellectus
ponit distinctam
differontiam inter universale
et particulare; hoc autem
non potest esse
nisi habeat distinctam cognitionem
de illis, et
hoc nou potest
tieri uisi per
eius conceptum. Item vel
cognoscitur per propriara
speciem, vel per
speciem universalis. Si
primum, habeo iutentum;
si secundum, cura
ista species ducat
nos in cognitiouem
omnium singularium iu communi
vel in confuso,
non potero habere
uotitiam unius determinati
individui ut Socrates aut
Platone. Secunda
consideratio patet. Quod
intelligitur ab intelleetu
est siugulare; quæ consideratio
probaturquia illud prirao
inteliigitur quod primo
pliautasiatur; siugulare autem
primo phantasiatur, ergo
primo intelligitur. Priraa
propositio est mauifesta
exeo quod intelligere nostrum
depeudet a phantasmatibus; brevior
patet quia phantasia
est singularis. Item
sic se habet
singulare incomplexum, sed
singulare complexum prius
cognoscitur quam uuiversale
complexum. Ergo et
ita est de
incompleso. Anterior patet
ex convenienti similitudine; brevior probatur,q uia sic cognosco
quod reubarbarum sic purgat coIeram(sic)sicut dicitur
in secundo Posteriorum in
fine, et est primo Posteriorum, in capite
de ignorantia, quod
deficiente sensu deficit
scienlia illius sensilnlis
quod habetur jier sensum
illum. Item est
tertia ratio quod
uti non coguoscitur
nisi abstrahendo a
particularibus, sed abstractio
non fit uisi
a noto, ergo
siugulare prius fait coguitura
ab intellectu. Tertia consideratio
(est) quod uti
non cognoscitur nisi
ex comprehensione multorura
singulaiium, et ex
similitudiue reperta in
singulari causatur universale,
sicut accipiendo Socratem et Platonem,
ita maxima eorum
similitudine, causant conceptura specificum; et
videndo hominem et
asiuum ambos habere
virtutem sensitivam, causatur Scilicet singulare
eC universale. aliiis conceptus,
iit puta genevicns,
quia noii habet
tautara similitiuliiiera quanta
est iu Socrate et
Platono. Non ergo
universale primo et simpliciter
fit, seJ ex
collatioue raultonuu individuorum,
et pro hoc
est auctoritas Alexandri
hic, et iu
Paraphrasi et in capite
vigesiraoseeundo, ubi videtur
hoc aperte dicere:
dico enim quod
cum sensus coguoverit hoc
vel hoc album,
statim intellectus es
his sensuum intentionibus
album cognoscit. Quid clarius
idem videtur dicere
Themistius in primo
huius, capite quarto, commentoquarto; etAverroes, in duodecimoMctaphysicorum commento
quarto, dicit quod universalia apud
Aiistotelem sunt coUecta
ex particularibus in
intellectu, qui accipit inter
ea similitudincm et
facit ea unum
in actu. Hæc
ipse. Quid ergo
clarius quam dicere particularia
sunt in intellectu?
Dicunt ergo quod
particulariter ab intellectu cognoscltur, et
ratio est quod
nulla alia res
videtur posse causare
universale, et ista
fuit opinio Buridani in
primo Physicorum, RIMINI (si
veda) in
primo Sententiarum, distinctione tertia,
quæst. priuia, art.
primo, quod scilicet
cognoscatur singulare ab intellectu
per propriam speciem;
istam tamen specie.m
habet a sensu,
non enim potest intelligere singulare
nisi prius id
senserit sensus, et
quod conceptus communis
sit posterior conceptu parlicularium. Altera opinio
est quæ huic
ex toto opponitur
qnam imitantur Albertus, AQUINO (si veda), Scotus,
quæ et ipsa stat
in tribus cousiderationibus; prima,
quod singulare non
cognoscitar ab iutellectu
per propriam speciem;
prima ratio, quia
receptum non recipitur secundum naturam
recepti, sed secundum
uaturam re ipientis;
cum ergo intelloctus habeat recipere
ipsum, non recipit
secundum uaturam singularis,
scilicet singulariter, sed secuudum
naturam intellectns, id est universaliter. Item
nos diximus superius
quod intellectus in hrc
differt a sensu,
quia intellectus universaliter, sensus
singulariter recipit. Ergo
illud quod in
intellectu recipitur uou
siugulariter recipitur, sed
sub conceptu uuiversali recipitur.
Item non esset
necessitas ponendi intellectum
ngentem; quod probatur, qnia
intellectus agens uon
ponitur nisi ratione
ui.iversalis quoJ ab
intellectu debeatrecipi. Et isla
est opinio Averrois,
in commento decirao
octavo, in fine.
Si autem singulare recipiatur
in intellectu, ad
quid esset ponendus
intellectus agens. Item
arguuut moderni argumento quod reputant
Achiilem. Si intellectus
haberet conceptus singulares ipsorum
singularium, sciret-ponere differentiam
inter duo individua
eiusdera speciei, et cognoscere
differentiam quæ est
inter talia individua : hoc
autera est falsura 'deduobus repræsentatis, quorum
unum sit repræsentatura iu
una hora, aliud
in alia. Verbigratia pono
hic unum ovum.
Vel habeo proprium
conceptum buius vel
non. Si nou, habeo
intentum; si sic,
nolo quod aliud
ponatur: tu credis
illud esse idem
ovum. ergo non scias
ponere differentiam. Secuuda consideratio est quod intellectus
non intelligit primo
siuguIare, quod declaratur quia
inteHigit reflexe, ergo
non directe. Consequentia probatiu quia linea
recta non est
retlexa;assumptum patet hicin
textu commenti decimi. Item
quod per accidens
intelligitur non prirao
intelligitur; singulare per
accideus intelligitur, ergo;
assumptxrm patet qnia
per se nou
sunt idem numero,
brevior probatur per famosam
propositiouem, quæ dicit
universale per se,
singulare per accidens iutelligitur ab
intellectu. Item quod est
priraum obiectum prius
intelligitur, nniversale est
primum obiectum iutellectus, ergo prius
cognoscitur ab intellectu. Anterior est clara;
brevior probatur quia,
ut communis est
sententia, intellectns est
universalium, sensus vero particulariiuu. Tertia consideratio
est qnani isti
in sna tertia
consideratione sibi
coudicunt, quia singulare prins
iutelligitur, et uuiversale
non intelligitur nisi
per compreheusioueiu s multorum
singularium, et coliectio
siugularium non est
uisi universaie. Ergo
universale cognoscitur aute universale quod est inconveniens; restat
ergo dicere quod universale per speciem universalis primo cognoscitur, et
siugulare secundario coguoscitur; uec oportet liabere couceptns piædictos
primo, quoad hoc quod universale intelligatur; sed tunc ego quæram si
particulariter non cognoscitur ab iutellectu
per speciem propriam,
quomodo fiat intellectio
siugularium Dicitur quod
species decisa ab
obiecto, secnndario repræseutat, vel
per se prinio;
et quia est
imago decisa a
phantasmate, repræsentat
etiam siugnlare, licet
non primo, sed
reflexe; de qua
reflexiouo dictum est
iu commento decimo. Utraque hornra
partium potest teueri,
et Dens de hoc
scit veritatem, ego
antem nescio; dico
tameu quod prima
opinio mihi mamagis
placet. Quia tameu sua
argumeuta non concludunt
ad illa respondebimus. Ad primnm, quod
intellectus ponat distinctionem
inter nniversale et
particulare, lioc argumentum
non est facile;
dico tamen quod
ponit difterentiam inter
ea, non per
speciem particularem distiuctam a
specie universalis, quia
non potest haberi
speciem siugularis. Sed dices
unde est quod
ponit ditferentiam ad
intelligere ea? Dico
qnod in prima operatione qnando
directe intelligit universale, tantnm universale
coguoscit. Sic iu secunda
quando revertitur ad
phantasmata, pouit differentiam
inter universale et
particulare, sed hæc
responsio non multum
valet; quia si
non est diversitas speciernm, ergo nec
iutellectiounm, cum duæ
intellectiones non proveniant
ab eadem specie;
qnare si non habebit
speciem singularis non
poterlt inter ea
difiereutiam pouere; cum
tamen unum cognoscat, scilicet
universale, qnia eins
solius habet speciem.
Ad secuudum, qnod species
universalis causat confusam
cognitiouem particularium, dicitnr
quod species nuiversalis, quantum
est de uatura
sua, non causat
distiucte eognitionem paticularium:
per accidens autem,
in quantum cansatur
ab hoc vel
ab hoc particulari
determinato, ducit in cognitiouem
alicuius particularis et
non alterius, et
ita per accidens
causat distinctam cognitionem particularium. Ad argumeuta
facta pro secunda
consideratione, ad probandum:
quod primo phantasiatur primo intelligitur, negatur
assumptum, et ratio
quia uos phantasiamnr
particularia tantum et
particulariter, intellectus antem
tantum universale et
universaliter intelligit. Ad secuudum
sicut se habet
complexnm ad complexnm
etc, dicitur primo concedeudo assumptum;
ad anteriorem, dico
quod non semper necesse
est ad lioc quod
intelligam uuiversale
complexum, ut prius intellexerim
particulare complexum; quia possem
habere conceptum uuiversalem
complexum non habeudo
singularem. Quod autem dicitur
de Aristotele, dico
quod illud est
verum in principiis
quæ habent ortum a
sensu, non de
principiis sicut accidit
in geometria, ubi
aliquando habemus conceptum universalem
alicuius considerationis, absqne
hoc quod habeamus conceptum siugularem
suorum singularium. Et
in libro De
historia animalium LIZIO docet nos
de moribus aliquornm
aniraalium, tuuc de
his auimalibus habemus conceptnm communem,
nuniqnara tamen haberaus
conceptus particulares istornm
animalium. Aliter potest dici
negando assumptum et
similitudiuem illam, et
ratio est quia quando
comprehenditur universale incomplexum
repræsentatur natura communis, sed comprehendeudo universale complexum
repræseutatnr suppositnm ratione
de limitatione «omnis» ; quod
si adiungitiir, licet
stet primo pro natura
in communi, ut dicendo
omue reubarbarum purgat
coleram, ratione de
liraitatione omnis, repræsentatur suppositum; licet
euim stet pro
natura in communi,
inter tamen naturalia
Iiabet exerceri in suis
suppositis, et ita
non valet similitudo. Ad
aliud: universale abstrahitur,
et ista' absti-actio non
fit ab ignoto:
dico quod est æquivocatio de abstractione; non
enim abstraliitur eo modo
quo argumentum concludit, ut quando
notum a noto
abstraliitur. Sed est
abstractio ad hunc
sensum, quia singulare
quod est in
potentia intellectus fit
actu intellectus. Ad
illud quod dicitur
in tertia consideratione, scilicet
istam esse sententiara Alexandri,
Themistii et Averrois,
dico quod suæ tuæ auctoritates
non sunt veræ
pro universali quod est
prima intentio, sed
pro universali quod est
secunda intentio. Homo enim et animal possuut haberi
sine collatione multorum
singularium, si pro prima
intentione capiantur; si
autem sumantur pro secunda,
ut sunt genus
et species, hoc non
potest esse sine
illa particularium collatione
ab intellectu facta;
quum genus et species
habent de raultis
prædicari, quod non
potest esse sine
illa collatione; sed
ista responsio non est ad
intentionera Alexandri, quia
Alexander ibi dicit de
albo et albo,
et ita non
valet; nec videtur
esse illa mens Averrois
quia arguit contra Platonem;
non est autem
necessarium quod Plato
voluerit alias iutenMones
esse a materia separatas
qualiter ponebat ideas.
Si uon voluraus
tenere quod intellectus intelligat singulare
sicut mihi videtur
esse tenendum. possumus
ad argumenta contra hoc
facta dicere. Ad
primum. quod recipiens
recipit secundum naturam suam,
possumus dicere: quod intelle:tus,seoundum scilicet
quod sit abstractus,
et quod sit
forma materiæ et ultima
intelligentiarum: quoad primum
habemus quod tantum
universalia intelligat; quo vero
ad secundum quia
est fonna materiæ,
et quia est
naturæ ancipitis inter
abstracta et non abstracta cum
medium participet naturam extremorum, habemus
quod singularia possit intelligere,
quia a raateria,
saltem quoad operari,
dependet. Ad secundum
quod est ista difterentia
inter sensum et
intellectum, dico quod
est differentia inter
sensum et intellectum quia
sensus non recipit
nisi singulare, intellectus
vero universale et
singulare, sed intelligit universale pro quanto
est abstractus a materia,
singulare vero in quantura
a materia dependet
in operari. Ad tertium
quod tolleretur necessitas
intellectus ageutis: dicit
Buridanus in prirao
Physicorum quod ideo ponitur
intellectus ageus, quia
materiale non potest
agere in immateriale.
Sed ista responsio non
est ad mentem Averrois
in commento decimo
octavo, ubi ponit
intellectum agentem solura
per utilitatera faciendam.
Ideo dico aliter,
negando consequentiam, quod si
solum siugulare iutelligeret
non esset necesse
ponere ipsum; sed
quia ultra hoc
et universale cognoscit,
et hoc est
magis proprium ei
quam singulare intelligere,
ideo ponitur intellectus
agens; quod si diceres a
quo habet cognitionem singularis, dico
quod habet a
sensu. Fit enim
transitus de ordine
in ordinem, a
sensu ad intellectum. Ad
quartum de duobus
ovis, dJco quod
si hoc argumentuni
concluderet, etiam de
sensu concluderet, quia
non cognosceret sensus
singulare. quia virtus cognitiva nescit
ponere differentiam inter
ea, et tamen
speeies potnerunt in
memoria conservari, et ideo
ad præsens aliter
non dico. Ad
argurænta facta contra
secundam consideratiouem: ad primum,
dico quod singulare
intelligitur reflese. Buridanus,
primo Physicorum, dicit
de reflexione quam
dicit Averroes in
commento decimo; sed
quia illa expositio non
est ad mentem
Aristotelis, ideo aliter
dicimus quod illa
reflexio non est sicuti
imaginati sunt nostri
Latiui; sed cognoscit
singulare reflexe, quia
sicut linea reflexa est
gemina, ita est
cognitio singularis quia
est per sensum
et iutellectum. AJ secundum,
quod per accidens
intelligitur: dico qnod
aliquaudo accidit universali
quod nou est accideus
in particulari, ut
visibile accidit in
auimali et non
homiui ; ita in proposito
quod intellectus intelligat
siugulare, hoc accidit
iutellectui ut humauus
est, iion tamen æcidit
ei ut intellectus
est, quia ut
humanus potest intelligere
singularia, nou ut intellectus
est; nam duodecimo Metaph3'sicovum
intellectus, ut intellectus
est et abstractus,
non inteliigit (singulare).
Ad tertium dico quod
universale est obiectum iutellectus per
exclusionem, ut dicit
Gregorius, quia intellectus
pro universali difl^ert
a sensu; potest euim
intellectus apprehendere uuiversale
quod non potest
seusus, quia circa particularia versatur,
sicut est in
sensu communi, qui colores,
sonos et omnia seusualia
cognoscit, quæ a sensibus particularibus cognoscuutur;
et ultra hoc
(sensus communis) cognoscit operationem
sensuum exteriorum, et
tamen non distinguitur
sensus communis a particulari
per hoc quod
talia sensibilia cognoscat,
sed quia operationes
sensuxmi exteriorum
cognoscit, ideo distiuguitur.
Ad quartum: quod
ante universale cognosceret universale, dico
quod ista particularia
quamvis habeant causare
conceptum communem uou sunt
universale nisi in materiali,
sicut sensus cognoscit
duo alba quæ
possunt causare conceptum communem,
et tamen non
sequitur quod sensus
cognoscat imiversale: ita
ista singularia, quamvis
possint causare couceptum
communem et universalem, non tameu
sequitur quod sit
universale in actu,
et ita non
cognoscitur universale ante universale. Utrum intellectio
et species intelUgibilis
sint idem realiler. Quæritur ulterius
utrum iutellectus et
species intelligibiles sint
idem realiter; posset enim
aliquis ex prædictis
liabere quod non
sint idem realiter,
quum intellectus agens ut
dictum est est etiam
causa speciei intelligibilis, non autem
intellectionis. De boc nulli
est dubium quod
diflerant ratione, quum
species repræsentet tantum
ipsum obiectum non autem
iutellectio. In hac
materia est una
opinio quæ tenet
quod non distinguantur
realiter, quia vel
intellectio adderet aliquid
absolutum vel respectivum ipsi speciei;
sed uullum liorum
addit intellectio ipsi
speciei, ergo non
differunt realiter. Anterior
patet: brevior probatur pro
pvima parte, quia si
intellectio adderet aliquid
absolutum, per speciem
non acquireretur nova
intellectio nisi aliquid
absolutum de novo acquireretur.
Modo non est
fiugere tale absolutum
quod intellectio superaddat ipsi speciei.
Item uon
videtur quod iutellectio
sit aliquid absolutum,
quia illud non
est absolutum cuius esse
est ad aliud
se habere. Intellectio
est talis, ergo;
anterior patet ex prædicamento relationis:
illud enim dicitur
esse ad alterum
cuius esse est
ad alterum se
habere; brevior patet
quia intellectio ut intellectio,
est alicuius intellectio. Item pulchrum esset
videre quod si intellectio
est quid absolutum,
uon erit aliud
nisi species iutelligibilis perfectior;
modo quæritur an
sint eiusdem rationis
istæ species an
uon. Si sic, tunc
plura accidenlia, solo
numero differentia, erunt
in eodem, quod
est contra Aristotelem quinto
Metaphysicorum, ubi dicit
quod quæcumque sunt
iu eodem subiecto
numero, differunt specie.
Item tantum una
harum specierum esset
uecessaria, alia superflua. Nam
aut nihil facit superflua.
Quod si dicas
istas speciesesse diversarum ratiomim, primo
non est videre
penes quod distinguantur, cum
sint eiusdem suhstantiæ et
obiecti, sicut intellectio
asini et species
asini. Item in
vanum esset unum
istorum, vel species
vel intellectio, quum
species est illa
per quam res
cognoscitur, et intellectio est
etiam perquamres infelligitur. Probatum est
ergo quod intelleotio
non addat aliquid absolutum
super ipsam speciem. Quod
etiam non addat
aliquid relativum probatur,
quia si adderet
aliquid relativum tunc intellectio
esset de prædicamento
relationis quod est
falsum, quia intellectio
est de prædicamento nctionis
vel passionis;cum autem PRÆDICAMENTA sintim per mixta, iutellectio
non poterit esse
de prædicamento ad
aliquid. Item arguitur
secundo, et est
argumentura Scoti in decimatertia
quæstione, nono libro,
quod illud iu
quo consistit fecilitas
et perfectissima operatio
hominis non est
relativum, sed in
intellectione consistit fecilitas,
ergo. Anterior probatur quia
intellectio dicit aliquid
quod perficit liominein;relativum autem, ut
tale est, nullam
perfectionem includit; brevior
patet ex primo
et tertio. Et
liic ubi vult LIZIO quod felicitas
consistat in uctu
intellectlonis, idem etiam
vult Averroes in
prologo Physicorum, et
ita cum intellectio
non addat aliqiiid
absolutum aut relativum ad
ipsam speciem. nou erit
ab ipsa specie
diiferens. In oppositum,
et pro altera parte,
argiiitur quod illa
non snnt eadem
realiter quorum, uno
uon existente, alterum remanet.
Sed species et
intellectio tali modo
se habent inter
se quod uiium remaiiet altero
non existente, ergo.
Anterior patet quia
illa quæ suut
eadem geueratione generantur et
corrumpuntur. Brevior patet
quia dormiens non
habet intellectiones et
tauien habet speciem;
aliter enim si
species non reraaneret
in intellectu liominis docti non esset
rammemoratio, quod est
contra Aristotelem primo
Posteriorum. Item illa
non suut eadem
quorum unum ab
altero efJicitur, sed
species et intellectio hoc
modo se habeut,
ergo. Anterior patet
quia nihil potest
se speciem efiicere,
brevior patet quod,
ut dictum est,
ex specie .creatur
intellectum, et est dictum
Angelici AQUINO (si veda) quod
ex specie et
potentia fit cognitio
rei. Item quia
ita se habet intellectus
ad intelligibile sicut
seusus ad seusibile,
quia utraque cognitio termiuatur ad
obiectum proprium, modo
possum intelligere
existentia et non
existeutia, nec possibilia
existere. Tunc quæro
ad qnod terminatur
ista intellectio non-entis; non
ad obiectum quia
obiectum non est
uec potest esse ;
non ad phantasmata cum sint singularia, ergo ad
speciem intelligibilem: quare
necessario dabitur species intelligibilis, ad
quam cum torminetur
intellectio, erit ab
ea distincta sicut species
sensibilis est distiucta
a sensutione. In hac quæstione
sicut et in
aliis suut diversi modi
dicendi. Avicenna tenuit
quod species iutelligibilis et
intellectio sint penitus idem,
et quod cessante
intellectione cesset speeies
intelligibilis, quum ipse
non potuit videre qualiter
sit in virtute
coniprehensi\a et non
sit cognitio rei Hanc
opinionem quasi omnes
Latini impugnant. Ideo cmnes
fere Latini posuerunt
species et iutellectiones non
distingui realiter; sed
dubium est, si
differunt, quid superaddat
intellectio speciei. De hoc
sunt niuitæ opiniones:
prima est quæ
est usitata quam
tenuit Scotus in 13"
quæstione Quolibcti, et
Gregorius Ariminiensis, secundo
Sententiarum, disiinctinue septima,
quæstione secunda, articulo
primo. Tenent isti quod
intellectio formata non dicat
relatiouem. Connotat tamen
relatiouem et relativum
ad obiectum; et
lioc propter secundum argumentuni,
et hoc tenet
Tiiomas. Utrum vero
connotet duos respectus,
vel unum tautum
non est præsentis
loci, similiter et
utrum sint relativa secundum dici
et uon secundum
esse, ut aliqui
voluerunt. Tenet tamen
Scotus quod species et
inteliectio non sit una
et eadem res
formaliter, sed tenet
quod species sit imperfectior intellectione, ita
quod intellectio sit
altera species multo
clarior et lucidior
ipsa specie prima. Et
dicitur an sint
eiusdem rationis, an
diversæ. Dicunt quod non
sint eiusdem rationis
formalis, quia intellectio
est essentialiter perfectior
specie; et lioc dicuut
esse quia natm-a
procedit de minus
perfecto ad magis
perfectum, et ita procedit
de specie ad
intellectionem; et si
dicatur quod est
necessitas ponendi species
intelligibiles, dicunt cum quod intellectio terminatur
ad speciem sicut
supra dixiraus. Ulterius
cum dicitur unde
causatur illa diversitas
speciei ab intellectiono, dicunt provenire hoc
ex agente et
passo melius disposito,
et etiam quia
in puro iutellectu recipitur species,
iutellectio vero recipitur
in intellectu specie
informato. Tunc ad
rationes iu oppositum
dicitur: ad primam
cum vel addit
aliquid absolutum vel relativum,
dicitur quod intellectio
in se est
absolutum; dico tamen,
et coustat, relativum. Ad aliam: cum
dicitur quoad istud
absolutum superadditum speciei,
dico quod est
ipsa intellectio. Ad aliam:
cum dicitur an
sit eiusdem rationis,
dico quod non,
imo inteltectio est
esseutialiter perfectior specie.
Ad alterum cum
dicitur uude causatur
ista diversitas, lioc quod
causatiir ab agente
et melius disposito.
Ad aliam: cum
dicitur iu vanum poneretur
una istorum, dicitur quod non. quia species sola nou
potest facere istud quod facit intellectio quum species sit imperfectior intellectione
et ista opinio communiter tenetur. Altera est
opinio quæ tenet
quod species et
iutellectio sunt idem
realiter, et quod diffenmt
ut magis perfectum
et minus perfectum.
Species euim est quædam intellectio
imperfecta, et ita
videtur esse quædam
additio non iu
alteram speciem sed iu
unum ab alio
esse, et ita
videtur dicere semper AQUINO (si veda), non
assevero hanc esse sententiam AQUINO (si veda), et
dicitur species pro
quanto repræsentat obiectum
ad extra, dicitur
vero intellectio pro
quanto per eam obiectum ad
intra intelligitur. Differt autem hæc
opinio a prima,
quum prima non
ponit speciem esse
eadem qualitate cum
iutellectioue. Ista vero ponit
esse eadem qualitate
cum specie et
tunc faciliter potest
(responderi) ad argumenta
in oppositum facta. Utrum
in rebus sit
veritas et falsitas
vel in solo
intellectu. Circa textum 37
sunt aliquæ difHcultates,
et primo utrum
in rebus sit
veritas et falsitas, an
in solo intellectu.
Et arguitur quod iu
rebus, quia communiter
dicitur aurum est verum
vel falsum, et
in duodeoimo Metaphysicorum, textu
commenti quarti, dicitur quod
unumquodque, sicut se
habet iu veritate,
ita se habet
in eutitate, unde primum
ens est maxime
verum. Quod etiam
apparet ex theologia
nostra. Dixit enim Christus. Ego sum
via, veritas et
vita. Et pvobatur
etiam hoc ratione,
quia eus et verum
convertuntur. Ens autera
attribuitur rei,ergo et
veritas rei attribuitur.
Item verum est obiectum
intellectus, sed quod
est obieclum intellectus
non est in
intellectu, ergo verum non
erit in intellectu.
Auterior patet quia
dicitur communiter quod
intellectus fertur iu
verumsicut appetitus in
bonum. Brevior patet quia obiectum præsupponit potentiam. Item propter quod
uiuimqiiodque tale, et
illud magis est; sed ORATIO est vera
propter esse ad
extra, ergo res
est magis vera. Prima
nota est; brevior
patet ex primo Physieorum,
ubi dicitur quod
ex eo quod
res est vel
non est, oratio
dicitur vera vel falsa.
In oppositum est LIZIO hic
in textu oommenti
27' et 22'
et in primo Physicorum, iibi
dicit quod in
compositione et divisione
tantum consistit veritas
et falsitas, et in
6." Metaphysicorum, textu
nltimo, dicit quod
bonum et malum
sunt tantum in rebus,
verum et falsum
intellectu. Omissis quæ
dicit Joanues quia
nescit quod dicat, explicabo
quod dicit AQUINO (si veda) in prima
partequæst. decimæseptimæ, et
in fine libri
Metaphysicorum, et in DE
INTERPRETATIONE. Pro soluiione
accipio primo quid
nominis istius termini:
veritas. Dico quod ita
se habet de
veritate sicut de
sanitate: ut enim
sanitas consistit in adæquatione humorum
iu ordine ad
ipsum animal,ita veritas
est quædaui adæquatio
vel commensuratio rei ad
intellectum, vel intellectus
ad res; ex
quo patet veritatem
intelligi non posse
sine iutellectu, etideo
in sexto Metaphysicorum, textu
coramenti ultimi, dicit
Aristoteles veritates tantum
esse in intellectu,
bonum et malum
iu re. Quia
autem veritas sit
analogum quoddam definita (sic)
est definitioue. Vos
dicetis in quo
consistit veritas illa
quæ consistit in adæquatione rei
ad iutellectum et
intellectns ad rem?
Dico quod si
res comparatur ad intellectum
practicum, talis est
vera pro quanto
comparatur ad talem
intellectum, et sic
omnia sunt vera
pro quanto comparantur
ad intellectum divinum : ex
quanto enim omnis
res est effectus
Dei, vel in
geuere causæ efBcentis,
vel finalis, omnia habebunt
ideam suam in
meute divina, et res,
secundum quod habent
similitudinem ideæ suæ,
sunt veræ, et
quanto magis assimilabuntur suæ
ideæ, tanto magis erunt veræ.
Unde dicimus aurum
esse verum pro
quanto fert veram
similitudiuem suæ ideæ, scilicet
auri qui est
iu mente divina.
Res ergo dicitur
vera pro quanto comparatur ad intellectum a quo
dependet, et hoc non est tantum platozinare, sed est acceptum
ex duodecimo Metapliysicorum, textu
commenti decimioctavi, iibi
Averroes aperte ponit omnia
esse iu Deo
sicut in Artifice
supeiiori. Nou enim est
peripateticum dicere Deum
nou habere scieutiamistoruminferiorum. Si autem
quæratur: Tu dicis
quod res est
vera pro quaulo
comparatur cum intellectu practico et
factivo habente formas rerum
omuium; ego quæro
utrum iste intellectus
sit verus an non. Ego
credo quod sic,
propter intellectum speculativum;
intellectus enim practicus præsupponit speciilativum, nam
prins concipitur domus
quam fiat. Unde
infra dicit LIZIO,
intellectus speculativus
extensione fit practicus.
Idem quoque dicitur sextoEthicæ, et
ideo si artifex
faoit domum secundum
imaginationem apprehensam, dicitur
vera domus; si
nou, falsa. Intellectus vero
practicus erit verus
in ordine ad speculativum. Dictum
est igitur qualiter
sit veritas in adæquatione rei
ad intellectum; dicendum est
modo qualiter in
aliquo veritas consistat
in adæquatione intellectus
ad rem. Dico quod
illud veiitieatur maxime
quoad nos. Nostræ
enim intellectiones sunt veræ
quando conformantur rei
ad extra. Itaque
ita sit ex
parte rei. sicut
per intellectum sequitur,
et hoc modo
intellectus speculativus se
habet ad practicum,
et talis relatio est
mensurati ad mensuram;
nam in prima
veritate res est
mensurata, intellectus mensura,
in secunda vero
res est mensura,
intellectus autem mensuratum.
Notamus tamen hic
quod scilicet res
non absolute dicantur
veræ aut falsæ
in ordine ad nostrum
intellectum: aliter enim
una et eadem
res esset vera
et falsa, quum
unus horao opinalur uiio
modo et alius
alio modo, quæ
opinio iraprobatur qiiarto
Metaphysiconim textu commenti
decirainoui; tamen quoquomodo
dicuutur veræ in
ordine ad iios, non
quia intellectus realiter
habet mensurare talem
rem, sed quia
talis res est apta
facere talem scientiam
de se in
nostro intellectu; sed
res absolute dicuutur
veræ iu ordine ad
intellectum divinum qui
maxime verus est,
et sic patet
detinitio veritatis, qualifcer
est adæquatio rei
ad intellectum et intellectus
ad ipsam rem. Si
autem quæratur utrum Deus
sit verus, dico
quod in Deo
omnibns modis est
veritas, sicut dicit Themistius de agenfe
quod est verus,
non quoad alia sed
quoad se tantum qui verus
est intellectus. Quauto
magis ergo Deus
hoc modo unus
erit et maxime verus, quum
ex se ipso
verus est, et
non ex alio
extriuseco sicut nostra
veritas. Est etiam verus omuibus
modis, quum iu Deo est adæquatio rei
ad intellectum et
intellectus ad rem; tanta
enim est sua
esseutia quanta est sua
intellectio, et tanta
est sua intellectio quanta est
sua essentia, nec aliquo modo de se
ipso potest facere aliquam deceptionera. Ad quæstionera ergo
possumus dicere quod
veritas semper habet ordiuem
ad intellectura. Poniuius taræn
aliquam veritatem iu
intellectu, quoad scilicet
ad intellectum speculativura
cuius veritas niensuratur a
re. Ponimus etiam
aliquam veritatem in re,
seilicet quoad iutellectum
practicum qui niensurat
veritatem in re
essentialiter. In Deo autem
est mensura et
mcusuratum, uou quidem
realiter distincta, sed
secuudum uostrum raodura
intelligendi. Si quis
ergo dicat veritatem esse
inter iutellectura et verum,
djcit qmmi quod
iu intellectu non
intelligitur veritas; sicut
auteni in subiecto, veritas potest
esse in re. Ad
rationes responsio patet. Ad
prirmam, dico quod aurum
est verum et
eius veritas cousistit
iu adæquatione rei ad
iutellectum, nou quidera
uostruni sed divinum. Est
enim verum quia
iraitatur veram ideam auri
qui est in
mente divina, et
nou ponimus veritatem
cousistere in ordine ad intellectum nostrum,
aliter euim sequentur
inconvenientia quæ adducit
Aristoteles, quarto Motapliysicorum coutra
anliquos putautes orania, quæ
videbautur nobis, esse vera. Ad alias
quoque patet solutio;
veritas enim, ut
dictum est, aliquo modo
est iu re, et de deo
iam dictum est
quod iu eo est veritas. Utrum substantia materialis
intelligatur per propriam
speciem. Quæritur hic, propter
dicta Averrois, utrum
substanlia mateiialis intelligatur
per propriam speciem. Joauues
movet hanc quæstionem
supra, sed iste
locus videtur mihi convenieutior de
substantiis immaterialibus. Clarum
est quod non
intelligatur per speciem
propriam, sed ex
discursu, et arguitur
quod sic, primo ex
dictis hic, ubi
dicitur quod lapis non est
in anima sed
species lapidis. Item in textu
commenti decimiquarti ubi dicit
quod est in
potentia ad omnes
formas. Confirmatur, quum
Averroes volens probare intellectum
possibilem esse immaterialem, fundatur super
hoc quod, quia
est receptivus omnium forraarum,
et omne recipiens
debet esse denudatura
a natura recepti, quare nou
habebit aliquam materialem. Supponit ergo
Averroes quod intellectus
recipiat omnes formas,
quod non est intelligeudum
secuudum esse materialem. In
oppositum arguitur: illud
non intelligo per propriam
speciem quod non
habet propriura phantasraa. sed
substantia uon habet
proprium phautnsraa ergo etc. Anterior videtur esse
uota, et brevior
probatur quia, cum
phautasma sit motus
factus a sensu secundum actum,
cum seusus exteriores
iiou possint c
.gnoscere suljstautiam, quia
seusut non se profundat
usque ad subiectum
rei, nec etiam
pbantasia poterit sribstantiara coguoscere. In hac quæstione sunt
noanullæ opiuiones Joannis
cum quo sunt
omnes fere Averroistæ;
putaut substantiara intelligi
per propriam speciem,
et confirmatur lioc
ex dicto Averrois, secundo
buius, textu commeuti
163', ubi dicit
quod cogitativa recipit
intentiones omnium decem prædicamentoium; quod
si cogitativa potest
boc facere quanto
magis intellectus! Quomodo
autem pbanlasia cognoscat
substantiam et non
sensus exteriores, de boc
sunt divers3,e opiuiones. Aliqui dicuut
quod sensibile producit
speciem suam et cum
sua specie est
immixta species substantiæ,
et primo producit
eam in sensu
exterioii, deinde iu
coramuni, demum in
phantasia, et dicunt quod
species substantiæ, licet sit
in sensu particulari
aut communi, ipse
tamen uou cognoscit
eam, sed sola phantasia inter
omnes virtutes eam
coguoscit. Sed dices:
unde est quod
species substantiæ cognoscitur
a phautasia, et non a sensibus
intermediis inter eara
et sensibile? Dico
quod agens non agit nisi
in passo bene disposito,
et quia alii
sensus suut multum
materiales et imperfecti,
ideo species substantiæ nonest
apta nata producerc
sui notitiam iu
sensibus aliis a
pbantasia; quia vero ista
est multum spiritualis
et perfecta, ideo
potest speciem substantiæ
cognoscere. Alii vero sunt
dieentes speciem substantiæ
nou esse in
seusu proprio aut
communi tamen esse iii
phautasia. Et si
dicatur; unde est
quod non est
in intermediis sicut
in phantasia, dicuut quod
simile est de
hoc sicut de
existimativa in ove quæ iufert
speciem insensatam ex
sensata. Ovis euim
videndo torvitatem et
audiendo voceni in
lupo, ex istis speciebus
sensatis elicitis, infert
speciem inimicitiæ quæ
est insensata. Quia istud
videtur dicere Averroes
iu De sensu
et seusalo, ubi
dicit quod seusus
exteriores cognoscunt (per)
corticem, interiorem medullam;
pariforuiiter isti dicunt
quod ex sensibus
exterioribus creatur species
substantiæ in phantasia. Isti ergo
teneut substantiam cognosci jier
propriara speciem a
phantasia, sive modo
sit secuudum primam
opiuionem, sive secundum secundam,
et tenent uniuscuiusque
substantiæ raateiialis esse
proprium phantasma. De cogitativa
non loquor uuuc,
quia de ea
inferius erit sermo.
Iste uiodus deinde improbatur
a quibusdam posterioribus, pluribus
rationibus. Sed ego
adduco tantum argumentum Scoti
quod est tale:
data hac positione,
tunc quilibet infidelis esset christianus:
probo, et suppono'quod
illud, quod per
propriam speciem cognoscitur, in sui præsentia creat
notitiam, et eius
absentia non creat
cognitionem; sed quia
lex per propriam speciem
cognoscitur, ideo in
sui præsentia creat
eius cognitiouem, et ex sui absentia
non movet virtutem.
Sit modo ita
quod sit uuus
sacerdos qui consecret
unara Eucharestiam, tunc infidelis,
antequara sacerdos consecraverit
eam, cum per
se pauis cognoscai^ur per
propriam speciem, species
panis potuit movere
seusum infidelis quia potuit
videre et cognoscere illum esse
panem. Deinde vero,
quiun consecrata est,
amplius non est
substautia panis, et si
prius videbat ibi
esse panem et
nunc non videat, cum
non sit talis
substantia, pro certo
cognoscet quod, ubi
prius fuit panis,
uunc non; quare efiiceretur
christianus hoc cognoscendo,
et sicut ipse
tenet quod nulla substantia cognoscatur per
propriam specieni, sicut
et Deus cognoscitur
a nobis ut ex discursu, scilicet ex
eo quod est ut
aliquid quod est primum
movens, et quia
uon est procedere
in infinitum in causis efficieutibus essentialiter ordinatis.
Sed istud argumentum
non Ch.l88versQ videtuv valere, quia
dato hoc modo
loquendi tunc nec
liorao aut Ijinitum
deciperentur aut raro. Cuius
experientia est in
oppositum; coutrarium probatur,
et ponemus exemplum de
quodam pictore, qui
ita pingebat uvara
ut aves credentes
eam esse veram
ad illam accipiendam volabaut(sic); tunc
ista avis quæ
movebatur ad uvam
decipiebatur,et tamen ibi uou
erat vera uva,
ergo aliquid quod
sentitur per propriam
speciem, quamvis sit
absens, potest creare
sui cognitionem cuius
oppositum dixit SCOTO.
Sed contra quis diceret
nou esse similem.
quum uva non
cognoscitur ab ave
per propriam speciem, sed
tautiim avis cognoscebat
accidentia, panis autem
cognoscebatur per propriam
speciem; contra sequitur
quod aliquid cognoscatur
per propriam speciera,
et tamen in eius
cognitioue sit deceptio;
quia si sit
aliquid album quod
videatur esse lac
ex colore modo substantiæ,
et similibus, non
tamen sit lac,
tuuc movebor ad
tale obiectum ratione
dulcedinis. Ergo per
propriam speciera
coguoscitur, et taræu
decipior, quia si
tale obiectum gustetur non
est dulce; ergo
non sequitur ut
uon decipiamur circa
illud quod per propriara
speciem cognoscitur. Sed
dices ad hoc
quod illa deceptio
non provenit merito
sensus exterioris qui
habet indicare talem
dulcedinem, sed provenit
error merito phantasmatis qui
uon habet indicare
de istis sensibilibus
propriis; quia enim aliqua
pliantasia videt albediuem
coniunctam dulcedini, cum
tali raodo substantiæ,
ideo nnnc quoque putat
qnod in tali
subiecto sit dulcedo,
sed hoc est
mutare argumentum. Ideo et
ego do aliam
responsiouem, et dico
quod proprium est
phantasiæ recipere speciem
substantiæ, dumraodo ipsa
sit bene disposita,
et recipiat accideutia
propria istius suhstautiæ. V.
gr. si volo
cognoscere eudiviam [sic),
uou oportet tantum
cognoscere eam per sensum,
sed oportet multa
sensibiJia congregare ad
invicem, ut quod
sit tdis odoris, saporis, coloris,
numevi, substantiæ, operationis
et sirailia; et
ista videtur esse
expressa mensPhilosophi
primo huius, textu
commenti undecimi, quando
dicit quod quando
cognoveriraus raulta accidentia
propria, tunc de
substantia babebiraus aliquid
ultiraæ differentiæ; et
ita tuum argumentum
non valet, quia infidelis, quando
Eucharistia nou erat consecrata,
non cognoscebat substantiam
panis, quum non
habebat accidentia propria ipsius
panis Si enim
ea cognovisset, etiam panera
cognovisset, cum accidentia propria sint
inseparabilia a suo
subiecto; sed hoc
videtur mirabile quia
videtur quod infidelis cognoscat
tam propria quam
coramunia accidentia panis.
Sed dices talia
accidentia esse commuuia
et non propvia,
quum ista accidentia
possuut separari a
paue, propria vero non
possunt; quæ si cognoscerentur ab
eo, etiam panis
cognosceretur. Sed breviter isti
tandem necessario confitentur quod substantia cognoscitur per discursum ex
collatione plurium accidentium ad
invicera, propriorum scilicet
et communium. Altera responsio ad
argumeutum Scoti posset
esse: pro quo
scieudum quod aliquæ
propositiones reputantu, veræ et
necessariæ, interius tamen
speculatæ apparent falsæ, quaravis
ab aliquibns accipiantur
quara niaxiræ, inter
quos Scotus, et
ita illa propositio quara
assurait taraquam concessara
nou est semper
vera: quauuo enim
diiMt: si est aliquid
quod habet propriara
speciem, in eius
præscntia movet virtutem,
non autem in sui
absentia, ista propositio
est vera et
habet veritatem in
sensu exteriori, et
ratio est quia immediate
movetur a re
et ad extra.
Sed in intellectu
aut in sensu
interiori non est vera
qualiter propositio debet
accipi iu proposito,
uam seusus interior
cognoscit substautiam et
non exterior Ch. 100
recto Sustinendo tamen opinionem
Sfoti quia contra
eum non est
cleraonslratio, ad ea quæ
sunt in oppositum
potest dici: cum
dicitur lapis non
est in anima
et intellectus est ia potentia ad omnes formas, dico quod,
etsi talis non habeat propriam
speciem, liabet tamen proprium
conceptum qui quoquo
modo reputat talem
rem, quo conceptu
iutellectus deveuit in
aotitiam ejus. Sicut
Deus non potest
cognosci a nobis
(') et ita dicatur
quod lapis est
in anima per
proprium conceptum, similiter
et intellectus possibilis
est omnia fieri
per hunc modum;
dico tamen unum
quod Averroes videtur
esse iu oppositum
liuius, quia dicit in
secundo liuius, quod
accidit seusui,ut liumanus est,
cognoscere substantiam, licet
dictum illud possit
extorqueri, sed eius sententiam veram
esse ita concedit
etiam SCOTO, quod sensus
aliquo modo et iuvolute
cura ipsis sensibilibus
cognoscit substantiam. Cognoscendo
enim aliquid aggregatum
ex multis accidentibus,
et ipsam substantiam
cognoscit, sicut suut
rustici qui cognoscunt lactucam
et alias berbas
es aggregatioue multorum
accidentium simul. Forte
quod isti possent
simul conciliari, sed
de Imc vide
quæ dicta sunt,
secundo Jiuius, contra
espositionem textus commenti
sexagesimitertii. Utmm substantia producat
speciem substantiæ in
phantasia, an aliud. Altera
est dubitafio, si
species substantiæ sit
in phantasia, quid
est illud quod producit
eam ibi? non
substantia quia substantia
iinmediate non agit,
iguis enim nou agit
in quautum ignis,
sed iu quautum
calidus ex libro
De sensu et
sensato; si accideus, quomodo accidens
potest producere speciem
substantiæ, cum nihil
agat ultra termiuum proprium? Propter
hoc aliqui Thomistarum
putant quod species
accidentis proprii producat
iu iutellectn speciem
ulriusque,sed producit speciem
substautiæ iu virtute
substantiæ. Aliqui putant quod
præparato intellectu per
speciem ac:ideutis proprii,
introducatur species substantiæ ab
ipsa substantia, et
hoc tenet Joannes:
et concedit ipse
substantiam immediiite agere;
vel potest glosari
illa propositio quod
substantia non agit
iramediate, quod sit
vera tantura iu
actione reali; ista
autera actio uou
est nisi spiritualis. Utrum intellectus
in omni sua actione egeat
phantasmate. Altera quæstio est
utrum intellectus in
omni sua actione
egeat phantasmate, et hoc,
loquendo de intellectione
coniuncta, quæ est
respectu nostri, per
quam non de novo
denominaraur intelligeutes, iuxta
illud iu prirao
huius, quod intelligere
vel est phantasia vel
aou siue phantasia.
lu hac raateria
duo sunt quæ
faciunt difficultateni. Vi q\^
igg ^£,.5^, detiu' enira
primo quod in
omni nostra intellectione
non egeamus pliantasmate,
ex textu Philosopohi, ubi
dicit quod si
omnia sunt in
imagine, non possumus
intelligere siæ phantasmate; quare
cum sit aliquid
abstractum a miteria
ut Deus, et
lutelligeutiæ, illud poterimus
intelligere sine phantasmate;
et pro hoc
maxime facit expositio
Themistii super textum trigesimum
uonura. Item est
ratio, quia si
aliqua non sunt
iu materia ut substantiæ
abotrætæ et iutentiones,
ad quod opus
est uti phantasmate
ad iutelligendum illa?
Tuuc euim phautasraa
communicaret falsam cognitionem
de talibus rebus quum
phanta^Smata suut quanta
et materialia, talia
vero sunt abstracta
ab istis. In se
per la sna
so.stanza. Secundum, quod facit
difficultatem, est quia,
si post actualem
intellectionem, remanent species
in intellectu, postquam
intellectus fuerit habituatus
per istas specles,
videtur quod nullo
modo egeamus phantasmate. In oppositum
est Philosophus primo
huius, textu commenti
duodecimi, et hic
textu commenti 35',
ubi dicit quod
nequaquam est intelligere
sine phantasraate, et
experientia est in
oppositum æque, quia
si non egeremus
phantasmate ad intelligendum, tunc læsa
cogitativa, bene possemus
intelligere ac si
non esset læsa.
Similiter etiam dicatur
de qualibet alia
virtute interiori. Ad
nihil enim istæ
virtutes prodessent intellectioni. Hoc
autem est falsum,
quia isti phrenesi
laborantes, etsi sint
viri docti, ex altera
tamen parte non
possunt intelligere, licet
in intellectu eorum
sint multi habitus
et species. Mihi
videtur quod, peripatetice
loquendo, nihil possemus
intelligere sine
phantasmate, loquendo de
intellectione coniuncta. Cum
vero dicatur: ad
quid deCh. lOlrecto
serviret iutelligendo ea quæ nou
sunt coniuncta materiæ:
de hoc ACCADEMIA voluit quod intelligendo abstracta
non utamur phantasmate
et hoc est
verum secundum eius
opinionem, quia ipse
voluit quod ab æterno anima
nostra esset plena
speciebus a Deo datis
et uon de
novo acquisitis, eo
modo quo posuit
Aristoteles. Sed socundum
sententiam LIZIO alitor
est dieeudum, supponendo:
primo, quod si
abstracta intelligimus, solum
in ordiue ad
ista materialia intelligimus,
negando, et dividendo
ab illis conditiones materiæ,
sicut dicit hic
Themistius quod immaterialia
materialiter cognoseimus; quod
si haberemus perfectiim
notitiam de abstractis,
qualitor habent Intelligentiæ, aliter
esset diceudum ad
argumontum. Ergo dicitur
quod phantasmata desorviuut nobis ad
intelligendum abstracta, quia
aliter non possemus
ea intelligere, et
non concluderet si
abstracta perfecte intelligeremus. Ad
auctoritatem LIZIO dicitur quod
suum argumentum peccat
per fallaciam consequentis,
quæ est a
destructioæ antecedentis, qualiter
nou valet; vel
aliter, quod alludit
ad cognitionera illam
per quam sumus felices,
in qua non
egemus phantasmate; ideo
dicit Themistius quod
illa propositio est
vera de intellectione
quoad nos. Ad alterara
difficultatem, quando dicitur:
si habitus sunt
in intellectu ad
quid egemus phautasmatibus? Hoc
argumentum non habet
vim contra Averroem,
quum in textu commenti
trigesimi, aperte dicit
universalia intellecta colligata
esse cura iraagiuibus,
et ideo si
sunt cum eis
colligata, semper egemus
phantasraate, sed eontra
Christianos et maxiræ
contra AQUINO (si veda) argumentum
habet vim, quum
tenemus quod in anima
separata remanoant hæ
spocies æquisitæ in
hoc mundo, et taræn tunc
non egemus phantasmate; ergo
eadem ratione videtur
quod nec nunc egeamus.
AQUINO (si veda) sic dicit quod
iste est ordo
naturalis ut quaradiu
anima sit coniuncta
corpori, semper egeat phantasmate ad
intelligendum, non autem
cum separata est
a corporo Utrum cogitatlva
vel alia virtus
intcrior serviat intellectuali
operationi. Altera quæstio est:
cum sint tres
virtutes inteiiores, imaginativa,
cogitativa, et memorativa, quæritur
quænam sit illa
quæ imrædiate serviat
intellectiiali operationi.
Notum est enim
operationem intellectus dependere
ab istis virtutibus;
nOn est autem possibilo quod
depcndeat æque primo
a1) omnibus tribus,
quare erit una quæ immediate
sorviat ipsi. Ista
difficultas consistit in
hoc, quia ex
quo intellecta universalia siint colligata
cum iutentiombus universalibus, ut
dixit Averroes iu
commento 39°, et dependent
ab eis in
esse et conservari,
et cura ponimus
habitus remanere in
intellectu cessata actuali intellectione; licet
Avicenna sit iu
oppositum, tamen in
secta Peripaleticorum videtur
sibi contradicere. Si
ergo habitus remanent
in intellectu et
dependent a phantasmatibus, videtur
quod cogitativa non
sit illa quæ
immediate serviat iutellectuali
operationi, quia cogitativa
non servat pbantasmata,
sed est in
medio imaginativæ, quæ servat
species sensatas, et
memorativæ quæ conservat
species insensatas. Cum ergo
species iu cogitativa
nou conserventur, sed
statim deleantur, videtur
quod si ipsa esset
ministra ipsius iutellectus,
quod etiam species
nou remanerent in
intellectu, ex quo species
sunt colligatæ cum
inteutionibus imaginatis; quare
videtur dicendum quod virtus serviens
intellectui sit meniorativa
respectu specierum insensatarum,
aut imaginativa respectu
specierum sensatarum; ex
altera parte videtur
quod talis non
sit imaginativa aut memorativa quum virtus
immediate serviens intellectui debet esse uobilissima omnium
formarum materialinm, et
propria hominis ut
homo est, sed
talis virtus non est
memorativa aut imagiuativa,
ergo. Anterior patet
ex dictis supra et maxime in
coramento vigesimo et
trigesimo tertio; brevior
probatur quia memorativa aut imagitativa
non est forraa
nobilissima inter alias
formas uobiles, sed
talis est cogitativa quæ
est propria hom'.nis
in quautura homo;
per eam enim
virtutem homo diflfert ab
aliis animalibus, cum
ipsa careant cogitativa,
licet memorativam et
iraaginativara habeaut, et
loco cogitatik'æ habent
aliam virtuteni ut
existimativam. In hac quæstione ut
in ceteris multi
sunt modi dicendi.
Joannes in quæstioue
15* et satis ingeniose,
videtur dieere quod
ad creandam inteliectionem non
solura requiritur species intelligibilis, sed
etiam actus virtutis
cogitativæ, quia actus est
sicut dispositio necessaiio requisita
ad creandam intellectionem; sed
ad hanc speciem
intelligibilem non
requiritur iste actus,
scilicet immediate quautum
ad speciem pendentem
a virtute ræraorativa, quæ,
cum sit virtus
conservativa, potest conservare
species existeutes in intellectu; et
ita tenet Joannes
quod ad causandam
speciem intelligibilem, in
intellectu, non requiritur
iste actus virtutis
cogitativæ, imo niliil
facit ad hoc:
sed illud quod immediate
ministrat intellectui, quoad
causandas species intelligibiles, est
virtus iraaginativa aut meraorativa:
memoratjva qnoad species
insensatas, imaginativa quoad species
seusatas, et quia
hoc non vidt-tur
suflficere pro intellectione
causanda, ideo pro hoc
ponit alium actum
specialiorem actu imaginativæ
aut memorativæ, qui
actus est sicut dispositio
necessario acquisita ad
intellectiones, et quoad
istum actum immediate
dependet a cogitativa,
et cessante ista
actione cogitativæ cessat
actualis intellectio. et ita
vult quod, quoad
ea quæ remaneut
in intellectu, dependeat
a memorativa et
quoad intellectiones a
cogitativa, et habet
pro se dictum
Commeutatoris commento 33° ubl,
iu fiue commenti,
dicit quod sine
hac virtute imaginativa
nihil anima intelligit. Si
quis teueret hanc
opinionera, haberet niodum
respondeudi ad hanc
quæstionem satis probabilera,
et tunc secuudum
hoc patet responsio
ad arguræntum. Quia enim
dicebatur nou reraauent
in cogitativa species,
sed bene in
aliis virtutibus: dicitur
quod, quoad istum
actum qui est
conservare species, non
dependet a cogitativa, sed
bene in hoc
actn dependet a ræniorativa. Et
patet etiam respousio
ad al. terum quum
dependet etiara a
cogitativa quoad illum
actam. Secuudura sententiam AQUINO (si veda) esse"F3TfficiIius respondere. Licet non
viderira hanc materiam
iufinite tractam 24 ab eo,
ijosset tamen secundum
eum dici qund
immodiate operatio intellectus
dependet a cogitativa; et
cum dicitur: cogitativa
nou retinet species,
ergo nec intellectus
poterit eas retinere cessante
actuali intellectione, seciuidum
AQUINO (si veda) esset
negandum quod species intelligibiles sint
colligatæ cum intentionibus
imaginatis, quia dicit ipse quod
anima separata a corpore retinet
habitus et species
quas acquisivit in hoc
mundo. Mihi tamen videtur
quod dictum Averrois
sit magis sensatum, scilicet
quod species intelligibiles sint colligatæ cum
intentionibus imaginatis, quum
si non essent
colligatæ, cum species
remaneant in intellectu,
non deberemus unquiim
oblivisci, quod non
sequitur secundimi Averroom, et
licet istud argumentnm
non demonstret quia
posset dari aliqua
responsio apparens, est tamen
multum probabile; et
si dicatur quæ
ergo est virtus
immediate ministvans
intellectui,vel dicatur ut
dicit Joannes, vel aliter
quod cogitativa sit
immediate serviens
iutellectui; et cum
dicitur species non
remanetin cogitativa, dico,
quoad conservari, species
pendent ab imaginativa
seu memorativa; quo
vero ad produci pendent
a cogitativa, numquam enim
intellectus posset intelligere
aliquid qnod sit
in memorativa Ch. lOSreeto
aut imaginativa, nisi
cogitativa prius illud
cogitaret, et iste
modus posset teneri;
sed liabet contra se
instantiam, quia si
species quæ sunt
in intellectu pendent
a cogitativa quoad produci,
et non conservari,
tunc non erit
idem producens et
conservans, quod videtur inconveniens in
istis operationibus intellectus;
sed aliqui non
Iiabent hoc pro
inconvenienti sicut dant
exemplum de souo
producto in aure:
qui sonus, etsi
obiectum produceus talem
sonum, non sit præsens, tamen
por aliquod tempus
durat in aure;
similiter oeulus qui
diu versatus est
in colore viridi,
licet auferatur obiectum
producens talem speciem, tamen
per aliquod tempus remanet
species coloris viridis in
oculo. Ecce ergo qualiter non
est inconvenieus agens
producens non esse
conservans, quura talis species
conservatur in ociilo, licet
non sit agens
eam producens. Si quis ergo
(non) habet hoc pro
iuconvenienti potest istum
niodum acceptare, posseut
et alii modi
imaginari de quibus non
loquor ad præsens
et sic finis
tractatus de intellectu. Utrum in
absentia sensibilis possit
creari sensatio. Quum dictum
est quod hoc
modo fit seusatio,
scilicet quod sensibile
imprimit suum simulacrum in
ipsum sensum, et
quod sensatio niliil
aliud est quam
illud simulacruui existeus in
potentia sensitiva debite
et sufficienter dispositum
per sanguinem et
per spiritus. cadit
modo dubitatio an
iii absentia sensibilis
possit creari sensatio; et
videtur quod non,
quum LIZIO, iu textu
commenti sexagesimi libri secundi, dixit
quod sensatio est
alteratio et passio
sensus a sensiliili;
ergo si non adsit
sensibile non alterabitur
nec movebitur ab eo sensus,
ergo non fiat
sensatio secundum LIZIO,
quare. Item secundura
nos hoc videtur
impossibile, quia sensatio
non est aliud
quam simulacrum; modo
si non existet
sensibile, non existet eius
simulacrum, ex quo
tale a sensibili
effective prcducitur; ergo
implicatur quod sensibili non
existente sit sensatio.
Oppositum tenet Commentator
in libello De
somno et vigilia et
in libro de
Golliget; unde, ut
ipse ostendit, duobus
modis accidit quod seusatio
fiat sine sensibili.
Unum modum pouit
in libro De
somno et vigilia
et alium modum in
Coll. In libro
De somno ponit
quod in somno
accidit quod sentiamus sine sensibili,
sicut quandoque iufirnii
sentiuut dulcedinem vini,
licet non biberint viuum, vel
si biberiut, illiid
tameu uou est
dulce et est
alteiius saporis. Ecce
quod æger gustat et
sentit dulcediuem viui,
licet dulce illi uon sit pvæseus. Quomodo autem
sit possibile, dicat
Commentator, et dicit
quod hoc modo
fit: uatura primo
sensibile agit iu seusura exteriorem
impiimendo in illum suum simulacrum, demum sensus
exteiior imprimit simulacrum
qiiod iu se
liabet iu seusum
communem, sensus vero communis
eodem modo agit
in imaginativa, et
in imaginativa reservatur ipsa species et
hoc fit in
ordine recto. In ordine
vero retrogrado fit
modo contrario. Imaginativa
enim quæ sibi
reservavit speciera sensibilem,
eam imprimit in sensum exteriorem,
et sic sensus
exterior movetur iterum
a specie sensibili,
licet ipsum sensibile
actu non existat, et non sit
præseus. x\lium modum dat commentator in libro
CoU. quomodo idem contiugat, et
diiit quod hoc
etiam contingit in vigilia. Natura
sunt quaudoque aliqui ita abstracti
cogitando circa aliquod
quod prius senseruut, ut
eodem modo sensus
exterior priucipiet simulacriim
ipsius rei de
qua cogitat, licet talis
res non actu
e.xistat; et isti
ita sunt angeli visi,
dicit Commentator, uou quod
angeli videautur, sed
quia aliquis ila
iutense cogitat de
angelis visls (ut) species
angelorum producatur ab
iraagiuativa iu sensu
communi, et a
sensu communi iu sensu
exteriori, et sic
iudieabit sensus exterior se
videre angelos, quod non erit ita.
Qnod si ita
esset, ut dicit
Commentator, quid edt de lege
nostra quæ pouit
quod angelus Raphæl VISVS est a
Tobia? et quid
de augelo Gabriele
qui VISVS est a Beata
Virgine? Possemus enim dicere
quod isti angeli
uumquam visi sunt
ab aliquo homine, sed
homines cogiLant.'S de
angelis crediderunt se vidisse
angclos. Similiter possemus dicere
do Ciiristo quod
ipse non iutravit
ad apostolos ianuis
clausis, quia ita imaginabatur
de Christo, et
sic periret tota
lex nostra; quod
si ita esset quid facereut isti
raiseri patres et
maxime isti zoculautes,
qui tantam abstiuentiam faciunt sed
peius est quod AQUINO
(si veda), qui fuit
vir ita divinus
et sapiens, fuit huius opinionis. Videatis
ipsum in Quæstionibus
disputatis, ubi expresse
affirmat quod diabolus
multoties mittit speciem
alicuius seusibilis delectabilis
ad sensus hominis,
ut in eis inducat
malas cogitationes et
faciat eos peccare, et citat
Rabbi Moyseu qui dicit
quod homines aliqui
suut qui dicuut se
loqui cum Deo, et
falsum est, quia uon est
verum quod cum
eo loquantiir, sed
cogitando de illo,
videtur eis quod secum loquatur. Si ergo ita
sentit AQUINO (si veda),
quid erit de
lege uostra ? Hanc
opinionem iuuititur impugnare RIMINI (si veda); et
primo, quia data
ista opinioue, auferretur tota lex
nostra et omuis
certitudo de lege,
clarum est ex
dictis, quum secuudum
illam opiuiouem possent multa
uegari quæ les affirmat.
Quod autem omnis
certitudo auferatur, data
illa opinione, osteudo
quum, secundum illam opiuionem,
nou essem certus an
essem uunc iu
schola ista, aut
in aliquo alio looo;
sirailiter non certus
an vos essetis Iiic au non;
quia facile mihi
videtur quod uos
omnes simus iu
ista schola quia cogito
nos esse in
ista schola, et
sic erit de
quacumque alia re,
et ita nulla
erit certitudo in nobis.
Multa alia sophisraata
adducit RIMINI ad
destruendam istam opinionem quæ
transeo ne sim tædio.
Credo quod in parte
verura sit quod
dicitur a Commentatore;
ueque ex hoc
aufertur certitudo, quia, ut
huic vel simili
argumeuto respoudet Ccmmentator,
quod uuus sensus decipiatur est
possibile sicut oculus
iu visione baculi
existeutis iu aqua,
quia iudicat ipsum esse
fractum et quod
iu rei veritate non
est fractus; sed
quod omnes uut
plurcs seusus decipiautur
circa idem obiectum
uou couliugit, quia uuus ceitificat alterum
sicut tactus certificat nos
de baculo quod
non sit fractus,
quum per visum
iudicatus est esse fractus.
Si ergo ibi
dicit Commentator quod
cerlitudo sensibilis non sumitur
ab uno seusu, solum
quia uuus sensus
potest decipi circa
uuum obiectum, sed
sumitur certitudo ipsius
seusus ab omuibus
aut pluribus sensibus
exterioribus, quia non
accidit quod plures sensus
decipiantur circa idem
obiectum, ita dico
ego in proposito
quod ex opinione AQUINO (si veda)
non tollitur omnis
certitudo, quia licet
in visione ipsius
Abraam coutigisset quod uuus
homo fuisset deceptus,
non possemus tamen
dicere quod totus populus
qui vidit Abraam
sit deceptus. Consimiliter
quaudo Christus apparuit
discipulis et iutravit
ianuis clausis, non
possemus dicere quod
hoc fuerit quia
ita visiim est omnibus
apostolis quia cogitabaut
de illo; quia licet hoc possemus
dicere de uuo, quia
hoc est satis
probabile, non tamen
de omnibus apostolis possemus hoc dicere, quia
nou est credeudum
quod omues, qui
erant sexagiuta, imagiuareut
de eadem re, sed uuus
cogitabat de uua et alter
de altera re;
ideo nou posseraus
dicere quod omuibus illis
per eamlem visionem
visum sit videre
Christum iutrare ianuis
clausis. Unde recitatur iu
uua epistola Sancti
Petri quod cum apostolis
suporvenisset Spiritus
Sauctus, et loquebatur
unusquisque magnalia diversis
sermonibus. Credebant apostoli, se
esse hebræos, sed
quum unusquisque videret
omnes alios eodem
modo loqui diversis linguis, certificati
suut omnes se
uou esse hebræos,
sed hoc esse
quia repleti spiritu sancto, et
ita cum uostra
opinioue salvatur veritas
legis, salvatur etiam
omnis certitudo, quia
sensus certificant me
quod sim in
hac cathedra; et
tunc ad argumentum dico quod
seusatio fit cum
sensibile agit in
sensum. Dicitur quod LIZIO loquitur de sensatione
quæ est actio
recta, non de
actioue reflexa qualis
est sensatio quæ fit
siue ipso seusibili,
et ad argumeutum
supra quod maxime
fuudatur RIMINI, scilicet:
si est sensatio
oportet quod sensus
moveatur a sensibili,
ergo si sonsus debet moveri
a sensibili, oportet
quod sensibile existat
in actu, quia
omne quod movetur secuudum
quid, movetur etiam
in ætu, ergo
repugnat quod sit
sensatio et seusibile uon
sit præseus; item LIZIO infra,
in capite de
olfactu, dicit nihil aliud
est olfactus, nisi
quod olfactibile sit præseus ipsi
olfactui et moveat
sensum, quare. Dico quod primuni
argumentum nihil est,
quia infirmus patitur a
viuo dulci quod sibi
videtur amarum; si
ergo fiat istud
argumentum: iste æger
sentit et gustat hoc
vinum esse amarum,
ergo hoc viuum
est amarum, clarum
est quod argumentum nou valet.
Ita uon valet argumentum Gregorii:
sensns patitur, ergo sensibile est præsens, et
in re ad
extra; sed suflicit
quod, si habet
fieri seusatio, quod sensatio
existat secundum esse spirituale. Si autem
habet sentiri seusibile secuudum esse
reale, oportet. dicit Themistius,
quod solvantur tres
conditiones, scilicet debita dispositio
es parte organi, et similiter ex parte
medii et debita distantia sensibilis
a sensu. Sciendum
tameu quod, licet
sentiamus id quod
non est modo dicto,
non dicimus tameu
tunc quod seutimus,
sed dicimus quod
videmur sentire; sicut ego
cum eram iuvenis
delectabar mirum in
modum audire sonum
tibiarum, et imraorabar
per duas vel
tres horas ubi
sonarent tibiæ, dein
exibam et ibam domum,
et cum eram
domi videbar audire
souum tibiarum quia
adhuc reservabatur spncies
soui tibiarum, et
dicebam videor audire
quia sciebam quod
uon sonabant tibiæ ibi,
sicut mihi videbatur ;
ratio autem quare,
verbigratia, dicimus audii-e tibias
sonantes est quia
tuuc decipimur, et
non vere audinnis,
quia iu re nou
est sonus tibiarum.
Similiter dicimus quod
remus videtur nobis
fractus et uon dicimus
quod est fractus,
quia rei veritate
uou est fractus,
et sic verum
est quod nihil vere
sentitur nisi ilhid
sit existens præsens,
et hoc forte
volebat Gregoriusin secundo argnmento. Ad
aliud dicatis qiiod
de olfactu loquitur,
de ea quæ
est actio recta, non
autem de ea quæ est
actio reiiexa, sicut
ad præsens nos
loquimur de sensatione. Utrum cogUatlva
denudet speciem substantiæ
a sensihiUbus propriis et
communibus. Dicebat Commentator quod
cogitativa denudat speciem
substantiæ a sensibilibus propriis et
communibus. Circa hoc
dubitatur quia non
videtur verum; quia
si cogitativa deuudaret
speciem substantiæ a
seusibili commuui et
proprio, tunc cognosceret speciem substantiæ
sine quautitate et
loco, et similiter
tempore, et tunc
cogitativa cognusseret
universaliter, quia omnis
virtus cognoscens aliquid
abstractum a quantitate
et loco cognoscit
universaliter, et sic
esset intellectus. Item implicat
quod recipiatur species substantiæ
sine quantitate, quum secundum
Commeutatorem, primo Physicorum,
quantitas est principium
individuationis. Expugnat ergo
quod una species
sit in cogitativa
sine quantitate. Secundum
quod facit ditficultatem est
quia omne receptum
recipitur secundum naturam
recipientis; sed cogitativa est
cum quantitate, cum
sit virtus materialis
et estensa; ergo
species substantiæ
recipietur in ea
secundum quantitatem. Ad
hauc dubitationem dari
possuut duo responsiones;
prima est, quod
argumenta differunt; sed
Commentator noluit quod cogitativa
denudet speciem substantiæ
ab omnibus scilicet
sensibilibus communibus, quia
de facto cognoscitur
talis species cum
quautitate, sed voluit
Comnientator quod ab aliquibus
sensibilibus commuuibus deuudet
speciem, scilicet a
motu et a numero.
Sed hæc responsio
videtur extranea, primo
quod faciat Commentator
intellectum perfectum ;
secundo, quia cum
video album, video
ipsum cum quantitate
et similiter cum figura,
motu aut quiete,
et cum uumero.quia
aut est unum
aut plura; quare
videtur quod illa
expositio non sit
conveuiens. Ideo do
aliam responsionem
concedendo quod cogitativa
denudet speciem substantiæ
ab omuibus sensibilibus commuoibus. Et
tunc, ad primum
dicatis quod licet
cogitativa apprehendat speciem substantiæ sine
quintitate et situ,
non tameu sequitur
quod cogiiativa cognoscat universaliter, quia
illa intentio esl;
una et siugularis
licet sit sine
quantitate; quod si quæritur
per quod talis
species sit una,
dico quod est
una per se
ipsam et non per
ipsam quantitatem; formæ
enim per se
ipsas sunt ununi
et nou per
quantitatem, nec quantitas
est causa distinctionis
unius ab altera,
sed formæ ex se
ipsis distiugurmtur et
priores sunt quautitale;
et sic ad
primum prima responsio.
Ad secundum vero dicemus
quod, licet species
substantiæ sit recepta in
cogitativa per modum quantitatis
et extensionis, uon
tamon oportet quod
extense, et per
modum quantitatis reputemus. Aliter
possemus dicere, sicut AQUINO
(siveda) et alii,
quod omnes animæ animalium perfectorum
sint indivisibiles, et
dicunt ad illud
argumentum quod fit contra
eos; omæ receptum
recipitur secundum naturam
recipientis, sed materia
est quanta et estensa,
ergo anima quæ
in ea recipitur
est extensa et
divisibilis: dicunt isti negando
anteriorem illam, secundum
quod sic absolute
profertur, quia secundum eos
non oportet si
aliquid recipiatur in
materia extensa, ut
illud receptum sit exteusiuu
et divisibile. Sed
dicunt quod iOa
auterior curreus per
ora pbilosophorum debet intelligi
secundum capacitatem; sic dico
ergo ego in
proposito, quod non
oportet ut species substantiæ
recipiatur cum quantitate,
licet recipiatur in
virtute materiali et
extensa, et ad
illam piopositionem omne
receptum etc secundum
capacitatem. Quare. Utrum tactus
sit nobilior visu. Circa
textum et commentum
34" cadunt aliquæ
difficultales. Prima est
quia videtnr contradictio iu
dictis Pliilosopbi bic,
et in principio
Metapbysicorum. Similiter et in
De sensu
et sensato, quum
hic dicit quod
habemus perfectissimum tactum,
in prœmio Metaphysicorum dicit
quod perfectior est
in nobis sensns
visus quia plus
sic nobis differentias ostendit,
ideo ipsum valde
diligimus quia et
subcoelestia et ipsa
corpora cœlestia nobis
ostendit, quod non
sic est de
aliquo alio sensu.
Ideo talis sensus est
valde perfectus. Ifem in
De sensii et
sensato dicit LIZIO quod
sensus auditus est
valde perfectus quia est
sensus disciplinæ: pe;'
auditum enim percipimus
verba præceptoris, quorum signis explieitis a
doctore fimus scientes,
et ita in
uno loco videtur
dicere LIZIO visum esse in
nobis perfectiorem tactu,
in alio vero
loco ipsum auditum: liic
autem dicit tactum
esse perfectissimiim in
nobis, quare expressa
apparet contradictio. Dicatur
quod verum est
quod visus est
perfectior quantum ad
id quod facit cognoscere, quia
multa plura et
perfectiora cognoscimus per visum
quam per tætum: per
accidens tamen tactus
perfectior est ipso
visu, scilicet ratione
suæ complexionis, tum quia
est fundamentum omnium
aliorum sensuum, tam
interiorum quam exteriorum;
pari ratione dicatur
de auditu, quod
scilicet auditus est
perfectior quantuiu ad id
quod facit nos
cognoscere, tactus vero
ratioue complexionis. Utrum
gustus sit perfectior
olfaclu vel e
contra. Tertia dubitatio est
quam hic movet Themistius: quia
quod dicitur ab LIZIO videtur falsum,
scilicet quod nomina
odorum transferautur ab
ipsis aliis sensibilibus, quia gustus
est in nobis
(magis) raauifestus, seu
maior olfactu; modo
hoc, ut dicit
Themistius, videtur falsum,
scilicet quod gustus
iu uobis sit
perfectior, quia gustus
videtur esse æque perfectus
sicut olfactus, quod
probat Themistius assumendo
rationem Philosophi. qua
ipse ostendit quod
olfactus sit in
nobis imperfectissimus. Ratio Philosophi fuit, quia
non olfacimus r.isi
cum lætitia aut
tristitia, ergo iste
sensus est in
nobis valde impsrfectus. Modo
dicit Themistius eodem
modo arguo de
gustu, quia quæ equidem
gustamus, gustamus cum lætitia aut
tiistitia, quia sapores
sunt dulces aut amari,
aut ex illis
commixti; si dulces,
appreheuderaus a gustu
cum lætitia, si
amaros cum tristitia:
sic etiam est
de mediis secundum
quod magis appropinquantur dulci aut
amaro; ergo si
ratio quare in
nobis sit impcrfectus
olfactus, est quia
nonolfacimus nisi cum lætitia aut
tristitia, eadem ratione
coucludam gustura esse
in nobis ita imperfectum
sicut olfactum. Ad hanc
dubitatiouera, non præferens
me Themistio, credo quod
posset sic redici.
Notaraus, dixi credo
dubiose loquendo et
non assertive, quia responsionem
quam dabo, uon
dabo per modum
determinautis, quia si
Themistius non est ausus
solvere lianc dubitationem qui fuit tantus
philosophus, tanto magis debemus
iios modeste loqui;
sed quod dicam,
dicam coniecturando, pro
quo sciendum quod aliqui
sunt qui non lætantur aut
tristantur nisi in re magna,
licet PORTICO dixerint quod nec
iu magiiis nec
in parvis debemus
lætari aut tristari.
Verum ACCADEMIA et LIZIO oppositum
tenuerunt: iii rebus
magnis licet nos
tristari aut lætari, quia
hoc est naturale.
Neque est opinio
Stoicorum quod non
liceat in re
magna. Unde, ut scribitur,
cum quidam stoicus
haberet iter versus
Athenas, dum esset
in intinere cecidit ex ære tempestas
maxima; ex cuius
adventu maxiræ turbatus
est ille stoicus; quod
cum vidissent qui
cum eo erant,
dixerunt: tu qui
stoicus es turbaris
ita ista tempestate? At ille dixit,
conturbor quidem quia
in re magna
licet contristari. Aliqui ergo
sunt, qui in
re magna solum
tristantur, et lætantur
modo in re
parva; aliqui vero sunt
qui licet piiidentes
sint, ex aliqua
modica re tristantur
et lætantur, quod
est ex aflfectione et
amore. Sicut cum
essem Paduæ accidit
ut ibi fieret præludium. Erat autemquidam
senex, qui habebat
filiumin præludio, qui
si modicumbene se
habebat, dilatabatur os
eius usque ad
aui^es pro lætitia
quam habebat erga
filium; si non
modice, male se habebat
et angustiabatur senex
pro tristitia. Multi
ergo in parvis
lætantur. aut tristantur. Ubi
autera non sit
affectio aliqua aut
passio, in parvis
non licet lætari:
hoc enim faciunt
stulti, sed in
rebus magnis licet
tristari aut lætari.
Hoc stante possumus arguere
quod olfactus sit
in nobis iraperfectus,
quia cum non
sit multa unigenitas naturæ hominis circa
affectionem ad sensum
olfactus, ideo si
non olfacimus nisi
cum lætitia aut
tristitia, hoc arguit
quod olfactus solum
percipit magnas differentias odorum,
et ita olfactus
arguitur imperfectior. Modo
cum sit unigenitas maxima naturæ
hominis ad gustum
nt tactum, quia
suot sensus salvantesindividuura in vita,
ideo sive parvæ,
sive magnæ sint
saporum differentiæ.in perfectione
earum lætatur aut tristatur
gustas, et ideo
licet non gustemus
nisi cum lætitia,
aut tristitia, non
tamen sequitur quod sit
gustus æque perfectus
sicut olfactus: quia
ex quo non
est lætitia aut tristitia
in parvis, sed
solum iu rcagnis,
ubi non est
affectio et homo
non habeat affectionem ad
olfactum, ergo si
non olfaciat nisi
cum lætitia aut
tristitia non percipiemus
nisi magna olfactibilia:
et ita sequitur
olfactus imperfeetio; modo
cum homo habeat affectionem
ad gustum, licet
non pereipiamus gustabilia
nisi eum lætitia
aut tristitia. -non tamen ex
hoc sequitur gustus
imperfectio: quia licet
non gustemus nisi cum
lætitia, aut tristitia,
tamen ex affectione
quam habemus ad
gustum, non solum circa
magna sed et
cirea parva gustabilia
lætamur aut tristamur
in perfectione eorura. Ideo
non sequitur etc.
Quare. Quomodo gustus sit
quidam tactus. Circa textum
et comræntum 101'
oritur dubitatio quam
movet AQUINO (si veda), et præcipue circa iliam
partem in qua LIZIO
probat quod gustus
sit quidam tactus.
Dubitatio ergo est
quia si gustabile
est quidam tangibile,
et. gustus est
quidam tactus, ut dicit LIZIO, non
essent nisi quatuor
sensus exteriores, non
autem quinque; quia giistus
non ponitur in
numerum cum tactu,
quia species non
ponitur in numerum
cum suo genere.
Gustus autem est
species tactus, est
enim quidam taclus,
ut Ch.228verso dicit LIZIO, quare
etc. Respondet AQUINO (si veda)
quod, cum dicitur
quod gustus sit
quidam tactus, hoc potest
iutelligi duobus modis:
uno modo. qiiod
sit species tactus
sic quod et gustus
percipiat qualitates tangibiles,
et lioc modo
est falsum quod
gustus sit quidam tactus, imo
gustus et tactus
sunt diversæ poteutiæ
diversa obiecta respieientes.
Alio modo potest iutelligi
quod gustus sit
quidam tactus similitudinarie, et
isto modo intelligit
Aristoteles cum dicit
gustum esse quemdam
tactum: similitudo autem
est quia sicut tactus
non indiget medio
extrinseco, ita gustus
eo nou indiget;
ideo gustus, secundum
hoc, videtur esse
quidam tactus: nihil
aliud dicit AQUINO (si veda). Ista responsio,
licet sit conveniens,
non tamen videtur
ex toto satisfacere,
quia si ideo gustus
dicitur quidam tactus
quia, sicut tactus,
non iiidiget medio
extrinseco, sed solo iutrinseco,
ita ut gustus ;
pari ratione olfactus
dici posset quidam
visus, quia, sicut visus
eget medio extrinseco,
ita olfactus: sed
olfætus non diceudum
quidam visus ;
nullibi enim hoc
dixit LIZIO, quare
nec illa ratione
assignata ad AQUINO (si veda)
gustus deberet dici
quidam tactus. Dices forte
quod æque bene
olfactus potest dici
quidam visus sicut
gustus dicitur quidam tactus,
licet LIZIO dixerit
de gustu et
non de olfactu;
sed licet ita
posset dici, illa tamen
responsio Thomæ non
quadrat responeioui quam
dixit LIZIO quod ideo gustus
est quidam tactus,
quia gustus est
quidam humor, et
humor est quoddam tangibile; et
ita videtur velle
Aristoteles quod ideo
gustus est quidam
tactus, quia percipit humorem
qui est quoddam
tangibile, seu perceptibile
a sensu tactus.
Dude, ut dixit Commentator,
impossibile (est) quod
gustus percipiat saporem
nisi prius percipiat humorem, et ita non
vult LIZIO quod
gustus dicatur quidam
tactus rationc quam adduxit
AQUINO (si veda), sed ratione
quam adduximus nos. Sed
tunc stat altera
difBcultas quia humor
nou est sensibile
proprium sensus tactus, quia
seusibile proprium est
quod per se
sentitur ab imo
seusu tautum; sed
humor non solum a
tactu percipitur sed
etiam a gustu;
quomodo ergo erit
humor sensibile proprium, quare.
Nec nostra responsio
videtur sufficiens. Ad hoc
possent dari multæ
respousiones. Primo dicerem
quod gustus non
percipit illum bumorem,
sed cum gustus
et tætus iu
liugua fundetur, iu
eodem nervo, ille nervus
est qui percipit
ilium hiimorem, non
autem gustus. Unde
gustus non posset percipere saporem,
nisi ille humifieret,
nec ob hoc
sequitur quod gustus
percipiat talem humiditatem. Non
enim sequitur: hic
sensus non potest
percipere sapores nisi
mediante humiditate, sicut
non sequitur: visus
non percipit colores
nisi habeat humiditatem,
nam si distillaretur
illa humiditas ab
oeulo, nou posset
oculus percipere colores, ergo
visus percipit illam
humiditatem, quare. Sed ista
responsio non videtur
consona verbis Commentatoris, quia
Commentator non dicit quod
gustus non percipit
sapores nisi humetiat,
sed dicit nisi
percipiat humorem, et ita
vult Commentator quod
sicut gustus percipit
sapores, ita percipiat
humorem. Ideo posset aliter
dici quod Commentator
erravit, et fuit
illius opinionis, vel
et aliter sustinendo
Commentatorem, gustus, in
materia gustus, percipit
illumhumorem et non
potest gustus percipere sapores
nisi illius materia
scilicet uervus percipiat
illum humorem. Ut etiam
aliler dicatis quod
gustus in rei
novitate veritate percipit illum
humorem, et sic etiam
percipit saporem, et
non perciperet saporem
nisi prius perciperet
humorem. Et cum dicitur
quod tunc humor
ille non esset
sensibile proprium sensus
tactus, consequeuter etc;
cum autcm dicitur
quod seusibile proprium
est quod ab
uno solo sensu sentitur; didtiir
quocl seusibile iiroprium
al) vuio solo
seusu sentitur per
se et solitarif,
sed bene potest
tale sensibile ab
alio senau sentiri
non solitarie, sed ut est
coniunctum cum alio
sensibili; et sic
in proposito, licet
humor percipiatur a
gustu, non tamen ex
lioc tollitur, quando
sit sensibile proprium
sensus tactus, quia a solo
tactu solitarie [lercipitur, et non ut
est coniunctus cum
aiio seus'bili. Si
autem percipiatur a
gustu, uon percipitur ab
eo solitarie, seJ
ut cum eo
est sapor, qui
est obiectum proprium yustus. Et sic satis.
Teneatis respousionem quam
volueritis. Ulrum grave et
leve sint substantiæ. Modo iu
hoc quod dixit
Commentator est dubitatio
an grave et
leve sint substanliæ.
Pro parte affirmativa
est Commentator, qui
expresse lioc f.itetur;
pro parte vero negativa
suut plurimæ auctoritates
Philosophi st rationes.
Prima est auctoritas
Phiiosophi quiuto Metaphysicorum textu
commLMiti, 15' ubi
expresse dicit quod
sicut caliditas et
frigiditas sunt in
terLia specie qualitatis,
sic gravitas et
levitas sunt in
tertia specie qualitatis, uon
erjo suut gravitas
et levitas formæ
substantiales. Secunda
auctoritas Philosoplii est iu secundo
De geueratione, textu
commeuU, ubi vult idem,
quare. Aliquæ auctoritates
adducerem, sed quia
in istis duobus
locis, expressa iutentioue et
per se determinat
de gravi et levi, si
vero alibi de
hoc dicit aliquid, ut
in septimo Metaphysicorum ex
iucidenti, et cum(?)
non ex propria
intentione, hoc modo, scilicet
ideo, volo (vos)
esse conteutos his
duobus rationibus. Ratioues vero pro
ista parte adsunt
plures, prima vero
est hæc. Nulla coutraria
sunt subitautiæ, grave et
leve sunt coutraria,
ergo non sunt
substantiæ. Alteram ponimus
per Aristotelem iu
cap. de substantia,
ubi dicit quod
in substantia uou
est contrarietas, ergo
quao sunt contraria uou
sunt substantiæ. Illud
idem dixit LIZIO
in quinto Physicorum. Quod autem
grave et leve
sint contraria pouimus
per LIZIO quavto
Cœli et in secundo
De generatioue, quare.
Secunda ratio est:
nullum immediate productivum operationum est
substantia. Proposilio liæc
accipitur a Philosopho
in De sensu
et sensato, ubi
dieit quod ignis,
quatenus igiiis, uon
est activus, sed
quatenus calidus, et sic
non vult
Pliilosophus quoi iguis
concurrat ut agens
immediatura et per
se ad aliquam operationem effective,
sed grave et
leve immediate producunt
motus ascensus et
descensus, ut ponimus
ex primo Coeli,
ergo. Tertia ratio. NuIUim
per se sinijibile
a sensu exteriori
est subiectum. Ista est communis
conceptio, et quasi una maxima, quia, ut commuuiter dicitur, sensus non se
profundat usque ad substantiam rei.
Verum est quod Commentator voluit quod sensus nou iu
quautum seusus, sed
ia quantum sensus
humanus, cognoscit substantiam.
Sed Commentator iu
hac sua fatuitate
deviat a veritate
et sibi ipsi
contradicit. Sed grave et
leve per se
sentiuntur secundum sententiam
LIZIO. Non eiiim
est obiectum, sicut dicunt
quidam pædagogi, quod
grave et leve
sentiuntur per accidens,
quia LIZIO vult
quod eontrarietas levis
et gravis cum
coutrarietate calidi et
frigidi faciat tactum esse
plures seusus; quod
nou esset si
grave et leve
esseut sensibilia per accidens;
sensibilia enim per
accidens non plurifioaut
seusum, qnare. Item
videtur irratiouabile quod
substantia cognoscatur a
seusu, quia vix
intellectus potest coguoscere
ipsam siibstantiam; imo,
iit dixit SCOTO,
substantia non cognoscitur
nisi per maginim discursum,
licet in lioc
opinio Scoti contradicat
LIZIO. Cum ergo laboret
iatellectus ad cognoscendam
substantiam, irrationabile est
concedere quod substantia
a sensu cognoscatur,
sive quatenus est
sensus, sive quatenus
est humanus; imo concedendo quod gravitas
et levitas sint
substantiæ, non solum
habemus concedere quod sensus,
qualis talis sensus,
sed qualis sensns,
cognosceret substantias, quia
non solum homo, sed
etiam bestiæ sentiunt
gravitatem et levitatem. Item secundum
fidem et secundum tenentes
quod substantia non
suscipiat magis et
minus, non possumus tcnere quod
gravitas et levitas
sint substantiæ. Secundum
fidem hoc sustineri
non potest quia Eucharistia
est gravis, quia
videmus quod descendit,
et tamen illa
gravitas non est substantia, quia
in Eucharistia non
est aliquid de
substantia, quod erat
in illa antequam
consecraretur, neque substantia
corporis Christi est
gravis; ergo gravitas
a qua provenit ille
motus descensus est
accidens, et quædam qualitas. Secundum
etiam tenentes substantiam
non intendi aut
remitti, non possumus
hoc sustinere quia
gravitas et levitas suscipiunt
magis et minus,
et nulla substantia
recipit magis et
minus; ergo gravitas et
levitas non sunt
substantia, sed accidens.
Sed quod ad
Commentatorem qui expresse dicit
quod sunt substantiæ?
Primo, possumus dicere
quod Coræntator erravit, nec
est adhibenda fides
ipsi Commentatori, quia
in hac difficultate
roperitur solus Commentator et
in contradictione; in
pluribus enim locis
dixit oppositum, ubi
voluit quod sint qualitates
et non substantiæ.
Ideo possemus dicere,
sicut dicunt legistæ, quid
quando inveniunt aliquem
suorum doctorum in
uno loco dicentem
unum, et in alio
oppositum, dicunt quod
est una bestia,
quia sibi contradicit;
nec talis debetur sustineri, quia
nescimus quam partem
tenuerit pro firmo,
cum in uno
loco dicat unum et
in alio contrarium,
sicut uos possumus
dicere; volentes tamen
honorare Commentatorem, dicemus
quod una et
propria opinio Commentatoris
est quod gravitas
et levitas sint
qualitates de tertia
specie et non
substantiæ. Quod autem
dixitCommentator in hac
digressione, scilicet quod
sunt substantiæ, non
dixit secundum propriam opinionem.Unde non
possumus non mirari
de quibusdam fatuis.
quia adscribunt hanc opinioneraCommentatori tamquam
sit illius sententiæ,quia solum
in isto Commento
hoc reperietis: in iufinitis
vero locis reperietis
ipsum dicere quod
sunt qualitates et
accidentia non autem substantiæ.
Teneatur ergo pro
firmo quod opinio
propria Commentatoris est quod
grave et leve
non sint substantiæ,
sed qualitates de
tertia specie. Sed
dices si hæc opinio
est Commentatoris quomodo
vocabitur sua ratio,
quæ probat quod
tangibile uon est unum
obiectum, quia scilicet
calidum et frigidum
sunt in prædicamento
qualitatis, grave vero
et leve in prædicamento substautiæ?
Dicatur quod uon
probat illud per hoc,
sed quia grave
et leve habent
diversum modum immutandi sensum
tactus a calido
et frigido, quumgrave
et leve immutant
per motum localem,
illa vero alia
sine motu. Ideo ex
diversitate modi immutaudi
sensum tactus sequitur
pluralitas in ipso
tactu. Utrum gravc et
leve cognoscantur absque
motiv. Circa idem commentum cadent difficultates,numquid grave
etleve non cognoscantur
nisi per motumut
vero diceret Commentator. Videtur
enim quod non
possint cognosci sine raotu
locali, sicut experientia
testatur, quia non
sentimus an aliquid sit
grave vel leve
uisi illud poiideremus,
ponderatio vero non fit
nisi cum motu locali.
Hæc
etiam videtur sententia
Commentatoris in digressione
quæ dicit quod
uon cognoscuntur grave et leve
uisi mediante motu.
lu oppositum arguitur
quod.cum motus sit sensibile
commuue, ti non
percipiatur grave aut
leve nisi mediaute
motu, non sentiuuturni&i mediante
seusibili communi;cum autem
sensibile commuue non
percipiatur sine sensibili contrario
prius percepto, per
quod ergo proprium
sensibile perciperetur motus ille
mediaute quo cognoscimus
grave et leve?
Quod si dicatis quod
sensibile proprium per quod
motus coguoscitur sit
calidum aut frigidum,
hoc non videtur, quia
possumus seutire gravitatem
aut levitatem uulla
liarum qualitatum percepta,
quod ergo eiit propiium
et per se
sensibile per quod
iste motus comprehenditur, nou
videtur esse nisi
calidum, quare. Ad hanc
dubitationem cousuevi alias
aliter dicere, sed
inveni unam aliam
respousionem quæ melior
est quam illa
alia. Diceudum ergo
quod prius percipio
hoc esse grave quam
percipiam ipsum moveri,
et sic de
levi dicatur, et
mediante gravitate percipio
motumgravis qui cst
sensibile commune. Sed dices: quod
dices ad Commentatorem
quod dixit quod
nou seutitur gravitas
aut levita? nisi
mediante motu? Dico quod
hoc uon dicit
Commentator si bene
inspiciautur verba eius,
sed dicit Commeutator: uon sentitur
gravitas aut levitas
uisi grave aut
leve moveatur, et
diceret: ergo nou percipitur gravitas
et levitas nisi
mediante motu. Primum
enim verum est,
secundum vero falsum. Unde, licet
motus sit prior
natura quam perceptio
iUarum qualitatum, prius tamen
iliæ a sensu
cognoscuntur quam talis
motus, quare. Numquid sensus
tactus sint phires. Circa
illam quæstionem. numquid
seusus tactus sint
plures secundum sit
uua potentia, factum est
argumentum quod est tale: si
tactus essent plures
sensus, non tantnm essent
plures sensus exteriores,
sed plures quam
quinque; sed tantum
sunt quinque sensus exteriores,
ergo tactus non
est plures seusus
sed unus. Ratio est
boua quia cst coniradictio
talis facta ex
destructione consequentis ad
destructionem antecedentis. Argumentum
declaratur, quum si
sensus tactus uon
esset unus sed
plures, ad minus essent
duo sensus, quia
minor numerus qui potest
repeiiri est numerus
binarius; sed alii sensns
exteiiores a tactu
sunt qnatuor: visus,
auditus, olfactus et
gustus: modo duo et
quatuor faciuut sex,
ergo ad minus
essent sex, et
sic esseut plures
quam quinque et
uon tantum quinque Aristoteles ubicumque
loquitur de sensibus erterioiibus et
etiam Ecclesiastes dicifc:
peccasti in quinque
sensibus; quare sequitur quod
seusus tactus non
sit plures sensus. In
oppositum est LIZIO
in capite hoc.
Ad hoc argumentum
difEcile est respondere. Respondet enim AQUINO (si veda) quod
sensus esteriores sunt
tantum quinque, et
sensus exteriores sunt plures
quam quinque, nec
ista contradicunt, quod
declarat; nam sensus
exteriores, secundum species,
sunt plures quam
quinque, quum tactus
sunt plures secundum speciem,cumplures sint
potentiæ tactivæsecundum speciem;et
itæuumerandopotentias tactivas
cum aliis quatuor
potentiis aliorum quatuor
sensuum exteriorum, secundum
speciem plures sunt
quam quinque sensus
exteriores, seu potentiæ
sensuum exteriorum. Secrmdum
vero genus proximum,
tantum sunt quinque
sensus exteriores, quum
potentiæ tactivæ conveniunt
omnes in uno
geuere proximo, ratioue.cuius
sunt ut ui.a
poteutia: et sic sensus,
secundum genus proximiim,
fit unus sensus;
et sic numerando
tactura f um
aliis sensibus sunt tantura
qninque. Genus autem
proximum secundum quod
potentiæ tactivæ conveniunt
seu in quo
conveniunt et fiunt
quodammodo una poteutia,
sunt sie quia omnes
potentiæ tactivæ percipiuut
proprias contrarietates, per
se, per medium
iutrinsecum, et per
accidens, per medium
extrinsecum; et ideo
quia omnes potentiæ
tactivæ in hoc genere
proximo, scilicet in
uno modo percipiendi
sua tangibilia, ideo
ratione huius generis proximi,
omnes firmt ut
una potentia et
tactus fit uuus
sensus; seciindum ergo
speciem sensus exteriores
sunt plures quam
quinque, secundum vero
genus propinquum sunt præcise
quinque; et hoe
modo loquitur Aristoteles
de sensibus exterioribus
cum dicit iilos
esse quinque, et
non prirao modo
secundum speciem. Sed
ista responsio licet videatur
prima facie satisfacere,
interius tamen perscrutanti
videtur non posse stare,
quia si concedis
quod potentiæ taotivæ
sint plures quam
quiuque, et una
secundum genus proximum,
quod sumitur ex
modo sentiendi per
se, per medium
intriusecum, et per æcidens, per
medium extrin.^ecum ; si
ista sit causa
præcisa quare potentiæ tnctivæ
siut una potentia,
quia scilicet omnes
sentiunt per se,
per mediuni intriusecum, sequitnr
quod tantum essent
quatuor sensus exteriores,
quura, cum gustus
et tactus eodem
modo sentiunt, scilicet
per medium intrinsecum,
gustus et tactus cssent
unus sensus, quia
conveniunt in uno
geuere proximo quod
est sumptum ab uno
modo sentiendi. Item
non tantum quatuor,
sed duo essent
sensus exteriores. Probatur quia
tres sensus,' visus,
auditus et olfactus
sunt uuus sensus,
cum conveniunt in uno
genere proximo sumpto
ex eodem modo
immutandi seu sentiendi,
quia omnes illi
tres senliunt per
se, per medium
extrinsecum; gustus vero
et tactus essent
uuus alius sensus, ut
visum est, quare
tantum duo essent
sensus exteiiores. Ideo AQUINO
in prima parte et
in Quæstionibus disputatis
dedit aliam responsionem
et eura secutus
est ROMANO liie in
expositione. Dicunt enim
quod sunt quinque
sensus exteriores, quia
simt quinque modi immutandi
ipsos sensus: sumuntur
autem isti modi
sic: quia in
mutatione sensuum exteriorum,
aut obieetum tantum
specialiter immutatur, et ex
isto modo immutandi
sumitur una potentia
quæ est potentia
visiva; aut obiectum
realiter immutatur per motum
localem, organum vero
specialiter, et ex
isto modo sumitur
iraa alia poteutia
quæ est potentia
auditiva; aut obiectum
conveuienter immutatur per
motum • alteratiouis et
orgauum specialiter, et ex hoc
modo sumitur tertia
potentia quæ est potentia
olfactiva, fit enim
olfactio per fumalem
evaporationem quæ non
est sine motu alterationis; :n
tactu vero et
gustu est etiam
immutitio realis ex
parte obiecti, et ex parte organi
et sensus, sed
aliter et aliter.
Omnia aliter immutantur
tactus et aliter
gustus. quia tactus immutatur
realiter a qualitate
propria et tangibili
cuius est perceptivus:
gustus \ vero realiter
immutatur non secundum
qualitatem propriam, sed
secundum qualitatem
alienam,quia immutatur realiter
ab humore et
specialiter recipit sapores.
Non enim oportet
quod si gustus
habeat pereipere dulcedinem,
ut gnstus fiat
realiter duk-is, sed
bene oportet quod fiat
actu bua.idus. Oportet autem quod,
si debeat percipere
caliditatem et alias qualitates
tangibiles, ut tactus
fiat actu calidus,
frigidus et sic
de aliis. Et ideo
ex ista diversitate,
qnæ est inter
irarautationem realem tactus
et immutationem realem gustus,
sumitur diversitas potentiæ
tactivæ a potentia
gustativa, et sic
sumuntur isti duo
sensus. Priraura ergo
ex istis quinque
raodis immutandi, quibus
sensus cxteriores contingit immutari,
sumitur numerus sensuum
exteriorum. Kedeun^lo modo io ud
propositum argnræi;ti, dicniit
qiiod liotentiæ tactivæ
in specie snnt
plures; in genere
tamen proximo omnes
sunt ut uua
potentia, quia omnes
potentiæ tactivæ conveniunt
in lioc, qund
eodem modo inimutantnr
ut dictum est.
Quare. Licet in quarta
re-ponsioue esset difficultas
quam. tetigi snpra,
dum legerem commentum
dc Inimido, quum
dicunl gustum percipere,
ad hoc nt
species saporis compreliendat; quia,
ut supra diximu^,
non videtur possibile
quod gustus percipiat
hnmorem, quia sensibile proprium
est qnod nou
conlingit altero sensu
sentiri: cum ergo
humor sit seujibiie proprium
sensus tactus, quomodo
pnssibile erit talis
humor a gustir
percipi? Sed de
hoc satis dictum
iam. Verum circa lianc
responsionem Thomæ et Ægidii, insurgit
multo maior difficultas; quia, licet
venim sit quod,
si tactus debeat
percipere calidum, frigidum,
liumidum et siccum,
(debeat eadem fieri)
licet hoc de
sicco non appareat;
non enim mihi
videtur, nec ita est
quod si manus
mea sentiat aliquid
siccnm ut manus
mea fiat sicca;
non tamen vertnn est
in qnalitatibus sequentibus
quatuor qualitates primas.
Nec
si tango aliquid
leve, manus mea
fit levis, nec
si dunim dura,
nec si nuUe
mollis, uec si
asperum aspera. Dicerera
enim: hoc est
extrema fatuitas; mihi
videtur, quod ratione
continui, quia asperum leve
et aliæ qualitates
taugibilcs sequentes primas
qualitates non sunt
qualitates activæ, sed bene
eas sequuntur; ideo
uon oportet quod
si tango aliquid
grave quod illud
tale inducat gravitatcm
in ra;inu mea,
et sic de
aliis et ita
nou videtur quod
omnes potentiæ tactivæ habeauteumdem modum
immutandi utdicit AQUINO (si
veda), quia ut diximus.licet
duæ potentiæ tactivæ habeant
eumdem modum immutandi, scilicet potentia
perceptiva calidi et
frigidi, et potentia perceptiva
Iniraidi et sicci,
licet de sicco
nun videatur verum;
aliæ tamen potentiæ
liabent uiodum immutandi.
Ideo pctentiæ tactivæ
non possunt esse una
poteutia in genere proximo
si deberet sumi
genus proximum ab
illo modo immutandi
quem posuit AQUINO (si veda) in ipso
tactu; quia, ut
diximus, illud non
potest esse unum
genus proxiunnu, cuni
uon sit idem
modus immutandi omnes
potentias tactivas; ideo
do aliam respousioneff . Su;. Non sic
autem est de tactu, quum tactus per se primo pereipit omnes
contrarietates tangibiles. Ideo ratio valet de tactu quum per se primo
percipit plures contrarietates, non
valet autem de
sensu communi, quura
sensus communis non est
per se primo
perceptivus plurium contrarietatum, sed
per se primo
percipit unam contrarietatem innominatara.
Sed ista responsio
non videtur sufficiens
quum ista dicam de
tactu, quod scilicet
tactus non per se prinio
comprehendit illas contrarietates, sed per
se primo tactus
est perceptivus unius
contrarietatis innominatæ, quæ
similiter vocetur a et
Ib; et ita
sicut SENSVS COMMVNIS est unus,
ita sensus tactus
erit unus. Dixit AQUINO (si veda), in
prima parte, in Quæstionibus disputatis,
quod probabiliter potest
teneri quod sensus tactus
sit unus sensus,
nec aliqua ratio
demonstrativa est in
apprehensioue; sed quod dicemus
sustinendo Aristotelem? Sustinendo opinionem LIZIO dicemus, quod
non est eadem
ratio de sensu
communi et de tactu,
quia non est
eadem ratio deservo-et de
domiuo, quia enim
sensus coramunis est
sensus interior, et
communis virtus pro eius
unitate non requirit
uuitatem contrarietatum; imo
stat cum unitate eius
pluralitas contrarietatum; modo
in sensu par.iculari
et exteriori est
bene necessarium qtiod,
si seusus est
unus, debeat esse
unius contrarietatis tantum
per se primo perceptivus. Cum
ergo tactus sit
seusus particularis et
exterior, si nou
erit unius contrarietatis tantum per se
primo perceptivus, nou
erit unus sensus:
modo, ut apparet,sensus tactus
est per se
primo perceptivus plurium
contraiietatum, ut contrarietates calidi et
frigidi et similiter
contrarietates humidi et
sicci, quorum nulla
ad alteram reducitur, quare.
Ideo necessario tactus
debet poni plures
sensus nou autem unus; non autem est sic de seusu coramuni. Sed adhuc
contra nostram determinationem insurgit difficultas, quam fugiemus fugiendo ad sensum
particularem, quod si talis sensus percipit plures contrarietates est plures sensus,
et si percipit tantum uuam contrarietatem est sensus unus. Modo obiicieudo dicet
quis quod non possumus ad hoc fugere, quum visus est uua potentia particularis,
et tamen percipit sua obiecta quæ magis distant quam obiecta sensus tactus, visus
enim PERCEPTIVVS – GRICE POTCH AND COTCH -- est coloris [THAT PILLAR BOX SEEMS
RED – VERMILLION, NOT GREEN] et lucis; modo magis distant lux et color, quam calidum
et frigidum, humidum et siccum et quam aliæ differentiæ, seu contrarietates qualitatum tangibiiium, quum lux est qualitas æterna,
color vero est qualitas non æterna; omnes autem qualitates tangibiles sunt generabiles
et corruptibiles; modo plus differunt æternum et corruptibile, quam corruptibile
et corruptibile; ergo color et lux magis differuut quam qualitates tangibiles, seu
contrarietates earum ad iuvicem differant; non ergo est coiicludendus seusus tactus
esse plures sensus ex eo quod est sensus
particularis perceptivus contrarietatum plurlum omnino distinctarum, quia videmus
quod visus est una potentia ut communiter
conceditur, et tameu visus est una potentia particularis percipieus sua obiecta
magis differentia quam obiecta et contrarietates sensus tactiis, quare. Ad hoc dari
possunt duæ responsioues secundum quod duæ sxmt opiniones de luce. Prima respousio est secundum tenentes quod
lux sit idem subiecto quod color, licet color et lus formaliter distinguantur; nam
secundum istos, color nil aliud est nisi lus obumbrata, et ista lus et color sunt
idem subiecto et materialiter, distinguuntur autem formaliter, quia lux est lux
pura, color vero lux non pura. Secundum ergo
hanc responsionem negatur quod color et lux magis differant quam contrarietates tangibiles, imo
sunt unum et idem subiecto, licet formaliter distinguautur. Secundum vero alteram
opinionem quæ teuet quod non sint realiter idem color et lux, est dicendum quod
in comparatione ad ipsos sensus magis differunt obiecta tactu-j, quam lux et color,
licet in se et esseutialiter magis differunt lux et color quam obiecta tactus, ut
probat argumentum. Quomodo autem iu comparatione
ad ipsos sensus altera est diversitas inter calidum et frigidum, et huraiJum et
siccum, verbigratia, quam inter lucem et colorem, declaro, quia comparando lucem
et colorem ad visum, lux et color se habeut in quadam aualogia; primo enim percipitur
lux dein color: color enim mediante luce percipitur, ut supra dixit LIZIO, cum dicebat:
color est actus diaphani secundum actum
in actu ilhiminati, ut exponebat Commentator, et sic color percipitur mediante luce.
Modo in contrarietatibus tangibilium non est talis aualogia quum omnes tales contraiietates
per se primo percipiuntur a tactu, nec una percipitur mediante alia. ideo
remauet quod tactus sit pUires, licet sensus visus sit unus sensus. Sed circa totum
quæsitum est ima difficultas per se et seorsum
distincta ab Jiis quæ hucusque dicta sunt, quia non videtur omnino necessarium quod
tactus sit una potentia et imus sensus, non autem plures, quum illa potentia, quæ
iudicat circa plures coutrarietates est una potentia; sed tactus iudicat circa plures
contrarietates, per tactum euim et non per alterum sensum iudicamus an hoc sit calidum,
frigidum, humidum et siccum; ergo sensus
tactiis est unus sensus et una potentia. Hæ ratione utitur Philosophus hic inferius,
ubi probat quod datur alius sensus a QVINQVE SENSIBV, qui est sensus interior, quare.
Ad hoc dicatur quod non est tactus qui ponit differeiitiam inter tangibilium contrarietates,
neque est una aliqua poteutia tactiva, quæ afferat iudicium de pluribus quam de
una contrarietate tangibilium, sed SENSVS
COMMVNIS – THAT MOORE LACKED – GRICE -- est qui de omnibus illis iudicat. Decipimur
autem nos et credimus quod sit sensus tactus illud quod de omuibus illis
iudicet, quum potentiæ tactivæ coucurrunt initiative, sed non principaliter ad hoc
iudicium. Cum enim unaquæque potentia percipit suam contrarietatern, suut occasiones
SENSVI COMMVNI ut omnes illas contrarietates
comprehendens de illis iudicet; ideo cum poteutiæ tactivæ sunt ut principium occasionale huius
iudicii, credimus nos quod
hoc iudicium fiat
ab una potentia
tactiva, sed non
est ita. Ideo
error est in ista
existimatione. Sed rursus
iustabit quis uostrnm
quando ita dicam
quod visus non est
qui iudicat de
istis coloribus, sed
dicam quod est
sensus communis, qui
aftert hoc iudicium, et
ponit differentiam iuter
unum colorem et
alterum, sicut tu
dicis de tactu, sed
secundum communem existimationem visus
est, quod iudicat
de istis coloribus;ergo et
tactns iudieaMt de
oiunibus qiialitatibus tangibilibiis
et sic teuebimus quod sit
una potentia tactiva,
quæ omnes qualitates
tangibiles compiehendat, ad hoc
ut inter
illas possit ponere
differentias et conveuientiam.
Dici possit primo
concedeado quod verum
est quod non
est visus qui
iudicat de coloribus,
sed est sensus communis; visus
autem solum initiative
coucurrit ad hoc
iudicium, sicut quod
dicebatur de tactu.
Vel aliter dicatis
quod visus est
qui ponit differentiam
inter ipsos colores, tactus
autem nou est
qui ponit differeutiam
inter tangibiies qualitates,
quum est aliqua diversitas
in visu et
tactu: sed super
hoc considera tu. Utrum
sensus tactus sint
fmiti vel infiniti. Cum
determiiuitum sit in præterita quæstione
quod seusus tactus
est plures, oportet
secundo loco videre
an sensus tactus
sint infiuiti, an
finiti et quia clarum
est quod non
suut infiniti . ergo
fiuiti. Ideo cum
sint fiuiti quærimus de
modo eorum, quot
sciiicet sint sensus
tactus, seu poteutiæ
taciivæ. In hoc quæsito reperiuntur
multæ ac vaiiæ
oidniones. Aliqui tenueruut
quod duao tautum
essent potentiæ tactivæ, aliqui
quod qualuor, aliqui
quod quiuque, aliisex,
alii septem, ut diximus,
ergo. Una est
opinio quæ tenet
quod potentiæ tactivæ
sunt tautum duæ,
una quæ est perceptiva
calidi et liigidi,
et rædiorum, alia
quæ est pereeptiva
iuimidi et et intermediorum. Aliæ vero contrarietates tangibiiium
aut reducuntur ad
has duas contrarietates primas
et ab eisdem
percipiuntur potentiis tactivis,
aut sunt sensibilia communia. Uude
potentia perceptiva humidi
et sicci perceptiva
est duri et
mollis, qnum durum siccum est, molle vero esfc humidum. Ideo per
eauidem potentiam hanc coutrarietatem con,prehendimus per
quam comprchendimus humidum
et siccum; de gravi
autem et levi
dicit hæc opinio
quod sunt sensibilia
coramunij, ut videtur
dixisse supra Comræntator, ubi
dicit quod ista
diio pe;cipiuntur sine
motu; et ita cum
motus sit sensibile comraune,
et grave et
leve aut sunt
motus, aut non
percipiuntur nisi mediante
motu, erunt ergo
grave et leve
sensibilia commuuia; de
aspero autem et
leni aliqui dicunt quod
reducantur ad humidum
et siccum, quia
asperitas, scilicet in qua
una pars
supereminet alteri, provenit
ex siccitate: levitas vero
ubi onines partes
sunt æquales et nullum
alteri supereminet, provenit
ab hiimiditate et
ifca reducitur hacc contrarietas ad
contrarietatora quæ est
iu humido et
sicco. Pouimus ergo,
secundum banc opiuiouem, qualiter
omues contrarietates tangibilium
percipiuntur a duobus
poteutiis tactivis, et
ita quod tactus
sit tantum duo
sensus. Aliquibus autem
non placuit liæc opinio,
et primo quoad
hoc quod diximus
de duro et
mclli, quod reducuntur
ad liumiduui et siccura,
quia non coguoscinius
durum per solam
siccitatem; non euim coguoscimus aliquid
esse durum ex
eo quod est
siccum, sed ex
eo quod est
comprehensivum (compressivum?) a
tactu non cedit
tactui; similiier nec
perapiraus aliquid esse raolle
percipiendo illud esse
humidum, sed ex
eo quod videmus
illud cedere tactui,
et sic hæc opinio
videtur falsa. Nec stat talis
opinio cum ræute
C 'mmentatoris, quia
in hoc capite
Commentator vult quod per
aliam poteutiam percipiantur
oranes hæ qualitates
tangibilium. Unde, secundum ipsum,
alia est poteutia
calidi et frigidi,
alia humidi et
sicci, alia gravis et
levis; non autem
secundum eius intentionem
poteutia perceptiva calidi
et frigidi, et potenlia
perceptiva humidi et
sicci suut potenliæ
perceptivæ oranium aliarum
contraiietatum tanglbilium, quare
secuudum sententiam Commentatoris non
tantum sunt duæ potentiæ
tacti\æ, sul plures
quam duæ. Quod etiam
dixit liæc jirima
opinio de gravi et
le\i, quod sunt
sontibilia communia et
non percipiuntur uisi
mediaute motu, non videtur
esse ad mentem
Aristotelis, quum hoc numquam
posuit Aristoteles, scd
ista enumerat inter
differenfias tangibilium, tamquam
obiectum proprium sensus tactus,
neque videtur forte
necessarium quod percipiatur
motus, si debeat
gravitas et levitas
ccmpreliendi: quia si
ista duo perciperentur
mediante raotu, cum
motus sit sensibile commune,
per quod percipietur
ipse motus? Aut
enim per sensibile
propriimi, aut per
sensibile commune; sed
non videtur quod
motus percipiatur mediante sensibili proprio,
neque mediante sensibili
communi. Non viJletur
ergo quod si
debeam grave et leve
comprehendere, (oportere) ut
mntum i|isum comprehendam.
Quod autem dixit hæc opinio
de aspero et levi, quod
siilicet roducuntur ad
figuram, videtur esse satis
tolerabile dictu. QuiS,
ergo hæc opinio
videtur in multis
deficere, ideo altera
veperitur opinio quæ
tenet quod potentiæ
tactivæ sunt quatuor,
scilicet: prima quæ percipit
contrarietatem calidi et
frigidi, secuuda quæ
percipit contrarietatem humidi
et sicci, tertia quæperciplt
contrarietatem gravis et
levis, quarta quæ
percipit contrarietatem duri
et mollis. De
aspero autera et
de leni non
ponitur poteutia ab
illis quatuor distiucta, quæ
talis contrarietatis sit
perceptiva, quia haoc
aut reducuntur ad
figuram, aut ad contrarietatem quæ
est iu humido
et sicco, et
ideo percipiuntur ab
illa potentia, quare. Aliqui
alii, non contenti his
quotuor potenfiis tactlvis,
ponunt unara aliam
potentiam tactivam, quæ
attenditur penes dolorem
et lætitiam. Ratio autem
cur ponant hanc
potentiam tactivam, est
quia per tactum cognoscimus
delectationem et tristitiam,
sed nou peraliquam
potentiam determinatam ista
cognoscimus; quia aliquando sentimus delecfationem
aut tristitiam, et
tamen non comnrehendimus calidum
et siccum, durum et molle:
sicut si quis vestrum pingat
papillas mulieris, ex illo tactu
sentietis magnam delectationem, et tamen
in tali delectatione
nou sentietis anil
quod tangitis sit calidum, frigidum,
nut humidum et
siccum, aut grave
et leve. Similiter
si quis patiatur magnum
dolorem seutit maxiraam
tristitiam, et in
percipiendo dolorem sensit iiuanta est sic,
quum nescit an sit calida
vel frigida, humida
vel sicca; ergo
delectatio et tristitia percipiuntur
per tactura, et clarura est ad
sensum; et cura
non percipiatur ab ali(iua
quatuor potentiarum, videtur esse
necessarium ponere quintam
potentiara, quæ sit delectationis
et tristitiæ porcepiiva. Istam opinionem
insequentes inter se diversificati suni;
quia quidam volunt
quod hæc sit
tantum una potentia
tactiva dispersa per
totum animal, aliqui
vero voluut quod
sint duæ potentiæ,
uua quæ est in
rærabris genifalibus, et hæc
potentia percipit maximam
delectationem, qnæ possit csse
in ipso tactu:
delectatio enim quæ
datur in actu
venereo est tanta,
ut dixit Hieronimus, ut
si angeli coireut,
duni essent iu
concubitu, oblivis^erentur de
orauibus rebus. Aliqui alii
ponunt aliam potentiam
tactivam in gutture,
et hæc perceptiva
est delectafionis in gusta
secundum contemporantiam cibi,
in qualitatibus primis.
secnndum quam ipsum
cibura est conveniens
auiraali; ista autem
delcctafio gulæ est
ibi vere et proprie
delectatio, sed non
est fanta quanta
in venereis. Cum
autem istæ duæ delectationcs non
suut lu (|uacumque
parte uostri corporis;
sed uuaquæque illarum fit
in certo et
determinato loco; ideo
iiosiierimt isti has
duas virtutes sensitivas
partiales in membris
nostri corporis, unam
scilicet in membris
genitalibus et alteram in
gula. Aliqui alii
ponunt tertiam potentiam
perceptivam tristitiæ et lætitiæ, quam dicunt
esse dispersam per
totum corpus animalis,
et ista tertia
potentia est perceptlva lætitiæ et
tristitiæ, quæ fiimt iu
toto corpore, sicut
quando liabemus scabiem,
sentimus magnum pruritum
per totum corpus, quem cum quærimus manu
amovere, carpendo ipsam
cutem, sentimus raagnam
delectationem per totum
corpus ; verum post hanc
delectationem quæ est
iu pruritu, insequitur
maguus dolor et
tristitia, qualiter non est iu delectatioue
venerea et delectatione
gulæ; nec ista
delectatio est tanta, sicut
sunt illæ duæ.
Licet Couciliator fuerit
vir magnus, mihi
tamen videtur quod ista sua
opinio ponens illam quiutam potentiam tactivam, quæ est perceptiva lætitiæ et
doloris sit contra LIZIO,
quum si," præter
iilas quatuor potentias,
essetponere hanc quiutam potentiam,
LIZIO fuisset vakle
dimiuutus, quum Aristotelis
(sit sententia), ego
credo quod sit iu testu
commenti, quod obiecta tactus
sunt differentiæ corporum
generabiliura et corruptibilium. quatenus
generabllia et corruptibilia, quod non
est de dolore
et tristitia; ueque
Aristoteles in hoc
loco, neque alibi
ut in quinto De
animalilms enumerat dolorem
et tristitiam inter
obiecta tactus, sed
bene enumerat semper alias
contrarietates. Argumentum taræn
hoc non est
deraonstrativum sed probabile, quia
posset respondere Conciliator
quod LIZIO solum
enumerat obiecta tactus magis famosa. Secunda
ista opinio non
videtur nimis suificiens,
quia non potcst bene
evadere difficultates, quia
cum tactus, secundum
Conciliatorem, dolorem sentiat,
tactus cognoscet se
dolere et sic
cognoscet tactus suam
operationem propriam. quæ est
sentire, quare tactus
erit virtus reflesiva
sui super se,
quod est falsum. Tertio
deficit hæc opinio,
quum, licet lætitia
et dolor non
fiant siæ cognitione
tactiva, uon tameu
ista duo sunt
operationes potentiæ tactivæ,
sed operationes Cli. apprehensivæ,
quæ est una
virtus distiucta a
virtute tactiva; ideo
cum dolor et
tristitia non sentiantur
a virtute tactiva,
sed ab apprehensiva,
non est pouenda
illa quiuta potentia tactiva,
quæ habeat lætitiam
et dolorem comprehendere, quare
nullo modo potest stare
opinio Conciliatoris. Quare
puto quod melius
sit tenere quod
tantum sint quatuor poteutiao
tactivæ. Pro solutione
autem argumeuti Conciliatoris, est
tria considerare iu
ipso dolore aut lætitia: primo
causam doloris et
tristitiæ (sic), secimdo res
quæ est dolor,
vel lætitia, tertio
coguitiouem doloris et lætitiæ. Tunc
dico quod causa lætitiæ
est impressio conveniens
iu ipso tactu,
causa vero tristitiæ
est mala et disconveniens impressio
facta in ipso
tactu a tangibili, et hæc
causa percipitur ab
ipso tactu. Tristitia vero
et lætitia sunt
qualitates factæ, seu
genitæ in virtute
apprehensiva, quæ qualitates insequuntur
cognitionem tactivam, scilicet
illarum passionum convenientium aut disconvNJuientium. Unde
si tactus cognoscat
impressionem sibi illatam
a tangibilibus sub
modo convenieutiæ, virtus
apprehensiva, quæ sequitur
cognitionem ta-, ctivam, lætatur:
si vero tactus
coguoscafc impressionem sub
modo disconvenientiæ, vittus apprehensiva
contristatur; neque ex
I.oc quod virtus
apprehensiva dolet, aut tristatur sic e.\ conveuienti, aut
disconvenienti impressioue facta
iu tactu, oportet
ut ipse cognoscat lætitiam
aut dolorem; nou
ergo est necessarium pouere
quiutam potentiam tactivam
ex eo quod lætamur aut
tristamur, aut ex
eo quod coguoscimus
lætitiam aut tristitiara,
sicut posuit Conciliator,
quia, ut diximus,
nou est potentiæ tactivæ
lætari aut tiistaii,
sed bene potentiæ
tactivæ est percipere
qualitatem impressam convenienter
aut disconvenienter, ex
qua convenienti aut
discouvenienti impressione
oiiginatur dolor et
tristitia, quare argumentum
Conciliatoris nullius est
valoris. S.d dices:
tu ponis quod
tactus nou est
qui doleat, sed
tamen oportet q>!od virtus
tactiva sit iu
operatione, si virtus
appreliensiva habeat dolere
aut tri&tari. Sed
contra: quia in usu
venereo maxime lætamur,
et tamen non
sentimus calidum. frigidum,
Immidum et siccum,
ergo non oportet
virtutem tactivam esse
in operatione dum percipimus
lætitiara: similiter dicatur de dolore.
Quomodo ergo hoc reducis
ad aliquam quatuor
potentiarum taclivarum cum
a nulla potentia tactiva percipiatur?Illud argumentum
reputatur insolubile, sed istud
argumentum æque bene vadit contra Conciliatorem
quam contra nos:
quum ycet Conciliator
ponat quod lætitia
et tristitia sint
qualitates tactivæ, quæ percipiuntur ab
illa quinta potentia; oportet tamen
ut det causam
ipsius delectationis, aut contristationis, quod
piius debeat cognosci ab
aliqua potentia tactiva;
non possunt autem
creari lætitia et
tristitia, nisi a primis
quatuor qualitatibus; ergo
oportet illas esse
coguitas ab aliqua
potentia tactiva, et ita
oportet etiam concedere,
quod virtus tactiva
perceptiva calidi et
fiigidi, et virtus perceptiva
humidi et sicci
sint in operatione;
si illa scilicet
quinta potentia debeat percipere
lætitiam et tristitiam,
quia lætitia et
tristitia non fiunt sine
cognitione præcedente: quare æque bene contra
Conciliatorem procedit argumentum
factum de venereis sicut
coutra uos, quia
in hoc casu sentitur
maxima delectatio, et
tameu non sentitur calidum,
frigidum, vel humidum et siccum;
quare ideo oportet
solvere argumeutum pro
nobis, et pro
ipso Conciliatore. Dico ergo itaque
quod iu actu
venereo, ubi sentimus tautam
delectationem. sunt calidum,
frigidum, huraidum et
siccum reducta ad temperamentum, sed
tamen tactus non
cognoscit an hoc
sit calidum au fvigidura,
humidum an siccura;
uec hoc inconvenit, sicut
videmus quod boni
coqui faciunt quaudoque
sapores adeo delicatos
ut nescimus an
sint dulces, aut
alicuius alterius certi
saporis; similiter piotores,
admiscendo varios colores
ad invicem, faciunt unum quoddam
quod uon est
albedo, neque nigredo,
uec per visum
iudicamus nos illud esse albedinem
aut nigredinem, sed
percipit visus uuum
quoddam, quod nescit an
sit album aut
nigrum. Bene tamen,
cognoscit visus quod
illud tale commixtus
est color, sed quis
color sit, non
potest discernere, et
similiter de tactu
in venereis ; in
emissione euim seminis
illa delectatio creatur
ex commixtione temperata
calidi et fiugidi, nec
sentio an ibi
sit ealidum vel frigidum. Sed
contra hanc responsionem
insurgit difficultas, quia
diximus quod in
emissione seminis est
caliditas, et tamen
uon cognoscit tactus
an illud contemperaræntum sit
calidura, frigidum; sed
itera contra, quia
si ita esset, sequeretur
quod sensus deciperetur
circa proprium sensibile,
quod est couti"a sententiam LIZIO
superius, ubi dixit:
quod sensibile proprium
est quod ab uno
sensu contingit sentiri,
et circa ipsum
non decipitur sensus ;
quia in illa
emissione seminis est calidum,
frigidura et tamen
tactus non percipit
calidum ibi existens. Si vellem ad
hoc dare responsionem
corarauuem, facile evadereraus
argumentum, dicendo quod seusus
non decipitur ciica
proprium sensibile secundum
genus, sed bene
decipitur visus (nou)
quum color, sed
quum est hic
vel ille color
ut albus vel
niger. Ita dicerem quod
tactus in emissione
serainis non decipituT
iu iudicando an
ibi sit qualitas prima, sed
bene decipitur in iudicaudo quæ illarum quatuor
sit ibi, sed quia hæc
respoiisio nou est
ad mentem Commeiitatoris ut
iiim diximus, ideo
do aliam respousionem quam
iudico esse verara,
et ad mentem
LIZIO et Averrois. Dico ergo
quod tactus non
decipitur circa proprium
obioctum secundumgeuus, uec
secimdum speciem, similiter
uullus alius sensus,
si salventur tres
conditiones positæ a
Tliemistio: scilicet debita
distantia sensibilis ab
ipso sensu, debita
dispositio ex parte orgaui,
et debita dispositio
ex parte medii.
His tribus servatis,
uou decipitur sensus circa
proprium sensibile, sed
bene decipitur altera
earum deficiente, et
sic est in actu
veuereo; decipitur enim
sensus tactus quia
ibi est defectus
ex paite organi,
et propter talem defectum
non potest tactus
rectum iudicium afferre de illo
sensibili; hic autem defectus
potest propter alteram
daarum provenire. Secuuda
causa est maxima
delectatio, seu appetitus
et passio: passiones
enim corrumpunt iudicium,
ex nimio enim
dolore aut lætitia
potest tactus impediri
a recto iudicio.
Altera causa est, quia,
sicut si oculus
habet colorem citrinum,
sicut habent ægrotantes
febre colerica, t.ilis visus
quodcumque videt iudicat
citrinum propter indispositionem orgaui
visus, ieu oculi, sic
dico qiiod in
tactu, ex eo
quod iu emissione
sunt quatuor qualitates multum commixtæ
cum euiittitur semeu,
una species confundit
aliam et non
permittit tactum rectum afferre
iudicium de altera.
Illud ergo commixtum
ex quatuor primis qualitatibus percipitur
a potentia perceptiva
calidi et frigidi,
et a poteutia
perceptiva humidi et sicci.
Sed non recte
percipitur calidum et
frigidum; quare salvatur
quoJ potentia tactiva sit
iu operatione dum
apprehensiva lætatur aut
tristatur, et Conciliator,
iudicio meo, ad
hoc idem debet
deveuire. Sed dices:
ex toto non
solvitur difli ? cultas quam tu non potes negare, quando sentiamus
dolorem et lætitiam: et timc stat argumeutum Conciliatoris: quum cognoscimus dolorem
et lætitiam et
non per aliam potentiam
quara per potentiam
tactivam, non per
aliam quatuor dictarum
potentiarum, ergo debet
dari quintam potentiam
tactivam quac cognoscet
lætitiam aut tristitiam. Quare
si non esset auctoritas LIZIO, adherirem
opinioni Conciiiatoris: sed
quia LIZIO uumquam posuit
lætitiam et tristitiam
inter obiecta potentiarum
tactivarum, ideo puto
esse aliter diceudum,
quæ scilicet sit
potL'utia cognoscitiva doloris
et lætitiæ. Pro
quo debctis scire
quod circa hoc
suut variæ et diversæ
opiniones, quæ scilicet
sit virtus c ognoscens
lætitiam aut dolorem.
Geutilis in secundo,
ibi iu illa
parte Doloris, et
Jacobus de Forlivio
qui est etim
insecutus dicuut quod virtus
cognoscitiva doloris et lætitiæ est
sensus communis. Ugo vero
Senensis ponit quamdam imaginativam
imperfectam dispersam per
totum corpus quæ cognoscit dolorem et lætitiam. Conciliator
vero vult quod
sit illa quinta
potentia tactiva, et sic
circa hoc quod
sit potentia cognoscitiva
doloris et lætitiæ
sunt opiniones iudicabiles
judicabitis autem quæ
sit melior; quæ
enim opinio sit
veraDeus scit; sed
mihi videtur quod tristaii
aut lætari non
sit op^ratio virtutis
tactivæ, sed est
operatio appreheusivæ, quæ
virtus, iu sua
operatione, insequitur cognitionem
potentiarum tactivarum, quæ
sunt in operatione. A qua vero virtute cognoscatur lætitia,
et tristitia sum cum
Ugone aut Jacobo,
nullo modo cum
Conciliatore. Quare. Et
sic Deo duce
expliciuut quæstiones Maximi
Philosophi Ponponatii Mantuani super tres libros
LIZIO de Anima. SUrrLEMEXTA QUARUMDAM QUÆSTIONUM QUÆ PRIU.S
IMPEKFECTE TEADITÆ SUNT. Utrum nobilitas sclmtiac
sumatvr a nobilitate
subiecli vcl a
certitudine dcmonstrationis.
Circa quæstionein illam
piimi De anima,
numquid nobilitas scientiæ
sumatur a subiecti noLilitate,
vel a certitudine
demonstrationis, et præcipue
coutra rationem qnæ teuet
qnod a nobilitate
subiecti snmatnr nobilitas
soieutiæ; ciica quam
rationem dubitatur, quia hæc respousio
uon videtur vera, nam magis videtnr quod perfectio scientiæ
est sumenda a certitudine quam a nobilitate subiecti. Ratio satis evidens est, quia
cum certitudo sit qnalitas, et se habeat nt forma, subiectum vero ut materia; modo
forma e.->t perfectior materia; ideo, cum perfectio
certitudinis sit ut forma, perfectio vero subiecti nt materia, altior et nobilior erit perfectio certitudinis, qnam
subiecti, et sequeretur quod scientiæ, quæ sunt de eodem subiecto essent æqualiter
perfectæ, quod est falsura; quia si una scientia consideraret Deum in quautnm est
intelligens, et alia in quantum est primns motor, valde perfectior est scientia
quæ consideret Deuui in quantum est intelligens, quara ilia quæ consideiet Deum
in quantura est piimns motor. Contraria videtur nola, quia istæ duæ scientiæ considerant de eodem obiecto, ergo sunt einsdem perfectionis, cum perfectio scientiæ
attendenda sit peiies perfectionem in subiectis. Tertio arguitur: data illa positione,
sequeretur, quod scientia quæ esset de subiecto infinitæ perfectiouis, illa scientia
essat infinita, contraria tenet quod si subiectnm est aliquantisper perfectum, scientia
est aliqnantisper perfecta, et si subiectnm sit in duplo perfectius, scientia erit in duplo perfectior
et ita procedendo; ergo si subiectum sit inftnitæ perfectiouis, scientia illius
erit infinite perfecta; sed contra est falsum quia metaphysica et theologia quæ
considerant de Dec sint infinitæ, quia cum tales scientiæ sint qualitates in nostro
intellectu, qui est actu finitus, non possunt esse infinitæ, aliter finitum actu
reciperet actu infinitum; tanien quia soli
Deo conceditnr infinitas perfectionis, sustineudo AQUINO (si veda), dicitur vel
priuium: cum dicis quod nobilitds sit a certitudine demonstrationis nego. et cum
probas quia certitudo se habet ut forma, cum sit qualitas, perfectio vero obiecti
ut materia; modo forma est nobilior materia; dico quod iHa propositio: forma est nobilior materia, intelligenda
est in eodem genere; itaque si aliquo duo
sint eiusdem generis quorum unura se habe.it nt forma, alterum vero nt materia;
illud quodse habet ut forma est nobilius eo quod se habet ut materia, sed si sunt
diversorum generum, dico quia, nt dictum est, obiectum se habet ut substantiale,
et certitudo ut accidentale. Ad argumiutam, cum dicis: sequeretur qnod scientiæ
quæ essentde eodem subiecto esseut æqualiter
perfectæ; dicas quod illa propositio: perfectio scientiæ attenditur penes
subiectum, habent intelligere de subiecto formali. Ad argumentum ergo non inconvenit
id quod deducitur si illæ scientiæ sint de eodem subiecto formali et eodem modo
considerato, sed non sunt duæ scientiæ quæ eodem modo considerant Deum: nam una
scientia est, qiuie considerat Deum iii quautimi est iiitelligens, alia vero quateuiis primus motor.
Prima consideratio est valde perfectior, quia Deus ut intelligeus habet rationem
perfectiorem quam ut primus motor. Ad tertium, si teneamus non esse aliquid infimtimi
in actu, tunc falsum esset quod scientia Dei esset infinita, et sic faciliter solveretur
argumentimi; sed quia fides catbolica tenet Deum esse infiniti sic, ideo oportet
respoudere ad argumentum, quod est valde
diflicile. Ideo isti negant similitudiuem ut primum in quæstione principuli, quia
dicuut quod licet Deus sit infinitus tamen finite compreJienditur, ergo. Ad quod
aliqui dicuut negando consequentiam. Ad probationem, dicuut ad anteriorem negando
eam, quia secuudum quod isti dicuut, non oportet probationem scientiæ adæquari
præcise perfectioni obiecti, et ita falsum
est quod assmmebatur, quod si obiftctum sit perfectionis ut duo, quod scientia illius
sit perfectionis ut duo, et sic de aliis, quare non sequitur: obiectum est infinitæ
perfectionis, ergo scientia iliius est infinita. Ratio et fundamentum Luius opiuionis
est quia intelligens non potest perfecte intelligere Deum, neque est capax infinitatis
Dei, et sic neque scientia Dei est infinita. Ulrum anima sit immortalis secundum
LIZIO. Circa commentum duodecimum dubitatur et moveo quæstiouem quam etiam
tetigi in quæstione mea de immortalitate animæ, quia tenent AQUINO (si veda) el
commentator, quod secundum LIZIO anima intellectiva sit immortalis, licet diversificetur
in eorum positione. Tunc arguo, sic abiicieudo
animam esse immortalem secimdum Aristotelem.
Si intelligere est phantasia aut non sive phantasia, ipsa anima est inseparabilis
a materia, sed intelligere non est sine phantasia; ergo, anima non est separabilis
a corpore. Ratio est conJitioualis
cum positione accidentis, qualiter arguræntum valet de forma. Prima propositio est
LIZIO in textu 12°, secunda etiam est LIZIO, quod apparet per ipsum, nbique locorura
ubi loquitur de ipso intelligere, et in tertio De anima, quod intelligere non
potest esse sine phantasia, quia necesse est intelligentem phantasmata
speculari: boc idem habetis ab ipso Pliiiosopbo in quinto De seusu et sensato,
et in primo Posteriorum et in infinitis locis, uee prohibemur quod in breviori
propositione non acceperim illa duo, sed solum illud ultimum anima non est sine
phantasia, quia idem est ac si adeo illa accipiam, cum ab una parte disiunctive
ad totum valeat argumentum; quare sequitur quod anima sit mortalis. Sed dices
quod illa absolute est falsa, quia solum est verum de ipso intelligere animæ
nostræ pro hoc sæculo, non autem pro alio statu; vel secundum Averroera, solum
habet veritatem illam brevior de intelligere animæ nostræ secundum quod anima
est naturalis materialis forma, non autem secundum quod se intelligit, quia in
ista intellectione non indiget phantasmate. Sic ergo illa secundum AQUINO (si veda) est vera in
hoc statu, non autem in alio in quo nostrum intelligere est sine phantasia;
secundum vero Averroem est vera secundum quod nobis est forma, non autera
secundura quod se intelligit. Sed contra, quum ista dicta AQUINO (si veda) et Averrois præsuppouunt
animam esse immortalem, sed hoc est quod inquiritur, utrum, scilicet, sit immortalis
et utrum habeat aliquam talem operationem. Sed dices, ut dicit AQUINO, quod
oportet primo probare utrum anima sit immortalis et abstracta, deinde probare
utrum habeat operationem propriam. Sed dico: si ita est, quod soraniavit LIZIO
in textu 12°, quod ista quæstio est
necessaria ad cognoscendum abstractionem animæ, simijiter et commentator quod
oportet ponere ante oculos nostros utrum anima habeat aliquam operationera sibi
propriam iiecne, si volumus cognoscere abstractionem animæ? Si enim prius
oporteret probare quod anima sit immortalis et dein hoc habito, quod habemus
aliquam talem operationem propriam, quomodo
quæstio quærens de anima utrum habeat operationem aliquam propriam sibi,
esset necessaria ad cognosceudum quod anima est abstracta, cum LIZIO dicat
oppositum ut diximus? Similiter non oporteret ponere istam quæstionem ante
oculos nostros, scilicet utrum habeat
operationem aliquam sibi propriam, in volendo cognoscere qualitatem
abstractionis animæ ad probandum quod ANIMA
INTELLECTIVA sit immortalis in teitu quinto et sexto et septimo. Prima ratio
quia reeipit omnes formas materiales, et secunda ratio quia intelligere non est
in organo, cum non intelligat anima cum hic et nunc. Tertia ratio quia in hoc
est differentia inter sensum et intellectum, quia sensus post magnum sensibile
non comprehendit minus sensibile, intellectus autem post magnum sensibile, intelligibile apprehendit
etiam minus intelligibile: es quibus concludit quod anima nostra est
immortalis. In omnibus enim autem istis rationibus supponit LIZIO quod egeat
corpore tamquam obiecto, ergo in omnibus istis supponit LIZIO quod anima sit mortalis. Vullis videre quod
ad principia LIZIO sequatur quod anima non possit separari a corpore? Quia
ponit LIZIO in definitione illius corpus
organicum, ergo vult LIZIO quod ANIMA intellectiva, sicut et aliæ animæ – GRICE
ANIMAE NON SVNT MVLTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM --, sit virtus organica; ergo secundum LIZIO
anima semper est cum corpore, et ita non potest a corpore separari. Dices forte
quod non oportet ad sciendum animam esse immortalem scire an habeat aliquam operationem propriam et
abstractam, sed Toluit LIZIO qund, si
perfecte debeamus scire quod anima sit immortaIis, oportet scire quod nec egeat
corpore tanquam subiecto, et ita non est necessarium scire ista secundo De anima,
ad sciendum animam esse immortalem, et hoc est nltimum ad quod possunt
confugere sed contra hic deficit una ratio. Item vultis videre quod secundum LIZIO anima non sit immortalis, et
quod non habeat aliquam operationem propriam et abstractam a corpore,
advertatis quia tunc, secundum LIZIO, consideratio quidditiva in genere causæ
formalis non staret usque ad animam intellectivam: quia anima nostra in aliqua
operatione per se non egeret materia, et sic quantuni ad istam operationem qua,
secundum Averroem, intelligit semper,
vel secundum AQUINO (si veda), pro alio statu, non consideraretur a physico sed
a metaphysico, ex quo non eget corpore in ista operatione, et sic dictum LIZIO
in primo De anima plus non esset verum quia consideratio naturalis stat usque
ad animam. Itera ex felicitate ad idem argno, quia LIZIO mmiquam somniavit illam felicitatem AQUINO
(si veda), quia nihil posuit LIZIO post mortem, sed existimavit LIZIO quod
felicitas animæ nostræ solum sit in hoc mundo et in scientiis speculativis. Imo
ipse AQUINO (si veda), in libro Contra gentiles, asserit quod de mente LIZIO omnis felicitas est in hoc sæculo et
quod felicitas animæ est in cognitione scientiarum speculativarum et maxime in metaphysica,
nec somniavit illam felicitatem quam
ponit Averroes de copulatione intellectus possibilis cum agente; quia si
videatis omnes libros LIZIO ubi loquitur de felicitate et maxime libros ethicæ,
ubi ponit felicitatem in scientiis speculativis, videbitis quod felicitatem no
in alio mundo, quam in hoc Cli.
'2munilo, posuit LIZIO, nec
illaiii AQUINO (si veda), quia aliam vitam non crididit; quare concludendum est
secundum LIZIO animam esse immortalem.
Ulmm definitio de anima sit bene assignala. Contra arguitur quod non sit
convenienter assignata sic. Hæc definitio non corapetit cuiiibet contento super
definito, ergo non est convenienter assignata, patet consequentia: anterior
probatnr quia non competit animæ intellectivæ, quod patet quia intellectus
uullius corporis est actus, quia sic oporteret intellectum uti organo corporeo, quod est falsum et contra
LIZIO, et omnes LIZIO. Quare. Ad hoc argumentum primo respondeo secundum AQUINO
(si veda), secundo secundum commentatorem, tertio secundum nos. Dicit ergo AQUINO
(si veda) in prima parte, in Quæstionibus disputatis, et in multis aliis locis
ubi pertractat hanc materiam semper dat hanc responsionem, dicendo quod
intelleetus noster, quantum est de
ratione sui et ratione potentiarum intellectivarum, sic non est actus corporis;
sed ratione potentiarum sensitivarum sic est actus corporis. Quando ergo dicitur intellectus
nullius corporis est actiis, intelligitur de intellectu ratione potentiarum
intellectivarura. Sed contra hanc ratiocinationem arguo sic: quia si anima
intellectiva, quatenus intellectiva est, non est actus, ideo quatenus intellectiva est, non erit
anima quod est contra LIZIO ponentem illam esse definitionem communem omni animæ;
imo, secundum AQUINO (si veda), dictam univoce de omnibus animabus, et sic
etiam non esseut quatuor gradus [GRADVS, NON SENSVS GRICE] animatoriim, quod
est contra LIZIO ponentem QVATVOR GRADVS animæ – VEGETATIVA SENSITIVA
APPETITIVA INTELLECTIVA RATIONALIS -- in qunrum numero ponit animam
intellectivam. Posset ad hoc forte dicere AQUINO (si veda), quod intellectiva
essentialiter, et, quautum est ratione sui intellectus, non est anima et, ut
sic, non sunt QVATVOR GRADVS ANIMATORVM, sed tamen est anima, prout intellectus
est coniuuctus sensitivæ, et sic, ratione sensitivæ, sunt QVATVOR GRADVS animæ.
Sed miror de hac ratiocinatione, quia expresse non potest stare cum eius
sententia, quum ipse ponit, quod Deus non posset eam facere quin essentialiter
dependeat a corpore, ideo non videtur quod sit actus corporis, nisi quatenus intellectiva
est. Item siimo essentiam animæ intellectivæ
in homine: tunc ipsa est substantia, vel ergo forma, vel materia, vel compositum. Non compositum, quia sic non
esset pars hominis; nec materia ut omnes concedunt, ergo forma et non nisi
corporis. Ideo intellectiva, quatenus talis, non est forma nisi corporis. Item
ipse dicit quod intellectiva est actii pars essentialis ipsius hominis, ideo
oportet, quod cum ex ipsa et corporo fecit imum per se, quod ipsa sit actus et
corpns potentia, aliter non fieret unum
per se, et per consequens non videtur quod sit alicuius quam corporis,
ideo non video qualiter illa ratiocinatio stare possit. Ad hoc forte diceretur,
quod non oportet animam intellectivam actii semper dependere a corpore, licet
corpus ponatur in eiiis definitione, sed sufficit quo ad aptitudinem, sicut
raoveri sursum est definitio levis, quantumcumque leve non semper moveatur
sursum, sed sufficit quod raoveatur, vel posset moveri, et est simile illi quod
dicunt theologi de accidente ut est quantitas, quia quantitas essentialiter
dependet a subiecto, sive sit vero [i, subiecto, sive sit non in subiecto, ut
in sacramento altaris. Istud videtur
incredibile. [II MS ha immortalem in luogo di mortalem. confusione
cviclento del copista coræ risulta da tutto il contesto della questione,
il cui senso complessivo non puo esser dubbio, non ostante qualcbe iiæitczza
clie la tia.scrizione dove avei' fatto
subire alla compihiziuue primitiva. quod anima intellectiva essentialiter et iu
se dependeat a corpore et non dependeat ab ipso in suo opere quod est intelligere.
Itera Deus et natura nih1 aguut frustra; si ergo Deus de necessitate, ut tenet AQUINO
(si veda), infundat auiraam corpori sic
quod non posset Deus creare animam. quin
infundat corpori, valde frustratoria esset ista unio animæ ad corpus si iu
quacuraque sua operatione non indigeret corpore. Itera Aristoteles in proemio
Metaphysicorum; omnis homo natura scire desiderat; cuius signum, [tit ibi dicit
Philosophus, est sensuum delectatio, ut ibi expresse vult quod iutelligere animæ
nostræ ortum habeat a sensu. Ad hoc
credo quod AQUINO (si veda) diceret, et est ultiraa ratiocinatio qnam possit
dare, quod verura est quod intellectus eget corpore pro sua operatione, sed non
semper, sed pro statu isto. Pro alio vero non. Sed hæc ratiocinatio non
consouat auribus (sic) LIZIO, quia esset maximum inconveniens quod
Deus inoarceraverit ipsam per tam paucum tempus in corpore, et defiuiatur quod non egeat corpire uisi pro
statu isto. Ad illud vero quod dicunt theologi de accidente, quod possit esse
sine subiecto et tamen semper dependeat a subiecto, dico quod accidens existere
sine subiecto est merum impossibile apud LIZIO, et ad illud quod dicunt, quod
non oportet animam intellectivara actu semper dependere a corpore, sed
aptitudiue: istnd non est impossible,
quia si sola aptitudo suflBceret in definitiouibus, tunc diei primo
posset quod aliquid esset homo, et actu taræn non esset ANIMAL [ANIMA]
RATIONALE. Sufficeret enim secundum ratiocinationem quod esset aptitudine.
Quare relinquamus istum modura dicendi, et ponaraus illum Averrois qui sic
respondet. Conveuit commentator animam esse
iramortalcra. sed unicara in oranibus
hominibus, in qua positione surrexit quædam nova secta de novo
incipientium philosophari dicentium, ad mentem Averrois, quod anima
intellectiva, in intelligendo, semper eget organo non tamquam subieeto, sed ut
obiecto, et ita anima intellectiva est actus corporis. De hoc nihil vel parum
dixi in mea quæstione, quia non credebam aliquem iecto esse ita fatuura, qui
lioc diceret. Sed ista ratiocinatio est
contra sententiara Commentatoris in commento duodecimo prirai De anima, ubi
dicit quod non est intelligendum, sicut intellexit Alexander, quod intelligere
non sit sine imaginatione. Vult ergo comraentator
quod anima intellectiva intelligat sine indigentia organi. Itera est contra commentatorem
in commento tertio huius tertii, qui dicit quod intellectio qua anima
intelligit est sive corporeo organo. Quare opinio illa cum verbis commentatoris
stare non potest. Ideo aliter dicuut alii et magis ad mentem commentatoris,
quod anima intellectiva habet duas intellectiones, unara in ordine ad nos,
scilicet quo ad nos, et ut sic, non potest intelligere nisi mediante organo, et
ideo, ut sic, anima intellectiva est actus corporis. quæ opinio mihi videtur
extrema fatuitas: primo, quia ponere
illani ciconiam sic est somnium, quod somniavit commentator praeter oranera
rationem, quia anima intellectiva non esset quidditative considerabilis a philosopho
naturali, sed a metaphysico. Ideo omissa etiam ista opinione commentatoris,
remanet tertia ratiocinatio quara solam puto esse ad mentem LIZIO, licet in se
falsa sit; et quod haec sit opinio LIZIO
confirmant sanctissimi et sapientes viri, Gregorius Nazianzcnus. El non
iniendil per hoc, hoc, quod apparel ex hoc sennone, superftcic tenus, scilicel
quod intelligere non sil nisi ciiin imaginatione. Vedi Averroe al commento 12
del De anima, versione latina, Venezia, et N., quod scilicet anima intellectiva
sit mortalis, quæ opinio est impossibilis, quia oppositum monstravit nobis redemptor noster et attestatur raagnis
martyriis. Dico ergo quod intellectus, ut intelligens est, non est actus
corporis, quia Deus benedictus in intelligendo et volendo non eget corpore,
quia ipse est ante corpus, et similiter aliæ intelligentiæ in intelligendo non
egent corpore; sed quia secuudum LIZIO Intelligentiæ [HOLLOWAY HART GRICE
LINGUA E INTELLIGENZA] non influunt in hæc
inferiora, nisi per corpora coelestia, ideo ut sic Intelligentiæ dicantur animæ
corporum coelestium, sed hoc est improprie, et non vere. Cuius triplex ratio potest
assignari, quod scilicet intelligentiæ non
sint vere, nec proprie dici possint animæ corporum coelestium. Prima ratio,
quia Intelligentiæ sunt vere et complete existentes, absque aliqua indigentia corporis
coelestis, cuiusmodi non sunt veræ animæ,
ideo.Secunda ratio est quia intelligentiæ nihil recipiunt a corporibus cœlestibus,
imo dant aliquid ipsis, verum autem animæ aliquid recipiunt a corporibus. Ideo.
Tertia ratio est quia intelligentiæ creant effective, etsi non productive, tamen
conservalive corpora cœlestia, sed veræ animæ
non effective, sed formaliter creant sua corpora. Quare intelligentiæ non sunt vere et proprie animæ appellandæ, ideo
istis non proprie competit definitio, sed aliquo modo. De intellectiva autem dico
quod, secundum LIZIO, essentialiter et in essendo et in intelligendo dependet a
corpore, neque potest esse sine corpore, neque intelligere sine organo corporeo.
Quod enim post mortem intelligamus non est ratio, sed in hoc mundo quod intelligamus
per organum corporeum tanquam per obiectum
est rdtio, quia videmus quod dormientes non intelligunt. Item quia intelligimus
quodcumque velimus; semper enim se affert nobis aliquid obiectum corporeum, et ita
sive intelligamus materialia, sive immaterialia, semper, in intelligere intellectus
nostri, apparet organum ut obiectum intellectus; ergo, quatenus intellectus, non
iudiget corpore, quia non omnis intellectus
indiget corpore, quia intellectus quales sunt Deus et inteliigentiæ nullo egent
corpore in suo intelligere, non ut subiecto, sed ut obiecto; et ita anima nostra
intellectiva est media inter abstracta et bruta – ANIMAL, BRUTE – GRICE -- , quia
animæ abstractorum nullo modo egent corpore neque ut obiecto, neque ut
subiecto; animæ autem brutorum [GRICE ANIMAL BRUTE] omniuo egent corpore, tanquam
obiecto et subiecto, quia cognoscuut cum hic et nunc; anima autem nostra
secundum quod est intellectiva realis utitur in intelligendo organo corporeo, nec
ex toto absolvitur ab organo corporeo, nec enim ex toto et omni modo in intelligendo
eget organo corporeo, quia non eget eo ut subiecto, cum intellectio non fiat
cum hic et nunc, sicut VEGETATIO et SENSATIO,
quæ sunt OPERATIONES eiusdem animæ; hic autem et nunc est conditio materiæ. Anima
autem NVTRITIVA secundum quod realiter eadem est cum VEGETATIVA et SENSITIVA,
et sic in suis operationibus, quæ sunt pertinentes ad vegetationem et
sensationem, indiget corpore ut subiecto, quia omnes tales operationes fiunt
cum conditionibus materiæ, quæ sunt hic et nunc; ideo in talibus operationibus anima
intellectiva, quatenus sensitiva aut vegetativa, indiget corpore ut subiecto; modo
cum operatio eiusdem animæ intellectivæ, quatenus intellectiva est, quæ est intelligere,
fiat sine conditionibus materiæ, quæ sunt hic et nunc: ideo in ista sua operatione
non eget corpore ut subiecto, sed bene ut obiecto, quia quidquid intelligatur ab anima nostra intelligitur per
aliquid corporeum. Ideo media est inter animas cœlestium et brutorum – GRICE ANIMAL
BRUTE --. Quomodo potentiæ anirnæ fluant ab anima. Circa quæstionem illam: quomodo
potentiæ fluant ab ipsa anima. nota quod ista quæstio est perfectior quam illa sit
quæ est in expositione magna. Est igitur videndum ex quo modo potentiæ fluant b subiecto; utrum quodam ordine germinent ab anima
vel inordinate, quod est quærere utrum potentiæ animæ servent determinatum ordinem
sic quod una sit prior et altera posterior,
vel inordinate fluant ab anima sic quod illa potentia quæ nunc est prior, aliquando
erit posterior, et sic de aliis animao potentiis. Ubi dicatis quod non inordinate
procedimt istæ potentiæ ab ipsa anima, imo servant ordinem certiim ac determinatum,
quia natura in operationibus ordinate procedit; si ergo inordinate fluerent istæ
potentiæ ab anima, non fluerent ab anima secundum opus naturæ; tum quia istæ potentiæ
differunt ad invioem specie, ergo habent ordinem essentialem ad se invicem.
Sciatis ergo quod cum TRIPLICES SINT animæ in
genere, scilicet VEGETATIVA, SENSITIVA ET INTELLECTIVA, quæ talem ordinem
ad se invicem servant, quia vegetativa, via originis, PRIOR est sensitiva et intellectiva,
ita potentiæ animæ vegetativæ, via originis, sunt priores potentiis animæ sensitivæ
et intellectivæ. Similiter quia, via originis, anima sensitiva est PRIOR
intellectiva, ita potentiæ sensitivæ, via originis, sint priores potentiis intellectivæ.
Si ergo sit Socrates generandus, quando generatnr, prius prodncuntur potentiæ animæ vegetativæ, postea sensitivæ, demum intellectivæ. Cuius ordinis signum est quia una
potentia alteri ministrat; vegetativa enim ministrat sensitivæ, quod obiicitur?
nam si quis vestrura ieiunet, ita debiiitabitur ut non erit sic quasi in se, nec
quasi poterit videre. Hoc non est es alio, nisi quod anima vegetativa non ministravit
sensitivæ, sicuti solet: nec loquor de istis bouis patribus, quia in illis hoc
ex ieiunio nou evenit; similiter sensitiva ministrat intellectivæ, quia ministerio
sensus accipiuntur species intelligibiles in intellectu. Cum ergo anima vegetativa
ministret sensitivæ et sensitiva intellectivæ, ideo anima vegetativa, via originis,
prior est sensitiva, et sensitiva intellectiva. Loquendo vera de ordine perfectionis est modo contrarium, quia
intellectiva est PRIOR – GRICE ORDER OF PRIORITIES REVERSED LEGAL MORAL RIGHT
EPISTEMOLOGICAL PRIOR MORAL PRIOR ONTOLOGICAL PRIOR -- sensitiva et sensitiva vegetativa.
Talis etiam ordo intelligatur de suis potentiis: quia hucusque locJiti sumus de
potentiis animæ in generali, nunc modo de potentiis animæ in speciali quærendum est, ulrum potentiæ animæ,
puta vegitativæ, ordinate fluant ab anima aut inordinate. Ad hoc dico, quod potentiæ
cuiuscumque animæ ordinate fluunt ab anima, ut si loquamur de potentiis vegetativæ,
dico quod tales potentiæ servant ordinem certum inter se. Unde si loquamur de ordine,
secundum viam originis, potentia vegetativa est prior, quam augmentativa et
augmentativa prior quam generativa; prius enim Socrates genitus verbigratia nutritur,
quam augeatur: nutritiva enim administrat augmentativæ. Si enim Socrates debet augeri,
opoxtet ut nutriatur, si tamen potentia augmentativa prior est, via originis,
quam sit potentia generativa, quia augmentativa administrat generativæ; non enim
in quacnmque ætate potest Socrates generare, sed cum per virtutem augmentativam pervenit ad ætatem
idoneam ad generare. Sed, VIA PERFECTIONIS NON ORIGINIS, generativa prior est quam
augmentativa, et augmentativa quam nutritiva. Idem ordo est in potentiis sensitivis.
Via enim originis, sensus exteriores priores sunt sensibus interioribas et illis
ministrant, nam sensus interior non potest discurrere, nisi præcesserit operatio alicuius sensus exterioris. Via vero perfectionis, sensus interior
prior est exteriori. Idem æcidit de potentiis intellectiis, quiæ sint duao, scilicet
intelligere et velle. Via enim originis,
INTELLIGERE PRIVS EST QVAM VELLE – NOT TO GRICE : WE SOON BELIEVE WHAT WE
DESIRE : JUDGING DEFINED IN TERMS OF WILLING --, et illi ministrat, nam non possumus aliquid velle, nisi intelligamus illud. Via vero
perfectionis, est in contrarium. VISVM est ergo quod, et in generali, loquendo de
potentiis unius animæ ad potentias alterius animæ, et etiani loquendo de ipsis animæ
potentiis in speciali, scilicet comparando ad invicem potentias eiusdem animæ, semper
potentiæ animæ servant certura et determinatum ordinem. Oriturmodo dubitatio de sensibiis exterioribus, utrum sensus exteriores
ordinate proveniant ab eadem anima aut inordinate. Hæc quæstio est valde difficilis,
et causa et ratio dificultatis est quia, cum nullus QVINQVE SENSVVM – URMSON THE
OBJECT OF THE FIVE SENSES GRICE SOME REMARKS ABOUT THE SENSES IN STUDIES IN THE
WAY OF WORDS -- exteriorum ministrat alteri,
videtur quod nullus sit altero prior,
et sic non videtur quod habeant aliquem ordinem ad se invicera – GRICE: DARWIN
WILL DISAGREE! THE AMOEBA HAS TOUCH, NOT SMELL, VISION, AUDITION, OR TASTE, although
I’ll grant that TIMOTHY – unless a kitten -- did five things at once!--, nec videtur quod inordinate proveniant ab eadem
anima, cura sint specie differentes; modo ab eadem causa non possunt effective potentiæ
differentes specie æque primo provenire. Quare.
Et hanc dubitationem tetigit AQUINO (si veda) in prima parte. Ad quam dixit quod
non est aliquis ordo inter istas potentias, sed bene servatur ordo inter eorum obiecta.
Unde, VIA ORIGINIS, OBJECTVM TACTVS – GRICE WARNOCK THE SENSE OF TOUCH -- PRIVS
est quam OBJECTVM GVSTVS – GRICE WARNOCK TASTE VISION --; nara tangibile TANGIBILE
– GUSTABILE AUDIBILE VISIBLE OLFACTIBILE -- est PRIVS, natura, GVSTABILI et OBECTVM
GVSTVS est PRIVS, natura, quara sit OBJECTVM OLFACTVS, et obiectum olfactus est
PRIVS OBJECTO AVDITV, et OBJECTVM AVDITVS est PRIVS QVAM OBECTVM VISV, sed in
hoc mihi non sitisfacit AQUINO (si veda), quia necesse est inter istos particulares
sensus et exteriores ponere ORDINEM PERFECTIONIS et originis, cxmi non possiut,
via originis, simul ab eadem anima provenire, ut dictum est, neque sunt æqualis
perfectionis secuudura LIZIO. Ideo cvedo aliter esse dicendura in hac materia, quara
dixerit AQUINO (si veda). Dico igitur quod in sensibus exterioribus est ponendus
ordo perfectiouis, et similiter ordo originis. De ordine perfectionis non dubitandura
secundmu LIZIO: VISVS enim est PERFECTIOR
QUAM ALII SENSVVM exteriores, et ita vult Aristoteles quod uuus sit altero perfectior
et ita sit ordo perfectiouis ipsis sensibus exterioribus; etiara inter istos sensus
exteriores servatur ordo secundura origiuera; ubi do vobis regulam cognoscendi quis
sensus sit prior, via originis, et quis posterior. Ubi advertatis, quod semper sensus
exterior est prior, via originis, qui est
imperfectior, et ille est posterior qui est perfectior. Quia evgo visus est perfectior
oranibus aliis, ideo via originis est posteiior oranibus aliis. VISVS enira pvæsupponit
omnes alios seusus exteriores, nara in quocumque
est visus, simt alii quatuor sensus, et ila gradatira procedendo semper perfectior
est posterior, via originis, iraperfectiori, et ipsum præsupponit. E contra vero,
sensus imperfectior prior est, via originis, perfectiori, neque imperfectior præsuppouit
perfectionera; et ita TACTVS, qui est IMPERFECTIOR omnibus aliis sensibus exterioribus,
prior est illis, via originis, nec
quemquarn illorum præsupponit. Non puto tamen quod inter hos exteriores sensiis
sit tanta convexio sicut in aliis potentiis animæ, quia in aliis animæ potentiis
semper una est ministrans et altera rainistrata; nec sic autera est de sensibus
exterioribus, quia nuuc non est unus ministvans et altev raiuistvatus, sed bene
in exterioribus sensibus unus præsuppouit alterum via originis. Sed contra hanc nostvam sententiam
arguitur quia, si ita esset ut diximus,
omne habens visura habevet auditura. Consequentia patet, quia, secuudum
nos, visus, via originis, præsupponit omnes alios qiiatuor sensus exteriores,
sed consequens est falsum, quia dixit LIZIO in prœmio primi Metaphysicorum quod
apes nou habent auditum et tamen habent visum. Nam, ut experentia constat, apes
habent oculos et vident. Nam dixit VIRGILIO in Georgicis de apibus quod incedunt per viginti millia ad
colligenda mella, et etiam videmus nos quod omnes ingrediuntur in alvearium per
tam parum foramen, quod non esset si apes non haberent visum. Item dictum fuit
mihi quod duo sint genera colubrorum, unum quod non videt, sed audit, aliud
genus quod non audit, sed videt. Unde dicitiir quod coluber ille qui non videt
posset videre, et qui non audit posset
audire. Homines non possent in terris vitam degere propter malignitatem talium
serpeutium; propter hoc dicitur quod natura uni negavit auditum, alteri visum;
ergo in aliquo animali reperitur visus ubi non reperitur auditus, et est contra
nostram opinionem.Stando ergo in nostra opinioue quod inter sensus exteriores
sit ordo originis, ut diximus, scilicet quod sensiis imperfectior est prior, via originis, perfectiori. Ad primum
argumentum possemus primo dicere quod LIZIO in prooemio Metaphysicornm tuerit
illius opiniouis, quod apes non audiant,
sed in nono De historiis animalium fuit alterius opiniouis quia ibi dixit quod
multum delectantur apes sonis, quia rustici cum volunt adi'ocare exaræu apum
dispersum, sonant iustrumenta rusticana, ad quem sonum cuvruut apes, quæ cum sic adunatæ fueriut,
rustici apponunt aliquem alvearium in quo intrant apes quæ erant dispersæ.
Possemus aliter dicere quod illud prooemium non est LIZIO, ut commimiter
creditur; fertur enira communiter quod verso illud prooemium fuerit
Theoidirasti. Et dicatis quod, concesso quod illud prooemium sit LIZIO, non
tamen assertive dicit Philosophus quod apes
non audiaut, sed loquitur cum hac particula et dictione forte et ita in
illo prooemio fuit dubiiis an apes habeant auditum an non, sed in nono De historiis
animalium, determinando de apibus, dixit
assertive quod apes habeant auditum, et dat experientiam dictam quod
apes multum lætantur sono, quare nostra opinio est multum cousona cum mente LIZIO.
Ad aliud de colubro quod habet auditum
et non visum, credo quod illud mihi dictum sit una fanfalucata et impossibile.
Dedimus in hesterna lectione non nullas ratiocinationes ad argumentnm quod
probat contra nos de apibus. Ultra illas ratiocinationes possot dari una alia
ratiocinatio, quæ est quod verum est quod omne habens visum habet auditum; sed
non oportet, si aliquid animal habeat visum perfectum, quod tale animal habeat
auditum perfectum, et sic de aliis sensibus dicatur. Dico ergo in proposito
quod apes et habent visum et auditura, sed VISVM habent valde perfectum,
auditum vero valde debilem, et ita debilem ut non audiant sonum nisi sint prope
ipsum; nec inc nvenit quod apes habeant auditum et non perfecte audiant, nec
quod in eis frustre^^ur perfecta auditio. quia non inconveuit secundum LIZIO, quod aliqua pote^/cia frustretur in individuo, sed bene
inconveniret quod in toto genere animalium irustraretur visio sine auditione;
videmus enim quod in mulo et mula sunt omnia organa servientia generationi, et
vulva in mula et virga satis magna in mulo et tamen non possunt generare. Ecce
quod in Iiis frustratur potentia ad generationera, nec hoc inconvenit, nec dedit natura mulo virgam tam magnam nec mulæ
vulvam ut ex mulo et mula proveniat generatio, sed hoc fecit natura ad
ornamentura talium aniraalium; sed bene esset inconveniens quod in quolibet
animali frustraretur potentia recto ad generatiouem; sic in proposito dico de
apibus quod apos habent orgauum auditus, verso et aiidiunt sonos, sed valde
debiliter audiunt, et non visi es loco propinquo, et ex suo debili auditu
dicebat Philosophus in prœmio Metaphysicorum duljitative, quod forte apes non
habent auditum, verum in nono De historiis animalium fuit certificatus LIZIO
quod habeaut auditum et quod audiaut, licet valde imperfecte. Utrum species
sensibilis et sensatio sint idem realiter. Circa quæstionem illam: utrum
species sensibilis et sensatio sint idem
realiter, præceptor meus tetigit unam novam opinionem quæ est unius
excellentissimi doctoris. Iste enim vir doctissimus, volens salvare doctores
antiquos, dicit quod ad visionem creandam, albedo producit speeiera sui in
sensu, et tunc ab ista specie et ab anima effective producitur sensatio. Unde
dicit quod species, ut species, producitur effective a sensibili. Ut autem ista
species est cognitio, producitur ab anima,
et sic obiectum concuriit mere etfective ad sensationem, anima vero active
producendo cognitionem, et passive recipiendo speciem, et sic salvat iste vir
quod sensibilia reducant animam de potentia ad actum, scilicet mediate. Salvat etiam
quod sensatio sit operatio animæ, quia non solum passive concurrit auiraa ad
sensationem, sed etiam effeetive cum
ipso simulacro. Et sicut dicit de sensatioue, quod species dependet
eliective ab obiecto, sed ut cognitio ab anima, ita dicit esse de voluntate.
Sed ista opinio in multis est defectuosa, primo quia ista opinio contradicit
doctori suo AQUINO (si veda), qui dicit in expositione textus commenti
centesimi quadragesimi huius secundi, ubi digreditur disputando de sensu
communi au sit perfectior sensibus
exterioribus proprii; expresse dicit quod licet sensus exterior agat in sensum
communem producendo in illo speciem sensibilem quæ est in eo, ut oculus speciem
albedinis, unusquisque tamen sensus particularis et proprius passive et
recipiendo concurrit ad sensationem propriam. Esto enim quod concurrant sensus
proprii effective ad creandam sensationem alienam ut sensus communis, non tollitur tamen propter hoc, ut
recte dicit AQUINO (si veda), quod sicut seusus communis solum patiendo
concurrit ad propriam sensationem, ita sensus exteriores soli passive ad suas
proprias sensationes concurrant. Ubi expresse fatetur AQUINO (si veda) quod
quilibet pure passive et nullo modo active concurrit ad proprias sensationes.
Dico, secundo, quod illa opinio contra AQUINO (si veda) est etiam iu se falsa,
ponendo quod ad cognitionem creandam, et
simulacnim et anima sensitiva concurrant effective, quum si duo agentia
simul effective concurrant ad
productionem alicuius effectus,
hoc potest contingere tribus modis. PRIMO MODO quod ambo
agentia sint eiusdem
rationis, quorum utrumque
sit insufficiens et
impotens ex se producere talem
affectum, sed ambo eura possiut simul producere. SECUNDO MODO accidit quod duo
agentia simnl concurrant, quorum utrumque est alterius rationis ab
altero, et unum disponit, alterum vero inducit. TERTIO MODO accidit quod duo agentia concurrant, unum
ut instrumentum, alternm vero ut principale, nec aliquo alio modo possunt
aliqua duo concurrere ad eumdem
effectum. Primo modo concurrant duo agentia ad eundem effectum sicut Socrates
et Plato concurrunt ad traheudam navim; nam si Socrates sit solnm poterit
movere ut duo, similiter et Plato, navis autem resistere ut tria, verbigratia,
nec Socrates de se nec Plato de se erit potens trahere navim, sed ambo simul
bene essent potentes trahere navim, et Socrates et Plato sunt einsdem rationis in potentia motiva. Isto modo primo,
non potest hæc opinio dicere quod sensus et sensibile concurrant ad sensationem
creandam. Primo quia sensus et sensibile sunt diversarum rationum tum quia
si in infinitum augeretur
potentia sensitiva, similiter
et ipsi sensus poterunt de se sine altero producere sensationes. Secundo modo, accidit quod duo agentia simul concurrant
ad eumdem effectuai, quorum unum subordinatum alteri, et est ut agens
instrumentale, agens in virtute alterius.
Alterum vero agens est principale.
Hoc accidit in scissione lignorum de scindente et securi. Nam Socrates,
verbigratia, scissor lignorum
concurrit, ut agens
principale, ad istam actionem
quæ est scissio,
securis vero conciirrit ad eamdem actionem, ut agens instrumentale, quod agit in virtute principalis agentis. Isto etiam
modo concurrit sol et homo ad
productionem homiuum, quia sol ut principale agens
concurrit, homo vero ut instrumeutale et in virtute solis. Isto etiam
modo non potest dicere hæc opinio quod sensus et sensibile concurrant effective ad sensationem,
ponendo scilicet quod
unum horum duorum
agentium effective concurrat
ut agens principale, et alterum ut
instrumentale, quum, si sic, aut sensus concurreret effective, ut
agens principale, et sensibile ut instrumentale motum a sensu et
agens in virtute eius. Et est maxima fatuitas, quia fatuum est dicere
quod cœlum aut pars cœli, ut
polus arcticus, qui a nobis ita longe abest, concurrat
ad visionem motum a virtute mea visiva, et in virtute oculi mei. Aut erit
e contra, scilicet sensibile concurret ut principale, sensus vero ut
instrumeutum. Et hoc modo non potest dicere, quia tenet iste
quod sensus principalius concurrat ad sensationem quara ipsum sensibile. Item si ita esset,
cognitio esset prior simulacro, quia actio potentiæ sensitivæ immediatius concurreret ad sensationem quam actio ipsius
sensibilis, sed actio sensus non est aliud quam
cognitio, actio vero obiecti est
simulacrum. Tertio modo contingit ut duo agentia
effective coucurraut ad producendum aliquem
effectum, unum disponendo materiam pro actione alterius, alterum vero inducendo formam in materia
disposita sibi oblata. Sicut si habeat fabrefieri
navis, in ista factione navis, concurrit
agens seu artifex, qui liabet
secare ligna, ex quibus habet navis
constitui. Qvæ cum fuerint secta, alius artifex, machinator et ædificator
navium Ch. ^oSverso compaginat et format navim. Istæ
autem duæ actiones sic se habent quod prima, tempore, præcedit secundam. Nara sector liguorum, prius,
tempore, secat ligna quam architectus inducat in illis formara navis; sed uec
hoc modo potest ista opinio imaginari quod sensus et sensibile effective concurrant
ad sensationem producendam, quum
operationes talium agentium, sic
effective concurrentium ad eumdem effectum, sunt operationes diversæ, et
diversorum agentium, et sic
operatio sensibilis esset. (Uversa ab operatione sensus. Non ergo concurrerent
siraul sensus et sensibile ad sensationera, cura sensatio sit
sola una operatio, sciiicet ipsa
cognitio; taraeu quasi sic concurrerent sensus et sensibile. Tunc
sensibile concurreret dispositive ad sensationera,
et sic convei"teretur ista opinio
cura prima opinione,
quia tenuit peima
opinio quod species sensibilis
disponat animam sensitivam ut reducat se
de potentia ad actum. Item multoties est imaginatio in oeulo, et tamen non est visio, scilicet cum non
est intentio ad illiid, sed ad aliquid aliud;
cum vero advertis, subito sit cognitio
et sensatio. Aut ergo aliquid est genitura
de novo iu imagine, vel intentio
ipsius simulacri, vel aliquid aliud. Non intentionem imaginis, nec aliquid
aliud generat sensus in simulacro. Quomodo ergo concurrit effective sensus ad
sensationem, cum recepto simulacro, nihil in eo generet? Dico e contrario
quod ista opinio habet eadem argumenta contra se quæ et prima
opinio. Nam cum ista attribuat actionem
sensni, non recte dixisset LIZIO quod sensatio sit ab ipso sensibili, qvia
sensibile solumraodo dispositive concurrit, sensus autem est principale efficiens.
Et ita tamen saepe errasset Aristoteles in
attribuendo operationes efficienti disponenti,
quæ debebant attribui efficienti priucipali. Quare non
evasit iste vir ab
argumentis quæ fiunt
contra comuninem opinioiiera. Alias
autem duas opiniones
circa hanc materiam
videas in expositione magua et in quæstione propria:
numquid species sensibilis et sensatio sint idem realiter. 1 DEO AUSPICE, ET VALETVDINE
BONA COMITE FINIS IMPONITVR QUÆSTIONIBUS TOTIVS ANIMASTICI NEGOCII
MAXIMI ILLIVS PHILOSOPHI PETRI POMPONATII MANTUANI DUM AN.XX PUBLICE PHILOSOPHIAM
PROFITERETUR BONONIAE. Petrus
Pomponatius. Pomponatius. Pietro Pomponazzi. Pomponazzi. Keywords:
peripatetismo veneto. Pomponazzi. Keywords: paripatetismo veneto, lizio,
corpore, materialismo, animo-anima, Aquino, Nifo -Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Shropshire and Pomponazzi
on the immortality of the soul," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza-- Grice e Pomponio: la ragione conversazionale e l’orto romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A statesman and author. Sometimes misspelled “Pompedio.” The
historian Josephus said he was a senator that followed the Garden. Publio Pomponio Secondo.
Luigi Speranza -- Grice e Pontara: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale, o se il fine giustifichi i
mezzi filosofia trentina – filosofia italiana -- (Cles). Filosofo italiano. Cles, Trento, Trentino. Grice: “I
like Pontara: he wrote a whole essay on Kant’s problem about the reduction of
the categorical to the the prudential imperative, “Se il fine giustifica i
mezzi.” Uno dei massimi studiosi della
nonviolenza. Fortemente dubbioso dell’eticità del servizio militare. Insegna a Torino,
Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, e Trento. Uno dei fondatori di “Per la Pace”. Studia
etica pratica e teorica, meta-etica e filosofia politica. “Se il fine
giustifichi i mezzi” (Mulino, Bologna). Studia non-violenza, Pace, Utilitarismo,
in Dizionario di politica (Pomba, Torino); Neo-contrattualismo, socialismo e
giustizia, Democrazia e contrattualismo
(Riuniti, Roma); Filosofia pratica (Saggiatore, Milano); Antigone o Creonte.
Etica e politica (Riuniti, Roma); “Etica e generazioni future” (Laterza, Bari);
La personalità non-violenta” (Abele, Torino); “Guerre, disobbedienza civile,
non-violenza” (Abele, Torino); “Breviario per un'etica quotidiana” (Pratiche,
Milano); “Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte, Teoria e pratica della non-violenza”
(Einaudi, Torino). G. Pontara. Pontara. Keywords: Grice on the mythic status of
the contract in ‘Meaning Revisited’, Grice against the quasi-contractualist, se
il fine giustifichi i mezzi, contrattualismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pontara” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Ponte: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale maschile – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lodi). Flosofo italiano. Lodi, Lombardia. Studia a
Genova. Insegna a Pontremoli. D'impostazione tradizionalista, dopo gli studi
classici vive a Pontremoli. Storico delle idee e del diritto romano arcaico,
studioso di simbolismo, fonda la rivista di ispirazione evoliana Arthos -- cultura
tradizionale, testimonianza tradizionale, a cura d’Arya di Genova. Cura il Tractatus
de potestate summi pontifices; La Cronologia vedica in appendice a La dimora
artica dei Veda. Tra i fondatori del movimento tradizionale romano. Collabora
attivamente con Arya, ispirate dall'O. I. C. L. Altre saggi: Dei italici; Miti italici,
Archetipi e forme della sacralità romano-italica, Genova, Ecig; Il movimento
tradizionalista romano, Scandiano, Sear; La religione dei romani” (Milano,
Rusconi); “Il magico Ur” (Borzano, Sear); “I liguri: etno-genesi di un popolo”
(Ecig, Genova); “La città degli dei”; “La tradizione di Roma e la sua
continuità” (Ecig, Genova); "Favete Linguis!" Saggi sulle fondamenta
del Sacro in Roma antica” (Arya, Genova); "Ambrosiae pocula" (Tridente,
Treviso); "Nella terra del drago" note insolite di viaggio nel Regno
del Bhutan (Tridente, La Spezia); “Il mondo alla rovescia” (Arya, Genova); “In
difesa della tradizione” (Arya, Genova); “Le sacre radici del potere” (Arya,
Genova); “La massoneria volgare speculativa” (Arya, Genova); “Lettere ad un
amico” (Arya, Genova); “Hic manebimus optime” (Arya, Genova); “Etica aria”
(Arya, Genova); “Aspetti del lessico pontificale: gli indigitamenta”; “ “I LARI
nel sistema spazio-temporale romano”; “Santità
delle mura e sanzione divina,”; “Gl’arii”; “Via romana agli Dei”; Centro studi La Runa.IL MOVIMENTO
TRADIZIONALISTA ROMANO: Studio storico preliminare SeaR. Quanto
segue è, nella sostanza, il contenuto di una conferenza tenuta a Palermo
presso l’istituto Platone riprodotto con aggiunte note critiche e
documentarie, per le Dispense d’Arx di Messina, edite da Ruta. Il testo
viene ripresentato con maggiore dignità tipografica e tiratura, onde favorirne
la diffusione, con poche modifiche e aggiunte, in questa nuova collana
della Sear di Scandiano. Poiché è certamente la prima volta che con
una certa organicità viene affrontato questo argomento, il presente
scritto può a ben diritto definirsi una novità. Tuttavia, dal momento che
il nostro testo viene presentato come uno studio storico preliminare,
il lettore potrà dedurne che i dati storici, biografici e
letterari, le notizie contenute ed ogni altra informazione non sono frutto di
fantasia o di illazioni avventate, ma desumibili nella loro grande maggioranza
da fonti documentarie, come dimostrato dai stessi riferimenti; l’insieme
costituisce, d'altra parte, qualcosa di non definitivo, in quanto
suscettibile di essere ampliato ed ulteriormente specificato da successive
indagini e approfondimenti di maggior respiro. Bisogna peraltro
subito aggiungere che anche a molte notizie documentarie non sarei
pervenuto se non avessi tenuto conto, nel corso di più anni, di
indicazioni, suggerimenti, informazioni pervenutimi per via amichevole o
riservata. Quanto qui esposto, tuttavia, non fa parte di alcun segreto
esclusivo — come vorrebbero alcuni — bensì del patrimonio storico della
nazione italica e come tale lo offriamo alla meditazione di quei lettori
che vorranno o sapranno trovarvi spunto di interesse interiore, nonché
agli storici laici, perché almeno in questa occasione si rendano conto del tipo
di dimensione occulta che corre parallela e interferisce nelle vicende
della storia: nella fattispecie, prendano atto dell 'esistenza, sinora
ignorata, delle correnti esoteriche che tentarono di dare al FASCISMO quell’anima
priva di compromessi che non fu capace di far sua. Entrando il Sole
nei Gemelli. Nella prefazione da lui posta ad un recente lavoro dedicato
soprattutto alla cosiddetta nuova destra, il noto politologo Giorgio Galli, a
cui si deve senza dubbio riconoscere una notevole apertura mentale
e un’intelligente operazione culturale volta alla riscoperta di alcune
tematiche proprie della destra tradizionale, ha potuto osservare come
alla nuova destra sia mancata «precisamente una ri lettura della
componente magica ed esoterica della cultura di destra. La nova destra si trova
anzi, attualmente, «in difficoltà sul piano propriamente politico forse anche
perché ha trascurato l’analisi di fenomeni ai quali si dimostra sensibile
la destra tradizionalista esoterica): tale fallimento, dunque, sarebbe
implicito nel «completo abbandono di un bagaglio culturale di indubbia
rilevanza. Tale diagnosi ci pare esatta e le acute osservazioni di Galli
(al quale si debbono anche tentativi di pe netrare nel mondo oggi ancor poco
conosciuto, proprio perché poco adeguatamente studiato, dell’eso- [GALLI,
prefaz. a: MONICA ZUCCHINALI, A destra in Italia, Sugarco Edizioni, Milano. Tale
lavoro non merita, di per sé, alcuna annotazione di rilievo, essendo
molto superficiale e limitato nel settore dedicato alia «destra radicale» (e in
questo largamente superato da precedenti pubblicazioni, per quanto
decisamente a sini stra, come La destra radicale, a cura di Ferraresi,
eccessivamente ampio e parziale nei confronti della cosiddetta «Nuova
Destra», mentre la «destra tradizionale» è pressoché inesistente. In sostanza,
ciò che dà rilievo al libro, sono le poche notazioni preliminari del
Galli, che peraltro suonano da campana a morto per i profeti della fine
del «mito incapacitante] terismo del III Reich), che ben difficilmente,
del resto, potrebbero essere recepite nella loro portata da quanto
sopravvive della nuova destra, proprio per la sua impostazione profana e
modernista (per non parlare della destra «tecnocratica» missina,
per sua intrinseca natura da sempre impermeabile ad ogni discorso
«intelligente»), potranno ser- [In una relazione sul tema tenuta a Torino
(pare per la Fondazione Agnelli), il cui testo abbiamo potuto leggere, il
Galli osserva come «la storiografia ufficiale e accademica abbia sempre
esitato a muoversi in questa direzione, appunto per il timore di spostarsi
dal piano della storia a quello della fantasia. Ciononostante Galli,
che dunque sembra muoversi tra i primi al di fuori di tale logica
paralizzante, afferma come vi siano sufficienti elementi per una riflessione
storica organica sulla componente esoterica soprattutto dei nazismo,
mentre per quanto riguarda il fascismo italiano questa riflessione
potrebbe con cernere esclusivamente la personalità d’Evola. Il saggio dunque
amplia le prospettive conoscitive di Galli e di quanti altri si interessino
di tali tematiche proprio sull’ultimo punto, quello concernente il FASCISMO. Circa
poi le correnti esoteriche del nazismo, bisognerebbe intanto distinguere fra
ciò che ha preceduto la sua presa del potere, le gerarchie ufficiali dello
Stato ed alcuni settori delle SS. In base a ricerche che stiamo
effettuando, possiamo anticipare che tali correnti esoteriche poggiano su
fondamenta assai fragili, contrariamente a quel che potrebbe pensare Galli
stesso, che in que sto caso pare essere rimasto vittima di alcune «ingenuità»
propalate sulla scia del famigerato Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier. Per
un discorso preliminare su quanto andiamo dicendo, si veda ora il mio
saggio su La realtà storica della società Thule, in introduzione alla prima
traduzione italiana di Prima che Hitler venisse di Rudolf von Sebottendorff.
Edizioni Delta-Arktos, Torino. Su Evola e certi ambienti delle SS, pubblicherò
in seguito documenti provenienti dall’archivio di stato tedesco (Quartier
Generale di Himmler), in cui tali tematiche saranno ulteriormente
trattate. In un recente articolo che vuole costituire una sorta di
recensione del libro della Zucchinali, un anonimo missino cosi sintetizza
gli interes- [virci qui da spunto iniziale per una breve indagine
preliminare, necessariamente per ora limitata, su una corrente di
pensiero indubbiamente assai minoritaria, ieri ed oggi, in Italia, ma come è
stato di recente sottolineato, «nel contempo assolutamente necessaria per
l’Italia, che ha svolto ed è destinata a svolgere ancora una funzione
molto importante, per non dire essenziale, per la nostra nazione:
quella della conservazione dtXV identità delle nostre radici. Essa,
se è stata opacizzata nelle masse e in una classe dirigente sclerotizzata
e corrotta per incapacità e colpevole negligenza, nondimeno persiste im mutata,
come presenze e immagini primordiali, negli archetipi divini che presiedono
alle nostre sorti. Il compito di tale minoranza, al di là della pura
e semplice azione conservativa, è stato quello di saper ridestare
nei momenti opportuni quelle immagini, sì che divenissero presenze vive
ed operanti, concretiz zandole nelle nuove realtà della nazione italica.
Si tratta delle immagini primordiali e delle epifa nie divine del Lazio e
dell 'Italia delle origini, ovvero della Saturnia tellus: quelle che
hanno reso possibile la manifestazione sul nostro suolo della
tradizione di Roma — che simboli, funzioni ed attribuzioni
si e i tentativi controcorrente del Galli: A cosa ciò possa condurre in
concreto, è imprevedibile. Forse a nulla» (in «Proposta» Conventum Italicum,
comunicato anonimo in «Arthos] hanno reso evidente essere emanazione della
Tradi zione primordiale ed il suo rinnovellarsi attraverso i tempi.
Il precedente riferimento del Galli all’esoterismo è, nel nostro
caso, più che pertinente, dal momento che la trasmissione e perpetuazione
della tradizione romana, almeno negli ultimi quindici secoli, ha po tuto
avvenire, per motivi ben comprensibili, per via segreta, cioè esoterica e
di necessità sotto forme e vie anche molto diverse. Se oggi si può
parlare di «de stra» esoterica è soltanto perché, per circostanze sto riche
particolari, in un ambito (peraltro, assai ri stretto) della destra del nostro
secolo certe tematiche hanno potuto trovare parziale ospitalità: va da
sé — e non sarebbe il caso di insistervi sopra che la .tradizione
di cui tali correnti sono portatrici si situa ben al di là e al di sopra
di ogni miserabile dialettica fra destra e sinistra, termini e concetti
di derivazione parlamentare moderna e quindi del tutto inadeguati
ad inquadrare forme di realtà spirituali quali quelle a cui ci
riferiamo. Tuttavia, dal momento che il presente intende es sere
semplicemente uno «studio storico» su tale cor- [Per tali evidenziazioni,
debbo rimandare ad alcuni capitoli del mio Dèi e miti italici. Il ed.,
ECIG, Genova, specialmente in connessione con le figure di Giano e Saturno (con
il ciclo a lui connesso. Si deve peraltro notare che ad interessi esoterici
inerenti anche alla tradizione romana non furono aliene certe personalità
della sinistra storica e nel corso della nostra esposizione non mancherà
un esempio concreto.] rente, dovremo fare solo riferimenti indiretti e
limi tati al suo lato esoterico, quanto invece insistere sui suoi
riflessi politici, culturali e religiosi. L’abbiamo definita
«corrente tradizionalista romana nel Novecento: un’élite che ha in ogni caso
lasciato una sua impronta in una certa epoca e che, nell’incertezza del pensiero
debole attuale, potrebbe ancora essere portatrice di un messaggio
radicalmente alternativo, poiché radicalmente (e qui l’espressione va
intesa, con coscienza di causa, nel suo pieno valore etimologico, a
radicibus) orientata contro gli pseudovalori che reggono la scena
del mondo moderno. Non è mio compito qui riassumere i termini
della questione intorno alla possibilità della trasmissione della
sacralità e della tradizione di Roma dall’epoca degli ultimi sapienti
pagani sino ai nostri giorni: è uno studio che, in riferimento
soprattutto alle gentes dei Simmachi, dei Nicomachi, dei Pretestati ed
altri, abbiamo da anni iniziato in varie riviste e pubblica- [Derivo
l’espressione di «corrente tradizionalista romana» dal poderoso (e ponderoso)
lavoro di P. DI VONA, Evola e Guénon. Tradizione e civiltà, Napoli in cui, nel cap.
intitolato appunto Il tradizionalismo romano, l’A. studia la «corrente romana
del tradizionalismo, ad opera di Reghini, Evola e De Giorgio». È
evidente che col termine «corrente» noi non intendiamo riferirci (se non
in singo li casi, che ben preciseremo) ad una linea di pensiero omogenea,
bene organizzata in un gruppo unitario e compatto dalle caratteristiche
co muni, ideologicamente e politicamente parlando, ma ad una tendenza che
potè assumere aspetti e sfaccettature diverse, come proprio i casi di
Reghini, Evola e De Giorgio (e non sono certo gli unici) sono a dimostrare] zioni
e che non mancherà di ulteriori sviluppi. In questa sede sarà
sufficiente fare rapido riferimento a quell’epoca gravida di grandi e decisive
tra sformazioni che fu il Rinascimento italiano. È soprattutto nel corso del XV
secolo che tradizioni occulte, sopravissute per secoli nel più grande
segreto, paiono ricevere nuova linfa e l’impulso ad una nuova manifestazione
dal contatto con personalità del l’Oriente europeo di altissima rilevanza
intellettuale, come quella di Giorgio Gemisto Pletone, il grande
rivitalizzatore della filosofia platonica negli ultimi anni dell’Impero
d’Oriente e fondatore di un cena colo esoterico a Mistra, la medievale erede
dell’antica Sparta, all’interno del quale, oltre a conservare testi
dell’antichità pagana (come le opere dell’imperatore Giuliano, che vi venivano
trascritte), si celebravano veri e propri riti e si elevavano inni in
onore degli dèi olimpici. La figura e la funzione di Pletone
sono ancora troppo poco note in generale e, in Italia, non ancora
studiate. In genere, ci si limi- [Cfr. ad esempio: R. DEL PONTE, Sulla
continuità della tradizio ne sacrale romana, parti I e II, in «Arthos»;
vedi anche: Q. AURELIO SIMMACO, RelazionesuH’altare della Vittoria, con
un’introduzione di R. del Ponte su Simmaco e isuoi tempi. Edizioni del
Basilisco, Genova. Si tenga conto che nel sud del Peloponneso sono attestati, a
livello popolare, culti nei confronti degli dèi classici sino al IX
secolo della nostra era. In lingua italiana mancano ancora del tutto studi
approfonditi.] ta a citare, a proposito di lui, la sua partecipazione al
Concilio di Firenze e l’istituzione dell’Accademia Platonica Fiorentina,
che ebbe sede nella villa di Careggi (o «delle Cariti», o «Muse»), concepita da
Co simo il Vecchio e realizzata da Lorenzo il Magnifico su suggestione
del Pletone. Ma gli effetti dovettero essere ancora più interessanti e
gravidi di conseguenze, se si considerino i legami, ad esempio, Pletone e
Malatesta. Signore di Rimini: colui che ne sottrarrà il cadavere agli Ottomani,
i quali avevano occupato Mistra, onde deporlo pietosamente in un’arca
marmorea del suo famoso «Tempio Malatestiano. Lo stesso Malatesta dovette pure
essere in rapporto con la ben nota Accademia Romana di Pomponio
Leto, propugnatore, scrive il von Pa- stor, del «romanesimo nazionale
antico». Il capo [Ci si dovrà pertanto limitare a rimandare a: B.
KIESZKOWSKI, Studi sul platonismo del Rinascimento in Italia,
Sansoni, Firenze; P. FENILI, Bisanzio e la corrente tradizionale del
Rinascimento, in «Vie della Tradizione» (ci viene comunicato ora, che a
cura dello stesso P. Fenili è in corso di stampa un’antologia di brani di
Pletone, dal titolo «Paganitas», lo squarcio nelle tenebre, per Basala
Editore di Roma). Di recente, ci è ca pitato di leggere in un’insolita
pubblicazione, una rivistina satirica di sinistra, un reportage da Mistra
singolarmente informato e documentato su Gemisto Pletone e la sua scuola
(LOSARDO, La repubblica dei Magi. Da Sparta alla Firenze del '400, in
«Frigidaire. Per mezzo del Platina (definito da Pomponio pater sanctissi-
mus), l’Accademia Romana intratteneva rapporti col Malatesta, il
quale dell’Accademia Romana, riporta il von Pastori «spregiava
la religione cristiana ed usciva in vio lenti discorsi contro i suoi seguaci...
venerava il genio della città di Roma. Quale rappresentante di
queU’umanesimo, che gravitava verso il pagane simo, si schierarono ben presto
attorno a Pomponio un certo numero di giovani, spiriti liberi dalle idee
e dai costumi mezzo pagani. Gli iniziati consideravano la loro dotta
società come un vero collegio sacerdotale alla foggia antica, con alla
testa un pontefice massimo, alla quale dignità fu elevato Pomponio
Leto. Si noti che sembra certa l’adesione alla cerchia del
Leto del principe Francesco Colonna, Signore di Pa- lestrina, l’antica
Praeneste, dai più ritenuto l’autore della celeberrima Hypnerotomachia
Poliphili, un te sto molto citato, ma molto poco letto e soprattutto
compreso, dove, in ogni modo, una sapienza ermeti ca si sposa all’esaltazione,
non tanto filosofica.] fu notoriamente nemico dei papi e ammiratore del
movimento pagano di Mistra (cfr. F. Masai, Pléthon et le platonisme de
Mistra, Paris. L’opera del Masai è a
tutt’oggi la più completa esistente sulla dottrina e la figura di Giorgio
Gemisto Pletone). Si noti che il Platina fu allievo a Firenze dell’Argiropulo,
discepolo di Pletone, e che un altro antico discepolo, il Cardinal
Bessarione, si prodigò per la liberazio ne da Castel Sant’Angelo dei membri
dell’Accademia Romana, dopo che furono accusati dal papa Paolo II — non
senza fondamento — di paganesimo. 11 Masai si domanda se l’Accade mia
Romana «non fosse in qualche modo una filiale di quella di Mistra. L. von
PASTOR, Storia dei Papi, Roma] quanto mistica, del mondo della paganità romano italica,
culminante nella visione di Venere Genitrice. Se si rifletta al fatto che
Francesco Colonna, realizzatore dell’imponente palazzo gentilizio eretto
sulle rovine del tempio di Fortuna Primigenia (ancora oggi ben
identificabili nelle strutture originali), vantava discendenza diret ta
dalla gens Julia e quindi da Venere, si potrà allora intravedere come
l’apporto vivificante della corrente sapienziale reintrodotta in Italia
da Pletone si fosse incontrato col retaggio gentilizio di una tradizione
antichissima, gelosamente custodito nel silenzio dei secoli col tramite di
alcune fami glie nobiliari italiane, in ispecie laziali, generosamente
fruttificando: nel senso di spingere ad un rinnovamento tradizionale non solo
l’Italia, ma persino, ad un certo momento, lo stesso papato, se avventi. Risulterà
forse sorprendente apprendere come i Colonna possedessero ancora fino ai nostri
giorni il «feudo» originale di Giulio Cesare, Boville (Frattocchie d’Albano). E
visibile nel giardino Colonna al Quirinale l’aitare antico dedicato al
Vediove della gens Julia (notizie ricavate da: P. COLONNA, I Colonna,
Roma. Tolomeo 1 Colonna ostentava il titolo di Romanorum consul
excellentissimus e Julia stirpe progenitus (cfr. P. FEDELE, s.v. Colonna,
in «Enciclopedia Italiana). Ha compiuto un’attenta analisi deWHypnerotomachia
Poli phili (editio princeps nel 1499, presso Manuzio) come opera di France sco
Colonna, M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma. Si veda
anche: PELOSI, Il sogno di Polifilo: una quéte del l’umanesimo, ed. Palladio.
Ambesi, in considerazione della dimensione iniziatica dell’opera di
Francesco Colonna, la conside ra come un’anticipazione cifrata del movimento
dei Rosacroce (/ Rosacroce, Milano] ne che poco mancò che salisse al soglio
pontificio quel cardinale Giuseppe Bassarione che fu discepolo
diretto di Giorgio Gemisto Pletone, da lui giudicato, come scrisse in una
lettera privata ai figli del maestro dopo la sua morte, «il più grande dei
Greci dopo Platone.] Ma altri tempi tristi dovevano giungere, tempi in
cui sarebbe stato più prudente tacere, come dimo strò il bagliore delle fiamme
in Campo dei Fiori, avvolgenti nell’anno di Cristo il corpo, ma non l’animo, di Bruno,
rivivificatore generoso, ma impaziente, di dottrine orfico-pitagoriche,
che trovavano analoga eco — frutto di una linfa non mai del tutto
estinta nell’Italia Meridionale — nella poesia e nella prosa
dell’irruente frate calabrese Tommaso Campanella, lui pure oggetto di
odiose persecuzioni. Bisogna giungere sino all’unità d’Italia,
parzialmente realizzatasi con la fine della millenaria usurpazione temporale
dei papi, per trovare una situazione mutata. A questo punto bisogna
chiarire una volta per tutte, con la maggiore evidenza, che dal
punto di vista del tradizionalismo romano l’unità d’Italia — indipendentemente
dai modi con cui [Si dovrà ricordare che Bessarione raccolse cum pietate
nel suo studio le opere e i manoscritti del maestro, in particolare
alcuni frammenti apertamente pagani delle Leggi, dotandone poi la
Biblioteca Marciana da lui fondata, a Venezia. ] potè in effetti
verificarsi (modi spesso arbitrari e prevaricatori della dignità e delle
sacrosante autono mie di diverse popolazioni italiche) e dall’azione di
certe forze sospette (Carboneria, massoneria e sette varie) che per i
loro fini occulti poterono agevolarla — era e rimane condizione
imprescindibile e necessaria per ritornare alla realtà geopolitica dell’Italia
au- gustea (e dantesca): quindi per propiziare il rimani festarsi nella
Saturnia tellus di quelle forze divine che ab origine a quella realtà
geografica — consacrata dalla volontà degli dèi indigeti — sono legate. È
un dato che si dovrà tenere ben presente, per meglio intendere certi
fatti che avremo modo di esporre in seguito. Intanto, è nell’aria
qualcosa di nuovo e antico insieme, che verrà avvertito dalle anime più
sensibili. Fra queste, il grande poeta Giovanni Pascoli, con
un equilibrio ed una compostezza veramente classici, valendosi di una
sensibilità non inferiore a quella con cui in quegli stessi anni
conduceva l’esegesi di certi lati occulti della dantesca Commedia, con il
seguente sonetto (e col corrispondente testo in esame tri latini, da noi non
riprodotto) celebrava in una semplice aula scolastica la solennità. L’aratro
è fermo: il toro d’arar sazio, leva il fumido muso ad una branca
d’olmo; la vacca mugge a lungo, stanca, e n’echeggia il frondifero
Palazio. Una mano sull’asta, una sull’anca del toro, l’arator guarda
lo spazio: sotto lui, verde acquitrinoso il Lazio; là, sul monte,
una lunga breccia bianca. È Alba. Passa l’Albula tranquilla,
sì che ognun ode un picchio che percuote nell’Argileto
l’acero sonoro. Sopra il Tarpeio un bosco al sole brilla, come
un incendio. Scende a larghe ruote l’aquila nera in un polverio d’oro. Allo
scadere del secolo è un fatto nuovo di ordine archeologico il punto di
riferimento im portante ed essenziale per il secolo che sta per aprirsi: la
scoperta nel Foro da parte di Boni (si veda) del cippo arcaico sotto il
cosiddetto Lapis Niger, in cui l’iscrizione in caratteri antichi del termi ne
RECHI ( = regi) attesta documentariamente l’effettiva esistenza in Roma della
monarchia e, con quanto ne consegue, la sostanziale fondatezza
della tradizione annalistica romana, trasmessa nel corso di
innumerevoli generazioni, dai primi Annales Ma ximi dei pontefici sino a LIVIO
(vedasi) e, al termine del- [PASCOLI, Antico sempre nuovo. Scritti vari di
argomento latino, Zanichelli, Bologna. Il lettore esperto potrà
notare come in pochi versi il poeta abbia saputo sapientemente
concentrare particolari nomi evocativi di determinate realtà primordiali
dell’Urbe.] l’Impero d’Occidente, alle ultime gentes sacerdotali ed a
quegli estremi devoti raccoglitori e trasmettitori della sapienza delle
origini, come poterono essere un Macrobio ed un Marziano
Capella. È come se, fisicamente, una parte di tradizione ro mana si
esponesse improvvisamente alla luce del sole a smentire l’incredulità e
l’ipercriticismo della scuola tedesca, che, in nome di un presunto
realismo scientifico, aveva respinto in blocco le più antiche
memorie patrie, e soprattutto dei suoi squallidi seguaci italiani, come
quell’Ettore Pais che nella sua Storia di Roma (ristampata innumerevoli
volte fino in piena epoca fascista) aveva negato ogni tradizione da
una parte, costruendo dall’altra fantastici castelli in aria, senza
alcuna base, né storica, né filologica. Risulta che Giacomo Boni fu in
corrispondenza con un altro principe romano, pioniere degli studi
islamici e deputato al parlamento nei banchi della sinistra: Leone
Caetani duca di Sermoneta, principe di Teano, marito di una principessa
Colonna. Suo nonno, Michelangelo Caetani, era stato l’autore di un
fortunato opuscolo di esegesi dantesca dove si sosteneva l’identità di ENEA
col dantesco «messo del cielo» che apre le porte della Città di
Dite con «l’aurea verghetta» degli iniziati di Eieusi: quello stesso che
fu il latore a Vittorio Emanuele II dei [Cfr. M. CAETANI di SERMONETA,
Tre chiose nella Divina Commedia di Dante Alighieri, II ed., Lapi, Città
di Castello] risultati del plebiscito che sanciva l’unione di Roma
all’Italia. Proprio Leone Caetani sarebbe stato l’autorevole
tramite attraverso cui si sarebbero manifestate all’interno della Fratellanza
Terapeutica di Myriam (operativa proprio negli anni della scoperta del
Lapis Niger) fondata da Giuliano Kremmerz (cioè Ciro Formisano di
Portici) — che la definì talvolta come Schola Italica — determinate
influenze derivanti dall’antica tradizione romano-italica se, come scrive
l’esoterista Marco Daffi {alias il conte Libero Ricciardelli) è lui il
misterioso Ottaviano (altro riferimento alla gens Julia!) autore nella
rivista Commentarium diretta dal Kremmerz, di un articolo sul dio Pan e
di una lettera di congedo dalla redazione in cui egli riafferma in tali
termini la proti?) «Sotto tale pseudonimo si nascondeva persona veramente
autorevole, autorevolissimo collega di ricerche ermetiche di Kremmerz
tanto da potere essere ritenuto portavoce di sede superiore Don
Leone Caetani, Duca di Sermoneta, Principe di Teano» (M. DAFFI,
Giuliano Kremmerz e la Fr+Tr+ di Myriam, a cura di G.M.G., Alkaest,
Genova). Gli scritti firmati da Ottaviano in Commentarium sono tre: La
divinazione pantéa, Per Borri, Gnosticismo e iniziazione. In quest’ultimo
scritto, con sistente in una lettera di congedo come collaboratore della
rivista, si rimanda all’opera di un altro personaggio che, come Ottaviano,
doveva riconnettersi allo stesso ambiente iniziatico gravitante alle
spalle dell’or ganismo kremmerziano: l’avvocato Lebano, autore di un
curioso libretto intitolato Dell’Inferno: Cristo vi discese colla sola ani ma o
anche col corpo? (Torre Annunziata), in cui nuovamente si accenna al
«ramoscello dorato del segreto, ossia la voce mistica di con venzione che Enea
presenta a Proscrpina.] pria fede pagana: non sono che pagano e
ammiratore del paga nesimo e divido il mondo in volgo e sapienti volgo, che i
miei antenati simboleggiavano nel ca ne e lo pingevano alla catena sul
vestibolo del Domus familiae con la nota scritta: Cave canem; cane perché
latra, addenta e lacera. In quegli tempi era cominciata l’attività
pubblicistica ed iniziatica di Reghini. La sua importanza fra i più
autorevoli esponenti europei della Tradizione, e del filone
romano-italico in particolare, risiede certamente non tanto nel tentativo, vano
e fatalmente destinato all’insuccesso, per quanto disinteressato,
di rivitalizzare la massoneria al suo interno, quanto nell’attenzione da
lui portata allo studio ed [OTTAVIANO, Gnosticismo e iniziazione. Tentativo
che si concretizzò soprattutto con la creazione del Rito Filosofico
Italiano, fondato da Reghini, Frosini ed altri (vi sarà accolto come
membro onorario Crowley), ma dall’esistenza effimera, dal momento che si
fuse con la massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato di Piazza del
Gesù. Reghini seguirà le sorti e le direttive di Piazza del Gesù di Raoul
Palermi, molto favorevole nei confronti del fascismo, sino ai
provvedimenti contro le società segrete. Papini dedica alcune pagine nel
contempo pungenti e commosse ad Reghini di cui fu amico negli anni giovanili,
cosi concludendo: «Arturo Reghini visse, povero e solitario, una vita di
pensiero e di sogno: anch’e gli difese e incarnò, a suo modo, il primato dello
spirituale. Nessuno di quelli che lo conobbero potrà dimenticarlo, Passato
remoto, ed. L’Arco, Firenze] alla riscoperta della tradizione classica e
romana, che gli era stato dato in compito di rivitalizzare in
segreto, così come egli stesso si esprime in una lettera inviata ad Augusto
Agabiti e pubblicata nell’Ultra»: «sai bene come il nostro lavoro,
puramente metafisico e quindi naturalmente esoterico, sia rimasto sempre
e volontariamente segreto. In tal modo Reghini ben si inseriva nel filone
della corrente tradizionalista romana, in quella sua variante che si può
legittimamente definire «orfico- pitagorica, col contributo di numerosi
scritti, soprattutto sulla numerologia pitagorica, sparsi fra molti
articoli e opere impegnative, come Per la resti tuzione della geometria
pitagorica, I numeri sacri della tradizione pitagorica massonica, Aritmosofia. REGHINI,
La «tradizione italica», in «Ultra», Vili [Allo stesso modo, di tradizione
ermetica egizio-ellenistica si potrebbe parlare per il filone
essenzialmente seguito dalla corrente kremmerziana. È chiaro come nessuna
di queste correnti possa preten dere di identificarsi con il filone centrale
deWa tradizione romana (come vorrebbero, ad esempio, certi continuatori
del Reghini dei nostri giorni), rappresentandone, semmai, corollari
concentrici ed espressioni validis sime, ma essenzialmente periferiche. Il
nucleo della tradizione romana è altra cosa: può includere tutto ciò, ma
al tempo stesso ne è al di sopra nella sua essenza originaria. Per
cercare di comprendere la cosa, si dovrà riflettere sul simbolismo e
sulla funzione del dio Giano, non per caso divinità unica e propria della
sacra terra laziale.) ed il tuttora inedito Dei numeri pitagorici. Con questa
attività egli avrebbe perseguito la missione affidatagli da un’antica scuola
iniziatica di tradizione pitagorica della Magna Grecia allorché, ancora
giovane e studente a Pisa, fu avvicinato da colui che sarebbe divenuto il
suo maestro spirituale: Armentano (si veda), calabrese, ufficiale
dell’esercito all’epoca in cui lo conobbe il Reghini. Ad Armentano
apparteneva [Di recente, per il quarantesimo anniversario della scomparsa
del Reghini, è stata edita una raccolta di suoi scritti vari: Paganesi mo,
pitagorismo, massoneria, ed. Mantinea, Fumari, a cura dell’Associazione
Pitagorica, un gruppo costituitosi con un poco iniziatico atto notarile (sic),
ma che vanta diretta discendenza dal gruppo del Reghini. La raccolta è stata
purtroppo eseguita con dilettantismo, senza criteri ed inquadramenti
storico-filologici e gli scritti reghiniani (uno addirittura incompleto)
non seguono nè un ordi ne logico, nè cronologico. Il saggio suW Interdizione
pitagorica delle fa ve si potrà leggere ora completo in Arthos. DIOGENE LAERZIO
ricorda come il pensiero di Pitagora avesse trovato accoglienza presso gli
Italioti della Magna Grecia. Come dice Alcidamante tutti onorano i sapienti.
Così i Pari onorano Archiloco, che pur era blasfemo, e i Chii Omero, che
era d’altra città e gli Italioti Pitagora» (Die fragmente der Vorsokratiker, a
cura di H. Diels-W. Kranz; trad. ital. Bari. Per alcune notizie su
Armentano (ed una sua foto), cfr. SESTITO, A.R.A., il Maestro, in Ygieia,
bollettino interno dell’Associazione Pitagorica. Di Armentano si vedano le
Massi me di scienza iniziatica, commentate dal Reghini in vari numeri d’Atanòr»
ed Ignis. Negli anni Trenta Armentano lasciò l’Italia per il Brasile, dove
morì. È sintomatico come anche Ottaviano in quel periodo si sarebbe allontanato
dall’Italia stanziandosi a Vancouver in Canada. ] quella misteriosa «torre
in mezzo al mare. Una ve detta diroccata, su di uno scoglio deserto dove,
con gran dispiacere di Sibilla Aleramo, il giovane protagonista del
romanzo Amo, dunque sono (Mondadori, Milano), Lucian, alias Parise, avrebbe
dovuto «diventare mago» in compagnia di un amico non nominato, vale a
dire proprio il Reghini. Fu proprio nella torre di Scalea, in
Calabria, che il Reghini rivide il testo della traduzione italiana
deirOccw//flr Phylosophia di Agrippa, a cui premise un ampio saggio di
quasi duecento pagine su E.C. Agrippa e la sua magia. Vi scriveva, fra
l’altro. E perciò, in noi, il senso della romanità si fonde con quello
aristocratico e iniziatico nel renderci fieramente avversi a certe
alleanze, acquiescenze e deviazioni. Forse si avvicina il tempo in cui
sarà possibile di rimettere un po’ a posto le cose, e noi speriamo
che ci venga consentito, una qualche volta, di riportare alla luce qualche
segno dell’esoterismo romano. Quanto alla permanenza di una tradizione
romana, si vorrà ammettere che se una tradizione iniziatica romana pagana
ha potuto perpetuarsi, non può averlo fatto che nel più assoluto mistero. Non è
quindi il caso di interloquire con affermazioni e negazioni. ALERAMO, AMO;
DUNQUE, SONO. Cfr.: «Luciano, Luciano, e tu vuoi essere mago! M’hai detto
d’aver già operato fantastiche cose, fantastiche a narrarsi, ma realmente
accadute. REGHINI, E.C. Agrippa e la sua magia, in: E.C. AGRIPPA, [è un tempo
molto importante, sotto diversi aspetti, per i tentativi di
rivivificazione della tradi zione italica. Nella Salamandra», in un articolo
dal titolo fortunato, poi ripreso da Evola, Imperialismo pagano, Reghini
coglieva occasione, scagliandosi contro il parlamentarismo ed il suffragio
universale che favoriva cattolici e socialisti, di riaffermare l’unità e
l’immutabilità della tradizione pagana in Italia, che, sempre ricollegata
nella sua visione al pitagorismo, si sarebbe trasmessa attraverso le figure di
alcuni grandi ini ziati sino ai nostri giorni. In ottobre, dalle pagi ne di
«Ultra», precisava nello stesso tempo, in un importante articolo
dottrinario, che: Il linguaggio e la razza non sono le cause della
superiorità metafisica, essa appare connaturata al luogo, al suolo,
all’aria stessa. Roma, Roma caput mundi, la città eterna, si manifesta
anche storica mente come una di queste regioni magnetiche del la terra. Se noi
parleremo del mito aureo e so lare in Egitto, Caldea e Grecia prima di
occuparci della sapienza romana, non è perché questa derivi da
quella, ché il meno non può dare il più. Lm Filosofia occulta o la Magia,
Mediterranee, Roma] L’articolo fu poi ripubblicato in Atanòr, Roma. REGHINI,
Del simbolismo e della filologia in rapporto alla sapienza metafisica, in
«Ultra», Vili] Intanto, nella notte del solstizio d’inverno, si era verificato
un insolito episodio, gravido di future conseguenze: in seguito a
misteriose indicazioni, nei pressi di un antico sepolcro sull’Appia
Antica era stato rinvenuto, a cura d’Ekatlos, accuratamente celato e
protetto da un involucro im permeabile, uno scettro regale di arcaica fattura e
i segni di un rituale. Ed il rito — riporta Ekatlos — e celebrato ogni notte, senza sosta. E
noi sentimmo, meravigliati, accorrervi forze di guerra e forze di
vittoria; e vedemmo balenar nella sua luce le figure vetuste ed auguste degl’eroi
della razza nostra romana; e un segno che non può fallire e sigillo per
il ponte di salda pietra che uo mini sconosciuti costruivano per essi nel
silenzio profondo della notte, giorno per giorno. Il significato,
le vere intenzioni e le origini di tali [Lasciamo ogni responsabilità
circa l’identificazione d’Ekatlos con il principe Leone Caetani, già da noi
incontrato, all’anonimo autore (si tratta, peraltro, certamente di Mutti,
fanatico integralista islamico) di una postilla alla parziale traduzione
francese della rivista evoliana «Krur» (TRANSILVANUS, A propos de
l’article d’Eka- tlos, seguito da una Note sur Leone Caetani, in EVOLA,
Tous les écrits de «Ur» et «Krur», 111 [Krur], Arché, Milano. Ancor più
lasciamo all’autore di tali tristi note (in cui ancora una volta si dimostra
come tra fanatismo religioso e via iniziatica esista un divario
invalicabile) la pesante responsabilità delle poco ragguardevoli
espressioni usate nei confronti del benemerito principe romano. EKATLOS,
La Grande Orma: la scena e le quinte, in Krur, GRUPPO di UR, Introduzione
alla Magia, Roma] riti pongono un problema», osserva il Di Vona, ma il
loro fine immediato fu esplicito, e come tale è stato dichiarato. Esso fu
compiuto nel dovuto modo da un gruppo che si propose di dirigere
verso la vittoria italiana la I Guerra Mondiale». Ma
l’episodio ha un seguito: il giorno in cui cade la festa romana del
Tubilustrium, o consacrazione delle trombe di guerra) fu fondato a
Milano, nella famosa riunione di Piazza Sansepol- cro, il primo Fascio di
Combattimento, piu tardi denominato Partito Nazionale Fascista. Fra gli
astanti vi fu chi, emanazione dello stesso gruppo che aveva
riesumato l’antico rituale, preannuncio a Benito Mussolini: Voisarete
Console d’Italia. E fu la stessa persona che, qualche mese dopo la Marcia su
Roma, vestita di rosso, offrì al Capo del Governo un’arcaica ascia
etrusca, con le dodici verghe di betulla secondo la prescrizione rituale
le gate con strisce di cuoio rosso.] Con tale atto dal sapore sacrale, come è
evidente. [VONA, Evola e Guénon] EKATLOS. La notizia è riportata con
altri particolari nel Piccolo di Roma. Particolare curioso: la sera
stessa Mussolini parti in aereo alla volta di Udine, onde potere
inaugurare il giorno dopo, l’anniversario dell ’entrata in guerra, il
monumentale cimitero di Redipuglia, alla presenza del Duca d’Aosta. Quella
sera, sulla via del ritorno verso Roma, l’aereo fu costretto, da un
inspiegabile guasto, ad un atterraggio di fortuna nei pressi di
Cerveteri, cioè l’antica etrusca Cere, donde forse proveniva l’arcaico
fascio.] le correnti più occulte portatrici della tradizione romana avrebbero
voluto propiziare una restaurazione in senso «pagano» del
fascismo. Altri episodi concomitanti concorrono a rafforzare questa
supposizione. E rappresentata sul Palatino la tragedia Rumori: Romae sacrae
origines, col beneplacito e la presenza plaudente di Benito Mussolini. La
tragedia (o, meglio, alla latina, il Carmen solutum) risulta opera
di un certo Ignis (pseudonimo sotto cui si celerebbe l’avvocato Ruggero
Musmeci Ferrari Bravo), che risulta godere di appoggi assai influenti, come
quello di Ardengo Soffici [cfr. Appendice 11], e appare, specialmente in
quel terzo carmen che fu recitato, più che una semplice rappresentazione
scenica, un vero e proprio atto rituale: un rito di consacrazione, certamente
denotante nell’autore, o nei gruppi restati nell’ombra di cui egli era
emanazione, una conoscenza non solo filologica della tradizione
romana (si pensi che in intermezzi scenici vengono cantati, al suono di
flauti, i versi ianuli e iunonii dei Fratres Arvales), ma anche di certi
suoi lati occulti, come lascia intendere il rito di incisione su
lamine auree dei nomi arcani deU’Urbe e l’esegesi, volutamente
incompleta, dei significati del nome di Roma. Quest’azione, occulta
e palese, sulle gerarchie fasciste affinché i simboli da esse evocate, come
l’aqui la o il fascio, non restassero puro orpello di facciata,
continuerà sino al tempo in cui [Rumon verrà pubblicata, in splendida
edizione ufficiale, dalla Libreria del Littorio, con i frontespizi ornati di
caratteri arcaici romani, disegnati appositamente daBoni, lo scopritore
del Lapis Niger già da noi incontrato, il quale avrà il privilegio poco
dopo, alla sua morte, di essere inumato sul Palatino stesso. Ancora
noteremo come sintomatica l’uscita della Apologia del paganesimo (Formig-
gini, Roma) di Giovanni Costa, futuro collaboratore delle iniziative
pubblicistiche di Evola. Usceno le due riviste di studi iniziatici Atanòr ed
Ignis, dirette da Reghini, e in cui iniziò una collaborazione il giovane
Evola: affronteranno con un rigore ed una serietà inconsuete, per
l’eterogeneo ambiente spiritualista dell’epoca, tematiche e discipline
esoteriche di particolare interesse: vi comparvero, per la prima volta in
Italia, scritti di René Guénon, fra cui a puntate, pri ma ancora che in
Francia, L'esoterismo di Dante. È peraltro evidente come il contenuto di
queste riviste non avesse un valore puramente speculativo, come
dimostrano gli scritti di «Luce» suirO/7M5 magicum (Gli specchi - Le
erbe) negli ultimi due numeri di [E proprio Boni che, risalendo ai modelli
d’origine, mise a punto il prototipo del fascio romano (oggi al Museo
dell’Impero) per il Regime Fascista: è quello che compare sulle monete da
due lire di quel periodo (cfr. V. BRACCO, L’archeologia del Regime,
Volpe, Roma] «Ignis», che preludono a quelli del successivo Gruppo di Ur. Ma
intanto l’auspicata svolta in senso pa gano da parte del fascismo sperata dalla
corrente tradizionalista romana non solo stenta a verificarsi, anzi
è messa pericolosamente in forse dalle mene de gli ambienti cattolici e
clericali. In «Atanòr» Reghini con parole di fuoco depreca alcune espressioni
pronunciate da Mussolini in occasione del Natale di Roma: Il colle
del Campidoglio, egli ha detto, dopo il Golgota, è certamente da secoli
il più sacro alle genti civiir. In questo modo l’On. Mussolini, invece di
esaltare la romanità, perviene piuttosto ad irriderla ed a vilipenderla.
Noi ci rifiutiamo di subordinare ad una collinetta asiatica il sacro
colle del Campidoglio. E, dopo il delitto Matteotti: ecco un
clamoroso delitto politico viene a sconvolgere la vita della nazione, ad
agitare gli animi. Investito da popolari e da ogni gradazione di
democratici, a Mussolini non resterebbe che battere la via
dell’imperialismo ghibellino, se non esistesse un partito che già lo sta
esautorando tengano ben presente i nostri nemici che, nonostante la loro enorme
potenza e tutte le loro prodezze, esiste ancor oggi, come è esistita in
passato, traendo le sue radici da quelle profondità interiori che
il ferro e il fuoco non tangono, la stessa catena iniziatica pagana e
pitagorica, inutilmente e secolarmente perseguitata. L’ordine del
giorno Bodrero e le successive leggi sulle società segrete tolgono
ulteriore spazio all’attività pubblicistica del Reghini, che peraltro
confluisce nel Gruppo di Ur, formalmente diretto d’Evola. A noi qui non
interessa tanto esaminare il lavoro di ricerca esoterico svolto dal
Gruppo di Ur, cui parteciparono, come è noto, personalità appartenenti
alle principali correnti esoteriche operanti in quegli anni in Italia, dai
pitagorici ai kremmerziani, dagli steineriani (antroposofi) ai cattolici
eterodossi come il De Giorgio, quanto sottolineare come in quella sede
dovesse essere stato, almeno in parte, ripreso il programma di
influenzare per via sottile le gerarchie del FASCISMO, nel senso già
voluto dal gruppo manifestatosi con la testimonianza d’Ekatlos (che, non
lo si dimentichi, viene riportata proprio nel terzo dei volumi che
raccolgono le testimonianze di tutto il gruppo — in apparenza slegata da
esse — successivamente apparse col titolo di Introduzione alla Magia).
In un inserto per i lettori comparso in Ur, Evola poteva scrivere: possiamo
dire che una Grande Forza, oggi più che mai, cerca un punto di sbocco in
seno a quella barbarie, che è la cosidetta civilizzazione contemporanea — e chi
ci sostiene, collabora di fatto ad una opera che trascende di certo
ciascuna delle nostre stesse persone particolari. Del resto, molti anni
più tardi, Evola stesso dichiarerà piuttosto esplicitamente nella sua autobio grafia
spirituale che l’intento del Gruppo era stato quello, oltre a «destare
una forza superiore dr servire d’ausilio al lavoro individuale di ciascuno», di
far sì che «su quella specie di corpo psichico che si voleva creare,
potesse innestarsi per evocazione, una vera influenza dall’alto», sì che
«non sarebbe stata esclusa la possibilità di esercitare, dietro le quinte,
un’azione perfino sulle forze predominanti nell’ambiente generale. Un’indagine
ben più approfondita, come si vede, meriterebbe di essere svolta sugli
evidenti tentativi di rivitalizzazione, all’interno del Grupo di Ur,
delle radici esoteriche e dei contenuti iniziatici della tradizione romana: a
parte i contributi dello stesso Evola (che firmerà come «EA» e, pare,
anche come «AGARDA» e «lAGLA»), di cui ricordiamo l’importante saggio
(nel HI volume) Sul sacro nella tradizione romana, ancora una volta
fondamentale resta l’apporto di Reghini (che firma come «PIETRO NEGRI»):
egli, nella relazione Sulla tradizione occidentale, sulla scorta di
un’attenta esegesi delle fonti antiche (soprattutto Macrobio) e di
personali acute intuizioni, nonché di probabili «trasmissioni»
iniziatiche, non esiterà ad indicare nel mito di Saturno il «luogo» ove è
racchiuso il senso e il massimo mistero iniziatico della tradizione [EVOLA,
Il cammino del cinabro, Milano. Un esame generale, storico-bibliografico, sul
Gruppo di Ur è stato da me compiuto in lingua tedesca, come studio introduttivo
alla versione tedesca del I volume di Introduzione alla Magia (Ansata
Verlag, Interlaken). Si tratta del notevole ampliamento, riveduto e
corretto, di un mio precedente studio già apparso in «Arthos] romana,
un’indicazione utilizzata e sviluppata ulteriormente nel nostro recente Dèi e
miti italici. Intanto, una serie di articoli polemici sui nuovi
rapporti tra fascismo e chiesa cattolica, che Evola aveva pubblicato in
«Critica fascista» di Bottai e in «Vita Nova» di Leandro Arpinati, e la
successiva comparsa di Imperialismo pagano, che quegli articoli
raccoglieva e sviluppava, riversarono proprio sul Gruppo di Ur pesanti
attacchi clericali, fra cui è in teressante segnalare quello particolarmente
violento e ambiguo, del futuro papa Paolo VI, Montini, allora assistente
centrale ecclesiasti co della Federazione Universitari Cattolici Italiani, che
aveva come organo culturale la rivista Studium (redazione a Roma e a
Brescia). Dalle pagine di «Studium» il Montini accusava i maghi
riuniti attorno a Evola di «abuso di pensiero e di parola di aberrazioni
retoriche, di rievocazioni fanatiche e di superstiziose magie -- Filosofia: una
nuova rivista, Studium. Oltre che del futuro Paolo VI (certamente il più
nefasto fra i papi di questo secolo), apparvero in «Studium» anche gli
attacchi del futuro ministro democristiano del dopoguerra Gonella {Un difensore
del paganesimo; Il nuovo colpo di testa di un filosofo pagano, cui Evola replica
— dopo averlo definito «un tale il cui nome esprime felicemente che vesti
gli si confacciano più che non quelle della romana virilità —
nell'«Appendice Polemica» di Imperialismo paga no. Contro Imperialismo pagano
(le nostre citazioni sono tratte dalla ristampa presso Ar di Padova) si
scomodò tutto l’entourage del giornalismo clericale, da «L’Osservatore
Romano a «L’Avvenire», [Imperialismo pagano fu l’ultimo deciso,
inequivocabile e tragico appello da parte di esponenti della corrente
tradizionalista romana, prima del triste compromesso del Concordato,
affinché il fascismo, come si esprimeva Evola, «cominciasse ad
assumere la romanità integralmente e a permearne tutta la co scienza
nazionale», così che il terreno fosse pronto per comprendere e realizzare
ciò che, nella gerarchia delle classi e degli esseri, sta più su: per
comprendere e realizzare il lato sacro, spirituale, iniziatico
della Tradizione. A questo scopo Evola non risparmiava taglienti critiche
alle gerarchie del Regime. Il FASCISMO è sorto dal basso, da esigenze confuse
e da forze brute scatenate dalla guerra europea. Il FASCISMO si è
alimentato di compromessi, si è alimentato di retorica, si è alimentato di
piccole am bizioni di piccole persone. L’organismo statale che ha
costituito è spesso incerto, maldestro, violento, non libero, non scevro
da equivoci. Di più: Evola prevede addirittura gli al Cittadino di Genova,
nonché tutta la pubblicistica fascista fautrice dell’intesa col Vaticano,
d’Educazione fascista a Bibliografia fascista, sino alla stessa bottaiana
Critica fascista che ospita i primi articoli evoliani.] esiti e gli
sviluppi della Seconda Guerra Mondiale. L’Inghilterra e l’America, focolari
temibili dei pericolo europeo, dovrebbero essere le prime ad essere
stroncate, ma non occorre di certo spendere troppe parole per mostrare
che esito avrebbe una simiie avventura sulla base dell’attuale stato di
fatto. Data la meccanizzazione della guerra moderna, le sue possibilità si
compenetrano strettamente con la potenza industriale ed economica
delle grandi nazioni. Era dunque necessario che il fascismo, che
bene o male ha messo su un corpo. Ma non ha ancora un'anima, si
rivolgesse senza esitazioni a quella della Roma precristiana prima che
fosse troppo tardi, sì da «eleggere l'Aquila e il fascio e non le due
chiavi e la mitria a simbolo della sua rivoluzione. Nostro Dio può essere
quello aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in
piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni
vittoriose — non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si
implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo.
Il governo di Mussolini firma a nome del Re d’Italia, considerato dai
papi un usurpatore, il cosiddetto Coneordato con la Chiesa Cattolica e nasce
il monstrum giuri- [Che il cosiddetto Concordato abbia sortito un effetto
a dir poco nefasto sulle sorti, non solo dello stesso fascismo (come le
vicende stori- [dico della Citta del Vaticano. Veniva con ciò tolta
ogni speranza residua di azione all’interno degli ambienti ufficiali, sia da
parte di Evola che di Reghini e di altri autorevoli esponenti, restati per lo
più in ombra, del «tradizionalismo romano: alcuni di loro, come già
si è accennato in nota, abbandonaro no per sempre l’Italia per il Nuovo
Continente nel corso degli anni Trenta. Resta il programma minimo
indicato ancora da Evola in Imperialismo pagano, secondo cui il FASCISMO
avrebbe dovuto: promuovere studi di critica e di storia, non partigiana,
ma fredda, chirurgica, sull’essenza del cristianesimo. Contemporaneamente
dovrebbe promuovere studi, ricerche, divulgazioni sopra il lato
spirituale della paganità, sopra la sua visione vera della vita.] che
successive ben presto dimostrarono, avvalorando i timori di Reghini e di
Evola), ma della stessa Italia del dopoguerra, lo sperimentiamo ancora oggi
sulla nostra pelle, dopo che un quarantennale dominio clericale-borghese
ha provveduto, quasi in ogni campo, ad addormenta re la coscienza delle «masse»
ed a stroncare, con un autentico terrorismo di Stato, qualsiasi velleità di
reazione delle minoranze coscienti della necessità di mutare uno stato di
cose ormai incancrenito. [Mussolini non si era reso conto che prima di
lui uomini non solo autoritari, ma dal potere assoluto — gli Ottoni, gli Svevi,
perfino Carlo V ecc. — si erano dovuti pentire di ogni intesa, patto e
transazione con la Santa Sede.] ogni intesa tra Santa Sede e Stato
italiano avrebbe significato unicamente il riconoscimento giuridico della
validità [Chi avesse pensato che la scuola di mistica fascista, fondata
significativamente poco dopo la conciliazione, nell’ambito del
G.U.F. di Milano per opera di GIANI (vedasi), svolge una funzione del genere,
dove ben presto ricredersi amaramente. In realtà, il sentimento religioso
dichiarato di quella che avrebbe voluto costituire Vélite
politico-intellettuale del fascismo si configurava con precisione come
cattolico. Lo di chiara, in una maniera che non potrebbe essere più
esplicita, lo stesso fratello del «Duce», Arnaldo Mussolini, in un
discorso tenuto alla Scuola: La nostra esistenza deve essere inquadrata in
una marcia solida che sente la collaborazione della gente generosa
e audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi fissi in alto, perché ogni
cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande, contin gente od eterna,
nasce e finisce in Dio. E non parlo qui del Dio generico che si chiama
talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza, ma di Dio nostro
Signore, creatore del cielo e della terra, e del suo Figliolo che un
giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà,
spe riamo, i molti difetti legati alle vicende della no stra esistenza terrena.]
dei principii su cui si fonda l’ingerenza della Chiesa nelle questioni del lo Stato
italiano (N. SERVENTI, Dal potere temporale alla repubblica conciliare.
Volpe, Roma. Cfr. «11 Popolo d’Italia. Sulla «Scuola di Mistica
Fascista», si veda: D. MARCHESINI, La scuola dei gerarchi, Feltrinelli,
Milano] E il filosofo Armando Carlini, discutendo della nuova mistica,
ravvisava la nota più originale del fa scismo proprio nel suo presupposto
«religioso, anzi cristiano, anzi cattolico; perché «il Dio di
Mussolini vuol essere quello definito dai due dogmi fondamentali della
nostra religione: il dogma trinitario e quello cristologico. Quel
programma che abbiamo detto «minimo» cercherà Evola più tardi in parte di
compiere con l’organizzare il lavoro di alcuni suoi insigni collabo ratori
attorno al Diorama filosofico, la pagina speciale che, con uscita
irregolare e alterna, quindicinale e mensile, cura all’interno del quotidiano
cremonese di Fari nacci, «11 Regime Fascista». La tematica della tradizione
romana, esaminata nei suo simboli, nei suoi miti, nella sua forza
spirituale, ritorna qui frequen temente negli scritti dello stesso Evola, di Costa
(già da noi incontrato), di Massimo Scaligero e di diversi collaboratori
stranieri, come Dodsworth (appartenente alla famiglia reale britannica) e lo
storico tedesco Franz Altheim. Analoghe collaborazioni sono fornite da Brelich,
in quell’epoca sconosciuto, ma destinato nel dopoguerra a ricoprire degnamente
l’impor- [CARLINI, Mistica fascista, Archivio di studi corporativi] ID.,
Saggio sul pensiero fUosofico e religoso del fascismo, Roma] tante cattedra,
che fu del Pettazzoni, di Storia delle Religioni nell’Università di Roma,
e da Giorgio, già collaboratore di «Ur» e di altre iniziati ve evoliane. Nel
contesto della corrente da noi defi nita del «tradizionalismo romano» il De
Giorgio occupa una posizione piuttosto anomala e tale che il Reghini
avrebbe visto con sospetto: egli infatti concepisce in Roma la sede eterna,
geografica e storica, ma soprattutto metafisica, in grado di unire in
sé stessa la religione pagana e il cristianesimo, tesi ela borata
soprattutto ne La tradizione romana. D’altra parte, è lo stesso De
Giorgio a ribadire con sorprendente sicurezza la persistenza del culto di
Vesta in un misterioso centro, nascosto e inaccessibile. Il fuoco di Vesta arde
inaccessibilmente nel Tempio nascosto ove nessuno sguardo profano sa-[
L’uscita alle stampe di questa edizione (presentata come Ed. Flamen, Milano)
offre contorni alquanto misteriosi. In ogni caso, il manoscritto
dell’opera sarebbe stato consegnato all’autore della nota introduttiva,
«ASILAS» (che corrisponderebbe ad uno degli ispiratori del «Gruppo dei
Dioscuri» e nel contempo autore di due dei fascicoli omonimi [si veda
poi]), da un antico componente del Gruppo di Ur, che noi sappiamo
corrispondere al TAURULUS, cioè Reginelli. L’uscita della Tradizione romana, in
ogni modo, è stata 1’occasione per una salutare riflessione sul tema da
parte dell’ambiente tradizionali sta nella prima metà degli anni Settanta, sia
da parte cattolica (si vedano il bollettino «Il rogo» e la successiva
rivista «Excalibur»), sia da parte propriamente «pagana» (si veda P, Recensione
dell’opera di Giorgio, confortata da un parere di Evola, in Arthos:
essenziale come punto di ripresa del discorso sulle origini della
tradizione romana). prebbe penetrare e a lui deve l’Europa intera la
sua vita e il prolungamento della sua agonia. Da questo fuoco
occulto partono scintille che alimentano le crisi e risollevano
periodicamente l’esigenza del ritorno alla Romanità attraverso le varie vicende
di cui s’intesse la storia delle nazioni europee conside rata
geneticamente, internamente e non sul piano limitatissimo della contingenza dei
fatti e degli uomini. Queir immane conflitto, già previsto da Evola, e
che anche il De Giorgio giudicava del tutto inefficace, «se non
addirittura letale per lo spirito e il nome di Roma», avrà in effetti
come risultato più manifesto, per i fini dello studio che qui andiamo
conducendo, di occultare del tutto le fila della corrente di pensiero di
cui siamo andati ripercorrendo la trama. Solo verso la fine degli
anni Sessanta è proprio la ristampa dell’evoliano Imperialismo pagano (e
la scelta pare significativa), curata nel 1968 dal «Cen tro Studi Ordine
Nuovo» di Messina, a tentare [G. DE GIORGIO). L’edizione,
ciclostilata, con copertina stampata in azzurro, venne tolta subito dalla
circolazione in quanto non autorizzata da Evola: la si può considerare
oggi una vera rarità bibliografica. ] di riannodare i termini di un antico
discorso. L’angoscioso grido d’allarme rivolto dall’Autore a Mussolini
per metterlo in guardia contro il ventilato proposito della cosiddetta conciliazione)
— si afferma nell’anonima introduzione
risuona oggi con inusitata attualità e fa si che Imperialismo pagano
venga guardato come un oracolo. Ed è proprio provenendo dalle fila di
Ordine Nuovo, un’organizzazione che lo stesso Evola ha tenuto in
buona considerazione — almeno fino a che la sua ala borghese-modernista,
condotta da Rauti, non confluì nel MSI
che comincia ad agire, tra la fine degli anni Sessanta ed i primi
anni Settanta, il Gruppo dei Dioscuri, con sede principale a Roma e
dirama zioni a Napoli e Messina. Pare assodato che all’interno del «Gruppo dei
Dioscuri» venissero riprese [EVOLA, Il cammino del cinabro. L’unico gruppo
che dottrinalmente ha tenuto fermo senza scendere in compro messi è quello che
si è chiamato AeWOrdine Nuovo. L’interesse dei «tradizionalisti romani» nei
confronti di Ordine Nuovo si esaurisce sin dall’inizio degli anni
Settanta, allorché, da una parte, la frazione rautiana rientrata nei
ranghi del MSI si isterilì in fatui ed estenuanti giochi di potere all’interno
del partito e in declamazioni populistico-giovanilistiche (non a caso la
cosiddetta Nuova Destra proviene quasi esclusivamente da quell’ambiente
torpido ed ambiguamente compromissorio), dall’altra, la frazione
movimentista ed extraparlamentare condotta da Clemente Oraziani ed altri si
smarrì nelle velleità inconcludenti e pericolose della «lotta di popolo»,
con conseguente ed inevitabile suo annientamento da parte del Potere vero
tematiche e pratiche operative già in uso nel Gruppo di Ur ed è perlomeno
probabile che lo stesso Evola ne fosse al corrente. Fatto sta
che nei quattro Fascicoli dei Dioscuri, usciti in quel torno di tempo,
l’idea di Roma da una parte e di un Centro nascosto dall’altra, a cui il
tradizionalismo dovrebbe far riferimento, ritornano con grande
evidenza. Per l’anonimo autore del primo Fascicolo dei
Dioscuri, intitolato Rivoluzione tradizionale e sovversione (Centro di Ordine
Nuovo, Roma), il più grande dei meriti di Evola è quello: di avere
rammentato il destino di Roma quale portatrice dell’Impero Sacro
Universale e di avere tratto da tale verità le necessarie conseguenze
in ordine alle idee-forza che devono essere mobilitate per una vera
rivoluzione tradizionale. Qualche anno dopo, al termine del terzo fascicolo
intitolato Impeto della vera cultura (tradotto poi anche in francese), il
mito di Roma viene additato come l’unico che sia in grado di condurre ad una
superiore unità gli sforzi di tutti i tradizionalisti italiani: a tutti i
tradizionalisti, anziché proporre uno dei tanti miti soggetti a rapido e
facile logoramento, si può ricordare la presenza di una forza
spirituale perennemente viva e operante, quella stessa che il mondo
classico ed il medio-evo definirono l’ÆTERNITAS ROMÆ. Il Gruppo dei Dioscuri ha
notevole importanza come cosciente riconnessione alle precedenti
esperienze sapienziali e come indicazione, per taluni elementi
particolarmente sensibili dell’area della destra radicale, di possibili
indirizzi e sbocchi futuri del «tradizionalismo romano», anche se la
particolare via operativa scelta e, soprattutto, la mancata
qualificazione di taluni componenti, porterà ben presto alla distruzione
dall’interno del Gruppo stesso, di cui non si sentirà più parlare già prima
della metà degli anni Settanta (ci viene detto che frange disperse
del gruppo continuerebbero a sussistere so prattutto a Napoli). È tuttavia da
supporre che alcu ni dei gruppi periferici, sia pure trasformati, ne abbiano
continuato il retaggio se, ad esempio, a Messina, molto probabilmente
nell’ambito di alcuni dei vecchi membri del Gruppo dei Dioscuri viene elaborato
un testo dottrinale ed operativo, a circolazione interna, sotto forma di
lezioni di un maestro a un discepolo, piuttosto interessante. La
via romana degli dèi. Diremo anzitutto dell’essenza della tua religiosità,
fornendo alla tua mente profonda gli argomenti per una serie di esercizi di
meditazione affinché con saldo cuore, tu possa prepararti
all’assolvimento del rito. La via romana degli dèi. Istituto di Psicologia
Superiore Operativa, Messina. E certamente non priva di connessioni
genetiche col gruppo romano appare la sortita, improvvisa, verso la
fine degli anni Settanta, nella stessa Messina, del Gruppo Arx, successivamente
editore della Cittadella e degli omonimi quaderni, in cui senza alcuna
attenuazione i possibili itinerari di approccio alla via romana degli dèi
sono indicati attraverso la cosciente riappropriazione dell’animus
romano-italico, rivissuto nel rito stesso, e nel rigetto, sostanziale e
formale, di ogni adesione a forme anche esteriori del culto
cristiano. Quanto segue è storia dei nostri giorni, dal momento che
proprio con l’inizio degli anni Ottanta vi è stata una nuova cosciente
ripresa del moderno «movimento tradizionalista romano», una cui rim
nifestazione «pubblica» si estrinsicherà in una data ed in un luogo
alquanto significativi. Infatti nella data in cui iniziava l’anno sacro
romano, a Cortona, donde in epoca primordiale Dardano, figlio di Giove,
si sarebbe mosso alla volta della Troade, si tenne un importante Convegno
di studi sulla Tradizione italica e romana, che, a [Gli Atti sono
stati pubblicati nel numero speciale triplo d’Arthos daU’omonimo titolo. Per
una sintetica analisi sulla diversa valenza del termine «italico» nei
vari interventi, cfr. P., Che cos’è la tradizione itala, in Vie della
Tradizione parte l’emergenza di differenti prese di posizone dei
tradizionalisti presenti, ebbe il merito di riproporre la questione non puramente dottrinale o formale di una cosciente riconnessione aWaurea
catena Saturni della tradizione indigena da parte di chi, pur in
quest’epoca di totale dissoluzione di ogni valore, intenda coscientemente
riassumere il fardello delle proprie radici etniche e spirituali.
Successivamente ad un nuovo Convegno, tenutosi a Messina, sul Sacro in VIRGILIO,
la rielaborazione dottrinale e la ridefinizione concettuale dei valori
difesi dagli attuali esponenti del «tradizionalismo romano» (di cui è
parte cospicua anche l’apparire alle stampe di alcune collane di libri
specifiche) si è spostata su un piano
più interiore, ma la loro presenza è destinata a riaffiorare a livello di
influenza sottile e indiretta di gruppi o ambienti eticamente sensibili
di un’area superante i limiti stessi del mon do della «destra politica».
Il futuro dimostrerà se la funzione di questa mi noranza (ben cosciente
di esserlo) si limiterà ad una [Gli Atti sono stati pubblicati in buona
parte nel numero speciale di «Arthos, daH’omonimo titolo. Ci
limiteremo a ricordare la collana 1 Dioscuri per le ECIG di Genova, in
cui figurano L’oltretomba dei pagani di C. Pascal, il mio Dèi e miti
italici. La religiosità arcaica dell ’Eliade di N. D’Anna e Arcana Urbis di M.
Baistrocchi (in stampa); o quella di «Studi Pagani» del Basilisco di
Genova, in cui sono comparsi testi di antichi (Giuliano Augusto, Giamblico,
Simmaco, Porfirio) e di moderni (Guidi, De Angelis, Beghini, Evola
ecc.). pura e semplice azione di testimonianza, sia pure scomoda per
molte cattive coscienze. Il «mito capacitante» di Roma, come l’antica fenice, è
destinato a risorgere continuamente dalle sue ceneri, poiché riposa nella
mente feconda degli dèi archegeti di questa terra. Da: «Il Piccolo»
di Roma. Il Fascio littorio a MUSSOLINI Il giorno scorso, presentata
dall’esimia prof.a Regina Terrazzi, fu dall’on. Mussolini ricevuta
la dott.a prof.a Cesarina Ribulsi, che offriva al Presidente del
Consiglio come augurio un fascio littorio da lei esattamente ricostruito
secondo le indicazioni storiche e iconografiche. L’ascia di bronzo è
proveniente da una tomba etrusca bimillenaria ed ha la forma sacra col
foro per la legatura al manico: alcuni esemplari simili sono conservati
nel nostro Museo Kircheriano. Le dodici verghe di betulla, secondo la
prescrizione rituale, sono legate con stringhe di cuoio rosso che formano
al sommo un cappio per poter appendere il fascio, come nel bassorilievo per la
scala del Palazzo Capitolino dei Conservatori. Il fascio ricomposto
con elementi antichissimi e nuovissimi è stato offerto al Duce come
simbolo della sua opera organica di ricostruzione dei valori della nostra
stirpe allacciando le vetuste origini alle forme più vibranti dell’attività
gagliarda e rinnovata che prende le mosse d’antico. La rudezza
espressiva del Fascio è ingentilita dal contrasto tra il verde della
patina bronzea e il rosso del cuoio che ricorda la stessa armonica
tonalità che producono le colonne di porfido presso la porta di
bronzo àcWheroon di Romolo, figlio di Massenzio, al Foro
Romano. L’offerta era accompagnata da una epigrafe latina
dedicatoria composta dall’offerente, la quale nell’università popolare fascista
svolge una fervida opera di propaganda di romanità viva. Il duce
gradì l’augurio ed il voto accogliendoli colla sua consueta serena
nobiltà, non senza un segno della vivacità del sorridente suo spirito latino:. Lei
mi ha dato una lezione di storia, osserva in tono scherzoso. Singolari parole
in bocca di chi dà e darà non poco a fare agli storici futuri. La
notizia è riportata in una rubrica dedicata a I solenni riti, senza
indicazione di paternità. Da: IGNIS, Rumori. Sacrae Romae origines,
tragedia in cinque carmi. Editrice Libreria del Littorio, Roma. LETTERA
DI SOFFICI A S.E. MUSSOLINI legge. Mio caro Presidente, permettimi ti
dia, scritte e sottoscritte anche da me, che ne resto garante, alcune
prove di pregi eccezionali della tragedia, che, in fondo, in un vero
poema epico delle origini, è l’esaltazione di oggi della nostra stirpe.
Comincio da un mio giudizio, già a te noto; Rumori è tragedia romana che
può stare a paro col Giulio Cesare di Shakespeare ti fo osservare che il titolo
di Poeta di Roma, dato da Carrère ad ignis, si è dato solo a VIRGILIO e
ad ORAZIO: OTTAVIANO, vive, oggi, tra noi tutti in ispirito, più per questi due
poeti, da lui protetti, che per la sua politica imperiale. E
tu vedi come Rumori sia stato giudicato, prima ancora che esistessero
l’idea e la forza fascista, tra¬ gedia degna di Roma quando competenti
dai nostri a Carrère, ed a me che sono l’ultimo al giudizio — corrono
all’iperbolico per lodare Rumori di ignis bisogna concludere che ci si trova
davanti ad un’opera d’arte somma, e per fortuna nostra, d’arte italiana — opera
che è, anche per se stessa, di alto significato politico, e di spirito fascista.
Mi rileggo, e mi credo, caro Presidente ed amico carissimo, di averti
scritto una lettera storica. Fai che non sia stata scritta invano, ma invece
il tuo nome vada unito a quello della tragedia Rumori, al poema di Roma e
degno di Roma: e di questo lega¬ me in avvenire, spero che tu possa
essere un po’ grato al tuo affezionato amico e devoto SOFFICI. IL
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI Caro Soffici, bisogna
assolutamente far marciare Rumori. Il governo appoggia fervidissimamente
l’iniziativa perché essa rientra nel grande quadro della rinascita
nazionale. Saluti fascisti e cordialissimi. f.to
MUSSOLINI Roma. Carme terzo: AUGURE Manifesto è dunque:
amor essere ROMA. Se tutte move, ed incende, le
create cose legge si è Amor dell’universo vita così, un tanto Nome, a noi
predice: dono di regno e potestà sovra ogni terra, e dello spirito,
e d’imperio. Confirmato si è, per te, prodigioso il
vaticinio. Non pronunciati mai più sien i Nomi occulti su la Città
terribili chiamerebbero fortune. Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai
Pontefici. Né mai più, tu, l’eccelso pronuncia Nome palese, se
concluso non avrai, prima, il solco sacro. Permesso e commesso mi è:
Nunziare, allora, in gran letizia, al Popolo... quel Nome che
licito non più mi è dire quando, già per tre volte, qui, in tre
diversi suoni, de la gran Madre nostra il Nome risonò. {Dispiega le dita
della sinistra, ad una ad una, per nu¬ merare i significati del
nome). Di significati cinque: È... ’l Nome palese, latore, con
l’occulto: Chiama la Città: Valentia... Ròbure... Virtù! e ancor:
Madre... Mamma... Alma Nutrice! Vostra — nei nomi vostri oh Re! suoi
fondatori. Come del grande Rumon: URBE: la Città del Fiume! (Pausa)
Ammirate! se gli Dei saputo abbiano addensare, in così breve Verbo, sì
pieni tanti arcani. Mirifici! donando Nomi nove: in quattro
occulti ed un Medio palese, e quando, nove, siamo al
Rito. Da: G. COSTA, Apologia del paganesimo, Formìggini, Roma: Il
pagano è, per definizione, buono. Né un greco, né un romano avrebbero
concepito che l’uomo potesse esser qualcosa di diverso da ciò, che in lui
litigassero per così dire due nature, che la manifestazione esterna fosse
diversa dall’interna, che né nella vita individuale, né in quella sociale vi
fossero mezzi termini, transazioni, compromessi. Esso è quello che
naturalmente è, cioè buono, come ideale supremo della vita, come dovere, come
necessaria fatalità insita nelle cose umane. Egli vive quindi la vita
interamente, dolorosamente, gioiosamente a un tempo, con un pragmatismo
sano e forte che non ammette ipocrisie, doppiezze, scuse. Solamente
all’uomo cosiddetto moderno è stato concesso, per virtù di dottrine
religiose e culturali che si sono formate a lui d’intorno, una
distinzione ed una separazione del suo essere intimo, spirituale,
psicologico, dal suo essere apparente, esteriore, materiale. All’antico quando
di questa scissione apparve per un momento la possibilità, egli ne cacciò
da sé l’idea, ne biasimò perfino la concezione. La concezione
pagana della vita ha fatto perciò l’uomo tutto d’un pezzo, ne ha
affermato il carattere, ne ha provocato 1’azione. Ecco perché la vita nel
paganesimo ha avuto tutto il suo massimo sviluppo ed è stata accettata
non come un male, ma come un bene che bisognava con interezza di carattere
vivere interamente e sanamente per sé e per gli altri. Per stabilire
l’equilibrio l’uomo deve tornare al paganesimo poiché il cristianesimo si
è mostrato divina opera cui le sue spalle non sanno sottostare. Ma
paganesimo è sincerità e l’uomo deve ritornare ad essere sincero. Il cozzo a
cui l’ha costretto per due millenni il suo desiderio di seguire il
messaggio cristiano e la sua manifesta impotenza di non saperlo fare,
deve risolversi in armonia se egli vuol sanare in sé l’eterno dissidio.
Lo spirito e la carne debbono avere il medesimo valore ed il loro
prevalere non può essere determinato che da circostanze speciali di
individuo, di momento e di luogo che l’uomo può intravvedere, non deve violare
con convinta testardaggine. L’equilibrio di queste forze, l’esteriore e
l’interiore, quindi, deve essere nella dottrina, come nella vita,
assoluto. Da: Im via romana degli dèi, ciclostilato anonimo, Messina. L'immagine
di un dio è lo stemma della Forza che essa rappresenta. A tutti i fini
pratici tali immagini sono personae, perché qualsiasi cosa possano
essere nella realtà esse sono state personalizzate e forme di
pensiero sono state proiettate su un altro piano. Alcune di queste immagini e
le loro attribuzioni sono così antiche e sono state costruite con
tanta ricchezza di lavoro sottile da essere capaci di ricostruirsi da se
stesse, durante l’eventuale lavoro di meditazione, che l’allievo può fare
su una divinità. Resta un minimo invito, un minimo stimolo, perché il
meccanismo scatti e l’immagine si ricomponga, sia pure su un piano
semplicemente psichico. Così, della limatura di ferro, dispersa su un
piano, si raccoglie intorno ad un magnete che venga posto in mezzo.
Se il magnete è forte esso attirerà i granelli anche se essi sono pochi e
molto distanti. AMKDKO R(K ( ARMKM
ANO (im d’Ygieia Reghini. Piscio littorio a Mussolini n
florno If »cor*o. pr^eniaU dalla tsl- bjU prof.» Rcidna Trmiizl. fa
rtalTon. Maa. aOltnl rlotwta la doti.» pmf.» Osarina RI- baiai cba
offriva al Proatdanta dr’. Contiguo romo aufurln la data de) Mabfio «n falcio
littorio da lei eaattamcDte licoatndto lecoudo la lodicaslonl
atorictie e leooograflclia. l.‘aicla di bronra k prorenlenU
dm aoa tomba etmaca hlmtneoarta ed ba la forma aorra eoi foro per
la Vantura hi manico: alcool eaamplan slmili sono coosenrat: :.i!
nostro Ma.*«o Klrcberiamo. é La dodict verace di l>ctulla.
ascondo la prescrizione rit'iale. sono legala con tirisele ^ cuoio rosso
cba formano al tonimo ua cappio per poter appendere fi fascio, conta
nel ba.MorUiero per la acala del Palazzo Capitolino dd Conaenalori. Il
Fascio ricomposto con elementi antl- fhlHilmt a nuoTltaUnl k stato
offerto al Dora come simbolo della saa opera onrantea di rieoatruztona
del valori della no- Mra attrpa allacciando le veia«ie origini alla
fonn* più vibranti dell'attività gagiarda a rinnovata cha prendo la mosse. Là
rudezza espressiva dal Fascio è in- gantlHta dal contrasto tra (I verde
della patind bronsea e U rosso del molo che ricorda la stes.aa armonica
tonalità che pm- doeono le colonne di porfido presso la porta di bronzo
deD'brroon di Itomdlo, figlio 41 Massenzio al Foro Romano. L'oflerla
efa accompagnata da ani epl- graia latina dedicatoria composta
dall'orfarente. la quale nell'UntvcnUtà Popolare faartsta avolga una
fervida opera di pro- pafgada di romani Ih viva. n Duca gradi
raugorto a fi voto acro- Mlaodoll colla sua consueta serena nobiltà.
2«m senza tm segno della vivacità del sor> ridaots ano spirito latino:
Let mi ba dato nna testone di storia osserva In tono aehanoao.
Btngolart parole In bocca di r.hl db a darà non poca a fare agli storici
futnrl Riproduzione dal Piccolo. Renato del Ponte. Ponte. Keywords:
implicatura maschile, ario, gl’arii, I liguri, romani, antica roma, massoneria
volgare. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ponte” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --Grice e Ponzio: la ragione
conversazionale e il segno dell’altro, o della semiotica filosofica – la scuola
di San Pietro Vernotico -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (San Pietro Vernotico). Filosofo
italiano. San Pietro Vernotico, Brindisi, Puglia. Studia a Bari sotto SEMERARI
(si veda). Insegna a Bari. Cura ROSSI-LANDI (si veda). Studia la fenomenologia
della relazione interpersonale. Insegna a Brindisi, Francavilla Fontana, e Terlizzi.
Studia scienze dei linguaggi e linguaggi delle scienze, intert-estualità, inter-ferenze,e
mutuazioni. Pubblica “Enunciazione e testo letterario
nell'insegnamento dell'italiano come lingua straniera” (Guerra, Perugia); Linguistica generale, scrittura letteraria e
traduzione, Da dove verso dove. L'altra parola nella comunicazione globale, A
mente. Processi cognitivi e formazione linguistica, Lineamenti di semiotica e
di filosofia del linguaggio; Introduzione a Bachtin (Bompiani); “Il discorso
amoroso” (Mimesis) e Bachtin e il suo circolo (Bompiani, collana “Il pensiero
Occidentale” diretta da Reale); Summule logicales (Bompiani); Manoscritti matematici
(Spirali); La filosofia come professione, come istituzione, presuppone una
filosofia propria del linguaggio, che si esprime nella tendenza del linguaggio
al pluri-linguismo dia-logico, alla correlazione dialogica delle lingue e dei
linguaggi di cui sono fatte, una filosofia del linguaggio, in cui ‘del
linguaggio’ è da intendersi come genitivo soggettivo: un filosofare del
linguaggio, che consiste nella pluri-discorsività dialogizzata. I campi di suo
studio e di sua ricerca sono la semiotica e filosofia del linguaggio. Filosofia
del linguaggio è l'espressione che meglio esprime l'orientamento dei suoi studi
e come egli affronta i problemi relativi alla semiotica dal punto di vista
della filosofia del linguaggio, alla luce degli sviluppi delle scienze dei
segni, dalla linguistica alla bio-semiotica. In tal senso, il suo
approccio può essere più propriamente definito come di pertinenza della semiotica
generale, anche se si occupa di semiotica generale, in termini di critica. La
semiotica generale supera l'illusoria separazione tra le discipline
umanistiche, da una parte, e quelle logico-matematiche e le scienze naturali,
dall'altra, evidenziando invece la condizione di inter-connessione. La sua
ricerca semiotica si riferisce a diversi campi e discipline, praticando un
approccio che è tras-versale e inter-disciplinare, o come direbbe lui stesso
"in-disciplinato". Si occupa di semiotica, di linguistica e
delle altre scienze dei linguaggi e dei segni, nel senso della filosofia del
linguaggio, intendendo ‘del linguaggio’ non come indicazione dell'oggetto della
filosofia, della filosofia che si occupa del linguaggio, ma come “la filosofia”
del linguaggio stesso, come la sua attitudine al filosofare. Filosofia del
linguaggio e intesa come filosofia del dia-logo, apertura all'altro,
disposizione all'alterità, arte dell'ascolto, messa in crisi del mono-linguismo,
del mono-logismo, inventiva, innovazione, creatività che nessun ordine del
discorso, nessuna de-limitazione dei luoghi comuni dell'argomentare, può controllare
o impedire. Il genere, come ogni insieme, uniforma indifferentemente, cancella
le differenze tra coloro che ne fanno parte, e implica l'opposizione altrettanto
indifferente con coloro che fanno parte del genere opposto. Ogni genere a cui
l'identità si appella per affermare la sua appartenenza, per esempio
comunitaria, etnica, sessuale, nazionale, di credo, di ruolo, di mestiere, di
condizione sociale, è in opposizione a un altro genere: bianco/nero;
uomo/donna; comunitario/extra-comunitario; co-nazionale/straniero;
professore/studente. Afferma che ogni differenza-identità, ogni differenza
di genere, al suo interno, è cancellazione della differenza singolare e ogni genere.
Ogni identità presuppone, in quanto basato sull'indifferenza e
sull'opposizione, prevede il conflitto. L'unica differenza non
indifferente e non oppositiva è la differenza singolare, fuori identità, fuori
genere, come d“sui generis” è l'alterità. Alterità intesa come relazione con
l'altro, alterità assoluta, di unico a unico, in cui ciascuno è in-sostituibile
e non indifferente. Un'alterità che l'identità rimuove e censura, relega nel
privato, ma che ciascuno vive e riconosce come vera relazione con l'altro.
Altre saggi “La relazione inter-personale” (Adriatica, Bari), “L’altro” (Adriatica,
Bari); “Linguaggio e re-lazioni sociali” (Adriatica, Bari); Produzione
linguistica e ideologia sociale (Donato, Bari); “Persone, linguaggi e
conoscenza” (Dedalo, Bari); “Filosofia del linguaggio e prassi sociale” (Milella,
Lecce); “Dia-lettica e verità -- Scienza e materialismo storico-dialettico” (Dedalo,
Bari); “La semiotica” (Dedalo, Bari); “Marxismo, scienza e problema dell'uomo” (Bertani,
Verona); “Scuola e pluri-linguismo (Dedalo, Bari); “All’origini della
semiotica” (Dedalo, Bari); “Segni e contraddizioni” (Bertani, Verona);“Spostamenti,
Percorsi e discorsi sul segno” (Adriatica, Bari); “Lo spreco dei significanti.
L'eros, la morte, la scrittura” (Adriatica, Bari); -- Grice: “Implicatura come
lo spreco” -- Fra linguaggio e letteratura” (Adriatica, Bari); “Segni per
parlare dei segni” (Adriatica, Bari); Filosofia del linguaggio (Adriatica, Bari);
Interpretazione e scrittura. Scienza dei segni ed eccedenza letteraria” (Bertani,
Verona); eccedenza – spreco. “Dialogo
sui dialoghi (Longo, Ravenna); La filosofia del linguaggio (Adriatica, Bari); “La
tartaruga” (Ravenna, Longo); “Filosofia del linguaggio”; “Segni valori
ideologie” (Adriatica, Bari); “Dialogo e narrazione” (Milella, Lecce); “Tra
semiotica e letteratura” (Bompiani, Milano); “La ricerca semiotica (Bologna,
Esculapio); “Il dialogo della menzogna” (Roma, Stampa alternativa, Scrittura,
dialogo e alterità” (Nuova Italia, Firenze); Fondamenti di filosofia del
linguaggio (Laterza, Roma); “Responsabilità e alterità” (Jaca, Milano); “La
differenza non in-differente. Comunicazione e guerra, Mimesis, Milano); “Il segno dell'altro: eccedenza letteraria e
prossimità” (Scientifiche, Napoli); I ricordi, la memoria, l'oblio. Foto-grafie
senza soggetto (Bari, Sud); Comunicazione, comunità, informazione -- comunicazione
mondializzata e tecnologia (Manni,
Lecce); “I tre dialoghi della menzogna e della verità (Scientifiche, Napoli); “La
rivoluzione bachtiniana. Il pensiero di Bachtin e l'ideologia contemporanea” (Levante,
Bari); “Metodologia della formazione linguistica” (Laterza, Roma); “Che cos'è
la letteratura?” (Milella, Lecce); “Elogio dell'in-funzionale -- critica dell'ideologia
della produttività” (Castelvecchi, Roma); “Semiotica della musica. Introduzione
al linguaggio musicale” (Graphis, Bari); “La coda dell'occhio. Letture del
linguaggio letterario” (Graphis, Bari); Basi. Significare, inventare, dia-logare”
(Lecce, Manni); “La comunicazione” (Graphis, Bari); “Fuori campo: il segno del
corpo tra rappresentazione ed eccedenza (Mimesis, Milano); Il sentire nella
comunicazione” (Meltemi, Roma); Semiotica dell'io” (Meltemi, Roma); “I segni e
la vita la semiotica” (Spirali, Milano); “Uomini, linguaggi, mondo” (Milano,
Mimesis); “Il linguaggio e le lingue. Introduzione alla linguistica generale” (Bari,
Graphis); “I segni tra globalità e infinità. Per la critica della comunicazione
globale (Bari, Cacucci); “Semio-etica (Roma, Meltemi); “Linguistica generale,
scrittura letteraria e traduzione” (Perugia, Guerra); “Semiotica e dia-lettica,
Bari, Sud); “La raffigurazione letteraria (Milano, Mimesis); Semiotica globale.
Il corpo nel segno (Bari, Graphis); Testo come iper-testo e tra-duzione
letteraria, Rimini, Guaraldi); Tesi per il futuro anteriore della semiotica. Il
programma di ricerca della Scuola di Bari-Lecce, (Milano, Mimesi); Dialoghi
semiotici (Napoli, Scientifiche); “La cifre-matica e l'ascolto” (Bari, Graphis);
“Fuori luogo. L'es-orbitante nella ri-produzione dell'identico” (Roma, Meltemi);
“A mente. Processi cognitivi e formazione linguistica” (Perugia, Guerra);
Lineamenti di semiotica e di filosofia del linguaggio (Bari, Graphis); Tre
sguardi su Dupin” (Bari, Graphis); “Scrittura, dia-logo, alterità” (Bari,
Palomar); “Linguaggio, lavoro e mercato” (Milano, Mimesis); “La dis-sidenza
cifre-matica” (Milano, Spirali); Contexto, Da dove verso dove. La parola altra
nella comunicazione globale (Perugia, Guerra); “La visione ottusa” (Milano,
Mimesis); “L’analisi, la scrittura” (Bari, Graphis); Interpretazione e
scrittura, Scienza dei testi ed eccedenza letteraria” (Multimedia, Lecce); “In
altre parole, Mimesis, Milano); “La filosofia del linguaggio” (Laterza, Bari); “Marxismo
e umanesimo. Per un'analisi semantica delle tesi su Feuerbach (Dedalo, Bari); “Manoscritti
matematici” (Dedalo, Bari); Saggi filosofici (Dedalo, Bari); Marxismo e
filosofia del linguaggio (Dedalo, Bari); Freudismo, Dedalo, Bari); Semiotica,
teoria della letteratura e marxismo (Dedalo, Bari); Il linguaggio (Bari, Dedalo);
“Linguaggio e classi sociali. Marxismo e stalinismo (Dedalo, Bari); Il metodo
formale e la teoria della letteratura” (Dedalo, Bari); “L'a-lienazione come
fenomeno sociale” (Riuniti, Roma); “Il linguaggio come pratica sociale”
(Dedalo, Bari); “Poli-fonie” (Adriatica, Bari); Scienze del linguaggio e pluri0linguismo.
Riflessioni teoriche e problemi didattici” (Adriatica, Bari); Scienze del
linguaggio e insegnamento delle lingue e delle letterature. Annali del convegno
(Adriatica, Bari); “Tractatus. Summule logicales” (Adriatica, Bari); “La significanza
del senso, in “Idee”, “La genesi del
senso”; Il linguaggio questo
sconosciuto. Iniziazione alla linguistica (Adriatica, Bari); Il linguaggio come
lavoro e come mercato” (Bompiani, Milano); Segni (Laterza, Bari); “Umanesimo
ecumenico (Adriatica, Bari); “Semiosi come pratica sociale” (Napoli, Scientifiche
Italiane, Napoli); “Semiotica e ideologia” (Milano, Bompiani); “Uccelli, Stampa
alternativa, Baria); “Il mio ventesimo secolo” (Adriatica Bari); “Sulla traccia
del grice” “Idee”, Emmanuel Lévinas, Su Blanchot (Palomar, Bari); “Maschere. Il
percorso bachtiniano fino alla pubblicazione dell'opera su Dostoevskij (Dedalo,
Bari); Idea e realtà dell'Europa: Lingue, letterature, ideologie, “Annali della
Facoltà di Lingue e Letterature Straniere”, Schena, Fasano (Brindisi), Comunicazione,
comunità, informazione” (Manni, Lecce); “Valéry, Cimitero marino, in “Athanor”,
Il Mondo/il Mare, e in “L'immaginazione”,
Problemi dell”opera di Dostoevskij (Sud, Modugno (Bari); Behar, Al margine (Sud,
Modugno Bari) Bachtin, Problemi dell'opera di Dostoevskij Sud, Bari); “Significato, comunicazione e
parlare comune” (Marsilio, Venezia); “La scrittura e l'umano, Saggi, dialoghi,
conversazioni” (Bari, Sud); “Per una filosofia dell'azione responsabile” (Manni,
Lecce); “Vivant, Riflessioni su Lévinas” (Bari, Edizioni dal Sud); “Marxismo e filosofia
del linguaggio” (Manni, Lecce); “Il metodo della filosofia”; “Saggi di critica
del linguaggio” (Graphis, Bari); “Disoccupazione strutturale, “Millepiani”, “Lingua,
metafora, concetto”; “VICO e la linguistica cognitiva” (Sud, Bari); Meditazioni
(Sud, Bari); “Dall'altro all'io”
(Meltemi, Roma); Vita, Athanor. Semiotica, Filosofia, Arte, Letteratura, Meltemi,
Roma); “Linguaggio e scrittura” (Meltemi, Roma); “Trattato di logica. Summule logicales
(Bompiani, Milano); “Il linguaggio come lavoro e come mercato” (Bompiani,
Milano); “Basi della semiotica”; “Nel segno” (Bari, Laterza); “Mondo di guerra,
Athanor; “Semiotica, Filosofia, Arte, Letteratura” (Roma, Meltemi); “Ideologia”
(Meltemi, Roma); “Il freudismo” (Milano, Mimesis); Marx Manoscritti matematici,
edizione critica con intruduzione (Spirali, Milano); Fucini, Le veglie di neri
e All'aria aperta, ed. Critica, Sbrocchi (Bari, Dedalo); “Metodica filosofica e
scienza dei segni” (Milano, Bompiani); “Semiotica e ideologia” (Milano, Bompiani);
Qohélet: versione in idioma saletino e trad. italiana, Caputo, Lecce, Milella);
In dialogo. Conversazioni (Milano, Esi, Athanor. Umano troppo dis-umano (Roma, Meltemi); Linguaggi,
Scienze e pratiche formative. Quaderni del Dipartimento di Pratiche linguistiche
e analisi di testi, Lecce, Pensa Multimedia, La filosofia del linguaggio (Bari,
Laterza); “La filosofia del linguaggio come arte dell'ascolto”; “Sulla ricerca
scientifica” Bari, Edizioni dal Sud, Athanor. La trappola mortale
dell'identità, Roma, Meltemi e letture critiche, Bari, Sud, Calefato, Logica,
dia-logica, ideo-logica. I segni tra funzionalità ed eccedenza, Semiosi, in-funzionalità,
semiotica” (Milano, Mimesis); “La filosofia del linguaggio come arte
dell'ascolto”; “Sulla ricerca” (Bari, Sud,); Lingua e letteratura, conoscenza e
coscienza”; “Identità e alterità nella dinamica della co-scienza storica”; “Tutto
il segnico umano è linguaggio; Per Qohélet emigrato nel Sud è la vanità ad
essere nienzi: dentr il dialetto è
straniera la parola dei re Nuessel, “Virtual; Dal silenzio primordiale al
brusio della parola”; “Alla ricerca della parola “vissuta”; Tutt'altro”; “In-funzionalità
ed eccedenza come prerogative dell'umano” (Milano, Mimesis). Augusto Ponzio.
Ponzio. Keywords: il segno dell’altro, semiotica filosofica, segno, segnico, il
segnico, l’amore, lo spreco del segno, Vico e la linguistica cognitiva; Landi; sottiteso,
Grice, pragmatica, metafora, vailati. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ponzio” –
The Swimming-Pool Library.
Grice e Porta: la
ragione conversazionale -- filosofia italiana -- there may be another!
Luigi Speranza --
Grice e Porta: l’implicatura conversazionale – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Castelnuovo Garfagnana). Filosofo
italiano. PORTA nascea Castelnuovo Garfagnana e
muore a Venezia. Pittore, matematico, astronomo e astrologo italiano, studia a
Roma, dove conosce il maestro Francesco SALVIATI (del quale assunse il
cognome), assieme al quale si trasferì poi a Venezia. Ivi, tra le tante opere,
si occupa della decorazione del soffitto della Marciana e affresca la sala
regia dei Palazzi vaticani a Roma. Nella prima parte del Codice Marciano Porta
affronta il tema del rapporto tra movimento degli astri e linguaggio, indagando
la formazione degl’elementi vocali, definendo un'embrionale tassonomia dei
suoni e prospettando la possibilità di una loro riproduzione ARTIFICIALE
attraverso appropriati dispositivi meccanici.Per approfondimenti vedasi
treccani.it/enciclopedia/giuseppe-porta Dizionario-Biografico, a cura di
Biffis. Giuseppe Porta, detto il Salviati o il Salviatino
(Castelnuovo di Garfagnana, 1520 – Venezia, 1575), è stato un pittore
italiano. Targa al pittore visibile sotto il Loggiato a lui
dedicato Biografia Si formò nella bottega del celebre Francesco Salviati, in
onore del quale decise di assumere proprio "Salviati" come nome
d'arte. Già nel 1535 era a Roma assieme al maestro, dove si dedicò alla
decorazione esterna delle facciate di vari palazzi; è in questo periodo che i
due poterono studiare da vicino le opere di Raffaello: sarà questo un fatto
centrale in quella definizione di maniera che così come stabilita dai due
artisti di concerto al Vasari guarderà alla maniera dello stesso Raffaello
oltre che di Michelangelo. Nel 1539 il Porta lasciò Roma per recarsi
prima a Firenze (dove ebbe appunto a conoscere il Vasari), poi a Bologna e
quindi, nel luglio dello stesso anno a Venezia. Il suo primo lavoro
autonomo fu quello che gli garantì la maggior fama, ovvero l'incisione posta a
frontespizio del volume Le sorti intitolate giardino d'i pensieri, libro
divinatorio pubblicato da Francesco Marcolini nel 1540, di cui il Porta curò
anche le illustrazioni interne: tali vignette formavano un repertorio di tipi e
di situazioni figurative a cui si ispirarono i maestri della nuova generazione
(Tintoretto, Bassano, ecc.); lo stesso frontespizio, di per sé, è da molti
studiosi considerato un vero e proprio manifesto del Manierismo. Alla
partenza di Francesco Salviati, nel 1541, il Porta cominciò a dedicarsi con
maggior costanza alla decorazione di palazzi veneziani, tra cui Palazzo Loredan
a Santo Stefano. Fu in quel periodo che lavorò alla splendida Sala della
Libreria della Biblioteca Marciana assieme, fra gli altri, al Veronese ed al
Tintoretto: sono del pittore castelnuovese una delle file di tondi del soffitto
ed un Prometeo sulla parete destra. Nel 1548 gli venne commissionata per
la Basilica dei Frari la pala d'altare Presentazione di Gesù al Tempio.
Nel 1565 il Porta tornò a Roma per completare gli affreschi vaticani, lasciati
incompiuti dal maestro Francesco Salviati; nell'anno successivo venne eletto
membro effettivo dell'Accademia del Disegno a Firenze. Tornato a Venezia,
fu chiamato ad affrescare un soffitto di Palazzo Ducale, oggi sfortunatamente
perduto. Negli ultimi anni si dedicò prevalentemente a studi di
matematica. Giuseppe Porta da Le vite del Vasari «Fu allievo di Francesco
Salviati Giuseppo Porta da Castel Nuovo della Carfagnana, che fu chiamato
anch'egli, per rispetto del suo maestro, Giuseppo Salviati. Costui giovanetto,
l'anno 1535, essendo stato condotto in Roma da un suo zio, segretario di
monsignor Onofrio Bartolini arcivescovo di Pisa, fu acconcio col Salviati, appresso
al quale imparò in poco tempo non pure a disegnare benissimo, ma ancora a
colorire ottimamente. Andato poi col suo maestro a Vinezia, vi prese tante
pratiche di gentiluomini, che, essendovi da lui lasciato, fece conto di volere
che quella città fusse sua patria; e così presovi moglie, vi si è stato sempre
et ha lavorato in pochi altri luoghi che a Vinezia. In sul campo di S. Stefano
dipinse già la facciata della casa de' Loredani di storie colorite a fresco
molto vagamente e fatte con bella maniera. Dipinse similmente a San Polo quella
de' Bernardi, et un'altra dietro a San Rocco, che è opera bonissima. Tre altre
facciate di chiaro scuro ha fatto molto grandi, piene di varie storie: una a
San Moisè, la seconda a San Cassiano, e la terza a Santa Maria Zebenigo. Ha
dipinto similmente a fresco in un luogo detto Treville, appresso Trevisi, tutto
il palazzo de' Priuli, fabrica ricca e grandissima dentro e fuori; della quale
fabrica si parlerà a luogo nella Vita del Sansovino. A Pieve di Sacco ha fatto
una facciata molto bella; et a Bagnuolo, luogo de' frati di Santo Spirito di
Vinezia, ha dipinto una tavola a olio; et ai medesimi padri ha fatto nel
convento di Santo Spirito il palco overo soffittato del loro refettorio, con
uno spartimen to pieno di quadri dipinti, e nella testa principale un
bellissimo Cenacolo. Nel palazzo di San Marco ha dipinto nella sala del Doge le
Sibille, i Profeti, le Virtù cardinali, e Cristo con le Marie, che gli sono
state infinitamente lodate. E nella già detta Libraria di San Marco fece due
storie grandi, a concorrenza degli altri pittori di Vinezia, de' quali si è
ragionato di sopra. Essendo chiamato a Roma dal cardinale Emulio dopo la morte
di Francesco, finì una delle maggiori storie che sieno nella detta sala dei Re,
e ne cominciò un'altra; e dopo, essendo morto papa Pio Quarto, se ne tornò a
Venezia, dove gli ha dato la Signoria a dipignere in palazzo un palco pieno di
quadri a olio, il quale è a sommo delle scale nuove. Il medesimo ha dipinto sei
molto belle tavole a olio: una in San Francesco della Vigna, all'altare della
Madonna; la seconda nella chiesa de' Servi all'altar maggiore; la terza ne'
Fra' Minori; la quarta nella Madonna dell'Orto; la quinta a San Zacaria, e la
sesta a San Moisè; e due n'ha fatto a Murano, che sono belle e fatte con molta
diligenza e bella maniera. Di questo Giuseppe, il quale ancor vive e si fa
eccellentissimo, non dico altro per ora, se non che, oltre alla pittura,
attende con molto studio alla geometria; e di sua mano è la voluta del capitel
ionico che oggi mostra in stampa come si deve girare secondo la misura antica;
e tosto doverà venire in luce un'opra che ha composto delle cose di
geometria.» (Tratto da: Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e
architettori di Vasari, pittore e architetto fiorentino) Opere
Circoncisione di Gesù, collezione Luigi Grassi, Roma Ciclo d'affreschi sulla
Passione della Cappella del SS. Sacramento, chiesa di San Polo Frontespizio
"Le sorti", Fine Art Museum of
San Francisco Presentazione di Gesù al Tempio., pala d'altare, Santa Maria
Gloriosa dei Frari, Venezia Profeti, pala d'altare, Santa Maria Gloriosa dei
Frari, Venezia La Purificazione di Maria Vergine e santi, pala d'altare, Santa
Maria Gloriosa dei Frari, Venezia Madonna con Bambino e i santi Antonio Abate e
Bernardo, pala d'altare, San Francesco della Vigna, Venezia Santa Caterina
d'Alessandria con i santi Gerolamo, Giovanni Battista e Giacomo Apostolo, pala
d'altare, San Francesco della Vigna, Venezia Cristo Redentore tra san Giovanni
Battista, san Gerolamo, santa Caterina e san Tommaso, studio per pala d'altare,
Getty Museum, Los Angeles Ratto delle Sabine, disegno a penna e inchiostro
bruno, Museo del Louvre, Parigi Crocifissione, cappella della Trinità, Basilica
dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia Cristo Risorto con gli apostoli Giacomo,
Tommaso, Filippo e Matteo, 1560, cappella della Trinità, Basilica dei Santi
Giovanni e Paolo, Venezia La Resurrezione, Nationalmuseum, Stoccolma
Riconciliazione dell'imperatore Federico Barbarossa, affresco, Palazzo
Vaticano, Roma Guerriero e tre donne attorno alla morente, disegno a penna e
inchiostro bruno, Museum of Fine Arts, Boston Ratto delle Sabine, olio su tela,
Bowes Museum, Durham Cacciata dal Paradiso, olio su tela, Musée des Augustins,
Tolosa Presentazione di Gesù al Tempio, basilica di Santa Maria Gloriosa dei
Frari, Venezia Presentazione di Gesù al Tempio, basilica di Santa Maria
Gloriosa dei Frari, Venezia Caterina d’Alessandria con i santi
Gerolamo, Giovanni Battista, Giacomo Apostolo, chiesa di San Francesco della
Vigna, Venezia Caterina d’Alessandria con i santi Gerolamo, Giovanni Battista,
Giacomo Apostolo, chiesa di San Francesco della Vigna, Venezia
Vergine con il Bambino, sant’Antonio Abate e san Bernardo, chiesa di San
Francesco della Vigna Vergine con il Bambino, sant’Antonio Abate e san
Bernardo, chiesa di San Francesco della Vigna Cristo Risorto con
gli apostoli, basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia Cristo Risorto con
gli apostoli, basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia
Deposizione dalla Croce, chiesa di San Pietro Martire, Murano (Venezia)
Deposizione dalla Croce, chiesa di San Pietro Martire, Murano (Venezia) Voci
correlate Francesco Salviati Giorgio Vasari Mattia Biffis, P., Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Portale
Arte Portale Biografie Categorie: Pittori italiani Nati a
Castelnuovo di Garfagnana Morti a Venezia [altre] PORTA (Salviati), Giuseppe. – Figlio di
Ludovico e di una certa Maria de Rocca, nacque (come riportato da
Migliorini, sulla scorta di documenti
non più rintracciati) a Castelnuovo Garfagnana, feudo estense in territorio toscano. La famiglia paterna costituiva una delle
casate più autorevoli del centro garfagnino, annoverando diversi membri
impegnati nel campo dell’amministrazione e del diritto (Nesi). Il padre fu più
volte sindaco della Vicaria, mentre il cugino Francesco è ricordato per aver
ordinato e tradotto in volgare gli statuti cittadini, nonché per essere
l’autore di un poema di ispirazione dantesca intitolato La visione (Firenze,
appresso Marescotti). È possibile che anche Giuseppe, primogenito del ramo di
Ludovico, abbia potuto contare in gioventù su una prima educazione di stampo
umanistico, di cui resterebbe traccia negli interessi scientifici della sua
maturità. Stando a Giorgio Vasari, la
sua formazione si svolse a Roma, dove giunse accompagnato da uno zio
«segretario del vescovo di Pisache lo mise a studiare con Francesco de’ Rossi,
detto il Salviati, a quel tempo una delle personalità emergenti nel panorama
artistico romano. Qui, sempre secondo
Vasari, il giovane Porta evidenziò ben presto una naturale predisposizione
pittorica, imparando in breve tempo «non pure a disegnare benissimo, ma ancora
a colorire ottimamente. L’apprendistato dovette plausibilmente svolgersi nel
segno di una solida pratica disegnativa, maturata a contatto con i tradizionali
modelli dell’antichità e con l’ambiente dei seguaci di Raffaello (soprattutto
Perino del Vaga e Polidoro da Caravaggio). Significativa fu senz’altro anche la
pratica come frescante, tecnica di cui in seguito il garfagnino sarebbe
diventato un riconosciuto maestro e da cui avrebbe derivato una peculiare
sensibilità cromatica, evidenziata anche dai critici seicenteschi («arricchì la
pittura di colori non ordinari», Boschini).
Non sono finora note opere risalenti al periodo romano, anche se è
plausibile che egli possa aver collaborato con il maestro in occasione di
commissioni pubbliche degli anni Trenta, come nel caso degli apparati
temporanei per l’ingresso di Carlo V a Roma (1536), o dell’affresco con la
Visitazione della Vergine per l’oratorio dei Fiorentini, sempre a Roma
(McTavish). Non si può inoltre escludere che alcuni dei disegni giovanili di
soggetto antiquario – come la Scena classica di Windsor (Royal collection) –
debbano essere riferiti a questo periodo di formazione. Intraprese, al seguito
di Francesco Salviati, un viaggio verso il Nord Italia, che lo condusse prima a
Firenze, poi a Bologna e infine a Venezia, dove i due artisti giunsero (Cheney).Il soggiorno veneziano fu probabilmente
propiziato da un invito da parte dei Grimani, che in quegli anni stavano
portando avanti un ambizioso programma di rinnovamento decorativo del loro
palazzo di Santa Maria Formosa, coinvolgendo maestranze centro-italiane; esso
si inquadra inoltre all’interno del più vasto fenomeno di aggiornamento in
chiave classicista della cultura veneziana, che spinse tra terzo e quinto
decennio del Cinquecento diversi pittori e letterati a lavorare o a trasferirsi
temporaneamente in laguna (Hochmann). In
questo contesto si colloca l’esordio artistico di Giuseppe Porta che,
nell’ottobre del 1540, realizzò, firmandolo, il frontespizio illustrato de Le
sorti intitolate giardino d’i pensieri di Francesco Marcolini, vero e proprio
«manifesto grafico del manierismo veneziano» (Pallucchini, in Tiziano e la
silografia), nonché alcune delle allegorie e dei ritratti di filosofi che
adornano il volume, che si distinguono per l’impostazione romanista nei gesti e
nelle pose (Mancini). Simili caratteristiche tornano anche nei primi lavori
pittorici che ci sono giunti, come nel caso della Resurrezione di Lazaro
(Venezia, Fondazione Giorgio Cini), oppure della tavola con La caduta della
manna (Milano, coll. privata; Pallucchini).
Alla partenza di Francesco Salviati, P. prede la decisione di fissare la
propria residenza a Venezia, potendo contare, tra l’altro, sul sostegno di non
meglio precisati «gentiluomini» veneziani (Vasari). Gli incarichi dei primi
anni Quaranta testimoniano in effetti un prevalente impegno nel campo della
decorazione ad affresco, soprattutto di ville e residenze nobiliari della terraferma;
nonostante molte delle opere ricordate dalle fonti debbano considerarsi
perdute, alcuni disegni superstiti consentono di definire temi e modelli
prevalenti, mettendo in luce il suo impegno per un rinnovamento in chiave
classicista dei codici decorativi nel campo dell’affresco (McTavish). Tra i lavori di questo periodo vanno
segnalati gli affreschi eseguiti con Camillo Capelli, detto Camillo Mantovano,
per una residenza rurale del Padovano, da identificare con villa Saraceno
‘delle trombe’ di Agugliaro, documentati nell’autunno del 1541 (Biffis), le
decorazioni interne di villa Priuli a Treville, nel Trevigiano (Ridolfi.) oltre
che «una facciata molto bella» a Piove di Sacco (Vasari). Tra le primissime
opere vanno incluse inoltre alcune sezioni degli affreschi con Uomini illustri
della Sala dei Giganti a Padova, attribuiti a Porta sulla base di serrati
raffronti stilistici (Bodon). Da scalarsi in progressione fino alla metà degli
anni Cinquanta sono infine altre imprese decorative compiute in prevalenza a
Venezia, tra cui si annoverano gli affreschi per Ca’ Bernardo a San Polo,
quelli per un edificio a San Rocco (pagamenti: McTavish), e ancora l’intera
facciata di palazzo Loredan a Santo Stefano, decorata con Storie romane. Viene
tradizionalmente fissata la commissione dei dipinti per il monastero di S.
Spirito in Isola a Venezia, a quel tempo oggetto di un ambizioso programma di
riqualificazione architettonica e pittorica, per il quale Porta realizzò le
portelle dell’organo con Il trionfo di David e David e Saul, come pure il
telero con l’Ultima cena per il refettorio e i tre tondi con scene del Vecchio
Testamento (Elia nutrito dall’Angelo; La raccolta della manna; Abacuc portato a
Daniele). L’insieme, trasferito alla
Madonna della Salute a seguito della soppressione dell’Ordine, testimonia un
cauto avvicinamento ai modi della pittura veneziana contemporanea, soprattutto
sul piano delle scelte volumetriche e cromatiche (Mc Tavish). Gli anni seguenti evidenziano un progressivo
incremento degli incarichi pubblici, in particolare per dipinti d’altare
commissionati da famiglie di ceto procuratorio e importanti ordini religiosi;
contemporaneamente si assiste anche a un crescente interesse da parte della
critica e del pubblico dotto, attestato, tra l’altro, dalla presenza del suo
nome nell’epistolario di Pietro Aretino
(Rossi). Tra i lavori più
importanti eseguiti a cavallo della metà del secolo, e di cui si conservano in
certi casi anche disegni preparatori con interessanti varianti iconografiche
(Jaffé), vanno ricordati: la Presentazione di Gesù al Tempio e santi, su
commissione dei procuratori di S. Marco de Ultra per l’altare Valier ai Frari
(Maronese; Biffis); la Deposizione dalla Croce per S. Pietro Martire a Murano (Zaru);
l’Assunzione della Vergine per S. Maria dei Servi, del 1550-55 circa (ora ai
Ss. Giovanni e Paolo, cappella del Rosario; McTavish); le pale con la Vergine e
i ss. Antonio abate e Bernardo e i Ss. Girolamo, Caterina, Giovanni Battista e
Tomaso, rispettivamente per la cappella Dandolo e Bragadin a S. Francesco della
Vigna. Dovrebbe risalire anche il
matrimonio con la veneziana Andriana Fasuol, dalla quale ebbe cinque figli
(Biffis), oltre che la definitiva e ufficiale adozione del cognome Salviati,
scelto «per rispetto del suo maestro» (Vasari).
Partecipò, assieme ad altri sei colleghi (tra i quali Paolo Veronese,
Andrea Schiavone e Battista Franco), alla decorazione del soffitto della
Libreria marciana di Venezia, promossa dai procuratori di S. Marco a
completamento dei lavori dell’edificio sansoviniano destinato a conservare il
patrimonio librario della Repubblica. Porta contribuì con tre tondi allegorici
raffiguranti Minerva, la Fortuna e la Virtù, Le arti di fronte e Mercurio e
Plutone ed Ercole e Bellona, contraddistinti da una sequenza ordinata e
metodica di personificazioni e figure mitologiche, rese con misurati equilibri
di forme e cromie (cfr. i più recenti D. Gisolfi, On Renaissance library
decorations and the Marciana, in Ateneo veneto, s. 3; Biffis, 2013a, pp.
75-126). L’intervento marciano contribuì
a mettere in luce le sue capacità nel settore dell’allegoria politica e civile,
in seguito nuovamente saggiate con la raffinata lunetta con l’Allegoria di
Venezia come Giustizia (Londra, National Gallery), realizzata per la Zecca
(McTavish). Tra le opere di questo periodo si ricorda anche la pala con i Ss.
Cosma e Damiano, Giovanni Battista e Zaccaria, commissionata dal medico
Benedetto Rinio (Venezia, S. Zaccaria; Pitacco). Più problematica è invece
l’autografia delle quattro Sibille per la chiesa di S. Maria del Giglio, per le
quali è registrato un modesto pagamento a suo nome di 14 ducati (Rossi). Giunse
a Roma su invito dell’ambasciatore Marcantonio da Mula per realizzare un
affresco per la Sala regia dei Palazzi vaticani con La pace di Venezia, per il
quale ricevette – assieme all’allievo Girolamo Gambarato – diversi pagamenti
(McTavish). Secondo Vasari, prima della morte di Pio IV fece a tempo a
impostare anche una seconda scena con La storia dei sette re in seguito andata
distrutta, ma di cui esiste un pregevole disegno preparatorio (Chatsworth
House, Devonshire Collection, inv. 16; McTavish). Al ritorno a Venezia ricevette l’incarico di
realizzare le tele con soggetti allegorici per il soffitto della sala di
Antipregadi a Palazzo ducale, per le quali fu pagato 660 ducati (McTavish).
L’insieme, andato perduto nell’incendio del 1574, è descritto in un poema
latino di Francesco Zannio, che si sofferma in particolare sulla spiegazione dei
soggetti e sul significato politico e istituzionale delle allegorie
(Biffis). Alla metà degli anni Sessanta
si dovrebbe collocare anche il progressivo avvicinamento alla figura di Jacopo
Contarini di Pietro, raffinato cultore di matematica e meccanica, nonché uno
dei principali mecenati veneziani del tardo Cinquecento (Hochmann). Alla sua committenza si devono diverse opere
della tarda maturità di Giuseppe Porta, tra cui l’allegoria sacra con
L’apparizione di Cristo risorto agli Apostoli (ora a Venezia, Ss. Giovanni e
Paolo) e un lungo fregio con figure allegoriche per il palazzo Contarini a S.
Samuele, andato disperso, ma di cui sono venuti alla luce diversi frammenti in
collezioni private (Hochmann; McTavish), che mostrano, rispetto ai lavori
giovanili, uno stile meno rifinito e monumentale, affine ad alcune
contemporanee sperimentazioni tizianesche sul tema della forma e del
volume. Simili caratteristiche tornano
anche in altre opere degli ultimi anni, come nel caso dei quattro teleri
eucaristici per la cappella del Sacramento di S. Polo a Venezia, databili verso
la fine degli anni Sessanta (McTavish), l’Annunciazione per gli Incurabili (ora
a S. Lazaro dei Mendicanti) e il Battesimo di Cristo per S. Caterina di
Mazorbo, su commissione di Emilia Michiel. Tra i lavori estremi va annoverata
anche la Presentazione al Tempio per S. Giorgio Maggiore, lasciata incompiuta
al momento della morte e portata a termine da Jacopo Palma il Giovane
(Jestaz). Morì a Venezia quando il
Senato gli rilasciò un privilegio per alcuni macchinari idraulici (Boucher) – e
quando il figlio Teseo gli subentrò nella titolarità della casa a San Trovaso
(Biffis). Oltre che per la sua attività
pittorica e per il suo contributo allo sviluppo in chiave classicista dello
stile pittorico veneziano, Porta è ricordato dalle fonti anche per la sua
attività di studioso e per le sue riconosciute competenze nel campo della
matematica e dell’astrologia. Sono
numerose, in tal senso, le testimonianze antiche che menzionano i suoi studi
(Vasari) o che ricordano l’ampiezza dei suoi interessi intellettuali, come nel
caso di Carlo Ridolfi, il quale evidenziò come egli avesse «buon intendimento
delle scienze» e fosse «buono studioso delle matematiche, delle quali compose
molti scritti e disegni. Rilevanti furono anche i riconoscimenti ufficiali o le
attestazioni di stima, provenienti non solo da colleghi e sodali (tra cui
Danese Cattaneo: Rossi), ma anche da altri protagonisti della vita culturale
veneziana del Cinquencento, come Francesco Angelo Coccio, Ettore Ausonio,
Francesco Patrizi, Sperone Speroni, Bernardo e Torquato Tasso (Campori, 1872;
Biffis). Delle molte opere progettate,
l’unica a vedere effettivamente la luce fu la Regola di far perfettamente col
compasso la voluta et del capitello ionico…, stampata da Francesco Marcolini e
pubblicata nel giugno del 1552 con dedica a Daniele Barbaro. La breve plaquette
illustra un metodo per la costruzione della voluta o spirale ionica, concepito
come risarcimento di una celebre crux filologica vitruviana su cui si erano
cimentati in precedenza anche Alberti, Dürer, Philiader e Serlio; rispetto a
queste, la soluzione prospettata da Porta si distingue per l’eleganza formale e
la precisione descrittiva, evidenziata dall’adozione di un procedimento
matematico mutuato dal libro IV degli Elementi di Euclide (Losito). La testimonianza più importante del suo
«enciclopedismo esoterico» (Rossi) resta comunque quella offerta dal
manoscritto marciano It.5094, che raccoglie – in forma di appunti, spesso
riuniti in modo disorganico – testi, commenti e schemi relativi alle ricerche
del pittore nel campo dell’astrologia e dell’acustica (Boucher; Biffis). Il
codice si compone di due parti principali: la prima affronta il tema del
rapporto tra movimento degli astri e linguaggio, indagando la formazione degli
elementi vocali, definendo un’embrionale tassonomia dei suoni e prospettando la
possibilità di una loro riproduzione artificiale attraverso appropriati
dispositivi meccanici; la seconda, organizzata attorno a un nucleo di
quattordici quaestiones, affronta invece temi più generali di astrologia
giudiziaria, relativi soprattutto all’influsso degli astri sul destino
individuale. Sul piano del metodo, il lavoro si caratterizza per l’ampio
ricorso a modelli descrittivi e all’esperienza empirica, mentre scarsi sono i riferimenti
teorici diretti, che si limitano di fatto alla sola citazione dell’opera
dell’astrologo bolognese Bartolomeo della Rocca. Annunciato come di imminente
pubblicazione da Patrizi, il testo venne in seguito abbandonato in una fase
avanzata di stesura, forse anche a causa del carattere decisamente eccentrico
della materia trattata; il codice pervenne quindi nelle mani di Jacopo
Contarini, probabilmente come dono da parte dei familiari del pittore, per
essere infine incorporato nelle raccolte marciane (Boucher). Vasari, Le vite, a
cura di G. Milanesi, VII, Firenze. C.
Ridolfi, Le maraviglie dell’arte, a cura di D.F von Hadeln, I, Berlin Boschini,
Breve instruzione per intender in qualche modo le maniere degli auttori
veneziani, in Id., Le ricche minere della pittura veneziana, Venezia 1674, pp.
non numerate; G. Campori, G. P. detto il Salviati. Notizie biografiche e
artistiche, in Atti e memorie delle Deputazioni di Storia patria per le
provincie modenesi e parmensi Migliorini, Gli uomini illustri garfagnini,
Castelnuovo della Garfagnana Frey, Der literarische Nachlass Giorgio Vasaris,
II, MünchenPallucchini, La giovinezza del Tintoretto, Milano Jaffé, G. P. il
Salviati and Peter Paul Rubens, The art quarterly; I. Cheney, Francesco
Salviati’s North Italian journey, in The art bulletin Boccazzi, Due tele
ritrovate di G. Salviati, in Arte veneta; A. Ballarin, Jacopo Bassano e lo
studio di Raffaello e dei Salviati, Pallucchini, Per gli inizi veneziani di G.
P. Boucher, G. Salviati, pittore e matematico; Tiziano e la silografia
veneziana del Cinquecento (catal., Venezia), a cura di M. Muraro - D. Rosand,
Vicenza; D. McTavish, G. P. called G. Salviati, New York-London 1981 (con bibl.
precedente); P. Rossi, Una monografia su G. Salviati, in Arte veneta McTavish, Roman
subject matter and style in Venetian façade frescoes, in Racar Hochmann, La
collection de Giacomo Contarini, in Mélanges de l’école française de Rome.
Moyen âge-temps modern Losito, La ricostruzione della voluta ionica vitruviana
nei trattati del Rinascimento Mancini, Lambert Sustris a Padova. La Villa
Bigolin a Selvazzano, Selvazzano Dentro 1993, ad ind.; M. Rossi, La poesia
scolpita. Danese Cataneo nella Venezia del Cinquecento, Lucca Furlan,
Un’aggiunta al catalogo di G. P., in Arte documento Jestaz, Tintoret et
Véronèse au secours de G. Salviati et de Palma le Jeune…, in Revue de l’art Rearick,
Francesco Salviati, G. P. and Venetian draftsmen, in Francesco Salviati et la
Bella Maniera. Actes des Colloques de Rome et de Paris a cura di C. Monbeig-Goguel
- P. Costamagna, Rome Hochmann, G. P. e la decorazione di palazzo Contarini
dalle Figure, in Arte veneta Pitacco, Un prestito mai rifuso: la vicenda del
‘Liber de simplicibus’ di Benedetto Rini, in Figure di collezionisti a Venezia
tra Cinque e Seicento, a cura di L. Borean - S. Mason, Udine Hochmann, Venise
et Rome 1500-1600: deux ècoles de peinture et leurs échanges, Genève, ad ind.;
D. McTavish, Additions to the catalogue of drawings by G. Salviati, in Master
Drawings Nesi, Castelnuovo capitale della provincia estense di Garfagnana nel
XVI secolo, Castelnuovo di Garfagnana; G. Bodon, Heroum imagines. La Sala dei
Giganti a Padova…, Venezia, ad ind.; A. Imolesi Pozzi, L’attribuzione del
frontespizio de “Le sorti in Un giardino per le arti…, a cura di P.
Procaccioli, Bologna Cellauro, G. Salviati’s ‘Allegory of Architecture’ for
Daniele Barbaro’s 1556 edition of Vitruvius, in Storie dell’arte; A. Maronese,
La Pala della Purificazione di Giuseppe Salviati: devozione, celebrazione
famigliare, propaganda politica, in Venezia Cinquecento, McTavish, Due nuovi
dipinti mitologici di G. P. detto G. Salviati, in Arte veneta Biffis, G.
Salviati a Venezia Indagini e ricerche sulla produzione figurativa e sul
lascito letterario, tesi di dottorato, Università Ca’ Foscari, Venezia (tutor
prof. A. Gentili); Id., Prima di Salviati. L’altare dei Frari, i procuratori di
San Marco e un documento per Marco Basaiti, in Venezia Tra poesia e pittura:
versi di Francesco Zannio per G. Salviati, in AFAT; D. Zaru, Art and observance
in Renaissance Venice: the Dominicans and their artists, Roma. Giuseppe Porta.
Keywords: deutero-esperanto – fonetica naturale, fonetica artifiziale. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Porta”.
Luigi Speranza -- Grice e Porta: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale magica – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Studia BRUNO a Roma. Cura “De umbris idearum” e il “Cantus Circaeus”
in “Il nolese di ghiaccio” (Bompiani). “Ti presento Sophia”Altri saggi: “La Magia”;
“Coincidenze miracolose, Storia della magia,e la trilogia di A come anima, A
come amore e C come cuore; Dizionario dell'inconscio e della magia” (Sperling);
“Tu chiamale se vuoi coincidenze” (Lepre). “Ricerca sul mito” “Sulle orme degli antenati” “Incontri nella notte, “Segnali”; "Immagini
da leggere"; “Bellitalia”. “Parlato semplice” “Bruno”, “Storia della Magia” “Storia della cavalleria” “Il mare di notte”, “Inconscio e Magia”,
“Inconscio e Magia Psiche”, “Guarire
insieme”. Studia il rapporto tra la filosofia antica romana e psicologia
junghiana. Collabora a “Abstracta”. “La Magia”; “L’Arte della Memoria” “Anima
Mundi” Insegna a Siena. Scuola di Psicoterapia Psicosintetica ed Ipnosi
Ericksoniana “H. Bernheim” di Verona, Istituto di Comunicazione Olistica
Sociale, Bari. Filoteo Giordano Bruno di Nola, Il canto di Circe, Roma,
Atanor, Ombre delle idee (Roma, Atanor); Itinerari magici d'Italia. Una guida
alternativa, Centro, Roma, Mediterranee, I grandi del mistero, Firenze, Salani,
Storia della magia mediterranea, Roma,
Atanor, Un'avventura nel Rinascimento” (Milano, Fiore d'oro); “L'essenza
dell'amore” (Roma, Atanor); Meyrink iniziato, Roma, Basaia); “Morte di un
bacio” (Roma, Lucarini); “I tarocchi di BRUNO Le carte della memoria” (Milano,
Jaca); “Racconti di tenebra” (Roma, Newton); “BRUNO: tra magia e avventure, tra
lotte e sortilegi la storia appassionante di un uomo che, ritenuto mago dai
contemporanei, fu condannato per eresie dall'Inquisizione e arso vivo sul rogo”
(Roma, Compton, La battaglia della montagna bianca, Chieti, Solfanelli, Fantasmi.
Storie e altre storie sulle orme di James” (Roma, Compton); L’incubo e del terrore”
(Roma, Compton); “Misteri di pietra” (Roma, Grapperia); “Racconti per amore” (Roma,
Lucarini); “BRUNO: avventure di un pericoloso maestro di filosofia” (Milano, Bompiani);
“Roma magica e misteriosa”; Dalla sedia del diavolo ai fantasmi di villa
Stuart, dalla cripta dei Cappuccini alla Porta Magica di piazza Vittorio: un
viaggio affascinante nel cuore segreto della città eterna e dei suoi dintorni”
(Roma, Compton); “Misteri. Quasi un manifesto della letteratura del mistero e
del segreto” (Milano, Camunia); Grandi
castelli, grandi maghi, grandi roghi” (Milano, Rizzoli); Storia della magia.
Grandi castelli, grandi maghi, grandi roghi” (Milano, Bompiani); “Il ritorno
della grande madre” (Milano, Saggiatore); “La magia” (Roma, Marsilio); “Coincidenze
miracolose” (Roma, Idealibri); “Donne magiche” (Roma, Idealibri); A come anima,
Milano, Pratiche, La quiete del Terrifico, Fasano, Schena, C come cuore. Pagine
per lenire il mal d'amore, Milano, Pratiche, Intervista Ettore Bernabei, Roma, Eri,
S come seduzione; “Dizionario dell'eros e della sensualità” (Milano, Saggiatore);
P come passioni” (Dizionario delle emozioni e dell'estasi” (Milano, Tropea); “Dizionario
dell'inconscio e della magia” (Milano, Sperling); L'armonia del dolore, Roma,
Pagine, Agguato all'incrocio, Milano, Tu chiamale se vuoi coincidenze. Quaranta
storie realmente accadute” (Roma, Lepre); “Il mistero di Dante”; "Qui trovo libertà autentica", su
ecoradio. Gabriele La Porta. Porta.
Keywords: implicatura magica, BRUNO, filosofia antica, Jung, il mistero di
Dante, il mistero d’Alighieri, Roma, etimologia di roghi, maestro pericoloso,
seduzione, sensualita, amore, estasi, storia della cavalleria, Atanor, Roma. --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porta” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Porta: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale fisio-nomica – la scuola di
Vico Equense -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vico Equense). Filosofo napoletano. Filosoo italiano. Vico Equense, Napoli,
Campania. Grice: “He is the one with the funny illustrations of men and
animals! The Italian way to comment on Aristotle!”
Riceve le basi della sua formazione culturale in casa, dove si è soliti
discutere di questioni filosofiche, e dimostra immediatamente le sue notevoli
innate capacità, che poté sviluppare attraverso gli studi grazie alle
condizioni agiate della famiglia. La famiglia ha una casa a Napoli a via Toledo
-- il palazzo Della Porta -- una villa a Due Porte, nelle colline intorno a
Napoli, e la villa delle Pradelle a Vico Equense. Tra i suoi maestri vi sono il
classicista e alchimista PIZZIMENTI, e i filosofi ALTOMARE e PISANO. Pubblica “Magiae
naturalis sive de miraculis rerum naturalium”. Pubblica un saggio di
crittografia, il “De furtivis literarum notis” dove scrive un esempio di
sostituzione poli-grafica cifrata con accenni al concetto di sostituzione poli-alfabetica.
Per questo è ritenuto il maggiore crittografo italiano. Quando già la sua
fama è consolidata, presenta il suo saggio sulla crittografia a Filippo II e viaggia
in Italia. Ha un saggio, “Sull'arte del ri-cordare” – ars reminiscendi
(Sirri, Napoli). Fondato intanto “i
segrettari”, l'Academia Secretorum Naturae, Accademia dei Segreti, per
appartenere alla quale e necessario dimostrare di effettuare una scoperta.
L'accento viene tuttavia posto più sul meraviglioso che sul scientifico. Le
raccolte di segreti costituivano un genere letterario che incontra una
straordinaria fortuna con l'avvento della stampa a caratteri mobili. Per segreto
si intende conoscenza arcana, ma anche ricetta, preparazione di farmaci e
pozioni d’effetto straordinaro, riguardante un argomento di medicina, chimica,
metallurgia, cosmesi, agricoltura, caccia, ottica, costruzione di macchine,
ecc. Colui che insegna a padroneggiarli è
chiamato professore di segreti. I segrettari sono però sospettati di occuparsi
di temi riguardanti la magia e l'occultismo, sicché è indagato dall'inquisizione e il circolo dei
segrettari chiuso. A lui è tuttavia concesso di continuare gli studi di filosofia
naturale. Pubblica “Pomarium” sulla coltivazione degl’alberi da frutta.
Pubblica Olivetum. Entrambi inclusi nella sua enciclopedia
sull'agricoltura. Pubblica De humana physio-gnomonia, della fisionomia
degl’uomini (Cacchi, Vico Equense). Ritiene
che l'animo non è impassibile rispetto ai moti del corpo e si corrompe per la
passione. In “De ea naturalis physio-gnomoniae parte quae ad manum lineas
spectat” (Trabucco, Napli) studia con attenzione i segni delle mani dei
criminali. Un tale segno non è frutto del caso ma importante indizio per
comprendere appieno il carattere degl’uomini. Pubblica “Phyto-Gnomonica”
(Salviani, Napoli), dove evidenzia l'analogia tra piante e animali, stimolato
dai contatti con alcuni alchimisti, poderoso saggio sulle proprietà dei
vegetali messe in analogia con le varie parti del corpo umano, basato
sull'antica dottrina delle segnature. Corredata da tavole illustrate, estende
il concetto di “fisio-gnomica” alle piante -- elencandole a seconda della loro
localizzazione geografica. Ravvisa collegamenti occulti tra la morfologia
delle piante e quella dei minerali, degl’uomini, e persino, indirettamente,
degl’astri e dei pianeti dell'astrologia, in una sorta di zoo-morfismo. Affascinato
ed entusiasta per il gran Paracelso e per i suoi dottissimi seguaci perché la
spagiria produce al mondo rimedi non mai più per l'addietro caduti negl’umani
intelletti. Onde da solleciti investigatori de' secreti della natura applicati
a morbi, ritrovano soblimi ed infiniti rimedi, onde la medicina, così gran
tempo ristretta negl’angusti suoi termini, or, allargando fuori, ha ripieno il
mondo de' suoi meravigliosi stupori. La sua villa è frequentata da CAMPANELLA
(si veda). Amico di SARPI (si veda). Conosce anche BRUNO (si veda). Per ordine
dell'inquisitore veneziano doveri chiedere il permesso per le sue pubblicazioni
a Roma. Si incontra con SARPI e con GALILEI. Incontra i Cesi. Pubblica la “Taumatologia” (Sirri, Napoli);
“Cripto-logia” (Sirri, Napoli). Scrive ancora un saggio di ottica (“De
refractione optices"), uno di agricoltura (“Villae”), due di astronomia --
“Coelestis Physio-Gnomoniae” (Paolella, Napoli) e “Della celeste fisonomia”
(Paolella, Napoli) -- uno di idraulica e
matematica -- “Pneumaticorum” (Carlino, Napoli) --, uno di arte militare (“De
munitione”), uno di meteorologia -- “De aeris transmutationibus” (Paolella,
Napoli) --, uno di chimica -- “De distillatione” (Camerale, Roma) -- e uno sulla
lettura della mano – “Della chiro-fiso-nomia” (Napoli, Bulifon). Nel campo
dell'ottica esercita notevoli contributi, indagando le proprietà degli specchi
concavi e convessi, conducendo un minuzioso studio delle lenti descrivendo la
costruzione di ingenti apparecchi ottici, tra cui la camera oscura ed il tele-scopio. Intraprende
inoltre studi di chimica pratica che includono la fabbricazione di smalti, di
polveri da sparo e di cosmetici. I numerosi esperimenti che ci descrive indicano
un’attitudine che lo pone fra i principali chimici dell’epoca. I suoi studi
sono caratterizzati principalmente dalla ricerca di farmaci dagl’effetti
eccezionali, utili ad esempio per la memoria, per produrre sogni piacevoli o
incubi, rimedi contro l’impotenza e la sterilità. Dei lincei. Ri-vendica
l'invenzione del tele-scopio, resa nota da GALILEI (si veda). Fa parte anche di
un circolo dedicato alla letteratura dialettale napoletana (Schirchiate de lo
Mandracchio e 'Mprovesante de lo Cerriglio), e gl’oziosi. Raccogge esemplari rari
del mondo naturale e coltiva piante esotiche. La sua villa e visitata dai
viaggiatori e ispira Kircher a radunare una simile collezione nel suo palazzo a
Roma. Commediografo e scrive “Le commedie” (Stampanato, Bari, Laterza), in
prosa, una tragi-commedia, una tragedia e un dramma liturgico; “Claudii
Ptolomaei Magnae Constructionis” (Vivo, Napoli); “Il Teatro” (Sirri, Napoli); “Villae”
(Palumbo e Tateo, Napoli); “Elementorum
Curvilineorum” (Cavagna e Leone, Napoli); Accusato di plagio da Bellaso, che è stato il
primo ad aver proposto questo tipo di cifratura X anni prima. Eco, Fedriga,
Storia della filosofia” (Laterza Edizioni Scolastiche); Eamon, Il professore di
segreti. Mistero, medicina e alchimia nell'Italia del Rinascimento, Paci,
Carocci, Fumagalli, “Semplicisti e stillatori: l'arte degl’aromatari” (Milano,
SGS, Gnome, su treccani. Turinese, “Zoo-morfismo, fisio-gnomica e fito-gnomica:
antesignano della bio-tipologia in medicina, in “Il cenacolo alchemico”, Paolella e Rispoli
(Napoli, Il Faro di Ippocrate); Verardi, La scienza e i segreti della natura a
Napoli nel Rinascimento: La magia naturale” (Firenze); Paolella, La Spagiria, ne
Il Cenacolo alchemico, Paolella e Rispoli (Napoli, Il Faro di Ippocrate); Paolella,
Carteggio linceo, in "Bruniana et Campanelliana", Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
filosofia, Convegno di Vico Equense, Torrini, Napoli, Piccari (Milano,
Angeleli); Giudice, “II mago dell'arcana sapienza” (Milano, Via Senato);
Paolella, “I Meteorologica di TELESIO, P. e Cartesio -- tra credenza e
scienza, Roma, Associazione geo-fisica, Paolella, L’astrologia:
la Coelestis Physiognomonia (Poligrafici, Pisa), Atti del Convegno L’Edizione
nazionale del teatro e l’opera, Salerno Montanile, Paolella, Appunti di
filologia dellaportiana, Istituto italiano per studi filosofici, Napoli, Sirri,
Paolella, Convegno, Roma, Scienze e Lettere, Santoro, La "Mirabile" Natura.
Magia e scienza (Napoli-Vico Equense) Atti del Convegno, Pisa-Roma, Serra, Vivo,
Tecnica e scienza, Serra, Pisa-Roma, La "Mirabile Natura. Napoli-Vico
Equense Santoro. Serra, Pisa-Roma, La Mirabile Natura. Atti del Convegno, Vico
Equense, dei Segretarii. Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P., neapolitano
autore (Neapoli, apud Ioa. Mariam Scotum); vulgò De ziferis, P., Neapolitano
auctore (Neapoli, apud Ioan. Baptistam Subtilem, vulgo de ziferis, altero libro
superaucti, et quamplurimis in locis locupletati. P., il mago dell'arcana
Sapienza. Filologia. Filologia dellaportiana.È famigeratissimo il Porta per la
sua opera della Fitonomia Umana, che prima compresa in quattro
libri, e poi arricchita di altri due, fu stampata in Napoli, in Francfort, in
Anversa, e tradotta ancora dal- l’originale latino in italiana favella:
del che può vedersi Chioccarelli nella citata sua opera, che
diligentemen- te al suo solito ne tratta. Della medesima io ho
vedute queste due edizioni; De hvmava phynognomonia libri
4. UrseUis, c l'italiana stampala in Venezia, che comprende tutti i
sei libri. I/autore crede, che sic- come dalla diversa figura delle
piante si potevano, secondo lui, arguire le varie proprietà delle medesime
; cosi del pari dagli esterni lineamenti di tutte le parti del
corpo umano, finanche dalle unghie, c dalla maggiore, o dalla minor copia
de’peli, si potessero rilevare le naturali disposizioni de’temperamcnti
degli uomini. Siccome poi avea bisogno di una norma per questa investigazione,
perciò chiama in rassegna tutti quasi gl’animali, e confronta le configurazioni
delle parti de'loro corpi con le configurazioni di quelle dell’ uomo;
per quindi poter conchiudere, che sicno ne’ diversi uomini le
conosciute proprietà naturali di quelle bestie, alle quali si
assomigliano nella forma della faccia, della fronte, del collo, delle spalle,
del dorso, de’picdi, della boc- ca, delie labbra ec. ec. ec. A
questo fine esamina le medaglie, e le statue, che erano nel musco di suo
fratello Gio. Vincenzo; paragona le descrizioni, che gli antichi storici ci
lasciarono di que’ personaggi; corre al luogo, ove in que’tempi si
appiccavano alle forche i facinorosi, e conviene con Boia di lasciargli
esaminar le mani, i piedi, le spalle di que’ rei, credendo, che dalla
figura di queste parti si potesser conoscere i delitti, per i quali morirono;
lo stesso fa nelle pubbliche carceri, e nella Chiesa di s. Restituta, avendone
ottenuto permesso da coloro, che per carità seppellivano i morti.
Io però non ho potuto mai persuadermi, che le unghie rotonde sieno
segno di lussuria, ed il petto senza peli, argomento di sfacciataggine. E se
nelle piante non regge quest’analogia, molto meno può reggere, ed
applicarsi all’uomo, rispetto al quale noi siamo all'oscuro come mai si formino
le passioni; qual ne sia la sede; o finalmente non sappiamo con chiarezza
tutta l’economia dei cervello suo. Essendoci pertanto ignoti questi punti
fondamentali, io non veggo la ragione, per cui si possa dire, che il naso
a guisa di Rinoceronte in POLIZIANO, sia stato argomento dell’ alterigia
sua, simile a quella di quest’animale. Se Porta avesse conosciuto il
segreto di frenare il suo ingegno, portato sempre al maraviglioso, ci avrebbe
lasciata un’ opera in questo genere, come la desiderava il Verulamio
nel primo capitolo del libro quarto della sua opera De augmenlfs
scientiarum. Ma l’amor del sistema, e la fallace guida dell’esterna
analogia, lo cacciaron fuori del retto e sicuro cammino. Qualunque però
sia il merito di questa sua letteraria fatica, sarà anche per lui una
gloria l’aver preceduto in questa scienza i moderni, senza però aver
imitata l’irreligion di taluno tra essi; giacché P. confessa esser questa
scienza puramente di congettura; esistere nell’uomo la vera libertà
dell’arbitrio; poter questa essere aiutata dalla divina grazia, ebo
lo rinfranca da quelle ruinc, che recò all'uomo il peccato
originale, ch’egli altresì confessa. Appartengono poi alla stessa materia
la sua Chìrofìsonomia, e la sua Fisonomia celeste; essendo la prima una
parte delia presente opera; e la seconda un’applicazione de’medesfmi principii
contro agli astrologi, dimostrando, che dalle proprietà de’diversi
temperamenti, rilevate dalfesterne figure delle parti del corpo
umano, si potevano derivare, ed arguire tutte quelle cose, che gli
astrologi stranamente spiegavano colle stelle. Per quel che riguarda le
sue cognizioni intorno alla memoria artificiale, egli le raccolse nella
sua opera, che porta questo titolo: Ars reminùcendi. Neapoli. Raccomanda
in essa principalmente l’ordine nell’ apprender le cose, perchè è il
mezzo più efficace per ritenerne l’ idee; il che gli dà ftiogo nei
capitolo quarto a lodare le matematiche: mathematicae percepitone, et
praeiertim geometrica j quia ordine, et diligenti dis- posinone digesto
sunt, memoria facile continentur. Ubi non est ardo, ibi confusio. Suggerisce
poi il noto uso de’luoghi artificiali, in cui collocar l’idee; e
quello delle immagini, in cui associar le parole: nel che se fosse
stato più sobrio, si sarebbe incontrato perfettamente con quanto poi scrisse
Bacone intorno alla memoria artifiziale, alla fine del libro quinto della
sua opera De augmentis scientiarum. Ma arendo soverchiamente caricata di
queste tali immagini, e luoghi la sua esposizione nella quale è divisa
tutta l’opera, par che in vece d’esserne favorita la memoria, ne
venga oppressa dalla moltiplicità di queste medesime immagini, dall’uso de’
vari paradigmi di caratteri arbitrari, e dall’ esame, e, per cosi dire,
rassegna di personaggi, di cose, di parole, con cui vuole egli, che
si trattenga ogni uomo nella regione della propria fantasia. Si potrebbe
dire, che P. non fa altro in tutto il corso della sua lunga vita, che immaginar
cifre: tanta n’è la moltiplice varietà da lui rac- colta nell’ opera : De
occulti s litterarum noti s, vulgo de Ziferis. Neapoli. Gli accidenti
della musica deter- minati ad alfabeti; le fiaccole, i suoni, i numeri,
le no- te musicali adoperate per lettere ; gli alfabeti comuni
raddoppiati, o accorciati; le diverse figure, con cui disporli; le varie specie
di geroglifici: tutto vi è esposto con una perpetua erudizione. Se l'opera
fosse stata un po’ più ristretta, ne riuscirebbe la lettura egualmente
piacevole, che quella di Bacone, che con sobrietà filosofica ba saputo disporre
le cose dette da P., sul principio del sesto libro de’ suoi aumenti delle
tcienze. Fabricio ba verificata la lagnanza di P. circa il plagio
fattogli da un francese, nell’ opuscolo, che appunto ha per titolo:
Centuria plagiariorvm. Nel catalogo dell’ opere del nostro filosofo
ne ho accennato alcune, che non erano ancora state pubblicate da lui
quando Io formò ; se poi 1’ avesse fatto in seguito, io noi so, per
quante diligenze vi abbia adoperate, e perciò non ne parlo. Dorrei però
dir qualche cosa di quell’ altro suo opuscolo citato più sopra col titolo
di Miracoli e maraviglioti effetti della natura. Ma oltre al non averlo potuto
aver tra le mani, me ne dispensa dal farne parola il giudizio del
medesimo P., il quale, come ci attesta SCOTTO (si veda) nella sua Magia
Universale, lo condanna col non aver ricordato nella sua magia le cose
strane, che ivi avea scritte ; al che anche aggiunse il non registrarlo
nel citato catalogo. Delle sue commedie poi non debbo parlare, perchè sempre ho
considerato in lui per tutto questo mio opuscolo, il filosofo, e non già il
poeta. Ma se di passaggio se ne bramasse da taluno un giudizio, dirò pure, che
elleno non sono l'ultime per que' tempi; che gii applausi, con cui
furono ricevute, e rappresentate per l’Italia, confermano un tal giudizio; e
che finalmente, se la scena vi è ingombrata di attori, se il prologo è
spesso freddo, ed il dialogo non sostenuto con dignità, bisogna
ricordarsi, che questi ed altri simili difetti si son sempre ritrovati in ogni
arte, quando appena incominciava ad uscir dalla sua culla. Nella
conclusione pertanto di questo opuscolo dovendo finalmente produrre il mio
sentimento sul merito di P., e suifutililà da lui recate alle scien-
ze, io non temo d’errare nel dire, ch’egli sarebbe stato veramente sommo,
se avesse meno cercato di esserlo. È fuor di dubbio, che a se stesso
dovette la vera cognizione de’canoni, onde filosofare sulla natura, e
quel che più importa, l’applicazion de’medesimi alle
naturali discipline. Era tra noi precedentemente apparito TELESIO,
acerrimo declamatore contro al Lizio; ma essendo stato ancor egli involto
nell’errore de'tcmpi, che per ben filosofare, bisognava
trascegliersi una guida tra gli antichi filosofi, non fece altro,
che sostituire agli arbitrari principii de’suoi avversari, quel- li
similmente arbitrari di Parmenide di VELIA, senza che per questa
sostituzione ne conseguisse alcun vantaggio la Naturai Filosofia, che
cambia padrone, e non già muta servitù. Non così però P., che
sagacissimo, intraprendente, c saggiamente libero si volse alla
stessa natura, che è anteriore alle ipotesi dell’uomo. La lettura delle
opere degli antichi gli fece evidentemente conoscere, ch’eglino aveano
errato il cammino; perciocché dopo tanti secoli, e dopo tanti stenti di uomini
per altro sommi, non vi si era per niente avanzato lo spirito umano.
Quindi magnanimamente si risolvette; come ci fa sapere nella prefazione alla
sua Chirofiwnomiaj di cambiar metodo; e siccome quelli aveano stranamente
preteso di voler prescrivere coi loro intelletti le leggi alla natura,
cosi egli per contrario, conoscen- done la sublimità, e la grandezza, le
si diede a ministro, cercando di carpire dalle particolari esperienze i
generali principii delle sue leggi. La felicità de’ primi tentativi, la
novità delle cose, che di giorno in giorno scopriva, gl’inebriarono per
modo lo spirito, che lo precipitarono in un altro eccesso, qual si fu quello,
di volerne esplorare, e stringere in un corpo tutti i regni, nc’quali è
divisa la medesima natura. Questa intemperanza di brame, o come la chiama PLINIO
nella sua Storia, questo furore, fu cagione, che egli alcune volte
tentasse finanche quel che era impossibile, o si lasciasse sedurre da certe
osservazioni non sicuramente stabilite. In questo però merita
compatimento; perciocché oltre la felicità de’successi, e la sorpresa delle
tante maraviglie, che, alzato in parte il suo velo, gli disvelava la
natura; ognuno ben sa, eh’ eran questi i primi movimenti dello spirito
umano, che sottrattosi da’ceppi di Aristotile, di Parmenide, o di altro
antico filosofo, incominciava da se a contemplare: e questi primi
movimenti sogliono costantemente unire alla loro robustezza una certa
irregolarità di direzione. Appunto come avvenne nell’epoca del
risorgimento delle Belle Lettere in Italia, che disotterratisi i
codici degli antichi scrittori latini, i nostri italiani avidamente li
divorarono con una irregolare lettura, onde ne avvenne, che si formarono
uno stile misto delle grazio di CICERONE coi concetti di Seneca, e di
PLINIO. Fu però utile alle scienze questa scossa elettrica di P.,
affinchè dal grido, che menavano tante metamorfosi portentose, e tante
esagerate maraviglie, si destassero gl’altri a percorrere ancor essi il cammino
della natura; e quindi dalle replicate, e meglio ponderate esperienze
loro, si dissipasse la nube di tanti incantesimi, e venisse finalmente l’umana
ragione condotta alla sobrietà delle sue ricerche, ed alla gloria de’suoi
trionfi. Arte del ricordare, dal latino al volgare – da Falcone -- Giovanni
Battista Della Porta. Porta. Keywords: implicatura fisionomica, filologia --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porta” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza: Grice
e Portalupi – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sten. ling. A. Portalupi.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Portalupi,”The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice
e Portaria: la ragione conversazionale o -- Eurialo e Niso, ovvero, dello
spirito – ma non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon
tali alla scrittura, ch' uno la fugge, e l'altro la coarta – la scuola di Todi
-- filosofia umbra -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Todi). Filosofo italiano. Todi, Perugia, Umbria. Grice: “I
like Portaria, but then anyone with an interest in
Anglo-Saxon ‘soul’ should! – if a philosopher, that is! Unlike Anglo-Saxon soul
who God knews whence it comes, the Romans had spiritus, and animus anima, which
is cognate with animos in Greek meaning ‘wind’ – so that leans towards a hyle-morphic
conception where the body (corpus) is what has the ‘materia’ and the ‘breath’
is the ‘forma’ -- Italian philosophers
would ignore this – and more so now when Davidson is in vogue! – if it were not
for Aligheri who has Portaria in “Paradiso” – there is indeed a serious
philosophical confrontation between an ACCADEMIA and and a LIZIO conception of
the soul as seen in the controversy between AQUINO (si veda) and P.! P. uses
the same linguistic tools: is ‘spiritus’ synonym with ‘anima’? Or must we speak
of ‘homonymy.’ And add ‘medium’ into the bargan! P. is less canonical than AQUINO
and should interest Oxonians much, oh so much, more!” – Unfortunately, he was
from Todi and donated all his manuscripts to Todi, which many skip in their
Grand tour – although it IS on the Tevere as any member of the “Canottiere del
Tevere” will know!” -- Grice: “My name is Grice – Paul Grice – Matteo’s name is
Matteo Bentivgna dei Signori d’Acquasparta e Portaria. Nacque da una delle grandi famiglie delle Terre
Arnolfe, quella dei Bentivegna, feudatari di Acquasparta e Massa Martana,
trasferitisi a Todi. Studia
a Bologna. Insegna a Roma. Alighieri
lo nomina, biasimandolo, tramite le parole di Findanza in opposizione a Ubertino da Casale: “Ma non fia
da Casal né d'Acquasparta/là onde vegnon tali alla scrittura/ch' uno la fugge,
e l'altro la coarta” (Par.). Società
dantesca.
Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia dantesca. Matteo
d’Acquasparta. Matteo Portaria d’Acquasparta. Portaria. Keywords: filosofi
citati d’Alighieri nella Commedia (Par.: ma non fia da Casal né d'Acquasparta,
là onde vegnon tali alla scrittura, ch' uno la fugge, e l'altro la coarta.),
logica, dialettica, Occam Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Portaria” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Porzio:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nel lizio– la scuola
di Napoli -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “His surname
is plain “Porta,” but in Latin that is latinised as ‘portius,’ and then this vulgarized
as ‘porzio’!” – But then who wants to be called “door”?” Studia
a Pisa sotto NIFO (si veda). Scrive sul celibato dei preti (“De celibate”),
sull'eruzione del Monte Nuovo (“Epistola de conflagratione agri puteolan”i) e
sul miracoloso caso di digiuno di una ragazza tedesca (“De puella germanica”).
I suoi saggi principali, fra cui il trattato di etica, “An homo bonus vel malus
volens fiat” e in particolare il “De mente humana,” nel quale sostene la
mortalità dell'anima secondo un'esegesi d’Aristotele – LIZIO. Proprio queste
sue dottrine mortaliste, troppo facilmente accostate e sovrapposte a quelle
sostenute da POMPONAZZI (si veda) nel “De immortalitate animae”, contribuirono
a creare una leggenda biografica secondo la quale egli sarebbe stato allievo e
quindi semplice epigono di PERETTO. In ogni caso, al di là di una innegabile
tendenza materialista nella sua esegesi d’Aristotele del Lizio, evidente anche
nel suo saggio, il “De rerum naturalium principiis,” sua produzione è
caratterizzata anche da interessi teo-logici del tutto svincolati dai peripatetici
del LIZIO e che sono particolarmente evidenti nei due commenti al pater noster
che probabilmente non estranei ai fermenti evangelici della riforma italiana. Tra
peripatetici, naturalisti e critici, "De’ sensi" e il "Del
sentire, studi ittio-logici. Græcæ lingue grammaticam ab omnibus fere
dixerim expectatam simul et expetitam, à quamplurimis frustra promissam,
à nonnullis vero quibusdam veluti delineamentis duntaxat adumbratam, nec ab
aliquo satis adhuc expressam, non tam explicaturus, quam editurus
aggredior. Grande quidem ac perarduum opus nostrisque
viribus impar; sed non inaccessum. Nec enim omnium omnino
difficultatum ambages, syrtesque superare contendimus, sed faciliorem quandam ac brevem hujusmodi
Grece lingue notitiam methodum instituimus. Quoxiam vulgaris hec grecorum
lingua suam, ut par est, originem non inficitur, ac fœcundam illam
linguarum 1: parentem ἑλληνίδα διάλεκτον, matrem agnoscit, non mirum si ad ipsam tanquam ad
fontem existimem recurrendum, et plurima ex ipsa deprompta censeam
referenda. Habet igitur hæc quoque suas XXIV literas, ut illa,
paritérque dividit eas in vocales et consonantes. Vocales quidem VII
agnoscit -- a, e, n, t, o, v, ω -- ex quibus sex proprias diphthongos format at, av, ει, ευ,
ot, ov: ex impropriis tamen preter n, w, et νι, nullas alias admittit. Jam consonantes sunt XVII -- 8 9
60x Au vEmpoactoy d, ex quibus quaedam tenues r x r; quaedam aspiratæ 0 9
χι quedam medie f y 2; quedam duplices ὅ E ; quedam denique immutabiles À u ν p. et 20 25 Quod attinet ad
pronunciationem, miror quosdam doctos licet et non vulgari præditos
eruditionis varietate ed temeritatis devenisse, ut germanam, integram, ac πατροπχοάδοτον recentiorum Graecorum pronunciationem, chimericis
nescio 3 quibus ducti conjecturis, totis viribus ausi fuerint quam
sane temerario judicio, sic irrito conatu pervertere, ac deturpare.
Profecto si Grecis maternæ linguæ flexiones, et una cum lacte acceptos
haustosque sonos et accentus puros et intactos audes denegare, cur
barbariseos concedas, cur extero cui- ο que qui aliarum Nationum aecentus suo nativoque
accommo- dat, toto, ut aiunt, ccelo à recta earumdem Nationum
aberrans pronunciatione atque deflectens. Verum hæc obiter
tetigisse sat erit, pluribus enim prosequi, et vehementius in eos invehi
præsens prohibet institutum, ac brevitatis amor. Quare ut eo redeat, unde
parum aberravit oratio, dicam de literis in particulari, et primo quidem
de A, quæ ore debet proferri pleno, numquam depresso. Neutro omnia in
plurali hac litera terminantur, quidam etiam in singulari, præci-
puéque Verbalia, ut atvcux no0ti0 à «vo, πάλαια lucta à πα- Àxiée. Item omnia fere nomina substantiva, et non
verbalia fwminini generis, ut μοῦσα Musa, κάψα calor, dix sitis, etc. Est praeterea terminativa
Aoristi tam activi quam passivi modi Indicativi, ut ἔχαμα feci, ἐγοάφθηκα scriptus sum.Sic etiam desinunt omnia adverbia, ut
xx22 benè, σεφὰ doclà, &aímux es egregió, et
hujusmodi plura. B, effertur ut V Consonans, nec ponitur nisi in
medio vel initio dictionis, numquam in fine. Quod autem β sonet V Consonans ex hoc maxime constat, quod
Greci dum B Latinorum pronunciationem volunt exprimere, in nominibus præcipue
quibusdam ab ipsis Italis mutuatis, et à græcaliterali quam longe
distantibus non utuntur fj, sed uz, quod apud illos sonat b, ut videre
est in dictione bombarda quam nostri Græci sic scribunt µπομπάρδα. l', varie sonat pro varietate vocalium
quibuscum alligatur ; Na cum a, o, o, et ου, eodem prorsus effertur modo, quo, g Latinorum in
ga, go, et qu : At cum i, z, v, ot, e et αι editur ut gÀ, vel ghiè Italorum, et ut gue et gui
Gallorum. Jante aliam posita, et ante, sonat ut» ut ἄγγελος angelus, αγκαλλιόζω amplector. # A, densiori quodam spiritu, quam D
Latinorum edi debet. Hispani ad hanc pronunciationem maxime omnium
accedunt. E, valet E. In hanc vocalem terminantur præcipue Vocativi
singulares Nominum Masculinorum, quorum Nominativus est in ος, ut xa: bone, ἄτυχε improbe, etc. Item secundae
persone numeri pluralis Verborum cuiuscunque sint modi, sicut etiam
secunda persona numeri singularis Imperativi, ut «zu: fac, λέγε dic. Item
tertia persona Aoristi tam activi ; quam passivi numeri singularis modi
Indicativi. Græci nostri carent c clauso, uno namque sono, eóque aperto,
ut reliquas omnes vocales, edunt. Z, suaviuseffertur Latinorum Z,
æquivaletquesimplici 8, cum in medio dictionis ponitur, ut in hac voce,
Musa. Z 10 insuper post r, sonat c, ut in hac voce, ἔτζι constat, et in
aliis pluribus. H, sonat I, et non E, ut quibusdam placet,
eruditis quidem alioqui viris, at non Grecis, quibus inauditus est
hujusmodi sonus, et omnino peregrinus. Est terminativa nominum tantum
generis fœminini, et precipue adjectivorum, ut καλὴ bona, ἄσποη alba.
Item tertiæ persone numeri singularis Verborum modi Subjunctivi,
subscripta « ut διά νὰ κάωῃ ut faciat. 0, funesta litera, et
à solis fere Græcis proferenda, characteribus aliarum linguarum, vel vocibus
exprimi scriptis minime nequit, videtur tamen accedere ad prolationem
s, balbutientium. I, valet I, in quam desinunt omnia fere neutra,
quæ derivantur à græcoliterali in tov, ut ψωμί à φωμίον: κλαδὶ à
κλα- div. δακτυλίδι à ὁχκτυλίδιον. Item omnia diminutiva in κι, ut
ανθρωπαάκι homunculus, et alia innumera. K, æquivalet C, sed
diverso modo; nam cum a, o, o, ov, sonat ca, co, et cu : at cum i, v, €,
v, εἰ, ot, et αι, correspondet qui et que Gallorum, vel etiam italico chí
et chie. K, post y 5 ety, profertur ut g, verbi gratia τὸν κόσμον, et
αγκάλι͵ ton gos- mon, et angáli dicemus. A, valet L, ac semper
eundem retinet sonum ante quascunque vocales, et diphthongos posita, licet
quibusdam videatur aliter exprimenda ante «, voluntenim tunc idem prorsus
sonare, 3: quod gli Italorum, vel // Hispanorum. Utrumque sonum non
improbo. M, sonat M, quæ si ponatur anter, variat illius sonum, ita
ut proferatur ut b, ut constat in voce µπαμπακι, bambáki, id est
bombyx. N, quanvis ante a, €, ο. o, αι et ου, Sonet na, me, πο, nu;
attamen ante:, οι, ει et υ (in nobilioribus saltem presentis Grecis locis)
sonum gni Italorum, vel duplicis nn Hispanorum prz se ferre videtur. N, ante π
æquivalet m, et x b, exempli gratia τὸν πατέοα patrem. pronunciamus tom
batéra. Est insuper finalis accusativi singularis primæ et secundae
5 declinationis, et omnium genitivorum numeri pluralis, item- que
Nominum neutrorum in ον. E, effertur ut cs, non vero (ut perverse quidam)
tanquam gs. O, sonat O, ore aperto prolata. In hanc desinunt
quampluio rima nomina neutrius generis, ut ἄλογο equus, etc. quee deberent
terminari in ον, si spectetur eorum origo. II, valet P, sed post µ vel v, respondet B LATINORVM,
ut patet in dictione murs mitto, pémbo, et aliis. Vertitur ali-
quando in ο ut βλάπτω, βλάφτω noceo, γλύπτω γλύφτω scalpo, et 15 alia non pauca. P,
æquivalet R, initio dictionis semper spiritu aspero notatur, cum vero sunt duo
(ut fere contingit in medio alicujus dictionis) primum leni notatur
spiritu, secundumautem aspero. Ponitur interdum loco À, ut στέλνω otéws mitto ; sed hoc ni- + mis corrupte :
melius agitur dum p vertitur in À, præcipue in dictionibus externis
dicendo σκλίµα pro σκρίµα
Italico, id est gladiatura, etc. 3, sonum 8, refert cum
sibilo, estque terminativa omnium prorsus nominum ac participiorum
generis masculini, ut 25 ἀντώνιος Antonius, στέκοντας Slans : item accusativorum omnium tam masculini, quam
foeminini generis numeri plu- ralis, ut τοὺς 42205; bonos, ταῖς ἀτνχίχις iniquitates : itemque nominativorum
pluraliumgeneris fceminini, ut αρεταῖς virtutes, µανάδες matres, etc. Ponitur etiam in fine secundæ person:
3ο omnium Verborum activorum numeri singularis,
ut δέρνεις verberas, κλέγτεις furaris, et omnium temporum activa et passive
significationis eiusdem numeri (si imperfectum passivum excipias) ut &ov:;
verberabas, ἔδηρες verberasti,
éózo- θηκες verberatus es, et hujusmodi. 3s
T, mystica, ac salutaris litera sonat T, verum posita post v sonum 0,
assumit, ut ἄντρον antrum quasi andron,
et ἐναντίον contrarium
enandíon. Y, idem munus subit quod, I, estque finalis quorundam
gravitonorum generis neutrius, ut γλυχν dulce, βαρὺ grave : item # et eorum qua derivantur à
græcaliterali lingua in voy, ut dixzu à ὀέκτυον, et reliqua plura. $, sonum habet F, vel ph,
ut φέονω fero. X, sonus hujus literæ scriptura
nequit ostendi, qui tamen Florentinorum C noverit, ejusdem literæ
pronunciationem non ignorabit, quanvis non tam aspere sit edenda. Sane
si chi Gallicum careret sibilo, et Italicum sci, non longe dista-
rent à Greco y. V, valet ps, ut Ψαλμός Psalmus. Q, idem
przstat quod O, estque terminativa omnium Verborum activa significationis tam
presentis quam futuri, ut ayamà Qo, θέλω αγαπήσει amabo. Mutatur non raro
à Græca- literali in hac vernacula lingua in ov, ut ζωμίδιον
jusculum, Couuí, à πωλῶ Vendo, πουλῶ, et à μιμὼ simia, μαϊμοὺ, etc. Atque
heec de literis, jam nonnulla dicamus de Diphthongis. Αι, correspondet LATINÆ
diphthongo, c, in hanc terminantur prima, secunda, et tertia persona singularis
przesentis Verborum tam passivorum, quam deponentium. Item et tertia persona pluralis ejusdem temporis,
et nominativi pluralis nominum fcemininorum, et masculinorum prima, et
secundae declinationis. As, ut plurimum sonat af, ut αὐτὸς épse aftos, interdum vero a6, ut avr aula, quasi
An. Quare quoties post «v sequitur 8, ἔ, c, 7, 9, x, edenda erit ut a/, si vero post ipsam
ponantur vocales, vel cæteræ alive consonantes, supradictis exceptis
pronuncianda erit ut a6. Ει, facit 2, estque terminativa secunde et tertie
persons presentis, et futuri activi Verborum barytonorum, ut γρά- peus γράγει, et θέλεις γράψεις, θέλει γραψει. — Εν, effertur ut ef, modo ut :6. quando autem debeat
pronunciari ut ef, quando vero ut «5 observanda est supra- dicta regula
de αυ. Οι, æquivalet etiam i. Cuius terminationem amant
omnes nominativi plurales nominum terti: et quarte declinationis. Ον, correspondet ow Gallorum, ac sonat Italorum. Hanc
terminationem habet secunda persona imperfecti modi indi- cativi passive
significationis. item omnes fere genitivi singu- lares nominum masculini
generis, et neutrius, si barvtona excipias in 2; et 7;, et quæ desinunt
in «. Item nonnulla no- mina fœminina ut μαϊμοὺ simia, etc. III habet vernacula hæc Graecorum lingua ut
literalis accentus, acutum videlicet ut λόγος, gruvem ut zu, et 5 tandem eircumflexum ut
zu. Loci accentuum sunt quatuor, ultima, penultima, anteponultima,
et præantepenultima. Ultima tres recipit accentus, non quidem omnes simul
cum una dictio unius tantum sit capax accentus, sed potest vel acutum,
vel gravem, vel circumflexum, prout ratio exigit, suscipere. Accentum
gravem habent omnia monosyllaba ut τὶς, νὰ, δα, etc. Item adverbia in +, quæ derivantur ab
adverbiis græco-literalis linguæ in à; cireumflexe, ut cogz docte, À σονῶς, «ax bene, à )5:, et hujusmodi plura. Nomina
etiam neutra dis8vIlaba in 4, ut κεοὶ cera, voovi corpus, et alia.
Accentum circumflexum suscipiunt genitivi tam singula- res, quam
plurales, in quorum recti ultima accentus est vel acutus, vel gravis, vel
circumflexus, ut 0co; Deus, θεοῦ, vw, honor, τιμῆς, Y, αρεταῖς virtutes,
τῶν αρετῶν. Eundem observant accentum accusativi plurales
nominum secundæ declinationis, et omnia verba circumflexa. Penultima etiam
duos admittit accentus acutum videlicet et cireumflexum: hunc suscipit
cum penultima est naturá longa, et ultima brevis in dictionibus plerunque
dissyllabis, i5 ut μοῦσα, θαῦμα, etc. item in iis, quæ terminantur in ovzs, ut αἰῶνας S@CUTUM, a, ὤνας certamen, et in participiis verborum
circumflexorum, ut χτυπῶντας verberans, αγαπῶντας amans, et sic de reliquis. Acutum vero
requirit cum utraque est vel brevis, vel 3) longa, ut λόγος verbum, γώρχις urbes, vel longa per appositionem, ut (άῤῥος fiducia. Omnia neutra plurisyllaba in «, habent
accentum acutum in penultima, ut παιγνίδι ludus, ἀνλρωπακι homunculus. Item omnia plurisyllaba cujus- cunque
sint generis, dummodo habeant ultimam longam 3; acuuntur in
penultima, sicuti et omnia verba quæ non sunt circumflexa, ut ὀννατώνο corroboro, σταλερώνω confirmo, et alia. Antepenultima
duntaxat acuitur, si ultima fuerit brevis, ut ἄνλρωπος lomo. Ceterum
nonnulli et recentioribus Græcis 1, non solent respicere ad ultimam
syllabam, sed LATINORVM more habita ratione quantitatis penultimæ,
antepenultimam acuunt si penultima fuerit brevis, ut ἁγιώτατη
sanctissima pro ἁγιωτάτη, ἄδικους injustos pro ἀθίκους, etc. Melius
tamen videtur et elegantius regulas accentuum observare
literalis grammaticæ, ad quam velim confugias. Præantepenultima vero
acutum agnoscit et circumflexum, acutum quidem in iis, quorum penultima
est in «x, ut ἀναγκάλλιασις exultatio, ἐνύχτιασεν nox facta, est, quasi
ια, unicam efficiat syllabam, et in προπαροξυτόνοι, quibus additur
particula νε, ut κάαμετε, χάμετενε facitis : circumflexum autem in 1 iis
quorum penultima circumflectitur, et iis additur articulus cum particula
νε, ut εἰδατονε vidi illud. Jam spiritus in hac ipsa lingua iidem
penitus sunt qui in græca literali, lenis videlicet, et asper, iisque
eodem modo in utraque lingua utendum est. Quare non parum sumet uti-
15 litatis, et commodi tam in orthographia, quam in nominum
declinatione, inflexionéque verborum is, Qui grainmaticam græcam apprimè
calluerit. Cux VIII sint ORATIONIS PARTES, Articulus scilicet, Nomen,
Pronomen, Verbum, Participium, Propositio, et Conjunctio, de iis
singillatim habendus erit sermo, si prius dixerimus quot casus ac numeros
vernacula Græcorum lingua admittat. IV igitur in quocünque numero
casus agnoscit, nominativum, genitivum, accusativum, et vocativum. Genitivus
ultra propriam significationem retinet etiam Dativi, ut σοῦ δίδω tibi do.
Accusativus vero non raro ponitur loco genitivi, et præcipue pro articulo cà»,
ut % τιμήτους pro ἡ τιμήτων honor illorum, et dicunt ἕνα κομμάτι dou pro
bou, idest, so Jrustulum panis. II tantum sunt numeri tam verborum
quam nominum, SINGVLARIS videlicet, et PLVRALIS: respuit namque dualem numerum
h:ec lingua, utpote solis Atticis proprium, à quorum melliflua suavitate
quanvis longe distet, suas tamen ss habet et Musas et gratias.
Articuli nominibus præfigi debent; sed quando
: hoc opus hic labor est. Cæterum vel usus optimus erit præceptor,
vel tua temet materna lingua docebit. Nam si tua lingua articulis
utitur, ubi eos ponere in ipsa conaberis, ibidem collocabis in : greca.
Exempli causa, si Gallice loquens dicas, la feste de Nostre Dame, eadem
græce vertens enunciabis cum articulo ἡ ἑορτὴ τῆς θεοτόκου: 8i vero dicas, nous avons grande s Feste absque
articulo, dices etiam græcè, ἐμεῖς ἔχομεν μεγάλην ἑορτὴν, nullo præposito articulo. Adverte tamen in nomine, ::;,
semper præponendum esse articulum, quanvis in aliis linguis non
praeponatur, di- cendum enim semper est ó θεὸς cum articulo, unde cum dicunt gloria tibi Deus,
addentes articulum aiuntdezx σοι ὁθες.
Adverte etiam Grecos vulgares carere articulis postpositivis, pro quibus LATINORVM
more relativis qui, quce, quod, utuntur, postponentes ὁποῖος, ὁποῖα, ὁποῖον, ac præfigentes articulos, ὁ, 7», τὸ, ut ὁ Πετρος 6 ónoio; Petrus qui. i$ Tres sunt articuli
præpositivi, à quibus genus nominum dignoscitur, ó masculini generis, ἡ foeminini, et τὸ neutrius. Sic
autem flectuntur, Masc. Fam. Neut. Sing. No. ohic. No. hac. No. ro
hoc. 20 Ge. τοῦ Ge. ri Ge. τοῦ Acc. toy AC. Tv AC. To Voc. © Voc. © Vo.
«© (P.22)Pl.No. ci hà ^ No. ai vel ἡ να No. τὰ hcc Ge. τῶν Ge. τῶν Ge. τῶν 25 Ac. TOUS Ac. ταῖς vel τῆς AC. Ta Vo. © Vo. o Vo. à Ex his
facile colligi potest quam malé alii notent in plurali articulum
f@mininum per οἱ diphthongum, quæ soli masculino
generi convenire debet. 5 vel τῆς videtur Ionica loquutio, 30 cujus est
mutare in η, nec temere usurpari potest pro αἱ et Tai. Qv.x de Nominum divisione inseri
hoc loco possent, utpote as Satis dilucida ex aliorum grammaticis, ne in
iis recensendis tempus terere videar prætermittam. Dicam tantum qu:
propria censeo in hac lingua.Variæ igitur multiplicésque sunt nominum
terminationes, quæ varias etiam sortiuntur declinationes, quarum numerus
licet communiter quaternarius assignetur, à me tamen majoris claritatis ergo
sextuplex tradetur. Erunt quippe declinationes quatuor ἰσοσύλλαξοι, id est parisyllabæ, una par- tim ἰσοσύλλαξος, et partim περιττοσύλλαξος, quæ in plurali tantum 5 incrementum suscipit,
altera demum omnino περιττοσύλλαθος, qui in utroque numero incrementum
admittit. I nominum declinatio est tantum masculinorum in a; et ης, quorum genitivus in ov, licet satis barbare, et
nimis corrupte apud vulgus exeat in a, vel in η, juxta terminatio- 10 nem nominativi, cum id
proprie contingat in accusativo ad- dito y, quam tamen nonnulli
abjiciunt. Pluralis est in auc, ge- nitivus in à»,
accusativus et vocativus, ut nominativus. Exemplum ín az. Sing.
Plur. 15 No. ὁ τχµείας
promus. .. No. οἱ ταμείχις Ge. τοῦ ταμείου Ge. τῶν ταμειῶν ACC. Toy ταμείαν Αο. τοὺς ταµείαις Voc. à ταμεία Vo. à ταµείαις Exemplum n ης. 20 Sing. Plur. Nom. ὁ κλέφτης fur. Nom. οἱ χλέφταις Gen. τοῦ χλέφτου Gen. τῶν κλεφτῶν Acc. Toy χλέφτην Acc. tous «Jta; Voc. ὦ κλέφτη Voc. ὦ κλέφταις 25 Adverte quædam nomina propria in ας oxytona posse termi- nare genitivum singularem et
in ov, et in a, ut ὁ Πυλαγορας, τοῦ
Πυθαγόρου, et Πυθχγόρα, quædam vero in a; circumflexa retinere tantum x
in genitivo, ut ó Λουκᾶς, τοῦ Λουκά, etc. II declinatio foemininis duntaxat gaudet
nominibus, 3o quorum nominativus est in x vel », genitivus in ας vel v; juxta recti vocalem. Accusativus autem in ἂν vel vy prout fuerit ultima vocalis
nominativi. Exemplum £n a. Sing. Plur. No. 49Jíz amicitia. Nom.
» φιλιαῖς Ge. τῆς φιλιᾶς ! Gen. τῶν φιλιῶν Dans l'édition originale, le texte porte της φιλιᾶς et x φιλιαῖς. AC. | rhv qUuxy Acc. ταῖς φιλιαῖς Vo. © φιλιά Voc. © suis | Exemplum in η. Sing. Plur. Nom. ἡ γνώμη opinio. No. 5$ γνώµαις
Gen. τῆς γνώμης Ge. τῶν γνωμῶν Acc. τὴν γνώµην AC. ταῖς γνώμαις Voc. c γνώµη
Vo. © γνώμαις. Nota híc vocativum singularem et pluralem similem
esse utrique nominativo ; quod non contingit in prima declinatione, in qua
vocativus singularis amittit. Item genitivum pluralem notari semper
accentu circumflexo, ut fit etiam in prima. III declinatio omnia
genera nominum complectitur, quorum masculina, muliebria, et communia
terminationem habent in ος, neutra vero in ον, vel in o, genitivus sin-
gularis in ov, accusativus in ov, et vocativus in e. Exemplum masculinorum
ín os. Sing. Plur. No. 6 λογισμὸς cogitatio. No. οἱ λογισμοὶ
Ge. roù λογισμοῦ Ge. . rà» λογισμῶν Acc. toy λογισμὸν Ac. τοὺς
λογισμοὺς Voc. ὦ λογισμὲ Vo. à λογισμοὶ Exemplum fœmininorum
in os. 25 Sing. Plur. No. ἡ ἔρημος Solitudo. Nom. ἡᾗ ἔρημοι
Ge. τῆς ερήμου Gen. τῶν ἑρήμων Acc. τήν ἔρηαον Acc. rai; ἐρήμους
Voc. ὦξρημε Voc. à ἔρημοι ο Hoc eodem modo flectuntur communia additis
præpositivis articulis ó et 2, ut ὁ et % παρθένος tírgO, τοῦ καὶ τῆς
παρθένου, etc. Exemplum neutrorum in ον. Sing. Plur. No. ro ὀένδρον arbor. Nom. τὰ δένδρα 35 Ge. τοῦ δένδρου Gen. τῶν δένδρων AC. τὸ 0cyJpoy Acc. τὰ ὄκνδρα Voc. à δένδρον Voc. à δένδρα. Sciendum autem hic est nomina neutra tres casus
habere similes in quocünque numero, rectum videlieet, accusativum
et vocativum ; quod non tam verum est in hac declinatione, quam etiam in
cæteris aliis, quæ neutra nomina continent. QvanTA declinatio est
masculinorum in ας et ης, quorum flexio partim convenit cum nominibus
prim:e declinationis, partim vero cum nominibus tertie. Horum igitur
genitivus singularis est in ου, accusativus et vocativus in « vel η juxta terminationem
nominativi. Exemplum in ας. Sing. s Plur. No. 6 σχλιχκας cochlea. No. οἱ σαλιάχοι Ge. τοῦ σχλιάκου Ge. τῶν σαλιάκων Acc. toy σᾶἄλιακα Ac. τοὺς σαλιάκους Voc. c σᾶλιακχα Vo. o σαλιάχοι Exemplum £n ης. Sing.
Plur. No. 6 µάστορικ artifex. Νο. οἱ µαστόροι Ge. τοῦ µαστόρου Ge. τῶν µαστόρων AC. τὸν µαστορη AC. Ἅτοὺς µαστόρους Vo. Ó µάστορη Vo. à µαστόρη Animadvertas velim in hac declinatione semper
nominati- vum, et vocativum pluralem debere acui in penultima: vocativum
vero singularem acui in antepenultima si nomen sit trisyllabum, si vero
quadrisyllabum in præantepenultima, sive quod idem est servare semper
accentum sui nominativi, ut ex allatis exemplis licet colligere. V
declinatio amplectitur tam masculina in az et 7; barytona, quam in τς ὀζύτοναχ, et foeminina in +, quorum obli- qui singulares
retinent.recti vocalem ablata ς in masculinis, et addita in foemininis.
Pluralis vero nominativus est pluri- syllabus in ade; vel οὔδες, genitivus in ων, accusativus et voca- tivus similes sunt
nominativo. Exemplum ín as, Sing. Plur. N. ó µασκαρὰς nugator. N. οἱ 202020 G. τοῦ µασκαρὰ α. τῶν µασκαράδων Δ. τὸν µασκαρὰ Α. τοὺς µασκαράδες V. ὦ µασχαρὰ γ. ὦ µασκαραθες. MEYER. GRAMM. GRECQUE] Exemplum in
xs. Sing. Plur. No. 6 χριτῆς judez. No. οἱ χριταθες Ge. τοῦ xp Ge. τῶν κριτάδων s ACC. Toy χριτὴ Acc. τοὺς χριτάδες Voc. ῥὦ κριτή Voc. ó κριτάδες, Exemplum ὃν ις. Sing. Plur. No. 6 xps domínus. No. oi χυροῦθες 10e. τοῦ χύρι Ge. τῶν κυρούδων Acc. τὸν χύρι Acc. τοὺς κυροῦδες Voc. à χύρι Voc. et χυροῦδες Adverte composita ex isto nomine χύρις ut νοιχοκύρις; Χαραθο- χύρις, etc. formare nominativum pluralem in ide; non in οὔδες, 15 dicimus enim νουιοχύριδες, καραβοκύριδες retinentes t, in omnibus obliquis.
Exemplum feminini in a. Sing. Plur. No. #ucyx mater.
No. * µανάδες s) Ge. τῆς μάνας Ge. . tà» μανάδων Acc. hy μάνα Ac. ταῖς µανάδες Voc. ὦ µάνα Vo. ὠμανάδες Ex quibus colligi potest nomina in ας et ης masculina, et foeminina in « habere
nominativum pluralem in ἄδες
sola e; vero masculina in et in oie. Sexta, et ultima declinatio
continet tantum nomina περιττοσύλλαθα neutrius generis, quorum terminatio est α vel :, genitivus plurisyllabus in ου, ac cæteri casus ut nominativus. His addi
possunt nomina neutra in v. Exemplum in a. Sing. Plur. Νο. ro κρίμα peccatum. No. tà κρίµατα Ge. roù κριµάτου Ge. τῶν κριμάτων AC. To χρίµα AC. τὰ xpipata 35 Vo. c χρίµα Vo. à κρίµατα Adverte hzc nomina desinentia in x, posse etiam
terminare genitivum singularem in ος juxta regulam græcoliteralis grammaticæ, ut si
quis pro χριµάτου diceret κρίµατος, pro στοµάτου στὀµατος, et sic de reliquis. Exemplum in ι. Sing. Plur. Nom. τὸ rx puer. Νο. τὰ παιδιὰ $ Gen. τοῦ παιδιοῦ Ge. . rà» παιδιῶν Acc. τὸ παιδὶ Acc. τὰ παιδιά Voc. o παιδί Voc. c παιδιὰ Observandum est hoc loco apud quosdam non
circumflecti genitivum singularem, et pluralem nominum desinentium in i
quum dicunt τοῦ παιδίσυ, et τῶν παιδίων cum accentu acuto. Verum communis usus utrósque circumflectit, quem
etiam sequendum esse censemus, cum ipse hac in re non minimi sit
ponderis, ac momenti. HETEROCLYTA nomina dicuntur, qu: vel novam
sortiuntur flexionem in plurali diversam à singulari, vel genus mutant aut
accentum, vel peculiarem quendam declinandi modum, irregularem tamen
constituunt. Ad primum genus hete- 1ο roclvtorum revocari possunt omnia nomina foeminina
in ες, quorum flexionem unius exemplo satis
ediscere poteris. Exemplum n s. Sing. Plur. Nom. 7 πίστις fides. No. nn πίσταις i5 Ge. τῆς πίστις Vel πίστεως Ge. τῶν πίστεων Ac. τὴν πίστιν Acc. tais; πίσταις Vo. © πίστι Voc. o πίσταις Ex nominibus masculinis in ος, nullum reperio quod sit heteroclytum, prater
nomen λόγος, quod in singulari mascu- ao lini est
generis, in plurali veró neutrius, et sic declinatur. Sing. Plur.
No. 6 Àdyos verbum. No. ra λόγια Ge. roù λόγου Ge. τῶν λογίων Acc. τὸν λόγον Acc. τὰ λόγια Voc. Joy: Voc. à λόγια. Huic addi potest nomen fœmininum ὄξοδος, quod cum sit tertie declinationis, variat tamen
in plurali terminationem accusativi, communiter enim pro cai; ὄ-οδους, ponitur cai; ózo- da, quæ est terminatio
accusativi pluralis secundæ declinationis. At vero neutra omnia in
os, ut à/o; flos, κέρδος lucrum, etc.
et nonnulla in ον, ut δέν2ρον
arbor, loco « in nominativo plu- rali reponunt »; dicimus enim 2» lores, γέρδη lucra, et δέν- en arbores, quorum genitivus est in à»
circumflexe. ο. Nomen ῥίγας Ret, quanvis quinte declinationis, quia ta- men
accentum mutat, et terminationem in genitivo singulari, ideo non immerito
inter heteroclyta annumeramus. Dicetur igitur in genitivo pro τοῦ ῥίγα
juxta regulam τοῦ pro; caeteri casus tam singulares,
quam plurales sequuntur flexionem quintze declinationis. Nomina
propria virorum in οὓς et
ως, ac mulierum in ov et à, non
declinantur nisi in singulari, et retinent ου vel ω in omnibus obliquis. At vero
substantiva in o2; in utroque nu- mero declinantur. Singula propriis exemplis elucescent. 20 Evemplum
virorum in οὓς et w:. Sing. Sing. No. 0 [ησοῦς Jesus. No. ὁ Mivyo; Minos. Ge. roù [ησοῦ Ge. ro0Mówg — Ac. τὸν [ησοῦν Αο. τὸν Μίνων 2: Vo. o [ησοῦ Vo. à Mw Exemplum mulierum in ov et
o. Sing. Sing. No. 7" μαϊμοὺ simia. No. 75» Avo Latona. Ge. Tr μαϊμοὺ Ge. τῆς Aro 30 AC. τὴν μαϊμοὺ Ac. την Λιτὸ Vo. à μαϊμοὺ Vo. ὦ Λιτὼ Exemplum substantivorum in οὓς Sing. Plur. Nom. ὁ νοῦς mens. Nom. οἱ νόοι Gen. τοῦ νοῦ Gen. τῶν νόων Acc. τὸν vov Acc. τους νόους Voc. ὦ vou Voc. ὦ νόοι Nomen item nou; et πολὺ heteroclytum est, licet foemininum πολλὴ nequaquam sit, cum observet regulas secundæ
declina- tionis. Quare sit exemplum
masculini πολὺς, et neutrius πολὺ. Sing. Plur. Nom. ὁ πολὺς multus. No. οἱ πολλοὶ Gen. τοῦ πολλοῦ Ge. τῶν πολλῶν 5 Acc. Toy row Ac. τοὺς πολλοὺς Voc. o πολὺ ' Vo. © root. Sing. Plur. No. τὸ πολυ
muwultwm. Νο. τὰ πολλὰ (49. τοῦ πολλοῦ Ge. τῶν πολλῶν 10 Acc. ro πολὺ Acc. τὰ πολλὰ Voc. o πολὺ Vo. ὦ πολλὰ His adde omnia nomina in u; barytona ut βαρὺς, γλυὺς, et alia, qua sic flectuntur. Sing. Plur.
45 No. ὁβαρὺς gravis. No. οἱ βαρεῖς Ge. τοῦ βαρυοῦ Ge. τῶν βαρυῶν Acc. roy βαρὺν Acc. τοὺς βαρεῖς Voc. à βαρὺ Voc. o βαρεῖς. Neutra eorum in v, non sunt irregularia
sed pertinent ac » reducuntur ad ultimam declinationem, et eodem modo
declinantur quo desinentia in i. atque hæc de heteroclytis.
Verbalia quædam deducuntur à presente versa o in r, si aliqua
praecedat consonans, vel simplex vocalis, sic à v:xo formatur νίκη victoria, et à βοῶ for clamor : si vero vocalem o, ss praecedat
diphthongus ευ, tunc ο, mutatur in a, et v inc, unde à ὀρυλεύω fit δουλεία servitus, et à φτωχεύω φτωχεία paupertas. Verum siante o, ponaturov diphthongus,
o quidem vertitur in nat vu abjicitur, ut zxow» audio, a«or,
auditus. Ex verbis in γω, quorum penultima est ευ, formantur 30 etiam verbalia in », rejecta v, ut
ex φεύγω φυγή fuga. Ea vero quæ vel solam e habent, vel junctam
cum in penultima, mu- tant o in oc, ε in ο, et abjiciunt « ut λέχω λόγος verbum, σπείοω σπόοος Semen. Sunt etiam alia verba in γω, quorum penultima est in x, et hiec verbale
formant in t, ut ozye φαγὶ,
cibus, et ss additione ro, φαγιτὸ. Verba etiam in ὁῶ circumflexa verbalia habent in t, ut τραγουδῶ CAO, τραγοῦλι cantus, et lolo da floreo, λουλοῦδι flos. At in νῶ, et 0o formant verbalia in ος, ut πονῶ do- leo, πόνος dolor, et ποθῶ desidero, πόθος desiderium. Tandem ex verbis in uw effingi possunt
verbalia in µα rejecta v, ut à κάμνω facio, κάµωμα
factum. Quædam autem suam desumunt originem ab aoristo activo, et
hæc vel desinunt in ux et uo;, vel in i, velin ua. S Verbalia in ya et µός formantur à prima persona aoristi - primi,
qui si fuerit in σα verborum barytonorum formabit guum
verbale ponendo inter set x, u, ut ἀνούω audio, aoristus primus est ἄχουσα, hinc interposita u, inter c et a, fit ἄχουσμα auditio, et versa ux in uo; ακουσμὸς nominis fama. Dixi verborum barvtonorum, quia. aoristi
verborum circumflexorum mutant simpliciter ox in uz, et rejiciunt c, si
fuerit augmen- tum syllabicum, ut κινῶ, ἐκίνησα; ox in ua, et ablato e, aug- mento syllabico,
xéaux motus. Verbum δένω ligo, quanvis barytonum, et aoristum habeat in σα, ejus tamen verbale exit in ux, et non in cua, ut ἔδεσα, Œua vinculum, et additione τι, δεμάτι fasciculus. Si ultima aoristi fuerit in λα, vel ρα formanda erunt verbalia in ua, et voc,
interpositione u, εἰ ablatione augmenti, quod si ejus
penultima fuerit ει, rejicienda est ι. si vero n 0 tantum verti debet in α, ut σπείρω semino, ἔσπειρα. antpux Se- men, δαίρνω verbero, ἔδηρα, ὀαρμός verberatio. Tandem verbalia in τς, τα,
et wo deducuntur à secunda per- sona ejusdem aoristi mutando ε in :, et abjiciendo e, si fuerit augmentum
syllabicum, ut ab εκίησες, Ἀίνησις motus, ab ἐπορπάτησε: Gmbulasti, ποοπατησιὰ ambulatio, et ab ἔκλεψες furatus es, Χλεψιμιό furtum. Adverte tamen caracteristicam v, ver-
tendam esse in c, ut*ab éxcues judicasti fit κοίσις judicium, mutata v in £,e in ν et rejecto augmento. Atque hæc de
derivatione verbalium substantivorum, nam 30 de adjectivis infra
suo loco dicendum. Illud tantum addo ex ipsis substantivis derivari alia
nomina substantiva in ox, έζα, οὔλα,
et όπουλον, quæ diminutionem
significant, ut à ματι
OCUÎUS, µατάκι OCellus, à καρδιὰ cor, καρδίζα corculum, à ψυχη anima, ψυχούλα animula, et ab εὐκγγέλιον evangelium, εὐχγγελιόπουλον evangeliolum, etc. Jam dicamus de numeralibus,
quorum aliqua sunt cardina- lia, ut loquuntur, alia ordinis.
Cardinalia sunt hæc: Masc. Fam. Neut. 10 Sing. Ν. ἕνας
unus. µία una. ἕνα UNUM. (1. ἑνὸς vel ἐνοῦ μιᾶς ἑνοῦ À. ἕναν vel ἔνχνε. μίαν ἔνχ. Hinc composita masculini generis καθένας unusquisque, xavé- vas nullus, vel κανεὶς à literali εἷς, et foeminini πασαµία
unaqueæ- que, et χαµία nulla, et neutrius καθένα, et per syncopem xat unumquodque, et χανένα mullum, eodem prorsus modo flec- tuntur, quo
primitiva ἕνας, µία, ἕνα
paritérque carent numero 5 plurali, et vocativo. Avo duo, est omnino
indeclinabile omnisque generis, cum dicatur οἱ, αἱ καὶ τὰ δύο, in omnibus casibus solos articulos variando; reperitur
tamen interdum genitivus τῶν duo duorum. Τρεῖς tres, est commune, cujus genitivus cpu, acc. τρεῖς. Neutrum habet τὰ τρία
tria. ge. τριῶν. acc. τρία. Técoape; quatuor, etiam est masculini ac
fceminini generis, ge. τεσσάρων. acc. técoapes. Neutrum est τὰ τέσσαρα. ge. τεσ- σάρων. acc. τέσσαρα. Atque ab his usque ad ἑκατὸν centum sunt is indeclinabilia, ut πέντε quénque, et sex, ἑφτὰ septem, óxzo octo, one novem, déxa decem, ἔνδεκα undecim, δώδεκα duodecim, (ὁριατρία vel δεκατρεῖς tredecim, δεκατέσσαρα Vel δεκατέσσαρες qua- tuordecim, apud modernos Grecos declinantur,)
δεκαπέντε quindecim, δεκάξη sexdecim, δεκαφτὰ septemdecim, δέκα ὀκτὼ
30 decem et octo, δέκα ἐννειὰ decem et movem, εἴιοσι viginti, εὔνοσι ἕνα
viginti unum etc. τριάντα triginta, σαράντα quadra- ginta, πενήντα quinquaginta, ἑξήντα sexaginta, ἑδδομήντα sep- tuaginta, ὀγδοήντα octoginta, ἑνενήντα nonaginta, ἑκατὸ cen- tum. Hinc jam incipiunt declinari oi διακόσιοι, n διακόσιαις, τὰ
ss διακόσια ducenti, etc. τριακόσιοι trecenti, etc. χίλιοι, χίλιαις, χίια mille, hinc δύο χιλίαδε duo mille, τρες χιλιάδες tria millia, récoures χιλιάδες quatuor millia, etc. usque ad ἕνα μιλιοῦνι millionem generis neutrius, unde déo μιλιούνια duo milliones et sic deinceps. Ordinalia sunt
πρῶτος primus, δεύτερος secundus, τρίτος tertius, τέταρτος quartus, πέµπτος
quintus, ἔχτος sextus, ἔδδομος septimus, ὄγδοος octavus, ἔννατος nonus, δέχατος decimus, ἐνδέ- χατος wndecimus, δωδέκατος duodecimus, δέκατος τρίτος tertius decimus, δέκατος τέταρτος decimus quartus, etc. εἰκοστὸς vige- s; simus, εἰκοστὸς πρῶτος vigesimus primus, etc. τριακοστὸς trigesimus, τεσσαρακοστὸς quadrigesimus, πεντηκοστὸς quinqua- gesimus, ἑξηκοστὸς Sexagesimus, ἑβδομηκοστὸς septuagesimus, 1., ligne 12 de l'édition originale,
le texte porte μιλῶν, puis μιλιούνια. —, 1. 6, il a διακοσιστὸς. Dans un cas comme dans l'autre ce sont de simples
fautes d'impression. ὀγδοηκοστὸς OCtuagesimus, ἐννενηκοστὸς nomagesimus, ἑκατοστὸς centesimus, δικκοσιοστὸς ducentesimus, τριακοσιοστὸς trecente- Simus, τετρχκοσιοστὸς quadringentesimus, etc. χιλιοστὸς mille- simus, χιλιοστὸς πρῶτος millesimus primus, et quæ sequuntur. AnjECTIVA
Sunt quae propriis ac substantivis nominibus præfiguntur : horum
autem quedam sunt in ος,
quædam in ης: alia in a5, alia in ig, alia denique in υς. De uniuscujusque terminatione singillatim agendum
hoc loco. Et primo quidem adjectiva in o; pertinent ad
tertiam declinationem, quorum si terminatio fuerit in o; purum,
quod Scilicet non subsequitur consonans, sed vocalis, aut diphthongus,
foeminina desinent in «, ut ἄγριος ferus, &yovx fera, ἄγριον Jerum. Unum excipe óydoo; octavus, ὀγδόη octava. Si vero Sint in o; non purum, habebunt
fceminina in v, ut καλὸς, xa35,. καλὸν bonus, bona, bonum, qux ad secundam declinationem
revocari debent, neutra vero in ov tertize declinationis. e;
Adjectiva in ης quædam sunt prime, quaedam quintæ
declinationis, utraque fœmininum formant vel in pu secunde declinationis,
ut κλέφτης fur, κλέγτρια. ἀκαμάτης negligens, ἄχαµάτρια: Vel in σα illud addendo, ut χωράτης rusticus, χωριάτησσα rustica, etc., quæ semper retinent accentum
penultimæ sui s»; masculini, ut patet in exemplis allatis, exceptis
duntaxat adjectivis in ϱης,
quorum fœminina non observant accentum penultimæ, ut διχκονάρης mendicus, διακοναριὰ mendica et ψωµατάρης Tnendazx, ψωµαταριὰ, etc. atque hsc omnia neutris carent. ᾿ x» At vero in ας sunt quinte declinationis, et formant fœmnina aliquando
in αινα ut pxyxs VOTAX, φάγαινα voraz; Sæpissime in ica, ut βασιλιὰς Imperator, βασίλισσα Imperatriz, ῥίγας Rex, ῥίγισσα Regina, et alia plura quæ neutrum penitus
ignorant. Que desinunt in et ad sextam declinationem referuntur, et
habent fceminina in iz secundæ declinationis, neutra vero in, sextæ
declinationis, ut pæzpis, µαχριὰ, μακρὶ longus, longa, longum. Nomen κύρις Dominus, foemininum habet χυρὰ, non vero κυρία, nec format neutrum inc | 40 Tandem
adjectiva in w sunt etiam sextæ declinationis, ex quibus for(P. 47)mantur
fœminina in eix secund: declina- tionis, et neutra in ? sextæ, ut γλυκὺς, γλυκεῖα, γλυκὺ dulcis, et dulce. Bzpu;, xotix, βαρὺ gravis, et grave, et hujusmodi plura.
Jam Comparativa in repos, et Superlativa in raro; ex iis præcipue
deducuntur adjectivis, quorum terminatio est in ος, ες,
et v; ; alia enim explicant sua comparativa, vel per πλέα vel per µεγαλήτερος; », o», Superlativa vero per µεγαλώτατος, n, ov, ut cum dicimus πλέα ἀκαμάτης negligentior, µεγαλώτατος φαγὰς edacissimus, et ó µεγαλήτερος ἄοχοντας τῆς χώσας tota urbe nobilior. Quá tamen ratione Comparativa, et
Superlativa formentur ab adjectivis in ος, «c, et us, quaeve litera dematur, mutetür- que
vocalis sequentibus clarum fiet exemplis. ( ἄγριος ἀγριώτερος &ypworzros sylvestris ος $ ἔνδοζος ἐνθοξότερος ἐνδοξότατος gloriosus 15 σοφὸς, σοφώτερος, σοφώτατος, SUDIENS. ις | μακρίς, µακρίτερος, µακρίτατος, longus. u; | βαρὺς, βαρύτερος, βαρύτατος, gravis. Ex his facile colligere
potes, adjectiva in ος, quorum pe- nultima est longa, servare o, in
comparativis ac superlativis ; mutare vero in o, cum sit brevis.
Adverte etiam in hac lingua, ex adjectivis in o; non purum, formari
quidem comparativa in τερο:, et superlativa in raros, sed mutari o in η,
in solis comparativis : sic à καλὸς bonus fit χαλήτερος ?elior, à γοντοὺς
CTASSUS, χοντρήτερος C'assior, à usya- λος Magnus, µεγαλήτερος major,
etc. Posset aliquis dicere hujus- modi comparativa desumi à foemininis
καλη, χοντρή, et µεγάλη addito recos, sed tunc cave ne dicas superlativa
«a4Zracos, χον- τρήτατος, et µεγαλήτατος, hæc enim semper respiciunt masculina;
quare dicendum erit καλώτατος optimus, χοντρότατος crassissimus, et μεγαλώτατος
maximus. Adverte item adjectivum φίλος non habere comparativum in
τερος, et Superlativum in τατος, sed illa exprimere per µεγαλήτε- pos, et
µεγαλώτατος, Ut pod εἶνχι τοῦτος µεγαλήτερος φίλος οδί hic mihi magis
amicus, et µεγαλώτατος φίλος amicissimus. Ex adjectivis in uz, πολὺ: tantum est
irregulare, hujus enim comparativum est vel πολλότερος à moo; inusitato,
vel περισ- σότερος à περισσὸς, undein plurali περισσότεροι major pars,
vel plerique : superlativum vero πολλότατος quan multus à πολλ2ς. Atque hæc de gradibus comparativis et superlativis,
super- 4o est ut nonnulla dicamus de adjectivorum derivatione, ut
completam de illis habeamus doctrinam. Adjectiva quaedam sunt primitiva ut
χαλὸς bonus, quædam derivata ut Tewxónow
parvus Turca. À primitivis deducuntur alia, quæ diminutiva dicuntur, quorum
ter- minationes sunt in ούτζυιος, n, ov, et in όπουλος, α;
ov, ut καλὸς s bonus, καλούτζιχος, n, ον, subbonus, a, um. et ῥωμπὸς græcus, ῥωμηόπουλος, α, ον, greculus, a, um, et similia. A substantivis
feminini generis in «, modo exeunt adjec- tiva in as, ut à γλῶσσα lingua, γλωσσὰς loquax : modo in κὸς ut à καρδιὰ COT, καρδιακὸς cordialis : modo in pw ut à βάρκα ιο cymba, βαρκάρης portitor: modo in ov, ut à γυναῖκα mu- lier, γυναικούλης muliebris: modo in τερὸς, ut a ζημιὰ dam- num, ζημιατερὸς damnificus ; et tandem in vos, ut à χαπέλα sacellum, καπελάνος sacrarii custos. Item præstandum est si à
neutris deducenda sunt adjectiva, cum hac tamen differentia, quod
nominativo plurali addenda sint, p;, roc, ινὸς et paxo;, ubi in foemininis soli nominativo singulari
imponebantur, sic à χέρατα cornua, additione v, fit κερατὰς cornutus, à παραμύθια fabulæ, additione pns, παραμνθιάρης fabulosus, à γέεια barba, γενειάτος barbu- so tus, à ψώματα mendacia, ψωμµατωὸς, et ψωματάραος mendax, et hujusmodi plura.
Substantiva foeminina in », modo sua formant adjectiva in ηρὸς, ut τόλμη audacia, τολμηρὸς audax ; modo in ερὸς, ut βλάβη noxia, βλαθερὸς noxius; modo in repos, ut λύπη tristitia, λυπη- as τερὸς tristis : modo in τικὸς, et vc, ut cum honor, τιμητοιὸς et τί- µιος honorificus, et denique in pa; verso v in «, ut µήτη nasus, µηταρας nasutus. Sic etiam à substantivis in o;
deduci possunt adjectivain ερὸς, ut à dodo; dolus, δολερὸς dolosus, à φόθος timor, φοθερὸς timendus 30 etc. in οιὸς, ut à τέλος finis, τελιχὸς finalis, τόπος locus, (P. 52) το- rexos localis, et alia : in vc, ut ab οὐρανὸς calum, οὐράνιος cælestis : in εινος, ut ab aeco; aquila, ἀετεινὸς aquilinus: in vos, ut ab ἄνθρωπος homo, ἀνθρωπωὸς humanus; et tandem in ιάροιος, ut à ῥόζος nodus, ῥοζιάρικος NOOSUS, κμπος κομπιάρικος, et similia. ss À neutris in ον fiunt adjectiva in ένιος et ενος, ut à ξύλον lignum, ξυλένιος, et ξύλινος ligneus : item in coc, ut à πρόσωπον persona, προσωπικὸς personalis. At neutrorum in «, adjectiva exeunt
vel in dom, ut ypœu accipiter, γερακάρης accipitra- rius : vel in ἄτος, ut μουστάκι MyStAT, µουστακάτος mystacem 0 habens magnum : vel in ταος, ut σχυλὶ canis, σχυλίτοιος σαπέ-
nus : vel sæpissime in ac, ut ψάρι páscís, ψαρὰς piscator, µου- λάρι mulus, μουλαρὰς mulio, et hujusmodi plura. Fœminina in &, quæ
non sunt verbalia habent adjectiva simpliciter in ræos,ut πόλις urbs, πολιτινὸς urbanus, verbalia vero si sint in os mutant ç in v, ut χίνησις motus, κινητυκὸς motivus ; si vero in φις, vel Ex. i vertetur in g, et E in x, ut βλάψις (quod tamen non est in usu) βλαντικὸς damnificus, et s φύλαζις conservatio, φυλακτικὸς conservativus. Sunt etiam non exigui numeri adjectiva,
quæ suam des- umunt originem à verbis, quorum alia sunt in aro;, alia in
prog, alia in χρὸς,
quædam in της, et Tes, alia demum in τὸς; ho- rum autem formationem is omnium optime
tenebit, qui græcoliteralem grammaticam in primis calluerit: Verum ne
rudis et Tyro, et τῶν ἑλληνικῶν µαθηµάτων penitus ἄγευστος ab hac nostra Græco-vulgari lingua longe videatur
arceri, has sibi regulas observandas proponat. Primum
adjectiva in aro; derivari à presenti mutato ω in 15 a, et addita τος, ut à φεύγω fugio, φευγαάτος fugitivus :
item in »oo; mutato o in », ut a πνίγω Su[foco, πνιγηρὸς suffocato- rius: item in µος, et precipue a verbis in do versa ζω in pros, ut à γνωρίζω COJNOSCO, γνώριμος cognitus : item in xo; muta- tione ω in «, ut à γράφω scribo, γραφυὸς, qui pertinet ad so scripturam.
Secundoadjectiva in τυκὸς, τῆς et
vo; deduci à prima persona aoristi activi versa ultima syllaba in ræos, τῆς et τὸς, rejectó- que augmento, ut ab ἐκίνησα movi, fiunt κινητικὸς motivus, κωητὴς MOVENS, et κωητὸς Mobilis, ἀγάπησα amavi, ayamncos t5 amabilis, ἀγαπητῆς amans, ἀγαπητιαὸς amatorius, unde ἄγα- run amasia, et similia. Quod si ultima aoristi
exierit in £a, vel da,tunc in formandis adjectivis E verti debet in x et ψ, in vel φ et a, in τικὸς, τῆς et
τος, ut ab ἔσμιχα miscui, fit σμικτὸς mixtus, σμικτικὸς admixlivus, et ouixrns miscens sic ab ἔγραψα 30 deduci possunt γραπτὸς scríptus, yp&(P.55)prn; scriptor, et γραφτικὸς qui scribi potest, et ita de reliquis. Ῥποπονινα
dividi solent in primitiva, possessiva, demon- ss strativa, relativa,
composita, interrogativa, et infinita. Primitiva sunt tria, ἐγὼ
prim» persons : ἐσὺ {u, Secun- dz persons; τοῦ sui, tertiæ persons. Hæc
autem sic flec- tuntur. Sing. Nom. εγὼ ego. Gen. poo mei, et
mihi. Acc. é£u£yx vel μὲ me. Plur. Nom. ἐμεῖς nos. 5 Gen. ἐἑμῶν et ἐμᾶς mostrum vel nobis. Acc. ἐμᾶς νε] μᾶς nos. Sing. Nom. cv tu. Gen. σοῦ tui et tibi. Acc. ῥἐτένα vel oc te. 10 (P. 56) Plur. No. ἐσεῖς VOS. Gen. ἐσᾶς vel σᾶς vestrum et vobis. Acc. ἐσᾶς vel σᾶς vos. Sing. Gen. τοῦ sui vel sibi. Acc. 1680. 45 Plur. Gen. τῶν suorum vel sibi ipsis. ACC. cov; SUOS.
Ubi adverte duo priora primitiva habere genitivum plura- lem
similem accusativo; posterius vero carere utroque nomi- nativo, atque hac
omnia tria privari vocativo. Item accusa- «0 tivum τὸν, quum
postponitur alicui verbo assumere :, ut εἴδατον vidi illum, εἴδατονε.
Possessiva sunt sex, ἐ)ιιόσμου, ἐδικήμου, ἐδικόμου, meus, mea, meum
: ἐδικόσσου, ἐδικήσου, ἐδικόσου tuus, tua, tuum: ἐδιιόσ- του, ἐδικήτου, ἐδικότου
SUUS, δα, SUUM : ἐδικόστου quum ad fce- :; minina tantum refertur
assumit non ineleganter pro του, της, Videlicet ἐδιχόστης, εδικήτης, ἐδικότης,
non solum in singulari, sed etiam in pluraliéduxóguas, ἐδιχήμας, doux;
noster, nostra, nostrum : ἐδικόσσα:, ἐλικήσας, ἐλικόσας vester, vestra,
vestrum : ἐδικόστων, ἐδικήτων, ἐλικότων vel ἐδιχόστους, &ui-
τους, ἐδικότους €0rum, earum, eorum. Horum masculina, et neutra ad
tertiam pertinent declinationem, fœminina vero ad Secundam, et µου, σου,
του, µας, σας, των et τους, remanent im- mutata in omnibus obliquis, ut ἐδιχόσμου,
ἐδικαῦμου, ἐδιχόνμου, etc. Dicitur etiam éCwósuov,' δικήµου, δικόµου,
ablata e, si præ- 3; cipue preecedat vocalis, vel diphthongus, ut εἶναι
δικόµου τὸ χαρτι, liber est meus. Demonstrativa sunt duo, τοῦτος
vel ἐτοῦτος hic, ἐκεῖνς vel χεῖνος ille, tertiæ declinationis, quarum
fœminina τούτη h&c, et εκείνη illa, secundae ; et neutra τοῦτο, et ἐχεῖνο
hoc, et illud # tertiæ. Animadvertas rogo, genitivum singularem et
plura- lem juxta regulam non debere circumftlecti,
cireumflecti tamen apud quosdam vel additione alicujus syllabæ, ut fit
in genitivo singulari τούτου Aujus, τουτουνοῦ, τούτης, rournvis, et
in plurali τούτων horum, couzow ; vel sine ulla additione, ut quum dicunt
ἐχεινοῦ pro éxeivou, ἐκεινῆς pro ἐχείνης, et ἐκεινῶν pro ἐχείνων.
Relativa quatuor enumerari possunt αυτὸς, αὐτὴ, «vro ἔρδο, ipsa,
ipsum, quod interdum sumitur pro £y», ἐσν et exeivos : ἔποιος, ἔποιχ, ὅποιον,
vol ἔγοιος, Éyoux, ὅγοιον quicunque, queæ- cunque, quodcunque : ὁποῖος, ὁποῖα,
Onoicy Qui, qua, quod, et correspondet articulo literali ὃς, 7, 0 et ἔστις
quisquis, cujus genitivus ὄτωος, accusat. ὅτια, et non plus ultrà.
Ex relativo αὐτὸς, αὐτὴ, αὐτὸ deducuntur composita tria. Prime
persone ἁπατόσμου vel ἁατόσμου eo ipse, αἀτήμον vel ἁπατήμου, ego ipsa.
Secundæ personæ ἁπατόσσου vel ἀτόσσου iu ipse, ἁπατήσου tu ipsa : et
tertie personæ ἁπατόστου vel ἀτόστου Se 2pse, ἁπατήτου vel ἁπατήτης ipsa. Hec pronomina solum habent
utriusque numeri rectum, obliquis carent, et genere neutro, verum id
tantum admittit tertia persona, cum reperiatur ἁπατότου et ἁπατάτα. Cæteri casus desumi debent à sequentibus. Et quidem
prim: persona. Sing. Gen. ἐμαυτοῦμου met ipsius. ACC. ἐμαμτένμου Me ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦμας nostrum ipsorum. ACC. ἐμαυτόνμας mos {ρδοδ. II persona. Sing. Gen. ἐμαντοῦσου fui ipsius. Acc. ἐμαυτόνσου Le ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦσας vestrum ipsorum. ACC. ἐμαντόνσας VOS $psos. III verd persons. Sing. (Gen. ἐμαυτοῦτου sui ipsius. Acc. ἐμκχυτόντου Se ipsum. Plur. Gen. ἐμαυτοῦτους vel éuavroëruv. Acc. ἐμαυτόντους Vel ἐμαντόντων. Nota hujusmodi pronomina primæ, et secundæ
per- sonæ communia esse maribus ac foeminis immutato prono- mine µου et σου : tertiæ vero non item, cum pro του foeminina Sibi adsciscant της, ut τοῦ ἐμχυτοῦτης, et τὸν ἑμαυτόντης, atque id tantum fieri debet in singulari, nam in plurali
utriusque generis nomina omnino conveniunt. Interrogativa pronomina
sunt haec τὶς quis et qua, com- munis generis: ri
quid? neutrius ποῖο vel mot; quis saut qualis? omnis
generis ita ut fcemininum exeat in a, ut ποῖα QUO ? et neutrum in ον, ut ποῖον, quale? de flexione ποῖος, nulla potest esse difficultas, ideo ponemus
tantummodo declinationem τὶς et «i. Masc. et Fœm. ιο Séng. N. ris quis et quæ? Plur. N. rives qui? G. τίνος G. τίνων À. τίνα À τήας. (5. 61) - Neut. Sing. Nom. τὶ quid? 45 Gen. τίνος Acc. rti. Neutrum plurali caret, pro quo
usurpatur ποῖα, ut ποῖα πραγ-
para qua res? Differt τις à τοὰς non tantum syllabis in recto, et in obliquis
accentu, cum τωὰς habeat genitivum ro, et ac-cusativum rox,
verum etiam significatione, nam cruz; significat aliquem, vel nullum, nec est
interrogativum, ut «is. A pronomine ποῖος derivatur κάποιος, χάποια, χάποιον aliquis : ἔποιος vel ὅγοιος quisquis, et à τις ὅστις quicunque, quæ reti- nent suorum, ut ita dicam,
parentum declinationem. :3 Demum tria sunt pronomina que dicuntur
infinita, δεῖνα talis et tale, omnis generis. gen.
deivoz. acc. dx, caeteris ca- Tet. τέτοιος, τέτοια, τέτοιον lalis, et ταδεποιὸς, ταδεποιὰ, ταδεποιὸ talis et fale, atque hæc declinantur integré per
omnes casus et numeros, masculina quidem et neutra juxta tertiae, fœminina
vero juxta secundæ declinationis modos, ac for- mam. Illud
observatione dignum hoc loco censui μοῦ, σοῦ, τοῦ, μὲ,
σὲ, τὸν, τῶν, τῆς et τοὺς: enclyticas appellari voces, quod vel pro- prium
amittant accentum, vel illum ad præeuntem, ac præcedentem syllabam remittant.
Hoc autem tribus modis, ut plurimum potest contingere. Primo si
antepenultima præcedentis dictionis acuatur, vel penultima accentum
habeat circumflexum, ut τὰ
»piuat& µου peccata mea, ἡ Μοῦσα σου
Musa tua, τὰ λόγια του
verba sua, etc. SecundoSsi vox antecedens enclyticam accentum habeat acu-
tum in penultima, vel gravem in ultima, pronomina illa penitus quidem suum
deponunt accentum, at gravis transit in acutum, ut ó λόγος του
verbum suwm, τὸ πουλίµου
avis mea: circumflexus tamen remanet immutatus, ut κινῶ cc mo- veo te : idem præstatur si ultima prioris
vocis acuatur. Tertio et ultimo usus obtinuit in enclyticis
pronominibus; suum ipsorum accentum retinere, quando
præpositionibus conjunguntur, vel conjunctionibus disjunctivis, ut διὰ σὲ
propter te, non διά σε, et ñ μὲ σκοτώνω ἡ σέ ἐλευθερώνω vel me occido, vel te libero, et similia. Ur
facile est hodiernae Grecs lingue Verborum conjugationes exponere, cum
multiplicem illam tot temporum, modorümque respuerit distinctionem, ita quoque
perarduum esse constat eadem in certas distribuere classes, certísque
5 sedibus collocare, tam ob defectum futuri, quam propter diversam
finalium characteristicarum varietatem, ne dicam corruptionem. Ceterum
antequam ad istam terminationum farraginem deveniamus, non abs re
videbitur nonnulla præmittere, quæ ad faciliorem Verborum notitiam requiruntur.
so Verba igitur omnia vel sunt activa, quorum nota est o, et formant
passiva in µαι, vel passiva ab activis deducta, vel
neutra qux desinunt in «e, sed nullum efficiunt passivum in µαι, vel demum deponentia, quæ vocem ac sonum habent
passivum, at significationem activam; rejiciantur ss ergo ab hac lingua
verba communia, seu, ut Grammatici loquuntur, media. Sunt etiam alia
verba quas dicuntur impersonalia, non quod nullius sint persons, cum efferantur
in tertia persona; sed quod ad nullam certam, et deter- minatam personam
referantur, ut quum dicimus πρέπει νὰ ἀκολουθήσωμεν τὴν ἀρετὴν, καὶ νὰ ἀφήσωμεν τὴν χακίαν Oportet ut virtutem sequamur, vititmque
relinquamus, illud "pere: nullam habet personam, quam certo et
definite respiciat. Dividuntur supradicta verba duas in partes, quarum una
ss nuncupatur barytonorum, altera circumflexorum, verba nanque in
ut, nec per somnium quidem vidit unquam praesens Grecia. Utraque verba
duos habent, ut nomina, numeros singularem et pluralem, tres personas,
quinque tempora, quorum tria sunt simplicia Præsens, Imperfectum, et
Perfectum, duo vero composita, Plusquam-perfectum, et Futurum, modos item
quinque Indicativum, Imperativum, Optativum, Subjunctivum, et Participium.
Carent Infinitivo s pro quo utuntur Subjunctivo. Verba quc vulgo
appellantur auxiliaria, quibus supradicta illa tempora composita
exprimuntur duo precipue sunt θέλω volo, et ἔχω habeo, hoc quidem utimur ad exprimendum
Plusquam-perfectum, illo vero Futurum et præsens Optativi, per suum
Imperfectum ἤθελα vellem. Jam barvtonorum
Conjugationes tradamus, quarum numerus à varia Perfecti, seu aoristi
terminatione colligi debet. Cum igitur Perfectum modo exeat in φα, modo in £a, et cx, modo in quatuor liquidas À, u,
v, o, pro hujusmodi is quadripartita Perfecti desitione, quatuor etiam nos
barytonorum conjugationes instituemus. Prima est in (o, βγω, πω,
qu, et cro, ut αλείθω ungo, νίόγω lavo, λάμπω fulgeo, γράφω scribo, ἀνάφτω accendo, perfectum habet in dz, ut ἄλεψα unti, ἔνιψα ο lavavi, ἔλαυψα affulsi, ἔγραψα scripsi, ἄναψα accendi. Ad hane conjugationem revocari possunt
verba in eu» vel εὔχω et πώγω, ut βασιλεύω vel βασιλεύγω regno, et σκηύγω inclino, quorum perfectum apud quosdam Græcos exit
in ja, ut εδασί- Asa pro εξασίλευσα regnavi, et ἔσκνψα inclinavi, fortassis . >; Similitudo soni
ευσα et ex, eos in hujusmodi mutationem,
vel potius errorem induxit. Secunda in γω, xo, Χνω, Χτω, χω; yv», σσω et ζω precipue trisyllabum et dissyllabum, et quod ante
£ assumit «, ut πνίγω Suffoco, πλέκω mnecto, δείκνω ostendo, τρέχω curro, pixco 404040; σποώχνω impello, ów»ro persequor, τάσσω pro- mailto, κράζω et φωνάζω voco seu clamo, perfectum habet in £a, üt ἔπνξα suffocavi, ἔπλεα meri, ἔθειῖα ostendi, ἔτρεξα cucurri, &iza jeci, ἔσπρω2z impuli, ἔλιωζα persequutus Sum, ἔταία promisi, ἔχραζα et ἐφώναξα vocavi, seu clamavi. x; lertia in do,
0», o purum, et in ζω
quadrisyllabum, et precipue quod habet ι ante 5, ut προδίλω prodo, ἀλέθω molo, ακούω QUO, σκοτειιαζω adumbro, et γνωρίζω cognosco, per- fectum efficit in σα, ut ἐπρόλωσα prodidi, ἄλεσα molui, ἄχουσα QUdivi, εσκοτείνιχσα aduinbravi, et ἐγνώρισα cognovi. # Ad hanc conjugationem spectant
omnia verba in ώνω à græco-literali deducta in όω, et omnia illa quæ in Græco-vulgari assumunt v
ante o, ubi prius desinebant in o purum, ut τελειώνω perficio, ἐτέλειωσα perfeci, dem ligo, ἔδεσα ligavi, ἐνλύνω Vestio, &iusx vestivi, et alia quae per o purum
scri- bebantur, ut raie, δέω, et ἐνδύω. Quarta denique continet verba in 4», po,
vo, co, ut νάλλω canto, κάµνω
facio, κρίνω judico, «cito corrumpo, perfectum vero in
/z, ua, vx, cz, ut &ixAx cantavi, ἔκαμα feci, &oux judicavi, &usx corrupi. Ubi
adverte quum duplex est aux in presente, perfectum primum tantum
ser- vare, ut evo ver bero, ἔδηια verberati, etc. MODUS CONJUGANDI T)
VERBA BARYTONA. Verbi Activi Indicativi. Pres. Sing. γράφω, γράφεις, γράγει Scribo. Plur. yoxqous, γράφετε, γράφουσι, vel γράφουνε. Tertiæ persons pluralis numeri, quod in : desinit,
1: additur more Attico v, si precipue subsequatur vocalis.
Imp. Sing. έγραφα, ἔγραφες, ἔγραφε Scribebam. Plur. ἐγράφομεν, ἐγράγετε, cypAqast vel ε εγράφανε. Perf. Bing. ἔγραψα, ἔγραψες, ἔγοαψε, scripsi. 20 Plur. efiam ἐγράφε TE M ird vel ejoa. Plusq. Sing. είχα γοάφψει, εἶγες γράψει, i yoxyat scripseram. Plur. εἴχαμεν Ὑοάψει, εἴχετε ypxLe, εἴχασι vel εἴχανε 7px a. Vel alio modo. Sing. εἶχα γραμμένα, εἶχες γραμμένα, etys γραμμένα Scrép- seram. Plur. εἴγαυεν γραμμένα, εἴγετε γοαμμένα, εἴγασὶ Vel εἴγανε . γραμμὲνχ. Fut. Sing. θέλω γράφει, θέλεις γράψει, θελει γράψει scribam. J'lur. 0έλομεν γράψει, Deere γράφει, θἔλουσι γράψει. Vel aliis magis corrupté. Sing. 0ὲ px Vo, 0: γράψεις, 6& γράφει scribam. Plur. 0 γράφομεν, 0€ γράφετε, 0: γράβονσι. MEYER. GRAMM. GRECQUE.
Imperativi. Pres. Sing. γράφε scribe. 25 γοάψει scribat. Plur. à;
yoxbouss, γράψετε, ἃς γράψονσι. Formatur à tertia persona perfecti
Indicativi ablato 5 e augmento Svllabico : caret proprió prima
persona, cam tamen mutuatur ab optativo addita particula ας, ut as
οάψ scribam, et significationem habet indetermi- natam, et
indifferentem. Optativi. 10 Pres. Sing. ἄνποτες νὰ vel as yoXbe, ἄμποτε
νὰ γράψης, νὰ yox uténam scribam. Plur. ἄμποτες νὰ γράψωυεν, νὰ
γράψετε, νὰ γραψουσι. Imper.Sing. Y0:x γράψει, Ἴρελες γράψει, Ίθελε
γράψει scri- berem. Plur. Ἰθέχαμεν Ύραψει, θέλετε yodba, Ἰθέλασι
γοάγει. Dicitur etium ἅμποτες νὰ &yox?z, vel a; ἔγραφα, et tunc
idem est cum imperfecto indicativi. Sic etiam reliqua tempora eadem sunt
cum supradictis indicativi appo- sita tantum particula a; vel aumo:zez
va. Suljunctivi. Pres. Sing. νὰ γράφω, νὰ γράφῃς, vx yoxyn
"t scribam. Plur. νὰ Ὕοάγωμεν, νὰ γράφετε, νὰ ynxoust.
Est etiam aliud præsens ab aoristo, seu perfecto indicativi
formatum, cujus significatio non est aded præsens ac determinata ut prior,
sed indifferens maxi- méque in usu apud recentiores Græcos, hoc
modo. Sing. vx ypxlo, νὰ yox Voz, νὰ ypxbr ut scribam. Plur. νὰ
ypxbœuer, νὰ γράφετε, νὰ γράψουσι. Reliqua tempora sunt eadem, quæ
in indicativo 30 additis tantüm particulis νὰ, et διὰ νὰ, ut ἂν δὲ,
αἀγκαλὰ καὶ licet, ὅταν cin, et ἀνισωσγαὶ δὲ. Nota tamen
plusquam-perfectum, præter illum mo- dum quo exprimitur in indicativo
posse etiam sic efferri, scilicet ἂν Ίθελα γράψει δὲ scripsissem, et
tunc jj idem est cum imperfecto optativi. Futurum etiam
diversis modis, præter illum decantatum indicativi, pro varietate
sermonis usurpatur. Nam cum Latine dicimus, cun scripsero, Græcè
vertetur ὅταν θέλω γράψει vel où γράφω, χαλὰ xxi θέλω ἔχει yoxu-
T μένα licet scripsero, et reliqua. Infinitivi.
Præsens, et alia tempora eadem omnino sunt cum temporibus subjunctivi, retenta
sola particula να, ut vx yzxlo scribere, νὰ ἔγραφα,
etc. Participii. Præsens, et alia tempora duobus modis exprimuntur
vel Præs. simpliciter, et indeclinabiliter mutando o præsentis
indicativi in o, etaddita syllabay:zs, ut γράφω scribo, ypz- φοντας
SCribens, et hoc participium est omnis generis, vel mutuando participium ἔστοντας,
et praesens subjunctivi, ut ἔστοντας καὶ vx γυάψω scribens, vel cuin.
scriberem, ita ut verbum νὰ γράφω varietur quod numerum, et personam cum opus
fuerit. Reperitur etiam apud nonnullos Græcos quoddam participium in
µενος, quod licet vocem habere videatur passivam, revera tamen
activam sibi vindicat significationem, formatur ab imperfecto activo
indicativi ablato augmento, et addita syllaba μενος, ut à πηγαίνω 60, ἐπήγαινα
' ibam, fit participium myxwxuevos iens. Verbi Passivi
Indicativi. Sing. γράφουαι, γοάφεσαι, γράφεται Scribor. Plur.
γραφουμεσΏεν vel γραφόμεβα, γραφοῦσθε Vel /ράγεσθε, γράφονται. Imp. Séng. ἐγράφουμουν,
éyoxmouoou, ἐγοάφουνο vel ἐγράφετον scribebar. Plur. ἐγραγούμεσθεν,
ἐγραφοῦσθε vel εγράφεσύε, ἐγραφουντον vel ἐγραφονούντασι Perf. Sing. ἐγράφρηκα,
εγράφθικες, ἐγράφθηκε Scriptus fui. Plur. ἐγραφθήκαμεν, ἐγραφθήκατε, ἐγραφθήκασι
vel ἐγραφθή- κανε. Vel alio modo elegantiore. Sing. ἐχράφθην, ἐγράφθης,
ἐγοάφη. Plur. ἐγράφθηµεν, ἐγράφθητε; ἐγραφθησαν. 1., I. 18, l'édition
originale porte ἐγραφονύντασι. de l'édition originale, le texte porte eus
029i, ai /AUEY Πραφθή, θελεις 402301, θέλει γραφθή, θέλουσι ypag95, ἴβελε
γοαφθὴ. L'iota souscrit est tombé dans
l'impression. Cf. p. 25 de l'éd. princeps, plus haut p. 15, qui
correspond à la p. 25 de l'éd. Plusq. Sing. εἶχα γραφθῇ, εἶχες 7paQ0h, εἴχε γραφθῇ scriptus eran vel fueram. Plur. εἴχανεν γραφθῇ, εἴχετε γραφθῇ, εἴχασι γραφθὴ. Fut. Sing. θέλω γραφθῇ, θελεις γραφΏῇ, θέλει γραφθῇ scribar. 5 Plur. θέλοµεν γοαφθῇ, θέλετε γραφθῇ, θέλονσι γοαφθῇ. Imperativi. Pres. Sing. γράφου scribare, xs γραφθῇ scribatur. Plur. a; Ὑραφθοῦμεν (γραφβῆτε) s Ὑραφθοῦνε vel ἆς γραγθοῦσι. 10 Optativi. Pres. et Imp. Síng. #chx γραφθῆ, fürs; γραφθῇ, ἴθελε γραφθὴ utinam. scriberer. Plur. Ἰθέλαμεν γραφθῇ, θέλετε γραφθῇ, Ἰθέλασι γραφθῇ. Reliqua tempora sunt eadem cum indicativo
appositis 15 tantum particulis ἄμποτε vx vel a;. Adde tamen plusquam-perfectum posse
etiam exprimi hoc modo. Plusq. Sing. à; ἵμουν γραμμένος, n, ον, &s Yrou γραμμένος, &s ἦτον γραμμένος, tinam scriptus essem. Plur. à; Ἴμεσθεν γραμμένοι, ax, a. à ἤσθενε γραμμένοι, 20 ἃς ἤτονε γραμμένοι.
Subjunctivi. Pres. Séng. νὰ γραφθῶ, νὰ γραφθῆς, νὰ γραφθῇ ut scribam. Plur. va γραφθοῦμεν, vx γραφθῆτε, vx γραφθοῦσυ. Reliqua ut in indicativo cum particulis illis νὰ, διανα, ἂν, σὰν,
etc. Infinitivus convenit cum subjunctivo. Participii. Pres. Sing. γραμμένος, γραμμένη, γραμμένον Scriptus, a, um. Plur. γραμμἔνοι, γραμμέναις, γραμμένα scripti, ta, ta. Desumitur hujusmodi participium à
perfecto passivo participii græcoliteralis ablato augmento
syllabico, utà γεγραμμµένος
ablato γε, remanet γοαμμένος, sic à νενιχη- µένος victus ablato νε fit wxruévos, et sic de omnibus passivæ
vocis. De Verbis Circumflexis. s | Due sunt verborum circumflexorum
conjugationes, quarum prima est in εις ete, secunda vero in et et à. Utraque habet
perfectum in σα, sed penultima modo est e, modo x,
modo denique «. Pro quo Adverte in prima Conjugatione penultimam
perfecti tunc assumere η, quando penultima præsentis est longa, ut τραγουδῶ CGnO, ἐτραγούδησα Cecini, πατῶ Calco, ἐπάτησα calcavi. Excipe χωρῶ capio, ἐχώρεσα cepi. Quando vero est brevis, penultimam perfecti
exire in e, saltem ut plurimum, ut πονῶ doleo, ἐπόνεσα dolui, καλῶ voco, ἐκάλεσα vocavi, βαρῶ per- s culio, ἐδάρεσα percussi, etc. In secunda conjugatione
penultima perfecti sæpissime est in », ut αγαπῶ GO, ἀγάπησα απιαυὲ, νικῶ
VÍnCO, ἐνίκησα vici, et alia
innumera; excipe γελῶ rideo, ἐγέλασα Τ18ὲ, διφῶ
sitio, ἐδίψασα sitivi, πεινῶ esurio, ἐπείνασα esurivi, χαλῶ desiruo, ἐχάλασα destruxi, σχολὼ vaco, ἐσχόλασα vacavi, ῥιγῶ frigeo, ἐρίγασα frigui, quoa consumo, ἐφύρασα consumpsi : et quadam verba in ερνῶ, ut ζερῶ vomo, ἐξέασα VOMUI, κερῶ infundo, ἐκέρασα infudi, περνῶ Supero, ἐπέρασα SUpe- ravi : item monosyllaba ut exo disrumpor, ἔσκασα disruptus sum, σπῶ vello, ἔσπασα velli, quorum composita retinent eandem
penultimam. ἐπαινῶ vero, et καταφρονῶ habent c, in penultima preteriti ut ἐπαίεσα laudavi, ἐκαταφρόνεσα contempsi. Hzc autem sunt penitus anomala βαστῶῷ duro vel tolero, ἐδάσταζα duravi vel toleravi, πετῶ volo, ἐπέταξα volavi, et ejus composita. Exemplum Verbi
Circumflexi in εἲς. Verbi Activi Indicativi.
Pres. Sing. πατῶ, πατεῖς, πατεῖ calco. Plur. πατοῦμεν, πατεῖτε, πατοῦσι Vel πατοῖνε. Imp. Sing. ἐπάτουν, ἐπάτειες, ἐπάτειε calcabam. Plur. ἐπατούσαμεν, ἐπατεῖτε, ἐπατοῦσαν. Perf. Sing. ἐπάτησα, ἐπάτησες, ἐπάτησε, calcavi. Plur. ἐπατήσαμεν, ἐἑπατήσατε, ἐπάτησαν vel ἑπατήσασι. Plusq. Sing. εἶχα πατήσει, εἶχες πατήσει, εἶχε πατήσει calcaveram. xo Plur. εἶχαμεν πατήσει, εἴχετε πατήσει, εἴχασι πατήσει. Fut. Sing. θέλω πατήσει, θέλεις πατήσει, θέλει πατῆσει calcabo. Plur. θέλοµεν πατήσει, θέλετε πατήσει, θέλουσι πατήσει. Imperativi. Pres. Sing. πάτησε calca tu. à; πατήση calcet ille. 35 Plur. à; πατήσωµεν, πατήσετε, ἃς πατήσουνε. 1., 1. 15, l'édition originale porte a; et à.— P.
79,1. 7, penulti. à la fin de la ligne, avec un point. Cæteri modi
et tempora conveniunt cum Indicativo, additis de more particulis
illis διακριτικαῖς vx, διανὰ, ἄνποσες, etc. ut constat ex Darytonis.
Participii. s Pres. πατῶντας, omnis generis et indeclinabile formatur à
Pres. Imp. Plusq. Fut. præsenti indicativi addita tantum
syllaba vraz, ut πατῶ, πατῶντας calcans. Verbi circum/lexi Passivi
Indicativi. Sing. πατοῦωαι, πατειέσαι͵ πατεῖται Vel πατειέται calcor.. Plur. πατειούμεσθεν, πχτειοῦσθε vel πατειέσθε, πατειοῦνται. Sing. ἐπατειούµουν, ἐπατειούσου; ἐπατειοῦντο Vel ἐπατειέτον calcabar. | Plur. ἐπατειούμεσθεν; ἐπατειοῦσθε Vel ἐπατειέσθε, επχτειοῦνταν. Sing. επατήθηνα vel ἐπατήθην, ἐπατήθηκες vel ἐπατήθης, ἐπατήθηκε vel επατήθη calcatus fui. Plur. ἑπχτηβήκαμεν vel ἐπατήθωμεν, ἐπατηθήκατε vel έπατήθητει ἐπατηθήκασι vel ἐπατήθησαν. Sing. εἶχα πατηθῆ, εἶχες πατηθῆ, εἶχε πατηθὴ calcatus fue- Tam. Plur. εἴχαμεν πατηβῆ, εἴχετε πατηθῆ, εἴχασι πατηθῇ. Sing. θέλω πατηβῆ, θέλεις πατηβῆ, θέλει πατιθῆ calcabor. Plur. θέλοµεν πατηθῇ, θέλετε ravra, θέλουσι πατηθη. Imperativi. Pres. Sing. πατήσου calcare lu. à; nazv95, calcetur ille. Plur. xs πατηθοῦμεν, πατηθῆτε, a; πατηθοῦνε vel πατηθοῦσι. et reliqua ut in γράφοµαι. Participii. Pres.
πατηµένος, πατηµένη, marruévoy, calcatus, a, um. à Græco-literali πεπατηυένος priore syllaba recisa : vel (ut morem geram iis qui
Græco-literalem grammaticam non legerunt,) ab ἐπάτησα perfecto activo indicativi, mutata σα in µενος, quia penultima est longa, nam quum est brevis
remanet c, et vertitur tantuma in µενος, ut patet in ἐκάλεσα VOCAVI, καλεσμένος vocatus. quod etiam verum est in Verbis barytonis,
quorum præte(P. 84)ritum est in σα, ut ὁμόνοιασα conveni, ὁμονοιασμένος qui cum alio convenit : quorum autem preteritum
est in Ya, $ vertunt in µ et « in µενος ut ἔγραψα scripsi, γοαμμένος Scriptus : quorum in £x (dummodo non ve- niant ab
aliquo præsente in £o) mutant Ein y, et a in µενος, ut ἐδιάλεία selegi, Φιαλεγωένος selectus; dixi dum- modo non veniant ab aliquo
presente in ζω, quia tunc £ transit in z, ut à κράζω 9000, É«oata, χρασµένος,
φωνάζω Clamo, ἐφώναία, φωνασμένος clamatus, etc. imo in iis, quæ derivantur à verbis
in σσω mutant E præteriti in 4, ut τάσσω promitto, ἔταξα, ταµμµενος
promis- sus. Tandem ubi sunt immutabilia À et p, observantur
mutatione « in μένος, et ablatione augmenti syllabici si
fuerit, ut éjaAa (P. 85) cecini, 'aXu£vo; cantatus, ἔσ- πειρα Semáinavi, enzoucvos seminatus. Ubi duo
adverte primum penultimam perfecti in ρα, verti semper in α in
participio passivo, ut patet in exemplo posito, et in aliis infinitis.
Secundum verbum yaiooux leor, ex- cipi ab hac regula, utpote anomalum,
cujus perfectum est ἐχάοηκα lavtatus sum, participium autem passivum χαρούμενος
lœtus. Sola præterita in px formant participia passiva in µενος mu-
tando α in e, ut ἔκαμα feci, καμωμένος factus. Sed in vx vertunt v in p, et α
in μένος ut ἔχρυα judicavi, χριµένος judicatus. Hic modus formandi
participia passiva à perfecto activo facilior sinecontroversia, aptiórque ad
instruendum tyronum animos videtur illo, quem tradidit P. Hieronymus
Germanus οὔ Societatis Jesu in Dictionario suo Italo-Græco animadversione
4. de formatione participiorum, nam cum dicat participium passivum
formandum esse à presente passivo mutando αι in e, et addendo vs, ut à
7ozgoua inquit, fieri de- bet yoxpouevos. Deinde vertendo qo in p,
ypauuévos Scriptus, non unum nobis effingit participium, sed plura,
præterquam quod etiam non tradit regulam generalem pro omnibus
aliis verbis, ut patet in σθείροµαι corrumpor, cujus participium
est φθαρµένος corruptus, et in χαλοῦμαι destruor, cujus participium χαλασμένος
destructus, nec potest dici quomodo formari possint à præsente. Hæc autem
obiter dixi non ut talis tantíque Viri auctoritati derogarem, qui optime
omnium nostris hisce seculis arcana hujus Grece linguæ penetravit,
multósque nobis Gordianos nexus mira dilucidáque brevitate dissolvit, sed
ut faciliorem meo judicio, incipientibus viam aperirem ad participiorum
passiva: vocis efformationem. Circumflexorum in à; Exemplum. Verbi
Activi Indicativi. Pres. Sing. ἀγαπῶ, ayxr2;, cyxni amo. Plur.
αγαποῦμεν, αγαπάτε, ἀγαποῦσι vel αἀγαποῦνε. 5 Imper. Sing. αγάπουν,
αγαπας, ἄγαπα. amabam. Plur. ἀγαπούσαμεν, ayant, αγαποῦσαν. Perf.
Sing. ἀγάπησα, αγάπησες, ἄγάπησε amavi. Plur. αγαπήσαµεν, αγαπήσατε, αγαπήσασι
vel ἀγαπήσανε. Plusq. Síng. cya αγαπήσει, εἶχες ἀγχπήσει, εἶχε ἀγαπήσει
απια- veram. Plur. εἴχαμεν ἀγαπήσει, εἶχετε ἀγαπήσει, εἶχασι
αγαπήσει. Fut. Séngy. Jo ἀγαπήσει, θέλεις αγαπήσει, θέλει αγαπήσει
amabo. Plur. θέλοµεν αγαπήσει, θέλετε αγαπήσει, θέλουσω ἀγαπήσει.
Imperativi. Pres. Sing. αγάπησε vel αγάπχ ama tu. à; ἀγαπήσῃ amet
ille. Plur. x αγαπήσωμεν, ἀγαπήσετε vel ἀγαχπᾶτε, as αγαπή- cow. Cetera
vide ut in barvtonis. Participii. Pres. Sing. ἀγαπῶντας amans. ab
αγαπῶ accentu immutato, et addito tantum vrac, est omnis generis, et
numeri. Verbi Passivi Indicativi. Pres. Sing. ἀγαποῦμαι, ἀγαπᾶσαι,
αγαπᾶται Qmor.Plur. ἀγαπούμεσθεν, ayxnào0:, αγχποῦνται. Imp. Sing. ἀγαπούμουν,
ἀἄγαπουσου, œyxroïro, Vel ayznárov amabor. Plur. αγαπούμεσθεν, ἀγαπᾶσθε,
γαποῦνταν. Perf. Sing. ἀγαπήθηκα, αγαπήθηλες, αγαπήθηκε amatus
fui. Plur. αγαπηθήκαυεν, αγαπηθήκατε, αγαπηθήκασι. Plusq. Sing. sx ἀγαπηδὴν
εἶχες αγαπηθὴ, εἶχε ἀγαπηθὴ amatus fueram. Plur. εἴχαμεν
αγαπηθη, εἴχετε cyan, εἴχασιν xyxnrfin. 1., lignes 7-8 de l'édition
originale, le texte porte εἴχες 7yorx9z, eus ἀγαπχθᾳ. De même &yarr0, sans iota souscrit, à tout le
paradigme du plur. du plusq., du futur et de l’impér. prés., où le texte
donne aussi fac ut amaris, —P.90 et 91, on lit σταθῃ dans le texte, à tout le paradigme. Fut. Sing. θέλω ἀγαπηθῇ, θέλεις œyarrôn, θέλει αγαπιθῇ amabor. Plur. Θέλομεν ἀγαπυβῇ, θέλετε ἀγαπηθὴ, θέλουσιν yaris. Imperativi. Pres. Sing. ἀγαπήσου fac ut ameris. a; αγαπηθῇ ametur ille. Plur. à; αἀγαπιβοῦμεν, αἀγαπηβῆτε, às αγαπιβοῦν. Reli- 5 qua ut in Barytonis.
Participii. Pres. ἀἂγαπημενος, ἀγαπημένη, ayamrutvo amatus, a, um. vide quæ diximus in
participio verbi πατοῦμαι. Atque hzc de
circumflexis. De VERΒΟ
SUBSTANTIVO εἶμχι. DE AUXILIARIBUS θέλω ET ἔχω, ALIÍSQUE VERBIS ANOMALIS. Verbi S'ubstantivi
Indicativi. Præs. Sing. eux, εἶσαι, εἶναι Sum. Plur. εἴμεσθεν, εἶσθε, εἶναι. 15 Imp. Sing. ἥμουν, ἤσουν, ἦτον
eram. Plur. ἦμεσθεν, rate, ἦταν vel ἧσαν. Perf. Sing. ἐστάθικα, ἑστάθγχες, ἑστάθηκε fui. Plur. ἐσταθήκαμεν, éorafiaate, ἐσταθήχασι vel ἑσταθήκανε. Plusq. Sing. εἶγχα σταθῇ, εἶχες σταθῇ, εἶχε σταθῇ fueram. 20 Plur. εἴχαμεν aza05, εἴχετε σταθῇ, € yav: σταθῇ. Fut. Sing. θέλω σταθῇ, θέλεις σταθῇ, θέλει σταθῇ ero. Plur. θέλοµεν σταθῇ, θέλετε σταθῇ, θέλουσι σταθῇ. Dicitur etiam non incongrué : Sing. θέλω emma, θέλεις tsar, θέλει εἶναι. 25 Plur. θέλοµεν εἶσθαι, θέλετε εἴσλχι, θέλουσιν εἰσθαι. Imperativi. Pres. Sing. à: εἶσχι sis tu. à; etvx sit ille. Plur. ἂς εἴαεσθεν, a; εἶσθε, a; εἶνχι͵ et cætera ut in Indicativo. Participii.
Pres. ὄντας cum sim, omnis generis, numeri, et
personæ. Dicitur etiam ἔστοντας vel ἔσσοντας, sed uná cum par- ticula xai, et aliquo
verbo. Verbi θέλω Indicativi. Præs. Sing. θέλω, ἠέλεις vel Οἳς, θέλει vel 6: volo. Plur. θέλοµεν
vol θέωεν, θέλετε vel (PD. 0902) θέτε, βέλουσιν vel θεσι͵ et dou vel μα ὁ Imper. 2111. ἔθελα vel Ἰθελα, ἔθελες, ἔθελε volebam. Plur. ἐθέλαμεν, ἐθέλετε, θέλανε vel εθέλασι. Perf. Sing. ἐθέλησα vel ἠθέλησα, ἐθέλησας, ἐθέλησε volui. Plur. εθελήσαμεν, ἐθελήσατε; ἐβελήσανε vel εθέλησαν, vel ἐθελήσασι. Plusq. Séng. etyx θελήσει, εἶχες θελήσει, εἶγε θελήσει. volueram, etc. Fut. Sing. θέλω θελήσει, θέλεις θελήσει, θέλει θελήσει volem, etc. Imperativi. Pres. Sing. rue vx θέλης fac ut velis. az wxun vx θέλη velit ille. Plur. A; wxumuzs νὰ θἔλωμεν, κάμε νὰ θελετε; Ga κάμουν νὰ
θέλουνε, vel &; γάμουσι νὰ θέλονσι. Dicitur etiam in secunda persona singulari κάμε vx θε- Añons, etc. «o Participü. Pres. θέλοντας, volens. omnis generis, numeri, ac persona. Verbé
£y» Indicativi. Ῥγωβ. S'ing. Exo έχεις, ἔχει
habeo. Plur. 2422221 ἔχετε, ἔχονσι VO] ἔχουνε. 2; Imp. Sing. είχα, ειχες, ειχε
habebam. Plur. εἴγαμεν, εἴχετε, εἶχανε Vel εἴχατι. Perfecto proprio, et plusquam-perfecto caret, pro
quibus utitur perfecto, et plusquam-perfecto verbi κοατῶ teneo, ut ἐκράτησα habui veltenui, εἶχα κοατήσει habueram, 30 vel tenueram. Fut.
Sing. θέλω ἕ ys θέλεις ἐ ἔχειν θέλει ἔχει
habebo. Plur. ο λομεν à ἔχει, θέλετε ἔχει, 0έλουσιν ἔχει.
Imperativi. Praes. Sing. ἔχε habe. Z; &ya habeat ille. jb Plur. ας ἔχωμεν, ἔχετε, a5 ἔχουσι Vel ἔχουνε, Participii. Pres. ἔχοντας habens. omnis generis, numeri, ac persons. Age jam
anomalorum aliorum precipua flexiones in medium afferamus. Anomala,
quæ potui in hac lingua notare, quanvis ordine alphabetico ad
majorem eorundem cognitionem, ac distinctionem collegerim, ac distribuerim,
generatim tamen reduci s possunt ad illa, quae desinunt in zv», quorum
perfectum in σα,
Ut ἁμαστάνω pecco, ἁμάρτησα peccavi.ltem in αίνω quorum perfectum modo est in v«z, modo in σα ut inferius patebit. item in ένω, quorum perfectum in εσα, et denique omnia composita verbi ἔχω, quæ eandem cum illo sortiuntur conjugationem. Jam
singula ordine literarum exponamus. A Ἀμαρτανω pecco. perf. ἁμάρτησα peccavi. Ανηξαίνω ascendo. perf. ὠνέδηια ascendi. imperativi praesens ἀνέθα ascende. Nota βαίνω simplex non reperiri, sed ejus composita
frequenter apud nostros Græcos usurpari; quæ tamen omnia sunt
anomala. Avyxerew) Tresuscito alios. perf. ἀνάστησα resuscitavi. At ἀνχστένουαι Surgo. perf. habet αναστάθηκα suriexi, et imperativum ἀνχστάσου Surge. Αποζγαίνω finem. sortior. perf. ἀπόθγα vel αποθγῆκα, val ar rex finem sortitus sum. Adam
augeo. perf. αὔξησα et αὐξαίνω, πὔξησα. | Ἀφήνω, relinquo. perf. ἄφησα, reliqui. 25 B
Βάξω, βάλλω vel favo pono. perf. ἔθαλχ posui. et imperat. βαλε
pone. Βιζάνω sugo. perf. εξίζασα suxi. Βλέπω video. perf.
ειδα vidi. unde fut. θελω εἰδῇ videbo. Βόσκω pasco. perf. ἐθόσκησα pascui.
[όσκομαι vero pascor. | perfectum habet ἐδοσκήθηκα pastus sum. Γδήνω
spolio. perf. ἔγδησα spoliavi. A 35 Δένω lígo. perf. ἔδεσα
ligavi. Δίόω vel δίω do. perf. ἔδωκα vel ἔλοσα dedi. imperat.
+, 1. 3 de l'éd. orig., le texte porte sidz. P. 97, 1. 10 de l'éd. orig., le texte
porte εὐτύχησα. do; da. et in plurali dore date. passivum δίδοµαι habet
ἐλώθηχα datus sum. imper. ὁόσου tradaris. Διαθαίνω transeo. perf. éduerxa
transii. cujus secunda per- gona ἐδιάθηκες et ἐδιάδης, et tertia εδιάθηκε
vel ἐδιάθη. atque hoc s observandum est in omnibus compositis verbi
βαίΐνω. E Εμπαίω éngredior. perf. ἦμπα vel ἐμπῆχα ingressus
sum. imperativus ἕαπα ingredere. Entruyziyo acquiro. perf. ἐπίτυχα
acquisivi. Ἑὐγαίνω 63160. perf. wvya vel εὐγῆκα exivi. fut. θέλω εὔχει.
imperat. εὖγα été. Εὐρίσκω invenio. perf. wwox vel nüoma inveni.
fut. θέλω ever inveniam. imperat. eux. Eodem modo conjunguntur ejus composita, ut ζανανρίσκω reperio. perf. ἐξαναῦύμα Te-perí, etc. Εὐτυχαίνω feliciter ago. perf. evroyvaa feliciter egi.
Z Ζεσταίνο calefacio.
inperfectum habet εζεσταυα et ἐζέστανα calefaciebam. perf. εζέστασα culefeci. et participium passivum ζεσταμένος calefactus. H Hzeopo scio. perf. ἔμαθα scivi. fut. θέλω µαθει
sciam. imper. ἤξευρε Vel µαάθε scias, vel xaus vx uaonc fac ut scias. subjunct. νὰ µάθω,
vel νὰ Ἠξεύρω, ut sciam. participium passivum µαθηµενος
SOlitus vel assuefactus. K Καίω «ro. imperfectum ἔχαια urebam et xavyo. uro. imperf. ἔκανγα. perfectum habent ἔκαψα ussi. passivum xzioux uror. habet imperf. ἐκαίουμουν urebar. et 30 καύγομαι, ἐκαύγουμουν, at perfectum utriusque est ἐκάηκα usius sum. imperat. xæbou urere, e; καῇ uratur ille. subjunct. να xxy& ut urar. partic. καμμµένος
ustus. Καταθχίνω vel κατηθαίω descendo. perf. ἐκατήθηκα descendi. vide quz diximus in διαθαίνω. 3$ Καταλαμθάνω comprehendo. perf. ἐκατάλαθα comprehendi. imper. χατάλαθε comprehende. Keodaíwo lucror. perfect. ἐκέρησα vel éxépóewea lucratus sum. 1. de l'éd. or., κατά finit la 1, et λαθε commence la ligne 15, mais au lieu de trait
d'union, il y a écrit κατά.
avec un point. À λαθχίνω lateo. perf. ἐλαθα latui. Aayaiw» sortior. per. ἔλαχα sortitus sum. Λέγω dico. perf. einx dixi. fut. θέλω eine: dicam. M 5 Μαζώνω colligo. perfect. éuxburx collegi. Μαθαίω disco. perfect. Eux9x didici. imperat. µαθε disce. subjunct. yx uxo ut discam. Μεταλάθω communico et communicor. perf. ἐμετάλαδα com-munionem dedi vel accepi. pat C» Ἐκναθλαστάνω vel ζανχθλασταίνω germino. perf. ἐξαναθλάστησα germinavi. Ἐαναθλέπω iterum video. perf. ἐζανᾶδα iterum vidi. imperat. ἔαναειδε iterum vide. Ξαναλέγω repeto. perf. ἐξαναπα repetii. Ἐαναψυχαίνω hilaresco. perf. ἐξαναψύχησα exhilaratus sum. Ἐαπερνῶ &xcello. perf. ἐξαπέρασα excellui. imperat. ξαπέρασε excelle. Ἐεθυμαίνω animo deficio. perf. ἐξεθύμησα animo defeci. 20. Ἐεπέφτω prœterlabor. perf. ἐξέπεσα præterlapsus sum.Ξερνῶ evomo. perf. ἐξέρασα evomui. Ἐεχάνω obliviscor. perf. &éyacx oblitus sum.
Il Παγω, πχγαίνω Vel πηγαίω eo. imperf. ἐπήγαινα ibam. perf. 25 eria ivi. imperat. us, 1. subjunct.
νὰ rayo ut eam. πάγω autem fit per syncopen à παγαίνω, unde retinet syncopen in omnibus personis, et
numeris, ut πάγω, πᾶς, nz. plur. πᾶμεν, πᾶτε, πᾶσι
Vel πᾶνε. Παθαίνω patior. perfect. ἔπχθχ passus sum. imperat. mate vel πάθχυε patiare. Hanc eandem flexionem sequuntur ejus
composita χακοπαθχύω mala, tolero,
etc. Πέφτω cado. perf. ἔπεσα cecidi. Sic omnia ejus composita. Πιάνω accipio. perf. ἔπιχσα accepi. imperat. ruse et ἔπαρε, accipe. item et ejus composita. 35 Πίνω bibo. perf. ἥπιχ vel ἔπιχ bibi (P. 101). imperat. ru bibe. subjunct.
yz πιῶ ut bibam. Πνεω $piro. perf. ἔπνευσα spiravi. Ποδαίνω vel ποδήνω ocreas induo. perfect. ἐπόδῃσα ocreas indui. Pryxo» ad regulam dirigo. perf. ἐριγάρησα ad regulam direxi. Est verbum Italicum à Græcorum
vulgari lingua usurpatum; Sicut et sequens. 5 Páuzxoo discriméni
ezpono. perfect. ἐῤῥιξικάρησα discri
ini e. posui. by Σθειῶ extinguo et extinguor. perf. ἔσθησα extinzi et extinclus Sum. at actyo, ἔσέισα IDEM SIGNIFICAT. Σιανω accomiorlo. perf. ἔσιασα accommodavi. Σχχώγω incurvor. perf. ἔσκνψα incurvatus sum, tanquam à σκυγτω. Σταννιάρω Stanno illino. imperfect. ἐσταννιάρζα. perf. ἐσταννιά- ρισα stanno illinivi. B | 4$ Ὑτεχομαι Sto. perf. ἑσταβηχα steti. imperat. στέχον vel στάσον sta. subj unct. yx σταθώ ut stem. Σωπχίνω taceo. perf. ἐσώπασα (acui. imperat. σῶπα lace. subjunct. νὰ σωπασω ut taceam. T ων Ἰασσάρω lao. imper. ἑτασσάρζα taxabam. perf. ἑτασσχρισα ἰαταυὲ. est verbum mutuatum ab Italis. | Toy» Mmanduco
preter propriam, germanämque flexionem, hanc quoque sibi communiter usurpat. τοώγω, τοῶς;
sp». plur. τρῶμεν, cw», τωῶσι Vel -τοῶνε. imperf. ἔτρογα a; mandiucabanmn, ἔτρως, ἔτρο.
plur. ἐτρώγαμεν, ετρῶτε, ἐτρώγοσι vel ἐτρώγχνε. perf. £jxyx manilitcavi, £yxz;, £x. plur. ελάγαμεν. Entre, ἐφάγανε vel ἐνᾶτι. fut. θέλω φάγει manducabo. imperat. GXJE manducea, a2; 92 manducet
ille. subjunct. νὰ y, ut manducen. 30 Y Ὑπαγω €0, dicitur per syncopen πάγω. imperf. ἐπήγχινα ibam, à πηγαίνω. perf. ἐπῆγα ivi, etc. vide supra in mzye.- o.
Φεύγω fi gio. perf. ἔφνγα figi. imperat. 927e futJe. — düxy» vel οτανω assequor. perf. ἔθασα
assequutus sum. X Xay» perdo. perf. ἔχασα perdidi. X204» ore
aperto conjicio. imperfectum £/zcxa, et non plus ultra., 1. 15 de l'éd.
orig., le texte porte ἐτρ" y.at. : Xopzatyo Saturo. perf. ἐχόρτασα
saturavi. Χύνω effundo. perf. ἔχυσα effudi. y V7»
concoquo. perf. ἔψησα concozi. Q 5 Οφεαίνω adjuvo. perf. ὠφέλισα
adjuvi ab ὠφελῶ. Atque hiec omnia sunt fere anomala verba, quorum
praeterita, vel alia tempora propri: conjugationis præcepta non
observant, vel aliquo alio modo à communi ceterorum regula, et
forma deficiunt.De Temporum Grece lingue vulgaris efformatione.
Posr rudem, simplicémque temporum cognitionem, recta instituti postulat
ratio, ut ampliorem clariorémque de illis methodum tradamus, ac non solum
de generali eorum formatione, sed etiam de speciali doctrinam proponamus. Ut
autem ab iis, qua omnibus veluti propria sunt et communia, suum sibi
sumat initium præsens tractatus, illud tanquam certum, immotümque
constituere placet, omnia preterita tempora, quorum nomine proprie
appellanda censeo imperfectum, et perfectum, nullum aliud præter
Syllabicum, quod vocant augmentum admittere. Hoc autem augmentum
iis tantum preteritis addi con- suevit, quorum presens incipit à
consonante, ut λέγω dico, &zyx dicebam. Hoc ipsum augmentum ὁ
syllabico fieri interdum solet temporale, quum videlicet vertitur € in »,
dicendo 7/syx pro ἔλεγα. Verum id Græcos est imitari literales ac
veteres, non autem recentiorum Grecorum linguá loqui vernaculá.
Illud etiam non te lateat, Verba, quæ initio presentis ao
scribuntur p, illam reduplicare post ε, augmentum syllabi- cum, in
omnibus preteritis, ut ῥαντίζω aspergo, ἑῤῥαντιζα aspergebam, et ἐῤῥαντισα
aspersi. Animadverte tandem in verbis compositis ex aliqua præ-
positione, quæ incipiat à consonante, semper in præteritis illis augmentum
svllabicum fieri ante ipsam præ- positionem, nullá penitus præpositionis
elisá vocali, ut καταθέχοµαι iJNOT, ἐκαταδέχουμουν dignabar, εἰ ἑκαταδέχθηκα dignatus
sum. Hxc quidem in communi, jam singula in particulari examinemus, et in
primis activa. Præsens, quod potissima est totius verbi radix, et cardo,
sad cujus characteristicam reliqua tempora, tanquam ad immotum axem,
amussfinque suspiciunt, quum activum est exit in «», quod deinde mutatum
in ο, format passivum in µαι. Ab illius finali consonante dependet
characteristica preteriti, ut vidimus in Conjugationibus, et ab
ejusdem 10 inchoativa præteritorum nascitur augmentum
syllabicum. Imperfectum à præsente deducitur mutando o in a, et
addendo cum ratio postulaverit, augmentum syllabicum, ut γοάφω Scribo, ἔγραγα
scribebam. Caeterum id tantum verum est in verbis barytonis, nam in
circumflexis aliter prorsus dicendum, cum o, presentis transeat in ow in
imperfecto, ut ru honoro, ετίµουν honorabam. id vero commune est
quibuslibet imperfectis, propriam sui presentis characteristicam observare et
penultimam, excipe ἔχω, εἶχα in cujus penultima additur ε. De
Perfecto, seu Aoristo. Perfectum, quod vicem gerit Aoristi, cujus olim
apud illa Græciæ vetusta lumina, ac sapientie decora non infrequens usus
fuit, augmentum habet idem cum imperfecto; si presens incipiat à consonante, ut
γράφω scribo, ἔγραψα scripsi : observat item eandem penultimam,
utpote ab eodem praesente deductum, mutatione ω in α, et charac-
teristicæ presentis in characteristicam preteriti qua septu- plex est ψ,
E, e, À, p, v, p, ut supra diximus in conjugatio- sonibus
barytonorum, pro quibus tantum hæc regula traditur. Nota tamen perfectum
in quarta Conjugatione, cum duplex fuerit finalis consonans presentis,
postremam abjicere, sic Yu cano, habet ἔψαλα cecini : «apw» facio, Exaux
feci : géov fero, ἕφερα tuli. et alia hujusmodi. Rursusquum
penultima 3; presentis ejusdem Conjugationis est per αι
diphthongum, quam deinde sequatur duplex liquida pv, vertitur in v
in perfecto, ut daíow) verbero, &vox verberavi : hoc ipsum
observat πέρνω accipio, licet penultima sit per e, habet enim perfectum ἐπῆρα,
accepi. Caeterum αι ante unicam ν, vel amittit x in perfecto, ut χλαίω
tepesco,' &xyx ἱεριιὲ, vel vertitur sepissime in vy, Ut óouvopzxtw
OTRO, Opopyryx ornavi, Ὑοντραίνω crassum fucio vel crassus flo,
εχόν- zpryx, etc. Verbum γενω sano, habet perfectum ἔγιανα sunavi,
ne coincideret cum ἔγενα sanabam imperfecto. Reliqua præterita irregularia vide
in anomalis. In dissyllabis quarte conjugationis ε praesentis, si
praecipue deriventur à Graco- literalibus, observatur quidem in perfecto
sed assumitur ulterius «, ut μένω Slo, &uswz. Steti, στέλνω mitto, ἔστειλα
misi, σπέονω SEMNO, ἔσπειρα Seminavi, etc. De præteritis cir- cumflexorum fusius egimus supra
exponentes eorum Conjugationes. Plusquam-perfectum conflatur ex imperfecto
εἶχα verbi Eye, et par(P. 10)ticipio
passivo neutro, quod remanet sine flexione, ut εἶχα Joxuusyx SCcripseram, Gallice J avois escrit. eyx Sicut avois variatur quidem in omnibus numeris,
et personis, at “γραμμένα et escrit manent penitus immutata. Vel etiam eidem
imperfecto εἶχα addendo γράψει item invariatum, aliud effinges plusquam-perfectum,
frequens et ipsum apud recentiores Graecos. Futurum (proh teihporum
vicissitudinem) ubi quondam apud veteres Grecos parens quodammodo
reliquorum erat, et αοχτὰὸν Aoristi, cujus vicem in hac lingua praeteritum gerere
superius insinuavimus; modo emendicatam aliunde tenet significationem,
atque ab eodem Aoristo deriva- tionem. Duplici autem modo
potest à praeterito futurum effingi. Primo ablato augmento syllabico, et
versa à in ω, ac addendo particulam 6, ut ab éypzlx
scripsi, facies GE γὐάψω scribam, ita ut γραφω varietur per singulos numeros et personas,
invariata particula. Vel Secundo sumendo verbum θέλω, et addendo tertiam per- Sonam supradicti futuri,
ita ut θέλω flectatur per omnes numeros, et personas;
minime vero quod additur, ut θέλω yoxpa scribam, γυάψει remanet immutatum ubique. Penultima futuri est semper
eadem cum penultima perfecti, excipe παγω et πέρνω, quorum perfectum penultimam habet in », sed
futurum in x, ut énzyx ivi, θέλω πάγει vel θὲν w πάγω bo, et ἐπῆρα accepi, ^w παρει vel (tv πάρω accipiam. MEYER. GHAMM. GRECQUE. Appendix de
particula 0: vel Ge. Quanvis frequentior sit apud hodiernos Grecos
usus futuri secundo modo explicati, et particula 6: vel 6:4 aut θέν per syncopen ita dicatur, sicut et #% pro ήθελα volebam, quia tamen non raro reperies futurum
primo modo traditum, quod affinitatem quandam cum Græcoliterali futuro
præseferre videtur, iccirco pauca de dictarum particularum usu
censeo disserendum. Est igitur particula θὲ, sicut et verbum θέλω, quando absoute ponitur, nullique particula superaddita,
specialis nota futuri. Dixi, absoluté, nam si cum particula νὰ conjungatur, ut θέλω νὰ
yox lo, non denotat futurum, sed definitam quandam animi constitutionem
ad scribendum. Dicitur autem 6:, quum verbum incipit à consonante,
m, 1; duntaxat excepta, ante quam ponitur θέν, ut θὲν πάρω
accipiam. Quod si verbum inchoet à vocali, vel diphthongo, tunc utendum
erit particula 6€”, ut 66A ἀγαπήσω amabo. Observes obiter rogo, hujusmodi
particulam 6t, vel verbum θέλω, quum construuntur, reponi ante pronomina, et
articula, ut id. tibi faciam, si juxta Graecorum vulgus loqui
velimus, dicemus θέλω σου τὸ κάμει Vel θὲ σου τὸ xau. De Passivis, ac primiim de Prosente. Activorum
sic exposita figuratione, par est, ut etiam ad passiva gressum faciamus,
et in primis de primario eorum ο” tempore, videlicet de presente quam paucissimis
agere aggrediamur. Præsens ergo passivum desinit semper in µαι ab activo deductum, cujus w si sit verbi barytoni
mutatur in o, si vero circumflexi in οὗ diphthongum, et additur pu, ut θέρνω verbero, δέονουαι verberor, »wà moveo, κινεῦμαι moveor. Secunda persona est in ox, quomodo imitatur
flexionem verborum in µι passive vocis Græcoliteralis grammatice : Formatur
in barytonis à prima presentis passivi, mutando o in e, et uat in ox, ut
zozcouat SCribor, γοάφεσαι scriberis. Dixi
in barytonis, quia in circumflexis secunda persona præsentis passivi formari
debet à secunda præsentis activi, cum hoc tamen discrimine, quod in prima
conjugatione circum- flexorum post ει, addenda sit ε cum accentu acuto, et post s, αι, Ut πουλεῖς vendis, πουλειέσαι venderis : in secunda vero w facile fiat
addendo tantum αι, ut ayxra; amas, αγαπᾶσαι amaris. Tertia fit à secunda, mutata σαι in ται, ut θέρεσαι verbe- raris, δέρνεται verberatur, πουλειέσαι venderis, πουλειέται venditur, etc. Prima pluralis est.
semper in ούμεσθεν, mutato ubi fuerit
o in ου, et µαι in µεσθεν, ut γράγομαι, Ὑγραφουμεσθεν, vel retento o, 5 ut γράφοµαι, Ὑραφόμεσθεν, his enim duobus modis exprimitur prima persona
pluralis. Secunda fit à prima pluralis ablata µε et v, ac retenta σθε, ut γραφούμεσθεν, γραφοῦσθε : vel à secunda singularis, mutando σαι in σθε, ut γράφεσαι, ypxqes0s, possumus namque uti utraque ad
libitum. Tertia deducitur à secunda pluralis vertendo σθε in νται, ut γραφοῦσθε, γραφοῦνται: vel à prima singularis mutatione µαι in vrat, Ut γράφομαι, /οάφονται. De Inperfecto passivo.Imperfectum passivum est
semper in ouuow, à prima pluralis presentis passivi mutando µεσθεν in pov», et addendo augmentum syllabicum, si
verbum incipiat à consonante, ut ραφούμεσθεν, ἐγράφουμουν SCribebar. Secunda est in σου à prima ejusdem mutata pow in σου, ut ἐγράγουνυοων, ἐγράφουσου. Tertia vero à
secunda mutando σου in vro, ut ἐγράφουτου, ἐγράφουντο. Vel alias à tertia singularis presentis, vertendo
ται in τον addendóque syllabicum augmentum, ut γράφεται, ἐγοάγετον. Prima pluralis fit à prima singularis, addito σθεν, et mutato ουν in €, ut ἐγοάγουμονν, ἐγραφούμεσθεν. Secunda à prima pluralis ablata µε et v, ut ἐγοαφούμεσθεν, ἐγωαφοῦσθε. Vel à secunda singularis mutando «cose» in eo, ut
ἐγράφουσον, ἐγράφεσθε. Tertia denique à tertia singularis vertendo ον in ave, Vel aot, ut ἐγράφουντον, ἐγραφούντανε, vel ἐγραφούντασι. De Perfecto Passivo. Perfectum passiva vocis, quod
Aoristo penitus passivo veterum Græcorum non tam significatione
respondet, quam flexione ab activo formatur hoc modo. Debet prius verti x
in 0r«z vel Gw, quae est propria terminatio omnium penitus præteritorum
passivæ vocis, tum si fuerit ) verti in », si £ in y, si ; debet tolli,
preterquam in verbis tertiæ conjugationis, si ν etiam ejicienda, si vero À et o retinendæ, quantum ad
p, raro reperiuntur perfecta activa in µα, Sed si fuerint, ut &aux feci, carebunt tamen
perfecto passivo quare ut dica- inus, fictus Sum non utimur verbo κάμνομαι, Sed yivvouuat, cujus perfectum est &yzv//rza.
Jam penultima perfecti passivi eadem est cum penultima activi, ut ἔγραγα scrépsé, ἐγοάφθηκα ὅ vel ἐγράφθη» scriptus sum : εφύλαξα Custodivi, ἐφνλάχθηκα vel £u) Xy ry custoditus fui, &tvrax Movi,
&uyr rz vel ἐἑχι- νήθην motus sum. ὀνομάτισα noménavi. ὀνοματίσθηκα vel ovo- µατίσθην nominatus fui, ëbaix cantavi, ἐφαάλθηκα cantatus fui, etc. Id quidem ita fere contingit;
sed quia nonnulla sunt perfecta passiva quie. penultimam activi non
retinent, ideo hie singillatim referam verba, quorum perfecti activi
et passivi eadem est cum presente penultina. Verba activa in απω, αξω, αφω : etm. εξω Ec): Οπω. Gov, vy», retinent in utroque perfecto vocalem,
quæ in præsente ιν procedit β, π.
2. idem faciunt in zz», axym, αχω : exm, ym, εχω : ατως, x00, xm) : Em. Ed, Ot εἶω. Verba autem in aZ», εζω, ζω, οζω, Em, et vo, vel In duo σσ, quorum perfectum activum est in σα, observant quidem ubique eandem penultimam, sed
assumunt ; ante θα, ut 20 (P. 119) κολάζω punio, ἐκόλασα punivi, ἐκολάσθηκα punitus sum, etc. quorum vero perfectum activum
est in £z, candem etiam habent in utroque penultimam, sed assumunt zy
ante Graz, Ut κραζω UOCO, ἔκραξα COCA, Exoxy'mex vocatus fui.Verba in eo» vel ενω barytona diversam habent in utroque perfecto penultimam,
nam in activo e presentis, ut plurimum additur ;, vel rarius mutatur in
x, in passivo vero semper vertitur in x, ut sim Seméno, ἔσπειρα SCminavi, PIS εσπάρρηκα sennalus fui, στέλνω illo, ἔστευα uisi, ἐσταλ-- θηκα issus Sun : Ct πέρνω accipio, ἐπῆρα accepi, ἐπάορηκα 30 acceptus fui. φέρνω autem porto, et ejus composita habent ἔρερα portavit, et ἐέρύηκα portatus fui. Verba in a» faciunt perfeetum
passivum in άλμα, in ανω, in rex; et verba in ew» habent oz, praeter γώνω abscondo, quod habet ἐχώσθηκα assumpta ; ante Ora: in xi» vero perfectum formant
in ἄσθηκα, ut λαθαύω, xs (21. Tandem circumflexa, quorum
activum perfectum est in zzz, passivum est in θα : quorum in εσα, modo.in εθηκα, modo in sx, si precipue penultima præsentis sit
brevis : quorum 40 autem activum est in «zz, passivum est in
ao0rxx, ut γελῶ de- 1. 1. 4 de l'ed. orig., le
texte porte élabasüge. ] cipio, ἐγέλασα decepi, ἐγελάσθηκα deceptus fui. Ceterum hujus temporis flexio, cum
sit facilis et eadem omnino cum illa per- fecti activi et Aoristi primi
passivi Græcoliteralis, reticebitur, et lectores ad illa remittentur. Anomala
vide supra suo loco. Superest fortassis aliquid dicendum de
plusquam perfecto, et futuro passivo : Verüm quia hæc conveniunt cum
activis, mutata tantum voce activa Verbi in passivam scilicet yoxha in
7pxy)i [sic], lectorem admonemus, ut adeat illa, ficque finem imponimus
temporum formationi. Posr tractatum de Verbis adverbiorum sequitur
expositio, ita quippe se habere videntur adverbia ad ipsamet verba,
ut epitheta vel adjectiva ad substantiva; quare sicut hæc 1: sine
substantivis, sic illa sine verbis consistere nequeunt. Adverbia
igitur. ut plurimüm desinunt in x, à nominibus neutrius generis desumpta,
ut ἐξαίσιχ egregie, καλὰ bene, etc. pauca in ως, ut ὡσκαθὼς quemadmodum o; ut, ὀμπρῶς ante, vel coram. quam exigua in o, ut ἔπανω surswm, χάτω infrà : rarissima vero in ου, ut ἀξάηνον derepente, πιτακτοῦ data opera, etc. Est quidem ex adverbiis
aliud quantitatis interrogativum, ut πόσον, quantum? cui respondet τόσον tantum, πολὺ Thultum, ὀλίγο parum, χαμπόσον Vel καμποσάκι aliquan- 35 tulum. Sunt etiam quædam Ordinis, seu
Ordinalia, ut ποῶτον vel πρῶτα primo, δεύτερον secundO, τρίτον, tertio, etc. Est item aliud quantitatis
adverbium compositum ex goox vel βολὰ, et aliquo numerali nomine, vel adjectivo, ut µία goox Semel, duo φοραῖς bis, τρὶς oxi; ter, συχναὶς φομαὶς fre-3) quenter, πολλαῖς βολαῖς multoties, et alia plura. Aliud dicitur
qualitatis interrogativum, ut πῶς quomodo? cujus redditivum est, ἔτζι sic. aliud veluti signum, ot nota, ut καλα ben?, ὀρθὰ rectè, xx«x male, ἄτνγα prave, et his si- milia. 35 Jam
czetera adverbia vel sunt Temporis, ut σήμερον hodie, αὔριο cras, μεθαύ post crastinum: heri,
ποοχθῖς nudiustertius,
τώρα nunc, «oyx Sero, απέχει postea, πέουσι anno superiore, παρενονς slatim, et quæ sequuntur. vel Loci, ut εκεῖ vel aus (bi, απεεὶ vel απαντοῦ inde, ποὺ ubi, πούπετας alicubi, απάνω sursum, 2470 deorsum, ὀμπροστὰ vel ὀαπρῶς ante, αποπίσο retrorsum, £o híc, et alia. vel Hortandi,
sut ἐλάτε venite, a; eia, γειάσου euge. vel Similitudinis, ut ᾠσγαθὼς quemadinodum, ὡς sicut, ὧσὰν vel σὰν, ὡσκαθὼς tanquam : vel Intensionis (sic; ut πολλὰ multum, dura vehe- menter, ὑπεοπεμίσσα superabundanter : vel Remissionis, ut αγχαμνα V€nmisse, ayxhx Sensi, μετὰ βίας
vir : vel Dubitandi, ut. ἂν an, τάγα forle, τὸ λοιπὸ) igitur. vel Afftr- mandi, ut vai vel ναίσκε certe : vel Asseverandi, ut ὁλότελα penitus, ἁπαληθηνα vere : vel. Negandi, ut ὄχι vel ὅσνε, et ὄγεσκε Non, o£) vol dE non, uz vel μὴν ne, μήτε vel απδὲ neque, GUTE 1161116, azour, VOL zx«oux
nondum. i5.Reperies quiedam adjectiva neutra in v, que
transeunt in adverbia, ut τὸ ταχὺ
mane, τὸ [ox22 vespere, et nonnullos etiam
accusativos singulares, ut την νύχτα noctu, την YXu:ox) die, etc. His adde interjectiones yov, et ὀϊμενα hei mihi, et alia. ου . Izres est expers recens hæc Græcorum lingua
gravissimæ difficultatis, quam antiqua literalis suis in
præpositionibus experitur ob innumeras fere variásque illarum
significationes, ac casus, quibus cum alligantur. Nostre siquidem præ- positiones,
quæ octo precipue recensentur, eundem semper casum, accusativum videlicet
optant, unicimque vel ad plurimum duplicem sibi significationem asciscunt.
Sunt autem hz, εἰς, πρὸς, μετὰ
vel μὲ, aro, διὰ vel γιὰ, κατὰ,
30 δίχως vel χωοῖς, ὡς.
EG regit accusativum, et significat ên, motum scilicet in locum, ac
statum in loco, ut εἰς τὸν 2voxvoy idem valet ac £n cœlum, et ên ccelo, εἰς ἔπχινόν του in
suam. laudem, εἰς την Pour, lom. 3 Πώς quanvis literalis, non construitur tamen in hac
lingua nisi cum accusativo, significitque ad, erga, vel adversus,
ut π.ὸς &uzyx AU ine, erga me, adversus me, etc. i 1,
1, 5 de l'éd. originale, le texte porte οὐρανον. Μετὰ, et per syncopen μὲ correspondet præpositione cum, ut µετὰ κείνους Cum illis, μὲ πολλοὺς cum multis. Adverte tamen ut plurimum tunc uti µετὰ, quum ponitur ante nomina, quae incipiunt à
vocali, μὲ vero quum incipiunt à consonante.
Aro idem valet quod a vel ab, e vel ex, et quanvis Græco- 5
literalis, non observat tamen eundem casum, sed accusativo gaudet,
eliditürque ipsius o, si nomina præeat quorum principium est vocalis,
secus autem si sit consonans, ut απ᾿ éxtiyou; QD illis, ἀπὸ τὸν θεὸν ἔρχονται ἕλα τὰ καλὰ, à
Deo omnia bona procedunt. 10 Aux, et corrupte γιὰ significat per, ob, vel propter, ut du vel yx τὰ τοονέσι« γίνεται κάθε ποᾶγμα per, vel propter pecu- niam omnia fiunt. Solet
autem interdum addi particula τα, præpositioni διὰ vel γιὰ, quum precipue præcedit prono- mina, ut διὰ τὰ
pas propter mos, διά τ ἐκείνους οὗ
illos; vel 15 etiam λόγου, cum pronominibus tantum, et genitivis μοῦ, σοὺ, τοῦ, τῆς, τῶν, σᾶς, μᾶς,
etc. ut dix τοῦ )όγουμου propter me, διὰ τοῦ λόγουσας propter vos, et sic de reliquis, quo in casu
tantum genitivum gubernat. Kara nunquam significat contra, sed
secundium, vel juxta, 3 sempérque postulat accusativum, ut κατὰ τὸν τρόπον secundum modum, ἔκαμες γατὰ τὴν γνώμην uou fecisti juxia meam opi- nionem. Δίχως vel χωρὶς æquivalet absque, vel sine, ut δίχως danpx Sine pecunia, χωρὶς ἐλπίδα absque spe, χωρὶς ἄλλο
35 absque dubio. Ὡς denique valet usque, ut ñ φωνή σον ἔσωσεν ὡς τὸν οὐρανὸν clamor tuus usque ad celum pervenit. videtur
desumpta à Graeca literali, ἕως. Hæ quidem sunt præpositiones, quibus maxime
vulgaris 30 Grecorum lingua in simplici oratione uti consuevit;
sunt tamen alie à Greca literali mutuate, que in composita duntaxat
oratione reperiuntur, in primis avri, ut ὠντιστέκομαι resisto, πρὸ ut ποοφέρνω offero : παρὰ, ut παρακούω non obedio: σὺν Ut σύντροφος SOCiUS, et συντρέχω CONCUTTO : &yx, ut 35 ἀναπείθω persuadeo : ἐν, ut ἐγκαρθιώνω animum. confirmo, et ἐγκασδιακὸς intimus, seu ex corde : περὶ, ut περικυκλώνω obsideo : et ὑπὲρ, Ut ὑπερπερίσσα satis supérque, et alia. Cæterum ut Latinas
possis præpo(P. 128)sitiones Græco- vulgares efficere, non abs re erit
illas in medium proferre a 4o vel ab et abs. e vel ex ἀπὸ, ut supra. Absque δίχως vel χωοὶς, ut supra. Ad ποὸς vel εἰς. Apud κοντὰ vel aw adverbia loci, PORTII quae
conjuncta cum pronominibus prime, secundæ, et tertiæ personæ regunt
genitivum, ut χοντά σου tpud Le, κοντα του
apud illum swzas2 apud me : cum aliis vero exigunt accu- sativum addita
praepositione εἰς, ut χοντὰ εἰς τοὺς παλαιους αρλκῖ "5 antiquos. Hxc tamen praepositio εἰς amittit ει diphthongum, et σ eonjuncta cuin articulo subsequente, ut κοντὰ στην πόοταν apud portam, σιιὰ στὸν χάωπον prope campum. Ante ὀμπρυστὰ Vel ὀμπιῶς adverbia, quie juncta cum supradictis pronominibus
amant genitivum, ut ὀμποοσταμου ante me, 10 ὀμποῶς σου
ante te, etc. cum aliis autem, accusativum apposita item præpositione εἰς, ut ὀαποοστὰ εἰς τὸν κόσμον ante mowurndum,óunpàs; εἰς τὰ αάτιχμου ante meos oculos. Antequam, ποὶν vx cum subjunctivo, ut ποὶν νὰ
«zuo, antequam faciam. Clam, κρυγὰ Vel χωστὰ adverbia, quæ cum pronominibus illis regunt
genitivum, ut γωστάμου clam à me; cum
reliquis vero accusativum adjuncta praepositione amo, ut ἐπβρατο κρυφὰ «mo τοὺς d)Àou; accepi illud clam ab aliis. Contra, ἐναντίον adverbium, quod optat genitivum cum dictis
pronomi- nibus, ut ἐναντίον σου
contra te, accusativum vero cum reliquis 2 addita item præpositione eig,
ut εναντίον ets τὸν οὐρανὸν contra ccelum. Coram, ὀμποιστὰ vel ὀαπρῶς, vide ante. Circa, circiter, et circum, τριγνοου adverbium, quod postulat geni- tivum cum supra
recensitis pronominibus, ut τοιγνρου µου
circa me; accusativum autem cum reliquis apposita item præpositionc εἰς, ut τρι/ύρου
ei; την χώραν Circa, vel circum regionem. Cis, vel citra, ἀαπεθὼ aro cum accusativo, ut ἀπεδὼ ἀπὸ ταῖς Άλπαις CÍS, vel citra. Alpes. Citm, µετὰ vel με, ut supra. µαζι vel avzxux adverbia, quæ cum pronomini- bus illis
volunt genitivum ; cum reliquis vero accusativum adjuncta przepositione μὲ vel μετὰ, ut µαζι μὲ τοὺς ἄλλους Una cum aliis. ἀντάμα μὲ τὸν ἄνδρα της
Simul cum, viro suo. De, τοιγύνου, vide quæ diximus supra in circum, et cérca. E vel
ex, vide, a vel ab. Erga rco; vide ad. Extra, ὅτω vel &o adverbium, quod dupliciter construitur
vel absolute cum accusativo, ut ὄξῳ τὰ
uazix σου extra sint lui oculi quod fit quum
imprecamur alteri, vel cum præpositione ἀπὸ, ut ὄξῳ ἀπὸ τοῦτο Eye χάθε πρᾶγμα, Cvlra id omnia habeo, et hic modus loquendi
frequentior est, et æquivalet, preter. In ci, ut suprà. Inter, ἄνχμεσα adverbium, quod positum cumdictis pronominibus genitivum
gubernat, ut avapsoz του énter illum, cum aliis vero accusativum, interposita
præpositione εἰς, ut ἀνχμεσα εἰς τὸν λχὸν
inter populum, ἀνάμεσα εἰς τοῦτο inter hoc, id est interim. Infrà, ἀπὸ κάτω
adverbium loci ponitur cum genitivo ante pronomina μοῦ, σοῦ, τοῦ, τῶν;
τοὺς. etc. cum accusativo vero ante reliqua
nomina appo- sita præpositione ἀπὸ, ut αποκάτω «m5 τὸν fiyx infra Regem, etc. Intra, µέσα genitivo gaudet cum relatis pronominibus; cum cæteris
aecusativo addita praepositione εἰς, ut µέσα εἰς τὴν Καρθίαν µου
intra, cor meum. Ob διὰ
vel γιὰ, vide in dux. Per, et
propter, διὰ vel γιὰ. vide δια, ut suprà. Post vel pone, ὕστεα adverbium, quod cum illis sæpius repetitis pronominibus
genitivum adoptat, ut ὕστερά σου
post te; cum aliis vero, accusativum, apposita item præpositione ἀπὸ, ut Ἴλθα ὕστερχ an ὅλους post omnes veni. Proter, vide extra. Palam, vide
coram. Prae, vide supra, vel super. Pro, quum significat defensionem,
dicitur διὰ vel γιὰ 15 cum accusativo, ut ài σένα πολεμῶ propter te pugno: quum vero idem sonat quod vice,
vel loco alterius, utimur his vocibus, εἰς τὸ ποδάοι, Vel ei; τὸν τόπον cum genitivo, ut ó πάπας εἶναι εἰς τὸ ποδάρι, Vel εἰς τὸν τόπον τοῦ Θεοῦ εἰς τὴν γῆν
Papa vicem Dei gerit in terris. utimur interdum etiam præpositione
» αντὶ, Sed hoc modo, exempli causa, pro pisce
dedit mihi car- nem, avi vx pod Juan ψάοι, μ᾿ ἔλωκε xpéxs. Procul, μακρὰ cum genitivo, si præcedat toties enumerata
pronomina, ut µακοά µου procul à me, cum accusativo vero, si cætera
antecedat, interposita præpositione ἀπὸ, ut uaxox ἀπὸ τὰ µάτιαωου procul a; ab oculis meis. Sub, vel
subter, vide infra. super, et suprà ἐπάνω vel απάνω adverbium. construitur cum genitivo, si
præfigatur pronominibus prime, secunde, et terti? personæ. ut απανωμου Supra, me, επάνω σου
Supra te, etc. cum accusativo vero, si aliis preponatur, interposita
prwepositione «ei, Ut εἶχεν az els τὸ χεφάλι του ἕνα στεφάνι, habebat supra caput suum, coronam.
Tenus, vel usque, ὡς
vide suprà in ὡς. Versus πρὸς cum accusativo. Ultra, vel trans ἀπέκει απὸ
35 cum accusativo, ut απεκεῖ ἀπὸ τὸ mozzuc ultra, vel trans flu- vium. Dicitur etiam απόπερα, vel réox cum genitivo, ut απόπερα, Vel πέρα τοῦ
rorauco trans flumen. Post exactam præpositionum inquisitionem, superest
jam ut extremam omnium orationis partem, ac minimam que conjunctio
dicitur, ob illius præcipuum munus, connectendi scilicet reliquas Orationis
partes, absolvamus. Sunt autem ex conjunctionibus quzdam copulativæ, ut
xat et aur vel uz sed, αἀκόμι etiam. aliæ vero disjunctivæ, ut η vel. Aliæ Continuativze ανισωσχαὶ δὲ,
zv vel x an. Quaedam sub-continuativae, ut ἐπειδῇ vel ἐπειδὴ καὶ
quoniam seu quandoquidem, ex postquam. Nonnullæ Causales, ut διὰ we vel νὰ ut, διὰ τὶ
vel γιὰ zi enim aut quia. Alite Dubitativæ, ut τάχα forte, τάχα νὰ un
numquid, τὸ λοιπὸν igitur. Alie Collectivæ, ut τὸ λοιπὸν ergo, διὰ vel γιὰ τούτο propterea. Quaedam denique expletivæ, quae tantum
ad ornatum orationis spectant ac numerum, NON AD SIGNIFICATIONEM, ut dx x, etc.
Atque hæc de omnibus orationis partibus singillatim sumptis. De
Syntaxi Lingue Grece Vulgaris. Vidimus jam singulas orationis partes
examinantes, quomodo dividantur, flectantur, ac conjungantur, quásve in
partes secentur, ac quibus in classibus collocentur; nunc qua ratione cum
aliis jungi, ac inter se connecti debeant, quà polliciti sumus brevitate
sermonem instituemus.Tres etiam assignamus in hac lingua Concordantias,
ut apud Latinos. Prima est nominativi cum Verbo in numero, et
persona, ut ἐγὼ yox» 6/0 scribo, ἐκεῖνος παίζει ille ludit, ἐσεῖς μιλεῖτε VOS loquimini. Secunda est Adjectivi cum substantivo, ut
σοφὸς ἄνθρωπος homo doctus, xxx rox boni adolescentes, καλῆς συντροφιᾶς bonc conversationis, etc. Substantiva quae materiam
significant solent sæpissime accusativo efferri cum praepositione απὸ, loco adjectivorum, ut ζώνη «mo πετζὶ pro nezGirom cingulus ex pelle, ῥοῦχον ἀπὸ τρέχαις pro τρίχινον vestis ex pilis ; quod fit per ecclipsin
participii subintelligendo χαµω-
µένη Vel καιωμένον facta vel factum. Adjectiva semper præ- poni
debent substantivis unà cum articulo, ut τὸ μικρὸ παιδὶ paruus puer, ὁ πρῶτος dy)owro; primus homo : Quod si ali- quando
postponatur, duplicandus est articulus, et apponendus tam substantivo,
quam adjectivo, ut φέρεµου τὸ ῥοῦχο τὸ
xoxxtyoy affer mihi vestem purpuream. Tertia Relativi cum
antecedente, in genere, et numero, ut εἶδα τὸν Πέτρον, τοῦ ὁποίου ἐμίλησα, vidi Petrwm quem alloquutus fui. et aliquando in
casu, ut τὰ λόγια, τὰ ὁποῖα verba, qua. Si ponaturrelativum inter dua nomina
substantiva diversorum generum potest his duobus modis construi, exempli
causa, sydus quod, vel quam vocant Capream, communi Graecorum lingua
dices τὸ ἄστρον, τὸ ὁποῖον Vel ὁποῦ (quod est relativum indeclinabile, omnis generis,
et numeri) κράζουν αἶγα Vel τὸ ἄστρον ὁποῦ τὸ χράζουν Vel vv» xoxbouv ἁι/χ. E
duobus substantivis ad diversa pertinentibus, si in ora- tione ponantur
aliud est nominativi casus, alterum vero genitivi, ut τὸ xocui τοῦ Πέτρου, corpus Petri, τὸ πετδὶ τοῦ
βουδιοῦ bovis pellis.
Interdum tamen iste genitivus transit in 25 accusativum, ut 7 τωήτους pro n τιαήτων honor eorum, ἕνα ποτήρι νερὸ
pro νεροῦ poculum aqueæ, et similia. De
Pronominibus μοῦ, σοῦ, τοῦ, ἐμένχ Vel μὲ, ἐσένα vel ot, ἐμᾶς Vel μᾶς, ena; vol σᾶς, τὸν, την, τὸ, τῶν», τοὺς, ταῖς,
ta. Horum pronominum unà cum Verbis constructio, quoniam aliquantulum
difficilis esse videtur, cum certa quædam regula tradi non possit, quando
preponenda sint vel postponenda, seu quando ε ἐμένκ potius dicendum quam yz, vel ἐσενκ quam σε, ut ἐσᾶς quam σᾶς, idcirco de his nonnulla observatione digna
exponere merito judicavi.Certum itaque in primis, monosyllaba illa pronomina
sive primæ sint, sive secundæ, sive tertiæ personæ nunquam ipso
orationis initio collocari, sed elegantiüs semper post ipsum verbum poni,
vel post aliquod nomen, vel post particulam dev vel de non, ut ἀγαπῶτα, ἀγαπῶτους, etc. amo illa «o vel illos, etc. ἐγὼ σᾶς
uzx ego dixi vobis, δὲν μοῦ Ἄάμνει χρεία, non est mihi opus, βλεπει µε
videt me, et hujusmodi plura. Certum secundo primos illos accusativos
primae, et secunde personæ eusyx videlicet et ἐαᾶς, ésivx et εσᾶς, poni semper
in ipso orationis, periodíque principio unà cum μὲ et μᾶς, σὲ et
σᾶς, Ut ἐωένχ μὲ ἂγητᾶ 0 πατέρας µου me
amat pater meus, ἐσένα σὲ wo
te odio habet, ἐμᾶς μᾶς κοάζει παιδιά του
nos vocat filios suos, ἐσᾶς σᾶς χράζει ἐχθρούς του
vos appellat inimcos 81108. quæ loquutiones correspondent Italicæ phrasi
vel Gallicæ, cum quibus habet maximam affinitatem, quum dicunt. α noi ci chiama sui flgliuoli, il nous appelle ses
enfans, et similia. Vides igitur hujusmodi accusativos cum :, conjungi
cum monosyllabis μὲ, σὲ, ua; et σᾶς, qui statim illos subsequuntur. Nominativi tamen ἐμεῖς et ἐσεῖς, ponuntur abso- 15 lute initio periodi, ut eueis ψωμὶ dev ἔχομεν καὶ ἡ κάτα πίτα σύρνει ΠΟ ΏαπιεΏὲ non habemus, et felis trahit placentam, est
adverbium ! Græco-vulgare in filios, qui bona patris pau- peris lautius
quam par sit profundunt, et opipare vivunt. Certum insuper µονοσύλλαθα illa pronomina μοῦ, 20 Go0, τοῦ, μᾶς, σᾶς, τῶν,
et τους, etc. Si simul esse contingant cum
aliquo adjectivo, poni inter adjectivum, et substantivum, ut ὁ πρῶτος µας φίλος primas noster amicus, αἀγαπημένε µου
vis Πέ mi dilecte, % γακαῖς τους γλώσσαις male illorum lingua, etc. Item sumi pro pronominibus
possessivis ἐδικόσμου; ἐδικόσσου, ἐδικόστου 136115, tuus, suus, etc. Verum tunc non ponuntur
absolute, ut possessiva, sed uná cum alio nomine, ut quum dicimus, liber
meus, zo βιξλίον uo», at cum
dicimus, hic liber est meus, quia meus est solus et non cum alio
no- mine, nos dicemus, ἐτοῦτο τὸ βιέλίον εἶνχι δικόμου, et non τοῦτο τὸ
βιθλίον uoo εἶναι. | "ertum quarto monosyllabos illos
accusativos μὲ et μᾶς, σε
οἱ σάς, ταῖς et
τοὺς, tam ante verbum collocari posse, quam
post, Ut ἐγὼ σᾶς τὸ ἐδιάξασα τὸ γράμμα, et ἐγὼ ἐθιάξασά σας τὸ γράμμα. eo vobis legi epistolam. Quod si hujusmodi
accusativi particulae 35 isti δὲν vel δὲ non, ὡσὰν vel σὰν sicut, vel adverbiis «202; quemadmodum, été sic, σήµερον
hodie, αὔοιον Cras, τώρα nunc, et aliis adverbiis loci jungantur, tunc
verbo postponi minimé (Sic). Lisez proverbium. De même plus haut, ligne
6, il faut lire probablement zyarzz pour αγητᾷ que porte le texte. Une ligne plus bas, l'original
donne μισᾶ. — Enfin, le texte porte, au lieu de 4
mous appelle, nous nous appelle. possunt, sed tantum præponi, ut δὲν μᾶς τὸ ἔστειλες τὸ βιθλ΄ον non nisisti nobis librum, σήμερον σᾶς εἶπα νὰ μὴν ευγαίνετε hodie vobis diré ne exeatis, nec enim bene
dicemus, δὲν τὸ ἔστειλές µας, NEC σήμερον εἶπχ σας. De quibusdam Nominibus qua (sic) genitivum regunt,
vel accusativum, ubi etiam de ablativo absoluto. Omnia nomina Comparativa,
si praecipue cum pronominibus primitivis construantur, verbalia item in τικὸς una cum nominibus, qua dignitatis habent
significationem, ignorarationis, participationis, similitudinis, ac
communicationis, tv et utilitatis genitivum adoptant, ut εχεῖνος εἶνχι σοφώτε:ός µου ile est sapientior me; ἐτοῦτο εἶναι φανε ρωτικὸν τῆς ἀγαπης |, id est significativum amoris : ὁ ispéxs εἶναι ἄξιος τιμῆς Sacerdos est dignus honore; ἁμαθῆς τῶν ἑλληνικῶν γοχμµατων ignarus Grecarum literarum, σύντρογος καλῶν ἀνθρώπων bonorum hominum socius, ὅμοιος τοῦ λεονταριοῦ Leoni similis, τὰ καλὰ
εἶναι xotyx τῶν φίλων bona sunt amicis communia, et similia. Ea
item quæ dicuntur numeralia ordinis genitivum requirunt, ut Φεύτερός µου
mihi secundus, πρῶτος των primus inter illos, etc. Quæ tamen construi etiam
possunt cum accusativo posità praepositione amo, ut ὕστερος ar” ὅλους postremus omnium, πρῶτος ar ὅλους primus omnium, et sic de reliquis. Profecto, ut uno
verbo dicam, omnia sive Comparativa sint, sive superlativa, sive plenitudinem
significent, vacuitatem, utilitatem, et similia, si cum pronominibus
jungantur, utplurimuni postulant genitivum, si cum aliis nominibus accusativum
cum præpositione aro, ut απ) Sous τοὺς ἕλληνας, ὅπου
fav εἰς τὴν Τροίαν, δυνατώτενος, Vel δυνατώτατος ἦτον ὁ Αχιλλεύς, OM- nibus Grecis qui extiterunt in expeditione
Troiana fortior fuit, vel omnium Græcorum fortissimus fuit Achilles. No-
3; men γεμάτος, ut plurimum habet
post se accusativum sine ulla præpositione, ut γεότος ἔννοιχις curarum plenus: At evxvzio; contrarius genitivum
amat cum primitivis pronominibus, cum aliis vero accusativum uná cum
praepositione εἰς, ut εἶναι &yxyzioz µου 63 mihé contrarius. et εναντίος εἰς
Soo; COn- 35 trarius omnibus. φίλος denique semper reperitur cum geni- tivo, ut sic: τοῦ 0ευὺ
amicus Dei. Instrumentum, causa, modus, et excessus debent in
hac [Le texte ici porte ἀγότης] lingua exprimi accusativo, cum præpositione, uz, vel μετὰ, vel etiam interdum cum διὰ, vel γιὰ, si preesertim causam significare velimus, ut ἐκτύπησα cou! μὲ τὸ ῥᾳθδὶ baculo illum percussi, τὸν εἶδα μὲ w2)ó par oculo illum vidi 5 benigno, ἐσκότωσε τὸν ἐχθούν του μὲ τὸ σπαθὶ hostem suum gladio interemit; νικᾶ Sous μὲ την φωνήν του
sua voce reliquos superat; διὰ τῆν δειλιὰν, Vel γιὰ τὸν φόξον ἔχασε v. ἅρματά τον
PTŒ pavore perdidit arma. Tempus item, et mensura tam loci,
quam ponderis simpliciter accusandi casu efferuntur, ut τὴν ἡμέραν xal τὴν νύκτα δὲν χάωνει ἄλλο παρὰ νὰ
dudar, die, ac nocte nil aléud facit quam legere, ἡ Ῥώμῃ εἶνχι parca ἀπὸ τὴν Φράντζαν ἐκατὸ λέγαις Roma distat à Gallia centum leucis, βαρεῖ τριάντα λίτραις est ponderis triginta librarum. 5
Jamablativum absolutum, pro quo Græci literales utuntur genitivo, nostri
Græco-vulgares penitus ignorantes, nec genitivum usurpant, nec alium
casum, sed vel ipso nudo nominativo utuntur, ut υισεύοντας ἐγὼ ἀπὸ τὴν εκλησίαν ἔπεσεν ñ στέγη τοῦ σπιτιοῦ σου
(liscedente me ab Ecclesia cecidit tectum fie domus, vel loquutionem
resolvunt per ἔταν vel σαν, po- nentes verbum in imperfecto, ut ὅταν vel aav ἐμίσευα ἀπὸ τὴν ἐκκλησιὰν ἔπεσεν, etc. cum discederem ab Ecclesia cecidit, etc. De
Constructione Verbi Activi. Nonnimis laborandum erit in tradendis regulis
verborum activorum. Omniasiquidem verba activæ significationis postulant
ante se nominativum agentem, et post se accusativum, vel genitivum
patientem. Genitivum quidem utuntur hujusmodi Græciæ regiones Peloponesus,
Creta, Chius, Zacynthus, et omnes penitus Græciæ insule. Accusativo
vero gaudent Attica, Thessalia, Macedonia, Thracia, et omnes
prorsus Continentis provincie, atque incola. Quum igitur verseris
in Insulis, utere post verbum genitivo, accusativo vero quum fueris
in Continente. Adverte tamen, quanvis
iis? qui in Insulis sunt post verbum activum genitivum, quem person:
vocant, admittant (res enim apud omnes, ac semper ubique ponitur in [Il
faut évidemment lire τόν. Leçon
de l'original pour zi. 'l'oute cette phrase est d'une construc- tion
pénible et confuse. Postverba doit être lu en deux mots. accusativo, ut
axoo» τὰ λόγια σου,
non τῶν λόγιων Gov,.QUdio tua verba) id verum esse precipue, quum
postverba se- quuntur pronomina illa primitiva μοῦ, σοῦ, τοῦ, et tantum in numero singulari, ut δὲν μοῦ
a«os: non me audit; nam in plu- rali dicunt cum accusativo, δὲν uz; εἶπε τίποτες, niil nobis s dixit, licet in singulari dicerent, δέν uoo eine τίποτες!. Quod si alia subsequantur pronomina, vel nomina,
modo genitivum ponunt, modo accusativum, ut ακούω τὸν
llézpoy non τοῦ Πέτρου audio Petrum, et ui τοῦ Μάρκου, et non τὸν Maoxov, nisi dicas μὲ τὸν Μάρχον, alloquor Marcum, vel loquor cum Marco.
Quando autem statuendus sit post verbum activum geni- tivus, vel
accusativus optima regula est, si animadvertamus ad linguam Gallicam, vel
Italicam. nam si post verbum activum ponatur particula à, tunc semper in Græco
vulgari reponi debet post verbum genitivus, ut /'ay dit à Francois, ἐγὼ εἶπα τοῦ Φραγκίσκου, non τὸν Φραγκίσχον. Si vero talis particula non ponatur, utendum tunc
erit accusativo, vel genitivo juxta distinctionem Græciæ locorum
superius insinuatam, ut je vous ay fait la grace, ego vobis gratiam feci,
secundum Insularum habitatores dices, ἐγὼ σοῦ τήν ἕκαμα τήν χάοιν, et secundum Continentis incolas, ἐγὼ σὲ τήν ἔχαμα τὴν yXow, qua loquutio correspondet huic Italice, la
gratia ve l'ho fatta. Prætereà sciendum, verba, quæ apud Latinos,
vel Grecos literales exigunt post accusativum rei dativum persons, apud
Grecos vulgares usurpare pro dativo persons, vel genitivum ut loquuntur
Insularum cultores, vel accusativum ut Continentis incolæ, exempli causa, ego
dedi tibi librum dices, vel éyà σοὺ τὸ ἔδωχα τὸ βιθλίον, velso ἐγὼ σὲ τὸ ἔδωχα τὸ βιθλίον. Rursus verba, quie duos sibi accusativos
adsciscunt apud Latinos, et ἕλληνας, apud vulgares Graecos, vel ambos retinent, ut
loquitur omnis Continens, aut mutant accusativum per- sonæ in genitivum,
ut phrasis est omnium Insularum, verbi 35 gratia, ego te doceo
grammaticam, dicetur ἐγὼ σὲ, vel σοῦ μαθαίνω τὴν γραμματικήν. Jdem fit aliquando, si verba apud Latinos regant
ablativum cum praepositione a vel ab, et accusativum, ut aufero à
te vestem, ἐγὼ σὲ, vel σοῦ πέονω τὸ ῥοῦγον. dixi aliquando, quia ut w ]Voyez au commentaire
pour l'établissement du texte.] plurimüm pro ablativo ponitur accusativus cum
præpositione aro, ut «accepi à Petro tuas literas, ἐγὼ ἔλαξα ταῖς γραγαῖς σου
ani τὸν Πέτρον, il habeo à te, € χω το ar
ἐσένχ, et alia. Idem etiam præstari debet,
Si verbum apud Latinos accusa- ; tivum regat et genitivum, vel ablativum
sine ulla præpo- sitione, ut empleo ollam denariorum, γελίζω τὸ :ζουκάλι amo τορνέσια, et émpleo vas aquá, γεμίζω τὸ αγγεῖον ἀπὸ
woo. in quibus tainen sape sæpius reticetur aro, dicendo sim- pliciter τορνέσια et νερὸ. De Constructione Verbi passivi, neutri, ac
Deponentis. Quemadmodum activae vocis verbum exigit ante se nomi-
nativum agentem, et post se accusativum patientem, ita é contra passivæ
vocis verbum postulat ante se nominativum patientem, post se vero
accusativum agentem uná cum i5 preepositione απὸ, ut τὸ &uzzt τραθιζεται ἀπὸ τὰ dÀojx CUTTUS trahitur ab equis. Semper igitur in
passivis casus personæ verbi activi, quum videlicet duplicem requirit
casum post se, vertendus est in nominativum, manente altero
immutato, Ut εγὼ σὲ uaÜziw τὴν yrauuarwry, passive redditur, ἐσν µαθαίνεσαι 20m ἑμένχ τὴν γηαμματικὴν, tu doceris à me grammaticam, etc. VT APVD LATINOS. Ex
verbis neutris, vel Deponentibus, quaedam absolute ponuntur sine ullo
casu, ut Er vivo, πορπατῶ am- bulo, στέκοµαι
S00, οιμούμαι dormio : quidam vero
requirunt post se aliquem casum, ut ἀρέσκει µου
placet mihi, τὶ φαὐεταίσας, quid. vobis videtur, et alia, quie genitivum, aut
accusativum postulant pro diversitate præsentis Grecis regionum, si eosdem
casus, vel alios requirant Latinorum verba vel neutra, vel deponentia. Et
tunc Constructio erit eadem quam jam recensuimus in verbis
activis. De Verbis εἶμαι, φαίνοµαι,
et aliis, tum de verbo impersonali, de Modis, Gerundiis, ac quibusdam
loquutionibus. Verbum εἶμαι sum duos habet nominativos ante, et post se,
ut ó Αοιστοτέλης ἅτονε μεγαλος φιλόσοφος, Aristoteles erat magnus Philosophus. eodem modo
construitur verbum φαίνομαι t ideor, λέγουαι dicor, oxzopzt vocor, λογοῦμαι nuncupor, et similia, quæ preeter illos duos nominativos
admittunt etium genitivum, vel accusativum juxta supradictam locorum
Græciæ distinctionem, sicut Latina dativum, ut αὐτὸς pod εἶναι, Vel φαίνεταί µου καλοπίγερος ἄνλρωπος ipse mihi est, vel videtur vir idoneus. Vel etiam
accusativum cum præpositione aro, si Latina regant ablativum cum
praepositione à vel ab, ut justus ab omnibus vocatur, vel reputatur
beatus, ὁ δίκαιος χράξεται͵ Y, κρατειέται µακάριος am’ 02095. Verbum impersonale duplicis est
speciei activae nimirum et passivæ. Utrunque impersonalis verbi genus,
vel ponitur absolute sine ullo casu, ut βρέχει pluit, λέγουνε fertur ; vel cum aliquo casu ut apud Latinos,
verbi gratia, pertinet ad me, ἐγγίζει µου,
non licet vobis, δὲν σᾶς πρέπει, mon curatur de anima, δὲν ἐννοιάζεται διὰ τὴν ψυχήν. Ubi adverte verba impersonalia utplurimum sumi à tertia
persona plurali prze- sentis indicativi activi, ut pro scribitur dicunt γράφουνε scribunt, pro vivitur, ζοῦνε vivunt, et alia. Dixi ut plurimüm quia reperitur
interdum, et quidem raro aliquod impersonale desumptum à tertia persona
plurali presentis indicativi passivi, ut κοιμοῦνται dormitur. Modorum usus pervius est unicuique ut
apud Latinos. In usum tamen hi precipue veniunt INDICATIVVS, imperativus,
et subjunctivus, qui vicem gerit infinitivi, et exprimitur per particulam
νὰ, ut Θέλω νὰ τὸ «auo volo illud facere : cui interdum praeponitur
articulus τὸ, et ponitur loco nominis, ut τὸ vx χάμεις pro τὸ κάνωμα σου
tuum factum. Similem loquutionem habent Græci literales, ut τὸ ποιεῖν pro
ποίηυα, et Itali, 25 il fare, pro il fatto. Hujusmodi modus semper
ponitur post aliud verbum, sicut infinitivus apud Latinos; vel alias
resol- vitur per ἔτι vel πῶς, ut scio te fecisse hoc, vulgo
possumus dicere, ἠξεύρω πῶς, vel ὅτι τὸ ἔκαμες, quod ἔτι et πῶς videtur
correspondere Italico che vel Gallico que. Ponitur 3o etiam zat pro ὅτι,
ut λογιαζω vat τὸ ἔμαθες, pro ὅτι τὸ ἔμαθες, puto te illud didicisse. Jam
quaenam particula, vel Conjunctio unicuique modorum tribuatur, et quomodo
inter se discrepent, vide supra in Conjugationibus barytonorum. Gerundiis
caret utraque Greca lingua, fruitur vero Latina. Ea autem sic in vernaculam
Graecorum dialectum vertenda censemus. Gerundia in do, resolvuntur in
participia, ut amando αγαπῶντας, dicendo λέγοντας, etc. Gerundia in
dum exprimuntur aliquando per dix νὰ, si illa praecedat praepositio
ad, ut ad habendum διὰ νὰ ëyr : aliquando per oz, vel 4o zyxuzgx onov, Si
præcedat praepositio inter, ut inter ambulandum, σὰν ἐπορπάτουνα, id est dum
ambularem : inter [MEYER. GRAMM. GRECQUE.] dicendum ἀνχμεσα ὁποῦ ἐμῶμε cum
loqueretur, et similia. et aliquando per πρέπει, si à Latinis efferantur
abso- lute sine ulla praepositione, ut faciendum mihi est, πρέπει νὰ
άνω, tObis agendum, πρέπει vx Ἰάμετε, etc. Hic modus loquendi non aberrat
à modo loquendi Italorum, vel Gallorum, dum dicunt, mi bisogna fare, il me faut
faire, cum hoc tamen discrimine, quod in dictis linguis verbum
consequens est infinitivi modi, et nunquam mutatur, at in Graeca vulgari
verbum quod subsequitur πρέπει est subjunctivi modo, variatürque ac construitur
cum personis, quie comitantur gerundia in dum, ita ut si persona sit
singu- laris, et prima, verbum etiam erit primæ persone numeri
singularis, et sic de reliquis. Tandem gerundia in di, simpliciter efferuntur
per vx cum subjunctivo, ut lempus est i5 und, 22160; εἶναι yx naue!
sciendi sum cupidus, επιθναῶ va µεθω, etc. Veniamus jam ad
peculiares, quasdam loquutiones. QVVM LATINE DICIMVS, quod tibi scripserim,
vernaculo Graecorum sermone sic efferemus, διὰ τί σοῦ £yoxlx, vel ὃτι σοῦ
ο0 ἔγραγα, Vel τὸ vx σοὺ Eyux pz, Vel ἔστοντας καὶ νὰ σοῦ ἔγραφα,
prior et secundus loquendi modus conformior Latinæ loquutioni videtur. De
nonnullis adverbiis, ac particulis, quæ vel nominibus, vel Verbis
præjfiguntur. a; Uttotum communis Grece linguæ syntaxeos
absolvamus tractatum, brevibus precurremus nonnullas voces, quarum
notitia non parum juvatur is, qui aditum sibi fieri vult ad hujusmodi
linguæ Græcæ svntaxim. Dicamus ergo prius de Xunoes inam, quod adverbium
est optandi, ponitürque s) unà cum νὰ, et constituit in verbis
peculiarem modum, qui dicitur optativus, reperitur cum perfecto, et
imperfecto, ut ἄμποτες νὰ τὸν ἔκραξες, utinam. illum. vocasses, ἄμποτες νὰ
τὸν ἔθλεπα, utinam illum viderem. ‘Av, vel à fit à Græcoliterali sw,
sé, ac pariter regit 3; subjunctivum, tempus amat id, quod nos in
verbis barytonis diximus habere indifferentem quandam, ac
indeterminatam significationem, ut ἂν σὲ πιέσω δὲ te capiam, non et σὲ
πιάνω: ἂν σὲ εὑρήσω δὲ Le. reperiaan, non ἂν σὲ εὑρίσκω. Conjungitur præ- [Certainement pour πάμενε] voyez page 159 de l'original, plus loin p. 68, 1.
7 sqq. terea cum omnibus preeteritis, ut xv &xux δὲ feci, ἂν ἔγραφε, δὲ
scribebat, ἂν θέλει 2ώσει δὲ dabit, et reliqua. Aro, quanvis praepositio
significans a vel ab, in compo- sitione tamen alicujus verbi, vel nominis
non semper eandem retinet significationem; nam interdum denotat
perfectionem, ut arocs)swm perficio, τελειώνω quippe simplex füure tantum significat, sed cum
aro perfecte finire, utque Latini dicunt, rem reddere omnibus numeris
absolutam. interdum vero finem quodammodo præ se ferre videtur, ut αγοτοώγω finem. comedendi facio, unde adverbia αποφαγχ post prandium, et απόθειπνα post canam. ct tandem penitus, seu de, ut anses
penitus amputo, et ἀποχεφαλίδω decollo, et alia. *A; adverbium
hortandi, si ponatur cum imperfecto efficit modum optandi, ut a: ἔθλεπα utinam viderem; caeterum ας nota est imperativi, seu potius subjunctivi, ut 2;
κάμη faciat. Videtur autem derivari à
Græcoliterali ἄφες, unde per synco- pen z:. quare quum
dicimus 2; 1% idem valet ac sine ne, ut videam, qui quidem loquendi modus
frequens est in sacris paginis, praecipue in Evangelio, ds: ἴδωμεν, εἰ ἔργεται Ηλίας σώσων αὐτὸν, quem imitati Græci- -vulgares dicunt, a; ἰδοῦμεν ἂν
ἔρχεται ὁ Has διὰ νὰ τὸν ἐλευβερώσῃ. Adverte tamen hujusmodi ἄς,
non poni in secunda persona imperativi, sed tantum in prima, et tertia.
Quia videlicet, aptior imperandi persona videtur secunda, non prima,
et tertia, unde et Itali quum magnates alloquuntur solent ob-
sequii, et revereniP. 15K)tiæ causa uti tertia persona, ne loquentes
secundá persona, videantur aliquomodo illis impe- rare. Est igitur a4;
subjunctivi potius nota, quam imperativi. A&, vel 3. deductum
fortasse fuit ab se ablata diph- thongo ου. Dicitur autem 05», quum
ponitur ante vocales et " diphthongos, imo οἱ ante aliquas
consonantes, videlicet ante B, 7; ὃ, 0, 4.0, 7,9, y : d vero ante
reliquas consonantes. Regit indicativum tantum, quia in reliquis modis
non utimur οὲν, sed uz», vel uz, ut uz» κάµης ne facias. Να
aliquando est adverbium demonstrandi, et regit geni- tivum si praecedat
pronomina primitiva numeri singularis, ut νά σου ecce tibi, accusativum
vero si sint numeri pluralis, et ante alia nomina, ut vx σας ecce vobis,
νὰ τὸν Mézos» ecce Petrum. Aliquando est conjunctio causalis, ab ἵνα
deducta, unde ut illa subjunctivum expostulat, qui, ut diximus,
vicem etiam gerit infinitivi. Atque
hinc fit, ut aliqui dicant conjunctionem vz signum esse, ac notam infinitivi.
Verum quo firmo, stabilíque nitantur fundamento non video. Inter-
dum denique νὰ solet esse particula repletiva, et
ornatus causa maxime apud Chios, qui dicunt ἐκεινὰ pro exi, τουτονὰ 5 pro τοῦτον, quam etiam replicantes satis molliter sonant
&xewavz, et τουτονανα. Νε item particula est quæ nihil significat, et tantum ad
or- natum ponitur orationis, idque duntaxat à Chiis, non in qui-
buslibet nominibus, sed tantum in articulis et pronominibus ιο masculinis et foemininis, ubi reperiatur finalis litera
v, ac in prima, secunda, et tertia persona verborum numeri
pluralis, ut pro εἴλατιν, εἴδατηνε Dro τοῦτον, τούτονε, DTO τούτων, τουτωνῶνε, pro γράφοµεν, γράγομενε, pro λέγετε, λέγετενε, et sic de reliquis. Ωσάν demum vel ox, aut ez, idem significat quod Latine
i5 CUm, vel post quam, ac postulat subjunctivum, ut σὰν yox|yn; cum scripseris, σὰν ἔλθω
postquam venero, et similia. Interjectio ὄχου, veloiusvx hei mihi regit accusativum, ut ὀϊμένα τὸν
xaxouooy heu me infelicem. At ὦ modo requirit so nominativum, vel vocativum,
ut ὦ πεγχλη duoruyix Ó magnam calamitatem, ὦ καλὲ ἄνβρωπε Ó bone vir, modo vero geniti- vum, et tunc vim
habet admirationis, ut à τοῦ θαύματος Ó rem admirandam, idest Papæ. Atque haec de
Syntaxi linguæ Græcæ communis, methoο” dicáque ejusdem institutione, majore qua potui
dilucidäque brevitate, ac studio ad Dei omnipotentis gloriam, Fidei
Catho- licae propagationem, Proximorum utilitatem, nec non ad φιλογλώσσων περιεργείαν. Porta.
Portius. Porcius. Simone Porzio. Porzio. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Porzio” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Possenti: la ragione
conversazionale e la conversazione di Romolo e Remo – radice dell’ordine civile
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Studia a Torino. Insegna a Venezia. Dei Aquinensi.
Fonda l’Annuario di filosofia. Centro di ricerca sui diritti umani. Attrato dalla
storia delle civiltà, ispirato da VICO (si veda). Studia l’idea d’un assoluto impersonale.
Incontra l'istanza metafisica e umanista attraverso AQUINO (si veda), intuendo
le possibilità speculative e liberanti incluse metafisica dell'essere. Tre sono
gl’ambiti primari della sua ricerca: metafisica, pensiero teoretico e ritorno
al realismo; personalismo; filosofia politica. Studioso d’AQUINO, del tomismo. Professore
della grande tradizione della filosofia dell'essere, orienta l'attenzione
critica verso GENTILE, il neo-parmenidismo italiano di SEVERINO nel suo ritorno
a VELIA e il VELINO, ricercando una razionalità attenta alla storia ma non
consegnata interamente alla furia del tempo. Dunque il ritorno all'eterno
invece che l’eterno ritorno di Nietzsche e la ripresa del tema della creatio ex
nihilo, assente in molta filosofia. Il suo approccio legge meta-fisica e
nichilismo come due nuclei che tendono ad escludersi – i veliani -- di cui il
primo è la fisio-logia e il secondo la pato-logia. Individua pertanto nella
destituzione dei valori e nella riduzione della ragione a volontà l'esito
ultimo del nichilismo. Questo vuole liberare Italia dalla metafisica, ritenuta
distrutta dal criticismo, ma il compito della filosofia dell'essere è preparare
una ripresa della metafisica dell'esistenza, tale che possa di nuovo tenere un
posto nella storia della civiltà. Una presentazione ampia della sua è in “Storia
della filosofia”; Filosofi italiani, Antiseri e Tagliagambe, Bompiani, si veda
anche nichilismo e filosofia dell'essere, intervista, a c. di Mura, “Euntes docete.”
La riscoperta della meta-fisica esistenziale è un tentativo di mettere in luce
la parzialità di non poche posizioni che hanno proclamato la fine della
metafisica occidentale: GENTILE, e SEVERINO. Essi hanno operato come reagente
per la riconquista della metafisica e per la critica del nichilismo, di cui
offre una determinazione diversa da quelle di Nietzsche e di Heidegger -- con
applicazioni anche all'ambito del nichilismo giuridico. Il rigetto del
nichilismo e l'analisi dell'anti-realismo, del logicismo, del dialettismo e del
razionalismo che affliggono la filosofia, gli conducono a giudicare concluso e
senza possibilità di ripresa il ciclo della meta-fisica nel cammino di GENTILE.
La base prima della filosofia dell'essere sta nell'asserto ‘l'ente è'. Questo
il grande tema da cui occorre partire. Dall'ente appunto e non dall'essere
vuoto dei moderni. In tal modo crollano l'identità tra logica e meta-fisica del
razionalismo, l'idea di dialettica come generazione logico-apriorica del
sapere, e l'idea di divenire come entrare-uscire dal nulla. Qui opera un'adeguata
semantizzazione dell'essere (dell'ente), rigettando l'errore primordiale di
trattare la questione dell'essere come questione di essenza, il che presuppone
la negazione della potenzialità. Ma se questa è presente, niente in senso
proprio va in nulla ma si trasforma. Si svolge verso un positivismo in cui
la filosofia è capace di progresso. È andata così delineandosi la tesi che
nello svolgimento della meta-fisica dagl’antichi a noi sia emersa, dopo la
seconda navigazione nell’ACCADEMIA (vedi Fedone), proseguita e perfezionata da
Aristotele al LIZIO, una terza navigazione che si esprime nella
Seinsphilosophie che ha toccato un punto di apogeo in AQUINO e nei grandi
tomisti. In tale prospettiva è possibile tracciare un'essenziale storia della
meta-fisica quale progressiva penetrazione della verità dell'essere, culminante
nella metafisica dell'actus essendi. Si tratta di una metafisica trans-ontica
che, prendendo le mosse dall'ente, procede verso l'essere stesso -- esse ipsum
per se subsistens -- e che individua la struttura originaria nella
partecipazione dell'ente all'essere. Le sue posizioni sono consegnate alla
trilogia “Nichilismo e Metafisica. Terza navigazione, Il realismo e la fine
della filosofia moderna, e Ritorno all'essere. Addio alla metafisica moderna.
Esse sono discusse da XVIII autori in, “La navicella della meta-fisica.
Dibattito sul nichilismo e la terza navigazione (Armando, Roma) Cottier,
Dummett, Berti, Riconda, e poi in Realismo Metafisica Modernità. “In margine al
realismo e la fine della filosofia moderna”, Dalfino e Pozzo, CNR-Iliesi, Roma.
La possibilità di guadagni per sempre
rigetta l'idea fallibilista -- Popper et alii --, secondo cui ogni sapere -- riportato
poi solo a quello delle scienze -- riposa su palafitte perennemente
rivedibili. La meta-fisica ha per oggetto non il concetto di essere, ma
l'esistenza. Il filosofo deve sempre e nuovamente ribattezzarsi nelle sue
acque, fuggendo l'oblio dell'essere e liberandosi dal sistema che intende
racchiudere in sé la totalità. Un problema centrale per lui è la possibilità di
una conoscenza filosofica autonoma, che non proceda solo sull'imbeccata che
possano darle le scienze ed altre forme di conoscenza, nonostante la necessità
del dialogo tra filosofia e scienza, in quanto non esiste un solo sapere.
L'unità plurima o polivalente della ragione si applica anche al nesso tra
filosofia e il culto sacro. Nell'incontro tra compito della ragione e elezione
del cristianesimo si individua un criterio di apertura e stimolo per la
filosofia nella sua ricerca di senso. Il principio della persona è più fondamentale
del principio della responsabilità (Jonas) e del principio-speranza (Bloch), e
a fortiori delle filosofie dell'impersonale o inter-soggetivo. Il concetto di
persona si presta efficacemente in una serie di problemi in cui le nozioni di
individuo, di soggetto, di coscienza risultano inadeguate. La persona è
originaria e primitiva, e raggiunge una profondità e permanenza che non hanno
le altre categorie appena citate o l'uso che spesso ne è stato fatto. Si veda
il dossier sul “Principio Persona” con contributi di Grandis, Ivaldo, Madricardo,
Pera, in “Studium”, L'idea di persona è
essenziale per maneggiare le grandi difficoltà insite nell'antropologia, in
specie da quando in Occidente si cerca di elaborare un'etica procedurale di
norme senza base antropologica, che è il grande equivoco dei moderni. Fa
parte del vasto movimento del personalismo, volto alla riscoperta integra della
persona. Compito del personalismo ontologico è di valorizzare ed integrarele
filosofie del personalismo incompiuto -- Habermas, Rawls, BOBBIO, Ferry, Parfit
-- allontanandosi da quelle dell'esplicito anti-personalismo, Nietzsche e
Foucault in specie, ma pure Hegel, Heidegger, SEVERINO nei quali forte è
l'empito anti-personalistico. Le assise della persona vanno ricercate
nell'ontologia, onde essa è una sostanzialità aperta alla relazione, ma non
riducibile a sola relazione. Le persone sono nuclei radicali di vita e realtà
che non possono essere dedotti da alcunché e che anzi fonda l'agire e lo
sperare dell'essere umano Esse come
totalità concrete è alla base di una filosofia che oggi deve fare i conti con
la centralità del tema antropologico, con le problematiche bio-etiche (ad es.
concernenti lo statuto dell'embrione), e con le concezioni in cui il soggetto e
la natura umana non sono intesi come un presupposto ma come un prodotto della
prassi. Il personalismo quale insieme di scuole e correnti filosofiche
che assegnano speciale valore e dignità alla persona, non è in senso proprio
un'invenzione, ma originariamente della patristica, del medio-evo, e dell'umanesimo.
Qui sono state elaborate in certo modo per sempre le idee fondamentali sulla
persona e dischiuso come nuovo guadagno il suo spazio di realtà. L'epoca
dell'antropocentrismo non è stata un'epoca di riscoperta della persona. Un
antropo-centrismo sicuro di sé non può dare risposte a molte domande della vita
ed è tanto più impotente, quanto più le domande sono profonde, Se la
controversia sulla persona si accende di nuovo in molti ambiti, è perché
l'idea-realtà di persona attraversa un momento d’eclissi e richiede nuovamente
la fatica del concetto. Assolutamente primario è il nesso persona-tecnica, in
cui la seconda è spesso animata da volontà di potenza, valendo come una potenza
senza etica. La presenza nel comitato di bio-etica gl’induce a dedicare
attenzione ai temi di bio-tecnologie, la rivoluzione bio-politica, l'influsso
pervasivo del materialismo e del biologismo. Il personalismo si declina
poi in ambito sociale come concezione egualitaria e comunitaria -- personalismo
comunitario -- quale fondamento dell’ordine politico proiettato verso la
cosmopoli, la pace e il rispetto dei diritti umani. Entro un dialogo
critico con le tradizioni del liberalismo e dell’illuminismo, opera per
mostrare il contenuto di nozioni centrali del politico come quelle di ragion
pratica, bene comune, popolo, democrazia, legge naturale, diritti dell'uomo,
laicità, ai fini di una rinnovata filosofia pubblica in pari col suo oggetto.
Uno specifico rilievo è stato assegnato al problema teologico-politico secondo
due direttrici: la ripresa post-moderna di un ruolo pubblico per le grandi
religioni; l'idea che la loro deprivatizzazione anche in Occidente può
contribuire ad un positivo rapporto fra religione e politica, nella prospettiva
di una piazza pubblica non agnostica ma attenta alla matrice teologica della
società civile. Con la filosofia politica si opera il passaggio dal piccolo
mondo dell'io al grande mondo' della società, verso la società aperta della
famiglia umana. Sulla scia di diagnosi -- Arendt, Maritain, Strauss, Simon,
Voegelin -- ritiene che la filosofia politica vada riportata al suo compito
primario di pensare la buona società, lottando contro la crisi concettuale che
procede all'ingrosso da Weber e dall'attacco al diritto naturale. In
particolare è stata condotta una critica radicale a Kelsen, alla sua concezione
relativistica dei valori e della democrazia, al suo intento di dissolvere
l'idea di ragion pratica, tolta la quale l'ambito della prassi precipita
nell'irrazionalismo e tutto è affidato al volere. Cfr. il dossier Liberalismo --
“Humanitas”, con interventi di Campanini, Zanone, Esposito, Ivaldo. Esso raccoglie
parte del dibattito sollevato da “Le società liberali al bivio” che vide
interventi di Savona, Vigna, Cubeddu,
Berti, Pellicani, e Scarpelli. Si sostiene l'importanza della filosofia
e dell'antropologia per la democrazia, sulla base dell'idea che la costruzione
del cosmo umano è compito della ragion pratica. Insufficiente risulta una sfera
pubblica moralmente neutrale, consegnata al binomio del diritto positivo e la morale
procedurale. La rinascita della filosofia politica avviene riprendendo competenza
sui suoi problemi, tra cui massimo è quello della pace: la pace necessaria che
non c'è e la guerra inammissibile che c'è. Occorre disarmare la ragione armata:
ciò suggerisce che vada cercata un'organizzazione politica del mondo oltre la
sovranità degli stati-nazione verso un'autorità politica mondiale o cosmo-politica,
di cui l'ONU è lontana immagine. Altre saggi: “Frontiere della pace”
(Milano); “Filosofia e società. Studi sui progetti etico-politici
contemporanei, Massimo, Milano Giorgio La Pira e la filosofia d’AQUINO, Studia
Universitatis sancti Thomae in Urbe, Roma; “La Pira tra storia e profezia. Con AQUINO
maestro, Marietti, Genova-Milano; La buona società. Sulla ricostruzione della
filosofia politica (Vita e Pensiero, Milano); Una filosofia per la transizione.
Metafisica, persona e politica in Maritain” Massimo, Milano); “La filosofia
dell'essere” (Vita e Pensiero, Milano); Tra secolarizzazione e nuova
cristianità” (EDB, Bologna); “Le società liberali al bivio”; “Lineamenti di
filosofia della società” (Marietti, Genova); “Oltre l'Illuminismo”; “Il
messaggio sociale” (Paoline, Roma); “Razionalismo critico e metafisica”; “Quale
realismo?” (Morcelliana, Brescia); “Dio e il male, Sei, Torino); “Cattolicesimo
e modernità. Balbo, Del Noce, Rodano (Ares, Milano); “Approssimazioni
all'essere. saggi di metafisica e di morale” (Poligrafo, Padova); “Il
nichilismo teoretico e la morte della metafisica” (Armando, Roma); “Terza
navigazione. Nichilismo e metafisica” (Armando, Roma); “Filosofia e Rivelazione”
Città Nuova, Roma); “La filosofia dopo il nichilismo” (Rubbettino, Soveria); “Religione
e vita civile. Il cristianesimo nel postmoderno” (Armando, Roma); “L'azione
umana. Morale, politica e Stato in Maritain” (Città Nuova, Roma); “Essere e
libertà” (Rubbettino, Soveria); “Radici dell'ordine civile” (Marietti, Milano);
“Il principio-persona” (Armando, Roma); “Profili. Bobbio, Noce, La Pira,
Lazzati, Sturzo (Effatà, Cantalupa); “Le ragioni della laicità” (Rubbettino, Soveria);
“L'uomo post-moderno”; “Tecnica, religione e politica” (Marietti, Milano); “Dentro
il secolo breve. Paolo VI, La Pira, Giovanni Paolo II, Mounier, Rubettino,
Soveria Nichilismo giuridico. L'ultima parola? Rubbettino, Soveria. La
rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica, Lindau,
Torino. Pace e guerra tra le nazioni. Kant, Maritain, Pacem in terris, Studium,
Roma. I volti dell'amore, Marietti, Milano-Genova. Il realismo e la fine della
filosofia moderna (Armando, Roma); “Diritti umani”; “L'età delle pretese”
(Rubbettino, Soveria); “Ritorno all'essere. Addio alla metafisica” (Armando,
Roma); “La critica del marxismo” (Massimo, Milano); “Epistemologia e scienze umane” (Massimo,
Milano); “Storia e cristianesimo” (Massimo, Milano); “Contemplazione evangelica
e storia” (Gribaudi, Torino); “Maritain oggi, Vita e Pensiero, Milano); “La
filosofia dell'essere” (Cardo, Venezia); Nichilismo Relativismo Verità. Un
dibattito” (Rubbettino, Soveria); “Laici o laicisti? Dibattito su religione e
democrazia” (liberallibri, Firenze); “La questione della verità. Filosofia,
scienze, teologia” (Armando, Roma); Ragione e verità. L'alleanza
socratico-mosaica” (Armando, Roma);” Nostalgia dell'altro. La spiritualità di Pira”
(Marietti, Milano); Pace e guerra tra le nazioni” (Guerini, Milano); “Natura
umana, evoluzione, etica” (Guerini, Milano); Governance globale e diritti
dell'uomo” (Diabasis, Reggio Emilia); “Ritorno della religione? Tra ragione,
fede e società” (Guerini, Milano); “Diritti Umani e libertà” (Religiosa,
Rubbettino); in onore (Armando); Perché essere realisti? Una sfida filosofica (Mimesis,
Milano-Udine. Giuliano, Filosofi a un bivio. Ora rialziamo lo sguardo, su
avvenire, A. Lavazza, Neuroscienziati, cercate l'anima. Vittorio Possenti.
Possenti. Keywords: radice dell’ordine civile – romolo e remo -- il principio speranza,
prima navegazione, seconda navegazione, terza navegazione, Gentile, comunita,
Severino, Aquino, umanesimo, seconda navigazione --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Possenti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pozza: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Taranto -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. Grice: “I like
Pozza; he uses ‘pragmatic’ quite a bit, by which he means Grice, of course!” Durante gli studi al liceo di Taranto, Tommaso, un
insegnante di matematica di stile tradizionale gli stimola il gusto per i
problemi matematici e per l'eleganza formale delle dimostrazioni. Studia a Bari
dove si laurea con una tesi su SERRA (si veda) avendo come relatore Vallone. Coniuga
l'amore per i sistemi formali con l'amore per Leopardi, Carducci -- maestro di
Serra -- e Annunzio -- e tra i classici predilisse Tasso e Vita nuova di
Alighieri. Studia a Bari -- sotto Landi -- Pisa, e quindi metodi formali
a Milano. Una svolta nella sua carriera filosofica è segnata dalla
partecipazione agl’incontri di S. Giuseppe organizzati a Torino da BOBBIO. A
partire da qui sviluppa idee in filosofia del diritto, specie – ovviamente -- su
Kelsen, e sulla formalizzazione della logica deontica con particolare
attenzione all'assiomatizzazione dei principi di una teoria generale del
diritto in collaborazione con Ferrajoli
per i suoi “PRINCIPIA IVRIS”. Organizza a Taranto gl’incontri Info IVRE
TARAS, logica informatica e diritto, al quale partecipano alcune delle figure
più rappresentative del diritto, dell'informatica e della logica, tra cui
Martino, Ferrajoli, Conte, Busa, Comanducci, Jori, Filipponio, Elmi, Guastini, e
Sartor. Insegna a Taranto, mantenendosi scientificamente attivo e partecipando
a conferenze di società filosofiche italiane -- specialmente la Società italiana
di logica e filosofia della scienza e la Società italiana di filosofia analitica,
dal convegno nazionale fino al convegno di Genova. Insegna a Lecce. Tra le
principali influenze nei suoi studi di linguistica e semiotica testuale vi sono
quella di Petöfi. Insegna a Verona, Padova,
Bolzano e, per le sue lezioni di logica deontica, a Petöfi e Kelsen. L’influenza
maggiore viene dalle grandi opere di Frege, Russell e Carnap, ai cui dedica uno studio, con particolare attenzione
alla visione filosofica. Pubblica un contributo di sapore positivista,
discutendo e formalizzando alcune argomentazioni in fisica quantistica. Un
legame tra i suoi interessi in linguistica e il suo lavoro in logica formale è
dato dalla sua teoria formale degl’atti linguistici basata su una connessione
originale tra logica intuizionistica, usata per gl’atti linguistici assertori, e
logica classica, usata per i contenuti proposizionali. Presentando la sua
teoria di una formalizzazione della “pragmatica,” define un modello
Frege-Reichenbach-Stenius per il trattamento formale dell’asserzione, mostrando
che il problema principale di questa teoria è la limitazione introdotta da
Frege -- e accettata da Dummett -- per cui il segno di asserzione si può usare
solo per formule elementari assertorici. Ma, come molti filosofi sostengono,
esistono atti linguistici composti. Per permettere il trattamento di un atto
linguistici composto o molti-modale e ovviare alla limitazione del modello Frege-Reichenbach-Stenius,
introduce un connettivo pragmatico che permette la costruzione di una formula
assertiva complessa. Il contenuto della formula assertiva è dato
dall'interpretazione classica e dai connettivi vero-funzionali. Il connettivo pragmatico,
fra DUE atti linguistici assertori semplice in uno complesso, ha invece una interpretazione intuizionistica.
Il connetivo pragmatico non ha cioè un valore di verità – o sattisfazione
fatica -- ma un valore di giustificazione. In fatti, un atto assertivo non è,
in quanto *atto*, vero o falso, ma può essere “giustificato” o non
giustificato. In questo modo, il sistema formale distingue l'asseribilità di un
atto assertorio dal valore di verità della proposizione asserita. Oltre a
spiegare l'irriducibilità del segno fregeano di asserzione a un trattamento in
termini di logica classica e introdurre una fondazione formale della teoria dell’atto
linguistico, dà anche una soluzione originale del problema della compatibilità
tra logica classica (Grice) e logica non-classica (Strawson) o
intuizionista. A questo studio seguono
altri sulla logica erotetica, deontica, e sub-strutturale. La sua
filosofia suscita interesse in diversi campi, dalla filosofia del linguaggio
alla filosofia della fisica alla logica e all'informatica -- specie a partire dalla
sua collaborazione con Bellin. Alla sua teoria formale della “pragmatica,” oltre
ai saggi di Anderson e Ranalter è dedicato un numero di Fondamenta
Informaticae. La sua influenza si estende così oltre che alla filosofia della
fisica e alla filosofia del linguaggio anche alla logica e all'informatica,
specie con convegni in suo onore organizzati a Verona. Ricordi di personalità
internazionali e di amici sono raccolti in suo onore. Altre saggi: “Un'interpretazione
pragmatica della logica proposizionale intuizionistica”; “Problemi fondazionali
nella teoria del significato (Olschki, Firenze); “Una fondazione pragmatica
della logica delle domande”; “Parlare di niente”; “Termini singolari non
denotanti e atti illocutori”; “Idee”; “Una
logica pragmatica per la concezione espressiva delle norme”; “Logica delle norme” (S.E.U., Pisa); “Il
problema di Gettier: osservazioni su giustificazione, prova e probabilità”
(SIFA, Genoa); “Come distinguere scienza e non-scienza”; “Verificabilità,
falsificabilità e confermabilità bayesiana” (Carocci, Ferrajoli); Principia
juris. Teoria del diritto e della democrazia.
La sintassi del diritto” (Bari: Laterza). Carlo Dalla Pozza. Carlo
Pozza. Pozza. Keywords: Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pozza”.
Luigi Speranza -- Grice e Pozzo: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nel ginnasio – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Sudia a Milano.
Consegue il dottorato a Saarlandes (“a reason why Italians don’t consider him
Italian” – Grice) e la abilitazione a Trier – Grice: “A reason why Italians
don’t consider him an Italian philosopher, since he earned his maximal degree
without, and not within, Italy.” Insegna
a Verona e Roma, all’Istituto per il lessico filosofico – (Grice: “Yep –
Italians have an ‘istituto’ for EVERYTHING!”). Studia il LIZIO, la storia della
logica o dialettico dal rinascimento, la storia delle idee e la storia dell’università
di Bologna (“l’unica chi conta a Italia”) -- ha portato avanti la creazione di
infra-strutture di ricerca per una migliore comprensione dei testi filosofici e
che hanno plasmato il patrimonio culturale. Caratteristica specifica del suo
approccio alla lessicografia è l’uso della IT per la documentazione e
l’elaborazione di dati linguistici e testuali in italiano. Hegel:
Introductio in Philosophiam: Dagli studi ginnasiali alla prima logica (Firenze:
Nuova Italia). Associazione per l’Economia della Cultura “Storia storica e
storia filosofica della,” Schiavitù attiva, proprietà intellettuale e diritti
umani. Riccardo Pozzo. Pozzo. Keywords: il ginnasio – implicature, identita
nazionale, filosofia italiana, patrimonio italiano, storiografia filosofica,
storia della filosofia italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pozzo” – The
Swimming-Pool Library.
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