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DIALOGO DELLE UNGVE.
I NT ERLttC VTO R I,
Tìembo l Lazaro, Cortegwo , Scolte, 1
Lafcari, Perette.
odo dir,mcffer Lazaro,
che la Signoria di Vettetia iìb\é
condotto a legger greco, la»
tino nello jìudto di Padoua:è ite
ro qucUot Lai. Monfignorp.
BtM. Che prouificnc è lauo*
fira:Ls z. Trecào feudi d'oro.
SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo
ne lettere, cr con li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe»
roche mnonsòbuomonifjuno della uojìraprofcfiiioue t
che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato : eoa le
buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà
no la uìta loro pot(erc s <£r nude; cerne fono ite per Io puf*
fitojrì allegro etìandia con lo jìudioj^rglijiudkfidi pa
doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero iquale
tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^
the egli ui bifognerà fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difi*
àtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare , quanto adunai
infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina.
Ikhe fare nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati*
carni, cr con le uofbre bieuoli fatiche operar gloria in
uoi,et in aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba
pregato Dommcdio^hc mi du grattaci occajìosc una
N uotd
DIALOGO
me ut concia: patti catdtopmow di Kd.RU per ztr*
LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam
ritti che mfTuno a* è ^op^ etw / M g"
S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m* CT MU
fi hLnU Éfee«W»e«^ è Aium» fi fattamente ,
f, prtri n***rrL«i Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £
feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe
m fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif <U«
,fenr icWi delolw&tectwto altre f ^«"f*
frtae:>£ di <pdk<dtre ne il deh «e W4,«
DELLE LINGVE. t)g
può recare il parlar bene attamaniera del uolgo. Bem.
1*2$ è ben uero,cbe tanto più uolontieri fi dotterebbe iin
parar lalingua grecarla latina, che la Tofcanaì quan
to di quc^a quelle altre due fono più perfette, er più ca*
re. ma che la Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn*
te lo direi j parte per non èrebugia,parte per non parer
dbauer perduto tutto quel tempo,che prender udii in ap
prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per quel*
lo che io n'oda dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan
to o poco meno fiata la li Genna>ua.LAT.A me pare,
quando m guardo, che talefia la uolgar Tofcana perù*
fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero*
che la uolgar e non ì altroché la latina guatla^? corrot
U boggimai dalla lunghezza del tempo, o dalla forza de
barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual cofa gli italiani,
U quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon
gono,o fono fcnzagiudiw, non dtjcerncndo tra ytcU
lo , chcè buono, crnon buono io priui in tutto d'inge-
gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde
quthììauuiene,che noi ueggiamo auucnire di alcuna
human* compietene :la quale fiemadi uigor natura*
le nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m
m ilfuo corpo , quello in flemma cornate , che rende lo
buomo da pocoì^r nelle proprie operatimù il fa ef=
fere conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud-
rebbe dare per legge ad ogn'uno :a uolgariilncn parla-
re latinamente , per non diminuir la riputatione di me-
■ fìa lingua diurna: a letterati, che mai da loro, fe non
. cojbrtìti di alcuna ncceftità , non fi parlale volgare
U i atta
D I A L O C O
Si maniera de gli ignorantùacciocbel uclgo arrogante
ton Vcfiempio&r autoritàde grandi huamini , no» preti*
iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta
rei & ai arte ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef*
(er haxaro , qui tranoi ditene il male che uoi tioiete di
ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche fe-
ce Vanno pacato mejfer Romolo in quejia città ; il quale
orando pubbcamente,con tante , er taliraghni biafimo
total lingudAordfujbc innanzi bareitolto d'effer mor
to famiglio di Cicerone, per batter bene latinamente par
iato : che uiuer bora con quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se
io crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi Padova ,
che la lingua latina fuffe cofa da feguitare , er da fuggir
U Tofcana ; 6 io non u onderei a legger latino, ofbcrc*
rei che delle mie letttoni paco frutto fe ne doueffe piglia*
re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t giudicarei,cb'ef$i man
zafferò d'intelletto ,non fapendodtilmgueretra pnnei*
pij perfe noti , strale conclufioni : il quale difetto non
ha rimedio niffuno . Onde io tti dico , che pia toflo «or*
retjiper parlare , comeparlaua Marco TuUio latino ,
che effer papa Clemente . Costig, Et io cono*
feo di motti kuomini , che per effer mediocri Signori , fi
(ontentarebbono d'effer muti, già non dico che iofta una
didaeSo numero -.ma dico bene dicob con uofbra
grati* , poi che il affitto è dal mio poco intetiettojo non
tiedo per qual ragione debba Ibuomo apprezzare la Un
gua greca , ne la latina > che per f aperte [prezzare , mi*
tre, er corone, che fe ciò fujjfc, flato ferebbe di maggior
égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene , er di Ci*
terone:
DI1IB LIKGVt 99
cerone : che non è bora f imperio, & il Papato , EhmbJ
Non creggiate , etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt
lingua latmadi Cicerone, la quale era commune a lui t
cr gli altri Romani : ma mfieme con le parole latine e*
gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu*
propria y ertoli d'altriita quale tanto più ecceUentt
dee riputar fi d'ogni mondana grandezza, quanto aWal*
tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o perforte,out
a quella delle feienze monta. [anima nofira non con altre:
ali, che con quelle del fuo ingegno ,%r della fua indù*
foia . Io fo nuUa per rifletto a quegloriofi : ma qudpo*
coccio nefo delle lingue, non lo cangierei al Marche*
fttodi t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio,
ckeuoicrcggiate>cbe molti de Senatori, vde Confala*
ri di Roma , non che tutta la plebe coft latino parlale »
come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu fu Rem*
obligata,èic alte vittorie di Cefare. Onde io difli,ty />£>=
n dicodinuouo , che più i)limo,& ammiro U linguaio»
tino, di ciccronctcbe [imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del
la qual lingua parlarci al predente >non tantoperfodhfa*
re aldiftderio di quefìo gentiluomo da bene, quato per
che io fono obligato di farlo.ma otte uoificte,non fi con*
«iene , ée altri che uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra'
mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli farebbe («ih»
toprofontuofo. Bem, Quejlo ufficio dilodar Ulingu*
latina per molte ragioni dee effere mjbro ; parte per ef»
fergiàdejlinatoad infegnarla pubicamente : parte per
ejferltpiu partigiano che non fono io , il quale non tifli*
no cotante: fi che però io difèregi la uolgare Tofana :
n $ cr
DIALOGO
<jr a tcbe io non la prepofi fe non ad un Mirebefatoyoue
■ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo .
Dunque a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt
to iUa ]xngui,atta quale il nome uoflro,cr la fama uofhra
è grandmane obligata: cr con quello buongentilbuo*
ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò
di confeffire d'bauere anzi dello feemo, che nò, per udir
uoi ragionar della fua ecceUenZd.L AZ.Et io, poi che UO
lete cofi ; uolontieri la loderò , con pitto di potere ìnfìe*
inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri*
ZA che uoi (babbiate per mule. B e m. San contento : mi
fu ilpatto communc,cbe quaio uoi uituperarete; io pofa
fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo
dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin
gua latina, rendendouila ragione perche io la preponga,
atta fignark del mondo ; ma finire non neramente, tanto
ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren
do fìcuro , che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai
efferle molto più amico , che uoi non fiete al prefente al*
Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi farete da*
poi. bora io uoglio per lamia parte , che qual bora cofi
direte,cbe io non intenda , interrompendo il ragionamen
to,poffapregarui, che la chiariate. Laz. So» con*
tento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine
cimio,cbt quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli
Muti animali, in quejl'una principalmente ci difcoliiamo
da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un (al
tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic.
Dunque fe cofi è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé
DELLE LINGV
bruti , il qu*k parto ì er fcriuerà meglio. Per la
cofa chiunque ama d'ejfer kuomo perfettamente , ceti o=
giti Audio dee cerare 'dì parlare , er fcriuere perfetta*
mente : er chi ha ucrtìi di poterlo fare , ben fi può dire *
ragione lui effer tale fra gli altribuomini,quali fatigli
buomini iftcfc per ricetto alle tejiie . qua! tutti di
parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini quafi uguabnè*
te j appropriarono. Onde le loro lingue uègono adefur
qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci (anno diuerfi
per eccellenza dalle barbare^ dalle irratioitaU creata
re. Et è hi drittoiccnciofta cofa che tra poeti volgari ufi
tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag*
guagliarft a virgdio,ad Homero, ne tra foratori a De=
molibene,oaì\ùrco Tullio, Lodate quaiouoltte il?c
trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne egua
Upò>ne inferiori troppo nicini li facciate alli antichwn-
Zi da loro tanto lontani li lrouerete,cbe tra quei rifares-
te cft d'annoverarli . Hcra no ucglio nominar d'un in n*
no i jeriffori Greci, et Latini di gradcjcccllòta,cb'io «3
ne Marci a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle due
copie. troucrajii a cofloro in altra lingua alcun paref di"
rò di memai no fono di fi rea uoglia,ej fi fW/to.cbe leg*
gelido i lor uer/i er Icrationi Icro^on mirallegri . tutti
gli altri piacer iMtigU altri diletti, fejìcgiuochijuoni,
caulinno dietro a que^uno.ne dee b«omo merauigliar
fene,però the gli altri folazzifono del corpo jet quello è
dell'animo . onde quanto èpiunobile cofa rinteflettodel
Jen/o, tante è maggiore et più grato quejlo diletto di tut*
ti gli altri. Coki. Beri iti credo ciò ebe dicete ipe*
N 4 roche
DIA LO G O
roche qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del nojbro
Boccaccio, hnorno certamente di minor fa\na t che Cice-
rone nmè,Ìo mi fento tutto cangiare : majìtmamente leg
genda quelli di Rujlico,&- d' Alibechrf Akthiel, di Pc
ranella,^ altre cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di
chi le legge , cr fanno fagli a lor modo , Ver tutto ciò
io non direi ioutr buomo arguire f eccellenza d'alcuni
lingua : più lofio credo U natura de le cofe deforme bd=
vere uirtà d'immutare il cerpo,er la. mente di chi legge.
B e m. Qucjìo nò,ma la facondia è fola,o principale c#>
gtone di far in noi cofi mirabili effati. ey elicgli fìa ti ue
rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò, ey il Boc*
caccio mnthofcanoiv non faranno quefti miracoli,
dunque meffer Lazaro dice il «ero, quando di idi effetti
pone la cagione nelle lingue . JM i non proua per qucjìo
tafua ragione non fi doucr imparar altra, lingua , che U
Istmo, i ej la greca : perocbejc la nofha volgare froggi=
di no» è dotata di co fi nobili autori: già nonècoftimpof:
fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco meno ecc cl-
ienti di Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella
Ungi wAgare,qualifono cofloro nella greca,ty nella la*
lina. Lai. Quando cgliamtcrra , che la hngtu hoU
gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes
rUy i [noi Xìemoflbcni iOÌlhoraconpglierò che ella fia
cofa da imparare , come è bora la latina , ©- lagreca .
Ma qucjìo mai non farà: conciona cofa che la lingua
non lo patifee per efjer barbara ,fi come ella è ; er non
capace ne di numerose di ornamento . Che fe que quat*
tro,non che altri, rinafeejfero un'altra uolta, © con l'in-
gegno.
DELIA 1INGT A. IOI
pgm,e con {"industria mcdefima,con la quale grecami"
te cr ùtinmente poetarono cr orarono , parlaffero er
feriueffero uoìgmncte^i no [{irebbero degnidel nome
foro . Non uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no*
mi non declinabili, i utrbifetrzA coniugatone , cr /f nzd
participio ;er tutta finalmente fetxtd niffuna bontà* CJ*
meritamente per certo: contiofiaa>fa,cbe per quello che
io n oda dire da fuoifeguaci , la fua propria perfettionc
eofftc nel dilungarfi dalla lamaìneUaquale Miele par*
ti dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione mi
tajje di biafmurla, quejìofuo primo principio , cioè/co*
farfi dalla latina,* ragione dùneflrdtìua dcSafua pravi*
tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte d'bauer battuto
la origine,e taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt
cipalmente,piu che odiarono li Komam t cioè da fracefv,
tt da Provenzali : da quali non pur i nomi,i uerbi, ©* gii
tduerbi di leim torte anebora deh" orare,*? del poeta*
refiderittò. O gloriofo linguaggio . nominatelo come ni
piacevole che italiano nòn lo chiamiate s effendo uenm
to tra noi d'oltre il mare , 0* di Ila daUdpi } onde è chtufc
f [Un : che gii non è propria de Frane* fi la gloria, che
fiatine fiano inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata
ncMlmperiodiRomain quamainon uennein Italia
ttatiom niffuna fi barbara,?? «>fi primi dtbumanità,
Hwwi > Goffi , Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro*
pheo , non ni lafcùffe alcun nome , o alcun nerbo de pi»
eleganti, ctìeUababbiaifj mi diremmo ibe Hoig<o»
mente parlando poffa nafeere Cicerone, o Virgilio i Ve
rmente fequejhkngM fujjc colonia delklatina ;non
oferei
DIALOGO
«/era eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m
óiftinti canfufione di tutte le barbarie del mondo.nelqui
k Cbioi prego Dio che mandi ancbora li fu* difcordia ;
U quale sparando una par oh daU altra , er ognun* di
loro mandando alla propria fua regione ; finalmente ri*
mmga a queHapouera Italia il fuo primo idioma : per lo
quale non meno fu merita dalle altre prouincie ; che te
muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte
tofe uolgari,?? guadagnato pimi d'baucre affai in per
Aere di fìudiarlexb'egli è meglio non lefdpere che faper
termi quante uolte per mia disgratia rìbo alcuna ueduta
iltrettante meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és
ridtpenfando fra me quale fu già, er quale è bora li Un*
gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT noi uedranogUmai
Cicerone } o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno
Schiumi , che Italiani uolgari ; faluo fe per gioco non
fi dirà in quel modo, che iferui fanno ri lor Re ; er i prU
gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi Cicerone,
Morder Turchi pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò
parlando una uolu con un mio amico, che moto ben sin
tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo udir dire , chi
Auicenna banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con
nofceumo efferfuenon tutto iWinuentione delle cofa
quanto allo fide , ndquale di gran lunga auanxaua tutti
gli altri fcrittori di quella lingua , eccetto quelbde l'Ai*
corano. Dunque come proportioneuobncntc Auicenm
fi direbbe Marco Tullio fi-agli Arabi ;cofi confeffodi.*
vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè morto il Virgi*
Ito uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio.
dipmto.
DELLE L ISQVE. IOl
dipìnto . Ma il buono cr il nero Virgilio , ìlquale , k*
f dando fornire da canto, dotterebbe rbuomo abbraccia*
re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f Homero ; cr
facendo altramente fimo a peggìor conditione, che non
fono gli oltramontani, li quali esaltano cr riucrijcono
fommamentek nojìralmgua Latina ;er tanto ne ap*
prendono, quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe
pare in loro fuffe al difio ; mirendo certo che di breue k
Gcrmmia,et kGallia produrrebbe di molti ueri Virgilif
Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er uergogna del nojiro
pocogiudicio)non fokmcnte non l'honoriamoynaa guì*
ftdiperfone feditiofe tutta uk procuriamo di cacciarla
della fuapdtrkìzr in fuo luoco far federe queffaltra-Ael
U quale ( per non dir peggio ) non fi fa patria, ne nome.
Cori, A me pare meffer Lax<iro,che le uofbre ragia
mperfuadano dltruia non parlar mai uolgarmente :U
qulcofd non ft può far e, fatuo fenon fifabric&ffetmd
nmua città* k quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi
parUfjefe non latino . Ma qui iti Bologna chinop. par.*
laffe uolgare t non barebbecbil'intcndeffi ,ey pareb*
be un pedante; ìlquale con gli artigiani fitceffe il TwI*
Ho fuor di propofito . L a z. Anzi uoglio , che cofi
come per U granari dì quelli ricebi fono grani d'ogni
manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre biade fi fata-
te , dtUe quali altre mangiano gli buemini , altrele be*
fliediqueUa caja;cofi fi parli diuerjamente bor lati*
no , bar uolgare , oue er quando è mejlieri . Onde fe
Ibuomo è in piazza , in uiSa , o in cafa col uolgo , co*
contadini, co' ferui, parli uolgare, cr non altramente :
ma
DIALOGO
ma nelle [cole delle dottrine er tra i dotti, oue pofii/cmo
Cr debbiamo effer huominifu bumano,eioè Ittino il ra*
$jonamento.cr altrettanto fia detto della fcrittura:k*
quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la elettrone latina,
«taf imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide*
rio di gloria ; la quale mal ci può dar quella lingua , che
«acque , er crebbe conia nofbra calmiti* fj tuttauia fi
tonfava con krouina dinoi.'B & m. Troppo afpr amen
\e acculate qucfta innocente lingua: la quale pare che
molto più ui fu in odio : che non amate la lattina er k
greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di lodar quel*
k principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo
il cafo,mtuperare; bora bautte fatto in contrario: quelle
non bauete lodatoci quella una fieramente ci biafimate;
et per certo a gran tcrto: peroebe ella non è punto fi bar
tarara, ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci
bauete dipinta, che fe la origine di lei fu barbara da prùt
ciptoi non uolete uoi che in ifyatio di quattrocento o cin*
qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia? per certo
fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac
dati uennero ad babitarc in Italia, farebbero barbari: le
perfone , i coflumi ,ryk Imgualoro farebbe barbara :
lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa , quantunque
manfueta, er bumana fi potrebbe dir barbara fe l'erigi*
ne delle cofefuffe bafìate di recar tcro quefìa infame de»
nominatione . Confcffo adunque k lingua nojtramaterz
tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta
di molte er diuerfe uocijnomi,uerbi t ZF altre parti dora
tione ile quali primier amenti da prone ©* mie natani
d e 1 1 v l i H o v i. ro^
in Italia iiffemirutcpid cr artificiofa cura denojìn prò
genitori in fime raccolje : er ad m fuono , ad uru nor*
md , dà un ordine ft fittamente compofe , ebe c$i ne/or*
«uro» qttctk imgtu, k quale bora è propria nofha,cr
tion d'alai, imitando in quefìo ld madre nofbd natura: U
qudle di quattro elementi diuerfi molto fra loro per qua»
liti , er per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti , er
più nabli i che gli clementi non fono , imaginatcui, mefi
fer UXtro , di uedere [imperio , k dignità, le ricche
zc , le dottrine , er finalmente le perfone , er la lingua
£ Italia in forza de barbari in maniera , che il trark lor
Me mani fu cofa quafi imponibile : ttoi non vorrete m
uerc al mondo imercantarie ifiudiarc! parkre uoicuo
fb-i figliuoli ì Ma kfckndo da parte [altre cofe t parla*
rete latino, cioè inguifa,cbe no it intendano iBolognefi;
o parlante in maniera ch'altri intenda,^ rif^odat Dan
qut una uolta il parkr uolgarmente era fona in ìtalk ;
ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi dice > di
quella faxa , er neceflita torte , er l'inéujìria detUfud
lingud.Zt co/ì come nel principio del mondo gli fcuouii-
mdaUefiere fi difendevano fuggendo,®- uccidendo few
za altro; bor paffundo pia oltre a beneficio er ornamene
to deUd perfona ci uefiiamo delle lor petit: co/ì da primi,
d fine follmente d'effere intefi da chi regnata , perlaM*
mo uolgdre : bord a diletto,er a menarla del nojbo no*
me parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O egli farebbe me*
g(io che fi rdgiondffe latino : non lo nego ; ma meglio }w
febbe anebord , che i barbari mai non baueffero prefa,
ne dibatta [Udii i cr the l'imperio dì Komafuffe du-
mo
DIALOGO
tato in eterno, Dunque fendo altramente., àie fi dee fa*
re f uoglùtm morir il dolore! réiar mutolii V non par*
tar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì
Le afe, i feinpi/jCr finalmente ogni artificio moderno,
i difegni, i ritratti di metallo er di marno non fono da e\
fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però habitare tri ho
fchi f non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc , nanfa*
criccare , non adorar Dio i bafla a rfciwwo mffer L*=
zaro mio caro, che egli faccia ciò che egli fa, er può fa*
re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, &
mmonifco ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er
Utina, quelle abbracàe,queHehabbia career con l'aiu*
to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no
ha partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm
po P w ui uuò dtre, farà alcuno perauentura,cui ne na*
turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì
auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me*
vUouolgare, ée latino inunfeggetto, rjmuna ma*
ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi
vedete le cofe latine del Petrarca , cr del Boccaccio, &
^tagliatele aUc loro uolgarUi quelle niuna peggiore
iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda capo
confei» & ammonifeo noi meffer Lazaro , [cratere er
parlare Unno , comequetio che $ai meglio jatuete&
parlate latino , che non uolgare : tua ira gcntilhuomo,
il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro
nlcanentollrmgedfar altramente , olir amente confi*
dio • cf /scendo altramente nmfolmente non muerett
l^ Q mrato,m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,&
parlano*
DILLI LINGVE, 104
parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ;
ouetnalamentc fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe
a dottiparimentc,cr indotti Ne làperfuadaTtloquen*
tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com
pontre uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo
della lingua moderna, è in alcune materie poco meno nu
torrefa, &■ di ornamenti capace delia grecai della fd=»
ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le
profe il lorfluffo di orationeje lorjigure,ey le loro eie*
gonfie di parlare, rcpetitioni, conucrfioni } complefiioni
cr altre tai cofe-per le quali uon è forfe t come credetegli
uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono diuerfr.
Torte del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn*
nella Lima, ey nella tbojcana . Se meffer tataro ci ne*
gaffe quefio: io li dcm4ndercì,onde è adunque ^che le cen
to noueUe non fono beUe egualmente,™ ifcnettt delVe
trarca tutti parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che
egli dkeffe niuna or ottone , niun uerfo tbofeano non ef*
fer più brutto, ne piti bello dell'olir o,w per confeguen*
te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o neramente con
feffarebbefra le molte compojìtioni uolgari alcuna più,
alcuna meno clegóte et ornata demolirà trouarfhla qual
cofa non farebbe cojj, quando eUefuffero del tutto priue
dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore
io negai k lingua moderna bauer infe numero, ne orno*
' mentore confonantia,w lo nego di nuouo, non per ejbe
rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc Thmmo,fttt
za punto faptr fonare ne camburro , ne tromba, jolo che
gUoiama mito, per la loro fpiacciiokzxa, pttogùtdi*
care
DIALO G O
ure non effere firomcnti atti tifare hamtmU , ne
Mo ; coft udendo, formando per me mcdefimo que*
fte parole uolgari , alfuomdi ciafeunadi loro feparat*.
tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente affai bene
comprendo , che diletto poffanorecare agli orecchi de
gii afeokanti le profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è,
che queflogiudicianon Uhi ogrìuno t ma colora foUmcn
te , i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti , er de i
titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue
eri/io giunte alcune natii de Turchi, udire in quelle mi
tornare di molti fbramenUi dei quale nel più. fpkceuole,
nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co
loro, che non fono ufi Se dclkie fìtalit , pareua quella
una dolce muftea ndtrettanto fi puodire della numero?
fità dett'omianc , er delnerfo di quefta lingua. Alcuna
ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*«
(4 er mcn brutta fa CtmdeR'altrayna quella infe è tur*
mania?? mufm di tamburri,anzi d'archibufì e di falco*
netti , che introna altrui [intelletto, er fere,?? (ìroppia
fi fattamente , che egli non è pw atto a riceuere impref*
Clone di pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape*
rare. Per la qual cofa chi non ha tempora «erta di food*
re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee fare o*
tiofo , che por mano a i tambum traile campane delia
volgare: imitandoieffempio di PaUadede quak-per non
fi dilìorcere ttelk faccia fonandogittò uia la piuaji che
era data inuentrice va' fu a lei più gloria il partirla da
.f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che
non fu utile a mrfia il ruoglterla , a 1 fonarla, , onde ne
perdette
DELLE I.IHGVI, IOJ
perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore quéprinùm
tiebi Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd
nicrjjHow udendo con /fatto trappaffar la hr uita : er
àie noialtri pojìeriori habbiomo fatto dellahriii forza
titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà altrui
quelli violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria
fu a loro l'ejjlr folerti nelle miferie : ma biafmc,crfcor*
noianatltrijhora che liberi femojl dar ricette &con
jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della ncjìra
utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare :
altro non effetido quefla ìmgua ualgarc , che uno iv.ditio
dimojlratiuo della ftruitù che gli Italiani Guerreggiane
do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo fo=
ro tri argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice)
Rampare gran quanta di danari di cuoio cotto col cerno
di fan Marco, er con quelli fcjlcntò, tj uùifc laguerrai
cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace
hmeffero continuato a prendere quella moneta, ejrafar
h digiorno in giorno più bclla,tj dimiglior ccramegià
farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara fc alcu*
no ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento ,fa*
eeffe del cuoio the foro ; non farebbe egli pazzo coftuiifì
ueramtnte . Ma noialtri, cui mancando iltheforo lati*
no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolga*
re ; quelli non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he
étto nonne conofee , «e tocca , ma uenutone fatto di ri*
courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia conferiamo :
crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo*
ro, er l'argento di Roma , diamo ricetto alle reliquie di
O tutta
DI A I O G O
iultta labarbariadehnondo. Cori. A me paremef*
fer Lazaro,che quello non fu ne lodar la lingua Latin*,
ne uitupcrar la uolgareyna più tojlo un certo lamentar fi
drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco fruttile >ft t
cofi è molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non
vi uedo partir ttobntieri. L a z. Varui che"! bufimo di
quefta lingua fta poco, quando io congiungo ilnafcimen
to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0' del nome latinai
CT l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel*
letto tgi'a me non laudante in que&a maniera , per far*
mi piacere . Cor t. Citi non giudico biafmo-ma me*
Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer quella, di cui
non può Ihuómo parlare y tacendo larouìna di Rem,
che fu capo del mondo . cr che quello fta ucro ì poniamo
che non i Barbari, ma i Greci Ib^ejfcro disfatta,cr che
da indi In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un biaft*
mrefte la lingua Àttica iperoebe tufo di lei fuffe con-
giunto alla frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato fujfe,no finb
be fulaguafta ,ma riformata l'Italia .perche non fola*
mente non biaftmerei il disfacimento di quejio imperio,
ma loderei Dio che lui batte ffc uoluto ornare di linguag
già conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag
giare il danno Sbatter perduta la lingua, che la libertà ì
L A z. Si fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu
fbuamo,o franco,ofoggettOì fempremai è huomo , ne da
ra più d"huomo ima li lingua Latinaha uirtudiftre di
buomini Dei, cy di morti , non che di mortali che ftamo,
immortali perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma*
pò , efee/t dijìefe per tutto , è gii guajìo ; m U memori*
dm
DELLE LINGVE. IQ< J
detta grZdexza di hà conferita* neUhijhrie ai Saltijlh,
CT di Limojura ancora, durerà fin cbe'l deh fi mal
uerauzr altrettanto fi può dire delF imperio^- della /w*
gita de Greci. Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà
le p molti fccoli non l'ba,cb'io credala bijùria arerai
latinawne Greca, e Latinayna come l'bifiorid ch'èttà èi
laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i fempre
mai (tome alcun due) testimonio del tempo , luce della
ucriù, utta della memora , maefko della ima d'altrui,
crnnoucUamento dell'antichità. Lat. Voiditeilucro
no effer propria qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La
Une,non che altra lingua ne fa partecipe , ma percioebe
tutte l h,)lorie Gre. he , & Latine non hanno battuto tal
pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme
compoje alcuno hitomo eloquente ; fendo perfette quelle
die lingue. Onde gli animali di KomaM quali lenza aiu
no ornamento , ccnfanplki , er anclwra rozze parole,
narrammo gli auenimenti di lei , non durarono molti an*
ni m di hro fi parlerebbe ; fe altro fcrùtore,quafidaco
paltone molfo, non ne faceffe parola. Dunque fe quelli il
tempo ha fato dtuenir nulli , li quali affai doueuam ha*
tur di elegantia , effeuio ferini latinamente , bar che}*
dell btjhrie uolgart ì cui ne naturale dolcezza di lingua,
ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far care , ne
gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben
bene in che coft confitta la foauit* della lingua, cj-dcUe
parole latine , er la barbara jbiaceuotezza deRe uM*
gari , anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza,
grandìfiÒM numero di nomi, participi Latini con
O 1 Lro
DIALOGO
toro ftrana prowntidtione, le più mite mi fuortd.no non
fo che Bcrgamtfco nel capo : àkrdtant ù fogliano forcai
ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una fimilc
ielle uolgari la nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di
proferire. hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori'
Ù concijtor iole non è giudice competente del fuow , CT
degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota k
Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni
però Bergamafcd : ne perche tdefidgiudicdta^iumdo
ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto , hiueda
letto in Ouidio , lAida Re più falere lodare Io Ridere
delle cannucae di Vdth che kfoautù deUd cetra fApal
Ìo. C o r t. Ecco io fon contento diconfejfxrui , chele
crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi
\nì due , per qual cagione la imncrofiù , ej confotidnza
delle ordtioni, er de uerft di queftd lingua chiamale ma
ftutarcbàuft : condofucofd che i gran mdejlri di con'
tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non
mùfamo canto , o mottetto,cbe le parole di lui nofiano
Sonetti , o Casoni uelgari.qucflo è pur fegno che i no»
fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è,
gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto,
CT quella delle profe, cr de' uerfi una cofa medefimam
suite fono,& diuerfe , onde non fotmente delle coft
malgari , ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con
fi , c>~ mottetti t della cui barmonix generabnente sinica
4c ogni oreccbia;pcroche quali fono ifaporidUa lingua,
fj a gli occhi , CT di ndfo i colori , & gli odori , tale i il
J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor tutu*
DELLE IIUCTI. 107
ra,etfenzd jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia
ccuotc,cl dijjikceuole.Mail numero,?? -Ubarmonk dei
l'or ationc,&- del uerfo latino, nonè altroché artifìcio*
fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe , fecondo labrt
uitì , er li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk
che noi altri cbimkmopicdi, onde mi fioratamente carni
m dal principio atta fine il utrjb , <cr loratione . er fono
dìdiuerfe maniere quefìitai piedi , facendo i loro pafii
lunghi,®- corti, tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo-
do, er c beWarte quelli inficine adunare fi fattamète,cht
iten disordino fra fc ftefiijna tuno, atfaltroyt? tutti in*
ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma*
teric alami piedi fono qujfi peculkrhetfra lor piedi qua
li meglio,quali peggio s'accompagnano al loro ukggio i
CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne, no bauen
do riguardo ne atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit
tende di ragionare i uerfì,^ torationifue nafeono zop*
pe,CT non dourebbe nutrirgli: et' di queftd eotal melodia
non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei altreft
poffmto formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro*
faianonfodireperquairagione fiammerofa chiama*
ta,fe Hbuomo in lei non s'accorge,o non cura ne di fpon*
dei,ne didattili , ne di trocbei,ne danapejU, er finabnè*
te diniuna maniera di piedi : onde fi moue l'oraitone bea
regolata . Veramente quefìa nuoua befìia di profit uol*
gare,o èfenza piedi, er fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha
quelli dijpetie diuerfe molto dati* Greca , er dalla La*
ima : er per confeguente dì coft fatto animale , come di
tncftro <t cafo creato ,oltrdticojlume,a- l'ùitentione di
O 3 egli
DIALOGO
6%ni buono inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte , ne
faenza . iuerfi neramente, inquanto fon fatti iundiàfìl
libc t rion.paionoin tutto priui di piedi, che lefllibe
in loro hanno luogo , rj- nfficio di piedi : ma in quanto
qneUc cotal poffono effer lunghe , er breui a lor uoglia;
m ti non.d'trò che fia diritto il lor eaUefaluo fe M ojìgnor
non Jkeffelc rime effer fabpo^gio de uerfi , rbe zìi fi*
ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual ofa non
itti par itera ; pcroche , per quelle ch'io n'oda dir; le rime
fono pia tefìo come catena del Sonetto&aUa Cannone;
che piedino nunì, di uerfi loro, et tanto uoglio che ne fu
detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello che
fe ne può ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie
jìacr troppa forf?, (e aUaerefenza Monfignore firn
guarderà : il quale meglio di me conofe , er piton'ame*
rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt
mcrì,come fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa
no riha lafua parte, er m à>e modo la fi babbix , per ef
fere affé facile da uedere,ma lontana dal noftro propos
nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan*
zi confidando quello effer itereche ne dicelie , non tan*
to perche fa uero, quoto perche fi ueda ciò che nefegm
io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi dttem
patena che nò-, effer però anchora affi picchia , er fot*
tile uerga la quale non haappieno fioritolo che i frutti
prodottile ella può fare: certo non per difetto della ni
tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre; ma
p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col
tiuorono abaftazam aguiftt dipianta feludggiajn quel
medeftmo deferto , atte perfe a nafctre cominciò, fenzai
vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni ,
che le fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi
morire . Etfeque primi antichi Romani foffero fiati jì
negligenti in colature la Latina , quanto 4 pullular co*
tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu*
td fi grande ; ma cfii,* grafi di ottimi agricoltori, lei pri*
interamente tramutarono da luogofdudggioadomeftU
co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli, rt maggior frut
ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo*
ro (ambio lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol*
mente detratti dalla Greca : li quali fóltamente inguift
le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al tronca che
boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin*
di nacquero in lei que fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e -
hquetiza-con quel numero,?? con qucU ordine ifltffo, A
quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua natura >
quanto d'altrui artificio aiutata , fuol produrre ogni Un*
gua . Perochel numero nato per magiflero di Tbraft*
macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate finalmente fc*
ce perfetto . dunque f Greci , er Latini huominì pi»
foUeciti alia coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al*
U nofka j noi; trouarono in quelle fe non dopo alcun
tmpo,cr dopo molta fatica , ne leggiadria:, ne numero i
già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue*
mo tanto , che bafìì , neSa uolgare ; ne quindi de prcn»
der Ihuomo argomento a [brezzarla , come uil cefa , er
dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa*
rtbbt meglio dk fu >z? none una fa Ilota, per lo paf*
o 4 /fife,
DIALOGO
fato , cr fa Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè
uerrà, che (f altra tinta eccellenza fia la volgere dotatd,
che [e per effer e a wfhi giorni di ninno flato s crmen
gradita ,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e*
ra gii grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani
mi non douea kfeiar fermare le radici furi ultra lingua
nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU
la Hebrea , Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre
miffe Àouer effere al mondo fola una lingua t ej non più »
anele [ertueffero , ey parkfjero li mortali , cr aiterebbe
#f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra U
lìngua Thofcani , cr quella con uofbre ragioni efìirpare
del inondo, uoi parlarefle etiandto cantra li "Latina , &
U Greca . benché <j:«/f a pugna ftefìtn 'crebbe non fo*
lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra Dio:
ilquale ab eterno diede per legge immutabile ad agni co
fa creata non durare eternamente ; ma di continuo duna
in altro fiato mulxrfi: bora duanzando,et bora diminuì*
do fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon rìno*
ttarjt. Voi mi direte } troppo indugia boggitìtai la perfet*
tione della lingua, materni : er io ui dico che cofs è,come
dite imitale indugio non dee far credere altrui effer co*
fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui può fif
eerto lei douerfi lungo tempo godere la fua perfezione ,
quarhora egli auuerrà ch'eUafe l'babbia acquiftata. Che
cofì usici la natura : la quale ha deliberato, che qual or*
ber tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla inuecebìe,
ZTfs muoia : er in contrario , che quello duri per molti
ami , il quale lunga Ragione bar a penato a far fronde ,
Sari
DEI L S L INQYI. 109
Sarà adunque U nofira lingua in conferuarfì la fua dota»
ti perfettione lungamente difidcrata , ey cerati* lìmite
forfè dd alami ingegni ; fi quali , qmnì o tnen fàa'&ttenfe
dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi» dijjìcìtmcntr le fi k/ei<
no «/ciré (fella memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della noftré
vergogna >effendo uenuta in Italiainfieme con la rovi*
wa di lei . Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra folertia ,
cr del noflro buono or dimenio : che , cofì come uenenda
Enea dt Troia in Italia ad bonor fi recò lafcìare fcrìtto
in un certo trofico drizzato da lui,queUe cjfere (lato fe
armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci
puooffere l'hauer cofa in Italia tolta di mano a coloro,
che noitolfero di libertà . virtifinabnente^itando effer
uolcfti maligno, più toflo douerfì adorar daRe genti il So
le orientc^c l'occidente: la lingua Greca& "Ldtinagii
effer giunte ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar
tafoUmente tj ingk>flro:ouc quanto fio, difficile cof*
Imparare a parlare : ditelo uoi per me,cbe non ofate dir
cofa latinamente con altre parole, ebe con quelle di Ciee
reme . Onde quanto parlate, uferiuete latino non è al*
tro,che Cicerone trafyoflo più tofio da ebarta a Siria ,
ebedamaterka materia : benebe queflo non è fi uofhro
peccato , che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj
maggiori , er migliori di me i peccata però non indegno
difeuft , non poffendofarfi altramente . Ma quejìepo*
che parole dette da me cantra U lingua latina per land
gare non difiiper uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto
bene difenderebbe ejucjla lingua nouette chiper lei far
uolcjfedifféfa : quando a lei non mancOttK cuore , ne or*
D T A L O CO
mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore che
cofUetniatc dì dir maledeUa lìngua lattina ; cernie fe eU
U f 'offe k lingua del uoflro Sant o di Padoua : alla quale
è ditanto conforme, checome quella fu dipcrfimagin ui
uaUctàfantitÀè cagione che bora pofla in un taberna*
colo di criHallo fu dalle genti adorata; cofi quejU degna
reliquia del capo del mondo R orna , guaflo er corrotto
fià molto tempo , quantunque boggimai fredda crfecca
fi taceu inondimene fatta idolo dalcune pqcbeeyjuper
jlieiofe per folte , colui da loro non è Cbrtfìiano tenuto t
the non l adora per Dio . lAa adoratela a uojb-ofetmo,
fola che non parliate con effo ki. er «olendo tenerla in
tocca cofi morta come è, firn lecito di poterlo fare : ma
parlate tra uoi ciotti le uofhe morte Latine parole ; er d
noi idioti le noflre uiue uolgari,con la lingttd che Dio ci
dteiejafitte in pace parldre.BE ti . Doueuate, per ag*
Quagliarla compitamente alla lìngua del j 'anta , foggion*
gere qualmente torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì
Uo le fono degnLcr pretioftftimi tabernacoli ; onde ki co
tuie cofa beata riuerìamo,et incbìniamoMa per certo ne
lma,nt [altra non mcritaua che la tenejìe per morta-fi*
perando tutt'horanewrpi nofìri et nei 'anime quella fa*
httc,qnefla utrtutez con tutto ciò lodo fommamente la no
fha lingua uotgare,cioè Thofcana ; aceìoebe non fta al*
arno che intenda della uolgare di tutta italia : Thofcana
dicojion la moderna, che vfa il nolgr hoggidi ;ma fanti
eamde fi dolcemente pariamo il Petrarca tj il Boccac
ào:rhe la lingua di "Dante fente bene^et fyeffo più del lo
bardo,chc del Tbofcanoì tt oue è Thofcam, è più toflo
Tbo*
DELLE t I H G V E. 113
Tbofrdiìo di contado,ehe di città. Cunque di quella par*
h,quella lodo,queÙa vi perfuado apparare, ebequantm
que ella nenfugiunta aìlafua uera perfettione, ella non
dimeno le è gii uenutafi preffo ; che poco tempo ut è 4
uolgere ; oue poi che arriuata farà ; non itibito punto ,
che quale è nella Grecaci nelk Latina, talefia in lei us-
ti di far uiitere altrui mirabilmente dopò la tnorte, cr «I
Ibora fi k uedremo mi fare dimoltinon tabernacoli, m*t
tempi;, V ultori : alla cui uìfitatione concorrerà, da tutte,
le parti del mondo brigata di fpirii i pellegrini j che le fi
ranno lor tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut. Dime
quefeiouorrò bene fcriuere uolgarmète, couerramitòr
nare anafeer Tbof^ano! Bem. Kafcer nò ma fìudìar
Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer Lombar
do,che Fior ent ino i per oche Tufo del parlar Thofcobog
gidiètanto cÓtrario dUe regole della buona lingua ibo
/tini, che piti nuoce altrui e ffernato di quella prpuincia.
cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì
ma wn può effer Thofca per natura cr per arte B E v.
Difficilmente per certo^ffendoTujanza,che per lughe%
za di tempo è quafi ccnuertita in natura, diuerfa in tutto
dalTarte,Onde,eome cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi
tediuienebuon Cbrijìiano, arpia crede in Cbrijh chi
mila credcua,q'ianto fu battexata ; cofì qualunque tton
è nato Tbofcano più meglio imparare la buona lingui
Tbofcana , cfie colui non fa , il quale da fanciullo in fu,
fempremai parlò peruerfamente Thifcano . Cort.
Io , the mai non nacqui,ne fludiai Tbofcano , male pofjò
rivendere alle ucftre parole ; mndimmo 4 me pare.cbe
DIALOGO
piti fi cormengd col uofho Boccàccio il parlar Fiorenti*
no madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde eglipotreb
he effcr molto benebbe huomo nato in Milano,fenza b4
Ucr mai parlato alla maniera Lombarda, meglio appren
ieffe k regole deUa buona lingua Thofcana,cbe nanfa*
rebbe il Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park
lombardo boggidì,crdiman d^matàmparle,etfcrìud
regolatamente Thofcano meglio , e? pi» facilmente del
Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al*
trainane a tempo antico per bene parlare Greco,& Ld
t ino, farebbe (iato meglio nafeere Spagnuolo,cbe Komai
HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem. Quefìotw:
perche h Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual
tnevtc in ogni perfona pure,et non contaminate dSk bar
borie dell'altre UnguexT coft bene fi parlauadalpopolo
per le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata.
Onde egli fi legge di Theophrafìo , che fu tun de lumi
della Greca elcquenza,effendo in Atbene,*Ue parole ef
fer fiato giudicato foreftiere da una pouera feminetta di
contado . Cojt. lo per me non fo come fi fila quejì*
coja; ma fi ui dico , che douendo Studiare in apprendere
dama lingua ; più tcflo uoglio imparar la Latina c h
Greca, che la uolgar : la quale mi contento ihauer por*
tato con effo meco dalla cuna & dotte fafcie t fenz* eer*
caria altramaite , quando tra te prefe , quando tra uerft
degliauttorìThofcaniB i m. Cofi facendo ucifcriue*
rete, et parlante a cafo,non per ragione: peroebe nium
altra lìngua ben regolata a tltalkfenon queu n ma,di cui
vi parlo , Cosi, Almeno dirò quello che io baucrò
BELI, I t I M fi T li HI
in cuore et Io jludìo che. io porrei in wfik&parolctte di
qucfh et di quellofi lo porrò in trottare et dijporrc i con
cotti del? animo mioionde fi Aerina la uitadellafcrittura:
che male giudicò poterfi ufare da noialtri a figafkttre i
nofìri concetti qucUalingtia, Thofca, o Latina ch'ella fi
fu.U quale impariamo,®- effercàiamo non ragionando
tra noi i nojbi accidenti ,ma leggendo gli altrui, QueSa
d di notori chiaramente fi uede in un giouane Vadouano
di nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che talhoracon mol-
to (indio, che egli ui mette , akutid coft componga atU
manieri del Petrarca , er fld lodato dulie perfone* non»
dimeno non fono da pareggiare i Sonetti, er le Canzo*
ni di lui atte fu* comedie , le quaUnelldfua lingua natk
Mturabnente,<cr damma arte aiutato par che gli efebi*
no della bocca: non dico però che huomo farina ne Vada
uano , ne Eergdmafco ; mt uoglio bene , che di tutte le
lingue d'Italia paliamo accogliere parole,?? alcun mo*
do didire, quello tifando cornea noipiacaji fdttMcntti
ehe'l nome non fi difcordi dal uerbo > ne l'adiettro dalfo?
Slantiuù; la qual regola di parlare fi può imparare in tre
giorni, non tra grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed
gentilhiiommnon ijìudiando , maginocattdo er ritów
do , fenza alcuna fatica » er con diletto de difcepoli , cT
de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa guift di
fiudio bajtaffe altrui a far cofa degna di laude,®- dt me*
r duiglu, ma egUftrebbe troppo leggera cofa il farli e*
terno per fama, er d numero de buoni er lodati lentia*
ri in picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che
egli non è. Btfognageuù^uomamio caro, uolèdo andar
DI A L o e f>
perlemmì,w per le bocScdeUe perfonedel monda,
lungo tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m fé
flclfo } difa di ù** Mammona degli huomintjudar
& agghiacciar più wltetct quanto altri itungii , et dùT*
me a tuo Agio . pmr /urne , & mgghure .Cor t.
Contatto ciò muffirebbe faalcofail diuemr ghrwfo j
cucaltrc bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne dite Hot mef
(er Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof: Hon-
fenorèi che (i «o/ìr a JcntetEci ponga fine die nojhrt
M L a z. Cote/io non/Vò w, cb'w uorrei éetditfen
(oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt tra (ora, «
cùct» d«ettt ^guìfa diregno partito , pw ^«ofmm-
*erorà#ro kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem
Memi contro aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU
mente dati 'amor denutriti lavale douete amare, er
riuerire fapra ogm cofa , ma daltodw che uoi portate 4
ùue&a lingua uolgare,che mncendo,utncerete il miglior-
«JiWtijidgmafdo del quale prende dmodo argomento
impararla , a «ti*** • L A C"»^* fM ^
totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi opra*
tecomr*ULatùia,v la GrecaM wMra lingua «olg**
refi M«> CT fi 4mua. Cobi. MWigmw . ne i
rwilaretóe giorti Kwer me debole combattitore, & gii
itinco«e& battagltadianzi Stinti conmeffer Lazaroì
tauttonta, & dottrina Kotfro ledili ambedue mfiane
mi datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco qualpm.
perche, non ttokndo mjfer Lazmcongwar con ejjo
*. - meco
DELIE LIMGVE. 11Z
meco <t difendermi^ ego uoifrgnor Scolare, che con fi
lungo I '.kntìo, cj fi attentamente ci bauete afcoltatUcbe
baimdo alcuna arma,con la quale noi mi poetate aiuta*
re, fiate contento di trarla fuori per me,che poi che <jue«
fla pugna non è martak,potete entraruifenza pma^ac
cofiandoni a quella parte,cbe piti ui piace: benché più to
fio ui douete accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct oue
è gloriai' effer uintodacofi degno auuerfarìo.S c no u
Gcntffbuomo io non parlifìnhcra,pcrocbe io non japed
che m dire , non effendo mia profetatone lo fatato delle
linguema uolontieri afcoltati bramando , CT fperando
pur d'imparare. Dunque bauenda a combattere m difejtt
d'alcuna uo&ra ftntenza > non ui pojfendo aiutare , to ui
coniglio , che fenzame combattiate; che eghè meglio
per uoi il combatter foh,che da perfona accompagnato*
la quée, come inejperta deformi , cedendo in fui prin-
àpio della battagli ui dia cagione di temere , Cf fard
dare al fuggire. Corteo. Con tutto ciò ,fe mipo*
tete aiutare , che a pena credo che fia altramente } fendo
fiato ft attento al nvfìro contratto , aiutatemi , che io uc
ne prego ,faluofe non jprexzate tal queBione, come uil
cofa, (jdift poco ualore, che non degniate di entrare in
campo con cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di
parlar di materia , di che ti Bembo al prefente , cr altra
uoìtail Peretta mio precettore inficine conme})er Lrf*
fcari con non minor fapienz*, che eleganza ne ragionò ì
troppo mi degnarei,jei fapefii, ma di ognicvja tufo
poco, cr delle lingue niente, come queiio, che della
tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere , CT dsfo togfM Lati*
B I A L o e o
tu. Unto follmente importi i quanto baflaffe per farmi
intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U quali,per
tjueUo che io noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU
ni,ma barbari: della uolgare non parb;cbe di fi fatti Un*
guaggì mai non feppi,ne maìcurdidifapercjdlua ilmio
Fado nano ; del quale, dopo iilatte delia nutrice, mi fu il
uolgomaeSlro . C o r t. Tur a wi cor.ucrrà diparlare,
fenm altro, quello almeno,cbe ri apparale àd vcreito,
eydal Lafcari ; liquali cofi fauuinente ( ceree mi dite)
parlarono intorno a qucUa mai erid .Scaoi, Poche
cofe delle infmite,che a tal materia pertengono,puo im»
parare > in un giorno , chi non le afcolta per impa*
rare; penfando che non b'tfogni imparare , Beh.
Dit ene almeno quel poeo , che ut rimafe neUi memòrid}
che a mefic caro [intenderlo . Laz, Volentieri in tal
cd/o udirò recitare lopenione del mio macibro Peretta
il quale, auiiegna cheniuna lingua fapeffe dalla Manto'
ima infuori; nondimeno come huomo giudiciofo, er ufi
rade uoltc a ingannar fi , ne può bauer detto alcuna cofi
eo'l Ldfcorixbe Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui adùqu e,
chefe niente ue ne ricordatdlcuna cofa delfuo paffuto n
gionamentonon ni flagrane diriferire.S c h o l, Cofi
ft faccia , poi che iti piace ; che anzi uogUo effer tenuto
ignorante,cofa dicendo non canofeiuta da. mei ebedifeor
tc/e rifiutando que prieghi^be deano effermi common*
fomenti, ma ciò fi faccia conpatto, che cornea me non è
bonore il riferirui gli altrui dotti ragionamenti ', cofi il
tacere alcuna parali , li quale dailbora in qua mi fu ««
fcit4detitt memoria t nonmifia ferino a vergogna.
Cort,
DELLE L I teC V E. 113
Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t purche dicU
te. Se ho L. L. "ultima itolta che mcjfer Lafckari uen*
ne di Trancia in Italia j fondo in Bologna , oueuolontie
ri habkaua i cr tuffandola il Perttto,come era ufo di fu
re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato con ef*
fo lui , lo dimandò meffer Lafcbari, Vofira cccelienza
macflro Piero mio caro,chc legge quejYamoiP e k. Si*
gnor mio io leggo i quattro libri della Meteora d'Anito
tele, L asc. Per certo bella lettura è la ucshra: ma come
fate d'cjpofitorìt Per, De latini non troppo bene ; ma
alcun mio amico m'ha feritilo duna AkffandrO. Lasc.
"Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte
le doppo Arinotele : ma io non credeua che noi fapefìe
lettere greie . P b ». Io t'ho Uttno,non greco. Lasc.
Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc.
Perche io giudico Aleffandro Apbrodifco greco come
c, tanto diuerjo da fé medejìmo , poi che latino è ridotto,
quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo potrebbe efjer
che uero fuffe : ma io non uifaceua differenza , anzi pai
faua , che tanto mi doueffe gwuare la lettione latina , cr
uolgare(fe uolgttre fi ritrattale Aleffandro)quàto a gre
ci la grecai con quefia jperanza incominciai a jiudiar
fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut*
te latino, che non Chabbiate del tutta, ma per certo la noe
jka dottrina farebbe il doppio,^ maggiore, cr mr^/io*
re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto
da uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro
lejpoje. Per. Per qual cagione ,'Lajc, Verciocht
piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole jo*
P no
DIALOGO
no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa fud Ungiti, che nel*
l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come
nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco,
per douer far fi più facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no
ragioncuok,anzi difconuencuole, non ifcemandof pun*
to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe
meglio, et più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa
lamente pbibfopbu,cbc non farebbe , dando opera alla,
grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per quefla
ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Gre*
co ; ma follmente il uolgare Mattonano ; a" con quefo
phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in feruigio di cbi uerri
doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA , quanti ne fono
greci,cjr latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo*
ni fi deffe a fare uolgari : forfè i buoni phibfopbantiff
rebbom in numero affai pia jbefii,che a di noétri non/o*
iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se,
O non u intendono uoiparlate con ironia. Peb. Anzf
parlo per dire il nero ; er conte buomo tenero deU'honor
degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi , cofì pre*
f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi
guardi,cbe io fu pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift*
deri di priuarne chi nafeeràdoppo me. La s c. Volon*
ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo*
tu conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelli*
gibile. p e r. DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi
quella età generalmente in ogni fetenza fon men dotti, et
di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e
centrati dome icondofu copi che molto meglio , &
DELIE LINGVt, 114
pia fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot*
trina trouaU , che trovarla] da fe medcfimo ? La st.
Che fi può dire altrove non che indiamo diw.ée in peg-
giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le
quéi mia ne n'ha, er ofo dire la principale , che noi aM
modeniuiuiamo uhiirnogran tempro, confinando la mi
glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua agli
anticbi.epcr dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe
nione,che lojludio della lingua Greca, cr Latinaji* ca
gione dell'ignoranza: che fc'l tempo , che intorno ad effe
perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido phihfophiaipcr*
auetitura Feta miderna generarebbe quei piatovi, ry
quelli A rifloteh , che proda eua Cantica . M<i noi tim
più che le canne,pentitiquafi Shauer UfcUto la cuna,ey
efierhuemini diuemti , torniti un altra uoita fanciulli,
altro non facciamo dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe
imparare a parlare chi hiino,chigreco,cs akuno(ccme
Dio utiolc) Tofano : li quali anni finiti,?? finito con ef=
fo loro quel uigore,zr quella prontezza , la quale natu*
ralmente /«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora
procuriamo difarcipbilofopbi, quando non ftamo atti al
Ufheculatione delle cefe . Onde feguendo l 'altrui giudi*
ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna Yilofo
fa , che ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat=
to,quaiitunquefato d' artificio f fimo dipintore , non può
efier del tutto fintile all'idei ; cofi noi,benche forfè per al
tezza d'ingegno nofamoputo inferiori a gli antichi ! 0*
dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto lungi > ì m
po fiati fuiati dietro aUefaucle dcUe parole colera final*
p i mente
n I A LOGO
mente mitwnopHklophando m^UakunACofié^
emiendodcemnw knojtra mduUru. Lasc. Dm
IJcljhdiodeUe lingue nuoce altrui finalmente, co*
Itici ditele fi dee f^kieivb? 9t% AnjA
JW/i far deismo per taire , che d ogni coja per
tutto Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se. Come
wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó d-reWe-
uiihuorc diphilofopbare wlgarmenteta-fenxa bauer
cogmtionedellalingua Greca, er UHM Vt%
fiLrfupur che gli autori Greci,V Latmifmduceffe*
rou dlani, Lasc. Tinto farebbe fruire Anftoff
ledi line** Grw tn umbri* ; fatto trafbmtareun
MMCKfi unaolm di un ben colto horUceUojn un bo*
C CQ di pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A ai
tre (ballcòe da queRe di aueU lìngua Volgare Per.
Io bo per ferra*!* le Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi*
ta er r ibJww, come U Kòmma , cr 1 Atemefefma
d'un medino wforr.rt d« mortoli^ un fine ccnungm
dici* formatele io non uorreiebe uoine parlato come
di coLdaUa natura prodotte ; effendo fatte ,cr regolate
dallo artifìcio delle perfone a beneplacito loro, non pian*
^Jmih^io^mimcemiAv^.
ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi
«uekJtatomMoytttro le parte delmndo una cofa
mdefum ^nondimeno, perciò che diuerfi huomm fono
didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcn*
te , la qitaU diucrfttà, er confufìane delle uoglìe mortali
degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque non na*
fcono k ''»g" e pw f e medefme, a giàfadi albergo <fber
he ; quale debbolc,w inferma nella fua fyetic,qu*kfaif<t
^rrobufla, etatU meglio aportarlafommsdinofbi kit
mani concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo dal uo
ter de" mortali, Per la qualcofa , cofi come fcn%a mutarfi
di co!ìume,o di natione, il Trandofo,et l'lngle{e,non pur
il Qfccojy il Romano, fi può dare a philefophare , coft
eredo ebe la fua lingna natia poffa dir iti compiutamente
communicare la fua dottrina. Dunque traducendof; a no
flri giorni la pbilofophia jeminata dal nofìro Arrotile
nebuoni campi tf Atbene, dilegua Greca in uolgare,ciò
farebbe non gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile
àueniffejna farebbe fi di kntam propinqua, V di for e*
{licra > cbe etU è y cittadina (fogni prouinàa . Et forfè in
quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc cofe orientali ano*
yroutile porta alcun mercatante d'india in ìtalia,oue
meglio perauentura fon ccnofciute,cr tratMc,cbe da co
loro non fono the olirà Umore lefeminorno > er ricolfc*
ro; fnnihnente le fpeculaticm delnofko Arrotile cidi*
ucmbbono più famigliarle non fon lwra-&' più faci*
mente farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare al*
cuna dotto Imomo le riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo*
no atte afìgmficarc diuer fi concetti , alcune i concetti di
dotti,alcune altre de gli indotti, la. Greca ueramente Un
to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr quelle fignijicd
re,natura ifieffxjio banano prouedimeto pare che ihab
bu formata : er fe credere non mi miete , credete abne*
P 3 f»
DIALOGO
no d Platone , mentre ne parla mljuo CrrfiRo . Onde ci
fi può dir di tal lingua. , che (piale è il lume a colori , tale
di i fu alle dijcipkne ifenza il cui lume nulla itcdrcbbc il
ivijiro bumano intelletto; mi in continua notte d'ignoran
tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad Arijìo
tilt, CT alla ucriùycbc lingua alcuna del mondo{fu editai
fi uoglia) non pojfa hauer da fe jlcjfa priuilegio di fignifi
care i concetti del nollro animo >ma tutto confìtta nello
arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di pbilofo*
phia con parole Mamouane,o Milane fi inoligli può ef*
/tv difdetto a ragione ; pia òe difdetto gli jìa il pbibfa*
pbarc,or l'intender la cagion delle cofe, nero è,cbe,per*
ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia
jc non greco & latino sgià credimi che far non pojfa aU
frinente : cr fain di uiene ebe follmente di co/e tuli, er
algori uolgarnun'e parla, orferiue la nofhra eti Et co
m: i corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con
alcuna uerghsita per riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri
mhleri della diurna philofophia più tojlo c5 le lettere del
l'altrui lingue, che con li tiiua uoce di queila noBra mo*
icrn a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei»
to da molti, ninno ardtfcediripigliarb . Ma tempo forfè
pochi anni apprejfo uerrà ebe alcuna buona perfona non
meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto mer*
catantia : cr per giouare aUdgente , non curando dell'oc
dio,ne della inuidia de litterati , condurrà d'altrui lingua
dia noilra le gioie, ryi frutti delle feicntie j le quallibo*
r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc,
Veramente ne di fama , ne di gloria fi curerà , chi uvrrà
prender
DELLE tIMGVE. I I ó
prender la imprefa di portar k philofophk dati* lìngua
£-A tbene nella Lombarda : che tal fatica itow,cr bufi"
mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò , per fa Doniti dc/k
ic/j<,ttM non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U
prima ne dica male,poco da pei mille, er mille altri lode.
ramo,tt benediranno ìlfuoj\udio,queUo ritenendogli
che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale , togliendo di mo*
rir per la fallite degli buomim ,fcbernito primieramen*
te,bujmato,cr trucifìffo d'alcuni tippocriti.hcra alla fi
ne da chi! conof<e,come iddio, et Saluttor noflro ft ritte
rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo uoftro
buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta
Mefia : il quale , Dio uogliacbefta fintile* quello che
anebora affrettano li giudei; acciò che berefia cofi itile
mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti
le . Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che
non ut fate a di noflri il Redentore di quejla lingua uoU
gare f P e r. Perche tardi ccnobbi la ucritk ;er a tari*
po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere.
Lasc. Cofi Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg*
giite;faluofe,comè fanno i maliticft, queQovicco no bU
fonate , ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le
ragioni dk nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb*
ha dirle per ifberxare icrnonè cofi eoft éffiàle U co*
gnition delle lingue ; che bucino di meno che di me*
diocre memoria , er fenz* ingegno ueruno , non le pcfft
imparare : quando non pur a dotti , ma d forfennati
Atbenicft , er Romani, folea parlare eloquentemente
Cicerone,?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio
P 4 «tfnif
DI A I O G O
«inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU
le dite lingue t non per grandezza d'oggetto ; ma) olamen,
te perche aUo lludio delle parole contri la naturale meli
nxtione del nojlro bumatio intelletto ci riuolgiamoul qua
le difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde
diurna perfetto , non contenta d'efferc altroue piegato ,
otte ornando la lingua di parolctte er di dande refli uas
ttd Li nofbra mente . Dunque dal contrailo che è tnttauid
tra la natura dell'animi , er trai cojlume del nojlro jlu*
dio,dipende la difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de*
gna neramente non d'wuìdktma d'odio: non di fatica 3 mt
difajlidio : er degna finalmente di douere effere non ap
prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non
è cìboma fogno , er ombra deluero cibo delTinteUetto .
V a s c , Mentre noi piatiate cofi , io imaginaua di
ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin Unguabm*
barda udirne parlai e tra loro ogni tùie maniera di
gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre tali per fané,
con certi fuoni,<cr con certi accenti, i più noiofi , er ipitt
{brani, che mai udijii alla tòta mia . In quejlo mezzo , mi
fi paraua dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po
veramente di rontagniuolo piangendo , er lamentando^
i' Arijlotih,cbe difprezzando lafua eccellcnzatbautft
fediate condotta , et minacciando di non twlre fior piti
in terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere :
ilquale ifeufandofi con effo lei „ negaua d'bauerU offefa
giamai : fempremai bauerla amata , er lodata ne me*
no che borreuolmente batterne fcritto , o parlato men*
tre egli luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae
U9
DELLE L I K G V E. I 17
no ncVergomafco , er mentire chi dir uolcffc aUranvm
te : olla qui uifione diftderaua che noi mfujHe prefetste.
•P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei tetto non douerfi U
pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc
con ogni linguai (ho ualorc effàhaffc : quefiofarfi an#
a gloria , che a ucrgogm di hi . la quale (e non fi (degni
Stergare negli intelletti Lombardi , non fi dee ancb$
(degnare (Teff, r tratta daHU br lingua : l'Indù , la Srtf
tbia,CT f Egitto,cue babitaua fi uokntieri,produrrc gc*
ti cr parole molto pi.i jkane e pi» bai bare, che non fono
bora le Mantouanc , er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio tkU
Ungua greca,® 1 latina bauer quaft delnoflro mondo crftf
ciato ; mentre hv.cmo non curando di faper , che fi dica }
nanamente fnok imparare a parlarci & lafciandof Intel
letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar* in ogni
ct4,m ogni prouincid, cr in ogni babùo effer (emprcnai
ma cofa medeftma ; Lupaie , cefi cerne uolonticrifa fuz
arti per tutto l mcndc,non meno in tcrra,cbc in cielo; cr
per effer intenta aUa produttione delle creature rationa*
Unon fifeorda delle irratiotitlii ma con eguale artifìcia
genera noi,er t bruti animaliicofi da ricchi parimentc,et
peneri huommi , da nobili , er «ili perfone con ogni Un*
glia, greca , latina , hebrea , cr lombarda , degna d'ef*
fere&-conofcittta,cr lodata . Gli auge Hypcfci er
tre be(ìie terrene d'ogni maniera,bora con un (uovo, ho*
u con altro fenza dijìintione di parolai loro affetti f già
(icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu*
no con la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu*
re,cr i linguaggi efferc fiati trottati ma ajaltite teUa n*
Di A l O C O
turala quahicome diumd,cbe etk è)non ha mefticri iti
mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra,
gecioée abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti , manife\ìando
(un Ultra ifecreti dei cuore , più facilmente canfeguias
no la noflra propri* fe liciti ; laquale è pefìd neUmtcU
tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per
confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u*
fare da mortali , la quale con più agio apprtndemo: er
€omemeglio farebbe itatele foffe fiato pofiibilc) Chaue
re un fol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato da
gli huomiri,cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et
ragioni neUamaniera , ebemen fi fcofladatta natura : k
qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo :ey a
tempo-,quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et
étrotavto barri detto al mio maeflro Anjlotilc ideila
etti eleganza goratione poco mi i urarei , quando fènza
ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui
mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne , ma
per bauer bene in atto intefo<bcne pérldtOi&benclcrit
to di tei : la verità trouata da hi, tadifpofitene, cr Cor*
dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare eflerfua
propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu*
tomento di uoce : il nome falò di lui difeampagnato dalla
ragione ( quanto a me ) ejjere di affai piatola auttoritd,
a lui fiore , fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer uelef*
fc Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani
f noi libri tramuta incluùm i '.inguaiarne glibcbberoi
greci = mentre greci gli jludu iurta . li quai libri con ogni
iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta
non
DELLE L IN G V E. I 18
non Athcniefi ima philofophiicr con quefìa riftojl*
mi farci pai-tito da lui . L a s c. Di'fe pure , CT diff
derate aè che uolete j m i io Jprro , òe a di uoftri non
utdrete Arijhtik fitto minare. Per. "Perciò mi
doglio delhmiferaccnditione di quefli tempi moderni,
ne quali fi finiti non ad ejfer, mt a parer fauio : che ohc
fola una liti di ragione in qualnnque linguaggio può con
du ne alla cogniimedeìh iteriti ; quella da canto lafdi
ta , ci mettiamo per jìrada,ti quale in eff. tto tanto ci dfc
lunga dal noftrofme {quanto altrui pare , che ni ci metà
uicini ; che affai credemo d'alcuna cofa faperc , quando ,
fenza conofeerc la natura di ki:pofi mio dire in che mo-
do In nominali Cicerone, Plinio, tmctfo, cr Virgili»
tra latini fcrittori ;cr tra greci Platone, Arijhtile t De
mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici parolctte fan-
noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn
giujx , che dir lingua greca , C latina par dire lingua di
ulna , cr che la lingua uclgarc fa una lingua inhu*
man* , prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for*
fe non per altra rdgione , faluo perche qucftunx da
fanciulli , cr fina jhidio imperimi) ; oue a quel*
laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue ,
lequali giudichiamo più conuenirji con le doArine , che
non fanno le parole della E «griffa , cr del batte f*
ino con ambidue tai facramentii la quale feioccaop*
penione è fi fiffanc gli animidc mortai, che molti fi
fanno a credere , che a douere farfi philofophi bxjti lo*
rofapcrefriuere , cr leggere greco fenza più : non aU
tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile , aguija difolkt*
to in cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti
con lui mfiemefuffc corretto a entrar loro neWinteSct*
tea fargli propbeti: onde molti n'ho già vedutiti miei
giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni fdcnza,con*
fidundofi folamentc neUacognition della lingua , bmm
hauuto ardimento di por mano afuoi libri , quelli a guifa
de gli altri libri d'bumanità publicamtnie ponendo .
Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di Grecia par
rebbe opra, perduta fi per la indegniti della linguaicome
per l'angujHa de' termini, dentro a quali col fuo Ikguag
gioè r'màiiufahtaha, uanaiflimando l'imprefa dello
Jciuere , er delparlare in maniera, ebe non [intendano
, li iìudiofi di tuttol mondoMa quello che non è fiato ue*
duto da meìfpero douer uedere (quando che fia) chi no*
/ceni dopo mc&r 4 tempo t che le perfone certo piti dot'
te t ma meno ambitiofe delie brefenti , degneranno £ef*
jer lodate nella lor patria, femy. curar fi, che la Magna,
c .diro fìrano paefe riticrifca i lor nomi ichefela forma
delle parole , onde i futuri pbibfopbi ragioneranno, er
fermeranno delle fetenze, farà commune alla plebe, tin*
iellato , er il fentimento di quelle farà proprio de gli a*
autori, V jiudiofi delle dottrinerò quali hanno ricetto,
noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S c a ol.Gw
sapparcccbiauamcffer LafcariaUarijj>ojla,quando fo*
prauenne brigata di gentillniomini, che ueniuano a uifì*
tarb, da quali fu interrotto [incominciato ragionamene
toipercbc faktati [un [altro con prameffa di tornare al*
tra uoltajl Peretto,et io co lui ci partimmo. Cojteg.
Co fi bene mi difendere con [annidelmacftro Peretta
che
DELLE UNCVt. "9
che l'I por mano alle uojire , farebbe cofdfuperfbd ■ per-
ii <M cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno a quefìamate
rid fulfe iiojìra profetane > nondimeno io mi contento,
ée uì tacciate: ma del foccorfo preftatcmi.partt dd Tdii
tariti di coft degno philofophofdrte dette rdgionUnte*
dettelo ue ne muto immite grdtici&uiprometto, che
perfinire ilfdjìidio dello imparare a parlare con le Un
gue de' morti; feguitando il coniglio del maeflro Perei*
tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere Romam,parlar Ko
mano , 0-fcriutre Romano : V * uoì meffer L4Zaro,
cornea perjona d'altro parere,predico,che indarno tcn*
tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in ltdlidktwjhra Un*
gua Latina, cr dopo la totale réna di tei , fottcuM*
terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu huo
mojhefojlcnere ue la poteffext chiuque atta rumasi
pofe>aguifd di Polidamante fu oppreffodalpefoi feoM,
cUgìdce del tutto , rotta parimente dal principio et dal
dal tempo; quale Aéletd, o qual gigante potrà uantarft
ii rQtmWne a me parere a uofbri fritti riguardose
ne uogliate far pruoua-xonftderando chel mètro jerme*
re latino non è altroché mandare ritogliendo per que»
fì'auttore , cr per queUo,bora un nome, bora un ucrbo,
hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo ,/e noi
fperate (quafmuouo Efculapio) che il porre mjir.ne
cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU;
non ui accorgendo , che nel cader ^ dififuperbo edificio,
una parte diuenne poluerej? un'altrd dee effer rotta («
più pczzdt quali uolcre in uno ridurre, farebbe cofdim*
paRibik ■Jenzd , 'he molte fono dell'altre parti , k quii
r ' ' ruiwfe
D I A L O C O
timafè in fondo delmucchio , o mudate daltempo ,Hen
fon trottate d'dkwno:onde minore,cy men ferma rifarete
lafabrica , ch'eUa non erida prima : cr uettendoui fatto
di ridur lei alla fu* prima grandezza ; mai non fa acro,
(he «01 le ditte Inferma, che antkaincte ledicrono que"
fn'mi buoni architetti, quado mona la [abbicarono: anzi
oucfoleua effer la fala, farete le camere , cmfjnddrete
le pori e , cr delle jineftre di lei } que&a alta , quell'altra
baffa nformarete: iuifode tutte , £r intere rifugeranno
tefue mmtglie , onde primieramente s'i&unwaua il pa*
lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce del Sole alctt
fiato di trijlo uento entrerà , che fari inferma la flanzd,
finalmente fari miracolo più, che httmano prottadimen*
fo il rifarla mai più cguale,o fintile a quetTantic^ejfen*
do mancata (idea, onde il mondo tolfe l'effempio di edì*
ficatU . perche io ui etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler
faruifmguUre dagli altri buominh affaticandoti uana*
mente fenz4prouolhro ì & 1 d'altrui. Lai. Perdonate*
migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle parole
delmiomacftro perettoUqualenonfolainentenon rie»
faua,eome Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi bt*
puntava d'effere a farlo sforzato ; dtftdcrando macia,
neUd quaUfenzA l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò*
b }ludiare,& farft perfetto in ogmjaenzaJa quale ope
nione io non hudo, ne uitupero , perche quello nonpofa
fo,quejlo non uogUoìdico follmente non effere Hata he*
ne intefa da uoimde la deUberatione uoiìra non hauerk
origine ne de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del maejiro Pe*
retto :m àalm&ro appetita ì hqmlefeguite quanta
n'aggrada,
DELLE tINOVE, I IO*
Aggrada, che altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag-
gio, the io tenga , è più lungo cr piti fatkofo del «oSroì
ptraftenttar* non fjajluanoiO'd fine delk magioni*
ti a buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi condur*
ù , B £ m, Mefier LdZaro dice il uero,& u\ggiungù
cbe'l Peretta in qucll'hota{comefime pare) attuto del
le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et altre /imi
li fetente. Perche po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT
cofì bene poteffe pbilofopbareil contadino, come il gen
(fl/7«o»io,er il Lombardo, come il Romano; non è però
the in ogni lingua egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^
tonciofiacofa che fra loro luna frn pia et meno dotata de
gli orn ament i della profa, er del uerfojbe taUra non è.
ha cjualcofafu tra noi difputata da prima, fenZftjar p<
role deBe dottrinexT eome albera ui difìi,cofi uì dico di
nuouoìche fe uoglia ut urna mai di comporre o canzoni;
c noueUe al modo uoiìro, cioè in lingua , che fia diuerft
dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli Petrarca,oilBoccac
tioyper duentura noi {irete buon cortigiano, ma. poeta,o
oratore non mai. Onde tmto diuoifi ragionerà,ej fare*
te conofeiuto dal mondo, quanto k usta uidurerà, ey no
più ; < ociofta che la uofbra lingua RotiMiw hébk uerti
tt forili piutoBogratiofo, cheghriofo.
Dialogo
DIALOGO DELLA RETHORICA.
LI B IO PRIMO.
Valerio, Brocdrio, Soranzo.
A l. Horrf mentre, che noi
ridiamo,?? giuochiamo o Bro
cardo Jl Cardinale Don Her*
cole col Friuli, e col Nauagc*
ro,w cafa de lambafciador co
t armi, dieno effere a quejlion*
dijputado fra loro detta nojìra
mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej duole loro il no*
fbro tardare, perche a me pare, cbcfenz* indugio niuuo
noi andiamo a trouarlikqual cofajhieri diferainful par
tir fi da lorojagionduamo diàouer farext quello, fenoli
penaltrofi atmeno t percbe il soràio fludiofifìimo gioua
ne,©" no bene ufo difoler perder te fuegiornate,delfm
iffer co noi coglier poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU
l.tZZo.'B r o. Io ho openiane* cbeiefferprefente a loro
dotti ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t cht
«Ut nojbri fludij mal fi confaccia k questo dijputata.per
chepiutofìo configlierei,chefra tui,cofa parlando, (he
ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta giornata* t /ìa la co/a,
qtule il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww di,
che iol iQnabbi t di tutto cuore moferfi, et offero hoggi,
(ytuttauia. Val. Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut
parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi
uotenticrifijeguarà. S o a. Forfè accettando le uoihre
offerte
DELLA BHETOHICA IH
offerte farò tenuto profontiwfo; ma a mio danno non io
fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a phdojopbi io fbc
cular rimettendo,dcUa ulta ciuile,nolha humana profef*
fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo uiuci*
mìe nonfoUmcnte la bontà de cojlumi col morahnete o*
per ore , ma il parlar beat a beneficio ddl'haucre. , delle
ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt qua! cofa perauen*
tura è utrtu non mcn bella infe jlefi^omen gicucuole al
li bumankjJeUa prudenza, & detkgwfiitUi ma in m*
siero difficile do poter effer'apprefdst effercitata da noi
tbenuUdpiu.lo ueramente quato ho di tempo, cr dOnge
gtìo uohntmi tutto dono dllo jìudio dell' eloquenzdMcbc
faccio $arte leggendo, parte •fcriuende ; er quei precetti
tdempicndo^he Cicerone,ey Quintiliano con meli* cu
ra lìudivrono d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò nuU
k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm. , rj legga quanto io mi
troglker ciò è, perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar
te loro fono infittiti i e7$<$é uolte (òche io m'inganno)
f uno aSdkro fi contradice : io giudico , Cicerone tfferc
fitto oratore moka miglior , che Rbetore:fì come quel*
b,cbe meglio parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4
di quejlty , io fono in dubbio fe Torte Oratoria deSd Un*
pia Latina fi conuegno con Poltre lingue , jbetuimaitc
con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel quale io ho
opinione che a dilettare alcunmamnconico , mutando il
Boccaccio gualche noueUéft pojfafcriuere fenzdpm co
fa ueramente ditterfa dalle tre guifh dicduje .; le quali da
latini fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro arte
Rhetowa fi nominarono . Do quejH adunque, rydaah*
<C tri
DIALOGO
tri tdi dubij, che di continuo mi s'aggirano neu"inte n etto t
infm bor j. non ho trottato chi mi fuiluppi ; che di miti ,
che io n'ho pregati più mite , a tale manca ilfapere, a U
le il modo dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni
cofa da uoifapuU con bcUo, er difereto ordine [lete ufo.*
tidiragionare. percbe,hora, che uaipottte,io ttiprego,
che de precetti di cotale arte, quanto a uoi pare , che mi
fu lecita di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala
Cerio egli è il nero quel che uoi dite , cheli Khetorica
è buoni parie di nojtra iuta cmU ; fenZA là quale rima*
" ne mutola ogniutrtu : ma ella è cofa da ogni parte infini*
t a , er è difficile parimente il tronarui cofi il principio ,
come il fine , quindi ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi
libri parlandone , mai non ne parla in un modo : come e
Adunque pojiibile che dWimproiafo in un giorno, tale&
Unti arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc. Quejìo è
cofi imponibile m lo dimanda il Stronzo, ma alprc*
ferite tf una parte dì Uì , er fu la parte che uoi uorrete,
famìgliarmente parlando , è ben degno che'l campiacia*
te. Vai. Io per me in quanto poffo pronto fono d do*
uerU piacere > dicale? chiede ciò che a lui piace,ch'io ne
ragioni. S o tL.Miodifiderio farebbe da principio face»
doro/, (fogni fua parte infmo afta fine mformareùkbe ef*
fere non potendo , ditejni almeno una cofa , cioè,chefetf
do ufficio decoratore il perfuader gliafcoUanti dilef
tando,infegnando,rj mouédo,ìn qual modo di quefìi tre,
più conueneuole affarte fua con maggior laude dife, re*
chi ad effetto il fua diftderio .Val. Molte cofe in
foche parole mi domandate; onde io comprendo j che
DELLA R ITHO RICA. 1%1
piufapete dcSa Khctortca, che non ui atunza imparar*
ne. La quefiione è bellif?ima,aMa quale non terminando*
me dijputondo rifonderò. Voiopporecchiateuinonfo*
Unente od udire , ma a contradire : cr cefi ficài il Bro
cardo, il cui parere nella preferite materici perauentura
farà diuerfo dal mio. B r oc. Senza altramente poi*
faruijl mio parere fi è, cbe'l diletto fta U uertu deKord*
tione,onde ella prende la bcttezzd,zr U forza d perfua*
derechìl accolta : che poflo cafo che f Oratore, quanto
è in lui,habbia uirtu £mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon
gli accidenti , dalli quali impedito non può fornire a fuo
ufficio. Ciò fono U bruttezza del corpo fuc,U dijpropor
tion della itoccj.i mala fama del fuo cliente , h dtshonc*
fladclla confa , cr finalmente la (lanchezza de glt audi*
tori, li quali lungamente fiati attenti alle parole de gli
auuerfarij ,fchùà fono daffofcoltare : fenza che il fuo
nome altrui ad ira , a mifericordia , o ad altro affit «
to coUle, dee effere co/a non sforzala, ej per confe*
guente noiofa 5 ma fornmamente piaceuole a quel cotale,
cui egli muoue , ©" jojpmge . Segno ueggiamo , che A
precettori dell'arte non bafiando il darci tonofeereinge
nerale in qual modo lOratorfia poffentt di comoue*
re li noftri affètti idiflintamentc quali fiata i coflumi
de ighuani , uecebi nobili , itili , ricchi, c poueri cidi*
moftrano : itile nature de i quali con bell'arte tantedet*
to lor motùmento uomo cercando dtaccommodare .
Dettinfegnare non parlo , che non ha il mondo la mag*
gior pena, che [imparare mal mtontieri.quefìojàoe
grìwto , che fi morda, fofferc fiato fanciullo , cr f>l*
DI A L O G Q
fb io,per quel ch'io prono al prefente mczo vecchio Jì co
me io fono ; che mai non odo il Koinojne leggo Bartolo,
c Bili) (il che faccio ognigiorno per compiacere a mio
fière ) ch'io non bclìemmi gii occhigli orecchilo ingc*
gno fflio,©" lo uitamia condannata innocentemente afa
ucr cofa imparare, che mi fio noia il faperhMdarm adu
que iinfegnare , 0" dì moucr non dilettando ci fatichi**
uno i zi dilettando fenza altro(quanta è la forza del com
piactre)ftasno polenti di perfuader gliafcoltantitripor*
tondo U difiato tintoria non per forzarne quali merito di
ragione, ma come gratta a noi fatta da gli afcoltanti, per
quel diletto, che nelle menti di quelli fuol partorire Torà*
tione ben compojìd, ©" bea recitata, E f ucr amete quella
ì buono Oratore , il quale parlando £ alcuna cofa princi
palmcntcnon con U confa trattata , fi come fanno ì philo
fophi,mo con tarbìtrio^ol nuto&col piacere degli au*
ditori,tenta,cr procura dì convenire,qucUi allcttando in
maniera , che altrettanto dì gioia rechi loro loratione la
otte eUamoue, ©" infegna, quanto fare ne la ueggiamo
mentre ci lo adorna per dilettare . er queSio è quanto mi
par di dire nella prefente materia . Val. No» pen*
pie dtcofi tatto ifbedirui dalla imprefa già cominciata,
the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle meglio non diflm*
guendo, nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò
polla, adunque egliè meflicri che in qnefla confa medefì*
ma argomentiate altramente :ilche fatto, perche al So*
rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa
bello ordine mofhrarete in che modo, er per qual uia prò
udendo coté uicà del dilettar gli afcoltanti poffa acqui
DELLA RHETORICA. I1J
fiarft f orario)» uotgare : che a tal fineife io non ntingaa
mìgli udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon
le ragioni, per le quali fi può Koftrar chiarantnteipet
fetto Oratorcdilettandopiu che tnfcgnxndo,omouenda
ti fttóttfficio adempire: te quai ragioni , {Indiando dejfet
brieue,perche a uoi pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt
rai di tacere s ma fé mi o Scròto, cotanto difiderate (fòt
lèderle, er ciò ut pare che molto bene al fatto uojiro per
Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri incornili
darò i quindi ti principio prendendo j che la Rhetoriat
non è étro,cbe un gentile artificio d'acconciar bene, &
leggiadramente quelle parole , onde noi buominifignifi*
marno Um (altro i concetti de nofìri cuori. Diremo adu
que, che le parole nafeono al mondo dalla bocca del noi*
goderne i colori dulie herbe ì ma il Grammatico <fWf O *
rator famigliare t quafi fante di dipintore,queBa decada*
Cr polifcctonde il macjlro della Khetorka dipingendo U
ucritiyparlit er ori a fuo modo. Che cofi come col pendei
10 materiale t uolti, er i corpi delle perfonefa dipingere
11 dipintore la natura imitando, che cefi fatti ne generò s
cofi k lingua decoratore con lo flilc delle parole bora
in Senato , bora ingiudkio , bora al uotgo parlando , ci
ritragge la ueritÀ ila quale proprio obietto delle dottri*
ne fyecuUtiuejwn altroue che nelle fcboleg? tra pbilo*
fophi corniciando ; finalmente dopo alcun tempo d grufi
pena con molto fludio impariamo .Ut è il nero, che coji
come a ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il ueder>ni,fn
Za Altramente hauer contezza de miei coltumi, o lunga*
«ente con effo meco domfkarf: » dipingendo l'artefice
DIALOGO
miffabra cofa di me.faluo U ejhrema mixfuperficie,nota
agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a bene orare in o*
giù materia ball<i ti conofecre un certo no /o che detta tic
ritk che di continuo ci jia innanzi fi come cofa , ti quale
ne i nofìri aitimi naturalmét e difaperk itftderofi , fin di
principio uoik imprimer Domenedio , Può bene effere,
tyfbefic uolte adiiuenc che la ignoranti* del uutgo f 0«
rotore afcoltando,colga in f cambio cotale effigie dipinta,
lei ifìimando U uerità ; non altr umente per anenturd>chc
l'idolatra plebeioje dipinture^- le 0atttc,nojkc buma*
ne operationi s f accia fuo Dio, er come Dio le riuerifed*
Può anche ejfere che Foratore ori a fine d'ingannar le.
perfonerfando loro ad intendere, che'lfuo diffegm fìa il
uero,non del nero ftmilitudìne ; nclquat cafo quello coM
lejnon ofìante il fuo ingegno merauigtivfo, meritarebbe,
che fi sbandiffe del mondo itydift fatti oratori fi deono
intender le parole di chi biafima la Khetorka ; cioè colo
ro che ad altro fine la effercùancyhe tindulìria ciuile no
U fermò. La qual cofi no pur a lci,ma a qualunque altra
più honoreuole,et utile arte è tra noi,facilmente intrauit
ne.Uora al propofito ritornado, certo per le cofe già det
te, in qualche parte no fìa difficile il giudicare la queflian
coiiiweiittJ , percioebe Cinfegnare , il quale è jtrada alla
uerità propriamente parlandolo è cofa da Oratore; piti
tofto è opra diUe dottrine fpectdatitte; le quali fono fden
Ze non di parole , mi di cofe , parte dìuine , parte prò*
dotte dadi natura . Kelìa adunque che noi tteg giamo
quale ufficio f ìa più proprio deli" Oratore trai ddstta*
re, zi d mouere , fi mamme , che innanzi tratto; un
co*
DELLA. SHETORICi, 1*4
corolario inferiamo ; cioè , conciofia cofi chel perfetta
Oratore tuie fappia,qual parli ; e quale in fegna tale imm
par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo intelletto^
che non fa nidla 3 fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per
Unto fempremai in ogni età rari furono non pur li buoni
ma i mediocri Oratori ; ertili nofìri fono ronfimi ino*
gm lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il faper bene
U miti, ma ii pxrcr difaperk , Hor di quejìo non più i
er aUe l te del diletto, &■ del mouimento conferiate che
io ini riuolga . Certo,nattfrabnente parlando,ogni dilet*
tofièiHomnentojna. in contrario , fiando ne itcrmini di
quella arte , ogni Oratorio mouimento è diletto; concio»,
fu cofi che'l perfetto Oratore muoue altrui non per fcr
za , er con uìoknx.4 , in quel modo che noi mouiamo le
cofe graia aRinju , o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai
muoue ha cotifome affindination del fm affetto : U*
<jiol cofa non può effer , che non glifia altra modo pù*
ce«oJr ,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi come dian*
Xt io diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte.
«•■mutamente le dijhofitioni degli ascoltasti : i cui affet»
ti col mutamento della fortuna, rj degli anni fono u*
fati di ttarùrfi ifalxo , accioebe tomfeenda il buon».
Oratore otte pieghino k pacioni de petti lpro,iui col ut*
gore delle parole (indie , ©" f enti dì ritirarli. Et per «r
(o ,fèl mouimento rhetorico fuffe Saltra maniera } ogni
mgenua perfona come sforzata , ty tiranneggiata dal*
f Oratore mortalmente Codiarebbe : ne pofp credere
che ninna Kepublica , bene o male ordin.it*, fol che tJU
tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei*
SI 4
DI A t O G O
Urft in una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi
gijbr-ttiiZr le leggi loro di dominar stttgegniffro . Re*
jta a dirut in qttal inoliti diletti tal mcwmai ù, er onde
uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo partorii
fcc i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co*
taitofe paiono alquanto più pkfcefoWie . ck orione ,
tttttauia egli è hello ilfaperlt; miggiormenle Se alla ma
tem di che partiamo , grandemente fon pt t'inaiti . Mi
deUa prima brievemente miefbedirò : Che fi come i^di*
pintore, or il poeta t dite artefici il? Oratore fmbùnti ,
per diletto di noi fanno tterfì , er imagim di diuerfe mi*
nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud
liete *po/i i't buono Oratore nm folamente con le [accie,
con gli ornamentici co numeri, ma ad ira, ad odio or ai
inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen
te mai non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no
pianga con effofeco ilftto mah;non per tanto eonfideran
io con che gentile artificio ci dipingefp il poeta l'amor
fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie
tà,non pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual
cofa non dee parer merauiglia a chi per troppa aUegrez
ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare . E ti uero che
una tallettione è polènte di più, or meno commettermi,
fecondo che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t
ma in ogniguifa più mi è agrado il lagrùnnr con virgi*
Ito , die non è Under con klartkle : Md tornando oSl*
rottone ,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli
l 'aranti pudendo il fuono coniteniente alfuo morfoji le*
uifufo i er filta tanto fin che fbwmor perturbato fi ri*
DELL* KH STORICA. 1 1 5
folitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii nr!
Iwcgo jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet*
lòtte ntoffo udirà alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal
to piacere sfoga il cédo f cbe k complelìione naturale , o
altro tirano accidente gli tiene accefo nell'animo ; il quat
piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk*
ceuole ,et noiofa moltOtcbc non diletta ,fe non per queU4
conformiti eb'è tra lci,ty l'affetto deWafcoltanteila quaì
cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm giornata i «
comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé
méte fìn'mmojfi ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii
mente park ndo,taipmere non diletto, nw mournié to ft&
nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe
non « fi (àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti*
to dinar zi nel conformar fi aWaffctto nedtkttaua(concia
fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non buone )
pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in
pothe parole fe ne doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto
di l mouimento è coni un rifo nato innoinondi uerà atte*
fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final»
mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì
motti,kfcntemie,k figurej colori,k elettione, il nume»
rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord delkmateria, et al
quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr
dino dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo*
no cofe tutte quante per far natura fommamente pìaeeuo
li i nelle quali di continuo non altramente fuol compiacer
fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni , er de colorì
materiali fi dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera
tutetà
D I A t O C O
tnatetà m poco o Brocardo , mentre ancora ( benché di
kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del cominciato ragiona"
mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max
fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in-
dire eiòy che ante pare di poter dire con uertta de gli *f*
fettig? de movimenti di quelli: perciò cheto ho per fera
ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co
movere , ma £ acquetar le procelle , che neUe parti pia
bajfe de nofbri animi , Ora , fottìo , er la màdia (uenti
contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi coautore;
0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma
mi principio del fio fermane jnutando foratone, chefe
Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati prigioni. E k il
Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend
re , può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom
vittima , che male adopera lo [uà fetenza > quafi medico ,
che auelena gl'infermi ; o è di farlo corrette , fendo coft
mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel*
f oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto
fargli jentire dell'altro efìremo contrario , La qual cofé
auegnadio che ver afta , non per tanto, uolgarmente par
landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore ìt
cominoiter gii jifeta , fecondo il qual modo di faueUare
fece il Soranzoùfua dimanda :percìocbe il mouimento
èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache
la quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j*
tori orano apnc non d'acquetare , ma di commouere gli
af cattanti. Io iter amen te per una terza ragione, ho api
mone , che ali Oratore {hu portegna d commouere , che
tacqm^
DELLA RUMOR ICA. llS
tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente
turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete
dogUaffettì t queUimmua > a'fofp'tngaìche grandifiima
noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri animi»
qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4
role in unahor^che inmolti anni utrtuofanentc uiuen*
do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho . Hor ne*
dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci
ittita della uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr
gli affètti è operatione piti , ometto aU 'Oratore bonore*
itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe il
mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il
defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli A*
thenkfi i maio non uedoebe egli fiatale, confideranno
the Foratore nel trattar de gli affitti , ponga mente pili
tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba ,òealkr4
gione,cuifola tocca di temperarne . Ma pojìo cèfo che
eofi }ìa , come mi dite , io ho per fermo , che cofi come
per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del
foratore a gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri
td.nw opinione , cr di nero Jhntlitudwe,fmelcmentc
k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani fuolgene
rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu:
eonciofia cofa che U uirtù è un buono babito di cofiunù ,
ilqualencn con parole in ijlantejnu con penfieri,or con
opre a lungo andare ci guadagmmo .
Wrf accioche non creggute che U buona arte Rhe*
torica di tutte Urti reinajia una eerta buffonariadd
far ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cu*
cina
DIALOGO
cimi la^imigliarono) noi douete fapere, che dd numero
dcu"arti,altre fono piaceuolij^ altre utili : quelle fono le
utili, le quali communementc nominiamo mecanke: delle
piaceuolt parte Im uiriù di dilettar l'animo , parte il cor»
po delle perfonew parlando più chiaramente pjrte il feti
fojparte la mente fuol dilettare. La dipintura,et la rnufì*
Citigli occhiagli orecchi'; gli unguentari} ,il j;<j/ó i! cww
co, li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza del c.ddo Ino,
tutto l corpo con magHìerio piaceuolc,fono tifali di con*
fortareittu te artiche Ciiìtdletto dlcitano,qvMtù al prò
pofito fi conuiene ,fono due ; cioè Khetorica cr Voefta:
le quali , muegnadio che altramente che per gli orecchi
paffando, non peruegnano aU\ntelletto, nondimeno per*
ciò fono da effer dette intctkttudi, che elle fono arti deU
le parole, ijkometi deltinteuettoi con li quali figmfìchia
tao lun tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del
la «o£rc,cr de fuoni è la mufìca, con la quale annoucran*
do igrauijzr gli acuti } quegli in manier4 tempriamole
diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono infieme a generar
thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo*
«c,CT diletta mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot*
fia fono artifici] delle noci de gli huomini, nocome gratti
C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in quanto
elle fonfegni delTinteUetto , quelle accordando fi fatta'
mente, che ne nefea. una confonantia, U quale,metapho*
riamente parlandola primi Khetori alnumero mufteo
dflimighandola , numero anch'effa fu nominata: fcnxA d
qital numero,non è oratione la erottone; er col qml nu*
imo ogni mlgarttet inerudite ragionamento più hauer
nome
DELLA RMBTOStCA. 127
nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben uolcrlo
mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir*
mifiimo , è fondato il dìfcorfo di tutu Urte oratori* ) c
mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada noi ci faccia*
tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen
tia quanto egliè grande, non è altro che cinque membra,
CT non piu,cìoè parlando latinamente jnttentione,difj>o*
fttione, elocutione, attiene, CT memoria . Infra le quali,
finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte , quafì
fuo cuora effe anima la chiamafihnon crederei di men*
tire: dalla quale,non chealtrojl nome proprio della eh*
quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et per certa
la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per
tengono : le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U
erottone } ma la terza , per quel chefuona il uocabob ,i
propria parte delle parole , le quali non à cafo , ma eoa
giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate*
gna che la elocutionc fia un terzo membro della chqitett
tia , iiuerfomolto da primi duci nondimeno ella è fuo
membro fj principale , che netta ifleffa elocutione nuoti*
inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annoue*
rare. etctoè,perciochenon ciafehedma elocutione è or*
toru,anxi in ogni linguaggio «vite fon k paroltjequali
ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile per*
fona mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co'
famigliari parlandoci guarderebbe di proferire: etguar
derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi che un
tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe
ufato di conuerfaram le parole gUruromte dfikhcbia
DI SLOGO
fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe mdefi*
me <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe
gli decenti loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark
è «-ti/few: it quale folo,o primo fa Orator lOrat ore. Et
ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né" Rbeto
ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più
toflo di prudenti , cr accorti huomini , che di eloquenti
Oratori Job il [ito Me parole è tutta Ixrte Oratoria:
onde tutu è k quejìione del dilettare , del mettere , cr
AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono
frutti cCinuentione , le cui parti fon proemio^arrattone,
diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr epilogo; cofi
il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione.
"gorfe io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine,
CT le greche uà mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di*
teua pur dianzi > non difecrnendo frale parole* come io
U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot
cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali
fion curando k cofe grani, che aUedottrmepertengono,
follmente deUeamorofe con nouellettt , cr con rime fi
dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo ardi*
ti in tentar le fetenze^ pochi fono,crfeit&t fama ; CT
fi anticbiycbel ngionarne co' uocaboli loro , per la loro
UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono , fareb*
he opri perduta . Io uermente qualunque wua in uece
ài njtrationcii amftrmdtme.cr di confutarne, diui*
[mento, confirmamento , cr dif ermamente dicefii , me
tnedefìmo tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol
perei m marna* ebe in qudparte Sortitone fidjc intra.
topcr
DELLA HHETORICA, I iS
to per ragionarne, potrebbe effcrcbe io r,d fcorclifii . F, v
adunque mn mule iìrkorrere a forrejìicri, le cuiuoci
intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando
i Latmìi quatt dd padri Grechi le dottrine,?? le parole
prendendo , ferono lor priuitegio di poter tffer Ro>w«
ne cornetti in lor feruigio le adoperarono .Val.
Infitto a qui uoi non ufajle parola , che alcun uolgare a*
fiottandola fe ne douefa merauigUd re: ; ma procedendo
pinoltrit uoi incaperete in concetti che ragionandone, a
volere efiere intefo , uifid meflieri di proueder di «dei*
toh, che a gli orecchi di Italia fi confacciano un poco
meglio , che t Latini non fanno , B k o c. Ragionando
con efio uoi netti prefente materia , la cui mente di gran
lunga lentie parole preuiene , non ho paura di doucr
dire ucabolo che peregrino to ejitjlimiaie . Val.
kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi pochi, &
con jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene >
habbiate tolto a parlare: nientedimeno io tri configlio,
che cenquetTammo , er in epteimodonefautUiate, che
mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno*
untine ragionafte; laqualcofa perauentura auerrà t
perciochtl Soranxo Mgentifiimo gnardatort de ho*
fhi detti , quelli in uno raccoglier k , CT raevUì , non pò*
irà fare che moki just amici diftderofi di novità , non ne
faccia partecipi .So% Certo m fui partir di Vincgia
mio germano mefier eteronimo grettamente mi co *
mandò , che mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni cofa^he
h giudicaci notabile, ne lo donefit auifare, er botte fot*
to infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft
DIALOGO
tmbit r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um*
ito ì Papi,ctgflmpcrddorì.B boc. Ben conofeo meffar
Gieronimo,atk prefenza dd quale ne paroline oprc,fe
non elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp
foche fare ilpotrejle) farcjìe bene , detto che io
xrihébk mia opinione,queUa jlelfa con altro jìilc di feri
uere,che non V udite dame; che una coft è il pastore prk
«diamente,?? dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro,
i lor fmuere altrui d perpetudmemork de paffati ragio-
namenti .r?ncl aero ,fcciò hauefii penfato *thor , the
fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì tojio non r|
fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper'
tengono,*? foprd tutto il porle inficine, con heUo or«
ime ckfcheduna afuo luogo dijliutamctc efbticareèfat
tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio errai
neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se
otte io pen fitte hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt
di tutta l'arte oratoria (che ch'io nefappk) Ifaermcnte-
parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini
frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^
che al fitto mffroccwengonojwieucmente percorrerò:
coft ài un tratto pagarò il debito del dmer dirui mia opi
Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo
Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar
dirómpili faggio nocchiero di me kfeiando k cura di do
utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito ritorni
do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e
U mauere effer due opre d'muentione * conciofiacofa che
quoto motte il proemio,®- [epilogavamo infegtia la tur
rottone,
DELLA RflETORKA, IIJ»
ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in meglio
mi* openione,cr cofa a coft proportionando j a me pare
di douer direbbe impegnare propriamente alia dijj>oft*
tiene portegna ; tome in contrario k confufion delle co*
fe ci partorifee ignoranti* , Adunque [empremai col mo
lamento la àutentione, et con k dijfccfitione Cuifegnare >
dm il dilettoci che parliamo , con lafua madre clocutio*
ne,forma,',a' aita dell'eloquenza, meritamente accampi
gnarerao. Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O
rotore confìderatcg? a tre jìiU ucnendo,cioè che tre mo
di di dbrejuna aU "altro con mijura agguagliatilo, io li con
giungo in maitiera,cbe la ciufa giudicale , cui è proprio
la grattiti dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa deli
beratiua coljuo }Ul bajfo,& minuto alla dtfbofitìonc, cr
aUo infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua medio*
cremente trattata.aUa elocutione,et al diktto,dirittamctt
ttfta ribadente. Le quai cofe m cotal modo difpoéìe,pro
cedendo più oltra facilmente fi può concludere , che cofì
come tra le parti d oratìone la elocutione è la prima , CT
k caufa dimojiratiua è k più nobiie,ct più capace d'opti
ornamento , che d'altre ducnonfono&glifìili del dtre,
l'I più perlettto,zx più uirtuofo è il medmera ilquale non
è auarojx prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto,
ma altero , non audace, ne piiftUxiìimo, ma ualorofo; non
kfciuojte (lupido, ina temperato ,coful diletto oratorio
al mouimento , ey affmfegnare è ben degno , che fi pre*
ponga . Però ueggiamo non fempre mauere,o magnar
Voratore > ben quello ijleffo per ogni parte ioratione, in
ogni cauja con parole elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu
K le
DI A L O G o
te non contento del diletto delle parole , per raddoppiar*
ne il piacere*? compitamente addolcirne ,r icone ai ge*
flo^dff 'attiene detoratione condimento, cr mele , er
Zucchero foauifiimo degli orecchi, et degli occhi nojìri,
X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen
de in gwi/rf la uertù deli'oratu ne , che ella è nuUajcn*
%ieffa;la quale fentenza da Dcmojlhene data , E/cIn*
lìt fuo auuerfmo poco appreffo con bcllaproua ci con'
fermò i mentre leggendo a KhodianiU oratione di De*
tnojlhene , marauigliandofi gli afeoitanti, bebbe a dire
Ueramente m^rauigliofa effere Hata la oratione, effoDe
tnojlhme recitandola iquafi dire mlejle,Cattentioncdel
recitatore potere feentare ,cr accrescer forza aU'oratio*
tic j er in maniera da fe mcdeflma tramutarla che non pa
rejjè pia d'ejfa. Val. inu jrc&cfori/ Soranzo eonfentd^
cbedikttattdopiu, che infegnando, omoitcndopcrfuadd
la oratione,egli difetta d'intendere con quat ragioni con
tra la mente di Cicerone gli protiarcfe , che la caufa de*
mofìrattua fiapiu nobile dell'altre due ,0-che defliliil
migliore fia il mediocre : ef per certo da due colali pre*
ìmffe più tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide
re U queflion dijbutota. ErOc. Qui dfbcttaud,che inter
rompere le mie parole ì fendo certo,chcctò io difii dcUd
tanfi dmoflratiua , cr delio Me mediocre Subitamente
rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo»
che ragionata di cotai cofe con mufemplice narrattone,
cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun*
gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per*
imicretCW k tre fwM d'erottone m maniera che atta in
ucn
DELLA RHETORICA. l^O
ucntione ilmouimentonelkcdufa giuàicìak t conlo jUl
graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio
ne Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul
tintamente ti diletto ali a docutioue, nettd caufa demojìra
tiut con lo Ihlc metano propriamente fmferiffe Al qud*
le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini , effere
flato offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi
cari laqual cofafe eofi è(cbe certamente è cofi)uoi me
de fimi per una ijleffa ragione argomentando k oratoria.
tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua , alle altre due
partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo
nercte;cbs no è honejlo ilbncn col ti ijlo agguagliarexia.
il tuono al buono,etal migliorejl miglior fliie,fwfe-,c<t«
fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee pareggiai,
M a de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del
diletto fi èfauellato a bajlàza. Dunque alle caufe ucnen*
4o>come io dilUjtoji ridico di nuouo, che la caufa demo*
fìratiudè laputborreuole , la più perfetta , la più difficì
le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due:
la qual cofa mentre io tento di dimofirarui , io iti prega,
che non guardando alh fama de gli faritlori detta Kheto
rka , poniate mente atta uerka : la quale da ragione aiti*
tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co*
fa è il parlar di quejla arte , le ucne fue , ifuoi membri »
l'offa, i ncrui , er la carne fud dnnoaerdndo, parten*
do: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con Itrd*
gioii! operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen*
te al uolgo , àgiudteio , d Senatori , <fteìUaUettando,cr
mouendo iti che non faccio ai prefente orje una uol*
Ri U
DIA LOGO
U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t ubìdiendo,a mio
padre , la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a liti*
ganti. Hot di quefio non più, et al propoftto ritorniamo.
Io ucrmentc le tre caufe oratorie per li lor fini, per Ufo
ro ufficij,et per te loro materie 3 con diligenza confiderai
dojia pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm
fta infra tutta la principdled cui fine è koncflà; U cui ma
teria è uertù^cr il cui ufficio è il dilettar ^intelletto,®- di
ien fare ammonirlo. Quindi nacque il coflunte nella Re
publica Atbeniefe , publicamente ognanno queicittadi*
ni lodare,iquali fortemente per la br patria combattei
dojfuffero flati ammazzati. La quale annua aratiom (fe
A Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti lorojut
to in un tempo le madrij padri,® le mogli confolaua he
nignamente 5 ma ifrate&j figliuoli,®- i «ipoteche dop*
po lor rimaneuano , a douer quelli imitare , ®- farfì loro
fintili mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo
ìeua dir Cicerone , ninna guifa d'or ottone potere efferne
più ornila nel dire,ne più utile alle Kep.di quefia una,di
mojìr attua : i cui precetti bornio uertu non folamente di
farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con
bella arte ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non
amene ; con effe qudifpeffe fiate guerre mgiuBe perfm
demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor gliimtocen*
ti offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente
peruuentura più, che io non debbio , uà comparando fra
loro le tre caufe oratorie ; il che faccio, perche io difidt*
ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre
flaper contradire: mi ambiiue col uojìro ingegno il mio
DELLA BHETOEICA, 1} I
difetto adempiendoci parte in parte k mie parole d$in
guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t etfra me
jìeffo confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di
Demollkene,fomm<mentc daWattion dependente Jbofer
minima openione,cbe nelle caufe deliberatine, cr guidi*
cidi molto più opri la natura decoratore, cr della mate
rid,cbe non ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di*
mojhratiud,neUd quale kggendo,non è men bella U ora»
tione , che recitando iperò ueggiamo mediocri Oratori
bene informiti delle ciudi materie , cr aiutati dattattio*
ne, tj dalla memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par
htre affai bene : che in té cafi dalle cofe trattate nafeono
in noi le parole ; le qualiconcordate con li concetti deffa
nimo , ne riejce queUa barmonia, che fa 3upir chi l'afols
td.Verk qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori,
che non curado della uaghezza delle parole efqmftte, ad
alcune altre non coft beUe,ma proprie molto» cr di gran
forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando , ci
debbiamo appigliare : ma nella caufa dimoflratiua è ine*
flierinon foLonente di concordare le parole a i concetti^
ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente ddunare, chepa*
re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :&
quelle ijìefji parole bor raddoppiare , er replicarle pia
mite jhora a contrari) eògiungerlc ; imitando la projpet
tùia de depintori,iquali molte fiate il negro al bianco oc*
compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et più ilhi*
(Ire cifimojbri lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua*
te fono puro artificio, ma in mdniera difficile, che dWitn*
prouifo poter lodare, o uituperare eloquentemente, fa*
R 3 re*
DIALOGO
rette opra miracolosa. E* il uero che nell'altre due cdU*
f edema uolta tutta betta, er tutti ornata ua emulando
U oratione ; cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij i il
quali proemij ; benché primi fi proferivano , nondimeno
ft come co/c più oratorie,et di «tàggìor magiflerio, gli ut
timi fono > che fi compongono : cr li quali Marco Tullia
Cicerone, padre, cr principe degli ebquéù douédo orda
rc,di parolai» parola bnparaua^ 4 memoria gli fi man
dalia. Adunque può bene efjer,cbe le due guife, Senato*
riae giudicale ftano agli fotimmi pi» neceffarie di que*
&a terza demo\bratiua;et che da loroifi come prime che
fi trattarono ) Thiftd , Corace , o altro antico Qra ore
l'arte Rbetorica i'infegnaffe di generare ima lepiuuot
te quel , ch'è ultimo per origine,àuenta primo in perfet*
rione j fempremai neUbumxne oper adoni, iui è »wg*
gior l'artificio , oueil bìfogno è minore : eonciofiacofa,
che nei bifognila nojlra madre Naturaper fe fola, da
niund arte aiutata è tenuta diprouederne.Naturalmente
con le xmpe, O* «> danti pugna t Orfeo" fi L ione ; &
U damma con U preSexx.* del cor/o /ho fifotragge aU
fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ; nj la Ragna tef*
fendo fi pr xura di nutricar ji una noi buominicrea'ure
ciuilicontaiutodeUe parole, mefU cfegnideU'inteUet*
to , con gli amici dell' auenir configliamo ; a" raffrenai*
dole mani delTìrdccndia minijìre,hor dar.entcid noi
prefenti ci difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo.
■Poco adunque miai caft ci puoinfegnar l'artificio ìfc
non dijponere , er ordinare U inueiuione naturale ì ma
mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui*
DELIA SH STORIC A. 131
ti a k parole , le cofe col loro ordine , CT col /j(o /cw
ro jóro puro artificio : il <jMd!e /cmiiufo nefk «afwa <fc/»
le due prime , cr dafl 'indujlria nudrito divenne grande »
CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età , fi fc in*
tiero.et perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi
lira la buona confà demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen
dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le altre due pia inferiori
f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che v.ei
kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon
laudate, erbiafunato cln le perturba ;et ne confglidel*
k Kepttblicc la libertà, la pace , er la giuda guerra con
/ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U
cerati . Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di
DemoBbcne,neUe Verrine & Antonimie di Cicerone,,
riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le caufe 0*
ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando , ofo di*
rcj che le due prime fono il fenfo del tatto , fenzà le quili
non nafceua,ne uiuerebbe la oratione : ma la caufa demo
flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce ->che
fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del*
Maitre iutnon èpofjcnte dipcruentre . Sia dimando m
buono buomo pien d'eloquenza,?? d'ingegnojlqudle u*
feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX
«e/ig.1 a Harfi in Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*.
gli accu[a,o difcnde,ecco un tale amocato , che uendc al
uolgo lefue parole :fe delibcra,non fendo parte deUs Re
publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli , er
jiafua uita otiofa ì non ueramentc , ma di continuo con
lajua penna nella caufa danofìratiuabiafìttmdùtty
R 4 lo*
D I A L O C O
toltitelo Ufua eloquenza effercitara . La qttat cofa non
per odio>o per premio , ma per itero dire facendo jn po*
co tempo non follmente da pari fuoijma da /ignori, et da
regi (ari temuto,?? Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh
t{! lente (fe non m'inganna lafimiglianza)è il ritratto del*
t Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun*
quefì è,einon può efferefe non grand'bmmo,ondc ante
pare , che quefìa caufa demofkatiaa tale fid alla fenato*
ria,w giudidale, quali fono le dignità ecclefiafticbe aUe
grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t
qnejieper propria indufbia acquisiamo . er ro/ì come
un ^articolar gentWhuomo fatto Papa è adorato da (noi
/ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa demofbra
tiua cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se
nitore non degnarebbeno di guardare. Ncn per tanto jon
de uegnaxbe neff altre due cavfe i parlaméti aratori) per
li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi de*
moflratiue,non è difficile il giudicare. Perciò che ifog*
getti di quelle due fon cofe trance pertinenti parte alla
uita della perfona , parte aUo Hata della Kepublìca : wt4
quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare ,
folmente gli altrui nomi, cr memorie , d*ogn'm(orno di
tode,z? biafimi ita dipìngendo . Adunque , cofì come il
tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici in camifeia co
le coltella affilate , è affetto non men grato per le ferite
typel ftngue , che fta il combattere a giuoco esercitato
da fehermidoricon artificiomerauighofo ,caft te caufe
ciudi altrettanto per le materie trattate fono ufate di di*
Iettarne , quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del
DELLA' HH1T0HIC A, T33
dire ne recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come
dmziio dicetu)cbein Senato, & in giudkio i medio*
tri Oratori uolontieri affidino , out il difetto dell'arte
col [oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz
m le orationi demofkdtiue ( fi come ancora i poemi ) /e
«ori fon cofd perfetta,non è chi degni ne d'udire, ne di He
ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd demojbati
Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi , &
correggeteli. Val. Può ben effer, che quel ck'è detto
bdjlì al diletto^ alìd ciuf a demollratiua , ma non balli
a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre, fiete obli'
g<rto di (duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po
tria parlare de gii ornamenti^ delle fomcdcldirt,o'
dello flil mediocrexoneicfìd cofd che L ebcutionc è quei
k punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto, cf
con lo jìil mediocre kbltondcaufd demofhriìiua fa de*
compdgnata da me : mi qucflaè opra d'altro ingegno, et
tfdlìriindufhridrcbedetli urna , fenza che ciò farebbe uri
njcir fuori di quel proposto , interno di quale pideque al
Soranxo,cbeiofaueUaffc, Sor. Come Brocdrdo, è
fuor di propofito il ragionar dello fìile , con effol quale
Urationc genera in noi il diletto,cbt al mouimento,r? d
l'infegnate facete proua di proferìref Broc. Ocià
ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo, cr non Cm*
tendo come io deurei i per la qua! cofa in ogniguifd io ho
ragion di tdeere, Val, Ecco Brocardo noi conferii'
tìamo,che'l parlamento de lìili,quando a uoipiace,in ah
trofempo fi diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete)
infegnatene ài che nwùera ì O' quai precetti o fermando,
B I A L O C O
il Tbofcano oratore in ciafcheduna delle tre cdufe,pof*
fa ornarli di quel diletto , il qual impreffo ne noftri annui
ne perfuade a douerfarc a fsto modo :che con ul patto
noi rijbemdefìe alia qucjìian del SorM^o. Bnoc,
Guardate che d dbrcofa non m'induciate , che la lingua
Tofcana tri faccia battere in difbctto,cbe molte co/è puh
tio beUe,cr nobili molto, quando fon fitte ; la cui origine
è ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a feo*
tari di medefima,per fare ogni amo urta anatomia di cor
pi bitmani,cj in quelli uedera,oue er come notte meft ne
portino le nojìre madri,®' portati cipartortfconojio fon
men care te belle donne,che elle fxmo agli idioti , che té
fccreti non fanno : però dite ficur amente, che'l parlamen
toma cominciato farebbe nuUa.fe in tal fmeiton terminaf
fe. B r oc. Vorrò pofeia , che minfegnate an *
àie noi i udiri madidi perfuadere , con li quali , benché
molto taoff.-ndano.me al prefente fignor ergiate sfor,
%ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc.
Per certo fi , percioebe attendendo aSe mie panie , noi
iatparsrete quel? ijteffa ignoranza , che in mollami con
moka indultria , er con poco honore la mia fcioccbexzA
mha guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo
da dtre nonfono altro,che la bidona de i miei dudij; con
effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor. ogni
punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con
U quali brutti er uih{came diccjie)diuenti atto a far bel*
la la or ariane italgare. Adunque incominciate ,(euci me
am.tte, CT quanto più facilmente potete ,diclmtr atemi il
itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil
DELLA KHETORICA, I34
cofa fìe Udopra-e ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar
uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno ingegno par 110
fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con
animo d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin
da primi anni dijìierando altra modo di parlare, cr di
fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c que*
/io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da o*
giù mlgare)quanto a fine chc'l nome mio co qualche latt
de tì-a ifamofi fi tiumeraffe;ogn 'altra curapofipojìa,aU(t
tettiott del Petrarca~,ey delle cento Nouelk , confommo
fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non
pochi meft per me mede fimo effercìi atomi , ultimamente
da Dio infbirato, rkorfi al noftro Mefjer Tripbon Ga*
brieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi, Cr intefi per
fett amente <]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no*
tar mi doueffe,hauea trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro
buon paére primieramente mi fece noti i uocabolipci mi
die regole da conofeere le declinationi-,et coniugationide
nomi , er uerbi Tofcani : finalmente gli articoli j prono*
ttiij participif,glì aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di*
fiìntmentc mi dichiarò : tanto , che accolte in uno le co*
fette imparate , io ne compofi una mia grammatica : con
la quale fcrìuendo, io mi reggeua : in maniera,che in po*
co tempo il mondo m'hebbe per dotto , ty tienimi anche*
ra per tale. Sor. infmhcra non dite cofaxbe ci peti*
tiamo ^udirla icr cofifbero the dek'auanzo atterrà ,fe
colmaefko,eycon gli autori antedetti d'impararlo ut
configliajle . Bkoc. Dunque al rimanente ucnendo ,
poi che a me parue ieffer fatto un foknne grammatico,
DIALOGO
tonfberanzagrandijlima di ekfcheduno,cbe miconofce
m , io ini diedUlfar uerfiiaUbora pieno tutto di numeri,
ài fententie,pr di parole Vetrarcbefcbe ì er Boccaccia*
ne, per certi anni feicofe amici amici marauiglhfe . po*
fck parendomi,ehe la mia uena iincmtinckffe afeccare
ipcrcioebe alcune uoìtemi mancaua i uocabott , er non
battendo che dire in dmerfi fonetti , uno ifleflò concetto
mera venuto ritratto ) a quello ricorfì , chefe il mondo
boggidi ; er congraudifiima diligenza feì un rimario , o
vocabolario «algore: nelqualeperàlphabeto ognipa*
rok,cbegk ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy
tra di ciò in un altro libro i modi loro del deferiuer le co*
fegiorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, jberan*
Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che ne parolaie con*
tetto non ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro
non me nefuffero effempio. Vedete uoi boggimai <t qual
haffex&t dijeefi ; er È» che Bretta prigione , cr con che
Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui , che io non
u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom
biàut foro)ogni lor cofa cofi latina come uolgarc trafeor
fb i cr ueggendo le foro cofe latine per rifletto alle To*
fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite
ttircperciocbe a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien
temente uarie arti poetiche, er uarie arti oratorie corre
fpondcfferczrcbe il Petrarca,et il Boccaccio le lor uol
garifapcndo , ma le latine (colpa o" agogna de tempi
loro) ignorando , tante bene Tofcdnamente fcriueffero;
quanto male latinamente poetarono; er orarono. Perk
qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer
Triphone,
DELL A HHE TORICA. 135
Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U
tino mi richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale
mcttendomijon giunto a tale } cbe io ueio il male^non
lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua dir*
miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c
m,&fiper ben kfua lingua,et in contrario il non [aper-
ta latina, benché Torte tenefje, fu cagione difarbgran*
de neffuna , ma neSaltra molto manco , che mediocre .
UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4
di nojhri U città di Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non
ha poeta, ne oratore pare al Bembo gentiluomo Vini*
tiano . A dunque potuto barebbe il Petrarca con Virgi*
fc,cr con Cicerone far fi tal oratore,®- tal poeta latino,
quale U Bembo col Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti
to Tofcano : la qualcofi non emendo auucnuta ,/cgno è t
óc in due lingue ha due arUi però il Petrarca con l'arte
fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef*
fomentre egli fcrifjh nella fualingua Tofcana. Conftr*
mauamiaopenione iluedere ogni giorno alcuni buomi*
ni pur Tofcani latrati , er digrand^ima fama , li quali
tolti dal Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir
gilio imitando faceuan uerfi uolgari ; li quali mezzo tré
volgari,®" latmi,parimentc a volgari,?? a latini jpiace*
nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t
afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio
parere, er con giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon*
fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la rimo,o delfuo loco
mouendolx fileiubro gran parte di quella formami*
gare ; che i latini , er loro arte naturalmente ékonfee .
DIALOGO
14 qualcoft fi pronai ia in quel tempo , quando (q&tfì
nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare ìhe
roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef*
futa, itone degnai appropriar fi. Mouemianchora <t
douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa il quale contri
i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce
Agli orecchi , ne men leggiadro nel caminare , di qual jì
uttol dcgliantiévAc quaipiedi poco appreffo perauen*
tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni , er effe*
rienze predette , a primi jludif tornai ; er aU'bora , oh
tra'l continuo ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U
quakofa perfe fola fenza altro artificio può partorire di
gran bene ) con maggior cura di prima ponendo mente
«fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io
tredeua) al poetai all'oratore pertinenti ; le quali,poi
che uokte,che tal faccia, brieuemente ui cjblicarò. Pria
meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey
penfando, ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk
re, tutte eleganti , mi fu auifo di ritrouarle ; er quelle in
modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua , che
col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette , er molte ,
In frale quali ( qttafifìeUe per lo jereno dimezzami*
te ) nluccunto alcune poche , parte antiche , ma di uec*
Metz* non difaiaceuole s buopo , unquanco ,fouentc :
parte mghe, er leggiadre molto, le quali, quafi gemme
belle agli occhi di cufcbeduno,folamente digentiti , &
alti ingegni fono adoprate : quali fòno>gioia, fpeinejrai,
dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le quali
mm lingua erudii* non parlerebbe , ne ferimebbe k
mano.
DELÈA KHETCSTCA. 1 5 Ci
maio, fé gli orecchi noi cofcntiftero. L ungo farebbe ti co
Uriti dijimtamète tutti i uerbiigli aducrbijxt l'altre parti
doratione> che fanno illumini juoi iter fuma una co fa non
tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di la bora il corpo,
hard Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor
lo (ìdrc,hor ltifdegno,horla pietà,bor la etàfmfinalmé
te bar uiua 3 bor morta deferiuendo, ty magnificando, k
più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente ogni cof<t
dell'altrui Uocifuote adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t
tj tetto d'oragli occhi folitfìelletZapbiro, nido cr alber
go d'amore de guancie,bor neue et rofe,bor latte cr fuo
co; rubini i labri , perle i dentista gola cr 1/ petto , bora
moria , bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle
ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl rimanente, che è ntols
to,pcr tioi medefsmi oficru&rete. Hor venendo alia ora*
tiotte, mila quale quejlo raro buomo le parole, che io ui
lodai co bella arte ua coponendojifguardado alla copia,
io m'accotfi che bauedo detto Una mlta litme,fitoco,cate
ftajdilcttOjdoloreft altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel
Sonetto no ridiceuajna in lor loco raggio,luce,fp lèaorei
fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre,
pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta
ua di reppticare. Oltra di ciò io comprefrxbe egli *<naM
di contraporr e i cantrarif& a quelli i propri) affetti, cr
le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di
ftderauddella difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura
correjpotidcndo)ì,ufciuafuora il contètOicbejente 1 gn'u
noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma ueramaiteqicHx
cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre
uff
DIALOGO
tan diligenza offeruata , che té contrari], crtaiuod,
quafi (ili della fua telajn teffendo U ormone fono ordì*
te in manieri , che ne afare per U fhrettezza, ne troppo
motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni par*
te (tanno mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior
uertu , quanto men della profa i noBri uer(t uotgart atte
lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma perciò che nei
la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi
deriamojni farma,et fine determinato, cifrai quale non
fpetie, è mefiierì di fiatubrr. la qualcofa non è altro che'l
numero ( cofi il cbiamorno gli antichi ) del qual numero
hoggipromifì , gt incomìnàai , ma non compiei di par*
Urui. accioche piena informatione d'ogni mio jtudio por
tiatCyitoi douete [opere che'lnoftro numero fi come quel
lo demolire lingue : propriamente è mifura della gra&ez
ZA del utrfo : le cui parole ben dijpojte , er ben termi*
nate a Urotanto , er più piacciono a&'inteUetto quanto ti
fuono, quanto lauoce, quanto ilntouerdeUdperfona t
CT de piedi de baRatori , er de muftei gli occhi , er gli
orecchi fuol dilettare . Onde io giudico al tempo antico
forfè in Prouen%a,o in Skika,queimedeftmi, che erano
mujìci cr danzatori, effere flati poetiiiquati pareggiati
do i lor uerftai balli , aicami,ejafuoni, borfonettì
bor canx,one,et hor ballate i lor poemi fi nominarono. E*
l'I «ero che altramente mifurauano i uerft foro i latini, er
altramente noi uolgari li mifurìamo:quelli, in fillabe d l ui
dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie
ne feceuatmk quali infteme adunate norie mifure,cr uà
rie forme di numeri (piedi dicono li fcrittori) iombi,tro*
DELLA RHETORICA. I ; 7
cheì,fboiidci,dattili , er mapcfti ne uaiimnoa rùtfcirc :
con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro',
et ttmerajfero. Ma noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi
nore arte, a 1 con più ragion mijuradofrutto eguale ala.
tini finalmente ne riportiamo,percioche non curando del
la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane
dclc, quelle in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete
to de gliafcoltanti rendono intiera la claufula,cr in ucr<
fo ne la cpnuertcno . il quai modo da mifurjrc è ccffyu*
ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa,
ro'.e di cuifon parti , fccma,o rompe nel meza : ma ne lor.
luoghi co lorofuoni&r intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr
falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai cofe non fin*
no forfè i Latóri , o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee
randa IcfUabe non come patii di dittionc , ma inquanto
brietii, cr iti quarti lunghe , troncando col loro /««ae-
re le parole , cr non parole tendendole , fanno numeri ,
(he non fon numeruna pagi, o braccia , o altra cofa cou
lemifurante la oratione , non altramente, chefe ella M*
fe\unafuperftcic ben continua , cr di un ptzzo /c/o : nel
qual cahjpejfe mite quello <t Latini fuole auuenire men-
tre efii fondono i ucrfi faro,, he a Latini , cr a noi con li
cantori adiuienc-J quali concordando le parole al/e note,
fenza curar de lignificanti, fan barbarifmi nonfoppor*
tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la volgare fcan*
fioncfiapuro numcro,tai:to , àie fole undici fdlabe , co»
munqttc infoile fe adunino , facciano il uerfo Tofcano;
ma è meltìeri in ntmeràdolc anziché all'ultima fi peruc*
gna^lquuuoinfa la quarta a in fu k fefia, o infila otta
S ua
DIALOGO
Ua fèdere; ouerkogkcndo lo fpirko,fdcilmenlònfmo al
fine ci conduciamo. Bifogna adttque che la quartajafe*
(ìa,& la ottaua fiUaba fu ecft piana, in maniera , che k
uocegia faticata comodamele uifiripofi,et adagie.Verò
non è uerfo , Voi ch"m rime fparfo afeohate il f nono ; ne
quelk.Voi Min rime fparfo il fuono afcoltate.ma bene è
bello, & buon uerfo con tutti gli altri di quel Sonetto ,
Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono . Forfè direte co
yual ragia da poeti udgm la undecima fiRaba(quafì Fu*
M delie colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per termine,
oltre al quale non fi mettejje f A che rijpondo , che cofi
uolfero i primi padri del uerfo di quefla lingua ; li quali
per auentura mal poteuano accommoiarlo a fuoni,a con*
tà& <* balli lom fi più oltra lo diflendeuatto , o è più to*
iìocbe'lnojhronerfo Tofcano allhora è uerfo perfetto,
quando egli è giunto alla rima. Adunque perche più fo*
Ilo ft conducete a perfetti: ne , di fole undici fillabe, alla
più lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter
farft più brieue : er col conftglio di chi l'afcolta , alcuna
folta con cinque, mafouente con fette fiUabe mtieramat
te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei dir delk rima ,
ma non ho tempo da ragionarne iperò paffando alla prò
fa , nofhra propria materia, nella quale [e egltu'hanume
ro alcuno ; noi il togliamo dal uerfo,ty in lei lo trappian
turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già dette fi può
coeludere che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo
Ito appunto i medefmi che noi trouiamo nel uerfo, fc non
che! uerfo ripofando in fu le quattrojinfu le fei,o in fu le
vttofue ftltabe^ neUe undici terminando , ha più certi,
&
DELLA RETHORICA, I }8
©* pi» noti ifuoi numeri che U profi non hainéSa quale
farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata alqua
to in fui quarto paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer»
maffc . Dunque in qual moda iti dirò io cbe'l boccaccio
fuggendo iluerfo, loratione deUe fue Cento noueUe sin*
gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher
Zo , ne io l'ho prefa perche io mi uantidi confumark, Z7
condurk k buon fine ; ma aecioche conofeiate quali , er
quanti infm horafiano jlati i miei Budip & di che piccia
k utilità ; doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi
hoggidl,fè non altro , fi almeno di meglio fpcndere il uo*
flro tempo,che io il mio ncnfeppifarejmpararete a mie
fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole, le quali
ufi il Boccdccio,et'4i cui dunzi ui ragionai,hor k kr co
pofitkmejbora i fini de alcune ckufuk, hor le materie del
le NoKeifo ninna cofa mi fi paraua innanzi che numero*
fa s cioè compita,®- da ogni parte perfetta non mi pareffe
di ritrouark.E' il ucro cheper diuerfe cagioni ciò auue*
nir giudicaudtCr hor natura, & bora arte lo cfiftimaua ;
C per dirui ogni cofa, hor con gli orecchi del corpo,hor
con la mente deh" intelletto di cofì credere mi configli**
uà . La elegantk , er antichità de uocaboli , co ì loro
fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di diletto
defiderofe , compitamente addolcivano , La proprietà,
er trasktione, k natura d'alcune cofe perfettamente aU
[intelletto rapprefentando ,fenz<t modo mi diUttauano.
Tanno anebora in unaltraguifa numerofe le fue Nouek
te i pari, ifmili , er i contrariai quali fi come è loro na* '
tura, alcune stolte in alcune ckujule pienamente corre*
$ x fpon*
DIALOGO
fyondcndofìjiel paragone acquetandomi , non poteuano
non contentarmi . Per U qud ragione ,a me par tua di po-
ter dire gli au uenbnenti di Pinnuccio , cr di Nicotofaji
Spinelloccio , er del Ceppa di Cimone , di Salabetto , di
Mibrogiuolo , er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad
ingiuria , er cafo a cafo totalmente quadrando, le ter no
uelk far numerofe. Kmneroja altrcfi poliamo dire la o*
rationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo imbratta, oue
la bellezza iella uaUe dette donne,la greffezza di Fero»
do, la uanttà dinudana Lifctta, la cofcjUonedi Ser Ciap
pettetto, «r finalméte la mortalità di Firenze ci è deferite
ta,ft fattamente , che più altra non fi defidcra : parla an*
ebora in alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna
del Mazza, hor lafuoccra di Arriguccio , bar la moglie
di quel di Cbinzica,®- dice o>/fr,er parole in maniera al
la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la ritraggono;
quello Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0
mo dipintore co colorile con l'arte fua no potrebbe adont
bfare. M a il numcrofo,di che ubo detto fin qui,pche può
effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri
pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui , bene è
cofa da farne fltma , er ebeà trottare quel, che cerehia*
mo facilmente r.e può guidare,?? far lume : però, pajjan
do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU
le claufaie,come douemo , armiamo . Dette quali due
cofe, l'una nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero*
fa U 'altra è fontana del mmero,et d'ogni bene che fa par
fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla fontana,
quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare , er in effetto è cojì,
- - - che
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DELL 4 E H E T O B,I C A.
che torrione delle noucìle è talmente coìnpofli , che chi
hi orecchie non inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU
U tiene di perfetto , er di numcrefo: la cagione oltre a
queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie , ma
[intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan*
tunque uolte ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos
ro adunatele ne aftra. ne aperta la lorofabrica ne rie
fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt
mero è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd
le : alla qaale\fu fi intento il Boccaccio , che alcune uolte
uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli uidc , o minti di
kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe
8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li co*
portò, &U cefi cane dalle parole ben compojle,frafe
medefme alcuna uolta per k profa deUe\nouclle nafeono
verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati
dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì
oratione parte graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati
dipulkhre . con effo i quali U Boccaccio non più a cafo t
per natura delie parole, ma cv leggiadro artificio ua te
gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP
fra i termini delle Icr claufule compitamente acceglièdo,
1 quài mauri moderando la oratione,et la vaghezza del
torfqfuo con piaceuolì intoppi foauanente a frenando ,
hamio uertù non fokmente di dilettarne , ma dì giouar*
ne,che in quelmodo , che la dejhezza della perfona con
lapofjanza congiunta, le mftre forze fa gròtte fe^ mi
defbuamonel difender fi pi» ficuro, ey neUo fendere
più itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume*
S 3 ri
n I A t O G O
ri rfceofflprfgriirtrf è più cara ad udire ; cr <J»« concrfft ,
cb'ellafignifica, con maggiore efficaci* ci fuol imprimer
neWinteSetto . Forfè affrettate ch'io ue li nomini t cr che
in trocbei,iambi 3 dattiÙ , CT piedi colali latinamente
parlàdogli uì dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei
acrfo,ouc nafeono, er onde li prende toratione,non fon
nomati , ne figurati 3 neRa profa , oue cfiìfon peregrini,
quai figure , quai nomi può toro dare che ne ragiona ì
Adunque a luoghi dotte efii albergano conducendotti, et
quafì muto additandogli , il rimanente al uofbrofiudio co
metterò. Ma itoi deuete fapere che enfi come la compofì
tion della profa è ordinanza delle noci delle porole,ccfj i
numeri fono ordini delle fiUabe loro i con U quali dilet*
tondo gli orcchbi, la buona arte oratoria incominciamoti
tinua, er finifee la oratone : percioche ogni cUufula co*
me ha principio cofi ha mezp , cr fine, nel principio fi M
mouendo, cr afeende meUnezo quafi fianca dalla fati*
cacando m piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\
fine per acquetarfi. Hora in quoti luoghi deUa fua uia di
qua dal fine debbia pofarfì l'oratione,et quote fiUabe dal
principio fta totani la prima paufa, no è precetto che nel
comanàixt comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo;
ft perche la profa uttók effer liberajonde il numero no le
è legamela compimento ; fi per fuggire ilfafiidio ycbe
co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci recar eh
be loratione : fi anchora perche afententie.er affètti di*
jfrari,partinteruaUi diparole non fi couengono . Che fe'l
nerfonon fallidifce , ciò odimene perche ì fuo numero è
puro numero , cr quafi muro della fua fabrica ; il male
DELLA RHIIOUCA, 140
[mattato con altri numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co»
trurifcr d'ognintorno di rime,d'tpitbeti,& di figure di*
pinto perde il colore, maggiorméte che molte mite il fin
del ucrfò è principio , et talhor mezo della fentcn%a i ma
nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa
role iperò abondando ài dipintore farebbe operaaffet*
tata,nm dilettevole jet oratoria,ma ridienti, puerile .
Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para*
gonandok, concluderemo mi medefima oratione per di
ucrfe cagioni poter effer numerofa , cr non numero fi ,
perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole ÙSfóme ,
€7 mal compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* .,
rij.ct quei fimili fan fonorajtta afyra molto lorationezr
la caporione elegante [beffe fiate guafla il ucrfox? non
uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta ben
capane le parok non bette, cr dura wka belle malamcn
te ua componendo 5 et può occorrere che cofì come nella
mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^ k no bua
ik,o per ufanza , per arte fono tra loro concordi ì cefi ì
pari>i fnmliw i contrari} , cofe tutte per lor natura ben
rifonanti,qualche uolta co uoce a$ra,ty àfforme, qual,
che uolta feioce mentc^ & a bocca aperta ua e faticando
U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm
/<* perfettamente compofta , quafi fiume del proprio cor
p dppagandofi,nonfi cura non cht digìugere al fine,m
di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non
le mancale, continuamente tutta firn uita eminareb*
be . però a numeri ricorriamo, lìquali attrauerfando I4
(tratte pkccxoinmtc con Infinge , cr con uezzi ariti*
' £ 4 jre*
B I ALO CO
f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino , er non ualcn
do la cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal
fio grado,con violenza tarrefìino. Sor. Qae/fd leg
gede nwnerideUa profauolgarepar molto incerta , er
confufa nondOìinguendo otte, quando, & quante fiate dì
qua dal fine debbia fermarli Toratione ; ne con quai pie*
di cammì,o a qual termine fi conduci per ripofarfi . Md
che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er affetti di*
fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero
che nella profa pitiche neluerfi,un medefimo numero
fta delle cofe,ct delle parole tBxoc. BrieuementerìjbS
derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia
zi detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona
ioui,hebbi a dire, che mufico ponedo infieme le mei gra
tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc campuceua a
gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii
tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa , s'ingegnaua
di dilettare. Adunque egli è ufficio d'Oratore dir parole
non (olamente ben rifonanti,mamtctligibìli } ey a comete
tifigniftcaticorrefhonientì,chcfi come nei ritraiti dì
Titiano,oltra il diffegno,la fimiglianzà confideriamo(et
fendo tali(fi come fon ueramente)che i loro effempij pie
namente ci rapprefentìno,opra perfetta, eydilui degni
gli efiiflìmiamo ■> co fi ancora ncWoratione conia teflura
delle parole, con i loro numeri , er con la loro concinnità
tintentionifigrìfìcate paragoniamo : procurando che le
parole pronunciate fi pareggino alle fententie,et co quel
lo ordine le fignifichino , che [ha notate la mente. Ver
la qual cofafe i concetti fon grauì,le parole a douer loro
DELLA R HE TO R ICA. 141
rifondere deano farjì di fiUabe>cbe U lingm peni alcjua
to nel proferirle ;fiano jpefiiiripofi , ey non s'mdugie il
finire ìil contrario nelle parole jo' nelle fentenze piace*
uoliueggofare al Boccacio,w altrettanto pofimo dir
degli affetti . Perciocke i colerici con parole udibili, &
prcjìe molto,mu imanmconicipigramentc y agguaglun=
do conle parole ?h umor e, fono da effer pronunciati : che
tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non
pc ngd mente alla Uinghezz^o breuità loro ,f,che piedi
[e ne cempongd ; nondimeno nciprouiamo ogni giorno ,
che in cffefUabe con pia tcmpo,et più dffrdn;entefi prò
fc.ifconoleconfoiuntiibclciiocaliìion fanno, llke Da
te confidcrando,alcund tic Ita nelle canzoni ;er nella ce*
mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f
léffe rime molto dfprc, non per dltrofaluo perche al feg
getto di che pdrhatdyi^ro molto , er priuo aitato d'u-
gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro
non uuole,che dilettarne,!* Voratore dilettando ci per»
fuade ; però è mefticrìche le parole decoratore total*
mente fi confacciavo a concetti fignificali, er che i ntmte
ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo,et il fin fuo.uada <t
paro col mezo, et col principio delle fcntentie , ikhe de
uerfi non adiuiene, i cuinumsri non da concetti deWinttì
IcttoTtiaddbdUifunm acanti fon dependenti, El efuin*
di uiene,cbe i perfètti Oratori so rari in numero piu,chc
i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo
obligati d lor numeri, et però il uerfo paia oprat Uberto*
fd&digrmdifiimo magiflerio ; nondimeno certieffm*
do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol
to
DIALOGO
lo penfari(ifufo,fufo i .fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU
orecchi guidati A mezo,ey al fine facilmente con effo lo
ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la profa,laquale dilet*
tondo er pervadendo congli orecchi,®- con Cintetiettcr,
fumo oblìgati dimifurare; guardàdofempre che te parò
le nonfian più corte, opiu lunge della fentenxa fìgnifica
fa : che ciò effendo,troppoofcura,o troppo fredda riufei
rcbbcTcratione . Sono adunque ifuoìnumeri meno [enfi
Mùtua affé più nobiliiun po più Uberi,ma non men certi
diqueideluerfoi manon appare Uhr certezza, alber*
gando neUefentenz<>kquaifon coje intellettuali. E< ofo
dirc,che cq/ì come più perfettaèla muficddelletre uod
the deUe due ; come mchoraè pmperfeita U dipintura
de più coìori s chenonè queUa de pockixojììa prefa, nel*
hi quale agli orecchici aU'inteUetto fi cecorda la lingua*
è oratione più numerofa del uerfome la Ungua,ctglio*
recchiaiue fole membra delnofbro corpo t fono ufate dì co
Uenirfi . Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti fmhorA
nel Petrarca,et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er
con quel frutto che uoi uedete ; ne me ne pento del tutto ,
fyeràdo che i mici errori funo altrui occafione di dauer
bene opcrareia me nmgii,tiquale auezxo a fallire appe
na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor.—
Seti uojbro fallo è fi picciolo che uoi peniate a uederb ,
fiate certo che agli altrui occhi fe totalncte imtiféile^e
rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe
flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno
ronzammo che bafìi,nÓ lo difcernc:ct(che è peggiorai
taddlmediuerttànonpuo affiffarfinel fuo fbkndorc .
SOR,
DELLA EH1TOSICA, 141
Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m*
(fra ignoranza ha prìmlegio di potarmi giouare infogni"
domiaicana cofa,non ktentteociofa.B«oc. Hohijono
gli mori onde io mi trotto impacciato ; ma tutti nafcono
daìiaradiccji che dianzi ui ragionai : cioè, che torte lati
tu deh"orare>o- dei poetatela diuerfa dalla Thofcani,
tìqttakerrore doterebbe effer e a cufchedtmo manifejlif*
fimo. quindi or gomento^bek mie lunghe, zrpueriliof*
fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri,
deUa cui barmonia k mie orecchie s di miglior [nono difi*
derofe,compitamctite non fi contentano. Sor. Deffrf m<t
ierk de numeri poco baurete dafaueUare,fe a lombi, er
4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te
mifure latine knojira prof a uolgarefi pojfafar numero
fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè fri ueder*. Sor.
Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti
tametriin quefla littgua,dando loro quei piedi^nde itati
tiifono ujatidi cammare-.pofckaUa profawnendo, con
quei medefmi in altra guifa dijpofli faticarci dinumerar
la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc<
caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo,
per le loro-orme uenendo procuriamo difeguitarli , con*
tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non fecondi,ma
terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat*
(io,mentre io era d'opinione che k nojbra arte oratoria,
cr poetica,attro non foffè che imitar loro ambidue; prò*
fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che
tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione,ry dal di*
fw dclfhonore,chcfa ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do
non
Mn fcffe che Cicerone in alcun libro àeUdfud arte orato
rid,cotdlguifa difludio da Carbone adoprdtcgrandemé
tefuol bùftmare ; lodando aWmcontro il tradurre cCun4
ìingua iti un'altra i poemi, er laratiomdcpiufamofrXa*
qual cofa(per uero dire) ionon bo fatto fin qui dubitarti
do per le ragioni antedette, che la. fententia fritta da Ci
terone delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non
fi effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no
fendo ofo di effercitarmi,molti mefi fono'uiuuto otiofo.et
fél Valeriononmi conftglia t non fo che farmineWaue*
iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare il Soranzoì '
perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii*
dete il ragionamento principiato; il cui fine ( fc il difide*
rio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano parecchie
yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìehpercbe di
quei del Soranzo non mièrimafo chefauellaretcbe batte"
do detto per quii ragioni,fecando me,il diletto fta la air*
tit de

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