Grice e Cherchi: l'implicatura conversazionale sarda
– filosofia sarda – filosofia italiana – Luigi Speranza (Oschiri).
Filosofo italiano. Grice: “Cherchi demonstrates that Jersey exists – if a
philosopher is from Jersey we wouldn’t call him English – neither would he!
Cherchi is from ‘Sardinia,’ and he philosophises mainly about that – which is
very fun! My favourite of his tracts is one on the circle and the ellipse as it
relates to Vinci’s ‘homo vitruviano.’ Anda a scuola al liceo Siotto Pintor a
Cagliari. Placido Cherchi studiò a Cagliari con Ernesto De Martino e Corrado
Maltese, interessandosi contemporaneamente di studi e problemi
etno-antropologici e storico artistici. Come autore di importanti lavori sul
pensiero di Ernesto De Martino e sui problemi dell'identità e della cultura sarda,
fu un membro attivo della Scuola antropologica di Cagliari, dovuta alla
presenza all'Cagliari di maestri come Ernesto de Martino e Alberto Mario
Cirese, come pure di loro allievi quali Clara Gallini, Giulio Angioni e lo
stesso Cherchi. Morì nel all'età di 74 anni a causa di un'emorragia
cerebrale. Altre opere: “Paul Klee teorico, De Donato, Bari); Sciola, percorsi
materici, Stef, Cagliari); “Pittura e mito in Giovanni Nonnis, Alfa, Quartu
S.E.); Nivola, Ilisso, Nuoro); “Placido Cherci, Ernesto De Martino: dalla crisi della presenza
alla comunità umana, Liguori, Napoli); “Il signore del limite: tre variazioni
critiche su Ernesto De Martino, Liguori, Napoli); “Il peso dell'ombra:
l'etnocentrismo critico di Ernesto De Martino e il problema dell'autocoscienza
culturale, Liguori, Napoli); “Etnos e apocalisse: mutamento e crisi nella
cultura sarda e in altre culture periferiche, Zonza, Sestu); “Manifesto della
gioventù eretica del comunitarismo e della Confederazione politica dei circoli,
organizzazione non-partitica dei sardi, coautori Francesco Masala ed Eliseo
Spiga, Zonza, Sestu); “Il recupero del significato: dall'utopia all'identità
nella cultura figurativa sarda, Zonza, Sestu); “Crais: su alcune pieghe
profonde dell'identità, Zonza, Sestu); “Il cerchio e l’ellisse. Etnopsichiatria
e antropologia religiosa in Ernesto De Martino: le dialettiche risolventi
dell’autocritica, Aìsara); “La riscrittura oltrepassante, Calimera, Curumuny);
“Per un’identità critica. Alcune incursioni auto-analitiche nel mondo
identitario dei sardi” (Arkadia. Silvano Tagliagambe: Giulio Angioni, Una scuola sarda di
antropologia?, in (Luciano Marrocu,
Francesco Bachis, Valeria Deplano), La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi,
processi culturali, Roma, Donzelli,, 649-663
Addio a Placido Cherchi, il ricordo di Giulio Angioni: "Fu ideologo
del neo sardismo" Archiviato il 2 ottobre
in. Notizie.tiscali È morto
Placido Cherchi, vicepresidente della Fondazione Sardinia
Fondazionesardinia.eu Scuola
antropologica di Cagliari Ernesto de Martino
Giulio Angioni, In morte di Placido Cherchi, sito "il manifesto
sardo".il 6 ottobre. Roberto Carta, Che cosa è Placido Cherchi? Due o tre
cose, per decidere di essere sardi Po arregordai a Placido CherchiEnrico
Lobina, su enricolobina.org. Silvano Tagliagambe, L'eredità preziosa di Placido
Cherchi. La colonizzazione e la penetrazione
romana nell'isola furono oltremodo intense e furono facilitate da
affinità di razza, per cui si può dire che lo spirito latino g-iunse
nell'intimo dell'anima del popolo sardo. (I) Pinza,
IMonuineiiti prUìiHivi della Sardegna in Monumenti Antichi, pubblicati per
cura della Reale Accademia dei Lincei, pag. 6. Il Taramelli, nel recente
lavoro sulla questione nu- ragica (Arch. Stor. Sardo, ITI 119071 p. 217),
ritiene che il carattere prevalentemente guerresco della schiatta sarda,
l'accanimento delle lotte interne dapprima, poi con lo straniero
invasore, abbiano nuociuto allo sviluppo artistico, che in germe aveva la
stessa disposizione che presso altre genti del Mediterraneo. Quando
le legioni romane, in seguito alle fiere lotte sostenute contro i
montanari Olaesi o Iliesi ebbero assoluta padronanza dell'intera
isola, l'arte sarda scomparì con questa che può definirsi l'ultima
ribellione dell'antica civiltà nuragica, e di essa non rimasero che vaghe
re- miniscenze presso gli artefici più umili, le quali perdurarono
attraverso il medio evo fino ai nostri giorni. Nel periodo
glorioso dell'impero romano la fusione fra l'elemento latino ed indigeno
fu così intima da potersi asserire che le nostre sono
manifestazioni della civiltà derivante da Roma; le grandi opere pubbliche
mostrano una regione che assurse ad alto grado di fiorimento civile
ed economico; non v'è paese, né plaga nell'isola che non abbiano
traccia dell'opera meravigliosa svolta dai Romani. Nelle regioni più
inaccessibili, in quella stessa Barbagia che raccolse gli ultimi
difensori della civiltà indigena, e che mostrossi . Statuetta
preistorica 1 Museo di Casa;! i a sempre indomita e
ribelle ad ogni forma di potere, sono strade, ponti, ed altri
segni palesanti ima florida colonizzazione romana, tanto intensa da
perdiu-are in molte manifestazioni e iiello stesso linguaggio
, attraverso secoli di bar- barie e di dominazione. Oreficeria
punica nel Museo di Cagliari. gran parte Nello
sfasciarsi della romana potenza lo spirito conservatore delle genti sarde
custodì gelosamente la bella tradizione latina. Mentre nel tempo che
segnò il passaggio dall'evo antico all'evo medio, d'Italia, come scrisse
il vSolmi, soggiacque a una lunga, trasformativa dominazione germanica,
la Sardegna fu invece fra le scarse regioni italiane che ne
restarono quasi pienamente immuni, dando così un nuovo, singolare
atteggiamento alla sua storia, che fu lenta e spontanea elaborazione
degli elementi indigeni e latini. La furia distruggitrice della
conquista vanda- lica, assai breve e poco estesa, non lasciò
traccia alcuna d'arte e di vita e paralizzò quell'ascensione alle più
nobili conquiste, che la Sardegna avea iniziato con la signoria di
Roma. Una completa oscurità avvolge in questo fu- nesto
periodo ogni azione isolana, che non siano le fasi di quelle guerre che
dilaniarono l'isola. Tur- bini di barbarie la dovettero ridurre in un
vasto campo funebre e quando cessarono le irruenze degli invasori,
l'opera degli architetti e degli ar- tisti si svolse come se nel
naufragio delle romanità questi avessero perduto la memoria d'ogni
bella forma. La conquista di Belisario ed il
riordinamento amministrativo di Giustiniano, assicurando la Sar-
degna al dominio degli imperatori d'Oriente, con- sentirono lo spontaneo
sviluppo degli elementi latini. Artehci che trassero la loro
arte da Bisanzio svolsero nell'isola quell'architettura, che derivò
da armonica fusione di forme orientali e di bellezze
classiche, sparse quest'ultime con profusione nella terra che vide
erigere l'Acropoli e scolpire la X'enere di Milo. Furono greci gli
artisti che scol- Statuetta ienicia nel Museo di
Cagliari. fase. Arrigo Solmi, La Sardegna e gli studi storici
wnW Arcìiivio Storico Sarda, voi. I, 1-2, Cagliari, Tip. G. Dessi,
1905. pirone bassorilievi, iscrizioni ed altre forme ornamentali, che
recenti indagini hanno messo in evidenza e che sistematiche ricerche
renderanno indubbiamente tanto copiose da darci modo di determinare entro
limiti detiniti l'influenza artistica che Bisanzio svolse nell'isola
dandole carattere e forme stilisticamente rilevanti. ampacla
cristiana rinv Chic a di S. Giovanili tli Siiiis in territorio di Cabras
nell'antica Tarros. L'arte romana per opera di greci artefici divenne arte
bizantina, la (jLiale rappresenta non un nuovo stile, ma ima
trasformazione dello spirito latino a contatto delle forme orientali. F.d
in Ravenna, in Grado, in Sicilia, nelle Puglie sorsero quelli edifici,
rudi e disadorni all'esterno, che inter- namente brillano di ricchi
mosaici, in cui l'oro e le gemme preziose sfaccettano in mille raggi la
tenue luce diffondentesi dalle arcuate finestre. Anche nella nostra
isola dovettero svolgersi queste forme architet- toniche giacché dal
primo trentennio del secolo VI e per non breve corso di tempo la Sardegna
fu una provincia dell'impero di Bisanzio. Xè questa signoria fu
solo nominale, ma tanto si compenetrò nella vita e nelle istituzioni che
l'infiuenza greca nel linguaggio, nella diplo- matica, nel dritto
apparisce evidente anche nel secolo XI, quando la Sardegna erasi già
sottratta di nome e di fatto al dominio degli impe- ratori di Oriente e
ne reggevano le sorti da più che un secolo i regoli o giudici
nazionali. La nostra cattedrale conserva in una sua cappella una
Madonna, splendente d'oro e di bellezza. Intorno ad essa fiorisce una fine
e pia les^genda, comune del resto a molti altri antichi simulacri
d'Italia. Vuoisi che la vaga madonnina sia stata scolpita da S.
Luca e da Costantinopoli trasportata a cura del Cagliaritano Eusebio,
vescovo di Vercelli, alla città di Cagliari, con nave guidata da una
corte di angeli e di cherubini. Il simulacro è indubbiamente opera del
XIV secolo, ma la tenue leggenda può interpretarsi come un poetico
simbolo del tra- Stele puniclie nel Museo di Cagliari.
piantarsi dell'ellenismo nell'isola, perpetuato dal nostro popolo
attraverso gli oggetti suoi pili cari. Ed infatti molti
frammenti decorativi ed epigrafici nonché parecchi edifici attestano
dell'inlluenza dei costruttori bizantini neh' architettura dell'alto
medio evo in Sardegna. Tale è la Chiesa di S. Giovanni di Sinis,
nell'agro di Cabras in vicinanza ad Oristano e presso le rovine
dell'antica e fiorente città di artp: preromanica Tarros. Le origini
e le vicende di questa chiesa ci sono ignote; si volle veder in
essa la cattedrale di Tarros cristiana, ma ciò non è che una congettura,
giacché nessun documento veramente ineccepi- bile ci dice quando la
città venne abbandonata e se essa perdurò fino al- l'epoca che gli
elementi costruttivi e stilistici permettono d'assegnare all'an-
tico tempio. L'aver i presuli d'Oristano assunto il titolo di abate di S.
Giovanni di Sinis fa presumere che a questa chiesa originariamente
fosse annesso un monastero. Essa presentemente è a tre
navate Testa di irrito rin\enuta in Cagliari Punica.
coperta da volta a botte e comuni- cante per mezzo di arcate
poggianti su massicci pilastri. Anche i due muri |jerimetrali e
laterali hanno la strut- tura a pilastri ed archi, chiusi questi
ultimi posteriormente. Il prospetto, sormontato da im
frontone che segue l'andamento della volta a botte, non ha
ornamentazione alcuna e la porta che in esso è aperta è
rettangolare, semplicemente con- tornata da una fascia di marmo.
La navata centrale è terminata da un'abside circolare e sopra le
ul- JNIaschera rinvenuta in Tarros
Punica. D. SCANO — storia dell' Ai le in Sardegna. time
quattro pilastrate si svolge il tamburo, sostenente la piccola volta a
bacino, costituente la cupola. La forma di questa chiesa è
basilicale e non differenzia da quelle di tante altre chiese medioevali
sarde, del XI o XII secolo, se non che alcune forme costruttive come la
cupola e la volta a botte indu- cono a ritenere che originariamente dovea
avere tutt' altra struttura. Mancando ogni qualsiasi elemento
decorativo, giacché la chiesa ha le pareti nude senza frammenti di
pittura, di scultura o di semplice orna- mentazione, che di solito
guidano lo studioso nei riscontri stilistici, pro- cedetti per
identificare le forme primitive ad un esame tecnico delle parti
architettoniche. I risultati confermarono la prima
impressione, giacché potei ri- scontrare: 1°) La volta che
copre la navata centrale è relativamente mo- derna; 2°)
I muri della navata cen- trale e delle navatelle furono eretti
posteriormente al nucleo centrale, su cui poggia il cupolino. Della
struttura originaria della Chiesa non resta che detto nucleo
centrale e le braccia tra- sversali. Ridotte in tal modo le
parti originarie ed eliminate le aggiunte posteriori è facile completare
l'ico- nografia primitiva, partita in quattro braccia a modo di croce,
che s'in- tersecano secondo quattro piloni sostenenti il tamburo su cui
poggia la cupola per mezzo di quattro pennacchi. Di più i piloni hanno
gli angoli rientranti in modo da permettere il collocamento in dette
pilastrate di quattro colonne, che ora più non esistono. Questa
particolarità co- struttiva è degna di nota, giacche la ritroveremo in
altra chiesa, colla quale S. Giovanni di Sinis presenta molte affinità.
Nei muri terminali delle braccia trasversali della croce sono
aperte i nnvc-mita 111 Cai^l influenza greca). iri
l'ui due finestre bifore, in cui la colonnina è sostituita da un
semplice pila- strino in pietra da taglio senza capitello e senza base.
Abbiamo la forma iniziale di quelle bifore, che posteriormente vennero
rese più eleganti e più svelte dalle colonnine col pulvino, permettente
agli archi un'imposta corrispondente allo spessore della muraglia. Questa
forma arcaica con- ferma l'origine preromanica di S. Giovanni di
Sinis. Alle forme costruttive di questa chiesa dovettero
infiuire le catacombe di S. Salvatore, le quali ne distano circa
quattro chilo- metri. Queste catacombe poste presso ad alcune
ro- vine romane, malgrado non siano state ancora ne stu-
diate, né menzionate, sono interessantissime e costitui- scono il
più pregevole ed interessante monumento isolano dei primi tempi
del cristianesimo. La chiesetta sopra- suolo è
relativamente mo- derna e non presenta niente d' interessante . Ai
sotter- ranei s'accede mediante una gradinata svolgentesi in
uno stretto passaggio coperto da un voltino a botte. In
quell'andito sono aperte due porte, una di fronte all'altra, per le quali
si perviene a due camere rettangolari di m. 4,30 X 3,26 ciascuna, coperte
ancor esse con volte a botte. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano
circolare, coperto da volta a bacino ed illuminato dall'alto, che
costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con
altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che
è l'ultima Busto di a rinveiiutu in Tarros
Punica influenza jj;reca). dell'edificio sotterraneo. Si ha
una disposizione planimetrica, che ricorda i più antichi edifici
cristiani: la struttura è prettamente romana con mu- ratura di laterizi
opportunamente collegata con altra di pietrame informe. Ceramica punica
nel Museo di Cai;liari. Le pareti delle diverse camere sono
intonacate a stucco lucido, const'i- vante tutt'ora traccia di antiche
pitture. Più che pitture sono schi/zi, Sarcofago romano nel
Museo di Cagliari. figure eseguite a caso, alcune abilmente, altre
con tecnica ed arte infan- tili. In ima parete di una camera absidale
sono traccie di un gruppo interessantissimo rappresentante una lotta fra
un leone ed un uomo dalle forme erculee. Nelle altre i)areti e;
nell'abside della stessa camera sono schizzate alcune nax'i, due leoni,
un Eros e diverse figure di donne de- lineate con maestria dal tipo
classicamente pagano. Esse vennero eseguite al di là di (iualun<[ue
preoccu[)azione mistica e sono di gentile arte, piene di grazia
voluttuosa e di vita. L'na di esse dalle linee formose, che rievoca la
Venus (ìcnitri.w solleva con ima mano i veli che le coprono i turgidi
seni e le belle forme. l'"ra ([uesti schizzi e queste figure di donne
ri- corre sjx'sso il mouogramiua RI e sono intercalate frasi scritte in
greco corsivo, la di cui esatta interpretazione potrà portare non lieve
luce sulle origini di (|ueste forme pittoriche. Non un simbolo cristiano,
non il monogramma di Cristo che attestino la fede di chi rese nelle
pareti, con .Sarcofajj:o romano
nel Museo di Ca.sjliari. decise linee, figure \oluttuose di belle donne.
D'altra parte l'iconografia dei sotterranei segue la disposizione delle
prime chiesette cristiane special- mente nelle forme absidali delle due
cappelle laterali e della camera termi- nale. E vero che nelle
costruzioni cimiteriali più antiche le tetre muraglie coprivansi di scene
tratte dalla vita reale e molto spesso dalla mitologia pagana tanto che
nelle catacombe di Pri.scilla e di Domitilla, nelle quali meglio che
altrove si possono studiare le origini della pittura primitiva cristiana,
cjuesta è stranamente impregnata di paganesimo; ma se la tra- dizione è
pagana, nell'antica forma l'arte si penetra di spirito cristiano. Qui no,
forma e spirito sono schiettamente inspirate al paganesimo più libero e
più licenzioso. Statua di Bacco rinvenuta In Cagliari nel 1904.
Queste contradizioni non permettono ora di poter dare un sicuro o^iudizio
su questo interessantissimo monumento: forse l'ipotesi che più concilia
((ueste forme cozzanti tra loro è quella dell'orij^i'ine pagana dei
sotterranei, costrutti ed usati come carceri e poscia serviti come
rifugio nei primi tempi del cristianesimo. Con ciò si spiegherebbero la
disposi- zione a celle, poste sotto il livello del suolo e gli schizzi
delineati da (jualche artista, che nel tedio della prigionia volle
rievocare senza una direttiva pittorica immagini impure e dar forma
d'arte a sogni libertini. Oualun([ue sia l'origine di queste, che
vengono chiamate catacombe. è certo che esse furono nei primi secoli,
forse nel IV^ secolo, adibite al culto cristiano. Non ritengo
la costruzione cimiteriale, mancando qualsiasi indizio di loculo o di
pittura funeraria. Nel nucleo centrale è un pozzo, poco profondo,
in cui è perenne una fresca lama d'acqua. Questo può spiegare la
destinazione che dai primi cristiani venne data a questi sotterranei,
qualunque sia la loro origine. A mio parere essi dovettero servire di
battistero in tempi di per- secuzione. Infatti non è spiegabile con
l'ordinario uso degli edifici di culto la presenza del pozzo nella parte
centrale della chiesa sotterranea. Inoltre la poca profondità del fondo,
la presenza ininterrotta di una fresca lama d'acqua e le traccie di
alcuni fori, per cui mediante tavole potevano i convertiti scender s^nù
nell'acqua, rendono attendibile questa destinazione, la quale ha molti
riscontri e molte analogie colle prime forme battisteriali.
Ai primi tempi del cristianesimo non aveasi altri battisteri che le
rive dei fiumi e le fontane. Ancor oggi nella prigione Mamertina a Roma
ARTE PREROMANICA esiste il [)ozzo miracoloso, in cui,
secondo un'antica tradizione, S. Pietro e S. I^iolo battezzarono i loro
(guardiani. In alcuni battisteri ])riniiti\'i rac(iua era fornita da
pozzi come nelle catacomlje di S. balena o da sor- benti naturali come in
([uelle di Priscilla e di Callista. I*\i solo colla cessa/ione
delle persecuzioni al tempo di Costantino che si commciò a costrurre
battisteri snò dio, editici s[)eciali, che non differivano dalle chiese
propriamente dette se non per la loro desti- nazione. La
cripta di S. .Sahatore forse in oriu-ine ebbe altra inxocazione, oiacchè
era fre([uente dedicare i battisteri al precursore di Cristo. Ad Avanzi
di \ille romane in Cagliari. ot^ni modo ciò che non |)U() essere
messo in dul)bio si è che i sotter- ranei di S. Salvatore, per le forme
costruttive, i)er le pitture e per le iscrizioni costituiscono un
monumento d'arte cristiana di ^rrancle interesse e merita uno studio
ampio e speciale più di (pianto io abbia fatto in questi cenni brevi e
riassuntivi. L'oratorio di S. Giovanni d'Assemini fu ancor esso
elevato con forme costruttive bizantine, come può desumersi da
un'attenta disamina. La più antica memoria riflettente questa
chiesetta si conserva in un diploma dell'archivio Capitolare
della Chiesa di S. Lorenzo di Genova, con cui Trogotorio di Gunale,
giudice di Cagliari, e suo figlio Costan- tino concedono nel 1108 alla
Cattedrale di Genova la Chiesa di S. Gio- vanni e rinnovano la promessa
annua di una libra d'oro: Ego Indice Trogotori de Giinali cinti, filio
meo doninu Costantini .... fazo dista carta prò S. Ioaiinc de Arseiuin,
qui dabo ad sancto Lanreìizio de lamia prò Deus et prò anima mca
ecc. ecc. La facciata non ha niente di notevole ed è posteriore alla
fonda- zione della Chiesa. Nell'interno due navate larghe m. 2,00
disimpegnano Idinha di Atilia Pnmptilla in Cagliari. per mezzo
d'arcate quattro cappelle. All'incrocio delle due strette navate formanti
una croce greca a braccia eguali s'imposta sopra un tamburo a sezione
quadrata una piccola volta a bacino. Anche in questa chiesa
dobbiamo distinguere il nucleo originario dalle posteriori costruzioni;
queste sono costituite dalle quattro cappelle, che, coperte da un rozzo
tetto a vista, sono appiccicature evidenti e per la diversa struttura
muraria e per non essere collegate organicamente ai muri
antichi. ToLA, Cod. Dipi., voi. 1, pag. 180. Eliminando queste
aggiunte risultano in modestissime proporzioni le stesse forme bizantine
della chiesa di S. Giovanni di Sinis e di S. Sa- turnino in Cagliari.
Nell'altare è murata un'iscrizione in caratteri greci, che porta
imo sprazzo di luce sulla chiesetta. E contornata da una doppia fascia
di perline in rilievo, che attesta come facesse parte di qualche
monumento, probabilmente sepolcrale, dedicato alle persone in essa
ricordate. Tra- scrivo l'interpretazione fattane dal Prof.
Taramelli: Anlìteatro romano in Ca.uliari. O Signore, abbi
pietà del tuo servo Torcotorio, arconte di Sardegna e della serva Gè ti
'.''. Lo Spano ed il Martini ritennero — erroneamente come
vedremo in appresso — trattarsi del Torcotorio, che governò il giudicato
di Ca- gliari dal 1108 al II 29 e che donò la chiesa di S. Giovanni
d'Assemini al Duomo di Genova. A pochi metri dell'oratorio di
S. Giovanni sorge la Chiesa Parroc- chiale di S. Pietro, che contiene fra
le sue mura alcuni frammenti deco- rativi bizantini e sulla soglia ha
incisa la seguente inscrizione in carat- (i) A. Taramelli,
Iscrizioni Bizantine della Chiesa di S. Giovanni e della Chiesa Par-
rocchiale d' Assemini in Notizie degli Scavi, a. 1906, fase. 3.
teri greci, la quale ricorda probabilmente l'erezione e la dedicazione di
detta chiesa, che è ancora oggi sotto l'invocazione di S.
Pietro: In nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo,
io Nispella Ochote (?) (co- strusse il tempio) in onore dei Santi
corifei gli apostoli Pietro e Paolo e S. Giovanni Battista e della
l^ergine martire Barbara, affinchè per le loro preghiere dia a me
il Signore la, liberazione dei peccati. Anche quest'
iscrizione venne dallo Spano attribuita al Torcotorio del XI se-
Erma bacchica di fronte. In un mio studio sulla chiesa
di S. Saturnino di Cagliari '* trattando ac- cidentalmente di queste
epigrafi, le ri- tenni anteriori al mille. Infatti le lettere,
elegantemente incise, ed i pochi motivi ornamentali sono sufficienti a
determinare forme stilistiche molto più antiche delle romaniche del
mille e dei secoli susse- guenti. Inoltre la carica di protospatha-
riìis, che si riscontra in un'altra iscrizione coeva di Villasor, indica
ancora una sog- gezione alla corte di Bisanzio non con- cepibile
nel Torcotorio della seconda metà del XI secolo, che nei suoi atti ed
in ispecial modo nella donazione fatta ai Testa di
Sileno. (i| 1). SCANO, Im Cliicsa di S. Satuvìiiuo in
Ihillrltiìio /ìiò/ioorajìco Sardo, \-o\. Ili, pag. 146, Cagliari, Tip.
Unione Sarda. monaci di Monte Cassino esercita la sua podestà come
CJiudice e Re libero da ogni ingerenza anche nominale dell'impero.
Un'altra consi- derazione distrugge l'attribuzione dello Spano e cioè il
Torcotorio men- zionato nell'iscrizione d'Assemini avea per moglie
Nispella, mentre quello del mille avea per consorte Vera, la pia donna,
che indusse prima il marito e poscia il figlio suo Costantino a larghe e
ricche concessioni verso gli ordini monastici ed in isj)ecial modo verso
i monaci di S. Vit- tore di Marsiglia: Eoo iìidigi Trocodori de Ugnnali
C(im imiliei'i mia Doìnia \ 'era et cnui filin uieiL noìiìiii
Costaiitìjm '. Queste conclusioni vennero confermate di
recente dagli studi dei Professori Solmi e Tarameli i, che
pervennero a risultati interes- santissimi per la storia medioevale
della Sardegna. Negli scavi eseguiti venti anni or sono dal
Vivanet presso l'antica chiesa di S. Nicolò di Donori insieme ad
interessanti resti di ma- teriale epigrafico d'età romana, vennero
fuori frammenti decorativi ed iscrizioni greche, che furono oggetto
di un recente ed interes- sante studio del Taramelli, che at- tribuì
queste ultime ad iscrizioni funerarie assai eleganti, di persone
elevate, probabilmente del IX o X secolo. In una casa privata
di Mara sono due bassorilievi marmorei, recanti croci greche incluse in
cerchi, di fattura l)izantina, e nel fianco della chiesa parrocchiale è
murata una piccola scultura marmorea molto cor- rosa, rappresentante una
figura d'uomo vestite; di lunga tunica manicata, figura che per quanto
rovinata accenna ad epoche ed a forme bizantine. Le iscrizioni
della distrutta Chiesa di S. Sofia fra Decimoputzu e Erma
di Bacco \i.sta di fianco. (I) ToLA, Cud. Dipi. Sardo, voi.
I, pag. 154. Villasor presentano grande analogia coi frammenti di
S. Giovanni di Assemini e per la forma delle lettere e per la decorazione
a perline. Faccio mie senz'altro le considerazioni esposte dal
Taramelli nello studio sovradetto: « Due delle iscrizioni sono sopra una
coppia di mensole « decorate da un ramoscello di fiori a voluta, alla
loro estremità; l'altra « più lunga è incisa sopra due robusti listelli
di marmo, decorati da una « doppia fascia di perline e nodetti, i quali
come quello della iscrizione di « S. Giovanni d'Assemini potevano far
parte o della decorazione della « porta o di un ambone « o
d'altro monumento « eretto in quella chiesa « dalle persone ricordate
« dall'iscrizione e per il « motivo decorativo co- « me per lo
stile ricor- « dano il fregio dell'am- « bone del Duomo di «
Torcello, riferito al se- « colo X circa, alla quale « età può
convenire la '< grafia dell'epigrafe, « elegante ma
alquanto « incerta » •". Trascrivo, tradotte,
queste iscrizioni: O Signore, abbi pietà dei servi di Dio,
Torco- torio, reale protospatario, e di Satusio, uobilissi)}ii arconti
nostri, così sia. Ricordati anche o Signore del tuo servo Ozzoccorre.
Signore abbi pietà del tico servo Unnspete e della consorte di Ini
Soreca. È d'aggiungersi infine a questo bel nucleo di documenti
epigrafici e decorativi di carattere bizantino la seguente iscrizione,
conservantesi nell'altare della chiesa parrocchiale di S. Antioco: O
Signore abbi pietà del tuo servo Torcotorio, protospatario e di Salusio
arconte e della moglie ("ì) Ni spella. Sarcufago
romano nel Museo di Cajj;liari. (i) A. Taramelli, Iscrizioni
Bizantine ecc. ecc., pag. 132. In una parete esterna della chiesa è
murato un bassorilievo, che reca una porzione di figura umana, vista di
fronte, con lunsj^a tunica a maniche, con colletto ornato e con larga
fascia al petto (i). Da (|uest() non indifferente materiale
epigrafico rinvenuto in una ristretta porzione dell'isola il Prof. Solmi
pervenne col suo fine discerni- mento di storico e di critico a
congetture, che sono sprazzi di luce nel buio che avvolge l'ori-
gine dei giudicati '^l, Fiondandosi nell'avvicenda- mento del
nome di Torcotorio a quello di Salusio. il Solmi distingue il nome
personale del giudice dal lìome pubblico o di governo. Mentre
([uesto è sem- pre identico, Torcotorio o Sa- lusio, invece, il
nome personale, che talora si identifica col nome di governo, può
essere qualche volta da cjuesto essenzialmente diverso.
E questo avvicendamento dei due nomi , (qualunque sia quello
privato che abbia il giu- dice, permette insieme al conte- nuto
delle iscrizioni bizantine d'integrare la serie dei giudici,
iniziandola col Torcotorio, im- periale protospatario e arconte di
Sardegna, ricordato nell'iscrizione di S. Giovanni d'Assemini. A questi,
che ebbe per moglie Geti e che regnò probabilmente intorno alla metà del
X secolo succedette il figlio Salusio, già aggregato, come risulta dalle
iscrizioni di S. Sofia al trono del padre, ed Testa di
Bacco. |i) A. Taramelli, Iscrizioni nizantìne ecc. ecc.,
pag. 137. (2) A. Solmi, Le carte volgari dell' Arcliivio
Arcivescovile di Canliari, I-'irenze, Tip. Ga lileiana, pag. 69.
erede poi dei suoi titoli e del suo potere. Sulla fine del X
secolo e nei primi decenni del seguente governò il giudicato di Cagliari
il Torcotorio della lapide di S. Antioco, marito a Sinispella e
contemporaneo di S. Giorgio di Snelli, Con Mariano Salusio, menzionato in
una carta greca di S. Vittore di Marsiglia, s'inizia la serie
dei giudici precedentemente ac- certati dagli storici sardi.
Questi risultati confermano il lento ed amichevole distacco dalla
Sardegna dalla dominazione di Oriente. L'ultimo ricordo di
un'effettiva di- pendenza da Bisanzio appartiene all'anno 687 e
mostra l'esarca residente in Ceuta, ancora a capo di un « Africauìis
excr- citìts » e di im exercitiis de Sardinia, costituito come
corpo distinto entro l'e- sarcato africano. « Caduta
Cartagine e Ceuta, scrive « il Solmi, agli ultimi del VII secolo e
« mancati così gli ultimi centri dell'an- « tico esarcato d'Africa,
l'impero Greco « lasciò in pieno abbandono anche l'i- « sola, che
n'era parte, separata ormai « da un ampio mare, che divenne il «
campo pericoloso delle imprese sara- « cene; ne più la flotta greca varcò
oltre « le coste della Sicilia, dove si accentrò « l'estrema punta
occidentale del do- « minio bizantino. Il duca di Cagliari « restò
a capo deWe.rerciins Sardiniae « sotto la signoria nominale
dell'impero f. greco; si vestì forse dei pomposi titoli « delle
alte magistrature bizantine, ma in realtà divenuta la soggezione « vuota
apparenza, resa ereditaria la carica, ogni rapporto coll'impero «
bizantino venne ad essere illanguidito e sui primi anni del secolo VIII «
la Sardegna sembra restare esclusa dall'organizzazione tematica Orien- «
tale e interamente libera da o^ni dominazione di Bisanzio ». Madonna detta
di nel Duomo di C; Onesto per i ris^r.ardi storici; dal punto di
vista dell'arte i numerosi tVainnieiui l)i/antini. ai ([uali fino ad ora
non si dette importanza alcuna, le Chiese di S. Ciio\anni di Sinis, di S.
Giovanni d'Assemini. di S. Sofia Chiesa di S. Ciiovaimi di Sinis
(tìanci)!. di \'iilas()r, di S. Stefano di Maracala^-onis, di S.
Antioco di Sulcis, di S. Saturnino di Cagliari, sfui^i^ite alle
indai:rini de-^ii studiosi, attestano un Chiesa di S. (Giovanni di
Sinis i abside). periodo architettonico bizantino, che
_<^ià si presenta intenso e che lo sarà ma}j^_t(iormente, quando con
indai^ini sistematiche si procederà allo studio di tante strutture ora
nascoste sotto gl'intonaci e gli stucchi seicentisti •". I
Altri franinienti bizantini rinvenni nel paramento della chiesa inedioevale di
.S. Gemi- nano in Saniassi. D. ScANo — storia dell'Arte in
Sardegna. Né poteva esser altrimenti e le conclusioni storiche che
traggonsi dalle iscrizioni bizantine e le congetture che su di esse e su
altre prove poterono formarsi, rendono attendibile quest'influsso e
questo fiorimento d'arte bizantina nell'isola, che non poteva sottrarsi
alle manifestazioni di vita dell'impero che la congiungeva al mondo
latino. Queste forme greche perdurarono anche (juando venne a
mancare la effettiva, se non nominale, dipendenza agli imperatori
d'Oriente. Discendenti dagli arconti o patrizi della corte di
Bisanzio, i giudici conservarono negli atti ufficiali colle cariche
bizantine le forme diploma- tiche e la lingua greca; e come queste forme
si mantennero fino al XI secolo, così anche gli allievi ed i discendenti
degli artefici greci conser- varono le norme costruttive bizantine, fino
a quando si dischiuse per la Sardegna una nuova fase col rinnovamento,
che prorompe nel XI secolo al contatto delle fresche energie delle
civiltà di Pisa e di Genova. Placido Cherchi. Keywords: implicature
sarda, filosofia sarda, etnos, etnicicita italiana, sardegna non e parte
d’Italia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cerchi” – The Swimming-Pool Library.


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