Grice e Cione: l'implicatura conversazionale del corporazionismo
-- Dedalo ed Icaro – l'idea corporativa come interpretazione della storia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “I
love Cione; my favourite is “The age of Daedalus – which reminds me of
Gilbert’s statuette and the Italian model who posed for him – the story of a
failure!” Grice: “But Cione philosophised on various other subjects as well,
such as Leibniz, and of course, Croce – in his case, first-hand knowledge! –
and mysticism, and Mussolini, and the rest of them – He thinks there is a Neapolitan
dialectic, and really is in love with his environs – his study of ‘romantic
Naples’ reminds me of my rules of conversational etiquette! – especially the
illustrations involving gentleman-lady interaction!” Di tendenze socialiste, e
in un primo momento anti-fasciste, studia sotto Croce. Perseguitato della prima
ora dal fascismo, viene rinchiuso nel campo di Colfiorito di Foligno e poi
mandato al confino a Montemurro. Attratto dal nuovo indirizzo espresso dal
Manifesto di Verona, aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. Chiede e
ottiene il consenso di Mussolini (il quale si rende esplicitamente concorde)
per la costituzione di una formazione politica indipendente dal Partito
Fascista Repubblicano, denominata in un primo momento Raggruppamento Nazionale
Repubblicano Socialista e, in seguito, Partito Repubblicano Socialista
Italiano. A tale formazione politica, su suggerimento dello stesso Mussolini,
sarà concessa anche la pubblicazione di un quotidiano L'Italia del Popolo. Il
Duce però non aveva nessuna fiducia né nell'uomo né nell'impresa, tanto che
durante una conversazione con l'ambasciatore Rudolf Rahn preoccupato per una
possibile apertura "a sinistra" del capo del fascismo ebbe a
dichiarare: «Per ingannare i nostri
avversari ho lasciato, non appena ho pensato che il nuovo fascismo in Italia
fosse abbastanza forte, che alcune contro-correnti dicessero la loro, tra
l’altro ho permesso che si formasse un gruppo di opposizione sotto la guida di
Cione. Non ha una gran testa, e non avrà successo. Ma la gente che ora sta
cercando di crearsi un alibi si raccoglierà intorno a lui e quindi sarà perduta
per il comitato di liberazione che è molto più pericoloso. Salvatosi dalle
epurazioni partigiane nel dopoguerra, si costruirà una carriera politica nell’Italia
repubblicana. Milita nel Fronte dell'Uomo Qualunque. Successivamente, quando il
partito di Giannini si sciolse, entra nel Movimento Sociale Italiano e venne
eletto consigliere e poi assessore della giunta di Achille Lauro. Si candida al
Senato con la lista della fiamma nel colleggio di Afragola ma non fu eletto.
Deluso dai missini, adiere alla democrazia cristiana, senza però svolgere una
militanza attiva nel partito. Negli ultimi anni di vita cercò di conciliare il
messaggio di papa Giovanni XXIII con le aperture di Nikita Kruscev oltre la
cortina di ferro. Altre opere: “Valdés: la sua vita e il suo pensiero religioso
con una completa della sua opere e degli
scritti intorno a lui” (Laterza editore); “Sanctis, Ed. Giuseppe Principato); “L'opera
filosofica, coautore Franco Laterza, Laterza editore); “Napoli romantica”
(Gruppo Editoriale Domus); “L'estetica di Sanctis” (Pennetti Casoni Editore);
“Da Sanctis al Novecento” (Garzanti); “Nazionalismo sociale” “l'idea
corporativa come interpretazione della storia” (Achille Celli Editore); “Napoli
e Malaparte” (Editore Pellerano-Del Gaudio); “Storia della repubblica sociale
italiana” (Ed. Latinità); “Croce, coll. "I Marmi", Longanesi);
“Crociana” (Fratelli Bocca); “Sanctis” (Montanino); “Questa Europa” (M. Mele);
“Fascino del mondo arabo: dal Marocco alla Persia, Cappelli Editore); “Croce”
(Loganesi); “Fede e ragione nella storia: filosofia della religione e storia
degli ideali religiosi dell'Occidente” (Cappelli Editore); “La Cina d'oggi,
Filippine, Formosa, Giappone” (Ceschina); “Leibniz” (Libreria scientifica
editrice); “Narrativa del Novecento, Istituto editoriale del Mezzogiorno); “L’eta
di Dedalo”; “Un viaggio elettorale, Bompiani). Dizionario Biografico degli
Italiani. Un ex allievo di Croce negli ultimi mesi di
Salò crea un "partito contro" su suggerimento del ministro
dell'Educazione Biggini di Silvio Bertoldi. Per ultimi ma non meno
importante ricordiamo anche l’esperienza della rivista La Verità diretta da
Nicolò Bombacci, tra i fondatori del partito comunista e in seguito
avvicinatosi al Fascismo, pur con posizioni indipendenti tendenti al socialismo
nazionale, e dove ne sarà portavoce anche nella successiva esperienza di Salò
assieme ad altre personalità come Giuseppe Solaro ed Edmondo Cione, e la magistrale
figura del poeta americano Ezra Pound, il quale giudicò positivamente il
modello politico ed economico dello stesso Fascismo. Home Cultura
Cultura (di G.Parlato). Perché leggere “Storia della Rsi” di Edmondo Cione By
Redazione 4 anni Ago Il sigillo della Repubblica Sociale ItalianaIl
sigillo della Repubblica Sociale Italiana Sarà forse una caratteristica
tipicamente italiana, ma da noi persino le guerre civili lasciano molto,
moltissimo spazio alle mediazioni e ai tentativi di compromesso. Nel 1943-45,
in particolare, vi furono diversi tentativi, tutti falliti, di dare alla guerra
fratricida un altro esito, meno sanguinoso, più indirizzato verso un passaggio
“indolore” dei poteri dalla Rsi al movimento partigiano e, infine, al
Regno. Si trattò di operazioni sotterranee molto complesse, spesso
contraddittorie, che si fondavano su un equivoco: la possibilità che una parte
del movimento partigiano (i socialisti, e neppure tutti) potessero staccarsi
dalla opprimente pressione delle Brigate Garibaldi gestite dal Pci e realizzare
una soluzione pacifica di passaggio dei poteri nel Nord Italia in nome di un
socialismo che avrebbe dovuto riunire tutti, da Mussolini a Nenni.
Protagonisti di questo tentativo, un po’ nobile, un po’ ingenuo, un po’
velleitario furono diversi personaggi di ambo le parti: da parte fascista, i
ministri della Rsi Carlo Alberto Biggini e Piero Pisenti, i sindacalisti Ugo
Manunta e Ottavio Dinale, il capo della polizia di Salò Renzo Montagna, il capo
della Decima Junio Valerio Borghese, più altri minori; da parte socialista,
Corrado Bonfantini, Gabriele Vigorelli, Carlo Silvestri, Pulvio Zocchi e
soprattutto Carlo Andreoni, autore di un confuso ed equivoco tentativo di
“collaborazione militare ma non politica” (!!) tra fascisti di Salò e
socialisti di sinistra contrari alla egemonia comunista nel Cln. Punto di
raccordo di molti di questi fiumi sotterranei fu Edmondo Cione, filosofo,
collaboratore di Benedetto Croce, antifascista liberale fino al 1940, confinato
politico, il quale alla vigilia della guerra civile decise di puntare sulla
riconciliazione degli Italiani. Un progetto ambizioso, non sempre
sorretto da una vera lucidità politica, che comunque portò a tre risultati
importanti, nel crepuscolo della Rsi: in primo luogo, Cione riuscì a
catalizzare attorno a sé un gruppo di fascisti e di antifascisti che operò per
il passaggio indolore dei poteri; in secondo luogo, riuscì ad avere la fiducia
di Mussolini che gli finanziò un quotidiano, “L’Italia del Popolo”, infine
riuscì a costituire un movimento politico di opposizione in Repubblica Sociale,
il Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista che doveva essere il primo
segnale verso la liberalizzazione dei partiti in Rsi. Naturalmente ciò
avvenne con l’approvazione dei fascisti “moderati”, come Carlo Borsani,
Franco De Agazio e Concetto Pettinato, e con la violenta opposizione degli
intransigenti, come Alessandro Pavolini, Fernando Mezzasoma e Giorgio
Almirante. La dettagliata storia di queste più o meno sottili trame, di
questi tentativi è il filo conduttore del volume di Edmondo Cione, Storia della
Repubblica Sociale Italiana, edito in prima edizione nel 1948 e quindi nel
1951, che, a sessantasei anni di distanza, viene ora ripubblicato da Altergraf.
Si tratta di un libro che, tra i primi, ricostruisce le vicende della Rsi e il
suo valore è soprattutto questo. Il mondo variegato e talvolta
contraddittorio di quelli che cercarono di costruire dei “ponti” tra fascismo e
antifascismo è complesso ma, in genere, comprende, come si è detto, fascisti di
sinistra (più moderati e aperti al pluralismo) e socialisti (insofferenti al
peso del Pci). Che qui ci si trovi al cospetto di un liberale è senza dubbio un
elemento di novità che va tenuto presente per sottolineare l’importanza e l’opportunità
di una riedizione. Perché un liberale e, pur con tutti i distinguo,
crociano accettò di sostenere i 18 punti di Verona, la socializzazione,
l’ultimo fascismo mussoliniano, rivoluzionario, socialista e anticapitalista?
Si tratta effettivamente di un problema non da poco che può essere spiegato
solo con il costante richiamo alla concordia nazionale. Una concordia che
non è però soltanto un moto dell’animo, ma che si sostanzia di un elemento a
nostro avviso centrale: la necessità del superamento dell’antitesi fascismo –
antifascismo, considerando Cione il fascismo un elemento essenziale nella
storia italiana, del quale è indispensabile tenere conto, non per esaltarlo ma
piuttosto per proseguire nel cammino della comunità nazionale senza parentesi e
senza demonizzazioni. L’errore dell’antifascismo, per Cione, fu quello di
ritenere di potere cancellare il periodo fascista dalla storia italiana e
soprattutto di potere non considerare con attenzione le soluzioni che il
fascismo, pur in un quadro autoritario, aveva individuato allo scopo di
contribuire a fare ritrovare unità e concordia nella società italiana. In
questo senso l’esperienza corporativa, che Cione intese sempre in senso
produttivistico piuttosto che in termini rivoluzionari, poteva essere interessante
da recuperare in una chiave pluralistica. Più complessa la risoluzione
dell’altro problema che lo assilla e che, in qualche modo, è correlato con la
ricerca della concordia: il persistere, nella dinamica politica italiana, della
categoria del “nemico assoluto” da abbattere. Essendo più filosofo che storico,
Cione non si rendeva conto che l’Italia dopo la prima guerra mondiale non era
più quella precedente e il pretendere che le contrapposizioni, giunte fino alla
guerra civile, si componessero con un semplice richiamo alla concordia,
dimostrava quello che acutamente aveva colto Giovanni Artieri, e che cioè Cione
“pensava e scriveva come se vivesse nell’Italia di Giolitti e di
Scarfoglio”. Il saggio di Cione sulla RsiIl saggio di Cione sulla Rsi In
questa sua incapacità di leggere fino in fondo la lezione del Novecento si
trova la sua inattualità politica, ma anche il fascino dell’impolitico, di chi
cioè preferisce manifestare le proprie convinzioni anche se esse non sono più
in grado di produrre effetti politici. La sua originalità risiede anche
in un ultimo aspetto: se è vero che in Italia gli intellettuali tendono a
correre verso il carro del vincitore, la storia di Cione è quella di un
filosofo che pur provenendo dalla parte dei futuri vincitori, volle stare dalla
parte dei perdenti per cercare, senza riuscirci, di rendere meno dura la
vendetta finale. *Edmondo Cione, Storia della Repubblica Sociale
Italiana, edito da Altergraf (pp. XXII + 398, euro 30,00 – da richiedere
a Domenico Edmondo Cione nacque a Napoli il 7 giugno 1908 da Stefano
Cione, brillante avvocato di origine pugliese e da Emilia Faraone, proveniente
da una agiata famiglia di commercianti. Compiuti i suoi studi prima presso il
consolato germanico, poi presso il Liceo- ginnasio Vittorio Emanuele II, si
iscrisse nel 1923 al Collegio militare della Nunziatella. Il Cione, sottoposto
a una severa educazione familiare e a una altrettanto severa disciplina
scolastica, manifestò idealmente i primi segni di ribellione rivolgendo
precocemente il suo interesse verso gli studi storico-filosofici e
allontanandosi dall'ambiente autoritario della Nunziatella nel 1926.
Grazie a Floriano del Secolo cominciò a frequentare la casa di Benedetto
Croce, del quale divenne allievo, accettandone in pieno le idee e gli
insegnamenti. La sua prima opera, pubblicata a Napoli nel 1929 e
intitolata "Il dramma religioso dello spirito moderno e la
Rinascenza", in cui aveva preso posizione contro Giovanni Gentile, gli
procurò violente critiche da parte dei fascisti. La frequentazione di casa
Croce non gli impedì tuttavia, di collaborare con alcuni giornali e periodici
del regime. Nel 1930 conseguì la laurea in giurisprudenza e nel
1932, assecondando le sue reali aspirazioni, conseguì quella in lettere e
filosofia. Nel 1933 concorse a un posto di ordinatore di biblioteche e ne
ottenne l'incarico presso la Biblioteca Nazionale di Venezia. Nel 1936 fu
trasferito presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. A questi anni risalgono i
suoi rapporti epistolari con alcuni esponenti dell'opposizione liberale come il
conte Sforza, Mario Vinciguerra, Alessandro Casati ed altri personaggi di quel
tempo. Gli anni '40 segnarono una svolta nella vita personale, politica e
intellettuale di Edmondo Cione. Proprio nel 1940, a causa dell'intercettazione
di una sua lettera, il cui contenuto era stato male interpretato, Cione fu
arrestato dalla polizia e internato nel campo di concentramento di Colfiorito
presso Foligno, e in seguito confinato a Montemurro Lucano. In questi anni egli
maturò la revisione delle idee antifasciste e decise di abbandonare le
posizioni liberali; evento non meno significativo nella vita del Cione fu la
definitiva rottura dei suoi rapporti con Benedetto Croce, a causa della revoca
da parte del Croce della compilazione di un volume celebrativo, che Edmondo
Cione aveva preparato sull'opera e sul pensiero del filosofo. Il volume
fu poi pubblicato dalla casa editrice Laterza di Bari nel 1942 con il titolo
"L'opera filosofica, storica e letteraria di Benedetto Croce".
Dopo l'internamento e il confino del 1940, ritornato in libertà, Cione fu in
servizio come bibliotecario presso la Biblioteca Braidense di Milano; collaborò
nel 1941 alla rivista diretta da Federico Chabod "Popoli",
dell'Istituto per gli studi di politica internazionale. Nel 1942 ottenne la
libera docenza di storia della filosofia e nel 1949 quella di storia moderna.
Tra le sue numerose opere, il volume edito a Milano nel 1944 e intitolato
"Benedetto Croce", la cui polemica prefazione era stata pubblicata
anticipatamente sul Corriere della Sera, procurò a Edmondo Cione numerosi
consensi anche da parte di Benito Mussolini, che Cione incontrò personalmente
grazie alla mediazione dell'allora Ministro della Cultura Biggini. Nel 1945 il
Cione fondò, col consenso di Mussolini, il "Raggruppamento nazionale
repubblicano socialista" e il giornale "L'Italia del Popolo"
che, sollevando l'ostilità dell'ala fascista più estrema, dopo soli 12 numeri
fu sospeso a causa di una polemica con l'Associazione dei mutilati. Soggetto
all'epurazione alla fine della seconda guerra mondiale, Edmondo Cione nel 1946
fu reintegrato nel suo posto di professore di liceo e nel 1948 anche
all'Università degli studi di Napoli dove tenne corsi di filosofia. Nel 1951 entrò
nel Movimento Sociale Italiano e nello stesso anno fondò la rivista
"Nazionalismo popolare". Nel 1952 fu eletto consigliere e poi
assessore allo Stato civile della Giunta di Napoli, che aveva alla sua testa
Achille Lauro. Nel 1953, dopo essersi candidato al Senato come esponente del
M.S.I. senza riuscire eletto, entrò nelle file della Democrazia Cristiana.
Collaborò con numerose riviste culturali e filosofiche e con diverse testate
giornalistiche, quali il "Roma" di Napoli, il "Tempo" di
Roma, la "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari. Tra le opere a stampa
ricordiamo la "Bibliografia Crociana" del 1956, nella quale sono
riportate sistematicamente e cronologicamente le opere di Benedetto Croce e le
opere su Benedetto Croce; l'opera "Francesco de Sanctis e i suoi
tempi" vincitrice nel 1961 del Premio Napoli e due volumi di resoconti di
viaggi, "Quest'Europa" e "Fascino del mondo arabo",
pubblicate la prima a Napoli nel 1958 e la seconda a Bologna nel 1962. In esse
l'autore sembra esprimere il senso finale che, personalmente attribuiva
all'esistenza umana. Edmondo Cione morì a Napoli il 12 giugno 1965. Fra le sue
ultime volontà vi fu quella di donare all'Archivio di Stato di Napoli, pochi
mesi prima di morire, il suo archivio personale, affinché esso non andasse
disperso e perché fosse messo a disposizione degli studiosi.documentazione
collegataEdmondo Cione fontiGennaro Incarnato, in Dizionario biografico degli
italiani, pagg. 677-680. Lutz Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia
(1943-1945), Torino, Bollati Boringhieri, 1993. CIONE, Domenico Edmondo
di Gennaro Incarnato - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981)
Condividi Pubblicità CIONE, Domenico Edmondo. - Nato a
Napoli il 7 giugno 1908 da Stefano, avvocato di origine pugliese inurbatosi di
recente e artefice della sua fortuna, ed Emilia Faraone, figlia di commercianti
di, relativa agiatezza, cominciò a studiare presso il consolato germanico, poi
al liceoginnasio "Vittorio Emanuele II", per iscriversi infine alla
Scuola militare della Nunziatella (1923). L'accurata istruzione integrò la
severa educazione familiare tesa a salvaguardare una dignità ed un decoro con
fatica raggiunti e difficili da mantenere in una città come Napoli in
permanente e gravissima crisi economica. Alla Nunziatella si tendeva a
sviluppare "l'attitudine al comando" ponendo l'accento
sull'educazione fisica intesa come coercizione e disciplina. Le aspirazioni del
C. ne furono frustrate accentuandone le tendenze al ribellismo, tipiche di
tanti meridionali e l'indirizzo precoce agli studi storico-filosofici nella
ricerca di un'identità ristretta al piano culturale, dati gli ostacoli
frapposti dall'ambiente circostante ad altre vie di sviluppo più organiche e
meno unilaterali. Le stesse riserve verso l'autoritarismo ed il culto delle
gerarchie che avevano provocato la rottura con l'ambiente della Nunziatella, da
cui uscirà nel 1926, lo allontanarono da un'adesione piena al fascismo.
Introdotto in casa Croce da Floriano Del Secolo, ne accettò pienamente le idee,
attirandosi con la sua prima pubblicazione Il dramma religioso dello spirito
moderno e la Rinascenza, Napoli 1929 (di cui già nel 1923 aveva mandato
un'saggio al Croce), in cui prese posizione contro il Gentile, gli attacchi
violenti dei coetanei fascisti. Lo difese sin dal '29 C. Di Marzio che gli aprì
le porte del Meridiano di Roma nel '37 e gli evitò guai peggiori. Erano gli
anni del "consenso" al regime; la pregiudiziale antifascista e la
frequenza di casa Croce non impedirono al C., come ad altri, la collaborazione
a giornali o periodici del regime, ormai tanto forte da poter controllare e
tollerare la "fronda" liberale. L'assidua presenza in casa Croce lo
gratificava e sembrava soddisfarlo pienamente. I numerosi studi sul De
Sanctis, culminati nella biografia, la continuazione dei lavori sulla
Rinascenza e la Riforma sfociati nel lavoro su Valdés e infine le ricerche
sulla vita culturale di Napoli nell'800 rivelano tutti l'impronta del Croce.
Tuttavia si può cogliere una costante del pensiero del C., la tendenza alla
mediazione, non tanto espressione di debole sincretismo, quanto costante
rifiuto di ogni estremismo, che gli faceva preferire il sereno misticismo di
Valdés ai rigori di Calvino ed il tentativo di mediazione della cultura
umanistica col vecchio mondo della Chiesa e della cultura medioevale alla
rottura drammatica della Riforma. 16 un equilibrio raggiunto a fatica, non
scevro di contraddizioni, presenti soprattutto negli studi su Napoli. La
ricerca appassionata e puntuale sulla vita del primo Ottocento napoletano
(Napoli romantica, Milano 1942) non poteva non approdare alla constatazione del
suo carattere provinciale. Le masse vi appaiono coine comparse di secondo
piano, quasi bozzetti a completamento di un disegno il cui protagonista è lo
sviluppo culturale. Scarsi i riferimenti al ciclo economico europeo, non
propriamente favorevole a Napoli, il malessere napoletano interpretato come
un'incapacità tutta locale di liberarsi dai languori e dalle malinconie
romantiche di origine più spirituale che socioeconomica. La mediazione, eterno
mito del C., riemerge con l'esortazione all'unione dei giusti per la salvezza e
lo sviluppo. Tale gli è già apparso il messaggio dell'ultimo De Sanctis, di
cui, a conclusione di numerosi saggi e la pubblicazione (Milano 1943) del
famoso Viaggioelettorale, traccia una biogr. (2 ed., ibid. 1944).Nel 1930, per
venire incontro ad aspirazioni familiari, il C. si laureò in giurisprudenza e
nel 1932, seguendo i suoi reali interessi, in lettere e filosofia. Le fortune
familiari registrano nel 1933 un tracollo che lo spinse a concorrere ad un
posto di ordinatore nelle biblioteche, un ruolo subalterno per il quale non
veniva ancora richiesta l'iscrizione al partito fascista. Nel 1936 fu
trasferito alla Nazionale di Firenze, sempre mantenendo ed ampliando i contatti
con l'opposizione liberale al fascismo; corrispondeva con il conte Sforza ed
aveva rapporti di amicizia e scambi epistolari con Vinciguerra, Rosselli,
Casati, Ramat, Russo ed altri, anche se spesso si aveva la sensazione che fosse
frequentato più perché allievo ed intimo di casa Croce che per i suoi meriti
intrinseci. Tra il 1930 ed il 1940 l'adesione al sistema crociano era del resto
indiscussa. Malgrado una tendenza all'accentuazione dei valori individuali
emergente dagli studi sul Berdjaev (di cui lo colpirà durevolmente la critica
al marxismo), sul Valdès e dal taglio stesso degli studi sul De Sanctis,
l'emancipazione non era così consapevole come tenterà ad affermare in
seguito. Nel settembre 1940 l'intercettazione di una lettera da parte
della polizia, che ne interpretò malamente il contenuto, provocò il suo
internamento nel campo di concentramento di Colfiorito di Foligno, i cui rigori
furono mitigati dal confino a Montemurro Lucano. Qui maturò la sua crisi politica
e la rottura col Croce. La convivenza con oppositori socialisti, anarchici e
comunisti aveva su di lui un effetto contraddittorio. Il contatto con uomini
che, non solo si opponevano al fascismo sino alle ultime conseguenze, ma che
non disdegnavano nei loro programmi di far uso degli stessi mezzi coercitivi
del fascismo, sia pure per fini ad esso antitetici, lo indusse alla revisione e
all'abbandono, dell'antifascismo. La compilazione di un volume
celebrativo del Croce, una laboriosa ricerca degli studi sul filosofo dallo
stesso prima affidatagli e poi toltagli, sancì la rottura definitiva con
questo, anche se un compromesso rese possibile la pubblicazione L'opera
filosofica, storica e letteraria di B. Croce, Bari 1942), dopo strascichi
giudiziari. Risolto il dissidio col fascismo, tornò nelle biblioteche,
stavolta alla Braidense di Milano; collaborò nel 1941 alla rivista
Popolidell'Istituto per gli studi di politica internazionale, diretta da F.
Chabod. Nel 1942 conseguì la libera docenza in storia della filosofia; fu
professore di ruolo di storia e filosofia nei licei, e nell'aprile 1943
ottenne, sia pure non a pieni voti, un giudizio di maturità in un concorso, poi
annullato, a professore di storia della filosofia, nell'università di Napoli.
Nel 1949 conseguì la libera docenza in storia moderna. L'armistizio lo
colse a Roma in contatto col movimento "L'unione nazionale" di P.
Martini, antifascista di tendenze moderate e conciliatrici; il movimento venne
poi stroncato in seguito all'arresto dello stesso Martini, il quale finì
trucidato alle Fosse Ardeatine. Il C. ritornò a Milano con un giudizio negativo
sull'antifascismo del quale coglieva solo gli atteggiamenti scomposti di una
fazione politica che per spirito di parte sembra gioire dalla disfatta. A
Milano stampò il suo B. Croce (Milano 1944). Il momento ed il luogo della
pubblicazione, cui venne data ampia risonanza con l'anticipata apparizione
della polemica prefazione del C. sulle colonne del Corriere della sera, nella
Milano della ormai condannata Repubblica di Salò, gli offrirono la
soddisfazione di una momentanea popolarità. Mussolini mostrò
d'apprezzarne l'opera e, con la mediazione del Biggini, ministro della Cultura,
s'incontrò col C., libero docente all'università di Milano, proprio in virtù dei
suoi precedenti di antifascista. In una lettera al Biggini del 21 ottobre 1944
il C. scriveva: "Il Duce ha scelto il momento buono per parlare il
linguaggio della conciliazione sconfessando così quello della minaccia e
dell'intimidazione usate da molti gerarchi e gerarchetti. Gli antifascisti
hanno dubbi perché temono di avere a che fare con un movimento di copertura a
sinistra del fascismo. Il Duce si deve liberare del passato e puntare sulla
vecchia fama di socialista. La gente odia la Muti ed ha fatto buona impressione
l'eliminaziene della banda Koch, una polizia costituita da masnadieri"
(Archivio di Stato di Napoli, Carte Cione, 73). Sembra che Mussolini mirasse a
servirsi del C. per attenuare e confondere i rancori degli antifascisti.
Il C., sfruttando le tendenze "liberali" favorite da Mussolini dopo
il discorso alla brigata Resega, fondò, col suo consenso, il Raggruppamento
nazionale repubblicano socialista, col motto "Repubblica e
socializzazione" ed un organo di stampa dalla testata mazziniana
L'Italiadel popolo. Al movimento non erano estranee connivenze e
strumentalizzazioúi come il rilascio di alcuni dirigenti democristiani, operato
a fini puramente propagandistici. Si attirò così l'ostilità violenta dell'ala
estremista del fascismo ormai troppo compromessa. Il 31 marzo 1945 Cesare
Spinelli, direttore dell'Ente italiano audizioni radiofoniche gli negò la
pubblicità per il giornale, considerando il suo "un tentativo di
conciliazione sul piano dell'antifascismo". Una polemica con l'Associazione
dei mutilati provocò l'assalto all'Italiadel popolo e la sua chiusura dopo
appena dodici fascicoli, che riprese, ancora per un numero, le pubblicazioni il
24 aprile, un giorno prima della Liberazione. Il C. dovette sottostare ai
rigori dell'epurazione, rivelatisi per sua stessa ammissione meno duri del
previsto. Venne reintegrato nel 1946 al posto di professore e nel 1948
riammesso nel servizio universitario a Napoli. I numerosi attacchi ne
stimolarono il temperamento di polemista che si esercitava con virulenza a vari
livelli. I sarcasmi sul Merlo giallo di A. Giannini, e nei giornali locali
("6 e 22" e il Monsignor Perelli)offrono un quadro comico ed
esasperato di troppi disinvolti opportunismi. Sulle colonne del Brancaleone e
del Meridiano v'è un'appassionata difesa della sua azione al tempo della
Repubblica sociale che lo spingeva a scriverne la storia (Storia della
Repubblica sociale italiana, Caserta 1948; 2 ed. 1951). Nel 1946 ilC.
aveva pubblicato a Roma La filosofia della personalità ove lapolemica anticrociana
si stemperava in una graduale adesione a valori tradizionali e nel recupero del
cattolicesimo cui approderà, salutato con soddisfazione, ma non con
convinzione, dagli organi ecclesiastici. Del resto non rinunciava alle premesse
storiciste e restava a mezza via tra l'adesione mistica al cristianesimo ed
un'accettazione piena del neotomismo. I numerosi lavori filosofici sono le
tappe di questo processo (Dall'idealismo al cristianesimo, Napoli 1960, Fede e
ragione nella storia, Bologna 1963, ristampa dell'opera sul Valdés, Napoli
1963, e Leibniz, ibid. 1964). Collaborò alla rivista di C. Ottaviano
Sophia, aRassegna ea Palaestra, tenne corsi di filosofia all'università di
Napoli; abbandonato l'insegnamento nei licei, prestò servizio presso la Direzione
generale dell'istruzione media non statale. Aderì alle illusioni provocate in
tanti dalla protesta dell'"Uomo qualunque" ma ne uscì per contrasti
con G. Giannini. Entrò nel Movimento sociale italiano con una posizione
personale espressa con la sua rivista Nazionalismo popolare fondata nel'1951;
precedentemente aveva collaborato agli organi ufficiali del partito con
articoli su Rivolta ideale epoi sul Secolo d'Italia. Rimproverava al
gruppo dirigente l'esasperazione del nazionalismo e della gerarchia e l'abbandono
delle tendenze socializzatrici dell'ultimo Mussolini. Sospetto ai superstiti
uommi di Salò, malgrado i suoi sforzi, non entrò mai nella direzione nazionale
dei partito. Sull'onda dello spostamento a destra del 1952, espressione
soprattutto dei disagio del Sud, venne eletto prima consigliere e poi assessore
allo Stato civile della giunta di Napoli capeggiata da A. Lauro. Nel 1953 si
presentò candidato al Senato, senza essere eletto. Ormai deluso dei Movimento
sociale aderì alla Democrazia cristiana, ove però non svolse una milizia
attiva, pur collaborando nel 1960 a Europa sociale di S. Riccio. Nel
1953aveva iniziato la collaborazione al Roma (Napoli) di Lauro, cui si,
aggiunge quella più sporadica al Tempo (Roma)di Angiolillo e alla Gazzetta del
Mezzogiorno (Bari). Si accese di speranza per il contenuto sociale del
messaggio di Giovanni XXIII e per le speranze suscitate dal mito di Chruščëv,
di cui guardava con simpatia l'esperimento (Aldi là della cortina, Napoli
1962). Intanto portò a termine la Bibliografia crociana (Roma-Milano
1956) e riprese gli studi su F. De Sanctis e i suoi tempi (Napoli 1960)per cui
ottenne il premio Napoli nel 1961.Ancora una miscellanea di saggi sul concetto
di estetica (L'età di Dedalo, ibid. 1960)affianca la rievocazione di personaggi
e momenti della vita meridionale del Paradiso dei diavoli, Milano 1949, Il
suoconcetto finale dell'esistenza si può cogliere in due volumi di impressioni
di viaggi, Quest'Europa (Napoli [1958])e Fascino del mondo arabo (Bologna
1962). Il C. morì a Napoli. Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Napoli,
Carte Cione (finora sono stati parzialmente riordinati 102, fasci); F. Penati,
Metodo storicoe ricostruz. storicistica..., in Cronache della Facoltà di
lettere e filosofia dell'Istituto magistero di Napoli, anno acc. 1960-61, pp.
65-69; A. Manno, Dall'idealismo al cristianesimo, in Studi francescani, LX
(1963), 3-4, pp. 1-57; F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino
1963, pp. 733, 762 ss., 777; R. Battaglia, Storia della Resist. ital., Torino
1964, pp. 438, 495; E. Capanna, Di una polemica Croce-C., in Il Ponte, XII (1965),
pp. 1637 ss.; E. Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, Roma
1967, II, pp. 568, 570;G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana. Settembre
1943-Maggio 1945, Bari 1966, pp. 527528; Id., La Repubblica di Mussolini, Bari
1977, pp. 130, 308, 310 ss., 329. APPENDICE I.
Sulla bibliografia Fascista
Molti sarebbero i lavori di carattere descrittivo meritevoli di essere
ricordati i quali espongono e commentano l’azione del Fascismo in tutti i
campi. Ottima la «Bibliografia del Fascismo», pubblicata a
cura della Confederazione Nazionale Professionisti ed Artisti, Poma,
1932. Qui ricordiamo le pubblicazioni riassuntive e quelle in Occasione
del decennale: La civiltà fascista, con introduzione di B. Mussolini, a
cura di G. L. Pomba, Torino 1928 (complesso di 35 studi dei vari
aspetti ed attività del Fascismo, con saggio bibliografia fascista a cura di L.
Màdaro); Il Libro (Vita- ha; nel decennale della Vittoria, Milano, 1929
(complesso di 28 studi) ; Mussolini e il suo Fascismo, a cura di C. S.
Gutkind, con introduzione di B. Mussolini, ed. tedesca, Heidelberg, 1928;
ed. italiana, Firenze, 1927. Studi vari : Opere e leggi del Regime
Fascista, Roma, 1927; Mussolini e il Fascismo, Roma, 1929
(complesso di 30 studi); Dottrina e Politica Fascista, Venezia,
1930 (scritti vari). Lo Stato Mussoliniano e le realizzazioni del
Fascismo nella Nazione, pubblicato a cura della « Rassegna Italiana
Politica Letteraria », Roma. Il Bilancio dello Stato e la Finanza Fascista a
tutto Vanno Vili. A cura del Ministero delle Finanze, Roma, Polig.
dello Stato, 1931. Questo studio è aggiornato a tutto l’esercizio
1932-33 con la seguente pubblicazione annuale a cura dello stesso
Ministero: Il Bilancio e il Conto Generale del Patrimonio dello Stato per
l’esercizio finanziario 19... ecc. Per la storia finanziaria fascista si
vegga : De Stefani A. La Restaurazione finanziaria (1922-25). Bolo¬
gna, Zanichelli, 1926; Volpi di Misurata: Finanza Fascista, Roma,
Libreria del Littorio; Gangemi: La politica economica e finanziaria del Governo
fascista nel periodo dei pieni poteri, Bologna, Zanichelli, 1924; Gangemi
L. : La politica finanziaria del Governo Fascista 1922-28, Palermo,
Sandron, 1929; Gangemi L.: Le Società Anonime miste, Firenze, « La Nuova
Italia ». Opere Pubbliche (pubblicazione a cura del Ministero dei Lavori
Pubblici). Roma, 1934. La Nuova Italia (F Oltremare (pubblicazione a cura del
Mi¬ nistero delle Colonie, con prefazione di Mussolini). Mondadori,
Milano. Nei riguardi della difficile questione meridionale, si vegga
l’esauriente volume di Zincali G. : Liberalismo e Fascismo nel
mezzogiorno d’Italia, 2 voli. Milano, Treves, 1933. Fra le
pubblicazioni straniere quelle tedesche sono le più ricche e meglio
informate. Le opere e gli scritti dei seguenti autori sono più
conosciuti in Italia come quelli che meglio compresero il Fascismo e la
sua organizzazione economica, e cioè: Andreae W.; Beckerath (von) E.;
Bernhard L.; Eber- lein G.; Ermarth F.; Eschmann E. W.; Heinrich
W.; Heller H.; Leibholz G.; Leinert M.; Mannhardt J. W.; Mehlis €.;
Reupke H.; Vochting F.; (per i particolari bibliografici si vegga: Bibliografia
del Fascismo, Voi. 1., a cura della C. N. P. A., Roma, X.). Si
vegga inoltre: Beckerath (von) E.: Wirtschaftsverfassung des
Faschismus; Singer (von) K. : Die geistesgeschichtliche Bedeutung des
italienischen Faschismus, entrambi pub¬ blicati in « Festgabe fùr Werner
Sombart », lierauegege- ben von Arthur Spiethoff, Munchen, 1933; ed
anche: Die fascistische JCirtschaft - Problema und Tatsachen,
herausgegeben von G. Dobbert, Berlin, Hobbing,(è una raccolta di studi dovuti
ad italiani, tedeschi e svizzeri). Bibliografia essenziale sulle
interpretazioni dell’azione economica corporativa Per una
rassegna delle interpretazioni dell’azione economica corporativa si
veggano i nostri : Lineamenti di politica economica corporativa. Voi. L,
Cap. IV. Catania, Studio Editoriale Moderno, 1932. Sono ivi
ricordati i contributi più notevoli, teorici e descrittivi, nel campo
dell’azione economica corpora¬ tiva. Si vegga pure il nostro studio : «
Homo Oeconomi- cus » e Stato Corporativo in : Giornale degli
Economisti del gennaio 1932. Riportiamo qui la bibliografia essenziale
dei contributi italiani allo studio dell’economia corporativa,
tralasciando di segnalare gli studi, nume¬ rosi, di carattere polemico e
giornalistico, ma privi di consapevolezza scientifica e, spesso,
deformatori della stessa realtà politica corporativa : Alberti M. : L’ «
Homo Ooecomoinicuis » e V Esperienza Fascista in Gior¬ nale degli
economisti, gennaio 1929; Arias G. : L’Eco¬ nomia Nazionale corporativa,
Roma, Libreria del Lit¬ torio, 1929, idem. idem. Economia Corporativa,
Firenze, Poligrafica Universitaria, 1932; Amoroso L. e De’ Ste¬
fani A. : Scritti cit. ; Arena C. : Scritti, cit. ; Benini R. ; Scritti
cit. : Breglia A. : Cenni di teoria della politica economica, in «
Giornale degli Economisti ». Febbraio 1934 (Classifica le varie politiche
economiche. Carattere di quella corporativa: autogoverni economici
particola¬ ri, con il compito di emanare misure rispondenti, nei
rami particolari, alla politica economica generale emanante dal governo
economico centrale. Le corporazioni sarebbero gli autogoverni economici
particolari). Bruguier G. : A proposito di interventi statali, in «Ar¬
chivio di studi corporativi », Anno IV, Fase. III, Pisa, 1933 ; Borgatta
G. : Prefazione al nostro volume av. cit. : Lineamenti di politica economica
corporativa; Carli F. : Teoria generale della economia politica nazionale,
Milano, Hoepli, 1931; e dello stesso: Le crisi economiche delV
ordinamento corporativo della produzione, in « Atti del II Convegno di
studi sindacali corporativi», Ferrara, 1932; Chessa: Caratteri e forme
delT attività economica, in «Rivista di Politica economica » del 31
gennaio 1931. (Secondo questo autore J economia corporativa non è altro
che un’ economia di complessi economici, che dev’ essere studiata nella
sua realta concreta, prescindendo da erronee identificazioni dell
individuo con la società e di questa con lo Stato). Dello stesso autore:
Vecchio e nuovo corporativismo eco¬ nomico in «Saggi di Storia e Teoria
economica, in onore di Prato», Torino, 1931 (In questo studio l’autore
conclude che il corporativismo italiano pur traendo alcuni suoi elementi dalle
teorie enunciate dal Ge¬ novesi, dal Bastiat e dal List si differenzia da
queste in quanto che inquadra le sue idee in una concezione piu
larga, che non tiene solo conto degli interessi dei singoli, ma anche di
tutta la collettività nazionale, che per essere sempre più aderente ai
bisogni ed agli interessi della Nazione, viene organizzata
gerarchica¬ mente dallo Stato); Degli Espinosa A.: La forma e la
sostanza della economia corporativa, Firenze Poligrafica Universitaria, 1932;
Del Vecchio G.: Teoremi economici deW ordinamento corporativo.
Comunicazione alla XIX riunione della «Società pel Progresso della
Scienza», riassunta in « Lo Stato » settembre-ottobre 1930; Einaudi L. :
Trincee economiche e corporativismo in « La Riforma Sociale »,
novembre-dicembre 1933; e dello stesso: Corporazione aperta in «La
Riforma Sociale ». Fanno M. scritto cit.; Fasiani M.: Contributo alla
teoria delVuomo corporativo, in « Studi sassaresi », fase. IV. voi. X. 15
gennaio 1933; Ferri C. E.: L’ordinamento corporativo dal punto di vista
economico, Padova, CEDAM,; Fovel M.: Economia e corporativismo, Ferrara,
S.A.T.E., 1929 e dello stesso: La rendita e il Regime Fascista, Milano,
Ediz. dei « Pro¬ blemi del Lavoro», 1930; Politica economica ed
econo¬ mia corporativa, Ediz. «Diritto del lavoro», 1929; Camera
corporativa e redditi di gruppo, S.A.T.E. Ferrara 1930; Fossati A.:
Premesse per lo studio di ima economia e di una pplitica economica corporativa,
in : « Rivi¬ sta di Politica Economica », fase. IX.X.1933. (Ritiene
questo A. che tanto la politica economica corporativa, quanto l’attività
corporativa come condotta ipotetica de¬ gli individui dei gruppi animati
di una coscienza corporativa sono teorizzabili: il secondo per definizione, e
in tanti modi quanti significati vogliano attribuirsi alla co¬
scienza corporativa (all’autore parendo il più adatto perchè conforme
alle direttive del Regime quello che ha a base 1 interesse della Nazione,
ossia il massimo be¬nessere individuale compatibile col benessere della
Nazione); ed il primo, quando le norme abbiano suffi¬ ciente chiarezza
(univocità) e costanza da consentire una costruzione logica di
conseguenze possibili. Pur¬ ché non si mescolino precetti e teoremi, e
peggio, non si confondano gli uni con gli altri, è perfettamente
legittimo fare della economia corporativa una « eco¬ nomia » astratta,
trovare il nocciolo razionale del concreto empirico). Gobbi U. : Il
procedimento sperimentale della economia corporativa, « Giornale degli
economisti», ottobre 1930; Galli R. : Corso di economìa politica,
Firenze, Poligrafico Universitario, 1932, e dello stesso: Corso sulle
imprese industriali, Firenze, Poligrafico Universitario; Jannaccone P.: La
scienza economica e Vinteresse nazionale (Discorso tenuto
all’inaugurazione dell’anno accademico della R. Università di Torino), e dello
stesso : Scienza, critica e realtà economica, in « La Riforma Sociale »;
Lanzillo A.: Studi di economia applicata, Padova, Cedam, e dello stesso
A.: Il contenuto dell’ economia corporativa, in ««Rivista Bancaria », novembre
1928, ed Economia corpora¬ tiva e politica economica, in « Giornale degli
Economisti »; Lo Stato come fattore di produzione, in « Rivista Bancaria » (Lo
Stato come inserzione di volontà nell’ attività economical. Anche
Ettore Lolini, a parte la sua antipatia per la scienza economica
tradizionale e la notevole incompren¬ sione degli economisti ortodossi i
quali riescono interessanti a seguire non come simpatizzanti delle idee
li- erali o di altre tendenze, ma come scienziati dell’economia,
riconosce che per dare un carattere di socialità, che concili l’interesse
privato con quello sociale o nazionale, alla economia privata, non è
necessario giungere alla totale abolizione dell’economia privata ed alla
identificazione dell’ economia pubblica, come ha fatto Spirito, il quale
col porre erroneamente al centro dell attività economica umana la
produzione e non lo scambio non ha visto che nello scambio si ha la
sintesi dell’ interesse individuale e dell’interesse sociale, perchè
nello scambio, mentre l’interesse è individuale, il risultato è sociale. Per
eliminare del tutto, come vorrebbe Spirito, il carattere individualistico
dei valori economici ed il movente egoistico dei fatti economici e
identificare F iniziativa economica privata coll’ iniziativa economica
pubblica o statale, bisognerebbe trasformare la psicologia umana, abolire la
perso¬ nalità economica umana e con essa tutte le diff erenze di
bisogni, di desideri e di gusti che esistono ed esisteranno sempre fra gli
uomini, differenze che costituiscono la base dello scambio e la molla del
progresso economico e che nessun sistema di economia socialista è mai
riu¬ scito a sopprimere. Il porre a fondamento dell’economia
corporativa la produzione e quindi l’organizzazione e la gestione
economica della produzione invece dello scambio, inteso nel senso della
ripartizione del prodotto di ogni grande ciclo produttivo fra tutti i
fattori della produzione mediante l’accordo contrattuale dei prezzi del
lavoro, del capitale, della direzione tecnica e dell’opera degli
intermediari, porta a delle conseguenze pratiche fonda- mentali per la
definizione dei fini e delle funzioni della Corporazione. Nel primo caso,
infatti, si dovrebbe giungere alla Corporazione organo di gestione
economica col passaggio di tutta l’iniziativa economica privata alla
Corporazione e con la conseguente trasformazione di tutta l’economia privata in
economia pub¬ blica. Nel secondo caso, invece, la Corporazione non
as¬ sumerà la direzione della gestione economica della produzione, ma
avrà la funzione economico-sociale di eliminare il classismo o particolarismo
economico, di impedire che uno o più fattori della produzione si facciano la
parte del leone nei confronti con gli altri fattori e di adeguare
l’andamento dei prezzi al produttore con quello dei prezzi al consumatore. Cfr.
di questo A. : Il problema fondamentale delTeconomia corporativa,
in « Critica Fascista », 15 dicembre 1933 ; Masci F.: scritti cit. e:
Saggi critici di teoria e metodo¬ logia economica, Catania (Sono raccolti
con lievi modificazioni gli scritti citati ed altri saggi); Paoni
C.: A proposito di un tentativo di teoria pura del corpora¬
tivismo, in « Fiamma italica », gennaio-febbraio 1930 e dello stesso:
Strumenti teorici di corporativismo, in «Giornale degli economisti»,
settembre 1930 (in questi scritti il Pagni critica a fondo la costruzione
teorica cor¬ porativa del Fovel. Contro questi si schiera anche
Bru- guier nello scritto sopra citato ed anche noi nei nostri
scritti av. cit. Contra anche Arias ed altri); Sensini G.: L’equazione
dell’equilibrio economico nei regimi corpo- rativisti, in «Lo Stato»,
aprile, maggio ed ottobre 1933; Serpieri A.: Lo Stato e Veconomia, in
«Educazione Fascista », giugno-luglio 1927 e, dello stesso : Economia
cor¬ porativa e agricoltura, in « Atti del II Convegno di studi
sindacali e corporativi», Ferrara, 1932; Spirito U.: La critica
dell’economia liberale, Milano, Treves, 1930, dello stesso: I fondamenti
dell’ economia corporativa, Milano, Treves 1932, e Capitalismo e
corporativismo, Firenze, Sansoni, 1933. L’interesse suscitato
degli scritti filosofici di questo A. sono dovuti a ragioni di carattere
esclusivamente polemico. Nulla di nuovo ha espresso il giovane
filosofo. Nella critica all’economia liberale, infatti non fa che
ripetere, con sintesi brillante, quanto è stato detto dai seguaci della
scuola storica tedesca e dagli istituziona- listi americani contro la
economia liberale. È confusa la scienza economica con la praxis dei
governi liberali e demoliberali. Nella critica al capitalismo non fa
che ripetere, in linea essenziale, quanto il Sombart ha espresso
nella sua opera monumentale sul capitalismo e quanto altri economisti
contemporanei hanno scritto contro il sistema capitalistico, e che l’A.
si guarda bene dal ricordare. Nè è fatta alcuna discriminazione,
fra capitalismo e capitalismo, senza, per es., ricordare che
m Italla 11 capitalismo è, appena, al suo inizio. Nei tentativi di
costruzione teorica del corporativismo fascista tiene conto, in particolare
delle dichiarazioni della << Carta del Lavoro» che rincalzano la
propria tesi per Ja quale vede la soluzione corporativa n clini
entità assoluta tra Stato ed individuo che riecheggia il pen- siero
di Hegel e di Marx. Nulla di nuovo nemmeno nella costruzione
teorica la quale e apparsa a sfondo social-comunista per l’ammis-
sione della corporazione come proprietaria. Propugna, inoltre, 1 A. il
partecipazionismo operaio, altro espe¬ diente vecchio e già discusso
ampiamente nei tempi passati. Ma, con buona volontà, si può Scorgere
nel sistema di Spinto anche un liberalismo assoluto per cui dopo
aver letto gli scritti di questo A. del corpo¬ rativismo si riuscirà a
capire meno di prima. E non m tenrnamo quii su altri grossolani errori
espressi dall A. nel campo delle realizzazioni pratiche corporative, come
per es. su quelle in cui consiglia per il nostro Paese una
industrializzazione ad oltranza, la emissione di prestiti esteri, una
politica commerciale che sara forse realizzata nell’anno 2000, ecc
(Tutte queste idee sono espresse nel voi.: Capitalismo e Corporativismo,
Sansoni, Firenze, 1933). Contra a Spirito, si vegga: Arias, cit.,
Jannaccone, cit., Lanzillo, cit., Moretti, appresso cit.. Vinci,
ap¬ presso citato, ed i seguenti scritti: Croce B.: L’eco¬ nomia
filosofata e attualizzata, in «Critica», 20 gen- naio 1931 ; Galli R. :
SulF identità delV individuo con lo Stato in «La Vita Italiana», novembre
1933; (jANGEMI L. : Individuo e Stato nella concezione corpo -
ratina, m «Atti del Secondo Convegno di Studi Sinda¬ cali e Corporativi
», Ferrara, 5-8 maggio 1932; Bruccu- leri A.: L economia corporativa, in
«La Civiltà Cattolica», 16 dicembre 1933 e dello stesso: Crisi e capi-
talismo, nella stessa rivista del 6 gennaio 1934, etc.
Cesarini-Sforza in un lucido scritto: Individuo e Stato nelle
Corporazioni (« Archivio di Studi Corpora- .V'iV-’i 193 - 3 ’ anno
*V, f asc - IV) mostra come la formula dell identità è chiarissima nel
pensiero dei socialisti e dei liberali. L’individualismo moltiplicando le
sue forze non rinuncia ad essere sè stesso. Il grande significato
del Corporativismo è la disciplina economica nazionale. Con il
Corporativismo si passa dal soggettivismo all’oggettivismo. Alla organizzazione
professionale è affidata, sopratutto la oggettivazione delle scelte
economiche. Il nuovo modello della realtà economica non potrà non
essere anch’eseo, naturalistico e deterministico: non c’è scienza senza
determinismo. Caratteristica delle concezioni dello Spirito è l’ottimismo. (Per
es. nello Stato Corporativo non vi saranno più disoccupati!).
La nostra divergenza ideale con l’economia de¬ gl idealisti non va
assolutamente confusa con le invettive di quei messeri interessati ad un
intervento che oggi chiedono e ieri respingevano, nè con le
interpretazioni di coloro che hanno gli occhi sulla nuca!
Ricordiamo ancora: Moretti V.: I principii della Scienza Economica
e l’economia corporativa («Rivista di Politica Economica», marzo-aprile
1934). Il M. rifiuta 1 identificazione fra Stato e Individuo. Integrando
® correggendo le opinioni di Arias e Fovel considera l’economia
corporativa come una economia non eu¬ clidea. Papi U. : Un
principio teorico deW economia corporativa, in « Giornale degli Economisti »,
maggio 1930 e più diffusamente in « Lezioni di Economia Generale e
Corporativa», voi. Ili, Gedam, Padova, 1934. (Il P. ritiene che il
sistema corporativo si possa considerare come lo strumento capace di
assicurare le imprese contro i (risdhi extra-economici (guerre, crisi,
scioperi, etc.). Rossi L. : Economia e Finanza, cit. (Chiarifica
il concetto di concorrenza e mostra i caratteri della teo¬ ria
dell’equilibrio economico generale. L’ordinamento corporativo traduce nel
diritto positivo un complesso di norme di diritto naturale, che
presiedono al fenomeno sociale della ricchezza. Ne risulta un diritto
cor¬ porativo, definizione giuridica della libertà economica c e
sottopone 1 arbitrio del singolo alla regola; e la figura dell’uomo
corporativo si risolve nell’uomo economico libero. L’economia corporativa
importa la penetrazione nell’organismo produttivo di un sistema or¬
ganico, razionale di politica economica. L’economia corporativa risolve il
contrasto fra l’essere e il dover essere della vita economica. Dover
essere: razionalità (teoria economica pura), eticità (politica
economica). Le forze direttrici corporative devono fornire al dina¬
mismo economico il volano regolatore). Vinci F. : Il corporativismo
e la scienza economica («Rivista Italiana di Statistica» etc., febbraio
1934. Questo A., conscio delle interdipendenze fra i vari fattori di
produzione e fra le varie imprese e delle con¬ dizioni di concorrenza
mondiale, ha dimostrato che la « disciplina unitaria e l’autodecisione,
ove conducesse fino ala determinazione delle produzioni e dei consumi,
esorbiterebbe largamente dalle attribuzioni dell’uria o dell’altra Corporazione
investirebbe i rapporti reciproci, non solo fra due o tre, ma fra tutte
le Cor¬ porazioni, imponendo al Consiglio Nazionale delle Cor¬
porazioni un continuo, pericoloso compito di revisione e di conciliazione
in base a valutazioni complicatissime, a criteri di difficile determinazione
oggettiva ». Sulla Finanza Corporativa. Si espressero anni
addietro a favore del contingente : Griziotti, Finanza di guerra e
riforma tributaria, in «La Riforma Sociale», 1916, pag. 150-174. Contro
il contingente: Einaudi, Principii di Scienza delle Fi¬ nanze,
Torino, 1932, pag. 257-262. Ed oggi, a favore del contingente (citiamo
gli scritti più seri): Benini, loco cit. ; Montemurri G. : Per una
finanza corporativa, in « Echi e Commenti », 1929, n. 12, e dello stesso
: Ordinamento corporativo e ordinamento tributario, in « Atti del II
Convegno di Studi Sindacali e Corporativi », Fer¬ rara, 1932, voi. II;
Bonanno: L’extra-individualismo nelle entrate del bilancio dello Stato, «
Dir. e prat. trib. », 129, 89, e dello stesso: Lo Stato corporativo e
la sua finanza, in «Diritto del Lavoro», 1929, I, 357; Uckmar :
Ordinamento Corporativo e ordinamento tri¬ butario, « Relazione al I
Convegno nazionale di Studi Corporativi», Roma, 1930, e dello stesso:
Verso una revisione corporativa della pubblica finanza, in «
Diritto del Lavoro », Roma, 1928; Riforme tributarie e Stato
corporativo, in « Diritto del Lavoro», Roma, 1929; Fi¬ nanza corporativa,
in « Diritto e Pratica Tributaria ». Roma, 1929, ed infine, sempre dello
stesso: Ordina¬ mento corporativo e ordinamento tributario, in «
Atti del II Convegno di Studi Sindacali e Corporativi », Fer¬ rara,
1932, voi. I. I ra questi autori la corrente radicale trova favorevoli
Benini, Bonanno e Montemurri. Uckmar ritiene che la finanza sia
individualista e per¬ ciò la vorrebbe riformata in un senso meno
individualista, ma nei suoi studi esprime delle proposte che trova
consenziente tutti coloro, fra i quali lo scrivente, che riconoscono
doversi inserire nell’ordinamento corporativo anche la finanza allo scopo di
raggiungere quei fini che gli conferiscono caratteri fascisti.
Sono contro D’Alessio, in un suo articolo: Eva¬ sione fiscale e
riforma tributaria («Augustea», N. 4 del 1929), e Genco («Comunicazione
al II Conve¬ gno di Studi Sindacali e Corporativi », Ferrara, 1932,
voi. II) i quali vorrebbero arrivare all’abolizione o per lo meno alla
riduzione degli organi finanziari statali ed alla loro sostituzione con
le Corporazioni! Uckmar, contingentista moderato, riconosce che il potere
impo- sizionale tributario spetta allo Stato. Quest’autore quindi può
inscriversi fra i fautori di una finanza coordinata all’ordinamento
corporativo, ma è lontano dalle Improvvisate e rivoluzionarie
trasformazioni. La finanza oltre a presentare un contenuto politico,
riveste un contenuto tecnico con il quale male si accorda la improvvisazione
degli innovatori. Ai quali rimarrà la soddi- stazione di essere
considerati rivoluzionari al cento per cento, mentre agli altri rimarrà
la soddisfazione di non avere incoraggiato i salti nel buio che in
materia finanziaria si scontano amaramente dalla Nazione, e perciò si
ritengono solleciti dell’interesse nazionale e cioè non meno
rivoluzionari dei loro colleghi che manifestano i ce piu radicali. Il
tempo sarà giudice sereno fra tanto contendere. Ricordiamo i seguenti
scritti fra i tanti che accolgono, con moderazione, una riforma
tributaria in ™° m A a C °p 1 ^gamzzazione corporativa: Garino Ca-
Problemi di Finanza, Torino, Giappichelli 1930; Scandali: E.: Imposizione
tributaria e Stato Cor- porativo in « Echi e Commenti », 1929, N. 10 e
dello TTr- A r- ,ane r e in «Giustizia tributaria»,
giugno 1929; Gangemi L- rinanza Corporativa, in « Rivista di
Politica Economi- Stato C e dell ° stesso: La finanza nello
Stato Corporativo, in « Commercio », Roma, gennaio e S“,° Ì 93 £ r”
cernii in «Rivista di Politica Economica», fase. VII-Vili
(e una carica a fondo contro la funzione graduale, ransitona e
limitata del contingente come è propugnata da Montemurri e dal Cardelli il
quale ultimo ha espresso la sua tesi nella Rivista «Il Commercio» f
, 7 iarzo \ a f, rlIe 1931 )i Toselli Colonna: Teoria e problemi della-
economia finanziaria corporativa, Ales¬ sandria Colombani, 1932 (è questa
una diligente ras- segna dei problemi corporativi della finanza).
Infine, si segnala 1 eccellente studio del Borgatta: Le funzioni
m7rzoT932 ** WaC “ f *’ in « Lo Stato », febbraio e CEDAM L
Tfmi {XeZ ' W ' t SCÌCnZa delle fi nanze ’ Padova, CEDAM) non sembra
opportuno affidare all’Associazione Sindacale la ripartizione degli oneri tributari
a gin associati. Le associazioni sindacali, probabilmen¬ te « non
sarebbero neppure molto disposte ad assumersi tali compiti, ohe spesso
non sarebbero neppure in grado di svolgere efficientemente data la
limitatezza e l’inade- guatezza dei mezzi che hanno a propria disposizione,
anche a prescindere dal giusto timore dei dirigenti di potersi creare m
tal modo animosità lesive di quella compattezza dell’Associazione
Fascista, che costituisce uno dei suoi requisiti più essenziali in
relazione ai fini propostisi dal nostro legislatore». Un chiarimento
sulla tesi riformista del Benini. La ritorma propugnata da questo autore
(studio cit.), per quanto riguarda l’imposizione diretta, è vasta e
coraggiosa: due tipi di imposte dirette, proporzionali, l’una sul reddito
totale di famiglia, l’altra sul patrimonio-. Senza dubbio, la
scienza finanziaria ed il procèsso evolutivo della legislazione fiscale
degli Stati moderni pongono in evidenza i tributi globali e personali
come il fondamento di un corretto sistema di imposizione di¬ retta
in luogo delle imposte reali imperfette e causa di sperequazioni gravi ed
inevitabili. Il nostro sistema at¬ tuale è fondato appunto sui tributi
reali, integrati da una imposta personale, la complementare, che con
i procedimenti fatti approvare dal Ministro Jung pre¬ senta una
struttura che le consente di assolvere agli im¬ portanti suoi
compiti. Ma, appunto perchè la riforma proposta dal Benini
muterebbe radicalmente, ab imis, il nostro sistema d’imposizione diretta, sono
necessari, per giungere ad essa, lunghi e ponderati studi sulla entità,
sulla composizione, sulla distribuzione e sul raggruppamento dei
redditi, sulla organizzazione tecnica della nuova amministrazione; sopra
tutto occorre, per concepire ed attuare una riforma così vasta e
complessa che le condizioni del- 1 economia nazionale e della pubblica
finanza entrino in un periodo di sufficiente tranquillità e stabilità.
Tutte cose queste di cui il Benini è consapevole. Un posto a
parte tiene il Griziotti il quale fra le due opposte opinioni che esiste
una finanza corporativa oppure il contrario che questa non esiste
sostiene una terza e differente che trova riscontro nei seguenti
scritti: La trasformazione delle finanze pubbliche nello Stato
Corporativo fascista, in « Il Diritto del Lavoro »); Idee generali sulla
trasformazione del nostro sistema tributario, esposte al Primo
Convegno di Studi Corporativi a Roma, in « Bollettino del Consi.
glio Prov. dell’Economia di Pavia», maggio 1930; Le finanze pubbliche e
l’ordinamento corporativo, in « Economia », N. 6 del 1930. Il Griziotti, se non
erriamo, desidera un sistema di imposte congegnate in modo da
rispettare le esigenze della produzione. Vuole un sistema tecnico e razionale
che sodisfi anche i criteri della giustizia nella ripartizione dei
carichi pubblici. Rico- Gangemi, Dottrina Fasciata ed
economia. nosce che l’opera del primo periodo della finanza
fascista ha tenuto conto delle esigenze della produzione. Queste idee
evidentemente indicano nel Grìzìotti un fautore della finanza
corporativa. Dove il nostro non ci trova consenzienti è nei dettagli
(ammortamento delle imposte, tassazione esclusiva delle rendite e dei
sopraredditi, ecc.). Ma su questo sarebbe lungo il discorso.
Secondo un distinto allievo del Griziotti, il Pugliese (La Finanza
e i suoi compiti extra-fiscali negli Stati Moderni, Padova, GEDAM) «
Nello Stato Corporativo l’economia continua a basarsi fonda¬
mentalmente sulla iniziativa privata dei capitalisti, nè alcuno dei
principi che reggono l’economia capitalista viene apriosticamente
ripudiato: ma vi si aggiunge un elemento che è quello del controllo
sociale che, sulla iniziativa privata e sul suo svolgersi, viene attuato
dallo Stato ». . Nello Stato corporativo anche la politica
finanziaria deve necessariamente seguire le direttive, che non coincidono
nè con quelle del sistema liberale-capitalista (benché ad esse siano
assai più vicine) nè con quelle del sistema collettivista.
Essendo l’imposta uno dei principali strumenti di cui lo Stato —
qualora rispetti il principio della proprietà privata — si può valere, per
intervenire nel cam¬ po dell’economia, individuale, è logico che ad essa
faccia più largo ricorso uno Stato, che ha per principio l’intervento,
ogni qualvolta l’interesse nazionale lo richieda. E essenziale
rilevare che nel sistema corporativo, mutano fondamentalmente i modi
dell’azione statale: mentre nel sistema liberale-capitalista lo Stato si
propone fini di benessere e prosperità, che vengono attuati mediante la
protezione di tutte quelle forze individuali che si dimostrano utili a
tale intento, lo Stato corporativo, oltre a proseguire per tale via i propri
fini, si fa esso stesso agente diretto e primario per l’attuazione degli
scopi suddetti, non solo proteggendo e favorendo le forze utili' ai propri
fini, ma facendosi iniziatore dei provvedimenti atti ai dirigere le forze
individuali all’obbiettivo prefisso. Non possiamo chiudere questa
nota senza ricordare il contributo che, anche in questo campo ha dato
Maf¬ feo Pantaleoni col suo scritto: Finanza fascista, in «
Politica », maggio-giugno 1933, scritto che i nuova- tori sistematici ed
i creatori di schemi astratti fareb¬ bero bene a leggere ed a meditare se
veramente sono, come si ritengono, difensori dell’interesse
nazionale. Capitoli della storia: “Mussolini ed il fascismo” p. 1; “La
respnsabilita della guerra ed il “tradimento militare” p. 25; “La preparazione
del colpo di Stato”, “L’antifascismo del Governo Badoglio e la capitolazione”;
p. 99; “La liberazione di Mussolini”; “La proclamazione della Repubblica
Sociale”, “Il Manifesto di Verona”, “In lotta per la difesa dell’onore
italiano”, “La lotta per la difesa del patrimonio nazionale italiano”; p. 211,
“La politica di conciliazione nazionale;” “Conati di revision in senso liberale
della tendenza autoritaria e per la instaurazione della legalita”; “Il processo
di Verona e quello degli Ammiragli”; “La politica sociale, dindacale ed
economica”; “Il regno d’Italia”, “I comitati di liberazione”, “La guerra partigiana”,
“Il Ragrgruppamento Nazionale Repubblicano Socialista”, “La catastrophe
militare”; “L’instruzione dei ‘sanguinari’.” – Tra Croce e Mussolini,
contributo a ”Gentile” – “Nazionalismo Sociale” – contribute alla rivista La
Verita (fascista). “Nazionalismo Sociale”: L’idea corporative come
INTERPRETAZIONE della storia – con una conclusion politica di Augusto de
Marsanich, Achille Celli Editore. Domenico Edmondo Cione. Keywords: ICARO,
l’idea corporativa, corporativismo, storia del nazionalismo sociale, icaro, la
caduta d’icaro, icaro caduto, dedalo e la civilta greco-romana, corporativa,
principio corporativo, principio cooperativo, corpotivismo, corporatismo,
corporativismo, ideale corporativo, conservativo come corporativo, ugo spirito,
“pocca testa”. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cione” – The Swimming-Pool
Library.


No comments:
Post a Comment