Grice e Civitella: l'implicatura conversazionale -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Montorio al Vomano). Filosofo italiano.
Delfico-de-Civitella (under Ser Marco). (Montorio al Vomano). Filosofo. Grice:
“I love Delfico – while he wrote on Roman jurisprudence – Hart’s favourite
summer read! – mine is his (Delfico’s, not Hart’s) little thing on the
beautiful – we must remember that back in them days of Plato, ‘kallos,
‘pulchrum,’ or ‘bellum,’ is a diminutive of ‘bonus,,’ as in ‘bonello’ – the
point is important for for Platonists, love (that makes the world go round) is
desire for the ‘bello’ including the MORAL bello – so it is the key concept in
philosophy – and not as Sibley and Scruton narrowly conceive it!” Civitella è giustamente
ritenuto il Nestore della letteratura napoletano. Questo illustre autore di
molte opere di storia e di una varietà di soggetti interessanti, unisce ad una
vasta istruzione una accuratissima e profondissima conoscenza di ogni aspetto
che interessa la sua terra; e possiede, ad un'età così avanzata, l'ancor più
raro merito di saper comunicare le preziose esperienze acquisite con una
amenità di maniere, una facilità e semplicità di espressione che le rendono più
apprezzate a quelli che le ricevono. Figlio di Berardo e Margherita Civica,
nacque nel castello feudale di Leognano, in provincia di Teramo. Le origini
della sua famiglia risalivano almeno al secolo XVI quando Pir (o Pyr) Giovanni
di Ser Marco, generalmente riconosciuto come il capostipite della famiglia,
cambia il proprio cognome in “Delfico” e adotta il motto “eat in posteros
Delphica Laurus”. Secondo alcuni, e tra questi Luigi Savorini, il cognome
originario era “de Civitella”. All'interno della sua famiglia va individuato
come Melchiorre III. Rimasto ben presto orfano di madre, fu dapprima affidato ad
ecclesiastici ed in seguito inviato a Napoli,
per il completamento degli studi. Nella capitale del regno ebbe maestri
insigni quali Genovesi per le materie filosofiche per l'economia, Rossi per le
materie letterarie, Ferrigno per il diritto e Mazzocchi per
l'archeologia. Nella città partenopea si laureò in utroque iure
sotto la direzione di Filangieri e redasse subito diverse memorie per il
governo. Ha già indossato l'abito ecclesiastico, ma se ne spogliò subito per
motivi di salute. Nella prima parte della vita si dedica in particolare
allo studio della giurisprudenza e dell'economia politica, scrivendo numerosi
trattati che esercitarono un grande influsso nel miglioramento e l'abolizione
di molti abusi. Con il ritorno in patria si inizia un periodo
fondamentale per la storia della città e dell'intero regno di Napoli. Intorno a
loro si riunisce un importante gruppo di filosofi che crea le premesse per un
profondo rinnovamento sociale, politico ed economico del territorio in cui
agiscono. Tra questi troviamo Cicconi, Comi, Lattanzi, Nardi, Quartapelle,
Tulli, Nolli, Orazio Delfico, il figlio di Giamberardino, che fu allievo di
Volta e Spallanzani, e l'altro nipote, Michitelli, che fu architetto noto in
tutto l'Abruzzo. Si appassiona al collezionismo, in particolare di libri
antichi e monete di epoca romana e pre-romana. Nominato presidente del
Consiglio Supremo di Pescara e poco dopo membro del governo provvisorio della
Repubblica Partenopea. Caduta la Repubblica Partenopea anda in esilio per
sette anni nella Repubblica di San Marino che gli riconobbe la cittadinanza.
Scrisse il saggio “Memorie storiche della Repubblica di San Marino”, prima
storia organica dell'antica repubblica. La Repubblica del Titano ha emesso una
serie di 12 francobolli e ha coniato una moneta d'argento dal valore nominale
di 5 euro per commemorare il filosofo e ricordarne la permanenza sul proprio
territorio. Sotto Giuseppe Bonaparte, nominato re di Napoli, entra a far
parte del Consiglio di Stato, ricoprendo varie cariche ministeriali.
Restaurato il governo borbonico, fu nominato presidente della commissione degli
archivi e successivamente Presidente della Reale Accademia delle
Scienze. Venne eletto deputato al Parlamento napoletano e fu chiamato alla
presidenza della Giunta provvisoria di governo. Si stabilì definitivamente a
Teramo. La famiglia di Melchiorre Delfico si estingue con Marina, sposata al
conte Gregorio De Filippis di Longano, ando origine all'attuale famiglia dei
conti De Filippis marchesi Delfico. La filosofia di Civitella si forge nel
fermento culturale del Secolo dei Lumi e del diritto naturale, le cui idee gius-naturalistiche
furono compiutamente esposte da un lato nell'opera di Locke, dall'altro in
quella di Rousseau, nelle quali i principi del diritto naturale erano
rappresentati dalle idee di libertà e di eguaglianza di tutti gli uomini. I
fermenti culturali del periodo assunsero una valenza rivoluzionaria e
contribuirono all'abbattimento di una struttura sociale logora ed invecchiata,
che si reggeva ancora ai capricci bizantini dell'autorità invadente.
Proprio tali tesi gius-naturalistiche furono gli strumenti a cui si richiamò
l'opera del Delfico, permeata dall'anti-curialismo, anti-Roma, dalla
compressione della feudalità, dall'anti-fiscalismo e soprattutto
dall'abbattimento del monopolio forense, ritenuto il baluardo principale del
regime. Ciò che caratterizza la sua visione politica è una nuova concezione
dello Stato, non più ispirato al predominio politico e svincolato dalle regole
della morale corrente. Come politico e come giurista, e eminentemente
pratico, così da poter essere ricordato come uno dei più illuminati riformatori
del suo tempo. Al suo nome sono intitolati a Teramo il Convitto
nazionale, il Liceo Classico e la Biblioteca provinciale che ha la propria sede
nel Palazzo Delfico. Numerosi i comuni che hanno intitolato strade a
filosofo. Altre a Teramo e alla frazione
di San Nicolò (nello stesso comune teramano), si segnalano Sant'Egidio alla
Vibrata, Penna Sant'Andrea e Roseto degli Abruzzi in provincia di Teramo;
Montesilvano, Pescara e Milano. È noto che esistono Logge massoniche
intestate a Civittella, ma ci si chiedeva se lui stesso fosse stato
massone. Questo interrogativo è stato posto da parecchi storici ma non
esisteva una risposta documentale. Esistono invece molte prove indiziarie
relative alla sua appartenenza alla Massoneria, per le quali rimandiamo
all'appendice del volume di Franco Eugeni, Carlo Forti, allievo di N. Fergola. I
principali indizi si possono così riassumere: I maestri ed amici di
Civitella, come Genovesi, Pagano, Filangeri, furono tutti noti massoni;
In un diario del curato Crocetti di Mosciano appaiono notizie di una Loggia
massonica esistente a Teramo. Assieme a Quartapelle, subisce due processi per miscredenza.
Promuove un movimento culturale detto '’La Rinascenza'’ di chiaro stampo
illuminista. Nella rinascenza militano tutti i filosofi del tempo: i Tulli, i
Quartapelle, Comi, Pradowski ed altri; La poesia di Pradowski sembra proprio la
descrizione di una Loggia. Manda il nipote Orazio Delfico, futuro Gran Maestro
della Carboneria teramana, a studiare a Pavia da Spallanzani, Volta e Mascheroni,
tre noti massoni del tempo. Perrone pubblica un saggio basato sulla
corrispondenza di Münter con noti massoni napoletani lo dà come sicuramente
massone, anche se "il suo nome non s'incontra nelle logge
razionaliste". Altre opere: “Saggio filosofico sul matrimonio” (s.n.tip.
ma Teramo, Consorti e Felcini); Memoria sul Tribunal della Grascia e sulle
leggi economiche nelle provincie confinanti del regno” (Napoli, presso Giuseppe
Maria Porcelli); “Riflessioni su la vendita de’ feudi” (Napoli, presso Giuseppe
Maria Porcelli); “Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de'
suoi cultori” (Napoli, presso Giuseppe Maria Porcelli); Pensieri sulla Istoria
e su l'incertezza ed inutilità della medesima, Forlì, dai torchi dipartimentali
Roveri); “Nuove ricerche sul bello” (Napoli, presso Agnello Nobile); “Della
antica numismatica della città di Atri nel Piceno con un discorso preliminare
su le origini italiche” (Teramo, Angeletti). Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il
Palazzo Dèlfico, Edigrafita Nico
Perrone, La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della
rivoluzione. Con la corrispondenza massonica e altri documenti, Palermo,
Sellerio, Giacinto Cantalamessa Carboni, Sulla vita e sugli scritti del
commendatore Malchiorre de' Marchesi Delfico, in Giornale arcadico di scienze,
lettere ed arti, Raffaele Liberatore,
Melchiorre Delfico. Necrologia, in Annali civili del Regno delle Due Sicilie,
Ristampato come Delfico (Melchiorre), in: De Tipaldo Biografia degli Italiani
illustri, Venezia, Ferdinando Mozzetti, Degli studii, delle opere e delle virtù
di Melchiorre Delfico, Teramo, Angeletti, Gregorio De Filippis-Delfico, Della
vita e delle opere, Teramo, Angeletti, Raffaele Aurini, Delfico Melchiorre, in:
Dizionario bibliografico della gente d'Abruzzo,
ITeramo, Ars et Labor, ora in Nuova edizione, Colledara (Teramo),
Andromeda editrice, Vincenzo Clemente, Rinascenza teramana e riformismo
napoletano, l'attività presso il Consiglio delle finanze, Roma, Edizioni di
storia e letteratura, Vincenzo Clemente, Dizionario biografico degli Italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Donatella Striglioni ne' Tori,
L'inventario del Fondo Delfico. Archivio di Stato di Teramo, Teramo, Centro
abruzzese di ricerche storiche, Gabriele Carletti, Melchiorre Delfico. Riforme
politiche e riflessione teorica di un moderato meridionale, Pisa, Edizioni
ETS, Nico Perrone, La Loggia della
Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione, Palermo,
Sellerio. Treccani. Il dritto romano e sempre incerto ed arbitrario. Tale il
suo carattere, poichè sebbene non gli mancassero ancora degli altri nei, pure
quelle sole qualità (incertezza e arbitrarieta) sono bastanti per renderlo
mostruoso e deforme. E di esse specialmente imprendo a trattare, come quelle
che portarono a luce la vantata giurisprudenza romana. Ed accio questo
ordinatamente si vegga, fiaci opportuno il seguir la storia che della nascita e
de felici progressi di essa ci somministra i lumi i più importanti. Fra gli
innumerevoli doccumenti tal oggetto riguardanti, prescelgo quello di cui tutti
gli i filosofi si servirono, quasi di testo alle loro ricerche e commenti. Già
si vede che io parlo delle opera del giureconsulto Sesto Pomponio, della quale
si avvalsero i compilatori del dritto giustinianeo, rapportando nel titolo
dell’origine del dritto, tuttocid che il nomato giureconsulto aveva raccolto su
tal oggetto nel suo Manuale. E poichè Pomponio incomincia la storia del dritto
dai re di Roma, dello stesso momento conviene seguirlo. In questa prima epoca
abbastanza oscura non vi sarà pero materia di dispute, poichè Sesto Pomponio parlando
conformemente alla ragione ed alla storia dice che Roma da principio visse con
incerte lege gi e con dritto incerto e tutto dal regio arbitrio e governato. Ciocchè
si deve intendere per quella parte che appartene al capo dell’aristocrazia nella
qual forma Roma ebbe il suo incominciamento. Quindi Pomponio si espresse nelle
precise parole. Populus sine lege certa, sine jure cento primúm agere
instituit. Ne altrimenti doveva avvenire, poichè quella prima associazione
essendosi formata di gente malatta al vivere socievole, e non avendo ancora
positiva forma di società, doveva essere piuttosto regolata dalla forza del comando
che da un stabilimento positivo. Ciascuno sa che Romolo per accrescere il
numero de primi suoi compagni, prese l’espediente di aprire un asilo da era
retto ve s9 ) da che si puo comprendere quali fossero i primi fondatori di Roma.
I di lui favoriti furono i più valorosi briganti, e questi divennero i padri
della patria, i forti, i primi quiriti, e formarono il senato come una Dopo
questi primi tratti caratteristici relativi al le leggi Pomponio siegue a
raccontare tradizione, che essendo cresciuta in qualche modo la città, Romulo
divise il popolo in tante parti chiamate curie e col voto di esse prende. 9 va
cura delle pubbliche cose, e fece in seguito la legge che si chiama legge
curiata, come no, fecero ancora i re successivi, e tutte furono, raccolte da
Sesto Papirio, il quale visse al tempo di Tarquinio il superbo, e dal nome
dell'autore quella raccolta fu chiamato “dritto papiriano”. Non m'impegnerà nelle
dispute istoriche e critiche delle quali si occuparono gl' interpreti di
Pomponio, ma osservero che sebbene da principio parli dello stato informe di
Roma e dell’autorità regia non modificata dalle legge, fa dindi vedere come fu
data una forma, non una costituzione alla città nascente, e come dai re fu
promulgata la legge curiata. Per due secoli e mezzo in circirca; quanto duro la
regia signori, Roma non ebbe dunque che questa o quella legge occasionale, e la
società fu mantenuta più col governo che colle legge. Prima intanto di passar
oltre, e per la migliore intelligenza de’ tempi seguenti, non sarà inutile il
presentare in poche parole lo stato politico del popolo romano sotto l’epoca
dei re, e quale fosse l’indole della legislazione per tutto quel tempo. E
poichè di cose che non ebbero autori contemporanei o vicini, non è possibile il
ragionare con precisione ed esattezza; percio scortato dalla natura delle
circostanze e dalle tradizioni pervenutaci, m’ingegnero di esporle nell’aspetto
il più ragionevole. Fra l’oscurità delle origini romane possiamo rilevare che
quella società incomincia da un adu namento di persone appartenenti a vari
popoli non solo italici, ma greci e celtici ancora. Codesta tumultuaria
associazione avendo Romulo per capo visse da principio di prede e di rapine, gusto
che fece il perpetuo carattere della nazione, trasformato poi in quello di
conquiste, come gli avol toi comparsi a Romolo nel prendere gli auguri furono
poscia nobilitati in aquile vincitrici. In tale stato di cose non vi fu da principio
bisogno di leggi, la legge, poichè non vi era proprietà, essendochè Roma fu
fondata come Livio si esprime in fondo alieno, e le piccole private dispute
erano decise dalla volontà del capo, come presso tutti i popoli barbari, e
nelle società de’ briganti è sempre ava venuto. Avviene similmente che nel
formarsi tali associazioni, si gittino i fondamenti dell'aristocrazia, e così
avvenne di Roma. Il palagio di Romolo fu una succida capanna: il di lui trono
quattro zolle che lo rialzavano dal suolo. Il Senato fu la scelta de’
commilitoni o complici delle sue rapine. I patrizi quelli che poterono vantare
certezza di natali e qualche superiorità di ricchezze; e tutto il resto fu vile
plebe o volgo profano. Questa è la divisione naturale dell’aristocrazie
nascente. ‘Padre,’ ‘patrizio,’ ‘patrone’ furono nomi di versi appartenenti alle
stesse persone secondo i va. rj rapporti ne' quali erano considerati, o di
Senato consultivo, o di corpo aristocratico, o di superiorità immediata su le
divisioni della plebe, la quale che che ne dicano i tardi autori della storia
non ebbe alcuna parte di potere nè costituzionale nè amministrativo. Gli stessi
autori dai fatti fanno scorgere questa verità alla quale contrariano colle
parole. Festo il quale aveva trascritto le notizie dagli antichi autori,
parlando dell’origine delle clientele si esprime in termini rappresentativi
della verità, cioè come d’una divisione di gregge piuttosto che d'un popolo.
Patrocinia appellari capra sunt cum plebs distribuia est inter paires. Ne si
devono contare per un ordine intermedio di citetadini quegli equiri o celeri o i
fossuli nominati fin dai principi di Roma, poichè non appartenevano allo stato
politico ma al stato militare. Non è possibile il seguire i naturali progressi
di quella società nascente, e vedere come a poco a poco si andasse a
consolidare in quella forma nella quale da principio era stata abbozzata. Sotto
il re Numa vediamo i primi passi di qualche civilizzamento, lo stabilimento
della proprietà territoriale: la prima legge relativa alla religione ed al
delitto, lo stabilimento dei ministri e degli interpreti della divinità; ed in
somma un principio di governo teocratico, pel quale pare che sieno passate
tutte le nazioni prima di portare su le cose civili le considerazioni proprie
della ragione. Ma quello che specialmente riflettere dobbiamo è che sotto quel
re teosofo ebbero i primi principi le scienze ancora della legge e del politico
governo. Non si dee durar gran fatica per trovare de’ rapporti religiosi in
tutti gli atti umani e farli nascere ancora in un popolo quanto ignorante tanto
superstizioso. Così par che facesse Numa o per idea propria o per imitare i
stabilimenti della sua nazione o pel natural corso del sociale andamento; cosi
gitid i veri fondamenti di quell’aristocrazia sommamente poderosa poichè combina
nello stesso corpo gl’interessi del sacerdozio e dell’impero, o le due
aristocrazie, politica e sacerdotale. Su questo piano Roma crebbe
successivament sotto i re. L’aristocrazia fu sempre salda contro le regie
intraprese, e la storia ci mostra con quali mezzi crudeli e sacri seppe
sostenersi. Massacrarono Romolo e ne fecero un dio. (Cristo). Tale idea pero
del primo governo di Roma è stata generalmente sconosciuta, ed il primo per
quanto io sappia a darne l’idea fu il nostro Gian Battista Vico, il quale riunendo
alla multiplicità delle filologiche cognizioni la filosofia indagatrice delle
origini sociali, fra le tenebre della rimota antichità, e fra le favole e le
ricordanze degli antichi costumi seppe scoprire come un principio naturale politico,
che nel comune corso delle nazioni la società primitiva comincia sempre
dall’aristocrazia, la quale deve nascere dalla qualità delle circostanze,
dall’ignoranza de’ dritti, e della compagna superstizione. Le luminose tracce
di Vico furono poi seguite dal Duni e fermatosi particolarmente a considerare
il governo romano, dimostra che Roma nacque aristocratica, che il re none che il
capo dell’aristocrazia, che i soli patrizi ebbero la quarta di cittadini che
furono in perfetto stato di combinazione l’aristocrazia politica e
l’aristocrazia sacerdotale, e che il nome di ‘popolo’ ne’ primi tempi ai soli
patrizi appartenne, come quelli che soli godevano del dritto della cittadinanza
(cives polis), i quali poi furono gradatamente dalla plebe acquistati. Egli concilia
luminosamente la contradizione in cui par che cadesse il giureconsulto Pomponio
e fa vedere che il re non ha che una parte del governo o dell’amministrazione,
ma che la somma dell’autorità, la vera sovranità, il potere legislativo, il
dritto della pace e della guerra risedevano nel corpo de’ patrizi, come anche il
dritto di eliggersi il loro re o principe. Furono essi i depositari delle leggi
e delle medesime i (Duni Orig. del Citted. Romano. 1) ministri ed interpreti: e
siccome per un’eterna verità l’aristocrazia non si sostiene che sull’appoggio
della superstizione. Cosi dal corpo aristocratico si sceglievano i vari
sacerdozi, e fra essi il corpo de’ pontefici fu specialmente destinato a dar i
giudici alle divine cose ed umane. Quindi la conoscenza della legge e
l’amministrazione delle medesima fu un dritto esclusivo e divenne una dottrina
arcana, conservata con tutta la gelosia del mistero, dispensata solo a modo
d’oracoli e strettamente custodita nell’ordine de’ patrizi. Codesta emanazione
della prima teocratica idea non solo si conserva per quanto ebbe di durata il
governo del re ma per quanto visse la Roma. Una repubblica, colla sola
differenza pero che come crebbero le cognizioni ed i necessari riflessi della
ragione, e da essi nacquero i sentimenti di libertà e di eguaglianza, così
quelle idee si andiedero a poco a poco estenuando, finchè non ne rimasero che i
soli simboli commemorativi, o il nome senza la cosa, o le cose senz’alcuna
effettiva in Auenza. E necessaria questa breve esposizione, per cogoscere quale
fosse lo stato della legge, dell' am ministrazione giudiziaria e della giurisprudenza
ne’ primi tempi di Roma; e senza impegnarci nella particolari legge sotto il re
emanata dal senato regnante, possiamo con sicurezza affermare che la legge fu
minima, eventuale ed incerta, e che l’interpretazione delle medesine essendo
stato un dritto di corpo o di ordine affidato ad alcuni individui, possiamo dire
ancora che la giurisprudenza fu incerta, irregolare, arbitraria, e quale ad una
nazione anco sa ignorante e superstiziosa poteva solo convenire: e per
conseguenza esser stato pur vero ciocchè Pomponio scrisse, che sotto i re sine
lege Gerta, sine jure certo vissero i romani. Lascio agli ambiziosi di glorie
filologiche legali l’andar raggruzzolando I pochi superstiti frammenti della
legge regia, poichè i stessi antichi giure consulti ne fecero poco conto e le
lasciarono finalmente perire. Chi volesse però riconoscerle, troverebbe in esse
la conferma di quelle idea superstiziosa caratteristiche della prima
aristocratiche associazione. Espulso il re si crede comunemente che il governo
di Roma cangiasse d’aspetto e da quel momento si cominciano a contare gli eroi
della libertà. Ma chi - giudica senza prevenzione non vi troverà che gli eroi
dell’aristocrazia. Anche quessti parlano di libertà; della propria libera però
non della liberta pubblica, e per servirmi delle parole di Dionisio, della
libertà propria e del dominio su gli altri. Quindi Roma non vide alero
cangiamento che di due re invece di uno e la legge e l’amministrazione politica
e civile rimasero nella stessa condizione. L'incertezza fu seguita
dell'incertezza; l’arbitrio dall’arbitrio, ciocchè ci dà manifestamente ad
intendere Pomponio dicendo: Exactis deinde regibus..ae. iterumque cæpic populus
Romanus incerto magis jure & consuetudine ali quam per latam legem, idque
prope sexaginta annis passus est. L’aristocrazia era stata alquanto abbassata
dall;ultimo re, per cui ebbe fine il suo governo, ma dopo la sya espulsione
ritorno presto nel pria miero vigore. Quindi gli effetti dovevano essere conseguenti,
e tutta la storia è una pruova dimostrativa. Infatti si sa che dall’anno fatale
ai Tarquini, fino al tempo della leggi decemvirale, il potere legislativo ed il
potere giudiziario furono privativi del corpo aristocratico. Troppo lungo sarebbe
ora il seguire tutta la serie de dibattimenti intervenuti fra i patrizi ed i
plebei, quando questi già stanchi dell’incertezza della leggi civile, della
forma esclusiva di governo, e della schiavitù nella quale erano tenuti,
tentarono de’ mezzi per alleviarsi in qualche modo dalle gravezze ond’erano
oppressi. Ottenuto il tribunato si avvidero ben presto che esso era troppo
debole ostacolo contro la tirannia de patrizi, la quale efforcivamente era annidata
dentro la stessa legge e fortificata dallo spirito di corpo (sprit du corps),
che fieramente la difende. L’insurrezione, la secessione, soli mezzi che può
escogitare un popolo schiavo ancora dell'opinione, furono più volte ripetute;
ma le loro domande erano incerte, le loro querele generali, ed i loro desideri
si riducevano ad essere considerari come uomini e come cittadini: Ut hominum ut
civium numero simus. In questo stato compassionevole compresero finalmente che
niun mezzo vi poteva essere migliore per ottenere l’intento che quello di formarsi
una legislazione generale, poichè la sola legge puo stabilire la libertà e
l’uguaglianza civile, potevano esser riguardati come uomini cittadini. Strano
ed arrogante sembra al patrizio il desiderio della plebe, e strano parrà sempre
al possessore del potere arbitrario il desiderio del ristabilimento della legge
e della giustizia. Quindi il patrizio non lascia mezzo intentato per
frastornare il plebeo dalla lodevole intenzione e persuaderli che i patri
costumi erano sufficienti e che di nuova legge non vi era bisogno; mores
patrios observandos, le ges ferre non oportere. Furono intanto inutili le persuasioni,
e lo stato infelice nel quale il plebeo si trovava detta suo questo solo
espediente. Non altrimenti che l’oracolo consultato da Locresi sul modo di
sedare le civiche discordie rispose loro: fatevi la legge; i Romani plebei
sentirono l’oracolo della ragione e della infelicità nella qua Je gemevano.
Vollero quindi la legge, ma ciascuno sa, come tutte le arti aristocratiche
furono messe in uso per ingannare quel popolo che spesso riposava colla più
buona fede sopra i suoi naturali e costanti nimici. Si sa come i deputati i
quali dovevano mandarsi in Atene e nelle altre Città della Grecia e dell'Italia
a raccorre la legge per la nascente regina del mondo, si occulta rono in
qualche luogo d'Italia, e la legge poi fu tirata dalle arche pontificali e perchè nulla mancasse di condimento
aristocratico, si fecero poi impastare e disporre da quell’Ermodoro esiliato da
Efeso dal partito popolare. La storia relativa E 3 alla moeten alla legge delle
dodeci tavole se fosse trattata con quell’accuratezza che pur le converrebbe,
sarebbe un articolo sommamente istruttivo; ma questa ricerca veramente politica
è stata molto trascurata. Il popolo domanda una legge della quale il console si
dovesse servire e che non dovessero aver più in luogo di una legge il capriccio
o la privata autorità; non ipsos libidinem ac licentiam pro lege habituros. Il
patrizio risponde che di una nuova legge non fa mestieri, e che bastavano la
usanza, no la legge. Il popolo adduce ragioni, il patrizio face parlare la
religione, e questa spesso parla per bocca de buoi e di altri animali, del
linguaggio de quali si fa un merito d'essere interprete. I plebei volevano che
la legge si facessero dal popolo legitimamente e liberamente congregato. Il
patrizi sostiene che non vi sarebbero stata altra legge, che quelle ch'essi
stesse avrebbero fatte: darurum legem neminem, nisi ex parribus ajebant. Il
popolo vuole una legge di uguaglianza. Il patrizio le promette in parole;
sicuro di non essere nel fatto obbligati a mantener. Finalmente dopo tante
vicende le dieci tavole furono pubblicate e successivamente le altre due come
ci fa sapere la storia. La storia ci dice ancora che con esse ogni diritto e
resi uguali: omnibus summis infimisque jura æquasse: e ci dice ancora che il
popolo la esamino e la approvó solennemente. Ma la storia stessa ci dice che
quel bravo legislatore a anche più bravo tiranno; che sconvolsero tuttol'ordine
pubblico e secondo Livio nihil juris in civitate reliquerant, che per quella
legge ogni consuetudine aristocratica e conservata, che la vantata uguaglianza
resiò in parole; e che al primo momento di paragone il popolo riconobbe d'
essere stato ingannato. La favola dell’invio de’ deputati in Grecia è stata
pienamente scoverta da molti autori e specialmente dal Vico, da Bonamy e da
Duni: la favola d;essere state leggi di uguaglianza e di giustizia, la può
scoprire facilmente ognuno che voglia leggere con critica la storia •gli avanzi
di quelle leggi. La scovri ancora il E 4 po. (Vico: Scienza nuova; Bonamy, Memoir.
de litterar. de l' Accad. de Paris. Tom. XVIII; Duni: Dėl Cittad. Rom) popolo,
quando ritornato in cal ma dopo l’abolizione del decemvirato potè
tranquillamente esaminar la legge, ed invece di vederne tali che classificasse
la gente come uomini e come cittadini, non trova che una legge civile, una
legge criminale, una legge funeraria e una legge religiose, che punto o poco
l'interessavano. Per essere classificati per uomini o per cittadini vi
bisognavano una legge costituzionale che avessero ragguagliati i dritti, che li
avesse egualmente interessati alla cosa pubblica, che li avesse ammessi ai
suffragi. Niente di tutto questo; e la plebe resto delusa della sua troppo
malfondata speranza. Vedremo in seguito come seppe rinnovare le giu ste sue
pretenzioni; ed in tanto senza voler fare l'analisi di que’miseri frammenti
delle leggi decein virali, è pur giusto portarvi uno sguardo generale per
vedere almeno, se meritano tutti gli elogi de' quali sono state ciecamente
onorate dagli antichi é da moderni; ed osservare in seguito, se ne pro
venissero quegli effetti felici, ai quali produrre era no state destinate.
Cicerone in più luoghi esaltan dole sopra tutte le leggi conosciute, non è poi
molto felice nel darne le pruove; così condanna Solone, per non aver imposto
pera al parricidio, supponendolo impossibile, o volendolo supporre talo tale
per onore dell'umana natura; ed elèva la seviezza della Romana legislazione per
aver saputo inventare una pena orribile e crudele. O singola, sem sapientiam !
esclama egli dopo aver lungamen: te ragionato con Logica forense. Tale fu la sa
viezza di que’ legislatori ne' varj rami di quelle leggi; poichè se si
riguardano per la parte crimi nale esse furono Aristocratiche, ingiuste, severe,
é crudeli. Se per la parte del dritto pubblico, del la quale poch’indizi ci
sono restati, andavano al la conservazione dell ' Aristocrazia: se per quella
della Religione e de' funerali, corrispondevano ai superstiziosi concepimenti
del tempo: se per ciò che riguarda l'ordine giudiziario, dovevano esser ana
loghe alle leggi ed all' usanze: se per la parte te stamentaria, è facile il
vedere, ch' esse contene yano la massima ingiustizia politica, per conser vare
in forza gli Aristocratici dritti: della stessa indole furono le indegne leggi
relative alla patria potestà ed alle altre relazioni domestiche nelle quali
sempre campeggia lo spirito di famiglia. In quanto al contratto, la legge
furono pur sempli ci, come devono essere in un popolo barbaro con pochi
rapporti civili; ma le usure d'ogni spe cie furono terribili. Chiunque vorrà
esaminar quel te leggi in buona fede, e misurarle secondo i vem ri rapporti che
le leggi devono avere colla natura e collo stato civile, troverà senza fallo
ingiusti ed irragionevoli gli encomj alle medesime attribui. ti. Ma forse
neppur in Roma si pensò tanto favo revolmente di esse, poichè col tempo par che
fos - sero del tutte néglette e dimenticate. Cicerone stesso riferisce che al
suo tempo neppure erano ben intese, e sebbene egli nell'infanzia le avesse ap
prese a memoria, era poi passato di moda tal co stume: discebamus enim pueri
XII. ut carmen ne cessarium, quas jam nemo discit. Ed in seguito al riferir di
Gellio erano cadute. in tale disprezzo ed obbllo, ch' erano derise come fossero
le leggi dei Fauni e degli Aborigeni. Si può trovar intanto qualche motivo, pel
quale si possono difendere gli antichi panegiristi delle leggi decemvirali;
poichè per quanto fossero selvatiche quelle leggi, godevam no pur dei dritti
che danno l'opinione e l' anti chità; e paragonata la giurisprudenz'antica a
quel la degli ultimi tempi della Repubblica, il paragone risultava in favore
della prima. Ma che i Giure consulti moderni, e quelli specialmente della setta
degli eruditi riguardino ancora lo studio dei mi peri frammenti superstiti come
il più interessante per MC 75 per la conoscenza del giusto, e rincariscano su
gli elogj degli antichi, cið non può essere che l'effetto d'un Letterario
fanatismo Se Livio chiamo le leggi delle XII tavole fonté ogni equità fu troppo
credulo alle espressioni ed alle promesse degl’iniqui decemviri. Qual nie fu
infatti l’utilità pel popolo Romano? La severa ed ingiusta costi tuzione non fu
cangiata, e da quella vantata ugua glianza la plebe neppure ottenne di
acquistar la condizione desiderata. Per quel principio Teocrático, di sopra
accen nato, ciò che distingueva in tutti gli effetti civili tanto pubblici che
privati, il patrizio dal plebeo, era il dritto degli Auspicj. Era questo dritto
che dava la vera qualità di cittadino negli affari sacri e ne'civili; ed
incominciando dal primo vincolo sociale, cioè dalle nozze ', con i soli auspicj
si produceva il connubio o nozze solenni, dalle qua li derivava il carattere di
padre di famiglia, la patria potestà, e la facoltà di testare; e questa specie
di nozze era de' soli patriz;; poichè gli al tri ridotti al matrimonio civile o
naturale senza prevj auspicj non potevano godere delle stesse prerogative. Gli
auspicj e propriamente gli auspi cj maggiori poi erano i soli mezzi per aver
drito 1 (76 ) alle Magistrature, e far parte dell'ordine regnante dello stato.
Or niun cangiamento fu fatto da quel le vantate leggi su di un articolo tanto
importante in quella costituzione nella quale tutto era sacro; e la Storia
c'insegna, quanto poi costasse di tran quillità alla Repubblica, il voler
introdurre in qual che modo l'uguaglianza. Sebbene si vänti l ' Oratoria e la
giurisprudenza de' tempi più antichi di Roma, pure si può asse rire, ch ' esse
non avessero propriamente la loro origine che dopo la pubblicazione delle XII
tavole. Si crederà intanto che quel prezioso codice avendo acquistata due
qualità principali, cioè d'eso ser pubblico e generale, avesse resa ceria e
stabia le la legislazione. Autorizzato dal popolo, fisso nel foro e delle curie,
ciascuno doveva trovarvi la certezza de' giudizj, la sicurezza de'suoi dritti
la legittimità de' suoi dominj; ma su questa con seguenza ci fanno nascer gran
dubbj gli antichi Autori e molti fatti conosciuti. Convien sempre ricordare che
il principal carac tere delle prische Aristocrazie fu la misteriosa cu stodia
delle leggi o consuerudini, e della religione, ciocchè formava il privilegio
esclusivo, o la pri yatiya di quella sola sapienza che gode del bujo & del (77.
Det ZE =; pro ice e della pubblica ignoranza. Ma codasta sapienza Romana era
fondata parte su l’ingiustizia, parte su l'errore: su questo, perchè la loro
scienza saa cra ed arcana non consisteva nel celare al volgo i misteri della
natura, l'origine della cose, l'enera gia della forza motrice, la fecondazione
dell’universo, ed altri tali idee nascoste ai profani presso le altre nazioni:
la loro scienza arcana si raggira va sul cantare o cibarsi dei polli, sul volo
degl uccelli, sull'andamento del fumo su i tremori delle viscere, e simili cose,
alle quali non pud appartener mai il nobile titolo di scienza o sapien. ma
quello solo di vane osservanze. L'errore poi lo facevano servire all'
ingiustizia, poichè con tali mezzi si mantenevano nell'assoluta disposizio ne
delle leggi, facendole servire alla conservazione del preteso dritto del più
forte, cioè alla soy version ne di tutte le idee del giusto. Or poichè quelle
leggi qualunque fossero erano pur pubblicate, una parte della scienza arcana e
dell' aristocratico potere sarebbe andato a svanire, se non si fosse trovato un
modo col quale si ae vesse potuto riparare una perdita si grave. Ques sto si
effetrul col conservare il potere giudiziario Dell'ordine de' patrizj, e col
rendere inutili le lege es za 7 bid SSO rvi ti chi Tale Cu ne, ori ujo el gi (78
)* gi; se non fossero state avvalorate dalla doro re condita sapienza. Essi
dovevano spiegarne il sen so; essi conoscere qual dritto nasceva da una tal
legge; qual era l'azione che ne proveniva, quale il modo o la formola di
proporla, quale l'eccezione che poteva impedirla; e finanche si arrogarono come
un mistero sapere i giorni ne' quali si poteva amministrar la giustizia senza
offendere i Numi. Ecco insomma la giurisprudenza, ossia il mezzo di rendere
inutile anzi dannoso alla società il beneficio d'una Legislazione. Essa vanta
un ori gine Aristocratica, un origine che si confonde coll' errore, colla
malizia, e colla prepotenza. Sebbene dunque la giurisprudenza fosse nata su
bito che vi furono leggi incerte ed arbitrarie; pu re non si confermd, estese e
stabilì nelle forme, che dopo la pubblicazione delle XII. tavole; dopo questo
prezioso compendio dei dritti degli uomini e degli Dei. Pomponio conferma le
mie parole. Dopo pubblicate (egli dice) le leggi delle XII tavole, come naturalmente
avvenir suole, s'incominciò a desiderare per l'interpretazione delle medesime
l'autorità de' giurisprudenti, e le ne by cessarie dispute del foro. Tali
dispute e tal drit » to non scritto composto dai giurisperiti non ha s pes, 79
) 9 ji però un nome proprio come le altri parti del dritto, ma con pocabolo comune
è chiamato dritto civile. Quasi nel tempo medesimo da „ quelle stesse leggi si
fecero nascere le azioni, colle quali si doveva discettare a litigare: ed
sacciò non fosse in libertà di ciascuno il farne uso, si pensò a farle essere
certe e solenni '; e que „ sta parte del dritto fu denominata azioni della legge,
o sia azioni legittime E cosi quasi ad - un tempo nacquero queste ' tre specie
di dritto cioè leggi delle XII. tavole; dritta çivile deriva „ to da esse; ed
azioni della legge, composte su i s dritti antecedenti, La scienza poi tanto
delle » leggi quanta dell'interpretazione, e delle azioni %, stesse era
riservata al collegio de Pontefici, quali in ogni anno destinavano persona che
pre sedesse ai privati affari o litigi; e con questa, consuetudine visse il
popolo per cento anni in » circa, „ Quale orribile contradizione ! Appena
pubblieata una legislazione tanto vantata per la sua perfezione, fu trovata
cosi insufficiente, ch'eb be immediato bisogno di sostegni e di interpreta
zioni. E codesto fu il codice superiore a tutte le biblioteche de’ filosofi?
Ogni parola di Pomponio contiene una contradizione alle idee di leggi e le gis
80 ) gislazione che somministra il buon senso il più comune. Il dritto civile
tanto encomiato non fu altro dunque che il risultato delle interpretazioni
de'Giu. risprudenti e delle dispute forensi? E qual razza di prudenti erano mai
quelli! Ciascuno sa che quella fu l’epoca della più crassa ignoranza; la spada,
la zappa, i polli e le usure erano le sole idee che fiorivano in quelle teste
leggislatrici. Ma poichè col progresso del tempo, e colla frequenza de' giudizi
qualunque fosse stato quel dritto con suetudinario poteva pur ridursi in
massime o in principj di giustizia, e cosi divenire di comune. intelligenza e
di un uso generale; si pensò il mo. do onde questo non avvenisse, e si
mantenessero sempre le leggi nel bujo e nell'incertezza. Ne cið era sicuramente
per una vanità dottorale, ma per conservare un potere ed una leggislazione
arbitra sia, qual era il grande scopo dell' ordine Aristo, cratico. L'unico
mezzo che essi viddero il più opportu 80, fu quello d'inventare le azioni, cioè
delle for mole colle quali non solo si doveva agire o ecce pire in giudizio, ma
secondo le quali si doveva no regolare i contratti e gli altri atti civili,
accið por ve far potessero avere un effetto legale. Non bastò loro di aver la
privativa de' giudizj; poichè colle leg gi certe difficilmente avrebbero potuto
abusarne: bisogno dunque inventare un nuovo dritto di esso e della nuova
pratica una nuova legis lazione da surrogare all'antica scienza mistica delle
leggi, per tenerle sempre in quella severá cu stodia, colla quale prima delle
XII. tavole teneva no le antiche consuetudini. E perchè non si man casse di
venerazione a tale straordinario stabili. mento, i Pontefici ne furono fatti
depositarj egual mente e disponitori. Chi' può trovare in questa specie di
legistazione altro carattere che di una volontà arbitraria diret ta non a
dispensar giustizia, ma a conservare ľ Aristocratico dispotismo, darà segno, di
non aver avuto mai idea di ciocchè costituisce il carattere delle leggi. Ma non
si trattava già di fac leggi, si trattava solo di tener il popolo in schia vitù:
perchè se avendo già esso acquistato i drit ti di privata cittadinanza avesse
potuto godere anche quello d'Isonomia, cioè dell' eguaglianza delle leggi,
qual'era stato il suo intendimento nel promuovere una pubblica leggislazione,
avrebhe fatto un gran passo verso quella libertà che tanto F ambiva, ma che più
sentiva che conosceva. Escla. md esso sovente contro quella specie di occulta o
privala legislazione, dicendo, che la sua condizio de ea in questo assai
peggiore di quella dei po poli vinti; essendogli negato il poter sapere cioc
che riguardava i più comuni affari çivili, e fino i giorni legali e feriali,
ciocchè agli altri non era Ignoto: segno sicuro che l'aristocrazia romana era
inolto più feroce o severa di quella delle altre città o popoli vicini. Il
dottissimo Vico con gran proprietà d' intelli genza penso che quel notissimo
motto di Solone: conasciti, fu piuttosto un précetto politico che mo rale.
Pieno l'animo di tutti i sentimenti della ve ra giustizia Solone ricorda va con
quel motto all' oppresso popolo di riconoscer se stesso, cioè di riconoscersi
per uomini ed uguali ip dritto a colo ro che li opprimevano. Il popolo Romano
non eb be un Solone, che gli desse così utili ricordi; ne forse ne aveva
bisogno, poichè abbastanza si ri conosceva, ed agli insulti de'Patrizi
rispondeva, che non erano fioalmente essi ne discendenti do’ Dei, nè venu i giù
dall' Empireo. Avrebbe perd avuto bisogno di un Solone, per aver lidea d'una
costituzione, senza la quale arrivo si a distruge gero gere la maggior parte
degli abusi del potere Ari „ stocratico, ma non giunse mai a formare una pere
ferta Repubblica, fondata su i veri rapporti sociali e su i dritti primitivi
della Giustizia naturale e positiva: per cui se Roma corse rapidamente alla
grandezza dell'impero e delle ricchezze, cadde an che presto nella voragine del
disporismo. Ma ritornando a quella Giurisprudenza che suc cedè immediatamente
alle XII tavole, e che diede nascita a quel nuovo dritto così stranamente am ministrato,
dirò, che sebbene da quanto semplice mente espone Pomponio, se ne possa
giustamente fare il carattere; pure ad esuberanza aggiungerd, che l’illustre
Gravina, tuttochè pieno d' entusiasmo per la Romana Giurisprudenza, non seppe
nascon dere, quanto fosse infelice quella de' tempi de'qua. li abbiamo ragionato.
Antiqua jurisprudentia nun. cupatur quæ statim post latas leges XII. tabularum
prodiit: aspera quidem illa tenebricosa & tristis non tam in æquitate quan
in verborum superstitione fundata. Se il Gravina rinunciando ai pregiu dizj
Filologici, avesse voluto mettersi in grado Gray. de Ortu Tur. Civ. cap. 46. F
2 di giudicare giustamente, come riconobbe per tenebrosa l'antica
giurisprudenza, avrebbe ricono sciute per arbitrarie e maligne le successive
giuris prudenze dette media e nuova, ed avrebbe discon * fessato gl '
inopportuni encomj, che in generale yolle ad esse tributare. Per quanto perd si
è finora ragionato, non ho toccato che leggermente la nequizia della giuris
prudenza e della giustizia sacerdotale; ma chiun que per poco abbia di buon
senso converrà meco, che una delle tristizie maggiori in fatto d' Ammi
nistrazione è il sottrarre le leggi del pubblico uso e conoscenza, e ridurle
per vile ambizione e su dicio interesse ad arcani misteriosi. Nascondere le
leggi, è nascondere la luce civile ', è precipitar gli uomini ne' vizj e nella
corruzione. Le leggi con molta proprietà e verità d'espressione si chiamano la
ragion civile, onde il celarle, il corromperle, val lo stesso che privare
gl'individui del corpo po litico di quella ragione che loro deve servir di
guida in tuui gli affari sociali. I patrizj giurispru. denti non lasciarono
mezzo per tenere il popolo nell'oscurità, poichè non solo coll' inventare le
azioni e farsene' una privativa di ordine, occultaro no le leggi e le
guastarono; ma de' nuovi stabili men (85 ) menti anche s'impossessavano per
poterne disporre a loro talento. Livio n'è amplissimo testimone di cendo:
institutum etiam ab iisdem coss. (cioè Lo Valerio e M. Orazio ) ut
Senatusconsulta in ædem Cereris ad ædiles plebis deferrentur, quia ante ato.
bitrio Consulum supprimebantur vitiabanturque. Non fu però sufficiente questa
legge, come vedre mo in altro luogo, e i giurisperiti seguitarono ad essere
veri Monopolisti delle leggi. Dobbiamo credere però che i più virtuosi Ro mani
avessero a vile codesto mestiere d'ingan no e di soverchieria; e perciò. la
storia ci pre senta sempre con elogj coloro i quali quasi senz’intervallo
tornando dai campi di Marte cambiava no coglistrumenti rurali gli arnesi
guerrieri, o coronavano l'aratro di allori trionfali. Si sa che Roma allora e
per alui secoli non presentava al cuna occupazione che potesse allettare alla
vita cittadinesca, la quale dalle belle arti, dalle scien ze, e dal prodotto
da, esse spirito sociale si rende solo piacevole; perciò chi non amava
l'intrigo, nè la vita oziosa soffriva, in vece di darsi alla cabalistica
(Livio) e viziosa giurisprudenza, si riparava nella esercizio dell'agricoltura
sempre preferibile ad una mestiere cosi pernicioso. Infatti la storia ci pudo
istruire, mostrandoci, che la famiglia la più in festa allo Stato, la perpetua
persecutrice della li bertà popolare e della Giustizia pubblica fu una famiglia
di giurisprudenti. Tale fu la Claudia; e sempre si è veduto che dove dottori e
forensi 80 no, la discordia prende il luogo della pace e della naturale
tranquillità. Ma ritorniamo a Pomponio. Egli ci dice che quella mistica
giurisprudenza si sostenne quasi per un secolo: la storia pero a gli altri
autori dicono, ch' ebbe una durata eguana le a quella della Repubblica, toltene
alcune diffe renze dalle quali non fu alterato il fondo del la cosa · Seguita
dindi Pomponio a racconta re, come quelle formole ed azioni, essendo ri, dotte
in forma da Appio Claudio, cotal mistico libro gli fu involato da Gneo Flavio
figlio d'un libertino e scriba dello stesso Claudio: ed aver., dolo pubblicato
e fattone un dono al popolo, » questo gli fu si grato, che lo fece pervenire ad
» esser Tribuno della plebe, Senatore, ed Edile „ Questo libro contenente
quelle azioni delle quali > si è già parlato, dal nome dell'editore fu deno (87
) Si po, mitato drino civile Flaviano, benchè egli nulla » vi aggiungesse del suo.
Nel crescere poi in Romi la popolazione e nel multiplicarsi gli affari maticando
alcune specie di formole, Sesto Elio non » guari dopo compose nuove azioni e ne
pubblico co un libro chiamato Dritto Eliano,. trebbe" ragionevolmente
pensare, che pubblicate le leggi e resa publica la scienza arcana, il dritto
cívile, le ' azioni, la pratica, e le leggi stesse diven cassero di pubblica
ragione; e che il popolo illua minato su i principj legali, sulla condotta
degli affari, sul modo di amministrar la giustizia,. sulle ordine giudiziario,
non avesse più bisogno della maduduzione de' patriaj per distinguere il giusto,
e sapere i mezzi d'ottenerlo. Ma tuu ' al trimenti andiede la bisogna į poichè
non volendo i patrizj perdere per alcun modo la custodia e la dispensazione di
quella scienz'arcana, che forma va la base principale del loro ingiusto potere,
tro* varono il'modo, onde far rimaner il popolo de fuso. E come nelle sette se
si vengono a scopris se i segni mistici destinati al riconoscimento, pres
stamente si cangiano, e de ' nuovi si surrogano, onde sia salvo it mistero;
cost i bravi Giurispe siti eseguirono, cost posero in salvo i pretesi F drica, dritti
dell' ordine, e conservarono il grande arcano della Giurisprudenza. Le formole
e le azioni furono cangiate, e forse in maggiori cifre involute onde potessero
rimanere ancora lungo tempo nascoste ed inintelligibili allo sguardo plebeo. Ma
ascoltiamone, Cicerone, il qua le ce ne dà il più distinto divisamento; Erant
in In igna potentia qui consulebantur: a quibus etiam dies, tamquam a Chaldæis
petebantur. Inventus est scriba quidam Gn. Flavius qui cornicum oculos con
Fixerit, & singulis diebus ediscendos fastos populo proposuerit & ab ipsis cauris jurisconsultis coruin
sapientiam compilarit. Itaque irati llli, quod sunt, veriti, ne, dierum
ratione, pervulgata & cognita șine sua opera lege posset agi. notas quasdam
com posuerunt, ut omnibus in rebus ipsi inieresseni Non fu di alcun utile
dunque l'aver trafitti gli oc chj a quelle cornacchie poichè in breve tempo
seppero rinnovarli e renderli migliori. Per quanto quindi prosiegue, la Storia
troviamo sempre costantemente e già pel corso di quattro secoli gli stessi
sentimenti, gli stessi principj, la 2 stes (Cic. pro Mur.) cha stessa
condotta". La Giurisprudenza fu latente, in çerta, arbitraria, ignota al
popolo,, e privativa del solo ordine paurizio sacerdotale, il quale lungi da
quella virtù che sola consiste nella beneficenza » da quella sapienza che cerca
il vero, per render lo di comune demanio; da quella Giustizia trova i principj
nella ragione, e gli espansivi sens țimenti nel cuore; da quella naturale
benevolenza e da quel sentimento di pietà, che distinguono l'uo mo civilizzato;
da'veri sentimenti di patriotismą che non può essere mai scompagnato dalla
Giusti, zia;, lungi dico da tutte queste qualità e gli Eroi del Campidoglio non
sembra che provassero altri sentimenti che quelli dettati dallo spirito di
corpo, sempre contrario, anzi distruttivo de' sentimenti so ciali, dal vile
interesse personale e pecuniario Fros, duttore di tutti i vizj, e dall'abuso di
un illegiti mo potere. E pure questi furono i patriarchi della giurisprudenza !
Seguitando quindi Pompopio ad esporre i fonti del dritto Romano ci accenna
l'origine de' plebi. -. sciti e de' senatusconsulti, specie di leggi dettate
dal popolo o dal Senato, e delle quali in appressa, vedremo gli effetti ee'l'l
valore, e soggiunge, che » nel tempo stesso anche dai Magistrati nacque » un' 1
el gobierno un' altra specie di dritto s poichè, tecid saw pessero i cittadini,
di qual dritto i Magistrati in si sarebbero serviti intorno ai varj oggetti di giudicatura,
& perchè vi andassero premuniti, pubblicarono degli editri, da quali si
costitui il » Dritto onorario, cost detto perchè proveniya dall'onor del
Pretore, • E dopo aver parlato finalmente dell'altra parte del dritto che
nacque delle costituzioni de' Principi, cost riepiloga tutti i fonti che
costituiscono il 'dritto Romano.,, Nel la nostra Città dunque dice egli ) la
legisla os zione è costituita del dritto" o sia legge; da » quello che
propriamente si chiama Dritto civile, che non è scritto, è consiste nella sola
interpre mtazione de' prudenti: dalle azioni della legge » le quali contengono
le formole di agire; dai plebisciti che furono fatti senza l'autorità del »
Senato, dagli edini de'Magistrati,da' quali nasce il dritto onorario; dai
Senatusconsulti costituiti dal Senato senza legge particolare; e finalmente,
dalle costituzioni de' Principi, Ecco tutta la Storia seguita, che Pomponio ci
ha lasciata del dritto Romano, ed intorno alla quale presso a poco gli autori
tunti convengono. Abbiamo finora voduto quale fosse il dritto é la
giurisprudenza Romana prima è dopo dello leggi decemvirali, e quindi come per
quattro secoat li e più le leggi e la Giurisprudenza avessero 1 caratteri
d'irregolarità, d'incertezza e di arbitrio i é non ostanteche la ragion
popolare andasse ac quistando qualche dritto su l'Aristocrazia, puro questa
sostenuta dal Sacerdozio, qnantunque per Necessità cedesse in qualche cosa
de’dritti pubblici, fece perð ogni sforzo per tener recondite le leggi, e sotto
le chiavi del mistero tutto quello che ri guardava l'anministrazione della
giustizia. Conoba bero ben essi che nei stati di qualunque sorte, quel If anno
veramente il massimo di potere effettivo cho possono disporre a loro modo delle
leggi e della giu stizia, e che tanto più diventa tale autorità effica cé,
quanto più le leggi sono oscure incerte ed ar bitrarie. Ma per vedere come
questo continuassets e come la Giurisprudenza seguitasse ad esser sem pre della
stessa indole, prima di venir a ragionia re de' plebisciti e de'
senatusconsulti ch' ebbero di yerse fasi, ci fermeremo ad esaminare quel
dritto; cui si volle dare il titolo di onorario, ma che ves dremo' non essere
stato degno di alcun onore. Se si volesse parlare del la ridevolezza di quelle
vantate formole, che costituivano la Romana Giurisprudenza, ci porterebbe a
perdita di tempo, ma se i Romani di buon senso e Cicerone stesso le. deridevano
e tenevano in altissimo disprezzo, cre do che dopo due mille anni potremo far
noi al-, trettanto, e chiunque non sia un’ vero divoto, e cieco adoratore della
Romana antichità e giurispru-, denza. Rifletterà solamente, che quando di cose
semplicissime si vogliono far misteri, allora dovendo vi aver luogo l'arte
d'imporre, le idee semplici si devono involgere in un numero di parole non
necessarie, e surrogare impropriamente le imma gini e le finzioni alla
semplicità e realità delle co se e delle idee: specie di geroglifici che deve
ace: compagnar sempre il mistero, e l'impostura Siccome non è mio intendimento
però di fare la Storia del governo civile di Roma, mà solo indicare il corso
infelice delle leggi e della giurisprudenza, cosi non m'impegnerò nelle lunghe
dispute e di bauimenti fra la plebe e i patrizi, quando quella per acquistare i
dritti di cittadinanza, e questi per allontanarli, facevano tuttogiorno
rimbombare de loro schiamazzi il foro Romano; ma accennerò so, lamente ciocchè
importa, per passare all'origine del dritto onorario. La forza dell' opinione
non aveva più molio. scevano valore contro la forza reale ed effettiva; per cuti
essendo riusciti i plebei a partecipare ad alcuni di quegli officj che fin
allora erano stati privativi de patrizi, come fu quello della questura e de'
tria buni militari, non parve foro di aversi assicuraii i sospirati dritti, se
non ottenevano la massima delle Magistrature, vale a dire il Consolato. E
poichè già per lunga e dolorosa esperienza cono che sempre col manto della
Religio ne i patrizj cercavano coprire le loro pretese, o tependone lungi il
volgo profano, ailontanara lo da tutte le magistrature che de' sacri auspicj
abbisognayano; così i plebei videro che per farsi strada al Consolato, si
rendeva necessario l ' ardi mento di entrar ne' sacri pene trali, ed andar an
che essi a studiare e consultare un poco i libri Sibillini. Quindi fra le
rogazioni che fecero cor rendo alla fine il quarto secolo di Roma, furo no
queste cose combinate; cioè che invece de' Duumviri addetti alle cose sacre si
facessero de De. cemviri, e che di questi cinqué patrizj fossero ed altrettanti
plebei: e che nella nuova elezione de Consoli l'uno fosse del loro ordine, e
l'altro pae trizio. Invano Appio Claudio montà in tribuna per fare non arringa
ma una predica Teologica contro le 94 et le nuove idee filosofiche sorte negli
animi della plebe Romana: invano ricorse alle idee teocrati che già fatte
obsolete; invano minacciò d anate ma quel popolo, che potea far a lui più reali
mi nacce: Roma (diceva egli ) fu fondata cogli au spicj: futiociò che vi è di
pubblico, di privato, di sacro, di profano, in guerra, in pace, in cae sa e
fuori, tutto doversi cogli auspicj trattare: che i soli patrirj in esclusione
de' plebei per inveterato costuma godevano del dritto degli auspicj: che niun
magistrato plebeo fu mai creato cogli auspicjse che in fine canto era il creare
i Consoli dalla ple. be, quanto il rovesciare interamente la religione, ed
incorrere nell'ultima indignazione degli dei. Non ostantino però tante e si
gravi rimostranze Lucio Sestio nel 387. ottenne finalmente il conso lato. Se
questo colpo fosse doloroso a sostenere per i patrizi, è facile l'immaginare;
ma al male già accaduto non potendo portare alcun riparo ef ficace, si
rivolsero ad escogitare qualche rinfranco, per non perdere intieramente quel
privativo potere che dipendeva dal consolato. Pensarono dunque sta (12 ) Lir.
lib. YI. cap. 36 mabilire una nuova Magistratura, che potesse con servare
nell'ordine patrizio l'amministrazione del da Giustizia, il potere giudiziario,
e tuttociò che riguarda l'esecuzione delle leggi civili. Quindi col pretesto
che i Consoli erano quasi sempre fuori di città alla testa degli eserciti, onde
non poteva no adempire agli ufficj della giudicatura, proposent to di stabilire
un nuovo magistrato che adempisse & questa parte dell'Amministrazione, e fu
ordinato che si traesse dai patrizj e si chiamasse Pretore. La pretura dunque
fu stabilita per conservare nell'ordine de' padri eutto il sistema giudiziario
o forense del quale avevano facto fin allora uno scempio cosi crudele. Le leggi
e la Giurispruden za seguitarono ad essere malversate, ma per poia chi anni
durd privativamente nelle mani de' patri zj la Pretura. Eccoci intanto al tempo
nel quale si pud fissare veramente l' epoca di quella Giuris prudenza che passo
di mano in mano fino agli ul. timi tempi ne' quali ebbero qualche celebrità il
no. me Romano e l'Impero. Questa parte del dritto, come testè ci ha insegnato
Pomponio, nacque da gli editti, che emanavano į Pretori nell'entrare in
esercizio della loro Magistratura, ed essa façeva il maggior latifondio della
Scienza forense. L'importanza dunque della medesima ci merte nel do vere di
portarvi sopra uno sguardo particolare, seguendola brevemente nel corso della
Storia', ve derne in qualche modo l' uso, il carattere; e gli effetti, Dopo lo
stabilimento della pretura e della comu nicazione a tat officio delle plebe, e
più dopo ese guito il censo di Fabio Massimo il governo di Roo ma perde la
forma Aristocratica, benchè non ne perdesse lo spirito; ed io non ardirei dire
col cos mune de' dotti, che si trasformasse mai in quella forma costituzionale
che si chiama Democrazia: La libertà popolare fu molta, e qualche volta ecces
siva a segno che degenerd' in licenza, poichè essa non era limitata dalla legge;
ed il dritto de' suf fraggj ed il potere legislativo non ebbero mai quel la
regolarità ed uniformità, che può rendere nel tempo stesso un popolo regnante e
tranquillo. E non fu mai tale il popolo Romano, poichè la for ma del suo
governo non fu costituita su d'un pia no antecedentemente ragionato nel quale
dalla considerazione de' varj rapporti sociali si fosse ri montato alla
necessaria divisione del pubblico po tere, e questo ripartito in modo che le
varie par ti non si potessero nuocere fra loro, e non si po tes. → toa 97 )
tessero riunire; ma per un nesso naturale tutte coordinatamente contribuissero
al grande scopo della perpetua conservazione sociale. Non avremo perciò quind'
innanzi frequente oco casione di parlare dei disordini dell' Aristocrazia
patrizia o sacerdotale, poichè gittati i semi del disordine e della corruzione,
essi si moltiplicarono dovunque trovarono suolo adattato alla facile germi
nazione. Llibertà produsse i suoi necessarj vantag ki, non però tutti quelli
che sarebbeo nati da una vera e legittima costituzione. Ma passiamo final mente
a vedere quale fosse stato il fato della Giu risprudenza in questo nuovo ordine
di cose. Fra i Scrittori che di proposito e più accurata, mente trattarono
degli editti pretorj sono da distin guere il celebre Giureconsulto Eineccio ed
il Sig. Bouchaud dell'Accademia delle Iscrizioni, i quali per trattare il più
compitamente che fosse possibile questo importantissimo articolo relativo alla
Storia politica ed alla Giurisprudenza Romana, non tralasciarono ricerca alcuna
conducente al loa G TO (1 ) Heinec. Hist. Edict. (12 ) Memor. de l'Accadem. des
Inscr. com. 72. ma 98 ) ro scopo. Trovarono che in Roma e per l'Impe, so ancora
non solo quelli che propriamente Man gistrati erano detti, ma diverse altre
cariche ed officj ancora che non avevano tal carattere, ebbe To pure il dritto
o il costume di fare degli edinti Quante che fossero adunque le divisioni e
suddi visioni del potere esecutivo o giudiziario, ed in quanti diversi rapporti
fossero esse costituite, pren dendo un tal dritto, ebbero l'uso e la facoltà di
straordinariamente comandare. Cosi, incominciando dai Pontefici e dai Tribuni
della plebe, nè gli uni nè gli altri Magistrati, e passando ai Consoli e
Pretori fino ai menomi Magistrati Civici tutti vol. lero avere il dritto di far
editti, e godere di quel. Ja parte di potere che in tale facoltà o prerogativa
era compresa. Fra tanti Magistrati perd che eb bero o si arrogarono cotale
autorità, gli editti di maggiore celebrità, e che contribuirono a creare una
nuova Giurisprudenza furono quelli de'Pretori. Abbiamo già detto di sopra che
dai patrizj fu inventata e fatia stabilire questa nuova Magistraa tura a
consolazione ed indennizzamento della per dita che avevano fatta d'un Consolato
passato al la plebe; e quindi ottennero, che il Pretore dal loro ordine dovesse
essere prescelto Non durd mol, (99 molto intanto questo, privilegio poichè la
plebe veggendo di quale importanza fosse la Pretura, non molti anni dopo cioè
nel 417. volle anche para tecipare a tal carica, mentre ancora era unica e non
divisa nei due Pretori Urbano e Peregrino; ciocchè' avvenne circa un secolo dopo,
cioè nel anno 510. Coll’andar del tempo si multiplicarono maggiormente, ed
oltre dei due mentovati e dei Pretori Provinciali altri ve ne furono nella
Città, de' quali alcuni erano addetti a rami di cause para ticolari,
Ricordandoci ora di ciocchè abbiamo detto del la origine della Pretura, ciocchè
ci viene attesta 10 da Livio e da altri, cioè che essa fu surro gata al potere
giudiziario, che i Consoli esercita vano, si dovrebbe naturalmente pensare, che
se i Pretori cagionarono alterazione nell'antica Giu risprudenza, e ne fecero
nascere una puova, çið essere accaduto per effetto delle loro decisioni o
decreti o sentenze, le quali avessero per la loro giustizia meritata la
conferma della pubblica auto rità, e passate quindi in dritto consuetudinario
Ma non fu certamente per tal motivo, nè si po trebbe facilmente immaginare, che
essi a priori fossero autori di un nuovo dritto e d'una nuova Giu. 3. G 2 (100
) Giurisprudenza. Eppure non fu altrimente: essen do essi semplici giudici o
ministri di giustizia, colla facoltà di fare degli editti seppero per tal modo
usurpare l'autorità Legislativa, che il dritto fu cangiato, e gli editti più
che le leggi furono osservati, e maggior uso ed autorità ebbero nel Foro. Ma se
i Pretori non erano altro che Giudici cioè Magistrati di Giustizia, il loro
officio era solo di applicare.la legge al caso particolare, o sia ve der i
rapporti fra la legge e ' l fatto del quale si di. sputava. Un Giudice non può
creare un dritto col le sue sentenze, poiché esse altro non sono che la
dichiarazione del dritto medesimo; cioè che la legge nel caso proposto si
verifica per la tale azio ne o d'eccezione dedotta in giudizio. E se decidendo,
cioè esercitando l'attualità della Magistra tnra non può crear un dritto, molto
meno dee cid poter fare per la sola qualità di Magistrato o in forza della
Magistratura. Gli editti pretorii dunque per i quali si alteravano, si
cangiavano le leggi, e se ne stabilivano delle altre temporarie, ci pre sentano
degli atti di autorità arbitraria, tempora ria, ed incerta che non possono
formar mai una parte del dritto, il quale può solo emanare dalla - potestà
legislativa, e dev'essere certo generale o perpetuo, fino a che non sia
abrogato dalla stessa autorità. Quando dunque in una carica siriuniscos no
contro tutti i principi della ragion pubblica quelle facoltà, che devono essere
divise da limiti insurmontabili, si può dire che tal carica contenga almeno in
potenza (come dicevano i Scolastici) i principj del disporisano, e dispotico si
può chia mar il Magistrato che l'esercita. Nel crearsi la Pretura io voglio
supporre che non s'intese produrre un mostro di tal fatta, ma come codesta
carica fu surrogata al potere giudi zionario che avevano prima i Consoli, il
quale era riunito al potere esecutivo, cosi' e per questo per quel grado
d'autorità che prendevano dall ' or dine da cui erano tratti, non fu difficile
il farvi passare di tali abusi. A considerar dunque giusta mente la cosa non
nacque nella Pretura tale abuso dal semplice potere giudiziario, ma da quello
di far gli editti. In fatti se si va all'origine di que sto dritto, ne
troveremo la ragione: Edicimus (dicevano gli antichi) quod jubemtis fieri:
espres sione tanto generale, che potrebbe comprendere l'esecuzione di tutte le
potestà non esclusa la le gislativa; e perciò fiequentemente le parole di G leggi
e di editti furono di uso promiscuo: Ma Papiniano è quello che più nettamente
ci ha la sciata la vera idea del dritto pretorio dicendo che fu introdotto a
pubblica utilità, per adjuvare supplire, e corriggere il drilio civile. Jus
prætorium adjuvandi, vel supplendi, vel corrigendi juris gratia propter
publicam utilitatem introducium: Ecco dunque la vera origine del drixco
Pretorio, e propriamente di quello che proveniva dal fare gli editti. Ajutare
intanto indica debolezza, supplire, mancanza, cor reggere, errori. Si dice ch'è
nell' ordine naturale delle idee di amministrazione, che quando al caso non si
trovi alcun stabilimento di dritto, alcuna legge scritta, la volontà del
Magistrato o di colo ro che governano supplisca a questo difetto che il loro
piacere tenga luogo di legge questa volontà sia giusta o ingiusta, utile o noci
va alla Repubblica (13). Ma che altro è mai il Dispotismo, l'odio de' popoli
czualmente e de' buoni regnanti: Se le leggi mancano, bisogna far le, e non
solo il Ministro di giustizia, ma niun Magistrato è mai autorizzato non dico a
fare alcu > o che na (13) Bouchaud Memoir. cit. tom. 72. (103 11 0 7 I na
legge, ma nè a soccorrerle cadenti, nè a sup plirle difettose, nè a correggerle
erronee, nè ad interpretarle oscure · Lascio le tre prime condizio ni o
circostanze delle leggi, sopra le quali non pud cadere alcun dubbio, che il
restituirle in qualun que modo non possa spettare ad altri che al So vrano; ma
in quanto all' interpretarle,. sopra di cui il probabilismo forense pare che
abbia stabia lita la sua autorità, rifletterò che l'interpetra re o interpatrare
da principio fu in Roma del so to ordine del patrizi, quando tutti i poteri e
spe cialmente il legislativo erano ristretti nell' ordine "Aristocratico.
Essi dunque che facevano le lega gi erano i soli che potessero interpretarle,
uno e l'altro potere era illegitimamente stabilico ed abusivamente amministrato.
Quando una leg ge è oscura, non vuol dir altro, che il non sa persi
precisamente, ciocchè essa comandi o pre scriva; lo spiegarlo deve venir dunque
dalla stes sa autorità, che l'ha emanata, sola interprete le girima di se
stessa. Ne i giudici dunque nè i giurisperiti possono arrogarsi un autorità
illegittima della quale è tan 10 facile l'abusare; e percid gli ottimi
legislatori e Giustiniano stesso ogn'interpretazione proibiro G 4 ma l i 10. (104
) no. Le leggi bisognose di sussidj ed interpretazio. ni indicano abbastanza i
loro difetti, de' quali di sopra abbiamo accennato il rimedio, ed il maggior
male da esse prodotto fu d' aver fatta nascere la Giurisprudenza, ed in seguito
la corruzione della giustizia: nel qual fatto osserva l ' Eineccio, che i
Romani furono cogli Ebrei sotto lo stesso paral lelo (14 ) Or l'autorità data
ai Pretori cogli editti prova visibilmente due punti: il primo che le leggi era
no così incomplete, come sono quelle dei popoli bara bari; e che i Romani lo
furono a tal segno, che non seppero conoscere, quanto il confondere le po testà,
ed il lasciar il poter arbitrario ai Magistrati fosse contrario alla Giustizia
ed ai principi di ogni buon governo. Scuserò i pretori se ne abusarono, ma come
scusare quel modello delle Repubbliche, quella Repubblica stabilità su la virtù,
e che con nobbe più delle altre la libercà e l'uguaglianza? Non togliamo a Roma
gli onori che merita. Essa fu la prima inventrice degli editti, essa fu la sola
Re. Heinec. De prohib. a Justin. interpret. facult. Cros bertan Repubblica per
quanto si sappia, che li avesse in costume. A vedere quale era il dritto
Pretorie lungi dal dover credere i Pretori Magistrati giudiziarj, do vremmo
anzi prenderli per riformatori o corret. tori delle leggi. Tali furono in fatti,
ma non per uno stabilimento autorizzato dalla potestà le gislativa: lo furono
solo per abuso, vergogno so ai costituenti di sì strana Magistratura, e fer
nicioso sommamente al popolo soggetto. Se Roma avesse conosciuti i difetti
delle sue leggi, e l'in congruenza nella quale dovevano essere per la dif
ferenza de' tempi, e per i politici cangiamenti; ed avesse voluto imitar
veramente le leggi ed i sta bilimenti di Atene, avrebbe trovato più oppor tuno
mezzo ' a correggere e modificare la sua bar bara legislazione. Ciascuno sa che
in Atene vera un Magistrato detto de’ tesmoreti, il quale propo neva
annualmente i cangiamenti o correzioni da farsi nelle leggi, e queste erano poi
approvate o riggettate dal potere legislativo. Non deve farci intanto molta
meraviglia che la pretura s' introducesse con tali abusi e tant' auto rità
straordinaria, se rifletteremo che quella. Magi stratura fu da principio
stabilita privativamente per l’ordine patrizio, il quale la conservò in suo
potere per trent'anni. Per sapere poi come quell'abusivo potere si esercitasse,
devo ricordare, che vi erano quattro specie di editti, cioè Repentina: perpetuæ
jurisdi fionis caussa: translaticia: nova. E senz' andar esponendo il valore di
ciascuno, ciocche fino alla sazietà da molti autori è stato eseguito, mi ri
stringerò ad alquante osservazioni più importanti. E primamente dirò, che
quelli editti i quali do vevano contenere il sistema giudiziario attuale del la
pretura, furono quelli appunto, da'quali deri varono maggiori abusi, cioè
quelli perpetuæ jufts dictionis causa, pei quali il Pretore esponeva nell' albo
le formole delle azioni, delle cauzioni, delle eccezioni, secondo le quali
avrebbe fatto giustizia. Or avendo veduto che la Giurisprudenza anzi il dritto
civile de' Romani in tali formole era com preso, chi era autore delle formole,
lo era in con seguenza del dritto medesimo. Chiunque nell'agire in giudizio
mancava a quelle formole per qualun que causa, cadeva dall ' azione, o rimaneva
con inutile eccezione cioè perdeva la lite anche che intrinsecamente avesse
avuta dal canto suo la giustizia e la disposizione delle leggi. Ecco dunque il Magistrato
div enuto legislatore, ed arbitrario it sistema di giudicare. Dobbiamo però
credere, che tuttociò fosse fatto senza principj, e che non aven do idee certe
e generali de' principj del driito, fa cessero gli editti ciascuno secondo le
proprie co gnizioni ed idee: poichè come le ultime deriva zioni e ramificazioni
delle leggi si possono ritrar tutte della retta ragione e dalle idee di
giustizia universale, cosi se i loro editti fossero derivati da tali fonti, non
sarebbero stati prescrizioni annua li, ma avrebbero avuta una continuazione o
vera perpetuità. Nè ci faccia illusione il nome di perpetuæ jurisdictionis,
poichè quella perpetuità era ristretta ad un sol anno. Il Pretore o Pretori che
succede vano alla carica, avevano il dritto assoluto di proporre nel nuovo albo
un nuovo sistema giudi ziario, e cangiare a lor grado la formola ed i principj;
e sebbene questo non si fosse fatto sem. pre nè in tutto, poichè spesso i
succes'sori conser vavano integralmente o parzialmente gli edirii an tecedenti,
ciocchè diede il nome di translatixj agli editti di tal indole, era sempre però
in liber tà de' nuovi Magistrati di farne di nuovo co nio, che perciò portarono
il titolo di nova. Se maggiori irregolarità, incertezze; ed arbitrj. si possono
portare nell' ordine giudiziario e ne ! dritto, lo lascio giudicare agli amici
della Giu stizia e della ragione. La Giustizia dipendeva solo dal capriccio
pretorio, e gli attori in giudizio do vevano essere ben intrigati in variar le
loro fora mole, e su di esse disputare ed argumentare, per trarre le
disposizioni o le opinioni legali al loro partito. Questo portò col tempo, che
fossero mol te le azioni per lo stesso giudizio, ciocchè faceva un nuovo
intrigo, ed accresceva l'arbitrio de’ magistrati. Più anche dovette crescere
quando i Pre tori furono varj, e vi era in Roma quasi una po polazione di
Magistrati, poichè ciascuno a suo modo proponendo gli editri, quel ch'era
giusto pres. so di uno, si trovava ingiusto presso un altro. La morale pubblica
e quella delle leggi particolara mente era dunque così incerta, che non aveva
per regola che le opinioni o il capriccio, e si dilatava o ristringeva,
allungava o accorciava secondo le sublimi Teorie del probabile, le quali
sorgono sem. pre dall' arbitrio e dalla corruzione. Se il Pretore fosse stato
uno solo, se l' Ammi nistrazione giudiziaria fosse stata ristretta ad una sola
specie di Magistratura, non avrebbe potuto 1 dirs (109 ) diffondersi tanto
l'incertezza della Giustizia e la forza dell' arbitrio: ma gli ammiratori o
visionarj della Sapienza Romana, trovano ragioni sufficien ti per ogni
disordine. Il progressivo accrescimento della Città o della Repubblica porto
secondo essi multiplicità e varietà di affari, per cui si doveano coerentemente
multiplicare e variare le Magistra ture e le Giurisdizioni. Esempio pur croppo
fune stamente imitato nei vari stati di Europa '! Nel progresso delle Società
si aumenta è vero la po polazione o il numero degl' individui; ma non per
questo crescono i rapporti naturali e necessarj che essi hanno collo stato, col
governo, e fra se stessi. Non crescendo i rapporui non devono multi plicarsi e
variarsi le leggi, le quali ne sono I espressione; ne devono quindi"
crescere e di versificarsi in varj generi e classi i Magistrati che ne sono i
Ministri o dispensatori. Possono crescere in numero bensi ed in divisioni, ma
de vono essere costantemente della stessa specie e con i stessi nomi. Quindi il
dividere i giudizj crimi nali e civili in tante varietà, giurisdizioni, e le
gislazioni differenti è il produrre volontariamente una confusione, e
multiplicare gli abusi dell'arbi crario potere: ciocchè però non accade quando
si vedono nettamente e con precisione i rapporti deb cittadino. In questo caso,
la legislazione sarà uni voca, generale, uniforme; i limiti del potere giu
diziario resteranno distintamente marcati; e le giurisdizioni, e le
Maggistrature non saranno sta bilite e divise sopra rapporti immaginarj e
fattizj. Più, non nascerà pelle Magistrature quello spirito di corpo per cui
sono in continua contesa o guer. ra fra loro, e, per conseguenza col governo o
collo stato. Lo spirito di corpo è in ragion inver sa della grandezza del corpo
medesimo, onde più saranno piccoli, più avranno i difetti della piccio lezza,
più saranno capricciosi, irragionevoli, ed abuseranno della forza e dei momenti
favorevoli:. Un gran corpo di Magistratura ben costituito e con venevolmente
diviso, senza gelosia e senza inte-, ressi contrarj avrà la dignità che deve
aver la Magistratura, ma non ne avrà le follie. Per quanto però fosse ampio ed
esteso il dritto o potere che i Pretori esercitavano, non sembro loro ad ogni
caso sufficiente; e poichè delle cari che non limitate o mal circoscritte dalla
legge si. passa facilmente da abusi in abuşi, essi non fu sono contenti dover
osservare i loro stessi princi pį idee e sistemi per quella perpetuità annua,
ma, pensarono d'abbreviarne il termine a loro piacere Fenomeni di tal natura
sono forse del tutto nuo vi nella storia ! Una magistratura costituzional mente
arbitraria, si arroga anche il dritto di can. giar quelle norme legali divenute
leggi per mezzo della pubblicazione, e farne delle nuove senza pre, vio esame,
come, un corpo leggislativo farebbe, ma di propria volontà e piacere come un
Despota potrebbe fare. Questo pur si faceva nel foro Ro mano, e spesso durante
l'anno della Pretura si vedeva quasi magicamente scomparir l'albo espo sto, ed
un altro a quello sostituito. Pensi chi vuole, che fosse quella una sublimità
di condos. ļa, o la surrogazione d' idee più giuste ed al paba blico
vantaggiose; io penserò cogli antichi, che i pretori, nol fecero per altro che
per favore, per interesse e per altre tali cagioni, stimate ferite mortali per
la Giustizia. Cosi penso anche l'Ei neccio, il quale benchè impa stato di
vecchia giu risprudenza, pure abominò il dritto pretorio ed i più illegali
abusi de' Pretori. Si erano essi accom modati talmente a cotal giuoco, che
portandolo, ormai all'eccesso, e facendo vero scempio della giustizia, si
svegliò finalmente un'anima virtuo sa compassioneyole per la pubblica
disgrazia, la qua la en le tentò d'apportarvi riparo. Come infatti si pud
vedere lo strazio che della giustizia fanno gli stes si di lei sacerdoti, e non
sentirsi l' animo com mosso da pietà egualmente e da 'nobile disdegno. Paulo
Emilio nudrito nelle semplici idee di quella véra sapienza che accoppia i
doveri alla beneficenza, e l'umanità alla virtù, vedeva con orrore l '
amministrazione della giustizia Romana tanto nel la Città quanto nelle più
infelici provincie. Vede va condannati gl'innocenti, i deboli oppressi, ed i
Magistrati impuniti; e questo' nell'epoca la più memorevole della Romana virtù.
Sdegnò egli (co me rapporta Plutarco ) i studii che la nobile gio venid
coltivava ai suoi tempi per giungere alle cariche: quindi non comparve mai nel
foro, o a piatire innanzi ai Magistrati, o ad umiliarsi al po polo per
ambizione; ma corse libero la strada del la gloria e superò tutti i suoi
contemporanei in virtù ed in valore. Nè vi vuol meno d’un tal carattere per
attaccare i pregiudizj potenti, gli abu. 81 interessati, ed i sistemi di
corruzione. Essendo infani pervenuto al Consolato non fu tardo a proporre le
sue idee ajutatrici, e quali che fossero le generali opposizioni trionfo su la
pub-. blica corruttela, stabilendo, che i Pretori non potesssero cambiare più i
loro Editri = V. K. Apria lis. Fasccs penes Æmilium S. C. factum est, uti
prætores ex suis perpetuis edictis jus dice teni. Paulo Emilio fu in dovere di
partir subi. to per la Macedonia, dove ebbe più durevoli trion fi su i lontani
nimici, che quelli ottenuti su i ne mici che Roma aveva dentro delle sue mura.
Que. sii fecero infatii rimaner invalida la legge; e non è raro che i nimici
del bene pubblico riescano con mezzi di vittoria più efficaci. Da quest'anno
cha fu il 585 di Roma i Pretori seguirono ad imbal danzire alle spese della
Giustizia, e di quell' equirà medesima, che tanto vantavano nei loro editri a
nella loro giudicatura. La Repubblica sempre in disordini correva già al suo
termine per i vizi della casuale costituzio ne; ma tra i disordini, la
Giurisprudenza pretoria era giunta ad un punto insopportabile. A nulla valevano
le accuse contro de ' Magistrati, poiché i mezzi di salvarsi erano molto
conosciuti. Quello però a cui un Console non potè riuscire con ef fetto
susseguente, riuscì un virtuoso Tribuno della plebe, con tuttocchè fosse stato
contrariato dai suoi compagni. Questi fu C. Cornelio Silla il quale o tocco dai
stessi sentimenti di Paulo Emilio, o scan H 1drlezzato specialmente dalle
depredazioni di Verre e de' simili a lui, fra le altre utili leggi, propose la
rinnovazione del Senatoconsulto per moderare la smodata cupidigia de' Pretori.
Livio e Dion Cassio ed altri autori ci attestano in que' tempi non solo la
sfrenatezza pretoria, « ma il grand' interesse de nobili specialmente a
conservarsene il possesso; per cui la proposta del Tribuno eccitd tumulto tale
ne' Comizj, che i fasci Consolari andiedero in pezzi, ed i sassi facendosi
sentire più delle vo ci, convenne dimettere, o posporre la lodevole im, presa
ad altro tempo più tranquillo. Infatti secon do Asconio Pediano la legge passò
= Multis 12 mon invitis quæ res tum gratiam ambitiosis Prætoribus, qui varie
jus dicere assueverunt, sustit lit. Gli oppositori della legge non avendo
potuto impedirla, rivolsero lo sdegno loro contro l'autore accusandolo di
Fellonia, e Cornelio fu debitore della sua salvezza alla facondia di Cice. rone:
Troppo tardi perd pel popolo Romano vena ne quel beneficio; la Repubblica era
già spirante i disordini irreparabili, ed apparecchiati i ferri per le Ascon.
in Orat. pro Cond. le nuove catene. Roma non godè mai della liber ' tà, non
seppe conoscerla, nè conobbe mai i moa menti favorevoli, ne' quali avrebbe
potuta ren: derla eterna, Se colla Repubblica però fini la grande autorità de'
Pretori, e se nuova Legislazione, nuova Giu risprudenza e nuovo metodo giu
diziario furono introdotti dal Dispotismo; la legislazione, la Give risprudenza,
l' ordine giadiziario restarono perd perpetuamente infetti dagli usi o d'abusi,
che l'ar te Pretoria figlia della vecchia Giurisprudenza in trodotti y aveva.
Nuove parole ', nuove azioni, nuovi atti legittimi ingombrava no le leggi e la
giurisprudenza; ma quello che poi fu il colmo dell' abuso, ridicolo per se
stesso, e tristo assai per gli effetti, fu l'aver inventato un nuovo metoda di
considerar in giudizio gli oggetti,.i rapporti e le azioni; in sostanza le
finzioni legali: Anche questo bel ritrovato lo dobbiamo alla Romana intelligenza.
Senz'averè molta perizia nella Giuris. prudenza, basta la più semplice ragione
per ve dere, che tali invenzioni furono i sussidi dell'igno tanza ed i sostegni
della ingiustizia. Si possono perdonare ai Romani; ma come perdonare a que'
moderni Giureconsuli, i quali ancora dalla Ro se 1 mulea feccia pretendono far
sacri libamenti alla Giustizia? Tale fu l’Alteserra, il quale offerendo al Sig.
de Lamoignon l'opera de Fictionibus Juris, così s'espresse = quid enim aliud
istæ fictiones, quam juris remedia et jurisprudenium supulua IC, qui bus
difficiliores casus expediuntur, et aurræ claves quibus Jurisprudentiæ secreta
aperiuntur? = e peg gio altrove. Tale fu l'Eineccio ancora il quale nel la
Dissertazione, De Jurisprudentia Heuremarica versd gran copia d'erudizione per
giustificare le finzioni legali, e farne vedere la bellezza e l'im portanza.
Chi sarà vago di conoscere quelle auree chiavi della Giurisprudenza, potrà
consultare i cita ti autori e la maggior parte de' Giureconsulti erų - diti. lo
aggiungero soltanto, che esse ebbero ori gine da ignoranza o da malizia. Per la
prima av. venne, che nei progressi della civilizzazione can giandosi gli antichị
barbarựci modi de' tesçamen tị, de contratti, de’ litigj, credettero quasi che
fosse cangiata la realità, e chiamarono finzioni i modi che a queli furono
surrogati. Per la secon da, le finzioni s'introdussero in fraude delle leggi, per
eludere le loro prescrizioni, e per estenderle a que'casi, de'quali non avevano
espressamente par Jato. Origini entrambe poco degne della Giustizia dottissimo
Vico portando le sue perspicaci osservazioni su quelle strane usanze e richiamando,
le ai loro principi, chiamò il vecchio dritto. Roma-, no un Poema serio, poichè
le immagini si erano Sosti uite alla realità, e non si erano trovate poi
espressioni più semplici e più adattate. „ In con „, fum tà di tali nature (dice
il lodato autore ) l'antica Giurisprudenza tutia fu Poetica, la qua. le fingeva
i farti non facii, i non fatti, fatti, na y ti gli non nati ancora, mori i
viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredilà: introdusse tan, te
maschere vane senza subjenti, che si dissero, » jura imaginaria; ragioni
favoleggiate da fanta e riponeva tutta la sua riputazione in rim „ trovare sì
fatte favole, che alle leggi serbassero y la gravità, ed ai fatti
somministrassero la ragio talche tutte le finzioni dell’antica Giurism prudenza
furono verità mascherate, e le formo, s le colle quali parlavano le leggi, per
le loro circoscrit te misure di tante e tali parole, nè più, nè meno, nè altre
si dissero carmina. Ed altrove ragionando della Giurisprudenza Eroica ciod. H 3
bara sia: 99 he: (Vico Princ. della Scien. Nuo.) barbara de' Romani, la
paragona a quella della se. conda barbarie, dicendo, Cost a tempi barbari,,
ritornati la riputazion de' dottori era di trovar, cautele intorno a contratti,
o ultime volontà red in saper formare domande di ragioni ed ar ticoli, che era
appunto il cavere e de jure respon. dere de’ romani giureconsulti. Da tuttociò
si rileva, che sebbene la RomanaRepub. blica progredisse in quanto allo stato
politico verso la libertà, ed in quanto ai costumi verso la civiliz zazione, in
quanto alle leggi però ad alla Giurisprus, denza i Romani erano rimasti in
quello stato poetico, o barbaro, che caracterizza i primi passi sociali o lo
stato (dirò cost) di necessaria Aristocrazia. Se di ciò si voglia indagar la
cagione, si troverà facilmente ne' tardi progressi che fecero i Romani nel
perfezionamento dello spirito o della Ragione; poichè da questo solo possono
essere migliorate le: costituzioni, le leggi politiche, e le civili. Mi
dispenso volentieri, è credo ragionevolmente, di andar ragionando di tutte le
novità, che i Pre cori introdussero nel dritto, se da quanto si è detto finora,
la Giurisprudenza pretoria resta ab bastanza caratterizzata; e chi volesse
meglio istruir sene, può ricorrere agli autori che ne favellano. Se qualcuno
sarà preventivamente infatuato del'no me di Roma, vi troverà cose maravigliose
e pelle grine, compiangerà l'attuale barbarie, e gemerà su le ruine del
Campidoglio: ma se sarà una persona ragionevole e senza prevenzione, riderà di
molte fole, compiangerà coloro che ne sono restati illu si, e farà voti
sinceri, accið tali memorie indegno di uomini ragionevoli passino ' nell '
obblio. Volendo dunque giudicare con principi di ra gione non adombrata
dall'ammirazione e dai pre giudizi della infanzia, dovremo dire, che i Preto -
ri poterono essere buoni o cattivi, come in tuli gl ' impieghi sociali accader
suole; e che perciò molti di essi si servirono in bene delle loro pre rogative
', riducendo all' equità, o sia alla giusti zia accompagnata all'umanità, le
leggi troppo se vere. o barbare che allora esistevano. Ma dall' al tra banda
dovremo pur confessare, che la maggior parte de pretori si abbandonarono
ciecamente ai nobili istinti di tesaurizzare e signoreggiare, per cui, più che
ministri o sacerdoti furono conculca tori della Giustizia. Riconosceremo nel
tempo stes 50, che questo nacque, dal non essere stata limi ta e legittimamente
circonscritta la di loro autori tà o potere; e per questo d'ogni arbitrio
abusan н 4 do 1 do resero l'ordine de' giudizj arbitrario, la Giurise prudenza
equivoca ed incerta', e fecero nascere una nuova specie di dritto, che tali
qualità tutte in se comprendeva; e sebbene non autenticato da alcun atto del
potere legislativo, divenne. pure. un dritto consuetudinario più esteso e più
usato delle leggi, e durò con perpetua continuità insiem. me colla Repubblica e
coll' Impero Romano. Non ci lasciamo dunque illudere dalla tanto vantata eruiià
pretoria: l'equià ve a fu solo de' buoni, e quella specie di equità può solo
valutarsi do ve la legislazione non è nè rispettabile nè giusta. Considerando
le antiche azioni della leg gé, gli atti legittimi, e le finzioni legali, ci
com parirà molto giusto che Giustiniano le chiami favo le cioè azioni
Drammariche, poichè in sostanza erano delle vere scene che si rappresentavano
innan zi ai Magistrati. Cosi tutte le azioni che si face Justin. In proem
instit. = ur liccat vom bis prima legum cunabula non ab antiquis fabulis
discere, sed ab imperiali splendore appetere, A cotal intrinseco difetto della
Romana Repub. blica non parmi che si pensasse gianımai a pora, tar un vero
rimedio., per cui la vantata libertà che senza leggi non nasce,nè si può
sostenere, non sedè mai lieta su le sponde del Tevere, e fuggi. finalmente di
mezzo a un popolo, che non la co nobbe, e non fu mai degno d'adorarla. Il latte
della lupa si perpetuò nelle vene de' Romani, ne quina 7 vano per æs &
libram, le rivindicazioni, le cré zioni, le manomissioni, le nunciazioni di
nuove opere, le usutpazioni, le licitazioni, le antestazio lé elezioni & c.
non solo erano faite conceptis verbis, dalle quali non si poteva trascendere,
me con azioni e rappresentanze particolari, che rende. vanò comiche le
processure giudiziarie. Questo però non significa altro, se non che, nei tempi
d'ignorana ga si sostituisce il linguaggio d'azione all' espres sione naturale
delle idee e de sentimenti; e percið i simboli, i geroglifici, le
gesticolazioni furono nei tempi barbari il supplemento della lingua parlata é
divennero poi il linguaggio rituale solenne e sacro; in che principalmente
consisteya la Giurisprudonza Romana quindi conobbero mai i sentimenti di
sociabilità, i piaceri della società, le regole che all'adempimen to di essi
prescrive la Natura. Perciò e per effet to della loro barbarie ed ignoranza, si
disputò, si discusse, si combatte, si decise sempre sopra idee particolari, nè
mai seppero elevarsi a generalizza re i principi, che la ragione ci mostra per
la buo na' costituzione de corpi sociali, Dai campi ai Co. mizj era quasi
continuo l alternativo passaggio maquanto furono felici colla forza o colla
frode altrettanto infelici furono nell'uso della ragione. Essi non ebbero mai
sentimenti univoci, e se la plebe fu qualche volta superiore di fatto, l’aristocrazia
conservò sempre la sua condotta, ne seppero far cessare il nome di plebe, che
vergo gnosamen te li caratterizzava, e distingueva pre giudizievolmente il
cittadino dal cittadino. Dell uguaglianza non ebbero mai la vera idea, e quindi
non poterono averla della libertà, che sola per quella sussiste, ed il vantato
censo, non diro quello di Seryio Tullio, ma quello stesso della Res pubblica
non fu una invenzione sublime. Se cotali riflessioni potranno sembrare ad
alcuno superflue in rapporto al soggetto della Giurispru denza Romana,
rispondero, che tali non sono poic (123. Det poichè quando si parla delle leggi,
convien neces sariamente avere le giuste idee del popolo che ne fu l'autore,
dei suoi sentimenti, e della forma e condizione del potere legislativo. Or
potrà sembrare strano il dire, che Roma era formata quasi di due stati l'uno
nell'altro, e che il potere legislativo fosse diviso in due corpi o anche in
tre, e che poi quelle leggi fossero di un uso generale. E pure tal fu di Roma
nel tempo in cui fu più celebre e risplendente. $' egli è vero, che nella
undecima delle dodici tavole fosse contenuto il Dritto pubblico de' Ro mani,
dobbiamo pur riconoscere che fu la più negletta e la meno rammentata, poichè i
fram menti o le quisquilie che di essa ci rimangono sono le più meschine. E
quantunque io sia nell' idea, che quella tavola non contenesse che i prin
cipali dritti dell' Aristocrazia, qual' era appunto la legge de'cornubj, tanto
detestata dalla plebe, e ro versciata vittoriosamente da Canulejo; pure in un
frammento rimastoci, troviamo quale avrebbe dovuto esser il vero stabilimento
del dritto Legisla tivo, cioè QUOD POSTREMUM POPULUS JUSSIT ID JUS RATUM E $
TO. Ma se vogliamo seguire, la ragioneyole interpretazione del Vico e del Duni,
la parola popolo non fu ivi presa nel senso proprio; e nel significato
generale, per esprimere la collezio ne di tutti gl'individui componenti lo
stato, ma di quelli soli che godevano il dritto, e meritava no il vero nome di
Cittadini, quali erano i soli Patrizj. Quando poi la plebe gradatamente venne a
partecipare alle qualità civiche, la parola po. " polo divenne generale, e
non essendovi più di visione privilegiata d'ordini nello stato, ma solo di
classi, ciocchè la cennata legge prescriveva, passò ad essere nel suo vero uso
e valore, cioè, a far, sì che legge si chiamasse, ctocchè l'intiero popolo avea
prescritto e comandato. Se tale è però il principio costitutivo delle Rear
pubbliche, e secondo il Gravina il più convenien te ancora alla natura umana,
vi devono esse re delle regole, accið lespressione della volon tà generale sia
certa legittima libera ed uguale, onde ciascun cittadino senta essere una parte
in tegrante del Sovrano, dello Stato, e della Patria: Tali sono le leggi
costitu zionali, che riguardano il dritto del suffragio, o la maniera di
communi care la propria volontà al corpo sociale, e fare che la volontà
pubblica sia realmente il risultato del. le volontà particolari. Il Dritto di
suffragio costi tui yang tuisce dunque principalmente la qualità di cittadi. no,
e il modo di darlo, forina quasi una misura di graduazione del Cittadino mede
simo. cioè che tanto più si è Gittadino, quanto più il dritto del suffragio è
libero ed uguale. Troppo lungi mi porterebbe l'andare esaminan do
particolarinence colla Storia, come questo drit to si stabilisse in Roma:, cioè
nella formazione casuale di quella Repubblica, alla quale contribul molto più
la natura o il corso naturale delle sa cietà, che i priacipj d'intelligenza e
di ragione. Dirò solo, che quel popolo sempre rozzo ed ignorante fu tanto
lontano dal conoscere l'importanza di queste idee, che şi conteniò di essere
con vocato al suon d'un corno di bue alle grandi Assemblee de' Çomizj; e mandra
od ovile fu chiamato quel luogo, dove si radunava, per compir l'atto il più
degno, il più glorioso p er un popolo, cioè il dar leggi a se stesso. Ma
cotai nomi ed usanze erano avanzi dell'antico stato Aristocrațico; e pa stori e
mandre sono correlativi necessarj. Delle tre maniere intanto nelle quali si
diedero į suf (18) Dionys. Antiqu. Romanarum lib. z. (126 e i suffragj, quella
de' Comizj tributi si può dire che fondasse veramente la libertà o la potestà
del po polo, giacchè i Comizj delle Curie furono obblia ti, nè ebbero in
effetto il potere legislativo; ed i Comizj centuriati davano la preferenza o la
pre ponderanza alle ricchezze. Vi fu inoltre il Senato, il quale sebbene non
avesse altro dritto, che di esaminare o consultare, si arrogo pure in parte il
potere legislativo. O la Nazione dunque radu nata per Tribd, o essa stessa
convocata per Cen turie, o il Senato ebbero o in dritto o in fatto l'esercizio
del potere legislativo. Le risoluzioni per tribù dette plebisciti, non
ottennero che dopo molte contese la vera for za di leggi, cioè di obbligare
tutti i cittadi ni, giacchè da principio non obbligavano che la plebe soltanto.
Tanto è vero che i Patrizi si cre devano un altro popolo un altra Nazione; che
quelle leggi nelle quali non avevano potuto far prevalere, le loro idee e le
loro volontà, per mol to tempo non le fecero valere per leggi. L'auto rità de'
Senatusconsulti fu meramente abusiva, poichè nè per le leggi Decemvirali ne per
al cun stabilimento posteriore, il Senato da se solo aveva in alcun modo la
potestà legislasiva. (127 ) el 3 2 tiva. Quelle risoluzioni però che portarono
parti colarmente il nome proprio di leggi, furono le de cisioni dei Comizi
centuriati, delle quali non oc corre ripetere nè il metodo nelle proposizioni,
nè quello della convocazione, nè quello delle deci sioni. Tuttocið fu vario nel
corso della Repubbli. ca, e si può trovare presso mille autori, che del governo
Romano anno ragionato. Ho voluto solo ricordare queste poche notizia per
mostrare, come il potere legislativo fu stabie lito in Roma sotto varie forme,
le quali influivano di molto su la realità, e come il dritto di suffra. gio,
non fu lo stesso nè uguale nei diversi comizi. Nei centuriati la qualità di
Cittadino era misus rata su le ricchezze, e non si può dire, che fosa se la
volontà del maggior numero de' cittadini, che rappresentasse la volontà
generale, come don vrebb' essere per natura. Și sa ancora quanti abu si vi
s'introdussero per farle essere le decisioni del minor numero, e spesso la
quarta o quinta parte del popolo aveva già decretata la legge, men tre la
volontà di tutti gli altri rimaneva inutile e, delusa. Che quello fosse un
sistema meraviglioso lo potranno dir solamente gli Entusiasti, ma non chi nel
giudicare suol prendere per guida la ragione: Dirò di più, e ciò fu contro i
principi di ogni regolare amministrazione, che quei comizj oltre al potere
legislativo si arrogarono ancora la facoltà governativa', ed in molte occasioni
simil mente il potere giudiziario; ciocchè indica, qua le idea essi avessero di
un vero ' e buon Politico sistema. Fu sicuramente un effetto delle distinzioni
sco lastiche dell' antica Roma il dire, che i Tribuni del popolo non fossero
Magistrati, perchè non avevano nè imperio nè dritto di vocazione, nè giu
risdizione, nè auspicj, ma in verità se non erano magistrati nominali, lo erano
in effetto, ed eser citavano un potere amplissimo su la plebe, sul Senato, e
sopra tutta la Repubblica: ad es si apparteneva il convocare i comizj tributi i
quali secondo me formavano il vero corpo le gislativo, se in essi il dritto del
suffragio ap parteneva egualmente ed integralınente ad ogni. cittadino. Il
Cittadino vi figurava come Citra dino libero, e non era il rango o la ricchezza,
che davano la preponderanza. E pure questa par te della legislazione non meritò
mai il nome di legge, come l'ebbero le risoluzioni de'Comizj cen turiati. lo
non decido pai se al paragone le leggi Orno proposte dại Tribuni fossero più
giuste ed utili allo stato, che quelle proposte nei Comizj centu riati dai
Magistrati maggiori. Possiamo però ri Aettere, che tutte le leggi riguardanti
la costitu zione politica, o relative alla libertà ed al lo stato popolare, le
quali si possono chiamare leggi di Umanità e di Giustizia uni versale, furono
tutte o quasi tutte proposte dai Tribuni. Nè si pud dubitare che esse fossero
leggi necessarie, poi che erano le leggi naturali della libertà, e quindi
necessarie e costituzionali per un popolo che voleva essere libero, Nè è da
imputar loro che non fos sero migliori; giacchè la mancanza d'idee e di buone
cognizioni era comune ai patrizi ed ai ple bei. Lo stesso Cicerone contuttoche
fosse Aristo cratichissimo, non potè far a meno, di con fessare, che se si
avessero voluti annoverare i misfatti de' Consoli, non sarebbero stati pochi,
ma che toline i due Gracchi, non si potevano contare altri Tribuni perniciosi.
Infatti, e varj plebisci ti furono salutarissimi alla Repubbiica, e le leggi
an. (Do Leg.)anche civili dai Tribuni promosse furono effettiva. mente a
pubblico vantaggio. La maggior parte però delle leggi, dei plebisciti, e de'
Senatusconsulti furono una specie di leggi volanti o temporarie, essendo per lo
più pro mosse per occasioni particolari; ¢ sebbene si procurasse di dare ad
esse tutta l'autenticità so. lenne, non si riducevano però in un corpo, che
avesse l'autorità d'un codice di legislazione; ne io credo, che ad uso pubblico
sempre s' incidesse ro in ' tavole o lamine di bronzo, come pur ci vo. gliono
far credere alcuni autori antichi. Sono in dotto a pensar cosi da varie
testimonianze, e spes cialmente da una di Cicerone. Possiamo da esse
raccogliere, che quando le leggi furono una scienza arcana de' Patrizj e de'
Pontefici, si conservaro no e custodirono con gelosia e con mistero, trat tandosi
quasi della loro proprietà più preziosa, e proprietà come abbiamo veduto molto
dispo nibile. Il tempio prima di Cerere par che fosa se a ciò destinato, e poi
il pubblico Erario, accid i Consoli'o i Senatori non le corrompessero o in
volassero; ma quando le leggi divennero di ragion pubblica, gli antichi
curatori non le curarono più, e funne generalmente negletta la custodia Al (131
) si. Almeno cosi ci attesta Cicerone, assicurandoci, che per saperle, o per
conoscerle, bisognava far capo dai Portieri e dai Copisti = Legum custodiam
nullam habemus: itaque hæ leges sunt, quæ apparia tores nostri volunt; a
librariis petimus; pubblicis literis consignaram memoriam publicam nullam ha
bemus. Græci hoc diligentius, apud quos xquaquaames creantur: nec hi solum
literas (nam id quidem een iam apud majores nostros erat, sed etiam facta
hominùm obsesvabant, ad legesque revocabant. E la credė egli così necessaria,
che nel suo Co dice, legislazione stabilisce appunto nell'Erario la
conservazione o custodia pubblica delle leggi Forse però i Romani si avvidero,
che le loro leggi non meritavano tale attenzione ed onore. Ho avver che Tacito
caratterizzò con molto favore le leggi Decemvirali, non perchè meritas sero
elogj di equità e di giustizia, ma perchè, al meno in apparenza, avevano avuta
una certa re golarità di formazione e di pubblicazione; ed a causa delle leggi
posteriori, prive di tali qualità. Qualunque fossero in facti le regole per
convocare I 2 i co tito di sopra, 1 (Cic. de leg.)i comizi, per dare i suffra
gj, per creare le leggi oltre la viziosa costituzione, è da credere ancora, che
il disordine e la confusione sempre vi avesse ro luogo, e spesso vi avesse
parte la violenza, la cerruzione, e tutti quegl' inconvenienti soliti a nascere
da personalità, da privato interesse, e da spirito di vendetta. Cosi di fatti
c'indica Tacito dicendo compositæ duodecim tabulæ, finis omnis æqui juris: nam
sequuræ leges, etsi aliquando in maleficos ex delicto, sæpius tamen dissentione
ordi hun, et adipiscendi inlicitos honores, aut pe'len di claros viros, aliaque
ob prava, per vim taie sunt. Questo fatto finalmente mette il colmo, a quan to
abbiamo detto della irregolarità ed incertezza di quelle Leggi, che meritarono
tanti encomiatori. Le espressioni della volontà generale d ' un popolo libero e
giusto, avrebbero veramente meritate P adorazione, e l'accettazione della
posterità, se stabilite secondo i principj della Natura e della ra. gione ci
avessero presentato un archetipo degno d'imitazione. Ma colla scorta della
Storia, e sce vri (Tac. Annal.) ba ia di 10 18 tie 1 vri della infantile
prevenzione tutt'altro abbia - mo trovato. Se Dionigi d' Alicarnasso ci presen
" ta Romolo come un legislatore Filosofo, ed in struito della storia degli
alui stati; la storia vera ce lo presenta come capo di un' Aristocrazia pri
mitiva, cioè barbara e feroce, la quale risorin - geva nel suo ordine, tutte le
qualità di uomo e di cittadino: ma la storia del primo Regno e de gli alııi
successivi è quasi tutta incerta simbolica e favolosa, come si potrebbe provare
su le poche tracce, che non sfuggono ai critici indagatori del le origini
civili. In tutto quel tratto di an ni altro non veggiamo in risultato, che dopo
una prima aggregazione di forti e di deboli, senza altre leggi che le
consuetudini Aristocratiche, si co minciò a dare una forma alla nascenie
società. Il re videro, che il loro potere era un nulla, se invece di esser capi
de'patrizj, nol divenivano del la plebe o del popolo; ma Romulo scompar ve per
diventar Quirino ne' cieli, Servio fu tru cidato, ed il secondo Tarquinio
espulso. In tanta incertezza di cose, come i storici assai posteriori parlarono
dei tempi passati colle idee dei tempi loro, così si aprì la strada a credere,
che le stes. se parole corrispondessero alle stesse idee in epo che di is ble che
assai differenti e lontane; quindi i scrittori suse seguenti si tormentarono
prima lo spirito in tante ricerche, e poi si distillarono il cervello per con
cordare le contradizioni, che ad ogni passo incon travano fra le idee prima
formatesi, ed i fatti che poi trovavano nella Storia. Quindi tante ricerche e
tante dispute inopportune e difficili per la man canza di monumenti, ed inutili
affatto ai progres si della ragione. La legge regia però non meri tando alcuna
particolare attenzione, importava so lo al nostro assunto il vedere, che l'
incertezza delle leggi cominciò col nome Romano, e porta rono questa marca
vergognosa in tutte le epoche, e in tutta la durata della Repubblica. Tali poi
furono anche il dritto civile, le azioni legitime, gli Editri de' pretori o sia
il dritto onorario, e finalmente le leggi propriamente dette, le quali sempre
più confusero e resero incerto il drit, to e le leggi antecedenti. Parmi dunque
poter drittamente dai fatti con chiudere, che le leggi e la Giurisprudenza Roma
na furono immeritevoli di quelle lodi colle quali sono state esaltate, ed
indegne di reggere un po polo qualunque, mancando di quelle qualità che
poteyano renderle pregey oli e sacre, cioè collo stabilire la regola eterna
della giustizia, render P urmo suddito di esse, e non dipendente dall' arbitrio;
ciocchè positivamente distingue la libertà del dispotismo, qualunque sia del
resto la forma o la costituzione sociale. Se le specolazioni de' politici si
fossero fermate principalmente su quest'articolo, avrebbero facil mente
ravvisato, che Roma non cadde oppressa della sua grandezza, poichè per gli
edifici mate riali o politici è essa anzi una cagione di resi stenza e di
durata. Cadde quella mole immensa per mancanza di base, e per difetto di
Architettum ia. La base della Società è sempre la Giustizia tanto nella legge e
nel principio, quanto dell'amministrazione ed esecuzicne di esse. Che poi
l'ossa tura politica fosse mal congegnata ed un prodotto progressivo del caso,
credo averlo di sopra abba stanza dichiarato. La giustizia di Roma fir in principio
quale può essere nella barbarie; d'indi qua le suol' essere nell'amministrazione
arbitraria; e fi nalmente quale dev'essere nell’anarchia, nella confusione
della legge e nella generale corruzione. Dell' origine dell'idea che abbiamo
della Bellezza. Il Bello della Natura. Il Bello dell'arte, ossia della
imitazione e del Bello ideale. La grazia. Il sublime. Il bello morale. Il
gusto. Il carattere del bello. L’espressione. Lo stile e la regola del bello. Opere
complete (Teramo, Fabbri). Indizi di morale. Il metodo della morale. Il
sentimento morale. L’origine del sentimento morale. Lo sviluppo del sentiment
morale. Divisione della morale. La libertà civile. L’eguaglianza. La proprietà.
Lo vviluppo della morale nella diada sociale. Il senso morale. Il dovere
morale. L’obbligazione morale. L’amor proprio (l’amore proprio – Butler –
self-love). La virtù. La benevolenza – la benevolenza conversazionale. La
giustizia. L’educazione. La felicità. La passione. Note agli "Indizj di
Morale" di G. Pannella Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza
romana. La giurisprudenza romana dal tempo de' re fino all'estinzione
della repubblica. Sequela dei carattere della giurisprudenza romana sotto
gl'imperatori. I cultori della giurisprudenza. L’amministrazione della giustizia.
Memorie storiche della Repubblica di S. Marino. La Situazione corografica
della Repubblica di SAMMARINO e dei varii nomi dati successivamente al
capoluogo dello Stato. L’origine della Repubblica di S. Marino, e prime sue
memorie fino al secolo decimosecondo. Le memorie di S. Marino nel secolo
decimosecondo, e nel seguente. Proseguimento delle memorie istoriche per tutto
il secolo decimoquarto. Proseguimento delle memorie per rutto il secolo
decimoquinto. Proseguimento delle memorie per tutto il secolo decimosesto. Proseguimento
delle memorie pel secolo decimosettimo. Sequela del secolo decimottavo. Il governo
politico della Repubblica di San Marino. Diplomi ed altri monumenti citati
nell'opera. L’istoria, la sua incertezza ed inutilità. Ai dotti e agli studiosi
delle scienze della natura. L’origine naturale della storia e dei progressi ed
abusi della medesima. La storica incertezza. L’autorità degli storici contemporanei
del cavalier Tiraboschi. L’inutilità della storia e dei pregiudizi derivati
dalla medesima. Verificazione degli antecedenti principj con esempi tratti
dalla storia della romana repubblica. I bello. Ai giovani educati. L'origine
dell'idea che abbiamo del bello. Il bello della natura. Il bello dell'arte,
ossia della imitazione e del bello ideale. La grazia. Il sublime. Il bello morale.
Il gusto. Il carattere del bello. L’espressione. Lo stile e la regola del
bello. L’antica Numismatica della città di Atri nel Piceno con alcuni opuscoli
su le origini italiche. Alla reale accademia ercolanese di archeologia e
a S. E. reverendissima monsignor Rosini presidente della medesima e della R. Società
Borbonica di Napoli. Le origini italiche. Le antiche monete della città di Atri
nel Piceno. I pelasgi e I tirreni. Rischiaramenti ed alcune osservazioni fatte
sull' opera della Numismatica atriana. Lettera a S. E. il sig. conte D.
Giuseppe Zurlo. Antologia di Firenze. Articolo di G. Micali. Biblioteca
Italiana. La Numismatica atriana ed agli altri opuscoli. AL. Sorricchio. Saggio
istorico delle ragioni dei sovrani di Napoli sopra la città di Ascoli d'Abruzzo
oggi nella Marca. Saggio filosofico sul matrimonio. Lo stabilimento della
milizia Provinciale. La coltivazione del riso nella Provincia di Teramo. Elogio
del marchese D. Francescantonio Grimaldi. Il tribunal della Grascia e sulle
leggi economiche nelle, provincie confinanti del regno. La necessità di rendere
uniformi i pesi e le misure del regno. Il tavoliere di Puglia e su la necessità
di abolire il sistema doganale presente e non darsi luogo ad alcuna temporanea
riforma. La vendita dei feudi umiliate a S. R. M. La tassa fondiaria.
L’istruzione pubblica. La sensibilità imitativa considerata come il principio
fisico della sociabilità della specie e del civilizzamento dei popoli e delle
nazioni lette nella Reale Accademia delle scienze. La perfettibilità organica
considerata come il principio fisico dell’educazione con alcune vedute sulla
medesima letta nella R. Borbonica Accademia delle scienze. La perfettibilità
organica considerata come il Principio fisico dell'educazione letta nella Reale
Accademia delle scienze. Alcuni mezzi economici per supplire agli attuali
bisogni dello stato. L’importanza di far precedere le cognizioni fisiologiche
allo studio della filosofia intellettuale. Lo stabilimenti di umanità e di
pubblica beneficenza. L’organizzazione dei tribunal. Un porto da costruirsi
alla foce del fiume Pescara. A Berardo Quartapelle. A S. E. il sig. Duca di
Cantalupo. Al Cav. sig. Pasquale Liberatore. Ai Capitani Reggenti la Repubblica
di S. Marino. Al marchese Luigi Dragonetti (Aquila). Al signor Roberto Betti
(Napoli). A Giacinto Cantalamessa Carboni in Ascoli. A Giuseppe M. Giovene
(Molfetta). Ad Alberto Fortis. A Bernardino Delfico. Al Sig. Abate D. Cataldo
Jannelli. Saggio di lettere indirizzate a Melchiorre Delfico Gaetano Filangieri
a M. Delfico Pietro Borghesi a M. Delfico F. Neumann a monsieur l'Abbé Fortis. Spallanzani
all'abate Fortis. Al medesimo Fortis in Napoli. Spallanzani a M. Delfico.....
pag. 140 Luigi Grimaldi a M. Delfico..... pag. 141 Toaldo a M.
Delfico..Spannocchi a M. Delfico.V. Comi a B. Q. [Berardo Quartapelle]. Michele
Torcia a G. Berardino Delfico..Mollo a M. Delfico. Carli...Mùnter a M. Delfico.....
pag. 154 Mùnter a Delfico in Napoli..... pag. 159 Mùnter a M.
Delfico..Filippo Mazzocchi a M. Delfico..Gazola a M. Delfico..Giuseppe Micali a
M. Delfico..Bertola a G. Bernardino Delfico..Il medesimo a M. Delfico..Brugnatelli
a M. Delfico..Anutos a M. Delfico..Gio. Andrea Fontana a M. Delfico. Il Duca di
Cantalupo a M. Delfico..Palmieri a M. Delfico...Gargallo a M. Delfico in Teramo...Galante
a M. Delfico..Amaduzzi a M. Delfico..Zarillo a M. Delfico..Giovene a M. Delfico..Amoretti
a M. Delfico. Francesco Soave a M. Delfico..Acton a M. Delfico (Teramo).Fortis
a M. Delfico..Zannoni a M. Delfico..... pag. 206 Bossi a M. Delfico..Tommaso
Frantoni a M. Delfico..Felici a M. Delfico..... pag. 209 G. Napoleone a.
M. Delfico.Trivulzio a M. Delfico..Melzi a M. Delfico..San Severino a M.
Delfico..Il duca di Sant'Arpino a M Delfico..... pag. 231 Tracy a M.
Delfico. Antonio Canova a M. Delfico..Ricci a M. Delfico..Gioli a M. Delfico..Dragonetti
a M. Delfico..Zurlo a M. Delfico..... pag. 246 Michele Arditi a M.
Delfico...Orsini a M. Delfico...Burini a M. Delfico...Taranto a M. Delfico.....
pag. 252 Francesco Sorricchio a Delfico..Cicognara a M. Delfico..Santangelo
a M. Delfico...Ciampi a M. Delfico..... pag. 260 Donato Tommasi a M.
Delfico.. Il Duca di Laurenzana a M. Delfico...Grimaldi a M. Delfico..Santangelo
a M. Delfico..Lodovico Bianchini a M. D..Filangieri a Melchiorre Delfico.Niccolini
a M. Delfico...Rangone a M. Delfico..Pilla a M. Delfico Il Duca di Gualtieri a
M. Delfico...II Barone Poerio a M. Delfico..Armaroli a M. Delfico..Neroni a
Leopoldo Armaroli.Fuoco a M. Delfico..... pag. 287 Giuseppe Micali a
Gregorio de Filippis..Aggiunta agli opuscoli. Fiera franca in Pescara..Al sig.
Pasquale Borelli..Al sig. Antonio Orsini..Al sig. Conte Armaroli..Volta a
Orazio Delfico.. Rapporto sull' Italia inviato a Napoleone, e attribuito a M.
Delfico. Piemonte. Liguria. Regno D' Italia. Toscana..... pag. 326 Stati
Romani.Napoli. Memoria per la conservazione e riproduzione dei boschi nella
provincia di Teramo.Discorso del Cav. Comm. Gian Berardino Delfico letto in
occasione del solenne giuramento prestato a S. M. Giuseppe Napoleone Re di
Napoli e Sicilia dalla Città e Provincia di Teramo..La famiglia e le opere di
Melchiorre Delfico. I titoli nobiliari. Episodi della vita del Delfico. Opere
ignorate del Delfico. Il contenuto delle opere. Catalogo per materia delle opere
di M. Delfico. Lettere del Delfico e al Delfico. La Repubblica di S. Marino in
onore di M. Delfico. M. Delfico a Gaspero Selvaggio. A Paolo D' Ambrosio M.
Delfico. Il teramano Melchiorre Delfico è uno dei più cosmopoliti e al tempo
stesso dei più autenticamente provinciali tra i riformatori meridionali della
seconda metà del Settecento (1). Durante il suo primo soggiorno a Napoli,
interrotto dopo tredici anni nel 1768 perché malato di emottisi, il giovane
intellettuale abruzzese segue le lezioni di Antonio Genovesi e frequenta il
gruppo che si riunisce attorno alla cattedra dell'abate (2), che dal 1754 al
1769 costituisce il fulcro del movimento riformatore meridionale. Sarà questa
scuola composta da Longano, Galanti, Palmieri, Grimaldi, Filangieri, Pagano ed
altri, ad imprimere una «benefica scossa» (3) alla cultura napoletana e avviare
negli anni successivi un serrato e articolato dibattito sui problemi più
urgenti del Regno, suggerendo le linee di un possibile rinnovamento della
società civile che non di rado contrasteranno con l'angusta politica del
governo borbonico (4). È soprattutto dalla rilettura del genovesiano
Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze (5), considerato il
manifesto dell'illuminismo napoletano, in cui viene rivendicato un uso pratico
del sapere, che Delfico matura una nuova concezione della cultura e dell'intellettuale,
la cui attività sia, come diceva Genovesi, «più pratica che teoria» (6), e la
convinzione della necessità di un impegno politico più diretto. Un
atteggiamento anticuriale e giurisdizionalistico, di ascendenza giannoniana (7)
e di eredità genovesiana (8), egli manifesta nei due lavori, con i quali
inaugura nel 1768 la sua attività di scrittore, in difesa dei diritti del Regno
di Napoli sui territori di Benevento, dal 1077 sotto il dominio pontificio, e
di Ascoli Piceno, anch'esso dal 1266 annesso allo Stato ecclesiastico (9).
Nelle due Memorie denuncia le tendenze temporali dell'autorità ecclesiastica,
dimostrando «false o insussistenti» le pretese giurisdizionali del pontefice su
quei possedimenti, ottenuti non già per legittimi diritti di sovranità, ma con
l'usurpazione, titolo «vergognoso» perché «prodotto per dolo o per frode»
(10). Sebbene notevole sia stata l'influenza di Genovesi sul movimento
illuminista meridionale, non tutte le molteplici espressioni della cultura
riformistica degli anni Settanta e Ottanta possono essere ricondotte alla sola
riflessione del pensatore salernitano. Anche per i rappresentanti della
corrente «più provinciale», «più tecnica e descrittiva»(11) della scuola
genovesiana, l'insegnamento del Maestro non sempre costituirà l'unica matrice
culturale. Lo stesso Delfico, sebbene riconosca il suo debito nei confronti
dell'abate, non trova in lui il pensatore che la «propria ragione gli faceva
desiderare» (12), bensì il pubblicista che ricerca e analizza i mali economici
e sociali della sua terra. «La fortuna però - scriverà più tardi - avendomi
fatto pervenir nelle mani le immortali opere di Loke [sic] e di Condillac,
parve che il mio spirito prendesse una nuova modificazione, e quindi una
inclinazione pel vero, ed un gusto particolare per i morali sentimenti»
(13). Già nel Saggio filosofico sul matrimonio, apparso a Teramo nel
1774, alcuni anni dopo il suo ritorno in provincia, s'intravede l'orientamento
filosofico dello scrittore abruzzese basato su una visione tutta empiristica e
sensistica dei rapporti umani, che indurrà la Congregazione del Sant'Uffizio a
porre l'opuscolo nell'Index librorum prohibitorum il 19 gennaio 1776. L'opera è
una vera e propria esaltazione sia dello stato coniugale che dell'amore, inteso
come desiderio, come piacere fisico ma soprattutto morale. In polemica con
Rousseau, Delfico considera il vincolo matrimoniale una fonte continua «di
sensazioni e di sentimenti aggradevoli» (14) e sostiene, richiamandosi a Hume,
che esso debba essere il più possibile completo e duraturo. La critica del
celibato e più ancora del libertinaggio è l'occasione per un'attenta disamina
della condizione della donna, di cui sostiene l'emancipazione e la
rivalutazione nella famiglia e nella società, fino a rivendicare una
legislazione sulla parità dei diritti e dei doveri fra i sessi. Del 1775
sono gli Indizi di morale, interrotti per ordine dell'assessore Pietro Paolillo
che ne dispone il sequestro mentre sono ancora in corso di stampa, i quali
«svelano assai più a fondo e gl'ideali politici del Delfico e la sua cultura»
(15). Sul piano filosofico infatti essi segnano una piena adesione
all'empirismo e al sensismo di Locke e Condillac. Dalle idee filosofiche dei
due pensatori il Teramano non si discosterà più, restando sino alla fine legato
alla dottrina sensistica. Confesserà molti anni dopo ad un amico: «Dopoché il
mio spirito soffrì la modificazione dal Trattato delle sensazioni, non l'ho
turbato più perché mi vi sono trovato comodo, non trascurando però le successive
osservazioni le quali hanno potuto migliorarlo» (16). Egli riconosce alla
morale il fondamento empirico proprio delle scienze fisiche e riconduce
l'origine dei sentimenti morali alle sensazioni. Poiché è nella società che gli
uomini acquisiscono le prime nozioni di moralità e le loro azioni diventano
utili o dannose, ne consegue che la sfera delle loro idee e con essa quella
delle loro attività si dilatano soprattutto in quelle forme politiche in cui
maggiormente cresce la possibilità di comprensione della qualità degli oggetti
e gli individui sono messi nelle condizioni che meglio permettono la
individuazione dell'amor proprio. «È nel passaggio dall'Aristocrazia allo stato
popolare», scrive, che «le nazioni godono del colmo della virtù» e «nasce quella
gara di Eroismo che è difficile a trovarsi nelle Monarchie» e che si verifica
ogni qualvolta «l'interesse di tutti i particolari va a riunirsi col
pubblico»(17) e i cittadini partecipano maggiormente alla sovranità e al
potere. L'affermazione non si concreta in una scelta della democrazia
come forma di governo, né in una rivendicazione di ordinamenti politici
alternativi a quelli in cui si incarna la monarchia borbonica. L'allusione alla
repubblica resta in lui vaga, sottintesa e comunque priva di un reale contenuto
politico-istituzionale, mentre egli non nasconde la propria simpatia per il
despotisme éclairé (18). Vi è, da parte sua, una svalutazione della politica in
quanto problema teorico, a favore di un impegno politico più immediatamente
finalizzato alla soluzione di questioni politiche contingenti. Suo obiettivo
principale è il perseguimento del bene pubblico, realizzato attraverso
un'avveduta e coraggiosa politica di riforme. Un processo di trasformazione che
miri innanzitutto all'uguaglianza politica e che non ha niente a che vedere con
la «fatale» comunione dei beni, fomite di disordini e di eterne contese. Il
problema dell'uguaglianza, di cui le garanzie politiche costituiscono una
imprescindibile componente, consente a Delfico di condurre a fondo l'attacco
contro la struttura feudale della società napoletana, in cui ancora assai
diffusa e radicata è l'ineguaglianza sia essa generata dall'abuso del potere
che da quello delle ricchezze. «Conosciuti i mali che provengono
dall'ineguaglianza - afferma a conclusione del capitolo sulla proprietà - deve
essere un canone politico quello di ravvicinare gli estremi, e non dar luogo ad
altre ricompense che a quelle del merito personale e dell'industria» (19). Al
contrario, il persistere dell'ineguaglianza non fa che produrre «lusso e
corruzione» ed aggravare la già precaria condizione dei più miserevoli, privati
della loro stessa dignità perché costretti a mercanteggiare persino «la vita,
l'onore, la stima, la virtù, ed i più sacrosanti doveri» (20). Dopo il
sequestro degli Indizi di morale e la messa all'«Indice» del Saggio filosofico,
Delfico incorre in un nuovo spiacevole episodio con le autorità provinciali.
Soprattutto a causa del vescovo Pirelli e dell'assessore Giacinto Dragonetti,
con cui pure aveva avuto rapporti di amicizia, è ingiustamente inquisito e
condannato per la fuga di certe monache dal monastero di S. Matteo di Teramo
(21). L'exequatur del Tribunale del capoluogo abruzzese (5 febbraio 1778) con
il conseguente ordine di carcerazione, emesso nei confronti suoi e di altri
«lajci seduttori» (22) presunti responsabili dell'insubordinazione, lo
costringono ad allontanarsi dalla città e a recarsi a Napoli, dove rimarrà
circa tre anni, fino alla conclusione della vicenda giudiziaria, giunta con
l'indulto regio del 17 giugno 1780. Questo secondo soggiorno partenopeo,
avvenuto a dieci anni di distanza dalla fine del primo, si rivela assai fecondo
per lo scrittore teramano che ha l'occasione di rinsaldare i legami con
gli ambienti riformatori della capitale e stringere rapporti con vari esponenti
della cultura, quali tra gli altri i fratelli Di Gennaro e Grimaldi,
Filangieri, Pagano, Torcia e Fortis. È anche il periodo in cui egli matura
l'idea che la provincia possa imprimere, attraverso la denuncia dei mali
prodotti dal sistema feudale, un nuovo e maggiore impulso alla politica
governativa ed avverte la necessità di una ridefinizione del rapporto tra
capitale e province, tra i centri periferici più sani e dinamici e quella
Napoli corrotta ed inerte dalla quale tutti attendono una politica di
riforme. Ritornato a Teramo, Delfico pubblica nel 1782 il Discorso sullo
stabilimento della milizia provinciale, che gli varrà, l'anno successivo (20
giugno 1783), la nomina ad Assessore militare della sua provincia. Lo scritto,
dedicato all'amico Filangieri, inaugura un'intensa stagione che vede
l'illuminista abruzzese farsi promotore di numerose riforme. Nel Discorso la
questione militare acquista rilevanza politica, avendo intuito l'Autore
l'importanza che una buona costituzione militare poteva assumere per la vita di
uno Stato. Criticando lo «spirito di corpo» dei militari, quel «sentimento
dissociale» che li porta a disprezzare la vita civile e che fa di loro una
classe di privilegiati distinta dal corpo sociale, egli mira a riqualificare il
ruolo del soldato all'interno della società, non soltanto in tema di sicurezza,
ma anche, soprattutto, di progresso civile, riunendo, sull'esempio di Rousseau,
la qualità di soldato a quella di cittadino (23), così che i due termini
diventino sinonimi fra loro. Ad alimentare la fiducia nei primi anni
Ottanta che si potesse realizzare sul piano legislativo e amministrativo quanto
si veniva sostenendo su quello dottrinario, contribuirono sia la istituzione
della Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere (che però tradì presto le
attese suscitate) che quella del Supremo Consiglio delle Finanze. Sorto nel
1782, il Consiglio si prefiggeva di riformare gli antichi e perniciosi abusi
del sistema e di restituire l'abbattuto vigore alla Nazione promuovendo i
canali della ricchezza dei sudditi e dello Stato. Ad esso Delfico vorrebbe
sottoporre la sua Memoria sulla coltivazione del riso nella provincia di
Teramo, pubblicata a Napoli nel 1783. Considerato «forse il più limpido e
ragionato» (24) dei numerosi suoi scritti economici di quegli anni, il testo è
una dura requisitoria contro il persistere di pesanti imposizioni feudali e di
certi abusi economici e politici, responsabili di mantenere tale coltivazione
in uno stato di sottosviluppo (25). La risposta delficina è in favore di un
ammodernamento della tecnica di produzione e della rimozione di tutti gli
ostacoli, compresi i controlli e le restrizioni governative, che impediscono la
realizzazione di un'economia di mercato. Nell'estate dell'83 Delfico è di
nuovo a Napoli, dove si fermerà fino alla fine dell'anno. Ma non sarà questa
una permanenza piacevole. All'entusiasmo iniziale, infatti, subentrerà presto
un sentimento di profonda amarezza per l'andamento della vita politica della
capitale. Egli prende coscienza della incapacità dello Stato di dar vita ad un
programma organico di risanamento dell'economia del Paese, messa di nuovo a
dura prova dal terribile terremoto calabrese della primavera del 1783. La
condotta della corte borbonica gli appare quanto mai improvvisata e piena di
incertezze e di contraddizioni. Ritornato a Teramo è raggiunto, nel
febbraio del 1784, dalla notizia della scomparsa dell'amico Francescantonio
Grimaldi, cui dedica, come ultimo tributo, un Elogio (26) che ne rievoca il
pensiero e il valore. Dopo un rapido excursus delle opere giovanili (27), lo
scrittore abruzzese si sofferma sulle Riflessioni sopra l'ineguaglianza tra gli
uomini, pubblicate a Napoli in tre volumi tra il 1779 e il 1780. In esse
l'Autore confuta le tesi roussoiane sull'uguaglianza tra gli
uomini, correggendo quei «paradossi», scrive Delfico, che «fra molte vere
e nobili osservazioni» (28) sono racchiusi nel Discours sur l'origine de
l'inégalité. Contrariamente al Ginevrino, che ritiene l'ineguaglianza essere
«presque nulle dans l'Etat de Nature» (29), Grimaldi ne afferma il principio
dell'origine naturale, smentendo quanti sostenevano che gli uomini nascono
eguali. Una particolare attenzione rivolge infine all'ultimo incompiuto lavoro
di Grimaldi, gli Annali del Regno di Napoli. Sin da ora emerge chiara in lui
l'idea di una storia non più concepita come piacevole passatempo per «gli
oziosi e gli annojati», ma in funzione «d'un utile presente» (30) per l'umanità
e, in particolare, per la nazione per la quale si scrive. Ciò che interessa non
è più il nudo racconto di fatti isolati o di particolarità legate a circostanze
del momento, bensì la conoscenza delle cause che stanno dietro i fenomeni e la
vita morale delle nazioni. Alla fine di giugno del 1785 Delfico si
trasferisce di nuovo a Napoli, dove si trattiene, salvo una breve parentesi
nella città natale nell'estate dell'86, fino alla metà del 1788. Risale a
questo periodo l'incontro con il danese, di origine tedesca, Friedrich Münter,
venuto in Italia nell'autunno del 1784 con l'incarico di propagandare l'Ordine
degli Illuminati di Baviera (31). A Münter, con il quale visiterà assieme a
Filangieri e allo storico tedesco Heeren le rovine di Pestum, egli si legherà
da profonda amicizia, di cui è testimonianza una corrispondenza più che
trentennale (32), accomunati dalla passione per l'archeologia e, soprattutto,
per la numismatica. A Napoli Delfico pubblica nel 1785 la Memoria sul
Tribunal della Grascia (33), considerata, assieme a pochi altri testi, «il
vangelo del liberismo napoletano» (34) dell'epoca. Lo scritto sferra un attacco
contro il «terribile mostro» del Tribunale della Grascia, istituito lungo il
confine tra l'Abruzzo e lo Stato pontificio e simile per alcuni versi a quello
«più odioso dell'inquisizione», che impedisce ai due Stati pacifici di
scambiarsi liberamente i prodotti, fomentando dovunque corruzione e violenza e
lasciando quelle popolazioni in «un languore di dissoluzione» (35). Vi è nella
Memoria l'affermazione del principio della libertà di commercio e
dell'abolizione del sistema protezionistico, a proposito del quale vengono
fatti i nomi di Verri, Genovesi, Filangieri e del celebre Smith, di cui il
Teramano è uno dei primi in Italia a citare La ricchezza delle nazioni. Nel
1788 vede la luce il Discorso sul Tavoliere di Puglia (36) in cui Delfico
rivendica, dopo un'aspra requisitoria contro le concentrazioni latifondiste e
il mantenimento delle rendite, la divisione di quelle terre in favore dei
contadini e un diverso ruolo dell'agricoltura, non più limitata e subordinata
alla pastorizia. In un Paese così «infelicemente» amministrato, dove regna una
troppo marcata diseguaglianza e una «ripugnante ed infelice» contrapposizione
tra ricchi e poveri, l'aumento dei proprietari è un obiettivo che risponde non
soltanto a criteri di giustizia sociale, ma anche ad una necessità dello Stato.
Tutti «i più savj governi - scrive - distinsero sempre la classe dei
proprietarj, come quella che dava il vero carattere di cittadino» (37). La proprietà
infatti è il primo e più saldo principio della società, poiché crea nei
proprietari «sempre affezione» nei confronti dello Stato, a cui essi chiedono
di riconoscere e tutelare i loro diritti, interessati come sono, più di ogni
altra classe, al buon funzionamento delle sue istituzioni e alla corretta
applicazione delle sue leggi. Della parte settentrionale della Puglia
l'illuminista abruzzese si era occupato una prima volta nel 1784 nella pur
breve ma incisiva ricognizione geografico-economica del tratto costiero
«desolato» che va dal Fortore al Tronto (38), in cui denunciava le gravi
«avarie» commesse dai governanti con la creazione di continue dogane che,
ostacolando il libero scambio dei prodotti tra quelle popolazioni, finiva per
immiserirle sempre più. Si coglie in questi scritti non soltanto la
totale adesione di Delfico al liberismo, ma anche la sua piena consapevolezza
del ruolo che lo Stato è chiamato a svolgere in favore di un sistema economico
imperniato sulla libertà di scambio. Un rapporto, quello tra Stato ed economia
di mercato, che egli affronta anche nella Memoria sulla libertà di commercio
della fine degli anni Ottanta (39), in cui esalta il principio del
laissez-faire contro le regolamentazioni e i vincoli del sistema mercantile. Il
rifiuto di «ogni coazione economica» si fonda sulla convinzione che la libertà
(di produzione, di consumo, di commercio, di concorrenza) favorisca un
progresso e uno sviluppo economico tali da recare benefici sia ai privati
cittadini che allo Stato stesso. È solo attraverso la rimozione di tutti i
controlli governativi che ostacolano l'allargamento del mercato e impediscono
che le attività economiche si svolgano nei modi loro naturali che la scienza
economica riesce a far fronte al suo duplice compito di mantenimento dello
Stato e di accrescimento della ricchezza e del benessere individuali. In
quest'ultimo soggiorno napoletano prima dello scoppio della rivoluzione
francese, Delfico si attiva non poco, presso le Segreterie della capitale, per
sollecitare iniziative e soluzioni di problemi riguardanti le provincie del
Regno. Ma le sue istanze non sempre trovano il riscontro desiderato (40). Ciò
non fa che accrescere in lui un sentimento di sfiducia nell'azione riformatrice
del governo. Un'insofferenza, quella nei confronti del potere politico
partenopeo, che lo porterà nell'estate del 1788 ad allontanarsi da un ambiente
dove gli era diventato penoso vivere, non prima però di aver presentato a
Ferdinando IV il suo ultimo lavoro, Memoria per la vendita de' beni dello Stato
d'Atri (41). Nello scritto condanna la giurisdizione feudale in nome dei
principi roussoiani di indivisibilità e inalienabilità della sovranità fino a
ritenere qualsiasi forma di alienazione o di usurpazione della sovranità stessa
«non solo un atto nullo, ma anche ingiusto» (42). La notizia della
rivoluzione francese raggiunge Delfico lontano dal Regno napoletano, mentre si
trova nel Nord Italia, dove si era recato nel novembre del 1788 per
accompagnare a Pavia il nipote Orazio che studiava Scienze naturali sotto la
guida di Volta e Spallanzani. Durante il suo soggiorno ha modo di frequentare
gli ambienti riformatori milanesi ed entrare in contatto con Beccaria, il
filosofo e pedagogista Francesco Soave, i fratelli Verri, Parini, il giurista
senese Giovanni Bonaventura Spannocchi, lo studioso di scienze agrarie ed
economiche Carlo Amoretti ed altri ancora, con alcuni dei quali manterrà un
rapporto di amicizia. Sugli avvenimenti francesi non gli è difficile tenersi
informato. È lecito credere anzi che, oltre a seguire, egli guardi con simpatia
a quanto sta accadendo oltralpe. La rapidità e la determinazione con cui si
conduce l'attacco contro l'Ancien Régime lo spingono a ritenere che la
rivoluzione di Francia favorisca il progetto riformatore e rappresenti «un
esempio favorevole per i Principi savj» (43) affinché non indugino più sulla
strada delle riforme. Rianimato da queste speranze, nel dicembre del
1789, dopo aver fatto da poco ritorno nella sua città natale (44), Delfico si
trasferisce a Napoli, dove dà alle stampe, nell'estate del 1790, le Riflessioni
su la vendita dei feudi (45) in cui, ispirandosi al dibattito costituzionale
d'oltralpe, conduce un attacco più diretto ed esplicito contro il sistema
feudale e la giurisdizione baronale in particolare. Nel 1791 pubblica le
Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de' suoi cultori
(46), che rappresentano «la più forte manifestazione del pensiero illuministico
italiano nei confronti del diritto romano» (47), cui viene negato ogni valore.
Ad emergere è l'idea di un sistema legislativo nuovo, «uguale ed uniforme per
tutti gl'individui» che, a differenza di quello vigente, troppo legato alla
tradizione romana, risulti più inerente «all'indole delle nazioni e dei governi
presenti» (48). Sull'esempio di quanto accade in Francia, lo scrittore
abruzzese rivendica, accanto ad una legislazione stabile e regolare, una
legittima costituzione che ne sia il presupposto e ne costituisca il necessario
fondamento. Il sistema politico che egli predilige si fonda sull'uguaglianza
delle leggi, sulla divisione dei poteri, sul conferimento dell'autorità
legislativa al popolo, sulla rappresentanza politica senza restrizioni di rango
o di censo e sul decentramento dell'amministrazione della giustizia attraverso
lo stabilimento di magistrature locali e provinciali. Da una soluzione di
tipo monarchico-costituzionale Delfico non si allontanerà mai. Alla politica
illuminata del sovrano restano per lui legate le condizioni di cambiamento
della società meridionale. Nonostante tuttavia la sua predilezione per la
monarchia, a partire dalla seconda metà del 1791 si ravvisa nel Teramano un
conflitto tra l'ottimismo generato dalle vicende francesi, che lo spinge a
credere ancora nell'intesa tra dinastia borbonica e intellettuali, e il
crescente scetticismo nei confronti della volontà governativa di attuare un
programma di rinnovamento. Deluso, decide di abbandonare la capitale dove si
sorprende sempre più spesso «scontentissimo». Il rientro a Teramo, nel
dicembre del 1791, segna la fine di un periodo di grande impegno politico e
letterario, al termine del quale egli vede svanire la possibilità che la
rivoluzione francese imprima un nuovo impulso alla politica del governo
napoletano. È, questo, un periodo di grande sconcerto e delusione per quanti,
come Delfico, avvertono i limiti della politica ferdinandea. Alla fine del 1793
la consapevolezza che la grande stagione riformistica sia definitivamente
conclusa è radicata nel suo animo. Essa segna l'inizio di una lunga interruzione
della sua attività di scrittore, a conferma di come egli ritenesse allora non
solo vano ma addirittura pericoloso farsi sostenitore di una politica di
rinnovamento del Regno borbonico. La sfiducia diverrà pressoché totale durante
il soggiorno nella capitale partenopea tra la primavera e l'autunno 1794. A
Napoli s'imbatte in una città in preda alla più forte «agitazione». È l'epoca
della scoperta della congiura giacobina che porta all'arresto e alla condanna
di numerosi patrioti ed esponenti giacobini. Coinvolto è pure l'amico e
concittadino Troiano Odazi (49) che egli considera innocente e spera invano
venga presto scagionato. L'accentuarsi del carattere reazionario della
politica napoletana non determina tuttavia in Delfico, come in altri illuministi,
il passaggio «da regalista in giacobino» (50) o repubblicano, anche perché
egli, a differenza di molti di loro, non vede più nella Francia del '93-'94
concretarsi i suoi ideali riformistici. L'avversione per gli eccessi
rivoluzionari lo porta ad anticipare un modulo storiografico che avrà fortuna
negli anni successivi: la contrapposizione tra una prima fase della
rivoluzione, l'89, con le sue idee di libertà e di uguaglianza, ed una fase
successiva, il '93, caratterizzata da «tanti orrori». Alla fine di
ottobre del 1795 Delfico lascia di nuovo l'Abruzzo per compiere un secondo
viaggio fuori del Regno, dapprima a Roma, restandovi per circa un mese, quindi
in Toscana dove rimane fino alla primavera successiva ed ha modo di rivedere
gli amici Giovanni Fantoni e Giuseppe Micali e legarsi al nobile fiorentino
Neri Corsini e all'uomo di Stato francese André-François Miot (51). A spingerlo
verso il Granducato è una certa simpatia politica per quello Stato, suscitata
dalla mitezza del suo governo e dalla libertà che ancora vi regnava. Ritornato
a Teramo agli inizi di maggio del 1796, lo raggiungono le notizie dell'avanzata
francese in Piemonte e in Lombardia. Nessun dubbio nutre sulle mire
espansionistiche di Napoleone, di cui disapprova non solo le condizioni gravose
imposte alle città occupate, ma anche le innumerevoli requisizioni, ruberie e
saccheggi dei suoi soldati. Nella seconda metà del 1796 si riaccende
nello scrittore teramano l'interesse per la Grande Nation, in quanto vede
delinearsi nella vita politica del Direttorio la possibilità per la Francia di
riprendere e consolidare quel processo di trasformazione avviato negli anni
precedenti la parentesi giacobina; interesse che si manifesta anche attraverso
il desiderio, mai realizzato, di compiere un viaggio transalpino (52). Ciò
nonostante, appare poco probabile una sua partecipazione al concorso indetto
dall'Amministrazione generale della Lombardia il 6 vendemmiaio anno V della
Repubblica francese (27 settembre 1796) sul quesito Quale dei Governi liberi
meglio convenga alla felicità d'Italia, di cui risulterà vincitore il
piacentino Melchiorre Gioia (53). Immutato è invece il giudizio sulla
corte napoletana. Nonostante infatti nel corso del '97 egli accenni ad una
ripresa di dialogo con il governo borbonico (54), non scorge alcun cambiamento
nella sua politica. Sempre più, inoltre, dovrà guardarsi dalla gelosia dei suoi
nemici, soprattutto nel 1798, quando verrà nominato portolano della città di
Teramo, con responsabilità amministrative di rilievo. La situazione si
aggraverà nell'estate di quell'anno, allorché alle trepidazioni per una
probabile invasione straniera si uniranno quelle per il susseguirsi di
infondate accuse di giacobinismo costruite ai suoi danni da parte di anonimi
concittadini. Già nel 1793 era stato costretto a dare formale prova del suo
lealismo monarchico in seguito a delazioni da parte di alcuni «malevoli di
Napoli fra quali il Vescovo in unione colla magistratura» (55). Sempre più si
alimenta il sospetto di una sua cospirazione antimonarchica, tanto che il 27
settembre 1798 è tratto in arresto, nel proprio palazzo, assieme a tutta la
famiglia (56). Liberato l'11 dicembre successivo dall'arrivo a Teramo delle
truppe francesi (57), è dapprima posto a capo della Municipalità della città e
successivamente nominato presidente dell'Amministrazione Centrale dell'Alto
Abruzzo. Il 12 gennaio 1799 è chiamato a presiedere a Pescara il Supremo
Consiglio (58), l'organo politico più importante esistente in Abruzzo, che
avrebbe dovuto fungere da raccordo tra il comando francese e i due nuovi
organismi repubblicani - i Dipartimenti dell'Alto e del Basso Abruzzo - in cui
il generale Duhesme, con il proclama del 28 dicembre 1798, aveva diviso il
territorio regionale. Non vi è dubbio che la collaborazione di Delfico
con i Francesi, per quanto piena e convinta, vada vista come il tentativo di
reinserirsi nel giro di quella politica attiva, nella quale egli da sempre
confida. Tale partecipazione, tuttavia, non segna il passaggio dello scrittore
teramano dalla prospettiva monarchico-riformistica a quella
repubblicano-giacobina (59), dal momento che l'esperienza non provoca quella
vera e propria «lacerazione» e «rottura» nella sua biografia intellettuale che
è stata riscontrata invece nei riformisti meridionali passati alla rivoluzione
(60). Tensioni ideali e finalità pratiche continuano ad essere, anche durante
la parentesi repubblicana, le stesse che lo hanno animato in tante battaglie
del passato. Persino il Piano di una amministrazione provvisoria di giustizia pei
Tribunali dei Dipartimenti e Giudici dei Cantoni (61) del 24 piovoso anno VII
(12 febbraio 1799), l'atto legislativo più importante del Consiglio Supremo
pescarese col quale viene introdotto un nuovo ordinamento giudiziario e in cui
maggiore è l'istanza egualitaria, non sembra discostarsi da certi suoi principi
e aspirazioni precedentemente espressi. Il Piano, che si inserisce fra i
provvedimenti di riforma del sistema giudiziario adottati dalla Repubblica
napoletana, sanciva, in nome delle idee di libertà e di eguaglianza, il
decentramento dell'autorità giudiziaria, prevedendo un giudice per ogni
capoluogo di cantone e un tribunale per ogni capoluogo di dipartimento;
l'amministrazione gratuita della giustizia e la corresponsione di uno stipendio
ai giudici e a tutti coloro che collaboravano all'attività giudiziaria;
l'assistenza gratuita ai poveri; la «prontezza» e «l'imparzialità» dei giudici
nell'applicazione delle norme; l'abolizione della carcerazione per debiti, a
meno che non venisse provata la «frode» del debitore; il controllo
dell'attività giudiziaria nonché la possibilità di ricorrere in appello.
Volentieri egli si sarebbe portato nella capitale partenopea dove, il 23
gennaio 1799, era stato nominato membro del Governo Provvisorio dal comandante
in capo Championnet. Ma a Napoli Delfico non potrà recarsi mai a causa delle
insorgenze antifrancesi. Di qui il rammarico per non poter partecipare
all'attività legislativa del Governo Provvisorio a cui muove l'accusa di aver
non solo «abbandonato» ma addirittura «obliato» le province abruzzesi,
lasciando che ovunque si verificassero «le più ferali tragedie» ad opera di
briganti e di scorribande antifrancesi (62). Non è da escludere a questo punto
che proprio durante il periodo pescarese Delfico abbia elaborato, secondo una
prassi piuttosto diffusa in Italia nel triennio rivoluzionario, una Tavola dei
Dritti e dei Doveri dell'uomo e del Cittadino (63). Il testo, che si ispira
alle Dichiarazioni francesi dei diritti del 1789, del 1793 e del 1795, proclama
l'uguaglianza davanti alla legge; riconosce i diritti inalienabili di libertà,
sicurezza, proprietà, resistenza all'oppressione e i doveri inviolabili di
subordinazione, benevolenza, giustizia e obbedienza alle leggi. Fa risiedere la
sovranità nella Nazione, cui spetta, attraverso i suoi rappresentanti, emanare
le leggi, stabilire le imposizioni, cambiare la costituzione e il governo.
Ammette la possibilità di armarsi contro ogni forma di manifesta violenza e di
tirannia e non esclude il ricorso all'insurrezione, ma solo in casi estremi,
mentre condanna le rivolte e i perturbatori dell'ordine pubblico, per odio
forse delle sommosse che si stavano verificando agli inizi del '99 e di
quanti sobillavano le masse contro le nuove istituzioni. Il 28 aprile
1799, di fronte al crescente stato di abbandono delle province abruzzesi e alla
partenza dei Francesi da Teramo, Delfico preferisce, prima ancora della caduta
della Repubblica napoletana, lasciare Pescara e sotto il falso nome di Carlo
Cauti riparare via mare nelle Marche, per poi raggiungere nel settembre
successivo San Marino (64). Nella piccola Repubblica rimarrà fino al 1806,
quando Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Napoli, in giugno lo chiamerà al suo
fianco con la carica di consigliere di Stato. Durante il soggiorno
sammarinese Delfico si interrogherà a lungo sulla «tempestosa crisi» di fine
secolo di cui, come Cuoco (65), critica l'«immatura ed intempestiva»
manifestazione, come pure il metodo rivoluzionario, ritenuto «distruttivo»
(66). La confusione dei princìpi, l'eccesso di passioni assieme a mal fondati
calcoli avevano fatto nascere delle idee politiche così «mostruose» che per i
loro intrinseci difetti non avevano potuto a lungo sopravvivere. Fu la Francia,
afferma, a far sorgere dei canoni politici «falsi e irregolari». L'Italia,
«abbagliata ed attonita - scrive - non ebbe tempo a riflettere, che le confuse
proclamazioni di libertà, benché le provenissero da quella nazione che aveva
prodotti i più grandi filosofi politici del secolo, Montesquieu, Rousseau,
Sieyès, pure non aveva mai essa veduta la libertà in propria casa, mai ne aveva
avuta la pratica né la finezza del senso e il gusto per conoscerla, così non
poteva avere le forze intellettuali e le qualità morali per effettuare una tale
palingenesia» (67). Dal ripensamento della vicenda rivoluzionaria Delfico
trae l'indicazione della necessità di un recupero della tradizione storica
nazionale: «Se si fosse consultata la storia d'Italia con qualche diligenza, si
sarebbe trovato, che lo spirito di ragione e di moderazione fece dell'Italia il
soggiorno o la sede della libertà nei secoli più remoti» (68). A questo senso
di moderazione l'Italia deve continuamente richiamarsi e gli eventi recenti ed
i fatti antichi devono persuaderla, che non vi è altro mezzo alla sua
tranquillità e alla sua felicità. La critica delficina dell'esperienza
rivoluzionaria si risolve, in definitiva, nella ricerca di una linea politica
saggia e realistica che non miri alle magiche trasformazioni ma proceda per
«proporzionate graduazioni» alla realizzazione di un programma costituzionale a
cui è lecito aspirare. Tutta l'attenzione è rivolta alla individuazione di modi
civili più adatti e convenienti all'umana convivenza i quali, più che nelle
forme politiche stereotipe, egli ritiene realizzabili, riprendendo una
definizione vichiana, nei governi umani, di cui proprio il piccolo Stato di San
Marino, nonostante il suo processo di incivilimento avesse subìto arresti ed
involuzioni, rappresentava un modello politico reale che, in modo non
utopistico, «mostrava non essere impossibile alla specie umana una tal forma di
società» (69). Dalla piccola Repubblica Delfico uscirà diverse volte per
riordinare la biblioteca pubblica della vicina Rimini, dove trascorrerà alcuni
mesi nella casa del marchese Giovanni Maria Belmonte, la cui amicizia risaliva
al 1784, o per andare a Bologna dal suo amico Alberto Fortis, in quel tempo
prefetto della biblioteca nazionale della città. Da gennaio ad aprile del 1803
soggiornerà ad Ascoli Piceno dal fratello Giamberardino. Nel 1804 si porterà a
Milano per seguire la stampa del suo libro sulla storia di San Marino. Nel
capoluogo lombardo, dove sarà l'ispiratore della ristampa dei Principj della
legislazione universale di Georg Ludwig Schmidt d'Avenstein, rivedrà Vincenzo
Cuoco e stringerà nuove amicizie, tra cui quelle con Giuseppe Bossi, Pietro
Custodi e Francesco Saverio Salfi. Ma, soprattutto, si legherà a Gian Giacomo
Trivulzio, a Leopoldo Cicognara, grazie al quale entrerà in contatto con il
celebre scultore Antonio Canova, e a sua moglie Massimiliana Cislago, donna
assai colta e amica di Melchiorre Cesarotti, con il quale resterà, come con gli
altri, in corrispondenza. Infine, dall'autunno all'inverno di quello stesso
anno si fermerà di nuovo ad Ascoli, da suo fratello. È, quello
sammarinese, un periodo in cui Delfico, fuori dalla vita politica attiva,
riprende gli studi e pubblica le Memorie storiche della Repubblica di S. Marino
e l'opera sua più famosa, Pensieri su l'istoria e sull'incertezza ed inutilità
della medesima che, usciti a Forlì nel 1808, vedono in poco tempo altre due
edizioni (70). Lo studio della storia in stretta relazione con la realtà
presente, già ricorrente negli scritti giovanili, trova nelle Memorie storiche
diretta applicazione. Nonostante, infatti, l'Autore dichiari, nelle battute
iniziali della prefazione, di non essere nell'opinione di coloro i quali
riguardano la storia come «maestra della vita e dispensatrice della civile
sapienza» (71), in realtà poi egli, attraverso una ricerca diligente e vasta,
scrive una vera storia. In essa indaga le ragioni del «mito» di San Marino, di
come cioè un piccolo stato abbia mantenuto nel tempo la propria libertas e
serbato l'antica e prediletta forma repubblicana, tanto da assurgere a modello
politico agli inizi del Seicento con Traiano Boccalini, Lodovico Zuccolo e
Matteo Valli. Sotto tale aspetto dunque scrivere la storia della piccola
Repubblica era tutt'altro che inutile, perché essa avrebbe mostrato le vicende
di un popolo che poteva costituire «un esempio degno d'imitazione» (72). Questa
«rivalutazione» dell'esperienza storica (73) appare quanto meno strana in un
pensatore considerato da alcuni l'espressione più radicale dell'antistoricismo
italiano (74). Nei Pensieri Delfico affronta il problema della conoscenza
storica in tutta la sua interezza ed estensione, per stabilire «se la scienza
di ciò che fu, debba preferirsi a quella dell'esistenza» (75). Con quest'opera
esprime l'esigenza, già manifestata nell'Elogio al Grimaldi, di una storia utile,
che indaghi e interroghi il passato in funzione del presente. Ma perché questo
avvenga è necessario ideare un nuovo modo di fare storia. Alla tradizione
storiografica, infatti, egli rimprovera l'uso di sistemi metodologici
inadeguati e parziali che sarebbe la causa della mancata conoscenza del
passato. Come e più di Fontenelle, Voltaire, d'Alembert, Rousseau, Condorcet,
Volney, delle cui Leçons d'histoire (76) risente la stesura dei Pensieri (77),
nega che le ricostruzioni dei fatti fino ad allora condotte siano state in
grado di riprodurre fedelmente la verità storica. E se priva di certezza, la
storia non presenta alcuna vera utilità per il genere umano. Egli si pone
principalmente il problema della manière d'écrire l'histoire, proprio della
storiografia illuministica. A tal fine, denuncia deficienze e manchevolezze che
ancora permangono negli studi storici e lamenta che la proliferazione
incontrollata degli stessi abbia dato luogo ad una loro stagnazione piuttosto
che a un ripensamento critico dei principi e dei criteri della pratica
storiografica. Occorre distogliere l'analisi storica dal proporre il «secco e
nudo racconto» di pochi avvenimenti, per indurla a valutare le circostanze nel
loro complesso, ad indicare i rapporti che intercorrono tra gli effetti e le
loro cause. Essa dovrebbe consistere in un'esposizione analitica di fatti gli
uni dipendenti dagli altri, per scorgere come dai primi e più semplici siamo
gradatamente giunti alle attuali positive cognizioni, di modo che «mostrandoci
i due estremi c'indicherebbe più facilmente la strada da percorrere, per andare
in cerca delle altre verità desiderose di venire alla luce» (78). Così
concepita, l'indagine storica permetterebbe di recuperare positivamente
l'eredità del passato, che cesserebbe di appartenere alla memoria per divenire
una componente integrante del processo storico contemporaneo. Una convinzione,
questa, che trova conferma in un successivo scritto delficino del 1824,
Discorso preliminare su le origini italiche (79), in cui viene ribadita
l'opportunità di interrogare il passato e «registrare i fatti del tempo» in
funzione dei bisogni presenti. Quest'azione di cerniera tra il tempo andato e
quello avvenire rappresenta l'aspetto più interessante della storia. Essa la
pone su un piano di parità con le altre scienze a cui l'accomuna il merito di
protendere al miglioramento fisico e morale dell'uomo. Ma perché la ricerca
storica possa adempiere a queste funzioni conoscitive si richiede che essa sia
«qual non esiste», cioè una disciplina nuova, ancora intentata, che Delfico
chiama anche «storia delle scienze». Le cognizioni storiche perdono allora il
carattere di sterile nozionismo, che hanno sempre avuto, e acquistano un valore
intrinseco: «Sobriamente conoscendo quel che fu», afferma a conclusione della
sua opera, «potremo facilitarci la strada a saper ampiamente quel che è»
(80). Un atteggiamento polemico egli assume anche nei confronti delle
mitologie la cui origine sarebbe dovuta a superstizione, ad ignoranza o ad
incapacità di fornire una spiegazione razionale a fenomeni naturali. È il caso
degli incantatori di serpenti e del loro presunto potere antiofidico, contro
cui egli insorge in una Lettera di poche pagine, senza titolo, inserita a guisa
di nota nel VI tomo degli Annali del Regno di Napoli di Francescantonio
Grimaldi (81) e rimasta a lungo sconosciuta agli studiosi (82). La
dissertazione, che si colloca nel filone della letteratura illuministica di
confutazione delle superstizioni, è una dura requisitoria contro gli
«impostori» serpari, i quali spacciano per miracoli e portenti ciò che in
realtà non avrebbe nulla di prestigioso ma sarebbe solo il risultato o di una
conoscenza particolare delle caratteristiche dei serpenti o di effetti
naturali. Una diversa considerazione, invece, egli ha dei cosiddetti
«favoleggiatori». Come il «virtuoso» Socrate e il «divino» Platone, Delfico
tiene in grande considerazione il racconto allegorico. Quando ancora lo spirito
umano, afferma nel Discorso sulle favole esopiane del 1792 (83), non aveva
maturato le sensazioni e le esperienze necessarie per poter generalizzare le
idee ed esprimerle con precisione e proprietà di linguaggio, fu naturale che i
primi pensieri morali, il sentimento di giustizia, le nozioni di bene e di male
e molti altri concetti fossero acquisiti attraverso gli apologhi, che divennero
così «la morale dell'infanzia dell'umanità». La loro utilità non verrebbe meno
neppure nei tempi moderni dal momento che gli apologhi, se convenientemente
scelti, possono giovare non soltanto ai giovani ma anche a quella parte del
popolo che, ancora vittima dell'«errore» e del «pregiudizio», si trova in uno
stato «più infelice» (84) di quello dei secoli remoti. Il ritorno a
Napoli dei Francesi, nel febbraio del 1806, viene salutato come l'inizio di una
nuova stagione politica. Esso rappresenta per lo scrittore teramano
quell'inversione di rotta che «era ormai tempo che si facesse» (85) e che lo
induce a riportarsi, nel giugno di quell'anno, dopo sette anni di esilio
sammarinese, nella capitale partenopea dove farà parte, per quasi un decennio,
della nuova amministrazione francese. Nell'età napoleonica egli intravede la
possibilità di un recupero di quello «spirito di ragione e di moderazione», a
cui riteneva necessario ricondurre la politica dopo la crisi di fine secolo e
che costituiva l'unica via possibile di sviluppo, sia contro gli eccessi dei
rivoluzionari, sia contro le intemperanze dei reazionari. Nominato da
Giuseppe Bonaparte consigliere di Stato (3 giugno 1806), Delfico viene
assegnato alla sezione delle Finanze, per poi passare nel 1809 alla presidenza
della sezione dell'Interno, divenendo uno dei quattro presidenti del Consiglio
di Stato. Regge più volte ad interim il ministero dell'Interno, facendo parte
delle Commissioni per le lauree, per le pensioni, per le riforme del Codice
civile, per la procedura delle cause feudali in Cassazione, per la riforma
della pubblica istruzione, per la ripartizione dei demani, per la vendita dei
beni dello Stato. Presidente della Commissione degli Archivi generali del
Regno, nominato commendatore dell'ordine delle Due Sicilie, nel 1815 viene
insignito da Gioacchino Murat del titolo di Barone (86). I numerosi
incarichi di responsabilità non lo distolgono dalla tensione intellettuale,
tutta incentrata sullo studio della fisiologia e di altre fisiche cognizioni.
Evidente appare il suo debito nei confronti di Pierre-Jean-Georges Cabanis
(1757-1808), sostenitore della sensibilità fisica quale fondamento
dell'attività umana. Delle teorie dei Rapports du physique et du moral de
l'homme (1802), l'opera più importante del filosofo francese, risentono
soprattutto le Ricerche su la sensibilità imitativa considerata come il
principio fisico della sociabilità della specie e del civilizzamento dei popoli
e delle Nazioni del 1813 (87) e la Memoria su la perfettibilità organica
considerata come il principio fisico dell'educazione con alcune vedute sulla
medesima del 1814, cui segue, l'anno successivo, la Seconda memoria (88). Del
1818 sono, infine, le Nuove ricerche sul Bello (89), pubblicate a Napoli da
Agnello Nobile. Con la restaurazione dei Borboni, nel 1815, Delfico
dirada il suo impegno nella vita politica. Ciò nonostante, all'indomani dello
scoppio insurrezionale del 1820, Ferdinando I gli affida l'incarico di tradurre
la Costituzione spagnola del 1812 e subito dopo, il 9 luglio 1820, lo nomina
(assieme ad altri 14) membro della Giunta provvisoria di governo, chiamata a
sostituire il Parlamento fino al suo insediamento. Successivamente sarà uno
degli 89 deputati di quel Parlamento che, costituitosi il 1° ottobre 1820,
vivrà solo fino al marzo 1821, quando Ferdinando I chiederà l'intervento
austriaco per porre fine all'esperienza costituzionale e dar vita ad un nuovo
governo reazionario. Deluso, decide di allontanarsi definitivamente dagli
ambienti governativi. Dopo il crollo del dominio francese in Italia, egli
teme non soltanto la rivalsa delle forze reazionarie ma anche (soprattutto) che
si interrompa quel processo di sviluppo economico e di trasformazione sociale,
avviato dai Napoleonidi (90), che lentamente stava facendo risorgere il Paese.
Nell'azione di ripristino dell'antico, che si svolge all'insegna della
ricomposizione della vecchia alleanza tra trono e altare, il Teramano vede
profilarsi la minaccia di rendere il mondo «stazionario» se non addirittura di
farlo a grandi passi o salti «retrogradare». Un'ipotesi resa, a suo avviso,
ancora più probabile da letture ideologicamente distorte di grandi autori, non
ultimo Niccolò Machiavelli, che alimentano l'esistenza di pregiudizi dei quali
ci si serve per sostenere fini politici particolari. Questo clima è per Delfico
l'occasione (o forse soltanto il pretesto) per una rilettura del «gran politico
pensatore», di cui in gioventù aveva subìto qualche influenza. Scrive così, agli
inizi degli anni venti dell'Ottocento, le Osservazioni sopra alcune dottrine
politiche del Segretario fiorentino (91), nate dall'esigenza di confrontarsi
con Machiavelli intorno ad alcuni temi, come la religione, la libertà, il
problema costituzionale, l'uguaglianza, per smascherare alcuni pregiudizi che
si sarebbero formati sotto la sua «potente autorità» (92), senza tuttavia
tralasciare alcune sue verità che potrebbero risultare ancora utili per le
civili società. Da questo confronto fuoriescono talora divergenze più o meno
accentuate o giudizi critici, ma anche affinità e valutazioni positive.
Dell'«illustre autore» Delfico sottolinea il realismo politico e l'aderenza
alla realtà effettuale. Egli guarda il Principe non come un'astratta speculazione
politica, bensì come uno scritto d'occasione contenente una particolare
proposta operativa, in relazione ad un obiettivo politico contingente, qual è
la rigenerazione dell'Italia. Senza farne a tutti i costi un precorritore del
Risorgimento o un assertore dell'unità nazionale, secondo un'interpretazione
del Fiorentino allora assai diffusa, egli ammira in lui la «viva passione», la
disperata ricerca di soluzioni politiche capaci di porre fine alla grave crisi
della società italiana del Cinquecento. Ma la condizione di immobilismo e di
decadenza politica e civile dell'Italia, per la quale Machiavelli suggerisce la
soluzione del Valentino quale liberatore degli Stati italiani, non porta lo
scrittore teramano a condividere interamente tutte le tesi del Segretario fiorentino:
«Se si possono giustificare le sue intenzioni, e la persona» afferma «questo
non vale per le sue dottrine» (93). Infatti, se da un lato egli comprende le
preoccupazioni di Machiavelli e fa proprie le sue speranze di una prossima
rigenerazione, attuabile quest'ultima solo attraverso mezzi eccezionali,
dall'altro manifesta più di una perplessità di fronte al suo realismo politico,
non riuscendo di fatto ad accettare la dissociazione machiavelliana tra etica e
politica e il principio che «per regnar tutto lice» (94). Divergenze
emergono anche dal tentativo che Delfico in seguito compie di ricondurre il
pensiero machiavelliano ai tempi presenti per poi valutarlo sulla base delle
proprie convinzioni ed esperienze storiche, politiche e culturali maturate tra
il XVIII e il XIX secolo. Molte sono tuttavia le idee del Fiorentino che
considera ancora valide e attuali, come l'identificazione dell'origine dei
conflitti sociali con l'ineguaglianza giuridica ed economica, l'assoluta
inconciliabilità tra gli «umori» del popolo e quelli dei grandi (95) o la
condanna del ruolo antisociale dei «gentiluomini», di quegli uomini cioè che,
«oziosi», vivono dei proventi dei loro ingenti possedimenti (96). Ma,
soprattutto, riconosce a Machiavelli il merito di aver legato la «questione
militare» alla «questione politica», di aver ritenuto la soluzione dell'una
imprescindibile da quella dell'altra. Tale correlazione presuppone ed implica
un nuovo rapporto tra governanti e governati basato sul reciproco impegno, da
parte del popolo, di assicurare la propria «affezione» allo Stato, così da
garantirgli una maggiore stabilità; da parte dei governi, di soddisfare le
aspirazioni dei sudditi, migliorandone le condizioni. Lo sviluppo di questo
vincolo, che con assoluta originalità Delfico fa derivare dal nesso tra
dimensione militare e dialettica politica, è concepito all'interno di una
monarchia costituzionale, considerata la forma più «conveniente all'Umanità ed
ai veri bisogni sociali», la giusta soluzione tra rivoluzione e reazione.
L'emanazione di una carta costituzionale, di cui aveva manifestato l'esigenza
sin dai primi anni della rivoluzione francese, risponde soprattutto
all'esigenza di assicurare l'uguaglianza politica e la tutela dei diritti
individuali dei cittadini, garantendo loro la sicurezza reale e
personale. Nel maggio del 1822 Delfico torna a Teramo, ma nell'autunno
successivo si reca di nuovo a Napoli dove rimane per alcuni mesi, fino alla
primavera del 1823, quando lascia la Capitale per non farvi più ritorno. Nel
capoluogo abruzzese, dove trascorre il resto della sua vita, senza mai più
allontanarsi, l'anziano scrittore continua a studiare e a scrivere. Fra i
lavori di questi anni (alcuni dei quali ancora inediti e, di questi, molti non
terminati o soltanto abbozzati e frammentari) ricordiamo la memoria Della
importanza di far precedere le cognizioni fisiologiche allo studio della
filosofia intellettuale del 1823 (97), in cui ribadisce la sua concezione
materialistica della conoscenza e concepisce la ragione come strumento critico
e operativo, che non deve tuttavia ostinarsi ad indagare l'essenza delle cose e
tutto ciò che non può realmente conoscere ma rivolgersi alle cose utili e
necessarie al benessere e alla felicità del genere umano, e gli scritti sulla
numismatica pubblicati a Teramo dai tipi Ubaldo Angeletti nel 1824 con il
titolo Della antica Numismatica della città di Atri nel Piceno con un discorso
preliminare su le origini italiche (98). Non verrà meno neppure il suo
impegno riformatore che lo porterà ad interessarsi di Pescara in due scritti,
dal titolo Fiera franca in Pescara del 1823 e Breve cenno sul progetto di un
porto da costruirsi alla foce del fiume Pescara del 27 aprile 1825 (99), con i
quali si prefigge di rivitalizzare le attività produttive in questa zona ancora
poco sviluppata del Regno. Decisivo gli appare a tal proposito un rilancio del
commercio, considerato «la sola sorgente inesausta della ricchezza e floridezza
delle Provincie» (100), non senza però aver prima creato le condizioni e le strutture
necessarie per facilitarlo. Una di queste potrebbe essere la realizzazione di
un grande emporio o fiera franca, che non solo ridurrebbe sensibilmente le
frodi e il contrabbando, ma assicurerebbe un notevole afflusso di merci, di
provenienza anche straniera, senza l'imposizione di alcun dazio di
importazione, che eviterebbe ai negozianti, ai mercanti e a molti proprietari
abruzzesi di rivolgersi, non senza grave danno, ai mercati dello Stato
pontificio di Fermo, di Ascoli o a quello più grande e lontano di Senigallia.
Tutto ciò non farebbe che ripercuotersi favorevolmente sul commercio che
potrebbe così finalmente «divenir attivo» (101) e moltiplicare i capitali e far
nascere nuove attività economiche o migliorare e accrescere quelle esistenti.
La creazione di uno moderno scalo marittimo alla foce del fiume Pescara
costituisce l'oggetto della riflessione che Delfico conduce nel Breve cenno.
L'idea che il «mare anziché separare riavvicini le Nazioni fra loro» (102),
permettendo infinite comunicazioni tra i popoli, costituisce la determinazione
dalla quale lo scrittore teramano muove per sostenere l'utilità che la
creazione di un porto sicuro per i naviganti rivestirebbe per l'incremento del
commercio e per lo sviluppo economico in generale. La scelta di Pescara quale
centro di scalo portuale trova giustificazione nel fatto di avere la cittadina
adriatica il fiume con la foce più ampia e di essere «punto centrale nel
litorale degli Abruzzi», crocevia delle tre principali strade, l'una diretta
verso Napoli, le altre, entrambe costiere, in direzione la prima verso lo stato
pontificio, la seconda verso le province meridionali. Non solo, ma sarebbe
anche l'unico porto ad avvalersi di una «piazza forte» che renderebbe sicuro il
trasporto e la conservazione delle merci. Così il porto di Pescara potrebbe
riacquistare quell'importanza che aveva avuto un tempo quando era conosciuto
con il nome di Ostia Aterni e gli imperatori romani vi avevano fatto confluire
le tre strade, la Claudia, la Flaminia e la Frentana per agevolarne gli scambi
commerciali (103). A metà degli anni Venti un libro anonimo, dal titolo
La vérité sur les cent jours, principalement par rapport à la renaissance
projetée de l'Empire Romain, par un Citoyen de la Corse (H. Tarlier, Bruxelles 1825),
di cui uscirà nel 1829 una traduzione italiana incompleta dal titolo Delle
cause italiane nell'evasione dell'imperatore Napoleone dall'Elba, con la falsa
indicazione del luogo e dell'editore del testo originale, riferisce di una
congiura che sarebbe stata ordita nel 1814 da alcuni italiani per affidare la
corona d'Italia a Napoleone Bonaparte. Dei presunti cospiratori, rimasti
anonimi nel libro, l'Autore fa il nome soltanto del conte Luigi Corvetto
(1756-1821), «justement regardé comme un des meilleurs jurisconsultes de Gênes»
e di Melchiorre Delfico, «un des hommes les plus vertueux de l'Italie»,
ritenendoli, erroneamente, entrambi deceduti. Al Teramano viene anche
attribuita la stesura di un Rapport adressé à S. M. l'empereur Napoléon à l'île
d'Elbe, par le principal émissaire en Italie, datato Napoli 14 ottobre 1814
(104), sulle condizioni politiche e morali dei vari Stati italiani, che sarebbe
dovuto servire all'imperatore francese per meglio valutare le possibilità di
successo dell'impresa. Ma nessuna conferma in proposito è mai venuta dalle
carte delficine, né da successive ricerche, per cui ancora oggi l'ipotesi di
una partecipazione del Nostro al progetto resta legata a quest'unica
notizia. Nel 1829 Delfico pubblica la lettera Della preferenza de'
sessi (105) alla contessa Chiara Mucciarelli Simonetti in cui riprende i temi
della condizione ed emancipazione della donna affrontati in gioventù nel Saggio
filosofico sul matrimonio. Trascorre gli ultimi anni della vita continuando a
coltivare i suoi interessi intellettuali. A questo periodo risalgono i suoi
studi sulla scienza medica testimoniati da numerose pagine, ancora inedite,
conservate presso il «Fondo Delfico» della Biblioteca Provinciale di Teramo, e
la stesura di alcuni manoscritti di cui uno dal titolo Sugli antichi confini
del Regno e un altro dal titolo Sull'origine e i progressi delle Società civili
che invia al marchese aquilano Luigi Dragonetti, il quale ne caldeggia la
pubblicazione, ma invano perché il suo autore intende «rivederlo» (106). Nel
1832 riceve la visita di Ferdinando II, in giro per le regioni del Regno, e
viene insignito, l'anno successivo, dell'onorificenza di Commendatore
dell'Ordine di Francesco I. Nel capoluogo abruzzese Delfico muore il 21 giugno
1835. Dopo la notorietà di cui aveva goduto in vita, alla sua morte
Delfico cade in un lungo e ingiustificato oblio. Uscito grazie a Giovanni
Gentile (107) dal ristretto ambito locale, che lo aveva reso per tutto
l'Ottocento un autore sostanzialmente sconosciuto, e proiettato in una
dimensione più ampia, nazionale, Delfico è oggetto di una diversa
considerazione a partire dal secondo dopoguerra. Una rivalutazione che si
determina in coincidenza con il rinnovato interesse storiografico per la
cultura e la storia del Settecento e, in particolare, per alcune esperienze
intellettuali e politiche significative dell'illuminismo italiano (108). Merito
di questa storiografia è quello di aver ricondotto e legato il riformismo
delficino all'esperienza e al fervore culturale del movimento riformatore
napoletano della seconda metà del XVIII secolo. Una lettura che ha privilegiato
il Delfico «riformatore», la sua fase riformistica, contrapponendosi alle
rivisitazioni critiche precedenti, sia della storiografia neoidealistica che
del ventennio fascista (109). Di recente, nuove linee interpretative stanno
approfondendo altre fasi fondamentali della biografia intellettuale di
Melchiorre Delfico (alcune delle quali scarsamente scandagliate), come quella
relativa al decennio rivoluzionario 1789-1799 o quelle che contrassegnano la
sua evoluzione, agli inizi dell'Ottocento e durante gli anni della
Restaurazione, da riformatore nutrito dell'illuminismo napoletano a filosofo
della storia e della politica. (1) Era nato il 1° agosto 1744 in un
paesino vicino Teramo, Leognano, dove i genitori, Berardo e Margherita Civico,
si erano rifugiati durante l'invasione austriaca del Regno di Napoli. Morirà a
Teramo il 21 giugno 1835, all'età di novantun anni. Per le notizie biografiche,
la migliore fonte resta quella del nipote G. De Filippis-Delfico, Della vita e
delle opere di Melchiorre Delfico. Libri due, Angeletti, Teramo 1836,
arricchita di un'elencazione degli scritti editi ed inediti del Nostro (alcuni
dei quali successivamente pubblicati), nonché di quelli non terminati e dei
frammenti. Rimasta incompiuta, l'opera continuò sul «Giornale abruzzese di
scienze lettere e arti», a. col titolo
Notizie intorno alle opinioni filosofiche ed alle opere di Melchiorre Delfico
e, sempre sulla stessa rivista, col titolo Notizie sulla vita e sulle opere di
Melchiorre Delfico. (2) Molti degli amici e dei discepoli del Genovesi
furono abruzzesi. Fra loro ricordiamo, oltre ai fratelli Giamberardino,
Gianfilippo e Melchiorre Delfico, il teatino Romualdo de Sterlich, Tommaso
Maria Verri di Archi, Giuseppe De Sanctis di Penne, l'aquilano Giacinto
Dragonetti, Giovanni Alò di Roccaraso, il teramano Giammichele Thaulero e
Troiano Odazi di Atri, che nel 1781 successe al Maestro nella cattedra di
economia. Sulla presenza anche in Abruzzo di quello che è stato definito il
«partito genovesiano», cfr. G. De Lucia, Abruzzo borbonico. Cultura,
società, economia tra Sette e Ottocento, Cannarsa, Vasto 1984, pp. 23-31 e
46-49; U. Russo, Studi sul Settecento in Abruzzo, Solfanelli, Chieti
1990, pp. 25-31 e 53-63. (3) F. Diaz, Dal movimento dei lumi al movimento
dei popoli, Il Mulino, Bologna 1986, p. 317. (4) Sul riformismo
borbonico, cfr. F. Valsecchi, Il riformismo borbonico in Italia, Bonacci, Roma
1990, pp. 103-155; I Borbone di Napoli e i Borbone di Spagna, a cura di
M. Di Pinto, Guida, Napoli 1985, vol. I; E. Chiosi, Il Regno dal 1734 al 1799,
in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, t. II, Il Regno dagli Angioini ai Borboni,
Edizioni del Sole, Roma 1986, pp. 373-467, e la sintesi di a. M. Rao, Il
riformismo borbonico a Napoli, in Storia della società italiana, vol. 12, Il
secolo dei lumi e delle riforme, Teti, Milano e la ricca bibliografia in essa
contenuta. (5) Lo scritto, dedicato a Bartolomeo Intieri e pubblicato
assieme al Ragionamento sopra i mezzi più necessari per far rifiorire
l'agricoltura dell'abate Ubaldo Montelatici colla Relazione dell'erba orobanche
detta volgarmente succiamele e del modo di estirparla di Pier-Antonio Micheli,
uscì a Napoli nel 1753. (6) A. Genovesi, Lettere accademiche su la
questione se sieno più felici gl'ignoranti che gli scienziati (Napoli 1764),
Lettera XI, in Autobiografia, lettere e altri scritti, a cura di G. Savarese,
Feltrinelli, Milano 1962, p. 497. (7) Per una valutazione dell'influenza
di Pietro Giannone sulla cultura napoletana del XVIII secolo oltre al lavoro
sempre valido di L. Marini, Pietro Giannone e il giannonismo a Napoli nel
Settecento. Lo svolgimento della coscienza politica del ceto intellettuale del
regno, Laterza, Bari 1950, cfr. G. Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa
di Pietro Giannone, Ricciardi, Milano-Napoli 1970; Pietro Giannone e il suo
tempo, a cura di R. Ajello, Jovene, Napoli 1980, 2 voll., sp. il contributo di
E. Chiosi, La tradizione giannoniana nella seconda metà del Settecento, vol.
II, pp. 744-780. (8) Sulla posizione di Genovesi nei confronti
dell'autorità temporale e dottrinale della Chiesa, cfr. E. Pii, Antonio
Genovesi. Dalla politica economica alla «politica civile», Olschki, Firenze
1984, p. 158 sgg.; G. Galasso, La filosofia in soccorso de' governi. La cultura
napoletana del Settecento, Guida, Napoli 1989, p. 383 sgg. (9) Le due
Memorie, dal titolo Intorno a' dritti sovrani di Napoli sulla città di
Benevento e Saggio istorico delle ragioni dei Sovrani di Napoli sopra la città
d'Ascoli d'Abruzzo oggi nella Marca, furono commissionate a Delfico
dall'avvocato della Corona Ferdinando De Leon. Della prima, tuttora inedita,
esiste una copia autografa presso l'Archivio di Stato di Teramo, «Fondo
Delfico», b. 16, fasc. 178, dal titolo Del territorio beneventano. La seconda,
invece, fu pubblicata la prima volta su «La Rivista abruzzese di scienze e
lettere» nel 1890 (a. V, fasc. I, pp. 22-30; fasc. III-IV, pp. 142-168; fasc.
V-VI, pp. 2), preceduta dalle Notizie di L. Volpicella sulle vicende del
manoscritto. Il Saggio istorico è stato riedito nelle Opere complete, vol. III,
Fabbri, Teramo 1903, pp. 9-80. La raccolta, che non esaurisce tutti gli scritti
delficini (alcuni dei quali pubblicati successivamente, altri ancora inediti),
esce a Teramo dal 1901 al 1904, in quattro volumi, a cura di G. Pannella e L.
Savorini. (10) M. Delfico, Del territorio beneventano, cit., p. 17.
(11) F. Venturi, Introduzione ai Riformatori napoletani, t. V degli Illuministi
italiani, Ricciardi, Milano-Napoli G. De Filippis-Delfico, Della vita e delle
opere di Melchiorre Delfico, cit., p. 11. (13) M. Delfico, Memoria
autobiografica, inedita, conservata presso la Biblioteca Provinciale di Teramo,
fondo «Manoscritti Delfico», Misc. 3, n. 846. (14) M. Delfico, Saggio
filosofico sul matrimonio, in Opere complete, cit., vol. III, p.
126. (15) A. Garosci, San Marino. Mito e storiografia tra i libertini e
il Carducci, Edizioni di Comunità, Milano
(16) Lettera di Delfico a Luigi Dragonetti del 10 luglio 1826, in
Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, a
cura del marchese G. Dragonetti suo figlio, Uffizio della Rassegna Nazionale,
Firenze La lettera è stata riedita nelle Opere complete, M. Delfico, Indizi di
morale, in Opere complete, Sull'ambiguità concettuale di tale espressione cfr.
M. Bazzoli, Il pensiero politico dell'assolutismo illuminato, La Nuova Italia,
Firenze, Guerci, L'Europa del Settecento. Permanenze e mutamenti, Pomba, Torino
1988, pp. 501-508. (19) M. Delfico, Indizi di morale, cit., (20) Ivi, p. 47. (21) Per una
ricostruzione dell'intera vicenda rinvio a V. Clemente, Rinascenza teramana e
riformismo napoletano (1777-1798). L'attività di Melchiorre Delfico presso il
Consiglio delle Finanze, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1981, pp.
71-85. (22) L'espressione è ricorrente nella Relazione di Mons. Luigi
Pirelli alla Sacra Congregazione del Concilio del 14 febbraio 1778, in V.
Clemente, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., pp. 86-99.
(23) Cfr. M. Delfico, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, in
Opere complete, F. Venturi, Nota introduttiva (a M. Delfico), in Riformatori
napoletani, cit., p. 1168. (25) Favorevole nel 1783 ad un più moderno sviluppo
dell'attività risiera per una ripresa economica della sua provincia, Delfico
assumerà alcuni anni più tardi un atteggiamento decisamente contrario alla
risicoltura. Su tale mutamento, cfr. V. Clemente, Cronache della
defeudalizzazione in provincia di Teramo: le risaie atriane in «Itinerari», M.
Delfico, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, presso Vincenzo
Orsino, Napoli 1784, in Opere complete, cit., vol. III, pp. 222-260. (27)
Delfico ammira soprattutto la Vita di Ansaldo Grimaldi (Napoli 1769), poiché in
essa l'Autore era riuscito a saldare la vicenda dell'uomo di Stato genovese con
la storia politica dello Stato stesso e a far vedere come la mancanza di
costituzioni e di leggi fondamentali tenesse lo Stato «in continua rivoluzione»
(Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 235). (28) M.
Delfico, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 245.
(29) J.-J. Rousseau, Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité
parmi les hommes (1754), in Oeuvres complètes, vol. III, Gallimard,
Paris 1964, p. 193. (30) M. Delfico, Elogio del marchese D.
Francescantonio Grimaldi, cit., p. 253. (31) Su tale associazione,
fondata il 1° maggio 1776 ad Ingolstadt da Adam Weishaupt, cfr. C. Francovich,
Gli Illuminati di Baviera, in Storia della massoneria in Italia dalle origini
alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, Firenze 1974, pp. 309-334.
(32) Alcune lettere sono state pubblicate nel quarto volume delle Opere
complete di Delfico, cit., pp. 154-162; altre sono apparse nel primo volume di
Aus dem Briefwechsel Friedrich Münters. Europäische Beziehungen eines dänischen
Gelehrten 1780-1830, herausgegeben von Ø. Andreasen, Erster Teil, P. Haasse,
Kopenhagen-Leipzig 1944, pp. 215-220. Due di queste ultime sono state
riprodotte in appendice al libro di A. Di Nardo, Storia e scienza in Melchiorre
Delfico. (Studi e ricerche), Libera Università Abruzzese degli Studi «G.
D'Annunzio», Facoltà di Lettere e Filosofia, Chieti 1978, pp. 154-155 e
157-160, il quale ha pubblicato altre lettere di Delfico a Münter, assieme ad
alcune lettere di Delfico alla sorella del Danese Federica Brun (ivi, pp.
140-166). Altre, ancora inedite, sono conservate presso la Biblioteca
Provinciale di Teramo. (33) M. Delfico, Memoria sul Tribunal della Grascia
e sulle leggi economiche nelle provincie confinanti del Regno, Porcelli, Napoli
1785, ora in Opere complete, cit., vol. III, pp. 265-323. (34) G. Solari,
Studi su Francesco Mario Pagano, a cura di L. Firpo, Giappichelli, Torino 1963,
p. 201. Sullo stesso piano l'Autore pone l'altro scritto di Delfico, Memoria
sulla libertà del commercio, e l'opera sull'Annona di Domenico Di Gennaro, duca
di Cantalupo, pubblicata anonima a Palermo nel 1783. (35) M. Delfico,
Memoria sul Tribunal della Grascia, cit., p. 279. (36) M. Delfico,
Discorso sul Tavoliere di Puglia e su la necessità di abolire il sistema
doganale presente e non darsi luogo ad alcuna temporanea riforma, Napoli 1788,
ora in Opere complete, cit., vol. III, pp. 359-396. (37) M. Delfico, Discorso
sul Tavoliere di Puglia, cit., p. 370. (38) Il testo è stato pubblicato
da L. Tossini, Una lettera inedita di Melchiorre Delfico a Michele Torcia, in
«Nord e Sud», a. XXIV (1977), terza serie, n. 31-32, pp. 191-199. La lettera è
datata Teramo, 7 ottobre 1784. (39) Scritta tra il 1789 e il 1790, su
invito dell'Accademia di Padova agli scrittori italiani di occuparsi del
problema della libertà di commercio, la Memoria fu stampata la prima volta nel
1805 a Milano, presso Destefanis, nel t. XXXIX della raccolta Scrittori
classici italiani di economia politica, a cura di P. Custodi. L'opuscolo è
stato recentemente riedito (De Petris, Teramo 1985) con un'introduzione di M.
Finoia. Sul problema Delfico tornerà alcuni anni dopo con il Ragionamento su le
carestie, in cui apporta alcune «modificazioni e moderazioni» al principio
della libertà assoluta e illimitata di commercio, auspicando nel mercato
l'intervento diretto dello Stato, cui riconosce il compito di prevenire il
«terribile flagello» delle carestie e di altri simili avvenimenti. Il testo,
letto il 1° dicembre 1818 nella Reale Accademia delle Scienze di Napoli e
pubblicato nel 1825 negli Atti dell'Accademia stessa (vol. II, parte I, pp.
3-43), è stato riedito a Teramo nel 1985 assieme alla Memoria sulla libertà del
commercio. (40) Se, dopo varie insistenze, all'inizio del 1788 ottiene,
come aveva richiesto due anni prima nella Memoria per il ristabilimento del
Tribunale Collegiato nella Provincia di Teramo (in V. Clemente, Rinascenza
teramana e riformismo napoletano, cit., pp. 255-257), il ripristino a Teramo di
detto Tribunale, in luogo dei magistrati unici, più agevolmente portati
all'abuso del potere, non altrettanta fortuna incontreranno invece le sue
richieste sia di abolizione della servitù degli Stucchi, del 1786, sia di
istituzione di una Università degli Studi a Teramo ad indirizzo «fisico» ed
orientamento laico, avanzata agli inizi di maggio del 1788. Sugli sviluppi
delle iniziative delficine si vedano R. Di Antonio, Stucchi e Doganelle nel
teramano, Libera Università Abruzzese degli Studi «G. D'Annunzio», Facoltà di
Scienze Politiche, Teramo 1978, pp. 7-24, la quale pubblica in appendice la
Memoria sugli Stucchi e le Memorie su di un nuovo sistema per le Doganelle, e
G. Carletti, Introduzione a M. Delfico, Una «piccola» Università a Teramo,
Quaderni dell'Università di Teramo, Teramo 1999, n. 6, pp. 3-7. (41) La
Memoria è pubblicata in appendice al volume di a. M. Rao, L'«amaro della
feudalità». La devoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli alla fine
del '700, Guida, Napoli 1984, pp. 349-367. (42) M. Delfico, Memoria per
la vendita de' beni dello Stato d'Atri, cit., p. 354. (43) Memoria
delficina, rimasta interrotta e tuttora inedita, conservata presso la
Biblioteca Provinciale di Teramo, fondo «Manoscritti Delfico», Ined., n.
402. (44) In Lombardia Delfico si trattenne fino al mese di giugno del
1789 per poi trasferirsi prima a Verona, dove rimase due mesi, e in seguito a
Vicenza, Padova, Venezia e Ferrara, finché nel novembre del 1789 rientrò in patria.
Su questo viaggio e sui legami di amicizia che ebbe modo di stringere e di
rinsaldare, cfr. G. De Filippis-Delfico, Della vita e delle opere di Melchiorre
Delfico, cit., p. 25 sgg. (45) Ora in Opere complete, cit., vol. III, pp.
403-431. (46) L'opera, che provocò subito «molto chiasso», sia per le
reazioni della classe togata, sia per gli elogi che ricevette da più parti, fu
pubblicata a Napoli, presso Giuseppe Maria Porcelli, nel 1791 e fu ristampata a
Firenze nel 1796 e una terza volta di nuovo a Napoli nel 1815. (47) C.
Ghisalberti, La giurisprudenza romana nel pensiero di Melchiorre Delfico, in
«Rivista italiana per le scienze giuridiche», a. VIII (1954), vol. VII, parte
II, p. 432. (48) M. Delfico, Ricerche sul vero carattere della
giurisprudenza romana, in Opere complete, cit., vol. I, pp. 225 e 105.
(49) Troiano Odazi (1741-94), nativo di Atri, in provincia di Teramo, fu tra i
maggiori economisti napoletani della seconda metà del Settecento. Allievo del
Genovesi, nel 1768 ne curò l'edizione milanese Delle lezioni di commercio o sia
d'economia civile. Nominato nel 1779 professore di Etica nel Reale convitto
della Nunziatella, nell'ottobre del 1781 fu chiamato a ricoprire la cattedra di
Economia e Commercio che era stata del Genovesi e rimasta vacante per diversi
anni. Esponente della massoneria napoletana, fu coinvolto nel fatti del '94.
Arrestato, morì suicida nelle carceri della Vicaria il 20 aprile di quell'anno.
Sulla fine dell'Odazi, cfr. G. Beltrani, Don Trojano Odazi. La prima vittima del
processo politico del 1794 in Napoli, in «Archivio storico per le province
napoletane», a. XXI (1896), fasc. I, pp. 853-867. (50) B. Croce, La
rivoluzione napoletana del 1799, Laterza, Bari 19264, p. 24. (51) Sulle
tappe di questo viaggio, cfr. G. De Filippis-Delfico, Della vita e delle opere
di Melchiorre Delfico, cit., pp. 38-46. (52) Si veda la lettera di
Delfico a Fortis del 9 gennaio 1797 da Teramo, in M.G. Riccobono, Contributo
per l'epistolario di Melchiorre Delfico, in «Rassegna della letteratura
italiana», a. 87 (1983), serie VIII, n. 3, p. 419. (53) L'ipotesi di una
partecipazione al concorso origina da De Filippis-Delfico, il quale riporta tra
le opere delficine «non-terminate» (cfr. Della vita e delle opere di Melchiorre
Delfico, cit., p. 122), un opuscolo di 26 pagine privo di intestazione e da lui
intitolato Sul quesito: Quale sia il miglior de' governi per l'Italia?, anche
se poi nessuna notizia, sia in merito a questo testo sia relativa al concorso,
fornisce nella ricostruzione biografica dell'Autore. Su questo aspetto si veda
G. Carletti, A proposito di un'anonima dissertazione. Note sulla presunta
partecipazione di Melchiorre Delfico al concorso del 1796, in «Trimestre», a.
XXXII (1999), n. 3-4, in corso di pubblicazione. (54) Sono del 1797 le
delficine Memoria per la Decima imposta al Regno; Memoria intorno a' danni
sofferti nella provincia di Teramo dalla cattiva monetazione dello Stato
pontificio, e de' mezzi opportuni da ripararli ed infine Osservazioni su la
nuova monetazione dello Stato papale per rapporto al commercio delle provincie
confinanti del Regno, ancora tutte inedite. (55) Lettera di Delfico a
Fortis del 7 novembre 1793, in M.G. Riccobono, Contributo per l'epistolario di
Melchiorre Delfico, cit., pp. 415-416. Il vescovo a cui allude è Luigi
Maria Pirelli (1740-1820), nobile di Ariano, religioso dell'Ordine dei Regolari
teatini, vescovo di Teramo dal 1777 al 1804 e sin dal suo arrivo avverso alla
famiglia Delfico. Nella Relazione risponsiva alle accuse, del 18 dicembre 1793
(pubblicata da L. Tossini, Autodifesa di un illuminista, in «Archivio storico
per le province napoletane», terza serie, a. XVI (1977), pp. 86-97), egli era
costretto a difendere la propria reputazione dinanzi al Supremo Consiglio a
causa di «vaghe» e «calunniose imputazioni» di qualche delatore. La denuncia
del '93, pur non avendo gravi conseguenze, riuscì tuttavia ad impedire che
Delfico succedesse al fratello nella presidenza della Società Patriottica di
Teramo. Nel 1794 una nuova denuncia anonima era stata all'origine del rifiuto
del Supremo Consiglio di accogliere la richiesta del Teramano del titolo di
conte. Non avrebbe ottenuto il titolo neppure in seguito, ma con decreto del 25
marzo 1815 Gioacchino Murat gli avrebbe conferito quello di barone. (56)
Il pretesto è fornito da alcune lettere «rivoluzionarie» sequestrate ad una
loro domestica, da poco licenziata, mentre faceva ritorno ad Ascoli Piceno.
Interrogata, la donna avrebbe affermato di averle ricevute da Alessio Tullj e
da Eugenio Michitelli, entrambi frequentatori di casa Delfico. Si veda in
proposito la Memoria della persecuzione subita dalla famiglia Delfico nel 1799,
scritta presumibilmente da Giamberardino Delfico «allo scopo - è precisato in
un'annotazione - di ottenere il dissequestro dei propri beni», dopo che,
condannato dai Regi inquisitori nel processo contro «i rei di Stato» e
trasferito nell'agosto del 1800 nei castelli di Puglia, era stato liberato in
seguito all'indulto generale del 1° maggio 1801. Il testo è stato pubblicato da
V. Clemente su «Storia e civiltà», a. IV (1988), n. 4, pp. 368-385 e a. V
(1989), n. 1-2, pp. 39-56. L'episodio che portò all'arresto dei Delfico è a p.
375 sgg. (57) I Francesi, al comando del generale Rusca, erano entrati in
Abruzzo il 6 dicembre 1798. L'11 dicembre in 1500 arrivarono a Teramo. Messe in
fuga dai rivoltosi, le truppe francesi riconquisteranno la città il 23
dicembre, per poi occupare Pescara, Sulmona e Penne il 24 e Chieti il 25. Per
una ricostruzione di queste vicende, fondamentale resta l'opera di L.
Coppa-Zuccari, L'invasione francese negli Abruzzi, voll. I e II, Vecchioni,
L'Aquila 1928, voll. III e IV, Tip. Consorzio Nazionale, Roma 1939. Sull'arrivo
e sulla permanenza dei Francesi a Teramo cfr. anche le tre cronache del periodo
rivoluzionario, A. De Jacobis, Cronaca degli avvenimenti in Teramo ed altri
luoghi d'Abruzzo 1777-1822 (in L. Coppa-Zuccari, L'invasione francese negli
Abruzzi, cit., vol. III, pp. 38-440); G. Tullj, Minuta relazione dei fatti
sanguinosi seguiti in Teramo dall'anno 1798 al 1814, con postille e con la
continuazione del canonico Niccola Palma (pubblicata da V. Clemente col titolo
Una cronaca inedita teramana (1798-1814), in «Storia e Civiltà», a. IX (1993),
n. 3-4, pp. 269-285; a. X (1994), n. 1-2, pp. 93-116 e n. 3-4, pp. 148-172; a.
XI (1995), n. 1-2, pp. 94-118 e n. 3-4, pp. 175-196; a. XII (1996), n. 1-2, pp.
58-86 e n. 3-4, pp. 171- 195); C. Januarii, Avvenimenti seguiti nel Teramano
dal 1798 al 1809, Teramo 1999. (58) Il Consiglio, di cui fecero parte,
oltre a Delfico, i lancianesi Carlo Filippo De Berardinis e Antonio Madonna,
entrò in funzione subito dopo e svolse la sua attività non oltre la fuga del
suo presidente da Pescara avvenuta il 28 aprile successivo. Cfr., in proposito,
M. Battaglini, Abruzzo 1798-1799. Una repubblica giacobina, in «Rassegna
storica del Risorgimento», a. LXXV (1988), fasc. I, pp. 11-12, ora in La
Repubblica napoletana. Origini, nascita, struttura, Bonacci, Roma 1992, pp.
188-189. Sull'esperienza pescarese di Delfico, cfr. anche F.
Masciangioli, Melchiorre Delfico e Pescara. Per una storia del rapporto tra
intellettuali ed esperienze giacobine in Abruzzo, in «Trimestre», a. XX (1987),
n. 1-2, pp. 41-69. (59) Sullo spirito di moderazione di Delfico,
interessato a trovare una mediazione tra eccessi rivoluzionari e intemperanze
reazionarie, cfr. G. Carletti, Melchiorre Delfico. Riforme politiche e
riflessione teorica di un moderato meridionale, ETS, Pisa 1996, p. 135
sgg. (60) Cfr. G. Galasso, I giacobini meridionali, in «Rivista storica
italiana», a XCVI (1984), fasc. I, p. 78 sgg., ora in La filosofia in soccorso
de' governi, cit., p. 519 sgg. (61) Il testo è stato pubblicato da
R. Persiani, Alcuni ricordi politici nella massima parte abruzzesi al cadere
del XVIII e principio del XIX secolo con documenti e note, in «Rivista
abruzzese di scienze, lettere ed arti», a. XVII (1902), fasc. VII-VIII, pp.
435-439. Senz'altro meno importante è l'altro atto a firma di Melchiorre
Delfico, Proclama sulla sicurezza pubblica del 15 ventoso anno VII (5 marzo
1799), con il quale venivano fissate alcune disposizioni per combattere il
vagabondaggio. (Ivi, pp. 441-442). I due testi sono stati recentemente riediti
assieme ad altri scritti delficini da G. Carletti, La «Pescara» di Melchiorre
Delfico, Edizioni Tracce, Pescara 1999, pp. 51-55 e 57-58. (62) Cfr. la
lettera di Delfico al Governo Provvisorio, da Pescara, datata 7 germile an. 7
Rep. (27 marzo 1799), in Il Monitore Napoletano 1799, a cura di M. Battaglini,
Guida, Napoli 1974, pp. 695-696. Sulle insorgenze nella regione, cfr. R.
Colapietra, Le insorgenze di massa nell'Abruzzo in età moderna, in «Storia e
politica», a. XX (1981), fasc. 1, pp. 1-46, e il più recente volume Per una
rilettura socio-antropologica dell'Abruzzo giacobino e sanfedista, Edizioni
Città del Sole, Napoli 1995. (63) Per il testo cfr. G. Carletti,
Melchiorre Delfico, cit., pp. 138-139. (64) Sulla permanenza del Teramano
nella Repubblica sammarinese, cfr. F. Balsimelli, Melchiorre Delfico e la
Repubblica di San Marino, Arti Grafiche Della Balda, San Marino 1935.
(65) Cfr. V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, II
ed. con aggiunte dell'Autore, Dalla Tipografia di Francesco Sonzogno, Milano
1806, p. 96 sgg. (66) Si veda l'ormai nota Prefazione alle Memorie
storiche della Repubblica di S. Marino (Milano 1804), in Opere complete, cit.,
vol. I, pp. 249-250. (67) Ivi, p. 472. (68) Ibidem. (69) Ivi,
p. 250. (70) Il libro, il cui titolo originale era Esame della Storia, e
dei suoi vantati pregi, vide la luce due anni dopo che Delfico l'aveva
consegnato alla stamperia Roveri e Casali. La seconda e la terza edizione
uscirono a Napoli nel 1809 e nel 1814. (71) M. Delfico, Memorie storiche
della Repubblica di S. Marino, cit., p. 249. (72) Ivi, p. 246. (73)
Cfr. M. Agrimi, La vicenda rivoluzionaria e le riflessioni sulla storia:
Melchiorre Delfico, in «Itinerari», a. XXIII (1984), n. 3, p. 94. (74)
Cfr. G. Gentile, Dal Genovesi al Galluppi, Edizioni della «Critica», Napoli
1903, p. 46 sgg., il quale afferma che nessuno prima di allora aveva negato la
storia nel modo assoluto del Teramano. Un estremo radicalismo
nell'«antistoricismo» delficino è stato rilevato anche da B. Croce, La
storiografia in Italia dai cominciamenti del secolo decimonono ai giorni nostri:
1. Il «secolo della storia» e 2. Il nuovo pensiero storiografico,
in «La Critica», a. XIII (1915), rispettivamente fasc. I, pp. 16-18 e fasc. II,
p. 95, poi rielaborati nel volume Storia della storiografia italiana nel secolo
decimonono, Laterza, Bari 1921, e da G. De Ruggiero, Il pensiero politico
meridionale nei secoli XVIII e XIX, Laterza, Bari 1921, pp. 158-165.
(75) M. Delfico, Pensieri su l'istoria e sull'incertezza ed inutilità
della medesima, in Opere complete, cit., vol. II, p. 11. (76) Il
titolo per esteso dell'opera è Leçons d'histoire, prononcées à l'École Normale
en l'an III de la République française, par C.-F. Volney, chez J.A. Brosson,
Paris an VIII. (77) Sull'affinità di vedute dei due autori, cfr. C.
Rosso, De Volney à Melchiorre Delfico: l'histoire, une discipline aussi inutile
que dangereuse, in L'héritage des lumières: Volney et les idéologues, Presses
de l'Université, Angers 1988, pp. 345-356. (78) M. Delfico,
Pensieri su l'istoria e sull'incertezza ed inutilità della medesima, cit., p.
43. (79) Ora in Opere complete, cit., vol. II, pp. 307-325. (80) M.
Delfico, Pensieri su l'istoria e sull'incertezza ed inutilità della medesima,
cit., p. 174. (81) Porcelli, Napoli 1781, Epoca I, pp. 329-338. Grimaldi
si era rivolto all'amico teramano per avere notizie sull'esistenza nella
Marsica moderna di antiche costumanze di carattere ofidico e su eventuali
relazioni tra queste e i rituali moderni. La Lettera delficina venne ricordata
alle pp. 18-21 della recensione al volume di Grimaldi apparsa nel fascicolo del
febbraio 1784 del «Nuovo Giornale enciclopedico» per mano, molto probabilmente,
del suo principale estensore Alberto Fortis. (82) Per un esame critico
del testo, riprodotto in appendice, cfr. G. Profeta, Una ignorata dissertazione
di Melchiorre Delfico sugli incantatori di serpenti, in «Lares», a. XLV (1979),
n. 1, pp. 5-53, ora anche nel volume Lupari incantatori di serpenti e santi
guaritori nella tradizione popolare abruzzese, Japadre, L'Aquila-Roma 1995, pp.
79-138. (83) Lo scritto, ideato e posto come prefazione alle ancora
inedite Favole morali di Alessio Tullj, è stato pubblicato da A. Marino, in
«Aprutium», a. IV (1986), n. 3, pp. 32-48. (84) M. Delfico, Discorso
sulle favole esopiane, cit., pp. 39-40. (85) Lettera di Delfico a Teresa
Onofri del 21 marzo 1806, in F. Balsimelli, Epistolario di Melchiorre Delfico.
Lettere sammarinesi, Arti grafiche Della Balda, San Marino 1934, p.
53. (86) Sull'attività del Teramano nell'amministrazione francese, cfr.
G. Palmieri, Melchiorre Delfico e il decennio francese (1806-1815), Edizioni
del Gallo Cedrone, L'Aquila 1986, il quale riproduce in appendice alcuni
scritti delficini del periodo; R. Feola, La monarchia amministrativa. Il
sistema del contenzioso nelle Sicilie, Jovene, Napoli 1985, pp. 125-135.
(87) Ora in Opere complete, cit., vol. III, pp. 471-497. (88) Ora
in Opere complete, cit., vol. III, rispettivamente pp. 501-528 e pp.
531-550. (89) Ripubblicate nelle Opere complete, le Nuove ricerche sul Bello
sono state recentemente riedite a cura di A. Marroni, Ediars, Pescara
1999. (90) Per un quadro d'insieme dell'attività amministrativa e
dell'opera legislativa dei Napoleonidi nel Regno napoletano, oltre al volume,
notevolmente arricchito e ampliato rispetto alla prima edizione del 1941, di A.
Valente, Gioacchino Murat e l'Italia meridionale, Einaudi, Torino 1976, pp.
231-332, cfr. P. Villani, Il decennio francese, in Storia del Mezzogiorno, vol.
IV, t. II, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, cit., pp. 575-639. Spunti critici
anche in Studi sul Regno di Napoli nel decennio francese (1806-1815), a cura di
A. Lepre, Liguori, Napoli 1985. (91) Rimasto inedito, il testo finale è
tuttora irreperito ma di esso si conservano due stesure pubblicate da A.
Marino, Scritti inediti di Melchiorre Delfico, Solfanelli, Chieti 1986,
rispettivamente pp. 19-42 e 59-79. (92) M. Delfico, Osservazioni sopra
alcune dottrine politiche del Segretario fiorentino, cit., p. 20. (93)
Ivi, p. 67. (94) Cfr. ivi, pp. 29 e 70. (95) Cfr. N. Machiavelli,
Istorie fiorentine, in Opere di Niccolò Machiavelli Cittadino e Segretario
fiorentino, Italia 1813, vol. I, lib. II, cap. XII, p. 79. (96)
Cfr. N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Opere, cit.,
vol. III, lib. I, cap. LV, p. 159. (97) Ora in Opere complete, cit., vol.
III, pp. 567-588. (98) L'opera, notevolmente ampliata, fu ristampata a
Napoli nel 1826, per i tipi di Angelo Trani, col titolo Dell'antica Numismatica
della città di Atri nel Piceno con alcuni opuscoli su le origini italiche, ora
in Opere complete, cit., vol. II, pp. 299-505. (99) Pubblicati nelle
Opere complete, vol. IV, pp. 293-305 e vol. III, pp. 631-644, i due testi sono
stati riediti da G. Carletti, La «Pescara» di Melchiorre Delfico, cit.,
rispettivamente pp. 23-36 e pp. 37-50. (100) M. Delfico, Breve cenno,
cit., p. 37. (101) M. Delfico, Fiera franca in Pescara, cit., p.
32. (102) M. Delfico, Breve cenno, cit., p. 38. (103) Cfr. ivi, pp.
47-49. (104) Ora, tradotto, in Opere complete, cit., vol. IV, pp.
325-333, col titolo Rapporto sull'Italia inviato a Napoleone e attribuito a M.
Delfico. (105) M. Delfico, Della preferenza de' sessi. Lettera
all'ornatissima signora contessa Chiara Mucciarelli Simonetti del 12 marzo 1827,
pubblicata a Siena nel 1829 ed ora in Opere complete, cit., vol. IV, pp.
31-45. (106) Cfr. la lettera di Delfico a Dragonetti dell'8 marzo 1834,
in Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti,
cit., p. 156. (107) Cfr. G. Gentile, Dal Genovesi al Galluppi, cit., pp.
18-87. (108) Per un quadro d'insieme di queste esperienze, cfr. il volume
di D. Carpanetto - G. Ricuperati, L'Italia del Settecento. Crisi,
trasformazioni, lumi, Laterza, Roma-Bari 1993, e la ricca bibliografia in esso
contenuta. Per una ricognizione degli studi delficini, cfr. G. Carletti,
Recuperi, oblii e prospettive. Per una storia critica della storiografia
delficina, in «Trimestre», Saggio filosofico sul matrimonio. I. voi. in
16. 1774* ( segnato nell'indice de' libri proibiti ). a
Indizi di morale ( proibito prima di pubblicarsi ) Discorso sullo stabilimento
della milizia provinciale. TeramoMemoria sulla coltivazione del riso
nella provincia di Teramo
Napoli Porcelli Elogio del marchese D. Francescantonio
Grimaldi . Napoli 1784* presso Vincenzo Orsino Memoria sul tribunale
della grascia e sulle leggi economiche nelle provincie confinanti
del regno . I. voi. in 4 * Napoli 1785. presso Porcelli . Memoria
sulla necessità di rendere uni- formi i pesi e le misure del regno.
I. voi. iti 4 * Napoli 1787. presso Porcelli . ’ - 8 Memoria
su’ regii stucchi , o sia su la servitù de’ pascoli invernali nelle
provincie ma- rittime degli Àpruzzi. I. voi. in 8. Napoli 1787.
9 Discorso sul tavoliere di Puglia e su la necessità di abolire il
sistema doganale presente e non darsi luogo ad alcuna temporanea
rifor- ma. I. voi. in 8. Napoli 1788. 10 Memoria per la
vendita de’ beni dello Stato d’Atri. I. yol. in 4 * Napoli. 1788. (
stampata una col reai dispaccio di appro- vazione ) . I I
Riflessioni su la vendita de’ feudi umi- liate a S. R. M. I. voi. in 8.
Napoli 1790. presso Porcelli . 1 2 Ricerche sul vero
carattere della giu- risprudenza romana e de’ suoi cultori . un
voi. in 8. Napoli 1791. presso Porcelli : ( ristam- pato in Firenze
, ed in Napoli un altra volta nel 18 15 ) 1 3 Lettera del
signor duca di Cantalupo ( su feudi ) Napoli Memorie storiche della
repubblica di San Marino I. voi. in 4 * Milano 1804. dalla
tipografia di Francesco Sonzogno . 1 5 . Memorie sulla libertà del
commercio : ( stampate nella Collezione de classici italia- ni di
Economia politica : parte moderna : Milano i Pensieri su la storia e su la
incertezza ed inutilità della medesima . I. voi. in 8. Forlì
Pensieri sopra alcuni articoli relativi all’ organizzazione de’
tribunali : ( stampati sen- za il nome delF autore , nè V epoca ,
dalla stamperia reale di Napoli nel 1808. ) 18 Lettera al
Climo sig. Abate D. Gasparo Selvaggi ( sulla Tragedia. Pubblicata dal
Gior- nale enciclopedico di Napoli An. Nuove ricerche sul Bello. I. voi.
in 8. Napoli 18 j 8. 20 Ricerche sulla sensibilità imitativa
con- siderata come il principio tìsico della sociabilità della
specie , e del civilizzamento de’ popoli e delle nazioni ( Memoria letta
nella reale Ac- cademia delle scienze di Napoli il: pubblicata tra gli
Aiti della medesima Napoli, insieme alle altre due seguenti Memorie ) .
21 Memoiia su la perfettibilità organica considerata come il principio
fisico dell’ educa- zione , con alcune vedute sulla medesima
: Seconda memoria sulla perfettibilità organica ec. ( letta nel
1816. , e pubblicala come sopra ) . Ragionamento su le carestie (
letto nell ’ Accademia delle Scienze di Napoli il 1. dicembre 1818
, e pubblicato negli Atti della medesima voi. II. Napoli 18 2 5 ) .
Poche idee su V accusa de' ministri . Pubblicate in uno de'
giornali costituzionali di Napoli il z 3 . dicembre i 8 ao. a
5 Dell* antica numismatica della città d’ Atri nel Piceno con un discorso
preliminare su le Origini italiche ed un appendice su’ Pelasgi ed i
Tirreni. I. voi. in fol. Teramo 1824. con tavole in rame .Rischiarimenti
ad alcune osservazioni fatte dal Micali su la stessa , e di una Lettera
al sig. Conte Zuroli su le antiche ghiande missili di piombo. I.
voi. in fol. Napoli 1826. , dalla tipografia di Angelo Trani : con più
tavole in rame . 27 Della preferenza de’ sessi. Lettera
all’or- natissima signora contessa Chiara Mucciarelli Si- monelti .
I. voi. in 8. Siena 1829. ( Ristam- pata in Napoli insieme ad alcune
poesie del Conte di Longano )
Lettera all’ autore delle Memorie in- torno i letterati e gli
artisti ascolani. ( Stampa- ta in fine delle stesse Memorie , Ascoli i 83
o ). 29 Espressioni della parlicolar riconoscenza della
provincia e città di Teramo dovuta alla memoria dell’ immortai Ferdinando
I. Annali civili del regno delle due Sicilie Inforno a’ dritti sovrani di
Napoli sul- la città di Benevento. Memoria. 1768. 3 1 Intorno
a’ diritti sovrani di Napoli sul- la città di Ascoli . Memoria . 1
768. 3 a * Lettera a' fratelli sulla eruzione del Vesuvio
Estratto ragionevole del trattato degli animali . pag. 8. 34
Lettere sulla cavalleria ed i romanzi . P a S- 7 - 35
Lettera al sig. Michele Torcia sul tratto di paese che si estende dal
Fortore al Tronto . 1784 . pag. 1 5 . 36 Supplemento alla
Memoria su la gra- scia , per rapporto all' estrazione degli
animali vaccini . Memoria per lo ristabilimento del tri- bunale
collegiato nella provincia di Teramo . 1786. pag. 11. 38
Memoria per lo stabilimento d’ una uni- versità in Teramo . 1786. pag.
7. • I titoli in carattere corsivo sono per ^quegli scritti
che 1’ autore lasciò senza una denominazione . ** S’ intende per
lo più di pagine scritte , come si dice , alta spagnola , ossia nella
sola metà . Pel resto si troverà sod- disfacente spiegazione nel
prosieguo del libro . Su' danni de' terremoti in Calabria nel iy 83
. - 0 sii ministro Corradini sulle maioliche de' Castelli. Lettera. 1788.
pag. 24* 4 1 Appendice al discorso sul Tavoliere di Puglia .
1788. pag. 84. 42 Sull’ aumento de' soldi a.' magistrati nel
iygo. pag. 8. 43 Estratto ragionato del Saggio analiti- co su
le facoltà dell’ anima di Carlo Bonnet . pag. 100. 44 Seconda
Memoria sulla vendita de’ be- ni allodiali. 1791. pag. 7. 45
Breve Saggio su l’ importanza di abo- lire la giurisdizione feudale , e
sul modo di ese- guirlo . pag. 32. 46 Supplemento alla
Memoria pe’ regii stucchi .Degli Appalti. Memoria, pag. g. 48
Per la città di Teramo intorno d beni dell' abolito convento di S.
Agostino . pag. 11. 4 g Memoria per la decima impesta al
re- gno . 1797. pag. io. 5 0 Memoria intorno a’ danni
sofferti nella provincia di Teramo dalla cattiva monetazione dello
Stato pontificio, e de’ mezzi opportuni da ripararli. Osservazioni su la
nuova monetazione dello Stato papale per rapporto al
commercio delle provincie confinanti del regno . 1797. pag.
17. 5 a Discorso sulle Scienze morali, pag. ira. Novena di
San Marino . Intorno all’ imposizione per la caccia , ( Questo ed i selle
seguenti scritti si suppongono composti in Napoli dal 1806. al 18
15. 55 Rapporto alla reai società d’ incorag- giamento sul
progetto di stabilire nelle provin- cie del regno altre società
simigliatiti , Considerazioni sul debito pubblico , e su’ beni
nazionali relativamente alla legge de’ a. luglio 1806. pag. ia. «
57. Breve esame dell’ indole delle dogane interne . pag. 20.
58 Rapporto per gli stabilimenti di uma- nità e di pubblica beneficenza
Osservazioni su d’ un progetto d’ istruzione pubblica Sulla tassa fondiaria .
pag. 1 3 . 6j Osservazioni sulle procedure criminali die si
chiamano Nullità . pag. 14. 62 Parere intorno ad un’ opera del
Sig. Biie D. Davide JV'uispeare , intitolata : Storia degli abusi
feudali. Delle cause perchè siano molto scar- si i buoni scrittori .
Opuscolo, Lettera sulla imputabilità de’
muti . 65 Pochi cenni su’ fondamenti delle Scien- ze morali.
Discorso ( letto nella reale Accade- mia delle Scienze di Napoli nel
iSlij , e de- stinato a stamparsi nel voi. III. degli Aiti della
medesima , insieme al seguente Opuscolo ) .Sulla necessitò di cangiare i
metodi d’ istruzione usati in Europa . 67 Alla Giunta
preparatoria del Parlamen- to nazionale . Allocuzione . Memoria in favore
di alcuni impie- gati destituiti Osservazioni sopra alcune dottrine
po- litiche del Secretano fiorentino. Proposta di alcuui mezzi economici
per supplire agli attuali bisogni dello Stato . 3 o. t&arzo 18
23. pag. 19. 7 1 Deli’ importanza di far precedere le co-
gnizioni fisiologiche allo studio della filosofia intellettuale .
Discorso ( mandato alla reale Accademia delle Scienze di Napoli il 26.
lu- glio 1823. ) pag, 18. 72 Elogio in morte della Duchessa
di S. Clemente . Lettera al Cav. e Ferri. Lettera in difesa de' Pensieri
sulla Sto- ria e sulla incertezza ed inutilità della medesi- ma ,
per risposta alle obiezioni di Amaury D re- vai pubblicate nel Mercurio
straniero tom . A ( Questa lettera , e tutti gli altri scritti che
seguono nella presente classe furono compo- sti dopo V ultimo ritorno
dell' Autore in Apruzzo ) Sulle origini ed i progressi delle So- cietà
ossia Saggio filosofico sulla storia del genere umano Proposta di alcune
riflessioni sulla filo- sofia medica ed intellettuale. Opuscolo, Giudizio
sulla storia fi losofica di Da - miron. Lettera, pag. 3 .
Lettera su cF un manoscritto comuni- cato , riguardante politica, pag.
28., 78 Due biografie di se stesso : una scrit- ta nel i 8 z
5 , t altra nel 182J. 79 Delle cagioni per le quali il
civilizza- mento non ebbe molti progressi . Opuscolo Sulla
perfettibilità. Sulla guerra. Lettera, pag, 8. 82 Sulla medicina
omiopatica . Lettere due. Sulla dottrina medica di Samuele
Hanhemann. Memoria sul riso secco cinese, Sullo stesso argomento . Lettera
al Mse. Tommasi. pag. 18. 86 Sullo stesso argomento. Lettera
pole- mica. De' confini del regno di Napoli nella linea del Tronto
; ossia : Sugli antichi confi- ni del regno, Sugli stabilimenti di
beneficenza. Let- tere 3 . Élen^UtmlnìxU Catechismo di moral
; civile , ossia trattato pratico de’ doveri del cittadino. Del dritto
naturale delle genti , ossia della morale delle nazioni, Sistema di
ragione e benevolenza uni- versale. Sull’origine de’ popoli, Sulle
Capitali. Opuscolo, Degli affari fiscali. Memoria. Sulle proprietà, pag.
123. 96 Sugli stabilimenti di umanità, Deir unione della Ideologia
colla Fi- losofia. Dissertazione, pag. 12. 98 Dell’
eguaglianza de’ diritti delle donne , considerati specialmente nelle
successioni, Distinzione fral merito c la gloria. Dritti politici e
dritti civili, pag. 14. 100 Sul quesito : Quale sia il
miglior de governi per 1 ' Italia ? Opuscolo, pag. 26. 101
Ricerche su le teorie fisiche della ragion degli Stati , o sia de’ veri
principi della Politica, Delle leggi e del regimento de’ comu- ni.
Sulle leggi forestali. Discorso, Sulla vociferata abolizione della pro-
vincia di Teramo . Memoria, pag. q 3 . Ricerche su le leggi
coniugali , con- siderate ne’ rapporti da’ quali devono sorgere ,
nelle cause produttrici , e negli efl’etti inorali e civili, pag. 3
fi. 106 Sulla Vita e la Vitalità, Della specificità in medicina.
Pensie- ri. pag. 5 fL 108 Osservazioni sull ’ opera
intitolata : De’ principi della scienza etimologica, pag. niL
109 Saggio filosofico su la guerra e su la pace. pag. fili.
i_lq Igiene, pag. % JFritmmitttt
iti Di ciò che si chiama quadro dello stile , pag. sLm
112 Sul poeta Orazio. Critica, Pensieri divèrsi filosofici e
letterarj. pag.’ 224. 1 1_4 Qualche osservazione sull' opera
di Neker Sur 1 ’ administration. pag. t i fi Del Vesuvio, pag.
£L 1 ifi Del tempo musico e filosofico, Idea d’ una legislazione, Per le
origini civili, Alle nobili fanciulle mie concittadinc. (
Prefazione per una raccolta di aneddoti ) . pag. 2. m 120
Sulla Città di Reggio, Sul travaglio, pag. 2« 1 22 Progressi dello
Spirito - Orgoglio na- zionale - Viaggiatori - Filosofia - Eccesso
di tipografia, pag. 18. 128 Su’ pastori, pag. 2.
124 Saggio sull’ adulazione. ( Progetto di un' opera ) . pag.
2. iz 5 Ricerche storico - filosofico - polili- clie su la
nobiltà. ( Progetto di un' opera ) . pag. a. 126 Istoria
dell’ anima, pag. 5 L 1 27 Sugli ospedali. ( Molti pensieri
non legati) . pag. 96. 128 Progetto d’ un nuovo giornale
delle mode. pag. 1 Q. 129 Notizie su le opere impresse nel
pri- mo secolo della stampa , per ordine alfabeti- ca fino alla
lettera P. pag. io 4 < 180 Qualche pensiero di dritto
pubblico, Delleraccomandazioni. Articolo morale. Considerazioni su’
magistrati munici- pali. pag. 4^ 1 33 Della Solitudine,
Qualche osservazione sulle Lezioni di Filosofia de Laromiguiere. pag.
8. 1 35 Qualche osservazione sull’ opere fi- siologiche di
Spurzheim.pag. 8. 1 36 Della civiltà, Catechismo universale, pag.
2. 1 38 Della ragion di stato, Estratto della politica d’
Aristotile. Morale nelle leggi,
Piano di scienze morali, pag. 4- 14 ^ Dell’ origine e significato
della parola morale , e delle varie applicazioni della medesima Frammenti
diversi sulle Leggi, Osservazioni sulla
risposta di Serbatti ad una lettera del cav. Monti sulla lingua italiana,
Esame de' classici italiani, Su' trecentisti, Romantici Osservazioni sull ’
opera di Lemer- cier riguardante i teatri, Osservazioni sul passato
secolo ad uti- lità del presente Viste politiche e morali sugli
effetti della rivoluzione Frammenti diversi sugli affari politici L’
obolo della vedova . All’ Italia Qualche ossen’azione sopra alcune
espressioni di Romagnosi. Rapporto storico su’ progressi delle Scienze
naturali, pag. io. Al sig. Ab. D. Cataldo Jannelli . Dell’ uso vero
della Storia, Meditazioni d’ un solitario che vive in mezzo alla società.
Sull’ Inghilterra. Sopra un libretto che riguarda la divozione pel Sangue
di Gesù – Cristo Miscellanea di cose
Jìsiologiche .Miscellanea di cose economiche .Miscellanea di cose filosòfiche
Miscellanea di cose politiche. Il cavaliere Commendatore Melchiorre dei
Marchesi Delfico. Melchiorre III Delfico de Civitella. Melchiorre Delfico. Civitella.
Civitella. Keywords: giurisprudenza romana, sul bello, estetico, 'l’estetico,
l’imitazione della natura, naturale, contra-naturale, non naturale -- l’espressione.
La storia romana, incertezza e unitilita – la giurisprudenza romana fino alla
caduta della repubblica, aristocrazia versus benevolenza, benevolenza
conversazionale tra iguali. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Civitella” – The
Swimming-Pool Library.


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