Grice e Credaro: l’implicatura
conversazionale del discorso al senato -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sondrio).
Filosofo italiano. Grice: “I like Credaro; it is as if he invented the
universities! I especially love the way he connects it all, in that uniquely
Italian way, with the ‘assoluto’!” Si
laurea a Pavia, dove fu convittore del Collegio Ghislieri, divenne insegnante
di liceo. Wi recò a Lipsia per perfezionarsi nella psicologia filosofica sotto
Wundt. Insegna a Pavia. Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia
nei governi Luzzatti e Giolitti IV --
istituì il Liceo moderno. Relatore nella presentazione della Legge che istitutiva
dei Corsi di perfezionamento, o più comunemente Scuole pedagogiche, di durata
biennale, di preparazione per l'esercizio all'ispettorato o per la direzione
didattica delle scuole. Fu l'ispiratore della legge Daneo-Credaro, che
stabiliva che lo stipendio dei maestri delle scuole elementari fosse a carico
del bilancio dello Stato, e non più dei Comuni, contribuendo così in maniera
determinante all'eliminazione dell'analfabetismo in Italia. Prima di questa
legge, infatti, i comuni di campagna e quelli più poveri, specie nel Sud, non
erano in grado di istituire e mantenere scuole elementari e pertanto rendevano
di fatto inapplicata la legge Coppino sull'obbligo scolastico. Si interessa attivamente dei problemi agricoli
e forestali di Sondrio. Autore di numerosi saggi, in particolare sui Kant eHerbart. Commissario Generale Civile della Venezia
Tridentina, ossia la suprema autorità del Trentino-Alto Adige che sta per essere
fannesso all'Italia. In tale veste tentò una politica particolarmente
conciliante verso la minoranza di lingua tedesca e rispettosa dell'ordinamento
amministrativo de-centrato della regione. In seguito, anche a causa delle
pressioni dei nazionalisti, la sua politica nei confronti della minoranza di
lingua tedesca si fece più intransigente. Testimonianza ne è la cosiddetta Lex
Corbino,elaborata da Credaro, sull'istituzione di scuole elementari nelle nuove
province che è considerata da una parte della storiografia strumento per
potenziare la presenza italiana soprattutto nel territorio misti-lingue della
regione a danno della minoranza tedesca. Ciononostante, sube l'assalto di una
squadra d'azione fascista che lo costrinse alle dimissioni per far luogo
all'insediamento di un prefetto di Trento. Termina quindi la sua carriera
politica in disparte rispetto al regime che si andava consolidando. Altre
opere: “Lo scetticismo degli platonisti (Roma, Tip. alle Terme Diocleziane); La
libertà di volere (Milano, Bernardoni); G. F. Herbart, Torino, Paravia),
“Razionalismo trascendente in Italia” Catania, Battiato); Wundt (Milano,
Società Anonima Editrice Dante Alighieri). Andrea Di Michele,
L’italianizzazione imperfetta. L’amministrazione pubblica dell’Alto Adige tra
Italia liberale e fascismo, Alessandria, Orso, Analfabetismo, Dizionario
biografico degli italiani, Credaro un italiano d'altri tempi articolo di Sergio
Romano, Corriere della Sera, Sondrio. Se il nome di Carneade non è completamente ignorato dalle
persone colte, che non si occupano di storia della filosofia, si deve alla parte
giuridica del suo pensiero, la cui conoscenza è tratta quasi interamente da
pochi frammenti della famosa orazione (quasi-Trasimaco) *contro* il concetto
dello giusto tenuta a Roma frammenti conservati da Lattanzio, il quale li ha
presi dal trattato della repubblica di Cicerone. Questa orazione alla Trasimaco
*contro* la coerenza del concetto dello giusto – gius – giustiziato, juratum,
giurato cf. Cicero jusjuratum --, che fa epoca nella storia della cultura del
popolo romano, non deve essere considerata solamente un episodio della vita di
Carneade, una semplice millanteria del facondo oratore, che volesse fare impressione
sugli animi dei Romani; ma il suo contenuto deve venire integrato colle altre
vedute di Carneade per cercarne il legame ed esaminarne il valore. A tale fine
bisogna anche qui muovere dallo stoicismo. L'orazione *contro* lo giurato
(Cicerone – iusiuratum) giustiziato ha qualche rapporto con esso? Si sa che
tutti e tre i filosofi ambasciatori -- Carneade accademico, Diogene stoico e
Critolao peripatetico -- durante il lungo soggiorno a Roma, sia per invito
avuto dalla cittadinanza, che in quel tempo godeva la pice decorsa tra la
battaglia di Pidna e la terza guerra punica, sia di propria iniziativa, per
desiderio di far mostra di tutta la potenza della loro parola e della loro
scienza filosofica, a beneficio eziandio della causa che patrocinavano, aprirono
un corso di conferenze (A. Gell. Noct. Att.; Macrob. Saturn.). É probabile che
tutti e tre filosofi – Carneade accademico, Critolao peripatetico del liceo – e
Diogene stoico -- abbiano scelto l'argomento delle loro orazioni dalla
filosofia pratica, come quella che interessa vivamente i loro ospiti, tutti
dati alle armi, agli affari, alla politica, all'amministrazione; anzi e le cito
supporre che ciascuno abbia esposte le idee della sua scuola – l’accademia, il
liceo, e la stoa -- intorno al “giurato” – Cicerone iusiuratum, il principio o
imperativo più importante della vita pubblica e privata. Il soggetto del
giurato – Cicerone, iusiuratum – dove soddisfare pienamente le esigenze e i desideri
dell'uditorio, poichè i romani, a ragione o a torto, si credeno gli uomini più
giusti (giuratura, iusiuraturus) e alla virtù del giurato (Cicerone iusiuratum)
attribuivano la grandezza, alla quale era pervenuta la propria patria. In
questa ipotesi lo stoico Diogene, con parola modesta e sobria, come attesta
Polibio, che ebbe opportunità di ascoltarlo, spiega ai Romani l'idealismo
morale e il cosmo-politismo della sua setta. L'anima di tutti gli uomini è
uguale; e come tutte le cose uguali si attraggono, cosi anche gli esseri
razionali; per ciò l'istinto della società è insito nella stessa ragione, la
quale insegna a ciascuno di noi che esiste una sola città, un solo stato, la
grande società umana; ciascuno si sente parte integrante di questo immenso
organismo governato da una sola legge (ius) e da un solo diritto, la retta
ragione (ius). Questa legge (ius) conforme alla natura si fa sentire in tutti,
immutabile, sempiterna, divina; invita col comando al dovere, col divieto
allontana dalla frode. È suprema, assoluta; non è lecito crearne altre
contrarie, nè abrogarla totalmente o parzialmente; non voto di popolo, non
decreto di senato possono dispensare dall'ubbidirla; nessuno ha bisogno
d'interprete per comprenderla; è la medesima in Atene e in Roma, oggi e domani
e sempre; l'inventore e il promulgatore di essa è uno solo, il maestro e il
comandante di tutti, Dio. Chi non vi obbedisce, va contro la natura e per
questo fatto solo soffrirà tutte le pene. L'uomo pensa e opera moralmente (mos:
costume) solo in quanto conformasi a questa unica legge; e poichè questa è la
medesima in tutti gli uomini, tutti debbono tendere allo stesso scopo, al bene
universale. Il uomo non deve vivere per sè, ma per l'umanità; l'interesse
personale deve essere asso lutarnente subordinato a quello umano Cic., de fin.;
de rep.; Plut., de comm. notit.; Zeller). In questo stato politico ed etico
regna perfetta concordia ed armonia. Tutti i cittadini hanno vivo il sentimento
dell'ordine, coltivano la virtù e reprimono gli appetiti irrazionali, che sono
la causa dell’inimicizia e della guerra (bellum, polemos). Sono sottomessi alla
volontà divina, al fato, alla serie universale e interminabile delle cause e
degli effetti. I doveri fondamentali sono il giurato (iusiuratum), in qua
virtutis splendor est maximus, e la benevolenza e la beneficenza.Questedue
virtù sono le basi della società civile (Cic., de fin.). Intorno ad esse
Diogene puo parlare a lungo ai Romani, perchè nella Stoa e stato soggetto di
molte dispute e di scritti. Il suo tutore Crisippo gli aveva insegnato in
proposito una dottrina propria. Tutti gli altri esseri sono nati per il bene
degli uomini e degli dei, due uomini per formare una popolazione, una società,
una comunanza, una communita, un comune; è inerente alla natura che tra l'uomo
e il genere umano, come tra parte e tutto, interceda un diritto naturale. Colui
che lo osserva è giusto (promuove il giurato – iusiurato); ingiusto chi lo
trasgredisce. Tra il diritto pubblico e quello privato non avvi opposizione
(Cic., de fin.). Un uomo non si trova in rapporti giuridici con una bestia, ma
solo con suo simile. Affinchè si realizzi il regno del giurato (iusiuratum) e
della moralità occorre che la perfetta ragione sia presente in tutti. La
ragione invece si trova solamente nel sapiente; si formarono quindi gli stati
singoli, che tengono divisa l'umanità. Come gli stati, così le istituzioni che
li governano sono effetto di errore e stoltezza: quali l’istituzione del matrimonio,
l’istituzione della famiglia, l’istituzione della proprietà, l’istituzione dela
moneta, l’istituzione del ribunale, l’istituzione del ginnasio (Diog. L.).
Stato conforme alla natura umana, con istituzioni veramente buone, non esiste.
Edotto di questo idealismo politico, puo sul Campidoglio il pretore romano A.
Albino, uomo erudito e versato nella lingua greca, dire per ischerzo volgendosi
a Carneade. “A te, Carneade, non sembra io sia un pretore, nè questa una città,
nè in essa abitino cittadini). A cui Carneade, che subito capisce di essere stato
preso per il collega della Stoa. “A questo stoico non sembra cosi.” I filosofi
ateniesi non lasciano di contendere neppure in paese straniero; o certo
Carneade e stato assai lieto di osservare che al senso pratico dei romani la
dottrina de' suoi avversari si presenta come assolutamente *ridicola*; e
tornato in patria, credette il fatto degno di essere raccontato a' suoi
discepoli (L'aneddoto è ricordato da Clitomaco. Cic., Ac.). Sogliono gli
storici narrarci che Carneade tenne a Roma *due* discorsi ispirati a scopo
opposto. Il primo giorno dimostra l'esistenza del diritto naturale e loda la
giustizia (il giurato – il iusiuratum – dike – cf. lex). Il secondo giorno
sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità, all’audacia e alla
sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di difendere contraddizione si
anorme. Anche non tenendo conto che, se si applicasse questo criterio, tutta la
filosofia dei accademici sarebbe un' immoralità, perchè il loro metodo e di
difendere in ogni quistione le soluziori opposte. Idue discorsi (tesi ed
antitesi, positio e contra-positio, posizione e contra-posizione), tenuti in
giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la sintesi, o com-posizione) e si
propongano il medesimo fine: mostrare la falsità della dottrina della tesi di
Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in questa parte della filosofia,
molto più che in altre, sono dipendenti da Platone e da Aristotele, bisogna
prendere le mosse da questi. Leggiamo in Lattanzio. Carneades autem, ut Aristotelem
refelleret ac Platonem, justitiae patronos, prima illa disputatione collegit ea
omnia, quae pro justitia dicebantur, ut posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades,
quoniam erant infirma, quæ a philosophis adserebantur, sumsit audaciam
refellendi, quia refelli posse intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al
trove. Nec immerito extitit Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui
refelleret istorum (Platone e Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ
fundamentum stabile non habebat, everteret, non quia vituperandam esse
iustitiam sentiebat, sed ut illos defensores eius ostenderet nihil certi, nihil
firmi de iustitia disputare (Epit.). Di qui è evidente che la prima orazione
non era che un esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione,
un'esposizione delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare
nel vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per
iscopo di vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o
almeno la loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade
demole, ma il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi
pervennero frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una
filosofia nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani.
Perciò eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius
recordatur (Lattanzio, Instit. dio. I. c.). E noi ora possiamo tentare di
ricostruire questo singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade,
non esiste una giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se
esso esistesse le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste,
buone o cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le
fredde, le dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che
regna una grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini
tra il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al
Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il
brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano
toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che
loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli
stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle
armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite,
per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più
elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli,
adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani,
disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa
illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero
rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione
la guerra contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari
galli (“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità
il sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum)
ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A
quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo
o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla
coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero
possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura
arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a
scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la legge,
le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un particolare
vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’, attentamente
esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio fisso, naturale,
vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non isfugge che ogni
disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata appena non
risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle mani il
potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera, per
istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della propria
conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni popolo che
diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma unicamente ai
proprii. Voi stessi o ROMANI, dice Carneade parlando a un Scipione Emiliano, il
futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il saggio, al letterato
Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito Sulpicio Gallo,
algrande oratore Galba, al vecchio CATONE, l'implacabile nemico di Cartagine,
al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti ostaggi achei
trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale Polibio. Voi
stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla giustizia. Se volete
essere giusti, restituite le cose tolte agli altri, ritornate alle vostre
capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il criterio direttivo della
vostra vita non e il giurato
(iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara; poichè voi, coll'intimare
la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie* sotto un pretesto di
legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per venuti al possesso di
tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse potuto produrre
negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della loro grandezza
politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi, che sono celebri
e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data dal pirata
catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare con una sola
fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro, infesti tutto il
mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa virtù somma e
perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la negazione del
giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata tra gli
uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese, naturalmente
a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio altrui, estendere
il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che acquista dei beni alla
patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma l'erario di denaro,
rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non solo il popolo e la
classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e incoraggiano a commettere
cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non manca neppure l'autorità
della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia, che invano si tentano di
nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno diritto di vita e di
morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono chiamarsire per volontà
divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per ischiatta, o per potenza, hanno
nelle mani l'amministrazione di una città, costituiscono una setta. Ma i membri
prendono il nome di “ottimato”. Se il popolo ha il sopravvento nel maneggio dei
pubblici affari, la forma di governo si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè
gli uomini si temono l'un l'altro, e una classe ha paura dell'altra, interviene
una specie di *patto* o contratto fra popolo e potenti e si costituisce una
forma mista di governo, dove la giustizia è un effetto non di natura o di
volontà, ma di debolezza. Ed è naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve
scegliere tra le seguenti condizioni: recare *in-giuria* e non riceverne; e
farne e riceverne; nè farne, nè riceverne, egli repute ottima la prima, perchè
soddisfa meglio i suoi istinti. Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza;
ultima e più infelice la condizione di chi sia costretto ad essere continuamente
in armi, sia perchè faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo
stato naturale dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la
guerra, la discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la
negazione del giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita
per effetto di debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo,
considera il giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che
l’istituzione del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi
avversari e dei filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si
acquista, non si allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre,
le vittorie; le quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la
distruzione di città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati
nei tempi, ne dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle
rapine i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità
nemiche, quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i
trionfi dei generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della patria,
estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con nuove
sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere senza
danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di risparmiare
tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a ciascuno il
suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non sminuire la
felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non ha mai
l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il popolo
attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto; bensì al
sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il ‘scitum’ i generali
di Roma hanno il soprannome di grandi. La violenza, la forza, la negazione
del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma per nascondere la
propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato (iusiuratum), il
popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando delle favole da
sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna un titolo di
nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli stati liberi
o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il comandare con
la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del giurato
(iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano il
sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi
negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque
mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine
della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un
individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche
desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo
l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della
gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa
guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum --
anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione
e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui
non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita.
Credeno, I ROMANI pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece sommamente
negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire questa opposizione
tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il giurato (iusiuratum)
(Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il ‘scitum’ dimostra
egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente l'uomo che sa
difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede quello degli altri.
Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e assai chiari e appropriati
alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole vendere uno schiavo, che
ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli solo conosce questi
difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si, s'acquista fama di uomo onesto, perchè non inganna,
maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende affatto; se
no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma malvagio, perchè
inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro per oricalco, o
argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica al venditore lo
sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà pagare a
maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe vantaggio, sta
per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e tu il sai,
dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma accorto; se
parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si presenta la
contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto. Ma in
questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di vantaggi
più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice della
povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe più spiccato.
Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare, vede un altro più
debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che vale a
sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e si
pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi
furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi
al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in
sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a
qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma
stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo. Cosicchè il giure naturale, la giustizia
naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta
d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il
giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un fatto
che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo -- principio
che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere quanto esteso
fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi una grande
forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il difensore
del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi opposta,
perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso schiavo,
il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e viene
meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo, l'anima
al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il conquistatore
tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto perchè e peggiore
di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci credere che egli risolve
il rimorso nella paura della pena, negando che fosse un sentimento più profondo
e disinteressato. Diogene obbietta che in questa ipotesi il malvagio sarebbe
semplicemente un incauto e il buono uno scaltro (Cic. de leg.). In conclusione:
per Diogene, fondamento della morale e del diritto è l'inclinazione ad amare
gli uomini e a rispettare la divinità, inclinazione che ha radice nella natura,
la quale sola offre la norma per distinguere il giurato dalla sua assenza, il
bene dal male. Per Carneade, generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità
sola, e ogni giudizio morale e altrettanta opinione, la quale non deriva da un
imperativo kantiano, o un principio naturale fisso, come provano la loro
varietà e il dissenso degli uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire un
significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle premesse
teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato da
Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina *precettiva*,
alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un fatto
psicologico e sociale – come il principio cooperativo di Grice. Carneade non
pare credere all'effetto pratico della morale normativa e si limita ad
analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza, prudential, il
quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal realizzare il precetto
dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal proporne del proprio
precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta all'osservazione
quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più alta e sforzano a credere
o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta, ne formula un domma. iusiuro:
swear to a binding formula. NA Wundt/1/IV/D/XIII/1 Estate Wundt
Zeitungsausschnitte 100. Geburtstag Wundt NA Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro
an Wilhelm Wundt Ricerca Sofistica Lingua Nota disambigua.svg Disambiguazione –
"Illuminismo greco" rimanda qui. Se stai cercando il movimento
culturale greco del XVIII secolo, vedi Nuovo illuminismo greco. La sofistica
(in greco σοφιστική τέχνη, sofistiké téchne) è stata una corrente filosofica[1]
sviluppatasi nell'antica Grecia, ad Atene in particolare, a partire dalla
seconda metà del V secolo a.C., la quale, in polemica con la scuola eleatica e
avvalendosi del metodo dialettico di Zenone di Elea, pose al centro della
propria riflessione l'uomo e le problematiche relative alla morale e alla vita
sociale e politica. Non si trattò di una vera e propria scuola né di un
movimento omogeneo, ma fu estremamente variegata al suo interno: i suoi
esponenti (detti appunto sofisti), seppur accomunati dalla professione di
«maestro di virtù», si interessarono di vari ambiti del sapere, giungendo
ognuno a conclusioni differenti e a volte tra loro contrastanti. L'Acropoli
e l'agorà di Atene: qui fiorì la sofistica I sofisti rinunciarono alla vastità
delle congetture cosmologiche dei filosofi naturalisti, concentrandosi sulla
soggettività dell'uomo, sulla legittimità delle opinioni e il valore dei
fenomeni. L'approccio dei sofisti era quindi orientato all'individualismo e al
relativismo, alla critica dei valori tradizionali, al razionalismo. I
contemporanei avvertirono in queste posizioni il rischio di derive ateistiche e
di corruzione dei costumi. Certa storiografia moderna ha invece evocato l'idea
di un illuminismo greco. Etimologia. Anticamente il termine σοφιστής
(sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad
un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia
cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono «sofisti» quegli
intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro
compenso:[6] quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva
scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente. Nell'antichità, il
termine era spesso posto in antitesi con la parola «filosofia», intesa come ricerca
del sapere, che presuppone socraticamente il fatto di non possedere alcun
sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti, interessati al successo e ai
soldi, più che alla verità. Il termine mantiene anche nel linguaggio corrente
un carattere negativo: con «sofismi» si intendono discorsi ingannevoli basati
sulla semplice forza retorica delle argomentazioni. La sofistica è stata
rivalutata, e oggi è riconosciuta come un momento fondamentale della filosofia
antica. Contesto storico-culturale Magnifying glass icon mgx2. Svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Pentecontaetiae Guerra del Peloponneso.
Veduta dell’Acropoli di Atene Lo sviluppo della sofistica ad Atene è legato a
un insieme di fattori culturali, economici e politico-sociali. Con la sconfitta
dei Persiani a Salamina le poleis greche affermarono la propria autonomia, e la
loro potenza si ampliò progressivamente nel corso dei successivi cinquant'anni
di pace (la cosiddetta Pentecontaetia). In particolare, a primeggiare su tutte
furono le città rivali, ovvero Sparta e Atene: la prima espanse la propria
influenza su quasi tutto il Peloponneso attraverso un'ampia rete di alleanze,
mentre Atene, membro di primo piano della Lega delio-attica, con l'avvento di
Pericle finì con l'assumerne il comando. Con il potere politico ed economico
crebbe però anche l'ostilità tra le due città, e il desiderio di supremazia
sull'intera Grecia portò al disastro della Guerra del Peloponneso.
Pericle Pericle, leader carismatico della fazione democratica, governò
Atene per circa un trentennio, portando la città al suo massimo splendore. Egli
fece trasferire il tesoro della Lega delio-attica da Deload Atene, e trasformò
il volto della città con un imponente piano di riforma architettonica (simbolo
del potere dell'epoca sono gli edifici dell'Acropoli: il Partenone, l'Eretteo,
i Propilei); inoltre, si intensificarono i rapporti con le altre città,
attraverso alleanze e scambi commerciali. Fu proprio questo nuovo clima di pace
a favorire l'affermarsi della sofistica, poiché permise ai sofisti, «maestri di
virtù» itineranti, di spostarsi di città in città, seguendo le rotte
commerciali. Visitando luoghi con tradizioni e ordinamenti politici differenti,
talvolta varcando addirittura i confini dell'Ellade, essi iniziarono ad
interrogarsi sul valore intrinseco delle leggi e della morale, giungendo ad un
sostanziale relativismo eticoche riconosceva il valore delle norme morali solo
in relazione alle usanze della città in cui ci si trova ad operare: la stessa
areté (virtù) da loro insegnata si riduceva all'insieme delle norme e delle
convenzioni riconosciute valide dai cittadini, alle quali il retore si deve
adeguare per avere successo e buona fama. Tuttavia, bisogna considerare che non
erano considerati “cittadini” le donne, gli stranieri (meteci) e gli schiavi.
L'età di Pericle fu dunque al tempo stesso l'età dello splendore e della crisi
della polis, poiché coincise con la crisi dei valori tradizionali, di cui i
sofisti furono protagonisti; come scrive Mario Untersteiner, la sofistica è
«l'espressione naturale di una coscienza nuova pronta ad avvertire quanto
contraddittoria, e perciò tragica, sia la realtà». Il primo interesse dei
sofisti è la rottura con la tradizione giuridica, sociale, culturale,
religiosa, fatta di regole basate sulla forza dell'autorità e del mito (e per
questo motivo sono talvolta guardati come "precursori
dell'Illuminismo"), a cui veniva contrapposta una morale flessibile,
basata sulla retorica. D'altra parte, la stessa retorica che essi insegnavano
aveva un'enorme importanza per la vita civile nel regime democratico
dell'epoca, il quale riconosceva a tutti i cittadini l'uguaglianza giuridica
(isonomia) e la libertà di parola durante l'assemblea pubblica
(parresia). Il tramonto dell'aristocrazia segnò il tramonto di una
mentalità, di un'epoca con le sue aspirazioni eroiche. Le eroiche lotte
sostenute contro i Persiani, le nuove leggi e le nuove costituzioni crearono un
grande senso di fiducia in se stessi. Nel pensiero dei sofisti si rispecchiano
le esigenze delle àlacri classi borghesi, l'arrivismo degli uomini nuovi,
l'irriverenza verso le tradizioni sacre ed il beffardo disprezzo del passato,
le violente lotte fra città e città, la corsa sfrenata alle cariche politiche.
I sofisti Rosa, Protagora e Democrito I sofisti erano considerati maestri di
virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti. Per questo motivo essi
furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Platone e
Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura».
Ironicamente, i sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di
cultura (paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma
come "metodo di formazione" di un individuo nell'ambito di un popolo
o di un contesto sociale. Essi riscossero successo soprattutto presso i ceti
altolocati. La figura del sofista, come persona che si guadagna da vivere
vendendo il proprio sapere, si pone come precursore dell'educatore e
dell'insegnante professionista[14]. Argomento centrale del loro insegnamento è
la retorica: mediante il potere persuasivo della parola essi insegnavano la
morale, le leggi, le costituzioni politiche; il loro intento era di educare i
giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici e, per
essere tali, oltre ad una buona preparazione, bisognava anche essere
convincenti e saper padroneggiare le tecniche retoriche. I sofisti, a
differenza dei filosofi greci precedenti, non si interessano alla cosmologia e
alla ricerca dell'archèoriginario, ma si concentrano sulla vita umana,
diventando così i primi filosofi morali. Vengono distinte due generazioni di
sofisti: Sofisti della prima generazione: Protagora, Gorgia, Prodico e
Ippia Sofisti della seconda generazione: solitamente allievi dei primi, sono a
loro volta distinguibili in: Sofisti politici: Antifonte, Crizia, Trasimaco,
Licofrone, Callicle, Alcidamante, Polo, l'Anonimo di Giamblico Sofisti della
physis, si interessano del rapporto natura-uomo, spesso conducendo studi
naturalistici: Antifonte, (Ippia) Eristi, portano all'esasperazione il metodo
dialettico: Eutidemo e Dionisodoro, Eubulide di Mileto Altri: Seniade di
Corinto, forse l'anonimo autore dei Dissoi logoi Stando alle fonti, pare che
anche il filosofo Aristipposia stato un sofista prima di incontrare Socrate e
unirsi a lui; in particolare pare fosse allievo di Protagora e sappiamo per
certo che diede lezioni di eloquenza a pagamento. A questo proposito si
racconta un aneddoto: protagonisti sono Aristippo e il padre di un suo alunno,
il quale, contestando il prezzo troppo alto della retta annuale, gli avrebbe
detto: «Mille dracme? Ma io con mille dracme ci compro uno schiavo!», e Aristippo
avrebbe risposto: «E tu compralo questo schiavo, così ne avrai due in casa,
questo e tuo figlio!». A quanto pare Aristippo praticava tariffe differenziate
in base alle capacità degli allievi, così che se uno di questi aveva la
sfortuna di essere poco dotato la sua tariffa aumentava vertiginosamente,
mentre se al contrario era particolarmente brillante e intuitivo la tariffa
ammontava a poco più di 1 dracma, praticamente gratis. Caratteri generali
della sofistica Magnifying glass icon mgx 2.svg Lo stesso argomento in
dettaglio: Relativismo etico sofistico. La sofistica, come detto, fu un
movimento disomogeneo, e ogni sofista differiva dagli altri per interessi e
posizioni personali. Tuttavia, è possibile riconoscere in questi autori alcuni
caratteri comuni. Centralità dell'uomo. I sofisti si interessarono
prevalentemente di problematiche umane ed antropologiche, tanto che gli
studiosi parlano di antropocentrismo sofistico. Essi approfondirono i temi
legati alla vita dell'uomo, che venne analizzata soprattutto dal punto di vista
gnoseologico (ciò che l'uomo può conoscere e ciò che non può conoscere), etico
(ciò che è bene e ciò che è male) e politico (il problema dello Stato e della
giustizia). L'essere umano veniva considerato a partire dalla sua condizione di
individuo posto all'interno di una comunità, caratterizzata da determinati
valori culturali, morali, religiosi e via dicendo. Essi insegnavano pertanto a
osservare formalmente le leggi e le tradizioni della polis, così da diventare
cittadini rispettati e di successo – quindi virtuosi. Rottura con la
“fisiologia” presocratica. Come conseguenza del punto precedente, i sofisti in
genere trascurarono le discipline naturalistiche e scientifiche, che invece
erano state tenute in grande considerazione dai filosofi precedenti. Per questa
ragione alcuni studiosi hanno definito "cosmologica" la filosofia
precedente ed "umanistico" o "antropologico" il pensiero
sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per certi versi
limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide (che,
mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi
scientifici, tra cui matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale,
studioso dei testi ippocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia).
Relativismo ed empirismo. I sofisti concepivano la verità come una forma di
conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo
rapporto con l'esperienza. Non esiste un'unica verità, poiché essa si frantuma
in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative,
finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla
pertanto di relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli
ambiti della conoscenza, dall'etica alla politica, dalla religione alle scienze
della natura.Dialettica e retorica. Le tecniche dialettiche dell'argomentare
(cioè dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e
del confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell'antitesi,
l'affermazione contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone
all'interno della scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si
affermarono e si affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica
essenziale e influenzò profondamente la retorica, ponendo l'accento sull'aspetto
persuasivo dei discorsi, fino a scadere nell'eristica.Alla luce di tutto ciò,
alcuni studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una sorta di
“illuminismo greco” ante litteram, in quanto i miti e le credenze tradizionali
vennero criticati e sostituiti con nozioni razionali: in altre parole la sofistica
avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici di quel movimento
culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, l'Illuminismo appunto.
L'insegnamento Greuter, "Socrate e i suoi studenti", XVII
secolo. Nell'Atene era costume che i maestri tenessero lezione all'aperto, in
piazza o sotto i portici Con la comparsa dei sofisti nascono nuovi luoghi
deputati all'insegnamento: le case dei cittadini più ricchi,[20] le palestre
pubbliche e le piazze, le quali includevano dei portici in cui i maestri
potevano passeggiare con i loro discepoli o sedere in banchi dove potevano
discutere. In genere, la scelta del luogo in cui tenere lezione era legata al
tipo di "sapienza" professata: Socrate, ad esempio, scelse la piazza
pubblica per mostrare la sua disponibilità verso tutti i cittadini e il
disinteresse per il denaro – e lo stesso faranno i cinici in epoca successiva –
mentre gli accademici, i peripatetici e gli stoici preferiranno luoghi
attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche. D'altra parte, va ricordato
ancora una volta che la sofistica non fu una scuola filosofica, bensì un
movimento caratterizzato da un ampio e variegato dibattito interno.
Capisaldi dell'insegnamento sofistico sono: L'insegnabilità della virtù: essendo
i sofisti "maestri di virtù", il loro insegnamento si basava sulle
strategie per conseguirla, con fini eminentemente utilitaristici; non essendo
infatti possibile conoscere il Bene in sé, l'educazione era volta a diffondere
i valori più convenienti alla vita civile dell'individuo. Per questo motivo,
essi si rivolsero non solo agli aristocratici, ma anche ai ceti emergenti che
aspiravano al successo.La retorica: i sofisti non furono degli scienziati,
poiché non limitavano il campo del loro sapere ad una disciplina specifica;
piuttosto, per loro era importante il metodo di comunicazione, e per
apprenderlo erano previsti due momenti, la dialettica e l'eristica: la prima
consiste nell'arte di saper argomentare, la seconda nel saper vincere in una
discussione. Il loro insegnamento abbracciava molte tematiche, e oltre alla
morale si occuparono di problemi di diritto, ponendo la questione
dell'esistenza o meno del diritto naturale (physis) e del suo rapporto col
diritto positivo (nomos).Per quanto riguarda le leggi e le norme i sofisti,
spostandosi di città in città, si accorsero che ogni cultura ha diverse regole
e leggi[23]. Ciò fece sorgere in loro domande quali: Ci sono regole
uguali per tutti? In genere i sofisti propendono per il no, cioè per il
relativismo etico. Vi è una cultura superiore alle altre? Porre la domanda già
equivale ad una critica delle tradizioni e ad una propensione per il
relativismo culturale. La Seconda sofisticaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda sofistica.
L'imperatore ADRIANO, in veste greca, offre un sacrificio ad Apollo (Londra,
British Museum) Dopo il successo del V secolo a.C., nel secolo successivo la
sofistica vide un progressivo ridimensionamento della propria importanza,
soprattutto a causa delle già menzionate critiche rivolte ai sofisti dai
filosofi Platone e Aristotele, e dalle loro scuole. Tuttavia, a partire
dall'inizio del II secolo d.C. (quindi a distanza di circa 400 anni) si
assiste, in piena età imperiale, ad una rinascita della sofistica, grazie a un
movimento filosofico-letterario definito da Filostrato Seconda sofistica[24]
(detta anche Nuova sofistica o Neosofistica, per differenziarla da quella
antica). Diversamente dalla sofistica del V secolo, però, la Seconda sofistica
abbandona i temi di interesse filosofico ed etico (come la divinità, la virtù e
via dicendo), per occuparsi esclusivamente di oratoriae retorica. La Nuova
sofistica si presenta così subito come un movimento di impronta essenzialmente
letteraria, orientato allo studio e all'esercizio dell'oratoria e ben distante
dall'impegno politico e culturale dei sofisti dell'età di Pericle. I nuovi
sofisti mirano all'affermazione personale e al successo pubblico, cercando
(eccetto che in rari casi) di ingraziarsi la simpatia e i favori dei potenti;
la loro produzione letteraria, improntata alla ricercatezza stilistica secondo
lo stile del cosiddetto asianesimo, spazia attraverso vari generi: dialoghi,
trattati, opere satiriche, novelle, fino a ben più leggere opere di
intrattenimento, brani in cui veniva ostentata la propria bravura retorica.
Tra i vari autori di lingua greca che rientrano in questo fenomeno letterario,
i più importanti sono: Dione Crisostomo («dalla bocca d'oro») ricoprì
varie cariche politiche e svolse la propria attività di retore e insegnante in
Bitinia e a ROMA, dove però è condannato all'esilio. Erode Attico, tra i più
importanti e rinomati, insegnante di retorica e amico dell'imperatore stoico Marco
Aurelio ANTONINO, ricoprì vari incarichi nell'amministrazione pubblica romana,
tra cui il consolato. Elio Aristide, allievo di Erode Attico, famoso
soprattutto per le opere di onirocritica e per la sua devozione al dio
Asclepio; Luciano di Samosata, uomo vicino alla famiglia imperiale romana -- dinastia
degli Antonini --, è autore di vari saggi sui più disparati argomenti, nonché
modello di purismo linguistico. Flavio Filostrato, membro di una famiglia di
celebri retori e sofisti, è tra i più potenti letterati alla corte dei Severi. La
Seconda sofistica perdura. Tratti tipici di questo movimento sono
rintracciabili in filosofi come Imerio, Libanio, Temistio e Sinesio, per
giungere infine alla Scuola di Gaza. La storiografia moderna considera
comunemente i sofisti come filosofi. Si veda a proposito: M. Untersteiner, Le
origini sociali della sofistica, appendice a: I sofisti, Milano Guthrie, The
Sophists, Cambridge Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Reale, Il pensiero
antico, Milano Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna. Più precisamente, Mario
Untersteiner, riprendendo a sua volta H.I. Marrou e A. Levi, scrive: «Fu più
volte riconosciuto che nella sofistica non devesi scorgere una scuola
filosofica abbastanza uniforme e coerente, ma piuttosto sia meglio accogliere
l'opinione molto diffusa nell'antichità, “che considerava sofisti coloro che
andavano da una città all'altra della Grecia per insegnarvi pubblicamente la
loro σοφία dietro retribuzione. Il contenuto di questa sapienza variava secondo
gli insegnanti di essa; però (nemmeno Gorgia rappresenta un'eccezione) tutti i
sofisti professavano di essere maestri di ἀρετή (virtù), ossia dichiaravano
d'impartire ai loro discepoli un insegnamento rivolto a finalità insieme
individuali e sociali”» (I sofisti, Milano sofistica, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Il sostantivo σοφιστής deriva
dal verbo σοφίζειν (sophízein), che significa «rendere sapiente». Cfr. Guthrie,
The Sophists, Cambridge Per le varie accezioni del sostantivo si veda anche: L.
Rocci, Dizionario Greco Italiano, Firenze Kerferd, I sofisti, trad. it.,
Bologna Sofista» in origine indicava generalmente una personalità ritenuta
sapiente, e fu utilizzata per riferirsi anche a poeti come Omero ed Esiodo. ^
DK 79 2a, 3. La rivalutazione della sofistica come corrente filosofica iniziò
nel XIX secolo a opera di Hegel e Nietzsche. Oggi ai sofisti è riconosciuto lo
statusnon solo di filosofi morali ma anche di teoreti. Cfr. G.B. Kerferd, I
sofisti, trad. it., Bologna Untersteiner, I sofisti, Milano Kerferd, I sofisti,
trad. it., Bologna Untersteiner, I sofisti, Milano Faggin, Storia della
filosofia, volume primo, Principato editore, Milano, Così li definisce Socrate
in: Senofonte, Memorabili Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze Jaeger, Paideia,
trad. it., Firenze Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Diogene Laerzio II,
65. ^ Plutarco, De liberis educandis Untersteiner, I sofisti, Milano Questo è
l'argomento su cui verte il Teetetoplatonico, nel quale si analizza la dottrina
protagorea dell’homo mensura (Cfr. DK 80A1). Kerferd, I sofisti, trad. it.,
Bologna Tra i cittadini ateniesi abbienti che patrocinarono l'attività dei
sofisti, il più famoso è senz'altro Callia, che compare come personaggio nel
Protagora di Platone (è in casa sua che avviene il dialogo e sono ospitati
Protagora, Prodico e Ippia). ^ M. Untersteiner, I sofisti, Milano Kerferd, I
sofisti, trad. it., Bologna Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze Illuminanti al
riguardo sono le affermazioni di Antifonte (DK) e quelle contenute nei
cosiddetti Dissoi logoi (DK Filostrato, Vite dei sofisti I Corno, Letteratura
greca, Milano Corno, Letteratura greca, Milano Edizioni dei frammentiModifica I frammenti e
le testimonianze sui sofisti sono raccolti in Die Fragmente der Vorsokratiker,
a cura di Hermann Diels e Walther Kranz. In traduzione italiana sono
consultabili: I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G.
Giannantoni, Roma-Bari: Laterza 1979. I presocratici. Prima traduzione
integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di
Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani,
2006. I sofisti. Testimonianze e frammenti, a cura di M. Untersteiner e A.M.
Battegazore, Firenze: La Nuova Italia, 1949-1962 (nuova edizione: Milano:
Bompianim con introduzione di G. Reale). I sofisti, a cura di M. Bonazzi, pref.
di F. Trabattoni, Milano: BUR, Abbagnano, Giovanni Fornero, Protagonisti e
testi della filosofia, Volume A, Tomo 1, Paravia Bruno Mondadori, Torino Mauro
Bonazzi, I sofisti, Roma: Carocci, Guthrie, The Sophists, Cambridge: Cambridge
University Press, Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna: Il Mulino, 1988 M.
Isnardi Parente, Sofistica e democrazia antica, Firenze: Sansoni, Jaeger,
Paideia. La formazione dell'uomo greco, Firenze, La nuova Italia (nuova
edizione con un'introduzione di Giovanni Reale, Bompiani: Milano 2003). H.-I.
Marrou, Storia dell'educazione nell'antichità, Roma: Studium, Levi, Storia
delle Sofistica, Napoli, Morano, 1966. E. Paci, Storia del pensiero
presocratico, Roma: Edizioni Radio Italiana, Plebe, Breve storia della retorica
antica, Bari: Laterza, Reale, Il pensiero antico, Milano: Vita e Pensiero, Schreiber,
Aristotle on false reasoning: language and the world in the Sophistical
refutations, State University of New York Press, Untersteiner, I sofisti,
Milano: Bruno Mondadori Antropocentrismo Demagogia Dissoi logoi (Sofistica)
Eristica Presocratici Relativismo culturale Relativismo etico sofistico
Retorica Seconda sofistica Sofisma. «sofista» Sofistica, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Taylor e Mi-Kyoung Lee, The Sophists,
su Stanford Encyclopedia of Philosophy. George Duke, The Sophists (Ancient
Greek), su Internet Encyclopedia of Philosophy. Portale Antica Grecia
Portale Filosofia. Protagora retore e filosofo greco antico
Eristica arte della contesa verbale Dissoi logoi opera filosofica. Luigi
Credaro. Keywords: i sofisti, il giurato, iusiuratum, Carneade, il secondo
discorso, contro Democrito, ragione pratica (saggezza), ragione teorica, a
philosopher in political linguistics: German minority, Italian majority in
Trento. Il prefetto di Trento. Lingua tedesca, lingua italiana, ordinamento
amministrativode-centrato, Wundt, Kant, razionalismo trascendente, Herbart,
scetticismo, accademia, prima accademia, seconda accademia, terza accademia, liberta di volere, freewill, volere libero, ambiascata
ateniense a roma, influenza dell’academia nell’elite romana – l’accademia come
perfezionamento per la dirigenza romana, Wundt, positivismo, suggestione, i
primordii del kantismo in Italia, Hegel vacuo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Credaro” – The Swimming-Pool Librrary. Credaro.


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