Grice e Delogu: l'implicatura conversazionale -- semiotica romana – implicatura sarda -- filosofia sarda -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (Nuoro). Filosofo italiano. Grice: “We
can call Delogu a Griceian; at least he has written a little tract that he
entitled ‘questioni di senso’ – which is all that my philosophy is about!” Si laurea a Sassari e, come vincitore di una borsa di studio
regionale di perfezionamento in Dottrina dello Stato, ha collaborato
all’attività didattica e di ricerca con Pigliaru. È stato redattore del
periodico del seminario di Dottrina dello Stato Il Trasimaco, fondato e diretto
da Pigliaru. Come vincitore di concorso ha insegnato Filosofia e Storia
nei licei. Ha preso servizio a Sassari in qualità di ricercatore. Come
vincitore di concorso ordinario, è prof. associato e prof. ordinario di Filosofia morale presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari. Cofonda
i Quaderni sardi di filosofia e scienze umane. Fonda e diretto i Quaderni sardi
di filosofia letteratura e scienze umane. Fa parte del comitato
scientifico della rivista “Segni e comprensione” -- dell’Lecce. È stato
direttore del Centro studi fenomenologici a Sassari, fonda e diretto la sezione
sassarese della Società Filosofica Italiana. È stato direttore della
Scuola di specializzazione per la formazione degli insegnanti a Sassari. Gli è
stato conferito il Premio Sardegna-Cultura e il Premio Giuseppe Capograssi,
dalla giuria presieduta da Giovanni Conso, presidente dell’Accademia dei
Lincei. Organizza numerosi convegni, tenutisi in Sardegna, generalmente a
Sassari. Tra questi: Realtà impegno progetto in Pigliaru, Libertà e
liberazione; Etica e politica in Capograssi; Tuveri filosofo, Dettori filosofo,
Esperienza religiosa e cultura contemporanea, Le nuove frontiere della medicina
tra etica e scienza, Vasa filosofo, Nella scrittura di Satta,; Filosofia e
letteratura in Karol Wojtyla; Attualità di Noce; Scrittura e memoria della
Grande Guerra. Ha partecipato in qualità di relatore ai convegni su
Merleau-Ponty (Lecce), Mounier (centro E. Mounier Reggio Emilia), Sartre (Bari,
Università Roma TRE, La Sorbona di Parigi), Gramsci (Cagliari), Intellettuali e
società in Sardegna nell’Ottocento (Cagliari), Capograssi (Roma), Noce (Roma); Tuveri (Cagliari), SSatta,
(Trieste); su Corpo e psiche: l’invecchiamento (Chiavari), su I vissuti: tempo
e spazio (Chiavari); è stato relatore al Corso di formazione su Fenomenologia e
psico-patologia promosso dal Dipartimento di salute mentale di Massa
Carrara. Ha tenuto lezioni seminariali sul pensiero fenomenologico di Wojtyla
a Lublino; Capograssi, sul Diritto penale internazionale a Ginevra, sul
pensiero filosofico politico nella Sardegna dell’Ottocento a Zurigo. È
stato responsabile del gruppo di ricerca dell’Ateneo sassarese su L’etica nella
filosofia italiana e francese contemporanea, PRIN. Collabora alle riviste
Annuario filosofico, Rivista internazionale di Filosofia del diritto, Nouvelle
Revue théologique; al Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, alla
Enciclopedia Filosofica edita da Bompiani. Ha diretto il Master Mundis per la
Dirigenza Scolastica promosso da Sassari in collaborazione con la conferenza
nazionale dei Rettori. Premio "Sardegna-Cultura" Premio
"Giuseppe Capograssi”. Altre opere: “Insegnamento e implicamento
empiegamento della filosofia nella scuola secondaria, Tipografia editoriale
moderna, Sassari); “La critica di Merleau-Ponty alla concezione tomista
dell’uomo e della libertà in S. Tommaso nella storia del pensiero, Teoria e prassi in A. Pigliaru, Quaderni
sardi di filosofia e scienze umane, La Filosofia Cattolica in Italia, Quaderni
Sardi di filosofia e scienze Umane); “Pluralismo culturale ed educazione in
Colloquio interideologico,“ Orientamenti Pedagogici", La Filosofia
dell’educazione in A. Pigliaru; in Quaderni Sardi di filosofia e scienze umane,
Se la corrente calda… Un itinerario filosofico: Péguy, Sorel, Mounier, Sartre,
Quaderni Sardi di filosofia e scienze umane, M. Ponty, Esistenzialismo,
Marxismo, Cristianesimo,, Editrice La Scuola, Brescia); Né rivolta né rassegnazione:
saggio Su Merleau-Ponty, Ets, Pisa); “Le corpori nell’esperienza morale” Quaderni
Sardi di filosofia e scienze umane, Non vi è terza (né altra via) nell’
“Esprit” di Mounier, Quaderno Filosofico, “Temporalità e prassi” in S. Weil,
Progetto, Temporalità e prassi in Sartre
in Sartre, teoria scrittura impegno, V. Carofiglio e G. Semerari, Ed. Dedalo,
Bari, Una filosofia disarmata Merleau- Ponty in Esistenza impegno progetto in
Merleau-Ponty, G. Invitto, Guida, Napoli); “Storia e prassi” in La ragione
della democrazia, Ed. Dell'oleandro, Roma, Giuseppe Capograssi e la cultura
filosofico-giuridica in Sardegna, Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, Note
per una fenomenologia della esperienza religiosa; in Chi è Dio. Università Lateranense,
Herder, Roma, Storia della cultura filosofico-giuridica, Enciclopedia della
Sardegna, La Filosofia etico-politica di Dettori e la cultura sardo-piemontese
tra Settecento e Ottocento, Quaderni Sardi di Filosofia e Scienze Umane, Il nucleo
di vita e di luce del Rousseau capograssiano in Due convegni su Capograssi, F.
Mercadante, Giuffè, Milano, Filosofia e società in Sardegna tra Settecento e
Ottocento in “La Sardegna e la rivoluzione francese” M. Pinna, Editore, La
Filosofia giuridica e etico-politica negli intellettuali sardi della prima metà
dell’Ottocento: Azuni, D. FoisTola, G. Manno in Intellettuali e società in
Sardegna tra Restaurazione e Unità d’Italia, Editore, Le Radici
fenomenologico-capograssiane di S. Satta giurista-scrittore; in Salvatore Satta
giurista-scrittore, U. Collu, Edizioni, Nuoro); “Soggetto debole, etica forte:
da S. Weil a E. Levinas; in Le Rivoluzioni di S. Weil, G. Invitto, Capone
Editore, Lecce, Pigliaru e Gramsci in Socialismo e democrazia, Archivio sardo
del movimento operaio contadino e autonomistico, Tracce del postmoderno in Weil,
in Moderno e postmoderno nella filosofia italiana oggi, U. Collu, Consorzio per
la pubblica lettura S. Satta, Nuoro, Società e filosofia in Sardegna Tuveri,
FrancoAngeli, Milano, Cultura barbaricina e banditismo in Pigliaru e M.Pira in
L’Europa delle diversità, FrancoAngeli, Milano, Prospettive fenomenologiche
nella cultura contemporanea; in Quaderni sardi di filosofia letteratura e
scienze umane, Asproni e i filosofi sardi contemporanei in Giorgio Asproni e il
suo ‘Diario Politico’, Cuec, Cagliari, Domenico
Azuni, Elogio della pace, a cura di, Assessorato Regionale alla Pubblica
Istruzione, Cagliari, Multi-dimensionalità della esistenza, in Quaderni sardi
di filosofia, letteratura e scienze umane, D.A. Azuni filosofo della pace, in
Francia e Italia negli anni della rivoluzione, Laterza, Bari); “La Preghiera in
J.Sartre in Esperienza religiosa e cultura contemporanea, a cura di, Diabasis,
Reggio Emilia); Note su “Etica comunitaria” e etica planetaria, in Quaderni
sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Temporalità esistenza sofferenza,
in Esistenza e i vissuti Tempo» e Spazio, A. Dentone, Bastogi, Foggia); Le
Relazioni Intermediterranee e il pensiero di D.A. Azuni, in Il regionalismo
internazionale mediterraneo nel 50º Anniversario delle Nazioni Unite, Consiglio
Regionale della Sardegna, Cagliari, La Festa e la via: una lettura
fenomenologica, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Corpo
e psiche: l’invecchiamento in Minkoswski, in Corpo e psiche, A. Dentone,
L’invecchiamento, Bastogi, Foggia, Cosmopolitismo e federalismo nel pensiero
politico sardo dell’Ottocento, in Il federalismo tra filosofia e politica.
Edizioni, Questioni Morali); La prospettiva fenomenologica, Istituto Italiano
Di Bio-etica, Macroedizioni, Cesena, L’etica della mediazione, in Il problema
della pena minorile, FrancoAngeli, Milano, La filosofia in Sardegna, Etica
Diritto Politica, Condaghes, Cagliari, Antonio Pigliaru, La lezione di
Capograssi, a cura di, Edizioni Spes, Roma); Note su Del Noce e il nichilismo;
in Quaderni sardi di filosofia, letteratura e scienze umane, Repubblica e
civiche virtù, in Lezioni per la repubblica. La festa è tornata in città, Diabasis,
Reggio Emilia, K. Wojtyla, L’uomo nel campo della responsabilità, a cura di,
Bompiani, Milano, Federalismo e progettualità politico-sociale in Carlo
Cattaneo e Giovanni Battista Tuveri, in Quaderni sardi di filosofia, letteratura
e scienze umane); Cattaneo e Tuveri in Carlo Cattaneo temi e interpretazioni,
M. Corrias Corona, Centro Editoriale Toscano, Firenze, Al confine ed oltre. La
sofferenza tra normalità e patologia, Edizioni Universitarie, Roma); J. Sartre, Barionà o il figlio del tuono, a cura
di, Marinotti, Milano, Due Filosofi militanti: Carlo Cattaneo e Giovanni
Battista Tuveri in Cattaneo e Garibaldi. Federalismo e Mezzogiorno, A. Trova,
G. Zichi, Carocci, Roma, Esperienza e pena in Satta in Nella scrittura di
Salvatore Satta, Magnum, Sassari, Note Introduttive alla filosofia di Wojtyla,
Orientamenti Sociali Sardi); Note sul cristianesimo di Pigliaru, Orientamenti
Sociali Sardi, Nov-Dic., Etica e santità in Simone Weil; in Etica contemporanea
e santità, Edizioni Rosminiane, Stresa); Legge morale e legge civile in Natura
umana, evoluzione ed etica. Annuario di Filosofia, Guerini e Associati, Milano,
V. Jankélévitch, Corso di filosofia morale, a cura di, Raffaello Cortina,
Milano); Filosofia e letteratura in Karol Wojtyla, Urbaniana University Press,
Roma, La phénoménologie de l’agir moral selon Karol Wojtyla, in Nouvelle Revue
Theologique, Prefazione all’analisi
dell’esperienza comune in Giuseppe Capograssi, in La vita etica, F. Mercadante,
Bompiani Milano, La noia in Jankélévich, in In Dialogo con Vladimir
Jankélévich., Lisciani Petrini, Mimesis, Milano); La filosofia di Capograssi in
Esperienza e verità- Capograssi filosofo
oltre il nostro tempo, Il Mulino, Bologna, L’eredità di Capograssi nel pensiero
di Pigliaru, in Antonio Pigliaru. Saggi Capograssiani, a cura di, Edizioni
Spes, Roma, Ragione e mistero, in
Orientamenti Sociali Sardi, XV,. Il pensiero di Noce sul Magistero della
Chiesa, in Attualità del pensiero di Augusto Del Noce,, Cantagalli, Siena, Contro
lo scientismo. Una esperienza di vita, in Gesù Di Nazareth
all’UniversitàAzzaro, Libreria Editrice Vaticana, Roma,. Libertà di coscienza e
religione, in Martha C. Nussbaum, in Nel mondo della coscienza: verità,
libertà, santità, Centro Internazionale di Studi Rosminiani, Stresa, Individuo
Stato e comunità in Pigliaru, in Le radici del pensiero sociologico-giuridico,
A. Febbrajo, Giuffré, Milano,. La pace e la guerra nel pensiero di Cimbali e Vecchio
docenti nell’Sassari in Scrittura e memoria della Grande Guerra, A. Delogu e
A.M. Morace, Pisa, ETS, Questioni di
senso- Breviario filosofico, Donzelli, Roma,. La vita e il diritto nell’opera
di Satta, Nuoro, Lezione di commiato di Antonio Delogu, La Nuova Sardegna, 02
marzo, su lanuovasardegna.gelocal. Remo BodeiAntonio Delogu, su youtube.com.
Festival di filosofia. Wikipedia Ricerca Sardegna e Corsica provincia
romana Lingua Segui Modifica Sardegna e Corsica Sardegna e Corsica Un
pavimento a mosaico proveniente da Nora (in alto a destra), le rovine romane di
Aleria (in basso a destra), le terme romane di Fordongianus (in basso a
sinistra), e le rovine dell'anfiteatro romano di Cagliari (in alto a sinistra).
Informazioni generali Nome ufficialeSardinia et Corsica CapoluogoCaralis
Dipendente daRepubblica romana, Impero romano Amministrazione Forma
amministrativa Provincia romana GovernatoriGovernatori romani di Sardegna e
Corsica Evoluzione storica Inizio237 a.C. CausaPrima guerra punica Fine456
CausaInvasione dei Vandali Preceduto daSucceduto da Domini cartaginesiRegno dei
Vandali Cartografia Corsica et Sardinia SPQR.png La provincia nell'anno 120 La
Sardegna e Corsica (in latino: Sardinia et Corsica) fu una provincia romana di
età repubblicana e imperiale. La Sardegna entrò nella sfera d'influenza romana
dal 238 a.C. La Corsica due anni più tardi ed entrambe vi rimasero fino
all'invasione dei Vandali del 456. Roma occupò la Sardegna nell'intervallo fra
la prima e la seconda guerra punica. Già nei primi anni del grande conflitto,
precisamente nel 259 a.C., il suo esercito aveva tentato la conquista
dell'isola, giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione,
dopo essersi impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsi.
StatutoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Province romane e Lista dei pretori di Sardegna e Corsica. La Sardegna (in
greco Σαρδώ, Sardò) e la Corsica(Κύρνος, Kýrnos),[1] furono annesse
rispettivamente nel 238 e nel 237, sottraendole alla dominazione punica. I buoni
rapporti che intercorrevano tra le popolazioni locali e i Cartaginesi,
contrapposti ad un regime di conquista introdotto dai Romani, determinarono una
serie di rivolte (in Sardegna. in Corsica) e un'incompleta pacificazione in
particolare delle tribù dell'interno, con continue azioni, considerate
brigantaggio dai Romani. L'intera provincia era governata da un
pretore(attestato a partire dal 227 a.C.), con capoluogo a Carales (Cagliari),
in Sardegna. Probabilmente l'intero territorio della Sardegna fu considerato
ager publicus populi Romani e sottoposto all'esazione di una decima, a cui
potevano aggiungersi altre requisizioni e si ritiene che ad un regime simile
sia stata sottoposta anche la Corsica. Di una certa importanza era la
produzione di grano della Sardegna mentre altre esportazioni erano costituite
dal sugheroe da prodotti della pastorizia e dalle saline. La proprietà terriera
mantenne in Sardegna il carattere di latifondo, già impostato sotto la
dominazione punica. La situazione della provincia rimase marginale con
una scarsa romanizzazione, soprattutto dovuta alla presenza dei reparti
militari, e con una forte permanenza della cultura locale. Una prima
consistente immigrazione si ebbe nel I secolo a.C. in seguito alle proscrizioni
delle guerre civili. Durante il periodo della guerra civile tra Mario e Silla
vi vennero dedotte in Corsica le colonie di Mariana (presso Biguglia) e di
Aleria. Dopo la morte di Silla, vi riparò Marco Emilio Lepido, che in seguito,
sconfitto dal governatore Gaio Valerio Triario, si spostò in Spagna con alcuni
seguaci. Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo la provincia fu
abbandonata dai pompeiani, ma le diverse città accolsero diversamente le truppe
cesariane e furono di conseguenza punite o ricompensate. Cesare fondò la
colonia di Turris Libisonis (Porto Torres, sulla costa settentrionale) e
attribuì a Carales lo stato di municipio. Parallelamente, in funzione del loro
appoggio, a diversi influenti personaggi locali era stata concessa la
cittadinanza romana. La romanizzazione non si estese tuttavia mai del tutto
nell'interno delle due isole. Con la riforma augustea nel 27 a.C. la
provincia divenne senatoria, ma nel 6 d.C., la necessità di mantenervi un
presidio armato contro il persistere del brigantaggio indusse lo stesso Augusto
a passarla a provincia imperiale. Fu amministrata sempre da un praefectus
Sardiniae a partire da Tiberio, e da Claudio al titolo principale di praefectus
Sardiniae fu aggiunto l'attributo procurator Augusti.[2][3][4] Passò a varie
riprese da senatoria, governata da un propretore, a imperiale, a seconda delle
necessità contingenti. La provincia fu occupata da alcuni latifondi di
proprietà imperiale e interessata dallo sfruttamento delle minieree fu spesso
utilizzata come luogo di confino (per esempio per Seneca). Storia delle
due isole romaneModifica Il Mediterraneo occidentale nel 348 a.C. al
tempo del secondo trattato tra Roma e Cartagine. Frattanto gli Etruschi
subiscono l'attacco dei Galli e di Roma Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Storia della Sardegna, Storia della Corsica e Trattati
Roma-Cartagine. Sembra che il primo serio interessamento di Roma alla Corsica
si ricavi da un testo di argomento insospettabile: è infatti in Teofrasto, il
botanico greco, che si legge di una spedizione romana in Corsica finalizzata
alla fondazione di una città. Le 25 navi della spedizione incorsero però in un
inatteso inconveniente, rovinandosi le vele con la selvaggia e gigantesca
vegetazione, i cui rami crescevano e si sporgevano dai golfi e dalle insenature
dell'isola sino a lacerarle irrimediabilmente; e, per completare il disastro,
la zattera che caricava 50 vele di ricambio affondò con tutto il carico[5]. La
spedizione sarebbe avvenuta intorno al IV secolo a.C., a questo periodo infatti
diversi studiosi, fra i quali il Pais[6], riferiscono il brano del
botanico. Fallita la prima spedizione, non era cessata l'attenzione
dell'Urbe per il mare e le due isole. Per questo interesse giunse anche,
all'incirca nel 348 a.C.[7], a stipulare due trattati con Cartagine, entrambi
riguardanti Sardegna e Corsica; ma se rispetto alla prima isola i passaggi dei
trattati sono ben chiari[8], i patti sulla seconda sono tutt'altro che nitidi,
al punto che Servio osserva che in foederibus cautum est ut Corsica esset medio
inter Romanos et Carthaginienses[9]. Anche Polibio, narrando dei trattati[10],
non menziona la Corsica e da questo silenzio, insieme al fatto che l'isola non
figurava nemmeno nelle descrizioni dei territori a controllo cartaginese, il
Pais ed altri dedussero che la facoltà di controllarla che tempo prima
Cartagine aveva pattuito con gli Etruschi, si fosse da questi trasmessa a
Roma[6]. Tuttavia lo stesso Pais ricorda, per converso, che Cartagine non aveva
mai rinunziato a mire sull'intero Mediterraneo, e che riponeva nella Corsica un
interesse specifico, giacché a partire dal 480 a.C.ne assoldava periodicamente
fidati mercenari; questa circostanza, unita ad una facile riflessione
sull'importanza strategica di un'isola a vista, anzi dirimpettaia delle rive
liguri, toscane e laziali, punto quindi di osservazione e di attacco, parrebbe
smentire l'ipotesi di un disinteressamento di Cartagine come causa del silenzio
dei trattati[6]. L'occupazioneModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Prima guerra punica. Dopo lo scoppio della prima
guerra punica nel 264 a.C., il console romano Lucio Cornelio Scipione nel 259
sbarcò in Corsica presso lo stagno di Diana[11], a circa 3 km da Aleria, e
assediò la città; sebbene l'invasore contasse sull'effetto sorpresa,
Aleriaresistette a lungo e dopo la capitolazione Scipione la fece saccheggiare
con ferocia, ciò che secondo Floroavrebbe diffuso lo sgomento fra le
popolazioni corse[12]. Prima di aver consolidato l'occupazione della Corsica,
Scipione passò in Sardegna dove secondo Giovanni Zonara i locali erano in
rivolta contro Roma in quanto sobillati dal generale cartaginese Annone[13].
Sulla rivolta non vi sono dubbi, ma sono state espresse perplessità a proposito
dell'asserita fomentazione cartaginese, ad esempio il Dyson definì l'asserzione
di Zonara a cryptic passage.[14]. A ogni buon conto, Scipione uccise Annone[15]
e ne organizzò il funerale[16]. Al suo rientro a Roma, il console celebrò il
trionfo[17] per la vittoria su Cartaginesi, Sardi e Corsi. Le
Bocche di Bonifacio che separano le due isole L'anno successivo, nel 258 a.C.,
Gaio Sulpicio Patercolo sbarcò nella zona di Sulci in Sardegna, ma nei venti
anni che seguirono non sono riportate attività dell'esercito Romano in
Sardegna. La pace del 241 a.C.lasciò così l'isola sotto l'egemonia di
Cartagine, anche perché la suddivisione del Mediterraneo in sfere d'influenza
aveva portato i Cartaginesi, una volta persa la Sicilia, a spostare la propria
attenzione verso altre zone al di fuori della sfera d'influenza Romana. Ma in
quello stesso anno, seguendo l'esempio dei commilitoni d'Africa, i mercenari
stanziati da Cartagine in Sardegna si ribellarono e s'impadronirono del potere
nell'isola, compiendovi ogni sorta di efferatezze finché i Sardi, esasperati,
insorsero e li cacciarono dalla loro terra. L'orda dei sanguinari invasori si
rifugiò allora in Italia dove invitò i Romani a prendere possesso della
Sardegna, momentaneamente indifesa. L'invito fu accolto: Roma, cogliendo
l'occasione dei preparativi punici per la rioccupazione dell'isola, accusò
Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e, nel 238 a.C., inviò le sue
legioni in Sardegna. Cartagine, che non era allora in condizioni di
intraprendere una nuova guerra contro Roma, subì il sopruso. Nel 236
a.C., il senato romano dichiarò guerra ai Corsi[18] ed inviò una spedizione di
conquista guidata da Licinio Varo, non coerente con l'avvenuta occupazione
dell'isola attestata in alcuni storici romani[19]. Il comandante Varo,
comunque, conscio dell'esiguità della flotta assegnatagli, fece precedere
l'attacco principale da un'operazione decentrata meno impegnativa, onde
fiaccare le difese corse, facendo sbarcare sull'isola un corpo separato di
spedizione al comando dell'ex console Marco Claudio Clinea. Prima di questa
operazione, Clinea aveva già compromesso la sua reputazione presso i Romani,
avendo osato andare in battaglia contro l'avviso degli àuguri[20] e avendo pure
commesso un sacrilegio consistente nell'avere (o aver fatto) strangolare dei
galli sacri; ansioso di riguadagnare prestigio, egli mosse da solo contro il
nemico e ne fu sconfitto.[21] I Focei lo obbligarono a siglare un umiliante
trattato presto sconfessato da Varo, che lo ignorò o lo infranse, a seconda dei
punti di osservazione, e attaccò quando gli avversari, i quali dopo la firma
del trattato non si attendevano un attacco e avevano quindi smobilitato.[21].
Varo li vinse facilmente e conquistò territori nella parte meridionale
dell'isola; poi tornò a Roma dove chiese la celebrazione del trionfo, che gli
fu però negato. Quanto allo strangolatore di galli, Clinea, Roma decise di
lasciarlo in mano ai Corsi presumendo che lo avrebbero ucciso per esser in
qualche modo venuto meno (con l'attacco guidato da Varo) al trattato
sottoscritto, ma questi lo liberarono ed anzi lo rinviarono a Roma indenne; il
Senato tuttavia non cambiò idea e, dopo averlo riportato in città, lo condannò
a morte, inducendo Valerio Massimo a chiosare che hic quidem Senatus
animadversionem meruerat[21]. Le tribù Nuragiche (XVII-II secolo
a.C.). Le prime rivolteModifica Così come i Corsi, anche le popolazioni sarde
che se in precedenza avevano finito con l'accettare la presenza dei Cartaginesi
collaborando parzialmente con loro, ora non erano affatto disposte a subire il
dominio di questa nuova gente, anch'essa venuta d'oltremare con le armi in
pugno, ed intrapresero subito un'accanita resistenza all'invasore nei modi di
una ostinata e persistente guerriglia. Essi infatti erano armati alla leggera:
utilizzavano le pelli di muflonecome corazze naturali, oltre ad un piccolo
scudo ed una piccola spada.[1] Già nel 236 infatti, due anni dopo la
conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i Romani
condussero varie operazioni militari contro i Sardi che rifiutavano di
sottomettersi. Nel 235, sobillati dai Cartaginesi che "agivano
segretamente", i Sardi si ribellarono, ma la rivolta fu soffocata nel
sangue da Manlio Torquato, che avrebbe celebrato il trionfo sui Sardi il 10
marzo del 234. Nel 233 altre rivolte furono sanguinosamente represse dal
Console Carvilio Massimo, il cui trionfo sarebbe stato celebrato il 1º aprile
dello stesso anno. Nel 232fu il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi ed
a ricevere gli onori del trionfo il 15 marzo. La resistenza, però, era ben
lungi dall'essere stata sedata ed anzi il clima si fece rovente. Sempre nel 233
a.C. i consoli Marco Emilio Lepido e Publicio Malleolo, di ritorno da una
spedizione in Sardegna in cui avevano razziato dei villaggi, furono costretti
da una tempesta a prendere terra in Corsica; gli abitanti li assalirono,
massacrarono i soldati e li depredarono del bottino sardo[13]. Il Senato di
Roma inviò allora nell'isola il console Caio Papirio Maso, il quale dopo una serie
di buoni successi nelle zone costiere, si diede ad inseguire i corsi (per Roma
"i ribelli") sulle montagne. Qui i padroni di casa ebbero facilmente
la meglio, dovendo il romano fare i conti anche con la scarsità di rifornimenti
e perdendo uomini, oltre che per le azioni militari, anche per la denutrizione
delle sue truppe[22]. Papirio fu costretto ad una resa e sottoscrisse un altro
trattato i cui dettagli non sono noti, ma che assicurò un buon periodo di
pace.[13][23] In seguito Roma completò l'occupazione della Corsica durante la
prima guerra punica, dando l'avvio ad una fase di dominazione che durò
ininterrotta per circa sette secoli. Nel 231, data la grave situazione di
pericolo, furono inviati addirittura due eserciti consolari: uno contro i Corsi,
comandato da Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i
Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati fallimentari
conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il
trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con
una corona di mirto anziché di alloro. La provincia di Sardegna e
CorsicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Lista dei pretori di Sardegna e Corsica. Nel 226 e 225 si verificò una
recrudescenza dei moti, ma ormai Roma era fortemente intenzionata ad
assicurarsi il dominio del Mar Mediterraneo, e dunque il possesso della
Sardegna e della Corsica, che continuavano ad essere di decisiva importanza;
così, già dal 227, le due isole (perlomeno le parti controllate da Roma)
ottennero la forma giuridica ed il rango di Provincia - la seconda dopo la
Sicilia - e vi fu inviato il pretore Marco Valerio Levino (?) per
governarla[24]. Per domare gli ultimi focolai, stavolta fu inviato l'esperto
Console Gaio Atilio Regolo, con 2 legioni, ai primi di maggio del 225
a.C. La rivolta sarda di Ampsicora e gli anni della guerra
AnnibalicaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Seconda guerra punica. Mappa della rivolta di Ampsicora in
Sardegna (215 a.C.) Verso la fine del 216 a.C. giunse a Roma una lettera del
propretore Aulo Cornelio Mammula, il quale si lamentava del fatto che non erano
stati corrisposti gli stipendia ai suoi soldati di stanza nell'isola, e che vi
erano gravi carenze di approvvigionamenti di grano. Allo stesso fu risposto di
dover provvedere con i propri mezzi, poiché al momento non vi era alcuna
possibilità di soddisfare tali richieste.[25] In assoluto, la più
importante rivolta dei Sardi fu quella del 215 a.C., scoppiata all'indomani
delle grandi vittorie di Annibale in Italia. Livio sostiene che: «[...]
l'animo dei Sardi era stanco della lunga durata del dominio romano, spietato ed
avido [...]; erano stati oppressi da pesanti tributi e con ingiuste imposizioni
di rifornimenti di frumento.» (Livio, XXIII, 32.9.) Il nuovo pretore
inviato nell'isola, Quinto Mucio Scevola, si ammalò probabilmente di malaria
dalla descrizione che ne fece Tito Livio.[26] E quando si venne a sapere della
sua malattia a Roma, gli vennero inviati dei rinforzi (pari a 5.000 fanti e 400
cavalieri), posti sotto il comando di Tito Manlio Torquato.[27] Un
autorevole esponente dell'aristocrazia terriera sardo-punica, quell'Amsicora (o
Ampsicora) che Tito Livio definì: «qui tum auctoritate atque opibus longe
primis erat» (colui il quale in quel tempo era largamente primo per autorità e
per ricchezze), era infatti riuscito non solo a mettere in campo un esercito
sardo abbastanza consistente, ma anche ad ottenere rinforzi militari da
Cartagine, inviandovi ambasciatori in segreto. Secondo alcune fonti insieme ad
Amsicora a condurre la rivolta si trovava pure Annone, un ricco cittadino
punico di Tharros[28]. Cartagine sostenne la rivolta inviando una flotta forte
di 15.000 armati, sotto il comando di Asdrubale il Calvo.[28][29] Il piano di
Amsicora era quello di dare battaglia solo quando tutte le forze disponibili si
fossero riunite. Per continuare il reclutamento tra i sardi dell'interno,
lasciò il comando al figlio Iosto a Cornus con una parte dell'esercito. I
rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa di una tempesta
che dirottò le navi sulle isole Baleari dove rimase per molto tempo per essere
riparata;[30] e i Sardi dell'interno indugiarono troppo prima di unirsi al suo
gruppo. Iosto accettò imprudentemente la battaglia offerta dal comandante
Manlio Torquato. L'esercito sardo fu sconfitto subendo la perdita di 3.000
soldati, 800 furono fatti prigionieri[28]. Asdrubale il Calvo intanto
raggiunse la Sardegna, sbarcò a Tharros e respinse i Romani verso Caralis[31].
A loro si unì Amsicora con il resto dell'esercito sardo. Lo scontro con i
Romani avvenne nella piana del Campidano meridionale, tra Decimomannu e
Sestu[28]. Dopo una cruenta battaglia la coalizione sardo-punica fu duramente
sconfitta, morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti
prigionieri fra i quali Asdrubale il Calvo ed Annone[28]. Iosto morì in
battaglia. Amsicora affranto dal dolore per la morte del figlio, non volendo
finire nelle mani dei Romani si uccise[28]. Alla fine dell'estate del 210
a.C., una flotta cartaginesedi 40 navi, comandata da Amilcare apparve davanti
alla città di Olbia, situata nella costa nordest della Sardegna e la
devastò;[32] poi quando apparve il pretore Manlio Vulsone con l'esercito, il
comandante cartaginese si affrettò ad allontanarsi fino a raggiungere Caralis
(Cagliari), che saccheggiò e da lì fece ritorno in Africa con un ingente
bottino.[33] Le rivolte del II secoloModifica Romania e Barbaria Il
II secolo a.C. fu, specialmente nella sua prima parte, un periodo di importanti
fermenti insurrezionali. Nel 181 a.C. ci fu una rivolta dei Corsi, sedata nel
sangue dal pretore Marco Pinario Posca, che ne uccise circa 2.000 e fece un
certo numero di schiavi[34]. Nel 173 a.C. una nuova rivolta fece intervenire
Attilio Servato, pretore in Sardegna, che fu battuto e costretto a ripararsi
sull'altra isola[35]; Attilio chiese rinforzi a Roma, questa inviò Caio Cicerio
che, dopo aver fatto voto a Giunone Moneta di erigerle un tempio in caso di
successo, ottenne un nuovo sanguinoso successo, con 7.000 corsi uccisi e 1.700
fatti schiavi[36]. Nel 163 a.C. a domare una nuova rivolta fu invece Marcus
Juventhius Thalna, delle cui gesta non è stato tramandato. Oltre al silenzio
letterario sulla spedizione, colpiscono due aspetti anche più singolari del
poco che ne è stato tramandato: il primo è che dopo aver avuto notizia del
successo il senato romano indisse delle preghiere pubbliche, il secondo è che
saputo a sua volta di quanto importante fosse stato considerato il suo
successo, Thalna ne trasse tanta emozione da addirittura morirne[37]. Morto
Thalna, la ribellione dovette riprendere immediatamente, sostiene il
Colonna[21], poiché Valerio Massimo, pur senza parlare di altre rivolte,
segnala che dalla Sardegna dovette allungarsi sull'isola corsa anche Scipione
Nasica a completare la pacificazione; circa la complessiva azione romana di
repressione delle insurrezioni, lo stesso Colonna suggerisce inoltre che in
nessun caso debba essersi trattato di successi pieni poiché, oltre che al
primo, a nessun altro condottiero fu poi più concesso il trionfo[21]. La
resistenza dei Sardi si protrasse ancora nel II secolo a.C. Per sedare la
ribellione dei Balari e degli Iliesi del 177/176 a.C., il Senato inviò il
console Tiberio Sempronio Gracco al comando di due legioni di 5.200 fanti
ciascuna, più 300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600
cavalieri fra alleati e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi
(12.000 nel 177 e 15.000 nel 176); in seguito alla sconfitta, a queste comunità
fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre Gracco ottenne il trionfo. Tito
Livio documenta l'iscrizione nel tempio della dea Mater Matuta, a Roma, dove i
vincitori esposero una lapide celebrativa che diceva:« Sotto il comando e gli
auspici del console Tiberio Sempronio Gracco, la legione e l'esercito del
popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa provincia furono uccisi o
catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo
Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro
l'esercito sano e salvo e ricco di bottino; per la seconda volta entrò a Roma
trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove.»
La Sardegna in epoca romana aveva appena 1/5 dei suoi abitanti attuali (300.000
contro 1.600.000 attuali) e la Barbagia (più o meno la provincia di Nuoro)
poteva avere allora appena 55 000 abitanti (1/5 dei suoi attuali 280.000). Se
l'epigrafe raccontava il vero, i Romani avevano ucciso la metà degli abitanti,
per di più tutti maschi e adulti[31]. Le rivolte dei Sardi non si erano
concluse, ma bisognò attendere gli anni 163 e 162 a.C. per vederne di nuove
(13-14 anni dopo lo sterminio compiuto da Sempronio Gracco)[28]. Non si sa
molto su queste rivolte poiché andarono perduti i testi di Tito Livio
successivi al 167. Si sa però da altre fonti che le sollevazioni causate
dall'eccessiva pressione fiscale dei pretori romani continuarono e gli eserciti
e i generali romani che si susseguirono nel compito di domare questa terra
utilizzarono sempre la stessa strategia: eliminare il maggior numero di Sardi
possibile. Tra le ultime rivolte di una qualche importanza vanno citate
quelle del 126 e del 122: quest'ultima permise a Lucio Aurelio di celebrare l'8
dicembre il penultimo trionfo romano sui Sardi. L'onore però dell'ultimo fu
dato dal Senato al console Marco Cecilio Metello che nel 111 a.C., dopo 127
anni di lotta, sconfisse l'ultima resistenza dei Sardi uniti (quelli delle
coste e dell'interno)[38]. Da questo momento, i Sardi delle zone costiere e
delle pianure dell'Isola smisero di ribellarsi e col passare del tempo si
romanizzarono. Continuarono invece le ribellioni delle seguenti tribù
dell'interno che costrinsero le guarnigioni romane a estenuanti campagne
militari. Ilienses (siti tra il Marghine ed il Goceano) Balari (abitanti
il Monteacuto e parte della Gallurameridionale) Corsi (ubicati nella estremità
settentrionale della Sardegna) Olea - "Sardi Pelliti" o Aichilensens
(così definiti dall'erudito geografo Tolomeo, dal greco aix, aigòsovvero
vestiti di pelli di capra), abitanti la regione del Montiferru: arroccati nelle
fortezze di sa Pattada Cunzada (959 m) - Scano di Montiferro -, Badde Urbara (900
m) - Santu Lussurgiu -, nei nuraghi di Leari (850 m), su Crastu de sa Chessa
(745 m), Funtana de Giannas (690 m) - Scano di Montiferro - , Silbanis e Monte
Urtigu (1050 m) - Santu Lussurgiu Celsitani, Nurritani, Cunusitani, Galillensi
(odierna Barbagia), Parati, Sossinati e Acconiti (nel Monte Albo e nei Monti
Remule) costituenti la cosiddette Civitates Barbariae, dimoranti nell'area
chiamata Barbària e probabilmente facenti parte dell'etnia degli Ilienses[39].
In queste epoche, un gran numero di Sardi che erano stati fatti prigionieri
furono venduti come schiavi nei mercati di Roma, al punto che divenne
proverbiale la frase di Livio: "sardi venales" (sardi a basso
costo). Mario fondò in Corsica la città di Mariana (Colonia Mariana a
Caio Mario deducta), sita presso l'attuale comune di Lucciana verso la foce del
Golo, nel 105 a.C. Da questo momento iniziò la colonizzazione vera e propria e
sull'isola fiorirono ville rustiche e suburbane, villaggi e insediamenti di
ogni tipo, incluse le terme di Orezza e Guagno. Le Guerre SocialiModifica
Durante le guerre civili romane la Sardegna fu dapprima spinta verso la fazione
mariana dal suo governatore Quinto Antonio e poco dopo indotta a schierarsi nel
campo opposto dal sopraggiungere del rappresentante di Silla. Nell'81 a.C.
furono i legionari di Silla a trovare in Corsica il luogo di pensionamento,
stavolta presso Aleria. Morto Silla, il pretore Caio Valerio Triario
mantenne la Sardegna fedele al partito senatorio capeggiato da Pompeo (l'isola
pagò a quest'ultimo un enorme tributo in acciaio per le armi del suo esercito
nel 47 a.C.), finché Carales (Cagliari) non si schierò con Cesare, imitata poco
dopo da tutto il resto dell'isola. Fu scacciato il luogotenente di Pompeo,
Marco Cotta, e fu accolto favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca.
I pompeiani non si diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni
guerresche intese alla riconquista delle città costiere. Sulci si arrese mentre
Carales resistette: per questo motivo, Cesare punì la prima e premiò la
seconda[40]. La situazione si capovolse di nuovo nel 44 a.C., quando la
Sardegna, assegnata ad Ottaviano, e invece occupata da SESTO POMPEO MAGNO che
la tenne come preziosa base per la sua lotta contro i cesariani fino al 38
a.C., quando, tradito dal suo luogotenente, fu definitivamente soppiantato da
Ottaviano nel possesso dell'isola. Con quella data finalmente ebbe
termine per la Sardegna il periodo delle lotte violente e dei bruschi
sovvertimenti politici, con le loro funeste conseguenze economiche, durato
esattamente duecento anni. Nel 44 a.C. Diodoro Siculo visitò la Corsica e
notò che i còrsi osservavano tra loro regole di giustizia e di umanità che
valutò più evolute di quelle di altri popoli barbari; ne stimò il numero in
circa 30.000 e riferì che essi erano dediti alla pastorizia e che marchiavano
le greggi lasciate libere al pascolo. La tradizione della proprietà comune
delle terre comunali non fu eradicata del tutto se non nella seconda metà del
XIX secolo. I primi due secoli dell'ImperoModifica Busto di
Augusto, museo archeologico nazionale di Cagliari Il 13 gennaio del 27 a.C. le
province dell'Impero romano furono ripartite tra le province affidate
all'Imperatore Augusto, governate da legati di rango senatorio, e province
affidate al senato, tra cui la Sardegna e Corsica[41], governate da proconsoli
(proconsules) di rango senatorio . Anche nelle province senatorie l'Imperatore
aveva suoi rappresentanti di rango equestre detti procuratori
(procuratores) Presso Aleria e Mariana si approntarono basi secondarie
della flotta imperiale di Miseno. I marinai còrsi arruolati presso i porti
dell'isola furono tra i primi a ottenere la cittadinanza romana (sotto
Vespasiano, nel 75). Analogamente a quanto avveniva in altre province, i Romani
si guadagnarono il rispetto e la collaborazione dei capi locali (a cominciare
dai Venacini, tribù del Capo Corso), riconoscendo loro funzioni di governo
locale ed apportando ricchezza con la messa a profitto delle terre sfruttabili
in collina e lungo le coste. Nel 6 d.C. i Sardi si ribellarono, non solo
all'interno ma anche nelle pianure, e manifestarono il loro malcontento
unendosi ai pirati del Tirreno[41]. La violenza di questa rivolta costrinse
Augusto a rimuovere i senatori dal comando della Sardegna ed a prenderne lui
stesso il controllo diretto[41]. Fu inviato un distaccamento di legionari,
comandati da un prolegato (al posto del legato) di rango equestre[41] o da un
prefetto, a rinforzare la presenza militare sull'isola che prima era affidata
solo ad alcune coorti ausiliarie. La rivolta fu così violenta che alcuni
storici hanno ipotizzato che la Sardegna e la Corsica fossero state divise e
affidate a 2 governatori di pari grado indipendenti l'uno dall'altro; è infatti
attestata l'esistenza di un praefectus corsicae. Più accreditata è però
l'ipotesi che vuole che questo prefetto di Corsica fosse un subordinato del
governatore della Sardegna. Svetonio ci dice che Augusto visitò tutte le
province tranne la Sardegna e l'Africa poiché le condizioni del mare non glielo
permisero, mentre quando il mare non glielo impediva non c'era bisogno che
partisse: questo fa capire che la rivolta pur essendo violenta non durò molto.
Infatti nel 19 Tiberio sostituì il distaccamento di legionari con 4000 liberti
(o figli di liberti) ebrei. La situazione ritornò tranquilla e Claudio ridette
il comando al senato. Nerone mandò in esilio in Sardegna Aniceto, ex
precettore dell'imperatore ed ex prefetto della flotta di Miseno. Aniceto, su
istigazione di Nerone ne aveva ucciso la madre, Agrippina e qualche anno dopo,
per spianare la strada a Poppea "confessò" una relazione con Claudia
Ottavia moglie legittima di Nerone e fanciulla di specchiata virtù[41].
La Tavola di Esterzili risalente al 69, durante regno di Otone, e
riportante un decreto del Proconsole della Sardegna Lucio Elvio Agrippa atto a
dirimere una controversia tra i Gallilensi e i coloni Patulcenses Campani Probabilmente
per evitare fughe di notizie o ricatti Aniceto fu spedito in Sardegna dove
visse fra gli agi al sicuro anche da eventuali sicari
dell'imperatore.[42]Seneca, il tutore di Nerone, passò dieci anni in esilio in
Corsica a partire dal 41[41]. Nel 73 Vespasiano, tolse al senato il
controllo della Sardegna - forse di nuovo in fermento - e la affidò a un
procuratore[43]. L'imperatore Traiano tra il 115 e il 117ristrutturò e potenziò
il centro di Aquae Hypsitanaeche assunse in suo onore il nome di Forum Traiani[43].
Il II secolo fu un momento di sviluppo e di prosperità anche per la Sardegna:
tutti gli abitanti, anche i barbaricini, si mostravano contenti della politica
romana (almeno secondo la storiografia ufficiale) e ben presto tutta l'isola
avrebbe parlato latino (la lingua dei Cartaginesi è attestata fino al
principato di Marco Aurelio). In questo periodo non ci furono rivolte ed i
Romani ebbero la possibilità di ricostruire e migliorare la rete stradale
punica spingendola anche all'interno, costruirono terme, anfiteatri, ponti,
acquedotti, colonie e monumenti. La ricchezza della Sardegna era dovuta
ad uno sfruttamento agricolo e minerario senza precedenti: l'isola infatti
esportava piombo, ferro, acciaio e argento grazie alle sue miniere, e grano per
250.000 persone. Ma nonostante tutto la Sardegna venne sempre considerata, e
non solo sotto i Romani, come una terra lontana e utile solo per isolare
prigionieri e nemici dell'impero. Tra le varie persone che giunsero in Sardegna
dal mare vi erano numerosi criminali, rivoluzionari ma anche tantissimi
cristiani tra cui anche i papi Callisto (174) e papa Ponziano (235) e il famoso
prete Ippolito[44]. I governatori, in questa fase, sembravano di fatto
dei coordinatori manageriali, con esperienza nel rifornimento e nel trasporto
del grano, più che uomini d'arme. Sappiamo ora con certezza che, nel 170, la
Sardegna era sotto il controllo senatoriale. Se Ippolito è preciso nella sua
terminologia, il governatore della provincia era chiamato procurator. Questi
governatori (procuratori) gestirono il territorio in modo pacifico fino al 211,
ma dopo, come del resto in tutto l'impero, riprese il malcontento della
popolazione, che costrinse i governatori a reprimere le rivolte con l'uso della
forza, nei casi più gravi. Gli ultimi tre secoli dell'ImperoModifica Nel
226 la situazione era cambiata rispetto a quella del secolo precedente; i
governatori erano quasi tutti militari ed alcuni, come Tizio Licinio Hierocle e
Publio Sallustio Sempronio, erano anche uomini con esperienze di guerra. Il
malcontento andò aumentando poiché le tasse erano alte, il latifondo si
diffondeva e gli agricoltori erano sempre più legati alla terra. Il fatto che
nel 212 grazie a Caracalla i Sardi e i Corsi, come tutti gli abitanti
dell'Impero, avessero ottenuto la cittadinanza romana[44], passò in secondo
piano poiché questo onore era in concreto legato a tasse aggiuntive. Tra
il 245 e il 248, durante il regno di Filippo l'Arabo, fu intrapresa la
ristrutturazione e risistemazione dell'impianto viario della provincia che
cominciò con Publio Elio Valente e continuò anche durante il breve regno di
Emiliano[45]. Ricordiamo, inoltre, di numerosi martiri del periodo. San
Simplicio, San Gavino, San Saturnino, San Lussorio e Sant'Efisio in Sardegna[46]
mentre Santa Devota (martire attorno al 202, persecuzione di Settimio Severo, o
al 304, persecuzione di Diocleziano) è, assieme a santa Giulia, una delle prime
sante còrse di cui si sia avuta notizia. Secondo la leggenda, la nave che ne
trasportava il feretro verso l'Africa fu gettata da una tempesta sul litorale
monegasco. Per questo sarebbe divenuta la patrona del Principato di Monaco e
della famiglia Grimaldi. Santa Giulia (martire durante la persecuzione di
Deciodel 250, o quella di Diocleziano), è la patrona di Corsica e di Brescia,
città dove riposano le sue reliquie dopo che vi fu fatta trasportare da Ansa,
moglie del re longobardo Desiderio nel 762. Santa Giulia è patrona anche di
Livorno, dove le spoglie della santa avrebbero fatto tappa provenendo dalla Corsica.
A queste martiri se ne aggiunge un'intera schiera, tra i quali san Parteo, che
fu forse il primo vescovo di Corsica. Il primo vescovo còrso di cui si abbia
notizia certa è Catonus Corsicanus, che partecipò, così come il vescovo di
Caralis Quintinasio[45], al Concilio di Arlesindetto da Costantino I nel
314. I domini dei Vandali attorno al 456, dopo la conquista di
Sardegna e Corsica. Nel 286 Diocleziano unì la provincia alla Dioecesis
Italiciana[47]. Dopo la divisione della diocesi attuata da Costantino, venne
compresa nell'Italia Suburbicaria. Sardegna e Corsica rimasero sotto Roma
per tutto il convulso IV secolo e i primi decenni del V (nell'impero romano
d'Occidente), fino a quando nel 456 i Vandali, di ritorno dalla penisola, dove
avevano saccheggiato Roma, en passant le conquistarono e le annessero al loro
regno. Ma vinsero solo sulle coste, poiché i Sardi dell'interno, ormai pratici,
immediatamente si ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro
zona. Aleria, in Corsica, fu saccheggiata e, abbandonata, finì in rovina, lo
stesso destino toccò ad Olbia. La parte romanizzata della Sardegna,
grazie ad un certo Goda, che era un governatore vandalo dell'isola di origine
gotica, dopo essersi ribellato al potere centrale nel 533 resistette per un
certo periodo ai Vandali assumendo il titolo di "Rex"[48].
Difesa ed esercitoModifica I Sardi entrarono anche a far parte dell'esercito
romano dando il loro modesto contributo ovunque vi fossero truppe; infatti, per
quanto riguarda i legionari, non essendo un'isola molto popolata, e dato che i
cittadini non avevano avuto la cittadinanza (ottenuta dopo la riforma di
Caracalla), il numero fu sempre bassissimo ed entra nelle statistiche solo
nell'epoca successiva ad Adriano. Per quanto riguarda gli ausiliari, i
Sardi fornirono (come isola Sardegna) 3 coorti, mentre come provincia (Sardegna
e Corsica) 6 coorti, 3 per ciascuna isola con un numero maggiore dei Sardi sui
Corsi. La "Cohors I Sardorum" era probabilmente stanziata a
Cagliari nei primi tre secoli d.C., mentre la "Cohors II Sardorum"
fondata al tempo di Adriano, era stanziata a Sur Djuab, a circa 100 km a sud di
Algeri. Il riscatto della Sardegna avvenne con la flotta; infatti i Sardi
erano la prima fonte di reclutamento occidentale della flotta di Miseno.
Considerando invece tutto l'impero, l'isola diventa la quarta fonte di
reclutamento della stessa flotta, battuta soltanto dalle province d'Egitto,
d'Asia e della Tracia che avevano una popolazione molto più grande.
Geografia politica ed economicaModifica Corsica Strabone, che scrisse durante
il principato di Augustoe Tiberio, descriveva la Corsica come un'isola
scarsamente abitata, con un territorio sassoso e per lo più impraticabile.[1] I
suoi abitanti risultavano ancora dei selvaggi che vivevano di rapine.[1]
«Quando i generali romani vi fanno incursioni e [...] prendono una gran parte
della popolazione, rendendola schiava, che poi la si trova a Roma, fa
meraviglia per quanto in loro vi sia di bestiale e selvaggio. E questi o non riescono
a sopravvivere, o se rimangono in vita, logorano talmente i loro proprietari
per la loro apatia, che questi si pentono [di averli acquistati], anche se li
hanno pagati poco.» (Strabone, Geografia, V, 2, 7.) Sardegna Strabone
descrive la Sardegna come un territorio roccioso e non ancora del tutto
pacificato. Essa possiede un territorio interno molto fertile di ogni prodotto,
in particolare di grano.[1] Purtuttavia, così come nei confronti delle
popolazioni corse, anche di quelle sarde le fonti romane (a differenza dei miti
greci[49]) non riportano generalmente una buona opinione. (LA) «A
Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi
constituti, sed amandati et repudiati coloni.» (IT) «Dai Punici,
mescolati con la stirpe africana, sorsero i Sardi che non furono dei coloni
liberamente recatisi e stabilitisi in Sardegna, ma solo il rifiuto di cui ci si
sbarazza[50][51].» (Cicerone, Pro M. Scauro, 42) Il passaggio dei Romani
lasciò numerose tracce nella geografia della Sardegna per l'importante opera di
mappatura del territorio, del quale si ebbero le prime serie catalogazioni, ed
ovviamente nella toponomastica, di cui parte non è stata ancora soppiantata
nonostante il tempo trascorso. Le Bocche di Bonifacio, che separano la Sardegna
dalla Corsica, erano un tratto di mare molto temuto dai romani per via delle
correnti che potevano far affondare le loro navi ed erano dette Fretum
Gallicum. L'isola dell'Asinara, famosa per il carcere chiuso solo pochi anni
fa, era detta Herculis mentre le isole di San Pietroe di Sant'Antioco erano
dette rispettivamente Accipitrum la prima e Plumbaria la seconda; Capo Teulada,
la punta meridionale dell'isola era chiamata Chersonesum Promontorium mentre
Punta Falcone, l'opposto settentrionale di Capo Teulada, era detta Gorditanum
Promontorium; l'attuale fiume Tirso era chiamato Thyrsus. Le
antiche tribù còrse e le principali città e strade in epoca Romana. Maggiori
centri provinciali e tribù autoctoneModifica Corsica Prima Strabone[1] e poi, intorno
al 150, il geografoClaudio Tolomeo, nella sua opera cartografica, offrì una
descrizione piuttosto accurata della Corsica preromana, elencando: 8
fiumi principali, tra i quali il Govola-Golo e il Rhotamus-Tavignano; 32 centri
abitati e porti, tra i quali Blesino,[1]Centurinon (Centuri), Charax,[1]
Canelate (Punta di Cannelle), Clunion (Meria), Enicomiae,[1]
Marianon(Bonifacio), Portus Syracusanus (Porto Vecchio), Alista (Santa Lucia di
Porto Vecchio), Philonios(Favone), Mariana, Vapanes[1] e Aleria; 12 tribù autoctone
(in greco, latino e loro localizzazione): Kerouinoi (Cervini, Balagna);
Tarabenoi (Tarabeni, Cinarca); Titianoi (Titiani, Valinco); Belatonoi
(Belatoni, Sartenese); Ouanakinoi (Venacini, Capo Corso); Kilebensioi
(Cilebensi, Nebbio); Likninoi (Licinini, Niolo); Opinoi (Opini, Castagniccia,
Bozio); Simbroi (Sumbri, Venaco); Koumanesoi (Cumanesi, Fiumorbo); Soubasanoi
(Subasani, Carbini e Levie); Makrinoi (Macrini, Casinca). Sardegna Plinio ci
informa che "In essa (la Sardegna), i più celebri (sono): tra i popoli,
gli Iliei, i Balari e i Corsi"[52]; vengono inoltre menzionati più volte
altri popoli minori come i Parati, i Sossinati e gli Aconiti, che secondo gli
storici romani abitavano nelle caverne e depredavano i prodotti degli altri Sardi
che lavoravano la terra e che con le loro navi si spingevano fino alle coste
dell'Etruria per depredarla.[1] Tuttavia bisogna tener presente che i
luoghi abitati da questi popoli minori videro molti secoli prima dell'arrivo
dei Romani il fiorire della civiltà Nuragica, come in tutto il resto della
Sardegna, l'apparente arretratezza di tali popoli fu probabilmente dovuta alle
grosse perdite subite contro Cartaginesi e soprattutto contro i Romani, che
portarono alla relegazione di alcune popolazioni ribelli nei monti interni,
creando una divisione tra i Sardi abitatori di città e di villaggi nelle
pianure e nelle coste e i Sardi montanari che in gran parte si
"imbarbarirono" e si diedero al banditismo. Sempre i Romani,
nei secoli in cui dominarono la Sardegna, fondarono alcune nuove città come
Turris Libisonis (oggi Porto Torres) e fecero sviluppare molti centri abitati
soprattutto nelle coste, come Carales,[1]Olbia, Fanum Carisii (oggi Orosei),
Nora e Tharros, ma anche nell'interno, come Forum Traiani (oggi Fordongianus),
Forum Augusti (oggi Austis), Valentia (oggi Nuragus),Colonia Julia Uselis (oggi
Usellus), ed infine elevarono diverse città al rango di municipio.
BithiaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Bithia (sito archeologico). BonorvaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bonorva. Il generale sabaudo Alberto La Marmora,
in esplorazione presso San Simeone di Bonorva, aveva identificato un forte
romano che era stato dimenticato per tutto questo tempo. Il Tetti indica in
realtà che si trattava di una fortificazione punica, che era stata occupata dai
romani. Nulla però dimostra una presenza militare in questo luogo per i primi
secoli dell'Impero romano. BosaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bosa. L'anfiteatro romano di
Cagliari. Colonna nella Villa di Tigellio. CagliariModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia di Cagliari.
Cagliari (Carales o Karalis[1]) era la città più importante della Sardegna. Il
fatto che da qui partissero ben quattro strade che attraversavano l'intera
isola dal sud al nord, la circostanza che il suo porto fosse un centro
strategico importante per le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale (che
oltretutto ospitava un distaccamento della flotta di Miseno ed era il porto dal
quale partiva il grano per l'approvvigionamento di Roma) e che la sua
popolazione fosse all'incirca di 20.000 abitanti, rendeva Carales una tra le
più importanti città marittime della zona occidentale dell'Impero romano.
La zona abitata si sviluppava sulla costa per circa 300 ettari, il centro di
questa città era il foro, dove sorgevano numerosi edifici come la curia
municipale, l'archivio provinciale, la sede del governatore, la basilica, il
tempio di Giove Capitolino. La città fu interessata da una serie di interventi
edilizi di pubblica utilità come la realizzazione di una complessa rete
fognaria e la pavimentazione di strade e piazze, la costruzione di un acquedotto
(nel 140 d.C.) che molto probabilmente prendeva l'acqua dalla sorgente di
Villamassargia e, attraverso Siliqua, Decimo, Assemini, Elmas, arrivava in
città passando per il quartiere di Stampace. Nel I secolo d.C. la città
fu dotata di eleganti passeggiate coperte da portici mentre nel II secolod.C.
fu costruito l'anfiteatro, ancora utilizzato per gli spettacoli al giorno
d'oggi, semi-scavato nella roccia, che poteva ospitare fino a 10.000 persone.
Il titolo di municipium fu ottenuto solo sul finire del I secolo a.C.; era un
titolo importante perché le consentiva di essere una città autonoma con
cittadinanza romana. Per quanto riguarda le differenze tra i vari
quartieri, quelli signorili sorgevano nel territorio a nord di Sant'Avendrace e
nell'area di San Lucifero; al loro interno sorgevano le terme, i templi, alcuni
teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si trovavano nella
zona della Marina e i quartieri popolari vicino al porto, fra l'odierna via
Roma e il Corso Vittorio Emanuele. Claudio Claudiano, nel IV secolo,
descrisse così la città di Caralis: «Caralis, si distende in lunghezza ed
insinua fra le onde un piccolo colle che frange i venti opposti. Nel mezzo del
mare si forma un porto ed in un ampio riparo , protetto da tutti i venti , si
placano le acque lagunari» (Claudio Claudiano, I,520) CalangianusModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Calangiani.
Nell'attuale Calangianus è identificato l'oppidum di Calangiani o Calonianus,
citato nella Geographia del Fara. Oltre alle diverse tracce di strada romana
per Olbia e Tibula, sono state ritrovate rovine dell'oppidum nei pressi di
Monti Biancu e della località Santa Margherita, un busto di Demetra a Monti di
Deu ed un'anfora all'interno del nuraghe Agnu. Inoltre, il toponimo deriverebbe
dalla divinità Giano, il cui culto era molto diffuso in Sardegna.
CornusModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Cornus (Sardegna). FordongianusModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Fordongianus. Fordongianus, Forum Traiani, si trova
oggi in provincia di Oristano ed è particolarmente importante per la sua
posizione geografica che lo vede incuneato tra i monti della Valle del Tirso,
naturale via di penetrazione dalla pianura all'entroterra e punto di contatto
tra i due diversi mondi. Fin dalla sua fondazione fu un centro rinomato per le
sue terme, che sfruttavano una fonte naturale di acqua calda e curativa.
Qui si trova un'iscrizione che testimonia come l'attività delle genti della
Barbaria fosse ancora viva nel I secolod.C. poiché furono queste a dedicare
un'iscrizione ad un imperatore, probabilmente Tiberio, rinvenuta nel Forum
Traiani. Terme del Forum Traiani Come già accennato in precedenza,
tra le motivazioni originarie dell'insediamento, si pone la presenza di una
fonte d'acqua naturalmente calda e curativa. Sfruttando la fonte sorse, proprio
presso il fiume, un vasto edificio termale (che costituisce oggi il nucleo
dell'attuale area archeologica) caratterizzato da una grande piscina, in
origine coperta, in cui giungono le acque calde temperate con un'aggiunta di
acqua fredda. L'aspetto curativo delle terme è sottolineato dal rinvenimento di
due statue del dio Bes, divinità legata ai culti salutiferi, e la loro
importanza è messa in evidenza dalla recente scoperta di un piccolo spazio
sacro dedicato alle ninfe, divinità delle acque. In un'area vicina
all'attuale centro abitato è stato rinvenuto l'anfiteatro, vicino alla
necropoli tardo-antica sulla quale fu edificata nell'XI secolo la chiesa di San
Lussorio. MamoiadaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Mamoiada. Mamoiada (o Mamujada) era probabilmente uno
stanziamento militare romano nell'isola, infatti diversi studiosi moderni sono
propensi a far derivare il suo nome da mansio manubiata (stazione vigilata,
sorvegliata). Altra prova a favore di questa ipotesi è il nome del quartiere
più antico della città "su Qastru" (dal lat. castrum, campo
fortificato, accampamento militare). Mamoiada in effetti si trova in una
zona centrale e quindi strategica della Barbagia, e precisamente al centro
della cerchia dei seguenti villaggi: Orgosolo, Fonni, Gavoi, Lodine, Ollolai,
Olzai, Sarule ed Orani, e dunque questa sua posizione strategica non poteva non
essere sfruttata dalle truppe romane nelle loro azioni di sorveglianza e di
repressione. MacomerModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Macomer. Fondata tra il VI e il V secolo a.C. dai Punici
Macopsissa costituiva un importante centro per il controllo del territorio. La
sua importanza aumentò durante il periodo romano, divenendo un importante snodo
fra Calares e Turris Libisonis. Macomer era un importante nodo della rete
viaria creata dai Romani sull'Isola. Meana SardoModifica Anche Meana
Sardo, villaggio della Barbagia, era probabilmente un presidio romano poiché il
suo nome potrebbe derivare da mansio mediana (stazione mediana o intermedia) di
una tra le più importanti arterie stradali romani nell'isola quella che da
Carales porta a Olbia. Meana si trova esattamente a metà strada di quel
lungo tracciato ed anche a metà strada tra la costa orientale e quella
occidentale della Sardegna. MetallaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Metalla. NeapolisModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Neapolis (Sardegna).
NoraModifica Rovine di Nora Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Nora (Italia). Il preesistente abitato punico non ha
condizionato in maniera particolare l'assetto urbano di epoca romana. I Romani
hanno effettuato infatti pesanti interventi per la costruzione di strade,
edifici e aree pubbliche come il teatro e il foro, demolendo i precedenti
edifici, in un piano di forte rinnovamento urbanistico. I Romani modificarono a
tal punto la città probabilmente perché Nora fu la prima sede del governatore
della provincia. Numerose erano le ville e le case dei nobili e della
plebe; degli edifici non rimane molto poiché erano costruiti con zoccolo in
pietra e l'elevato in mattoni crudi. A differenza delle case e delle ville le
strutture pubbliche erano costruite col cemento e rivestite di laterizi o
grossi blocchi di pietra. Le più importanti opere della città erano: il teatro,
costruito in età augustea, e le terme a mare, edificate tra la fine del II e
gli inizi del III secolo d.C. NuoroModifica Sono scarne le notizie sulla
città di Nuoro in epoca romana. Secondo alcuni proprio all'inizio della
dominazione romana la città fu fondata con l'unione di vari gruppi nuragici,
inizialmente legati contro il nemico comunque, successivamente spinti
all'unione dalla possibilità di arricchirsi col commercio dei prodotti
locali. Furono due i primi nuclei cittadini, infatti i primi due gruppi
si insediarono in parti diverse: un gruppo si stanziò nel monte Ortobene,
l'altro nel quartiere di Seuna, l'altro nel quartiere di San Pietro. In seguito
i due gruppi si riunirono dando origine alla vera e propria città. Importante è
anche il fatto che a Nuoro nella zona più ricca dal punto di vista agricolo,
oltre Badu e'Carros, ci fosse un presidio militare. Questa zona infatti si
chiama "Corte", e ricorda molto la Coorte, che nel periodo romano era
un gruppo di soldati. La città ha avuto una grande importanza strategica
poiché è situata proprio al centro della Barbagia, i cui abitanti per secoli si
ribellarono ai Romani prima di essere romanizzati parzialmente. Nuoro sorge
infatti lungo l'antico percorso principale (asse nord-sud) della a Olbia-Karales
per Mediterranea, nello snodo con la via Transversae (la trasversale mediana)
che attraversava la Sardegna lungo un asse est-ovest (con quattro stazioni
nodali negli incroci con le 4 principales: Cornus - Macopsissa - Nuoro -
Dorgali/Orosei). La Trasversale mediana era utilizzata anche per il trasporto
del grano della valle del Tirso verso la costa di Dorgali e Orosei, per
l'imbarco del prodotto destinato al porto di Ostia. Sempre a Nuoro terminava
anche una strada vicinale per l'odierna Benetutti. NureModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Nure (città).
OlbiaModifica Busto di Nerone del 54/55-59 d.C. da Olbia, (museo
archeologico nazionale di Cagliari). Olbia occupò in età romana gli stessi
spazi della città punica fino alle soglie dell'età imperiale. Infatti non pare
che durante la repubblica si siano verificati sostanziali mutamenti
nell'assetto urbanistico che continuò a mantenere, intatto, il primitivo
impianto ortogonale dei fondatori cartaginesi. Successivamente la città si
arricchì di opere pubbliche: vennero lastricate le strade, si edificarono due
impianti termali e un acquedotto, i cui resti sono tuttora visibili a nord
della città, e si rinnovarono alcune strutture templari. Una concubina di
Nerone di nome Atte fece erigere ad Olbia un tempio a Cerere, e grazie
all'imperatore ebbe latifondi nell'agro e fu anche proprietaria di un'officina
che fabbricava laterizi. Busto di Traiano da Olbia, (museo
archeologico nazionale di Cagliari) Il porto, in contatto con i principali
scali del Mediterraneo, fu di primaria importanza nell'ambito della Sardegna
settentrionale poiché da qui partivano per Roma buona parte dei prodotti,
soprattutto cerealicoli, del nord dell'isola che confluivano nella città grazie
a tre grandi strade. Per questo motivo nel 56 a.C., soggiornò nella città
Quinto, fratello di Marco Tullio Cicerone, che controllava i commerci per
ordine di Pompeo. La necropoli, che si estese uniformemente oltre la
cinta urbana a occidente della città, restituì ricchi corredi funerari. In
particolare, nell'area della collina oggi occupata dalla chiesa di San
Simplicio (santo qui martirizzato, secondo la tradizione locale, durante le
persecuzioni di Diocleziano), l'utilizzo per le sepolture avvenne fino a età
medioevale e vi si rinvennero preziose oreficerie, sarcofagi istoriati e
iscrizioni. Intorno alla metà del V secolo Olbia fu saccheggiata dai
Vandali come dimostrano gli straordinari ritrovamenti avvenuti nel 1999
nell'area del porto vecchio. Furono infatti ritrovati 24 relitti di navi romane
e medievali e da questo scavo è stato possibile accertare l'attacco dei Vandali
e il crollo della città anche se l'abitato non fu abbandonato e rifiorì in età
medievale. OschiriModifica Una mattonella o un mattone trovata a Oschiri
porta l'iscrizione COHR P S per "coh(o)r(tis) p(rimae)" o
"p(raetoriae) S(ardorum)", ma non è impossibile che provenga da
Nostra Signora di Castro poiché non è conosciuto bene il modo in cui è stato
scoperto questo mattone. Per il resto il luogo non ha nulla che faccia pensare
ad una presenza militare romana. OthocaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Santa Giusta (Italia). Porto
TorresModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Colonia Iulia Turris Libisonis. Mosaico dell'Orfeo Presumibilmente il
sostantivo con cui veniva identificata la città, in epoca romana, era Turris
Libysonis. Questo lo si deduce grazie a Plinio il Vecchio, il quale, nella sua
Naturalis Historia(nel I secolo d.C.) cita "Colonia autem una que vocatur
ad turrem libisonis", letteralmente; "mentre v'è (in Sardegna) una
sola colonia romana, presso la torre di libiso". Tale scrittura fa pensare
ad un riferimento artificiale, probabilmente una torre nuragica (Nuraghe). È
invece grazie all'anonimo Ravennate che si evince lo status dell'insediamento,
il quale sostiene; "Turris Librisonis colonia Iulia", da che si nota
l'aggettivo Iulia, dovuto verosimilmente a Giulio Cesare, probabile fondatore
della colonia, durante il viaggio di ritorno dall'Africa o ad Ottaviano
delegatore di un tale, Marco Lurio, che potrebbe aver fondato la colonia
intorno al 42\40 a.C. Statua romana da Porto Torres Oltre a ciò
l'importanza del centro, nell'isola, era notevole, paragonabile solo a quella
di Carales. L'importanza politica è deducibile dalla "Passio Sanctorum
Martyrum Gavini Proti et Jianuarii", nel quale si esterna la presenza di
una residenza del governatore della provincia romana, tale Barbaro.
L'importanza economica invece è palese dalle rovine restanti, terme imponenti è
una impressionante maglia urbana, il centro per altro era in comunicazione
diretta con Roma, tant'è vero che nella Ostia antica, si trova un mosaico che
riporta "Naviculari Turritani", riconducibile ai commercianti di
Turris. Infatti le esportazioni di cereali erano notevoli, grazie alla grande
pianura della Nurra, in diretta comunicazione con la colonia mediante il
"ponte romano" (costruzione più imponente del suo genere nell'intera
provincia), sovrastante il fiume Riu Mannu, che tra le altre cose era
utilizzato come via alternativa per i traffici con l'interno dell'isola, si
ipotizza la presenza di un porto fluviale, oltre a quello marittimo. Ma oltre
alle esportazioni cerealicole, erano massicce anche quelle minerali, e salini,
provenienti dai vicini siti. cosa particolare era la presenza del culto di
Iside. Altre prove storiche sono dovute a Cicerone in una sua lettera la
chiama "Collina" ma, visti i ritrovamenti archeologici trovati,
possiamo affermare con sicurezza che Turris Libisonis non fu per Roma solo una
collina. Non è un caso che la città continuò ad esistere nei secoli successivi
tenendo inalterata la sua importanza strategica al centro del mediterraneo. Di
importante interesse non architettonico non fu solo il ponte romano e le terme
fortemente mosaicate ma anche le strade: in alcuni tratti l'attuale Strada
statale 131 Carlo Felice risulta affiancata dalla vecchia strada romana, che
seguiva il medesimo percorso fra i due poli dell'isola. Quartu
Sant'ElenaModifica Il termine Quarto, ai tempi dei romani, stava a indicare la
distanza in miglia che separava l'antico insediamento quartese da Cagliari.
Infatti distava 4 miglia romane da Carales. È stata da sempre una meta ambita,
viste le possibilità che offriva, grazie ad un'economia agricola stabile e
fruttuosa integrata alla pesca e alla caccia. SarcaposModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sarcapos. SassariModifica
Nonostante la città di Sassari sia stata fondata in periodo Medioevale, il suo
territorio conserva ricche testimonianze d'epoca romana, a partire da opere
infrastrutturali di rilievo come i resti della strada che collegava Cagliari a
Porto Torres e le rovine dell'acquedotto romano che serviva la colonia romana
di Turris. L'area ricca di vegetazione e sorgenti, era un luogo amato
dalle famiglie patrizie della vicina colonia di Porto Torres, per cui oggi sono
presenti nel territorio le rovine di alcune residenze d'epoca romana, la più
famosa delle quali situata nei sotterranei della cattedrale di San Nicola,
molti edifici medioevali sono stati costruiti riutilizzando materiali
provenienti da abitazioni romane, le colonne presenti nel piazzale del
santuario di San Pietro di Silki, provengono da un tempio romano smantellato
che sorgeva nella zona. Sulci (Sant'Antioco)Modifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sulki. Statua di Druso
minore da Sulci del I secolo d.C. Tharros In epoca romana Sulci continuò
a fiorire sino a diventare, a detta del geografo greco Strabone, la città più
florida della Sardegna romana insieme a Caralis[1]. Lo sfruttamento dei bacini
minerari dell'Iglesiente, dove pare sorgesse l'insediamento di Metalla[53], non
era infatti cessato, e con esso l'intenso traffico nel porto sulcitano: di qui
l'appellativo dell'antica Sulci "Insula plumbea". La città dovette
disporre di ingenti risorse finanziarie se all'epoca della guerra civile tra
Cesare e Pompeo (I sec. a.C.) poté pagare una multa di circa 10 milioni di
sesterzi inflittale da parte di Cesare, giunto nel frattempo nell'antipompeiana
Caralis. Sulci si riprese ben presto dallo smacco subito, forte anche
della floridezza del suo porto e dunque della sua economia, sino quando,
intorno al I sec. d.C., sotto Claudio, fu riabilitata sul piano politico e
elevata al rango di Municipium[54]. Secondo il Bellieni, la città tra
tarda Repubblica e prima fase imperiale doveva essere popolata da circa 10.000
persone, cifra effettivamente plausibile se si tiene conto della popolazione
media nei centri italiani di età augustea calcolata dal Beloch[55].
L'antico centro romano sorgeva, come si può desumere facilmente ancora oggi
prestando attenzione alla disposizione degli assi viari maggiori e minori,
nell'area comprendente le attuali vie Garibaldi, XX Settembre, Mazzini,
Eleonora d'Arborea, Cavour, in località detta "Su Narboni". Qui, e
precisamente all'incrocio tra le attuali via XX Settembre e Eleonora d'Arborea
(presumibilmente nell'area dove sorgeva il foro, non ancora localizzato), si
trova un mausoleo noto come Sa Presonedda o Sa Tribuna databile al I sec. a.C.,
grosso modo coevo al ponte romano, situato in corrispondenza dell'istmo, e al
tempio d'Iside e Serapide le cui rovine non sono oggi più apprezzabili.
TharrosModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Tharros. TibulaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Tibula. UsellusModifica Usellus godette di grande splendore
soprattutto nel periodo romano. Fu nel II secolo a.C. che venne fondata
l'antica "Colonia Julia Uselis" il cui centro si trovava molto
probabilmente sopra al colle di Donigala (Santa Reparata) non lontano da quello
attuale. Venne fondata soprattutto come baluardo militare per contrastare
le continue incursioni dei mai domi barbaricini dell'interno dell'isola. Poté
usufruire dello splendore di Roma che la innalzò dapprima a municipium e poi la
elesse Colonia Julia Augusta sotto l'Imperatore Cesare Augusto, in onore della propria
figlia Giulia ed eleggendo nel contempo i propri abitanti a
"cives". Quinto Cicerone, fratello di Marco Tullio, vi fu
Pretore. Quest'ultimo stato giuridico è accertato nella Geografia di Tolomeo ed
in una preziosissima tavola di bronzo dell'anno 158 d.C., come si desume dal
nome dei consoli, contenente un decreto d'ospitalità e clientela, riguardante
l'antica Usellus. La città doveva estendersi per circa sette ettari ed i
suoi fertili terreni vennero assegnati ai veterani delle guerre. In questo
periodo Uselis sfruttando la sua favorevole posizione geografica subì
un'importante evoluzione economica e militare divenendo centro nevralgico di
un'intensa attività economica e crocevia dell'importante rete viaria che la
metteva in comunicazione a sud con Aquae Neapolitanae (terme di Sardara), a
nord con Forum Traiani e una terza via la univa a Neapolis, vicino alla costa
occidentale. Nel suo territorio sono ancora presenti due ponti romani, ci
cui uno in ottimo stato di conservazione, lunghi tratti dell'importante via di
comunicazione e resti delle imponenti mura che la cingevano. Risorse
economiche provincialiModifica Mosaici concernenti i
"Navicularii et negotiantes Karalitani" e i "Navicularii
Turritani" dal piazzale delle corporazioni di Ostia antica. Il
commercioModifica La Sardegna si integrò nel sistema economico e commerciale
dell'Impero soprattutto per quanto riguarda il commercio del grano, del sale,
del legname e dei metalli grazie ad ottimi porti quali Olbia, Tibula, Turris
Libisonis (Porto Torres), Cornus, Tharros, Sulci (Sant'Antioco) e
Carales. L'importanza di questi porti è testimoniata da due mosaici
trovati ad Ostia con la menzione dei "navicularii Turritani e
Calaritani", mercanti marittimi di Porto Torres e Cagliari. Soprattutto in
età imperiale la Sardegna divenne una tappa obbligatoria per i viaggi dalla
penisola all'Africa e alle Mauretanie. L'agricolturaModifica
L'agricoltura era diffusa nell'isola soprattutto nelle aree pianeggianti e in
particolar modo nella pianura del Campidano nella parte meridionale della
Sardegna. Il grano era prodotto in quantità tali che solo quello che si
esportava bastava a sfamare 250.000 persone. Per questo motivo la Sardegna,
durante la repubblica, assunse il titolo di "granaio di Roma".
Si dice che la quantità di grano preso dai Romani dalla Sardegna non solo bastò
per riempire tutti i granai dell'Urbe, ma per contenerlo tutto se ne dovettero
costruire di nuovi. La coltivazione di cereali era sviluppata in particolar
modo nella parte settentrionale, mentre quella dell'ulivo e della vite era
diffusa in tutta l'isola. L'allevamentoModifica L'allevamento per
esportazioni era un'attività economica diffusa in tutta la Sardegna. Tra suini,
bovini e ovini (in particolare i mufloni[1]) solo i primi erano venduti in buone
quantità al resto dell'impero. Gli ovini erano importanti per la lana e i
latticini che i sardi pelliti dell'interno vendevano a Roma; infatti la
pastorizia era una pratica molto diffusa nella parte centrale della Sardegna.
Sappiamo con certezza che i popoli dell'interno, grazie a questa pratica,
furono in grado di arricchirsi trasformando la pastorizia da attività di
sussistenza ad attività d'esportazione. L'estrazione minerariaModifica
(LA) «India ebore, argento Sardinia, Attica melle» (IT)
«L'India è famosa per l'avorio, la Sardegna per l'argento, l'Attica per il
miele.» (Archita) Importante era anche l'estrazione mineraria, diffusa in
tutta la Sardegna. Argento e piombo erano estratti nelle miniere
dell'Iglesiente in quantità tali da far scendere il costo di questi metalli in
tutto l'impero; veniva cavato anche il ferro e il rame, quest'ultimo dai
giacimenti nei pressi di Gadoni[53]. Per l'estrazione non erano usati solo
schiavi di guerra ma anche personaggi scomodi nel campo della politica o per la
religione da essi professata. La pietra e il granito erano invece
estratti nell'interno e lungo le coste. La pietra che gli isolani avevano
sempre utilizzato per la costruzione dei nuraghi e dei loro templi megalitici
era ora destinata ad arricchire gli edifici dei ricchi Romani. Ancora oggi,
sulle isole della Marmorata e lungo le spiagge di Santa Teresa di Gallura,
nella parte nord-orientale dell'isola, non è difficile imbattersi in blocchi
"tagliati" con regolarità oppure in frammenti di colonne, sfuggiti ai
numerosi carichi fatti dai Romani durante tutto il periodo della loro
dominazione, durato quasi settecento anni. Non era facile infatti imbarcare
sulle navi da carico i blocchi di pietra nei tratti di mare antistanti i
promontori rocciosi. Le correnti e le condizioni atmosferiche provocavano
spesso dei naufragi o costringevano i marinai a liberarsi dei pesanti carichi
per evitare che le imbarcazioni affondassero. Principali vie di
comunicazioneModifica Le principali città e strade della Sardegna in epoca
Romana. Quando i Romani iniziarono la conquista della Sardegna vi trovarono già
una rete stradale punica; questa però collegava tra loro solo alcuni centri
costieri, tralasciando completamente la parte interna; d'inverno era
impraticabile a causa delle piogge e i Romani furono quindi costretti a
costruirne una nuova che si sovrapponeva a quella precedente solo
parzialmente. Antica strada romana Nora-Bithiae I Romani
costruirono 4 grandi arterie stradali: 2 lungo le coste e 2 interne. Le viae principales
erano le cosiddette strade antoniniane, tutte con direzione nord-sud.
Ricordandole in ordine da est a ovest: la litoranea occidentale (a
Tibulas-Karales), da Carales(Cagliari) a Turris Libisonis (Porto Torres); la
interna occidentale (a Turre-Karales); la interna orientale (a Olbia-Karales
per Mediterranea); la litoranea orientale (a Tibulas-Karales), da Carales a
Olbia.[56] A questa ossatura longitudinale si congiungevano sia le
"Viae Transversae" come la Cornus-Macopsissa-Nuoro-Orosei e molte
altre strade più modeste (vicinali) che collegavano i piccoli centri
dell'interno tra loro e con le più grandi città costiere. Questo sistema di
comunicazione era molto efficiente e creò le condizioni favorevoli alla
penetrazione culturale romana presso le popolazioni locali. La rete
stradale, inizialmente costruita per motivi militari, fu poi mantenuta e
continuamente restaurata per motivi economici; grazie a questa, infatti, i
Sardi dell'interno vendevano i loro prodotti ai commercianti romani che
provvedevano poi a spedirli nei più grandi porti del mediterraneo occidentale.
La rete stradale romana è stata talmente efficace e costruita in zone
strategiche che alcune strade sono utilizzate ancora oggi; ne è un esempio la
statale Carlo Felice. In epoca Antonina si perfezionarono le vie di
comunicazione interne della Corsica (strada Aleria-Aiacium e, sulla costa Est,
Aleria-Mantinum - poi Bastia - a Nord e Aleria-Marianum - poi Bonifacio - a
Sud): l'isola era pressoché completamente latinizzata, salvo qualche enclave montana.
Arte e architettura provincialeModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Arte provinciale romana. La religioneModifica Il
tempio di Antas, nei pressi di Fluminimaggiore I Romani, come è noto,
permettevano una certa libertà di culto[57]; questo consentì alle popolazioni
interne di continuare a praticare le loro religioni preistoriche di ispirazione
naturalistica, ed a quelle delle coste la religione punica con tutti i suoi dei
(Tanit, Demetra e Sid, ribattezzato Sardus Pater dai Romani, venerato nel
Tempio di Antas); ma col passare del tempo trovarono spazio anche i culti di
Giove e Giunone poi soppiantati dal Cristianesimo. Sappiamo che alcune
divinità, come un demone brutto ma benefico rappresentato come il Dio Bes (divinità
egiziana assimilata nel pantheon cartaginese), vennero associate ad alcuni Dei
Romani (in questo caso ad Esculapio, divinità salutare romana). In età
romana era diffuso a Carales, Sulci e Turris Libisonis il Culto di Iside,
costantemente associato ad una cospicua presenza mercantile. Lingua e
romanizzazioneModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Lingua paleosarda, Lingua sarda, Lingua paleocorsa, Lingua corsa e
Romanizzazione (storia). La Sardegna, fortemente punicizzata, fu interessata da
un processo di latinizzazione, ma le zone interne restarono a lungo ostili ai
nuovi dominatori, come d'altronde lo furono in passato nei confronti dei
cartaginesi. L'opera di romanizzazione, affidata al latino, fu completata con
l'introduzione delle divinità, dei sacerdozi, e dei culti tipicamente romani.
Le aree più intensamente romanizzate furono quelle costiere dedite alla coltura
dei cereali (Romània), mentre nell'interno montuoso rimase fortemente radicata
la cultura indigena (Barbària). La lingua delle genti sarde, così, subì
profonde trasformazioni con l'introduzione del latino che, soprattutto nelle
zone interne, penetrò lentamente ma, alla fine, si radicò a tal punto che il
sardo è quella cui più aderisce; in particolare, si ritiene che nella zona
centro-settentrionale la variante parlatasia quella maggiormente affine per la
pronuncia. Nonostante questo, c'è da dire che il latino non si diffuse subito:
è ancora presente un'iscrizione risalente al regno di Marco Aurelio (fine II
secolo) in punico e, se questa era la situazione quando si scriveva, è
possibile che nell'ambito familiare la lingua dei Cartaginesi fosse ancora
abbastanza diffusa. Interessante è il fatto che, a volte, si trovino delle
ceramiche riportanti il nome del proprietario in latino scritto con caratteri
punici. Sembra accertato che la Corsica fu anch'essa romanizzata e
colonizzata dai Romani soprattutto per mezzo delle distribuzioni di terre a
veterani provenienti dall'Italia meridionale - o dai soldati provenienti dagli
stessi strati sociali ed etnici cui furono similmente assegnate terre
soprattutto in Sicilia - il che aiuterebbe a spiegare alcune affinità
linguistiche riscontrabili ancor oggi tra còrso meridionale e dialetti
siculo-calabri. Secondo altre ipotesi, più recenti, gli influssi linguistici
potrebbero essere dovuti a migrazioni più tarde, risalenti all'arrivo di
profughi dall'Africa tra il VII e l'VIII secolo. La stessa ondata migratoria
sarebbe approdata anche in Sicilia e in Calabria. NoteModifica Strabone,
Geografia, V, 2,7. ^ AE 1971, 123; AE 1973, 276 dell'epoca di Massimino Trace.
^ AE 1992, 891 di epoca Traianea o Adrianea; AE 1991, 908 forse di epoca
Antonina; AE 2001, 1112 sotto gli Imperatori Caracalla e Geta; AE2002, 637 al
tempo di Filippo l'Arabo. ^ AE 1971, 122. ^ Teofrasto, Hist. plant., V 8, 2. ^
a b c Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio
romano, Nardecchia editore, 1923 ^ Datazione approssimata secondo le cronologie
di Tito Livio e Diodoro Siculo ^ Ad esempio sull'espresso divieto imposto ai
Romani di fondare città in Sardegna ed in Africa ^ Servio, Ad Aen., IV 628 ^
Polibio, I 24, 7 ^ questo era l'antico porto della cittadina, citato da Tolomeo
^ Florus, Epist. Liv., 89 ^ a b c Giovanni Zonara, Epitome, libro VIII ^ S.L.
Dyson, Comparative Studies in the Archaeology of Colonialism, 1985; anche,
dello stesso autore, The Creation of the Roman Frontier, 1985 ^ Oros. IV 1:
hostibus se immiscuit ibique interfectus est. ^ Valerio Massimo, V 1, 2 - Sil.
Ital., VI 669 ^ 11 marzo 259 - Scipione eresse inoltre un tempio di
ringraziamento alla dea Tempestas, che Ovidio (Fasti, VI 193) celebra così: Te
quoque, Tempestas merita delubra fatemur / Cum paene est Corsis obruta classis
aquis ^ Fra le numerose fonti, Valerio Massimo, Tito Livio, Ammiano Marcellino
e poi Zonara. ^ Nei Fasti trionfali si registra il trionfo di Scipione come L.
CORNELIVS L.F. CN.N. SCIPIO COS. DE POENEIS ET SARDIN[IA], CORSICA V ID. MART.
AN. CDXCIV ^ Il risultato della battaglia non è noto ^ a b c d e Pierre Paul
Raoul Colonna de Cesari-Rocca, Histoire de la Corse, Boyle, 1890 ^ Valerio
Massimo, III, 65 ^ Anche in Plinio, Nat.Hist., libro XIV ^ Ettore Pais, p.70. ^
Livio, XXIII, 21.4-5. ^ Livio, XXIII, 34.11. ^ Livio, XXIII, 34.12-15. ^ a b c
d e f g Francesco Cesare Casùla, p.104. ^ Livio, XXIII, 32.7-12. ^ Livio,
XXIII, 34.17. ^ a b Francesco Cesare Casùla, p.107. ^ Livio, XXVII, 6.13. ^
Livio, XXVII, 6.14. ^ Tito Livio, XL 43 ^ Tito Livio, XLI 21 ^ Tito Livio, XLII
7 ^ Vaerio Massimo, IX 12 - Plinio, Nat.Hist., libro VII ^ Ettore Pais, p.73. ^
Raimondo Zucca, Le Civitates Barbariae e l'occupazione militare della Sardegna:
aspetti e confronti con l'Africa ^ Francesco Cesare Casùla, p.108. ^ a b c d e
f Ettore Pais, pp. 76-77. ^ cfr.Tacito, Annali, XIII, BUR, Milano, 1994. trad.:
B. Ceva. ^ a b Francesco Cesare Casula, p.116. ^ a b Ettore Pais, p.81. ^ a b
Attilio Mastino, Cronologia della Sardegna Romana ^ Francesco Cesare Casula,
p.119. ^ Ettore Pais, p.82. ^ Ettore Pais, p.86. ^ Mastino, Attilio (2005).
Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, pp.15-16. ^ Mastino, Attilio
(2005). Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, pp.82. ^ Attilio Mastino,
Natione Sardus: una mens, unus color, una vox, una natio ( PDF ), su
eprints.uniss.it, Rivista Internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizioni
Romane. ^ Plinio, Naturalis Historia, III, 7, 85. ^ a b Francesco Cesare
Casùla, p.111. ^ cfr. per es. F.Cenerini, Sulci romana, in: Sant'Antioco,
annali 2008. ^ M.Zaccagnini, L'isola di Sant'Antioco: ricerche di geografia
umana, Fossataro, Cagliari 1972 (integraz. M.T.) ^ Iscrizione M Sardegna 8;
MELONI P., La Sardegna romana, Chiarella, Sassari, 1987, pp. 339-374. ^
Francesco Cesare Casùla, p.114. BibliografiaModifica Fonti primarie ( GRC )
Appiano di Alessandria, Historia Romana (Ῥωμαϊκά). (traduzione inglese). ( LA )
Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, vol. III.(testo latino
Wikisource-logo.svg e traduzione inglese Wikisource-logo.svg). ( LA ) Livio, Ab
Urbe condita libri. (testo latino Wikisource-logo.svg e versione inglese
Wikisource-logo.svg). ( GRC ) Polibio, Storie (Ἰστορίαι). (traduzione in
inglese qui e qui). Strabone, Geografia. (traduzione inglese). Fonti
storiografiche moderne Francesco Cesare Casula La storia di SardegnaDelfino
Editore, Sassari, AA.VV., Storia dei Sardi e della Sardegna, IV Vol., Milano,
1987-89. AA.VV., La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali.
Sassari, Carlo Delfino Editore, 2017. AA.VV., Il tempo dei Romani. La Sardegna
dal III secolo a.C. al V secolo d.C., Nuoro, Ilisso Edizioni, 2021. Giovanni
Lilliu, La civiltà dei Sardi, Torino, Edizioni ERI, 1967. Ettore Pais, Storia
della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano Edizioni Ilisso,
Nuoro. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, 1971-77, Milano. Attilio
Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Piero Meloni, La Sardegna
romana, Ed Chiarella, 1990. Antonio Taramelli, La Sardegna romana, Istituto di
studi romani, 1939. Portale Antica Roma Portale Corsica
Portale Sardegna Battaglia di Sulci battaglia della prima guerra
punica Espansione cartaginese in Italia tentativi espansionistici di
Cartagine nelle isole mediterranee di Sicilia e Sardegna Battaglia di
Decimomannu Antonio Delogu. Delogu. Grice: “I wouldn’t consider Sardegna part
of Italy, as Sicily isn’t – they are part of the Italian republic – the ‘stato’
– but geographically, they are not part of the peninsula – the Greeks are
especially precise about that: “Graecia magna” EXCLUDED Sicily!” The logo of
his review, “Segni e comprensione” is a rebus, in that a few letters are
missing. The idea is that the thing STILL SEGNA the proposition that this is
about signs and comprehension. Keywords: semiotica romana, “segno e
comprensione” s_gn_ e c_mp-rension-“ “segni e comprensioni” le corpori nella
perizia morale, etica comunitaria, etica universale, universalita,
universabilisabile -- -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Delogu” – The Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment