Grice e Diano: l'implicatura conversazionale dell'errante dalla ragione – emendato –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Vibo Valentia). Filosofo italiano. Grice: “I love Diano, but Italians usually
take him to be a bit too Hellenic; recall that a true Roman considers himself a
Troian, i. e. an enemy of a Greek! But as a scholarship Midlands boy from
Clifton to Corpus, I’m a Dianian!” Compie gli studi classici al Liceo Filangeri
di Vibo Valentia, allora Monteleone Calabro. Rimane orfano di padre all'età di
8 anni e questo fu un evento che segnò la sua vita e molte delle sue scelte
giovanili. Nel 1919 si trasferisce a Roma, dove si iscrive alla Facoltà
di Lettere della Sapienza ove segue le lezioni di Nicola Festa e Vittorio
Rossi. Il suo progetto è di laurearsi con una tesi in Letteratura greca, ma la
necessità di iniziare a lavorare lo spinge a scegliere una via più breve e nel
novembre del 1923 si laurea con 110 e lode con una tesi su Giacomo Leopardi, un
poeta che amò subito e che lo accompagnò nel corso di tutta la sua vita.
Immediatamente inizia a insegnare letteratura latina e greca, dapprima come
supplente e poi, dall'ottobre del 1924, di ruolo come vincitore di concorso a
cattedra. La sua prima nomina è a Vibo Valentia, cui segue un periodo di alcuni
anni a Viterbo e una breve parentesi al Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli.
Nella città partenopea frequenta la casa di Benedetto Croce, ma in seguito il
giovane Carlo Diano si allontanerà decisamente dal gruppo dei crociani. Dal
novembre del 1931 è trasferito a Roma, dove insegna prima al Liceo Torquato
Tasso e in seguito al Liceo Terenzio Mamiani. Sempre a Roma, nel 1935, consegue
la libera docenza in lingua e letteratura greca. È fatto oggetto di inchieste
ministeriali e pressioni per il suo rifiuto di iscriversi al Partito fascista,
come chiedeva il suo ruolo di dipendente pubblico. Né mai si iscrisse.
Nel settembre del 1933, su incarico del Ministero degli Esteri, è lettore di
lingua italiana presso le Lund, Copenaghen e Göteborg, incarichi che ricoprì
fino al 1940. Gli anni in Svezia e Danimarca non furono solo utili per
apprendere alla perfezione lo svedese e il danese, ma segnarono un profondo
cambiamento. Il contatto con l'ambiente scandinavo gli spalancò la visione
della grande cultura liberale nord europea e l'amicizia di poeti, letterati e
studiosi scandinavi, tra cui lo storico delle religioni Martin Persson Nilsson
e lo scrittore ed esploratore Sven Hedin, dei quali traduce anche alcune
opere. Al suo ritorno in Italia ricopre un incarico presso la
Soprintendenza bibliografica di Roma e dal gennaio del 1944 all'aprile del 1945
è a Padova in qualità di Ispettore dell'istruzione classica presso il Ministero
dell'Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana. Grazie a questo
ruolo e obbedendo alla propria coscienza, all'insaputa di tutti, aiuta molte
persone a mettersi in salvo dalla persecuzione fascista e nazista. Dal
dicembre del 1946 ricopre gli incarichi di Papirologia, Grammatica greca e
latina, Storia della filosofia antica, Letteratura greca e Storia antica presso
la Facoltà di Lettere dell'Bari. Nel 1950 vince il concorso alla cattedra di
Letteratura greca ed è chiamato a Padova a ricoprire, presso la Facoltà di
Lettere dell'Università, la cattedra che era stata di Manara Valgimigli. A
Padova rimarrà ininterrottamente fino alla sua morte. Più volte Preside della
Facoltà di Lettere e Filosofia, fondò e diresse il Centro per la tradizione
aristotelica nel Veneto. Molte delle sue traduzioni dei tragici greci
sono state messe in scena dalla Fondazione del Dramma Antico a Siracusa, al
Teatro Olimpico di Vicenza, a Padova, portate in giro nei teatri italiani,
interpretate da noti attori quali Elena Zareschi, Arnaldo Ninchi, Ugo Pagliai.
Grandi le sue traduzioni, per la ricerca filologica, la lettura rivoluzionaria
e la bellezza dello stile in versi, fra le altre, dell'Alcesti, dell'Ippolito,
dell'Elena, dei Sette a Tebe, dell'Edipo Re, del Dyskolos di Menandro.
Cura, fra le altre cose, l'edizione di tutto il teatro greco per Sansoni e la
traduzione dei Frammenti di Eraclito, volume della Fondazione Lorenzo
Valla. Insignito di numerose onorificenze (Valentia Aurea, Premio
Nazionale dei Lincei, Medaglia d'oro della Città di Padova ecc.) e membro di
numerosissime accademie in Italia, in Europa e in USA, ebbe profonde e durature
amicizie tra gli altri con Salvatore Quasimodo, Sergio Bettini, Mircea Eliade,
Walter F. Otto, Ugo Spirito, Giulio Carlo Argan, Bernard Berenson, Rocco
Montano, Santo Mazzarino, Carlo Bo, Károly Kerényi, Martin Persson Nilsson,
Renato Caccioppoli e molti altri fra i maggiori protagonisti della vita
culturale e artistica del 900. Tra i suoi allievi più noti troviamo il
filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Per i suoi amplissimi
studi e i suoi contributi originali su Epicuro è da tempo riconosciuto a
livello internazionale come uno dei maggiori e più autorevoli studiosi del
filosofo di Samo. Nei suoi scritti teorici, principalmente in Forma ed
Evento e in Linee per una fenomenologia dell'arte, fonda un vero e proprio
sistema filosofico in cui filologia, studi storici, filosofici, sociali, storia
dell'arte e la storia delle religioni si integrano a creare un nuovo metodo di
indagine. Fondamentale, a tale scopo, è la creazione delle due categorie
fenomenologiche di "forma" ed "evento", che gli permettono
non solo di esplorare l'intera civiltà greca, ma possono divenire strumento di
analisi generale di una cultura. Altre opere: “Commento a Leopardi”; “Commemorazione
virgiliana. Dall'Idillio all'Epos” (Boll. Municip. Viterbo); “ Il titolo De
Finibus Bonorum et Malorum” (FBO). “L'acqua del tempo” (Roma, Dante Alighieri);
“Note epicuree, SIFC); “Questioni epicuree, RAL); “La psicologia di Epicuro,
GFI); “Epicuri Ethica (edidit adnotationibus instr. C.D. Florentiae, in aedibus
Sansonianis, “Lettere di Epicuro e dei suoi nuovamente o per la prima volta
edite da C.D., Firenze, Sansoni); “Aristotele Metafisica, Libro XII. Bari); “La
psicologia d'Epicuro e la teoria delle passioni, Firenze, Sansoni); “Lettere di
Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, SIFC); Voce Aristotele in
Enciclopedia Cattolica); “Edipo figlio della Tyche. Commento ai vv.1075-1085
dell'Edipo Re di Sofocle, Dioniso); “Forma ed evento: principi per un'interpretazione
del mondo greco” (Venezia, Neri Pozza); “Il mito dell'eterno ritorno,
L'Approdo); “Il concetto della storia nella filosofia dei greci, in: Grande
antologia filosofica, Milano, Marzorati); “La data della Syngraphé di
Anassagora. Scritti in onore di Carlo Anti, Firenze); “Linee per una
fenomenologia dell'arte” (Venezia, Neri Pozza); “La poetica dei Feaci. Memorie
dell'Accademia Patavina); “Pagine dell'Iliade, Delta); “Note in margine al
Dyskolos di Menandro” (Padova, Antenore); “Menandro, Dyskolos ovvero Il
Selvatico, testo e traduzione, Padova, Antenore); “Martin P.Nilsson,
Religiosità greca, (traduzione) Firenze, Sansoni); “Saggezza e poetica degli
antichi”; “Orazio e l'epicureismo” (Atti Istituto Veneto); “La poetica di
Epicuro, Rivista di Estetica); “La filosofia del piacere e la società degli
amici, Boll. del Lions Club di Padova); “D'Annunzio e l'Ellade, in L'arte di
Gabriele D'Annunzio, Atti del Convegno Int. di Studio); “L'uomo e l'evento
nella tragedia attica, Siracusa, Dioniso); “Il contributo siceliota alla storia
del pensiero greco, Palermo, Kokalos); “Euripide, Ippolito (traduzione e cura).
Firenze, Sansoni); “Eschilo, I Sette a Tebe, Firenze, Sansoni); “Menandro,
Dyskolos ovvero il Selvatico, Sansoni); “Meleagro, Epigrammi traduzione di C.D.
(con una tavola di Tono Zancanaro) Vicenza, Neri Pozza); “Epikur und die
Dichter: ein Dialog zur Poetik Epikurs, Bonn, Bouvier); “Saggezza e poetiche
degli antichi, Venezia, Neri Pozza); “Gotthold Ephraim Lessing, Emilia Galotti,
(traduzione) Milano, Scheiwiller); “Euripide, Alcesti (traduzione e cura)
Milano, Neri Pozza); “Euripide, Elettra, (traduzione e cura), Urbino, Argalia
Editore); “Voci Eoicurus e Epicureanism per Enciclopedia Britannica); “Il
teatro greco. Tutte le tragedie, C.D. Firenze, Sansoni); (di C.D. Saggio
introduttivo. Traduzioni: Eschilo, I Sette a Tebe; Euripide, Alcesti, Ippolito,
Eracle, Elettra, Elena, Le Fenicie, Oreste, Le Baccanti). Epicuro, Scritti
morali, Trad. C. Diano, Padova, CLEUP); “Euripide, Medea, (traduzione e nota di
C.D.) Padova, Liviana); “Aristofane, Lisistrata (traduzione e cura) Padova,
Liviana); “Anassagora padre dell'umanesimo e la melete thanatou in L'Umanesimo
e il problema della morte, Simposio Padova Bressanone); “Studi e saggi di
filosofia antica, Padova, Antenore); “Scritti epicurei, Firenze, Leo Olschki);
“La tragedia greca oggi, Nuova Antologia); “Limite azzurro, Milano,
Scheiwiller); “Eraclito, Frammenti e testimonianze, (traduzione e cura) Milano,
Fondazione Lorenzo Valla); “Epicuro, Scritti morali, Milano, BUR); Platone, Il Simposio (traduzione e cura),
Venezia, Marsilio); Il pensiero greco da Anassimandro agli stoici, Torino,
Bollati Boringhieri, Introduzione di Massimo Cacciari. e Lia Turtas. Introduzione Jacques Lezra.
Curatele Platone, Ione, Roma, Dante Alighieri, M.T.Cicerone, De finibus bonorum
et malorum, GFI, Omero, Iliade. Libro I, Firenze Bemporad, Platone, Dialoghi Convito,
Fedro, Alcibiade I e II, Ipparco, Amanti, Teage, Carmide, Lachete, Liside,
Bari, Laterza, 1934 (II ed. 1945); Il teatro greco: tutte le tragedie, Firenze,
Sansoni); “Eraclito, I frammenti e le testimonianze, Milano, Fondazione Lorenzo
Valla, Arnoldo Mondadori Editore); “Epicuro Giovanni Gentile Tragedia greca. TreccaniEnciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Carlo Diano, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Opere di Carlo Diano,. Carlo
Diano Forma y evento, Madrid, Circulos Bellas Artes (estratto traduz.
spagnola)Brian Duignan, Carlo Diano, Epicureanism, in Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Carlo Diano, nel sito "Il Ramo di
Corallo", di Francesca Diano. IL CONVITO. ATOLLODOllO E
UN AMICO. Apollpdóro. Credo di nonSmotto, P- 172 ispondere alla
vostra no ues^ < . Galero, uno dei Srm^STiTp.lWo.0 (1), o M
- Èd io mi fermai e aspettai. „i ie poc’anzi ti di
'raccontarmi la « “ - - ™ pensiero filosofico greco, fu tntt
^ ” C ; u raorto ad maestro, o, stando a più fieli o devoti seguaci (l a
Kliano, no ricopri o voleva un aneddoto riferitoci da t>10tcl “
teUo - Quanto allo scherzo, dm ricoprirne il cadavere col ' >r0I
’ ? “ t f, ò moUo discusso in ohe consista. Apollodoro rileva nelle
pardo doli arpico, . cominciato dal ehm- Forse, oltreché nel tono
nome Matteo o ohe tosso marie Falere». < So un amico nostre. clm
gr _ ^ ^ Vcllotrl \ anziché nato a Vellotri noi comin^assimo col
olila ar^ lnl uno scherzo, sol-rat - ‘ Matteo ’, por farlo voltale,
P ..... allusione a uualcunu delle suo
uua- tutto se col chiamarlo cosi si taccs ““ u 0 i luogo . Noi nou
sappiamo. Uhi. «he si solesse attribuire «gla al«tan rlpuUv ,iono o di
elio genere: se 1 Falerosl avessero unniche loi partlooi^ > ^ ,
(Bonghl) . E none, a ogni modo anche sonza^uesto loA^y^ mM , naro „
i marinai mi paro, Impossibile olio, cssoni t . e u uca t 1L , la
ciunlitìl di Valoroso rìi^ol qu alcuno, formano un
emlecflfilllitbo. conversazione tra Agatone (1) e Socrate e Alcibiade
(2) e gb Xi, che allora presero parte al banchetto c che discorsi
intorno all’amore ri si fossero temiti. Me ne accennò un tale che ne
aveva udito da_Fenice di Filippo (3) è aggiunse che anche tu ne eri
informato; ma non seppe dirmi nulla di preciso. Raccontamela tu dunque.
Nes- M mo più di te è tenuto a riferire i discorsi del tuo amico. E
prima di tutto, mi chiese, dimmi: a quella conversa¬ zione eri tu
presente o no! Ed io: Si vede bene che quel tale che te la
raccontò non ti deve aver raccontato nulla di preciso, se credi che
quella conversazione, di cui mi chiedi, abbia avuto luogo così di
recente, che anch’io avessi potuto assistervi. Ed egli: Difatti lo
credevo, rispose. E come, dissi, Glaucone? (4). Non sai che da
molti anni Agatone non è più venuto tra noi; e che da quando
frequento assiduamente Socrate e mi studio di seguire giorno per giorno
ciò che egli dice o fa, non sono ancora tre anni? Prima andavo errando a
caso di qua e di là, e pure illudendomi di fare qualcosa, ero il più
infelice degli uomini, non meno che non sia ora tu, perchè pen¬
savo che bisognasse occuparsi di qualunque altra cosa piuttosto che di
filosofìa. Ed egli: Smetti di canzonare e dimmi quando ebbe
luogo quella conversazione. Quando — e noi eravamo ancora dei
ragazzi — Agatone vinse il premio per la sua prima tragedia, nel
li) Agatone, Ilglio di TisAmeno, ora nativo di Atene, clic tra il
-10!) c il 1117 a. C. egli lasciò i»cr andare a vivere nella corte di
Archelao di Mace¬ donia. il cui splendore lo attirava. Bollo, elegante e
ricco, fu scolaro di I ròdico e di Gorgia, dai riunii apprese Io siile
protonaionoso e retorico ed ebbe imimi"^^ di celebri»* per il
successo del suo drama. intitolato . , S ,, m0 : nel n " al ° ,,sclva
dagli argomenti tradizionali e dalla via c lr U tavn imEfa,l 1>r ?
<l0OeSSOrl - ““ ** 11 “>P«tto Umusi muliebre .oZir» a 7ì:^T a
V" m V0,t0 bCT8UC "° al mm>i ™»'e. contempi,rana. Nel
Ilo aveva forse poco pii, di tronfanni. ed u n, o d stilò lm ‘ tUB
dW ° ! " Kli ò ta-PP- noto come generalo Òvevu ,”t,!,.n„?ò ° ?
n " e0 aVYennt0 11 Mochetti. («0 a. C.), egli $ «n ^ potonzft
pouuoa - Altro ignoto, da non confondere con Glaucone, fratello di
Platone. , omo seguente a quello in cui egli coi suoi
coreuti celebrò fsacrifico ^^"nolti anni or sono, a quanto
pare. Ma^te’chi té la che ne parlò ; &r-ra
tota», ote ri» “XeK «il» ™» « * *» alla, conveisazioue, 1»« “
Tutta™, interroga, amanti di feociatc a q 1 udifce da
Aristodemo, anche Socrate su qualcuna delle aveva riferito,
eda lui ebbi la conferma d#ò che 1 a L a Perchè dunque non t
afte apposta via, che s’ha a percorrere lino alla citta,
per discorrere e per udire. di que i discorsi, Così cammin
facendo, rapo « impreparato; sicché, come ho detto a prmcn|,
nO|Soim V c se volete che io li ripeta anche a voi, ecconn^
ricchi e dediti ai guadagni, , ' d : j ar "Scesa e
i^’f^nS'prSSmente anche voi dai canto vostro penserete di me che
sono' u ?.^Ton lò e credo che voi crediate il vero; io pero di voi
non Sei sempre lo stesso, Apoilodoro: non fai che dir male di
te c degli altri, e ai tuoi «echi siamo, mi pare, tutti degl’infelici,
all’mhion di So f so¬ dando da te. Perchè ti chiamino tenero (3),
non so, (1) Da questa indicazione si desume elio il banchetto avrebbe
avuto ,U0 %“ e ÌH—. anch’egli uno scolare di Scorato.
Cidatonoo, si faoova, sembra, notare per la sua smania c m
anche in corte abitudini di vita, come, per esempio, in quella d andar
sempi et) Tutti i testi, a cominciare dai piìi antichi, danno qui
|j.a).axo; • mollo • tenero ', lezione respinta dalla maggior
l'arto degli editori, elle hanno accolta invece la correzione |iavixó? ‘
pazzo \ ‘ turioso ’, occorrente 2 Piatone — Convito.
ir» eai soniDre cosi! «xccrbo con tc ma corto ncll ° ,[ U ' fuo rchè
con Socrate, stesso e con gli alt , dunqu e indiscutibile
che, se j^nso così^'di^mè e di^voi, io debba essere un pazzo
e un insensato? nena 0 ra di leticare ,, r 1,™5» A Fa° SS»
4«* « “ “ “ bbl " , ° Hsrtósfssis-rr » £t meglio
che io mi pori « M .1 »*»*« .1,. capo, come a me lo fece
Aristodemo. ,1 - Egli dunque mi disse (1) di avere incontrato
Socrate cbe usciva dal bagno e calzava delle pantofole cosa che suol fare
(2) di rado, e dovergli chiesto, dove s'incamminasse cosi
rimbellito. . E l'altro: A cena da Agatone. Ieri mi sottrassi
al banchetto della vittoria, per paura della folla. Ma pro¬ misi
che oggi non sarei mancato. E mi Ron fatto bello appunto per presentarmi
bello ad un bello. Ma tu, gli dimandò, come ti senti disposto a venire a
un banchetto non invitato? in parecchi cod«l. La lezione più
antica, ripristinata dal Burnet, nonché dallo Schoenc nella sua revisione
dell’edizione dell’Hug, era già stata difesa dal Ilfìckert, e con buone
ragioni. Ciò che sappiamo dal ‘ Fe¬ done’, in cui Apollodoro c’ò dipinto
come un carattere impressiona¬ bilissimo, clic passava facilmente dal
riso al pianto c viceversa, e che negli ultimi istanti di Socrate si
abbandonò a così incompostc manife¬ stazioni di doloro da provocare un
richiamo del maestro, accenna, mi pare, piuttosto a un uomo d’indole
molle, che ad un furioso o pazzo. Nò la risposta d*Apollodoro, nella
quale h’ò voluto veder la conferma della lezione |iotyiy.Ó£, ò una prova
addirittura decisiva, giacché, osserva il RUekert, non dici haec, ut
éxplanelur caussa cognominis, sed indignantis verbo, esse, conccdcntls,
ni fit per indignalionem, atquc in maim augentis id quod arnione diadi.
Qui quii in rcprchciuliseet nimiam aeveritatem, hoc ipsum, niininm ceso,
arripicna, acerbe rcapondel: concedo, manifestimi est , me qui uliter
sentilim atquc vos, debcrc insanire atquc delirare. (1) Da questo *
disse ’ (IcpY)) dipendo nel testo tutta la narrazióne d*Apollodoro, che
nel greco ha la forma d’uria oratio obliqua. (2) Qui nel testo c’è
sTtoóei ‘ faceva ’ in conformità dell’uso greco» che adopera l’imperfetto
per significare uno stato clic dura tuttora nel -presente, àia
poiché il racconto si suppone fatto, mentre Socrate è ancora in vita, ho
sostituito il presente all’imperfetto. Per me, rispose Aristodemo, sono ai
tuoi ordini. Ebbene, riprese, seguimi, affinchè, mutati 1
termini, la si faccia finita col vecchio proverbio, mostrando cn
anche dei buoni ai conviti vanno non invita i buoni. Omero però, se non
mi sbaglio, non si conten di farla finita con esso, ma volle anche fargli
oltraggio, perchè dopo d'averci rappresentato Agamennone come
singolarmente prode in guerra, e Menelao come un f ia ( * ° guerriero, al
sacrifizio ed al banchetto, offerto < a Agamennone, fa che intervenga
non invitato Menelao, un dammeno alla mensa d’un uomo che valeva di piu U
fi E l'altro nell’udir ciò: Ho paura anch’io, Socrate, di non
essere quel che tu dici, ma piuttosto, secondo Omero, quel dappoco che va,
non invitato, al banchetto d un sapiente. Del resto, dacché vuoi
condurmici, preparati a giustificare la mia presenza, perchè io per me
non diro d’esserci andato senza invito, ma in vitato da te.
In due andando per' via (2), riprese, « consi¬ glieremo su quel che
ci converrà di dire. Per ora andiamo. E scambiate queste
parole, s’avviarono. Socrate cam¬ minava immerso in qualche pensiero, e
rimaneva indietro; e poiché egli si fermava ad attenderlo, gli disse d
andai pure innanzi. Giunto a casa d'Agatone trovò la poi tu,
spalancata, e lì, disse, gli capitò una cosa da ridere. (1) C’ù
nella risposta, ili Socrate un ginoco «li parole che non e ^pos¬ sibile
rendere in italiano. 11 proverbio era. pare. BsAfflv sin Batta; taotv
aOxóuatot avallo! . dogi-inferiori ai conviti vanno non invitati i buoni-
O anello meglio . dei vili (o dei deboli) ai conviti vanno non invitati i torti
.. Sdorato, gtuòcando sulla somiglianza elle, a parto l’aceento, e'e tra
aYaddW •del Paoni ’ o ’A T <*W•AY'M-nm ‘ad Agatone' ri f.1 il
proverbio in modo che esso si presti a (Uro tanto . dei Inumi ai conviti
vanno i buoni non invitati -, quanto • da Agatone ai corniti vanno i
buoni non invitati ». E si noti elio anche II nomo ’Ay ec&MV corrispondo
suppergiù a ‘ Oinobono '. Quanto ad Omero poi Socrate, celiando, immagina
cito il poeta nel tìngere* (/(. Il 108) clic Menelao 4 flocco guerriero ’
vada non invitato alla mensa d’un prode conto Agamennone, abbia voluto
addirittura fare oltraggio (ti proverbio, che egli, invertendone gli
estremi, avrebbe implicitamente (giacché al proverbio In Omero non
s’accenna né punto né poco) rifuggiate io quest "altra forma
àralfiSv Èro Baita; taoiv aùti|iatoi Bs’Aoi • dei forti ai conviti vanno
non invitati i vili (2) Allusione a un luogo omerico: cf. II. X
’224.Giacché gli si lece subì*. 'J ?^stateti a mema>ano ione-e lo
condusse dove g< 1 ’ Come Agatone lo quasi sul punto di niet ^“
in buon punto ^e: Oh! Aristodemo f *£’ y g£i per altro,
rimet- pcr cenare con noi. il per
rcai per invitarti senza ZSJtì Sin Ma e»m} * »»» « hri biotto
Socrate? mi volsi indietro, ma non •r in nessun luooo che
Socrate mi seguisse, e dissi: “ “S ,2 *•»*. a. lai q«i
>11»»- Ed hai fatto benone. Ma dov’è Socrate? Un
momento fa mi seguiva; ma ora dov è. Sono io mire sorpreso di non
vederlo. Va subito a cercarlo, ragazzo, disse Agatone, e in¬
troducilo qui. E tu, Aristodemo, prendi posto a lato ad Erissimaco
(1). IH. — E mentre un servo gli lavava i piedi, perchè
potesse sdraiarsi, un altro entrò dicendo: Questo Socrate s’è ritratto
nel vestibolo d una casa qui accanto, e sta li fermo. Io l’ho chiamato,
ma non ha intenzione d’entrare. Strano!, disse Agatone; corri
dunque a chiamarlo, e non smettere, finché non si muova. No,
no. diceva d’aver soggiunto Aristodemo. Lascia¬ telo stare. Egli l’ha
quest’abitudine. Certe volte si tira da parte e riman fermo dove gli
capita. Verrà ben presto, ritengo. Voti lo disturbate; lasciatelo
stare. Facciamo pure cosi, se codesto è il tuo avviso, disse
Agatone. E voi, ragazzi, dateci da mangiare a noi altri, e imbanditeci
tutto quel elio vi pare. Non c’è nessuno che vi sorvegli: è una bega che
non mi son mai presa. Fate conto che ci abbiate voi invitati a cena, me e
questi altri, e trattateci in modo da meritare i nostri elogi.
Dopo ciò,'diceva, si misero a desinare, ma Socrate non compariva.
Agatone aveva ordinato più volte che fi) lirlssùuaco, figlio
d'Aedmeno, ora, conio il padre, un modico litui noto in Alene.
— 21 s’andasse a rilevarlo, ma egli non l’aveva
permesso. Finalmente, men tardi però che non fosse nelle sue.
altitu¬ dini. ma tuttavia quando la cena era già a mezzo, Socrate
entrò. E Agatone, che occupava 1 ultimo posto, per caso da solo: Vien
qua, Socrate, disse; sdraiati accanto a me, affinchè al tuo contatto
m’avvantaggi anch’io di quel pensiero sapiente di cui ti sei
arricchito nel vestibolo. Perchè gli è certo che 1 hai trovato e lo
J possiedi: chè- prima non ti saresti mosso. Socrate si mise a
sedere e rispose: Sarebbe, Agatone, una gran bella cosa, se la sapienza
fosse cosiffatt a, che potesse scorrere dal più ripieno nel più vuoto di
noi. al solo toccarci a vicenda, come l’acqua nei bicehien, che a
traverso un fìl di lana scorre da uno più colmo in un altro più vuoto! Se
lo stesso avviene anche della sapienza, son io che devo far gran conto d
essere accanto a te, giacché penso che, mercè tua, mi riempirò di molta
. e squisita sapienza. La mia non può essere che povera cosa o
anche di dubbio valore, come un sogno;, ma la tua è luminosa e destinata
ad un grande avvenire, dal momento che da te, giovane ancora, ha
sfolgorato poco fa di così viva e chiara luce davanti agli occhi di
piu che trentamila Elleni. Sei un gran canzonatore, Socrate,
disse Agatone. Ma di questa faccenda della sapienza discuteremo fra
poco tu ed io, e, ne prenderemo a giudice Dióniso (1), Per ora
pensa a mangiare. IY. — Dopo di ciò, raccontava Aristodemo, Socrate
176 si sdraiò, e finito che ebbero di cenare, lui e gli altri,
fecero lo libazioni, cantarono un inno in onore del dio, adempirono tutte
le pratiche di rito (2), e quindi si vol¬ ai Dióniso, il dio
della poesia di'amatloa, por un poeta tragico era il miglior giudico al
quale potesse appellarsi. (2) Questo cori inolilo orano: 1° i
convitati bevono un sorso di vino puro In onoro del ‘ dèmone buono * [del
buon genio]; 2° i servi sparecchiano; 3° o portano acqua ^crollò i
convitati si lavino le inani una seconda volta (la prima volta l’han fatto
prima di mettersi a cona); 4° distribuiscono ancora corone ed unguenti;
5° poi si fanno lo libazioni di vino temperato» pi prima a Zeus Olimpio
(o alla Sanità), la seconda agli Eroi, la terza a • n \ oli
ora fu il primo a prender la s ero al bere. iei< c he regola terremo
nel parola e: Orsù, disse amie . , pel , me V1 c011 .
bere per aggravarci > « g ^h P rabtiso di ieri, fesso che mi
sente e CO sì forse la più parte e h0 bisogno d un po^ Y P edete
dunque come si possa bere°con^la'maggior discrezione
^ossibUe^ «*>. 'U“, « Acumeno. Ed ora non ho
bisogno, che d udire come si 1 in f orz e per bere un. altro solo di voi,
Agatone. no davvero, non me la sento neppnr io, rispose
CO "¥a'nto meglio per noi, mi pare, disse Erisstamco per me .
per Aristodemo; per Fedro e per questi altri, se ma cedete il campo voi
che siete dei bevitori a tutta prova, giacché noi siamo sempre
debolissimi. Quanto a Sociat % egli fa eccezione: si trova a posto in un
caso e nell altro, e gli sarà indifferente comunque si beva. Bacche,
dunque, nessuno dei presenti è disposto a bere rii molto, non vi
rincrescerà, spero, ch’io vi dica la verità a proposito dell’ubriacarsi.
Dalla pratica della medicina ho cavato questa convinzione: che per gli
uomini è dannoso 1 abuso del vino: e di mia volontà non eccederei mai nel
bere, nè lo consiglierei ad un altro, soprattutto se si risente
ancora della sbornia del giorno prima. Per me non c'è caso, prese a
dire Fedro da Mirri¬ li unte (3); io lui l’abitudine di seguire i tuoi
consigli, specie quando parli di medicina; ina ora, se hanno giu¬
dizio, faranno così anche gli altri. Zeus salvatore. I/ultiina
tazza cho ai beveva a questo si diceva la ‘ por- lotta *.; 0 spesso alle
libazioni seguiva una musica di Munti c un brucia¬ mento d’incensi;
7° con la prima libazione s’accompagnava il canto di un inno religioso.
(Dal Bonghi). (1) Doveva esscro un ammiratore di rotori e sofisti,
ma è noto soprat¬ tutto come amante d’Agatonc*. (2)
Aristofane, è superfluo dirlo, è il famoso comediografo. (3) Su
Fodro v. la nota alla mia versione del Fedro.
jp£ijÌMpM h'. Udito ciò, tutti convennero che
non si dovesse far del bere il passatempo di quella riunione, ma che
ognuno bevesse quanto e come gli accomodava. y. _ Poiché è
stata accolta la mia proposta, che ognuno beva quanto gli accomoda,
disse Erissimaco, c che non ci sia nessun obbligo, ne faccio ancora un al
in¬ aurila di mandar via la suonatrice di flauto entrata dianzi,
perchè suoni per conto suo o, se vuole, per le donne cu casa, e che noi
oggi si passi il tempo a conversare fra no. E voglio anche, se me
lo permettete, proporvi U tema discorsi. ìtì Tutti
consentirono e lo esortarono a farne fa. 1 posta. E comincerò, riprese
Erissimaco, come la ^ e ' lanippe ’ di Euripide (1): Miei non son questi
detti che m’accingo a pronunziare, ma di Fedro qui pi sente. Non
passa occasione infatti eh egli non mi up • indignato: «Ma Erissimaco,
non è enorme, che mentre poeti han cantato inni e peani in onore degli
alto d , di Eros, un così antico e possente iddio, neppui u _ tanti
poeti, che ci sono stati, abbia mai composto un eloo-io’f E se poi vuoi
guardare ai buoni sofisti, essi ha Sto in prosa le lodi di Éracles e di
altri, come quel valentuomo di Predico (2)... E questo «ite,
esorpren¬ dente; ma c’è di peggio. A me proprio una ^oha accadde
dibattermi in un libro d’un sapiente, m cui si facevano sperticate lodi
del sale pei vantaggi che reca, E puoi vedere parecchie altre cose simili
celebrate con lode... Spender tanta cura intorno a siffatti argomenti, e
pii Eros non esserci nessuno fin oggi, che abbia osato lai ne un
degno elogio: a tal punto è trascurato un cosi grande Iddio- ) - E in
ciò’, secondo me, Fedro ha ben ragione. 10 dunque, oltre che
desidero .li pagare il mio contributo a costui e fargli cosa grata,
ritengo che questo sia per noi qui radunati proprio il momento .li
adornai e di lodi 11 dio. E se così pare anche a voi, ecco trovato
torse un Cf. N.vuoic, Trita- Or. Fratjmm.' tramili. 181, 1>. a
l. (2) è „ueUo elio si trova riferito In sunto da Senofontei nei
Momo- rubili ’ 11 21, 1 sgg., o elio fu tradotto dal Loop®!! col tlt. '
I*.reale . buon argomento di conversazione. In sostanza io pro- onlo
che ciascuno ili noi. per turno a destra, dica le Foladi Eros, come
può meglio, e sia il primo ladro, non Tolo perchè egli occupa il primo
posto, ma anche uerchè egli è il padre del discorso.
^Nessuno, Erissimaco, disse Socrate, voterà contro la proposta, Nè
potrei certo oppormi» io, che di¬ chiaro di non esser competente in altro
che m cose d’amore: nè vi si opporranno Agatone e Pausatila e tanto
meno Aristofane, la cui vita è tutta cosi pro¬ fondamente devota a
Dioniso ed Afrodite, o qualche altro di quelli che vedo qui presenti.
Senza dubbio, la partita non è uguale per noi che siamo negli
ultimi posti: ma se quelli che ci precedono parleranno esau¬
rientemente e bene, noi saremo sodisfatti. Dunque, con buona fortuna,
inauguri Fedro la serie dei discorsi e pronunzi l'elogio di Eros.
A queste parole anche gli altri fecero eco e npetet- 178 tero
l'invito di Socrate. Ma di tutto ciò che ognuno disse, nè Aristodemo si
rammentava con precisione, nè io, dal canto mio, di tutto quello che egli
mi riferì. Vi dirò per altro le cose più degne di ricordo e i discorsi,
che mi parvero tali, di ciascuno. Come dunque dicevo, stando al
racconto d’Aristodemo, Ferirò fu il primo a parlare e cominciò sup¬
pergiù a questo modo: Eros è un grande iddio e ammi¬ rabile tra gli
uomini e tra gli dei, oltreché per tante altre ragioni, soprattutto per
la sua origine. Perchè l’essere tra gli antichi iddìi antichissimo è
cagion d’onore, di¬ ceva, e ne abbiamo la prova. Difatti genitori di Eros
nè vi sono, nè si rammentano da verun prosatore o poeta ; anzi
Esiodo dice (1) che dapprima fu il caos, ma dopo Oea
dall’ampio seno, saldissima, eterna di tutto sede ed Eros ;
(1) Cf. Theog. 116 agg. e con Esiodo s’accorda Acusilao (1)
noU'afferniaro che dopo il Caos si generassero questi due, Gea ed
Eros. E Parmenide dice della generazione che infra gl’iddìi
tutti Eros concepì per il primo (2). E così da molte parti si
consente che Eros fu tra gli antichi antichissimo. E perchè antichissimo,
è cagione a noi dei più grandi beni. Io infatti non so dire qual
maggior bene possa esservi per chi entri appena nell’età dell'ado¬
lescenza d’un amante buono, e per l’amante d’nn fan¬ ciullo amato.
Giacche ciò che agli uomini deve servir di guida per tutta la vita, se vogliono
nobilmente vivere, questo non valgono ad ispirarlo altrettanto bene nè
la comunanza di sangue, nè gli onori, nè la ricchezza, ne
alcun’altra cosa, quanto l’amore. E che è mai questo . La vergogna per
ciò che è brutto, l’ambizione per ciò che ò bello, senza le quali nè ad
uno Stato, nè ad un privato è possibile operare grandi c nobili opere.
Ebbene io affermo che un uomo che ami, se fosse sorpreso in atto di
commettere qualcosa di brutto o di soffrirla da un altro senza reagire
per vigliaccheria, non s affligge¬ rebbe tanto ad esser visto nè da suo
padre, nè dai com¬ pagni, nè da nessun altro, quanto dal suo diletto
fanciullo. Così del pari vediamo che anche 1 amato si vergogna
soprattutto degli amanti, ove sia sorpreso a commettere qualcosa di
brutto. Se dunque ci fosso modo d avere uno Stato o un esercito composto
damanti e damati, non potrebbe esserci per la loro città miglior governo
ì costoro, perciocché «'asterrebbero da ogni cosa turpe e
gareggiherò di virtù fra loro (3); e combattendo gb 171»
(1) Acusilao d’Argo ora uu logografo contemporaneo delle guerre
persiane, autore di ' Genealogie \ (2) Questo Torso faceva parto
del poema llspì cpoactofi Sulla natura > del grande Hlosofo di Elea,
fiorito tra la fino del vi e il principio del v s. a. 0. Cf. Dirla,
Forsokr. P P- 1U2. 13. (3) Lottoralmento: So dunque si trovasse
modo ohe oi fosso uno stato O un esercito d’amnuti o d’amati, non
potrebbero governar meglio la propria citta, elio astenendosi da tutto lo
cose brutte e gareggiando fra loro eoe. £ sLo non possa animare
d’un divino coraggio cosi da renderlo pari all'uomo più di sua natura
vaio .roso>. E QU el che Omero dice (1): avere un dio ispnato
l'ardire in taluni eroi, questo appunto per virtù propiia Eros l’effettua
negli amanti. YII. _ Ed .infatti solo quelli che amano son pront
i a morire in cambio d’un altro; nè soltanto gli uomini, ma
anche le donne. E di questo ci offre, a noi Elioni, una testimonianza
bastevole la figliuola di Pelia, Alcé- stide (2). che fu sola a voler
dare la propria ruta in cambio di quella del marito,, sebbene questi
avesse e padre e madre tuttora viventi. Ma costoro per virtù
d’amore ella li sopravanzo tanto nell affetto, da farli apparire degli estranei
al figliuolo e legati a lui unicamente di nome. E per aver fatto ciò
parve non solo agli uomini, ina anche agli dei che avesse fatto cosa
tanto bella, che quantunque molti avesser compiuto molte belle
azioni, a ben pochi gli dei concessero questo premio, di richia¬
marne l'anima dall’Ade; ma quella di lei la richiamarono, ammirati di ciò
ch’ella aveva fatto; tanto altamente ono¬ rano anco gl’iddii un amore
profondo e virtuoso! Invece rimandarmi via dall’Ade a mani vuote Orfeo
d’Eagro, dopo (riavergli mostrato il fantasima della moglie, pei'
la quale egli 'era sceso laggiù, senza per altro dargli la donna,
perchè parve loro circi mancasse di coraggio, da quel citaredo ch’egli
era, e non gli bastasse l’animo d’affron¬ tare per amore la morte, come
Alcéstide, ma s’ingegnasse da vivo di penetrare nell’Ade. E però lo
punirono, fa - (1) h un modo <11 dire elio ricorro più volto
nei poemi muorici. (2) l.u devozione di questo, eroina verso 11
marito forma il soggetto (Cuna tragedia d’Euripidc, intitolata appunto ‘
Alcéstide dolo morire per mano di donne. Al contrario,
onora¬ rono Achille, il tiglio di Tétide, e gli assegnarono un
posto nell’isole dei beati, perchè, sebbene avvertito dalla madre
ohe sarebbe morto come .avesse ucciso Ettore, laddove. ciò non
avesse fatto, ritornato a casa, vi sarebbe finito di vecchiezza; egli,
bramoso di correre alla riscossa dell’amante Patroclo e vendicarlo, osò
non solo di morire ner lui ma di soprammorire a lui estinto. Ond anche,
gli > dei compresi di viva ammirazione, gli concessero un onore
addirittura segnalato, (lacchè aveva mostrato di tenere in così alto
pregio l’amante. Ed Esclnlo vaneggia, oliando afferma che Achille era
l'amante di Patroclo (1). Achille era più bello non solo di Patroclo, ma
(li tutti quanti gli altri eroi, ed era ancora imberbe, e per
giunta più movane di molto, come dice Omero. Gli e che in realtà,
se gli dei onorano singolarmente questa virtù dell’amare, essi tuttavia
ammirano e pregiano e ricom¬ pensano più largamente la devozione dell
amato pei l'amante, che non quella dell’amante per ornato L’amante
infatti è qualcosa di più divino dell amato, perchè posseduto dal dio. E
perciò appunto gli dei ono¬ rarono Achille a preferenza d’Aleéstide,
assegnandoci un posto nell’isole dei beati. . Per conto mio,
adunque, concludo che Eios e t a gli dei il più antico, il più augusto,
il piu capace di rendere virtuosi e felici gli uomini, così in vita come
m morte. Vili. — Questo a un dipresso, disse Aristodemo,
il discorso di Fedro. Altri ne seguirono (lei quali non si
rammentava bene e che omise, e passo al discorso di Pansaaia, che parlò
così: A me pare che non ci si sta pn>- pitocon chiarezza il tema del
discorso, quando se detto, così senz’altro, di pronunziare 1 elogio di
Eros. s.e Eios non fosse che un solo, via, la cosa potrebbe andare, (
ìa ecco, esso, non è un solo, e non essendo un solo, e più
(1) Accenno iul una traspaia perduta-, intitolata ‘I Mirmldom , nella
quale talune espressioni allettilo» d'Achille erano da alcun, mterpro-
tate conio qui si complaco d‘interpretarle I«edro. criusfo che si fissi in
precedenza quale sabbia a lodare, fo dmu e mi proverò a rimetter le cose
a> posto, a due aual è l’Eros che merita lode, c poi a
pronunziarne 'ì’elogio in maniera degna del mime. Tutti
infatti sappiamo che Afrodite non è senza Eros. Se Afro¬ dite fosse
una sola, non ci sarebbe che un solo Eros; rail poiché di Afroditi ce n’è
due, due devono essere di necessità anche gli Erotes. E come non sono due
le dee. L’ima è più antica, non ha madre, e figliuola d Ulano, e
però è detta Urania [o celeste]; l’altra è più giovane, figliuola di Zeus
e di Dione e la chiamiamo Pan demos 10 volgare]. Ne consegue perciò
clic l'Eros, collabora- lore di questa, si chiami a buon diritto Pandemos
[o volgare] e l'altro Uranio [o celeste]. E se giusto è elle tutti
gli dei si lodino, è pur necessario provarsi a dire le qualità toccate in
aorte a ciascuno dei due. Perché d'ogni nostro atto può affermarsi
questo: che esso di 181 per sé non è nè hello uè brutto. Per
esempio, ciò che ora Tioi facciamo: bere, cantare, discorrere, nessuna di
queste cose è di per sè bella, ma nel fatto divien tale, secondo
11 modo come si fa. Fatta bene e rettamente diventa bella; non rettamente,
brutta. E così anche l’amare ed Eros non è tutto bello e degno d’esser
lodato, ma solo quello clic nobilmente spinge ad amare. L’Eros
quindi, collaboratore delTAfrodite vol¬ gare, è veramente volgare, ed
opera come gli vien fatto; e questo è l’Eros che amano gli uomini di
animo basso, fòsforo innanzi l utto amano non meno le donno che i
fan¬ ciulli, e poi, pur di quelli che amano, i corpi a preferenza
delle anime, e poi ancora i meno intelligenti che possano, giacché essi
non mirano ad altro, che a sodisfarsi, non importa se bellamente o no.
Onde accade loro ili fare come capita, nello stesso modo il bene e nello
stesso modo il contrario. Perocché quest/Eros trae anche ori¬ gine
dalla dea elio è ben più giovane dell’altra e che dal modo, onde fu
generata, partecipa di femmina e di maschio. L’altro invece é
dell’Afrodite celeste, la quale 1,1 P r 'mo luogo non partecipa di
femmina, ma solo di maschio — ed è questo l’amore dei giovanetti _ e poi
intica pura (fogni lascivia.. Onde al maschio * pl '‘;! 8Ì volgono
gl’ispirati da questo amore, perchè ;UJP u io-ono quél che è per natura
più forte e piu Intel- f 11 :: ; -Ed anche nello stesso amor pei
fanciulli è pos- u • discernere quei che sono sinceramente mossi
da ' S nesto amore. Giacché essi non amano i fanciulli, se non ?
andò questi comincino a dar segni d’intelligenza, cioè òn lo simulare sul
volto della prima lanugine. Coloro infatti 'che cominciano ad amare da
quel momento, si mostrali disposti, secondo me, a legarsi per tutta la
vita "Giovanotto amato e a viver con esso m comune, non oi-r
dopoché l'abbian tratto in inganno per averlo .sor¬ preso nella sua
inesperienza giovanile, a ridersi di lui e orrore ad altri amori.
Converrebbe anzi che una le^ge vietasse l’amare i fanciulli, affinchè un
grande studio non si spendesse in cosa d’esito incerto, perchè incerta e
la riuscita dei fanciulli, dove vada a riuscire, quanto a vizio e
virtù d’animo e di corpo. Questa legge, è vero, 1 buoni se la impongono
spontaneamente a sè medesimi; nondi¬ meno sarebbe necessario che a ciò
codesti amanti vo ¬ gali fossero anche costretti, come, per quanto è
possi¬ bile, li costringiamo ad astenersi daU'amare le donne di
libera condizione. Poiché sono essi appunto che hanno anche disonorato
l’amore, tanto che alcuni osali di dire che è brutta cosa compiacere agli
amanti. E dicon cosi, perchè hanno dinanzi agli occhi costoro, e vedon
di questi il procedere intempestivo ed ingiusto, laddov e non c’è
cosa che, fatta con decoro e in conformità del co¬ stume. possa
giustamente meritar biasimo. E certo qual sia nelle altre città la
norma (1) enea l’amore, è facile intendere, chò il concetto ne è
semplice. Ma da noi e a Lacedemone essa è varia. Così nell'Elide,
tra’Beoti e dove non son punto esperti nel dire, e senz altio ammesso
come bello il compiacere agli amanti; e nes- Il testo lui fini la pacala
vó|io? ‘ leggoelio compiendo cosi In legge Boritta, la leggo in senso
ristretto, corno l’oplnlou pubblica, la con¬ suetudine, lu nonna, il
costumo. Io l’ho tradotta di solito così, ma anello in qualche caso, nel
quale in questo disoorso di Pausania mi son valso della parola ‘ legge *
s’intende olio a questa parola va dato il significato più. largo cho ha
nel greco. im0 sia giovane o vecchio, oserebbe tacciarlo di turpe
affinché, credo, non incontrino difficoltà nel per¬ suadentigiovani per
via di ragionamenti metta come sono al parlare. Per contro m molti luoghi
della Ionia e in altri paesi, soggetti ai barbari, la cosa e ritenuta
senz'altro quale una bruttura. Pei barbari, infatti, a camion delle
tirannidi, è brutto questo, non meli che lo studio della sapienza e della
ginnastica, perocché, credo, non conviene ai governanti che allignino
alti sensi nei (invernati e si stringano indissolubili amicizie e
intimità, che, tra tanti altri, è il più meraviglioso effetto, che
si compiace di produrre l'amore. E ciò anche i nostri tiranni
sperimentaron col fatto, cliè l’amore di Aristogitone e l'amicizia
d'Annodio (1), divenuta salda, abbatterono la loro signoria. E,
così, dov’è considerata brutta cosa com¬ piacere agli amanti, ciò si deve
alla malizia dei legis¬ latori, alla prepotenza dei dominanti e alla
viltà dei sog¬ getti; e dove invece fu senz'alcuna eccezione
considerata come cosa bella, alla pigrizia d’animo di chi fece la
legge. Da noi al contrario la consuetudine è assai più bella,
sebbene, come ho detto, non sia, agevole penetrarne lo spirito. — X. —
Chi consideri infatti come sia opinion co¬ mune che allumare di soppiatto
sia preferibile l’amare palesemente e soprattutto i più generosi e i
migliori, per quanto mori leggiadri d’aspetto, e come per converso
l’amante abbia da tutti mirabile incoraggiamento ad amare, non come chi
faccia qualcosa di brutto, e sia tenuto in gran conto chi conquista e
deriso chi si lascia sfuggire la preda, e come nel tentar di siffatte
conquiste i nostri costumi abbian concesso all’amante d’aver lode,
anche se l'accia cose sbalorditive e tali, che se uno osasse farlo per correr
dietro a qualunque altro oggetto e per 183 conseguire qualunque altro
scopo, aH’infuori di questo, ne raccoglierebbe i maggiori biasimi... (2)
se, ad esempio, per ottener danari da qualcuno o un pubblico ufficio
o (1) Ad Armodlo c Artotogitone, 1 famosi tirannicidi, l’opinione
colmino degli Ateniesi attribuiva la cacciata dei Plsistratldi.
Cd) Qui il lesto ha <ptXoooiplas ’ da parto della lllosolln ’. clic la
maggior l'arto dogli editori, compreso il Burnct, s’accordami u
considerare corno un aggiuuta arbitraria o orrore dei
copiati. disiasi altro potere uno s ^J^ e Uc e con gli amati
gli amputi, ^ ^ menti e dormono ° e <rano e supplicano eg ;. rosi
delle servitù quali Suanzi alle porte e serron ™ dal fare BÌ ffatte
cose nessun servo; ei saiebbe nnp^^ ^ ^ rin{accer eb-
ei ' iurp n u Mi uni "li rinfaccereb- e da amici e ila
uenuci, cu fiU'^. )f) ammonirebbero e bere adulazioni e aU ' a .nmnte che
faccia tutte arrossirebbero di ess - 11 fe permesso dal
costume queste cose s’accresce grazia, de> £attì oltre¬
di farle senza biasimo, ‘ ^ che almeno a quanto modo belli. E quel
eh è pmj gU dei perdonano si dice, se anche „i eHt o amoroso,
sosten- di spergiurare perche ‘ e gU nomini han
"ono, non esiste (1). corae la legge di qui fatto lecita
ogni lieenz^ c * credere che nella dice. Da questo lato, dunque, t
(> l’amare e il città nostra si stmii una P b . padrii
preponendo compiacere agli amanti. <1 p lascian discorrere con
dei pedagoghi agli amai , nedagogo, e eoe- tanei e compagm h
vitupera ,^ì vituperano n on son qualcosa di simile, * ne upur
biasimati dai pai d'altronde nè trattenuti 11 "insto... chi badi
per anziani, come que che non “ be la s i ritenga qui l'opposto
a tutto ciò, p fecondo me, invece, la la più brutta cosa del mondo.
comc s ’è cosa sta a questo nioi o. ^ J bella nè brutta;
detto in principio, noi 1 ge bruttamente. I mpure stabile,
come colui clic - co», «mw stabile. Giacché insieme con lo sfiorire <
^ corpo , che egli amava, v asse no via a volo (2),
eliso (!) È un modo proverbiale olio negli scrittori greci ricorro
sotto varie formo. (2) Reminiscenza omerica; cf. 71. n
Tl« norando tanti discorsi e promesse. Ma chi ama l’indole buona riman
costante per la vita, come colui che s’è isi attaccato a cosa stabile. E
costoro appunto il nostro costume vuol mettere a prova bene e bellamente,
e che agli uni si compiaccia, dagli altri si frigga. E però appunto
gli im i esorta a dar la caccia, gli altri a fuggire, istituendo una gara
e mettendo a prova di qual mai sorta sia l’amante e di quale l’amato. E
così, per questo motivo, in primo luogo il lasciarsi accalappiare subito
è ritenuto brutto, affinchè ci sia di mezzo del tempo, il quale
può, sembra, metter bellamente a prova la maggior parte delle cose;
e poi l'essere accalappiato dal danaro e dalla potenza politica è brutto,
sia elle uno, maltrattato, si avvilisca e non resista, sia che,
beneficato di danari o agevolato nelle faccende pubbliche, non disprezzi.
Che nessuna di tali cose par che sia nè ferma nè stabile; senza due
che non può neppur nascere da esse una generosa amicizia. Sicché, secondo
il nostro costume, una sola via rimane, se all’amante deve bellamente
compiacere l’amato. È infatti legge per noi che, siccome per gli
amanti il servii’ volentieri qualunque servitù agli amati non è, come s’è
visto, nè adulazione nè vergogna, così appunto anche un’altra servitù
sola volontaria rimane non vergognosa, e questa è quella che ha per
oggetto la virtù. Perocché presso di noi è ammesso che, ove
qualcuno voglia servire un altro, stimando di poter divenire per via di
quello migliore o in sapienza o in qualsiasi altra parte di virtù, questa
servitù volontaria non è dal canto suo brutta, e non è nemmeno
adulazione, (inde conviene che queste due leggi convergano insieme
al medesimo segno, e quella che ha per oggetto l’amor dei fanciulli e
quella che ha per oggetto l’amore della sapienza e d’ogni altra virtù, se
dovrà riuscire a bene il compiacere dell’amato all’amante. Perchè, quando
s'in¬ contrino l’amante e l’amato, ciascuno recando la propria (
gge, 1 uno che nel prestare qualsiasi servigio al giova- nelio che gli ha
compiaciuto, glielo presti secondo giu- , K lzia ’ * altro che nel
concedere qualsiasi favore a chi o li nde sapiente e buono, glielo
conceda secondo giu-s izia, e 1 uno, potente di senno e d’ogni altra
virtù, n . i-altro bisognoso di educazione e d’ogni altra 1U ‘ ne
acquisti; allora, queste leggi convergendo S Tmedésimo segno, in
questo caso soltanto accade che nel So òhe l’amato compiaccia,
all’amante-, m ogni sia n0 B in questo caso anche il trovarsi
ingannato In è punto brutto; in tutti gli altri, si sia o no ingan-
i norta vergogna. B cosi, se qualcuno a un amante, nat P r l ricco in
vista della ricchezza avesse com- st S e si trovasse poi ingannato e non
ne cavasse danari perchè l’amante s’è scoperto povero, non sarebbe
d '' ( ,ùesto men brutto, dappoiché un amato siffatto P per quel ch’è in
lui, che in vista del danaro ri kz ‘ srjtfsc ramante,
divenir migliore, si '"ciò nonostante^l’inganno^bello,
perchèa^e qj^per ciò SSfJS ^ H fÌT5| l r^tSenté bello'
compiacere per "Sefò l’amore S&i di gran
pregio e l’amato a porre ogni sono TLSJL *
«»• *£# m’insegnano a lare di si , ‘ Vvist0 [. ine .
Senoncliè vuto. diceva Azistodemo pa aie ^stob m()tiv0 ,
costui, o per aver mangiato tiojjo P ^ [Uscor . era stato
coltoinetto a destra di lui. c’era il medico iSSSXmA Eri»»», «.co»
» «c « «*>— (1) Vaio a lUro l sofisti c i rotori. :i
subito di questo singhiozzo, o di parlare invece mia, finche non mi
sia cessato. Ed Erissimaco: Ma farò runa cosa e l’altra,
rispose. Io parlerò ora per te. e quando ti sarà cessato il sin¬
ghiozzo, parlerai tu invece mia. E mentre io patio, se, trattenendo a
lungo il respiro, il singhiozzo vorrà andar¬ sene. < tanto di
guadagnato >; se no, fa dei gargarismi con l’acqua. Che se poi fosse
addirittura ostinato, prendi qualche cosa da solleticarti le narici e
cerca di starnutire. Basta che faccia così una o due volte, e cesserà per
osti¬ nato che sia. . Affrettati dunque a parlare,
disse Aristofane; io se¬ guirò i tuoi suggerimenti. Ed Erissinmco disse:
Orbene, dal momento che Pausante,, dopo d aver preso bene le mosse per
il ,K6 suo discorso, non l'ha compiuto a dovere, credo che a me
convenga di provarmi a completare il suo discorso. Che Eros sia doppio,
pare a me che egli abbia fatto benis¬ simo a distinguere; però che esso
non sia soltanto negli animi umani rispetto alle belle persone, ma che
abbia molti altri obietti e sia' in altri, nei corpi di tutti gli
animali e nelle piante della terra e, per dirlo in una parola, in lutti
gli esseri, credo d'averlo imparato (bilia medicina, dalla nostra arte,
com’egli sia un dio grande e meraviglioso, ed estenda il suo potere su
tutte le cose umane e divine. E eomincerò, partendo, dalla
medicina, anche per rendere omaggio all’arte. Infatti te natura dei
corpi ha questo doppio Eros, giacché la sanità del corpo e la malattia
sono, per consenso unanime, cosa diversa e dissimile; e il dissimile
desidera ed ama cose dissimili. Altro, dunque, è l’amore che risiede nel
sano, altro quello che risiede nel malato. Ed appunto, come Pausante
di¬ ceva or ora, clic è bello compiacere ai buoni tra gii uomini,
ma brutto ai dissoluti, così anche negli stessi corpi è bello e, conviene
compiacere a ciò che v'è di buono e di sano in ciascun corpo — ed è ciò a
cui si dà nome di medicina — ma' brutto compiacere a ciò che v’è di
cattivo e di morbóso, e si deve negare a questo ogni favore, se si vuol
essere un medico esperto. Perchè la medicina, in sostanza, è la scienza
delle tendenze amo¬ rose del corpo a riempirsi e a vuotarsi; e ohi sa
distin¬ guere in esse l’amor bello dal brutto, costui sarà il pili
acuto medico; e chi ù capace di produrre tal mutamento, che i corpi
acquistino l'mi amore in cambio dell'altro, e in quelli, nei quali non
sia amore e dovrebbe esserci, sappia farlo nascere e da quelli nei quali
sia e non dovrebbe >, espellerlo, questi potrà esser davvero un
medico abile. Occorre infatti che egli possegga la capa cita, di metter
d’accordo gli elementi più avversi, esi¬ stenti nel corpo, e procurare
che si amino l'un l'altro. K avversissimi sono gli elementi affatto
contrari, il freddo e il caldo, l'amaro e il dolce, il secco e
l’umido, via dicendo. TC perchè
seppe.ispirare in essi amore e con¬ cordia, Àsclépio (1), il nostro
capostipite, come affermano i nostri poeti, ed io credo, fondò la
nostra scienza, ha medicina, dunque, dicevo, è governata tutta intera
da questo dio; e al pari di essa anche la ginnastica e l’agricol¬
tura. Quanto alla musica poi è chiarissimo a chiunque W voglia appena
riflettervi, che il caso è affatto identico, c quest o forse volle dire
anche Eraclito, sebbene egli non lo esprima in forma perspicua. L'uno,
egli dico, discor¬ dando con sè medesimo si accorda, come ar¬ monia
d’arco c di lira (2). È difatti un vero assurdo affermare clic l’armonia
discordi o risulti da cose tuttora discordi. Ma forse egli voleva appunto
dir questo: che essa nasce da cose per l’innanzi discordi, l’acuto e
il grave; ma che in seguito si sono accordate per opera del- l’arte
musicale, giacche non è in alcun modo possibile, clic dall’acuto e dal
grave, tuttora discordi, nasca armonia. Asciò pio o Esoulapìo ora un
eroe-modico divenuto piti tardi un ilio-modico. 1 suoi discendenti, gli
Asolcpiadl. tra cui Krlssimaco pone se medesimo, dovevano essere in
origino limi gente congiunta da legami di sangue, in cui era tradizionale
la cognizione e la pratica della medicina. 1 j0 famiglie di Asclepindi
più celebri orano Quelle di Cos, a cui apparteneva, il grande lppoerate,
e di ('nido. Ma in tempi più recenti tutti i medici, compiacendosi di far
risalire al <Uo la propria genealogia, presero indistin¬ tamente il
nomo d’Asolopiadì. (•>) (’f. DllCl-s, Vorqokr. V p. S7,
.*>1. „ ; n certo ino rio con¬ che è consonanza, e consonanz^ da
cose discordanti, senso, e U consenso non può ^ ^ discorda e non
tinche discordino; e d altra P Così, per esempio, consente
nOn può coautore ai ■ ^ da cose clic anche il ritmo nas f ^^
consentirono poi. E in tutte discordavano prima, ma ci dalla me dicma,
qui e queste cose il consenso, come 0 concor dia vicen-
! osto dalla musica, che v ispm ‘ la scienza delle devote. E
però la — Soffia e’di ritmo. Nella * tendenze amorose m tatto e dell
armonia composizione, considerata discernere le tendenze
e del ritmo non e punto dime oliando occorra amorose, nè
,ulvi c'6 Mggg't’SflB. con gli servirsi del ritmo e dell. c h e
chiamiamo uomini, o clic si compong cbe s’adoperino ‘
melopea ’ [creazione musicale] - ° ™ t _ ed è ciò acconciamente melodie •
e metri gn ® usioa i e ] — qui.
ohe vien detto ‘ slbi ie artefice. E qui te¬ mati, e affinchè
diventino pm costumati q^rni _ lo sono ancora, Insogna compuie
p^ros celeste, volgare - e questo, a coloro, a cui si somministri,
s ha da sonnninistr .re con molta Cautela, affinché se ne colga il
piacere) 18 ma non ingeneri alcuna intemperata mm nell’arte nostra vai
molto sapersi giovale dei desideri eccitati da una buona cucina in modo
che, senza pro¬ curarsi una malattia, se ne goda il piacere. Cosi,
dunque, e nella musica e nella medicina e in tutte le altre cose,
umane e divine, si deve, per quanto si può, aver riguardo a ciascuno di
questi due Erotes, perche ci sono. 188 XIII. — Poiché anche la
costituzione delle stagioni del¬ l’anno è piena di tutti e due questi
amori; e quando gli elementi, dei quali dianzi parlavo, il caldo e il
freddo, il secco e Tumido, si trovino in una scambievole e ben
rego¬ lata relazione d’amore e s’accordino e si temperino saggia¬
mente, essi vengono apportatori d’nna buona annata e di buona salute, cosi
agli uomini, corno agli altri ammali e alle piante, e non soglion
produrre alcun danno. .Ma quando invece, l’Eros compagno
dell’intemperanza pre¬ valga nelle stagioni dell’anno, egli suol
corrompere '• danneggiare molte cose. E da tali cause derivano di
solito e pestilenze e tante altre malattie diverse e negli animali e
nelle piante. Infatti e le brinate e la grandine e la ruggine dei cereali
sono il frutto della sopercliieria e della sregolatezza vicendevole di
cosiffatte tendenze erotiche, la cui scienza rispetto al moto degli astri
e alle stagioni dell’anno prende nome di astronomia. Inolt re tutti
i sacrifizi e quei riti a cui presiede l'arte divina¬ toria — ossia la
scambievole comunione tra gli dei e gl' uomini — non vertono intorno ad
altro, se non intorno alla preservazione ed alla cura di Eros. Giacche
ogni forma d’empietà suol nascere, ove non si compiaccia al¬ l’Eros
ordinato e non gli si renda onore e venerazione in ogni cosa, ma si tenga
in pregio quell altro, cosi nei rapporti coi genitori, vivi e morti, come
nei rapporti con oli dei. Ed appunto osservare siffatti amon (1)
curarli è il compito della divinazione, e la divinazione è a sua volta,
operatrice d’amicizia tra gh elei e gu uomini, perchè sa discernere, tra
le inchnaziom ainc^se deo-li uomini, quante tendano alla giustizia e alla
pietà, "l'osi ogni Eros ha un potere esteso e grande, anzi, iu
una parola, universale, ma quello che, e Pi'esso 'li noi e presso gli
dei, trova il proprio compimento nel buie con temperanza e giustizia,
questo ha il maggmr potere e ci assicura ogni felicità, sicché si possa
viveic in pace fra noi ed essere anche amici di quelli che son
ungimii di noi, degli dei. . , , Porse, in questo
elogio di Eros, anche io ho trala¬ sciato molte cose, ma non l’ho fatto
apposta. Se per altro c’è qualcosa ch’io abbia omesso, tocca a te,
A stofane, di supplirvi. Ma se invece ti frulla per il capo di
elogiare altrimenti il dio, fa pure a tuo modo, che anche il tuo
singhiozzo è cessato. (1) Leggo qui Iponas- —
3S — :3 P= ^V5=Hf Bsfc = - s S 8 Sf 3£
iV'l".-» •" t“ d '"" « caso che ti sfugga
qualche cosa da lai -f sawst.*#>r n ;" ’yffes
conto ch'io non abbia detto ciò che ho detto. E non stare a farmi
la guardia, perchè temo di tee> non g. cose da far ridere — questa
sarebbe una fortuna, SpSaSl fleto mm H«». - ma Ufc te *• 1
" d Bravo. Aristofane! hai tirato il sasso e nascondi la mano (1).
Ma bada a’ casi tuoi e parla come chi lui da render conto delle proprie
parole. Quanto a me, se mi pare, ti lascerò in pace.
Xiv._Comunque, caro Erissimaco, disse Aristofane. io mi propongo di
parlare in modo diverso da te e da Pausania. Io penso che gii uomini non
abbiali sentito nè punto nè poco la potenza di Eros, perche, se la sen¬
tissero. gli dedicherebbero i maggiori tempi ed altari e gli offrirebbero
i maggiori sacrifizi, cosa che ora non fanno per nulla, mentre è ciò clic
si dovrebbe fare a preferenza di tutto. Eros è infatti tra gli dei il più
amico degli uomini, perchè è il loro protettore e il medico di quei
mali, la cui guarigione sarebbe per il genere umano la maggiore delle
felicità, lo dunque mi studierò d’esporvi la. potenza di lui, e voi ne
sarete maestri agli altri. Ma, innanzi tutto, occorre che impariate quale
sia la natura umana e le sue vicende non liete. Giacché la nostra
na¬ ni Il tosto ilice: hai tirato il colpo e ora ricusi di
svignartela, modo proverbialo anch’esso. tura non era un tempo la
stessa (li oggi, ina tuli altra. In origine c’eran tre sessi umani,
non due, maschio <• femmina soltanto, come ora, ma ce n era un terzo,
clic mrtecipava dell’uno e dell’altro e che, scomparso oggidì,
sopravvive appena nel nome. C’era allora un terzo sesso., l’andrògino,
che di fatto e di nome aveva del maschio e della femmina, e questo non
esiste piu. fuorché nel nome che suona un oltraggio. Inoltre ogni uomo
aveva una figura rotonda, dorso e fianchi tutt'intorno, quattro
braccia, gambe di numero pari alle braccia, su un collo cilindrico due
visi, perfettamente simili tra loro, un unica I- testa su questi due
rósi, posti l’uno in s|so con ramo all’altro, quattro orecchie, doppie F
(ta e ut l resto come si può supporre da ciò che s e detto, i ari minava
anche ritto come ora, in qualunque direzion _ volesse- e quando si
mettevano a correre, quei uost progenitori, come i giocolieri che a gambe
per aria an delle capriole a ruota, essi, appoggiandosi sui loro
otto arti si muovevano rapidamente, tacendo la.ruota. I ^ poi eran
tre e cosiffatti per questa ragione: «esso maschile traeva origine
dal sole il J!; rt eripà e lrindrórino dalla luna, perche anche
questa paitccipa del itle e della terra. La loro figura dunque era
rotonda e cofano^ il modo di muoversi, appunto^perchi- «m,l ai loro
genitori. Avevano vigore e gagl ardia tel i 1 c„,o -o». a;
numi. XV - A mesto p*H> « s» «#rt «#? consiglio ,,,
ciò che ^ « «" "Jggg; Non sapevan risolversi ad uccido c
* N i la razza) fulminandoli, come i giganti, perche cosi saie -
( 1 ) Oto «1 Eflolto orano i duo glovonissluil “^“^lonutoto'ùcr
llKliuoU di Aloco, olio dopo dover nca . (H ul)onl t,„ por opera di
Erniosi tredici mesi in uu gran vaso ali von i o. . all * 0sBa tentarono
di dare la . . .. “ essi Omero accenna in 11. V sgg.»
Or. -„ero venuti a privarsi degli onori e dei sacriti/., umani; ^potevano
tollerare che ne facessero d og... sorta, B analmente Zeus, dopo matura
riflessione, disse: « C redo di e -ovato la via. affinchè gli uomini
continuino "a esistere, ma, divenuti più deboli, smettano la
loro tracotanza. Segherò ». disse, « ciascun di loro m due, e S
mentre saranno pii. deboli, ci saranno ad un tempo S utili, perchè
diverranno più numerosi. E cammine¬ ranno ritti su due gambe. Chè, ove
poi seguitino a inso¬ lentire e non vogliano starsene in pace, li segherò
», disse, , ili nuovo in due, cosicché cammineranno su una
gamba sola, a saltelloni (1). » Dette queste parole, venne segando
eli uomini in due, come quelli che tagliali le sorbe per metterle in
conserva, o quelli elio dividon le uova coi capelli. E a misura clic ne
segava uno, ordinava ad Apollo di girargli la faccia e la metà del collo
dalla parte del taglio, acciocché l'uomo,' avendo sotto gli occhi il
proprio taglio, fosse più modesto; e medicargli le altre ferite. B Apollo
girava a ciascuno la faccia in senso opposto, e tirando d’ogni parte la
pelle verso quello ohe ora chiamiamo ventre, come le borse a- nodo
scorsoio, lasciandovi appena una boccuccia, la legava nel mezzo del
ventre, in (pie! punto preciso che chiamano ombelico. Itti Spianava
poi tutte le altre grinze, che orati molte, e rassettava le costole,
servendosi d’uno strumento sup¬ pergiù simile a quello che adoperano i
calzolai per spia¬ nare sulla forma le rughe del cuoio; ma ne lasciò
poche nel ventre e intorno all’ombelico, ricordo dell’antica pena.
Orbene, poiché la creatura umana fu divisa, in due, cia¬ scuna metà presa
dal desiderio dell’altra, le andava in¬ contro, e gittandole le braccia
intorno e avviticchiandosi scambievolmente, nella brama di rinsaldarsi in
un unico corpo, tnorivan di fame e d’inerzia, perchè l’una non
voleva far nulla senza dell’altra. B quando l’una delle (I) Il
greco ha àoxop.ià£<ms<; cho vuol dire propriamente ' saltumlo
sminuire' (àox4f). • I.'espressione 6 tolta ila un giuoco contadinesco
del¬ l'Attica. 1 contadini dulia pollo dui hocco saorllloato a indulso
facevano un otre olio riempivano di vino o ungevano d’olio. Su di usso
saltavano con una sola gamba altornaUvamcnlo, o vinceva old sapova
roggorvlsl. * (Unir). nielli moriva e l’altra sopravviveva, quella che
soprav¬ viveva andava in cerca d'un'altra metà e le si avvin¬
ghiava, sia clic s’imbattesse nella metà d’una donna in- IL quella appunto
elle ora chiamiamo donna — sia che nella metà d’un uomo; e così morivano.
Mosso pertanto a compassiono. Zeus no escogita un'altra: tra¬
sporta le loro pudende nella parte anteriore — lino a quel momento anche
queste le avevano avute al difuori, c generavano e partorivano non tra
loro, ma in terra, come le cicale... gliele trasportò dunque così, sul
davanti, e per tal mezzo rese possibile la generazione fra loro,
per mezzo ilei maschio nella femmina, con questo line, che
nell’amplesso, ove un maschio s’incontrasse in una fem¬ mina, generassero
e si perpetuasse la specie; ma. ove invece un maschio s’imbattesse in un
maschio, provas¬ sero sazietà dello stare insieme e smettessero e si
vol¬ gessero ad operare e attendessero agli altri doveri della
vita. Cosicché fin da quel momento l’amore vicendevole è innato negli
nomini: esso ci riconduce al nostro essere primitivo, si sforza di fare
di due creature una sola e di risanare così la natura umana.
XVI _O'imn di noi, in conclusione, è una con tre¬ mala d'uomo, in
quanto che è tagliato come le sogliole, è due di uno; c però cerca sempre
la propria contromarca. Quanti sono una fotta di quel sesso comune, che «
loia si diceva andrògino, annui le donne, e la maggmi p. dogli
adulteri soli nati da esso; e cosi pure le donne. sU truggon per gli
uomini, e le adultere provengo., da , u eS e m.aL4 T»l* <!»* 1
‘“'i una fetta di donna, non corron dietro agli o, un uà sono
piuttosto inclinate alle donne; e ^ questo appartengono le tribadi. Ma
quanti sono una fe la li maschio, danno la caccia al maschio; e 1 ! ut '
u ' ’ S01 " \ r)j coni, fanciulli, conio parte d’un uiasciuo jpu o
gli uomini e godono a giacere e a starsene abbracciata con gli
uomini; e questi sono tra i fanciulli e tra po'anett i migliori, perchè i
piè v ' r '*' di hno na u . • mancali di quelli clic li chiamano
inipudent. ina uien liscino. Perchè essi non lo fanno per impudenza, ma
pei baldanza. per coraggio, per virilità d animo, giacché .si
attaccano a ciò che è simile a sé. Ed ecco vene ima prova decisiva: costoro,
a tempo debito, sono 1 soli che ne¬ gano uomini davvero, adatti alla vita
politica. E per¬ venuti all'età virile, mettono amore al fanciulli; e
al matrimonio e alla procreazione dei figliuoli non si vol¬ gono
per inclinazione naturale, ma costretti dalla legge, chi* anzi per conto
loro soli ben contenti di viver sempre gli uni con gli altri, da scapoli.
Per ciò chi è così fatto, diventa un amante di fanciulli o un amato,
perche desi¬ dera sempre ciò che gli è congenere. E quando poi 1 amante
dei fanciulli e chiunque altro s’incontra in quella sua propria metà d'un
tempo, allora son presi d’un amicizia, d'un intimità, d'un amore
meraviglioso, senza volersi se¬ parare gli uni dagli altri, per così
dire, nemmeno un istante. E quelli che vivono insieme tutta la vita
son questi, che non saprebbero neppur dire che cosa vogliono che
avvenga loro all’uno per opera dell’altro, giacché nessuno può credere
che ciò che desiderano sia l'uso dei piaceri amorosi, quasi che in questo
debba cercarsi la ragione per cui provano un così vivo diletto a stare
in¬ sieme; ma è evidente che c’è qualche altra cosa che l'anima di
ciascun di loro desidera, qualche altra cosa che non sa esprimere, ma che
sente vagamente e a cui accenna per vie coperte. E se ad essi nel
momento, in cui giacciono insieme, si presentasse Efesto coi suoi
strumenti alla mano e chiedesse loro: « Che volete, o uomini, che avvenga
di voi. alFuno per opera dell’altro 1 ? » e mentre e’ sono tuttora
indecisi, soggiungesse: « Desi¬ derale voi, non è vero? soprattutto
essere nello stessis¬ simo luogo l’uno con l’altro in modo da non
separarvi mai né notte nè giorno? Ebbene, se è questo elio desi¬
derate, io voglio rifondervi e riplasmarvi in un’unica natura, sicché di
due diventiate uno, e finché vivrete, viviate tutti e due in comune, come
un essere solo, e anche da morti, laggiù nell’Ade, non siate, invece di
due, elle un morto solo... Guardate se è questo che amate e se vi
basta di conseguir questo... » a udir ciò sappiamo bene che nessuno,
proprio nessuno, risponderebbe di no, nò mostrerebbe d'aver mai
desiderato altro, ma crederebbe 103 nllit0 precisamente
quello che egli desiderava da tlavei i sentirsi unito e fuso con l’amato,
e dive- tanto ten i solo> e la ragione è appunto questa:
“ ot0 , eri in origine la nostra natura, e che eravamo Cb teii
'Ebbene, al desiderio e alla caccia dell’intero si da n ° U p,-ima
"dunque, come dico, eravamo uno; ma ora per , ..... nequizia siamo
stati separati di casa dalla mano ’ìV’rno còme gli Arcadi da quella
dei Lacedemoni (1). .... ’ ltra che a non essere ossequenti verso
gli dei. . h . 'incontro a venir segati daccapo, e a dover
an- d.,re intorno come le figure scolpite a bassorilievo sulle Se
spaccati per il mezzo dei nasi, divenuti come dei dirti’tagliati in due
(2). Ma perciò conviene che ognuno esorti ogni altro alla pietà verso gli
dei, affinché si evitino : m; di e si conseguano i beni, tenendo presente
che Eros è nostra guida e nostro duce. A lui nessuno vada conilo __
c o-n va contro chiunque venga m uggia agli dei _ nerchè divenuti amici
del dio e vivendo in buoni termini con lui. troveremo e incontreremo ì
nostri propri amati, il ora capita a pochi. E non sospetti Erissimaco, mettendo
L caiSonatura ì mio discorso, che io alluda a Pausami, cd Agatone — oliò
forse anche essi sono di quelli, e tutti c due maschi per natura - ma
dico avendo di mira tutti e uomini e donne, che m questo modo il
genere nostro troverebbe la sua felicità, se all’amore, e ciascun
di noi, ritornato nell antica natii a, s’imbattesse nel proprio amato. E
se poi qne meglio, ne segue di necessità che di quanto oiaè nostro
potere, il meglio sia ciò che piu vi si avvmuia, e ciò è rincontrarsi in
un amato fatto secondo d piopno “7" Aristofane accenna,
secondo roplnUm.Mplfc £ del 3S5 a. C. Gli Spartani, vinta Mautinea
in Alca , silaggi, della città o la sciolsero, com’era
precedutomene, ci sarebbe Tenuto conto elio il banchetto avrebbe
avuto’ “ wlt0j è n " u è impos- qui un anacronismo. Ma
rnUnsiouo non 6 do . .inlln storia sibilo cho si accenni a qualche
altro avvenimento ante,toro della arcadica. * . „ uim mota,
conservata (2) l dadi talvolta si tagliavano in due, c ua.ci
tessera, di rico¬ da duo persone legate da vincoli di ospitalità,
seivna noscimeuto por loro o per lo loro famìglio. che nel presente
^maggiori affidamenti nel proprio; e per 1 prota jftà verso gli
-lei, ^ -i. ei render, feUei e beati. v è p lu io
discorso intorno altri due, Agatone e Socrate. XVII -
Farò a modo tuo, disse Erissimaco. perchè il tuo discorso l'ho ascoltato
con piacere. E se non sapessi che Socrate e Agatone sono addirittura dei
maestri m cose d’amore, avrei gran paura clie non doves ®.® 10 ,
vaisi a corto d’argomenti, tante cose si son dette e cosi svariate.
Tuttavia ho fiducia in loro. 1 E Socrate: Ah, sì, Erissimaco,
perche tu te la sei cavata egregiamente. Ma se fossi dove ora son io,
o meglio, dove sarò, quando Agatone avrà parlato da par suo,
temeresti anche di più. e saresti su tutte le spine, còme son ora
io. , Ammaliarmi (1) vuoi,- Socrate, disse Agatone, affinché
io mi turbi, immaginandomi che il teatro deva essere in grande
aspettazione, ch'io parli bene. Mio caro, dovrei esser proprio uno
smemorato, rispose Socrate, se dopo di aver visto con quanto coraggio e
con quanta sufficenza salisti sul palco insieme con gli attori e
guardasti in faccia un teatro così affollato, in pro¬ cinto di dare alla
scena i tuoi componimenti (2),.senza (1) * Vantarsi muove
l’Invidia degli uomini; ma l’invidia ha il mal¬ occhio e può ammaliare e
turbare senz’altro la persona Invidiata. Sonouohò anche la lodo esagerata
d’un altro (Socrato aveva lodato Agatone) può suscitare contro costui l’invidia
con tutto lo suo tristi conseguenze. • (Hug). (2) Da questo pasqo
si concludo clic il poeta insieme col suol attori prima della recita si
presentava in forma solenne al pubblico. E sembra del pari elio egli
presentasse anche il Coro col suo corego. Questa ceri¬ monia, detta
Ttpoaywv ‘ preludio ’ o ' preparazione al certame ’ drainatico. .«s
’rr^zk »s« f ”' iS *S Vuko <l<™« to P“™ '’“ ,,,
»»»>“ * ™“ £Z?X~*. **? *T; Sarei, Agatone, «pnrtese So
bene elio a se io pensassi di te sag gi, saresti più in
imbatterti m atan- la folla . Ma, bada, probabil- pensiero
per loio e 1 1 buon conto, lì anche ne elici 1 ? fi* So
»»« avresti vergogno, ove « ,.eresse .11 fare qualcosa di male?
Affatone, disse, Ma Fedro, interrompendo: .Mio de i se
gli rispondi, Socrate noi > ^ < basta d’aver resto, qualunque
cosa *qui avven & * ^ )( q dovane. :tis: «i? Jgs» -~f *n s*
ss avrà saldato il suo conto col dio, alloia
''""“'"of'VSto; rispose «M e so,, qui pronto . „’Z,
"ó,, 5 monebe.it ,»i Mft. » >»,.vem,»e spesso con Socrate.
Or dunque io vo’ in prima dire come io deva dire, e poscia dire. Che
tutti quelli, i quali han pal¬ late precedentemente, non hanno, parmi,
encomiato dio, bensì la felicità degli uomini Ivan messa m nlu pei
beni, de’ quali il dio 6 ad essi cagione. Ma qual sia avveniva
ncU’Odeon. teatro fatto costruirò da Pericle, e doveva, com’ò ^supporre.
attirare la curiositi! del gran pubblico, ohe «-interessava così
vivamente agli spettacoli teatrali. egli è il più giovane (legl’iddii. E
una gran prova con porge <*' medesimo fuggendo di fuga la vecchiezza.
che pure è così veloce: la ci raggiunge più presto che non dovria!
E questa Eros per natura la detesta e non le si accosta nemmen da lungi.
Egli sta e resta sempre coi giovani, poiché ben dice l'antico adagio che
sciupio simile con simile s’accompagna (1). Ed io, pur consentendo
con Fedro in molte altre cose, in questo non consento: che Eros sia più
vecchio di Crono e di Già- peto (2); affermo anzi ch'egli è tra’ numi il
più giovane, e sempre giovane; e le vecchie storie che Esiodo e
Par¬ menide (3) ci ricantano dcgl’iddii, a’ tempi d Ananke, [della
Necessità] e non di Eros, risalgono, posto pure che quelli ei contino il
vero. Imperocché non ci sarieno state né evirazioni, né ceppi, né tante
altre violenze reciproche, se Eros fosse stato tra loro; ma amicizia e
paco, come ora, dacché Eros regna sugli iddìi. Egli è dunque giovane,
e perdippiù delicato. E ci vorria un poeta quale Omero per mettere
in luce la delicatezza del dio. Omero infatti dice che Ale è dea e
delicata — e delicati almeno dovevano essere i suoi piedi — dicendo egli
di lei: son delicati i piedi, oliò sovra il suolo non mai
muovesi, ma sul capo ella degli uomini incedo. MlK modo proverbialo e
allusione ,i nn verso omorlco; cf. Od. XVII ì IS. ( ") Ulro modo
proverbiale per impennare alla nifi renn.l.i ....Hoi.n;. Minare
alla più remota antichità. Mille abbia ipii in melile Agatone,
inc sembra che della delicatezza di lei una bella ,-ovu sia
che ella non cammina sul duro, ma sul tenero, r -incile noi (li questa
medesima prova ci varremo per dimostrare di Eros circuii è delicato,
dappoiché e' non cammina sulla terra, nè sui cxanii, che non sono
davvero tèneri, ma in quel che vita di più tenero al mondo e
cammina e s’annida. Egli infatti e nei costumi e negli mimi degl’iddìi e
degli uomini pone sua stanza, e non mica in tutti gli animi, ma ove mai
s’imbatta iti qual- cuno d'indole dura, se ne diparte; ma se tenero è, vi
si •umida. Or poiché adunque egli e co’ piedi e con ogni parte del
corpo tocca sempre quel che ve di più tenero Jra le tenere cose, è
giuocoforza che sia il piu delicato l. > fri (d’iddii. Égli è così il
più giovane e il più delicato-, niu 1- per dippiù flessuoso di forma, che
non gli sana possibile insinuarsi dappertutto, nè penetrar tutta 1
anima, entrandovi la prima volta senza lasciarsi sorprendalo t
uscendone, se duro e’ fosse. Del suo aspetto proporzio¬ nato e flessuoso,
argomento grande è 1 avvenenza che Eros per confession di tutti in grado
eccelso possiedi. chè tra disavvenenza ed Eros è guerra sempre, ha
leg¬ giadria del colorito, il suo viver tra hon la sigillili.,
poiché in quel che fiorente non sia o sui n ’ o anima o
qualsivoglia altra cosa, non risi, de L o . . a ovunque sia un luogo e
ben fiorito e fragranti, (pi 1 e risiede e rimane. Della beltà,
adunque, del dio e questo o bastante e ancora molto sopmvanzat .na;
seguiia^m lei]., v i r tù di Eros mi eonvien dopo no dm. lai
< ' i . h ini che nè fa nò
soffre ingiustizia, ni da sano vanto (Il Pii CHI violenza.
Pio nè -1 dio nò da uomo nè ad uomo. Nè già p i ' «'li nzu e
so fre se qualcosa so.Vre - chè violenza noi tango, u si concede a
volente, le leggi, «fello Stato u D). h-n elle è ('insto. E
oltreché della giustizia c partecipa della maggior temperanza. S’ammette
infatti che lem- in . Molatori» georgiana. evidóulomoilto una
eluizioni'. (Unir).
paranza sia il signoreggiar piaceri e desideri, e clic di Eros
verun piacere sia più potente. Or se meno potenti, è ovvio che sien vinti
da Eros, ed egli vinca; e vincendo piaceri e desideri, Eros in sommo
grado temperante esser deve. E per fermo, quanto a coraggio, ad Eros
neppur Ares contrasta (1). poiché non Ares possiede Eros, ma Eros
Ares — amor d’Afrodite, come è fama — e ehi possiede è più possente di
chi è posseduto, e chi vince l'iddio più valoroso di tutti gli altri, e’
dev’essere il più valoroso di tutti. Ho detto della
giustizia, della temperanza, del co¬ raggio del dio; a dir mi rimane
della sapienza, e per quanto è possibile, m’ingegnerò di non fallire alla
prova. E in primo luogo, perchè dal canto mio anch’io renda alla
nostra arte omaggio, come alla sua Erissimaco, poeta è l'iddio, sapiente
così, da render anco gli altri poeti. Ohè ognuno poeta diventa,
quand’anche prima di ogni Musa schivo (2), cui Eros tocchi. Della
qual virtù convienci usare a documento che Eros, a dir breve, è
poeta valente in qualsivoglia genere di creazione che attenga alle Muse,
dappoiché quel che non si ha o non si sa. nemmeno ad altri non si può
dare o insegnare. E invero la creazion degli animali tutti chi niegherà
che sia sapienza di Eros, mercè la quale tutti gli animali e nascono
e si generano! E quanto alla pratica delle arti, non sappiam noi forse
che colui, al quale questo iddio sia divenuto maestro, famoso diviene ed
illustre; e chi per converso da Eros non sia stato mai tocco,
rimansi oscuro! L’arti del saettare, del curare e del divinare
ritrovò Apollo, scorto dal desiderio e dall’amore, sicché anch’egli dir
si può scolare d’Eros. E alle Muse fu maestro dell’arte musicale, ad
Efesto di quella dei metalli, ad Atena del tessere, a Zeus di governar
numi e mortali (3). Laonde anche nelle faccende degl’iddii si mise
ordine, poiché vi si fu generato Eros, amore evidente- (1) Da uu
verso del ‘Tlesto ’ di Sofocle; cf. Nauck, Tran. Or. Fraomm.* framin. 235
p. 180. (2) Da un verso della ‘Stonoboa’ d’Eurlpido; cf. Naucic,
Tran. Or. Fraumm.* framm. 063 p. 569. (3) Verso giambico
probabilmente d’un tragico. meniti; di bellezza — che del brutto non è
amore — laddove per l’innanzi, come da principio ho detto, molte e
terribili cose, a quanto si narra, fra' numi awemano, pr x c i ie vi
regnava Ananlce. Ma dappoiché questo iddio ebbe nascimento, dall’amore
per le cose belle ogni bene nrovenne e agli iddìi e agli uomini.
1 E così panni, Fedro, che Eros, essendo egli per il minio
bellissimo e ottimo, sia dipoi agli altri cagione di Stri cosiffatti
doni. Ed ei mi salta in mente di aggiunger qualcosa in versi, dicendo che
questi è colia il quale ivice tra gli uomini reca, nell' ampio mare
bonaccia calma, riposo ai venti; nel duolo conforto di sonno.
Questi (Fogni sentimento ci vuota che ci strania, d ogai sentimento
ci empie che ci affratella; tali e tonti convegni lri istituito per
ravvicinarci, nelle solennità, ne con. n sacìihzi facendosi nostra guida;
di mitezza ispiratore di rustichezza espulsore; prodigo di benevolenza,
avaro malevolenza; propizio, buono; spettabile ai sapienti, vene¬
rabile agl’iddii; segno d’invidia per chi noi possiede, cu* Sosa di chi
il possiede; di voluttà, di mollezza di del - catezza, di grazie, di
desio, di brama padre; cmant^dc buoni non curante dei tristi; nei
travagli, mu pin^n nelle brame, nei discorsi timoniere, soldato,
commilitone ( ) « xr„“fr!ito-VSlso * ...io .<*>
L, i» A « •>»«”. *" ir*-. — u " si poteva, di
misurata serietà temperato. XX. - Quando Agatone ebbe fluito,
diceva.Ariate- demo, lutti i presenti proruppero ni applausi,
lasciai ,n Vò * snidato' nò 'marinalo - equivalgono a iitlPiWQS d»
1 tosto, a llanco il’un altro intendere che il giovane aveva discorso in
maniera, degna- di sé e del dio. Al che Socrate, volgendosi ad
Erisslmaco: O figliuolo d’Actìmeno, disse, ti pare che poco fa io
te¬ messi d'un timore da non temere, o non fossi piuttosto profeta,
quando dicevo quel che dicevo poc’anzi: che Agatone avrebbe parlato
mirabilmente, ed io mi sarei trovato in impaccio? Per un
verso, sì, rispose Erissimaco, lo riconosco, sei stato profeta, che
Agatone avrebbe parlato bene; ma quanto a-1 tuo impaccio, via, non ci
credo. E come mai, beato uomo, riprese Socrate, non dovrei
trovarmi ìd impaccio io e chiunque altro sul punto di parlare dopo la
recita d’un discorso così bello e così varia mente adorno? Certo non
tutti i punti sono stati egual¬ mente stupendi; ma, nella chiusa chi di
noi non è rimasto addirittura intontito dalla bellezza delle parole e
delle frasi? Per me, considerato che non potrò dir nulla che s’av¬
vicini appena per bellezza a ciò che egli ha detto, quasi quasi per
vergogna me ne sarei scappato, se avessi potuto. Il suo discorso infatti
mi ha richiamato alla mente Gorgia, tanto che m’è occorso quel che dice
Omero: ho temuto, cioè, che alla fine Agatone nel discorrere non
scaraven¬ tasse contro il mio discorso la testa di Gorgia (1), par¬
latore da far paura, e mi pietrificasse, ammutolendomi. E mi sono accorto
allora quanto ero stato ridicolo, allorché avevo preso con voi l’impegno
di fare a mia volta l’elogio di Eros e dichiarato d’esser competente
in cose d’amore io, e lo vedo, che non so nemmeno come s’ha da fare
l’elogio d’una cosa qualunque. Giacché io, nella mia dappocaggine,
ritenevo che nell’elogio di qualsiasi cosa non si dovesse dire che il
vero e che questo dovesse essere il fondo del discorso, salvo a
sce¬ gliere Ira- le cose vere le più belle e metterle in mostra nel
miglior modo possibile. E presumevo assai di me nella fiducia di parlar
bene, convinto di saper la verità sul modo di lodare qualsiasi cosa. Ma
ora credo d’accor- (1) Allusione a mi luogo dell” O di seca ’ (XI
032 sg.). Ulisse, sceso nell’Ade, temo per un momento che Persofono non
mandi contro di lui la testa della Gòrgóne o Gorgo. Scherzo sulla
somiglianza di nome tra Gorgo e Gorgia, il famoso sofista. germi
che noti è questo il modo di lodar bene una cosa, bensì l’attribuirle i
maggiori e i più bei pregi possibili, li abbia o no; se poi sono falsi,
che importai Dev’essersi infatti proposto, se non erro, che ciascun di
noi finga di pronunziare l’elogio d’Eros, non che lo pronunzi
davvero. E perciò appunto, credo, razzolando da ogni parte,
avete attribuito ogni pregio ad Eros e detto ch’egli è così e così,
e autore di tali e tanti beni, affinché appaia bellis- 199 simo ed
ottimo, evidentemente a chi non sa — non certo a chi sa — e cosi l’elogio
assume un aspetto bello e venerabile. Io, senza dubbio, ignoravo il modo
di tesser l'elogio, e, ignorandolo, presi impegno con voi che a mia
volta avrei anch’io lodato Eros. Ma la lingua promise, la mente no (1).
Dunque, addio elogio! Io non vi seguirò su questa via — perchè non potrei
— quésto è sicuro; ma, comunque, la verità, se volete, ve la dirò, a
modo mio. senza gareggiare coi vostri discorsi, per non far ridere
a mie spese. Vedi, dunque, Ecdro, se mai anche questa forma di discorso
ti accomodi: sentir dire, la verità intorno ad Eros con quelle parole e
con quella disposizione di frasi che mi verranno per le prime sulle
labbra. Fedro e gli altri, raccontava Aristodemo, approvarono
che dicesse pure come gli pareva di dover dire, Ubera¬ mente. . .
,. E allora, Socrate aggiunse, Fedro mio, permettimi di
rivolgere qualche interrogazioncella ad Agatone, affinchè, ottenuto il
suo assenso, io cominci a parlare. Ma sì, rispose Fedro, te lo
permetto; interroga pure. E dopo ciò, continuava Aristodemo.
Socrate cominciò suppergiù a questo modo: XXI. — Senza
dubbio, mio caro Agatone, tu ti sei aperta bene, secondo me, la via nel
tuo discorso, dicendo che ti conveniva prima mostrare quale è mai Eros,
e dopo lo opere di lui. E questo principio nr è piaciuto assai.
Orbene, via, poiché d’Eros, per tutto il resto, hai esposto in forma
bella e magnifica quale egli è, dimmi ancora (1) Allusione ad un
verso (612) famoso dell’ 4 Ippolito* di Euripide. ,mosto- se eoli è tale
che sia amor di qualcuno, di;qualche v r»,7u«i F bada* non domando se è
di madre o £ Bros è eros di madre o di padre D - ma fa conto,
come Te a-proposito d’un padre io ti chiedessi proprio questoT s’egli è
padre di qualcuno o no. A volemu risponder bene, mi diresti certo, che d
padre è padre d'nn figlio o dima figlia. O no 1 Ma certo,
disse Agatone. E non diresti altrettanto della madre? E
Alatone consentì egualmente. Ancora, soggiunse Socrate, qualche
altra risposta, affinchè tu veda meglio ciò che desidero. Se ti
chiedessi, per esempio: E dimmi: un fratello, ili quanto fratello,
è fratello di qualcuno, o no? Ma sì, rispose. ,, „ „ È
fratello, non è vero, d’un fratello o d una sorella. Appunto,
disse. Via, provati a dirmi anche dell’amore: Eros e amore di
qualche cosa o di nulla? Di qualche cosa, senza dubbio.
Ebbene, questo ili che cosa tientelo dentro di te, ma rammentatene,
riprese Socrate. J?er ora dimmi soltanto, se Eros, quello di cui è amore,
lo desideri o no? Ma si, rispose. E ciò che egli
desidera ed ama, lo desidera perche lo ha o perchè non lo ha? Perchè
non lo ha, è naturale. Rifletti, disse Socrate, se, più che
naturale, non sia addirittura necessario clic il desiderare sia un
desiderare ciò di cui si manca, o non desiderare, ove non si
manchi. (1) Poiché in epe)£ UVÓ£ ‘amor (li qualcuno’ o ‘di
qualcosa’ il •uve*? può aver valore tanto soggettivo, quanto oggottlvo
Socrate chiarirà con esempi che egli ha inteso darò a xtvó; il valore di
genitivo oggettivo. Ma siccome d’altro lato w Epitì£ xivòg potrebbe anche
ossoro scambiato con un genitivo d’origine (‘ Eros tìglio di qualcuno ’),
Socrate vuole olirainaro anche quest’altro equivoco. In sostanza egli,
paro, vuol dir questo: Io ti do¬ mando, non già se Eros ò amato da
qualcuno o ò figlio ili qualcuno, ma se egli ama qualcuno o qualche cosa.
Ma il luogo, non Tacilo, ò stato varia¬ mente discusso, e si può prestare
audio a qualche altra Interpretazione. Io almeno, Agatone mio, credo
fermamente che, .sia addi¬ rittura necessario. E tal Anch'io,
disse. Va bene. E per conseguenza può mai esserci qualcuno
che voglia essere grande, mentre è grande, c forte, mentre è forte 1
? Non è possibile, dopo le nostre premesse. Non può
infatti essere manchevole di queste doti chi già le
possiede. È vero. Perchè, se chi è forte volesse esser
forte, seguito So¬ crate e veloce chi è veloce, e sano chi è sano...
poiché forse qualcuno potrebbe credere che queste qualità e tutte
le altre simili coloro che son tali e le hanno, desiderino ancora quello
stesse cose che già hanno, insisto su questo punto, affinchè non si sia
tratti in inganno... si u rifletti, caro Agatone, costoro devono per
necessita avere in quel momento ciascuna delle qualità che hanno. 1
vogliano o no; e queste olii mai potrebbe desiderarle? Ma allorché
qualcuno dice: « Io. essendo sano, Aesid di esser sano, ed essendo ricco,
desidero d esser ricco; e desidero appunto queste cose che ho->, noi
gh possiamo rispondere: « Tu, amico, possedendo ricchezze, salute c
forza desideri di possedere queste cose anche m a" 1 ®- perchè in
questo momento, che tu lo voglia o no tu le hai. Guarda dunque, se,
quando tu dici: Desidero le cose presenti, tu non voglia dire altro che
questo: D^deio che le cose che ora ho mi sieno conservate anche
tempo avvenire. » E potrebbe egli negarlo? Al che Agatone rispose
assentendo. • Orbene, seguitò Socrate, e questo non e appunto
annue quel che non ancora si ha sotto mano, nè si possiede: il
voler conservare e possedere anche nell avvenne medesime cose?
Certamente, disse. . . E quindi costui ed ogni altro che
desideri, di suit i. ciò che non ha sotto mano e non possiede m
quel mo¬ mento; e ciò che non ha, o che egli stesso non e e che gli
manca, questo è precisamente quello di cui è il desiderici e l’amore? Niun
dubbio, rispose. . Suvvia dunque, disse Socrate, riassumiamo le
nostre conclusioni. Prima di tutto Eros è forse altro che amore di
certe cose, e poi amore di quelle cose, delle quali soffra
difetto? Non è altro, rispose. Di più ricordati di che
cosa nel tuo discorso hai detto che Eros fosse amore. Se vuoi, te lo
rammenterò io. Credo che tu abbia detto suppergiù cosi: che nelle
fac¬ cende degli dei fu messo ordine mediante 1 amore del bello,
chè non può esserci amore del brutto. Non hai detto suppergiù così?
Infatti, rispose Agatone, così ho detto. E sta bene, amico
mio, riprese Socrate. Ma se e cosi. Eros non sarà altro che aurore di
bellezza, non mai di bruttezza? Agatone rispose di sì.
O non s’è convenuto che quello di cui uno è manche¬ vole e che non
ha, questo egli ama? Certo, disse. Dunque Eros è
manchevole di bellezza e non l’ha? Necessariamente, rispose.
Ma dunque? Ciò che è manchevole di bellezza e non possiede punto
bellezza, dirai che è bello? Ah, no! E se è così,
continuerai a sostenere che Eros è bello? E Agatone: Temo, Socrate,
di non aver inteso nulla di ciò che ho detto poc’anzi. Eppure
hai parlato splendidamente, Agatone mio. Ma dimmi un’altra cosuccia: ciò
che è buono, non pare a te anche bello? A me, sì.
Se per conseguenza Eros è manchevole di bel¬ lezza, e se bontà è
bellezza, sarà anche manchevole di bontà. Per me, Socrate,
non posso contradirti: sia puro come tu dici. Mio diletto
Agatone, è la verità quella a cui non puoi contradire, chè contradire a
Socrate non è punto diffìcile. Ed ora lascerò in pace te, e vi
riferirò su VrnH li discorso che un giorno udii da una donna di
Man- tiuea Diotima (1), che in questo era sapiente, come in tante'
altre cose, e agli Ateniesi prima della peste suggerì saer iflzi che
ritardarono di dieci anni il male, e fu "iella appunto che ammaestrò
me pure in cose d’amore... nuel discorso, dico, che ella mi tenne,
procurerò di espor¬ celo movendo dai punti concordati tra me ed
Aga¬ tone per conto mio, come posso. E bisogna natural¬ mente,
Agatone, come tu hai aperto la via, chiarire per mima cosa chi sia Eros e
quale, e poi le opere di lui. B mi pare che il modo più spiccio sia
chiarirlo come quella forestiera fece, interrogandomi. Suppergiù
anche io dicevo a lei delle cose simili a quelle che Agatone di¬
ceva a me poc’anzi: che Eros fosse un gran dio e fosse amor di bellezza.
Ma ella mi convinse del contrario con quelle stesse ragioni con cui io ho
convinto costui, dimostrandomi che secondo il mio discorso Eros non e nè
bello nè buono. , „ Ed io: Come dici, Diotima? Eros e dunque
brutto e ^ Ed ella: Parla, ti prego, con reverenza, disse. O
credi che quello che non è bello, debba necessariamente esser
brutto? Senza dubbio. . . on2 E allora anche
quello che non è sapiente sarà gn Tante? E non t’avvedi che c’è qualcosa
di mezzo tra sapienza e ignoranza? E che cosa? , .
L’opinar rettamente, anche senza poterne rende < - gione, non
sai, disse, che non è nè sapore — perchè ciò (1) È un personaggio;
storino o addirittura fittalo» Il non esserci di lei alcun ricordo o. per
tacer d’altro, il nomo stesso, che vaio - onorata da Zeus corno la patria
Mantinoa, che paro alluda alla montica, a ”to divi¬ natoria
escluderebbero la prima ipotesi. Ma, fu osservato, non potrebbe esser
IpTtóa in Atene alcuni anni prima della guerra del Peloponneso e della
pestilenza che afflisse la città, una sacerdotessa straulera <U molta
reputazione (comunque chiamata), che avesse suggerito agli Ateniesi del
sacrifizi o Intorno al oul nomo si fosse formata poi la leggenda, a cui
accenna Platone? israr»jsìs.' - * <- *. >'*»*”<» »
S£ opMm« ; un cbe .li mezzo t» «**»»» e . 6 „or,,»n. Non
Attingere dunque ciò die uon è bello ad esser brutto nè ciò che non è buono
ad esser cattivo. E cosi aule Eros, poiché tu stesso convieni che non è
ne buono nè bello, non per questo devi credere che egli sia di
neces- shà brutto e cattivo, ma qualcosa di ^ Eppure,
osservai, si conviene da tutti che egli ^Da^tutti, vuoi dire,
quelli che non sanno, o anche quelli che sanno’? Da tutti,
senza eccezione, si capisce. Ed ella, ridendo: E come mai, disse,
Socrate, si po¬ trebbe convenire che egli sia un gran dio da quelli
che negan perfino che egli sia dio ? E chi sono costoro?
chiesi. Uno sei .tu, rispose, ed una io. Ed io: Ma come
puoi affermar codesto? Ed ella: Facilmente, rispose. Dimmi: non
dici tu che tutti gli dei sono beati e belli? O oseresti dire che
qual¬ cuno degli dei non è nè bello nè beato? Per Zeus, io no
davvero, risposi. E non chiami tu beati quelli che posseggono
bontà e bellezza? Certamente. E non hai ammesso
che Eros, perchè manca di bontà e di bellezza, desidera queste qualità,
delle quali è man¬ chevole? L’ho ammesso, è vero.
E come potrebbe essere un dio chi è privo di bellezza e di
bontà? In nessun modo, mi pare. Vedi dunque che tu pure
ritieni che Eros non è un dio. E cosi, dissi, che. cosa mai sarebbe
Eros? Un mortale? Nemmen per idea.
un che di mezzo tra il 2C Ma
allora, che cosa f ( ’oine nel caso precedente, t „le e
rimmortale. peroni tatto rii, * » qmloooo « «-» « 11
*> » “W*- I F chiesi, qual è il suo poterei . .
l’essere interprete e messaggero dagli uomnu agli , ó ? daS dei agh
nomini, degli uni recando le preginole II nvifizi degli altri gli
ordini e le ricompense dei *a- e Stando nel mezzo degli uni e degli
altri, lo riempie eri iz , • , | trovi collegato in sè medesimo. Atti
a- “i’o/lÌ 3 S l’arte «Mi . 7T?.r.Sfy.nir oi tacrifltì,
alle WriHtah Sol ™tl g e egei rapporto eri ogni colavo
e a E Cl chS 0 8U0 padre, chiesi, e cln sua mato ^ La storia
è un po’ lunga, a rartela. Quando nacque .Afrodite, * di Metia
[Sa- banchetto, e tra gli altri anche ì ^l ^ occo gacia],
Poh» [ Ac ^® to ^'°“ mend icare, come avviene sr-V? èrt»*
buttato a dormire. Allena Pema, n . ge a gìacere povertà
d’avere un hglmo ° < • h,’ Q E p PV questo accanto a lui e
divenne n t tl S cV Afrodite, perchè appunto egli è anche seguace e
>n perc hè da natura «ito e bello, come generalmente si crede, e
an V ilzo, senzatetto, uso a dormire sulla nuda
coperte, dinanzi alle porte, a cielo aperto, * .. -, _l.vll.i no ri
«11 n ini covi Q tendere insidie ai belli e ai buoni, coraggioso,
temerario, impetuoso, cacciatore terribile, sempre occupato a pre¬
parar lacciuoli, avido d’intendere, ricco d espedienti, de¬ dito a
filosofare per tutta la vita, ciurmadore, mago e solista insuperabile. E
di sua natura non è nè immortalo nè mortale, ma a volte, nello stesso
giorno, germoglia e vive, quando tutto gli va a vele gonfie; a volte
muoie e poi, data la natura del padre, rivive daccapo, e spreca
sempre tutto quel che guadagna, sicché non è mai ne povero nè ricco, e
d'altro lato tiene il mezzo tra la sa¬ pienza e l'ignoranza. E s’intende:
degli dei nessuno lilo- 204 soleggia o desidera di divenir sapiente —-
perchè è già tale — e se e'è altri sapiente,. non filosofeggia nem¬
meno. Ma, d’altronde, neppur gl’ignoranti filosofeg¬ giano o desiderano
di diventar sapienti. Giacché proprio questo è il guaio dell’ignoranza:
che chi non è nè ammodo nè saggio s'illude d’essere un uomo che
basti a sè medesimo. E chi non crede d’esser manchevole non
desidera nemmen per sogno quello di cui non crede di mancare.
E chi. Diotima, diss’io, son quelli che si volgono alla filosofia,
se non sono nè i sapienti nè gl’ignoranti? Codesto, rispose,
dovrebbe esser manifesto perfino ad un ragazzo: son quelli che tengono il
mezzo tra gli uni e gli altri; e tra questi è anche Eros. Perchè la
sapienza è tra Io cose più belle, ed Eros è amore del bello, sicché
necessariamente Eros deve aspirare alla sapienza, deve esser filosofo, e
come filosofo tenere il mezzo tra sapiente e ignorante. E anche questo
gli vien dalla nascita, giacché egli è di padre sapiente e ricco, ma di
madre nò sapiente nè ricca. Questa, mio caro Socrate, è la natura del
dè¬ mone. Che tu poi fi fossi immaginato Eros come te lo eri
immaginato, nessuna meraviglia: tu avevi creduto, se non m'inganno, a
giudicarne da quel che dici, che Eros fosse l’amato, non l’amante, e però
penso che Eros fi paresse bellissimo, perchè difatti ciò che è degno
di — 59 — è il realmente bello, delicato,
perfetto e tale da aU '° rsi beato Ma l’amante ba tutt’altro aspetto, e
pre¬ cisamente quello che t’ho ritratto. _ Ed io dissi: Sia
pure, ospite; che infin dei conti'' tu ragioni bene. Ma se Eros è
tale, che utile reca agU CodTsto, ? disse, Socrate, mi proverò
d’insegnartelo fra lin00 intanto Eros è tale e nato a questo modo, ed
e di bellezza, come tu dici. Ora se qualcuno ci do¬ mandasse: « Che
cosa vuol dire, Socrate e Diotima, Eros di bellezza? » O più chiaramente:
Chi ama ama il bello, e che ama? Ed io: Possederlo,
risposi. Ma, soggiunse, la tua risposta chiama quest altra
do¬ manda: Che' ci guadagna chi possiede il bello ! Io dissi
di non saper veramente che cosa nspondcie, così, su due piedi, a
questa domanda. Ma riprese, fa conto che qualcuno, mutando 1 ter
mini, sostituisse bene a bello, e ti chiedesse: «Orsù, bo¬ ccate, chi ama
ama il bene; e che ama? » Possederlo, risposi. . , . ,
E che ci guadagna chi possiede il bene! Ecco M’d»™Tn,l« Pi«
«-*.**. « » finisce qui, mi pare. E onesto 1 desiderio
e questo amore credi tu che sia comune a tutti gli uomini e che tutti
vogliano possec ei sempre il bene? O come dici? Così è,
risposi: comune a. tiitti tti diciam o E perché mai dunque,
Sociale, non ,i che amano, se poi tutti amali lo stessotal uni
diciamo che amano e d’altri no! Me ne meraviglio anch’io, dissi.
, No. non meravigliartene, soggiunse, pe ’ a di aver
preso a parte una delle specie d amore, diamo a
rme-sta il nome dell'intero, e la chiamiamo amore, mentre per le
altre ci serviamo di altri nomi. Come sarebbe a dire? chiesi. Ecco
per esempio: sai bene che pohsis, [ Iattura , poesia ’] implica molti
significati, giacché ogni opera¬ zione, la quale faccia che una cosa dal
non essere passi all’essere è poièsis, sicché le produzioni, attinenti
a tutte le arti, sono aneh esse poièseis , e i loro produttori tutti
poiètai. È vero. . , E tuttavia, disse, sai pure che
non si chiamano poteteli, ‘poeti '. ma hanno altri nomi; e una particella
sola, di¬ staccata da tutta la poièsis , quella che ha per oggetto
la musica e le composizioni metriche, è chiamata col nome delimiterò.
Soltanto questa infatti prende nome di poesia, e poeti quelli che
posseggono questa par¬ ticella della poièsis. È vero,
dissi. E così, dunque, anche dell amore. La _ somma n è ogni
desiderio del bene e delTesser felice, il massimo e ingannevole amore (1)
d'ognuno. Ma di quelli che vi si volgono per un’altra delle molte vie, o
del guadagno o della ginnastica o della filosofia, non si dice che
amino, nè son chiamati amanti, laddove coloro che tendono a questa
sola specie, e si consacrano ad essa, prendono il nome del tutto, amoree
amare e amanti. Mi pare ohe tu dica il vero, risposi.
Eppure, seguitò, corre per le bocche un certo discorso: che quelli
i quali vanno in cerca della propria metà, questi amano. Il mio discorso
invece dice che 1 amore non è nè della metà nè dell’intero, ove, amico
mio, non si creda di scorgere un bene, poiché gli uomini si
lasciali volentieri amputare e piedi e mani, sempre che paia ad
essi che le loro proprie membra non sieno più buone. Giacché, secondo
ine, non è il proprio quello che cia¬ scuno ha caro, se pure non si
chiami proprio il bene (1) Pare una citazione; ma la frano destò
dot sospetti in parccclii in¬ terpreti, e fu addirittura considerata come
un glossema dall’Hug o dal Bonghi. n male. Perchè io non vedo altra cosa che gli
206 uomini amino, all'infuori del bene. E tu? r>,>v Zeus, e
nemmeno io. O dunque, possiamo affermare, così senz’altro,
che g li uomini amano il bene? hTche?' r'iprès™non si deve
anche soggiungere che essi amano d’averlo con sè, il bene l
Tpcr dippiù, disse, non solo d’averlo, ma anche d’averlo
sempre? Ssom Eque, concluse, l’amore è amore di aver
sempre il bene con sè. Tu hai pienamente ragione,
dissi. XXV - Poiché l'amore è questo sempre per
imparare appunto codeste . partorire nel * - 4et*?-sstiS?*.
gli uomini, Socrate, concipn etòi i a . nostra secondo
l’anima; e, S 1 ' 11 ' < partorire nel brutto natura desidera di
paidon ; m. nU) infn fti del¬ udi può; nel hello, Mi 1 fj?,p°ff rtl „. E
questa è cosa l'uomo c della donna \ mor talo, questo è immortale:
divina, e nel vivente, ^ ora è impossibile che il concepimento c' a
h* ‘ disarmonico è il brutto ciò avvenga nel disaiic m . q iuvooc n
bello. Sicché rispetto a tutto i cl ’ dea de ua nascita e della
morte] Bellezza è Mona 1 » ’ . t0 ed a Ua generazione]. b
srasr? &«*» *' diventa gaia, e nella sua letizia s’effonde e
partorisce e genera. Ma quando al contrario s’appressa al brutto,
si abbuia, e nella sua tristezza si contrae, si volge indietro, si
raggomitola e non genera; ma, trattenendo in sè il feto, si sente male.
Donde appunto nella creatura, gra¬ vida e già smaniante di desiderio,
l’ansia grande per ciò che è bello, giacché esso libera ehi lo possiede
dalle gravi doghe del parto. Perchè, Socrate, l’amore non è amore
del bello, come tu pensi. Ma e di che allora? Di
generare e partorire nel bello. E sia, dissi. Mon c’è
dubbio, riprese. Ma perchè poi della genera¬ zione? Perchè la generazione
è un sempregenerato e immortale nel mortale. Sicché da ciò che s’è
convenuto segue necessariamente che l’amore è desiderio d’im- 207
mortalità nel bene, se è amore d’aver sempre il bene con sè. E un’altra
conseguenza necessaria di questo ragionamento è che l’amore è anche amore
dell’im¬ mortalità. Tutte queste cose ella m’insegnava ogni
volta che si ragionava d’amore. E un giorno mi chiese: Che cosa mai,
Socrate, credi tu che sia causa di codesto amore e di codesto desiderio?
O non senti che tenibile crisi attraversino tutti gli animali, e
terrestri e volatili, quando senton desiderio di generare, ammalandosi
tutti e strug¬ gendosi d’amore, prima, di mescolarsi insieme; poi,
di allevare la prole; e come sieno pronti per essa a combat¬ tere, i
più deboli coi più forti, e a spender la propria vita in difesa di quella
e a soffrire essi la fame, pur di nutrire i loro nati, e a fare qualunque
altra cosa? Degli uomini, tanto, si può credere che lo facciano per
effetto d’un ragionamento; ma e gli animali, che cosa può indurli a
questo prodigio d’amore? Sai dirmelo? Ed io a risponder daccapo di
non saperlo. Ella ripigliò: E pensi, dunque, di poter
divenire esporto in cose d’amore, se non intendi questo? Ma
per questo appunto, Diotima, come dianzi di¬ cevo, vengo da te, perchè so
d’aver bisogno di maestri. Ala tu dimmene la cagione, e di queste e delle
altre cose relative all’amore. Ebbene, se ritieni per fermo
che 1 amore sia pei tura amóre di quello di cui s’è convenuto più
volte, nn te ne meravigliare: Giacché qui si torna allo stesso
bscorso- la natura mortale cerca, per quanto può, di essere sempre e
immortale. E può esserlo soltanto per està via per la generazione, cliè
così lascia sempre dono di sé qualcos’altro di nuovo in cambio del
vecchio. Poiché anche in quello spazio di tempo durante il quale di
ciascun animale si dice che è vivo e che e lo stesso... „or
esempio, d’un uomo, da bambino fino a che non diventi vecchio, si dice
che è il medesimo; eppure costui, quantunque non conservi mai in sé
stesso le stesse cose tuttavia passa per essere il medesimo, pur
rifacendosi in parte incessantemente giovane, e m parte deperendo e
nei capelli e nelle carni e nelle ossa e nel sangue e in tutto il corpo.
E nonché per il corpo, ma anche per l’anima, i modi, i costumi, le
opinioni, i desideri, i pia¬ ceri i dolori, le paure, ciascuna di queste
vane cose no rimati punto la stessa in. ciascuno, ma talune
nascono, dire periscono. E, quel che è ben piu sorprendente, non si
le cognizioni, altre nascono, altre periscono m noi 208 e noi non siamo,
nemmen rispetto alle cognizioni, semp ghS, ma anche per ciascuna =
s’avvera lo stesso. Giacche ciò che si ^e meditare^ dice appunto
della cognizione m quanto ^ ' ' 1 ' ticanza infatti è uscita di
cognizione etemeMaage, non con l’essere in tutto sempre lo stesso,
come il <hvi , nuT col' 1 lasciare dopo di sé, in cambio di ciò che va
via , . nn ni cos’altro di nuovo che gli somiglia pei e
invecchia, qualcos altro | ocrat0) diss’ella, ifmortaio partecipa
dell’immortalità, sia corpo, sia checché si voglia Ma l’immortale procede
per altra via. Non meravigliare dunque, se ogni essere per natura oncia
i proprio germoglio, giacché per desiderio d immortalità siffatta
cura ed amore s’ingenera in ogni creatura. All’udire questo ragionamento
ne rimasi sorpreso, è dissi: Sia pure, sapientissima Diotima; ma
è tìoì realmente così? Ed ella, come i perfetti sofisti (1):
Abbilo per fermis-. simo Socrate, rispose. Oliò, se vuoi guardare
anche all’amore degli uomini per la gloria, ove tu non tenga
presente ciò che ho detto, avresti motivo di meravigliarti della loro
stoltezza, riflettendo da quale ardore sien pos¬ seduti di divenir
celebri e gloria procacciarsi ne’ secoli tutti immortale (2), e come
perciò sieno pronti a sfidare qualsiasi pericolo, anche più che per
i figli, e consumar sostanze e soffrire qualsiasi sofferenza e far
getto della propria vita. Poiché credi tu, disse, che Alcéstide sarebbe morta
in cambio di Admeto o Achille soprammorto a Pàtroclo o Codro- vostro (3)
premorto per assicurare il regno ai figliuoli, se non avesser
creduto di lasciare quel ricordo di sé, che ora noi serbiamo di
loro'? Pi vuole ben altro! disse. Ma per conseguire virtù immortale e
siffatta fama gloriosa, tutti, a parer mio, son pronti a qualsiasi cosa,
e quanto migliori, tanto più, perché amano l’immortale. Quelli dunque che
son gra¬ vidi. disse, nel corpo, si volgono di preferenza alle
donne, e per questa via sono amorosi, procurandosi per mezzo della
generazione dei figliuoli, come pensano, immorta¬ lità, ricordo e
beatitudine per tutto il tempo avvenire. 209 Coloro invece che son
gravidi nell’anima... perchè, di¬ ceva, c’è pure di quelli che son
gravidi nell’anima, ancor più che nei corpi, di ciò che all’anima
s’addice e di con¬ cepire e di partorire; e che cosa le s’addice? la
saggezza c le altre virtù; e di queste sono generatori i poeti
tutti, e degli artisti quanti son detti inventori. E tra le forme
di saggezza, disse, la più alta di gran lunga e la più bella (1)
L’osservazione di Socrate ai riferisco al tono di sicurezza, por- dir
cosi, cattedratico e dogmatico clic assumo Diotima, la quale di qui in
poi abbandona la conversazione familiare per pronunziare un discorso
lungo c filato. (2) Dev’essere una citazione poetica. L’Hng
osserva elio in questa parte Diotima si compiace di versi o di forme
poetiche. (3) Codro ò il leggendario re clic andò volontariamente
incontro alla morte per salvare l’Attica dalla invasione dorica.
— 65 — che s’occupa degli ordinamenti politici
e donic- Ò - q !, cui si dà nome di prudenza e di giustizia. E
allor- S Ì 1C1 ™>i uualcuno di costoro per esser divino (1) sia
da 1 1 gravido nell’anima, e giunta l’età desideri oramai
vtnrire e generare, anche costui, credo, ricerca pre¬ murósamente
quel bello nel quale possa generare, giacche 'e 1 brutto non vorrà
generar mai. E quindi egli gravido r 4 si compiace dei bei corpi piu che
dei bratti, e °e s’incontri in un’anima bella e generosa c d indole
mona si compiace vivamente d’un tale insieme e con e òo egli è subito
largo di discorsi intorno alla virtù e su miei che dev’essere l’uomo
dabbene e sul tenore di vita che questi deve proporsi; e si dà a educarlo
Perche, , credo a contatto della bella persona e nei colloqui con
essa egli partorisce e genera quello di cui da gran tempo e ra 'gravido,
ricordandosi di lei, presente o lontano, e la prole egli alleva in comune
con quella, cosicché uonnn siffatti mantengon tra loro una comunanza assa
P intima che non quella che avrebbero per mento dei figliuoli, e
un’amicizia assai più salda, dacché ^ in comune dei figli più belli e piu
mimo potinoli •per sè preferirèbbe d’aver piuttosto di sillatti h ^
. che quelli umani, guardando a Omero a Esu^ c agli altri
poeti insigni, invidioso dei nati_ l lasciali di sè e che assicurano loro
gioire ; uoi immortale, perchè sono essi stessi inumatali, .
• disse, dei figliuoli come quelli che tediò Um 0 demone,
salvatori di Lacedemone e,spù.c( i-Eliade E da voi è anche onorato Soloiu
pu lì SmS«So o"«iÒff». ta’«ove..por gli umani fin qui a
nessuno. Sino a questo grado nei Socrate forse avresti potuto
iniziarti da b • Ma min dottrinò perfette e contemplative, alle quali,
ove si pio¬ li) Mantengo qui la lozione ilei oodd. 9-stos lov. ceda
rettamente, quelle finora esposte servono di pre¬ parazione, non so se ne
saresti capace, le le esporrò dunque io, disse, e non trala scerò di
metterci tutta la mia buona volontà. E tu cerca di seguirmi, se ti
riesce. Perchè chi vuol incamminarsi per la via diritta a questa
impresa, deve da giovane andare verso i bei corpi, e dapprima, se chi lo
guida lo guida' dirittamente, amare un sol colpo c generare in esso
discorsi belli; e poi inten¬ dere che la bellezza in un qualunque corpo è
sorella della bellezza dim altro corpo; e se convien perseguire ciò
ohe è belio d'aspetto, sarebbe una grande stoltezza non sti¬ mare
che una sola e identica sia la bellezza in tutti i corpi. E inteso che
abbia questo, divenire amante di tutti i boi corpi, e calmare quei suoi
ardori per uno solo, spregiandoli o tenendoli a vile. E in seguito
reputare clic, la bellezza delle anime sia di maggior pregio clic la
bel¬ lezza del corpo, sicché, ove uno sia bello dell’animo,
quand’anche poco leggiadro, se ne contenti e Io ami e ne prenda curii e
partorisca e cerchi ragionamenti sif¬ fatti, che valgano a render
migliori i giovani, affinchè sia dipoi costretto a considerare il bello
clic è nelle, isti¬ tuzioni e nelle leggi, e riconoscere che esfjo è
tutto con¬ genere a sè, e si persuada così che il hello corporeo
non è che piccola cosa. E dopo le istituzioni < In sua guida
> lo conduca più in alto, alle scienze, perché veda alla loro
volta la bellezza»delle scienze, e mirando all'ampia di¬ stesa del bello,
non più, estasiandosi come uno schiavo, davanti alla bellezza d'una
singola cosa, d’un giovanetto o (L’un uomo o d’una istituzione sola, e
servendo sia una abietta o meschina persona; ma volto al gran mare
della bellezza, e contemplandolo, partorisca molti e belli e magnifici
ragionamenti e pensieri in un amore sconfi¬ nalo di sapienza, fino a che,
in questo rinvigorito e cre¬ sciuto, non s’elevi alla visione di
queU’unica scienza, che è scienza di cosiffatta bellezza. E
ora, continuava, la di aguzzare rocchio della mente quanto più
puoi.Giacché colui che sia stalo educato fin qui alle cose amorose,
contemplando a grado a grado e rettamente il bello, pervenuto al termine
della via d’amore scorgerà d’improvviso una bellezza di sua
mumluìi natura stupenda, e precisamente quella, Socrate, per
la quale si eran durati tutti i travagli precedenti, quella che
innanzi tutto è eterna, che non diviene e non perisce, non zi 1 cresce e
non scema; e poi, che non è bella per un verso e brutta per un altro, nè
a volte si a volte no, nè bella rispetto a una cosa e brutta rispetto ad
un’altra, nè qui bella e lì brutta, o bella per alcuni e brutta per
altri. Ne, per dìppiù, la bellezza prenderà ai suoi occhi la forma
come (li volto o di mano o d’alcunchè di corporeo, nè d’un discorso o
d’una scienza o di qualcosa che sia in un altro, in un animale, poniamo,
o in terra o in cielo o dove che sia; ma gli apparirà qual è in sè,
uniforme sempre a sè medesima, e tutte le altre cose belle, partecipi
(Vessa in tal modo, che, mentre queste altre e divengono e peri¬
scono, essa non divien punto nè maggioro nè minore, e non soffre nulla. E
quando alcuno per aver rettamente amato i fanciulli, sollevandosi dalle
cose di quaggiù, prenda a contemplare quella bellezza, allora può
dirsi che abbia quasi toccato la meta. Perchè questo appunto è
sulla via d’amore procedere o esser guidato diritta- mente da un altro:
muovendo dalle belle persone di quaggiù ascendere via via sempre più in
alto, attratto dalla bel¬ lezza di lassù, quasi montandovi per una scala,
da un bel corpo a- due, e da due a- tutti i bei corpi, e da bei
corpi alle belle istituzioni e dalle istituzioni allo belle scienze per
finire dalle scienze a quella scienza che non è scienza d’altro se non di
quella bellezza appunto; e pervenuto al termine, conosca quel che è il
bello in se. Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva 1
ospite di Mantinea, è il momento della vita degno per un uomo
d’esser vissuto, allorché egli può contemplare la bel¬ lezza in sè. Ed
essa-, ove mai tu la veda., non ti parrà comparabile nè con oro nè con
vesti nè con quei bei fanciulli e giovanetti, al cospetto dei quali rimani
ora sgomento e sei pronto, e tu e molti altri, guardando co¬ desti
vostri amati c standovi con loro, se fosse possibile, sempre, a non
mangiare nè bere, ma soltanto a eontem- plarveli e starci insieme. E che
sarebbe, diceva, se a qualcuno riuscisse di vedere il bello in sè,'
sclùetto, puro, sincero, non infarcito di carni umane e di colori e
di tante altre vanità mortali, ma potesse scorgere la divina
bellezza in sè medesima, uniforme? Creiti tu che sia una vita da tenere a vile
quella di chi possa guar¬ dare colà e contemplare con 1 intelletto (1)
quella bel¬ lezza e starsi con essa? O non pensi, disse, che quivi
soltanto, a lui che vede la bellezza con quello per cui essa è visibile,
verrà fatto di partorire, non immagini di virtù, perchè non è in contatto
con immagini, ma virtù vera, perchè in contatto col vero; e che,
avendo generato e nutrito virtù vera, a lui solo è concesso di
divenir caro agli dei, ed anche, se altri mai iu tale al mondo,
immortale? Eccovi, Fedro e voi altri, quel che diceva Diotima,
e io ne fui persuaso; e, persuaso, mi adopero a persuadere anche
gli altri che per procacciare alla natura umana un tanto acquisto non si
può facilmente trovare un collaboratore più valido d’Eros. E perciò
appunto af¬ fermo che ogni uomo ha l’obbligo di rendere onore ad
Eros, e io stesso onoro e coltivo in modo speciale le discipline amorose
e vi esorto gli altri; ed ora e sempre, per quanto è in me, encomio la
possanza e la fortezza di Eros. Questo discorso,
Fedro, ritienilo detto come un elogio d’Eros, se credi; se no, chiamalo
pure come ti piacerà di chiamarlo. Poiché Socrate ebbe finito,
tutti, raccontava Aristodemo, gli rivolsero delle lodi, eccetto
Aristofane, che s’accingeva a dire nòti so che cosa, perchè
Socrate, nel parlare aveva alluso al discorso di lui, quando, a un
tratto, s’ode picchiare violentemente alla porta di strada e insieme un
gran chiasso, come d'i gente avvinazzata, che usciva da un banchetto, e
la voce d’una suonatrice di flauto. Al che Agatone: Ragazzi, disse,
andate a ve¬ dere; e se è qualcuno dei nostri, fatelo entrare; se
no, dite che s’è smesso di bere e stiamo già riposando. Ed, ecco,
un momento dopo, si sente noi vestibolo la voce Alla lettera: con
quello con cui si convieno (contemplarlo), cioè v(p * con la monte
d’Alcibiade, ubriaco fradicio, che strepitava: Pov’ò Agatone? Menatemi da
Agatone! Entrò, sorretto dalla suo- natrice e da alcuni dei suoi
compagni, e si fermò sulla soglia dell’uscio. Aveva il capo ricinto d'una
folta corona di edera e di viole e adorno d’una infinità di nastri.
E disse: Salute, amici! Vorrete compiacervi di dare un posto per
bere con voi a un ubriaco fradicio, o dobbiamo andar via subito dopo di aver
incoronato Aga¬ tone, che è lo scopo per cui siamo qui? Ieri non mi
riuscì di venire, ma ora eccomi qui, col capo coperto di nastri,
per rieingerne dal mio il capo del più sapiente, del più bello,
lasciatemelo dire, tra gli uomini. Iriderete voi forse, perchè sono
ubriaco? Ebbene, ridete pure; ma io so di B3 dire la verità. Intanto
ditemi senz’altro, se posso o no entrare a queste condizioni. Siete
pronti a bere con me, o no? Tutti in coro con alte
grida gli risposero che entrasse e si mettesse a giacere, e
Agatone ve lo invitò. Egli venne avanti condotto dai compagni, e
poiché si veniva levando que’ nastri per incoronarne l’ospite, non
s’accorse di So¬ crate, che pure gli stava dinanzi agli occhi, ma si
mise a sedere accanto ad Agatone, tra questo e Socrate, il quale,
come l’aveva visto (2), s’ora tratto da parte. Sedu¬ tosi. abbracciò
Agatone e gli cinse il capo. È Agatone disse: Ragazzi, slacciate i
sandali ad Alci- biade, perchè possa sdraiarsi terzo fra noi.
Benissimo, disse Alcibiade; ma chi è questo nostro terzo compagno?
E ad un tempo, volgendo gli occhi, vide Socrate, e vistolo diè un balzo,
esclamando: Per Éraeles. che roba è questa? Socrate qui? Àncora un
agguato! E hai preso questo posto per apparirmi, al solito,
dinanzi, dove meno me l’aspettavo? E ora, perchè sei qui? E perchè
poi ti sei messo a giacere proprio in questo posto? Perchè non accanto ad
Aristofane o a qualche altro, che sia o voglia parere un burlone, ma
tanto ti sei destreg- (1) i Alclbiado voniva coronato, pcrchò
usciva da uu altro banchetto. Le corono, elio solovano essero di foglio
di mirto, di pioppo bianco o di odora intrecciato con roso o In Atene a
proferonza con violo, si distribui¬ vano dal servi, quando, finita la
cena, si passava a boro. * (Hug). (2) Leggo (1)£ éxetvov xctxstfiev
secondo il pap. d’Osslrinco. g iato da venirti a sdraiare accanto al più
bèllo di quanti SOn °B q Soc" Agatone, disse, guarda un po’ di
difen¬ dermi. perchè l'amore per me di costui non un dà poco a fare
Dacché presi ad amarlo, non son pm padrone di guardare o discorrere con
nessun altra bella persona senza che costui, roso dalla gelosia o daU
invicha, non faccia cose dell’altro mondo, e mi copra d insulti, e
per poco non mi metta le mani addosso. Guarda che anche ora non ne
faccia qualcuna delle sue. Metti pace tra noi, o, se cerca d’aecopparmi,
aiutami, perche io ho una paura matta dei suoi furori e delle sue smanie
amorose. Pace tra me e te? ribattè Alcibiade; non è
possibile. Ma di questo ti castigherò in qualche altra occasione.
Per ora, Agatone, rendimi un po’ di codesti nastri, perche 10 ne
ricinga il meraviglioso capo di costui qui, e non mi accusi d’aver
coronato te, e lui poi, che vince nei discorsi tutti, e non solo ier
l’altro, come te, ma sempre, non 1 ho coronato. E così dicendo, prese
alcuni nastri, ne cinse 11 capo di Socrate e si mise a giacere. Dopo
che si fu sdraiato, riprese: E che amici? non siete in vena di bere? Io
non posso permet¬ terlo; bisogna bere: è stato il nostro patto. Io scelgo
a re del bere, finché non avrete bevuto abbastanza, me stesso. E
Agatone faccia portare, se c’è, una gran tazza. No, no, non occorre.
Ragazzo, a me quel bigonciolò — all s’eraaccorto che conteneva più di
otto colili (1) —lo riempì e bevve per il primo; poi ordinò clic si
mescesse per So¬ crate, aggiungendo: Del resto, amici, con Socrate la
mia astuzia non attacca: si può farlo bere quanto si vuole, non c’è
caso che s’ubriachi. Socrate, quando il ragazzo gli ebbe mesciuto,
bevve. Ma Erisslmaco disse: Che facciamo, Alcibiade? Tra¬
canneremo così un bicchiere sull’altro senza intramezzarvi nè un discorso
nè un canto, proprio come degli assetati? Tì Alcibiade: Erissimaco,
eccellente figlio d’eccellente e sennatissimo padre, salute! La
eotile equivaleva a circa un quarto eli litro. E salute a te
pure! rispose Erissimaco. Ma che dob¬ biamo fare! Quel che tu
ordini: a te bisogna obbedire, Che certo un medico solo vai quanto
molti uomini insieme. Ordina dunque a tuo modo. Ebbene,
da’ retta, riprese Erissimaco. Prima della tua venuta s’era fissato che
ciascun di noi per turno a destra pronunziasse un discorso, il meglio che
si poteva, su Eros, in elogio di questo dio. Tutti noialtri abbiamo
parlato. Tu che non hai parlato, ma hai bevuto, è giusto che ne faccia
imo tu pure. Dopo, imponi a Socrate quel che ti piace, ed egli farà
altrettanto per turno a destra con gli altri. Belle parole,
Erissimaco! rispose Alcibiade. Ma non ti pare che a mettere un ubriaco in
gara di discorsi con gente che ha la testa a posto, la partita non sia
pari ! E dimmi pure, beato amico: ci credi tu a quel che
Socrate ha detto or ora di me? Non sai che è proprio il rovescio di
ciò che egli diceva? Giacche costui, se in presenza sua mi permetterò di
lodare un altro, dio o uomo che non sia lui, non terrà a posto le
mani. Parla con più rispetto, disse Socrate. Per
Poseidone, riprese Alcibiade; non contradirmi. Sai bene che in
presenza tua non potrei lodare nessun altro. E tu fa' come
vuoi, ripigliò Erissimaco: loda So'crate. Come dici! Ti pare,
Erissimaco, che convenga? Posso dare addosso a quest’uomo e vendicarmi di
lui sotto i vostri occhi? Ohe, giovanotto, che ti salta in
niente? Con la scusa di lodarmi vuoi mettermi alla berlina? O che vuoi
fare? Dirò la verità. Guarda però di lasciarmela dire.
Ma, certo, la verità te la laseerò dire, anzi voglio che tu la
dica. Son pronto, riprese Alcibiade. E tu fa’ così: se non
dico la verità, interrompimi e dammi una smentita, che di proposito non
dirò nessuna bugia. Ma se salterò di 21 palo in frasca, come la memoria
mi suggerisce, non teue sorprendere, giacché non è facile per chi è
neUgnie condizioni enumerare per filo e per seguo tutti 1 tiatti
della tua originalità. Socrate, amici, comiucerò a lodarlo così, per via
di paragoni. Costui crederà forse ch’io voglia farvi ridere alle sue
spade; eppure il paragone mira a rappresentarvelo qual è realmente, non a
metterlo in burla. Dico dunque ch’egli è similissimo a quei Sileni
esposti nelle botteghe degli scultori, che gli artisti raf¬ figurano con
zampogne o flauti in mano e che, aperti in (lue, mostrano nell’interno
immagini di dei (2). Ili dico per dippiù che somiglia al satiro Marsia
(3). li/ che tu sia nell’aspetto simile a quelli, neanche tu, boera
te, oseresti metterlo in dubbio. Che poi somigli anche nel resto,
stanimi ora a sentire. Sei un gran canzonatore; o no ? Se lo neghi, ,
presenterò dei testimoni. E un flau¬ tista, no? Anzi più meraviglioso di
Marsia. Questi, è vero?, molceva gli uòmini per via di strumenti con
la potenza della sua bocca, e anche oggi chi suona le com¬
posizioni di lui — perchè già quelle che Olimpo suonava appartengono
senz’altro a Marsia, che gliele aveva inse¬ gnate... e a buon conto le
sonato di lui, o che le esegua un abile flautista o una flautista
dappoco, per essere opera divina, valgono da sole a soggiogarci e farci
sen¬ tire (fili prega gli dei e chi aspira ad essere iniziato. Ma
Il discorso, ohe Plutone la pronunziare ad Aloibiado, oltre ad essere
l’upplioozione pratica della toorlca bandita da Socrato, ohe ci ò cosi
rap¬ presentato domo l’amanto perfetto o il tipo vivente del filosofo, è
assiri probabilmente anche nn'ahilo o splendida difesa di costili contro
lo maligno insinuazioni d'nn sofista. Pollerato, cho in un ili,olio
contro Socrate doveva aver presentato sotto una luco tutt’altro olio
favorevole lo relazioni d’ami¬ cizia elio lutoroedovuno tra 11 maestro od
Alclbiado. (2) Questi Sileni orano, paro, una spedo d'armadi,
riproducesti lo fattozzo dei popolarissimi compagni di Dlóniso. e
dovovano esseri, d’uno certa capacita, so nell’intorno potevano contenoro
parecchio statuette o simulacri di numi. E 11 modo corno v'oeconna
Aloibiado fa Intenderò ohe dovessero essere assai noti o comuni !u
Atene.Il satiro Murala, in origino un dio fluviale dell’Asia Minoro,
inven¬ tore del flauto, flautista cccoUonte o maestro di Olimpo, a cui
Alcibiade accennerà fra poco, addò ad una gara musicalo Apollo olio
suonava la cetra, e, vinto dal dio, fu tratto fuori , della vagina dolio
membra sue tu tu sei (li tanto superiore a lui, che senza bisogno di
strumenti con semplici parole ottieni questo medesimo effetto. Difatti
noi, quando udiamo qualche altro ora¬ tore sia pure eccellente,
pronunziare degli altri discorsi, non'ce ne interessiamo, per così dire,
nè punto nè poco. Ma ove qualcuno oda te o qualche altro, e sia
pure il più inetto parlatore, che riferisca le tue parole, o che le
oda una donna o un uomo o un giovanetto, no siamo rapiti ed esaltati. Ed
io, amici, se non temessi di pas¬ sare per ubriaco sino alle midolla, vi
direi, e giurerei, che sorta d’effetti ho risentito dallo parole di
costui e ne, risento tuttora. Giacche a me, quando le odo, ben più
che agl’invasati d’un fluoro coribantico (1), il cuore ini balza nel
petto e mi sgorgali le lagrime ai discorsi di costui; e anche a
moltissimi altri vedo che capita lo stesso. A udir Pericle e altri
oratori di grido dicevo tra me e me: parlano benissimo; ma non risentivo
nulla di simile, nè la mia anima era messa a soqquadro, nè mi
attristavo di menare una vita da schiavo. Ma sotto i discorsi di questo
Marsia ch’è qui, ho provato spesso l’impressione che non valesse la pena
di vivere, vivendo 216 come vivo. E questo, Socrate, non dirai che non
sia vero. E anche ora, non lo nego, ho coscienza che, a vo¬ lergli
prestare orecchio, non potrei resistere, ma risentirei gli°stessi
effetti. Giacché egli mi obbliga a confessare che, con tante delìcenze che
ho, trascuro ancora me stesso per occuparmi delle faccende degli
Ateniesi. E por a viva forza, come dallo Sirene-, tappandomi gli
orecchi, mi sottraggo, fuggendo, per non invecchiare seduto accanto
a costui. E soto davanti a quest uomo ho pro¬ vato quel sentimento, che nessuno
sospetterebbe m me, il sentimento della vergogna. Io, sì, ini vergogno
soltanto di costui. Perchè sento dentro di me di non potergli
contradiro, che non si debba fare quello a cui egli mi esorta; ma poi,
non appena m’allontano daini, ecco che mi lascio vincere dalle lusinghe
del favor popolare. I Gorlbntltl orano 1 sacerdoti della doa asiatica
l’ibelu, elio o^si 'veneravano con nn colto orgiastico, nelle ani
cerimonie erau presi da un furore divino. Sicché lo evito e lo
fuggo; e ogni volta che lo vedo, mi vergogno d’aver# dato ragione. E
spesso vedrei volen¬ tieri ch’egli non è più tra gli uomini; eppure, se
ciò avve¬ rse, son certo che me ne dorrei assai dippiù, sicché di
quest’uomo non so addirittura che farmi. Dunque, dalle sonate di costui,
di questo satiro qui, e io e molti altri abbiamo provato
questi effetti. Ora statemi a sentire com’egli e simile, anche pei
altri versi, a quelli a cui lo paragonavo, e come e mera¬ viglioso il
potere che possiede. Perche, siatene certi, nessuno di voi lo conosce. Ma
ve lo scoprirò io, dacché mi ci son messo. Voi vedete che Socrate si
strugge di amore per i bei giovani, ed è sempre a loro dintorno, e
se ne mostra fuori di sé, e del resto ignora tutto e non sa nulla. E non
è da Sileno codesto? E come! Ma questa, è l'apparenza, sotto cui s’è
nascosto, come il Sileno scol¬ pito. Ma di dentro, aperto, indovinate
voi, compagni bevitori, di quanta temperanza è pieno? Sappiate che
se uno è bello, a lui non gliene importa nulla, ma lo disprezza,
quanto nessuno lo crederebbe; nè se è ricco, nè so ha qualcuna di quelle
dignità che costituiscono per la folla il colmo della beatitudine. A
tutti questi beni egli non dà nessun valore, e nessuno a noi — ve lo dico
io — e passa tutta la vita a far dell’ironia e a scherzare alle
spalle degli altri. Ma quando fa sul serio ed è aperto, non so se
qualcuno ha visto i simulacri di dentro; ma io li ho "visti una
volta, e mi parvero così divini e aurei e 21? bellissimi e mirabili da
dover fare senz’altro quel che Socrate comanda. Infatti, credendolo preso
davvero della mia bellezza, stimai un guadagno e una fortuna mera¬
vigliosi che mi si offrisse il destro di far cosa grata a Socrate e udire
così tutto quello che egli sapeva, perchè ero orgoglioso della mia
bellezza, e in che modo! Con questo in mente, mentre prima non ero solito
di trovarmi da solo a solo con lui, senza qualcuno che m’accompa¬
gnasse, d’allora in poi mandavo via il mio accompagna¬ tore e rimanevo
solo con lui... giacché a voi devo dire tutta la verità; ma voi state
attenti, e se mentisco, tu, Socrate, sbugiardami. — Dunque, amici,
rimanevo con 1ni solo a solo, e m’aspettavo eli egli mi tenesse
subito uel discorsi che un amante suol tenere con un amato ,
rmattr’oeehi, e ne godevo. Eppure non avveniva nulla m mesto: com’era
solito, discorreva con me, e, trascorsa tutta la giornata insieme, andava
via. In seguito lo invitai ad esercitarsi con me nella ginnastica e mi
eserci¬ tavo con lui, illudendomi che così avrei raggiunto il mio
‘ooo E infatti egli si esercitava e lottava con me, spesso senz’alcun
testimone. Ma che! non si faceva un passo. Poiché nemmeno questa via
spuntava, mi parve che con nuest'uomo si dovesse venire ai ferri corti e
non dargli tregua dal momento che mi ci ero messo, ma vederci
chiaro in questa faccenda. Lo invitai così a cena con me, tendendogli un
tranello, proprio come un amante a un amato. E sulle prime non volle
neppure accettare; tut¬ tavia, in capo a qualche tempo, s’arrese. Quando
venne la prima volta, finita la cena, volle andarsene, e pei
allora, vergognandomi, lo lasciai Ubero. Ma un alti a y > fatto il mio
'piano, poiché si finì di cenare, Scorsi con lui sino' a notte inoltrata;
e quando egli voleva andai via, col pretesto che- fosse tardi, lo costrinsi
a rimanere Egli riposava nel letto dove aveva cenato, accanto a
mio, e nella stanza non dormiva nessun altro ah infuori di noi. Ein qui
il racconto è tale, che si può faie in p senza d’ognuno-, ma di qui in
avanti non im sentireste parlare, se in primo luogo, come dice il
proverbio il i ino e senza fanciulli e con fanciulli, non fossi
veri¬ tiero (1), e poi nascondervi un tratto cosi superbo di
Socrate, ora 'che son qui per farine un’ingiustizia. Ma c’è'di più:
io sento ancora 1 effetto eli prova chi è morso da una vipera. Porche,
dicono, ì’ha sofferto non vuol parlare del proprioa ai morsicati,
come i soli che sappiano « smn chsposri a compatire tutto quello che egli
e giunto a fare e dire sotto la, sferza del dolore. Sicché io, morso da
tintura più dolorosa e nel punto più doloroso ni cui si possa
(!) Da du^o luogo il provo.-t.io apparisco corno presente alla
mente il ’Aicibia.lo sotto lo ano formo, tra lo parecchie che so ne
.-.coniano. .1. oho £ ’ vi- e vorilA-, c olvo; xat *«ì8s C ™o
o fanciulli < sono > voritlorl ’. esser morsi... ferito e
morso nel cuore, e nell’anima, o com’altro si voglia chiamare, dai
discorsi filosofici che son più cattivi d’una vipera, quando s’attaccano
al¬ l’anima non ignobile d’un giovane, e gli fan dire e fare
qualsiasi cosa... E, del resto, in presenza d un Fedro, d’un Agatone,
d’un Erissimaco, d’un Pausania, d un Aristodemo e d’un Aristofane...
Socrate stesso a che- no¬ minarlo?... e txitti voi altri"? chè tutti
siete posseduti dal delirio e dal furore filosofico... e però tutti
udrete, perchè siete tutti in grado di compatire ciò ch’io feci allora
e vi dirò ora. Quanto a voi, servi, è se c’è altri pro¬ fano e
rozzo, tiratevi delle porte ben grandi sui vostri orecchi (1).
Poiché, dunque, amici, fu spenta la lucerna e i servi andarono a dormire,
mi parve che non fosse il caso di ricorrere a raggiri con lui, ma di
spiattellargli francamente quel che sentivo. E, scotendolo, gli
chiesi: Socrate, dormi? No, non dormo, rispose.
Ebbene, sai che cosa ho risoluto? E che cosa? mi
chiese. Tu sei, ritengo, il solo degno d’esser mio amante, e
vedo che esiti a farmene parola. Ora io la penso cosi: credo che sia una
grande stoltezza da parte mia non compiacerti e in questo e in altro, se
hai bisogno delle mie sostanze o dei miei amici. Per me, quello che
soprat¬ tutto mi preme è di divenire quanto migliore io possa; e in
ciò, credo, non potrei trovare un collaboratore più valente di te. Sicché
a non compiacere ad un nomo come te mi vergognerei ben più agli occhi
delle persone di senno, che non a compiacerlo, agli occhi dei molti
e sciocchi. Egli mi stette a sentire, e poi con quella sottile ironia,
che gli è propria od abituale, mi rispose: Parto Alcibiade, tu risichi
realmente di non essere un dappoco, se mai è vero ciò che dici di me, e
se c’è in me un potere, per il quale tu possa divenir migliore. Tu
avresti così scorto in me una bellezza irresistibile e La
locuzione 6 tolta dal linguaggio del misteri. ma molto superiore alla
tua leggiadria. Cosicché, 11101 ’ scorgendola, tenti d’accomunarti con me
e barat- Mre beSa per bellezza, ti proponi di fare a mie spese fca
in (la ano tutt’altro che insignificante, anzi in lao„o a-.o.!».™
1. veri.» del teli» e luisidi scambiare veramente ferro con oro (1). Ma,
~ beato- amico, rifletti meglio, se non t’inganni a partito m conto
mio. Bada: gli occhi della mente vanno di¬ ventando più acuti a misura
che quelli del corpo per¬ dono del loro vigore, e tu sei ancora lontano
da questo momento. c iò, dissi: La mia idea è questa, e non
ho detto niente di diverso da quel che penso. Quanto a te.
considera quel che ti sembra il meglio nel tuo e nel mio interesse.
, ._ Ma sì, ben detto! rispose. Difatti non mancherà tempo
per ripensarci e fare quel che ci parrà meglio nell inte¬ resse di tutt’e
due, così in questa, come in ogm altra faC Orario, dopo d’aver
detto e udito queste parole e avergli tirato quelle frecciate, lo
credetti ferito. E leva¬ tomi dal mio posto e senza più dargli tempo di
dir nulla, gli gettai addosso il mio mantello, proprio questo qui —
era anche allora d’inverno — e nn rannicchiai sotto la mantellina logora
di costui, e gettate le braccia al collo di quest’uomo veramente divino e
meraviglioso, me ne stetti a giacere accanto a lui l’intera notte. E
nem¬ meno in questo, Socrate, dirai che mentisco. Ebbene nonostante
che io avessi fatto tutto questo, egli si mos r di tanto superiore e
tenne così a vile e sprezzò tanto la mia bellezza e la vilipese a tal
punto — eppure io cre¬ devo che qualcosa valesse, o giudici, perche voi
ora siete mudici della superbia di Socrate... ebbene ve lo giuro
per tutti gli dei e per tutte le dee, dopo d’aver dormito accanto a
Socrate l’intera notte, mi levai, nò piu uè meno, che come se avessi
dormito con mio padre o con un mio fratello maggiore. Allusione al
cambio dello anni tra Glauoo e Diomede: et. II. VI •231 sgR. E dopo
ciò, quale credete che fosse il mio animo? Da un canto mi vedevo
disprezzato, e dall'altro ammiravo l'indole, la temperanza e la fortezza
di costui, 10 che m’ero imbattuto iu un uomo tale, come non
cre¬ devo mai di poter incontrare il simile per senno e per forza
d’animo. Cosicché non riuscivo nè ad adirarmi con lui e rinunziare alla
sua compagnia, nè a trovar la via per attirarmelo. Ben.sapevo che al
danaro egli era. da ogni parte assai più invulnerabile che Aiace al
ferro, e 11 solo mezzo, per cui credevo di poterlo prendere, m’era
sfuggito di mano. E così, a corto d’espedienti e asservito da quest’uomo,
come nessuno da nessun altro al mondo, io gli giravo sempre
dattorno. Questi casi m'erano già seguiti, quando più tardi
facemmo insieme la campagna di Potidéa (1) ed eravamo compagni di mensa.
Ebbene, innanzi tutto, nelle fatiche egli vinceva non solo me, ma anche
tutti gli altri. Allorché, 220 in qualche luogo, come spesso capita in
guerra, eravamo costretti a patir la fame, gli altri, nel resistervi,
appetto a lui non valevano uno zero, mentre imi nei momenti di
scialo, era il solo che sapesse goderne, e senza esser proclive al bere,
quando v'era costretto, superava tutti, e, cosa anche più sorprendente,
non c’è nessuno che abbia mai visto Socrate ubriaco. E di ciò penso che
ne avrete ben presto la prova. Quanto poi a sopportare il freddo —
e lassù i freddi sono terribili — faceva cose inverosimili, e perfino a
volte, mentre c’eran delle ge¬ late da non si dire, e tutti o non
mettevano il naso fuori o si coprivano fino alla cima dei capelli e
calza¬ vano scarpe e «'avvolgevano le gambe in feltri e pel¬ licce,
costui, con un tempaccio di quella sorta, se n'u¬ sciva coperto della
sua, mantellina abituale, e scalzo camminava sul ghiaccio meglio degli
altri calzati, e i soldati lo guardava]) di traverso, perchè pensavano
che egli li disprezzasse. U) Politica, colonia di'Corinto
nella penisola ili Pallone, erti, albata tlegli Ateniesi. Ma noi 431 a.
C., con l'aiuto dei Corinti o di Perdlccn re ili Macedonia, si ribellò, e
non fu ridotta all'obbedienza, se non dopo una cam- . rogna o un assedio
durati lino al 129 a. C. E questi, non c’è che flire,
fatti. Ma quello -che poi fece e sostenne il
fortissimo uomo (1) ima volta, durante quella spedizione, mette
conto li-essere udito. Assorto in qualche pensiero stette in piedi
odo stesso posto a meditare sin dalle prime ore del mattino, e poiché non
ne veniva a capo, non si moveva, ma rimaneva li fermo a meditare. Era già
mezzodì, la o-ente lo notava e diceva: rSocrate e li inchiodato a
Lunare da stamani per tempo. » Finalmente alcuni Ioni, sopravvenuta la
sera, dopo d'aver cenato — era d estate — portaron fuori i loro
pagliericci; e mentre si mette¬ vano a dormire al fresco, seguitavano a
tenerlo d occino per vedere, se ci fosse rimasto anche la notte. Ed
egli ci rimase fermo sino all’alba e allo spuntare del sole poi
fece la sua preghiera al sole e andò via. Ora, se volete, nelle
battaglie — perchè è giusto ren¬ dergli questo merito... quando avvenne
quella battaglia, in cui 1 generali dettero a me anche il premio del
valore, nessun altro mi trasse in salvo se non costui, clic non
volle abbandonarmi ferito, e salvò insieme e le mie armi e me
stesso. Ed io anche allora, Socrate, insistetti presso ì generali, perchè
il premio fosse attribuito a te, e in questo non mi moverai rimprovero,
nè dirai che mentisco, .a poiché quelli, per riguardo alla mia condizione
sociale, volevano dare a me il premio, tu eri anche piu insistenti
dei generali, perchè l’avessi piuttosto io che tu. E ancora, amici, degno
di ammirazione fu il contegno di Socrate, quando l’esercito si ritirò in
fuga da Delio (2). Io cero tra’ cavalieri, lui tra gli opliti. Nello
scompiglio generale egli S i ritirava insieme con Lachete (3). Io
sopraggiungo, e come li vedo, li esorto a farsi animo, e di coloro che
non il) È un verso omerico leggermente modificato; cf. Od. IV
212. (2) La battaglia <11 Dello in Beozia, dove gli Ateniesi
lurono sconfitti dai Tolmuì, accadde noi 121 a. C. (3) Era un
bravo gonorate ateniese, di poco più vaccino di Scorato. olio mori In
battaglia nel US a. C. Da lui prose nomo uno doi dialoghi piatonici. Soli
abbandonerò. E qui ammirai Socrate anche più che a Potidea — giacché io
stesso avevo meno paura, perchè stavo a cavallo — in prima, di quanto
egli fosse supe-- riore a Lachete per la padronanza di sè, e poi mi
pareva — mi servo delle tue parole, Aristofane — che egli cam¬
minasse lì come qui, con aria spavalda, gittando gli occhi a destra e a
sinistra (1), squadrando calmo amici e nemici e mostrando chiaro a tutti,
anche di lontano, che se qualcuno lo avesse toccato, egli si
sarebbe difeso con la maggiore bravura. E così se n’an¬ dava via con gran
sicurezza, egli e l’amico. Perchè quelli che in guerra mostran questo
contegno, quasi quasi non li toccano neppure, ma danno addosso a chi
scappa a gambe levate. ('erto, di Socrate ci sarebbero da
lodare molti altri lati, e non meno ammirevoli. Però d’altre qualità si
può forse dir lo stesso anche per altri, ma quel non essere simile
a nessun altro uomo, così tra gli antichi come tra’ presenti, questo è
soprattutto ammirevole. Ad Achille, per esempio, possiamo paragonar
Bràsida (2) e qualche altro, e Pericle a Nestore e ad Antenore (3) — e ce
n’ò parecchi — e così potremmo trovare dei confronti per altri. Ma
un uomo che sia stato per originalità come costui, e lui e i suoi
discorsi, nessuno non lo troverebbe nemmeno a un dipresso, per quanto
cercasse, nè tra i presenti, nè tra gli antichi, a meno che non lo
paragoni a quelli che dicevo, a nessun uomo, ma ai Sileni e ai
Satiri, lui e i suoi discorsi. Giacché, a proposito, anche questo ho
dimenticato di dirvi da principio, che anche i suoi discorsi sono in
tutto simili ai Sileni che s’aprono. Infatti, se uno volesse prestare
orecchio ai discorsi di Socrate, gli par- (1) Allusione al v. 362
delle ‘Nuvole’. (2) Brasida, morto giovanissimo nel 422 a. C. in
una famosa bat¬ taglia, nella quale inflisse uno terribile rotta affli
Ateniesi presso Anflpoli, colonia attica sullo Strimone in Tracia da lui
tolta ai suoi fondatori, fu uno dei più eroici e maffnanimi generali
spartani. (3) Antenore, eroe troiano, che ai distingueva per la sua
prudenza, come per prudenza c valore si distingueva Nestore tra’
Greci. rebbero addirittura ridicoli a prima giunta; tali sono le
parole e le frasi di cui si rivestono, pelle di satiro burlone: non
discorre che d’asini da soma e di fabbri e di calzolai e di conciapelli,
e par che dica sempre le st-esse cose con le stesse parole, sicché qualunque
persona ignorante e sciocca può ridere dei discorsi di lui. Ma chi per
caso li 222 veda aperti e vi s’addentri, prima di tutto li troverà i
soli discorsi che entro di sé abbiano una mente, e poi divi¬
nissimi e pieni d’innumerevoli simulacri di virtù, ten¬ denti ad
altissimi fini, o, per dir meglio, tendenti a tutto quello a cui deve
mirare chiunque voglia essere un uomo veramente ammodo.
Questo, amici, è il mio elogio di Socrate. E d’altronde,
mescolandovi anche le accuse, v’ho detto in che egli mi offese. Del resto
egli non s’è condotto a questo modo soltanto con me, ma e con Càrmide di
Glaucone (1) e con Eutidemo di Diocle (2) e con moltissimi altri,
dei quali si fingeva l’amante, e ne divenne piuttosto 1 amato.
E perciò appunto avverto anche te, Agatone, di noli lasciarti
abbindolare da. costui, ma, ammaestrato dai nostri casi, sta’ in guardia
e non imparare, secondo il proverbio, come uno sciocco, a proprie spese
(3). Quando Alcibiade finì di discorrere tutti, al dire d’Aristodemo,
scoppiarono in una grande risata per la franchezza di lui, chè si
mostrava tuttora innamorato di Socrate. E Socrate osservò: Alcibiade,
tu non sei, mi pare, niente affatto ubriaco, altrimenti non avresti
potuto, rigirando con tanta abilità il tuo discorso, nasconder lo scopo
di tutto quello che hai detto, e che hai poi accennato di straforo -in
fine di esso, quasi che non avessi parlato unicamente per questo: pei
metter (1) Càrmide ora zio di Platone dal lato materno. Nel
dialogo intito¬ lato da lui cl 6 dipinto corno bello dolio persona e
d’animo aperto agli studi filosofici. Aristocratico o partigiano
doll’orìstocrazia, cadde nel. combat- tlmonto ia seguito al quale fu
rovesciato il governo del Trenta tiranni. (2) Eutidemo di Diodo ora
un giovano ammiratore di Socrato da non confonderò col solista omonimo da
cui s’intitola un dialogo platonico. (3) Aeoonno ad un proverbio
olio troviamo gu\ sotto varie forme in Omero e in Esiodo.
male tra ine e Agatone, perchè ti sei fitto in mente che io devo
amare te e nessun altro, e Agatone dev essere amato da te e da nessun
altro. Ma ti sei tradito, e tutti hanno visto a che mira codesto tuo
(trama satiresco e silenico. Senonchè, caro Agatone, procuriamo che egli
non se ue giovi punto, ma fa’ in modo che nessuno metta male tra me e
te. E Agatone: Socrate, in fede mia, hai ben ragione, mi
pare. E lo argomento dal fatto ch’egli s’è venuto a sdraiare in mezzo tra
me e te per tenerci separati. Ma non ne caverà nulla, anzi io verrò a sdraiarmi
accanto a te. Benissimo, rispose Socrate, vieni qui, alla mia
destra. O Zeus, disse Alcibiade, che mi tocca di soffrire da
quest’uomo! Vuol sempre e ad ogni costo sopraffarmi, ila, se non altro,
mirabile uomo, lascia che Agatone resti almeno fra noi due.
Impossibile, riprese Socrate. Tu hai lodato me, io, a mia volta,
devo lodare chi mi sta a destra. Se Agatone si sdraierà dopo di te, non
dovrà egli lodare nuovamente me piuttosto che esser lodato da me? Ma via,
non insi- 223 stero, divino amico, e non invidiare a questo giovane
le lodi che voglio farne, perchè sono impaziente di tes¬ serne
l’elogio. Ahi! Ahi! Alcibiade, disse Agatone. Non c’è verso
che io resti qui; cambierò posto ad ogni modo per avere le lodi di
Socrate. Ed eccoci alle solite! Dov’è Socrate, è impossibile
che un altro goda delle belle persone. Vedete ora che pretesto opportuno
e plausibile ha saputo trovare, perchè Agatone vada a mettersi accanto a
lui! A questo punto, dunque, Agatone si levò per andare a sdraiarsi
a lato a Socrate. Ma, ad un tratto, ima numerosa brigata di nottambuli
avvinazzati giunse davanti alla porta-, e trovatala aperta, perchè
qualcuno era uscito, si cacciò nella sala e prese posto a tavola. Allora
il chiasso divenne incredibile, e tutti, senz’alcuna regola, furon
costretti a bere disperatamente. Erissimaco, Fedro e qualche altro,
diceva Aristodemo, andarmi via; egli fu preso dal sonno, e rimase un
gran perché le notti eran lunghe, ne S1 tratto a do ’
. « oa nto dei galli. E destatosi, *-*• " TJu .o „ se no er.no
andnft «de elio h U ‘ ^tofane e Socrate rimanevano au- soltanto
Agatone, AJq ^ ^ verg0 destra, da coni desti , So ’ ora te
discorreva con loro. Di che una gran donassero, Aristofane non
ricordava — Costi > c qonneòchiare, e prima cadde addormen
cominciarci < ,, minutar del °iorno, Agatone. iiiiSBESii
naia e «Topo, siiinmbrunire, tornò a casa a riposare. uno
dei " aeiia oitu ° 8oelto più tardi da Aristotele
a sede della sua scuola. rz„thvohro.
Apologià, Crito, Phneilo (K. Bonghi) . . l Mn t O i »e- 0 ; 0 I ? n ^ P
0 hnni sulla vita d, Platone .> 0 I» '£..fed5sicr-.tè » n
" il Fellone • • • ent ,; r ii, curante H. Ottino ......... 1
20 ® e “*^®ffTni CÌr ° ‘ An “ b “ i ‘ “ •" K,l ”. SI; . . >
2 40 Libri IV, V, ' 1 .> 0 75 Li ber > Al Jri
rimedia), curante H. Ottino.> H — _ Institut.o Cyrt^C P c 1 q
uìi i h (prossima pubblio a zwnt). - 11 Gerone, e cor» Colon0i
ourlHÌt e E. De March. . ® Sofocle* “Tt? ì>e Marchi).
1 S°Cchtnie?curante S. .. Traduzioni di Autori Latini.
„ V Enitalamio per le nozze ili 'fetide c l'eleo. Carme 1.X1V.
Catullo 0. v Ri ‘moento e traduzione poetica di 1. Gironi ... L. 1
20 'lesto latino, c.i J _ p 008ie scc lte voltate in prosa
italiana, cor- Catullo, libali»^ Vtoerzo i Se00 „da edizione. . .
.. > . o0 redato di noto da/-.. „ uorro gallica e civile
volg.,nauti da CM ‘ te c-Ugoni SS bmg;.aifchc e sferiche per cura
di G. Pinzi _ commentari sulla guerra gallica ... .>
_ Commentari “ u R“XTett£e piti 'comunemente studiate negli istituti
__ “""“•Soi."Traduzione di VzfcUhcorredata -
'■ ^TnSi’eJ'rivcdut’a'mi cmeUita suil’ediz. Tei.tiiicriuna da T. Gironi (
_ Dei Doveri (gli Uiìzi) .*.> ‘2 — La Vecchiezza e
l’Amicizia .• • • • * * a- x g Pollini . • • > 1 “ Scinione. Testo
eversione pe cu » . . . . > Il «agito
cU^o^iono T^to e g- - L’orazione a difesa di T. A., a Capitani ;
traduz. e noto di Z. Canni > Cornelio N. - De vite degli
eqooULnn C 1 t ^ ^ note storiche, lllolo- Fedri). — Favole voltate
in lingua la"™! .1 . s , edizione . . . • > gicl.e,
geografiche e mitologici e da Atm rm^ Q ^ . . . > - Le favole
nuovo recate in v( ;^ 1 (la o. L. Mabil: Livio T. — La Storia
romana, tradotta na .> l,ibri I-H riveduti da T. Gironi.
.> . - • ’ l 20 1 — da !.. Andreozzi.
{In ristampa)- fji r0 „i. con note. > 1 Fasti; volgarizzamento
poetico d. i. . . Libri 1. II, Ut £ UMli; . « , . • •
> Libri iv^V 1 ^ 1 vi • • • .• • ‘ tro ; nionotu. 'lesto latino
e traduzione to^A.-Trin»mmu8V\T* , ; • ‘.V sia,«nini *. >
4 - 4 50 4 50 l 80 2 20 2 20
"«uiBnao scoile; ioni»» w Tibullo. Catullo e
Properaio. a 0 . / Vrtw.5-C? , S? , !h SSutS"., 1 .
K«1J« * «* Le imprese di AU-h-u» 1 poetico d. f. Girci,. e
> viratila p m 1,11 Buoolieu ; '•o'K,n,fAf“"' i r s ., lix
| 0 n>- * . .1 ; fllnlnma 0 dhltterpi ih rtó di'
opere e ani Lm-iiif. (tradotta da Caro) coti not' • n ftr
bone gariz/iuneuti di Virgilio, u cura «li * PARAVIA & C.
Traduzioni di Autori Greci Aaaertonle ed
Anacreontiche. — Traduzione letterale con riguardo alla co-*
struzione-o brevi note per 01. Aurenghi: Edizióne espurgata . . L.
0.80 Demostene — Le tro Orazioni contro Filippo; traduzione letterale con
ri- J._ guardo alla costruzione o note per Ol. Aurenghi Lo Olinticho;
traduzione letterale italiana con riguardo alla costruzione o note
per 01. Auronghi.. . > 1 50 Kschllo. — Le Eumenidi, dramma.
Traduzione letterale con riguardo alla costruzione 0 uote di 01.
Aurenghi.> 1 60 Esiodo. — Le opere e i giorni. Traduzione di C.
Mazzoni ( jìroasima pub¬ blicazione). filala. — Eo Orazioni
contro Eratostene c contro Agorato; traduzione lct- teralo con
riguardo alla costruzione e note poi 01. Aurenghi . . > 1 50 _ j
j0 Orazioni (XXIV e XXV): per un cittadino uccusuto di moueoligar-
chiche — Fer un invalido; traduzione letterale, coti riguardo alla
co¬ struzione, e note di Ul. Aurenghi. Omero.Canto VI dellTliado;
colloquio di Ettore e di Andromaca. Tradu¬ zione letterale e noto per 01.
Aurenghi.> 0 60 Iliade; canto I, La peste - L’ira. Trad.
letterale e noto per 01. Auronghi > 0 60 Odissea ; canto I, Concilio
degli Dei - Esortazione di Atena a Telemaco. Traduzione letterale e
note per Ol. Auronghi .L’Odissea tradotta da Pimientonte, con note di X.
Festa.> 8 — Platone». — I dialoghi. Nuovo volgarizz. di GL Me
ini, con argoiuonti e note: Il Olitone, ossia dello azioni l in
ristampo,). L’Eutitxom*, ossia del Santo.> 0 75
Apologia di Socrate.> 1 50 Il Fedone, OEsìa della
immortalità dell’amiPft.> Il r
elione. Ubala uuiiu mimui imiia ucii ... Il Critone; traduzione letterale
italiana con riguurdo alla costruzione o noto per DI.
Auronghi.> 0 75 — Apologia di Socrate; traduzione letterale,
italiana con riguardo alla co¬ struzione e noto per 01. Aurenghi.v
...... » S — r~ Il Fedro, Traduzione di E. Martini..> 5 50
— Il Convito. Traduzione di B. Martini .> b 50 Senofonte. Anabasi
0 spedizione di Ciro, traduzione di F. Aaibrosoli > 3 — ^
a > 3 25 > 1 — > l 60
Mollnori Mi —; Brani scelti di poemi omerici è dólPErieide nelle
migliori iitO/lllTt/ln! I Kt I
r. i\ 1-1 » biuuufiiuin immilli! .. 1 Oi*j “*
Crestomazia degli autori grooi e latini nelle migliori traduz. italiane . >
lo —; Botiertl'G, La
eloquenza greca. Voi. I.>4 60 Vita ili Pericle — Epitomo,
nigonmuto © noto Vita di Usila — Apologia prr l uccisione di Eratostonn,
argomento e noto — Orazione contro Erntostono, argomento © noto *—
Orazioni» contro AvÀrnth nmninanfi. 1» nnit> — vii» ft’Tsn, AUMENTO. Carlo
Alberto Diano. Carlo Diano. Diano. Keywords: errante dalla ragione, emendato, il
segno della forma, il simposio ovvero dell’amore, Mario l’epicureo –
homosocialite – forma, segno, convite, Orazio, Virgilio, filosofia roma antica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Diano” – The Swimming-Pool Library.


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