Grice e Dionigi: l'implicatura conversazionale intorno al Cratilo
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Barletta). Filosofo italiano. Grice:
“I like Dionigi; for one, he wrote on Cratylo, which I love!” – Grice: “In
Plato’s Cratylo there’s possibly all the vocabulary you need to understand
Peirce! As if Plato foreshadows C. W. Morris!” -- “Postmodern Italians like
Donigi, and they created a cocktail in his honour! His philosophising on
Socrates philosophising with Cratilo on semeiosis proves Whiteheads’s dictum
that all pragmatics is footnotes to Grice, and all Grice is footnotes to
Plato!” Si laurea a Barletta. Il suo primo saggio, sotto Althuser, Bachelard.
La "filosofia" come ostacolo epistemologico. Insegna Bologna. Centrale,
nella sua riflessione, e Nietzsche (Il doppio cervello di Nietzsche),
analizzato sia in chiave ermeneutica che logico-filosofica. Anche Bataille e un
lucido bilancio di Marx ("L'uomo e l'architetto”). Il processo di
ripensamento della sinistra italiana lo vide di nuovo impegnarsi in prima
persona. Si accostò poi alla filosofia analitica e alla svolta
"linguistica", vista come approfondimento della critica della
metafisica. Le saggi si concentrano sull'ermeneutica ("Nichilismo
ermeneutico”), sulla semiotica, segnatura, semantica antica (Nomi Forme Cose.
Intorno il “Cratilo” di Platone) e soprattutto sul pensiero di Wittgenstein (Definite
descriptions – descrivere -- La fatica di descrivere. Itinerario di
Wittgenstein nel linguaggio della filosofia), del quale condivideva pienamente
l'esigenza di ripensare il linguaggio (segnatura) come la "cosa
stessa" della filosofia. “Cocktail
Dionigi” e un documentario contenente testimonianze di alcuni dei maggiori
pensatori italiani su Dionigi, tra i quali Berardi, Bonaga, Picardi, Eco, Cacciari,
Marramao. Altre opere: Bachelard. La
"filosofia" come ostacolo epistemologico, Il doppio cervello di
Nietzsche, Bologna, Cappelli Editore, Nomi Forme Cose. Intorno al Cratilo di
Platone, La fatica di descrivere. Itinerario di Wittgenstein nel linguaggio
della filosofia: “Un filosofo tra Platone e il bar” – cf. Speranza, “Grice: un
filosofo tra Aristotele e il pub”. su
ricerca.repubblica, Cocktail Dionigi. The
development of Plato’s “Cratilo”. Commentaries on the Cratilo nella filosofia
romana antica. Cicerone e il Cratilo. Κρατύλος -- Sulla
correttezza -- dei nomi. Personaggi: Socrate, Cratilo, Ermogene. Il Cratilo è
un dialogo di Platone. In esso è trattato il problema del linguaggio, o meglio,
della “correttezza” -- dei nomi o espressioni. Protagonisti del dialogo sono
Socrate, Ermogene e Cratilo. La maggior parte dei filosofi concorda sul
fatto che venne scritto principalmente durante il cosiddetto periodo di mezzo
di Platone. Incontro tra Socrate, Ermogene e Cratilo. Formulazione del problema
e delle due tesi sulla ‘correttezza’ – corretto – lo corretto – di una
espressione o nome. Socrate incontra Ermogene e Cratilo, che stanno discutendo
attorno al problema del ‘corretto’di una espressione e viene messo a parte da
Ermogene delle teorie di cui sono sostenitori. Cratilo afferma infatti che una
espressione e “per natura” – physei -- ossia rispecchia realmente il reale; Ermogene
crede invece che l’espressione e non naturale, ma arbitrario (lo naturale,
physikos; l’arbitrario – thetikos --. deciso dall’uso e dalla
convenzione. Confutazione della tesi di Ermogene: Una espressione racchiude
in sé qualcosa della cosa (il reale) a cui si riferisce. Socrate comincia a
confutare la tesi di Ermogene, mostrando che una espressione non e solo
convenzioni, ma anzi rappresentano un qualcosa della cosa o del reale a cui si
riferiscono; contiene cioè una qualche caratteristica che la rende perfetta
nell'adattarsi alla cosa descritta. Lo dimostra il fatto che esistono un
discorso vero e un discorso falso. Poiché l’espressione (A, B) è parte del
discorso (A e B, S e P), è evidente che l’espressione utilizzata nel discorso
vero deve essere ‘corretta’. Quella usata nel discorso falso non lo e. Colui
che ha deciso l’espressione, il legislatore, uomo sapiente (the master) ha
infatti rivolto la sua attenzione all' ‘idea’ o concetto (implicatum)
dell’espressione, adattandolo poi a questa o quella necessità descrittiva,
adoperando sillabe e lettere differenti. Il legislatore crea una espressione
solo corretta, basandosi proprio sulla natura della cosa, del reale. Ha
qui inizio una sezione etimologica. Vengono presi in considerazione
l’espressione di dèi come “Tantalo” e “Giove” e viene parallelamente sviluppato
un eguale ragionamento sull’espressione delle qualità dell'uomo, come l' “anima”
o il “corpo”. In seguito si passa ad analizzare il ‘corretto” dell’espresione
degli astri, dei fenomeni naturali. Il ragionamento si dilunga sulle qualità
morali dell'uomo. Il corretto di una espressione si misura in base al
corretto degli elementi che lo compongono, le fonemi Dopo questa disquisizione
Socrate spiega ad Ermogene che l’espressione fino ad adesso analizzato e una
espressione composta (complexus). Questa caratteristica di essere un compost
(complexus) la rende suscettibili di un'ulteriore indagine: quella degli
elementi che lo compongono, come le fonemi. Le fonemi, o, più in generale,
l’elemento morfo-sintattico che forma l’espressione (“Fido is hairy-coated”,
Fido was hairy coated, Fido and Rex ARE hairy coated – l’espressione, deve infatti
riprodurre l'essenza della cosa, del reale, giacché è al reale che si riferisce.
Inizia qui l'analisi di alcune fonemi come rho e lambda. Cratilo si oppone a
questa tesi di Socrate. Sostiene che una espressione è sempre giusta, corretta,
propria, vera, perché è della stessa natura delle cose che descrive. Una sbagliatura
non è una espressione. Socrate comincia a confutare la tesi di Cratilo. Non è
possibile infatti dire che l’espressione e il reale a cui si riferisce siano la
stessa cosa. L’espressione “Fido is hairy coated” e il fatto che Fido is hairy
coated e proprio hanno qualcosa in comune, così come un ritratto di Alcebiade
racchiude qualcosa d’Alcebiade che reproduce. Tuttavia non sono due cose
uguali. Se si ammette questo fatto (e Cratilo, seppur poco convinto, lo fa)
bisogna allora ammettere anche che esistono sbagliatura e l’espressione
corretta, vera, giusta. Del resto un ritrattista può nelle intenzioni riprodurre
Alcebiade e poi essere dissimile. Cratilo contesta ancora a Socrate il
problema della conoscenza tramite il linguaggio. Se l’uomo conosce e apprende
il reale attraverso l’espressione, è evidente che non potrebbe esistere nessuna
conoscenza se l’espressione non fosse corretta, vera, giusta, propira, cioè se
l’espressione non fossero della stessa natura delle cose. Socrate sostiene
allora che un legislatore, all’adopere una espressione, non è detto che avesse
un'opinione giusta corretta vera del reale. Il legislatore infatti non poté
apprendere attraverso l’espressione, perché ancora non era stata inventata (cf.
muon). È possibile allora che abbia fatto dell’errore e ciò è dimostrato dal
fatto che una espressione puo non essere corretta, giusta, vera – atomo, anima,
ecc. Esiste un modo migliore per conoscere: non attraverso l’espressione, ma
attraverso il reale; solo il reale puo non essere contraddetto, mentre
l’espressione si presta a molteplici interpretazioni. La possibilità di una
conoscenza (opinione vera e giustificata) e del corretto dell’espressione
risiede nella stabilità del reale. Poiché la natura è stabile, e rimane sempre
uguale, allora è possibile denominarla con precisione. Cratilo si mostra
poco convinto e alla fine si allontana da Socrate insieme ad Ermogene. Ermogene
simboleggia la concezione sofistica del linguaggio. Per il sofista, a partire
dal italico Protagora, se “l'uomo è misura di tutte le cose”, ogni tipo di
espressione si adatta a seconda delle condizioni poste dall'uso. L’espressione
“Fido is hairy-coated” è puramente arbitraria – convenzionale. E possibile che
non c'è nulla in comune tra una espressione ed il reale (traspassa la fase
iconica). Tuttavia l'uso comune fra il mittente e il recettore ha permesso
quest'accettazione (arbitraria da parte del mittente) e si reputa ‘corretto’
spiegare che Fido è ‘hairy-coated (shaggy)’. Tuttavia ugualmente bene andrebbe
l’espressione "scoiattolo" o "cicala" giacché non sussiste
nessuna somiglianza tra l’espressione (“shaggy”) e il reale
(hairy-coatedness). Cratilo simboleggia invece la concezione naturale
(pre-iconica) della communicazione. Esiste un'assoluta identità tra espressione
e espressum, explicatura ed explicatum, implicatura ed implicatum, profferenza
e profferito. L’espressione è vera sempre, perché racchiude in sé la stessa natura
che pervade il reale segnato per il segno che e primariamente iconico. Ogni espressione
è un “indizio” (index, traccia, segnale) di conoscenza, di una conoscenza
meravigliosa, divina, quasi sacrale. Il segno è giusto perché il primo
legislatore a segnare il segnato fu come un dèo che, essendo perfetto, assegna
un segno (fa un segno – significa) perfetti al segnato. Una sbagliatura non e
un segno; Non tutto e un segno --. Platone fonda la sua concezione della
communicazione sull'ontologia. Per Platone è immediatamente evidente che esista
un segnato al di fuori del segno; è il segnato stesso a cui il segno si
riferisce. Bisogna infatti che esista un segnato perché esista una segnabilita.
Senza questo segnato, senza quest'essenza, rimarrebbe inutile segnare, giacché
non si dovrebbe indicare “nulla” con il segno, perché non ci sarebbe nulla da
indicare. Platone allora comincia dal Cratilo ad elaborare una teoria dell’idea
immutabile: di un'essenza stabile nella natura, che rimanga uguale ed
inalterata nel tempo e che renda valida la segnabilità. Più volte Platone fa
riferimento alla figura del legislatore e a quella del dialettico. La figura
del legislatore è la figura di colui che adopera il segno per riferirsi al
segnato. Si utilizza il termine legislatore in senso molto ampio, intendendolo
sia come uomo sia come divinità, secondo la concezione naturalistica di
Cratilo. Tuttavia si è visto come Socrate alla fine dubiti della infallibilità
del legislatore, poiché egli ha assegnato anche un segno errato. La figura del
dialettico rappresenta invece la nuova concezione del linguaggio elaborata da
Socrate. Secondo Cratilo non esiste altra conoscenza al di fuori del segno.
Platone invece è convinto che la vera conoscenza sia al di là del segno,
nell'essenza stessa del segnato. Se il legislatore è colui che crea il segno
sulla sua opinione riferendosi alla natura del segnato, il dialettico conosce
il segnato e in maniera approfondita e, di conseguenza, sa quale segno attribuire
al segnato (H2O). Tale segno (H20) sarà per forza corretto. Genette,
nell'opera Mimologie. Viaggio in Cratilia, parte dal discorso di Platone per
argomentare l'idea di arbitrarietà del segno. Secondo questa tesi, sostenuta da
Grice con il suo “Deutero-Esperanto” e il nuovo “High-Way Code”, il
collegamento tra il segno e il segnato non ha necessita di essere naturale (“A
segna che p” no implica “p”). Le idee sviluppate nel Cratilo, benché datate,
storicamente sono state un importante punto di riferimento nello sviluppo della
prammatica. Sulla base del Cratilo Licata ha ricostruito, nel saggio Teoria
platonica del linguaggio. Prospettive sul concetto di verità (Il Melangolo), la
concezione platonica della semantica, in base alla quale il segno avrebbero un
legame naturale, una fondatezza essenziale, col loro segnatum. Sedley,
Plato's Cratylus, Cambridge. Bibliografia ̈ Ademollo, ‘The Cratylus of Plato. A
Commentary’, Cambridge.. Gaetano Licata, Teoria platonica del linguaggio.
Prospettive sul concetto di verità, Genova: Il Melangolo, Luigi Speranza,
“Platone e il problema del linguaggio” seminario. Lettura e commentario di
testi di filosofia antica. testo completo in italiano e lingua greco antico. Traduzione
integrale del Cratilo su filosofico.net, su intratext.com. Il testo greco
presso il Perseus Project, su perseus.tufts.edu. Sedley, Plato's Cratylus, in Zalta
(a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of
Language and Information (CSLI), Università di Stanford. Bibliografia su Cratilo.
Dialoghi di Platone I tetralogia Eutifrone Apologia di Socrate · Critone ·
FedonePlato-raphael.jpg II tetralogiaCratilo · Teeteto · Sofista · Politico III
tetralogia Parmenide Filebo Simposio (o Convivio) Fedro IV tetralogia Alcibiade
primo · Alcibiade secondo Ipparco Amanti V tetralogiaTeage · Carmide · Lachete
· Liside VI tetralogia Eutidemo Protagora Gorgia Menone VII tetralogia Ippia
maggiore Ippia minore Ione Menesseno VIII tetralogia Clitofonte La Repubblica
Timeo Crizia IX tetralogia Minosse · Leggi · Epinomide · Lettere Opere spurie
Definizioni Sulla giustizia Sulla virtù Demodoco Sisifo Erissia Assioco
AlcioneEpigrammi. Linguistica Categorie: Dialoghi platonici CRÀTYLVS PLATONIS,
VEL DE RECTA NOMINVM RATIONE: TRANSLATVS Ficino Florentino, ad Petrum Medicem
uirum clariſſimum. A MARSILIO ec HERMOGENES. CRATYLVS, SOCRATES. Is igitur
sermonem nostrū et cum hoc Socrate conferamus: CRAT. Vo: Io equidem, si tibi
uidetur. HER. Cratylus hic ô Socrates, rebus singulis ait natura inesse rectam
nominis rationem, neqid esse nomen, quod quidã ex constitutione vocant, dum
vocis suæ particulam quandā pronunciat, sed rectam rationem aliquam nominū
& græcis et barbaris eandé omnibus innatam. Percontor itags ipsum, num
revera Cratylus sit eius nomen. Ipfe fatetur. Socrati vero quod nomen, inquam:Socratesait.Nónne
cæteris omnibus,inquã,id eft nomen quo quenquocamus.Illenõ tibi tamen ait
Hermogenes nomen eſt,nec etiã ſi omnes homines teita uocarint. Dumýobfecro ut
ſciſcitanti mihi quidnamdicat aperiat, nihil prorſus declarat, sed me ludens, simulatſeſe
aliquid uerſareanimo,quali nõnihil hac de re intelligat,quod li uellet
exprimere,cogeret meidipfumfateri,eadēý dicere quæ ipſe dicit. Quamobrem
libenter ex te audirem, siqua ratione Cratyli uaticiniâ potes conījce
se.libentius tamen fencentiam tuam denominum rectitudine,fiquidem
tibiplacet,audi rem.soc.Hipponici fili Hermogenes,ueteriprouerbio fertur.
Pulchra eſſe cognitü Prouerbia e difficilia.Atquiilla nominū notitia haud parua
res eft.Equidem ſi ex Prodico illa quin quaginta drachmarum demonſtrationě iam
olim audiffem, in cuius traditione etiã hæc inerant,ut ipſeteſtatur, nihil
prohiberet quin tu ſtatim nominū rectitudiné intelligeres. cam porrò nun
audiui, fed illamdrachmæunius duntaxat. Quare quid in his uerû ſit, neſcio,inueftigare
autem tecum ſimul &cum Cratylo paratus ſum.Quodautem dicit ti bi noneſſe
reuera nomen Hermogenes,quod à lucro dicitur, mordetteputo quaſi pecu niarum
auidus ſis, & impos uoti. Verum,ut modo dicebam, diſficilia hæc cognicu
ſunt. Oportet autem rationes utring in medium adducendo perquirere,utrum ita
sit ut dicis ipse, an potius ut Cratylus ait. HER.Enimuero ô Socrates,licet frequenter
cum hoc cær terisc permultis iam diſputauerim,nondum tamen perſuaderimihi
poteft aliã eſſe no minisrectitudinem, conuentionemipfam conſenlionemě.Mihi
quidē uidetur quod cungnomen quis cuig imponit,id eſſerectů.Acſi rurſus
comutat,aliudó imponit, ni hilominus o primum, quod illi ſuccedit nomen rectấexiſtere,
quemadmodüſeruis no mina cómutare solemus: nulli quippe rei natura nomē
ineſſe,fed lege &uſu illorum qui fic uocare conſueuerunt.Quod quidem ſi
aliter ſe habet,paratus ſum non à Cratylo tan tum,uerumetiã àquouis alio
diſcere ac audire.soc.Forte'aliquid dicis Hermogenes: Conſideremusitap.quodcũq
imponit quis cuinomen uocato, id illi nomen effe af feris:HER.Mihi ſane'ita
uidetur. Soc.Et ſiue priuatus uocet, ſiue civitas. HER. Affero. soc. Quid vero
si ipſerem aliqua vocem, veluti fi quem nunc hominem vocamus, ego “equum” nominē,
quem'ue equum, hominē: publice quidem erit eidē homo nomen, pricatim “equus”,
&priuatim rurſus homo, publice “equus”. Ita loqueris: HER.Ita uider.soc. Diciterum
num aliquid nuncupes vera loqui, aliquid loquifalſa.HER. Equidem. Soc. Nónne
illa quidem uera erit orario,hæcaūtoratio falſa: HER.Ita prorſus. So c.Illa
uero Quæ oratio oratio quæ existentia dicit ut exiſtűt, vera est,quæ ut no
exiſtűt, falsa: HER.Certe. soc. uera, quæ Est autem hoc,oratione,ea quæ ſunt,
& quæ non ſunt,dicere?HER.Idipfum.soc. Ora- falfa cio quæ uera eſt,utrum
tota quidem eft uera,partes non uerærher.Imò&partes ueræ. soc. Vtrữ partes
magnæ ueræ,exiguæ uero particulæ fallæ,an ueræ ſunt omnes. HER. Omnes
arbitror.soc.Habes orationispartem aliquã minorēnominer HER.Nequaç, Orationis
hęceſ pars minima.so c.Etnomen quidē hoc pars orationis ueræ.H ER.Proculdubio.
pars minio soc.Pars utiq uera,utais ipſe.HER.Vera.soc.Pars autem falfa.HER.Aio.
soc. Licet ma eſt nos ergonomen uerű, & nomen falſum dicere, fiquidē &
orationem.HER. Quid prohibet, men soc. Quod quis cuiq nomen esse ait,id &
cuiq; nomen eft? HER. Idipſum. soc. An etiam quotcungquis nomina cuique
tribuit,totidem erunt:ac etiam quandocuno tri buit HERM. Haud equidem habeo
Socrates, aliquam præter hanc nominis rectitudinem am rerum ipſas effe
dinens,utuidelicetliceatmihi quidē alio rem uocare quodipfe
impoſuinomine,tibiay tem alio quod tuimpoſuifti. Ita equidem in ciuitatibus
uideo eorundem ppria quædam haberinomina, & Græcis ad alios Græcos,&
Græcis ad Barbaros. soc. Animaduerta. musHermogenes,utrum resipilaita se habere
tibiuideantur, utpropria rerum apudu Sententia numquenq effentia fit,
quemadmodum Protagoras tradidit: rerum omnium dicens ho Protagoræ minem
effemenſuram, ita ut qualiamihiquæq uidentur,talia & mihiſint: item qualiad
circa eflenti big& tibi talia. An potius quædam eſſe putes, quæ effentiæ
ſuæ quandã habeant firmita rém.HER.QuandogóSocrates,dubitansad hæc deductusfum,
quæ tradit Protagoras. Ita tamen effe haud fatis mihi perſuadeo.soc. Nunquid
& ad hoc aliquando es dedu ctus, ut tibinequaquam uideretur aliquem eſſe
hominem omnino malum: her. Non per louem.imò fæpenumero ita fum
affectus,utexiſtimarem hominesnonnullosomni nomalos effe, & quidem
plurimos.soc. Prorſus autem boninulliadhuc cibi ufi funt HER. Admodum pauci.
soc. Viſi ergo ſunt aliqui.HER. Aliqui.soc. Quaratione hociudicaschac ne omnino
quidem bonos eſſe,omnino prudêtes: prorſus vero prauos imprudentes omnino:
HER.Mihi fane'ita uidetur.soc. Si Protagoras uera dixit, eſto hæcipfa
ueritas,ut qualia quæą cuiq uidentur,talia ſint fieri'ne poteft,ut alij hominum
prudentes ſint,imprudentes alí:HER.Nequaquam.soc.Atqui hæc, ut arbitror,tibi
omnino uidentur,cum uidelicet prudentia quædam & imprudentia fic,Protagorā
baud omnino uera loquipoffe.Neqenim alter altero reuera prudētiorerit,fi
quæcuiquiden Sententia tur,cui uera erunt.HER.Ita eft.Atneqz
Euthydemoaffentiris, utarbitror,dicenti om Euthydemi, nia omnibus eſſe
ſimiliter ac ſemper.Nec enim ali boni,alí mali effent,fiſemper & æ
nibuselle û que omnibus & uirtus ineffet & prauitas. HER. Vera
loqueris. soc. Ergo fineqom. militer, ac nia omnibus inſunt ſemper ato
ſimiliter,ne cuiq proprium unumquodq, cõſtat res femper quæ effentiam quandam
firmam in fe habent,ne® quo ad nosneæ ànobis per imaginationem ſurſum deorfumą
diſtractæ, fed fecundum feipras quoad ipfarum elfen tiam utnatura inftitutæ
ſunt permanentes.HER. Idem mihi quoq uidetur Ô Socrates. soc.Vtrum res ipfæ ita
natura conſiſtunt,actiones autem illarum non ita,ſed aliter: an & actiones
ipfæ fimiliter quædam rerum fpecies ſunt:HER.Et ipfæ omnino. soc. Er go
actiones ipfæ fecundum naturam ſuam,non ſecundum opinionem noftram fiunt.
Quemadmodum finosrem quampiam diuidere ftatuamus,utrum ſic diuidēdares quæ que
eft,utnos uolumus, & quo uolumus: an potius ſi unumquodqs diuidamus ſecun
dum naturam qua diuidere & diuidioportet, item eo quo ſecundum naturam
diuiſio fieri debet,diuidemus utiqrecte, & aliquid proficiemus,ac recte
iftud agemus: Sinau tem præternaturam,aberrabimus,nihilg proficiemus? HER. Mihi
quidem ita uidetur. soc.Atqueetiam ſicomburere aliquid aggrediamur,non fecundum
omnem opinio nem comburereoporter,fed fecundum opinionem rectam. hæc autem eſt
qua ratione naturaliter quode comburi debet atæ comburere,& quo debet. HER.
Vera hæcfunt. soc.Nónne eadem decæteris ratio: HER. Eadem.Soc. Annon &
dicere una quæ dam operationữeſt: HER.Eft plane.soc.Vtrum rectedicet, qui ut
ſibi dicendum ui detur, ita dicitran potius qui ita dicit,utipſa rerum natura
dicere diciç requiritiet fi quo natura exigit,eo & dicat,aliquid dicendo
proficiet:ſin aliter,aberrabic:nihilós efficier. HER.Ita equidem utais,exiſtimo.soc.An
non dicendipars quædam est nominare: & quinominant, loquuntur quodamodo?
HER.Omnino.soc. Etnominareactio quæ dam eft: quandoquidem & dicereactio
quædam circa res eft. HER. Prorſus. soc.A. Ationes autem nobis apparuerunthaud
ad nos reſpicere,fed propriam quandam ſui ha bere naturam. Her. Est ita.so
c.Nominandű itaq; ea ratione qua rerum ipſarum natu. ra
nominareacnominaripoftulat,& quopoftulat,nõ autem pro noftræ uoluntatis
arbi trio,liftandum eſt in his quæ dicta ſunt. HER. Sic eſt.s o c.Ato ita
aliquid peragemus, nominabimusý,aliter uero nequaquam. HER. Apparet. soc. Quod
incidendum eſt, aliquo incidendű.HER. Aliquo.soc. Etquod texendữ, aliquo certe
texendű, quodue perforandum,aliquo perforandū.HER.Plane.so c.ltem quod
nominandũ,aliquono minandum.HER.Sic oportet.soc. Quid illud,quo aliquid
perforareoportet? HER. Terebrum.soc.Quid quo texere: HER. Radius pecteng. soc.
Quid quo nomina. Reč HER.Nomen.soc.Beneloqueris,ideog inſtrumentum aliquod
nomen eft.HERErt Eft.soc.Siquærerē quod inſtrumentū eſt radiuspectený,reſponderes
quo teximus: HER.Non aliud.soc.Texentes uero quid facimus, an non fubtegmen
& ſtamina con fuſa,radio diſcernimus. HER.Iſtuc ipſum.so c.Idem de terebro
ac cęteris reſpondebis: HER. Idem.soc.Potes & circa nomen ſimiliter
declarare, quid facimusdum nomine Nomen, res ipfo quod inſtrumentū eſt,aliquid
nominamus. HER.Nequeo.so c.Nűquid docemus tias docen's inuicem aliquid,acres ut
ſunt diſcernimus. HER.Nempe. soc. Nomen itaqrerű ſub di diſcernen
Itantiasdocendidiſcernendig inſtrumentū eſt,ficutpecten & radius ipſe
telę.HER.Sic diğinftru eft dicendű.soc.Radiusporrò textorių eſt
inſtrumentū.HER. Quid nir'sOCR.Texcor mentum icaç radio ac pectinerecte
uterur,recte,inquā,ſecundű texendirationē.Ille uero quido cet,nomine Pombaur,
& recte,recte uidelicet ſecundű docendipropriâ rationē: HER. Cer te.soc.
Cuius artificisoperebene Pombaurtextor,quando radio pectineś Pombaur: HER. Fabrilignari.
soc.Quiſque'nelignarius faber,an potius quiartē habet? HER.Quiha.
betartē.soc.Cuius item opere recte perforator Pombaur? HER.Aerarijfabri.soc. Num
quiſqz eſt faberærariusè an potius quihabet artem: HER.Quiartē. soc. Ageergo,dic
cuius opere ipſe doctorutatur,quotiesnomine uticur.HER.Neſcio.soc. Allignare
& hocneſcis: quis nobis traditnomina quibus utimur.Her.Ignoro &
hoc.soc. Nónne lex tibiuidet nobis nominaſtatuiſſe HER. Videtur. soc. Ergo
legislatoris Pomba opere doctor,quádo nomineipfoPombaur.HER.Opinor.soc. Códitor
legis quilibettibiæque uidetur,an quiarte eſtpræditus.HER.Arte præditus.soc. Quarenö
cuiuſcunq uiri eſt Hermogenesnomen imponere,uerũ cuiuſdam nominữautoris. hic
autem etiam, ut ui detur,nominữ inſtitutor, quirarioromniartifice
interhominesreperit.HER.Apparet. Soc. Animaduerte obſecro, quô reſpiciens
nominü inſtitutor,nomina rebus imponit: imòſuperiorű exempla dýjudica,quò
reſpiciens faber radium pecteng cõficit.nonnead tale aliquid quodad texendum
natura fit aptum: HER.Prorſus. soc. Siin ipſo operera dius hic frangatur, utrum
alium iterű fabricabit ad fracti iſtius imaginēžan potius ad ſpe ciem ipfam
reſpiciet, ad cuius exemplar radium qui fractus eſt,fecerat: HER. Adipſam ut arbitror,
speciem.soc. Nónneſpeciem ipfam merito ipſius radij rationé,ipſum pra dium
maximenominabimus: HER.Opinor.soc. Siquãdo oportet cõficiendæ ueſtite
nuiuelcraſſiori lineęſiue laneę,ſiue cuiuis alteriradiữ apparare, radios singulosoportet
ſpeciem radīj ipſius habere:qualis uero cuiqznaturaliter eſt
accómodatiſſimus,talem ad opus peragendű,ut natura
poftulat,adhibere.HER.Oportet ſané.soc.Eadem de cætè ris inſtrumétis eftratio.Nam
quod natura cui & congruit; instrumentũadinueniendum eſt,atq id illiattribuendű,ex
quo efficitno qualecunq uult quifabricat, ſed quale natu ra ipſa exigit.
Terebrum nam cuiæ accommodatum ſcire oportetin ferro perficere. HER. Patet.
soc. Radium quinetiam singulis competentem in ligno. Her. Vera hæc
ſunt.soc.Quippeipfa rationenature alius radius telæ alteri competit, & in
alijs eodem modo.HER. Sane. soc. Oportet quoguir optime, ucillenominum
inftitutor nomen Quomố no natura rebus ſingulis aptű in uocibus & fyllabis
exprimat, ad idý reſpiciés quod ipſum minabit qui nomen eſt, ſingula nomina
fingat,atque attribuat, li reuera nominum autor eſt futurus. recte nomi Quod
ſinonñſdem ſyllabis quiſq nominum conditornomen exprimit,animaduerten dum eſt,
quod neq fabriomnesærarñ eodem in ferro id faciunt, quoties eiuſdem gratia idem
fabricant inftrumentum. Verum quatenus eandem ideam attribuunt, licet in alio,
& alio ferro,eatenus recte ſe habet inſtrumentum,ſiuehic,fiue apud Barbaros
fabricēt. Nónne; HER.Maxime. soc.Nónne & eodem modo cenſebis,donec
inſtitutor no minum quiapud nos eſt, & qui apud Barbaros, nominis speciem
cuim cõpetentem tria buunt,in quibuslibet fyllabis nihilo deteriorem efle unű
altero in nominibus imponena dis: HER. Equidem. SOCR. Quis cogniturus eſt utrum
conueniens radij species cui cunqueligno fitimpreſſar num faber qui efficit: an
textor uſurus. HER. Probabile eft ô Socrates,magis eữ quieſt uſurus,
cognoſcere.soc. Quis lyræ fabricatoris opereuti tur:nonne ille qui fabricantem
inſtruere poteft, & opus recte'ne an cótra factâ fit,iudia care: HER. Omnino.soc.Quis
ergo: HER.Cithariſta.soc.Quis autem opere ſtructo. ris nauiữ.
HER.Gubernator.soc.Quis item nominữ conditoris operioptime præſides, bit, &
expletû dijudicabit & apud Græcos & apud Barbaros: Nónne & quiuteſ:
HER. Is certe.so c.Annõ is eſt qui interrogare ſçitç HER. Iſte. $ 0 c.Idem quog
reſpondere, HER nabic zi HER. Nempe. $ o c. Eum uero qui interrogare ſcit ato
reſpondere,aliumuocas i diale Dialecticus nouit recte cticum: HER.Dialecticum
profecto.socr. Fabri ita opuseſt temonem facere guber impofita no natore
præcipiente,li bonus futuruseſt temo. HER. Apparet. soc. Nominum quoq au
minarebus torisnomen, monentedialectico uiro, ſi modo recte ponenda ſunt
nomina. HER. Vera ſint, necne hæc funt. Soc. Apparet ergo Hermogenes haud leue
quiddam,utipfecenſes,nominis impoſitionem eſſe,neæ id effe imperitorum
&quorumuis hominum opus.NempeCra tylus uėra loquitur,cum nomina dicit
natura rebus competere,neg unum quemuis eſſa nominum autorem, sed illum
duntaxat quiad nomen reſpicit, quod natura cuiq conue. nit, pofteag ſpeciem eâ
literis ſyllabisq inſerere. Her. Neſcio Socrates qua ratione his quæ
dixiſti,lit repugnandã:forte'uero non facile eſt ſubito fic perſuaderi. Videor
autem mihi hâc in modumtibi potius aſſenſurus,fi oftenderis quam dicaseſſe
natura rectano. minis rationem. soc. Equidem ô beate Hermogenes,adhucnullam
dico, ferme'nama è memoria excidic quod dixerā suprà, meuidelicet
hocignorare,uerum una tecum per quirere. Nunc aucem mihi &tibi limul
inueftigantibus hoc duntaxat præter ſuperiora compertõeſt, rectitudinem aliquã
natura nomen habere, nec quemlibetpoffenomen rebus accommodare.Nónne:
her.Valde.soc.Conſiderandum reſtat, ſi noſſe deſide. ras, quænã ipſius ſit
nominis rectitudo,id eftratio recta. Her. Deſidero equidem.soc. Animaduerte
igitur. HER. Quauia inueſtigandâmones. soc. Rectissima estô amice, consideratio,ab
his qui ſciūt hæc perquirere,oblatis pecunis, & gratöjs inſuper actis:hi
uero ſophiſtæ ſunt, quibus frater tuus Callias multis erogatis pecunijs, ſapiês
euafiffe ui detur.Poftquam uero in res paternas iusnon habes,reliquũ eſt
fratrem ſupplex ores, ut te doceatnominârectitudinem quam à Protagora didicit.
HER.Quàm abſurda hæcel Veritas no, ſet petitio Socrates, fi cum illam Protagoræ
ueritatem nullomodo recipiã,ea quæ ex uc men ſcripci,ritate illa
dicuntur,alicuius precí æſtimarē.soc.Acuero ſi tibi hæc non placent,ab Ho aut
ironicũ mero cæterisý poetis est diſcendum. HER. Quid de nominibus, & ubi
Homerus ô Socrates,tradic:so c.Paſimmulta, maximauero & pulcherrimaſuntilla,in
quibus diftin guitcirca eadem quæ nomina homines, &quæ dö ipfi inducunt.
Annoncenfes ipſum in his magnificum alíquid & mirandumde recta ratione
nominữ tradere: Constat enim deos nominibus illis ad rectitudinem ipfam uti,
quæ natura conſiſtunt. Annon putas: HER. Certe equidem fcio,fiqua dij
uocant,recte eos admodum nominare. Verum quæ nam ista: Soc. An ignoras quod de Troiano
flumine, quod ſingulari certamine ca Vul cano pugnauit, inquit: quod Xanthứdijuocant,
uiriScamandrum.HER.Scio. SOCR. Annoncenſes magnificum quiddam cognitu
eſſehoc,qua ratione rectius fit flumen il lud Xanthű, quam Scamandrâ nominare. Item
fi uis, animaduerte &iftud, quod auem eandem dicit Chalcidem quidêa dřs,
Cymindin uero ab hominibus nominari. Leuem cognitionem hanc putas,ut fciat
quanto rectius fit eandem auem Chalcidem quam Cy mindin nuncupare, uel Batieam
aros Myrinen, alias permulta &apud huncpoetam &apud alios talia: Verum
iſtarữrerum inuentio acutius ingenium quam noſtrũ exigit. Scamandrius autē
&Altyanax quid ſignificent,humano ingenio, utmihiuidetur, com
prehendi,facile & percipi poteſt,quam rectitudinem eſſeHomerusuelit in his
nomini bus quibus Hectoris filium nuncupat. Scis ea carmina quibusinfunt,quæ
dico: HER. Omnino.soc. Vcrum iſtorum nominâ putasHomerum exiſtimaſſe conuenire
magis puero, Aſtyanacta'ne,an Scamandriã: HER. Ignoro. soc. Sicautem
conſidera:liquis te interrogaret, utrữ putes fapientiores rectius nomina rebus
imponere, an minus ſapien. tes,reſponderes ucią ſapientiores.HER. Sic certe.soc.Vtrũmulieresin
urbibus sapientiores eſſe tibi uidenč, an uiri: quantı ad genus attinet. HER.
Viri.so c.Neſcisquod in quit Homerus, Hectoris filium a Troianis Altyanacta,a
mulieribus Scamandriū nuncu patum: quandoquidem uiri illum Aſtynacta uocare
conſueuerűt. Her. Videtur, soc. Nónne Homerus Troianos uiros fapientiores, quam
mulieres eorũ exiſtimauit: HER. Arbitror equidem. SOCR. Aſtyanacta
igiturrectius quàm Scamandrium nominatum - esse cenſuit, HER.Apparet.SOCR.
Animaduertamusquam ipſe denominationishuius cauſam affert, Solus enim, inquit,
ciuitatem ipſis cutatus eſt amplas mænia. Quapro prer decet, ut uidetur,protectoris
filium nominare &svavaxta, id est regem urbis, urbis, inč,eius, quam pater
ipſiusſeruauit;ut inquit Homerus. HER. Idem mihi quocuider: Soc.Quod aức hoc
maxime;porrò &ipfe nondum fatisintelligo, ô Hermogenes. Tu vero percipis:
HER. Nõ perlouem.soc.Arqui & Hectori ó boneuir,nomen ipfeHo meras impoſuit.
HER. Quamobrem: soc.Quoniã mihi uidet id nomen Hector Aſtya
sactieſſequamproximum: ferme'enim idemſignificant, putanta Græciutraq hæcno
mina regiaeffe. Cuiuſcunæ enim quis avaş, id eſt rex extitit,eiufdem eft &
fxTue,id eſt poſtelfor.Conftat enim dominari illi,pofliderecſ, & habere.An
forte'nihil tibidicere ui deor meg fallit opinio, quaHomeriſcientiam circa
nominum rectitudinem, ceu per ue ftigia quædam attingere cöfidebam: HER.Nullo
modo, ut arbitror. forte enim nonni hil actingis. SocR.Decet,utmihiuidetur,
leonis filiū leonem ſimiliter nominare, equi filium equum haud certe dico,
liquid tanquammonſtrum exequo nafcatur aliud quid dam quám equus:fed cuius
generis ſecundum naturam eſt quod naſcitur, hoc dico.Sies nim bouis fecundum
naturam filius equũ gignit,non uitulus qui naſcit, ſed pullus equi nus eſt
nuncupándus.Et fi equus præter naturam gignit úitulum,non pullus equinus di
cendus eſt hic,fed uitulus. Neqetiam ſi ex homine alia proles quam humana
producit, quodnaſciturhomo uocari debet.Idemg eſt dearboribus,dešcæteris omnib.
iudican dum.Probas hæc: HER.Probo equidem.soc.Obſerua me nequid defraudem.
Eadem quippe ratione,fiquis exrege naſcitur, rex eſt nominandus: in alíis uero
& alíjs ſyllabis idemlignificari,nihil intereſt, neck referc ſiue addatur
litera aliqua,ſiue etiã ſubtrahatur, donec eſſentia reiſignificatæ in ipſo
nomine dominacur.HER. Qui iſtucais:'soc. Nihil mirum nouum'ue dico, uerű ita ut
in elementis fieri cernis, ſcis enim quod elementora nomina dicimus,ipfa uero
elementa nequaç, quacuor duntaxat exceptis.dicimus enim &utonów, o fixpou
& whéya. Cæteris autem tam uocalibus quam non uocalibus alias addentes
liceras,ut Båtte 4.7.c. nomina conſtituimus,atq;ita proferimus. Verum quo uſg
elementi ipſius uim declarată inſerimus, conuenit nomen illud uocare ipſum quod
nobis fignificet elementum, ut in Bizu apparet, ubi additis 8. 7.éc, nihil
obftitit quin in tegro nomine natura elementiilliusoſtenderetur, cuiusnominum
autor uoluit:uſquea deo ſcite literisnominadedit. Her. Vera mihi loqui
uideris.soc.Nónne eadē derege ratio erit: Erit ex regerex, ex bonobonus, ex
pulchro pulcher, &in cæteris omnibus fimiliter ex quolibet genere alterữ
quiddam tale,niſi monſtrữ fiat, eademq dicendano: mina.Variare autem licet per
fyllabas,ut uideantur homini rudi,quæ ſunteadem,eſſe di Gería. quemadmodữ
pharmaca medicorũ coloribus &odoribusuariata ſæpe cã eadem fint,nobis
diuerſa uidentur: Medico aūt uim pharmacorũ conſideranti eadem iudican tur,neß
eum additamēta perturbant. Similiter forte qui eſt in nominibus eruditus, uim
illorum conſiderat,neq; eius turbaſiudicium, liqua litera addita eſt, uel
tranſmutata,uel dempta, uelin alijs literisac multis eadē uis
nominisreperitur.Vteanomina quæ fuprà diximus, Altyanax &Hector, liceras
omnino diuerſas,præter folum habent, idem ta menſignificant. Item quod
&exémolis, id eſt,princeps ciuitatis dicitur, quam literarum communionẽ cum
duobus ſuperioribushabet: Idem nihilominus infert. Multaq; ſunt alia, quæ nihil
aliud quam regem ſignificant. Multa præterea ſunt, quæ exercitus du cem
ſignificant,ut čys, worém cedoOMG,.Alia item quæ medicinæ profefforem declarant,ut
ictportas, a xecik @ poro. Aliaó permulta reperiri poflunt,fyllabis &
literis diſcordantia, ui autem fignificationis penitus conſonantia. Sic ne
& ipſe putas, an alia ter: HER. Sic certe.SOCR. His profecto quæ fecundum
naturam fiunt, eadem tribu enda ſuntnomina.HER. Omnino. SOCR. Quoties uero
præter naturam hominesali quifiunt in quadam fpecie monftri, uelut quum ex bono
pioq uiroimpius generatur, quigenitus eft,non genitoris nomen ſortiri debet,
ſed eius in quo ipfe eft generis:quem admodum ſuprà diximus,ſi equusbouisprolem
generet,non equum eiusfilium,fedbo uem denominandum.HER. Siceſt. Socr. Homini
igitur impio ex pio genito, non pa rentis, sed generis nomen attribuendum. HER.
Vera hæc ſunt.soc.Neque igitur6tocosia Agy, id eft Deiamicum, nex uygoitzoy, id
eſt Dei memorem, uel talem aliquem huiuſmo diuocarefilium talem decet, Ted
cótraria ſignificantibus nominibus appellare, ſi modo recte nomina inſtituta
effe debent.HER. Sic prorſusagendum ô Socrates. soc. Profe dio Oreſtinomen
recte,o Hermogenes,uidetur impoſitum, fiue aliqua ſors illi nomen dedit, liue
poeta quidā, ferinam cius naturã agreſtē &moncanã nomine eo ſignificās. HER.Sic
apparet,Socrates.soc. Viderur &patri eius ſecundum naturam nomen esse. HER.
Apparet.soc. Apparet utiq talis efTe Agamemnon,utſibi laborandũcenſeat,to
lerandumý, &in ijs quædecreuit,per uirtutem
perfeuerandã.Argumentũuerotoleran tiæ ſuæ apud Troiam tanto cum exercitu
perduratio prębuit. Quod igitur mirabilisper feuerantia uir hic fuerit, nomen
ſignificai Agamemnon, quali ayasos 967 oli ümrovlu. Fortè uero &
Atreusrecte eft nominatus.Nexenim Chryfippi, & crudelitas aduerſus Thyeſten,noxiữ
perniciofumo illum demonſtrant.Vnde cognominatio parumperde clinat, & clam
innuit,ut non quibuslibet naturam huius uiri declarent:his autem qui no minum
periti ſunt, ſatis Atrei ſignificatio pater. Dicitur enim ſecundum erogès,
afeger's atypów, quaſiindomitus, inexorabilis, noxius contumeliofusq fuerit.
Videtur & Pelopi nomen haudab re tributum. Hominem quippe quæ prope ſunt
uidentem,nomen iſtud congrue significat. HER. Cur illi id conuenit: socR.
Quoniam in Myrtilicæde, utfer tur, prouiderenihil potuit, nec eminus pſpicere
quãta toti generi ex hoc calamitas im mineret. Quæ enim antepedeserant, &ad
præsentia tantum respiciebat, hoc autem eſt prope aſpicere: quod & fecit,
cum Hippodamiæ coniugium omniconatu inire conten dit. Vnde Pelopinomenawines,
id eft,prope,& ontos, quodad uiſionem pertinet. Tan talo quinetiam nomen
natura ipſa uidetur impofitum, ſi uera ſunt quæ circunferuntur. HER. Quænam
iſta: soc. Quoduiuentiadhuc illi aduería plurima &grauia contige
runt,tandemý patria eius omnis fubuerſa eſt. Defuncto præterea faxum in caput
immi. net, ſors certe duriffima. hæcprorſuscum nomine congruar, perinde ac fi
quis nomina re THION to you,id eft, inteliciſſimű uoluiffet, fed paulo locutus
obſcurius, pro Talancato Tantalum poſuifler. Taleutiæ nomen fortuna eius
aduerſa ipſorumore gentium præ buiſſe uidetur. Quinetiam patri eius loui recte
nomen eſt indicum,nec tamen facileco. gnitu.Eftenim uelut oratio quædam louis
nomen, quod quidcm bifaijā partientes,par tim una,partim altera parte utimur.
Quidamfive, quidamdia, uocani. Quæpartes in unumcópofitæ, naturam dei ipſius
oftendűt, quodmaxiinedebernomen efhcere por ſe. Nulla enim nobis cæterisomnibus
uiuendimagis cauſa eſt, quam princeps, rexo omniữ. Quapropter decens nomen eſt
hic Deus fortitus, per quem uita íemper uiuent bus omnibus ineſt.Sectum autem
in duo eft unum, ut diccbam,nomen,in diæ uidelicet ata awa. Hinc Saturnifilium
cum quis audiat, forte inſolentem contumelioſumópu tarit. Verű probabile
eft,magnæ cuiuſdam intelligentię piolem louem elle. Quod enin Hóp - dicitur,non
puerum ſignificat,ſed puritatem mentisipfius, & fynceram integria tem. Est
aurem is opavo, id eft, cæli filius,ut fertur. Quippeafpectus ad ſupera merijo
z pane uocatur, quafi opacz zecvw. Vnde affirmant,o Hermogenes, 17 qui
derebusiutli mibusagunt,puram mentem adeffe, & recevo, iure nomen
impofitum.Siautem genealo giam deorum ab Hefiodo traditam mente tenerem, &
quos horum progenitores indu. cic,recordarer,haudquaq ceſſarem oftendere
tibérecte illis nomina infcripta fuiffe,quo ad huius fapicntie periculü facerem,liquid
ipſa proficiat peragator, & an deficiatnecne, quæ mihi tam ſubito ignoro
equidem unde nuper illuxit. HER. Profecto mitttiden som Ô Socrates iliareorum
quinumine capitatur, protinus oracula fundere. soc. Reor equidem,ô
Hermogenes,hanc in me ſapientiam ab Euclıyphrone Pantij filio emanalie. Illi
fiquidem aſtiti a matutino affiduus,auresó porrexi. Patet igitur eum deo plenú
non modo aures meas beata ſapientia impleuiſle, uerumetiam animum occupalle.
Sic utico agendum arbitror, ut hodie quidem utamur ipfa, & reliqua quæ ad
nomina pertinet, ini dagemus. Cras uero,fiin hoc conſenſerimus,excutiamuscam,
expiemusý,aliquem par ſcrutati,ſiuefacerdotem, feu ſophiſtam qui purgare hæc
ualeat. HER. Probo hæc maxi. me Socrates. libentiſſime nang quæ de nominibus
reſtant, audirem. soc. Ira prorſus agendum. Vnde igitur potiffimum exordiendű
iudicas,poftquam formulam quandam præfcripfimus,ut pernoſcamusſi etiã nomina
nobis ipía teſtantur non caſu quodama. » ata fuiſſe,uerum rectitudinem aliquam
continere:Nomina quidem heroum atq;homi / num nos forte deciperent. horum nang
multa ſecundum cognomenta maiorum pofita) ſunt, & fæpe nequağ conueniüt,
quemadmodã in principio diximus.Multa uero ex uo ') to homines nomina
tribuunt,ut UtuXidmW, owciQ, Itópinoy, alia “ permulta.Talia itaq )
prætermittenda cenſeo.decens eñconſentaneumg maxime reperire nos quæ in rebus
ſempio Lempiternis &naturæ ordine cõſtitutis recte ſunt poſita. Nam circa
iſta in condendis no minibus ftuduiffe maxime decet.Forte'uero ipſorūnonnulla
diuiniore quadam poten tač humanaſunt inſtituta. HER. Præclare mihi loqui
uideris,ô Socrates. soc.Nonne pareſtabipfisdíjs incipere,rationemý inueſtigare
qua bcos uocati ſunt: Her.Nempe, soc.Equidem ita conício.Videnturutiq mihi
Græcorű priſci deos ſolos putaffe eos, quos etiam his temporibus Barbarorű
plurimiarbitrantur, solem, luna, terrram, stellas, calum. Cum ergo hæc omnia
perpetuo in cursu esse coſpicerent,ab hac natura moldatu få nominalle
uidentur,deinde &alios animaduertêtes omneseodem nominenuncu pale.Habeoquod
dico uerifimile aliquid, nec'ne HER. Habetcerte. soc. Quid poft hac
inucftigandum: Conſtat de dæmonibus heroibusø &hominibus quærendum eſſe,
HER. Dedæmonibusprimum. soc. Proculdubio Hermogenes.quidlibi uultdæmo. nun
nomen animaduertenum aliquid dicam.HER.Dicmodo.soc.Scis'nequos Hes Liolus
claipovas effe inquit, HER.Non.soc.Nec etiam, quod aureum genus hominum zitin
principio extitiſſe? HER.Hoc equidem noui. Soc. Ait enim ex hocgenerepoſt
przſentis uitæ fara fieri dæmones ſanctos,terreſtres,optimos,malorũ
expullores,& cu licdes liominum.HCR. Quid cum: soc.Nempe arbitror uocare
illum aureum genus; no ex auro conſtitutū, ſed bonum atos præclarum.quod inde
conſcio, genus noftrum fereum eſſe dicit. HER. Vera narras. Soc. Annon putas
ſiquis nunc ex noſtris bonus fc,aureihunc generis ab Heliodo æftimari? HER. Conſentaneum
eſt.soc. Boni autem anj sprudentes: HER. Prudentes. $ o c.Idcirco,ut
arbitror,eosdæmones præcipuenup cupat,quia fapiêtes d'ahuontsó erant.Et ex
noſtraiſtud priſca lingua nomen exiſtit. Qua obrem &is, & cæteripoetæ
permultipræclare loquuntur,quicunq aiunt uidelicet,poft quambonusaliquis uita
functus eſt, maximam dignitatem præmiumý ſortitur,fic & dæ monſecundum
ſapientiæ cognomentūIca & ipfe affero dæmuova, id eſt ſapientemom- nem efle
hominem, quicung ſitbonus,eumódæmonicum effe,id eſt felicem,uiuenten » acc
defunctũ, recteý dæmonem nũcupari.HER Videor. mihi ô Socrates, in hoctecum s
maxime conſentire. soc. newsautem quid lignificar: Id nequaſ inuentu
difficile.paur lo enim heroumnomen ab originediſtac,indicans generationem
illorum čre WTO manaſſe. HER.Qua rationeid ais: s o c.Anignoras ſemideos heroas
effe: HER. Quid tum: soc.Omnesutiq heroes uel ex amore deorũ erga mulieres
humanas, uel amore uirorum erga deas ſuntgeniti.Prætereaſi hocfecundã priſcam
Acticorum linguam con fideraueris,magis intelliges.reperies enim quòd pauliſper
mutatū eſt nominis gratia ex UTO,undeſunt heroes geniti:quod'ueaut hincheroum
nomen eſt ducium,aut ex eo quòd fapientes,rhetores fuerunc.facundi uidelicet,
& ad interrogandữ diſſerendűó promptiflimi,ziedy Aang dicere eft:Quare,ut
mododicebamus,Attica uoce heroes the tores quidam,&
diſputatores&amatori uidentur. Vnderbetorum ſophiſtarum gee nusheroica
prolesexiſtit. Verum nõ iſtud quidem difficile cognitu,imò illud obfcurű,
quamob cauſam homines ävbewmoinominantur.habesipfe quid afferas: HER.Vndeid
habeābone uir: Quin ſi reperire quoquo modo poffim,nil cotendo, ex eo quòdtemo
lius facilius“ quammereperturum ípero.so c.In Euthyphronis inſpiratione
confider se mihiuideris.HER.Abſc dubio.soc.Ec merito quidem confidis.Nam belle
nimium mihi nunc uideor cogitafle,ac periculü eſt niſi caueam,nehodie ſapiêtior
quam deceat, uidear euafiffe. Attende ad ea quædicã. Hoc in primis circa nomina
animaduertere de serves cet, quòd ſępe literas addimus,lepe ctiam demimus pro
arbitrio,dum nominamus, & a cuta ſæpenumero tranſmutamus,utcum dicimus dicíres:
hoc ut pro uerbo nomen nor bis foret,alterum, inde excerpfimus, & pro acuta
fyllaba media, grauem pronūciamus. Jn alijs quibuſdam literasinterſerimus,alia
uero grauiora proferimus. HER. Vera refers. soc.Hoc & in ävegen O côtingit,utmihi
quidem uidetur.Nam ex uerbo nomen con ftitutum eſt,uno a excepto,grauiorig fine
effecto.HER.Quomodo iſtud ais 's o c. Itak" hominis nomen illud
ſignificat, quod cætera quidem animalia quę uident,non confide rant,neq;
animaduertunt,nec contemplantur: homoautem & uidet ſimul &contemu
platur,animaduertito quod uider.Hincmerito solus ex omnibus animátibus
homočvrse @puro eſt nuncupatus, qualiaabeau contemplans,quæ ön WT5, id est,
uidit. Quid poft ce haqquæram:Anuidelicet quodlibenter perciperem HER:
Maxime.SOC. Succede D teftas reſtatim ſuperioribusmihi uideturdeanima &
corpore cõſideratio.Nam anima& cor pusaliquid hominis funt.HER.Sine
cótrouerſia.soc.Conemurhæcquemadmodū ſu: periora diſtinguere. Quærendum
primodeanima putas, utrecte Luxá nominata fuerit deindede corpore: HER:Equidem.soc.Vtigitur
ſubito exprimarn quod primumm. hinunc ſe offert,arbitror illos qui
ſicanimāuocitarunt,hocpocillimum cogitaffe, quod » hæc quoties adest corpori,
caula est illi uiuendi, reſpirandi,& refrigerandi uim exhibês: 9 & cum
primūdelierit quodrefrigerat,diffoluitur corpus,& interit.Vnde fuxlu noni
21 naffeuidentur,quaſi awatúzov, reſpirando refrigerans.Atuero, si placet, fifte
parumper. Videor mihi aliquid inspicere probabilius apud eos quiEuthyphronem
ſequütur,nım iftud quidem aſpernarenf,ut arbitror, & durû quiddã eſſe
cenferent. ſed uidean hoc ibi sit placiturű.HER. Dicmodo.soc. Quid aliud
animatibiuidetur corpus continae, uehere, & utuiuat & gradiatur
efficerer HER. Nil aliud.soc. Annon Anaxagoræ ce dis,rerum naturam omniẩmente
quadam & anima exornari ſimul & contineri: HIR. Credo
equidem.soc.Pareſt igitur eam potentia nominare quelw.quæ quan,naturan, oxa
& xe, id eft uehit & continet.politius autem fuxó proferſ.HER.
Siceſtomninoji detur & mihiiſtud artificiofius effe.soc. Eft
profecto.Ridiculum aữc quia apparere, si ita ut pofitüfuit, nominaret. Quod
uero pofthoc ſequiſ corpusnonne owua nücupis: HER.Certe.soc. Atquiuidełmihiin
hocnominepauliſper ab origine declinari. nen. pe corpushoc animæ omua, sepulchrâ
quidam eſſe tradunt:qualiipfa præſenti in tempo se ſic ſepulta:ac etiam quia
animaper corpus omualvd,ſignificat quæcung ohelwa lign ficare poteſt.idcirco
& rivec iure uocari. VidenturmihiprætereaOrpheiſectatores no mēhocobid
potiſſimữpoſuiffe,q anima in corpore hoc delictorũ det pænas, & hocci:
cũſepto uallo claudatur,uelut in carcere quodā,utolor ferueſ. Effeitac
uolunthoc ita utnominat,animęoãu ce ſeruandigratia clauſtrữ, quoad debita quæQ
expendar,neq literam aliquã adăciendam putant. HER.Dehis fatis dictum ô
Socrates,arbitror. Veri denominibusaliquorû deorum poſſemus ne ita
utdeloueactum eſt,conſiderare,fecun dum quam rectitudinēnomina lint impoſica:
soc. Per Iouem nos quidē ſimentem ha beremus Hermogenes,precipuũrectitudinismodấarbitraremur,faceri
nihil nos de dijs cognofcere,ne deipſis inquam, neq deipſorīnominibus quibus
iplifeuocant. Con ſtar enim illos quidem ueris ſenominibusnuncupare.Secundâ
uero recte denominatio nis modum exiſtimo, utquemadmodülex in uotis ftatuit
precarideos, quomodocung nominarihis placet,ita & nos ipfos uocemus,tanğ
nihil aliud cognoſcētes.Recte não, utmihiuidetur,eft decretū.Quare, li uis,ad
hanc inueſtigationēpergamus,primo quidē díjs præfati,nosnihilde iplis
conſideraturos: neq; enim poſſe confidimus:fed de homini bus potius, qua
potiſfim opinionecirca deosaffectinomina ipfis inſtituerunt. Hoceñ à diuina
indignatione procul.HER.Modeſte loquiuideris ô Socrates, atqita prorfusa
gendum.soc. Nónneà Vesta fecundum legem incipiendű. HER. Sicutim decet. soc.
Quaratione éstav hanc nominatam dicemus HER. Per Iouem haud facile iftud inuen
9) tu.soc.VidenturprobeHermogenes priminomināautores non hebetes quidā fuisse,
verum acuti fublimium rerum inueſtigatores HER. Quamobrem: soc. Talium quo
rundam hominum inuentione nomina apparent impofita.ac ſi quisperegrinaconlide.
retnomina,nihilominus quod ſibiuult,unumquodq;reperiret.quemadmodőhocquod nos
días, eſſentiam nominamus, quidam golov nuncupant,alij wvia.Primo quidem
ſecundum alterum nomen iſtorum,haud procula rationeuidetur rerum effentiam
ésiav uocari. & quia nos quod efteffentiæ particeps ésiav uocamus,ex
hocrecte éstæ poffet denominari.Superioresnoftriquondam šriav,tola
uocabant.Quinetiã ſi quis facrorí ritusanimaduerterit,exiſtimabit ſic eosputaſſe
quihæc poſuerűt.Etenim ante deosom nes Veltæ facra faceredecet eos, qui
effentiam omnium Veſtam cognominarunt. Qui item wola nominarunt,hifermeſecundâ
Heraclitum cenfuerüc fluere omnia femper, nihilo conſiſtere.Cauſam igitur &
ipſorum originem ducem ipſum wow, quod impel lit.quaproptermerito ipſum wola
impellentēcauſam nominari.Dehis hactenusitalic dictų,uelut ab ijs quinihil
intelligunt.Poft Veftam aất, deRheaato Saturno conſidera reconuenit,quanğ de
Saturninomine in ſuperioribus diximus.Forte'uero nihildico. HER.Curnam ô
Socrates: soc. O boneuir,ſapientiæ quoddam examen animaduer ti. HER. Quale iſtud:
soc. Ridiculum dictu.habet tamen nonnihilprobabile.HER: Quid ais: & quo
pacto probabile.so c.Infpicere mihiHeraclitum uideor,iã pridem ſa pienter
nonnulla de Saturno Rhea tradentem, quæ & Homerus dixerat. HER. Quid iftud
ais:'s o c.Ait enim Heraclitus fluere omnia,nihilo manere,rerum ipſarum pro -
ce greflum amnis fluxuicomparás,haud fieri poffe inquit,utbis eandem in aquam
temerou gas.HER.Vera hæcſunt.soc.An uidetur tibi ille ab Heraclito diſſentire,
qui aliorum a deorum progenitoribus inſeruitRheam atą Saturnữ:Nunquid putas
temere illum no mina iſtis impoſuiſſe.Quin & HomerusOceanum deorum originem
inſtituit, & The tyn genitricem.Idemouoluit,utarbitror, &
Heſiodus.Aitpræterea Orpheus, Oceanű primum pulchrifluum cõiugium inchoaſſe,
quicum Tethy germana ſeſua commiſcuit. Vide ő maximehæc inuicem cõfonant,omniağ
in opinionēHeracliti redeunt. HER. Viderismihialiquid dicere Socrates. Tethyosautem
nomēhaud fatis quid ſibiuelit, in telligo.soc.Hocutißidem
fermeſignificar:quoniam fontis nomēeſt reconditů.Nam doctons & xlsus,id eſt
ſcaturiens & tranſiliens,fontis imaginem præ ſe ferunt, ex utrif queuero
hiſce nominibusnomen tudúceſt compoſitum. HER.Hoc quidem belliſi mum eſt ô
Socrates.soc..Quid ni? Verum quid deinceps:Deloue profecto diximus. HER. Siceſt.soc.Fratres
autem eius dicamusNeptunum atq Plutonē,nomeno aliud quo ipfum
uocant.HER.Prorſus.soc. VideturNeptunusab eo qui primum nomina uit,idcirco
mooddãy uocatusfuiſſe, quia euntem ipſum marisnatura detinuit,nec pro,
grediultra permitit,ſed qualiuincula pedibus ipfius iniecit.Maris ita principem
rood @ væ uocauit, quaſi qosideouov, id eſt pedum uinculũ.& uero decoris
gratia forte adie ctum fuit. Forſitan nő hoc fibiuult,fed pro ar, a primo fuit
pofitum, quafi dicat mom sidós, id eftmultanofcens Deus,Fortaſſis ab eo quod
dicitur códy, id eft quatere,okwu ideft quatiens eſtnominatus, cuiw & d
fuitadiectū. Plutonem autem quali zašto, id eſt diuitiarī datorem dicimus,
quoniam diuitiæ ex terræ uiſceribus eruuntur:& dxs uero multitudo
interpretatur, quali addis, triſte tenebroſum'ue. Atæ hocnomen horrentes
Plutonem uocitant.HER.Tuuerò quid fentis Socrates. soc. Videnturmihi homines
circa potētiam Deiiftiusmultifariam errauiſſe,eumg exhorruiſſeſemper,cum minime
deceat.Porrò quiſ ex hocpertimeſcit,quòd nemo poftquam defunctus eſt,hucredit,
quod'ueanimanudata corpore,illucabit.Cæterum hęcomnia & regnum & nomen
hư ius dei,eodem tenderemihiuidentur.HER.Quo pacto:soc.Dicam quod fentio. Dic
age. Vtrữ horũualidiusuinculâ eft ad quoduis animal alicubidetinendű,
neceſſitas'ne, an cupiditas? HER.Longeô Socrates,præſtat cupiditas.soc.Annõ
plurimi,&dw quo tidie ſubterfugerent,niſi fortiſſimo uinculo eos
quiillucdeſcendunt,uinciret: HER. Vi delicet. Soc. Quare cupiditate quadam
eos,utuidetur,potius ő neceffitate deuincit, fi modouinculo
nectitfortiſſimo.Her.Apparet.soc.Nónne rurſus multæ cupiditates funt
HER.Multę.so c.Ergo uehemētiſlimaoñiữ cupiditate nectit eos, fimododebet
inſolubilinodo conectere.HER. Certe.soc.Eft'neuehemētiorulla cupiditas, ş ea
qua quiſcrafficitur,dum alicuius conſuetudinemeliorem feuirūſperat euadere:
HER.Nul..“ lamehercle Socrates.so C.Hacdecaufa dicendűHermogenes,neminem
hucillincuel lereuerti,nec etiã Syrenesipfas, imò & eas & cæterosomnes
ſuauiſſimis Plutonis ora tionibusdemulceri.Éſtý,utratio hæcteſtat,deus is
ſophiſta proculdubio diſertiſſimus & ingentia confert his quipenes ipſum
habitãtbeneficia, qui uſ adeo diuitñs affatim abundat,uttantanobis bona
ſuppeditet,unde & Pluto eſt nuncupatus. Annõ philoſo. phitibiuidet officium,
q nolithominibus corpora habentibus adhærere, sed tūc demữ admittateos,
cũanimus illorum eft corporeis omnibusmalis cupidinibus* purgatus:
Excogitauitnempehic deus hacratione fe animosmaxime detenturũ,ſi uirtutis eos
aui ditate uinciret. Eosautem quiftupore & infania corporis
ſuntinfecti,nepater quidem Plutonis Saturnus ipfe,fuis illis uinculis coercere
ualeret,fecumý tenere.HER.Nonni hil loquiuiderisÔ Socrates.soc.Longeabeft
Hermogenes utnomē& dos, quali cudes id eft trifte tenebroſum'uefit
dictâ,imoab eò trahiturquod eft sid qvac, id eſt noſle omia pulchra.Ex hoc itaq
deus ifteà nominữ conditore &dys eſt nấcupatus.HER.Quid præ terea dicimusde
Cereris nomine, Iunonis“, Apollinis & Minervæ,Vulcanig &
Martis,cæterorumýdeorum: soc. Ceres quidem dwuktor nuncupatur ab ipſa
alimentorī largitione, quaſi didolæ pektyg,hoc est exhibensmáter. Kex uero,id
eſt Iuno, quali fatá, id eft amabilis,propter amorem quo Iupiter in eam
afficit.Forte'etiam ſublimeſpectans quihoc nomen inſtituit,aeram,spav denominauit,
& obſcurelocutus est, ponensin fine principiữ quod quidem
patebittibi,finomen illud frequenter pronüciaueris. DefélQKT say,id eſt
Proſerpinam,& denómwnominare nõnulliuerent,propterea quòdillis ignota eſt
nominum rectitudo. Enimuero permutantes degregóvlw ipsam considerant,graue id illis
apparet. hocautēdeæ ipsius sapientia indicat. Sapientia utic eft quæ
resfluentes attingit,& aſſequi poteft.Quamobrem gegéraqemerito dea
hæcnominaretur,propter fapientiam, & Encolu, id eſt contacta, qepomlis, id
elt eius quod fertur, ueltale aliquid, Quocirca adhæret illi ſapiens ipſe édes,
quia ipſa talis eſt.Nunc autem nomen hocde. clinant,pluris facientes
prolationis gratiam ueritatem, utqepiqastav nominēt. Idem quoq circa Apollinis
nomen accidir. nam pleriq id nomen exhorrent, quasiterribile ali quid preſeferat.Annõ
noſti:HER.Vera penitus loqueris.soc.Hocaūt,utarbitror,hu ius dei potentięmaxime
cõuenit.HER. Quarationeso c.Conabor sententia meam ex primere.Nullű profecto
nomen aliud unum quatuorhuiusdei potentijs reperiri conue nientius potuiſſet,
quod & cöprehenderet omnes, & iplius quodammodo declaret musicam,
uaticinium, medicinam, & sagittandiperitiam. HER. Aperias iam.Mirum quiddã
nomen effe id ais.soc.Congrue quidem compoſitõeſt, conſonatý,utpote quod ad de
um pertinet muſicum. Principio purgatio purificationesø & ſecundum
medicinam,& ſecundum uaticinium,item quæ medicorum pharmacis peraguntur, ac
uatum incanta tiones expiationes, lauacra, & afperſiones, unum
hocintendunt, purum hominem & corpore & anima reddere. HER. Sic omnino.
soc. Nónnedeus qui purgat, ipse erit aro aówn & Ösp núwy,id eft abluensa
malis, solvens,q Apollo ipfe ſignificat? HER. Abſque Tubio.soc. Quatenusitap
diluitata soluit, uttaliū medicus, åpnvwy merito nuncupa tur. Secunda vero
divinationem uerumg &moww, id est simplex, quod idem eft, recte more
Theſſalicorűnominarehunc poſſumus.hinempe omnes deum hunc ámró uocãt. Quatenusaấtási
Boda wy, id eft ſemper iaculando arcu uehemens eft,ás Badawy dicipo teſt,hoc
eſt,perpetuus iaculator.Secundữueromuſicam, dehoc eſt cogitandū quemad modum de
eo quod dicit & nórolo & « xomis,id eftpediſſequus,comes, & uxor,
in qui. bus& ur & in alijsmultis, idem quod ſimul ſignificat.Hic quoq
&& zónas ſignificant uerfionem quæ ſimul & unaperagitur, quam
cöuerfionem dicamus.Ea in cælis eft,quæ per eos fit quos sónos uocamus:in cantu
uero & quovia, quam dicimus ovuqwricw. Quia in his, uttraduntmuſicæ &
aſtronomiæ periti,harmonia quadā ſimulomnia cõuertunt. Hicaấtdeusharmoniæ
præfidet omonwy,id eft fimuluertenshæc omnia,& apuddeos & apud
homines.Quemadmodum igitoorkeudoy & Oxóxosniv, id eft ſimuleuntem &
ſimul iacentē,uocauimus anonovlov & KOITIY, o in « permutantes, ita
Apollinem nomi navimuseum qui erat &Mortondy, altero a interiecto, quia
æquiuocũfuiſſetduro cum no mine.quod & his temporib. ſuſpicati pleriq, ex
eo q non recteuim nominishuius ani maduertűt, perindehocmetuunt, ac si
perniciem quandã fignificaret.Sed reueranomen hocomneshuiusdei uires
cõplectitur, quemadmodūſupra diximus. Significat eſlim plicem,perpetuũiaculatorem,
expiatorē & conuertentem.Muſarā uero & muſicæno men,ab eo quod
dicitpães, id eft inquirere,indagatione & ftudio ſapientiæ tractõelt.
agtá,id eſtLatona,à manſuetudine dicit,quia fic edereuwy, id eſt prompta &
expofita & Tibens ad id quodpetit quiſqs exhibendű. Forte'uero ut
peregriniuocãt:multinamga, tú nomināt, quod nomen tribuiſſe uident,quia non
rigida illi mens,ſed mitis,ideo agli, quali neopress,id eftmos lenis &
mitis ab illo cognominat. opruis, id est Diana, ex eo quòd aprejés, quali
integra modeſtaciz sit propter uirginitatis electionē. Forſitā etiã qua
fiageplisoge,id eft uirtutis conſciã,uocauit nominis inftitutor.Fortaffis etiã
dicta eft'Ar temis,quafi apo u des Chocous,id eft quafiilla cõgreſſum oderit
uiricum muliere.Vel enim propterhorâ aliquid,uel propteromnia huiuſmodinomen
eſt inſtitutű.HER: Quidue ro dióvvoos & espositor's O.Magna petis Hipponici
fili.Atqui eſtnominâ ratio his díjs inpoſitorâ gemina,ſeria uidelicet &
iocoſa.Seriã quippe ab alñs quære,iocofam aứcni hil prohibetrecenſere. locoſi
fanè & difunt: Dionyſuso eft didòs i ciroy id eſt uinida tor, qual tor,
quafi nobivuosioco quodã cognominatus. Vinum autem merito uocari potest oto 18s
quod efficiatut bibentes pleriq mentealienati,oisdocevouü exay, ideftmentem
habe rele putent.DeVenere Hefiodorepugnarenon decet,ſed concedere propter ipfam
ex dogo, hoc eſt ex ſpuma, generationē đopoditlw uocari.HER.Acuero Minerua, ô
Socra tes,Vulcanūča & Martem,cum fis Atheniēlis,ſilentio nõ
præteribis.soc.Haudquais decet.HER.Non certe.soc.Alterâ quidem eius nomen
quamobrē ſit impofitũ, haud difficile dictu.HER.Quod: soc. Palladē eam
uocamus.HER. Planè.soc.Nomen hoc cenſendum eſt à faltatione in bello ductum
fuiſſe.porro uelfefe,uel aliud à terra attolles re ſeu manibusaliquid
efferre,dicimus cámay, & wameat,id eſt uibrare,agitare & agitari,&
ſaltare, & ſaltationem perpeti.HER.Ablo controuerſia,Palladem hac ratione
uocamus,acmerito.Her.Alterű eiusnomē quo pacto interpretaris: so c. állwaữ quæris:
HER. Id ipsum.soc. Grauiushocamice: vident prisci å blwaw exiſtimare,quemad,
modum hiquihis temporibusin Homeri interpretationibus ſunteruditi.Nam iftorum
plurimiHomerữexponuntåbwaw tano mentem cogitationemg finiſſe. Et qui nomi na
inuenit,tale aliquid de illa fenfiffe uidetur,imò etiam altius eam
extollēs,utDeimen tem induxit, perinde ac fi diceret sleovõu, hoc eftutens æ
pro y externo quodam ritu, s uero & o detrahens,fortè'uero non ita, ſed
IGavónas, id eft,utpote quæ diuina cogno ſcat,præ cæterisomnibus deoroli, id
eſt diuina cognoſcentē, uocauit.Neqab re erit,li di xerimus uoluiſſe
illũappellareeam klovólw, qualiipſa in more intelligentia fit. Ipſe poſt modữ,uel
eciam pofteriores in pulchrius,ut uidebat,aliquid producendo,Athenean de
nominarunt.HER.Quid de Vulcano quem aquusov nominãt: so'c. Quidais:Num ge
neroſum ipſum páso- isogæ,id eſt luminispræfidem quæris? HER.Hâc quæliffe
uideor. soc.Hic utcuiq patere poteft, quiso eft,& x ſibiuendicat.Vnde igas
id est,lu minis preſes eſtdictus.HER. Apparet: niſitibiquoq modo adhucaliter
uideaf.s o c.An neuideatur aliter de Marte,interroga.HER.Interrogo.soc.Siplacet,õpys,
id eft Mars, dicitur fecundâ ãgger,id eſt maſculã, & av dogov,id eſt forte.
Quinetiã fi uolueris ob na turam quandãaſperam,duram atq inuictã,immutabilemý,
quod totumägøæby appella tur,ogy uocatum fuiffe,hoc quo & Deo
penitusbellicoſo cõueniet.HER. Prorſus.Soči Deosiam mittamus per deos obsecro.Nãdehis
diſſerere uereor.Adalia uero quecung uis,meprouoca,ut
qualesEuthyphronisequiſunt,noueris.HER.Faciam utpetis,ſi unű deme
quæfiuero.meliquidē CratylusHermogenē eſſe negat. Inueſtigemus ita quid épus,id
eft Mercurii nomen fignificet,ut fiquid ueri hicloquit,uideamus.soc. équis, id
eſtMercurius,adſermonēpertinere uidetur, quatenus égjelw rús eft,hoc eſt
interpres & nuncius, furtiuús inloquendo ſeductor,ac uehemens concionator.
Totum id circa fer monem uerfatur.profecto quemadmodum in fuperioribus diximus,
kedy ſermonis eſt uſus.Sæpeuero dehocHomerusait £ukcal, id eft machinatuseſt. Ex
utriſq igitur no. men huius dei componit,tum ex eo quod loquieſt,tum ex eo
quodmachinari & exco gitare dicenda, perindeac ſi nominis autornobis
præciperet: Pareſt, ô viri, ut deum illa quiaipfufukcal, id eſtloquimachinatus
eſt, sipíulw uoceris. Nos aấtarbitratiſice legan tius eloqui, éguli uocamus. Quinetiam
ies, ab eo quod apdu, id eſt loqui, nomen habet, propterea quod nuncia eſt. HER.Probemediusfidius
Hermogenē elleme Cratylus ne gauilfe uidetur. Adorationis enim inventionem
hebes ſum.Soc. Conſentaneâ quoc amice, wową biformem filium efle Mercurî.HER.Qua
rationer'soc. Scis quòd fermo # aw,id eftomne ſignificat,circuitý & uoluit
ſemper,eſtó geminus uerusuidelicetac fal ſus: HER.Equidem. soc. Annon id quod
eſt in ſermoneuerum,leue eftatæ diuinâ, ſu praç in dñshabitans.Contrà quod
falſum,infrà in hominữmultis,afperű ato tragicũ: Hincenim fabularum comenta
& falfa & plurimacirca tragicam uitam reperiunt.HER. Sic eft
omnino.soc.Merito igitur quiefttaw, id eft totâ nuncians, & æs monasy, id
eſt femper uolutans,7 dezóros biformisMercurij filiusdiceret, ex ſuperioribus
partibus lenis ac delicatus, ex inferioribus aſper atok hircinus.Eftg
Panuelipſe ſermo,uel ſermo nis frater,fiquidem eſt Mercurij filius.Fratrem uero
fratri limilem effe quid mirum:Ce terüiã o beate, ut & paulo ante rogabā,
ſermonem dedñshunc abrumpamus.HER.Ta. les quidem deos,li uis,mittamuso
Socrates,huiuſmodiuero quædam percurrere quid prohibet.Solem,lunam,
ftellas,terram,ætherem,aerem,ignem, aquam, ver & annum: D soc. Multa funt
acmagna quæ poftulas. Sicamen gratum tibi futurum eſt,obfequar. HER.Pergratum
plane.soc. Quid primum poſcis: an utipſenarrabas in primis stov, id eft folem; HER.Profecto.soc.Manifeſtius
id fore uidetur,li Dorico nomine quis uta tur.Dorici enim asoy uocant,ato ita
uocatur ſecundữ &nizdv, id eſt ex eo quodcongre gat in unum homines,cum
exoritur. Item ex eo quod circa terram &scina, id eſt ſemper
reuoluitur.Præterea quia uariat circuitu ſuo quæ terra naſcuntur. Variareautem
& duo. agy idem eft. HER. Quid uero de anlws, id eft luna,dicendum:
soc.Nomen hocui detur Anaxagoram premere. HER.Cur.soc. Quoniam præ se aliquid
fert antiquius, quod ille nuperdixit, quodlunaà fole lumen haurit.HER.Quo
pactors o coenas idem eſt quod lumen; HER. Idem. SocR.Lumen hocperpetuo circa
lumen voy & güvoy eſt id eſt nouum ac uetus,limodo Anaxagoriciuera
loquuntur:nam circûluſtranseam con tinue renouatur, Vetusautem eſtmenſis
præteritilumen.HER.Vtig.soc.Lunam qui dem odavalav mulcinominant. HER.Certe.
soc. Quoniam uero lumen nouum acue tus ſemperhabet,merito
uocarideberetadægurteoddam Nunc autem conciſo uocabulo ahavice uocatur. HER.
Dithyrambicum nomen hoc eſt, ô Socrates. Verum uave, id eftmenſem:& äspe
quomodo interpretaris. soc. Menſis quidem várs recteab vas. atroce, id eſtàminuendo,
iure nuncuparetur. Astra uero & sectic, id eſt coruſcationis co gnomentum
habent. « Soekautem quia au o ads avasosqe, ideft uiſum ad fe conuer. tit,
ánæspon á dici deberet, nunc cõcinnioriuocabuloaspauinominal. Her.Vnde no men
trahil mie& idap, id eft ignis & aqua:'Soc. Ambigo equidē,uideturg
autMuſa meEuthyphronisdeſeruiſſe, authocarduum quiddam effe. Aduerte obſecro
quò confu giam in omnibus quæcunq dubito. HER. Quonam: soc. Dicam tibi.ſcis
ipſe qua ratio ne wüe nominat: HER.Non hercle.soc. Vide quid dehoc ſuſpicer.Reor
equidêmul ta nomina Graecos a Barbaris, eos preſertim quiſub Barbaris ſunt, habuiſſe.
HER. Quor ſum hæc.soc.Siquis rectam iſtorũ impoſitionem fecundum græcã uocem
quærat,non ſecundum eam qua eſt nomen inuentũ nimirum ambiget.HER. Verifimile
id quidem. soc. Vide itaç nenomen hoc quebarbaricum ſit.neo enim facile eft
iſtud græcæ lin guæ accomodare, conſtataita hocPhrygios nominare parum quid
declinantes, & ý. dwg & xuías,id eft canes,alia permulta. HER. Vera hæc
sunt. soc. Ergo distrahereiſta nihil oportet, quandoquidem deipſis nihil dicere
quiſquã poteſt.Quapropter nomina illa ignis & aquæ huncinmodum reñcio
kázautēſic eft dictus Hermogenes, quia quæ circa terram ſunt, deed,id
eſteleuat.uel quia aega, hoc eft ſemperfluit,uel quia eiusflu xu
ſpiritusconcitatur.Poetæ quippe flamina aktasnuncupant.Forte igitur aer dicitur
quali avocTócow, agzóſſow id eſt ſpiritus fluens, uel fluens flamen, dedica
præterea fic exponendum arbitror, quoniã đa dicirca ãégæ pêwy, id eft ſemper
currit circa aerem fluens, quocirca čeddeks dicipoteft.gæ autē, id eſt
terra,planius fenſum exprimit,ſigara dicatur.yaa enim recte görkodea, id
eltgenitrix dicipoteft,utait Homerus.Nãquod gazdan dicit, genitum in
re,inquit.Quid reftat deinceps. HER. Ver & annus, ô Socra tes. soc. Spore
quidē, id eftueris temporapriſca & Attica uoce dicendaſunt,ſi uis quod
conuenienseſt,cognoſcere. Horæ nanquocant, quia ief80, id eſt terminant hyemem
atçæftatem uentosca & fructus ex terra nafcentes. giveau tos aất &
čnos, id eft annus,idem effe uidet.Quod eñ in lumen uiciſlim educit,quęcung
naſcunifiunto exterra,ipſum in ſeipſo examinat & diſcernit,annus eft: &
ut ſupra louis nomen diximus in duo ſectű, ab aliquibus Pavæ,ab alijs diæ
uocari,ita & annữ quidam giardy yocant,quia in ſeipſo, quidā quia
examinat.Integra uero ratio eft ipfum q in ſeipſo examinat.Vndeexo
ratiõeunanominaduo ſelecta funt.quòd eñ limuldicit,co giairū étolov,id eft in
ſeipſo examinās, diſtinctum dicitur griaunos, & £70s, id est annus. HER. Atuero
Ô Socrates,iam longe pgrederis.soc.Longiusequidēin philoſophia uideor euagari.
HER. Quinimò. soc.Forte'magis cöcedes.Her.Verum pofthancfpeciē libentiſlime
contêplarer,qua rationerectenomina iſta præclara uirtutūſint impofira,ut
ogórkas,id eft prudentia,cuir as, intelligentia, xacoou's,iuftitia, ac reliqua
huius generisomnia.so c.Haud conte. mnendum genus nominū ſuſcitas,ô amice.
Veruntamen poſto leoninā pellem ſum in dutus,haud deterreridecet,imò præclara
ipfa,utais,nomina prudentiæ,intelligentię,co gitationis ſciêtiæ
cæterorūphuiuſmodicõliderare.HER.Quin profecto prius deſiſtere nullo mododebemus.Soc.
Ædepolnõmalemihide eo conijcere uideor, quod modo conſiderabam,antiquiflimos
uidelicet illos nominữ autores, ut & fapientiâ noftrorum plurimis
accidit,ob frequentem ipfam in rebus perueftigandis reuolutionem, præter
ceteros in cerebri vertiginem incidiſſe:quo factum puto utres ipsæ proferri
& vacillareil lis apparerēt.opinionis autem huius caufam.haud interiorem
uertiginem,ſed exterior? cc ipfarum rerű circuitum arbitrātur:quas ita natura
habere ſe putāt, ut nihil in eis firmum. ZE & ftabile fic,fed
fluantomnesferanturo,& omnifariam agitentur, ſemperø gignantur.PC &
defluant. Quod quidem in his nominibus, quæ nuncrelata ſunt, conſpicio. HERM.CC
Quo pacto Socrates.soc. Haudaduertiſti superior nomina rebus qualidelatis,
fluentibus, & iugigenerationetranslatis impofita fuiſſe: HERM.Nă ſatis
percepi.soc.Prins cipio quod primûretulimus,ad aliquid huius generis
attinet.HERM. Qualeiſtud: soc. apórnois,id eſt prudétia eft,qopás a govórous,
id eſt lacionis & fluxus animaduerſio. Signi ficare quog poteſt,recipere
övnou dopás,id eſt lationisutilitatê.Tádem circa ipfam agita tionem uerſatur. Quinetia
liuis yvaus id eft cogitatio fignificat govis várnoip,id eft gene rationis
cõliderationem.you cû quippecõſiderare eſt. voxois autem, id eft intellectio,
eſt réov čois,id eft nouideſideriũ.nouas uero res eſſe,ſignificat eas fieri
ſemper.atqß hoc deſi derare & aggredi animum indicat qui nomēillud
inuenitvsotow.principio nang vósois, nõdicebatur,fed pro,duo se proferēda
erant,ut rebois, quafivéov, id eſt noui toisappe. titio & aggreſſio.ow
poowy,id eſttemperātia illius quodmodo diximus Opornotus, id eſt prudêtiæ,falus
& conſeruatio eft. udtskun,id eſt ſcientia,ab eo quod inftar & fequit
tra &tum eſt,quafi res fluentesſolas animusperſequatur,inſtetø &
comitetur:at negexmo tra poſterior,neæ præcurſioneſicprior.Quare&
interiecto shylew uocare decet ouisas tanquam fyllogiſmus,id eft ratiocinatio
quædam eſſe uidetur.Cum autem owibrac dici tur,idem intelligiturac fi diceretur
etiska. Nam oftendit cum rebusanimum congre dirogix, id eft fapiêtia,agitationis
eft tactus.Obſcurius autem, & alieniushoc à nobis. Verum animaduertendữeſt
in poetis, quotiesuoluntaduentantem aliquem & irruen tem exprimere,ovulo.id
eſt erupit,profiljjt,dicere.Quin & illuftricuidam apud Lacedæ. moniosuiro
nomen erat oös,id eſt præpes.Sic enim Lacedæmones cõcitationis impe tum
indicant. Qualiitaqomnia perferantur,huiusipſiusagitationis, quę eo quod oos di
citur,ſignificatur,iniqw,id eft tactum perceptionem aſophia demonſtrat..yglóxid
eſt bonum cuiufqsnaturæ « y« sóy,id eft mirabile,amabile,delectabile
ſignificat.Enimuero poſtos fluuntomnia,partim celeritas, partim tarditas
ineſt.Eft igiturnon omneuelox, fed ipſius aliquid « y « soy.Quod quidēayasov
ipfius& yali nomine declaratur.ductoo uby, ideft iuſtitia,quod xaiov oubsou
ideſt iuſti intelligentiam importet, facile conijcere pol fumus. Quid autem
ipſum singu op fibi uelit, difficile cognitu.Videtur autem huculoa multis quod
dictum eſt cocellum,reliquum uero dubium.Etenim quicung totum mobile
arbitrantur, plurimum agitari ipſum exiſtimāt,per omnealiquid permanare quo
fingula fiant, quod'ue tenuiſlimum fit & uelociſſimum.Nec enim per
omniadiſcurrere polle,nifiadeo tenuelit ut nihil possit
obliſterepenetráci,& adeo uelox, ut cæteris quafi ſtancibus utatur.Quoniam
uero gubernatomnia, dlačov, id eſt diſcurrens & permanans, merito dinglov
eft appellatū, x uno politioris prolationis gratia interiecto. Hactenus quod
modo diximus, inter plurimosconftat hoceffe iuftum.Ego autem Hermogenes urpo te
diſcēdideſiderio flagranshæc omnia perfcrutatus ſum,& in arcanis
percepiquod hoc ipſum iuftum ſit, & cauſa.quo enim res ipfæ fiunt,hoc eſt
caufa:proprieś ita uocariiſtud debere quiſpiam tradidit.Cum uero ab his iam
auditis iftis nihilominus diligenter ex., quiro quid ipfum iuftum ſit, quando
quidem ita fehabet, uideor iam ulterius quam decet exigere, & caueam,utdicitur,uallūý
ſupergredi.Satis enim femperrogaſſeme & audiſ- Prouerbia fereſpondent,meg
uolentes explere alius aliud afferre conantur,neo ultra coſentiunt. Quidam ait
iuſtű hoc, folem effe.Solâ quippe folem diſcurrendo calefaciendog omnia
gubernare. Cum uero hoc alacer cuiquam qualipræclarum audierim, refero, ftatim
ille meridet, quærito nunquid exiftimem post solis occaſum iuftűnihil hominibus
superef le: Percontanti itaq mihiquid ille fentiret,ipfum ait ignem iuftâ
exiſtere.neqid cogni tu facile,quarealius,inquit,nõignem ipſum ſed ipſum potius
innatum ignicalorē.Alius hæc omnia pro nihilo habet.eſſe enim iuſtā mētem illâ
quâ induxit Anaxagoras. Dominam certe illam fuapte natura,necalicuimixtam
exornare omnia inquit, per omnia pe netrantem.Hic quidem ô amice in
maiorēambiguitaté fum prolapſus, quàm antea dum nihil deiuſtitia
ſclſcicabar.Cæterű utredeamus ad id cuiusgratia diſputaus,nomēillicale propter
hæc, quale diximus,eft tribucũ.her. Videris Ô Socrates, ex aliquo audiſſe hæc,
nec ex tua officinaruditer deprompſiffe. soc. Quid alia: HERM. Non ita.s o
c.Atten de igitur; forte'nançsin reliquis te deciperem, quali quæ afferam non
audierim.Poſtiu ftitiam quid reſtare avdgíay,id eft fortitudinēnondum
peregimus.iniuſtitia faneobſtacu lum eiuseſt quoddilcurrit per omnia, dvd piæ
in pugnauerfatur.pugna in rebus fi quidē fluunt nihilaliud fluxusipfe
contrarius. Quapropter fi quis d ſubtraxerit ex nomine hocadipiæ,nomen quod
reftat aveia, opusipſum declarat. constat planè quòd non flu xus cuiuſqz
contrarius gom id eſt fluxus,fortitudo eft,fed oppoficus illi quipræter iuſtum
ficfluxui.Neqzenim aliterfortitudo eſſet laudabilis.žeệw autem,ideft mas, &
civip,uir à ſimili quodã ducâtoriginē,ſcilicet ab ävw gom,id eſt ſurſum fluxu.pusuero,id
eſtmulier, quafi jová, id eſt fæcunda & generatrix,bãiv,id eft fæmina.cn?
Begrãs,id eſt papilla dici tur,oxå saấcuideturHermogenes dici,quia retraçúc, ideft
germinare pullulareg facit,ut irrigans ea quæ irrigantur.HERM.Sicapparet,ô
Socrates.SOCR.Idride,id eſt uireſcere, adoleſcere, floreſcere,augmentum'iuuenum
repræſentat, quaſi uelox quiddam & fu bicum, quod innuitille quinomen
conflauit ex leiv, id eſt currere, & &Ma, id eft faltare.
Animaduertismeuelui extra curſum delatâ,poftquãplana ac peruia nactus ſum: Mul
ta quoqz ſuperſunt quæ ad ſeria pertinere uident.HERM.Veraloqueris.soc. Quorữu
num eft utuideamus quid de xuwid eſt ars importet. HERM. Prorſus.SOCR.Nonnehoc
şuu vä, id eſt habitum mentis oſtendit, ſi z demitur,interſerifautêomediữ inter
x & v,& interv & nézován: HERM. Aridenimiū Socrates &
inculte.soc.Anignorasbeateuir no mina uetera diſtracta iam effe,atq cõfuſa à
ſermonis tragiciſtudioſis,elegantiæ gratia ad« dentibus & fubtrahentibus
literas,ac partim tēporis diuturnitate, partim exornationis& ftudio undiq
peruertēcibus ucecce in na rów,id eft fpeculo, abſurdű eft ipliusaddi “ tamentū:
Talia certe,ut arbitror,faciâtquioris illecebras pluris æſtimantő ueritatem.
Quamobré cũ multanominibus ipſis adiecerint,tãdem effecerűt, utnemoiam nominūdu
fenfum animaduertat.Quemadmodãdum o qizæ,id eſtmõſtrum quoddã proferunt,cūcl
oqiya pronunciare deberēt,ac cæteramulta. Profecto fidareturcuiş arbitratu ſuo
& de mere& addere,magna utic eſſet licentia, & quodlibetnomē cuiæ
rei unuſquiſq tribueu ret:HERM.Veranarras, so CR.Vera plane, ſed enim
mediocritatem quandam aros decorum ſeruare te decet præsidem sapiętem.HERM.Outinam.soc.Atqui&
ipſe,o Her mogenes, opto uerum ne exacta nimium diſcuſſione, uir felix,
exquiras, neuim meam prorſus exhaurias.Afcendam quippead ſupradictorum apicen:
posto post artem cõli. derauerimus Myjavlw,id eftmachinationéexcogitationemg
ſolertem. Videtautem li gnificare idem quodmultum pertingere &
aſcēdere.Componitur ergo ex his duobus, púxos, id eſtlonge & multum, &
dvey,id eft aſcendere,penetrare,pertingere. Sedutmo. do dicebam, adſummam
dictorum perueniendum eft, quærendum quid nomina iſta significant, opeta, id est
uirtus, & xcxiæ,id eft prauitas.Alterum quidem nondum reperio, alterum
patere uidetur.Nam ſuperioribusomnibus conſonar,nempetanquam eancom nia:Kards
sok,id eſt male uadens:xariæ,id eft,prauitas erit. quarecum animamale adres
ipfas accedet,communiter praua dicetur. proprie uero acmaximeprocedendihæcfa.
culcas inoshiq,id eſt timiditate patet, quam nondum declarauimus.
prætermiſimuse nim.Oportebatautem continuopoft fortitudinem ipfam inferre.Multa
inſuper alia prę teriſſeuidemur.ddníc ſignificat durum animæ uinculum.domés
enim uinculum eſt.nian uero forte quiddam durumg ſignificat.quare
timiditasuehemensacmaximum eſt ani mæ uinculum: quemadmodum & exeíc,id eſt
defectus inopia, dubium,malum quiddã eſt,ac fummatim quodcuną progreſſus ipfius
impedimentum,idé male progredi uide tur oſtendere,in ipſa uidelicetmotione
impediri atą detineri. Quod cum animaſubit, prauitate plena dicit.Quod ſi illud
prauitatis nomen talibus quibuſdam cõpecit,contra rium osti,id eſt uirtus
ſignificabit.In primis quidē facilē agilemą progreffum, deinde folutum &
expeditū animæ bonæ impetum effe oportet. Quamobréabloaz impedimēto obſtaculog
és béov,id eſt ſemperfluens iure cognominari poffet adgfútn.fortè uero &
αριτίω degerli uocatquis,quia litaliftas aép&TUTTys,id eftmaxime eligendæ.
Verum colliſo uocabulo obetxdenominatur.Forſitan mefingere dices:ego autem
aſſero, ſimodo no men illud prauitatis quod retuli,recte eſt inductum,recte
quoc & iſtud uirtutis nomen induci.HERM.Arranów,id eftmalum,per quod in
ſuperioribusmulta dixiſti, quid ſibi uult: so c.Extraneum quiddam per louem,ac
inuétu difficile. Icaq ad hoc etiam machi namentum illud fuperiusafferam.HERM.
Quid iſtud: SOCR. Barbaricum quiddam & hoc esse dicam.HERM.Probeloquiuideris.soc.Cæterum
hæciam fi placet mittamus, nominauero iſta menon & degeóv, id eſt pulchrum
& turpe, conſideremus. Quid degepon innuat, fatis mihipatere
uidetur.Nempecum ſuperioribus conuenit. uidetur quinomi na ſtatuit,paſſim
agitationis impedimentum uituperare.utecce,és igorri zion pouw, id eft femper
impedientifluxum nomen dedit aegóggow. Nuncuero collidentes degsów
appellant.HERM. Quid nonoy, id eſt pulchrum: soc.Hoc cognitu difficilius,
quanquam ip ſum ita deducitur,utharmoniæ duntaxat & longitudinis gratia
ipſum æ ſit productum. HERM.Quo pacto: soc. Nomen hoc cogitationis cognomentum
quoddam esse videtur. HERM.Quiiſtud ais:'soc. Quam tu cauſam appellationis rei
cuiuſ cenſes: an nó quod nominatribuit: Herm.Omnino.so c.Nónne causa hæc
cogitatio est veldeorũ, vel hominum,uel amborum: HERM. Nempe.soc.Ergo xaréoa,ideft
quoduocatres, & kxaóv,idem accogitatio ſunt.HERM.Apparet.soc. Quæcunq mens
& cogitatio a gunt,laudanda ſunt:quæ non,uituperanda.HERM.Prorſus.soc. Quod
medicinæ par. ticeps,medicinæ opera efficit:quod fabrilis artis,fabrilia.Tu
vero quid fentis? HERM. Idem.soc.Pulchrum ita pulchra.HERM.Decet.so c.Eft autem
hoc,ut diximus,cogi tatio. HERM.Maxime.soc.Nomen ita @ hoc naróv, id eſt
pulchrum,merito erit pru dentiæ cognomentum,talia quædam agencis, qualia
affirmantes pulchra eſſe,diligimus. HERM. Sicapparet.SOCR. Quid ultra generis
huius reftat inveſtigandum: HER M. Quæ ad bonum & pulchrum
ſpectant,conferentia uidelicet, utilia, conducibilia, emo lumenta,horum
contraria. soc. Quid our popov,id eſt conferens ſit,ex ſuperioribus ip
ſeinuenies. Nam nominis illius quodad ſcientiam attinet, germanum quiddam appa
ret.Nihil enim præ ſe ferc aliud quam qopav,id eſt lationem animæ ſimul cum
rebus, quæ ue hinc proueniunt,uocari orredoporre & ovu qopa, id eſt
conferentia,ex eo quod fimul circumferuntur.Herm. Videtur.soc.Losdantov autem,id
eft emolumentum: 7 koše dos,id eſt lucro.xopdos uero,li quisv prod nominihuic
inferat, quod uult exprimit. Ná bonum alio quodam modo nominai. Quod enim
omnibus xopavuutui, id eſt miſcetur diffuſum per omnia,hanc ipfam eiusuim
fignificansnomen illud excogitauit pro vap ponens,ac Kopdo pronunciauit. HERM.
Quid autem vorzask,id eft utile soc.Vides tur Ô Hermogenes,non ſicut
cauponeshoc utuntur, idcirco Avantasy uocari, quia avesa a whece despaúx, id
eſt ſumptusuitat & minuit:uerum quia cum velocissimum sit, res ftareno
finit,neq permittit lationem réao-,id eft finem progreſſionis accipere atæ
ceffare: ſed ſoluitfemper ab illa fugató,fi quis terminusfuperueniat, ipfamós
indeſinentem immor talemg præbet.hac rationebonum avame18yuocatū arbitror.ipſum
enim motionis aú ou do río, id eft foluens terminum,avandou uocari
uidetur.coénomoy uero, id eſt con ducibileperegrinum nomēeſt, quo ſæpenumero
Homerus eſt uſus. Eftauté hocaugen difaciendio cognomētum.Her.Quid de horâ
contrarijs eſt dicendûrsoc. Quæ per ne gationem iſtorum dicuntur,tractarenequaquam
oportet.HER.Quænã iſtar'sOc.co.uk gogov,kiw deres davandés,axopdes.HERM.Vera
loqueris.s o c.Sed Brabopov & yusão s, id eft noxium & damnofum. HERM. Certe.soc.Braboooy
quidembacitou tou how effe dicit,id eſt quod uult& nav, id eſtimpedire
& coercere:pšu id eft fluxum:hocautem passim uituperat:quodő uultanlay góp
pouw, recte bonomopou appellaret.uerum ornatus gratia Brabopón
arbitrornominatū. HERM.Varia tibifuboriâtur,ô Socrates,nomina.at quimihi
uideris in pralentia, quali Palladiæ legispraeludiữ quoddã præcinuiſſe,dum no
men Bracoitopöy pronunciares. so.Nõego in cauſa ſum Hermogenes,fed quinomēip
ſum inſtituerunt.HERM. Vera loqueris. Verum Cauãdoquid: soc. Quid effe debeat
{#ubades dicam Hermogenes: & uide uere loquar,quoties dico quod addētes ac
de mētes literas lõge nominū ſenſum uariant,adeo ut ſæpe exiguâ quidmutantes,
cótraria ſignificationéinducãt.quod apparethoc in nomine dear,id eſt opportunữ.
uenithocnu permihiin mētem deeo quod di& urus ſum cogitanti.Recēs eſt
profecto uoxnobispul chra illa,coegitý côtrarium ſonare nobis d'top &
{mps&d ov,fenſum ipſum cõfundens.Ve tus autem quid nomen utrung uulc,
explicat. HERM. Qui iftucais: soc.Dicam equi. dem.haud præteritmaiores
noſtrosfrequentero & d utiſolitos,necrariusmulieres,quæ maximepriſcam uocem
feruant.Nunc autem pro uelipfum & uelx adhibent, produe. ro (quali
hæcmagnificentius quiddam ſonent.HERM.Quo pactorsoc. Vtecceuetu ftiſſimiuiriin
op'a diem uocabant,pofteriores autem partim čuopov,partim su'épow,co
cant.HERM.Vera hæc funt. soc.Scis igitur uetufto illo nomine tantum mentem eius
quinomen impoſuit declarari.Nam ex eo quod imeipzory, id eſt deſiderantibus
homini bus gratulantibus etenebris lumen emicuit,diem inopor cognominarunt.
HERM.Ap paret.so c.Nunc autem illa tragicisdecantata quid ſibiuelit
suopa,nequaquam intelli. gas.quanquam arbitrantur nõnullispopov dici,quod
kuopa,id eftmāſueta quæg efficiat. HERM.Itamihi uidetur.soc.Neq te fugitueteres
Puyóv,id eft iugum, dvozov uocauiſ fe.HERM.Planè.soc.Enimuero luzów nihil
aperit.at d'voyou,divoiy dywylw,id eſt duori conductionem ligandi ſimul
gratia,monftrat.Idemø eftdemultis alijs iudicandű.HER. Patet.soc.Eadem
rationediopita pronunciatum cótrarium nominum omniâ quæ ad bonum ſpectant
oſtendit.porro boniſpecies exiſtens,déondeouós,id eft uinculum quod dam &
impedimētum proceſſionis effe uidet,tanquam Bag Bopo,id eftnoxij affine quid
dam.HERM.Icamaximeapparet,ô Socrates.Soc.Verum nõſicin nomineueteri, quod
ueriſimilius eſtrecte inſtitutum fuiffe, quàm noftrum. Nempe cum ſuperioribus bonis
conſenties,fi pro 4,1 uetus reſtituas.Nec enim deby;ſed toy bonum illud
ſignificat,quod ſemper nominūlaudat inuentor:Atą ita fecũipſenõdiſſidet, imòad
idem ſpectat,d'ion, quali δίομ, ώφέλιμομ, λυσιτελών, κάρδιαλέον, αγαθόν,
συμφόβου, εύπορου, ideft facile ad pro, greffum.uniuerſü
hocdiuerlisnominib.innuit aliquid per omnia penetrās, omniaq pe rornans,idő
ubiq laudatü: qd uero obftat & detinet, improbata. Quinetiã nominehoc
{Butãds,liyeterű mored profpoſueris,apparebit tibinomen iſtud disutisè boy, id
eft li ganti fiftentiç quod pergit,impofitum.unde & Musãdes cognominandum
eſt.Herm. Quid ádura,númy, uslupia,uoluptas ſcilicet,dolor, cupiditas,
Socrates, & huius generis reliqua: soc.Haudnimis obſcura mihi uidentur
Hermogenes, šidbvi,id eſt uoluptas lir quidem actionis illiusnomen eſt, quæ
adóvgay, id eſt utilitatem emolumentumo tendit duero adiectum facit,ut pro eo
quod eſt sova,údova proferatur.Ajax, id eftdolor,à Stanús Gews,id
eſtdiſſolutione corporis trahi uidetur.Nam in huiuſmodi paflione corpus diffol
uitur.xvíc, id eſt triſtitia, quod impeditigio,id eft ire,demonftrat.&
aguda, id eft crucia tus,peregrinum nomen uidetur,ab ängdvö dictum.éduig,id eft
dolor & afflictio,ab güdlü Oews,id eft ingreſſionedoloris denominatur. HERM.
Videtur.so Cårigoló,id eftmoe ror languor,lationis grauedinem tarditatemg
ſignificat. ãxto enim onuselt.ioy uero pergens.xapod uero,id eſt lætitia
gaudium,à diazúrews,id eft profuſione, & progias,id eft facilitate,poas, id
eſtmotionis animæ,dicitur. Tosalesid eſt delectatio,ab toptivs,id eft
oblectamento ducitur.Topavoy autem à trom,id eft inſpiratione delectationis in
animā Quaremerito uocaretur égaršv,id eſt inſpirans. Temporis autem interuallo
ad Top Arvo deuentum eſt.cuqpoouis,id eſthilaritas & alacritas, quam ob
cauſam dicatur,aſſignareni hil opus.Nam cuicp patet hocnomen trahiab eo
quod dicitur eü, id eſt bene. oum @ opeally id eft unaſequi qualidicat
animabeneres affequi.Vnde cu poporubs uocarideberet:ta men Bagooutlw
appellamus.Sed neg difficile est assignare quid üsgutta, id eſtcupidi. tas
ſibiuelit.Nomen quippehocuim tendentem in Ovuoy, id eft animam & iram &
fu rorem oftendit. Ovuós autem à lúoews& toews,id eft flagrantia, feruore,&
impetu animę. proindeiupo,id eft fuauis & blandaperfuſio,dicitur,jm,id eſt
fluxu animam uehemen ter alliciente.ex eo enim quodiulio ga,ideft
incitatusrerumgappetens fluit,animam uehementerattrahitpropter impetum ſiue
incitamērum fluxus.ab hac tota uiHimeros eſt nuncupatus.Præterea Pothos
uocatur,id eſt deſiderium, quod fane'præfentem fuaui tatem nõ reſpicit,
quemadmodū iuepo,fed abfentem ardet. Vnde wale_diciturqualiá wóvrG,id eft
abſentis cócupiſcentia.Idem ipſe in id quod gratñeſt animinixus,præ ſente co
quod cupitur iuopo,abſente wólo denominatur.iews autem, id eſt amor,quia
doga,id eft influit extrinſecus,neg propria eſt habēti gas,id eſt fluxio ilta,fed
infuſa per oculos. Quapropterabcogar,id eſt influere,čopo, id eft influctio,amor
ab antiquis no ftris appellabat,nam opro wutebantur.nuncautem épwsdicitur,wproo
interpoſito. Ve. rum quid deinceps conſiderandum præcipis?HERM. dlófæ, id eft
opinio,& talia quædã, undenomen habentisoc.déke,uel à diwa,id
eſtperſecutione dicit, qua pergit & pro ſequituranima,conditionem rerum
inueftigans:uelà tófo Borm,id eft arcus iactu. uides turautem hinc
potiusdependere.oinois, id eft exiſtimatio,huic confonat. oftendit quip
pecioiy,id eſt ingreſſum animæin unumquodß conſiderandum,oioy,id eſt quale
fic:quê admodum & bons,id eft uoluntas a Borá,id eſt iactu dicitur: &
Bóns, id eſt uelle, pro pter ipſum attingendinixum ſignificat etiamélis,id eſt
cupere:& Bonbuch, id eſt cõſu lere.Omniahæcopinionem fequentia,Boras
ipfius, id eſt iactus & nixus imagines eſſe uidentur.quemadmodum contrarium,
& boniæ,id eſt priuatio uoluntatis,defectusquidã conſequendiimpos apparet,
quali non contendat, neq etiam quod intendit,uult, cupit,
inueftigat,adipiſcatur.HERM.Frequentiora hæc congerere uideris, ô Socrates.
Quare finis iam fic fauence deo. Volo tamen adhuc,ávéyxlu & Exšonoy,id eſt
neceſſarium & uo luntarium declarari.Nempe ſuperioribusilta
ſuccedunt.socRéxóozoy equidem eft si noy,id eſtcedensneg renitens,hocfiquidem
nomine declaratur zinoy lestorti, id eſt ces denseunti, quod'ue ex uoluntate
perficitur. avayeccoy uero, id eſt neceſſarium & obfi ſtens,cum præter
uoluntatem ſit,circa errorem infcitiam uerſabitur.deſcribiturautem ex proceſſu
ſecundum neceſſitatem, quoniam in uia aſpera denſa inceffum prohibent.
Vndeavaysazov dictum eſt,quali per & yroscop,id eſt per uallē uadēs.Quouſ
uero uiget robur,ne deſeramus. Quamobré interrogaamabo, ne deſiſtas. HERM. Ecce
rogo quæ maxima ſunt& pulcherrima:« aksaa,id eft ueritatem, & fordo,id
eftmendacium, & öy,id eft ens, & quareid quodehicagimus,övoua,id eft
nomen,dicitur.SOCR. Quid vo casmaksa: HERM.Voco equidem inquirere.so c.Videtur
nomen hoc ex sermone illo conflatum, quo dicicuröv, id eſt ens esse,cuiusnomen
inquiſitio eſt. Quod clarius certe comprehendes in eo quod dicimus óvojasóy, id
eſt nominandum. hic enim exprimitur nomen quid ſit, entisuidelicet inquiſitio. &ikbļa
uero ficut & alia componiuider.Nam diuina entislatio,nominehocincluditur,ankódæ,
quaſi exiſtensOscarx,id eft diuina que dam uagatio.Foido- autem contrarium
motionis.Rurſushic uſurpatur agitationis obs ftaculum, quod'ue ſiſtere
cogit.Nam à reboudw, id eſt dormio dicitur. 4 uero adiectum ſenſum nominis
occulicouuero & Xoia, id estens et essentia,cum & rx66ą, id eſtueritate,
congruunt: fic apponatur.namrov,id elt uadens ſignificat.Atdrøv id eſt non
ens,quidam nominant xxcov, id eſt non uadens. HERM. Hæcmihiuideris, 6 Socrares,
fortiter admo dum discussisse. Verum si quiste perconteturquæ fitrecta iſtorum
interpretatio, quæ di cuntur čov, id eſt uadens:géov,id eft fluens,doww,id eſt
ligansac detinens, quid illi potiſſi. mum reſpondebimus: habes'ne: Socr. Habeo
equidem.profecto nuper ſuccurrit no bis aliquid, cuiusreſponſione quicquam
uideamur afferre. HERM. Quale iſtud: soc. Viquodminimecognoſcimus,barbaricum
eſſe dicamus. fortè enim partim reuera talia ſunt: forte'uero partim, ac
præſertim nomina prima,temporum confuſione infcru. “ tabilia.Etenim cum paflim
uocabula diſtrahantur,nihilmirum eſſet ſi priſcalingua cum Ç noſtra
collatanihilo à barbarica uoce differret. HERM.haud alienum eſtà ratione quod a
dicis. Socr. Conſentanea quidem affero, non tamen idcirco certamen excuſationem
uideturadmittere.Sed conemur hæc diſquirere, ato ita conſideremus: fiquis
femper uerbailla per quænomen dicitur,quæreret,rurſus illa per quæ dicuntur
uerba, ſciſci taretur, pergeretob ita perquirere,non'ne qui refpondet,
defatigari tandem & renuere cogeretur: HERM.Mihiſane'uidetur. S O CR.
Quando ita quireſponſum denegar, merito ceſſabit: An non poftquam ad nominailla
peruenerit, quæ cæterorum ſunt& ſermonum & nominum elementarHæcutio fi
elementa funt,ex alñsnominibus com pofita uiderinon debent.quemadmodum ſupra
& yalóy,id eſt bonâ diximus, ex « y så, id eſtiucundo amabilio, &
805,id eftueloci compofitum.gooy rurſus ex alijs conftare di cemus,illağ ex
alijs.ſed poftquam ad id peruenerimus quod ultra ex alíisnominibusno
coſtituitur,merito nosad elementű perueniſfe dicemus,nec ulteriusbocin alia
nomina, referendum. HERM.Scite mihiloquiuideris.soc. Annon ea de quibuspaulo
ante in terrogabasnomina eleméta funt oportet rectam illorõrationem aliter quam
reliquorum inueftigare. HER. Probabile id quidem.soc.Probabile certeHermogenes.
Supe riora itaq omnia in hæcredacta uidentur:ac ſi ita ſe res habet,utmihiuidetur,
rurſusage hic unamecum conſidera, neforte delirem dum rectam primorum nominum rationem
exponeretento. HERM. Dicmodo. ego nang pro viribus meditabor. soc. Arbitror
equidem in hoc tecõſentire,unam efferectam & primi&
ultiminominisrationem, nul lumğ illorum eo quod nomen est, ab alio
diſcrepare.HERM.Maxime.so c.Etenim om 2 nium quæ ſuprà retulimusnominum recta
ratio in hoc cõſticit, ut qualis quæ res litin 7) dicaretur.HERM. Proculdubio.
soc. Hocutio non minus prioribus quam pofteriori. bus competere debet sinomina
fucura sunt.HERM. Prorſus.so-c.Atquipoſteriora no. minaper priora hocefficere
poterant.HERM. Apparet. soc. Primauero quibus alia nõ præcedunt, quo pacto quam
maximeres ipsas nobisoftendēt, ſi nomina effe debet: Adhoc mihireſponde. ſiuoce
& lingua caruillemus,uoluiffemusgres inuicem declara re,nonneperindeac
nuncmuti,manibus capite & cæterismembris ſignificare tenta uiſſemus? HERM.
Haud aliter Socrates, soc. Ergo supernữ quippiam ac leue demon. ftraturi,cælum
uerſusmanum extuliffemus, ipſam rei naturam imitantes: inferiora uero &
grauia deiectione quadã humiinnuillemus. quinetiã currentem equũuelaliud quic
quam animalium indicaturi,corporum noftrorum geftus figuras ad illorum
ſimilitudi nem quamproximequiſo finxiſſet.Herm.Neceſlariû quod ais
eſſemihiuidetur.soc. Huncinmodűutarbitror his corporis partibus ostensum eſſet,
corpore videlicet quod quifq monstrare voluerat imitante. Herm. Ita certe.soc.
Postquá uero uoce, lingua, & ore declarare uoluimus, nónne ita demum per
hæcoſtenſio fiet,li per ea circa quodli bet,facta fuerit imitatio:
HERM.Neceſſarium puto. soc.Nomen itaq eſt, urapparet, imitatio uocis, qua
quiſquis aliquid imitatur,per uocem imitat & nominat. HER.Idem mihi quoq
uidetur.soc. Nondum tamen recte dictum existimo. HERM.Quamobrē: Soc. Quoniam
hos ouiū & gallorum cæterorum animalium imitatores fateri cogere.
murnominare eadem quæ imitantur.HERM.Vera loqueris. SOCR.Decereid cenſes: HERM.
Nequaquam sed quænam ô Socrates imitatio nomen erit: s o c.Non talisimi. tatio
qualis quæ permuſicam fit,quamuis uoce fiat,nec etiã eorundem quorum & mu.
fica imitatio eſt,nec enim permuſicam imitationem nominareuidemur. Dico autê
ſic: Adeſtrebusuox & figura colorø plurimus.
HERM.Omnino.soc.Videturmihiſiquis hæcimitetur,neq circa imitationes iftas
nominandifacultas cõfiftere.hæfiquidem ſunt partim muſica, partim uero
pictura.jnonne.HERM. Plane. soc. Quid ad hoc: nonne essentia eſſe cuiq putas,
quemadmodú colori & cæteris quæ ſuprà diximus: an nõ ineſt
coloriacuocieſſentia quædam,& alijs omnibus quæcunc essendi appellationefundi.
gna: HERM. Mihi quidem uidetur. soc. Siquis cuiuſą eſſentiam imitari
literisfylla. biscß ualeret,nonne quid unumquodo fit declararet: HERM.
Maximequidem. Soci Quem hunc eſſe dices: ſuperiores quidem partim muſicum,partim
pictorem cognomi nabas,hũcuero quomodouocabis? HERM. Videturhicmihiô Socrates
quem iamdiu quærimus nominandiautor. soc. Siuerum hoc eſt,conſiderandum iam
denominibus illis quæ tu exigebas, pess, ideſt fluxu,igra,id eſt ire, géoews,
id eſt detentione,utrumli teris ſyllabisą luis reuera effentiam
imitantur,nec'ne.Herm.Prorſus. soc. Ageuidea musnunquid hæcſola
primanominaſint,an fint & alia præterhæc. HER.Alia equidem arbitror. Soc.
Consentaneum est cæterum quis diſtinguendimodusunde imitari incir
pitimitator:Nónne quãdoquidem literis ac ſyllabis eſſentiæ fitimitatio,
præſtatprimu elementa diſtinguere: quemadmodum qui rhytmis dant operam,
elementorum primo uiresdiſtinguunt,deinde fyllabarum tanium,rhythmoscandem
iprosaggrediuntur,pri usnequaquam. HERM. Vtiq.soc.Annon ita &
nosprimooportetliteras uocales die ſtinguere,poftea reliquas ſecundum
ſpecies,mutas & femiuocales: Ita enim in his erudi ti uiri
loquuntur.acrurſus uocales quidem,non tamen ſemiuocales, & ipſarű uocalium
ſpecies inuicem differentes.Etpoftquam bæcbene omnia diſcreuerimus,rurſus
induce, renomina,conſiderareg ſi ſuntin quæ omnia referuntur,quemadmodum
elementa,ex quibuscognoſcere licet& ipfa, & fi in ipſis ſpecies
continentureodem modo ficutiner lementis.His omnibusdiligenter cogitatis,Icire
oportet afferre secüdum fimilitudinem unumquodą,ſiueunum uniſit admouendum, ſeu
mulcą inuicem commiſcenda:ceuph Storesctores similitudinem volentes exprimere,
interdum purpureum duntaxat coloré adhi bent,interdum quemuis alium colorem,
quandoq multoscômiſcent,ueluti cum imagi nem uiri quam ſimilimam effingere
uolunt,uel aliud quiddãhuiuſmodi, quatenus ima goqueo certis coloribusindiget. haud
ſecus & noselementa rebusaccomodabimus,& unum uni, quocunq egere maxime
uideatur:oumbona “, id eſt coniecta conficiemus, quas ſyllabasuocant. Quas
ubiiunxerimus, ex eisö nominauerba constituerimus, rur fusex nominibusac
uerbismagnum iam quiddam & pulchrum & integrum conſtrue mus:&
quemadmodum totum ipſum compoſitum pictura animal uocat, ita noscontes xtum
huncintegrű; orationem uel nominandi peritia,uel rhetorica fábricatam,uel alia
quauis quæ id efficiatarte.Imòno nos iſtudagemus.modūnamą loquendo tranſgref
fus fum, quippe ueteres ita conflarunt,fi ita eſt conſtitutum.Nosautem
oportet,fimodo artificiofe conſideraturiſumus,ipſa omnia fic diſtinguentes,
fiue ut conuenit primano mina & pofteriora ſint poſita,ſiue non,ita
excogitare.Aliter autem cõnectere uidendű eft ôamice Hermogenes,ne forte ſit
error.Her. Forte per louem ô Socrates. soc.Nun quid ipfe cöfidis ita te posse
diſtinguere:Ego enim mepoſſe diffido. HEŘ.Multo igitur magis ipſe
diffido.soc.Dimittemus igitur?an uis utcun @ ualemus experiamur,et ſi pa rum
quid horum noſſe poffumus,aggrediamur,ita tamen utfuprà,dis præfati:ucq illis
ediximus,nihil nosueriintelligentes opiniones hominūdeillis conñcere:ita &
nấcper gamusnobiſipſi ſimiliter prædicentes, quod fi quam optime diſtinguenda
hæc fuiffent, uel ab alio quopiam,uela nobis,ſic certe diſtinguereoportuiſſet:
nuncautem,ut fertur, puiribus ifta nostractare decebit.Admittishęc'uel quid
ais.HER. Sic prorſusopinor. soc.Ridiculum uiſum iri ô Hermogenes,arbitror, quod
res ipfæ imitatione per literas fyllabas a factamanifeſta fiát.Neceſſarium
tamen:nec enim meliushochabemus quic quam,ad quod reſpicientes deueritate
primorum nominū iudicemus:niſi forte quemad modum Tragiciquoties ambigunt,
cõmentiris quibuſdam machinamentis ad deosco fugiunt,ita & nos ocyusrem
expediamus,dicentes deos primanominapoſuiſſe, & idcir corecte inſtituta
fuiſſe.nunquid potiſſimusnobis hic fermoran ille,quod ipſa a barbaris quibuſdam
accepimus:Nobis quippe antiquiores ſuntbarbari,uelquòd ob uetuftatem ita ea
diſcerninequeuntut & barbara: Tergiuerſationeshæ ſunt, & belliſſimæ
quidem, illorum quicunq nolint derecta impoſitione primorum nominû reddere
rationem. Ete nim quiſquis rectam primorā nominum rationem ignorat, ſequentium
cognoſcerene quit.hæcporrò ex illis declaranda ſunt,illa autē is ignorat. quin
potius neceffe eft fequê tium peritiam profitentem,multo prius & abfolutius
antecedentia comprehendiffe,por feq oſtendere,aliter autem ſciredebet fe in
fequentibus deliraturũ.an aliter ipſe confess HER.Haud aliter Socrates.soc.Quæ
ego ſenſideprimis nominibus, inſolentia ridicu lag admodum eſſe
mihiuidentur,eaç tecû, ſi uelis, comunicabo. Siquid uero tumelius
inueneris,mecum & ipſe comunica. HER. Efficiam.fed diciam forti animo.
soc.Princi pio ipſum g uelut inftrumentum omnismotuseſſe uidetur.Curautem
motuslivrosap pelletur,non diximus.patet tamen quoditors,id eftitio eſſe
uult.Non enim » quondam, fedeutebamur.principiữautē ab liay, id eſtire,
quodperegrinum nomen eft,& igra,id eſtire ſignificat.Quare fi priſcum
eiusnomen reperiatur in uocem noftram translatum, recte i'eois appellabitur.Núc
autem ab kiau nomineperegrino, & ipfiusy conmutatione, & vipſius
interpofitionelivyoisnuncupatur.Oportebat autem sidingoy uel any dicere.
súčas,id eft ftatio,negatio ipfius iga, id eft ire eſle uult, ſed ornatuscaufa
séas denomi natur.Elementū itaq ipſum qopportunűmotusinſtrumentum,utmodo dicebā,uiſum
eſt nominum autori ad ipfam lationis fimilitudiné exprimendā: paflim itaggad
motus expreſſionē utitur.In primo quidem ipſo jau & goñ, id eſtfluere,
fluxuğ per literampla tioně imitatur,deinde in touw,id eft tremore,& baya
aſpero.item in uerbis huiufmodi, kódy percutere,&gaver uulnerare, oʻúrdy
trahere, @ gúndu frangere eneruareg, kopuerto siddy incidere,pêué du uacillare,
irritare, & circumuerſare. Hæcomnia ut plurimâperpad fimilitudinémotionis
effingit.Mitto enim quod lingua in hac litera pronunciadamini meimmoratur, quin
potius cocitatur. Quocirca ad iſtorũ expreſſione iplo s potiſſimữ uſus fuiffe
uider. Vfus eft &, scilicetiota, ad tenuia quæ per omniamaximepenetran
tia.idcirco igra & icadou, id eft ireprogredió per o imitatur. Quéadmodū
per 4.0, quæ E literæ uehementioris fpiritus ſunt,talia quædam nominum autor
exprimit, fuzeów frigt dum, (soy feruens, osoatare concuti, & communiter
aconoy, concuſſionē quaffationem: quoties uehemens quippiam &fpiritu plenum
imitari uult nominum inftitutor, tales utplurimum literas adhibet.Quinetiam
ipſiusd cõpreſſionem aco,linguæ & uelut ha. rentis retractionem,peropportunã
exiſtimaſſe uideturaduinculi&ftationis potentiâ exprimendam.Etquia in a
proferendo maximelingua prolabitur, idcirco per hoc uelur ex fimilitudine
quadam nominauit nga, id eſt lenia & órcdaerah labi, & noMūdeslie
quidum,Ascrapov pingue, cætera huiuſmodi.Quiauero labentem linguam y remoratur
eo interiecto formauityhioggoy lubricum, gauxudulce, yrādes uiſcoſum,
luculentum. Animaduertens quo&ipfius v ſonum imoin gutture detineri, eo
nominauit so výdby & te gutos, id eſtąd intus eſt,& quæ
intrinfecusſunt, utres per literas repræſentarer.Ipſum uero w,meyer@,id eſt
magno tribuit &ipſum % ukus,id eſt longitudini, quoniamma. gnäliteræ
ſunt.in nomineautem spozzinoy, id eft rotundum,ipfo o indigens, o ut pluri
mummiſcuit. Eadem ratione cętera ſecundum literas ac ſyllabas rebus ſingulis
accom modare uidetur nominum autor,ſignữnomenoconſtitués,ex his deinde ſpecies
iamre liquas per ſimilitudinem conſtituere.Hæc mihi Hermogenes recta uidetur
effe nomina ratio, niſi quid aliud Cratylus hic afferat. H ER.Etenim ở
Socrates,fæpemeturbat Craty lus hic, uc à principio dixi,dum eſſe quandã
afferit rectam nominû rationem, quæ uero sit, non explicat, utdiſcernere
nequeam utrum de induſtria, nec'ne adeòfit obſcurus. In præſentia igitur Ô
Cratyle,coram Socrate dicas, utrum placeant ea tibi quæ Socrates de
nominibuspredicat,an preclarius aliquid afferre poffis:quodfi potes,adducas in
me dium, ut uel a Socrate diſcas,uel nos ambos erudias. CRAT. Videtur'netibi
Hermoge nes facile eſſe tam breui percipere quoduis atque docere,nedum rem
tantam, quæ maxi mum quid demaximis æstimatur. HER. Non mihi per louem, quinimò
ſcite loquutum Heliodum arbitror, quod operęprecium ſit paruum paruo
addere.Quare fi quicquamli cet exiguum perficere uales,ne graueris, fed &
Socratem istum iuua,& me insuper.de. bes enim.soc. Equidem ô Cratyle,nihil
eorum quæ ſupra comemoraui;aſſererē.Nem peutcunq; uiſumeſt, cum
Hermogenehocindagaui. quocirca aude fi quid melius ha bes, exprimere,tanquã ſim
libenter,quod dixeris,ſuſcepturus.Neqz enimmirarer liquid tu
hiſcehaberespræclarius. Videris porrò &ipfe talia quædã conſideraffe,
&ab alijs di diciſſe. Siquid ergo præstantius dixeris, me interdiscipulos
tuos circa rectam nominā rationem unum connumerato. CRAT. Certe mihi ô
Socrates,utais, curæ hæc fuerunt,ac forte diſcipulum te efficerem.Vereortamen
ne contrà omnino ſe res habeat.Conuenic mihi nuncidem erga te dicere,
quodaduerſus Aiacem in ſacris Achilles inquit.Genero. Iliadosi fe,ait,Aiax
Telamonie populorũ princeps, omnia mea ex ſententia protulifti.Ita cu quo queô
Socrates, nostra exmente uaticinari uideris, fiue ab Euthyphrone fueris inſpira
tus,ſiue Muſa quædam tibipridem inhærens nuncte protinus concitauerit. soc. O
uir bone Cratyle, ego quoß fapientiam meam iampridem admiror,neq nimis
confido.qua re examinãdum quid dicam,exiftimo.Namaſeipſo decipi grauiſſimum
eſt.nimis enim 2 periculoſa res eft, quum ſeductorabeſt nunquam ſemperdeceptum
proximecomita, tur.Oportetitao superiora
frequêter animaduertere, & utpoeta ille ait, ante illa retros
conſpicere.Atqui &in præsenti videamus quid à nobis sit dictum. Rectam
diximus no minis rationem, quæqualisquæqres fit, oftendit.Nunquid ſufficienter
eſſe dictâ afferi mus: CRAT. Ego quidem aſſero.soc. Docendi igitur gratia
nomina ipfa dicuntur: CRAT. Prorſus.soc. Annon & artem eſſe hancdicimus,
& ipfius artifices: CRAT. Maxime. soc.Quos.CRAT.Quos à principio tu legum
&nominum conditores co gnominabas.soc.Vtrum hanc artem ſimiliter atą alias
ineſſe hominibus, an aliter arhi tramur:Idautem eft quoduolo.pictores quidam
deteriores ſunt,quidam pręſtantiores? CRAT.Sunt.soc. Nónne præſtantiores opera
ſua pulchriora faciunt, figuras uidelicet animalium: cætericontra:
Aedificatoresquoq ſimiliter partim pulchriores, partim tur piores domos efficiūt:
CRAT.Sic eſt.soc. Nónne et legum ipsarī autores partim opera suapulchriora, partim
turpiora efficiunt: CRAT.Haud ampliusiftud admitto.soc. Non ergo leges
aliæmeliores,deteriores aliæ tibiuidentur.CRAT.Non.soc.Nec etiã nomen
utapparet, aliud melius,aliud deteriusimpoſitum arbitraris. CRAT. Negiſtud. soc.Ergo
omnia nomina recte poſita ſunt. CRAT. Quecunqueuidelicet nominaſunr. soc.Quid
de huius Hermogenisquod ſupra dictum eſt,nomine:Vtrum dicendű non effeilli
iftud impoſitum,niſiquod équo geridews,id eft Mercurijgenerationis illicompe
car:Animpoficum quidem,non tamen recte:CRAT.Nec impofitum eſſe ô Socrates,
arbitror,fed uideri.eſſe autem alterius cuiusdā nomen, cui natura inest quæ nomine
con cinetur.soc.Vtrum nequementicur quisquis Hermogenem eſſe eum dicit:Nec enim
hoc eft dubitandum, quin eum dicatHermogenem eſſe,cum non fit.CRAT. Quaratig ne
id ais: so c. Nunquid ex eo quod non datur dicere falſa,ſermo tuus conftat,
& circa id uerſacur.permulci nempeô amice Cratyle, & nunc prædicant,
& quondam aſſerue runt.CRAT.Quo pacto ó Socrates,dum dicit quis quod dicit
quod non eſt dixerit; An non hoc eſt falla dicere,quæ nõ ſunt dicere: soc.Præclarior
hic fermoamice,quam con dicio mea & ætas exigat.Attamen mihi dicas,utrum
loqui falſa non poſſe aliquis tibi ui detur,fariautē pofle? CRAT.Neq
fari.soc.Acetiam nec dicere,nec apppellare, falu tare:Quemadmodum liquis tibi
obuiushoſpitalitatis iure manu te prehendens dicat Salue hoſpes Athenienſis,
Šmicrionisfili Hermogenes.illeloqueretiſta,uel fari dicere tur,uel diceret,uel
falutaret,appellaretę ita, non te quidem,ſed hunc Hermogenem,aut nullum:
CRAT.Videtur mihi ô Socrates,incaſſum hæc iſte uociferare.so c.Šat habeo. utrū
uera uociferat,qui ita clamat, an falſa: Anpartim uera, partim falſa: Namhoc
quo queſufficiet.CRAT. Sonare huncego dicam feipfum fruſtra mouentem, ceu
fiquis æra pulſer.soc.Animaduerte Cratyle,utrum quoquo modo conueniamus.Nõne
aliud no men, aliud cuius nomen eſt,effe dicis: CRAT. Equidem. soc. Etnomen rei
ipsius imita tionem quandam effe: CRAT.Maxime omniū. So c.Etpicturas alio
quodam modo re rumquarundam imitationes: CRAT. Certe.so c. Ageuero,force'ego
quid dicas, non fa tis intelligo,tu autem forſitã recte loqueris.poffumus has
imitationes utraſą &picturas & nomina rebus his quarű imitaciones
ſunt,attribuere,nec'ne: CRAT.Poſſumus. SOC. Adverte hocin primis,nunquid poffit
aliquisuiri imaginē uiro, &mulieri mulieris tri buere, & in alijs eodem
pacto: CRAT.Sic certe.soc.Num &contra,uiri imaginem mu lieri,& mulieris
uiro: CRAT. Ethoc. soc.An utræquediſtributioneshuiuſmodirectæ sunt:
uelpotiusaltera,quæ cuiæ proprium fimileg attribuit: CRAT.Mihi quidem uide
tur.SOC.Ne igitur ego actu cum ſimusamici,in uerbis pugnemus, aduerte quod
dico. Talemego diſtributionem in imitationibus utriſqz tam nominibuső picturis
rectã uo co. & in nominibus nõrectam modo,fedueram. Alteramuero
diſsimilisipſius tributio nem illationem non rectam,& in nominibus præterea
falſam. CRAT. Atuide ô Socra tes,nefortè in picturis duntaxat id contingere
poſſit,ut quis male diſpertiat, in nomini bus autem minime,fed neceſſariū ſit
recte femper adſcribere.soc.Quid ais: quo ab illo hoc differt: Nonefieri poteſt
ut cuipiam uiro quis obuius dicat,hæctua figuraeſt, oſten datók illi forte'uiri
illius figuram, forte'etiã mulieris: Oftendere,inquam,ſenſibus oculo rum
offerre.CRAT.Certe.soc.Nónneiterum ut eidem factus obuiam dicat, nomen id tuum
est. Imitatio quippe aliqua nomen est,quemadmodũ & figura. Dico autéita.Nón
ne licebit illi dicere,nomen hoctuum eft: deinde in aurē idem
infundere,fortè'eius imi tationem dicendo quod uir eſt,forte' uero fæminæ
cuiuſdã generis humani imitationē, dicendo quod mulier: Non uidetur tibihoc
aliquãdo fieripoffe: CRAT.Concedere ti bi uolo, o Socrates,licefto.soc.Recte
facis amice.acſi id ita fe habet, controuerſia iam tolletur. Porrò si in his
huius modi quædã partitio fit, alterâ uereloqui,alterữloqui falſa uocamus.Si
hocaccidit, & poſſumus non recte nomina diſtribuere, & quænon propria
funt cuic reddere,fimiliter in uerbis aberrare licebit.Sinautem uerba nominağ
ita con gerere datur, necesse est et orationes similiter. Oratio
quippe,utarbitror, eſt uerborum &nominum cõpoſitio. Quid ad iſta Cratyle:
CRAT. Quod & tu.probe namg loqui ui deris.soc. Quinetiã si prima nomina ad
literas ipſas quadã imitatione referimus,cótin. gere poteſt in his quemadmodã
in picturis,in quibusaccidit ut congruas omnes figuras coloresg;
adhibeamus.Item (ut non omnes,fed partim ſuperaddamus,partim ſubtraha mus,plura
& pauciora exhibeamus. Nõne fieri hoc potest? CRAT. Proculdubio.so..
Quicóuenientia oſia tribuit,pulchras literas & imagines reddit.Quiuero
addit,uel au fert,liceras quidem ac imagines &ipſe facit, fedmalas,CRAT. Nempe.
soc. Qui autem per literas ac syllabas rerum eſſentiam imitatur,nónne eadem
ratione fi comperētia om nia tribuit,pulchram imaginem efficit: Idautem nomen
exiſtic.finautem in paucás defi, ciatuelexcedat,imago quidem efficietur, sed
non pulchra:Quamobrem nomina quæ. dam beneinſtituta erunt, quædam contra.CRAT.
Forte. soc.Forſican ergo nominum hicbonus erit artifex,illemalus.CRAT.Profecto.soc.Nónne
huic nomen erat nomi numcõditor: CRAT.Plane.so c.Erititag in hocquemadmodū in
cæteris artibus con. ditor nominum bonus unus,alius uero non bonus,limodo
fuperiora illa inter noscon ftant. CRAT. Vera hæc funt. Verum cernis ô
Socrates, quotiens has literas « & B & quoduis elementorű nominibus per
artē grammaticamattribuimus, ſiquid auferimus, ueladdimus, uel etiam
permutamus, quod nomen quidem ſcribimus;non tamen recte, imò uero id nullo modo
fcribimus,quin potius ſtatim aliud quiddã eſt,cũ primum horű aliquid
patitur.soc.Videndű Cratyle,ne force'minusrecte hoc pacto conſideremus. CRAT.
Quo pacto:so c. Fortaſſis quæcune aliquo ex numero conſtare uel non cõsta
reneceſſe eſt,idquod ais perpetiuntur, quemadmodūdecem,autquiuis alius numerus.
Nam quilibet numerus quocûç additouel ablato,alius ſtatim efficitur. Fortè uero
qua litatis cuiuslibet & imaginis haud eadēratio eſt, ſed diuerſa. Neg enim
omnia imago ba bere debet quæcũą illud cuius imago eſt, li modoeſt imago
futura. Animaduerte num aliquid dicam.Anduoquædam hęcerunt,Cratylus uidelicet,
& ipfius imago, ſiquis deo rum nõmodo colorem tuum figuramß expreſſerit,ut
pictores ſolent,ſed interiora quò que omnia fimilia tuis effecerit,mollitiem
eandem,caloremý,motum,animā, fapientiā; &ut breui complectar,talia prorſus
effinxerit omnia,qualia tibiinſunt: Varum, inquá, alterum iſtorum Cratylus
erit,alterum Cratyli ipsius imago:AnCratyli potius gemini: CRAT.Cratyli ô
Socrates, ut arbitror, duo.soc.Cernis amicealiam imaginis rationem eſſe
quærendam, quàmillorum quæ paulo ante diximus.'ne cogendum effe liquiduel
additum,uelablatum fuerit,ut non ampliusſit imago Annonſentis quantã deeſt ima
ginibus,ut eadem habeantquæ & illa quorû imagines sunt: CRAT. Equidem.soc.Ri.
diculum aliquid Cratyle exnominibus contingeret his quorum nomina ſunt, fi
prorfus illis fimilia redderentur.Gemina quippe omniafierent, neutrumą
illorūutrum effetpo tius dici poffet,res'ne ipſa annomen. CRAT. Vera loqueris. soc.
Ingenueitaqz fatearis o uirgeneroſe,nominum aliud bene,aliud contra pofitum
effe:nec cogas omnes literas continere,adeò ut penitus tale fit, quale & id
cuius eft nomen:ſed mitte literá quoq mi nus congruam afferri quãdoq:ſi literam,
&nomen ſimiliter in ſermone: ſi in fermoneno men,ſermonem inſuper nequaq
connenientem rebus tribui, et rem ipsam nihilominus nominari diciç,quoad rei
ipſiuscuius fermo eft figura,inſit: quemadmodü in elemento rum nominibus quæ nuper
ego &Hermogenes comemorauimus,lirecordaris. CRAT. Recordor equidem,soc. Benehercle
igitur quandocung hocinerit, quamvis non om nia conuenientia prorſus adſint,
dicetur.bene quidem, cum omnia:male uero, cum pau ca.Diciitap ô
beate,mittamus,nequemadmodû qui in Aegina noctu circumuagãtur, fero iter
peragūt, ita &nos hoc pacto ad res ipfas reuera ſerius quàm deceat, perueniſſe
uideamur,uelfalutem aliam quandã exquiras rectam nominis rationem,nec confitea.
ris declarationem rei literis ac fyllabis facta,nomen effe.Porrò ſi ambo hæc
dixeris, tibi ipfe conſtare &conſentire non poteris. CRAT. Viderismihi
probeloqui ô Socrates.at que ita pono.soc.Poſtquam de his conſentimus, quod
reſtat diſcutiamus.Si bene no men poſitum eſſe debet,oportere diximus literas
fibi cõuenientes ineſſe. CRAT. Plane. soc.Conuenit autem ut literæ rerum
fimiles inſint. CRAT. Omnino. soc. Quæigi tur recte ſunt poſica ita pofita
ſunt.Siquid autem non recte poſitum eſt ut plurimum qui demex conuenientibus
ſimilibusý literis conſtat, fi quidem imago eſt.habet auté & ali quidnon
conueniens,propterquod non rectâ eſt,nerecte nomen eſt inſtitutű,Sic'ne an
aliter dicimus:"CRAT.Nihileft ô Socrates,utarbitror,contendendã:neq enim
mihi placet,utņomen quidem eſſe dicatur,non tamērecte poſitű. soc.Vtrum hoc
tibi non placet,quodnoměreiipfiusdeclaratio lit:CRAT. Placet.soc.At vero nomina
partim ex primis constituta esse, partim esse primanon probedictâ
putas:CRAT.Probe.soo Enimuero prima ſi quorundā declaraciones effe debent,
habes'ne modû commodiore quo id fiat, qa li talia fiát,qualia illa funt quæ
declarari volumus:Anmodus iſte pocius ei bipla. i biplacet,qué Hermogenesalijý plurimi
tradunt,quòd uidelicet nomina conuentiones quædam lint ijs qui ita
coſtituerunt,acresipfa præcognouere,aliquid referentes:rectas nominis ratio in
cõuentioneconſiſtat,nec interſit utrum quis ita utnunc ftatutű eſt de cernat,
an contra:ut uideliceto, quod nunc o paruũuocatur, o magnum cognominetur, wuero
quodmodow magnum, w paruum dicatur: Vter iftorum magis tibimodus pla cer: CRAT.
Pręſtatomninoô Socrates,fimilitudine referre quod quis oftendere uult, quouis
alio. soc. Scice loqueris.Nõnelinomen rei ſimile eſt,neceſſe eſt elemēra ex qui
bus prima nomina cõponuntur,natura ipſa rebus eſſe fimilia: Sic autem dico: an
aliquis quandox picturā iz ſupra diximus,rei cuiuſquã ſimilem effinxiſſet,niſi
colores ipfi qui bus cõſtatimago,efTentnatura reiillius ſimiles quam pictoris
ſtudium mitatur: Anno impoſſibile: CRAT.Impoſſibile plane.soc.Eadem
rationenomina ipſanun alicuius fimilia fierent,niſi illa quibus nomina
cõponuntur, limilitudinem aliquam haberent ea rum rerű, quarum nomina
imitationes ſunt. Ea vero quibus conſtant nomina, elemen ta funt.CRAT. Sane.
soc. lam tu ſermonis eiuseſto particeps,cuiusnuperHermoge nes.An
rectediceretibi uili ſumus, quod ipſum plationi,motui,aſperitati congruit?
CRAT.Rectemihi quidem.soc.Ipfum aūta leni & molli, accæteris quæ
narrauimus: CRAT. Profecto.so c.Scis'ne quod idem,id eſt aſperitasipſa nobis
quidē oxigpótys uo icatur, Eretrienſibus uero oxi spóryg: CRAT.Vting.soc. Vtrữambo
hæclp& o, eidem fimilia uidentur,idemg oſtendűc tam illis per ipliuse
determinacionē,quam nobis pero nouiſſimű,uel alteris noſtrum nihil referunt:
CRAT. Vtriſą plane demonſtrant. soc. Vtrum quatenus fimilia ſuntp & o,uel
quatenus diſſimilia: CRAT. Quatenus fimilia. soc. Nunquid penitus ſimilia
ſunt,ad lacionē æque ſignificandā: quin & ipſum a inie ctum,cur non
contrariū aſperitatis ipſius ſignificat: CRAT. Forte'non recte iniectữeſt ô
Socrates, quamadmodūea quæ tu in ſuperioribus cum Hermogenehoc tractabas,dum
&auferebas &inferebas literas ubimaximeoportebat. Acrecte mihi facere
uidebaris. &nunc forte pro 1, s apponendű eſt.so.Probeloqueris. Quid uero
nuncuc loqui nihil percipimus inuicé, quando quis orangón pronunciat: nec tu
quidnuncego dicã, intelligis: CRAT.Intelligo equidem propter
conſuetudiné.soc.Ouir lepidiſſime,cum confuetudinem dicis, quid aliud præter
conuentionem dicere putas. An aliud conſuetu dinem uocas, quàm quodego cum id
pronuncio,illud cogito,eu quoc quod ipſe cogítē percipis:Nonhocdicis: CRAT. Hoc
ipsum.soc.S;id mepronunciante cognoscis, per mne tibi fit declaratio,ex
diſſimili uidelicet eius quod ipſe cogitans profero: quãdoquide ipſum,
diſſimile eft eius quo tu ordygótym, id eſt aſperitatem úocas. Si hoc ita ſe
habet, profecto ipfe ad id teipfum aſſuefacis, & ex hac conuentione rectam
tibi nominis ratio nem proponis,poſtộ tibi idem tã diſſimiles of ſimiles literæ
repræſentãt propter ipfum conſuetudinis & conuentionis acceſſum.Sinautem
conſuetudo conuentio minime fit; haudadhuc recte dici poterit ſimilitudinē eſſe
declarationem, imò cõſuetudinem dicere oportebar. Siquidē ex
ſimilitudine&diſſimilitudine conſuetudo declarat, Hisaricco ceffis,ô Cratyle
nempe ſilentiñ tuum pro cõceſſioneponam) neceſſe eſt conſuetudině cca aliquid
conuentionēģconcere,conferreġ ad eorû quæ ſentimus& loquimur expreſſio
nem.Nam ſi uelis,optime uir,ad numerorũ conſiderationem defcendere, quo
pactoſpe ras, adeò propria reperturű te nomina ut ſingulis numeris ſimile nomen
attribuas, ſi no permiſeris cõcefſionem tuam, conuentionemý autoritatê aliquam
circa nominū ratio nem habere: Mihi quidē et illud placet,ur nomina quoad fieri
poteſt, rebus fimilia ſinta Coc Vereor tamen neforte,utdicebatHermogenes,
tenuis quodãmodoſic iſtius ſimilitudi nis uſurpatio, cogamurg & oneroſa
hacre,cõuentioneuidelicet uti, ad recta nominum rationem:quoniã tunc forte pro
uiribus optime diceretur,cum uel omnino,uel maxima ex parte ſimilibus,id eſt
cõuenientibus diceremus,turpiſſime uero cữ contrà. Hocautē poft hæc inſuper
mihi dicas: quã nobis uim habētnomina, quid'ue pulchrâ perhec effi. cinobis
afferimus:'CRAT.Doceremihi quidē nomina uident,ô Socrates,idý fimplicia ter
aſſerendű, quòd quiſquis nomina ſcit, & res itidē ſciat.so. Forte ô
Cratyle,tale quid cuc dam dicis, q cũnoueritaliquisquale ſitnomē,eſt aūt tale
qualis &res exiſtit, rem quoq ipſam agnoſcet, quandoquidē nominis eft res
ſimilis. Arsaūtuna eadem eſt omniüin cor ter ſe ſimiliū.Hac ratione
inductusdixiſſe uideris; quod quiſquis nomina cognoſcit, res ecc quoghi quoq
ipfas agnoſcet.cRAT.Veraloqueris.soc.Age,uideamus quismodus docenda rum rerum
iſte ſit,quem ipſenuncdicis, & utrum alius prætereaſit,hic tamen potior ha
beatur,uel alius præcerhuncnullus. utrum iſtorum pocius arbitraris: CRAT. Hoccerte,
quòd nullusuidelicet alius ſit,fed hic folus & optimus.soc.Vtrum uero &
resipſas ita reperiri cēſes,ut quicung nomina reperit,ea quoq quorum nomina
ſunt,inueniat: An quærendum potiusalium modum quendā,hunco
diſcendű.CRAT.Maximeomniale cundum iſtahuncipfum & quærendű &
inueniendum. soc.Age,ita conſideremus,ô Cratyle: ſiquis dum res
inueſtigat,nominaipſa ſequitur,rimatur; quale unãquodą uule elle,uides maximum
decepcionis pericula ſubit:CRAT. Quo pacto: soc.Quoniam qui principio
nominapoſuit, quales effe resopinatus est, talia quoq nomina,ut diceba
mus,effinxit.Nonne itar CRAT.Ita prorſus. Soc.Siergo illenõrecteſenlit, &
ut ſenlie inſtituit,nõne & nos fequentes eius ueftigia deceptos iri
exiſtimasť CRAT.Haud ita elt imòneceffe ſciencem fuiffe illum quinomina poſuit.Aliter
autem,ut iamdudâdicebam, nomina nequaſ effent.Euidentiſlimoautem argumento id
eſſe tibipoteſt, haudà ueri tate aberrauiffe nominum autorē,quòd ſimale
ſenſiſſet,nequaq libiita omnia conſona. rent.An non aduertiſti & ipfe, cum
diceresomnia in idem tendere 'soc.Nihil ifta obo. neCratyle,ualet defenſio.Quid
enim mirum eft, li primodeceptus nominâ institutor, se quentia rurſusad primum
ui quadã traxit,& ipfi conſonare coegit:Quemadmodücirca figuras
interdűexiguo quodam primo ignoto falſof exiſtente, reliqua deinceps multa
Circa prin, inuicem conſonant. Debetenim quiſo circa rei cuiuſ principium
ſtatuendű differere » cipium ſta, multa,diligentiſſime conliderare,utrum recte
decernat,nec ne. quo quidem fufficiens tuendă diſ ter examinato,cætera iam
principium fequidebent, Miror tamen,fi nomina libímet con i ſereremulta gruunt.
Conſideremus iterum quæ ſupra retulimus. diximus profecto ita nomina effen.
oportet tiam ſignificare qualiomnia currat,ferant & defluant.
Ita'nelignificare cenſes? CRAT. Ita certe. & recte quidē.soc.Videamusitaqs
ex illis aliqua repetentes. Principio nom hocwrshug,id eſt ſcientia ambiguum
eſt,magis a ſignificare uidetur, quod istory,ideft fiftit in rebus animam, ĝ
quod cum rebus pariter circumfertur:rectiusos eſſe uidetur, ut principium
eiusutnuncüdishulu dicamus, per e ipſius eiectionem, & pro 4, 5 potius
adijciamus. Deinde Bébajok, id eſt firmum dicitur, quoniam badoows & scotas,
ideft firmamenti, et status potius quam lationis est imitation. Præterea igoelæ
ad forte ſignifi cat quod isgor t powi, id eft ſiſtit fluxum, & ipſum
nisov,id eſt credendum, isaw, id eſtfira mare omnino ſignificat.Quinetiã
uykusid eſtmemoria,oftendit prorſus quod in anima nõagitatio eft,fedpovni,id
eft quies,ſtabilise permanſio. Atquifiquis nomina ipſaobler ueta écueapariæ
& ovuqoça,id eft error & cótingentia caſus,idem uidebuntinferre,quod
owens & ufiskur, id est intelligentia at scientia, & cætera nomina quæ
præclarisſunt rebus impoſita.ltem cualíc & cronacíc, id eſt inſcitia &
intêperantia,proxima hisui dentur.icuclic quidē importareuidetur,&cket demi
loves aegear, id est simul cum deo eun tis progreſſum. cronæriæ uero omnino
quandam ipfarum rerum arodubiav,id eft perſe. cutionem atq cogreffum.At ita quæ
rerum turpiſſimarű nominaeffe putamus,nomi num illorû quę circa
pulcherrimaſunt, ſimillimauidebuntur.Arbitror & aliamultare periri
poffe,fiquis ad hæc incumbat, ex quibus iterum iudicabit nominữautorêno cur
rentes delataso res,imò ftabiles indicare. CRAT.Verūtamen multa o Socrates
ſecundi agitationis ſignificationē uides illum conſtituiffe.soc. Quid agemusô
Cratyle: Nun quid fuffragiorû calculorum inſtarnomina ipſa dinumerabimus: at ad
hancnormă derecta ratione nominū iudicabimus,ut ea tandem uera ſint,quibus significationes
plu rium nominum fuffragantur: CRAT.Haud decet. soc. Non certe amice. Sed his
iam omiſſis,redeamus illuc unde digreffifumus.
Dixiſtinuper,firecordaris,neceffariñelle, illűquinomina ſtatuit,prænouille ea
quibus nomina tribuebat:perſtasadhuc in ſenten tia,nec'ne'CRAT. Adhuc.so
c.Nunquid & illum quiprimanominapoſuit,nouiſicais dum poneret: CRAT. Nouiſſe.soc.Quibusex
nominibus resueldidicerat,uel invene rat, quando necdâ primanomina fuerāt
inftitutar cum dicta ſit impossibile esse resuelig vuenire, uel diſcere,niſi
qualia nominaſint,didicerimus,uelipfinosinuenerimus. CRAT: Videris mihinonnihil
ô Socrates, dicere. soc.Quo igitur pacto dicemus eos ſcientes, nomina
poſgillexuellegum & nominü conditores ante poſitionem cuiuslibet nominis
extitille extitiffe, eosý res antea cognouiffe,fiquidem nõ aliter quam ex
nominibus diſcires por finer"CRAT. Reor equidem Socratesueriſsimum eum
effe fermonem quo diciturex.co cellentiorem quandam potentiam quam humanam
primarebus nomina præbuiffe, quo neceffarium lit ut recte fuerint diſtributa.
soc. Nunquid putas cótraria libijpfipofuif-cc ſe nominum autorē li dæmõ aliquis
ueldeusextitit: an nihiltibi fupra dixiffe uidemur: CRAT.Forte'nondum alterum
iftorum nomina erant. soc. Vtraigitur erantuir opti me; num quæ ad ftatum
uerguntian quæ ad motum potius Neq enim, utmodo dixi
mus,multitudineiudicabitur. CRAT.Sic decet Socrates.soc.Cum itaque diſſentiant
contendanto de ueritate inuicem nomina, & tam hæcquàm illa uero
propinquiora effe feafferant,cuiusadnormam dijudicabimus.Quò nos uertemus: Nec
enimad alia no mina confugiemus, quia præterhæcnulla. Verum alia quædam præter
nomina quæren da funt,quæ nobis oftendantabſque nominibus,utra iſtorum uera
ſint, rerum uidelicet monſtrantia ueritatem. CRAT.Itamihiuidetur.soc.Si hæc
uera ſunt Cratyle, pof ſunt,utuidetur, res line nominibus percipi. CROT.
Apparet. soc. Per quid potiſsi mum aliud fperas res ipfas percipere:Nónne per
quod conſentaneum ac decenseft: pet mutuam illarum communionem, fcilicet
fiquomodo inuicem cognatæ sunt, & perse ipsas maxime. Quod enim aliud eft
ab illis, aliud quiddam non illas significat. CRAT. Vera
loquiuideris.soc.Dicobſecro nonne iam fæpe conceſsimus,nomina quæ recte pofita
funt,fimilia illorum eſſe quorum ſuntnomina,rerão imagineseffe: CRAT. Con
ceſsimus planè.soc.Si ergo licetrespernominadiſcere, acetiam per ſeipfas, quæ
præ ftantior erit lucidiorý perceptio:Num si ex imagine cogitetur et imago ipſa
utrum re cteexpreſſa fit, & ueritas cuiushæc eftimago: Anpotiusfi ex
ueritate tam ueritas ipſa. quàmipſius imago,nunquid decenter imago ad eam
fueritinſtitucar CRAT. Siexueri tate.soc. Qua ratione res vel per doctrinam vel
per inventione comprehendendęſint; iudicare, maioris quàm meum ac tuūſit, ingenñ
opus esse uidetur. Sufficiat autem nunc internos conftitiffe quod non ex
nominibus,immoex ſe ipſis potiusdifcendæ quæren dæg ſunt.ERAT. Sicapparet ô
Socrates.soc.Animaduertamus & hocpræterea,në mulra hæcnomina in idem
tendentia nosdecipiant, cũ quiilla impofuerunt, currere om nia semper
flueresputauerint,ato ea cõſideratione poluerint:uidenturnempemihiita
exiftimaffe:quorû camēopinio fi talis extitit,falſahabêda eſt.profecto
illiuelut in quan dam delapfi uertiginem, & ipfi uacillant iactanturcs,
& nosin eadem rapientes immer gunt. Cõlidera uir mirifice Cratyle quod ego
sæpenumero fomnio, utrum dicendû est: esse aliquid ipſum pulchrum ac bonum,&
unum quodas exiſtentium ita,nec ne.CRAT. Mihiquidem ô Socrates eſſe uidetur.so
c.Illud igitur ipſum cõſideremus, non ſi uul cus quidam aut aliquid taliú
pulchrum eſt, quippe hæc omnia fluunt:ſed ipſum pulchrữ dicimus,nonneſemper
tale quale eſt perfeuerat: CRAT. Neceſſe eſt.soc. Nunquid possibile eft ipſum
recte denominare si ſemper fubterfugit, acprimo quid illud fic dein de quale
ſit dicereruelneceſſariû eſt,dum loquimur aliudipſum ftatim fieri,iugitero dif
fugere,nec tale amplius eſſe: CRAT. Neceflarium.soc. Quo pacto aliquid illud
erit, quod nunquam eodem modo ſe habet: Sienim quandoq eodem modo fe habet, eo
in tempore minimepermutatur:fin autem ſemper eodémodo ſe habet;idemg exiſtit,
quo modo tranfituelmouetur, cum ideam ſuam non deferat: CRAT. Nullo pacto: so
ca Præterea ànullo cognosceretur. dum enim cognitura uis ipsum aggrederetur,
aliud alie numosfieret.quare quid ſit aut quale cognoſcinõpoffet.nam
cognitionulla ita réper cipit, utnullo modo fe habentem percipiat. CRAT. Eft ut
ais.soc. Sed ne cognitio nem ipfam effe affirmandẫeſt ô Cratyle ſi
deciduntomnia,nihilg permanet.Sienim co gnitio ex eo quod cognitio eſtnon
decidit, permanebit semper, ac ſemper eritcognitio irautem cognitionis
ſpeciesipſa diſcedit,ſimul & in aliam cognitionis fpeciem delabe tur,neæ
cognitio erit.Quod fi perpetuomigrat, ſempernon erit cognitio. Aro hacra.
tionenew quod.cogniturum eſt,nec quod cognoſcen lum,ſemper erit. Sinautem fem
per eſt quod cognoſcit,eft quod cognoſcitur,eft pulchrű,eft & bonum, eſtý
deniq exi. Itențium unűquod & quæ in præſentia dicimus,fluxus lationis
ſimilia non uidentur.Vtrum uero hæcita ſint,an ut dicebantHeraclitiſectatores,
alijg permulti,haud facile di ſcerni poteſt.Nec hominis ſanæmentis eft feipfum
animumg luū nominibuscredere; & autorem nominum sapientem asseverare, atqz
ita de ſeipſo rebus omnibus maleſen 9 ) tire,ut pPomba nihil integrum firmumą
exiftere,ied omnia uelutfictilia fluere atg conci. v dere, &quemadmodum
homines deſtillationibus capitisęgrotantes,fimiliter quoqres w ipsas affici
iudicet, adeo ut deſtillatione et fluxu omnia comprehendantur. Forteộ Cratyle
ita eſt,forteetiã aliter:forti animo &diligenti ſtudio inueftiganda res
eſt.neqením fácile aſſentiendum.Iuuenis adhuces, arque tibi fufficitætas. Et
liquid inveneris inda gando, mihi quog impartiri debes. CRAT. Nauabo operam
Socrates. Ac certe {cito meetiam in præfentia non torpere,immocogitāti mihi et multa
animo reuoluenti mul tomagis ita ut dicebas ipse, quam ut Heraclitus,res ſeſe
habere uidentur.soc.Dein ceps amice poftquam redieris me docero. Nuncautemut
conſtituiſti in agrum perge. Atqui & Hermogenes hicte comitabitur. CRAT. Fietutmones
Socrates.Verum tu quoque iam de his cogita. IL CRATILO -- DELLA.
RETTA INVENZIONE DE' NOMI. ERMOGENE -- CRATILO – SOCRATE. A vuoi tu ancora, che
noi communichiamo il parlar nostro con Socrate? c*. — Se il pare a te.
ehm. — O Socrate, Cratilo dice, che ai ritrova in qualunque degli
enti per natura la retta invenzione del nome, nè aia nome quello, onde convenendo
alcuni il chia- mavano, mentre proferiscono certa particella della
sua Toce: ma sia naturalmente certa retta invenzione di nomi la
medesima in tutti e Greci e Barbari. Sicché io Io addimando se daddovero
sia Cratilo il nome di lui, o nò: ma egli confessa esser questo il suo
nome. Or Scrate dissi io, qual nome tiene egli? di Socrate disse: non
hanno tutti quel nome, col quale chiunque il chiama da noi: nondimeno
disse egli uon è il tuo no- me Ermogene, nè se ancora tutti gli uomini ti
chia- massero cosi. E mentre io lo addimando, e desidero sapere,
che cosa dica, non mi dichiara affatto niente: ma beffandomi,
simula di aver nell’ animo alcuna cosa, come egli intenda non so che
d’intorno a questo, i! che se volesse esprimer niartifVstnmfcnte, farebbe
che io confessassi, e dicessi lo stesse, che egli si dice. La- onde
udirci da te volentieri, se in qualche maniera tu potessi congetturare il
vaticìnio di Cratilo. Anzi udirei molto volentieri la tua opiuione
intorno alla retta in- venzione de* nomi, se ti fosse in grado, soc. — 0
Ermogene, figliuol di Jponico, è proverbio vecchio, che sia malagevole da
conoscer in qual guisa se ne stiano le cose belle. Or la notizia de’ nomi
non è picciola di- sciplina. In vero se io avessi udito già molto
tempo da Prodico quella ostentazione di cinquanta dramme, nella cui
dottrina ancora era questo, come egli ne rende testimonianza; niuno
impedimento sarebbe, che tu non conoscessi incontinente la verità intorno
alla retta invenzione de’ nomi.' Ma ora io non I’ . ho udita ma si
ben quella d’ una. dramma. Per la quale cosa; non sò quello che d’
intorno a queslavi sia di vero: ma sono prrsio ad investigar, inlteoie.
con essd.tecoj.èfcon Cratilo. In quanto poi dice, else tu non abbia'
versi mente nome ErmOgene, io sospetto, che egli motteg» gì; perchè
egli forse pensa, che tu sia -desideroso del- lo acquisto de’ danari, e
impoleule.seinjpre ad otieuer- li: ma come ho detto poco, f», egli è
difficile, «Ite ciò si conosca. Or fa misticri, da tutte due le porli
spoe- tando iu meszo le ragioni, che si investighi se sia cosi,
come tu di o piuttosto come dice Cratilo. e»m.— E pur o Socrate, tuttoché
spesso io abbia disputato già contostai, « con altri molti* tuttavia non ancora
mi pos- so persuaderò, che altra ai.» la rotta invenzione del no-
me, phe lo assenso, e il consentimento; perciocché a me pare, clic quel
sia nome retto, il quale impone chiunque a ciascheduno, e se di nuovo il
mutasse, e altro ne ponesse, non meno del primiero quello, che Si
trasportasse sarebbe nome retto, come siamo noi soliti di cambiare i nomi
a servi, non vi essendo per jialura a ninna cosa il nome! ma per legge, e
secon- do la usanza di coloro, che furono soliti cosi chia- marli.
Il che se sia. altrimenti, io sono apparecchiate .ad impararlo, o adirlo
non solamente da Cratilo; ma da qualunque altro, soc.—. O Ermogene
peravvepto- ra tu dì alcuna cosa: ma consideriamola. Quello che
porrà alcuno, con cui chiama qualunque cosa, sarà egli, il nome di
ciascuna cosa? ehm. — A me pare, soc. — O se il privato, o la città
il dicesse? uh. — Lo assentisco. soc. — Ma che, se io chiamassi
qua- lunque degli enti, come per esempio, se quello, che al
presente chiamiamo uomo, chiamassi cavallo, e uo- mo quel, che cavallo:
pubicamente sarà egli il nome all' uomo, privatamente cavallo; e di nuovo
privata- mente uomo, cavai lo puiilicnmenle Parli così tu? erm. —
Tosi mi pare. soc. — Or mi dì questo. Chiami tu alcuna cosa il dir il
vero, e il Tabu? erm.— In vero sì. soc. — Non lia quella vera orazione:
ma quest* orazione falsa? erm. — Così affatto, soc.— Quei par- lar
poi, che die* le cose, che sono quali son esse ai »
ìli h rero: ma falso quello, che non come sono? n», —
Cosi è. soc. — Adiviene egli questo, che col par- lare si dicano le cose,
che sono, e che non so- no? ehm. — Si. soc. — Il parlar che è vero mi
di, se è vero tutto, non vere le parti? ehm.— Nò: ma le parti
ancora, soc. -- Dimmi, le parti grandi saranno vere: ma le picciole nò,
oppur tutte? exm. — Io mi stimo tutte, soc* Puoi tu dire altra parte piu
pic- ciola del sermone, che il nome? erm In modo nin- no,
essendo questa la minima parte, soc.— .Ed an- cora si dice egli
peravventura il nome parte della ve- ra orazione? erm. - Senza dubbio,
soc.— Veramente parte vera, come è, tu di. erm.— Veramente, soc.—
E la parte del falso, non è ella falsa? erm. — Lo dico si. soc- — Dunque
è lecito dir nome vero, e no- me falso, se si dice ancora la orazione.
erm. — In che modo nò? soc. — Dunque quel nome, che chiun- que
dirà, che in alcun si ritrovi, sarà egli il nome di ciascheduno? erm —
Si. soc.— Peravventura quanti nomi dice alcun, che abbia chiunque, tanti
saranno essi? e allora, quando egli li dice? erm, —Per certo,
o Sncrate: io non ho alcuna retta invenzione di no- / t
me, fuor che questa, in modo, che non sia lecito a « me con altro
nome chiamar la cosa, che con quello, che io ho imposto, nè a te con
altro, che con quello, elle le imponesti. Cosi per certo io veggo nella
città, * che si hanno alcuni propri nomi delle medesime co- se, e
fra Greci in verso ad altri Greci, « in verso a
i Barbari, «oc. — Or rediamo o Ermogene, se pare a te,
che gli enti se ne stiano in questo modo; che ognun di loro tenga la
propria essenza, come diceva Prota- gora, dicendo egli esser 1’ uomo
misura di tutte le cose in modo, che quali qualunque cose mi paiono, tali
io le abbia; similmente quali tu, e tali le ti abbi; o pensi piuttosto
che siano alcune cose, le quali tenga- no alcuna fermezza della sua
essenza, eem. — Alcuna volta, o Socrate, dubitando sono condotto a
quello, che dice Protagora: per tanto non mi persuado a ba- stanza,
che se ne stia egli cosi. soc. — Ma che? set tu ancora alcuna volta
condotto a questo, che non li paia in modo niuno, che alcun nomo sia
cattivo? erm. — Per Giove nò; anzi spesse volte cosi sono disposto,
che io stimo, che alcuni uomini siano al tutto catti- vi, e molti, soc.
—Ma che? non ti è parso ancora, che siano molti uomini buoni? erm. — Molto
pochi, soc. — Nondimeno pare a te vero? erm. — A me si. soc. — In
che modo poni tu questo? forse cosi, che i molto buoni siano molto
prudenti, e i rei al lutto molto imprudenti? ebm. — In vero a me pare
cosi, soc. — Se Protagora diceva il vero, e se ò questa la ventò, che
quali qualunque cose pareranno a ciasche- duno, tali siano; è egli
possibile, che altri di noi sia- no prudenti, altri imprudenti? ebm. —Per
certo nò. soc. — E come io penso ti pare ad ogni modo che Protagora
non possa al tutto parlar il vero, essendovi «erta prudenza, e
imprudenza, perciocché non sareb- Digitized by Google
be veramente l’uno dell’ altro piò prudente, se le cose, che paiono
a chiunque, le tenesse ciascheduno per vere. IBM -Cosi è. Ma nè ed
Eutidemo ' assenti- sci, come io penso, che dice, che tutti abbiamo tutte
le cose similmente, e sempre, perchè cosi' non smeldio. no altri
buoni, nitri cattivi, se sempre, e pariménte si ritrovasse in tulli e la
virtù, e la malvagità! ehm; —Tu palli il vero, soc.— Dunque se nè tutte
le rose si ritrovano sempre in tutti, e simiglmutcìiiente; uè
qualunque cosa è propria di ciascheduno, manifesto è, rise siano le cose
quelle, che tengono in su stesse certa essenza ferma, uè sono in quanto a
noi tirate in diverse parli, nò da noi con la imaginazione e in
suso, o in giuso: ma stabili secondo se stesse in quan- to alla loro
essenza, come sono 'ordin. ite dalla natu- ra. uu. — Cosi ini è avviso,
elio se ue stia questo. *oc Dunque mi di, se le còse se ne stanno
si per u«-. torà, ma non nella stessa guisa lu loro azioni o
eziandio esse azioni sono una certa specie degli enti? esm. Ani
cora esse ad ogni modo. soc.— Dunque le azioni sa tonno secondo la
natura loro, non secondo la nostra opinione, come per esempio, se noi si
mettessimo a divider alcuno degli enti, forse sarebbe qualunque co-
sa d» dividersi ila noi come vorremmo, e coti che ci a„ gradissi.? o più
tosto, se volessimo partire quafuo/pio cosa secondo la natura, con cui fa
mislieri che S‘ I 1 al f lisca, e sia partita; parimente con cui secondo
l« tura ti dee fare il partiraento; invero la dividerei»»**
• * Digitized by Google ) 7
< *io« bene, e si farebbe «la noi alcun profitto, e questo
si operetébbe bene; ma se cóntro la natura travieremmo nè si farebbe
niente «la noi? erm Così mi pare. soc. — E se ci mettessimo ancora
àd ffhbrugiiir alcuna cosa: non fa nilstieri, chieda sì ‘ablmigi secóndo
Ogni opi- nione: ma sibbene secondo la reità opinione/ Qué- sta è
poi quella, onde qualunque cosa naturdlòientc è atta ad abbrugiarsi,' é
di abbruciare, e con cui nai turalmente ne era atta, erm — Queste cose
son vere, soc. — Non si ritrova la stessa maniera d’intorno al- le
altre cosi? ehm La medesima sì. soc— Anco- ra il dire non è egli
forse una certa delle azioni, ehm. -r Certo si. soc. — Or dirà bene chi
così dice, co- irne li par di dire . 5 o piuttosto dii in colai guisa
di- ce, come ricerca la natura del dire, e che si dica? e- se
eziandio dicesse con cui ricerca la natura, in dicendo farebbe alcun
profitto, altrimenti 1 . travierebbe egli, nè farebbe nulla? ehm. —In
vero io stimo co- sì, cometa di. soc.- Dunque il nominar "è
particella di dire; perciocché nominando si fanno i‘ ragionamenti;
erm Ad ogni modo. soc. — Dunque e il nomina- re è 'certa azione, se
ancora il dire era certa azione; d' intorno alle cose? erm.-Così è. soc.—
Or le azio- ni ci par vero di non risguardar a noi: ma di tene.- ré
certa propria lor natura. ehm. - Così è. soc — Sicché è da nominarsi in
quella guisa, onde la natu- ra delle cose ricerca di nominate, e che si
nomini, • con cui, ma uon secondo lo arbitrio deWolcr no-
’ ì ) « ( atro, se ti ba a dire alcuna cosa
concorde alle cosa dette. Ed in colai guisa facessimo noi alcun
guada» gno, e nominaressimo: ma altrimenti nò? krm.— Co- sì mi
pare. soc. — Or dimmi ciò, cbe era da ta- gliarti, diciamo noi cbe era da
tagliarsi con alcuna cosa? erm.— Con alcuna si. soc. —E ciò, cbe si
doveva tesser da tessersi con alcuna cosa? e ciò, che era da forarsi, con
alcuna cosa si dovea egli forare? erm. — Al tutto. soc.—Sim il niente
ciò, che nominar si dovea, era da nominarsi con alcuna cosa? ibi*.—
Si- soc. —Ma che era quello, con cui f«cea mistieri, che alcuna cosa si
forasse? erm. — La trivella? soc. — Che è quello, con cui fa mistieri,
che si tessa? erm. — La navicella, soc. — E che con cui si nomi-
ni? erm. —Il nome, soc.— Tu parli bene. Dunque e il nome è certo
stromento. ss**. — E’ si. soc. — Dunque se io cercassi quale stromento è
la navicella • o non sarebbe d' esso quello, con cui si tesse? erm.
Così è. soc. — Or tessendo, che facciam noi? o non separiamo la trama, e
gli stami confasi? ehm.— Que- sto stesso, soc. — Or potrai tu dir così
della trivel- la, e delle altre cose? erm. —Lo stesso, soc. —Puoi •
tu ancora dir similmente d* intorno al nome ciò, che facciamo
mentre col nome, che è stromento, nominia- mo alcuna cosa? erm.— Nò il
posso nò. soc.— For se di compagnia insegniamo noi mente, c dividiamo
le cose, come sono? erm.— Per certo, soc. — Sicchò il nome è certo
stromento di insegnare, • divide» 1* ( ì,
Digitized by Google )9<t sostanza, come !a
navicella della testura erm. — 1 lassi a dire in colai guisa, soc — La
navicella è ella stru- mento acconcio al tesserei 1 ehm, — • In che modo
nò. soc. — Per la qual cosa il tessitore si vaierà bene della
navicella, dice bene, secondo la maniera del tessere: ma chi insegna,
egli si vaierà del nome, e bene, dico bene secondo la maniera propria dello
insegnare, ehm.— Per certo, soc.— Dell’ opra di quale artefice si vaierà
bene il tessitore, quando si vaierà della navicella? erm.— Di quella del
legnaiuolo, soc. — E egli chiunque legnaiuolo, o piuttosto chi tiene
P arte? erm. —Chi tiene l’arte, soc. — Similmente del- l’ opera di
cui il foratore si vaierebbe bene, quando si valesse della trivella?
erm.— Del maestro del me- tallo. soc. — E forse chiunque maestro di
metallo? o chi tiene l’arte? erm. — Chi tiene l’arte, soc. — '
Stiano le cose cosi. Dell’opera di cui il dottor si vaie- rebbe, qualora
si servisse del nome? erm.— Nè ciò pos- so dire io. soc. —Ancora non puoi
tu dir questo. Chi ci dà i nomi, dei quali ci serviamo? erm. — Per
certo nò, i soc. - Non pare a tè peravventura, che la legge sia quella,
che ci dà i nomi? erm. — Appari- sce. soc.— Dunque il dottore si vaierà
dell’ opra del legislatore, quando del nome si vaierà, erm. - Io
penso si. soc.— Pare a te, che ognuno egualmente sia facilor di leggi, o
chi è dotato di arte, erm.— Il dotalo delP arte. soc. — Si che o
Erinngene non è. ufficio di qualunque uomo lo imporre i nomi; ma
1 Cr. ) *° ( di certo autor di nomi
e costui è come apparisce ii legislatore, il quale fra gli artefici si fa
raro appresso agli uomini, ehm. » Apparisce, soc.— Deh conside- ra,
ove riguardando il legislatore impone i nomi, e * considera dalle cose
antedette ove riguardando il le- gnaiuolo fa la navicella? non ad una
cosa tale, che da natura sia al tesser acconcia? ehm. — Al tutto,
soc.— Ma che? se nell’ opera si rompesse la navicella, mi di se
fabbricherà egli un’ altra di nuovo alla somi- glianza della rotta, o
piuttosto alla specie risguarde* rà, secondo il cui esempio
avrà fatto la navicella,' che si ruppe? erm. — Alla specie, come io
stimo, soc. — Dunque chiameressimo noi meritamente la spe- cie la
navicella? erm. — Io penso si. soc. — Se fa mestieri alcuna volta, che si
apparecchi la navicella per fornir la veste, o qualunque altra cosa di
filo, e di lana sottile, o grossa, bisogno è, che tutte le
navicelle tengano la specie della navicella; e quale naturalmente è a
ciascheduna cosa accommodatissima, tale si usi al fornir l’opera, come il
ricerca la na- tura, erm. — Iti vero fa mislieri. soc. — La medesi-
ma ragione è d’ intorno agli altri stromenti concios- siachè è da
ritrovarsi quale stromento si confaccia per natura a qualunque cosa, ed è
da darsi a lei, con clii si fa ella, uon quale vuole chi fabbricai
ma quale è ella per natura. Perchè fa mistieri, come ap- pare, che
si sappia accommodar a qualunque cosa ciò, die naturalmente acconcia al
ferro, erm. — Cosi si. « > »• (
soc. — ‘Più- oltre nel legno la navicella confacevole a ciascheduna.
e*m. — Egli è vero. soe. — Percioc- ché. secondo la ragione della natura
altra navicella si confà ad altra tela, e nell’ altre nella
medesima guisa, ehm* — Veramente, soc. —Fa mistieri ancora -ottimo
uomo, che il posìlor dei nomi proferisca un nome per natura acconcio
nelle voci, e nelle silla- be a tutte le cose, e riguardando a quello
stesso di cui è nome, formi qualunque nome, e gli attribui- sca, se
daddovero dee esser positor proprio di nomi. Che se non con le medesime
sillabe qualunque po- citor di nomi esprime il nome, fa mistieri, che
noi sappiamo, che nè tutti i fabri ciò fanno nel ferro per la
stessa ragione; qualora fabricauo il medesimo stro- xnento: ma nondimeno
in quanto gli attribuiscono la stessa idea, in tanto se ne sta egli bene,
tutto che in altro e iu altro ferro; o qui si fabrichi egli, o fra
barbari non è egli cosi? ehm. -a. Si. soc. — Dunque islimerai tu ancora
nel medesimo modo finché il po- sitor dei nomi, ebe è fra noi, e fra
barbari concede una specie di nome convenevole a qualunque cosa in
qualunque sillaba, che 1’ uno dell’ altro non sia punto peggiore nell’
imporrei nomi. ehm.— In vero si. sqc. — Chi è per conoscer se sia
impresso in qua- lunque legno una specie convenevole di navicella?
fpr&e il, legnaiuolo, che la fai o il tessitore, che se ne dee servire?
ehm. — O Socrate, gli è verisimile, die la conosca molto piu, chi se ne
dee valere, soc. — Dunque chi si servili dell’opera del
Tacitar dell* lira? non colui Torse, che benissimo saprà esser so*
prastante alla cosa Tatta, e conoscerà Tatta che sia, se sia Tatta bene o
no? ehm. — Al tutto, soc. — Chif hm. « Il citarista, soc. — Chi poi
dell'Opera di co- loro, che Tanno le navi? erm.— Il governatore,
soc. — Chi eziandio benissimo sarà soprastante all’opra del
Tacitar delle leggi, e Tornita la giudicherà e qui, e Tra barbari? non
chi se ne dee servire? ehm.— Cosi è, soc, *- O non è egli d* esso chi sa
interro* gare? ehm. — Costui si. soc, — Il medesimo che sa- prà
risponder ancora? ehm. — Si certo, soc. — Or chiami tu altro che
dialettico chi sa interrogar, e rispondere? ehm. Non altro; ma lui. soc.
—Siche è Tattura di lignaiuolo il Tabbricar il timone esscn* do
soprastante il governatore, se è egli per dover esser buono, ehm,—
Apparisce, soc.— Ancora come è avviso, è opra di positor di nomi il nome,
cui è soprastante 1’ uomo dialettico, se sono per doversi por bene
i nomi. ERM.-*Que$te cose son vere. soc. — Dunque, a Erraogene,
corre rischio, che non Ha cosa lieve, come tu stimi, il por dei nomi, nè
Tat- tura d’ uomini bassi, e vulgari. Per certo Cratilo par- la il
vero, dicendo, che i nomi per natura siano nel- le cose; nè sia chiunque
autore di nomi: ma colui solamente che risguarda al nome, che è in
ognuno per natura, e sia possente di por la specie di lui nelle
lettere, e nelle sillabe, ehm. — O Socrate, io non so in che modo sia da
opporsi alle cose che tu di: ma peravventura non è cosa agevole il
per* «cadérsi cosi allo improviso: ma mi è avviso, che io ti sarei
piuttosto per ubidire in questo modo, se di- mostrassi quale da te si
dica, esser la retta natura del nome. soc. —In vero, o beato Ermogene,
non di- co alcuna: ma tu ti sei scordato di ciò, che io di- ceva
poco inuanzi, cioè, che io non la conosceva! ma, che io la considererei
insieme con esso teca. Al presente poi questo solamente si è fatto
chiaro oltre alle antedette a me, e a te di compagnia in-
vestigando, che Certa retta invenzione per natura tenga nome, nè chiunque
sappia adattar bene esso nome a qualunque cosa, non è egli così? rum. —
Grandemente, soc— Dunque rimane da Considerarsi se tu desideri di
conoscer quale sia la retta inven- zione del nome, ehm. — In vero la
desidero sapere, soc. r- Dunque cobsidcra. erM.— In che modo adun-
que fa inistierì, che si consideri? soc.^O umico rot- tissima. è la
considerasione; ricercandosi questo da coloro, che sanno con 1' offerir
danari, e col il ren- der loro grazie’ oppresso. Or d’essi sono i
sofisti, coi quali Calia tuo fratello pare, che sia riuscito sag-
gio, pagati molti danari, ma poiché non hai, che fare nella robba patema,
rimane, che tu supplichevole preghi il fratello, che ti insegni la retta
invenzione di questétàll cose, che Protagora egli imparò, erm. — O
Socrate, quanta sconvenevole sarebbe questa Digitized by
Google ) *4 t dimanda, se non prestando aiuto
alla verità di Pro* tagora amassi le cose, che si dicono con tal
verità, quasi degne di alcuna considerazione, toc. — Ma se a te non
piacciono elle, si dee imparar da Omero, e dagli altri poeti. erm. — O
Socrate, e che è in che luogo ne dice Omero dei nomi? soc. — Per
tut- to molte cose: ma grandissime e bellissime son quel- le, onde
distingue d’intorno a quei nomi, che in- troducono gli uomini, e i Dei, o
non istimi tu, che egli d’ intorno a questi dica alcuna cosa magnifica,
e maravigliosa della retta maniera dei nomi? essen- do manifesto, che i
Dei chiamano rettamente quei, che son nomi naturalmente, o no il pensi
tu? ikm. — In vero io so certo, se i Dei ne dicono alcuni, che essi
lr~cbiamano bene; ma quali di tu questi? soc. — O non sai tu ciò, che si
dice del fiume tro- iano, che con vulcano combatte a singoiar
battaglia, il quale i Dei chiamano santo, gli uomini Scaman- dro.
ehm. — Il so. soc. — Che dunque? non istimi tu certa cosa grave il
conoscer in che modo sia meglio, che si chiami quei fiume santo
piuttosto, che Scarnan- do? ma se vuoi considera questo, che il
medesimo dice dell’ uccello, che i Dei chiamano Calcidei ma gli
uomini Cimindi. Tu stimi vii disciplina il sapere quanto sia meglio, che
si chiami il medesimo uccello Calcide, che Cimindi, o Bracia, e Mirine, e
molti al- tri tali, detti da questo poeta, e da altrui? ma le.
invenzioni di queste cose peravvenlura superano le
Digitized by Google ) «5 ( forze nostre. Cii cbe poi
signifìchioo Scamandrio, e Astiane si può comprender, come mi pare da
inge- gno amano, e apprendersi agevolmente qual retta in- venzione
vuole Omero, che sia in questi nomi, co* quali chiama il figliuolo di
Ettore: perciocché tu cer- tamente sai, ove si ritrovano questi versi,
che io di- v co. a**. — Ad ogni modo, soc, — Dimmi, pensi tu,
che di questi nomi stimi Omero che peravventura pili convenisse Astianate
al fanciullo, che Scamandrio? vrm. — Io no il posso dire. soc. — Or in
colai mo- do considera, se alcuno ti addimantlasse, se tu pen-
sassi che i piò saggi ponessero i nomi meglio alle cose, o i manco saggi,
erm. —Chiaro è, che io ri- sponderei i piò prudenti, soc.— Dimmi, se le
don- ne nelle città pare a te, che siano piò prudenti, o gli
uomini? per dir tutto il genere? erm.— Gli uo- mini. soc. — Dunque tu
sai, che dice Omero, che il figliuolo di Ettore era chiamato da’ Troiani
Astiaua. te, dalle donne Scamandro, poiché gli uomini lo chia-
mavano Astianate. erm.— Apparisce, soc.- Dunque eziandio stimava Omero,
che gli uomini Troiani fos- sero piò saggi, che le lor donne, erm. — Io
lo sti- mo. soc. - Dunque stimò, che egli si chiamasse, me- glio
Astianate, che Scamaudrio. ehm. - Apparisce, soc Consideriamo qual
cagione egli apporti di que- sta denominazione, perchè dice egli,
che solo difese loro la città, e le ampie muraglie. Per la qual co-
sa, (come pare) conviene# che si chiami il figliuolo del Salvatore, cioè
di colai, che il padre di lai sai* va va, come disse Omero, erm. — A me
pars soc. — Per qual cagione? perciocché o Ermogene, nè io lo
intendo ancora bene: ma lo intendi tu? erm. — Per Giove nò. soc.— O uomo
da bene ancora Ome- ro pose ad Ettore il nome. erm. — Perchè? soc. —
• Perchè mi è avviso, che questo nome si assomigli ad Astianate; e
essi nomi si assomiglino a Greci: dimo- strando quasi il medesimo, cioè
che ambidue que- sti nomi siano regali; perciocché di cui sarà al-
cuno re, dello stesso sia ancora possessore; essen- do manifesto, che
egli lo signoreggi, e possegga, e abbia. O peravventura non pare a te,
che io dica niente? e m' inganna la opinione, onde mi confida- va,
come per certi vestigi, di toccare la opinione di Omero d’ intorno la
retta invenzione dei nomi? erm. -* In modo niuno, come io penso:
perchè^forse tu tocchi alcuna cosa. soc. — Egli conviene, come a me
pare, che si chiami similmente leone il figliuol del leone, il figliuol
del cavallo cavallo; non dico, se alcun’ altra cosa fuor che il cavallo
(come mostro) nasoesse dal cavallo: ma quel mi dico, del cui genere
secondo la natura è ciò, che nasce, se il cavallo na- turale partorisse
il figliuolo del bue vitello contro natura, non sarebbe da chiamarsi
poliedro: ma vitello, nè eziaodio se dall'uomo altra prole si
producesse, che umana, ciò che nascesse si dovrebbe chiamar no*
aio. 11 medesimo è da giudicarsi degli alberi, e delle altre cole tutte, o
non pare ancora a te? erm. — A me par si. soc. — Tu dì bene-, perciocché
guardati, che io non ti inganni in alcun modo; conciosia, che
secondo la stessa , ragione eziandio se alcuna cosa na- scesse da re,
sarebbe da chiamarsi re, non importan- do che si significhi lo stesso in
queste, e in quelle sillabe, o se vi si aggiugni alcuna lettera, o se an-
che la vi si levi; mentre la essenza della cosa dichia- rata nel nome
signoreggi./, erm — Come dì tu cote- sto? soc. — Io non dico oiuna cosa
meravigliosa, o nuova: ma siccome tu sai, che diciamo i nomi degli
elementi: ma non essi elementi, eccettuatine sola- mente quattro, cioè b
N E fi ma «1 rimanente, co- sì vocali, come mutoli, tu sai che
aggiugnendovi al- tre lettere, li proferiamo formando i nomi: ma
iinchè inferiamo la forza dichiarata dell’ elemento conviene, che
quel nome si chiami ciò, che egli si dichiara, nor- me per esempio il B,
vedi i che il T aggiunte non impedì che con lo intero nome non si
dimostrasse la natura di quello elemento, di cui volle il positor
del nome, siffattamente non li è prestato fede di aver po- sto bene
i nomi alle lettere, erm.— Tu mi pari di parlar il vero, soc.— Dunque fla
la stessa ragion ancora d’intorno al re. Perciocché sarò alcuna volta il
re dal re, il buono dal buono, dal bello il bello, e le altre cose
tutte similmente da qualunque genere certa altra pro- genie, e sarebbono
da dirsi gli stessi nomi, se non ci facesse mostro. Egli è lecito, che in
modo si variino per sillabe, che sia avviso all’ nomo rosse, che le cose,
che sono le stesse siano diverse tra loro, co- sì come le medicine dei
medici variate con colori, •ed odori spesse volte essendo le medesime,
pare a noi, che siano diverse: ma dal medico considerata la virtii
loro, sono giudicate le stesse; nè il perturbano le cose aggiunte.
Similmente peravventura chi è eru- dito d’intorno a nomi considera la
virtii loro nè si perturba il giudició di lui, se vi è aggiunta
alcuna lettera o trasmutata o levata, o se in altre, e motte
lettere si ritrova la stessa virtii del nome. Come quei nomi, i quali di
sopra abbiamo detto Astianate, e Ettore hanno le lettere ad ogni modo
diverse, fuorché il sol T, non pertanto significano il medesimo...
Mei medesimo modo ciò che si dice prencipe di città, qual
communicanza di lettere tiene egli con li due antedetti? nulladimeno
significa il medesimo, e molti altri vi sono, i quali nient’ altro
significano, che il re. Oltre ciò molti sono, che significano il
capitano dell’esercito, come altri ancora, che dichiarano il
professor dell^medecina. E si possono ritrovar mol- ti altri discordanti
nelle sillabe, e nellj lettere: ma accordatisi al tutto nella virtù, del
significare, par egli che così sia, o pur nò? zrm.— Così certo,
soc. — Or a queste cose, che si fauno secondo la natura sono da
darsi gli stessi nomi, ehm. — Adognimodo, soc. — Ma qualora alcuni uomini
si fanno contro la natura in certa specie mostri, come quando
sì genera l’empio dall’ uomo buono, k pio; ohi è gene* rato non dee
sortire il nome del genitore- ma di quel genere, nel quale ei si ritrova,
come diami di cent- rilo; se il cavallo generasse la prole del bue, non
sa» rebbe da chiamarsi il figliuolo di lui cavallo: ma bue* mm.— C
osi è. soc. -Dunque all’uomo empio generato dal pio, bassi a dare il nome
del genere. ehm.— Queste cose sono vere, soc.— Dunque non conviene, che
si chiami un figbuol tale, amico di Dio nè ricordevole di Dio, nè
alcuna cosa siffatta: ina con ' nomi il contrario signi- ficanti se pur i
nomi deono conseguire la retta in- venzione. sbm. — Cosi al tutto o
Socrate è da farsi* soc.— Come ancora Oreste, o Ermogene, corre
rischio» che sia ben messo, o se alcuna sorte H pose il no- me, o
alcun poeta; con quel nome significando la dì lui natura ferina,
selvaggia, e montana, erm. — Cosi apparisce, o Socrate, soc. — Àncora è
avviso, che il parere di lui tenga il nome secondo la natura, erm.
— Apparisce, soc.— la vero tale appar egli, che sin Agamennone,
quale pare che si affatica, e sopporta» imponendo fine alle cose, le
quali parvero da termi- narsi per la virtù. Argomento poi della sua
toleranza ne diede il durar sotto Troia con tanto esercito. Dun-
que che questo uomo sia stato buono nella perseve- ranza, il nome di
Agamennone lo significa. 1$ perav- ventura eziandio Atreo se ne sta bene,
conciosia, che la uccisione di Crisipo, e la crudeltà intoruo a
Tie- sse sono tutte le cose daouosc, e perniciose in verso'
) 00 { alla virtù, onde la denominazione del nome declina un
tantino, ed è gelata in modo, che non dichiari .^chiunque la natura di
questo nomo: ma cui som» periti di nomi si mauifesta bastevolmente la
signi- ficazione di Atreo; perchè esso nome è posto bene in- ogni
luogo secondo 1* intrepido. Ancora pare che il nome di Felope non sia
dato a lui fuor di propo- sito, significando questo nome, che sia degno di
que- sta denominazione chi vede le cose dappresso, zbm.— • In che
modo? soc. — Come si dice nella morte di Mirtillo contra di lui, che egli
non abbia possuto pro- veder niente, nè da lunge vedere di quanta
calamità fosse ripieno il genere tutto, riguardando alle cose, che
gli erano innanzi a piedi, e solamente alle pre- senti. Ciò poi è il
veder dappresso, il che ei fece avendosi aiTaticato con ogni sforzo di
accompagnarsi in matrimonio con Ipodamia. Appresso penserebbe
ognuno, che il nome Tantalo li sia stato posto bene, e secondo la natura,
se sono vere le cose, che si rac- contano di lui. erm. — Quali sono
coteste? soc. — Che a lui ancora vivente moltissime cose avverse, e
gravi avvennero, il fio delle quali si era, che tutta la patria di lui si
vogliesse sossopra. Più oltre, lui mor- to gli sta sopra la testa un
sasso, per certo, durissima sorte. Tutte queste cose adognimodo si
confauno col nome, non altrimenti, che se alcun l’avesse volato
nominar pazientissimo: ma avendo parlato alquanto oscuramente, abbia
posto Tantalo per Talantato- In
) c vero pare, che un tal nome la fortuna di
lui avversa lì abbia dato col rumor della gente. Anzi che bene si
applicò ancora il nome a Giove padre; nondime» no egli non è agevole da
conoscersi» essendo «1 no» 1 me di Giove qual certa orazione, il quale in
due par- ti partendo, in parte si vagliamo d’nna, in parte del»
l’altra parte, chiamandola. alcuni altri, le quali per» ti in uno poste,
dimostrano la natura di Pio, il che dee poter fare il nome massimamente;
non avendo noi, nè tutti gli altri niuna maggior cagione di viver,
che il prencipe, e re di tutti- Dunque avviene, che si nomini bene in
cotal guisa, essendo ‘Dio, per cui ca» gioite il viver si ritrovi sempre
in tutti i viventi. Es- sendo poi uno il nome, è in dtfe parti partito,
come io dico. Questo poi essendo fìgliuol di Saturno clù all’
improviso l'udisse penserebbe cosa insolente. M* è ragionevole, ehesia
prole Giove di certa grande in» telligenza; perchè quello, che si dice non
significa fanciullo; ma purità, e incorruttibilità deliamente di
lui. Egli è poi, come si dice, figliuolo del cielo; con- ciossiachè lo
aspetto alle cose di sopra meritamente sidee chiamare con questo nome,
come all' alto ris- guardi onde, o Ermogene, affermano coloro, che
trat- tano delle cose sublimi, cheavvegna una pura mente, e a lui
si ponga bene il nome del cielo. Or se io tenessi a memoria la geneologia
scritta da Esiodo: e mi ricor- dassi quali egli introducesse i
progenitori loro, in niuu modo non cesserei di dimostrarti, che fossero
) » ( «scritti loro i nomi bene, finché facessi la
provi» di questa sapienza, se ella faccia alcun profitto, e alcu-
na cosa fornisca e se si dubiti, o nò, la quale io non se certo, onde
poco fa mi sia venuta cosi allo ìmproviso. za»*— In vero, o Socrate, pare
a me, che t« alia similitudine di coloro, che sono da divinità
rapiti, mandi fuori oracoli. soc.— O Ermogene, io stimo, che. questa
sapienza si cagionasse in me da Eu- tifrone figliuolo di Panzio; poiché
assiduo gli era in- stami dal matutino, e li porgeva gli orecchi.
Sicché é manifesto, che egli pieno di Dio, non solamente abbia
ripieni di sapienza beota gli orecchi miei? ma occupato t'animo ancora:
io stimo veramente, che si abbia a fare in cotal guisa. Che si vagliamo
-oggi di lei, e si investighi da noi il rimanente, che pertiene a
nomi: diman poi, se in ciò converremo, la man- deremo fuori, e la
mondaremo con diligenza, ricer- cando alcun o sacerdote, ovver sofista,
che sia buono a purgar queste cose, bum.— O Socrate, io approvo
questo si, perchè molto volentieri udirei ciò, che ri- mana d'iutorno a
nomi. soc.— Al tutto si dee fare cosi. Dunque ove giudichi tu
principalmente, clic si abbia ad incominciare; poiché abbiamo
prescritta Certa legge per conoscere, se eziandio gli stessi nomi
ci attestino, che non siano stati fatti a «uso: ma con- tengano alcuna
invenzione? i nomi dunque degli croi* C degli uomini peravventura ci
inganaereb- bono, essendo molti di questi posti secondo le denominazioni
de’ maggiori, e spesse volte non conven- gono in modo niuno, come abbiamo
detto nel prin- cipio. Molti nomi poi pongono gli uomini quasi pel*
voto, come e altri molti Per la qual cosa io stimo, che siffatti siano da
tralasciarsi: ma è cosa verisimì- le si, che noi ritroviamo i nomi posti
bene, e natu- rali intorno «Ile cose, che son sempre, convenendosi
mollo, che qui si abbia a cercare diligentemente la maniera del por i
nomi: ma peravventura alcuni dì loro sono stati posti ancora da certa
potenza più di- vina, che umana. ehm.— 0 S ocrate, tn mi pari dì
parlar eccellentemente. soc.« Non è egli cosa con- venevole lo
iucominciar da Dei, considerando in qual guisa sono stali chiamati i Dei
bene con questo stes- so nome? erm.-E verisimile. soc.-In vero cosi io
so- spetto; mi par certo, che i primi de’ Greci abbiano pensato
quei soli Dei, i quali eziandio sono stimati in questi tempi da molti
,!«' barbari il sole, la luna, la terra, le stelle, il cielo. Dunque
quasi, che essi ve- dessero tutte queste cose essere in un perpetuo
corso, da questa natura è avviso, che ic si abbiano nominate,*
poscia osservandone altri; le abbiano chiamate tutto con lo stesso nome.
Ciò, che io mi dico tiene egli al- ®uua verisomigliauza, oppur nò?
««.-Appar molto, soc — che si ha poscia ad investigare? ehm E ma-
nifesto, che si dee cercare de’ demoni, e degli eroi,» degli
uomini. $oc.- De’ demoni? o Ermogene, conside- ra veramente se ti è
avviso, che io ti dica alcuna cosa intorno a ciò. che si vuole inferire il nome
de* demoni, ehm.— DI pure. soc. — Sai tu dunque quali si dica
Esiodo, che siano i demoni? * km— Non inten- do. soc.— Nè eziandio, che
egli dica essere stato de- gli uomini primieramente il genere dell' oro?
erm. — Solio sì. soc.— Or dice d’intorno a lui, poiché la
sorte coprì questo genere, che altri si chiamano de- moni puri,
terrestri, ottimi fuggatori di mali, e guar- diani di uomini mortali,
erm.— Che poi? soc. — Per certo io stimo, che egli chiami genere d’ oro,
non fatto d’ oro: ma buono ed eccellente, e di ciò ne fo la
congettura, dicendo egli, che il genere nostro sia del ferro, ehm.— Tu
narri il vero, soc.— O non pensi tu, se al presente alcun de’ nostri
fosse buono, «he egli si stimerebbe da Esiodo del genere dell'oro?
erm. — E cosa verisimile, soc- — Or sono alcun' altra cosa i
buoni, che prudenti? erm— Prudenti. soc Sì che come io penso
chiama quelli demoni principalmen- te; perchè erano prudenti ed
intelligenti, e pervenne questo nome dalla nostra lingua antica.
Perlaqualco- sa ed egli, e qualunque altri poeti molti parlano be-
ne, che dicono, che poiché alcun buono si parte di vita, prende in sorte
grandissima dignità e premio, e si fa demone secondo la denominazione
della pru- denza. Così mi affermò ancora, che sia ogni uomo pru-
dente, il qual è buono, e sia egli demonio, e viven- do, e morendo, e si
chiami demone bene. erm.— Mi pare o Socrate, che io consento d’intorno a
que- Digitized by Googl ) *5 ' sto con
esso loco, soc.— Poi, significa egli? ciò non è molto malagevole da
considerarsi, essendo poco di* stante il nome degli eroi, dimostrando che
la gene- razione loro sia derivata dall’ amore. erm. — In che modo
dì tu questo? soc.— O non sai tu, che sono se-, midei gli eroi? erm.— Che
dunque? soc. — In vero tutti sono generali, avendo o Dei portato amore
a donna mortale, o mortali a Dea, oltre ciò se consi- dererai
queste secondo la vecchia lingua degli Ate- niesi il saprai maggiormente;
perciocché ti dichiare- rà che si è mutato nn tantino per causa del
nome, onde so«o fatti gli eroi, o che egli significa gli eroi, o
perchè furono savi, e retori, e facondi, e al dispu- tare acconci,
essendo bastevoli allo interrogare. Sicché quello, che poco fa noi
dicevamo, dicendosi gli eroi nella vece attica pare, che gli eroi siano
atctmr relo- ri, e che interrogano e amano; onde il genere degli
eroi si fa genere di retori e de' sofisti: ciò poi non è malagevole da
intendersi: ma più oscuro quello, per qual cagione Si chiamino gli uomini
gf$pcTrol’ P uo * tu dire il perchè? ersi. —Uomo dabbene dove avrei
io questo? anzi se io potessi ritrovare alcuna cosa, uon 1’ affermerei,
pensando, che tu meglio di me sa- resti per ritrovarla, soc. — Egli mi è
avviso, che tu ti confidi nella ispirazione di Eutifrone. erm. —
Senza dubbio, soc.— E meritamente tu ti confidi; percioc- ché
troppo bellamente ini pare ora di aver pensato, ed è pericolo (se io non
mi guardassi) che no» pares- ® e °gg>> c h® io fossi
divenuto piti saggio, che non si converrebbe. Or non considera ciò, che
io dico; perciocché conviene primieramente, che si consideri questo
intorno a nomi, che spesse volte aggiugniamo lettere, e ne leviamo,
nominandole fuori della nostra inleuziope, e mutiamo le acutezze, come
quando dicia- roo Alì <p'lAo$. Da questo nome, affine egli ci
servi per lo verbo, caviamo poscia fuori l’uno I, e per la sillaba
del mezzo acuta pronunciamo la grave, in al- cuni altri framettendo le
lettere, e altre più gravi pro- ferendone. erm — Tu riferisci il vero.
soc. -.Questo come a me pare adivietie ancora al nome degli
uo- mini; essendosi il nome formalo dal verbo, fuori, che uno A, e
fatto grave nel fine. srm. — Come di tu questo? soc. — Cosi. Egli
significa questo nome o’ ivoSt cioè di nomo; perchè le'altre fiere non
con- siderano, nè osservano, nè contemplano alcuna delle cose, che
veggono: ma l’uomo incontinente, che vede (e questo significa 1’
oTTùiTTs) e vede, e contempla, e considera ciò, che ha veduto. Quindi
meritamente l’ uomo solo di tutti gli animali è chiamato,
consideran- do ciò che vide. Che da te poscia addimanderò io?
quello peravyeutura, che io udirei volentieri? erm. — Si. soc. —
Dunque mi è avviso, che incontinente succeda alle cose antedette la
considerazione dell’ a- nirua e il corpo alcuna cosa dell’ uomo. erm.
—In che modo nò? soc. — Ora sforziamoci di distinguere ancora
questo come le antedette, pensi tu, che iunanzi si. ql>bia a cercare dell’
Miima, come sia ella chia- mala bene? poscia del corpo? erm.— In vero si.
soci —Dunque acciò io subitamente esprima quello,' che ora mi si
offerisce primieramente, io : stimo che Colo-i ro, che' cosi chiamarono
l’anima abbiano ciò pensato principalmente, che questa quante Tolte è col
corpo si è-, cagione, che egli viva, dandoli la virtù del ri-
spirare, e rifrigerandolo; e come prima lo abhando-t nera quello, che il
refrigera, eglisi scioglie, e Sene muore, onde pare, che 1’ abbiamo
chiamata, quasi ri- frigerante: rtȈ se, ti aggrada fermati alquanto. Mi
par divedere alcuna cosa più di questa probabile presso coloro, : i
quali seguitano Eotifrooe; perciocché sprez- zerebbono essi questa, come
io penso, e la dimostrereb- bono certa cosa molesta: ma vedi, se ciò ti
sia per dover piacere, erm. —Dì pure, soc.— Qual* alt+a cosa pare a
te, che contegno il corpo, e il guidi, e faccia, che egli v;va, e vadi
intorno* che 1? anima? eatu.ij-' JNient’ altro? soc. — Ma che? non credi
tu ad A nassa-' gpra, che la natura di tutte le cose sia lo
inieMetto,- e l’anima che l’adorna e contiene?. > erm. — Così
si.' soc. — Dunque ben fia, che a quella potenza si applichi questo
nome (pvvgyjnj, cioè contenente la naturai ma si può chiamare ancora
ornatamente. ' erm. — Così è ad ogni modo, e mi pare, che questo . sia
di» quello' più artificioso- soc.— E verameute, anzi par. certo co-
sa ridicolosa, se si nominasse, come le fan posto.: brw” —Or, che
dobbiamo dir api ciò, che segue? soc.— Tu dì del corpo? brm.-Sì. soc. — Questo
a me pa- re in molti modi, se alcun declinasse un tantino. Perciò,
che alcuni dicono, che egli sia all’anima se- polcro, quasi ella sia
sepellita in questo tempo pre* sente, e anco perchè 1’ anima col messo
del corpo significa qualunque cose può significare per questa ca«
gione è chiamato ancora bene. Nondimeno mi Rav- viso, che gli settatori
di Orfeo abbiano posto questo nome principalmente a questo fine; perchè
l'anima iti questo corpo dia la pena de’ delitti, e sia chiusa iti
questa siepe, e trincea affine servi imagine di prigio« ne. Per la qual
cosa vogliono, che sia questo cosi; come è chiamato un chiostro per
custodir l’ anima fin, che purghi qualunque debiti; nè pensano, che
vi si abbia a tralasciar pure alcuna lettera, ehm — Or, O Socrate,
mi pare, che d’j intorno a questo si sia detto bjBstevolmetite: ma de’
nomi de* Dei potressimo forse noi considerare, come si è fatto di Giove,
secondo qual retta invenzione fossero posti i nomi loro? soc.
Per Giove sì, o Ermogónè; se noi avessimo intellet- to sarebbe una
maniera buonissima il confessare, che iton conosciamo niuna cosa d’
intorno a' Dei, dico nè d’ intorno ad essi, nè a’ nomi loro, co’ quali
si chiamano; manifesto essendo, che essi si chiamino coi veri nomi:
ma la seconda maniera della retta inten- zione si è, che così come ordina
la legge, che si pre-i ghino i Dei ne’ voli comunque aggrada loro di
esser chiamati; così ancora noi li chiamiamo, quasi da noi non si
conosca niun' altra cosa. Perchè si è deterrai. nato bène, come mi pare.
Per la qual cosa, se ti pia- ce, consideriamo quasi avendo detto innanzi
a Dei, che da' noi non sia per conoscersi niuna cosa d’ in- torno a
loro? ‘non confidandosi noi di esser possenti: ma piò tosto- d' intorno
agli uomini oon che opiniti- ne principalmente intorno a Dei disposti
posero lóro i nomi; essendo .ciò lunge da riprensione. fi erm. O
' Socrate; egli è avviso, che tu parli modestamente, c
facciasi da noi in cotal guisa. .Dunque incominciamo .alcuqg ,co$a da
Veste. secondo le legge.- bum. —Cosi veramente conviene, spc.a-t, Q ual
cosa porrebbe dir alcuno, che considerasse chi la si chiamò Veste?
erm. -Io pon penso per Giove, «bis ciò siaagevole do ri-
provarsi. som— O firnwgene buono. In vero par bene, che i. prinp autori ,
de’, nomi non siano «tati certi grò*, solqni; ma investigatori sottili di
cose Sublimi. 11» — Perchè? sac— Perchè , mi pare cheil por de'
sto- mi sia stato di . certi uomini siffatti, *' se d leu n consi-
derasse i nomi forestieri^; non tnanbo ritroverebbe ciò, che qualunque
significasse, come eziandio in qae- sto, il qual noi chiamiamo essenza,
alcuni sono,.' che il chiamano altri di nuovo. Primieramente
secondo l’uno di questi nomi,, ,non ^ ovviso^ che si fofamrai
forte lontano dalia ragione la essenza deilè Icosè, e perchè noi
chiamiamo ciò, che è partecipe dS essenza; per questo si potrebbe nominar
Itene; perchè parte, che ancora noi anticamente,, chiamavamo già
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Appreso »e «leu* considerali* isàcrifieà, stimerebbe, che; c^»l cqn|i
derisero doloro, ( «bfc .li, & posero;, perciocché è vcrisùniU
iunanM-4-iWtt». • i-, I>«i^ che facessero i sacrifici a Veste
chi denominarono la essenza di tutte le cose.- ma quanti di;, nuovo
,la.fthia- marono ùaiOCV, stimarono quasi di mlovo secondo E-
ratlito, che sempre scorressero tutte le cose, e Piente •Don si fermasse.
Danqoe la cagione, 'e la origine lo- ro fosse, chi le spingesse. Sicché
meritamente si chia- mi la cagione, che spinge. D’ intorno 1 0 questi fin
qui siane detto in .colai guisa, come da coloro, Che' 'non
intendono piente. Dopo Veste con-vien, Che si Iconst- deri di Rea e di
Saturno,* tuttoché de! nome di Sa- turno abbiamo detto di sopras-hiB
forse, chef io noti died nulla. EHM.-Perchè, o Socraté? soc.— O uomo
dabbene, ho considerato certo esime di' sapienzd. erm.— -Q uale é eglit
socv-Cosd'dS dirsi ridfirolosa niol- -U>, fiondimene '«Urn®, che tenga
‘àfeuno probabil cosà. k*m.>— Q uale n’-è dessa? soc.— Mi pàrvedere;
che E- • radilo già. molto nani chiaramente aldune cose sag- gio,
che si fecero nel tempo di Saturno e dì Rea, fe quali eziandio si
raccontavano da Omero, ehm.— ‘Co me- di tu cotestoì soc. — Eradito dice, che
scorrano tuttéalacose, e, non si fermi nulla; e assomigliandogli
-.enti al flusso d’ un- fiume, dice non esser possibile, che nei
medesimo, fiume tu possa entrar due volte. ehm.— Q uesto A vero. soc. J—
O ti par egli, che colui da praclito dissentisca, il quale pose Rea e
Saturno Si < IVa progenitori degli altri Dei? dimmi, pensi
tn, che egli abbia posto temerariamente i nomi ad ambi lorò delle
flussioni; come ancora Omero dice, che l’Oceano sia la generaeione de'
Dei, e la madre Tele; e il me- desimo, come pare, volle ancora Esiodo.
Oltre ciò db ce Orfeo, che l’Oceano primo abbia dato incominciai
mento alle nozzi; che corrono bene, avendosi accom- pagnato con Tele sua
sorella. Dunque considera come si confacciano insieme queste cose, e
tendano tulli al- la opinione di Eraclito, erm — O Socrate* pare a me
che tu dica alcuna cosai ma non intendo bastevolmente ciò, che inferir si
voglia il nomedi Tele, soc.— E non- dimeno significa quasi questo stesso,
che sia un nome ricondito di fonte; perciocché quello, che corre, e
sì spinge è un simulacro di fonte, e d’ arnbidue questi nomi è
composto il nome erm.— O Socrate, questo è bellissimo, soc.— In che
modo nò? ina che poscia? di Giove abbiamo detto veramente,
ehm. Così è. soc.— Or diciamo de’ fratelli di lui Nettuno, e
di Plutone e dell'altro nome, col quale è chiamato' da loro. erm. — Al tutto,
soc. — Egli è avviso, che Net- tuno da chi primieramente il nominò, sia
perciò sta. to chiamato* Troa-g/ofiàlt, perchè mentre egli
cambiava, «1 ritenne la natura del mare, uè permise, che se
ue andasse più oltre: ma se li fe quasi legame a piedi. Sicché
chiamò Dio 7T0<retc/là>lùX, il prencipe di questa virtù, come
TTOff/c/lefffiolf OVTK, cioè legame di piedi: ma l’E vi fu
trasmesso forse per ornamento, ftla per- »M avventura
non si vuote egli inferir quatto.- ma in vé- ce di E si diceva
primieramente «on due LL come se dicesse fa ttoAAc
bÌ</IÓto<tTov$*ov, ci °è* che qua» si sia Dio coguitore di molte
cose. Peravveotnra dal ctteu, cioè dal movere fu nominato èa-g/ar, cioè
mo. venie, cui si aggiunse poi il P e il OeilD. Or il no» me di
Plutone fu nominato secondo il compartimento delle ricchezze, cavandosi
etle dalle viscere delta ter- ra. Il nome poi ac/|»J, pare, chela
moltitudine gliele abbia dato quasi t ò AeuAtSt c ' 0 ^ cosa invisibile,
e di questo nome avendo onore il chiami Plutone. , eia. — Or in che
modo pare a te, o Socrate? soc. — A me pare, che gli uomini in molti modi
abbiano errato intorno alla potenza di questo Dio, e lo abbiano
avu- to sempre in orrore, non convenendosi punto, teraen • dolo
chiunque; perchè morto una fiata sta sempre qui- vi; e ancora, perchè
l'anima del corpo spogliata cola se ne vi ella. Alla perfine tutte queste
cose, e il re- gno, e il nome di questo Dio mi pare, ebe tendano al
medesimo, enti. — In che modo? soc.— Ti dirò ciò, che mi pare. Perchè
dimmi, qual di questi due è le- game pili forte al tenere in qualsivoglia
luogo qua- lunque animale, la necessiti forse, o il desiderio? erm.
— Di gran lunga, o Socrate, avanza il desiderio, soc. — Pensi tu dunque,
che molti non fuggirebbono lo inferno; se egli non legasse coloro, che
quivi di- scendono con un fortissimo legame? srm.— C hiaro è. soc.—
Sì che li lega, come pare, con certo desiderio, non con neoesiità, se
pure li annoda co* legsmh fortissimo, erm.— Apparisce, soc.— Sicché di:
n«o?0 sono molli i desideri? «a*i.— -Molti si. • soó. -Dunque
li annoda colla grandissima cupidità, se pur li dee contenere col
grandissimo legame. <rm.— Per certo, soc.— Or vi è «gl* alcuna
cupidità maggiore* che quan- do alcun con altrui accompagnatosi, pensi di
dovere esser uomo migliore per causo di l’uJP «aat. — O So- crate,
iti ninn modo per Giove, soc. — Forte per questa cagione hassi a dire, o
Ermogene, che nien di colà se ne voglia' ritornar qni, nè iè stesse
sirene, anzi e esse, e gli altri tutti siano addolciti; cosi belle
parole sa formar lo inferno, eéttrt apparisce, ed è questo Dio, come
testifica questo parlare Sodala per- fetto; e a colóro apporta gran
benefidi, che abitano presso lui, e dà loro cotanti beni; siffattamente i
egli di ricchezze abbondante in qael luogo, onde ancora di quà ebbe
il nome di Piatone, o non ti pere officio di filosofo il non volersi
accostare agli nomini, che hanno i corpii ma il riceverli allora finalmente,
quan- do l’animo loro é purgato da tutti i mali, e da de- sideri,
che sono d’ intorno al corpo? per certo pensò questo Dio di dover tener
in questa maniera gli ani- mi, se li legasse col desiderio della virtìit
ma chi so- no infetti da stupore e da pazzia di corpo, nè il pa-
dre Saturno sarebbe possente di raffrenarli con quei suoi legami, e di
tenerli seco. efcM.-O Socrate, pa- re, che tu parli alcuna cosa. soc. — O
Ermogene, è ' >34 ( forte lontano, che il nome
sia quali imminato invisi- bile, ansi ai cava dal conoscer tutte le cose
belle. Per la qual cosa -da ciò è questo Dio chiamato idei facitore
de’ nomi. erm. — Stiano lé cose cosi. Che diciamo noi pili oltre del nome
di Cerere, di Giuno- ne, di ’ Apolline, e di Minerva, ’e di Vulcano, e
di Marte, e del rimanente de’ Dei? soc.— Cerere si chiama Jt«T«
-rnvc/lótr/l! rriff èj\a>if(is dal dopare gli alimenti,
crtte/loti<r<X d$ (isp, c '°* quella, che dà quasi, madrq: ma Spx,
Cioè Giunone, come gp«r*TlC>. c ‘°,è certa amata, così come si
racconta, che Giove amata l’ebbe. Ancora risguardqqdo all’alto
peravveulura chi ordini) questo nome, denomino l’aere e parlò
oscurar mente, ponendo ci principio nel fine, il che ti si
farà manifesto, se spesso pronuncierai quel nome di Pro- serpina,
ed enroAAtav temono alcuni 'per quello di no- minare, che è ignota: loro
la retta invenzione de’ np; mi: perciocché mutando considerano la
<pgp(j-£<pótfW, e ciò loro par cosa grave. Ciò poi dimostrai c
h® Dea sia sapienza. In vero la sapienza fìa quella, che tocca, e
palpa le cose, che scorrono, e lepuòcopse; guire. Per la qual cosa
Qepé'lTCUpX, questa Dea meri- tamente si chiamerebbe per la sapienza,
toccamente di quello, che scorre, o alcuna tal cosa. E però lo
inferno, essendo sapiente è congiunto con lei per es- ser. ella siffatta.
Ma ora schivano questo nome, stiman- do più la grazia del proferimento,
chq la verità: in modo, che la nominino (pepp&QXTyxi- M
medesime Digitized by Google >3U ancora
adìviene intorno al nome dì A polline, avendo molti in orrore questo
nome, come porti seco alcuna terrihil cosa, o no il conosci tu? ehm.— Il
Conosco *ai, e tu di il vero. soc. -Ma ciò, come mi è avviso,
è posto benissimo rispetto alla potenea di Dio. erm. In che modo?
soc. — Sforzerommi di esprimere il mio parere, in vero non si
avrebbe possuto ritrovare un’ altro nome solo più convenevole -alle
quattro po- tenze, di Dio, di maniera, che le tenesse tutte, e in
un certo modo dichiarasse la musica, il vaticinio, la 1 I T u ' '
, medicina, e 1’ arte del saettare. Or di, per- chè mi
è avviso, chp,tu dica un nome strano,, soc. — Anzi egli è conveuevolmente
addattato; essendo Dio musico; perciocché la purgagioue primieramente,
e le mondazioni, che si fanno colla medicina, e col vaticinio;
ancora le cose, che si torniscono col- le medicine ’ de’ medici, e gli
incauti degli indovi- ni, C le purificazioni, i lavacri, egli spargimenti
pos- sono questo solo, cioè di. rendere 1’ uomo puro, e del corpo e
deU’aniina; non è egli cosi? erm. — Cosi ad ogni modo, soc.— Dunque sarà
colui il Dio, il qual purga e lava chi libera da mali siffatti, ehm.—
Senza dubbio, soc — Per la qual cosa in quanto lava, e li- bera
come medico di tali inali; è meritamente chiama- to liberatore. Ma
secondo la indovinazione, e il vero, e il semplice, essendo una stessa
cosa il possiamo anco- ra nominar bene secondo il costume de’ Tessali.
Per l * certo tutti costoro chiamauo questo Dio ,
semplice: ma perehè sempre imbroca il sogno con l'arte del saettare,
sempre percuote-, si può dire perpetuo percotente. Se- condo la musica
poi, si ha a pensar di costui come di chi si dice, che segue alcuno; e
della moglie, per- chè 1 ’ A dimostra, come in altri molti luoghi il
con- giuogimento, e qui ancora significa 1 * accompagnamen- to
delle conversazione, e intorno o cieli, i quali chia- miamo «7 TÓAovff, «
significa eziandio 1 * armonia, che è nel canto, la qual ai chiama
concordanza. Perchè d’intorno a queste cose, come dicono i periti di mn-
•sica e di astronomia, si rivoglie egli con Certa armonia. •Questo
Dio poi è soprastante all’armonia volgendo insie- me tutte queste cose, e
appresso agli uomini, e~a'ppresso V Dei. Dunque così come T J y
o^oa/Afii/Sor, Kffì opó- JtO<T«V, 0, °® va insieme, e chi giace nello
stesso let- to abbiamo chiamato «kuAovSov, X ai SttOITtY, ca-
blando l’ O nell’ A, così quello abbiamo chiamato ■Apollo, il quale era
o’fXOTTCÀàv, frammesso l’altro L: perchè sarebbe stato equivoco
col duro nome. Il che ancora a questi tempi avendo sospettato alcuni •
per quello che non considerano bene la virtù del nome, così il
temono, come significasse certa corruzione. Ma daddovero questo nome
abbraccia- tutte le virtù di questo Dio, come di sopra detto abbiamo;
conciossia, che il significa semplice, perpetuo, ‘ percotente,
lava- tore, e insieme conversante. Il nome poi delle mu- se • della
musica i cavato da quello ebe si dice h
( c '°® cercare i come è avviso, e co* la inve- stigazione, e
con lo studio della sapienza. Latona si dice dall* mansnetndine dèlia
Dea, perchè sia pronta; ed esposta, e presta al dar ciò, che chiunque
ricerca. Ma peravventura, come chiamano i peregrini perchè molti
nominano il qual nome pare che lì sia stato dato, perchè non abbia
ella la mente rigida: ma, mite, perciò si denomini qiwaì Aitò»
ì$6$, cioè costume piacevole e mite $prt[ìl(, cioè Diana per
quello che s ‘ a quasi integra, e modesta per lo desiderio della
virginità, ancora lo institutore del nome la chiamò peravventura quasi
òlfSTÌi iffTO p«tj cioè chi conosce virtù eziandio è detta forse
SpTeyttS, quasi £; TÓV «fyoTOV TOt OtVcApài «’»7V- I ctiKi,
cioè che ella abbia avuto' quasi in odio il con- giungimento dell’uomo
colla donna essendosi ordina- to il nome,'o per alcuna di queste 1 cose,
0 per tutte di siffatta sorte, erm.— Ma che Airfrtfd'O? g'(pp
o</IÌTt cioè di Dioniso e Venerei soc. — O figlinolo di
Iponi- co, tu addimandi gran cose. Or è doppia la maniera de* nomi
imposti a questi Dei, 1* una seria, 1* altra giocosa. Dunque da certi nitri
ricerca fa seria: ma la giocosa niuna cosa vieta, che non si racconti:
percioc- ché sono ancora i Dei de’ giuochi amatori, e sarò uno
Al'orvtrog i J\l<Aoùs to'» ODO», cioè Dioniso mini- atratore divino,
quasi cognominato' JU<A\jtvv<roS, nel Digitized by
Google J38 ( giuoco. Ma ti può meritamente chiamar
vino; perché faccia, che molti, i quali beono essendo alienati di
mente, pensino di avere intelletto qh al&S^xl VOÙV »v«<» tò»
TTt*óv3fi>v roti : ttoAAoÙs, d’onde meritamente si può chiamar
obi pensa avere intelletto. D’ intorno a Venere non è cosa degna,
che si contradica ad Esiodo: ma si conceda, che si chiami
&QfO<AiTH TSt T«V «iJ>poù 7 évetrw, ci°é per la generazione
della spama. MM.-Or, o Socrate, non trapasserai sotto silenzio Minerva, e
Vulcano, e Marte essendo ateniese, soc.— Non conviene itKolcun mo-
do. ehm.— Per certo nò. soc. — Egli non è malagevo- le da dirsi, perché
sia posto l’uno de’ nomi di lei. Kit».— Quale? soc.— Per certo noi là
chiamiamo Palla- de. ehm.— Si certo. sac^-Or istimando noi, che 1»
sia posto questo nome dal saltar fra le arme, lo sti- meremo bene, come
io penso, perciocché lo inalzar se stesso, o altra cosa in alto, o da
terra, o colle ma- ni il diciamo TróAAetif, e thxAAe adii, Xfid àpX B
^* t • • - * <. vi v XK< c ‘°® cr °ll are » e
crollarsi, e saltare, e patire il salto, ehm.-— Così è. soc —
'Dunque in colai guisa la chiamano Pallade. ehm.— E meritamente; ma
1’ altro suo nome, in, che modo lo di tu. soc.— Cer- chi tu tÒ .
À9NV&? ( ehm.— Questo stesso, soc.— Que- sto è piu difficile, o
amico, pare che gli antichi sti- mino £$ come costoro, che a questi tempi
sona dotti d’intorno ad Omero. Perciocché di costoro mal-
Digitized by Google ) 39 < ti
interpretando il poeta dicono, che òt$tlVoiV «- TOV yovv, Kx\ JÌIXVOIXV
TTSTTOIHkÌvÓCI, abbia fatto la stessa mente e il discorso, e chi fece i
nomi pare, che abbia considerato alcuna cosa tale d* intorno a lei:
anzi ancora dall’ alto innalzandola, la introduce come intelligenza di
Dio, qnasi dica, che questa sìa 5eovÓo, cioè quella, che intende Dio,
valendosi dell* X in luogo del y secondo certo rito forestiero;
levan- done appresso lo j e il ma peravventura nè a que- sto
modo: ma come, che ella diversamente dagli altri intenda le cose divine
la chiamò ^eoto'nif, cioè inten- dente le cose diyine. Uè fìa fuori di
proposito se di. remo, che egli 1’ abbia voluta chiamare rf$oVÓtf
quasi essa sia intelligeuza d’ intorno a costumi. Egli dopo, o coloro
ancora, che vennero poscia come era avviso tirandola nel meglio, come
credettero la de- nominarono Atene, ehm.— Che di Yulcauo, il quale
è nominato ÌQxHnotf in che modo dì tu? soc.— Ocer- ehi tu il
generoso intelligente di lume? ehm. — Cosi mi e avviso, soc.— Costui come
può esser manifesto a ciascuno è tpoÙffT Off, e si attribuisse lo
onde è * . t . v i detto £ Qxi$TQS- ehm.— Apparisce se
eziandio non ti paresse pra altrimenti, soc.y- Ma acciò non mi
paia cosi addimanda di Marte. ERM.-Addimand,o. soq, —Se li piace
KfltTOt TP Xf>ps, y, cioè Alarle, si dice se- coudo il maschio è
«MpetOtfjiCioè forte. Più «lire sft Digitized by Google
) 4 » ( la vorrai, che egli aia stato chiamato per
certa aspra natura, dura, e invita, e immutabile, la qual si chiama
ttppXTOI, questo ad ogni modo convenirli al Dio guer- riero. xrm. — A d
ogni modo. soc. — Deh per li Dei lasciamo oggimai i Dei, temendo io di
disputar di lo- ro: ma proponimi qualunque altre cose tu vuoi, af-
fine tu conosca quali siano i cavalli di Eutifrone. un. — Farollo
addiinandandoti ancora una cosa di Mercurio poiché Cratilo nega, che io
sia Ermogene, sicché tentiamo di considerar ciò che significhi
éppw$, cioè il nome di Mercurio: affine conosciamo, se egli dica alcuna
cosa. soc. — E nondimeno g’pgyg, cioè Mer- curio pare che sia intorno al
sermone in quanto è i/tfmete, Iteti sryeAof, noi) tò nhu'juKÓne,
k«ì to xTxrnXoi s’r ih * <?» x*ì tò ciipopxaTinòv, cioè
interprete e nuncio, e ha nel parlare lo ingannar furtivamente, e versa
nella piazza. Tutto questo tratta- to versa intorno alla virth del
parlare. Per certo come abbiamo detto dianzi yò etpeil, ® usanza di
parlare.* ma spesse volte dice Omero di costui e’p scorro , cioè
machinò egli. Dunque d’ ambidue si compone il nome di questo Dio, si di
quello, che è parlare, sì di ciò cbe è il ntachinare e 1’ investigar le
cose da do- versi dire, così come 1’ autor del nome ci ordinasse. O
nomini, è cosa decente, che voi chiamiate quel Dio, il quale ha machinalo
il parlare: ma noi al presente it chiamiamo gpjiìy, pensando di abbellire
il nome: anzi, e ipi$ pare che sia chiamata da sip$u per quello, che era
messaggera, erm.— Per Giove pare, che Cra- tilo abbia negato bene, che io
non sia Ermogene, es- sendo io grossolano alla invenzione del parlare,
soc. t- 0 amico, egli è ancora verisimile, che ir fax figliuol di
Mercurio. sia di due forme, erm. - In che modo? soc.— Tu sai, che il
sermone significa il tutto, e at- tornia, e versa sempre, ed è doppio,
cioè, vero e fal- so. erm.— In vero sì. soc. — Dunque la verità di
lui è cosa piana e divina: e di sopra abita fra Dei: ma la falsità
al basso fra la turba degli uomini, ed è aspra e tragica: perciocché qui
si ritrovano molte favole e falsità intorno la vita tragica, erm. — Così
è ad ogni modo, soc.— Meritamente adunque egli, che significa il
tutto, e sempre versa, sarà di due forme figliuolo di Mercurio nelle
parti di sopra molle, e delicato, nel- le inferiori aspro, e caprino, ed è
pane, o il Sermo- ne, fratello di sermone, poi che è figliuolo di
Mercu* /rio. Non è poi maraviglia che il fratello sia al fratello
somigliante. Alla perfine, o beato, dipartiamoci da’ Dei, il che io poco
fa diceva, erm — -O Socrate da questi tali sì, se il piace a te: ma quale
impedimento ti tie- ne, che non racconti di questi altri? cioè del
sole, della luna, delle stelle, della terra, del cielo, dell'ae-
re, del fuoco, dell’acqua, della stagione, e dell’anno? soc. — Sono
molte, e grandi le cose, che tu mi coman- di; non per lauto dovendoti
esser ciò grato, ti ubidirò. ) 4 * ( ikm — Per cerio
tu mi Tarai cola graia. »oc. — Che chiedi tu prima? o vuoi tu forse, come
hai detto, che discorriamo dei soie. erm. — Invero si, soc.— Questo
è avviso, che potrebbe esser più chiaro, se alcun si valesse del nome
Dorico, chiamandolo i Dorici et\Ì0i ed in cotal guisa è chiamato secondo
xktÌ TO à\i- £s/V e li TOCvyópoòs XìlSp ÓttoIs, C1 °è per quello,
che riduce gli uomini insieme quando nasce : ancora Kfltl "TÙ
TTepì tW «et EtAitv, per quello ched’ intorno alla terra si rivoglie
sempre. Piu oltre perchè varia col suo giro le cose, che nascono nella
terra, il variar poi, è lo stesso, erm. — Ma che si dee dire d»
<reÀÌvt)J, della luna? soc. — Pare, che questo nome premi Anassagora,
erm.— Perchè? soc.— Perchè dimostro alcuna cosa vecchia, il che egli poco
fa di» ceva traendo la luna il lume dal sole, erm.— In che modo?
soc.— Il c-e’A CCS, P er cer to, e la luce è lo stesso* erri.— E’ si.
soc.— Questo lume perpetuamente è d’ in- torno alla luna y£ov, hx'i
BVVOf, cioè nuovo e vecchio, se pure gli settatori di Anassagora parlano
il vero, conciossia che attorniandola di continuo la rinova: ma
vecchio è egli il lume del mese passalo? brm.— Vera- mente. soc.— Molti chiamano
la luna o-sAxtCclxt, erm.— Per certo sì. soc Ma perchè tiene sempre
il lume nuovo, e il vecchio, meritamente si dovrebbe chiamare
<rgAA*eyveo«6t«. Ora poi spezzato il voca- Digitized by
Google > 43 ( bolo si chiama <rgA<m
tot. tMt.—O Socrate, questo nome è ditirambico: ma come interpreti tu
T< j r Cioè il mese, e T * forpx, cioè le stetle? soc.-ll mese
si chiamerebbe bene yg/j, T0 ^ ynuoìfBxu cioè dal sminuirsi: ma pare, che
le stelle abbiano la denominazione di òffTfflnr?S , cioè del folgore
: «TTfMnri poi, perchè a se rivoglie gli occhi si do- vrebbe dire
aTpoì’Jtì: ma ora con vocabolo più ao- concio si chiama ònTTpentì. erm.—
Onde ne cava.il nome "jrSp, nxì TÒ ic/l&p, cioè il fuoco e
l’acqua? •oc.— Dubito veramente del fuoco, e corre rischio, o che
la musa di Eutifrone mi abbia abbandonato, ossia questo cosa
difficilissima. Dunque considera qual «na- chinazione io introduca, d'
intorno a tutte siffatte co- se, nelle quali io dubito, erm.— Quale?
soc.— Dirpl? loti. Perchè rispondimi, potresti tu dirmi, perchè si
chiami fuoco, erm.— Per Giove nò. soc.— Considera ciò, che io sospetti
d'intorno a questo: in vero io sti- mo, che molti Greci abbiano avuto
molti nomi da' Barbari, massimamente coloro, che sono a* Barbari
•oggetti, erm.— A che queste cose? soc. — Se alcun cercasse secondo la
voce greca la retta imposizione di questi, non secondo quella, dalla
quale ha origine il nome, sai tu com’ egli dubiterebbe? erm.—
Verisi- 1 mente si. soc — Sicché vedi che questo nome * 7 ^,
non sia alcun nome barbaro, non essendo agevole lo 4 *
) 44 < accommodarlo alla lingua greca, e manifesto è,
che declinando alquanto, i Frigi lo nominino incoiai guisa, TÒ
vJìtof K«ì T«£ KÓKX? KtÒ » cioè l’acqua, ei cani, e altri molti
nomi. ehm. — Questo sì è vero, soc.- Dunque non fa raistieri, che
si usi violenza a quelle cose, poiché d’ intorno ad esse non potrebbe
alcuno dirne niente. Sicché in que- sto modo io rifiuto quei nomi di
fuoco, e d’acqua: ma lo c('ip, cioè 1* oere è cosl dell °» 0 Errao B ene
» l ,erchè crfpsi T« «TTÒ T*S ci0è S0lleva Ci6 ’ Cbe è d ’ ia
* torno alla terra, o perché scorre sempre, o perché si genera lo
spirito col flusso di lui, conciossiachè chia- mano » poeti tHrxs, gli
«Pi» - '!'- Dunque si dice aere peravventura, quasi *7TI(ev(iflCTÓppoi/V
, «STOppov» , cioè corso di spirito. Ma del cci$epeC >° sospetto
in questa tal guisa, perchè sfóttei, cioè sempre scorre, scorrendo
intorno all* aria, perciò meritamente si può chiamar fatfripo 7* <Aa
cioè la terra maggiormen- te significarebbe ciò che si vuole se alcun la
nominasse 7«?«V, perchè •ysvl/VITeipflC S1 P u ° cbiamar bene »
cioè genitrice, come dice Omero. Conciossiachè ciò che si dice yeyiwi,
diss’egli 7S76V?<r3*i, c,oè l ’ esser fatto, ehm. — Si stiano le cose
cosl. soc. — Che ci rimane dopo questo? erm. — Le stagioni, e
l’anno, o Socrate, soc.— upxi, cioè le stagioni, sono da dirsi colla
voce vecchia, e Ateniese, se tu vuoi conoscer quello, che è convenevole,
essendo elle ore .upctt, c '°è perchè determinano il verno, e là state, e
i venti, e i tempi, per li fruiti, che nascono dalla terra, e de-
terminando esse, meritamente ore si chiameranno. ilici t/TOff po«* e
sTO?> cioè l’anno pare che sia lo atesso; perciocché quel che a
vicenda manda in luce qualunque cose nascono e si fanno, e le essamina
ia se stesso, e discerne è l’anno, e come di sopra di- cemmo, che
’l nome di Giove era segato in due, e si chiamava d’alcuni « d’altri a/#
cosi ancora chia- mano qui l’anno altri evi flfUTÒy, perchè in se
stesso, . ^ ■ f ^ altri ajoS, perchè essaraina. Ma ia
ragione intera è, che chi .esamina se stesso, si chiami ia due
maniere essendo uno dj modo che da un parlar solo si fac- ciano
dpepomi,eVl «t/TÒ», e bT-OSì cioè anno, ehm — O Socrate, tu te ne vai
luoge oggimai. soc.-In vero mi è avviso di far progresso nella sapienza,
ebm.— Ansi si. soc. — Per avventura il concederai maggiormente,
xaw.— Hor dopo questa specie Volentieri contemplerei, in che rpodo questi
nomi eccellenti di virili siano po- sti bene, come (ppóvn<ris, cioè la
prudenza anwdcns, la intelligenza, JitKCltOffvvì 1* giusti®!», e il
rimanente di queste sorte, soc.— O amico, tu susciti una sorte di
nomi da non dispreizarsi; tua nondimeno, poiché mi sono vestito della
pelle del Icope, noa conviene, M<5 ( . che io mi
spaventi, anzi consideri, come è avviso, i no* mi della prudenza, della
intelligenza, della opinione, della scienza, e delle altre cose
siffatte. EnM.— -Non dobbiamo veramente cessar innanzi in modo
veruno, soc.— Nondimeno per cane non mi è avviso di far mala
congettura d’intorno a quello, che al presente io ho considerato, cioè
che questi antichi autori di nomi, come adivien ancora a molti de’ nostri
savi, siano ca- duti fra gli altri nella vertigine dell’intelletto per
la frequente rivoluzione nell’iuvestigar, come se ne stiano gli
enti, e poscia pari loro, che le cose vadino intorno, c si portino da
ogni modo. La cagiou poi di questa opinione stiman essi non la passione
interna, che è presso loro: ma, che esse se ne stiano così per na*
tura, e in loro non vi sia niente di fermo, e istabi- le; ma scorrino
tutte, e siano portate, essendo ripiene sempre d’ogni portamento, e
generazione, e ciò mi dico considerando tutti i nomi, che ora si son detti,
kbm — I n che modo di tu, o Socrate? non hai consi* derato per avventura
essersi posti i nomi pòco fa dct* ti alle cose, che quasi si portano, e
fluiscano, e si facciano, erm. — Non li appresi bastevolmente.' soc
— Primierameute ciò che abbiamo riferito dinanzi ap- partiene ad
alcuna cosa di questa sorte, ehm. — Quale è cotesto? soc.— E £
<ppóvw<r/J, c *°è prudenza, es- sendo ella (popi? xotf poi?
vÓltO'lt?, c *°è intelligenza di portamento, e di flusso. Ancora si
potrebbe imaginare, che significasse o»»<m <P0fXÌ, c ‘ oè nlI1 ‘ tà d: P
or '‘ lamento; nondimeno versa ella intorno alla agitazione.
Anzi se vuoi *7»a(X» cioè la opinione significa al tutto
701»? (TX6 i4»IF KOCÌ l/àima'ir, cioè considerazio- ne di genitura;
essendo lo stesso il i/apit e <rK 0 Trei», cioè il considerare: ma se
vuoi lo stesso g’ V0»<rU, cioè la intelligenza è tov 160 U Ciri?, cioè
de** 4 ! 0 ' rio di cosa nuova; che poi siano gli enti nuovi, si- gnifica,
che essi ai faccian sempre, e dimostra, che ciò desideri, e prenda a far
l’animo, chi pose quel no- me f 0 Hri$ : perchè da principio non si
diceva vonaif: ma erano da proferirsi due in vece di g come quasi
Veoe <r IH, cioè appetito di cosa’ nuova: tracppotri/VU, cioè la
temperanza è salute, e conservazione di quello, che ora abbiamo
considerato, tppovtreaf, cioè della pru- denza: gTriffTItfi», cioè 1®
scienza è tratta da ciò, che insta e segue, quasi segditi, e insti, e
accompagni I' animo le cose sole, che scorrono, nè per dimora sia
ultimo, nè primo col corpo correr innanzi. Sicché fa mi- stieri
fraroettendo 1 ’ g, si nomini eTr/ffTHfiEVDV, cioè prudenza: (ri/VKa’/f
d* nuovo cosi parerebbe esser sil- logismo, ciò certo discorso. Ma
conciossia, che si dica < rvtìevxt si intende lo stesso: come se si
dicesse 8 Tr/ffT«ff 3 (XI, perchè il dice che concorra
l’animo colle cose, aotpl'a, cioè ,a sapienza significa popvf e<pct i
rye<r9c(l, ctoi i* toccar il portatnento. Ciò poi è egli pih oscuro e
istrano: ma da’ detti de* poeti ci abbiamo ad arricordare qualora
vogliono e- sprimere alcuno, che si avvicini, o se ne venga coti
empito, dicono ga-t/,9», cioè usci con empito, anzi fra Lacedemoni ancora
sol/?, cioè veloce era il nome di certo uomo illustre, significando in
colai guisa i La* cedemoni 1’ empito veloce. Dunque la sapienza
significa TKUTHS T*9 cpopocs e’TTOCtpUf, cioè tatto di questo
portamento ; quasi siano portati gli enti : e pure TO «7«3oV, cioè il
bene di tutta la natura significa Tffl ccyxtncò, c *°è *1 mirabile,
perciocché scorrendo li enti vi si ritrova in loro la prestezza e la
dimo- ra. Dunque non è ogni cosa veloce: ma di lei alcuna cosa
xyocaTOVt *1 4 ua * ^ ene s * dichiara col nome dell’ «7«<ttov,
«/IntaioffW*, eTr», c '°è * a S ,ustiz * a possia- mo fare agevolmente
congettura, che sia tosto questo nome 7-5 tou
c/ltK0t'/o!/ffl/V6ff8l,.cioè nella intelligen- za del giusto: ma è
malagevole da conoscersi quel che è giusto-, parendo fine a certo
termine, che sia ciò conceduto da molti: ma si dubiti poscia.
Perchè chiunque stima, che sia in moto il tutto sospetta, che la
maggior parte di lui sia certa cosa tale, la qual non sia altro, che
capire; e per tutto questo sia alcu- na cosa, che scorra, con cui si
facciano tutte le cose che si fanno, e sia ella velocissima e tenuissima,
per- ) 4M eh è non potrebbe altrimenti
discorrer per tatto L’en- te, se tenuissima non fosse, in guisa, che
niente in penetrando le possa far resistenza, e velocissima in
modo, che se ne serva delle altre cose quasi stabili. Dunque perchè ella
governa c/luoi/, cioè discorrendo per tutte le altre cose, meritamente è
addimandata c/I/kociov framesso uno y per causa di più leggiadro
proferimento. Fin qui ciò, che dicevamo poco fa, si confessa da molti,
che sia il giusto. Or io, o Errao- gene, ardendo di desiderio d’
imparare, ho tutte que- ste cose investigato sccretamentc, quasi questo
sia il giusto e la cagione; essendo quella la causa, per la quale
si fa alcuna cosa, e si disse da alcuno, che in colai guisa si debba
chiamarla. Ma tutto che io abbia udito questo, tuttavia ritorno ad
addimandare. Dun- que, o ottimo, che è il giusto, poiché se ne sta
egli cosi? a me par già di ricercar piu oltre di quello, che si
conviene, e salir fuori della fossa; perciocché dicono che io a
sufficienza ho addimandato e udito: e in volendomi empire sì sforzano di
dir chi una, e chi un’ altra cosa, nè convengono più oltre. Altri
dice, che questo giusto si è il sole, poi che egli di- scorrendo sopra la
terra, e riscaldandola governa il tutto. Ma quando io riferisco questo ad
alcuno, quasi io mi abbia udito cosa eccellente, incontinente egli
mi ride, e ricerca se io stimi dopo il tramontar del sole avauzar
agli uomini niente di giusto. Sicché pregradolo, che di nuovo dica ciò, che sia
il giusto, di* ce, che è il fuoco: nè questo è agevole da
conoscer- si: altri poi dice non il fuoco: ma pii» tosto il calo-
re innato nel fuoco: altri di queste tutte se ne ride: ma dice, che il
giusto sia quella mente, la quale A* nossagora introduce. Per certo, dice
egli, che ella sia imperatrice, c adorni tutte le cose; penetrando
ella per tutte, nè mescolandosi con alcuna cosa. Qui, o amico, sono
sdrucciolato in ambiguità maggiore, che prima, mentre io procurava di
saper qual fosse il giusto. Dunque alla fine pare, che questo nome sia
po- sto per queste cagioni a quello, d’ intorno al quale noi
consideravamo. erm.-0 Socrate egli è avviso che tu abbia udito questo da
qualcheduno, nè cavatolo rozzamente dalla tua officina, soc. — Ma che
dell al- tre? ERM.-Non molto, nò. soc. - Dunque attendi: perchè
forse io ti ingannerei d’ intorno alle altre co- se, quasi io le
riferisca, non avendole udite. Che ri- mane dopo la giustizia? non ancora
come stimo ab- biamo raccontato eivJìplxV, c *°è f° rlezza » p erc ‘ oc
* chè la ingiustizia è lo impedimento di ciò, che dis- corre: ma 1’
et\iJ\pix dimostra quasi, che si nomini nel combattimento. Ma che il
combattimento sia nell’ente s’ egli scorre, non è altro, che il contrario
flusso. Per la qual cosa se alcun leverà via il J\ da questo
nome av «/lp/<«, » nome che rimane * V P lX dÌChlara 1* opera
stessa. Dunque è manifesto, che non a qualun- /
);5« c que io», cioè flusso, il- contrario flusso
èforhaxa: ma 'quel flusso Che corre oltre il dovere; perchè bon al-
trimenti sarebbe lodévole la fortezza. Or pò affli* cioè il
maschio, e S XV» f, ci ° ò l ’ uom ? lrae l ’ 0ti ‘ gine da certa cosa
somigliante p j iva pó», c,oe dal flusso di sopra. Ma <p UV », cioè la
donna, mi par che voglia esser *yoV») cioè genitura: po yxf poi
cioè Temine pare, che sia stato detto da $»AÌ£, cioè dalla mammella. B
egli poi avviso, o Ermogene, che $n\n «« dica, perchè fa pgS«A6tr<XI,
c,oè B ene ‘ rare e pullulare come quelle coie che si irrigano?
xkm.— Còsi apparisce, o Socrate, soc. — E pure p o 5otA— Xciv cioè il
germogliare mi par, che rassomigli it * ' ; ‘ .J '
crescer de’ giovani, facendosi esso veloce, e alt im- proviso; il
che accennò colui, che formò il nome cavò T0\i reìv, cioè di <
Sorrere e «AAso-3«i, c ‘ oè di saltare, consideri tu, che io sono portato
come fuori del corso, poiché ho ritrovato piana e agevole la via?
eziandio rimangono molle cose, le quali paio- no pertenere al serio?
ehm.— Tu di il vero. soc. 1 ..... Di cui una, si è, che
vediamo ciò, che si voglia si- gnificare cioè l’arte, erm .— Ad ogni
modo. soc. — Non si dimostra egli é^tVfOV, . l’ abito della
men- te quasi ej^ovo», cioè avente mente, se si levi il p, e si
fraraetti 1’ o fra il e il y, e f ra '* » e il *? >**\L
■è**»— Troppo aridamente, o Oberate, ed incivilmente. 1 •oc t-r-Q
non sai tn, uomo beato, che i nomi, i quali prim|erjqjentf furono posti,
siano stati celati, da cip tragicamente li vogliono narrare; aggiugnendo
essi per eleganza, e levandone via lettere, e parte per lun- ghezza
tempo, ® parte per desiderio di ’ ornamento 'rivoltandoli" ■ da
tutte le parti , come per esempio tV TcS Hpctfaipa, c,oi nello specchio,
non parola te disconvenevole che si siaframesso il pa? per certo tali
cose fanno, come io stimo, chi prezzano, pih * vezzi della bocèa, che la
verità, per la qual cosa fra* mettendo molte cose a’ primi nomi, alla
fine fanno, che niun uomo intenda ciò, che si voglia il nome,
come mentre proferiscono T»y aai'y’yce, cioè certo li i ; .-i
• » f'iitij n sì . T ' *17 mostro, dovendosi pronunciare
<r<t>/'yot, e "tolte altre ' ! " V », i !.• T I,
. sose. ZBM,— ciò, o Socrate se ne sta veramente cosi, soc.—
Ma se si concedesse di nuovo ad ognuno secon- do il suo volere di
aggingnere e levare a’ borni, gran- de in vero sarebbe la licenza: e
chiunque darebbe qualunque nome a ciascheduna cosa, za»*.— Tu narri
il vero; ma si conviene, come io penso, che da tè presidente savio, si
servi certa mediocrità e decoro. irm.— I o il vorrei si. soc.— E ancora
io, o Ermo’gene, il desidero con esso téco: ma no il nctìncarè, ò
Uòmo félice, coi» troppo eSsata investigazione, affine non
annichili al tutto k virtù mia: perciocché io me ne vengo alla cimjt
delle cose antedette, poiché dopo 1 J-*! •- )53X
arte avremo considerato |iSJ<^«rÌT, cioè la machinazio-< ne,
perchè P 8re ■ me. Che Sia segno f oj) ecw7l, cioè delio aseender
rooho*, perfchè' significo flttOf, cioè lunghezza, vrpo? T<#TroXv,
Cioè appresso al molto. Dunque il nome ^l|^flCy»,.conje egli si com ;
- pone da questi due k«Ì TOÙ àtUÌI, :cìoè di lunghezza, e
ascesa. Ma come ora diceva, 4 da perve- nirsi alla cima della cose dette,
e da ceròarai ciò, che significhino questi nomi «psT*, cioè virtù,- e netti
Oli cioè vizio: .ora V uno nou il ritrovo ancorai l’altro par
manifesto, confacendosi eoa tutte le cose ante* dette, perciocché quasi
scorrano le cose ciò che fìa KftK£>£ iti, cioè è scorre malamente >
sari nati i/ct, cioè vizio. Ed il proceder malamente che si fa
nell’ anima inverso alle cose, ritiene massimamente la de-
nominazione del vizio; ma il hxkù)$ (Si'XI, cioè il prò* cèdere malamente
ciò, che egli si sia, pare a me che si dichiari ancora nel nome
t/fgiA/oe, cioè nella timi- dità, la qual non ancora abbiamo dichiarato;
aveodo* la noi tralasciata; facendo mistieri che la si conside-
rasse dopo la fortezza. Appresso ci è avviso di aver tralasciato molte
altre cose. Dunque it«/ls l A/«x signi- fica il forte legame dell* animai
perciocché 7 -$ Aistf è certa forza. Si che J\ei\ix, cioè la timidità è
il gran- dissimo legame dell'anima, così come ancora j xitopix.
Digitized by Google )>S4C cioè il
dubbio è male,, e , sommariamente qualunque impedimento del. progresso.
Questo dunque pare, che dimostri x,Ò K*k5s ì«»*», cioè l’ andar male
senza mo- versi, e con impedimento; la proprietà quando l*. ani- ma
tiene si riempie di vizio, che $e quel nome di mal- vagità compatisse ad
alcune cose siffatte, il contrario significherà virtlt. Primieramente
significando abbon- danza, e poscia che il flusso dell' anima buona
sia sempre sciolto. Perlaqualcosa quello- che è senza re- tto tiono
e impedimento xò CÌ<r%B T6>£ Itati ÌKfl»Aw- /eoa, cioè che sempre
scorre ha avuto, come è avviso, questa denomufazióne. Si che stà bene,
che al- cun lo chiami À&ippé frtf, 4°*** 8em lj re fluente. Ma
peravvèntura lo può chiamar alcuno oupgx&y, quasi, che qtiesto abito
sia da elèggersi massimamente. Ora Spezzalo il vocabolo si chiama «psT».
D *rai lu forse, che io finga: ma io mi affermo, che se pur quel
nome dì viziò, che io ho riferito è introdotto bene, che an- cor
bene si introduca questo nome di virtù, erm — Ma che si vuole T Ó
KfltRf, cioè >* raa,e i P er *° quandi sopra hai detto molte cosef
soc. — Certa cosa strana per Giove, e malagevole da ritrovarsi. Si che
ancora a questo io apporterò quella machinazione. ehm. — Qual
macbina'zionef soc Il dire, che questo ancora sia certa cosa
barbara. ERM.-EgH è avviso, che tn parli bene. soc. -Alla fine lasciamo
oggimai questi da parte, se il ti piace: ma tentiamo d* sedere In die
modo se ne stiano bene ragionevolmente questi nomi TÒ
K*A<fr, >t«ì TO edxpoi, cioè di bello e di turpé. Or ciò, che
significa oiìc^pat m > par manifesto, per certo egli conviene con gli
antedetti: perciocché mi è avviso, che chi ha posto i nomi biadimi ciò,
che iro- pedhce e ritiene dal corso gli enti* e ora pose il nome
ocel TW povv a ciò, che sempre impedis*. se il flusso
ocsiaryoppovt. Ma ora «pezzato il nome, lo chiamano cthry^p 0». Che si
vuole il’ kccAov, cioè’ il bello?* soc. — Ciò è via pih malagevole
da co- noscersi, dicendosi che questo solamente per causa di
armonia, e di lunghezza sia derivato, donde sì trasse. érm. — In che
modo? soc. — Questo nome pare, che sia certa denominazione di
discorso. ' erm. Come di tu questo? soc. — Qual cosa stirai tu, che
sia stata causa della denominazione di qualnuqne degli enti? o non
ciò, che diede i nomi? erm.— Ad ogni modo, soc Dunque questo
sarò discorso o dei Dei, o degli uomi- ni, o di ambidue. erm.— Per certo
si. soc. — Dunque 70 KKÀOV» ret Trp«7(jiflCTflf, cioè quello, che
chiama le cose, e xò k«AÒ? sono lo stesso, che discorso. erm.—
Apparisce, soc. — Dunque qualunque cose fa di nuovo la meote, e il
discorso sono degne di. lodi.- ma quelle, che no, sono da biasimarsi.
erm.— Ad ogni modo. soc. -Dunque ciò, che è alto al medicare
fa > 56 ( le opre della medicina, ciò che è atto
all’ arte del legnaiuolo quelle, che sono proprie di lei: ma tu co-
me >1 potresti dire? ehm.— Cosi. soc. — Si, che ezian- dìo il bello,
le cose belle? ehm.— Fa certo mistieri. soc Poscia è questo egli il
discorso, come diciamo noi? erm. — Si certo, soc. — Si che questo
nome di bello, meritamente fa la denominazione della pruden- za
operante certe cose siffatte, le quali abbracciamo, dicendole belle,
erm.— Cosi apparisce. soCi-Quale altra cosa ..oltre al genere di
lei rimane da investi- garsi? e*m. — Quelle che riguardano al buono e
al bello, cioè quelle, che conferiscono, e sono utili e ci giovano,
e ci sono di guadagno, e le contrarie a que- ste. soc.-Ciò, che sia
quello che conferisce, tu il ri- troverai considerandolo dalle cose
antedette, parcndj» certo germano di quel nome, che peritene alla
scien- za , non dimostrando egli niun’ altra cosa , che 7HV
Ò(piX(pQp XV TUS flBfCt T6IV '7rpOC'yjiffTOV, cioè il portamento
dell' anima insieme colle cose, e quelle che quinci provengono sono
chiamale < pjpoVTK K«( ffl jpupopX, cioè giovevoli per quello,
che sono insieme portate intorno. e»m— Apparisce. soc.-Il K
<xp</l*XeoV poi. ci° è *l ueUo che dà * l gUad8 ' gno *jrà
toDksHovS, cioòdal guadagno: ma M pJ\oS esprime ciò, che vuole, se
inserisse alcuno in questo nome il V per lo J\ nominando il buono in
certo altro modo: perchè K gppftlWT«l, cioè si mescola
scorreudo \
.) 5 7 ( in. tutte le cose li pose il nome,
significando questa sua virtù; fraroeltendo il J[ per lo y t il proferì
xèpcAo£. jsBM.-Che poi il Av<tìàeAov», cioè l’utile? soc.— Pare,
o Ermogene, che non si ragliano di questo, co. me i mercatanti, perciò
sia chiamato e «¥ X'JTCùAÌm, - perchè schivi, e isminuisca tÓ XVxAu^X,
cioè le spese: ma perchè essendo velocissimo non lassa, che Je cose
si fermino, nè permette che il portamento ri- cevi TSÀOJ, c '°è il fine
del progresso, nè si fermi e cessi.* ma se alcun ternane si imponesse, Io
svorreb- be sempre da lui, e il. renderebbe incessabile e im-
mortale, in colai guisa io stimo, che il buono sia chiamato
Al/fflTeAotio», perchè ha chiamato -j-q 7*15 !.. .* Il ,* - ' .
''VI < . (popis Avo» TO T6À0S, cioè quello, che scioglie
il fine del portamento, à^eAipo» P°'i cioè *1 giovevole è
nome forestiero, di cui Omero spesse fiate si serve. Ma questa denominazione
è dello accrescere, e del fa- re. erm. — Che si ha a dire de’ conlrarii
loro? soc. — - non fa in verun modo mistieri, che di quelli si
trai- ti che si dicono per la negazione di questi. erm Quali
sono d’essi, soc.- A<ri[Upopov *i*ì XV 6 )<p sAÓj, ucci ÌAvafreAs$.
srm— T u parli il vero. soc. — 'AAAx fiAxjÌBpoi kxi ^Kp/atc/llS,
cioè >1 nocivo, e il dannoso . erm, — Per certo . ■ soc. — Ed il
fiAxfiepov, dice sia t 0 fhAxvyov TO» poD, cioè ) 58 (
quello che nuoce si corso, t* J\g jSAatT'yOI, TO jSot/ÀOfievoV
cnrrei», cioè quello, che vuole impedire. e cnTTBIV Reti c/leTlf, c '°è
impedire, e il legare di nuovo significa lo stesso, e questo biasima per
tutto. Dunque ciò, che vuole ecmeil K«ì cAell’ T 0 £>6v Aofteroi
I ttntTBlV po0\ l si chiamerebbe bene fiovXonr- TepOV, nia P er ornamento
io stimo, che sia stato no- minato /JActjSspoV. — O Socrate, vari nomi se
ti vanno nascendo di sotto via, e mi pare al presente, che tu
abbia cantato innanzi certa quasi ricercata del- la legge di Pallade,
mentre proferivi il nome jJot )- .1 AaTTTepoJ/V.
soc.-,0 Ermogene, io non sono cagio- ne. - ma chi posero il nome, ehm,—
Tu di il vero: ma che sarà poi il £uji/£c/|ef, c '°è dannoso? soc.
— Vedi, o Ermogeue, ciò, che debba essere e vedi quahto daddovero
io parli, qualora io dico, che aggiugnendo essi, o ^minuendo le lettere,
alterano dì gran lungo il senso de’ nomi» in modo, che cam- biando
certa picciol cosa facciano alcuna volta, che significhino cose
contrarie, il che. apparisce in questo nome Jisovjl, cioè opportuno. Ciò
poco fa in pen- sando quello, che io sono per dire, mi e venuto in
mente. In vero noi abbiamo nuova quella voce bella, e ci sforzò a suonare
il contrario TO c/l/o» K*ì TÒ confondendo il senso ma certo nome
vecchio f i s 9 ( dichiara quello,
che ai voglia, e i‘« no e allro me. eem. — Come di t„ cotesto?
soc—Dirolloli, tu sai che , magg.on nostri erano aoliti di vaierai molto
del I e del A, e maggiormente le donne, le qu.fi mmn . t
tengono si la voce vecchia, ma ora in vece del , vii aggiungono
ovver I* g o 1* ma in luogo del J il o come queste suonino alcuna cosa
più magnificamente. che modof soc.— Come per esempio gli uo -
rntm antichissimi eh, amavano T| ; y . cioè il giorno: ma altri
poscia il chiamano é^ p J t e » presenti ^ epxr , erm.— E gli è vero.
soc.-Dun-’ qne tu sai, che con quel vecchio nome si dichiara so. la
mente la mente di colui, che pose il nome; percioc- ché eh, amarono il
giorno S(lepxv> perchè da|Ic ^ bre s, faceva il lume agli «omini
«*/ povìjlt , Che ,1 desideravano , e si allegravano .
IZ “, AP / arÌSCe * S0C ' ~ Ma ° ra in ”0* ninno non intenderesti ,
q ue , , cbe voglia «..tato nelle tragedie, benché stimano alcuni,
che si d,c * Wépct, perchè faccia egli qualunque cose ,u{ po( cioè
mansuete, ehm. - Così mi pare. soc. - Nè ti * occulto, che abbiano
chiamato i vecchi ^ 1070 * cioè ,1 giogo t,yQ Vt ' erm — Per cert0( soo _
Ma ye raraeme T0 ' tyyfo aoa dimostra niente: ma j 0V70t
) fio ( dimostra s'neK# T»? J\oaeu$ 65 *m
«7^7*»,*' cioè il conducimento di due per causa di legare, e
lo stesso si dee giudicar di molti altri, erm. — E mani- festo.
soc. —Nel medesimo modo il to J\&ov cosi pro- ferito dimostra il contrario
di tulli i domi; che ris- guardano si bene; perchè certo essendo il
idea. • * del bene, pare che sia c/ÌSO'piOf, cioè
legame e impe- dimento del progresso » come certa cosa germana TO
jSÀKjSspOÙ, cioè al nocivo. erw: — Ó Socrate, cqs'i appar si. soc. — Ma
non già incoiai guisa nel no- me vecchio, il quale è yerisinaile, che
meglio sia; sta-, to ordinato del nostro, per certo tu coovenirai
coj beni antedetti, se per lo g renderai lo / t come anti-r '
4 camente si diceva; non significando c/|èov : ma J\lói quel
bene, il quale è sempre lodato; dall/ inventore dei nomi; e in siffatta
maniera non discorda egli eoa seco, anzi pare che sia lo stesso t/Isoy,
KCtì (à ftov, kx'i A.t/<r/ TeAow, it«ì nepo'ltfAsuv, K«ì
uyx- 0OV, K*ì <rviUpspov, K x) BV-KOpor Tutto questo uni- verso
significa con diversi nomi alcuna cosa, che ador- na, e penetra per
tutto, e questo è lodato: ma biasi- malo ciò, clic ritiene e lega. Anzi
se in questo nome porrai secondo la usanza dei vecchi il J\
per lo £ ti parerà egli posto giti JlovVTl TO ÌOV, cioè a chi lega,
e ferma ciò, che cantina, onde auco- Digitized by Google
) 6 . ( ra è do 1 nominar»! J \iynSJ\s(. «tto.-Che, o
Socrate «dèi \wnn,£'jn8vyilXI, cioè del piacere, del do- lore, e
della cupidità, e del rimanente di cotal sorte? 'soc. — O Ermogene, non
mi paiono troppo oscuri; per- ciocché a’c/lov», cioè il piacere ha questo
nome, dimo- strando quella azione, la quale tende alla ov*cr/V,
Cioè «dia 'utilità: ma il J\ aggiunto fa, che in vece di tjuello, che
è|,op» si proferisca Dc/bA.», ryv7r#, cioè il dolort pare che si nomini
da^^At/ireaff to? <r&'ft«T0W cioè dallo scioglimento del corpo;
dissòlvendosi egfi con cosi fatta passione, e xVÌX cioè * a tristezza
è quella, ■ , , ■ / che impedisce 7o teVXl, cioè l’andare
A^ye e/l£i>v, cioè il cruciato par nome forestièro detto da oc^yeiVOV'
oJlvì/n poi, cioè il dolore, e FaSlitione si denomina da e Vc/lu—
&BCo$ THS Al/TT»?, c! °è dall’ entrar del dolore, erm. —Apparisce,
soc.— a ‘yJtiJlÒV, cioè il dispiacere chiaro è ad ognuno che e
assomigliato il nome alla gra- vezza del portamento, ma ^ctpx cioè
l’allegrezza, e la letizia par, che sia chiamata da J\ loc^vireus, c '°è
dall* facilità evTTOpixs cioè del movimento dell’anima. Si cava T }
p'M St cioè il diletto da Tg/>4.t?, cioè dal di- lettevole;
maT-gp^j^ydaTÒ rspJWoy da JìtXTÌS £pr\-e&)$, cioè dalla inspirazione
del diletto aell’auinia. Sicché meritamente si chiamerebbe
tpTrrovi, ' ) ( cioè inspirante; ma dal
progresso del tempo il è di- venuto a t«/>TTV 0». Per q ual cagione si
dica cioè l’allegrezza e vigoria non è bisogno renderne con- to,
essendo manifesto a chiunque trarsi questo nome da efò, che si dice èv
TOÌS TrpxypLXXI TtV ffvp Hpepsa<pXI, cioè perchè l’anima si porti bene
con le cose, onde si dovrebbe chiamare et/tpEfOtrufl, nom- dimeno
l’appelliamo tvtppotTOVIV. Egli non- ,è poscia • • difficile d’assegnar
ciò che si voglia i'juSvpHX, cioè il desiderio, conciossiache questo nome
dimostri la for- za tendènte Bnr ) T jy et/fxòv, cioè all’ira; ma $^9'
cnrò TI? Bvaeus, *xì leaeas, cioè dal furore, e dall’ ardore
dell’anima, ipepoS e/)è poi cioè il desiderio fu chiamato rÒ [ia\t<rTX
sAkovtj t*V oj-t/jc.»» pò, cioè dal flusso, che tira l’anima
massimamente, perchè da quello che ìepieVOS pel, cioè incitato' corre, e
desi- dera le cose e tira in colai guisa grandemente l’anima, J\lX
TtV etri r TtS pois, P er lo empito, ovver incita- mento del corso. Da
tutta questa forza è chiamato "ipLBpoS, Oltre ciò è chiamato
-j^oBos, cioè desiderio; perchè ve. raraenle non risguarda la soavità
presente come fytg/JOl/, ma di quella vede che altrove si trova, ed è
assente, pnjle si dice ttoSos, '* quale quando è presente ciò che
si desidera si chiama 'ipitpos, «sente votQS, sptaS, Digitized by
Google )63 ( poi cioè l’amore: perchè eitrp$i
6%a$6V, c '°è influisce dal di fuori nè è proprio questo pon f cioè corso
di chi il tiene: ma per gli occhi infuso. Sicché si chiamava
l’amore dagli ontichi nostri da gg-pg??, cioè dall’in- fluire
tapo$, Cl0 ^ in rt uen * a » valendosi doì dell’ o per Ma ora si dice
gpaj per lo cambiamento del o nel & Or che ordini tu, che si
consideri di poi? erm.— J\o%X, c ' 0 ^ * a °P* n ' one > e certe altre
si fatte cose, onde hanno esse i nomi? soc.*-Si dice J\o£oc, o
da cioè dall’investigazione, con la qual ca- mbia, e segue l’anima
investigando la coudizion delle cose, o da -j-jy TO^OU JèohìSt cioè da ^°
scoccar del- l’arco: ma quinci pare più tosto, che dipenda, | omeri J,
cioè la stimazione a ciò consona, assomigliandosi all* entrar dell’anima
in qualunque cosa, il qual dichiara ciò che sia qualunque degli enti,
cosi come e jgot/A*, cioè lo volontà si dice da »l*Ho scoccare,
• TO £0VÀE<r8*<, cioè a volere P er ,0 sr °"° del
toccamento, significa ancora $<f>lecr$ttl, c,oè ll desi '
derare, e j?ovAst/«<rS«l, cioè 11 con8Ì 8 1,,re ’ Tulte t l ue *
«te cose seguenti la opinione pare che siano simula- ci T«J jgoÀ»5 del
,iro ’ come '* conlrario » «jSowAi*, cioè il scoccar a falli apparisce
certo, difetto impo- tente *1 percuoter, come non abbia tocco il segno,
nè conseguito ciò che voleva, e di cui si consigliavo, e
mr desiderava. zrm;-P6fc, chè tto metti- insieme questi
nomi più frequenti, si che ornai facciasi fine favoren- doci Dio. Oltre
di questo desidero, che mi sia dichia- rato ciò che sia oCVXV.il, e
6X0U<r(0V cioè la necessità^ e il volontario? soc. — Or to'
gKOi/fftOV, cioè il vo- lontario TO 61 K 0 V, K«ì ft« ocrf ITl/TTOt/V, Cl
°è chi ced^ nè contrasta, ma ubidisce a chi camma sarà dichia- rato
con questo nome, che si fa secondo il volere. Ma TO av«7K«tOV cioè il
necessario, e il rimanente essendo fuori della volontà verserà intorno
allo errore, e alla ignoranza, è assomigliato t5 K 0 !T ÒtTot Sc'/VH
TCopstOC, cioè al camino, che è nelle valli, perchè essendo esse
malagevoli, e aspere a passarsi, e dense (V^stTOt/ JeVflft, ritengono dal
caulinare. Quindi dunque fu peravventurà chiamato avcc'yxcclov cioè
necessario assomigliato al cam- mino che si fa per valle. Ma fin che
abbiamo possanza non ci manchiamo sicché ne ancora tu non voler
cessare: ma interrogami. ebm. — Ora io addimando quelli, che
son grandissimi, e bellissimi tdv T6 Oi\^^BlXV, c ‘° & >-
• • > l la verità e t 0 cioè la bugia, e to oy, c,oe
l’ente, e 0V0fi« cioè il nome di cui ora trattiamo, per- chè tenga
questo nome. soc. — Chiamami tu pcc! ecrBxt, alcuna cosa? ebm.— In vero
chiamo lo investigar^,- soc. — Egli è avviso, che questo nome sia
generato da quel sermone, onde si dice esser oy, cioè l’ente, di cui
il Digitized by Google ) $5 * nome
è investigaiipnfc, il che, pii»,, chìqramat^ con^- prend erai. Per cert,o
In quello che, noi; t}icjwò TOtì voj Utr O-TOl/, cioè nominato
esprimendosi qui ciò, che sia no* •® es ‘ <x\nBelX pòi cioè la verità
pare che sì eorapongi ancora come gli altri, perciocché il
'portaménto ‘cfivi- . a-ji' •»!*.? no
«n, > dell’ente par che si dica con questo nome
QÒpx, w«>; i.i ri ■ ’ r i otatf ;oq[ no«' r ft. r ql«
essendo quasi flst« Oliffflt «A», c,oe certa > div,na in'
,n t>. et «MI scorreria: ma il >J,sV(/|o5, c ‘°è bugia,
£ al portamento. Perciooehèdi nnovo si disprèggi* quello, che vien’
ritenuto, e costretto; a star quieto* ed è asso» migliàio T<) f
? K*9*v^óy<rl, cioè ai * hi dòrmonoi uid lo 4, aggiuntò occhila il
senso del nome, ov pòi e 0 t/tì" ioti cioè l’ente, e la
essenza si confanno con «Aot/^st, c '°^ ó! .. ,1. 1 1 tip II .10105
5 ; ‘"Iti» eoi vero, gettando via il / perchè significa iptfp
( C'oè lo andante, e di nuovo' tq 6K0V il wn C*U e » come il
nominato alcuni oi/Ktov> cioè che 'non va. sart.— Q Socrate, mi
è avviso, che rimilo fortemente' tu abbi» ventilato questi nomi: 'ma se
alesili) li addiniandassè di questi t# tOV, TO p’eOV,KO U Tft (Httl/V
tosse U retta loro interpretazione, che principalipenle 1»
ris* ponti eremo noi ? i 1 tieni tu forse? soc. — Teugolo certo. In
vero poco fa .tei sovvenire un non. so che, coir la cui risposta pare a
noi di risponder alcuna cosa, san» — Qualej è cotesto? soc.— Che diciamo,
chesia Barbarei ciò, che non conoSeijdno,- perchè forse sono
daddovc- >«( re io parte tali, e malagevoli
da ritrovarsi i nomi pfi- mieri per. l’antichità; perciocché «torcendosi
i nomi per tatto, non sarebbe maraviglia niuna, «e la voce an- tica
colla nostra pareggiata non fosse niente differen- te dalla voce Barbara,
erm. — Non e fuor di proposito ciò, che tu db soc.— Dunque io apporto
cose veri- simili, non per tanto perciò pare, che la contesa am-
metta la scasa: ma sforziamoci di investigarli, e con- sideriamo in colai
guisa, se alcun sempre cercasse quei verbi, per li quali si dice il nomò,
e di nuovo pro- curasse di saper quelli, per li quali si dicono i
ver- bi, nè ciò facendo cessasse, forse non sarebbe egli ne-,
eessario, che alla fine si stancasse il. rispondente? brm. — À me par si.
soc.— Dunque quando cesserà merita- mente colui, il qual nega la
risposta? o non quando a quei nomi pervenirà, i quali sono quasi elementi
del rimanente, cioè de’ sermoni e de’ nomi? in vero se in colai
guisa ne stan' essi, non dee parer piò, che d’al- tri nomi siano
composti, come per esempio abbiamo detto poco fa che to otyxS OV, cioè d
bene fosse com- posto da ecyxtTTOv, cioè del mirabile, e $ov, tì °à
del veloce 3eOV P°* cioè il veloce, diremo noi che co- sti d’altri, e
essi da altri: ma se alcuna volta a quello perveniremo, che più oltra non
si forma d’altri nomi, meritamente diremo noi di esser pervenuti allo
elemen- to, nè piò oltre faccia mistieri, che’l riferiamo ad al-
tri nomi, bum.—' T u mi parj di parlar bene, soc.— O Digitized by
Google )}&] { • non sono quei nomi elementi»
i quali tu ora addì- mandi? e fa egli bisogno che altrimenti si consideri
la retta interpretazione? sbm.— Ciò è verisimile, soc. — Ve-
risimile certo, o Ermogene. Per la qual cosa tutti gli antedetti pare,
che siano a questi ascesi, e se ciò se ne sta cosi come mi pare, or di
nuovo considera con esso meco afline per avventura non impazzisca, men-
tre tento di dichiarare la retta inlenzion dei primi no- mi. zbm. Di
pure, perciocché io vi penserò secondo il potere, soc.— Io stimo
veramente, che in questo tu assentisca, che una sia la retta invenzione
di qualun- que nome, e del primo, e dell’ultimo e niun di loro in
quanto nome discordi dall’altro, ehm.— Si. soc. — E nondimeno la retta
invenzione de’ nomi, i quali poco fa riferito abbiamo, voleva esser certa
tale, che dichia- rasse, quale si fosse qualunque degli enti, ehm.—
Senza dubbio, soc.— Questo veramente non dee convenir manco o
primieri, che agli ultimi, se sono per dover esser nomi, ebm.— Al tutto,
soc. — Ma gli ultimi no- mi, come è avviso, potevano fornir questo per li
pri- mieri. ebm. — Apparisce, soc. — Stiano le cose jcosì. Or i
primi, a quali altri ancora sottoposti non sono, in che modo secondo ’I
possibile, ci dichiareranno gli enti, se deono esser nomi? rispondimi a
questo. Se non avessimo voce, nè lingua, e avessimo voluto
dichiarar Vicendevolmente le cose, non avremmo tentato noi co- si,
come i muli al presente, di significarle colle mani, coll* tetta, e col
rimanente del corpo? ibm.- Non al- i ;> i iiit k ' ci : •»
! !>«M Ili menti, o Socrate,
soc. — Ma, come io penso, se voles- si ni o dimostrar il supremo, e il
lieve inalzeremo le •mani in. verso al cielo, la stessa natura delle cose
imi- tando: ma se le inferiori, c gravi le rivoglieremo alla terra;
pia oltre dovendo dimostrare un cavai corrente; o alcun altro animale, tu
sai, che da noi si sarebbe fin- to i gesti de’ corpi nostri, e le figure
quanto più presso alla loro somiglianza. erm.— Ciò, che tu dì mi
pare necessario, soc. — la questo modo, com’io penso, con lo imitar
il corpo, si sarebbe con queste parti di cor- po dimostrato quello, che
chiunque avesse voluto di- mostrare. erm. —Così certo, soc. — Ma poiché
voglia- mo dimostrar colla lingua, e colla bocca, nou si fa cosj
finalmente la dimostrazione da queste se per esse d’in- torno a qualunque
cosa si fa la imitazione? erm. — Io penso necessario, soc. — Sicché, come
apparisce, è il nome imitazione di voce di quella cosa, la qual
imi- ta, e nomina chi imita con la voce, erm — Il mede- simo mi
pare ancora si sia detto bene, erm — Perchè? soc.— Perchè saremmo
costretti a confessare, ohe ques- ti imitatori di pecore, e di galli, e
d’altri animali no- minassero le stesse cose, de’quali si imitano.
*hm.-— Tu pnrli il vero, soc.— Non pare a te, che stia ben questo?
erm. — A menò: ma o Socrate; qual’ imitazione sia il nome? soc.— Non tal
imitazione, qual è quella che si fa per la masica tutto che si faccia
colla voce: nè delle stesse ancora delle quali la musica eziandio è
imitazione; non dicendo noi, conio è avviso, la imi ta- llone per la
musica. Ma così mi dico, li trova egli iti quaizfnqtre cosavoce, *v
figura, e in motte color an- cora? twm^kd wgnf modo.'- SOC. — Dunque se
alcuno queste imitasse, intorno a queste imitazioni non si ri
Irorarebhe io facoltÒdel nominare, essendo altre d’esse la musica, 1
altre lo dipintura; non è egftì 1 cosi? va*». — Veramtfhte. soc, — Che a
questo? non pensi ta, che qualunque coso tenga còsi la essenza, come if
Colore, e le altre cose, che abbiamo detto dianri? o hon si ritrova
egli* ntìl colore, e nello vóce certa essenza e in qualunque altre cose, che
so n degne della denominazio- né dell’essere? ehm.— A me parsi, soc. —
Che duh" que è se alcun fosse possente di imitar con lettere,
e con sillabe la essenza di qualonqdé còsa; non dichia* rerebbe
egli ciò, che fosse qualunque 'Cosa, o pur nò. soc.— Qual diresti
tu, che potesse far questo? tu gii antedetti' parte chiamavi' mùsici,
parte dipintori:' ma costui, come il Chiamerai tu? "e»w\— Mi par, o
So- crate, che egli sia l’autore del nominare 1 , ’ ! il quale già
molto cerchiamo, soc. — Se questo ò vero, ò-òggimni da cònbiderarsi
d’intorno à quei nomi, che 1 ; tu ricer- cavi pouj, c ioò del flusso,
levai dell’andare, a-^e<reo£ della retenzionc, se daddovero imitino la
essenza, ovver nò colle lellere, e colle sillabe loro, ras:.— Al
tutto, sóc. — Or vediamo se questi soli sono i nomi primie- ri, o
ne siano ancora altri molti, In vero io sti- mo degli altri, soc.—
E cosa verosimile. Allo perfine, qual maniera sia della divisione, onde
incomincia ad imitare, chi imita, non giova egli primieramente, eh*
» distinguano gli dementi; poiché si fa la imitazione dell’essenza con
lettere, e con sillabe? come chi si maneggiano d’intorno a ritmi,
distinguono primiera- mente la virtù degli elementi, poscia le sillabe e
in colai guisa, se ne vengon essi alla considerazione de' ritmi, e
non prima, ehm. — Così è. soc. — Onon fa pri- mieramente mistieri, che
ancora noi distinguiamo le let- tere vocali, dopo il rimanente secondo le
specie, cioè le mutole, e quelle, che non rendon suono? parlando- ne
iu colai guisa gli uomini eruditi, e di nuòvo le non vocali: nondimeno
non al tutto senza suono? e le specie vicendevolmente differenti delle
vocali: e poi- ché avremo ben diviso tutti questi enti: di nuovo fa
mi- stieri ebe popiamo i nomi, « consideriamo se sono quelli, ne’
quali si riferiscono tutte le cose come elementi, da' quali eziandio
lecito è, che essi si veggano e se si; contengano in loro nel medesimo
modo le specie, co- me negli elementi. Considerale bene queste cose
tutte,' fa mestieri, che si sappia apportare qualunque di loro,
secondo la somiglianza; n se una aduna sia daappor-. tarsi, o molte da
mescolarsi, come i dipintori in va- lendo assomigliare alcuna volta
applicano il color pur- pureo solamente, altra volta qualunque-altro.
colore, al- tra volta ne raescolauo molti, conta quando vogliono
figurare la imagine somigliantissima all’uomo, o al- tra siffatta cosa in
quanto ciascuna imagine ha bisogno di ogni colore, non altrimenti ancora
uoi accommoderemo gli elementi alle cose, e l’uno all’uno, ove ps- rosse,
che facesse bisogno, fornendo Ta cioè i segni, i quali son detti
sillabe. Le quali poiché avre- mo congiunte di compagnia, e di loro
formati i nomi, e i verbi, di nuovo fabricberemo de’ nomi e verbi
cer- ta gran cosa, e bella, e intiera. E così come si ft li con la
dipintura l'animale, così qui chiameremo orazione fabricata, o colla
perizia del nominare, o colla retlorica, o con qualunque arte, che ciò si
faccia, anzi non faremo questo avendo noi in parlando trasgredito la
misura pet* ciocché i vecchi cosi composero, come si è ordinato.'
Ma fa a noi mistieri, che investighiamo tutti questi in cotal gnisa, se
pur siamo per considerarli artificiosaroeo- l«, distinguendoli così, o se
siano posti i primi nomi come conviene, e gli ultimi, ovver nò: ma lo
annodarli al rimanente è da vedersi o Ermogene amico, che per
avventura, non sia errore, nè secondo il dovere, zaii - Peravveutnra si
per Giove, o Socrate, soc.- Che don- que ti confidi tu di te stesso di poterli
distinguer in questa maniera? perchè io mi diffido potere, ehm— lo
mi diffido molto piò. soc.-— Dunque li dobbiamo lasciar noi? o vuoi tu,
che comunque siamo possenti faccia- mo esperienza, e incominciamo se si
possa da noi co- noscer certo poco di queste cose, dicendo davanti
a* Dei così, come poco fa abbia lor detto, che noi non conoscendo
nulla di vero, congetturiamo le opinioni degl, uomini d’intoriv, ad essi:
cosi al presente anco- ra seguitiamo, predicendo parimente a noi stessi,
che ) r*'C •« fosse atil cosa chfe si
distinguessero o d’alcun altro* * 4 * noi, cosi sarebbe mistieri, che si
dividessero: ma .ya» come si dice, converrà, che noi trattiamo que*
sto, secondo il potere, ti par egli posi, o come di tu? erm.— C osi forte
mi pare, soc.— O Ermogene, io sti- mo, che sarebbe per parer cosa
ridicolosa, che le cose •i facessero manifeste con la imitazione fatta
per le let- tere, e per le sillabe; nondimeno necessario è, non a-
vendo noi niente di questo miglioro, al qual riferen- do giudicassimo
d’intorno alla verità d e> noroj primieri, se peravventura, come i
tragici, qualora dubitano ri- corrono alle machinazioni innalzando i Dei,
cosi an- cora noi non, ci . espedissinv* tosto questo dicendo; che
da’ Dei siano posti * primi nomi, perciò siano stati or- dinati be«e.
Duuqne questo parlare sarà egli ottimo presso noi, Oiquello che gli
abbiamo ricevuti da alcuni barbari, essendo i barbari di noi .più
antichi, o per la vecchiezza non li possiamo discernere cosi come i
nomi barbari ancora. Questi sono schermi, o leggiadri al di chiunque non
vogliono render la diffinizione della imppaiaiono retta de’ primi nomi:
perciocché chiunque non tiene la retta diffinizione de'prirui nomi, non
può conoscer i seguenti. Questi per certo sono da dichia- rarsi da
quelli,, de’ quali non è alcuno, che ne sappia nulla. Anzi chiaro è, che
chi fa professione della pe- rizia de* seguenti, abbia compreso gli
antecedenti inolio prima, e perfeltissimamente li possa dimostrare,
ma altrimenti dee sapere, che egli sia per prender errore
) 7* ( ne’ seguenti; c siimi tu in ultra guisa? ehm.—
N on al- trimenti, o Socrate, soc.— Le cose dunque, che io sento
d’intorno a' primi nomi mi è avviso, che sinno cose ingiuriose, e
ridicplose, e se vorrqi con esso teco le conferirò: ma se tu ritroverai
cosa migliore, eziaudio tu Con esso meco la' comruunicherai. erm.—
Farollo; ma dì oggimai con fidanza; soc.— Dunque, primiera- mente
jl p pare a me, che sia come stromento del movimento tutto: ma perchè
tenga questo nome non l’abbiamo detto: ma .phiaro è, che vuol esser
(eirtS", cioè andata; perchè non si valevamo noi, per lo-
adie- tro del jj- ma dell' 8) egli significa il principio {la
it/str. cioè t'andare, il qual è nóme forestièro; è egli' lo f e
yJj : ‘il j r r j ■ . v ' . r cioè lo atiflarè.-
Sicchè^sè 41 prifnt? nóme* di luì si ri- trovasse iraspaptalb nella voce
nostra, bene Ye-rtC si chiamerebbe.' Ora poi chi' K/6/V nome
fòre- stiero, e dal riiutaniento del « e' dal frammettersi il
* , , ‘ y si chiama Ma faceva bi so gii oidio qi dices-
, • !•' • ' ir. t>-| ii -, j — se k ieiveei?, ovver
eitr/j, * c/|s <xrxais, c,oè *° stare h ;•«..» . ;, v "T
A'vumsori'.moi . ! vuol esser negativa di temi, cioè dell’audare:
ma per 'fiiijs qfeoa •••unric yi. H causa di oruainento
si , chiama Di >080^0 il p elémento, parve come ora diceva*
opportuno stromento del moto all'autore de’ nomi per esprimer la
somiglian- za del, portamento perla qual.cqsa'uso il p pec tutto
alia espressione del movimento.- Primieramente T £ 6
Cr. I ) 74 ( p
e 6 1 V K«ì poti, cioè ne Ho scorrere, e nel flusso imita il portamento
per la lettera p poscia nella voce •jrpoy.n cioè tremore, e nel Ypxyjs.1,
cioè nell’aspero, ancora nelle parole di colai sorte ^poveiV >1
percuoter, Spxvsiy il romper fpln$iy il tirare SpvTTT&lV rompere,
xeji«T t? tagliare in pezzi pspjSeiy, vacillare, tutti questi
per lo pili figura per lo p conciOssiache, io la lingua nel proferir
questa lettera non ritarda niente, anzi pili tosto si commove. Sicché
egli è avviso, che si abbia servito del p principalmente alla espressione
di que- ste cose. Eziandio in tutte le cose tenui penetranti
massimamente per tutto si ba servito del t; laonde imita per lo /
jofapjCI, KCc'l 70 UcBx, cio « l’andare, e il far progresso, come ancora
per lo q e ^ e e £ le quali lettere sono di spirito pili veemente. Cose
si fatte ci esprime l’ autor del nome, come per esem- pi 0 TO 1°
C08a fredda yo ( 90V , la bogliente, 70 <rele<r9xi, i 1
commoversi, e al tutto <rej<r{iov, cioè la commozione; e qualora
l’ordinatore de’ nomi vuol imitare alcuna cosa spiritosa per lo pili
impone let- tere si fatte. Oltre ciò la strettezza del </| del y,
e il tirar in dietro della lingua come attaccata, pare che sia
estimata molto opportuna alio esprimer la potenza del legame, e dello
stare, e perchè nel proferir il ^o- KiaBxmt y.x\ia'7ct ÌVKÙ77X,
sdrucciola la lingua massimamente, perciò con questo come da certa
somi- glianza nominò TfltTfiAfi tot * e cose piacevoli, e «TOUTO
«A/<r0#/veiV lo sdrucciolare, e T0 \nrxpov «1 grasso H«< TO
KoAAà^le?, cioè quello che ha virtù di con- glutinare, e le altre cose di
sì fatta sorte. Ma perchè il «y ritarda la lingua, che se ne scorre,
imitò to V A/o-J^.o» >1 lubrico, T0 «yA^KU *' doIce tt*ì
J^Aottà- cAbs, e il viscoso. Di nuovo avvedendosi
dell’interno * suono del p con lui nominò to 6»dlov,
K«tì TO 6VT0J, cioè le cose interne, qnasi assomigliando le opre
alle lettere- poi diede ja fts'yotAw, cioè al grande e t£ p*K6l, c
*°è “Ha lunghezza perchè sono lettere gran- di: ma ffTpq'y'yuA^ c *°ù
rotondo, avendo egli biso- gno dell’ o, per lo più nel nome lo mesoolò. E
nella stessa guisa 1’ autor del nome pare, che si sforzi di ac-
commodar a qualunque ente segno, e pome secondo le lettere, e le sillabe,
e da questi poscia comporre il ' rimanente delle specie secondo la
somiglianza. O Er- mogene, mi pare che questa sia la retta
interpretazio- ne de’ nomi, se non apportasse Cratilo alcun’altra
co- sa. ehm. — E pure, o Socrate, spesse volte mi trava- glia
Cratilo, come ho detto da principio, mentre af- ferma, che vi sia alcuna
retta interpretazione di no- mi: ma nondimeno quale ella si sia non la dice
chia- ramente in guisa, che io non possa conoscere se egli
volontariamente lo faccia, o pur nò; cosi ne parla sem- 6 *
) 7 6 ( prc d'intorno ad essi. Dunque, o Cratilo,
dimmi ora alla presenza di Socrate, se ti piace il modo, con cui
egli ne parla d’intorno a’ nomi,' o Se tu puoi dire io altra miglior
guisa, il che se puoi il dirai a line, che o da Socrate tu impari, o
ammaestri nmhidue noi. ca. — Ma che, o Ermogeuc? ti par egli ogevol cosa
rap- prender in cosi poco tempo, c lo insegnare qualun- que cosa
noti che una cotanta; la qual d’intorno alle grandissime è stimata certa
grandissima cosa?’ ersi.— Per Giove nò, anzi io stimo, che Esiodo abbia
par- lato bene, che utile sia l’aggiuguer il poco al poco. Sicché
se tu sei possente al fornire alcuna cosa se ben picciola, no il
ricusare: ma giova a Socrate, ed a me appresso, dovendolo tu fare, soc.—
In vero, o Crati- lo, nè io stesso affermerei niuna di quelle cose,
le quali dianzi ho raccontato. Ma iu quel modo, che mi parve ho ciò
considerato con Ermogene. Laonde pren- di ardir in esprimere, se hai
alcuna cosa migliore, co- me io sia per ricever volentieri ciò, che
dirai: non- dimeno nè mi meraviglierei se tu potessi dire alcuna
cosa di queste migliore, parendo a me, che tu abbia considerato siffatte
cose, e imparatele da altrui. Duo- , que se da te si dirà alcnna cosa
eccellente; mi an- novererai fra tuoi scolari intorno alla retta
investi- gazione de' nomi, cr.— Per certo, o Socrate, questo tu di,
mi fu a cuore, e ptravvenlura ti farei scolare, nondimeno dubito, che la
cosa se ne stia incontrario ad ogni modo, perchè mi sovvieue di dir in
certa ma- Digitized by Go 5 > 77 (
niera lo stesso in verso a te che disse Achille ne’ sa- crifici in
verso od Aiace. O Aiace, nato di Giove, fi- gliuolo di Telamone, re di
popoli, tu hai proferito tutte le cose secondo il mio parere. Ancora tu,
o So- crate, pare che indovini secondo la mente nostra, o essendo
tu inspirato da Eulifrone, o ritrovandosi in te alcun’ altra musa, il che
ti era ceialo innanzi, soc. — O Grati lo, uomo dabbene, ancora io ammiro
già molto la mia sapienza, nè mi confidi troppo. Sicché . io stimo
che sia da considerarsi da nuovo ciò clic io mi dica, essendo gravissima cosa
lo ingannarsi da se stesso; perchè come non fia cosa grave, quando
non è poco lontano: ma sempre presente chi è per ^ingannare? sicché fa
mislieri, come è avviso, voglicr- si spesso alle .cose antedette, e come
dice il poeta, tentar di guardar innanzi, e indietro parimente. Or
al presente vediamo ancora ciò che si è detto. Ab- biamo detto retta int»
rpetrazione di nome ciò, che dimostra quale sia la cosa. Mi dì, dobbiamo
dir noi, che qitesto si sia detto bastevolmente? in vero io l 'af-
fermo. soc — Dunque si dicono i nomi percausa d’inse- gnare? eh.— Al
lutto. , soc.— Dunque dobbiamo dir noi, che questa ancora sia arte, e
mietici di le.? er.^Sì. soc. Quali? cn— Quelli che da principio tu
chiamavi facitori di nomi. soc. — Mi di, possiamo dir noi, che
questa arte sia negli uomini parimente come le al- tre, o altrimenti?
questo è poi quello, che io voglio I dire. Sono
egli alcuni dipintori peggiori, altri piti eccellenti? ce. — Sono il.
soc. — Non fanno gli ec- cellenti 1’ opere loro più belle, cioè gli
animali? in- contrario gli altri? ancora i muratori fan essi pari-
mente le case parte più belle, parte più turpi? ca. — Cosi è. soc.— Gli
autori eziandio delle leggi non fanno essi l’ opere loro parte più belle,
parte più turpi? ce. — Questo non mi par no. soc.— Dunque non pare
a te, che altre leggi siano migliori, altre peggiori? ca. — Per certo nò.
soc. — Nè anco come apparisce stimi, che altro nome sia posto
migliore, altro peggiore, cr.— Nè questo, soc.— Dunque tutti i nomi
sono posti bene. cr. — Quanti sono nomi, soe. — Che del nome di Ermogene
che si è detto di sopra? come dobbiamo dir noi, che a lui non sia
po- sto nome, se non, cheli compatisca spfiov'yGVEO'EflJ, cioè, che
sia della generazione di Mercurio? o che sia posto: ma non bene? cr. — O
Socrate, non mi è avviso, che ancora gli sia stato posto: ma paia
si: ma che sia d’altrui questo nome, dì cui è la natu- ra ancora,
che significa il nome. soc.-Dimmi, non mentisce chiunque dice, che egli
non si diea Ermo- gene non essendo da dubitarsi, che egli non si dica
Er- mogene non essendo, cr— In che modo di tu questo? soc. — Forse
perchè non è lecito al tutto il dir il falso? e si suol significar poi
questo il tuo sermone? > 79 ( perciocché, o amico
Cratilo, sono alcnni ancora, che il dicono al presente, e il dicevano
già. ca.— Per- ché, in che modo, o Socrate, mentre dice alcuno ciò,
che dice, dirà egli quello, che non è? o non è egli il dire il falso,,
dicendo le cose, che non sono? ,soc.-0 amico,questo parlar è più
eccellente di qnelche ricerca la condizione, e età mia; nondimeno
dimmi se paia a te; che alena non possa parlar il falso: ma il
possa dir sì. ca. — Nè dire, soc— Nè
ancora dir- lo, nè chiamarlo? come se alcuno fattosi incontro
prendendoti per la mano iosegoo di ospitalità dices- se, Dio ti salvi, o
Ospite Ateniese Ermogeoe figliuol di Smicrione; parlerebbe egli questo, o
si direbbe che parlasse; a direbbe questo, o saluterebbe in colai
gui- sa non te:, ma Erraogene, o ninno? ca*— O Socrate, mi pare che
costui gridi, ciò in vano, soc. — Que- sto mi basta, dimmi grida il vero
chi cosi grida, o il falso? o parte il vero, parte il falso?
perciocché basterà eziandio questo. ca. — Io direi, che questo
tale strepitasse, indarno movendo se stesso, come se alcun battesse
i rami. soc. — Considera, o Cratilo, se in alcun modo conveniamo, non
diresti tu forse; che sia altra cosa il nome, altra quello, di cui è il
no- me? cr.— Veramente. soc. — Dunque confessi tu, che ’1 nome sia
certa imitazione della cosa? ca. — Sopra il tutto, toc —Dunque e le
dipinture in certo altro modo dì tu, che siano imitazioni di alcune cose?
ca.— Per certo sì. soc.— Or dimmi, perciocché forse i» non )
80 ( .. .. intendo, quel, che tu di.- ma tu peravventura parli
bene; polressiroo noi dispartire,, e portare ambedue queste imitazioni, e
dipinture, e quei nomi alle co- se, di cui sono imitazioni, o nò? cr.~
Possiamo si . 1 soc.— Or. questo considera primieramente, se
potesse' alcuno attribuire la imngi.ne dell'uomo all'uomo, e alla
donna quella della donna, e le altre nel medesimo modo? cr. —Così certo,
soc. — Dunque iu contra- rio ancora la imagine dell’uomo alla donna, e
della donna all’uomo? cu. L- E questo, soc. — Or ambe- due questi
compartimenti son forse elli, retti? ovver^ l’un di essi? cn. — L'uno dì.
soc. — Quello pen- so io, il qual dà il proprio, C simile a
ciascheduno. cb, — A me par sì. soc. — Dunque acciò tu e io es-
sendo amici, non contendiamo nelle parole, conside- ra ciò, che io djco.
Io chiamo retto ( compartimento una cosa siffatta in ambedue le
imitazioni e negli ani- mali, e nei nomi: ma ne* marni non solo, retto:
ma vero. Ma l’altro conducimento, e portamento dal dis- simile non
retto, e appresso falso ne’ nomi. cr.—O So- crate redi che ciò
peravventura possa solamente ca- der nelle dipinture, che alcuno
compartisca male: ma non nei nomi: ma sia necessario che sia sempre
bene. soc. — In che modo di tu? d’intorno a che è questo da quelle
differente? non è egli forse possibi- le, che nd alcun uomo fallósi alcun
incontro dica, * questa è tua figura, e peravventura a lui dimostri
la figura di lui peravventura anche di donna. Dico essfcr il dimostrare
1* offerire a sensi degli òcchi.' c».’ <*- Per certo. : soc. Ma che?
di nuoto’ fattosi all» stesso incontra dica, questo è il tuo nóme,
essendo il nome certa imitazione, cosi come la Figura; ma dico in
colai guisa. Forse non fia lecito a Ini di di- re questo è il tuo nome?
poscia infondergli il mede- simo nelle orecchie, peravventura dicendo la
imita- zione di lui, che egli è uomo, e forse la imitazione di-
alcun genere umano dicendo, che è donna? non pare a te: che ciò sia
possibile, e si possa fare al- cuna tolta? cr. — Te il voglio conceder, o
Socrate,’ e così sia. soc. — O amico, tu fai bene, se ciò se ne sta
in cotal guisa, perciocché al presente non fa’ mistieri, che d’ intorno a
questo si contrasti. Dunque sequivi,si ritrova on certo tal
compartimento; l’ uno chiamiamo parlar il'vero, l’altro parlar il falso,
e se questo così se rie slà egli, ed è lecito, che non si
conipartnno i nomi bene, nè si rendano a qualunque i propri: ma alcuna
fiata quelli sì, che non sono propri; sia lecito parimente, che si
l'accia questo neU le parole. Ma se possiamo poner i verbi e i no-
mi in cotal guisa, necessario è, che similmente si póbgano ancora le
orazioni, essendo esse, come io penso componimento di .questi, o come di
tu, o Cra- tilo? cr. — Così parendomi, che tu dica bene. soc. —
Dunque se assomigliamo i primi nomi alle lettere con certa imitazione,
pnò avvenire d’ intorno a que- sti come nelle dipinture, che si diano
confacevolt tatti ì colori, e le figure: e medesimamente non
li aggiungiamo tutti; ma parte, e parte ne leviamo, a Li
dimostriamo, e più , e manco, non è egli possibil questo? cr. — Possibile
sì. soc. — Dunque chi tutte le cose rende concordanti, rende le lettere
belle, e le imagini: ma chi ne leva,, o ne aggiugne fa egli lettere
ancora, e imagini: ma cattive, cr. — Per cer- to. soc. — Ma che? chi
imita poi la essenza delle cose per lettere, e per sillabe, non fa egli
forse la imagine bella secondo la stessa ragione, se convene- voli
rende tutte le cose? questo poi è il nome: ma se mancasse poco, o vi
aggiugnesse alcuna volta, si farebbe egli la imagine: ma nou bella?
sicché alcu- ni nomi saranno ordinati bene, altri in contrario? cr.
«. Peravventura. soc. -—Dunque fia questi peravven- tura buon artefice
de’ nomi, quegli cattivo? cr. — Ve- ramente. soc. —Orerà costui facitor
de’ nomi. cr. — Veramente, soc. — Dunque per Giove, fia forse in
questo come nelle altre arti, che sia un buon fa- citor di nomi, l’altro
cattivo, se pur fra noi conve- niamo nelle cose antedette, ca. — Questo è
vero: ma vedi tu, o Socrate, qualora diamo queste lettere 1’ x o il
fi, e qualunque elemento a’ nomi con l’arte della grammatica, se li
leviamo alcuna cosa, o li aggiu- gniamo, o eziandio mutiamo, che da noi
si scrive il nome, nondimeno non bene: anzi egli non si scrive
affatto.- ma incontinente è cosa diversa, se li adiviene Digitized
by Google ) 83 ( alcuna di queste cose. soc. * E
da vederti, o Cratilo» che peravventura non consideriamo bene, in cotal
gai* sa considerandolo, cn.— Iti che modo? soe.— PeraV- ventura
quantunque cose, le quali necessario è, Che siano, o non siano da alcun
numero ciò patirebbo- no, che tu di come il dieci, o qualunque altro
nu- mero, che tu vuoit che se tu ne levassi alcuna cosa, o la
aggiugnessi, incontinente si farebbe diversa: ma non è questa
peravventura la retta maniera di alcuna qualità, nè di tutta la imagine
insieme: ma il con* trario; nè al tutto bisogna, che la imagine tenga
itt se qaalunqne cose lien quello, di cui è imagine, sé pure è per
dover esser imagine, e considera se io di- co alcuna cosa. Saranno forse
queste due cose, cioè Cratilo, e la imagine di lui, se alcun de’ Dei non
sola* mente esprimerà il tuo colore, e la figura, come so- gliono i
dipintori: ma farà eziandio tutti gli interiori somiglianti a’ tuoi: la
stessa tenerezza, é il calore, il moto, 1* anima, la prudenza, e per
abbracciar in po- che parole, tali affatto farà tutte le cose, quali in
tè sodo? dimmi questa tal cosa forse sarà ella Cratilo» è la
imagine di Cratilo? o due Cratili? CB.—Due Cra- tili, o Socrate, come io penso.
soc. — Vedi tu, o amico, che è da cercarsi altra retta maniera di
ima* gine, che di quelle cose, che abbiamo poco fa det- te? nè si
abbia a sforzare-, se alcuna cosa si aggiu- guesse, òri levasse, che prh
imagine non siti? 0 boa ti avvedi tu quanto manchi aHe imaginì, che
‘tenga- ) m do te stesse cose, che ha quello, di cui
sono imft* gini? ,ca. — Veramente, soc. — O Cratilo, nvvenireb- be
da’, nomi alcuna cosa ridicolosa d’intorno a que- ste cose, di cui sono
nomi; se si rendessero loro somiglianti al tutto, perciocché si fnrebbono
doppie tutte le cose, nè si potrebbe dir qual fosse l'una, o l’
altra di toro, forse la cosa, o il nome* cr. — Tu parli il vero. soc. —
Dunque, o uomo generoso, con fidanza permetti, che altro de’ nomi sia
posto be- ne, altro nò; nè voler far forza, che egli abbia tutte le
lettere,, acciò sia tale, quale è quello ancora di cui è nome: ma
permetti, che porti una lettera manco confacevole, e se lettera,
parimente è uomo nell’ora- zione, e se nome, che si porti eziandio
appresso nel parlar sermone non confacevole alle cose, e niente
manco si nomini la cosa, e si dica finché si ritrovi la figura di ciò, di
cui è il sermone, come ne’ nomi degli elementi, se tu li ricordi, quello
che poco fa io, e Ermogene dicevamo, ca. — la vero mi lo ri- cordo.
soc Dunque bene; perciocché quando vi farà questo, benché non si
ritrovino tutte le cose coufacevoli; nondimeno si dirà ben la cusa
quando saranno tutte: ina inale quando poche. Sicché per? mettiamo,
o beato, che si dica, acciò come coloro, che iu Egina vanno vagando di
notte forniscono tar- di il viaggio,, così paia, che iu questo modo noi
per- veniamo alle cose piò lardi da buon senuo del do- vere; o
ricerca alcun altra retta maniera d’ intorno al nome; nè confessar tu, che
sia nome la dichiara- tone della cosa fatta con lettere, c con sìllabe:
per- chè, se queste due cose dirai, tu non potrai accorda- re, e
convenir con te stessei. ex. — O Socrate, tu pari di parlar bene, é cosi
io assentisco, soc. - Poi- ché d’intorno a questo Convenimmo si ventiti
da noi il rimanente. Se dee esser il nome posto bene, di- ciamo far
mistieri, che si ritrovino lettere a lui de- centi. ce — Per certo, soc.
— Convien poi, che let- tere siano simili alle cose, cm —"Sì. sOc. —
Dunque quelli nomi, che sono posti bene, cosi son posti: ina se
alcuno non « posto bene, perawentura per lo piu sarà di lettere
convenienti, e somiglianti, se do- veri esser iniagine; terrà poi ancora
alcuna cosa noci convenevole, per la quale non sarà buona, nè fatte
bene: diciamo noi in cotal guisa, ovver altrimenti! ***■ ” ® Socrate, io
penso; che non faccia mistieri, che contendiamo, non mi piacendo, -che si
dica esser nome, nondimeno non posto beile.- soc.J- Forse non-'
piace a te, che il nome aia -dichiarazione di 'cosa! CJt — Mi pisce sì.'
suo. —Ma' pensi tu', che non W sia detto bene. Che parte siano i nomi de’
primi compo- sti, e parte siano i primi?' cu. — A me sì. - soc—Or
se deooo esser i primi significazioni di alcune cose, hai tu forse più
commoda maniera, onde si 'faccia questo, che se si facessero tali, quali
son quelle, coi se, le quali vogliamo, che si dichiarino? o
piultosttf ti piace, questa maniera, la quale è detta da Erbo*
1 ) 86 ( gene, e da altri molti, cioè, che i nomi
siano certi componimenti, e dichiarino a chi composero le cose, e
le conobbero innanzi, e ne sia questa la retta ma- niera del nome, cioè
il componimento, nè imporli, se componga alcuno cosi, come si è oro
composto, 0 incontrario? cioè come l ’ o picciolo, il quale ora
o picciolo si addimanda, si nominasse o grande: ma l’& f che al
presente si dice o grande, si dicesse o pie • ciolo? qual di queste due
maniere piace a tef ca.— Adognimodo, o Socrate, importo, che alcun
dichiari con somiglianza ciè, che vuole dimostrare: ma non con
qualsivoglia cosa, soc, — Tu parli bene. Dun- que non è egli necessario,
essendo il nome simile al- la cosa, che gli elementi, dei quali si
compongono 1 primi nomi, per lor natura siano alle cose somi-
glianti? ma così dico, o si sarebbe fatto da altri la dipintura alcuna
volta, la quale dianzi abbiamo det- to simile ad alcuno degli enti: se i
colori, di cui si fa la iraagine non fossero per natura somiglianti a
quella cosa , la quale è imitata dallo studio del di» pintore? « è egli
impossibile? ca — Impossibile certo, soc. ~ Nel medesimo modo non si
farebbouo i nomi somiglianti mai ad alcuna cosa, se quello, di cui
si compone i nomi non tenesse alcuna somigliànzà di quelle cose, di cni
sono i nomi imitazioni. Quello poi, 'di cui si compongono i nomi, sono
gli elemen- ti. cr.-* Veramente, soc.— Oggimai fatti partecipe di
quei sermone, del quale ne è partecipe Ermogene pòco fa. Or dimmi, ti è egli
avviso, che noi diciamó bene. Che il p coovehisse al portamento, al moto
e alla asprezza, o non bene? CR.-Bene sii soc. — Ma A piano, e a!
molle, e alle altre cose da noi nar- rate? cr — V eramente. soc — Sai tu
dunque che Io P : chiama da noi ffKÀ*pOTl£;
ma da Eretriesi <rKAty>0T«£?. CR--Corto si. *oc.— Dimmi , se
questi due p e+ paiono somiglianti allo stesso, e dimostrano il medesimo
cosi loro per la de- terminazione del p f come a noi per lo ultimo
o non significa niente agli noi di noi? cr -Anzi il significa agli
uni e agli altri, boc — Forse in quonto sono somiglianti il p e il o in
quanto dissomigliane ti? ca— In quanto somiglianti, soc.— Dunque ìn
quan- to sono simili in ogni luogo? CR.-Peravventura al si-
gnificare almeno il portamento, soc. 0 il \ frames- so ancora
dimostra egli il contrario dell' asperità? CR—Peravventura, o Socrate,
non è framesso bene, co- me quelle cose, le quali tu trattavi dianzi con
Ermo- gene, mentre e levavi via, e ponevi le lettere ove
massimamente facea mislieri. E tu mi parevi dì far be- ne, e ora hassi a
por forse il p per lo soc. — Tu parli bene: ma che? al presente
quando alcuno prò- nuncia <rKÀ»/>oif, come dicevamo, non ci
intendiamo tranci? nè sai tu ciò, che io al presente mi dica? cr,-
0 amicissimo, per usanza lo so veramente, soc. ) 88 (
Quando tu dì usanza, pensi tu dir cosa diversa dal componimento?
chiami tu altro usanza, che quando 10 pronunciando questo, e
considerando quello, tu co- nosci, che io considero; non dì tu questo?
cr. — Que- sto stesso, 'soc. — Dunque se tu conoscessi questo pro-
nunciandolo io, li si fa per me la dichiarazione, cr. —Così è. soc.
— Cioè dal dissimile ili quello, che io pensando proferisco, poi che è
dissimile il \ a quel- lo, che tu chiami <rn?iHp OTUTflC, cioè asprezza,
e se ciò se ne sta così, che altro ha egli se non, che tu I
con te stesso sii convenuto? e ti si fa egli la retta tnaniera del
componimento? poiché cosile simili, co- me le dissimili lettere li
dimostrano lo stesso , con- seguendo lat usanza , e il componimento ma
se la usanza nou fosse componimento, nou si potrebbe , dir
bene ancora, che la somiglianza fosse dichiarazio ne: ma usanza; poiché,
come pare, la dichiara colla si- militudine, e con la dissomiglianza. Ma,
o Cratilo poi- ché noi concediamo questo ( couciossiachè, io pongo
11 tuo silenzio per concessione) è necessario, che la usanza, e il
componimento appartenga alla dichiara- zione di quello, che considerando
diciamo, percioc- ché, se tu ottimo uomo volessi discender alla
cousi- derazione de 1 ' numeri; donde penseresti tu di poter ap-
portare nomi somiglianti a qualunque numero, se non permettessi, che la
concessione c componimento tuo tenesse alcuna autorità intorno alla retta
maniera do' X Digitized by Google
) »9 < nomi? eziandio mi piace, che i nomi in quanto è
pos- sibile, siano simigliatiti alle cose; dubito nondimeno, che
peravventura, come diceva Ermogene, sia in c^rto snodo lubrica la
usurpazione di questa somiglianza, e siamo sforzati a valersi ancora di
questa cosa trava gliosa, cioè del componimento d’intorno alta retta
ma- niera de’norai: percbè secondo il potere peravventura si
direbbe allora bene, quando si dicesse o con tutti, o similmente con la
maggior parte, cioè con conve- nevoli: ma sozzamente quando in contrario.
Or ciò ap- presso a questo dimmi, qual forza tengano appressa noi i
nomi o qual cosa beilo affermiamo, che si fac- cia da noi col mezzo loro?
cb.—O Socrate, pare a me, che insegnino i nomi, e ciò sia molto semplice,
cioè che chiunque sa i nomi, eziandio sappia le cose. soc. — O
Cratilo, tu peravventura dì alcuna cosa siffatta, che quando conoscerò
alcuno quale sia il nome (essen- do egli tale, quale ancora si ritrova la
cosa ) eziandio conoscerò la cosa, poiché è la cosa somigliante al
nome; essendo un’arte, e la stessa di tutte le cose tra loro somiglianti*
Da questa ragione indotto pare, che tu abbia detto, che chiunque conosce
i nomi, ancora conoscerò le cose stesse, cr. — Tu parli il vero, soc.—
Or vediamo qual sia questa maniera della dottrina de- gli enti, la quale
ora tu dì, e se piu oltre ve ne sia d’altra, nondimeno sia questa tenuta
migliore; o fuor di lei, non ve ne sia niun’altra, in qual di questi
due snodi pensi tu? ex.— Cosi io stimo, che nou ve oc 6
Cr. ) 9 ° ( sia d’altra; ma questa sola,
e ottima- soc. -Ma dimmi se questa stessa sia la invenzione degli enti,
che chi ba ritrovato i itomi, abbia ritrovato ancora le cose, «li cui
sono i nomi? o faccia ni isti eri, che .altra maniera ' •„ r .1! i
- . • • c si cerchi, e si ritrovi; e questa si impari?, ca. —
Sopra tutte le cose è da cercarsi questa maniera, e ritrovarsi,
soc. — Or, o Cratilo consideriamo si, se a!cun mentre investiga la cose
segue i nomi, considerando quale dee esser ciascheduno. Consideri tu
forse, che non sia piccini il pericolo di non restar ingannato? cu.
— in che mi'do? soc.— Perché chi da principio pose i nomi quali
stimò egli, che fossero le cose, eziandio tali nomi pose, come diciamo,
non è egli cosi? ca. — Cosi affatto, soc. — Dunque se egli non pensò
bene: ma li pose quali lisi stimò, che pensi Ju, che sia per
avvenir a noi, che lo seguitiamo? altro forse, che di re- star ingannali?
cn.— O Socrate, chi sà, che questo non se ne stia cosi: ma sia necessario,
che' quegli. sia Stato scientifico, che pose i nomi, altrimenti come un
pez- zo fa diceva, non sarchbono nomi. Questo poi ti può esser di
evidentissimo argomento, che non traviò dalla verità l’au(o e del nome?
che se avesse avuto rea opi- nione, in moilo niuno tutte le co e non si
accorderei)- bono in colai guisa appresso di lui o non considera-
vi ancora tu quando dicevi; che tolti i oomi tendes- sero nello stesso?
soc.— O buon Cratilo, non vai niente questa difesa, perchè non è cosa sconvenevole,
se da .principio ingannalo ['ordinatore de* naini, tirò di uuq-
’) s« f ^0 » seguenti nbini con ceria fona si primo, e
I* sforzò ad accordarsi seco, come intorno alle figure, ri-
trovandosi alcuna volta la prima figura ignota e falsa, I* • .
.'X.TTi « • : . . 1 : • le rimanenti poscia essendo molte conviene,
che inste- me Si accordino; conciossiachè ciascheduno dèe
dispu- tar molte cose' intorno al determinare il principio di
(]ualunque!tCOsa, e considerar diligenlissimainente se il principio è
supposto bene o nò, il che bastevo) men- te esaminato, le altre cose
ornai lo deono seguire. Non- dimeno mi maraviglio, se i nomi couvegnano
con loro stessi. Perciocché considereremo da capo le cose di- nanzi
da noi narrate, come, che i pomi ci significhino la essenza, quàsi che
l'universo vada, si porli e scorra. Stimi tu fórse, che èssi significhino
in cotal guisa, o altrimenti.!^ cr.-— Cosi sì, e il significan bene. soc.
— Sicché consideriamo se assumendo alcuna cosa da loro. Primieramente
questo nome CTIffTtlftdt, c ‘°*“ di scien- za, come é egli ambiguo, e
pare, che più tosto signi- fichi, 0T / larniTìv etri tùìs Trptryftoctri
rnv cioè che ferma l'animo nostro nelle cose, che sia egli
portato intorno con esse, ed è meglio, che di- ciamo il principio di lui,
come ora, che gettando l’g dir TriffTtljiltV, ma frammettiamo in
vece del g il /. Pos- cia il jSsjSa/GV, cioè il fermo; perchè è
imitazione fix- o-eas Ttvog, hoc) (TTCUreas, c»°è di certo
stabilimen to, e state, che del portamento. Più oltre g’ tO’TOpt*
Digitized by Google ) 9» I Significa per
certo questo, che ciò, che poti» le 1 ™* ‘l corso e TOTTWTO», c*òè quello
che sf ha a credere, significa ad ogni modo tffTXV, c *°è «l
fermare. Poscia) j xytiym, cioè la memoria dimostra certo ad ognuno, che
è nell'anima poM, c '°è fermezza: me non agitazione: come per esempio, se
alcuno rolesse seguire i nomi 0 apiXpTix, ttfltt « ffV[I(pOpX, c * oè 1
® errore, e la calamiti; parerebbe di inferire lo stesso, che si
riferisce -jr» e-vvsirej sa) 6Trt<rT»ft», cioè *“ intelligenza, e la
scienza, e gli altri nomi, che posti sono alle cose serie. Ancora £ ec^x
3 ix, xaì rf XKOfiKfflX, cioè la ignoranza, e la intemperanza paiono
simili a questi; perciocché £ xpixBtX pare, che sia 7-01/ x^ixBsu
tOVTOS TTOpelx, cioè il progresso di chi se ne va in- sieme con Dio: ma
cctLOXxrix P are •* tulto certa «KOÀov- glg' cioè conseguenza alle cose.
Ed in colai guisa quei, che noi pensiamo nomi t^i sozzissime cose
pa- reranno somigliantissimi a quelli nomi, che sono in- torno alle
cose bellissime, eziandio stimo, che si po- trebhono ritrovare d’altri
molti, se a ciò alcun atten- desse; onde penserebbe di nuovo, che l’autor
de’ no- mi significasse non cose correnti, e portate: ma per-
manenti. cb. — Nondimeno o Socrate tu vedi, che la maggior parte de* nomi
significavano in quel modo, «oc.— Che è dunque questo 0 Cratilo:
annovereremo \ f ) 93 {
forse ì nomi qual suffragi, e sassettif e consisterli ?» questo la
retta maniera, cioè quat di queste due gui- se de' nomi paia di
significar pili, e questa sia la vera* Non convien nò. soc. — O
amico in modo miuno. ÌOr qui' lasciamoli:' ma consideriamo, se in
cotal guisa ci assentissi, •ovver nò. Dimmi non confessavamo noi
poco la, die -coloro, che ponevano i nomi nel Te città GrCche, e Barbane
fossero ■positori de* 1 nomi, é Ifarte, che ciò poteva ftossC de' nomi
postricé? cr — Al tutto slr «oc.— Or dimmi tu, chi pose i primi nomi,
"cono* scevan essi Ié còse, 1 cui ponevano i nómi, o non le
co- noscevaSo? 10 c*>. — Io penso, '0 Socrate, che Ie^etìno 1 -
scesseroi s oc;— Per certo, o amidó Crétìlo, non essèit* do essi
ignorami; cir.— Non rtìi 2 5 sdt.-iR'itòd niamo di nuoi-o colà,
Ondò si '^ipàrtimriro. Perciò po- sto fa dicesti-, se tu li raccordi';
èli® era tìeeessario,' che «hi poneva' i’WóWii conOSctìsè'Ié^'cbse/'cui
'tl penevai dimmi pare à- tu ancóra' ; cosV; hòP 'cit.4-Eziatf*
diO si; "stìd.'— ‘PeTavventura dllu'J'che chi pose i 'priì ini
nómi, cbuoscendòH 'H ponessé. '■ cA.- Conoseèndòlk soci— .Da’ quàlì homi
' avrebbe egli'imparato, o ritrova- to le cose,- ! sé Otti a fossero
ancora 'pósti i primi no- mi! e di nhdVo'tfibiamD nóij èhè sià’ Còsa
impossibi- le di ritrovar lé' èòSéj o impararle altrimenti, che im-
parando i nhiéi/’ ò per noi quàlì siWo 1 ritrovandola CR.— O SOcràte,’fnf
è avviso, che lÓ~dìcà alcuna cosa, toc-— Duriqóe io che ‘modo
‘dirémo''%iòi che essi sa- pendo abbiano posto ? ‘nomi! ossiatro dati
facitari dd’ )&< Domi insanii che si
ponesse qualunque nome, e abbia! solessi conosciate, le cote innaoti, nou
potendosi) «Ile «llmnenli imparare, che co’ oprm? c«.— In vero: io
pen- so, Soc Fate, che questa sia_ verissime ragiono, d’iniorjse
questo, che certa .potenza maggior dell utnaud sia stata qneHa, che
pn»e,^pri#»i homi ;fl!e cote, 4t maniera die aia necessario, chiosai tfi
pestiano bm»f.3,»«c.-4.Posc»a penti tu, che Fautpr de’ nptni li* abbia
ppsli contras ri a se stesso, o se fu egli alcun dtnipoe p Dio? o
pare fi r te, che di sopra da noi nop ,^;jgi»(deUo,aicn> te? ca. — Ma
chi sa, che gli altri j nqmj; non fossero di questi, soc. — Quali d*
questi due p , ottimo uomo e^ano. es s > forse di quelli* che, si
rifulgono olio sta? Io? o di quelli pi u,. tosto, che al mpviinputfe?
[ilrciocchè nou ancora si giudicheranno colla moltitudine seaon r
do , quello chq poco^a abbianao ^ttos ; ,^tf^CÌ0si con»- yjenfj p
^oprate. i u ^o«i e:dV cendo parje di essi .e^er siglili ajlfl. 1
.flfr fermando di so sa il^ medepi 6 &P ' ’.'U ‘ <d i
r torniremo noi?, ©, a chop^vfln^d^ -pgvfthè fcerlp #4 allri
nomi, da .qufstft <K»n;flSftr^rqgjq^»jjii^#r jepdpup. d’oltrg ma
( c^iarp g 8 »,qfe4 'WW HO fi. Cerca rp, perle, altpp c«tSf,^C.,^i
0 9hiM r W n 9 TO%- nifeste ^enaft^qiRijop. ci ^mustrer^ngp ^^Ojit*;,
de- gli epti^cjoè qapLdt questi due, , <y*.,-n-Coj. si . mi
.parer, Mfij-gp C‘V- 0 -i9f* l lKj c .3Bfia«lé ^.coy tf(
guisa.pqssiappo,, comp pa^iip^arj^ gli enti _5.eBXf «pmL. «h-rApjptfjjcp.
sof.T^P^r- mezzo di qual t)r Digitized by Google
/ ) 95 ( tra cola pensi tu principalihénte, che
ih possami * tip* prender cose, è forse per mezzo di alcun’ altra,
che per quella, che è convenevole, e giustissima per U Vicendevole
tomunicanza loro, Cioè se in qualche mo- do sono insieme in parentela
congiunte, e per toro stesse msssimàtneute? perciocché quello, che è
diver* ib da lord divèrsa cosa significa ‘ non quelle. cu.*- A - me
pare, che tu dVil vero. ioc.-'-Deh d\, non abbia^ tìio noi conceduto già
molte volte, che siano : i nohàiy i quali Spn posti bene ‘similissimi a
quelle‘‘Cose, d'i cup Son nomi*, e imagini loèo? ’ Cr. -< Per certo
l'abbiamo conceduto, soc.— Dunque se lecito; è di imparar le' Cose
per li nomi,i e' per loro-stésse ancora, qual sa-' rebbe apprensione ‘più
eccellente, e più chiara: Corse' se dell’imiigine si imparasse,
esprimendone ella 'beilo' la verità di oui è ella imagine, o più. 'tosto
dalla ve^ rilà còsi ella, eome la imagine di 1 lei, se essa fosse
fatta Convenevolmente? ‘ Cri— Mi par ' necessario dalla verità- 1 Sòc.—
Egli Rppar fattura d’ingegno maggiore' del mio e del tuo, il giudicare in
che modo siano da • comprendersi le cose, o per dottrina, o per
invenaione. Basterà poi al presente, che siamo fra noi- conve». nuti, che
elle non siano da impararsi,’ ie da cercarsi/ i da' nomi: ma per loro
stesse più tosilo.;' er.-i*Cos«i «p*v perisce, o Socrate, sóc.— Appressò-
considenaino/anco- ■« ri' questo, acciochè questi molti nomi nello
stesso/ tercw! denti ‘boa ci ingannino, avendo pensato, ehi si
posero,/ •he Mute le cose corressero scazp(é, e . socrressi.ro, ci
I Ì9 «f «on quella considerazione
«tendali polli, parendo • me, che essi abbiano pensato in colai
guisa. Ma se a caso, non se ne starebbe egli eoa). In vero essi quasi
sdrucciolati in certa vertigine vacillano, e ai travaglia, no, e nello
.stesso tirando noi, ci alludano. Perchè considera, o Cratilo, uomo
maraviglioso, che io spesse voi* te sogno, se è da dirsi, clic sia alcuna
cosa il bello, e il buono, e Cosi qualunque degli enti, oppur uò?
ca. — O Socrate a me par si. aoc.— Dunque consideriamo questo, se
alcun viso, o alcuna delle cose silTalte sia bella, parendo, che scorrino
tutte: ina quello, ebe di-, ciomo bello non persevera sempre tale, qu.de
è egli?, c*.— Necessario è. soc. — Dunque è possibil forse, cha,
egli si denomini bene, se (ugge sempre, e primieramen- te si dica ciò,
che egli sia, poscia quale sia? o neces- sario è mentre parliamo, che
egli si faccia altro incon- tinente, e si fugga, nè più sia tale? cr.—
Egli è necessario. SOC,— In che modo sia quello alcuna cosa; che non se
ne sta mai nella stessa maniera? percioc-,. cbè se alcuna volta se ne sta
nello stesso mod'>, chia- ro è, che non si muta niente in qui 1 tempo,
«die «c do sta cosi: ma se slà sempre uella stessa guisa, ed è il
medesimo, in che maniera si potrebbe mutare, o mo- ver non diseostaudosi
punto dalla sua idea? cr.— tu modo ninno, soc. Più oltre uè alcuno si
conoscereb- be facendosi altro e diverso incontinente, che se no ;
vico quello, che l’ idee conoscere. Sicché non si po- trebbe conoscer
più, che, < quale si sia, o come si ri- J Digitized
by Google trovai*®, ♦ per certo niiina
c<jgoÌRÙ)taat$anosce 1* co* sa, la quii conosce, non stendo
ella;inalcuo modo» cu.— figli è coese tei dii i socy7rMe,nè.onAOW* 0
CraltlPià verisimiln che sùdice c©gi»iaioDe,,8e si nantanp tulle le
cose, -e «ente^sù-ffetow-iChèise la cognizione ppo ca« desse da quello,
onde è cognizione, si f cr m erebbe SCO* 1 * pre,* e sarebbe sempre
qognixione. Ma;se essa Specie anr Cora di cognizione 'Si' dipartisse, in
altea^pecie passe* rebbe -insieme ilicognitionenè cogniaìone starebbe»
che sta' pdrileteamewtfe si 1 mutai non sia sempre cognizione» d di
^aéSta' ragiorte,; no® 'sarài eli# nè ciò», che» & per cò'dtfscel^i
ttè fciè, éh« è r -per" dovérsi poposoere: ma se ditèmprè'queito che
conosce, >ed è qoelio ohe si co* no sa e, «d è il bello, ed anche il
buono, ed èoquàl*iB4 qnc degli enti, non mi pare che ciò che diciamo
al presente sia simile al flusso ed al portamento. Or se questo se
ne slà egli cosi, o come dicevano i settatori di Eraclito, e altri molti
non si può discerner agevol* mente, non è ol^jtrid’qaaqèirfbf, jhp
intelletto fidar se stesso, e l’animo suo a’ nomi e raffermar
sapiente l’ootore del nome; e in colai guisa dispreggiar se stes-
so e gli enti, quasi, che niuna cosa sia vera: ma scor- rano, e cadano
tutte, conHMewfcne; e qual gli uomi- ni malati delle distillazioni della
testa giudichi, che iimilmeule si dispongano le cose stesse in modo,
che si tengano tutte dallo scorrimento, o dal flusso. Peravventura, o
Cratilo, egli è cosi peravventura è altrimenti ancora. Dunque egli si dee
investigar questo con aui- Mo fòrte, e heriefaron dovendoti ammetter
^erolmen- te: perciocché ancora tu sei giovane, e ti à beetetole la
età, e se ritroverai alcuna cosa iti investigante), ezian- dio la dei compartire
con esso meco. ca.— O Socrate, io vi attenderò e saprai certo, che ancor io al
pre- sente non sto senza considerazione; anzi in pensando,, e in
rivolgendomi molte cose per l’animo, pere a me, che se ne stieno elle
maggiormente in quel modo, che. come Eraclito' diceva, soc.— Da qui
innanzi o amico poiché sarai ritornato, mi insegnerai: ma qra come sei.
apparecchiato vattene al campo; perchè ancora Ermo* gene ti accompagnerà,
ci.— -Si farà, o Socrate, come, tu ammonisci.' ma d’intorno a quello
aforzati ancora tu di considerare. Roberto
Dionigi. Dionigi. Keywords: in torno al cratilo, ermeneutica, svolta
linguistica, cratilo, linguaggio, la forma del linguaggio, forma logica. Nietzsche.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Dionigi” – The Swimming-Pool Library.


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