Grice e Dòdaro: l'implicatura conversazionale del convito -- ossia,
tracce di un discorso amoroso – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bari). Filosofo italiano. Grice: “Dòdaro is
an interesting one – totally cryptic of course! It is as if he were
Nowell-Smith, Austin, and Donne, combined into one! Recall Nowell-Smith’s
challenge to Austin: “Donne is incomprehensible,” “He surely ain’t!” Costretto a riparare a Turi per sfuggire ai
bombardamenti. A Bari si legò a Maglione, Castellano, Piccinni e, assieme allo
zio Silvio, prendeva parte agli incontri artistici e letterari del
caffè-pasticceria Il Sottano (in quegli anni frequentato da Moro, Albertazzi,
Scotellaro, Bodini, Calò ecc.), fondato da Scaturchio, e agli incontri di
Laterza e del circolo La Scaletta di Matera. Nello stesso periodo conobbe Nazariantz,
il quale rappresentò per Dòdaro una sorta di guida, fu lui, infatti, a
introdurlo per la prima volta agli incontri del Sottano dove ebbe modo di stringere
amicizia con Bodini, Calò, Scotellaro. Abbandonò presto Bari, tentando una
prima fuga a Parigi, città in cui sarebbe tornato a vivere altre volte, prima
di tornare a Bari per poi trasferirsi a Lecce. Altre tappe, prima del
trasferimento a Lecce, furono Milano e Bologna. Divenne allievo di Morandi,
presso l'accademia, infatti, prime espressioni della sua attività artistica
furono la pittura, praticata per una manciata di anni, e il teatro, poi diluito
nelle successive esperienze poetiche e narrative. Come pittore produsse alcuni
quadri in cui all'informale materico univa le combustioni, applicate, di fatto:
Verri riporta in suo intervento: arriva con la novità dei colori
"bruciati". Di questo ciclo di opere faceva parte "Svergognato
incantesimo di barca", che gli valse, successivamente, la segnalazione
presso il premio "Il maggio di Bari". Prima del trasferimento a
Lecce, lavora presso l'ufficio stampa della Fiera del Levante, a stretto
contatto con Fiore, figlio di Tommaso, venendo influenzato dal meridionalismo.
Sempre nel clima della Fiera del levante, strinse un ottimo legame con Tot. Al
suo arrivo a Lecce riallacciò i rapporti con Bodini e Calò, oltre che con Suppressa,
conosciuto in occasione del premio Il Maggio di Bari, entrò, inoltre, in
contatto con quelli che sarebbero stati poi suoi amici e compagni artistici:
Durante, Massari, Candia, Pagano. Ebbe frequentazioni con Bene e strinse
importanti sodalizi amicali e letterari con Verri, Gelli, Caruso, il quale, in
corrispondenze private, ebbe modo di rinominare la loro amicizia e
collaborazione come il "sodalizio Caruso-Dòdaro". A Leccesi rese
protagonista, con Candia, di un grande falò in cui i due bruciarono tutti i
quadri realizzati fino a quel momento. Per quanto riguarda l'opera pittorica "Svergognato incantesimo di barca",
insieme a pochi altri, si salvò dal falò perché all'epoca custodito presso la
casa dello zio Silvio. Dopo questo iniziale periodo di ricerca e
sperimentazione, abbandona la scena artistica per circa vent'anni, anni in cui
si dedicò allo studio intenso nel tentativo di scoprire il perché del
linguaggio, rompendo il silenzio con la fondazione del Movimento di Arte
Genetica con sede a Lecce, Genova e Toronto. Con tale movimento, rintracci
l’origine dell’italiano o romano nel battito materno ascoltato in età fetale,
teorizzando il romano o italiano come una congiunzione volta a rifondare la
dualità dell’essere umano non un regressus ad uterum, bensì la coppia, la
dualità, ovvero la dimensione originaria della comunione con l’altro e come lutto,
annodandolo alla mancanza di Lacan. Il movimento si doterà di due riviste:
“Ghen”, giornale modulare ideato da Dòdaro con sede a Lecce, e “Ghen Res
Extensa Ligu” con sede a Genova e diretta da Mignani. L’idea del modulo come
unità di misura sarà alla base della struttura modulare di “Ghen” oltre che
della concezione dello spazio, mutuata sempre dagli studi sulla dimensione pre-natale,
fino a sfociare nel manifesto "Incliniamo l’orizzonte”. L’italiano o il
romano diventa una congiunzione, una dichiarazione onomatopeica in cui si
alimentava il trionfo del lutto e la mancanza. L’orizzonte diventa orizzonte
mediale: poesie per i treni, per gli altoparlanti e più in là romanzi in tre
cartelle, romanzi su cartolina, collane spaginate, poesie e poesie visive da
proiettare per le strade, poesie per internet, net.poetry, narrazioni su
leaflet, romanzi da muro-narrativa concreta, romanzi di cento parole da
pubblicare in store, nelle vetrine dei negozi. Al Movimento di Arte Genetica
aderirono, o ruotarono attorno alle sue riviste e attività, un numero considerevole
di autori provenienti dalle sperimentazioni poetiche e poetico-visive,
performative, sonore, plastiche: Miccini, Marras, Mignani, Fontana, Munari,
Fiore, Dramis, Perfetti, Pagano, Gelli, Noci, Greco, Lorenzo, Marocco, Massari,
Miglietta, Center of Art and Communication (Toronto), Giorgio Barberi
Squarotti, Toshiaki Minemura, Xerra, Sicoli, Souza, Alternativa Zero,
Experimental Art Foundation (South Australia), Block Cor (Amsterdam),
Genetet-Morel, Lepage, Martini, Valentini, Restany, Etlinger, Caruso, Verri,
Miglietta, Nigro ecc. Con la nascita del movimento di Arte Genetica,
avvia una personale riflessione sull'oggetto-libro e le sue modalità fruitive,
avviava il progetto "Archivio degli operatori pugliesi", per una
catalogazione degli operatori estetici e culturali. Crea e anima «il centro di
ricerca 1.4.7.8. (strutturato, nel nome, sulle coordinate della Classificazione
Decimale Dewey, ad indicare i percorsi di ricerca: filosofia, linguistica,
arte, letteratura), ospitato dalla Libreria Adriatica di Lecce, e con il quale
coinvolge numerosi operatori del territorio (docenti universitari, il gruppo
Gramma, il Centro ricerche estetiche fondato a Novoli da Greco e Lorenzo, il
gruppo Oistros di Durante e Santoro, gli autori del gruppo di Arte Genetica da
lui fondato ecc). Ha diretto la casa editrice Conte di Lecce, ha fondato a
Lecce, il movimento letterario New PageNarrativa in store. La sua attività letteraria
ed editoriale è stata caratterizzata da
uno spiccato senso per la formazione di gruppi e la ricerca di autori da
lanciare, rappresentando sul territorio pugliese un autentico volano per
operazioni di ampio respiro che andavano spesso a coinvolgere autori del
panorama letterario internazionale. Idea e dirige una mole notevole di
collane editoriali volte al rinnovamento dell’oggetto-libro, fra queste:
«Scritture» (Parabita, Il Laboratorio), «Spagine. Scritture infinite»
(Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni) scritture di ricerca formato
poster, spaginate, «Compact Type. Nuova narrativa» (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) ovvero romanzi in tre cartelle, «Diapoesitive.
Scritture per gli schermi» (Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni)
scritture di ricerca da proiettare, «Mail Fiction» (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) romanzi su cartolina, «Wall Word» (Lecce, Conte
Editore,)tradotta in giapponese ed esposta all’Hokkaido Museum of Literature di
Sappororomanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, «International
Mail Stories» (Lecce, Conte Editore), «Internet Poetry» (Lecce, Conte Editore)
una delle primissime esperienze italiane di net poetry, «Walkman Fiction.
Romanzi da ascoltare» (Lecce, Argo), «E 800 European Literature», in 5 lingue
(Lecce, Conte Editore), «Pieghe narrative» (Lecce, Conte Editore), «Pieghe
poetiche» (Lecce, Conte Editore), «Pieghe della memoria» (Lecce, Conte Editore),
«Foglie nude» (Doria di Cassano Jonio), «Locandine letterarie» (Lecce, Il
Raggio Verde), «Romanzi nudi» (Lecce) in unico esemplare, «Carte letterarie»
(Lecce, Astragali), «792 Mail Theatre» (Lecce, Astragali), «New Page. Narrativa
in store», (Lecce) narrativa breve, poi anche poesia e teatro, in cento parole,
collana che guarda alla comunicazione pubblicitaria con i testi applicati su
crowner, pannelli cartonati in uso nella comunicazione pubblicitaria, ed
esposti in store, nelle vetrine dei negozi. Nell'ambito della poesia
verbo-visiva e del libro-oggetto, è presente in numerose manifestazioni di
«Nuova scrittura»: Ma il vero scandalo è la poesia. Un salto di codice,
Ferrara, Ipermedia; Attorno a noi poeti in gruppo, Strudà (Lecce), Ospedale
psichiatrico; Dentro fuori luogo, Casarano, Palazzo D'Elia; Centro
internazionale Brera, Documenti di gestione alternativa. Appunti sulla Puglia,
Milano, Chiesa San Corpoforo; Artigianare '81, Lecce,1981; Cercare Bodini, Bari
/ Lecce, Ab origine, Martina Franca; Parola fra spazio e suono. Situazione
italiana, Viareggio; Le brache di Gutenberg, Caruso, Visco, Livorno; Far libro.
Libri e pagine d' artsta in Italia, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Il
segno della parola e la parola del segno, Milano, Mercato del sale, Breton et
le poeme-objet, Ugo Carrega, Milano, Mercato del sale, Le porte di Sibari,
Sibari, Visibile Language. Numero speciale sulla poesia visuale. Sezione
Italia, E. Minarelli, USA; Cartoline d'artista, Livorno, Belforte, Terra del
fuoco. Intersezioni per Adriano Spatola, QuartoNapoli, La parola dipinta.
Rassegna di poesia visuale, Belluno, Comune di Gallarate Civica galleria d'arte
moderna. Casa d'EuropaSede di Gallarate, Pagine e dintorni, Libri d' artis ta, Gallarate,L.
Pignotti, “La poesia visiva”, L'immaginazione (Lecce), S-covando l'uovo,
Firenze, Terra del fuoco, QuartoNapoli, Musei Civici di Mantova, Poesia totale.
Dal colpo di dadi alla Poesia visuale. Mantova, Sarenco, Palazzo della Ragione,
Archivio libri d' artista. Laboratorio 66, G. Gini e F. Fedi, Milano, È
presente in Musei, Biblioteche, Archivi. Tra i più importanti: Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze“Libri e pagine d'artis ta”con l’opera Mar/e
amniotico, 1983; Galleria d’arte moderna di Gallarate, con le opere Mourning
Processes. The word, 1991 e Processi di lutto. Notizen: dis, 1991; Museo S.
Castromediano di Lecce, con l'opera Matram psicofisica, Archivio Sackner, Miami
Beach, e Archivio Della Grazia di nuova scrittura, Milano, con varie opere;
Hokkaido Museum of Literature, con la collane “Wall Word”, nteramente tradotta
in giapponese; Imago mundi-Visual poetry in Europe (Fondazione Benetton, ) ecc.
Altre opere: Dichiarazione onomatopeica (Lecce); Progetto negativo (Lecce,);
Disianza Congiuntiva (Livorno); Disperate Professore (Parabita); dis/adriatico
(Caprarica di Lecce); Tracce di un discorso amoroso (Caprarica di Lecce);
Compact Type. Nuova narrative Con A. Verri, (Caprarica di Lecc); Sconcetti di
luna (Caprarica di Lecce); Mail Fiction. Free Lances Con A. Verri(Caprarica di
Lecce); Navigli (Caprarica di Lecce); Void Fiction (Sibari,); Street Stories
(Lecce)tradotto in giapponese(SapporoJapan); Parole morte. Dead Words (Lecce);
L’addio alle scene (Lecce); Antonio Verri. Schegge del contestocon M. Nocera
(Lecce); 18 i titoli pubblicati su leaflets (Lecce), 16 «Pieghe narrative» e 2
«Pieghe poetiche»: “Pieghe narrative”: Vento, vento, I colombi della clausura,
Il figlio dell'anima, La Balilla, Graziato, Il monumento, Dove volano i
gabbiani, La mimosa, Ricordanze zigane, Franco, Joe Cocker, All'ombra del
grande vecchio, Reparto «P», Il tradimento, 27 marzo, L'esame. “Pieghe
poetiche”: Rosa virginale, Il solista; Dichiarazione d'innocenza (Lecce); 7 i
«Romanzi nudi», titoli in unico esemplare (Lecce, Dis, Era d’autunno, Il falò, L’Objet
trouvé, Silenzi, Why, Ballata migrante, Uscita in marasma (Lecce); Di viole.
D’incanti. Astragali teatro (Lecce ); New Page: In un bosco di frammenti
(Lecce), La parola tramava (Lecce); Le prime notti stellate (Lecce)
interrogatorio violento (Lecce, ) I suoi ramaggi (Lecce, ). Grigiori dell’anima
(lecce, ), Di un solstizio d’amore (Lecce, ), Maria la magliaia (Lecce, ),
Teresa. L’Altrove, (Lecce, ), La mer. Ma mère (Lecce, ), Una notte senza stelle
(Lecce). Le distese di grano, (Lecce), Gastronomia da asporto (Lecce), Una sua
lettera (Lecce), Trincee matricali (Lecce), Compagno d’accademia (Lecce). Tra i
gabbiani (Lecce), Cioccolatini di Chicago (Lecce), Cantata duale (Lecce). La
tromba dell’altrove (Lecce), Il nipote violoncellista (Lecce); ‘Operatori
culturali contemporanei in Puglia. Archivio storico divulgativo, Lecce); “Ambivalenze
genetiche”, Ghen (Lecce) ora in “Genetic Ambivalencie”, Art Communication
Edition, Toronto-Canada) “Links”, Ghen (Lecce), “Il complesso di Edipo e quello
di Caino”, Quotidiano (Lecce); “I processi di lutto. La Weltanschauung ghenica”
in, La parola tra spazio e suono. Situazione italiana, Viareggio, “Codice yem:
le origini del linguaggio, ovvero la rifondazione della coppia”, Ghen (Lecce) (ora
in Regione Puglia, Creatività e linguaggio. Atti del Convegno, Maglie);
“Dis-astro”, in A. Massari, Dis-astro. Loos, Lecce, “L’area inter-media”, in F.
Gelli, Transitional Objects. Mutter Fixerung, Lecce; “Ipotesi interpretativa
del fenomeno droga, formulata da una coscienza che opera nella poetica. Della
scissione. Della prevenzione” in Tossico-dipendenza: progetto di lotta per gli
anni ’80Centro studi giuridici M. Di Pietro. Convegno. Lecce; “Mater
externata”, in L. Caruso, Mater: poesia. Madre e signora dell’acqua, Lecce;
“Lontananze genetiche. Ad cantus enclitico”, in Manifesto mostra gruppo
Ghen, Milano; Progetto negativo, Galatina (ora in Ab origine. Presenze pugliesi
nell’arte contemporanea, Roma-Bari); “La letterarietà di Caruso”, in E. Giannì,
Poiesis: Ricerca poetica in Italia, Arezzo; “La poesia totale di Spatola. Il
convegno di Celle Ligure”, On Board, Lecce; “Wall Word: parole da muro, romanzo
da muro”, in F.S. Dòdaro, Street stories, Lecce; “Dodici haiku. Dodici punti di
rilevamento”, in E. Coriano, A tre deserti dall’ultimo sorriso meccanico. Three
deserts from the shadow of the last mechanical smile, Lecce; “Una pagina
diversa, up to date”, in Pieghe narrative, Lecce; Schede d'arte contemporanea. Implicatura
e Mappatura schedografica degli Autori contemporanei, Lecce; “L’ampliamento
della flessione”, in Archivio libri d’artista. Laboratorio 66, Milano; “Le
anime narranti di Alberto Tallone”, in Alberto Tallone. Manuale tipografico,
Alpigiano (Torino), New Page (Lecce); L'ortografia è morta. L'apparato
pausativo, in New Page (Lecce). Francesco Aprile, Già così tenera di folla, in Intrecci,
Napoli, Oèdipus, Edoardo, un cavaliere senza
terra, su bit. Antonio Verri, Edoardo, Un cavaliere senza terra, su bit. Francesco Aprile, Poesia qualepoesia/06:
Un’altra pagina. Le ricerche intermediali a Lecce, su Puglia libre, Testi di
teoria letteraria/editoriale, su utsanga.
Archivio di nuova scrittura, su verbo visual virtuale.org. Cantata duale, Imago mundi-Visual poetry in
Europe, su imagomundiart.com. Antonio
Verri, Una stupenda generazione, SudPuglia, Antonio Verri, Edoardo, un cavaliere
senza terra, SudPuglia, Francesco Aprile, Già così tenera di folla, Napoli,
Oèdipus, Francesco Aprile, La parola
intermediale: lineamenti di un itinerario pugliese, in Aprile F.-Caggiula C.,
La parola inter-mediale: un itinerario pugliese, Cavallino, Biblioteca Gino
Rizzo, Aprile, Fra parola e new media,
in Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale: un itinerario pugliese (atti
del convegno), Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Cristo Caggiula, Intersezioni asemiche nel
movimento di Arte Genetica, in Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale:
un itinerario pugliese, Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Visual poetry: A short anthology, in utsanga,
L'ortografia è morta. L'apparato pausativo, in utsanga, Testi di teoria
letteraria/editoriale, Codice Yem, le
origini del linguaggio: ovvero la rifondazione della coppia, in utsanga,
Letterarietà di Caruso, in utsanga, La poesia totale di Spatola/Il convegno di
Celle Ligure, in utsanga Francesco Aprile, Il rapporto Dòdaro-Verri attraverso
la critica, in utsanga Francesco Aprile, Dal modulo all'internet poetry, in
utsanga, Aprile, L’Arte Genetica, in utsanga, Aprile, New Page: Narrativa,
Poesia, Teatro, Scavi in store, in utsanga, Aprile, New Page: la poiesi come approccio
etnografico, Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Aprile, New Page, collana di
critica letteraria, Sondrio, Edizioni CFR,
Intervista a Vincenzo Lagalla, Francesco Aprile, in utsanga Lamberto
Pignotti, Introduzione, L'addio alle scene, Lecce, Argo,ora in utsanga Lamberto
Pignotti, Rebus, iper-rebus. Parole da vedere, immagini da leggere, in utsanga,
Caruso, Frammento, in utsanga Julien Blaine, Omaggio alla "O" in
Francesco Saverio Dòdaro, in utsanga Ruggero Maggi, Dedica, utsanga Alessandro
Laporta, cercarlo dove non appare, in utsanga, Mignani, Ghen against again.
Risarcimento dei supporti o della signatura dei segni, in utsanga Egidio
Marullo, F. S. Dòdaro. L'ultimo mentore, in utsanga Omaggio, in utsanga Cantata plurale, materiali 01, Caprarica di
Lecce, Utsanga. AP01-L0T30R0 g lift rhe mi domandate,
U-» [U quello che « svista, mi Inon son pre molto ch’io
mi trovavo a risali Filerò, in città-, ed ecco, .
j.^^-jania da staimi riaonosctoo J d.=«o ^ ^ H,,e- ’ 1
fu/rirt™ 't-irràT ,t punto poco fa, che ^ guita tra Agatone
contarmi la conversazione seg e Socrate e Alcibiade ® ‘j discorsi,
sai, di allora parte al convito ^S)> ^ perché me gli Amore; o
che vi si disse C ^ ggntiti da Fe- rapportati un altro che g detto
che nice, figliuol di Filippo (7)> B
Convito li conoscevi anche tu. Ora, egli non nii dir nulla
di chiaro. Sicché ridimmeli tu tu sei proprio quello a cui si conviene
rifèr’'''^ discorsi deir amico tuo. E per prima cosa, ' mi —
domandò — a quella conversazione t-r; _ Ed io gli risposi : —
Si vede davvero, che di¬ te ne ha fatto il racconto, non t’ha
rapporta/' nulla di chiaro, se tu credi che la conversazióne della
quale mi chiedi, sia succeduta da poco tanto che io ci avessi potuto essere.
’ Ma si. 0 come mai, Glaucone, — dissi io ; — o
non lo sai, che sono anni parecchi che Agatone non è più tornato
qui? Mentre da quando io ho dimesti¬ chezza con Socrate,' e ho fatto mia
cura di sapere giorno per giorno ciò ch’egli fa o dice, non sono
ancora passati tre anni: Prima giravo a caso di qua e di là, e
immaginandomi di far qualcosa, ero l’uomo più misero del mondo, non
meno di te ora che credi di dover fare qua¬ lunque altra cosa piuttosto
che filosofare. E lui — Non celiare, — disse: ma dimmi:
quando ebbe luogo quella conversazione? Ed io Mentre eravamo ancora
ragazzi —■ risposi quando Agatone vinse per la prima solta nella
gara della tragedia, il giorno dopo e ie egli e i coristi celebrarono il
sacrifizio di ringraziamento (8). Un gran pezzo, dunque, si
vede. Ma chi 'Socrate stesso? B niVff-' ^ ~> “ 1“cl
medesimo che a Fe- un certo Aristodemo, Cidateneo, un omet-
73 29 !h“”" ^ adatta a a‘s _
in t^'^'' ’ „ ai auei discorsi, C ““'?'cosi »»'!»”■“>
''"'“rircipio, "O" P"?. f. com« 'i'“''° "'
’^" t nUssario che io h siccità’ Se duirque ta ^, >50
quanto alla sprovvista. Cli 'O. ^ ! fuor di misura;
ment q gente 1 discorsi, e in ispecie a e, me. e ; acca
e d’affari, e 1. ne ru , 1 sento compassione ,,uUa. E forse,
pare di far qualcosa 1 gtimate me uno sfor-
c>»-.-"*jtrc-cdi«e il vero-, ,e lunato; e credo, c ^-«do ma
lo so. non die io di voi non lo credo, ni amico
dici Sei sempre lo stesso, Apollodor ^ sempre male e di
te nic esimo ^^iseri, da par propriamente, die tu £ di dove
:ratciii fuori, conlinciando * • io ti sia venuto il soptamm
^osi dnvvero ; ma cer 50
Convito ne’ discorsi; aspro con te e coa-1! . ....
fu- con Socrate. " ‘“'o fuorci,(, ^
APOLLODORO E Già s’intende, carissimo; perchè ia e di
me e di voi, sono furioso e deUro^*” AMICO Non mette conto,
Apollodoro, qugsj- ora di ciò; però, quello di cui t’abbjan°”'"-‘^
chiesto, fòlio e non altrimenti, ma raccontac'i T discorsi si
fecero. II APOLLODORO Furon su per giù di
questo tenore. Ma piut¬ tosto (9) mi proverò a raccontarvi ogni cosa
dal principio, come quello fece a me. Egli, dunque, mi
raccontò, d’essersi incontrato con Socrate, lavato (io), e anche calzato,
cosa che a Socrate non succedeva spesso (ii); e d avergli domandato
dove s’avviasse così rim¬ bellito; e quello gli rispondesse: A cena da
Aga- Olle. oiche ieri a’ sacrifizi del ringraziamento 0 scansai,
per paura della gente; ma gli pro- son ^ d» un bello
Ma'em' è il tur, r- disse, —che sentimento tato? (12)
mudare a una cena non invi- ^d m — disse ..* . vuoi.
'•sposi: Quello che tu perchè noi’si mm? fiFtese — anche
proverbio, sicché dica che buono P^r guerriero,
C ”? aue«o '»■=“" ,otetò il ré*'»'"^ ^he io, Socrate, cor
presentarmi, f»"''“£i,.» “"’= “Tcinvuó di un ,a-
‘r;.«ona di P““.““°,ó- Guarda tu d,e m. D uomo, non mvi^ ^hì;,
quanto a *0^,6 rveici non inviuro, bensì italo da te. __
^^nsuUerem V »» ,::t:;tdi'ci6 “he .«=0,0 , dire, su, an-
III Scambiate che si furono queste narono. ' Ora, Socrate
^soenava, siero, fermandosi per istrada, ^ ® che gli
ordinava di andar pure innanzi. trovò quando fu giunto alla casa di
Aga o , aperta la porta, e gli venne”incontro caso
ridicolo (i6). Perchè gh ^ Un ragazzo e lo condusse dove e »
32 . Convito i giacere, e ii colse, che stavano per
nf- cenare (17). E appena Agatone T j disse : O Aristodemo,
tu arrivi in punt°°^ '"'sto nare, s’intende, insieme con noi.
venuto per qualche altra cosa, rimettila Anche ieri t’ho cercato per
invitarti ^ m’ò riuscito di vederti in nessun luogo (ìst come mai
non ci conduci Socrate? ' Ed io — disse — mi voltai addietro e non
• • in nessun luogo Socrate che mi seguisse; Si risposi che io ero
venuto appunto con Socrate invitato qui a cena da lui. ’ Hai
fatto bene — ripigliò Agatone, ~ lui dov’ è ? Dianzi, egli
era per entrare dietro a me - 0 dov’è? Son tutto stupito.
Ragazzo, o non t’affretti a guardare,—riprese Agatone — e non ci
meni qui Socrate? e tu, Ari¬ stodemo, dice, sdraiati accanto a
Erissimaco, IV < E, mentre il ragazzo gli lavava i
piedi (19), perchè si mettesse a giacere, un altro dei ragazzi,
raccontava, tornò annunziando, che questo So¬ crate, ritiratosi nel
vestibolo della casia accanto, se ne stava li fermo, e per quanto lui lo
chia¬ masse, non era voluto entrare (20). 0 che strana cosa
tu dicil — disse Aga¬ tone. 0, dunque, non lo chiami da capo (21) e
non seguiti? Ma nientaffatto lasciatelo stare.
— riferiva d’aver detto; —anzi Perchè lui ha quest’usanza-;
33 D
dovunque si trovi, ..•'‘“‘ira («"’" Ja las»»“'°
ripresa 1» "’fs"-» » 1 dStènoùUsi. iP»: ■“ M»
"'’ÈbbePe.«Sf he vói volete, gi»e*“ tg»'°"'=7urittura
?rleervi-, il dte io «on siedili fate COMO ìSSU’’^’ .
epoi mai • invitati da voi, 'C’ppe»” *'T *S°ve 11- eSble»" a
l°to'- ìttateci iti ssi principiarono a c, raccontava,
ess p ^„atone pm ^ m Socrate "°^X'"socrate, ma
Aristo- è 'r^ór óhft.ie.ilopo «hmd»S‘“ .oaonlope™'* ,„a
,emte; s era tanto lungo, con ^ Aratone- si. che a
mezzo della . Qua, So¬ piva solo a giacere ti ^ e _ disse
idea sapiente, che vXlo; giacchi. ^
?::róhtóvó.a,euti-ip™'"'““"” " mosso. ^
S.,rebbe pur bene, — dis- • Socrate sede, e — Sa V -Agatone ,
se la saptcì . rete dal più P''™ t ,ei Wechtol l’«‘l“i'r tdo
ci tocchiamo; come p,u „„ filo di latta, scotte ^ P'“ ^ j rosi,
io 0 (,4). Chi, se 1'“'’= “*: forchi di molta ;o molto lo starti a
’ ^jj,|,j,pito da te. Ila sapienza io sarò, pcn sarebbe tti,
la mia, quando j. siccome un so- -hina c disputabile, g'^c rigoglio
la mentre ò splcmhda e pien, ^ 1., ITONE, Voi.
/-Vt Convito tua, che da te ancor giovine ha
sf„i COSI gran Juce ed ha brillato diana^'® co pm d. trentantila
Elleni per testiSo?'* Tu sei un impertinente, Socrat ^’ 5 ).
‘ Agatone; —se non che questa dell^. f'^Ose . quistione che
decideremo anch’essr qui a poco (26), prendendo Dioniso^” ce (27);
ora, per prima cosa, mettif^'^'^ “ a cena. 176
_ Dopo ciò, raccontava, Socrate si mettessi- giacere ; e
quando lui e gli altri ebber finito a - cenare, facessero le libarioui, e
cantato l’innò all Iddio, e compita ogni altra cerimonia ('28') si
voltassero al bere; ma qui Pausania principisi a parlare in questo
tenore: Bene sta, amici — disse — come faremo a bere fi p,u a
comodo? Io vi so dire in ve- ità che mi sento molto aggravato dal bere
di cri.*' "POSO, e cosi, vate ’ ’ g'^^chò jeri ci
era- bere •! in che modo potremmo bere fi pm a
comodo. bene rispose : — Di ciò tu dici certo nel
bere"“''"'^. ‘comodità •li jeri ' vocile io sono degli
annaffiati ^euiiieno ^^“tito Erissimaco figliuolo di
uùa cfsf ~ bene davvero; si sente in fnr,,'”* ‘f°gna sapere
da voi, come per bere Agatone? c neanclie
io ^rispos^^' ^ f““^oC.„.„--rep«‘'>®Sre’p«
(tra» per me e po ne una . ^„3tra, P .entissrmt ne
rci''’^ • se v°' ’ ' } • ntianto a nor > „ ci alto.
perche, q^t^n ^i m t strac"'''Socrate e aU’altra,
:>:rradatto ^'7:,n."to, delP-i, si chiamerà dunque,
li arante^ o 1 altra. • g-i senta vogha ? a eh nessuno
tie’fcse^ Olfo vi.», ? r*= sia vai.™- ^ * ° aire la
medicina La ta«o %5lS'3sri-" giorno innanzi. j^pse
Fedro acanto a me, " di obbedirti, prendendola
parola massime, in . ;';^bediranno anche gh altri,
medicina; ma ora ti odo se si consigliano bene. unti di non
Sentite queste della lor rm- fare dell’ubriacarsi il ^ piacere
( 29 )’ nionc, ma di bere cos VI ^ poiché
s’e Or bene, - ripigliai ^'"'^^'"Jo^.pole, e non a
deciso che ciascuno beva q _ pp’ altri sia nulla di forzato, fo
dopo E 77 5 6
Convito proposta; cd è che si congedi la son • trata or ora;
lei suoni per conto suo"^''® piace, alle donne di dentro, e noi si
n’ ° il nostro tempo a conversare. E su qn^p getti, se siete
contenti, ve lo proporrei•’ AI che tutti diceva acconsentissero c
1°' tasserò a fare la sua proposta; sicché Eriss' riprendesse: — II
principio del mio disco^r! conforme alla Menalippe di Euripide (30) • h
> non è mia, bensì di questo Fedro qui, la / che son per dire.
Fedro, di fatti, se'ne lag sempre meco. Non è intollerabile, dice, 0
Eris'' siraaco, che ad altri Dii si sian composti da’ poeti inni e
peani (31), e all’Amore, che è cosi antico e cotanto Iddio, nessun poeta
mai, di tanti che B ce n’è stati, abbia composto un elogio; aiui se
vuoi guardie a quei bravi sofisti, scrivano’ si, gli elogi di Ercole e di
altri eroi in prosa per esempio l’eccellentissimo Prodico (32); è
questa è anche meno da stupire, ma io stesso mi sono g.à imbattuto in un
libro d’un sapien- l’mTfA’ lodato soprammodo per c drpcV
simili cose tu ne ve- conto 'Tiolte.(33). Fare un cosi gran
al mond ^ l’Amore, nessun uomo <i“esto inneggiarlo fino a
così! (ir') n ' Uu tanto Iddio trascurato «n ragione ’
Fhk^ ^'PPosgio (36) e\l'l"’-'° „ P‘*'’e, che nelli
„ ^ ^ ‘ e insieme mi ''°1 che siamo occasione s’addica, a
. se pare eli l’ecidio. Sic- =>nchca voi,
c’intratterremo 37
Erissi"'^‘'°;rLrto l^on ti direi di ó»®.ri»' Ù™^™ì di
niente sostengo di «ot j, Agatone c ® ,U amore U?-»
.-^„fone. t,e sostengo u. . . ^gaiuL^v- - ^ '°’ fi di
cose di Vende, Aristofane, ! e neanche, /,8), nè alcun altro
E Mutto Dioniso e A to 1 ^^unque la par¬ afa io vedo qui. f
Jo l'ultimo CsiaP-VP-ritrimi avranno detto ,.tiPlU
Clic . Ug auDiuiiw ;’n.« rie peri P« iranno detto nsto-
se non che, _ , Su via, con bbastanz» oa (S)’ ,uona
fortuna C39;> P 'Amore. . assentirono tutti, e fe- A
ciò anche gh Però, di tutte cero lo stesso invito di Aristodemo si
ri- le cose che omscun > „,ia, di cordava appuntino,
t° P_^ P^^ tutte quelle che npet* _ ' ehe a me parve di
memoria e i discorsi d quelli c fossero tali, un per uno (.qOA
178 VII discorso di FEDRO , a-,co
raccontava che E per il primo, come dm , Fedro
cominciasse a un n maravighoso tra grande Iddio fosse l’Amore, e
mar 3 ® • r* Convito gli
uomini e tra d;: 7 '“ B 1 essere tra i più antichi T
la- g’^ Amore ni vi sono, ni si citano j, ''S'"itotì di
nè prosatore nè poeta; Està prima fosse il Caos, dice, nni I
^ terra Dal largo petto, d'ogni cosa sede' In eterno sicura e
Amor ( 42 ). Afferma, che dopo il Caos queste dn.
nascessero, Terra e Amore. Pannenide che la Generazione (43)
Pnraissimo l’Amor di tuttiquanti Iddìi pensò. ^ con
Esiodo s’accorda Acusileo ; da tante i'chiss°“''''"'-
antichissimo. Antichissimo, poi, com’egli è. ci è causa dei
nulfa^dr ’Op eli certo, non so di un appena giovine giovi
più diunorr”!-^^' ^ all’amante viro di tri ^^PPoichè
ciò che deve ser- '’ene Qiip f * intera vita a chi sia per
viverla la ricchezza” Parentela, nè gli onori, nè
benencll’nn* ^ "'ont altro può insinuarlo cosi tiuesto? La'”°
come l’Amore. Ora, che è egli 'azione nei brutti, l’emu- * nè
privato qualità nè C‘tlà nè privato • ' v—*.. «u,. ijuam.i
*> c belle Opere pui S^ado di compiere grandi i o ' ac è
tróv affermo che un uomo ^ *°"crarla da ^ qualche brutta
cosa ti senza difendersi per vi 1/9 39
Convito hcri«.''° ^ dagU amici nc n^c- che egli
soprattutto da E li^ ,/da ^i-U’amato, che ^ Q^to
vediamo neh , d esser feria' Pantano, n.i Sechi:, se
aie« > ‘" vi »'* '(•«f ts. P"*» Ji
»■"»>•;. iiez^a esercito si c P modo di reg
T^’non ci i-orc di quello di co- n uS»‘■“‘‘"tre I
Sauendo gli 11 ” ' i;c=r;bbcro, s.o pe, dire, li
accanto a„ ^mjni tutti quanti ( 44 )- Idre in ponW S'' esser sdsro
disertsre i,è un nonio che * ’/.e'» lo ammetterebbe
Vsr» » * he eWrrrrriue nitro i 1.,,. persoir» "direbbe
morire più volre^ ; prima che questo, ^ in un pencolo I
serro, «bbnmlo"«r^„"„” „ ehe aon dargli ajuto, no .^g^be
d’un divino l’Amore di per se P di pm va- spirito di virtù
da che Omero B lorosa indole (46). E, coraggio m dice
(47), nvere un Idd P^ ^p,,ato taluni croi, questo 1 An da lui
negli amanti. Vili fi sono disposti a E si, che
soli . 8 " “"Xe uomini, r"»”*'’ morire per
sli-^i"?''^'’testimonianza, quanto le donne. E di ciò ( 4 ^) ‘
,-,inla di Pelio, che basta, agli Elleui Alceste Sglmola
40 Convilo C sola consenti a morire per il marito s
pure aveva padre e madre; i quali essa, pe°f d’amore, tanto superò
nell’affetto da farl-°*^^‘^ rere estranei al figliuolo, e non appartenen
lui che per il nome. E per aver compiuto a ^ st’atto, parve n’avesse
compiuto un cosi bei[' agli uomini e agli Dei, che, avendo pur
niohi compiuto molti e belli atti, ad assai ben pochi det tero gli
Dei quest’onore, di ricondurne quassù l’aninia daH’Inferno, ma la sua la
ricondussero D compiaciuti dell’atto suo. Tanto anche gli Dg;
pregiano sopra ogni altra l’osservanza e la virtù di Amore (49). Invece,
Orfeo, figliuolo di lagro, lo rimandarono via dall’inferno a mani
vuote mostrandogli un fantasma della donna per la quale era
disceso, anziché dargli questa stessa, poiché, come un citaredo che era,
s’era chiarito di animo molle, e gli era mancato l’ardire di morire
di amore come Alceste, anzi s’era inge¬ gnato d’entrare vivo
nell’inferno. Sicché per questo gl’inflissero una pena, e lo fecero
mo- E rirc per mano di donne (50); in quella vece Achille,
figliuolo di Tetide, onorarono e man¬ darono alle isole de’ beati (51) ;
perché egli, sa¬ puto dalla madre, che, se avesse ucciso Ettore,
sarebbe morto, dove, non uccidendolo, avrebbe, tornato a casa, finito
vecchio i suoi giorni (52), 80 osò prescegliere, andando in ajuto a
Patroclo amante suo e traendone vendetta, non solo mo¬ rire per
lui, ma soprammorire(53) ^ lui già uscito * causa gli Dei,
soprammodo anci essi compiaciuti di lui, l’onorarono partico-
rmente, perchè egli aveva tenuto in cosi gran
Conv‘‘<’ racconta fia- Bd Escbf "^\„,ante di
i o^di Patrono era te?'®? col d>*’‘=’ non solo -j^n.
:!^àoi^^\fdcgy^ ^ZXo^to, come dice %eUe> giovi»®
^Lhe‘-llE>cio»o’'^”° :> “ amare; per6
0""°‘n arato >1“““ „uage dell’amante, an
:.3"‘ ''“mv *0 a f r»“''”ri 17) E P« “? Setok
de’beati. - » S^te^idS ret ato e in morte W).
Di questo tenore /“ùssero termi altri ehe „. , dopo im ei li
saltando recr- ,sìrieordav.gran ta m. ’.j^„,l, dicesse, a il
discorso di t'ausa oisoonsQ m DlSCUi<e2>v
\ e ci si sin lon bene, o Eetoo- ^ P-'J,èssere ,osto il
soggetto f ^ i,re Amore. Foi plicemcnte invitati ad elog^^^^^e bene ,
ma %e l’Amore fosse uno^^^ ,gU uno, 0, e’ non è uno. or
, n lSi Convito
coiivieii meglio dire prima qual^ i • amndi io „,i sforzerà a
corregge^ cloanrc quale Aurore bisogna lodare P-i»; ,n erodo degno
dell'Iddio. Perche ,m’,f‘“"•d. che Afrodite non è senza Amore
PP'=''^o fosse una, uno sarebbe Amore- due C6o), anche due è
necessità che ^ siano ( 60 . E come non son due le De ? più antica
e senza madre, figliuola di Ciel„ appunto nominiamo celeste -
l’altra da Giove e Dione, che appuntò chiamTainr^l gare (62).
Quindi, è necessario, l’Amore J deU’una, chiamarlo a buona ragione
volcrare ^1° leste l’altro. ^ Ora, gli Dei si devono bensì
lodare tutti (6A- pure, ci si deve provare a dire le qualità
sortite da ciascuno dei due. Imperocché (64) ogni azione ha questa
natura; di per sè nè buona è ne cattiva. Ciò per esempio che noi
facciamo o il bere 0 il cantare o il discorrere, son cose di cui
buona non è per sè stessa nessuna; ma ne -tra, per il modo com’è fatta,
riesce tale; perche fatta bene e rettamente diventa buona,
così appunto l’amare im ^ buono c degno d’elogio;
quello che bene incita ad amare (65). L’Amore,
veracemente •icello con cui ^ veracenii quello
CC IL X adunque dell’Afrodite volgare
è vo gare, e opera a caso; ed esso è amano gli uomini abbietti.
Amano cUc i S'O'. iricoo 1*^ ^ piuttosto
I costo^°''%i che più stoUa- c P‘='^ ^àrdavtdo che a
sod- o non ng^'^^'^Xintenù. Onde Dtr' i,e P°^^°\orc, se V
occasione, sen'-"'’"'^ ,cUo di cn' ' il contra-
fa"”®’ //>! ^Perocché es ^p\\’altra, e p.<-
oca ( 67 ) „„iH nascita sua celeste da contro
>’A'".“'%Tfe«,mto, .00 ■"“t'p *
"“"tési" 0 poi cruna e „,aschio (68) > P appunto
si rivol 5°"'"'° li lascivia ( 69 ) •• prediligendo
"““dtscl.io 8Vispi.“^Tme8'lo «lofo , fc per natura pw
forte iigenaa. ^ ^l'^^^^rnte riconoscere jelh ‘T afooo®
i,c“oaiotcn- 1> t®""' “Scindono gii
“'"“?„'lata.'>r>- “ Sfitto,SO«g.-J»;jSrrro««» pcchò
q»o»i. frisoUtto 0 ot»« ad amare, sono P““""„„„,e
l’intera '.to. col tancinllo e vvere n co orto e non gii,dopo
«'f»;»;” “óra di senno ,0. come giovine, co P uotsi di corsa
prendersi beffe di 1». = 'ol ,,,o, fan altro. Vi dovrebbe ““''
"on fosse i" «“ * cMli non si amino r afffncbl n^^,,^ ^
a cosa spesa di mo ta cuta^ P .poanto a ' "0 fine
dei tandnlli dove 6»“ ’ ora. > e virtù d’animo e d. corpo
Convito mettono essi questa legge a
sè proprio volere; se non che bi‘sogneS‘ lor cotesti amanti
volgari, come appunta ,82 il pm che per noi si possa, a non .
libere (73). Chò essi son quelli volto l’amore in vituperio, tanto che
tal dire che turpe cosa sia il gratificare T ti C74). E dicon così,
avendo l’occhio V di cui vedono l’intempestività (75) ed poiché, di
certo, nessun atto compiuto ordin mente e conforme alla legge potrebbe
co.rrT gione arrecare biasimo. E appunto (76) la legge (77),
che governa 1 amore nelle altre città, è Exdle ad intendersi
poiché nei! concetto uno solo ; ma qui (78) varia. Dappoiché nell’Elide e
nella Beozia e dove non sanno ragionare, unica legge è
questa che é bene gratificare gli amanti, e nessuno^ nè giovine nè
vecchio, direbbe che sia male ; af¬ finchè, credo, non abbiano a durar
fatica a per¬ suadere i giovani con ragioni, inabili come'sono ^
ragionare (79) ; invece, in molti luoghi di Ionia, c m molti altri è
riputata cosa turpe, tra quelli lutti che son soggetti a’ barbari (80).
Di fatti, Ira 1 arbari, per ragione delle tirannidi, si reputa ^
turpe questo, e così ancora ogni studio di sa¬ pienza e di ginnastica
(81). Poiché quivi, m’im- giova a chi governa, che si gene- o
alterigie grandi nè amicizie d’offnt g^giiarde, quello che, non
meno prattuttn l’Amore so- ’^sperienzrfirr^^^' ii^parato
per ini anche di qui; chò l’amore di
45 ^ -.rnona- Cosi dove disciolse la lor sig
^^^^fjcare gli salda, di cosa sia il g ^,.^,,c7.^a r SSo
delUsoverchlena jiriaa^'’ ' l’hanno effemminatezza dei
dei quella vece, dov^_ a sia in ^n«n V.cposto hanno
(84)- "fo di quelli che cosi dispo^ p., bella, e
com XI I,uperocchè (85) chi nJii bello r
amare aper ottimi, :s„!esop„«»«o>£frs C 80 -. e ancorché
sieno pm cabile incoraggia- "altra parte, chi -a
nqualcosa mento da tutti, (87) un innamo- dibrutto; c
che il co brutto, e la rato par bello, non cO q lode,
legge ha dato licenza a chi j quah, ;?ndo sia per conquistar^
;«^\,„que altra chi osasse fare per correr raccoglierebbe
ca da '“'dfppoUtó, s= P“ ''^ i maggiori biasimi,-•• , q q
averne u di cavar denaro a qualc^'^J^ ^solvesse fido
(90) o un altro g^Jo I 9 amati, 1 a fare quello che g > un
quali nelle lor richieste ‘ dormite sulle implorazioni e giuramenti
C 9 i) B D (94), e
servono "" ' servo tollererebbe serv,v ^
dagli ann-ci e’daC,''' sua adulazione e abL ‘^“elli vJ monendolo e
arr^ ^“'^'ezione fq.x '“Petatid! f-- «li cosrreT"'' “«*=
.?«>- «li i- P=rn.«„ Sr,^ «me a q„dIo che effetti L
' ^«to. E il pii, tecribile“"r'"“ '"“S a meno
dice )a geme, s„,o J,,? “”' 'l«, co». gli_ Dei perdonano, se
trasgredisci poiché giuramento Afrodisio i f^( 96 ).
CosihannoefhDefri,°"""°"«‘- licenza accordato a
chi ama ogni legge di qui. Da questo lato terrebbe, che
nella citf\ nn«t* ’• ' ““*1“®’ “«o n- e l’amore7-
‘'"''«simo e amore e il mostrarsi amici agli amanti. Ma
Jlh VV’ P^dri, preponendo peda- S g I C97) 3 gh amati, non
permettono che di¬ scorrano cogli amanti (98), e i coetanei e gli
amici (99) \ itnperano quando vedano succedere qualcosa di simile, e i
vecchi, d’altronde, non inter icono cotesti censori, nè Ji biasimano,
come se non dicessero giusto, uno, che per opposto ^ardi^ a tutto
ciò, stimerebbe che qui una simile cosa si reputi bruttissima. Ebbene, la
cosa, credo IO, sta così ; non è a mi solo modo ; eh’ è ciò e ie s
è appunto detto in principio, eh’essa non sia bella nè brutta; ma fatta
bellamente bella, ruttaniente brutta (100). Ora, bruttamente è,
belT^ ° gratifichi un malvagio e in malo modo; niodo^'^'^p'^* quando un
uomo probo e in probo malvagio è quell’amante volgare, che
Convi‘0 „on L» i « r<‘>'"^^' „;, la »ìia.
P»''"'^ * ' 1*** • /Ilfscors* f fprmo Ip IpfTffC
l> ' nresto, perchè s' L' r esser preso p
crrutinitore, * truuo 1 esse p scruti tempo — Aprp da
denari e ua- P l ' òl il lasciarsi prendere da s, sgo-
;;Ucii è brutto, sia eh (loa) non menti e non resista, s^ e
par disprezzi. senza dire che da cJ sia nè ferma nè
stabile, s .^^Ha i «sauna nobile “rbellan.entc deve
leiTge nostra una sola y Dappoiché a noi Saio gratificale
"n.i (io,) d questa è la legge; ^'f°"^^Vrervitù verso
l’amato servire spontanei qualunq ^^ulazione, cosi s’è
concluso, che non ,està non vitupe- un’ altra servitù sola spon *
oggetto- rcvole, quella che ha la v'rtn p Chò appunto ò ammesso
n quando uno si risolva a niH ^ ‘ii noi , perchè egli creda di
diventa^r^m" ài',''- di lui o in sapienza o in qualun ^
virtù (104), questa servitù spontanea no" pur essa
brutta, nè sia piaggeria ?• ?" "«P- queste due leggi, -
quelf ch^ regf/? « dei fanciulli e quella che regge Pai
sapienza e di ogni altra virtù (foj) IT4 correre al medesimo, chi voglia
che to™^?' Il compiacere l’amato all’amante. Chè qual? insieme
s’incontrino l’amante e l’amato, ree nt ciascuno la sua legge - quello
che qualunque servizio egli renda agli amati che lolompTc! ciono,
giustamente lo renda, questo, che a chi sapiente lo faccia e buono,
qualunque ufficio egli presti, giustamente lo presti (106), e l’uno,
po¬ tente d’intelligenza e d’ogni altra virtù, ne dia, a tro
manchevole in coltura e in ogni altra sa¬ pienza, ne acquisti (107), —
allora si, queste due concorrendo in uno, egli accade, e sol- tamo
cosi, che bello sia il compiacere l’amato all amante, ma in altro caso no
(108). In que¬ sto, persino il trovarsi ingannato non è punto 85 •
ùi ogni altro, o che tu sia ingannato 0 ^,0. ti porta bruttura.
Perchè, se uno che a\- ricco avesse per ragion di ricchezza
perto*i?'"'^°’ ^™vasse deluso per essersi sco- n^en brutto^-^'^^
Povero, non perciò gli sarebbe ’ perchè un siffatto uomo dà a di-
B I anin .0 suo.
a>ep« perché buono c P .j„y;ore egU stesso, diluì
diventare Lll’»'"'^ ' poi deluso, P bello l’ÌBga’^’^°’
anche questi da a divede^_^^^ ^ I,£t«0 V P™"“ “
^T'r^ ''^.1 diventare mighore 5 ^-^.^ontro, e la ‘ •
ter chicchessia; e quest . bello per *'. ?ella cosa di tutte.
Cosi, £ di virtù comptacere ^ Celeste, I '"Questi
ù r Autore della D 1 di gran pregio alla \ amante ' ài
.Uri»"-»" sopra dì st q“»"“ ' volgare. E qaesK
sono dell’ultra Deu.d ^ all’improvviso sono, 0 Fedro, le ’ ^
er la mia parte. intorno all’a\more IO t arreco p „
aiacchè i sapienti Fatto pausa assonanze - avrebbe
m’insegnano a fare di q a. ^ere Aristofane; dovuto, disse
Aristodemo discorre ^ se non che gli era o per _ p ^ altra causa
venuto il • ^aco il medico: -- di parlare, sicché disse ^ ^^i — O
EriS’si- questi giaceva nel letto op cessare (m) maco,
il dover tuo e ^naié il singhiozzo, o di P^^' Erissimaco
rispose; non mi sia cessato „..rché parlerò m E io farò
tutteddue le cose, l ^ Platone, Voi. ì X-
so Convito n'» ™cc, c sato, in vece
mia, p „pi , SP'onao li . guarda se il f P» che ì« jg r«.
nendo ,1 fiato per „„ peaaetto .t”S' E gargarismi coll’acqua.
Se "o. fa'^ lascia vincere, e letichi il naso e
starnutisci ; e quando ®ol- qiiesto una volta o due, ti
cesserà molto forte. _ O parla d„„,re Stofane — io farò
così. ^n- XIII Discorso di Erissimaco Ed
Erissimaco principiò a dire : — Dunque, siccome Pausania, prese bene le
mosse del di- i86 scorso suo, non l’ba compiuto a dovere, mi par
necessario che io mi deva provare a metter la fine al discorso. Di fatti,
che l’Amore sia duplice, pare a me si sia distinto bene; però,
eh’esso non risieda soltanto negli animi umani nè abbia soltanto i
belli per oggetto, ma molti altri siano gli oggetti suoi, e risieda anche
altrove, nei corpi, cioè, di tutti quanti gli animali, e nelle
piante della terra, e per dir cosi, in ogni cosa che viva, a me
pare averlo appreso dalla medicina, 1 arte nostra, come grande e
maraviglioso Iddio egli sia, c a tutto si distenda e per le umane e
le divine cose(ii2). E comincierò a dire dalla medicina, anche per fare
onore all’arte. La natura dei corpi ha il duplice amore aneli’essa,
cd è questo: il sano nel corpo e l’ammalato Convito 5
* .-no per consenso di tutti, cosa diversa e dissi- rnile- e
il dissimile desidera ed ama cose dissi¬ di i • sicché altro è l’amore
che ha sede nel sano. -Itrò t quello che nell’ammalato.
Siccome, dunque, secondo ha detto or ora Pausama e bene gratificare
i buoni tra gli uomini, male i Snaiosi; e cosi anche ne’corpi é bene
grati¬ ficare quanto v’é di buono e di sano in ciascun Spo e si
deve, - e questo fe ciò che si chiama arte medica - e invece male il
gratificare quanto v’é di cattivo e di morboso, e gli si ^^«ve far
brS 0 amore, questi è l’uomo sopra tutu inten¬ derne d medicina. E
chi sa farli mutare, in modo dm in ricambio di un amore si acquisti
J • Mi; ;n cui l’amore non sia, ma bi- tro, e in farcelo nascere,
o, quando sogni generarlo. , -uesti sarebbe davvero un
valente artenc • i,- ip rose che vi sono di "f7^°^n-unaanù
l’altra (lU)- nemicissime, e la -nnnste il freddo 0 „
«U»™»»'» 'X(UI), = 'vi» vi. «-sr aX « tra tali
„„asti(ii7) PO^ti ed pio(n6), secondo la L credo, dico
io, è T ,.a\rco.«» r= gìnnaSca O'ii e l’agricoltura. La
musica poi. Convito' per poco che ci si badi,
si vede chi. stesso tenore, come forse anche p ’deiu .87 dire;chè,
quanto alle parole, egh^n ” me bene. Giacché dice che l’uno si
accorda con sé, come armonia lira (119). Ora, é grande assurdità 17 °
«i' un’armonia discordi n rieri,,: j. “"’c, che B
discordanti. tuttora derivi da cose tu
Se non che forse voleva dir sto, eh’essa nasca dall’ acuto e grave
discordi; priiTiii e dopo consenzienti per opera dell* * musicale;
ché, certo, armonia non nascerebb"^ dall’acuto e grave discordanti
tuttora; ché ar¬ monia é consonanza, e consonanza é un con¬ senso;
ora, consenso è impossibile che provenga da cose discordanti, finché
discordano; e quello d’altra parte, che discorda e non consente, è
impossibile che armonizzi : appunto come il ritmo nasce dal veloce e dal
lento, discordanti da prima e poi consenzienti. In tutte queste cose é la
mu¬ sica quella che mette il consenso, come in quelle altre la
medicina, generandovi un amore e con¬ cordia vicendevole. Sicché la
musica, alla sua volta, é scienza dell’amoroso nell’armonia enei
ritmo (120). E nella composizione stessa dell’ar¬ monia e del ritmo non è
punto difficile discernere l’amoroso, né costì v’è il duplice amore
(121): ma quando bisogni usare del ritmo e dell’armonia cogli
uomini (122), sia componendo, — che e quello che chiamano niclopea — sia
usando ret¬ tamente di melodie e metri (123) composti (124) ciò che
s’é detto educniione (^12^) — qui c é la difficoltà e c’ é bisogno di
buono artefice. Poiché torna da capo lo stesso discorso, che gl>
Convito fine che diventino più uomini J non son
tali in tutto (126), perbene quelli che « tenerlo caro, e
bisogna_ gffceleste, l’amore della ce- E invece quello di
Polimnia(i 28 ) leste Musa Ci 7 j> jj deve amministrar con
t il volgare, n qnm ci col<»a bensì cautela a chi 3’,
?n-eneti punu incon- 11 nostrale gran cosa l’usar
tinenza, i-ome nei -scinte dall’arte della rettamente nè
colga il piacere .cucina, per modo e nella musica : dJsrdS’1=“-™-'^
“ X.IV ^'^enl^l^X'ddu^qtes\e
indura-^ JlTrquando le co^ caldo e il freddo,
coll’altra, e for- in un «''^“^‘'^“.''““' ontempéranza
sapiente. nVmo un’armonia e una coma ^ vengono apporta ne ^
pinate, e agli uoniiiu c ‘ «nrln in quella vece non
fanno punto diventa il più fo«e rumore infetto di molte cose c
fa nelle stagioni dell ann ^ jogUono esser generate danno. Di
lam» P malattie diverse d. ..di cagiom. d."<>, “ le
piade; c 1» tanto negli aiiiniali c _gù« miscono dal brinato
= 1= '';„"„*Labpr0PP“^^^^ V accesso e disordine risp
54 Convito amorose, la cui scienza
de' jielle stagioni degli anni si' c1h;‘ as^i ^ Di pu.
ancora, ci sacrili.! tutti e presiede I arte divinatoria, p ® a cui vicendevole comunione degli
dei'èoar'a non hanno altro oggetto, se non Pose. risanamento (i 30)
di Amore. Chè “ >' suol generarsi, quando uno non grati£
ordinato, e onora e venera in ogni suo questo, ma l’altro (131), si
rispetto o VIVI 0 morti, si rispetto agli Dei; dove aT punto è
commesso all’arte divinatoria di vigilare gli amori (132) e sanare;
sicché, da capo, 1>arie divinatoria è operatrice di amicizia tra gli
Dj! c gli uomini mediante la scienza di quali tra le propensioni
amorose di questi tendono al le¬ cito (155) e quali all’empietà (i
34). Cosi molteplice e grande, anzi, in breve, una universale
potenza ha ogni Amore; però la mag¬ gior potenza la possiede, si presso
noi e si presso gli Dei, quello la cui sodisfazione è nel bene ac¬
compagnato di sapienza e giustizia (135) ; esso appresta ogni felicità, e
ci mette in grado di convivere gli uni cogli altri e diventare
anche amici agli Dei, migliori di noi. Ora, ancor io (136) forse
nel lodare Amore tralascio molte cose, non però di proposito. Ma se ho
trala¬ sciato qualcosa, spetta a te, Aristofane, di sup¬ plire; o
se tu hai in mente d’elogiare l’Iddio in qualche altro modo, e tu 1’
elogia ; ché ti é anche cessato il singhiozzo. Q.UÌ,
Aristofane, presa la parola, cominciò) raccontava, a dire: Si, è appunto
cessato, non Convito ' • file io ali
abbia applicato lo star- : richiedi iili roihoti e ptent, quii
l tr ;Ó Lrnu.0 (.,7). Pd"» ‘ ’W'” ho dppliccto lo
su,™». “ «c nW - g«»“p » 1“"“ d"' ';“';'i
"™“rl sV 'per cominci»™ » P»*'" >“ ' Tu burli, man ^
^j^ella al discorso tuo, ’^ioTcX Vdire' qualcosa di ridicolo,
mentre ^ avresti potuto parlare bene, E Aristofane,
ridendo, "P istare Erissimaco, e sia per non a
farmi che me n esca SI stanno per . che sarebbe un gua-
rg“o to’S;.™ »>i» «'“» _ e or» cedi di f“p 'dj
('»> r:.:o„rpdrrr.rm-.p».Mn.»»d stare. Discorso di
Aristofake cominciò a dire E in vero, ménte di discorrere
in Aristofane — lO q^jella che tu e una maniera diversa
^ pare che gh Pansini» «die fitto. pottor» uomini non
abbiano pu Convito di Amore, chè. se l’avessero
con,„ mnakato in onorsuo i maggiori '""fcbbcf, e
celebrato i maggiori sacd£i, noS che di tutto questo non gli si fa
SI dovrebbe fare più che altra cosa / D Perchè è, tra gli Dei, il
più amico dcel essendo soccorritore loro, e medico di ^ dalla cui
guarigione deriverebbe la felicur giore al genere umano. Io, adunque, mi
sCf^ . a dimostrarvi la potenza di lui, e voi ne sarct maestri agli
altri. Ma vi bisogna per prima cosi intendere la natura umana, e i casi
di essa. Ab antico, di fatti, la natura nostra non era quella
medesima d’ora, bensì diversa. Chè da prima E erano tre i sessi umani,
non due, come ora, ma¬ schio e femmina; ma vi se ne aggiungeva un
terzo, partecipante di tutteddue questi, del quale resta oggi il nome, ma
esso stesso è scomparso. Allora, di fatti, v’era e la specie e il
nome uomo-donna che partecipava di tutteddue, ma¬ schio e femmina ;
ora non ne resta che il nome a vituperio (141). Di poi, l’intera figura
(142) di ciascuna persona era rotonda, colle spalle e i fianchi
tutt’intorno, e di mani n’aveva quat¬ tro, c gambe quante le mani, e sul
collo tondo due visi, simili da ogni parte ; su ciascuno poi de’
due visi posti 1’ uno di rincontro all’ altro una ‘90 sola testa (143), e
quattro orecchi, e due mem¬ bri, e il rimanente, quale da ciò si può
con¬ getturare. Camminava poi si ritto, come ora, per il verso che
voleva, e si quando si metteva a correre, reggendosi sulle sue otto
membra andava via lesto facendo la rota, a modo di 57
Convito quelli che, \MssT,'’poi.«=^"° ^
s"’ "Xchè il Maschio fu in origine pro- tre e
siffatti, p , della terra, e il terzo genie del sole, ^ ^^eddue,
della luna, giac¬ che partecipava “ d’i quello e di que- sta
(145)- "^^gVianza co’loro progenitori, cammino, per ® ®
terribili per forza e per Sicché in principio grandi e
assalirono gli Dei. XVI r .litri Dei si consultarono
Sicché Giove e g i ^ stavano che cosa occorresse loro^dj
in dubbio ; che nc a fulminarla nt di farne
J“"P^""^^^bhero scomparsi insieme come t celebrati dagli
uomim; e gli onori, e 1 ‘ imoerversare. Infine, „ea„d,=
volevano If “f 'X" ,4 _ E' mi pa- Giove si formò a fané. uomini
esi- re — disse — avere un LholffU?). cessino stano e
insieme, P"ra - disse - H spar- dalla petulanza. Giacdr
tirò ciascuno m dtie, ^ noi per- ranno pib deboli, e
mstenmj^^^^.^^^^^^^ diritti ché cresciuti di nunier^ , . ^j^e conti-
sopra due gambe. Ght P Convito 58
luiino a imperversare, e non vogliano stare quilli, e io, — disse,
— li segherò da capo**''' due, sicché cammineranno sopra una gamba s
7 saltellando (148). E detto questo, tagliò gli ° ® mini per il
mezzo, come quelli che tagliano ] sorbe per salarle 0 quelli che tagliati
le povj E col capello (149): e a quelli che tagliava, co¬ mandava
ad Apollo (150) di girargli il viso, c metà del collo dalla parte del
taglio, peròhù r uomo, guardando il taglio fatto di lui, si con¬
ducesse con pili misura; il resto lo medicasse. E Apollo girò il
viso, c col tirare da ogni parte la pelle verso il ventre, come si chiama
ora, vi fece, a modo delle borse a nodo scorsoio, una sola bocca, c
la legò nel mezzo del ventre, tgi quello che si dice ora l’ombelico. E le
altre grinze — ve n’ era rimaste tante — le spianò, e rassettò le
costole, servendosi di un istrumento, su per giù come quello dei calzolai
nello spianare sulla forma le grinze delle pelli, e ne lasciò al¬
cune poche, nel ventre e nell’ombelico, per ri¬ cordo dell’antica
jattura. Or bene, quando la creatura umana fu tagliata per il mezzo,
ciascuna metà desiderando l’altra le si faceva incon- gittandole
attorno le braccia, e av¬ viticchiandosi runa all’altra, poiché si
strugge- H vano di risaldarsi, morivano di fame e d’ogni altra
sorta d’ozio per non voler fare nulla l’unO senza dell’altro. E ogni
volta che una delle metà morisse, e l’altra sopravvivesse, la
soprav¬ vissuta ne ricercava un’altra c le si avviticchiava) 0 che
s’imbattesse in una metà d’una intera onna, — quella ^i^g chiamiamo
donna 59 „ Mio,. Giove, „„ «omo; 0
“ ° I o '' ^ «li* • oerchc sino avendo»® oonip pudende,
pej "°rfn terra, come le che me- Sin^e, così sul
negli nlm, diante quelle la femmina (i 5 S) niediame
.tll’abbraccio. se un uomo con questo fine, eh onerasse, e la
specie s> imbatteva J^ttesse maschio con esistesse,
e se im ^^are insieme, maschio, venisse 1°’'° ^ a
operare.epren- e smettessero, e si rnolg dulia vita.
D 1 \\ Tini è un contrasse" Ciascuno, dunque, come
le gno (156) d’un uomo, ulte eia- sogliole (157); uno
due. S inten scuno cerca il contrassegno insieme uomini
che sono come un taglio di qu che allora si chiamava i(omo-ioM«a, son
‘ di donne e i piti degli adulteri da questo sess son
proveiiun; e così q^- "sesso , Convito 6o
sono taglio di donna, le non badano di molto a^Ii uomini queste, ma
hanno piuttosto il cuore alle donne ed il sesso loro è quello da cui
prò. vengono le tribadi, aitanti poi sono taglio di maschio, vanno
dietro al masclùo ; e sinché sono ftnciulli, come particelle che sono di
maschio, amano gli uomini e si compiacciono di giacere - con questi
e tenerli abbracciati, e son costoro ’ i migliori fanciulli e giovinetti,
chè non v’è nature più virili di loro. E v’é chi afferma, che
questi sieno degli svergognati! bugiardi; non è già per svergognatezza
che cosi fanno, ma per ispirito di ,baldanza e virilità e ma-
sciiiezza, appetendo il simile a sé. Una gran prova n’è questa; soltanto
costoro fatti giovani rie¬ scono uomini (159) da attendere agli affari
pub¬ blici E diventati maturi, mettono amore ai fan- li ciulli, c
di nozze o di far figliuoli non si danno pensiero di per loro, ma la
legge ve li costrin¬ ge (160); quanto ad essi, son contenti di
vivere gli uni cogli altri senza ammogliarsi. Sicché un siffatto
uomo diventa addirittura amante (i i) di fanciulli od amato, appetendo
sempre nei due casi quello che gli è congenere. Ora, poi, quando
C un amante di fanciulli, o chiunque altro s ini colla sua
propria metà di prima, allora è una maraviglia come si struggano di
amicizia e m trinsichezza ed amore, tanto da non volere, per cosi
dire, separarsi gli uni dagli altri neancie per un minuto. E questi son
coloro, che riman gono insieme l’intera vita, e non saprebbero
neppur dire, che cosa mai vogliono che per opera dell’uno succeda
all’altro. Giacché non pn'"'
t Siòn” r- insien''® . .v, ciascuno dei esprimere,
Lm"^ralcos’ altro, cbe tjo ^ ^-ee ‘^’ 'Tl
nrc%ti"‘="^°/' eoel’instr'if^''"" „ia ha £ se
Elesto, cogl in cnimm sopra di > {. rnai, niano, si
domandasse ^ ’ onera del- I.icceda all’altro? ^ ^ ^^^^^dasse
da incerti della risposta, ^.^^nrel’uno nello
stessissimo luogo n nt notte - potervi lasciare l’un liqnefarvi e
eoa- chè se desiderate ° nhe siete, diven- ^ilarvi
insieme, ,n tiate uno, e sinché > morti, comune come
uno " \i,m invece di due anche laggiù nei reg ^^^^^date. se è
questo morti uno solo (i6 ^^ddisfatti, quando lo che ’
inmo bene, che, sentito ciò, nessuno, proprio nessun darebbe di
avere strerebbe di volere altro, . ^ desiderava pure
propriamente sentito qu ,j, ^to diventare da un penzo, unito e fuso
coll ^to di due uno. E la causa nò questa, cne , nostra
natura era si desiderio, adunque, e all. d;\ nome
amore. eravamo uno; E prima d’ora, come dico, i ora,
poi, per la malizia nostra, sia 52 Convito
paniti di casa dalla mano di Dio, come i- Arcadi da quella dei
Lacedemoni (163). Sicchfc^ ' cogli Dii non ci si conduce come si conviene*^
v’è da temere, che si possa essere segati da capo’ e si vada attorno,
come le figure delineate dj rilievo sulle tombe (164), tagliate per il
me^o dei nasi, diventati a modo di dadi cotisunti. Anzi per questa
cagione bisogna che ogni uomo esorti B ogni altro a condursi piamente
verso gli Dei, perchè alcune si sfuggano, altre si conseguano delle
cose, a cui Amore è guida e capitano. A cui nessuno faccia nulla in
contrario ; — e fa in contrario chi s’inimica gli Dei ( 165 ) —
giacché diventati amici dell’Iddio e rimpaciati con lui, ci
succederà di ritrovare- e incontrare i propri amati nostri, il che ora
accade a pochi. Ed Erissimaco non mi s’immagini, per canzonare il
mio discorso, che io parlo di Pausania e di C Agatone; forse, anche loro
sono di quelli, e tutteddue maschi da natura ; se non che io parlo
di tutti, e uomini e donne; chè così la stirpe nostra diventerebbe
felice, se dessimo perfezione all’amore, e ciascuno s’incontrasse nel
proprio suo amato, tornando nell’antica natura. E se l’ottimo 6
questo, è necessario, che di quanto è oggi in poter nostro, ottimo sia
quello che più vi si avvicina. E ciò è il ritrovare un amato, fatto
secondo il proprio cuore. ^ Del che, se s’inneggia autore un Iddio,
Amo¬ re è quello a cui a ragione spetterebbe l’inno. Amore che ci è
di moltissimo giovamento nel presente, poiché ci riconduce nel proprio, e
ci dà le maggiori speranze per l’avvenire, — se però noi ,i
.-.età v=W sii a» Só-'r-' xvin
j» il mio discorso • tr.rno ad Amore, di'crs ^ ^ canzonatura,
t ‘„%c p-»g*;». "r, ‘=’’' '“ir- .„d,c a
pari»"" ° P'""-"" quelli che
rimangono P ^ Socrate, rimangono, di fatti, § , _ raccontava
che Ma io taro a tuo n»do^ j,, ,1 „o rispondesse
Enssimaco ^P ^^p^ss, discorso sono valenti in cose che
Socrate e A^a dovessero es- d’amore, temerei g'"^" ^-ose
oramai si sere impacciati a ’ ‘ ^ro fiducia, son dette
e cosi perchè E Socrate rispose; dóve sono «94 tu te la
sei quando avrà discorso ,ira..uraro(.66), perché io mi turbi,
° che il teatro (167) sia in grande aspettazion me, che io
debba discorrer bene. ^ _ Sarei d^avvero uno smemorato,
Agatone, soggiunse Socrate, — se, avendo visto 1 raggio e
Palterczza con cui tu sali su pa^ co insieme cogli attori, e guardi in
accia ^ gran teatro, quando tu devi rappresentare 1 64
Convito componimenti, e non ti mostri sgomento un poco, ora
credessi, che tu ti debba a cagione di questi pochi che siamo
Ma che ! — riprese Agatone — non mi cred Socrate, cosi pieno del
teatro, da ignorare ne che a un uomo di mente fanno più paura n
persone di senno che molte senza (169). Certo, Agatone, non farei
bene, — ripigliù So crate, — se pensassi di te nulla men che
gentile Anzi io so bene, che se tu t’imbattessi in-persone che tu
reputassi sapienti, ne saresti in maggior pensiero che della folla. Ma,
bada, che noi non si sia già di quelle; perchè noi ed eravamo in
teatro e facevamo parte della folla. Però, se tu t’imbattessi in altri
sapienti davvero, ne sentiresti tu rossore, quando tu credessi di fare
qualcosa di brutto? (170) o come l’intendi? Dici il vero —
rispose l’altro. E della folla tu non ti vergogneresti, se tu
credessi di fare qualcosa di brutto? Dove Fedro, raccontava,
interloquendo— Caro Agatone mio, — dicesse — quando tu risponda a
Socrate, non gl’importerà più nulla di nulla, di quello che qui succeda
comunque succeda, purché abbia soltanto con chi conversare lui,
spe¬ cie con un bell’ omo. Ora, Socrate io lo sento conversare
volentieri ; ma a me è necessario aver cura dell’elogio di Amore (171), e
riscuotere da ciascun di voi il suo discorso. Dopo sodisfatto ddio
ciascuno conversi poi quanto vuole. Ma tu parli bene, Fedro, —
disse Agatone — c niente m impedisce di parlare ; non mancherà poi
occasione di conversare con Socrate. ‘.v«mponÌ!n,tntt,
Convito > c non li mostri ‘T pocoi ohi credessi,
chr f.® r®"*® ,, ^<^“^chc:t;Td:vTiÉ^
cagione di questi pochi che l- ^ ^WÈÉ iS^. . •MucheJ—rbrese
Agatont’' Socrate, cOS\ rneno del teatro, da'i'!" ' f^.
-cheuun nòmo di munte.(anno p®, ' itrn> ''.ihr rt» \ ^ P'I
Jf m Futdjo che: molte- -ci Jo. A.-atc-uc,
nonfiiiti htne, - nv'l ,> -.MJ.S - se p*s«*«I di :c nalla uicn
chè£ - t so bc«^ , cho se tu l’imbattessi- • fe?:tB r.epntf.
-i rapanti, ne Sare.sti inV,.’-1 r^’ero che deiia folla. M.s, bada-
die .UU fiJ, d! c, parchi noi cl tuati-0 e fflceaamo parte della
folla. Petò,fc.,r» ^ •t’iaib.ittcssì M :iln-it;.»p{cnti davvero-, nc
scw.h»- tu t-o$.sore, quando in crcdtssi di -fare quaì. -li
brullo? (170) o come rintendi? rtk'ci 11 Tcro — rispose Taltro. .
il - • j- . .in f>>}lii tu non ti vergognerusti, t* •*
ti i di f.)ro qualcosa d! brutta? » 4 -’’ l odro, raccontava,
inierioquetido->~‘ <S^’j^'t‘UO, -- dicesse — quando tu ris;-
V v^:Tàfé. jpon priuaporteri più nulla^ji ' • f iUo che ani succeda
coinunqyu .^ucc '•M ,-i.!: «hb abbia s-^tanto con.chi convcrj.at5glui5^sj^^'
• ::;con un bairomo. Ora, Sgcirate/lo converj^ret'oitn litri ; ma a
me è jiccessarww^^ «tra ik'ir elogia di'Amore (tyt) ^ erlscuoicr
-ciascun di voi il suo disco^-'; .C>opc?»C^*^ l'Iddio clascuuci
conversi poi qyaj 4 l? J Ma in p,i. li bene,.Fedro, c
niente m’impedìsfc di parlarci nph-manv: , poi occasione di cons*etsare
cori .Socrate. ’ Convito
65 95 „ ni AGVrONE Discorso
o’ priwa ha? discorso T’c'ct 72 > P^'^°""^’%arabbiano
l’ldd\o poi dire Cn ^ non ,. .. ^o dei beni, pvand gli
uomini nup\e essendo i --“"'Chiusi l’Iddio; r/ntsuno
l’ba di n tutti cotesti beni ^%*ure, d’ogGi lode go
quale di quali cose E cosi è g^Jf egli u discorso sia
075; ^ • stesso quale eg bello, egli ^^/osiff^to. D P^ ge d
più giovine degli Dei, g foggu di 'quesm suo tratto eg smsso,
P ,e,oce b fuga la vecchiaia, P dovere ci arrii almeno
assai pih pres p aver a a’ fianchi. Ora, P neanche di
lontano, iu odio e non le si acco , ^ ^ ^^^6) ; -b E
sempre co’ giovani usa e « sempre bene sta 1’ antica "oute»- .
consen col simile s’accompagna ( questa non ziente con
phio in conscio, che lui g- c di lapeto O?»)- 5
Platone, Voi. hX. *
66 Convito C vanissimo tra gl’ Iddii c
gio\ gli antichi fatti intorno agh Parmenide dicono (179),
esse di Necessità, e non di Amore, se pur sero il
vero; chò non si sarebbero viste ‘ tazioni e legamenti vicendevoli ed
altri violenti atti, se Amore fosse stato tra lor^b^’ ® amicizia e
pace, come ora, dal di che sopra i Numi regna. Dunque giovine eguT
P e oltreché giovine, delicato (180): solo un poetà gli fa difetto quale
Omero, che mostri la deli¬ catezza di lui. Ché Omero afferma, che
Dea Ate sia e delicata, almeno delicati sieno i piedi di lei,
poetando (181) : I piè di lei son delicati; e il suolo Non tocca;
dei mortali ella sui capi Cammina. Ora, è buono argomento a
mostrare la deli¬ catezza sua, ch’ella non sul duro cammini, ma E
sul tenero (182). E lo stesso useremo noi argo¬ mento a provare di Amore
che delicato egli è. Che nè cammina sul suolo, nè sui crani i quali
punto teneri non sono, ma nelle più tenere cose e cammina e dimora.
Perocché nelle indoli e ne¬ gli animi degli Dei e degli uomini la dimora
pone, e nè in tutti gli animi del pari, ma dove in uno s’imbatta
d’indole dura, va via; dove di tenera, vi s’accasa. Poiché egli, dunque,
e co’piedi e con ogni sua parte è a contatto delle più tenere g(5
tra le tenere cose, è necessario che delicatis¬ simo sia. Sicché
giovanissimo è e delicatissimo, e di giunta fluido di forma. Ché non
sarebbe 6 ? B Co’ivilo ^ neU’en-
U»»' («!?'. C»«o *« s»p» o^. iorf“"”“ , M«, ‘l“‘''?Si
AmP« pos*'"''’ ,jvveoen='^ „nso di ^ guerra sempre.
.!•" °«P»“ “ T Wer. d=irM» "* chè f del colore, “
ad anima e ctó.a So.e o cta ' K' I soggetto la Amore; e
dove f ner£, non s’accoppa A , Todoroso loco sia, 1»
P fiorito c ou perniane- j iiMddio e basta
sin Orbene, della 0'“““‘‘Jella vlrtì d’A»ore qui e
molto resta a g U principalts- conviensi dopo quella P ^ offesa
nt sinio è. cito Amore ^ ^,84> di Dio o a Dto nc *
-tUre eo'U stesso, s Perché nfc per violenza non tocca ^
qualcosa patisce; - eh ^ volontario i; in tutti il servigio '
^ jj^ reme (t 5) > assente a volente, h legSh , giustizia,
affermano che giusto sm- ^ ^i^sinaa. Peroc; è provvisto di
temperanza ora^^^^. ^ ^esidern chè si consente che vince P^^^^ non
sia temperanza, e che p gè sono da me , v’abbia piacere
«essuno- O < ^ questi è forza che sien soverchiati
68 Convito soverchi : ma se piaceri e desidp ••
D 197 t.(iò6). E quanto a coraggio
adr^°P^^tut pure Are contrasta » (187). Chi « n«(, Amore, ma
Amore Are possied^'^am^ Afrodite, secondo è fama (188) • or ’l • di
tiene in poter suo il posseduto é più coraggioso d’ogni altro, debbe esli
certo il più coraggioso di tutti (189)^'?®5' della giustizia e temperanza
e coraggio dS'r? d.o s’è toto; resta ddk sapiens,; ; SI può,
bisogna provarsi a non ometterla (looT E da prima, perchè io per la mia
parte lodi l’LÌ nostra, come Erissimaco la sua, poeta è l’Iddio
sapiente per modo che rende tale altrui; al¬ meno diventa poeta, «
ancorché pria fosse di Mm privo » (191), quello cui tocchi Amore. Il
qual suo tratto ci si addice usare a testimonianza che Amore, in
somma, è artista buono in ogni crea¬ zione che attiene alle Muse (192);
dappoiché le cose, che uno o non ha o non sa, non mai le da¬ rebbe
ad altri, nè le insegnerebbe ad alcuno. Oltreché la creazione degli
animali tutti, chi vorrà contradire, che non sia sapienza d’Amore,
quella per cui opera gli animali tutti e nascono e cresco¬ no? Ma
nel magistero delle arti, non sappiamo, che quello di cui questo Iddio si
sia fatto maestro, rinomato è riescito ed illustre; quello, cui
Amore toccato non abbia, oscuro è rimasto? L’arti del saettare e
del sanare e del divinare Apollo (193) trovò, guidato da desiderio e da
amore (194) > sicché anche questi discepolo saria d’Amore, c le
Muse ne appresero musica, ed Efesto l’arte 69
« Zi‘^^ ’ le cose dCo' amore, s m c ' • onpoirto 1 _ • ft-i
genererò, vive d'.C ''chfe^rn brutte..^ ’‘jf di
bellez5-a. priircipro ^ o- ;ndc> ,„„onzi, _An SI narra
(,19 ai bellez^-'*'’ — , principro u- --
»"«• inna®'. si ^ ;
terribili eventi, -t^ecessità % « i“nsi s» ^
;«/»« ts -s"' Vantare Amore, es- o Fedro, a
\ ^ e ottimo, dipoi 1 sr: Ji*"'" ,. ., mar
cairn»,‘‘='"'““ „ ai,caco, . »s> D attesti
<i’0B”i „ empie che cl at- vttOta, e d'ogni mgunate degli
tttt. tmelia, egli. ’S"ttnSsero, aeUe «e cogli
altri instttttl che s, «o ,gli m. ezaa „ei coti, nel saenfien g,
benevolenza • inspira, selvatichezza sband .^^^i^ordioso ai
largo, di “lenabile, buoni (zoo), a sapm ^ custodito d
bile-, invidiato da chi n F . ^ ^ dilettosa, na’rlcco, di re»').'’»'*''';,"'?»
grazie, di brama, i ^ ; m trav g > tore dei beni,
timoniere, ' paure, in pencoli, m ^°^tore ottmm, di I
marinaro, commilitone 7 ° Convito quanti gli Dii
c uomini adorm bellissimo e ottimo, che ad ogni'?,?"'’ seguire
innepiando e prendendo pa?? canzone, eh egli, molcendo ]’intellel
gli Dn e degli uomini, canta (203) ‘«'ti auesto discorso, dice, o
Fedrh sia parte offerto in voto all’Iddio, dove di s^T dove di
misurata seriet.^, in quanto ir, perato (204). ’ .XXI 198
duando ebbe finito Agatone, tutti, disse Ari¬ stodemo gli astanti
esclamassero, che il giovi- netto avesse discorso in maniera degna e di
sé e dell’Iddio. Sicché Socrate, volto ad Erissi- maco, dicesse : O
figliuol d’Acumeno, ti par egli che un timore da non intimorire
m’intimorisse poco fa (205) e non fossi invece profeta nel dire
quello che io ho detto dianzi, che Agatone avrebbe parlato mirabilmente
ed io mi sarei trovato nel¬ l’imbarazzo ? DeU’una cosa —
rispondesse Erissimaco — mi pare che tu l’abbia indovinata, che Agatone
par- B lerebbe bene; ma che tu ti troveresti imbaraz¬ zato, non lo
credo. E come, beat’uomo — ripigliasse Socrate — non mi
troverei imbarazzato cosi io come chiun¬ que altro, che dovesse prendere
la parola dopo la recita di un cosi bello e svariato discorso ? E
il rimanente non ò stato altrettanto maraviglioso; tua sulla fine,
quella tanta leggiadria di vocaboli ' ® __ me.
di clràdo di dir nulla, scndr'^- non sarò “ ^^^i^zza, per
poco - s> ^-’Cia ^lla vergogna, se C sono t'^g?
Vaiscorso m’ha rrchu- 100’’'*= \ia. Giacchi-_ occorso 1 caso
d’ Omero (ao/b (;ìo8) Agatone lanciasse^ e nu fa-
Gorgia, E ho capito >»''X s.»->^r:“'?dS” "^ “ 1 stato davvero ndmo , q
p^^te rSHiSSi che D
Sa";=S==S lualunQue cosa. biso'^ni dire il ' ì, _
m’immaginavo, che o "ila cosa, quale si s-^nto; pd, scelto
del ; che questo fosse 11 ^ia acconcio vero il meglio,
«pot ° ^ ,He avrei di E presumevo gran c del ino scorso
bene, ^^^ 200 ). Invece, si vede d di lodare ogni cosa ( 9) ^ era
gì- cose V’ha “1 VVt 'nenzognere, età cosa^^a mila.
Giaccnc s - f. , ‘ v Amore, o dascuno di noi paia di lo razzolando
a che lo lodi, n »1'P““° X cono ed A« ° . ogni patte, e tale, e aotote i
c affermate eh egli
:rj.r ^"T™' “"n b=|,.S”i-l.£-
M» io noncoò»c;:o'rn,“H''“* ' chè non lo conoscevo, mi
so°no"i!°''"'®’P !" r°I ?ì»*» “"''io all, M
“,S” V 3 (zio), questo modo; non nma chè
la lingua ha promeslò” la Adunque, addio elogio; che ì„ odare a
questo modo ; non potrei. plT""" lete, il vero, si, non
ricuso di dirlo di nr^®' e non rispetto ai discorsi vostri perché
S. rida dietro. Ora, tu, o Fedr^'^guarj™f discorso COSI ti fa prò ;
sentir dire il vero di Amore c n quei vocaboli e quella giacitura di
senteme che mi verrà per prima alla bocca. E a questo,
raccontava, Fedro e gli altri Pili- virassero a parlar pure nel modo, che
a lui pa¬ resse di dover fare. Ebbene, Fedro — Socrate
riprendesse — per¬ mettimi anche, che io faccia qualche piccola
inter¬ rogazione ad Agatone, affinchè prima io mi abbia C alcune
concessioni da lui, e poi, così, discorra. Ma si, lo permetto; —
rispondesse Fedro — interroga pure. Dopo di che oramai Socrate
avesse cominciato, su per giù, di qui. XXII Di certo,
Agatone caro, tu ti sei introdotto bene, m’è parso, nel tuo discorso col
dire che prima bisogni mostrare quale egli è, l’Amore, poi
E 7 ^ . . „vi va a gen'O . Q^^^sto in ogni
altra ,re Ji . via, esposto qnaW HS»-
°'S’e.WB"’'^“Teg'''“^''’'‘"'r? D up questo • t- ^8 ^ nulla ^
D f»'*. L>»' di q0»'*“ “ *d,c o di »« ma ad’a^f jj
padre e cgir P. ondere a dolere. fp^rfi' ° 5““ t ma'drd
del pat>’ • ^ . p anche a questo. ^ jjspondinti
Assentiss ^ . y^^sse gallo ciò I Or bene, -- tu intenda me„
poche altre cose^ P ^^^.«dassi : O
'r;srid^c;.-o.t-e,,o,.tr 'qualcuno o no? ^
Rispondesse, c D’un fratello o _ Dicesse di si.
__ domandasse dis^SSSaSrsulVatttore.^^^^^^^^ *
Di^qualcosI ciottissimo- .^„gesse So- tanto questo. 1
lo desidera o “O ^ Di certo — r'sp'^ Ora, desidera egli e
ai sesso della cosa che desidera"^ j. sedendola? ^
nr,-,-. ama;, 'aoti Pos. B
V D Non possedendola, par naturale
Guarda-riprendesse Socrate natura e, non sia necessario, che dera
desideri ciò di cui è manchevoI ^ desidena dirittura, quando non ne l
"“''o role. Tu non puoi, Agatone, immagi„are“’'‘'’^*’'-
5 aia necessario a mw • ^ Quanto grande, es-
paia necessario a me; o a te pare? E anche a me —
dicesse. Dici bene : vorrebbe forse chi è ser grande, o forte
chi è forte? Impossibile, dietro l’intesa. Perchè,
appunto, non sarebbe-manchevole di tali qualità chi le ha.
Dici il vero. Percliè, se uno che è già forte, volesse
esser forte — ripigliasse Socrate, — e veloce uno eh’è veloce, e
sano uno eh’è sano... giacché qual¬ cuno potrebbe credere, che queste e
simili qua¬ lità, quelli che son tali e le hanno, desiderano quelle
stesse che hanno; sicché questo io lo dico, peichè non ci lasci trarre in
inganno — or bene, costoro, Agatone, se tu la intendi, devono pure
avere nel presente ciascuna delle qualità che hanno, o le vogliano, o no,
e queste, oh citi mai le desidererebbe? (212). Però, quando uno di¬
cesse : Io che son sano, voglio anche esser sano; ed io che son ricco,
voglio anche esser ricco, c desidero appunto queste cose che ho, —
noi gli risponderemmo — Tu, amico, che possiedi ricchezza e sanità e
forza, vuoi possederle anche 7 > o
» tu le l’^'- .,,,o qtiello eh e ^JpSesse ' V
untare ^ ^ O non t in proi^“’ Z che non si ^ ancora t
P^ aò l^!^ il inantenerntt pe r ksic^®’ j presente?
'‘*‘0° «no -- *'’°“‘'Tchi«nque altro il 1 “»'' ^ E questi, Lello
che non tiene desUeri tuttavia, desi J „on ha e t mano e al cui h
manchevole. ”.e egli d i desiderio e Vamotc- ‘n”Sr-
-tSse. ^ ,„cr.te-ri.ssu- ^LLvia.-coimlnd-Socm^^ mianio quello
d. OT poi, di co in primo luogo, e u di cui patisca
difetto Si - affermasse. ^ ^^ente, Jt che Ora, per
^etto che l’Amore sia. tu nel tuo discorso hai „,ente im
Anzi, se vuoi, te giù questo; che Tu hai detto, credo
,assetto per via d agli Dei le cose ^ ^i bruttezza non
amore di bellezza-, g‘a detto su p potrebb’ essere
amore. giù cosi? rispondesse Agatone- Si che l’ho detto
- risp 201 ^ par]: da galantuomo
. e, — ora, se è rnci ,>^ 4 ) Socrate; — ora e»
"““*0 (^214) Acconsentisse. “ ' «on s’è rimasti
d’arr« a CIÒ di cui è in difetto, e che “«0 am Si -
dicesse. >ia? É in difetto, dunque, di bellezza a non l’ha?
^aiore, ^ Necessariamente — affermasse Che dunque? quello che
è in difetto di 1,, lezza, e non possiede bellezza per
ness^ì^"' oh lo dici tu bello? ^ ^sunmodo^ No
davvero. Ebbene convieni tu ancora, che Amore sia bello,
s’egh è cosi? E Agatone — Risico, — dicesse - 0 Socrate, di
non avere inteso nulla di ciò che ho dettò dianzi. Eppure
hai squisitamente parlato, Agatone - C Socrate ripigliasse. — Ma dimmi
ancora una pic¬ cola cosa: il bono a te non pare anche bello?
A me si. Se, adunque, Amore difetta di bellezza e se
bontà è bellezza, anche di bontà, dunque, esso difetterebbe?
Io — rispondesse — non saprei come con¬ tradirti; sicché sia pure
come tu dici. Alla verità, amato Agatone — concludesse — ^ tu
non puoi contradire; chè a Socrate non i punto difficile.
77 Convito e U discorso in- ^
« io giorno d» Dio- £ ora „ r-he sentii nn ^ ^
,rno iteXe cose, e una ^ " Tdeila peste, fece, col
àP“^''\gli Ateniesi, pt'ttj ^tardasse loro di olia agli _ .ricrifizio.
cbe la_n^e m quella appunto cit ^ g, eh’essa jgcianni,qu ^ ^
discorso, outi fra ose d’antore, punti cou tenne, lo,
roverò a ripetervel , p Agatone, nu P c g’intende, Ag
"' e il «#> *' “impano la via. teogo» “ .1 modo che
tu hai ape VTcorrere chi l’Amore J facile £ fcriiua
discor ^ che P . ?! lco.,amo si. quello,^»
-t°iroono,e,io-og»^'^=„,es.^ Tma Agaldno a me,
*'^"“"Èlei, cose che ora Ag bellezza. _
f'"'do me'còlle stesse ragioni con cui^t^^^^ sSo cosmi,
«., ne n°d^o. come l'inmo^“;r= tinta; ò brutto,
adunque, ^.^p^tto? ” D lei-'' o°-“/;Sp ciré non s.a belio,
rese — o credi, clte 4 brutto? Icbba necessariamente
esser Certissimo. 203 O
anche quello che rante? o non senti, che tra sapienza e
ignoranza Coni E che mai? L’opinar
rettamente e senz’essere • di dar ragione, non sai — dice — V"
sapere; poiché come sarebbe mai coV^-"°'‘ naie la scienza? E neanche
é ignoranz'"''"®' che apporsi al vero, come mai sarebbe
ranza? L’opinione retta è appunto cosi'®,?' cosa di mezzo tra intendere e
ignorare ’ Dici il vero — risposi io. B Non forzare,
dunque, ciò che non è bello a esser brutto, o ciò che non è buono,
cattivo. E ! così anche l’Amore, poiché tu stesso convieni che non
é buono né bello, non credere per ciò che deva essere brutto e cattivo,
ma una cosa di mezzo — dice — tra questi. Eppure, — diss’io —
si conviene da tutti, che é un grande Iddio. Da tutti quelli,
intendi tu, che non sanno o da quelli che sanno? Da tutti
quanti a dirittura. E lei ridendo — O come, Socrate, — disse
— converrebbero che è un Iddio grande coloro, i 0 quali dicono
ch’egli non è neanche un Iddio? Chi costoro? — dissi io.
Uno tu — rispose — e uno io. E io domandai : Come mai dici tu
questo ? E lei — Facilmente — rispose : perchè, dimmi ; tutti
gli Dei non dici tu die sono felici (216)? O che ardiresti tu dire,
che alcuno degli Dei non sia felice? 79
Coiiviio ^ _ ^ io no " possiedono 'A'„ oo»v.n»to,
*= » Di non to’ desidera, appunto, «a'^" ,4 e
boto"'' eoo « "““t in dite»»’ 0 come
‘Tni^ r^nt:” oto aneto » A»- To'^aedi un Dio? .
dissi .sarebbe maiVa^more? Che, dunque,
tortale? r*f;“'''ltpto''e-un eto di metto Come prima V
"" rti!«to,Dio.i’’»>^ inno B il demoniaco e
un il mortale. - diss’^- E quale possanza ^gU ^ei
D’intetpmte '.«““f oni, degU um," nomini, agli uomn ^
n^^jjjjii, deg’^ smettendo preghi ^^rrifizh . . pgr mandi e
rieambii de. a fb ,,„i, nenipm pe t nel meato tra gl’ n
20 *^ Convito modo che il tutto resti
colleentr. simo. Attraverso di lui pasfa “'r? I na tutta
quanta e quella de’ sacS" ' saenfizu c le iniziazioni. Dio non
si ^ ì uomo; però ogni conversazione e coll Dei cogli uomini, sia
desti, sia addormì° per mezzo del demoniaco che la si fa p‘> ^ i
che è sapiente in simili cose, è uomo d ^ ^ chi è sapiente in
ogni altra cosa o dUrr'^'°' mestiere, ò un manuale. ^ urte 0
(li 0^a,di questi demoni , 1 Amore è un ,
1 ~ ^ CS^i ò suo padre - dissi io - e chi suà ve ne
son molti e diversi : E chi madre ? É lunghetta —
risposi — a narrare; pure te 10 dirò. Quando nacque Afrodite, gli
Dei cele¬ brarono un banchetto, e v’era cogli altri Poro 11
figliuolo di Meti (218). Quando ebber cenato, ecco che arriva Penia per
accattare, perchè era luogo di scialo; e girava attorno alle porte.
Ora, Poro briaco di nettare, — chè il vino non c’era
peranche, — era entrato nell’orto di Giove, e vi s’era, sopraffatto dal
sonno,-addormentato; sic- C chè Penia, macchinando per la miseria sua
di avere un figliuolo da Poro, gli si mette a giacere accanto e
concepisce Amore. Ed è per questo che l’Amore diventò seguace e ministro
di Afrodite, perchè fu concepito nel giorno natalizio di lei, e
insieme è di sua natura amante del bello, poi¬ ché anche Afrodite è
bella. Perciò come fi¬ gliuolo di Poro c di Penia, l’Amore s’ebbe
questa sorte ; prima eh’ egli è sempre povero, c tutt altro che delicato
c belio, come i più cre¬ dono, anzi duro, e squallido e scalzo, e
senza 8i D 10 + .
dormendo avanù |°«* r nò oi i-sofist* ’ ^ e\io stesso
g' mudre e p Inta ^ada bene (3^9)del padre, '“T
rVa" »- Ìe<l»»"“ ?‘Sero Aii«>'''"‘"“ Chi
h t*'"’ « ''‘®"°”ret=“° e -- “.“ ^TXìSn:
““Se.' tr“fi- "S>s;=.»“»sri'S-“‘‘° Sf'“
:.,.eh..o.e.- 0„ _ disse - ^ V»e -li ‘ ole- „„ raBSs».
q»e ^ apP»'» ^jd't»"»'!”’ um e altri, e d q cose pmbell
^rio clic Amore sla filosofo, Convito egli sia un che
di mezzo tra sapiente e • rante. E di ciò gli ò causa anche la sua;
perchè lui viene, si, da padre sapiente'*^'’!? molti ripieghi, ma da
madre non sapiente e se ripieghi. Questa, dunque, è, amico SocrateT
natura del demone; e l’aver tu ritenuto Amore fosse quello che tu hai
detto, è stata una C svista da non doverne fare le maraviglie.
credevi, come a me pare congetturando dalle tue parole, che Amore fosse
l’amato, non gii l’amante. Perciò, credo io, l’Amore ti appariva
bellissimo. Chè di fatti l’oggetto dell’ amore è il veramente bello e il
delicato e il perfetto e il beato ; invece, quello che ama, presenta un’
altra idea, quale l’ho discorsa. XXIV Ed io
ripigliai — Sia pur così, forestiera: chè tu parli bene. Ma se è tale
l’Amore, di che uso è agli uomini? D Q.uesto, Socrate —
rispose — mi sforzerò d’in¬ segnartelo ora. Dunque è tale l’Amore, e
nato a questo modo, ed è, come tu dici, amore di bellezza. Ora, se
uno ci domandasse — O So¬ crate e Diotima, che è egli mai l’Amore di
bel¬ lezza? Ma lo dirò più chiaro cosi: — Chi ama la bellezza, che
ama egli mai? Ed io risposi — Che la diventi sua. La
risposta — dice — desidera quest’ altra in¬ terrogazione : Qjuello, a cui
la bellezza diventa sua, che n’avrà egli? io
A rispondo'' 1' uundo, si sei- ^ i. 8'*'“ f p sé '«'*! S
bello e li down- '.rd;iééoo>d,'“rs«"^“'’*'““ .
Socrate, su. diventi suo ^ Snti suo, che n’avrà
,.,,nriparpihage- aos 3 sarà felice. ^ ^ possesso del
bene ' Di fatti. -- dtsse domandare son feli<^'‘ '
vuole esser felice; an« Trite ^bbia qui termine.
"^'’dIcì la rquesto amore, credi Ora, questa vo uomini,
e eh ? -noTav t "empfe il bene? o come tutti desiderino
di avi. dici tu? _ _ , rnmune a tutti. Cosi - dissi to
__ ^-jsse lei — non dt- 0 perchè mai, Socrate lo clamo
che tutti diciamo che amano stesso e sempre, ma di alcuni
e di altri no? ._anche io. Me ne maraviglio -- dissi ^
noi. Ma non te ne maravig i i^ chiamiamo sceverando una
specie e .^ig q nome t col nome del tutto, ass g nomi.
amore; e per le altre usiamo al Come che? - poUsis (aai) ^
Come questo. Tu sa atto eh cosa di molto comples causa
che una cosa qualunque passi dal n sere all’essere, è poiesis; sicché le
operazic^"^ pendenti da qualsiasi arte sono poieseis operatori
poieiai tutti. ’ Dici il vero. Eppure, tu lo sai —
dissé, — non si chiamano tutti poietai, ma hanno nomi diversi; e una par
tirella della poiesis sceverata da tutte le altre quella che ha per
oggetto la musica e i metri’ si domanda sola col nome dell’intero:
giacchi questa sola .si cloiama poiesis, e poieiai quelli che
possiedono questa particella. Dici il vero — diss’ io.
Ora è appunto cosi dell’ amore ; la somma n’ è ogni desiderio del
bene e dell’esser felice (224); ma quelli che vi si avviano per un’altra
delle molte vie, del guadagnare, poniamo, o dell’eser¬ citarsi in
ginnastica o del filosofare, non si dice che amino nè che sieno amanti;
invece, quelli che mirano a una sua specie, e a questa pongono il
cuore, prendono il nome dell’intero, amóre e amare e amanti.
Risichi — diss’io — di dire il vero. E v’é — disse — un certo
discorso, che quelli amino i quali cercano la metà di sé stessi (225) ;
ma il discorso mio dice, che l’amore non sia nè della metà nè
dell’intero, quando, amico mio, non si trovi essere un bene; dappoiché
gli uomim si tagliano volentieri e mani e piedi, quando le membra
lor proprie le credano malandate. Giac¬ ché non è il proprio, credo io,
quello che ciascun uomo ha caro, se già uno non chiami pròprio il
bene, altrui il male ; comecché non sia altro iciò
no-'nspos“°- te P»' 20& <”'r'di
iri - S*pu6 di» s'”'P'‘' dtól- j„e aggl»«8«« - ‘'sTiv.
aSS'ffSdd - di £ non . sempre ^ Verissimo —
x:^v I Ora, poiché l’amore^ ^fo^zo^^dT^chi'vi corre I
riprese lei —. la cura chiame- • dietro, in che modo e m q ^o
sai rcbbe amore? che opera e mai q tu dire? . ^isgi —
taato, o Diotima, Non t’ammirerei- di« ^. per la tua
sapienza, m- « q parare appunto questo. ^ . l’opera é par- Ma
te lo dirò io -- tisp j-ome torire nel bello, nei rispetti
deir anima. l’indovino; che mai Ci vuole — diss io
vuoi tu dire? hlon ‘^°™P^^“-egherò pih chiaro. Ma io-disse
lei -telo spiega D 207 86
^ Convito Oh uomini — disse — tutf corpo e
nell’anima, e la natura nostra ha desiderio di" """
'''* partorire nel brutto non può 0 E cosa divina è
questa - e^in’ siO tale, questo è inmtomi;, il co»"”*
.'2; rare Ora. l’uno e l’al„„ j succedano nel disarmonico. E il
*'*’'•« cht monico da tutto quanto il divino bello. Sicché Bellezza
é Moira ed’Flir°"Ì.^'‘^ alla generazione. Perciò, quando la?
pregna s’ accosta al bello, diventa ilare gioia sdilinquisce e partorisce
e genera i qu? ! invece al brutto, si rannuvola e per il dolore •
raggomitola (229), e si raggrinza e non genera' ma, poiché vieta al feto
d’uscire, se ne sente male e qui appunto è la causa che la creatura
pregna e già smaniante è presa da ansietà molta alla vista del bello,
perchè questo libera da gran doglia chi lo possiede. Giacché Socrate, —
dis¬ se l’amore non è del bello, come tu credi. Ma e
che? Della generazione e del parto nel bello. Sia pure
— diss’io. Certissimo — rispose lei — ; ma 0 perchè della
generazione ? Perchè la generazione è un gene’ rato sempiterno, e, per
mortale, immortale (230, Però, dietro quello che s’ è convenuto, è
neceS’ sario che dell’immortalità l’amore senta si desi derio, ma
accompagnato dal bene, s’esso èamotf dell’ aver seco il bene sempre.
Sicché, conformi a questo discorso, è necessario, che l’amore anchi
dell immortalità sia amore. 87 Convito ,pnti
dunque, mi dava . nesti insegnami’’ ’ J A,more; nfS S,i. o Socrate.
'8”' "ia mi ‘>»®”taesto .mote e iel deM- : sia causa di 0 °
violenta disposi- it'*, O non „• jllorchè deside-
*'"1 enttano gU ““.t “'ti q».»» i «olaf''. ^
S8rlS’m«reomotosamenm^“;' ifcoSattere i per proprio
. . p si a venir meno aeiw qualun- quealtro atto? ^ facciano
per virtù di “';'“''’-o' S # animali, qoale d c
raziocinio, o g rnsi? Lo sai tu dire ^ struggersi d’amor saprei.
Ed io da capo diss ^ ^ai di- in cose dimore, se non
mteod, J'^'^^Ma^ppunto per J^j 2 so''chrho bisogno or ora, io
vengo da te, peretóso ^ di maestri. Ma dimmela m e di tutt’
altro nelle cos amor Ebbene, se tu credi eh P ^ pib vohe»
sia di quello che abbiamo c ^^.^a il » non te ne ^ale cerca
essere, P L discorso, la natura m ‘gitale (231)- quanto può,
sempre o8 88 Convito può
solo per questa via, per la via dell razione (232), perchè lascia
sempre un n'^”'^' invece del vecchio ; giacché anche nel
tratt'o°'^° tempo che ciascun animale si dice vivere e rare il
medesimo, come, per esempio uno T fanciullo insino a che sia diventato
vecchio t detto il medesimo ; però è cliiamato il desimo,
quantunque non conservi mai b st ig stesse cose, ma parte si rifaccia
sempre giovine parte alcune cose le perda e nei capelli c
nella, carne e nelle ossa e nel sangue e in tutto quanto il corpo.
E non solo nel corpo ; ma anche nel- l’anima il tratto, i costumi,
opinioni, desiderii, piaceri, dolori, paure, tutte le disposizioni
siffatte non sono mai presenti le stesse in ciascuno, ma quale nasce
e quale muore. E, cosa più bizzarra ancora, le cognizioni non solo alcune
nascono c altre muoiono, e non siamo mai neppur rispetto alle
cognizioni i medesimi, ma anche ogni sin¬ gola cognizione è soggetta allo
stesso. Giacché quello che si dice meditare, ha luogo perchè la
cognizione va via; dimenticanza, di fatti, è di¬ partita della cognizione
: meditazione, invece, ingenerando una cognizione nuova in luogo di
quella che se n’è ita (233), salva la cognizione tanto da parere la
stessa. Chè a questo modo tutto il mortale si salva, non col restare
sempre in tutto e per tutto lo stesso, come il divino, ma col
lasciare quello che se ne va e invecchia, qualcos’ altro nuovo, quale
esso era. Con que¬ sto mezzo o Socrate — dice — il mortale par¬
tecipa della immortalità, così il corpo come ogni altra cosa: impossibile
(234) in altro modo., 89 . „»r n.»'* 08 “
r,o • siacchè per .8» xxvn me nc . ««ito
q»““ *!“I!°;dio-s»pi“- dubi»^*^’ . j^.dare all’ amor stupore,
“ •'?irfagio'^‘'''°^^”'''^°-h aie io ho uoiuim» . ^ niente ci
i>j.jnore del di- o come si struggono d amor concependo ccn^^ e
di ventare rin ‘ ^ eterno, lasciar di se g ^gnl
pericolo e son pronti per e consumar le so- norto a
Patroclo « ^f^no, se non avessero figliuoli per salvar loro il reg
creduto, die _ una immorta ppuiito conser- • a; loro,
come apF _anzi> rimasta memoria ^j^vvero — ’ viamo
noi oraf i io credo. >> per imniortal
virtù Convito e per siffatta
«gloriosa fama,, , cosa, tanto più, quanto mieiin sono
dell’immortale innamorar pS Ora quelli — disse —, che so ^
poralmente, si voltano piuttosto" allff^ diventano amorosi a
questo modo e diante la generazione dei figliuoli, ’ ^
« Immortai vita, insin che il tem,^ ^ « Procurando »,
^urì, secondo credono, 209 B
e felice e ricordata; i pregni invece nell’anima... giacché
vi sonopu, quelli — dice — , che concepiscono nelle anime anche più
che nei corpi, le cose che all’anima s addice e concepire e partorire. E
oh! che le SI addice? La sapienza e ogni altra virtù, cose appunto
di cui sono generatori i poeti tutti, e quanti v ha artisti che si dicono
inventivi: però d ogni intendere — dice — il maggiore e il più
bello è quello il cui oggetto sono gli ordini delle città e delle case, a
cui si dà nome di temperanza e di giustizia (236). E quando poi uno,
essendo divino, sia da giovine pregno di tali cose nel- 1 anima, e,
giunta l’età, desideri oramai di par¬ torire e di generare, cerca, credo
io, anche lui, girando attorno, il bello in cui generare ; giacché
uel brutto non genererà mai. Sicché, come pre¬ gno eh’ egli è, si
compiace de’ corpi belli piut¬ tosto che de’ brutti ; e quando s’incontri
in una Della anima e generosa e di buona natura, si compiace, e di
molto, dell’insieme, e subito con 9 ^ Convito
^ , honda in „ ^he studii prò- ^ ersona poomo buon
venuto ^ette a educarlo.^ ^„„,ersando con della beila
^15 di cui era ^ntan° credo, e gener {Ìa.pa^^;\cnin>
" ^'^to insieme con quella, %< e alleva il ^ggior
comunanza jU^^^’:,rcbe una molto gVi um "’f
figlinoi' (ai?)- ! poicbt in pm cbe e amicir-ia prn
accomunati. '‘ immortali ftgbn®^’ " ^ lui nascessero
nTe avrebbe caro .^ando e a D chet: 0 se ti
piace, ".f " ^.^eutone, salvatori d ^ I lasciò Licurgo m
L 1 EUade. ^ I tcedemone, 0, per Solone per la g^n ! E
presso di voi °"°;Xi valenti uomini in altri ' aione delle leggi, ed
altr ^ . ^^^.bari, luoghi parecchi, e tra g^^f/^.ueratori di
virtù autori di molte e belle «per , ^ furono si.
eretti per via di tali 5 umani sinora a nessuno. E ,ta qui,
qu““ A”"' cui i.. coi torso, So««“.’!''y„ìtivo (oi® “ k;
ma in quello P"''“ queste, quando uno procede
bene IO non so se tu saresti capace. Te dunque, io — dice, — e ci
metterò tuttrirb*®"*’ voglia ; e tu provati a tenermi dietro, se ti
• Giacché — dice — chi vuol mettersi per la via a simile impresa,
deve cominciare da gì ad andare incontro ai bei corpi; e da quando
chi lo guida, lo guidi rettamente, ama'r*'*’ uno di quelli (2J9), e quivi
generare bei pensieri^ e di poi intendere, che il bello di
qualunque corpo è fratello con quello di un altro corpo- e se
bisogna andare in cerca di ciò eh’è bello in genere (240), sarebbe una
stolteaza grande non riputare una e medesima la bellezza su tutti i
corpi; e quando abbia inteso questo, renderlo amatore di tutti i corpi
belli, e rallentargli quello struggersi violento per uno solo,
facendoglielo sprezzare e tenere a vile; e di poi reputare la bellezza
nelle anime più preziosa di quella nei corpi, di maniera che, se anche
uno, ben fatto di animo, abbia del rimanente poca venustà (241),
egli se ne contenti e lo arai e n’abbia cura e partorisca pensieri e ne
cerchi di tali, che fac¬ ciano migliori i giovani; affinchè da capo
e’sia costretto a contemplare il bello negrinstituti e nelle leggi,
e vedere com’esso è tutto connatu¬ rato con se medesimo (242) ; c dopo
gli instituti lo meni alle scienze perchè di novo veda la bel¬
lezza delle scienze ; e guardando ormai a un bello già copioso, non sia,
servendo al bello in una singola cosa come domestico, un’abbietta e
me¬ schina persona, che s’attacca alla bellezza d’un fanciulletto 0
d’un uomo o d’un instituto unico. 9 ?
dclbcUoccontcm- . - discorsi e ma rivo''°
“'torist^^ filosofia infinita, smo k>' CV'
>VTeS»cWto,n<.n;.s»’-ga fcf.a J- *e SU sc.c« *
r^‘'’';Su -'SS. E gù, E •. ctato educsito sin qui
alle cose Qgpetti, pressoch srs* “"ss “qSii» “pp””®’.
° • rrp<;ce nfe scema, e a y e ora no, tncii cresce
u^i-»i-tn ne or*^ j. verso e per e brutto in un JJ nt
bello in un ”spu«o g neanche il bello qua bello e qua brutto come
un si presenterà alla sua . p ^tecipa il corpo, visS 0
mani o nient’ altro cm par neppure come un discorso ^ ^.^,erso, m
u^ ^ c eppure come m qual ^ ,ieio o m animale, per
esempio, uniforme s altro, ma esso stesso di P belle tutte
stesso in sempiterno, e che partecipanti di esso pe
periscono, ess queste altre si generano uà patisce
diventa punto maggior nulla. Sicché, quando uno, per aver am
fanciulli nel buon modo, risalendo dallp .. * quaggiù cominci a
vedere cotesto bello all si può dire che tocchi la meta. Giacchi
sto è nelle cose di amore procedere o essT^' condotto bene da altri ;
movendo da’belli sensu^ di quaggiù salire sempre sempre attratto dal
bello di lassù, montando come per gradini, da uno a due e da due a
tutti i bei corpi e dai bei corpi ai begl’ instituti e dai begl’
instituti alle belle di¬ scipline, e dalle discipline terminare in
quella disciplina, che di altro non è disciplina se non
appunto di quel bello ; e conosca terminando ciò che ò per sè bello
(244). Questo, se altro mai, — disse l’ospite di Mantinea, — è il punto
della vita, degno che l’uomo ci viva, contemplando il bello in sè;
il quale, quando tu una volta lo veda, non ti parrà da metterlo nè con
oro, nè con veste, nè con bei fanciulli e con giovanetti, che
vedendo tu ora sei tutto sgomento, e sei pronto, e tu ed altri molti, se
possibile fosse, guardandoli, questi amati vostri, e vivendo sem¬
pre con loro, a non mangiare nè bere, ma solo contemplarli e stare
insieme. O che cosa — dice — pensiamo, che debba essere, se uno
abbia la sorte di vedere il bello per sè, sincero, puro, inmisto, e
non già ripieno di carne umana e di colori e d’altra molta inezia
mortale, ma possa riguardare esso il divino bello di per sè uni¬
forme? (245) O credi tu, — dice — che sia spre¬ gevole la vita dell’uomo
che guardi colà, e quello contempli sempre e stia insieme con esso?
O non intendi — dice —, che quivi soltanto, ri-
9> con coi C il W'“> "" „“n
immagini di »«<, li non vp.ra. , Kiio con * a .W,
..aa'»'" ' li parto*" ” " ma vitti vera, tocc^^ una
virtù vera e ncca il ^di diventare amico di ““ ^
^'riisse aVf anche gli ^1“*» r 70 di persuader *_ potrebbe da
nessuno siffatto non si p ""TC aiuto all’ umana
u«umj^. Moro. '"'"‘‘'•«“'“J’l'onoro io atasso
(a4«). uomo onori Auu°" esercito soprattutto e c
nelle cose di am^ ^ ^^.omio la v’esorto gh ^e a tutto mio
pot«e. potenza (H?) discorso tu ritienilo C Or bene, o
,d Amore’, se no. detto, se ti piace, m ^^^ba. e tu
dagli quel nome, che XXX Finito ch’ebbe
raccontava, lodassero , parlando aveva a dire qualcosa, perch
jq ecco all'im- alluso al discorso di lui- q sentire
provviso la porta del au yseiù da^ un un gran rumore come i ^
una flautista, banchetto, e si ode ^ '^^ „g 22 Ì, non andate Sicché
Agatone dicesse. o entrare se a vedere? e se è uno di casa
213 9 ^ Convito no, dite, che
nbbiamo finito di ber • E di li a poco si udì nellS,,,! ci :0
frarlirìn urlando SI riposa di Alcibiade
briaco fradicio, che domandava dove è Agatone, e ordinav^'j tasserò
da Agatone. Sicché la flautista reggeva e alcuni altri della compagnia^
j tarono da loro ; e, coronato di una coróna f di edera e viole e
tutto coperto il capo dì infinità di nastri (248), lo fermarono sulla
po''*'* ed egli disse: Amici, vi saluto; un uomo, bria*’ proprio
fradicio, lo pigliereste con voi a bere 0 ce ne dobbiamo andar via, dopo
avere soltanto coronato Agatone, eh’ è quello per cui siamo ve¬
nuti ? Giacché -io — dice — jeri non ci potetti essere, ma vengo oggi,
coi nastri in capo, perché dal mio capo quello del più sapiente e deh
più bello io ne recinga (249). Forse, riderete di me perché son
briaco? Ombè, io, quand’anche voi ridiate, pure so bene che dico il vero.
Ma dite su, a questi patti entro o no? Beverete 0 no con me? E qui
tutti strepitarono e gridarono che entrasse e si sdrajasse, e Agatone ve
lo in¬ vitò: ed egli, condotto dalla sua gente, venne; e, poiché a
un tempo si levava di capo i nastri come per incoronarne altri, non
s’accorse di So¬ crate, che pure gli stava davanti agli occhi, ma
si messe a sedere accanto ad Agatone in mezzo tra Socrate e questo ; —
giacché Socrate s’era tirato da parte per fargli posto (250): — c
cosi sedutoglisi accanto fece riverenza ad Agatone e lo coronò. E
Agatone qui disse : Ragazzi, le¬ vate le scarpe ad Alcibiade, perchè si
metta a giacere in terzo con noi. Sicuro — rispose Alci-
compagno no jo’ .uj è questo te Socrate, e al •e-
- voltato»' f ^ &"<r6 "" Dunque, da
capo L«'°. ii! 5°““'“ Tkf”' '» P““’ “”"l Pi qui
sdtaU'^®.^,improvviso dove meno '"'ffpoi ti sei messo a
g^ace^ ^P''lcaJto ad Ma tanto hai a«o o qua dentro. _
uarda luauti sono q Agatone — disse, ^& E Socrate,
cerchi: l’amore che to P . nii vieni in aiuto ; P un affar
fili è diventato per m , m- :;rDifatti, dal tempo <^e
m *or..o '»i. “"„rp«-a D ”' dTco”o«“re Ln o-,»no V
sto nessuna, ne di c invidioso fa cos qui ingelosito di ^
"“"J.peri, e poco manca strabiliare e mi copr Addosso. Guarda,
che non mi metta le m^n dunque, che non faccia un d ,na metti
pace tra ° ^el furore di costui lenza, difendimi tu, perd è
addirittura e del suo innamoram -pigliò Alcibiade: Pace
fra te e me ^ jto io ti g^»«' no davvero. Se non ehejer p,,te
girerò poi; ora, Agatone questa testa qui L nnstri, P»cM .0
«e J maravìglìosa di ’ oronaw 'e. nien«*= pioverà, che
io 1'“ “f ji,cofii, noi sol¬ ete viiiee tuni gli 7 Platone,
Vo/- 9 ^ Convito tanto dianzi, come tu, ma
sempre renato. ’ ho E qui, prese i nastri, ne cinse
So mise a giacere. E quando si fu sdraiato: Su via,
amici disse — a noi ; mi sembrate gente che non T ancora bevuto;
questo non va, bisogna bere; cllè cosi è l’accordo nostro. Or bene, io
scelgo a re del bere, insino a che voi abbiate bevuto ab¬ bastanza,
me stesso (251). Agatone porti, se v’è, un gran tazzone. O piuttosto non
occorre- porta qua, ragazzo, quel bigonciolo (252) J vedendo che
conteneva più di otto cetili. E riempitolo, tirò giù tutto prima lui;
poi, ordinò, che si mescesse a Socrate, e insieme disse: Con
Socrate, amici, l’invenzione non mi giova a nulla; questi può bere quanto
uno vuole, e non v’è caso che si ubriachi mai. E Socrate, quando il
ragazzo gli ebbe mesciuto, bevve. Qui Erissima- co, — Che modo è questo —
disse —, Alcibiade ? cosi nè discorriamo di nulla sul bicchiere, nè
c’intoniamo un canto; oh! berremo proprio come assetati ? E Alcibiade di
rimando : O Erissi- maco, ottimo figliuolo di ottimo e
sapientissimo padre, salute. E anche io a te — rispose Eris- simaco;
— ma che s’ha egli a fare? Il piacer tuo ; giacché ti si deve
obbedire. Un medico vai solo uomini molti ( 253 );
1 sicché comanda ciò che tu vuoi. t)
99 Convito „ • a tS»aS» 'TSsfAS:: °»
‘T .Coe ’l‘»”‘> Ti Tjo che «»» fu W»
So»»"-»""”*' parli bene; però bad , non hanno
di fronte a discorsi ^ aguale. E insieme, bevuto, può non esser p S
gocrate ha b-ruomo. appunto «>« addosso. , __ disse
Socrate? Ti vuoi chetare Alcibiade -, non Affé di
Posidone - "P‘P^ f non v’ è ci metter bocca; che io in faccia
a te, no nessuno al mondo che o crei. Ebbene, tu fa’
cosi, — riprese i. se tu vuoi, loda de_? S’ha a fare.
Come dici -ripetè Alcibiade ^ Erissimaco ? Che io dia *
lo gastighi davanti a ^ che hai tu O tu — interruppe Socrate
• ^ per il capo? Mi loderai per canzo farai?
r\ir<S W vprn. Convito An^i, il vero Io permetto, e
t! dirlo. *1 comando d- Son pronto — disse Alcibiade - •
’ Se io dico qualcosa di non vero ^osl a mezzo, se
vuoi, e di che quella 6 giacché di proposito bugie non ne .“Sia;
= '5 però le cose io le dico, secondo mi c. . in mente l’una
dall’altra, non ti stup°*’’’'““° non è punto facile, a un uomo in quesm
lo spiegare alla lesta e per ordine roriginar°à B
c Socrate, amici, io mi proverò a lodarlo cosi per via
d’immagini. E forse questi crederà, che io lo canzoni; ma l’immagine in
verità avrà per suo motivo il vero, non lo scherzo. Io dico dunque
ch’egli è somigliantissimo a cotesti (254) Sileni esposti negli studii
degli scultori, che gli artisti fanno con zampogna o flauti in
mano;i quali aperti in due mostrano aver dentro imma¬ gini di Dii.
E dico per giunta, ch’egli s’assomigli a Marsia il Satiro. E, che tu sia
di aspetto simile a questi (255), neanche tu, Socrate, ne faresti
questione (256) ; ma come tu somigli anche nel resto, sentilo ora. Sei tu
petulante o no? Ché, quando tu non lo confessi, presenterò
testimoni. Ma non flautista forse? Anzi molto più niira- bile
(257); l’altro, di fatti, attraeva gli uòmini colla potenza, sì, della
sua bocca, ma attraverso istrumenti, e anche ora, chi suona le cose
di ui, giacché quelle che Olimpo sonava, io le
D lOI Convito . o di Marsia, .f^eseguisca
un buon , cenate di quello, o fi ^ causa, Si ““
uno si »»'* l’S ’ta'bisogno degli Di' ;^ono, f\u gli vai
tanto innanzi, d’iniziazioni. ^«ieni quel medesimo che
senza istrumen . c y Almeno, noi, S.0 =0» f““ “« uii™- Ti
quando si ode discorrer^ ^i dicitore anche nulla, vi so dire,
a un altro, non ne impor te, o un altro nessuno; • gè
anche chi li reciu che reciti i discorsi tuo , ^na sia
proprio un uomo a P^ ^ restiamo sba- d„„L d ua uomo o se non
lorditi 0 '"“““V,, per briaco, vi rac- velessi passare
addinttur p cornerei con giumme»»; fpoSsento tuttora,
risentito dai suoi Che, quando ><= '’SÌ'"'“ ^
XìltnSmi àendo Pericle e altri buoni parlatori, io ero anima
mi ma non provavo nulla di sim , “siTer^nrTa’i “r^esto
Marsia gui mMtanno pib volte fatto tale renili, non sacrate,
tu non dirai ai6 nel mio stato. E ciò, o S , , mscienza
che non sia vero. E che, se volessi prestare sforza
ma mi seguirebbe il medesimo. I
102 Convito a convenire, che, con tanti mancamenti
, trascuro me, e attendo agli aflfari Sicché io, turandomi le
orecchie si Sirene, mi fo forza (261) e fuggo vir°'”^ invecchiare
seduto accanto a costui quest’uomo m’ò seguito quello che nessuno
ere- derebbe di me, vergognarsi di uno. Io di solo mi
vergogno. Giacché sento dentro di non poter contradire, che non
bisogni far quello a che lui mi esorta; ma poi, appena io mi son
staccato da lui, ecco, la voga dell’aura po polare mi vince. Sicché io lo
scanso e lo fuggo- e quando lo vedo, mi vergogno di ciò che si t
caduto d’accordo. E tante volte io vedrei vo¬ lentieri che non fosse più
tra gli uomini; ma d’altra parte, se ciò accadesse, so bene che me
ne rincrescerebbe assai più, per modo che di que¬ st’uomo io non so che
mi fare. Dunque, dalle sonate tanto io che molti altri
abbiamo provato tali effetti, da questo satiro. Il resto, sentite da me,
com’egli è simile a quelli a cui l’ho raffigurato, e la potenza ch’egli
ha, come sia maravigliosa. Perché siate ben persuasi che nessun di
voi lo conosce ; ma ve lo scoprirò D io, giacché ho cominciato. Voi
vedete che So¬ crate ha tenerezza pei belli, c gira loro sempre d
intorno e n’ è tutto fuori di sé come mostra la sua figura (262); e non è
da Sileno cotesto? Eccome 1 Giacché e’se l’é avvolta per di fuori’
"“'"ù Sto» scolpi»; »» B 8 “'» ''°'
o>‘‘“s"r- . %A rhe son levai'- «ì^rp e noi altri
Ma quapi» canzonare la ^ ^ erto, io non so se si
mette sul seno ed t • p jo gl* qualcuno ha visto t s'rnulaar^^^„
^ ho visti una volta, doversi far m aurei e bellissimi
e m ^;,enendo tutto 50 della mia bellezza, che sul seno
si fo^s^ ^ inaspettato c una mia lo giudicai un guada S P . modo,
,„„„„a "«"tS,.; d' «pptendera .«.o ci 6 : compiacendo
Socrate ore i che costui sapeva, già ^ Sicché, con ! ne
tenevo non vi so <\ solito di ' CS4) " ursenza uno
accompagna- d- allora io P». ^,o^.a B toro e me no
“i™,“ ' ° bone attenti, e se dire tutta f sbàttimi. Adunque,
io mentisco, tu, bocrate, ^ me ne stavo, amici, ^ meco
nei di¬ devo eh’ egli sarebbe su i o * amato scorsi che un
innamorato questo non a quattr’occhi, e ne 8° 5^0^52 meco
come ne fu nulla, proprio nu s , . _ era solito, e
dopo, passata cou me tutta nata, se n’andò. Di poi lo . ginnastica (265);
troverò quivi il bL" ^ ' ;->g-avo. Ebbene fece ginnasdcrt
’'"’«’- lottò spesse volte, senza che ci fo« nessuno. E che
s’ha a dire? No un passo avanti. Poiché non venivo" nessuna di
queste vie, mi parve cheV*^^^'^'^ dovesse assalirlo alla gagliarda, e una
voir°u‘ nn ci ero messo, non smettere, ma oramai che affare é
questo. Sicché lo inlv a cenare meco, tendendogli un agguato
propri! come un innamorato all’ amato. E neanche 0 • diede retta
subito; pure col tempo s’arrese. Ora la prima volta eh’e’ci venne, volle,
finito dì cenare, andar via. E per quella volta io ebbi vergogna e
lo lasciai andare; ma la seconda, fatto il mio piano, dopo che ebbe
cenato, con¬ versai con lui molto avanti nella notte, e sic¬ come
voleva andar via, col pretesto che fosse tardi, lo forzai a rimanere. Ora
egli si mise a riposare sul letto vicino al mio, su cui aveva ce¬
nato, e nella stanza non v’ erano altri a dormire, fuori di noi. E, sin
qui, è un discorso da potersi fare a chiunque (266) ; ma di qui avanti
non mi sentireste parlare, se, prima, dice il proverbio, il vino
non fosse veritiero coi fanciulli e senza 1 fanciulli (267) : e poi mi
pare ingiusto, una volta che mi son messo a far l’elogio di So¬
crate, di nascondere un suo superbissimo atto. E per di più l’effetto del
morso della vipera ha luogo anche in me. Giacché raccontano, che la
persona che l’ha provato, non vuol dire com’ egh‘ k stato, se non
a’morsicati, poiché questi soli Convito _ j -inno e
compatiranno, 'siccht i -r. £ o-» -> 105
do- ite"‘^^^‘‘”s°to'’fare e dire doloroso (jorso
fl P potesse essere fTX ‘'“°"®.°e'-e'morso da discorsi ‘
me gli s‘ ^ ' no neggio d’una vipera, ffamio operare Agatoni, Ens-
,rte vedendomt davmi Aristofam- simachi, Pausami, ^nsto
^^^jj^inarlo, _e Socrate stesso, che ^ e dal delirio tanti
altri? (268) Che sen. della filosofia siete m voi
B xxxiv Poiché, dunque, amici, p^^ve^ che io
; i ragazzi furono usciti, a P lon dovessi pigliarla larga con
^jgsi; libera quello ^^tto - quello rispo- Socrate,
dormi? ^ Che cosa?- se - Sai tu che cosa ho ^ciso
disse. A me — diss to » „ g ti vedo esitare innamorato «ùo degno '
questa di- a farmene parola. tJr , grande il
sposizione-, io ritengo . g y’è altro che non compiacerti
anche melò e se D
319 Convito ti faccia bisogno della sostane-, „
amici miei. A me nulla è di . ° deei: quanto diventare il migliore
che iT'' ''‘"4 CIÒ io credo, che nessuno mi sìa aium à
di te. Ora, a non compiacere un tua fatta io mi vergognerei assai
più dav ° persone di senno, che non davanti alla ge stolidi a
compiacerlo (270). — E lui^ . ebbe ascoltato, con aperta ironia, e
proL°io'’" è solito, rispose: — O caro Alcibiade rTw m realtà
di essere un uomo non dappoco : cade che sieno vere le cose che tu dici
di’ v’è in me una potenza per cui tu potresti diven¬ tare migliore
; una infinita bellezza tu avresti scorto in me, e superiore di molto
alla venustà eh’ è attorno a te. Sicché se tu, avendola vista,
tenti di accomunarti con me e barattare bellezza con bellezza, non è
piccolo il vantaggio che tu pensi di prendere sopra di me, anzi in
cambio dell apparenza tu cerchi di acquistare la realtà del bello,
e pensi di barattare davvero « oro con ferro » (271). Ma, beat’uomo,
guarda meglio; che io non sia nulla e tu t’inganni. Appunto, la
vista della mente comincia a vedere acuto, quanto quella degli occhi
prende a scemare del vigor suo; ora tu sei ancora lontano da questo. —
E io, sentito ciò — Quanto a me — ripigliai —, le mie disposizioni
son quelle, nè se n’ è detto nulla diversamente di come penso : decidi
poi tu come tu credi meglio per te e per me. — Ma di ciò — riprese
tu dici bene ; sicché a suo tempo ci consiglieremo insieme e faremo
quello che ci parrà il meglio cosi in questa, come in ogni
107 Convito cpntite e „ _ Ora io. P''
“'lomTsaW'.'’*® loi”' “reaovo aver lanca» ni la-
fi'"' /'“Vr“iu. 5o réti C Latori' P‘“jJ era <1 ly™ le
mairi alvino (attorno a q ^ cosi l’m^era no • £b-
ffrtrbtare aire, ::tiot-r:it:'t'rpt venustà mia e
la P __ ^ giudici ( 273 ) che valesse qualcosa fJ / x\o di Socrate
— chè voi siete affidigli Dn. affé delle giacché sappiate,
che 1 , dormito con Dee, mi levai da ^ avessi dormito
Socrate, “ to maggiore. I con mio padre 0 coi
xxxv Ora i^oPO f
*'par;» ; rr lataft e la -e^po-a ' U co^» di
lai, io che m'ero “"rX;°,„ai, goanto come non credevo ?orcr }^conn^.
l^^^niera che a saviezza e fortezza d’animo? Dima 10
non sapevo, come ad » neanche vedevo I rinunziare alla sua compag ’
. ^ conoscevo ^ 11 modo di conciliarmelo. invulnerabile
bene, che al denaro egli mezzo da ogni parte che Aiace al
ferro (274), e 1 io8
'invito con cui solo credevo che si ni era sfuggito di
mano. SiLSf P^end zato, e fatto schiavo da quest’uo'° ’‘nbaf“‘ mai
nessuno da nessun altrui- <:ome casi m-aran ,„.i seguì»
cenimo tuttedduela compagna f' quivi fummo compagni di
mensa cominciare, non solo nel durar ‘le mi vinceva, ma in
ogni altra cosa ogni volta che - son casi che succedonot'’^““- ra -
intercettati in alcun posto, eravamo os^oT- a rimanere senza cibo, gli
altri, quanto Tre? stervi, non valevano un ette. E d’altra narto •
banehetti , non c’ era chi sapesse goderne Se ® lui, cosi 111 tutto il
resto, come anche nel bere- e non ci ha gusto —, s’ei v’era costretto,
vinceva tutti (276); e quello che è più maravighoso, Socrate briaco
non c’ è uomo al mondo che l’ab¬ bia visto mai. E del resto mi pare che
di ciò s avrà la prova subito. Q.uanto poi a resistere al freddo e
là gl’inverni sono terribili (277) — fece cose mirabili in tanti altri
casi, e una volta, essendo gelato come peggio non si può, e tutti o
non uscendo fuori, o, se pure, coperti tanto da fare stupire, e calzati e
coi piedi rinvoltati in feltri e pelli di pecora, ecco lui, con un
tempo di quella sorta, se n’esce con un mantello come quello che
soleva portare anche prima, e scalzo camminava per il ghiaccio meglio che
gli altt* calzati. I soldati lo sogguardavano come uno che li
sprezzasse. CoiifVÌ‘° 109 D
" 'tee e tollerò l’uom forte or che merita di sentirlo.
Ve- „ giorno all’esercrto^ m un r un pensiero
stett r! iJettendo,epof ;;teri E Csniesse. nta ^
/nomini se n’accor- g;; maravigliati ^l^'^^tuminando
qualcosa. ente dall’t^lba J r^g), - poicltè era se-
finirla' alcuni Joni (,27 J __ era » io--'
a’estate — 1 \nsieroe per spiare, se lui sa all'aria fresca,
e si, in ^ ghette •ebbe stato ritto ^ non si fu levato ritto,
sino a che non ^ ^ j^ra al sole (279)» il sole; di poi, fatta la
preg. baua- se n’andò via. E ’ - giusto che gh si
glie-giacche questo men^^ , renda -, quando accadd ^
„es- generali dettero la_ palma PP^^^ nou sun altro
uomo '"i salvò ^ volle abbandonarmi ferito. '50 Socrate,
c le armi c me. E j». S»»"“ ’ si desse la sin d’allora dichiarai a g
rimp^vero palma a te, e di ciò tu n avendo i gene- e
non dirai che io «tentisco- e co¬ vali riguardo al mio gta facesti
premura lendo dare la palma a endessi io e non anche
piò dei generali che i* F no tu.
Ancora, amici, valse templar Socrate, quando ] in fuga da Delio
(281); g sente a cavallo, lui da f sbaragliati già tutti, egl
Lachete, e io m’imbatto per li à esorto subito a star
di buon animo loro di non abbandonarli. Or hf’no crate mi dette più
bello spettacolo che in p dea — giacché quanto a me stavo meno in
pa?' per essere a cavallo — prima, in ciò ch’egb perava di molto
Lachete, quanto all’essere p«- B sente a sè; poi a me pareva, o
Aristofane,- sai, la tua frase — che anche li egli camminasse come
qui, « in sussiego e guardando di scan- cio » (282), sbirciando
tranquillo, e lasciando scorgere a tutti, persin da molto lontano, che,
se uno lo toccherà, e’ farà difesa ben gagliarda quest’ uomo. Perciò se ne
andava via sicuro e lui e l’altro; giacche quelli che in guerra mo¬
strano questa disposizione, non li toccano, sto per dire, neppure; invece
quelli che fuggono C alla dirotta, questi sì, gl’inseguono. Ora, di
molte altre cose e mirabili uno potrebbe lodare Socrate, però in altre parti si
po¬ trebbe forse dire lo stesso anche di altri, ma quel non essere
simile a nessuno nò tra gli antichi nò tra i presenti, questo a me par
degno di ogni maraviglia. Giacché Brasida (283) e altri uno se li
potrebbe figurare come fu Achille; e come D d’altronde e Pericle, così
Nestore e Antenore; t ve ne sono diversi ; e gli altri uno se li potrebbe
figurare del pari (285) ; ma uno fatto in
originalità, e lui e i suoi f ;tono. P“/““ ‘S ù.
r‘*'^"‘Jbe’ neppn^® a meno che non si as- ^ -^non a
nessun uomo, ma ;22 . vho tralasciato sinora-,
che Glacchèquesto to somigliantissitni a. E nche i
discorsi di 1 volesse Sileni che s’aprono. prima gli pat'
jS.«p ‘ ‘r'” tts^òl p»°'p ' >' rebbero da ridere, tal
propriamente di I So»i 1“„S i “t Satiro petulante, p
sempre e calzolai e ’ ^^lodo, sicché ogni per- stesse
cose nello smss ^^.^aerebbe sona inesperw e priva 3,
beffa dei suoi discon . rima le vede aperti (286) e p
j^^nno lì „ov«à i soli .<!?'“' in sè «pia poi dmn®n»
' „.i,o an« di simulacri di Virtù, conviene meditare
con mira a tutto per bene, a chi voglia essere una p
lodo Queste, o amici, son . quelle di Socrate; e in
<^he egli m’ha cui lo biasimo, v ho questo sol- B
offeso. E, in fede nnn.non ^^^^.^ne tanto a me, ma anche ^ ^
tantissimi e ad Eutidemo di Diocle (28?^ altri, ai quali lui
dando ad intendere di v 1 essere ramante, se n’è fatto l’amato in
camk-'^ d’amante. È appunto quello che dico anche*° te, Agatone;
non ti lasciare ingannare da lup ma ammaestrato da’ casi nostri, tienti
in guardia* e non imparare, secondo il proverbio, come un ragazzo
(288), a tue spese. Quando Alcibiade ebbe finito di parlare, si
fece, raccontava, un gran ridere della franchezza con cui egli si dava a
divedere tuttora inna¬ morato di Socrate. E Socrate — O Alcibiade —
disse—,tu non sei per niente briaco, mi pare; altrimenti non ti saresti
provato, rigirando il di¬ scorso con tanta finezza (289), ad occultare
la causa per cui hai detto tutte queste cose ; e l’hai messo poi
come di passaggio, in fine, quasi non D avessi detto ogni cosa per metter
male fra me e Agatone, giacché, a parer tuo, io devo amar te e nessun
altro, e Agatone deve esser amato da te, e da nessun altro al mondo. Ma
ti sei fatto capire; chè cotesto tuo dramma satirico e Silenico s’è
scoperto. Ma, caro Agatone, ch’egli non ne profitti punto; anzi, fa
proposito, che te e me non ci separi nessuno. E Agatone ri¬ spose:
Certo, o Socrate, tu risichi di dire il E vero: e lo argomento anche da
questo ch’egli s’è messo a giacere fra te e me, appunto per
separarci. Or bene, egli non ne profitterà niente affatto; anzi, ecco, mi
levo e mi metto a giacere __ — disse Alcibiade , q
proposto Jm’ba a dare lascia, to"'" Iffarnii
in wtto. Ma se ^ d' lomo che Agatone si lodato niirabd
u^'!: Socrate u capo nie, in uomo, lascia ria me?
(^9°^ ^ ’ onesto giovinetto che sia re e non invidiare ^ f^pto
desiderio di lodato da me; chè . y, -soggiunse Agatone -, no^ mai.
di mutar posto, risoluto, ora P" siamo alle sohte
esser lodato da g^^ate, b mtpos- rispose Alcibiade , P belle
per sibila a chiunque altro di g persuasivo sene. E »«'
«»« p^cUi «stm » ha trovato e con clie u giaccia vicino a
lui xxxi^ 1 Agatone, dunque dar a sdraiarsi
accanto S ^ue .ir improvviso s i, uscita di uno, si [
porte; e trovatele aper P ^ ^ g,^eerc, l fecero avanti m ver . ^i a
bere vino I c tutto andò sossopra e SI tu o ^ B
Platone, Voi. IX. quello che dicessero, Aristodemo
dichiarasse? non ricordarsene nel resto; poiché non v’aveS D
assistito da principio, e sonnecchiava ; ma la som? ma, diceva, era, che
Socrate li costringeva a convenire, che appartenga allo stesso uomo
il saper fare tragedia e commedia, e chi per virtù d’arte (291) sia
autor tragico, sia anche comico; del che costretti a consentire, senza
seguire gran fatto, prendessero sonno, e prima si fosse ad¬
dormentato Aristofane, poi, a giorno fatto, Aga¬ tone. Quanto a Socrate,
dopo averli messi a dormire, si levasse e se ne andasse via, e lui,
com’era solito, lo seguisse; e andato al Liceo, lavatosi, vi si
trattenesse come al¬ tre volte, il rimanente della giornata, e
trat¬ tenutosi cosi, andasse poi la sera a riposare a casa. Francesco
Saverio Dòdaro. Dodaro. Keywords: tracce di un discorso amoroso, mappatura,
signature, segnatura, cantata duale, cantata plurale, cantata duale, origine
del romano, edipo, caino, mancanza di Lanca, communicazione inter-mediale, communicazione
inter-mediale e luto, immagine e segno, senso, sensibilia, visibilia, Freud,
Jakobson, Levi-Strauss, Magritte, “silenzo silenzo silenzo silenzo” Catullo
poema rima ritmo batto cuore figlio madre padre orale genitale ma-ma etymology
of ‘altro’ – Hegel on conscience of ego and conscience of alter, Sartre on
‘nous’ and love affair – infinito – lingua a codice – codice come ripetizione –
ripetizione dei suoni del cuore – ontogenesi ripete filogenesi – commune,
vacuum del ventre della madre, etimologia di termine chiave, fonema, unita
etica, unita emica, Speranza, Schultz, unita emica come classe di unita etica –
criterio: un accordo o codice di relevanza – l’intenzione del mittente. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Dòdaro” – The Swimming-Pool Library.


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