Grice
e Dottarelli: l’implicatura conversazionale di Musonio – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Bolsena). Filosofo italiano. Grice: “I
like Donatelli; he is an Etruscan, from Balsena, and it’s only natural that he
is obsessed with the one and only Etruscan philosopher, Musonio!” Si è formato
alla Facoltà di Filosofia dell'Perugia, dove ha studiato con Cornelio Fabro e
si è laureato con una tesi sul dibattito epistemologico del Novecento (K.
PopperFeyerabend, I. Lakatos, T. Kuhn) sotto la guida di Massimo Baldini. Si è
poi specializzato in Filosofia all'Urbino, dove ha avuto come maestri Italo
Mancini e Pasquale Salvucci, con cui ha discusso una tesi sulle implicazioni
epistemologiche della filosofia di Immanuel Kant. Ha insegnato nei Licei ed è
stato docente a contratto di Filosofia della scienza, Filosofia morale,
Bioetica nelle Università della Tuscia, di Macerata e Firenze. Ha sempre
coniugato il lavoro didattico e di ricerca con l'impegno civile. Per 13 anni
consecutivi è stato Sindaco della città di Bolsena (VT). Eletto la prima volta
nel 1986, con una lista civica di sinistra, è stato successivamente confermato
nel 1990 e nel 1995. Dal 2005 al ha
ricoperto il ruolo di Direttore generale della Provincia di Viterbo e in tale
veste, oltre al coordinamento e alla sovrintendenza della gestione complessiva
dell’Ente, ha avuto la responsabilità diretta della formazione e organizzazione
delle risorse umane, del percorso di certificazione EMAS, del processo Agenda
21 locale e del progetto Arco Latino, strumento per la definizione di una
strategia integrata di sviluppo dell’area del Mediterraneo. Con Pasquale
Picone, filosofo e psicoanalista junghiano, nel 2004 è stato cofondatore della
Società Filosofica Italianasezione di Viterbo, di cui è attualmente
vicepresidente. Nel ha costituito il
Club per l’UNESCO Viterbo Tuscia, di cui è presidente. I suoi interessi
teorici si sono rivolti all'epistemologia, all'etica, alla filosofia politica e
alla pratica filosofica. In Popper e il gioco della scienza ha svolto
un'analisi critica dell'epistemologia falsificazionista, mostrando come
l'ultimo Popper, pur rendendosi conto della coerenza dello sviluppo
evoluzionistico della propria epistemologia, arretrasse e resistesse dal trarne
le estreme conseguenze, restando fedele al paradigma del razionalismo critico,
difendendolo sino in fondo, ma con ragioni sempre più deboli. Nei suoi lavori
su Immanuel Kant (Kant e la metafisica come scienza, Abitare un mondo comune.
Follia e metafisica nel pensiero di Kant) ha evidenziato sia il proposito
kantiano di fondare come una scienza rigorosa la metaphysica generalis, prima
parte della metafisica come era intesa nella tradizione razionalistica tedesca,
sia il carattere che viene ad assumere la metaphysica specialis, dopo la
critica: un pensare congetturale e analogico che è anche prassi, vita. In
questa prospettiva la filosofia kantiana viene valorizzata per la sua peculiare
dimensione "cosmica", come «scienza della relazione di ogni
conoscenza e di ogni uso della ragione umana con lo scopo essenziale di essa»,
e viene ricollegata alla filosofia come era praticata soprattutto
nell'antichità: arte di vivere, esercizio spirituale. Il filosofo pratico, il
maestro di saggezza tramite l’insegnamento e l’esempio, è così «l’autentico
filosofo», che, nel quadro della complessiva ed originale riorganizzazione
kantiana dell’orizzonte utopico di derivazione platonica e rousseauiana,
diventa esso stesso un ideale regolativo, al quale colui che più si è
avvicinato è stato Socrate, per via della sua esemplare coerenza di vita. In
Freud. Un filosofo dietro al divano, il lavoro del fondatore della psicoanalisi
viene letto come un episodio della lunga tradizione che ha interpretato la
filosofia come "medicina per l'anima". Il rapporto di Freud con la
filosofia si nutre di una profonda ambivalenza: da un lato un'irresistibile
attrazione; dall'altro quasi la necessità di rassicurare se stesso e gli altri
su una propria «incapacità costituzionale» (Autobiografia, 1924) alla pura
speculazione e sulla sua ferma volontà di sottrarsiproprio lui, formidabile
affabulatoreal fascino delle narrazioni filosofiche. La riflessione di Freud
non trascura nessuna delle dimensioni fondamentali della ricerca filosofica.
Neanche quella teoretica, volta a costruire visioni complessive dell’uomo e del
mondo; quella che gli appare la più rischiosa, perché la più astratta, la più
esposta alla frequentazione della metafisica e della religione, sempre in
procinto di cadere nella trappola della verità assoluta. Più a suo agio Freud
si sente invece nel lavorare lungo un'altra linea d’impegno tradizionale della
filosofia: la riflessione critica sui saperi e sulle pratiche umane. Nell'opera
di smascheramento dei meccanismi con cui le ideologie e le prassi individuali e
sociali ammantano la loro miseria “umana, troppo umana”, le potenzialità della
psicoanalisi si esprimono al meglio. Masecondo l'interpretazione di Luciano
Dottarellila fatica intellettuale di Freud trova la propria collocazione più
appropriata nella dimensione della ricerca filosofica che interpreta se stessa
come un’attività in cui l’uomo si dedica alla cura e alla fioritura di sé, alla
coltivazione della propria umanità. Questa dimensione della filosofia come arte
di vivere è stata approfondita da Luciano Dottarelli attraverso la
ricostruzione della vita e del pensiero del filosofo stoico Musonio Rufo nella
monografia su Musonio l'Etrusco. La filosofia come scienza di vita.
Testimonianza della vitalità della tradizione culturale etrusca in epoca
romana, la filosofia di Musonio è espressione significativa di quel crogiolo di
idee ed esperienze di ricerca della felicità che è l'ellenismo della tarda
antichità, in cui si rispecchierà poi la civiltà medievale e soprattutto quella
umanistico-rinascimentale. Musonio ha dato il tono di fondo all'impegno
prevalente nella tradizione filosofica della Tuscia: ricerca di una scienza di
vita, studio di perfezione, imitazione di Dio, àskesis, esercizio per
sviluppare la conoscenza e la coltivazione di sé, finalizzata alla fioritura
dell’autentica esistenza umana. L’adesione del filosofo di Volsinii allo
stoicismo è decisamente sotto il segno di Socrate: la filosofia può proporsi
come arte regia in quanto, in primo luogo, è arte di governare se stessi.
L’ideale dell’autosufficienza del saggio si traduce nella predilezione per
l’agricoltura, come attività più appropriata per il filosofo. «La terra in
effettiaffermava Musonioricambia con i frutti più belli e più giusti coloro che
si prendono cura di essa, dando molte volte tanto quel che riceve ed offrendo
grande abbondanza di tutto quanto è necessario per vivere a chi ha la volontà
di faticare: e tutto questo con decenza, nulla di ciò con vergogna». Ad un
analogo sentimento di appartenenza al cosmo e ad un profondo rispetto per gli
altri esseri umani e per tutti i viventi, sono ispirate anche le sue
riflessioni sui rapporti sociali, sulla schiavitù, sulle donne, sulla nonviolenza,
sull'alimentazione, sul vestire e sull'abitare. Riflessioni che Musoniosecondo
la concorde testimonianza dei contemporaneiseppe tradurre con coerenza
esemplare in una efficace pratica di elevazione spirituale, diretta a
coinvolgere, insieme, il corpo e l’anima. Sobrietà, rispetto, universalità e
condivisione sono le parole di riferimento di una visione etica che anticipa in
modo sorprendente istanze fondamentali della moderna sensibilità ecologista. La
visione della filosofia come arte di maneggiare gli assoluti è approfondita nel
libro Maneggiare assoluti. Immanuel Kant, Primo Levi e altri maestri. «La
filosofiasostiene Luciano Dottarelli anche quella più incline a farsi
coinvolgere nell'impresa di estinguere la sete dell’assoluto, contiene in sé,
nella propria vocazione alla ricerca di una comune verità mediante il dialogo,
un antidoto indispensabile al rischio distruttivo che può annidarsi in ogni
tentativo umano, tanto umano di cogliere la totalità, l’infinito, Dio. Anche le
grandi tradizioni religiose, quelle che da secoli sono impegnate a tracciare
sentieri, trovare parole, celebrare liturgie per saziare la fame di assoluto
che agita il cuore e la mente degli uomini non possono fare a meno di intessere
un intenso dialogo con questa tradizione di ricerca, soprattutto nei momenti
cruciali, quando diventa urgente addomesticare i dèmoni che una frequentazione
inadeguata del sacro può evocare. Dèmoni che portano il nome di fanatismo,
intolleranza, totalitarismo e di cui la storia degli uomini alla ricerca della
verità assoluta, della totalità autentica ed incondizionata, dell’esperienza
integrale è purtroppo costellata. La consapevolezza che anche la filosofia non
possa dichiararsi storicamente innocente, non cancella ma spinge a ritrovare
sempre di nuovo la vocazione più profonda di quest’originale forma di esercizio
spirituale: una ricerca appassionata del bene e della verità, capace di
resistere alla suggestione del possesso compiuto e di mantenersi in quella
apertura alla possibilità dell’errore che è presidio di autentica libertà per
sé e per gli altri». Altre opere: “Il gioco della scienza” (Massari);
“Metafisica non scienza” (Massari); “Abitare un mondo comune: follia e
metafisica nel pensiero di Kant (Introduzione al Saggio sulle malattie
dell’anima di I.Kant” (Massari); “Utopia e ragione come luoghi del incontro
dell’ego ed il tu”, in Le ragioni della
speranza” (La Piccola Editrice); “L’assoluto e il relative” (Il Prato); “Musonio”
(Annulli Editori); Freud. Un filosofo dietro al divano, Annulli Editori, Riverberi Di Tuscia e d’altro, Annulli
Editori); “La farfalla dell’anima e la libertà, Armando Editore. ETRUSCO
MUSE® CHIUSINO DAI SUOI POSSESSORI PUBBLICATO CON
AGGIUNTA DI ALCUNI RAGIONAMENTI DEL DOMENICO VALERIANI E CON
BREVI ESPOSIZIONI DEL CAV. ai© smagata POLIGRAFIA
FIESOLANA A SUA ECCELLENZA IL SIG. MARCHESE ANGELO CHIGI
LUOGOTENENTE GENERALE E GOVERNATORE DELLA CITTA’ E STATO DI
SIENA CAVALIERE DELLA LEGION D’ ONORE DI FRANCIA CONSIGLIERE INTIMO
ATTUALE DI STATO, FINANZE E GUERRA CIAMBELLANO DI S. A. IMP. E
REALE IL GRANDUCA DI TOSCANA PRESIDENTE DELL’ ACCADEMIA DEI
FISIOCRITICI E DELLA DEPUTAZIONE DEL PIO DEPOSITO DI MENDICITÀ’ CHE
LO SPLENDORE DELLA FAMIGLIA NOBILISSIMA DA CUI DISCENDE CON
TANTE EGREGIE DOTI SOSTIENE ED ACCRESCE E DELLE ARTI LIBERALI
CULTORE E FAUTORE CALDISSIMO SI MOSTRA QUESTA RACCOLTA DI ETRUSCHI
MONUMENTI CHIUSINI CANDIDAMENTE E CON GIOIA 0. D. C. GLI
EDITORI P. B. C. C. F. S. C. A. M. P. F.
D. ri si trova itna mirabile abbondanza di marmi finissimi
con¬ sistenti in colonne antiche di granito nero e dell’ Elba e
d’Egitto, di granito rosso del più compatto, di cipollino orientale, e
d’altri marmi duri e fin anche di breccia d’ E- gitto, di che va ricca ed
ornata la cattedrale, ove son po¬ ste in uso con antichissimi capitelli
di gusto squisito. Anche sparsamente per la città s’incontrano in copia
marmi duri o eretti in usi decorativi o depositati a parte e non
ancora posti in opera. Non mancano monumenti di romana scultu¬ ra
di raro pregio in basso e tondo rilievo, tra i quali splen¬ de un sarcofago
colla caccia di Meleagro, ed una assai bella testa di Augusto nel palazzo
episcopale, e nelle case P aolozzi. Le antiche iscrizioni lapidarie son
pur frequenti per la città sparsamente. E poi sorprendente il numero
dei sotterranei che s’incontrano sotto le fabbriche del paese, e
sono per ordinario eseguiti di ben connesse pietre quadra¬ te assai
grandi. Rieca è pure la città di avanzi di fabbri¬ che antiche romane,
parte delle quali si giudicano bagni. Ed in vero non sembra che di tali
pubblici comodi mancar do¬ vesse un paese, ove si trovano s or genti ab b
ondantis s im e di acqua potabile, e delle quali non ha guari e stata
fatta bel¬ la scoperta dal nobile sig. Flavio Paolozzi, in alcuni
spa¬ ziosissimi sotterranei, da luì aperti, ove non ancora si è osato
avanzarsi attesa la co nfu sione dei loro sentieri nu¬ merosi e feraci di
sorgenti, che per via di canali antichi di piombo somministravano per
quanto apparisce, acque ab¬ bondanti e perenni all' antica città.
Ma ciò che maggiormente sprona la curiosità degli eru¬ diti è il
visitare nel territorio di Chiusi gli etruschi se¬ polcreti, dove fu
trovato quanto di più mirabile conserviamo nei nostri musei, mentre non
senza una qualche almen lon¬ tana emulazione col famigerato sepolcro di
Porsenna eretto un tempo in questa nostra patria, presero i suoi
citladini etruschi l'esempio di rendere le lor tombe in vario modo
as- J-Ja dovìzia dì antichi monumenti d’arte nell' etrusco
cit¬ tà di Chiusi nostra patria, non ha guari trovati, e nei nostri
musei custoditi, ci ha fatto sospettare che saremmo giusta¬ mente
ripresi, qualora tal dovizia si tenessè fra noi mede¬ simi inosservata ed
inutile all’ incremento della scienza ar¬ cheologica. A ciò credemmo
sufficiente riparo di offrir li¬ bero accesso a chi volesse que’
monumenti osservar con a- gio nelle nostre private collezioni. Ma
riflettendo poi che la più gran parte degli eruditi, cui non è dato il
potersi reca¬ re personalmente a Chiusi, restavan privi del bene di
co¬ noscere questo ramo speciale di etruschi monumenti: cosi a
sodisfare anche questa numerosissima classe di eruditi, non crediamo che
trovar si potesse miglior divisamento di quello da noi già compito, di
far disegnare con fedeltà mas¬ sima i monumenti più ini ere s santi, che
possediamo, e quin¬ di a nostre spese farli incidere in rame in dugento
sedici tavole distribuiti , raccomandandone l'edizione al cavalier
Francesco Inghirami. A tale nostro invito egli non solo ha cortesemente
aderito c oli’ ine arie ar s ene per nostro conto, ma si è compiaciuto
inoltre di venir più volte da Firenze a Chiusi per confrontare i disegni
coi monumenti originali ,• e ci ha fatto inoltre il dono da noi gradito
delle brevi in- terpetrazioni che abbiamo apposte a ciascun monumento ,•
al che abbiamo aggiunto anche alcuni ragionamenti, donatici
dall’egregio sig. prof. Valeriani nostro concittadino. Chi ha per
le mani l’ opera che ora pubblichiamo, non creda già di conoscere, p e'
suoi rami, tutti i monumenti an¬ tichi di Chiusi, mentre n’ è assai più
dovizioso il paese. Qui ì ti dì quei di Tarqui ni a, fo rse perchè
ne fu inventore un di-' verso architetto• Nell’annoverar che
facciamo de monumenti antichi più insi¬ gni di nostra patria, non è da
pretermettersi che in vicinan¬ za della città rèsta sotto una collina di
tufo breccioso verso l Oriente un cimitero antico di cristiani, eh’è
noto sotto la denominazione di Catacombe di s. Mus tio la Vergine e
Martire, inclita patrona della città e della diocesi- Questi sotterranei
non solo servivano alla sepoltura de’ cristiani, e in specialità dei martiri,
ma nel giorno di festa e nel natalizio dei Santi vi si raccoglievano per
celebrarvi i divini misteri, ivi oravano, ivi stavano refugiati nel
mag¬ gior impeto della persecuzione, a scansar la rabbia dei tiranni,
come descrive un nostro concittadino che di tali sot¬ terranei h a
ragiona to eruditissimamente, L'abbondanza delle cristiane iscrizioni che
spettano a questorispettabile sot¬ terraneo, notante dal prelodato relatore,
lo rendono anche più degno dell'attenzione d'ogni erudito. Il libretto
che a memoria di ciò egli ha scritto con somma eleganza e dot¬
trina, dove si trova incisa inclusive la piant a dell 1 2 ampio
sotterraneo, oltre le iscrizioni ivi adunate e illustrate ',e l’altro
libretto di non inferior merito, scritto da vari eru¬ diti, circa il già
nominato monumento sepolcrale del Pog- gio al-moro 1 , forma insieme
colla presente opera l’ informa¬ zione di quanto crediamo ess er su
ffidente ad erudire i cul¬ tori dell' archeologia circa le antichità
osservabili di Chiu¬ si nostra patria. 1 Pastumi, Relazione
di un antico cimitero di cristiani, in vicinanza della città di Chiusi con le
iscri¬ zioni ivi trovate. Montepulciano 1 833 - 2 Sepolcro
Etrusco Chiusino illustrato nelle sue epigrafi dal Prof. Gio. Batt.
Vermigliolì, con l’aggiunta di una memoria del sig. Giuseppe del
Rosso sulla parte architettonica dello stesso monumento ed una lettera
del sig. Dolt. Francesco Orioli. Sta anche negli opuscoli del Vermigliolì ec.,
Perugia sai magnifiche e ricche d' oggetti d'arte. Si è reso celebre fra
gli altri l ipogeo situato in un possesso della g ra ridu¬ cale fattoria
di Dolciano, il quale conserva in se stesso un antico modello rarissimo
di fabbrica etrusco, perchè a dif¬ ferenza degli altri scavati nel tufo,
questo vedesi edificato di travertini tagliati regolarmente, e situati
senza cemen¬ to m volta arcuata di tutto sesto, e da varie urne
cinerarie occupato, le quali hanno in fronte sculture vaghissime ed
epigrafi etru s che, dalle quali resulta essere stato questo se¬ polcro a
più famiglie comune. Altri non meno importanti ipogei scavati nel
tufo si os¬ servano in varie pendici del monticello, sul quale era ed
è tuttora la nostra città. In alcuni di essi, con animo di so¬
disfare Valtrui erudita e commendevole curiosità, i proprie¬ tari
lasciarono in parte i monumenti meri facilmente amovi¬ bili, acciò sia
noto come e con quali riti vi fossero deposi¬ tati fin da quando ve li
posero gli Etruschi. Fra questi ipogei, mediante le nostre indagini
fin ora sco¬ perti, due soli noi trovammo scavati regolarmente nel
vivo tufo m guisa di camere e dipinti : l’uno aperto nel maggio del
1827 in un podere chiamato P o gg io-al-moro , l altro in alt ro podere detto
il C olle , le cui pit¬ ture son riportate in quest’ opera. Pare che lo
stesso pittore li dipingesse ambedue, ma l’ ultimo aperto si conserva
assai meglio, forse perchè l’adiacente suolo è men’ umido . I sog¬
getti quivi dipinti son pure i me des imi in amb edue gl’ ip 0 gei ; nòdi
{feriscono granfatto, si nello stile, si. nel metodo del dipinto, e sì
nel s og g ett o iv i Ir att ato dalle pitture dellegrottecornetane, che
si altamente sono state encomiate . E probabile che in questi due
sotterranei dipinti vi fossero depositati oggetti di prezzo
ragguardevole, e perciò dagli stessi antichi deru¬ bati, perchè non vi è
stato trovato quasi nulla, specialmente in quél sepolcro che l’ultimo è
stato scoperto. È poi sin¬ golare, come i soffitti intagliati nel tufo
sieno più elegan- lei il loro cognome anche gli altri re etruschi,
cosi esprimendosi quel dotto ed ingegnoso poeta . Nomina
videbis, modo namque Petulcius idem, Et modo sacrifico Clusius ore
vocor. Questa già potentissima città, che fu detta Camars nella
lingua dei nostri padri, ( il qual vocabolo però significa lo stesso che
il più moderno Clusium, imperocché le dué voci ca, e mar, o mars, che lo
compongono, vengono interpe- trate, chiuso dalle paludi ); Che la
nominarono pure Chiamarle, e Camarsoli , Tito Livio, Eutropio , ed
Antonio Sabellico, diede luogo a molte dispute fra gli eruditi per
determinare se annoverar si dovesse fra le dodici antiche città etruschs,
capi di origine-, ma le ragioni addotte in contrario non montano a nul¬
la di fronte all’ unanime consentimento di tutti i più accreditati scrittori
antichi, e moderni, che lo affermano. Ed lo sorto persuaso che non
manchino autorità bastanti a provare, che non solo ella fu una delle dodici
città capi d’ origine, delle quali era composta la famosa, ed
antichissima confederazione etnisca re¬ sidente a Fiesole, che risale per
autorità di molti gravissimi scrittori, a 2o5o. an¬ ni circa prima dell
era volgare, ma che avesse puranco l’ onore di tener lunga stagione lo
scettro sii tutta l’Etruria, come lo afferma il dottissimo Dempstero, che
sostiene avervelo ella tenuto per 5qo anni di seguito- Di fatti
anche Virgilio, parlando di Chiusi -, nomina un suo re chiamato Osi- nio,
la cui età è molto antica, essendo quello stesso che trovassi impegnalo
nel¬ le guerre eli ebbe a sostenere il Frigio Enea in Italia, contro
Turno, ed i Ru¬ llili , prima di stabilire i suoi penati in questa bella,
e da tutte le straniere na¬ zioni ambita penisola. Ma anche molto avanti
che quel Troiano quà navigasse, aveva avuti Chiusi i suoi regnanti,
poiché si annovera Osinio trentesimo sesto * dei regi Etruschi. Ciò che
basta a togliere l’onore della fondazione di tal città, a Tirreno, a
Telemaco, e a Clusio . Che poi continuasse Chiusi a fiorire in
potenza, ed in ricchezze, ed anzi Salisse ognora a maggior altezza nell'
una e nelle altre, dai tempi troiani fino a quelli in cui fu scacciato
dal trono Tarquinio Superbo, ne fanno chiara fede gli storici, ed. i
poèti. Imperocché Tito Livio nel secondo libro della prima deca, narra
che i Tarquinii espulsi da Roma, eransi rifugiati presso Larte Porsena re
di Chiusi. Ed aggiunge lo stesso storico, al luogo citato, che giudicando quel
va¬ loroso monarca nobilissima impresa per lui l’ includere quella
metropoli nei suoi domimi, mosse a quella volta con poderoso esercito
grandemente inanimito con¬ tro i Romani, ed avendo posto il campo sul
Gianicolo, cinse la città et asse¬ dio, e tanta costernazione vi sparse,
che mai prima d’ allora sì gran terrore aveva invaso il senato, ed il
popolo romano . Cotanto formidabili erano in quel tempo le genti
chiusine, e sì grande e temuto suonava per le terre italiche il nome di
Porsena . DELL’ ANTICA CITTA DI CHIUSI li impresa malagevole assai
quella di rintracciare le origini delle antichissime città italiche, i
cui fondatori si perdono, per lo più, nel buio delle età favolose . E
quanto furono esse più cospicue, e più potenti, per valor d'armi, e per senno
dei loro abitanti, per sapienza, e per arti belle, tanto cresce la
difficoltà di poterne rinvenire con sicurezza , e fissare i cominciamenti
• Avvegnaché i poeti singolar¬ mente, seguiti poi dagli storici ancora,
assumendosi l' incarico di celebrarne i pregi, e cantarne le lodi, pare
che siansi fatto uno studio esclusivo di nasconderci il vero. Questa
sorte pertanto è comune con molte altre anche alla nostra famo¬ sa
Chiusi. Tuttavia, benché io non dissimuli a me stesso, che ben
aspro e certamente il cammino, in che sono entrato , e tale forse ancora
da non trarmene fuori senza pericolo di smarrirmi tra vìa -, pure non so
astenermi, spintovi da quel caldo amor patrio, che mai non tace negli
animi bennati, dallo scrivere alcuna cosa intorno alla città di Chiusi .
E tanto più volentieri lo faccio, m quanto che pubblicandosi un'Opera ove
non sono raccolti che antichi monumenti chiusini , non giudico
disdicevole che vi si legga, cosa fosse nei vetusti tempi quella si
splendida, e si rinomata città. Lasciando pertanto da parte , come,
e quando cominciasse ella ad esistere, se Tirreno, o Telemaco ne ponesse
le fondamenta, come pretesero alcuni scrittori, o sivvero Classo re degli
Etruschi, che si vuole da altri che fosse figlio di un secondo Tirreno, e
se ne riguarda come il fondatore esso pure, ( ed io lo direi meglio
arnpliatore, e ristauralore della medesima, benché s’ ignori in qual
secolo ciò avvenisse ) , egli è fuor d' ogni dubbio che questa città risale
ad una remotissima origine . Lochè peraltro discoprire volendo, e
stabilir con cer¬ tezza, sarebbe lo stesso che mettersi a navigare in un
mar senza sponde. Per lo che, scenderò ad epoche meno lontane, e
più certe, quando già la città di Chiusi teneva ampio dominio sull'
antica Etruria. Mentre pare da un distico che si legge nel primo libro
dei Fasti d Ovidio, che prendessero da Elr. Mas. Chius. zo coll'
uccisione del Console Lucio Cevìlio , e di 3 ooo soldati, furono dalla
valida l'esistenza dei Chiusini obbligati ad abbandonarne l'impresa, e
spingersi a sciogliere il freno ai loro furori contro Roma. Lo che
narrasi da Lucio Floro nel primo libro della storia romana , e possono
consultarsi ancora su questo pro¬ posito, Diodoro Siculo, e Polibio. Ne
fa pure un cenno Plutarco nella vita di Numa Pompilio, e ne parla più a
lungo in quella di Camillo . Anche la risposta , che lo storico di
Cheronea fa pronunziare con barbara confidenza da Brenna condottiero dei
Galli, agli ambasciatori romani, che s'erano a lui recati per chiedergli
ragione a nome del Senato, del suo procedere verso i Chiusini,
infestandone i possessi, disertando i campi, e minacciando la città, ne
fa viepiù chiara testimonianza intorno alla celebrità, ed opulenza della
me¬ desima, essendosi cosi espresso quél fiero conquistatore. Ci fanno
manifesta in¬ giuria i Chiusini, come coloro che ambiscono di possedere
una estensione di compagne, molto maggiore di quella che possono
coltivare, e superbamente ri¬ cusano di concederne una porzione a noi
forestieri , che siamo in gran nume¬ ro , e poveri. Circa la
fertilità poi dell’ agro chiusino, leggasi Plinio libro 18°. capo 7 °,
ove ne loda il frumento, cosi per la qualità sua, come per la quantità che
ne produceva. E Marziale erasi prima di lui nell ottavo epigramma del i 3
.° libro espresso in tal guisa « Imbue plebejas clusinis pultibus ollas
jj. Moltissime altre autorità di antichi scrittori avrei potuto
raccogliere , onde mettere in più chiara luce, ed evidenza, la grandezza,
e V opulenza della città di Chiusi iti remotissimi tempi, la potenza dei
suoi re, il valoroso coraggio, e l'operosa industria dei Suoi abitanti, t
libertà del suo territorio, e lo splen¬ dore che la rese tanto famosa per
lunga serie di secoli ,• ma stimo che bastino le già riferite, ed i pochi
cenni che ne ho dati, per farne concepire, a, chi vorrà leggere questo
ragionamento, una giusta, e non umile idèa. Nè poteva d’altronde
dilungarmici gran fatto, attesa V indole di quest' Opera, e la bre¬ vità
della periferia , cui ho dovuto perciò ristringermi nel comporlo.
Mi contenterò dunque di aggiungere, che venendo puranco ad epoche a
noi più vicine, dopo lo smembramento dell impero romano per opera dei
Longobardi, ebbe Chiusi, benché decaduta immensamente dall’ antico suo
lustro, il titolo di Ducalo; leggendosi presso Anastasio bibliotecario in
s. Zaccaria, che Liutprando mandò ad ossequiarlo il suo nipote Agiprando,
0 come leggesi in altro codice Adelprando, duca di Chiusi. Il qual fatto
viene riferito egualmente dall’ autore dell’ Etruria Regale. Ed
anche giunta la citta di Chiusi all estrema sua umiliazione, rimase ogno¬
ra città vescovile, come lo è tuttavia, e fregiata di assai privilegi . E si
legge in un manoscritto che tratta di cose etnische, e conservasi nella
libreria Rondoni JlcJlklh che circa l'anno 676 di nostra salute n' era
vescovo un tal Teodosio. Ricavasi pc-i dal decreto di Gregorio, cap. 9.°
delle costituzioni, che l' anno 3 II qual fatto confermano,
oltre Polibio, Dionisio d’ Allea mas so , ed altri Storici, anche sant’
Agostino nella sua Città di Dio , Sidonio Apollinare, Chili- diano,
Orazio Fiacco, Marziale, Tzétze , e molti altri. Nè parrà strana
una si gran potenza dei chiusini, ed una tanta opulenza , a chiunque
facciasi a riflettere ai magnifici e sontuosi edifizi, dei quali Chiusi
adornavasi. E basterà riferire a questo proposito la descrizione del
labennto fattovi costruire dallo stesso Porsena, perchè gli servisse di
sepolcro, e che si legge in Plinio al capo decimo terzo del libro
trentesimo sesto , ove riporta, co/n’ ei dice, le parole stesse di Marco
V àrrone . Fu sepolto , scrive egli, questo monarca, sotto la città
di Chiosi ove erasi fatta inalzare una tomba di larghe pietre quadrate, e
compresa da quattro lati, o muri, ciascuno dei quali estendevasi per
trecento piedi in lunghezza , aven¬ done cinquanta di altezza. Nell’ area
interna di nove mila piedi, raggravasi un inestricabile laberinlo, nel
quale chi si fosse introdotto senza un gomitolo di filo, non avrebbe
potuto ritrovare la strada onde uscirne. Ergevansi poi sopra il vasto
quadrato cinque piramidi, quattro negli angoli , ed una nel mezzo, larghe
alla base, ciascuna setlantacinque piedi, ed alte centocinquanta. Slava
nella cima dì ognuna di esse un grosso globo di bronzo, sovrappostovi un
petaso, dal quale scendevano varie catene, cui vedevansi sospesi dei
campanelli mobili, e sonanti quand’ erano agitati dal vento, come
raccontasi pure del tempio di Do- dona. Sulla cima delle grandi piramidi
ne sorgevano altre quattro alte cento piedi', sopra le quali era
praticato un piano, ed in esso pure si alzavano altre cinque maggiori
piramidi, che secondo gli annali degli Etruschi veduti da f ar¬ ro nc,
erano tanto alte, quanto il rimanente dell’ edifizio . Ora domando
io : a qual potenza, ed a quanta ricchezza doveva esser sa¬ lita la città
di Chiusi, onde concepir potesse un suore , e condurre ad effetto la
superba idea di fare erigere una fabbrica di questa sorte, per
servirsene* di sepoltura , quando ancora si voglia credere esagerato un
tal racconto ! E veramente, o esagerazione, o stranezza vi è certo, nella
surriferita descrizione, giacché è più agevole il disegnare quelle
piramidi sulla carta, come saviamen¬ te riflette anche il Pignotti, che
il trovar la maniera di farle stare in piedi. Tuttavia però ,
benché debbasi ridurre la cosa a più ristretti, e più giu¬ sti limiti',
conviene non pertanto ammettere, che la tomba di Porsena fosse una
fabbrica sorprendentissima, e tale da superare di gran lunga quanto di
più grandioso fece ammirare V umana vanità nei trascorsi tempi, o si
ammira pu¬ re nei nostri, presso le altre nazioni, se non per altro per
la singolarità della sua costruzione, e per la gigantesca sua mole-,
poiché tal cose possono ingran¬ dirsi bensì dai narratori di esse, ma inventarsi
non mai. Nè meno splendida è da credere che fosse la nostra città,
nè inferiore la sua potenza 284 anni più tardi, quando scesero in Italia
i Galli Senonio Avvegna ché avendola quei barbari cinta d’ assedio, dopo aver
battuti i Romani ad Arez- 5 iig8, il pontefice Innocenzo III
scrisse al vescovo di Chiusi, benché se ne taccia il nome nel luogo donde
ho tratta questa notizia. E finalmente narrano, il Surio tomo l\ ,
e 1 ‘ Usuando nel Martirologio, che il dì 3 di luglio, imperando
Aureliano, vi conseguirono la palma del martirio i santi Mustiola cugina
dell' imperator Claudio ed Ireneo diacono, i cui corpi so¬ no esposti
alla venerazione dei fedeli nella stessa città. Non solamente gli antichi
monarchi , ed i grandi Chiusini avevano le loro tombe gen¬ tilizie
; ma le private famiglie eziandio , e queste più c meno grandiose, a
seconda del¬ la propria condizione e ricchezza, come ne fan fede
tutti quegl ’ ipogei, che sortosi in buon numero dissepolti finora . E
non di¬ spiacerà , cred ’ io , agli amatori delle cose etrusche ,
il sapere in qual modo discopronsi cotali sepolcreti . Nei
trascorsi tempi era stato il solo caso l'au¬ tore di simili ritrovamenti
, poiché ì conta¬ dini arando la terra si abbattevano di tempo in
tempo in alcuno di essi, senza cercarne. Ma da varii anni a questa parte
, la cosa ha cangiato d 3 aspetto e si è determinata la maniera di
rinvenirli a colpo sicuro , ed eccone il metodo . Avendo
osservato alcuni signori Chiusini, come , e dove erano situati gl ipogei
discoperti dal caso, pensarono di fare dei tentativi, sag¬ giando
il terreno , per discoprirne degli al¬ tri espressamente cercandoli , ove
se ne ri¬ scontrasse del sovraimpostoj ed i primi saggi \ per
essi sperimentati, sortirono un felicissimo effetto . Questi
diedero loro animo a procedere ai secon¬ di , e quelli ai terzi , e così
ad altri di ma¬ no in mano . Di modo che nel corso di pochi anni se
ne scoprirono in tal quantità , che alcuni dei sullodati signori , come
fra gli altri, Casuccini, e Sozzi, arricchirono , o formarono di
pianta, ragguardevoli collez- zioni , di urne funebri , vasi , specchi
mistici, idoli , sitale , scarabei, ed altre interessan¬ tissime
anticaglie. Le quali collezioni si vanno pure di giorno in giorno
aumentan¬ do , mediante i nuovi scavi che si continua¬ no
sempre a fare con caldissimo amore di patria , e senza risparmio di
spese. La qual cosa, se e lodevole in un governo, lo è mol¬ to più
nella condizione privata . Che al nascimento del cristianesimo, ed
al tem¬ po della propagazione di esso , fosse Chiu¬ si tuttavia una
rispettabile città , e fra le prime ad abbracciare la fede evangelica,
si deduca ancora da quanto sono per dire . Nelle catacombe
che si trovano situate alla distanza di circa un mezzo miglio dalla
cit¬ tà medesima , e delle quali fanno menzione, V Ughelli , il
Boldetti , ed altri, essendosi di recente intraprese delle escavazioni ,
che si vanno proseguendo con ardore, sono stale riaperte molte
strade, ove si è rinvenuto un numero considerevolissimo di sepolcri
murati a più ordini , che saranno ben presto for¬ malmente aperti.
Nei quali, se per mancan¬ za di autentiche non si potrà asserire
con sicurezza che vi siano siati sepolti corpi di Santi Martiri ,
non può dubitarsi però che abbiano servito di tomba ad individui
della primitiva cristianità . In alcuni di essi trovati
discoperti si è osser¬ vato essere state deposle in ciascuno le ossa
d{ due o tre individui : lo che mostra ad evidenza che fosse grande in
quei tempi il nu¬ mero dei cristiani in Chiusi , venendo ciò
infermato dall ’ essersi colà diretti dalla stessa Roma, diversi seguaci
della nuova re¬ ligione , fra i quali la surriferita Vergine
Mustiola, e dall 3 avervi spedito l* imperatol e Aureliano un suo
Prefetto per nome Par¬ do A promano, affine di perseguitarvi i Cri¬
stiani -, e non pochi di essi vi subirono il martino , come t due santi
nominati qui sopra le anime goduto dopo ch’elleno son separate dal
corpo. Furon varie presso gli antichi le maniere di figurare un simile
godimento, e noi vediamo frequentemente nelle pitture dei vasi fittili, e
ne’bassirilievi alcune imbandite mense, i cui commensali starinosi
lautamente bevendo a! suono di piacevoli strumenti, poiché prevaleva
presso di loro la massima che il premio concesso alle anime beatificate era
il godimento di una eterna ubriachezza. Al pari dissoluta sembra l’altra
massima degli Etruschi i quali fanno consistere tal beatitudine nel
libero consorzio di ogni senso, per cui si vedono replicatissime pitture
nei vasi etruschi d’un satiro ed una menade, ai qual soggetto si dà nome
di baccanale. Men dissoluta è 1’ im¬ magine del Chiusino scultore antico
di quest’ara, ove al suono di variati stru¬ menti ci rappresenta una
mimica danza, replicato soggetto nelle sculture più an¬ tiche di Chiusi a
. Il rilievo di questa è bassissimo, al pari dell’antecedente, e il
disegno è parimente un terzo del suo originale. JSum. j. Tra le molte immaginette
in bronzo che trovaronsi nelle terre degli Etruschi rappresentative della
Speranza se ne incontrano alcune alate come la pre¬ sente. Le ragioni che
mossero questi popoli ad ammettere le ali alla Speranza, son da me
dichiarate nello spiegare i Monumenti etruschi, non meno che il si-'
gnificato della veste che tiene scostata dal fianco K Qui soltanto ripeterò
breve¬ mente, che gli Etruschi hanno spesso confuso la Speranza colla
Nemesi, dando all’ una ed all’ altra le ali Ma la Speranza, a differenza
di Nemesi, contrae la veste per aver più spedito il passo, onde mostrare
con quanta ansietà 1’ attende chi spera 5 . La mano elevata suole averè
altresì qualche simbolo o significato, ma di questa nulla diremo per
esser guasta; e solo avvertiremo esser questo disegno uguale in grandezza
al suo originale. JSum. 2 . Lo scarabeo rappresentato in questo
num. 2 , ha una figura scolpita rozzamente al segno da mostrare una sola
gamba, sebben sia nuda in tutto il corpo. Il petto è delineato in guisa
che addita esser donna,- e qualora interpetrar si volesse quel che tiene
in mano, direbbesi non impropriamente un pomo gra¬ nato, sicché il
combinare con tutto ciò l’atto di stare assisa ci potrebbe far cre¬ der
che fosse Euridice o Proserpina, entrambe dimoranti all’ inferno, dove
figu¬ rasi assiso chi vi è destinato, per mostrar cred’ io la stanchezza
di quella dimora. Così Teseo condannato all’ inferno fu non solo così
rappresentato dagli Etruschi 6 , 1 Ivi, ser. i, 4i2. 5 Ivi,
Ragionamento ìv , p. 17 5 , sq., e cap. u, 2 Micali, Monuments ant.
pour l’ouvrage inlilulé p- 110. sq. l'Italie av. la dommation des
Romains, pi. xvih, 6 Lanzi, Saggio di lingua etrusca, tom 11, tav. Vili,
3 Monum. Etruschi; ser. nij p. 202, sq. n. 2, p. lai» 4 Ivi, p.
ao 5 ETRUSCO 2D2IL2.1 S&TftiL2 Non vi è soggetto
che abbia tanto occupato il genio degli artefici scultori nei monumenti
ferali, quanto i Dioscuri. Noi vediatno soventi volte nei cassoni
mortuali i simulacri di quei due giovani allegorici, posti
simmetricamente alle due estremità delle cotriposizioni , senza che
abbiano colle composizioni medesime nessuna connessione storica o
favolosa ivi posti manifestamente non solo per ornamento, ma per
allusione speciale al passaggio dalla vita alla morte, e nuovamente dalla
morte alla vita’, come dicevasi dai Gentili che i Dio¬ scuri ebbero da
Giove il vicendevole dono della immortalità 3 . Or poiché il pre¬ sente
bassorilievo è in un’ara di quattro facce, ove da ognuna di esse ripetesi
a guisa d’ornato il soggetto medesimo di due giovani equestri, e poiché
questo monu¬ mento è stato ritrovato in una tomba sepolcrale, così non
credo erronea 1’ in- terpetrazione ch'io dò a tal soggetto dei due
Dioscuri, ripetuti simmetricamente per ogni faccia dell’ara. Il rilievo della
scultura è bassissimo, eseguito in pietra tofacea, la quale si lavora con
molta facilità per esser fragile. Il disegno è un terzo dell’ originale.
È frequentissimo al pari dell’antecedente soggetto quello che l’osservatore
trova in queste 4 Tavole distribuito, non altro ivi raffigurandosi che il
gaudio mistico dal- i B. rii. del Mus. Borgia riportato dal Millin
, Galler. Mythologique Pian, lxxx, n. 53o. Co¬ ri , Inscript.
Antiq. in Etruriae urbi bus ex- iati., Pars ni, Tab. x. et xGxrti,
2 Inghirami, Monumenti Etruschi, r nuovo negli oggetti
ferali l’augurio di prosperità che i vivi facevano ai morti, nella
fiducia che godessero una vita migliore *. L’ altezza di questo vaso è un
terzo dell’ originale. tavola IX. Ecco un saggio dei
tanti vasi di bronzo che si trovano a Chiusi. La grandez¬ za del disegno
è pari a quella del suo originale , ed ha ornamenti siffatti, che non
disdirebbero ad un’opera di fusoria dei migliori tempi dell arte;
specialmente se consideriamo quel manubrio a cui si leggiadramente vien
data la forma d un giovine in atto di riposo. Un altro genere d’
utensili tutto diverso dai fin qui esposti, occupa la Tav. X, ove pure è
diverso in tutto lo stile del disegno che ne traccia la rappresen¬ tanza;
talché sarei per dire che altri fossero gli artefici e la scuola di
scultura, altra quella di plastica, altra quella di fusoria, altra quella
gliptica, altra quella di grafito in Chiusi, e che tutte separatamente si
vedono in queste dieci tavo¬ le. Nel presente disco manubriato di bronzo
rappresentansi fuoi d ogni ub io i Dioscuri: soggetto ripetutissimo in
simili oggetti, che perciò diconsi spec chi mistici; e su questi e su
quelli ho scritto abbastanza, ragionando dei Menu menti etruschi *. Uno dei
giovani colla mano portata in alto accenna il cielo, l’altro l’inferno
col braccio al basso: attitudine che a meraviglia esprime 1 al tei - ila
loro posizione, come dicemmo spiegando la tavola prima. Onde qui mi resta
da notar brevemente, che questi mistici utensili si trovano tra i cadaveri
come un amuleto relativo al transito delle anime da questa all’ altra
vita. Una gran parte di figure in bronzo quasi esattamente simili alla
presente si trova in vari musei d’ Etruria ; e poiché io ne vidi alcune
che sostenevano un gran disco con una incassatura al lembo di esso, così
mi detti a credere che in an¬ tico siano stati specchi di toelette, il
cui disco lucido era probabilmente incastra¬ to nella ghiera del disco di
bronzo ade r ente alla anzidetta figura, che gli servi¬ va di manico 3 ,
e della grandezza di questo disegno, eh'è uguale al bronzo ar¬ chetipo.
Non è dunque inverisimile che essendo questo un vero specchio da toe¬
lette, sia quel manico dal quale è retto, la figura di Veneie. 3
Ivi, tav. vii. g ma descritto in simile
attitudine anche da Virgilio *. La stessa Euridice si vede rap¬
presentata all’inferno sedendo per terra, in atto d’esser liberata da Orfeo *
11 pomo granato nelle mani delle persone infernali è superstizione che
usavasi anche tra gli Etruschi, rappresentati nei coperchi delle loro
urne cinerarie 3 . Ma in tanta goffaggine chi decide? Num. 3.
Lo scarabeo di questo num. sarà spiegato con altro d'ugual soggetto.
mrriensa varietà di forme che s’incontra nei vasi sepolcrali, ve ne son 1
• j C | 6 ^ 6r °® n ' r ‘o uar do meritano d'esser fatte conoscere coi rami per
la H’ r t0 s ‘ n S°^ ar ‘ ta ; e per quanto non potremo in quest’opera
dar 0 °. °o nuna di esse, pure non
sapremmo astenerci dal farne conoscere le più a™’- 3 ' H t0 r >r *. nc
T a ^ menl:e riguardo alla utilità che queste nuove forme pos- caie a e
aiti meccaniche, ed al miglioramento degli utensili domestici. t . . Pj
ente ,n questa VII tavola figurato è di terra cotta di color rosso, si-
rorrisn 3 m6nte sn P ra a ^ tr ' quattro vasetti insieme uniti al
disotto, ed ai quali • . . n on° quattio fori nel recipiente maggiore
praticati, onde potrebbero ntrodurvs. quattro diversi liquidi, come
si vede chiaramente nel disegno supe- rate " 6 ^ ° recc liette
c ^ e servono di manichi nel vaso di mezzo sono trafo- che ' C ° me
Se V1 fo8Se P assa t a una cordicella per appendere tutta la macchinetta,
per ques o aggiunto sembra essere stata di qualche uso. tavola
Vili. annoverare preSeiUe è da re P u tarsi antichissimo, qualora
non vogliasi mento eli occh' imi ^ tlV0 delIe antiche opere
plastiche. I profili con gran ’ g a Ì a pert.ss,m. ne. volti che vi
son modellati, e quei veli che hanno nera anche^nfll* *' mm< \
tnche Sono caratteristiche di grande antichità. La terra sa che tende al
ern ° 6 tenuta P er mater ia di antica manifattura. La forma stes-
Quegli animali m ° St ™ Ua 8:11810 non raffil)at ° dal progresso
dell’arte. Ses^r r^ neOrHanOllC0r P°’ C0Ì1 ’ 6SSer S6nZa °^ tt0
"1*^ indicano tav XII eiarrh' T ™ tUr ‘ A j ma del significato loro
dò cenno spiegando la mina in’ una « 6 ^ una leonessa o tigre che
sia, con la coda che ter- sta sull’ fi A r Pe ’ f ebbeS ‘ quest
animale riguardar per un mostro. Il gallo che , , ° e vaso e un au o ur
^° pel morto che fu cornane fra gli Etruschi e dei ,»], ho trattato anche
altrove i. Solo ,ui r.m.L.o " i Virgil. Aeneid., lib. vi, y.
6iy. l Monum. etruschi cit , «er. vi, l,v. C5, n. i. Etr. Mas.
Chiùs. Tom. I. 3 Ivi, ser. vi, lav. Ha, unni 4 Ivi,
ser. i, p. 3 I0 . P- I#?. SULLA LINGUA ETRUSCA O e
egli è vero, come nessuno può dubitarne, che le lingue sono molto più
antiche di tutti i monuménti delle nazioni, sarà vero del pari che lo studio
delle medesime, e particolarmente lo studio comparativo, possa
contribuire più di ogni altra cosa, a rintracciare con sicurezza le
origini dei popoli, le loro affiliazioni, ed i loro mescolamenti, non
meno che le divisioni, e successive riunioni di essi, e le varie peregrinazioni,
cui sono i medesimi andati soggetti nel corso dei tempi. Ed infatti, chi
non vede a primo colpo d'occhio, per esempio, osservando la gran
somiglianza che passa fra i primitivi vocaboli della lingua samscritica, con
altret¬ tanti dell antica persiana, della greca, della teutonica, della
illìrica, e della la¬ tina, che tutte queste lingue, o debbono procedere
in prima origine da un medesimo, fonte od esservi stato in epoche da noi
lontanissime un mescolamento, o per emigra¬ zioni o per cagion di
commercio, di tutti quei popoli che le parlarono ? Oltre di che,
sarebbe veramente un voler andare a ritroso, pretendendo che possa
dipendere dalla semplice casualità un lavoro così metafisico, e così
profonda¬ mente pensato, quale è quello dei significamenti dati ai vocaboli
di antichissime lìngue, e che furono parlate da popoli tanto lontani fra
loro per geografica posi¬ zione e tanto differenti per indole, per
costumi, e per usi religiosi, e civili, piuttosto che attribuirlo , o ad
una sorgente comune, o ai mescolamenti dei varii popoli in remotissime
età, per qualunque cagione, ed in qualsivoglia maniera siano questi
avvenuti. Ciò premesso, e venendo a parlare più di proposito dell’ etrusco,
dirò liberamente che non giungono a persuadérmi nè punto nè poco ì
sistemi formati, e adottati finora dagli archeologi, intorno a questo
antichissimo, e presso che del tutto perduto idioma, benché io professi
una profondissima stima per ognuno di essi. E vaglia il vero, benché il
Cori, ilMajfei, il Guarnacci, il Dernpstero, gli accademici di Cortona,
ed il chiarissimo Abate Lanzi, abbiano fatto ogni loro sforzo per
diradare le tenebre nelle quali giaceva involta la nazione etrusca, e piu
ancora la sua lingua, e ci abbiano aperta colle opere loro una strada
onde poter fate nuovi passi, e nuove scoperte in questa interessantissima
parte della antiquaria, non possiamo tuttavia dissimulare, che le
oscurità non siano peranche grandissime, e singolarmente intorno alla
lingua, primo fondamento di tali studii, e unica face atta ad illuminare
le nostre archeologiche indagini, sulla origine, sulla remotissima
antichità, sui monumenti, e su qualunque vogliasi oggetto, nguar ante
questa nazione perduta. E benché ancora, dopo quei celebri nomi- Nell'
esporre questo pregevole vasetto di terra nera a quattro anse con coper¬
chio, mi fo pregio di riportare la notizia che annettono al disegno gli
zelantis¬ simi editori di quest’ opera del Museo etrusco chiusino. « Si
crede, essi dicono, che i vasi di questa terra non siali cotti, ma
solamente disseccati al sole, poiché infondendovi dell’acqua li
compenetra, e si disfanno. Cotal genere di vasi non si son trovati fin
ora che a Chiusi e nei suoi contorni ». Questa è la loro avvertenza.
L’ animale che vi si vede espresso è chimerico a rammentare i mostri
caotici che precedettero l’ordine della natura. In dimostrar ciò non mi
estendo, perchè abbastanza scrissi altrove onde far conoscere la
frequenza di simili soggetti cosmo¬ gonici >, espressi dagli antichi
nei monumenti sepolcrali. Avverte chi ha fatto eseguire’questa tavola,
che sotto al vaso è copiato un ornato d’oro dalla parte anteriore, il
doppio dell’ originale, e sotto è disegnata la parte posteriore di esso,
della grandezza del monumento, ed aggiunge che le due sfingi rappresentatevi
sondi un lavoro mirabilmente finito e minuto. ISCRIZIONI FUNEBRI
ETRUSCHE Quanto saviamente dichiarasi dal eh. pr. Valeriani nel
secondo suo dotto ra¬ gionamento che segue, mi dispensa dall’onere di
spiegare le iscrizioni fu¬ nebri che trovansi nei cinerari etruschi di
Chiusi, perche scritti in una lingua perduta. Tuttavia quel barlume che
le moderne indagini dei dotti sopra di essa ci fan vedere, sarà posto a
profitto dall' eruditissimo sig. prof. Vermigiioli il più meritamente
accreditato in simile materia, onde in fine di quest’opera trovisi qual¬
che notizia di queste iscrizioni funebri chiusine, che ove lo concede lo spazio
vi si distribuiscono, senz’ altro dirne per ora. \ V* : IHd-M
3 Pi -O J I- :ian 0qm v : Pi +i fì® 11 • A? 3 d-flq = i
anq V >/ di. yfìMRY/\ IV. 33 =3 Dliaq => --1 Mti™
V V - , Mooum. Eu.. set. , p. 585 , 5 9 3 , set. m. P . 346, 36»
>4 dì^ìosamcnte remota , dice il Pejleuttier
nella sua storia dei Celti, gli antichi popoli di questo nome, o i
Cello-Sciti, la cui lingua se non è primitiva in un senso assoluto,
10 è per lo meno relativamente a quasi tutte le lingue conosciute, sì
furono sparsi da una parte nell Asia occidentale, e dall altra nell
Europa, si estesero in quest ul¬ tima regione, gli uni al Settentrione, e
gli altri lungo il Danubio. La posterità di questi poi rimontando quel
fiume, pervenne in seguito alle sponde del Reno , le quali oltrepassò, e
riempi delle sue numerose popolazioni tutto l’ intervallo che si
estende dalle Alpi ai Pirenei, e ai due mari. Laonde ovunque la lingua dei
Cel¬ ti mescolandosi agl’ idiomi indigeni, formò delle combinazioni, ov’
ella dominò sen¬ sibilmente . Ed anche in quei contorni che aveva trovati
deserti, o dai quali aveva fatto scomparire gli abitanti, il celtico si
conservò nella sua purità originale. Alcuni secoli dopo la popolazione sempre
crescente di questi Celti, o Galli, li costrinse a passare i Pirenei, e
le Alpi. In Italia, dopo avere occupato da prima tutto il paese posto al
piede delle montagne, eglino si estesero di mano in mano, nel-
l'Insubria, nell’Umbria, nel paese dei Sabini, in quello degli Etruschi, degli
Osci, dei Sanniti, ed in tutto il resto della penisola al dì qua del
Garigliano. Nel medesimo tempo alcune colonie greche approdarono all’ estremità
orientale d’Italia, e vi formarono degli stabilimenti. Lasciami poi ben
presto le sponde del mare , e spingendosi sempre avanti, incontrarono
finalmente i Celti, che continuavano pure dal canto loro ad avanzarsi
ancor essi • Dopo alcune guerre, poiché questo è sempre 11 primo
caso dei due popoli che s incontrano j sì riunirono nell’ antico Lazio, e
non vi formarono più che una sola società, che prese il nome di popolo
lati¬ no. Allora le lingue delle due nazioni si mescolarono insieme, e si
combinarono con quelle dei primitivi abitanti. Nè bisogna dimenticarsi di
osservare che in quest' amalgama aveva il celtico un gran vantaggio
. Il Greco, che non era allora, o a grandissima distanza, la lingua
di Omero, di Platone, doveva dal canto suo il nascimento ad un miscuglio
di mercatanti fenìci, d’ avventurieri di Frigia , di Macedonia e d’
llliria, e dì quegli antichi Celto-Sciti, che mentre i loro compatriotti
si precipitarono in Europa, eransigettati sull' Asia occidentale, donde
erano discesi in seguilo fino al paese che fu poi la Grecia. Eravi dunque
del celtico alterato nel greco, che si combinava di nuovo col cel¬ tico.
Dalla qual moltiplice combinazione nacque la lingua latina, che rozza
nella origin sua. ripulita poi, e perfezionata col tempo, divenne in fine
la lìngua di Terenzio, di Cicerone, di Orazio, e di Virgilio. Ed è questa
medesima lingua latina, che dopo un si bel regno terminato con un sì
lungo e tristo tramonto, veniva ad amal¬ gamarsi ancora un’altra volta
col celtico : sorgente comune dei barbari dialetti dei Goti, dei
Lombardi, dei Franchi, e dei Germani, per divenire poco tempo do¬ po la
lingua di Dante, di Petrarca, e di Boccaccio. Per tali considerazioni, e
per* quelle già riferite in questo ragionamento, io credo che si debba
battere un cammino diverso da quello che si è battuto finora dagli
archeologi, nell’ investigazioni in¬ torno gli antichi Etruschi , ed al
loro linguaggio. E non già perdi’ io abbia la nati dì sopra, molta
gratitudine dobbiamo avere ai Signori, Vermiglìolì, Zan- noni, Mleali.
Orioli, Ciampi, e più particolarmente all’ infaticabile cav• In- giurami,
per i tentativi che tutti questi hanno fatto, onde aggiungere dal canto
loro nuovi lumi, affine di condurci vie più addentro nei penetrali delle
cose etrusche, non ci siamo non pertanto finquì partiti, quanto alla
lingua, dal punto dove era¬ vamo cinquanta, o sessanta anni, per non dire
quasi un secolo addietro. Nè qui sarebbe per avventura fuor di
proposito lo stabilirese la nazione etru¬ sco debbasi avere assolutamente
nel numero delle perdute, e nel caso affermativo determinare il come, e
il quando sia questo avvenuto, oppure considerare la dob¬ biamo come
trasfusa nella romana , o combinata con tutte quelle che invasero a piu
riprese V Italia. Ma siccome cotali ricerche mi farebbero deviar troppo
dallo scopo che mi sono prefisso in questo discorso, e mi trarrebbero
troppo in lungo, cosi le serbo ad altro tempo, e ad altro lavoro. E per
istringermipiù dappresso al mio soggetto, dovremo noi riguardare la
lingua etnisca, o come primigenia, e indi genia dell antica Etruna,o come
proveniente da altro più vetusto idioma italico-, o sivvero come un
composto di più dialetti stranieri, combinati coll’indigeno, quali sa¬
rebbero, il pelasgo, il lidio, il celtico, il greco antico, il traco-frigio, ed
altri, qua por¬ tati a diverse epoche dalle varie colonie che si venneroa
stabilire nelle nostre belle contrade. Riflettendo che tutti gli
archeologi, i quali procacciarono di rischiarare questa materia
oscurissima, hanno ben poco, o nulla concluso finora circa V i.n-
tell/genza dell antica favella dei nostri padri, e quelli che pretesero di
trarla dall’ Oriente senza alcun altro soccorso, e quelli che la vollero
derivare dai Greci e i fautori dell antico latino $ pare che ne inviti la
sana critica, e ne sproni il buon senso, a tentare un’ altra via, per
vedere se si giungesse finalmente a scio¬ gliere questo famoso nodo
gordiano. Ed io penso che giovandosi di quanto si può raccogliere di
antichissimo italico , donde procede in gran parte il vècchio latino, non
trascurando il greco , per le ragioni che svilupperò altrove, e ricorrendo
pure ai dialetti annoverati qui sopra , si possa con sicurezza avanzare
qualche passo, e forse ancora giungere a fissarne un compiuto alfabeto ,
e quindi a bén leggere, ed intendere, tutto quello che ci rimane di
etrusco. Imperocché, sia che abbia ve¬ ramente esistito una lingua
primitiva, della quale tutte le altre non siano che deriva¬ zioni, e prodotti,
o sia che le diverse popolazioni umane siensi fatta da principio,
ciascuna la sua lingua, e che per moltiplicate combinazioni, e dopo una
lunga serie di secoli, questi diversi idiomi particolari siano venuti,
per cosi dire, a fondersi in un idioma generale, che in seguito poi siasi
diviso, e suddiviso di nuovo, in lingue, e in dialetti diversi, vi sono
pochi argomenti più degni dell’ at¬ tenzione del filologo, e del filosofo
ad un tempo, di queste formazioni, di queste se¬ parazioni e di queste
riunioni dì linguaggi, che indicano le principali epoche della
formazione, della separazione, e della riunione dei popoli. L’
idioma Latino che disparve al nascere dell' Italiano, era stato in una
molto recondita antichità il prodotto di una simile rivoluzione. Quando
ad un' epoca prò- Porgiamo alla considerazione dello spettatore in questo
disegno la più grande ur¬ na in marmo che siasi fin ora trovata nei
moderni scavi di Chiusi, misurando in lunghezza circa 4 braccia. Ha nel
cornicione superiore una lunga iscrizione etni¬ sca, ma disgraziatamente
dipinta, e non conservata come desiderar si potrebbe per l'intelligenza
compita, quantunque da quel che resta comprendesi essere un aggregato di
nomi famigliari e nient'altro. Vi corrisponde la rappresentanza della
scultura, ove si vede la moglie che dal marito congedasi, o questo da
quella per girsene all’altra vita. Una Furia come addetta al ministero
delle anime ’, ab¬ bracciando la donna par che indichi esser lei la
defonta, e non 1’ uomo che il soggetto ivi appella. Infatti contiene il
coperchio dell’urna una donna, come vedremo. Termina la composizione con
altre due Furie, una delle quali è pronta a ricever l’anima alla porta
infernale per dove passavasi quindi agli Elisi a ; e le altre cinque
figure intermedie non altro significano a mio credere che parenti,e forse
an¬ che estinti antenati, de’quali siansi voluti rammentare i nomi nella
iscrizione. Forma questo bel monumento e rarissimo in Etruria uno dei
principali ornamenti del Mu¬ seo Casuccini di Chiusi. Ecco il coperchio
in marmo dell’ urna già osservata nella Tavola antecedente. Quivi e una
donna mutilata in parte, come esser sogliono le sculture sepolcrali visi¬
tate dai primitivi cristiani, ed in quella occasione depredati quei loro
sepolcri; ma pure non sempre del tutto, e infatti si è trovato in Chiusi
qualche ornamento d’oro uguale alla collana che riccamente scende sul
petto di questa defonta, la quale è succinta , come esser sogliono le
protome delle donne. Ha in mano un pomo gra¬ nato, conforme davansi a chi
si portava all’ inferno. 3 . Quando si volesse dare una interpetrazione a
quest’oscuro soggetto in bassori¬ lievo, si potrebbe dire essere il
giovane Astianatte genuflesso sul larario, in atto di venire immolato al
furore di Pirro. Il monumento è un’urna di terra cotta non molto
conservata. 1 Monum. Etr., ser. i, p. 191, 229. a Ivi, p.
177, »46. 3 Ivi, ser. 11, p. 229, a 3 o. stolta presunzione
di credermi più perspicace, e più istrutto di quei dottissimi, che si
affaticarono in clamo su questo istesso argomento-, ma solamente perchè
il tentar nuove strade in materia cotanto astrusa, è permesso a chi che
sia, partico¬ larmente quando tutte quelle tentate finora, non sono
opportune a condurci a buon porto . E perché è pur vero che non di rado
toccò in sorte ad uomini di mediocre ingegno e sapere, il discoprimento
di ciò che rimase lungamente occul¬ to alle più profonde, e costanti
ricerche di sapientissimi osservatori. Protesto peraltro ampiamente
d’esser pronto ad abbandonare la mia opinione su questo proposito, quando
i dotti me ne oppongano un’ altra più plausibile, e più idonea allo scopo
cui è diretta. Essendo io scevro affatto di ogni particolare affezione
per essa, ed alienissimo da qualunque spirito di sistema, nè altro cercando che
la ve¬ rità . Avvegna che, una delle cause positive, anzi la principale,
a mio credere, che abbia così ritardalo, ed impedito la scoperta del vero
in questa materia, è stato senza dubbio lo spirito di sistema, portatovi
da ciascuno di quegli archeologi, che vi eser¬ citarono con particolari
indagini il proprio ingegno, ostinandosi, e forzandosi per ogni maniera,
a derivare da un solo fonte la Unga etnisca. Idifatti, niente è più fu¬
nesto ai veri progressi delle scienze, nè più contrario al discoprimento della
verità, di quello che lo sia uno spirito sistematico. Imperocché tutto
allora si sconvolge, si contorce, si altera, anche senza avvedersene, per
trarlo comunque al proprio si¬ stema, adattarcelo, e farlo a diritto o a
torto, convenire con quello . Ma chi adopra in tal guisa, non và
altrimenti in cerca del vero, e si affatica soltanto a rinvenire ciò che
egli si è preventivamente immaginato di dover trovare. Cosi, tutti coloro i
quali pretesero di far venire gli Etruschi da una colonia di Cananei, o
di altri Orientali, crederono di vedere perfino la forma delle lettere
etnische, in quella delle ebraiche, e più specialmente delle cosi dette
sanimaritane, benché non ve ne fosse la minima idea. E t.enevansi tanto
più sicuri del fatto loro, in quanto che usarono i nostri an¬ tichi padri
condurre la loro scrittura da destra a sinistra , come gli Ebrei, i
Samma- rilani,ed altri popoli dell’Oriente.ISè mancarono di viepiù
confermarsi in tale opinio¬ ne, osservando alcune voci etrusche, simili,
o provenienti dai dialetti semitici-, quasi che fossero queste argomento
bastante a costituire la identità di origine dell' etru¬ sco con quelli,
e non sapessero tutti ifilologi, che s’incontrano delle voci simili di
suono, e di significato ancora, in quasi tutte le lingue conosciute, senza
poter giungere a provare per questa via, che l una derivi con sicurezza
dall' altra, e tutte da un fonte comune. Mentre sono tali somiglianze ,
ed analogìe, il prodotto di quei mescolamenti, dei quali ho parlato in
principio. E con tanta maggiore facilità debbono essersi mischiate, e
combinate non poche voci orientali all’ etrusche, per lo commercio
singolarmente dei Fenici coi nostri antenati, in epoche da noi remotissi¬
me, come altrove si è detto-, insegnandoci concordemente gli antichi
scrittori quanto in ciò valessero gli Etruschi, o Tirreni, e come
signoreggiassero i due mavì che circondano Italia, cui diedero perfino il
nome. si vede nel manico è il sole, come io spiegherò meglio in seguito,
e l'atto del¬ le mani e dei piedi che volgesi in alto, in basso e per
ogni senso, è simbolo della ge¬ nerale influenza dei suoi raggi, cbe si
spargono in giro Gli ornamenti a bassorilievo che circondano questo vaso
non hanno un signi¬ ficato diverso da quei che vedemmo alle Tavole Vili,
XII, XIII, e XIX, ed è perciò inutile ripetere ulteriormente il già
detto. M’ immagino che la figura qui espressa, e ripetuta più volte in molti
vasi trovati nei sepolcri, possa esser Marte, il quale significar vi
debba, che il tempo in cui domina quel pianeta è l’autunno, come in altri
monumenti se ne vede l'in¬ dizio i 2 , e questo tempo vi si rammentava
per la ricorrenza del suffragio delle anime 3 , al quale oggetto erano
istituite feste ed offerte ; o forse rammentasi la deità degl’itali
primitivi. Sono assai numerosi gl’ idoli femminili in bronzo di piccola
dimensione pari al presente, eh’ io credo essere stati nominati
comunemente dagli antichi gli Dei Lari, o Penati, o Geni tutelari, e
Giunoni 4 , quando, come questa statuetta, erano femmine; e dice vasi che
ogni donna aveva la sua Giunóne per protettrice 5 . Il gusto dei Greci,
come ricaviamo dalle opere loro trovate in Ercolano e Pompei, era
d’inventare ornamenti per le suppellettili anche non attinenti al fa¬ sto
ed al lusso, dove introducevano con molto genio ed ingegno animali ed
uma¬ ne figure : genio che si propagò per l’Italia, come vediamo nelle
opere di Chiu¬ si ,• di che abbiamo un bell’ esempio nei due manichi di
bronzo incisi in questa XXHI Tavola, un de'quali ha un mascherone
bizzarramente travisato con fo¬ gliami, fiori ed una barba assai
schersosamente spartita. Bella è parimente l’im¬ magine dell’altro
manubrio disegnato di faccia e di profilo, dove si vede un anima- i
Monumenti etr., ser. 11, Tay. xc, pag. 762. 4 Monumenti etr., ser. 1, p.
279. % Ivi, ser. vi, tay. F2, num. 3 , p. 17 5 Yirgil. Aneid. 1 .
ili, v. ifij , Ovid., fastor. xi 3 Ivi, ser. j, p. 1 47 » 5x2, 544 *
y* 4 ^ 5 .notabile che i coperchi delle urne in terra cotta sieno di miglior
modello eh esser non sogliono quelli scolpiti in pietra N’ è chiaro
esempio questa re- combente figura che servì di coperchio all’ urna
precedentemente esposta. Ognun vede quanto il panneggiamento sia più ragionato
nelle pieghe di quel che osser¬ vammo allaTav. XIV ove ne reputammo
l’urna spettante a ricca matrona. Chi sa che il lusso de marmi non
prevalesse in tempo della maggior decadenza delle arti ? La muliebre
figura qui esposta fu eseguita in fragile pietra tofacea e trovata
acefala in un sepolcro, colla particolarità che il collo è vuoto come anche il
torso, ed è servito per deposito d umane ceneri e d J ossa cremate, che
vi si trovarono al- 1 aprir della tomba, ove la statua era sepolta. Il
significato non è facile a penetrarsi, ma dal pomo che ha in mano, e dall
atto sedente, non sarebbe fuor di proposito il congetturarne che fosse
una Proserpina, la quale riceve unitamente col suo con¬ sorte Plutone le
anime che scendono al Tartaro. Difatti anche al Museo Pio de¬ mentino
vedonsi que’ due numi sedenti a . La singolarità dell’ esposto monumento
esige che se ne mostri anche la parte avversa alla già veduta. Ivi più
chiaramente si nota che a formarne il magnifico sedile concorrono i
simulacri di due sfingi, le quali assai frequentemente s’incon¬ trano in
monumenti ferali; poiché la sfinge reputavasi animale chimerico infer¬
nale 3 , e perciò attamente posti ad ornar la sedia della divinità che attende
alle anime trapassate da questa all’ altra vita. La frequenza dei volti
velati che vedonsi ne’yasi di terra nera, come in questo, non lasciano
luogo a porre in dubbio se siano o nò rappresentanze di larve o Lemuri,
cioè delle anime 5 , ed il gallo che sovrasta al vaso, pare, come ho detto
altrove 6 , indubitato simbolo del buon augurio di felicità nella futura vita,
che a quelle anime predicevasi dai superstiti viventi. La figura con
faccia larvata che 1 Monum, etr., ser. ni, p. 4 io, e ser. vi, Tav.
4 Ivi, ser. v, p. a;8. X 3 , n. 3, p. 3 a. 5 Ivi, ser. i, pag. ai,
52 . Visconti, Mus. P. Clem. Voi. li. Tav- 1, a. 6 Ved. p. 9.
3 Monum. etr. «er. i, p. 582. Etr. Mas. Chius. SULL’ ALFABETO
ETRUSCO -Uopo che gli uomini ebbero trovato coll’ uso naturale
degli organi della parola, un mezzo facile di comunicare i loro pensieri
ai presenti, cercarono, e trovarono in seguito, quello di parlare agli
assenti, e di rammentare a se stes¬ si, ed altrui, ciò che era stato
pensato, e detto da loro, e da altri, e ciò an¬ cora di che erano
convenuti insieme. La prima cosa pertanto che si presentasse loro allo
spirito in questa ricerca, furono le figure geroglifiche ; ma colai segni
non erano abbastanza chiari, e precisi, nè abbastanza univoci, per adempire
lo scopo che avevasi in mira, di fissare cioè la parola, e di farne un
monumento più espressivo del marmo, e del bronzo. Il
desiderio dunque, ed il bisogno di compiere questo disegno, fecero final¬
mente immaginare quei particolari segni, che noi chiamiamo lettere ognuna
del¬ le quali fù destinata a notare uno dei suoni sémplici, che formano
le parole', la riunione dei quali segni, è ciò che dicesi alfabeto.
Volendo però risalire fino alla prima origine dì questo maraviglioso
ritrovamento, rischieremo sempre di smarrirsi senza riparo, in un mare di
oscurità, e d’incertezze, e circa V epoca in cui giunsero gli uomini ad
un si nobile discoprimento, e circa la nazione che prima di ogni altra vi
pervenne. Lasciando perciò da parte la ricerca di quello che io
giudico moralmente impossibile a rinvenirsi, volgerò le mie indagini a
cosa più certa, od almeno piu probabile, qual e la quistione, se gli
Etruschi, od i Greci fossero i primi a far uso di una cosi bella, ed
utile invenzione. E qui pure siamo costretti a navigare, presso che senza
bussola, m un ampio pelago, sparso di profondis¬ simi vortici, d'
orribili mostri, e di scogli assai pericolosi. Imperocché, se molti
dotti sostennero, e sostengono tuttavia che i Greci so¬ no anteriori agli
Etruschi nell’ uso dell’ alfabeto, e vengono riguardati come i maestri di
essi, in qualsivoglia arte o scienza, non è per altra parte minore il
numero, nè di minor momento V autorità di quelli, che citar si possono
per sostenere il contrario. Perlochè io aderisco a questi ultimi,
sembrandomi la loro opinione più ragionevole , e più giusta, ed i
sostenitori di essa persuadendomi colle loro ragioni, ciò che non
giungono a fare i propagatori del grecismo, ad onta ancora di tutte le
parole greche, o grecizzanti, che s’ incontrano ad ogni pas¬ so in quasi
tutti i monumenti etruschi, discoperti finqui, avvegnaché intorno a le
mostruoso, che per aver motivo d' essere attaccato al vaso figura di
morderlo. Sotto è un Ercoletto giovane, che tiene la mano alzata, vibrando
la clava in segno di recar danno e morte, ed ha cinti i lombi colla pelle
di leone, simboleggiando di non curarsi della generazione ’, come è
proprio d’Èrcole quando figura il sole iemale. Difatti rispetto ai
viventi è il sole che loro apporta la vita coll’universale tepore della
natura in primavera, e porta danni o morte col raffreddamento del tempo
iemale. Qual simbolo può dunque esser più adattato a decorare un
sepolcro, che quello dove rammentasi la vicendevole transizione dalla
vita alla morte ? Lo scarabeo di cui si vede f impronta ha inciso
un centauro con un fanciullo sul dorso, forse Chirone col giovane Achille
che dicesi da taluno essere stato affi¬ dato a quel mostro per riceverne
la puerile educazione 3 . La rappresentanza di questo specchio mistico
sarebbe forse difficile ad inter- petrarsi, qualora non fossene venuto a
luce un altro di quasi ugual soggetto. In quello vedesi Giunone sedente
in atto di porgere ad Ercole la mammella, perchè ne succhiasse il latte,
il chè succede alla presenza di Mercurio 3 . Sappiamo infatti che Giove
bramava che Ercole per ottenere l’immortalità, benché nato da mortai
femmina, sorbisse almeno latte divino, onde per uno dei soliti inganni
frequen¬ tissimi nella mitologia, Giunone gliel porse senza avvedersene 4
. Mercurio vi si crede introdotto, per attestare ad Ercole d’aver egli
pure profittato di tale argu¬ zia, per entrar fra gli Dei, benché nato da
Maia donna mortale . Qui non è espresso l’atto di Giunone per
allattar Ercole, ma pur vi si vede Mercurio che si fa noto col suo
cappello, e par che accenni d’ aver profittato egli stesso
dell’espediente che suggerisce ad Ercole, il quale gli sta davanti. Ha la
clava , in mano ed un piede elevato, indicando che salir deve all’ immortalità
3 per opera di Giunone 6 eh’ è fra loro. fli8v«q :ian8 j v
:ioj vi. j a 11 y fi j 1 :i n tnq r = o 4 vii. 1 f\ il 8 4 Y
d : fi m 3 4 t :42 vili. •-ifi n t v t :o 4 .• in i n q n o n lx -
-4/nm-rfl4 itntnqfl .-4sa x. § Monumenti etr. ser. v, p. 3
a. 2 Galleria Omerica Tom. ii, Tav. cxxi, pag. 2,4. 3
Schiassi, De pateris ariliquor.ex schedis Blan¬ dirli Sermo ed epislolae
tab. x. 4 Diodor., Sic. Bibliot. bist. lib. il, p. 198.
5 Mon. etr. ser.n, Tavv. lxxu, lxxìii, lxxiv, lxxv, 6
Zarinoni, Lettere di etrusca erudizione pubblicate dall’ Inghirami, Tom.
1, p *6. 22 pure in ogni tempo di tracciare nello
stesso modo le loro scritture. E tutti, c/uesti ultimi specialmente,
furono sempre uniformi in questo, ad eccezione degli Etiopi soli, e degli
Abissini, che sebbene parlino, e scrivano un dialetto semi¬ tico,
scrivono tuttavia da sinistra a destra, come gl’ Indiani, ed i segni
delia¬ co alfabeto hanno un valore sillabico, come gli alfabeti indiani,
ed anche il ti¬ betano , ciascuno dei quali segni porta seco, in certo
modo incorporata una vocale , e forma una sillaba. Ciò che non accade in
nessuno degli alfabeti europei, e neppure nel giorgiano, e nell 1 armeno,
che vengono pure delineati da sinistra a destra. Laonde non pare poi tanto
strana V opinione di quelli, i quali pensarono, che gli Etruschi
propriamente detti, fossero discesi in prima orìgine da una colonia, o
emigrazione asiatica. Ma di ciò altrove. E se i Persiani, ed i
Turchi scrivono da destra a sinistra, benché la lin¬ gua dei primi venga
dalle Indie, e quella dei secondi dalla Tartaria, ciò procede dall’ aver
tanto gli uni, che gli altri adottato i caratteri arabici, ed al tempo
stesso la religione del borano. Quindi tenendo in conto di cosa sacra i suddetti
caratteri, non è da maravigliarsi nè punto nè poco, se essi non abbiano
ardito dì alterarli, nè quanto alla primitiva lor forma, nè quanto alle
maniere di rap¬ presentarli colla scrittura. Ché del resto ben diversi
riscontratisi gli antichi carat¬ teri persiani chiamati zendici, e
pelvici, come assai differenti ritrovatisi, e pel modo di scrìverli, e
perla loro forma, ofigura, quelli dei Tartari. Ciò premesso o siano
stati gli Etruschi i ritrovatori dell’alfabeto che porta il loro nome, o
l’abbiano composto di più antichi alfabeti italici, o V abbiano derivato da
al¬ trove, come pare dai nomi stessi che portano le lettere del medesimo,
benché sia diffì¬ cilissimo, e forse impossibile a provarsi, per mancanza
di documenti sicuri, il come, ed il quando abbiano ciò fatto-, è peraltro
fuor d’ogni dubbio, che i Greci non lo comu¬ nicarono loro, e non furono
per conseguenza i loro maestrì.Che anzi è da credere che sia accaduto
tutto al contrario, e che gli Etruschi, nazione mitissima, e poten¬
tissima in età molto remote, e quando la Grecia era tuttora barbara, e
selvaggia, 1’ abbiano comunicato ai Fenici per via di commercio, e che da
quelli passasse ai Greci, se vogliamo ammettere ciò che sostengono quasi
tutti gli antichi scrittori, cioè, che Cadmo facesse loro il dono del
primo alfabeto. Del qual Cadmo scrive Plutarco nei Simposiaci iib. 9
quist. 5, che quel sapiente pose Z'aleph, o alpha per prima lettera del
suo alfabeto, perchè cosi chiamasi il bue nella lingua dei Fenìci, il
quale animale non è da stimarsi nè secondo nè terzo fra le cose neces¬
sarie all’ uomo come pensò Esiodo. Circa poi al grecismo, che
s’incontra nell’ etrusco, e nell’Etruria, e circa le arti greche, che vi
si osservano, come ancora in altre parti dItalia, ne parlerò a lungo in
un discorso, che tutto si aggirerà intorno a questa materia,
esclusivamente da ogni altro oggetto. E proverò allora, che l’idioma
degli antichi Etruschi è nel suo fondo tutt' altra cosa che greco;
dimostrando ad un tempo, in qual modo, e questo grecismo sian da dirsi
alcune cose eli io riserbo ad un altro ragionamento. Ma ritornando
al titolo del mio discorso, cosa è V alfabeto etrusco? É que¬ sto un
prodotto indigeno dell’ antica Etruria, o sivvero vi fa trasportato da
altra parte del mondo? E se qua venne da estranei lidi, chi fu mai quel
be¬ nefico straniero , che fece all ’ Etruria un dono cosi prezioso ? Ed
in questa supposizione, passò egli ai nostri antenati dall’ Oriente,
oppure dall’ antica Gre¬ cia ? O si compose egli forse degli elementi di
più antichi alfabeti italici, o di questi, e del pelasgo fra loro
mescolati, e confusi ? E se vi fossero ragioni bastanti a dichiararlo
prodotto indigeno, a quale epoca rimonterebbe l’ antichità sua , ed a
quale ammettendo che sia frutto straniero , e per qual mezzo per¬ venne
ai padri nostri ? A tutte queste quistiom, che possono
opportunamente esser mosse intorno al tema che ho tra mano, io mi
studierò di rispondere, quanto meglio e più con¬ cisamente per me si
potrà, e come sarà possibile rispondere, in qusto breve ra¬ gionamento, m
una materia cosi oscura, e difficile • E circa alla prima quistio- ne, l
alfabeto etrusco, quale noi lo possediamo presentemente, non è certo una
cosa diversa dall antico alfabeto greco, ma sono anzi talmente somiglianti
fra loro, se tolgasi il rovesciamento delle lettere nell’ uno di essi, da
doverli giudi¬ care al confronto, senza timore d’ ingannarsi, la stessa
cosa-, sia diesi riguar¬ di la forma delle lettere, o si consideri l uso
delle medesime, Nè giova opporre a questa asserzione, la maniera di
scrivere degli Etruschi da destra a sinistra, avvegnaché usavano di fare
lo stesso anche gli antichi Greci, prima dell’ età di Pronapide, che si
pretende essere stato il maestro di Omero. Che anzi esser potrebbe credi
io, una tale particolarità, un argomento favorevole agli Etruschi, per
crederli i ritrovatori del loro alfabeto• Al che si aggiungerebbe forza
non poca, considerando l antichità loro, più recondita assai di quella
dei Greci. E più ancora verrebbe avvalorato, e confermato un tale
argomento, che gli Etruschi, cioè, siano stati eglino stessi gli autori
del loro alfabeto, riflettendo che i medesimi continuarono in ogni tempo
a scrivere, ed anche sotto la domi¬ nazione dei Romani, da destra a
sinistra-, lo che non avvenne dei Greci, iquali cangiarono metodo, e
presero a condurre la loro scrittura da sinistra a destra. Ora è più
ragionevole il credere, che il rovesciamento degli elementi alfabetici, e
del modo di scrivere, siasi operato da chi l’apprese da altri, che da chi
ne fù l inventore. E questo rovesciamento di scrittura presso i Greci,
vuoisi fis¬ sare, come di sopra accennava, ai tempi omerici, o di
Pronapide. A questo argomento però se ne potrebbe, per avventura,
opporre un altro, di¬ cendo , ché giusto appunto perchè gli Etruschi
scrissero sempre conducendo, e tracciando i caratteri da destra a
sinistra, non debbono riguardarsi come i ritro¬ vatori del loro alfabeto,
ma convien credere che lo abbiano ricevuto da qualcuno dei popoli
asiatici, e particolarmente di quelli così detti semitici., ì quali
usarono T-;,- Per la qual cosa , mi pare che
dopo tutto quello che ho detto finqui ', si possa rispondere alle
questioni proposte in questo medesimo discorso, che V alfabeto etrusco
non è venuto dal greco, ma bensì questo da quello j che desso non è pri¬
mitivamente indigeno dell’ antica Etruria, quanto ai suoi elementi, i quali
furono quà portati da una emigrazione antica, in tempi tanto reconditi da
non poterne fissar V epoca precisa, e che s’ ignora chi ne fosse il primo
inventore, e chi lo portasse il primo fra noi. Sulla qual primitiva
derivazione asiatica dell' alfa¬ beto etrusco, in età da noi remotissime
, dettero un ragionamento a parte, che verrà pubblicato in seguito in
quest’ opera stessa. Ciò peraltro non vuol già dire, che anche la lingua
etnisca sia una lingua del tutto asiatica, come la giudicarono troppo
leggermente alcuni filologi, sebbene asiatici si riscontrino l’ antico
culto, e la maggior parte dei riti religiosi, e civili degli
Etruschi. Or qui farebbe di mestieri combattere, e confutare tutte
le opinioni contrarie ; nè io sarei alieno dal prendermi un tale assunto,
se i limiti prescritti a questi ragio¬ namenti, nei quali non deve olt
repassare , per l’indole dell' opera cui son destinati, la periferia di
poche pagine di stampa per ognuno di essi, me lo concedessero. Non
potendo ciò fare, nel modo che si converrebbe, mi ristringerò ad aggiungere
quanto segue, e mi terrò per ora contento di questo. Il Cori,
il Majfei, ed il Mazzocchi confrontando gli alfabeti punico, e celtibe-
ro, o cantabro coll’etrusco, dicono che vi trovarono minore analogia, quanto
alla forma dèlie lettere, che coll’ ebraico. Il Donati poi che fece la
stessa cosa nei suoi Dittici seguitando le osservazioni , che avevano già
fatte prima di lui a questo proposito, l’ Aquila , Teodozione e San
Girolamo, scrive nell’ opera sua intorno alle iscrizioni, che quelle così
dette Cizzie, sono riguardo ai caratteri, mollo si¬ mili alle etnische j
e lo stesso dice ancora del marmo Sanvicense conservato in Osford, che
vuoisi più antico della guerra troiana, e dei caratteri incisi sulla
lamina bustrofeda di bronzo, riportata dal prelodato Majfei nella sua
Critica Lapidaria, non meno che di quelli sulla colonnetta del Museo Nani
di Venezia, giudicata pelasga-tirrena , benché fosse ritrovata a Mitilene
. Questi monumenti, che si credono tutti scrìtti in greco antico, e
per essere questo mollo simile all’ etrusco, specialmente circa la forma
delle lettere, sono stati quelli che hanno fatto mettere in campo, o
convalidare l' opinione di coloro, i quali pensarono che il greco antico,
é l'etrusco fossero la stessa cosa, e che per giunta alla derrata, la
lingua dei nostri antenati sia nata dal greco. Senza avere peraltro mai
pensato a provare, che i Greci, ed il loro alfabeto fossero più antichi
degli Etruschi. Il Gori,fra gli altri, stabili come un assioma, che
la lingua etrusco era greca in non differiva da quella che nel dialetto,
nella quale opinione fu seguito dal Lanzi, e da altri. Ne si avvidero, nè
lui stesso , nè i suoi seguaci, che i Pelasghi, i lirrem, i Pladani, i
Lidii, gli Arcadi, e gli Ausonìi, sono perchè s J introdussero nell'
etrusco, e nèll' Etruria propriamente detta, quel gre¬ cismo, e quelle
arti. Che in quanto alla somiglianza, ed anche identità dei ca¬ ratteri
etruschi, e greci antichi, sii di che fondarono finora il loro più valido
argomento tutti gli archeologi fautori del grecismo, per asserire che l'
etrusco , ed il greco antico sono in ultima analisi la medesima lingua, è
il più frivolo, ed anche il più ridicolo ragionamento, che immaginar mai
si possa, Avvegnaché, vale lo stesso che se io ragionassi cosi: gl’
Italiani, i Francesi, i Fiamminghi, gli Spagnuoli, i Polacchi, i
Portoghesi, ed altri popoli d' Europa, come gl'in¬ glesi, i Dalmati, e
gli Olandesi, si servono dello stesso alfabeto per iscrivere le loro
lingue, dunque tutte quelle lingue sono la stessa cosa. Ma quante
furono in antico le lettere dell’ alfabeto etrusco, poiché essendone
stati pubblicati finora dagli antiquari fino a tredici, o quattordici, chi ne
conta un numero maggiore, e chi minore ; ed il laborioso, e dotto abbate
Lanzi ne ammette venti nel suo ? Si deve credere che fossero sempre in
egual numero , oppure che venisse questo accresciuto a più riprese, e ad
epoche diverse, come si narra essere avvenuto dal greco, il quale fù
condotto fino al numero di ven¬ tiquattro lettere, benché non ne avesse
che sedici nel suo principio ? E non sa¬ rebbe questa una ragione di più,
onde confermare ciò che accennava poc anzi, che l’ alfabeto, cioè,
facesse passaggio dagli Etruschi ai Fenici, e da questi ai Greci,
osservandosi ancora che nessuno degli antichi alfabeti italici oltre¬
passò mai il numero di sedici lettere? Difatti nei piu antichi monumenti,
fra i quali nessuno vorrà contradire che siano da riporsi gli atti dei
fratelli Ar- vali, non se ne contano che sedici sole. Di più
non trovandosi mai usato l o nelle epigrafi antiche veramente etni¬ sche
, riscontrandosi questa lettera fra quelle degli altri monumenti italici
pa¬ rimente antichi, come pure fra le prime sedici dell alfabeto greco,
cosi detto cadrneo, sì può dubitare se gli Etruschi ne avessero neppur
tante in prin¬ cipio, e cresce sempre più la probabilità della mia
asserzione. Secondo t enciclopedico Plinio, le lettere dell
alfabeto cadrneo furono le se¬ guenti . cioè: ab r a eikamnoiipstt. Alle
quali poi ne aggiunse quattro Palamede, che sono, e 3 $ x. E finalmente Simonide
lo accrebbe di altre quattro, cioè, zìi va. E pare anche ben naturale,
come fù pure osservato dall’ erudito filologo francese Sig. Letronne, che
quei primi sedici caratteri siano stati inventati avanti agli altri,
perchè rappresentano i sedici tuoni elementari, o semplici, ché formar si
possono colla bocca umana, sia per intuonazione, o per articolazione.
Mentre gli altri caratteri aggiunti a questi, ed usati negli alfabeti dei
differenti popoli, esprimono, o delle gradazioni di quei suoni prin¬
cipali , o la riunione eli più articolazioni in una sola . Di maniera che
ognuno di essi può essere più, o meno esattamente decomposto nei
primitivi suoni eh’ egli contiene. Che s’è regola di sana critica di non
prestar fede agli antichi poeti, in tutto ciò che narrano di sovrumano, e
di misterioso, lo è del pari di rintracciare il vero anche in mezzo alla
favola, che viene giustamente definita dai sapienti, il velo deila
verità, e della storia. Ipoeti dell’ antichità, ché erano più istruiti di tutti
gli uomini dell’età loro non inventarono, come si crede male a proposito, le
fa¬ vole, ma bensì adornarono con finzioni la storia . Rimossele quali
finzioni, è co¬ sa ben facile di rinvenire la verità, nei più notabili
avvenimenti per essi nar¬ rati, e abbelliti. Cosi la pensava
S. Agostino nel lib. della Città di Dio, al cap. i3. E ci av¬ verte il
Vossio nell’ aureo suo trattato De fatione studiorum, che non si dicono
favolose le antiche età, perchè sia falso ciò che di essici vien riferito dagli
scrit-, tori, ma perchè la storia di quella ci è pervenuta insieme colle
favole mista, e confusa. XI. XII.
XIII. XIV. XV. XVI.
XVII. XVIII. XJX. /u M : oj : ntriq r :
oqflj v/r 3Hfl Jiiffl -1 = q/i j/r n# j a san/urn/Mq/i V/13 : q A : D l
= irnoai 4 /ini AD Jfìlmq 3E : Am 34t : 44 -1V84flHMI3:3Hiq3®:q/1
4/mmq vo • IHltfl 4 14 : I ?434 : I \IA8 JAMAJll V A'! vq 1 :
U434 .- A» n 33 XX. 4fl mif A4 : Al 3 f
25 tutti popoli anteriori ai Greci, e che trovansi tutti
amalgamati cogli Etruschi nelle età più lontane. Perlochè convien dire
che siano gli Etruschi stessi, i quali portino diverse denominazioni,
dalle diverse provincie dà loro abitate, nelle quali era divisa l’antica
Etruria. E come oggi i Fiorentini, i Senesi, i Pisani, i Lucchesi, ì
Magellani, i Casentinesi, e simili, sono tutti Toscani, cosi pure nei più
reconditi tempi gli Umbri, gli Enotrl, gli Aborigeni, e tutti gli altri
anno¬ verati di sopra, erano Etruschi. Silio Italico lib. a.
0 chiama Ausonia la Lombardia. Ed Eliano lib. 8.° del¬ la Varia istoria,
crede che gli Ausoniifossero i primi abitatori di Italia-, men¬ tre
Pirgilio nel io. 0 dell’ Eneide, li confonde con quelli che popolavano
questa bella penisola sotto il regno di Saturno . Servio poi commentando
un tal passo, dice che gli Ausonii furono sì dei primi popolatori cì
Italia , ma non già i primi di tutti, nei soli. Ed ecco perchè alcuni
scrittori hanno compreso sotto il nome di Ausonia tutta l’Italia.
Ora tutti i surriferiti popoli, non esclusi neppure i Latini, che molti
autori vo¬ gliono che fossero diversi, e dagl Italici propriamente detti,
e dagli Etruschi, ripeto¬ no la loro prima origine da una colonia, o
emigrazione qua venuta dall’Asia, in tem¬ pi forse al di là di quelli che
da noi son detti storici. Lo che fu negato acre¬ mente da altri per la
sola ragione di potere stabilire, che i Greci furono i primi coloni di
Etruria, e che vi s’introdussero insieme con essi, le arti e le scienze,
e perfino la cognizione dei segni alfabetici. Ma non potendosi negare, senza
offen¬ dere il senso comune, che queste regioni erano popolate molti
secoli prima che i Greci le conoscessero per via di commercio, e vi
spedissero in seguito delle co¬ lonie, conviene di necessità ammettere,
che i Greci non furono i primi abitatori d’Italia, e per conseguenza
neppure di Etruria, e molto meno insegnarono loro a parlare. Quando
peraltro non voglia credersi, ché i popoli italici, e gli Etru¬ schi,
fossero tutti muti prima dell’ arrivo dei Greci fra loro. Laonde cade, e si
an¬ nulla il sistema dei fautori del grecismo. Macrobio
infatti ammette un diluvio, non già ai tempi di Deucalione, e di Ogi- ge,
ma bensì a quello di Giano, ch’ei qualifica per primo re di tutta l'Italia.
E Dionisio d’Alicarnasso, che è sempre in contradizione con se stesso,
dopo avere scritto che i Pelasghi furono i primi popolatori d! Italia,
che 5oo anni prima di Giano ne scacciarono i Siculi, e che gli Enotri
eransi prima dei Siculi stabiliti nell’ Umbria, pretende poi di darci ad
intendere, e farci credere, che Giano pre¬ cedesse la venuta di Enea in
Italia di un solo secolo, e mezzo. Ma se il cosi detto secolo d’ oro,
ossia il secolo della pace, e della giustizia, fu secondo Vir¬ gilio, ed
altri scrittori antichi, quello in cui regnarono Saturno, e Giano, que¬
sto non può essere stato posteriore all’ età di Noè, e de'suoi figli, che
dietro gli insegnamenti paterni, calcarono essi pure la via della
giustizia, e coltivarono tutte le virtù sociali. Etr • Mas.
Chius. Tom. I. 3 4 28
nemico se gli Dei, per suggerimento di Nettuno, non lo avessero voluto
sal¬ vo 2 . Or non vedi qui pure Achille che tenendo lo scudo lungi da
se, pone mano alla spada ? Non vedi il Tanato che quasi obbrobriato volge
il tergo alla pugna col suo martello sugli omeri, per mostrare che morte
non avea luogo in quel con¬ flitto, perchè ad ogni costo dovevasi Enea
salvare alla gloria d’Italia? Questo dise¬ gno è una quarta parte del suo
originale in marmo d’ alto rilievo. Qui si mostrano i due laterali
scolpiti del cinerario che è nella Tavola antece¬ dente. Nell'uno e
nell’altro sono rozzamente indicate due porte, che rappresen¬ tano, credo
io, le infernali, alla custodia delle quali stan vigilanti due ministri
del Tartaro. La figura femminile al num. 2 è visibilmente una Furia, come
dichiaralo quella face che regge con ambe le mani; di che detti altri
cenni 3 ; la virile col mar¬ tello sugli omeri è il Tanato, altrimenti
detto Cliarun tra gli Etruschi \ e confuso col¬ l’Orco, ministro
anch’egli di morte e d’inferno, che spesso incontrasi nei monumenti
antichi d’Etruria 5 , e non già tra quei de J Greci, nè de’Romani cosi
rappresentato. La testa eh e nel mezzo, serve per coperchio ad un
vaso di terra cotta, di che dovrò trattare altrove; ora avverto che
questa è la terza parte del suo originale : Affinchè I’ urna cineraria già
esposta si mostri compita, fa d’ uopo di non disgregarne il suo
coperchio, dove si vede un seminudo recornbente con una pa¬ tera in mano,
nell’attitudine stessa che vedonsi rappresentati gli Etruschi a men¬ sa.
Nè la patera disdice a chi cena, mentre vedesi usata a convito dai
commen¬ sali 6 . La veste che in parte copre il recornbente è detta
sindone, pure usata ai conviti 7. La nudità della persona indica
1’apoteosi, di che altrove dò conto 8 . Il frammento di scultura segnato
in questa tavola, è un tufo tenero, e del genere di quello notato nelle
prime cinque tavole della presente collezione Chiu- sina. Orchi mai
crederebbe, che nella tomba dove fu ritrovato non vi fossero gli altri
frammenti, che ne componevano l’ara intiera? chi crederebbe che que¬ sta
sorte di monumenti in tenera pietra arenaria si trovino quasi costante-
1 Id. v. a 85 , *8, Id. V. 2 ^ 3 , 294» 3 Ved. 1
* spiegazione della Tav. xm. 4 Monumenti elr. ser. i, p. a 34
- 5 Mono. etr. ser. i, p. 44 » 73 , 74, 264, 284. 6
Ivi, ser. vi, tav. F. num. 2 . 7 Ivi ser. i, p, 395. 8
Ivi ser. n,j>. 628. Nelle urne di Volterra parventi ripetuto questo
soggetto medesimo, ed ivi spie¬ gandolo, avventurai l’interpetrazione di
un fatto tebano, del quale io stesso poco andai persuaso, nè ora saprei
meglio dire. Vi suppongo Anfiarao nell’atto d’aver tagliata la testa di
Menalippo, che Tideo, sebben ferito, aveva già ucciso; e gliela portò,
per cui da Tideo medesimo fu commessa l’atrocità di aprir quel cranio, e
divorarne le cervella. In ogni restante ancora son simili queste due
sculture, sebbene men rozza l’urna di Chiusi. Questo disegno è una quarta
parte del mo¬ numento originale di marmo in bassorilievo. Quanto la
frequenza delle rappresentanze di avvenimenti ferocie marziali, co¬ me
quei della tavola antecedente, fan giudicare l’etrusca nazione d’umor
malin¬ conico 3 , altrettanto voluttuosa e molle giudicar si dovrebbe dal
presente grup¬ po che appartiene alla scultura antecedente, per esser
quella un’urna cineraria, questa la di lei copertura . Credo per altro
che l’uno e l’altro soggetto non dal¬ l’indole degli Etruschi abbia
origine, ma da loro massime di religione, dove dicevasi che la vita era
un irrequieto contrasto, e la morte conduceva ad un vero godimento, il
quale non sapevasi esprimere che mediante la soddisfazione dei sensi 3 .
Mentre il fasto orientale sfoggiava in lusso degli abiti, l’eroismo dei Greci
ca- ratterizzavasi col mostrarsi a nudo • Tra i guerrieri di questo
bassorilievo ne vedi uno vestito , e in questo caso potrebb' esser
troiano, e tra i Troiani credilo Enea, che soggiacque a mille peripezzie
di grave cimento, senza però mai soccombe¬ re , perche gli Dei, per quel
che ne dicono Omero \ e Virgilio 5 , avean desti¬ nato ch’egli regnar
dovea sopra i superstiti Troiani, e sopra i figli dei figli, e sopra quei
che appresso erano per venire da loro. Difatti racconta specialmente
Omero che Achille, cosa strana ! si sgomentò nel combattere con Enea, e
tenendo discosto da se lo scudo, cercava di sottrarsi ai colpi vibrati da
quell’eroe 6 ; ma poiché questi a vicenda contrattosi colla persona, e
copertosi collo scudo evitava l’assalto dell avversario ', come nel
bassorilievo mirasi espressa la figura che ne occu¬ pa la parte media,
Achille allora pose mano alla spada, ed avrebbe trucidato <il 1
Monum. etruschi, Ser. 1, Tav. lxxxiii, p. 666. 5 Virgil, Aeneid. ]. ni, y . 97,
98. 2 Ivi, p- 667. 6 Homer. Iliad. 1 . xx, v, 261, 26a.
3 Ivi, ser. v, spieg. della Tav. xlv. 7 Ibìd. 278. 4 Homer.
Iliad. lib. xx, v. 307, 3 o 8 . 5o fu detta di
lui consorte. Se consideriamo i due nomi spettanti ai due pianeti Ve¬
nere e Marte, potremo giudicare la figura terza per un Saturno, altro
pianeta. Nè da ciò si allontanano i di lui attributi, poiché ad esso
rompetesi, non solo quella barba prolissa che gli orna il mento, ma
eziandio quelle fronde, e ger¬ mogli, o gemme di vegetabili che gli
cuoprono il capo, attributi propri di sì an¬ tico nume, non meno che la
spada falcata da lui sostenuta '. Queste tre deita e pianeti possono
appellare all j oroscopo di un’ anima che nella stagione di pri¬ mavera
passa agli Elisi, di che altrove do più esteso conto a . 11 vaso contiene
altre tre figure che saranno spiegate nella Tavola seguente. Ecco le altre
tre figure che vedonsi nel b. rii. del vaso esposto nella Tav.
antecedente. L’interpetrazione dottissima scrittami di esse dal eh. sig. dott.
Maggi, merita d’esser nota preferibilmente a qualunque mia congettura.
Egli dichiara in quel mostro una Gorgone, o un Tanato: in quell’ uomo con
testa ferina un Minotauro: nell’uomo alato che sta nel mezzo un Mercurio.
La totalità della com¬ posizione credesi dal dotto interpetre allusiva al
tempo nel quale facevansi le an¬ nuali commemorazioni delle anime. Quindi
la figura larvata è da esso giudicata il Male personificato in un mostro,
come fecero gli Egiziani del loro Tifone; mentre credevasi che prevalesse
il male all’ entrare dell’ autunno . E questi nel tempo stesso il Charun
degli Etruschi che fingevano orridamente larvato, e di te¬ sta grossa.
Indicano quelle mal collocate sue ali che la morte raggiunge l’uomo
ancorché fuggitivo da essa, di che l’interpetre dà ragioni che appagano. La
se¬ conda figura è da esso dichiarata per quel Mercurio, che occupato
nell’ uffizio di accompagnar le anime, ha deposti gli emblemi che lo
distinguono per ministro dei numi. Giudica poi la terza mostruosa figura
esser il Minotauro allusivo al centauro o centauri celesti, piuttosto che
al figlio di Pasifae; e qui pure dà ra¬ gione in qual modo leghi la
dottrina delle anime colle favole dei centauri autun¬ nali. Nota egli che
il fiore sia un anemone significativo del sole passato ai se¬ gni
inferiori, per cui sopravviene l’inverno, vale a dire il male che da ciò
risente la natura, e quindi anche le anime come credevasi,- tantoché quel
mostro con testa gorgonica rappresenta parimente il sole iemale. Gli
uccelli sono, a tenore del di lui parere, siderei, anch’essi spettanti ai
segni inferiori, e indicanti la via lattea che percorrevano le anime nel
passaggio loro alle sfere celesti. Da ciò conclude che tutta la rappresentanza
sia una spece di geroglifico significativo dell’autunno, cioè del tempo
in cui le anime dovevan esser suffragate. Egli palesa d’ aver tratta
questa interpetrazione dallq mie opere 3 . i Bianchini, Stor.
universale,cap. li, §x ,p. 84 * >, pag. i8t, lettera al dott. Maggi,
a Inghirami, Lettere di etnisca erudizione, Tom. 3 Lettere cit., p. 174,
lettera del Dott. Maggi. mente mutilati? Eppure è così; nè ciò farà
tanta sorpresa, se consideriamo che anche i vasi fittili sepolcrali si
trovano spesso rotti dagli antichi. Sarebbe forse ella mai una ferale
cerimonia liturgica ? Qui osserviamo ancora un vasetto in pietra
arenaria, tre quarti men grande del suo originale; ed è simile a quei che
prima dicevansi lacrimatorii, e che ora si dicono unguentari 3 , perchè
si vedono in mano di chi versa unguenti sul rogo 3 , nè questo è dei comuni
per la gran somiglianza coi vasi egiziani dell’uso stesso.Notiamo questi
recipienti con volgar nome di bracieri, mentre per tali si tengono quei
che sono atti a contener brace, ed insieme i vasi escari, e culi¬ nari.
Ma l’originale qui copiato a metà di grandezza, non fu vero braciere, nè
veri escari quei recipienti che vi si contengono, mentre l’uno e gli altri sono
di fragile terra cruda, non atta a resistere l’effetto del fuoco . Io
suppongo essere stati adoprali nei riti funebri i veri bracieri di bronzo
detti anche borni, usati a bruciar vittime, e profumi. Quindi al termine
della funebre cerimonia in luo¬ go di lasciar questi nel sepolcro, come
lo esigeva il rigore del rito, altri bracieri di semplice figura, e
formalità, perchè di terra non cotta, sostituivansi a quelli. Il pollo
che vi si vede nel mezzo, è consueto simbolo di buon augurio, che vedemmo
altrove 4 . Le varie teste che ornano l’utensile han pur esse il si¬
gnificato medesimo relativo alle anime, come in altre occasioni ho notato*.
Serve la tavola presente a mostrare qual fosse la forma esteriore del
bra¬ ciere o escaria, o estia che dir si voglia, la quale vedemmo nella
parte ante¬ riore disegnata nella tavola antecedente. Le sfingi e larve
che vi si vedono ap¬ poste, sono analoghe all'uso ferale di questi
monumenti 6 .Questo vaso ch’è una quarta parte dell’ariginale, è della solita
pasta nera con ornati, e figure a bassorilievo i, le quali sono in questo
disegno della loro naturai grandezza, e ne occupano tutto il corpo. Ivi son
ripetute tre volte. La prima di esse figure indubitatamente è un Marte; e
in conseguenza la donna che gli è dap¬ presso, quantunque priva di
attributi, può credersi Venere, che nella mitologia 1 Museo
Chiaramonii Tav. xxv. 5 Pollux. 1 . i, segm. 3 . 2 Paciaudi,
Monuoi. peloponues. Voi. u, p. iSo 6 Motium. etr. ser. i, p. aao. 3
V e d. p. ij, 7 V’cd. la spiegazione della Tal. ini. SUL GRECISMO CHE
S’INCONTRA NELL' ETRUSCO , SULLE ARTI GRECHE OSSERVATE IN ETRURIA, E
SULL’ ORIENTALISMO CHE RIDONDA PER TUTTA ITALIA. Era involta l’origine
degli Etruschi in ima impenetrabile oscurila fino dal tempo in cui
scrivevano i più antichi storici che noi conosciamo. Lo che fa certamente
gran maraviglia, quando si riflette all’ esteso dominio di quel popo¬ lo,
sì celebre, e sì potente, che aveva una Casta sacerdotale, e possedeva
tempo immemorabile un particolare alfabeto, ed era più avanzato nella
civiltà di tutte le altre nazioni di Europa. E ciò molto prima dei
Greci, pensino, e ne scrivano in contrario, i dotti compilatori della Rivis
a Lungo. Tutto quello poi, che noi sappiamo della sua susseguente
istoria, e c e e suìistituzioni, non ci è stato trasmesso che dalle
nazioni contemporanee , giac¬ che gli scritti degli autori etruschi, sono
periti da lunga età. E le loro iscriA ni scolpite sul marmo, e sul
bronzo, non sono finora più intelligibdi per noi, i quello che lo
siano i geroglifici egiziani. Ma se dunque la lingua etrusco, non è
in prima origne la stessa che a greca antica, con piccola diversità di
dialetto, come pretendevano, il Gori, e i suoi fautori, e più
modernamente l industriosissimo Abbate Lanzi, e tutta la sua scuola. Se i
Greci non furono i maestri degli Etruschi, in qual modo, riprendono
quelli di contraria opinione , s J incontra cosi frequente il grecismo
nell' etrusco, e si osservano cosi comunemente le arti greche in Etruria
. ben rispondere a queste domande, sono da premettersi alcune
considerazioni, che verrò qui brevemente esponendo. Ridonda
in primo luogo, nell’ etrusco , il grecismo, per una ragione oppo¬ sta
diametralmente a quella predicata , e diffusa fin qui dagli archeologi,
cioè, perchè furono gli Etruschi ad un’ epoca assai recondita, i maestri
dei Greci, i quali riceverono da essi, e dagli Egiziì, le prime nozioni
della scrittura, per mezzo dei Fenici, come altrove accennammo. Questi
elementi però non erano in prima origine prodotto indigeno della Etruria,
ma v’ erano stati trasportati da una più antica emigrazione
asiatica. Osservansi poi, in secondo luogo, in ogni parte di Etruria, ed anche
nel resto dell’ antica Italia, gli avanzi delle arti greche, perchè
quella vivace, ed ingegnosa nazione, che aveva il talento e V attitudine
di perfezionare , non me- Quando si trova nei monumenti Mercurio che ha
sulle spalle un ariete, se gli dà il nome di Crioforo, e cosi nominavasi
la di lui statua venerata in Lesbo, che avea scolpita Cakmide, a
significare ch'era il dio dei pastori, come crede¬ va la plebe, mentre
altri asserivano eh’ aveva liberato quei di Tanagra dalla peste, girando
tre volte in forma espiatoria intorno alla città, con un montone sulle
spalle. Ma il vero senso, benché mistico di quell’atto, è la congiunzione
del sole col segno dell’Ariete, per cooperare allo sviluppo della
generazione, mediante la quale son rivestite le anime d’utnana spoglia, per cui
cred’io che talvolta il nume vien espresso con lubriche forme. Il
religioso cerimoniale degl’idoli portava in fatti che l’ariete o lo stesso nume
si rappresentasse nelle patere libato¬ rie per onorare i morti 1 . Questa
pittura è nel mezzo d’ una tazza di terra cotta, che ha di più il pregio
d’essere scritta, ove peraltro non leggesi che un saluto di buon augurio
ad Erilo Eprìo; K«)oe. tavola xxxvr. Di questa muliebre
figura non mi occorre dir molto, per esser già nota mediante l'estese
notizie e congetture che ne detti altrove ». Io la giudicai rap¬
presentativa della divinità presso gli Etruschi, giacché ne monumenti
de'Greci non si trova mai, e la dissi una Nemesi Dea ch’ebbe origine in
Asia, e per¬ ciò munita di pileo frigio, e di doppie ali, onde mostrare
la velocità del suo corso, per cui le si vedono altresì le scarpe. Ha in
mano un simbolo eh' io giudicai allusivo alla natura prolificante w*,
»««•//>, mentre gli Etruschi tennero la narura e la divinità per una
cosa medesima. La corona che l’attornia è di frassine, vegetabile sacro a
Nemesi. Tutto il monumento, eh’è uguale in grandezza al suo originale, è
un disco di bronzo assai frequente tra i monu¬ menti etruschi, lucido
nella parte avversa, e manubriato in sembianza di specchio; e poiché se
ne son trovati alquanti nelle ciste mistiche, ove Clemente Alessan¬ drino
dice esservi stati riposti gli specchi unitamente ad altri simboli
mistici, così li chiamai ordinariamente specchi mistici 3 .
i Monumenti etr. ser. ti, p. 1 56 . a Ved. la ser. 11 , di
quell’opera. 3 Ivi p. 109. 34
dispregiarsi l'etimologia , quanti 1 ella è sobria, e ragionata ,)
comincerò da quelli delle lettere dell’ alfabeto . 1 quali non avendo
alcun significamento in greco , e portandone uno analogo alla loro
posizione,ofigura, o suono, negl’ idiomi asia¬ tici, è ben facile a
comprendersi da chicchesia, che non dalla Grecia, ma dal- l’ Asia derivar
debbono la propria origine. E vaglia il vero: Alpha , per esempio,
significa principe, primo, principio, e sìmili, in più dialetti asiatici,
e precisamente in quelli cosi detti semitici, nei quali si pronunzia
aleph , o alepha, e per contrazione alpha, cui pare che fosse dato un tal
nome per essere la prima lettera dell’ alfabeto, Beta, che viene da
beth, betha, suono imitato dal belare delle pecore, e pe¬ rò sempre
inalterabile nella sua naturale Semplicità, checche ne ciancino in contrario i
grammatici, i quali pretendono di farcelo pronunciare bita, ed anche più
barbaramente vita, vale una sorta di casa, per la somiglianza che ha questa
lettera colla casa stessa, nell’ Alfabeto semitico . Gamma
viene da ghirnel, gamia, gamal, che vuol dire carnelo, ed imita colla sua forma
la gobba, o le gobbe di quell’ animale. Cosi delta deriva da da- leth, o
deleth , deletha, e per sincope delta, e significa porta, cui somiglia pure
nella figura. E cosi ancora epsilon fu presa dalla he semitica, e trae la
sua denominazione dal suono che si manda fuori nel pronunziarla.
La zeta, deriva dalla zain, quasi ziian, che vale un’ arme, perchè
somiglia nella sua forma ad un dardo. E cosi percorrendo l’ intiero
alfabeto. La quale opinione acquista una forza tanto maggiore, in
quanto che si osserva, che gl' ingegnosissimi Greci, non hanno neppure nella
loro lingua, che è si ricca, un vocabolo indigeno per nominare la più
bella, e la più maravi- gliosa di tutte le cose create, qual è il Sole.
Imperocché la voce , elios, di cui si servono per nominarlo, non è altro
chela pura semitica, el, o eloab, inflessa alla greca . E significando
essa, fra le altre cose, anche Dio nel suo primitivo idioma, si vede il perchè
si propagasse ancora in Grecia, come altrove il culto del Sole. A
maggior conferma poi del mio assunto, ecco una serie di nomi, presi qua, è
là senza scelta, ed appartenenti a cose assai diverse fra loro, come a
dire, divinità , eroi, fiumi, monti, città, provincie, popoli, edifici!,
e simili, i quali tutti sono evi¬ dentemente orientali, avendo nelle
lingue asiatiche, un significato, mentre non ne contengono alcuno nei
linguaggi degli altri paesi. Lo che viene a provare ad un tempo, che i
Greci non sono i ritrovatori della loro mitologia, e che altro non hanno
fatto che foggiare un infinito numoro di ridicoli Dei, prendendo per cose reali
ì simboli degli Orientali, e le loro allegorie, e parabole . ti.
facile infatti avvedersi, che Pale, la quale presiedeva alle feste rurali in
Italia, e Pallade, che mentre era la Dea della guerra, e delle arti, insegnava
la conve¬ nevole cultura agli Ateniesi, non sono che un soggetto
medesimo, sotto due nomi diversi; ì quali però vengono entrambi dalle voci
semitiche, palai , e pillai, che significano, regolare i cittadini , e da
pillali, che vuol dire ordine pubblico . no che l'industria di
farsi suoi gli altrui ritrovamenti, mandò a più riprese, come tutti
sanno, colonie in Italia, le quali vi fecero pure lunga dimora. Queste colonie
pertanto, riportarono nelle nostre contrade, più belle, e più gentili quelle
arti mede¬ sime, che ne avevano prima trasportate, grossolane, e rozze
alla terra natale, i loro predecessori. Ora, siccome andrebbe grandemente
errato il giudizio di colui, che vedendo un italiano vestito alla
parigina, o all’inglese, volesse inferirne, che quella foggia di
vestimento sia invenzione italiana, cosi è di quelli, che tutto voglio¬
no attribuire ai Greci, perchè i monumenti che ci rimangono dei nostri antenati,
sentono più, o meno del greco stile , e della greca maniera. Nè
vale opporre, che mancandoci le autorità degli antichi scrittori, onde fiancheggiarla,
e provarla, fa d’uopo rigettare una tale opinione. Imperocché, ove siamo privi
di monumenti scritti, che bastino a provare un assunto di questa specie,
è giuoco forza ricorrere al senso comune, e farsi scudo del raziocinio ;
i quali valgono m ultima conclusione più di qualunqué autorità degli
scrittori, trattandosi dei non contemporanei. Ora questo
senso comune, e questo raziocìnio, rafforzati da un gran nume¬ ro di
nomi, ( oltre quelli dell alfabeto, e dei suoi elementi ), di fiumi, di
montagne, di città, di provincie , di divinità, di eroi e simili, ci
attestano altamente, e chiara¬ mente ci dicono, che dessi non possono
esser venuti che dall’ Asia, perchè sono asiatici, e tutti ritrovano il
loro significamento negli idiomi di quella parte di mondo. Ed essendo
questi medesimi nomi per la maggior parte assai più antichi di tutti i
monumenti, e di tutte le storie che finqui si conoscano , non si può negare
di ammettere, che se asiatici non furono i primissimi abitatori di
Italia, e per conseguenza di Etruria, tali però debbono essere stati
assolutamente, quelli che insegnarono agli Etruschi l’arte Ai scrivere, e
ne volsero gl’intelletti alla cultura delle arti necessarie alla vita, e
delle utili, e dilettevoli discipline. E perchè non paia ai nan
dotti in tali materie, ed agli imperiti delle lingue orientali, che io mi
tragga dalla propria Minerva siffatte opinioni, così contrarie alle già
invalse, ed approvate dal maggior numero degli archeologi, che scrissero
sull’ Etruria, e sugli Etruschi, è necessario che io venga esponendo, le
opportune prove di quanto asserisco, ai miei lettori. Perlochè, senza
veruna pretensione all' infallibilità delle mie asserzioni, eccomi pronto
alla dimostrazione delle medesime. E tralasciando di riferire in questo
ragionamento tutte le tra¬ dizioni, non mai interrotte dai tempii più
reconditi fino all’ età nostra, le quali dicono essere stati gli antichi
Etruschi nazione cultissirna, e potentissima, mi ristringerò a quella che
c’istruisce aver eglino attinti i primi lumi della loro civiltà, da una
colonia, o emigrazione proveniente dalle parti orientali, che furono la
cuna del genere umano, e di ogni sapere •, e non già dai Greci, che erano
a quei tempi, se pure esìstevano , del tutto incolti, e selvaggi.
Venendo pertanto all’ etimologia dei suddetti nomi, ( che non è sempre
da Etr. Mus. Chius. Tom. 1. ^ libio, e Tolomeo, dalbascuenze pitsà,
equivalente a schiuma, perchè situata, secondo Rutilio, vicino al fiume
Ausuro , e sull’ Arno, Quam cingunt geminis, Arnus, et Ausur
aquis. Orvieto, chiamato Herbanum da Plinio, prende il nome dalle
celtiche voci herd, e baun che vagliano terra alta. E di là scendendo
verso Roma , incontrasi non lontano dal Tevere il lago Vadimone, o all’etrusca
Vadimune, oggi lago di Bassano, alle cui acque attribuisce lo stesso
Plinio, fra le altre qualità, vis qua fracta solidan* tur; la qual
salutifera proprietà è significata dalla prima parte del suo nome, chea
vateded equivale in celtico ad utile,proficuo,e simili. Angiunge poi lo
scrittore medesi¬ mo che era quel lago riguardato come sacro, perchè
sotto l immediata protezione di non so qual deità ; lo che viene espresso
dalla seconda parte del nome ch’ei porta, cioè, mund, o più dolcemente
mun che corrisponde difesa, protezione, e tutela. Trovavasi poi al
mezzodì di tal lago Fescennio, luogo celebre per le sue oscenità , e le quali
sono indicate dal nome, essendo gitisi’ appunto licenza, sfrenatezza , il
significamento di quello ; e però ne cantarono, Orazio Fescennina per
hunc inventa licentia morena, e Catullo, Ne diu taceat procax
Fescennina licentia; Oltre di che, il celtico wels-hein,
latinamente Fescennium, s’ interpetra bosco di Venere. Nomina
Tito Livio, Fanum Voltumnae, oggi Viterbo , e credesi comunemente che
questa Voltumna fosse una divinità. Difatti il Dempstero la reputa la
prima fra tutte le etnische, e Banier V annovera frale campestri. Ma è da
credere che Voltumna, venga dalle due voci volt e tun, e per questo il
Fano prendesse il nome non già dalla divinità, ivi adorata, ma dal luogo
ov’ era posto, poiché significa colle percosso dal fulmine,o colle
fulminato. Cosi pure, Auno , famoso Ligure, ausiliare di Enea,
quando venne a stabilirsi in Italia, e che trovasi descritto
nell'undecimo libro dell’ Eneide, come paurosissimo nello scontro colla
valorosa Camilla, significa precisamente pauroso, timido in lìn¬ gua
armorìca, uno dei dialetti indo-scitici. E Cupavone, che andò pure col suo na¬
viglio in soccorso di Enea, si traduce capitano di mare, come Taro,,f
’interpetra gran fracasso, o che fà gran fracasso, rovinìo, o danno, ed
ognuno di leggeri comprende, quanto ciò si convenga ad un tal fiume
romorosissimo , e precipitoso . Iasio viene da iasesc, che vuol
dire, longevo, antico, e ben corrisponde all’idea, che ce ne danno
ipoeti, come Capi deriva da capasci, uomo libero, traendosi da ca- pasc,
libertà. Laberinto procede da labiranta, che vuol dire torre, palazzo;
Tritto- lemo da triptolem, che vale l’apertura dei solchi, Celeo da celi,
vaso, ordigno, mas¬ serizia, e però disse Virgilio , Virgea preterea
Celei, vilisque supellex . Palilie, ossia la festa degl’istituti, e
delle leggi, derivada palilià, c he significa l’ordine pubblico, o da peli],
che vale moderatore/Iella cosa pubblica, il primo in Isaia, Penati,
è voce che deriva da penisi!, luogo interno, o intimo , e la cui radice è
penàh, che vale penetrare; tutte le quali significazioni convengono benissimo a
quel¬ le familiari divinità degli antichi Romani. E Levana deità latina
essa pure, è la medesima che Lucina , la quale sostenta i nati di fresco,
e deriva da Jevanàh, che vuol dir Luna. La Parca, non è cosi
detta a non parcendo, come pretendono i Grammatici, e gli Etimologisti
latini, ma bensì da parech, che vale rottura , perchè tronca essa il filo
della vita; come Cerere, da gheres, spiga matura, e Cibele, da chebel
partorire. Difatti quella prima è la dea delle messi, e viene riguardata
la seconda come la madre di tutti gli Dei . Osservo il
Passeri, che Venere, detta Venus dai Latini, era parola sconosciuta ai
Greci, i quali esprimono questa pagana divinità, colle voci Sfpofarv,
topo, Afroditi, o Afaodite, Kipris, Kitereia. E fu per lungo tempo ignota
anche ai Romani, come attesta Macrobio nel primo libro dei Saturnali.
Afferma poi Earrone che il notile di questa Dea , non conoscevasi fra gli
stessi Romani, nè greco nè latino, neppure sotto ire. Ed aggiunge
Pausatila nel suo primo libro, che era ignoto agli antichi Greci, e che lo
aveva trasportato fra loro Egeo dalla Fenicia, e dall’isola di Cipro. Gli
Etruschi però conoscevano benissimo una tal Dea , eia chiamavano Vendra,
come rilevasi da un antico specchio mistico . E la sua origine sente dì
ebraico, avvegna¬ ché, ben-thara vuol dire figlia del mare perchè tbara
significa umidità, dal qual vocabolo fecero i Grecite**, tharas figlio di
Nettuno. Quindi furono dette Tbarso quasi tutte le città marittime, e
tarsisc, il mare, il lido, un porto. Dalla stessa voce ben, che si cangia
spesso in ven, per le regioni a tutti note, furono composti mol¬ ti nomi
di Dee, come quello della Bendit degli Sciti, di Bentasicima figlia di Nettuno
presso Filostrato, ed altri. Nè vennero da una sola parte, e nomi,
e riti, e costumanze asiatiche in Etruria, ed in tutta Italia, ma per più
e diverse vie: peri oche non da un solo linguaggio asiatico trar si
debbono le spiegazioni dì questi nomi, ma da più, e diverse lingue, e dialetti
di quella famosa contrada. Quindi tutti i celtici, e tutta la gran
famiglia degl’ idio¬ mi così detti indo-scitici, possono esser messi
utilmente a contribuzione, come altra volta accennammo per la retta
intelligenza dell’ etrusco, e per interpelrare gli antichi monumenti del nostro
paese-.Dal che viene a dimostrarsi , che il dotto, ed acuto padre
Rardetti, non aveva poi tutti i torti, di che altri volle troppo leggermente aggravarlo
. Ma riprendiamo la nostra disamina. Liguria, nome di quel tratto di
paese, detto la riviera di Genova, fu cosi detta da Liguria voce
bascuenze,che vuol dir soave. E si formarono probabilmente da questa, il
verbo latino, ligurire, che significa mangiare soavemente, o mangiare cose
soavi, e il nome greco liguros che vale anche soave. Pisa, cosi
chiamata , o per la figura dell’ antico suo porto, che si trarrebbe da
pi* se ,che vale in dialetto lidio porto lunato, o se fu detta Pissa,
come la chiamano Po - II nudo idoletto in bronzo che in questa Tav. si
espone davanti e da tergo, nella grandezza medesima dell’originale, con
altri similissimi a questo, sparsi pe'mu- sei, forma soggetto di mature,
ma non per anche fruttifere riflessioni degli archeologi , che se per un lato
vi ravvisano una gran somiglianza coi monumenti egiziani da far
sospettare che sian idoli venuti d’Egitto in Etruria, atteso specialmente
il costume e f acconciatura anteriore e posteriore de’capelli; dall’altra
non concepiscono come gli Etruschi abbian potuto ridursi a mendicare
manifatture d’Egitto,menti'’ erano essi medesimi famigerati artefici; nè la
storia ci addita in conto veruno un traffico simile tra le due sì
disgregate contrade. È vero che Strabone veduti i lavori d’ambedue le
indicate nazioni, li giudicò di un medesimo stile, simile a quello dei
Greci antichi ma par ch’ei ciò riferisse allo stile dell’arte, e non al costume
delle figure . In qualunque modo peraltro si volesse risolvere
l’obiezione, qui non sarebbe luogo opportuno di estendervi.
L’altro bronzo che rappresenta una fiera testa di lupo, servì
probabilmente per ornato nel manubrio d’ un arme da taglio. Ebbero
gli antichi una singoiar cerimonia religiosa, alla quale davano il nome
di Jettisternio, consistente in un convito che si faceva nel tempio, o
nel sacro recinto, dove si apparecchiayano le mense ed i letti, perivi
stendersi i devoti che lautamente mangiavano in onor degli Dei, ma vi si
preparavano ancora altre mense ed altri letti, dove si deponevano le
statue dei medesimi numi, a’quali porgevan vivande, come se fossero stati
realmente Ior commensali =. È dunque probabile che il presente rudere antico
facesse parte d’un di que’Ietti che preparavansi per le statue, i quali
si potevano usare a tal uopo di qualunque grandezza. L’ornato stesso di un
seguito di figure tutte ugualmente recombenti, con tazze in mano, come
stavasi a mensa, fan sospettare delbanalogìa di rappresentanza coll’uso
accennato del rudere, ch’èdi pietra arenaria, una terza parte maggiore
del presente disegno. Lo stile a parer mio si mostra imitativo piuttosto
che ingenuo d’un’ antichità non poco lontana. É già noto all
osservatore il nome e 1’ uso di questo mobile, per le ta¬ vole
antecedenti, al cui proposito dissi che \non veri foculi, ma figure di
ì Monum. etr. ser. m, p. 4 oi. a Liv. 1 . v, § 1 3 . Laurent,
de prond.et coena vet, c. zi, conviv. vet. c. 4 * cap. 28 , il secondo in
Giobbe cap. 3i. E Pamilie, festa che veniva dopo la raccolta, ed il cui
significato e 1 uso moderato della lingua , da dove s introdusse presso i Greci
il costume di fare esclamare e rivolgere al popolo le parole «pi« yWoias
tamnete glossas. cioè , troncate le lingue, astenetevi dal parlare,
derivansi da pa-mul, la bocca circoncidere, o da pamylah, circoncisione
della bocca. E siccome era questa una ottima lezione morale per rendere
gli uomini sociabili, e felici, così tutte le piccole società dei
congiunti, o d’altre persone che vivono insieme, furono dette fatniliae,
e da noi famiglie. Camilla è voce pretta etrusca, dicono
Servio, e Festo, e significa ministra degli Dei . Sia pur vero, ma in
idioma orientale significa un tal nome, ciò che dissero i Latini serva a
manu; o filia a rnanu , giacché cam vaia mano, ed bill figliolanza , come
osservò Eccardo al titolo 23 della Legge Salica. E filia a manu, o serva a
manu e una espressione convenientissima alle giovinette , che metter
dovevano le mani in cento cose, essendo destinate a servire.
Tarconte , autore secondo le favole di Tarquinia, fratello di Tirreno, o
disceso da lui, che sopraintese a dodici città, il che non è bagattella
,fà secondo la verità storica un valoroso soldato, che avendo difesa la
sua gente, venne denominato lo scudo 5 tale essendo ilsignificamenlo del
gallico tarcon, o dell’armorico targad. E finalmente, Tages , o
Tagete, che narrano esser saltato fuori fanciullo, dalla terra che
sfavasi arando, che fu alla nazione etrusca il primo maestro
delVaruspicio, che il senatore Buonarroti lo ha creduto espresso nella
tavola 45 fra le aggiunte al Dempstero, non può venire che dalla voce
asfcia, tag, la quale significa giorno. E pare che gli Etruschi volessero
fare intendere con questa figura, o parabola, che i giorni, p come noi
diremmo il tempo, aveva loro insegnato l aruspicina, o l'arte di antiveder
l avvenire. Avvegnaché di simile parlare figurato , sono ripiene le pagine
degli scrittori sacri, e profani. Dei quali basterà nominar qui,
tralasciando gli altri, David, Pindaro, Tullio, e Virgilio. E
siccome dice lo stesso Pindaro che le ore avevano insegnato agli uomini
molte delle antiche arti, così poteva secondo gli Etruschi, aver loro il
giorno insegnato l aruspicina-, Imperocché scrive il prelodato Tullio,
che opinionutn commenta del etdies, naturae iudicia confirmat; E Virgilio
cantò, Turne, quod optanti, divum permittere nemo Auderet,
rolvenda dies en attullit ultro. Domanderò ora ai dotti, se dopo la
spiegazione da me data a tanti nomi dei quali potrebbe estendersene il
numero per centinaia , e migliaia, sia possibile che una fortuita
combinazione, possa rendere così ragionevolmente corrispondenti i loro
significati, agli usi, ai tempi, ai luoghi, ed alle circostanze degli oggetti
per essi indicati. 4 ° va spossato di forze; e
incontro a lui, come narra Omero i Troiani e gli Achei si tagliano a vicenda
gli scudi e le targhe i 2 ». Il berretto asiatico, del quale il
recombente è coperto in questa tavola, mostra più manifestamente che altrove
la sua qualità di Troiano, e perciò mi confermo nel crederlo Enea. Gli
altri corpi che vedonsi rovesciati a terra, fan fede che il fatto accade
in un campo di battaglia; e nel tempo stesso più che bellezza, dà merito al
monumento quella ricchezza di lavoro, che ne’tempi dell' arte in decadenza
preferivasi al bello, che n’è il vero pregio. La ricchezza colla
quale vedemmo decorata di scultura l'urna cineraria in marmo, il cui
disegno è stato presentato nella tavola antecedente, tre volte più
piccolo della di lei grandezza, non potette appartenere che a persona
qualificata e facoltosa. Ciò si verifica nell'osservarne il coperchio in
questa tavola disegnato, sul quale riposa un giovine riccamente vestito,
decorato di onorifiche insegne, quali sono principalmente 1’ anello e la corona
di alloro che ha in mano, il torque che gli orna il còllo , ed un ricco
balteo che dall' omero sinistro gli scende al destro fianco. La corona
che ha in capo non è di semplice onore, ma gli spetta come recombente a
convito: posizione che viene affermata dalla tazza che ha in mano, come usa chi
sta a mensa. É stato ragionato dagli antichi di una guerra delle
Amazzoni, la quale ha non poco del favoloso 3 , come lo prova inclusive
la diversità colla quale è narrata, ma nella varietà della favola v’è
gran concordia tra i mitologi per introdurvi i cavalli 4 . Or poiché veri
combattimenti antichi a cavallo non si conoscono descritti dagli autori
de’tempi omerici, o poco dopo, così non resta che quel delle Amazoni, o
con gli Argonauti 5 , o con gli Ateniesi 6 , che incontrisi nei
monumenti, come approvato tra le rappresentanze dell’antichità figurata.
Dunque intendo di calcar le massime consuete spiegando il presente
bassorilievo per un Amazone equestre, la quale com¬ batte con un militare
a piedi, sia pur costui un eroe degli Argonauti seguaci di Erco¬ le, o un
Ateniese del seguito di Teseo. La Furia con face in mano è spesso
introdotta nei combattimenti anche dai tragici greci 7. L’urna cineraria
in marmo originale misura quattro volte questo disegno. La semplicità
dello stile caratterizza questo bas- i Iliad. cit., v, 45 1.
a Inghirami Galleria omerica, Iliade Tav. lxxiv, Voi. i, p.
146 3 Monumenti etr. Ser. in, p. 23 1 4 Diodor. Sic. 1
. iv, cap. xvi. 5 Monum. etr. Ser. cit. p. 2 43 * 6
Ivi p. 234. 7 Ivi, Ser, 1. p. 269, 3 i 6 , 477 » 534 » 5 ^ 9
» 568 . 3 9 essi erano quei che si trovavano entro le
tombe di Chiusi, perchè essendo di terra non cotta, potevan soltanto
servir per figura in qualche sacra cerimonia 1 2 . Ecco pertanto in questo
disegno uno de’ veri foculi, o thimiateri qualora questo braciere sia
stato in uso per cuocer vittime, percb’è di bronzo, e per ciò capace a
resistere all' azione del fuoco, siccome anche i vasi e gli al¬ tri
arnesi da cucina, che vi si trovarono dentro. Anche la sua grandezza eh’è
due terzi maggiore di questo disegno, attesta della capacità d’essere stato
ado- prato. L’indefessa gentilesca superstizione ci fa supporre, che non
a caso fosse un tale utensile ornato dal Capricorno, ripetuto nei quattro
suoi angoli, mentre ogniun sa che quel celeste segno fu oroscopo di
fortuna, che tennero per loro impresa Cesare Augusto, l’imperatore Carlo V, e
Cosimo I Granduca di Toscana 3 4 . Quell'animale vi sta dunque in luogo
del gallo che vedemmo nell’altro foculo già rammentato 3 . La forma
di questo foculo di terra nera e non cotta permette che se ne osservino
distintamente i vasi da cucina e da tavola ivi contenuti. Le replicate teste
d’ariete ivi affisse, nonlascian dubbio che il vaso non sia fatto
espressamente per uso sacro, ed allusivo a Mercurio; il quale presedeva
alle libazioni, come il mediatore delle preci che gli uomini porgevano ai
numi 4. Oltredichè ci è noto, che alle anime, come anche ai numi
infernali, facevasi olocauso d’un ariete di color nero 5 ; ed io vidi a
questo proposito vari bassi altari nel museo etrusco di Volterra, ornati
di teste d’agnelli, come il foculo qui esaminato. In un bassorilievo
trovato a Chiusi, ove sembrommi di vedere il medesimo soggetto che nel
presente, all'occasione d’averlo dovuto spiegare, scrissi quanto appresso. «
Quando Venere e Apollo ebber sottratto Enea dalle furibonde armi del
prode in guerra Diomede, allora Febo immaginò di lasciar combattere a
sazietà i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea l’idolo, 9 1’ ombra di
lui 6 . Questa poetica immagine del combattimento di due partiti per un
fantasma, fu cara oltremodo agli Etruschi, mentre ne vediamo la
rappresentanza in diversi dei lor cinerari, dove si osserva il simulacro
d’Enea caduto a terra per la percossa del sasso gettatogli da Dio¬ mede,
in atto di cercare una qualche difesa nella trista situazione in cui si
tro- 1 Ved. Tav. xxxi, xxxn, p. 29. 5 Virg. Aeneid, 1 . vi. v- 2 4
L Varrò ap. Geli. 2 Inghirami, Im, e R. Palazzo Pitti, p. 88. !•
iu, c. 11. 3 Ved. Tav. xxxi. 6 Ilomer Iliad. 1 . v, v. 449.
4 Monuin. etr: ser. n, p. 4 2 mostra in
questa Tavola il disegno rappresentatovi, non potea meglio esprimere in
esso un tale avvenimento, poiché dipinse Peleo qual destro giovine preparato
alle nozze, in atto di tenere stretta la ritrosa Teti, che quasi è per
coprirsi ’J volto col ve lo per l’onta di quell'atto. Peleo eseguì ciò
per consiglio di Chirone divenuto il di lui suocero con quelle nozze. A
lui davanti Peleo conduce la sposa, quasi che gli do¬ mandasse assenso della
unione maritale, mentre il centauro coll’atto di stender la mano dimostra
l’annuenza paterna dell’imeneo. È superfluo il sospettar ch’altra favola
sia rappresentata in questa pittura fuor che quella di Peleo e Teti davanti a
Chirone, mentre lo attestano le iscrizioni che vi si leggono setie teaes
kipos, e quindi un no¬ me proprio di Nicostrato coll’aggiunto consueto
nikoztpatos kaaos. Le figure qui riportate son alte la metà di quelle che
vedonsi nella pittura del vaso originale, che ha fondo nero , con lettere
dipinte in bianco appena visibili. I vasi che han la forma come il
presente sogliono avere altresì tre manichi, ed una sola fronte ornata a
figure; questo a differenza degli altri è dipinto da due parti, una delle
quali è descritta nella Tavola antecedente, f abra, che dir si potrebbe
la parte opposta del vaso, a causa della inferiorità della esecuzione del
disegno, è la qui delineata, ed il vaso tracciato sotto di essa è poco
più della decima parte dell’originale, in fondo nero con figure rosse. 11
vecchio calvo che sta nel mezzo a due donne in atto di correre o di
ballare, è tema comunissimo anche ad altri vasi. Ma in uno di essi, per
quanto appresi da S. E. il principe di Canino esimio possessore e cogni-
tore di tali pitture, uno di essi, io diceva, manifesta con epigrafe il nome
del vecchio Tindaro, dal che si dedurrebbe essere una delle donne la
figlia Elena danzante con una delle sue compagne nel tempio di Diana,
dove fu rapita da Teseo, e portata in Atene: tema che ora m’avvedo essere
più chiaramente espresso nel vaso che io inserii nell’opera dei Monumenti
Etruschi *, e che dissi allusivo al corso degli astri a , e che ora
maggiormente confermo per la relazione di quel ballo e di quel ratto con
la guerra dei Dioscuri onde riprender Elena, con altri simili tratti di
quella favola, i quali non significano in sostanza che un continuo levare
e tramontare degli astri 3 , e delle combinazioni loro con la luna: nome
che in greco porta con poca varietà anche Elena Selene da sto» la risplendente,
e aiUn la luna. La figura di questa Tavola è dipinta nella grandezza medesima
in una tazza di terra cotta con giallastro colore su fondo nero, il cui
aspetto ha tutti i segni del sati— 1 Ser. v. Tav. ix. 3 Ivi, ser.
n, p. 4 g 8 . 2 Ivi, ser v, p. 87, li 4 , 4 Ivi, p.
567. sorilievo non distante dai buoni tempi dell’ arte; e se la figura
equestre compa¬ risce alquanto piccola, fu condotto a sì ingrata licenza
lo scultore nel volervi introdurre delle figure a piedi e a cavallo
protratte ad un'altezza medesima, e che tutte empissero il fondo sul
quale son collocate. Prima di coricarsi a mensa usarono gl’italiani dei primi
tempi di Roma di spo¬ gliarsi de'propri abiti, e prendere un manto che
dissero veste cenatoria o sindone, colla quale in parte avvolgevansi e in
parte potean restare a nudo, per aver le braccia più libere all’azione di
prendere il cibo,- e così coperti dieevansi dai latini semi- amidi, ma
quell’uso fu abbandonato e non tardi, ond’è che da Erodiano fu addotto
come affettata imitazione delle antiche statue Di tal costume par che serbi
memo¬ ria la figura della Tavola presente che giace sul
coperchio,spettante all’urna in marmo che antecedentemente abbiamo
veduta.Dell'iscrizione sarà dato conto a suo luogo. Il vaso che qui si
mostra un terzo più piccolo dell' originale, è di que’soliti di terra
nera che si trovano a Chiusi, nè potrassi mai supporre che siano d’altra
fàbbrica fuori della chiusina, poiché oltre la terra nera e non cotta che vi si
adopra- va più che in altre officine, hanno essi vasi certe forme, una
delle quali è la presente, che mostrano un carattere del tutto originale ed
unico, sì nelle sagome, sì negli ornati. Accenna Omero essere stata
volontà degli Dei,che Peleo togliesse Teti per moglie, quantunque Dea;
mentre quell’eroe non avrebbe volontariamente aspirato ad una unione sì
eminente 3 . Apollodoro ne spiega più minutamente il successo, e dalla di
lui narrazione par che abbia origine questa pittura. Era fama che Giove unitosi
con Teti, da cui restò incinta d'Achille, ne procurasse 1’ imeneo
posteriore con Peleo, quantunque mortale 3 . Quindi soggiunge Apollodoro,
che il centauro Chirone consigliò Peleo ad impadronirsi della ninfa divina con
sagace destrezza, nè lasciarla andare, per qualunque forma ch’ella avesse presa
. La insidiò difatti Peleo, e quantun¬ que la Dea si trasformasse in
acqua, in fuoco, ed in bestia feroce, egli ritennela finché non ebbe
ripresa la di lei primiera forma di ninfa. Il pittore del vaso di cui si
i Monum. Etr. ser, i, p. 3^6. 3 Scol. ap. Heine lliad. Iib. xm, v. 35o ,
Tom. v H-imer. lliad. lib. xxiv, v. 538. vi, p. 635.
Elr. Mas . Chius. Torti. I.
ragionamento y SUGLI ETRUSCHI
Disputarono lungamente frà loro gli scrittoli, come abbiamo accennalo, intorno
all’ origine degli Etruschi, e fabbricarono su questo soggetto tre sistemi
di¬ versi. Volevano, per esempio, alcuni che eglino fossero un popolo
uscito dalla Grecia, ed una colonia di Pelasghi, mentre sostenevano altri che
erano Lidii, e veni nano dall’ Asia, ed altri finalmente affermavano
essere i medesimi originarli di Italia. La quale ultima opinione è
ragionevolissima, e noi la crediamo la vera. I moderni poi hanno
superato gli antichi nel numero delle ipotesi, e dei sistemi-. Imperocché
il Maffei,col Mazzocchi, ed il Guarnacci, li fanno venire dalla Fenicia,
il Buonarroti dall' Egitto, il Pelloutier, il Bardetti, ed il Frerst, dai
Celti. Li crede Guglielmo de Humboldt I anello di comunicazione frà i Latini, e
gl’ Iben, laddove Niebuhr riguarda la Rezia come la primitiva lor sede. Ed in
fine il Mailer suo discepolo, adottando un termine medio, ammette un
popolo primitivo di Etruria, eh’ ei chiama Rase ni con Dionisio d
Alicarnasso, e sulla cui origine lascia la qm- stione indecisa, benché
creda d’ altronde, che questi Raseni si mescolassero coi Pe¬ lasghi, qua
venuti colle loro colonie di Lidia. Ora questa moltitudine
d’ipotesi antiche-, e moderne, da altra causa non possono cèrtamente
procedere, che, oda troppa leggerezza, e precipitazione nell’ esaminare i
monumenti dei nostri padri, o da impremeditato sistema in coloro, che ne
presero a scrivere, o dal più nocivo di tutti i sistemi, V amore di
parte. Per poco infatti che vi sifaccia attenzione, e si vogliano mettere
alla prova, non è difficile a chicchesia di accorgersi, che q.essuna di quelle
ipòtesi, e nessuno di quei sistemi, contiene elementi che bastino a
diradare il buio che involge le cose etnische, ed a spiegare, anche probabilmente
i monumenti che ci rimangono di quella illustre nazione. Scegliendo
peraltro da ciascuna di quelle ipotesi, e da ognuno di quei sistemi, ciò
che vè di più ragionevole, e di più giusto, e formandone un insieme, vi si
troverà, se il giudizio nostro non và errato, quanto fà di mestieri, per
portar piena luce e spiegare con ogni chiarezza, e senza replica, tutto
quello checi rimane di etrusco. Stabiliremo dunque frattanto, che
furono gli Etruschi un popolo particolare d’Italia, indigeno di questa bella
penisola, che ebbe, com è naturale, una lingua sua pro¬ pria ; la quale
non è la. Stessa che la greca antica,, come dimostrammo nel precedente
ragionamento, e che anzi ne differisce mollissimo, anche per sentimento del
prelodato Mailer. Col quale aggiungeremo, a conferma di quanta asseriamo,
che inori>', dei loro ro: orecchie ircine, barba prolissa,naso
simo e coda di cavallo.L'otre vinaria ove stas¬ si assiso è pure suo
speciale attributo. L’iscrizione letta come qui rappresentasi, poco giova
ad intenderne il significato panaitios iupos kacos . Non oso farvi
emenda, mentre non avendo io veduto il monumento, non posso nè asserire,
nè porre in dubbio se questa sia la vera lezione. Quando non vogliasi
azzardare il supposto che la terza lettera dell’ ultima voce sia nell’
originale un p, per cui avremmo due volte ripetuta la voce bello, come in
altri esempi si vede, potremmo almeno pensare ad una omissione dell’asta
che del c ne dovea formare unir, e la voce significativa di pernicioso
potrebbe alludere al vino, quando n’è fatto abuso. Nè nieu dubbie si
mostran le altre voci, a meno che vogliansi leggere ««<05 che sarebbe
un saluto al dio Pan l’autore della universale natura. Ma tali dubbie
iscrizioni debbonsi a mio parere consegnar colle stampe alle indagini di
quelli ellenisti che in particolar modo si occupano dei vasi dipinti e
scritti. Epigrafi tratte dal museo Oasuccini, come le altre venti
già stampate, scolpite in urne di travertino, o segnate in urne di coccio.
VI :fì\u il AH : 43 :4flHfYf = fln-iq/iDvnas : ma :
qd >- tv -7 bifidi) :
dfiUfVf: V13M : lllfttqfi : 04 :4fi0qfl4 : dfidfVf : liHblqfi :
43 #filflfiOmfiq ; invddfi : O4 > /in
fio Doppia epigrafe 4fi Sopra il
coperchio filfin8dV3 Nell’ orlo del coperchio
Iffifliqa : ignqfiq : 04 XXVII. Jfi 1 -r fi
sic om 131 : lantqfi : I O q fi 4 xxvin.
fiinvi-nai : firmo filflfl031 6 * 46
il nome di quei nuovi coloni, e non quello dei primitivi alitanti.
Imperocché , trovan¬ dosi, prosegue lo stesso Mailer, nella Tavole
Euguhine, la parola Tursee, con quelle di Tuscom , e di Tuscer, è
impossibile di non conchiudere, che dalla radice Tur si sono fot mali
Tursicus, Turscus, e Tuscus, come dalla radice Qp, deriva- ronsi Opscus,
ed Oscus; Di maniera che Tuprìvoi o Tv eP moi e Tusci, non sono che le
forme asiatiche, ed italiche di un solo, e medesimo nome • Che del
resto, un argomento per noi fortissimo, atto a dimostrare oltremodo remo¬
ta la civiltà degli Italioti, e singolarmente degli Etruschi, ricavasi pure da
tutti que¬ gli antichi scrittori, i quali parlano della cosi detta
Confederazione etnisca residente a Fiesole, e da tutti quei Gronólogisti, che
ne fissano lo stabilimento a lobo anni prima dell’era volgare ; dei quali
vedasi, fra gli altri, il Sìg. de Long-Champs, nei suoi Fasti universali.
Lo che ci fa credere che gli abitanti dì questa regione, avessero già
acquistale fino diallora, non ordinarie nozioni di politica teoria.
Ed infatti, benché la voracità dèi secoli, e più ancora la feroce
ambizione , e la crudele prepotenza romana , ci abbiano invidiate le storie
etnische, ed anche la maggior parte dei monumenti di quel popolo
celebratissimo. Benché la vanità senza limiti dei Greci, sia venuta, per giunta
alla derrata, ad involgerne di puerili, e ridicole favole, perfino il
nome, non che le azioni dei nostri antenati, per quella loro presunzione
stoltissima , di far credere che tutte le altre nazioni del mondo, non
fu¬ rono nulla , in paragone di loro ; esistono pure tuttavia in Etruria
delle costruzioni, che gli eruditi chiamano Ciclopèe , perchè non hanno
il carattere, nè fenicio, nè egizio, e che sono per conseguenza indìgene , le
quali sfidano da quattro mila anni a questa parte,gl’insulti degli uomini
e gli urti del tempo, e stanno a conferma di quanto asserimmo qui sopra,
circa la suaccennata civiltà, e straordinaria potenza, ed energia degli
Etruschi . E tali sono, fra le altre, le mura di Volterra, e di più altre
città dell’ antica Etruria, le quali sono formate di enormi macigni, senza
alcun cemento, resi fermi soltanto dal proprio peso- Mal epoca
della colonizzazione, della quale parlammo di sopra, non si può fissare che per
approssimazione. La quale peraltro credè il Mùller, già citato più volte,
che coincida colla emigrazione dei popoli, e che fosse cagionala, e prodotta da
quella, e se la ragiona cosi- Gli Umbri, dice egli, e lo ripetono pure i
compilatori di Edimburgo, erano potenti nella contrada, di cui presero
possesso i nuovi coloni. I quali ebbero a sostenere lunghe, e sanguinose
guerre, prima di spossessarli delle trecento città, che eglino
occuparono, al dire di Plinio lib. terzo, cap. decimo nono, nel paese che
fu più tardi chiamato Etruria. E poi fuori di ogni dubbio che gli
Etruschi si estesero dalla parte del Mezzogiorno, fino alle sponde del Tevere,
ed anche al di là nel Lazio, come lo prova il nome di Tusculo, o
Tusculano. E dietro le tradizioni popolari, quello stesso Tarconte, al
quale si attribuisce la fondazione delle dodici città di Etruria, con¬
dusse anche dodici colonie al di la degli Appennini, e vi gitlò le fondamenta
di Dei, non sono quelli che s' incontrano presso gli Elleni, e che
trovatisi nelle dottrine dei Sacerdoti Etruschi, molti punti, affatto
diversi dalla greca teologia. E ripeteremo ciò che altrove dicemmo, che
la sorte, cioè, di questa nazione, pare che fosse quella di essere
debitrice dei suoi primi progressi nella civiltà, non ad una tribù greca, o
mezza greca, siccome crede lo stesso Mailer, e con esso lui i dotti compilatori
della Rivista di Edimburgo ; ma bensì ad una emigrazione asiatica, più
antica dei Greci medesimi come abbiamo assento, ed in parte ancora
provato nel precedente ragionamento. Nè punto esiteremo d affirmar
qui, che la lingua etnisca, o ella non fu mai scritta nella sua purità
primitiva, e scevra di ogni mescolamento di stranieri vocaboli, o se pure
lo fu in lontanissima età, non è fino a noi pervenuto alcun monumento scritto,
il quale ce ne possa far fede. E ciò sosteniamo con tutta franchezza, perchè
quelli conosciutifinqui, sono tutti composti, senza veruna eccezione, di
un rnescuglio di voci, prese ad imprestito, per la maggior parte, da ognuno di
quegli antichissimi lin¬ guaggi, e dialetti, che nominammo nei
ragionamenti già pubblicati in quest' opera stessa. Di che daremo una
sicura prova in altro discorso a questo solo scopo diretto. Sul
proposito però dell' essere, o non essere gli Etruschi una tribù greca , o mezza
greca, è molto curiosa la novelletta che vanno ripetendo, il prelodato Mùller,
e con esso ancora i surriferiti Compilatori della Rivista edimburghese,
ove dicono che i Toscani attribuivano eglino stessi, nelle loro nazionali
leggende, la propria civiltà alla marittima città di Tarquinia, e
nominatamente a Tarconle. I quali due nomi altro non sono, secondo essi ,
che due variazioni di Tirreni . Ma questa è una greca invenzione, ed
anche di moderna data, in confronto della remota cultura degli Etruschi,
ed è similissima a tante altre dello stesso calibro , dai medesimi Greci
ac¬ creditate, e spacciate per fatti, intorno all’origine di tutte le più
celebri nazioni del- l antichità . Ed aggiungono i medesimi autori, che
sbarcarono precisamente a Tarquinia , e colà stabilironsi da prima, quei
terribili Pelasglii di Lidia, i quali porta¬ vano seco le arti, e le
scienze, che avevano già apprese o nella patria loro , o nei loro viaggi
-, credendo di poter cosi conciliare maggior fede al loro racconto circa
la primitiva civiltà degli Etruschi. Al venir dunque di si
fatti coloni, secondo quell' eruditissimo prussiano, e quei dotti
inglesi, vide per la prima volta 'questo barbaro paése, degli uomini coperti
di bronzo, equipaggiarsi a suono di tromba per la battaglia. Udì allora
per la prima volta , l acuto squillo della tibia lido-frigia ,
accompagnare i sagrifizii, e fu testimo¬ ne della rapida corsa delle
galere a cinquanta remi, Siccome però la tradizione passando poi di
bocca in bocca , non conosceva più limiti, cosi tuttala gloria del nome
toscano, anche quella che non apparteneva prò- priameiife ai coloid, si
attaccò a Tarconte discepolo di Tagete, o d e ! tempo, come dicemmo nel
precedente discorso, riguardandolo quale autore di urlerà novella, e
migliore, nella storia di Etruria. Ed i popoli vicini, vale a dire , gli Umbri,
ed i Latini ; diederq a questa nazione, che incominciò allora ad
accrescersi, ed estèndersi Nè credo che allia torlo il MiMer,
attribuendo alla preminenza di questi ultimi sul mare inferiore, la
mancanza delle colonie greche, sulla costa setten¬ trionale della
Sicilia, ove al tempo di Tucidide, non eravi che Lnera. Il timo¬ re degli
Etruschi, chiuse per lungo tempo ai Greci, il passaggio dello stretto di
Reggio- E non avvenne che dopo V epoca in cui ebbero acquistata i Focesi
una potenza navale, che fu dato loro di esplorare entrambi i mari.
Ma la rivalità non tardò molto a manifestarsi frà i due popoli, i quali
cércarono d'impadronirsi dell’ isola di Corsica . E gli Etruschi uniti ai
Cartaginesi, disfecero i Focesi. Furono pero meno fortunati nelle loro
guerre marittime coi Borii di Guido e di Rodi che avevano formalo uno
stabilimento a Lipari. Finalmente 474 anni avanti Gesù Cristo, il
popolo di Ciana in Campania, avendo dichiarata la guerra ai Tirreni,
chiamò in suo soccorso Gerone tiranno di Siracusa , che li disfece
completamente, e liberò, dice Pindaro nella prima Ode pizia, la Grecia
dalia schiavitù. E difetti uno scudo di Bronzo trovato nelle rovine di Olimpia
nel 1817 , porta questa iscrizione = Gerone, figlio di Dimmene, ed i
Siracusani, hanno consacrato a Giove queste spoglie dei Tirreni vinti a
Clima = . Ammesso pertanto che furono gli Etruschi un antichissimo popolo
d’ Italia originario dello stesso paese, conchiuderemo questo breve
ragionamento, colle riflessioni seguenti. L° Che di necessità
ebbero essi, linguaggio, usi, Leggi, costumanze, arti, scienze, e
religione loro particolari, e proprie, benché dovessero i primi progressi nella
civiltà ad una emigrazione asiatica, in un epoca quasi impossibile a stabilirsi
con precisione. Il.° Che per conseguenza, fra le altre cose ,
che qui per brevità si tralasciano , i vasi dipinti di terra cotta, come
quelli neri, ed altri, di qualunqueforma, e grandezza, siano essi
aretini, o chiusini, o campani, sono genuinamenee etruschi, e non altro
che etruschi. Benché sia piaciuto agli Archeologi di chiamarli vasi
greci, e più modernamente ancora italo-greci. Le quali denominazioni hanno dato
loro quei dotti , perchè vi si scorgono, come pure nelle urne cinerarie,
e nei sarcof agi, disegnate e di¬ pinte, o scolpite, a basso , e a gran
rilievo, rappresentanze, o storie e favole greche; ovvero che tali
divennero dopo essere state prima etnische, e perchè vi si leggono parole
greche, o che alle greche somigliano. Come se non potessero essere nel mondo
due diversi idiomi i quali abbiamo alcuni vocaboli comuni ad entrambi.
Conforme fu sa¬ gacemente osservato, dal dotto, e perspicace sig.
principe di Canino apag .20 del suo Museo Etrusco. Campani poi faron
detti, eziandio tali vasi, perchè se ne fabbricavano . e se ne trovano nella
Campania, che fu pure colonia etnisca, come si dicono chiusini, ed
aretini, da Chiusi, e da Arezzo, ove esisterono speciali fabbriche dei
medesimi. E sul proposito del sig. principe di Canino, sono assai dispiacente
di non aver letto prima d’ora quel suo dotto e giudizioso lavoro, perchè
avendovi riscontrate al- altre dodici città. Lo che serve a trovare
che l Etruria della valle del Pò, fu colonnizzata dall' Etruria del
Mezzogiorno. La. medesima tradizione di dodici colonie, viene
ripetuta sul proposito dello stabilimento degli Etruschi in Campania-, Ed
il Miiller suppone che quelle co¬ lonie fossero realmente etnische,
contro , l’opinione di Niebuhr suo maestro, il qua¬ le pensa che elleno
fossero fondate dai Pelasghi Tirreni, confusi cogli Etruschi, a cagione
dell’identità del nome. In ogni caso però, sembra allo stesso
Miiller, che la popolazione etrusco della Campania, non debba essere
stata molto considerabile, perchè vi prevalse il dialetto Osco, e perchè non si
è mai trovata in tutto quel tratto di paese, una sola iscrizione
veramente etnisca . Laonde convien credere, prosegue egli, che quel
fertilissimo paese, immerso nel lusso, e nella mollezza, esercitasse la sua
fatale influenza sugli Etruschi, che vi si erano stabiliti, mentre furono
obbligali ad abban¬ donare il possesso delle ricche pianure di Capua ai
Sanniti, colà discesi dalle loro montagne. Io non saprei qui
sottoscrivermi all’opinione del dotto archeologo prussiano, sembrandomi
troppo debole la ragione che egli adduce, per ìstabilire che fosse
piccolo il numero dei coloni Etruschi della Campania, quella cioè del
dialetto Osco rima¬ stovi dominante, poiché potrebb’ essere ciò avvenuto
anche dall' avervi quegli ospiti soggiornato per breve tempo , oppure da
un riguardo che poterono benissimo avere i Vincitori verso i vinti. Di
che abbiamo avuto un esempio noi stessi nelle nostre contra¬ de al tempo
dell’ Impero francese. E certamente gli Etruschi, non erano cosi feroci,
come i Romani, i quali ebbero l’inumanissimo orgoglio di togliere perfino la
lingua ai popoli che avevano l’infortunio di cadere sotto il loro giogo
di ferro : ( checché ne cantino in contrario ifanatici loro lodatori .) E
se è permesso di paragonare le grandi cose alle piccole, quando sono
dello stesso genere , dirò in appoggio della mia supposizione, che anche
i Chinesi soggiogati già da piti secoli dai Tatari Mant- sciu, hanno
conservato, e conservano tuttavia dominante il proprio idioma, benché
soggetti ad una dominazione straniera. Oltre di che, viene ad accrescersi la
forza del mio ragionamento , riflettendo che era ben facile, e naturale il
conservare nella Campania il linguaggio del paese, altro non essendo il
medesimo, che un dia¬ letto della lingua Etnisca. Sembra poi
cosa provata , e da non controvertersi, che i Tirreni dopo il loro sta¬
bilimento in Italia, esercitassero per lungo tempo la pirateria, e che si
rendessero così famosi nelle pianure della Grecia, ma è peraltro assai
difficile a deci¬ dersi, se una tale accusa debba applicarsi a Tirreni
del mare Egeo, oppure ai Tirreni Etruschi', I quali possedendo dei buoni
porti sui due mari, conserva- ronsi la dominazione dell’uno, e dell'
altro, e si resero formidabili, non solamente alle navi mercantili, colle loro
corsare, ma eziandio alle altre potenze, coi loro navali
armamenti. A molti sarà nuovo ed inatteso questo singoiar monumento,- ma
non a chi ha scorsa la mia Opera su i Monumenti Etruschi ove alla ser.
VI, e precisamente alla Tavola G5 ne ho dati a luce due inediti, nè
finallora da nessun altro mostrati, In seguito si videro esibiti
ripetutamente nelle Opere del eh. dot. Dorow '. Io dissi di quelli, come
pur di questo ripeto, esser vasi di terra nera, al cui orifizio è soprapposto
per coperchio un capo umano, ed a suo luogo spiegai come que’recipienti dovean
simboleggiare il mondo, ed il capo sovrimpostovi la divinità che Io
governa dall’ alto de’cieli \ Ma poiché questa specie di vasi trovasi nei
sepolcri, cosi potremo credere che i soprimposti capi rappresentino deità
speciali, cosicché se avrà barba un di essi, come quello che pubblicai
altra volta 3, si potrà dire un Bacco infernale, mentre nel presente
monumento dov’ è un capo imberbe, ed alcune protuberanze che dan segno di
petto femminile ravviseremo una Proserpina. Se il vaso qui esposto avea
ceneri umane, di che non posso giudicare dal solo disegno ch'io vedo di
questi monumenti chiusini, in quel caso direbbesi che le braccia,
avvingendone il recipiente, indicano il patrocinio che la divinità dovea
prendere di quel morto ritornato nel caos della materia mondiale. Dico tuttociò
brevemente perchè in queste materie mi sono esteso altrove abbastanza.
Qui aggiungo l'osservazione che molti vasi uguali a questi, ma in pietre
di varia specie trovatisi nei sepolcri egiziani e in gran parte anche dipinti
nei papiri, nelle casse e nelle pareti delle tombe; e dai capi che
hannovi soprapposti di forme varie 4, si ravvisano per figure delle
principali deità egiziane, Questo vaso in terra nera è due terzi più
piccolo dell’ originale . È tuttavìa non risoluta questione se figure simili
alla presente, cioè che abbiano lunga barba, corona in testa, abito lungo
fino ai piedi un manto sugli omeri con vaso in mano, ed attorniate da
sermenti d’edera o di vite, è questionabile, io diceva, se dir si debban
figure di Bacco o d'un qualche di lui sacerdote.È altresì cosa degna
d’osservazione che l’occhio qui eseguito, non come dalla natura umana si
mostra, è poi disegnato precisamente come si vede nelle figure de’ vasi di
Grecia di Sicilia , e di tutta 1* Italia meridionale, ove trattisi di
pitture che affettino qualche arcaismo nel loro stile, e specialmente ove
le figure sono come qui di color nero sul fondo gialla- 1 Dorow ,
Voiage archeologique dans V a °cienne xbtrurie avec xvi Planches. 1 Voi.
io 4 -° P- 46, Paris. 1829. Notizie intorno ad alcuni Vasi.
Etruschi Pesaro 1828 in 8.°. 2 Monumenti Etruschi, ser. 11, p. 47 1
2 > ser. v f p. 490» ser - Vi* Tav. G 5 , p. 4 ^. 3
Ivi, ser. vi, Tav. G 5 num. 1, 3 . 4 Ivi * ser. vi, tav. N4, num. 1
, e P4. numm. 1 , 2. cune opinioni, che mi paiono le
più giuste, e ragionevoli in questa materia, e le quali si accordano con
quelle da me emesse nei precedenti ragionamenti, mi sarei fatto un dovere
di render nolo al Pubblico molto prima, quanta sodisfazione io ni abbia
di trovarmi d'accordo con un uomo di tanto ingegno e di tanta dottrina
. III. 0 Che si avvicina al delirio l'ostinarsi ancora a voler credere
opere greche i suindicati vasi, perle sopra esposte ragioni, e perchè se
ne rinvennero alcuni persino nell' Attica, ed in altre parli della Grecia, i
quali sono peraltro in piccolissimo numero, in confronto a quelli
discoperti in Etruria , e nelle altre parti d'Italia. Ed una tal foggia
di ragionare, è simile a quella di chiunque osservando per T Italia, o in
Francia dei lavori di porcellana della China, e del Giappone, pretendesse di
stabilire, che quei lavori sono italici, o francesi, solo perchè si trovano in
Francia, ed in Italia. IV. ° Che non è meno strano, per non
dire assurdo il pretendere di togliere agli Etruschi l’ onore di tali
manifatture, per farne dono ai Greci, perchè s‘ incontrano molti dei
suddétti vasi che hanno elegantissima forma, e sono disegnati pure, e dipinti
con un gusto squisito. Quasiché gli Etruschi non avessero fatto che
comparire sulla faccia del globo terrestre, e ne fossero subito
scomparsi. Oppure, avendovi di¬ morato per lunga serie di secoli, lo che
non hanno saputo negar loro neppure i più furiosi partigiani dei Greci,
fossero stati poi forniti di tale, e tanta stupidità, da non saper
migliorare, ed anche condurre a perfezione, le loro invenzioni, come
fanno tutti i popoli del mondo V. ° Che non si vorrà
sostenére finalménte, che le arti non pvesserò presso gli Etruschi, come
presso tutte le incivilite nazioni, che le coltivarono, diverse epoche,
cioè quella della primitiva rozzezza, qxiella del miglioramento, e quella
della perfezione, come quelle del decadimento, e della successiva
barbarie. Nè saprei addurre, per rivendicare questa usurpazione fatta dagli
archeologi ai nostri padri, più bella prova, e più convinciente ragione
dì quella prodotta dallo stesso signor Principe di Canino, apag. ig
dell’opera citata qui sopra. Cioè, che i vasi dipinti non sono
sicuramente greci perchè i Greci stessi non se ne sono vantati giammai.
Ed è ben gloriosa per gli Etruschi una tele invenzione, conforme riflette
pure il prelodalo scrittore, perchè fu¬ rono essi i primi ad iscoprire
colla meditazione, e colle più profonde indagini, che per eternare le
tradizioni dei popoli, più del marmo, e del bronzo, è valevole Iùmile
terra cotta, perchè ella sola passa a traverso alla fuga dei secoli senza
altera¬ zione veruna . jflniiia : 3 n iq 3© or 248v8 in gran
travertino che serviva di porta ad un sepolcro amq&o :
ofl janqoai Etr. Mus. Chiut. Tom. I. 7
52 ha sulle spalle, e come questo riferir si debbe
all’autunno l'accennai spiegando altri vasi chiusini analoghi a
questo , LVI. Le quattro tavv.LlII, LIV, LV, LVI sono
impiegate a mostrare un bel monumen¬ to di pietra tofaceadella figura
d’ut) cubo, della grandezza due volte maggiore del disegno qui ripetuto,
e che mostra quattro lati scolpiti con figure a rilievo assai basso, come sono
gli altri monumenti di simil natura trovati a Chiusi. Io non saprei dire
se ara sia questa, oppure altare, o foculo, o base, o altr'oggetto
qualunque, perchè non vedendone io che i disegni non posso da essi giudicarne
con fondamento. Esaminiamone le sculture che si vedono in quattro lati
del cubo. È fuori di dubbio che qui si tratta di riti funebri, e d'ultimi
uffici di pie¬ tà resi ad un morto, che vedasi steso sul feretro alla
Tavola LUI. Il fanciulletto eh’ è in piedi presso a quel letto di morte
ha un tale atteggiamento di dolore, che non saprebbesi meglio immaginare
dal più sagace dei nostri artisti, brattan¬ to c’insegna che tenevasi per
atto di duolo il porre le mani al capo. Infatti nel quadro medesimo compariscono
due altri astanti colle mani portate al capo ugualmente, ma ben si ravvisa che
l'atto è suggerito più da formalità che da quel vivo dolore che esprime il
giovanetto probabilmente figlio dell’estinto, di cui qui si rappresentano
l’esequie. Un simile atto, e da uomini similmente abbigliati, è pure
nella pietra di memoria perugina da me pubblicata *, ove rappresentasi ugualmente
la funebre cerimonia che praticasi all’ occasione di un morto. Espressiva
è parimente la prefica a capo al letto, in sembianza di strapparsi per dolore
i capelli, mentre ì’uonio che al cadavere è più vicino, alza le mani
probabilmente per espressione pure di dolore, mista però di sorpresa. Una
figura eh’è ultima nella composizione, suona le tibie con certa bocchetta che
legavasi agli orecchi o al capo in giro. Un tal suono in occasione di funebre
cerimonia non credo che andasse esente da superstizione tuscanica, passata ai
Romani ancora, mentre credevasi di poter porre in fuga gli spettri coll'armonia
della musica 1 2 3 , e così allontanare quelle malie dalle quali avevano
opinione che le anime restassero consacrate alle deità infernali 4 :
superstizione peraltro che manca nel monumento perugino indicato.
Dietro al tibicine alla Tavola LIV vediamo quattro uomini armati di
bastoni, che in mano di Etruschi non è improbabile che siano augurali,
ancorché non 1 Lettere di etnisca erudizione. Tomo i. p. 190.
e seguente Tav. xi. 2 Monumenti etruschi, ser. vi, tav. Za, e
Lanzi Della Scultura degli antichi e vari suoi stili
Tav. ìv. 3 Ved. Luciano pitato dal Ma ilei nella sua me¬ moria
sulla religione dei Gentili nel morire ; Osservazioni letter. Tom. 1,
art. ìx. 4 Tacito, Annali 1 . 1. ap, il Mafie! cit. p. 5i
stro 1 2 . Una tale osservazione unitamente con altre può essere di non
poco rilievo per indagare l’origine primitiva dell’ uso di porre siffatte
stoviglie dentro i sepolcri. A chi ha buon gusto peri lavori di
metallo sarà gradevole il conoscere la forma singolare e del tutto nuova
non men che bella di questo vasetto di bronzo, disegnato nella grandezza
medesima dell’originale. Apparentemente dovea contenere de’ liquidi, e
perciò l’intelligente artefice operò per modo che tutto vicorrispondesse
l’ornato. Ecco là un uccello aquatico sopra una pianta quadrifoglia palustre,
il che serve di pomo al coperchio: ecco là una conchiglia lacustre che
serve di borchia a! manico : ecco là infine i lunghi manichi formati in
guisa di colli d’uccelli aquatici come del becco loro nel quale han
termine si rav visa. Il vaso di terra cotta di color rosso che vedesi
rappresentato nella parte superiore di questa LII Tavola, è già noto per
la frequenza colla quale si trova nelle collezioni di simili antichi
oggetti. Par che i Gentili 1’ usassero per lucerna; ed alternativamente
colle lucerne trovasi difatti nei sepolcri, ma in esso valutavano anche la
forma di barca e di recipiente, alludendolo a certa favola d'Èrcole
eli’ebbe in dono del sole un vaso, col quale varcò l'Oceano. Come poi si
applicasse al vaso qtìi esposto l’indicata favola è cosa inutile ch’io lo
ripeta, dopo averne sufficientemente parlato nell’ opera de’Monumenti
Etruschi % dove ne ho riportati alcuni di varie forme. L’iscrizione che è
sul manico suole indicare il figulo, o la fabbrica figulinaria. Il
Vaso al disotto in questa medesima tavola è di que consueti chiusini di
color nero sì nella superficie che nell’interna sua pasta. Questa qualità
di vasi aver suole dei bassirilievi, che girano attorno ripetendosi ogni
quattro o sei figure, perchè fatti colle stampe. Bisogna convenire della
gran somiglianza tra quella manifattura, e le cose egiziane. Vedo nella
prima figura femminile l’atto d’alzare un’uccello, così nelle figure
egiziane dei calendari vediamo elevare per la testa, o calare al basso tenuti
per la coda animali, che indicano il sorgere o calare abaco dei segni
zodiacali. Dell’uomo che segue con bastone in mano io non saprei dir cosa
che avesse inoppugna¬ bile sostegno. Ben potrò dire che a lui segue la
chimera colla doppia testa di leone e di capra, ch’io mostrai altre volte
4 esser composto di segui celesti. E poi chiaro il centauro qual
cacciatore, che porta la preda appesa al suo frassine che 1
Moni;memi etr. Ser. v. Tav. lv, p. 5i 2 Ser. li, p. 359, 36 i , 3
62. 3 Ivi ser. vi, Tav. E 4 , F^. 4 Monurn. etr. ser. w, p.
38 a. Vogliamo credere che nella statuetta in bronzo qui rappresentata di
naturai grandezza sia da riconoscersi una Minerva per 1’ usbergo del
quale vedesi armata? Del piccol mostro pure uguale in grandezza all’originale
in bronzo, non fo parola, poiché probabilmente dagli editori di
quest’opera ne saran pubblicati dei simili, ch’io vidi vari anni indietro
a Chiusi. Il vaso è de’soliti che trovansi per tutta 1 Italia
meridionale, con figure giallastre in campo nero, la cui gola soltanto a una
pittura che vedremo nella tavola seguente, mentre è monocromo, ed ha tre
manichi, d una forma essatta- mente ripetuta molte volte coi medesimi
accessori nei ricchi scavi di Canino, e d’altre parti d’Italia. Io
non mi persuado come il mito delle Amazoni combattenti, sì ripetuto nei
vasi fittili di tutta l’Italia, come si vede in questo, non abbia una qualche
allusione religiosa, come ho supposto trattando altre volte questo medesimo
soggetto. Si vedono in fatti sempre come qui le Amazoni a cavallo , ed i
loro avversari sem¬ pre a piedi, ed in positure di soccombenti al
conflitto, colle ginocchia piegate. Eppure se alle favole che trattano
delle Amazoni dovessimo ricorrere per Spiegarne il mito, noi le troveremmo
sempre vinte o da Ercole, o da Teseo, o da Achille . Io non vedo in quel
mito che 1’ allegorìa del contrasto e del dominio del tempo in cui si
trattiene il sole nei segni inferiori del zodiaco, ma siccome troppo
lungo sarebbe il mostrar qui di tale allegorìa lo sviluppo, così rimando
chi legge ad altri miei scritti, ove trattai lungamente di questa materia a
. Questa è la pittura del vaso, la cui forma vedemmo nella Tavola
antecedente, e che vien riportata nella grandezza di due terzi del suo
originale. xxxi. /uif/mDajmjaa xxxii. jfliDnaD :
an/d-nit/ìi : Yfl xxxm. i/ìvjad anfl-uitfl'i ; or
xxxiv. j/qnqai ; vJDfi : ofl XXXV, V433 : J lf d Galleria
Omerica Tom ii,Tav cLxxxvni.p. 137.VJlDfl : 31 : Vfl Veil. Mommi,
etr. agli articoli A magoni. abbiano la forma di lituo, come osservansi
nel monumonto perugino. Infatti ad essi spettava il presagire che l’anima
del defonto fosse passata in luogo di riposo; di che se non troviamo
prove di antichi scrittori, certamente ne conosciamola pratica presso gli
Etruschi, per mezzo del più volte citato monumento perugino, dove
inclusive il vestiario di quegli auguri muniti di lituo è simile a quello di
costoro che qui hanno in mano le verghe, eh' io dissi augurali. Dopo gli
augu¬ ri vengono immediatamente nella Tavola LV le prefiche, donne
prezzolate che a suono di tibia cantavano lamenti, e piangevano la
perdita del morto ed in mo¬ do sconcio e forzato strappandosi le chiome e
perquotendosi, mostravano cordo¬ glio di quella disgrazia. Quel che sia
rappresentato nell’aggregato di figure della Tavola LVI non mi è
possibile il dichiararlo nè mi è concesso d’ azzardare quelle congetture
che può immaginare a suo grado ugualmente chi l'osserva. tavola
evie Questo bronzo in tutto uguale al suo originale fu anticamente
uno specchio dall’opposta parte, come lo attesta lo specular pulimento
che vi si trova. Qui nel suo quasi insensibile concavo, invece di grafito
ha soprapposta una lamina cesellata a bassorilievo, e in fondo una
cerneria, forse adattata all'adesione del manico. lo vi
ravviso Bacco, il quale ha sulle spalle una face, che tale vedrehhesi qualora
fosse intiero il monumento, poiché ve ne sono altri esempi 3 . Egli si appoggia
ad un altro nume significativo della forza creatrice dalla quale dipende
Bacco il demiurgo artefice del mondo, che il trae dal disordinato e
tenebroso caos per virtù concessagli dal creatore, e vi porta luce con la
sua face, non men che ordine armonico, indicato da quella ninfa che precede i
suoi passi , arpeggiando la lira: cosmogonica rappresentanza che in cento
guise ripetesi nei monumenti an¬ tichi, e della quale ebbi luogo di
trattare altrove 3 , Sebben questa bella tazza sia di bronzo, pure se ne
usavano dagli antichi anche di terra cotta d ugual forma e lavoro, come
si vedono in Volterra nel museo del pubblico, ed in quello del Sig.
Cinci. Il disegno qui esposto è soltanto un terzo minore del suo
originale. Il pezzo aggiunto lateralmente fa vedere l’acconciatu¬ ra di
testa ch’è dalla parte opposta del recipiente. i Fest. in sua voc.
Lecil. Sat. xxn. » Monum. etr. ser. vi, Tav. Y, n. i.
3 Ivi, ser. ii, p. 563 , 564 , 6oo, 728, ser. v, p. 3 a,, ser. vi, Tav.
Y, n. 1 . W' Principe di Canino, ed altri già se ne
conoscevano, dissotterrati a diverse epoche, ed in luoghi diversi .
, Diodora Siculo poi descrive nel libro quinto, dietro Possidonio le
mense degli Etruschi imbandite due volte al giorno, le loro drapperie
ricamate , le loro coppe eli oro , e d’argento, e le loro falangi di
schiavi. Al cui quadro aggiunge Ateneo nuovi tratti, e. mostrano
chiaramente le figure giacenti nei sarcofagi, che gli aggiunti di pm-
gues, ed obesi, dati dai Romani per isclierno agli Etruschi, non erano
suggeriti dal¬ la malizia nazionale soltanto. E Roma prese ad imprestito
dall'Etruria i combattimenti dei gladiatori, benché sembri che l’uso orribile
d’introdurli nei conviti, e nei banchetti, appartenga sopratutto agli
Etruschi della Campania, e specialmente a quelli di Capua. Altrìbuisconsi
però agli antichi Etruschi anche alcune invenzioni nella musica, e
singolarmente rapporto agli strumenti di essa, poiché non havvi autore, ch'io
mi sappia, il quale pretenda che questa nazione abbia discoperto qualche modo
particolare di tale scienza, benché le venga accordata in essa qualche
celebrità , egualmente che nella plastica ; E non già come piace ai
compilatori della rivista edimburghese, perchè e Aino erano vicini ad un
popolo, il quale essendo estraneo ai Greci, era costretto ad imprestar
loro tuttociò che riguardava il miglioramento, o l'abbellimento della vita
pubblica, e privata , mentre avvenne appunto il contrario. Benché non si
possa decidere dietro alcun monumento storico, se dovessero gli Etruschi
a se medesimi, oppure al commercio che ebbero coi Greci, dopo che già le
arti erano giunte ad un certo grado di perfezione fra loro, i successivi
progressi, fatti dai medesimi nella scultura, e nella statuaria, pur
tuttavia ciò che dicemmo in altro ragionamento intórno all’anteriorità
degli uni, o degli altri, rende quest'ultima supposizione molto probabile. Ma
egli è però certo, che se questo rapporto esistè per qualche tempo fra
gli Etruschi, ed i Greci, non fu mai dì una grande intimità. Lo stile
toscano nelle arti presenta sempre qualche rassomiglianza con quello deoli
Egiziani-, E le opere più perfette di questa nazione , hanno tutta quella durezza,
e quella mancanza di vita, e di espressione, che qualificano la scultura greca,
anche prima che Fidia accendesse la sua immaginazione alle descrizioni omeriche
di Giove, e di Minerva, e che avesse Prassitei e espresso col marmo
l'ideale ch’egli si era fatto della bellezza. Lo che prova essere stati i
Greci i perfezionatori, e non gl'inventori di quelle arti che si dicono belle ;
E viepih si conferma che i medesimi furono in antichissimi tempi i
discepoli degli Etruschi. non già i maestri, come pretendono i nostri
grecomani. Al contrario, in tutta quella parte dell arie ove il
meccanismo senza vero gemo può mungere alla perfezione, gli Etruschi non
la cedono in verun modo ai Greci stessi, biella maggior loro
raffinatezza. Ed un poeta Ateniese riferito da Ateneo nel primo libro dei
Dipr.osqfisti, celebra le opere etnische in metallo, come le migliori m
tal genere ; Facendo egli probabilmente allusione alle coppe, alle
lampade, ai candela- QUALI FOSSERO LA VITA POLITICA, E DOMESTICA, LA
RELIGIONE ED IL GOVERNO DEGLI ETRUSCHI, E QUALI ARTI, EGLINO COLTIVASSERO
PRINCIPALMENTE Ma chi pensasse il pone sieroso tema, E
1 omero mortai che se ne cerca, Noi hiasmerebbe, se sott’ esso
trema. Caute Par. c. 23 - -=-x jgj> 1\ on è certamente agevole impresa
quella di ritrarre i costumi domèstici di un popolo, che non ha trasmesso alla
posterità veruna immagine di se stesso nelle produzioni letterarie. E tali
appunto sono gli Etruschi, della cui prosperità nazionale pare che sia
stata la primaria base l'agricoltura, che veniva si ben favorita dal loro
suolo, e dal loro clima, e che sembra avere in ogni tempo fiorito in questo
paese, quando i benefizii della natura non sono stati distrutti da un
cattivo governo, o da una assurda Legislazione, Tuttavìa però , non ha
mai goduto V Etruria centrale, come la Campania, di una spontanea
fertilità. Fu d'uopo ognora che spiegassero i suoi abitanti la loro
industria, e la loro destrezza, per adattare la cultura alle diverse
qualità del terreno, che s incontrano in questo paese, e per arrestare le
mondazioni del Pò nelle provinole che circondano l Adriatico, e che ne
furono parte nei tempi antichi. I primitivi costumi degli Etruschi
erano semplicissimi, se vogliamo credere al- 1‘ istoria, la quale ci dice
che la conocchia di Tanaquilla fosse conservala lungo tempo a Roma nel
tempio di Sanco ; E pare che un passaggio di Giovenale nella satina sesia, ci
mostri la stretta rassomiglianza che passava fra le virtù domestiche
delle donne romane degli antichi tempi, e quelle delle donne etnische. Nè ciò
desterà maraviglia a chi sappia, che i primi abitatori dì Roma, non
eccettuato il suo fondatore, non furono altro che Etruschi, della cui
energia, e del cui nazionale carattere, formano al parer mio una sufficiente
prova, le grandi loro conquiste, la loro destrezza, ed il loro coraggio
nella navigazione. Ma quando il commercio, e la conquista nelle
parti meridionali d’Italia, ebbero condotto la ricchezza fra loro, gli
Etruschi se ne impossessarono coll’avidità di un popolo mezzo barbaro ed
il lusso invece d‘ introdurre fra essi il raffinamento, e l’eleganza delle
maniere, non vi portò che un vano splendore, ed un gusto disordinato per
ì sensuali piaceri, come rilevasi anche dalle pitture di alcuni vasi, delti
male a proposto italo-greci, dei quali ne ha discoperti un gran numero nei suoi
scavi il signor La forma del governo etrusco, ove riunivansi l’
aristocrazia , ed il sacerdozio, impedì efficacemente al genio di quella
nazione, di prendere lutto il suo naturale sviluppamelo. Imperocché ai
Lucomoni, ossia alla nobiltà ereditaria, aveva rivelato Tagete, ed il
tempo, gli usi religiosi, che si dovevano osservare dal popolo, col
potere di Applicarli nella maniera che paresse loro la piti propria
aperpetuare il loro monopolio esclusivo, e tirannico-, E per rapporto poi al
potere civile, formavano questi medesimi Lucomoni il corpo governante di
tutte le città di Elruria. Nei primi tempi si parla di re, non già dell’
intiero paese, ma bensì di stati separati, ed il cui potereera senza dubbio
limitatissimo da quello dell’ alta aristocrazia-, E questi re senza potere,
spariscono ben presto intieramente, come più tardi nella stona greca, e
romana-, Mentre che in Etruria , non sorge alcun ordine corrispondente ai
plebei, per rappresentare V elemento popolare della Costituzione. E
molto difficile di poter fissare con esattezza i privilegi del gran corpo della
Casta potente-, Ed il Miiller inclina per l'opinione, e mi pare eli abbia
dato nel segno,che icol¬ tivatorifossero i servi dei proprietarii del
suolo, come furono in tempi a noi piu vicini i Penasti in Tessaglia, e gl
Iloti a Sparta. É cosa certa difatti, che esistesse una classe simile in
Etruria, ma non è però probabile eli ella comprendesse una gran parte
della popolazione, non essendovi altro argomento, al quale appoggiare
questa, ipotesi con¬ trastabilissima, se non quello che i clienti di Roma
fossero servi dei Patrizn. Tuttavia però è fuori di ogni dubbio che l
aristocrazia etrusco teneva gli ordini inferiori in una dipendenza
politica, e che per questo non pervenne quella nazione, al grado di potenza, a
cui avrebbe potuto giungere-, Ma la sua prosperità prova ad un tempo che
non era governata neppure affatto tirannicamente. Non sembra nemmeno che
l’agitasse lo spirito della democrazia, fino al punto di risvegliar dei timori,
ed eccitare la severità della casta governante. Le insurrezioni di cui parlano
gli storici, sono attribuite espressamente agli schiavi. Era
l'antica Etruria fertile di grani, e particolarmente di quel farro che i
Latini chiamarono far, ed anche odor, la cui farina forniva il puls, che
noi diremmo polenta, o polenda e che era l’ordinario nutrimento degli
abitanti di questa parte d’Italia. Il ferro delle sue miniere, e
specialmente quello dell Isola d'Elba era celebre per la sua purità-, E
forniva pure la stessa isola anche del rame per le monete, e perle opere
di bronzo, tanto comuni fra gli Etruschi. È poi molto probabile, anche
secondo il Miiller, che eglino facessero un commercio di ambra, che loro
venisse dal Settentrione. Il precitato Miiller, che è come
abbiamo detto uno degli Scolari di Niebuhr, và discutendo con moli
acutezza nell’ opera sua, la natura dei rapporti che esisterono nei primi
tempi di Roma, e fra i Romani, e gli Etruschi. E si accorda col suo
maestro a preferire alla tradizione che fa di Servio Tullio unfiglio di
schiavo I origine etrusco di quel principe , menzionato dalli Imperatore
Claudio nel suo discorso sull’ammissio¬ ne dei provinciali nel Senato, il
cui testo fu discoperto nel secolo decimo sesto in taòn, ed ai tripodi, e
simili, giacché discopronsigiornalménte alcune di tali opere egregiamente
eseguite. Si spiega però facilmente la differenza che incontrasi
fra le opere degli Etruschi, e quella dei Greci col carattere della
religione dei due popoli. Imperocché la religione dei Greci conti Univa
potentemente al perfezionamento delle arti plastiche, ove quella degli
Etruschi, in ciò che le appartiene in proprio, non ha niente che risvegli, e
che trasporti V immaginazione dell’ artista. Pare anzi che ella favorisse
efficacemente una opinione, che noi ritroviamo del pari nella teologia dei
popoli settentrionali, ed in quella degl’Indii, ed è questa: che gli Dei
erano eglino stessi, come pure il sistema, al quale presiedevano , gli
effetti di un potere che non iscorgevasi che a lunghi intervalli nella
produzione degli esseri, e che assorbiva tutto ciò che aveva crealo, per
crearlo di nuovo. 1 simboli di questo potere erano gli Dii involuti della
teologia etnisca, i cui nomi rimanevano ignoti e non erano oggetto di un
culto popolare, ma che Giove stesso con¬ sultava. Gli Du consenti poi,
che erano dodici, sei di ogni sesso, presiedevano alt or¬ dine delle cose
esistenti, e ricevevano degli omaggi, e dei sagrifizii. Manifestatasi la
loro intervenzione negli affari umani, più che in altra maniera con presagi di
grandi disgrazie, che dovevano essere allontanate con espiazioni
sanguinose, e crudeli. Ma se da un Iato potè la moralità guadagnare
qualche cosa dalla religione etrusco, che non corrispondeva in verun modo
alla mitologia ridente, ma licenziosa dei Greci, la poesia e le arti dell
altro, vi dovettero indubitatamente scapitare non poco . Lo stesso
difetto d immaginazione viva e disinvolta caratterizzava la dottrina
etrusco dell immortalità dell’anima. Il loro mondo sotterraneo, non era
altroché un Tartaro senza Eliso. La superstizione non formò in nessuna
parte del mondo, un sistema più completo che in Etrucia, senza
eccettuarne neppure le Indie, e t Egitto Le regioni del cielo erano
divise, e suddivise in modo che ogni prodigio poteva avere la sua spiegazione
precìsa. Ifenomeni dell’atmosfera, il tuono soprattutto, ed i
lampi, erano osservati, e classati comma minutezza, che avrebbe potuto
fornire oli elementi, aduna vera scienza, se gli osservatorifossero stati
veri filosofi, e non Sacerdoti. Ma nel fatto t osservazione di quei fenomeni,
non servi ad altro che ad accrescere la servitù della moltitudine, a
quelli che reclamavano la co'nu- zioné esclusiva dei mezzi coi quali
potevano placarsi gli Dei sdegnati contro il genere umano . Non è
necessario di avvertire, che la filosofia nel senso greco di questaparola, vale
a dire lo studio libero dell’uomo della natura, e della provvidenza, era ignota
agli Etruschi, benché non si possano negar loro le cognizioni pratiche,
col mezzo delle quali eseguivano le belle opere d'Architettura, e di
Idraulica, che vengono ad essi attribuite dagli antichi scrittori, i
quali parlano delle cose etnische senza prevenzio¬ ne veruna , e senza
spirito di parìe . Elv. Mas. Chius. Tom I. 8 Go tavola
lxi. Quanto sia malagevole scioglier l’enigma che nelle strane loro
figure chiudono le pietre incise in forma di scarabei, ben potrebbero
dirlo e il Caylus, e il D’Han- carville, ed altri chiarissimi ed
eruditissimi ingegni che in vano vi si applicarono; e quantunque in gran
parte non mostrino significato nessuno che ragionevolmente si presti alle
indagini dell’erudito, pur taluni, ancorché pochi, han contrassegni da non
permettere che siano annoverati tra i soggetti capricciosi insignificanti e per
conseguenza inesplicabili. Nello scarabeo di n. 1 ci guidano con
qualche indizio 1 epigrafi, che sebbene sconce come le figure alle quali
si vedono applicate, pure danno adito a ragionarvi sopra non senza
qualche fondamento. Quantunque le lettere siano di forma etrusca, pure
nèson disposte all’uso inverso come scrivevano gli Etruschi, nè presentano voci
che dirsi possano etnische, ma ritengono un misto di paleografia, e
glossologia, che partecipano dell'antico greco e dell’antico latino. Qualora
non vi fosser lettere direbbesi che vi si vede Vulcano assiso sulla sua
pesante incudine in atto di ascoltar le preghie¬ re della consorte sua
Venere a prò d'Enea, come ne dà sospetto lo specchio femmini¬ le che
tiene in mano, la donna è la libera di lei nudità. Che le lettere esprimenti
pa¬ role tronche vi si conformino lo congetturo dal potervi leggere fex,
quasi ephestus ch’era nome grecamente dato a Vulcano anche dagli antichi
Latini. Segue 1 altro bisillabo vev, che se crediamo sformata l'ultima
per una v, potremmo leg¬ gervi la voce Venus con poca difficoltà. Ed in
vero quella barba, che in un mo¬ do sì sconcio si volle accennare
all’uomo sedente, dà qualche idea del rozzo costume praticato dal marito di
Ciprigna, che qui si vede contro a lui con assai studiata, sebben antica
maniera d’acconciarsi la testa per viepiù sedurre il manto a compiacerla
nell’ inchiesta delle armi pel figlio Enea : soggetto non raro nella
glittografia, dove l’artefice Vulcano è sempre assiso, e Venere che incontro a
lui si trattiene a pregarlo, sempre in piedi. Quando si
voglia credere che la composizione incisa in questo scarabeo num. 2 abbia
un qualche significato allegorico, e non sia stato fatto a solo oggetto
di mostrare lo sgradevole assalto dato da un leone ad un cinghiale,
potremo cre¬ dere che stiano i due animali a rammentare due precipue
situazioni del sole nel cielo, dalle quali ne avviene il calor benefico
dell'estate, e 1 importuno freddo nell’inverno. Infatti è il segno del
Leone che domina in estate , e che abbatte colla forza dei raggi solari
quei mali che alla natura cagiona 1 ingrato e sterile, inverno
significato dal porco, di che ho^scrittu molto nel trattare dei Monumenti
etruschi 1 .1 Ved. ser. 111, p- 3 j 7 - vote eh bronzo a Lione ; Il quale
pretende che il vero suo nome fosse Mastarna, e che foss e compagno di un
capo dicosi detti Condottieri, o mercenarii toscani. Il fatto si è
che la voce etrusco Mastarna, vale imbrattato, ossia di sordida origine,^
corrisponde cosi a quanta ne dice la tradizione. Ma mentre JMebuhr si
allontana intieramente dalla storia, supponendo che Tarquinio il vecchio
fosse uno di quei Latini pnschi da ha immaginati, pensa il Mailer eh’ei
fosse veramente etrusco, e che traesse il suo nome da Tarquinia, ( e lo
pensiamo noi pure,) il cui dominio estendevasi allora dalla parte del
mezzogiorno, fino alla città di Roma, che erane anche dipendente in quel
tempo . I compilatoli della Rivista edimburghese non credono che questa
opinione sia basata sù fondamenti abbastanza solidi, benché paia loro più
probabile di quelle di lebuhr, per sostituirla ai racconti della storia
comune ; E non sanno comprendere neppure, come dei fatti accompagnati da
circostanze sì ben precisate, quali sono quelle dell'esistenza di Servio
Tullio, e deiTarquinii, del loro paese, e dello stato loro possano
cangiarsi tutto ad un tratto in un simbolo di etnisca supremazia. Lo che
peraltro non desterà nessuna maraviglia a chiunque sia meglio di loro istrutto
delle antichità etnische, e conosca più a fondo che essi non conoscono,
l’universalità dello spinto simbolico di quei remotissimi tempi. E
comunque sia poi la cosa, checché si debba pensare eh tali supposizioni,
il fatto vero si è che Roma fu conquistata dagli Etruschi sotto la
condotta eli Porsetto re di Chiusi, come lo provò, sono già molti anni,
Beau- foit, disvelando gli artifizii , sotto i quali avevano procuralo i
Romani scrittori di nascondere questo colpo umiliante. Oltre di che,
furono, come abbiamo già detto, anche i fondatori, ed i primi abitatori
di Roma, una truppa dibanditi toscani. Ma circa ad un secolo dopo
il regno di Porsena, vennero gli Etruschi umiliati essi pure dai Celti, e
da altre barbare genti, che si resero padrone di tutto ciò che eglino
possedevano sulla riva meridionale del Pò fino a Bologna, e che
occuparono anche. Roma, benché temporanamente. I Romani però, vincitori
dei Galli, e cosi più fonnidabih che mai, non tardarono molto a conquistare,
e colonizzare quella parte i ’truna, che si estendeva al mezzogiorno
della selva Ciminia; Ed anche laCam- pania eia caduta allora sotto il
potere dei Sanniti, e tutte le provinole etnische al settentrione degli
Apenninì, erano rimaste sotto la dominazione dei Galli. Tentarono indarno
gli Etruschi, dopo la gran disfatta, che ebbero presso il Lago Va di
mone, oggi di Bussano, di chiamare in loro soccorso i mercenarii Galli,
poiché furono battuti di nuovo, perchè le loro temporarie confederazioni,
non poterono oppor¬ re una efficace resistenza, contro la disciplina, che
la vittoria aveva già organizzata nelle armate romane; Eia potenza di
quel popolo celebre, e valoroso per sì lunga serie di secoli, rimase
intieramente abbattuta,prima delle guerre di Pirro, e di Annibale. del
cielo, di che ho trattato in altre mie opere '. Le colonne ed i vasi che
son sepolcrali rammentano le ceneri degli avi, presso i quali fu ucciso
l’infelice Laomedonte assalito da Ercole nplia sua patria presso le lor
ceneri. Questo disegno è una quinta parte della grandezza che ha
1’urna di marmo. La rozzezza della scultura di quest’umetta in pietra
tufacea che nel suo originale è soltanto doppia di questo disegno, non permette
ad ognuno di ravvisarvi il soggetto che a me sembra esservi espresso.
Imperocché io vi scorgo nella figura equestre un’Amazone, di che ho non lieve
indizio nel berretto che le co¬ pre la fronte, e quindi in ogni restante
della composizione, che non differisce dalle già esposte alle tavole
XLIII, e LX.Qui v'èuna circostanza che ne scopre sempre più l’allusione a
soggetto ferale, ed è 1’ albero significativo d’ombra, e privazione di
luce : luogo insomma dove passano i mortali dopo il periodo vitale assegnato
loro dalla natura in questa terra 3 . Un pregio singolare di questi
bassirilievi di pietra tofacea è in qualche modo Tesser tutti chiusini, e
d’uno stile che può dirsi unico in questo genere di antichissimi oggetti
d'arte. Quel di Perugia ch’io riportai con esattezza alla Tav. Z 2 della
ser. VI de’ Monumenti etruschi, è inferiore nell’esecuzione forse per difetto
della cattiva scélta nella pietra eh'è molto più tenace di quella
chiusina, e più assai porosa, ed a luoghi affatto spugnosa. L’originale
di questo che abbiamo sott’occhio non è che per metà maggiore del suo
disegno. Si vede assai chiaramente esservi rappresentata una
processione religiosa. La prima figura che ha semplice manto, e non veste
lunga è dunque un uomo che ha in mano una gran foglia, dalla quale
argomento esser questa una pompa sacra, mentre in tali riti portavansi le
foglie, e se ne danno persuadenti ragioni, ch’io esposi altrove 3 . Segue
la figura di una donna che per essere assai danneggiata non se ne sa il
destino, Do¬ po è una figura con bastone in mano,molte delle quali
vedemmo già nelle tavole scorse 4 . Ma siccome tien dalla sinistra mano un uovo
, così potremo in qualche modo congetturare che la pompa della quale quel
seguace fa parte sia espiatoria, e perciò analoga al defonto, presso al
quale quest’ ara è stata trovata. Poco sappiamo di una tale
superstizione, ma ci è noto che all'uovo, dedicandolo ad Ecate infernale, 1
Ingliirami, Monum. etr. ser. i, p. 5 g 5 , e Gal- leria Omerica Tom. n,
tav. cxciv, p. j 54 * 2 Monumenti etr. ser. v, p. 44 l 2 * 3
Ivi, p. 254 , sq. 4 Ved. le tavole 11, lii, iv, V , xxxvni, lui
, LIV, LV, Lvi. L’Amorino qui espresso è copia d’un bronzo
grande quanto il suo originale, eh’è d’una bellissima patina verde. Non
saprei giudicare dal solo disegno, che m’è sottocchio, qual ne sia
l’azione, e quale il significato di essa, onde mi limito ad osservare che
l’acconciatura di testa, non meno che lo stile assai molle, e sì
vistosamente lontano da quel rigido, che vedemmo nei già esaminati
bassirilievi chiusini, mi fanno giudicare quest’idoletto per un opera
eccellente degli Etruschi, allorché sottoposti ai Romani praticaron le
arti ne’tempi di Adriano. Leggendo lo storico Diodoro ho incontrato
un avvenimento d’Èrcole, che mi sembra molto analogo a quanto si
rappresenta in questo bassorilievo. Narra quello scrittore che tornato
Ercole insieme cogli Argonauti alle spiagge troiane, ove avea lasciati in
deposito a Laomedonte la vinta Esione ed i cavalli di Diomede, invia suo
fratello Ifito, e Telamone a riprendere il deposito affidato a quel re;
ma il perfido ne ricusa la restituzione, ed oltraggia i messaggi. Allora gli
Argo¬ nauti muovono contro Laomedonte e contro i Troiani suoi sudditi, e
dopo un vivo combattimento trionfano. Ercole sopra d’ogni altro fa
prodigi di valore, ed uccide di sua propria mano il re Laomedonte Tanto
basti a ravvisar qui E avveni¬ mento or descritto. Ercole ha in mano
la spada per uccidere il perfido Laomedonte che h». già ghermito pei
capelli, nè può altrimenti evitare il colpo fatale di morte. La pelle di
leone che si annoda sul di lui torace lo manifestano per Ercole, seb¬
bene usi spada e non clava. Laomedonte altresì fassi noto al berretto
asiatico proprio dei Frigi e Troiani in modo speciale, come ripetuti
esempi ne dò nella Galleria omerica 3 . Il bastone pastorale gli è posto
in mano dall’ artista ad oggetto di aumentarne la distinzione, come
spettante alla famiglia di Dardano, eh io dissi altrove 3 essere stata
distinta per la sua occupazione di guardare gli armenti de suoi antenati,
non meno che per la singolare bellezza della quale furono adorni i di lei
componenti. Difatti qui Laomedonte si mostra bellissimo e delicatissimo, in
pa¬ ragone del robusto Ercole, e dell’altro eroe eh’è degli argonauti
combattenti in quella occasione con Ercole. Le due Furie con
face rovesciata, ripetutissime nelle urne etnische, non hanno un positivo
ed intrinseco rapporto col fatto. L'altare serve soltanto di espressio¬
ne per mostrare che il paziente altro scampo non ha che reclamare la
protezione 1 Diod. Sic. Bibl. hist. c. l, p. 29J. 3 Galleria
Omerica, Iliad-, Tom. 11, p. i 43 . 2 Voi, 1, Tav. xcv, p.
81. t : 4 le arche racchiudevano oggetti sacri di mistica
rappresentanza, non visibili ad ogni profano. Il vaso dipinto con queste
donne che staccano in giallastro su fondo ne¬ ro, fu, cred’io, venerando
per gli oggetti contenuti nella cesta, piuttostochè per le donne che la
portano. Nell’interna e concava parte duna tazza di terra cotta vedesi
dipinto con fondo nero un sacrifizio, che mostra, cred’io l’atto del camillo, o
vittimario di cuo¬ cer le carni della vittima sul fuoco acceso nell’ara o
foculo, mentre il sacerdote che sembra di Bacco è pronto a farvi una
libazione, versandovi parte della sacra bevanda. Dalla bassezza di
quell’altare, pare che l’atto religioso fosse diretto al culto di Bacco
stigio, che pregavasi perchè fosse favorevole ai morti; come difatti la
tazza dov’è questa pittura fu posta come le altre in un sepolcro. È invero
assai singolare il bronzo num. 1 che qui presentiamo in disegno nella
dimensione del suo originale, come si può riscontrare nel privato e ricco
museo del sig. capitano Sozzi di di Chiusi dov’esiste. Non è del tutto nuovo
per altro; ed io vidi un idolo lungo due piedi e sottile nel museo di
Volterra tutto nudo, e colle braccia aderenti al corpo, senza nessun
emblema. Il Gori che lo illustrò, gli dette nome di Lare domestico ridotto più
grande e piu maestoso della specie umana, oppure un dei Lemuri che
credevansi ministri del Genio malo, ossivvero lo stesso Genio malo, che
da Plutarco si dice esser comparso a Bruto in aspetto più grande di quel
ch’esser suole l’umana specie 4 . lo crederei che più convenientemente
confermar si potesse esser quest’idolo chiusino un Lare domestico, forse anche
Lemure, pei lumi che ce ne dà Plutarco, giacché Tesser vestito e l’aver
patera in mano tanto converrebbe ad un Lare, quannto sconverrebbe ad un
semplice Genio. Lo stesso Gori ha posti nella sua collezione altr’idoletti che
hanno la qualità speciale d’esser più lunghi delle dimensioni spettanti
all’umana specie, ma che l’espositore per bizzaria dichiarò con nomi
speciali = , senza darne sodisfacente ragione. I bronzi notati di
numm. 2 e 3 sono le due estremità d’un manubrio di qual¬ che vaso usato
probabilmente per sacri riti, come lo mostra la testa d’asino che ne
compone la superior parte, mentre si tien per ovvia la notizia che questo
1 Plutarc. de animi tranquillitate, ap. Gori, Mus. Etrusc. Voi. i,
Tab. cim, Voi. n, p. 23 i. 2 Gctì, Mus. etr. Tom, tab. v. si
attribuiva una virtù espiatoria 1 . La figura virile ultima non ha
caratteristica veruna che la distingua. Da un lato, cred'io,
di questo cippo o ara che sia, v’è un’auriga nell'atto di guidare il suo
carro alla corsa : istituzione antichissima rammentata inclusive da Omero
% fra gli onori compartiti da Achille all’ombra di Patroclo.Sorprenderà gli
archeologi la novità di questa lucerna fittile che porta effigiato un centauro
colle ali non più veduto, ch’io sappia. Ma cangerà la sorpresa in
persuasione, tostochè richiamerà alla memoria quanto dissi altrove rapporto
al¬ la composizione siderea di untai mostro; di che ripeto qui soltanto
qualche leggierissimo cenno. Dissi pertanto che stando alle dottrine d’Ipparco,
il Centauro si compone di un cacciatore, o per meglio dire della
costellazione che in antico aveva il semplice nome di un dardo, e
dell’alato cavallo sidereo che dicesi Pegaso 3 . E poiché questo
rappresentasi per metà soltanto nel davanti, così inventarono di
aggregare il restante del cavallo, o sia la posterior parte al cacciatore
arciere. E siccome il Pegaso composto dal Centauro è figurato con ali,
così non è fuor di proposito il trovare in questo arciere colla caccia in
mano la posterior parte del cavallo Pegaso colle ali che formano il
distintivo del destriere abitatore del Parnaso. Il vaso
rappresentato in questa Tavola due terzi più piccolo del suo originale è di
terra cotta di naturai colore, a differenza d’altro simile qui pure
esposto alla Tav. XL1X, eh' è di terra nera. E poi singolare in questo il
veder le braccia staccate dal vaso e fermate con delle cuciture di fil di
ferro agli orecchi o manichi di esso vaso, e pare che abbiano tenuto
qualche cosa nelle mani che soglion esser traforate . Un indizio di barba
rasata ce lo fanno credere un Bacco. Per ogni restante si legga quanto
dissi alla Tav. XL1X. Fu costume frequentissimo nei sacri riti del gentilesimo
l’introdurvi le fem¬ mine canefore, o cistofore ma specialmente in
Etruria, e i monumenti ci mo¬ strano come un tal uso invalse qua nei
tempi antichissimi, come Io mostra il famoso vaso d’argento di Chiusi da
me riportato altrove 4 . Quelle ceste, o picco- i Suid. in VOC.
Excctjjv. a Galleria Omerica Toni, n, lav. ccxvu # 3
Monumenti etr. ser. v^av. lyii, p* 561. 4 Ivi, ser. ih,
Ragionamento vii. SULLA VERA SITUAZIONE TOPOGRAFICA DI V1TULON1A
ANTICHISSIMA SEDE DELL J IMPERO ETRUSCO. AffdS'v’tffzoufft yap y,<x.i
nohU «c rirep av^pwirdi, A. A. . li ori aveva torto lo spiritoso, e
bizzarro filosofo di Samosata, quando scriveva nel suo dialogo intitolato
Caronte, che le città muoiono come gli uomini. Imperocché nel¬ la stessa
guisa che si perde la memoria di moltissimi di questi, così perisce la ricordanza
di non poche di quelle. Nel cui numero è da riporsi con tante altre, la
famosa Vitulonia , prima capitale dell’ Impero Etrusco, della quale sì
scarsamente lasciarono scritto gli antichi, e sì vagamente , e con grande
incertezza ne parlano i mo¬ derni. Trovasi infatti accennata dagli uni e
dagli altri, quella già potentissima, e ricca città, con molta dubbiezza, e
circa la vera sua topografica situazione, e circa l’estensione del suo
circuito, e perfino riguardo al modo di scriverne il nome . Avvegnaché
Plinio, lib. 2 cap. io3, chiama Yvi ulonii, e Vetuloniensi i suoi abitanti, e
Silio Italico nomina Vetulonia la città stessa , mentre avvi qualche altro autore,
che la dice promiscuamente Vetulonio e Vetulonia. Quanto poi alla
sua topografica situazione, pare anche dal passo del precitato Plinio,
ch’ella fosse come era difatti, vicina al mare -, poiché sebbene al tempo
di quello scrittore già più non esistesse da lunga data, nondimeno la
memoria della sua situazione , e della sua grandezza sussisteva tuttavìa
nella tradizione dei popoli etru¬ schi . Ed il Cluveno ,lib. ila colloca
egli pure non lontano dal mare , e nelle vicinanze delle paludi caldane,
confondendo però, per quanto mipare, le Caldane volterrane, o i Guadi
volterrani, colle Caldane della Fiora, che sono tutt’altra cosa.
Che sorgesse però nei contorni di quel pareggio, non è da mettersi in
dubbio, giacché leggiamo in Dionisio di Alicarnasso, lib. 3, che al tempo
di Tarquinio Prisco , quand’ egli guerreggiava contro i Latini, i Sabini, e gli
Etruschi propriamente delti, fecero legaper andare contro il medesimo, le
cinque popolazioni seguenti, cioè, i Chiusini, gli Aretini, i Volterrani,
i Rosellani, ed i Vètuloniensi , che Plinio al già citato libro terzo
nomina con ordine inverso. Nè senza ragione è da credere, che quei due
gravissimi scrittori nominassero i popoli, piuttosto che le città dei
medesimi, perchè Vitulonia era stata distrutta molli secoli prima della
fondazione di Roma, come congettura il dottissimo Dempstero, il quale
crede ancora giudiziosamente, che perciò si di rado ne abbiano gli autori
fatta menzione. quadrupede spettò a Bacco 1 o a Vulcano a . Nell'uno e
nell’altro supposto converrebbe 1’ unione loro aiCabiri, che furon detti e
figli di Vulcano 3 ,ed apportatori del culto di Bacco in Etruria E Una
tale osservazione mi farebbe credere i Cabiri o Dioscuri quei due
giovanetti sedenti e con berretto in testa, che trovansi nel1’estremità
inferiore del manubrio medesimo . E tanto piu me ne persuado , in quanto
che molti bronzi ritrovati in Etruria hanno Bacco unito ai Cabiri 5 . Nè
si allontana da questa congettura lo stesso lor gesto che addita il
cielo, mentre stanno coricati per terra, giacché tale additamento del cielo e
della terra è lor pro¬ prio in molti antichi monumenti dell’arte 6 .Il
bronzo di questa Tavola veduto da due parti mi vien descritto di un lavoro
squisitamente condotto per la sua esecuzione, al che si può aggiungere il
pregio dell’arte che splende anche nella giusta, non men che bella
proporzione della figuretta che qui si vede per metà maggiore del vero.
Io la credo una di quelle Giunoni, o genii delle donne che tenevansi nei
larari dal gentilesimo. La pittura di questo vaso consiste in tre figure
femminili, che avendo in ma¬ no delle aste armate di punte, corrono
sfrontatamente luna presso l’altra. Così narra Euripide che Penteo al di
lui ritorno in patria udì che la madre di lui con altre donne Tebane
aveano abbandonato il proprio albergo, e n’eran gite sul mon¬ te Citerone
a celebrar le feste di Bacco , piene di lascivo furore 7. ÌR<S>° 1 U
: VI I q 3 : aìlflNS XXXVII. J/ìttq A J : ÌV1V :
J33 tfntnqf\ jmn/qo XXXIX. jfjvm/dn •• ©nq/i
XL R13D J/ilflllV 1 Monutn. etr., sei:, u, p.
56. 2 Milli» , Peintures de Vases ani. , Tom. 2 3 , not.
(6). 3 Monum. etr., ser. n, p. i52. 4 Ivi, p. 693,
713. Etr. Mus. Chius. Tarn. 1. 5 Ivi. Ved. la
spiegazione delle Tavole txvvn i, p. e ixxvui. 6 Ivi,
tav. xlÌx, e sua spiegazione. 7 Euripide nelle Baccanti atto primo
scena iv in principio. 9vono discorso anche intorno alle sue
terme, ed al suo anfiteatro, celebrandone le ime , e 1‘ altro.
Scrive La-Martiniere che le rovine dì questa città ritengono tuttavìa t
antico no¬ me, e che si chiamano Vetulia,ree/ che concorda coll'Alberti-,
e si legge in una nota del precitato Cluverio, che Vitulonia era situata
fra Populonia, e la torre dì San Vin¬ cenzo, presso alle paludi caldane,
ed il fiume Linceo, detto oggi la Cornia. La quale opinione pare appoggiata
da quel passo del sullodato Plinio, lib. 3 . cap. 6; ove nomina insieme ì
Tarquiniesi, i Tuscanesì, i Vetuloniensi, i Veientani, i Visentini, ed i
Volterrani, cognominati etruschi, com’egli si esprime. Molte altre
citazioni, ed altre notizie avrei potute raccogliere ed aggiunger qui,
riguardanti la nostra Vitulonia, ma le ho tralasciate per brevità, e penso che
siano anche troppe le già addotte, per dimostrare quanta confusione, e
quanta incertezza si riscontri negli autori, ogni volta che ne fanno
parola. Ad onta però di tanta confusione, e di tanta incertezza
degli scrittori antichi, e moderni intorno a Vitulonia, per cui è
sembrato ad alcuni archeologi , non solamente difficile ma eziandio
impossibile di poterfissare, ove sorgesse un giorno quella primitiva sede dell
impero Etrusco, quandi esso estendevasi a tutta l Italia; io voglio non
per- tanto tentare in questo ragionamento di stabilirlo. E voglio in
questo tentativo mettere a profitto le belle, e ricche scoperte di vasi
etruschi, e di altre anticaglie, fatte negli anni 1828, e 1829
dall'egregio signor prìncipe di Canino nelle sue terre di questo nome, e
giovandomi ad un tempo dei lumi sparsi da quel chiarissimo scrittore,
illu¬ strando gli uni , e le altre, e per cui viene ora meritamente
lodato in questa materia, come il più benemerito promotore della gloria
dei nostri padri. Tralasciando pertanto di rintracciare, lo che
sarebbe ricerca inutile, e vana, se Vitulonia/bwe edificata da Tarconte,
come pretendono alcuni autori, o dal celeste Ogige, il quale come vuole
non so qual poeta, Itali® Tuscas pelago descendit ad oras,
dove torreggiò Vitulonia, o finalmente lo fosse dagli Etruschi, regnando
su di essi, come piace ad altri quello stesso Giano Velo che istituì, per
quanto si dice, il culto di Vestà, e le Vestali nelle nostre contrade,
diede il suo nome al Gianicolo, combattè per tre anni coi Celtiberi, e
finalmente li vinse, e li sottomise alla sua dominazione: quello stesso
infine, che consacrò , giusta le tradizioni, una gran selva a Crono nelle
vicinanze appunto di Vitulonia, il cui nome potrebbesi interpetrare stagno, od
acqua incostante, passerò in quella vece a determinarne subito la
topografica situazione. Circa la quale io credo che non possa
rivocarsi in dubbio, quanto il sullodato signor principe di Canino ne ha detto
nel primo volume del suo Museo etrusco , parlando inparticolar modo della sua
Necropoli; E sono persuaso che ella sorgesse veramente nel luogo da lui
supposto, e descritto. Bifalti la prodigiosa quantità di vasi
etruschi di sommo pregio, e di somma bellezza, e nei quali sono rappresentate
favole, o storie anteriori alla fondazione di Ro- Crede Ermolao Barbaro,
che Orbetello occupi ora il sito dov era una volta Vilu- lonia, lo che
non può essere. E VAlberti scrive che ai suoi tempi chiamavasi Veletta ,
o Vetulia, il luogo ove fu Vitulonia; laddove altri sostengono, che altro in
oggi ella non sia ché un luogo deserto, distante tre miglia dal mare, fra
Populonia, e Pisa. E nonmancano neppure di quelli che confondono
Populonia stessa con Vitulonia, benché fossero per località, per età e
per potenza paranco , l’una ben distinta dall' altra. Jf erudito
Guarnacci poi, dice di non poter determinare neppur egli, ove giacesse questa
famosa, ed antichissima città, perché sì conosce, secondo lui, solamente
il nome della medesima, ignorandosi però del tutto, a qual distanza precisa
fosse ella situata da Volterra, e dal mare Ma Annio da Viterbo nelle sue
note agli Equivoci, di Senofonte, afferma esservi un colle chiamato Vetuleto, e
lo afferma con qualche probabilità, per l’età sua, sul quale crede che fosse
situata altre volte Vitulonia. E pensa che dopo la rovina di questa, gli
restasse un tal nome. Il medesimo poi ne deriva l’etimologia del nome da
due parole araniee , che verrebbero a significare, capo di molte città; ciò che
non sarebbe disconvenevole a Vitulonia,- ed aggiungendo, quello che in
molti altri scrittori si legge paranco, che essa godeva il privilegio di
ammettere i forestieri alla cittadinanza volterrana , come ancora la privativa
in età più remota, di dare i fasci, e le insegne reali, la qual cosa
indica essere stata la medesima al disopra di Votterrà. Non di meno
il chiarissimo Passeri nel suo trattato della Numismatica etrusca ; la
crede colonia dei Voltérrani, benché ciò non possa essere accaduto, se pure
vogliamo ammettere che avvenisse in alcun tempo, se non dopo la sua decadenza,
e totale rovina, e dopo il successivo ingrandimento dell'altra. Mentre quando
eraVitulonia nel suo pieno splendore, e capo di potente impero, è ben
ragionevole il credere che succedesse tutto il contrario . Lo stesso
Silio Italico, citato disopra, chiamò la nostra Vitulonia splendore della
Meonia gente, alludendo probabilmente a quei Lidii che si dicevano venuti a
stabilirsi in Etruria, e principalmente in quella regione-, e la disse ad un
tempo inventrice dei Fasci, delle scuri, dei Littori, della Sedia Curale,
e della pretesta, come pure le attribuisce il merito di avere adattata
l'enea tromba agli usi guerrieri-, cantando nell’ ottavo libro delle
guerre puniche. Meoniosque decus Vetuionia gentis,
Bissenos hoec prima dedit precedere fasces, Et junxit totidem
tacito terrore secures: Et princeps Tyrio vestem prsetexuit
Ostro; Hasc altas eboris decoravit honore curuies ,
Heec eadem pugnas accendere protulit sere. Esistono infatti
antiche medaglie, riferite dal prelodato Passeri, ed anche dal Guarnacci,
coll epigrafe Vetiunia, e coll’ emblema della scure, o bipenne, insegna
dei Magistrati etruschi, e precisamente di quella città. Ed alcuni gravi
scrittori mo- Messina, e fuori ancora dItalia per fiancheggiare le
inaudite millanterie di quei medesimi Greci, e loro forsennati seguaci,
riprodurrò qui una opinione singolare, ma vera, e che mi pare che
siastata sostenuta anche dal Vico ; e dirò che le Muse ebbero origine in
Italia, nell’infanzia, per cosi dire, del mondo. Ed aggiungerò, che da
questa bella penisola emigrando, pèr quelle vicissitudini, che modificano , e
fanno cangiar di aspetto continuamente a tutte le cose umane, passarono
in Arcadia, colle prime colonie italiche di Pèlasghi Tirreni, che erano
indigeni di questo delizioso paese, favorito in ogni tempo sopra di ogni altro
dalla natura, per tutte le arti dilettevoli, e per tutti gli ameni studi.
Ed andarono ad invadere, é popola¬ re la Grecia, e la Tracia, selvagge
allora ed incolte, dove ebbero poi nome, e culto per opera di Anfilone ,
di Lino, d’Eumolpo, e d’ Orfeo, ma vi si erano condotte da prima coi
sunnominati Pelasglii-Tirreni , pastori ad un tempo , e poeti. Da dove
ritornarono più tardi in queste benedette contrade in compagnia di
Evandro, e non ne partirono mai più-, ad onta di tutte le devastazioni e
di tutti i flagelli, che vi portarono gli stranieri, i quali ne fecero in
tutte le età il primo oggetto delle loro ambiziose conquiste .
E persuaso come io sono , che Vitulonia dettasse in remotissime età le
sue leggi agli Italioti, potentissimi allora sovra ogni altra nazione, da
quei luoghi medesimi, nelle cui vicinanze riscontrasi la grande
necropoli, discoperta \dal signor principe di Canino, come Roma le dettò
loro, e all’ universo, in altri tempi, dall alto del Campidoglio,
terminerò questo mio ragionamento, ripetendo con Virgilio,
Purpureos spargain flores, animasque parentum His saltelli
accumulem donis. Mà non voglio però dar fine al medesimo, senza
rivolgere brevi parole al si¬ gnor compilatore dal Ballettino
archeologico di Roma, per pregarlo col dovuto rispetto, a volersi
compiacere di farmi comprendere cosa mai ha preteso di dire, quando ha scròto a
pag. 226, N" 12, del medesimo, con franchezza più che cattedratica,
« Contribuiscono ad illustrare qualunque parte delle antichità dell'
Etruria le utilissime lettere d’ etnisca erudizione che si pubblicano dal cavaliere
Inghirami; siccome allo stesso tendono nel modo loro particolare, le
ingegnose conghietture del signor Principe di Canino, é quelle di simil
genere del professor Euleriani, premesse ai fascicoli del Museo chiusino
» perchè seb¬ bene io confessi ingenuamente : che mi rifugge t animo alt
idea, che debba venire un Oltramontano ad insegnare a noialtri Italiani,
a conoscere le cose nostre, e quelle dei nostri padri, mi sarà tuttavia
gratissimo di potergli ren¬ dere pubblica testimonianza di avere imparato
qualche cosa da lui, come non poche me ne insegnarono altre volte, e di
vario genere, ì Dempsteri, gli Acker- blad, gli Zoega, che qui nomino a
titolo cìi onore, ed altri ancora che per bre¬ vità si tralasciano. e
9 ma, e vi si osservano costumi anti-romani ancor essi, dal
medesimo dissotterrati nelle sue campagne della Cucumella, e
Cannellocchio , mostra ad evidenza, che tanta ric¬ chezza di vasi
dipinti, non poteva appartenere che alla Necropoli di una città grandissima ed
opulentissima, e capo di potentissimo impero. Nè i tre ponti dallo stesso
discoperti sulla Fiora cosi l uno all altro vicino, servir potevano ad altro
che a mettere in comunicazione fra loro le due parti di questa medesima città ;
E questa non po¬ teva esser che V itulonia , se ben si voglia riflettere
alla sua località, dietro quello che si legge negli scrittori antichi, e
moderni, benché alquanto oscuramente, intorno alla situazione di quella
metropoli. Che se qualche ultra-greco si ostinasse ancora a
sostenere il contrario, è pregato a considerare un poco meglio i
monumenti dei nostri antichi, e singolarmente quelli dissepolti nelle
terre di Canino, ed anche a porre maggiore attenzione quandi egli legge
le opere degli antichi, e son di parere , scorgerà facilmente timpossibilità
di provare il suo assunto. In quanto poi al predicare la
civiltà italica molto anteriore a quella della Grecia, noi non abbiamo fatto
altro in ultima, analisi, che riprodurre quanto era stato opinato nello scorso
secolo dai dottissimi archeologi, e filologi italiani, e stranieri, assai
giudiziosi e non greco-mani, Dempstero, Buonarroti, Maffei, Cori,
Guarnac- ci, Bocliart, Mazzocchi, Lami .Bourguet, ed altri ancora: E più
modernamente dalli eruditissimo poliglotta Acherblad, dall’illustre Gaetano
Marini, e dal celebre Ennio Quirino Visconti, prodigio d’ingegno, e di
dottrina, anche a giudizio dei più dotti Francesi. La quale
opinione, propagata da tutti i surriferiti grandi uomini, che trovasi
confermata nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni di Parigi, e che fu
messa in piena luce da quella mente straordinaria del Vico, è poi quella
stessa riprodotta, e commentata dal sullodato signor Principe di Canino,
nei varii articoli del precitato primo volume del suo Museo etrusco, dopo
che la riscontrò comprovata dai Monumenti da lui discoperti, negli scavi
fatti eseguire nelle sue terre. Nè di poco momento è per me, onde
viepiù confermarmi in questa opinione che mi è divenuta certezza, t
autorii a del profondo archeologo romano Girolamo Amati, uomo di somma
perspicacia, e dottrina, e nelle italiche antichità versatissimo, e che
la sostiene egli pure . Che del resto la iattanza impudentissima dei Greci
, è dei grecomani, circa la civiltà, e le arti italiche, non è nuova in queste
contrade, sapendo ogni mediocre erudito, che per rintuzzarne soltanto la
vanagloriosa ciarlataneria, pose mano Catone a scrivere i suoi libri dèlie
origini, e si mostrò grandemente sdegnato, perche nessuno si fosse
alzatOkprima di lui a rigettar loro in faccia si nauseanti, e boriose
pretensioni, e si grandi sciocchezze. Ora dunque, animato dal
medesimo amor patrio, e stimolato da eguale sdegno, per le tante inezie
che sf vanno ripetendo ogni giorno a piena bocca, dalli Alpi a Etr. Mus .
Chius. Torri. Quando Venere e Apollo sottrassero Enea, come inventa Omero alle
furi¬ bonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immaginò di
lasciar com¬ battere a sazietà i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea
l’idolo, o popolarmente parlando, l'ombra di lui. Questa poetica immagine
del combattimento de’due par¬ titi per un vano fantasma fu cara oltremodo
agli Etruschi, mentre ne vediamo la rappresentanza in molti de’lor
cinerari, un de’quali eh’è in marmo, fu da me inserito nella serie che ho
data de’monumenti omerici della Iliade 3 , similissimo a questo ch'è di
terra cotta due terzi soltanto maggiore del presente disegno, men¬ tre
quel di marmo è due terzi maggiore di questo modellato in creta. Vi si
ve¬ de pertanto il simulacro d’Enea caduto a terra per la percossa del
sasso getta¬ togli da Diomede, in atto di cercare una qualche difesa
nella trista situazione in cui si trova, spossato di forze. Intorno a lui
si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe Troiani ed Achei. L’originale
in terracotta era dipinto a vari colori, ma ora svaniti. L’ iscrizione è
soltanto dipinta in color di porpora, e rammenta, come sapremo a suo
luogo, il nome del morto, le cui ceneri chiudeva l’urnetta. TAVOLA
LXXIV. Un licenzioso stuolo di baccanti si offre allo sguardo
dell’.osservatore della tav. presente, e ci avverte esser questa la
pittura d’un vasetto ch’è rappresentato alla tav. LXX 1 X num. 1, e
frattanto si verifica la massima comunemente inval¬ sa per esperienza,
che tre quarti dei vasi fittili dipinti hanno soggetti bacchici.
Questo ha figure nere su fondo rosso ed è il vasetto originale tre volte
mag¬ giore del disegno dato alla tav. suddetta. La statuetta di Venere
che orna quest' ago crinale grande al pari del pre¬ sente disegno è
adattatissima a dar compimento ad un utensile di muliebre de¬ coro. È
singolare il vedere nei Monumenti etruschi la Venere quasi sempre co¬
perta negligentemente in una sola gamba. Io vi ho spesso, ravvisato il velo
del quale son coperte agli occhi della nostra penetrazione moltissime
delle operazio¬ ni della natura: osservazione che dovette esser propria
specialmente degli Etruschi, i quali si magnificano come studiosi della
filosofia naturale. Proporrei ancora il sospetto che l’ago crinale fosse
un simbolo mistico, e per tal cagione posto nel i Iliade lib. v,
v. 449*4^ l -2 Tom. ì, Tav. lxxiv . 7 » Non credasi però mai da
alcuno , che io ni" altlia la stolta pretensione di non essere
criticato, ché anzi mi reputerò sempre ad onore ogni critica fatta a
dovere, Ma quando venga questa in mal tempo, e con peggior garbo, met¬
terò sotto gli occhi di chi vorrà leggermi, il seguente epigramma.
Censura sapiens, et doctus acutnine gaudet : Stultus at
insano carpere dente solet. Ex tribus his titulis, quem vis, tibi
delige lector: Sic sapiens, doctus, stultus et esse potes.
XLI. VIDflDMU 433433 XLII. 4/mvfl4i ••
flnoai ; qn-i XLEL -.43 : F\\F{- 1/1-1 : 43
XL1Y. 4 /ÌOq/ : i4 : 4/RttYf : intblq/d : 41 XLV.
m3iifl4 ; ìi n/qi : 43H3vi : nnn o XLY1.
•.•.•.lamvfliflm : finn o XLVII. ni asiaq'D :
4flim#ì4 : intn.q/a : 433 xLvm. 4/aifn/qi3i lantqfl =
ioqfiN XLIX. ninni m Y 131 : 4An#isa : ianq3i : no
L. 1 nxnn\ M3f : laUfVf : flitifl© !
Al disopra del copercìiio. a Siccome finisce il lembo del coperchio
pare che abbiano continuata la parola al di sopra del
coperchio della stessa urna. I 74 (lutto
nell'arte, mentre qui la Furia infernale esce di sotto terra; come nel teatro.
Se quest’uso non è molto antico, non potremo reputare antichissime
neppure queste sculture ove tal uso è imitato. L’urna è due terzi più
grande del presente disegno. Il soggetto di questo rozzo vasetto
non è che un baccanale. Il vecchio barbato e nudo rappresentar dovrebbe un
satiro, mentre a centinaia s'incontrano i satiri nei vasi che trovansi
nei sepolcri, e le lor mosse costantemente bizzarre, come acche la lor
nudità costante, non permettono di separar questa virile figura dal coro
satiresco di Bacco. Ma la rozzezza del lavoro accompagnato da negligenza; fece
dimenticare al pittore di aggiungere alla sua figura la coda equina che
a’ satiri non manca mai. La donna eh’ è dalla faccia opposta del vasetto, non
può essere per conseguenza che una baccante . I circoli che in buon
numero si vedono attorno alle due figure sono un enigma finora
inesplicato. La grandezza delle figure è uguale a quella dell’uomo
barbato. La pittura è giallastra in fondo nero. I tre recipienti che
occupano questa tavola son vasi con pitture in parte nere e in parte
giallastre, che si mostrano separatamente dai loro vasi, e che ve¬ dremo
in seguito coi respettivi loro richiami. Ma il vaso segnato di numero 2
ha soltanto una pittura a parte, l’altra di minor conto si vede qui in
piccolo.Io vi ravviso due degli Efebi davanti al ginnasiarca, il quale ha
verga in mano insegno che istruisce e comanda. Tali erano gli esercizi del
ginnasio, dove la gioventù s’istruiva negli esercizi del corpo e
dell’animo ; e gran parte delle pitture de’vasi han simil soggetto nella parte
opposta ad altra, che aver suole qualche rappresentanza mitologica o simbolica,
come in questo vaso, dove si vedrà Ercole accolto dal centauro Eolo.
Queste favole cred’io avevano un senso misterioso, e la gioventù s’istruiva
nell’iutelligenza di quel senso non a tutti palese, per cui ne’ vasi
comparisce nel tempo medesimo l’istruttore e 1 istruzione che
rnostravansi con quelle pitture. Questo, pare a me, eh’esser possa il
momento in cui Ercole passando dal monte Foloe per andare a cercar del
cinghiale d’Eriinanto, trattenutosi dal centauro Folo figlio di Sileno e della
ninfa Mitra, fu ricevuto nel modo il più ospitale che potevasi. Ercole ebbe
desiderio di bere del vino. Folo ne avea soltanto in un vaso eh’era stato
dato da Bacco ai centauri in comune, e perciò non ardiva d’aprirlo. Ma Ercole
incoraggillo a deporre ogni timore, ed apri egli stesso sepolcro dov' è
stato trovato . Dissi altrove difatti, che si venerava in Roma l'ago
crinale della Madre Idea custoditovi fra le cose fatali, da cui facevasi dipendere
la stabile conservazione dell'impero ’. Le oreficerie degli
Etruschi, di che presentiamo qui un saggio, esser so¬ gliono di uno
squisito lavoro. I due pezzi superiori pare che siano stati usati a
formare una collana, poiché di simili ornamenti vedonsi le belle collane
scolpi¬ te al collo delle matrone che si trovano giacenti sopra i
coperchi delle urne 3 . Ciò sia detto per disinganno di coloro che
trovando nella Grecia altri ornamenti muliehri lavorati in oro con una
perfezione e con un gusto simile a quei dei nostri Etruschi, ne dedussero
che di Grecia si facesse smercio in Italia di tali bi¬ gotterie; ma
poiché la forma dei due pezzi superiori trovasi ripetuta soltanto nelle
sculture d'Elruria,e non in quelle di Grecia, così non abbiamo pruove che usassero
tali ornamenti fuor dell’Etruria , nè che non si potessero quivi anche
eseguire. Tra le infinite bizzarrie che vennero in testa ai figuli per
variar le forme dei vasi, che servirono per ornar le ceneri dei sepolti,
questa che presentiamo qui non è certamente delle men singolari. Il suo
nome suol essere d' un ciato quando ha forma d’un corno potorio; ma in
figura di gamba non avendone io mai incontrati , per quanto abbia veduti
moltissimi vasi sepolcrali, non saprei certamente quei che possa dirsene.
La sua grandezza è due volte maggiore di questo disegno. È della solita terra
nera di Chiusi, ed ha vernice nera assai lucida che lo cuopre d'uu color
solo. In generale questi eran vasi da bere usati col rito, che dovevasi
affatto votarne il recipiente, per cui non era necessario di tener questi
vasi in piedi, ma suolevano star discenti sulla mensa. La tragica morte di
Eteocle e Polinice è soggetto che fu caro agli antichi Toscani che lo
elessero soventemente per ornarne i loro sepolcri. Qualche mossa, qualche
ornato,lo stile medesimo della scultura, fan vedere che vi fu
comunicazione tra la scuola di Volterra e quella di Chiusi. Il costume
della Furia eh' è fra i due moribondi più che altro manifesta la
probabilità di questa mia opinione; come si ri¬ scontra dai paragoni che
posson farsene 3. Altrove notai parimente 1’uso teatrale di far
comparire, non già dalle scene i soggetti infernali, ma dal palco medesimo,
quasi che sorgessero di sotto terra ^. Un tal uso vedesi esattamente
intro- 1 Monum. etr. , ser. li J p. 5o. 2 Ved. la Tavola
xiv. 3 Monum. etr. ser. i, Tavv. lv , lxvii, lxxiv. 4 Ivi, p-
75, 355. II vasetto che primo si presenta in questa tavola è di terra
nera, uguale in tutto al disegno. Le teste velate son così ripetute nei
vasi sepolcrali chiusini, che io non dubito di confermare il già detto,
nel supposto che siano indicative di larve Ci vien fatta peraltro notare
1 ’esattezza del lavoro, non meno che la perfetta conservazione del
monumento. Ai numm. 2, e 3 si osserva un anello d’ oro eh’ è in
proprietà del sig. capitano Sozzi. Il lavoro, per quanto mi si elicerà
finissimo e di grandezza in tutto eguale all’originale. È stato, per
tanto riportato in doppia grandezza l'incavo che tien luogo di pietra
anulare, perchè meglio si osservi lo stile elevato di quel lavoro. I due
animali, il leone cioè e la sfinge potrebbero essere interpetrate pel passaggio
del sole dal solstizio estivo all’autunno , mentre quel mostro con corpo
di leone e testa e petto di donna non altro pare che indichi, sennonché il
sole che uscito dal segno del Leone ardentissimo passa in quel della
Vergine, ove comincia a perdere l’estiva sua forza, per cui si assomiglia a una
femmina 1 2 3 . La galante forma del vaso n. 1 non è comune fra quelle usate
dai Greci. L’impasto della terra è tutto nero, ed in luogo di figure
dipinte ha dei bassiri- lievi minutissimi, da’quali, come da una doppia
fascia, è circondata la più larga parte di esso . In una delle nominate
fasce al n. 3 stanno assisi due uomini con veste talare, in atto di voler
dispensare delle corone, che ricevon coloro i quali stanno in piedi.
Sotto alla lorsedia è un uccello, che secondo le moderne interpe-
trazioni dei geroglifici egiziani, come dissi altrove ?, significa la casa
dello sparviere, eh’è pur simbolo della divinità; e in conseguenza la casa o
regione del cielo, sul quale stabilite si vedono le figure sedenti del
nostro bassorilievo. Porgono esse dunque delle corone ai guerrieri, in premio
di aver combattuto. Le sfingi nei sepolcri le ho sempre credute
indizio del tempo nel quale passa il sole dai segni dell’ emisfero
superiore a quello inferiore 4 , che dicevasi regno dei morti 5 , e per
tal memoria credo esser poste le sfingi nella fascia num. 4 - Nel
bassorii. n. 2 v’è un uomo sedente che ha in mano Io scettro, e ad esso
presentasi un individuo munito di lancia che probabilmente significa
un’anima che passando ad altra vita domanda il premio delle eroiche sue
virtù' 6 , accennando non altro che il tempo di tal passaggio, come ho
provato anche altrove? in quest’Opera. 1 Monum. etruschi, ser. i } p.
20. 2 Ivi , ser- i, Ved. la spiegai, della Tav. lxviii.
3 Lettere di etnisca erudizione Tom. 1 , p. 191 . 4 Monum etr. ,
ser. v, p. 590 : 5 Lettere cit. p.
189 . 6 Vedasi tutta la mia lettera scritta al dottor Maggi nel
Tom. delle lettere, cit., p. 181 . 7 Ved. la pag. 5i , e 52 .
;5 quel vaso dov’era, come appunto si vede in questa pittura. I centauri
tratti colà dall’odore del vino vennero in folla alla cantina del
centauro Folo, armati di grosse pietre, un de quali è qui rappresentato
in dietro ad Ercole in atto di scagliarliela ; e forse è Anchio , o Agrio
che furono uccisi da Ercole, perchè i primi ardirono d’entrare in quella
caverna 1 . Questa pittura con figure giallastre è inetà del suo
originale. In questo bassorilievo ravviso Paride, il quale mentre viveva
oscuro ed ignoto sul monte Ida tra i pastori, scendeva talvolta alla
città di Troia, ove segnalavasi in tutti i giuochi e combattimenti che vi
si facevano, ed in essi riportava la palma sopra ogni altro concorrente,
inclusive sopra Ettore e su gli altri suoi fratelli, che sde¬ gnando d'
esser vinti da un ignoto pastore meditarono di assalirlo ed ucciderlo. Ma
Paride allora si dette a conoscere per loro fratello, e cosi fu salvo. Qui
Pari¬ de è nudo come si compete ad un atleta, ed ha lunga palma sugli
omeri, qual vincitore in competenza coi fratelli che invidiosi lo
guardano, e meditano la di lui perdita, istigati a tanto misfattto dalle
Furie infernali che loro si fanno dappresso. 11 ginocchio che Paride
tiene sull’ara significala protezione divina eh’egl’ implora da Venere,
come ho detto altre volte a , e 1 ’ ottiene; mentre Priamo suo padre, a cui
si palesò, lo ristabilì nel suo rango 3 . Il disegno è una terza parte
dell’originale.Chi mai trovar potrebbe in questo vaso un gusto greco? Anzi a
rettamente parlare diremo esservi un fare eh'è tutt'altro che greco.
L’ornamento del piede partecipa delle scannellature che sì frequenti
ravvisiamo nelle opere dell'Egitto. In ogni restante v'è una originalità
singolare. I mostruosi animali a bassorilie* vo che ne ornano il corpo
son frequenti in questi vasi chiusini di terra nera, ed io li tengo
sempre per quelli animali caotici che ad oggetto di rammentare la pili
antica delle orientali cosmogonie ne ornarono i sepolcri, di che ragionai
anche altrove L La donna che serve d'apice a! coperchio del vaso, in
quanto al disegno non è molto dissimile da quelle dipinte in giro nel
vaso della Tav. LXXII, come ancora in riguardo al costume
dell’abbigliamento. Questo è dunque l’antico etrusco stile, o l imitazione
di esso, come resulta dal paragone della indicata pittura pur trovata in
Chiusi, ma di stile totalmente greco. Or s’io ripetessi qui pure, come ho
detto altrove 5 , che i Greci lavorarono vasi in Etruria, e quindi anche
i nazionali ma in uno stile del tutto differente, non ne avrei forse in
simili esempi le prove? 1 Diodor. Sicul., iv, 12 . Nonn, Dionis. xiv, 379
. intit. l’Italia avanti il dominio de’Romani p.i 29 . 2 Monum elruschi,
ser.[i,p. /{Q 3 i 4 ^ 5 , 1^628, 693. 4 Monum. etruschi ser. v, Tav. lx.
3 Ved.le mie Osser.sopra i raonum.ant.uniti all’op. droni perfino del
tuono, e del fulmine, i quali peri loro sorprendenti, e terribili effetti ,
somministrarono in ogni tempo e in ogni dove abbondante materia alla superstiziosa
credulità dei popoli. Giammai però, nè presso alcun’altra nazione, ebbe
la scienza tonilruale, efulguraria tanti cultori, come presso gli antichi
Etruschi, nè mai se ne fece altrove uno studio così costante, come nell’
Etruria propriamente detta, e con successo così, favorevole.
Ma i sacerdoti etruschi, dopo avere immaginata una scienza profonda, e
difficile, sui tuoni e sui fulmini, trovarono ancora il modo di renderla
terribile e spaventevole al volgo della loro nazione. Imperocché, stabilita
la distinzione tra ifulmini di consi¬ glio quelli di autorità e di
decreto, tra i postulatorii, i monitorii, i confermatorii', gli
ausiliarii, gli ospitalieri, ed i fallaci, i pestilenziali, i micidiali i
minacciami, ed i reali, e simili, ne fabbricarono ancora una spece di Diario,
ossia Rituale. Del quale, per darne una idea ai nostri lettori, ne
riporteremo qui uno squarcio, tradotto in italiano. Questo Rituale
adunque, o Diario tonitruale, e locale secondo la luna coni essi lo
chiamavano, fu tratto, per quanto ne dicono le tradizioni, parola per parola,
da Publio Nigidio Figlilo, dagli scritti sacri di Pagete ; Ed è riportato
da Giovanni Lidio nel suo libro dei prodigi al cap. xxvu, pag. 101, dell
edizione fattane a Parigi,per cura di Carlo Benedetto Tinse. Ecco
in qual maniera si esprime il sullodato autore, al luogo citato, su tal proposito
. Se egli è manifesto che gli antichi sapienti etruschi prendessero in ogni disciplina
augurale per guida la luna, poiché secondo il corso di quella espongonsi
qui appreso anche i segni tonitruali, e fulgorarli, rettamente farà chiunque si
sceglierà per duce in questa scienza le stazioni lunari, Laonde quinci dal
cancro, e quindi dal novilunio, istituiremo la diurna cognizione dei
tuoni, secondo i mesi lunari. Dalla quale passavano i Tusci, o sacerdoti
etruschi ad insegnare le osservazioni locali, anche intorno ai luoghi
percossi dal fulmine. E pare che il principale di tut fi i collegi di questi
Tusci risiedesse a Fiesole, leggendosi in Silio Italico Adfuit et sacris
interpres fulminis alis, Faesula Incominciando poi il
Diario , o Rituale fulgurano, e tonitruale etrusco, dal primo giorno lunare del
mese di giugno, dice cosi. Se tuonerà nel'primo giorno della luna di
giugno , vi sarei abbondanza di biade, eccettuato l'orzo, ed i corpi umani saranno
attaccati da perniciosi morbi ; E se tuonerà nèl secondo, le donne partoriranno
piu facilmente, ma peri ranno le greggi, e vi sarà abbondanza di pesci. Tuon
andò poi nel terzo sara il caldo secchissimo per modo, che non solamente
gli asciutti prodotti della terra, resteranno inariditi, ma si abbruceranno
ancora gli umidi e i verdi. Laddove se tuonerà nel quarto, l’aria sarà
talmente coperta, di nubi, e sì piovosa, che le biade periranno per la
putrida umidità. Se tuonerà nel quinto giorno, sarà dinfausto
presagio alla campagna, e si turberanno tutti quelli, che presiedono ai
villaggi, ed ai piccoli castelli, e borghi ; Se nel RAGIONAMENTO Vili, E
IX SULLA SCIENZA TONITRUJLE, E FVLGURARIA DEGLI ETRUSCHI
rpày.[x«Tcc re Fai $u<rto> oyìav è?s7rovv;'7av ( oi Svpfavot ) sm'
Aererò» 9 stai ra 7repe t»jv xepavvosxomav sarà to*vt&>v
àv.S'peomav e^et^yacavro. Diod. Sic. lib. 5 , p. 3 l 6 . B^ovrat
xaS' v7rvous ayyèXwv èics Xòyot, Astrampsycb. de Sonili. interp.
F_Ja superstizione, il più funesto di tutti i flagelli che affliggessero mai,
in qualun¬ que regione, ed in qualunque età, Ì umana specie, facendola
gemere sotto il giogo più duro, e più pesante di quanti ne seppero
immaginare, e fabbricare, la tirannide più scaltra, e il despotismo più
sospettoso, mescolando ognora profanamente, per meglio abbrutirla, ed
opprimerla, il venerando nome di Dio, alle loro malvagità le più enormi,
fu sempre, e presso tutti i popoli della terra, il maraviglioso ordigno, e
l’ef¬ ficace strumento, onde si valsero gli astuti, ed i tristi, a danno
dei semplici, e dei buoni, ed i potenti, é gl’ippocriti, per dominare i
deboli, e farsi giuoco dei creduli- Questa Furia pertanto,
esecranda, e crudele, la peggiore di quante ne racchiude nel suo seno
lInferno, che ha percorso sotto varie vestimenta, e con diverso aspetto,
tutta la superficie della terra, è quella che fece risuonare di strani ululati
, e di querule grida le selve di Marsiglia, pei riti sanguinari di Teuta, le
foreste di Norim¬ berga, per quelli d'Irmensul le montagne della
Scandinavia, per placare l ira di Thor o la vendetta di Odino, e le
pianure della Perside, onde rendersi propizio Arimane ; ed è pure quella
medesima, che tinse di umano sangue le rive di Aulide , e della Tauride,
fece scorrer vermigli itessalonìci torrenti, e quelli d Irlanda, acce¬ se
gli orrendi roghi di Lisbona, e di Spagna, desolò le Americane contrade, e coperse
in una sola notte la Francia intiera, di spavento e dì lutto.
Questa Furia spaventevole che prende tutte le forme, e che le varia poi
in mille guise secondo i climi diversi, ed atteggiandosi ancora nel
percorrere in ogni direzione la terra, secondo le differenti passioni, e la
varia indole dei popoli, ebbe anche presso gli antichi Etruschi,
influenza grandissima, e prepotente dominio. Nè avrebbe, potuto accadere
diversamente in una nazione, ove la casta sacerdotale, o i collegi dei
Tusci, facevansi , come in Egitto, e nelle Indie Orientali, una privativa dell
istru¬ zione, e di tutte le cognizioni letterarie e scientifiche .
Ora questa medesima Erinni,invadendo l’antica Etruria, e facendone in
cèrto modo suo nido, signoreggiò in singoiar guisa gli spiriti dei nostri
antenati, prevalendosi anche presso di loro, di tutti gli strumenti
opportuni al suo scopo. Laonde s impa- Etr. Mus . Chius. Tom. 7 .
11 ri 0 8o o/o dal fulmine aneli
essi, come facevano i loro maestri. Quindi allorché esso partiva dall'
Oriente, ed avendo toccato leggermente alcuno , ritornava da quella parte,
era questo il segno di una perfetta felicità . Non traevasì peraltro
nessun augurio del ful¬ mine, quandi esso altro non faceva che strepito.
Quelli poi che sembravano promettere lene , o male, erano presi per
contrassegni della protezione, o della collera di Dio . Laonde V erano
fulmini di cattivo augurio , dei quali potevasi peraltro allontanare il
presagio, come dipendeva dalla volontà degli uomini il procurarsi quello dei
ful¬ mini di augurio favorevole , per mezzo di cerimonie religiose, e di
offerte. Ve n era¬ no poi altri, di cui non era dato ai mortali di
rimovere la minaccia, per via di al- cuna espiazione. Brasi
introdotto pure fra i Romani, come insegnavasi in Etruria , che romoreg-
giando il tuono dalla parte destra, annunziava sempre qualche cosa di felice, e
che era di funesto presagio allorchéfacevasi sentire dalla parte
sinistra. I luoghi colpiti dal fulmine divenivano sacri anche pei Romani,
come tali divenivano per gli Etnischi, e non era più permesso d!impiegarli ad
usi profani. J i s inalzavano allora de¬ gli altari al dio Tonante, e gli
Aruspici avevano cura di consacrarli col sagrifizio di una pecora, dal
cui nome venivano detti bidentali. Anche gli alberi fulminati dovevano essere
purificati, ed una certa classe di sacerdoti delti strufertarii facevano
in tale occorrenza un sacrifizio colla pasta cotta sotto la cenere.
Se dobbiamo prestar fede a P ausonia gli abitanti della città di Seleucia
adorava¬ no il fulmine, che eglino riguardavano come la loro divinità
suprema. Cantavano inni in suo onore, ed il culto di esso era
accompagnato da singolarissime cerimonie. Ma è da credersi che il fulmine
altro non fosse , se non se il simbolo di Giove, che adoravano quegli idolatri
come essendo il padrone degli Dei . Nella Mitologia erano i Ciclopi che
fabbricavano entro la fucina dell’Etna i ful¬ mini al padre degli Dei, e
servivansi per comporli, e temprarli delle seguenti materie. Mescolavano
insieme i terribili lampi, lo strepito spaventevole, le striscianti
fiammé , lei collera di Giove s ed il terrore degli uomini. Il
fulmine però non era l’attributo esclusivo di Giove. Nell’opera di Ralle intitolata
Ricerche sul culto di Bacco, stampata a Parigi nel 1824, domo primo pag.
61, si legge che Proserpina ingenerò Zagreo, cioè Bacco, colla testa ornata di
cor¬ na, il quale da se solo, e senza veruno esterno aiuto, s inalzò al
trono di suo padre, e trattò il fulmine colle mani ancora infantili. E
nella descrizione delle pietre incise del gabinetto Stoscliiano parla il
IVinkelmann, a pag. 234 , di una corniola, rap presentante Bacco con
diversi attributi, ed un Satiro, ai piedi del quale vede si il ful¬ mine.
Anche Luciano, e Nonno panopolita, come pure molti monumenti antichi anno il
fulmine per attributo a Bacco , Tutte le grandi divinità del
paganesimo , avevano due caratteri distinti: Luna generale •, ed era
quello del primo principio, dotato della forza, e della potenza universale, e
l’altro particolare, che ciascuna di quelle divinità riceveva dalle
funzio- , 7sesto s ingenererà un insetto nocino nelle mature biade, e se
nel settimo regneranno dei morbi, senza però che ne molano molti, e
le secche biade cresceranno, mentre s’inaridiranno le umide , e verdi,
. Tuonarldo nel giorno ottavo sarà annunzio di grandi piogge, e della
morte del frumento, nel nono significherà che dovranno perire le greggi
per l'incursione dei lupi, e nel decimo che vi saranno frequenti morti,
ma che tuttavia l'annata sarà fer¬ tile;Mentre se tuonerà nelVundecimo,
annunzierà innocenti calori, e letizia alla repubblica, e se nel duodecimo
accadeva lo stesso Quando tuona nel giorno decìmotèrzo, minaccia la
rovina di un uomo prepotente, nel decimoquarto, indica che l’aria sarà
eccessivamente calda, e non dimeno sarà lieto il provento delle biade, con gran
comodità di pesci fluviali, ma i corpi cadranno in languore; E se poi
tuonerà nel decimoquinto i volatili saranno affetti da incomodi nell
estate, e periranno le bestie natanti. Se nel decimo sesto giorno
tuonerà, non solamente minaccia diminuzione dell'an¬ nona, ma anche
guerra, e verrà tolto dimezzo un uomo floridissimo; Se tuonerà nel dectmo
settimo, vi saranno calori grandissimi, e mortalità di topi, di talpe e di
locu¬ ste i E non pertanto l’anno apporterà abbondanza e stragi al popolo
romano. Tuonan¬ do nel decimottavo , minaccia calamità ai frutti, nel
decimonono moriranno gli ani¬ mali nocivi agli stessi frutti, e nel
ventesimo minaccia dissezioni al popolo romano. , Quando tuona nel
ventunesimo giorno, indica penuria di vino, buon provento del¬ ie altre
raccolte, e gran copia di pesci-, nel ventesimosecondo presagisce un
calore dannoso, e nel ventesimoterzo dichiara letizia, allontanamento di
mali, e fine di morti. E così nel ventesimoquarto annunzia abbondanza di
tutte le cose, e nel ventesimo quinto significa che vi saranno guerre, e mali
innumerevoli. Finalmente se tuonerà nel giorno vigesimo sesto , il
freddo nuocerà alle biade, nel vigesimo settimo, i primati della
repubblica avranno da temere di andare incontro a perigli per parte dei
soldati, nel vigesimottavo, sarcivvi libertà di biade, mentre tuonando
nel vigesimonono , le cose della città si troveranno in migliore stalo, e
nel trentesimo, vi saranno per breve spazio di tempo spesse morti. E così
di tulli gli altri mesi. Allafine poi dell’ultimo mese, a pag. i 55 viene
osservato, che Nigidio oiu- dico che questo Diario tonitruale, non fosse
generale, ma per la sola città di Roma. Nè ciò parra fuori di proposito ,
a chiunque facciasi a riflettere che i sacerdoti etru¬ schi, erano solili
vendere a caro prezzo la loro scienza , a tutti quelli che ambivano di
farne acquisto, e singolarmente ai Romani, che ebbero cominciamento da u
na ciurma di banditi d Etruria, e ne divennero poi gli emuli, quindi i
nemici, e final¬ mente i padroni, ed oppressori. Impararono
però ben presto anche i Romani a fare la distinzione fra i fulmini lan¬
ciati il giorno, e quelli che lo erano nella notte-, E credevano che partissero
i primi dalla mano di Giove, ed i secondi da quella di Summanno, la qual
dottrina è tutta etnisca. Dopo questa distinzione, non tardarono molto a
trarre ogni sorta di presa- m p. e. gl' Iotorti,
i quali sono quelli che tracciano cadendo una linea tortuosa, nei quali
sono prima di tutto da ammirarsi,al dire di essi, la loro natura, e la
difficol¬ tà di contemplarli ; Ed aggiungevasi dai medesimi libri, che
non lutti producono i medesimi effetti, neppure quelli che vengono
formati, secondo loro, dall' aria, e dal concorso delle nubi. E vi si
trovano più altre osservazioni di questa, e di altra spe¬ cie, che sono
pure riferite da Lidio a pag. 171, cap. 44 • Afferma anche Arduino
che i Tusci attribuivano a noveDei la facoltà di scaglia¬ re i fulmini, e
che ne distinguevano undici specie diverse j E per viepiù persuadersi che
eglino riguardavano come cosa di grande importanza la scienza dei fulmini,
leg¬ gasi anche Seneca, lib. 2.° cap. 32 , 33 , e seguenti, delle
questioni naturali, ov’ egli descrive prolissamente tutta la lor
dottrina, e tutta la loro scienza sui fulmini, ed an¬ che intorno alla
divinazione per mezzo dei medesimi-. Lo che tocca pure Cicerone nel libro
primo della divinazione. Censormo poi al capitolo xi, pag. 69 , De die natali,
loda esso pure i libri rituali degli Etruschi. I medesimi Etruschi
avevano eziandio alcune singolari opinioni per impedire che i fulmini
cadessero in certi luoghi, piuttosto che in altri. E cosi, leggiamo nei
Geo- ponìci, o scrittori delle cose rustiche, lib. 1 , cap. 16 , che
sotterrando in un campo la pelle di un ippopotamo, ivi non cadrà il
fulmine-, E nel lib. 8.°, cap. xi, è soggiun¬ to , con una sentenza di
Zoroastro « affinchè nè i tuoni nè i fulmini facciano svanire i vini »
dopo di che si prosegue cosi • Il ferro sovrapposto ai coperchi dei dogli ,
e delle botti, allontana qualunque danno possano cagionare ai vini i
fulmini, e i tuoni. Osservazione la quale fa un poco ai calci colla buona
fìsica, ma ciò non monta. Co¬ si la spacciavano i Tusci ! Certuni poi vi
sovrapponevano alcuni rami di alloro , i quali dicevano essere giovevoli
in ciò, per contrarietà di natura, e qui avevano ra¬ gione . Nei suddetti
libri sacri, e rituali dei Tusci, incontratisi ancora altri nomi da ti ai
fulmini, oltre quelli già riferiti in questo ragionamento. Imperocché altri ne
chia¬ marono Fumidi, altri Candidi, altri Irruenti, ed altri Presteri,' E
ciò dicevano essi di aver istituito, perchè producono diversi effetti.
Quindi soggiungevano che gli Ardenti sono quelli che si dicono Presteri,
e quelli senza fuoco son chiamati Tifoni, laddove i più languidi son
detti Enifie. Diconsi poi Egide quelli che noi diremmo Prefratti, o rotti
prima, i quali sono portati da un igneo globo • Donde avviene che V
etnisca tradizione, mette le Egide intorno a Giove, quasi insinuando che l’aria
è la causa cosi della procella, come del fulmine, e della concussione del
tuono . Quando il fulmine romoreggiava fra il giorno, e la notte,
solevano chiamarlo i Romani fulmen prevorsum , e dietro gl’insegnamenti
degli Etruschi attribuivanlo a Giove, ed a Summanno. Gli Scandinavi, ed i
Celti, abitanti delle parli settentrionali d’Europa',credevano che i
rimbombi dei tuoni fossero cagionati dai colpi di clava, coi È cosa degna
di osservazione il vedere che gli Scandinavi, ed altri popoli del
Setten¬ trione facessero essi pure uno studio particolare sui fulmini ,
sui baleni, e sui tuoni , e che avessero formato di ciò una scienza
come gli antichi Etruschi, giacche rAnnua- ni, alle quali
l'aveva ridotta il sistema del politeismo. Elleno avevano per attributo
il fulmine, sotto il primo rapporto, ed è ciò che si ritrova presso tutte le
nazioni an¬ tiche. I libri degli Etruschi contenevano secondo Pliniolib.
2.° cap. 52 , nove Divinità che lanciavano i fulmini -,fEd attribuivano a Marte
quelli che producevano degl' incendii. Eravi a Milon in Egitto, un
tempio dedicato a Nettuno fulminante, per testimonianza di Ateneo, lib. 8.° E
Sidonio Apollinare chiama lo stesso Nettuno Giove Tridentifero, in questi
versi, Sacra Tridentiferi lovis hic armenta profundo
Pharnacis immergi! genitor,- Mentre Stazio nel primo libro dell'
Achilleide, lo chiama ii secondo Giove. Apollo veniva spesso
rappresentato, secondo il Golzio, colle ale ed il fulmine j. E si vede su
molte medaglie romane colla testa coronata di lauro, ed il fulmine in
mano. Sofocle nell’Edipo Tiranno, v. 47 J, e Plinio, lib. x, cap. 2. 0 , parlano
pure di Marte fulminante, come si vede su diversi monumenti
antichi. Vulcano lanciava aneli’esso il fulmine, secondo Virgilio,
e Nonno nelle Dioni¬ siache, ed alcune medaglie dell isola di Samo, lo
rappresentano cosi. Vedesi poi il Dio Pane col fulmine, su due piccole
figure romane in bronzo, e ne parla Ateneo nell ’undecitno libro dei
Dipnosofisti. Cibele si vede spesso rappresentata col fulmine, e lo
portavano pure Minerva, e Giunone ,• E quest’ultima era collocata a
Cartagine sopra un lione, tenendo il fulmine sulla destra, e lo scettro sulla
sinistra-, Mentre della prima dice Virgilio: Ipsa lovis rapidum
jaculata e nubibiis ignem. Finalmente lanciava il fulmine lo stesso
Amore -, E questo Amore Kspmvofofos, cioè laudante il fulmine, era
scolpito sullo scudo di Alcibiade, secondo l’Epigramma 228 dell’Antologia
greca. Molti poi sono i generi degli stessi fulmini. Insegnavano i Tusci,
e lo riferisce anche Plinio, che quelli i quali vengono asciutti, non
ardono, ma disperdono, e che gli umili non bruciano mainfoscano.Quindi ne
annoveravano un terzo genere,chiamato chiaro', i quali sono di una natura
veramente mirabile, imperocché asciugano , p. e. le botti, piene di vino
o di altro liquido, lasciandole intatte , e non iscorgendovisi alcun
vestigio per ove le abbiano vuotate . Di più, l’oro, l'argento, ed il bronzo,
vengono da tali fulmini liquefatti entro gli scrigni o nei sacchetti, ove suino
riposti, senza arderli in verun modo, e neppure abbronzargli, ed anche
senza guastare il sigillo di cera col quale siano stati chiusi. Si racconta che
Marcia principessa romana fu colpita da uno di questi fulmini, essendo gravida,
il quale uccise il feto che ella portava, ed essa poi sopravvisse senza
verun altro incommodo; E narrasi ancora nel prodigi Catilinarii del Municipio
Pompeiano,che Marco Erennio Decurione fu percosso da un fulmine in giorno
perfettamente sereno. Oltre questi generi di fulmini, ì libri dei
Tusci ne contenevano ancora altri, come, Etr. Mai. Chius. Tom. I.
12 84 trar nel cielo: opinioni uscite tutte quante dalle
dipinture allegoriche delle antiche rivoluzioni del nostro globo. I
Brasiliani, ad ogni scoppio di tuono, riguardano tremando il cielo, e sospirando
; E credono che sia il loro Agnian, o lo spirito maligno, che minacci di
percuoterli. Almeno cosi ci assicura il viaggìator Cereal. In Circassia, i
piartele tuona, escono gli abitanti dai villaggi, e dalla città, e tutta
la gioventù si mette, al dire di Tavernier nei suoi viaggi, a ballare, e
cantare in presenza dei vecchi. Le quali danze, e le quali
cantilene, se non furono funebri, o guerriere nel loro principio, bisogna
dire che la gioia di quei popoli sia fondata sull' idea che il tuono sia
di un felice presagio. Idea conforme ancor questa a quella dei Persi, e di un
gran numero di popoli antichi, ì quali credevano che il fulmine rendesse
sacro tuttocio che toccava-, E ciò perchè presso i Magi era il fuoco
temblèma della Divinità, conforme si può vedere eruditamente provato dal
Signor La [fide, nell opera da lui composta sulla religione dei
Persiani, cap. primo. Presso i sunnominati Circassi, un uomo ucciso dal
fulmine è giudicato avere ri¬ cevuto da Dio un gran favore : E se il
fulmine stesso è semplicemente caduto sulla sua casa, egli e tutta la sua
famiglia sono nutriti per un anno a spese del pubblico . Era
opinione degli antichi idolatri, che Giove punisse, non già con volgari
ga- stighi, ma bensì fulminandoli, tutti gli spergiuri. E però si legge
in Aristofane, nh. w Si i z* tw-wtmSt ~ h cioè « Imperocché Giove scaglia
questo fulmine vera¬ mente mirabile, contro gli spergiuri . Ad onta però
di queste popolari credenze, non mancavano tuttavìa di quelli, che le
schernivano, e se ne ridevano di tutti i volgari ti¬ mori . Difatti
Luciano, nel Timone, riprendendo timprudenza di alcuni uomini, che
spergiuravano in dispregio dei Numi, subindicò il timore del fulmine dìcen o
che que sta specie di mortali , temono più una lucerna spenta , che la
caduta di uri fulmine , e di esserne colpiti. s™» w » «cuy»:. ™ ™ ^
5 T0= «fawoo vale a dire: pertanto alcuni di quelli che
spergiurano, temerebbe piuttosto una lucerna spenta, che Infiamma
di quel fulmine domatore di tutte le cose. I Romani , che al dire
di Cicerone, presero auspicia et sacra ab Ltruscis, e secon¬ do Valerio
Massimo derivarono tutti i semi della religione dall Etruria, e noi aggiungeremo
francamente, anche ogni demento di civiltà , fecero passare un gran
numero di etruschi Numi a Roma . Quindi provano con buone ragioni, ed autorità
. il Dempstero, ed il Gori, che erano presso che infinite le divinità
adorate dai nostri maggiori, e che la più gran parte presero domicilio in
Roma. Laonde chiameremo temerarie, e stolte le critiche mosse da alcuni
Archeologi più moderni, contro quei te alla prima percossa che
hanno dal fulmime, non dispiacerà ai nasini lettori il vedere mes¬ cle
nessuno animale è arso , o acceso dal te qui a confronto le supersituom
tomtrual, r7 . . ... P f u l vararle desìi Scandinavi, ed altri
setten- fulmine , se non e morto, e simili. ejiu 0 uiun 5
t j ] , . t j’ /-.p trionali con Quelle desìi cinlichi Etruschi
sui' Lasciando ora da parte quanto siano tali os• inori un /
& servazioni consentanee alla buona fìsica , 1 ° stesso
proposito» quali il loro Dio Thor percuoteva ì Giganti. Il qual
linguaggio è lo stesso che quel¬ lo dei moderni Persiani, i quali credono
che le stelle cadenti siano colpi di fulmini, che gli Angioli scagliano
nelle altre regioni, contro i Demoni, che si forzano di rieri- rio
tonitruale di quelli , ha molta somiglian za col Diario fulgorale, e tonitruale
di questi. Si legge infatti in Olao Magno, lib. i, cap. 3i
della sua storia delle genti, e della natura delle cose settentriouali ,
cne i tuoni di gennaio significano che i venti soffieranno con mag gior
gagliardia del solito, e che sorgeranno le biade più dritte , e grandi. Quelli
di febbraio annunziano una grande mortalità e singolarmente di
quelli che vivono nella delizia. E quelli di Marzo indicano gagliardi
venti , e che vi dev’essere gran fertilità in quell anno , e
straordinario strepito nei giudizii . Indicano i tuoni di
aprile che cadrà una pioggia conveniente elle biade 9 e che la campagna sara
abbondante in tutto il corso del¬ l'anno, mentre quelli di maggio
significano tutto il contrario, cioè, penuria di biade, ed una
formidabile carestia di tutte le cose. Presagiscono poi quelli di giugno
una piu abbondante fertilità, benché predi cono al tempo stesso
infermità spaventevoli. 1 tuoni di luglio annunziano abbondanza
di frumenti , ma distruzione di legumi 9 e di frutti . Predicono
quelli di agosto che gli uomini converseranno pacificamente fra toro 9 ma
vi saranno malattie pericolose 9 E quelli di settembre denotano fertilità
in quel- Ialino , nel quale però sovrastano guerra, sedizioni, e
morti . 1 tuoni di ottobre sono qualificati coll’epiteto di
portentosi, perche indicano grandi tem peste in mare, ed in terra ;
quelli di novem¬ bre, benché raramente tuona in tal mese ,
promettono fertilità nell'anno seguente. E quelli finalmente di dicembre
significano ab¬ bondanza di tutte le cose , ed una gioconda conversazione
degli uomini fra loro . Altre osservazioni dei settentrionali sui
ful¬ mini , sui lampi, e sui tuoni portano quanto segue. Quando
nell’estate per esempio, tuona più che non lampeggia, significa dover soffiar
venti da quella parte, e per lo contrario se balena più che non tuona, deve
cader molta pioggia. Quando lampeggia essendo il cielo sereno,
vuol dire che vi saranno pioggie , e tuoni 9 e farà un tempo da inverno E
tali cose poi saranno gravissime, ed atrocissime quando questi lampi , e
questi tuoni verranno da tutte le parti del cielo. Ma se balenerà
soltanto dalla parte ciV Aquilone indicherà pioggia nel giorno seguente j
E se i lampi verranno dal punto preciso del Settentrione 9 soffieranno
venti. Lampeggiando dalla, parte di Austro , di Coro 9 o f avonio , essendo
serena la notte , significherà che devono venir pioggie, e venti da quelle medesime
parti. Dicevano ancora i settentrionali, che i tuoni che
scoppiano la mattina di buonora annunziano venti e quelli che si sentono
nel mezzogiorno predicono una grossa pioggia . Aggiungevano poi essere
imjjortantissimo il sapere da qua! parte vengono i fulmini , e dove
si dirigono. Imperocché sono crudelissimi quel¬ li che partendosi
dal settentrione vanno verso l Occaso , e sono di ottima natura quando
ritornano finalmente a quelle parti dalle quali sono venuti , perche
quando vengono da quella parte del cielo d’ond’ebbero origine, e poi
ritornano alla medesima, presagiscono allora una somma felicità da quella parte
di mondo 9 rimanendo però infelici tutte le altre. E
finalmente altre curiose osservazioni aggiungevano intorno a quest’articolo ,
come, che la notte piu che il giorno lampeggia senza tuoni , che la
natura ha dato il privilegio al- l’ uomo di essere rare volle ucciso dal
fulmine, e che se questo accade talvolta , è assai più conveniente, e pietoso
ufficio il sotterrare quel morto , che il bruciarlo . Che te ferite dei
fulmini sono più fredde che tutte le altre, che le bestie moiono
istantaneamen- parla Cicerone nel primo della divinazione-, nè fa
diuopo osservare il diverso inalzarsi della fiamma, o lo scrosciar della
medesima, nè lo scoppiettar dell incenso, delle quali cose scrisse,
secondo Stazio, un tal Tiresia, famosissimo augure etrusco. J\è occorre
tampoco far menzione, per esaltare Tetnisca sapienza, di ciò che osserva
fra gli altri Seneca , Uh. n, cap. 4 1 delle quistioni naturali, circa l
avere i medesimi fatta anche la distinzione tra i fulmini prodotti nelle
nubi, é nell'aria, d onde scendevano in terra, e quelli che prodotti nella
terra slanciavansi in alto, e verso le nubi medesime, giacché queste, e
molte altre simili cose trovansi narrate, e raccolte da vari
autori. Ma non sono però da passarsi sotto silenzio alcune memorie
di Plinio, Ub, n, cap. 3 .°, ove narra distesamente in due capitoli, le
opinioni degli Etruschi, appoggiate ad una ragionevole fiolosofia, circa
lessenza, o la natura, e circa le diverse specie di fulmini da essi
distinte. Conferma ivi quel sapientissimo scrittore ciò che abbiamo qui
sopra accennato, che vengono cioè i fulmini, tanto dalle nubi, quanto
dalla terra, ed assicura aneli esso, che trovavansi negli scritti etruschi,
nove, o più probabilmente undici specie di fulmini, delle quali ì Romani
loro figli, e discepoli, non ne avevano osservate, e mantenute che due.
Il che viene a confermare sempre piu il detto di Cicerone, che quei
superbi conquistatori, ed oppressori del mondo, ebbero dagli Etruschi non
solamente lorigine, ed i riti religiosi, tutti quanti ne usarono mai, ma
eziandio la civiltà. Egli osserva pertanto particolarmente, la
diversa natura, e diversi singolarissimi effetti dei fulmini, che dal
cielo provengono, e di quelli che dalla terra sono prodotti-, ed avverte
ad un tempo, che queste osservazioni furono trasportate, e trascritte negli
annali romani, aggiungendo inoltre che vi erano pure le maniere ed i riti per
chiama¬ re i fulmini, ed impetrarli dal cielo, come fece forse Porsernia,
che con un fulmine così ottenuto , ed accompagnato da un mostro chiamato
Volta, devastò, come dicono, le campagne dei Volsinii. Ei dice di più,
che in questa scienza era dottissimo Numa Pompilio, e che avendolo poco bene
imitato Tulio Ostilio , fu arso da un fulmi¬ ne-, E che per questo fra i
diversi nomi che per l'etnisca disciplina furono dati a Giove, di Statore, di
Tonante , Feretrio, e simili, s'incontra pure quello di Elido, o
Evocatore. E finalmente che si prevedono in tal guisa le cose future, benché
sia te¬ merità il credere, che si possa comandare alla natura, o
sforzarla . Il medesimo autore osserva poi, come il baleno sia piu veloce
del fulmine , e del tuono , e come perciò il fulmine stesso debbasi prima
vedere, che udire. Circa le qiiali osservazioni di Plinio intorno alla
scienza tonitruale, e fuigurari a degli Etruschi, vi sarebbero da fare
molte fisiche riflessioni, se l indole dell opera per la quale sono
scritti questi ragionamenti, lo comportasse. E sul proposito di
questa scienza etrusca, nella quale dice il sullodato Plinio essere stato
peritissimo il re ISuma, ascoltisi anche Ino Livio, lib.t, il quale lo
chiama non solamente dotto nelle arti peregrine, ma eziandio nella tetrica , e
trista due dottissimi scrittori ; Colle quali critiche pretendono di
negare, che per esempio , un tal Nume, non abbia potuto aver culto in Etruria,
perchè si cede adorato net Lazio, ed m Roma ,; Avvegnaché dovrebbe
piuttosto aver luogo la congettura contraria, come saviamente rifletteva il
sapientissimo Guarnacci . Imperocché, dovrebbe dedursi che se una
tale divinità si vede adorata in Roma e nel Lazio, è ben ragionevole il
credere, che abbia prima avuto culto in Etruria- quando si voglia
riflettere, che una colonia etrusca erano i Latini, e che lo stesso
fondatore dell Eterna Città, coi suoi primi abitanti, non furono altro come
anche altrove accennammo, che una banda di fuorusciti Etruschi. c
he se poi igrecomani, sottilizzando, ed ostinandosi ognora più a volere irrefragabili
prove, e quasi ancora la fede di battesimo, come diceva il prelodato
Guarnac- ci, che un tale idolo, od un tal monumento qualunque, sia
veramente etrusco , e non greco, nè romano ; Oltre che si può risponder
loro che queste prove intrinseche , non le hanno d’ordinario neppure le
cose veramente greche, e romane, e che l'anti¬ quaria iti genere si
aggira sulle asserzioni degli antichi autori, i quali ci hanno lasciato
scritto, dove i vani Numi, e i diversi riti abbiano avuto l’originario loro
culto-, Si può ad essi aggiungere ancora che ve una probabilità, la quale
confina colla certezza, che dove un si gran numero d’idoli, di vasi ed altri
monumenti di ogni manie¬ ra, sono stati trovati, siano stati pur
lavorati. Ed essendo imedesimi stati dissotter¬ rati negli scavi
etruschi, ed indicando una grandissima antichità, e mollo superiore alla
civiltà greca, e romana , è irragionevole , ed assurdo il credere, che i soli
Greci , e Romani li abbiano dappertutto disseminati. Ed anche a ciò
che dice il chiarissimo signor Vermigliali, il qlude pretende ( . E roga
ime di Admeto e di Alceste) che i monumenti italici più sono antichi, e
più grecizzino, ed al contrario latineggino maggiormente, quanto più si
avvicinano all epoca del dominio romano in Etruria, come pure che
gl’itali antichi spesso aspi- cassero, si può rispondere cosa che sarà di
scandalo agli Archeologi pedanti i quali non sanno, o non vogliono trarsi
fuori della traccia segnata dai loro predecessori abbiano essi fatto bene , o
male. Ed è questa : ,o,m , ere l e osservazioni del sullodato filologo
perugino, perchè la lingua greca è figlia della vetustissima etnisca in
quanto alle sue radicali, benché ne differisca grandemente nelle infles-
Stoni, édi Greci sono scolari degli antichi Etruschi, ossiano Pelasghi Tirreni,
indigeni d Italia, i quali andarono in remotissima età a colonizzare , e
popolare la Tra¬ cia eia Grecia, come m altro ragionamento accennammo .
In quanto poi alle aspirazioni degl Itali antichi, procedono queste
dall’orientalismo, che ridonda in ogni dove in Italia, e che vi fu
introdotto in tempi da noi oltremodo lontani da una colonia orientale,
coi primi elementi della civiltà, come pure asserimmo nel quarto di ave
Sti ragionamenti medesimi. " e ~ Ma torniamo ai fulmini ed ai
tuoni. Non occorre citar qui i libri fatali degli Etruschi , ricordati da
Tito Livio, hi. V, nè i fulgorali, e gli aruspici, dei quali j3 Etr.
Mus . Chius. Tom. J, Chi mai oserebbe di qualificare l’avvenimento
qui espresso, non vedendovisi che due militari pronti alle difese e alle
offese, senza ravvisarvi ne 1 inimico, ne oggetto veruno che sia motivo di
questa loro disposizione al combattimento? Ma siccome questa pittura è
nel mezzo d’una tazza, intorno alla quale sono altre figure giallastre,
come questa, in fondo nero, così tenteremo di trarre da quellequalche argomento
a cognizione di questa. Un corpo esanime steso al suolo, presso cui
stanno alcuni combattenti che ne scacciano altri in costume diverso, mi
richiama alla mente l’avvenimento del corpo di Patroclo, contrastato fra
i Greci e i Troiani,e finalmente ottenuto da quelli coll’espul¬ sione di
questi '.Non vi sono caratteristiche assolutamente variate tra
combattenti e combattenti, a dichiarar Greci gli uni, e Troiani gli
altri,ma pure la totale nudità dei primi li fa credere eroi,che la Grecia
rappresentar suole in tal guisa 2 ;mentre gli altri tre hanno in testa un
berretto: uso asiatico e particolarmente dei Frigi 3 .Hanno essi pure
nella clamide che indossano un segno d'abbigliamento, che raramente onon mai
trascurasi nelle figure asiatiche, per quanto io abbia nei monumenti antichi
osservato. L'uomo steso al suolo qual corpo morto, è altresì nudo del
tutto, e inconseguenza spettante ai Greci, cqme difatti era Patroclo il
caro amico di Achille, che fu ucciso in guerra da Ettore, secondo Omero l
. Probabilmente anche i due guerrieri dipinti nel mezzo della patera, e
che vedemmo nella tavola antecedente,son due Greci alla custodia e difesa del
corpo di Patroclo, ch'è dipinto nel fregio della tazza medesima. Infatti
essi vedonsi armati,ma nudi,giusta il costume greco eroico,siccome dicemmo. Qui
le figure son ridotte un terzo più piccole di quelle che vedonsi nella tazza
originale,ove sono di color giallastro in fondo nero. Qualora mi si
conceda esser probabile la interpetrazione dell’antecedente rappresentanza
della morte di Patroclo, e del contrasto tra i Greci e i Troiani, per
ottenerne il cadavere, non mi sarà negata fiducia nella supposizione
eh'io son per proporre, che in questa pittura, la qual fa seguito
all’antecedente, vi siano espressi gli o- nori funebri che furon resi
dall’amico Achille a quell’estinto eroe, e particolar- i Galleria
oraer. Iliade, Voi. 11 , Tavole cxcix , 3 loghirami, MoDum. etr. ser. 11 , p.
45°- cc, cci, ccn. -
a Plot., Vii. Alexand. I? disciplina de vecchi Sabini ( che
erano Etruschi ), di che non vi è stata mai veruna cosa piu incorrotta, e
veneranda. E dicendo che lo stesso Numa era dotto anche nei liti
peregrini, si deve intender qui di quelli di Samotracia, che erano i idrici , e
tri- sti dei Pelasghi, Tirreni, Etruschi ancor essi, come altrove dicemmo
, e lo abbiamo ripetuto pocanzi; E che i Romani riguardavano come
peregrini, perchè tali erano divenuti per loro, essendo in tempi da essi
lontani, passati dagli Etruschi ai Samotraci . La scienza dei
quali riti possedè Porsenna, e molto prima di lui anche Dardano, il quale
portossi in Samotracia pel solo oggetto di conferire con quei sacerdoti, e
per introdurre poi in Troia una religione del tutto ponforme a quella dei
suoi antenati, che era l Etnisca. E si noti, che il medesimo Livio, e
tutti gli antichi scrittori ci fanno sapere che il più volte nominalo
Numa Pompilio fu religiosissimo, e propagatore in Roma di ogni pia istituzione
; Ove non altro ei propagò certamente, che riti etruschi. Ed
ecco una erudita chiacchierata sulla scienza tonitruale, e fulguraria
degli Etruschi. La quale potrebbesi ancora condurre più a lungo, ed
arricchire di più al¬ tre peregrine notizie su questa recondita
disciplina, se non fosse il già detto più che abbastanza pel nostro
scopo. Ma come e quando mai, e per quale sovrumana potenza , andarono a mancare
queste, e tante altre superstizioni, stabilite , ed inveterate nel mondo,
radicatissime nei cuori degli uomini, e venerate, e temute in tutte le
re¬ gioni della terra aliar conosciute? In qual modo cessarono i terrori e
la paura, onde avevano saputo gli antichi sacerdoti, di concerto sempre
cui Despoti, invadere gli spiriti dei mortali, tenuti ognora da essi, a
bello studio nella cecità, nel timore e nella più profonda ignoranza con mille
misteriose ambagi, e con mille disperate minac¬ ce? Scomparvero tutte
queste tenebre, e caddero tutti questi arcani e portentosi ordigni, al
comparire della luce Evangelica. Al comparire di quella legge, t unica
fra quante ne vide l'universo, che introducesse la vera libertà, e la
vera eguaglianza fra gli uomini. Al comparire di quella legge in somma,
che mette, davanti a Dio, a livello del più temuto tiranno, e del più
potente monarca, anche il più infimo del popolo. In urna di
marmo LI. : flnoai ; qflj J3 : M : 43 un. fm \iflj :
miai : janavi : armo LIV. : iaruv/Hflm ; f\nn o
Nell’orlo d’un vaso cinerario di terra cotta LV, mtvfl Jtiat
v/rji 9° È questo idoletto in piccolo, quello che dissi
esser l'altro, rappresentato più in grande, e con alquanta varietà nelle
Tavole XLIX, e LXVII di questa raccol¬ ta, essendo il presente di
grandezza simile al suo originale. Ma la di lui piccolezza, e 1 non esser
vuoto, non permette che si riconosca per un cinerario, sicché fu tenuto
soltanto pel nume che riceve, abbraccia e protegge gli estinti, che nati
dalla materia terrestre tornano dopo la morte in seno alla terra, o per
meglio dire alla natura mondiale, della quale Bacco era il nume tutelare.
E poiché mi si dice che piu d uno di tali idoletti si trovarono in uno
stesso sepolcro, da ciò argomento che speciale fu nel sepolto la
venerazione pel nume da questa immagine rappresentato. Al numero 2
si vede un fregio in bassorilievo che ricorre in giro in un vaso dei consueti
chiusini di terra nera, e non v’è differenza in misura tra l’originale e la
copia. Il significato mi sembra lo stesso dei precedenti lavori di simil
genere. Vedo ancor qui come altrove la Chimera, e credo che l’oggetto sostenuto
in mano dagli uomini sia, come nei calendari egiziani, lo Scorpione sidereo.
Aoterò di passaggio a tal proposito che il famoso torso egiziano in basalto,
che un tempo fu del card. Borgia, pubblicato dal eh. Lenoir alla Tavola
VI del forno [, num. g si vede come qui una figura con Io Scorpione tenuto per
la coda, e dietro a se v’è parimente il leone con la coda che termina in
un serpe, e con la Capra sul dorso, nè spiegasi differentemente che pei
segni delle celesti costellazioni. Si vuol peraltro che nella Capra sopra
del Leone si ravvisi il trionfo del Capricorno sopra il Leone, e
probabilmente i due serpen¬ ti che nel nostro bassorilievo si
manifestano, saranno quei che dominano il cie¬ lo nel tempo dell'indicato
trionfo. A tal proposito, gli astronomi osservano, che mentre il
Capricorno comparisce al nostro Zenith, la Vergine si mostra sotto il
segno dello Scorpione , o del domicilio di Marte 3 : e difatti sì nel
monumento chiusino, che nell'egiziano comparisce una figura che ha in
mano uno scorpione, se non che nell'egiziano si mostra femminile quella figura,
che qui per la sua nudità, par eh esser debba maschile, ma ciò non si
manifesta con sufficiente chiarezza. Che i cavalli abbian luogo in simile
rappresentanza relativamente ai Cavalli siderei, già me n espressi altrove
abbastanza,, ove mostrai principalmente essere il cavallo sidereo un
paranatellone del levare eliaco dello Scorpione J . 3 Lettere di etnisca
erudizione . Tom. i, pag. i85. 1 Lenoir, Nouvelle explic.
des hieroglyphes a ivi. Tom.i, p. io4- % mente il
giuoco del pugilato col cesto, che Omero 1 * pone il secondo tra gli spettacoli
dati in onore di Patroclo nel di lui funerale 3 4 . Nei vasi, che negli annali
dell’istituto di corrispondenza archeologica si dicono panatenaici,
vedonsi a lato dei combattenti, col cesto come qui, degli uomini coperti
d'un manto con braccio scoperto, e dall'in- terpetre attamente chiamati
rabdofori 3 , i quali assistendo a quel giuoco hanno in mano una verga
biforcata, similissima a questa dei presenti i . Le due ultime nude
figure una soccombente all’altra prevalente, ancorché senza cesti alle mani, mostrano
che i pittori aggiungevan talvolta delle figure e dei gruppi a capriccio,
ad oggetto d'empir lo spazio che doveasi dipingere. Se però consultiamo i
più moderni sentimenti degli archeologi, troveremo-ammessa pure l’ipotesi, che
una fi¬ gura umana stesa per terra presso alcuni combattenti, ascrivere
si debba, unicamente ad alcuno dei contrasti gimnici, senza ricorrere al
particolare avvenimento di Patroclo per isvilupparne il significato 5 .
Un sacerdote di Bacco ed una Menade con dei vasi libatori formano il soggetto
di questa pittura, e son frequentissimi quanto altri mai nei vasi fittili dipinti
, onde potremo giustamente ripetere col Lanzi che di cento vasi tornati a
luce, novanta contengono soggetti bacchici. È singolare il tirso eh’ entrambe
le figure sostengono, mentre ha un'armilla che nei tirsi non è comune, ma
nemmeno del tutto insolita, senza che per altro s’intenda qual n'era
l'oggetto. Nell’oscurità di questo soggetto non altro saprei
ravvisarvi che il celebre gre¬ co Capaneo estinto sotto le mura di Tebe.
Altrove pure narrai come questi van- tavasi che avrebbe presa Tebe,
volesse Giove o non volesse, ma provocati gli Dei con tali bestemmie, ne
accadde che mentre il primo dava la scalata, Giove non lasciò compier
l’impresa, e con un fulmine Io precipitò dalla scala e lo uccise 6 . Or
io noto che qui si vede una scala squarciata dal fulmine, un uomo
rovescia¬ to che dall’alto cade a terra, e dietro a lui le mura forse di
Tebe, dove stanno alla guardia militari tebani. Le altre figure si
possono intendere pel restante del¬ l’esercito, eh’è spaventato, e
stramazzato a terra per lo spavento del fulmine. L'urna in marmo è cinque
volte maggiore di questo disegno. i Iliad. a Galleria omerica
Iliade Tom. u, p. 18*. 3 Voi. n, p. 218. 4 Ivi, lav.
xxi, io, 6. xxu, 8. 6. 5 Gerhard, Annali dell’istituto di
corrispondenza ardi. Tom. in. p. 54 Anno 18 3 i 6 Monumenti etr.
ser. i, Tav. tav. lxxxvil. # mv XLIV, e altrove,
mentre altri sono come il presente eseguiti in forma di vasi con
capricciosi ornamenti, rivestiti per lo piu da fogliami, e con iscrizioni
latine, come pur qui si legge, indicando il nome di Lucio Aulo Carino. Io
stesso nella mia dimora in Chiusi vidi molti monumenti e rottami di essi, di
stile greco e romano e bellissimi. Nell’interno d’ una tazza
di terra verniciata in nero, si vedono queste due figure di color
giallastro; e sono, per quanto mi sembra, d'uno .stile perfettamente simile a
gran parte di quelle pitture monocromate dei vasi italo-greci. Vi si
rappresenta un suonatore con cetra e plettro , in atto di attendere dalla
Vittoria il premio del suo valore, e credo che ciò alluda ai pregi morali
dell’ani- ma, che negli estinti son premiati nella vita futura; e perciò
soggetti simili ed analoghi a questo si trovano frequentemente dipinti
nei monumenti che pone- vansi nei sepolcri, ma ora corrono altre
opinioni. Se aver vogliamo un esatto conto d’ogni figura eh’è in
quest’ urna di mar¬ ino, il cui disegno qui è un ottava parte del suo
originale, non saprei se potes¬ simo riescirvi con plausibile disimpegno.
Ma se consideriamo che gli artisti obbligati a trattare nelle opere loro un
qualche mitologico soggetto, eran poi costret¬ ti ad ornarne tutto lo
spazio del marmo che formava il primario lato dell’urna sepolcrale,
ancorché il soggetto da loro scelto non richiedesse tante figure, quante
ne occorrevano ad ornare lo spazio determinato, noi troveremo irreprensibile
lo artista che abbonda in figure, ancorché non richieste dal soggetto che
tratta, co¬ me ne somministra un esempio assai chiaro il bassorilievo di
questa Tavola. Io vi ravviso Ulisse in atto di adoprare il suo arco, il
qual potea dalle sole sue mani esser teso, ed uccide i proci di sua moglie
Penelope, i quali dilapidavano le di lui sostanze. Egli ha un berretto
appuntato, eh’ è la consueta causia che lo distingue come famoso viaggiatore
del mare ’. Sta con un ginocchio sull’ara, mostrandosi protetto dai numi 3
nella difficile impresa d’esterminare egli solo coll'aiu¬ to del figlio
Telemaco i tanti suoi nemici. La colonnetta sulla quale solevansi tener
degli idoli domestici, mostra ch’egli è già penetrato nell'interno della sua
casa, mentre le colonne doriche vedute nella parte opposta danno indizio che
lo avvenimento accade nella sua reggia. La forza ch’egli mostra di fare
col braccio destro per tendere un arco, fa ben ravvisare ch’ei solo
poteva piegarlo a forza. i Inghirami, Monum. etr. ser. 1Ì1, p.
19. % Ved. p. 6i, e sq. e Monum. etr. Qui si mostra
nuovamente un ago, o spillo crinale in oro di un lavoro de¬ licatissimo,
considerando che nel suo capo segnato num. 1, della misura stessa di
questo disegno, vi è il lavoro che portato in grande, si vede al min. 2 ,
il cui ornato è di semplice bizzarrìa. Il monumento di numero 3 si rende
assai singolare, per essere una di quelle solite fermezze che in luogo d
esser di bron¬ zo, come se ne trovano a centinaia, è doro, e rarissima.
Si è creduto da taluno che queste fermezze servissero a chiudere il
cadavere nel lenzuolo d amianto dove bruciavasi, ed in tal guisa è stata
trovata ragionevole l'indifferenza che tali fermezze siano in maggiore o minor
numero in un sepolcro; e se questo è, noi reputeremo più che altri
opulente il morto presso al quale è stata trovata questa fermezza d’oro. Il
numero 4 è similmente d’oro, e credesi frammento d'una collana . II pregio
di questo monumento consistendo principalmente nella iscrizione dalla
quale è circondato, così attenderemo di conoscerne 1 interpetrazione per
ope¬ ra del cultissimo Vermiglioli che unitamente alle altre del Museo
chiusino, ce le piepara per darcele tutte di seguito in quest’ opera
stessa. I Centauri, che nel calendario del gentilesimo, servirono
a notare il tempo d’autunno, in cui celebravasi coi misteri la
commemorazione dei morti -, hanno servito altresì d'ornamento adattato
alle lor cassette cinerarie, come qui si ve¬ de, figurandovi uno di tali
mostri che avendo rapita una delle donne invitate alle nozze d’Ippodamia
la difende dai Lapiti, che vogliono rivendicarla . II disegno del
vaso che qui presentasi la metà più piccolo del suo originale in marmo
statuario,ci fa sicuri che in Chiusi, dove stato trovato, fiorirono due
scuole assai diverse di scultura; funa etnisca, 1 altra romana, giacche si
trovano recipienti eseguiti per l’uso medesimo di riporre ceneri di umani
cadaveri, gli uni in forma quadrangolare a modo di cassetta, con
bassirilievi di figure e con etiu- sche iscrizioni, come ne abbiamo fatti
vedere in quest opera alle Tavole XIII, 1 Inghiraroi, Mommi, etr
aer. i, p. 1 47» ^44- Sa mai v’ha luogo all’interpetrazione di
queste due statuette di bronzo num, i e 2, i cui disegni sono grandi
quanto i loro originali, potrei avventurare che 1 una di a. i fosse
d’Apollo laureato in fronte e con tazza in mano, comesi vede altrove nei
vasi dipinti 'ri’altra n. 2. diMercurio conpetasoin testa,sostenendo con la
sinistra ma¬ no una sacca o borsa ,ch’è propria di questo nume, come
tutelare del commercio a . La corniola che qui mostriamo al num. 3
, ci fa istruiti quanto dagli antichi fosse apprezzato il gruppo delle
tre Grazie, che vediamo ripetuto in un modo medesimo in tanti luoghi e in
tanti tempi diversi. La dimensione della pietra è misurata dall'ellisse
num. 4- Fu posto in ridicolo il Gori celebre antiquario di cose
etrusche, perchè fat¬ ti disegnare una quantità d’idoletti in bronzo che
si conservano nella R- Galle¬ ria di Firenze i * 3 , pretese dare a tutti
loro un nome speciale , formandone una serie di etrusche divinità senza
rammentarsi che soggiogati gli Etruschi, signo¬ reggiarono i Romani in
questo nostro paese, ove introdussero colle lor colonie artisti e culti
sacri tutti lor propri. Perch' io vada esente da simil taccia non mi
costringa l'osservatore a dare un nome all’idoletto di bronzo che i sig."
editori del Museo chiusino han posto al num. ì, 2 della Tavola C, che nel disegno
trasmessomi per la incisione trovo notato esser della grandezza medesima
dell'originale come pure l’altro di num. 3 . È grave danno per la
scienza antiquaria che dai collettori di antichi monumenti non facciasi caso
nessuno della maniera come questi si trovano sotterrati, dal che non
pochi lumi trar si potrebbero per la storia dell’arte, non men che dei
riti sacri presso gli antichi. N’è prova la figura che trovo disegnata al num.
3 di questa Tav., mentre si scorge di un arcaico stile ben diverso da
quello che spet¬ ta alla figura superiore . Or se questi idoletti furon
sepolti promiscuamente fra loro in un sepolcro medesimo, potremo frale
supposizioni lecite ammettere che la figura di num. 3 sia eseguita ad
imitazione dell’ antico stile , e contempora¬ neamente all'altra
modellata certamente quando nell'arte era noto uno stile assai più
perfetto . Dopo varie mie riflessioni sul significato di queste donne che
in piccol bronzo trovansi frequenti negli scavi d’Etruria, restai
perplesso nelle due i Tishbein, Pittare de’ Vasi antichi
posseduti dal cav. Hamilton. Tom. i, Tav. 8, 9 . » Visconti,
Museo Pio dementino Voi. 1, Tav. r. 3 Museum etr. exhiben» insigne
veterum Etruscorum monumenta aereis tabulis cc, edita et illustrata
. 4 Maffei, Osservazioni letter L uomo già rovesciato per terra,
che vedasi nel sinistro Iato dell’urna rispetto al riguardante, fa
conoscere già incorniciata la carnificina dei proci. 11 giovine che vibra
la bipenne sopra un armato può significar Telemaco, il quale si presta in
aiuto del padre alla strage di quei malvagi. La Furia infernale tra le
colonne della reggia attamente manifesta il terrore di sì lugubre azione
che scompiglia la casa reale d’Ulisse.I due combattenti al sinistro
fianco di quell’eroe son figu¬ re, a mio credere, arbitrariamente
dall'artista introdotte ad empire un vuoto che restava senz’esse nel suo
bassorilievo, come ho detto poc’anzi, ed anche in occa¬ sione di spiegar
la Tavola. Mi sia permesso di rimettere ad altro miglior Edipo,
ch’io non sono, d’in- terpetrare qual fosse l’intenzione degli antichi
Gentili nel rappresentare questo , come pure mill’ altri idoletti di bronzo,
che trovansi nello scoprire antichi sepolcri. Io posso dire soltanto essermi
noto che innumerabili erano gl’idoli dagli antichi tenuti nei larari come
dissi poc’anzi 1 . Ma non so poi quel che signi¬ fichino gran parte di
essi, come il presente, nè per quali superstizioni passassero nei sepolcri,
qualora non sieno stati considerati che per semplici bronzi atti a dissipare i
maleficii 2 . L’Arpocrate fanciullo inetto e silente, perchè non
compiutamente ben forma¬ to, significativo del sole ibernale, è il
soggetto che in questa piccola statuetta uguale al suo originale in
bronzo si rappresenta. Fu antichissimo in Egitto, e ne conserva nel fior
di loto, che ha in capo, il segnale, ma introdotto a’tempi de’To- lomei
fra i Greci e fra i Romani formossene una divinità pantea 3 con forme non
altrimenti egiziane, fingendolo un Amore, perchè da questi nasce lo sviluppo
della natura produttrice , per cui gli posero in mano il corno
dell’abbondanza che attender dobbiamo dallo sviluppo del calor solare,
passato il tempo d’inverno. Il vasetto di terra cotta è parimente
rappresentato di misura uguale al suo originale, ed è dipinto a figure
nericcie con fondo giallastro pendente al bian¬ co, o piuttosto d’un
bianco abbagliato, ed è d’un genere che gli archeologi con¬ vengono di
nominare maniera egiziana 4 , sì perchè vi si vedono strane figure sul
gusto di quella nazione, e sì ancora perchè in Egitto si trovan similissimi a
questi. i Ved. la Tavola uxi. a Monum. etr., ser. i,
p. 3 i 6 . 3 Iablonski Pantheon Aegyptior. lib. u, cap. vi,
Etr. Mus. Chius. Tom. 1. § 7* s q- 4 Gerhard,
Annali dell istituto di corrispondenza archeologica voi. in, anno i 83 i,
p. i4> *4 orecchi, piedi e coda di cavallo, con busto
virile: aggregato non comune in Sìmili fantastiche figure, delle quali
ebbi luogo di trattare estesamente altrove, dandole per simboli autunnali
II vaso che ha in mano quel mostro non è che un emblema di più per
indicare la stagione d’autunno, allorquando s’empiono tali olle di vino.
La donna che gli è dappresso è una Tiade seguace di Bacco. II perchè poi
la unione di queste due figure significasse il passaggio della razza umana dalla
vi¬ ta rozza e disordinata, alla virtuosa e civile per opera di Bacco e
dei suoi misteri, è argomento sul quale scrissi altrove abbastanza per
darne il conveniente sviluppo a . Delle due figure , che qui sotto
al num. 2 si vedono riportate nella misura di un quarto più piccole
dell'originale, dipinte nella parte opposta di questo vaso, non saprei
indovinarne il significato, tranne il supposto d'un’armatura da un
giovane ottenuta nel passaggio all’ età virile i . Il disegno del vaso è ridotto
alla grandezza di un quarto del suo originale . Questo
mistico specchio non può spiegarsi che mediante l'osservazione di molti
altri, nequali per ordinario si trovano insieme dei numi o eroi di opposta natura
o potenza. Spesso vi sono espressi Dioscuri, la cui consueta combinazione
fu da me assai esaminata in altre mie carte , ov’io li mostrava in
sostanza 4 espres¬ sivi di due contrarie potenze, le quali concorrevano,
secondo i Gentili alla for¬ mazione e conservazione del mondo 5 . Qui
pure è Teti e Giunone perpetuamente nemiche fra loro, di che ho pure altrove
ragionato 6 . Che la donna seduta sulla pistrice sia Teti lo mostra
chiaro un frammento d una tazza etrusca, dove la figura medesima ivi dipinta ne
porta il nome scritto. Che la donna opposta sia Giunone lo prova Io
scettro che impugna. tavola cv. Il manico doppio di
bronzo qui espresso nella grandezza del suo originale num. 1 mostrasi
attaccato da un lato ad una testa femminile di nessuna significazione, e
dall altra ad una maschera scenica virile, nel che manifestasi quanto
fossero vaghi gli Antichi di variare ornamenti, giacché non altro che il
capriccio può a\erli dettati, come qui li mostriamo, per ornarne un vaso
di bronzo. Possiamo frattanto tener per sicuro che gli artisti di Chiusi
non furono di meno elevato genio degli ercolauesi nell’eseguir le opere
loro metalliche. Del bronzo in figura di maschera di cui vedu qui il disegno n.
2 , nulla so dire ad istruzione di chi l’osserva. 4 Monumenti etr.,
ser. 11. 5 Plutatc. de Iside et Osir. in prineip. 6
Galleria omer. voi. 1, tav. xxxix. opinioni o di assegnar loro il nome di
Speranza o quel di Giunone, invocata dal femminil sesso in loro tutela.
Ma chi non sa che la Speranza, e la Fortuna, ossia la fiducia di migliorar
sorte nel mondo, era l’oggetto primario del culto gen¬ tilesco d’Italia?
5 Il bassorilievo della Tavola presente è un’urna di marmo due terzi
maggio- giore di questo disegno. Qui, a parer mio, si rappresentano i due
strettissimi amici Oreste e Pilade nel pericoloso momento d’essere a
Diana immolati, per l'uso barbaro ordinato da Toante in Tauri, che li
stranieri a quel lido approdati dovevano essere immolati a Diana tutelare
del luogo <. Varie tragedie si scrisse- sero dagli antichi su questo
soggetto, taluna forse delle quali dichiarava Oreste d’età più avanzata
che Pilade, o l’età di questo più avanzata di quella dell’altro, e perciò
Pilade più prudente, per cui cred’io, qui è l’uno imberbe, l'altro, barbato.
Le donne che vi si vedono sono le sacerdotesse di Diana, che vicine al di
lei altare stanno con i coltelli pronte ad immolare li sconosciuti
stranieri. Le teste umane posate sull’ara medesima vi son per indizio
della consuetudine di quel barbaro sacrifizio. Per simil modo vedonsi
tali teste pendenti ad un albero presso l’altare di Diana, ove pure
Oreste e Pilade son condotti al crudo supplizio in un sarcofago del
palazzo Accoramboni di Roma, e recato in luce dal Winkelmann . Questa
Pallade in bronzo della gradezza dell’originale è come ognun vede, d’un
gusto squisito. Nè vorremo negare, che sia di toscanica officina , giacché è
trovata a Chiusi, quantunque lo stile dell’arte ivi usato direbbesi comunemente
gre¬ co , o del buon tempo romano. Oltre di che possiamo additar
quest’idolo col ge¬ nerico nome di Lare, vale a dire un di quei che i
Gentili tenevan chiusi per loro devozione in alcuni armadi delle lor case
col nome di larari. E dicevansi anche patellari, come Plauto li appella 6
, perchè avevano, come il presente, e co¬ me altri riportati in
quest’Opera i, piccole patere in mano, in segno di doman¬ dare ai devoti
le prescritte libazioni agli Dei. Riconosco per un satiro il
mostro dipinto nel vaso num. i, perchè vi si vedono 1 Ved. p. 8. 5
Antichi momim. inedit. N°. 1 44 * 2 Ved. p. 18. 65 . 6 PJautoap.
Inghirami Monum etr. ser. il. p. 3 2* 3 Plinio. Nat. Hist. lib. n,
cap. vii, § v, p* 73- 7 Ved. Tavv. un, lxx. 4 Euripide, Ifigenia in
Tauri nell’argoin. greco. L opposto lato del vaso che porta
l'antecedente pittura ha similmente dipin¬ te quattro figure ammantate,
insegno, secondo alcuni 1 , di precettato silenzio, co¬ me sembra che non
ricusi di ammettere modernamente uno de’ più attenti ed eruditi
interpetri di tali stoviglie, 3 o secondo altri della palestra e del bagno 3
, e gli ultimi che ne scrissero, notarono in tal circostanza, che
riguardo ai bagni è assai più comune il vedere i loro utensili posti per
dare indizio della palestra, che il trovar particolari espressioni della
loro struttura. Quindi argomenta che i giovani avviluppati nel manto e forniti
degli arnesi atti al bagno si mostrino di là partirne onde recarsi alla
palestra 4 . Io peraltro che soglio dare al significato di tali pitture
maggiore importanza, mentre le vedo sì ripetute da tutto il paganesimo, dove fu
in uso il seppellir vasi coi morti-senza neppure distruggere l'opinione
modernamente invalsa, che significhino esse unicamente il passaggio dei
giovani dai bagno alla palestra, proporrei altresì l’opinione, a parer mio non
re- pugnante, che il vedersi in mano degli efebi gli strigili che
usavansi a purgar la cute da ogni sozzura dopo il bagno, denotasse l’uso
delle virtù catartiche, me¬ diante le quali veniva un’ anima virtuosa a
purgarsi d’ogni viziosa impurità, e farsi degna della celeste beatitudine.
Erano infatti virtù somiglianti insinuate nei ginnasi dai precettori, che
in segno di loro autorità non meno che della disci¬ plina dottrinale che
da lor comunicavasi agl’iniziati, e del silenzio che loro impo- nevasi
circa i precetti religiosi dati colla massima segretezza, tennero, come qui,
un bastone in mano 5 . Io dunque vedo nel vaso in complesso, l’immagine
della beatitudine in quel convito eh'è daH’anterior parte di esso già esposta
antecedentemente, e la occulta e misteriosa via di conseguirla nel significato
degli strigili che hanno in mano i giovani qui espressi davanti ai loro
precettori, e inistago- ghi. Leggo nel disegno di questa incisione
mandatami da Chiusi esser le figure, rosse in fondo nero la metà
dell’originale. Ho il piacere di dar termine alla prima parte di
quest’opera sul Museo chiusino, con un monumento de'più interessanti che vi
siano stati esibiti, sì per la perfezione del suo disegno, come anche per
l’epigrafi, dalle quali vanno indicate le figure di deità che vi si
contengono. Quest’ultima qualità che rende il monumento assai pregevole alla
considerazione degli eruditi, voglio dire 1’ essere 3 Ivi, e
Gerhard Rapporto intorno ai Vasi Voi- centi. Sta negli Annali dell’
istituto di corri» spondenza archeologica , voi. m, anno i83i r primo
fascicolo, Monumenti, p. 4 Gerhard , 1. cit. 5 Monum.
etr. ser. v, p. 3o. 97. Fin ora
sanasi detto esser qui rappresentata un agape o cena funebre, colla quale si
terminavano gli estremi onori che rendevansi agli estinti qualificati, ed
a così giudicare ne moveva per ordinario il trovar vasi con tali pitture vicini
sempre ai cadaveri ‘.Per simile analogia solevasi dire ancora esser quel
con¬ vito, accompagnato da piacevole melodia, una immagine del godimento
riserbato alle anime virtuose negli Elisi dopo la morte, come promettevasi agli
iniziati nei misteri del paganesimo a . Ma nel momento attuale corre
opinione che non altro in pitture tali debbasi ravvisare, se non che
domestiche mense ed allegrez¬ za sociale, senza frammischiarne
l'allusione a varun culto religioso 1 2 3 . Rifletto pe¬ raltro che sfio
spiego nel metodo primitivo, cioè l'allegorico, la mensa priva di
commestibili, posso ripeter, come dissi altrove, non esser l’anima suscettibile
di pascolo materiale, essendo la sola mensa un sufficiente segnale del
godimento 4 . Se il pittore ebbe in animo di rappresentarci con questa
pittura non altro che una domestica cena, dirò che la composizione resta
incompleta per mancanza dei cibi, indispensabili ad effettuare l’azione
del mangiare. Spiegai altrove simbolicamente anche Patto, come è
qui, ripetutissimo in al¬ tre pitture, di una tazza sostenuta da un
commensale cori un sol dito 5 , ove dissi che a tenore d’ una dottrina
platonica le anime che debbono scendere in questa terra si trovano in uno
stato il più leggero possibile, e quindi situate nella più elevata parte del
mondo; e conchiusi esserla tazza del recombente signi¬ ficativa del
recipiente del nettare per uso de'numi alzata da lui per simbolo del-
Panima sì per la sua elevatezza, e sì ancora per la leggerezza che mostra uel-
l’esser sostenuta con un dito 6 . E qui mi giova il notare altresì che nessuno
dei tre recombenti mostra di bere alle tazze da loro sostenute, nè v’ è
alcun vaso da cui rilevisi essere state empite onde bere . Non ostante anche le
moderne opinioni hanno tal peso che meritano considerazione, ed io mi son fatto
un pregio di esporle qui non volendomi caricare del giudizio sulla
preferenza delle une sulle altre. Leggo nel disegno di questa incisione
mandatomi da Chiusi es¬ sere la metà de! suo originale, e le figure di
colordi rosa. 1 Vermiglio!!, Lezioni elementari di
archeologia Voi. i, lez. •vm, § 6, p. 126. Monum. etruschi ser. v,
p. 4y8 . 2 Monum etruschi, ser. v, p. 898. 4 ^°* 3
Annali dell istituto di corrispondenza archeol. Voi. ili, anno i 83
i, Gerhard, Monumenti Rapporto intorno i vasi volcenti, p. 5y.
Raf¬ faello Politi, descrizione di due vasi fittili gre¬ co
siculi agrigentini i 83 r. Ved, bullettaio del¬ l’istituto di
corrispondenza archeol. num. xi, 6. novembre 1 83 1. 4
Monumenti etruschi ser. v, p. .874. ò Milli», Peintur. de \ases
ant. tot». 11. PI. 58 . 6 Monumenti etr. ser. v, p.
376. W" . ■ ;.;;Y ; ' Iv i;. 1 1-i. 1 .
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scritto, mi costringe a tenermi in assai ristretti limiti nel ragionarne,
poi¬ ché i nientissimi sigg. TÌ editori di quest'opera destinarono con
savissima sceltala illustrazione della parte epigrafica di tali monumenti
al prof. Vermiglioli espertissimo quanto altri mai di sì difficile
scienza. A sodisfar dunque soltanto la sollecita curiosità di chi
osserva il monumento qui esposto mi permetto di accennar di volo, esser
questo uno specchio misti¬ co di que’tanti che trovatisi storiati nei
sepolcri d’Etruria, e solamente lisci in quei della Magna-Greeia, ed in
esso esservi quattro figure di deità cioè la Parca, Apollo, Venereletea o
libitina, e Giunone; e presso le indicate persone i nomi lo¬ ro scritti
in etrusco. /3DIVM moiran nome della Parca ripetuto in altri di que¬ sti
manubriati dischi 1 * . V4-1/3 Aplun nome chiarissimo d’Apollo, ed altresì ripetuto
io vari specchi etruschi 3 . HVT34 Letun Venere letea o libitinia , o
Proserpina, che il Gerhard ha così bene illustrata per una Dea infernale, non
distinta però dalla luna 3 , per cui cred’io qui si vede connessa in amplesso
con Apollo considerato come il sole. Ecco dunque per la prima volta incontrato
negli specchi mistici il nome di quella donna che sì ripetutamente vi si
vede rappre¬ sentata, e che per Venere libitina azzardai nominarla tal
volta anche prima della presente ed importante scoperta 4. In fine AH 4/3 0
Talna eh’è nome altresì ripetuto nei mistici dischi, e che io sostenni
con lungo ragionamento esser signi¬ ficativo di Giunone 5 quantunque
disgiunta dai consueti simboli di questa Dea, men¬ tre qui ha lo scettro
che la •fanno indubitatamente conoscere per la regina degli Dei
unitamente con Giove che n’era il supremo loro imperante. Ma una più
sodisfacente interpetrazione dell'etrusche parole qui riferite debbesi
attendere dall’erudito Vermiglio]/', al quale, come io dissi disopra, è
destinata. In urna figulina LVI. i flit
a a = flnflo ) f\XF\Y\M LVH. AlAtlqAD :
1SUfflM : lOqfld In urna figulina lviii.
CO -A < l#q vn : im : fìURO
Idem LIX. | M433 : VfflDt : 33
r Ì433 : VA LX V-ÌV# : VD flitmao
i Monumenti etruschi ser. 11, p. 389. a Ivi, p. a 84 -
3 Gerhard, Venere Proserpina illustrata, p. i 5 , e 76, ved.
Nuora collezione d’opuscoli e notizie di scenze, lettere ed arti,
pubb. dal cav. Fr. In- ghirami tom. iv, p. 536 , 4 Monum.
etr. ser. 11, p. 44 <a, 744, e ser. v,p. 193. 5 Ivi p. Sol.
FIXE DEL VOLUME PRIMO >XIV
A'JfVlI JILìXX 11IXXX làaBaHBBsasaasa XXXZ'/Z/. «♦- A'/AZY.Y (IX XUI
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T^reiir. ir**:-Jàz-j:. amiBft'igwpcj
&r. CJI. v ~ Grice e Musonio (Bolsena) G. MUSONIO
RUFO C. Musonio Rufo esercita un forte influsso sui contemporanei. Di
famiglia equestre dell’etrusca Volsini (Bolsena) suscita per la sua fama di
filosofo l’invidia di Nerone. C. MUSONIO RUFO segue Rubellio
Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando Nerone lo
condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto in
occasione della congiura di Pisone e confinato nell’isola di Gyaros
nelle Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni
parte.Verosimilmente richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di
Vitellio si une ad una ambasceria del Senato presso Antonio Primo per perorare
la causa della pace fra i suoi soldati, ma senza successo.Quando VESPASIANO
assunse il potere, C. Musonio Rufo accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere,
quale delatore e falso testimonio nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo
escluse dalla prima espulsione dei filosofi da Roma (71), ma poi lo esiliò per
la seconda volta ; però Tito, che già lo aveva conosciuto, lo richiamò
dopo la sua assunzione al trono. In seguito mancano notizie su di lui, ma da
una lettera di Plinio il Giovane sembra che nel 101-102 non fosse più in vita.
Non risulta che abbia composto e pubblicato seritti, anzi sembra che si sia
servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale, però, rimangono frammenti
abbastanza numerosi. Essi comprendono : 19 brevi apoftegmi conservati da
Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; 2° altri apoftegmi e trattazioni
filosofiche relaivamente ampie raccolti da Epitteto nelsuo insegnamen-È e
trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; 3° esposizioni o
lezioni che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte più estesa dei
frammenti. È verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si è
già ricordato e che si deve ritenere la fonte più importante dello Stobeo ;
un’altra è Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente
Valerio Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) abbia composto
Memorabili di Musonio, ma non ne restano tracce. È giudicata falsa una lettera
di Musonio a un certo Paneratide. Le concordanze che si sono osservate tra i
frammenti di Musonio e il Pedagogo di Clemente di Alessandria hanno fatto
pensare o alla dipendenza di questo da uno seritto di Lucio o alla derivazione
di ambedue da una fonte più antica. Della forte azione di Musonio sui
contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari, tra i quali si ricordano
(oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio il Giovane), i filosofi
Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo scolaro Timocerate di
Eraclea, e insigni romani, come Rubellio Plauto, forse Borea Sorano e Minicio
Fundano, Musonio si avvicina ai cinici nell’assegnare alla filosofia finalità
radicalmente etico-pratiche, accetta spunti dell’ascetismo neo-pitagorico, ma
nel complesso dipende dallo Stoicismo con influssi posidoniani. Nel sno
insegnamento non trascurò le esercitazioni logiche e i frammenti toccano
argomenti di fisica, ma ciò che vi è detto degli Dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato : invece riporta allo
Stoicismo l'affermazione della necessità universale, che equivale alla teoria
del fato. Però l'interesse di Musonio si concentra sulla funzione pratica della
filosofia, che è assolutamente necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta
dai cinici nel I secolo a. C. e poi generalmente accettata) gli uomini sono
malati che richiedono una cura continua la quale dev'essere prestata dalla
filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle donne non meno che agli uomini
: essa però è identificata alla ricerca e alla realizzazione della virtù, per
conseguire la quale non vi è necessità di molti discorsi, nè di molte teorie ;
inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore importanza dell’insegnamento (o del
discorso). Siccome la natura ha posto in ogni uomo i germi della virtù, se il
discepolo non è stato corrotto, una breve dimostrazione è sufficiente per
fargli riconoscere i principi etici giusti. Ciò che soprattutto importa è
che maestro e discepolo uniformino la loro condotta ai propri principi. Si
comprende che Musonio si interessasse in primo luogo della formazione etica
degli scolari. Nell’insieme, la morale di Musonio si conforma alle
dottrine tradizionali della sua scuola. Occorre distinguere ciò che è e ciò che
non è in nostro potere: ora da noi dipende soltanto l’uso delle
rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male, dalle
quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi l'intenzione
quale atteggiamento interiore della volontà; in essa, se è retta, consiste la
libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende da noi | e perciò
rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci all’ordine
necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca. Soltanto la
virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è indifferente.
Però, per rafforzare la volontà, Musonio ‘ riteneva necessario, oltre
l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè,
essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare
ambedue. In generale raccomanda, avvicinandosi al Cinismo, la vita semplice e conforme
alla natura e accoglie dal Neo-Pitagorismo il divieto dei cibi carnei.
Oltrepassando le opinioni di molti stoici antichi, esige una vita morale
severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la limitazione delle nascite e
l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti di Musonio rivelano un’anima
nobile e retta, appassionata per il bene e guidata dal desiderio di educare gli
spiriti, ma a queste doti non corrisponde il valore scientifico degli
insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto mediocri e privi di originalità
; inoltre non si può trovare nelle sue parole l’espressione di una visione
della vita vi- brante di dolore e di amore simile a quella di
Seneca. aio Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo (Volsinii) è un filosofo
romano. Frammento di papiro (P.Harr. I 1, Col.), con parte di una
diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in
Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso Plinio
il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia
(presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad
Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei
confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e
figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era
comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens,
e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di
un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o
gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza
tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio
Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e
allontanato da Roma in via precauzionale da Nerone, Musonio lo segue in Asia.
Due anni dopo giunge l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto.
Musonio ritorna a Roma, ma, in
concomitanza della congiura di Pisone, e mandato in esilio, in quanto allievo
di Seneca, nell'isola di Gyaros, inospitale e rocciosa nel Mar Egeo.
Indicativi della sua integrità morale e della sua coerenza sono altri due
momenti della sua vita, entrambi riportati da Tacito nelle Storie. Dopo
essere ritornato dall’esilio, forse grazie a GALBA, con il quale sembra fosse
in amicizia, nella fase finale della guerra civile seguita alla morte di
Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo episodio significativo,
rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in pratica i principi morali
e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era teatro di violenti
scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si impegna a svolgere
un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli ambasciatori
Musonio Rufo, di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti dello
stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati con
le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò fu
per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava chi
l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea Peto. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte
del suo stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla
corrente stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava
contrario ad intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in
questo caso non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la
memoria dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora
Musonio Rufo attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Barea Sorano
con una falsa testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli
odii delle delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere
difeso. Di Sorano e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza,
testimoniando contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta
avanti con tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso
allora di ri-aprire il processo tra Musonio Rufo e Publio Celere: Publio venne
condannato ed ai mani di Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse
per la severità dei magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino
privato. Si era, infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in
tribunale. Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica,
in quanto aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto.
Quanto a Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel
frangente.» Più tardi Musonio riusce a guadagnarsi la stima di VESPASIANO
evitando la cacciata dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo
rientro a Roma, voluto da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato
espulso da Roma, assieme agli altri filosofi, a causa di un senatoconsulto
sollecitato da DOMIZIANO, che fa uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e
altri. Da un'epistola di Plinio minore si apprende che egli non era più in
vita. Si proclama suo discendente il poeta Postumio Rufio Festo Avienio.
Probabilmente in modo volontario, sull'esempio di Socrate o Grice e come fa
anche il discepolo Epitteto, non lascia nulla di scritto. I principi della sua
predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un
discepolo di nome Lucio, di cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia
di Stobeo. Essi sono intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per
un problema” “Su chi nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le
donne dovrebbero studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa
educazione dei figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare
la filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un
principe deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo
perseguirà qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono
appropriati per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine
principale del matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della
filosofia?” “Ogni bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna
obbedire ai propri genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior
viatico per la vecchiaia?” “Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul
taglio dei capelli”. Lo stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta
una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito
in modo figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone
con il medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa
caratteristica si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di
insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano,
inoltre, frammenti minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre
di Stobeo (in numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi
aneddoti che potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre
tre brani di Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo
abbastanza da rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un
aneddoto in Elio Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la
precisione). Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute
spurie. Musonio rappresenta, con Epitteto, il principe Marc’Aurelio
Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più significativi del portico
romano del principato. Egli, se per certi versi corrisponde appieno alle
istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo tempo, per altri si
distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero radicale e profondo di
una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente, cioè mezzo per
conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti. Il ruolo della filosofia
Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più utile, in quanto ci
persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere sono un bene, e che né
la morte, né la povertà, né il dolore sono un male; quindi questi ultimi non
sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da sola ci impedisce di
commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il filosofo si occupi
di studio della virtù. La persona che afferma di studiare filosofia deve praticarla
più diligentemente di chi studia medicina o qualche altra attività, perché la
filosofia è più importante e più difficile da comprendere di qualsiasi altra
occupazione. Questo perché, a differenza di altre abilità, le persone che
studiano filosofia sono state corrotte nella loro anima da vizi e abitudini
sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che impareranno in filosofia. Ma
il filosofo non studia la virtù soltanto come conoscenza teorica. Piuttosto,
Musonio insiste sul fatto che la pratica è più importante della teoria, poiché
la pratica ci porta all’azione in modo più efficace della teoria. Sostene che
sebbene tutti siano naturalmente disposti a vivere senza errori e abbiano la
capacità di essere virtuosi, non ci si può aspettare che qualcuno che non abbia
effettivamente imparato l'abilità di vivere virtuosamente viva senza errori più
di qualcuno che non è un medico esperto, un musicista , studioso, timoniere o
atleta ci si poteva aspettare che praticassero quelle abilità senza
errori. In una delle sue diatribe, si racconta il consiglio che offrì a
un re in visita, dicendogli che deve proteggere e aiutare i suoi sudditi,
quindi sapere cosa è buono o cattivo, utile o dannoso, utile o inutile per le
persone. Ma diagnosticare queste cose è proprio il compito del filosofo. Poiché
un re deve anche sapere cos'è la giustizia e prendere decisioni giuste, il
principe studia filosofia, anche per possedere autocontrollo, frugalità,
modestia, coraggio, saggezza, magnanimità, capacità di prevalere nel parlare
sugli altri, capacità di sopportare il dolore e deve essere privo di errori. La
filosofia, sosteneva Musonio, è l'unica disciplina che fornisce tutte queste
virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli offrì tutto ciò che
desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re aderisse ai principi
stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere umano è fatto di corpo
e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima richiede maggiore
attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al freddo, al caldo,
alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro, all’astensione
dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo rafforza il corpo,
lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito. Crede che l'anima
fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio attraverso la
sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata astenendosi dai
piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà, le lesioni
fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare tutte queste
cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato come né
dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno per tali
atti, secondo Musonio. L'opposizione di Musonio alla vita lussuosa si estendeva
alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso
desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. Musonio condanna tutti questi
atti sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali
finalizzati alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia
l'adulterio come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un
oltraggio contro natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere
vergognoso è vile nella sua mancanza di autocontrollo. Musonio difende
l'agricoltura come un'occupazione adatta per un filosofo e nessun ostacolo
all'apprendimento o all'insegnamento di lezioni essenziali. Gli insegnamenti
esistenti di Musonio sottolineano l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad
esempio, ha sottolineato che ciò che si mangia ha conseguenze significative.
Crede che padroneggiare il proprio appetito per il cibo e le bevande fosse la
base dell'autocontrollo, una virtù vitale. Sostene che lo scopo del cibo è
nutrire e rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere.
Digerire il cibo non ci dà alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a
digerire il cibo supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. È la
digestione che nutre il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il cibo che
mangiamo serve al suo scopo quando lo digeriamo, non quando lo
gustiamo. Musonio sostenne la sua convinzione che le donne dovessero
ricevere la stessa educazione filosofica degli uomini con i seguenti argomenti.
In primo luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso potere di ragione degli
uomini. La ragione valuta se un'azione è buona o cattiva, onorevole o
vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli stessi sensi degli uomini:
vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi condividono le stesse
parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto, le donne hanno un
uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità con essa. Le donne, non
meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle azioni nobili e giuste e
censurano il loro contrario. Pertanto, concluse Musonio, è altrettanto
appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino come vivere
onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ 1305: «Figlio di Capitone,
etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e stoico, vissuto ai
tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri. Ci sono
anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad Apollonio.
Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo eccesso di
libertà fu ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che portano il
suo nome e anche le lettere» (trad. A. D'Andria). Epistole, III, 11. Di origine
etrusca: cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Cfr. M. Pittau,
Dizionario della Lingua Etrusca (DETR), Dublino, Ipazia Books. Tacito, Annales,
XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14. Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio
Dione, LXVI, 13. Girolamo, Chronicon, a. 2095: «Titus Musonium Rufum philosophum
de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c), inoltre, attesta
l'amicizia tra Tito e Musonio. A. Cameron, Avienus or Avienius?, in
"Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik". L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense:
sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento
in cui Musonio parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecipò al
bando del suo maestro. Per la datazione, nella diatriba VIII (60, 5) Lucio
riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi,
che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. Dato che
l'ultima dinastia di sovrani siriani fu detronizzata nel 106 d.C., Lucio deve
aver scritto qualche tempo dopo questa data. nell'edizione Hense del 1905. Una
delle due è una lunga lettera scritta da Musonio a Pancratide sul tema
dell'educazione dei suoi figli (dell'edizione Hense). Diatriba VIII Hense. Cfr.
anche il detto «Un re dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura
nei suoi sudditi. La maestà è caratteristica del re che incute timore
reverenziale, la crudeltà di quello che ispira paura» (in Stobeo). A differenza
del suo allievo Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, Musonio
sottolinea l'interdipendenza tra anima e corpo. Questa visione, del tutto
coerente con il panteismo stoico, non è estranea al pensiero neoplatonico.
Diatribe III e IV Hense; cfr. M. C. Nussbaum, The Incomplete Feminism of
Musonius Rufus, Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic
Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome, ed. M. C. Nussbaum and
J. Sihvola, Chicago, The University of Chicago Press. Bibliografia C. Musonii
Rufi reliquiae, edidit O. Hense, Lipsia, Teubner, Cora Lutz, Musonius Rufus,
the Roman Socrates, in Yale classical studies. J. T. Dillon, Musonius Rufus and Education in the Good
Life: A Model of Teaching and Living Virtue. University Press of America.
Renato Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der
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Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. CreateSpace. DOTTARELLI,
Musonio l'etrusco. La filosofia come scienza di vita, Roma, Annulli editori,
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Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata Guido Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. Modifica su
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dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata (EN) Gaio Musonio Rufo,
su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Gaio
Musonio Rufo, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata V · D · M
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Dottarelli. Dottarelli. Keywords: l’implicatura di Musonio, Musonio, Etruscan
influence on Roman philosophy, Why Roman philosophy is not Greco-Roman – The
Etrurian connection. Etrurian as ‘antique’ – Etrurian as exotic for
Indo-European Aryan Latins (Romans). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Dottarelli” – The Swimming-Pool Library. Dottarelli.


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