Grice
e Gelli: l’implicatura conversazionale della difficultà di mettere in regole la
nostra lingua – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Filosofo. Grice: “I like Gelli; he is a difficult philosopher, in a typical
Italian fashion, mixing semiotics, philosophy, philology, and literature! His
reflections on Adam’s tongue (lingua adamitica) is genial – and he proposes a
distinction, which I often ignored, as Austin did, between ‘sweet language’
(lingua dolce, qua expression, or materia) and ‘content’ (forma) – The issue
was central for Italians: Tuscan Italian was THE lingua because it was the
sweetest – at least to Florence-born Gelli’s ears!” “Ricordati un poco di
Matteo Palmieri, che era tuo vicino, che fece sempre lo speziale, e non di
manco s'acquistò tante lettere ch'e' fu mandato da' Fiorentini per imbasciadore
al Re di Napoli; la quale degnità gli fu data solamente per vedere una cosa sì
rara, che in un uomo di sì bassa condizione, cadessono così nobili concetti di
dare opera agli studi, senza lasciare il suo esercizio; e mi ricorda avere
inteso che quel re ebbe a dire: pensa quel che sono a Firenze i medici, se gli
speziali vi son così fatti.”. Figlio di Carlo, un agiato mercante di vini
originario di Peretola e trasferitosi a Firenze col fratello, nacque in San
Paolo. Esercita per tutta la vita il
mestiere di calzolaio e studia filosofia da amateur – cf. Grice, “Gioccatore di
cricket amateur e filosofo profesionale” -- Discepolo di Francini, Verini, 3 Ficino
e poeta di ispirazione savonaroliana, e vicino alla filosofia piagnona,
participa, anche se in disparte, alle riunioni dell'Accademia, agli Orti
Oricellari. Fedele a Cosimo I, ricopre cariche pubbliche di scarso rilievo,
dapprima in qualità di magistrato delle arti, poi come membro del collegio dei
dodici Buonomini, organo consuntivo del governo mediceo. Membro degli Umidi. Ne
approva la trasformazione in Accademia Fiorentina l'anno successivo e ne fu
console. Ivi tenne la sua prima lezione, commentando un passo sulla lingua di
Adamo, tratto dal canto XXVI del Paradiso di Dante. Tenne saltuariamente
lezioni su Dante e Petrarca. Le sue opere più famose sono I capricci del
bottaio, ragionamenti fra un bottaio e la propria anima (inserito nel primo
indice dei libri proibiti) e La Circe, un dialogo fra Ulisse e i propri
compagni trasformati in animali. Tra le tesi sostenute nelle sue opere vi sono
quelle della discendenza diretta da Noè dei fondatori di Firenze, dovuta
probabilmente all'influenza sul Gelli degli “Antiquitatum variarum volumina
XVII”; un falso confezionato da Annio da Viterbo, e quella della superiorità
della lingua fiorentina sulle altre. ---
nominato da Cosimo I lettore ordinario della Commedia presso l'Accademia e
recita nove letture dantesche, pubblicate con cadenza annuale, che ebbero
grande influenza sugli interpreti di Dante durante tutto il Cinquecento fiorentino.
Altre opere: “L'apparato et feste nelle nozze dello Illustrissimo Signor Duca
di Firenze et della Duchessa sua Consorte”; “Egloga per il felicissimo giorno 9
di gennaio nel quale lo Eccellentissimo Signor Cosimo fu fatto Duca di
Firenze”; “La sporta” “Dell'origine di Firenze”; “I capricci del bottaio”; “La Circe”;
“Ragionamento sopra la difficultà di mettere in regole la nostra lingua”; “Lo
errore”; “Polifila”; “Lezioni pubblicate”; “Il Gello sopra un luogo di Dante,
nel XVI canto del Purgatorio della creazione dell'anima rationale”; “La prima
lettione di Gelli fatta da lui l'anno, sopra un luogo di Dante nel XXVI capitol
del Paradiso”; “Il Gello sopra un sonetto di M. Franc. Petrarca”; “Il Gello
sopra que'due Sonetti del Petrarcha che Lodano il ritratto Della Sua M. Laura”
“Il Gello sopra ‘Donna mi viene spesso nella mente’ di M. F. Petrarca, Tutte le
lettioni di Gelli, fatte da lui nell'Accademia Fiorentina, Letture sopra la Commedia
di Dante, Delmo Maestri, Opere di Giovan Battista Gelli, POMBA, Claudio Mutini,
I dialoghi morali di Giambattista Gelli in "Storia generale della
letteratura italiana V", Federico Motta Editore, Delmo Maestri, op.
cit. Claudio Mutini, op. cit. Giovan Battista Gelli, Dialoghi, Scrittori
d'Italia 240, Bari, Laterza, F. Reina, Delle opere di G. B. Gelli, Società
tipografica de' classici italiani, B. Gamba,, G. B. Gelli, La Circe, Venezia,
Tip. d'Alvisopoli, G. B. Gelli, La Circe e i Capricci del Bottaio (Milano, Silvestri);
A. Gelli, Opere di G. B. Gelli, Firenze, Le Monnier, C. Negroni, “Lezioni
petrarchesche” (Bologna, Romagnoli); C. Negroni, Letture edite e inedite di sopra
la Commedia di Dante, Firenze, Bocca, A. Fabre, La Circe di G. B. Gelli,
Torino, Tip. Salesiana, M. Barbi, “Trattatello dell'origine di Firenze” di
Giambattista Gelli (nozze Gigliotti-Michelagnoli), Firenze, Tip. Carnesecchi, A.
Ugolini, Le opere di Giambattista Gelli, Pisa, Tip. Mariotti, C. Bonardi,
Giovan Battista Gelli e le sue opere, Città di Castello, Tip. Lapi, A. Ugolini,
G. B. Gelli, Scritti scelti, Milano, Vallardi, U. Fresco, G. Battista Gelli. I
Capricci del Bottaio, Udine, Tip. Del Bianco. M. Bontempelli, G. B. Gelli. La
Circe e i Capricci del Bottaio, Istituto editoriale italiano, I. Sanesi,Opere
di G. B. Gelli (Torino, POMBA, R. Tissoni, G. B. Gelli, Dialoghi, Bari,
Laterza, A. Corona Alesina, G. B. Gelli,
Opere, Napoli, Fulvio Rossi, Bonora, “Retorica e invenzione” (Milano, Rizzoli);
A. Montù, “Gelliana”. Dizionario biografico degli italiani. che essere scaciato
e fuggito da ogni Àno, come s ifarebbe una fiera. A. tuparli come un filosofo Giusto;
che l'inuidia è quela, la quale piu che altra cosa guasta il confortio humano;
e tanto peggior i efeti produce quanto e la è in huomini piu ingeniosi piu valenti,
ma egli e di gia alto ilsole, io nochetu tilieui, pieno. 0 wadi à le tue
faccende, con un'altra volta ragioneremo di questo pius ellamipare?
sie. Orgliè troppo innanzi giorno à levarsi, questi fratiminori hanno questo
costume, di sonar sempre il mattutino in su la mez sarameglioleuarji, machefaroiopoi,
egli è tanto di quià leuatadisole, chemirincrefcera, ma iopotreiuedere, fel'animamiauolesseparlar
meco. Anchoracheiocomincioadubitare, chefe joseguito ,elanonmifacciimpazzare, &
non èdafarsebeffe, perche secondo me, tutiqueiche impazzano, impazzan' nel'anima,
nelcorpo, et cosi faràforsequestamiaàmeseiole credo cosi ognicosa. Eccoelam' hacominciatoàdire,
chesi puoesseresauioe dotto senza sapere lingua grea carolarinas che è nnacosaches'
io la dicessi fraque stidoti moderni, iosareiucelatopropriocomeun. gufo, iopermenonho
mai sentito dire, cheesipos faeferefanio in volgare, ma pazzofibenesetnon
OVELLA lasquiladisanta Croceco E una dimostratione grandißima d'undisagio
nonpicolo, esarà dunque beneraddormentarsi
unpocobenecheiltempochesidorme,ècomeper
duto,anzièpocomeno,chesel'huomofufemorto, Operò S 0 an
zanottechel'hucmoéapuntoinJulbuondeldors mire; benche àloro cheneuannoàleto comeipol
tidae'pocanoia, niente di manco nell'uniuersa lefar . i fi
n'homaineduto huomoalcunochenefiaftatofat tostimagrande, se non sa qual cosa
in grammatica; ficheiononleuòcosicredere, maio potreiforseno l'hauereinte sabene,
e' fara dunque meglio uedere seelauolese ragionare al quantomeco, & potrò dimandarnela,
Animamia, ò anima mia cara, uo gli ãnoi fauelar'ancshotamane un poco insieme A.
Di gratia Giusto, che io non ho piacere alcuno maggior di questo perche mentre che
io miftòraç coltainme medesimaà parlare teco, io nounengo astare occupatainque
I concetti nili, & bası, che tu hai la maggior parte del tempo; ne manco t’ho
a ministrare spiriti et forze, finare quei tuoi zoccoli, et que i tuoi bariglioncin.
iG. Io non mi marauiglio punto di cotesto, che io lauoro anchora io malsolen
tieri; anzinonfo cosa che misiapiugraue, ale i non che melo fafarela maledettfaorzy,
io non darei mai colpo. A. Er chevoreftitu? startisempre, Guruerotiosamente? G.
No, mai o consumerei al tempo in qualcosa, che mi diletafsejd oue i lavorare
mied'affanno et di fatica. A. Opensaquelo che egli è àmè, essendo molto piu contro
ala natura mia, che a la tua. G. Io non sò cotefto, coueggoche Idioda pocihe l'huomo
hebbe pecato, uoledodar glipartede la penitentia, cosi come egli haue uada.
toala donnail partorir con dolore; gli diffestuman geraiil pane del sudore delupleotuoj
dando gliilla let poco a poco nel opinione mia. O tuti marauigliaui,
quando iotidicena ľaltro giorno, che egli eraprufa tica, à un huomfoareunpaiodizoccoli,
che Ai Ahahuediuedi, che tuuienià vorare per la piu graue, & piu faticosa cosachpeo
To tessedargli studiare mezo Aristotile, eccolaragione; tu l'hardetta da uuere.
A. Eglièiluero, ma il fato la sta contentarsidi quelo che è necessario solamente
non cercare il superfluo, che è quello, che reca cada mille pensieri di futilià
l'huomo, & lo tiene sempre occupato in terra, negli lascia maialzare la facia
ra, acontentarsi del poco; perche chifacosigurue con pochi pensieri ,et è lieto
il piu del tempo uatoinme, quãtomisiastatoutile il contentarmi di o
quelocheioho, accomodandola uoglia a la fortuna, be et se io hauesi uoluto uiuer,
òueftir meglio, e' miera a forza, òfar qual cosa dishonesta, ò andarastarecon
me altri. A. Mal per i gran maestri, Giufto, feglihuo 2.1 il gode al 1 da
teàtes per che lo studiare e naturale, Qvé pro Pas prio del'huomo, gloinuiaala perfetione
sua, & bra 'illauorare gliè'una penitentia. G. E bisognapur ancohauer
alcielo; dondeusc iprimieramente l'animasua, eo - doueeladesideradiritornar'; &
fappi Giusto che il maggior bene, & la piu util cosa che si possa faro
agl'huomini in questa uita, è'auezarglia buon'ho pernondir o sempre, G. Io lo credo
certamente perche io ho pro minifussindicotestauogliatuti, che bisogn arebbe pochicheglirestano,
ul mendo inferuitis per ogni picolo prezzo, laqualeco Sa non solsegia farequel sapientissimo
filosofo di Diogene, che
cheesiseruissinda loro, perche e'non sono se non le moglie immoderate, ò
della degnità, ò del poter ben mangiare, & bere suntuosamente uestire; che
fanno, cheunb uomo ,che ragionevolmentepuoui uereunsessanti anni (dequalinedieci,
ò dodecipri mi, non conosce quelche èfifacia; & delrestone dorme la metà) uendeque
essendogli detto da Alessandro Magno, che eichiede sequellocheuolena, Orche tue
togli sarebbedator ispose cheancorche fussi cosi ponero e'non gli mincaua cosa alcuna,
machesegle leuaffed'innanzi,percheglitoleusilsole,laqual
cosanonerainpotest:suadidargli. G. Certa mente che il dependere da se stesso e'una
cosa bellissima, etuorrebbesieseramicode signori, minor giaseruo,honorandoglioubbidendogliperòfem
pre,comequeglicherēgonointerrailuo godi Dio, et quando un puruuole innalzarsi, debbecercardi
farlocon le virtù,& non conferuire, pensando non di mcno, chien ogni stato,
glihabbiaà mancarjem pre qualcosa.A. Non tidoleradun quedeltuo; & sappi certamente
che non è stato alcunoin questo mondo, douenon sia qualche incômodo, &aqual
che cosache dispiaccia altrui. ne sipuoritrouareal cuno, checometuhaidetto, nonglimanchiqual,
chetutiglistati daglı huominiera noàunmodo; Et diceuaàciaschedunoman caso
lamenteunacosa,e quelleprimieramentedeside ra.Verbigratia, unpoucrostropiatodesiderasola
mentediesersano, dapotereguadagnarsilauita, pernonhauereàireaccatando; chréfano&
non hanulla, hauerdichepoteruiuere; per non hauerà lauore; ch ihadicheuiųere commodamente,
has uer tanto che ei possatenere una caualcatura c u u nragazzo, & chi haquestohauer
qualchedigni tà, à maggioranzasopraglialtri; & dipoessere Principe, &
chi e Principe finalmente, potereper petuarsiinquello Stato, &
nonhauereàmorire. A. Non'tidolereadunquetu, dihauereà lavorare un
pocosedognunomancaqualcosa. G. L ha sereà lauorareunpocosarebbeunpiacere, mafem
prezcomehoàfareio, chehopocoènulla;e >
cosa. G. Con questa ragioneuoleuagiaprouare unoamicomio 'undi Spetto. A.
Eccochetufaipurancortu,comegli altri, m a dimmi un poco che uorrestitu ? che ti
manch'egle? A. Cinquanta ducatid’ıntrata. & staremmipoiaffaiacconciamente. A.
E quandotuhaueßicotestoanchorpoitimanchereb bequalchealtracosa,e desiderereftıla,
cometu faihorquestaperchecometuhaidetodatsetesso, inqualsiuogliastato, sihasemprequalcosainanzi
agliocchi, chseidesiderapensandocomel'huomo 79 tha, dhauersiacontentare; nientedimancopoi
quandotul'haitunonticontenti, macomincia. de siderarneun'altra; ficheprudentementediseun
trattou nuostro Cittadino, aunocheentrauainun disordinegrandissimo per comperareun
podere', cheglieraaconfino.Tudonerestipensare, chetu haihauercanfini, e
checomperatoquesto, tun'ha raiaconfinoun'altro, delqualetíuerralamedefi 2 ma
uoglia.G. Iocredocertamente, cheinogni statosiadepensieri; mapiue maggioriinuno
cheinun'altro. A. E' non è gia il tuo undiquegli chen'habbiao demaggiori
fidianzifudatoal'huomoperpenitētiadesuoipeç Cat . t A . si di quegli ce hanno
le uoglie disordinate, & chenon sicontentanodiquclchesiconuie
nealostatoloro,comehauena Adam , quandogli duuennequesto,maachisiaccomodail camminar
patientementein quellauitacheeglièstatochia mato;nonauuiengiacoli, G. Comenò, hauen
doioaniveresolamentedellauorare, checom’iodir 2 , qualpuoeserepuidolce cosa, cheuiueredella
faticadellesuemaniwediche Dauit Profeta ch'erapurRe, cometusai, chiamò
questifimilibeati, & fappifinalmentequesto,che
quantepiucosefihajatantepiufihahauercura; Brèmoltopiugraue &
faticosoilpensierodigo Hernarelecosesuperflue, cheladolcezzadelpolle derle; &
quantipiuserpiòpiulaworatorisihatan tipin , cheognibuo mon'haunramo; benfai,
che èl'hamaggioreuno cheun'altro; Ma ecciquesta differentiadaifaui,a imatti; cheifauiloportancoperto,
& ipazziin manodifortechelouedeogn’uno. G.Ehtuuuoi tábaid.A. Stafermo, iotelouoprouareinte
stesso, quanteuoltefetuandatoaspasopercasa,po nendoipiedinelmezodemattoni,&
cercando, conognidiligentiadinon toccareiconuenti? G. Omilleuolte,&
fommiposto à contarei corenti del palco,& àfareseialtrecose da bambini.A. o
dimmiunpoco, setuhauesifattocotestecosefuo riifanciullinontisareb boncorsi dietro,
comefan noàipazzi? G. Permiafe, chetudiiluero;car non uòpiu negare dinonhauere
ilmio capriccio anch'io;anzitengohoraperuerißimoquelprouen
bio,cheiohopiuvoltesentitodire, che tiprunimicisiha,comebendiceuaquelPhilosofo,
Mi lasciamoandarequestiragionamenti,e'mipa rechenoin'habbiamoparlatoàbastanza, Tornia
moun pocoàqueglidihiermattina,chenoilasciam 2 momperfetti; perälchetudubitauidianzi,chese
tumicredesi,ionontifaceßitenerepazzo; come
seancortunon'hanesilatuaparte,comeglialtri. G.
Otoquest'altrafeelatipiace;cheuorraitu dire, cheognounosia pazzo? A. Pazzono;
Ma che ogn'uno ne sentasi. G . O questo è quafi quelmedesimo. A. Sappi Giusto
.0 sela pazzia F A. lotiuodireancorapiula, chetutrouueraipo
chihuomınıalmodochehabbinolasciatofama, che setuconsideribenelauitaloro, nonhabbinoqual
cheuoltaportatoilramoloroscoperto,maperche ceglieriuscitolorobenfato, nesonostatilodat,ima
iononuòchenoifauelliamopiudiquesto, torniamo alragionamentonostro, dimmiun pocodondehar
tusaputo,chenonsaigrammaticaa nonhaistu; diato,cheilauorarefuffedatodaIddio .G.
Si quanto à le parole; maapenetrar poibeneisensibilogna altro. A. Eibafta, che
tunonharestidificulànelintendereleparolė; masolamentenella inteligentia de'fenfi;
laqual cosasel'hanno ancor quegli, che le leggonoingre coo in latino che tu non
ti credesiche dereunalinguayé's’intendinoancututigliAu.
tori,tuttelescientiechesonoinquela,perche àfarequesto, bisogna l'aiuto de preccettori
de fuffeundolorein ogni casasisentirebbe stridere.'! ,anostropri
mipadriperpenitentia& paritionedeladisúbi dientialoro? G. O non
losaitu,chelaitanteuol teletomcoquelitBibiacheioho.A. Ocomela intenditu? G.
Perche non uuoitu cheiolainten da? non sartucheel lae in volgare? A s i sò. G.
Operchemenedomandi? A. Perfarticonfeffa requelchetuhaidetto,eccodunquecheselescien
tic, & la feritura facra fußıno in uolgare,tulein tenderesti per inten.
2 you 4 2 gli interpreti,
anche pors'intendono con fatica grande, simile auuerebbe medesimamente,
s'elefußınoinuolgare; maamebastaperhora, chetuconosca, chenonsonolelingue,chefanno
glihyominidoti, malescientie;& che le lingue s'imparano, per acquistar le sciencie,
che sono in quelle. G. E tperò non si puo egli esere dotto senza intendere la lingua
latina, douee lefontut te, cheuuoituim parare nellanoftra A. Mera 1 cede Romani
che ne le traduffono, se la lingua Latina ne è ricca; & colpa de Toschani, chenonhan
no maifatto conto de la loro, feelane è pouera: G. ilfatostà, felacolpaviendz la
lingua, che non sia tanto copiosa di uocaboli, ch'elenon nifi poßinoscriuere. A.
Oefe ne fa di nuouo; e mettonfiinuso, dimanoinmano secondoibiso-. gni.G.
oèeglilecitofarede le parolenuoueina un alingua? A siinquellechenonfono morte;
G dacoloro solamente dichielefono propri.e G. Etqualichiamitumorte? A. Quelle che
non siparlano naturalmente in luogo alcuno; comeso-, nohoggi, la greca, e la latina,
e in questaàco lorocheniseriuonpoer non esere elalaloronatit à propria, non è lecito
fare parole di nuouo. G. O percheno nè egli ancor lecito à queiforestieri,che
la fanno? A. Perche non elsendoelalor naturale; non lefanno in modo chel'hab in
gratia, se la natura producesse tutte le sue coseper fette, non bisognerebbe
l'arte, & fel’artepotese farle perfettedasestessa non bisognarebbe lana
tura,machebisognapiu,non , e gli Hebrei dagli Egitti, non haitumar sentitochee'no
si puo dire cosi alcuna che non sia stata detta prima mai Romani, chi erano altri
huomini, & d'altro giudicio, che non sono hoggi I Toscan, amandopiuleca Ponmente alcuneche n'hannofattecerti moderni
nella nostra, comemedesimitàgioucuolezza, mar, cigione& fimili.G. Tugiudichiadunqueche
nonsarebbeerrorefarnenellanostrae? A. Non dechilaparla naturalmente, anzisarebbecosalo-,
deuole. Dimmiunpoco, credituchelalinguagre ca, òlalatina, fusincosiperfete &
copiosediuoce. bolidaprincipio, comeelefurnopoi nel colmoloro, & quando fiorirnoinlorotant
ipregiati scrittori? G 'No ncredere. io. A. Sianecerto,perchee
nonsiritrouacosaalcuna 2 fra queste che sonoeserci tatedanoi; chesiastatenelprincipio,
òprodotta perfettadilanatura, òritrouatada l'arte;perche sequestosipotesefare, l'unadilorofarebbeinus
no; che fecionoancordelepa rolenuoue Cicerone Boetio seeuolseromettere. Nella lingua
Romina le cose di Philosofia, & di Logica? G. Che le cauorono da altre nationi?
A. Bensaichesi. G. Etdachi?A. Dai Greci, Eri Greci lhebbeno daglı Hebrei
OPINTO feloroproprie (comeègiustoragioneuole)che
Paltrui, studiauansolamentelelingueesterne,per Canarne, seuieranulla di buono,
arrichirnelai loro. G. Inueritàcheinquestomiparecheefuf finomoltodalodare. A. Ricercaunpocobene
tuttelecoseanticheconuedraichesitrouapochis fimi Romaniche
.G.Inquestomeritonoeglinoalquantod'ef ferescusatinonessendo come tudiquella la lingua
loro.A. Anzimeritono d'essereripresi doppiamente, non ti ricord aegli haucrmai sentito
dire cheM. Catoneleggendocerte cose scritedaA l bino Romano in lingua greca, t&
rouādonelprin cipiochesiscusauadelnonhauerlescriteconquel laeleganzache doueua,
dicendoche era cittad in. Romano Ornato in Italia, e molto alieno dalla lingua greca;
non, o lofare. G.Veramentechequestesonoragions tantouerechei opermenonsapreicontradirti.
i A. Vedi quanto I Romani cercauano di nobilita rela lingualoro, che e' non istımauanomancolar
recareinquelaqualchebela opera,chesotopore, scriuesjein greco,comfeannoque fli Toscani
in latino, chenonè la lingualoro. perche faccinoquantoeifannoeinonfiuedemaineiloro
scrittiquelcandore,ne quelostilechee'neilatini proprii 2 .
solamentenonloscusò;masene vise, dicendo herAlbino,tuhaiuolutopiurostoha
wereàchiedereperdono d'unoerrorefato,cheno > 3 coloroiqua
lihaueuasottopošoconlaforzaqual che Cità,è qualche prouincia àl'imperio Romano.G.
Oani mieapensieriueramentesanti,& parole degne d'un Cittad in Romano, perchel'ufitiouerode
Cnta dinièsemprein qualunchemodosi puogiouareàla patria ala qualenoinonsiamomanco
obligati, che, apadrıQ àlemadrinostre. A. Et perquesto è hoogiinpregiotanto la lingua
loro, cheritrouan dosiinquellabuonapartedelescientie,chiuuole,
acquistarle,bisognaprimacheimparı;quelladoue, seinostri Toscanitraduceßinomedesimamětequel
lenellanostra,chidesiderad'imparare,non hareb, beaconsumare quattroòseideprimisuoimigliori
anniinimparareunalinguaperpoterpoicolmez:
zodiquellapassarealescientie,oltradiquestolefi imparcrebbonopiufacilmente
conmaggiorfis curta, perchetuhaiàsaperequestocheenons'im
paramaiunalinguaesterna, inmodocheelasi plega bene,comelasuapropria, &
fimlmente al'imperiolovoqualche Cità,òqualche
Regns, chequestosiailnero, leggafiilproemiochefaBoe
tionellasuatradurrionedepredicamentideAria, Storiledouee 'dicecheessendohuomo consulare,
et non atto à la guerra ,cercherebbe di instruire i fuor Cittadini conladottria;
chenonfperaudmeri faremanco, neejeremenoutileàquegli,insegnan dolorol'ari de la
greca fapientia,che 2 e 2 non si parlamaitanto sicuramente,necontantai
facilità,a setunonmicredi, pontrenteaquesti. chetuconosci, chedannooperaà la lingua
latina, chequandoe’uogliono parlareinquellaèparpro-,
priocheeglihabbinoàaccattare le parole, contan-> tadificultà, etantoadagiofauel'ano.
G. Tudi; ilnero, maquestodeRomanifucertamenteunmo) dobelissimo, àtradurenellalingualoro,dimolte
cosebele; acciochechedesiderauaintenderlefuf se forzato à impararla,
cosielaueniseàfpar-, gersipertutoilmondo.A. Enonfecionsola mentequesto; mainmentrecheétennonol'impe
riodelmondo,eilafaceuanoancoraimparareàla maggior partede loro sudditi quasi per
forza. G. Et comefaceuano? A. Haueuano fattoperlegge,
chequalseuolesseimbasciaderenonpotesseellere uditoinRomaseeinonparlauaRomano,
oltre àquestochetutelecauseche perla qualcosatuti Nobili di qualsiuogliare
grone, & tuttigliAuuocati,& tutti Procura
forieranoforzatiadimpararla.G. Oiononmi
marauigliopiucheRomadiuentassesigrande,fe. Teneuan diquestimodine l'altrecose.
A.Diquelo nonuoloragionarti, perchelecosebelle che causa noditutoilmondo, ne fanno
chiara testimoniázs: 11 EMA 3 siagitauanoinqual a fiuogliapaese, sotoiloroGouernatori,&
turtii i procesisi douessino scriuere in lingua Romana; F irü
.nessuno chescrinese in Egittio, ne. Greco chescriuefle in Hebreo,ne Latino
(come io t'ho deto)chsecriueffeingreco,f& e purecen’e's
nostatisonopochissimi,G.Odondehannocauato
aduncheiToscaniquestausanzadiscriuereingră matica, perdireamodotun A.
Daloinordi natoamorproprio,n o n delapatria,òdellalin
gualoro,imperòchecofifacendo,fisonocredutief
Jerestatitenutipiuualenti
àchiunqueleconfidera.G. O costume'uerämen telodeuole, ò Citta diniueramenteamatoridellapa
trialoro.A. Oquesto costume Giustononfuso lamente de Romani; madituttelealtregenti:cer
capurequantotuuoi, chetunontrouerai quasi mai Hebreo me quel Medico che iobaueuagia?ilqualeperpa
rore dotto, mi ordinaua certe ricctte con certinomi tanto difusati, chemifaceuonmarauigliare,
infra lealtreiomi ricordounamattina chemiordinòno
sochericetaperquelapostemationfeaicheroheb bi,doue infral'altrecosene
n’entrauauna, chee' chiamaua Rob, un'altra Tartaro,e un'altraAl tea, per le quali
mi credettii oche bisognasse mandare pereseinqueste Isolenuouega porlunaera.
Sapa; l'altra Grommadebotte, conl'altraMal ud.A. Otulhaipropriodetto Giusto, concofil
mondo, fetuconsideribene,nonèaltro,tutto,che unaciurma, mafer Toscani attende fino
a tradur. N . G. Chefannoe',co > 2 2
relefcientienellalorolingua, 10nonfodubbioalcu no, cheinbreuissimotempo, elauerrebbeinmag
giorre putationecheelanonè, percheefiuedeche zao bontà gliauuiene solamenteperlabellez. 2 me elapiacemolto, G ehoggimoltoatesadefide
rata ,& questo fuanaturale,laqualcosanonconoscen doiforestieri, ben sepessocoluolerlatropporipulire
laguastano,ondeauuienproprioàlei,comeà unadonnabela, checredendosifarpiubellaconil
lisciarsi,piufiguasta.G. Ocomepuoauueni-. requesto? A. Dirottelo, mentrecheecerca
noperfarlapiuornata di fareleclausulesimilia
quelladelalatinaevengonoàguastarequelasua facilità & ordinenaturale, nelqualeconsistela
bellezzadiquella, oltreaquestopiglierannoal cuneparolenfatequalcheuoltadal Boccaccio,
ò dal Petrarca, benche divado, lequaliquantomancole
trouanousatedaeßi,tantopaionolorpiubele; co efarebbongouari, altrefi, fouente, adagiare,fouer
chio,& fimili, perchee'nonhannopernatura
neiluerosignificato,neiluerofuononell'orecchio, le pongonquasiinogniluogo@bene
spesofuor dipropofito, & cofileuengonoàtorelasuabel lezzanaturale. G.
1odubitochefee'nonglisan noimmitarein altro,e’nonsipossadirelorocome dise PippodiferBruncllescoà
Francesco dela Luna, che uolendosiscufared'unoarchitrame,ch'e
olihaueuafattosopralaloggiadegl'innocenti, chelaruvigneinsino in terra, coldirechel
'haueua Cauatodeltempiodesan Grouanni,glirispose,tu,
l'haiimitatoappuntonelbrutto.Maselalinguae diquella perfettionechetudizdonde uiene,
chemot tidiquestiliteratibiasimantantocoloro,chetra duconoqualcosainquela? A : Etconcheragio
mi? G. Diconchelalinguanonèatta,nedegna chesitraducainleicosesimil, &
chesitoglielo void riputatione, & auxilisconsi molto. A. Tut tele lingupeerle
ragioni che io ti dißi dianzi, sano atte ad esprim e r e i concetti, G i
bisogni dico lo socheleparlano;& quandopureelefußınoal
trimenti,queichel'usanolefanno,sichenonmial. legare piuquestascusa,cheelanonuale.G.
O qualcagioneadunchepuoesere,cheglimuonaa direchelecoseche liscono, fitraduconoinuolgarefiauui &
perdondiriputatione? A. Quellache iotidissi l'altrogiorno,cheeracagioneditantial
trimali, malainuidiamaladetta,e ildesiderio ch'egli hannodeesertenutidapiu degli
altri. : G. Certamenteiocredochetudicailnero,perche
iomiricordocheritrouandomiaquestigiornidoue eranocertilitterati, &
dicendounocheBernardo Segni haueuafattouolgare la Rhetoric ad Aristotele, unodilorodise
cheeglihaueuafatoungran male; & domandacodelaragionerispose,perche:
enoistabene,ch'ogniuoloarehabbiaasaperequel lo, che un'altro fiharaguadagnatoinmoltianni
congranfática;supelibrigrec. latini. A.O paroledisconuenienti. Iononnodirfolamentea
u n Christiano, ma a chi u n c h e é huomo, sapendo che quanto noisiamoobligatiadamarciascunocagio
uarcl'unà l'altro, etmoltopiual'animachealcon
poalaqualenonsipuofarmaggiorbenechefaci kitargliilmododelointendere.G.
Maftafalda e mi ricorda chediconoun'altracosa.A. Etches G. Diconochelecosechesitraduconod'unalingua
inun'altra, nonhannomaiquellaforzanequella bellezza, cheele hannonellaloro. A.
Eleron hannoanche quellanellaloro, chel'hannonel’als
tre,percheognilinguahalesueargurie,& lefue. capresterie,
laToscanaforsepiuchel'altre,et chinenuol sedere,leggadoue Dāte,òrl Petrarcha
handettoqualcosachel'abia anchoradetoqual che Poetagreco, òlatino,etuedràchepassaronlor
dimoltevolteinnāzi,etcherarissimifonquelliche Jonrimasti.adietro.G.
Si,maneletradutionifa debbe attēderepiualsensochealeparole. A.1056 che si traducepercagionedelesciēze,
etnõperue. Derla forzaèlabellezzadellelingue, etse'non gr | fur
fecofiiRomani,cheteneuonlalorlinguaperlapru bella del modo,nöharebbonotradottolecosediMa
goneCartaginese,& dimoltialtrinela loro, nei
nonlofaperaltro,senonpen chelecose fueessendoconferuaredallelettere,che
non uengonmenoleuoci,fienointesedatuttoil mondo G.
Tugiudicheadunchecheilcondurre lescientienelanostralinguafiabenee?Ai An
ziaffermochenonsiposafarcosapiautilenepin lodeuole, perchelamaggiorpartedeglierrorina sconodal'ignorantia,&
douerebbonoiPrincipiat tenderci, conciòsiachesienocomepadridepopolis
Etalpadrenons'appartienesolamente
Grecfimilmente chfeurontantsouperbi,& tan 92 tofiuana glorianadellaloro,chechiamanontut
tialtrebarbare,quelledegliEgittij;odeCaldei.
Nientedimancoesidebbecercareneltradurre
oltreal'eferfideledidirlecosepiuornatamente
chesepuo,eoperòènecesarioaunochetraduce Saper benel'unalingual'altra,G
dipoipoffe derbenequelecose,òquelescientiechseitraduco 30, perpoterledirebene Gornatamentesecondo
imodidiquellalingua, percheàuolerdirelecose
inunalinguaconimodidel'altre,nonhagratis alcuna,da se questofioferuaffe,iltradurenonfaa
rebbeforsetantobiasimato- G. E diconooltredi
questochesifacontroal'intentionedel'authore. A. O
comepuoesserequestochesifacontro àl'in tentionedellauthore.A. Ocomepuoessereque
Stose chiunquescriue gouernare ifigliuoli,mainsegnarloro coregerli, seno
2 STŮ VINbyCo. 93 noglion farquestoditutelecosee'douerebbonals
mancofarlodiquele chesononecessarië 2 e .G.Et qualisonqueste? A.
Leleggi,cosilediuineco mele humane. G. Et cheutilitàarecherebbeque
stoaglihumani?A. Comecheutilita! quantofa rebbonoeglinpiuamatori&
piudefenforidele coseappartenentialaReligioneChristiana?sele
cominciasinoàleggeredaputi,etdimaninma nofi esercitasinoinquele,comefannogliHebrci;
la qual cosa non si puo fare, non leh auendob entrở dotteinuolgare,&
beneacconcie:G Nonma rauigliafeglihebreifannotutisiben'parlaredel
lecosedelaleggeloro,òuadinsiàuergognarei Christiani, che insegnonleggeredilorofigliuoli
ò insule letere di mercantia,òınsucerteleggende
danopoterimpararuisucosanessuna;doueedoue
rebbonolaprimacosainsegnarloroquello,cheap partienea l'esere Christiano,sapendochequeleco
sechesimparanoneprimianni,sonoquele,chesi ritengono sēprepiuche l'altrenella memoria.A.
Etoltreaquesto,conquantapiureuerentia, attentionesisarebbeàgliuficidiuini
see's’inten defequel chedicono. G. Certamente che questo èuero. A.
Dimmiconchediuotione,òconcheani mololo danogli huominiIddio,nõintendendoquel
chesidicono,tufaipurilfauellaredeleputte,ca de papagalinonsichiamafauellare;mammita
gratiadisam Girolamochetraduseloroognicosainquellaline gua; comeueroam. Store
della patriafunt.G. Cene tamente Animimia, chequestainaopinionemi piacemolto.A.
Ellati puòpiacerecheelaé'an choradi Paulo Apostolo, chescriveàCorintiche
doueuonoancoresidirealcuniloroofitijinhes breo,com.diroloidiora
Amen,sopralabenedition uostra,seeglinonintendequelchesidice che
fruttonecauerae’mu? G. o dachevenne adun
que,chequandoquestecosefuronocanatelaprima
uoltadihebreo,elenonfuronomoffeinvolgare? A. Perche all'horaperlamescolanzadelemolte
gentiBarbare,cheeranoinqueitempiperlaItas tia, noncieraaltralinguachelalatina,laqualefuf
seintesa,quafipertutto,Guedichee'nonsitrous
fcrituraalcunadiqueitempifenoninquestame
tione di suonosolamenteperchee'nonintendono
quelcheesidicono(conciosiachefanelareproa priamentesia esprimereparole,chefagnifichinoi
conceti, quello, cheintendecoluichefanela) adunqueilnostroleggere, òçantaresalmi,nonin
tendendo quelchenoicidiciamo,èsimileaungrac
chiarediputte,ècinguettaredipapagallinesoia ritrouare alcunaaltrareligionechelanostra,che
tengaquestimodi,imperòchegli Hebreilaudande noiddiainhebreo,i
Greci,ingreco;iLatini; in latino, conglisciauoniinistiauone, volgare, cosilesacrecomeleciuili.A. Dala
maritia de Preti, defrati,chenonbastandolos
roquellaportionedelledecimechehaueuaordina, toloroIddioperlegge,àuoleruiuertantofurtuo:
Jamente comee'fanno,celetengonoafcolecce deuendonoàpoco poco,comesidiceàminuto,
inquelmodo, peròchee'uogliono,spauentandogli huominiconmillefalfiminacci, iqualinonsuonan
cosinelaleggecomeegliinterpretano',dimas niera che egli hannocanatodimarioà
pouerises colaripiuchelametadiquel > desima, chseonolecosesacre,maquestobastu,circa
àleleggidiuine.Veniamohoraalehumanefe ele,
fonoquellechehannoàregolareglihuomini,& secondo l'arbitrio delle qualisidebbeuiuere,
perche hannoelenoaesereinunalingua,chesiintenda perpochi? I Romani che le feciono,
& n'ebbonotā te da Greci,nonlefecionperòinaltralinguache laloro;&
cofisimilmenteLigurgo,Solone, & gli altri, che dette noleleggiatuttala
Grecia, nonle fecionperòinaltralingua,cheinquelacheusana noipopoliloro .G.O
s’elefonocosinecessarie cometudi, dondeuienėcheelenonsitraduconoin che
eglihaueuano. G. Eh questo èunmalechemiparechesidia nonsolamenteàisacerdoti,ma
aognuno,anzi noncehnom chepensiadaltrofenoninchemodo
&potefjecauareedánaridelescarfeled'altri,e sto metterglinelasua,egliebëuero,chei PretieFra
ti, egoi Notaichelofannoconleparolesonpiuuse lentideglialtri. A.
Ehimeenosarebbeuenuto lorfatrocosiagevolmente,seglihuominihanesi
nohauutopiucognitione delescrituresacre,
chee’nonhanno.Etlacagionechenonfitraduco no l'humane, è fimilmentelampietàdimolti
dotto rij@ auocati,checiuoglionuenderelecosecommu ni, & perpoterlo farmeglio
,hannotrouato questo belghiribizzo,cheicontrattinonsipoßinfarein uoloare, mi solamenteinquelalorobelagramma
tica,chelaintendonpocoeglino,comancoglialtri; somemurauigliocertamente, chegli huomini
hat binmaisopportatotantouna cosasimile,sotola qualesipuofaremilleinganni. G.
Etchee'non senefaforse, esarebbemoltopiuutile,cheefifaces finonella nostra lingua,perchel'huomointende
rebbequelchee'facese,& cosii testimoni quello cheeglihannoàtestificare&
vorrebbonouederlo fcriuereal'hora, nòchepigliaßinoinomisolamēte, et poilodestēdesinoinsulprotocoloàloro
piacimë to, mettendoàogniparolaunacetera,chesecondo me nonèaltro ch'ununcino, dovenon
intendendo quelchefifaccino,bastalorosolamentediresi,ego nonpensanoalec onditionichespessouisicomprë
dono; dondenasconopoimillepiatt. A , Etper
questomicredoiochelofacino;ondetiuodirque ' G47 totu uuoi. Ma de Preti,ede
Fratinon udio gia chetudicamale; perchesecondocheio hointeso purdaloro, enons'appartieneàisecolari,ilripren
dergli ftochenoinon cipoßiamomancodoleredeSacere dotic,ordegli Auuocati, ches ifarebbonoisuddi
tidique I Principi, cheuolesinucderelorol'acquç GilSole.G.
Diquestitilasceròiodire. A. Eccounadiquelle opinionicheficre deil mondoessereuera,pernonhauerl'intendimen
todelleletere sacre. Dimmiunpoco,nonsiamonoi tutifigliuolidiDio,e
conseguentementefrate. glidiChristo? G. Sifiamo. A. Etifrategls nonsonoequaliin
quantofrategi? G. Sisono. A Adunque ancora noicomeChriftianifi
gliuolidiDio,fiamoequali, e àl' unfratelos'ap partieneriprenderel'altro.G.
Corestoèuero;ma eglihanno quella degnitàdelsacerdoria, cheglifa piudegnidinoi.A.
Oqualpuoesseremaggior dignitàchel'eserefigliuolidiDio;uuoitucheilmi
norlumecuoprail maggiore? eglièmaggiordegni tàl'effer Christiano, chel'efer Sacerdote,ò
Prin. cipe, iqualisonoofituidatida Dio, & fannogli huominiministridiDio,tusaipurecheeglièpiues
ferfeigliuolod'unprincipe,cheesseresuominifiro. G. Adunque io sono da piu che il
Papa. A. Que stonò; cheegliè primieraměte Christiano cometes in questo noisiateequali;
mapoiperesesreta toeleto particularmětedaIddio,persuominiftróz
eglivieneaesereinuncertomododapiudite,per la qual cosa tu debbihonorarlo,cometuomaggiorez
manonperquesto peròtièprohibitodipotereriprē dereglierrorichee'fa, c &ommettecomehuomo,
e come Christianopurch'efifacia,conquellari uerentiacheinsegnalacaritaGloamoredel
prof fimo, etchequestosiailuero, tunehailo esempioin PauloApostolo, il qualedicecheriprese
Pietro, che era fuo maggiore,percheeglierariprensibile
subitoòeglimiraculosamětecadeuamor to,òeglin'eraportatodaDrauoli farebbe da far
loro comequelsoldato, che hauendotoltoàun Fratelametà dicertopanno,
cheeglihaueuaaccattatoperueftirsi, etminaccian doloil FratedirichiedergliloildidelGiuditio,gli
tolequelresto;dicendo;poicheiohotanto tempoà pagarlo, iouoglioancorquest'altro
.G. Inueritachequestatua opinionenonmidispiace, maiononuogiadırlaz percheoltreàl'autoritàegli
hannoancoralaforza,& fannodipoiconl'arme, ueggiēdochenonuaglionpiuloroles communiche;
come nella primitiua chiesa ; chequädoeimaledina nouno,di
senonhaueßinoaltrearmi te che cheleloromala ditioni, e .G. Ehime, che
nonpossonoancorfaredeglialtrimiracolich'eifa Ceuano. A. Benlodises.Thomaso d'Aquino
quando essendogli detto da Papa Innocētio,cheha .A. Certamen e ' OK
gustatopartequádoe' furapito elterze Çıelo) dicellechenodesiderauaaltro, che
2 Heuaunmontedidanariinnanzi,& contauagli; Tuuedi Thomaso, la Chiesa no puo
piu dire come el ladiceuaanticamente; Argentum & aurumnon eftmihi, Eglirispose;Ne
anchefurge etambula. GOtufaitantecoseanimamia, chetumifaiueramë temarauigliare,
& seimoltopiudotta, etpiuualen te; che io non credena; ma dimmiun poco; comehai
tufatoàsaperlesẽzame; chemihaipurdetto, che noisiamo una cosa medesima, et chementrechetu
seiunitame co non puo operarefenoninme?A .O Giufto, quesatarebbe
cosatroppolungt; io uoglio che noi indugiamoaunal trauolta, cheegl è gia di,
tempo che tunadiale facende tue G. ohime. tudi il uero, egli edichiaro affatto,
oh come paffa uiailtempoche l'huomo non seneauuedde quando sefa, ò si ragiona di
qual cosa che piacia altrui. V andoio consider
tal uota meco med RAGIONAMENTO IH FRA cosmo BÀRTOLI E GIOYAN BATISTA GELU SOPRA LE DIFFICOLTÀ DI NEHERE IN REGOLE UL NOSTRA UNCSVA.
AL MOLTO REVERENDO MESSER PIERFRANCESCO 6IAHBULLARI amico SUO canssuno GIOVAN BATISTA GELLI. Da poiche voi volete pure, messer Pier Francesco mio onoratissimo, che io vi racconti il ragionamento stato tra messer Cosimo Bartoli e m quello stesso giorno che voi novamente fusto rieletto nel numero di quegli uomini che debbono riordinare e ridurre a regola la nostra lingua fiorentina;
ed, a gli amici non si può né
debbo negare cosa alcuna che giusta
sia, mi sono risoluto in tutto porlo
in iscritto, ma semplice e puramente
come e'
nacque allora in fra noi, e a guisa pure di dialogo, a cagione che e la cosa sia meglio intesa, e si fugga il lungo fastìdio di quella tanto noiosa replica:
disse egli, e
risposi io. E perchè voi sapete come noi altri la occasione in su che egli è nato, senza replìcarvela ora altrimenti, dico solamente che usciti de la Accademia accompagnando messer Cosimo a casa sua, sopraggiuntovi da la
sera, e desiderando fuggire quella crudezza de Farla che comunemente apporta la notte, passammo in casa, e appressò ne lo scrittojo. Dove ragionando di varie cose, e eadendo, non so in che modo, in su quello che si erd il di fatto ne l'Accademia, voltatosi messer Cosimo a me, riguardatomi
alquanto, cominciò sorridendo a dirmi cosi: BariolL Io ho bene assai chiaramente conosciuto oggi, GeUo mio caro, esser sommamente vero quanto
disse il Cosimo Bartoli, contemporaneo del Gelli, e
uomo di molta dottrina e di molta fama
a' suoi tempi. Fu ambasciatore per Cosimo
I alla Repubblica di Venena. 1a c^ere
die lasciò son degne di escer tenute,
pia che non si fa, in
pregio. diyinìssimo nostro Dante in
persona di Adamo nel XKYI del
Paradiso: Che nullo effetto mai
razionabile, Per lo piacere uman, cbe
rinovella Seguendo il cielo, fu sempre
durabile. Gonciossiach' io ho veduto
dispiacerti oggi si fattamente ciò che
Fanno passato tanto ti piacque, che
con ogni tao stu- dio e ingegno hai
pur fatto quasi che forza di non
esser di nuovo eletto in quel piccol
numero e scelto, che debbo ordinare e
formare le regole di questa lingua ;
non per vie- tare o tórre ad alcuno
la libertà e la facoltà di parlare
e di scrivere a senno suo, ma
solo perchè, essendoci alcuni Accademici
assai differenti ne la pronunzia e ne
la seri tia- ra, chi vorrà pure
apprendere la vera e natia lingua
fioren- tina, abbia almanco dove ricorrere
a vedere il modo e la forma de
V una e de V altra cosa
comunemente iisata in Fi- renze. Il che
nascendo pur da sincerità di mente e
da de- sio di giovare altrui, non può
essere giustamente se non lo- dato. E
perchè le «ose degne di loda si
debbon sempre far volentieri, non so io
veder la cagione che ti abbia fatto
cosi fuggire una impresa tanto onorata.
Ricordandomi^ averti sentito più volte
dire, che tu porti si grande amore
a questo nostro parlare, il quale,
quando egli è favellato puro e senza
mescuglio di forestiero ne la nostra
pronunzia propria, ti pare si bello,
che tu non puoi in maniera alcuna
credere o ima- ginarti che e' fusse
più beilo udire o Cesare o Cicerone
o qoal altro Romano si sia, che alcuni
di veri e nobili citta- dini di
Firenze, i quali per la loro grandezza
abbino avuto il più del tempo a
trattare di cose gravi, e a
mescolarsi poco col volgo, che ha
lingua molto più bassa e parole tìIì
e plebee : dove, per V opposi to,
costoro hanno parole scelte e facili, che
oltre a la naturale dolcezza, di
questa lingua, apportano un certo che di
grandezza e di nobiltà ; e massima-
mente quando essi parlatori hanno atteso a
le lettere, eser- citandosi ne gli studj,
come ne' tempi de la tua fanciallezza. Qnesto
periodo soTercfaiamente lungo è guasto
andie per questo gerundio ; invece
del quale dicendosi ricordami, tornerebbe
meglio. erano Bernardo Bucellai, Francesco
da Biacceto, Giovanni Canacci, Giovanni
Corsi, Piero Martelli, Francesco Vettori e
altri litterati che allora si
raganavanoaTorto de'Rncellai, doye to, quando
ponevi tal volta penetrare io maniera
alca- na, stavi con quella reverenza
e attenzione a udirli parlare tra
loro, che si ricerca proprio a gli
oracoli, E di più mi ricorda ancora
averti sentito dire che andavi si
volentieri, quando ci venivano ambasciadori,
a udirli fare V orazioni, essendo in
qoe' tempi usanza che parlassino la
prima volta pubblicamente. Di che sopra
modo ti dilettavi, si per la dif-
ferenzia che tu senlivi tra le lingue
loro e la nostra, e si per
udire la maniera de le risposte che
si facevano o per il Gonfaloniere che
fu un tempo Piero Sederini, o per
il segre- tario de la Signoria, che
era messer Marcello Virgilio, uo- mo non
meno elegante e facondo ne la nostra
lingua che ne la latina, e non
manco bel parlatore che si fosse Pier
Soderini. Sovviemmi oltre a questo, che
vivendo Ruberto Ac- cia joli e Luigi
Guicciardini, andavi spesso a starti con
loro, dii;endo che, oltra i dotti
ragionamenti, essendo e T uno e r
altro litteratissimi, ti pigliavi si gran
piacere de lo udir- gli favellare,
parendoti che e' si fusse cosi ben
conservata in loro la grandezza e la
bellezza di questa lingua. De la qual
cosa lodi ancor oggi Jacopo Nardi per
le lettere che e' ti scrive ; e
messer Francesco Vinta, agente ora de
lo illustrissi- mo ed eccellentissimo Duca
nostro appresso la eccellenzia del signor
don Ferrante Gonzaga, parendoti (secondo
che tu affermi) che egli, ancora che
Volterrano, scriva in quella pura e
sincera lingua fiorentina
che tu hai sempre tanto pregiata. Queste cose, Gello mìo caro, per parermi tutte,
contrariea quanto oggi ti ho visto
fare, mi inducono a maravigliarmi si
grandemente di questa tua mutazione, che,
se non eh' io considero che tu
sei uomo, cioè variabile e mutabile
come è la natura di tutti, io
non saprei quello che avessi a dirmi
di te, se non (parlandoti piacevolmente
e liberamente, come noi sogliam fare insieme)
che tu medesimo non sai ancora quello
che tu ti voglia. Gelli. Messer
Cosimo mio carissimo, voi mi siete
venuto a dosso improvisamente col principio
d' una orazione tanto consideraia e
cosi bene affortificata da tante praoTe,
ehe io non 80 qoasi donde avenni
a pigliare il Inogo o la via da
poter rispondere. Tattavotta, concedendoTÌ quello
che è da concedere, cioè che io
sono umuo, la natora de' quali non
è fidamente yariabile e matahile, come
yoi diceste, ma e tanto sottoposta e
atta ad errare, come voi forse
voleste dire e per modestia non lo
diceste, che, si come canta la santa
Chiesa, ogni nomo è mendace e pieno
di errori ; e negandovi, per Topposito, ciò
che è da negare, cioè che tale
malamente sia nato in me dal
non sapere io medesimo quello che io mi voglio, vi
rispondo, per isgannarvi, che se mai
approvai per vero quel detto che
Umvìo dMe mnUar proposito^ lo approvo ora
e tengo verissimo; poiché, eletto io
ancora lo anno passato (come voi dite)
a dare regola a questa lingua, co-
minciai a considerare la cosa miAio più
diligentemente che io non aveva fotte
sino a qnell' era. Bartoli. Egli
è il vero che questo detto è
molto spesso in bocca a quegli uomini
che pare che abbino qualche qua- lità
più de gli altrL Nientedimanco,
se e' si considera bene il significato
di questo nome Sapiente, non pare a
me che e' si debbia cosi approvare
questo motte come tu di'. Perchè, non
volendo dire altro lo esser savio, che
le avere una vera scienzia e
certissima cognizione de le cose, a
chi è savio, perchè egli ha di
già conosciate il vero essere di
quelle, non accade mutar proposito. Perchè
il mutarsi conviene so-lamente a colui che
senza aver conosciuto 0 vero, rùsolutosi
troppo tosto, vede poi finalmente, o
per sé e per T altrui ammaestramento, di
avere errato; e non volendo mantenersi
nel preso errore, è costretto a mutar
proposito. OeìU. Voi dite il vero.
Ma il conoscere perfettamente la verità
de le cose non è si agevole,
come voi forse vi imaginate:
anzi, per il contrario, è tanto difficfle,
che alcuni filo- sofi usaron dire che
di ciò che dicevan gli uomini non
era vera cosa alcuna ; ma che
quello che e' chiamavano vero, era
quel che pareva loro. De la quale
opinione non è però da curarsi molto;
si perchè e' si leverebbon via tutte
le scienzie ; e si ancora per
averla e dottamente e argutamente riprovata
e annullata Aristotile col dire che
non essendo vera cosa alcuna, veniva
ancora similmente a non esser vero
qael che dicevano eglino. Sì che, se
bene si paò chiamare solamente savio
chi conosce le cose secondo il vero
esser loro, e' non è però
inconveniente che a questi tali ancora bisogni
a le
volte mutare proposito, se non per il non aver conosciuto la verità,
per la occasione almanco de' tempi: i
quali continovamente vanno si variando
tutte le cose, che assai manifestamente
si vede esser tal volta bene il
fare uno effetto in un tempo, che
in un altro non è ben farlo.
Benché questa non è propriamente la
causa per la quale io ho mutato
proposito ; ma solamente lo aver
considerata la cosa molto più che io
non. ave va prima, e lo averla
discorsa fra me medesimo molto più
diligentemente che in sino al- lora.
Bariolù E con quali ragioni ?Perché
io so molto bene che il discorrere
non è altro che una esamina che
fa sopra le cose quella nostra parte
superiore, da ia quale noi acqui- stiamo
il nome di animali ragionevoli,
considerando non meno ciò che fa per
una parte, che tutto quel eh'
appartiene a V altra. GeUù Le
ragioni e le diflicultà che non solo
mi hanno fatto levar via V animo
daquesta impresa, ma ancora giudicarla quasi
impossìbile, sono e molte e molto
potenti; e quanto più vi pensava
intorno, più mi se ne offerivano sem-
pre a la mente de l’altre nuove. Di
maniera che io posso dire, che e' sia
avvenuto propriamente a me in questa
cosa, come avviene a chi vede da
lontano una torre o altra cosa
simile; che quanto egli la riguarda
più di discosto, tanto gli pare minore
e più bassa; e dipoi, appressandosele,
quanto più la guarda da presso, tanto
gli apparisce continovamente maggiore e più
alta. Cosi ancora io, mentre che io
stava lontano al mettere in atto
questa formazione de le regole, me la
imaginava piccola cosa ; ma quando poi
tentammo porla ad effetto, quanto più
la considerai, tanto più mi parve
difficile. Imperocché, dovendo principalmente
esser questa opera d'una Accademia
Fiorentina, mi si appresentava subito a l'
animo, che e' bisognava che ella
fusse con tanta arte e con tal
dottrina, che gli uomini non avessino
a dispreizarla. e ridendosi di noi
e di quella, dire con Orazio in
nostra ver- gogna: Parturient tnontes;
nascetur ridieuhu mtu. Sovveniyami dipoi,
che questo nome di Accademia era per
generare ne gli animi de le persone
una espettazione tanto grande, che e'
sarebbe al tutto impossibile il corrispon-
derle: laonde, ove egli è consueto
non solamente scusare gli errori che
qualche volta si riconoscono ne le
composizioni de' privati, ma difendergli
arditamente, affermando che chiunque opera
merita di esser lodato, in questa
nostra im- presa comune avverrebbe tutto V
opposito. Perchè i forestieri, che ci
vogliono esser maestri, per far vero
il detto del vulgo che t più
dotti manco sanno, si porrebbono con
ogni industria a cercar di attaccar
lo uncino ; e gli errori, ancora
che minimi, chiamerebbono sempre gravissimi.
E il farla in ogni sua parte
con tanta considerazione, che alcune cose
non potessino esser chiamate da molti
errori, credo che sia al tutto
impossibile. Bartoli, O questo perchè?
Getti. Pela diversità de' nomi e
de le pronunzie che si traevano per
le città di Toscana ; ciascuna de
le quali pregiando più le sue cose
che quelle d'altri, stimerebbe e ter- rebbe
errore quello che in Firenze sarebbe
regola. Ma per meglio esplicarvi ancora
questo capo, mi bisogna comin- ciarmi da
un altro principio. Ditemi chi fa l'
una l'
altra; o le regole le lingue, o le lingue 1q regole?
Bartoli. £ chi non sa che le lingue fanno le regole, essendo
quelle innanzi che queste; e non
essendo fondate queste m altro, né
avendo altra pruova che le confermi,
se non r autorità di esse lingue?
GeUL E da questo, essendo egli
come egli è vero, nasce che e'
non si può far regola alcuna che
sia veramente rego- la non solo a la
lingua toscana, ma ancora a la
fiorentina: e uditene la ragione. Tutte
le lingue del mondo sono, come voi
vi sapete, o variabili o invariabili.
Le invariabili sono quelle che non si
mutarono mai, per tempo o cagione
alcuna, ma da quel di che elle
ebbero principio, insino a che elle furono al mondo, sì favellarono
sempre in qoel me- desimo modo: come
è quella che gl’Ebrei stessi chiamano
sacra, cioè quella de la Bibbia, la
quale dal suo nascimento sino al di
d' oggi si è conservata sempre la
medesima ap- punto. E se bene Esdra,
loro sacerdote, dopo la servitù ba- bilonica
vi aggiunse punti ed accenti per
farla più agevole a leggere, non mutò
egli per questo né lo idioma né
la pro- nunzia; laonde la medessima lingua
favellano ogfl^i tutti gli Ebrei, in
qualunche parte del mondo e' si truovino,
che fa- vellarono i loro scrittori, e
particularmente Mosè, il quale è il
più antico che elli abbino. La qual
cosa è veramente maravigliosa : perché,
non si mutando quasi le lingue per
altro che per mescolarsi que'cbe le
parlano con genti d'al- tro idioma, quale
è quella che dovesse essere più
alterata e più variata che la ebrea?
Gonciossiachè i Giudei, dopo la cacciata
loro di Jerusalem, sono già MGGGG
anni, senza regno, senza patria e
senza luogo dove fermarsi, sieno andati
continovamente errando sino agli estremi
fini della terra, e mescolandosi, a guisa
di peregrini, con tutte le generazio- ni
che il sol vede sotto il suo
cielo. E nientedimanco quella lor lingua
é per tutto quella medesima. Bartolù
Ger lamento che ella è cosa fuori di
natura, e che non può attribuirsi se
non a Dio. Il quale, avendo dato
la legge in quella, e fattovi
scrivere tutte le cose sacre e
divine, ha voluto, per indubitata
testimonianza de la santis- sima fede
nostra, che ella duri incorrotta sempre.
GeUi, Di queste dunque si fatte
lingue non occorre che noi parliamo,
essendo manifestissimo a ciascheduno, che
elle possono agevolmente ridursi a regole,
o pigliandole da gli scrittori o
prendendole pure da l’uso, perchè è
tutt' uno. Ma le lingue che io
chiamai variabili non si favellano sem- pre
in un modo; anzi vanno variando e
mutandosi di tempo in tempo, quando
in peggii^ e quando in meglio,
secondo gli accidenti che accaggiono in
quelle provincie a chi elle sono e
private e proprie, é secondo che
e'vi vengono ad abitare genti d' un'
altra lingua: come avvenne, verbigrazia, in
Italia, ne la venuta dei Gotti e
Vandali, a la lingua lati- na. E
queste tali, od elle sono morte, cioè
mancate, e non si hagionambnto intorno
alla lingoa; parlano più in laogo
alcuno, ma si truovono solamente su pe'
libri de gli scrittori; od elle sono
vive, e si parlano an- cora e usano in
qualche paese, come è, verbigrazia, a
Firenze la lingua nostra. Di queste
ultime due maniere tengo io per cosa
certa che le morte si possine
agevolmente mettere in regola; ma de
le vive, che e' non sia solamente
difiQcile il farvi regola alcuna perfetta
e vera, ma che e' sia quasi al
tutto impossibile. Bartoli. £ per che
cagione? Gellù Dirowelo. Né voi né
altro mai di sano intelletto mi
negherà che, avendo a farsi regole d'
una lingua, e' non si deU)a pigliarle
da lei, quando ella fu favellata
meglio che in alcuno altro tempo;
essendo cosa pur ragionevole, quando si
hanno a pigliare per regola le
operazioni d'una cosa, pigliarlequando ella
opera meglio; il che le avviene quando
ella è nel suo perfetto essere. E
chi sarebbe mai quello, se non forse
qualche stolto, che avendo a pigliare
per esemplo le operazioni d' un uomo,
pigliasse quelle che e' fa ne la puerizia,
quando i sensi suoi interiori, per
essere di troppa umidità ripieni quelli
organi ne' quali e' fanno lo ufizio
loro, non potendo porgere a lo
intelletto la facultà che a perfettamente
operare gli è necessaria, non ha esso
uomo libero l’uso de la ragione, e
vive più tosto secondo la natu- ra,
che secondo la mente sua? o veramente
le azioni che egli fa in quella
parte de la vecchiezza, ne la quale
i sangui, per il mancamento del caldo
e de V umido naturali, raffred- dati e
diseccati più del dovere, non somministrano
a' medesimi sensi gli spiriti atti ed
accomodati a le loro operazioni? Ninno
certamente, mi penso ; ma sì bene
quelle che egli fa ne la sua
età migliore: la quale indubitatamente sarà
nel mezzo e nel colmo de la sua
vita; come poeticamente lo mostra il
divinissimo nostro Dante, dicendo essersi
accorto, che la vita nostra era una
oscurissima selva di ignoranzia : Nel
mezzo del cammin di nostra vita ec.
Bartoli. Bella certo e dottissima
considerazione. Ma sta saldo, Gello; e
prima che tu proceda più oltre,
dimmi: come si potrà egli trovar già
mai, parlando, come e' pare che la
faccia, propriamente ed esattamente, questo
colmo de la vita e questo essere
più perfetto, ne le cose generabili e
corruttìbili? Le quali si come misurate dal
tempo, essendo sempre in moto continolo,
non vengono a stare già mai in
uno stato medesimo, se non in uno
instante si indivisibile, che e' non
è possibil segnarlo in maniera alcuna:
per il che viene a essere- più che
impossibile, che e' vi si troovi
dentro fer- mezza. Gellù Confesso io
ancora che questo è vero , se voi
intendete per la fermezza il mancare^d'
ogni moto. Ma questo non è quello
che io voglio inferire. Anzi dico,
che in tutte le cose le quali
dopo il principio loro salgono al
sommo e sapremo grado de la loro
perfezione, conviene di necessità concedere,
avanti che elle comincino a
scenderne, un certo spazio di tempo ;
nel quale elle non salghino e non
ìscendi-no, ma stiano, in quanto ad
essa perfezione, quasi che ferme, e
in uno stato medesimo: essendo di
necessità che in fra due moti
contrari si truovi sempre un po' di quiete;
perchè altrimenti, o non finirebbe mai
l'uno, o non comincerebbe mai l'altro
moto. E questo lo potete voi
chiaramente cono- scere in un sasso tratto
a lo in su; il quale, poi che
con la sua gravitade ha superato la
forza di quella aria che, fessa
violentemente dal braccio di chi lo
trasse, correndo con grandissima celerità a
richiudersi perchè quel luogo non restì
vóto, continovamente lo pigne in su,
se egli non si fermasse alquanto, non
tornerebbe mai a lo in giù. Goncios-
siachè, non si fermando, egli anderebbe
sempre a lo in su; e andare in
su e tornare in giù in un tempo
medesimo (rispetto a la natura de'
contrari, che non patisce che eglino
stiano insieme in un medesimo tempo,
in un subietto medesimo) non è
possibile. Adunque egli è necessario in
tutte le cose che dopo il principio
loro hanno accrescimento e dicresci- mento
di perfezione , che e' si ritraevi
tra V uno e l' altro nn certo
spazio di tempo, nel quale elle
restino di acqui- starne
più, e non comincino ancora a pèrderne:
il qual tempo è chiamato da' filosofi
lo stato, ed è cosa osservata molto
da' medici ne le infermità umane. Ma
se voi volete vedere ancor meglio
questo che io dico, leggete quella
parte del Convivio del nostro Dante,
dove e' tratta de la etÀ del’acino,
e resteretene capacissimo. Bartolù Orsù,
sta bene: ma che vnoi ta dire
per questo? GeUi, Yo'dire, tornando
al nostro proposito, che non si
potendo sapere ne le lingue vive
quando sia questo loro stato e questo
colmo de la loro perfezione, egli non
si può ancora conseguentemente farne regole
perfette e intere. Perchè, se bene
e' si può sapere mediante gli scrittori
di quelle quando meglio che mai elle
si siano favellate per il passato ,
nessuno è però che si possa
promettere per il futu- ro, che insino
a che elle non mancano, elle non
si possino favellar meglio, e cosi
che e' non possino surgere' ancora alcuni
scrittori che le scrivine molto meglio.
Come potete voi mai sapere quale sia
il mezzo o lo stato d' una cosa, de
la quale, se bene voi avete il
principio noto, voi non potete però
non solamente sapere quando abbia ad
essere il fine suo determinatamente, ma
né anco imaginarvelo per con- ìetture
; come forse la vita e de V
uomo e di molte altre cose, le
quali quando sono arrivate a la lor
vecchiezza, agevolmente si può farne la
coniettura quando abbia a essere la
morte loro; non essendo però di
quelle, a chi è concesso da la
natura il rinovellarsi, come, verbigrazìa,rerbe e
le pianle la primavera. Ma le lingue
non sono di queste. Resta dunque, non
si potendo saper lo stato de le
lingue che vivono, che e' non se
ne possa ancora formar regola alcuna
ferma e vera: il che non avviene
de le già morte, come ne avete
lo esemplo chiaro ne la latina. Ne
la quale considerando i gramatici cbe
ne hanno scritto quale fusse stato il
processo suo, e giudican- do, come è
il vero, il colmo di quella essere
stato ne la età di Cesare, Cicerone
e Virgilio ; perchè ne' tempi di
Ennio e di Plauto si vede che
ella era ne lo augumento, e in
quegli poi di Svetonio e di Tacito,
nel discrescimento, fondarono tutte le
regole loro sopra il parlare di
Cesare, Cicerone e Virgilio, affermando che ciò
che si dicesse per lo avvenire ne
la maniera de' sopra detti, sempre
sarebbe detto bene e lati- namente, e
massime secondo Cesare e Cicerone ;
per esser lecito e conceduto a' poeti
lo usare spesso molte cose ne' versi
loro, che non si comportano ne la
prosa. Ma questo non si può
fare ne la lingua fiorentina, e molto
manco ne la toscana, che vivono ancora, e
non hanno scrittori da fondarvi lo intento
sno, non si sapendo se elle sono
ancor per- venute al colmo de V arco.
Bartoli, E se questo non si può
fare per via de gli scritti, chi
vieta che e' non si faccia almanco
per via de lo uso? GeUi. E
di quale uso? Oh questa è l' altra
difficultà, e non punto minore de la
precedente. Bartoli. E perchè? GeUi.
Perchè ne' tempi nostri non avviene
di questa lìngua quello che ne' tempi
de' Romani avveniva de la la- tina;
che essendo propria d'una nazione che
dominava allora ad una grandissima parte
di questo mondo, era tanto stimata e
onorata da ciascuno de' soggetti loro,
e in Italia massimamente, che e' non
si trovava nohile alcuno e da farne
stima, per qual si voglia città, il
quale non si ingegnasse di parlar la
lingua romana. SI perchè chi non
sapeva era da essi chiamato barbaro,
cioè persona inculta e
di rozzi e aspri costumi; e si ancora per ì
bisogni che occorrevano giornalmente ne le
faccende é private e publiche; avendo
comandato i Romàni in tutte le loro
Provincie, che e' non si potesse
agitare causa alcuna criminale o civile,
né far procèsso od ìnstrumento alcuno,
se non in lingua latina. Ad
imitazione de' quali, per quanto io
n'ho inteso dire da Amerigo Benci,
che da venticinque anni in qua ha usato molto la Francia,
e come voi vi sapete, oltra le
pratiche mercantili ha qualche cognizione
ancora de le speculative, ordinò il
padre di questo re, che e' si facesse
cosi in franzese per tutto il dominio
suo: il che osservatosi fino ad ora,
ha tanto migliorata e fatta più bella
e ricca quella lingua, che è una maraviglia a chi
lo considera. £ il re che vive,
Arrigo II, imitando le vestìgio del padre,
oltra il fare osservare quello ordine,
fa ancora e carezze e cortesie
grandissime a chi traduce in essa, 0
fa opera di arricchirla e farla
perfetta. Bartoli. Bella impresa e
degna veramente d'un principe, amare e
onorare la sua lingua: atteso massimamente
che nessuna può sormontare e venire
in riputazione senza il favor del
principe suo. Non sarebbe dunque
stato diflScile a ehi avesse voluto
mettere in regola la lingua latina in
que' tempi ehe ella era yiva, poi
che gli bastava osservare solamente Io
uso e il modo che tenevano i
cittadini romani : p^chè non era in
que' tempi ehi ardisse pre^rre la sua
lingua a qoeUa, e non confessare che
la vera pronunzia e il vero modo
del favellare era quello de' Romani,
altrimenti detto latino. Ma non può
questo avvenire a noi de la nostra,
essendo in To- scana tanti
principati e tanti signori; li stati de'
quali, se non in tutto, hanno pure
in parte ciascuno, come io dissi in
quella mia traduzione a lo illustrissimo
e reverendissimo Cardinale di Ferrara,
qualche favella e pronunzia propria, varia
e diversa da tutte le altre, e
parendo a ciascuno che la sua sia
meglio. Perchè noi non ci abbiamo
imperio alcuno cosi grande, che e'
muova (come i Romani) le città
sottopo- steli a cercare spontaneamente di
favellare e onorare quella lingua che
favella chi le comanda. Gonciossiachè,
quando ben la Toscana tutta fusse
comandata da un signor solo, lo
imperio suo, per avere ì confini si
presso, non sarebbe mai di tanta
grandezza, che e' fusse oiiorato
e temuto quanto era allora quel de'
Romani. Imperocché i suggetti a loro,
essendo privi d' ogni speranza di scir
mai di tale servitù, non aveado
principe aieuno a lo intorno dove
ricorrere quando e' pensassero di
ribellarsi, erano necessitati, se non per
amore, almeno per timore, a far ciò che
piaceva à' Romani. Bar Ioli. Io cedo,
e confesso, quanto a la grandezza e
forza romana, che egli è vero tutto
quel che tu di'. Niente dìmanco, e'
si vede pur manifestamente ne' tempi
nostri, che molte persone di quakhe
spirito, i»8i fuor d' Italia come in
Italia, s' ingegnano con molto situdio di
apprendere e di favellare questa nostra
lingua non per altro che per amore.
GelU. Egli è vero che quello
che ne la età de' Romani faceva
la forza, lo fa oggi la bontà e
la bellezza di questa lingua. Ma
perchè coloro che la desiderano e
cercano per loro stessi come cosa buona,
la appetiscono edamano in quella *
Intende la tradniione dell' operetta di
Simone Porzio del modo di orare
cristianamente. Qui parla di cose dette
nella lettera dedicatoria.maniera che si
desidera ed ama il bene, ella è
ancora dipoi seguitata e adoperala come
esso bene, cioè da ì meno, e
non da i più. Ma datò che e'
fosse il vero che ognuno cer- casse
di favellare in lingua toscana, e
desiderasse che e' se ne facessi
regole, donde si arebbe poi a
cavarle, non ci essendo ciltade alcuna
che signoreggi tutta Toscana? Perchè i
Luc- chesi, i Pisani, i Sanesi, gli
Aretini, e qualunque altra città di
questa provìncia, direbbe sempre che la
vera lingua e pronunzia losca fusse
veramente la sua; e il cavare una
parte di esse regole da una città
e V altra da un' altra, sce- gliendo,
come dicono alcuni, il meglio, per
fare un composito di tutte quante,
sarebbe cosa molto difiScile, e poi
forse anche non approvata e non
osservata, non ci essendo chi la
comandi. Bartoli. Oh, io non penso
però che il luogo donde cavare le
regime abbia molta difBcultà; non essendo
se non raris- simi que' che volendo
imparar la lìngua piglino altri autori
che Dante, il Petrarca e '1 Boccaccio
; i quali essendo pure tutti e
tre di Firenze, mostrano assai
manifestamente donde sì debba imparar la
lingua. Non ostante che alcuni, poco
amici per avventura del n<Mne nostro,
hanno voluto privarci del Petrarca e
del Boccaccio, facendo questo ultimo da
Certaldo e quello altro Aretino, senza avertire
che ser Pe- tracco padre di messer
Francesco, come cittadino che egli era,
ebbe per moglie una de'Ganigiani, e
luogo tempo fu cancelliere alle
Riformagioni ; e che il Petrarca
stesso dice di sé medesimo: SMo
fossi stato fermo a la spelonca Là
dove Apollo diventò profeta, Fiorenza avria
forse oggi il suo poeta; e che
Matteo Villani dice ne la Cronica che
e' seguitò dopo Giovanni suo fratello
: « Questo anno furono coronati poeti
due nostri cittadini fiorentini; messer
Francesco di Petracco, vecchio; e Zanobi
da Strata, giovane. E che il
Boccaccio, nel suo libro de' Fiumi, quando
e' ragiona de l'Elsa, dice: et quum
oppida plura hinc inde ìabens videai,
a dexlro, modico elatum tumulo, Certaldum,
vetus msiellum, Unquii: cujus ego
libens memorùiffi celebro, sedes qtUppe et
natole solum nu^o- rum meorum futi, anUquam
illos susciperet FloretUia eives. GelH,
Egli è vero che, non si stimando
qaanto a la lin- gna, altri scrittori
che questi fiorentini, rispetto (credo io)
al non si esser trovato mai in
queste altre favelle, non sola- meate
ehi gli pareggi, ma nò par chi
si appressi loro, e' pare certamente da
confessare che la lingua fiorentina tenga
il principato ne la Toscana ;
nìentedimanco. BartolL Sta fermo, Gello, e
non dir cosi; che noi ci recheremo
a dosso una invidia troppo grande. Perchè
e' non si può nò debBè negare
che ne' tempi nostri medesimi non ci
siano stati de' forestier, * e fuor
di Toscana, che abbino scritto in
questo idioma si eccellentemente, che e'
ne sono stati lodati.. Geìlu Si,
ma se voi avvertite bene, vedrete che
i più celebrati fra questi tali sono
selamenle quegli stessi che hanno saputo
più e meglio imitare gli scrittor
fiorentini ; e non son però stati
molti : e di questi ne avete alcuno,
che per aver si bene imitato ed
espresso i concetti altrui con gli
stessi modi e
parole de gli autori, que' dotti de L’Orto, pigliando
la metafora da quegli scultori che
attendono più a improntar V altrui
che a sculpire di loro artifizio,
usavano di dir tra loro: costui ha
formato. Ma voi ci avete ancora un'
altra cosa, che dimostra meglio
epiù chiaramente quel che voi dite:
che tutti o la maggior parte de'
forestieri con- fessano e acconsentono
tacitamente, che la lingua che e'
cer- cano e tengon buona ò solamenle
la Fiorentina; io intendo di quella
che favellano i nobili e veri
cittadini fiorentini che hanno qualche
cognizione o di lingue o di scienzie
; e non di quella che usano i
plebei, e gli uomini che hanno
cognizione di poche altre cose che di
quelle che si conven- gono loro come
animali. Perchò, non vi crediate però
che la plebe di Roma, quando fiori
la lingua latina, favellasse con quella
leggiadria che facevano e Cesare e
Cicerone. Bartolù Certamente no ;
anzi si legge di Cicerone, che i
Romani stessi lo ammiravano, maravigliandosi
grandemente * H monicipalismo a que'
tempi faceva non conoscere che non son
forestieri fra loro quelli che abitano
il paese fra le Alpi e il
lilibeo. SOtt de la 8oa
eloquenzia. Ma quale è questa cosa
che ta volevi dire? GeììL II
non si esser trovato ancora scrittore
alcuno di Toscana, che abbia avuto
ardimento a dire di avere scritto ne
la sua lingua propria, come dissero Dante
e il Boccaccio, r uno nel Convivio,
e V altro nel Decamerone, e come
fanno ancor oggi molti Fiorentini. Di
maniera che e' non si truova opera
alcuna, che si dica scritta in lingua
Pisana, Sanese, Lucchese, Aretina, o di
qual si voglia altro luogo toscano: e
pure hanno avute queste città scrittori
di non piccola fama. Laonde non può
avvenir questo per altro, se non
perchè questi tali conoscono molto bene
la lor lingua naturale non esser
quella che si stima oggi e pregia
cotanto. E se bene essi hanno ancora
imitato gli scrittor nostri, quanto è
loro stato possibile, e' npn V hanno
però voluto confessare aper- tamente e
liberamente, giudicando, per avventura, che
ciò non fusse molto onor loro. Anzi,
perchè se e' l'avessero chiamata Fiorentina,
e' non sarebbe parato loro avervi
parte alcuna o pochissima , e' l' hanno
chiamata Toscana o vulgare; volendo, col
chiamarla cosi, dare a intendere a le
persone, che ella si parli vulgarmente
per tutta la Toscana. Il che si
vede che non è vero. E altri
dipoi non Toscani, per avervi ancor
eglino parte, l’hanno chiamata italiana.
Bartolù Sta fermo. Cello, che Dante
ancora egli fu di opinione che ella
si dovesse chiamare Italiana, in quel
li- bretto suo De vulgari eloquerUia, se
io mi ricordo bene. Gellù Ehi
messer Cosimo, non vi ho io detto più
volte che cotesto libro non può essor
di Dante, ma che e' conviene che
qualcun altro l'abbia finto, sotto il
colore di quella promessa che ne la
Dante nel suo Convivio? Il che non
può veramente esser nato da altro,
che da lo avere troppo arden- temente
desiderato chi ne fu lo autore, che
V onor de la lingua fusse
generalmente comune di tutta la Italia ,
e non particulare di Firenze solo. Ma
se voi forse non ve ne ricor- date,
avvertite che que'litterati de l'Orto
de'Rucellaì,dispuT tando, ne la venuta di
Papa Leone, col Trissino (perchè egli
fu che ci condusse la prima volta
questa opera} sopra lo essere o non
esser ella di Dante, gli facevano centra MifiioMAMBaro
irtouio alla limooa* quella, non
variati né alterati in maniera akona,
come omo, Urrà, mare e simili ;
e ana grandissima quantità di quegli
altri dove si varia scrfo una
lettera, come leggo e aequa, che a'
Latini son lego e aqua, GeUL
Questa fo, come dite voi, nua
esposixione assai stravagante, e da uomini
che, desiderando introdurre cose nuove,
volsero mostrare che ciò fusse fatto
con qualche motivo ragionevole. Ma non è
già venuta di qui la diversità della
pronunzia, la quale molto prima si
variò, che e' venisse a campo si
stran precetto. BarioU. E donde venne
dunque la orìgine? GeUi, Dicono
alcuni diligentissimi osservatori de le
cose di questa lingua, e io lo
confermo con esso loro, che in alcune
città e luoghi particolari di Toscana,
per naturale proprietà si costuma di
mettere Vo in quelle parole ne le
quali in Firenze si mette l' u; di
maniera che, dove noi di- ciamo suslanza,
singutare, particulare, speculare e specular-
tivo, quivi si dice sostanza, singolare,
parlicolare, speco- lare e specoUUivo: e
cosi ancora di mettere Ve dove noi
altri mettiamo V i, costumandosi
ordinariamente dire in Firenze, principe e
UUerato; e quivi prendpe e letterato:
la quale pronunzia arreca a gli
orecchi de' Fiorentini un suono cosi
sgarbato e tanto spiacevole, che e'
non si traeva tra noi chi l' usi,
se non alcuni, e ben pochi, che
per proprio comodo loro seguitano la
pronunzia così fatta ; non si curando
non solamente di dare od accomunare
ad altrui quello che era solamente
de' Fiorentini, ma di adulterare e
imbastardire una lingua mantenutasi pura e
schietta sino a' di nostri, e
solamente bella e leggiadra, quando manco
vi si accompagna voci o pronunzie di
forestieri. Bartolù Certamente che questa,
né a' tempi nostri né a quegli
de li antichi, per quanto se ne
vegga da le scritture, non fu mai
pronunzia fiorentina. £ chi non lo
crede, avvertisca e osservi bene, come
coloro che fecero
stampare in Firenze quel Cento novelle,
avuto poi univer- salmente in tanta
reputazione e tanto pregiato, essendo tutti
cittadini fiorentini nobili e veri, e
avendo cotanti testi antichi e buoni,
e tra gli altri uno che é oggi
in guardaroba di Sua Eccellenza,
scritto, vivendo ancora il Boccaccio, da
uno de' 'Mannelli, e non solamente copiato
da lo originale de lo anlore, ma
riveduto ancora e corretto da lui
medesimo; avyertisca, dico, e osservi, come
sempre dissero principe^ liUerato, iustanzia
e partieulare, come ordinariamente si dice
in Firenze. Getti, Ritrovandosi, adunque,
in Padova alcun di questi tali nel
principio deHa Accademia de gli Infiammati,
dove non era per buona sorte alcuno
veramente Fiorentino (che e' non sarebbe
forse seguito questo disordine); e mettendo
in uso col favellare e con lo
scrivere questa lor naturai pronunzia,
scoperta però primieramente fra gli
Intronati; i Lombardi e i Yeniziani,
che cercavano di pronunziare toscanamente,
credendosi che quella fusse la vera,
cominciarono non solo a celebrarla, ma ad
usarla, ed a trasferirla ne le loro
stampe. A la qual cosa si aggiunse
presto che alcuni altri non Toscani,
per ispogliare la Toscana di questa gloria,
cominciarono a mescolare in essa molte
parole, le quali, al giudizio mio, né
si favellarono nò si scrissero mai in
Toscana; e oltre a questo, cercarono
ancora dì mutarle nome. £ perchò se
ella si dicesse lingua Tosca, essi
che erano forestieri non ci avevano
parte alcuna, cominciarono a chiamarla chi,
come il Trissino, Cortigiana, e chi
Itala o Italiana, come il reverendissimo
Sadoleto; persona dottissima veramente e
eloquentìssima, ma appartata e in tutto
aliena da questa professione. E
di costoro non voglio io veramente dir
cosa alcuna; ma solo che io mi
maraviglio oltre a modo di alcuni
Toscani, che avendo molto più rispetto
al comodo proprio, che a la verità,
per la servitù forse che e' tengono
con alcuni di questi tal,sono concorsi
a chiamarla Italiana essi ancora l
non si curando di vendere per si
vii pregio l'onore e la gloria
propria; e non avendo avvertenza che
i Genovesi, i Milanesi, que' del Lago Maggiore, i
Bergamaschi, una gran parte de' Romagnuoli,
i Marchigiani, i Norcini, gli Abbruzzesi,
i Pugliesi, i Calabresi e altri infi-
niti popoli de la Italia, fanno fede
manifestissima a chiunque favella loro, che
a gran torto ò posto nome a la
lìngua nostra Italiana. E come
potette più in cotesti tem|M (lasciando
or le querele da banda) V antorità
di cotestoro, che ifoella de' Fiorentini,
se il principio de la lingua e
il fonie è in Firenze, e fondato
in sa gli scrittori fiorentini? GtXtL
I Fiorentini, attendendo in cotesti tempi
quasi tutti a la mercanzia, a la
quale sempre è stata molto inclinata la
città nostra, e forse |mù per bisogno
che per natura, rispetto a la
magrezza del paese ; non davano opera
alcuna, se non pochissimi, a la
lingua latina, e molto meno a la
greca ; e cosi non venivano a
considerare la propria » e a
riconoscer l'arte e lo studio che
avevano usato in essa Dante, il
Petrarca e il Boccaccio: anzi, quando
leggevano questi autori, attendevano pio le
istorie, che altra cosa. Di maniera
che, se vi ricorda bene, crono molto
più stimati allora i Trionfi del
Petrarca, che le Canzoni e Sonetti suoi.
Ma In alcune altre città toscane,
dove per la fertilità e grassezza del
lor paese non è il guadagno si
necessario, attendendo que' cittadini a gli
studj de le buone lettere, cominciarono
a considerare molto (Nrima di noi ne'
nostri scrittori la bel- lezza di questa
lingua, e ad osservare ne lo scriverla
quelle terminazioni e quelle concordanzie
de' singolari e de' plura- li che
que' nostri avevano usate. Bene è
vero che per la lor favella natia
pronunziando non come noi, e mescolandoci
ancora qualche parola de le loro, ce
l'hanno condotta a r essere che voi
medesimo vi
vedete. Lo avere adunque i nostri atteso a la mercatura
e non a le lettere , e la moltitudine
de' travagli che sempre ci sono stati,
fecero per lungo tempo restare in
dietro e quasi che perdersi interamente
gii avvertimenti e l'arte usata da'
tre sopra detti ne la nostra lingua;
e i primi che cominciassero in
Firenze a riosservargli, e ne la
fovella e ne la scrittura, furono
quegli stessi litterati che usavano a l'
Orto de' Rncellai. E ricordami che e'
non potevano restare di maravigliarsi di alcuni
litte- rati poco avanti la loro età,
che avevano composto in versi e in
prosa di questa lingua senza alcuna
osservazione; parendo loro impossibile che,
avendo pur veduti gli scritti di que'
tre famosi, e' non avessero aperti
gli occhi a le loro osservazioni, e
non si fossero accorti in quanta
corruzione fosse incorsa la beHìssima
lingua che noi inrliamo. Da co- storo avvertiti
Cosimo Rocellaì, Lnigfi Alamanni, Zanobi
Baondelmonti, Francesco Guidetti e aiconi
altri, i qaali» praticando con esso
Cosimo» si trovavmo spesso a rOrU»
con qoe' più vecchi, c«ninciarono a
cavar foori le dette consi- derazioni, e
a metterle tanto in atto, che la
lingua n' è poi tornata in quel
pregio che voi vtdele. BarloU, Tu
di' il vero, GeUo mio caro; perchè
e'mi rioor* da che da venticinque
anni in dietro non erano
versificatori io Firenze, se non tre o
qoattro; a' qnali, senza avere altri- menti
oensiderazione akana di terminazioni di parole
, di concordanzie di numeri, o d'
altra cosa che faccia bello, ba- stava solamente
che e' rimassero e fusser versi. £
chi lo vuol vedere e toccar con
mano, legga le rappresentazioni che si
facevano in que' tempi: le quali
quando io considero chenti elle sono,
e quanto non solamente poco verisimili,
ma impossibili e mostruose, mi fanno
tenere per di poco giudizio e, per
dirla cosi fra noi, molto goffi tutti
coloro che potevano stare a udirle ;
e mi iinno credere che se elle
si facessero oggi cosi, i fanciulli, non che altri, uccellerebbono si a la scoperta i
compositori, che e' se ne rimarrebbono
in- teramente per lor medesimi. eretti.
E da che vi pensate die nasca
questo, se non da r essere oggi
in Firenze cosi gran numero di persone
che hanno bonissima cognizione de la
lingua latina e greca? le quali
essendo state necessitale ne lo impararle,
a vedere i veri poeti, hanno assai
chiaramente conosciuto che cosa sia poesia,
e quanto sia verbigrazia, centra i
precetti de Tarte il ridurre tutta la
vita di uno uomo, o pur le
azioni di venticinqoe o trenta anni,
in due o tre ore di tempo
che si consuma nel recitare. E a
cagione che e' non si abbia a
dire de' casi loro quel motto di
Orazio Delfinum silvis appingit, fluctibus
aprum, non hanno solamente lasciali
cotesti errori, ma sbanditili ancora in
tuUo da le loro composizioni, e si
sono ridotti a quello uso buono che
avevano i Latini e i Greci. Olire a
questo, avendo appreso per via di
regole quelle due lingue. 31S
miaoiiAanno ummo aua c4HMM6eiido quante
e quali nano le parti del pariare,
e in cbe modi elle debbino accompagnarsi
, cominciano a favel- lare tanto rettamente
e con tanta leggiadria, che io mi
persuado gagliardamente, la nostra lingua
esser molto Tidna a quel sommo grado
de la perfexione, oltra il quale non
si può salire. BartoU. E se
cori è, die cosi la tengo io
ancora, perehè non si può eDa adunque
mettere in regole, e farla perfetta alilittoT
GM. A le cagioni che io ve
ne ho di già assegnate, si aggiagne
questa altra ancora, che non è di
poco momento: ed è il non avere
in su che fondare e formare esse
regole; eonciossiachè in su gli scrittori
non si può, non avendone noi alcuno
che si possa tenere per bello e
per buono tutte quello che egli ha
usato. Perchè, cominciandoci da qne' tre
primi che sopra gli altri sono
approvati, Bante, oltra lo esser poeta,
ebbe dal secol suo rozzo e duro
molte e molte parole lasciate oggi in
tutto da Y uso. H medesimo avviene
al Boccaccio, nel qoal sono e modi
e parole che, se ben fìiron belle
in quel secolo, l' oso di oggi non
le riceve. E il Petrarca,
se bene ha la sua lingua assai più purgata, per essere (come io dissi in Dante) poeta, per le molte licenzie che a'
poeti son concedute, non è materia conveniente a formarne le regole per la prosa. BarUAL Io non so, Gello mio, come questo sia da concedere; perchè, se bene da que' primi due, rispetto a le licenzie
poetiche, non si posson trar buone regole, il Boccaccio è por tanto bello e tanto pregiato universalmente, ch'io non so perchè tu lo sfugga. GéUU. Il
Boccaccio, per quanto ne dicono questi suoi, si imaginò di usare i tre stili: l’alto, nei
Filocolo; il mediocre, ne la Fiammetta; e il basso, nel Decamerone. Il che se bene gli successe o no, non ci accade ragionarne ora. Basti
che la più approvata de le sue cose è il Cento novelle; opera beila certo e piacevole, ma non da essere in tutto imitate
rispetto ad alcune costruzioni che, per non esser piaciute a Toso, son restate del
tutto in dietro, e ad una infinità di parole che sono oggi aborrite e fuggite da gli scrittori: come, yerbigrazla,
bwma pezxa ìa Intogna,
gravenza, abUawBa, niquUoso, avaecio, autorevole, contezza, deliberanza, sezzaio.
M a che
sto io a contarle a toì che ri faceste sopra la tavola
y e le notaste già taile quante?
BartoU. Certamente queste si fatte voci non solamente si usano oggi da molto pochi, ma elle non sono
ancora più
accettate per fiorentine, e pare che elle offendine
altrui r orecchie, se pur si truova
qualcuno che V usi. Getti. Non
si possono adunque le regole toscane
cavare da gli scrittori. Bariolù
Gavinsi le fiorentine (che de V altre
non tocca a noi) da l’uso di
FirenzeGeUù £ questo anche mal si può
fare; dovendosi (come io dissi non
molto avanti) pigliar V uso non
d'ogni tempo, ma de la età dove
la lingua fu nel suo
colino. Il che non possiamo saper noi altri,
poi che e la è viva, e va
a T insù ; avvenga che voi
forse, come alcuni forestieri, vi
persuadia- te che ella fusse nel sommo grado
ne la età di que' tre scrittori.
Bartolù Questo no; anzi tengo per
fermo che ella fusse nel nascimento,
e che ella avesse quasi principio da
essi tre, per essere stati Dante e
1 Petrarca i primi in questi paesi
che cominciassero avere tanta notizia
de la lingua latina più de gli
altri uomini, che e' ne furono
chiamati suscita- tori e ritrovatori; come
apertamente si può vedere nel pri- vilegio
conceduto ad esso Petrarca, quando
publicamente fu coronato nel CamfMdoglio: e
il Petrarca e il Boccaccio de la
greca, de la quale non si aveva
in Italia notizia alcuna ne la età
loro, se non piccola e
defettiva. Laonde bramandola questo ultimo sommamente, condusse a Firenze un Greco, per quanto si legge ne la sua vita, che glie la insegnasse,
e una quantità di libri greci, lasciati
poi da lui stesso dopo la morte
a la libreria del nostro Santo
Spirito. Costoro adunque, mediante la
cognizione di queste lingue, cominciarono a
parhire rettamente e ordinatamente, migliorando
e inalzando tanto il nostro idioma da
quello che egli era, per quanto veder
se ne può in que' che scrissero
avanti a loro, che noi possiamo
liberamente tenere e dire, che il
vero nascimettto e principio di
questa libgtta fa solunente dalor tre:
ma che e' non foron già poi
segniti né imitati ne lo allegarla
secondo i modi posti da loro,
imperoceliè chi venne dopo, non essendo
dato a gli stadj^ noA eomiderò
lecostrocioni e le terminazioni osate da
lèro» e iMcMla di tempo in tempo
cadere in ^ella barbarie die iMd
eenllm- mo non son molti anni. Ma
io dico bene> che poi the g^i
uomini hanno ricomincialo a considerarla,
come fecero qnegli de r Orto, e
ad osare i modi de tre nostri Inmi ella
é tanto migliorata a poco a poco,
che io la tengo oggi nsolto piA
bella universalmente, che eOa non era
ne' tempi loro ; e che se
eglino scrissero cosi bene allora (^il
che fn molto più da impotare a
lo ingegno loro che a 4a bontà
de la Ikigoa), scriverebbero molto meglio
oggi : non essendo necessitati da la
povertà Òe la lingua, che oggi^ è
ricchissima^ ad osare quelle parole che
più non piacciono, eqoe' modi ohe son
fuggiti da' nostri orecchi ; di modo
c^e nel volto ancora del Petrarca non
si scorgerebbero q«e' pochi avvegnaché pic^
eolissimi nei, che i ben purgati
giudizj vi riconoscono. GelU. Io
credo che voi giudichiate bene, e che
la cosa stia come voi dite. Ma io voglio
andare un passo più là, e dire,
che essendo ancor vìva la lingua
nostra, e in maggiore speranza di
avere a vivere, che eUa fosse fom
ancor mai, egli non si può affermare
che la nstnra (la quale iton si
stracca e non invecchia mal, anzi, se
bene ella varia talora alquanto, è
por sempre quella medesima) non possa
e non abbia ancora a produrre de
gì' ingegni simili a loro; i qoali,
trovando la nostra lingoa in molto
maggior perfezione che non la trovmrono
i sopradetti, serivino non solamente bene
cernie qoelli, ma forse ancora
assai meglio di loro» Bartolù £
questo similmeiite mi par di credere,
essendosi veduto ne' tempi nostriche in quaiuncàe faciità, e particnlarmente ne
la architettura, pittura -e scoltura, ha
la nostra città generati aiconi che
non solo haano paseggiaU i famosi
antichi, ma forse ancora avanzatili in
^oalohe cosa» GellL Non si poò
donqoe dire dM ella sia ne lo
stato Mio>
veggendosi come di giorno in gèomo olla va «i
soo augomento; e potendosi agevdmente far
conieltara da te cose che soprareiigoDO,
ehe ella abbia ancora a farsi più
ricca e saolto più beUa. MartoU.
E q«ali Mm questo cose Gello? GeUù
Molte e molte sono, messer Cosimo; e
dae sopra tatto l'altre. L'nna de
le quali è la moltitadine grande di ei^oro
che oggi si danno, in
Firenze a la lingna latina e greca;
i quali imparando quelle con regola,
avellano dipoi ancora reg<^tamente la
nostra, e con leggiadria; e da questi
imparando gli altri, mossi da quello
ingenito desiderio ohe ha ciascuno di
non volere, in quello che egli può,
essere in maniera
alcuna soprayanzato da i suoi pari,
faranno di mane in mano la lingua
più bella più onorata, si col parlare
e si col tradurre, arrecandoci le scienzie
e V arti che elli imparano ne l'
altre lingue. L'a&tra è il cominciare
i principi e gli uomini grandi e
qualificati a scrivere in questa lingua
le importantissime cose de' governi de
gli Stati, i maneggi de le guerre
e gli altri negozj gravi de le
faccende, che da non molto in dietro
si scrivevano tutti in lingua latina.
Perché, non vi date a intendere ehe
una lingua diventi mai ricca e beila
per i ragionamenti de' plebei e de
le donniciuole, che faveUan sempre
(rispetto a lo avere concetti vilis6imi)di
cose basse: chò e' sono solamente gli
uomini grandi e virtuosi, quelli ehe
inalzano e fanno grandi le lingue;
imperocché, avendo sempre concetti nobili e
alti, e trattando e maneggiando coae
di gran momento, e ragionando bene spesso
e discorrendo sopra quelle in prò e
in contro, persuadendo o dissuadendo, accusando o lodando,
e talvolta ancora ammo- nendo e insegnando,
fanno le lingue loro copiose, onorate,
ricche e leggiadre. Per queste due cose
adunque, ancora che altre cagioni non
ci fossero, si può giustamente sperare
^M la nostra lingua abbia a essere
ancora un giorno tanto pregiata
appresso molti che nasceranno, quanto sono
oggi appresso di noi e la greca
e la latina. £ conseguentemente concludo,
che non essendo ella ancor pervenuta
a lo stato suo,
non se ne possa far regola, che in tempo non molto lungo non abbia a scoprirsi defettuosa, e non più tale quale oggi forse ci apparirebbe. Si come avviene, per esemplo, ne la pittura; dove i ritratti de
giovanetti, se bene
gli soniigliono interamente quando e' son fatti y
non vi corre però gran tempo che,
cambiandosi lo aspetto del ritratto nel farsi egli nomo, tanto varia
la effigie, che non lo somiglia più, né
apparisce più qnel medesimo. BartolL
Orsù, pongbiamo per le tante cose
allegate da te, cbe a r Accademia
non si convenga il fare queste regole
: vuoi tu però affermare al tutto,
che una persona privata e particolare,
lasciando favellare ad arbitrio loro
qualonche città e luogo de la
Toscana, senia difettargli o ripotargli da
meno per questo, non possa almanco da
i tre primi nostri scrittori e da
T uso di
Firenze formare le regole, che a'tempi d'
oggi insegnino favellare rettamente a'Fiorentini
stessi, e a chi pur volesse imitar?
GeìU. Oh questo no, messer
Cosimo; perchè io mi credo pure, che
un solo, in suo nome proprio e
non di Accade- mia,
con tutte quelle avvertenzie che voi avete dette, sicuramente
le possa fare. Bartoli, E con qoal
ordine? o in che maniera?
Geìli, Dirovvelo: ma perchè voi mi
intendiate più facil-mente, avvertite che questa lingua, come quasi tutte l'altre cose di questo mondo, ha
due parti principali; la materia, cioè, e la forma: la materia sono le parole de
le quali ella è fatta; e la forma è qod modo e quell' ordine col quale son conteste
e tessute insieme l' una parola con Y
altra, che si chiama ordinariamente la
costruzione. Di queste due parti la
materiale, o de le parole, non tengo
io per molto difficile a metterla in
regola; ancora che ella abbia forse
bisogno di lungo tempo, rispetto a lo
aversi a fare un vocabolista di tutte
le voci che si usano, come aveva
già cominciato il nostro Norchiaio, prima
che morte gli troncasse il volo. Ma
de la costruzione, o
volete dire de la forma, ne la quale consiste tutta la bellezza e la leggiadria de la lingua, e appresso
di noi è per avventura molto più dolce che ne' nostri
vicini, non so io come ella possa
mostrarsi meglio che da gli esempi
de' tre scrittori Bartolù Oh Gello,
e' mi ricorda, a questo proposto de
la dolcezza de la testura del parlar
nostro, che messer Alessandro Piccolaomini,
persona dottissima e tanto rara qaanto lo sai,
ritrovandosi in casa mia, e leggendo
aicani scritti dì questi nostri, rivoltatosi
a me, disse: come può e' mai
essere, messer Cosimo mio, che non essendo le patrie nostre più lontane
V ttna da V altra che trenta miglia, noi altri non abbiamo le
clausole cosi dolci e gli andari
tanto piani e si ordinati,
quanto gli veggiamo e sentiamo in voi
Fiorentini? GéìU. £ voi vedete bene
che tutti costoro che fino ad oggi
hanno fatto le regole del parlar
toscano, distendendosi ne le declinazioni
solamente, si hanno passato la costruzione
senza parlarne se
non pochissimo, come cosa troppo difficile e ad essi forse mal riuscibile. Laonde, circa il formarequeste regole,
non maffaticherei molto ne là prima parte; ma dichiarate le parti de la orazione, e dimostrate le declinabili
e le indeclinabili, e gli esempli de'
verbi, massimamente con quella diversità che
è tra l'uso moderno e quello che
e' dicono de' nostri antichi, me n'andrei
tutto a la costruzione.
Ne la quale, consistendovi (come ho detto)
tutta la importanzia di questa lingua,
vorrei io certamente usare
una diligenzia più là che estrema, togliendo
da' tre sopra detti tutto quel che
fusse ben detto. Il che, al giudizio
mio, solamente sarebbe quello che V
uso di oggi si ha man- tenuto;
essendo l’orecchio nostro inclinato naturalmente
a lasciar sempre le
cose aspre, dure e difficili, e seguitare le dolci e le facili. Per la qual cosa, giudicando io che oggi si favelli meglio in Firenze che in nessun
de' tempi passati, attribuisco molto a l'
uso, non di Mercato e del vulgo vile, ma de' nobili e qualificati de la nostra città, come io dissi poco di sopra. Bartoli. Questo è appunto l'
ordine stesso e il modo che il nostro GiambuUari tenne in quelle sue regole, che egli, già son tre anni, donò a lo illustrissimo signor Don Francesco
de' Medici primogenito di Sua Eccellenza. Gellù Voi dite il vero, che il GiambuUari che mi è quello amico che voi sapete, me le conferi molte volte, e massimamente
r anno passato, quando eravamo in questo maneggio: e perchè e' mi parve sempre che egli avesse trovato la vera via, e con una diligenzia maravigiiosa
fatto ciò che
fosse possibile farsi in questa materìa, però metto io a campo di nuovo lo stesso modo die egli ha tenuto.
Ma perchè non le comunica egli ora mai con
la stampa a taUe le genti che le desiderano? BartoìL Sta di buona TogUa, Geiio, che io ne Tho tanto contaminato
che egli finalmente mi ha dato non
solo esse reg(^9
ma e libera e pimia licenzia che
io ne &ccia la vof^ia mia. E cosi fra non molti giorni comincerò a fturle stampare,
che di tanto son convenuto col Torreatmo.
GM. Sollecitate dunque, messer Cosimo mi,
perché farete gran benefizio a chi desidera imparar dal buono. Maperchè
noi siamo oramai vicini a l'ora
de la nostra cena, rimanetevi con Dio,
che a casa sono aspettato.
Bartolù Dì grazia, cena con esso meco. GellL Non questa sera, messer Cosimo, che dovendo trovarmi
in un altro luogo, non posso mancar de la mia promessa.
Restate con la buona notte. BmtkdL Poi che cosi ti piace, va' ool oom
di Dio. Tanto fu, messer Pierfranoesoo mio
onorando, il ragionamento
che avete chiesto; e messer Cosimo nostro ve ne può render testimonianza: Catene adunque come di cosa vostra, che io ve ne fo un presente, e vivete felice
ricordandovi che il GeUo è vostro. Di Firenze. Come ora
si direbbe importunato, o seccato. Velia
Crusca non è con questo significato. Io non
credo, magnifico signor Consolo, prudentissimi Consi glieri, e voi altri
virtuosissimi Accademici e maggiori miei ono randi, ? che con voi, i quali sapete
i nostri ordini, e come più per imparare esercitandomi,che per insegnare ad
altri,io sia salito oggi in questo luogo,sia di bisogno che io ne faccia
seusaalcuna.Ma perchèforsequalcundiquest'altriuditoripo trebbeingiustamente
incolparmidipresunzione,essendoioil primo che dopo due si dottissimi e
famosissimi uomini, mes ser Francesco Verini filosofo eccellentissimo, e Andrea
Dazi tanto nella greca e latina lingua celebrato, sia salito sopra que sta
onorata cattedra, non vi sarà grave comportare che in escusazione e scarico mio
io dica loro alquante parole. Nobilissimi uditori, iquali tirati dalla fama dei
valenti uomini che insino a questo giorno hanno letto in questa nostra Acca
demia siate venuti qui,se ilritrovarci in cambio di quegli oggi m e, il quale
sa re i molto più atto a tacere che a parlare, v i a r recherà maraviglia,non
dovete perciò incolparmi di presunzione. Imperò che avendo ordinato questi miei
maggiori Accademici, che per esercizio nostro,per esaltazione di questa nostra
lin gua nativa,e per imparare a esprimere in quella inostri con cetti, ciascuno
di noi legga una volta quello che più gli piace, ha voluto la sorte che io sia
ilprimo a dar principio a così lode devole,eseionon me
neinganno,utilissimoesercizio.Nè debbe. Le parole e maggiori miei onorandi
mancano nella 2^ T. La 1a T., ingiustamente potrebbe. 3 La fa T.,
auditori. certamente esser preso questo se non per buono e felicissimo
augurio di questa nostra Accademia.Perciò che se le cose che fa la natura sono
più ferme e più stabili che quelle della fortuna, per procedere quella con
ordine e questa senza,ed essendo l'or. dine della natura 'andare sempre dallo
imperfetto al perfetto (si come noi manifestamente veggiamo verbigrazia ? nella
creazione dell'uomo, dove e l l a fa primieramente un pezzo di carne , il quale
è solamente animato d'anima vegetativa come le piante,da im e dici chiamato
embrione, e secondariamente infondendovi l'anima sensitiva*lo fa animale,e
finalmente gli dà l'anima razionale,la quale è l'ultima perfezione sua),dovrà
senza dubbio questa nostra impresa aver anch'ella felice successo,da che io,che
sono il più insufficiente di sì bel numero, sono il primo a darle principio. Se
dunque voi non,udirete oggi da me cosa degna de'passi spesi da voi a venire in
questo luogo,non mancherete però di venire a udire quest'altriche dopo me
leggeranno ; da i quali, per esser queglio e per natura e per professione di
gran lunga più sufficienti che non sono io, caverete tal frutto, che di que.
stie di quelli vi ristorerà largamente.La lezione nostra sarà
unluogodiDantenelXXVI capitolodelParadiso;ilquale, per trattare alcune cose del
parlare, mi è parso molto al pro posito nostro,essendo questa nostra Accademia
stata principal mente ordinata per utilità di questa lingua,o per dir meglio,
usando le parole stesse del nostro Boccaccio nella quarta gior nata,di questo
nostro fiorentino,volgare. Presterretemi adun que grata udienza come avete
cominciato, se non per altro, almeno per dare animo a coloro che dopo me
leggeranno; da i qualisenzacomparazionecaveretemaggiore dilettoSemaggior
frutto.Ma vegnamo alla nostra lezione.
La 1a T.,di quella. ? verbigrazia è della 2a T. 3 La 1a T., solamente è.
4 Nella 2a T. manca sensitiva. s La 1a T., l'ultima sua perfezione. quegli è
della 2a T. 7 La 1a T.,che io non sono. 8 La 11 T., caverete e diletto maggiore
ecc. conosciuti,dico,iviziiepurgatosi”da essi,asceseper contem
plazione sopra i cieli alla gloria de'beati. Intra i quali trovato il primo
nostro padre A d a m o, 4 come desideroso di sapere, lo . dimandò di alcune
cose ; fra le quali fu questa,che io oggi ho preso per materia del nostro
ragionamento, cioè qual fusse lo idioma o vero il linguaggio nel quale, quando
ei fu fatto da Dio,egliprimieramente parlò.Allaqualedimanda rispose Adamo in
questa maniera: La lingua ch'io parlai fu tutta spenta Innanzi che all'opra 5
inconsumabile Libero, sano e dritto 3 è tuo arbitrio, Fosse la gente di
Nembrot intenta.6 Che nullo effetto ? mai razionabile Per lo piacer uman,che
rinnovella, Seguendo il cielo, fu sempre & durabile. Avendo il divino
nostro poeta Dante, poeticamente parlando, nel suo discendere allo Inferno
conosciuto tutti i vizii e i p e c cati, che cosi per malizia e per matta
bestialità come per umana incontinenza e fragilità si possono commettere,ed
essendosene nel passare del Purgatorio in cotal modo purgato, ch'egli era
tornato1in quello stato della innocenza nel quale fu creata da Iddio l'umana
natura ; là dove la parte nostra inferiore, irra . zionale e mortale, alla
superiore, razionale e immortale, stava obbediente, nè punto ardiva la
sensitiva e carnale, dalla origi nale giustizia regolata, levarsi e combattere
contro allo spirito; tal che dal suo precettore gli fu detto: fallo fora non
fare a suo senno; | La 1a T.,che tornato era. 2Cr.Libero,dritto,sano. •La
1aT.,purgato. * La 1a T., Adam . 5Cr.oora. 8Cr.lagentediNembrotteattenta. • Cr,
affetto. 8Cr.semprefu. Opera di natura è ch'uom favella;' Poi fare
a voi,secondo che viabbella. Pria ch'io scendessi all'infernale ambascia, Donde
s vien la letizia che mi fascia. Elle*sichiamò poi,eciòconviene; Però che l'uso
umano 5 è come fronda In ramo,che sen va,ed altra viene. Da queste parole di
Adamo caviamo noi oggi tre principali conclusioni.La prima è,come la sua
linguasispenseemancò tutta, innanzi che Nembrot cominciasse a edificar la torre
; cosa molto contraria alla volgare oppenione.La seconda,la ragione perchè si
mutino i parlari. La terza, la risposta a una obie zione che se gli potrebbe
fare,dove egli adduce alcuni esem pli in confermazione di quanto egli ha
detto,come largamente si vedrà nel nostro ragionamento.Cominciamo ora adunque a
esaminare la prima,con l'aiuto di Colui dal quale depende ogni nostra
sufficienzia. Avendo l'onnipotenteIddio,nellaproduzione delmondo,creato tutte le
cose insieme con l'uomo,non perchè elle fossero in lor medesime solamente, maperchèelle
fosseroancor principio del l'altre, ciascheduna di quelle della sua specie, non
tanto nel generarle, quanto nell'instruirle e governarle,bisognò ch'egli le
.creasse nel loro perfetto essere.Dalla quale ragione mossi dis sero alcuni
dottori ebrei che il mondo fu creato di settembre; perciò che allora pare che
tutti gli alberi,insieme con l'erbe, abbianocondottoaperfezioneifruttiloro.Fu
adunque(lasciando stare l'altre cose) creato l'uomo da Dio nel suo stato più
per fetto, e in quanto al corpo e in quanto all'anima. In quanto al
corpo,sano,bene complessionato,e di età di trenta o tren
+Cr.Operanaturaleèch'uom favella. 2Cr.El. öCr.Onde. M a , cosi o cosi,
natura lascia Un : s'appellava in terra il sommo bene, Cr. El. 5 Cr. Chè l'uso
de'mortali. ancor è della 2a T. 1 6 tacinque anni, secondo la maggior
parte dei dottori, acciò che ei fusse atto alla generazione.E in quanto
all'anima, ripieno di tutte quelle scienze, alla cognizione delle quali si può
na turalmente pervenire, acciò chè ei potesse insegnare a quegli che nascessero
di lui tutte quelle cose che sono necessarie alla vita e al bene esser nostro.
Con questa cognizione pose Adamo inomi convenientiatuttelecose,secondolaloronatura;eformò
uno idioma,o vogliam dire uno parlare,con ilquale ei po
tettemanifestareaidescendentiisuoiconcetti.Ma qualfusse questa lingua, non si
sa già manifestamente per alcuno scrit tore. Gli Ebrei, come si legge ne’loro
dottori sopra lo XI del Genesi, ove il testo dice che alla edificazione della
torre di N e m brot si parlava in terra d'una sola lingua, dicono questa essere
stata la loro, ed essersi così dal principio del mondo miraco losamente
conservata intera e incorrotta (la qual cosa a nes sun'altra è avvenuta giammai
"), per avere parlato Iddio sempre -ma i a Moisè e a g l i altr i suo i
profeti in quella ; e questo è ancora confermato da loro'con l'autorità dei
loro Cabalisti,la quale può molto appresso di loro.Il che nasce dalla opinione
ch'egli hanno, che quando Iddio dette la legge a Moisè sopra ilmonte
Sinai,egli:glidesseancoralainterpretazionediquella, e gli manifestasse molti
altri profondi misterii, contenuti e n a scosi sotto la lettera di quella, si
come scrive Esdra nel suo primolibro.Ma dicano ch'egliglicomandòsch'einonscri
vesse altro che la Legge,e l'altre cose dicesse a bocca a quelli che reggevano
ilpopolo.Per laqual cosa,disceso dal monte, solamente le rivelò a losuè;e Iosuè
dipoi a i settantadue più vecchi del popolo;e quelli dipoi per ordine
successivo le re velaronoailorodiscendenti.E questadicanoesserelascienza
Cabala,che non vuol dire altro che ricevuta a bocca per suc cessione. Questa
oppenione ebrea ha molte difficultà. Primiera 1 giammai è della 2a T. ·
La 18 T., e questo ancora confermano. 3 La ja T., esso. * Cioè, dicono ; cosi,
appresso , scrivano per scrivono, e simili. 5La14T.,eglicomando.
mente,sicomescrivanoiloroTalmudisti,'e'non parech'eisia vero che questa
lingua ch'egli usano,e nella quale è scritta? la Legge, sia la lor prima e
antica lingua.Imperò che Esdra, loro sommo sacerdote, nella restaurazione del
tempio dopo la servitù Babilonica,5 temendo che se gli avveniva loro un'altra
avversità simile, la Legge totalmente non si perdesse, ragunò tutti i savi loro;
e fece scrivere quella, e ciò ch'ei sapevano appartenente a quella, in
settantadue volumi. Ne'quali si legge che, per essere stati tanto tempo in
quella servitù, mutarono molto il modo dello scrivere e dell'antica favella
loro, e tro varono nuovi caratteri e nuovi punti, i quali sono quelli
ch'egliusano oggi;equesto ancorapare,chesentaS.Girolamo nel prologo sopra i
Libri dei Re. La ragione, per la quale ei dicano che Iddio parlo in quella, non
è d'alcuno valore; i m però chè quasi tutti i loro scrittori, o la maggior
parte, sopra iProfetidicanoIddiononaverparlatomai aquellivocalmente, ma quando
egli ha voluto manifestare qualcosa o a Moisé a aglialtri,avere loro formato
nella mente uno concetto,per il quale egli hanno inteso pienamente la volontà
sua.'L'autorità Cabalistica,dalla servitù Babilonica in qua,non ha avuta molta
fede; imperò che allora molti di loro, e per la servitù, e per la loro natura
ch'è molto superstiziosa,come scrive Apuleio nel primo libro de'Floridi,
scrissero di molte cose (dicendo di averle avute da iloro Cabalisti),che sono
manifestamente contro alla lorleggeecontro alla ragione naturale;come
sileggenelloro TalmutBabilonico,ilqualenonèaltrocheunoraccoltodi sen tenzie dei
loro sapienti di quel tempo.Aggiugnesi ultimamente a questo, che secondo essi
medesimi la loro lingua, con loro insieme, ebbe così nome da Eber figliuolo di
Sem ,figliuolo di Noè , al quale nella divisione della terra toccò l a Giudea ;
il c h e ·La 1aT., pererrortipografico,ha Tamuldisti;diquilosconciodella2a, che
ha Tamulisti. 2 La 18 T., hanno scritto. i La 1a T., la Babilonica servitù. mai
è della 2a T. La 1a T., la sua volontà. delle. 6 La 1a T., I Caldei,o vero Assirii,dall'altra parte
dicono similmente che la lor lingua fu la prima che si parlasse mai ; e
certamente ellaètantosimileallaebrea,come diceSanGirolamo?nelpro logo di sopra
allegato,ch'ei si potrebbe fare coniettura ch'elle fussero già stateo una
medesima.E in confermazione di questo
adducanoquesteragioni,conl'autoritàdiBerosoCaldeo,'ediMna seae Damasceno, e
d'Ieronimo Egizio.Primieramente e'dicano che non si truovano scritture innanzi
al diluvio,se non nella lingua loro;e queste esser certe cose di astronomia,
insieme con la pre dizione del diluvio scritta da Enoc,figliuolo di Iared,bene
cin quecento anni innanzi a quello,in certi pezzi di terra cotta, ac ciò che
leacque non l'offendessero.E similmente dicano essere nel
MonteGordeo’inArmenia,incertisassi,dovedopo quellosifermò l'arca, scritte in
quel luogo da Noè in memoria di tanto caso alcune cose;"e illuogo ancor
nella loro lingua chiamarsi Mirmi Noa, che tanto vale uscita di Noè. Aggiungano
a questo,che Abramo,ilquale fu primo a dare principio al popolo ebreo, fu da
Dio primamente cavato di Caldea.Plinio pare che fusse ancor egli di questa
oppenione, scrivendo che le lettere assirie 3 Male le stampe Masea ; e la 12
T., con errore più grave, facendo di due scrittori uno solo,Masea
Damasceno.Anche nel Giambullari,Origine della lingua fiorentina
(Fir.,1549,p.19),trovasi quasi l'errore stesso, cioè Mnassea Damasceno.
Mnasea,geografodellafinedel3°sec.avantia Cristo, e Niccola di Damasco o
Damasceno, storico dei tempi di Augusto, sono citati,insieme con Beroso Caldeo
e con Girolamo Egiziano,da Giu seppe Flavio nel primo libro delle sue Antichità
Giudaiche, là dove ei parla del Diluvio. fu'circa trecento anni dopo
ildiluvio.Si che ei pare più ra gionevole, ch'ella avesse principio allora
quando ella ebbe il nome,ch'ellasifusseparlataprimatantotempo.E così,come voi
vedete, questa loro oppenione è molto dubbiosa. 1 il che fu non si legge nelle
1a T. La 1a T., S. Ieronimo. 3 La 1a T., che ella fusse già stata. 4 Caldeo
manca nella 2a T. 6 cotta manca nella 2a T. ? Giuseppe Flavio, loc. cit., lo
chiama Monte de'Cordiei. 8 alcune cose manca nella 1a T. sono eterne:la
quale non di manco non è senza molte diffi cultà. Imperò che molti istoriografi
degni di fede, e particular mente Iustino nel secondo della sua Istoria,tengono
che la prima terra che fusse abitata sia la Scizia,e conseguentemente la lor
lingua parimente sia stata o la prima. Il nostro Dante,parendogli che ciascuna
di queste oppenioni fusse dubbiosa e incerta,sicome per il testo si vede,fu
d'un altro parere diverso ; e a ciò lo indusse la esperienzia, maestra delle
cose.Imperò che vedendo egli per lescritture le lingue di tempo in tempo
variarsi, in modo tale che come egli scrive nel suo Convito) se quei che
morirono cinquecento anni sono,
risuscitatitornasseroallelorocittadi,eicrederebbonoche quell
fosserodastranegentioccupate,perlalinguadaloro discor dante.E non potendo però
per questo persuadersi che dal prin cipiodelmondo allaedificazionedellatorre
diNembrot,dove corsero circa due mila . anni, sempre si conservasse un m e d e
simo modo di parlare, induce Adamo a rispondere che quella lingua,la quale
eiprimieramente parlò,sispense e mancò tutta, innanzi che le genti di Nembrot
cominciassero a edificare la torre. Per la quale risposta si può chiaramente
vedere che il libro Della volgare eloquenza,tanto da alcuni Lombardi lodato,e
tra dotto (per dire come loro) in lingua italiana, non è di Dante, ma da
qualcuno altro stato cosi composto,e col nome di esso Dante mandato fuora.Con
ciò sia cosa che quivi sidicas che la prima lingua,che parlasse Adamo,fuquella
che usano oggi gli Ebrei, e che ella durò insino alla edificazione della torre
di Nembrot ; dove qui dice Dante il contrario. Oltr'a di 5 La 1a T., 022
que sto, quivi si biasima il parlare fiorentino, il quale Dante nel suo Convito
loda massimamente. Le quali contradizioni non credo iomai che Dante non avesse
vedute, o vedutole, accon 1 La 1a T. ha soltanto stata . ? Le stampe hanno
dalloro ;ma parrebbe qui meglio convenire dalla loro. i della torre, manca
nella 2a T. *La 1aT.,dumilia. dice . sentite e scritte.E questo basti per
intelligenza della nostra prima conclusione.Or vegniamo alla seconda: Che nullo
effetto 1 mai razionabile, Per lo piacere uman,che rinnovella Seguendo il
cielo, fu sempre ? durabile. Rende la ragione Adamo perchè si mutino e variino
i par lari; e comincia da questa dizione che, dicendo che nullo effetto
razionabile,cioè nessuna cosa fatta dall'uomo, il quale si chiama animal
razionale,per lo piacere umano,cioè per il desiderio e per
loappetitoumano:questovocabolopiacerehanellanostra lingua duoi significati;
primieramente e'si piglia per ogni sorte di diletto; e appresso, perchè a tutte
quelle cose che noi de sideriamo, ottenute che noi le abbiamo, ne seguita la
diletta zione e il piacere, ei si piglia ancora per il desiderio e per
loappetitochenoiabbiamodiunacosa;sicome noiveggiamo usarlo dal Boccaccio in
molti luoghi,e particularmente nella novella di Rustico e di Alibec,dove ei
dice:cheper disporla a' suoi piaceri, cio è alle sue voglie: ed in questo
significato l'usa qui Dante, dicendo:per lopiacere umano,cioè per ildesiderio
umano,che sirinnova esimuta,seguendo ilmoto del cielo, fu sempre durabile.E qui
con grandissima arte egli aggiunse sempre; imperò che ei si truovano molti
effetti dell'uomo, si come sono le scritture,le statue e la fama, Che trae
l'uom del sepolcro e'n vita il serba, come
disseilnostroPetrarca,lequaliduranotantotempo,che gli uomini,per non vedere
ilfineloro,l'hanno chiamate eterne; ma non però sono durabili sempre.La qual
cosa mirabilmente espresse Dante medesimo in un altro luogo, dicendo: Tutte le
vostre cose hanno la morte 3 Come che voi;* ma celasi in alcuna Che vive 5
molto, e le vite son corte. 1 Cr.affetto. 2Cr.semprefu. ö Cr.Le vostre
cose tutte hanno lor morte. i Cr. Siccome voi. 5 Cr. Che dura. E
cosiharendutolaragioneperchèiparlarisimutino.Ma per maggiore intelligenza di
questa sua ragione, è di necessità vedere per quello che l'uomo si chiami
razionabile,e in che modo le sue voglie, seguendo i moti del cielo, si mutino.
D e vetedunque saperecheilCreatorediquestouniverso,perfarlo più bello ch'ei poteva,
fece in quello di ogni sorte creature ; e quelle dispose tra loro con tanto
ordine,cominciandosi dalla prima materia che riceve lo essere di tutte le
cose,e salendo di grado i n g r a d o in s i n o all'ultima forma, ch'è Iddio,
il quale 1 dà l'essere a tutte,che ifilosofi l'assimigliarono a i numeri;i
quali sono tra loro disposti con tanto ordine, ch'ei non si può tra loro
inframettere unità alcuna senza variargli. Intra queste cose, alcune o
furono da lui fatte perfette, e alcune imperfette. Perfette si chiamono :
quelle che furono da lui create incor ruttibili,e in certo modo eterne, ed
ebbero tutte le perfe zioni che si convengono alla loro natura insieme con lo
essere, sì come sono, infra i corpi, i cieli, e infra gl'intelletti, quello dell'angelo.Imperfette
poi si chiamono quell'altre,che furono da luicreate corruttibili e mortali,e
che non ebbero da prin cipiotuttalaloroperfezione,ma sel'hannoacquistataconil
moto e con il tempo,e oltr'a questo sono sottoposte a tutte le alterazioni che
arrecano seco imoti celesti; si come sono, tra i corpi, le piante e gli
animali, e tra gl'intelletti, quello del l'uomo,per essere col suo corpo
mirabilmente unito.E questo fece il sommo Fattore, perchè a questo universo non
mancasse alcuna sorte di creature, acciò che le perfette con la loro bel lezza
e perfezione di natura ci tirassino alla contemplazione di esso Iddio sommo,e
le imperfette, poste a lato a quelle,ci ren dessino la loro bellezza più
maravigliosa e più desiderabile. L a qual cosa veggiamo noi che usano ancora 6
nei loro canti i m u . sici,mescolandovi delle consonanze imperfette, perchè
quelle r e n dino poi le perfette più dolci e più grate a gli orecchi de gli
iLa 1aT.,che. 2 2a T., alcune ne furono. 3 La 1a T., chiamo io. * La 1a T.,
Imperfette chiamo io ecc. 5 La 1a T., che ancor fanno. ascoltanti.Ma perchè questo sommo benefattore
e padre volle che ogni cosa potesse acquistare la perfezione sua, dette a cia
scuna un valore e una virtù per la quale ad essa si conducessi, e una voglia e
un desiderio ardentissimo che a quella le ti rassi; si come agli elementi uno
valore che gli spigne a quei luoghi dove ei sono sempre perfetti, come alla
terra lo andare alcentro,ealfuocoalconcavodellaluna,làdoveegliève ramente
fuoco; (imperò che,come noi abbiamo da Aristotile nel primo delle Meteore,
questo che noi veggiamo non è fuoco, m a è una soprabbondanza di calore,sicome
è ilghiaccio nell'acqua una soprabbondanza di freddo); e alle piante uno
principio in trinseco,' per il quale elle si nutrissero ed aumentassero e po
tessero generare dell'altre simili a loro;? e agli animali uno principio di
moto intrinseco, per il quale ei potessero fuggire quelle cose che fossero
nocive e disconvenienti alla natura loro, e seguir quelle che fosser loro
salutifere e convenienti, insieme con un desiderio innato che gli spingesse a
cercarle. Questo principio nelle piante e negli animali è stato chiamato dai
filo sofi natura, che altro non vuol dire, che quella potenza onde ha origine e
principio quel moto,per il quale egli acquistano le loro perfezioni.E
desiderando similmente ancor che l'intel letto dell'uomo acquistasse la sua
perfezione, gli diede una po tenza o vero facultà, con la quale ei potesse
similmente acqui starla,chiamata dai filosofi discorso o vero ragione.Imperò che
l'intelletto dell'uomo non ha da natura altra cognizione che quella dei primi
principii,insieme con ildesiderio dello inten dere,ch'è lasua
perfezione:iquali,sìcome noi abbiamo da Ari stotile nel quarto della sua Prima
filosofia,' sono le conclusioni che sono parimente chiare e note a tutti
gl'intelletti, subito ch'egli hanno inteso itermini loro,come sarebbe
questa:egliè impossi bile che in un medesimo tempo una cosa medesima sia e non
sia; perchè ciascuno intelletto,subito ch'eisa che cosa è essere,e che 1La
1aT.,uno intrinsecoprincipio. ? La 1a T., dell'altre a loro simili. 3 La 1a T.,
valore. 4 La 2a T., della sua Filosofia. 40. Vol.II. cosa è non essere,sa
che questa conclusione è vera per proprio lume intellettuale, e non l'impara
per esperienza o per esercizio alcuno. Onde bendisse il nostro Dante nel suo
Purgatorio: Da questa cognizione intellettuale de iprimi principii,come da cosa
nota,partendosi l'intelletto dell'uomo,con una potenzia ch'egli ha va
discorrendo e raziocinando (se così dir si puote) all'intelligenzia delle cose
ch'ei non intendeva,ed empiesi di intelligibili,doveprimaeracome una tavola
rasa;ecosìviene ad acquistare la sua perfezione. Questa potenzia nella nostra
lingua si chiama ragione; e da lei è l'uomo poi chiamato ra zionale, così come
quell'altre cose, che io prima vi dissi, per acquistare la loro perfezione con
la natura, son chiamate n a turali. Questo nome razionale ? non si può dare
all'Angelo, a n cora ch'egli abbia lo intelletto,per essere quello • d'una
natura pura intellettuale; la quale fu creata da Dio con tutte le sue
perfezioni, cioè piena di tutte le specie intelligibili (onde non
sel'haacquistare conalcunasuaoperazione,comel'uomo);e che oltra di questo è 8
di tanta virtù,che quando Iddio gli a p presentasse qualche nuovo
intelligibile, ei lo intenderebbe s u bito per semplice lume
dell'intelletto,nel modo che intendiamo noi iprimi principii,e senza alcun
discorso,e tutto perfetta menteinunoinstantee in uno tempo
indivisibile;enonprima una parte e poi l'altra, si come fa l'intellettonostro
ne l’in tender suo,o per non essere di tanta perfezione; m a farebbe in quel
modo che fa uno lume,quando egli è portato in una stanza buia, che la illumina
tutta in uno istante, e non prima una parte e di poi un'altra. E per questo
dicano alcuni teologi che gli Angeli che peccarono non si sono mai potuti
pentire ; i m p e r ò c h e ne l'intender suo, non è nella 1a T. Però là
onde nasca 1 l'intelletto Delle prime notizie, uomo non sape. 1Gr. vegnd . ? La
1a T. manca di questa parola. 3La1aT.ha:perchèegliè.
·La18T.,enonsel'haavuteacquistare. 5La1aT. hasolo: Oltra a di questo egli è ecc.
intendendo quegli ciò ch'egl'intendano per semplice 'apprensione
d'intelletto, lo intendano immutabilmente, e senza mai potere variareemutare
illoro intendimento;sicome ancora noi non possiamo mutarci di quelle cose che
noi intendiamo per semplice lume d'intelletto, come
sonoiprimiprincipii;ilchenon avviene di poi di quelle che noi intendiamo per
discorso di ra gione.E peròsichiama l'Angelo creatura intellettuale, el'uomo
creatura razionale e discorsiva. E perchè,in quanto al corpo, l'uomo è composto
di questa materia elementare della quale sono composte tutte le altre cose
sotto la luna, la quale m a teria è obligata e sottoposta alle alterazioni che
inducano i moti celesti in lei,egli è da quegli insieme con l'altre cose di
versamente disposto.Onde cosi come la terra altra disposizione riceve dai cieli
il verno, quando ella ha a corrompere i semi e generare le cose, e altra la
primavera, quando ella si ha a vestire di erbe e di fiori, così la complessione
nostra altrimenti è disposta in uno tempo,e altrimenti in un altro;onde l'anima
nostra razionale,in quanto ellaè fondata in su questa nostra complessione
corporale,altre voglie ha in un tempo,e altre in un altro. Imperò ch'ella è
tanto mirabilmente unita con quello,che l'operazioni che ancor totalmente
dependono da lei mentre ch'ella è in esso corpo, si attribuiscano al tutto;
onde dice il Filosofo nel primo Dell'anima, che chi dicesse : l'anima mia
odia,o l'anima mia ama, sarebbe come dire:l'anima mia fila,ol'animamiatesse.E
seciònonfusse,cioèchel'anima seguisse la disposizione del corpo,egli ne
avverrebbe,sicome apertamente pruova Galeno in una operetta ch'ei fa di questa
materia, che l'operazioni degli uomini sarebbero tutte a un modo medesimo;3di
che manifestamente si vede il contrario. Imperò che le anime nostre nella loro
sustanzia,e,come dicono questi teologi, in puris naturalibus, sono tutte in un
medesimo modo e d'una medesima virtù;ma pigliano poi diversi costumi, secondo
la complessione de'corpi ne'quali elle sono incluse,
1La1aT.,perunasemplice. 4 La 1a T.,con manifesto errore,mutabilmente. 3La1aT., a
un modo. e hanno diverse voglie, secondo che quegli si variano per
i moti celesti.E questo basti per la seconda parte del nostro ra gionamento. Or
vegniamo alla terza e ultima. Risponde dottissimamente in questa ultima parte
Adamo a una tacita obiezione, che se gli sarebbe potuto fare; la quale
Ma,cosiocosi,naturalascia Poi fare a voi secondo che v'abbella. Per le quali
parole voi avete a considerare che l'uomo è c o m posto di due nature,o vogliam
dire di due parti;con l'una delle
quali,laqualeèl'animaincorporea,immortale,razionalee li bera,egliè simile
alleIntelligenzie celesti;econ l'altra,laquale è
ilcorpomortaleeirrazionale,èsimileaglianimalibruti.E ciò fu dalla natura fatto
con mirabile artificio; imperò che avendo ella fatto in questo universo delle
creature irrazionali,corporee e mortali, e delle razionali, incorporee e d i m
mortali , e non volendo che siandasse da l'uno estremo all'altro senza mezzo,le
fu necessario fare l'uomo, che con una parte communicasse con 1 Opera di
natura3 è ch'uom favella; può,non leggesi nella 2a T. ? naturale, manca nella
2^ T. 3 Cr. Opera naturale. è questa. Potrebbe dire alcuno:A me non pare che
questa tua ragione, Adamo,conchiuda e sia bastante;imperò che tudi'che iltuo
parlare mancò per essere effetto dell'uomo, e gli effetti dell'uomo col tempo
mancano tutti,per esser esso uomo ,ch'è la loro causa ,
caducoemortale;enessunoeffettopuò esseredimaggiorperfe zione che la sua causa.
Questo è ben vero, che gli effetti che procedano semplicemente dall'uomo non
sono sempre durabili; m a il parlare non è di questi. Imperò che non è suo effetto
totalmente, ma è sua propietà naturale;' le quali così fatte pro pietànon
siseparano mai dallaspecie loro,sìcome lacalidità dal fuoco, e la frigidità
dall'acqua. Dunque come di'tu ch'ei mancasse per esser suo effetto ? Alle quali
parole così risponde Adamo: queste, e con un'altra con quelle . E
però il parlar suo, insiem e con l'altre sue operazioni, si può similmente
considerare in due modi. Primieramentesi può considerare come sua proprietàna
turale; e questo è il parlare istesso in genere,non si ristrignendo
piùaunomodocheaunoaltro;'einquestomodoeglinon mancherà mai all'uomo,ma sempre
che saranno uomini,sempre parleranno;e di questo non parla qui
Adamo.Secondariamente si può considerare come cosa dependente dalla parte
libera e r a zionale dell'uomo ; e questo è il modo del parlare (e non il par
lare),come sarebbegreco,latino,o toscano;e in questo modo è egli effetto
dell'uomo, e variasi e mutasi secondo che pare a gli uomini.E però disse il
Filosofo che i nomi sono stati posti alle cose,secondo ch'è piaciuto a gli
uomini.E questo è quello chedicequiAdamo,chemancòemutossi.Onde diceneltesto:
Opera di natura è ch'uom favella, cioè : egli è cosa naturale all'u o m o il
parlare ; m a così o così, m a più in questo modo che in quello,natura lascia
poi fare a voi, secondo che vi abbella, cioè secondo che vi piace;chè cosi si
gnifica questo verbo.Il quale è verbo provenzale,che a quei tempi era in uso ;
e dal medesimo Poeta ancora fu usato,? nella medesima significazione, nel
Purgatorio in persona di Arnaldo di Provenza, che fu nei tempi suoi compositore
molto famoso, sì come noi veggiamo per le parole del Petrarca ne'suoi Trionfi.
E così è soluta questa obiezione.Ma per maggiore dichiara zione di questo
testo, voglio che noi veggiamo per quello che il parlare sia stato dato dalla
natura solamente all'uomo, e non ad alcun'altracreatura,ese
egliènecessarioono;imperò che la natura, così com'ella non manca mai nelle cose
necessarie, non abbonda ancora mais nelle soverchie. ' La 1a T., non si
ristrignendo più a questo modo che a quello. 1La 1aT.hasolo:ancorausato.
Avendo la naturà fatto l'uomo, in quanto al corpo, il più imperfetto e debole
di alcun altro animale (il che forse le fu 3 ancora mai, non è nella 1a
T. forza, per volerlo fare più prudente che alcun altro,donde gli
bisognò farlo di più temperata complessione),ne avviene che ogni minima cosa
l'offende; il che non fa così agli altri animali.Oltr'a di questo,avendogli
dato lo intelletto in certo modo imperfetto e ilminimo tra le intelligenze,come
noi abbiamo dal Filosofo nel libro Dell'anima,e desiderando ch'ei potesse
conseguire la perfezione e dell'uno e dell'altro,le fu necessario concedergli
il parlare, con il quale ei potesse chiedere i bisogni del corpo, e apparare le
cose necessarie alla perfezione dell'anima. Voi
vedete,inquantoalcorpo,ch'einasceignudo,ehassia ve stire della pelle degli
altri animali, a procacciarsi il cibo, e a fabricare le case,dov'ei possa
difendersi da quegli incommodi che arrecano'seco le varie stagioni
de'tempi.Vedete ancora di poi,in quanto all'anima,che gli bisogna apparare
molte cose,se non necessarie allo essere,almanco al bene essere della sua vita,
senzalequaliellasarebbemiseraeinfelice.Ilchenon avviene a gli altri animali;'
perciò che ei sono vestiti dalla natura, e per tutto truovano i cibi
convenienti alla lor vita ; e senza alcuno maestro, ma solamente da naturale
instinto guidati, si sanno fare le case, e ciò che fa loro di mestieri a
conservarsi. Vedete la rondine, che quando viene il tempo di fare i suoi
figliuoli, sa per natura fare il nido ; e di poi, veggendogli nati
ciechi,vaacercare lacelidonia perguarirgli. E le formiche similmente sono da
lei spinte,quando ifrumenti sono sparsi su per l'aie, a pigliarne e riporgli
nelle lor buche. Che bisogno adunque avevano glianimali di parlare? Chè, seeisono
d'una specie medesima,hanno bisogno di sìpoche cose, e tutti a un modo,e son
spinti dalla natura a cercarle:e se ei sono di varie specie,non
convengonoinsieme. Ma all'uomo è egli certamente stato necessario ;imperò che
egli ha bisogno di tante cose,e quanto al corpo e quanto all'anima,che nessuno
se le può procacciare per sè solo; e però è stato bisogno che si accozzino
insieme molti, e che l'uno sovvenga al bisogno dell'altro. Il che non 4 La 1a
T., Il che a gli altri animali non avviene. 2 La 1a T., è dalla natura spinta a
cercare. 3 La 1a T., hanno di sì poche cose bisogno. si saria potuto fare
senza questo mezzo del parlare,con ilquale l'uno possa manifestare all'altro i
suoi bisogni ; e per questo la natura l'ha dato solamente all'uomo,come quella
che non manca mai'nellecosenecessarie.E peròèquichiamatodalPoetail parlare
operazione naturale dell'uomo, cioè necessaria alla n a tura sua.E se alcuno mi
opponesse,dicendo che ci sono an cora de gli animali che parlano,si come gli
stornegli, le gazze, i papagalli,e non solamente l'uomo,si risponde che il loro
non èparlare,ma èunaimitazionedivoce;imperòcheeinonin tendono ciò che ei
dicano,e dicano sempre quelle parole che egli hanno nell'udire imparate,o a
proposito o no ch'elle si sieno. E se alcun altro dicesse : C o m e di'tu che
il parlare è solamente dell'uomo ?non abbiamo noi nelle sacre lettere,in molti
luoghi, ch'e'parlanoancoragliangeli?dicocheilparlarenon s'appar tiene
all'angelo,come angelo.Imperò che gli angeli sono spiriti, e sono loro
manifesti iconcetti l'uno dell'altro; ma se eglino alcuna volta hanno parlato,
ei l'hanno fatto per manifestarsi a noi e per bisogno nostro, e hanno preso
corpi, dal ripercoti mento de i quali hanno formate le voci o vero suoni,e con
la lor virtù le hanno poi terminate e fatte significative; si come ei fecero
nell'asina di Balaam, la quale coi suoi strumenti natu rali faceva la voce,e
l'angelo la terminava e faceva significativa. Avete du nque veduto come il parlare
è solamente dell'uomo, e com'ei sia sua operazione e proprietà naturale. Della
qual conclusioneioprobabilmentecavo una particularlodedellano stra
lingua;equesta siè,ch'ellasiapiùpropria all'uomo,che alcun'altrachesiparli.E
chequestosiailvero,lopruovocosì. Tanto quanto una operazione è all'uomo più
propria e secondo la sua natura, tanto glièanco più facileemen faticosa; il parlare
nostro gli è men faticoso e più facile che alcun altro; a dunque gli è più proprio,
e più secondo la natura sua.E che La 1a T. ha:imperò cheei no nintendonociòcheeidicano,cheèil
propriodelparlare.E cheeisiailvero,avvertitechee'diconosempre quelle parole
ecc. i La fa T.,che mai non manca. ? La 1a T., gli storni.
questosiailvero,ponetementechenessunalinguaèpiù fa cile a imparare,che la
nostra.Pigliate uno che non sappia altra lingua che
lasua,emenateloinTurchia,nellaMagna,fraSpa gnuoli,Francesi o Schiavoni,o tra
quale altra gente sivoglia; e poi lo menate tra noi. Voi vedrete (e questo ne
dimostra la esperienzia) ch'ei non imparerà di qual si voglia lingua tanto in
uno anno, quanto ei farà della nostra in uno mese. Il che non avviene per
altro, che per la facilità d'essa, e per la pro prietà ch'ella ha con la natura
umana.Un'altra cagione si po trebbe forse ancor dire che fusse quella, per la
quale questa nostra lingua s'impara così facilmente.E questa siè,per avere
tutte le sue parole che finiscono in lettere vocali ; le quali per essere, come
scrive Macrobio, quasi che naturali all'uomo, si mandon più facilmente alla
memoria che l'altre,e ancora più lungamente si ritengono.Donde nasce forse
ancora quella m a ravigliosa bellezzach'ellaha, scrivendo Quintiliano,chequante
più lettere vocali ha una parola, tanto è più dolce e più grato il suo suono.
Seguita Adamo ilparlar suo;e per confermazione delle cose ch'egli ha dette
adduce per esemplo,che innanzi ch'ei morisse, gliuominimutaronoilnomeaDio;edoveprimalochiama
vano Uno,gli posero nome El.Nelle quali parole ei fa quella bellaargomentazione
cheilogicichiamanoamaiori;laquale io credo che noi potremo ? chiamare dalla
parte più importante. Fa dunque Adamo questa argomentazione, per volere provare
che la sua lingua mancò, dicendo: Se Iddio, il quale è sola mente stabile e
immutabile in tutto questo universo, a mio tempo mutò nome, che credete voi che
facessero l'altre cose, le quali sono in sempiterno moto e continuamente si
variano ? Di poi dice che noi non ci debbiamo maravigliare diquesto; con ciò
sia cosa che l'uso umano continuamente si muti e si varii in ciascuna
operazione nostra. E assomigliandolo alle frondi, fa una comparazione tanto
dotta e tanto bella, che io 1La1aT.,eifaunaargomentazione. 2 Così le
stampe; ma forse la lezione vera ha da essere potremmo. 3La
1aT.hasolo:conciòsiachel'usoumanocontinovamentesimuta. Pria ? ch'io scendessi
all'infernale ambascia, cioè: prima ch'io morissi e discendessi nel
Purgatorio,o vero nel Limbo,dove andavano tutte l'anime di coloro che crede
vano l'avvenimento di Cristo.Ambascia è quella infermità che iGreci e iLatini
chiamano asma,e ancora da noi toscanamente si chiama asima;la quale è una
difficultà di alitare, che, se condo Aezio nell'ottavo, nasce dall'avere
ristretti i meati del polmone (cioè quei luoghi dove passa lo spirito a
rinfrescamento del cuore),e ripieni di materie grosse eviscose;'o veramente
nasce da debolezza di virtù naturale. Galeno nel quarto libro
De'luoghiinfettidicech'ellapuòancorprocedereda infiamma zione di cuore;e dà lo
esemplo di coloro che hanno la feb bre,e di coloro che si sono affaticati nel
correre, i quali, per avere acceso ilcalore nel cuore ed eccitatolo,'patiscono
que sta difficultà di respirare. E perchè ancora coloro che sono rinchiusi in
luoghi che non abbino esito,o son ripieni di vapori grossi, patiscano questa
difficultà, si dice per similitudine che gli hanno l'ambascia. Ora perchè
ilLimbo,come voi avete da Dante medesimo, è un luogo appiccato con l'Inferno
nel ventre della Terra; e ne'luoghi che sono sotterra,per esser ripieni di
vapori,che il sole continuamente tira da quella, si respira con difficultà,
dice qui Adamo: Pria ch'io scendessi all'infernale ambascia, cioè,al Limbo tra
gli altri santi padri.Questo luogo ancora nelle sacre lettere è chiamato il
seno di Abramo ; e la cagione è , perchè Abramo fu il primo,che lasciati
gl'Idoli venissi al cultos perme nonsapreichealtralodedarmele,senondirech'ella'
è di Dante ; perciò che io non ho mai visto ancora autore al cuno che in questo
l'avanzi.Dice adunque il testo: 1 La 18 T., che dire ella ecc.
?Malela2aT.,Prima.3 La 1a T.,di materia grossa e viscosa. La 1a T., escitatolo.
5 La 1a T., venne al vero culto. di Dio;onde gli fu promesso che
del seme suo uscirebbe la redenzione del mondo. E però coloro che
morivano,andando in questo luogo, si diceva che gli andavano a riposarsi nel
seno di A b r a m o, cioè nella promissione che fu data da Dio ad Abramo. Dice
adunque Adamo: pria ch'io scendessi a questo luogo,il sommo bene, cioè Iddio,
Donde vien la letizia che mi fascia, cioè, da cui viene la mia beatitudine
(imperò che, come noi a b biamoin San Giovanni alXVIIcapitolo, altrononèvitaeterna
chevedereIddio), era chiamato dagliuominiUno.Ilqualenome
glifupostodaqueglipersimilitudine,eper alcune proprietadi cheha l'unità con
Dio,sìcome è,essere semplice,indivisibile, non essere numero, ma principio di
tutti,e mantenere tutte le coseinessere;perchè,come voi avete da
Boezio,tantoèuna cosa,quantoellaèuna;lequalituttecosesonoinDio.Im però che egli
è semplice e indivisibile; non è alcuna di queste cose che noi veggiamo,ma
principio di tutte,e mantienle in essere continuamente ; e molte altre
proprietà simili al l'unità , comesileggenelladottrinapitagorica.E
perògliposerogli uominiquestonomeUno;perchènonpotendoporglinomi che
significassero la sua sustanzia (perchè nessuno conosce il Padre , se non
ilFigliuolo,come noi abbiamo in San Matteo allo XI ), gli ponevano di quegli
che significano ? qualche sua proprietà. Dipoi,lasciandoquestonome
Uno,lochiamaronoEl,cioèDio; il quale nome gli fu ancora posto per una proprietà
sua. I m però che considerando gli uomini la maravigliosa potenza de le opere
sue, lo assimigliarono a l'ardere del fuoco, non si ritro vando infra
l'operazioni delle cose naturali potenzia alcuna che superiquelladelfuoco.Onde
diceiltesto:Ellesichiamdpoi. Avvertite che tuttiitesticheiohovistidicano:Eli
sichiamo poi; ilche non può stare;imperò che Eli vuol dire Iddio mio; 1 La 28
T., ha ;ma la lezione è mal sicura,poiché il passo nella stampa è guasto, e
potrebbe non essere stato emendato interamente nelle correzioni a detta
edizione. In quella del Doni, le parole a l'unità mancano. La fa T., significavano.
donde la sentenza non quadrerebbe a dire:ei si chiamò poi Iddio mio.Anzi
sichiamò El, che vuol dire Iddio.E per fare il verso intero disse Elle,e non
El,come ei devea;e usò qui lo Elle in quel modo ch'egli usò nel XXIII canto del
Pur gatorio lo m , dicendo : Ben avria quivi conosciuto l'emme. Questo nome El
fu ancora posto a Dio per una sua proprietà; perchè tanto è adireEl,quanto
potenteeconservatore.E per questa cagione una gran parte degli angeli,per
essere stati da Dio ordinati e deputati a governare e mantenere questo uni
verso,hanno incluso nel nome loro questo nome diIddio El; nè senza quello si
possono nella ebraica lingua proferire, si come è Gabriel,che vuol dire grazia
o vero virtù di Dio, Raf fael,medicina di Dio,e così va discorrendo de gli
altri.La qual cosa non è senza gran misterio,come potrà ben vedere chi vorrà
diligentemente esaminarla nel santissimo Reuclino e nell'uni
versalissimo'Agrippa.Di poiseguitailtesto:eciòconviene,e questa è cosa
conveniente;però che l'uso umano Dottissimamente e con grande artificio
assomiglia il Poeta i c o stumi dei mortali alle fronde.Imperò che,come
voisapete,le fronde si generano e cascano da gli alberi per la disposizione che
fa il sole con l'altre stelle, appressandosi o discostandosi da quegli; e così
le nostre voglie, sì come noi abbiamo a suf ficenzia di sopra dichiarato, si
mutano e si variano secondo la disposizionecheilcieloinduceneinostricorpi.E
questobasti per dichiarazione di questo testo. Se altra volta ne fia data occasione,noi
c'ingegneremo di sodisfarvi maggiormente per la grata audienza che voi ne avete
prestata; della quale somma mente vi ringraziamo. 1 La 1a T., e
universalissimo. Grice: “The issues Gelli addresses are interesting, but hardly
Oxonian.” Grice: “Gelli is considering ‘our tongue’ (nostrra lingua) and
conversing on how difficult it is to set it to rules – not impossible, though.
Cf. my procedures. Gelli is confused about ethnicity. The Roman ethnicity is
different from the Latin ethnicity, -- or rather the Latin ethnicity involved
more than the Roman ethnicity – yet he uses freely and undistinnctly ‘lingua
romana’ and ‘lingua latina’ – or ‘latino’ meaning sermone – otherwise, he
refers to ‘i romani’ – never to ‘I latini’ – the thing is – with who is he
contrasting them? With the fioreusciti fiorentini like himself, the flourished
Florentines – lingua fiorentina – but he seems to prefer lingua toscana – he
accepts that lingua napoletana is quite a different thing, since he himself
cared to translate from ‘lingua napoletana’ to ‘lingua toscana’ – more
interestingly, he is into Toschani (thus spelled) --. And here comes the myth
which some have called evangelist. Etruria as the cradle of Tuscany, and Hebrew
and Adam’s tongue as the ‘lingua primigenia’. Gelli is clear about the nature
of language – made for ‘uno possa manifestare all’altro i suoi bisogni. Like
Plato, he revels in the dialogic form, of a cooper with his own soul – what
about Boezio and Cicerone, he asks. They are different. Cicero tried to ENRICH
(make piu ricca) the lingua he thought was the ‘piu bella del mondo’ – Boezio
the same. But the Toschani are not Romani – and so the cooper can do as he
wishes!” Giovan Battista Gelli. Gelli. Keywords: sulla difficultà di mettere in regole la nostra lingua, lingua,
linguaggio, Grice on English, idiolect, dialect, Language, ---. Noe – origine
della lingua, la lingua di Adamo – la lingua fiorentina -- Accademia agli Orti
Oricellari; Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gelli” – The Swimming-Pool Library.


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