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Thursday, April 4, 2024

GRICE E GELLI: L'IMPLICATURA CONVERSAZIONALE DELLA DIFFICULTÀ DI METTERE IN REGOLE LA NOSTRA LINGUA -- FILOSOFIA ITALIANA -- LUIGI SPERANZA

 

 

Grice e Gelli: l’implicatura conversazionale della difficultà di mettere in regole la nostra lingua – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo. Grice: “I like Gelli; he is a difficult philosopher, in a typical Italian fashion, mixing semiotics, philosophy, philology, and literature! His reflections on Adam’s tongue (lingua adamitica) is genial – and he proposes a distinction, which I often ignored, as Austin did, between ‘sweet language’ (lingua dolce, qua expression, or materia) and ‘content’ (forma) – The issue was central for Italians: Tuscan Italian was THE lingua because it was the sweetest – at least to Florence-born Gelli’s ears!” “Ricordati un poco di Matteo Palmieri, che era tuo vicino, che fece sempre lo speziale, e non di manco s'acquistò tante lettere ch'e' fu mandato da' Fiorentini per imbasciadore al Re di Napoli; la quale degnità gli fu data solamente per vedere una cosa sì rara, che in un uomo di sì bassa condizione, cadessono così nobili concetti di dare opera agli studi, senza lasciare il suo esercizio; e mi ricorda avere inteso che quel re ebbe a dire: pensa quel che sono a Firenze i medici, se gli speziali vi son così fatti.”. Figlio di Carlo, un agiato mercante di vini originario di Peretola e trasferitosi a Firenze col fratello, nacque in San Paolo.  Esercita per tutta la vita il mestiere di calzolaio e studia filosofia da amateur – cf. Grice, “Gioccatore di cricket amateur e filosofo profesionale” -- Discepolo di Francini, Verini, 3 Ficino e poeta di ispirazione savonaroliana, e vicino alla filosofia piagnona, participa, anche se in disparte, alle riunioni dell'Accademia, agli Orti Oricellari. Fedele a Cosimo I, ricopre cariche pubbliche di scarso rilievo, dapprima in qualità di magistrato delle arti, poi come membro del collegio dei dodici Buonomini, organo consuntivo del governo mediceo. Membro degli Umidi. Ne approva la trasformazione in Accademia Fiorentina l'anno successivo e ne fu console. Ivi tenne la sua prima lezione, commentando un passo sulla lingua di Adamo, tratto dal canto XXVI del Paradiso di Dante. Tenne saltuariamente lezioni su Dante e Petrarca. Le sue opere più famose sono I capricci del bottaio, ragionamenti fra un bottaio e la propria anima (inserito nel primo indice dei libri proibiti) e La Circe, un dialogo fra Ulisse e i propri compagni trasformati in animali. Tra le tesi sostenute nelle sue opere vi sono quelle della discendenza diretta da Noè dei fondatori di Firenze, dovuta probabilmente all'influenza sul Gelli degli “Antiquitatum variarum volumina XVII”; un falso confezionato da Annio da Viterbo, e quella della superiorità della lingua fiorentina sulle altre.  --- nominato da Cosimo I lettore ordinario della Commedia presso l'Accademia e recita nove letture dantesche, pubblicate con cadenza annuale, che ebbero grande influenza sugli interpreti di Dante durante tutto il Cinquecento fiorentino. Altre opere: “L'apparato et feste nelle nozze dello Illustrissimo Signor Duca di Firenze et della Duchessa sua Consorte”; “Egloga per il felicissimo giorno 9 di gennaio nel quale lo Eccellentissimo Signor Cosimo fu fatto Duca di Firenze”; “La sporta” “Dell'origine di Firenze”; “I capricci del bottaio”; “La Circe”; “Ragionamento sopra la difficultà di mettere in regole la nostra lingua”; “Lo errore”; “Polifila”; “Lezioni pubblicate”; “Il Gello sopra un luogo di Dante, nel XVI canto del Purgatorio della creazione dell'anima rationale”; “La prima lettione di Gelli fatta da lui l'anno, sopra un luogo di Dante nel XXVI capitol del Paradiso”; “Il Gello sopra un sonetto di M. Franc. Petrarca”; “Il Gello sopra que'due Sonetti del Petrarcha che Lodano il ritratto Della Sua M. Laura” “Il Gello sopra ‘Donna mi viene spesso nella mente’ di M. F. Petrarca, Tutte le lettioni di Gelli, fatte da lui nell'Accademia Fiorentina, Letture sopra la Commedia di Dante, Delmo Maestri, Opere di Giovan Battista Gelli, POMBA, Claudio Mutini, I dialoghi morali di Giambattista Gelli in "Storia generale della letteratura italiana V", Federico Motta Editore, Delmo Maestri, op. cit.  Claudio Mutini, op. cit.  Giovan Battista Gelli, Dialoghi, Scrittori d'Italia 240, Bari, Laterza, F. Reina, Delle opere di G. B. Gelli, Società tipografica de' classici italiani, B. Gamba,, G. B. Gelli, La Circe, Venezia, Tip. d'Alvisopoli, G. B. Gelli, La Circe e i Capricci del Bottaio (Milano, Silvestri); A. Gelli, Opere di G. B. Gelli, Firenze, Le Monnier, C. Negroni, “Lezioni petrarchesche” (Bologna, Romagnoli); C. Negroni, Letture edite e inedite di sopra la Commedia di Dante, Firenze, Bocca, A. Fabre, La Circe di G. B. Gelli, Torino, Tip. Salesiana, M. Barbi, “Trattatello dell'origine di Firenze” di Giambattista Gelli (nozze Gigliotti-Michelagnoli), Firenze, Tip. Carnesecchi, A. Ugolini, Le opere di Giambattista Gelli, Pisa, Tip. Mariotti, C. Bonardi, Giovan Battista Gelli e le sue opere, Città di Castello, Tip. Lapi, A. Ugolini, G. B. Gelli, Scritti scelti, Milano, Vallardi, U. Fresco, G. Battista Gelli. I Capricci del Bottaio, Udine, Tip. Del Bianco. M. Bontempelli, G. B. Gelli. La Circe e i Capricci del Bottaio, Istituto editoriale italiano, I. Sanesi,Opere di G. B. Gelli (Torino, POMBA, R. Tissoni, G. B. Gelli, Dialoghi, Bari, Laterza,  A. Corona Alesina, G. B. Gelli, Opere, Napoli, Fulvio Rossi, Bonora, “Retorica e invenzione” (Milano, Rizzoli); A. Montù, “Gelliana”. Dizionario biografico degli italiani.  che essere scaciato e fuggito da ogni Àno, come s ifarebbe una fiera. A. tuparli come un filosofo Giusto; che l'inuidia è quela, la quale piu che altra cosa guasta il confortio humano; e tanto peggior i efeti produce quanto e la è in huomini piu ingeniosi piu valenti, ma egli e di gia alto ilsole, io nochetu tilieui, pieno.  0 wadi à le tue faccende, con un'altra volta ragioneremo di questo pius   ellamipare? sie. Orgliè troppo innanzi giorno à levarsi, questi fratiminori hanno questo costume, di sonar sempre il mattutino in su la mez sarameglioleuarji, machefaroiopoi, egli è tanto di quià leuatadisole, chemirincrefcera, ma iopotreiuedere, fel'animamiauolesseparlar meco. Anchoracheiocomincioadubitare, chefe joseguito ,elanonmifacciimpazzare, & non èdafarsebeffe, perche secondo me, tutiqueiche impazzano, impazzan' nel'anima, nelcorpo, et cosi faràforsequestamiaàmeseiole credo cosi ognicosa. Eccoelam' hacominciatoàdire, chesi puoesseresauioe dotto senza sapere lingua grea carolarinas che è nnacosaches' io la dicessi fraque stidoti moderni, iosareiucelatopropriocomeun. gufo, iopermenonho mai sentito dire, cheesipos faeferefanio in volgare, ma pazzofibenesetnon  OVELLA lasquiladisanta Croceco E una dimostratione grandißima d'undisagio nonpicolo, esarà dunque beneraddormentarsi unpocobenecheiltempochesidorme,ècomeper duto,anzièpocomeno,chesel'huomofufemorto, Operò S 0 an zanottechel'hucmoéapuntoinJulbuondeldors mire; benche àloro cheneuannoàleto comeipol tidae'pocanoia, niente di manco nell'uniuersa lefar . i fi   n'homaineduto huomoalcunochenefiaftatofat tostimagrande, se non sa qual cosa in grammatica; ficheiononleuòcosicredere, maio potreiforseno l'hauereinte sabene, e' fara dunque meglio uedere seelauolese ragionare al quantomeco, & potrò dimandarnela, Animamia, ò anima mia cara, uo gli ãnoi fauelar'ancshotamane un poco insieme A. Di gratia Giusto, che io non ho piacere alcuno maggior di questo perche mentre che io miftòraç coltainme medesimaà parlare teco, io nounengo astare occupatainque I concetti nili, & bası, che tu hai la maggior parte del tempo; ne manco t’ho a ministrare spiriti et forze, finare quei tuoi zoccoli, et que i tuoi bariglioncin. iG. Io non mi marauiglio punto di cotesto, che io lauoro anchora io malsolen tieri; anzinonfo cosa che misiapiugraue, ale i non che melo fafarela maledettfaorzy, io non darei mai colpo. A. Er chevoreftitu? startisempre, Guruerotiosamente? G. No, mai o consumerei al tempo in qualcosa, che mi diletafsejd oue i lavorare mied'affanno et di fatica. A. Opensaquelo che egli è àmè, essendo molto piu contro ala natura mia, che a la tua. G. Io non sò cotefto, coueggoche Idioda pocihe l'huomo hebbe pecato, uoledodar glipartede la penitentia, cosi come egli haue uada. toala donnail partorir con dolore; gli diffestuman geraiil pane del sudore delupleotuoj dando gliilla   let poco a poco nel opinione mia. O tuti marauigliaui, quando iotidicena ľaltro giorno, che egli eraprufa tica, à un huomfoareunpaiodizoccoli, che Ai Ahahuediuedi, che tuuienià vorare per la piu graue, & piu faticosa cosachpeo To tessedargli studiare mezo Aristotile, eccolaragione; tu l'hardetta da uuere. A. Eglièiluero, ma il fato la sta contentarsidi quelo che è necessario solamente non cercare il superfluo, che è quello, che reca cada mille pensieri di futilià l'huomo, & lo tiene sempre occupato in terra, negli lascia maialzare la facia ra, acontentarsi del poco; perche chifacosigurue con pochi pensieri ,et è lieto il piu del tempo uatoinme, quãtomisiastatoutile il contentarmi di o quelocheioho, accomodandola uoglia a la fortuna, be et se io hauesi uoluto uiuer, òueftir meglio, e' miera a forza, òfar qual cosa dishonesta, ò andarastarecon me altri. A. Mal per i gran maestri, Giufto, feglihuo 2.1 il gode al  1 da teàtes per che lo studiare e naturale, Qvé pro Pas prio del'huomo, gloinuiaala perfetione sua, & bra 'illauorare gliè'una penitentia. G. E bisognapur ancohauer alcielo; dondeusc iprimieramente l'animasua, eo - doueeladesideradiritornar'; & fappi Giusto che il maggior bene, & la piu util cosa che si possa faro agl'huomini in questa uita, è'auezarglia buon'ho pernondir o sempre, G. Io lo credo certamente perche io ho pro minifussindicotestauogliatuti, che bisogn arebbe pochicheglirestano, ul mendo inferuitis per ogni picolo prezzo, laqualeco Sa non solsegia farequel sapientissimo filosofo di Diogene, che   cheesiseruissinda loro, perche e'non sono se non le moglie immoderate, ò della degnità, ò del poter ben mangiare, & bere suntuosamente uestire; che fanno, cheunb uomo ,che ragionevolmentepuoui uereunsessanti anni (dequalinedieci, ò dodecipri mi, non conosce quelche èfifacia; & delrestone dorme la metà) uendeque essendogli detto da Alessandro Magno, che eichiede sequellocheuolena, Orche tue togli sarebbedator ispose cheancorche fussi cosi ponero e'non gli mincaua cosa alcuna, machesegle leuaffed'innanzi,percheglitoleusilsole,laqual cosanonerainpotest:suadidargli. G. Certa mente che il dependere da se stesso e'una cosa bellissima, etuorrebbesieseramicode signori, minor giaseruo,honorandoglioubbidendogliperòfem pre,comequeglicherēgonointerrailuo godi Dio, et quando un puruuole innalzarsi, debbecercardi farlocon le virtù,& non conferuire, pensando non di mcno, chien ogni stato, glihabbiaà mancarjem pre qualcosa.A. Non tidoleradun quedeltuo; & sappi certamente che non è stato alcunoin questo mondo, douenon sia qualche incômodo, &aqual che cosache dispiaccia altrui. ne sipuoritrouareal cuno, checometuhaidetto, nonglimanchiqual, chetutiglistati daglı huominiera noàunmodo; Et diceuaàciaschedunoman caso lamenteunacosa,e quelleprimieramentedeside ra.Verbigratia, unpoucrostropiatodesiderasola mentediesersano, dapotereguadagnarsilauita, pernonhauereàireaccatando; chréfano& non hanulla, hauerdichepoteruiuere; per non hauerà lauore; ch ihadicheuiųere commodamente, has uer tanto che ei possatenere una caualcatura c u u nragazzo, & chi haquestohauer qualchedigni tà, à maggioranzasopraglialtri; & dipoessere Principe, & chi e Principe finalmente, potereper petuarsiinquello Stato, & nonhauereàmorire. A. Non'tidolereadunquetu, dihauereà lavorare un pocosedognunomancaqualcosa. G. L ha sereà lauorareunpocosarebbeunpiacere, mafem prezcomehoàfareio, chehopocoènulla;e >  cosa. G. Con questa ragioneuoleuagiaprouare unoamicomio 'undi Spetto. A. Eccochetufaipurancortu,comegli altri, m a dimmi un poco che uorrestitu ? che ti manch'egle? A. Cinquanta ducatid’ıntrata. & staremmipoiaffaiacconciamente. A. E quandotuhaueßicotestoanchorpoitimanchereb bequalchealtracosa,e desiderereftıla, cometu faihorquestaperchecometuhaidetodatsetesso, inqualsiuogliastato, sihasemprequalcosainanzi agliocchi, chseidesiderapensandocomel'huomo 79  tha, dhauersiacontentare; nientedimancopoi quandotul'haitunonticontenti, macomincia. de siderarneun'altra; ficheprudentementediseun trattou nuostro Cittadino, aunocheentrauainun disordinegrandissimo per comperareun podere', cheglieraaconfino.Tudonerestipensare, chetu haihauercanfini, e checomperatoquesto, tun'ha raiaconfinoun'altro, delqualetíuerralamedefi 2 ma uoglia.G. Iocredocertamente, cheinogni statosiadepensieri; mapiue maggioriinuno cheinun'altro. A. E' non è gia il tuo undiquegli chen'habbiao demaggiori fidianzifudatoal'huomoperpenitētiadesuoipeç Cat . t A . si di quegli ce hanno le uoglie disordinate, & chenon sicontentanodiquclchesiconuie nealostatoloro,comehauena Adam , quandogli duuennequesto,maachisiaccomodail camminar patientementein quellauitacheeglièstatochia mato;nonauuiengiacoli, G. Comenò, hauen doioaniveresolamentedellauorare, checom’iodir 2 , qualpuoeserepuidolce cosa, cheuiueredella faticadellesuemaniwediche Dauit Profeta ch'erapurRe, cometusai, chiamò questifimilibeati, & fappifinalmentequesto,che quantepiucosefihajatantepiufihahauercura; Brèmoltopiugraue & faticosoilpensierodigo Hernarelecosesuperflue, cheladolcezzadelpolle derle; & quantipiuserpiòpiulaworatorisihatan tipin , cheognibuo mon'haunramo; benfai, che èl'hamaggioreuno cheun'altro; Ma ecciquesta differentiadaifaui,a imatti; cheifauiloportancoperto, & ipazziin manodifortechelouedeogn’uno. G.Ehtuuuoi tábaid.A. Stafermo, iotelouoprouareinte stesso, quanteuoltefetuandatoaspasopercasa,po nendoipiedinelmezodemattoni,& cercando, conognidiligentiadinon toccareiconuenti? G. Omilleuolte,& fommiposto à contarei corenti del palco,& àfareseialtrecose da bambini.A. o dimmiunpoco, setuhauesifattocotestecosefuo riifanciullinontisareb boncorsi dietro, comefan noàipazzi? G. Permiafe, chetudiiluero;car non uòpiu negare dinonhauere ilmio capriccio anch'io;anzitengohoraperuerißimoquelprouen bio,cheiohopiuvoltesentitodire, che tiprunimicisiha,comebendiceuaquelPhilosofo, Mi lasciamoandarequestiragionamenti,e'mipa rechenoin'habbiamoparlatoàbastanza, Tornia moun pocoàqueglidihiermattina,chenoilasciam 2 momperfetti; perälchetudubitauidianzi,chese tumicredesi,ionontifaceßitenerepazzo; come seancortunon'hanesilatuaparte,comeglialtri. G. Otoquest'altrafeelatipiace;cheuorraitu dire, cheognounosia pazzo? A. Pazzono; Ma che ogn'uno ne sentasi. G . O questo è quafi quelmedesimo. A. Sappi Giusto .0 sela pazzia F  A. lotiuodireancorapiula, chetutrouueraipo chihuomınıalmodochehabbinolasciatofama, che setuconsideribenelauitaloro, nonhabbinoqual cheuoltaportatoilramoloroscoperto,maperche ceglieriuscitolorobenfato, nesonostatilodat,ima iononuòchenoifauelliamopiudiquesto, torniamo alragionamentonostro, dimmiun pocodondehar tusaputo,chenonsaigrammaticaa nonhaistu; diato,cheilauorarefuffedatodaIddio .G. Si quanto à le parole; maapenetrar poibeneisensibilogna altro. A. Eibafta, che tunonharestidificulànelintendereleparolė; masolamentenella inteligentia de'fenfi; laqual cosasel'hanno ancor quegli, che le leggonoingre coo in latino che tu non ti credesiche dereunalinguayé's’intendinoancututigliAu. tori,tuttelescientiechesonoinquela,perche àfarequesto, bisogna l'aiuto de preccettori de  fuffeundolorein ogni casasisentirebbe stridere.'! ,anostropri mipadriperpenitentia& paritionedeladisúbi dientialoro? G. O non losaitu,chelaitanteuol teletomcoquelitBibiacheioho.A. Ocomela intenditu? G. Perche non uuoitu cheiolainten da? non sartucheel lae in volgare? A s i sò. G. Operchemenedomandi? A. Perfarticonfeffa requelchetuhaidetto,eccodunquecheselescien tic, & la feritura facra fußıno in uolgare,tulein tenderesti per inten. 2   you  4  2 gli interpreti, anche pors'intendono con fatica grande, simile auuerebbe medesimamente, s'elefußınoinuolgare; maamebastaperhora, chetuconosca, chenonsonolelingue,chefanno glihyominidoti, malescientie;& che le lingue s'imparano, per acquistar le sciencie, che sono in quelle. G. E tperò non si puo egli esere dotto senza intendere la lingua latina, douee lefontut te, cheuuoituim parare nellanoftra A. Mera 1 cede Romani che ne le traduffono, se la lingua Latina ne è ricca; & colpa de Toschani, chenonhan no maifatto conto de la loro, feelane è pouera: G. ilfatostà, felacolpaviendz la lingua, che non sia tanto copiosa di uocaboli, ch'elenon nifi poßinoscriuere. A. Oefe ne fa di nuouo; e mettonfiinuso, dimanoinmano secondoibiso-. gni.G. oèeglilecitofarede le parolenuoueina un alingua? A siinquellechenonfono morte; G dacoloro solamente dichielefono propri.e G. Etqualichiamitumorte? A. Quelle che non siparlano naturalmente in luogo alcuno; comeso-, nohoggi, la greca, e la latina, e in questaàco lorocheniseriuonpoer non esere elalaloronatit à propria, non è lecito fare parole di nuouo. G. O percheno nè egli ancor lecito à queiforestieri,che la fanno? A. Perche non elsendoelalor naturale; non lefanno in modo chel'hab in gratia,   se la natura producesse tutte le sue coseper fette, non bisognerebbe l'arte, & fel’artepotese farle perfettedasestessa non bisognarebbe lana tura,machebisognapiu,non , e gli Hebrei dagli Egitti, non haitumar sentitochee'no si puo dire cosi alcuna che non sia stata detta prima mai Romani, chi erano altri huomini, & d'altro giudicio, che non sono hoggi I Toscan, amandopiuleca   Ponmente alcuneche n'hannofattecerti moderni nella nostra, comemedesimitàgioucuolezza, mar, cigione& fimili.G. Tugiudichiadunqueche nonsarebbeerrorefarnenellanostrae? A. Non dechilaparla naturalmente, anzisarebbecosalo-, deuole. Dimmiunpoco, credituchelalinguagre ca, òlalatina, fusincosiperfete & copiosediuoce. bolidaprincipio, comeelefurnopoi nel colmoloro, & quando fiorirnoinlorotant ipregiati scrittori? G 'No ncredere. io. A. Sianecerto,perchee nonsiritrouacosaalcuna 2 fra queste che sonoeserci tatedanoi; chesiastatenelprincipio, òprodotta perfettadilanatura, òritrouatada l'arte;perche sequestosipotesefare, l'unadilorofarebbeinus no; che fecionoancordelepa rolenuoue Cicerone Boetio seeuolseromettere. Nella lingua Romina le cose di Philosofia, & di Logica? G. Che le cauorono da altre nationi? A. Bensaichesi. G. Etdachi?A. Dai Greci, Eri Greci lhebbeno daglı Hebrei   OPINTO  feloroproprie (comeègiustoragioneuole)che Paltrui, studiauansolamentelelingueesterne,per Canarne, seuieranulla di buono, arrichirnelai loro. G. Inueritàcheinquestomiparecheefuf finomoltodalodare. A. Ricercaunpocobene tuttelecoseanticheconuedraichesitrouapochis fimi Romaniche .G.Inquestomeritonoeglinoalquantod'ef ferescusatinonessendo come tudiquella la lingua loro.A. Anzimeritono d'essereripresi doppiamente, non ti ricord aegli haucrmai sentito dire cheM. Catoneleggendocerte cose scritedaA l bino Romano in lingua greca, t& rouādonelprin cipiochesiscusauadelnonhauerlescriteconquel laeleganzache doueua, dicendoche era cittad in. Romano Ornato in Italia, e molto alieno dalla lingua greca; non, o lofare. G.Veramentechequestesonoragions tantouerechei opermenonsapreicontradirti. i A. Vedi quanto I Romani cercauano di nobilita rela lingualoro, che e' non istımauanomancolar recareinquelaqualchebela opera,chesotopore, scriuesjein greco,comfeannoque fli Toscani in latino, chenonè la lingualoro. perche faccinoquantoeifannoeinonfiuedemaineiloro scrittiquelcandore,ne quelostilechee'neilatini proprii 2 . solamentenonloscusò;masene vise, dicendo herAlbino,tuhaiuolutopiurostoha wereàchiedereperdono d'unoerrorefato,cheno > 3    coloroiqua lihaueuasottopošoconlaforzaqual che Cità,è qualche prouincia àl'imperio Romano.G. Oani mieapensieriueramentesanti,& parole degne d'un Cittad in Romano, perchel'ufitiouerode Cnta dinièsemprein qualunchemodosi puogiouareàla patria ala qualenoinonsiamomanco obligati, che, apadrıQ àlemadrinostre. A. Et perquesto è hoogiinpregiotanto la lingua loro, cheritrouan dosiinquellabuonapartedelescientie,chiuuole, acquistarle,bisognaprimacheimparı;quelladoue, seinostri Toscanitraduceßinomedesimamětequel lenellanostra,chidesiderad'imparare,non hareb, beaconsumare quattroòseideprimisuoimigliori anniinimparareunalinguaperpoterpoicolmez: zodiquellapassarealescientie,oltradiquestolefi imparcrebbonopiufacilmente conmaggiorfis curta, perchetuhaiàsaperequestocheenons'im paramaiunalinguaesterna, inmodocheelasi  plega bene,comelasuapropria, & fimlmente  al'imperiolovoqualche Cità,òqualche Regns, chequestosiailnero, leggafiilproemiochefaBoe tionellasuatradurrionedepredicamentideAria, Storiledouee 'dicecheessendohuomo consulare, et non atto à la guerra ,cercherebbe di instruire i fuor Cittadini conladottria; chenonfperaudmeri faremanco, neejeremenoutileàquegli,insegnan dolorol'ari de la greca fapientia,che 2 e 2   non si parlamaitanto sicuramente,necontantai facilità,a setunonmicredi, pontrenteaquesti. chetuconosci, chedannooperaà la lingua latina, chequandoe’uogliono parlareinquellaèparpro-, priocheeglihabbinoàaccattare le parole, contan-> tadificultà, etantoadagiofauel'ano. G. Tudi; ilnero, maquestodeRomanifucertamenteunmo) dobelissimo, àtradurenellalingualoro,dimolte cosebele; acciochechedesiderauaintenderlefuf se forzato à impararla, cosielaueniseàfpar-, gersipertutoilmondo.A. Enonfecionsola mentequesto; mainmentrecheétennonol'impe riodelmondo,eilafaceuanoancoraimparareàla maggior partede loro sudditi quasi per forza. G. Et comefaceuano? A. Haueuano fattoperlegge, chequalseuolesseimbasciaderenonpotesseellere uditoinRomaseeinonparlauaRomano, oltre àquestochetutelecauseche perla qualcosatuti Nobili di qualsiuogliare grone, & tuttigliAuuocati,& tutti Procura forieranoforzatiadimpararla.G. Oiononmi marauigliopiucheRomadiuentassesigrande,fe. Teneuan diquestimodine l'altrecose. A.Diquelo nonuoloragionarti, perchelecosebelle che causa noditutoilmondo, ne fanno chiara testimoniázs:  11 EMA 3 siagitauanoinqual a fiuogliapaese, sotoiloroGouernatori,& turtii i procesisi douessino scriuere in lingua Romana; F irü   .nessuno chescrinese in Egittio, ne. Greco chescriuefle in Hebreo,ne Latino (come io t'ho deto)chsecriueffeingreco,f& e purecen’e's nostatisonopochissimi,G.Odondehannocauato aduncheiToscaniquestausanzadiscriuereingră matica, perdireamodotun A. Daloinordi natoamorproprio,n o n delapatria,òdellalin gualoro,imperòchecofifacendo,fisonocredutief Jerestatitenutipiuualenti   àchiunqueleconfidera.G. O costume'uerämen telodeuole, ò Citta diniueramenteamatoridellapa trialoro.A. Oquesto costume Giustononfuso lamente de Romani; madituttelealtregenti:cer capurequantotuuoi, chetunontrouerai quasi mai Hebreo me quel Medico che iobaueuagia?ilqualeperpa rore dotto, mi ordinaua certe ricctte con certinomi tanto difusati, chemifaceuonmarauigliare, infra lealtreiomi ricordounamattina chemiordinòno sochericetaperquelapostemationfeaicheroheb bi,doue infral'altrecosene n’entrauauna, chee' chiamaua Rob, un'altra Tartaro,e un'altraAl tea, per le quali mi credettii oche bisognasse mandare pereseinqueste Isolenuouega porlunaera. Sapa; l'altra Grommadebotte, conl'altraMal ud.A. Otulhaipropriodetto Giusto, concofil mondo, fetuconsideribene,nonèaltro,tutto,che unaciurma, mafer Toscani attende fino a tradur. N . G. Chefannoe',co > 2 2   relefcientienellalorolingua, 10nonfodubbioalcu no, cheinbreuissimotempo, elauerrebbeinmag giorre putationecheelanonè, percheefiuedeche zao bontà gliauuiene solamenteperlabellez.   2 me elapiacemolto, G ehoggimoltoatesadefide rata ,& questo fuanaturale,laqualcosanonconoscen doiforestieri, ben sepessocoluolerlatropporipulire laguastano,ondeauuienproprioàlei,comeà unadonnabela, checredendosifarpiubellaconil lisciarsi,piufiguasta.G. Ocomepuoauueni-. requesto? A. Dirottelo, mentrecheecerca noperfarlapiuornata di fareleclausulesimilia quelladelalatinaevengonoàguastarequelasua facilità & ordinenaturale, nelqualeconsistela bellezzadiquella, oltreaquestopiglierannoal cuneparolenfatequalcheuoltadal Boccaccio, ò dal Petrarca, benche divado, lequaliquantomancole trouanousatedaeßi,tantopaionolorpiubele; co efarebbongouari, altrefi, fouente, adagiare,fouer chio,& fimili, perchee'nonhannopernatura neiluerosignificato,neiluerofuononell'orecchio, le pongonquasiinogniluogo@bene spesofuor dipropofito, & cofileuengonoàtorelasuabel lezzanaturale. G. 1odubitochefee'nonglisan noimmitarein altro,e’nonsipossadirelorocome dise PippodiferBruncllescoà Francesco dela Luna, che uolendosiscufared'unoarchitrame,ch'e   olihaueuafattosopralaloggiadegl'innocenti, chelaruvigneinsino in terra, coldirechel 'haueua Cauatodeltempiodesan Grouanni,glirispose,tu, l'haiimitatoappuntonelbrutto.Maselalinguae diquella perfettionechetudizdonde uiene, chemot tidiquestiliteratibiasimantantocoloro,chetra duconoqualcosainquela? A : Etconcheragio mi? G. Diconchelalinguanonèatta,nedegna chesitraducainleicosesimil, & chesitoglielo void riputatione, & auxilisconsi molto. A. Tut tele lingupeerle ragioni che io ti dißi dianzi, sano atte ad esprim e r e i concetti, G i bisogni dico lo socheleparlano;& quandopureelefußınoal trimenti,queichel'usanolefanno,sichenonmial. legare piuquestascusa,cheelanonuale.G. O qualcagioneadunchepuoesere,cheglimuonaa direchelecoseche   liscono, fitraduconoinuolgarefiauui & perdondiriputatione? A. Quellache iotidissi l'altrogiorno,cheeracagioneditantial trimali, malainuidiamaladetta,e ildesiderio ch'egli hannodeesertenutidapiu degli altri. : G. Certamenteiocredochetudicailnero,perche iomiricordocheritrouandomiaquestigiornidoue eranocertilitterati, & dicendounocheBernardo Segni haueuafattouolgare la Rhetoric ad Aristotele, unodilorodise cheeglihaueuafatoungran male; & domandacodelaragionerispose,perche:   enoistabene,ch'ogniuoloarehabbiaasaperequel lo, che un'altro fiharaguadagnatoinmoltianni congranfática;supelibrigrec. latini. A.O paroledisconuenienti. Iononnodirfolamentea u n Christiano, ma a chi u n c h e é huomo, sapendo che quanto noisiamoobligatiadamarciascunocagio uarcl'unà l'altro, etmoltopiual'animachealcon poalaqualenonsipuofarmaggiorbenechefaci kitargliilmododelointendere.G. Maftafalda e mi ricorda chediconoun'altracosa.A. Etches G. Diconochelecosechesitraduconod'unalingua inun'altra, nonhannomaiquellaforzanequella bellezza, cheele hannonellaloro. A. Eleron hannoanche quellanellaloro, chel'hannonel’als tre,percheognilinguahalesueargurie,& lefue. capresterie, laToscanaforsepiuchel'altre,et chinenuol sedere,leggadoue Dāte,òrl Petrarcha handettoqualcosachel'abia anchoradetoqual che Poetagreco, òlatino,etuedràchepassaronlor dimoltevolteinnāzi,etcherarissimifonquelliche Jonrimasti.adietro.G. Si,maneletradutionifa debbe attēderepiualsensochealeparole. A.1056 che si traducepercagionedelesciēze, etnõperue. Derla forzaèlabellezzadellelingue, etse'non  gr | fur fecofiiRomani,cheteneuonlalorlinguaperlapru bella del modo,nöharebbonotradottolecosediMa goneCartaginese,& dimoltialtrinela loro, nei   nonlofaperaltro,senonpen chelecose fueessendoconferuaredallelettere,che non uengonmenoleuoci,fienointesedatuttoil mondo G. Tugiudicheadunchecheilcondurre lescientienelanostralinguafiabenee?Ai An ziaffermochenonsiposafarcosapiautilenepin lodeuole, perchelamaggiorpartedeglierrorina sconodal'ignorantia,& douerebbonoiPrincipiat tenderci, conciòsiachesienocomepadridepopolis Etalpadrenons'appartienesolamente  Grecfimilmente chfeurontantsouperbi,& tan 92 tofiuana glorianadellaloro,chechiamanontut tialtrebarbare,quelledegliEgittij;odeCaldei. Nientedimancoesidebbecercareneltradurre oltreal'eferfideledidirlecosepiuornatamente chesepuo,eoperòènecesarioaunochetraduce Saper benel'unalingual'altra,G dipoipoffe derbenequelecose,òquelescientiechseitraduco 30, perpoterledirebene Gornatamentesecondo imodidiquellalingua, percheàuolerdirelecose inunalinguaconimodidel'altre,nonhagratis alcuna,da se questofioferuaffe,iltradurenonfaa rebbeforsetantobiasimato- G. E diconooltredi questochesifacontroal'intentionedel'authore. A. O comepuoesserequestochesifacontro àl'in tentionedellauthore.A. Ocomepuoessereque Stose chiunquescriue gouernare ifigliuoli,mainsegnarloro coregerli, seno   2 STŮ VINbyCo. 93 noglion farquestoditutelecosee'douerebbonals mancofarlodiquele chesononecessarië 2 e .G.Et qualisonqueste? A. Leleggi,cosilediuineco mele humane. G. Et cheutilitàarecherebbeque stoaglihumani?A. Comecheutilita! quantofa rebbonoeglinpiuamatori& piudefenforidele coseappartenentialaReligioneChristiana?sele cominciasinoàleggeredaputi,etdimaninma nofi esercitasinoinquele,comefannogliHebrci; la qual cosa non si puo fare, non leh auendob entrở dotteinuolgare,& beneacconcie:G Nonma rauigliafeglihebreifannotutisiben'parlaredel lecosedelaleggeloro,òuadinsiàuergognarei Christiani, che insegnonleggeredilorofigliuoli ò insule letere di mercantia,òınsucerteleggende danopoterimpararuisucosanessuna;doueedoue rebbonolaprimacosainsegnarloroquello,cheap partienea l'esere Christiano,sapendochequeleco sechesimparanoneprimianni,sonoquele,chesi ritengono sēprepiuche l'altrenella memoria.A. Etoltreaquesto,conquantapiureuerentia, attentionesisarebbeàgliuficidiuini  see's’inten defequel chedicono. G. Certamente che questo èuero. A. Dimmiconchediuotione,òconcheani mololo danogli huominiIddio,nõintendendoquel chesidicono,tufaipurilfauellaredeleputte,ca de papagalinonsichiamafauellare;mammita   gratiadisam Girolamochetraduseloroognicosainquellaline gua; comeueroam. Store della patriafunt.G. Cene tamente Animimia, chequestainaopinionemi piacemolto.A. Ellati puòpiacerecheelaé'an choradi Paulo Apostolo, chescriveàCorintiche doueuonoancoresidirealcuniloroofitijinhes breo,com.diroloidiora Amen,sopralabenedition uostra,seeglinonintendequelchesidice che fruttonecauerae’mu? G. o dachevenne adun que,chequandoquestecosefuronocanatelaprima uoltadihebreo,elenonfuronomoffeinvolgare? A. Perche all'horaperlamescolanzadelemolte gentiBarbare,cheeranoinqueitempiperlaItas tia, noncieraaltralinguachelalatina,laqualefuf seintesa,quafipertutto,Guedichee'nonsitrous  fcrituraalcunadiqueitempifenoninquestame  tione di suonosolamenteperchee'nonintendono quelcheesidicono(conciosiachefanelareproa priamentesia esprimereparole,chefagnifichinoi conceti, quello, cheintendecoluichefanela) adunqueilnostroleggere, òçantaresalmi,nonin tendendo quelchenoicidiciamo,èsimileaungrac chiarediputte,ècinguettaredipapagallinesoia ritrouare alcunaaltrareligionechelanostra,che tengaquestimodi,imperòchegli Hebreilaudande noiddiainhebreo,i Greci,ingreco;iLatini; in latino, conglisciauoniinistiauone,  volgare, cosilesacrecomeleciuili.A. Dala maritia de Preti, defrati,chenonbastandolos roquellaportionedelledecimechehaueuaordina, toloroIddioperlegge,àuoleruiuertantofurtuo: Jamente comee'fanno,celetengonoafcolecce deuendonoàpoco poco,comesidiceàminuto, inquelmodo, peròchee'uogliono,spauentandogli huominiconmillefalfiminacci, iqualinonsuonan cosinelaleggecomeegliinterpretano',dimas niera che egli hannocanatodimarioà pouerises colaripiuchelametadiquel >  desima, chseonolecosesacre,maquestobastu,circa àleleggidiuine.Veniamohoraalehumanefe ele, fonoquellechehannoàregolareglihuomini,& secondo l'arbitrio delle qualisidebbeuiuere, perche hannoelenoaesereinunalingua,chesiintenda perpochi? I Romani che le feciono, & n'ebbonotā te da Greci,nonlefecionperòinaltralinguache laloro;& cofisimilmenteLigurgo,Solone, & gli altri, che dette noleleggiatuttala Grecia, nonle fecionperòinaltralingua,cheinquelacheusana noipopoliloro .G.O s’elefonocosinecessarie cometudi, dondeuienėcheelenonsitraduconoin che eglihaueuano. G. Eh questo èunmalechemiparechesidia nonsolamenteàisacerdoti,ma aognuno,anzi noncehnom chepensiadaltrofenoninchemodo &potefjecauareedánaridelescarfeled'altri,e    sto  metterglinelasua,egliebëuero,chei PretieFra ti, egoi Notaichelofannoconleparolesonpiuuse lentideglialtri. A. Ehimeenosarebbeuenuto lorfatrocosiagevolmente,seglihuominihanesi nohauutopiucognitione delescrituresacre, chee’nonhanno.Etlacagionechenonfitraduco no l'humane, è fimilmentelampietàdimolti dotto rij@ auocati,checiuoglionuenderelecosecommu ni, & perpoterlo farmeglio ,hannotrouato questo belghiribizzo,cheicontrattinonsipoßinfarein uoloare, mi solamenteinquelalorobelagramma tica,chelaintendonpocoeglino,comancoglialtri; somemurauigliocertamente, chegli huomini hat binmaisopportatotantouna cosasimile,sotola qualesipuofaremilleinganni. G. Etchee'non senefaforse, esarebbemoltopiuutile,cheefifaces finonella nostra lingua,perchel'huomointende rebbequelchee'facese,& cosii testimoni quello cheeglihannoàtestificare& vorrebbonouederlo fcriuereal'hora, nòchepigliaßinoinomisolamēte, et poilodestēdesinoinsulprotocoloàloro piacimë to, mettendoàogniparolaunacetera,chesecondo me nonèaltro ch'ununcino, dovenon intendendo quelchefifaccino,bastalorosolamentediresi,ego nonpensanoalec onditionichespessouisicomprë dono; dondenasconopoimillepiatt. A , Etper questomicredoiochelofacino;ondetiuodirque    ' G47 totu uuoi. Ma de Preti,ede Fratinon udio gia chetudicamale; perchesecondocheio hointeso purdaloro, enons'appartieneàisecolari,ilripren dergli ftochenoinon cipoßiamomancodoleredeSacere dotic,ordegli Auuocati, ches ifarebbonoisuddi tidique I Principi, cheuolesinucderelorol'acquç GilSole.G. Diquestitilasceròiodire. A. Eccounadiquelle opinionicheficre deil mondoessereuera,pernonhauerl'intendimen todelleletere sacre. Dimmiunpoco,nonsiamonoi tutifigliuolidiDio,e conseguentementefrate. glidiChristo? G. Sifiamo. A. Etifrategls nonsonoequaliin quantofrategi? G. Sisono. A Adunque ancora noicomeChriftianifi gliuolidiDio,fiamoequali, e àl' unfratelos'ap partieneriprenderel'altro.G. Corestoèuero;ma eglihanno quella degnitàdelsacerdoria, cheglifa piudegnidinoi.A. Oqualpuoesseremaggior dignitàchel'eserefigliuolidiDio;uuoitucheilmi norlumecuoprail maggiore? eglièmaggiordegni tàl'effer Christiano, chel'efer Sacerdote,ò Prin. cipe, iqualisonoofituidatida Dio, & fannogli huominiministridiDio,tusaipurecheeglièpiues ferfeigliuolod'unprincipe,cheesseresuominifiro. G. Adunque io sono da piu che il Papa. A. Que stonò; cheegliè primieraměte Christiano cometes in questo noisiateequali; mapoiperesesreta   toeleto particularmětedaIddio,persuominiftróz eglivieneaesereinuncertomododapiudite,per la qual cosa tu debbihonorarlo,cometuomaggiorez manonperquesto peròtièprohibitodipotereriprē dereglierrorichee'fa, c &ommettecomehuomo, e come Christianopurch'efifacia,conquellari uerentiacheinsegnalacaritaGloamoredel prof fimo, etchequestosiailuero, tunehailo esempioin PauloApostolo, il qualedicecheriprese Pietro, che era fuo maggiore,percheeglierariprensibile subitoòeglimiraculosamětecadeuamor to,òeglin'eraportatodaDrauoli farebbe da far loro comequelsoldato, che hauendotoltoàun Fratelametà dicertopanno, cheeglihaueuaaccattatoperueftirsi, etminaccian doloil FratedirichiedergliloildidelGiuditio,gli tolequelresto;dicendo;poicheiohotanto tempoà pagarlo, iouoglioancorquest'altro  .G. Inueritachequestatua opinionenonmidispiace, maiononuogiadırlaz percheoltreàl'autoritàegli hannoancoralaforza,& fannodipoiconl'arme, ueggiēdochenonuaglionpiuloroles communiche; come nella primitiua chiesa ; chequädoeimaledina nouno,di senonhaueßinoaltrearmi te che cheleloromala ditioni, e .G. Ehime, che nonpossonoancorfaredeglialtrimiracolich'eifa Ceuano. A. Benlodises.Thomaso d'Aquino quando essendogli detto da Papa Innocētio,cheha .A. Certamen e '   OK gustatopartequádoe' furapito elterze Çıelo) dicellechenodesiderauaaltro, che  2 Heuaunmontedidanariinnanzi,& contauagli; Tuuedi Thomaso, la Chiesa no puo piu dire come el ladiceuaanticamente; Argentum & aurumnon eftmihi, Eglirispose;Ne anchefurge etambula. GOtufaitantecoseanimamia, chetumifaiueramë temarauigliare, & seimoltopiudotta, etpiuualen te; che io non credena; ma dimmiun poco; comehai tufatoàsaperlesẽzame; chemihaipurdetto, che noisiamo una cosa medesima, et chementrechetu seiunitame co non puo operarefenoninme?A .O Giufto, quesatarebbe cosatroppolungt; io uoglio che noi indugiamoaunal trauolta, cheegl è gia di, tempo che tunadiale facende tue G. ohime. tudi il uero, egli edichiaro affatto, oh come paffa uiailtempoche l'huomo non seneauuedde quando sefa, ò si ragiona di qual cosa che piacia altrui.  V andoio consider tal uota meco med RAGIONAMENTO IH FRA cosmo BÀRTOLI E GIOYAN BATISTA GELU SOPRA LE DIFFICOLTÀ DI NEHERE IN REGOLE UL NOSTRA UNCSVA. AL MOLTO REVERENDO MESSER PIERFRANCESCO 6IAHBULLARI amico SUO canssuno GIOVAN BATISTA GELLI. Da poiche voi volete pure, messer Pier Francesco mio onoratissimo, che io vi racconti il ragionamento stato tra messer Cosimo Bartoli e m quello stesso giorno che voi novamente fusto rieletto nel numero di quegli uomini che debbono riordinare e ridurre a regola la nostra lingua fiorentina; ed, a  gli  amici  non  si  può  né  debbo  negare  cosa  alcuna  che  giusta  sia,  mi  sono  risoluto  in  tutto  porlo  in  iscritto,  ma  semplice  e  puramente  come  e'  nacque allora in fra noi, e a guisa pure di dialogo, a cagione che e la cosa sia meglio intesa, e si fugga il lungo fastìdio di quella tanto noiosa replica: disse egli, e  risposi io. E perchè voi sapete come noi altri la occasione in su che egli è nato, senza replìcarvela ora altrimenti, dico solamente che usciti de la Accademia accompagnando messer Cosimo a casa sua, sopraggiuntovi da la  sera, e desiderando fuggire quella crudezza de Farla che comunemente apporta la notte, passammo in casa, e appressò ne lo scrittojo. Dove ragionando di varie cose, e eadendo, non so in che modo, in su quello che si erd il di fatto ne l'Accademia, voltatosi messer Cosimo a me, riguardatomi alquanto, cominciò sorridendo a dirmi cosi: BariolL Io ho bene assai chiaramente conosciuto oggi, GeUo mio caro, esser sommamente vero quanto  disse il Cosimo Bartoli, contemporaneo del Gelli, e uomo di molta dottrina e di molta fama  a' suoi  tempi.  Fu  ambasciatore  per  Cosimo  I  alla  Repubblica  di  Venena.  1a  c^ere  die  lasciò  son  degne  di  escer  tenute,  pia  che  non  si  fa,  in  pregio.  diyinìssimo  nostro  Dante  in  persona  di  Adamo  nel  XKYI  del  Paradiso:   Che  nullo  effetto  mai  razionabile,  Per  lo  piacere  uman,  cbe  rinovella  Seguendo  il  cielo,  fu  sempre  durabile.   Gonciossiach'  io  ho  veduto  dispiacerti  oggi  si  fattamente  ciò  che  Fanno  passato  tanto  ti  piacque,  che  con  ogni  tao  stu-  dio e  ingegno  hai  pur  fatto  quasi  che  forza  di  non  esser  di  nuovo  eletto  in  quel  piccol  numero  e  scelto,  che  debbo  ordinare  e  formare  le  regole  di  questa  lingua  ;  non  per  vie-  tare o  tórre  ad  alcuno  la  libertà  e  la  facoltà  di  parlare  e  di  scrivere  a  senno  suo,  ma  solo  perchè,  essendoci  alcuni  Accademici  assai  differenti  ne  la  pronunzia  e  ne  la  seri  tia-  ra,  chi  vorrà  pure  apprendere  la  vera  e  natia  lingua  fioren-  tina, abbia  almanco  dove  ricorrere  a  vedere  il  modo  e  la  forma  de  V  una  e  de  V  altra  cosa  comunemente  iisata  in  Fi-  renze. Il  che  nascendo  pur  da  sincerità  di  mente  e  da  de-  sio di  giovare  altrui,  non  può  essere  giustamente  se  non  lo-  dato. E  perchè  le  «ose  degne  di  loda  si  debbon  sempre  far  volentieri,  non  so  io  veder  la  cagione  che  ti  abbia  fatto  cosi  fuggire  una  impresa  tanto  onorata.  Ricordandomi^  averti  sentito  più  volte  dire,  che  tu  porti  si  grande  amore  a  questo  nostro  parlare,  il  quale,  quando  egli  è  favellato  puro  e  senza  mescuglio  di  forestiero  ne  la  nostra  pronunzia  propria,  ti  pare  si  bello,  che  tu  non  puoi  in  maniera  alcuna  credere  o  ima-  ginarti  che  e'  fusse  più  beilo  udire  o  Cesare  o  Cicerone  o  qoal  altro  Romano  si  sia,  che  alcuni  di  veri  e  nobili  citta-  dini di  Firenze,  i  quali  per  la  loro  grandezza  abbino  avuto  il  più  del  tempo  a  trattare  di  cose  gravi,  e  a  mescolarsi  poco  col  volgo,  che  ha  lingua  molto  più  bassa  e  parole  tìIì  e  plebee  :  dove,  per  V  opposi to,  costoro  hanno  parole  scelte  e  facili, che  oltre  a  la  naturale  dolcezza,  di  questa  lingua,  apportano un  certo  che  di  grandezza  e  di  nobiltà  ;  e  massima-  mente quando  essi  parlatori  hanno  atteso  a  le  lettere,  eser-  citandosi ne  gli  studj,  come  ne'  tempi  de  la  tua  fanciallezza. Qnesto  periodo  soTercfaiamente  lungo  è  guasto  andie  per  questo  gerundio  ;  invece  del  quale  dicendosi  ricordami,  tornerebbe  meglio.   erano  Bernardo  Bucellai,  Francesco  da  Biacceto,  Giovanni  Canacci,  Giovanni  Corsi,  Piero  Martelli,  Francesco  Vettori  e  altri  litterati  che  allora  si  raganavanoaTorto  de'Rncellai,  doye  to,  quando  ponevi  tal  volta  penetrare  io  maniera  alca-  na,  stavi  con  quella  reverenza  e  attenzione  a  udirli  parlare  tra  loro,  che  si  ricerca  proprio  a  gli  oracoli,  E  di  più  mi  ricorda  ancora  averti  sentito  dire  che  andavi  si  volentieri,  quando  ci  venivano  ambasciadori,  a  udirli  fare  V  orazioni,  essendo  in  qoe'  tempi  usanza  che  parlassino  la  prima  volta  pubblicamente.  Di  che  sopra  modo  ti  dilettavi,  si  per  la  dif-  ferenzia che  tu  senlivi  tra  le  lingue  loro  e  la  nostra,  e  si  per  udire  la  maniera  de  le  risposte  che  si  facevano  o  per  il  Gonfaloniere  che  fu  un  tempo  Piero  Sederini,  o  per  il  segre-  tario de la  Signoria,  che  era  messer  Marcello  Virgilio,  uo-  mo non  meno  elegante  e  facondo  ne  la  nostra  lingua  che  ne  la  latina,  e  non  manco  bel  parlatore  che  si  fosse  Pier  Soderini.  Sovviemmi  oltre  a  questo,  che  vivendo  Ruberto  Ac-  cia joli  e  Luigi  Guicciardini,  andavi  spesso  a  starti  con  loro, dii;endo  che,  oltra  i  dotti  ragionamenti,  essendo  e  T  uno  e  r  altro  litteratissimi,  ti  pigliavi  si  gran  piacere  de  lo  udir-  gli favellare,  parendoti  che  e'  si  fusse  cosi  ben  conservata  in  loro  la  grandezza  e  la  bellezza  di  questa  lingua.  De  la  qual  cosa  lodi  ancor  oggi  Jacopo  Nardi  per  le  lettere  che  e'  ti  scrive  ;  e  messer  Francesco  Vinta,  agente  ora  de  lo  illustrissi-  mo ed  eccellentissimo  Duca  nostro  appresso  la  eccellenzia  del  signor  don  Ferrante  Gonzaga,  parendoti  (secondo  che  tu  affermi)  che  egli,  ancora  che  Volterrano,  scriva  in  quella  pura  e  sincera  lingua  fiorentina  che tu hai sempre tanto pregiata. Queste cose, Gello mìo caro, per parermi tutte, contrariea  quanto  oggi  ti  ho  visto  fare,  mi  inducono  a  maravigliarmi si  grandemente  di  questa  tua  mutazione,  che,  se  non  eh'  io  considero  che  tu  sei  uomo,  cioè  variabile  e  mutabile  come  è  la  natura  di  tutti,  io  non  saprei  quello  che  avessi  a  dirmi  di  te,  se  non  (parlandoti  piacevolmente  e  liberamente,  come  noi  sogliam  fare  insieme)  che  tu  medesimo  non  sai  ancora  quello  che  tu  ti  voglia.   Gelli.  Messer  Cosimo  mio  carissimo,  voi  mi  siete  venuto  a  dosso  improvisamente  col  principio  d' una  orazione  tanto  consideraia  e  cosi  bene  affortificata  da  tante  praoTe,  ehe  io  non  80  qoasi  donde  avenni  a  pigliare  il  Inogo  o  la  via  da  poter  rispondere.  Tattavotta,  concedendoTÌ  quello  che  è  da  concedere,  cioè  che  io  sono  umuo,  la  natora  de'  quali  non  è  fidamente  yariabile  e  matahile,  come  yoi  diceste,  ma  e  tanto  sottoposta  e  atta  ad  errare,  come  voi  forse  voleste  dire  e  per  modestia  non  lo  diceste,  che,  si  come  canta  la  santa  Chiesa,  ogni  nomo  è  mendace  e  pieno  di  errori ; e  negandovi, per  Topposito,  ciò  che  è  da  negare,  cioè  che  tale  malamente sia  nato  in  me  dal  non sapere io medesimo quello che io mi voglio, vi  rispondo,  per  isgannarvi,  che  se  mai  approvai  per  vero  quel  detto  che  Umvìo  dMe  mnUar  proposito^  lo  approvo ora  e  tengo  verissimo;  poiché,  eletto  io  ancora  lo anno passato (come voi dite)  a  dare  regola  a  questa  lingua,  co-  minciai a  considerare  la  cosa  miAio  più  diligentemente  che  io  non  aveva  fotte  sino  a  qnell'  era.   Bartoli.  Egli  è  il  vero  che  questo  detto  è  molto  spesso  in  bocca  a  quegli  uomini  che  pare  che  abbino  qualche  qua-  lità più  de  gli  altrL Nientedimanco,  se e' si considera bene il significato  di  questo  nome  Sapiente,  non  pare  a  me  che  e'  si  debbia  cosi  approvare  questo  motte  come  tu  di'.  Perchè,  non  volendo  dire  altro  lo  esser  savio,  che  le  avere  una  vera  scienzia  e  certissima  cognizione  de  le  cose,  a  chi  è  savio,  perchè  egli  ha  di  già  conosciate  il  vero  essere  di  quelle,  non  accade  mutar  proposito.  Perchè  il  mutarsi  conviene  so-lamente a  colui  che  senza aver  conosciuto  0  vero,  rùsolutosi  troppo  tosto,  vede  poi  finalmente,  o  per  sé  e  per  T altrui  ammaestramento, di  avere errato;  e  non  volendo  mantenersi  nel  preso  errore,  è  costretto  a  mutar  proposito.   OeìU.  Voi  dite  il  vero.  Ma  il  conoscere  perfettamente  la  verità  de  le  cose  non  è  si  agevole,  come  voi  forse  vi  imaginate:  anzi, per il contrario, è  tanto difficfle,  che  alcuni  filo-  sofi usaron  dire  che  di  ciò  che  dicevan  gli  uomini  non  era  vera  cosa  alcuna  ;  ma  che  quello  che  e'  chiamavano  vero,  era  quel  che  pareva  loro.  De  la  quale  opinione  non  è  però  da  curarsi  molto;  si  perchè  e'  si  leverebbon  via  tutte  le  scienzie ;  e  si  ancora  per  averla  e  dottamente  e  argutamente  riprovata  e  annullata  Aristotile  col  dire  che  non  essendo  vera cosa  alcuna,  veniva  ancora  similmente  a  non  esser  vero  qael  che  dicevano  eglino.  Sì  che,  se  bene  si  paò  chiamare  solamente  savio  chi  conosce  le  cose  secondo  il  vero  esser  loro,  e'  non  è  però  inconveniente  che  a  questi  tali  ancora  bisogni  a  le  volte mutare proposito, se non per il non aver conosciuto la verità,  per  la  occasione  almanco  de' tempi:  i  quali  continovamente  vanno  si  variando  tutte  le  cose,  che  assai  manifestamente  si  vede  esser  tal  volta  bene  il  fare  uno  effetto  in  un  tempo,  che  in  un  altro  non  è  ben  farlo.  Benché  questa  non  è  propriamente  la  causa  per  la  quale  io  ho  mutato proposito  ;  ma  solamente  lo  aver  considerata  la  cosa  molto  più  che  io  non.  ave  va  prima,  e  lo  averla  discorsa  fra  me  medesimo  molto  più  diligentemente  che  in  sino  al-  lora.   Bariolù  E  con  quali  ragioni ?Perché  io  so  molto  bene  che  il  discorrere  non  è  altro  che  una  esamina  che  fa  sopra  le  cose  quella  nostra  parte  superiore,  da  ia  quale  noi  acqui-  stiamo il  nome  di  animali  ragionevoli,  considerando  non  meno  ciò  che  fa  per  una  parte,  che  tutto  quel  eh'  appartiene  a  V  altra.   GeUù  Le  ragioni  e  le  diflicultà  che  non  solo  mi  hanno  fatto  levar  via  V  animo  daquesta  impresa,  ma  ancora  giudicarla quasi  impossìbile,  sono  e  molte  e  molto  potenti;  e  quanto  più  vi  pensava  intorno,  più  mi  se  ne  offerivano  sem-  pre a  la  mente  de  l’altre  nuove.  Di  maniera  che  io  posso  dire,  che  e' sia  avvenuto  propriamente  a  me  in  questa  cosa,  come  avviene  a  chi  vede  da  lontano  una  torre  o  altra  cosa  simile;  che  quanto  egli  la  riguarda  più  di  discosto,  tanto  gli  pare  minore  e  più  bassa;  e  dipoi,  appressandosele,  quanto  più  la  guarda  da  presso,  tanto  gli  apparisce  continovamente  maggiore  e  più  alta.  Cosi  ancora  io,  mentre  che  io  stava  lontano  al  mettere  in  atto  questa  formazione  de  le  regole,  me  la  imaginava  piccola  cosa ;  ma  quando  poi  tentammo  porla  ad  effetto,  quanto  più  la  considerai,  tanto  più  mi  parve  difficile.  Imperocché,  dovendo  principalmente  esser  questa  opera  d'una  Accademia  Fiorentina,  mi  si  appresentava  subito  a  l' animo,  che  e'  bisognava  che  ella  fusse  con  tanta  arte  e  con  tal  dottrina,  che  gli  uomini  non  avessino  a  dispreizarla.    e  ridendosi  di  noi  e  di  quella,  dire  con  Orazio  in  nostra  ver-  gogna:   Parturient  tnontes;  nascetur  ridieuhu  mtu.   Sovveniyami  dipoi,  che  questo  nome  di  Accademia  era  per  generare  ne  gli  animi  de  le  persone  una  espettazione  tanto  grande,  che  e'  sarebbe  al  tutto  impossibile  il  corrispon-  derle:  laonde,  ove  egli  è  consueto  non  solamente  scusare  gli  errori  che  qualche  volta  si  riconoscono  ne  le  composizioni  de'  privati,  ma  difendergli  arditamente,  affermando  che  chiunque  opera  merita  di  esser  lodato,  in  questa  nostra  im-  presa comune  avverrebbe  tutto  V  opposito.  Perchè  i  forestieri, che  ci  vogliono  esser  maestri,  per  far  vero  il  detto  del  vulgo  che  t  più  dotti  manco  sanno,  si  porrebbono  con  ogni  industria  a  cercar  di  attaccar  lo  uncino  ;  e  gli  errori,  ancora  che  minimi,  chiamerebbono  sempre  gravissimi.  E  il  farla  in  ogni  sua  parte  con  tanta  considerazione,  che  alcune  cose  non  potessino  esser  chiamate  da  molti  errori,  credo  che  sia  al  tutto  impossibile.   Bartoli,  O  questo  perchè?   Getti.  Pela  diversità  de'  nomi  e  de  le  pronunzie  che  si  traevano  per  le  città  di  Toscana  ;  ciascuna  de  le  quali  pregiando più  le  sue  cose  che  quelle  d'altri,  stimerebbe  e  ter-  rebbe errore  quello  che  in  Firenze  sarebbe  regola.  Ma  per  meglio  esplicarvi  ancora  questo  capo,  mi  bisogna  comin-  ciarmi da  un  altro  principio.  Ditemi  chi  fa  l' una  l' altra; o le regole le lingue, o le lingue 1q regole? Bartoli. £ chi non sa che le lingue fanno le regole, essendo quelle  innanzi che  queste;  e  non  essendo  fondate  queste  m  altro,  né  avendo  altra  pruova  che  le  confermi,  se  non  r  autorità  di  esse  lingue?   GeUL  E  da  questo,  essendo  egli  come  egli  è  vero,  nasce  che  e'  non  si  può  far  regola  alcuna  che  sia  veramente  rego-  la non solo a la lingua toscana, ma ancora  a  la  fiorentina:  e  uditene  la  ragione.  Tutte  le  lingue  del  mondo  sono,  come  voi  vi  sapete,  o  variabili  o  invariabili.  Le  invariabili  sono  quelle  che  non  si  mutarono  mai,  per  tempo  o  cagione  alcuna, ma  da  quel  di  che  elle  ebbero  principio,  insino  a che elle furono al mondo, sì favellarono  sempre  in  qoel  me-  desimo modo:  come  è  quella che  gl’Ebrei  stessi  chiamano  sacra,  cioè  quella  de  la  Bibbia,  la  quale  dal  suo  nascimento  sino  al  di  d' oggi  si  è  conservata  sempre  la  medesima  ap-  punto. E  se  bene  Esdra,  loro sacerdote,  dopo  la  servitù  ba-  bilonica vi  aggiunse  punti  ed  accenti  per  farla  più  agevole  a  leggere,  non  mutò  egli  per  questo  né  lo  idioma  né  la  pro-  nunzia; laonde la  medessima lingua  favellano  ogfl^i  tutti  gli  Ebrei,  in  qualunche  parte  del  mondo  e' si  truovino,  che  fa-  vellarono i  loro  scrittori,  e  particularmente  Mosè,  il  quale  è  il  più  antico  che  elli  abbino.  La  qual  cosa  è  veramente  maravigliosa  :  perché,  non  si  mutando  quasi  le  lingue  per  altro  che  per  mescolarsi  que'cbe  le  parlano  con  genti  d'al-  tro idioma,  quale  è  quella  che  dovesse  essere  più  alterata  e  più  variata  che  la  ebrea?  Gonciossiachè  i  Giudei,  dopo  la  cacciata  loro  di  Jerusalem,  sono  già  MGGGG  anni,  senza  regno,  senza  patria  e  senza  luogo  dove  fermarsi,  sieno  andati  continovamente  errando  sino  agli  estremi  fini  della  terra,  e  mescolandosi,  a  guisa  di  peregrini,  con  tutte  le  generazio-  ni che il  sol  vede  sotto  il  suo  cielo.  E  nientedimanco  quella  lor  lingua  é  per  tutto  quella  medesima.   Bartolù  Ger lamento  che  ella  è  cosa  fuori  di  natura,  e  che  non  può  attribuirsi  se  non  a  Dio.  Il  quale,  avendo  dato  la  legge  in  quella,  e  fattovi  scrivere  tutte  le  cose  sacre  e  divine,  ha  voluto,  per  indubitata  testimonianza de  la  santis-  sima fede  nostra,  che  ella  duri  incorrotta  sempre.   GeUi,  Di  queste  dunque  si  fatte  lingue  non  occorre  che  noi  parliamo,  essendo  manifestissimo  a  ciascheduno,  che  elle  possono  agevolmente  ridursi  a  regole,  o  pigliandole da  gli  scrittori  o  prendendole  pure  da  l’uso,  perchè  è  tutt'  uno. Ma le lingue che  io  chiamai  variabili  non  si  favellano  sem-  pre in  un  modo;  anzi  vanno  variando  e  mutandosi  di  tempo  in  tempo,  quando  in  peggii^  e  quando  in  meglio,  secondo  gli  accidenti  che  accaggiono  in  quelle  provincie  a  chi  elle  sono  e  private  e  proprie,  é  secondo  che  e'vi vengono  ad  abitare  genti  d' un'  altra  lingua:  come  avvenne,  verbigrazia,  in  Italia,  ne  la  venuta  dei  Gotti  e  Vandali,  a  la  lingua  lati-  na. E  queste  tali,  od  elle  sono  morte,  cioè  mancate,  e  non  si hagionambnto  intorno  alla  lingoa;   parlano  più  in  laogo  alcuno,  ma  si  truovono  solamente  su  pe' libri  de  gli  scrittori;  od  elle  sono  vive,  e  si  parlano  an-  cora e  usano  in  qualche  paese,  come  è,  verbigrazia,  a  Firenze  la  lingua  nostra.  Di  queste  ultime  due  maniere  tengo  io  per  cosa  certa  che  le  morte  si  possine  agevolmente  mettere  in  regola;  ma  de  le  vive,  che  e' non  sia  solamente  difiQcile  il  farvi  regola  alcuna  perfetta  e  vera,  ma  che  e'  sia  quasi  al  tutto  impossibile.   Bartoli.  £  per  che  cagione?   Gellù  Dirowelo.  Né  voi  né  altro  mai  di  sano  intelletto  mi  negherà  che,  avendo  a  farsi  regole  d' una  lingua,  e'  non  si  deU)a  pigliarle  da  lei,  quando  ella  fu  favellata  meglio  che  in  alcuno  altro  tempo;  essendo  cosa  pur  ragionevole,  quando  si  hanno  a  pigliare  per  regola  le  operazioni  d'una  cosa,  pigliarlequando  ella  opera  meglio;  il  che  le  avviene  quando  ella  è  nel  suo  perfetto  essere.  E  chi  sarebbe  mai  quello,  se  non  forse  qualche  stolto,  che  avendo  a  pigliare  per  esemplo  le  operazioni  d' un  uomo,  pigliasse  quelle  che  e'  fa  ne  la  puerizia,  quando  i  sensi  suoi  interiori,  per  essere  di  troppa  umidità  ripieni  quelli  organi  ne'  quali  e'  fanno  lo  ufizio  loro,  non  potendo  porgere  a  lo  intelletto  la  facultà  che  a  perfettamente operare  gli  è  necessaria,  non  ha  esso  uomo  libero l’uso de la ragione,  e  vive  più  tosto  secondo  la  natu-  ra, che  secondo  la  mente  sua?  o  veramente  le  azioni  che  egli  fa  in  quella  parte  de  la  vecchiezza,  ne  la  quale  i  sangui,  per  il  mancamento  del  caldo  e  de  V  umido  naturali,  raffred-  dati e  diseccati  più  del  dovere,  non  somministrano  a'  medesimi sensi  gli  spiriti  atti  ed  accomodati  a  le  loro  operazioni? Ninno  certamente,  mi  penso  ;  ma  sì  bene  quelle  che  egli  fa  ne  la  sua  età  migliore:  la  quale  indubitatamente  sarà  nel  mezzo  e  nel  colmo  de  la  sua  vita;  come  poeticamente  lo  mostra  il  divinissimo  nostro  Dante,  dicendo  essersi  accorto,  che  la  vita  nostra  era  una  oscurissima  selva  di  ignoranzia :   Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita  ec.   Bartoli.  Bella  certo  e  dottissima  considerazione.  Ma  sta  saldo,  Gello;  e  prima  che  tu  proceda  più  oltre,  dimmi:  come  si  potrà  egli  trovar  già  mai,  parlando,  come  e' pare  che  la   faccia,  propriamente  ed  esattamente,  questo  colmo  de  la  vita  e  questo  essere  più  perfetto,  ne  le  cose  generabili  e  corruttìbili? Le  quali  si  come  misurate  dal  tempo,  essendo  sempre  in  moto  continolo,  non  vengono  a  stare  già  mai  in  uno  stato  medesimo,  se  non  in  uno  instante  si  indivisibile,  che  e'  non  è  possibil  segnarlo  in  maniera  alcuna:  per  il  che  viene  a  essere-  più  che  impossibile,  che  e'  vi  si  troovi  dentro  fer-  mezza.   Gellù  Confesso  io  ancora  che  questo  è  vero ,  se  voi  intendete per  la  fermezza  il  mancare^d'  ogni  moto.  Ma  questo  non  è  quello  che  io  voglio  inferire.  Anzi  dico,  che  in  tutte  le  cose  le  quali  dopo  il  principio  loro  salgono  al  sommo  e  sapremo  grado  de  la  loro  perfezione,  conviene  di  necessità  concedere,  avanti  che  elle  comincino  a  scenderne, un  certo  spazio  di  tempo ;  nel  quale  elle  non  salghino  e  non  ìscendi-no,  ma  stiano,  in  quanto  ad  essa  perfezione,  quasi  che  ferme,  e  in  uno  stato  medesimo:  essendo  di  necessità  che  in  fra  due  moti  contrari  si  truovi  sempre  un  po' di quiete;  perchè  altrimenti,  o  non  finirebbe  mai  l'uno,  o  non  comincerebbe  mai  l'altro  moto.  E  questo  lo  potete  voi  chiaramente  cono-  scere in  un  sasso  tratto  a  lo  in  su;  il  quale,  poi  che  con  la  sua  gravitade  ha  superato  la  forza  di  quella  aria  che,  fessa  violentemente  dal  braccio  di  chi  lo  trasse,  correndo  con  grandissima  celerità  a  richiudersi  perchè  quel  luogo  non  restì  vóto,  continovamente  lo  pigne  in  su,  se  egli  non  si  fermasse  alquanto,  non  tornerebbe  mai  a  lo  in  giù.  Goncios-  siachè,  non  si  fermando,  egli  anderebbe  sempre  a  lo  in  su;  e  andare  in  su  e  tornare  in  giù  in  un  tempo  medesimo  (rispetto  a  la  natura  de'  contrari,  che  non  patisce  che  eglino  stiano  insieme  in  un  medesimo  tempo,  in  un  subietto  medesimo)  non  è  possibile.  Adunque  egli  è  necessario  in  tutte  le  cose  che  dopo  il  principio  loro  hanno  accrescimento  e  dicresci-  mento  di  perfezione ,  che  e'  si  ritraevi  tra  V  uno  e  l' altro nn certo  spazio  di  tempo,  nel  quale  elle  restino  di  acqui-  starne più, e non comincino ancora a pèrderne:  il  qual  tempo  è  chiamato  da' filosofi  lo  stato,  ed  è  cosa  osservata  molto  da'  medici  ne  le  infermità  umane.  Ma  se  voi  volete  vedere  ancor  meglio  questo  che  io  dico,  leggete  quella  parte  del    Convivio  del  nostro  Dante,  dove  e'  tratta  de  la  etÀ  del’acino,  e  resteretene  capacissimo.   Bartolù  Orsù,  sta  bene:  ma  che  vnoi  ta  dire  per  questo?   GeUi,  Yo'dire,  tornando  al  nostro  proposito,  che  non  si  potendo  sapere  ne  le  lingue  vive  quando  sia  questo  loro  stato  e  questo  colmo  de  la  loro  perfezione,  egli  non  si  può  ancora  conseguentemente  farne  regole  perfette  e   intere.  Perchè,  se  bene  e'  si  può  sapere  mediante  gli  scrittori  di  quelle  quando  meglio  che  mai  elle  si  siano  favellate  per il  passato ,  nessuno  è  però  che  si  possa  promettere  per  il  futu-  ro, che  insino  a  che  elle  non  mancano,  elle  non  si  possino  favellar  meglio,  e  cosi  che  e' non possino  surgere'  ancora  alcuni  scrittori  che  le  scrivine  molto  meglio.  Come  potete  voi  mai  sapere  quale  sia  il  mezzo  o  lo  stato  d' una  cosa,  de  la  quale,  se  bene  voi  avete  il  principio  noto,  voi  non  potete  però  non  solamente  sapere  quando  abbia  ad  essere  il  fine  suo  determinatamente,  ma  né  anco  imaginarvelo  per  con-  ìetture  ;  come  forse  la  vita  e  de  V  uomo  e  di  molte  altre  cose,  le  quali  quando  sono  arrivate  a  la  lor  vecchiezza,  agevolmente si  può  farne  la  coniettura  quando  abbia  a  essere  la  morte  loro;  non  essendo  però  di  quelle,  a  chi  è  concesso  da  la  natura  il  rinovellarsi, come, verbigrazìa,rerbe  e  le  pianle  la  primavera.  Ma  le  lingue  non  sono  di  queste.  Resta  dunque,  non  si  potendo  saper  lo  stato  de  le  lingue  che  vivono,  che  e'  non  se  ne  possa  ancora  formar  regola  alcuna  ferma  e  vera:  il  che  non  avviene  de  le  già  morte,  come  ne  avete  lo  esemplo  chiaro  ne  la  latina.  Ne  la  quale  considerando  i  gramatici  cbe  ne  hanno  scritto  quale  fusse  stato  il  processo  suo,  e  giudican-  do, come  è  il  vero,  il  colmo  di  quella  essere  stato  ne  la  età  di  Cesare,  Cicerone  e  Virgilio  ;  perchè  ne'  tempi  di  Ennio  e  di  Plauto  si  vede  che  ella  era  ne  lo  augumento,  e  in  quegli  poi  di  Svetonio  e  di  Tacito,  nel  discrescimento,  fondarono  tutte  le  regole  loro  sopra  il  parlare  di  Cesare,  Cicerone  e  Virgilio, affermando  che  ciò  che  si  dicesse  per  lo  avvenire  ne  la  maniera  de'  sopra  detti,  sempre  sarebbe  detto  bene  e  lati-  namente,  e  massime  secondo  Cesare  e  Cicerone  ;  per  esser  lecito  e  conceduto  a'  poeti  lo  usare  spesso  molte  cose  ne' versi  loro,  che  non  si  comportano  ne  la  prosa.  Ma  questo  non  si    può  fare  ne  la  lingua  fiorentina,  e  molto  manco  ne  la  toscana, che vivono  ancora,  e  non  hanno  scrittori  da  fondarvi lo  intento  sno,  non  si  sapendo  se  elle  sono  ancor  per-  venute al  colmo  de  V  arco.   Bartoli,  E  se  questo  non  si  può  fare  per  via  de  gli  scritti,  chi  vieta  che  e'  non  si  faccia  almanco  per  via  de  lo  uso?   GeUi.  E  di  quale  uso?  Oh  questa  è  l' altra  difficultà,  e  non  punto  minore  de  la  precedente.   Bartoli.  E  perchè?   GeUi.  Perchè  ne'  tempi  nostri  non  avviene  di  questa  lìngua  quello  che  ne'  tempi  de'  Romani  avveniva  de  la  la-  tina; che  essendo  propria  d'una  nazione  che  dominava  allora  ad  una  grandissima  parte  di  questo  mondo,  era  tanto  stimata  e  onorata  da  ciascuno  de'  soggetti  loro,  e  in  Italia  massimamente,  che  e' non  si  trovava  nohile  alcuno  e  da  farne  stima,  per  qual  si  voglia  città,  il  quale  non  si  ingegnasse  di  parlar  la  lingua  romana.  SI  perchè  chi  non  sapeva  era  da  essi  chiamato  barbaro,  cioè  persona  inculta  e  di rozzi e aspri costumi; e si ancora per ì  bisogni che occorrevano giornalmente ne  le  faccende  é  private  e  publiche;  avendo  comandato i  Romàni  in  tutte  le  loro  Provincie,  che  e'  non  si  potesse  agitare  causa  alcuna  criminale  o  civile,  né  far  procèsso  od  ìnstrumento  alcuno,  se  non  in  lingua  latina.  Ad  imitazione  de'  quali,  per  quanto  io  n'ho  inteso  dire  da  Amerigo  Benci,  che da venticinque anni in qua ha usato molto la Francia,  e come  voi  vi  sapete,  oltra  le  pratiche  mercantili  ha  qualche  cognizione  ancora  de  le  speculative,  ordinò  il  padre  di  questo  re,  che  e' si  facesse  cosi  in  franzese  per  tutto  il  dominio  suo:  il  che  osservatosi  fino  ad  ora,  ha  tanto  migliorata  e  fatta  più  bella e  ricca  quella  lingua,  che  è una maraviglia a chi  lo  considera.  £  il  re  che  vive,  Arrigo  II,  imitando  le  vestìgio del  padre,  oltra  il  fare  osservare  quello  ordine,  fa  ancora  e  carezze  e  cortesie  grandissime  a  chi  traduce in  essa,  0  fa  opera  di  arricchirla  e  farla  perfetta.   Bartoli.  Bella  impresa  e  degna  veramente  d'un  principe,  amare  e  onorare  la  sua  lingua:  atteso  massimamente  che  nessuna  può  sormontare  e  venire  in  riputazione  senza  il  favor  del  principe  suo.    Non  sarebbe  dunque  stato  diflScile  a  ehi  avesse  voluto  mettere  in  regola  la  lingua  latina  in  que'  tempi  ehe  ella  era  yiva,  poi  che  gli  bastava  osservare  solamente  Io  uso  e  il  modo  che  tenevano  i  cittadini  romani  :  p^chè  non  era  in  que'  tempi  ehi  ardisse  pre^rre  la  sua  lingua  a  qoeUa,  e  non  confessare  che  la  vera  pronunzia  e  il  vero  modo  del  favellare  era  quello  de'  Romani,  altrimenti  detto  latino.  Ma  non  può  questo  avvenire  a  noi  de  la  nostra,  essendo  in  To-  scana tanti  principati e tanti  signori;  li  stati  de' quali,  se  non  in  tutto,  hanno  pure  in  parte  ciascuno,  come  io  dissi  in  quella  mia  traduzione a  lo  illustrissimo  e  reverendissimo  Cardinale  di  Ferrara,  qualche  favella  e  pronunzia  propria,  varia  e  diversa  da  tutte  le  altre,  e  parendo  a  ciascuno  che  la  sua  sia  meglio.  Perchè  noi  non  ci  abbiamo  imperio  alcuno  cosi  grande,  che  e'  muova  (come  i  Romani)  le  città  sottopo-  steli a  cercare  spontaneamente  di  favellare  e  onorare  quella  lingua  che  favella  chi  le  comanda.  Gonciossiachè,  quando  ben  la  Toscana  tutta  fusse  comandata  da  un  signor  solo,  lo  imperio  suo,  per  avere  ì  confini  si  presso,  non  sarebbe  mai  di  tanta  grandezza,  che  e'  fusse  oiiorato  e temuto  quanto  era  allora  quel  de' Romani.  Imperocché  i  suggetti  a  loro,  essendo  privi  d' ogni  speranza  di scir  mai  di  tale  servitù,  non  aveado  principe  aieuno  a  lo  intorno  dove  ricorrere  quando  e'  pensassero  di  ribellarsi,  erano  necessitati,  se  non  per  amore,  almeno  per  timore,  a  far  ciò  che  piaceva  à'  Romani.   Bar  Ioli. Io  cedo,  e  confesso,  quanto  a  la  grandezza  e  forza  romana,  che  egli  è  vero  tutto  quel  che  tu  di'.  Niente  dìmanco,  e'  si  vede  pur  manifestamente  ne'  tempi  nostri,  che  molte  persone  di  quakhe  spirito,  i»8i  fuor  d' Italia  come  in  Italia,  s' ingegnano  con  molto  situdio  di  apprendere  e  di  favellare  questa  nostra  lingua  non  per  altro  che  per  amore.   GelU.  Egli  è  vero  che  quello  che  ne  la  età  de'  Romani  faceva  la  forza,  lo  fa  oggi  la  bontà  e  la  bellezza  di  questa  lingua.  Ma  perchè  coloro  che  la  desiderano  e  cercano  per  loro  stessi  come  cosa  buona, la  appetiscono  edamano  in  quella   *  Intende  la  tradniione  dell'  operetta  di  Simone  Porzio  del  modo  di  orare  cristianamente.  Qui  parla  di  cose  dette  nella  lettera  dedicatoria.maniera  che  si  desidera  ed  ama  il  bene,  ella  è  ancora  dipoi  seguitata  e  adoperala  come  esso  bene,  cioè  da  ì  meno,  e  non  da  i  più.  Ma  datò  che  e'  fosse  il  vero  che  ognuno  cer-  casse di  favellare  in  lingua  toscana,  e  desiderasse  che  e'  se  ne  facessi  regole,  donde  si  arebbe  poi  a  cavarle,  non ci  essendo  ciltade  alcuna  che  signoreggi  tutta  Toscana?  Perchè  i  Luc-  chesi, i  Pisani,  i  Sanesi,  gli  Aretini,  e  qualunque  altra  città  di  questa  provìncia,  direbbe  sempre  che  la  vera  lingua  e  pronunzia  losca  fusse  veramente  la  sua;  e  il  cavare  una  parte  di  esse  regole  da  una  città  e  V  altra  da un' altra,  sce-  gliendo, come  dicono  alcuni,  il  meglio,  per  fare  un  composito  di  tutte  quante,  sarebbe  cosa  molto  difiScile,  e  poi  forse  anche  non  approvata  e  non  osservata,  non  ci  essendo  chi  la  comandi.   Bartoli.  Oh,  io  non  penso  però  che  il  luogo  donde cavare  le  regime  abbia  molta  difBcultà;  non  essendo  se  non  raris-  simi que'  che  volendo  imparar  la  lìngua  piglino  altri  autori  che  Dante,  il  Petrarca  e  '1  Boccaccio  ;  i  quali  essendo  pure  tutti  e  tre  di  Firenze,  mostrano  assai  manifestamente  donde  sì  debba  imparar  la  lingua.  Non  ostante  che  alcuni,  poco  amici  per  avventura  del  n<Mne  nostro,  hanno  voluto  privarci  del  Petrarca  e  del  Boccaccio,  facendo  questo  ultimo  da  Certaldo  e  quello  altro  Aretino,  senza  avertire  che  ser  Pe-  tracco  padre  di  messer  Francesco,  come  cittadino  che  egli  era,  ebbe  per  moglie  una  de'Ganigiani,  e  luogo  tempo  fu  cancelliere  alle  Riformagioni  ;  e  che  il  Petrarca  stesso  dice  di  sé  medesimo:   SMo  fossi  stato  fermo  a  la  spelonca  Là  dove  Apollo  diventò  profeta,  Fiorenza  avria  forse  oggi  il  suo  poeta;   e  che  Matteo  Villani  dice  ne  la  Cronica  che  e'  seguitò  dopo  Giovanni  suo  fratello  :  «  Questo  anno  furono  coronati  poeti  due  nostri  cittadini  fiorentini;  messer  Francesco  di  Petracco,  vecchio;  e  Zanobi  da  Strata,  giovane. E  che  il  Boccaccio,  nel  suo  libro  de' Fiumi,  quando  e' ragiona  de  l'Elsa,  dice:  et  quum  oppida  plura  hinc  inde  ìabens  videai,  a  dexlro,  modico  elatum  tumulo,  Certaldum,  vetus  msiellum,  Unquii:  cujus  ego    libens  memorùiffi  celebro,  sedes  qtUppe  et  natole  solum  nu^o-  rum  meorum  futi,  anUquam  illos  susciperet  FloretUia  eives.   GelH,  Egli  è  vero  che,  non  si  stimando  qaanto  a  la  lin-  gna,  altri  scrittori  che  questi  fiorentini,  rispetto  (credo  io)  al  non  si  esser  trovato  mai  in  queste  altre  favelle,  non  sola-  meate  ehi  gli  pareggi,  ma  nò  par  chi  si  appressi  loro,  e' pare  certamente  da  confessare  che  la  lingua  fiorentina  tenga  il  principato  ne  la  Toscana  ;  nìentedimanco. BartolL  Sta  fermo,  Gello,  e  non  dir  cosi;  che  noi  ci  recheremo  a  dosso  una  invidia  troppo  grande.  Perchè  e'  non  si  può  nò  debBè  negare  che  ne'  tempi  nostri  medesimi  non  ci  siano  stati  de'  forestier,  *  e  fuor  di  Toscana,  che  abbino  scritto  in  questo  idioma  si  eccellentemente,  che  e'  ne  sono  stati  lodati..   Geìlu  Si,  ma  se  voi  avvertite  bene,  vedrete  che  i  più  celebrati  fra  questi  tali  sono  selamenle  quegli  stessi  che  hanno  saputo  più  e  meglio  imitare  gli  scrittor  fiorentini  ;  e  non  son  però  stati  molti  :  e  di  questi  ne  avete  alcuno,  che  per  aver  si  bene  imitato  ed  espresso  i  concetti  altrui  con  gli  stessi  modi  e  parole de gli autori, que' dotti de L’Orto, pigliando la  metafora  da  quegli  scultori  che  attendono  più  a  improntar  V  altrui  che  a  sculpire  di  loro  artifizio,  usavano  di  dir  tra  loro:  costui  ha  formato.  Ma  voi  ci  avete  ancora  un'  altra  cosa,  che  dimostra  meglio  epiù chiaramente  quel  che  voi  dite:  che  tutti  o  la maggior  parte  de' forestieri  con-  fessano e  acconsentono  tacitamente,  che  la  lingua  che  e'  cer-  cano e  tengon  buona  ò  solamenle  la  Fiorentina;  io  intendo  di  quella  che  favellano  i  nobili  e  veri  cittadini  fiorentini  che  hanno  qualche  cognizione  o  di  lingue  o  di  scienzie  ;  e  non  di  quella  che  usano  i  plebei,  e  gli  uomini  che  hanno  cognizione  di  poche  altre  cose  che  di  quelle  che  si  conven-  gono loro  come  animali.  Perchò,  non  vi  crediate  però  che  la  plebe  di  Roma,  quando  fiori  la  lingua  latina,  favellasse  con  quella  leggiadria  che  facevano  e  Cesare  e  Cicerone.   Bartolù  Certamente  no  ;  anzi  si  legge  di  Cicerone,  che  i  Romani  stessi  lo  ammiravano,  maravigliandosi  grandemente   *  H  monicipalismo  a  que'  tempi  faceva  non  conoscere  che  non  son  forestieri  fra  loro  quelli  che  abitano  il  paese  fra  le  Alpi  e  il  lilibeo.    SOtt   de  la  8oa  eloquenzia.  Ma  quale  è  questa  cosa  che  ta  volevi  dire?   GeììL  II  non  si  esser  trovato  ancora  scrittore  alcuno  di  Toscana,  che  abbia  avuto  ardimento  a  dire  di  avere  scritto  ne  la  sua  lingua  propria,  come  dissero  Dante  e  il  Boccaccio,  r  uno  nel  Convivio,  e  V  altro  nel  Decamerone,  e  come  fanno  ancor  oggi  molti  Fiorentini.  Di  maniera  che  e'  non  si  truova  opera  alcuna,  che  si  dica  scritta  in  lingua  Pisana,  Sanese,  Lucchese,  Aretina,  o  di  qual  si  voglia  altro  luogo  toscano:  e  pure  hanno  avute  queste  città  scrittori  di  non  piccola  fama.  Laonde  non  può  avvenir  questo  per  altro,  se  non  perchè  questi  tali  conoscono  molto  bene  la  lor  lingua  naturale  non  esser  quella  che  si  stima  oggi  e  pregia  cotanto.  E  se  bene  essi  hanno  ancora  imitato  gli  scrittor  nostri,  quanto  è  loro  stato  possibile,  e'  npn  V  hanno  però  voluto  confessare  aper-  tamente e  liberamente,  giudicando,  per  avventura,  che  ciò  non  fusse  molto  onor  loro.  Anzi,  perchè  se  e' l'avessero  chiamata  Fiorentina,  e'  non  sarebbe  parato  loro  avervi  parte  alcuna  o  pochissima ,  e'  l' hanno  chiamata  Toscana  o  vulgare;  volendo,  col  chiamarla  cosi,  dare  a  intendere  a  le  persone,  che  ella  si  parli  vulgarmente  per  tutta  la  Toscana.  Il  che  si  vede  che  non  è  vero.  E  altri  dipoi  non  Toscani,  per  avervi  ancor  eglino  parte, l’hanno  chiamata  italiana.   Bartolù  Sta  fermo.  Cello,  che  Dante  ancora  egli  fu  di  opinione  che  ella  si  dovesse  chiamare  Italiana,  in  quel  li-  bretto suo  De  vulgari  eloquerUia,  se  io  mi  ricordo  bene.   Gellù  Ehi  messer  Cosimo,  non  vi  ho  io  detto  più  volte  che  cotesto  libro  non  può  essor  di  Dante,  ma  che  e'  conviene  che  qualcun  altro  l'abbia  finto,  sotto  il  colore  di  quella  promessa che  ne  la  Dante  nel  suo  Convivio? Il  che  non  può  veramente  esser  nato  da  altro,  che  da  lo  avere  troppo  arden-  temente desiderato  chi  ne  fu  lo  autore,  che  V  onor  de  la  lingua  fusse  generalmente  comune  di  tutta  la  Italia ,  e  non  particulare  di  Firenze  solo.  Ma  se  voi  forse  non  ve  ne  ricor-  date, avvertite  che  que'litterati  de  l'Orto  de'Rucellaì,dispuT  tando,  ne  la  venuta  di  Papa  Leone,  col  Trissino  (perchè  egli  fu  che  ci  condusse  la  prima  volta  questa  opera}  sopra  lo  essere  o  non  esser  ella  di  Dante,  gli  facevano  centra MifiioMAMBaro  irtouio  alla  limooa*   quella,  non  variati  né  alterati  in  maniera  akona,  come  omo,  Urrà,  mare  e  simili  ;  e  ana  grandissima  quantità  di  quegli  altri  dove  si  varia  scrfo  una  lettera,  come  leggo  e  aequa,  che  a'  Latini  son  lego  e  aqua,   GeUL  Questa  fo,  come  dite  voi,  nua  esposixione  assai  stravagante,  e  da  uomini  che,  desiderando  introdurre  cose  nuove,  volsero  mostrare  che  ciò  fusse  fatto  con  qualche  motivo ragionevole.  Ma  non  è  già  venuta  di  qui  la  diversità  della  pronunzia,  la  quale  molto  prima  si  variò,  che  e'  venisse  a  campo  si  stran  precetto.   BarioU.  E  donde  venne  dunque  la  orìgine?   GeUi,  Dicono  alcuni  diligentissimi  osservatori  de  le  cose  di  questa  lingua,  e  io  lo  confermo  con  esso  loro,  che  in  alcune città  e  luoghi  particolari  di  Toscana,  per  naturale  proprietà si  costuma  di  mettere  Vo  in  quelle  parole  ne  le  quali  in  Firenze si  mette  l' u;  di  maniera  che,  dove  noi  di-  ciamo suslanza,  singutare,  particulare,  speculare  e  specular-  tivo,  quivi  si  dice  sostanza,  singolare,  parlicolare,  speco-  lare  e  specoUUivo:  e  cosi  ancora  di  mettere  Ve  dove  noi  altri  mettiamo  V  i,  costumandosi  ordinariamente  dire  in  Firenze, principe  e  UUerato;  e  quivi  prendpe  e  letterato:  la  quale  pronunzia  arreca  a  gli  orecchi  de' Fiorentini  un  suono  cosi  sgarbato  e  tanto  spiacevole,  che  e'  non  si  traeva  tra  noi  chi  l' usi,  se  non  alcuni,  e  ben  pochi,  che  per  proprio  comodo  loro  seguitano  la  pronunzia  così  fatta  ;  non  si  curando  non  solamente  di  dare  od  accomunare  ad  altrui  quello  che  era  solamente  de'  Fiorentini,  ma  di  adulterare  e  imbastardire  una  lingua  mantenutasi  pura  e  schietta  sino  a'  di  nostri,  e  solamente  bella  e  leggiadra,  quando  manco  vi  si  accompagna  voci  o  pronunzie  di  forestieri.   Bartolù  Certamente  che  questa,  né  a'  tempi  nostri  né  a  quegli  de  li  antichi,  per  quanto  se  ne  vegga  da  le  scritture,  non  fu  mai  pronunzia  fiorentina.  £  chi  non  lo  crede,  avvertisca  e  osservi  bene,  come  coloro  che   fecero  stampare  in  Firenze  quel  Cento  novelle,  avuto  poi  univer-  salmente in  tanta  reputazione  e  tanto  pregiato,  essendo  tutti  cittadini  fiorentini  nobili  e  veri,  e  avendo  cotanti  testi  antichi  e  buoni,  e  tra  gli  altri  uno  che  é  oggi  in  guardaroba   di  Sua  Eccellenza,  scritto,  vivendo  ancora  il  Boccaccio,  da  uno  de' 'Mannelli,  e  non  solamente  copiato  da  lo  originale  de  lo  anlore,  ma  riveduto  ancora  e  corretto  da  lui  medesimo;  avyertisca,  dico,  e  osservi,  come  sempre  dissero  principe^  liUerato,  iustanzia  e  partieulare,  come  ordinariamente  si  dice  in  Firenze.   Getti,  Ritrovandosi,  adunque,  in  Padova  alcun  di  questi  tali  nel  principio  deHa  Accademia  de  gli  Infiammati,  dove  non  era  per  buona  sorte  alcuno  veramente  Fiorentino  (che  e'  non  sarebbe  forse  seguito  questo  disordine);  e  mettendo  in  uso  col  favellare  e  con  lo  scrivere  questa  lor  naturai  pronunzia,  scoperta  però  primieramente  fra  gli  Intronati;  i  Lombardi  e  i  Yeniziani,  che  cercavano  di  pronunziare  toscanamente, credendosi  che  quella  fusse  la  vera,  cominciarono non  solo  a  celebrarla,  ma  ad  usarla,  ed  a  trasferirla  ne  le  loro  stampe.  A  la  qual  cosa  si  aggiunse  presto  che  alcuni  altri  non  Toscani,  per  ispogliare  la  Toscana  di  questa  gloria,  cominciarono  a  mescolare  in  essa  molte  parole,  le  quali,  al  giudizio  mio,  né  si  favellarono  nò  si  scrissero  mai  in  Toscana;  e  oltre  a  questo,  cercarono  ancora  dì  mutarle  nome.  £  perchò  se  ella  si  dicesse  lingua  Tosca,  essi  che  erano  forestieri  non  ci  avevano  parte  alcuna,  cominciarono  a  chiamarla  chi,  come  il  Trissino, Cortigiana,  e  chi  Itala  o  Italiana,  come  il  reverendissimo  Sadoleto;  persona  dottissima veramente  e  eloquentìssima,  ma  appartata  e  in  tutto  aliena  da questa professione.  E  di costoro  non  voglio  io  veramente dir  cosa  alcuna;  ma  solo  che  io  mi  maraviglio  oltre  a  modo  di  alcuni  Toscani,  che  avendo  molto  più  rispetto  al  comodo  proprio,  che  a  la  verità,  per  la  servitù  forse  che  e'  tengono  con  alcuni  di  questi  tal,sono  concorsi  a  chiamarla  Italiana  essi  ancora  l  non  si  curando  di  vendere  per si  vii  pregio  l'onore  e  la  gloria  propria;  e  non  avendo  avvertenza che  i Genovesi, i Milanesi, que' del Lago Maggiore, i  Bergamaschi,  una  gran  parte  de' Romagnuoli,  i  Marchigiani,  i  Norcini,  gli  Abbruzzesi,  i  Pugliesi,  i  Calabresi  e  altri  infi-  niti popoli  de  la  Italia,  fanno fede  manifestissima  a chiunque favella  loro,  che  a  gran  torto  ò  posto  nome  a  la  lìngua  nostra  Italiana.    E  come  potette  più  in  cotesti  tem|M  (lasciando  or  le  querele  da  banda)  V  antorità  di  cotestoro,  che  ifoella  de' Fiorentini,  se  il  principio  de  la  lingua  e  il  fonie  è  in  Firenze,  e  fondato  in  sa  gli  scrittori  fiorentini?   GtXtL  I  Fiorentini,  attendendo  in  cotesti  tempi  quasi  tutti  a  la  mercanzia,  a  la  quale  sempre  è  stata  molto  inclinata la  città  nostra,  e  forse  |mù  per  bisogno  che  per  natura,  rispetto  a  la  magrezza  del  paese  ;  non  davano  opera  alcuna,  se  non  pochissimi,  a  la  lingua  latina,  e  molto  meno  a  la  greca  ;  e  cosi  non  venivano  a  considerare  la  propria  »  e  a  riconoscer  l'arte  e  lo  studio  che  avevano  usato  in  essa  Dante,  il  Petrarca  e  il  Boccaccio:  anzi,  quando  leggevano  questi  autori,  attendevano  pio  le  istorie,  che  altra  cosa.  Di  maniera  che,  se  vi  ricorda  bene,  crono  molto  più  stimati  allora  i  Trionfi  del  Petrarca,  che  le  Canzoni  e  Sonetti  suoi.  Ma  In  alcune  altre  città  toscane,  dove  per  la  fertilità  e  grassezza  del  lor  paese  non  è  il  guadagno si  necessario,  attendendo  que'  cittadini  a  gli  studj  de  le  buone  lettere,  cominciarono  a  considerare  molto  (Nrima  di  noi  ne'  nostri  scrittori  la  bel-  lezza di questa  lingua,  e  ad  osservare  ne  lo scriverla  quelle  terminazioni  e  quelle  concordanzie  de'  singolari  e  de'  plura-  li che  que'  nostri  avevano  usate.  Bene  è  vero  che  per  la  lor  favella  natia  pronunziando  non  come  noi,  e  mescolandoci  ancora  qualche  parola  de  le  loro,  ce  l'hanno  condotta  a  r  essere  che  voi  medesimo  vi  vedete. Lo avere adunque i nostri atteso a la mercatura  e  non  a  le  lettere ,  e  la  moltitudine de' travagli  che  sempre  ci  sono  stati,  fecero  per  lungo tempo  restare  in  dietro  e  quasi  che  perdersi  interamente  gii  avvertimenti  e  l'arte  usata  da' tre sopra  detti  ne  la  nostra  lingua;  e  i  primi  che  cominciassero  in  Firenze  a  riosservargli,  e  ne  la  fovella  e  ne  la  scrittura,  furono  quegli  stessi  litterati  che  usavano  a  l' Orto de' Rncellai.  E  ricordami  che  e'  non  potevano  restare  di  maravigliarsi  di  alcuni  litte-  rati poco  avanti  la  loro  età,  che  avevano  composto  in  versi  e  in  prosa  di  questa  lingua  senza  alcuna  osservazione;  parendo  loro  impossibile  che,  avendo  pur  veduti  gli  scritti  di  que'  tre  famosi,  e'  non  avessero  aperti  gli  occhi  a  le  loro  osservazioni,  e  non  si  fossero  accorti  in  quanta  corruzione    fosse  incorsa  la  beHìssima  lingua  che  noi  inrliamo.  Da  co-  storo avvertiti  Cosimo  Rocellaì,  Lnigfi  Alamanni,  Zanobi  Baondelmonti,  Francesco  Guidetti  e  aiconi  altri,  i  qaali»  praticando  con  esso  Cosimo»  si  trovavmo  spesso  a  rOrU»  con  qoe'  più  vecchi,  c«ninciarono  a  cavar  foori  le  dette  consi-  derazioni, e  a  metterle  tanto  in  atto,  che  la  lingua  n'  è  poi  tornata  in  quel  pregio  che  voi  vtdele.   BarloU,  Tu  di'  il  vero,  GeUo  mio  caro;  perchè  e'mi  rioor*  da  che  da  venticinque  anni  in  dietro  non  erano  versificatori io Firenze,  se  non  tre  o  qoattro;  a'  qnali,  senza  avere  altri-  menti oensiderazione  akana  di  terminazioni  di  parole ,  di  concordanzie  di  numeri,  o  d' altra  cosa  che  faccia  bello,  ba-  stava solamente  che  e'  rimassero  e  fusser  versi.  £  chi  lo  vuol  vedere  e  toccar  con  mano,  legga  le  rappresentazioni  che  si  facevano  in  que'  tempi:  le  quali  quando  io  considero  chenti  elle  sono,  e  quanto  non  solamente  poco  verisimili,  ma  impossibili  e  mostruose,  mi  fanno  tenere  per  di  poco  giudizio  e,  per  dirla  cosi  fra  noi,  molto  goffi  tutti  coloro  che  potevano  stare  a  udirle  ;  e  mi  iinno  credere  che  se  elle  si  facessero oggi cosi, i fanciulli, non che altri, uccellerebbono si a la scoperta i  compositori,  che  e'  se  ne  rimarrebbono  in-  teramente per  lor  medesimi.   eretti.  E  da  che  vi  pensate  die  nasca  questo,  se  non  da  r  essere  oggi  in  Firenze  cosi  gran  numero  di  persone  che  hanno  bonissima  cognizione  de  la  lingua  latina  e  greca?  le  quali  essendo  state  necessitale  ne  lo  impararle,  a  vedere  i  veri  poeti,  hanno  assai  chiaramente  conosciuto  che  cosa  sia  poesia,  e  quanto  sia  verbigrazia,  centra  i  precetti  de  Tarte  il  ridurre  tutta  la  vita  di  uno  uomo,  o  pur  le  azioni  di  venticinqoe  o  trenta  anni,  in  due  o  tre  ore  di  tempo  che si  consuma  nel  recitare.  E  a  cagione  che  e'  non  si  abbia  a  dire  de'  casi  loro  quel  motto  di  Orazio   Delfinum  silvis  appingit,  fluctibus  aprum,   non  hanno  solamente  lasciali  cotesti  errori,  ma  sbanditili  ancora  in  tuUo  da  le  loro  composizioni,  e  si  sono  ridotti  a  quello  uso  buono  che  avevano  i  Latini e i Greci. Olire  a  questo,  avendo  appreso  per  via  di  regole  quelle  due  lingue.    31S  miaoiiAanno  ummo  aua   c4HMM6eiido  quante  e  quali  nano  le  parti  del  pariare,  e  in  cbe  modi  elle  debbino  accompagnarsi ,  cominciano  a  favel-  lare tanto  rettamente  e  con  tanta  leggiadria,  che  io  mi  persuado  gagliardamente,  la  nostra  lingua  esser  molto  Tidna  a  quel  sommo  grado  de  la  perfexione,  oltra  il  quale  non  si  può  salire.   BartoU.  E  se  cori  è,  die  cosi  la  tengo  io  ancora,  perehè  non  si  può  eDa  adunque  mettere  in  regole,  e  farla  perfetta  alilittoT   GM.  A  le  cagioni  che  io  ve  ne  ho  di  già  assegnate,  si  aggiagne  questa  altra  ancora,  che  non  è  di  poco  momento:  ed  è  il  non  avere  in  su  che  fondare  e  formare  esse  regole;  eonciossiachè  in  su  gli  scrittori  non  si  può,  non  avendone  noi  alcuno  che  si  possa  tenere  per  bello  e  per  buono  tutte  quello  che  egli  ha  usato.  Perchè,  cominciandoci  da  qne'  tre  primi  che  sopra  gli  altri  sono  approvati,  Bante,  oltra  lo  esser  poeta,  ebbe  dal  secol  suo  rozzo  e  duro  molte  e  molte  parole lasciate  oggi  in  tutto  da  Y  uso.  H  medesimo  avviene  al Boccaccio, nel  qoal  sono  e  modi  e  parole  che,  se  ben  fìiron  belle  in  quel  secolo,  l' oso  di  oggi  non  le  riceve. E il Petrarca, se bene ha la sua lingua assai più purgata, per essere (come io dissi in Dante) poeta, per le molte licenzie che a' poeti son concedute, non è materia conveniente a formarne le regole per la prosa. BarUAL Io non so, Gello mio, come questo sia da concedere; perchè, se bene da que' primi due, rispetto a le licenzie poetiche, non si posson trar buone regole, il Boccaccio è por tanto bello e tanto pregiato universalmente, ch'io non so perchè tu lo sfugga. GéUU. Il Boccaccio, per quanto ne dicono questi suoi, si imaginò di usare i tre stili: l’alto, nei  Filocolo; il mediocre, ne la Fiammetta; e il basso, nel Decamerone. Il che se bene gli successe o no, non ci accade ragionarne ora. Basti  che la più approvata de le sue cose è il Cento novelle; opera beila certo e piacevole, ma non da essere in tutto imitate rispetto ad alcune costruzioni che, per non esser piaciute a Toso, son restate del  tutto in dietro, e ad una infinità di parole che sono oggi aborrite e fuggite da gli scrittori: come, yerbigrazla,  bwma  pezxa ìa  Intogna,  gravenza, abUawBa, niquUoso, avaecio, autorevole, contezza, deliberanza, sezzaio. M a  che  sto io a contarle a toì che ri faceste sopra la tavola y e le notaste già taile quante?  BartoU. Certamente queste si fatte voci non solamente si usano oggi da molto pochi, ma elle non sono ancora più accettate per fiorentine, e pare che elle offendine  altrui  r  orecchie,  se  pur  si  truova  qualcuno  che  V  usi.   Getti.  Non  si  possono  adunque  le  regole  toscane  cavare  da  gli  scrittori.   Bariolù  Gavinsi  le  fiorentine  (che de V altre  non  tocca  a  noi)  da l’uso  di  FirenzeGeUù  £  questo  anche  mal  si  può  fare;  dovendosi  (come  io  dissi  non  molto  avanti)  pigliar  V  uso  non  d'ogni  tempo,  ma  de  la  età  dove  la  lingua  fu  nel  suo  colino. Il che non possiamo saper noi altri,  poi  che  e  la  è  viva,  e  va  a  T  insù  ;  avvenga  che  voi  forse,  come  alcuni  forestieri,  vi  persuadia-  te che  ella  fusse  nel  sommo  grado  ne  la  età  di  que'  tre  scrittori.   Bartolù  Questo  no;  anzi  tengo  per  fermo  che  ella  fusse  nel  nascimento,  e  che  ella  avesse  quasi  principio  da  essi  tre,  per  essere  stati  Dante  e  1 Petrarca  i  primi  in  questi  paesi  che  cominciassero  avere  tanta  notizia  de la lingua latina  più  de  gli  altri  uomini,  che  e'  ne  furono  chiamati  suscita-  tori e ritrovatori;  come  apertamente  si  può  vedere  nel  pri-  vilegio conceduto  ad  esso  Petrarca,  quando  publicamente  fu  coronato  nel  CamfMdoglio:  e  il  Petrarca  e  il  Boccaccio  de  la  greca,  de  la  quale  non  si  aveva  in  Italia  notizia  alcuna  ne  la  età  loro,  se  non  piccola  e  defettiva. Laonde  bramandola questo ultimo sommamente, condusse a Firenze un Greco, per quanto si legge ne la sua vita, che glie la insegnasse, e una  quantità  di  libri  greci,  lasciati  poi  da  lui  stesso  dopo  la  morte  a  la  libreria  del  nostro  Santo  Spirito.  Costoro  adunque,  mediante  la  cognizione  di  queste  lingue,  cominciarono  a  parhire  rettamente  e  ordinatamente,  migliorando e inalzando  tanto  il  nostro  idioma  da  quello  che  egli  era,  per  quanto  veder  se  ne  può  in  que'  che  scrissero  avanti  a  loro,  che  noi  possiamo  liberamente  tenere  e  dire,  che  il   vero  nascimettto  e  principio  di  questa  libgtta  fa  solunente  dalor  tre:  ma  che  e'  non  foron  già  poi  segniti  né  imitati  ne  lo  allegarla  secondo  i  modi  posti  da  loro,  imperoceliè  chi  venne  dopo,  non  essendo  dato  a  gli  stadj^  noA  eomiderò  lecostrocioni  e  le  terminazioni  osate  da  lèro»  e  iMcMla  di  tempo  in  tempo  cadere  in  ^ella  barbarie  die  iMd  eenllm-  mo  non  son  molti  anni.  Ma  io  dico  bene>  che  poi  the  g^i  uomini  hanno  ricomincialo  a  considerarla,  come  fecero  qnegli  de  r Orto,  e  ad  osare  i  modi  de tre  nostri  Inmi ella  é  tanto  migliorata  a  poco  a  poco,  che  io la tengo  oggi  nsolto  piA  bella  universalmente,  che  eOa  non  era  ne'  tempi  loro  ;  e  che  se  eglino  scrissero  cosi  bene  allora  (^il  che  fn  molto  più  da  impotare  a  lo  ingegno  loro  che  a  4a  bontà  de  la  Ikigoa),  scriverebbero  molto  meglio  oggi  :  non  essendo  necessitati  da  la  povertà  Òe  la  lingua,  che  oggi^  è  ricchissima^  ad  osare  quelle  parole  che  più  non  piacciono,  eqoe'  modi  ohe  son  fuggiti  da'  nostri  orecchi  ;  di  modo  c^e  nel  volto  ancora  del  Petrarca  non  si  scorgerebbero  q«e'  pochi  avvegnaché  pic^  eolissimi  nei,  che  i  ben  purgati  giudizj  vi  riconoscono.   GelU.  Io  credo  che  voi  giudichiate  bene, e  che  la  cosa  stia  come  voi  dite. Ma io voglio  andare  un  passo  più  là,  e  dire,  che  essendo  ancor  vìva  la  lingua  nostra,  e  in  maggiore  speranza  di  avere  a  vivere,  che  eUa  fosse  fom  ancor  mai,  egli  non  si  può  affermare  che  la  nstnra  (la  quale  iton  si  stracca  e  non  invecchia  mal,  anzi,  se  bene  ella  varia  talora  alquanto,  è  por  sempre  quella  medesima)  non  possa  e  non  abbia  ancora  a  produrre  de  gì'  ingegni  simili  a  loro;  i  qoali,  trovando  la  nostra  lingoa  in  molto  maggior  perfezione  che  non  la  trovmrono  i  sopradetti,  serivino  non  solamente  bene  cernie  qoelli,  ma  forse  ancora  assai meglio  di  loro»   Bartolù  £  questo similmeiite  mi  par  di  credere,  essendosi veduto ne' tempi nostriche in quaiuncàe faciità, e particnlarmente ne  la  architettura, pittura  -e  scoltura,  ha  la  nostra  città  generati  aiconi  che  non  solo  haano  paseggiaU  i  famosi  antichi,  ma  forse  ancora  avanzatili  in  ^oalohe  cosa»   GellL  Non  si  poò  donqoe  dire  dM  ella  sia  ne  lo  stato  Mio>  veggendosi come di giorno in  gèomo olla va «i  soo  augomento;  e  potendosi  agevdmente  far  conieltara  da  te cose  che  soprareiigoDO,  ehe  ella  abbia  ancora  a  farsi più  ricca  e  saolto  più  beUa.   MartoU.  E  q«ali  Mm  questo  cose Gello?   GeUù  Molte  e  molte  sono,  messer  Cosimo;  e  dae  sopra  tatto  l'altre.  L'nna  de  le quali è la  moltitadine  grande di ei^oro  che  oggi  si danno,  in  Firenze a la lingna  latina  e  greca;  i  quali  imparando  quelle  con  regola, avellano  dipoi  ancora  reg<^tamente  la  nostra,  e  con  leggiadria;  e  da  questi  imparando  gli  altri,  mossi  da  quello  ingenito  desiderio  ohe  ha  ciascuno  di  non  volere,  in  quello  che  egli  può,  essere  in  maniera  alcuna soprayanzato da i suoi pari,  faranno  di  mane  in  mano  la  lingua  più  bella più  onorata,  si  col  parlare  e  si  col tradurre,  arrecandoci le scienzie  e  V  arti  che  elli  imparano  ne  l' altre  lingue.  L'a&tra  è  il  cominciare  i  principi  e  gli  uomini  grandi  e  qualificati  a  scrivere  in  questa  lingua  le  importantissime  cose  de'  governi  de  gli  Stati,  i  maneggi  de  le  guerre  e  gli  altri  negozj  gravi  de  le  faccende,  che  da  non  molto  in  dietro si  scrivevano  tutti  in  lingua  latina.  Perché,  non  vi  date  a  intendere  ehe  una  lingua  diventi  mai  ricca  e  beila  per  i  ragionamenti  de'  plebei  e  de  le  donniciuole,  che  faveUan  sempre  (rispetto  a  lo  avere  concetti  vilis6imi)di  cose  basse:  chò  e'  sono  solamente  gli  uomini  grandi  e  virtuosi,  quelli  ehe  inalzano  e  fanno  grandi  le  lingue;  imperocché,  avendo  sempre  concetti  nobili  e  alti,  e  trattando  e  maneggiando  coae  di gran momento, e ragionando  bene  spesso  e  discorrendo sopra  quelle  in  prò  e  in  contro,  persuadendo  o  dissuadendo, accusando o lodando,  e  talvolta  ancora  ammo-  nendo e  insegnando,  fanno  le  lingue  loro  copiose,  onorate,  ricche  e leggiadre.  Per  queste  due  cose  adunque,  ancora  che  altre  cagioni  non  ci  fossero,  si  può  giustamente  sperare  ^M  la  nostra  lingua  abbia  a  essere  ancora  un  giorno  tanto  pregiata  appresso molti  che  nasceranno,  quanto  sono  oggi  appresso  di  noi  e  la  greca  e  la  latina.  £  conseguentemente  concludo,  che  non  essendo  ella  ancor  pervenuta  a  lo  stato  suo,  non se ne possa far regola, che in tempo non molto lungo non abbia a scoprirsi defettuosa, e non più tale quale oggi forse ci apparirebbe. Si come avviene, per esemplo, ne la pittura; dove i ritratti de giovanetti, se bene  gli soniigliono interamente quando e' son fatti y  non  vi  corre  però  gran  tempo che,  cambiandosi lo aspetto del ritratto nel farsi egli nomo, tanto varia  la effigie, che non lo somiglia più, né  apparisce  più  qnel medesimo. BartolL  Orsù, pongbiamo  per  le  tante  cose  allegate da te,  cbe  a  r  Accademia  non  si  convenga  il  fare  queste  regole  :  vuoi  tu  però  affermare  al  tutto,  che  una  persona  privata  e particolare,  lasciando  favellare  ad  arbitrio  loro  qualonche  città  e  luogo  de  la  Toscana, senia  difettargli  o  ripotargli  da  meno  per  questo, non possa  almanco  da  i  tre  primi  nostri  scrittori  e  da  T  uso  di  Firenze formare le regole, che a'tempi  d' oggi insegnino  favellare  rettamente  a'Fiorentini  stessi,  e  a  chi  pur  volesse  imitar?   GeìU.  Oh  questo  no,  messer  Cosimo; perchè  io  mi credo  pure,  che  un  solo,  in  suo  nome  proprio  e  non  di  Accade-  mia, con tutte quelle avvertenzie che voi avete dette, sicuramente le possa fare.   Bartoli,  E con  qoal  ordine?  o  in  che  maniera?   Geìli, Dirovvelo:  ma  perchè  voi  mi  intendiate  più  facil-mente, avvertite che questa lingua, come quasi tutte l'altre cose di questo mondo, ha  due parti principali; la materia, cioè, e la forma: la materia sono le parole de le quali ella è fatta; e la forma è qod modo e quell' ordine col quale son conteste  e  tessute  insieme  l' una  parola  con  Y  altra,  che  si  chiama  ordinariamente  la  costruzione.  Di  queste  due  parti la  materiale,  o  de  le parole,  non  tengo  io  per  molto  difficile  a  metterla  in  regola;  ancora  che  ella  abbia  forse  bisogno  di  lungo  tempo,  rispetto  a  lo  aversi  a  fare  un  vocabolista  di  tutte  le  voci  che  si usano,  come  aveva  già  cominciato  il  nostro  Norchiaio,  prima  che  morte  gli  troncasse  il  volo.  Ma  de  la  costruzione,  o  volete dire de la forma, ne la quale consiste tutta la bellezza e la leggiadria de la lingua, e appresso di noi è per avventura molto più dolce che ne' nostri vicini,  non  so  io  come  ella  possa  mostrarsi  meglio  che  da  gli  esempi  de'  tre  scrittori   Bartolù  Oh  Gello,  e'  mi  ricorda,  a  questo  proposto  de  la dolcezza  de  la  testura  del  parlar  nostro,  che  messer  Alessandro  Piccolaomini,  persona dottissima e tanto rara qaanto lo sai,  ritrovandosi  in  casa  mia,  e  leggendo  aicani scritti  dì  questi  nostri,  rivoltatosi  a  me, disse:  come  può  e'  mai  essere,  messer  Cosimo  mio,  che non essendo le patrie nostre più lontane  V ttna da V altra che trenta miglia, noi altri non abbiamo le clausole  cosi  dolci  e  gli  andari  tanto  piani e si ordinati,  quanto gli veggiamo  e  sentiamo in  voi  Fiorentini?   GéìU.  £  voi  vedete  bene  che  tutti  costoro  che  fino  ad  oggi  hanno  fatto  le regole  del  parlar  toscano, distendendosi  ne  le  declinazioni  solamente, si  hanno  passato  la  costruzione  senza parlarne  se  non pochissimo, come cosa troppo difficile e ad essi forse mal riuscibile. Laonde, circa il formarequeste regole,  non maffaticherei molto ne là prima parte; ma dichiarate le parti de la orazione, e dimostrate le declinabili  e le indeclinabili,  e  gli  esempli  de'  verbi,  massimamente con quella diversità  che  è tra l'uso  moderno e quello che  e' dicono de' nostri antichi,  me n'andrei  tutto  a  la  costruzione.  Ne la quale, consistendovi  (come ho detto)  tutta  la  importanzia  di  questa  lingua,  vorrei  io  certamente usare  una diligenzia più là che estrema, togliendo  da'  tre sopra  detti  tutto  quel  che  fusse  ben detto.  Il che,  al  giudizio  mio,  solamente  sarebbe  quello che  V  uso  di  oggi  si  ha  man-  tenuto;  essendo l’orecchio  nostro  inclinato  naturalmente  a  lasciar  sempre  le  cose aspre, dure e difficili, e seguitare le dolci e le facili. Per la qual cosa, giudicando io che oggi si favelli meglio in Firenze che in nessun  de'  tempi  passati,  attribuisco  molto  a  l' uso, non di Mercato e del vulgo vile, ma de' nobili e qualificati de la nostra città, come io dissi poco di sopra. Bartoli. Questo è appunto l' ordine stesso e il modo che il nostro GiambuUari tenne in quelle sue regole, che egli, già son tre anni, donò a lo illustrissimo signor Don Francesco de' Medici primogenito di Sua Eccellenza. Gellù Voi dite il vero, che il GiambuUari che mi è quello amico che voi sapete, me le conferi molte volte, e massimamente r anno passato, quando eravamo in questo maneggio: e perchè e' mi parve sempre che egli avesse trovato la vera via, e con una diligenzia maravigiiosa  fatto  ciò  che fosse possibile farsi in questa materìa, però metto io a campo di nuovo lo stesso modo die egli ha tenuto. Ma perchè non le comunica egli ora mai con  la stampa a taUe le genti che le desiderano? BartoìL Sta di buona TogUa, Geiio, che io ne Tho tanto contaminato che  egli  finalmente  mi  ha  dato  non  solo  esse  reg(^9  ma e libera e pimia  licenzia  che  io ne  &ccia la  vof^ia  mia. E cosi fra non molti giorni comincerò a fturle stampare,  che di tanto son convenuto col Torreatmo.  GM.  Sollecitate  dunque,  messer  Cosimo  mi,  perché farete gran benefizio a chi desidera imparar dal buono. Maperchè  noi  siamo  oramai vicini a  l'ora  de la  nostra cena,  rimanetevi con  Dio,  che  a  casa  sono  aspettato.   Bartolù Dì grazia, cena con esso meco. GellL Non questa sera, messer Cosimo, che dovendo trovarmi in un altro luogo, non posso mancar de la mia promessa. Restate con la buona notte. BmtkdL Poi che cosi ti piace, va' ool oom di Dio. Tanto fu, messer Pierfranoesoo  mio  onorando,  il  ragionamento che avete chiesto; e messer Cosimo nostro ve ne può render testimonianza: Catene adunque come di cosa vostra, che io ve ne fo un presente, e vivete felice ricordandovi che il GeUo è vostro. Di  Firenze. Come ora si direbbe  importunato, o seccato. Velia  Crusca  non  è  con  questo significato.  Io non credo, magnifico signor Consolo, prudentissimi Consi glieri, e voi altri virtuosissimi Accademici e maggiori miei ono randi, ? che con voi, i quali sapete i nostri ordini, e come più per imparare esercitandomi,che per insegnare ad altri,io sia salito oggi in questo luogo,sia di bisogno che io ne faccia seusaalcuna.Ma perchèforsequalcundiquest'altriuditoripo trebbeingiustamente incolparmidipresunzione,essendoioil primo che dopo due si dottissimi e famosissimi uomini, mes ser Francesco Verini filosofo eccellentissimo, e Andrea Dazi tanto nella greca e latina lingua celebrato, sia salito sopra que sta onorata cattedra, non vi sarà grave comportare che in escusazione e scarico mio io dica loro alquante parole. Nobilissimi uditori, iquali tirati dalla fama dei valenti uomini che insino a questo giorno hanno letto in questa nostra Acca demia siate venuti qui,se ilritrovarci in cambio di quegli oggi m e, il quale sa re i molto più atto a tacere che a parlare, v i a r recherà maraviglia,non dovete perciò incolparmi di presunzione. Imperò che avendo ordinato questi miei maggiori Accademici, che per esercizio nostro,per esaltazione di questa nostra lin gua nativa,e per imparare a esprimere in quella inostri con cetti, ciascuno di noi legga una volta quello che più gli piace, ha voluto la sorte che io sia ilprimo a dar principio a così lode devole,eseionon me neinganno,utilissimoesercizio.Nè debbe. Le parole e maggiori miei onorandi mancano nella 2^ T.  La 1a T., ingiustamente potrebbe. 3 La fa T., auditori. certamente esser preso questo se non per buono e felicissimo augurio di questa nostra Accademia.Perciò che se le cose che fa la natura sono più ferme e più stabili che quelle della fortuna, per procedere quella con ordine e questa senza,ed essendo l'or. dine della natura 'andare sempre dallo imperfetto al perfetto (si come noi manifestamente veggiamo verbigrazia ? nella creazione dell'uomo, dove e l l a fa primieramente un pezzo di carne , il quale è solamente animato d'anima vegetativa come le piante,da im e dici chiamato embrione, e secondariamente infondendovi l'anima sensitiva*lo fa animale,e finalmente gli dà l'anima razionale,la quale è l'ultima perfezione sua),dovrà senza dubbio questa nostra impresa aver anch'ella felice successo,da che io,che sono il più insufficiente di sì bel numero, sono il primo a darle principio. Se dunque voi non,udirete oggi da me cosa degna de'passi spesi da voi a venire in questo luogo,non mancherete però di venire a udire quest'altriche dopo me leggeranno ; da i quali, per esser queglio e per natura e per professione di gran lunga più sufficienti che non sono io, caverete tal frutto, che di que. stie di quelli vi ristorerà largamente.La lezione nostra sarà unluogodiDantenelXXVI capitolodelParadiso;ilquale, per trattare alcune cose del parlare, mi è parso molto al pro posito nostro,essendo questa nostra Accademia stata principal mente ordinata per utilità di questa lingua,o per dir meglio, usando le parole stesse del nostro Boccaccio nella quarta gior nata,di questo nostro fiorentino,volgare. Presterretemi adun que grata udienza come avete cominciato, se non per altro, almeno per dare animo a coloro che dopo me leggeranno; da i qualisenzacomparazionecaveretemaggiore dilettoSemaggior frutto.Ma vegnamo alla nostra lezione.  La 1a T.,di quella. ? verbigrazia è della 2a T. 3 La 1a T., solamente è. 4 Nella 2a T. manca sensitiva. s La 1a T., l'ultima sua perfezione. quegli è della 2a T. 7 La 1a T.,che io non sono. 8 La 11 T., caverete e diletto maggiore ecc.   conosciuti,dico,iviziiepurgatosi”da essi,asceseper contem plazione sopra i cieli alla gloria de'beati. Intra i quali trovato il primo nostro padre A d a m o, 4 come desideroso di sapere, lo . dimandò di alcune cose ; fra le quali fu questa,che io oggi ho preso per materia del nostro ragionamento, cioè qual fusse lo idioma o vero il linguaggio nel quale, quando ei fu fatto da Dio,egliprimieramente parlò.Allaqualedimanda rispose Adamo in questa maniera: La lingua ch'io parlai fu tutta spenta Innanzi che all'opra 5 inconsumabile  Libero, sano e dritto 3 è tuo arbitrio, Fosse la gente di Nembrot intenta.6 Che nullo effetto ? mai razionabile Per lo piacer uman,che rinnovella, Seguendo il cielo, fu sempre & durabile. Avendo il divino nostro poeta Dante, poeticamente parlando, nel suo discendere allo Inferno conosciuto tutti i vizii e i p e c cati, che cosi per malizia e per matta bestialità come per umana incontinenza e fragilità si possono commettere,ed essendosene nel passare del Purgatorio in cotal modo purgato, ch'egli era tornato1in quello stato della innocenza nel quale fu creata da Iddio l'umana natura ; là dove la parte nostra inferiore, irra . zionale e mortale, alla superiore, razionale e immortale, stava obbediente, nè punto ardiva la sensitiva e carnale, dalla origi nale giustizia regolata, levarsi e combattere contro allo spirito; tal che dal suo precettore gli fu detto: fallo fora non fare a suo senno; | La 1a T.,che tornato era. 2Cr.Libero,dritto,sano. •La 1aT.,purgato. * La 1a T., Adam . 5Cr.oora. 8Cr.lagentediNembrotteattenta. • Cr, affetto. 8Cr.semprefu.   Opera di natura è ch'uom favella;' Poi fare a voi,secondo che viabbella. Pria ch'io scendessi all'infernale ambascia, Donde s vien la letizia che mi fascia. Elle*sichiamò poi,eciòconviene; Però che l'uso umano 5 è come fronda In ramo,che sen va,ed altra viene. Da queste parole di Adamo caviamo noi oggi tre principali conclusioni.La prima è,come la sua linguasispenseemancò tutta, innanzi che Nembrot cominciasse a edificar la torre ; cosa molto contraria alla volgare oppenione.La seconda,la ragione perchè si mutino i parlari. La terza, la risposta a una obie zione che se gli potrebbe fare,dove egli adduce alcuni esem pli in confermazione di quanto egli ha detto,come largamente si vedrà nel nostro ragionamento.Cominciamo ora adunque a esaminare la prima,con l'aiuto di Colui dal quale depende ogni nostra sufficienzia. Avendo l'onnipotenteIddio,nellaproduzione delmondo,creato tutte le cose insieme con l'uomo,non perchè elle fossero in lor medesime solamente, maperchèelle fosseroancor principio del l'altre, ciascheduna di quelle della sua specie, non tanto nel generarle, quanto nell'instruirle e governarle,bisognò ch'egli le .creasse nel loro perfetto essere.Dalla quale ragione mossi dis sero alcuni dottori ebrei che il mondo fu creato di settembre; perciò che allora pare che tutti gli alberi,insieme con l'erbe, abbianocondottoaperfezioneifruttiloro.Fu adunque(lasciando stare l'altre cose) creato l'uomo da Dio nel suo stato più per fetto, e in quanto al corpo e in quanto all'anima. In quanto al corpo,sano,bene complessionato,e di età di trenta o tren +Cr.Operanaturaleèch'uom favella. 2Cr.El. öCr.Onde.  M a , cosi o cosi, natura lascia Un : s'appellava in terra il sommo bene, Cr. El. 5 Cr. Chè l'uso de'mortali. ancor è della 2a T. 1 6  tacinque anni, secondo la maggior parte dei dottori, acciò che ei fusse atto alla generazione.E in quanto all'anima, ripieno di tutte quelle scienze, alla cognizione delle quali si può na turalmente pervenire, acciò chè ei potesse insegnare a quegli che nascessero di lui tutte quelle cose che sono necessarie alla vita e al bene esser nostro. Con questa cognizione pose Adamo inomi convenientiatuttelecose,secondolaloronatura;eformò uno idioma,o vogliam dire uno parlare,con ilquale ei po tettemanifestareaidescendentiisuoiconcetti.Ma qualfusse questa lingua, non si sa già manifestamente per alcuno scrit tore. Gli Ebrei, come si legge ne’loro dottori sopra lo XI del Genesi, ove il testo dice che alla edificazione della torre di N e m brot si parlava in terra d'una sola lingua, dicono questa essere stata la loro, ed essersi così dal principio del mondo miraco losamente conservata intera e incorrotta (la qual cosa a nes sun'altra è avvenuta giammai "), per avere parlato Iddio sempre -ma i a Moisè e a g l i altr i suo i profeti in quella ; e questo è ancora confermato da loro'con l'autorità dei loro Cabalisti,la quale può molto appresso di loro.Il che nasce dalla opinione ch'egli hanno, che quando Iddio dette la legge a Moisè sopra ilmonte Sinai,egli:glidesseancoralainterpretazionediquella, e gli manifestasse molti altri profondi misterii, contenuti e n a scosi sotto la lettera di quella, si come scrive Esdra nel suo primolibro.Ma dicano ch'egliglicomandòsch'einonscri vesse altro che la Legge,e l'altre cose dicesse a bocca a quelli che reggevano ilpopolo.Per laqual cosa,disceso dal monte, solamente le rivelò a losuè;e Iosuè dipoi a i settantadue più vecchi del popolo;e quelli dipoi per ordine successivo le re velaronoailorodiscendenti.E questadicanoesserelascienza Cabala,che non vuol dire altro che ricevuta a bocca per suc cessione. Questa oppenione ebrea ha molte difficultà. Primiera  1 giammai è della 2a T. · La 18 T., e questo ancora confermano. 3 La ja T., esso. * Cioè, dicono ; cosi, appresso , scrivano per scrivono, e simili. 5La14T.,eglicomando.   mente,sicomescrivanoiloroTalmudisti,'e'non parech'eisia vero che questa lingua ch'egli usano,e nella quale è scritta? la Legge, sia la lor prima e antica lingua.Imperò che Esdra, loro sommo sacerdote, nella restaurazione del tempio dopo la servitù Babilonica,5 temendo che se gli avveniva loro un'altra avversità simile, la Legge totalmente non si perdesse, ragunò tutti i savi loro; e fece scrivere quella, e ciò ch'ei sapevano appartenente a quella, in settantadue volumi. Ne'quali si legge che, per essere stati tanto tempo in quella servitù, mutarono molto il modo dello scrivere e dell'antica favella loro, e tro varono nuovi caratteri e nuovi punti, i quali sono quelli ch'egliusano oggi;equesto ancorapare,chesentaS.Girolamo nel prologo sopra i Libri dei Re. La ragione, per la quale ei dicano che Iddio parlo in quella, non è d'alcuno valore; i m però chè quasi tutti i loro scrittori, o la maggior parte, sopra iProfetidicanoIddiononaverparlatomai aquellivocalmente, ma quando egli ha voluto manifestare qualcosa o a Moisé a aglialtri,avere loro formato nella mente uno concetto,per il quale egli hanno inteso pienamente la volontà sua.'L'autorità Cabalistica,dalla servitù Babilonica in qua,non ha avuta molta fede; imperò che allora molti di loro, e per la servitù, e per la loro natura ch'è molto superstiziosa,come scrive Apuleio nel primo libro de'Floridi, scrissero di molte cose (dicendo di averle avute da iloro Cabalisti),che sono manifestamente contro alla lorleggeecontro alla ragione naturale;come sileggenelloro TalmutBabilonico,ilqualenonèaltrocheunoraccoltodi sen tenzie dei loro sapienti di quel tempo.Aggiugnesi ultimamente a questo, che secondo essi medesimi la loro lingua, con loro insieme, ebbe così nome da Eber figliuolo di Sem ,figliuolo di Noè , al quale nella divisione della terra toccò l a Giudea ; il c h e ·La 1aT., pererrortipografico,ha Tamuldisti;diquilosconciodella2a, che ha Tamulisti. 2 La 18 T., hanno scritto. i La 1a T., la Babilonica servitù. mai è della 2a T. La 1a T., la sua volontà. delle.   6 La 1a T.,   I Caldei,o vero Assirii,dall'altra parte dicono similmente che la lor lingua fu la prima che si parlasse mai ; e certamente ellaètantosimileallaebrea,come diceSanGirolamo?nelpro logo di sopra allegato,ch'ei si potrebbe fare coniettura ch'elle fussero già stateo una medesima.E in confermazione di questo adducanoquesteragioni,conl'autoritàdiBerosoCaldeo,'ediMna seae Damasceno, e d'Ieronimo Egizio.Primieramente e'dicano che non si truovano scritture innanzi al diluvio,se non nella lingua loro;e queste esser certe cose di astronomia, insieme con la pre dizione del diluvio scritta da Enoc,figliuolo di Iared,bene cin quecento anni innanzi a quello,in certi pezzi di terra cotta, ac ciò che leacque non l'offendessero.E similmente dicano essere nel MonteGordeo’inArmenia,incertisassi,dovedopo quellosifermò l'arca, scritte in quel luogo da Noè in memoria di tanto caso alcune cose;"e illuogo ancor nella loro lingua chiamarsi Mirmi Noa, che tanto vale uscita di Noè. Aggiungano a questo,che Abramo,ilquale fu primo a dare principio al popolo ebreo, fu da Dio primamente cavato di Caldea.Plinio pare che fusse ancor egli di questa oppenione, scrivendo che le lettere assirie 3 Male le stampe Masea ; e la 12 T., con errore più grave, facendo di due scrittori uno solo,Masea Damasceno.Anche nel Giambullari,Origine della lingua fiorentina (Fir.,1549,p.19),trovasi quasi l'errore stesso, cioè Mnassea Damasceno. Mnasea,geografodellafinedel3°sec.avantia Cristo, e Niccola di Damasco o Damasceno, storico dei tempi di Augusto, sono citati,insieme con Beroso Caldeo e con Girolamo Egiziano,da Giu seppe Flavio nel primo libro delle sue Antichità Giudaiche, là dove ei parla del Diluvio.  fu'circa trecento anni dopo ildiluvio.Si che ei pare più ra gionevole, ch'ella avesse principio allora quando ella ebbe il nome,ch'ellasifusseparlataprimatantotempo.E così,come voi vedete, questa loro oppenione è molto dubbiosa. 1 il che fu non si legge nelle 1a T. La 1a T., S. Ieronimo. 3 La 1a T., che ella fusse già stata. 4 Caldeo manca nella 2a T. 6 cotta manca nella 2a T. ? Giuseppe Flavio, loc. cit., lo chiama Monte de'Cordiei. 8 alcune cose manca nella 1a T. sono eterne:la quale non di manco non è senza molte diffi cultà. Imperò che molti istoriografi degni di fede, e particular mente Iustino nel secondo della sua Istoria,tengono che la prima terra che fusse abitata sia la Scizia,e conseguentemente la lor lingua parimente sia stata o la prima. Il nostro Dante,parendogli che ciascuna di queste oppenioni fusse dubbiosa e incerta,sicome per il testo si vede,fu d'un altro parere diverso ; e a ciò lo indusse la esperienzia, maestra delle cose.Imperò che vedendo egli per lescritture le lingue di tempo in tempo variarsi, in modo tale che come egli scrive nel suo Convito) se quei che morirono cinquecento anni sono, risuscitatitornasseroallelorocittadi,eicrederebbonoche quell fosserodastranegentioccupate,perlalinguadaloro discor dante.E non potendo però per questo persuadersi che dal prin cipiodelmondo allaedificazionedellatorre diNembrot,dove corsero circa due mila . anni, sempre si conservasse un m e d e simo modo di parlare, induce Adamo a rispondere che quella lingua,la quale eiprimieramente parlò,sispense e mancò tutta, innanzi che le genti di Nembrot cominciassero a edificare la torre. Per la quale risposta si può chiaramente vedere che il libro Della volgare eloquenza,tanto da alcuni Lombardi lodato,e tra dotto (per dire come loro) in lingua italiana, non è di Dante, ma da qualcuno altro stato cosi composto,e col nome di esso Dante mandato fuora.Con ciò sia cosa che quivi sidicas che la prima lingua,che parlasse Adamo,fuquella che usano oggi gli Ebrei, e che ella durò insino alla edificazione della torre di Nembrot ; dove qui dice Dante il contrario. Oltr'a di  5 La 1a T., 022 que sto, quivi si biasima il parlare fiorentino, il quale Dante nel suo Convito loda massimamente. Le quali contradizioni non credo iomai che Dante non avesse vedute, o vedutole, accon 1 La 1a T. ha soltanto stata . ? Le stampe hanno dalloro ;ma parrebbe qui meglio convenire dalla loro. i della torre, manca nella 2a T. *La 1aT.,dumilia. dice . sentite e scritte.E questo basti per intelligenza della nostra prima conclusione.Or vegniamo alla seconda: Che nullo effetto 1 mai razionabile, Per lo piacere uman,che rinnovella Seguendo il cielo, fu sempre ? durabile. Rende la ragione Adamo perchè si mutino e variino i par lari; e comincia da questa dizione che, dicendo che nullo effetto razionabile,cioè nessuna cosa fatta dall'uomo, il quale si chiama animal razionale,per lo piacere umano,cioè per il desiderio e per loappetitoumano:questovocabolopiacerehanellanostra lingua duoi significati; primieramente e'si piglia per ogni sorte di diletto; e appresso, perchè a tutte quelle cose che noi de sideriamo, ottenute che noi le abbiamo, ne seguita la diletta zione e il piacere, ei si piglia ancora per il desiderio e per loappetitochenoiabbiamodiunacosa;sicome noiveggiamo usarlo dal Boccaccio in molti luoghi,e particularmente nella novella di Rustico e di Alibec,dove ei dice:cheper disporla a' suoi piaceri, cio è alle sue voglie: ed in questo significato l'usa qui Dante, dicendo:per lopiacere umano,cioè per ildesiderio umano,che sirinnova esimuta,seguendo ilmoto del cielo, fu sempre durabile.E qui con grandissima arte egli aggiunse sempre; imperò che ei si truovano molti effetti dell'uomo, si come sono le scritture,le statue e la fama, Che trae l'uom del sepolcro e'n vita il serba, come disseilnostroPetrarca,lequaliduranotantotempo,che gli uomini,per non vedere ilfineloro,l'hanno chiamate eterne; ma non però sono durabili sempre.La qual cosa mirabilmente espresse Dante medesimo in un altro luogo, dicendo: Tutte le vostre cose hanno la morte 3 Come che voi;* ma celasi in alcuna Che vive 5 molto, e le vite son corte.  1 Cr.affetto. 2Cr.semprefu. ö Cr.Le vostre cose tutte hanno lor morte. i Cr. Siccome voi. 5 Cr. Che dura.   E cosiharendutolaragioneperchèiparlarisimutino.Ma per maggiore intelligenza di questa sua ragione, è di necessità vedere per quello che l'uomo si chiami razionabile,e in che modo le sue voglie, seguendo i moti del cielo, si mutino. D e vetedunque saperecheilCreatorediquestouniverso,perfarlo più bello ch'ei poteva, fece in quello di ogni sorte creature ; e quelle dispose tra loro con tanto ordine,cominciandosi dalla prima materia che riceve lo essere di tutte le cose,e salendo di grado i n g r a d o in s i n o all'ultima forma, ch'è Iddio, il quale 1 dà l'essere a tutte,che ifilosofi l'assimigliarono a i numeri;i quali sono tra loro disposti con tanto ordine, ch'ei non si può tra loro inframettere unità alcuna senza variargli. Intra queste cose, alcune o furono da lui fatte perfette, e alcune imperfette. Perfette si chiamono : quelle che furono da lui create incor ruttibili,e in certo modo eterne, ed ebbero tutte le perfe zioni che si convengono alla loro natura insieme con lo essere, sì come sono, infra i corpi, i cieli, e infra gl'intelletti, quello dell'angelo.Imperfette poi si chiamono quell'altre,che furono da luicreate corruttibili e mortali,e che non ebbero da prin cipiotuttalaloroperfezione,ma sel'hannoacquistataconil moto e con il tempo,e oltr'a questo sono sottoposte a tutte le alterazioni che arrecano seco imoti celesti; si come sono, tra i corpi, le piante e gli animali, e tra gl'intelletti, quello del l'uomo,per essere col suo corpo mirabilmente unito.E questo fece il sommo Fattore, perchè a questo universo non mancasse alcuna sorte di creature, acciò che le perfette con la loro bel lezza e perfezione di natura ci tirassino alla contemplazione di esso Iddio sommo,e le imperfette, poste a lato a quelle,ci ren dessino la loro bellezza più maravigliosa e più desiderabile. L a qual cosa veggiamo noi che usano ancora 6 nei loro canti i m u . sici,mescolandovi delle consonanze imperfette, perchè quelle r e n dino poi le perfette più dolci e più grate a gli orecchi de gli iLa 1aT.,che. 2 2a T., alcune ne furono. 3 La 1a T., chiamo io. * La 1a T., Imperfette chiamo io ecc. 5 La 1a T., che ancor fanno.   ascoltanti.Ma perchè questo sommo benefattore e padre volle che ogni cosa potesse acquistare la perfezione sua, dette a cia scuna un valore e una virtù per la quale ad essa si conducessi, e una voglia e un desiderio ardentissimo che a quella le ti rassi; si come agli elementi uno valore che gli spigne a quei luoghi dove ei sono sempre perfetti, come alla terra lo andare alcentro,ealfuocoalconcavodellaluna,làdoveegliève ramente fuoco; (imperò che,come noi abbiamo da Aristotile nel primo delle Meteore, questo che noi veggiamo non è fuoco, m a è una soprabbondanza di calore,sicome è ilghiaccio nell'acqua una soprabbondanza di freddo); e alle piante uno principio in trinseco,' per il quale elle si nutrissero ed aumentassero e po tessero generare dell'altre simili a loro;? e agli animali uno principio di moto intrinseco, per il quale ei potessero fuggire quelle cose che fossero nocive e disconvenienti alla natura loro, e seguir quelle che fosser loro salutifere e convenienti, insieme con un desiderio innato che gli spingesse a cercarle. Questo principio nelle piante e negli animali è stato chiamato dai filo sofi natura, che altro non vuol dire, che quella potenza onde ha origine e principio quel moto,per il quale egli acquistano le loro perfezioni.E desiderando similmente ancor che l'intel letto dell'uomo acquistasse la sua perfezione, gli diede una po tenza o vero facultà, con la quale ei potesse similmente acqui starla,chiamata dai filosofi discorso o vero ragione.Imperò che l'intelletto dell'uomo non ha da natura altra cognizione che quella dei primi principii,insieme con ildesiderio dello inten dere,ch'è lasua perfezione:iquali,sìcome noi abbiamo da Ari stotile nel quarto della sua Prima filosofia,' sono le conclusioni che sono parimente chiare e note a tutti gl'intelletti, subito ch'egli hanno inteso itermini loro,come sarebbe questa:egliè impossi bile che in un medesimo tempo una cosa medesima sia e non sia; perchè ciascuno intelletto,subito ch'eisa che cosa è essere,e che 1La 1aT.,uno intrinsecoprincipio. ? La 1a T., dell'altre a loro simili. 3 La 1a T., valore. 4 La 2a T., della sua Filosofia.  40. Vol.II. cosa è non essere,sa che questa conclusione è vera per proprio lume intellettuale, e non l'impara per esperienza o per esercizio alcuno. Onde bendisse il nostro Dante nel suo Purgatorio: Da questa cognizione intellettuale de iprimi principii,come da cosa nota,partendosi l'intelletto dell'uomo,con una potenzia ch'egli ha va discorrendo e raziocinando (se così dir si puote) all'intelligenzia delle cose ch'ei non intendeva,ed empiesi di intelligibili,doveprimaeracome una tavola rasa;ecosìviene ad acquistare la sua perfezione. Questa potenzia nella nostra lingua si chiama ragione; e da lei è l'uomo poi chiamato ra zionale, così come quell'altre cose, che io prima vi dissi, per acquistare la loro perfezione con la natura, son chiamate n a turali. Questo nome razionale ? non si può dare all'Angelo, a n cora ch'egli abbia lo intelletto,per essere quello • d'una natura pura intellettuale; la quale fu creata da Dio con tutte le sue perfezioni, cioè piena di tutte le specie intelligibili (onde non sel'haacquistare conalcunasuaoperazione,comel'uomo);e che oltra di questo è 8 di tanta virtù,che quando Iddio gli a p presentasse qualche nuovo intelligibile, ei lo intenderebbe s u bito per semplice lume dell'intelletto,nel modo che intendiamo noi iprimi principii,e senza alcun discorso,e tutto perfetta menteinunoinstantee in uno tempo indivisibile;enonprima una parte e poi l'altra, si come fa l'intellettonostro ne l’in tender suo,o per non essere di tanta perfezione; m a farebbe in quel modo che fa uno lume,quando egli è portato in una stanza buia, che la illumina tutta in uno istante, e non prima una parte e di poi un'altra. E per questo dicano alcuni teologi che gli Angeli che peccarono non si sono mai potuti pentire ; i m p e r ò c h e ne l'intender suo, non è nella 1a T.  Però là onde nasca 1 l'intelletto Delle prime notizie, uomo non sape. 1Gr. vegnd . ? La 1a T. manca di questa parola. 3La1aT.ha:perchèegliè. ·La18T.,enonsel'haavuteacquistare. 5La1aT. hasolo: Oltra a di questo egli è ecc.    intendendo quegli ciò ch'egl'intendano per semplice 'apprensione d'intelletto, lo intendano immutabilmente, e senza mai potere variareemutare illoro intendimento;sicome ancora noi non possiamo mutarci di quelle cose che noi intendiamo per semplice lume d'intelletto, come sonoiprimiprincipii;ilchenon avviene di poi di quelle che noi intendiamo per discorso di ra gione.E peròsichiama l'Angelo creatura intellettuale, el'uomo creatura razionale e discorsiva. E perchè,in quanto al corpo, l'uomo è composto di questa materia elementare della quale sono composte tutte le altre cose sotto la luna, la quale m a teria è obligata e sottoposta alle alterazioni che inducano i moti celesti in lei,egli è da quegli insieme con l'altre cose di versamente disposto.Onde cosi come la terra altra disposizione riceve dai cieli il verno, quando ella ha a corrompere i semi e generare le cose, e altra la primavera, quando ella si ha a vestire di erbe e di fiori, così la complessione nostra altrimenti è disposta in uno tempo,e altrimenti in un altro;onde l'anima nostra razionale,in quanto ellaè fondata in su questa nostra complessione corporale,altre voglie ha in un tempo,e altre in un altro. Imperò ch'ella è tanto mirabilmente unita con quello,che l'operazioni che ancor totalmente dependono da lei mentre ch'ella è in esso corpo, si attribuiscano al tutto; onde dice il Filosofo nel primo Dell'anima, che chi dicesse : l'anima mia odia,o l'anima mia ama, sarebbe come dire:l'anima mia fila,ol'animamiatesse.E seciònonfusse,cioèchel'anima seguisse la disposizione del corpo,egli ne avverrebbe,sicome apertamente pruova Galeno in una operetta ch'ei fa di questa materia, che l'operazioni degli uomini sarebbero tutte a un modo medesimo;3di che manifestamente si vede il contrario. Imperò che le anime nostre nella loro sustanzia,e,come dicono questi teologi, in puris naturalibus, sono tutte in un medesimo modo e d'una medesima virtù;ma pigliano poi diversi costumi, secondo la complessione de'corpi ne'quali elle sono incluse,  1La1aT.,perunasemplice. 4 La 1a T.,con manifesto errore,mutabilmente. 3La1aT., a un modo.   e hanno diverse voglie, secondo che quegli si variano per i moti celesti.E questo basti per la seconda parte del nostro ra gionamento. Or vegniamo alla terza e ultima. Risponde dottissimamente in questa ultima parte Adamo a una tacita obiezione, che se gli sarebbe potuto fare; la quale Ma,cosiocosi,naturalascia Poi fare a voi secondo che v'abbella. Per le quali parole voi avete a considerare che l'uomo è c o m posto di due nature,o vogliam dire di due parti;con l'una delle quali,laqualeèl'animaincorporea,immortale,razionalee li bera,egliè simile alleIntelligenzie celesti;econ l'altra,laquale è ilcorpomortaleeirrazionale,èsimileaglianimalibruti.E ciò fu dalla natura fatto con mirabile artificio; imperò che avendo ella fatto in questo universo delle creature irrazionali,corporee e mortali, e delle razionali, incorporee e d i m mortali , e non volendo che siandasse da l'uno estremo all'altro senza mezzo,le fu necessario fare l'uomo, che con una parte communicasse con  1 Opera di natura3 è ch'uom favella; può,non leggesi nella 2a T. ? naturale, manca nella 2^ T. 3 Cr. Opera naturale. è questa. Potrebbe dire alcuno:A me non pare che questa tua ragione, Adamo,conchiuda e sia bastante;imperò che tudi'che iltuo parlare mancò per essere effetto dell'uomo, e gli effetti dell'uomo col tempo mancano tutti,per esser esso uomo ,ch'è la loro causa , caducoemortale;enessunoeffettopuò esseredimaggiorperfe zione che la sua causa. Questo è ben vero, che gli effetti che procedano semplicemente dall'uomo non sono sempre durabili; m a il parlare non è di questi. Imperò che non è suo effetto totalmente, ma è sua propietà naturale;' le quali così fatte pro pietànon siseparano mai dallaspecie loro,sìcome lacalidità dal fuoco, e la frigidità dall'acqua. Dunque come di'tu ch'ei mancasse per esser suo effetto ? Alle quali parole così risponde Adamo:    queste, e con un'altra con quelle . E però il parlar suo, insiem e con l'altre sue operazioni, si può similmente considerare in due modi. Primieramentesi può considerare come sua proprietàna turale; e questo è il parlare istesso in genere,non si ristrignendo piùaunomodocheaunoaltro;'einquestomodoeglinon mancherà mai all'uomo,ma sempre che saranno uomini,sempre parleranno;e di questo non parla qui Adamo.Secondariamente si può considerare come cosa dependente dalla parte libera e r a zionale dell'uomo ; e questo è il modo del parlare (e non il par lare),come sarebbegreco,latino,o toscano;e in questo modo è egli effetto dell'uomo, e variasi e mutasi secondo che pare a gli uomini.E però disse il Filosofo che i nomi sono stati posti alle cose,secondo ch'è piaciuto a gli uomini.E questo è quello chedicequiAdamo,chemancòemutossi.Onde diceneltesto: Opera di natura è ch'uom favella, cioè : egli è cosa naturale all'u o m o il parlare ; m a così o così, m a più in questo modo che in quello,natura lascia poi fare a voi, secondo che vi abbella, cioè secondo che vi piace;chè cosi si gnifica questo verbo.Il quale è verbo provenzale,che a quei tempi era in uso ; e dal medesimo Poeta ancora fu usato,? nella medesima significazione, nel Purgatorio in persona di Arnaldo di Provenza, che fu nei tempi suoi compositore molto famoso, sì come noi veggiamo per le parole del Petrarca ne'suoi Trionfi. E così è soluta questa obiezione.Ma per maggiore dichiara zione di questo testo, voglio che noi veggiamo per quello che il parlare sia stato dato dalla natura solamente all'uomo, e non ad alcun'altracreatura,ese egliènecessarioono;imperò che la natura, così com'ella non manca mai nelle cose necessarie, non abbonda ancora mais nelle soverchie. ' La 1a T., non si ristrignendo più a questo modo che a quello. 1La 1aT.hasolo:ancorausato.  Avendo la naturà fatto l'uomo, in quanto al corpo, il più imperfetto e debole di alcun altro animale (il che forse le fu 3 ancora mai, non è nella 1a T.   forza, per volerlo fare più prudente che alcun altro,donde gli bisognò farlo di più temperata complessione),ne avviene che ogni minima cosa l'offende; il che non fa così agli altri animali.Oltr'a di questo,avendogli dato lo intelletto in certo modo imperfetto e ilminimo tra le intelligenze,come noi abbiamo dal Filosofo nel libro Dell'anima,e desiderando ch'ei potesse conseguire la perfezione e dell'uno e dell'altro,le fu necessario concedergli il parlare, con il quale ei potesse chiedere i bisogni del corpo, e apparare le cose necessarie alla perfezione dell'anima. Voi vedete,inquantoalcorpo,ch'einasceignudo,ehassia ve stire della pelle degli altri animali, a procacciarsi il cibo, e a fabricare le case,dov'ei possa difendersi da quegli incommodi che arrecano'seco le varie stagioni de'tempi.Vedete ancora di poi,in quanto all'anima,che gli bisogna apparare molte cose,se non necessarie allo essere,almanco al bene essere della sua vita, senzalequaliellasarebbemiseraeinfelice.Ilchenon avviene a gli altri animali;' perciò che ei sono vestiti dalla natura, e per tutto truovano i cibi convenienti alla lor vita ; e senza alcuno maestro, ma solamente da naturale instinto guidati, si sanno fare le case, e ciò che fa loro di mestieri a conservarsi. Vedete la rondine, che quando viene il tempo di fare i suoi figliuoli, sa per natura fare il nido ; e di poi, veggendogli nati ciechi,vaacercare lacelidonia perguarirgli. E le formiche similmente sono da lei spinte,quando ifrumenti sono sparsi su per l'aie, a pigliarne e riporgli nelle lor buche. Che bisogno adunque avevano glianimali di parlare? Chè, seeisono d'una specie medesima,hanno bisogno di sìpoche cose, e tutti a un modo,e son spinti dalla natura a cercarle:e se ei sono di varie specie,non convengonoinsieme. Ma all'uomo è egli certamente stato necessario ;imperò che egli ha bisogno di tante cose,e quanto al corpo e quanto all'anima,che nessuno se le può procacciare per sè solo; e però è stato bisogno che si accozzino insieme molti, e che l'uno sovvenga al bisogno dell'altro. Il che non 4 La 1a T., Il che a gli altri animali non avviene. 2 La 1a T., è dalla natura spinta a cercare. 3 La 1a T., hanno di sì poche cose bisogno.  si saria potuto fare senza questo mezzo del parlare,con ilquale l'uno possa manifestare all'altro i suoi bisogni ; e per questo la natura l'ha dato solamente all'uomo,come quella che non manca mai'nellecosenecessarie.E peròèquichiamatodalPoetail parlare operazione naturale dell'uomo, cioè necessaria alla n a tura sua.E se alcuno mi opponesse,dicendo che ci sono an cora de gli animali che parlano,si come gli stornegli, le gazze, i papagalli,e non solamente l'uomo,si risponde che il loro non èparlare,ma èunaimitazionedivoce;imperòcheeinonin tendono ciò che ei dicano,e dicano sempre quelle parole che egli hanno nell'udire imparate,o a proposito o no ch'elle si sieno. E se alcun altro dicesse : C o m e di'tu che il parlare è solamente dell'uomo ?non abbiamo noi nelle sacre lettere,in molti luoghi, ch'e'parlanoancoragliangeli?dicocheilparlarenon s'appar tiene all'angelo,come angelo.Imperò che gli angeli sono spiriti, e sono loro manifesti iconcetti l'uno dell'altro; ma se eglino alcuna volta hanno parlato, ei l'hanno fatto per manifestarsi a noi e per bisogno nostro, e hanno preso corpi, dal ripercoti mento de i quali hanno formate le voci o vero suoni,e con la lor virtù le hanno poi terminate e fatte significative; si come ei fecero nell'asina di Balaam, la quale coi suoi strumenti natu rali faceva la voce,e l'angelo la terminava e faceva significativa. Avete du nque veduto come il parlare è solamente dell'uomo, e com'ei sia sua operazione e proprietà naturale. Della qual conclusioneioprobabilmentecavo una particularlodedellano stra lingua;equesta siè,ch'ellasiapiùpropria all'uomo,che alcun'altrachesiparli.E chequestosiailvero,lopruovocosì. Tanto quanto una operazione è all'uomo più propria e secondo la sua natura, tanto glièanco più facileemen faticosa; il parlare nostro gli è men faticoso e più facile che alcun altro; a dunque gli è più proprio, e più secondo la natura sua.E che La 1a T. ha:imperò cheei no nintendonociòcheeidicano,cheèil propriodelparlare.E cheeisiailvero,avvertitechee'diconosempre quelle parole ecc.  i La fa T.,che mai non manca. ? La 1a T., gli storni.   questosiailvero,ponetementechenessunalinguaèpiù fa cile a imparare,che la nostra.Pigliate uno che non sappia altra lingua che lasua,emenateloinTurchia,nellaMagna,fraSpa gnuoli,Francesi o Schiavoni,o tra quale altra gente sivoglia; e poi lo menate tra noi. Voi vedrete (e questo ne dimostra la esperienzia) ch'ei non imparerà di qual si voglia lingua tanto in uno anno, quanto ei farà della nostra in uno mese. Il che non avviene per altro, che per la facilità d'essa, e per la pro prietà ch'ella ha con la natura umana.Un'altra cagione si po trebbe forse ancor dire che fusse quella, per la quale questa nostra lingua s'impara così facilmente.E questa siè,per avere tutte le sue parole che finiscono in lettere vocali ; le quali per essere, come scrive Macrobio, quasi che naturali all'uomo, si mandon più facilmente alla memoria che l'altre,e ancora più lungamente si ritengono.Donde nasce forse ancora quella m a ravigliosa bellezzach'ellaha, scrivendo Quintiliano,chequante più lettere vocali ha una parola, tanto è più dolce e più grato il suo suono. Seguita Adamo ilparlar suo;e per confermazione delle cose ch'egli ha dette adduce per esemplo,che innanzi ch'ei morisse, gliuominimutaronoilnomeaDio;edoveprimalochiama vano Uno,gli posero nome El.Nelle quali parole ei fa quella bellaargomentazione cheilogicichiamanoamaiori;laquale io credo che noi potremo ? chiamare dalla parte più importante. Fa dunque Adamo questa argomentazione, per volere provare che la sua lingua mancò, dicendo: Se Iddio, il quale è sola mente stabile e immutabile in tutto questo universo, a mio tempo mutò nome, che credete voi che facessero l'altre cose, le quali sono in sempiterno moto e continuamente si variano ? Di poi dice che noi non ci debbiamo maravigliare diquesto; con ciò sia cosa che l'uso umano continuamente si muti e si varii in ciascuna operazione nostra. E assomigliandolo alle frondi, fa una comparazione tanto dotta e tanto bella, che io  1La1aT.,eifaunaargomentazione. 2 Così le stampe; ma forse la lezione vera ha da essere potremmo. 3La 1aT.hasolo:conciòsiachel'usoumanocontinovamentesimuta. Pria ? ch'io scendessi all'infernale ambascia, cioè: prima ch'io morissi e discendessi nel Purgatorio,o vero nel Limbo,dove andavano tutte l'anime di coloro che crede vano l'avvenimento di Cristo.Ambascia è quella infermità che iGreci e iLatini chiamano asma,e ancora da noi toscanamente si chiama asima;la quale è una difficultà di alitare, che, se condo Aezio nell'ottavo, nasce dall'avere ristretti i meati del polmone (cioè quei luoghi dove passa lo spirito a rinfrescamento del cuore),e ripieni di materie grosse eviscose;'o veramente nasce da debolezza di virtù naturale. Galeno nel quarto libro De'luoghiinfettidicech'ellapuòancorprocedereda infiamma zione di cuore;e dà lo esemplo di coloro che hanno la feb bre,e di coloro che si sono affaticati nel correre, i quali, per avere acceso ilcalore nel cuore ed eccitatolo,'patiscono que sta difficultà di respirare. E perchè ancora coloro che sono rinchiusi in luoghi che non abbino esito,o son ripieni di vapori grossi, patiscano questa difficultà, si dice per similitudine che gli hanno l'ambascia. Ora perchè ilLimbo,come voi avete da Dante medesimo, è un luogo appiccato con l'Inferno nel ventre della Terra; e ne'luoghi che sono sotterra,per esser ripieni di vapori,che il sole continuamente tira da quella, si respira con difficultà, dice qui Adamo: Pria ch'io scendessi all'infernale ambascia, cioè,al Limbo tra gli altri santi padri.Questo luogo ancora nelle sacre lettere è chiamato il seno di Abramo ; e la cagione è , perchè Abramo fu il primo,che lasciati gl'Idoli venissi al cultos  perme nonsapreichealtralodedarmele,senondirech'ella' è di Dante ; perciò che io non ho mai visto ancora autore al cuno che in questo l'avanzi.Dice adunque il testo: 1 La 18 T., che dire ella ecc. ?Malela2aT.,Prima.3 La 1a T.,di materia grossa e viscosa. La 1a T., escitatolo. 5 La 1a T., venne al vero culto.   di Dio;onde gli fu promesso che del seme suo uscirebbe la redenzione del mondo. E però coloro che morivano,andando in questo luogo, si diceva che gli andavano a riposarsi nel seno di A b r a m o, cioè nella promissione che fu data da Dio ad Abramo. Dice adunque Adamo: pria ch'io scendessi a questo luogo,il sommo bene, cioè Iddio, Donde vien la letizia che mi fascia, cioè, da cui viene la mia beatitudine (imperò che, come noi a b biamoin San Giovanni alXVIIcapitolo, altrononèvitaeterna chevedereIddio), era chiamato dagliuominiUno.Ilqualenome glifupostodaqueglipersimilitudine,eper alcune proprietadi cheha l'unità con Dio,sìcome è,essere semplice,indivisibile, non essere numero, ma principio di tutti,e mantenere tutte le coseinessere;perchè,come voi avete da Boezio,tantoèuna cosa,quantoellaèuna;lequalituttecosesonoinDio.Im però che egli è semplice e indivisibile; non è alcuna di queste cose che noi veggiamo,ma principio di tutte,e mantienle in essere continuamente ; e molte altre proprietà simili al l'unità , comesileggenelladottrinapitagorica.E perògliposerogli uominiquestonomeUno;perchènonpotendoporglinomi che significassero la sua sustanzia (perchè nessuno conosce il Padre , se non ilFigliuolo,come noi abbiamo in San Matteo allo XI ), gli ponevano di quegli che significano ? qualche sua proprietà. Dipoi,lasciandoquestonome Uno,lochiamaronoEl,cioèDio; il quale nome gli fu ancora posto per una proprietà sua. I m però che considerando gli uomini la maravigliosa potenza de le opere sue, lo assimigliarono a l'ardere del fuoco, non si ritro vando infra l'operazioni delle cose naturali potenzia alcuna che superiquelladelfuoco.Onde diceiltesto:Ellesichiamdpoi. Avvertite che tuttiitesticheiohovistidicano:Eli sichiamo poi; ilche non può stare;imperò che Eli vuol dire Iddio mio; 1 La 28 T., ha ;ma la lezione è mal sicura,poiché il passo nella stampa è guasto, e potrebbe non essere stato emendato interamente nelle correzioni a detta edizione. In quella del Doni, le parole a l'unità mancano.  La fa T., significavano.   donde la sentenza non quadrerebbe a dire:ei si chiamò poi Iddio mio.Anzi sichiamò El, che vuol dire Iddio.E per fare il verso intero disse Elle,e non El,come ei devea;e usò qui lo Elle in quel modo ch'egli usò nel XXIII canto del Pur gatorio lo m , dicendo : Ben avria quivi conosciuto l'emme. Questo nome El fu ancora posto a Dio per una sua proprietà; perchè tanto è adireEl,quanto potenteeconservatore.E per questa cagione una gran parte degli angeli,per essere stati da Dio ordinati e deputati a governare e mantenere questo uni verso,hanno incluso nel nome loro questo nome diIddio El; nè senza quello si possono nella ebraica lingua proferire, si come è Gabriel,che vuol dire grazia o vero virtù di Dio, Raf fael,medicina di Dio,e così va discorrendo de gli altri.La qual cosa non è senza gran misterio,come potrà ben vedere chi vorrà diligentemente esaminarla nel santissimo Reuclino e nell'uni versalissimo'Agrippa.Di poiseguitailtesto:eciòconviene,e questa è cosa conveniente;però che l'uso umano Dottissimamente e con grande artificio assomiglia il Poeta i c o stumi dei mortali alle fronde.Imperò che,come voisapete,le fronde si generano e cascano da gli alberi per la disposizione che fa il sole con l'altre stelle, appressandosi o discostandosi da quegli; e così le nostre voglie, sì come noi abbiamo a suf ficenzia di sopra dichiarato, si mutano e si variano secondo la disposizionecheilcieloinduceneinostricorpi.E questobasti per dichiarazione di questo testo. Se altra volta ne fia data occasione,noi c'ingegneremo di sodisfarvi maggiormente per la grata audienza che voi ne avete prestata; della quale somma mente vi ringraziamo. 1 La 1a T., e universalissimo. Grice: “The issues Gelli addresses are interesting, but hardly Oxonian.” Grice: “Gelli is considering ‘our tongue’ (nostrra lingua) and conversing on how difficult it is to set it to rules – not impossible, though. Cf. my procedures. Gelli is confused about ethnicity. The Roman ethnicity is different from the Latin ethnicity, -- or rather the Latin ethnicity involved more than the Roman ethnicity – yet he uses freely and undistinnctly ‘lingua romana’ and ‘lingua latina’ – or ‘latino’ meaning sermone – otherwise, he refers to ‘i romani’ – never to ‘I latini’ – the thing is – with who is he contrasting them? With the fioreusciti fiorentini like himself, the flourished Florentines – lingua fiorentina – but he seems to prefer lingua toscana – he accepts that lingua napoletana is quite a different thing, since he himself cared to translate from ‘lingua napoletana’ to ‘lingua toscana’ – more interestingly, he is into Toschani (thus spelled) --. And here comes the myth which some have called evangelist. Etruria as the cradle of Tuscany, and Hebrew and Adam’s tongue as the ‘lingua primigenia’. Gelli is clear about the nature of language – made for ‘uno possa manifestare all’altro i suoi bisogni. Like Plato, he revels in the dialogic form, of a cooper with his own soul – what about Boezio and Cicerone, he asks. They are different. Cicero tried to ENRICH (make piu ricca) the lingua he thought was the ‘piu bella del mondo’ – Boezio the same. But the Toschani are not Romani – and so the cooper can do as he wishes!” Giovan Battista Gelli. Gelli. Keywords: sulla difficultà di mettere in regole la nostra lingua, lingua, linguaggio, Grice on English, idiolect, dialect, Language, ---. Noe – origine della lingua, la lingua di Adamo – la lingua fiorentina -- Accademia agli Orti Oricellari; Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gelli” – The Swimming-Pool Library.

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