Grice
e Giusso: l’implicatura conversazionale degl’eroi – filosofia fascista -- il mistico dell’azione -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Grice: “I
like Giusso: he has explored philosophers from his country like Leopardi and
Bruno, and tdhe whole ‘tradizione ermetica nella filosofia italiana,’ but also
French – Bergson – and especially “Dutch,” i. e. Deutsche or tedesca –
Spengler, and Nietsche – All very Italian!” Nato in una famiglia aristocratica,
dal conte Antonio Giusso e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione
culturale avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare
che aveva contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno,
Girolamo Giusso, uno dei fondatori del quartiere Bagnoli, ne era stato sindaco).
Si laurea in filosofia a Napoli sotto Aliotta. Seguì con passione l'attualismo
gentiliano e proprio il suo carattere passionale lo portò anche nel campo filosofico
ad un tipo di critica "scenografica", così come fu definita. Le sue
"frizioni" con Croce, inizialmente orientate su temi politici,
presero più tardi una forma "sotterranea", genericamente orientata
contro l'idealism. Giusso si richiamava al fatalismo di Leopardi, al demiurgo
di Nietzsche, allo storicismo di Dilthey, al nichilismo dello Spengler: e a
causa di quest'ultimo, oltre che per la sua interpretazione della Scienza nuova
vichiana (che si attirò una severa recensione dello stesso Croce, Giusso fu
criticato dall'ambiente crociano. Giusso critico e storico delle idee
s'identificava con la visione della vita di autori che sentiva a lui vicini per
temperamento ed interessi come Bruno, Vico (dall'analisi degli scritti del
quale nacque l'infastidita reazione di Croce), Giacomo, Bacchelli, Barilli,
Papini, Soffici, Palazzeschi, Borgese, Gozzano, che molto ispirò la sua
composizione poetica Don Giovanni ammalato. I suoi Tafferugli a Montecavallo
meriterebbero forse di essere più conosciuti. Tra le due guerre, egli partecipò
all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui
molto presto si distaccò (comeTilgher, che egli difese e mostrò di apprezzare)
assumendo posizioni "eretiche" e ispirandosi piuttosto a un ideale di
vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte
opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare in una fase iniziale, Spengler
e Nietzsche. Intelligenza precoce, prima
di intraprendere l'insegnamento universitario che lo avrebbe allontanato da
Napoli portandolo ad insegnare Filosofia a Bologna, Pisa, e Cagliari, Giusso
avviò una copiosa pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi
quotidiani icome Il Popolo d'Italia, Il Secolo, Il Mattino, Il Resto del
Carlino, ed ancora il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di
Sicilia, La Stampa ed altri ancora.
Giornali questi dove fu autore di elzeviri, volti alla diffusione dei
più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali
esponenti, soprattutto scrittori. Nel dopoguerra, superati i miti
dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, si riavvicinò alla fede
Cristiana. Era sua intenzione realizzare una revisione del pensiero italiano
dal Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e
l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico
volto a ravvicinare la filosofia della Roma antica e quello cristiano. In chiave revisionista rispetto alla
tradizione laica si era avvicinato anche alla figura di Bruno. Di ritorno da un
viaggio nella sua adorata Spagna morì a A Napoli gli venne intitolata una
strada. Saggi: “Le dittature
democratiche dell'Italia” (Milano, Alpes); “Leopardi” (Napoli, Guida); “Idealismo
e prospettivismo” (Napoli, Guida); “Leopardi e le sue due ideologie” (Firenze,
Sansoni); Spengler, Roma, società anonima La nuova antologia, Cadenze di
Sigismondo nella Torre, Modena, Guanda); “Vico fra l'Umanesimo e l'Occasionalismo”
(Roma, Perrella); “La visione della vita” (Napoli, R. Ricciardi); “Elegie del
torso della saggezza mutilata, Milano, Corbaccio); “Il viandante e le statue:
saggi sulla letteratura contemporanea, Roma, Cremonese); “Lo storicismo, Milano,
Bocca, Gioberti, Milano, A. Garzanti, L'anima e il cosmo, Milano, Bocca, “La tradizione ermetica nella filosofia
italiana” (Milano, Bocca); Due scritti sul nazionalsocialismo, Roma, Settimo
Sigillo, Quaderno, Napoli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa,.
Tafferugli a Montecavallo, La Finestra, Lavis, Il fascismo e Benedetto Croce, "Gerarchia",
"La Critica", rist. in Nuove
pagine sparse, Panteismo e magia in Bruno (Sassari, Scienze e filosofia in
Bruno, Napoli Roma,Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Corriere della sera, La Fiera letteraria, Giornale di
metafisica, F. Bruno,Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos, IE. Falqui,
Di noi contemporanei, Firenze 1940, ad indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e
di oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo 1954, ad
indicem; G. Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, R. Maran, L. G. e la
ricerca d'un sistema, in Sophia, A. Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero,
1° febbr. 1960; G. Toffanin, Nuova Antologia, Boni Fellini, L'Osservatore politico
letterario, Diz. della letteratura mondiale, Enciclopedia Italiana, Dizionario
biografico degli italiano. L’Illuminismo oscuro Lorenzo Giusso,
autore e studioso multidisciplinare, ha lasciato ai posteri una sterminata
produzione intellettuale, tenuta tuttavia troppo poco in considerazione dal
mondo accademico contemporaneo. Stefano Chemelli 10 articoli
Lorenzo Giusso fu studioso di filosofia. Recinto riduttivo si dirà, ma per lui
invece parco multiforme. Ispanista, germanista, francesista. Nato a Napoli il
25 giugno 1900, allievo di Aliotta e Battaglia è precoce critico letterario, si
laurea nel 1924, ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica e morale ma
insegna anche letteratura italiana e francese, storia delle religioni, lingua e
letteratura spagnola in diversificate sedi europee. “Tafferugli a Montecavallo”
pubblicato da Cappelli nel 1955, uno studio sul barocco romano e il Bernini,
“La tradizione ermetica nella filosofia italiana”, le straordinarie
conversazioni radiofoniche di “Autoritratto spagnolo” sono appena un accenno a
una sterminata produzione redatta nel breve arco di cinquantasette anni.
Sodale di Unamuno e Ortega con i quali ha condiviso amabili conversari, Giusso
si è occupato a fondo di Goethe, Leopardi, Stendhal, Nietzsche, Dostoevskij,
Freud, Dilthey, Simmel, Bergson Gioberti, Vico, Bruno. Inoltre fu di Spengler
uno dei primissimi esegeti italiani. Dotato di una conversazione che incantava
anche il grande Edoardo, complice in gustosi siparietti nei quali De Filippo si
trasformava in spettatore, basterebbero le pagine dedicate al Bernini per
intuire la rabdomantica agilità di scrittura sempre corroborata da una cultura
che poteva reggere l’impulso filologico di un Croce. Nel 1927 dona un’analisi
storica poderosa in “Le dittature democratiche dell’Italia”, dal 1876
all’ascesa del fascismo, seguito dalla prima raccolta di scritti letterari che
ne connotano le capacità di “viandante” nei diversi giardini del sapere; “Il
ritorno di Faust” è del 1929, “Figure di Capri” del 1931, a ruota seguono le
pagine sopra Freud, Ortega, Dostoevskij, e soprattutto lo studio su
Leopardi. Copia de "La tradizione ermetica nella filosofia italiana"Copia
de “La tradizione ermetica nella filosofia italiana” Stendhal e Nietzsche non
escludono l’impegno anche poetico che troverà sfogo in tre raccolte che molto
dicono del Giusso più segreto (“Musica in piazza”, “Cadenze di Sigismondo nella
torre”, “Elegie del torso della saggezza mutilata”). “Spengler e la dottrina
degli universali formali” restituisce in forma autonoma un approfondimento più
volte ripreso da Giusso nel decennio dei trenta che costituisce la decade
dell’approfondimento filosofico più intenso (Dilthey e Ortega tra gli altri…) e
preparatorio al grande volume “Filosofia e immagine cosmica” del 1942 dedicato
a Gentile. Due traduzioni spagnole coinvolgeranno gli studi di Giusso rivolte a
Vico ma sarebbe urgente dare attenzione alla tradizione ermetica, magari per
scoprire che Eugenio Garin l’ha sicuramente letta e ripresa molto più
tardi. “Kulturkritiker universale” lo definì il giovane Piero Buscaroli,
allievo devoto a Bologna quando Giusso strabiliava un manipolo di arditi
fuoricorso in Estetica e Letteratura spagnola, che mai avrebbero rinunciato
alle sue esibizioni in diretta presso l’Alma Mater bolognese, fugacemente
ospitati. Un grande romantico della ispecie dei Kleist, degli Hoederlin,
dei Novalis però, poeta dei talami dissacrati che trova negli articoli, nelle
corrispondenze, nei taccuini di viaggio infinite suggestioni, il tono di un
Giusso confidenziale e descrittivo vicino al lettore non specialista ma
disposto a calarsi nell’ambiente e nell’aria, nella luce chiara e tersa di un
respiro curioso sino al dettaglio minuto. Filosofia ed imagine cosmica
(1942)Filosofia ed immagine cosmica (1942) Pubblicati recentemente i quaderni
spagnoli dalla Università Benincasa, sono ancora inedite le pagine tedesche e
austriache, ma esistono anche reportage francesi, nei quali uomini e cose
sbalzano con la modestia e la versatilità del carattere e la magnificenza della
scrittura. La vita di ognuno non elide né la circostanza né l’astrazione,
Giusso è uno dei protagonisti del teatro del mondo che abbiamo ignorato, noi
italiani, lui, molto napoletano, ma già europeo, ben oltre l’amatissima Spagna.
Un europeo immerso nella musica delle lingue (francese, spagnolo, tedesco…), in
Vico e Spengler. Adriano Tilgher, Corrado Alvaro, Giuseppe Toffanin, furono
amici veri, fidati, ammirati di un uomo al quale era sconosciuta l’invidia e al
contrario era profferta a piene mani una generosa e prodiga liberalità in nome
di una poetica propensione al dialogo di un sapere trasversale, comunicativo e
incantato nella magia della parola libera, circostanziata, esatta. Una
studiosa di letteratura italiana ha affermato che il più bel libro di Giusso è
il quaderno spagnolo, ed ha pure aggiunto che quaderno spagnolo e autoritratto
spagnolo coincidono. Alberto Spaini, ma pure Piero Buscaroli che con Maria
Giulia Rispoli del Galdo Giusso sono stati tra i conoscitori più profondi di
Lorenzo Giusso, difficilmente concorderebbero. Le pagine spagnole, tedesche,
austriache servono a entrare nel mondo giussiano, consentono di accedere a una
dimensione della cultura che non conosce omologazioni di sorta, schieramenti,
posizionamenti di rendita. Permettono di sorridere a fronte di un esteta armato
solo di una generosità speciale: cogliendo l’anima dell’umanità in una minuzia
necessaria a ritrovare un sentiero precario, attraverso il quale condurre a una
visione più ampia, senza dimenticare la poesia della vita. Gioberti come uomo
del risorgimento – serie: Uomini del risorgimento. “U=Il fascismo di Benedetto
Croce” Gerarchia – “Croce contro Croce” – da Critica fascista – “Gentile,
mistico dell’azione, tratto da “Il lavoro d’Italia” – “Gentile, “La Nazione” .
Nacque a Napoli, il 25 giugno 1899, in una famiglia aristocratica, dal
conte Antonio e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale
avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva
contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, Girolamo
Giusso, ne era stato sindaco). Tra il 1917 e il 1924 gli studi del G.
presso l'Università di Napoli (dove fu allievo, fra gli altri, di A. Aliotta),
coronati dalla laurea in lettere e filosofia, si svilupparono in molteplici
direzioni. Pur destinato a diventare prevalentemente filosofo e storico
della filosofia, i suoi non dilettanteschi interessi spaziarono dalla
letteratura alla musica, dalla pittura alla filosofia, secondo un percorso
eclettico ed estroso, fondato sull'istinto piuttosto che sul metodo, che lo
portò a una conoscenza approfondita ed estesissima nei settori più
diversi. Tra le due guerre, egli partecipò all'atmosfera culturale della
Napoli segnata dal cenacolo di B. Croce, da cui molto presto si distaccò (come
A. Tilgher, che egli mostrò di apprezzare) assumendo posizioni
"eretiche" e ispirandosi piuttosto a un ideale di vitalismo romantico
che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte opere cui dedicò la sua
attenzione: in particolare, in una fase iniziale, O. Spengler e F.
Nietzsche. Intelligenza precoce, prima di intraprendere l'insegnamento
universitario, che lo avrebbe allontanato da Napoli, il G. avviò una copiosa
pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi quotidiani italiani come
autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più diversi aspetti della cultura
europea e alla conoscenza dei suoi principali esponenti, soprattutto
scrittori. L'attività giornalistica si sviluppò particolarmente negli
anni Venti, quando il G., ancora molto giovane, iniziò a collaborare con L'Idea
nazionale, Il Popolo d'Italia e Il Secolo, quindi con Il Mattino, come critico
letterario; fu poi autore di articoli di viaggio, per il Corriere della sera, e
tenne un "Diario critico" per Il Resto del Carlino, pubblicando nel
corso degli anni sulla terza pagina di molti quotidiani italiani (Il Giornale,
Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di Sicilia, La Stampa e altri ancora),
anche se il lavoro propriamente giornalistico rallentò quando prevalse quello
universitario. Nel 1936 ottenne la libera docenza in filosofia teoretica
a Napoli, dove l'anno successivo insegnò filosofia morale; le principali tappe
del suo percorso universitario - molteplice anche per le numerose discipline di
cui si occupò - furono: Cagliari, dove dal 1938 al 1943 insegnò come professore
incaricato, ricoprendo, secondo un percorso abbastanza inconsueto e irregolare,
le cattedre di filosofia teoretica, letteratura italiana e francese, storia
delle religioni; quindi, Bologna, dove, sempre come incaricato, insegnò lingua
e letteratura spagnola, infine Pisa. La carriera universitaria del G. non si
limitò, comunque, all'Italia: insegnò letteratura italiana a Monaco, a Nizza, a
Breslavia, a Debreczen in Ungheria, a Madrid, dove fu "accademico
d'onore", e a Barcellona. Proprio al ritorno da un viaggio in terra
spagnola venne colpito dalla malattia che lo avrebbe condotto alla morte.
Il G. morì a Roma l'11 apr. 1957. Oltre all'attività come giornalista e
saggista, il G. aveva pubblicato anche alcune raccolte di poesie: Musica in
piazza (Napoli 1930) e Don Giovanni ammalato (ibid. 1932), una rifusione,
accresciuta, del primo volume; Cadenze di Sigismondo nella torre, Modena 1939;
e, infine, Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano 1941: d'intonazione
prossima ai crepuscolari le prime, percorse dal senso di una discrepanza tra la
piattezza della vita quale ci è data e il desiderio di viverla in modo più
libero e pieno; maggiormente legate all'estetismo dannunziano, e insieme non
dimentiche del clima d'avanguardia in cui era avvenuta la prima formazione del
G., le ultime due. Saggista acuto, ottimo conversatore, spirito brillante
e fortemente antiaccademico, caratterizzato da un sapere enciclopedico, il G.
non si legò ad alcuna scelta politica, non appartenne a nessuna scuola di
pensiero e non ebbe maestri diretti né discepoli. Dal suo asistematico sforzo
di interpretazione della cultura moderna non si può trarre una dottrina
unitaria ma soltanto il profilo di un cammino variegato e intenso, che trae
origine dalla ricerca di una visione totale dell'esistenza nel fondamentale
intento di realizzare un ideale di vita, problema con cui il G. non smise mai
di misurarsi, secondo una prospettiva antirazionalista (e implicitamente
antidealista). Allontanatosi molto presto, come si è detto, dal
crocianesimo imperante nell'ambiente napoletano, il primo interesse del giovane
G. fu per i protagonisti dell'irrazionalismo e del vitalismo eroico, e per il
pessimismo cosmico di G. Leopardi (Il ritorno di Faust, Napoli 1929; Leopardi,
Stendhal, Nietzsche, ibid. 1933; Tre profili: Dostoevskij, Freud, Ortega y
Gasset, ibid. 1933; Leopardi e le sue due ideologie, Firenze 1935); in tempi
diversi riunì in raccolte i ritratti degli autori e dei personaggi che più lo
avevano interessato (Il viandante e le statue. Saggi sulla letteratura
contemporanea, s. 1, Milano 1929; s. 2, Roma 1942). Nell'ambito di una
ricerca più propriamente filosofica, i principali autori di riferimento del G.
- che costituirono anche l'oggetto dei suoi studi - furono W. Dilthey (Dilthey
e la filosofia come visione della vita, Napoli 1940; Dilthey, Simmel, Spengler,
Milano 1944); i già ricordati Nietzsche (Nietzsche, Napoli 1936), Spengler
(Spengler e la dottrina degli universali formali, Napoli 1935), e J. Ortega y
Gasset. Il rapporto tra razionalismo e irrazionalismo (e il superamento
della loro opposizione) e quello tra scienza e filosofia e vita sono il tema di
fondo di quella che probabilmente rimane una delle sue opere più significative,
Filosofia ed imagine cosmica (Roma 1940), in cui, in diretto riferimento a G.
Vico (si veda anche: G.B. Vico tra umanesimo e occasionalismo, Roma 1940; La
filosofia di G.B. Vico e l'età barocca, ibid. 1943), egli delinea una
genealogia della filosofia, e in generale dell'attività razionale, a partire
dalle istanze vitali e concrete dell'uomo. In Vico, secondo il G., non c'è una
filosofia intesa come ontologia e come organo di un conoscere razionale perché
i sistemi filosofici riflettono il tentativo di appropriazione verbale del
mondo in rapporto a un'originaria intuizione cosmica, così come le scienze e le
tecniche non procedono da una razionalità astratta ma dai bisogni dell'uomo
sociale, rimandando a un sentimento che è espressione del primitivo legame, non
specificamente conoscitivo, che unisce uomo e mondo. Nel dopoguerra,
approfondendo questa tematica e superati i miti dell'irrazionalismo e
dell'energia vitalistica, il G. si riavvicinò alla fede cristiana; era sua
intenzione realizzare una revisione della storia del pensiero italiano dal
Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e
l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico
volto a ravvicinare il pensiero dell'antichità greco-romana e quello cristiano.
In chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche
alla figura di G. Bruno (Scienza e filosofia in Giordano Bruno, Napoli-Roma
1955). Tra le opere del G., oltre a quelle già citate, si ricordano: Le
dittature democratiche d'Italia, Milano 1927; Idealismo e prospettivismo,
Napoli 1934; Lo storicismo tedesco: l'anima e il cosmo, Roma 1947; Bergson,
Milano 1948; Vincenzo Gioberti, ibid. 1948; Spagna e antispagna: saggisti e
moralisti spagnoli, Mazara del Vallo 1952; La tradizione ermetica nella
filosofia italiana, Trapani 1955; Tafferugli a Montecavallo, Bologna, 1955;
Origene e il Rinascimento, Roma 1957; postumo: Autoritratto spagnolo, a cura di
A. Spaini, Torino 1959. Fonti e Bibl.: Necr. in Corriere della sera, 12
apr. 1957; La Fiera letteraria, 21 apr. 1957; Giornale di metafisica, XI
(1957), 5, p. 634; F. Bruno, L. G., in Italia che scrive, IV (1934); P. Filiasi
Carcano, in Logos, II (1940); E. Falqui, Di noi contemporanei, Firenze 1940, ad
indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna 1954, ad indicem; L.
Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo 1954, ad indicem; G. Artieri, Romantico
napoletano, in Il Tempo, 11 maggio 1957; R. Maran, L. G. e la ricerca d'un
sistema, in Sophia, XXV (1958), 3-4, pp. 265-267; A. Spaini, Ricordo di L. G.,
in Il Messaggero, 1° febbr. 1960; G. Toffanin, G. e Ortega, in Nuova Antologia,
ottobre 1960, pp. 262 ss.; P. Boni Fellini, G. dieci anni dopo, in
L'Osservatore politico letterario, giugno 1967; Diz. della letteratura mondiale
del '900, sub voce. Panteismo tipo di teismo Lingua Segui Modifica Il
panteismo (πάν (pán) = tutto e θεός (theós) = Dio, vuol dire letteralmente
"Dio è Tutto" e "Tutto è Dio") è una visione del reale per
cui ogni cosa è permeata da un Dio immanente o per cui l'Universo o la natura
sono equivalenti a Dio (Deus sive Natura). Definizioni più dettagliate
tendono ad enfatizzare l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo
(la somma di tutto ciò che è e che sarà) siano rappresentati nel principio
teologico di un 'dio' astratto piuttosto che una o più divinità personificate
di qualsiasi tipo. Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo
dal panenteismo e dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando
elementi panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e
pandeiste. Michael Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una
concezione non-teistica della divinità».[1] In senso lato, con
"panteismo" si intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio
con il mondo o con il principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di
Dio-Uno-Tutto si presenta in due versioni: quella "cosmistica", la
quale afferma "Dio è nel Tutto", e quella "acosmistica" (il
termine è di Hegel), la quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo
caso, come nello stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua
parte; nel secondo caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte
rifluisce e si scioglie in Dio, quale Uno-Tutto. Storia del
panteismoModifica Il termine "panteista" (dal quale la parola
"panteismo" è derivata) fu usato propriamente per la prima volta dal
filosofo irlandese John Toland nella sua opera Socinianism Truly Stated, by a
pantheist, del 1705. Comunque, il concetto era stato discusso già al tempo dei
filosofi della Grecia antica, da Talete, Parmenide ed Eraclito. I presupposti
ebraici del panteismo possono essere ricercati nella Torah stessa, nel racconto
della Genesi e nei suoi primi materiali profetici, nei quali chiaramente gli
"atti di natura" (come inondazioni, tempeste, vulcani, etc.) sono
tutti identificati come "la mano di Dio" attraverso idiomi di
personificazione, così spiegando gli aperti riferimenti al concetto, sia nel
Nuovo Testamento, che nella letteratura cabalistica. Nel 1785 sorse una
consistente controversia tra Friedrich Heinrich Jacobi e Moses Mendelssohn, che
infine coinvolse molte importanti persone del tempo. Jacobi affermava che il
panteismo di Lessing era materialistico, per il fatto che considerava tutta la
natura e Dio come una sola sostanza estesa. Per Jacobi, esso non era altro che
il risultato della devozione alla ragione, tipicamente illuminista, che avrebbe
condotto all'ateismo. Mendelssohn espresse il suo disaccordo, asserendo che il
panteismo era teistico. Il Panteismo di EraclitoModifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eraclito. Il panteismo è un
componente della dottrina del filosofo greco Eraclito, secondo cui il divino è
in tutte le cose ed è identico al mondo nella sua interezza. Questa concezione
porta a identificare il divino con l'Universo, facendolo divenire quindi
l'Unità di tutti i contrari, il Fuoco generatore. Il Dio-tutto di Eraclito
ha in sé tutte le cose ed è una realtà eterna. Eraclito sembra rifarsi alla
teoria della cosmologia ciclica, poiché la sua concezione della realtà è simile
a un insieme di fasi alterne: un ciclo distruttivo-produttivo, che verrà
sviluppato in seguito dagli Stoici. Il Panteismo degli StoiciModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Stoicismo. Il
panteismo stoico è una delle più compiute espressioni di esso, dove Dio è la
ragione e l'intelligenza che lo determina e lo permea. Il Dio stoico, quindi,
non si identifica con l'universo, ma lo permea come suo fondamento e ragion
d'essere. Il Panteismo di PlotinoModifica Si è parlato spesso
impropriamente di panteismo in Plotino. In realtà, secondo Plotino, Dio non è
solo immanente, ma anche trascendente. Come ha evidenziato anche Giovanni
Reale, l'Uno, il Dio plotiniano, pur permeando di sé ogni realtà, ne è
superiore. Plotino dice infatti chiaramente che l'Uno, «in quanto principio di
tutto, non è il tutto». Con questa affermazione egli sembra prendere in
contropiede, quasi le prevedesse, le interpretazioni immanentistiche e
panteiste del suo pensiero. Il Panteismo di BrunoModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giordano Bruno. La visione
di Bruno può essere considerata un panteismo del Dio-Infinità ed ha alcuni
caratteri del panpsichismo. Nella filosofia di Giordano Bruno, i cinque
dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i princìpi della
realtà naturale. Forma universale del mondo è l'anima del mondo, la cui
prima e principale facoltà è l'intelletto universale, il quale «empie il tutto,
illumina l'universo e indirizza la natura a produrre le sue specie». La
materia è il secondo principio della natura, dalla quale ogni cosa è formata:
«come nell'arte, variandosi in infinito le forme, è sempre una materia medesima
che persevera sotto quella, come la forma dell'albore è una forma di tronco,
poi di trave, poi di tavolo, poi di sgabello, e così via discorrendo, tuttavolta
l'esser legno sempre persevera; non altrimenti nella natura, variandosi in
infinito e succedendo l'una all'altra le forme, è sempre una medesma la
materia». Discende da questa considerazione l'elemento fondamentale della
filosofia bruniana: tutta la vita è materia, materia infinita. Nella sua
concezione, anche la Terra è dotata di anima. Egli in De l'infinito,
universo e mondi scrive: «Io dico Dio tutto infinito, perché da sé
esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio
totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua
parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità dell'universo, la
quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi
all'infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in
quello.» (G. Bruno, Dialoghi metafisici, Firenze, Sansoni 1985, p. 382)
Il Panteismo di SpinozaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Baruch Spinozae Monismo panteistico. La tesi centrale
del pensiero di Baruch Spinoza è l'identificazione panteistica o, meglio,
immanentistica di Dio con la Natura (Deus sive Natura) ed in essa convergono i
temi ed i motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate, la
teologia giudaica, la filosofia ellenistica, la filosofia
neoplatonica-naturalistica del Rinascimento, il razionalismocartesiano ed il
pensiero arabo, ed infine le sfumature di Thomas Hobbes. Spinoza
concepisce un Dio coniugato con l'unità e la necessità e perciò:
«Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei
quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente. Se lo
neghi, concepisci, se è possibile, che Dio non esista. Dunque (per l'As.7) la
sua essenza non implica l'esistenza. Ma questo (per la Prop.7) è assurdo:
dunque Dio esiste necessariamente.» (B. Spinoza, Etica, Roma, Editori
Riuniti 2004, p.94) Ne consegue la dimostrazione di ciò che Dio è:
«Tutto ciò che è, è in Dio: Dio però non si può dire cosa contingente.
Infatti esiste necessariamente, e non in modo contingente. Inoltre, i modi
della divina natura sono seguiti da essa anche necessariamente e non in modo
contingente e ciò o in quanto si considera la divina natura assolutamente
oppure in quanto la si considera determinata ad agire in un certo modo.
Inoltre, di questi modi Dio è causa non soltanto perché semplicemente esistono
in quanto li si considera determinati a fare qualcosa. Poiché se non sono
determinati da Dio, è impossibile e non contingente che determinino se stessi;
e al contrario se sono determinati da Dio, è impossibile, e non contingente,
che rendano se stessi indeterminati. Per cui tutte le cose sono determinate
dalla necessità della divina natura non soltanto ad esistere, ma anche ad
esistere e agire in un certo modo, e non si dà nulla di contingente.» (B.
Spinoza, Etica, cit., p. 110) Questa concezione fa sì che il Dio di Spinoza (ma
non meno quello degli Stoici), per qualche filosofo contemporaneo, risulti
essenzialmente un impersonale Dio-Necessità, contrapponibile al Dio-Volontà
come persona divina tipica dei monoteismi. DescrizioneModifica Tipi di
panteismoModifica Si possono distinguere tre gruppi di panteisti:
panteismo classico, che si esprime attraverso l'immanente Dio del Giudaismo, Induismo,
Monismo, neopaganesimo e delle dottrine New Age, generalmente considerando Dio
come personificazione o manifestazione cosmica; panteismo biblico, che è
espresso negli scritti della Bibbia; panteismo naturalistico, basato sulle,
relativamente recenti, visioni di Baruch Spinoza (che potrebbe essere stato
influenzato dal panteismo biblico) e John Toland (che coniò il termine
"panteismo"), così come sulle influenze contemporanee. La maggioranza
delle persone che possono identificarsi come "panteiste" appartengono
al tipo classico (come gli Indù, i Sufi, gli Unitaristi, i neopagani, i seguaci
della New Age, etc), mentre molte persone che identificano se stesse come
panteiste (non essendo membri di un'altra religione) appartengono al tipo naturalista.
La divisione tra le tre branche del panteismo non sono completamente chiare in
tutte le situazioni, rimanendo dei punti di controversia nei circoli panteisti.
I panteisti classici generalmente accettano la dottrina religiosa secondo cui
ci sarebbe una base spirituale per tutta la realtà; mentre i panteisti
naturalisti generalmente non concordano, piuttosto intendendo il mondo in
termini più naturalistici. La confusione tra i concetti di panteismo e ateismo
è un problema antico in linguistica. Gli antichi romani si riferivano ai primi
cristiani come atei e le spiegazioni di questo fenomeno semantico possono
variare. Metodi di spiegazioneModifica Una caratteristica spesso citata
del panteismo è che ogni essere umano, essendo parte dell'universo o della
natura, è parte di Dio. Uno dei problemi discussi dai panteisti è come possa
esistere il libero arbitrio in un contesto simile. In risposta, qualche volta è
data la seguente analogia (particolarmente dai panteisti classici): "stai
a Dio come una tua singola cellula sta a te". L'analogia sostiene
anche che, sebbene una cellula possa essere cosciente del suo ambiente e abbia
persino qualche scelta (libero arbitrio) tra giusto e sbagliato (uccidere un
batterio, divenire cancerogena o non fare semplicemente niente), ha presumibilmente
una comprensione limitata dell'essere più grande, di cui fa parte. Un altro
modo di comprendere questo tipo di relazione è tramite la frase indù tat tvam
asi - "quello che sei", in cui l'anima/essenza umana o Ātmanè intesa
medesima di Dio o Brahman. Nel contesto indù, si crede che il singolo debba
essere liberato attraverso l'illuminazione (moksha), in modo da sperimentare e
capire pienamente questa relazione: la parte diventa non dissimile dal
tutto. Non tutti i panteisti accettano l'idea del libero arbitrio, dato
che il determinismo è largamente diffuso, particolarmente presso i panteisti
naturalistici. Sebbene le interpretazioni individuali del panteismo possano
suggerire certe implicazioni per la natura e l'esistenza del libero arbitrio e/o
determinismo, il panteismo non implica il requisito di credere in entrambi.
Comunque, il problema è largamente discusso ed è presente in molte altre
religioni e filosofie. DibattitoModifica Alcuni sostengono che il
panteismo è poco più che una ridefinizione della parola "Dio" per
definire "esistenza", "vita" o "realtà". Molti
panteisti direbbero che, se fosse così, un tale cambiamento nel modo in cui
pensiamo a queste idee servirebbe a creare una nuova e potenzialmente più
perspicace concezione sia dell'esistenza, che di Dio. Forse il più
significativo dibattito all'interno della comunità panteistica è quello
riguardante la natura di Dio. Il panteismo classico crede in un Dio personale,
cosciente e onnisciente e vede questo Dio come unificante di tutte le vere
religioni. Il panteismo naturalistico crede invece in un Universo non cosciente
e non senziente che, sebbene sacro e meraviglioso, è visto come un Dio in senso
non tradizionale e non personale. I punti di vista compresi all'interno
della comunità panteista sono necessariamente diversi, ma l'idea centrale, che
vede l'Universo come un'unità onnicomprensiva e la sacralità sia della natura
che delle sue leggi, è comune. Alcuni panteisti sostengono, inoltre, un fine
comune di natura e uomo, sebbene altri rifiutino l'idea di un fine e vedano
l'esistenza come esistente di per sé. Concetti panteistici nella
religioneModifica InduismoModifica È generalmente riconosciuto che i testi
religiosi indù sono i più antichi conosciuti in letteratura contenenti idee panteistiche.[2]
Nella teologia indù, Brahman è la realtà infinita, immutabile, immanente e
trascendente che è il Divino Terreno di tutte le cose nell'Universo e che è
anche la somma totale di tutte le cose che sono, sono state e saranno. Questa
idea di panteismo è rintracciabile in alcuni testi più antichi come i Veda e
gli Upanishad e nella più tarda filosofia Advaita. Tutti i Mahāvākya degli
Upanishad, in un modo o nell'altro, sembrano indicare l'unità del modo con
Brahman. Chāndogya Upanishad dice "Tutto in questo Universo in
realtà è Brahman; da lui esso procede; all'interno di lui è dissolto; in lui
respira, così lasciate che ognuno lo adori tranquillamente". Inoltre dice:
"Tutto l'Universo è Brahman, da Brahman a una zolla di terra. Brahman è la
causa efficiente e materiale del mondo. Egli è il vasaio da cui si forma il
vaso; egli è la creta con il quale è fabbricato. Tutto proviene da Lui, senza
perdita o diminuzione della fonte, come la luce irradiata dal sole. Ogni cosa è
unita entro Lui ancora, come le bolle che esplodono si uniscono all'aria, come
i fiumi sfociano negli oceani. Tutto proviene e ritorna a Lui, come la tela di
un ragno è fabbricata e ritratta dal ragno stesso."[3] Negli inni del Rig
Veda, una traccia di pensiero panteista può essere riconosciuta nel libro
decimo (10-121). Questa concezione di Dio lo vede come l'unità, con gli
dei personali e individuali aspetto dell'Unico, sebbene differenti divinità
siano viste da diversi fedeli come particolarmente adatte alle loro preghiere. Come
il sole emana raggi di luce che provengono dalla stessa fonte, lo stesso
avviene dagli sfaccettati aspetti di Dio emanati da Brahman, come più colori
dallo stesso prisma. Il Vedānta, specificatamente l'Advaita, è una branca della
filosofia indù che pone grande accento su questa materia. Molti aderente
vedantici sono monistio "non-dualisti, vedendo le molteplici
manifestazioni di un solo Dio o della fonte dell'essere, una visione che è
spesso considerata dai non induisti come politeista. Il panteismo è la
componente chiave della filosofia Advaita. Altre suddivisione dei Vedanta non
sostengono in maniera peculiare le stesse istanze. Per esempio, la scuola
Dvaita di Madhvacharya ritiene che Brahman sia il Dio esterno personale Vishnu,
laddove invece le scuole Rāmānuja sposano il Panenteismo.
EbraismoModifica Il senso radicalmente immanente del divino nella mistica
ebraica (Kabbalah) si ritiene abbia ispirato la formulazione del panteismo da
parte di Spinoza. Nonostante ciò, la teoria di Spinoza non è stata recepita dall'Ebraismo
ortodosso. D'altro canto, Schopenhauer sosteneva che il panteismo spinoziano
fosse una conseguenza della lettura di Nicolas Malebranche da parte del
filosofo olandese: Malebranche insegna che tutto ciò che osserviamo è in Dio
stesso. Ciò equivale a voler spiegare qualcosa di ignoto mediante qualcosa di
ancor più oscuro. Inoltre, secondo Malebranche noi non solo vediamo tutto in
Dio, ma Dio è anche l'unica attività, sicché le cause fisiche sono mere
occasionalità (Ricerca della verità, Libro VI, seconda parte, cap. 3.). E così
qui rinveniamo essenzialmente il panteismo di Spinoza che pare abbia appreso
più da Malebranche che da Descartes. (Schopenhauer, Parerga e paralipomena,
Vol. I, "Schizzo di una storia della teoria dell'ideale e del reale").
Inoltre, Israel ben Eliezer, fondatore dello Chassidismo, aveva un senso
mistico del divino che può essere definito come Panenteismo. Secondo
l'ebraismo biblico l'origine dell'Universo si è basata sulla Torah (legge)
della natura. Pertanto la Torah originale non è rinvenibile negli scritti di
Mosè, bensì nella natura stessa. "Interpretare" la Torah della natura
equivale ad "interpretare" la Torah della rivelazione e teoricamente
alla fin fine coincideranno l'una con l'altra [come si dimostra ad esempio con
la scoperta del Big Bang nel 1965]. L'ortodossia rabbinica considerando questa
posizione come una discrepanza, allo scopo di porre la Torah scritta al di
sopra di quella data per prima in natura, ha sostenuto che la Torah scritta precedette
la creazione, infatti a partire dalla Torah scritta che Dio "ha
parlato" nella creazione. Questa posizione non è accolta dai panteisti
biblici. Maimonide, benché Ortodosso, nei suoi scritti sulla
riconciliazione fra le sacre scritture e la scienza, accolse l'opinione
dell'equivalenza fra la Torah della natura e la Torah delle scritture e trovò
la sua logica come inevitabile. Queste tesi, senza dubbio, servirono da sfondo
per lo sviluppo delle teorie di Baruch Spinoza. CristianesimoModifica Vi
è un certo numero di tradizioni minori nell'ambito della storia del
Cristianesimo secondo le quali le origini del loro credo panteistico sono da
rintracciare nel Nuovo Testamento ed in altre correlate tradizioni
ecclesiastiche. La diversità di questo punto di vista è rintracciabile a
partire dai primi Quaccheri sino ai successivi Unitaristi e fino ad arrivare
alle stesse principali denominazioni del cattolicesimo tradizionale e del
protestantesimo liberale. Altre fonti includono la Teologia del
processo, la Spiritualità della Creazione, i Fratelli del libero spirito, altri
ancora ne sostengono la presenza fra gli Gnostici. Tale idea ha avuto, per
qualche tempo, aderenti in vari segmenti del Cristianesimo. Alcuni
Cristiani considerano la Trinità in questo significato: lo Spirito Santo tiene
insieme l'Universo e personifica se stesso come il Padre, che a sua volta
personifica se stesso come il Figlio dentro questo Universo (ciò significa che
il Padre è al di fuori dell'Universo, del Tempo e dello Spazio). Secondo altri,
lo Spirito Santo è consapevole e utilizzabile e per questo è usato da Dio per
benedire la gente con i Doni dello Spirito Santo. Tutti i poteri sovrannaturali
si ritiene che siano possibili anche dal binomio Universo/Spirito Santo.
I panteisti di religione cristiana asseriscono che l'origine del loro credo è
rintracciabile nelle Sacre Scritture, nel Vecchio Testamento come nel Nuovo ed
attenuano le difficoltà che i teologi della Chiesa Apostolica Romana hanno
sempre cercato di "risolvere" nei concili sul tema della Trinità e
della Natura di Cristo come il Verbo (solo il panteismo fornisce una
formulazione per il Cristo come "Verbo" di Dio e per l'unità del
Monoteismo). Il parificare nella Bibbia Dio agli atti della natura e la
definizione di Dio data nello stesso Nuovo Testamento forniscono un persuasivo
richiamo verso questo sistema di credenze. I panteisti cristiani
sostengono che la definizione cattolica di Dio fu pesantemente influenzata da
fonti non bibliche, tra queste in particolar modo il Neo-Platonismo, che consideravano
Dio come qualcosa che "esiste" fuori dalla "esistenza",
pertanto la definizione di "Dio" si riferiva ad un qualcosa "che
non esiste", cioè, ad un Dio non-esistente. È proprio questa basilare
definizione neo-platonica di non-esistenza che i panteisti cristiani ritengono
biasimevole e contraria alle scritture. Agostino rigettò il panteismo per
i seguenti motivi: Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione
polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché
all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se
Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è
un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se
stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua
anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e
l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non
sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e
la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una
parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio.
Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile
dirle senza vergogna.[4] come pure: Riguardo allo stesso animale
ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina
prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può
sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in
definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro
che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo?[5] Nel Vangelo secondo
Tommaso (considerato apocrifodai Cristiani), Gesù disse: Io sono la Luce:
quella che sta sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il
Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva la pietra e là
mi troverai.[6] Tuttavia questa è un'affermazione dell'onnipresenza di Dio, non
in senso panteistico, ma in armonia con l'insegnamento che ogni apparenza
fenomenica è riflesso della luce divina. informazioni Questa voce o sezione
sull'argomento religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
insufficienti. La maggioranza dei Musulmani condanna il concetto di panteismo e
lo considera come un insegnamento non-Islamico. Tuttavia, il Sufismo è ritenuto
dai musulmani contenere insegnamenti panteistici. Il Sufismo può essere
suddiviso nelle seguenti categorie: Sufismo originario - Sincretico:
Mescola insieme dottrine e concetti dell'Islam con credenze e pratiche
religiose locali dei paesi Orientali e Occidentali. Lo si pratica in paesi
non-Islamici. Sufismo ḥadīth - Tradizionale: è l'Islam con un'enfasi sulle
forme ortodosse della spiritualità e del misticismo Islamico. Essenzialmente
ortodosso e considerato prevalentemente come una subcultura nei paesi Islamici.
Sunniti o Sciiti. Sufismo Coranico - Coranico: Si attiene strettamente a quanto
scritto nel Corano compreso il profetismo e non accetta i più recenti ḥadīth
come altrettanto ispirati dalla tradizione. È considerato non-ortodosso o come
una forma di neo-ortodossia ed è praticato soprattutto nell'occidente islamico.
Ha subito influenze dal concetto di riforma e restaurazione del
Protestantesimo. Né il Sunnismoné il Sciismo sono da considerare come forme di ḥadīth.
Il concetto di Panteismo si può rinvenire in ciascuno dei suddetti tipi di
Sufismo, a differenza della maggioranza ortodossa dell'Islam, esso è molto
diverso ed accentua l'esperienza e la conoscenza spirituale personale ed
individuale. Le fonti dell'interpretazione panteistica differirebbero a seconda
della tradizione cui fanno capo. Il Sufismo originario risentirebbe ovviamente
dei testi orientali, il Sufismo ḥadīth sarebbe influenzato dagli studiosi
Islamici del regno del Solimano, il Sufismo Coranico vedrebbe lo stesso Corano
come la continua rivelazione e la personificazione linguistica è interpretata
in modo coerente con i profeti biblici. La maggioranza dei Musulmani Ismailiti
è panteista, o per essere più precisi, Panenteista. Gli scritti di Seth e
il PanteismoModifica Il concetto di Panteismo è parte integrante di molte delle
credenze religiose e delle filosofie della New Age; la sua differenza rispetto
al panenteismo è sostenuta in modo specifico negli scritti di Seth come
presentati dalla medium Jane Roberts (1929-1984). Seth, l'"entità"
cui da voce la Roberts, diceva che Dio è formato di energia mentale, e questa
energia mentale è la sostanza che dà vita a tutti gli esseri e a tutte le cose;
la coscienza di Dio è veicolata da questa energia, per cui la coscienza di Dio
è onnipresente. Seth spesso si riferiva a Dio come a "Tutto ciò che
è" e diceva che "Tutte le facce appartengono a Dio". Seth
descriveva Dio come una forma contenente tutti gli individui al suo interno;
inoltre aggiungeva che Dio si conosce come è, ma anche si conosce come ciascun
individuo. Tuttavia, questo insegnamento ha molto in comune con il correlato
concetto di panenteismo, dato che pone in risalto la personificazione di Dio e
quindi si trasforma in un teismo. Altre religioniModifica Molti elementi
panteistici sono presenti in alcune forme di Buddismo, Neopaganesimo, e
Teosofiainsieme a molte variabili denominazioni. Si veda anche la Neopagana Gaia
e la Church of All Worlds. Molti Universalisti si considerano
panteisti. Il filosofo Paul Carus si definiva "un ateista che ama
Dio". Egli criticò ogni forma di monismo che cercava l'unità del mondo non
nell'unità della verità bensì nella unicità di una logica supposizione di idee.
Carus definiva tali concetti come "henismo". Il Taoismo propugna una
visione panteistica. Il "Tao" potrebbe essere paragonato al
"Deus-sive-Natura" di Spinoza. Concetti connessiModifica PanenteismoModifica
Il Panteismo e il panenteismo presentano aspetti comuni ma non coincidono: il
primo vede l'universo pieno di Dio il secondo lo vede come parte di Dio.
Filosoficamente, però, i due concetti sono ben distinti. Mentre per il
panteismo Dio è sinonimo della natura, per il panenteismo, invece, Dio è
superiore alla natura e la include. È la ragione per cui Hegel definiva quello
spinoziano un panteismo acosmistico (senza mondo). Per alcuni tale
distinzione è inutile, mentre altri la considerano un significativo punto di
divisione. Molte delle maggiori fedi descritte come panteistiche potrebbero
essere descritte anche come panenteistiche, al contrario ciò non è possibile
per il panteismo naturalistico (perché non considera Dio come superiore alla
sola natura). Per esempio, elementi appartenenti al panenteismo ed al panteismo
si rinvengono nell'Induismo. Certe interpretazioni dei testi Bhagavad Gita e
Shri Rudram Chamakam sostengono questo punto di vista. CosmismoModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cosmismo e
World Brain. Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento
filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali.
Mentre questo termine è raramente usato, e molto spesso è solo un sinonimo di
Panteismo, l'insolita filosofia da esso indicata è stata utilizzata in modo
piuttosto differente, ma in ogni caso con essa si vuole esprimere il concetto
che Dio è un qualcosa creato dalla mente umana, forse rappresenta uno stadio
finale della evoluzione dell'uomo, raggiunto attraverso la pianificazione
sociale, l'eugenetica e altre forme di ingegneria genetica. H. G. Wells
diede vita a una forma di cosmismo, che denominò World Brain ("Cervello
mondiale"), rifacendosi a un saggio da lui pubblicato nel 1937, in cui
viene tra l'altro descritta la creazione di una biblioteca-enciclopedia. Tale
idea venne ripresa nel libro God the Invisible King,[7] in cui l'autore
consiglia all'umanità di istituire un sistema socialista, strutturandolo sui
dati statistici sociali ed eugenetici, sull'istruzione e l'eugenetica, in modo
che un giorno idealmente possa essere alla pari e possibilmente anche fondersi
con la stessa divinità panteista, e anche in alcuni paragrafi di Outline of
History, che richiamavano tali credenze dell'autore e le sue ricerche
sull'insegnamento di Gesù e di Buddha. Queste idee vengono riprese nel suo
libro Shape of Things to Come e nel film da esso tratto nel 1936 Things to
Come; in essi viene descritta l'umanità che, sopravvivendo ad una guerra
apocalittica e a un prolungato periodo Feudale, si unisce per dar vita ad una
utopia collettivista. In Israele, il Cosmismo è stato oggetto di studio
da parte di Mordekhay Nesiyahu, uno dei primi ideologi del Movimento Laburista
Israeliano e docente presso l'Università di Beit Berl. Secondo questo autore
Dio è qualcosa che non esisteva prima dell'uomo, ma era una entità secolare.
Infatti fu la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme ad avere un ruolo
nell'"invenzione" di questa entità. Nel XX secolo, lo
statunitense William Luther Pierce, un nazionalista bianco iscritto nel
Partito Nazista Americano e, a sua volta, fondatore del movimento Alleanza
Nazionale, utilizzò il termine "Cosmismo". Per Pierce (così come per
Wells), Dio sarebbe il risultato finale dell'eugenetica e dell'igiene razziale
(Si veda: Nazismo, Francis Galton e Teosofia). La "Noosfera"
descritta da Vladimir Vernadsky e da Pierre Teilhard de Chardin potrebbe essere
considerata come la descrizione di una divinità Cosmistica, come anche la
coscienza collettiva di Émile Durkheim e l'inconscio collettivo di Carl Gustav
Jung. Arthur C. Clarke fa un possibile riferimento alla Noosfera Cosmista
nel suo libro del 1953 Childhood's End (tradotto in italiano con il titolo Le
guide del tramonto), riferendosi ad essa come la "Overmind", una
mente alveare interstellare. PandeismoModifica Il Pandeismo è una
specie di Panteismo che include una forma di Deismo, sostenendo che l'Universo
è identico a Dio, ma anche che Dio precedentemente fu una forza cosciente e
senziente ovvero una entità che progettò e creò l'Universo. Diventando
l'Universo, Dio divenne inconscio e non senziente. A parte questa distinzione
(e la possibilità che l'Universo un giorno ritornerà ad essere Dio), le
credenze Pandeistiche sono identiche a quelle del Panteismo.
EticaModifica Secondo Schopenhauer, nel panteismo non vi è etica. Il panteismo,
nel suo complesso, naufragherebbe a fronte delle inevitabili esigenze etiche e
quindi non avrebbe risposte sul male e sulle sofferenze del mondo. Se il mondo
è una teofania, allora ogni cosa fatta dagli uomini, ed anche dagli animali, è
da considerarsi parimenti divina ed eccellente; niente può essere giudicato più
censurabile e più meritevole rispetto ad ogni altra cosa; quindi non vi è
etica. (Il mondo come volontà e rappresentazione, Vol. II, Cap. XLVII)
Tuttavia, alcuni panteisti sostengono che il punto di vista panteista è molto
più etico, evidenziando che ogni danno arrecato all'altro è come fare male a se
stessi, perché arrecare danno ad uno è come arrecare danno a tutti. Ciò che è
bene e ciò che è male non dipende da qualcosa al di fuori di noi, ma è il
risultato di come ci rapportiamo gli uni con gli altri. Il fare bene non si
deve basare sulla paura di una punizione da parte di Dio, bensì deve scaturire
da un reciproco di tutti verso tutto. Le forme tradizionali e le varie
definizioni di panteismo, comunque, rinviano ai loro testi sacri e ai loro
maestri per le definizioni di ordine etico. NoteModifica ^ ( EN ) Michael
P. Levine, Pantheism: A Non-Theistic Concept of Deity, Londra e New York,
Routledge, 1994. Trad. italiana Il Panteismo. Una concezione non-teistica della
divinità, Genova, ECIG, 1995, ISBN 88-7545-671-2. ^ Constance E. Plumptre,
General Sketch of the History of Pantheism, Londra, W. W. Gibbings, 1878, vol.
1, p. 29. ^ Chandogya Upanishad 3-14 traduzione di Monier-Williams ^ La Città
di Dio, Libro 4, Cap. 12. ^ La Città di Dio, Libro 4, Cap. 13. ^ Testo del
Vangelo secondo Tommaso ^ God the Invisible King Voci correlateModifica Dio
Monismo Monoteismo Teismo Deismo Pandeismo Panenteismo Naturalismo (filosofia)
Panpsichismo Panteismo naturalistico Panteismo classico Altri progettiModifica
Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su panteismo Collabora
a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su
panteismo Collegamenti esterniModifica panteismo, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata ( EN )
Panteismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica
su Wikidata ( EN ) Panteismo, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton
Company. Modifica su Wikidata ( EN ) William Mander, Pantheism, in Edward N.
Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of
Language and Information (CSLI), Università di Stanford. Giuseppe
Tanzella-Nitti, Panteismo del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede,
su disf.org. Portale Filosofia Portale Mitologia
Portale Religioni Monismo (religione) Panenteismo scuola filosofica
Panteismo naturalistico Wikipedia Lorenzo Giusso. Giusso. Keywords: gl’eroi, il
vico di giusso, la tradizione ermetica nella filosofia italiana,
nazionalsocialismo, bruno, panteismo, leopardi, occasionalismo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giusso” – The Swimming-Pool Library. Giusso.


No comments:
Post a Comment