Grice
e Givone: l’implicatura conversazionale dei fanes – filosofia italiana – Luigi
Speranza -- Givone (Buronzo). Filosofo italiano. Grice: “I like Givone, especially his two
essays on ‘eros’: ‘eros and ethos’ and the more controversial, ‘eros and
knowledge.’ Si laurea Torino sotto Pareyson. Insegnato a Perugia, Torino e Firenze.
Alcuni suoi lavori riguardano la poetica e l’estetica all’ombra del nichilismo.
Da questa riflessione nasce anche la sua ricerca sulla “Storia naturale del
nulla” -- e sulle implicazioni sullo
tragico. In sua estetica e forte è ancora il richiamo filosofico. Il
malinconico, ‘l’ibrido – Saggi: “La storia della filosofia secondo Kant”
(Milano, Mursia); “Hybris e malinconia: Studi sulle poetiche del Novecento” (Milano,
Mursia); “William Blake. Arte e religione, Milano, Mursia, “Ermeneutica e romanticismo,
Milano, Mursia, Dostoevskij e la filosofia, Roma, Laterza, Storia
dell'estetica, Roma, Laterza, Disincanto del mondo e il tragico, Milano, Il Saggiatore,
La questione romantica, Roma, Laterza, Storia
del nulla, Roma, Laterza, Favola delle cose ultime, Torino, Einaudi, Eros/ethos,
Torino, Einaudi, Nel nome di un dio barbaro, Torino, Einaudi, Prima lezione di estetica, Roma, Laterza, Il
bibliotecario di Leibniz. Torino, Einaudi, Non c'è più tempo, Torino, Einaudi, Metafisica
della peste. Colpa e destino, Torino, Einaudi, Luce d'addio. Dialoghi
dell'amore ferito, Firenze, Olschki, Sull'infinito,
il Mulino, Pantragismo. Treccani. Grice: “I like Givone; he philosophises on
‘eros,’ but fails to notice that for Butler there’s self-love and other love;
instead, Givone prefers to contrast ‘eros’ with ‘ethos’!” “His ramblings on
Phanes are fun, though!” – Grice: “Not satisfied with metaphysics, Givone goes
to criticize Marinetti’s hybris, or superbia, i. e. lack of moderation. His
ottimismo notably contrasts with the decadentismo of the croposcolaristi. Futurismo
movimento artistico, culturale, musicale e letterario italiano Lingua Segui
Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri
significati, vedi Futurismo (disambigua). Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione sull'argomento arte è priva o carente di note e riferimenti
bibliografici puntuali. Il Futurismo è stato un movimento letterario,
culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo[1], nonché
una delle prime avanguardieeuropee. Ebbe influenza su movimenti affini che si
svilupparono in altri paesi d'Europa, in Russia, Francia, negli Stati Uniti
d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione: la
pittura, la scultura, la letteratura (poesia) al teatro, la musica,
l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La
denominazione del movimento si deve al poeta italiano Filippo Tommaso
Marinetti[1]. Umberto Boccioni La città che sale, bozzetto, 1910
Museum of Modern Art, New York OriginiIl manifesto del Futurismo pubblicato su
Le Figaro del 20 febbraio 1909 (qui evidenziato in giallo) Il Futurismo nasce
in Italia, in un periodo di notevole fase evolutiva dove tutto il mondo
dell'arte e della cultura era stimolato da numerosi fattori determinanti: le
guerre, la trasformazione sociale dei popoli, i grandi cambiamenti politici e
le nuove scoperte tecnologichee di comunicazione, come il telegrafo senza fili,
la radio, gli aeroplani e le prime cineprese; tutti fattori che arrivarono a
cambiare completamente la percezione delle distanze e del tempo,
"avvicinando" fra loro i continenti, creando nuove connessioni.
Il XX secolo era quindi invaso da un nuovo vento, che portava una nuova realtà:
la velocità. I futuristi intendevano idealmente "bruciare i musei e le
biblioteche" in modo da non avere più rapporti con il passato per
concentrarsi così sul dinamico presente; tutto questo, come è ovvio, in senso
ideologico. Le catene di montaggio abbattevano i tempi di produzione, le
automobili aumentavano ogni giorno, le strade iniziarono a riempirsi di luci
artificiali, si avvertiva questa nuova sensazione di futuro[1] e velocità sia
nel tempo impiegato per produrre o arrivare a una destinazione, sia nei nuovi
spazi che potevano essere percorsi, sia nelle nuove possibilità di
comunicazione.[2] Gino Severini racconta che quando venne in
contatto con Marinetti per decidere se aderire o meno al Futurismo parlò anche
con Amedeo Modigliani, che egli avrebbe voluto nel gruppo, ma il pittore
declinò l'offerta perché come scrisse: «Queste manifestazioni non
gli andavano, il complementarismo congenito lo fece ridere, e con ragione,
perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi in quelle storie; ma io
avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre ero, e sono sempre stato
pronto ad accettare l'avventura […]» (Gino Severini, Vita di un pittore)
Primo Futurismo «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle
scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un
abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa
magnificenza del futuro…» (dal Manifesto dei pittori futuristi, febbraio
1910) Una scazzottata futurista A seguito di una serie di articoli critici di
Ardengo Sofficisu La Voce vi fu una reazione violenta dei futuristi: Marinetti,
Boccioni e Carrà raggiunsero Soffici a Firenze e lo aggredirono mentre sedeva
al caffè delle "Giubbe Rosse" in compagnia dell'amico Medardo Rosso.
Ne nacque una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi alla sera, alla
stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato dagli amici
Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, volle rendere la
contropartita. «Fu una vera spedizione punitiva, che mi fu
raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati a
Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici,
Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad
un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull'indicazione ottenuta si avvicina Soffici e
senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente
smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole
seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al
commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce
con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano
far querela d'aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I
futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno,
pressappoco a quell'ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce,
malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono
in fretta anch'essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe
luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva
restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po'
ammaccati, ma soddisfatti.» (Gino Severini, Vita di un pittore) Nel
Manifesto Futurista (1909), pubblicato inizialmente in vari giornali italiani
(la Tavola Rotonda di Napoli, la Gazzetta dell'Emilia di Bologna, la Gazzetta
di Mantovae L'Arena di Verona) e, definitivamente, due settimane dopo sul
quotidiano francese Le Figaro il 20 febbraio 1909[3], Filippo Tommaso Marinetti
espose i principi-base del movimento. Poco tempo dopo a Milano nel febbraio
1910 i pittori Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini e
Luigi Russolo firmarono il Manifesto dei pittori futuristi e nell'aprile dello
stesso anno il Manifesto tecnico della pittura futurista[4]. Nei manifesti si
esaltava la tecnica e si dichiarava una fiducia illimitata nel progresso, si
decretava la fine delle vecchie ideologie (bollate con l'etichetta di
"passatismo", tra cui figura anche il Parsifal di Wagner, che a
partire dal 1914 cominciò a essere rappresentato nei teatri d'Europa). Si
esaltavano inoltre il dinamismo, la velocità, l'industria, il militarismo, il
nazionalismo e la guerra, che veniva definita come "sola igiene del
mondo". Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a
Parigi per l'inaugurazione della prima mostra del 1912 La prima importante
esposizione futurista si tenne a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune dal 5
al 24 febbraio 1912. All'inaugurazione della mostra erano presenti Marinetti,
Boccioni, Carrà, Severini e Russolo. L'accoglienza iniziale fu fredda, ma nelle
settimane successive il movimento suscitò un certo interesse divenendo presto
oggetto di attenzioni internazionali tanto da favorire la riproposizione della
mostra anche in altre città europee come Berlino[5]. La riconciliazione
con i futuristi avvenne in seguito, grazie alla mediazione dell'amico Aldo
Palazzeschi. Nel 1913 infatti, Soffici e Papini uscendo da La Vocedecisero di
fondare la rivista Lacerba appoggiando così il movimento futurista[6].
Alla morte di Umberto Boccioni nel 1916, Carrà e Severini si ritrovarono in una
fase di evoluzione verso la pittura cubista, di conseguenza il gruppo milanese
si sciolse spostando la sede del movimento da Milano a Roma, con la conseguente
nascita del "secondo Futurismo". Secondo FuturismoIn prima fila
Depero, Marinetti e Cangiullo nel 1924 con panciotti "futuristi" Il
secondo Futurismo fu sostanzialmente diviso in due fasi. La prima andava dal
1918, due anni dopo la morte di Umberto Boccioni, al 1928 e fu caratterizzata
da un forte legame con la cultura post-cubista e costruttivista; la seconda
invece, dal 1929 al 1939, fu molto più legata alle idee del surrealismo. Di
questa corrente - che si concluse attraverso il cosiddetto "terzo
Futurismo", portando anche all'epilogo del Futurismo stesso - fecero parte
molti pittori fra cui Fillia (Luigi Colombo), Enrico Prampolini, Filiberto
Sbardella[7], Nicolay Diulgheroff, Wladimiro Tulli ma anche Mario Sironi,
Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Carlo Vittorio Testi e la moglie Fides
Stagni.[8] Se la prima fase del Futurismo fu caratterizzata da
un'ideologia guerrafondaia e fanatica (in pieno contrasto con altre avanguardie)
ma spesso anche anarchica, la seconda stagione ebbe un effettivo legame con il
regime fascista, nel senso che abbracciò gli stilemi della comunicazione
governativa dell'epoca e si valse di speciali favori. I futuristi di
sinistra, generalmente meno noti nel panorama culturale italiano dell'epoca,
comunque, costituirono quella parte del Futurismo collocata politicamente su
posizioni vicine all'anarchismo e al bolscevismo anche quando il movimento con
i suoi fondatori e personaggi ritenuti principali fu fagocitato dal
fascismo. Anche se la gerarchia fascista riservò ai futuristi coevi una
sottovalutazione talvolta sprezzante, l'osservazione dei principi
autoritaristici e la poetica interventista del Futurismo furono quasi sempre
presenti negli artisti del gruppo, fino a che alcuni di questi non
abbracciarono altri movimenti e presero le distanze dall'ideologia fascista
(Carlo Carrà, ad esempio, abbracciò la metafisica). Altri ancora, come il
giovane pittore maceratese Wladimiro Tulli, mantennero costantemente un
approccio giocoso e libertario, che poco aveva a che fare con l'estetica
fascista, anche nelle successive esperienze di pittura informale.[9]
Futurismo russoNatalia Goncharova Il ciclista, 1913 Museo russo, San
Pietroburgo Manifesto futurista di Marinetti era stato pubblicato a San
Pietroburgo appena un mese dopo l'uscita su Le Figaro, e già negli anni 1911 e
1912 Natal'ja Sergeevna Gončarova e Michail Fëdorovič Larionov, che in patria
verrà definito il "padre del Futurismo russo", furono i concreti
iniziatori del movimento in Russia. Nel 1913 il pittore Kazimir
Severinovič Malevič, il compositore Michail Matjušin e lo scrittore Aleksej
Eliseevič Kručënych redassero il manifesto del Primo congresso Futurista russo.
Al movimento, conosciuto anche come Cubofuturismo o Raggismo, aderirono
personalità come il poeta e drammaturgo Vladimir Vladimirovič
Majakovskij. Nel gennaio 1914 Marinetti stesso si recò a Mosca. Dal
movimento d'avanguardia futurista nacquero negli anni immediatamente precedenti
la rivoluzione del 1917 due importanti avanguardie artistiche, il
Costruttivismo e il Suprematismo. L'attenzione che i giornali e il pubblico
dedicarono a Marinetti fu enorme, ma non ci fu la stessa attenzione da parte
dei futuristi russi, alcuni dei quali tentarono anche di ostacolare la visita
di Marinetti. Altri invece, come Sersenevič, furono più ospitali e cordiali. Il
temperamento e le declamazioni di Marinetti riscossero successo ovunque; ma
Marinetti tentò invano di chiamare i futuristi russi ad unire le forze con i
futuristi italiani, perché i maggiori poeti russi, Chlebnikov, Livsič,
Majakovskij e anche il regista Larionov criticarono Marinetti.[senza fonte]
L'ultima "mostra futurista" si tenne nel 1915 a Pietrogrado. In
Russia il movimento non fu caratterizzato dal bellicismo come quello dei
futuristi italiani, criticato da Majakovskij, ma fu accompagnato da un'utopica
idea di pace e libertà, sia individuale (dell'artista), sia collettiva (del
mondo), che si sarebbe concluso con l'adesione di una parte del gruppo al
bolscevismo. Dopo la rivoluzione d'ottobre molti futuristi confluirono nel
cubismo e nell'astrattismo. Futurismo francese In Francia il Futurismo
non si organizzò mai come movimento, ma ebbe almeno due nomi degni di nota:
Guillaume Apollinaire e Valentine de Saint-Point. Apollinaire scrisse il
manifesto L'antitradition futuriste(29 giugno 1913), pubblicato su Lacerba solo
il 25 settembre dopo le aggiunte e le correzioni di Marinetti. I successivi
Calligrammes (1918) rivelano la chiara influenza del paroliberismo futurista
sul poeta francese. Valentine de Saint Point, nipote di Lamartine,
scrisse il Manifesto della donna futurista, (1912) con il sottotitolo “Risposta
a F. T. Marinetti”, in un volantino pubblicato simultaneamente a Parigi e a
Milano. Del 1913 è il Manifesto futurista della lussuria. Orientamenti
artistici Nelle opere futuriste è quasi sempre costante la ricerca del
dinamismo; cioè il soggetto non appare mai fermo, ma in movimento: ad esempio,
per loro un cavallo in movimento non ha quattro gambe, ne ha venti. Così la
simultaneità della visione diventa il tratto principale dei quadri futuristi;
lo spettatore non guarda passivamente l'oggetto statico, ma ne è come avvolto,
testimone di un'azione rappresentata durante il suo svolgimento. Per
rendere l'idea del moto nelle arti visive tradizionali, immobili per
costituzione, il Futurismo si serve, nella pittura e nella scultura,
principalmente delle “linee-forza”; poiché la linea agisce psicologicamente
sull'osservatore con significato direzionale, essa, collocandosi in varie
posizioni, supera la sua essenza di semplice segmento e diventa “forza”
centrifuga e centripeta, mentre oggetti, colori e piani si sospingono in una
catena di “contrasti simultanei”, determinando la resa del “dinamismo
universale”. PitturaJoseph Stella Battle of Lights, Coney Island, Mardi
Gras, 1913-14 Yale University Art Gallery Nel 1910 a Milano i giovani artisti
d'Italia avevano pubblicato i manifesti sulla pittura futurista. Boccioni si
occupò principalmente del dinamismo plastico e sintetico e del superamento del
cubismo, mentre Balla passò dallo studio delle vibrazioni luminose
(divisionismo) alla rappresentazione sintetica del moto[10]. Nel 1912 Boccioni,
Carrà e Russolo esposero a Milano le prime opere futuriste alla "Mostra
d'arte libera" nella fabbrica Ricordi. Il Futurismo diede il meglio
di sé nelle espressioni artistiche legate alla pittura, al mosaico e alla
scultura, mentre le opere letterarie e teatrali, ma anche architettoniche, non
ebbero la stessa immediata capacità espressiva. Le radici del fermento
che portò alla declinazione del Futurismo nell'arte si possono riconoscere,
artisticamente parlando, già nella Scapigliatura - corrente tipicamente
milanese e borghese della seconda metà dell'Ottocento - laddove il Futurismo
distoglie con disprezzo l'attenzione dalla raffinata borghesia per concentrarsi
sulla rivoluzione industriale, sulle fabbriche. Dal punto di vista
stilistico il Futurismo - in particolare quello boccioniano - si basa sui concetti
del divisionismo che però riesce ad adattare per esprimere al meglio gli amati
concetti di velocità e di simultaneità: è grazie ad artisti come Giovanni
Segantini e Pellizza da Volpedo che, pochi anni dopo, il futurista Umberto
Boccioni poté realizzare dipinti come La città che sale. Opera
futurista di Emma Marpillero Corradi Dal punto di vista concettuale, il
Futurismo naturalmente non ignora i principi cubisti di scomposizione della
forma secondo piani visivi e rappresentazione di essi sulla tela. Cubista è
senz'altro la tecnica che prevede di suddividere la superficie pittorica in
tanti piani che registrino ognuno una diversa prospettiva spaziale. Tuttavia,
mentre per il cubismo la scomposizione rende possibile una visione del soggetto
fermo lungo una quarta dimensione esclusivamente spaziale (il pittore ruota
intorno al soggetto fermo cogliendone ogni aspetto), il Futurismo utilizza la
scomposizione per rendere la dimensione temporale, il movimento.
Altrettanto interessanti sono i rapporti stilistici tra il Futurismo
boccioniano e il cubismo orfico di Robert Delaunay. Non mancarono
relazioni complesse tra i futuristi italiani e i più importanti esponenti delle
avanguardie russe e tedesche.[11] Equiparare, infine, la ricerca futurista
dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato, è ormai
considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli impressionisti
fecero dell'"attimalità" il nucleo della loro ricerca - loro scopo
era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile - la ricerca
futurista si muoveva in senso quasi opposto: suo scopo era rappresentare sulla
tela non un istante di movimento ma il movimento stesso, nel suo svolgersi
nello spazio e nel suo impatto emozionale. Come conseguenza dell'"estetica
della velocità", nelle opere futuriste a prevalere è l'elemento dinamico:
il movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo spazio in cui esso si muove. Il
dinamismo dei treni, degli aeroplani (Aeropittura), delle masse multicolori e polifoniche
e delle azioni quotidiane (del cane che scodinzola andando a spasso con la
padrona, della bimba che corre sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da
colori e pennellate che mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme.
La costruzione può essere composta da linee spezzate, spigolose e veloci, ma
anche da pennellate lineari, intense e fluide se il moto è più armonioso.
Tra gli epigoni più interessanti del Futurismo, l'avanguardia russa del
raggismo e del costruttivismo. Le tecniche pittoriche futuriste sono state
riassunte nei due manifesti sulla pittura dei primi mesi del 1912. Due
tra i principali esponenti del movimento pittorico, Umberto Boccioni e Giacomo
Balla, furono presenti anche nella scultura. La pittura di Boccioni è stata
definita "simbolica": il dipinto La città che sale (1910), per
esempio, è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e dalle scene
di cantiere edile sullo sfondo, esemplificate nella loro vorticosa crescita
dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia che si scompone
per piani. Se Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico. Ancora
legato a principi cubisti, non è raro che realizzi sequenze fotogrammetriche di
una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi a impetuosi vortici
di pittura: è il caso del posato Bambina che corre al balcone (1912).
SculturaUmberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, 1913 New
York, Museum of Modern Art L'artista futurista più attivo nel campo della
scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre parallela a
quella plastica. Nel 1912, lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto
tecnico della scultura futurista. Punto di arrivo di questa ricerca può essere
considerato Forme uniche della continuità nello spazio, del 1913: l'immagine,
applicando le dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo
spazio circostante, dilatandosi, contraendosi, frammentandosi e accogliendolo
in sé stessa. Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente precedente,
sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello
spazio, ma con ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da
influssi naturalistici. MosaicLa tecnica del mosaico, basata
sull'utilizzo di tessere ceramiche e vitree, si è prestata molto bene a
esprimere i modi e il dinamismo intesi dall'arte futurista. Enrico
Prampolini e Fillia eseguono l'importante mosaico dedicato al tema delle
Comunicazioniall'interno della torre del Palazzo delle Poste di La Spezia
(1933). Alcuni anni più tardi Gino Severini esegue altri mosaici per le
Poste di Alessandria. La tradizione musiva di Ravenna continua con mosaici
futuristi di autori vari (Palazzo del Mutilato, fine anni quaranta).
ArchitetturaMagnifying glass icon mgx2.svg. Lo stesso argomento in dettaglio:
Architettura futurista. «Il problema dell'architettura moderna non è un
problema di rimaneggiamento lineare. Non si tratta di dover trovare nuove
sagome, nuove marginature di finestre e di porte, di sostituire colonne,
pilastri, mensole con cariatidi, mosconi, rane (…): ma di creare di sana pianta
la casanuova, costruita tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della
tecnica…» (Antonio Sant'Elia, dal Messaggio posto a prefazione della
mostra del gruppo Nuove Tendenze del 1914) Antonio Sant'Elia, una veduta
prospettica della Città Nuova. 1914 Sant'Elia, Casa a Gradinate la Città
Nuova. 1914 Arnaldo Dell'Ira lampada "a grattacielo",
1929 Giuseppe Pettazzi Stazione di servizio "Fiat
Tagliero", 1938 Asmara Nel 1912 Antonio Sant'Elia, che divenne
l'architetto più rappresentativo del movimento, era ancora distante dai
futuristi ed era piuttosto legato nel movimento del cosiddetto Stile floreale.
In quegli stessi anni a Milanoera attivo Giuseppe Sommaruga e questi sembra che
avesse esercitato una grande influenza sulla formazione del Sant'Elia, infatti,
per esempio, molti elementi dinamici del futurista furono anticipati nel Grand
Hotel Campo dei Fiori di Varese[12]. All'inizio del 1914 Sant'Elia
pubblicò il Manifesto dell'Architettura futurista, dove esponeva i principi di
questa corrente. Al centro dell'attenzione c'è la città, vista come simbolo
della dinamicità e della modernità. Tutti i progetti creati da Sant'Elia si
riferiscono a città del futuro: in contrapposizione all'architettura
tradizionale, vista come inadeguata, le città idealizzatedagli architetti
futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento, i trasporti e le
grandi strutture. I futuristi, infatti, compresero immediatamente il ruolo
centrale che i trasporti avrebbero assunto successivamente nella vita delle
città. Nei progetti di questo periodo si cercavano sviluppi e scopi di questa
novità. L'utopia futurista è una città in perenne mutamento, agile e mobile in
ogni sua parte, un continuo cantiere in costruzione, e la casa futurista allo
stesso modo è impregnata di dinamicità. Anche l'utilizzo di linee
ellittiche e oblique simboleggia questo rifiuto della staticità per una maggior
dinamicità dei progetti futuristi, privi di una simmetriaclassicamente
intesa. Le teorie futuriste sull'architettura erano principalmente
ideologiche ed erano espressione di un atteggiamento intellettualistico ma
senza riferimenti a metodi formali e tecnici, tuttavia anticiparono i grandi
temi e le visioni dell'architettura e della città che saranno proprie del
Movimento Moderno[13]. A causa della guerra e dopo la morte di Boccioni e
Sant'Elia il movimento futurista in Italia perse il suo slancio. Dopo il 1919
l'originaria proposta futurista dei primi tempi fu raccolta piuttosto dai
costruttivisti russi. Il movimento razionalista italiano cercherà di proporre
gli scenari della Città Nuova delle utopie futuriste ma il regime fascista
smorzerà questi tentativi privilegiando un monumentalismo legato alla
tradizione classicista. Lo stesso avvenne in Unione Sovietica con il
sopravvento del regime totalitario. Tra i grandi esponenti
dell'architettura da ricordare Mario Chiattone, che visse con Sant'Elia a
Milano, condividendone le linee teoriche e sviluppando straordinarie visioni di
città del futuro, prima di trasferirsi in Svizzera e abbandonare la militanza.
E infine Virgilio Marchi, che operò anche come scenografo. Al Secondo
Futurismo appartengono le architetture di Angiolo Mazzoni, autore di notevoli
edifici postali e ferroviari, ancora oggi validamente in funzione in diverse
città italiane. CeramicaPer le sue possibilità espressive, anche la
ceramica interessa il movimento futurista. In particolare i ceramisti dell'ISIA
espressero lavori in sintonia con il nuovo movimento. Il 7 settembre 1938 sulla
Gazzetta del Popolo a firma Filippo Tommaso Marinetti e di Tullio d'Albisola
viene pubblicato il Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica. Fin dal
1925 il centro propulsore della ceramica futurista italiana fu Albissola
Marina. Musica Modifica In campo musicale gli unici rappresentanti di
rilievo furono Francesco Balilla Pratella e Luigi Russolo, pittore, musicista e
scrittore, autore del saggio L'arte dei rumori pubblicato nel 1916. L'arte dei
rumori è considerata da alcuni autori uno dei testi più importanti e influenti
nell'estetica musicale del XX secolo.[14] A Russolo si deve l'invenzione
dell'Intonarumori, uno strumento che usava per mettere in pratica la sua teoria
del rumorismo, ovvero di una musica nella quale ai suoni dovevano essere
sostituiti i rumori. Essi erano formati da generatori di suoni acustici che
permettevano di controllare la dinamica e il volume. Letteratura Modifica
Da sinistra: Aldo Palazzeschi, Carlo Carrà, Giovanni Papini, Umberto Boccioni,
Filippo Tommaso Marinetti, 1914 Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso
argomento in dettaglio: Letteratura futurista e Filippo Tommaso Marinetti. A
fine gennaio 1909 Filippo Tommaso Marinetti inviava il Manifesto del Futurismo
ai principali giornali italiani, ma è la pubblicazione su Le Figaro il 20
febbraio 1909a garantirgli risonanza europea. Nel 1912, sulla rivista
fiorentina "Lacerba", comparve il "Manifesto tecnico della
letteratura futurista"[15]. Del 1914 è il volume Zang Tumb Tumb, miglior
esempio delle futuriste Parole in libertà. Poesia. I poeti futuristi si
riuniranno attorno alla rivista Poesiafondata da Marinetti qualche anno prima.
Nei componimenti si trova generalmente l'esaltazione del futuro e delle
sensazioni forti associate alla velocità e alla guerra. Gli esponenti più noti,
oltre al Marinetti, sono: Aldo Palazzeschi, autore della raccolta poetica
L'incendiario[16] (che include "La fontana malata", "E
lasciatemi divertire" e "La passeggiata"); Ardengo Soffici,
autore di Bif& ZF + 18 = Simultaneità – Chimismi lirici; Paolo Buzzi,
autore di Aeroplani. Canti alati. Anche Salvatore Quasimodo aderì, in gioventù,
al Futurismo (ricordiamo la sua poesia "Sera d'estate")[17]. A un
successivo momento del Futurismo marinettiano appartiene l'Aeropoesia.
TeatroModifica Magnifying glass icon mgx2.svLo stesso argomento in dettaglio:
Teatro futurista. I futuristi perseguirono la rifondazione del concetto stesso
di comunicazione teatrale. Promossero un teatro «sintetico, atecnico, dinamico,
simultaneo, autonomo, alogico e irreale», dove « è stupido» non ribellarsi al
pregiudizio della teatralità, soddisfare la primitività delle folle, curarsi
della verosimiglianza, voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si
rappresenta, sottostare alle imposizioni del crescendo, della preparazione e
del massimo effetto alla fine, lasciare imporre alla propria genialità il peso
di una tecnica che tutti possono acquisire, rinunciare «al dinamico salto nel
vuoto della creazione totale». I futuristi, infatti, possedettero una
«invincibile ripugnanza» per il lavoro studiato a tavolino, a priori,
sostenendo l'improvvisazione, il teatro come «serbatoio inesauribile di
ispirazioni». «Tutto è teatrale quando ha valore» (Il teatro
futurista sintetico di Marinetti, Settimelli e Corra[18]) Il teatro futurista
promosse anche la commedia e la farsa, anziché la tragedia, o il dramma
borghese. Tuttavia, nelle serate futuriste, non era inusuale vedere il pubblico
adirato a causa di spettacoli fatti di azioni deliranti. Le cronache dell'epoca
riportano notizie relative agli attori futuristi che sfuggono all'ira degli
spettatori, spesso provocata ad arte secondo gli intenti espressi nel Manifesto
futurista del teatro di varietà. CinemaMagnifying glass icon mgx2.svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista. Nel 1916 venne pubblicato il
Manifesto della Cinematografia futurista, firmato da Filippo Marinetti, Bruno
Corra, Arnaldo Ginna, Giacomo Balla, Remo Chiti ed Emilio Settimelli, che
sosteneva come il cinema fosse "per natura" arte futurista, grazie
alla mancanza di un passato e di tradizioni. Essi non apprezzavano il cinema
narrativo "passatissimo", cercando invece un cinema fatto di
"viaggi, cacce e guerre", all'insegna di uno spettacolo
"antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico,
parolibero". Nelle loro parole c'è tutto un entusiasmo verso la ricerca di
un linguaggio nuovo slegato dall'estetica tradizionale, che era percepita come
un retaggio vecchio. I futuristi, per allontanare il cinema dal passato,
ripudiavano tutto ciò che era convenzionalmente accettato come affascinante e
bellissimo dalla borghesia, usando quindi come soggetti figure distorte (che
verranno riprese anche dall'espressionismo tedesco come manifestazione della
perdita di speranza della popolazione dopo la prima guerra mondiale), colori
forti ecc. Molte opere cinematografiche futuriste sono andate perdute durante
la guerra, tra cui Vita futurista, pellicola nella quale alcuni uomini
disturbavano e poi scappavano velocemente alcuni turisti nei bar di
Firenze. Tra le opere rinvenute di questo movimento, ci è pervenuta la
tragedia Tahïs del 1916 di Bargaglia e la romantica Amor pedestre del 1914 del
comico Marcel Fabre, nel quale viene proposta una relazione non corrisposta
tutta raccontata inquadrando i protagonisti dal ginocchio in giù (cortometraggi
rintracciabili su YouTube). Gastronomia Magnifying glass icon mgx2.svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Cucina futurista. Grazie alla completezza di questo
movimento, ne venne influenzata anche la gastronomia. Nel 1914 il cuoco
francese Jules Maincave aderì al Futurismo, proponendo quindi l'accostamento di
nuovi sapori ed elementi fino ad allora "separati senza serio
fondamento". Questo comprendeva accostamenti come filetto di montone e
salsa di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa e
gelatinadi fragola. Il 20 gennaio 1931 Marinetti pubblicò il Manifesto
della cucina futurista sulla rivista Comoedia. Secondo Marinetti bisognava
eliminare la pastasciutta, così come forchetta e coltello e condimenti
tradizionali, e incoraggiare l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e
profumi. Scrive Marinetti: «(...) vi annuncio il prossimo
lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema
alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle necessità dei nuovi
sforzi eroici e dinamici imposti dalla razza. La cucina futurista sarà liberata
dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi,
l'abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato,
è una vivanda passatista perché appesantisce, abbrutisce, illude sulla sua
capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d'altra parte
patriottico favorire in sostituzione il riso.» Nel suo tempo È normale
che il Futurismo, nascendo in un'epoca di transizione, abbia avuto molteplici
contraddizioni. All'immobilismo scolastico e accademico ereditato dalle
"tre corone" della poesia decadente (Carducci, Pascoli e D'Annunzio)
i futuristi oppongono la dinamicità, la demolizione all'armonia, e alla
raffinatezza contrappongono il disordine delle parole. Gli elementi suddetti
richiamano alle caratteristiche del Futurismo più importanti[19]: esse
rientrano appieno nello spirito culturale della belle époque che precedette lo
scoppio della Prima Guerra Mondiale. Secondo i futuristi, questi poeti
devono essere completamente rinnegati perché incarnano esattamente i quattro
ingredienti intellettuali che il Futurismo vuole abolire: la poesia
morbosa e nostalgica; il sentimento romantico; l'ossessione della lussuria; la
passione per il passato. In contraddizione con il Futurismo è stata anche la
corrente crepuscolare. Infatti il crepuscolarismo, nonostante condivida con il
Futurismo l'idea di interartisticità, ha però una concezione della vita
completamente diversa: i futuristi inneggiano alle innovazioni, i
crepuscolari sono avversi a una modernità che aliena l'individuo i futuristi
sono prepotenti, dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi,
pacifici e malinconici i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi
città, i crepuscolari amano l'intimità, le "piccole cose di pessimo
gusto", gli affetti familiari e una vita tranquilla i futuristi sono
sempre protesi verso un "domani" esaltante, i crepuscolari guardano
al passato e alle piccole cose quotidiane. Scultura futurista
esposta a Milano in Piazzetta Reale per il centenario del movimento Nelle arti
figurative invece si presenta il confronto con le altre avanguardie, Cubismo,
Astrattismo, Dada, Surrealismo, Metafisica, ognuna delle quali caratterizzata
da propri temi e propri linguaggi espressivi. L'opera futurista è in evidente
contrasto per alcuni temi con molte delle altre avanguardie sebbene condividano
tutte l'intuizione di trasmettere attraverso l'arte un impulso di
trasformazione della società e di rinnovamento. Aspetto specifico del Futurismo
è quello di non limitare la propria azione alle espressioni artistiche (come il
Cubismo o la Metafisica), ma di prospettare la re-invenzione dell'intera vita,
in ogni suo aspetto (e uno dei manifesti maggiormente rilevanti fu infatti
"Ricostruzione futurista dell'universo" di Balla e Depero). Tra
i contemporanei dei futuristi che criticarono il movimento ricordiamo Giandante
X, che nel 1929, a Milano, all'apertura dei festeggiamenti per il ventennale
del Futurismo, contestò apertamente Filippo Tommaso Marinetti, sostenendo che
"l’uomo si deve affrancare dalla macchina ed è un errore lasciare sussistere
lo scombinato movimento artistico"[20]. Nella critica del dopoguerra
Il Futurismo ha influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli
artisti futuristi che sopravvissero alla morte di Marinetti (21 dicembre del
1944) e alla seconda guerra mondiale caddero in disgrazia come tutto il
Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il fascismo. Nel secondo
Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario Verdone, Enrico Crispolti,
Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno Guerri hanno parzialmente
corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando l'interesse
artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di sinistra (i
contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti) mostravano
contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata troppo
sommariamente giudicata. Nel corso del tempo diverse sono state le
esposizioni riguardanti il Futurismo. Di indubbia rilevanza è stata quella del
2009 presso il Palazzo Reale di Milano per il centenario del movimento. La
mostra si intitolava Futurismo 1909-2009 Velocità+Arte+Azione[21]. Nel 2014, il
Futurismo italiano, con una grande esposizione retrospettiva fino al 1944 al
Guggenheim Museum di New York a cura di Vivien Greene[22], è tornato alla
ribalta internazionale. Il centenario del Futurismo ha anche contribuito al
rilancio internazionale degli studi sulle artiste del Futurismo e sulla visione
della donna nel Movimento. Nel 2018 è stato pubblicato il Manifesto del
Fumetto Futurista redatto da Massimo Bonura e uno dei primi, se non il primo,
fumetti futuristi programmatici, cioè seguente esplicitamente uno schema
scritto e definito, dal titolo "Il brutto anatroccolo. Ma che Wow!!"
di Claudio S. Gnoffo, a significare l'importanza che il movimento futurista ha
avuto come influenza nel delineare nuovi stili d'arte di rottura e
sperimentali.[23] Principali esponenti del futurisModifica Futuristi
italiani Filippo Tommaso Marinetti Enrico Allimandi Adone Asinari Franco
Asinari Antonio Asturi Fedele Azari Roberto Iras Baldessari Giacomo Balla Enzo
Benedetto Umberto Boccioni Vittorio Bodini Uberto Bonetti Oswaldo Bot,
pseudonimo di Osvaldo Barbieri Anton Giulio Bragaglia Alessandro Bruschetti
Paolo Buzzi Francesco Cangiullo Benedetta Cappa Mario Carli Enrico Carmassi
Sebastiano Carta Carlo Carrà Gianni Carramusa Giuseppe Caselli Riccardo
Castagnedi Enrico Cavacchioli Arturo Ciacelli Remo Chiti Primo Conti Vittorio
Corona Bruno Corra, pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini Tullio Crali Auro
D'Alba, pseudonimo di Umberto Bottone Giulio D'Anna Luigi De Giudici Mino Delle
Site Fortunato Depero Gerardo Dottori Leonardo Dudreville Carlo Erba Julius
Evola Farfa, pseudonimo di Vittorio Osvaldo Tommasini Fillia, pseudonimo di
Luigi Enrico Colombo Luciano Folgore Gesualdo Manzella Frontini Achille Funi
Ivanhoe Gambini Giacomo Giardina Arnaldo Ginna, pseudonimo di Arnaldo Ginanni
Corradini Giovanni Governato Corrado Govoni Guglielmo Jannelli Giovanni
Korompay Krimer Mimì Maria Lazzaro Escodamè, pseudonimo di Michele Leskovic
Osvaldo Licini Gian Pietro Lucini Alberto Magnelli Vincenzo Mai Enzo Mainardi
Giorgio Michetti Antonio Marasco Oreste Marchesi Emma Marpillero Pino Masnata
Silvio Mix Sante Monachesi Marisa Mori Bruno Munari Benito Mussolini Emilio
Notte Renzo Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari Nello Voltolina Pippo
Oriani Nino Oxilia Ivo Pannaggi Giovanni Papini Luigi Pepe Diaz Osvaldo Peruzzi
Vittorio Piscopo Enrico Prampolini Francesco Balilla Pratella Giuseppe Preziosi
Salvatore Quasimodo Renato Righetti Romolo Romani Ottone Rosai Pippo Rizzo Angelo
Rognoni Umberto Luigi Ronco Mino Rosso Luigi Russolo Bruno Giordano Sanzin
Alberto Sartoris Antonio Sant'Elia Filiberto Sbardella Gino Severini Ardengo
Soffici Fides Stagni Tato (Guglielmo Sansoni) Mario Sironi Fides Stagni Joseph
Stella Mario Sturani Italo Tavolato Geppo Tedeschi Thayaht, pseudonimo di
Ernesto Michahelles Wladimiro Tulli Giuseppe Ungaretti Vann'Antò Ruggero Vasari
Lucio Venna, pseudonimo di Giuseppe Landsmann Mario Mirko Vucetich Futuristi
russi Makov Černichov Velimir Chlebnikov Natal'ja Sergeevna Gončarova Michail
Larionov Vladimir Majakovskij Kazimir Severinovič Malevič Aleksandr Rodčenko
Aleksej Kručënych Futuristi ucraini Davyd, Mykola, Volodymyr Burljuk Futuristi
francesi Robert Delaunay Marcel Duchamp Paul Fort Fernand Léger Jules Maincave
Georges Bernanos Guillaume Apollinaire Futuristi cechi Růžena Zátková Futuristi
ungheresi Béla Kádár Lajos Kassák Hugó
Scheiber Futuristi portoghesi Fernando Pessoa, divulgò aspetti del movimento
attraverso le riviste Orpheu (1915) e Portugal Futurista (1917) Guilherme de
Santa-Rita, pittore, ideatore della rivista Portugal Futurista (1917) Futuristi
spagnoli Joan Salvat-Papasseit Futuristi brasiliani Oswald de Andrade Futuristi
argentini Alberto Hidalgo Emilio Pettoruti Principali manifesti Manifesto del
futurismo, (Pubblicato da "Le Figaro" il 20 febbraio 1909), Marinetti
Uccidiamo il Chiaro di luna, (aprile 1909), Marinetti Manifesto dei Pittori
futuristi, (11 febbraio 1910), Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini La
pittura futurista - Manifesto tecnico, (11 aprile 1910), Boccioni, Carrà,
Russolo, Balla e Severini Contro Venezia passatista, (27 aprile 1910),
Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo Manifesto dei drammaturghi futuristi, (11
gennaio 1911), Marinetti Manifesto dei Musicisti futuristi, (11 gennaio 1911),
Pratella La musica futurista-Manifesto tecnico, (29 marzo 1911), Pratella
Manifesto della Donna futurista, (25 marzo 1912), Valentine de Saint-Point
Manifesto della Scultura futurista, (11 aprile 1912), Boccioni Manifesto
tecnico della letteratura futurista, (11 maggio 1912), Marinetti L'arte dei
Rumori, (11 marzo 1913), Russolo Distruzione della sintassi. L'immaginazione
senza fili e le Parole in libertà, (11 maggio 1913), Marinetti L'Antitradizione
futurista, (29 giugno 1913), Guillaume Apollinaire La pittura dei suoni, rumori
e odori, (11 agosto 1913), Carrà Il Teatro di Varietà, (1º ottobre 1913),
Marinetti Il controdolore, (29 dicembre 1913), Palazzeschi Pittura e scultura
futuriste, (1914), Boccioni Manifesto dell'Architettura futurista, (1914),
Sant'Elia Il teatro futurista sintetico, (1915), Corra, Settimelli, Marinetti
La ricostruzione futurista dell'universo, (1915), Balla, Depero La Scenografia
futurista, (1915), Prampolini Manifesto del cinema futurista, (1916),
Marinetti, Corra, Settimelli Manifesto della danza futurista, (1917), Marinetti
Manifesto dell'Aeropittura futurista, (1929) Manifesto della Fotografia
futurista, (16 aprile 1930, Tato (pseudonimo di Guglielmo Sansoni), Filippo
Tommaso Marinetti Manifesto della cucina futurista, (1931), Marinetti.
Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica(1938), Filippo Tommaso
Marinetti e Tullio d'Albisola Opere principali Pittura Umberto Boccioni, Tre
donne (1909-1910); Umberto Boccioni, La città che sale (1910-1911); Carlo Carrà,
Notturno a Piazza Beccaria (1910); Umberto Boccioni, La risata (1911); Umberto
Boccioni, Stati d'animo, gli addii (1911); Carlo Carrà, I funerali
dell'anarchico Galli (1911); Umberto Boccioni, Materia (1912); Giacomo Balla,
Ragazza che corre al balcone (1912); Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al
guinzaglio(1912); Giacomo Balla, Lampada ad arco (1911); Umberto Boccioni,
Elasticità (1912); Gino Severini, La chahuteause (1912); Luigi Russolo,
Dinamismo di un'automobile (1912-1913); Carlo Carrà, Cavaliere rosso (1913);
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Futurista si vedano le pp. 68-69, per le tavole del Fumetto Futurista di
Claudio S. Gnoffo si vedano le pp. 70-71.
Ulteriori informazioni Questa voce o sezione ha problemi di struttura e
di organizzazione delle informazioni. Giulio Carlo Argan, L'arte moderna
1770/1970, Firenze, Sansoni, 1970, SBN IT\ICCU\RLZ\0058303. Giovanni Lista e
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Mont Blanc, 2021, 430 pp., ISBN 9782377410590 Voci correlate Avanguardia
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italiano Manifesto dei pittori futuristi Manifesto futurista pagina di
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temi principali del mio libro, intitolato “Eros ethos”: la contraddizione, la
violenza, la domanda di salvezza, che è poi la domanda di senso, il silenzio di
Dio. Ma, effettivamente, questi temi fanno da sfondo, perché “ Eros ethos”,
questo nesso su cui dobbiamo riflettere, riguarda piuttosto le cose prossime
che non le cose ultime come la domanda di senso, la domanda che appunto ruota
interamente intorno a ciò che era al principio. Che cos’era il principio? Era
il senso, era il logos, o non era piuttosto come Nice, in modo sprezzante, ma
anche polemico e profondo, ebbe a dire: “ in principio era il non senso”? Ecco,
cos’ hanno a che fare queste domande sulle cose ultime con le cose prossime?
Eros ethos: che cosa c’è di più prossimo alle esperienze che noi facciamo, che
questa? Esperienza erotica ed esperienza etica. Questo è il quadro, questo è
l’orizzonte problematico dentro il quale vorrei insieme con voi procedere per
alcuni passi, e allora incomincerei col dire che, davvero, la domanda da cui
partire è la domanda sull’origine: una domanda che ai non filosofi può sembrare
di scarsa rilevanza. Perché la domanda sull’origine? E che cosa vuol dire domanda
sull’origine? Vuol dire, se la vogliamo tradurre, interrogarsi sul da dove
veniamo, da dove il male, la violenza che patiamo. “Unde malum?” questa è la
domanda sull’origine. Ma a questa domanda sull’origine, così perentoria e così
grave di implicazioni, come risponde il pensiero contemporaneo? Il pensiero
contemporaneo risponde rimovendola, come se non esistesse, meglio come se non
la potessimo, né la dovessimo porre. E questo perché? Perché alla domanda ha
già risposto la scienza. Sappiamo da dove veniamo, di chi siamo figli: siamo
figli del caos, e se è vero che leggi che possono essere accertate
scientificamente governano questo caos, del caos noi siamo figli, o, se non del
caos, di quel suo riflesso che è il caso. Siamo figli del caso. La violenza è
un fatto. Certo che c’è violenza nel mondo, ma c’è come c’è quell’ultimo
orizzonte che non possiamo trascendere. Ci appartiene la violenza, è in noi,
sempre di nuovo la evochiamo, basta un niente ed ecco esplode, come se un fondo
sub umano ci abitasse, come se da questa brutalità naturale noi provenissimo,
come se appunto questo fondo sub umano, questa brutalità naturale, sempre
pronta ad esplodere, costituisse un orizzonte intrascendibile. Non è forse vero
che veniamo di lì, non ci dice la scienza che veniamo dalla “selva antiqua?”
Dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non lo stato in cui la
violenza ci fa simili, anzi identici, a quegli esseri che abitano la natura e
l’abitano inconsapevolmente, producendo la violenza appunto come produzione
inconsapevole di quella volontà di vivere che abita tutti gli esseri naturali?
Sembra essere questa la grande parola della filosofia moderna e poi
contemporanea, perchè troviamo in essa quasi un vero e proprio ritornello: il
risalimento all’origine è precluso, la filosofia pensa a partire da una
situazione, da un trovarsi ad essere in un certo modo, a partire da cui
soltanto il pensiero è pensiero. Che cosa significa risalire alle origini,
ipotizzare fondamenti ultimi? Tutto questo appartiene all’ontoteologia cioè
alla pretesa appunto di ragionare ricostruendo il fondamento, la ragione ultima
di tutte le cose, in una parola l’origine, quell’origine che non è, o meglio
non è se non nella forma che ci è data, e di cui noi facciamo esperienza
sapendo di essere quello che siamo, ossia esseri naturali che dallo stato di
natura provengono e che nello stato di natura trovano una sorta di ultimo
orizzonte, di estremo confine intrascendibile, assolutamente intrascendibile.
Da questo punto di vista abbiamo la parola di Hobbes da una parte( lo stato di
natura), e la parola di Rousseau dall’altra( lo stato di natura come 1
stato di pura violenza che si tratta di controllare attraverso un patto,
i cui contraenti autolimitano la propria libertà in nome del controllo di ciò
che è dato: lo stato di natura). Da una parte Hobbes( il Leviatano), e
dall’altra Rousseau dicono la stessa cosa anche se sembrerebbero dire due cose
completamente diverse. Che cosa dice Rousseau? Dice che lo stato di natura non
è il regno del Leviatano, il regno della violenza, è il regno della gioia, è il
regno della libertà, è il regno della giustizia. Eppure dicono la stessa cosa.
Che cosa? Dicono che quello, lo stato di natura, è un orizzonte che non
possiamo trascendere. Lì ci troviamo a vivere. Che questo stato di natura sia
uno stato di violenza, o che questo stato di natura sia uno stato tornando nel
quale noi ci liberiamo dalla violenza stessa, in definitiva è la stessa cosa,
perché è questo stato, questa condizione intrascendibile, e non possiamo
affacciarci, per così dire, sulla soglia, su questo stesso orizzonte, e
guardare al di là e chiederci: “ Ma noi da dove veniamo? Chi ci ha gettati
qui?” O nella lotta o nella gioia edenica: domanda senza senso. Risalire non è
possibile. L’orizzonte è chiuso. La violenza non è nient’altro che questo,
quella violenza di cui ci parlano anche le cronache, ma che noi conosciamo
anzitutto in noi stessi, perciò della violenza non resta che prendere atto come
qualche cosa che è connaturato, stato di natura appunto, e che non ci resta che
controllare. Sempre di nuovo l’uomo ricade nella violenza, sempre di nuovo
l’uomo deve, se non liberarsene totalmente, elaborare delle strategie di
controllo. Auschwitz non deve più accadere e invece è accaduto e probabilmente
sempre di nuovo accadrà. Questo lo sappiamo, lo sappiamo nei nostri giorni
violentissimi, crudelissimi. Su questo non possiamo chiudere gli occhi: sul
fatto che Auschwitz sempre di nuovo accade, che sempre di nuovo l’uomo cade
dentro quello stato di natura dal quale proviene e dal quale non può evadere.
E’ la parola più dura della filosofia contemporanea, nascosta spesso dentro
strategie di pensiero molto sofisticate, molto raffinate, ma che questo dicono:
l’intrascendibilità della nostra provenienza, dell’orizzonte dal quale
proveniamo, tanto è vero che sempre di nuovo cadiamo dentro a questo orizzonte.
Difficile immaginare, appunto, una risposta più cupamente ateistica e
nichilistica di questa, ma anche più vera, con una sua verità che sembrerebbe
difficilmente controvertibile. Non è forse vero che la violenza è in noi, che
veniamo di lì? Non ci dice la scienza che in noi ci sono forze che se non
teniamo sotto controllo fanno di noi, di chiunque di noi, il peggiore dei
delinquenti, e che ciascuno ha in sé questa virtualità negativa e terribile?
Ciascuno di noi. Lo vediamo, non solo per le guerre, ma per i casi che la vita
ci mette sotto gli occhi: gli adolescenti che uccidono i genitori, il mobbing
tra le persone, questo bisogno di farsi reciprocamente male, che cos’è questo
se non una radice? Maligna, ma nello stesso tempo naturale, maligna, ma in
questa prospettiva senza nessuna ascendenza teologica, perché appunto è lo
stato di natura dal quale proveniamo, dentro il quale sempre di nuovo ricadiamo
in quanto l’orizzonte è intrascendibile. Che questo sia detto nei termini di
Hobbes, o sia detto nei termini di Rousseau, che a partire da Hobbes si
elaborino teorie dello stato come strumento, il solo che l’uomo ha per tenere
sotto controllo la violenza, che a partire da Rousseau si elaborino invece
teorie della emancipazione, della liberazione, del ritorno alla natura, però
questo ci dice l’intrascendibilità dello stato di natura. E’ una tesi che ha
mille sfaccettature naturalmente, ma molto forte. A questa tesi della
intrascendibilità radicale dello stato di natura io credo ci sia una sola
obiezione, ma forte, altrettanto forte che la tesi stessa. E questa obiezione è
che la violenza dell’uomo sull’uomo, quella violenza che fa dell’uomo un bruto,
che lo ricaccia sempre di nuovo nella brutalità dello stato di natura, questa
violenza è sempre qualche cosa di più, è sempre qualche cosa di meno che
espressione dello stato di natura. Questa è la vera obiezione. E cioè, che
cos’è? E’ cosa umana. La violenza fatta dall’uomo non è infatti assolutamente
assimilabile alla violenza fatta dall’animale, da una tigre, da un leone
feroce. La ferocia che emerge, che affiora, e che trasforma un essere umano in
un animale 2 è altra cosa, non è vero che trasforma l’essere umano
in animale ( questo è un modo di dire assolutamente sviante, falsificante,
anche se sembra corrispondere all’esperienza che ciascuno di noi fa ), questa
violenza è altra cosa, perché la violenza dell’uomo ha, per così dire, un
segno, una segnatura, quella signatura rerum di cui parlavano gli alchimisti
che la vedevano nelle cose stesse, quasi le cose fossero portatrici di simboli
entrando in contatto con l’uomo. Ecco, la stessa cosa vale per la violenza
umana: essa ha una segnatura che ne fa qualcosa di altro rispetto alla violenza
dell’animale, di radicalmente altro, di ontologicamente altro. Perché la
violenza dell’uomo non è assimilabile a quella dell’animale? Perché la violenza
dell’uomo ha qualcosa come un valore aggiunto, e il valore aggiunto è quello
che ci mette l’uomo stesso. Pensate all’uomo, al soldato che uccide, deve
farlo, lo fa per difendersi, pensate alla violenza che esplode in una
situazione apparentemente normale: sempre c’è qualche cosa di più e di diverso
che l’espressione di una aggressività volta a raggiungere uno scopo, raggiunto
il quale la stessa violenza, per così dire, ritorna in una quiete, in una pace,
la pace del leone che ha divorato la gazzella e si ritrova in pace con sé
stesso e con la natura. La violenza dell’uomo, quale che sia, giustificata o
non giustificata, ( ma appunto la parola giustificazione è povera) , sempre ha
questo valore aggiunto: e il soldato sente il bisogno, ahimè, spesso di
sottolineare questo valore aggiunto , irridendo il nemico. Questo è
nell’Iliade, come nella cronaca di oggi, di ieri e dell’altro ieri.
Nell’Iliade, quando Achille strazia il cadavere di Ettore, sente il bisogno di
straziarlo sotto le mura di Ilio, sotto gli occhi delle persone care: ecco quel
di più, ecco ciò che fa della violenza umana qualche cosa di radicalmente
umano. Nel soldato che aggredisce e umilia l’aggredito, il vinto, il nemico
vinto, stuprando la sua donna, per esempio, non c’è mai una pura e semplice
espressione pulsionale di qualche cosa, come un bisogno bestiale o animalesco,
c’è invece il desiderio di segnare ( parlavo prima di segnatura, di valore
simbolico) , c’è il bisogno di umiliare, c’è, in altre parole, l’impossibilità
di ricadere nella quiete della violenza che ha raggiunto il suo scopo. Allora,
se la violenza dell’uomo non è assimilabile alla violenza della natura, se
questo valore aggiunto fa sì che la violenza dell’uomo riveli una sua
irriducibilità all’ordine naturale delle cose, allora non è vero che lo stato
di natura non può essere trasceso, non è vero che non è possibile affacciarsi
sull’ultimo orizzonte e chiedersi: “ Ma da dove vengo io?” Allora non basta
dire: “ Io vengo da lì, cioè dalla natura e dalla sua brutalità, io vengo da un
altrove”. E’ una contraddizione, perché, se vogliamo dirla con una formula
filosofica, la intrascendibilità dello stato di natura chiede di essere
trascesa. Il riconoscimento che di lì vengo, che sono impastato di quella
pasta, che sono fatto di quel fango, che in me agiscono forze brutali,
bestiali, non basta. Non basta perché quelle forze dicono non soltanto la mia
provenienza dallo stato di natura, ma da un al di là, che non so che cosa sia,
che la filosofia non può dire naturalmente, ma deve cercare. Non mi basta
riconoscermi parte della natura, perché questo mio riconoscimento fa cenno, sia
pure nella forma della contraddizione, ad un altrove, come se io fossi caduto,
come se io di là venissi, e come se soltanto questo movimento potesse spiegare
il valore aggiunto che è nella violenza. Ho fatto due esempi, di due grandi filosofi
della modernità, Hobbes e Rousseau, i teorici della intrascendibilità dello
stato di natura. Farò altri due esempi di grandi filosofi della modernità i
quali sostengono quello verso cui sto cercando di condurvi e cioè che
l’intrascendibilità dello stato di natura è contraddittoria. Certo l’uomo, con
le sue categorie, con i suoi concetti, con ciò di cui dispone, non può uscire
dall’orizzonte in cui è venuto a trovarsi, ma patisce, soffre, vive questo suo
trovarsi in un orizzonte che è come un carcere per lui, appunto come un essere
cacciato lì dentro. Diceva Pascal: “ Io mi guardo intorno, e tutto è
confusione, un orribile caos, cerco Dio, ma Dio tace ( il silenzio di Dio), e
non solo Dio tace, ma tutto è terribilmente silenzioso, e il silenzio degli spazi
infiniti è eterno. Che cosa mi resta, se voglio in questo orribile 3
caos muovermi e sopravvivere? Che cosa mi resta da fare? Prendere atto
che le cose stanno così, seguire le leggi del mio paese. Già, ma le leggi del
tuo paese sono esattamente l’opposto delle leggi del paese accanto. Che fare?
Questa è appunto la prova del caos in cui versiamo. Ma il mio sovrano mi ha
ordinato di uccidere quello che sta al di là del fiume. E perché? Perché sta al
di là del fiume. Ma è una ragione questa? Eppure lo devo fare, perché, se non
mi attenessi alle leggi del mio paese, cadrei in un disordine ancora più
grande, non vivrei più”. L’abbiamo visto: l’unica forma di sopravvivenza è
quella garantita dall’accettazione dello status quo. Dice: “ Ma io mi guardo
intorno. Questo è giusto, che cosa è sbagliato? Nulla è giusto, nulla è
sbagliato, tutto lo è. E infatti non c’è atto, non c’è gesto, non c’è
comportamento umano, anche il più abietto, che non abbia trovato il suo altare.
Sull’altare è stato messo l’incesto, sull’altare è stato messo l’omicidio,
sull’altare è stato messo il furto, e così via. Un orribile caos, è quello nel
quale l’uomo naturaliter viene a trovarsi: intrascendibilità dello stato di
natura”. Ecco allora la contraddizione, ecco il passo in più che fa Pascal:
l’intrascendibilità dello stato di natura è inaccettabile, l’intrascendibilità
dello stato di natura non può essere vissuta se non come una condanna, e quale
maggiore condanna che quella di chi vede che ogni atto, anche il più nefasto,
il più delittuoso, ha trovato il suo altare? Quale condanna peggiore di chi
constata che è costretto a compiere atti profondamente ingiusti e tuttavia
giustificati? “ Vai, uccidi”. “ Perché?” “Perché il tuo sovrano te lo ordina”.
Ed è giusto così, o meglio giustificato così, pena un disordine ancora
maggiore. Questa è una realtà che non si può non accettare, una realtà che ci
dice il nostro essere vincolati ad essa, l’intrascendibilità dello stato di
natura, ma una realtà nello stesso tempo vissuta come iniqua, come inaccettabile:
non la posso che accettare, ma è inaccettabile. Ecco la contraddizione, e se
volessimo dirla filosoficamente, dovremmo dire: “l’intrascendibilità dello
stato di natura impone il suo trascendimento”. Da dove vengo io? Da quale
paradiso perduto, se soffro così tanto all’interno di una situazione per la
quale non vedo via d’uscita? L’intrascendibilità chiede di essere trascesa. Qui
la filosofia deve tacere, la filosofia non può che aprirsi ad una dimensione
altra. E’ una risposta, come vedete, ben diversa da quella di Hobbes, ed anche
da quella di Rousseau. Nasce da Pascal una filosofia religiosa, laddove da
Hobbes e da Rousseau nasce una filosofia irreligiosa. Le fedi private dell’uno
e dell’altro non sono più in questione, ma è profondamente irreligiosa una
filosofia che dice: “ La violenza c’è e non resta che tenerla sotto controllo.
Noi non possiamo guardare al di là”. E’ una filosofia profondamente irreligiosa
quella che dice che la violenza c’è perché c’è la società. Togliamo questo
elemento storico sociale, che inquina, con gli apparati repressivi che la
società mette in atto, liberiamoci da tutto ciò, e ritroviamo quella gioia che
è lo stato originario dell’uomo: filosofia, in entrambi i casi, con tutte le
loro propaggini, da Rousseau a Marcuse, oppure da Hobbes a Smith, filosofia
profondamente irreligiosa quella dell’intrascendibilità dello stato di natura,
laddove è filosofia profondamente religiosa quella di un Pascal che dalla
stessa intrascendibilità ricava, attraverso la contraddizione, l’idea di non
poter non trascendere. Anche Vico, che viene spesso interpretato, e
giustamente, come il padre dello storicismo, ma è anzitutto teologo cristiano,
dice la stessa cosa, cent’anni dopo Pascal, e la dice attraverso l’idea che la
menzogna in cui l’uomo si trova a vivere sia l’illusione che “ omnia Iovis
plena” , che gli alberi siano dei, che tutto gli parli, che l’universo sia
animato da presenze. Se un fulmine cade nella selva antiqua e apre la radura e
l’ uomo si illude che un dio gli abbia parlato, non è vero, è un’illusione, è
pura idolatria credere che lì si sia avuta una epifania, e tuttavia questa che
è la condizione idolatrica che l’uomo non può trascendere. Vico dice: “ Cos’è
più vero? Lo stato di natura, dove l’uomo è e non è se non cacciatore e preda?
Oppure lo stato di cultura?” Quello stato di cultura che l’uomo costruisce in
base ad una simulazione, cioè in base ad una menzogna, illudendosi che gli dei
gli abbiano parlato e 4 sulla base di questo messaggio, di questa
rivelazione, costruisce appunto le istituzioni, le famiglie, gli stati, la
cultura, insomma. Che cos’è più vero? E’ il puro e semplice abitare la natura
come l’abitano i bruti, brutalità dello stato di natura, oppure è, attraverso
la finzione, diventare uomini? Accedere ad una verità propriamente umana? Anche
lì, attraverso la contraddizione, l’uomo è costretto a vedere nella natura una
sorta di deiezione, di caduta. Da dove? La filosofia non lo dice, lo dice la
rivelazione. Come vedete queste sono ipotesi molto diverse, opzioni filosofiche
che sono alla radice del mondo moderno. Voi vi chiederete: “ Tutto questo che
cosa c’entra con Eros ethos?” C’entra perché c’entra la contraddizione. E’ la
contraddizione che dobbiamo cercare, che dobbiamo interrogare, per capire appunto
se noi siamo consegnati ad un destino umano e soltanto umano o se invece questa
stessa umanità del nostro destino impone un trascendimento della condizione
nella quale ci troviamo: dobbiamo cercare l’origine, ciò che è in principio ma
anche ciò che è, per dirla con sant’Agostino, “intimior intimo meo”, più intimo
a me stesso di quanto non lo sia io a me. Come sappiamo, Agostino identificava
Dio con questo movimento, con l’intimior intimo meo: è Dio che è più intimo a
me di quanto io non lo sia a me stesso. Potremmo, parafrasando Agostino, vedere
precisamente nel nodo di contraddizione che nello stesso tempo lega e separa
eros ethos qualche cosa che può essere definito negli stessi termini. Che eros
ed ethos si contraddicano, o meglio si oppongano( l’opposizione e la
contraddizione sono due cose diverse) lo so bene, che eros ed ethos si
oppongano è cosa abbastanza ovvia. Che cosa indica eros se non l’immediatezza,
diciamo pure la gioia di vivere, quella gioia di vivere che non ammette
ostacoli di nessun tipo, che chiede soltanto di essere espressa? Eros i Greci,
e non soltanto i Greci, lo presentavano come un fanciullo, la divina innocenza,
eros come espansione vitale, o per dirla con Kierkegaard come vita immediata,
vita che non dà ragione di sé, e noi diremmo oggi ( figli volenti o nolenti,
tutti figli di Freud ) “vita pulsionale”, e le pulsioni sono le pulsioni, il
bene e il male appartengono ad un altro ordine, ad un’altra dimensione. Ethos è
il contrario. Ethos è il “Tu devi”. Ethos è la serietà della vita. Ethos è il
dover rispondere di tutto nei confronti di tutti, o quanto meno di sé nei
confronti di coloro coi quali si è stretto un patto. Quale opposizione maggiore
che quella tra eros ed ethos? Tra l’immediatezza e la mediazione? Tra la libera
e gioiosa espansione di sé che non dà ragione, perché è quello che è, è vita
immediata, tra la gioia, se vogliamo dire così, e la serietà della vita, ossia
il “Tu devi”, questo sì e questo no, perché tu devi rispondere di te nei
confronti di tutti gli altri? Ma appunto siamo ancora sul piano
dell’opposizione, non ancora della contraddizione. Per scorgere la
contraddizione dobbiamo renderci conto che c’è dissidio, cioè c’è intima
opposizione sia in eros, sia in ethos. Ed è solo a partire da un’analisi
separata delle due forme di esperienza, esperienza erotica ed esperienza etica,
che capiremo come l’opposizione diventi una vera e propria contraddizione e
capiremo come la contraddizione che abita in ciò che è “intimior intimo meo”,
così prossimo a noi da costituire davvero la nostra anima, la nostra carne ( e
che cosa se non eros ed ethos? ), come la contraddizione sia proprio in questa
prossimità. Ma lo scopriremo appunto esaminando separatamente le due forme.
Perché c’è opposizione in eros? L’abbiamo definito come gioioso, libero, come
espressione di una vitalità che non conosce ostacoli. Non è forse vero che eros
è trasgressione? Ma non carichiamo subito questa parola di un significato
morale: no, siamo prima, siamo al di qua della morale. Parliamo dunque di
trasgressione nel senso letterale del termine, nel senso di una spinta, di un
movimento teso a rompere tutti i vincoli. Quindi siamo ancora sul piano di una
fenomenologia che non chiama in causa la morale. Eros è questo transgredior,
questo superare il limite che eros stesso pone a sé stesso per essere quello
che è. Cosa c’entra la morale con eros, se eros è questo? Come è pensabile un
intimo dissidio di eros con eros? I Greci lo hanno pensato. Quando ci troviamo
di fronte a queste difficoltà, definita filosoficamente la categoria, 5
sembrerebbe non si dovesse più procedere oltre, invece sappiamo che
l’esperienza erotica è molto più complessa, che non è questa pura e semplice,
come qualcuno vorrebbe, espressione pulsionale di sé che non dà ragione di sé, bensì
un’esperienza terribilmente complessa. E allora come la mettiamo? La filosofia
ci dice che è trasgressione, movimento libero verso la liberazione da tutti i
vincoli. Il mito, e di nuovo la religione, ci dice che è cosa molto, molto più
complessa. E come avevano rappresentato questa complessità i Greci? Attraverso
i miti, come sappiamo. I miti sono questo: servono a dire delle cose che la
filosofia non riesce a dire, o che il linguaggio comune non riesce a dire. Ci
sono tanti miti nella cultura greca che parlano di eros, infiniti, ma non
soltanto nella cultura greca, anche in quella indiana, anche in tante altre. Ma
alcuni in particolare: intanto quello che identifica eros con Fanes Protogono.
Chi è Fanes Protogono? Fanes Protogono è qualcuno, qualche cosa che viene prima
della stessa formazione del mondo, e quindi del costituirsi di figure
archetipiche nel mondo che sono gli dei; Fanes ( “ fainetai”) è questa
accensione originale che fa sì che il mondo, che era, secondo il mito di Fanes
Protogono, tutto raccolto in un nucleo simile ad un punto ( pensate a quale
profondità di intuizione erano arrivati i Greci), per questa improvvisa
accensione si spacchi, si scinda come sotto una spinta, una forza assolutamente
sorgiva, che non è governata da figure archetipiche, dagli dei, ma che è
assolutamente iniziale. Questa realtà tutta compressa, tutta compresa in un
unico punto, per così dire a seguito di questa cosiddetta accensione, esplode,
e questa esplosione dà luogo alla terra e al cielo, perciò la terra e il cielo,
a partire da questa esplosione, non potranno che sempre di nuovo cercare di
ricongiungersi. Urano e Gea, il cielo e la terra, originariamente uniti, a
seguito della esplosione cercano di ricongiungersi, grazie a eros, Fanes
Protogono, cioè il principio primo, il principio originariamente generatore,
che è la luce. Eros è questa accensione, questa forza ricongiungente dei due.
Dentro questo mito che cosa scopriamo? Il carattere assolutamente non morale di
eros. Eros è quello che è, non è neppure un dio, è luce, è manifestazione, è
pura forza esondante, quella pura forza esondante che ciascuno di noi prova in
sé, nelle varie forme in cui eros si manifesta, che, come sapevano i Greci,
sono infinite. Basta leggere il Simposio per capire come Platone sapesse delle
varie forme di eros. Ma che cosa accade? Accade qualche cosa di tremendo, il
tremendo che è in eros: accade che nel momento in cui la terra e il cielo si
scindono in due, in una sorta di mattino del mondo nasce Afrodite che è la dea
dell’amore, che è la dea, a seguito di questa vicenda, chiamata a incarnare, a
personificare, la forza originariamente creatrice. Ma chi è Afrodite? E’ la dea
della doppiezza, e i poeti greci così l’ hanno descritta: è la dea della
felicità, della gioia, della gioia di vivere che non dà ragioni di sé, è la dea
al di là del bene e del male, è la dea al di qua del bene e del male. Ma
Afrodite è anche la dea che nasconde il tremendo da cui proviene, tanto è vero
che lo stesso mito greco ci parla di questo mattino del mondo: e cosa c’è di
più bello che il sorgere di Afrodite dalla spuma del mare, che cosa c’è di più
innocente, di più incantevole? E tuttavia quella spuma del mare è memoria di un
atto di sangue: la spuma del mare è il sangue stilato, e anzi sangue- liquido
seminale, stilato dal sesso di Urano, castrato dal suo stesso figlio. Capite
che cosa dicono i Greci? Che cosa tiene insieme nell’idea di eros l’uomo greco?
Gli opposti: l’innocenza, la perfezione in quanto è l’emergere della vita da sé
stessa, la vita che non dà ragione di sé, la vita che è quello che è, al di là
del bene e del male, tuttavia su uno sfondo cupo di sangue. Il fanciullo
innocente è nello stesso tempo colui che ha memoria del tremendum, con buona
pace dei teorici, quanti sono oggi, delle emancipazioni a buon mercato:
“Liberatevi dai tabù, abbandonatevi!” Tutte cose belle, per carità, non voglio
dire che non ci si debba anche liberare dai tabù, però le cose sono un po’ più
complicate: la liberazione( tesi) è necessaria, e tuttavia sta a fronte(
antitesi) di qualche cosa come gli orrori delle origini. Quando ci si interroga
sul fatto, sul rapporto eros e violenza, per esempio, perché chiudere gli occhi
di fronte a 6 questa che è realtà umana, più che umana? Bisogna
pensare come hanno pensato i Greci, o come hanno pensato gli Indiani in modo
forse meno cupo, in modo meno metafisico, ma altrettanto espressivo, con la
figura della donna che volge lo sguardo, dell’amante che raggiunge l’amato (
che è un tema iconografico di molta arte indiana, di molta arte erotica
dell’India ), della donna che si butta nel fiume per raggiungere l’amato, ma
volge lo sguardo, e questo sguardo è pieno di malinconia per tutto ciò che
lascia: siamo fatti di una irriducibile doppiezza, ci dice il mito. Certo che è
necessario gettarsi, raggiungere l’amato, ma non ci è dato di farlo ( è la
dinamica della trasgressione ), se non volgendo lo sguardo verso tutto ciò che
abbiamo perso, che stiamo perdendo, che potrebbe essere la rottura del patto. E
questo che cosa vuol dire? Vuol dire che eros, l’innocenza stessa, in modo del
tutto contraddittorio, si lega al suo contrario, a qualcosa come la colpa: ecco
come eros è portatore di una contraddizione. Ma lo stesso vale per ethos. Ethos
è in sé stesso contraddittorio, e sono ancora una volta i Greci che ci dicono
questo. Della profondità del mito greco si era accorto Aristotele, per primo,
che io sappia, quando, guardando al mito, ha scoperto che la parola greca ethos
( da cui etica, naturalmente, ) si dice in due modi, o meglio si dice in un modo
solo ma si scrive in due ( è una anomalia del Greco che forse non ha altri
esempi così clamorosi ): ethos in greco si scrive con la ipsilon, e con la eta,
e se scritta con la ipsilon vuol dire una cosa, se scritta con la eta vuol dire
un’altra cosa, o meglio, vuol dire la stessa cosa , ma un po’ diversa . Se
scritta con la eta , ethos fa riferimento alla dimora, alla casa. E allora che
cos’è ethos? Ethos è la convenzione, sono gli usi, i costumi, le abitudini, da
cui abitus, le virtù, come abiti che indossiamo che ci portano a compiere certe
cose, a comportarci in un certo modo. Ma perché ci comportiamo in un certo
modo? Perché siamo stati educati, perché abbiamo accolto in noi, essendo stati
accolti da una comunità e cioè dalla casa anzitutto, quelle leggi, quei
comportamenti, quel modo di vedere, che è proprio di ethos con la eta. Qui a
essere privilegiato è il riferimento al sentire comune, alla comunità: ethos
come appartenenza ad una comunità, che mi impone di non pensare tanto a me
stesso quanto agli altri, di riconoscermi all’interno di una tradizione e così
via. Ma se io lo scrivo con la ipsilon, allora vuol dire carattere, che
appartiene a me, è solo mio : l’ethos è il mio demone, è qualche cosa che mi
dice: “ Tu devi fare questo”. “No”. “ Ma sei contraddetto da tutti, non è
accettabile che tu non faccia questo, la società ti condanna”. “ Che mi
importa, lo devo fare, perché so, ma in base a quale sapere?” “In base ad un
sapere demonico, cioè che non dà ragioni di sé. Sapere di cui io mi faccio
carico, costi quello che costi”. Guai se ethos fosse solo sapere demonico, se
fosse solo carattere, perché allora l’etica sarebbe una cosa terribile, sarebbe
cosa tragica, darebbe luogo a scontri senza fine, senza un terzo che faccia da
medio, se è giusto quello che io sento giusto. L’io, la coscienza: se ethos
fosse solo questo sarebbe terribile. Ma guai se ethos fosse soltanto
quell’altro: abitudine, tradizione, leggi e così via. Facciamo il caso che la
società alla quale appartengo, nella quale mi riconosco, mi condanni legalmente
e in base a dei principi riconosciuti come giusti, mi condanni per esempio a
essere deportato. Immaginate un’ etica che sia soltanto etica pubblica, un’
etica della tradizione condivisa, immaginate di togliere a me o a chi per me il
diritto di dire no, anche se la società alla quale appartengo mi condanna, di
rivolgermi al mio Dio, per invocarlo, o per bestemmiarlo, dicendo:” Non è
giusto”. Non dimentichiamo mai Auschwitz, ma non dimentichiamo mai che tutto
quello che è accaduto in quegli anni è accaduto legalmente: le deportazioni
erano leggi dello stato tedesco, non si tratta di qualcosa avvenuto
nascostamente, bensì di leggi dello stato tedesco. L’etica che fosse soltanto
l’etica, la casa della comunità di appartenenza, della polis, dello stato,
potrebbe non essere un’etica a sua volta monca, terribilmente manchevole? Già,
ma come fanno a stare insieme ethos ed ethos, ethos con la eta e ethos con la
ipsilon? Come far stare insieme le leggi della pietà, per esempio, come sa bene
Antigone, e le leggi 7 della città? Le leggi di coloro che stanno
sotto la luce del sole e le leggi sotterranee, degli dei, che stanno sotto?
Contraddizione, la contraddizione di ethos. Voi direte, ma che cosa c’entra
questo discorso con la violenza? E’ lo stesso discorso. In che senso? Abbiamo
visto, e mi avvio alla conclusione, come la violenza sia un dato di natura,
anzi, è la natura che è in noi, è uno stato, tanto è vero che si parla di stato
di natura: è quell’emergere di forze oscure, che ci riportano al luogo da cui
proveniamo, che è la selva. E’ la linea maestra del pensiero moderno e
contemporaneo, e abbiamo visto che non basta dire questo. Le cose non stanno
così, perché qui c’è una contraddizione . La contraddizione è sollevata dalla
affermazione che la violenza dell’uomo sull’uomo è sì qualche cosa che lo
accomuna alla bestia feroce, ma nello stesso tempo è qualche cosa che lo rende
irriducibilmente diverso dalla bestia feroce. La violenza è sì cosa che implica
la non trascendibilità dello stato di natura, ma questa non può che essere
vissuta come condanna che implica il trascendimento. Lo stato di natura è uno
stato che io posso pensare solo come stato di gettatezza, avrebbe detto
Heidegger. Senonché per Heidegger la gettatezza, la deiezione, il mio trovarmi
come gettato in questo mondo, non ha più né capo né coda, non ha più un da dove
sono gettato e un verso dove vado. E in questo senso Heidegger in fondo resta
all’interno della tradizione tipicamente moderna che ritiene intrascendibile
questo stato. Non così là dove questo stato venga vissuto, venga letto, nel suo
valore simbolico. Lo dice bene Pascal: “ Tutto è simbolo, quella natura
caotica, così confusa, non fa che ricordarmi che questo non può essere il mio
mondo, è il mio mondo e per viverci lo devo accettare, e tra questo mondo, e
l’infinito, e l’assoluto, un abisso mi separa: non c’è verso, filosoficamente,
di costruire un ponte tra il qui e ora, il qui di leggi contraddittorie, e
l’origine. Tuttavia, in questo mondo io vivo come uno straniero, come uno che è
stato gettato da un altrove, la cui chiave la possiede non la filosofia ma la
religione: la caduta, il peccato originale.” Lo stesso discorso vale per la
contraddizione, il rapporto contraddittorio di eros ed ethos. Noi vorremmo
potere riferirci, così come nel caso della violenza ci siamo riferiti, a
qualche cosa di ultimo, qui riferirci a qualche cosa di primo, eros ethos, di
prossimo, di propriamente nostro a cui ancorarci, vorremmo poterlo fare. E che
cosa se non ancorarci a eros, se non ancorarci a ethos? E’ esperienza che tutti
fanno, se pure in forme molto diverse: l’esperienza che vorremmo gioiosa di
eros e seria di ethos, e lì restare, restare in questa prossimità, in questa
intimità di noi con noi stessi, in definitiva rassicurante. Eros è la gioia: “
Abbandonati”; ethos è il dovere: “ Rispetta”. Già, ma questa intimità, di noi
con noi stessi, è contraddittoria, ovvero “intimior intimo meo”. Nel punto in
cui noi ci troviamo più intimi con noi stessi, noi siamo per così dire scavalcati,
trascesi da un movimento che fa cenno a qualche cosa che è assolutamente altro
rispetto a questa pretesa di raccoglierci in una certezza, la certezza di eros
e la certezza di ethos. Tanto è vero che non solo eros ed ethos stanno tra loro
in opposizione, ma è una opposizione contraddittoria perché il dissidio è sia
nella forma dell’esperienza erotica, sia nella forma dell’esperienza etica.
“Intimior intimo meo”: qui davvero varrebbe la pena di parafrasare Agostino, e
ricordare che nel momento in cui io sono più prossimo a me stesso in realtà
sono infinitamente lontano, sono per così dire costretto a trascendere,
trascendere me stesso.Sergio Givone. Givone. Keywords: phanes, eros/ethos; phanes
protogono, convito di platone, pareyson. storia naturale dell nulla,
unelongated history of negation; Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Givone” – The Swimming-Pool Library.


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