Grice
e Gori: l'implicatura conversazionale e la filosofia di cabaret -- l’eroe e la falce – filosofia
futurista -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “My favourite Gori are “L’eroe e la
falce” and “Il mantello d’Arlecchino” – nothing can be italianita with that!”. Saggi:
“Il mantello di Arlecchino (Roma); “Il libbro rosso de la guerra” (Roma); “Le bruttezze
della Divina Commedia” (Alatri); “Le bellezze della Divina Commedia” (Milano);
“Estetica dell'irrazionale” (Milano); “Il mulino della luna (Milano) “L'irrazionale”;
“Filosofia ed estetica”, “Sistema di una nuova scienza del bello; “Il bello” – “L'eroe
e la falce” -- Scorcio architettonico di letteratura europea dalle origini ai
nostri giorni, Cagliostro (Milano); Il teatro contemporaneo e le sue correnti
caratteristiche di pensiero e di vita nelle varie nazioni (Torino); L'oca
azzurra (Roma); Il grande amore (Firenze); Scenografia. La tradizione e la rivoluzione
contemporanea (Roma); Il grottesco (Milano).
P.D. Giovanelli, Gino Gori. L'irrazionale e il teatro, Roma, Bulzoni, U.
Piscopo, Gino Gori, in E. Godoli, Dizionario del futurismo, Firenze); Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Rassegna
della produzione teatrale e delle nuove tendenze del teatro italiano e mondiale
a cavallo tra il finire dell'800 e i primi decenni del '900. Partendo dalla
riforma dell'opera lirica di Wagner e dalla sua teoria dell'opera d'arte
totale, Gori passa a discorrere di Maeterlinck, Andreev, del teatro dell'Anima
di Schuré e Claudel, del teatro dell'esteriorismo (D'Annunzio, Wilde, Péladan,
Erdös), del teatro cinese e giapponese, di Tagore, Tolstoj, Gorkij,
dell'Espressionismo, di Shaw, di Ibsen, del teatro borghese, del teatro
dialettale italiano, del teatro delle nazioni europee minori (discorre anche
del teatro dell'Islanda o della Lituania o della Bulgaria), delle forme
rudimentarie del teatro presso i popoli selvaggi. Gino Gori (Roma,
1876-Sant'Ilario Ligure, 1952), poeta, drammaturgo e critico letterario romano
fiancheggiatore del Futurismo, aprì a Roma il famoso Cabaret del Diavolo,
realizzato da Fortunato Depero. "Nel gennaio del 1921 Depero è
protagonista con una grande mostra personale tenuta a Palazzo Cova di Milano,
che in seguito viene trasferita da Bragaglia a Roma, dove nel settembre dello
stesso anno, su incarico di Gino Gori, inizia i lavori di allestimento del
Cabaret del Diavolo, una sorta di bolgia dantesca frequentata da futuristi,
dadaisti, anarchici ed artisti in genere. Per il cabaret, strutturato lungo un
percorso discendente (a ritroso) Paradiso-Purgatorio-Inferno, Depero realizzò
tutto l'arredo e le decorazioni murali. L'inaugurazione avvenne nell'aprile del
1922 ma, passato il primo momento di gloria, i tempi si fecero difficili e il
locale fu chiuso, e con esso distrutto anche tutto il lavoro di Depero".
(cfr. Catalogo mostra Fortunato Depero, Fondazione Palazzo Bricherasio).
Letterature moderne. Studi diretti da Arturo Farinelli. Cammarota,
Futurismo, Il Futurismo applicato ai cabaret» «C’è stato in
questi giorni, qui a Roma, un improvviso e molteplice sboccio d’arte futurista:
il futurismo applicato al cabaret»,[26] annotava all’inizio degli anni Venti
Massimo Bontempelli, che in quel periodo simpatizzava con il Futurismo e da
poco aveva rifiutato le opere scritte prima della guerra. Fra il 1921 e il 1923,
venivano infatti inaugurati nella capitale diversi locali decorati dai
futuristi, tutti situati nel centro della città. Iniziava la serie, nel ’21, il
Bal Tic Tac, situato in via Milano, i cui ambienti considerati distrutti per
oltre mezzo secolo, sono stati recentemente ritrovati durante il restauro del
palazzo. Alle sale, arredi e lampade del cabaret aveva lavorato Balla: era «un
grandioso locale per balli notturni futuristicamente decorato», nel quale «per
la prima volta, apparve realizzata la nuova arte decorativa futurista. Forza,
dinamismo, giocondità, italianità, originalità» commentava il periodico Il
Futurismo.[27] Per il lavoro, ha ricordato la figlia dell’artista, Elica, Balla
era stato contattato da Vinicio Paladini, altro avanguardista della cerchia
romana, in quegli anni in procinto di lanciare con Ivo Pannaggi il movimento
Immaginista.[28] Nel 1922, nei sotterranei dell’Hotel Élite et des Etrangers in
Via Basilicata 13, era stato aperto il Cabaret del Diavolo, uno dei più
stravaganti ritrovi romani di proprietà di Gino Gori, il quale intendeva farne
il punto di incontro di scrittori, pittori e intellettuali e aveva puntato
sulla creatività di Depero, chiamandolo a decorarne e ad arredarne gli interni.
Le tre sale, denominate Inferno, Purgatorio e Paradiso, avevano ognuna una
specificità cromatica e tipologica: i mobili del Paradiso, ad esempio, erano
azzurri, quelli del Purgatorio verdi e quelli dell’Inferno rossi.
L’illuminazione era bianco-rosa-azzurrina con immagini di angeli e cherubini
nel Paradiso, bianco-verde con una coorte di anime verdi nel Purgatorio, e
rossa con diavoli e dannati avvolti dalle fiamme nell’Inferno. Il locale era
sede della Brigata degli Indiavolati, composta da poeti e artisti. Nello
stesso anno Balla, che aveva anche decorato la sua celebre casa-galleria aperta
al pubblico di Via Nicolò Porpora 2 (poi seguita dall’altrettanto celebre
abitazione di Via Oslavia 34 b), realizzava il soffitto luminoso della sala
futurista della nuova sede allestita da Virgilio Marchi della Casa d’Arte di
Bragaglia, trasferitasi da Via Condotti 18 in Via degli Avignonesi 8. Nei
locali ricavati nei sotterranei dei Palazzi Tittoni e Vassalli che conservavano
le terme pubbliche romane di Settimio Severo, nel 1923 Bragaglia affiancava alla
galleria anche il Teatro degli Indipendenti per il quale Virgilio Marchi aveva
realizzato il ridotto e il bar: qui, per otto dense stagioni, Anton Giulio
sperimentò la sua ‘riforma teatrale’ e le sue idee di rinnovamento delle
tecnica scenica mediante l’introduzione di nuovi elementi quali una regia
sperimentale, una recitazione innovativa e una scenografia ‘cromatica’. Nel
teatro vennero messi in scena gran parte dei testi d’avanguardia italiani e
stranieri prodotti in quegli anni dagli artisti più vari, da Jarry ad
Apollinaire, dai Futuristi agli Immaginisti: nel 1921, la vecchia sede della
Casa d’Arte aveva ospitato anche la mostra di opere dadaiste facente parte
della Grande Stagione Dada Romana che aveva messo in programma esposizioni,
declamazioni, esecuzioni di musiche dadaiste e una conferenza di Evola su Tzara
nell’Aula Magna dell’Università. l testo di Braibanti è precedente
rispetto a quelli di Kaiser e Bachtin, risale al 1951, non può quindi giovarsi
delle ricerche dei due autori ma, per le sue finalità, la sorte del grottesco
nella storia dell’arte è di importanza relativa. Conosceva e cita altrove il
testo di Gino Gori sul grottesco nell’arte, ne apprezza l’impresa ma coglie i
limiti della riduzione dello spirito del grottesco all’ambito dell’artistico.
Il luogo privilegiato del grottesco è la vita, lo spazio interindividuale è
dove si dispiegano le sue epifanie. GORI GINO. Il teatro contemporaneo e
le sue correnti caratteristiche di pensiero e di vita nelle varie nazioni.
Torino, Fratelli Bocca, 1924. In-8°, pp. (4), 282, (2), brossura editoriale con
titolo in rosso e nero entro bordura ornamentale anch'essa in bicromia. Gore al
dorso. Una piccola mancanza al margine superiore del piatto posteriore. Bella
copia in barbe e a fogli chiusi. Prima edizione. Rassegna della produzione
teatrale e delle nuove tendenze del teatro italiano e mondiale a cavallo tra il
finire dell'800 e i primi decenni del '900. Partendo dalla riforma
dell'opera lirica di Wagner e dalla sua teoria dell'opera d'arte
totale, Gori passa a discorrere di Maeterlinck, Andreev, del "teatro
dell'Anima" di Schuré e Claudel, del teatro dell'"esteriorismo"
(D'Annunzio, Wilde, Péladan, Erdös), del teatro cinese e giapponese, di Tagore,
Tolstoj, Gorkij, dell'Espressionismo, di Shaw, di Ibsen, del teatro borghese,
del teatro dialettale italiano, del teatro delle nazioni europee minori
(discorre anche del teatro dell'Islanda o della Lituania o della Bulgaria),
delle "forme rudimentarie" del teatro presso i popoli selvaggi. Gino
Gori (Roma, 1876-Sant'Ilario Ligure, 1952), poeta, drammaturgo e critico
letterario romano fiancheggiatore del Futurismo, aprì a Roma il famoso Cabaret
del Diavolo, realizzato da Fortunato Depero. (cfr. Catalogo mostra Fortunato
Depero, Fondazione Palazzo Bricherasio). Letterature moderne. Studi diretti da
Arturo Farinelli. Cammarota, Futurismo, 248.2 GORI GINO. L'irrazionale. Volume
primo. Filosofia ed estetica. Sistema di una nuova scienza del bello. Volume
secondo. L'eroe e la falce. Scorcio architettonico di letteratura europea dalle
origini ai nostri giorni. Foligno, Campitelli, 1924. 2 voll. in-8° (200135mm),
pp. XI; 182, (2); 183-550, (4) [paginazione continua]; brossure editoriali.
Bell'esemplare in parte intonso. Prima edizione e primo migliaio di questo
importante saggio di estetica suggestionato dalla poetica futurista GORI,
Gino. - Nacque a Roma, il 7 luglio 1876, da Vincenzo Guglielmo e Giovanna
Santi. Terminato il liceo, si laureò dapprima in giurisprudenza, iscrivendosi
poi a medicina, senza tuttavia nutrire particolare interesse neppure per questo
indirizzo di studi. Egli si sentiva piuttosto attratto dalla letteratura, dalla
filosofia e, in particolare, dal teatro, di cui prese a scrivere fin dai primi
anni del nuovo secolo. Collaboratore di vari giornali e riviste - tra cui
il Don Chisciotte, il Capitan Fracassa, La Vita, La Patria, il Don Marzio,
L'Ora, Il Tirso, di cui fu redattore capo nel 1912-13, Aprutium di Teramo, Noi
e il mondo, mensile illustrato de La Tribuna di Roma -, si fece presto la fama
di critico militante severo e intransigente. Amico di Trilussa e suo
ammiratore, compose poesie e canovacci teatrali in romanesco.
Anticlericale e massone, allo scoppio della Grande Guerra fu interventista e
irredentista. Nel primo dopoguerra e negli anni successivi prese a sostenere la
cultura modernista e il teatro sperimentale, gestendo il cabaret dell'hôtel
Majestic, di cui era proprietario. Viaggiò molto sia in Europa (Francia,
Spagna, Germania, Russia) sia in America (Messico, California). Il 30 nov. 1929
sposò Giulia Massobrio, vedova di G. Volante. Dopo il matrimonio il G. lasciò
Roma, interrompendo l'intensa attività letteraria cui si era dedicato, e si
trasferì a Chianciano, dove comprò e gestì l'albergo Excelsior. Sempre a
Chianciano fondò e diresse il periodico Il Giornale dell'albergatore.
Intellettuale e poligrafo - fu infatti poeta, romanziere, filosofo con
particolare attenzione all'estetica, saggista, critico militante, studioso di
teatro - il G., finché si dedicò ad attività culturali, si adoperò
principalmente a sostenere e diffondere, nell'Italia del primo Novecento, un
clima e un gusto più avanzati e moderni; i suoi maggiori e più significativi
contributi, tutti concentrati nel corso degli anni Venti, riguardano le teorie
e le pratiche poste a fondamento del processo di rinnovamento del teatro
contemporaneo. Dopo gli studi giuridici e di medicina, il G. aveva
provveduto a darsi una solida e rigorosa preparazione letteraria e filosofica,
coniugando l'educazione sui classici con un'informazione puntuale e aggiornata
sugli orientamenti e sugli esiti più attuali della poesia, della critica, della
narrativa, dell'editoria a livello nazionale ed europeo. Insofferente, come
molti suoi coetanei, nei confronti dei contenuti e dei metodi del positivismo e
degli indirizzi storico-filologici, fu convinto seguace dell'idealismo di B.
Croce e della rinascita dell'interesse per la critica di F. De Sanctis; la sua
attenzione si estese, da Croce e dai crociani, anche agli intellettuali che
dialogavano con Croce dall'esterno dell'idealismo. Di questa sua
posizione egli rende conto in Il mantello di Arlecchino (Roma 1914 [ma 1913]),
sostanziosa silloge ricca di indicazioni e di suggestioni critiche, in cui
traccia il panorama della letteratura italiana della belle époque. Se De
Sanctis e Croce forniscono modelli e suggerimenti, tuttavia il lavoro critico
del G. non è inteso come applicazione pedissequa della dottrina dei maestri:
egli integra, rilegge, propone nuove osservazioni. A complemento di questo
lavoro è poi allegato un esaustivo tracciato dell'attività editoriale in
Italia. Di umori nazionalisti e interventisti è intrisa la sua prima
raccolta di versi in dialetto romanesco, Er libbro rosso de la guera (Roma
1915; che contiene anche il canovaccio teatrale in dialetto Le maschere de la
guera, pp. 3-21) mentre, per Trieste italiana e contro il mondo tedesco, il G.
pubblicò in Aprutium(IV [1915], f. 8), una canzone, Sorella nostra!,
celebrativa della latinità assunta a valore contro la barbarie del "duro settentrione".
Fu, comunque, la Grande Guerra a far maturare in lui un processo di piena
conversione al moderno, inteso quale gusto, mimesi linguistica, diegesi e
strumentazione di idee e di stili fondati sul nuovo. Si avvicinò a F.T.
Marinetti, di cui tra i primi aveva dato un profilo essenziale e pertinente (ne
Il mantello di Arlecchino, pp. 193-211), e ne divenne amico, ma corresse anche
il giudizio nei confronti dei futuristi, che nell'anteguerra egli aveva
adeguato, sulla scorta di G. Papini, a "marinettiani" (ibid., pp.
213-223), tra i quali, invece, venne distinguendo posizioni diverse, sostenendo
soprattutto alcuni di essi, come R. Vasari, L. Folgore ed E. Prampolini. Meditò
attentamente sul teatro di L. Pirandello, si entusiasmò per il teatro del
colore di A. Ricciardi, strinse amicizia con i Bragaglia, con V. Orazi, con M.
Bontempelli. Fu soprattutto l'ispirazione poetica a farsi nel G. più
avvolgente e convinta: la parola, che nelle sue composizioni d'anteguerra si
risolveva in veicolo di denunzia, di argomentazione e di persuasione, o di
descrizioni realistiche (vedi Er libbro rosso de la guera), acquistò nuove
sfumature, più allusive, e si dispose su tramature in cui si riscontrano
riflessi di G. Pascoli, di G. Gozzano, di C. Govoni, di A. Palazzeschi,
raggiungendo talora esito felice, come nelle tre liriche Alla stazione, Ogni
giorno così e Limbo, apparse in Le foglie dell'orologio (Roma s.d.), poi
riproposte con diverso titolo in Il grande amore (Firenze 1926). In
quest'ultima silloge, accanto alle tre citate, figurano nuove composizioni,
ispirate al realismo magico di Bontempelli (Sembra una favola!, A teatro, Le
tre vecchine, Orgoglio); e, di fatto, l'avvicinamento a Bontempelli, sia sul
versante saggistico-estetologico sia su quello poetico, era iniziato da tempo:
già la raccolta Il mulino della luna (Milano 1924; di cui si ricordano in
particolare Come un cipresso notturno, L'oca azzurra, L'isola lontana,
Pierrots, Si parte, Con la rete dei pensieri, È passato il re, L'automa nella
pioggia, Annunciazione, Epilogo), posta cronologicamente fra le due
summenzionate, poggiava sostanzialmente su una griglia di suggerimenti
metafisico-surreali ascrivibili all'ambito ideale di Bontempelli e ai suoi
immediati dintorni. Non altrettanto positivo e più scontato l'esito
raggiunto dal G. nel romanzo e nella novella (per lo più inediti) con
l'eccezione di L'oca azzurra (Roma 1925) - che riprende titolo e immagini della
lirica de Il mulino della luna, intrisa di un umorismo alla Folgore e di un
magismo che rinvia nuovamente a Bontempelli - e di Coriandoli, una raccolta,
appunto inedita, di novelle. Ma gli interventi più interessanti del G.
sono quelli legati al discorso critico sul teatro, riguardo al quale egli
concordava con avanguardisti e sperimentali sull'ineludibilità del rinnovamento
delle sue pratiche, delle sue strategie e dell'idea stessa su cui esso si
costituisce. A tal fine, si impegnò innanzitutto concretamente, fondando e
gestendo in proprio un laboratorio teatrale posto sotto il segno di un "antigrazioso"
irritante e provocatorio; infatti, nel 1921, a Roma, con un anno di anticipo
sul teatro degli Indipendenti di A.G. Bragaglia, egli aveva fondato e preso a
dirigere quel cabaret, La Bottega del diavolo, sito all'interno dell'hôtel
Élite et des étrangers, poi Majestic, di sua proprietà. Dell'albergo
erano frequentatori e gratuitamente ospiti numerosi futuristi, tra cui
Marinetti, giornalisti e scrittori; negli scantinati, detti
l'"inferno", arredati con mobili e manufatti realizzati da F. Depero,
da Prampolini e da altri, e decorati con immagini di diavoli danzanti, armati
di forconi e pronti a scaraventare nelle fiamme i dannati, si davano ogni
sabato spettacoli futuristi e modernisti. Ai programmi, e alla loro
realizzazione, presiedeva una commissione di esperti e primi attori, tra cui
erano lo stesso G., nel ruolo di Minosse, Trilussa quale Lucifero, Folgore come
Cerbero, e Bontempelli come Barbariccia (per una dettagliata testimonianza sul
cabaret, che andò avanti fino al 1927, si veda Un covo di diavoli nella Roma di
40 anni fa, in Il Tempo, 19 apr. 1967). Dietro la facciata di questo
underground ante litteram, il G. andava maturando la sua riflessione sul
rapporto tra teatro e corporeità, dionisismo, vitalismo, e sulla necessità di
accelerare il processo di rivitalizzazione e risignificazione del teatro stesso
e delle attività collegate. A monte di tale riflessione specificamente
orientata sul teatro, si collocavano i due volumi del saggio L'irrazionale (I,
Filosofia ed estetica. Sistema di una nuova scienza del bello; II, L'eroe e la
falce. Scorcio architettonico di letteratura europea dalle origini ai nostri
giorni, Foligno 1924), che s'inseriscono, con ogni evidenza, nel quadro
generale dell'avanguardia internazionale, impegnata a riconsiderare i
fondamenti dell'arte e dell'estetica nella chiave del notturno,
dell'inquietante, dell'anamorfico. Viceversa il discorso specifico sul
teatro s'innerva in tre opere successive: Il teatro contemporaneo e le sue
correnti caratteristiche di pensiero e di vita nelle varie nazioni
(Torino-Milano-Roma 1924), che si propone di indagare sui nuovi linguaggi del
teatro nelle sue varie manifestazioni nazionali; Scenografia. La tradizione e
la rivoluzione contemporanea (Roma 1926), in cui il G. esamina, tramite lo
specifico della scenografia, le vie attraverso le quali si possa raggiungere e
comunicare la realtà "che si trova di là dall'apparenza" (p. 210), e
come si possa darne una rappresentazione, interrogandosi su intuizioni e
tentativi di alcuni tra i nomi più significativi della storia del teatro
moderno - a partire da R. Wagner e proseguendo con G. Craig, A. Appia, V.
Mejerchol´d - ma soprattutto dando conto delle esperienze del "teatro
della sorpresa" futurista - di Vasari in particolare (L'angoscia delle
macchine, Milano 1925), ma anche di Prampolini, V. Marchi, Folgore, oltre che
del "teatro del colore" di A. Ricciardi e del laboratorio di A.G.
Bragaglia -, e studiando le esperienze futuriste del dinamismo plastico, della
simultaneità e della sintesi. Seguì infine Il grottesco nell'arte e nella
letteratura (ibid. 1927), in cui, riproponendo anche alcuni studi di prima
della guerra (sul grottesco nell'Inferno di Dante, sulla maschera turca di
Karagöz), il G. approfondisce soprattutto lo studio sul teatro futurista
italiano nella chiave del grottesco e del fantastico (in particolare, E.
Cavacchioli, L. Chiarelli, L. Antonelli). Al termine dell'intensa
stagione intellettuale degli anni Venti, convinto di essere stato sfruttato e
trascurato dalla cultura ufficiale, il G. si appartò, allontanandosi da Roma,
senza tuttavia smettere di studiare e di scrivere: lasciò quindi numerosi
scritti inediti conservati presso gli eredi. Nel secondo dopoguerra, il
G. si stabilì in una località di mare, Sant'Ilario Ligure (Genova), dove morì
il 24 dic. 1952. Tra le opere del G., oltre a quelle citate nel testo, si
ricordano: per la narrativa: Cagliostro(Milano 1925); per la saggistica: Le
bruttezze della Divina Commedia (Alatri 1920); Le bellezze della Divina Commedia
(Milano s.d. [ma 1921]); Studi di estetica dell'irrazionale(ibid. s.d. [ma
1921]). Fonti e Bibl.: M. Verdone, Teatro del tempo futurista, Roma 1969,
pp. 274-276 e passim; Id., Prosa e critica futurista, Milano 1973, pp. 314-317,
339; P.D. Giovanelli, G. G.: l'irrazionale e il teatro, Roma 1978; U. Piscopo,
G. G., in Dizionario del futurismo, a cura di E. Godoli, Firenze 2001, sub
voce.Gino Gori. Keywords: l’eroe e la falce, bello, eroe, falce, irrazionale,
mantello dell’arlecchino – bellezza,
futurismo – Refs: Luigi Speranza, “Grice e Gori” – The Swimming-Pool Library.


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