Grice
e Guzzo: l’implicatura conversazionale -- pagine di filosofi – filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo. Grice: “I admire Guzzo; he founded
‘Filosofia,’ a philosophy magazine and led a school at Torino, but he selected
‘pagine di filosofi per i giovani italiani.’ He wrote interesting essays on
“Gli hegeliani d’Italia” and Croce versus Gentile – a very systematic
philosopher. The logo of his revista shows Oedipus and thes sphynx – that says
it all!” Si laurea a Napoli, dove fu allievo di Maturi. Insegna a Torino e
Pisa. Fonda "Erma”. Esponente dell'idealismo, si avvicinò all'attualismo
di Gentile. È considerato quindi uno dei più grandi esponenti dello spiritualismo.
Saggi: “Spinoza”; “Kant”; “Verità e realtà”; “Apologia dell'idealismo”;
“Idealisti ed empiristi”; “Aquino”, “Bruno”; “Storia della filosofia”, “L'uomo”
(Brescia, Morcelliana); “L'io e la ragione”; “Moralità”; “Scienza”; “Arte”;
“Religione; “Filosofia” – P. Quarta, “Guzzo e la sua scuola, Urbino, Argalìa; Dizionario
Biografico degli Italiani, Treccan. L’ISAGOGE DI PORFIRIO E I COMMENTI DI
BOEZIO EDIZION, TORINO I DE “L’ERMA L’ISAGOGE DI PORFIRIO E I COMMENTI DI
BOEZIO TORINO L’ERMA, ESTRATTO dagl’Annali dell’
Istituto Superiore di Magistero del Piemonte. TORINO - L’Isagoge di
Porfirio e i Commenti di Boezio. Il Commento di Porfirio alle Categorie
di Aristotele. Questioni su le Categorie. L’Isagoge. Il prologo. Il primo
commento di Boezio al prologo dell’Isagoge. Il secondo commento di Boezio. Le
cinque voci. Il genere. La specie. La differenza. La qualità.
L’accidente. Quel che hanno di comune le cinque voci.Comparazione del
genere con le alti e quattro voci. Comparazione della differenza con le
altre quattro voci. Comparazione della specie con le altre quattro voci. Comparazione
della proprietà con le altre quattro voci. Comparazione dell’accidente con
le altre quattro voci. Il primo commento di Boezio alla dottrina delle cinque
voci. Il dialogo premesso al primo commento di Boezio. Divisione della
filosofia. Il secondo commento di Boezio. Conclusione.Queste esposizioni
di antichi testi molto famosi ma poco letti co- stituirono l’argomento
del corso di Pedagogia da me professato nell’Istituto Superiore di
Magistero del Piemonte nell’anno accademico 1927-28. Volevo dare una
conoscenza possibilmente precisa di quel che era l’istruzione c la
cultura nell’alto medioevo : ed esposi i testi che in quei secoli erano
più meditati lumeggiando, di scorcio, anche lo sfondo d’idee su cui sorse
più tardi, sui primi periodi déìVIsagoge, la disputa degli
universali. Porfirio, che è autore della
celebre « Isagoge, o In- troduzione alle Categorie di Aristotele » , è
anche autore di un meno noto Commentario alle medesime Categorie. Sarà
utile studiare almeno la prima parte, cioè la parte introduttiva di
tale Commentario: forse si troverà in essa la spiegazione del punto di
vista dal quale si pone Porfirio nella « Isagoge » . Questo
Commentario ci è pervenuto mancante delPultima parte - quella riguardante
le ultime quattro categorie e i post-predicamenti - e assai scorretto e
guasto anche nella parte precedente. Lo si trova in un codice modenese
miniato del secolo XIII, in un codice della Marciana del secolo XV, in
uno delPEscuriale del secolo XVI, in uno parigino dello stesso
secolo XVI, in uno della Laurenziana del secolo XV. E' però dimostrato
che di tutti questi codici il primo, da cui tutti gli altri dipendono
direttamente, è quello modenese. Di sul codice parigino il commento
fu stampato a Parigi nel 1543 « apud Jacobum Bogardum ». Su questa
edizione, che è Pedizione principe, del Commentario, fu condotta la
versione latina di Feliciano, stampata in Venezia « apud Hieronymum
Scotum ». L’ « edizione critica » è del 1887, e si deve alle cure
logica che, ad esporli, si può tutt’al più riescire chiari; ma
avviciuarli alla comune cultura può forse essere utile. Anche questo
corso, che era rimasto inedito, va messo tra i lavori da me preparati per
l’Istituto Supe- riore di Magistero del Piemonte. Mi sia permesso
enumerarli : Apologia dell’idealismo (Discorso inaugurale dell’anno
accademico 1924 25), Torino, Paravia, 1925; Introduzione e Commento al
i^edone di Platone, Commento alla Repubblica di Platone, Agostino: dai
Contra Academicos al De Vera Religione^ Firenze, Vallecchi; Agostino, Il
maestro^ Traduzione, Intro- duzione, Commento e Appendici, Firenze,
Vallecchi; Tommaso d’Aquino, Il maestro, Traduzione, Introduzione e
Commento, Firenze, Vallecchi; Giudizio e azione, Venezia, «La Nuova
Italia», 1928; Agostino e il sistema della grazia, Torino, «L’Erma»;
Il concetto di individuazione e il problema morale (Discorso inaugurale),
Torino, « L’Erma »; La « Summa contra Gentiles », Torino, « L’Erma »,
1931 ; I Dialoghi del Bruno, Torino, « L’Erma ». di Adolfo Busse, nell’edizione dei commenti
greci ad Aristotele, promossa dall’Accademia Prussiana (Voi. I, pars. I «
Porphyrii Isagoge et in Aristotelis Categorias commenta rium edidit
Adolfus Busse. — Berolini, Typis et impensis Georgii Reimer).
Il Commento procede per yììx di domanda e risposta. E’, in londo,
un dialogo, ma in cui le persone degli interlocutori non hanno alcun
rilievo ; la « domanda » parte da uno che non sa e chiede spiegazioni :
la c Risposta » enuncia, evidentemente, la soluzione che Porfirio crede
si possa e si debba dare alle varie questioni. Le quali se, da un certo
momento in poi, riguardano il più giusto significato da attribuire alla
lettera del testo aristo- telico, prima vertono su problemi che investono
rimpianto stesso del piccolo scritto aristotelico. Prima questione.
— « Categoria » in greco vuol dire € accusa », « denunzia ». Come
mai Aristotele chiamò Categorie l'essenza, la quantità, la qualità, ecc.?
La risposa è che il filo- sofo, costretto talvolta a coniar parole nuove,
tal’altra a dare un significato nuovo a parole consuete, adoprò la parola
« Cate- goria » per indicare le « espressioni enunciative delle cose
» (tàc twv Xé^soov twv a'ijjxavttxwv y.arà twv TUpaYixatcov xat-
YjYopta? TrpoosìTcsv). Sicché, ogni semplice espi*essione enunciativa,
quando sia pronunciata e detta della cosa enunciata, si dice categoria.
Per esempio: se la cosa che vien mostrata è questa pietra che tocchiamo e
che vediamo, quando di essa diciamo: «questa è pietra», l'espressione
«pietra» è il categorèma, giacché indica la cosa e vien detta di
essa. Seconda questione. — Aristotele chiamò il suo scritto «
Categoi'ie » o, come altri, « Le dieci Categorie » ? Porfirio
risponde respingendo tanto questo titolo dello scritto quanto gli altri :
« Prima della Topica », « dei generi dell'essere » « dei dieci
generi > . Non « Prima della Topica » perché in tal caso sarebbe stato
più esatto dire «Prima degli Analitici», anzi « Prima deU’interpretazione
» : chè il libro delle Categorie è il più elementare e introduttivo a
tutte le parti della filosofìa, E piuttosto sarebbe < Prima della
parte fisica della filosofia » . anziché « Prima della Topica » : chè è
opera della natura « l’es- senza, il quale e simili » . Nè lo
scritto potrebbe in nessun caso intitolarsi « Dei generi dell’essere » o
« dei dieci generi » « perchè gli esseri e i loro generi e le specie e le
differenze sono cose e non voci » : e invece Aristotele, enumerando le
dieci categorie, l’essenza, il quale, il quanto e le rimanenti, dice:
«ciascuna delle dette si dice per sé stessa, non per attribuzione, mentre
l’attribuzione, 0 affermazione, avviene mediante connessione di esse tra
loro ». Or se è la connessione delle categorie quella che dà luogo
alle asserzioni, e se le asserzioni consistono in voci indicative e
discorsi dimostrativi (èv oyjaavrix-^ xai àTio^avTixij)), lo
scritto aristotelico non può riguardare i generi dell’essere, nè in
generale le cose: chè non la connessione delle cose costi- tuisce
asserzione, bensì la connessione delle voci significative che indicano le
cose. E Aristotele stesso dice: « ciascuna delle categorie
dette senza alcuna connessione significa o l’essenza o il quanto »,
con quel che segue. Ora, se Aristotele parlasse di cose, non
direbbe « significa l’essenza », chè le cose non significano, bensì
sono significate. _ Ciò che significa è la voce, la parola:
di voci, di parole dunque, tratta Aristotele nelle Categorie.
Perchè, poi, debba essere questo il titolo dello scritto, sarà
chiaro - dice Porfirio - quando si sia dimostrato il contenuto proprio
del libro. Quale è dunque il contenuto proprio delle
Categorie? Porfirio risponde rifacendosi di lontano.
• L’uomo - egli scrive - giunto a indicare e significare le
cose circostanti, pervenne a nominarle con la voce e a indicare con
questo mezzo ciascuna di esse. Il primo uso che egli fece delle parole fu
rivolto a mostrare ciascuna cosa per mezzo di voci e di parole; col quale
riferimento delle voci alle cose questo chiamò sedile, quello uomo,
quell’altro cane e quell’altro sole: e ancora questo colore chiamò
bianco, quello nero; e questo chiamò numero, quello grandezza ; questo
due cubiti, quello tre cubiti; e cosi per ciascuna cosa stabili parole e
nomi signifi- cativi di esse e indicativi mediante determinati suoni
della voce. Stabilite dunque per le cose, come contrassegno,
talune parole, Tuomo, passando ad una seconda impresa e riflettendo
sulle parole stabilite, quelle che si uniscono agli articoli chiamò nomi,
e quelle come « io passeggio, tu passeggi » chiamò verbi. Di modo che, se
nella prima imposizione » di nomi questo chiamò oro e quello sole, nella
seconda la voce < oro » chiamò nome e la voce < passeggio »
verbo. Ora il contenuto delle Categorìe d’Aristotele è precisamente
il primo stabilimento delle parole, quello che mostra le cose: giacché
studia le voci significative semplici, in quanto signifi- cative delle
cose, distinguendole non l’una dall’altra individual- mente, chè, di
numero, le voci sono infinite come le cose che significano, ma distinguendole
secondo il genere a cui appar- tengono. Ora l’infinità degli enti e delle
parole che li significano si lasciano ridurre a dieci generi: giacché
dieci sono le diffe- renze di genere degli enti, e dieci anche le voci
che le indicano. Ma questo fatto che le voci, simili a messaggere,
prendano le differenze dalle cose che annunziano, non toglie che la
ricerca principale sia, nelle Categorie^ intorno alle voci
significative, e non intorno alle differenze di genere degli enti.
Dieci sono i generi delle parole in quanto significative di cose:
ché significano o l’essere (la sostanza), ó la quantità, la qualità, la
relazione, ecc. (i nove accidenti della sostanza). Due, invece, sono le
parole che significano il tipo a cui appartengono ; giacché tutte
le voci sono di due tipi: o nomi o verbi. Alla quale seconda ricerca -
grammaticale, non logica, diremmo noi > appartiene anche distinguere
la espressione propria dalla metaforica e dagli altri tropi.
Presentata cosi la ricerca delle Categorie come una ricerca nè
metafìsica, nè grammaticale, nè retorica - non metafìsica perchè secondo
Porfirio, è incidentale il riferimento ai generi delPessere, essendo
Pattenzione rivolta ai generi delle parole significative, in quanto appunto
significano questo o quello; non grammaticale, perchè nelle « Categorie »
non si distinguono tra loro le varie parti del discorso, che è
distinzione tardiva rispetto a quella che distingue le voci secondo ciò
che signifi- cano, non secondo che siano proprie, metaforiche, ecc. -
Porfirio osserva che, contro la sua interpretazione che intende la
ricerca delle Categorie come una ricerca, noi diremmo, di filosofia
del linguaggio, e gli antichi dicevano di logica, comunemente iden-
tificando col pensiero la sua significazione verbale, si schieravano
tanto quelli che ritenevano oggetto principale delle Categorie la ricerca
metafisica intorno ai generi dell’essere, quanto quelli che. credendo
oggetto delle Categorie la ricerca retorica delle espressioni proprie e
delle figurate, ritenevano la distinzione aristotelica delle Categorie o
insufficiente o incomprensiva o, al contrario, sovrabbondante. Fra questi
ultimi, per esempio, i seguaci di Atenodoro e di Cornuto, studiando le
espressioni proprie ed improprie, e volendo sapere a quali categorie
esse appartenessero, non trovando nello scritto aristotelico
risposta a tale domanda, ritennero manchevole e difettosa
Penumerazione aristotelica, come non comprensiva di tutte le voci
significative. Invece, secondo Porfirio, rettamente intesero lo scritto
d’Aristotele Poeto nel suo commento alle Categorie, e più brevemente
Erminio. Il quale dice che la ricerca non verte nè su quelli che in
natura sono i primi e generalissimi generi (che non sarebbe insegnamento
adatto ai giovani), nè studia quali siano le prime ed elementari
differenze delle parole, come se la trattazione riguardasse le parti del
discorso; ma piuttosto verte sulla spe- cie di parole che risulti
appropriata a ciascun genere di enti: onde fu necessario toccare in
qualche modo dei generi, a cui le parole si riferiscono : chè non si
intenderebbe la significazione propria di ciascun genere se qualcosa
intorno ad esso non s’an- ticipasse. Poiché dieci sono i
generi, dieci sono le categorie. E si potrebbe magari anche intitolare lo
scritto aristotelico Dei dieci generi » se con ciò si significasse solo
un riferimento ai dieci generi, giacché non di essi si occupa
principalmente il libro. Quarta Questione.Perchè il libro verte su le «
Categorie > e s’inizia con una trattazione su gli omonimi e i
sinonimi? Perchè queste sono distinzioni delle quali Aristotele
deve fare uso in tutto l’Organo: perciò le premette ad ogni altra
considerazione. Tralasciamo, ora, il seguito del Commento
Porfiriano; ma ci gioverà aver visto come Porfirio intendesse quelle
Categorie alle quali s’assunse lo storico compito di « introdurre »
. La celebre « Isagoge » di Porfirio tratta del genere, della
differenza (che, entro ciascun genere, distingue l’una dall’altra le
specie), della specie, della proprietà (che caratte- rizza ciascun genere
e ciascuna specie) e dell’accidente (che, senza essere intrinsecamente «
proprio » d’una sostanza, le si attaglia in talune circostanze).
La trattazione del genere è, però, preceduta da una famosa
introduzione, nella quale Porfirio si rivolge a Crisaorio, patrizio
romano suo discepolo, dicendo: « Poiché, 0 Crisaorio, è necessario
anche per la dottrina « aristotelica delle Categorie, sapere che sia
genere e che diffe- « renza, e che sia specie e che proprietà e che
accidente; « siccome e per assegnar le definizioni e in generale per
quel « che riguarda la divisione e la- dimostrazione è utile
l’indagine « di tali cose: io, facendo per te una compendiosa
trattazione, < tenterò brevemente, come a mo’ di introduzione,
di spiegare « il pensiero degli antichi, astenendomi dalle ricerche,
più € profonde e investigando, invece, opportunamente le più «
semplici » . Le ricerche più profonde, da cui Porfirio professa di
astenersi, riguardano la realtà dei generi e delle specie, in una
parola degli universali. Difatti Porfirio continua: « Ora,
riguardo ai generi e alle specie, se esistano o invece c stiano solo nel
pensiero e, dato che esistano, se siano corpi « 0 incorporei, e se
separati o esistenti nei sensibili e non « fuori di essi, io eviterò di
dire, profondissima essendo questa « questione e richiedendo essa altra
maggiore ricerca » . Onde Porfirio conclude dicendo che si limiterà
a cercare d’esporre a Crisaorio ciò che gli antichi meditarono intorno
a questi argomenti, e tra essi specialmente i Peripatetici.
Porfirio, dunque, tratterà dei generi e delle specie senza
determinare se siano idee, cioè enti metafisici, o semplici concetti,
esistenti solo nella mente che li pensa. Ma, per conto suo, per quale di
queste dottrine propende? Grià si è visto che egli considera
generi, specie e differenze « cose, non voci » e che, in generale,
ritiene che le distinzioni logiche trovino la loro ragion d’esseie in
altrettante distinzioni metafisiche di cui si fanno espressione. Per
Porfirio dunque, generi e specie riguardano l’essere, e se egli prelude
alla Logica aristotelica trattando di essi, in fondo egli ridà alla
Logica d’Aristotele il fondamento della dialettica platonica, tutta
diretta a distinguere generi e specie e valida, nel pensiero di
Platone, tanto oggettivamente, come metafisica, quanto
soggettivamente, come logica. Questo punto di vista
realistico da cui è scritta l’intera < Isagoge » non sfugge,
nonostante tutto, al commentatore Boezio, il quale torna sulla importante
questione cosi nel primo come nel secondo dei suoi commenti
all’Isagoge. È noto che i due commenti son diversi tra loro in
quanto il primo si dirige ai principianti e quindi evita le
discussioni troppo complicate e sottili, il secondo, invece, vuol indurre
i discepoli già provetti a una ginnastica mentale adatta alle loro
‘forze e alla loro preparazione. Non è meraviglia, quindi, che la «
questione degli universali » — giacché ormai di essa si tratta — sia
impostata diversamente nei due commenti, sebbene la trattazione giunga a
risultati assai affini. Il primo commento di Boezio giunge a
interpretare il prologo deirisagoge solo al decimo capitolo, e mostra
chiaro lo sforzo di ricorrere alle argomentazioni e dimostrazioni
più semplici, affinchè i principianti possano intenderle ed afferrarle.
In verità Porfirio pone e rinvia tre questioni: - se generi e
specie esìstano davvero o stiano solo neirintelletto e nella mente;
- se siano corporei o incorporei; - se siano separati o uniti con i
sensibili. Rispetto alla prima questione « se generi e specie
esistano davvero, o stiano solo nell’intelletto e nella mente »,
Boezio sembra interpretarla in un modo che forse non coincide inte-
ramente con ciò che intendeva Porfirio. Questi, forse, intendeva
domandarsi: generi e specie sono idee platoniche, cioè enti, o invece
concetti aristotelici, cioè universali puramente mentali nati nel
pensiero e dal pensiero? Se sono idee platoniche, si intende che sono, non
solo incorporee, ma separate. Se invece sono concetti aristotelici, essi
corrispondono, nella mente, a forme che nella realtà vivono intrinsecate
nelle cose sensibili. La questione, dunque, è : gli universali vanno
concepiti plato- nicamente, ante rem, o aristotelicamente, post rem,
giacché in re essi esistono, ma intimi alle stesse cose particolari?
Se questo è ciò che intende domandarsi Porfirio, si capisce come
egli preferisca rimandare questa controversia prò Platone 0 prò
Aristotele a un momento in cui il suo discepolo Crisaorio sia già innanzi
negli studi filosofici. Ma Boezio intende la que- stione in maniera assai
diversa. Egli non intende i generi e le specie se non come universali
mentali post rem, come con- cetti aristotelici. La conoscenza si inizia
con la sensazione: per sensuum qualitatem res sensibus subiectas
(animus) intel- legit Dalla sensazione lo spirito parte per concepire le
specie ed i generi: et ex bis (le cose sensibili) quadam
speculatione concepta, viam sibi ad incorporalia intellegendapraemunit,,.
Così, quando vede i singoli individui umani, sa d’aver visto
uomini, sa che sono uomini quelli che ha visti. Di qui lo spirito
sale a discernere la stessa specie « uomo », incorporea perchè non
si concepisce che con la mente e rintelligenza. Ma, come movendo
dalla sensazione lo spirito giunge a comprendere le cose incor- poree,
così, movendo dalle stesse sensazioni, lo spirito arriva a immaginarsi,
per esempio, i Centauri, la cui fallace imma- gine si compone di elementi
della forma umana ed elementi della forma equina. Or si domanda: generi e
specie sono con- cepiti con verità, sicché comprendiamo la specie uomo
giusta- mente ricavandola dai singoli uomini coi'porei, o invece
sono immaginati con finzione mentale pari a quella di cui parla
Orazio nell’Arte Poetica, quando dice: « fiumano capiti cer- vicem pictor
equinam iungere si velit » ? Come si vede, BOEZIO non crede che la
domanda di Porfirio sia rivolta a sapere se gli universali siano reali o
puramente mentali, ma se siano concetti veri o pure finzioni
delPimma- ginazione. Il che significa porsi già su terreno
prettamente aristotelico, giacché tutto si riduce a domandare se gli
uni- versali post rem siano rettamente pensati o fallacemente imma-
ginati, o, con altre espressioni, se siano concetti o puri sogni e
chimere. La risposta che Boezio dà a questa domanda è, se non
er- riamo, singolarmente infelice. Per lui non è dubbio che i
generi e le specie « sono veramente»: «difatti, come tutte le cose
che veramente sono senza queste cinque: non possono essere, così non
si può dubitare che anche queste cinque son concepite con verità (vere
intellectas) » . Che è una strana maniera di presupporre gli universali
reali nelle cose sensibili, quando proprio la domanda è se gli universali
siano reali o fallaci- Per Boezio generi, specie, differenze, proprietà,
accidenti, queste cinque distinzioni nelle cose sono « conglutinatae et
quodam- modo coniunctae atque compactae ». Difatti, perchè
Aristotele parlerebbe delle prime dieci espressioni (sermonibus)
signifi- canti i generi delle cose, o perchè raccoglierebbe le loro
diffe- renze e proprietà e toccherebbe degli accidenti, se non li
avesse visti nelle cose intrinsecati e in qualche modo riuniti ( <'
in rebus intima et quodammodo adunata » ) ? In base a questa
argomentazione Boezio conclude che « se è cosi, non c’è dubbio che siano
veramente e sian tenute (le cinque distinzioni) con giusta riflessione
(«certa animi consideratione >). Ma si vede chiarissimo che BOEZIO
dà per certa e dimo- strata la concezione aristotelica degli univeisali
come forme immanenti nelle cose particolari, onde conclude che lo
spirito, pensandoli, è nel vero e non neirerrore delle pure
finzioni immaginarie. Ma se la questione era per Porfirio se gli
uni- versali fossero reali o puramente mentali, e per Boezio se
fos- sero concetti veri o mere finzioni immaginarie, nè la
questione porfiriana, nè quella boeziana possono essere risolte con
Tappellarsi alla concezione aristotelica di universali reali nei parti-
colari, e quindi veri, post rem, nello spirito umano. Questo è un
affermare il temperato realismo aristotelico, non un l isol- vere la
questione con un procedimento dimostrativo. Boezio presuppone dimostrato
Taristotelismo per decidere in senso aristotelico e su V autorità di
Aristotele la questione da lui posta. Senonchè Boezio trova
un’altra conferma realistica- della sua opinione nell’assenso, per quanto
tacito, dello stesso Porfirio. Giacché, egli dice, Porfirio, come se già
fosse risaputa e pro- vata la realtà degli universali, domanda se siano
corporei o incorporei. La quale domanda sarebbe troppo frivola e
assurda se non si fosse prima assodata, per gli universali, quella
realtà che ora si domanda se sia corporea o incorporea. Ma anche
qui forse Boezio, neirinterpretare Porfirio, va lontano da quello che
egli intendeva dire. Porfirio forse domandava: — generi e specie sono
reali o puramente mentali? Se reali, nel senso platonico, sono enti
incorporei; se meramente mentali, non si può ad essi attribuire altra
realtà che nei corpi stessi. Vale a dire, se reali, nel senso platonico,
sono separati: se meramente men- tali, non possono concepirsi che immanenti
nei corpi, congiunti con essi e da essi inseparabili, tranne che per
astrazione nel pensiero umano. Se questa che qui proponiamo
fosse una interpretazione plausibile del celebre prologo porfiriano, le
domande ivi contenute in realtà non sarebbero tre, ma una sola: gli
universali sono reali, o mentali? vale a dire, sono incorporei, o
esistono nei corpi? cioè, sono separati, o intrinsecati nei corpi e da
essi inseparabili ? Ma BOEZIO le intende come tre domande,
ciascuna delle quali presupponga già risolta in un determinalo senso le
precedenti. Difatti, egli dice: solo se alla prima domanda « se gli
universali siano reali » si risponde affermativamente, si può poi domandare
se esistano come corpi o come incorporei ; e parimenti, solo se a questa
domanda si risponda affermando Tincorporeità degli universali, si può
domandare se, essendo incorporei, esistano separati dai corpi o siano da
essi inseparabili. Rispetto alla seconda questione « se gli universali
siano corpi 0 incorporei » Boezio tratta separatamente il genere
dalla specie. Quanto al genere egli dice, « quia
incorporeorum prima natura est», può una cosa incorporea essere madre di
una corporea, ma non viceversa, giacché, la sostanza essendo il
genere, e corporale e incorporale le specie, il genere non può essere
corporale, chè, se fosse tale, la specie incorporea non potrebbe
subordinarglisi. Dal che discende che il genere non deve essere nè
corporeo nè incorporeo, si da poter avere per specie così il corporeo
come Tincorporeo. (E qui Boezio solleva una questione di
grandissima importanza. Se il genere non può avere nessuna delle
determinazioni che costituiscono le proprietà delle specie e le loro
reciproche differenze, donde nascono nelle specie queste differenze che
nel genere, da cui pure le specie derivano, non ci sono? Non si può
pensare che il genere animale possegga tanto la proprietà della
ragionevolezza quanto quella della irragionevolezza: chè posse- dere in
sè due contrari sarebbe impossibile. Bisogna dunque che, per poter dare
luogo cosi alBuna come alEaltra delle due specie, il genere non abbia nè
Buna nè Taltra delle due differenze specifiche: non sia nè Tuna nè
l’altra specie, pur contenendole entrambe « vi sua et potestate » .
Ed anche questa è, come si deve, una soluzione prettamente
aristotelica della questione: il genere è «in potenza» le sue specie,
senza essere « in atto » nessuna di esse. Ma non è qui il caso di
saggiare la consistenza o la inconsistenza di un simile tentativo di
spiegazione che, non riuscendo a dar ragione del nascere delle
differenze, le presuppone già esistenti, e tuttavia non ancora reali,
giacché sono potenziali, virtuali). Si è visto dunque che per
Boezio il genere non è nè corporeo, nè incorporeo : il che significa, su
questo punto, non rispondere alla domanda di Porfirio, ma sottrarsi ad
essa. E la ragione di tutto ciò è chiara. Porfirio è tutt’ altro che
convinto che gli universali siano puri concetti: ecco perchè egli tende
ad affer- marli reali e incorporei. Ma per Boezio gli universali sono
semplici concetti: e però, per quanto sia anch’egli convinto con Platone
ed anche con Aristotele, che Tincorporeo è, per natura, prima del
corporeo, pure è costretto, dalla sua concezione mera- mente logica e non
metafisica degli universali come concetti e non come idee, a pensare il
genere come privo delle determinazioni che saranno proprie delle specie:
a costo di non sapere più d donde derivino alle specie queste differenze,
che sono estrai alla sola fonte delle specie che è il genere. Ma
Boezio si illude che ammettere la potenziale presei delle differenze
specifiche nel genere sciolga la difficoltà: ( inoltra nella
considerazione meramente logica del genere co semplice concetto, adatto
esclusivamente alle classificazi scolastiche dei concetti secondo la loro
estensione, mentre, ] Platone, il genere era pregnanza di realtà o
idea. Quanto alle specie Boezio ne ammette di corporee e di
ine poree: specie corporea Puomo; incorporea: Dio. Parimenti le
differenze: «quadrupede» è differenza cor rea ; < ragionevole *
differenza incorporea. Cosi anche le proprietà: corporee di cose
corporee; ine poree di cose incorporee. E lo stesso è degli
accidenti: accidente incorporeo è nello s ritolascienza: accidente
corporeo èsul capo la capigliatura cres Insomma per BOEZIO, solo il
genere è neutro, nè corpor nè incorporeo: ma le specie, le differenze, le
proprietà e accidenti sono corporei se appartengono ai corpi,
incorporei appartengono allo spirito. Senonchè, in questa
teoria, lo stesso Boezio, che non potuto riconoscere incorporeo il genere
per la sua conside zione meramente logica di esso, ammettendo corporee le
spe( le differenze, le proprietà e gli accidenti delle cose corpor
rinunzia a considerare specie, differenze ecc. come distinzi meramente
logiche, e non solo le pensa metafisicamente intr secate nelle cose
singole, ma fatte una cosa sola con esse, da ricevere la loro stessa
natura. Torna, bensì, a una considerazione meramente logica
de distinzioni porfiriane, stabilendo, dopo la prima, ora espos una
seconda teoria, che peraltro egli presenta come una teo altrui. Secondo
questa teoria il genere va considerato coi genere, come pura
determinazione logica o concetto. E se sostanza è genere, non dev’essere
considerata come una sostanza, ma come un genere, cioè come qualcosa che
ha delle specie sotto di sè. Cosi pure la specie. Corporeo e incorporeo
saranno specie della sostanza. Ma essi vanno considerati come pure
specie, cioè come concetti che stanno sotto un genere. Pari • menti le
differenze: bipede e quadrupede sono differenze in quanto Puno
contrapposto all’altro : vanno, dunque, considerati non come un bipede e
un quadrupede, ma come pure differenze logiche. Similmente le proprietà
non vanno considerate nel loro contenuto, ma come pure caratteristiche
logiche della specie. Così intesi, generi, specie, differenze e
proprietà, come pure distinzioni logiche, non possono essere, secondo la
teoria che Boezio espone senza aderii-vi, se non incorporei. Mentre
gli accidenti avrebbero la natura delle cose a cui accadono: sareb-
bero quindi corporei o incorporei a seconda delle sostanze. Sia qui
notato subito che questa affermazione metafìsica della incorporeità di
quattro fra le cinque distinzioni porfiriane proprio perchè distinzioni
meramente logiche, è una afferma- zione cosi male impostata da non poter
resistere alla più sem- plice critica. Come semplici distinzioni logiche
esse non hanno nessuna natura: il loro contenuto ha una determinata
natura, non esse: nella specie < uomo », l’uomo è corporeo e
ragionevole, ma € la specie » nè corporea nè ragionevole. Affermare
quindi la incorporeità della specie come distinzione logica, come
con- cetto, è impossibile; per dirla incorporea bisogna considerarla
come idea, come ente metafìsico, non come determinazione lo- gica. Ma
dirla incorporea perchè logica è un abuso inammis- sibile di pensiero, e,
in ogni caso, attesta quel continuo oscillar e tra logica e metafìsica
che è cosi caratteristico nella ti'adizione aristotelica. Pensati gli
universali come concetti, essi non sareb- bero più suscettibili di
nessuna considerazione metafìsica: in- vece continuano a essere
dichiarati, metafìsicamente, incorporei, primi per natura, ecc., mentre,
come puri concetti, essi non sono che vuoti termini
classifìcatorii. Ma Boezio continua a esporre la teoria della
incorporeità delle distinzioni logiche, dicendo che coloro i quali
sostengono tale teoria s’appoggiano all’autorità di Porfirio stesso, il
quale, come se fosse già dimostrata la incorporeità dei generi,
delle differenze, ecc., domanda se siano separati o uniti alle cose
sensibili: chè, se fossero corporei, sarebbe assurdo domandare se siano
disgiunti dalle cose sensibili o congiunti. Boezio, in- vece, dà
tutt’altra interpretazione a questa domanda porfiriana, in quanto la
intende come se suonasse: «gli universali sono sempre separabili dai
particolari sensibili, o a volte inseparabili?», e però non gli sembra
che la domanda porfiriana presupponga, come se già fosse risaputa e
dimostrata, l’incorporeità di tutte le specie, differenze, proprietà,
ecc. in quanto pure determina- zioni logiche. Egli passa perciò a
interpretare direttamente la terza domanda, lasciando da parte la teoria
della incorporeità dei concetti, ed ha l’aria di averla riferita a puro
titolo di infor- mazione, ma ritenendola infondata e insostenibile. Per
lui, dunque, le specie sono talune corporee, talune incorporee. Si
domanda se siano sempre congiunte alle cose particolari, o pos- sano a
volte disgiungersene. BOEZIO, per chiarire la domanda porfiriana,
distingue tre specie di cose incorporee: — Cose incorporee
affatto insuscettive di corpo, come lo spirito e Dio; — Cose
incorporee inconcepibili senza i corpi, come lo spazio vuoto che è
immediatamente oltre i termini di una figura geometrica ; 3)
— Cose incorporee che sono corpi e possono essere senza corpo, come
l’anima. Si domanda se generi, specie, differenze, ecc. siano di
quegli incorporei sempre separati da corpo, o di quegli altri che
mai non possono separarsene, o infine di quelli che a volte si uni-
scono, a volte si separano. La risposta di Boezio è che possono
congiungersi e possono separarsi: che nelle cose corpoi'ee son congiunti
a corpo, nelle incorporee disgiunti da corpo. Ma non bisogna
credere che tutte le specie, le differenze, le proprietà, ecc. siano
congiungibili o disgiungibili dai corpi; al contrario quelle delle cose
corporee sono inseparabili da tali cose corporee, come lo spazio è
inseparabile dai corpi che limita; e quelle delle cose incorporee, come
le proprietà dello spirito non si trovano che nello spirito, che è
perfettamente separato dal corpo. Boezio ribadisce la sua concezione : ci
sono due ordini di realtà: corporee ed incorporee; le incorporee
sono per natura e dignità anteriori alle corporee, e andrebbero
considerate come loro fonte: senonchè Boezio concepisce le corporee e le
incorporee come tra loro coordinate, e le subordina entrambe ad un genere
nè corporeo nè incorporeo, che avrà magari in sè la potenza delle une e
delle altre, ma che intanto, così astratto e sopraordinato ad esse, è il
vertice di una clas- sificazione logica da scuola, non la genesi del
reale. Nel secondo commento di BOEZIO le domande di Porfirio sono
presentate ed interpretate come nel primo: ma ne è diversa la
trattazione. Le questioni « et perutiles et secretae, et temptatae
quidem a doctis viris nec a pluribus dissolutae», non trattate ancora
da Porfirio per non ingenerare oscurità nel lettore impreparato, ma
tuttavia accennate affinchè il lettore, una volta rafforzato dal sapere,
sappia che domandare, sono da Boezio formulate così : Lo spirito 0
, con Pintelletto, concepisce, afferra quello che realmente esiste in
natura e, con la ragione, lo copia in sé stesso; oppure, con vuota
immaginazione, dipinge a sé mede- simo ciò che non esiste. Si domanda
dunque come sia Pintendimento che noi abbiamo del genere^ della specie, ecc. :
se intendiamo generi e specie come cose esistenti delle quali
prendiamo vera comprensione, o se invece noi stessi ci ingan- niamo
immaginandoci con vano pensiero cose che non sono. Che se si ammette che
dei generi, delle specie, ecc. abbiamo un vero concetto, rimane da
determinare se siano corporei o incorporei: giacché tutto ciò che esiste
deve essere corporeo o incorporeo, e non si intenderà bene cosa siano i
generi e le specie finché non si sappia se porli tra le cose corporee o
le incorporee. Che, se si ammette che generi, specie, ecc. siano
incorporei, rimane ancora da stabilire se, pur essendo incorporei,
esistano nei corpi, o se invece sembrino essere sussistenze indipendenti
anche senza corpi. Giacché ci cono due specie di cose incorporee (qui BOEZIO
sopprime la terza specie da lui distinta nel primo commento: quella delle
cose incorporee che a volte si uniscono ai corpi, a volte se ne separano,
e la fonde senz’altro con la prima specie): ci son cose incorporee
che possono esistere senza corpo e, separate dai corpi, perdurano
nella loro incorporeità, come Dio, la mente, Tanima ; altre cose
incorporee, invece, non possono esistere senza i corpi, come la linea, la
superficie, il numero e le varie qualità, che noi diciamo incorporee
perchè non si estendono nelle tre dimensioni, ma che esistono nei corpi
siffattamente da non poterne essere strappate o separate, o da svanire se
separate dai corpi. Come si vede, le questioni sono impostate come
nel primo commento. Ma qui Boezio si propone di trattarle
altrimenti: < primum quidem panca sub quaestionis ambiguitate
proponam, post vero eundem dubitationis nodum absolvere atque
explicare temptabo. » Insomma, prima egli moverà un attacco,
che vorrebbe essere a fondo, contro ogni concezione platonica o
aristotelica degli universali, sia come reali, sia come concetti: poi
giustifi- cherà la concezione aristotelica tentando di dimostrare che
son veri, nel pensiero, gli universali, pur non essendo reali, in
natura, se non nei particolari. BOEZIO scrive: i generi e le specie o sono
e sussistono, o si formano con Tintelletto ed esistono solo nel pensiero,
ma non possono essere generi e specie. Anzitutto, generi e
specie possono essere considerati reali? Una cosa che nello stesso
tempo sia comune a più altre, non può essere una: specialmente se sia
tutta in molte contempora- neamente. Ora il genere dovrebbe essere uno in
tutte le sue specie : e non nel senso che ogni singola specie prenda per sè
una parte del genere, ma nel senso che ogni singola specie ha in sè tutto
il genere. Or questo genere che è tutto in ciascuna delle sue specie
contemporaneamente, come può essere uno? giacché, se è tutto in più
specie, in sè non può essere uno di numero. E se non può essere uno, non
è nulla assolutamente, perchè tutto ciò che è, è perchè è uno. E lo
stesso va detto della specie. Che se si dice che la specie o il genere
esiste, ma molteplice di numero, non uno, non sarà il genere ultimo,
bensì avrà sopra di sè un altro genere, che includa quella
moltepli- cità nella propria unità. E, daccapo, se questo
nuovo genere sarà a sua volta molte- plice, non uno, rinvierà ancor esso
a un altro genere: e cosi di seguito, airinfinito, senza che sia dato
trovare un genere che sia uno di numero pur essendo comune a tutte le sue
specie. Che se si dice che il genere è uno di numero, non
potrà essere comune a molti. Giacché una cosa può essere comune a
molte, ma solo in uno di questi tre casi: — che ciascuna sua parte
si applichi ad un particolare diverso: sicché il genere non stia tutto in
ciascuna specie, ma in ogni specie una sola parte del genere;
-- che più persone abbiano in
comune l’uso di alcunché, ma l’usino, beninteso, ciascuna in tempi
diversi. (Esempio : più persone hanno un solo servo o un solo
cavallo: si capisce che non possono servirsene tutte con temporaneamente,
ma l’una prima, Taltra dopo); — che qualcosa sia comune a
molte persone, ma senza costituire la loro essenza. (Esempio : il teatro
è luogo comune a tutti gli spettatori ; ed anche lo spettacolo è uno e
comune ad essi tutti). Ma il genere non è comune alle specie
in nessuna delle tre forme ora dette : giacché deve essere tutto in
ciascuna specie, deve essere contemporaneamente in tutte le specie, e
deve costi- tuire Tessenza delle specie a cui è comune. Ora,
se il genere non è nè uno (giacché è comune), nè molte- plice (giacché,
se fosse tale, richiederebbe un genere ulteriore), il genere non è per
nulla. E lo stesso va detto delle specie, delle diiferenze, delle
proprietà e degli accidenti. Se genere, specie, ecc. non sono,
resta che siano còlti solo con rintelligenza. Ma di nuovo, ogni concetto
si torma da una realtà o conformemente al suo vero essere o difformemente
da esso. Se conformemente, genere, specie, ecc. esistono non solo
nel pensiero, ma anche nella realtà, e risorge la domanda come possano
essere uni e molteplici ad un tempo, con la conclusione di pocanzi, che
cioè, genere, specie, ecc. non sono. Se difforme- mente, non possono
essere che vani e falsi dei concetti difformi dalla realtà nel suo vero
essere. Conclusione: se genere, specie, ecc. nè sono, nè, quando
son pensati, sono pensati con verità, non rimane più alcun dubbio
che si debba abbandonare ogni discussione circa le cinque distin- zioni
porfìriane, non vertendo esse nè su qualcosa di reale nè su qualcosa di
cui sia possibile farsi un vero concetto. A questa obiezione che
mirerebbe, come si vede, a scalzare tutta intera la dottrina porfiriana
delle cinque primis- sime distinzioni logiche, BOEZIO risponde,
appellandosi all’autoritàdi Alessandro di Afrodisia, di cui accetta e riproduce
Targo - montare. Non è vero — scrive BOEZIO — che sia falso e
vano ogni concetto che si scosti dalTessere reale delle cose. Se la
mente mette insieme elementi di cose disparate fino a formarsi una
immagine non rispondente a realtà, certamente erra e si inganna, come
quando si immagina i Centauri, componendone mental- mente la figura con
elementi del corpo umano e delTequino. Ma quando la mente procede non per
composizione, ma per divisione ed astrazione, il concetto non corrisponde
a nulla di obbiettivo, e tuttavia non è falso. Esempio: — la
linea non è concepibile che in un corpo: staccata da qualsiasi corpo, la
linea non è nulla; e difatti chi potè mai cogliere con un qualsiasi senso
una linea separata da ogni corpo? Ma ciò non esclude che possa separarla
lo spirito e pensarla per sè sola, fuori di qualsiasi corpo. Onde
risulta, nel pensiero, incorporea e separata quella linea che nella
realtà è inseparabilmente unita al corpo e confusa con esso.
Ora, i generi, le specie, ecc. sono proprio cosi fatti: esistono
nei corpi singoli, ma possono essere separati dai corpi, come puri
universali. E come nessuno può dir falso il concetto della linea perchè
si pensa separata da ogni corpo mentre essa fuori dei corpi non sussiste,
cosi non si deve ritenere falso il concetto di genere, specie, ecc.
perchè si isolano come puri universali mentre essi non esistono che nei
particolari. Gtli è che è prerogativa delTintelletto cogliere la
somiglianza dei vari particolari sensi- bili, fissarla per sè sola e
farne una specie; e poi ancora, cogliere la somiglianza delle varie
specie, fissarla e farne un genere. Sicché la specie è un concetto
ricavato dalla somiglianza d’es- senza di individui diversi numericamente
Tuno dalTaltio: e il genere è un concetto ricavato dalla somiglianza
delle specie. Ma questa somiglianza, quando è nelle cose singole, è
sensi- bile; quando nelle universali, è intelligibile. 0, che è lo
stesso, sentita, è nelle cose singole; pensata, è universale. Sicché
generi. specie, ecc. esistono nei sensibili, son còlti e pensati fuori
dei corpi; universali quando son pensati, singolari quando son
sentiti nei corpi in cui hanno esistenza. Rimane cosi risolta
Tintera questione: giacché generi e specie esistono in un modo - nei
particolari - e son pensati in un altro - fuori dei particolari - come se
esistessero per sé stessi e non avessero nei particolari Tesser
loro. Ma questa soluzione è aristotelica, e Boezio Tavverte
espli- citamente: giacché per Aristotele generi e specie son
pensati incorporei ed universali, mentre esistono nei particolari
sensi- bili. Platone invece - BOEZIO ama rammentarlo - ritiene che
generi e specie non solo siano pensati come universali, ma anche siano
tali ed esistano separati dai corpi. E Boezio dichiara espressamente
d^aver presentato la soluzione aristotelica della questione non perché
egli la approvi di più, ma perché un lavoro, come il suo commento,
destinato a servir di introdu- zione alle Categorie aristoteliche, aveva
il dovere di adottare, in questa questione, preliminare importantissimo,
il punto di vista aristotelico. 13. — Dopo il prologo del
quale si é ampiamente discorso, T « Isagoge » - alla quale ci conviene
ormai ritornare - può intendersi divisa in due parti: la prima studia
separatamente il genere, la specie, la differenza, la proprietà e
Taccidente; la seconda paragona prima il genere alla differenza, alla
specie, alla proprietà e alTaccidente ; poi la differenza alla specie,
alla proprietà e alTaccidente; infine tra loro la proprietà e
Taccidente. Cominciamo ora lo studio delle cinque distinzioni
logiche prese separatamente ad una ad una. Porfirio osserva che la
parola genere si usa con significati diversi. Primo
significato é quello per il quale genere (o piuttosto gente) vuol dire
stirpe. Esempi: « Oreste è delle gente di Tantalo », cioè discende
da Tantalo; < Pindaro è della gente tebana », cioè è tebano di
nascita. Nel primo caso è indicato il progenitore, nel secondo la patria;
in entrambi il termine da cui la stirpe, o gente, o genere
proviene. Secondo significato è quello per il quale il genere (o
gente, vuol dire quella collettività che è stretta da un’origine
comune Esempio: « Gli Eraclidi costituiscono una gente (o
genere) perchè discendono tutti da un comune capostipite: Eracle».
Terzo significato è quello per il quale si dice genere quello a cui
si subordinano le specie, la cui moltitudine esso contiene sotto di sè.
Questo terzo significato, che è quello che la parola «genere » ha per i
filosofi, è probabilmente imitato dai primi due in quanto, in logica si
chiama genere quello che in altri casi si dice piuttosto stirpe, cioè
Torigine da cui le specie derivano, da essa prendendo il nome e con tal
nome distinguendosi da tutte la altre specie che rientrano sotto altri
generi. In questo terzo significato « genere » è quel che si
predica di più cose, differenti tra loro per la specie, e indica cosa
esse sono. La quale definizione ha bisogno di essere chiarita punto
per punto. « Quel che si predica di più cose » : difatti, i
predicati 0 si riferiscono ad una cosa singola o a più cose. Ad una
cosa sola si riferiscono gli individui, come quando si dice:
«questi è Socrate », e anche a una cosa sola si riferiscono: « questi
» e « questo ». Invece a più cose si riferiscono i generi, le
specie, le differenze e le proprietà e quegli accidenti che
risultano comuni, non propri di una cosa sola. Esempio di
genere : « animale » . Esempio di specie : « uomo » . Esempio di
differenza (che contraddistingue Tuomo dagli altri animali): «
ragionevole ». Esempio di proprietà (dell’uomo): « la capacità di ridere
» . Esempi di accidenti (dell’uomo) : « bianco, nero, muoversi » .
Ora il genere differisce dall’individuo perchè si predica di più
cose, non di una. Ma la definizione precisa è: « Genere è ciò che si
predica di più cose differenti tra loro per la specie », in quanto
anche la specie si predica di più cose, ma di cose differenti tra
loro per numero, non per specie. Esempio: - la specie «uomo»
si predica di Socrate e di Platone, che differiscono numericamente in
quanto Socrate e Platone sono due individui diversi, mentre il genere «
animale » si predica delPuomo, del bue, del cavallo, differenti tra
loro non solo numericamente, ma per specie. Inoltre: « genere
è ciò che si predica di più cose differenti tra loro per la specie, e
indica cosa esse sono. » Giacché anche le differenze si predicano di cose
differenti tra loro per la specie, ma indicano qitali esse sono, non cosa
sono. Esempio: — < se ci domandano che cosa è Puorao,
rispon- diamo indicando il genere a cui appartiene, e diciamo: « Puoino
è animale > ; ma se ci domandano le qualità delPuomo, rispon- diamo
indicando i suoi caratteri differenziali, la ragionevolezza e la
mortalità. Com’è chiaro, il genere differisce dalla proprietà,
perchè questa si predica d’una sola specie e degli individui di
essa, mentre il genere si predica di più specie. E differisce
dagli accidenti comuni perchè, sebbene questi si predichino di più cose
differenti tra loro per specie, ne indicano la qualità, non Pessenza
(come, ad esempio, il color nero). Ricapitolando: il predicarsi di
più cose divide il genere dagli individui; il predicarsi di più cose
differenti di specie lo separa dalle specie e dalle proprietà; Pindicare
la quiddità 0 essenza lo divide dalle differenze e dagli accidenti
comuni che indicano la qualità. E questa trattazione del genere non
contiene nulla nè di superfluo, nè di manchevole. 15. — Anche «
specie » ha più significati : significa « forma » e significa, in logica,
ciò che rientra in un genere (« uomo » è specie compresa nel genere «
animale » ; « bianco » è specie del genere «colore*; «triangolo» è specie
del genere «figura»). Beninteso, come il genere è genere solo rispetto
alle sue specie, cosi le specie sono specie solo rispetto al loro genere.
Genere e specie cioè sono concetti correlativi. Cosi la specie vien
defi- nita: «ciò che è posto sotto il genere, e di cui il genere si
predica per indicarne l'essenza o quiddità » . Ma questa defi- nizione
conviene solo alle specie specialissime che sono sempre specie e non mai
generi, mentre le precedenti definizioni con- vengono anche alle specie
che non sono specialissime. Sono generi generalissimi quelli al di
sopra dei quali non esiste altro genere, come ad esempio « sostanza ».
Sono specie specialissime quelle al di sotto delle quali non esistono
altre specie, come, ad esempio, « uomo », che ha sotto di sè imme-
diatamente i vari individui umani. Tra i generi generalissimi e le
specie specialissime inter- corrono generi subalterni, come ad esempio «
sostanza animata », « sostanza animata sensibile » , « sostanza sensibile
ragionevole » . Ciascuno di questi concetti, intermedi tra «sostanza» e
«uomo », è specie rispetto al concetto più ampio nel quale rientra,
è genere rispetto al concetto più ristretto che in esso rientra.
Ad esempio: «sostanza animata» è specie rispetto a « so- stanza »,
è genere rispetto a « sostanza animata sensibile ». Ai due estremi della
scala c'è la « sostanza», genere generalissimo che non è mai specie, e
!'« uomo », specie specialissima che non è mai genere, mentre in mezzo i
generi subalterni sono a volte generi, a volte specie. Ora,
mentre le genealogie famigliari, risalendo di proge- nitore in
progenitore, raggiungono il comune capostipite di tuttele famiglie,
Giove, non è dato rinvenire un genere generalissimo unico, a cui tutti i
generi subalterni si lascino ridurre. Al con- trario, secondo Aristotele
sono dieci i generi generalissimi, asso- lutamente primi e irriducibili:
uno è la sostanza e nove gli acci- denti (qualità, quantità, luogo,
tempo, ecc.). Nè è valida obie- zione che se questi dieci predicamenti
sono, essi sembrano ridursi ad un genere generalissimo unico, Ve^%ere\
chè, dice Porfirio, Ve^senza si predica in senso assai diverso della
sostanza e dei vari accidenti, sicché Tunificazione delle dieci cate-
gorie neir^ss^r^ è soltanto nominale, non reale, variando il significato
essere dalPuno all’altro predicamento. Ora, se i generi
generalissimi sono dieci, i generi subal- terni sono di numero assai
grande, ma tuttavia finito : infiniti, invece, sono gli individui che
vengono dopo le specie specia- lissime, e di essi non si dà
scienza. Platone insegna a dividere, mediante le differenze
specifiche, ciascun genere in due, e poi ancora in due fino a
raggiungere le specie specialissime, che si dirompono negli individui.
Chi discende dai generi generalissimi alle specie specialissime
divide, cioè moltiplica l’unità. Chi, al contrario sale dalle specie
specialissime ai generi generalissimi, raccoglie la moltitudine in unità.
Giacché ciò che è singolare divide, ciò che è comune aduna.
Adunque, il genere si divide in più specie e si predica di esse.
Giacché i concetti più estesi si predicano dei meno estesi (il genere si
predica delle specie), i concetti equipollenti si pre- dicano l’uno
dell’altro e l’altro dell’uno (la proprietà di nitrire si predica del
cavallo nella proposizione: «Il cavallo è l’ani- male che nitrisce», e il
cavallo si predica del nitrire nella reciproca: < L’animale che
nitrisce è il cavallo »), ma non mai i concetti meno estesi si predicano
dei più estesi (la proposi- zione : « l’uomo è un animale » non può
convertirsi nella reci- proca: « l’animale è uomo »). Così i generi
generalissimi si pre- dicano di tutti i generi subalterni o specie, delle
specie specia- lissime e degli individui ad esse sottoposti; i generi
subalterni si predicano di tutte le specie ad essi inferiori, delle
specie specialissime e degli individui ; le specie specialissime si
pre- dicano degli individui, e gli individui d’un solo particolare.
Gli individui sono parti della specie, che rispetto ad essi è tota-
lità, mentre rispetto al genere è parte. Si parla di differenza nel
significato comune della parola, in senso proprio, e in senso
rigoroso. Nel significato comune < differenza » esprime la
diversità d’una cosa da un’altra o da sè stessa. Socrate differisce
da Platone e differisce da sè stesso bambino. In senso
proprio, una cosa si dice differire da un’altra quando ne differisce per
un accidente inseparabile. (Accidente inseparabile è, per esempio, avere
il naso curvo, essere ciechi, avere una cicatrice causata da una
ferita). In senso rigoroso una cosa si dice differire da
un’altra quando se ne distingue per differenza di specie. Ad
esempio, un uomo differisce da un cavallo perchè appartengono a
specie diverse, l’uno essendo ragionevole, Taltro no. In generale
dunque, ogni differenza altera ciò a cui si in- nesta: ma le differenze
comuni e proprie si limitano a renderlo alterato, le rigorose lo rendono
addirittura altro. E queste dif- ferenze rigoi-ose che rendono altro ciò
a cui si applicano, si dicono < differenze specifiche » , le altre si
dicono semplice- mente « differenze » . Queste non producono che
un’alterazione o un mutamento di stato (per esempio, il muoversi
rispetto al giacere), quelle, invece, dal genere fanno le specie, le
quali si definiscono appunto col genere e le differenze.
Altra classificazione delle differenze è la seguente: differenze
separabili^ come il muoversi e lo star fermi, l’essere sani o malati, e
differenze inseparabili^ come l’avere un naso aquilino 0 camuso e
l’essere ragionevoli o irragionevoli. Le differenze separabili si
dividono ancora in differenze per se e differenze per accidens.
Differenza per se è, nell’uomo, la ragionevolezza, la mortalità, la
capacità di apprendere. Diffe- renza per accidens è l’avere il naso
aquilino o camuso. Le differenze per se entrano nel concetto della
cosa e la rendono altra (la mortalità entra nel concetto di uomo e
lo differenzia dall’altro essere animato sensibile e ragionevole,
ma immortale che è Dio); invece, le differenze accidens, anche se
insensibili, non entrano nel concetto della cosa e non la ren- dono
altra, ma solo alterata (il naso camuso non entra nel concetto di uomo, e
altera un individuo, ma non lo rende altro dai rimanenti uomini).
Parimenti le differenze per se non ammettono aumenti o dimi-
nuzioni (tutti gli individui umani sono uomini egualmente), invece, le
differenze per accidens ammettono aumento o dimi- nuzione (si ha la pelle
più o meno bianca, il naso più o meno curvo, ecc.). Fra le
differenze inseparabili per se talune servono a divi- dere i generi in
specie, tali altre, invece, a specificare i generi già divisi. Differenze
inseparabili per se sono « animato » e < inanimato » , « sensibile » e
« insensibile » , « ragionevole » e «irragionevole», «mortale» e
«immortale». Di queste dif- ferenze, « animato » e « sensibile » sono
differenze costitutive della sostanza « animale » ; « mortale » e «
ragionevole » sono, invece, divisive della sostanza < animale » in quanto
per esse si giunge dal concetto del genere « animale » al concetto
della specie « uomo » . Senonchè quelle differenze che son
divisive pei generi, sono costitutive per le specie: difatti, nelPesempio
ora addotto, le differenze « ragionevole » e « mortale » , introducendo
una di- visione nel genere «animale», costituiscono proprio cosi la
specie «uomo». Divisive e costitutive poi sono tutte le dif- ferenze
specifiche, utilissime per le divisioni dei generi e le definizioni delle
specie, mentre a ciò non giovano nè le dif- ferenze inseparabili per
accidens, nè, molto meno, le separa- bili (sarebbe ridicolo dividere gli
uomini secondo che abbiano il naso aquilino o camuso — differenze
inseparabili per accidens — 0, peggio ancora, secondo che stiano in piedi
o a sedere). La differenza viene anche determinata come quella che
la specie ha in più del genere. L’uomo, ad esempio, ha in più
delhanimale Tessere ragionevole e mortale, qualità che il con- cetto di
«animale» non include. (Or si domanda: se il genere non ha in sè le
differenze che caratterizzano le varie specie, queste donde le traggono?
— Giacché le specie non derivano che dai generi, e questi non posseggono
le differenze, nè pos- sono possederle, chè, se le possedessero,
potrebbero riunire in sè differenze opposte tra loro, come sono quelle
che contrad- distinguono runa dalbaltra le varie specie. La soluzione
di questa difficoltà è che non è necessario ammettere nè che le
differenze specifiche nascano dal nulla, nè che il genere aduni in sè
differenze contraddittorie, perchè il genere ha in potenza le differenze
che da esso nascono, senza averle in atto.) Altra definizione della
differenza è: «ciò che si predica di più cose differenti tra loro per
specie, per indicarne la qualità ». - Infatti, se uno ci domanda: « che cosa è
Tuomo? », noi rispondiamo indicando il genere a cui la specie umana
appar- tiene, e diciamo: « l’uomo è un animale » ; ma se uno ci
domanda la qualità delbuomo, rispondiamo indicando i suoi caratteri
differenziali, e diciamo: «L’uomo è ragionevole e mortale».
Porfirio paragona così il genere alla materia e la differenza alla
forma, e dice che come la figura rende statua il bronzo, cosi la
differenza rende specie il genere. Altra determinazione della
differenza è : « ciò che è atto a dividere le cose che sono sotto il
medesimo genere » . Difatti, « ragionevole » e « irragionevole » sono
differenze atte a dividere l’uomo dal cavallo, entrambi compresi nel
genere animale. Altra definizione: « differenza è quella per la
quale differiscono fra loro le varie cose», giacché per il genere non
differiscono. Per esempio: siamo animali mortali noi e gli irragionevoli:
la differenza « ragionevoli » vale a separarci da essi. E ancora:
siamo ragionevoli noi e gli Dei : la differenza « mortali » ci separa da
essi. Definizione più profonda è la seguente: « Differenza non
è una qualsiasi di quelle determinazioni che valgono a dividere le
cose che sono sotto il medesimo genere ; ma quella determi- nazione che
riguarda l’essere ed è parte dell’essere d’una cosa. » Per esempio:
poter navigare, è particolarità esclusivamente umana, e tuttavia non è
differenza che costituisca la sostanza delPuomo. Differenze specifiche
sono quelle che fanno altra la specie e sono accolte nel concetto di essa
indicandone la qualità. Ci sono quattro sorte di qualità: Proprietà
che convengono ad una sola specie, sebbene non intera, come per Tuomo
essere medico o geometra. (Solo gli uomini sono medici e geometri; ma non
tutti gli uomini sono tali). Proprietà che convengono a tutta una
specie, sebbene non solo ad essa, come per Tuomo essere bipede (sono
bipedi anche gli uccelli). Proprietà che convengono ad una sola
specie in tutta la sua estensione, ma solo in un determinato tempo, come
per Puomo imbiancare nella sua vecchiezza. 4) Proprietà che
convengono ad una sola specie in tutta la sua estensione e sempre, come
per Tuomo poter ridere. (Non importa che non rida sempre: importa che
abbia natura di poter ridere). Sono queste ultime le vere
proprietà giacché possono con- vertirsi con ciò di cui sono proprietà.
(Chi è cavallo, può nitrire ; chi può nitrire è cavallo). Accidente è quello che può essere presente o
assente senza che il soggetto si corrompa. Ci sono intanto
accidenti separabili e accidenti insepara- bili. Separabile è dormire;
inseparabile il color nero. E tuttavia, per quanto inseparabile, rimane
accidente perchè, sebbene corvi e Etiopi siano neri, si può sempre
pensare un corvo e un Etiope bianchi. L'accidente è definito
anche « ciò che può contingentemente esserci e non esserci * ; oppure « ciò
che senza essere nè genere nè specie nè differenza nè proprietà, tuttavia
sussiste in un oggetto » . Determinate ormai tutte e cinque le
distinzioni logiche, bisogna paragonarle tra loro per vedere cosa hanno
di comune e cosa hanno di diverso. Di comune hanno il potersi
predicare di più cose ; ma il genere si predica delle specie e degli
individui ( « animale » si predica dei cavalli e dei buoi, e di questo
cavallo e di questo bue); la differenza similmente delle specie e degli
individui ( « irragionevole > si predica dei cavalli e dei buoi, e di
questo cavallo e di questo bue); la specie degli individui che sono
sotto di essa ( « uomini » si predica solo degli individui umani) ;
la proprietà tanto della specie di cui è propria, quanto degli
indi- vidui di tale specie ( « poter ridere » si predica tanto
deiruomo quanto dei singoli uomini); l’accidente cosi della specie
come degli individui (« nero » si predica cosi della specie dei
corvi come dei corvi particolari, ed è accidente inseparabile; « muo-
versi » si predica deH’uomo e del cavallo, ed è accidente sepa- rabile),
ma anzitutto si predica degli individui, e in secondo luogo delle specie
che contengono gli individui. Ma conviene ora paragonare a due a
due le cinque distin- zioni logiche. Comparazione del genere con le
altre quattro roci. a) Genere e differenza Cosa hanno di
comune: Il genere e la differenza entrambi contengono specie.
Bensì la differenza non contiene tante specie quante ne contiene il
genere. Esempio: la differenza «ragionevole» contiene due
specie: uomo e Dio ; mentre il genere « animale * contiene e le due
anzidetto e tutte le altre specie animali. Quel che si predica del
genere come genere, si predica anche delle specie comprese in tale genere
: e quel che si predica della differenza come differenza, si predica
anche delle specie comprese in tale differenza. Esempi: del
genere « animale » si predica Tesser sostanza e Tessere animato: che si
predicano anche delle specie del genere « animale » e perfino degli
individui di tali specie. Della diffe- renza « ragionevole » si predica
Tesser provvisto di ragione : che si predica anche delle specie comprese
sotto tal differenza [uomo e Dio) e degli individui di tali specie (i
singoli uomini e gli Dei). Tolto il genere o la differenza,
son tolte contempo- raneamente le specie che sono sotto di essi.
Esempio : tolto il genere « animale > , è tolta anche la specie
« uomo » ; tolta la differenza « ragionevole », non ci sarà più nessun
animale provvisto di ragione. Cosa hanno di diverso: E’
proprio del genere predicarsi di più cose che non la differenza, la
specie, la proprietà e l’accidente. Esempio: il genere «animale» si
predica egualmente del- l’uomo, del cavallo, dell’uccello e del serpente,
mentre la diffe- renza « quadrupede » si predica solo degli animali di
quattro piedi, la « specie > uomo solo degli individui umani, mentre
la proprietà del « nitrire » solo della specie cavallo e dei
cavalli particolari, e l’accidente « star in piedi » ancora di più poche
cose. Il genere contiene la differenza in potenza. Esempio :
il genere « animale » si divide in specie animali « ragionevoli » e
specie « irragionevoli » , « ragionevole » e « ir- ragionevole » essendo
le differenze che dividono il genere « ani- male » in specie
diverse. I generi sono anteriori alle differenze poste sotto di
essi: tolti i generi, son tolte contemporaneamente anche le diffe- renze,
ma non viceversa. Esempio: tolto il genere « animale », son tolte
tutte le diffe- renze (« ragionevole » e « irragionevole »); mentre,
tolte tutte le differenze, si può ancora pensare la sostnza animata
sensibile, cioè Tanimale. Il genere riguarda Tessenza (o
quiddità) d’unacosa: la differenza la sua qualità. Esempio:
Cos’è l’uomo? - un animale. Com’è l’uomo? - ragio- nevole. 5)
Ogni specie ha un sol genere, ma moltissime diffe- renze.
Esempio : il genere dell’uomo è « animale » ; le differenze sono:
ragionevole, mortale, suscettibile di intendere e d’impa- rare. Il genere è come la materia, la differenza è
come la forma. Giacché è la differenza che determina il
genere, come la forma determina la materia. b) Genere e
specie Cosa hanno di comune: Tanto il genere quanto la specie
si predicano di più cose. Entrambi sono anteriori a
quelle cose delle quali si predicano. Cosi il genere come la
specie costituiscono ciascuno un tutto. Cosa hanno di
diverso: Il genere contiene la specie sotto di sè, le specie
sono contenute, non contengono i generi. Giacché sono i
generi che, determinati da differenze spe- cifiche, producono le specie:
onde sono naturalmente ad esse anteriori, e, tolti, tolgono anche le
specie, ma non viceversa, chè, posta la specie, è posto anche il genere,
ma posto il ge- nere, non è posta con ciò stesso la specie. 1
generi si predicano univocamente delle specie: non cosi le specie dei
generi. I generi sono superiori per le specie che
comprendono sotto di sè, le specie per le differenze che le
determinano. I generi possono anche essere contemporaneamente
specie, ma non specie specialissime ; e le specie possono essere contem-
poraneamente generi, ma non generi generalissimi. c) Genere e
proprietà Cosa hanno di comune: 1) — Tanto il genere
quanto le proprietà seguono le specie. Esempio: Se uno è uomo
quanto alla sua specie, è ani- male quanto al genere; e se di specie è
uomo, ha la pro- prietà di poter ridere. Egualmente si
predicano il genere della specie e la proprietà di quelli che ne
partecipano. L’uomo e il bue sono animali allo stesso titolo; e cosi
Catone e Cicerone hanno egualmente la proprietà di poter ridere.
Si predicano univocamente il genere delle sue specie e la proprietà
di quelle cose di cui è propria. Cosa hanno di diverso: Il
genere è anteriore; la proprietà posteriore. Esempio: — Bisogna che
ci sia il genere ahimale, poi sia diviso dalle differenze e dalle
proprietà. Il genere si predica di più specie, la proprietà di una
sola specie, di cui è propria. La proprietà si predica di ciò di
cui è propria, cosi come ciò di cui è propria si predica di essa : mentre
il genere non si converte con nessun suo predicato. Esempio:
La proposizione « L’uomo è l’animale che ride » si converte: esanimale
che ride è l’uomo*. Ma la proposi- zione « l’uomo è animale * non si
potrà mai convertire: c l’ani- male è l’uomo. La proprietà è in tutta la
specie di cui è propria, in essa sola, e sempre: mentre il genere è in
tutta la specie di cui è genere, e sempre, ma non in essa sola.
Esempio: la proprietà di ridere è di tutti gli uomini, solo degli
uomini, e sempre rimane in essi : il genere animale è in tutta la specie
umana, è costante in essa, ma si trova anche in molte altre specie oltreché
neirumana. Poiché la proprietà e ciò di cui é proprietà si con-
vertono, tolta la proprietà é tolto ciò di cui é proprietà, tolto ciò di
cui é proprietà é tolta la proprietà. Esempio: tolta la proprietà
del ridere é tolto l’uomo: tolto Tuomo é tolta la proprietà del
ridere. Al contrario, tolte le specie non sono tolti i
generi. Esempio : tolta la specie umana non é tolto il genere
ani- male. Genere e
accidente Cosa hanno di comune: Si é già detto che ci
sono accidenti separabili^ come il muo- versi, e accidenti inseparabili
come, ad esempio, il color nero: ora, cosi gli accidenti separabili come
gli inseparabili hanno di comune col genere il potersi predicare di più
cose. (Neri sono i corvi, ma anche gli Etiopi e talune cose
ina- nimate). Cosa hanno di diverso : Il genere é avanti
le specie, mentre gli accidenti sono posteriori ad esse, anche se si
tratti di accidenti inseparabili, giacché prima è ciò a cui accade, poi é
Taccidente. Del genere tutte le specie che partecipano, parte-
cipano egualmente; mentre degli accidenti si partecipa più o meno. Dii
accidenti sussistono principalmente negli individui, mentre generi e
specie sono, di natura, anteriori alle sostanze individuali. Il
genere dice quel che è una cosa. L’accidente quale è e come è.
Esempio: - Come è l’Etiope? Nero. Comparazione della differenza con
le altre quattro voci. a) - Differenza e genere
Furono già comparati quando si esaminarono insieme genere e
differenza. Differenza e specie Cosa hanno di comune: Della
differenza e della specie si partecipa egual- mente. Esempio:
Gli uomini singoli partecipano egualmente della specie « uomo » e della
differenza < ragionevole » . La differenza e la specie sono sempre
presenti in ciò che di esse partecipa. Esempio: Socrate è
sempre ragionevole e sempre uomo. Cosa hanno di diverso: La
differenza dice sempre la qualità delle cose, la specie la loro essenza o
quiddità. Esempio: - « Uomo » non è qualità, se non per le
differenze che, determinando il genere animale », costituiscono la
specie « uomo » . La differenza è in più specie. Esempio
: - la differenza « quadrupede » è in vari animali di specie
differente. La specie è solo negli individui che sono sotto di
essa. La differenza è altra cosa dalla specie a cui dà
luogo. Difatti, se si toglie la differenza « ragionevole » , si
toglie la specie « uomo » : ma se si toglie la specie « uomo », non si
toglie la differenza « ragionevole » , perchè vi è Dio. Una
differenza si combina con un’altra (« ragionevole » e «mortale»
compongono la sostanza deiruomo); mentre una specie non si combina con
un’altra per produrne una terza. (Un cavallo e un’asina generano un mulo;
ma non la specie < cavallo » con la specie « asino * generano la
specie « mulo *). c) - Differenza e proprietà. Cosa
hanno di comune: Della differenza e della proprietà le cose
partecipano egualmente. Esempio: gli esseri ragionevoli
partecipano della diffe-* renza « ragionevolezza » , quanto gli esseri
che possono ridere partecipano della proprietà di poter ridere. Differenze
e proprietà sono sempre presenti nelle cose che le hanno. Si
potrebbe obiettare: se un bipede perde una gamba, non ha più la sua
differenza di essere bipede. Ma l’obiezione non é giusta: l’amputazione
non toglie la natura di bipede al monco. Del resto, anche la proprietà di
poter ridere riguarda la natura' umana, senza che gli uomini ridano
sempre. Cosa hanno di diverso: La differenza si predica di
più specie (ragionevole si dice dell’uomo e di Dio), la proprietà si
predica di quella sola specie di cui è propria. La proprietà e ciò
di cui è proprietà si convertono. (La proposizione « l’uomo è
l’animale che ride » ammette la reciproca: «l’animale che ride è
l’uomo). Mentre la differenza segue quella cosa di cui è
differenza, e non si converte con essa. (Posto l’uomo, è
posta la ragionevolezza; ma, posta la ragio- nevolezza, non è posto
l'uomo, perchè ragionevole è anche Dio). Differenza e accidente
Cosa hanno di comune: Differenza ed accidente entrambi si predicano
di più cose. Esempio: Tanto la differenza della
«ragionevolezza» quanto l’accidente del « muoversi > si applicano a
molte cose diverse. Tanto la differenza quanto gli accidenti
insepa- rabili sono presenti sempre e in tutte le cose di cui si
predicano. Esempio: Tanto la differenza < bipede » quanto
l’accidente inseparabile « nero > riguardano tutti i corvi e li
riguardano sem'pre. Cosa hanno di diverso : La
differenza contiene, non è contenuta. (La ragionevolezza contiene
l’uomo perchè non è solo di lui). Gli accidenti, invece, per un verso,
contengono perchè sono in più cose) il muoversi è più esteso dell’uomo) ;
per un altro sono contenuti, perchè il soggetto aduna in sè parecchi
accidenti (l’uomo, oltre al « muoversi », è anche « bianco », < alto
», ecc.) La differenza non ha aumento e diminuzione, gli accidenti
sì. (0 si è ragionevoli, o no; ma si è più o meno alti). Le
differenze contrarie non possono mescolarsi, bensì si mescolano gli
accidenti contrari. ( < Bipede » e « quadrupede » si escludono ;
ma « bianco > e . « nero » si mescolano a produrre il < grigio »
). Comparazione della specie con le altre quattro voci. a)
Specie e genere Furono già comparati quando si esaminarono insieme
Genere e specie. b) Specie e differenza Furono
già comparati quando si esaminarono insieme Diffe-^ renza e specie.
c) Specie e proprietà
Cosa hanno di comune: Specie e proprietà si predicano Tuna
deiraltra (se è uomo, ha la proprietà di ridere ; se ha la proprietà di
ridere, è uomo) ; giacché le cose partecipano egualmente delle specie a
cui appartengono e delle proprietà che le caratterizzano.
Cosa hanno di diverso: La specie può essere genere ad altre specie
; la proprietà non può essere di altre specie oltre quella di cui è
propria. La specie sussiste prima
della proprietà, poi la proprietà ha luogo nella specie.
Esempio: bisogna essere uomo per avere la proprietà di
ridere. La specie è sempre presente in atto, nel soggetto; la
proprietà, a volte, vi è presente solo in potenza. Esempio: Socrate
è sempre uomo in atto, ma non sempre ride sebbene abbia natura di poter
ridere. La specie sempre è sotto il genere e si predica di più
cose, differenti tra loro numericamente, indicandone l’es- senza 0
quiddità; mentre la proprietà è solo in ciò di cui è propria, e in esso è
sempre, e inerisce a tutta la sua estensione. Esempio: la proprietà
del ridere è di tutti gli uomini, solo negli uomini e sempre negli
uomini. Specie e accidente Cosa hanno di comune:
Si predicano di più cose. Cosa hanno di diverso: La
specie dice il « che > di una cosa, l’accidente il « quale > e il «
come » . Ogni sostanza può partecipare di una sola specie, ma di più
accidenti separabili ed inseparabili. La specie si concepisce prima degli
accidenti, anche se inseparabili (chè bisogna ci sia il soggetto,
perchè qualcosa gli accada); gli accidenti invece sono posteriori e
avventizi. Della specie si partecipa sempre in egual misura, ma
deiraccidente, anche inseparabile, in misure diverse. Esempio: un
Etiope è più nero di un altro. Com/parazione della proprietà con le altre
quattro voci. Proprietà e genere Furono già
comparate quando si esaminarono insieme Genere e proprietà. Proprietà
e differenza Furono già comparate quando si esaminarono insieme
Diffe- renza e proprietà. Proprietà e specie
Furono già comparate quando si esaminarono insieme Specie e
proprietà. Proprietà e accidente Cosa hanno di comune: Tanto
la proprietà quanto Taccidente inseparabile sono indispensabili a ciò in
cui si osservano. Esempio: Come senza la proprietà del ridere non
esiste uomo, cosi senza color nero non esiste Etiope. Tanto la
proprietà quanto Taccidente inseparabile sono sempre presenti a ciò che
li possiede, e in tutta la loro estensione. Esempio: Tutti
gli Etiopi sono neri, e sempre. Cosa hanno di diverso : La
proprietà è presente in una sola specie. Tacci- dente inseparabile in
molte. Esempio: La proprietà del ridere è solo delTuomo; Taccidente
inseparabile del color nero è deirEtiope, ma anche del corvo, del
carbone, deirebano, ecc. Sicché la proprietà si converte con ciò di cui
è proprietà, non cosi Taccidente con ciò di cui è accidente.
Esempio : c L'uomo ha la proprietà di ridere > si converte in «
Chi ride è l'uomo » ; ma « l'Etiope è nero » non si converte in: «Chi è
nero è l'Etiope», perchè anche il corvo, il carbone, ecc. sono
neri. — Della proprietà si partecipa sempre egualmente, degli
accidenti in diversa misura. Si è più 0 meno neri. Comparazione
delV accidente con le altre quattro voci. Accidente e
genere Furono già comparati quando si esaminarono insieme
Genere e accidente. Accidente e differenza Furono già
comparati quando si esaminarono Diffe- renza e accidente. Accidente
e specie Furono già comparati quando si esaminarono insieme
Specie e accidente. Accidente e proprietà Or ora
esaminati come Proprietà ed accidente. L'Isagoge si chiude con
Tosservazione che altri elementi comuni o diversi tra le cinque voci
oltre i già notati ci sono, ma quelli notati bastano a distinguerli e ad
intendere quel che hanno di comune. Tanto del primo quanto
del secondo commento boe- ziano abbiamo già esposto ciò che riguarda il
celebre prologo sulla realtà o meno degli universali. Ci
tocca ora dire qualche cosa sul complesso dei due com- menti, che tanta
autorità ebbero in tutto il Medio Evo, e tanto contribuirono a dare alla
mentalità delle nazioni di cultura latina quella struttura rigorosamente
logica che è rimasta loro caratteristica. Lo scopo da BOEZIO
assegnato al primo commento è assai semplice, giacché non va oltre la
illustrazione del testo. BOEZIO evita di accendere questioni, anche se il
testo vi si presti. Solo quando le obiezioni vengono cosi spontanee che
non risolverle vorrebbe dire non comprendere quel che dice Porfirio,
solo allora Boezio interviene per chiarire il pensiero delPautore,
giu- stificare le sue espressioni, e quindi, sgombrate le
difficoltà, tornare alla illustrazione del testo. Dove
Porfirio propone più classificazioni, Boezio cerca di connetterle tra
loro, in maniera da renderle più facilmente assi- milabili al lettore. E
dove Porfirio accenna appena a teorie assai note fra gli studiosi, ma
forse poco possedute dai princi- pianti, BOEZIO interviene a rammentare
tali teorie, e a trattarle, sebbene compendiosamente, in modo da fornire
al lettore princi- cipiante, al quale il primo commento è diretto, le
nozioni neces- sarie per intendere il testo di Porfirio. Così
BOEZIO torna due volte sulla teoria della definizione, la quale,
facendosi per genus et differentianij è possibile solo per gli individui
(definiti entro la loro specie), per le specie (definite entro il loro genere!,
e per i genej-i subalterni (definiti entro il genere immediatamente
superiore, fino ai generi gene- ralissimi), ma non per i generi
generalissimi, i quali, non avendo nessun concetto più elevato sopra di
sé, non possono essere definiti, cioè determinati entro Pambito di un
concetto più vasto. Onde, non potendosi definire, possono solo
descriversi, con Pin- dicarne le proprietà. Un accenno, abbastanza
ampio, è fatto da Boezio, come già da Porfirio, alla teoria platonica
della divisione, che da ciascun genere generalissimo, mediante dicotomia,
cioè divisione in due, giunge fino alle specie specialissime. BOEZIO
cerca di rendere più evidente il nesso che stringe talune classificazioni
che Porfirio presenta runa dopo l’altra, senza unificarle in un solo
quadro comprensivo. Questo avviene specialmente per le classificazioni
che riguar- dano le differenze. Si rammenterà che Porfirio
anzitutto classifica le differenze in differenze comuni, proprie e più
proprie o rigorose; comuni, tutte le differenze per le quali siamo
diversi da altri o da noi stessi (tu cammini, io seggo, oppure: ora io
seggo, dopo cammino); 'proprie le differenze individuali (capelli crespi,
occhio cieco, ecc.); rigorose^ le differenze che riguardano tutta la
specie (ra- gionevole, irragionevole, ecc.). Le quali ultime differenze
sono le differenze specifiche, con le quali si procede a dividere i
generi in specie. Ma questa prima classificazione può semplifi- carsi
quando si avverta che tanto le differenze comuni quanto le proprie si
limitano a rendere alterato il soggetto, mentre solo le differenze
specifiche lo rendono altro. Si può dire dunque che le differenze
si dividono in differenze che rendono alterato il soggetto e differenze
che lo rendono altro. A questa prima classificazione Porfirio fa
seguire la seconda; le differenze sono o separabili o inseparabili.
Questa seconda classificazione si può collegare con la prima osservando
che solo le differenze comuni sono separabili (il sedere, il
correre, ecc. sono diff'erenze che non persistono, e sono quindi
separabili dal loro soggetto), mentre le differenze proprie e più proprie,
cioè quelle che riguardano l’individuo persistendo in lui e quelle che
riguardano l’intera specie, sono inseparabili (tanto un occhio cieco
quanto la ragionevolezza sono caratteri differenziali perma- nenti, e
quindi inseparabili dal soggetto che li possiede). Senon- chè, di queste
differenze inseparabili, le individuali o proprie alterano il soggetto, ma non
lo rendono altro (la cecità altera un uomo, ma lo lascia uomo), mentre le
specifiche o più proprie rendono altro il soggetto (la ragionevolezza
rende Tuomo altro dai bruti). E inoltre, delle differenze
inseparabili, le individuali sono partecipate in misura diseguale, le
specifiche sempre egualmente. Ad esempio, i capelli biondi son carattere
differenziale di indi- vidui che sono Tuno più biondo, Taltro meno
biondo; mentre la ragionevolezza è carattere differenziale della intera
specie umana, i cui individui, in quanto sono uomini, sono tutti
egual- mente partecipi della ragione. Terza classificazione è
quella per la quale le differenze si dividono in differenze divisive del
genere e differenze costitutive delle specie. Son le medesime differenze
che, prese in modo diverso, risultano una volta divisive del genere,
un'altra costi- tutive delle specie. Se prendiamo le differenze contrarie
« ragio- nevole e irragionevole > , esse dividono il genere animale;
e se, dopo, prendiamo le differenze contrarie « mortale e immor- tale »,
esse dividono l'inferiore genere animale ragionevole. Ma se prendiamo le
differenze subalterne < ragionevole » (con- cetto più ampio) e «
mortale » (concetto restrittivo), queste differenze subalterne
costituiscono la specie dell'animale ragio- nevole mortale, cioè
dell'uomo. Cosi la teoria delle differenze si avvia nel primo
commento boeziano a quella matura unità che raggiungerà pienamente
nel secondo commento. Ma forse più di queste particolari delucidazioni,
che tuttavia contribuiscono alla elaborazione della salda logica
medievale, riesce interessante il breve schizzo che del sapere del tempo
BOEZIO premette al suo commento. Nel dialogo filosofico che egli
immagina si fa chiedere dal giovane Fabio una illustrazione e prima una
introduzione all'Isagoge di Porfirio. L'introduzione indicherà delPIsagoge
VintentOy Vutiliià\ se ci sia altro libro ad essa germano; la ragione del
titolo, ed a qual parte della filosofia si riconduca. Sei punti, dunque,
tratterà Boezio, sulle orme di quel che già aveva fatto il greco Ammonio
nel suo commento alllsagoge. \Jintenio è trattare del genere, della
specie, delle differenze, delle proprietà e degli accidenti.
futilità deirisagoge è anzitutto quella d’introdurre alle Categorie
di Aristotele, ma è anche più vasta. Occorre, però, per intenderla,
avere un chiaro concetto di che sia la filosofia. Essa è amor di
sapienza, che, non bisognosa di nulla, « vivax mens et sola rerum
primaeva ratio est. E questo amore di sapienza è illuminazione dello
spirito che conosce da parte di quella pura Sapienza, e in qualche modo è
un richiamo che questa fa deU’animo umano perchè torni ad essa, di
maniera che il desiderio di sapienza è desiderio e amore della
divinità e amore della pura mente divina. È questa sapienza
che riconduce alla forza e purezza natu- rale le anime umane. Da essa
nasce la verità delle specula- zioni e dei pensieri e la santa e pura
castità delle azioni. Il che mena direttamente alla divisione della
filosofia, che è il ge- nere, in teoretica o speculativa, e pratica^ o
attiva. (0 e II sono le due lettere che spiccano su la veste della
Filosofia nel De Consolatione Philosophiae). La teoretica, poi, ha tante parti
quanti sono gli oggetti che considera: si divide quindi in: Teologia
o dottrina di ciò che è sempre uno e me- desimo, fermo sempre nella sua
divinità, non accessibile ai sensi, ma solo alla mente ed all’intelletto:
la quale specula- zione studia Dio e la incorporeità dello spirito;
Dottrina che si occupa di tutte le opere celesti del- la suprema
divinità, di ciò che nel mondo sublunare ha animo più beato e sostanza
più pura, ed infine delle anime umane: tutte cose che, fatte di sostanza
intelligibile, al contatto dei corpi, da intelligibili divennero soltanto
intelligenti, in maniera che possono ora divenire più beate per purezza
ed intelligenza quando si volgano ed applichino alle cose intelligibili
; Dottrina dei corpi, o Fisica, che illustra la natura e le passioni
dei corpi. Di queste tre parti della filosofia teoretica la seconda
è meri- tamente collocata nel mezzo perchè ha da una parte Tani-
mazione e vivificazione dei corpi, dalFaltra la considerazione e
conoscenza delle cose intelligibili. Anche la filosofia pratica si divide
in tre parti: L’Etica che s’orna ed accresce di virtù, nulla am-
mettendo nella vita di cui non possa essere soddisfatta, e niente facendo
di cui debba pentirsi; la Politica, che assumendosi la cura dello Stato
provvede alla salvezza di tutti con la saldezza della sua 'preveg- genza
e prudenza, con Tequilibrio della giustizia, con la sal- dezza della
fortezza e la pazienza della temperanza; L’Economia, che si occupa
del buon andamento della vita famigliare. Alle quali parti
già descritte della filosofia si aggiunge da vicino queirarte che i Greci
chiamano Logica: parte della filosofia 0 suo strumento? BOEZIO
rimette la trattazione di questa questione ad una altra opera, che è poi
il secondo commento. Intanto osserva che questa disputa sul genere, la
specie, la differenza, la pro- prietà e l’accidente prepara la via a
tutto lo studio della filo- sofia. Col dire cosa sia genere e cosa sia
specie ci fa inten- dere che la filosofia è genere, e teoretica e pratica
sono specie. Col dire cosa sia differenza, ci rende possibile di
intendere se la logica sia una specie della filosofia, differente,
quindi, dalle altre specie. Col dire cosa sia proprietà, ci spiega la
na- tura propria di ciascuna differenza della filosofia. Col dire
cosa sia accidente ci guarda dal mettere tra le cose principali ciò
che è secondario. Cosi la conoscenza di queste cinque voci spande i suoi
rami in tutte le parti della filosofia. Utile alla grammatica a cui
insegna che il discorso è il ge- nere e otto sono le sue parti o specie;
utile alla retorica, a cui permette di distinguere tre generi di causa,
ciascuno diviso in specie a seconda dei soggetti: utilissima alla logica,
che nulla potrebbe definire (per genere e differenza) se non
sapesse cos'è genere, cos’è specie, cos’è differenza, ecc. ; nulla
potrebbe dividere se non fosse guidata dalla conoscenza delle cose
che divide (i generi e le specie); e nulla potrebbe dimostrare
giacché la verità delle dimostrazioni sta nei provare ciò che si
divide o qualcos’altro mediante le cose che si son divise. E
l’Isagoge di Porfirio precede tutta la logica aristotelica, perchè senza
di essa non si intenderebbero la sostanza e i nove accidenti di cui è
parola nelle Categorie. Le quali voci signi- ficative sono quelle di cui
si compongono le proposizioni, di cui si tratta nel « De interpretatione
» . Le quali proposizioni sono quelle di cui si compone il sillogismo, il
cui ordine, la cui struttura e le cui figure sono studiati negli «
Analitici Primi », perchè sia poi possibile studiare il sillogismo
dialet- tico nella « Topica * e il sillogismo dimostrativo negli «
Ana- litici Secondi » .Cosi l’Isagoge di Porfirio è la base prima di
tutta la logica aristotelica. Come nel corso del primo commento non
sono rare le occasioni in cui Boezio è costretto a notare le
imperfezioni e le oscurità della versione di Mario VITTORINO (si veda),
cosi nel seconc^o commento Boezio presenta una traduzione propria, che
indubbia- mente è assai più scorrevole e chiara dell’altra. La
versione è intercalata nella esposizione, che procede meno pedestr e
che nel primo commento, e che, specialmente nei primi fr a i cinque
libri, mostra un vigoroso proposito di rendere più robusta, più rigorosa
ed organica la trattazione porfiriana. Il secondo commento si inizia con
alcuni paragrafi dedicati alla filosofia in generale, alle sue parti,
alle sue utilità, ecc. Se la filosofia - dice Boezio - è il più
alto bene degli animi, converrà precisamente muovere dalle facoltà
delFanima. Una forza deH’anima è quella vegetativa, comune anche alle
piante, che non hanno sensi; un’altra è la sensitiva, che dove
sorge assume la prima come sua parte; una terza è la intellettiva,
che non si limita a sentire e a rammentare, ma anche esplica e conferma,
con pieno atto di intelligenza, quel che Timmagi- nazione sopperisce. La
qual potenza della ragione si esercita a indagare, anzitutto, se una cosa
sia, poi che sia, poi quale sia, infine perchè sia. Ma,
perchè il pensiero sia preservato dal pericolo di cadere nel falso,
occorre anzitutto una disciplina che, studiando le maniere di disputare e
gli stessi ragionamenti, possa additare qual ragionamento risulti ora
falso, ora vero, quale sempre falso quale non mai falso. Della quale
scienza - la logica - è duplice l’uso nell’inventare e nel giudicare:
topica e dialettica, trattate entrambe da Aristotele, ma la prima
trascurata dagli Stoici. Ora, questa logica è una parte della
filosofia o è solo il suo strumento? - Quelli che la considerano parte
della filosofia ragionano così: delle proposizioni, dei sillogismi, ecc.
solo la filosofia si occupa. Dunqne sono oggetto di filosofia. Ma,
delle due grandi parti della filosofia, la speculativa che si
occupa delle cose naturali, e l’attiva che si occupa della morale,
nessuna tratta del discorso, dei giudizi, dei ragionamenti: dunque
quella disciplina filosofica che d’essi si occupa non può non
essere considerata una nuova parte della filosofia; donde la
triparti- zione di questa in: logica, fisica, etica. Coloro i quali
invece so- stengono che la logica sia strumento della filosofia, non sua
parte, osservano che questa scienza della ragione è diretta o a
conoscere le cose (fisica) o a trovare quei principi di morale che
producono la beatitudine. Dunque, essi, dicono la logica serve sempre
o alla fisica o all’etica. Boezio è del parere che le due teorie
non si escludano a vicenda: niente vieta che la logica sia ad un
tempo parte e strumento della filosofia; parte in quanto ha
innegabilmente un fine proprio, distinto dalla fisica e dall’etica;
strumento in quanto, altrettanto innegabilmente, essa serve così all’una
come all’altra. Del resto, nel nostro corpo, ciascun organo è al tempo
stesso parte e strumento : la mano rispetto all’organismo intero è
strumento; per sè, intanto, è parte. Ma veniamo allo scopo di questa
introduzione porfi- riana alle Categorie di Aristotele. Queste sono i
dieci generi di predicamenti: può intenderli dunque chi sappia che sia il
genere. Di ciascuno di essi si dànno varie specie --varie specie di sostanza,
di qualità, ecc. 00: ed anche ciò presuppone si sappia che sia specie, e
che sia la differenza per la quale ciascuna specie si allontana
dall’altra e l’un genere dall’altro. Inoltre, ogni genere ha le sue
proprietà, mediante le quali può essere descritto. E dei dieci
predicamenti, nove sono accidenti. Donde la neces- sità di saper bene che
sia proprietà e che sia accidente per intendere le Categorie
aristoteliche. Ma Porfirio spesso indica l’utilità della sua introduzione
per le definizioni, le divisioni e le dimostrazioni, oltreché, come
già si è visto, per l’intendimento delle Categorie aristoteliche.
Per le definizioni, perchè bisogna ben distinguere il genere
prossimo e la differenza specifica per fare una giusta definizione;
per la divisione in tutte le varie sue specie, giacché vanno
distinte divisioni dei concetti presi in sè stessi e divisioni
accidentali. Le divisioni dei concetti presi per sè stessi sono di tre
ordini -- divisione del genere nelle sue specie -- distinzione dei vari
significati di una parola; -- partizione d’un tutto nelle sue varie parti.
Le divisioni accidentali sono anche di tre ordini: -- divisione di un accidente secondo i soggetti
che lo ricettano ( c dei beni, alcuni sono nell’anima, altri nel corpo --
divisione di un soggetto secondo gli accidenti (« dei corpi, taluni sono
(bianchi, altri sono neri -- divisione di un accidente secondo altri
accidenti ( « delle cose bianche, alcune sono dure, altre liquide,
altre molli. Per tutte queste divisioni occorre sapere che sia genere
e che sia differenza, quando luna parola abbia un significato solo univoca
e quando più significati (equivoca), e che sia una parte e che una
specie; occorre inoltre ben distinguere sostanze ed accidenti.
Infine, Tintroduzione porfiriana è utile per le dimostrazioni,
giacché queste si fanno o da cose già note, o da cose convenienti, 0 dalle
prime cose, o dalla causa, o dalle cose connesse, o dalle cose inerenti.
In ciascuno di questi casi bisogna sapere che sia genere e che sia
differenza, e che sia specie, giacché sono 1 generi quelli che sono
anteriori per natura alle specie, e quindi di esse più noti, e sono i
generi e le differenze le cause delle specie. Il II libro .tratta
del genere con un manifesto desiderio di porre più rigore nella
trattazione .porfiriana, magari rifacendosi da teorie più vaste, che
sembrano essere presup- poste da ciò che dice Porfirio. Cosi, per esempio, per illustrare i
significati, che Porfirio espone, della parola genere, che si riferisce a
volte al progenitore da cui una gente deriva, a volte al luogo da cui una
gente proviene, BOEZIO richiama la celebre dottrina aristotelica delle
quattro cause, efficiente, materiale, formale e finale, alle quali
aggiunge due principi accidentali, il luogo e il tempo. Quando si parla
del genere dei Romani, cioè dei discendenti da ROMOLO, si indica in
costui la causa efficiente della stirpe; quando invece si dice Pindaro
Tebano, si indica in Tebe il luogo da cui Pindaro i proviene. BOEZIO
insiste ancora sulla differenza tra descrizione e definizione: 'il genere non
può essere definito, chè, per essere definito, dovrebbe avere un altro genere
sopra di sè, e, quando avesse un genere sopra di sè, sarebbe specie, non
genere; sicché, non potendo essere definito, il genere è descritto, cioè
ne ven- gono indicate le proprietà, che sono come i colori con i
quali si dipinge un quadro. L’intera teoria del genere, della
differenza, della specie, della proprietà e dell’accidente, è chiusa come
in un prospetto nelle seguenti classificazioni boeziane. Ciò
che si Ciò che si predica predica di di più cose una cosa
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accidentalmente l’isagoge di PORFIRIO E I COMMENTI DI BOEZIO.
BOEZIO prosegue, poi, illustrando via
via i passi poifìriani che traduce e riporta: e le sue sono delucidazioni
speciali, del resto assai utili. (Per esempio : in che senso si dice che
gli uomini differiscono tra loro numericamente? Nel senso che si
dice: « Socrate è un uomo, Platone è un altro uomo. Il III libro tratta delle
specie (e non prima della differenza nonostante che la differenza,
contenendo in sè più specie, sia ad essa anteriore, perchè la specie è
specie del genere, come il genere è genere della specie, epperò
vanno studiati in connessione Puno con l’altra. Le illustrazioni, per
solito, non aggiungono nulla di nuovo. Interessante può essere l’atteggiamento
di osseqio ad Aristotele su le questioni delle dieci Categorie ;
atteggiamento che è di Porfirio e non viene mutato da Boezio. Nè i dieci
predicamenti possono ridursi tutti dXVente, perchè ente ha significati
diversi secondo che s’applichi alla sostanza, alla qualità, alla
quantità, ecc. Vale a dire è un nome di più significati, e non un
genere d’un significato solo. Del resto, come ogni predicamento cosi
ogni predicamento è un predicamento; sicché se ente fosse gen^ e, i dieci
predicamenti avrebbero due generi: ente e uno\ e ciò è assurdo, perchè
non si può appartenere a più di un genere. Il quarto libro tratta della
differenza, ripetendo lo sforzo, visibile già nel primo commento, di dare
organicità ed unità alla trattazione porfiriana dell’argomento col
connettere insieme le varie classificazioni, tutte svolte da una
distinzione fondamentale, tra differenze sostanziali e differenze
accidentali, e col condannare più risolutamente di Porfirio quelle definizioni
che idem per idem definiunt quando dicono che differenza è ciò per cui una cosa
differisce da un’altra», e che non precisano davvero cosa sia differenza
quando la definiscono ciò per cui una cosa dista da un’altra, potendosi
una cosa allontanare da un'altra per qualità del tutto accidentali
che non costituiscono diiferenze in senso proprio. Il medesimo
quarto libro tratta anche della proprietà, rispetto alla quale osserva che, se
Tessere di una cosa è espressa dal suo genere, dalla sua differenza e
dalla sua specie, le sue proprietà non costituiscono la sua sostanza, ma
qualcosa di accidentale, sebbene si chiamino proprietà, e che quando
Porfirio distingue proprietà di quattro sorte, non intende
enumerare quattro specie del genere proprietà, ma indicare i quattro significati
diversi nei quali si parla di proprietà. Il IV libro tratta infine dell’accidente,
condannando, più di Porfirio, la distinzione puramente negativa, per la
quale « ac- cidente è ciò che non è nè genere, nè differenza, nè speqie,
nè proprietà. Il quinto libro illustra la comparazione che Porfirio
istituisce tra le cinque voci senza alcuna particolare osservazione. Notevole
è tuttavia che BOEZIO non lascia passare la divisione porfiriana delTanimale
razionale in animale razionale mortale (l’uomo) e animale razionale
immortale (Dio) senza notare che ciò si poteva dire quando si ritenevano
il Sole e gli altri corpi celesti animati e divini. Su questi testi si
chinarono, per generazioni e generazioni, gl’uomini del medioevo, come su libri
di profondis- sima sapienza. Se l’Europa uscì dal medioevo cosi
fortemente razionalistica, essa s'era fatta la sua potente quadratura
logica meditando su questi ultimi fra gli antichi, lungamente venerati e
studiati. Grice: “I like Guzzo. For one, he spent a tutorial or two on
the very same ‘tratarello’ I did: Boezio’s latinizing Porphyry!” Augusto Guzzo.
Guzzo. Keywords: pagine di filosfi per i giovani italiani; il Vico di Guzzo, il
Galluppi di Guzzo, il Bruno di Guzzo, Gentile, Gli hegeliani d’Italia, Vera,
Spaventa, Jaja, Maturi, Gentile, dirito, stato, Biblioteca Italiana di
Filosofia, spunti e contrattacchi, Della causa, del principio e del uno,
dell’analisi e la sintesi, autobiografia e scienza nuova per giovani italiani
dei licei classici, il manual di filosofia di Fiorentino. -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Guzzo: tra idealismo ed empirismo” – The Swimming-Pool
Library.


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